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Full text of "Il costume antico e moderno, o, storia del governo, della milizia, della religione, delle arti, scienze ed usanze di tutti i popoli antichi e moderni, provata coi monumenti dell'antichità e rappresentata cogli analoghi disegni dal dottor Giulio Ferrario : Europa"

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IL COSTUME 

ANTICO E MODERNO 

DI 

TUTTI I POPOU. 



IL COSTUME 

ANTICOE MODERNO 
o 

STORIA 

DEL GOVERNO, DELLA MILIZIA, DELLA RELIGIONE, DELLE Am'I, 
SCIENZE EU USANZE DI TUTTI I POPOLI ANTICHI E MODERNI 

PROVATA COI MOHUMEHTl DELL* AKTICHITa' 
K BAPPRESEKTATA. COGLI AKALOGHI DlSEONl 

DAL 

DOTTOR GIULIO FERRARIO. 



EDIZIONE SECONDA RìrEDVTA ED ACCRESCIUTA 



EUROPA 

VOLUME OTTAVO 
PARTE SECONDA 



FIRENZE 

PER VINCENZO BAXELLI 
MDCCCXXXI. 



3^/ 

\^^(^ DEL COSTUME 

V. 2^ DEGLI ITALIANI 

r'' PARTE SECONDA. 



COMPENDIO DELLA STORIA D'ITALIA 

DALLA PACE DI COSTANZA 

FINO AI NOSTRI GIORNI. 



Oe il trattato di Costanza assicurò alla Lombardia la pace e la 
liberth, non pose fine alle controversie esistenti fra l'Imperatore 
e la S. Sede. Federico nel ii84 calò in Italia e portossi a Ve- 
rona, ivi si abboccò col Pontefice Lucio, ma non convenendo 
entrambi nelle stesse opinioni si separarono mal soddisfatti 1' uno 
dell'altro. 

Continuò il Papa il suo soggiorno in Verona ove morì sulla 
fine delPanno seguente, e l'Imperatore, visitale le altre città 
d' Italia , passò in Toscana per trattare il matrimonio di Arrigo 
suo figlio con Costanza zia di Guglielmo II. Re di Sicilia. Suc- 
cesse a Lucio Urbano III. eletto nel ii86, e nello stesso anno si 
celebrarono in Milano le nozze di Costanza e di Arrigo, e la loro 
coronazione in Re d' Italia. Federico , lasciato il figlio al governo 
di quello stato, tornò in Germania e di là passò in Palestina onde 
ritogliere ai Saraceni Gerusalemme, caduta nel 1187 in loro po- 
tere. 

Durante la sua assenza mori Guglielmo Re di Sicilia, e quan- 
tunque credi dichiarasse Arrigo e Costanza, pure fu coronato 
Tancredi Conte di Lecce figlio spurio di Ruggiero. Tale innalza- 
mento spiacque ad Arrigo, che appena intesa la morie del padre, 
fallosi coronare Re di Germania , invase la Puglia , ma con poco 
buon esilo, poiché vinto dalle infrimità e dai nemici dovette ri- 



605625 



6 DEL COSTUME 

tirarsi. Tancredi non sopravvisse molto alla sua viltorii , ed Ar- 
rigo approfittando dell'opportuno momento, ritornò in Sicilia, 
ajutato dii Genovesi e dai Pisuii , e da vittoria in vittoria cor- 
rendo Srilì sul trono di Tancredi che contaminò con inaudite cru- 
deltà. Tale ferocia fu cai^ione di molte sollevazioni le quali ben 
tosto col timore e con la forza furono sedate ; ma il tiranno poco 
godè di tale tranquillità , giacché mori in Messina il di 28 di 
settembre 1 197- 

Al principio dell' anno seguente mori Celestino III. a cui suc- 
cesse Innocenzo III. Sotto questo Pontefice le città della Toscana 
si unirono in difesa della propria libertà, ed una tal lega si chia- 
mò la taglia Toscana. 

Arrigo avea fatto eleggere Re dei Romani Federico suo figlio, 
ma i Principi dell' im[)ero trovnronsi divisi tra Federico di Svevia 
ed Ottone Duca d' Aquitania ; entrambi assunsero il titolo d' Im- 
peratore , ed assistiti dai loro partigiani resero la Germania il tea- 
tro della guerra e della discordia, come lo era l'Italia, in cui le 
guerre e le dissensioni ardevano sempre più per 1' emulazione e 
per l'odio di una repubblica contro l'altra. 

La lotta fra i due rivali continuò con incerta sorte , ma nel 
i2oy sembrava che Ottone fosse fuor di stato di resistere al suo 
avversario ,• quando assassinato Federico nell'anno appresso fu Ot- 
tone riconosciuto e consecrato Imperatore da Innocenzo III. La 
sua illealtà gì' inimicò il Papa che per abbassarlo andò di concerto 
con Federico figlio di Arrigo già assai potente per gli stati che 
possedeva in Sicilia. Conscio Ottone di tali pratiche invase lo stato 
Pontificio , ma vinto dalle scomuniche e dalle forze nemiche do- 
vette cedere , e Federico fu proclamato Imperatore. La corte di 
Roma però non volle approvare 1' elezione vivente ancora Ottone, 
morto il quale nel 121 7 Federico fu consacrato Re dei Romani 
nel 1220 dal successore d'Innocenzo Onorio III. 

Il di lui regno fu agitato da continue guerre : costretto a pas- 
sare in levante , mentre egli colà trovavasi , furono i suoi stati 
invasi dal suocero, il che inteso da Federico, composti alla me- 
glio gli affari di Palestina , e coronatosi Re di Gerusalemme tornò 
in Italia. Rimproverollo aspramente il Papa , ma , accomodatosi 
poscia, conohiuse seco lui una pace non sincera , e di poca du- 
l'ata. Federico era ovunque l'emulo; la Lombardia sola affettava 



DEGL ITALIAWI 17 

di non curarlo: ribellatosi il di lui primogr^nlio Arrigo, i Mila* 
nesi gli prestarono soccorsi, per il ch(? scosso 1' Imperatore armossi 
in difesa de' suoi stati; vinse il ribelle, ed inlininiido guerra al- 
l'Italia, l'invade, sbaraglia la lega e scorre da vincitore la Lom- 
bardia. Tutto era perduto, e già ognuno aspeitavasi di veder Ro- 
ma fatta capitale di un polente regno ; quando Gregorio per op- 
porsi a tanta ruina dichiarò lui decaduto dall' impero , e liberi i 
sudditi dal giuramento. Federico credendo con ciò di avere un 
giusto titolo per fnre una guerr;^ aperta , occupò molte ciltà Pon- 
tiflcie ed indusse alla ribellione il Cardinale Colonna. Ma i suoi 
sudditi andavano alienandosi in forza dell'anatema; per il che 
l'astuto Monarca, temendo d'essere del tutto abbandonato, chiese 
alla corte di Roma la pace ; ma sorda sua Santità a tali propo- 
sizioni uni nel i^\5 un concilio a Lione nel quale ne confermò 
la deposizione fatta da Gregorio. 

Durava in questo mezzo sempre più accanita la guerra in Lom- 
bardia , ma con vario successo, fino a tanto che, sconfitti gl'im- 
periali, il Re Enzo figliuolo di Federico cui Idscitto avea suo 
vicario in Lombardii, cadde prigione dei Bolognesi 11 rammarico 
e l'onta di veder in quel misero stato un suo figliuolo, servi 
forse non poco ad accelerare la morte all'Imperatore, il quale 
caduto infermo nel castello Ferentino, terminò quivi i suoi giorni 
il i3 di dicembre del laSo; e fu creduto comunemente, che 
Manfredi, altro suo bastardo che fu poi Re di Sicilia e di Pu- 
glia, il facesse affogar involto nelle coperte, come a Tiberio fece 
Caligola. 

Alla morte di Federico II. il figliuolo Corrado dovea succe- 
dergli nel regno; ma privo, peri maneggi del Pnpa , del diade- 
ma imperiale pertossi nella Puglia ove ricevette il giuramento di 
fedeltà: il suo regno fu di breve durala, giacché morì due anni 
dopo la sua coronazione. 

Egli lasciò morendo un figlio in tenera età , di tto Corradi- 
no , sotto tutela di Bertoldo d'Hoenburgo: costui cedette il babaio 
a Manfredi che dopo molte imprese militari restò padrone di 
tutta la Sicilia e della Calabria. Allorché si vide potente , fece 
propalare che Corradino fosse morto, e nel |258 assunse il titolo 
di Re. 

In questo mezzo la Lombardia era in preda alle turbolenze j 



8 DEL COSTUME 

ovunque lottavano le fazioni Guelfa e Ghibellina , e le discordie 
che continuamente succedevansi non lasciavano campo di stabilire 
una pace tanto necessaria all'Italia. 

L'esteso potere di Manfredi era un continuo oggetto di timore 
e di gelosia per la corte di Roma , la quale per abbatterlo , si 
accordò con Carlo Conte d'Angiò , che esaltato al grado di sena- 
tore, venne in Italia e fu coronato Re di Sicilia nel i265. Egli 
invase la Puglia ed attaccò Manfredi il quale , anzi che elider vivo 
in poter dei Francesi , morì combattendo. 

La vittoria degli Angioini portò molte mutazioni non solo nel 
regno di Napoli, ma quasi in ogni parte d'Italia ; animaronsi e 
presero forza i Guelfi j ed i Ghibellini al contrario furono ovun- 
que espulsi e perseguitati. Carlo fermamente stabilito nel regno 
di Napoli cercò di fnrsì padrone della Lombardia ; alcune città 
Guelfe erano disposte alla obbedienza; ma le città Ghibelline ri- 
sposero che amiche e non suddite voleino essere del Re di Si- 
cilia. 

Eletto al Pontificato l' Arcivescovo di Liegi , che assunse il 
titolo di Gregorio X., pireva che gli affari dell'Italia dovessero 
mutar aspetto , giacché questo Papa inlento a spargere ovunque 
la pice, credendo che le discordie dell' Italia derivassero dalla 
vacanza dell'impero, sì adoperò coi Principi d' Alemagna , e 
nel 13^3 fu eletto Imperatore Rodolfo Conte d'Hausburg primo 
stipite della celebre casa d' Austria. Spiacque una tale elezione a 
Carlo , poiché vedeva in Rodolfo un ostacolo al suo ingrandimen- 
to , ma i suoi reclami non ebbero effetto. Era però ornai giunto 
il momento in cui il Re di Sicilia dovea incominciare a perdere 
quel potere che avea acquistato in It^lia. Assunto al Papato il 
sagace ed attivo Nicolò III., tanto s' adoperò con la sua politica 
che indusse Carlo a cedere il vicariato di Toscana , e la dignità 
senatoria di Roma. Vogliono alcuni storici ch'egli fosse anco il 
principale orditore della congiura per cui gli Arragonesi tolsero 
agli Angioini la Sicilia , giacché Pietro d' Arragona , dacché vide 
gradir poco a Nicolò la grandezza di Carlo andò di concerto 
con Giovanni Procida che approfittuido del malcontento generale 
ordì una congiura , conosciutH sotto il titolo di Vespro Sicilia- 
no , mlin quale i Francesi furono tutti scannati; e Pietro oc- 
cupò P;ilerino , liberò dall'assedio Messina, e si rese padrone 



DEGL ITALIANI C) 

della Sicilia. Carlo non sopravvisse molto alle sue disgrazie o 
mori nel i285. Dopo un tale avvenimento nella Lombardia eb- 
bero luogo nuovi stati , emuli quasi in potere al regno di Na- 
poli. 

Ottone Visconti nobile, ma di povero stato, eletto Arcivescovo 
di Milano fu il primo clie stabilì la grandezza di quella casa. 
Dopo molte controversie posto nella sua sede, gli venne f.iito di 
cacciar da Milano 1 Torriani suoi potenti nemici , ed , espulso 
anche il Marchese di Monferrato, fecesi riconoscer signore di 
quella città. Mori in Germania nel 1291 Rodolfo I. a cui succe- 
dette Adolfo di Nassau, Principe povero che, vinto dal regali di 
Ottone , creò il nipote Matteo Visconte suo vicario imperiale in 
Lombardia. Morto Ottone , Matteo seppe si bene adoperarsi, che 
da Alberto d' Austria successore di Adolfo fu confermato nel vi- 
cariato di Lombardia. Potente per vaste signorie e numerosi al- 
leati lo volle essere anche per illustre parentado, perciò chiese 
ed ottenne in moglie a Galeazzo suo primogenito , Beatrice sorella 
di Azzo Vili. Signor di Ferrara. Questa alleanza cosi illustre gli 
apportò però molte disgrazie, poiché gli altri signori gelosi della 
sua grandezza congiurarono contro di lui e nel kIo'ì egli e suo 
figlio furono cacciati da Milano. Galeazzo ritirossi nelle terre del 
cognato, e INLittco mendicando ora presso un signore or» prc'^so 
un altro, condusse una viti meschina e quasi in totale miseria, 
lasciando ogni pensiero di ricuperare la Lomb<rdia alla quale 
vide molti che aspir=>vano. Fra questi era Bonifazio VIIL salito 
al Pontificato per il rifiuto di Celestino, ma tutti i di lui ambi- 
ziosi progetti nudarono in fumo per le opposizioni della l'arancia: 
progetti, che se avessero avuto il loro compimento, avrebbero 
certamente fatto cambiar aspetto agli affari dell'Italia. Ad ogni 
modo però tali avvenimenti lasciarono una certa eguaglianza di 
forze ne' moltiplici dornlnj in cui era divisa l'Italia, che sulla 
fine del passUo secolo non vi era a temere che gli altri stati 
potessero essere soperchiati dalla forza di un solo, o d.i più po- 
tenti uniti. Due altre repubbliche d'halia, Genova e Venezia fa- 
cean già parlare di su nel principio di questo secolo, e la spi- 
rante libertà Lombirda lasciava luoiiO al nuovo "overno Piiiici- 
pesco. 

Assunto al Papato Clemente V. chiamù in IVincia i (J^rdi- 



IO DEL COSTUME 

nali , e, faitosl coronare a Lione, fissò la sede in Avignone ove 
essa rimase per 70 anni. Tre anni dopo l'elezione di Clemente 
roorì Alberto r]' Austria , ed il Re di Fianci.i tentò di rimenare 
in sua casa quella dignità , ma ad onta de'suoi maneggi fu eletto 
Arrigo di Luzeinburgo chiamnto in seguito Arrigo VII. Il nuovo 
Imperatore rivolse tutte le sue cure all'Italia, teatro continuo di 
stragi e morte. A Inle effetto venuto a Milano investi Matteo Vi- 
sconti della signoria che aveano i Torriani , e renduto forte dai 
soccorsi che la gratitudine del Visconti gli prestava, apparecchia- 
vasi ad assalire Roberto, quando la morte pose fine ai suoi di- 
segni ed alla universale speranza. Arrigo morì a Buonconvento il 
dì 34 di agosto i3i2. Roberto con la morte dell'Imperatore 
sentì riaccendersi nell'animo il desiderio d'impadronirsi dell'Ita- 
lia. Le continue turbolenze che questa penisola agitavano, faceangli 
strada all'impresa, e tanto più ebbe l'agio di consolidare le sue 
ambiziose mire , in quanto che tutta 1' Allemagna essendo in arme 
per la rivalità di Federico Duca d' Austria e Lodovico il Bavero, 
né l'uno né l'altro di questi Imperatori pensava a venire in Ita- 
lia per non cedere il campo al suo rivale. 

In questo mezzo molti nobili Milanesi essendosi suscitati con- 
tro di Matteo Visconti , questi cede la signoria a Galeazzo suo 
figlio, e, datosi ad una vita dìvota , mori nell'anno i322. 

Le guerre civili della Germania er-ino ormai estinte: Lodovi- 
co, vinto il rivale, chiese d'essere riconosciuto Imperatore. Il ri- 
fiuto del Papa lo irritò per modo che, dichiarato l'impero indi- 
pendente, e Gregorio eretico, venne in Italia e nel iSay fecesi 
coronai-e Re a Milano; ivi depose dalla signoria , e fece imprigio- 
nare i Visconti , nominando 24 nobili alla reggenza della citth. 
Passato a Roma creò Papa Nicolò V. da cui fu unto Re dei 
Romani per la seconda volta essendo di già slato coronato dai 
Vescovi di Venezia e di Aleria. Lodovico meditava l' invasione 
della Puglia, ma, abbandonato dai Ghibellini suoi partigiani, 
dovette non solo desistere dall' impresa ma ritornare in Ger- 
mania. 

La sua partenza fece prosperare gli alFari della S. Sede , ma 
continuavano tuttavia le dissensioni fra' Guelfi e Ghibellini. La 
venuta di Giovanni Re di Boemia in Italia fece mutar aspetto 
agli affari. Proclamato signore di molte città per la mania degli 



DEfiL ITALIANI I I 

Italiani di darsi ad un Re straniero , tentò lutti i mozzi di sta- 
bilire la concordia fra' i due partiti. Egli sarebbe giunto al to- 
tale dominio dellMlalia, ma cmlulo in dididenza ptr la sua con- 
cordia col Papa, i Principi Italiani formarono una lega per ab- 
battere il di lui potere. Giovanni parendogli cosa ardna il resi- 
stere a tante forzi; unite , conclxiuse una tregua , e andò in Boe- 
mia , minacci indo di ritornare, il che non fece, disingannato 
dall'idea d'impadronirsi dell' It<ilia. Tutte le cilth di questa pe- 
nisola, tranne Genova e Venezia, incamminavansi alla loro mina. 
Azzo Visconti confermato dal Re Boemo nel vicariato di Lom- 
bardia poco godette di u\e dignità poiché morì poco dopo, la- 
sciando lo stato a Luchino e Giovanni suoi zii paterni. Nelle al- 
tre citlh della Lombardia vedeansi ad ogni istante rinnovati gli or- 
rori della barbarie e della tirannide dalli crudeltà di que' Signo- 
rotti , dal popolo eletti a magistrati. Tale era lo stato dell'Italia 
allorché nel i3.\3 morì il Re Roberto; Giovanna sui figlia sposa 
di Andrea figlio di Carlo Uberto Re d^ Ungheria , fu destinata a 
succedergli. Rimasto Andrea vittima dell'odio e della gelosia, 
Giovanna fu coronata Regina per immergere, con la sui prava 
condotta, il regno di Napoli nelle guerre civili. Nel 1 3/J9 morì 
Luchino Visconti , cui succedette Giovanni sno fratello uomo 
astuto che giunse a tale prosperità da far temere all' Italia per 
la propria libertà. Ma i suoi nemici lutto speravano nellri venuta 
di un Monarca .straniero che a gran passi avanzavasi. Questo Mo- 
narca era Carlo IV. eletto Imperatore per gli intrighi della sede 
Apostolica; e L sua venula risguardavasi come foriera della ca- 
duta del Visconti; ma la cosa andò tutta al contrario, polche 
il Visconti tanto adoperossi , che onore più che danno ritrasse 
da tale venuta. Carlo passò a Roma ove ricevette U corona 
imperiale; e di là ritornò in Boemia , non avendo fallo al- 
tro con la sua venuta che sconvolgere di più la Toscana ed 
insaccare molto oro, vendendo diplomi, prolezione ed altre pre- 
rogative. 

Salilo al Papato Bartolomeo da Prignano col nome di Urba- 
no VI. agì con si poca politica verso il sacro collegio, che , irri- 
tati i Cardinali , ritiraronsi in Anagni ed elessero ad Antipapa 
Clemente VII. Tale scisma non cagionò mutazione in Loiubirdia; 
ma la Regina Giovanna vide sconvolto il suo regno da una rivo- 



12 DEL COSTUME 

luzione, e venne assalita al di fuori dal ministro della vendetta 
di Urbano VI., Carlo della Pace, e da questo fu nell'anno 1882 
fatta affogare in un piumaccio. 

La casa Visconti avanzavasi a gran passi all'apice della gran- 
dezza. Galeazzo Conte di Virtù impadronitosi di tutto il Milane- 
se , ottenne con danaro dall' Imperator Venceslao il titolo di Duca 
di Milano: assalilo da Roberto successore di Venceslao, lo scon- 
fisse sotto Brescia e lo costrinse a ritornare in Germania. Ani- 
mato da tali successi raeditiva d'impadronirsi della Toscana al- 
lorché la morte lo colse nel i4o2. I di lui stati in meno di un 
anno furono divisi fra i consiglieri della reggente tutrice dei figli, 
e nell'Italia si videro nascere e crescere lentamente varj Principi 
e repubbliche. 

Quegli che mostrava volersi avanzare a gran passi era Lodo- 
vico Re di Napoli. Liberatosi di Lodovico IL che tendeva a to- 
gliergli la corona pensò d' impadronirsi dell' Italia , e dopo 
molte imprese vantaggiose e dannose ai suoi interessi, giunse 
a tanto potere che poco gli mancava per esserne padrone , ma 
la morte pose fine alle sue imprese e liberò dal timore i suoi 
nemici. 

A tale avvenimento tenne dietro un totale sconvolgimento nella 
Lombardia, nel quale Filippo Maria Visconti ebbe campo di far 
risorgere la potenza della sua famiglia in quello stato. 

Succedette a Ladislao Giovanna sua sorella , morta la quale 
Renato d' Angiò fu chiamato a quella successione, ma essendo 
egli prigioniero in Borgogna , Isabella sua moglie prese le redini 
del governo. Alfonso d' Aragona le mosse guerra , ma vinto e 
fatto prigioniero, ognuno pensavasi che non fosse piti per ri- 
sorgere j quando la generosità d^ Visconti lo rimise in istato 
di ritentare la sua sorte, che questa volta, ottenuto avendo 
un esito fortunato , trovossi quasi interamente padrone delle due 
Sicilie. 

Non ostante l'amicizia vera o supposta fra Alfonso ed il Duca 
di Milano, gli stati d'Italia si mantennero in quell'equilibrio in 
cui si erano posti sotto 11 Pontificato di Martino V. La riputa- 
zione grandissima di Francesco Sforza spinse il Visconti a dargli 
in moglie Bianca sua figlia, e nel i44i si fecero le nozze; ma 
n'- la fortuna dello Sforza fu stabile , nò la pace che tanto ralle- 



DEGl' ITALI Am ìò 

grò la Lombardia , fu di lunga durata. Chiamalo a Napoli in 
soccorso di Renato d'Angiò, questi, vinto e cosirciio a fuj^gire, 
pose fine al regno degli Angioini in Sicilia j e lo Sforza per l'ini- 
micizia del suocero e le mire degli altri potentati Italiani, dovette 
sofierire nuove disgrazie. 

Morto Filippo Maria Visconti, i Veneziani disegnarono d' im- 
padronirsi della Lombardia , ma lo Sforza , divenuio padrone 
di Milano, sventò le loro macchine, e dopo molli trattati con 
le varie potenze sbandi per alcuni mesi la guerra dall' Italia. 

Succeduto ad Alfonso Ferdinando II. , i Francesi tentarono 
d'impadronirsi del regno di Napoli; ma il Papa ed il Duca di 
Milano tanro si maneggiarono, che l'Italia rimase affatto sgombra 
dalle armi Francesi. Mori nel i466 Francesco Sforz% e gli suc- 
cedette Galeazzo, la cui debolezza ed inesperienza fece sì che con 
assoluta autorità governasse Lodovico suo zio soprannominato il 
Moro, uomo ambizioso ed avido d'ingrandimento. Per giungere 
allo scopo de' suoi progetti, animò Carlo Vili. Ile di Francia a 
portar le armi nel Napoletano : il Re Francese vinto dalle solle- 
citazioni portossi in Italia e nel 149^ entrò vittorioso in Napoli. 
Padrone di quel regno pensò ad estendersi mtggiormente in Ita- 
lia , ed andava di f^ito ingrandendosi in modo , che lutti i Prin- 
cipi Italiani , e lo stesso Sforza divennero solleciti della propria 
difesa; fatta quindi una lega attaccarono Carlo, che vinto rilirossì 
quasi fuggendo in Francia , lasciando Ferdinando li. paciCco pos- 
sessore del regno. Carlo per altro progettava una nuova di- 
scesa in Italia, e l'avrebbe anco eseguita se la morte che nel 
1498 lo colse, non avesse sconcertati i suoi progetti: a Ini 
succedette il Duca d'Orleans col nome di Lodovico XII., il 
cui carattere faceva presagire all'Italia nuovi e maggiori cam- 
biamenti. 

Lodovico d'accordo coi Veneziani attaccò lo Sforza, che vin- 
to , fu condotto prigioniero in Francia ove morì , e la Lombar- 
dia fu annessa alla corona di Francia. Morto Pio III. cadde 
l'elezione sopra Giulio II. uomo sagace, avido egli pure di po- 
tenza e di gloria; sotto di lui fissossi la famosa lega di Canibray 
nella quale tutti i Principi d'Europa si unirono per distruggere 
una repubblica che dava a temere di divenire polente. La ruiii;i 
di Venezia era imminente, quando S. S. , voltalo abpclto, dichia- 



l4 DEL COSTUME 

rossi protettore dei Veneziani , e formò il disegno di scacciar i 
Francesi dalla Lombardia. 11 desiderio manifestalo da Massimi- 
liano I. di unire al diadema imperiale la tiara, fece si che anche 
contro di lui Giulio si maneggiasse , e non a volo andarono i suoi 
maneggi , giacché in poco tempo tanto i Francesi quanto i Te- 
deschi sgombrarono l'Italia, e Giulio ne riportò somma gloria 
e vantaggio , estendendosi la sua influenza sino a Milano , ove 
era stato eletto Duca Massimiliano Sforza , figlio di Lodovico il 
Moro. 

A Giulio II. che terminò i suoi giorni nel i5i3 succedette 
Giovanni De-Medici col nome di Leone X : questo Papa celebre 
per i suoi vasti progetti, la sola metà de' quali se fossero stati 
eseguili avrebbero fatto mut^r aspetto all'Italia, acquistò grande 
influenza presso le potenze Italiane. Morto in Francia Lodovico 
XII. , Francesco I. suo successore , scese in Italia , e vi acquistò 
tanta influenza da poter gareggiare con Carlo I. Re di Spagna 
nella successione dell'impero rimasto volo per la morte di Massi- 
miliano," ad onta però delle sue brighe l'elezione cadde sopra 
Carlo che prese il nome di Carlo V. fra gl'Imperatori. Spiacque 
ciò fortemente al Re Francese , ma conoscendo le forze dell'emulo 
uon osò disturbare la pjce dell' Italia che durò per alcuni anni. 
Avrebbe duralo anche di più, se Leone X. non avesse svegliato 
l'astio sopito dei due Monarchi, quindi seguita una nuova guerra 
in Lombardia, i Francesi furono scacciati, e Francesco Maria 
Sforza succedeile nel ducato di Milano. Morto Leone X. sali al 
Pdpalo Adriano VI. e morto questi poco dopo , Clemente VII. fu 
eletto Pdpa nel i523; a questo Pontefice spiaceva la grandezza 
dell' Imperatore, perciò andava procrastinando di f^r lega seco lui. 
In questo mezzo Francesco I. tornò ad invader l'Italia, e Cle- 
mente a lui si uni; ma Carlo, baltuli i Francesi a Pavia, fece 
prigioniero e condusse a Madrid lo stesso Re , il quale non potè 
utienere la sua liberazione se non con obbligarsi a eedere ogni 
suo diritto sul regno di Napoli, sulle città di Milano e Genova, 
sulla Borgogna e su parte delle Fiandre, Ma non fu si tosto rl- 
Lornaio al governo del suo regno che apertamente mancando ai 
palli conveimii mandò in Lombardia un potente esercito per ri- 
cuperare il jVIilauese. La debolezza delle forze imperiali e la po- 
tenza della lega faceano vedere imminente la ruina di Carlo ; 



dbgl' italiani i5 

quando il timido ed irresolulo Pontefice unitosi con 1" Imperatore, 
le forze del Re di Francia si scemarono per mudo che avendo 
egli trattato di pace con Ctrlo V. , questa fu solennemente con- 
chiusa in Cambray nel iBaS, e l'anno dopo Carlo fu coronato 
Re d'Italia. 

Alla morte di Francesco Sforza finì la dinastìa dei Duchi di 
Milano, giacché l'Imperatore s'impadronì di quel ducalo come di 
feudo devoluto all'impero; ed ebbe fine circi a quell'epoca anche 
la repubblica di Firenze , poiché Cosimo De-Medici assunse il 
potere Sovrano. 

La pace di Cambray pareva non dovesse durare lungo tempo: 
Francesco I. meditava d' invadere di nuovo la Lombardia , ed 
avendone chiesto il passaggio al Duca di Savoja, questi glielo 
negò; per la qual cosa irritato Francesco ne invase gli slati e lo 
ridusse a mal partito. L'Imperatore si mosse alla difesa del Due* 
di Savoja , e dopo molti fatti d' armi vennero ad un i tregua di 
10 anni; nel quale trattato conchiuso a Nizzi con la media/ione 
di Paolo III., il Duca di Savoja viiliiua delP allealo e del ne- 
mico trovossi privo del suo dominio. Rinnovellatisi i non spenti 
odj al terminar della tregua , ambo i Monarchi si prepararono a 
nuova guerra che durò fino al i544» '" <^"' 1*^ cunchiusa a Cre- 
spi una pace che prometteva dover essere di lunga durata ; e 
tre anni dopo un tal trattalo morì Francesco I. in eia di 53 
anni. 

L'Imperatore Carlo V. nel i555 rassegnò a Filippo suo fi- 
glio tutti i suoi dominj , ed a Ferdinando suo fratello la dignità 
imperiale, e, ritiratosi nell' Estremadura , morì 3 anni dopo la 
sua abdicazione. 

A Marcello II. succedette nel Papato Paolo IV. uomo intol- 
lerante e focoso, il quale disegnò di scacciar da Napoli gli Spa- 
gnuoli. Fatta a tale oggetto una lega con Arrigo II. Re di Fran- 
cia , questi spedi un esercito contro Napoli; ma essendo staio 
battuto in Fiandra dal Duca Emanuele Filiberto dovette richia- 
mar le truppe d'Italia per impedire i progressi dei vincitori. 

Per tale sconfitta sventate le macchinazioni Pontificie, Paolo 
riconciliatosi con la Spagna riconobbe Imperatore Ferdinando 
d'Austria fratello di Carlo V.; e nel iSSg il Duca di Savoji fu 
rimesso al possesso delle sue terre toltegli dai Fianccsi, e l'Italia 



l6 DEL COSTUME 

cessò d' essere il teatro della yuerra per le nazioni straniere in 
forza della pace di Cambresis conchiusà tra la Francia e la 
Spagna. 

Succedette ad Emanuele Filiberto, Carlo suo figlio nel i588, 
che approfittando delle turbolenze della Francia s'impadronì del 
marchesaio di Saluzzo ; per la qui! cosa ebbe principio una nuova 
guerra , che terminò per le mediazioni del Papa e della corte di 
Spagna; e nel i6oi fu conchiuso a Lione un trattato nel quale i 
Francesi vennero esclusi dal regno d'Italia. Morto nel 1612 Fran- 
c<^sco Gonzaga , padrone di Mantova , Carlo Emanuele credè di 
far valere i suoi diritti sopra quel ducato; e fecevi delle conqui- 
ste , ma arrestato dalla Spagna dovette seco lei misurarsi per bea 
quattro anni, e fini col fare la pace nel 1617. Morto nel 1626 
\ incenzo II. successore di Francesco Gonzaga la casa d'Austria 
fece disegno d'impadronirsi di quel ducato, per impedire la qual 
cosa si trattò con la Francia di spedire genti in It-tlia contro le 
armi Spagnuole. Lodovico XIII. venne in persona in Italia, e 
Carlo, che a prò della Spagna militava , ebbe il dolore di vedere 
gravemente danneggiati ì suoi stati senza alcun profitto, per cui 
mori nel i63o. Nello stesso anno la Francia e l'imperatore fecero 
a Ratisbona un trattato col quale il Duca di Nevers fu rimesso 
nel ducato di Mantova , e le armate evacuarono il Monferrato. 
Ma le parti parevano mal soddisfatte del trattato colà seguito; 
un nuovo congresso dunque fu convocato in Cherasco , ove fu 
coMchiusa una pace nella qude i Francesi occupando fraudolente - 
mente Finerolo tennero sempre per cosi dire un piede in Italia. 
Tale pace non durò che tre anni, e la venuta dell'Infante Don 
Ferdinando in Italia faceva sperare il termine delle differenze ; ma 
li Frauda che disegnava cacciare la Spagna dall'Italia dichiarò la 
guerra a questa potenza. I Duchi di Savoja, Parma e Mantova 
unironsi alla Francia , il primo però condottovi dalla necessità di 
non potersi mantenere neutrale , come fecero Venezia , Roma e la 
'Toscana. La guerra non apportò que' danni che si temevano , ed 
il Duca di Savoja Vittorio Amedeo potevasi chiamare contento di 
ima tale lega. 

CjII» morte del Duca di Savoja la guerra prese un'altra pie- 
g.i , ui » alla fin (ine non apportò verun cambiamento, ritenendosi 
sempre gli Spagnuoli la Lombardia ed i Francesi Pinecolo. 



DEGL ITALIANI \n 

Il regno di Napoli quantunque esentato dalle guerre che tra- 
vagliarono la Lombardia fu però il più desolato dalle gravi con- 
tribuzioni della Spagna. Talvolta un popolo quanto più è sfinito 
di forze, tanto più sorge formidabile, ed in questo c.iso appunto 
trovarousl i Napoletani, i quali ribellaronsi dalla Spagna e stabi- 
lirono una male organizzala repubblica. In tali turbolenze non vi 
mancò chi cercasse di rendersi assoluto padrone , tra i quali Ar- 
rigo II. Duca di Guisa , che , trovato un competitore di Gennaro 
Annese , cadde in potere degli Spagnuoll, ed i Napoletani torna- 
rono spontanei al loro dovere. Il Duca di Guisa liberato dalla 
prigione rivolse di nuovo le sue mire al regno di Napoli ; si ac- 
cese perciò di nuovo la guerra nella quale gli Spagnuoll avendo 
la peggio furono costretti ad accettare la pace a qualunque con- 
dizione. 

Li monarchia Francese verso il 1680 era a tal grado di po- 
tenza, che dir potevasi l'arbitra dell'Europa^ ciò nulla ostante 
andò essa pure decadendo. Il Re di Francia, invaso il Piemonte, 
batto a StafFarda le truppe Piemontesi , ma ambo i Monarchi 
avean bisogno della pace, e questa fu segnata nell'agosto del lògG 
sotto il titolo di Neutralità d' Italia, ed in forza di un tale trat- 
tato questa penisola potè godere di alcuni anni di pace e risto- 
rarsi dei passati danni. 

Carlo II. Re di Spagna hsciò morendo suo erode universale il 
Principe elettore Filippo V. Duca d' Anjou deludendo le speranze 
di tutti i pretendenti a quello stato; così nel 1700 la monarchia 
Spagnuola passò dalla c^sa d' Austria a quella di Borbone. La 
corte di Vienna priva della Spagna occupò il Milanese ed il re- 
gno di Napoli ; ma le imprese di Eugenio di Sdvoja suo Gene- 
rale , furono arrestate dal Duca di Savoja amico del Francesi , il 
quale tanto temporeggiò che Filippo potè venire in Italia , da cui 
dopo breve soggiorno parti. Sino a tanto che Vittorio Amedeo 
tenne per la Fr.iocla , gli Austriaci non potevano sostenersi con- 
tro Filippo, ma essendosi il Duca di Sf^voj^ collegato con l'im- 
peratore, i Francesi furono battuti, e Filippo perde il regno di 
Napoli. 

All' Imperatore Giuseppe I. succedette Carlo VI., e la succes- 
sione dell'impero apportò nolihlii rambiameiill negli all'iri dell'Eu- 
ropa. Nel 1714 i paesi bassi Spagnuoll, 11 regno di Napoli, il 
Cou. rol. ri II. dcW Europa. P. II. 2 



t8 del costume 

Milanese e le Maremme della Toscana caddero sotto il suo do- 
minio. La neutralifi stipulata tra la Francia e la Germania circa 
airitilia, faceva a questo stato presagire giorni sereni; ma questi 
erano ancor troppo lontani. La successione dei ducati di Firenze, 
Parma e Piacenza ;ipportava nuovi sconcerti , e faceva presagire 
nuove rotture: di fatto gli Spagnuoli s'impadronirono del Napo- 
letano, e l'Imperatore fu battuto ovunque in Lombardia, la quale 
passò sotto il Duca di Savoja , ritirossi nel Trentino, ed ivi me- 
diante la cessione dei ducati di Bar e di Lorena alla Francia si 
concliiuse la pace. Morto Carlo VL nel 1740» Carlo VIL fece 
valere le sue pretensioni, e l'Italia divenne il campo di guerra 
di 6 differenti armate , finché dopo la battaglia di |Piacenza i 
Francesi e gli Spagnuoli si ritirarono. Erano otto anni che la 
guerra desolava l' Italia, e la pace era lo scopo universale; que- 
sta fu finalmente conchiusa in Aquisgrana nel 1748. nel quale 
Francesco I. marito dì Maria Teresa figlia di Carlo VI. fu rico- 
nosciuto Imperatore. 

Morto egli nel 1765, sua moglie prese le redini del governo 
nella minor età di Giuseppe suo figlio; e questa impareggiabile 
donna governò con tanta equità, che l'Italia in mezzo alla pace 
che godeva ebbe campo di ristorarsi dei danni sofferti. A lei suc- 
cedette Giuseppe II. , Monarca superiore ad ogni elogio , il quale 
lungi dal disturbare la pace consolidata dalla Regina sua madre, 
tutte le sue cure rivolse a render florido il suo stato. A tale og- 
getto fondò pubblici stabilimenti d'istruzione e di beneGcenza , 
incoraggiò le arti ed il commercio , abbassò il potere di quegli 
ordini nioinstlci , che d'inciampo potevan essere alla floridezza 
di uno st.ito, e da sigglo Monarca tutti que' mezzi insomma ado- 
però che ermo atti a stabilire la ricchezza di un regno. La Lom- 
b<rdia avaiizavasi a gran passi al sommo della prosperità, ma 
Giuseppe II. colpito troppo presto dalla morte cessò di vivere, 
universalmente compianto qual Principe veramente buono , giusto 
e filosofo, 

Le differenze tra Napoli e Roma ripullulavano, ma la rivolu- 
zione Francese le fece obbliare; il contagio crasi comunicato anche 
all' Italia e l'Imperatore Leopoldo successore di Giuseppe II. tentò 
tulli i mezzi per impedire l'imminente mina degli stati Italiani, 
u^a la molte arieslò le sue disposizioni, Francesco II. ora felice- 



DEGL ITALIANI ig 

mente regnante manifestò le slesse intenzioni, e tulle le potenze 
Italiane, tranne Venezia e Genova, secondando le sue mire di- 
chiararonsi contro i Francesi j che ebbrj delia loro libeiin nel 1706 
condotti da Bonaparte occuparono la Lombardia , e la eressero 
in repubblica cui diedero il nome di Cisalpina. Tutto cedo a 
questo giovine Generale, e dopo un seguilo di battaglie e di vit- 
torie fu conchiuso il trattalo di Campo Formio, in cui la repub- 
blica Cisalpina fu riconosciuta fino all'Adige con Modena, Massa 
e Carrara , lasciando la democratizzala Venezia all' Imperatore. 
Rotta nel 1799 una tale pace, gli Austro- Russi invasero di nuovo 
la Lombardia, ed era finita per la Francia, se il valore di Bona- 
parte nella battaglia di Marengo non avesse rimessa in piedi la 
repubblica, la quale poi due anni dopo nei comizj di Lione prese 
il nome di Repubblica Italiana , di cui fu eletto Presidente lo 
stesso Bonaparte. Ma una repubblica che nel breve periodo dì 
tre anni ebbe quattro differenti costituzioni non poteva sussistere. 
Bonaparte stimolato dalla ambizione seppe far calcolo di tale 
insussistenza, quindi nel i8o5 venuto a Milano fecesi coronare 
Re d' Itilia con la corona degli antichi He d'Italia, conosciuti 
solto il nome di corona Ferrea , e cambiò la repubblica in re- 
gno , di cui ne dichiarò Milano la capitale, e Governatore Euge- 
nio di Bouarnais suo figliastro col titolo di vice Rò. Dopo la bat- 
taglia d' Aiisteriilz , l'Imperatore dovette cedere al nuovo Re gli 
slati Veneti, i quali pure furono al regno Ililianu aggregali, as 
sumendo il vice-Rè Eugenio, destinato a governarli, il titolo di 
Principe di Venezia. 

Nel 1806 Bonapirle invase il regno di Napoli, e vi stribili 
Gioachimo Murai, ed essendo stato trasferito in Francia il Pon- 
tefice, aggregò la Toscana e la Romagna all'impero Francese. Ri- 
sorta la guerra ira l'Imperatore Francesco e Bonaparte, la bat- 
taglia di Wagram condusse la pace in pegno della quale Napo- 
leone sposò nel 18 IO Maria liuigia figlia dell'Imperatore d'Austria, 
dalla quale avendone avuto un figlinolo nell'anno appresso , staccò 
dall'impero Fnncese gli stati Pontificii , e di questi dichiarollo 
Re, col titolo di Re di Roma (i), Ma l'ambizione di questo Re 

(1) Con queste novità, in tre parli liuvos.si divisa J'It;ilia. i.®Nel regno tl'Ita- 
lia diviso in 24 dip^rliiiieiiti, -2.° Nel regno di Napoli, 3.® N'f;ii stali riuniti al- 
l'impero l'iancese vale a dire il PicmoiUc, il Geuuvcsato , 1' Etruria , lo sia o 
l'oiililicio , l'arma e l'iacenia. 



20 GOVERNO 

non lo lasciava stare quieto; quindi nel 181 3 fatalmente disegnò 
di attaccare la Russia, ove vinto dal ferro, dalla fame, dal freddo 
dovette ritirarsi, e nell'anno seguente abdicare le corone di Fran- 
cia e d'Italia. La pace era stabilita, quando nel 18 15 Bonaparte 
dall'Elba ove era stato relegalo, tornò a tentare la fortuna nei 
campi di Vatterloo , ma da essa abbandonato , venne trasportato 
a S. Elena. In questo mezzo Murat muovesi per impadronirsi del- 
l' Italia , ma arrestato dalle truppe imperi ili, perde in una deci- 
siva battaglia a Tolentino la corona. Finalmente l'Italia dopo 
tante guerre vide risorgere la pace colla quale fu così ripartita : 
la casa d'Austria ebbe il Milanese, il Mantovano e gli stali Ve- 
neti , che compongono il regno Lombardo Veneto. Il ducato di 
Parma, Piacenza e Guastalla fu occupalo da Maria Luigia d'Au- 
stria ; il ducato di Modena e Reggio passò a Francesco d'Austria 
figlio di Beatrice d'Este, il Piemonte ed il Genovesato al Re di 
Sardegna, e l'Etruria e la Ronugna passarono ai loro antichi 
Sovrani, L'Italia non attendeva che a ripararsi dei sofferti danni, 
quando nel 1820 le rivoluzioni di Napoli e del Piemonte pareva 
che dovessero accendere il fuoco della guerra , ma per ^Buona 
sorte breve fu il traviimento di questi popoli i qu^li, tornati al 
loro dovere, mostrarono non voler essi tui'b»r quella pace cne si 
spera, sarà di lunga durata. 



ti O VERNO DEGL' ITALIANI 

DALLA l'ACE DI COSTANZA FINO AL l823. 



l_Ja pace di CoslaHzi stabilita l'anno ii83 avea finalmente con- 
dotte le città Italiane, singolarmente di Lombardia, a quella li- 
bera indipendenza , per cui esse avevano sostenute in addietro si 
lunghe e sì ostinale guerre. Trattone il supremo dominio e qualche 
diritto ad esso npccssniiamente congiunto, che rimaneva all'Im- 
peratore , esse potenno reggersi a loro piacimento, scegliere i loro 
niagisiiaii, far quelle leggi che più credessero opportune, intro- 
Umrc le ani, promuovere il commercio,* èrano in somma a guisa 



OEGL ITALIANI at 

dì tante repubbliche, signore di lor medesime, e a cui per ^es- 
sere felici bastava il volerlo. 

L' immortale nostro Muratori trattò estesamente e con tutta 
l'esattezza degli affari della lega Lombarda e dell.» pace seijiiata 
in Costanza (i), pace rendut-i famosa sopra ogni a lira , perchè 
stata collocata nel corpo delie leggi, acciocché servisse ne' secoli 
successivi di norma de' diritti, e del governo delle città Lombnr- 
de. A noi qui basterai l' indicarne lo spirito in brevi parole. F^e 
cittk di Lombardia potranno fortificare le loro mur.i, potranno 
avere la loro armata ; potranno mantenere e rinnovare la confede- 
razione a loro piacere; goderanno di tutte le regalie, e conserve- 
ranno le loro consuetudini; le città giureranno fedelih all'Impe- 
ratore; gli pagheranno ogni anno in segno d'omaggio due mila 
marche d'argento (a); l' Imperatore avrà i suoi legati nella Lom- 
bardia, i quali daranno l'investitura ai Consoli delle città; e giu- 
dicheranno le cause di maggior somma , qualora la parie aggra- 
vata lo cerchi; ma saranno obbligati a profferire la loro sentenza 
fra due mesi, e dovranno giudicare secondo le leggi della città; 
ogni cinque anni le città della lega manderanno i loro oratori alla 
corte imperiale, per ricevere l'investitura, ed ogni dieci anni si 
rinnoverà il giuramento di fedeltà ; le controversie per cagione 
de' feudi fra l'Imperatore e alcuno della lega , verranno decise dai 
Pari della città secondo le di lei consuetudini , fuori che nel taso 
in cui l'Imperatore si trovasse in Lombardia; allora potrà, se lo 
vuole , ei stesso giudicarle; e quando verrà l' Imperatore nella 
Lombardia , se gli somministreranno i foraggi consueti ; e sì acco- 
moderanno i ponti e le strade. In questa forma si venne nell'Italia 
a costituire un'associazione di città libere, sotto la protezione 
dell'impero, come lo erano poco primn diventate nella Germania 
le città Anseatiche, Lubecca ed Amburgo; e come nell'anno me- 
desimo Ji83 nella Germania pure lo era diventata Ratisbona ; e 
da quella data ricominciarono a comparire nelle carte le sottoscri- 



vi) Anlich. lial. Disscrt. XLVIII. Delle Società dei Lombardi e d'altre 
città d' Italia per consentane la libertà , e delle Paci di fi' ne zia e di Co- 
stanza. 

(i) Le quali secondo il computo del Coiif.« (linlini fqui v.i Igoiio n undicinnila 
e diigento zeccliini correnti, somma ben tenue ripxrtilii sopra aj città quitnle 
componevano la lega, dappoiché ri si compresero l'aria e Como. 



22 GOVERNO 

zioni dei Consoli Reipuhlicae Mediolanensìs (i). Questa celebre 
pace di Gostanza servi di soggetto all'eruditissimo e valente no- 
stro pittore Giuseppe Bossi per la composizione di un gran qua- 
dro, cui egli avrebbe portalo a termine se da troppo immatura 
morte non fosse stato r^ipito con nostro grave rammarico alle arti 
ed alle scienze (2). Noi siamo ceni di fare cosa assai grata a tutti 
gli artisti col riportarne il disegno fedelmente copiato dall'origi- 
nale nella qui annessa Tavola 49* 

Noi non istaremo qui ad esaminare se i principi della libertà 
delP Italia debbano ripetersi dal tempo di Arrit^o IV. Imperatore, 
o non piuttosto da quelli di Ottone III. e di Arrigo V. , molte 
città non solo , ma molte terre e castella ancora cominciarono a 
reggersi bensi coi loro proprj magistrati (3), cacciandone i vas- 
salli e i castellani degli Imperatori , ma parziali erano que'movi- 
tnentì , ed alcuni rusticali comunità formate veggonsi con privi- 
legi degli Imperatori medesimi, né sparì interamente l'autorità 
de' Marchesi, de' Conti e dei ministri imperiali se non su la fine 
del secolo XII. in cui le città del regno Italiano presero vera 
forma di libero reggimento. Questa materia venne già ampiamente 
trattata dal Muratori nelle sue dissertazioni sopra le Antichità 
Italiche de' mezzi tempi , e piìi diffusamente ancora dal Sismondi 
nella sua grand' opera delle Repubbliche Italiane', sicché altro 
quasi da fare non ci rimane che restringere in poche pagine ciò 
che il primo difTusamente trattò in cinque intere dissertazioni, ed 
il secondo con moltissima erudizione e filosofia in non pochi vo- 
lumi. 



(i) Giulia!, Memorie , Tom. Vii. pag. 6. 

(2) V. i l'ersi del signor G. Calvi in morte del Ca vallar Giuseppe Bossi 
{Milano, 1816, in S.**) ne'qnali sono accennate alcune opere più squisite di 
questo pittore, quali sono il quadro dell'Edipo ed i cartoni delia scuola di Pe- 
trarca e della pace di Costanza. 

(3) Il Muratori nella Diasert. XLV. delle Antir.h. Zid/. parlando dell' origine 
della liberai e forma di repubblica presa da moltissime città d'Italia, osserva 
che le città di Toscana, più iardi clie le Lombarde, acquistarono piena libertà. 
Imperciocché, egli dice : noi possiamo mostrare molte citlà in queste contrade, 
nelle quali nel secolo Xll., niuu diritto restava a* Marcitesi , ai Conti, cioè agli 

imperi;ili ministri; ma in loscMia durò almeno l'autorità de° Marchesi scelti dai 
Re, o dagli Imperatori fino alla fine d'esso secolo. La vera libertà pose ivi si- 
curo il piede , allorché per le discordie tra Filippo iiucvo e Ottone IV. di 
Brunsvichj produssero uu interregno in Italia. 



in- 



«HttfcB»" •» *^**' 



degl' italiani 23 

Non sì tosto varie citth d' Italia si misero in liberlh ed assun- 
sero la forma di repubblica, che d'uopo fu eleggere magistrati, 
che accudissero agli affari politici di p;ice e guerra , che ammi- 
nistrassero giustizia al popolo, che contenesseio in dovere i po- 
tenti e sediziosi, e colle vicine citth formassero leghe per la co- 
mune salute. La prima idea di magistrato che cadde nell' animo , 
fu quella di crear Consoli ; titolo e carica che l' ignoranza dei 
tempi non avea potuto cancellare affatto dalla memoria degli uo- 
mini. Né si dee tacere, che anche nel principio del secolo X. si 
trovavano Consoli nella città di Roma , 1^ uffizio de' (juali , bfMirhè 
affatto diverso da quello degli antichi Consoli della repubblica 
Romana, era tenuto in molto pregio. Consoli si trovano anche in 
Ravenna fin dall'anno 990; Consoli in Ferrara fin dal 101 5; e 
Consoli in altre città d'Italia (i). Ma altra così furono i Consoli 
delle città Italiane divenute repubbliche , perchè ad essi veniva 
conferita la principale autorità , ed il supremo regolamento de'pub- 
blici affari. 

Verso la fine del secolo undecimo si crearono per h prima 
volta 1 Consoli della repubblica Milanese, e con questa nuova 
magistratura si venne a formare una Sovranità , che rappresentava 
tutto il popolo (2), e si vennero ad abolire gli ufficiali regj. Lo 
stesso Arcivescovo che in prima godeva per reminenzi del suo 
grado una sorta di Principato nella città, dovette subordin.nre a 
questo senato persino i decreti sinodali, acciocché venissero da 
lui confermati coli' acclamazione ^n; quando piacevano (3). Come 
poi questi Consoli allora venissero eletti; se dai soli nobili, ov- 
vero promiscuamente; quanti allora fossero; quanto l.i loro dignità 
durasse , le memorie di quei tempi non ce lo insegn;ino. Sul prin- 
cipio del secolo XII., i Consoli erano diciotto, e talvolta anche 

(1) V. Muratoli, Op. eie. Disscrt. XLVF. 

(i) Giulìiii, Memorie, Tom. IV. pag. 423. 

(3) Alcune città però, (nota il Muratori , Disscrt. XLVF.) avevano bensì 
acquistata la libertà, e divisi fra i cittadini gli impieghi dt I governo; nia Ira 
essi faceva la prima figura il Vescovo, si perchè principale e come capo del po- 
polo , e si perchè a molti di loro ne'tempi avanti oveano gl'Imperatori conce- 
duta la dignità di Conti , o sia di Governatori delle città , regolandone essi noil 
meno il temporale che lo spirituale. Per qncsla ragione nelle nuove rc()ul)bl icIie 
il popolo partiva con essi l'autorità, e lasciava loro il primo luo-o ne' consigli 
e nelle risoluzioni : il che poi col tempo non durò , avendo i cittadini ixssuitW 
tutto il temporale governo. 



24 GOVERNO 

di più. Sembra che questi Consoli formassero il minore consiglio 
sempre adunato , e sempre attivo per reggere le città ; e che ne- 
gli affari di maggiore importanza questi Consoli intimassero una 
generale adunanza del popolo. Nel ii3o i Consoli erano venti, 
ed erano stati eletti dalle tre classi di cittadini , cioè dai Capi- 
tani , i quali erano i nobili del primo ordine, dai Valvassori, 
che erano nobili bensì , ma di minore autorità , e dai Cittadini^ 
che erano come il terzo ordine. Il numero de' Consoli cittadini 
era minore di quello di ciascuna delle altre due classi j onde l'au- 
torità era realmente presso i nobili , non rimanendo ai cittadini 
poco pili che l'apparenza , come in Roma ne' comizj centuriati (i). 
La repubblica di Milano però era ben picciola allora , poiché la 
giurisdizione di lei si limitava a poco più della mera città; e la 
campagna , che le stava intorno , formava diversi altri piccioli stati 
indipendenti da lei , che avevano un governo parziale e i loro 
Consoli. Questo è tutto quello che sappiamo intorno la costitu- 
zione civile di Milano verso il principio del secolo XII. L' auto- 
rità suprema si riconosceva presso dell'Imperatore, il cui nome 
incldevasi nelle monete , e dal quale ricevevano la giurisdizione 
alcuni giudici e messi , che decidevano le controversie dei privati. 
M<* il governo politico , la pace e la guerra , l' imposizione e ri- 
scossione dei tributi erano presso la città stessa. Landolfo il gio- 
vine parlando dell'anno 1112, dice che i Pavesi ed i Milanesi si 
colleg^rono insieme per difendere le cose loro contra qualunque 
uomo j dal che pare che tacitamente s'intendesse la disposizione 
di contrastare colla forza all' Imperatore , qualora cercasse di to- 
glier loro o i nuovi magistrati , o la giurisdizione che esercita- 
vano , o la facoltà d'imporre tributi. Nelle carte de' contratti , te- 
stamenti, sentenze ec. si soleva in prima porre il nome dell'Im- 
peratore o Re d' Italia. Al principio del secolo XII. non si fece 
più questa menzione (2). In una parola la costituzione civile di 



(ij V. Giuliui , Op. cit. Tom. V. pag. 2G0 , e Verri, Storia di Milano , 
'J'om. I. cap. 6. pag. l46. 

(2) Anzi è (la notarsi die allorquando il Re Federico destinò SichiT per suo 
miuislro a Milano con un decreto , in cui comandava che si cessasse di oppri- 
mere Lodi, i Consoli Milanesi stracciarono la caria, la calpestarono; e a stento 
il rtgio uitisso potè sottrarsi al furore del popolo , e fuggirsene di notte. ( Mu- 
rena , /l'or. Itul. Script. Tom. VI. pag. 967.) 



DEGl' italiani '2 5 

Milano allora divenne a un dipresso simile a quella d'unn cillh 
libera dell' impero. 

Colla pace di Costanzft avevano i Milanesi acquistata la libcrih 
municipale, sotto una limitata protezione dell'impero; ma nessuna 
o ben poca dominazione rimaneva ad essi , essendo la maggior 
parte dei borghi e delle terre che ora formano 11 ducato , incJi|ìon- 
denti , anzi nemiche. Ma lo stesso Imperatore Federico con una 
carta segnata in Reggio agli ii di febbrajo ii85 (i) a noi rimiti 
zio omnia regalia , quae Impcrium habet in ylrcliicjyiscnpatu 
Mediolanensi , sive in Comitatibns Scprii , Martesanan ctc 
Nella carta medesima si vede che Federico ad Isl.inza de'Mila- 
nesi si obbligò a procurare, che si riedificasse Crema, e si sa- 
rebbe opposto a chiunque tentasse di frastornarne il risorgiment' ; 
e promise in oltre , che non avrebbe fatto altra lega con eitth di 
Lombardia senza il consenso dei Consoli di Milano. Cosi giurò, e 
cosi promise di far giurare anclie al suo figlio Enrico già eletto 
Re de' Romani entro quel termine che fosse piaciuto ai Consoli 
ed al consiglio di Milano di assegnare. I Milanesi in ricompensa 
si obbligarono a guarentire all'Imperatore gli stati suoi d'Italia ce. ec. 
In somma questo trattato di Reggio ci dà a conoscere che l'Im- 
peratore non conservava più l'opinione d'esser orhis terrae Do^ 
minum ; ma era un Principe, che quasi da pari a pari faceva un 
trattato con un popolo libero. 

Per più anni appoggiata fu la principale autorità e direzione 
de' pubblici affari nelle città libere ai Consoli, e questi erano presi 
dal ruolo de' proprj cittadini. Ma i tumulti che poscia seguirono 
nell'elezione di tali magistrati, ansando spezialmente i potenti 
per ottenere quella preminenza ed autorità nella loro patria , fe- 
cero si che si cominciasse ad introdurre una difierente maniera 
di governo. Parve dunque miglior consiglio il prendere dalle vi- 
cine amiche e collegate città qualche prudente personaggio, da cui 
fosse governato il popolo ed amministrata la giustizia. Con tal 
mezzo SI credette di schivare ogni affezione particolare, e si pen- 
sava, che un uomo tale maneggerebbe rettamente le bilance della 
gmstizia, dove non avea attaccamenti di parentele, né altri lega- 
mi, che potessero travolgere V inclinazione sua al ben fare. Ve- 
dremo m seguito quanto inutile e vano sia siuo l'espediente di 

(0 l'uricelii, Montini. 



26 GOVERNO 

chiamare al governo delle città tali persone, e di creare questo su- 
premo magistrato cui fu imposto il nome di Podestà. 

Non tutte però le città nel medesimo tempo, ma alcune pili 
presto, altre più tardi ammisero al loro governo i Podestà -y e 
né pur furono costanti sul principio in tale regolamento. Se vedo- 
vasi che sotto i Consoli zoppicassero le faccende del pubblico , 
passava il popolo all'elezione di un Podestà'^ ma se sotto il suo 
reggimento si provavano gli stessi o maggiori disordini e danni; 
tornava esso popolo a servirsi de' Consoli. Cominciamo dal ve- 
dere come la nostra patria lacerata dalle intestine discordie pas- 
sasse Analmente a sottoporsi al dominio di questo dispotico magi- 
strato. 

Già 6no dalla metà dell' XI, secolo era scoppiata in Milano 
un'aperta disunione fra i nobili ed i plebei. La prepotenza de'pri- 
mi inconsideratamente continuando ad offendere i più deboli, 
spinse questi all'associazione ed all'uso della forza, e la città si 
divise in più fazioni. I nobili in prima erano collegati contro dei 
popolari; ma nel secolo XIII. anche i nobili stessi erano divisi, 
facendo un partito distinto i nobili minori. La plebe formò da sé 
un corpo politicò nell'anno 1198; e questo prese il nome; Cre- 
denza di Sani' Ambrogio. Questo corpo aveva la sala per le sue 
radunanze, creava i giudici, che decidessero le controversie del 
popolo , e riceveva una parte delle rendite della repubblica (i). I 
nobili del primo ordine chiamavansi Capitani, e formavano la 
Credenza de' Consoli ; e i nobili F^ali^assori , ì quali in origine 
erano come sotlofeudatarj dipendenti dai capitani , formavano la 
Motta , nome che presero d^l sito di una zuffa datasi Ira Lodi e 
Milano , fra i Capitani e P^alvassori (2). Cosi ci erano tre con- 
sigli in Milano, uno di 4o« > l'altro di 3oo , il terzo finalmente 
di 100 consiglieri. Siccome la Sovranità risedeva realmente nella 
riunione di questi tre consigli, gelosi e rivali reciprocamente, è 
facil cosa l'immaginarsi in quale incertezza, e sotto qual torbido 
cielo si trovasse allora la costituzione civile durante il fine del 
secolo XII. , e nel corso di quasi tutto il secolo XIII. Queste in- 
testine discordie furono la cagione poi, per cui lo stato di repub- 
blica finalmente cadesse in quello del governo di un solo. Da prin- 

(i) Giuliiii, 'l"om. VII. pag. 20 ec. 
(2) GiuIiiii, Tom. VII- pag. i^\. 



deol' italiani 27 

cipio ogni anno sì creavano i Consoli , presso de' quali slava il 
governo della città j ma tante dissensioni e tante diflìcolth s'in- 
contravano nel momento di sceglierli, che per disperazione <ofi- 
veniva crearsi un dittatore per un determinato intervallo , sotto il 
dispotismo del quale calmandosi le fazioni si potesse poscia prò 
cedere all'elezione de' magistrati. Nel 1186 dovettero i Milanesi 
creare il Podestà; vero magistrato dispotico, perchè tutta l'au- 
torità era in lui collocata. Per evitare V invidia venne proclamato 
Podestà di Milano un Piacentino, e fu Uberto Visconti. L'au- 
torità confidati a questo magistrato era per un anno ; e il vizio 
costituzionale era tale da ricorrere al disperato partito di abban- 
donare vita , roba e libertà senza limite a un temporaneo Sovra- 
no. L'anno vegnente Milano fu diretto dai Consoli, e così p-r 
quattro anni consecutivi. Nell'anno 1191 fu costretta questa città 
a chiamare un Bresciano che dominasse per sei mesi , fincliò fosse 
eseguibile l'elezione dei Consoli, e questo Podestà fu Rodolfo 
da Co/icesa. Sul principio del secolo XIIL ancora maggiori va- 
riazioni accaddero j poiché nel 1201, temendo forse di collocare 
in un uomo solo 1' autorità ovvero ostinandosi i tre partiti ciasche- 
duno a sostenere il Podestà da lui proposto , venne confidato il 
governo a triunviri , e furonvi tre Podestà. L'anno seguente 1202 
tante fazioni vi furono per eleggere chi governasse , che Commis- 
snm fuit Anselmo de Terzago , quod prov^ideret seciuìduni siiam 
discretionem de regimine civitatis , qui elegit duos Consules, 
qui regerent per annum (i). L'anno immediatamente seguente 
cinque Podestà ressero Milano. Poi nel i2o4 due Podestà I par- 
titi sempre animati scindevano la città in guisa che realmente l'u- 
nica libertà era quella di nominare il magistrato dispotico ogni 
anno, e finito quel breve tumulto popolare, ogni cittadino ser 
viva al Podestà, che faceva leggi e le faceva eseguire coli' ado- 
perare le frasi di Dico , jubeo , et statuo perpetuo Jirmitcr obser- 
vari , siccome si trova in una legge di Oberto da Vialta Bolo- 
gnese Podestà di Milano nel 1214. Ma le interne fazioni sempre 
si videro rianimate, fintanto che rovinò la repubblica e la città 
si rese suddita di un solo. 

Né diversamente avvenne delle altre città. La repubblica di 

(1) Fiamma , Chronic MSS. cap. t)63. 



28 GOVERNO 

Genova trovandosi stracciata da gravi discordie civili fin dall'an- 
no 1190. Sapientas et Consiliarii civitatis convenerunt inunurrif 
et de communi Consilio statuerunt , ut Consulatus communis in 
futuro anno cessarent, et de habendo Potestate omnes fere 
fuerunt concordes ([). Poscia nell'aDiio 1192 si richiamarono i 
Consoli , ne^ susseguenti anni ora i Podestà ed ora i Consoli ten- 
nero le redini di quella città ^ e finalmente per lungo tempo ri- 
posò sotto il governo dei Podestà. 

La repubblica di Bologna era forse più convenientemente di- 
visa nel suo potere. L' autorità era ripartita fra tre consigli , i 
Consoli, ed il Podestà. Di tutti i cittadini giunti al 18.° anno, 
esclusi i bassi artigiani , si componeva il consiglio generale ; tutti 
i giureconsulti formavano un altro consiglio che chiamavasi spe- 
ciale , e davanti a questi consiglj dovevano essere ratificate tutte 
le importanti decisioni che prima dai Consoli e dal Podestà erano 
slate iniziate. Ogni anno nominavasi il Podestà, e veniva eletto 
entro i/\ ore da quaranta cittadini tolti dal consiglio generale. 
Egli, dice il Ghirardacci , governava la repubblica a vicenda coi 
Consoli , ma era il solo depositario del potere , e perciò egli solo 
poteva portare il cappello , lo stocco e lo scettro. Che tuttavia du- 
rasse in Ferrara V uso dei Consoli nel 1 190 lo dimostra una carta 
dell'archivio Estense, che contiene la sentenza dei Consoli e 
giudici del comune di Ferrara contra di Obizzo Marchese 
d' Este in favore del monistero della Pomposa. Né pure nel- 
l'anno 1234 ^''^ cessato in Lucca il reggimento dei Consoli, 
ciò apparendo da una carta esistente nel Codice di Cencio Came- 
rario, dove sono mentovate tutte le famiglie di quella città, e 
insieme Lucani Dei grati a Majores Consules ; ed è la concor- 
dia seguita fra essi e la curia Romana, da cui erano stati scomu- 
nicati. 

Sottrattisi i Fiorentini dalla soggezione de' Marchesi e dei 
Conti che prima gli governavano a uome degli Imperatori, e di 
poi ancora con titolo quasi di assoluto dominio, cominciaronp 
poco dopo la morte di Matilde a reggersi per mezzo dei Consoli, 
che pare in principio fossero quattro^ perchè la città era distinta 
in quartieri , ma estesa poi ed aumentata in popolazione, nel loyS, 

(1) V. i Continuatori di Cajfaro, Lib. 111. degli Annali di Genova. 



degl' italiani 29 

fu divisa in sestieri , ed ogni sesto allora nominò il Console pro- 
prio. Uno d' essi era per ordinario appell-ito col nome di Retto- 
re 'y non sembra però che avesse parziale e maggiore autorità de- 
gli altri , ma era deputato forse a soprantendere alle pubbliche 
adunanze, e firmare quelle risoluzioni che tulli i Consoli insieme 
aveano giudicate espedienti al bene della repubblica. Vuole il Vil- 
lani che nel 1207 cominciasse l'uffizio e il nome di Podestà-^ 
siccome però abbiamo sicure notizie che nel iigS un Gherardo 
Caponsacchi era cosi denominato , e Paganello de' Porcari ebbe u\ 
carica nel 1199 e 1201, opiniamo per questo, che quello storico 
ci dia per nuovo uffizio lo stabilimento fatto appunto in quell'anno 
di creare un uffiziale col titolo di Podestà , cui spettasse 1' am- 
ministrar la giustizia, e a tale effetlo si determinò che si dovesse 
scegliere forestiero di famiglia distinta d'Italia, e di parlilo op- 
posto ai Ghibellini (1). Simone della Tosa ne' suoi Annali con- 

(1) Tutte le città costumavano di scegliere tali magistrati dalle città aderenti 
alla loro fazione, fosse Guelfa o Ghibellina; cioè le città Guelfe non altro eleg- 
gevano che chi professava il medesimo genio; ed altrettanto praticavano le Ghi- 
belline. 

Abbiamo già veduto che le funeste fizioni de' Guelfi e dei Ghibellini o Gi- 
bellini , che per tre secoli l'Italia miseramente lacerarono trassero l'origine loro 
dalla Germania , e probabilmente dalle gare insorte tra Corrado il Salico e i di 
lui discendenti , mentre egli dominava nella villa Guibellinga , e tra i suoi ue- 
poti per via di femmine trovansi i Conti Guelfi. Quelle contese fra le due case 
o famiglie Guelfa e Ghibellina, il nome diedero probabilmente ai successivi par- 
titi succitati in Italia, benché diverso ne fosse l'oggetto, e quelle fazioni si di- 
latarono, dacché i Romani Pontefici, che serviti si erano di Federico II. per ab- 
battere Ottone, cominciarono a detestarlo per la sua ingratitudine , e quella loro 
avversione mantennero contra i di lui discendenti. Crede il Muratori ( /Intiquii. 
Jtal. Voi. IV. Disser. LI.) che Guelfi si dichiarassero molli Italiani , e tra que- 
sti i Milanesi , i Piacentini , i Tortonesi , non perchè nemici fossero dell' impe- 
ro , né perchè ricusassero qualunque soggezione agli Imperatori , ma solo perchè 
i figliuoli di Federico li. discendevano da uno stipite odiato , cioè da Federico I. 
erede della famiglia Ghibellina. Non può facilmente ammettersi siffatta supposi- 
zione, perchè già avanti la pace di Costanza manifestato si era negli stati Ita- 
liani un animo direttamente avverso al dominio ed alla sovranità dell'impero, 
né molti dei popoli Lombardi summenzionati alcun motivo avevano di lagnarsi 
dei figliuoli di Federico II. che direttamente attentato non avevano ai loro di- 
ritti e privilegj. Accorda di fatto il Muratori medesimo, che non pochi in Italia 
insoffribile trovavano in massima l'autorità degli Imperatori Germanici , e (|uindi 
a tutto potere studiavansi di scuoterne il giogo. Creblie perciò a dismisura la 
parte Guelfa , fomentata da Carlo 1. Re di Napoli e di Sicilia e dai suoi figliuoli 
e nipoti, e maggiormente ancora si rafforzò d.icché i Guelfi cominciarono a col- 
Icgarsi coi Pupi ^ qualora disseasioui insorgevano Ira qucoli e gli Imperatori. F^li 



3o GOVERNO 

ferma sì fatta cosa , e ci dà per primo Podestà di tal natura 
Gualfredotlo da Milano, ma poiché non v'era palazzo , dice che 
gli si assegnò V abitazione del Vescovado. « Per esercitare la giu- 
stizia senza rispetto o passione , scrive il Borghini , s' introdusse 
signoria forestiera , che rendesse ragione , scegliendo a questo uf- 
fizio Cavalieri delle migliori città e delle più notabili famiglie 
d'Italia, a' quali oltre all'obbligo della giustizia che e' giuravano, 
calesse dell' oiior proprio, potentissimo sprone in nobil cuore a 
bene operare. Ajutavalo ancora non poco che egli era forestiero, 
levando questo ogni sospetto a' cittadini , che tai motivi fossero 
introdotti da lui per aggrandire sé , o i suoi> onde se ne avesse 

è vero però che i Papi non favoreggiavano i Guelfi , se non allorché il bisogno 
Io richiedeva, o l'appoggio di quel partito trovavano più vantaggioso ai loro di- 
segni ; ed allorché la loro politica un maggior guadagno proponeva o l'evitare di 
qualche pericolo , i GnelQ stessi dai Papi si staccavano. Il partito Ghibellino 
jìiomosso era dall' ambizione delle famiglie nobili anche delle città libere, i quali 
temevano di vedersi spogliati de' loro antichi feudi e delle loro castellanie , e 
quindi vedevaiisi sovente molti Guelfi illustri passare alla parte Gliibelliua. Del 
rc->lo quanto dannose riuscissero quelle fazioni all'Italia, il Muratori lo ha ba- 
stant» mente dimostrato ne' suoi Annali d'Italia, tanto piij che lo spirito di par- 
tito, come il detto scrittore si esprime, degenerò in un puro entusiasmo ed in 
una specie di frenesia , cosicché tra di loro lottavano i nobili di una stessa città, i 
fiidri coi figliuoli , e l' uno coH'altro i fratelli. Ciascun partito anelava alle pri- 
marie magistrature; quindi le continue dissensioni e le risse , le segrete congiure, 
le sedizioni, i combattimenti , lo studio di occupare le piazze e massime la mag- 
giore in ciascuna città, l'esilio dei principali fautori dell'uno e dell'altro par- 
tito, il ritorno loro cun forze maggiori, le cadute frequenti di ciascuna fazione 
ciie dal colmo della grandezza ridotta era talvolta ad uno st.ito di miseria e di 
di.sjìeiazione. 1 Fiorentini si distinsero non solo nel sostenere il partito de'Guelfi, 
ma iinclie nello studio di abbattere la setta contraria: tuttdvia a quella repub- 
Liica pcjleule non può risparmiarsi il rimprovero che anche i Principi lontani 
invilo n f.ir fronte agli Imperatori , e quindi in Italia condusse le armi stranie- 
re. In Milano Arrigo VII. stabilì la concordia fra i Torriani Guelfi e i Visconti 
Gliihclliiii ; ma in Genova, in Firenze, in Bologna , in Cremona e in molte altre 
città continuarono le l</tte accanite , e Modena maggiormente si distinse nell'in- 
fierire coiitra i proprj cittadini di diversa fazione, che non contra i nemici stra- 
nieri. N.icquero quindi i nomi diversi delle fazioni, in Modena dei Gualandelli 
e degli Aginoni, in Bologna dei Geremii e dui Lambertacci , in Genova dei Ma- 
scherati e dei Rampini, in Arezzo della parte verde, cioè della Guelfa e dei 
Secchi, cioè dei Ghibellini, in Bologna stessa della Scacchesc e della Maltra- 
versa , in Pisa dei Pargolini e dei Raspanti, e per cagione talvolta di queste 
diverse fazioni si introdussero ancora nuove armi o nuovi stemmi di famiglia. 
Ma se quelle fazioni funeste riuscirono alla tranquillità ed alla prosperità de'po- 
jioli , mollo più lo furono alla libertà delle città Italiane , lo quali indebolite e 
lacerale daile intestine discordie , forzate si videro a ricevere o a ricercare anche 
talvolta un padrone 



degl'italiani 3i 

in alcun tempo , o per qualunque occasione a turbare la quiete 
pubblica, e faceva agevolmente credere, che tulio procedesse dal 
puro e sincero zelo della chiesa (i) ". 

Il requisito però del dover esser il Podestà di pnrte Guelfa 
fece nascere talora delle dissensioni nella città, e per evitare il fu- 
ror dei parlili si pensò nel laSo di diminuirne alquanto la troppo 
estesa autorilJi creando un capitano di popolo pur forestiero, e 
invece dei Consoli formando un consiglio di 12 cittadini col no- 
me di Anziani, cosicché presso questi risedesse intera la sommi 
del governo. 

Ma nel tempo che un popolo per amor di fazione non ha 
altra mira che quella di abbattere il contrario partilo , e n\illa 
cura il pubblico interesse, tace la ragione, perdono il loro vi- 
gore le leggi, e i magistrati o rimangono stniza autori l;t , o l'e- 
sercitano a seconda delle circostanze. Per trenta e più anni tutto 
fu confusione , strage, tumulto. Prevalendo le forze del Pie Man- 
fredi sostenitore dei Ghibellini , il Conte Guido Novello col ti- 
tolo di vicario imperiale, e di Podestà agiva dispoticamente: 
fattisi poscia forti i GueIG per la vittoria di Carlo d'Angiò, 
eletto da Urbano IV. Re di Sicilia e di Puglia , due Podestà si 

(1) L'uso di cliiamar persone forestiere «I governo della città dovette essere un 
forte nsi.-icolo iille conquiste, perciocché cotesti lìcitoli non .Tvcvano egual motivo 
di .illnrp;ir i confìni della città die per breve tempo reggcauo , come avrebbono 
avuto i proprj cittadini ; e rispetto al mantener la tranquillità e l'unione interiore, 
l'esito fece vedere, quanto inutile e vano sia stato i|uesto spediente , conciossia- 
cliè le discordie continuarono tuttavia, e si fecero ogni giorno maggiori; e i no- 
bili , per frenare i quali si cercava un Podestà forestiero , non solamente iioix 
erano repressi da lui, malo insultavano bene spesso impunemente, lo manomet- 
tevano, lo Tacciavano villanamente: oltiedicliè radicate le fazioni, siccome la 
j)arle dominante dovea prevaler ne' pubblici consi'jli , così conveniva clic il Po- 
destà esercitasse l'ufllzio a modo di coloro, per cui favore l'aveva ottenuto; ed 
invece di procurar il vantaggio comune, doveva servire unicaniente agi' interessi 
d«l partito, che l'avea chiamato , e porre ogni studio in tener al basso e nell'op- 
pressione la parte contraria; e l'essere pur solo imparziale e indifferenle sarebbe 
stalo un delitto. Quindi l'uffizio di Podestà ristrettosi poco a poco a render ra- 
gione nelle cause private di niiin momento nel governo politico, né però sullì- 
ciente in verun modo a porre rimedio a maggiori mali , si pensò di trovar altra 
via di tener uniti gli animi discordi de' cittadini , e difender lo stalo dagli as- 
salti di fuori, e questa fu di dar il supremo dominio a qualche riputato Princi- 
pe , il quale unendo le forze sue proprie con quelle del comune della città , di 
cui tra creato capo, avesse poter sulliciente a reprimere i sediziosi, e sostener 
più facilmente le guerre coutro i uemici esteri. V. Dcuiua, Lib. XUI. cap. 7. 
Jiivot. d' Iluliu. 



32 GOVERNO 

videro creati in Firenze con 3G consiglieri; quindi convenutosi 
che per io anni si desse la signorìa al Re Carlo, questi spedi i 
vicarj regi che governavano ad arbitrio, e l'autorità si degli 
esteri, come de' nazionali magistrati fu soggetta a spessi cangia- 
luenti ed a momentanei sistemi. Il governo era precario ed a se- 
conda delle vicende. L'anno 1282 presso la meti del giugno si 
instituirono i Priori delibarti, tre sul principio, dopo due mesi 
sei, e nel 1292 si aggiunse loro il Gonfaloniere dì giustizia, 
che era il sommo onore della repubblica 5 e tal magistratura con- 
tinuò fino a che i Medici non ottennero il Principato j se non 
che nel i453 i Prion s' intitolarono non più dell'Arti, ma della 
Fiorentina libertà. Continuò sempre per altro l'uffizio del Pode- 
stà e del Capitano del popolo, anzi nel di primo d'aprile del 
i3oò', si dette luogo ad un forestiero magistrato col nome d'Ese- 
cutore y ed il primo che risedesse in tal carica fu Matteo dei Ter- 
ribili d' Amelia. 

Il Podestà in principio ebbe per ispeciale incumbenza l' am- 
ministrar la giustizia si nelle civili che nelle cause criminali ; il 
Capitano del popolo vegliava perchè i di lui diritti rimanessero 
illesi, nò alcuno mai attentasse alla di lui libertà. U Esecutore era 
giudice nato dei malefizj , e l' uffizio di tutti e tre non durava 
che soli sei mesi. Quest'ultimo doveva aver compiti 36 anni di 
età , doveva non aver dipendenza alcuna con nazioni contrarie 
alla chiesa, esser dalla parte Guelfa, e giurare di rendere ragione 
iaiparzialnaenle a tutti secondo la disposizione degli statuti (i). 
Quest' ultimo uffizio fu abolito nel i435, e l'incombenze dell'i?- 
sacutore passarono totalmente al Podestà, la qual carica durò 
fino all' estinzion»i della repubblica, e nel tempo del Principato 
uno dei giudici della Rota ne mantenne il titolo e certe insegne , 
continuando a goderne per sei mesi con successione di turno. 

(1) 11 Varchi, Lib. XI. pag. i44. ci dà ragguaglio d'un eipediente che alcun 
di rjuesti Esecutori forse suggerì alla repubblica per dar luogo alle accuse sc- 
erete, dello la Tamhurazione y che è quaulo dire dar credilo e corso alle polizze 
che si poteano porre da chicdiessia in certe pubbliche cassette , chiamate allora 
laml)uri, coiiteuenti accuse di nialeQzj, senza accorgersi che un colai mezzo, sic- 
come avverte il citato storico , era soggetto ad infiniti e gravi disordini , poten- 
do cosi ciascheduno calunniare impunetneute, e con false accuse infamare , e re- 
car danno a qualunque onesta persona. Contuttociò lo statuto , Tralt. 11. Lih. 
HI. lUib. y'j, aiuinetle una tal forma d'accusare i m.iguuli che olTcudessi. ro i po- 
polani. 



DEGL' 1T\LIAN1 33 

Tale era, dice il Muratori nell'i ^\ìi citala Disserl-izione XLVI., 
la dignità ed autorità del Podeslà, che nò pure si rifiutava dai 
Principi e gran signori, dicendosi appunto , clie chiamali a (pol- 
che podesteria , andcn'cino in signoria. A non più di un anno si 
stendeva l'autorità e la permanenza del Podestà nel luogo, dove 
avea esercitala la pretura; e i medesimi giuravano nel principio di 
non dur.ire in essa se non per dodici mesi; d-tl qual giuramento 
niuno veniva assoluto, se non in caso che i rari meriti cotanto 
avessero guadagnalo gli animi de' cittadini , che se gli prorogasse 
anche per un altro anno quel nobile ullìzio. Ma perciocché non 
mancarono di coloro che si abusarono di questa precaria signoria, 
nel progresso del tempo non poche città si avvisarono di pren- 
dere due Podestà che nel medesimo anno reggessero il comune, 
l'uno de'quali comandava e terminava il suo ministro ue'primi sci 
mesi, e l'altro ne' sei susseguenti. In questa maniera si provve- 
deva , che di si fatti Rettori, se per disavventura riuscissero o di- 
sutili o nocivi alla repubblica , fosse certo l' impiego. Già detto 
abbiamo che tali magistrati venivano scelti non nella propria , ma 
nelle altre città , specialmente anteponendo le amiche o collegale. 
Proponeva ognuno nel consiglio quel personaggio slrnuiero , ch'egli 
credeva più abile al pubblico governo; e alla pluralità de' voli si 
fissava delezione. Per levar nondimeno le gare e le allcrcazioni , 
costnmarono i più di rimettere ad «Icunl pochi de' più prudenti ed 
accreditati cittadini la scelta del Podestà y oppure si scriveva ad 
una delle città confederate, affinchè si prendesse la cura di prov- 
voderli del più saggio loro cittadino atto a quel governo, e par- 
ticolarmente chi già fosse stalo creato Cavaliere. Se alcuno se 
ne sceglieva non per anche ornato del cingolo militare , gli sto- 
rici lo notavano come cosa rara. Che se questi tali gran riputa- 
zione si acquistavano nel governo , a pubbliche spese solevano poi 
essere promossi all'onore della cavalleria. Vi furono anche delle 
picciolo città che per patti si obbligavano a ricevere i Podestà 
dalle polenti e vicine. Del resto sopra tutto si metteva l'occhio 
per tale impiego sopra le persone più illustri per la nobiltà , e 
in credilo di saviezza , di sperienza e di valore nel comando del- 
l' armi, e con ragione, perchè al Podestà apparteneva non sola- 
mente il politico reggimento del popolo, ma anche 1' andare alla 
lesta della milizia, e condurre l'esercito dovunque richied('va il 

Cosi. Fol ^JII. dcW Europa P. IL 3 



34 GOVERNO 

bisogno. Rolandino Passaggieri Bolognese (i) reca l'esempio delle 
lettere, colle quali s^ invitavano i nobili all'uffizio dtslla podeste- 
ria. Sono qui mentovale le calende di fehhrajo , perchè tal do- 
vette essere l'uso di Bologna. In altre città quelle di gennajo o 
di luglio solevfi dar principio al loro governo. Fatta Pelezione 
del nuovo Podestà , alquanti mesi prima , oltre alle lettere si 
spedivano ambtsciatori ad invitarlo , e questi in Verona solevano 
essere Religiosi viri , affinchè i secolari por tempo non si po- 
tessero introdurre nelle grazie del futuro signore. Con pompa so- 
lenne dipoi, eoa un magnifico concorso di popolo, e colla città 
addobbata, veniva accolto e introdotto il nuovo Podestà. Soleva 
anche recitarsi un' orazione in sui lode. In oltre si concedeva fa- 
coltà , anzi si comandava dì condurre seco almeno due Giudici 
e due Cavcdieri: uffizio de' primi dovea essere lo sbrigar le cause 
criminali, e decidere le liti civili; incumbenza degli altri avea 
da essere la guardia del palazzo e del Podestà , e 1' assisterlo col- 
1' armi per l'esercizio della giustizia e pel gastigo de' malviventi. 
Questo suo seguito veniva per lo più distintamente salariato dal 
pubblico. Terminato l'uffizio, dovea il cessalo Podestà restare 
esposto al sindacato, e fermarsi tanto tempo in città, che si po- 
tessero udir le querele di chi si riputasse ?*ggravato da lui , al 
qual fine er« stato obbligato a dare idonea sicurtà nel luogo. Alle 
volte accadeva che i Podestà o per loro mancamento, o per la 
prepotenza delle fazioni , che allora turbavano lo stato di quasi 
tutte le città, poco soddisfacevano al popolo o ai Potenti, di 
modo che prima che terminasse il loro reggimento , erano forzati 
rilirai'si. Costume per lo più era di pagare né più nò meno ad 
essi il pattuito salario, se pur tale non fosse la lor colpa, che 
non meritasse un si favorevole trattamento (a). Quinto abbiamo 
detto bastar potrà per intendere qual fosse, e quanto onorevole 
era una volta 1' uffizio dei Podestà. Tuttavia a fin di meglio il- 
lustrare questo argomento il Muratori ha dato alla luce un opu- 

(i) V. La-Spinm.i, NoCdriae Artis. 

(2) Chi desiderasse aiiiirendere altre particolarità intorno all'elezione ed uf- 
fi/.io dei PiidesLà potrà vedere i decreti e le ordinazioni della repubblica di Fer- 
r:.ra , Modena , Siena ec. riportale o citate dal Muratori nella Dissertaxione 
XLVl. Qui gioverà l'avvertire die i riti osservati in que' tempi intorno all'ele- 
zione dei Podi sta , tratleue alcune modlGcnzioni , erano comuni a tutte le repub- 
jj;if,:!ie Italiane. 



DEGL'jTALIANr 35 

scolo mauoscrilto che porta il titolo di Oculis Pastoralis , il cui 
autore incognito fiori dopo l'anno i2-ì2. Serviva tale operetta per 
ammaestrare chiunque era stato assunto all'impiego di Podestà ^ 
con rapportare tutte le allocuzioni ch'ei^ii doveva l'ire, e le più 
impurtinti osservazioni per ottener la {gloria di un ottimo jjo- 
verno. 

Ma perciocché nel progresso de' tempi si trovò d.ito troppo 
di autorità ai Podestà , o perchè il popolo sovente discurde dai 
nohili volesse un capo suo particolare, o perchè fosse creduto 
meglio il dividere dal governo civile il militare, istituirono le 
cilth libere un altro uffizio , cioè quello di Capitano dal popolo, 
personaggio anch'esso preso da altre citth. Era incumbenza di 
questo capitano il reggere la milizia ne' tempi di guerra, e quando 
lo richiedeva il bisogno raffrenare i tumulti e gastignre i sedi- 
ziosi. Ma oltre ad essi , eletti per sei mesi o puro per un anno 
intero, altri se ne cominciarono ad elei;gere , di gran riputazione 
nel maneggio dell' artui , appellati perciò Capitani di guerra , a 
cui ubbidivano tutti i combattenti della citth. Glie se accadeva 
che il Podestà, o Capitano del po/>olo , o Gcnt-rulc dell'eser- 
cito, mancasse di vita, mentre era in nllixio, allora alle spese 
del pubblico e con sommo onore si eseguiva il suo funerale, co- 
me se il Principe o signore della città avesse terminati i suoi 
giorni. Nella stori» di Bologna, Firenze, Siena ce. su ne veggono 
varj esempli , ed il Muratori ha riportalo il funerale fatto in 
Siena al valoroso Giovanni d' Azzo della nobil casa degli Ubal- 
dini , Generale de'Sanesi, che nel giugno del 1390 cessò di vi- 
vere con sospetto di veleno, a lui fatto dare dai Fiorentini. Que- 
sto doppio ufiìzio di Podestà e di Capitano cagion fu che in 
qualche citt^ fossero due pubblici palazzi , 1' uno dei quali si chia- 
mava il Palazzo del comune dove abitava il Podestà, e l'altro 
il Palazzo del popolo deve risedeva il Capitano. Esseiulo poi 
soggetto a fre([uenti mutazioni in que' tempi il governo delle città 
libere , perciò alla uìedesima fortuna in balia restavano anclie i 
pubblici uffizj. Quindi ò che furono istituiti i Priori e poi i (ioti- 
falonieri dalla bandiera del popolo , che loro era consegnata. I*er 
la prima volta i Fiorentini introdussero t-il carica nell'aiuio im)Ò. 
Furono anche d^ti al Podestà alcuni saggi uomini per assistenti, 
senza il consiglio de' quali egli non polca spedire f^Ii all'ari più 



36 GOVERNO 

gravi della repubblica , appellati perciò Consiglieri , Savj od An- 
ziani. Talvolta anche la plebe dominante si eleggeva un presi- 
dente , a cui fu dato il nome di Abbate del popolo ; anzi fu- 
rono qualche volta molli gli Abbati al medesimo governo , e in 
essi era riposta la principale autorità della repubblica. Questa 
sorta dì magistrato ebbe luogo specialmente in Genova e Pia- 
cenza. Talora parimente usarono le citth maggiori di scegliere 
un Doge a guisa di Dittatore ne' tempi della repubblica Roma- 
na, e coli' esempio della Veneta, a cui, siccome vedremo in se- 
guito, attribuivano una grande autorità, restando nondimeno intatti 
i collegi e gli ordini del pubblico governo. Ciò specialmente ac- 
cadeva , allorché si trovava il comune in gravi e difficoltosi emer- 
genti. Cosi fecero i Genovesi , i Milanesi e i Pisani , ed anche i 
Fiorentini. 

Questo straordinario partito che si prese di eleggere per si- 
gnore qualche potente era fuor di dubbio rimedio efficacissimo a 
procurare la quiete e la tranquillità pubblica; ma se le città de- 
sideravano pure di mantenersi libere, o almeno di ripigliarsi il 
governo dopo un certo tempo, come pare che fosse veramente il 
loro desiderio, il rimedio era di sua natura pericolosissimo (i). 
Oltre alla disuguaglianza delle ricchezze e alla corruzione de' co- 
stumi che la diversità del governo , e il favor del nuovo signore 
doveano recare; il solo esempio posto una volta, che una città 
libera potesse ammettere governo regio , portava in conseguenza , 
che sempre lo stato fosse vacillante. Perciocché o il capriccio dei 
cittadini , o le brighe e le sollecitazioni di chi ambiva e poteva 

(i) Una cosa degna di particolare osservazione, così Bossi, Storia d' Italia , 
Lib. V. cap. 46» e che notata non fu uè dal Muratori , uè da alcuno dei più 
illuminati storici dell'Italia , si è che mentre tutti i comuni si formavano per 
cosi dire negli statuti loro una legislazione parziale , le città libere che in re- 
pubbliche si eressero , e che all'ombra dell'indipendenza loro grandi a polenti 
divennero, e la politica loro esistenza conservarono per lungo tempo, non sep- 
pero formare statuti che la loro libertà dai continui attacchi guarentissero , che 
l'ambizione frenassero dei cittadini prepotenti o il potere ne limitassero, che 
impedissero i frequenti attentati contro la libertà pubblica, in forza de'quali 
que' reggimenti repubblicani furono alla perQue rovesciati. Più curanti forse quei 
legislatori delbi tutela de' privati contratti , dell' ordine delle successioni o della 
coercizione de'piccioli delitti, non tanto adoperavansi a stabilire i principi '^' ""* 
buona politica costituzione che la libertà loro consolidasse, quanto a provvedere 
con uu numero grande di leggi ai casi particolari ed alle circostanze giornaliero 
de' cittadini. 



degl' italiani 3 7 

nspirare alla signoria, faceano sì, che dopo un padrone se ne cer- 
casse un altro, e la libertà andasse, per cosi dire, in disuso. 
Dall' altro canto la libertà , che accordavasi a colui che era eletto 
capitano o signore, non ostante ogni precauzione che sopra ciò si 
prendesse , serviva però sempre ad accrescergli e la riputazione e 
le lorze , sicché egli potesse , anche malgrado del comune , 
render perpetuo ed assoluto quel dominio , che da prima 
erasi limitato a certo tempo , e sotto certi obblighi e certe 
condizioni. Così infatti addivenne , che di quelle città che comin- 
ciarono una volta a crearsi un signore , pochissime tennero o ri- 
cuperarono la libertà. Peggio poi fu , che a questa pericolosa 
usanza di crearsi un signore andava tuttavia unito l'anteriore uso 
d'avere un Podestà, benché l'autorità di questo uffizio fosse as- 
sai più ristretta di quel che fosse stala in principio. Qualunque 
si fosse quel potentato , a cui era riuscito d' acquistar qualche su- 
periorità sopra una nazione o città libera, per discrete che fossero 
le condizioni dell' accordo , si riservava sempre questo diritto di 
mandarvi un magistrato supremo a sua scelta ', cosa che non si 
sarebbe né cercata, né ottenuta cosi facilmente, quando l'uso 
non fosse stato già stabilito quasi per tutto d'avere un Rettore o 
Podestà forestiere. Intanto con questa nomina del giusdicente , 
che talvolta pure la faceva ancora da Generale vicario del signor 
della terra in sua assenza , restava sempre .in peggior coadizioae 
Io stato del comune , e trovavasi colle mani legate e i ceppi ai 
piedi. Quindi noi non dubitiamo che uno de' mezzi per cui Milano 
e Venezia s'andavano assoggettando le città vicine, sia stato que- 
sto d' avervi fatto eleggere i lor cittadini per Podestà. Certo noi 
troviamo in Brescia , in Bergamo, in Padova e in altre città, 
che poi passarono sotto il dominio Veneto , spessissimi essere stati 
i Podestà di famiglie patrizie di Venezia; siccome ia Como, in 
Novara , in Lodi , in Cremona , in Vercelli molti ne furono di 
casa Visconti e della Torre. I Fiorentini in un trattato di pace 
che fecero con Pistoja obbligarono questa a prender da Firenze 
il Podestà : laonde , tuttoché le s' intendesse conservata per al- 
lora la libertà, non andò molto, ch'ella passò sotto il dominio 
Fiorentino. 
Costituzione dal geverno f^eneto. 

Né r una nò 1' altra di queste usanze o di chiamar Podestà 



38 GOVERNO 

forestieri , o di dare a cliiunque si fosse , fuori de' soliti e pro- 
prj magistrati , il dominio di se , non s' introdussero mai in Ve- 
nezia, e forse anche per questo ebbe quella Repubblica sorte si 
diversa da tutte le altre (i). Per maggiormente comprendere donde 
procedesse la diversità del destino ch'ebbe Venezia da tutte le 
altre repubbliche d'Italia noi riferiremo piij brevemente che ci 
sarà possibile , le notabili rivoluzioni accadute nel governo della 
medesima. 

Prima però di passare alla storia di questa tanto celebre Re- 
pubblica non ometteremo di rappresentare nei pochi monumenti 
che ci sono rimasti le vesti e gli ornamenti usati in que' tempi 
dai magistrali delle nostre repubbliche. Una statua equestre ve- 
desi tuttavia in Milano nella facciata verso mezzodì dell'archivio 
generale notarile ora Piazza de'Tribanali , ed una volta Palazzo 
pubblico nel Broletto nuovo. Essa venne innalzata dalla nostra 
Repubblica al Podestà Oldrado da Tresseno nel i233 che aveva 
poco prima eretto quell* ampio edifìzio (2). Diamo un' attenta oc- 
chiata a questa statua per comprendere gli abbigliamenti di quel- 
1' epoca ; noi 1' abbiamo fatta disegnare esattamente sotto il num. i 
della Tavola 5o. Il capo è scoperto, ed ha i capelli un po' più 
lunghi che non si usavano dianzi ; il volto è senza barba e mu- 
stacchi : intorno al collo ha una crespa sopravveste che gli cade 
sciolta innanzi e indietro , affatto aperta dai lati , la quale , se la 
figura fosse in piedi, le giugnerebbe fino al ginocchio. Sotto di 
questa vedesi un farsetto colle maniche strette che può stendersi 
poco più in giù della cintura de' calzoni. Non si può ben distin- 

(i) V. Denina, Riu il. (V HaLia , Lib. XlU. cap. 8. 

(2) Tale onore sembrò eccedtiite al Fiamma. (Munip. fi. ad hitnc annum), 
il quale dice Oldradus Grossus Laudensis Juii. JJ'i. Potcstus Mediolani. Tunc 
palatium Broleii no^i erigitur , in cujiis latere in inarmore super equiim resi- 
dens sculplus Juit , quod magnum uituperium fuit. Hic primo Hoereticos ca- 
pere Jecil. Cli' egli fosse il primo a far prendere gli eretici noi non oseremmo 
asserirlo; ma cerlameute egli fu il primo che li facesse bruciare come si vede 
iieli' iscrizioue posta sotto la delta statua : 

MCCXXXIII- Dotninus Oldradus de Trexenu PvteUas Mediolani 
Atriu qui grandis solii regalia scandis 
Cii'ii Laudensis ftdei tuloris el ensis. 
Presidis hic meinores Oldradi semper hoaores 

Qui soliuiu (Invece di solarium) slruxit Calkuros ut dcbuit uxit (in 
vece di usiil ). 




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DEGL ITALIANI 3g 

guere se questi calzoni scendano a coprire le cosce e le gambe 
come quelli degli Unglieri ; o se le calze lunghe vad.ino a coprire 
le gambe e le cosce fino a congiugnersi coi calzoni. Pure il tro- 
vare così spesso nelle auliche memorie nominate le calze , ci fa 
credere più verisimile la seconda opinione. Finalmente le scarpe 
sono poco diverse da quelle che noi ora usiamo , ma senza cal- 
cagni, e sono armate di speroni. Scorgendo quest'abito molto 
semplice ci risovviene quanto ci ha lasciato scritto Ricobaldo da 
Ferrara nella sua Cronica , da lui composta verso il fine del pre- 
sente secolo. Egli trattando appunto de* tempi de' quili ora ragio- 
niamo, dice cha allora i costumi e i riti degl'Italiani erano as- 
sai rozzi: imperciocché gli uomini usavano in capo certe mitre 
fatte di squame di ferro , e le portavano cucite dentro le berret- 
te , chiamandole Magliaie per quella maglia o squame di ferro. 
L'immagine del nostro Podestà ha il capo scoperto , ciò non 
ostante è cosa certa , che allora i Lombardi non solo usavano 
quelle berrette di sopra descritte, ma anche una specie di cap- 
pello. Noi abbiamo gih veduto che Giovanni di Salisburl, il quale 
vive» nel secolo XII. derideva i nostri Lombardi perchè erano so- 
liti far di berretta o far di cappello a lutti quelli con cui par- 
lavano. Il detto Ricobaldo proseguendo la sua descrizione ci mo- 
stra che i Lombardi clilnniydibas pelliceis sine operimciito, vcl 
laneis sine pcllibus , et infnlis de pignolato iitcbantiir. Sollo 
nome di clamide ci vien additata la sopravveste , che abbiam ve- 
duta nella statua d' Oldrado. Queste clamidi erano dunque allora 
o di pelliccia scoperta o di panno lano senza pelliccia. 

La figura di un Podestà crediamo pure di ravvisare nell'antica 
scultura in Monza rappresentante la coronazione d'un Re d' Italiaj 
scultura probabilmente eseguita prima dello scadere del secolo 
XIII, , e che noi abbiamo gih riportala nella Tavola 5 pag. r(j 
Voi. Vili, parte prima. Questa figura è la prima fra i sette oratori 
del pubblico Monzese, e sta rivolta al INIarchese di Ijrandcburgo 
che le porge un diploma , e le pone in segno di graziosa ac- 
coglienza la sinistra mano sul petto. Una tonaca lunga fino alle 
scarpe ed un berrettone allaccinto sotto al mento distinguono que- 
sta figura dalle altre, e sono contrassegni sicuri del suo grado. 

Di un altro illustre personaggio che fu Podestà nel XIV, se- 
colo abbiamo la figura ih una lapide sepolcrale esistente una voli;i 



4o GOVERNO 

in Monza nella chiesa di S. Francesco de' Minori Conventuali 
che ci venne descrìlla e riportala in disegno dal Canonico Frisi 
nelle sue Memorie di Monza (i). Essa rappresenta il Podestà 
Mafiolo Visconte discendente dalla linea di Uberto, fratello di 
Matteo I. Visconte morto nel castello di Monza e seppellito nella 
detta chiesa nel i38i. Questa lapide in bianco naiarmo , che ve- 
deasl nella gran nave di mezzo di esso tempio e che ora è smar- 
rito , oltre al rappresentarci la figura giacente di questo Podestà 
vestita con corta tonaca e gran manto , e ornati di spada e du- 
plicati stemmi gentilizj , ne accennava altresì con caratteri scol- 
piti all' intorno le di lui cariche personali , l' anno mortuale e 
l'estremo giorno di sua vita che fu il i5 di gennajo. Eccone 
l'iscrizione: Hic . jacet . nobilis . vir . dominus . Mafiolus . Vi- 
cecomes . (jui , J'uit . Potestas . et. rector. valis . Luxiarde. et. 
y4lexandrie , qui. ohiit . M. CCC. LXXXI . XF^. mensis . Ja- 
nuarii. Il Frisi ce ne ha conservata la figura che noi presentiamo 
sotto il num. i della suddetta Tavola. 

Non sarh discaro ai nostri leggitori il trovarne qui pure rap- 
presentati i luoghi che servivano anticamente di sede agli Anziani 
ed ai Podestà delle nostre repubbliche. Nella Tavola 5i vedesi 
la così detta Loggia degli Osj esistente in Milano nel Broletto 
nuovo in mezzo alla città , ora Piazza de" Tribunali : essa prese 
probabilmente la denominazione dalla famiglia degli Osj a cui 
dianzi doveva appartenere quel sito; il Corio nella sua Storia di 
Milano ne fa memoria sotto l'anno laSi scrivendo: « nel Bro- 
letto nuovo sopra la Lobia di quegli de Osio ec. w e poco più ab- 
basso lo ripete indicando che ivi si chiedeva dai Podestà e dai 
Consoli o delegati del Comune contezza e ragione dal popolo per 
mezzo dei Banditore^ si ascoltavano i sentimenti del pubblico, e 
si facevano i giudicali e le formali citazioni in giudizio, secondo 
il costume di quella età e delle precedenti. L' abbellimento però 
di questo edifizio fu opera di Matteo Visconti nell'anno i3i6 , 
come apparisce nella iscrizione posta in ultimo luogo nella parte 
sinistra di questa loggia j e il terminarla poi con alcune statue 
fra le quali si vede Sani' Ambrogio collo stafile in mano, e colle 
armi della città e delle sei principali sue porte, e colle vipere, 

(i) Tom. 1. pag. i5o e ai8 e Tom. III. 



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THE LIBRAI.! 
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deol' italiani 4' 

e coìr altre Insegne delU famij;lia de' Visconti , e singolarmente 
quella che fu presa da Gale.iz/,o II. Visconti , tutte scolpite in 
marmo, segui in tempi un po' più moderni, come ha diligente- 
teuicnie osservato il Laluada nidla sua Descrizione di Milano. Il 
Torri nel Ritratto di Milano ci avvisa che a' tempi suoi , cioè 
verso la metà del secolo XVII., le colonne che reggevano il por- 
ticato inferiore sul piano della piazza essendo per 1' antichità va- 
cillanti , furono levate , e in luogo loro furono sostituiti i forti 
pilastri che ora si vedono per assicurar meglio tutta la fabbrica. 
La Tavola 5a ci rappresenta l'imponente prospetto dell'an- 
tico palazzo del Podestà in Firenze ^ oggi luogo delle pubbliche 
carceri. Filippo Baldinucci, dietro le tracce del Vasari , parlando 
di quel La})0 o Jacopo, che alcuni vogliono padre, altri mae- 
stro d' Arnolfo , dice : « fu anche fatto con suo disegno il pa- 
lazzo degli Anziani, uffizio cominciato in Firenze nel laSo, che 
servì poi pel Podestà, oggi pel bargello ". La struttura di que- 
sto palazzo risente affatto dì quella grandiosità di fabbriche usate 
prima della ristorazione dell'arte. Tutta quella porzione che oggi 
serve ad uso di Osco compreso il campanile pare sia lavoro di 
Lapo. La raagnlCcenza allora si facea consistere in grandi am- 
massi di pietre riquadrate, e nella privazione d'ogni ornamento. 
Quel resto di edlQzio che si estende ora In quadro e chiude in 
mezzo un vasto cortile pare lavoro posteriore anco ai tempi d'Ar- 
nolfo. I tre archi a porzione di circolo che si veggono nel piano 
del cortile predetto retti da pilastri con capitelli a fogliame ru- 
stici , ed i cinque che rimangono loro sopra , ed i quali sembra 
che formassero già una deliziosa loggia di somigliante forma archi- 
tettonica, mostrano l'arte rinvigorita, e forse ii fare dell' Or^a- 
gna. Il Baldinucci nella vita di Giottino descrive le pitture, che 
ornaron già 1' esteriore della torre. 



REPUBBLICA DI VENEZIA 



K 



otisslma cosa è che i Veneziani ne' primi loro tempi reggevansi 
a comune per mezzo di più tribuni ; ma quella forma di governo 
non durò lungamente; perocché conosciuto l'incomodo del go- 
verno diviso in molli, deliberarono di cre^re un Principe, che si 
chiamò Duce e poi Doge. A dir vero non fu mai quello un 
Principato assoluto né ereditario; e non può negarsi che Venezia 
ritenesse sempre uà manifesto carattere di Repubblica; giacché 
la successione dipendeva dai suffragi del comune. Ma stibilito il 
Doge nella sua dignità , le antiche storie di quella Repubblica 
fanno fede, ch'egli governava con autorità non meno assoluta di 
quella che avessero i Re di Roma , a cui in tutto e per tutto si 
può dire che fossero simili per più secoli i Duchi di Venezia. 
Vero è che i Veneziani andarono poco a poco restringendo l*su- 
torità de' loro Principi; e senza alcuna violenta rivoluzione e 
presso che insensibilmente passarono dal governo quasi regio al 
governo assolutamente libero. Ma non avvenne già senza gagliarda 
agitazione , e colpo di mano ardito e dispotico , che la forma del 
governo dalla potestà popolare si riducesse a vera e propria ari- 
stocrazia , qual fu sino all'ultima sua fine. Questa rivoluzione del 
governo Veneto accadde appunto nel tempo che regnava in Na- 
poli Carlo II. Noi non om^etteremo di qui riferirla. 

Nell'elezione del Doge, in tempo che questi una volta eletto 
era come assoluto padrone della repubblica fino a Sebastiano 
Ziani , avea parte tutto il popolo. Ma le famiglie più potenti e 
più nobili , mentre si andavano studiando di dimiimire 1' autorità 
ducale , s' ingegnavano ancora di tirare a se, il più che potevano, 
l'elezione del Doge, ad esclusione della moltitudine. I tumulti e 
la confusione inevitabile , dove tutto il popolo si ammette ue'pub- 
blici affari , persuase facilmente ciascuno , che pel buon ordine , 



uecl' italiani 43 

e per la tranquillità* dello slato l'esercizio dell' autorità sovrana, 
a cui sopra tutto s'appartiene l' elezione de' magistrati , si ridu- 
cesse ad un numero scelto di persone, le quali rappresentassero 
tutto il popolo , e che venivano nominate da dodici elettori , i 
quali non ò ben chiaro , in che modo fossero creati la prima 
volta, se non che se n'eleggevano due per ogni sestiero della 
citth. Questo che si chiamò il Gran Consiglio , composto di 4^0 
o 470 persone, dovea ogni anno rifarsi di nuovo. Manifesta cosa 
è , che quantunque per questa instltuzlone del Gran Consiglio non 
si distruggesse 1' antica democrazia di quellj repubblica , tuttavolta 
non potendosi fare a meno di eleggere a m«^mbri del Gran Con- 
siglio le persone di nascita e di qualiih più ragguardevoli e più 
riccixe , il basso popolo si trovava di fatto escluso dall' elezione 
non solo del Doge, ma benché de' sei consiglieri /Iella Signoria, 
i quali si cominciarono a creare nel tempo stesso che s' institul 
il Gran Consiglio , e appresso i quali venne a riporsi grandissima 
parte dell'autorità sovrana. INon s' avvide il popolo da principio 
della su» esclusione, e pasciuto della speranza di poter ancor en- 
trar nel consii^lio, non fece romore, almeno per lo spazio di cen- 
t'anni , che passarono dall'elezione di Sebastiano Zlani , che fu 
il primo Doge eletto fuori della generale assemblea di tutto il 
popolo, fino alla morte di Giovanni Dandolo l'anno 1289. Av- 
vezzato da lungo tempo a temere ed ubbidire i Dogi come So- 
vrani , ancorché eletti co' suoi suffragi, ubbidì medesimamente a 
quelli , che si crearono dopo lo Zianl , all' elezione de' quali pre- 
stava il suo consenso piuttosto per formalità e cerimonia, che con 
reale potere che gli restasse di contraddire. Ma finalmente accor- 
tosi del pregiudizio , volle tentar di ricuperare per via di fatto 
l'antico diritto j e alla morte di Giovanni Dandolo, unitosi tu- 
multuariamente nella piazza, chiamò Doge Giovanni Tiepolo, e 
volle impedire, che né il Gran Consiglio, nò 1 quaranta giudici, 
né i sei consiglieri della Signoria eleggessero altro Principe. Fu 
gran ventura per quella Repubblica , che In sì pericolosa contin- 
genza l'elezione fatta dal popolo cadesse in persona moderata e 
prudente. Il Tiepolo si appigliò all' unico sicuro partilo che si 
potesse prendere , che fu di fuggirsene dalla città occultamente per 
lasciare che si calmasse il tumulto , e si trovasse qualche via d'ac- 
cordo tra la plebe e la nobiltà, o sia tra la moltitudiuc e il Gran 



44 GOVERNO 

Consiglio. Il popolo, intesa la fuya di colui >clie voleva per capo, 
si rallentò e si tolse dal preso impegno j e i nobili , benché molto 
riconoscenti alla savia condotta del Tiepolo , pure per non ap- 
provare in niente il passato tumulto, elessero un altro Principe, 
che fu Pietro Gradenigo , uomo risoluto e fermo, e per lo vigor 
dell'età ardito e intraprendente. Costui pieno naturalmente di mal 
talento verso la plebe che avea stimato un altro più di lui de- 
gno del Principato , secondò facilmente l' inclinazione degli altri 
nobili , che era di escludere affatto dal governo la plebe , e sta- 
bilir sodamente una volta l'autorità delle case nobili. L'ordine che 
si stabili fu prudente, fu utile e forse fu necessario per sicurezza 
di quello stato. Ma come d'ordinario anche le più utili imprese 
traggono principio dalle private passioni , cosi non è punto im- 
probabile che 1' ambizione del Gradenigo e degli altri nobili suoi 
partigiani fosse il principal motivo che li conducesse al nuovo or- 
dinamento , per ciò l'entrata del Gran Consiglio fu ristretta a un 
certo numero di famiglie. Quest' ordine che sì chiamò dai Vene- 
ziani il serrar del consiglio fecesl nella seguente maniera. Eietti 
che furono o dal tribunal dei quaranta, o dai quattro (altri di- 
cono dodici) elettori i 470 membri che doveano per l'anno i^og, 
formar il consiglio, invece di rinnovarne l'elezione, s'andarono 
per quattro anni successivi confermando gli stessi consiglieri eoa 
varie esclusioni, ed aggiunte, tanto che si Irovasser dentro co 
loro che piacevano al Doge ed a qua' pochi che con lui governa- 
van le cose. Finalmente usci un decreto che il consiglio sarebbe 
per sempre in avvenire composto di que'soli , che vi si troveranno 
allora, e de' loro posteri in perpetuo, senza che altri potesse pre- 
tendere d'esservi ammesso. Non ostante questo decreto non si 
tardò molto, che con savio accorgimento vi si aggregarono alcune 
famiglie, o rami di famiglie nobili, che nel serrar del consiglio 
n'erano stale escluse; il che fu forse fatto non tanto per favore 
verso i privati nuovamente ammsssi , quanto per mitigar con t^l 
esca di speranza tutto il rimanente della cittadinanza, e prevenire 
le violenze e le sollevazioni de' malcontenti. Se ne ottenne l'effetto 
in gran parie ma non in tutto. Perciocché alcuni impazienti di tanta 
ingiuria , cospirarono contra la "vita di Pietro Gradenigo ; e fu 
capo di quella congiura Marino Bacione. Scoperta e rotta questa 
trama, se ne formò alcuni anni di poi uu' altra assai più forte e 



degl'italiani ^5 

pericolosi» da Baiamonte o sia Bociuondo Tiepolo. Olire (|uelli clic 
erano affallo esclusi dai governo, entrarono in cospirazione con 
Baiamonte molli ancora dello stesso maggior consiglio mal sod- 
disfatti e nemici del Doge ^ appresso del quale non aveano quel 
luogo e quella riputazione che desideravano. Grandissimo fu il 
roraore di questa congiura per tutta l' Italia ; perciocché essa scop- 
piò con grande sforzo de' congiurati , contro i quali uscì in campo 
il Doge slesso armato e seguitato da' suoi aderenti. Tornalo vit- 
torioso di quella civil guerra, prese a punir severamente gli au- 
tori e i complici della sedizione. Fu questo l'ultimo sforzo della 
libertà popolare. Ma per motivo di questa stessa congiura , sotto 
lo stesso Principato di Pietro Gradenigo si fece un altro impor- 
tante ordine di governo, che servì poi di validissimo freno agli 
stessi nobili , affinchè ninno potesse tentar novilh , ed usurpar ti- 
rannide. Questo fu lo stabilimento del terribile Consiglio de'Dieci, 
e degl' Inquisitori di Stalo , che sono i depositar] e quasi i vi- 
carj di quel consiglio ne' casi urgenti. Mediante questo tribunale 
venne fallo felicemente a' signori Veneziani d'impedire e preve- 
nire ogni novità che potessero macchinare si i nobili , che gli al- 
tri cittadini , e si mantenne per circa 5oo anni quella stessa for- 
ma di governo che allora fu stabilita con leggerissime mutazioni, 
salvo che s'andò sempre più diminuendo l'autorità e la pjtenza 
del Principe fino all' ultimo Doge che fu Lodovico Manin eletto 
nel 1786. Alla politica debolezza dello Stalo erasi congiunta l'i- 
nerzia infusa per tanti anni felici di pace. 
Caduta della Rejìubblica Veneta. 

Venezia grande già nel V. secolo , fiori sul mare nel XIII. , 
in terra nel XV., si sostenne distintamente nel XVI.: ma declinò 
già alla fine del XVII., e molto di più ancora nel XVIII. La 
mediocrità dello stato allora non permetteva intraprendere delle 
guerre, erano tolte le mercantili dovizie; e per non disgustare i 
cittadini contra il sistema aristocratico si limitarono le imposte; 
lasciando così privo lo Stato del soccorso interno. 

L' ambasciatore Veneto a Parigi Antonio Cappello esorla la re- 
pubblica un anno prima della rivoluzione Francese a mettersi in 
istato da poter resistere ai grandi movimenti che dovevano svi- 
lupparsi; ma il Collegio dei Savj , composto di membri troppo 
inclinili all'inerzia, tenne occulto al senato tanto (jucsto avviso 



46 GOVERNO 

di Cappello, quanto anche nell'avvenire tutte le altre relazioni di 
sirail fatta. Scoppiò la rivoluzione in Francia: le potenze del 
Nord fecero alleanza contra la Francia : il Re di Sardegna e quello 
di Napoli cercarono d' includere anche Venezia in sinxil lega per 
V Italia ; ma la Rapubblica si dichiarò neutrale , benché il terri- 
torio Veneto in Terra-ferma fosse già aperto al passaggio di truppe 
straniere. La battaglia di Montenotte aperse l'Italia a Bonaparte , 
e nel giugno del 1796 i Francesi entrarono in Verona, Legnago 
ed alla Chiusa : dopo la battaglia presso Arcole presero possesso 
di Bergimo che si era armata ; dopo quella di Rivoli si estesero 
nella Veneta Terra-ferma fino alla Piave j dopo l'altra al Taglia- 
mento occuparono l' importante fortezza Veneta Palma Nuova j 
Bergamo e Brescia eransi ribellate alla Repubblica: Verona solle- 
vatasi contra i Francesi fu da essi occupata. Stabiliti nel 1797 i 
preliminari di pace fra l'Austria e la Francia, il senato cercò al- 
lora di difendere almeno la città di Venezia: il Collegio de'Savj 
progettò in una inconstituzionale adunanza di aggiugnere ai poteri 
de' deputati presso Bonaparte anche la facoltà di alterare la co- 
stituzione della Repubblica. Si fecero movimenti ostili dai Fran- 
cesi a Fusina : il Maggior Consiglio senza riguardo ai diritti del 
senato adottò il progetto del Collegio de' Savj : fu ordinato dai de- 
putati Veneti spediti a Bonaparte che i legni armati nelle lagune 
si ritirassero verso Venezia , benché i Francesi non avessero allora 
che 4oo soldati ed un cannone a Malghera, e si fece credere al 
senato che una congiura fosse vicina a scoppiare nel popolo; il 
Maggior Consiglio composto di pochi membri accettò 1* abdicazione 
del Doge ed il sistema del temporario rappresentativo governo. 
Entrate nel 16 maggio le truppe Francesi a Venezia , fu istituita 
la democratica municipalità provvisoria, e fu quindi con questa 
sciolta la Veneta aristocrazia (1). Colla pace di Campo-Formio 
conchiusa nel 17 ottobre del 1797 fra l'Austria e la Francia fu- 
rono aggregate alla casa d'Austria la città di Venezia, le annesse 
Provincie in Terra-ferma sino ad una linea , che partendo dal Ti • 
rolo , percorrendo il lago di Garda, l'Adige, il cauole bianco ed 
il Po, si perdeva nel mare, la Dalmazia, le isole dell'Adriatico 

(i) V. Raccolta Crotiologico- Ragionata di documcnii inediti che formano la 
sloiia Diplomatica della rit^oluzione e caduta dvlla Repubblica di Venezia ce. 
Firenze, i&oo, Voi. U'. in 4-° 



degl'italiani 47 

e le bocche di Galtaro. La Francia ritenne le isole del Levante ed 
alcuni stabilimenti in Albania ; tutto il resto del dominio Ve- 
neto fu congiunto alla Repubblica Cisalpina, la quale poi unita- 
mente alle possessioni Austriache nel ex Veneto venne cangiata 
nel i8oj in regno d'Italia, che durò fino all'epoca del glorioso 
ritorno dell'armata Austriaca in Italia avvenuto nel i8i4. 
Deicrizione del goi^crno di f^eiiczia. 

La sovranità in Venezia era nel Gran Consiglio , il governo nel 
Sentito, l'amministrazione nella Signoria, l' autorità giudiziaria 
nella Quarantia , la polizia nel Consiglio dei Dieci (i). I membri 
del corpo sovrano, cioè i patrizj , si er.ino riservato non solo il 
potere da cui emana il tutto, ma l'autorit'i eziandio che esegui- 
sce. L' unione di tutti i nobili formava il Gran Consiglio che era 
il Sovrano ed il legislature. Da questo Gran Consiglio si sceglie- 
vano i senatori, i ministri, i membri dei tribunali, i capi della 
polizia e di tutta l' amministrazione civile e militare; quasi tutti 
gì' impieghi erano temporanei , una continua rotazione faceva per- 
correre agli stessi uomini tutto il cerc'nio dell' amministrazione. 

Il numero de' nobili era giunto ai i3òo : e secondo la costi- 
tuzione, erano tutti eguali; ma però divisi in nobili potenti ed 
in nobili che non avevano che una debole parte all'autorità. Que- 
sto governo fino dalla sua origine camminava costantemente verso 
y oli:^archia. La gelosia dei Grandi aveva introdotto un'illegale 
ma convenuta classificazione. Erano primieramente distinte nella 
nobiltà le antiche famiglie dette elettorali , quelle cioè che pre- 
tendevano di discendere dalle dodici tribù che elessero il primo 
Doge nel 697, siccome per esempio i Badoari , i Barozzi , i Gon- 
tarini, i Dandolo, i Falieri , i Gradenigo ec. ec. Non contenti 
però questi nobili dì far ascendere la loro genealogia fino al set- 
timo secolo , pretendevano per la maggior parte di legare la sto- 
ria della loro casa con quelle dell'antica Roma, siccome fecero 
i Giustiniani , i Querini , i Comari ec. La seconda classe era 
composta di quelle famiglie che provarono di aver appartenuto al 
Gran Consiglio in quell'epoca nella quale il diritto di sedere di- 
venne perpetuo ed ereditario: in questi ultimi tempi ne rimane- 
vano soltanto 60, le altre eransi estinte. Fra le principali annove- 

(i) V. Dani, Ilisloire de l:i vcpubbliquc de rcnise, Paris, Uidot , 1819. 
Tom. V. liv. 39. 



48 GOVERNO 

ravansi i Barbarigo, i Gelsi, i Donato, gli Erizzo, i Fosca ri , i 
Foscarini , i Grimani , i Grilli , i Loredani eo. tulle famiglie Du- 
cali, cioè che avevano dati de Dogi alla repubblica. La terza 
classe era composta di trenta famiglie innalzate al patriziato 90 
anni dopo la chiusa del Gran Consiglio, pei servigi prestati allo 
Stato durante la guerra di Chiozza , e fra questi ottennero il do- 
galo i Cicogna, i Vendramino ed i Renier. Finalmente la quarta 
classe dei nobili Vene:fiani era composta di nobili Candiolti, di 
quelli delle provincie , o di cittadini Veneziani che comperavano 
il patriziato allorché una t^le dignità divenne momentaneamente 
venale per sovvenire ai bisogni dello Slato. Un solo patrizio di 
questa classe venne innalzato alla dignità suprema, e questi fu 
quel Lodovico Manin ch'ebbe il tristo onore d'essere l'ullimo 
Doge della Repubblica. Eravi un'altra classe di nobili Veneziani, 
la cui aggregazione al patriziato era soltanto di onore. « In que- 
st'ordine sono ammessi , così il Parula (1), alcuni altri , a chi per 
particolare grazia e favore è stalo fatto dono della nobiltà ; il 
che però si è fallo con tale temperamento, che solo a' signori 
di gran condiaìone è slato concesso: e per questa via vi furono 
asierte le famiglie d' Este , la (jonzaga ed alcune altre principa- 
Iissini« di tutta Italia j ed il medesimo Enrico Re di Francia quan- 
do fu l'anno 15^4 ^ Venezia, ricevuta tra gli altri molti onori 
la nobiltà Veneziana , mostrò di gradire assai il dono. Ma è stalo 
particolar pensiero di molti Pontefici di queste ultime età il pro- 
curare, che le loro famiglie sieno nella nobiltà Veneziana inse- 
rite, riputando questa dover essere loro di grande ornamento nella 
fortuna prospera , e nell' avversa di sicuro rifugio. Dassi questa 
in perpetuo a tutta le discendenza di quelli che una volta sono 
stali ricevuti in questo ordine , e con somma cura s' invigila , 
perchè si conservi immaculata e pura. Onde ne' natali di coloro, 
che hanno ad essere ammessi al Maggior Consiglio , si ricerca non 
solo la nobiltà del padre , ma che sieno nati di legittime nozze, 
e di donna che non sia della plebe» ma di onesta condizione; il 
qual carico è particolarmente comlitcaso ad un principalissimo 
magistrato detto V Avogaria del Comune ^ presso al quale ten- 
gonsi libri con i nomi descritti di lutti i nobili quanti ci sono 
dal primo giorno del loro nascimento » . 
(1) Dell' istoria Veneziana. Lib. XI. 



degl' italiani 49 



Se si chieJe pció, dice D.iru , qiianli erano i sudditi della- 
Repubblica ammessi al palrizinto pei loro servigi prestati alla 
medesima, la storia risponde che ad eccezione dei trenta cittadini 
ricevuti oel Gran Consiglio durante la guerr» di Cliiozza, giam- 
mai avvenne che i lalonli od i servigj potessero sembrare a questa 
orgogliosa nobiltà titoli bastanti per sedere con ess^. Non trovansi 
che (jualtro o cinque polenti famiglie ammesse gratuitamente, e 
queste erano gli Avogardo ed i Martinengo di Brescia , i Colalio 
di Treviso, i Benzoni di Crema, i Savorgnano del Friuli. L'inscri- 
vere tali famiglie nel libro d' Oro fu il prezzo della loro cura 
nel sottomettere la loro patria al giogo della Repubblica, 

In un'altra maniera solevano i Veneziani classificare la uobilib, 
dividendola, come essi dicevano, in Sii^nori e Barnahoti : que- 
sto nome dinotava gli abitanti del quartiere S. Barnaba, i poveri. 
Egli è vero che il jjoverno avev fatto alcuni stabilimenti in loro 
favore; eranvi delle picciole pensioni per essi, un'educazione 
gratuita pei loro Ggli , de'monisteri per le nobili ragazze. Era 
però una cosa singolare il vedere degli uomini di una medesima 
classe e iu uno stesso paese , altri ammessi alle elemosine , altri 
allo sovranità- L'ineguaglianza delle fortune doveva fdr dimenti- 
care 1' eguaglianza dei diritti , perpetuare i privilet^j , e stabilire 
fra i membri degli ordini equestri delle relazioni di dependenza 
contrarj all'equilibrio costituzionale. 

Ecco alcune regole g<;nerali alle quali i patrizi erano sottoposti. 
Tutti , senza eccettuarne lo stesso Do^a , erano soggetti alle ca 
riche pubbliche , ma soltanto in tempo di guerra : dovevano es- 
sere cattolici: non sussisteva diritto di prima genitura, né disu- 
guaglianza nella divisione de' beni paterni ; non potevano ammo- 
gliarsi con persone forestiere , né dar marito straniero alle loro 
figlie; se volevano sposare la figlia d'un semplice cittadino , cosa 
senza esempio nelle grandi famiglie , essi lo potevano ; ma se non 
avevano avuta la precauzione di far approvare il loro matrimonio 
dal Gran Consiglio, i figliuoli che nascevano non venivano ricono 
sciuti per nobili Veneziani : se prendevan moglie di una classe infe- 
riore, i loro figliuoli eran semplici cittadini,- mentre che il matrimo- 
nio con una figlia naturale, purché fosse nata da un patrìzio, non 
privava i figliuoli che ne provenivano della nobili?i decloro padri. 
Era loro proibito l'impiegare danari in paese straniero, i'accjui- 
Co6t. f'oL ^IIj. dell'Europa. P. II. 4 



5o GOVERNO 

Stare fondi e il posse<lere fLiidi nelle provincie di Terra ferma j 
ma questa legge andò in dissuetudine , e non si mantenne eoa ri- 
gore che nelle famiglie Ducali. Un nobile non poteva ricevere al- 
cuna grazia da un Principe straniero ; quelli che avevan impieghi 
ecclesi^istici , non esclusi i semplici Cavalieri di Malta , perdevano 
i loro diritti politici: era loro proibito dì far commercio, ma 
questa loi^ge siccome moltissime al» re venivan da loro stessi vio- 
late, perchè dove concorre l'interesse privato non si fa stima del 
pubblico. Egli è difficile inoltre il conciliare la professione del 
commerciante con un privilegio annesso alla qualità di patrizio , 
il quale consisteva nel non poter essere imprigionato per debiti. 
Non eraperò loro vietato l'esercitare la professione d'avvocato; 
anzi erano incoraggiati ad abbracciarla. Il Gran Consiglio eleggeva 
ventiquattro nobili, I quali pag.iti dallo Stato, dovevano eserci- 
tarla gratuitamente ; ma prevalsero i pregiudizi, ed il tribunale 
che era interamente composto di pilrizj venne abbandonato alla 
cittadinanza. 

La veste dei nobili era , siccome quella de' cittadini , di lana 
nera : tutte le gondole erano simili. Le distinzioni esteriori erano 
riservate per le magistrature. Questa uniformità di abiti produ- 
ceva dei buoni effetti; frapponeva degli ostacoli al progressi del 
lusso , impediva di distinguere i nobili dai cittadini , e preservava 
i primi dal disprezzo allorché se lo meritavano colla loro cattiva 
condotta , o cadevano nella miseria , e serviva ben anche ad assi- 
curare le loro persone in caso di una popolare sommossa. Era ge- 
neralmente proibito a tutti gli abitanti il portjr armi ; erasi però 
introdotto l'uso del pugnale, ed era divenuto si generale che tale 
stromenio era un oggetto di commercio. In alcuni tempi però di 
turbolenze venne ad alcuni permesso per la sicurezza de' nobili il 
portar armi j anzi venne pur anche concesso ai medesimi il farsi 
accompagnare da persone armate. La spada fu poscia usata gene- 
ralmente , ed i nobili in allora per distinguersi dai plebei compa- 
rivano in pubblico armati di pistole. 

Un altro regolamento che fu soltanto disciplinare e che in 
seguito divenne una legge fondamentale , proibiva sotto pena della 
vita ai membri dell'ordine equestre qualunque siasi comunicazione 
coi ministri o cogli agenti esteri 

Abbiam dello da principio che tulli I palrizj erano uguali, e 



degl'italiani 5i 

che fra essi non conosf;ov;insi alire distinzioni fuorch<'' (jnelle clic 
derivavano dalle loro attunli funzioni, l'iranvi nulladimeno ceni 
oDBzj che davano il diritto di conservare i distintivi di quella di- 
gnilìi che non veniva più esercitai» , siccome erano e la tuga con 
larghe maniche e la veste rossa: anzi s'introdusse pur audio uu 
uso in favore di quelli che avevano rappresentati la Repubblica 
nelle ambascerie, di assumere il titolo di Cavaliere, e di portare 
sulla loro veste una stola d'oro. Ignorasi l'origine di questa di- 
stinzione puramente d'onore, e che era ereditaria nelle case Con- 
tarini, Queriul e Morosini. 

Il cittadino era distinto dal popolo: l'ordine della cittadinanza 
era composto d'abitatori che per amico possesso o per ac([ulsi- 
zione godevano il diritto di cittadinanza. I giureconsulti , i me- 
dici e tre specie di negozianti , 1 mercanti cioè di seta, di dmp- 
peria e di vetri di Murano. La qualitH «li cittadino non conferiva 
diritto politico, ma soltanto de' privilegi di commercio: eranvi ben 
anche due classi di cittadini distinti per l'estensione de' privilegi 
che loro venivano accordati. La cittadinanza interna non pr-rmet- 
teva che l' esercizio di certe professioni ed il commercio nell'in 
terno: la cittadinanza esterna considerava chi n'era investito qual 
uno dei più antichi cittadini dell?» Repubblica , e li conferiva la 
facoltà di irafBc.Trc al di fuori in suo proprio nome e in qualità 
di Veneziano. Questa distinzione porta la data del i3i3; ante- 
riormente lutti qui'lli che slavano aS anni di domicilio acquistavano 
il diritto di cittadinanza. A misura però che la capitale aveva bi- 
sogno d'accrescere la sua popolazione, o di avere persone iudu- 
slriose, rendeva meno difficile l'acquisto della cittadinanza. Ma 
verso la metJi del secolo XV si stabili una classe separila di tulle 
le frtmiglie d'origine Veneziana, che non apparteneva all'ordine 
equestre, e che da due generazioni non aveva esercitata alcuna 
professione meccanica (i). Da questa classe si prendeva esclusi 
vaiucnle tutto il corpo della cancelleria , cioè i segretari del con- 
sigli , 1 notari Ducali, in fine tutti gli agenti secondarj dell' ;im- 
minislr-rzlone; di lil corpo si sceglieva il Gr^n Cancell'ere della 
Repubblica, dignità senza potere che sedev» in tutti i consi- 

(i) V. le Disicrlazioiti IV. e V. dell'Abate Iciiloii iull- ciUdilinaiiza di 
Veuezia ucl suo Saggio Milla noiLa cucite, polilica cj ecde^iiti. ic.i di A'./ic:/.!. 
Tom. I. 



52 GOVERNO 

gìj senza avere diritto di votare. Tutti gli altri che non appar- 
tenevano alla cittadinanza eran popolo; questa terza classe era 
composta di negozianti ricchissimi , dì ecclesiastici , di artefici, e 
finalmente di tutte le persone di condizione servile. Ma passiamo 
all'organizzazione della Veneta aristocrazia. 

Tutti ì nobili dell' etk di ^5 anni potevano sedere nel Gran 
Consiglio, ma si accordavano, a sorte, trenta dispense d^ età ai 
giovani patrizi di 21 anni. Tale dispensa veniva qualche volta 
accordata al merito , ma più sovente era venale. 

Il Gran Consiglio per antica consuetudine si radunava tutte 
le domeniche: un tal uso prova che ne' primi tempi i membri di 
questo corpo Sovrano si occupavano durante la settimana negli 
affari del loro commercio. Il Dogp- accompagnato dai suoi consi- 
glieri, e dai capi dei diversi corpi dello Stato presedeva all'as- 
semblea. Non poteasi passare ad alcuni deliberazione se negli af- 
fari ordinar) il numero de' membri non giugneva ai dugento , ed 
ai seicento negli affari d'importanza. Era vietato l'accendere le 
candele , e per conseguenza l' assemblea doveva necessariamente 
disciogllersi al tramontare del sole. 

Le attribuzioni del Gran Consiglio erano di loro natura illi- 
mitate; poichò esso era il Sovrano dello Stato, il solo corpo che 
esistesse da sé medesimo , e che avesse un' autorità propria ; ma 
se ne era scaricato della maggior parte , ed in ispezie di tutti gli 
affari politici interni ed esterni. Erasi riservato la sanzione delle 
leggi , la creazione delle nuove imposte , il diritto di conferire la 
nobiltà, d'accordare la cittadinanza e la nomina a quasi tutti gli 
impieghi, che dovevano essere coperti dai patrizj. Bisogna altresì 
notare che per non lasciare troppa influenza alla nobiltà, che nella 
nomina degli elettori, aveva sempre parte nelle elezioni, il se- 
nato fini coir arrogare a sé il diritto di nominare alle cariche le 
più importanti , e di additare i soggetti da eleggersi per molte 
altre. 

11 diritto di proporre non apparteneva a tutti i membri , ma 
1," al Doge, 2.° ai sei consiglieri del Doge presi collettivamen- 
te; cioò (juando la proposizione era stata approvata dalla maggior 
ptrle; 3." ai ire capi della Quareniia Criminale, quando erano 
un.inlmi ; 4° ^ ciascun del tre avvocati del Comune; 5.° ai nia- 
ìjiblrHti delhj acque e dell'arsenale, soltanto pert" in maieric di 



degl' italiani 53 

loro compctenzft e quando erano di unanime consenso. liO pro- 
posizioni del Dos^c potevano essere poste in dcliheraziono sul mo- 
mento , ma non si preferiva voto alcuno sulle altre se non dopo 
dilazione. 

Tutti i membri del Gran Consiglio potevano manifestare il loro 
sentimento od in favore o centra qualunque siasi proposizione , 
dopo che era stata ricevuta; ed ò da notarsi che lutti erano ob- 
bligati in queste adunanze di parlare il dialetto Veneziano. L'uso 
della lingua Italiana non era tollerato che negli esordj. 

Si dava il voto con palle di varj colori ; le bianche per l'af- 
fermativa , le verdi per la negativa j le rosse per 1' irresoluzione, 
e questi erano voti nulli. Tutti gli affari non venivano decisi colla 
semplice maggioranza dei voti : in molti casi era necessaria una 
maggioranza determinata. 

Le formole delle elezioni erano estremamente complicate : esse 
consistevano nel far presentare separatamente da trentasei elettori 
estratti a sorte , quattro liste di candidati che col mezzo di varie 
ballottazioni venivano scemate, e dalle quali l'assemblea doveva 
poscia scegliere. 

Oltre le adunanze ebdomadarie che si tenevano nella dome- 
nica , il consiglio del Doge avea diritto di convocare il Gran 
Consiglio. 

Nessuno poteva entrarvi armalo; ma a canto della sala in cui 
tenevasi l'adunanza era un arsenale d'armi sempre cariche, affin- 
chè il corpo della nobiltà potesse difendersi in caso di ammuti- 
namento. 

Durante le discussioni era proibito agli stranieri I' ingresso al 
Gran Consiglio, ma durante la ballottazione spalancava nsi le porte, 
il pubblico vi era ammesso, e grazie all'usanza de' Veneziani di 
andar spesso mascherati , polevansi ancor vedere gironzare le ma- 
schere per la sala in cui tenevasi la più augusta assemblea dello 
Stato. 

E da notarsi che i patrizj giunti alla dignità di Procuralor di 
S. Marco , cha era la seconda della Repubblica , non ])Otevano 
entrare nel Gran Consiglio se non erano in egual tempo Savj 
Grandi. 

Il corpo Sovrano era troppo numeroso per poter esercitare da 
so stesso i suoi poteri. 11 consiglio privato del Principe non lo er;; 



54 GOVERNO 



bastaniemenle, perchè le sue deliberazioni potessero avere il ca- 
rattere e l'autorità della >?olonlà pubblica. Allorché il Doge era 
in c<'rla qual maniera Monarca , sceglieva e convocava un deter- 
minato numero di cittadini , che prendevan parte negli affari di 
qualche importanza. M^ siccome tale assemblea dipendeva troppo 
immediatamente dal Principe, così si pensò di sostituirle un se- 
nato eletto dal Gran Consiglio. Questo senato che da principio 
venne composto di 60 membri finì coU'ammetterue fino circa 3oo, 
e questi furono: il Doge, i Procuratori di S. Marco, i nove 
membri del consiglio del Doge , cioè ì sei consiglieri ed i tre 
Presidenti della Quarentia Criminale, i membri del Consiglio dei 
Dieci , i tre Avogadori in esercizio e quelli che uscivano di ca- 
rica , i due Censori in esercizio e quelli che uscivano di carica, 
sessanta senatori eletti dal Gran Consiglio , e sessanta senatori ag- 
giunti ed eletti dal medesimo , i quaranta membri del tribunal 
criminale o della Quarentia, tredici magistrati senatoriali, cìn- 
quantacinque postulanti eletti dal medesimo, trenti de' quali non 
avevano voce deliberativa, gli ambasciadori che erano destinati ad 
una ambasceria o che ne ritornavano , gli ex-Podestà di Verona , 
di Vicenza e di Bergamo, e finalmente i sedici Savj . dieci dei 
quali senza voce deliberativa. Affinchè l' assemblea forse legale 
erano uecessar] almeno sessanta membri presenti con voce deli- 
berativa. 

In (juesla assemblea si deliberavano tutti gli affari politici, la 
pace, Il guerra, i trattiti, la polizia interna e tutte le disposi- 
zioni amministrative , che avevano relazione con questi oggetti 
senza bisogno di ricorrere alla sanzione del corpo sovrano. Al 
Senato apparteneva, e senza alcuna responsabilità, l'amministra- 
zione delle finanze dello Stato j ma non poteva né aumentare le 
tariffe, né stabilire nuove imposte senza l'autorità del Gran Con- 
siglio. Nel Senato si preparavano i progetti di leggi o d'imposte 
da proporsi al corpo sovrano: il senato aveva il diritto di nomi- 
nare le persone a molte cariche della maggior importanza, come 
ai comandi militari ed alle ambascerie. 

I senatori erano nominati dal Gran Consiglio, e dovevano tutti 
gli anni correr la sorte di una nuova elezione; l'importanza però 
delle funzioni senatoriali dava a quelli che le avevano esercitate 
splendidamente una tale influenza che giugneva a perpetuare la 



degl' italiani 55 

loro carica Ma una legge della fine del secolo XVIII. fece ces- 
sare tale perpetuità, limitando a soli tre anni l'esercizio continuo 
di questa dignità. 

L'esecuzione di tutte le misure governative era affidata alla 
Signoria , oioò al consiglio del Doge. I consiglieri del Doge erano 
sei , presi da ciascuno de' sei quartieri della città. I tre capi della 
Quarenlia Criminale avevano luogo nelle adunmze del collegio. 
I consiglieri erano eletti dal Gran Consiglio per otto mesi; i Pre- 
sidenti della Ouarentis dalla stessa Quarentia ma soltanto per due 
mesi. I consiglieri aprivano tutti i dispacci inviati al Principe, an 
corchè non vi fosse presente, mentre che lo stesso Doge non po- 
teva aprirli. Essi presedevano sotto il Dogo ed anche in di ìui 
assenza, alle adunanze del Senato e del Gran Consiglio, Essi vi 
sostenevano le proposizioni emanate dal governo, potevano convo- 
care l'uno e l'altro corpo e terminare le discussioni. Erano ob- 
bligali a dar pubblica udienza due volte la settimana per ricevere 
i reclami dei cittadini di ogni classe. Finalmente essi , durante la 
vacanza del trono Ducale, facevano le funzioni del Doge, e se 
ne dividevano gli emolumenti. Questo ronsiglio aggiugneva a so 
sedici Ssvj eletti dal Senato. L' unione di queste iG persone com- 
poneva il collegio, f Savj erano divisi in tre classi; i Savj Grandi, 
o sia del consiglio erano sei ; dovevano lutti avere almeno 38 anni 
d'età. Essi assistevano al collegio, e si univitjo tra di loro per 
l'esame degli affari da proporsi al senato, ciò che chiamav^si la 
consultai imperocché essi avevano il diritto di convocarlo, sic- 
come i consiglieri di rAgunare il Gran Consiglio. I Savj di Terra 
ferma che furon cinque di numero dovevano «vere almeno 3o 
anni. Uno di essi era dello Savio alla Scrittura, ed era l'Ispettor 
generale delle truppe di terra e di lutto ciò che aveva relazione 
alla milizi.-». Un altro chiamavasi Savio Cassiere, perchè era il 
tesoriere generale della Repubblica. Un altro chiamavasi Savio 
alle Ordinanze , ed era incaricato delle leve dei soldati. I due al- 
tri supplivano ai primi in caso d'assenza, e tutti finalmente as- 
sistevano al collegio, alla rassegna de' soldati , e deliberavano sul 
l'arruolarne dei nuovi. I Savj degli Ordini, detti ancora Savj di 
Mare , perchè una volta trattavano gli affari di mare , erano cin- 
que; venivano eletti dal senato e stavano in carica sei mesi. D'or- 
dinario tal carica appoggiavasi a' giovani palri/j , che entravano 



55 GOVERNO 

in collegio per istruirsi negli affari: nvevino però essi voce deli- 
l>craliva quanto gli altri, ma non potevano essere eletti, so non 
compiti gli anni 25. Questo consiglio era veramente la macchina 
del governo ed il rappresentante del Sovrano. Il collegio dava 
udienza agli ambasciatori stranieri. 

La dignità del Doge fu sempre elettiva : il popolo ebbe mag- 
giore o minor parte in questi elezione , a seconda de' progressi 
che il governo faceva verso 1' aristocrazia. Molti Dogi sì arro- 
garono il diritto di darsi un aggiunto, cui essi eleggevano qualche 
volta di loro propria autorità: questi non venne giammai scelto 
fuori della famiglia del Principe: fu sempre un figlio od almeno 
ni) fratello del Doge regnante. La storia della dignità Ducale può 
dividersi in tre periodi. Il primo dell' anno 697 cui si riferisce 
la creazione del Dogato fino al principio dell' undecimo secolo, 
verso l'anno loSa. In questo intervallo di più di 3oo anni, i 
Dogi erano veri Sovrani; facevano la pnce e la guerra; coman- 
ds'v.iiio le armate; sceglievano i loro consiglieri; nominavano a 
tulli gli impieghi, ed eleggevano sovente un loro figlio od un 
loro fratello per loro successore. Non sembra che pubblicassero 
leggi, ma tutti potevano appellarsi ad essi da tutti i tribunali, ed 
avevano il diritto di far grazia. 

L'epoca seconda ha principio nell' undecirao secolo e termina 
verso la fine del decimoterzo. I Dogi non potevano più avere un 
aggiunto; si davan loro i consiglieri , ed erano obbligati di portar 
gli afl^ari alla deliberazione del senato, il quale però veniva da 
essi composto e convocato a loro piacimento. Il nome che i se- 
natori avevano conservato, i Pregadi (i), prova che essi non si 
allunavano se non quando erano pregati dal Principe. I Dogi non 
eleggevano più i loro successori , ma procuravano ai loro figliuoli 
stabilimenti tali che poco differivano da nnn sovranità. 

Dopo il secolo Xlll. cominciò un nuovo ordine di cose : un 
Semto, un Gran Consiglio esistevano necessariamente e si rinno- 
vavano. Ma il Gran Consiglio divenne poscia permanente, eredi- 
tario , sovrano, e d'allora in poi il Doge fu soltanto il primo 

(i) Questo ronsiglio , eh' è come l'anima della i eiuliblicn , è ancor detto Pre- 
ga fi i , secoiido alcuni cronisti , jierciiè anticamente uoii essendovi giorno destinato 
per adunarlo, venivano i nobili piegati ad intervenirvi, 'ientori^ Sugiiio sulla 
storia ai l'en\:zia ec. Tom. 11. pag. S^S. 



degl'italiani S^ 

magistrato della Repubblica. Dopo la raeth del secolo XIII. venne 
obbligato a giurare di non ampliare 1' auloritn affidatagli j di con- 
servare il segreto degli affari trattati ne' concilii j di non aprire 
né leggere alcuna lettera delle corti straniere se non alla presenza 
de' suoi consiglieri ; e senza di essi di non spedire alcun dispaccio 
alle legazioni, né dare udienza agli ambasciadori, uè fare loro 
alcuna risposta ; di non conferire ad alcuno di sua famiglia bene- 
fici ecclesiastici, né permetter loro d'esercitare alcun governo in 
Venezia o fuori di Venezia,* e finalmente di escludere i suoi fi- 
gli da qualunque missione allo straniero, e ch'essi non potessero 
essere elettori ec. 

Nel XIV. e XV. secolo si proibì al Doge d'uscire da Ve- 
nezia senza permissione, di esercitare il commercio, d' innalz.ire 
o ristorare co' suoi danari monumenti pubblici, di possedere beni 
stabili fuori del Dogato, d^ arrogarsi alcuna influenza nelle deli- 
berazioni. Si proibì che i figli e i nipoti di esso facessero propo- 
sizioni ne' consigli 

Nei secoli XVI. e XVK. egli non poteva piìi ricevere ne'suoi 
privati appartamenti né i ministri esteri, né i loro agenti e nem- 
meno i capi delle truppe Veneziane. I suoi figliuoli venivano ob- 
bligati a risedere nella capitale; né essi né i suoi fratelli, né i 
suoi nipoti potevano accettare cosa alcuna dai principi stranieri, 
e se avevano ricevuto qualche cosa prima della sua elezione, non 
potevano più uscire dal territorio della Ptepubblica senza esserne 
autorizzati. La Dogaressa non poteva più portar corona, né ri- 
cevere visite dai ministri esteri. Finalmente i consiglieri erano in- 
caricali di far leggere ogni mese al Doge il suo giuramento. 

Nel secolo XVIIl. il primogenito ed il solo fratello del Doge 
potevano sedere in senato , ma senza avete voce deliberativa. Il 
Doge non poteva tener corrispondenza , né alcun abboccamento 
coi ministri delle corti estere, e né pure cogli stranieri dell'uno 
e dell'altro sesso che avessero avuto o che potessero avere rel<- 
zioni con essi. Senza autorità quand'era solo, ed obbligalo .id 
assistere a tutti i consiglj ed a molle cerimonie; sottoposto a re- 
gole determinate e per l' impiego del suo tempo , e per la sua 
tavola e per le sue vesti , era divenuto il meno libero cittadino 
di lutto lo Stato, e fra tutte le antiche sue prerogative non aveva 
conservalo che la facoltà di eleggere il Priniicerio ed i canonici 
della chiesa di S. Marco. 



58 GOVERNO 

Nei primi secoli i Dogi eran quasi sempre alla testa delle ar- 
male ; ma questi Dogi guerrieri furon tutti anteriori al XIH. 
secolo. Nel secolo seguente un solo Doge , Lonnzo Tiepolo, andò 
in persona contra i Bolognesi. Alcuni altri non osando assumerne 
il comando, lo diedero o lo fecero dare ai loro figliuoli. Si è 
veduto ben anche Enrico Dandolo lasciare al proprio figlio 1' eser- 
cizio dell' autorità Ducale , allorquando si portò alla crociata del 
i20'ii. Stabilita V aristocrazia venne tosto proibito ai Dogi d'as- 
sumere o di affidare ai loro figli il comando militare. Se Andrea 
Contarini si recò alla guerra di Chiozza e Cristoforo Moro alla 
crociata ordinata dal Papa Pio IL, ambidue erano circondati dal 
Senato e dal loro consìglio, non per comandare, ma per animare 
le armate colla loro presenza. Sul principio della guerra di Can- 
dia venne deciso che il Doge Francesco Erizzo vi si dovesse 
portare in persona , ma mori prima d' imbarcarsi. Dopo la fine 
del secolo XIII. un solo Doge Francesco Morosini fece le fun 
zioni di Generale, non per propria elezione, ma per ordine della 
Repubblica. 

Le Quarentie erano tre, ed ognuna di esse era composta di 
quaranta nobili. La prim» dicevasi Quarentia Criminale rispello 
alle materie che da essa venivano giudicate. Questa è antichis- 
sima nella Repubblica , ed apparteneva alla medesima di giudi- 
care tanto nelle cause criminali quanto nelle civili; ma coli' in- 
grandirsi dello Stato essendosi aocrescìuii eziandio i rapporti fra 
ì cittadini, e quindi altresì gli affari devoluti a questa serenissima 
magistratura , si stabili un altro consiglio composto di un nu- 
mero eguale di giudici per le materie civili, riservando la giudi- 
catura delle sole criminali a quel primo. Questo secondo consi- 
glio fu poi creduto non del tutto bastevole alla pronta spedizione 
delle cause che sempre piìi s'accrescevano, e per ciò ne venne 
istituito un terzo di quaranta giudici pel civile. Questi due ul- 
timi sono contraddistinti col nome di Quarentia citnl vecchia , 
e di Quarentia civil nuova per cagione del tempo della loro 
istituzione. Il consiglio di quaranta al criminale giudicava sovra- 
namente di tutti i delitti, la giudicatura de' quali non apparte- 
neva air Eccelso Consiglio di Dieci. Tutti i nobili che la compo- 
nevano stavano in carica otto mesi , ed avevano voce delibera- 
tiva nel Senato. I tre capi di questa Quarentia erano quelli che 



DEGL' ITALIAM 5n 

assistevano all'Eccellentissimo Collegio, e potevano citare gli Avo' 
i^adorl, se questi non adempivano le loro parti ; come pure senxa 
alcuno (li essi non avea forza alcuna deliberazione del Serenissimo 
Maggior Consiglio. I due altri consigli del quaranta giudicavano 
le cause civili per appellazione; cioè la civile vecchia giudicava 
per appello da* magistrati inferiori nelle cause della dominante; 
la civile nuova per appello dagli inferiori magistrati nelle cause 
delle città dello Stato, e tutti due giudicavano quella cause, 
delle quali gli Avogadori credevano cosa spediente di portar 
loro il giudizio. 

Oltre i consiglj dei quaranta ci erano altre due magistrature , 
le quali avevano titolo di collegj ; l'uno era per 1' avanti compo- 
sto di venti nobili , e giudicava le cause civili dai 4oo sino agli 
800 ducati; l'altro era composto di dodici nobili, e giudiciva 
parimente le cause civili ddi 100 sino ai 4o<^ ducati; ma per 
rmova legge del Maggior Consiglio del 1780 fu deliberato che i 
due collegj dei dodici e dei venti fossero ampliati di numero e 
d'inspezione; onde il primo fu composto di quindici con la lega- 
lità del numero ridotto a XI, almeno e con la facoltà di giudi- 
care sino alli somma di 800 ducati: e l'altro di XX. fu com- 
posto di XXV. COI» la legittimità del numero ridotto a 17 alme 
no , e con la facoltà di giudicare dalli ducati 800 sino alli duca- 
ti i5oo. Finalmente per agevolare sempre piìi la spedizione delle 
Cduse fu ampliata la legge, ed al collegio de' 5(5 fu data la fa- 
coltà di giudicare le cause che gli fossero concesse dai capi dei 
consiglj di quaranta civil vecchio e civil nuovo sino alla somma 
di ducati 2000. 

L'Eccelso Consiglio di Dieci veniva estratto dal corpo de' se- 
natori più assennati, ed era composto di 17 personaggi compre- 
sivi il Doge ed i suoi sei consiglieri. Egli portava il titolo di 
Eccelso perchè era rivestilo della supreuia autorità di vita e di 
morte sopra tutti i sudditi , ed a lui spettavano tutti gli affari di 
Stato più gelosi , di ribellioni , congiure , sedizioni , violenze , fal- 
siGcazioni di monete , assassinamenti di nobili ec. Era ancora giu- 
dice de' nobili nelle cause crimmali. Questo supremo tribunale non 
ammetteva appellazioni , ed è giunto talvolta ad annullare alcun^ 
leggi del Maggior Consiglio, autorità toltagli nel 1G28. Esso aveva 
ancora la disposizione di tulle le feste pubbliche e degli spella- 



6o GOVERNO 

coli; ad esso rendevan conto 1 Capitani, Provveditori generali, 
Podestà , Governatori ed ogni uffiziale impiegato fuori di città. 
Questo consiglio aveva finalmente assoluta autorità in tulio ciò 
che conduceva alla conservazione della patria. Esso era circondato 
da un formidabile apparato. Una picciola galera armata er^ì sem- 
pre di stazione in vicinanza del luogo in cui teneva le sue se- 
dute. Eranci costantemente nell' arsenale alcune galere pronte a 
metter vela , e che portavano sulla loro poppa queste lettere C. 
D. X. le quali manifestavano ch'esse erano sempre agli ordini 
del consiglio. 
Inquisitori di Stato. 

Questo corpo di i6 giudici essendo troppo numeroso e non 
potendo agire con tutto il mistero e con tutta la prontezza voluta 
qualche volta dall'oggetto della sua instituzione , pensò a creare 
nel suo seno , verso la metà del secolo XV. una commissione as 
sai più formidabile, e questa fu il tribunale degli Inquisitori di 
Stato composto di tre personaggi , due scelli fra i membri del 
Consiglio di Dieci , ed uno fra i consiglieri del Doge» Il Consi- 
glio di Dieci ne faceva la scelta, ma questa scelta era un miste- 
ro; si sapeva l'esistenza di questa terribile magistratura, ma s'i- 
gnoravan le persone cui era affidala ; le sentenze erano sottoscrìtte 
da un segretario; si vedevano le esecuzioni , ma esse erano slate 
ordinate da una giustizia invisibile: ad ogni istante, e fra le rea- 
zioni della società, e fra l'effusione dell'amicizia, e fra il tu- 
multo de' piaceri, vedevansi persone esposte a trovarsi in presenza 
di quegli uomini formidabili che non dimenticavano giammai la 
loro qualità di giudice. I due inquisitori neri esercitavano tali fun- 
zioni per un anno ; l'inquisitore rosso, cioè il consigliere del Doge 
per otto mesi. Qui cessava ogni formalità j gli inquisitori non 
erano sottoposti ad alcuna i-egola fuorché all' unanimità de' voti 
nelle loro sentenze. Nel rimanente , i mezzi di perquisizione , il 
valor delle prove , il luogo delle loro sedute , la tortura per ot- 
tener la confessione , la scelta delle pene, il mistero o la pubbli 
cita della sentenza e del supplizio , le formolo di un processo , 
eran tutte cose abbandonate alla coscienza dei giudici. Non ci era 
persona cominciando dall'ultima dello Stato fino a quella che 
portava la corona ducale che non fosse sottoposta non solo al di- 
spotismo di questo tribunale , ma alle sue riprensioni sempre ter- 



degl' italiani 61 

ribili. Il solo privilegio del Doge consisteva a non comparire in- 
nanzi al tribunale , ma a riceverne le riprensioni in casa sua. Non 
eravi camera sì secreta nell' appartamento interno del Doge stes- 
so, in cui gli inquisitori non potessero penetrare a qualuatpie ora 
e di giorno e di notte. Gli amministratori , gli ofDz;lali militari , 
i depositar) dei fondi pubblici, tutti dovevano all'inquisizione di 
Stato una pronta, una cieca, un'intera obbedienza. Le prigioni 
dette i piombi , cioè quelle fornaci ardenti distribuite in picciole 
celle sotto i terrazzi che coprivano il pilazzo; i pozzi, cioè quelle 
profonde fosse nelle quali il giorno ed il calore non avcvan giam- 
mai penetrato , erano i (muti depositar) delle misteriose vendette 
di questo tribunale. Allorché un patrizio impiegato in qualche ca- 
rica vi era stato gettato , gli inquisitori notificavano soltanto al 
Gr;Mi Consiglio che* il tal posto era vacante. Ma la cosa più ter- 
ribile nella sussistenza di questo tribunale era ch'esso delegava i 
suoi poteri , u che con una semplice commissione investiva qua- 
lun(]uesiasi agente di un'autorità senza limiti e senza alcuna mal- 
leveria. Mentre però deploriamo l'abuso e l'esistenza ben anche 
di questo tribunale, bisogna confessare che la Repubblica di 
Venezia fu debitrice della lunga sua trancjuillit?! a tale instiluzio- 
ne , la (juale vendicava il popolo nell' umiliare la nobiltà , the 
imponeva un assoluto silenzio sul governo, e che altronde eserci- 
tava la polizia municipale con molta vigilanza. 

Tali erano i corpi che componevano il governo. La dignità di 
Procuralor di S. Marco era la più luminosa dopo quella del Do 
gè. Da principio eravene uno solo col titolo di Procuratore della 
fabbrica di S. Marco per avere la cura e la soprantendenza di 
detto tempio. Nell'anno poi 1237 gli fu aggiunto il secondo, poi 
altri a mano a mano che crescevano le entrate di detta chiesa 
pei lasciti dei testatori: nel 1259 il terzo, nel 12G1 il quarto; 
il quinto e il sesto nel i3if) j finché nel 144^ fu stabilito il nu- 
mero di nove. A motivo poi de' bisogni della Repubblica ne sono 
stali creati altri per danaro , ed i candidati di tal dignità sono 
giunti per fino a contribuire cento mila ducali. Perciò alcuna volta 
i procuratori sono giunti ben anche al numero di quaranta. I soli 
nove però erano per merito , e solo a questi davasi il successorej 
gli altri si consideravano straordinarj. La carica procuratoria era 
in viifl : essi amministravano i beni della chiesa di S. Marco , in- 



62 GOVERNO 

vigilavano all'adempimento de' legati pli , alla cura delie vedove 
e de' pupilli : non erano inviati ambasciatori ai Principi,, ma solo 
per istraordinarie ambascerie a teste coronate; essi sopranteade- 
vano agli studj e davano le cattedre della chiesa di S. Marco. 
Tutti i procuratori di S. Marco venivano eletti dal Maggior Con- 
siglio, e facevano ingresso pubblico e sempre magnifioo. 

La necessità di esser brevi ci dispensa dal fare parlicolar men- 
zione di tutte le altre magistrature subalterne : il tesserne la lun- 
ghissima serie sarebbe altronde cosa di non molta importanza. Ci 
basterà dunque l'accennare ch'esse erano cento e trenta, delle 
quali 64 venivano elette dal Maggior Consiglio , 62, dal Senato e 
(]ualtro dal Consiglio de' Dieci (i). Passiamo ora a parlare di ciò 
ohe pili da vicino risguarda lo scopo dell'opera nostra j cioè de- 
gli abiti e de' distintivi de' Dogi , delle loro coronazioni, delle 
cerimonie nelle loro pubbliche funzioni , non che delle vesti e 
decorazioni della nobiltà e de' principali magistrati di questa estinta 
Repubblica. 

I Dogi nelle pubbliche funzioni portavano in capo un ber- 
retto di figura particolare, chiamato corno Ducale. Questo nei 
primi tempi era simile alle antiche mitre (a), cioè di figura coni- 
ca, ma in seguito la forma di esso venne assai alterata. Un tempo il 
corno Ducale non era guernito che di semplice velluto cremisino; 
ma il Doge Reniero Zeno vi aggiunse un circolo d'oro in forma 
di diadema. Lorenzo Celsi, che dopo un secolo gli succedette nel 
Dogado, lo arricchì nel frontale di una croce con diamanti; ma 
quest' uso si estinse con la vita del Celsi (3); finalmente il Doge 
Niccolò Marcello volle che il corno fosse lutto d'oro. Quello che 
serviva alla coronazione dei Dogi , e che veniva custodito nel 
tesoro di S. Marco , era tutto gueroilo di gemme pregevolissime 
del valore di i5o mila ducati (4). 

Alcuni scrittori , ai quali venne talento di ragionare intorno 
all' origine e al significato della corona , berretta , o sia corno 
Ducale, dissero stranissime cose (5). Merita d'esser letto su questa 

(i) Tentori, Saggio sulla storia della Repubblica di f^'enezia, Tom. II. 
(ti) V. Beiuarilu Giustiniano, Lib. X. 

(3) V. Sansoviuo, Lib. XI. delta sua Venezia. 

(4) Teiitori, Star. ( en. Tom. II. Disscrt. XX. 

(5) V. Carlo Pdscal, De Coronis. Piguoria , Origini di Padoi^a , cap. XIJ, 
pftg. 17G. 



dec;l' italiani 63 

tualcria l'erudito Girolamo Zanetti, il quale in una sua Disserta- 
zione stampala nel 1779 sopra la berretta Dueale , dimostra che 
il moderno corno Ducale altro non fu in origine che una berret- 
ta , ridotta coli' andar de' tempi ad uso di corona, o per meglio 
dire, di ricca e nobile insegna della Ducale dignità. 

La cuffia bianca, ossia velo di finissimo Imo, che i Dogi por- 
tavano ab antiquo sotto il corno , serviva a conciliare ad essi ri- 
spetto e venerazione, venendo considerata come un segno di Mae- 
stà i poiché allorquando si levavano il corno , la loro testa rima- 
ne\a sempre velala. 

La veste Ducale era un tempo una specie di sottana lunga a 
maniche strcilc di pura seta e di colore di porpora. Essendosi poi 
merco del commercio introdotto il lusso, fu stabilito che la veste 
Ducale sarebbe di velluto cremisino, e che il Doge vi porterebbe 
sopra un gran manto. Indi a qualche tempo, cioè nel 147^ fu 
decretato, che la veste ed il manto sarebbero di drappo d'oro, e 
che le maniche si allargherebbero in guisa maestosa. Sopra del 
manto portava il Doge un camaglio, ossia baverOi detto monile 
da DernArdu Giustiniano , che gli discendeva sul petto e sugli 
omeri sino alla cinta. Essi portavano sempre nelle solenni fun- 
zioni la veste d'oro e d'argento col manto a strascico: in privato 
però portavano la berretta o corno Ducale rosso , e la veste a 
maniche strette ed a lunga coda di colore di porpora, e di pura 
seta , come altresì , le calzette e le scarpe dovevan esser sempre 
rosse (1). 

Nelle pubbliche funzioni era il Doge preceduto da otto sten- 
dardi di seta ricamati in oro , due de' quali bianchi , due rossi, 
due celesti e due verdi. In tempo di pace i bianchi precedevano 
tutti gli altri, in tempo di guerra i rossi; se la Repubblica aveva 
contralta qualche alleanza, i celesti^ e se tregua, i verdi. In se- 
guito agli stendardi procedevano sei uomini, ciascuno de' quali 
portava una tromba d'argento; indi un ecclesiastico in veste rossa 
con cero in mano, cioè il cappellano. A questi succedevano alcuni 
dei suoi scudieri con la sedia , cuscino ed ombrello , monumenti 
gloriosi della riconoscenza di Papa Alessandro III. Seguivano il 
Capitano Grande , dello volgarmente Alcssicr Grande , co' Suoi 
Ufficiuli o Capitani; poscia il Cancellier Grande coi Segretarj. Indi 
(i) V. S.iiidovino, yatcziu , Lib. XI. 



6^ GOVERNO 

se ne veniva il Doge corteggiato dagli altri Scudieri di suo ser- 
vigio : egli era accompagnato dai Consiglieri della Signoria , dai 
capi della Quareatia criminale, e dal Consiglio di Dieri, e dagli 
Ai^ogadori. Egli era finalmente seguito da un nobile, che primo 
doveva partire per qualche reggimento , il quale portava inalbe- 
rata una spada preziosa , uso stabilitosi (i) alla venula di Papa 
Alessandro IH. che confermò quest' usanza introdotta nella prima 
origine del Dogado per beneficenza de' Greci Imperadori , e del 
corpo del senato , il qual terminava la marcia ; cosi fu decretato 
fino dal 1327. 

Fra le molle comparse, che il Doge faceva in pubblico ogni 
anno , quella del giorno delV Ascensione di N. S. era distinta- 
mente pomposa. lu tal giorno egli si recava colla Serenissima 
Signoria, ed accompagnato dai ministri esteri in un reale naviglio 
detto il Bucentoro al porto di Lido : lo seguivano le galere ed 
un numero prodigioso di barche, ove sposava il mare con calar 
givi un anello nelle acque, proferendo al tempo medesimo queste 
parole : Desponsamus te, mare, in signwn veri perpetuique Do- 
mimi. Ciò fatto sbarcava col suo seguito nella punta settentrionale 
di Lido, ove nella chiesa di S. Niccolò assisteva alla messa so- 
lenne , finita la quale, collo stesso ordine ritornava al palazzo 
Ducale, terminando la festa con un sontuoso banchetto. 

L'immenso numero di barche, ond'era corteggiato il Bucen- 
toro , il rimbombo incessante deli' artiglieria dei vjiscelli , delle 
galere e delle fortezze , i segni di universale letizia che appari- 
vano in tutto il popolo, rendevano questo giorno oltre ogni im- 
maginazione brillante. Noi non sapremmo dire con fondamento 
quando s'incominciasse a far uso di quella magnifica nave che ci 
veune così descritta nel poemetto di Pace dal Friuli : 

Pulcrior in porta domino fabricata Biicentaurum 
Nomine puppis adest, robore texta levi, 

jipta Duci sedes auro velatur et ostro, 

Unde sedens populum cernat ubique suum. 

Nel recente succinto Storico-Cronologico sullo siiato Veneto (2) 
troviamo segnata l'epoca di questa festa solenne ne! giorno dcl- 

(i) V. Siinsovino , f'^eiuzia , Lib. XI. 

(•2) Compilato clal Cav8li*»re di Gersteobrantlt. Padoi'a , \323 , in 8.° 



DKr.L* ITALUni 65 

V Accensione col recarsi il Doge a\ porto di Lido, all'anno f)()R 
scilo il Doge Pietro Oracolo li. Tale festa che venne poi ampli- 
ficata sotto il Doge Ziani, e Papa Alessandro ili. collo sposali- 
zio del mare, allude al dominio che la Repubblica esercitava in 
allora sopra l'Adriatico. Sappiamo che negli anni i'-i93 già si 
adoperava il Bacentoro nelle pubbliche solennitc» , siccome tro- 
viamo in una legge rapportata da Girolamo Zanetti nella sua Dis- 
sertazione sopra l'architettura navale Veneziana. Dalla detta legge 
vedesi lo sbaglio del Sansovino ncH' asserire (i) che questo bel- 
lissimo e gran legno fu fatto far dal senato Vanno i3ii per 
la persona del Doge : dipoi soggiugne : dicono che si chiamò 
Bucentoro con voce corrotta ; perciocché nella legge che si prese 
di fabbricarlo , si dicea ; Quod fahricetur navilium duccntoruin 
honiiniim ; cioò di portata di 200 uomini ec. che da quella voce 
ducentorum fu detto Bucentoro. 

Molte erano le cerimonie che si praticavano nella coronazione 
de' Dogi. Se il personaggio eletto si trovava fuori della dominan- 
te , gli si spediva un corriere per notlGcargli la sua elezione; nel 
tempo stesso destinavasi un'ambasceria di alcuni nobili, i quali 
si recavano ad incontrarlo con le galere della Repubblica e con 
gran seguilo d' altre barche. Montava egli sopra una delle galere, 
e quando era avvertita la Serenissima Signoria, ch'egli era en- 
trato in porlo, gli spediva il Bucentoro con due consiglieri ed 
un gran numero di patrizj. Arrivato egli alla piazza di S. Mar- 
co, era onorevolmente accolto dal Maggior Consiglio che lo coa- 
duceva in palazzo. 

Che se 1' elello si trovava in Venezia, i sei Savj Grandi si 
recavano d' ordine pubblico alla sua casa per annunciargli la 
falla elezione, ed il conducevano seco nel palazzo Ducale. Quindi 
con numeroso corteggio veniva condotto alla Ducale chiesa di S. 
Marco , dove asceso sulla tribuna di marmo posta alla sinistra 
parte del coro , si mostrava al popolo , e poscia assisteva ad una 
messa solenne, dopo la quale dava il giuramento d'essere fedele 
alla Repubblica e di osservare inviolabilmente le leggi. (1 Pri- 
micerio di S. Marco gli presentava poi lo stendardo delia Re- 
pubblica , ed egli veniva coperto del manto Ducale. 

(1) V. Sansovino, Fencz'u, Lili. X- 
Cosi. Fol. yni. delC Europa P. IL 5 



66 GOVERNO 

Una volta , Immediatamente dopo questa funzione , il Doge 
con alcuni altri a ciò eletti , meltevasi a sedere dentro di un per- 
gamo di legno detto volgarmente Pozzetto , ed era portato dagli 
artefici dell' arsenale intorno alla piazza , nel qua! giro spargeva 
ogni sorta di monete coniate col suo nome^ costume introdotto 
dal Doge Sebastiano Ziani nel iiyS. Affine poi di evitare o la 
troppa economia o 1' eccessiva profusione fu stabilito che il Doge 
non potesse in tale occasione impiegare né meno di loo né più 
di 5oo ducati. Compilo il giro della gran piazza , il Doge veniva 
condotto al palazzo, e giunto alle porte scendeva dal Pozzetto, 
montava la scala de^ Giganti , ed ivi dalle mani del pliì vecchio 
consigliere gli era posta in capo la corona Ducale j indi veniva 
condotto nella sala volgarmente detta del Piovego , poscia in 
quella del Maggior Consiglio, e per ultimo nel suo appartamento, 
dove soleva dare un convito magnifico agli Elettori. 

Un tempo le Dogaresse o sieno le mogli de' Dogi godevano 
delle pili grandi prerogative di onore, ed erano coronate solenne- 
mente dopo i loro mariti. Nel giorno destinato alla loro corona- 
zione i consiglieri della Signoria con tutto il senato portavansi 
con grande corteggio al palazzo della Dogaressa , la quale vestita 
d' una veste di drappo d' oro a maniche lunghe, e coperto il capo 
di un candido velo che scendeva fino alle spalle, recavasi ad in- 
contrarli sopra la scala, ove i consiglieri ponevanle in capo una 
berretta d'oro della forma del corno Ducale dopo d'averle fatto 
prestare il giuramento di fedeltà. Indi la conducevano nel Bucen- 
toro accompagnata da eoo giovani gentildonne vestite di bianco, 
e da venti matrone in abito nero con velo sul capo. II Bucentoro 
corteggiato da un numero immenso di gondole , e da altre barche 
adorne sontuosamente, dalle quali udivasi il suono di piìi stro- 
menti musicali, avviavasl alla gran piazza di S. Marco, ove giunto 
seguiva lo sparo di tutta 1' artiglieria. Smontata la comitiva indi- 
rizzavasi verso la chiesa Ducale in mezzo agli archi trionfali , 
onde erane tutta ornata la piazza. Precedevano a due a due le 
giovani gentildonne, poi le matrone, indi il Cancellier Grande 
coi segretari , i figliuoli, i nipoti, i fratelli del Doge in veste 
Ducale a maniche larghe,* e dopo questi la Dogaressa col suo 
caudatario in mezzo ai consiglieri , e finalmente i senatori che pre- 
cedevano avendo alla destra i parciili della Dogaressa. I sacerdoti 



DEGL ITALIANI 67 

recavansl alla porla di S. Marco, e la ricevevano con darle a ba- 
ciar la pace, e quindi la conducevano ai piedi dell'aitar maggiore, 
dove il Primicerio le presentava il libro degli Evangeli, sopra 
del quale rinnovava il suo giuramento di fedeltà alla Repubblica. 
Eseguita tale cerimonia , offeriva al Primicerio una borsa con 
cento ducati , e poi si avviava al Palazzo Ducale. Prima di arri- 
vare alla sala del INIaggior Consiglio incontrava ella nel suo pas- 
saggio tulli i corpi dell'arti e mestieri, i cui capi successivamente 
le presentavano una tavola carica di donativi. Arrivata alla sala 
sedeva sul irono Ducale colle matrone e le giovani gentildonne 
alla destra , mentre gli altri sedili erano occupali dal magistrali. 
Offerlvasl allora alla Dogaressa una magnlGca colezione fra il 
suono di scelta musica, e questa era seguita da una gran cena , 
e da allegre danze che duravano sino a giorno (i). 

Il costume di coronare con tanta solennità le mogli dei Dogi 
venne abolito dopo la morte del Doge Marino Grimanl. Morosi- 
na Morosinl moglie di questo fu 1' ultima che fosse coronata con 
eccessiva magnificenza l'anno i5()5. Dopo la morte del marito 
gli Inquisitori ed i Correttori sopra il Doge defunto abolirono per 
sempre questo costume, e dopo quell'epoca non furon riservati 
alle Dogaresse che piccioli prlvllegj d'onore. 1/ illustre consorte 
del Doge Alvise Mocenigo fu, per decreto del Maggior Consiglio, 
complimentata da un segretario del Senato, e le fu accordalo un 
modo di vestirsi e d'ornarsi affatto distinto dall'altre dame. Nelle 
pubbliche feste che si fecero alla esaltazione del suo nobile spo- 
so, ebbe sempre distinto luogo sedendo sopra una sedia decorata 
da un gradino. Quando la prima volta fu introdotta nel palazzo 
Ducale ebbe seco In magnifico corteggio tutte le prime dame della 
dominante. Sedè in camera d'udienza nel palazzo dove ricevè i 
complimenti dei 4* Elettori del Doge, e poi di tutta la nobiltà. 
Nel primo giorno porlo il velo, segno antico, che la Repubblica 
accordò alle Dogaresse , ma nel giorno seguente vesti il manto 
d'oro slmile affatto a quello del Serenissimo nella qualità della 
stoffa. Il vestito era una sottana tutta coperta di merletti d'oro, 
e cosi il busto con una cintura di brillanti. Le maniche eran si 
lunghe che cadevano quasi a terra. Queste ed altre distinzioni 

(«) V. Sdusoviiio, Venezia, Lib. X. ^4 



68 GOVERKO 

ebbe la Dogaressa Mocenigo. Bisogaa osservare finalmente , che 
non ostante la proibizione di coronar le Dogaresse , alla fine del 
secolo passato si permise dal governo la coronazione di Elisabetta 
Quirinl moglie del Doge Silvestro Valier. 
Funerali del Doge. 

Diremo ora brevemente de' funerali del Doge. Per varj secoli 
si mantenne 11 costume di portare il di lui corpo alla sepoltura 
senza il menomo apparato. Solevasi aprire il palazzo Ducale , ed 
il popolo tumultuante in folla vi entrava, e metteva a sacco tutte 
le suppellettili del Doge defunto. Negli ultimi tempi , allorché si 
annunziava la morte del Doge , cessavano tutti i tribunali , e tutte 
le giudicature ; i consiglieri ed i capi della Quarentla criminale 
assumevano il governo della città. Il morto Doge pomposamente 
vestito cogli abiti della sua dignità, col corno Ducale in testa , e 
con gli speroni d'oro ai piedi, dopo di essere stato parecchie ore 
esposto nell'appartamento Ducale nella sala detta dello Scudo so- 
pra un letto di parata , verso la sera veniva portato nella sala del 
pubblico, detta volgarmente del Pìovego , dove era preparato un 
gran catafalco con molte torcie accese. Quivi esso restava esposto 
per lo spazio di tre giorni, e vi assistevano sempre due nobili 
in veste rossa , ed i Canonici di S. Marco. Intanto il palazzo era 
dato in custodia agli arsenalotti, o sia artefici dell'arsenale per 
un costume introdotto, allorché si proibì il saccheggio del palazzo 
Ducale. Spirati i tre giorni, si ordinava la sepoltura pel dopo 
pranzo del quarto. Alla testa del lungo e pomposo accompagna- 
mento si avanzava il clero, indi le confraternite, poscia tutti i 
capì della marina e dell' arsenale , e lo Scalco del Doge col di 
lui snudo. Dopo compariva la bara con baldacchino seguita dagli 
scudieri , dalle genti a livrea del Doge vestili a lutto, dai Coman- 
datori di palazzo, dai segretari e dai consiglieri in veste rossa» 
Per ultimo procedeva il Senato in linea a mano sinistra , il quale 
teneva alla destra i parenti del morto Doge vestiti a corruccio. 
Parecchie altre confraternite, siccome altresì i figli e le figlie dei 
pubblici spedali terminavano la gran marcia , portando lutti un 
cero acceso. Questa numerosa comitiva faceva il giro della piazza 
di S. Marco, e la bara giunta di rimpetto alla porta maggiore 
della chiesa Ducale veniva alzata per ben nove volte, come in se- 
gno di omaggio. Quindi si avviava alla gran chiesa de' SS. Gio- 



DECl' ITALIAMI Bg 

Tanni e Paolo , in cui sopra di un aUissimo palco veniva riposta 
la bara attorniata da immenso numero di torcia accese. Un ora- 
tore recitava l'orazione funebre, indi si compivano le esequie. 
Non sappiamo di certo , quando incominciasse 1' uso di lodare i 
Dogi nella loro morte : è cosa indubitala però che nel secolo XIV. 
questo costume era in vigore ; e ne abbiamo una testimonianza 
neir orazione recitata da Andrea Navagero in morte del Doge Leo- 
nardo Loredano (i). 

La veste ordinaria de' nobili Veneti era nera , di seta nell' e- 
state e di lana nell'inverno guernita di pelli cenerine cosi dette 
di dosso : nelle pubbliche funzioni usavano in questa stagione 
guernirle con pelli di martora , ermellino e di altre pregiate pelli 
chiamate Ducali. 

L' insegna de' cavalieri della stola d' oro era appunto una stola 
d' oro , che essi portavano sopra la spalla , e che per moderazione 
aristocratica venne ridotta ad una di panno nero , somigliante a 
quella degli altri nobili , ma orlala di ricco gallone con frangia 
d'oroj fuorché nelle comparse pubbliche nelle quali era lecito 
loro portarla interamente d' oro. 

I consiglieri vestivano toga rossa. Gli Avogadori del Comune 
portavano veste violacea colla stola rossa ; i Censori veste violacea: 
i Savj Grandi o sia del Consiglio e i Savj di Terraferma veste 
violacea con manica larga j i Savj degli ordini la portavano anch'essi 
violacea, ma con manica stretta. I consiglieri dell'Eccelso Consi- 
glio di Dieci andavano in senato vestiti a nero come gli altri pa- 
trizj , eccettuati i tre capi del consiglio che ne' giorni feriali ve- 
stivano pavonazzo con manica larga e stola di scarlatto a diffe- 
renza de' giorni festivi, in cui entravano nel Maggior Consiglio e 
nel senato ancora con veste rossa , e stola pure rossa di velluto. 
Il Cancellier Grande portava veste di porpora. Ma passiamo alla 
descrizione delle qui annesse Tavole nelle quali veggonsi rappre- 
sentati i varj abiti de' principali magistrati della Repubblica Ve- 
neta , secondo i diversi tempi di un si lungo governo. I disegni 
furono eseguiti in Venezia dal valente pittore Sebastiano Santi 
membro dell'Accademia di quella città. Egli si diede tutta la pre- 
mura di rappresentarvi colla maggiore esattezza i più importanti 

(i) Di questa costumanza trattò Marco Foscaiini, Letterat. rencz. l'ib. 111. 



7© GOVERNO 

cangiamenti avvenuti negli abbigliamenti nelle tre principali epo- 
che di questa Repubblica, consultando gli antichi codici , i mu- 
saici dii S. Marco ed i pregiati quadri esistenti nelle gallerie 
delle nobili Venete famiglie e nelle stanze dell' ex palazzo Du- 
cale, 

Tavola 53 epoca prima iium. i ; nobile Veneto tratto dal Ve- 
cellio e ratiCcato ne' musaici di S. Marco j num. 2 , Doge primo, 
tratto e ratificato come sopra ; num. 3 , Doge antico tratto e ra- 
tificato come sopra; num. 4» Dogaressa tratta da un codice an- 
tico in casa Gradenigo e ratificata come sopra. Epoca II. Tavo- 
la 54 num. I, Nobile ordinario, 2 Senatore, 3 Dogaressa, ^ Doge, 
5 Cavalier del Doge. Tavola 55 num. i, Banditore, 2 Scudiero, 
3 Generale, 4 Ammiraglio. Le figure di queste due Tavole tratte 
dal Vecellio sono slate ratificate in alcuni codici antichi esistenti 
presso nobili famiglie Venete e riscontrate nei quadri antichi delle 
stanze dell'ex palazzo Ducale. Epoca III. ed ultima: Tavola 56 
num. I, Cancelliere Grande, 2 Ballottino, 3 Cappellano, 4 Doge^ 
5 Ambasciatore, 6 Scudiere, 7 Savio Grande. Tavola 5^ ìium, i. 
Banditore o Comandatore , 2 Capitan Grande, 3 Scudiere, 4 Ca- 
valier del Doge , 5 Ammiraglio , 6 Cavalier in comparsa o Pro- 
curatore , 7 Cavalier della stola d' oro. Queste figure sono tratte 
da alcuni quadri moderni esistenti presso le Venete famiglie e ra- 
tificate in un libro del passato secolo esistente nell'Imp. e R. li- 
breria di S. Marco. 



GOVERNO DI MILANO 



Origine dei diversi dominj in Italia. 



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.bbiamo veduto che le città Italiane spinte dalla necessità di 
avere autorevoli personaggi che le conducessero in guerra , e in 
pace le regolassero saggiamente , si determinarono finalmente a 
vsottoporsi ad alcuni dei loro cittadini medesimi che per nobiltà, 
per ricchezze o per forze fossero più potenti. Ed ecco donde pre- 



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set'o origine ì diversi dominj in cui si divise l'Italia, i quali 
dopo ostinatissime guerre o tra i potenti rivali che aspiravano a 
lai dominio , o traile città medesime che ubbidivano a diversi si- 
gnori , presero poi fermo stabilimento. 

Tre celebri personaggi sopra tutti si videro verso la fine del 
secolo XIII. salire ad alto stalo nella Lombardia ed avervi ampio 
dominio; Guglielmo Marchese di Monferrato, Ottone Visconti 
Arcivescovo e poi anche Signore di Milano, che diede principio 
all'innalzamento della sua famiglia, ed Obizzo d'Este, i cui an- 
tenati avevano già da lungo tempo signoreggiato Ferrara , e che 
fu chiamato a loro Signore da' Modonesi e poi ancor dai 
Reggiani. 

Al principio del secolo XIV. i Torriani e i Visconti si dispu- 
tavano la signoria di Milano , di Bergamo e di altre città della 
Lombardia. Azzo Vili, d' Este era Signore di Ferrara , di Mo- 
dena , di Reggio, di Rovigo e di più altre castella j gli Scotìi in 
Piacenza, i Fisiraga in Lodi, i Rusca in Como, i Langoschi 
in Pavia, gli Avvocati in Vercelli, i Brusati in Novara , i Maggi 
in Brescia; i Correggeschi in Parma, gli Scaligeri in Verona, i 
Bonacossi in Mantova, o per elezione de' cittadini o per forzi 
d'armi si erano resi padroni delle città j e or collegati insie- 
me , ora nemici , cercavano di confermare e di stendere vie mag- 
giormente il loro comando. Ampio dominio aveva ancora Gio- 
vanni Marchese di Monferrato. Nella Romagna cominciavano si- 
milmente ad aver signoria i Polentani in Ravenna, gli Ordelaffi 
in Forlì, i Malatestà in Rimini, ed altri in altre città. Firenze in- 
tanto e più altre città di Toscana divise nelle famose fazioni dei 
Bianchi e dei Neri si andavano lacerando funestamente , e appena 
ci era parte d'Italia che non si vedesse sconvolta da fazioni e da 
guerre. 

Gli Imperatori e i Principi d' AUemagna sforzavansi invano di 
acchetare i tumulti continui e le sanguinose discordie delle città 
Italiane. Già si andavano formando e stendendo vie maggiormente 
que' diversi dominj, ne' quali essa fu poi divisa. Noi per amore di 
brevità ci ristringeremo ad accennar solo la serie di alcuni de'più 
potenti Signori ch'ebbero più lungo e stabile dominio, ed in par- 
ticolare de' Visconti di Milano, cui poco mancò che non divenis- 
sero padroni di lulla l'Italia.. 



7 2 GOVERNO 

Ottone Visconti (i) Canonico di Desio era slato spedito in 
Francia dall'Arcivescovo di Milano Leone da Perego qual suo pro- 
curatore : ivi conobbe il celebre Cardinal degli Ubaldini che ne 
concepì grande stima. Nel 1261 ritrovavasì in patria Arcidiacono 
della Metropolitana, ed in quell'epoca l' Ubaldini reduce dalla 
Francia, alloggiando in Milano nel monistero di Sant'Ambrogio, 
pose i Cistcrciensi in costernazione per 1' avidità di una preziosa 
gemma che ivi si custodiva. Avvertitone Martino della Torre Si- 
gnor di Milano, con ingiurioso scherzo obbligò il Cardinale sul- 



fi) Nel 1075 un certo Ottone era il Viceconte dell' A rcivescovado di Milano, 
dignità, che col tempo servì di cognome alla famiglia Visconti. Egli usava nelle 
sue insegne sette ghirlande. Andato coli' esercito Milanese all'acquisto di Geru- 
salemme , si copri di gloria, td ebbe colà un duello con un Saraceno che por- 
tava sulle armi l'immagine di una vipera tortuosa che divora uu bambino. Ot- 
tone lo abbattè, e in memoria di questo trionfo fu stabilito, che l'esercito Mi- 
lanese non dovesse mai accamparsi, se prima non innal/.avasi il vessillo della 
TÌpera. D'allora in poi divenne la vipera l' impresa ossia Io stemma dei Viscon- 
ti , non già, come pretesero alcuni, quello delia città di Milano, che fu sem- 
pre la croce rossa in campo bianco. Se tutto ciò sia vero noi sapremmo affer- 
mare di certo. Parlandone però il Tasso nel canto I. stanza 55 , e Dante nel 
canto Vili, del Purgatorio , noi veniamo per lo meno a sapere, chetale era la 
credenza dì que' giorni. Allri scrittori raccontano, che un Uberto Visconti neWe 
vicinanze di Milano ammazzò uu serpente o un drago che coli' alito uccideva 
gli abitanti, e pretendono che da ciò ne derivasse l'impresa. Probabilmente fa- 
vola, come la prima; nulladimeno il drago si vedeva nel sepolcro di Azzone 
Visconti , vedi la Tavola 58 , né crediamo vi fosse messo a caso; e in quel che 
oggi rimane del sepolcro vedesi la vipera. A Legnano, ov' era un Palazzo edi- 
ficato da Ottone Visconti Arcivescovo e Signore di Milano, ora caseggiamento 
della mensa Arcivescovile, vedesi tuttavia un marmo sulla porta colla vipera 
tortuosa , sebbene in diversa foggia di quella che si usò dappoi , ed il bambino 
che esce dalla bocca ha nella destra un dardo, e nella manca una testa o ma- 
schera: da uu canto ci ha un'altra testa, ma senza fronte , cui sovrappouesi una 
croce postavi probabilmente, come insegna Arcivescovile. Dal 1294 epoca in cui 
Matteo 1. Visconti fu eletto vicario imperiale fino al i447» epoca dell'estinzione 
del ramo dei Duchi di Milano, l'aquila imperiale si aggiunse dal ramo domi- 
nante allo stemma. Azzone aveva introdotto , a quanto si crede, due fasce rosse 
con una bianca, un castello ed un gallo, cioè lo stemma del contado o giudicato 
di Gallura in Sardegna , di cui era erede. I discendenti di Matteo I. e di Uber- 
to fratelli nel i336, per privilegio d'Alberto d'Austria, aggiunsero la corona 
d'oro sulla vipera. Nel i394 G'angaleazzo che fu poi il primo Duca, aveva ag- 
giunto i gigli di Francia per l'alleanza da lui contratta col Re Carlo "VI., ma 
l'uso de' gigli deve esser durato per assai breve tempo. Vedi il Fascicolo IX' 
Famiglie celebri Italiane dell'illustre signor Conte Pompeo Litta : opera insi- 
gne, illustrata co' più preziosi monumenti dell' antichità, degna veramente degli 
elogi delle più dotte persone, e che rucritercbbe uu iacoraggiamento maggiore. 



DEfiL^ ITALIANI ^3 

l'islanle a partire (i). Lìbaldini seco si condusse Ottone, che era 
patrizio, e perciò nemico de' Torrlani che il dominio riconosce- 
vano soltanto dal favor popolare. D'animo ambizioso, di carat- 
tere intraprendente , riuniva le qualità desiderate dal Cardinale 
ansioso di vendicarsi de' Torriani. Era vacante 1' Arcivescovado di 
Milano, e l'elezione apparteneva al capitolo Metropolitano. Ur- 
bano IV. cedendo alle preghiere dell' Ubaldini nominò Ottone il 
aa luglio 1262. La discordia degli elettori offrì ai PonteGci il 
progetto de' primi diritti sulle posteriori elezioni. I Torriani fre- 
mettero all'annunzio della scelta, e giurarono che Ottone non 
avrebbe mai veduta la sede. Ottone pensò allora ai mezzi che po- 
tessero condurlo al trionfo. Ei non poteva conCdare nel popolo , 
che per gravi antiche cagioni malcontento de' patrizj , rallegravasi 
della presente bontà dei Torriani. Non rimaneva dunque ad Ot- 
tone, che di porsi alla guida dei nobili, i quali per sottrarsi alla 
morte fuggivano la persecuzione della plebe , e di affidare spe- 
ranza e vita all'esperimento dell'armi. Sconfitto ad Arona e ai 
Seprio , Como gli apri le porle, e dopo i5 anni di pene, rove- 
sciati i Torriani sul campo di battaglia a Desio, entrò nel 127^, 
21 gennajo trionfante in Milano, e vi fu tosto riconosciuto Si- 
gnore. Dopo varie sinistre vicende dispersi interamente i Torria- 
ni , ed accaduta la misera fine di Guglielmo Marchese di Mon- 
ferrato che, nel 1289, divenuto padrone di Pavia, era il solo po- 
tente nemico di Ottone, questi si trovò solo nel dominio; e U 
dinastia Visconti riconobbe da quest'avvenimento l'epoca della 
sua consolidazione. Ottone però , benché Signore ed Arcivescovo 
ad un tempo, non era tranquillo. Strascinato dagli eventi alla vio- 
lenza degli eslglj e delle confische, sempre più si allontana- 
vano dalla memoria i giorni ridenti del suo ingresso. Erano scorsi 
i3 anni di turbolenze. Ma egli intanto, trovdudo la patria in 
preda ai parlili , per agevolare al nipote Matteo la via al Princi- 
palo , aveva riformalo a suo talento gli statuti, ottenendone dalia 
città l'approvazione, ed istituendo l'ordine patrizio in 200 fa- 
miglie. Coir apparenza di legittimità trasmetteva cosi alla sun casa 
il suo potere convalidato da 18 anni di non interrotta signoria, 
e dalla celebrità che aveva acquistato al suo cognome. Carico 

(1) Vedi la relazione di tale aweiiiQieiito alla pag. lafi, della nostra opera : 
Moiììim. sucri e \ìrvfani dell'I, e li. Basilica di Sani' .4 mbro^io in Milano. 



74 GOVERNO 

d'anni abbandonò le cure dell' amministrazione a Matteo per cbiu- 
dersi nel monistero di Chiaravalle , ove mori di 88 anni nel i agS, 
18 agosto. Vedine l' effigie Tavola 58 num, 1. Il governo da lui 
instituito consìsteva in un Podestà, offizio limitato a 6 mesi di 
durata ; in un Capitano del popolo , offizlo annuale ; nel magi- 
strato di provvisione di 22 persone chiamate Anziani, con un 
Priore, e nel consiglio generale, de' quali il numero fu per lo 
più di 900, che dovevan essere scelti dagli Anziani. 

Matteo associato dal prozio al governo dello Stato , si trovò 
in età matura l'erede del potere di lui. La sorte, che con lui 
scherzò piìi volte gli fu propizia fino al i3o2. La reputazione 
de suoi talenti polillci , e 1' ascendente che acquistava nel maaeg- 
gio degli affari di Lombardia , destavano qualche rammarico in 
molte famiglie, le quali ascese, come quella de' Visconti, a sin- 
golare potenza, tentavano di consolidarla, e quindi suscitaron una 
alleanza contro Matteo, che nel x3o2 fu sbalzato dalla signoria. 
I Torriani furon di nuovo restituiti alla patria , e in pochi mesi 
ne divennero Signori. Ma all' occasione della venuta in Italia di 
Arrigo VII., quando pareva che Matteo fosse ridotto all' estremo, 
raggirò le cose per modo, che abbattuto il partito de' suoi nemi- 
ci (1), ottenne il titolo di Vicario imperiale in Milano, titolo 

(i) La dominazione «Tei Torriani durò interrottamente trentatrè anni co- 
minciando da Martino della 'l'erre , che nel 1247 intraprese a reggere il popolo, 
e lo resse per anni sedici, poscia Filippo per anni due, indi Napoleone ossia 
IVapo per anni dodici, poi, dopo l'intervallo di Ottone Visconti e di Matteo, 
Guido della Torre, lo resse per anni tre fino al iSii; il che forma il periodo 
di 33 anni. Essi in quest'anno perdettero per sempre la patria, da cui vennero 
proscritti; e sempre dappoi riuscirono vani gli sforzi che posero in opera per 
ritornarvi. 

Quattro arme gentilizie appartenenti alla famiglia della Torre veggonsi scol- 
pite in marmo sotto l'iscrizione di un sepolcro di Martino e Filippo della Torre 
e dei loro genitori esistente a Chiaravalle. La prima rappresenta un leone ram- 
pante, vedi la Tavola 5o num. 3, ch'era l' insegna della f^alsassina , di cui si 
servivano anche que'Signori, che n'erano i padroni. La seconda contiene i due 
gigli incrocicchiati usati da loro o per privilegio dei Re di Francia, o perchA 
pretendevano di discendere da quella Real famiglia. La terza mostra un campo 
diviso pel lungo con due colori, uno bianco e l'altro più oscuro; e que- 
sta è l'insegna della Credenza di cui Martino e Filippo furono capi e Signo- 
ri. Di ciò è testimonio il Fiamma ( Munip. Fior, ad an. ii!\o ) dove dice i'or- 
tabant in armis suis ejuandam balzanam riiheo et albo colore in longum par- 
titam. Finalmente nel quarto scudo è scolpita la Torre , principale arma de'detH 
Signori. Presso a questa pietra, che trovasi nel muro «steriore del cimiterio di 



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cambiato nel i3i7 in quello di Signor generale, nella quale oc- 
casione institul un consiglio privato da lui dipendente. Egli ebbe 
ancora per qualche tempo il dominio di Pavia, di Piacenza , di 
Como, di Bergamo e di Vercelli, e seppe sostenersi contro gli 
sforzi di molti Principi Italiani e stranieri insieme congiunti ad 
opprimerlo. Fini i suoi giorni in Crescenzago tre miglia lontano 
da Milano il 24 di giugno del 1822. Vedi il num. 2 Tavola 58. 
ce Matteo I., dice il Verri (i) è stato un buon uomo, un buon 
padre, un buon Principe, accorto, giudizioso; ma non l'ho chia- 
mato Matteo Magno, perchè quel titolo è consacrato per distin- 
guere quelle anime vigorosamente energiche, le quali slanciatesi 
oltre la sfera comune degli uomini, formano un'epoca della feli- 
cità, della coltura, e de' progressi della ragione, negli annali dei 
genere umano (2) ». 

Matteo lasciò la signoria di Milano a Galeazzo suo primoge- 
nito , il quale dopo varie traversie, che dalle forze de' potenti ne- 
mici, e da' suoi fratelli e parenti medesimi ebbe a soffrire, l'anno 
1827 fu imprigionato da Lodovico il Bavaro nel castello di Monza 
ch'egli aveva fabbricato nel 1825, e liberalo poscia per opera di 
Castruccio Antelminelli Signore di Lucca s' incamminò nella To- 
scana per ricoverarsi presso di questo suo benefattore; ma nella 
prigionia avea tanto sofferto, che in Pescia morì il 6 di agosto 
del 1828. Ei venne tumulato in Lucca, ma il suo amico Ca- 
struccio ne fece celebrare la pompa con magnlGcenza. Il Verri 
Io colloca nella classe numerosa ed oscura de' Principi di nessuna 
fama. Vedi il num. 8 Tavola suddetta. 

Azzone Visconti unico figlio di Galeazzo L e di Beatrice d'Este 
comperò da Lodovico il Bavaro il vicarialo imperiale al prezzo 
di sessantamila fiorini d'oro; il che avvenne il 5 di gcnnajo del 
1829; ma nell'anno seguente egli ottenne la signoria di Milano 

Chi ara nulle , poco lungi dalla chiesa, Tristano Calco dice, che a'suoi tempi si 
vedevan ancora l'immagini di Martino e di Filippo della Torre. Ora non ciba 
colà alcun indizio di pittura. V. Giuliiii , Memorie, an. 1265, pag. 209. 

(1) Storia di Milano. Tom. I. cap. il. 

(2) Gli storici più che gli uomini gli hanno attribuito il titolo di Macino , 
giudicandolo grande in politica: ma se per politica intendiamo l'inganno , l'ipo- 
crisia , il tradimento , Matteo era sommo ; se invece una saggia amministrazione 
interna, e rapporti leali ed onorevoli cogli esteri, mediocre ce. ce. V. Lilla, 
oyera cit. 



7^ GOVERNO 

dal Consiglio generale della cillà. Azzone veramente tneritava 
d'essere il primo della sua patria. Egli ampliò il suo dominio; 
se fu Principe valoroso in guerra, non fu meno amabile in pace, 
e faceva sperare a' suoi popoli un lungo e felice governo j ma la 
raorie ce lo rapi il i6 di agosto dell'anno iS^g, senza lasciare 
figliuoli. Undici anni soli regnò quel buon Signore, che tutti gli 
autori contemporanei ci descrivono di bella figura , di nobile 
aspetto , buono , giusto e adorato da' suoi popoli , che rimasero 
inconsolabili nel perdere un tanto caro protettore della patria nel- 
l'età ancora fresca di 3j anni. Vedi il niim. 4 Tavola suddetta. 
Egli fu il primo che veramente fosse Sovr^iuo, e laddove nessuno 
dei Torriani , né Gitone Visconti, né Matteo, né Galeazzo I. ar- 
dirono mai di porre il loro nome nelle monete , Azzone pose il 
suo e la biscia nelle monete milanesi. 

Il Consiglio generale di Milano nel giorno immediatamente 
dopo la morte di Azzone, proclamò Signori di Milano Luchino e 
Giovanni \ isconii zìi paterni di Azzone, e i soli figli ancora vi- 
venti di Matteo I. Sebbene però a tutti due i fratelli fosse data 
la sovranità, realmente però Luchino, da sé solo disponeva di ogni 
cosa. Giovanni era di placido e benigno carattere; e non volle 
mai contrastare col risoluto e qualche volta violento Luchino, il 
quale sapeva ben regolare lo Stato. 1 fatti mostrarono poi, quando 
Giovanni rimase a regnar solo , che nel partito da lui preso , 
nessuna parte vi ebbero la debolezza, o i vizj dell'animo; ma 
fu guidalo dalla sola ragione. Alle dieci città che lasciò Azzone, 
aggiunse Luchino, Asti, Bobbio, Parma, Crema, Tortona, No- 
vara ed Alessandria. Molto fece egli ancora per introdurre e man- 
tenere r ordine sociale nel dominio. Promulgò provlde leggi, che 
ebbero per oggetto di preservare i poveri dall' oppressione, solle- 
vare il popolo dai carichi , assoggettarvi i ricchi , e togliere ai 
nobili ogni mezzo di esercitare impunemente estorsioni e vio- 
lenze. La politica di Luchino dispensò la plebe dall' obbligo di 
servire nelle guerre; e coll'apparenza di un pietoso beneficio allon- 
tanò cosi il popolo dal maneggio dell' armi , e piantò l'ordine e 
la sicurezza pubblica sotto di un'assoluta monarchia. Stabili in 
Milano un supremo giudice, che si nominò Sgravatore , magi- 
strato , che si rese celebre in que' tempi per l' autorità non meno, 
che pel buon uso a cui l' impiegava. Il di lui ministero consi- 



UEGL IXALUm ijn 

slcva nel decidere souituarlamente e senza appullazione le querele 
di coloro che si credessero indebitamente gravali da qualunque 
altro giudice , e invigilare sulla retta amministrazione della giu- 
stizia. Il sistema delle strade nel circondario delle dieci miglia 
della cittk, che continuò Gno ai giorni nostri, era d' institu- 
zione di Luchino. In conseguenza di tali regolamenti , col favore 
della sicurezza pubblica, s'introdussero il commercio e l'indu- 
stria. S'incominciarono a piantare a que' tempi in Milano alcune 
fabbriche d'oro e di seta: l'agricoltura si rianimò e se ne inco- 
minciarono a conoscere i raffinamenti : la popolazione s' andava 
crescendo, ed i costumi s' ingentilivano. Luchino fu trovato im- 
provvisamente morto il 24 di gennajo i349 ^1'' ^^^ <!' ^7> ^nni 
dopo di averne signoreggiato nove ed alcuni mesi. Il carattere di 
Luchino è un misto di buone e di cattive qualità : cuore insen- 
sibile , e mente illuminata per governare, unita a forza d'animo 
e valor personale. V. il num. 5 Tavola suddetta. 

Dopo la morte di Luchino , Giovanni non ebbe bisogno di 
nuova elezione per aver la signoria j end' egli senza altra cerimo- 
nia venne da lutti obbedito, e tutti dovettero conoscere, che la 
passata sua non curanza del governo non nasceva da mancanza 
di talento per governare nò da indifferenza per la gloria , nò da 
insensibilità per il pubblico bene. Egli accrebbe lo Stalo lascia- 
togli da Luchino comprando nel i35o il dominio della città di 
Bologna, e nel i353 quello di Genova. Divenuto padrone di un 
porto di mare intimò ai Veneziani di cessare di offendere Geno- 
va ; ma questi che vedevano con sospetto la potenza preponde- 
rante del Visconti non vollero ascoltarlo. Giovanni allestì una po- 
derosa armata , spiegò al vento del mare per la prima volta le 
insegne della vipera , e seppe cosi farsi rispettare , che bruciò Pa- 
renzio , citta marittima dell'Istria soggetta ai Veneziani , indi 
battè la flotta Veneziana , presso Modone , sulle costiere della 
Grecia. Egli accolse in Milano e vi onorò sommamente il più 
dotto ed elegante letterato di quel secolo Francesco Petrarca. 
Giovanni cessò di vivere il 5 di ottobre del i354 dopo di aver 
regnato sei anni. Fu un Principe umano, benefico, giusto, libe- 
rale , fermo, e merita un luogo fra i buoni Principi vicino ed Az- 
zone. Si vidi il tumulo di lui nel coro della Metropolitana. Vedi 
il num. 6 Tavola suddetti. 



78 GOVERNO 

Milano nei ^4 anni, ne' quali regnarono Azzone , Luchino e 
Giovanni, i primi che apertamente si dichiararono Sovrani, bat- 
tendo moneta col loro nome, godette la pace, e provò alfine i 
beai dell' ordine sociale e della civile sicurezza. I Milanesi ab- 
bandonarono il mestiere dell'armi, e si rivolsero a più miti e più 
industriosi pensieri; alla mercatura cioè, alla coltivazione delle 
arti e delle terre. La popolazione e la ricchezza crebbero in pro- 
porzione , e qualche coltura appresero gli ingegni. 

Il governo civile di que' tempi era una vera dominazione 
di un solo , con qualche apparenza di repubblica ; perchè il Con- 
siglio degli ottocento, che poi a' tempi di Luchino diventò, non 
sapremmo come , di novecento , di tempo in tempo si radunò sino 
verso la fine del secolo XIV. Ma le deliberazioni che si prende- 
vano , non erano altro che giuramento di fedeltà, acclamazioni 
al nuovo Signore, e convalidazioni del sistema monarchico. Que- 
sti consiglieri , che non erano a vita , ma bensì trascelti per rap- 
presentare la città in occasioni passegglere , non erano altrimenti 
nominati dal popolo; ma originariamente traevano la loro com- 
missione dalla nomina del Principe o suo ministro ; onde quel 
Consiglio era una mera popolare illusione che rappresentava una 
apparente libertà. Verso la metà del secolo XIV. si creò il Vi- 
cario di provvisione , che significava lo stesso che Ficegerente 
ossia Luogotenente ; un ministro in somma , che teneva il luogo 
e faceva le parti del Sovrano. Quel tribunale nella sua origine , 
non fu un ministero civico, ma bensì un tribunale eletto dal So- 
vrano ; al quale erano commesse la riscossione e direzion dei tri- 
buti , la cura dell'abbondanza, e la vigilanza sopra i giudici della 
città , per modo che sembra fosse questo allora il solo ufficio che 
si radunava in Milano , e avesse riunite le separate cure , che non 
ha guari occupavano il senato , il magistrato camerale e il mede- 
simo tribunale di provvisione (i). Ora questo tribunale di prov- 
visione, poiché fu consolidata la signot^a de' Visconti, eleggeva i 
novecento consiglieri , ogni qual volta occorresse di avvalorare eoa 
questa formalità il volere del Sovrano. 

Morto Giovanni, i tre soli discendenti di Matteo riconosciuti 
legittimi, cioè Matteo, Barnabò e Galeazzo, figli di Stefano, di- 

(i) V. Giulioi, Memorie di Milano ec. Torà. XI. pag- i49> '67, 476, 497 

« 5o2. 



bEUL ITALIANI yq 

Ycnlarono padroni e si divisero lo Sialo: Milano però e Genova 
rimasero indivise scilo la comune denominazione. L' improvvisa 
morte di Malico II., vedi il ruiiìi. 7 Tavola suddetta, seguila il 
'^6' di settembre del i355 tolse il triumvirato, e Barnaba e Ga- 
leazzo si divisero la di lui porzione. Non regnava però fra di loro 
molta armonia j i vizj loro, la maniera loro di governare alroce- 
nienle non disponevano i popoli a bramare il loro imperio. Pa- 
ragonando i due fratelli (1)» P''"^® ^^^^ Barnabò avesse l'animo 
più forte e Galeazzo fosse freddamente crudele. Il primo abban- 
donandosi ad una collera brutale, era capace di ogni eccesso, l'al- 
tro lo era sempre con maligna iranc|uillilà. Bernabò dava gli im- 
pieghi a persone , che li sapessero eseguire , e sapeva tenex'sele 
affezionale e fedeli ; Galeazzo per danaro dava le cariche ai più 
inetti uomini. Barnabò era veridico e palesava i suoi sentimenti j 
Galeazzo non era definibile. Il primo incuteva spavento j l'altro 
diffidenza. Barnabò si fece scolpire in una statua equestre di mar- 
mo , e la collocò dietro 1' altare maggiore di S. Giovanni in Con- 
ca : ivi si vedeva alcuni anni sono, non più dietro l'altare, ma 
alla sinistra della porta entrando nella della chiesa, ora trovasi 
in una sala dell' Imp. e R. palazzo di scienze ed arti in Brera. 
Vedi la Tavola 5g. Galeazzo fece pazzamente distruggere le pe- 
schiere , le pitture di QloiLo , e tutte le belle cose ordinate da 
Azzonc nel palazzo di Corte. Galeazzo fabbricò il castello di Mi- 
lano e quello di Pavia ; Barnabò quello di Trezzo. Nessuno di 
<|uesii due atroci fratelli ebbe commensali , come solevano averne 
Azzone , Luchino e Giovanni: Barnabò pagava esattamente i suoi 
stipendiati, e non permetteva che facessero estorsioni; Galeazzo 
trascurava di pagarli, e non badava alle loro angherie. Barnabò 
aveva la sicurezza e l'ordine, manteneva la parola data. Galeazzo 
secondo mori in Pavia il giorno 4 di agosto del iSyS dopo aver 
regnato if\ anni, vedi il nuin. 8 Tavola 58 j e successe ne'suoi 
Stali Giovanni Galeazzo di lui figlio, che portava il nome di 
Conte di yirtU , che era un piccolo feudo della Francia nella 
Sciampagna, portatogli in dote dilla Principessa Isabella figlia del 
Re di Francia Giovanni II (ji). 

(1) V. Verri , Storia di Milano , Cap. i3. 

(i) Dopo la morie d'Isabella spojò la cugina C.iUcriiia Visconti figli.i ili Bar- 
nabò. Vedine rcUìgic uclla delta lavula, cavala da una «cultura u«lla Ceiiusa 
di l'dvid. 



8o GOVERirO 

Il Conte "di Virtù era giovine di 2$ anni, e per lo spazio di 
sette anni ancora , lo Stato de' Visconti continuò ad essere sepa- 
rato in due parli , reggendo 1' eredità del padre Giovanni Galeaz- 
zo, e continuando a regnar Barnabò sulla sua porzione. A fronte di 
un zio terribile il Conte di Virili stavasene circospetto in Pavia; 
era una volpe che adocchiava destramente il vecchio leone, e 
tanto seppe dissimulare in ogni azione, tanto attento fu nel rap- 
presentare il meschino personaggio propostosi, che ingannò supina- 
mente lo zio , e nel silenzio andò preparando la mina che doveva 
rovinare il collega, e riunire la sovranità dello Stato in lui solo. 
Giunse il momento, e fu 11 giorno memorando sei di maggio del 
i385j giorno in cui venne tolta a Barnabò ad a' suoi figli per 
sempre ogni sovranità. Questi fatto prigioniere, fa cautamente 
trasportato nel castello di Trezzo , in cui sopravvisse sette mesi , 
e mori a quanto si dice , avvelenato. Vedi il num. 9 Tavola sud- 
detta. Sotto Giovanni Galeazzo, vedi il num. 10 Tavola suddetta, 
la famiglia de' Visconti giunse al più alto grado di sua grandezza. 
Egli prima d'ogni altro ebbe in Italia il titolo di Duca concedu- 
togli dell'Imperatore Venceslao eoa un diploma segnato il 2 di 
maggio del iSgS , e con altro diploma posteriore l'Imperatore 
dichiarò le 25 città che intendeva comprese nel Ducato concesso, 
cioè Arezzo , Reggio , Parma , Piacenza , Cremona , Lodi , Crema, 
Bergamo , Brescia , Verona , Vicenza , Fellclano , Feltro , Belluno , 
Bassano , Bormio, Como, Milano, Novara, Alessandria , Tortona, 
Vercelli, Pontremoll, Bobbio, e Sarzana. Oltre queste città lo 
stesso Cesare investì il nuovo Duca di una distinta contea transi- 
toria pure a' suoi discendenti , nella quale si comprendevano Pa- 
via , Valenza e Casale. Così quell' Augusto venne a staccar dal- 
l' impero 28 cilt'^ , che formavano la massima parte dell'antico 
regno Italico, e il Duca ne diventò legittimo Sovrano. Altre città 
possedeva Gian Galeazzo, non comprese in quel diploma j poiché 
sebbene avesse ceduto Padova , e dato in dote alla Principessa 
Valentina Alba ed Asti , ancora Bologna , Pisa , Siena , Perugia , 
Nocera , Spoleti ed Assisi erano sue suddite; per lo che era egli 
Sovrano di 35 città. A tale stato di prosperità era giunto Gio- 
vanni Galeazzo nell'anno i4o2, che tutto si piegava sotto la pò- 
lenza di lui. Altro piìi non gli restava se non di sottomettere Fi- 
renze , la quale era già cinta d' assedio , e fra poco la Toscana , 



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decl'italuni 8i 

Irt Romagna in buona parie e la Lombardia non avrebbero avuto 
altro padrone fuori che lui. Il Corio ci attesta che il manto reale, 
il diadema , lo scettro erano già preparati dal Duca ; e per cele- 
bnre la funzione di farsi incoronare Re d'Italia, aspettava sol- 
tanto I' Avviso della resa di Firenze. Il Duca contava allora il 49° 
anno dell'età san, quando morì in Marignano il 5 di settembre 
dello stesso anno i4o2 , e cosi ogni cosa cambiò aspetto. Nel te- 
stamento divise a suo arbitrio lo Stato: al cadetto Filippo Maria 
lasciò la contea di Pavia, Novara , Vercelli , Tortona, Alessandria, 
Verona , Vicenza , Feltro , Belluno e Bassano. Al primogenito 
Giovanni Maria assegnò Milano, Cremona , Como, Lodi , Piacenza, 
Parma, Reggio, Bergamo, Brescia, Siena, Perugia e Bologna. Per 
ultimo a Gabbriello suo figlio legittimato diede il dominio di 
Pisa e di Crema , o come altri scrivono di Pisa , della Lunigiana 
e di Sarzana. 

Giovanni Galeazzo voleva lasciare ai secoli venturi monumenti 
eterni della sua grandezza. Egli ordinò una nuova compilazione 
degli Statuti di Milano, la quale fu pubblicata il i3 di gennajo 
del 1896, ed è la medesima che venne stampata poi in Milano 
Panno i/18o. Egli fabbricò la chiesa e la magnifica Certosa presso 
Pavia , uno de' più grandiosi e ricchi monisteri che avesse quc- 
si' ordine. Vedi la Tavola 60. Egli immaginò ed innalzò il Duo- 
mo di Milano; tempio di que^ tempi, il più grande, il più ar- 
dito e il più magnifico del mondo , senza eccettuare Santa Sofia 
di Costantinopoli. Giovanni Galeazzo voleva per ogni modo la- 
sciare ai posteri la fama di so medesimo; quindi egli fece ben 
anche immaginare in genealogia del suo casato, e questa fu com- 
pilata nella maniera più grossolanamente fastosa, che dire si po- 
tesse. Si creò allora la Cronaca de' Conti di Angera , celebre 
presso molti nostri autori. Si riascese nulla meno clie al Trojano 
Enea, il cui nipote per nome Anglo si fece fondatore à^ Angle- 
ria, nome Latino di una Rocca del lago Maggiore chiamata 
Angera. Da Anglo si fanno discendere molti Re ed eroi e final- 
mente M.Titeo Visconti. Appoggiali a questa Genealogia i suc- 
cessori di Gian Galeazzo ambirono poi di aggiungere al titolo 
di Duca di Milano , quello ancora di Conte d'' Angera , e talvolta 
semplicemente Angluò ; come fra gli altri ambi di fare Lodo- 
vico Sforza. 

Cost. rol. FUI, dclV Europa. P. II. 6 



82 GOVÈRNO 

Il nuovo Duca Giovanni Maria, vedi il nu^n. ii della Tavola 58, 
aveva appena i4 anni; e io ne aveva Filippo Conte di Pavia. 
Vedi il num. 12 Tavola suddetta. La tenera loro età, e la di- 
scordia de' reggenti nomin.ui da Gian Galeazzo furon cagione, 
che la gran mole di questo sì vasto imperlo si disciogliesse in 
breve e si riducesse ad assai più stretti confini. In molte città di 
Lombardia sorsero alcuni de' più ragguardevoli cittadini, e se ne 
fecero Signori. I Principi confinanti si valsero dell'opportuna oc- 
casione a stendere il loro dominio -, e 1 Fiorentini fra gli altri 
presero il destro di farsi padroni l'anno 1^06 della città di Pisa; 
e 1 Veneziani con assai più vasti progressi si fecero In pochi anni 
Signori di Padova , di Vicenza , di Verona , di Brescia , di Ber- 
gamo e di più altre città. Intanto il Duca si era colla sua cru- 
deltà reso odioso ai sudditi. Molti si collegarono per togliere dal 
mondo quel mostro crudele, pazzo, debole, imbecille e ferocissimo: 
11 giorno 16 di maggio del \^ii lo colsero, non si sa bene se nella 
chiesa di S. Gottardo, ovvero in una sala di Corte mentre s'inviava 
alla chiesa, e lo lasciarono sul momento morto dalle ferite. Cosi 
questo Duca terminò l'obbrobriosa sua vita in età di 24 anni 
non per anco compiuti, e senza lasciar figli. Antonia figliuola di 
Maìatesta Signor di Klmini ne fu l' infelice moglie. Vedi la Ta- 
vola suddetta. Filippo Maria era giunto all' età di 20 anni , e se 
ne stava nascosto e pauroso nel castello di Pavia ; il rimanente 
dello Stato era occupato da piccioli Sovrani , ed il più potente 
fra c|uesti era Facino Cane, il quale però mori in Pavia nel giorno 
stesso. In cui venne trucidato Giovanni Maria. Gli stipendiati di 
Facino Cane erano un corpo ragguardevole Mi bravi soldati aife- 
zionatlssiml al loro Generale, e dopo la morte di esso alla di lui 
vedova Beatrice Tenda. Essa sposò il giovine Duca, vedi la Ta- 
vola suddetta, e questi si trovò immediatamente padrone di Pa- 
via , Tortona , Novara , ed Alessandria : cacciò da Milano Estore 
Visconti che se n' era f^tto Signore, ed ascoltando il consiglio di 
Beatrice sua moglie affidò al valoroso Francesco Carmagnola il 
comando delle sue truppe, e col di lui mezzo dilatò nuovamente 
j confini del suo dominio. A tale stato di grandezza era giunto 
il Duca Filippo Maria l'anno i^'i/\, che possedeva venti città 
acquistate colle nozze di Beatrice e colla fede e col valore del 
Carmagnola. A sua disposizione furono anche due altri famosi 



degl'italiani 83 

condottieri de' suoi giorni Francesco Sforza e Niccolò Piccinino. 
Doveva il Duca al Carmagnola i prosperi successi delie sue anni 
nei primi dodici anni del suo governo, ma in sei:;uiio per difli- 
denza, ei Io dimenticò, lo insultò e l'obbligò ad abI)andonarlo 
nel i4^4- Lo Sforzi venne nel servigio del Duca nel i f^f). Fi- 
lippo ne fu fanatico, nel i43o gli promise la figlia, nel \^\3.\ lo 
voleva far ammazzare e fu da lui abbandonato nel 1434. E tanto 
manifesta V imbecillith di Filippo nel!' aver maltrattato Carma- 
gnola e Sforza, che la storia fa conoscere a lui devoti que' due 
capitani anche quando comandavano le squadre nemiche. II Cirma- 
gnola perde a Venezia la testa sul palco perchè incapace di ce- 
lare r affezione pel suo antico padrone. 11 carattere di questo 
Duca fu la diffidenza. Ei fu crudele co' vinti e famigliare al tra- 
dimento. Dedito con entusiasmo all'astrologia per error dei tempi 
suoi , si era abbandonato per propria inclinazione alla solitudine. 
Inaccessibile ai sudditi non solo , ma ai magistrali, ai condottieri, 
in balìa all'abuso di confidenza di malvagi cortigiani, perdeva per 
diffidenza i grandi uomini. Gli ultimi anni di sua vita furon per 
lui i più sv«Miiurali , perciocché vide più volte le truppe Venete 
giugner fino presso Milano, e dare il guasto a tulle le terre d'in- 
torno. Morì finalmHjite Filippo a' 1 3 d'aposlo del i^iy nel ca- 
stello di Milano. IN'on lasciò alcun maschio che gli succedesse, 
ma solo Bianca Maria sua figlia illegittima eh' ebbe da Agnese 
del Majno , e da lui già data in moglie al valoroso Francesco 
Sforza. Filippo chiuse la serie de' Visconti che dominarono 170 
anni. I Milanesi allora desiderarono di ritornare all'antica loro 
libertà ; ma come difenderla contro tanti principi avidi di aggiu- 
gnere «i loro dominj una sì bella e sì ricca pHrle d' Italia ? Con- 
venne loro chiamare un prode capitano che li sostenesse nel loro 
disegno; e a tal fine prescelsero lo slesso Francesco Sforza, che 
bramava non men degli altri di giugnere a quel dominio. E ado- 
perossi di fallo sì destramente ciie l'anno i45o ottenne di essere 
acclamato Duca e Signor di Mil.mo (i). 

(1) L,» fainighrt AiUiiiioio di Cotij^iiolii in RoniHgiia , della pf)i Sfi>rzti [inssìt 
a Milano nel secolo XV. Il sopì .iiinomc di Sforza fu dato ad Alberigo da 
barbiaiiova Muzio Atlciidolo pudie del uoslio Duca Francesco, per cci lo iii- 
dumilo suo vigor d'animo, che poi nel 1434^"^ morte di Muzio , per desiderio 
di Giovauua 11., di cui egli era Gran Coulc^labile , fu sostituito al roguomo 
Alteudolo> restando iu tal guisa ereditario a tutta la sua ditccudccza. Ò/ur^a 



84 GOYEUNO 

La città di Milano si rese a Francesco Sforza dopo trenta me- 
si e mezzo di anarchia, ossia di un atroce disordine chiamalo 
Repubblica. 

Il nuovo Duca , vedi la Tavola 61 num. x , colla sua sposa 
Bianca Maria , vedi la detta Tavola num. 2 , e col primogenito 
Galeazzo Maria fece il pubblico ingresso in Milano il 25 di marzo 
del i45o, e s'incamminò al Duomo', ove smontato da cavallo 
si pose una candida sopravveste; indi colla solenniih de' riti la 
Duchessa e il Duca vennero ornati col manto Ducale , e poi da- 
gli eletti di ciascun quartiere ricevette il giuramento di fedeltà , 
ed essi a lui consegnarono lo scettro, la spada , il vessillo , il si- 
gillo Ducale e le chiavi della città. Dopo ciò il Duca fece pro- 
clamare Conte di Pavia il primogenito Galeazzo. Francesco Sforza 
fu Principe umano, giusto e benefico, ma il suo regno fu breve 
poiché durò solo 16 anni. Egli non visse mai in pace, né potò 
pienamente rivolger l' animo alla parte del legislatore ed alla 
riforma politica della nazione. Le città che formarono lo Stato 
sotto il dominio di lui furono quindici , cioè Milano, Pavia, Cre- 
mona, Lodi, Como, Novara , Alessandria, Tortona, Valenza, Bob- 
bio , Piacenza, Parma, Vigevano, Genova e Savona. Frammezzo 
a'pensieri militari per difendere lo Stato e rivendicarne le usurpate 
membra non dimenticò mai le cure di un padre benelìco de'suoi 
popoli. Abbellì, ristorò e rese piìi vasto il palazzo Ducale ; rie- 
dificò maestosamente il castello ch'era stato demolito durante la 
passata Repubblica ; intraprese e condusse quasi a fine la fab- 
brica àeW O spedai Maggiore^ intraprese e condusse al suo ter- 
mine la grand' opera del canale ossia Naviglio che da Trezzo 
conduce le acque dell' Adda a Milano, e riattò le vie della città. 
Mori questo buon Principe il dì 8 marzo del 14^6 all'età di 65 
anni e venne con magnifica pompa tumulato in Duomo. Tutta 

nelle soe insegne portava il Pomo cotogno, vedi la detta Tavola, che era 
l'emblema del Comune di Cotignola ov'era nato. L' Impeiiitore Eol>erlo diede 
nel 1401 il Leon d'oro rampante a Sforza , allorché sorpreso dal valore e dal- 
la bellezza delle sue truppe con cui venne in nome de' FioreTitini a soccorrerlo 
contra il Duca di Milano, gli disse: lo ti voglio donare un leone degno della 
tua prodezza, il quale colla man sinistra sostenga il cotogno , e minacciando 
colla destra il difenda', e guai a chi lo tocchi! Il Diamante in punta legato 
lU un anello fu dato a Sforza dal Marchese dì Ferrara pe' servigj prestati nella 
guerra contra di Ottohouo Terzi nel 1409- il Drago alato , che termina colla 
testa di uomo, è il cimiero particolare d.clla casa Sforza. V. Litta , Famiglie 
celebri d' Italia , fascicolo 1. 



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DF.r.L ITMUNI 85 

In c'ìliS rimase squallido <• (Irsolnta , stimando o{*niinn , dice il 
Corio, non solo avere jìcrduto uno Duca; ma uno colendissimo 
Patte. Noi vi prcsenliauio nella Tivoli 62 i ritraili di France- 
sco Sforza e di Bianca Mirìa cav-ili da un quadro di Giulio 
Campi nella chiesa di S. Sigisnion«Io presso Cremona. 

G ileazzo Maria, vedi il nutn. \\ della Tavola (ù , alla morte 
del padre irovavasi in Francia- Appena ricevè l'avviso che spe- 
digli la madre Bianca Maria, s'incamminò alla volta di Milano, 
e fece la solenne entrata il 20 marzo del 1 4^(). Egli avea aa anni: 
tutto lo Sialo tli Francesco Sforza composto di i5 città passò al 
nuovo Duca Galeazzo Maria. Il Duca di Savoja, poiché lo vide 
assicuralo sul trono pensò a strignere parentela con esso lui. Si 
conehiusero le nozze , e Galeazzo M<*ria sposò la Principessa Bona 
di Savoja , vedi il nuni. 4 Tavola suddetta , il 6 di luglio del 
i4^B. Egli fu ben diverso dal buono e magnanimo suo padre. 
Si dimostrò ingratìssimo verso dell' olfima sua madre , donna di 
senno , di cuore e di niente non comune, l'olla costretta ad ab- 
bandonare la corte burrascosa di Milano terminò di vivere in 
Marignano il 23 oilobre del i4^'^ . t^ ^c disse, così il Cerio» 
jnù de vaneno che de naturale egritudine. Il Duca amava la 
pubblica maguilicenza, e a tal Cne comandò che si lastricassero le 
vie di Milano. La pompa del Duca si palesò singolarmente nel 
maestoso viaggio eh' ei fece colla Duchessa a Firenze l'anno 
1471. Condusse egli un tal corredo che oggidì ai più grandi 
Monarchi d'Europa parrebbe una troppo strabocchevole pompa. 
Ritornato dal viaggio pensò a dare una moglie al suo figlio pri- 
mogenito Giovanni Galeazzo bambino ancora dì quattro anni j e 
questa fu Isabella d' Aragona figlia del Duca di Calabria Alfonso 
e d'Ippolito Sforza. Queste nozze si pubblicarono 1' anno i^yi. 
La fama della casa Sforza era giunta a segno, che persino il Sol- 
dau d'Egitto spedi al Duca ambascidtori , e quesii vennero a 
Milano nell'ottobre del 1476 accolti, alloggiali, regalali splen- 
didamente dal Duca. Il giorno di S. Stefano 16 di dicembre del 
i47t> dal castello s'incamminò a cavallo con tutto il corteggio per 
ascoltare la messa nella chiesa collegiata di detto Santo , ove 
giunto da tre nobili giovani venne con piìi pugnalate ucciso. 
Così terminò la sua vita Giovauni Gileazzo dopo dieci anni di 
sovranità e all' oih di ii anni. 11 Curio testimonio di veduta ci 



86 GOVERNO 

lasciò descritto il fatto ; e ci raccontò i vìzj (l»l Duca , anzi i 
suoi delitti. Egli uni a molte atrocità una sfrenata libidine; anzi 
una professione palese di scosiumatezza. Avidissimo di smugnere 
danaro dai sudditi gli opprimeva colle gabelle non mai bastrinti 
alle profusioni del fasto. 

Il merito principale nell' aver conservata la città tranquilla in 
mezzo a tale scossa improvvisa, l'ebbe Francesco Simonetti, che 
si chiamava Cicho Simonetta , uomo di Stato e di molta virtù. 
La vedova Duchessa Bona lasciò che Cicho disponesse ogni cosa. 
Il figlio primogenito Oiovannl Galeazzo , vedi il num. 5 Tavola 
.«suddetta, venne proclamato Duca, sebbene d'età di sei anni , e 
Smionetti reggeva tutto sotto nome della Duchessa Bona dichia- 
rata tutrice del nuovo Duca. Ma Lodovico soprannoniato il Moro, 
zio paterno del giovine Duca, uomo scaltro quant' altri mai fos- 
se , e al maggior segno avido di comando, seppe condursi si de- 
stramente, che rimossi l'un dopo l'altro , e atterrati coloro, che 
potean fargli contrasto , si rendette arbitro del governo. Giunto 
Giovanni all'età di 20 anni nel 1489. pensò Lodovico di ac- 
comp.ignarlo colla Principessa Isabella di Aragona, vedi il num. 
6. Tavola suddetta, a cui era già stato promesso dal defunto 
Duca. Celebre è la pompa degli ambasciatori destinati alla corte 
di Napoli per tal solenne inchiesta (i), magnifico al sommo fu 
lo spettacolo dato in Tortona alla sposa , e grandissime le feste 
in Milano nella celebrazione di queste nozze. Ma intanto Lodo- 
vico si rese padrone dell' erario , e passò a disporre il tutto da 
sé. Il Duca (iiovanni Galeazzo e la Duchessa Isabella penuriavano 
d'ogni cosa,* sebbene fosse già st^ta feconda la Duchessa di Fran- 
cesco , nato in febbrajo del i^()\- Posta in t^le angustia Isabella 
trovò modo di renderne informato Ferdinando Re di Napoli, che 

(1) Tutto ciò cbe mostra il costume dei relativi tempi debbe aver luogo in 
questa stori;). Erano questi ambasciatori accompagnati da 36 giovani nobili 
Milanesi. Fra essi ci fu una gara maravigliosa nel cambiare vestiti magnifici ; 
chi dieci, chi dodici e chi sedici domestici conduceva seco nobilmente vestiti 
di seta, con gemme e perle all' armilla del braccio sinistro. L'usanza di queste 
armille, ossia braccialetti gemmati costava assai, poiché i padroni ne avevano 
al loro braccio del valore di sette mila fiorini d'oro. Il Calco che ce ne descrive 
la pompa dice che veramente sembravano tanti Sovrani, e portavano collane 
pesantissime d'oro della grossezza di un pollice. Allorché dovremo parlare del- 
le danze, rappresentazioni, ec. descriveremo lo spettacolo dato in Tortona all' oc- 
casione dell'arrivo della sposa. 



degl' italiani 87 

lo pressò a lasciare il Governo al Duca medcsirao. Sdegnato Lo- 
dovico contro il Re di Napoli invitò il Re di Fnncia Carlo Vili 
alla conquista dì quel regno. Questi precipitò in Italia con forte 
esercito, ed il giorno i4 ottobre nel cnstello di Pavia venne ma- 
gnificamente accolto da Lodovico il Moro. Ivi il Re visitò il 
Duca Giovanni Galeazzo ammalato di consunzione, si disse per 
lento veleno propinatogli da Lodovico. L'infermo raccomandò 
alla pietà del Re Francesco suo figlio, e l' infelice Duchessa sua 
moglie, che al letto dello sposo di cui raccoglieva gli ultimi re- 
spiri gettatasi ai piedi di Carlo, lo supplicò con calde lagrime 
di salvare la casa paterna. La commovente scena mosse a com- 
passione coloro soltanto che non potevan soccorrerla (i). Il Duca 
fra pochi giorni terminò la sua vita al 23 ottobre nell'eth di aS 
anni. Lodovico fece trasportare in Milano e tumulare in Duomo 
colle cerimonie consuete l' infelice nipote che fu sesto Duca di 
Milano, non perchè abbiavi comandato giammai , ma perdio ne 
portò il titolo. Nel i486 una pestilenza tolse in Milano cinquan- 
tamila persone Sotto di Giovanni Galeazzo si edificò il grandioso 
Lazzeretto attribuito a Bramante. 

Lodovico il Moro mendicata da Massimiliano 1. nel 5 settem- 
bre i494 un'investitura imperiale già altamente dal padre rifìu- 
lataj e sbrigatosi dell'innocente nipote, venne supplicato da una 
comica rappresentanza di un Consiglio da lui convocato nel ca- 
stello ad accettare il Ducato , e tosto uscendo dal Consiglio fu 
proclamato Duca. Uomo di sommi talenti , se perveniva al trono 
per ordine di successione, vi giungea senza macchie, senza lega- 
me co' tristi, e sarebbe stato uno de' più degni Principi del se- 
colo j ma per imperfezione delle cose umane, il vasto Ducato er^ 
devoluto ad un bambino , Francesco suo pronipote. Il Moro, che 
strascinato da malvagia politica onde salvarsi dalia vendetta degli 
Aragonesi che reclamavano i diritti del pupillo, aveva invitato 
Carlo Vili, alla conquista di Napoli, tremò all'annunzio della 

(i) Questo fallo è slato non ha guari rappresintato in un commovenfissimo 
quadro dairtsimio pillole Pelagio Palagi per commissione riel cospicuo nostro 
Mecenate S. È il Conte Giacomo Mellerio: bellissimo quadro che, esposto al 
pubblico nelle sale di questo nostro Imp. e R. pal;i7.zo di scienze ed arti, vcu- 
ne da tutti, ma spezialmente dal colto ossei v.itorc ammiralo per 1' invtnzinne , 
la composizione, pel disegno e per tutti quegli altissimi pregi clic costituiscono 
l'arte del gran pittore. 



88 GOVERNO 

rapidità de' trionfi di quel Re , e più ancora a quello de* vasti 
progetti che Carlo concepiva sul!' Italia j ma tardi s'accorse del- 
l' abisso che si era scavato sotto i piedi. La giornata di Fornovo 
pose nel 149^ in fuga il Re Carlo, e il Trattato di f^ercelli 
assicurò una tregua. Ma i Francesi avevano veduto questo ameno 
e ricco paese, né potevano dimenticarsene piìi. Nei susseguenti 
tre anni l' Italia restò agitata da j^uerre inutili protette dal Moro. 
Intanto il successore di (ìarlo Vili alle ragioni ereditate sopra 
Napoli aggiunse quelle che pretende» di avere sopra Milano, come 
pronipote di Valentina Visconti. Lodovico XU. formò nel 1498 
la lega fatale di Blois , a cui i Veneziani accorsero animati dallo 
spirito di vendetta contro il Moro, ed accorse Alessandro VI im- 
paziente dell'esaltazione de^fiyli. Il TrivuUio esacerbato da anti- 
che offese , comandò gli eserciti. Le colpe del Moro non erano 
sostenute da perizia militare: odiato da' sudditi per le sue vio- 
lenze, mal gradito a' Princìpi Italiani per la sua doppiezza, im- 
peditagli la riconciliazione col Trivulzio , più non trovò chi l'as- 
sistesse. Dovè dunque cedere all'armi nemiche e a' tradimenti 
de' suoi favoriti. Milano nel i499 vide per la prima volta dopo 
il Barbarossa genti straniere. Alcuni piansero la perduta indipen- 
denza della patria, che giustamente accusava la loro indolenza e 
pusillanimith , altri spensierati e leggeri non sapevano volgere in 
mente che la memoria di una corte nell'opulenza e nel raffina- 
mento, e il licenzioso ma gradilo vivere. Non tardò il Moro a 
radunar truppe e a riguadagnar il Ducato j ma tradito dagli Svìz- 
zeri il 10 aprile i5oo cadde in mano de' Francesi a Novara. Il 
Trivulzio nell'ebrezza della vendetta ebbe la viltà di volerlo ve- 
dere in tanta miseria , e di rinfacciargli il bando che gli aveva 
dato: l'ambizione di questo maresciallo fu più rivolta a soggio- 
gare i nemici viventi e a vendicarsene, che a procacciarsi una 
fama generosa presso la posterità. Trivulzi colla sua ambizione 
rovinò la patria , scacciandone i naturali suoi Duchi, e la immerse 
nelle miserie che 1' afflissero per più di un secolo : egli non ha 
dritto veruno alla nostra riconoscenza. Passò il Duca in custodia 
del generoso duca de la Tremouille , il quale rispettando la sven- 
tura di lui, lo provvide di quanto conveniva alla di lui condi- 
zione (i). Il giorno 17 d'aprile partì da Novara per la Francia, 
(i) Gli preseatù sei abiti, due di stoffa d'oro, due d'argento, due di seta 



onuE 




s;; 



DECI.' ITALIANI 89 

abbandonando per sempre V Ii.«li.i. Tradotto nel castello di Lochcs 
crssò di vivere nel 1 5o8 , "ìy niagjjio nell'anno 67 di sin vita. 
Nel 1 497 ^^ ^ gennajo egli aveva perduto l'amata sua sposa Dea- 
trice d'Ercole I. d' Eslc Duca di Ferrara (1), dalla quale a\eva 
avuti due Ggli Ercole, detto poi Massimiliano, e Francesco (2). 
Il Moro, cui furono rimproverate la morte del Duca Giovanni 
Galeazzo e dell'onorato Ciclio Simonetta, fu nel rimanente sin- 
cero, generoso, liberale, amico del merito, conoscitore de' talenti, 
promotore della coltura in ogni g(;ncre, tenero marito, padre af- 
ftituoso e cipace di amicizia e di benevolenza. Celebre quindi 
fu lo splendore della corte di Lodovico circondata da valorosi 
artisti e illustri letterati. Calcondila , Merula , Minuziano, Paccio- 
li, i Calchi, il Corio la decoravano. 13ramanle abbelliva Milano: 
Gafurio provvedeva al primo conservatorio di musica che si eri- 
gesse in Italia; Leonardo fondava la scuola Lombarda , e dipin- 
geva la famosa cena di cui parla 1' Europa (3). Il nome però 

con allrcttanti giubboni, e paja ^ei calze di scarlatto, e dodici camice di renso 
con scarpe e berrette similmente d'oro. Queste minuzie riferite dal Prato dan- 
no idea del vestire di que' tempi. 

(1) 11 Calco ci descrive le pompe £;randissime fatte per le nozze di Lodovico 
con Beatrice d' Este. Allora l'Abito de' Dottori collegiali era più allegro di 
quello che lo iu in seguito: puipur<.ìs ucl coccìneis toi^is Jìilgcntes comparvero 
in quelle feste ce 

(•ì) Le Ggure di Lodovico il Moro e della sua moglie Beatrice d'Estc scolpite 
in basso-rilievo in due lapidi vennero trasportate dalla chiesa delle Grazie in 
Milano alla Certosa di Pavia e collocate presso il monumento di Giovanni 
Galeazzo. Vedi la Tavola 60 nitm. a e 3, e nella Tavola Gì nuin. 4 ' ritratti 
cavati dalla storia di Cremona dal Campi. Ne' lati della porta maggiore sotto 
il portico della Canonica della Basilica Ambrosiana vcggonsi le teste in basso- 
rilievo di Lodovico e di Beatrice. La Dibliolcca Ambrosiana in Milano conserva 
di mano di Leonardo il ritratto di beatrice, e l'inim.igine di essa vedcsi pure 
in un quadro della scuola di Leonardo clie esisteva una volta a Sant'Ambrogio 
ad Nvmus , ed ora trasportato nella Imp. e R. Pinacoteca. Ella vi è inginocchio 
co' due suoi tigli Massimiliano e Francesco, e collo sposo Lodovico. Vedi la 
'Javola 63. 

(3) La già nominata S- E. il Conte Giacomo Mellerio elesse tra i valenti 
Pittori della nostra città il signor Giuseppe Diotti, a rappresentare in un quadro 
di grandezza eguale ni già sopralodato del signor Palagi —La protezione di 
Lodovico il Moro compartita ad alcuni uomini insigni della sua età che onorò e 
trattenne a luminoso fregio della sua corte— Questo lavoro del signor Diotti, 
esposto nel santuario sacro alle l)clle arti in Brera formò 1' ammirazione degli 
osservatori che vi ravvisarono reg(data la distribuzione de' gruppi, dignitosa la 
di.<poste/.za de* personaggi , vari;ilc le pniporzioni a seconda de'caratteri, corretto 
il disegno, e conservate le costumanze de'lenipi. Se il signor Diutti si è acquistato 



90 GOVERNO 

del Moro sarà sempre d'ingrata memoria agl'Italiani pe' funesti 
avvenimenti, cui egli apri il corso. Il regno di Napoli diventò 
una provincia , e impoveri nelle mani dei Re di Spagna. Crollò 
poco dopo il Ducato di Milano e seco trascinò l'indipendenza 
d^ Italia, che lacerata da continue invasioni, divenne il pomo della 
discordia de' forestieri. 

Il Re di Francia Lodovico XIL aveva ottenuta l' investitura 
del Ducato di Milano dall' Imperator Massimiliano sagrificando cosi 
i due suoi cugini germani Massimiliano (i) e Francesco Sforza, 
collo spogliarli di quel diritto ch'el medesimo aveva in prima dato 
ad essi nell'investitura di Lodovico il moro suo padre. Lodovi- 
co XII. volle piantare un nuovo sistema politico nel Milanese , 
quindi in data del giorno ii novembre i499 ^^ Vigevano pub- 
blicò un editto perpetuo in cui primieramente stabilì che nella 
città di Milano risedesse un Governatore suo luogo-tenente da 
cui dipendesse tutto ciò che concerna va la guerra , e che avesse 
la plenaria podestà sulle città, borghi e terre, per la loro con. 
servazione , come se fosse il Re. vSecondariamente stabilì che ci 
fosse un Gran Cancelliere forestiero e custode del sigillo e nel 
tempo stesso Presidente del senato. In terzo luogo che non vi 
fossero più due consiglj , uno di Stato, e l'altro di giustizia j 
ma un solo supremo consiglio col nome di Senato sotto la pre- 
sidenza del detto Gran Cancelliere. Volle che i Senatori fossero 
di professioni diverse , cioè due prelati , quattro militari, e il ri- 
manente dottori de' quali alcuni volle che fossero forestieri. Que- 
ste cariche furono dichiarate perpetue e Indipendenti dal Gover- 
natore; anzi stabili che il solo senato dovesse giudicare de'casi 
ne' quali un senatore avesse meritato il congedo. Concesse al se- 
nato la facoltà di confermare o invalidare i decreti del Re; di 
accordare ogni dispensa; e che tutte le grazie, donativi, prlvi- 
legj o editti di giustizia o di polizia emanati dal trono , fossero 
di nessun valore, se non venivano interinati dal senato. Final- 
mente creò due nuove cariche , un avvocato Gscale e un procura- 

con questa bell'opera una grande rinomanza , S. E. il Conte Mellerio, col- 
r imitare la generosa protezione accordata da Lodovico il Moro ai valenti artisti, 
va animando i doviziosi patrizj a seguire il suo esempio, e a procacciare cosi al 
Genio Lombardo nuovi titoli di gloria. 

(i) Massimiliano nato nei 1409 chiamavasi Ercole, e grato all'Imperatore 
Massimiliano clie nel 1^90 lo aveya accolto alla sua corte, cambiò il nome. 



degl' italiani 91 

tor fiscale (1). Per una provincia ri mota , alla testa della quale 
si voglia porre un suddito , non pare possibile 1' archllelt >re un 
sistema più ragionevole di questo , e convien dire che tale ei fos- 
se , se malgrado delle variazioni che vi si fecero guastandolo, 
pure anche sotto diverse dominazioni si sostenne poi per secoli. 
Ma se le circostanze momentanee consigliavano Massimiliano 
in forza della lega di Cambray a lasciare a Lodovico XII. il 
Ducato di Milano j cambiate queste, ben tosto gli interessi di cia- 
scun potentato ripigliarono il loro vigore j e nello Sforza preferì 
Cesare un Principe suo stretto parente ad un rivale formidabile 
quale era il Re di Francia. Anche il Papa Giulio II. voleva l'I- 
talia libera , per lo che egli impegnò gli Svizzeri a collegarsi 
seco per iscacciare i Francesi. Massimiliano , vedi Tavola sud- 
delta nuin. 5 , che dal nono anno della sua età fino al 21 vissuto 
era in Germania sotto la protezione di questo Imperatore, fu ri- 
cevuto in Milano ai 29 dicembre i5i2 con entusiasmo (2), ma 
non corrisposero le sue qualità alle speranze de' sudditi. Non sem- 
bra che questo Principe avesse alcuna energia uè elevazione d'ani- 
mo; egli spensieratamente portava il titolo di Duca, e in mezzo 
alla umiliazione propria ed alla miseria de' sudditi pensava a pas- 
sar giocondamente il tempo fra i giuochi , le pompe e la molle 
lascivia. Donava feudi , regalie , regalava danaro , roba a lutti i 
suoi favoriti con profusione in guisa che aveva sempre 1' erario 
esausto. Intanlo lo Stato si scemava: la Valtellina con Chiavenna, 



(1) Nominò Governatore Gian Giacomo Trivulzio Marchese di Vigevano e 
Mareiciailo di Francia; Gran Cancelliere il Vescovo di Lucou Pietro di Sii- 
veiges; Senatori Antonio 'I rivulzio Vescovo di Como, Girolamo Pallavicino 
Vescovo di Novara; i Militi, Pietro Gallarate , Francesco Bernardino Visconte, 
Conte Giberto Borromeo td Erasmo Trivulzio; Dottori , Claudio Leistel Con- 
sigliere dei Parlamento di Tolosa, Gian Francesco Marliano, Michele Riccio, 
Gian Francesco Corte , GiofTredo Caroli Consiglitre del Parlamento del Delfina- 
to , Giovanni Stefano Castiglione, Girolamo Cusano, Antonio Caccia; l'Avvocato 
Fiscale fu il celebre Girolamo Morone, ed il Procuralor Fiscale Giovanni 
Birago. 

(a) L'ingresso si fece al solito da Porla '/Vcj/icìc con più di loo gentiluomini 
che lo precedevano, usciti ad incontrarlo con un abito uniforme, comjiosto de'colo- 
ri medesimi che il Duca aveva scelti per sue livree , cioè pavonazzo , giallo e 
bianco. 1 gentiluomini però, oltre al portare ventiti di seta gli avevano altresì 
ricamati d'oro; per lo che non si potevano confondere co' domestici del Duca. 
Il Duca cavalcava vestito di raso bianco trinalo d'oro, porlavangli il baldacchino 
i Dottori di collegio. 



9** GOVF.nNO 

Bellinzona , Locamo e Lugano erano orrnpate dagli Svizzeri in- 
tenti a farsi pagare la loro alleanza j Parma e Piacenza lo erano 
dalle truppe del Papa , che vantava antichissimi diritti sulle due 
città ; Genova doveva riacquistare la libertà. I popoli gemevano 
sotto la massa dei tributi , assorbiti in parte dal terribile Cardi- 
nale di Sion Generale deg>li Svizzeri , che poi si lasciò sconfig- 
gere. Rinnovava ad ogni tratto le confiscazioni , facendo ripullu- 
lare così lo sdegno de' Grandi contro di lui , mentre i Francesi 
disponcvan nuove invasioni. E di fatto scesero essi m Italia nel 
i5i2 e gli tolsero la capitale. Fuggì a Novara, e colà si trovò 
difeso da que' medesimi Svizzeri , che avevan tradito il padre , ed 
assalito da quel medesimo Trivulzio , di cui il padre era rimasto 
prigione. Gli Svizzeri ripararon colla vittoria di Novara nel i5i3 
ai 6 di giugno la vergogna del tradimento , e Massimiliano fu 
ricondotto alla sua capitale. Ma nel i5i5 Francesco L sorpreso 
in Piemonte Prospero Colonna , che era stato chiamato al co- 
mando delle truppe Ducali , e sconfitti gli Svizzeri alla battaglia 
di Marìgnano ai i4 settembre i5i5 diventò padrone dello Stato. 
Il Duca ricoverato nel castello di Milano cedendo alla propria 
viltà e alle arti dell'infedele favorito Gerolamo Moroni ai 5 ot- 
tobre i5i5 segnò la rinunzia de' suoi Stati al Re di Francia, 
non riconoscendo quest'anima insensata nella perdita del trono 
che un felice riposo. Passato prigioniero in Francia , morì nel 
i53o in Parigi colla speranza del Cardinalato. Fu da lui che la 
città di Milano fece acquisto del diritto di elezione del vicario 
di provvisione, carica soppressa dai Francesi nel 1796. 

Francesco Sforza dopo la sconfitta di Marignano del i5i5 
si ritirò in Germania. Esule ed oscuro viveva in Tirolo, quando 
r Italia desolata da'Francesi credè di riconoscere in Carlo V. colui 
che potesse renderle la libertà. Si formò allora la lega degli 8 
aprile i52i preseduta da Leone X., che tra' primi patti coll'Im- 
peratore , volle la casa Sforza restituita al dominio de' suoi mag- 
giori. Francesco, vedi la Tavola suddetta num. 6, entrò come 
Duca in Milano il 4 aprile iSaa (i), mentre l'atroce Lautrec era 
posto in fuga alla Bicocca da Prospero Colonna. Il Duca France- 
sco confermò il senato j stabili che venisse composto di 27 sena- 

(1) Il lieto accoglimento fallo dai Milanesi al Duca Francesco venne descrit- 
to dal Guicciardini , Lib- XIV. e dal Grunaello, Cod. MS. Belsiojoso , fogI.° 112. 



degl'italiani ()3 

tori, cioò 5 prelati, 9 cavoUcri e i3 duttori. L' edillo ù del giorno 
iH maggio iSa*». Questo corpo ebbe in quella occasione la pie- 
nissima podeslh di procedere e g'udiziarianienlc , ed anche per la 
\ia dell' equità (i). Nel iSaS il Ducalo fu assalito da Donnivet , 
nel i524 da Francesco I. che s' impadronì di Milano, benclu^ 
dopo la ballaglla di Pavia il Duca lo ricuperasse. Avca egli però 
riaccjuistato il nome pili clic l' nulorilh di Principe, e come il 
frUello alla dcsolalrlce ferocia degli Svizzeri, cosi egli ora esposto 
all' insnzìnbllllà de' ministri imperiali e all'ambizione di Carlo V., 
che malgrado de'lrallati meditava disporre di Milano. L' Italia op- 
pressa dalle medesime calamità, credè di trovare ne' primi suoi 
oppressori coloro che la potessero salvare^ e per sottrarsi dal giogo 
degl'imperiali, s'appigliò al funesto partito di collegarsi ai 22 
maggio 1626 con Francesco 1. Kra forse Francesco Sforza ancora 
nell'incertezza dei trattati, quando le vicende del Gran Cancelliere 
Moroni, la malignità del De Leyva, e la doppiezza del Marchese 
di Pescara, lo resero sospetto agl'imperiali. Fu sentenziato di fel- 
lonia , costretto a cedere il castello di Milano ai 24 lug^'O iSatì 
con capitolazione, che gli accordava di rilirarsi in Como fiucliò 
si fosse purgato dalle imputazioni. Solennità inutili eran le con- 
venzioni co'Generali imperiali. Como non gli fu concessa, ed egli 
fu costretto di unirsi a'Francesi contro Carlo Y.ll Duca protetto da 
Clemente VII. trovò nell'incoronazione delP imperatore favorevole 
congiuntura per rientrare nella grazia di lui , e fu in quella oc- 
cabiune cIk.* rìlusse in lui momentaneo un raggio di una grandezza 
d'animo degno della casa, poichò innanzi all'Imperatore gettò il 
salvacondotto accordatogli per venire in Bologna sicuro delle pro- 
prie ragioni, come della grandezza di Cesare. Ottenne di fatto col 
trattilo del 29 dicembre i52C) conferma dell'investitura preceden- 
temente ricevuta nel 1624 ai 00 ottobre, ma la grandezza di 
Cesare noi dispensò da esorbitanti contribuzioni. Carlo V. mostra- 
tosi sodlisfatlo della condotta dello Sforza si rivolse a stringere 
seco lui parentado, e diegll in moglie Cristiana che altri appellano 
Crislierna figlia di Crislierno 11. Re di Danimarca , e di Elisabetta 

(1) Il senato, clie , siccome abLiaino veduto, venne citato Ah Lodovico Xlf. 
nel [irincipiare del secolo XVI., sebhi ne miit-itn la forma e ridotto n 00I0 undici 
(jiiiiis|i(i iti , di>'<|iiali nove soli ernno sedenti, durò fino ;tll;i primavera del 
i-j^iì l>cr lo apazio di iHò anni. Lsso fu soppresso da Giu*ep|i<- li. 



g4 GOVERNO 

Austriaca sorella dello stesso Carlo , e quindi nipote dì Cesare 
stesso. Vedi la Tavola suddetta num. 6. Giunse in Milano la Real 
sposa il 3 di maggio del i534 ffa il giubbilo universale. Il Bu- 
rigozzo ne descrisse il solenne ingresso (i). Poco tempo France- 
sco proseguì a governare. Le imposte, le estorsioni, le confiscazio- 
ni, le torture, i saccheggi, la peste, tutto era accumulato sul Du- 
cato infelice. Il Duca era valetudinario e di poco buone qualità. 
Morì in Milano il i.° di novembre i535 in età di 43 anni es- 
sendo egli vissuto un anno e mezzo colla sposa , ma secza aver 
un successore. Terminò in lui il dominio Sforzesco che nel pe- 
riodo di 85 anni ebbe principio e fine. Egli lasciò lo Stalo a 
Carlo V. Dopo gli Aragonesi, gli Sforza furono i primi a sparire 
ira i Sovrani d'Italia, la quale fu in un baleno inondata di stranieri. 
Appena seguita la morte del Duca Francesco, Giovanni Paolo 
Sforza Marchese dì Caravaggio, dglio naturale del Duca Lo- 
dovico e fratello del Duca defunto, consigliato da molti amici se 
ne andò alla volta di Roma , affine d' impegnire il Papa presso 
Cesare, ed ottenere il Ducato di Milano. Gl'interessi del Ponte- 
fice, de' Veneziani e de' Toscani consigliavano di dar opera che 
questo Ducato non cadesse nel dominio di Cesare, già Sovrano 
del regno di Napoli, e di tant' altra parte del mondo. La Fran- 
cia avrebbe forse appoggiata una tale successione , disperando di 
avere per sé il Milanese: Ma passando ^ Giampaolo, gli Apjyen- 



(i) Noi rifeiiiemo colle semplici e rozze parole di questo scrittore che ne fu 
lestimoiiio di vista, ciò che serve principalmente a farci conoscere la foggia ed 
il lusso di vestire di que' tempi « comenzò el trionfo a passare dentro, e avìarse 
verso el Domo, et prima dui gran maggiori a cavallo vestili de veluto negro, e 
poi seguitando una compagnia grossa di Milanesi, quaxi tutti vestiti de turchino 
<on la banda turchina, poi un'altra compagnia con li armaroli lutti in ponto, 
tj Leila gente , e ben armati , con sua banda verde .... poi una compagnia de 
gentil homeni de grandi de Milano tutti vestili de bianco con el suo penaggìo 
hiaiico, e la sua picha in mano, quasi non havcvano banda nessuna , se non li 
soy tamburi tutti vestiti de bianco , quali feveno uno vedere troppo maravi- 
glioxo .... De poi el baldacchino portato da Dottori .... sotto el qua! 
baldachino ghera l'Illustrissima Duchessa tutta vestita de brochato d'oro, calla 
franzella .... per slaflieri de sua Excellentia gherano i^ Conti de'primi della 
città nostra vestili de veluto fodrato de brochato d'oro recamato , con le sue 
barelle con le j)enne dentro che ciascheduno de loro parevano un Imperatore .... 
parca che sua Excellentia fosse in un bosco in mezzo de' quelli Buroul per quel- 
li perinaggi bianchi tanto grandi quell' havevaao .... poi seguitava el sig. 
Presidente con altri Episcopi e Seuatori ». 



DEr.L* ITALIANI g5 

nini fa assalito fin wi velenoso Jliisso che gli tolse la vita (i). 
11 Conio Massimiliano Stampa Gaslellano fu spedilo con altri de- 
putati all'Imperatore, affine di riconoscerlo a nome dello Stato 
legittimo Sovrano. Ces.ire begnignamente gli accolse ; dichiarò 
Antonio De-Leyva Governatore generale dello Stato , che ne prese 
poi il possesso in nome suo, e l'amministrò con qne'modi che 
sono prescritti per conservare le provincie lontane, quando hanno 
perJnto i loro Principi naturali 

Allorché una città cessa dall'essere la sede del suo governo 
perde necessariamente ogni influenza nelle cose politiche , le sue 
vicende si confondono con quelle del governo, di cui diviene 
parte , non pnò più somministrare da se sola argomento abbastanza 
importante per una storia particolare. Mancandoci dunque per una 
serie d' anni i fatti che veramente dir si possano Milanesi , ^non 
faremo che accennare i Sovrani di questo Slato , le diverse loro 
successioni e le contese da esse prodotte, che danni e disastri ar- 
recarono a queste nostre contrade. 

L'atroce Antonio De Leyva cessò di vivere in AIx il t5 di 
settembre del i536, e trasferito a Milano venne deposto nella de- 
molita chiesa di S. Dionigi. Carlo V. sostituì al defunto D(!-Leyva 
nel comando generale delle armate in Italia Alfonso d' Avalos 
Marchese del Vasto , ed elesse Governatore dello Stato di Milano 
il Cardinale Marino Caracciolo. Morto cjuesto impensatamente nel 
gennajo del i5^8, il suddetto Marchese del Vasto venne anche 
eletto Governatore, e da provido ministro si volse alla compila- 
zione di un nuovo codice di leggi estremamente necessario al 
buon regolamento dello Slato alle sue cure commesso. Egli però 
non cessTva d'aggravare sempre più di eccessive contribuzioni i 
Mil<inesi , i quali alla fine trovarono il modo di far pervenire le 
loro doglianze al soglio ; per la qual cosa essendo egli stalo ob- 
bligato dal Sovrano a purgarsi di sì grave colpa, se n'andò in 
Ispagna , donde dopo qualche tempo si restituì in Italia esacer- 
bato nell'animo, atteso l'ordine ingiuntogli di giustificare la pro- 
pria condotta presso i censori da Cesare stesso destinati. Un sì 
grave sinistro cagionogli una lunga febbre che lo tolse di vita in 
Vigevano nel i546, dal qual luogo trasportato in Milano fu pom- 

(i) Morigia , Storia di Milano, p-g. l35. 



9^ GOVERNO 

pesamente sepolto nel Duomo. Si affrettò Carlo V. di sostituire 
al defunto Marchese del Vasto nel governo della Lombardia Fer- 
dinando , altrimenti detto Ferrante Gonzaga, già vice-Rè di Si- 
cilia , il quale nell' ottobre giunse in Milano a coprire la sua ca- 
rica di Governatore, dichiarato esso pure Capitan Generale del- 
l'esercito Cesareo in Italia. Al suo arrivo fu immnntinenti per di lui 
ordine intrapresa la ristorazione e IMngrandimento delle moderne 
amplissime mura direbbero il loro compimento nel i555. Egli 
nobilitò la città pel ricevimento di Filippo II. investito del Du- 
cato di Milano da Carlo V. suo padre. Videsi allora alla ampliata 
la piazza maggiore della città colla demolizione dell'antichissima e 
cadente chiesa di Santa Tecla j si videro riattate le strade, atter- 
rati i portici , logge , veroni e palchi che ingombravano le con- 
trade , ridurre a retta linea il naviglio della Martesana e fondare 
nuove cattedre per l'educazione della gioventù. Ei si rivolse, alla 
riforma del censo ordinatagli da Cesare nel i546 e i548, e ter- 
minò questa grand' opera con editto del i3 maggio i549, quan- 
tunque la pubblicazione del nuovo sistema venisse ritardata fino 
all'anno i $99 per le gravissime difficoltà poscia insorte. 

Troppo lungo sarebbe e di non grande importanza il tessere 
qui la serie di tutti i Governatori ai quali venne affidato dai Re 
di Spagna il governo dello Stato di Milano, per la qu%l cosa noi 
non faremo che indicar brevemente, siccome abbiam già detto, 
le diverse successioni dei Sovrani che la dominarono. 

Filippo II. dichiarato da Carlo V. Duca di Milano venne per 
suo ordine dalla Spagna in Italia, e nel i548 entrò con regia 
magnificenza in questa città ove si trattenne fino al gennajo del- 
l'anno seguente; passò poi nelle Fiandre, e ritornato a Madrid 
non fu mai più veduto da' suoi sudditi Lombardi. Ei mori nel- 
r Escuriale nel giorno i3 settembre del iSgS. Una cosa che me- 
rita osservazione sì è che Filippo II. essendosi prefìsso di stabi- 
lire in Lombardia l'inquisizione all'uso di Spagna, inviò al Go- 
vernatore di Milano Duca di Sessa ordini pressantissimi pel suo 
eseguimento. Ma tanti e tali furono i ridarai de' popoli intorno a 
questo tribunale , renduto pur troppo terribile dai seguiti in al- 
lora funesti esempi , che l'avveduto ministro giustamente temendo 
di una pronta ribellione, dovette non solo desistere dall' eseguire 
i Sovrani comandi ,• ma seppe efficacemente interporsi eziandio 



DEGL* ITALIANI gn 

presso il SUO Monarca , acciocché rivoc.tsse gli orJini dati. Sotto 
il lungo regno di Filippo 11. Milano fu illustrala dall'Episcopato 
di S. Carlo Borromeo. 

A Filippo II. succedette Filippo HI. Re di Spagna e Duci 
di Milano che venne a morte nel 1621. Sotto questo Monarca 
Federico Borromeo cugino di S. Carlo sali sulla sede Metropoli- 
tana di Milano. A lui siamo debitori della celebre Biblioteca 
Ambrosiana t una delle più distinte d'Italia per la copia di li- 
bri preziosi e di manoscritti assai rari. Nel 1609 ^s'' insti luì ben 
anche nella slessa biblioteca un' accademia di pittura , vscullura 
ed architettura , essendo venuta meno quella fondata già da Lo- 
dovico il Moro sotto la direzione del famoso Leonardo da 
Vinci. 

Filippo IV. ch'era succeduto al III. mori nel i665 lasciando 
erede della Spagna e del Ducato di Milano Carlo II., il quale nel 
1700 passò senza lasciar prole all'altra vita. Ebbe per questo al- 
lora il suo principio la funesta guerra per la successione alla mo- 
narchia Spagnuola. I Francesi invasero Io Stato ed occuparono la 
citlh di Milano. L' Imperatore Giuseppe I. d' Austria battè i Fran- 
cesi sotto Torino coli' esercito comandato dal valoroso Principe 
Eugenio di Savoja , e conquistò questo Stato. Egli venne a morte 
nel 171 1. Gli fu successore Carlo VI. di lui fratello. Col trattato 
di Rastad , che pose fine alla lunga e famosa guerra per la suc- 
cessione della monarchia di Spagna, restò l'Imperatore Carlo VI, 
in possesso del Ducato di Milano , di Mantova , del regno di Na- 
poli , e delle piazze della Toscana già possedute dai Re di Spa- 
gna , e dell'isola di Sardegna; jcosicchò gli Spagr.uoli che per 
più di due secoli aveaa comandato in queste parti d' Italia e più 
fiate si videro vicini a ridurla tutta sotto il loro giogo , perdet- 
tero nel \']v5 e 1714 e di ragione e di fallo ogni liiolo di si- 
gnoria che mai avessero avuto sopra le proviucic Italiine. In se- 
guilo però si riaccese la guerra , ed un' armata Gallo-Sarda oc- 
cupò Milano nel 1733, ma tre anni dopo fu lo Stato medesimo 
ricuperato da Carlo VI. in virtù della pace di Vienna. Questo 
Sovrano mori nel 1740 lasciando erede universale degli Stali suoi 
la primogenita sua Maria Teresa moglie del Gran Duca di To- 
scana Francesco , che riconosciuta ben tosto Ixegina d' Ungheria 
e di Boemia dichi;irò correggente della monarchia il juo touboilt 

Cost. Voi. yilL dell'Europa. P. II. 7 



gS GOVERNO 

eletto poscia Imperatore e coronato sotto il nome di Francesco I. 
Come ad alcuni Romani Imperatori dato si era il nome glorioso 
di padre della patria , cosi madre della pitria ella venne chia- 
mata. Gli Stati d' Italia ad essa appartenenti non mai furono tanto 
felici e tranquilli quanto sotto l'umanissimo di lei reggimento. 
Essa seguiti aveva appuntamente tutti gì' insegnamenti che Marc' Au- 
relio lasciati aveva intorno ai doveri dei regnanti. Questa Sovrana 
immortale pubhlicò nel 1759 l'editto del nuovo censimento, che 
fu allo Stato di Milano una sorgente di grandi ricchezze. Fu per 
esso (1) che venne a togliersi l'arbitrio altrui nell'imposizione dei 
carichi, e nell'amministrazione delle pubbliche rendite, ad assi- 
curarsi 1' esercizio della giustizia distributiva , a punirsi l' inerzia, 
premiarsi l'industria , e a ricolmarsi di gloria il regno di Maria 
Teresa , la quale dopo avere ordinata 1' esecuzione del Naviglio 
di Paderno , per cui rendesi l' Adda navigabile fino al Canale 
della Martesana, terminò la gloriosa sua carriera nel 1780 avendo 
regnato per lo spazio di ^o anni. 

A lei succedette Giuseppe II. suo figlio , Principe zelantissimo 
pel bene e per la prosperità de' suoi popoli , Principe filosofo che 
per le singolari egregie sue prerogative è superiore ad ogni lode, 
e che meritava d' essere maggiormente secondato dalla pubblica 
opinione ne' suoi vasti disegni di riforma, tanto nel sistema ci- 
vile , quanto nelP ecclesiastico. Egli giudicò di dover abolire il 
senato di Milano (2), e di riformare il sistema giudiziario. Mori 
pel 1790 compianto dall'umanità, dalla filosofia e dalla religio- 

(1) Così l'tTuditissimo scrittor lUilaiiese Rinaldo Carli. 

(■ì) Questo rispettatissimo corpo crealo, siccome vedemmo, nel principiare 
del secolo XVI., sebbene mutata la furnia e ridotto a soli undici Giureconsulti, 
tle'quali nove .soli sedenti, durò sino alla primavera del 1785, per lo spazio di 
dujjeulo ottantaciuriue anni. 

Nella Tavola 64 noi vi preseuliamo le figure di alcuni Senatori. Sotto il imm, 
i vedisi il ritratto ilei Senalor DucbIc Giovanni (]a.stiglioni , cavato di un qua- 
dro della scuola di Leonardo presso il siguor Cavaliere Luigi Castiglinni in 
Milano. Nel 1498 il detto Giovanni fu eletto cameriere Ducale da Lodovico il 
Moro, nel iSog maestro delle entrate ordinarie da Lodovico XIL, e nel i5i3, 
ricuperalo dagli Sforza il Ducato, venne creato Senatore dal Duca Massimiliano. 
Il num. 2 ci rappresenta l' effigie del Conte Bartolomeo Arese clie circa il 1674 
era Presidente dell'eccellentissimo senalo di Milano; e sotto il num. 3 vedesi 
il Conte Giannaulonio Castiglione ascritto al collegio de' nobili Giureconsulti, e 
che fu Vicario di Provviaionu nel ij'ji ^^^O- Q"»^slo ritratto trovasi presso la 
famiglia Casliglioui. 



OF IHt 



OEGL ITALIANI gg 

ne. Gli Stranieri forse più giusti dei di luì sudditi puhblictrono 
a gara le azioni più gloriose della sua vita , le (|uali provano Ve- 
levazione della di lui mente , e la professione contimn delle mas- 
sime filantropiche più virtuose. 

Fu suo successore il di lui fratello gran Duca di Toscana' 
sotto il nome di Leopoldo II., Principe di una singolare affahilitàj 
e che mentre in mezzo ai sentimenti più pacifici ch'egli aveva 
sempre professati, disponevasi a muover guerra alla Francia ri- 
voltata , se pure coi bellicosi preparativi non lusingavasi di con- 
durla a pacifiche trattative, mori nel giorno i di marzo dell'an- 
no 1792 in età solo di 44 'inni, lasciando l'Austriaca monarchia 
a IP odierno Augustissimo Imperatore e Re Francesco suo fi- 
gliuolo. 

Non ci ò possibile il rammentare gli augusti nomi di Mari?' 
Teresa, di Giuseppe II. e di Leopoldo II. senza sparger lagrime 
di dolore sulle ceneri dell'ottimo Arciduca Ferdinando d'Austria, 
che sotto i felicissimi loro regni fu Governatore di Milano. Che 
non deve questa nostra città alle paterne cure di quel buon Prin- 
cipe ! Ei la fece risorgere a nuova vita , e mantenendola fra la 
pace, la prosperità e l'opulenza la fé' divenire sempre più bella, 
grande e magnifica. A lui dobbiamo i grandiosi corsi di Porta 
Romana e di Porta Orientale, i deliziosi Giardini Pubblici e 
le contigue mura della città ampliate e rese amenissime da 
mille filari d'alberi. A lui il gran Palazzo delV Imjy. e lì. Corte 
e l'altro ancor più magnifico per la Reale villeggiatura in Mon- 
za', a lui il grandioso Teatro della Scala, il più ampio, il più 
comodo, il più magnifico dell'Europa, e l'altro non meno bello, 
benché di meno vasta dimensione detto della Canohiana : a lui 
la Piazza Fontana; a lui la bella Contrada di Santa Rade- 
gonda , gli edifizj del Monte di Pietà, dell'altro in allora di 
Santa Teresa ora del regno Lombardo- Veneto , àeW f/fficio della 
Posta, e di altri ancora di non minore importanza. Sotto di lui 
venne st^ibilito un piano stradale , eseguito il Naviglio di Pa- 
derno , terminato mteramente il grandioso edifizio di Brera sacro 
alle scienze ed arti belle, fondata V Accademia e la ricca Bi- 
blioteca, ed eretti non pochi altri stabilimenti di scienze, di be- 
neficenza e di pubblica amministrazione (i). 

(i) Maria Bcalrict; ultimo rumpoilo dtll'illuslic Cas;i d'Eslc, moglie Jel 



lOO GOVERNO 

Qursto buon Principe tanto benemerito della nostra patria 
\enne obbligato ad abbandonar Milano dalle armi Francesi , che 
il i4 di uiiggio del 1796 condotte dal General Bonap.irte inva- 
sero tutta l'Italia settentrionale. Dopo un governo militare, cui 
univasl una municìpMiiih composta di 16 individui che sotto la 
direzione del Generale Comandante della piazza provvedevano ai 
bisogni del paese , Milano ricevette una nuov» Costituzione di 
governo democratico, e il 9 luglio del 1797, venne dichiarata ca- 
pitale della Re/jubb/ica Cisalpina. Questa Repubblica era costi- 
tuita dd un Direttorio Esecutivo di cinque membri, da un Corpo 
Legislativo organizzato sul modello di quello di Francia, e da 
varj ministri (1). La Tavola 65 ci rappresenta al num. i un Di- 
rettore della Repubblica Cisalpina , ed al num. 1 un membro del 
corpo Legislativo. 

Nel 1799 venne nuovamente occupata la Lombardia dagli 
eserciti Austro Russi ; e proscritta ogni ricordanza del passato go- 
verno , si stabili Una Commissione di Polizia composta di tre 
membri sotto la residenza di un Commissario imperiale e di un 
Comandante di piazza. 

Bonaparte già primo Console della Repubblica Francese ricon 
duce le truppe Francesi e Cisalpine in Italia il 2 di giugno del 
1800, e Milano tornò alla prima costituzione Repubblicana , ma 
in luogo del Direttorio Cisalpino, venne creato un Comitato prov- 
visorio di governo composto di tre membri. Questa novella Re- 
pubblica che per le successive guerre non aveva mai potuto 
darsi una forma di governo permanente , fu dopo due anni tras- 
formata in Repubblica Italiana. Bonaparte chiamò a Lione nel 
principio del 1802, una consulta straordinaria, venne pubblicata 
una nuova Costituzione e con essa la scelta de'uiagistrati. La Re- 
pubblica Cisalpina prese allora il nome di Repubblica Italiana, e 
Napoleone Bonaparte fu nominato Presidente , con un vice-Presi- 
dente, una Consulta di Stato, con ministri ed un Consiglio Le- 

sullodato Arciduca Ferdinando d'Austria, Principessa che riunisce le virtù, 
lo spirito ed i talenti all'amore delle arti e delle scienze, vive tuttavia 
in Vienna. 

(i) V. Costituzione della Repubblica Cisalpina anno V. della Repubblica 
Francese ( 3o giugno 1797)- Milano, Galeazzi : e l'altra dell'anno VI. Repub- 
blicano, I .° settembre 1798. 



t«£ UBftARt 



DEGL ITALIANI lOI 

glslativo. Tre Collegi Filettorali , quello dei Possidenti , dei Dotti 
e del Commercianti erano l'organo primitivo della sovranità na- 
zionale (i). Sotto 11 niim. 3 della Tavola suddetta si rappresenta 
il vice-Presidente della Repubblica Italiana , sotto il muiu 4 U'^ 
Consultore di Slato , e sotto i numeri 5 , 6 e y i membri dei 
Collegi Elettorali, cioò un Possidente, un Dotto ed un Com- 
merciante. 

Pel corso di quattro anni si mantenne ferma sìfTatta costitu- 
zione, finché nel i8o5 la Repubblica Italiana venne elevata al 
titolo di regno d' Italia (2). Napoleone già Imperatore de' Fran- 
cesi si fece incoronare Re d' Italia nel Duomo di Milano (3). 
Instituì l'ordine della corona ferrea ; ordinò che fosse finita la 
facciata e tutta la fabbrica del Dnomo disponendone ed asse- 
gnandone i mezzi ; che fosse fatto lo scavo d(?l naviglio da Mi- 
lano a Pavia , e proseguila la nuova via del Semplone , da lui già 
prescritta fino dal tempo del suo primo Consolato. Un vice-Rè 
venne destinato a rappresentare il Sovrano ed a risedere in Mila- 
na) , che divenne la capitale di uno Stato assai vasto e per ogni 
titolo ragguardevole. 

Il regno d'Italia era formalo dal Novarese, dalla Lumellina, 
dai distretti di Vigevano e di Pallanza, dalla Valtellina, dai Con- 
tadi di Chiavenna e di Bormio, dnlla provincia Comasca , dal 
Milanese, Pavese, Lodigiano, Cremasco, Cremonese e Mantovano, 
dal Reggiano, Correggiasco , Novellarese e Guastallese , dal Mo- 
donese , dal Mirandolese , dal Carpigiano, dalla provincia del Fri- 
gnano e da una parte di quella di Lunigiana , dalle provincie di 
Ferrara, di Bologna e delP Emilia, dalla Marca d'Ancona, dalla 
provincia già Ducato d'Urbino, dalla provincia di Macerala , dal- 
l' ex-Ducato di Camerino, dai governi liberi di Sanse verino, Fa- 
briano, Loreto e Sassoferrato , da porzione della provincia Peru- 
gina , dall'antico governo di Fermo, dalla presidenza di Montalto, 
dal governo di Ascoli , dal Bergamasco , dal Bresciano e dalla 

(i) V. Costituzione della Repubblica Italiana, Statuti Costituzionali del Ke- 
gno d'Italia e Decreti relativi sino al i5 marzo 1810. 

{">.) V. Raccolta dei fatti, documenti, discorsi e cerimonie, il tutto relativo 
al cangiamento della Repubblica Italiana in Regno d'Italia. Milano. Santo- 
i^no, i.So5. 

(3) V. Progetto di Cerimoniale per l'incoronazione dell'imperatore Napoleone 
Re d'Italia. 



I 02 -GOVERNO 

Riviera di Salò, dal Veronese, dal Polesine, dal Rovigo, dal Vi- 
centino , dal Padovano e dal Veneziano propriamente dotto, dalla 
provincia del Friuli, dalla provincia Trevigiana, dal C;idorino, 
Feltrino e Bellunese , e dal Tirolo meridionale che abbraccia le 
Provincie di Roveredo , Trento e Bolzano. 

Questo regno conteneva numero 2,3o3 comuni , fra i quali 
numero 79 citth , una popolazione di 6,482, Ì67 abitanti, con una 
superficie di miglia quadrate 83,447» decimali i555. 

La casa del Re d'Italia era spezialmente composta da un Can- 
celliere Guardasigilli, da un Grand'Elemosiniere , dal Gran Mag- 
giordomo Maggiore, da un Gran Ciamberlano , da un Gran Scu- 
diere, dalla casa reale de'Paggi ec. Nella Tavola 66 rappresen- 
tiamo nei grandi abiti di cerimonia il Re d'Italia al ìium. 1, il 
vice-Rè al num. 2, la vice-Regina, al num. 3, il Gran Maggior- 
domo al num. 4> il Gran Ciamberlano al num. 5, un Paggio al 
jium. 6, il Gran Scudiere al num. y, il Gran Maestro delle ceri- 
monie, al num. 8, e sotto i numeri A, 5 e 6 della Tavola 67 il 
Governatore di Palazzo, il Gran Capitano delle guardie, ed il 
Re d' arme. 

Il Senato consulente era composto de' Principi della famiglia 
reale, de' grandi ufficiali della corona , dell' Arcivescovo di Mila- 
no, del Patriarca di Venezia, degli Arcivescovi di Bologna, Ra- 
vetma e Ferrara , dai grandi ufficiali del regno e dai benemeriti 
cittudini nominali dal Re a tenore degli statuti. Il Re presedeva 
il senato, e poteva anclie farlo straordinariamente presedere da 
qualche grande ufficiale della corona. Ci era un Presidente ordi- 
ivaflo nominato dal Re , le cui funzioni duravano un anno. Un 
Cancelliere , un Tesoriere , e due Pretori erano nominati dal Pte 
per sei anni sopra una lista tripla del senato. Il Cancelliere aveva 
la custodia dei registri , degli archivj e del sigillo del senato. 11 
Tesoriere soprantendeva alla percezione delle rendite ed alle spese. 
I Pretori erano incaricati di lutto ciò che risguardava la polizia 
interna ed esterna del corpo. 

Il Consiglio di Stato era composto dal Consiglio Legislativo e 
dal Consiglio degli Uditori. Era preseduto dal Re o dal vice-Rè, 
ed in loro assenza da un grande officiale della corona, delegato 
a questo effetto da S. M., o da S. A. I. I Conslglj particolari 
erano preseduli da uno de' loro membri nominato dal Re, ed 



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degl' italiani io3 

erano divisi in tre sezioni, cioè; Seziono di Legislazione e del 
Citito; Sezione dell' Interno e dille Finanze; Sizione di Guerra 
e Murino. Il (ionsiglio Lcglslaiivo era composto di dicioUo consi- 
glieri , e quello degli Uditori di venti. Vi erano presso il Con- 
siglio di Stato 3o assistenti. Il num. i della suddetta Tavola 67 
ci rappresenta il Ministro dell'Interno, il num. % il Ministro del 
Culto, num. 3 un Consigliere di Stato. 

Ci era nel regno una sola corte di Cassazione , ed era istituita 
per mantenere T esatta osservanza delle leggi, e per richiamare 
all'esalta loro esecuzione le corti, i tribunali e i giudici, che se 
ne fossero allontanati. Essa era composta di un primo Presidente 
e di un Presidente , di sedici giudici. La sezione che era prese- 
duta ordinariamente dal primo Presidente , si chiamava Sezione 
j}rima; l'altra , coperta dal Presidente, si diceva Sezione seconda. 
Era però facoltativo al primo Presidente di presedere talvolta anche 
la seconda. Ogni sezione giudicava a pluralità di voti ed in nu- 
mero dispari di giudici non minore di sette. Ciascun anno per 
la» no due giudici passavano dall'una alP altra sezione. Ci era«io 
presso la corte di Cassazione un regio Procuratore generale, nn 
sostituto al regio Procuratore generale ed un Cancelliere nomi- 
nati dal Re. Nessuno poteva esser giudice o supplente presso la 
corte di Cassazione, o regio Procuratore generale presso la me 
desima , se non aveva l'età di 4® anni compiti. Bastava V elk di 
3o anni per essere sostituto del regio Procuratore generale o 
Cancelliere. ErancI presso la corte di Cassazione quattro uscieri 
nominati dal Re. Essi agivano esclusivamente per gli affari di 
competenza della corte nel comune di sua residenza; ed agivano 
in concorrenza cogli altri uscieri in tutto il dipartimento di resi- 
denza della corte di Cassazione. Presso la medesima corte erano 
dodici avvocali di nomina del Re, i quali soli avevano diritto di 
agire presso il Consiglio di Stato , presso il Consiglio del sigillo, 
dei titoli e presso il Consiglio delle prede. 

La corte di Cassazione e la corte di Appello erano presedule 
dal Gran Giudice , ministro della giustizia quando il Re lo sti- 
mava opportuno. Gli attributi del Gran Giudice erano ; la cor- 
rispondenza continua colle corti, coi tribunali, coi giudici, coi 
regi Procuratori per tutto ciò che ha relazione all' amniinisirazione 
della giustizia sia civile, sia criminale: la superiorità e vigilanza 



I o4 GOVERNO 

sovra i regj Procuratori, le corti, i tribunali, i giudici di pace e 
gli impiegali da loro dipendenti , ed il diritto di correggerli : i 
regolamenti d' ordine per le corti , pel tribunali e pei giudici di 
pace e la loro organizzazione : il curare perchè la giustizia in 
generale fosse bene amministrala ec. Nelle due qui annesse Ta- 
vole si rappresentano i principali personaggi componenti la corte 
di Cassazione. Il mim. i della Tavola 68 rappresenta il Gran 
Giudice , illustre carica coperta per molti anni col maggiore 
splendore e decoro dall'esìmio Giureconsulto Conte Luosl; il /?«///. 2 
il primo Presidente nelle grandi udienze , il iium. 3 i Giudici , 
il num. 4 il regio Procurator generale, il num. 5 il Cancelliere, 
il num. 6 un membro della corte di Cassazione , il num. y il 
Cancelliere commesso: i numeri i, 2 e 3 della Tavola 69, il 
primo Presidente , il regio Procurator generale ed il Cancelliere 
della corte di Appello: ed i numeri 4. 5, 6, 7 e 8 il primo Pre- 
sidente, il regio Procuratore, il Cancelliere e 1' Avvocato e PUsclere 
della corte di Prima Istanza civile e criminale. 

Con decreto 20 febbrajo 1812, in luogo della regia con::abi- 
lllà venne stabilita una corte de' conti incaricata del giudizio dei 
conti delle esazioni del tesoro, dei ricevitori generali di diparti- 
mento e delle amministrazioni delle imposte indirette , delle spese 
del tesoro e dei pagatori j delle riscossioni e spese, dei fondi e 
delle rendite dei dipartimenti e dei comuni, i cui conti presuntivi 
e consuntivi venivano sottoposti alTapprovazione Sovrana. Era com- 
posta questa corte di un primo Presidente , di un Presidente , di 
otto giudici, di referendarj di prima e seconda classe , di un regio 
Procuratore generale e di un Cancelliere in capo. 

Tre erano i Collegj Elettorali; de' Possidenti, de' Dotti, del 
Commercianti : la totalità de' Collegj Elettorali del regno era por- 
tata al numero di Possidenti 49^, Dotti 829 e Commercianti 829. 
Questi tre Collegj si radunavano separatamente , ed in conseguenza 
di una convocazione del Re che indicava il luogo della loro riu- 
nione per compirne il numero e per formare le liste da prepa- 
rarsi per la nomina dei senatori. 

L'ordine reale della corona di /"erro venne istituito a fine di 
assicurare con contrassegni di onore una ricompensa ai servizj 
resi alla corona. Quest' ordine in origine dovea esser composto 
di 5oo Cavalieri, 100 Commendatori, 20 Dignltarj; ma con real 



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decreto del 19 di dicembre 1807 sonosi aggiunti i5 Dignitirj , 
òo Commendatori e 3oo Cavalieri. I Re d'Italia sono i Gran Mae- 
stri dell'ordine. La decorazione dell' ordine consisteva nell'emblema 
della corona Lombarda, in mezzo alla quale era la testa dell'Im- 
peratore e Re che fu il fondatore dell' ordine ; intorno alla corona 
erano scritte le parole : Dio me l ha data , Guai a chi i.a toc- 
cherà^ . La corona era sostenuta da un* aquila , ed era sospesa ad 
un nastro di color di arancio con istrisce verdi all'orlo. I Cava 
lieri la portavano d'argento attaccata al lato sinistro,* ed i Com 
mendatori d' oro attaccata nella stessa maniera. I Dignitarj , oltre 
la decorazione che portavano i Commendatori , avevano il gran 
cordone di color d'arancio colle strisce verdi all'orlo, che p<3- 
sava dalla spalla diritta al lato sinistro, ed in fondo al quale era 
attaccata con un nastro dello stesso colore 1' aquila colla corona 
di ferro , ed una piastra ricamata in argento sul lato sinistro de- 
gli abiti e de' mantelli , in mezzo alla quale erano in giro tre co- 
rone dì Jerro intramezzate da tre aquile d' oro , e nel centro la 
testa dell'Imperatore; il tutto contornato dalle parole; Dio ma 
/' ha data ec. 

Le pili recenti vicende avvenute nel i8i4 portarono la caduta 
del regno d'Italia, e la smembrazione di varie provincie j ma sulle 
ruine di questo Stato sorse nel i8i5 il regno Lombardo-Veneto, 
nel quale Milano ritiene ancora V antica dignith di capitale di 
tutta la Lombardia. Nel giorno ultimo dello stesso anno S. M. 
r Imperatore Francesco I. fece il suo solenne ingresso in quella 
città. Volendo quindi S. M, tramandare alla piìi remota po- 
sterità la memoria dell' epoca in cui furono felicemente riunite 
sotto il di lei scettro le provincie Lombardo-Venete determinò con 
sua sovrana risoluzione data dalla reale sua residenza di Milano 
il dì I gennajo 1816 di fondare un ordine sotto la denominazione 
della corona di Jerro , e di ascriverlo nel numero degli altri 
ordini della sua imperiale casa e corona. La dignità di gran mae- 
stro fu per sempre ed inseparabilmente congiunta coli' impero 
Austriaco, e per conseguenza riservata alla sua persona ed ai suoi 
successori. L'ordine fu composto di tre diversi gradi, secondo la 
diversità dei meriti. La decorazione dell'ordine, che in prova 
della conseguita dignità vien conferita al Cavalieri è la seguente. 

La corona di Jerro , sulla quale riposa l'aquila Austriaca im- 



lo6 GOVERNO 

perlale a due teste , coronata , che porta in petto da una parte e 
dall' altra uno scudo smaltato di color turchino carico , nella cui 
parte anteriore vedesi la semplice lettera F. in oro , e nella parte 
opposta il millesimo i8i5. I Cavalieri della prima cl.isse portano 
l'insegna dell'ordine appesa ad un largo nastro di color giallo 
d'oro, rigato nell'uno e nell'altro margine di una stretta lista di 
color turchino carico , che dalla destra spalla discende pendente 
verso il lato sinistro. Portano oltre di questo a sinistra sul petto 
una stella a quattro punte ricamata in argento , in mezzo alla 
quale è contenuta la corona di ferro, racchiusa entro di un cer- 
chio smaltato di color turchino cupo , nella circonferenza del quale 
leggesi il motto; Avita et Aucta. 

Nella solennità dell'ordine i Cavalieri della prima classe por- 
tano la sopra descritta insegna dell' ordine appesa ad una collana 
d' oro , la quale è formata dalle due lettere F. P. Franciscus 
Primus insieme intrecciate dalla corona di ferro e da una ghir- 
landa di quercia, le quali l'una all'altra alternatamente succe- 
donsi fino al termioe della collina. La decorazione delia seconda 
classe differisce da quella della prima nella grandezza soltanto, e 
vien portata al collo appesa ad un nastro di color giallo d'oro, 
rigato in ambi i margini di turchino carico , e largo due pollici. 
I Cavalieri della terza classe portano l'insegna delP ordine alquanto 
più picciola sul petto a sinistra , pendente dall' occhiello ad un 
nastro di color giallo d'oro, orlato di righe turchine, e largo 
nove linee. 

Il distintivo del Re d'armi e degli altri uffiziali dell'ordine, 
col quale comparir debbono nella solennità dell' ordine consiste 
nella decorazione dello stesso ordine racchiusa entro di un meda- 
glione d' oro , e viene portata al collo appesa al nastro dai Cava- 
lieri della terza classe. Il Re d' armi distinguesl in oltre per un 
bastone che porta in mano. 

Per segnalare i Cavalieri dell' ordine anche con una veste par- 
ticolare, corrispondente alla loro dignità, colla quale dovranno 
comparire nelle solenni funzioni dell'ordine venne stabilito per le 
diverse classi il seguente abito, I colori dell' abito dell' ordine 
sono il giallo, il turchino ed il bianco; le bordature e gli altri 
fregi sono in argento. La sottoveste è uguale per tutte tre le classi 
de' Cavalieri, di velluto giallo, e consiste in un farsetto o cami- 



DEGL ITALIANI 107 

iMUola clic dal collo in giù discende fino al ginoccliio, e dolla 
sommith del destro braccio fino alla coscia vien serralo da un 
cordone d' argento ; al di Ih del fianco poi è tenuto insieme dal 
medesimo cordone avvolto leggermente in lacci, e quindi va a 
terminare tutto aperto. All' estremità del cordone pendono ricche 
iinppe di canutiglia attorcigliala. Questa sottoveste ò foderala dì 
ermesino bianco, e d'ogni intorno nei lembi ornata di ricamo in 
argento, nel quale si rappresentano alttunatamente la corona di 
ferro , in cui sporgono in fuori rami di palma intrecciali con un 
serto d'alloro, e rami di quercia piegati a foggia di ghirlanda, 
tra i quali sono distribuite le lettere slaccate del motto — Avita 
et Alicia — che in serie continuala ricorrono per lutto il rica- 
mo , che è largo più o meno secondo le diverse classi. I calzoni 
sono di seta bianca tessuta a maglia , ed insieme colle calze di 
un solo pezio. Le scarpe sono di velluto bianco tre volte trafo- 
rate sulla parte superiore, guernite al di sotto di raso giallo : in- 
vece di Qbble vengono serrate da un galano turchino , le cui 
estremità sono ornate di frange di canutiglia attorcigliala d'ar- 
gento. 

La spada è drilli , e a due tagli : 1' elsa e la stanga traver- 
sale formano una croce: tutti i fregi sono d'argento.* il pomo è 
contornato dalla corona di ferro : l'elsa tutta d' argento e scana- 
lata, intorno alla qtiale sono attorti in forma spirale due rami 
di palma. Nel mezzo della croce formata dall'elsa sono due scudi 
di figura ovale; quello della parte anteriore contiene le due let- 
tere !•'. P. l'altro nella parte di dietro il millesimo i8i5. Da 
questi ovali escono fuori dei rami di quercia e d' alloro intrec- 
ciati insieme , che in opposta direzione discorrono lungo la stanga 
traversale. 11 fodero della spada è coperto di velluto turchino e 
guernito d'argento. A sostenere la spada serve un cinturone di 
velluto turchino colla sua tasca pendentt: , ricamati ambidue a 
rami d'alloro in argento, e si chiude con fibbia d'argento. 

La testa è coperta da un berretto di velluto turchino, la cui 
falda ò orlata di cordoni d'argento, ed è fregiato di penne bian- 
che oscillanti. I guanti sono di pelle bianca , ed hanno grandi 
manopole ricamale in argento. 

11 manlo ci per tulle tre le classi del Cavalieri di velluto tur- 
chino foderato di raso bianco, con uu bavero rotondo di velluto 



108 GOVERNO 

pailmente turchino, cadente sulle spalle. Il ricamo d'argento, 
che è riportato sopra tutta la circonferenza non meno che sul ba- 
vero del manto, è, quanto al disegno, uguale a quello della sot- 
toveste. Questo manto pei Cavalieri della prima classe termina in 
un lungo strascico , per que' della seconda non discende del tutto 
fino a terra; per quei della terza giunge soltanto fino a mezza 
gamba. Sopra il manto posa al di fuori un collare increspato di 
una doppia fila dì trine , che per tutte tre le classi è largo cinque 
pollici. 

Noi abbiamo rappresentato nella qui annessa Tavola 70 l'Au- 
gusta persona di S. M. l' Imperatore Francesco I in abito di gran 
maestro dell' ordine della corona di /erro. 



GOVERNO DEL MONFERRATO, DELLA SAVOJA 
E DEL PIEMONTE. 



F 



ra 1 più potenti nemici con cui sostennero quasi continua guerra 
i Visconti, furono i Marchesi di Monferrato, Signori di qucll.i 
provincia , che anche al presente rilieii questo nome. Parlando di 
Ditone Visconti abbiamo già fatto menzione di Guglielmo Mar- 
chese di Monferrato. Questi ebbe l'onore di avere in moglie una 
figlia di Alfonso Re di Casliglia , e di dare una sua figlia in mo- 
glie all'Imperatore Greco Andronico Paleologo; fu per alcuni 
anni Capitano e Signore di Pavia , di Novara , di Asti , di Tori- 
no t di Alba , d' Ivrea , di Alessandria , di Tortona , di Casale di 
Monferrato , e ancor di Milano ; ma ebbe una fine troppo disu- 
guale a sì grande potenza , perciocché preso dagli Alessandrini 
l'anno 1290, e chiuso da essi in una gabbia , vi morì misera- 
mente dopo due anni di prigionia. Era antichissima e nobilissima 
la stirpe de' Marchesi di Monferrato, ma la linea dritta di essa 
finì nel i3o5 in Giovanni , che morì senza figliuoli. Teodoro fi- 
gliuolo del suddetto Andronico Comneno, e di Violanta , ossia 
Irene, sorella di Giovanni , fu da lui nouiinalo credei e 



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THEllBflAny 
OFTHE 



DEGL ITALIANI I qo 

questi venne l'anno seguente in Italia per impadronirsi di quelli 
Stati; ma Irovolli in gran parte occupati dal Marchese di Saluz- 
zo, e da Carlo II. e poi da Roberto Re di Napoli. Ei nondi- 
meno e col valore nelTarmi, e colla sua unione con Arrigo VH. 
ottenne di ricuperarne gran parte. Secondotto , che gli succedetto 
l'anno i3ja, non tenne che per sei anni il governo , e resosi 
per la sua crudelt<\ odioso ai suoi fu ucciso l'anno 13^8; Gio- 
vanni III. di lui fratello gli succedette ma per tempo ancora più 
breve, poiché fu ucciso in battaglia l'anno i38i. Teodoro li. suo 
minor fratello , e che non ùi inferiore nel coraggio e nel senno 
ad alcuno de'suoi antecessori , ebbe assai più lungo impero , es- 
sendo morto nel i4i8. Egli ebbe frequenti guerre col Duca Fi- 
lippo Maria Visconti, e nella pace con lui fermata nel 14^7 ot- 
tenne il possesso di varie castella. Meno felice fu il Marchese 
(Jian Jacopo di lui figliuolo succedutogli nel i4i8, perciocché 
dallo stesso Filippo Maria si vide a forza spogliato di quasi tutte 
le sue terre; e a gran pena potè riaverle nella pace conchiusa 
l'anno i433. Ei visse fino al 144^» '" cui lasciò erede de'suoi 
Stati il Marchese Giovanni IV. suo figlio, che stese ancora più 
oltre il dominio , singolarmente per opera di Guglielmo Vili, suo 
fratello valoroso guerriero, che gli succedette poi nel dominio 
l'anno i464 e con somma gloria il tenne fino al t483. Bonifacio 
altro figlio del Marchese Gian Jacopo gli succedette allora. Prin- 
cipe più amante della pace che della guerra , che visse fino al 
1493, e lasciò poscia morendo quello Stato a Guglielmo IX» suo 
figlio, che mori nel i5i8. Breve fu l'imperio di Bonifazio di lui 
figliuolo, che fini di vivere l'anno i53o in età di soli ig anni, 
e assai più breve fu quello di Giangiorgio fratello del suddetto 
Guglielmo , che venendo a morte nel i533 non lasciò alcun fi- 
glio maschio , o altro stretto parente che gli succedesse. Federico 
Duca di Mantova , che aveva per moglie Margherita sorella del 
Marchese Bonifazio , ottenne da Carlo V. l' investitura di quello 
Stato, opponendosi a ciò nondimeno e allora e poscia per lungo 
tempo i Duchi di Savoja , a' quali quello Stato si è poi devoluto. 
Antichissima e nobilissima era ben anche la famiglia de'Conti 
di Savoja (i) , che pel valore e pel senno di Amedeo VI. uno 

(t) Secondo le antiche Cronache lo slipile della casa di Savoja era un frincipe 
Germano della casa imperiai.- di .Sassonia al srrviu.j di Rodolfo III. Re della 

Cosi. roL Fili, dell' Europa P, IL 8 



no GOVERNO 

de' più gran Principi del XIV. secolo, estesero l'ampio domìnio 
che gik da alcuni secoli avevano in Italia. Vedi la Tavola y2num. i. 
Essi ebbero parimenti frequenti guerre coi Visconti. Amedeo Vili. 
che fu il primo ad avere il titol di Duca datogli l'anno i^i6 
dall' Imperador Sigismondo, riunì in sé stesso dopo la morte dì 
Lodovico Principe di Piemonte e d' Acaja seguita nel i4i8 la si- 
gnoria della Savoja e del Piemonte , e ottenne nella pace del 14^7 

Borgogna Transgiurana. È assai difficile avverare la sua origine, e le opiaioiii 
spettanti tal fatto sono molto diverse. Ma quel che ci lia di certo si è 
die i Principi della casa di Savoja sono considerati come parenti di quelli del- 
la casa di Sassonia , che tali yengon reputati in Germania. Molti argomenti 
provano resistenza di Beroldo alla Gne del X. secolo, e la tradizione porta 
ch'ei difese il regno di Borgogna contro le imprese del Marchese di Susa e 
d'Ivrea, e che per frapporre un ostacolo alle loro scorrerie, gettò ì fondamenti 
dei castello di Carbouaja. Non si sa di certo né la data della sua nascita, né 
quella della »ua morte, e non si conoscou altri figli che Umberto delle bianche 
mani. V. Memoires historiques sur la maison Boi ale de Savojre etc» par le 
Marqtiis Costa de Beauregard. Turin. 1816, opera divisa in tre volumi. U pri- 
mo abbraccia i secoli XI., XII., Xlll., XIV., e contiene la storia della casa 
di Savoja sotto 18 Conti; il secondo, la casa di Savoja sotto i Duchi; terzo, la 
medesima sotto il dominio dei Re. Noi qui riportereroo nella Tavola alcune iìguic 
cavale dalle arme, sigilli, monete di questa real casa di Savoja. 1 limiti ne' quali 
contener si deve la nostra opera non permettendo di estenderci di più, rimandiamo 
chi desidera maggiori notizie alla storia genealogica di Guichenon intitolata: Hisioi- 
re Genealogique de la Royale maison de Sufoye de. enrichie de plusieiirs puv- 
f.raili, speuux , monnoycs , $culi>4.urcs et armuiriet par Samuel Guichenon eie. 
Lyon, 1660, in f." Bg.° Lq fig. i della Tavola 71, rappresenta Filippo di Savoja, 
che prima d' esser Conte di Savoja portava ne' suoi sigilli un'aquila semplice, e 
dopo di esser divenuto Conte prese lo stesso sigillo de' suoi predecessori, cioè 
nn uomo « cavallo armato, colla spada nuda in una mano ^ nell'altra lo scudo 
avente un'aquila nel meazo. Tommaso I. di Savoja, vedi num. 2 Tavola sud- 
delta, portò un leone rampante nel suo scudo. Amadeo III. che fece il viaggio 
della Palestina nella famosa crociata del 1147 ha voluto assumer la croce per 
suo stemma si per venerazione a questo segno, che per memoria di tale spedi- 
zione. Vedi il num. 3. E siccome le insegne in que'tempi non erano ereditarie, 
così i Conti di Savoja portavano ora l'aquila, ora la croce fino ad Amedeo il 
Grande che l'ha resa stabile nella sua famiglia. Sotto il num. 4 vi presentia- 
mo Agnese di Foucigny Contessa di Savoja nell'anno 1262, il cui sigillo rap- 
presenta questa Principessa in piedi colla testa coronata, sostenendo colla ma- 
no dritta uno scudo di Savoja colla croce , e colla sinistra njano uno scudo di 
Foucigny: la sua veste è sparsa di fiori. Guida di Borgogna, vedi num. 5, Contes- 
sa di Piemonte nel 1285 è rappresentata in piedi con un fior di giglio nella 
mano dritta, avente tre scudi di Savoja da una parte, e dall'altra tre scudi di 
liorgogna. Il sigillo di Sibilla di Baugù Contessa di Savoja rappresenta questa 
Prin<vipessa in piedi con una rosa nella mano dritta , il campo de! sigillo sparso 
di rose e due leoni rampanti ai suoi lati. Vedi la figura num. 6 della detta 
Tavola. 



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degl' italiani 1 1 I 

la citlh di Vercelli ; vedi niim. 2 della stessa Tavola; questi ò quel- 
r Amedeo medesimo, che ritirossi poi 1' anuo 14 34 a far vita ere- 
mitica nella solitudine di Ripailles presso il lago di Ginevra, che 
fu poi eletto Antipapa, e prese il nome di Felice V. Lodovico 
di lui figliuolo che gli succedette, e che visse fino al i465 fu 
Principe di senno e valore non ordinario, e che prevalendosi 
dello sconvolgimento in cui era lo Stato di Milano , avanzò non 
poco 1 confini del suo dominio. Vedi il num. 3. Amedeo IX fi- 
glio di Lodovico fu più illustre per santità di costumi e per l'c 
sercizio di tutte le più belle virtù, che pel valore nell'armi. Ei 
mori io eih di soli Sy anni Tanno 147^9 6 lasciò quegli Stati a 
Filiberto suo primogenito ; ma questi ancora, come pur Carlo suo 
fratello, e un altro Carlo figliuol di questo e Filippo figlio di 
Lodovico ebber brevissimo regno, morti il primo nel 1482, il se- 
condo nel 1489» il terzo nel i49^> 6 l'ultimo l'anno seguente. 
Lo stesso avvenne a Filiberto H. figlio e successore di Filippo 
nel i497» ^^^ morì in età di aS anni nel i5o4. Carlo III. che 
succedette al padre , ebbe lunghissimo regno ma assai travagliato 
da frequenti guerre, per cui si vide spogliato dalle truppe Fran- 
cesi di una gran parte de' suoi Stati, mentre ciò che gli era ri- 
masto veniva occupato , sotto pretesto di sicurezza , dagli impe- 
riali suol collegati. Ei venne a morte in Vercelli nel i553, e 
lasciò quegli Stati , o a dir meglio il diritto di racquistarli , a 
Emanuel Filiberto suo figlio , giovane Principe di animo grande 
e d' indole bellicosa , che allor militava in Fiandra per Carlo V. 
Vedi il num. 4 della Tavola suddetta La memorabile sconfitta 
da lui data a* Francesi presso San Quintino nel iSSy gli ottenne 
si grande stima da' suoi nemici medesimi , che Arrigo II, dlegli in 
moglie due anni appresso Margherita sua sorella, e gli rese 
in quella occasione la Savoja e il Piemonte, riserbandosi solo per 
tre anni ancora il dominio in Torino e in alcune altre città. Que- 
ste poi furono a suo tempo ricuperate da sì gran Principe , e il 
Re Arrigo si ritenne solo Pinerolo, Savigliano e la Perosa; i quali 
luoghi ancora gli furono dal Re ceduti nel 15^4 all'occasione 
dell'accoglienza, che il Duca gli fece in Torino. Cosi glorioso 
per la costanza , con cui avea superate le avverse vicende , e pel 
coraggio , con cui avea ottenuta la ricuperazione de' suoi Stati , 
fini di vivere nel 1 58o. Carlo Emanuello I. di lui primogenito 



112 GOVEBNO 

succèdutogli in età di soli 19 anni fu uno de' più gran Principi 
che ci additano le storie, vedi il mini. 5, valoroso nell'armi, ac- 
corto ne' maneggi politici , di pronto e vivace ingegno , di rara 
eloquenza, di amabili e dolci maniere, d'animo splendido e li- 
berale, e parve solo ad alcuni troppo ambizioso di stendere i 
conGni del suo dominio. Tentò più volte Ginevra e tentò ancor 
Cipri , ma sempre con infelice successo. Più volte dichiarò guerra 
a' Francesi, più volte agli Spagnuoli. Dopo la morte di Arrigo III. 
si mosse coli' armi per occupare quel regno ; dopo quella del Duca 
Vincenzo Gonzaga aspirò al dominio del Monferrato. Se a' suoi 
tentativi non furono comunemente uguali i successi, egli ottenne 
almeno la lode di uno de' più gloriosi Sovrani della sua età. Vit- 
torio Amedeo I. succedutogli nel i63o, vedi il num. 6, raccolse 
il frutto d^le guerre e delle fatiche sostenute dal padre , e col 
cedere a' Francesi Pinerolo e alcune altre castella, ottenne di es- 
ser posto in possesso di una gran parte del Monferrato. Egli mori 
nella fresca età di 5o anni nel 1687. La Duchessa Cristina so- 
rella del Re di Francia Luigi XIII , vedi il num. j, Reggente di 
quegli Stati, e tutrice de' suoi piccioli figli Francesco Giacinto 
proclamato allor Duca, ma morto l'anno seguente, e Carlo Ema- 
nuello II. che in età di (juattro anni gli succedette , ebbe il do- 
lore di veder turbata la (juiete di quelle provincle dal Cardinal 
Maurizio, e dal Principe Tommaso di Savoja suoi cognati, che per 
togliere a lei la reggenza , ed al giovinetto Duca il dominio , mos- 
sero armati contro 11 Piemonte , e per tre anni il renderono un 
funesto teatro di guerre civili, che ebber poi fine nel 1642. Poiché 
il Duca Carlo Emanuello II., vedi il num. 8 della suddetta Ta- 
vola , cominciò a reggere per sé medesimo il suo Stato , si mostrò 
adorno di tutte quelle virtù , che render possono un Principe 
amabile e caro ai suoi sudditi , e diede continue prove della sua 
splendida magnificenza singolarmente nell' ingrandire ed abbellire 
la citta di Torino. Queste sue doti ne renderono vieppiù dolorosa 
la morte, da cui nell'età immatura di soli 4^ ^"^"i f^ sorpreso 
nel 1675. A lui succedette Vittorio Amedeo II. di lui figlio, fan- 
ciullo allora di nove anni , che fu il primo di questa Augusta 
famiglia ad assumere il titolo di Re. Durante il suo regno ei fu 
indefessamente occupato ad accrescerne la potenza : egli introdusse 
la disciplina nelle sue (ruppe, pose l'ordine nelb finanze, con- 



DEr.L^ ITALIANI 1 l3 

solido tutte le parti del suo dominio, ed ncqiiisiò una pule del 
Milanese, il regno di Sardegna e la successione evontu.ile della 
Spagna. Divenuto il più potente Principe dell' Italia lasciò scorgere 
a'suoi successori la posslbilith di divenire unici Sovrani, e se^^nò 
loro la via per giugnervi. Questo Principe oppresso dagli all'ari , 
e disgustato del mondo , lusingandosi di trovare riposo nella vita 
privala e nel seno dell'amicizia, sposò la Marchesa di San Seba- 
stiano, il 3 settembre del lySo, e cedo la corona a suo figlio 
Carlo Emanuello: del che ebbe ben presto motivo di pentirsene; 
poiché imprigionato dal detto figlio che si lasciò sorprendere da 
alcuni scellerati, terminò presto i suoi giorni pel dolore di una 
si nera ingratitudine. Egli mori nel castello di Montcalier il 3i 
ottobre del 1782. Le sue spoglie furon deposte a Superga di cui 
avea posti i primi fondamenti nel 1^10. Carlo Emanuello III., 
vedi il num. 9, fu Principe politico e guerriero, calcò le orme 
di suo padre e segui i suoi divisamenti ; s' arriccili del Monfer- 
rato, di una porzione del Milanese e raddoppiò le sue rendite. 
Suo padre, che le avea trovate di sette milioni , le portò ai quat 
tordici , ed ei le fece ascendere, per quanto si dice, fino ai vea- 
totto. Egli pubblicò nel i 770 un nuovo codice di leggi , terminò 
nel 1772 tutte le quisiioni de' suoi predecessori colla Corte di 
Roma; condusse a fine il belPedifizio di Superga ed il castello 
di Stupinigi; fabbricò il gran teatro di Torino, il collegio delle 
Provincie cominciate da suo padre , gli archivj reali , perfezionò 
l' arsenale , ed innalzò su di una pianta quasi uniforme le belle 
facciate della contrada Dora Grossa, impiegò specialmente grandi 
somme nel rifabbricare Cuni , nell' innalzare la cittadella d'Ales- 
sandria ed altre fortezze , e fondò in Torino una delle migliori 
scuole d'artiglieria. Morì il 20 di febbrajo del 1778, e fu sepolto 
a Superga. Vittorio Amedeo III. figlio del suddetto nacque in 
Torino il 26 giugno del 1726 ed ascese al trono il 20 febbrajo 
del 1773. Egli diede una nuova organizzazione all'esercito nel 177^) 
e la cangiò una seconda volta nel 1786; fondò io Torino nel 1785 
l'accademia delle scienze e l'osservatorio, l'accademia di pittura 
e di scultura ed 11 cenotafio ; diede princìpio nel 1778 alla for- 
tezza di Tortona; fece scavare il porto di Nizza, perfezionare le 
fortificazioni di Villnfranca , e stabili nel 1788 la società agra- 
ria ec. Morì nel castello di Montcalier il 16 ottobre 1796, e fu 



Il4 GOVERNO 

seppellito a Superga. Questo Principe che terminò un regao luogo 
tempo pacifico e sempre paterno fra gravissime afflizioni e grandi 
perdite venne seguito dal suo primogenito Carlo Emanuello IV. 
che , secondo il suo dire , non ricevè che una vera corona di spine. 
Scacciato per la guerra dai proprj Stati , costretto dalla pace a 
rinunciarli , errante , fuggitivo , disgrazialo , la perdita di una 
virtuosa ed amata compagna mise il colmo ai suoi mali , e de- 
terminò questo Principe amabile , dolce , religioso e buono a di- 
scendere dal trono sul quale non trovò che amarezze ed afflizioni: 
ei lo cede a suo fratello che fu ridotto al solo possedimento della 
Sardegna. Ma se un turbine momentaneo giunse a togliere alla 
casa di Savoja gli acquisti laboriosi di tanti anni ed il felice frutto 
di una maravigliosa destrezza e di una indefessa fatica di molti 
secoli, un'altra inaspettata rivoluzione l'ha resa piìi grau'le di 
prima. 

La giustizia era amministrata nel Piemonte da un senato reale 
composto di tre Presidenti e di 21 senatori divisi in tre camere, 
due pel civile ed una pel criminale. Ci era un avvocato generale 
e tre sostituti , un avvocato de' poveri pel civile ed un altro pel 
criminale coi loro sostituti. Il primo Presidente portava una sot- 
tana di seta ed un gran manto di velluto cremisino foderato 
d'ermellino: i due Presidenti lo avevano eguale ma senza ermel- 
lino. I senatori portavano una sottana nera ed una veste di scar- 
latto di sopra. La giurisprudenza del Piemonte era come nelle 
Provincie meridionali della Francia , cavata dal Diritto Romano; 
ma le furono aggiunti molti statuti particolari. 

Il corpo della città era composto del vicario o suo intendente 
generale di polizia, che veniva nominato dal Re, di due sindaci 
e di cinquantaselte decurioni o consiglieri , ì quali comprendevano 
molte camere. 



GOVERNO DI GENOVA. 



Jl ochi stati in Europa furon sottoposti a tante rivoluzioni quanto 
quelle di Genova. I Saraceni che ne avevan più volte depredate 



DE&L ITALIANI I ) 5 

le coste , hanno inquietato assai la citth fino al decimo secolo, ma 
siccome era un porto di grandissimo coramorrio, cosi la negozia- 
zione che 1^ aveva portata ad un alto grado di floridezza contri- 
bui non poco a sostenerla. In poco tempo i Genovesi furono in 
istato di scacciare gli Arabi dalle loro costiere, e d' impadronirsi 
ben anche dell' isola di Corsica. 

Le ricchezze e gli altri vantaggi della navigazione posero que- 
sta nuova Repubblica in istato di dare potenti soccorsi al Prin- 
cipi armati nelle crociate. Invano i Pisani le dichiararono guerra 
nel T225 f poiché terminò con grandissimo vantaggio de' Genovesi. 
Finalmente l'entusiasmo della libertà rendè questo Stato capace 
delle pili grandi imprese , e giunse a conciliare 1' opulenza del 
commercio colla superiorità delle armi. Le vittorie riportale dai 
Genovesi nel secolo XIII. contro le forze riunite de' Pisani e dei 
Veneziani furono si rilevanti , che i primi non poterono più ri* 
mettersi dalle loro scoufitle , ed i secondi furono obbligati a do- 
mandar la pace. 

Ma sgraziatamente gli animi che infiammati erano sul princi- 
pio dal vero amore di patria , non lo furono in seguito che dalla 
gelosia e dall'ambizione. Queste due funeste passioni non sola- 
mente arrestarono i progressi della Repubblica Genovese, ma l'em- 
pirono pili volte d' orrore e di confusione. Gli Imperatori , il Re 
di Napoli, i Visconti, i Marchesi di Monferrato, gli Sforza ed 
i Re di Francia vi furono successivamente chiamati dalle diverse 
fazioni che la dividevano. Essa era sotto il dominio di Francesco I. 
quando nel 1628 Andrea Doria cittadino Genovese, ed uno dei 
più celebri capitani del suo secolo , avendo concepito il disegno 
di renderla libera , comparve con sette galere nelP 1 1 settembre 
dello stesso anno verso il quartiere detto Sarzano , ove era aspet- 
tato da un popolo immenso, sbarcò, tutta la città prese le armi, 
s'impadroni del palazzo pubblico e delle porte àeW Arco , gri- 
dando per ogni dove San Giorgio e Libertà. Nel giorno seguente 
i membri del Gran Consiglio si radunarono in numero circa di 
i5oo, determinarono di ristabilire la Repubblica nel suo primiero 
stato , ed ordinarono di celebrare in avvenire 1' anniversario della 
loro libertà sotto il nome di festa dell' Unione. Si scacciò il Go- 
vernatore Trivulzlo, si ripresero le fortezze, e si stabilirono nuove 
leggi, che furono chiamale leggi del i528. I nobili, che per 



Il6 OOVERISO 

nascita , per talento o pei servigi prestati meritavano ci' aver parte 
al governo, furono distribuiti in 28 famiglie, non perchè altre 
non ve ne fossero eguali e per antichità e per merito , ma perchè 
si scelsero quelle che occupavano almeno sei case in città, e che 
comprendevano maggior numero di persone. Si passò quindi a 
sopprimere i nomi di popolare e di nobile, de' quali erasi fatto 
cotanto abuso nelle intestine discordie, e non vi rim^ise che la di- 
stinzione di nobili del portico vecchio e del portico nuovo , 
ossia del portico San Siro per 1' antica nobiltà , e del portico di 
San Pietro per la nuova , distinzione che , prima deir ultima ri- 
voluzione , sussisteva ancora , e cagionava una specie di gelosia fra 
i nobili delle due classi. 

In riconoscenza di quanto venne operato da Andrea Doria, fu 
stabilito che tutti gli anni alla sera dell' 1 1 settembre la guardia 
del palazzo dovesse recarsi sulla piazza del Principe Doria a Pos- 
sano, e fare una scarica d'artiglieria in segno di gratitudine e 
d' allegrezza. La Repubblica gli comperò un palazzo e gli eresse 
una statua. Fu stabilito che il Gran Consiglio fosse compo>io di 
4oo nobili, e che avesse il sovrano potere; che il tesoro pubblico 
venisse amministrato da otto procuratori , ai quali si sarebbero 
aggiunti i senatori ed i Dogi usciti di carica ; e si crearono i 
cinque censori chiamati supremi sindacatori per invigilare sulla 
condotta degli stessi magistrati e degli ufBziali della Repubblica. 
1 Genovesi si esposero allo sdegno di Luigi XIV. per aver 
•vendute alcune munizioni agli Algerini, e fabbricate quattro galeotte 
per la Spagna , potenze contro le quali il Re di Francia guerreg- 
giava. Il Monarca fece proibire ai Genovesi di varare le galeotte, 
minacciandoli di un pronto castigo, se la Repubblica ricusava di 
sottomettersi ai suoi voleri. I Genovesi non avendogli data alcuna 
soddisfazione, una numerosa flotta usci bentosto (nel i684) dal 
porto di Tolone, si portò davanti a Genova, vi gettò 14.000 
bombe e ridusse in cenere molti edifizj. Quindi essendo sbarcati 
i4^ooo soldati si avanzarono fino alle porte, abbruciarono il sob- 
borgo di San Pier d* Arena, e fu necessario il sottomettersi af- 
fine di prevenire una totale rovina. Il Re pretese che il Doge di 
Genova e quattro principali senatori si recassero nel suo palazzo 
di Versailles per implorarne la clemenza , e volle che Imperiale 
Lescaro , che fu il Doge destinato a tale funzione , fosse conti- 



UEGI. ITALIANI Iin 

nuaio nella sua carica, malgrado della legge perpetua che toglieva 
sì fatta digiìilh a qualunque Doge assente per un momento dalla 
cill.'i. 

Avendo i Genovesi abbraccialo il partito delia Francia e della 
Spagna contro le Case d'Austria e l'Inghilterra nella guerra che 
fu poi terminata nel 174^» gli Austriaci s'impadronirono di Ge- 
nova per capitolazione nel mese di settembre 174^; ma al 5 di 
dicembre dello stesso anno , il popolo seppe riacquistare la sua 
liberta , malgrado del senato che disperando del felice successo 
non volle aver parte in quella sollevazione. 

Usciti i Genovesi da questa critica situazione, essi non ebbero 
altre cure che di sottomettere la Corsica, dopo di che furon to- 
sto sforzati ad abbandonarla alla Francia. Nel 1785 Vittorio Ame- 
deo III. credeva di avere occasione favorevole per far valere le 
sue pretese sopra alcuni distretti della Liguria occidentale ; ma 
la mediazione della Francia e poscia la rivoluzione posero Guc a 
tal quistione. 

I Francesi occupata la Lombardia, la dichiararono indipen- 
dente. Que' Genovesi che avevano adottato i principi della co- 
stituzione Francese, occupandosi de' mezzi per introdurne una si- 
mile nella loro p»tria , giunsero a trasformare la Repubblica 
Genovese in Repubblica Ligure. Dopo breve tempo il Genovesato 
venne unito alla Francia come risulta da due decreti relativi a 
questa unione, l'uno del senato Ligure del aS maggio i8o5 e 
r altro dell^ Imperator dei Francesi 5 giugno dello slesso anno. 
Colle più recenti vicende esso passò siccome abbiam di già ac- 
cennato sotto il dominio del Re di Sardegna. 

II governo di Genova era aristocratico poiché trovavasi fra 
le mani della nobiltà. Ci era un senato composto di tredici per- 
sone, il Doge e dodici senatori. Questo corpo era incaricato del 
governo propriamente detto. La Camera che decideva in materie 
di finanze , e che aveva 1' amministrazione delle rendite della Re- 
pubblica , era composta di otlo membri, oltre i Dogi fuori di 
carica, sotto il nome di Procuratori ed in numero di sei. Do 
vevano questi due collegj radunarsi allorché si trattava di affari 
esterni; davano udienza agli ambasciadori, erano in relazione colle 
potenze straniere, giudicavano de^ gravi delitti, siccome i parri- 
cidi e ^^ congiure, avevano ij comando delle forze della Repub- 



Il8 GOVERJSO 

bllca , e radunavano il Consiglio generale quando lo credevano 
necessario. 

Il picciolo Consiglio era composto di dugento persone: esso 
sceglieva i magistrati , decideva della pace e della guerra ed aveva 
il diritto di fare de' regolamenti , purché non fossero contrarj alle 
leggi del 15^6, e che i voti giugnessero a due terzi. Poteva anche 
propor leggi al Gran Consiglio , allorché i voti non erano meno 
di quattro quinti. 

Il Gran Consìglio era l'assemblea generale dei nobili, ed in 
essi risedeva il potere legislativo ed il potere sovrano. Esso po- 
teva da sé solo cangiare le leggi fondamentali dello stato e stabilire 
le imposte. Esso eleggeva il Doge , ì principali uffiziali della 
Repubblica , i segretarj di Stato , i capitani di galere ed i Go- 
vernatori di Terra-Ferma. Bastava per entrarvi aver compiuti i 
22 anni , essere almen da tre anni cittadino , e godere di una 
non isfavorevole opinione ; e perciò ogni anno se ne faceva l'ele- 
zione , benché si avesse per costume di eleggere i medesimi, cioè 
tutti i nobili. Il libro d/ oro era la lista di tutte le persone com- 
ponenti il Grande ed il picciolo Consiglio, e veniva stampato 
tutti gli anni. 

Il Doge presedeva a tutti i consigli , ed tigli solo aveva il di- 
ritto di annunziare l'oggetto sul quale doveasi deliberare: quasi 
a ciò solo riducevasi la di lui autorità : le sue funzioni duravano 
due anni giorno per giorno ed ora per ora. Gli si dava il titolo 
di Serenissimo, ed allorché era decaduto dalla sua carica, quello 
di Eccellenza. Spirato il tempo delle sue funzioni , egli era per 
otto giorni esposto alla censura ed alle lagnanze degli abitanti. I 
sindicatori giudicavano della realtà delle accuse j che trovate gra- 
vi , il Doge veniva privato del vantaggio di essere procuratore 
perpetuo. Nessuno poteva essere innalzato di nuovo alla dignità 
di Doge se non dopo un intervallo di dieci anni. Il tempo del- 
l' elezione non era determinato j quindi l'interregno durava qualche 
volta pochi giorni e qualche altra era più lungo. Per creare il 
Doge si eleggevano a sorte cinquanta membri del Gran Consiglio, 
e questi cinquanta ne sceglievano venti che giudicavano più degni 
di tal carica. Questi venti erano ridotti a quindici dal Gran Con- 
siglio , ed a sei dal picciolo Consiglio j e fra questi sei il Gran 
Consiglio ne sceglieva uno, nobile, ricco e di età almeno di cin- 
quant'anni. 



degl'italiani 11^ 

La cerimonia dell'incoronazione del Doge veniva ordinario- 
niente eseguiti in sabbaio. In tal giorno i senatori si recavano 
rreir anticaiuera del serenissimo Doge, ove stavano disposti ìii 
mostra gli ornamenti della dignità reale che eran poscia distribuiti 
ai ministri per esser trasportati nella gran sala. I due cancellieri 
dell'eccellentissima camera sostenevano sulle loro braccia il manto 
reale, un segretario portava la corona, un altro l'ermellino ed 
un terzo la spada; lo scettro era consegnato al decano dei sena- 
tori. Il Doge se ne stava nel suo appartamento mentre che i se- 
natori preceduti dal Generale delle armi , dal Colonnello del pa- 
lazzo e del corpo degli oflSziali s' incamminavano fra duo ordini 
d'alabardieri, e si recavano alla sala destinata per la cerimonia. 
Ivi era innalzato un trono : una musica strepitosa annunziava l'ar- 
rivo de'serenissimi Collegi, e mentre andavano a collocarsi ai loro 
posti f i ministri deponevano su di un tavolo gli ornamenti reali, 
ad eccezione delio scettro che non dovea uscire dalle mani del 
decano. Ad un segno del maestro delle cerimonie gli eccellentis- 
simi Procuratori si alzavano dalle loro sedie, mentre che il sere- 
nissimo senato restava al suo posto ; ed accompagnati dai loro 
ministri, dal Generale, dagli ofiìziali e da un corpo di alabar 
dieri , andavano a prender il Doge nel suo appartamento per 
condurlo alla Metropolitana. La guardia nell' uscir dalle porte del 
palazzo deponeva le alabarde, e la strada che guida alla chiesa 
non era guernita di truppe. Il Doge giunto nel mezzo della chiesa, 
s'inginocchiava per ricevere la benedizione delT Arcivescovo che 
gli andava incontro con tutto il capitolo. Egli era poscia condotto 
al santuario, ove dopo una breve orazione recitata dall'Arcivescovo 
riceveva genuflesso sui gradini dell' altare una seconda benedizione 
dal detto Prelato , e se ne ritornava al palazzo ove i soldati pren- 
devano le loro alabarde. Il Doge era ricevuto nella gran sala al 
suono di molti stromenti , e dopo di aver salutato il serenissimo 
senato che rispondeva al saluto senza alzarsi né scoprirsi la testa, 
andava a sedere al destro lato del trono sulla sedia Ducale. Gli 
eccellentissimi Procuratori si collocavano al loro posto e si copri- 
vano. Allora il segretario pronunziava ad alta voce; Ascendat 
Orator. Un gentiluomo colla cappa o zimarra dottorale recitava 
dal pulpito un discorso in lode del Duca , terminato il quale, un 
segretario leggeva ad alta voce la formola del giuramento , che 



I20 GOVERNO 

doveva farsi dal Doge, e la consegnava al decano. Il Doge an- 
dava ad Inginocchiarsi avanti di lui, pronunziava il giuramento, 
e dopo ritornava al suo posto. Allora egli veniva spogliato del suo 
abito e rivestito di manto reale coli' ermellino; e poi dal maestro 
delle cerimonie gli era posta in capo la corona reale. Vedi la 
fig. I della Tavola ^S. Il Doge in questo abbigliamento alzavasi 
e poscia avanzavasi nuovamente verso il decano e , seduto davanti, 
ascoltava dalla bocca di lui un breve discorso, cui dopo di aver 
risposto in poche parole s'incamminava verso il trono ed ivi se- 
deva. In tal momento tutti i senatori si alzavano, un segretario 
sguainava la spada e la presentava al Doge, il quale la conse- 
gnava al porta-spada posto alle sue ginocchia. L'eccellentissimo 
Decano facendo al Serenissimo un profondo inchino gli metteva 

10 scettro in mano , dopo di che il Doge alzavasi e riceveva i 
saluti dei senatori, che a due a due colla testa scoperta gli facevano 
un inchino. Dopo ponevasi ancora a sedere per ricevere gli omaggi 
del Generale delle armi , dei segretarj , della nobiltà e degli uf- 
uziali delle truppe. Tutte queste cerimonie venivano eseguite al 
suono delle campane del palazzo ed al rimbombo di una triplice 
scarica d'artiglieria, e terminavano con un concerto di musica. 

11 Doge accompagnato dai senatori nella gran sala di cerimonia , 
riceveva seduto in trono un breve complimento dalle loro eccel- 
lenze. 

Allorché il Doge coi senatori compariva in pubblico fuori 
del palazzo, aprivasi la marcia dal corpo della nobiltà preceduta 
da due paggi del Doge e da due soldati armati d'alabarda colla 
spada pendente dalla bandoliera. Questi alabardieri erano vestili 
alla Spagnuola , abito rosso , mostra delle maniche rosse e bianche 
e cappello guernilo di pennacchi degli stessi colori. Vedi il 
num, 3. Anche i paggi del Doge erano vestiti alla Spagnuola , 
coli' abito di velluto riccamente guernito in oro , ed il colore 
era quello della livrea del Doge. Vedi la Tavola suddetta 
al num. 4« 

Il corpo della nobiltà era seguito dagli uffizialì , dagli uscieri 
del senato e da quegli altri ch'erano comunemente appellati Tra- 
ghette , tutti vestiti di color violetto , con una lunga veste o zi- 
marra con maniche pendenti , e collo stemma della Repubblica 
ricamato sul lato sinistro. Vedi il num. 6. Seguivano poi otto 




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DEGL ITALI ARI I<2 1 

paggi del Doge vestili come sopra , e dopo di essi due uscieri in 
veste rossa portando due mazze d' argento , simboli della giusti- 
zia , e fra l' uno e V altro eravi il porta-spada con veste nera ed 
in mano una lunga spada d' argento. Poscia venivano i segrctarj 
di Stato col maestro delle cerimonie; ed immediatamente innanzi 
A Doge il Generale delle armi in cappa colla spada ed il bastone. 
Il Doge era interamente vestito di porpora fra il decano ed il 
sottodecano del senato. Una veste con istrascico di velluto nel 
r inverno e di dammasco in estate con ampie manicbc , distin- 
gueva Sua Serenità. Vedi la Gg. 5 della Tavola suddetta. In 
mano teneva un berretto quadro della stessa slofTa, cbe ritornando 
verso la sommità terminava in punta con un Cocco di seta. Due 
paggi accompagnavano il Sciicrissimo , l'uno per sostenere la co- 
da , 1' altro per presentargli al bisogno il parasole. Dopo il Doge 
marciavano due a due i senatori propriamente detti, e poscia 
quelli eh' eran appellati Procuratori. Il loro abito non differiva da 
quello del Doge se non nel colore ch'era nero, ed era l'abito 
nel quale assistevano alle sedute del palazzo. Vedi la Gg. 2. I 
magistrati civili e criminali chiudevano la marcia coperti sempli- 
cemente di veste dottorale. In tutte le piazze, per le quali dove- 
van passare il Doge ed i Collegi, trovavansi le truppe, ed il 
corpo del senato aveva ai Ganchi due filari di alabardieri. Il Doge 
nel suo passaggio riceveva gli onori militari, si battevano i tam- 
buri , i soldati presentavano le armi e gli uffiziali abbassavano 
i loro spuntoni e le loro bandiere. Gli uscieri detti Tagliettef i 
paggi , i mazzieri ed il porta-spada andavano a piedi precedendo 
il Doge, che veniva portato sur una magnifica seggiola di velluto 
rosso ornata riccamente di dorature e di bolle sculture : la livrea 
dei portantini era di velluto rosso con un picciol gallon d' oro. [ 
segretari , il maestro delle cerimonie ed i giudici di lìola anda- 
vano anch'essi in portantina, ma la livrea di chi li sosteneva era 
di semplice panno rosso con guarnizione bianca. I senatori ed il 
Generale delle armi servivansi dei loro proprj portantini in livrea 
ordinnria , ma senza cappello. 

Fra i magistrati particolari que'di maggiore importanza erano 
1 Supremi Sindicatori , incaricati, come gli Efori di Sparta, 
della conservazione dello leggi e della loro esecuzione. Essi 
in numero di cinque erano i magistrali più formidabili della 



12* GOVERNO 

Repubblica. Sette inquisitori di Stato invigilavano sulla Interna 
polizia. 

Avendo le divisioni de' Genovesi dato troppa forza allo spinto 
di parte , obbligarono i medesimi ad affidare l'amministrazione 
della giustizia ai magistrati stranieri che venivano scelti negli altri 
Stati d'Italia , tre de' quali erano addetti alla Rota civile e 
quattro alla criminale: era permesso l'appellarsi dai loro giudicali 
in materia civile avanti due dottori nazionali , e due dottori ed 
un nobile, scelti di accordo fra le due parti. Il diritto Romano 
ora la legge generale dello Stato di Genova ; ma eravi altresì un 
l^ran numero di statuti particolari. 

L' inquisizione era esercitata in Genova da un Domenicano, 
ma non era severa; poiché assistito continuamente da due sena- 
tori , ei non poteva ordinare cosa alcuna senza il loro assenti- 
mento. 

I nobili Genovesi erano sempre vestiti di nero^ e nelle as 
Si mblee portavano un picciolo mantello , il quale però era comune 
a tutte le persone di uno stato superiore al minuto popolo. Non 
portavano mai la spada in città, ed assumevano le qualità di 
Duca , di Marchese o di Conte in conseguenza delle terre che 
possedevano nel regno di Napoli ed sllrove. 



GOVERIMO DI PARMA, PIACENZA E GUASTALLA 



-I- arma fu per lungo tempo in preda alle divisioni intestine. I 
Correggi, gli Scaligeri, i Visconti, gli Sforza, i Papa se ne im- 
padronirono successivamente. Essa ebbe altresì de' piccioli tiranni 
nei Pallavicini e nei Sanvitali. Nel tempo della grande confedera- 
zione che Giulio II. formò contra la Francia, ei fece cedere alla 
Santa Sede Parma e Piacenza dall'Imperatore Massimiliano I. che 
j^li lasciò questa città, salvi sempre i diritti dell'impero. I Far- 
nesi dovettero la loro sovranità al Pontefice Paolo II. Avca egli 
avuto in età giovanile un figlio naturale detto Pier Luigi , nò le 



degl' italiahi ia3s 

molle e rare qualità di cui questo Pontefice era fornito, poterono 
laltenerlo dal procurarne ì vantaggi. Nel i 537 dichiaroUo Duca 
di Castro : ottennegli 1' anno seguente da Carlo V. il dominio di 
Novara col titolo di Marchese. Poscia nel i545 gli conferì il Du- 
calo di Parma e di Piacenza, le quali due città nel iSai erati 
passate, siccome abbiam detto, sotto il dominio della Chiesa. Ma 
Pier Luigi resosi odioso a' nuovi sudditi, da alcuni delle più 
illustri famiglie di Piacenza fu in questa citlà ucciso nel i547. 
Parma acclamò tosto a suo Duca Ottavio figliuol dell' ucciso Duca, 
ma troppo da lui diverso, e Ferrante Gonzaga Governator di 
Piacenza prese a nome dell' Imperatore il possesso della stessa 
città. Ottavio dopo varie vicende si vide finalmente pacifico pos- 
sessore dellit prima citlà nel i55o, e sei anni appresso di Pia- 
cenza fendutagli da Filippo II, , a cui Carlo V. avea in quell'anno 
stesso ceduto il regno di Spagna. La sola cittadella rimase in po- 
ter di Filippo, che finalmente la rilasciò nel i585 al Duca Ot- 
tavio all' occasione delle grandi vittorie riportate in que' tempi 
ne' Paesi Bassi da Alessandro di lui figliuolo. Questo grande eroe 
succedette in quel governo al padre morto nel i586 con dolore 
de' sudditi, che in lui ebbero per lungo tempo un saggio ed ot- 
timo Principe. Ma Alessandro continuamente occupato in guerra 
non pose mai piede ne' suoi dominj ; e morì in Arras in età di 
soli 47 *nni nel iSga. Ebbe a successore Ranuccio I. suo figlio, 
il quale però fu assai lungi dall' ottenere da' suoi popoli quell' a- 
more e quella stima , di cui Ottavio suo avolo avea goduto. Ra- 
nuccio ebbe per massima di farsi temere , anzi che amar da'suoi 
sudditi; ma fu a pericolo di provare, quanto dannosa fosse tal 
massima, per una terribil congiura contro di esso ordita l'anno 
i6i2 da molli dei principali suoi sudditi. Scoperta però la con- 
giura , altro effetto non ne segui che la morte de' congiurali , il 
confiscnmento de' loro beni , e 1* inasprimento sempre maggiore del 
Duca. Egli mori nel 1622, ed ebbe a successore Odoardo suo fi- 
glio , che col suo tratto piacevole , e colla sua generosa magnifi- 
cenza fece 'limenticare il troppo duro governo del padre , ma che 
poco felice nelle sue risoluzioni si avvolse più volle in guerre, le 
quali non gli produssero che perdita ed amarezze. Ranuccio II. 
che nel 1646 gli succedette governò quegli Slati con lode di ot- 
timo e giusto, ma forse troppo severo Principe, fino al 1G94» '" 



ia4 GOYERCO 

cui die fine a' suoi giorni, lasciando due figli Francesco ed An- 
tonio, che l' uno dopo l'altro gli succederono , finché morto il 
primo nel 1727, ed il secondo nel 1731 amendue senza prole, si 
estinse in essi la famiglia dei Farnesi. 

Elisabetta Farnese, che l'anno 1714 sposò Filippo V. recò 
rjuesti Ducati in dote nel ramo Spagnuolo della Gasa di Borbone; 
ma nonostante poco tempo dopo lo stato delie cose cambiò 
d'aspetto^ mentre che ne' preliminari conchiusi l'anno 1736 fu 
e l'Infante Don Carlo loro figliuolo ne andò al possesso l'anno 1731, 
convenuto che Don Carlo sarebbe passato al possesso del re- 
t;no delle due Sicilie , a condizione che i Ducati di Parma e di 
Piacenza fossero ceduti in pieno dominio all' Imperatore. Di fatto 
la Casa d'Austria li governò sino all'anno 174^» nel qual tempo, 
pel trattato d' Aquisgrana , furono ceduti a Don Filippo, secondo- 
genito pel Re di Spagna e di Elisabetta Farnese, che l'anno 1765 
ebbe per successore Ferdinando I. suo unico figliuolo. Si credette 
da' Francesi che questo Duca avesse in un tal qual modo aderito 
jtlla lega formata dai Principi dell'Europa contro la Francia; 
quindi questo Principe, avendo i Francesi passato il Po il 7 mag- 
};to del 1796, trattò col General Bonaparte una tregua che gli fu 
.accordala mediante lo sborso, di due milioni di lire toruesi ec. ec; 
t" per siffatto modo gli Stati del Duca di Parma furono riputati 
;illora come paese neutrale. Questo religiosissimo Principe e ze- 
lante promotore delle belle arti che fino dal 1796, si era unito 
in matrimonio coli' Arciduchessa Maria Amalia Giuseppina d' Au- 
stria mori in Golorno il 9 ottobre del 1802, e dopo la sua morte 
gli Stali di Parma e Piacenza passarono alla Francia. In conse- 
guenza delle ulticoe glk accennate vicende essi passarono sotto il 
felice dommio di S. M. Maria Luigia d'Austria. 



GOVERNO DI FERRARA, MODENA E REGGIO. 



J\\ principio del XIV. secolo, Azzo Vili, d' Este era Signore 
di Ferrara, di Modeaa, di Reggio, e di Rovigo e di più altre 



degl'italiani ia5 

castella; ma prima di morire nel i3o8 avea avuto il dispiacere 
di vedersi tolto il dominio di Modena e di Reggio per le interne 
fazioni di queste città. Le discordie che dopo 1^ morte di lui si 
accesero tra' Principi di questa casa , le furono ancor piiì funeste 
poiché per esse si vide privo per più anni della signoria di Fer- 
rara. Gli Estensi la ricuperarono l'anno lòìj, Rinaldo ed Obizzo 
nipoti del suddetto Azzo ne conservaron sempre il dominio, e il 
difesero coraggiosamente contro i nemici, e riacquistarono nel iSaS 
]a signoria di Comacchio, e Obizzo quella di Modena nel i336. 
Morto Rinaldo nel i335, e Obizzo nel i352, Aldrovandino 111. 
6gliuoI di Obizzo prese il governo degli Stati, e il tenne fino 
al i36i, in cui morendo, Niccolò II. di lui fratello gli succedette. 
Principe glorioso e magnanimo, che seppe sostenersi contro il poter 
formidabile de' Visconti , e stese ancor maggiormente il dominio 
ricevuto da' suoi maggiori. A lui si dovette singolarmente il ritorno 
di Urbano V. in Italia , il quale fra gli altri onori a questo Prin- 
cipe conceduti, con una sua Bolla del i368 conferi a lui e a 
que'che da lui discendessero , il Gonfalonierato di Santa Chiesa. 
Egli mori nel i388, ed ebbe a successore Alberto suo fratello, 
che per soli cinque anni resse lo Stato, e lasciollo morendo 
nel 1393 n Niccolò III. suo figliuolo , fanciullo allora di nove 
anni ; e poscia uno de'più grandi eroi di questa famiglia. Principe 
valoroso in guerra non meno che saggio ed accorto in pace , 
seppe opportunamente ora unirsi in guerra con altri , or conciliare 
fra loro le potenze nimiche; ottenne la signoria di Parma (da 
lui ceduta al Duca di Milano), di Borgo S. Donnino e di Reggio, 
e ricuperò da* Veneziani Rovigo con tutto il Polesine,* e finilmente 
pieno di gloria mori in Milano sulla fine dell'anno i|4'« Lionello 
suo figliuolo illegittimo, ma da lui preferito ad Ercole e a Sigi- 
smondo figli legittimi, ma di troppo tenera età, gli succedette. 
Pochi Principi ci ha nelle storie, di cui si trovino elogi somiglianti 
a quelli che a lui veggiamo renduti da tutti gli scrittori coniem- 
poranei , che sommamente ne esaltano la giustizia, l'amor dclli 
pace, l'umanità e la clemenza. Ma egli ebbe breve impero essendo 
morto l'anno i45o lasciando gli Stati a Borso figliuolo egli pure 
illegittimo di Niccolò IH. Qut;sti ancora sostenne la gloria de'ouoi 
maggiori col senno più che coli' armi , e nuovo lustro le accrebbe 
col tiiol di Duca concedutogli l'anno i^'jì. dall' Imperador lede 
Cosi. rol. fin. dclV Europa l\ ti. g 



I "ìG GOVERWO 

ileo III. per riguardo a Modena e a Reggio , e per riguardo a 
Ferrara dal Pontefice Paolo II. l'anno 1471 nel qual anno stesso 
mori lasciando gli ampj suoi Stati ad Ercole I., figliuolo legittimo 
di Niccolò III. che con fama di splendido ed ottimo Principe li 
governò fino al i5o5, in cui fini di vivere. Alfonso I. succeduto 
ad Ercole I. suo psidre , fu dapprima assai caro al Pontefice Giu- 
lio II., ed essendo entrato nella Lega di Cambray , fu da lui creato 
Gonfaloniere della Chiesa. Ma poiché Giulio si riuni co' Vene- 
ziani , avendo Alfonso continuato a star nella Lega, il Pontefice 
contro di lui rivolse le armi spirituali e le temporali ad un tempo. 
Quindi ei si vide a forzi spogliato di Modena, di Reggio, di 
Rubbiera e di altri luoghi de' suoi Stati, La destrezza e il valore, 
di cui era fornito gli fece sostener con coraggio le sue traversie 
non meno a' tempi di Giulio , che a que' di Leon X. e di Cle- 
mente VII , sdegnati ambedue contro di lui , perchè non seguiva 
il loro partito. Fu valoroso guerriero e Principe magnanimo e li- 
berale ; e finalmente si vide nel i53t rimesso nel possesso paci- 
fico degli antichi suoi Stati, a'quali ancora egli aggiunse il Prin- 
cipato di Carpi, di cui Carlo V. gli diede l' investitura. Ei venne 
a morte nel i534 lasciando erede Ercole II. suo primogenito, che 
<'on lode di ottimo Principe governò quello Stato fino al i559, 
in cui pose fine al suol giorni. Alfonso II. che succedette al pa- 
dre , rluni in sé stesso tutti i migliori pregi , che si possano in 
un Sovrano bramare, e a renderne compita la felicità, gli mancò 
soltanto la figliuolanza maschile, a cui lasciasse i suoi Stati. Ce- 
sare che gli succedette nel 1 Sg^ era figlio di Don Alfonso d'Este 
figlio del Duca Alfonso I. Noi non istaremo qui ad esaminare per 
qual ragione e in qual modo ei fosse spogliato dal Pontefice Cle- 
mente Vili, del Ducato di Ferrara. Il Duca Cesare ristretto nel 
suo dominio a' Ducati di Modena e di Reggio, e al Principato di 
Carpi, resse questi Stali con fama di ottimo Sovrano, e trattane 
qualche leggler guerra conlra i Lucchesi , si tenne sempre lungi 
dall'armi. Alfonso III. di lui figliuolo, che nel 1628 gli succe- 
dette, l'anno seguente con esempio memorabile, cedendo il do- 
minio a Francesco suo figlio, entrò nell'ordine de' Cappuccini , e 
vi stette fino alla morte. Francesco I. nel valor militare e nell'a- 
more della giustizia , nell' esercizio della pietà , nella pompa della 
sua corte, e in tutte le altre doti che formano un gran Sovrano, 



DEUL ITALIANI t%y 

ebbe pochi pari a' suoi giorni. Visse mollo fra 1' armi , era colle- 
gato or cogli Spagnuoli , or co' Francesi ; aggiunse n' suoi Stali il 
Principato di Correggio, di cui dall'impero era stato spoglialo 
Don biro ultimo Principe di quella illustre e antici famiglia. Nel 
corso delle sue glorie Cnì di vivere in età di soli 4^ ^""i ••> 
Sani' Ja nel ^ ercellese del i658, dopo avere, essendo allor Gene- 
rale delle truppe Francesi, espugnata poc'anzi Mortara. Brevissimo 
fu il dominio di Alfonso IV. Ggliuolo e successore di Francesco, 
die in età di soli 28 anni mori nel 1662. Francesco H. di lui fi- 
gliuolo fanciullo allor di due anni , sotto la tutela della Duchessa 
Laura Martinozzi sua madre e nipote del cardinal Mazzarini , 
donna di animo e di senno virile, e poscia per sé medesimo resse 
con fama di ottimo Principe questo Stalo ; ma egli pur nel fior 
degli anni , cioè contandone soli o\ di età venne a morte nel 1^94 
e allora il Cardinal Rinaldo di lui zio assunse il titol di Duca , 
e deposta poscia la porpora l'anno seguente, nel 169^ prese in 
moglie la Principessa Carlotta Felicita di Brunswick madre di 
Francesco IH. e nel 1710 aggiunse a' suoi Stali il Ducalo della 
Mirandola , di cui era stalo dall'Imperatore spogliato Francesco 
Pico, ultimo Duca di (jUt-lT antica famiglia, I rarissimi pregi del 
Duca Birialdo lo renderon caro a' suoi sudditi e rispettabile agli 
stranieri. Francesco III. servi in sua gioventù nelle truppe dell'Ini- 
peraturc. Nella guerra del 174© incalzalo dagli Austriaci si ritirò 
nel 1742 in Venezia, e si dichiarò per la Casa di Jiorbonc. L'anno 
dopo fu dichiarato Generalissimo delle truppe Spagnuolc in Italia. 
Nel 1745 fece aprir la trincea davanti Tortona ch'egli costrinse a 
capitolare. Il Duca fu ristabilito nei suoi Stati pel trattato d' Aqui- 
sgrana nel 1748. Ei fu costretto per le spese della guerra di ven- 
dere cento bellissimi quadri alla Corte di Dresda pel prezzo di 
cento nula zecchini. Morì nel 1780. Ercole Rinaldo con una 
grande economia avea ammassato immensi tesori. Nella guerra 
della rivoluzione i Francesi s'impadronirono de'suoi Stali nel 1796 
e li unirono alla Repubblica Cisalpina. Ei si ritirò a Venezia e 
mori poscia in Treviso nel i8o3. Cogli ultimi avvenimenti il Duca 
di Modena e Reggio passò sotto il felice dominio di Fnitncesco 
d'Austria figlio di Beatrice d' Esle. 



128 

GOVERIVO DI VERONA, PADOVA , MAINTOVA ec. 



iTXeulre i Principi de' quali abbiam Onora parlalo signoreggiavano 
una gran parte d'Italia, altre città avevano i particolari loro Si- 
gnori, tra' quali ci ristringeremo a quelle sole famiglie, che in 
potere e in fama superarono le altre. Mastino e Alberto dalla 
Scala fratelli avevano fin ab] secolo XIII. il dominio di Verona , 
il quale, ucciso Mastino l'anno 1^77, e morto Alberto l'anno i3oi 
passò a Bartolommeo di lui primogenito, e quindi tre anni dopo 
ad Alboino altro figliuolo del medesimo Alberto. Questi ancora 
mori dopo breve impero l'anno i3ii, e lasciò la dominazione di 
Verona a Can Grande suo fratello , con cui già avea diviso il do- 
minio, e che avea già tolta a' Padovani la signoria di Vicenza. 
Egli giunse ancora ad essere padrone di Padova, di Trevigi , 
di Feltre , di Cividal del Friuli e di altri luoghi, e assai piìi 
oltre avrebbe steso il suo potere se la morte non l'avesse sorpreso 
in età di soli /{i anni l'anno 1829. Questo Principe magnanimo 
e generoso ebbe a successori Alberto e Mastino suoi nipoti, tra 'quali 
Mastino valoroso nell'armi, ma per l'alterigia e crudeltà sua odioso 
a molti , conquistò ancora più altre città. Finirono amendue con 
poco interv-illo l'uno dall'altro, morto essendo Mastino nel i35i, 
e Alberto 1' anno seguente. Can Grande figliuol di Mastino , che 
lor succedette, e che avea per moglie una figlia di Lodovico il 
Bavaro, Principe crudele e dissoluto, fu ucciso l'anno iBSg da 
Can Signore suo fratello, che insiem con Paolo Alboino altro suo 
fratello fu proclamato Signor di Verona. Il secondo di questi , 
pochi anni dopo chiuso in prigione dal suo stesso fratello, fu 
poscia per ordine del medesimo ucciso l'anno 1875, in cui pure 
mori Can Signore lasciando eredi Bartolommeo ed Antonio suoi 
figliuoli illegittimi. In questi finì la potenza di sì illustre famiglia, 
perciocché Antonio, ucciso barbaramente il fratello l'anno i58i, 



DEGL ITALIANI 1 ^Q 

e perduta poscia la signoria di Verona, mori miseramenle l'an- 
no i388. 
Governo di Padova sotto i Carraresi. 

Confiiianli e perciò quasi sempre rivali degli Scaligeri erano i 
Carraresi Signori di Padova. Jacopo da Carrar;» fu il primo ad 
avere la signoria di quella città concedutagli dal popolo slesso 
l'anno i3i8j ma la dovette cedere fra non molto a Federico Duca 
d'Austria. Poich'eglì fu morto Panno lòi^, Marsiglio da Carrara 
ottenne destramente, che il dominio di Padova fosse dato Panno 
I Ì28 a Can della Scala; e poscia non men destramente il tolse 
a' nipoti dello stesso Cane l'anno iSSj, e sene fece Signore, ma 
poco el ne godette; perciocché l' aimo seguente venuto a morte 
lasciò quel dominio a Ubertino suo cugino. Questi ancora ne go- 
dette pochi anni , e lasciando di sé stesso non troppo onorevol 
memoria mori l'anno i345. Jacopo H. di lui nipote, ucciso IVlar- 
siglietto Pdppafava , che da Ubertino era stato nominato suo suc- 
cessore , si fe'proclamare Signore di Padova. Ma egli ancora, ben- 
ché le sue virtù il rendesser grato a que' popoli, ebbe l'anno i35o 
una morte somigliante, ucciso essendo da Guglielmo suo parente 
illegittimo. Jacopino e Francesco figliuoli di Jacopo gli succede- 
rono in quel dominio; ma Francesco dopo pochi anni, imprigio- 
nato il zio, volle esser solo Signor di Padova. Dopo molte guerre 
da lui sostenute contro i Visconti, gli Scaligeri e i Veneziani, ei 
si vide finalmente costretto l'anno i388 a cedere il dominio di 
Padova a Francesco Novello suo figlio , e a ritirarsi a Trevlgi ; 
ma poco appresso, costretti amendue a cedere, Francesco la si- 
gnoria di Trevlgi , e Francesco Novello quelle» di Padova a Gio- 
vanni Galeazzo Visconti , quegli chiuso in prigione prima in Co- 
mo , poscia in Monza, vi morì l'anno i38g. A Francesco Novello 
riuscì di ricuperare Padova Panno i3()o, e parve al principio che 
\olesse dilatare felicemente il suo potere ; ma venuto a guerra 
co' Veneziani, e perduta ogni cosa, l'anno 1^06, per ordine del 
Consiglio de' Dieci fu ucciso con due figliuoli, e (jnesta illustre 
famiglia fu spenta miseramente. Sul principio del secolo XIV. 
ebbe principio il dominio de' Gonzaghi in Mantova Ucciso l'an- 
no i328 Passerino de'Bonacossi che n'era Signore, per opera 
singolarmente de' tre figliuoli di Luigi da Gonzaga, Guido, Fi- 
lippino e Feltrino, ne fu data la signoria allo stesso Luigi , il 



l3o GOVERNO 

quale però ne lasciò il governo a' suoi figli. Essi ebbero ancora 
per qualche tempo la signoria di Reggio, ma con dipendenza da- 
gli Scaligeri, la qual città fu poi di Feltrino l'anno i3^i ven- 
duta a Barnabò Visconti. Carlo IV. confermò l'anno i354 a Luigi 
e a' suoi discendenti la signoria di Mantova e di Reggio e di altri 
luoghi , che allor possedeva ; e Luigi dopo avere esaltata gloriosa- 
mente la su.» famiglia mori l'anno i36o in età di 98 anni. Fi- 
lippino era già morto due anni prima. Guido, che era un primo- 
genito di Luigi , si associò nel governo di Mantova Ugolino il pri» 
mo de' suoi figliuoli,* ma di ciò sdegnali, Luigi e Francesco fi- 
gliuoli essi pure di Guido, uccisero barbaramente il fratello l'an- 
no 1862, e occuparono la signoria della città. Guido morì l'anno 
1869, e Luigi , reo già dell'uccisione di Ugolino, rivolse pure le 
inani contro l'altro suo fratello Francesco e lo uccise, benché 
poscia colla dolcezza del suo governo cercasse di abolir la memoria 
di sì gravi delitti. Egli mori l'anno i38'i, ed ebbe a successore 
Francesco suo figlio, che seppe difendere valorosamente i suoi 
Stati contro il poter de' Visconti e di altri suoi nimici , e finì di 
vivere 1' anno 1407* 

Federico figlio di Francesco che tenuto avea questo Stato dal 
1484 fino f»l '^19 rendette assai maggiore il dominio e il potere 
de'Gonzaghi, poich(? avendo per moglie Margherita sorella di Bo- 
nifazio Marchese di Monferrato, ottenne da Carlo V. l'investitura 
di quello Sialo , opponendosi a ciò nondimeno e allora e poscia 
per lungo tempo, i Duchi di Savoja , a' quali quello Stato sì è 
poi devoluto. Federico ebbe dall' Imperator C=»rlo V. nel i58o il 
titol di Duca , e dieci anni appresso mori lasciando i suoi Stati 
al suo figliuolo Francesco , giovane di età ancor tenera , e che 
sorpreso da morte immatura nel i55o ebbe a successore Guglielmo 
suo fratello. A Guglielmo sottentrò poscia nel iSSy Vincenzo di 
lui primogenito che governò quel Ducato fino al 1612. A questi 
succedette Francesco di lui figliuolo j ma pochi mesi appresso nel- 
l'anno medesimo gli tenne dietro, e perciò Ferdinando di lui 
fratello, cinque anni prima annoverato tra' Cardinali , fu procla- 
mato Duca, ed egli, deposta la porpora, nel 1617 prese in sua 
moglie Caterina de' Medici; ma morto egli pure senza figli nel 
1626, lasciò quello Stato a Vincenzo II. suo fratello, esso pur già 
Cardinile, il quale un anno solo lo resse, e fini di vivere nel 1627, 



degl' italiani 1 3 I 

Principi amendue che de' loro privali piaceri più che de' vantaggi 
d«'loro iiuddili parvero prendersi cura, e de'quali perciò alla po- 
sterità non rimase quell'onoreTol memoria, che si celebri rendè 
molti de' loro predecessori. Carlo Gonzaga Duca di Nevers , e ni- 
pote del Duca Guglielmo , fu chiamato a succedergli , ed egli per 
meglio assicurarsi il Duc-<to del Monferrato diede in moglie 4 
Carlo suo figlio Duca di Reihel Maria figlia del defunto Duca 
Francesco, unico avanzo della famiglia dominante di Mantova. Ma 
egli ebbe a sostenere lunga ed asprissima guerra contro gli impe- 
riali e contro il Duca di Savoja , ed amaro frutto di essa fu il 
memorabii sacco di Mantova per cui nel i63o quell' infelice ciltk 
ridotta poch'anzi pel furor della peste a estrema desolazione, vi- 
desi esposta all'ingordigia e alla barbarie de' vincitori ; e i tesori 
pregevolissimi di ogni genere dai Gonzaghi raccolti nella loro 
Corte , e tanti altri da' pila ricchi cittadini adunati , o furon dalle 
fiamme consunti, o divenner preda de' rapitori. Ricuperò nondi- 
meno e Mantova e Casale, ed egli venendo a morte nel iG3y, 
poiché prima di lui era parimenti morto il soprannominalo suo 
figlio, nominò erede Carlo II. figlio del defunto, fanciullo allora 
di circa otto anni , e che signoreggiò fino al i665, ottimo Prin- 
cipe , amatissimo dai suoi sudditi, e degno di molli elogi, se 
V intemperante amor de' piaceri non ne avesse oscurata la fama. 
Questo vizio medesimo parve da lui trasfuso nel suo figliuolo e 
successore Ferdinando Carlo, che lasciatosi poscia avvolgere nella 
guerra per la successione al trono di Spagna j spogliato per sen- 
tenza imperiale di tutti i suoi Stali , mori infelicemente in Padova 
nel 1708 senza legittima prole. 11 Ducato rimase alla Casa d'Au- 
stria. Gli altri rami della famiglia Gonzaga , che avean dominio 
in Guastalla, in Novellara , in Castiglione ed altrove, non ci of- 
frono cosa , che degna sia di memoria. 

Nulla diremo per amore di brevità di altre famiglie che ave- 
vano signoria in alcune delle città dello Stato Ecclesiastico, come 
i Bentivoglj , ì Manfredi , gli Ordelaffi , 1 Malalesti , i BaglionI ed 
altri che o si esiinsero o perderono sul principio del XVI. secolo 
il loro dominio. Solo il Ducato di Urbino continuò ad avere i 
suol proprj Sovrani. Francesco Maria della Rovere adottalo d-i 
Guidubaldo da Montefeltro gli succedette nel i5o8, Leone X. pri- 
vollo di quel Ducato l'anno i5i5, e ne investi Lorenzo de' Me- 



l32 GOVERNO 

dici SUO nipote e figliuolo dì Pietro. Quattro anni solo godè Lo- 
renzo del nuovo dominio ; ma Francesco Maria non potè ricupe- 
rarlo che nel i5i2, dopo la morte del suddetto Pontefice, e vi 
aggiunse poscia nel i534 il Ducato di Camerino per Guidubaldo 
suo figlio. Ma questi poiché succedette al padre morto nel i538, 
fu costretto a rendere questo nuovo dominio alla Chiesa; e il Pon- 
tefice Paolo III. ne investì Ottavio Farnese suo nipote. Guidubaldo 
governò il Ducato d'Urbino fino al iSy^, nel qual anno morendo 
ne lasciò erede Francesco Maria li. suo figlio. Questi , essendogli 
morto l'unico suo figlio Federico Ubalbo, e nella sua quasi ottua- 
genaria età non avendo speranza di successione, si lasciò indurre ad 
abdicare quei Ducato, facendone intera rinuncia nel 1626 al Pon- 
tefice Urbano \III, e in tal maniera fu esso riunito allo Stato 
Ecclesiastico. Francesco M=»ria ritiratosi a Castel Durante continuò 
a vivervi fino al i53i, e mori lasciando di sé medesimo dolce e 
gloriosa memoria agli antichi suoi sudditi , che in lui , e nel pa- 
dre e nell'avolo del medesimo aveano avuti ottimi Principi, e sin- 
golarmente splendidi mecenati e protettori delle scienze. 



REPUBBLICA DI S. MARINO. 



x^uesta Repubblica che vanta un'esistenza di i3oo anni, e conta 
non più di 7000 abitatori è quasi tutta rinchiusa in una monta- 
gna chiamata da Strabone ^cer mons o Titanus , ed incastrata 
nel Ducato di Urbino. La città di S. Marino che ora conta 3ooo 
abitatori venne fondata da un Muratore che , fattosi eremita , si 
acquistò gran fama di santità, ed ottenne da una signora, deno- 
minata Felicita , il terreno di questa montagna , in cui egli efasi 
ritirato, e ove coli' andar del tempo accorsero molle persone e vi 
formarono un picciolo Stalo. L'anno iioo questa picciola Repub- 
blica comperò il castello di Penna Rossa , che n'è vicino } e 
l'anno ti^o quello di Casola : quasi 290 anni dopo gli abitatori 
di S. Marino corsero io ajuto del Papa Pio II. contro Malatesta 



degl'italiani i33 

signore di Rimino ; e la loro Repubblica ne ricevette in com- 
penso i quattro piccioli castelli di Seravalle, di Faetano , di 
Mongiardino e di Fiorentino , come pure il villaggio di Picggie; 
e fu questo il tempo del maggior suo splendore ; ed oggidì è 
circonscrilta ne' suoi antichi conGni, in guisa che tutto il suo 
paese non si estende più oltre di due leghe di diametro L' anno 
1789 il Cardinal Alberoni , Legato della Santa Sede a Ravenna, 
sulla supposta instanza di alcuni abitatori di S. Marino , ridusse 
questa Repubblica sotto la soggezione del Papa che, per le do- 
glianze fattegli dal senato, le rendette la primiera libertà. 

Il Generale Bonaparte dopo di essere entrato nel territorio Ec- 
clesiastico verso la metà di febbrajo del 1796, inviò un deputato 
alla Repubblica di S. Marino, facendole offrire di ampliare il 
suo territorio; ma il Consiglio Generale rispose, che h Repub- 
blica di S. Marino , contenta della sua mediocrità , temeva , ac- 
cettando questa generosa esibizione , di compromettere, coli' andar 
del tempo, la sua libertà. Dopo qualche mese questa Repubblica 
cambiò la forma del suo governo , adottando una costituzione a 
somiglianza dì quella di Francia ; ma in seguito tornò di bel 
nuovo all'antica sua costituzione. 
Governo delia Repubblica. 

L'autorità suprema della Repubblica era sul principio affidata 
ad un Consiglio Generale denominato Arringo, nel quale cia- 
scuna famiglia avea un rappresentante. Quando per la lunga 
esperienza il popolo riconobbe che il general Arringo era dive- 
nato per l'eccessivo numero inconcludente e tumultuoso, si ra- 
dunò, trasformò la pubblica rappresentanza, e la ridusse ad un 
Consiglio, fatto nella più gran proporzione relativa al numero 
de cittadini. I più probi , i più istruiti ed attivi furono pre- 
scelli a rappresentare la volontà generale. Si fece una scelta dì 
ottimi e non à^ ottimati ; uè per colai riformazione il popolo 
usci dalla forma o costituzione democratica , poiché la nuova 
adunanza di sessanta individui fu cosi numerosa relativamente 
alla popolazione , che forse ne rimasero esclusi soltanto coloro i 
quali restavano cccettu^ti dalla natura e dalla pubblica opinione. 
E ciò è tanto vero, che tal numero fu creduto in seguito esube- 
rante, che si trattò pia volte di ristringerlo o di chiudere il Con- 
siglio. 



i 34 GOVERNO 

Ma per ritornare all' esposizione de' modi costìluzionali , di- 
remo ancora che sebbene V Arringo fosse abolito dalla legge , 
pure tenendosi in considerazione la piìi antica usanza , se n' è 
voluto lasciar il ricordo , e quasi il drillo legiiiimo di potersi il 
popolo riunire due volte l'anno, cioè nei primi giorni dell'in- 
gresso de' Capitani, cui pure l'antico nome di Arringo si è con- 
servato. Questo però non si vede mai pienamente effettuato , non 
essendovene il bisogno ; e solo in tali giorni si stendono libere 
petizioni e rimostranze , che ciascun cittadino può presentare al 
supremo magistrato pubblicamente. 

Cosi il sistema politico di questa Repubblica è composto da 
un Consiglio di sessanta , eh* è il corpo legislativo , da due Capi- 
tani , i quali hanno il potere esecutivo, da un Consiglio di Do- 
dici che si rinnova in ogni anno per i due terzi , e eh' è quasi un 
corpo intermedio fra i Capitani reggenti e '1 Consiglio, e da un 
magistrato giudiziario eletto per tre anni dal Consiglio medesimo. 
Non parleremo della Gnanza e degli economici rapporti , poiché 
in un cosi stretto circondario non può presentar nulla d'impor- 
tante; essendosi sempre mantenuto questo governo nei giusti ri- 
guardi di non essere incomodo ai vicini, né punto gravoso ai. 
proprj cittadini ; limitando sempre le imposte su i veri principi 
della morale , cioè di renderli esattamente proporzionati ai pub- 
blici bisogni, e non far invecchiare ed accumulare il debito pub- 
blico y oltre i mezzi di possibile pagamento. In quanto poi alla 
milizia, conservando gli antichi sentimenti Repubblicani, è stabi 
lilo, che tutti i cittadini atti alle armi sieno riguardati come di- 
fensori della patria e delle leggi; osservando però alcune ragione- 
volissime condizioni nel formarne la scelta (i). 



GOVERNO DELLA TOSCANA. 



J_Ja celebre casa dei Medici che giunse a sì alta potenza nella 
Toscana , che diede due Regine alla Francia , Caterina moglie di 

fi) V. Melchiorre Delfico Memorie storiche della Repubblica di San Ma- 
rino. Milano, 1814, in 4.0cap. IX. pag. a37 ec. 



degl' italiani i35 

Enrico II. e Maria moglie di Enrico IV. non fu mai durante la 
Repubblica Fiorentina, riputata né chiamata nobile, ed app<'rìa 
dopo il i3oo cominciarono essi a comparire fra le buone f;imi:;lie 
popolane, e ad aver nome nelle fazioni , e non prima del i foo 
fu delle più rioche e delle più potenti nel governo. E se alcuni 
di quella famiglia ebbero nel i3i3, e spesse volte di poi il Gon- 
falonierato , magistrato supremo , che si creava di due in due 
mesi si sa che quest'onore era comune perfino ai lanaiuoli ed agli 
albergatori. Vedi al num. \ e i della Tavola 7^ il Oonfaloriiere 
e r Anziano. Il primo della famiglia che fu riguardato come cit 
ladino potentissimo , e capace colla sua riputazione e colle sue 
ricchezze di porre in gelosia i suoi concittadini , fu Giovanni fi- 
gliuolo di Averardo detto Bichi , e da lui si può principiare la 
storia della famiglia , come da quello che fu ceppo così del primo 
ramo, onde uscirono Piero, Lorenzo il Magnifico, ed i Pontefici 
Leon X. e Ch^mente VII., come del secondo , d'onde discesero Co- 
simo primo Gr.in Duca e tutti i suoi successori. Questo Giovanni 
detto Bichi lasciò due figliuoli , Cosimo e Lorenzo. Lorenzo ed 1 
suoi posteri non ebbero né autorità né riputazione principale nella 
Repubblica Fiorentina fino alla morte di Alessandro primo Duca 
di Firenze ucciso nel 153^. Ma Cosimo che fu il primogenito ac- 
crebbe la riputazione e le ricchezze ereditate dal padre; al che 
contribuì in gran parte la stretta famigliarità eh' egli ebbe con 
Baldassar Cossa , o sia Giovanni XXIII., dal quale se non ere- 
ditò, come pur fu creduto, grandi tesori, potè cerlamenre rice- 
vere utili consigli in materia di governo e di politica. Prevalse 
nondimeno contro di Cosimo nel 1^33 la cabala de' suoi nemici: 
ei fu imprigionato, corse pericolo d'essere ucciso, e fu condan- 
nalo a cinque anni d'esilio in Venezia. Ma richiamato, prima 
che un anno si compiesse , e ricevuto da' suoi concittadini come 
trionfante, fu poi per ben irent'anni capo della Repubblica, ed 
ebbe il soprannome di padre della patria. Morto Cosimo molli 
congiurarono contro Piero suo figliuolo e cercavano l' esterminio 
de' Medici ; ma Piero avvisato a tempo degli occulti maneggi 
de' suoi nemici, deliberò d'armarsi il primo e prevenirli, e riusci 
a rimenare una parte di essi al suo partito , e ad eleggere magi- 
strati suoi aderenti, colP autorità de' quali carcerò, e sentenziò a 
morte parte dei caporali della congiura, parte ne mandò in esi- 



1 36 GOVEnwo 

Ilo , e gli altri tenne con la paura umili e quieti , cosicché rimase 
lo Stato di Firenze dipendente in ogni modo da Piero de' Medici, 
il quale però infermo , come era , non potè goderselo lungamente, 
e cinque soli anni dopo la morte di Cosimo suo padre fini anch'e- 
gli i suoi giorni nel 1469. 

L'età giovanile di Lorenzo e Giuliano figliuoli di Piero diede 
nuova speranza agli invidiosi di acquistar autorità nel governo. 
Reslava alla morte di Piero quasi capo della parie de' Medici 
Tommaso Sederini , il quale era stalo fedelissimo a Piero nella 
passata congiura. Questi fece pei figliuoli di Piero quello appunto 
che un fedel ministro farebbe alla morte del Principe per gli 
eredi e successori legittimi della corona ; e V effetto fu tale che 
Lorenzo e Giuliano furono riguardali come Princìpi dello Stato. 
Ma non cessò per questo ogni invidia de' cittadini ; ed appena i 
due fratelli furono capaci di amministrar la Repubblica per sé 
slessi, s'ordì conira loro la famosa congiura de' Pazzi , per cui 
Giuliano perde la vita nel Duomo di Firenze , e Lorenzo ferito 
anch' egli nello slesso luogo e momento, si salvò per l'agilità e 
prontezza sua fuggendo. Noi non islaremo a riferire le pariicola- 
rità di questa congiura , e ci basterà l'accennare che la punizione 
de' congiurati venne in gran parte eseguita a furia popolare, e 
che la parte de" Medici usò tulle le precauzioni necessarie per la 
sicurezza del proprio Slato. Sisto IV, eh' era pure fuor di dubbio 
amico de' congiurati e nemico di Lorenzo, prese dall'esito della 
congiura doppiamente sdegno nel vedere oppressi i primi e l'altro 
salvato e fallo più potente. Quindi non solamente fulminò contro 
i Fioreniini tulle le più terribili censure, ma agglugnendo alle spi- 
rituali le armi temporali , commosse con esortazioni e minacele 
anche altre potenze contro quella Repubblica. Ma Lorenzo detto 
poi il Magnifico non meno accorto ne' suoi interessi che zelante 
del pubblico bene, trovò la via di acconciar ad un tempo slesso 
i fatti suoi, e rimenar la pace non pure in Toscana, ma in tutta 
Italia , e mantenerla poi ferma per ben dodici anni che ancor 
visse 

La morte di Lorenzo de' Medici fece veramente conoscere, 
quanto la prudenza e la riputazione di un solo uomo possa recar 
di bene ad una nazione. A Pietro di lui figliuolo furono confer- 
male r autorità e le preminenze che Lorenzo e gli altri suoi mag- 



DEGL' ITALUHl l37 

giori aveano goduto nella Repubblica, nw egli per la sua inespe- 
rienza e per la superbia perde lo stato pubblico, e tutta la fami- 
glia fu bandita dalla patria , predati i mobili e confiscate per 
conseguente le possessioni. I Fiorentini frattanto eransi di nuovo 
impadroniti di Pisa nel iSoq: ma Giulio II. verso di essi sde- 
gnato pel Conciliabolo contro di lui da essi accolto in Pisa , per 
mezzo dell'armi Spagnuole ottenne, che nel i5i2 i Medici vi 
fossero onorevolmente rimessi. Giovanni Cardinal de' Medici , che 
nel i5ii fu elevato al trono Pontificio col nome di Leon X. 
giovò non poco ad accrescer lustro e potere a quella famiglia, ed 
egli inviò a Firenze il Cardinal Giulio suo cugino , che fu poi 
Clemente VII., perchè fosse arbitro degli affari ; e Lorenzo de'Me- 
dici, che fu poi Duca d'Urbino, era al tempo medesimo Gene- 
rale del Fiorentini. Ma ai tempi appunto di Clemente VII. solle- 
vatisi i Fiorentini nel 1627 costrinsero ad uscir dalla città que'due 
che allora vi avevano maggior potere, cioè Alessandro ed Ippo- 
lito figliuoli amendue illegittimi, il primo di Giuliano fratello di 
Leon X., il secondo del suddetto Lorenzo Duca d'Urbino. Il 
Pontefice però , polche si fu riconciliato con Carlo V. , si valse 
dell' armi e del potere imperiale , non solo per rimettere in Fi- 
renze Alessandro, ma per farlo dichiarar capo della Repubblica, 
e poscia anror Duc4 , titolo concedutogli nel i532. Egli ebbe in 
sua moglie Margherita figliuola naturale di Carlo V. che passò 
poi alle seconde nozze con Ottavio Farnese. Poco tempo godè 
Alessandro della nuova sua dignità ; perciocché al principio del 
ibSy fu ucciso a tradimento da Lorenzo ossia Lorenzlno de' Me- 
dici , che discendeva da Lorenzo fratello di Cosimo il padre della 
patria. Era Alessandro sommamente odiato da' Fiorentini si perla 
sfrenata sua libidine , come per lo spogliarli eh' aveva fatto della, 
lor libertà; e volentieri sarebbon essi tornali all'antica forma 
del lor governo. Ma il timor dell'armi Cesaree, e i maneggi del 
Cardinal Cibo , che allora era in Firenze , fecero , che fosse eletto 
non già a Duca , ma a capo e Governatore della Repubblica Co- 
simo figliuol di Giovanni valoroso condottiere di truppe, e discen- 
dente dal mentovato Lorenzo fratello del vecchio Cosimo. Due 
anni soli appresso dall' Imperator Carlo V. ebbe egli pure il titol 
di Duca, che poscia dal Pontefice Pio V. nel iS6g gli fu cam- 
biato in quel di Gran Duca. Egli accrebbe il suo Stato colla 



l38 GOVERNO 

conquista di Siena , che coli' ajuto dell' armi imperiali dopo una 
lunga guerra fu costretta a soggettarglisi nel iSSg. Cosi colla 
destrezza e col senno egli assicurò alla sua famiglia il dominio 
della Toscana , e colla protezione da lui accordata alle scienze 
ottenne di essere altamente encomiato da' dotti. Ei venne a morte 
nel 1574. ed ebbe a suoi successori due suoi figliuoli , prima 
Francesco, che mori tredici anni dopo il padre, poscia il Cardi- 
nal Ferdinando , che deposta la porpora prese a sua moglie nel 
i589 Crislin-i figlia di Carlo Duca di Lorena, e resse con fama 
di ottimo Principe quello Stato fino al 1609, nel qual anno fini 
di vivere. 

Cosimo II. che nel detto anno succedette al Gran Duca Fer- 
dinando I. suo padre, ebbe breve dominio; e le continue sue 
indisposizioni non gli permisero , né di goder gli agi del Princi- 
pato , né di farne provare a' suoi popoli le beneficenze. Morì nel 
1621 lasciando quello Stato a Ferdinando II. suo figliuolo, che 
tranquillamente lo resse fino al 1670, amatissimo da' suoi popoli, 
de' quali fu vero pidre, ed esaltato con somme lodi dai dotti, 
de' quali fu splendidissimo Mecenate. Cosimo III. succeduto a 
suo padre regnò assai più lungamente , cioè fino al 1^23 , 
nel qual anno fini di vivere con fama non inferiore a quella 
de' suoi gloriosi predecessori. Se traggasene qualche leggier mo- 
vimento d'armi più per lega contratta con altri Principi, che per 
ambizion de' Gran Duchi , la Toscana fu in tutto questo corso di 
tempo durevolmente tranquilla , e poteron perciò le scienze e le 
«irti fiorirvi con invidiabile felicità. 

La loro stirpe rimase estinta dopo la morte di Gian Gastone 
de' Medici VII. Gran Duca di Toscana che cessò di vivere l'anno 
i^3y, ed ebbe per successore Francesco Stefano Duca di Lorena 
e di Bar , che sposò Maria Teresa d' Austria ; e che fu poi eletto 
Imperatore l'anno 1745. Il trattato di pace conchiuso a Vienna 
l'anno 1^55 fece passare la successione del Gran Ducato di To- 
scana a questo Principe, in competiso de' suoi dominj, che avea 
egli ceduti a Stanislao Re di Polonia , e suocero di Luigi XV. 
Re di Francia , colla condizione che dopo la morte di Stanislao, 
i Ducati di Lorena e di Bar, sarebbero uniti alla Francia, ma 
siccome in questo trattalo era stato convenuto che la Toscana 
dovrebbe formare un Piincipalo a pa^le , separalo dagli Stali 



degl'italiani 189 

della Casa d' Attslria ; quindi fu che l' Imperalor Francesco ne 
investì il suo secondogenito 1' Arciduca Pietro Leopoldo , che 
avendo l'anno 1792, dopo la morte di Giuseppe II. suo fratello, 
ereditato questi medesimi Stati, lasciò perciò il Gran Ducalo al 
suo secoDdogenito Ferdinando, Giuseppe, Giovanni di Lorena, 
Arciduci d'Austria e fratello dell'Imperatore Francesco I. attual- 
mente regnante. Al num. 3 della detta Tavola si rappresenta uà 
antico Duca di Firenze , ed al num. 4 un Gran Duca di Toscana 
della Casa d' Austria. 

Questo Principe, che prese appena parte nella lega formata 
Panno 1792 d* molti Potenti d'Europa contro la Francia, eoa- 
chiuse il dì 9 di febbrajo del 179^ un trattalo di pace co^Fran- 
cesi in virtù del quale la Toscana fu dichiarata neutrale; ma 
il 12 marzo del 1799. allorché ebbero nuovamente luogo le 
nimicizie tra la Franoi;» e 1' Austria , il Direttorio Esecutivo 
dichiarò la guerra anche al Gran Duca ; ed allo stesso tempo 
il 'i4 marzo 1799 i Francesi entrarono in Toscana. Nel trat- 
talo di Luneville il 9 febbrajo del 1801 tra la Francia e 
r Imperatore fu convenuto che il Gran Duca di Toscana ri- 
nunciasse i suoi Siali a S. A. R. 1' Infante Duca di Parma. 
La Francia e la Spagna si obbligarono di riconoscere e di far 
riconoscere il Principe di Parma, in qualità di Re di Etruria. 
Luigi I. ne fu proclamalo Re in Firenze il 4 agosto del 1801. 
Egli si era unito in matrimonio con Maria, Luigia, Giuseppina, 
Infanta di Spagna , che dopo la morte del suo marito , avvenuta 
Panno i8o3 regnò in Toscana, come lulrice e curatrice dell'u- 
nico suo figliuolo. Gli ultimi avvenimenti , siccome abbiamo di 
già sopra accennato nel compendio della storia d'Italia, restilui- 
rono la Toscana agli antichi suoi Sovrani. 



GOVERNO DI LUCCA. 



Q. 



uesta citlh della Toscana che faceva parte dello Stato della 
Contessa Matilde , dopo la di lei morte avvenuta l'anno iii5 si 
delle una forma di governo Repubblicano j e fu soggiogala dal 



l4o GOVERWO 

famoso Uguccione della Faggiola Signore di Pisa , che se ne im- 
padroni ; ma il popolo essendosi sollevato ne scosse il giogo e si 
sottomise a Castruccio Antelminelli nel i3i6. L'Imperatore Luigi 
di Baviera la tolse ai figliuoli di Castruccio , le dette una forma 
di governo a suo talento , ed obbligò i Lucchesi a pagargli una 
somma di iSo.ooo 6orini Carlo IV, l'anno i355 sottomise 1 Luc- 
chesi alla giurisdizione civile e criminale de' Pisani, i quali fu- 
rono incaricati di esercitarla in nome dell' Imperatore. Il Cardinal 
Legato di Bologna fu nel 1^69 dichiarato vicario di Lucca dallo 
stesso Imperatore ; e vendette la libertà al Lucchesi , mediante lo 
sborso di 100,000 fiorini d'oro. Nel i4oo Paolo Guinigi di una 
delle prime famiglie Lucchesi giunse colla sua destrezza a farsi 
affidare dal popolo il dominio dello Stato, che governò con dol- 
cezza fino al i43o« nel qual tempo alcuni dei principali cittadini 
scacciarono i Guinigi, e ristabilirono la primiera form? Repub- 
blicana che restò democritica fino al principio del secolo XVII. 
e poscia divenne aristocratica fino al 1799 rimanendo però sem- 
pre sotto la protezione dell' Imperatore. 

I BVancesi allorché conquistarono l' Italia , occuparono anche 
il paese di Lucca, ed il Generale Serrurier costrinse il governo a 
pagare la somma di due milioni di lire tornesi e vi slabili uu 
governo temporario. Al tempo della seconda guerra tra la Francia 
e r Austria , la Repubblica di Lucca ebbe la stessa sorte delle 
altre contrade d'Italia: finalmente il 24 gi^g"^ ^^^ 180S il go- 
verno di questo paese , previo il voto espresso dai Lucchesi , fu 
affidato a S. A. S. il Principe di Piombino Pasquale Baciocchi , 
colla successione in caso di sua morte alla Principessa Elisa sua 
moglie sorella di Bonaparte. 

Maria Luigia Giuseppina figlia di Carlo IV. Re di Spagna , 
vedova di Lodovico I. Re d' Etrurla venne investita di questo 
pucato il 21 novembre 18 17 secondo il Congresso di Vienna, e 
nel giorno 7 successivo dicembre ne prese il possesso. Ella mori 
in Roma nel 1824, ed ebbe a successore il suo figlio Carlo Lo- 
dovico ammogliato nel 1820 colla Principessa Maria Teresa, figlia 
di Vittorio Emanuele già Re di Sardegna. 

L'antica costituzione della Repubblica di Lucca era aristo- 
cratica ; poiché l'autorità di far leggi spettava ad un senato coni- 
ppsip di i5o patrizi, che avea per supremo capo un Gonfaloniere 



/•>//'. /;./ vili. 



7<if'. 7./ 




OFTHE 



UEGL' ITALIA mi I ^I 

c nove Consiglieri denominati Anziani, che si raniblavano ogni 
due mesij e questi magistrati durante il tempo del loro governo, 
erano manteouli nel palazzo a spese dello Stato. 11 Gran Consiglio 
era cambiato lutti i due anni; e 1' autorità del Gonfaloniere si 
ristrigin V» a proporre soltanto al senato le cose sulle quali si dovea 
deliberare; avea esso il titolo di Principe della Repubblica, e 
godevi tutti gli onori , che si sogliono rendere ad un Monarca. 
La giustizia era quivi amministrata da cinque uditori, uno de'quali 
avea il titolo di Podestà, e giudicava le cause criminali; ma fa- 
ceva quindi d'uopo che i suoi giudicali fossero confermali dal se- 
nato , e soprattutto le sentenze di morte. 

La Repubblica di Lucca armava 0\>o fanti ; e teneva al soldo 
'jo Svizzeri per la guardia del Gonfaloniere e degli Anziani. 
Le sue rendile non oltrepassavano la somma di 20,000 zecchinlj e 
le spese necessarie non oltrepassavano quella di io mila zecchini. 

Questo Stato aveva il titolo di Serenissima Bcpiibblica di 
Lucca} ed il suo stemma era diviso in due bande, tra le qu.ll, 
su di un fondo azzurro, era scritto in lettere d'oro la parola 
Lìbertas. 

Nella Tavola y/\ vi presentiamo sotto il ntint. 5 il Gonfalo- 
niere dell'* Repubblica in abito di cerimonia , al num. 6 un Se- 
n.-aore ed al num. y un Anziano della medesim-ì pirimenti in 
abito di rerimonia. 

IVclla nuova costituzione del 1801 il governo fu composto di 
un Collegio, ossia di un Gran Consiglio, di un magistrato, al qua- 
le era .iflad-^ta l' autorità di eseguire le leggi, e di un Consiglio di 
amministrazione. Il Collegio composto di 3oo cittadini era incarica- 
to di compilare le leggi , di nominare i membri che dovevano 
presedere «Ila loro esecuzione, e di scerre tutti gli ufBziali del 
Consiglio di amministrazione e de' tribunali. L'autorità di dare 
esecuzione alle leggi era stata afiìdata a 12 Anziani, ed il loro 
Presidenle che avea il titolo di Gonfaloniere rappresentava il go- 
verno nelle negoziazioni coi Polentati forestieri. Il Consiglio di aia- 
ministrazionc era composto degli Anziani e di 16 persone che 
furmaviuo quattro mHgistr»ilnre , che avevano l'ispezione degli af- 
l;iri dell'interno, della giustizia, del buon ordine militnie, dc'la\ori 
pubblici e delle altre parti economiche del paese. 

Nel nuovo statuto costituzionale il Principe di Lutea r.ssuiiae 
Cose. rul. rilf. dcir Europa. P. II. 10 



l^-i GOVERNO 

il titolo di Principe di Lucca e di Piombino, ed era qualificato 
col titolo di Altezza Serenissima. Egli dopo il voto espresso dal 
Gonfaloniere e dagli Anziani della Repubblica di Lucca , con 
decreto del 4 g'^g'^^ i8o5, confermato indi dal popolo dirigeva 
tutte le parti dell' amministrazione interna dello Stato, e la cor- 
rispondenza diplomatica. Nominava i ministri , i consiglieri di 
Stalo, l'Arcivescovo e tutti gli altri pubblici uffiziali si civili cbe 
militari , nella stessa guisa che si praticava in addietro dal Gon- 
faloniere e dal Consìglio Generale. Il senato era composto di 36 
cittadini, i quali dovevano aver compiuta l'età di trent' anni. Gli 
impieghi e gli ufficj pubblici si conferivano ai soli Lucchesi , ma 
le giudicature potevano essere commesse anche ai forestieri. Non 
vi era coscrizione militare, ma in caso di bisogno, tutti i citta- 
dini prendevano le armi per la difesa del loro Principe e del 
loro paese. Quindi a un tal uopo tutti i cittadini erano iscritti in 
diverse bande di milizia; ed il Principe ch'era il comandante 
generale della milizia, nominava i capitani, ed aveva l'autorità 
di fare le requisizioni necessarie per la difesa del paese. 



GOVERiVO DEL REGNO DI SICILIA E DI NAPOLI. 



Xl solo regno che nel secolo XII. avesse durevole consistenza fu 
quello di Sicilia. Morto l'Imperatore Arrigo nel 1197 la Regina 
Costanza di lui moglie fatto a sé venire in Sicilia il tenero figlio 
Federico , gli ottenne dal Pontefice Innocenzo III. l'investitura di 
quel regno,- ma morta lei, nell'anno 1198 Federico ebbe a sof- 
frire per più anni sollevazioni e guerre pericolose , nelle quali ei 
fu debitore singolarmente al detto Pontefice, se potè conservare il 
suo regno. L'anno 1209 egli prese in moglie Costanza figliuola 
del Re d'Aragona j e nei seguenti anni ebbe a sostenere nuove 
guerre contro di Ottone: morto questo, Federico II. rimase senza 
contrasto padron del trono. « Fra gli Imperatori Pagani, dice il 
|)epioa (i) sarebbe stato Federico II. sicuramente dei più lodevoli, 

(i) Riyotuzioni d'Italia, Tom. II. pg. 191. 



DBCl' ITALIAKI l43 

perciocchi l' ambizione e la licenza sua in fatto di femmine , e 
il poco pensier che si prese della religione , non gli sarebbero 
state imputate a gran difetto; ed io non mi maraviglio, che ceni 
scrillori molto indifferenti in ciò che riguarda la fede Cristiana , 
lo abbiano chiamato francamente un grand'eroe. La sua poli- 
tica , il valor militare , 1' attività , 1' accortezza , la severità ne- 
gli ordini della giustizia , unite alla lunghezza del regno , po- 
teano bastare a stabilire ed accrescere qualunque imperio. Ma 
egli si seppe troppo male accomodare alle circostanze de' tempi , 
o per dir meglio, le circostanze del secolo in cui visse, non gli 
lasciarono acquistare dalle reali sue virtù quella gloria che potea 
sperare w. la ciò che appartiene al coltivare e al promovere i 
buoni studi, egli fu uno de' pili gran Principi che vivessero in 
questi secoli. Finì di vivere nella Puglia l'anno i25o, dopo di 
aver avuto il rammarico di non poter mai soggettare le città 
Lombarde. 

Una statua di federico IL eseguita verso la fine del suo regno 
vedesi tuttavia a Capoa a lato della Porta Romana : egli 
è rappresentato seduto, di proporzione più grande del naturale 
ed in età di circa 4® anni (i). Un'altra 6gura di Federico tro- 
vasi nelle miniature del Trattato di Falconeria scritto dal det- 
to Imperatore, MSS. latino del XIII. secolo. Il Du Gange che nel 
suo (riossario (**) rappresentò questa figura per dare l'idea degli 
abiti imperiali, la descrive con queste parole: Icon ejusdem im- 
peratoris sedentis, cum paludamento togae superinjecto, dextra 
sceptriim liliatum tenentis ; super togatn vero pendent a collo 
fascia latior gemmis et lapillis distincta ad pedes, quae bal- 
thco qaodam, ejusdem ferme latitudinis, circa pectus constrin- 
gitur quem fasciam pectoralem , seu ^zyBroSeifiov possumus ap- 
pellare, ut est in veti, glossis, : tutte le altre miniature rappre- 
sentano cose relative al cibo, all'istruzione ed all'impiego dei fal- 
coni nella caccia (3). 

Morto Federico II. Corrado di lui figliuolo, e da lui fatto già 
eleggere Re di Germania passò in Italia l'anno isSi per difen- 



(i) V. J' Agiucourt. Sculjìiure. 
v'i) Dissertazione I. pag. g. 
(3) V. d' Agiucqprl. Pcmiutc. 



l44 GOVERNO 

dere il regno di Sicilia , in cui molte cilth eransi contro di lui 
sollevate. Manfredi figliuol naturale di Federico, e Principe adorno 
di pregi non ordinarj, governava quelle provincie in nome del suo 
fratello Corrado , e seppe destramente impedire che la sollevazione 
non si stendesse troppo oltre. Corrado giuntovi ridusse alla sua 
ubbidienza quasi tutto quel regno, ma insieme ingelosito del po- 
tere e della grazia di cui godea Manfredi , privollo quasi intera- 
mente di ogni autorità, senza che però Manfredi ne mostrasse ri- 
sentimento di sorte alcuna. Corrado mori nel fiore di sua età l'an- 
no 1254 lasciando erede di quel regno il suo figliuol Corradino 
fanciullo di due soli anni^ e l'anno stesso mori il Pontefice In- 
nocenzo IV. che invano avea fin allora usato ogni sforzo per to- 
gliere quelle provincie a Corrado. Manfredi ad istanza de'Grandi 
assunse la reggenza del regno e la tutela di Corradino, e in pochi 
anni tutte si soggettò le città e le provincie del regno di qua e 
di là dal Faro; e Tanno laSS sparsa o per artifizio o per errore 
la falsa voce, che Corradino trasportato già in Germania era mor- 
to, fecesi solennemente incoronare Re di Sicilia, e pochi anni do- 
po diede sua figlia Costanza per moglie a Pietro Gglluol di Jacopo 
Re d'Aragona. 

Abbiamo di già accennato che la Corte di Roma ricusava di 
riconoscer Manfredi Re di Sicilia , ma perchè le sue forze non 
er^n baslevoll a privarlo del regno, Urbano IV. ne fe'la proferla 
a Carlo d' Anglò fratello di S. Luigi IX. Re di Francia, il quale 
venuto in Italia nel 1 265 e solennemente coronato in Roma Re di 
Sicilia da Clemente IV. mosse l'esercito contro di Manfredi che 
rimase ucciso in battaglia. Carlo divenuto presto Signore di tulio 
il ngno , prese a combattere in Toscana il partito de'Ghlbelilni , 
fu creato per dieci anni Signore della Repubblica Fiorentina , e 
soggettate coH'armi più altre provincie, poteasi quasi dire Sovrano 
di tutta r Italia. Ma i Siciliani stanchi omai di gemere sotto l'aspro 
governo di questi nuovi loro Signori , e ricordevoli del diritto che 
aveva a quel regno Pietro Re d' Aragona per la Regina Costanza 
sua moglie e figlia del Re Mrinfredl, ne implorarono l'aiuto. Quindi 
trucid;<li i Frrìticesi in Palermo ed in Messina nel così detto Ve- 
spro Siciliano , e sopraggiunio con poderoso esercito il Re d'A- 
ragona , Carlo non potè sostenerne le forze, ed ebbe il dolore di 
veder tutta la Sicilia e parte ancor della Calabria occupdta dai 



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DECtL' ITALIAKI ^ /^S 

suoi nemici. Egli non sopravvisse gran tempo a tali sventure , e 
morì l'anno i285, lasciando erede del regno suo figlio Carlo il. 
ch'era prigione in Sicilia, e che in quest'anno fu trasportalo in 
Catalogna. Noi abbiamo di (.ario d' Anjò una slaiua che vedcsi 
tuttavia in Roma nel Palazzo Senatoriale del Campidoglio , e 
che fu eretta al detto Principe, allorché il Papa Clemente IV. 
per consolidare la di lui autorità in Italia, gli conferì la dignità 
di senatore di Roma. Vedi la Gg. i nella Tavola ^75, I Romani 
gli innalzarono la della statua in qualità di loro senatore; essa , 
benché eseguita in Roma , e posteriore di qualche tempo alla 
suddetta di Federigo II. le è forse inferiore nel pregio dell'arte. 
Gli ornamenti reali, de' quali è adorno Carlo, indicano ch'egli 
aveva già ricevuto, sotto le conosciute condizioni, l'investitura 
di Napoli. 

Benché Carlo II. si trovasse in Catalogna , pure venne rico- 
nosciuto in Re di Puglia , e il governo del regno fu confidato a 
Roberto Conte d' Arlois. L'anno seguente fu coronalo Re di Si- 
cilia in Palermo Jacopo figliuolo del Re Pietro. Nel 1288 il Re 
Carlo riebbe finalmente la libertà, e venne a Napoli, e tenne 
quel regno fino all'anno iSog, in cui finì di vivere. Vcdesi la 
statua di questo Re nel monisiero delle Religiose della Madonna 
di Nazareth fondato dal dello Principe in Aix nella Provenza. 
Vedi fig. 2 della detta Tavola. 

Jacopo Re di Sicilia e poscia ancor d' Aragona erasi già con- 
dotto l'anno 1295 a cedere a Carlo tutta quell'isola e le alire 
Provincie ch'egli avea occupate, ma i Siciliani, che troppo te- 
mevano il ricadere sotto il dominio Francese , sollecitarono Fede- 
rigo fratello del Re Jacopo , perché venisse ad occupare quel re- 
gno. Egli prontamente vi si condusse, e coronalo in Paleruiu , 
seppe sostenersi contro tutti gli sforzi di Carlo e dello slesso suo 
fratello il Re d'Aragona, finché l'anno i3o2 fermossi tra essi l.i 
pace, a condizione che il Re Federigo avesse la sola Sicilia, e 
che questa ancora, morto lui, passasse al Re Carlo, o a' suoi 
discendenti. 

Roberto Pie di Napoli succedette di fallo a Carlo II. suo pa- 
dre nell'anno 1809, e tenne quel regno fino all'anno i34'^« J^l'» 
assai più oltre egli stese il suo dominio; perciocché, oltre la 
Provenza , di cui era Sovrano , egli ebbe ancora per qualche 



1 46 GOVERNO 

tempa la signoria di gran parte della Romagna , di Firenze , 
di Lucca, di Ferrara, di Pavia, di Alessandria, di Bergamo, 
di Brescia , di Genova , di Asti e di più altre città del Piemonte. 
Egli cercò ancora più volte di ricuperare il regno del!^ Sicilia , 
ove allora regnava Federigo III. d' Aragona j il quale però seppe 
costantemente difendersi , e respinse sempre l' assalitore , finché 
morendo l'anno iS'òy lasciò quell'isola a Pietro II. suo figliuolo, 
che ne tenne il dominio fino all'anno i342. Roberto , se trag 
gasene l'ambizione di stendere ampiamente il dominio, e di di- 
venir Signore di tutta l'Italia, e l'avarizia, di cui sugli ultimi 
anni fu da molti tacciato , fu uno de' più saggi Principi che se- 
desser sul trono, e in cui tutte quelle virtù si videro mirabil- 
mente congiunte , che rendon dolce a' sudditi , rispettabile agli 
stranieri, e venerabile alla posterità il nome di un Sovrano. Ei 3Ì 
mostrò magnifico protettore delle scienze e delle arti j colla morte 
di lui sembrò interamente oscurarsi la gloria e lo splendore di 
quella Corte. 

Uno de' monumenti più importanti nella serie de' Principi 
della Casa d' Angiò è il num. 3 della Tavola suddetta. Esso rap- 
presenta una porzione del mausoleo del Re Roberto , che venne 
innalzato in Napoli nella chiesa del Monistero di Santa Chiara', 
monistero fatto costruire dal detto Re Roberto e da Sancia d'A- 
ragona di lui secondi moglie dall'anno i3io al i328. Nella 
parte superiore del monumento vedesi Roberto coperto degli abiti 
reali, e seduto colla corona in testa e collo scettro in mano (i). 
La fig. 4 della medesima Tavola rappresenta la suddetta Regina 
Sancla seduta in trono : essa è cavata dal basso rilievo che adorna 
la tomba della stessa Regina , e che esiste in Napoli nella chiesa 
di Santa Maria della Croce. Sancla è quivi rappresentata in 
atto di ricevere gli omaggi delle monache dì Santa Maria 
della Croce , altro monistero fondato da Sancia e da Roberto 
nel i328. 

Carlo Duca di Calabria e figliuol di Roberto, ma morto in- 
nanzi al padre, avea lasciate due figlie, la prima delle quali detta 
Giovanna maritata con Andrea fratello di Lodovico Re d' Unghe- 

(i) Se ne può leggere una circostanziata descrizione nell'opera di Bernardo 
de' Dominici intitolala: File de' Pittori , Scultori ed Architetti Napolitani, "^a- 
poli, 1742, 3 voi. in 4-° Tom. I. pag. 55. 



degl'italiani i^y 

ria succedelte a Roberto. Noi non ci tralterromo a riferir le ce- 
lebri vicende del lungo suo regno, i più mariti ch'ella ebbe, le 
guerre da lei fatte contro Lodovico Re di Sicilia e poi conlra 
Federigo IV. di lui fratello, cui l'anno 1872 ella costrinse a di- 
chiararsi suo tributarlo, e finalmente la funesta sua morte, quando 
Carlo di Durazzo, a cui Urbano VI. avea conferito il regno di 
Nipoli, da lui tolto a Giovanna, e il quale, avutala nelle mani, 
la fece uccidere l'anno i382. Poco tempo godè Carlo del regno, 
mrciocchè l'anno 1^86 recatosi in Ungheria per avere ancora 
quella corona , vi fu ucciso poolii giorni dopo di averla ottenuta. 
Ladislao suo figliuolo gli succedette nel regno di Napoli , ed a 
lui venne fatto di difenderlo felicemente contro di Lodovico 
Duca d'Angiò, che dall'Antipapa Clemente VII. avea l'anno 1890 
ricevuta la corona reale ; ma che nove anni dopo dovette far ri- 
torno alla sua Provenza, lasciando a Ladislao il pacifico pos- 
sesso di tutto il regno, mentre regnavano in Sicilia Maria figlia 
dell' ultimo Re Federigo IV. e Martino d' Aragona da lei preso a 
marito. 

Ladislao fu un Principe guerriero ed accorto , ma pronto a 
sagrificare ogni cosa all' avidità di i-egnare ; si tenne per lo più 
in favore degli Antipapi, difese 11 loro partito coli' armi, e mo- 
lestò di continuo Roma , in cui entrò più volte vittorioso. Mori 
l'anno i^i4> e Giovanna II. di lui sorella, e vedova di Gugliel- 
mo figliuolo di Leopoldo III. Duca d' Austria fu chiamata a suc- 
cedergli. Ella scelse a suo marito Jacopo Conte delle Marche del 
real sangue di Francia , il quale , poiché ebbe preso il titolo di 
Re, cominciò a voler regnare da solo; di che mal soddisfatti i 
sudditi non meno che la Regina , venne costretto a deporre il ti- 
tolo di Re e a fuggirsene in Francia nel i4i9- Intanto ritornò 
in campo 11 diritto sul regno di Napoli della Casa d'Angiò, e 
il Duca Lodovico III. venne in Italia per rltentnrne la conquista. 
Giovanna per opporgli un potente avversarlo adottò in suo figlio 
Alfonso Re d' Aragona , di Sardegna e di Sicilia. In poco tempo 
questi soggettò quasi tulio quel regno , e costrinse Lodovico ad 
uscirne, e a ritirarsi a Roma. Ma mentre egli, seguendo l'esem- 
plo del suddetto Jacopo, vuole tutta l'autorità per so solo, Gio- 
vanna irritata cassò l'anno i/^i'ò l'adozione già fatta, e adottò 
invece il medesimo Lodovico, contro di cui aveva fin allora guef- 



l48 GOVERNO 

reggiate. Quindi più ostinata si accese la guerra in quel regno 
fra i due rivali, e in essa ebbe dapprima la peggio Alfonso, e 
fu più volte costretto ad uscirne. Morto il Re Lodovico nel i4^4. 
e poscia Giovanna 1' anno seguente , Renato fratello del detto Re 
defunto gli su<;cedette nel trono. Alfonso si mosse ad assalire 
quel regno con nuove forze , ma i Genovesi chiamati in soccorso 
dal Re Renato , sconfissero la dì lui armata , lo fecero prigio- 
niero , lo consegnarono in Milano al Duca Filippo Maria, col 
quale Alfonso adoperossi sì destramente , che in poco tempo ne 
ebbe la libertà , e tornato di nuovo a tentare la sospirata conqui- 
sta , ottenne finalmente l'anno i44^ d' aver soggetto tutto quel 
regno, e Renato dovette tornarsene in Francia. 

Noi non rammenteremo le continue guerre da Alfonso mosse 
or eontra gli uni or contr* gli altri , e singolarmente contro dei 
Genovesi , i quali però seppero sostenere gli sforzi di sì potente 
nemico: e appunto mentre era più animato contro di essi ei venne 
a morte Panno i458 Egli fu un Principe valoroso, saggio ed 
accorto, e insieme grari protettore de' letterati j ma al tempo me- 
desimo odioso a' suoi non meno che agli stranieri pe'suoi corrotti 
costumi, per Ih soverchia ambizione, e per l'eccessive gravezze 
imposte a' suoi popoli. 

La memoria dell'ingresso trionfale fatto in Napoli dal Re 
Alfonso nel 144"^' conservisi nel bell'arco che la detta città fece 
innalzare in Casifl-lVuovo verso il i445j opera, voluta d<i molti, 
del celebre architetto e scultore Milanese Pietro di Martino , il 
quale per rimunerazione venne dal Re Alfonso creato Cavaliere. 
Il Vasari però nelle ì^ite dei Pittori ec. si mostra di diversa 
opinione , e pensa che sì 1' arco che le sculture fossero opera di 
Giuliano da Majano. Noi siamo di parere che al primo attribuir 
si debbano l'architettura e l'esecuzione dell'arco, ed al secondo 
le belle sculture che l'adornano. Che che però ne sia di tale 
quistione , che poco ora importa al nostro scopo, noi diremo che 
quest'arco è prezioso e per la storia dell'arte e per quella del 
costume, essendo il solo monumento in questo genere che ci sia 
rimasto di quell'epoca. Nella Tavola 76 vi presentiamo uno dei 
pili magnifici ornamenti che decorano la facciata dell'arco; esso 
è un lavoro d' alto e sporgente rilievo rappresentante l' ingresso 
in Napoli del Re Alfonso, in cui osservasi esattamente raffigurata 



degl' italiani j49 

ogni costumanza di quc' tempi. Sotto la detta scultura nella me* 
dcsima Tavola, vi presentiamo il ritratto dello stesso Alfonso 
tratto da un quadro in tavola , dipinto forse da Antonello di Mes- 
sina che fu alla Corte del dello Re: egli ò rappresentato armalo 
di tutto punto, l'elmo è posto su di una tavola, e vicino allo 
stesso vedesi la sua corona sul libro dei Commcntarj di Clesare, 
do' quali aveva fatto uno studio particolare. 

Ferdinando figliuol naturale d'Alfonso, ma gih legittimato, 
fu da lui eletto a succedergli nel regno di Napoli ; que' di Sici- 
lia , d'Aragona e di Sardegna toccarono a Giovanni fratello dello 
slesso Alfonso. Ferdinando ebbe assai lungo regno e di assai varie 
vicende. Ma molto maggiori furono quelle, che nello stesso regno 
si videro dopo l'anno i494- 

Lodovico il Moro Duca di Milano sdegnato contra del detto 
Ferdinando, che avealo pressalo a lasciare il governo al nipote 
Girtu Galeazzo Maria cui apparteneva , avea invitato Carlo Vili. 
Re di l'arancia a scender coli' armi io Italia per conquistare quel 
regno. Non fu lento Carlo ad accettar le proferte : sceso con forte 
esercito in Italia nel detto anno i494» ^^ corse da vincitore, e 
intimorì per tnl modo il Re Alfonso II. succeduto intanto a Fer- 
dinando suo padre , che questi veggendosi per le sue crudeltà 
odiato da' sudditi, e sperando che Ferdmindo suo figlio sarebbe 
stato più fedelmente da essi difeso, credette piìi opportuno con- 
siglio rinunciargli il regno, come in fttto egli fece sul principio 
del i ^j)'}. Carlo colle vincitrici sue schiere entrato nel regno di 
Napoli , sei vide in poco tea)po (juasi interamente soggetto ; e 
l'infelice Re Ferdinando a gran pena potè salvarsi nel castello 
d' Ischia. Si felici successi dell'armi Francesi risvegliarono non ir- 
ragionevol timore ne' Principi Italiani , che alla conquista del re- 
gno di Napoli succeder dovesse quella di luita l'Italia. Più degli 
altri temeane Lodovico il Moro ; e perciò egli ordì con più altri 
Principi una polente lega contro Carlo , il quale atterrito a colai 
nuova, abbandonato subito il regno di Napoli, e traversata non 
senza pericolo l'Italia, l'anno seguente i^^S tornosscne in Fran- 
cia ; e Ferdinando in poco tempo cogli ajuti singolarmente di 
Ferdinando il Cattolico Re d'Aragona e di Sicilia, e suo stretto 
parente, si vide di nuovo padrone di quàsi tulio il regno. Ma 
nel meglio de' suoi felici successi venuto a morie l'anno t 4f)^'> 



l5o GOVERNO 

lasciò erede del riacquistato suo trono Federigo suo «io pa- 
terno. .xii?;b 

Carlo intanto ardeva di desiderio e di ricuperare il si presto 
perduto regno e di vendicarsi del Moro , ma sorpreso da imma- 
tura morte nel 1498 lasciò erede del regno e de' suoi disegni il 
Duca d' Orleans suo cugino detto Lodovico XII. Questi sceso con 
forte esercito in Italia e Impadronitosi degli Stati del Moro, oc- 
cupò il regno di Napoli , e lo sfortunato Re Federigo abbando- 
nalo dai suoi, e ciò che piiì gli dolse, dallo stesso Ferdinando 
Re d' Aragona che invece di recargli soccorso si unì coi Francesi 
nel dividerne le spoglie , fu costretto a ritirarsi in Francia , ove 
mori Tanno i5o4- 

Ma le due diverse nazioni , che signoreggiavano il regno di 
Napoli, troppo difficilmente potevan serbare una vicendevol con- 
cordia. Si accese dunque ben tosto tra esse la guerra; e i Frarv- 
cesi ne ebber per frutto 1' abbandonar di nuovo le loro conqui- 
ste , e di lasciare l'anno i5o4 tutto quel regno, trattine pochis- 
simi luoghi , in mano decloro rivali. Carlo V. succeduto nel i5i6, 
ne'regai di Spagna al Re Ferdinando divenne padrone di questo 
regno che passò in seguito sotto il dominio degli Spagnuoli Fran- 
cesco I. ne tentò un'altra volta nel iS-aS la conquista , ma inu- 
tilmente, ed il medesimo infelice successo ebbe la spedizione che 
il Duca di Guisa fece contra questo regno per comando del Re 
Arrigo II. l'anno i55^. L» famosa sedizione di Napoli eccitata 
nel 1647 ^^^ celebre Masaniello invano sostenuta dal Duca di 
Guisa , che colà accorse da Roma per trovar fra queste turbo- 
lenze r occasion d'innalzarsi , la sedizione nell'anno slesso seguita 
in Palermo, e quella assai più grave eccitata in Messina nel 1674» 
per cui quella città visse per quattro anni soggetta al Re Luig.i 
XIV. non ebbero altro effetto , che di cagionar la rovina di quei 
che ne erano stati gli autori , e di recar gravissimi danni a' rei 
non meno che agli innocenti cittadini. 

L'estinzione del ramo Spagnuolo della Casa d'Austria avve- 
nuta Panno 1700, apri un nuovo campo alle pretensioni de' Prin- 
cipi forestieri ; e la grande contesa per la successione di Carlo II. 
cambiò interamente il sistema politico d' Italia. Napoli ebbe 
quindi a princìpio per Re Filippo Duca d' Angìò ; ma 1' anno 1706 
questo Principe ne fu scacciato dagli Austriaci; ed il possedimento 



degl'italiani idi 

di questo regno fu confermato all' Imperatore Carlo VI., pel trat- 
talo di pace d'Utrecht, conchiuso l'anno 171 5. 

Elisabetta Farnese, seconda moglie di Filippo V. Re di Spa- 
gna, ansiosa di avere un regno pel suo figliuolo Don Carlo, in- 
dusse il Re suo marito a dichiarar la guerra all'Imperatore, e 
l' Infante conquistò allora il regno di Napoli ; e ne conservò il 
possedimento , sotto il titolo di Re delle due Sicilie. Dopo la 
morte di Ferdinando VI. Re di Spagna , il suo fratello Don 
Carlo gli succedette al trono j e l'anno 1759 lasciò il regno 
di Napoli al suo terzo genito Ferdinando IV. che sali sul trono 
il 5 di ottobre del dello anno, e nel 1768 si uni in ma- 
trimonio a Maria Carolina Luigia di Lorena , Arciduchessa d'Au- 
stria. 

Seguita la rivoluzione di Francia, S. M. Siciliana prese parta 
neir alleanza formata da diversi Potentati d' Europa contro la 
Francia ; ma dopo la conquista della Lombardia fatta da' Fran- 
cesi , questo Monarca conchiuse un trattato di pace il 10 otto- 
bre del 1796, pace che fu di breve durata, poiché il 27 no- 
vembre del 1799 il così detto Direttorio Esecutivo dichiarò la 
guerra al Re , ed i Francesi sotto Ih condotta di Championet oc- 
cuparono Napoli, ove istituirono il governo repubblicano: le vit- 
torie riportate in Italia contro i Francesi dagli Austriaci e dai 
Russi , costrinsero i Francesi a sgombrare quel paese. Dopo 1* 
vittoria di Marengo riportata da Bonaparle , la corte di Napoli 
dimandò di bel nuovo la pace colh Francia , e ne fu quindi sti- 
pulalo il trattato in Firenze il v8 aprile del 180T. Rinnovatesi le 
ostilità nel i8o5 NHpoleone dichiarò con suo proclama del 27 di- 
cembre dello stesso anno cessata la dinastia di Napoli. Nel i5 
febbrajo del 1806 Giuseppe Napoleone entrò in Napoli, ed il 
3o marzo venne dichiaralo Re di Napoli e di Sicilia, e la co- 
rona dichiarata ereditaria nella sua discendenza mascolina, legit- 
tima e naturale. Giuseppe essendo stato creato Re delle Spagne 
e delle Indie il 6 giugno 1808. Murai, grand' Ammiraglio del- 
l'Impero Francese fu nel i5 luglio dello stesso anno proclamato 
Re delle due Sicilie sotto il nome di Gloachlmo Napoleone. Egli 
crasi ammogliato il 20 gennajo i8oo con Maria Annunziata Ca- 
rolina sorella di Napoleone Bonaparle. Gli ultimi avvenimenti re- 
stituirono il regno di Napoli agli antichi possessori. 



l52 GOVERNO 

L investitura che i Re di Napoli ricevevano dal Papa , ri- 
saliva sino alla metà dell' XI. secolo; i Principi Normanni, per 
non aver più che temere dagli ImperUori d'Oriente e d'Occi- 
dente, si sottomisero voloataridineiite alla S.ni.i SeJe . in qualità 
di vassilli; per lo che il Re delle due Sicilie, riconoscendosi 
vassallo del Papa gli mandava ogni anno una ghinea , cioè una 
cavalla bianca con una hors» di 6000 ducati ; ma Ferdinando IV. 
tralasciò di adempiere questa pretesa obbligazione negli ultimi 
anni del Pontificato di Papa Pio VI. e la corte di Roma si con- 
tentò di farne ogni anno nella chiesa di S. Pietro , e nella vigilia 
della festa de^ Santi Apostoli Pietro e Paolo una pubblica e so- 
lenne protesta. 

Lo stemma del Re delle due Sicilie è un campo azzurro con 
tre gigli d'oro, con un limbello di cinque punte d' oro. 

L'ordine di S. Gennaro fu istituito l'anno iy38 da Don 
Carlo, mentre era Re di Napoli: il numero de' suoi Cavalieri 
non poteva eccedere quello di trenta, ed il Re n' è il gran mae- 
stro: hanno essi per divisa l'immagine del Protettore dell'ordi- 
ne, che portano appesa ad un nastro ondato , color di carne, 
posto a guisa di tracolla , da destra a sinistra , ed hanno inoltre 
alla sinistra sul petto una croce ricamala d'argento. Per essere 
insigniti di quest'ordine, fa d'uopo provare 4*^° ^""^ ^' nobiltà^ 
e si compete a chi ne va decorato il titolo di Eccltenza. 



Milizia. 



ijLbbiam già veduto che niun ingegno militare, ninna sorta di 
macchine , di quante ne fossero in uso avanti l' artiglieria era 
ignota agli Italiini , e certo è pur anche che le truppe Italiane 
furono in riputazione presso le nazioni straniere,' e che nella fa- 
mosa guerra tra' Francesi ei Fiaminghi , terminata poi nel i3o4 
per mediazione del Conte di Savoja Amedeo V. fecero assai buona 
prova sì i cavalieri e pedoni Lombardi , Toscani e Romagnoli , 



degl' italiani 1 53 

che i balestrieri e le galee Genovesi. Ma perchè parlasi nelle sto- 
rie di milizie e di cavalieri Lombardi assai più frequentemente 
che d'altra nazione d'Italia (eccettuati i balestrieri Genovesi, che 
ebbero sempre gran nome) e perchè una maggior parte delle 
Provincie di Lombardia erano soggette ai Principi, così convien 
credere, che l'arte militare fiorisse assai pivi ne^ Principati che 
nelle repubbliche. Ingenerale, siccome i Lombardi erano più 
spesso , che le repubbliche chiamati ed invitati alle guerre di 
fuori o per ragione di feudo o per gli stipendi che ricevevano 
dalle città, o come capitani e protettori di quelle j egli è assai 
credibile, che essi fossero perciò obbligati ad aver sempre in 
piedi maggior quantità di cavalieri, che faceva allora il nerbo es- 
senziale delle armate , ed aveano per conseguenza le milizie più 
esercitate e meglio disciplinate. 

Nelle città Italiane tornate alla loro libertà, ogni qualvolta si 
aveva a far oste contra un nemico, lutto il popolo atto a portare 
le armi doveva porsi sotto le bandiere. Se si faceva l'assedio di 
qualche castello, ora una parte, ed ora un'altra d'esso popolo 
(si dimandavano Q^uartieri ) vi andava a campo. Ne' primi tempi 
dopo la pace di Costanza non facevasi guerra se non precedeva 
la frtìda ; nel mese di maggio d' ordinario si usciva in campagna; 
i soldati prigionieri spogliati d'arme e di cavallo, si lasciavano 
per lo più andare in libertà: nel secolo XIV. e fors' anche nel 
precedente si cominciò ad esigere talvolta il giuramento , che quei 
soldati rimandati liberi le armi non portassero per un dato periodo 
contra il vincitore. I primi ad assalire nelle giornale campali 
erano i più valorosi cavalieri, ai quali commettevasi di romperò 
la prima schiera del nemico , e questi furono appellali da Gio- 
vanni e Matteo V\]\nn\ fo ditori ; e si dissero anche prodi dal 
Greco protos significante Primo, o dal Latino probus , cioè co- 
raggioso, valente, e codardi erano allora chiamati i soldati timidi, 
o perchè tenevansi alla coda dell' esercito , o perchè imitavano i 
Cini paurosi che raccolgono la coda fra le gambe. 

Al cominciare del secolo XIV. veggonsi scelte dalie città com- 
pagnie di soldati , e prefissa la durata del servizio loro , e que- 
ste per lo più, di soldati a cavallo, vengono dette cavalcate: f-i- 
cevansi pure compagnie di fanti, tra i quali si trovano nominati i 
balestrieri, i pavesarti , i guastatori ed altre milizie. 1 militi erano 



1 54 MILIZIA 

probabilmente In generale soldati a cavallo ; gli alfri detti exerci- 
tales , e tertiatores erano, per quanto apparisce, i famigli del- 
l'armata o i servi. Negli statuti di Ferrara del 1264 veggonsi 
espressamente nominati i pedoni o i fanti (1) , e in altri docu- 
menti di quella età si menzionano i soldati da due e da tre ca- 
valli. Cioè ogni uomo d'arme (che cosi li chiamavano) o sia il 
soldato a cavallo , dovea avere un gagliardo destriere per sostener 
l'uomo armato; e questi menava seco uno o due scudieri, che a 
cavallo portavano lo scudo e la lancia del padrone , e combatte- 
vano poi anch'essi all'occasione, per nulla dire di un famiglio 
per loro servigio (a). 

I cavalieri portavano una panciera detta ancora cassetto, gam- 
biere o schinieri , collari , guanti di ferro , un cappello detto in 
alcune carte cappellina , pure di ferro, 1' elmo, la lancia , lo scu- 
do , la spada o lo spuntone, il coltello, una buona sella e una 
cervelliera o sia un ordigno di ferro, che sotto l'elmo portavasi 
per difendere il capo, o sia il cervello, forse una specie di ce- 
lata: in alcun atto si rammenta il giubbone, cioè il giaco, la 
bacinella, o il cappello di ferro, il tallavacio , cioè una buona 
targa ed un coltello atto a ferire; della cervelliera si fa autore 
verso la metà del secolo XIII. Michele Scoto , celebre astrologo 
di quella età. 

I cavalieri fuori delle battaglie facevan portare lo scudo , la 
lancia e fors' anche l'elmo dagli scudieri, e si servivano di ca- 
valli grossi e gagliardi , coperti anch' essi di maglia , e venivan 
chiamati destrieri ; ricchi e grossi cavalli sono appellati da Gio- 

(i) Qui si leggfi; Jui anientiim omnium civìum Ferrorìenxiuin Domino Mar- 
chioni Obizoni . . . . Et ad maini tenendum Civitaiem Ferrariac, et Districtum, 
et ipsius Domini Marchionis,onores et jurisdictionem consuetam, et ope.ram bona 
fide dabo per Mìlites , Pedi'es , Balistrerios, et Nofigium ad totam ipsius Do- 
mini Marchionis t'oluniatim etc. 

(ci) In un istrumento di Le^a del popolo Bresciano, fatta nell'anno laSa fa 
stabilito: ut de quadrim^enlis Militibus quilibet ipsorum habere debeat tres equos, 
inter quos unum bonum et idoneum equum armi^erum habtt\' debrai et cuopertum. 
JEt olii ducenti duos equos pio qiiolihet habere debeant, inter quo.t unus bonus 
iirmii;erus debeant esse equus. Negli zinnali di Genova di CafTaro all'anno 1225 sta 
scritto che il Podestà di Genova mandò in soccorso degli Astigiani Miliies 
irecenlos optime arnutios , quemlibct cum Saumerio (o Sauniario) et duobus 
scuiiferis. Saumerio, cioè un giumento portante il bagaglio^, onde la voce 
Italiana Somaro- 



DEGt* ITALIANI 1 55 

vanni Villani. Gli scudieri cavalcavano sopra cav.illi minori , dila- 
niati rondili. V'erano ancora pala/redi o palafreni , onde venne 
la voce Italica Palafreno , e siam di parere, che se ne servissero 
i cavalieri fuori dei combattimenti. Ai cavalli nobili e ammaestrati 
per le battaglie fu dato il nome di dextrarii ^ perchè si condu- 
cevano senza uomo sopra dagli scudieri alla lor mano destra , per 
darli poi al cavaliere allorché s'aveva a far battaglia j perciocché 
essi cavalieri mentre viaggiavano si servivano di pala/redi o ron- 
cini , per aver più freschi i cavalli da guerra. 

Non sarà discaro ai nostri concittadini il sapere che fra le 
molte manifatture di INIilano assai perfette e stimate dagli esteri, 
si lavoravano, al dir del Fiamma che viveva nel secolo XIV., 
gli elmi, le corazze, e tutte le armature di ferro , spcculoriirn 
claritatem excedentes. Soli enim fahri loricarnm siiiit plures 
centum exceptis innamerabilibus subjectis operariis ; e di queste 
nostre manifatture , dice quell' autore , che se ne somministravano 
a tutta l'Italia non solo, ma se ne trasportavano persino ai Tartari 
ed ai Saraceni (i). Questa manifattura, di cui troviamo la ma- 
teria ne' monti vicini, si mantenne per mollo tempo in Milano; 
e vediamo nell'estratto fatto poi, ali" occasione del censo, dai li- 
bri della gabella dell'anno i58o, che si considerarono, dal Ra- 
gionato dell' estimo Barnaba Pigliasco , da Milano trasportate agli 
esteri , armature di cavallo num. loo a lir. 55. io lir. 555o. 
Armature da fante num. 3go a lir. 33. i5 lir. i3i62. io. II 
Fiamma pure ci attesta, che le nostre razze dei cavalli erano della 
maggiore altezza e forza j e tali dovevano appunto ricercarsi nel 
secolo, in cui dovevano portare alla guerra gli uomini tutti co- 
perti di ferro; e talvolta gli arnesi stessi del cavallo erano del 
metallo medesimo , per assicurarlo dalle ferite. 

Nello studio del celebre nostro Pittore signor Pelagio Pelagi 
ricco di molte e varie armature appartenenti ai tempi di cui par- 
liamo e fabbricate certamente nella nostra citlh , trovansene alcune 
composte di grosse lastre di ferro che servivano a coprile la testa 
ed il collo de' cavalli. 

(i) Che si facessero oltimc ornanturc in MIIatio lo dice anclic il celebro 
Romanziere Walleiscott nel suo Jwunhoc alla pag. 227 del Tom. I. edizione di 
VMicenzo l'erraiio, ove parla di una magnifica corazza stata comperata all'oflicinu 
dell'ai luaiuolo di Milano Giuseppe Pareira. 



l56 MILIZIA 

Abbiamo glh parlato nella prima parte del costume degli Ita- 
liani dell'uso dei Carrocci in guerra, introdotto solamente dopo 
il mille dal nostro ArcivescoTO Eriberto, e che venne meno nel 
secolo XIV. , delle torri che si fabbricavano nel giro delle mura 
delle cittJ» e delle fortezze; delle torri mobili per salirvi dentro, 
degli arieti , delle testuggini e di altre macchine per diroccar le 
muraglie , aprir la breccia e venir poscia all' assalto. Dagli Arabi 
impararono i nostri V uso delle ferrate , che appese ad una fune 
si mettono sopra le porte delle fortezze o città , e al bisogno si 
fanno calare , caso che la porta fosse presa dai nemici. Abbiamo 
nella Storia dei Cortusi lib. VI. cap. 5 all'anno iSS^ Calata 
portae levatura, seu Saracinesca. E nel llb. VII. c*p. i6 Qui- 
dam intraverunt Civitatem, sed propter portam civitatis , quae 
erat levatura , non fuerant ausi entrare successive. Un altro co- 
dice ha ; sed propter Saraci nescas portas trabibus inhaerentes. 

Ma troppo in questi ultimi secoli si è mutato il sistema della 
milizia per l'invenzione della polvere da fuoco e delle bombarde 
grosse e minori, e de' fucili e di altri simili stromenti. Si crede 
che questa polvere sia stata accidentalmente trovali dopo il i3oo; 
con lutto ciò per buona parte del secolo XIV. poco camblamonlo 
si fece nell'arte della guerra, perchè la susseguente invenzione 
dei cannoni era lontana dalla perfezione , né sì presto passò « tutte 
le nazioni Europee. Comune opinione è che la prima prova delle 
bombarde o de' canaoni si f «cesse alla guerra di Ghioza , guerreg- 
giata tra i Veneziani e Genovesi nel 1878 e ne' due susseguenti. 
11 Muratori crede che molto prima ne fosse conosciuto l'uso (i). 
Certamente non pochi anni avanti, cioè nel 1316 nella sanguinosa 
battaglia di Crecy In Francia, gli Inglesi si servirono di bombarde, 
che saettavano pallottole di ferro con fuoco per impaurire e 
disertare i cavalli dei Franzesi , come scrive Giovanni Villani 
nel libro XII. cap. 65 della sua Storia. Nel capo seguente egli 
aggiugne : Sanza i colpi delle bombarde, che facieno sì grande 
I remota e romore, che parca che Iddio tonasse con grande uc- 
cisione di gente e sfondamento di ca^^alli : parole che altro non 
possono indicare che i nostri cannoni. Ma un bel passo ci ha di 
Francesco Petrarca avvertito dal Muratori , che può decidere tal 

(l) V. AnlicUiLÙ Jtaliau.:. Dioici latioiif XXVI. 



degl'italiani iSn 

controversia. Scrive il Petrarca in un suo Dialogo intitolato : De 
Machinis et Balistis (i); G. Habeo Macliinas et Balistas. R. 
Mirum, nisi et glandes aeneas , qaae Jlammis injectis honisono 
sono jaciuntur. Non erat satis de coelo tonands ira Dei im^ 
mortalis , nisi homimcio (o crudelitas juncta superbiae') de 
terra etiam tonuisset. Non imitabile fulmen, ut Maro ait , 
humana rabies imitata est i et quod e nubibus mitti solet , 
igneo quidem, sed tartareo mittìtur instrumento. Quod ab Ar- 
chimede inventum quidam putant eo tempore, quo Marcellus 
Syracusas obsidebat. f^^erum ille hoc , ut suorum civium liber' 
tatem tueretur , excogitavit , patriaeque excidium vel averterei, 
vel diffcrrct : quo vos ut liberos populos vel jugo vel excidio 
prematis f utimini. Erat haec pestis nuper rara, ut cum ingenti 
miraculo cerneretur. Nunc , ut rerum possi marum dociles sunt 
animi , ita communis est , ut quodlibet genus armorum. CoQ- 
viene qui notare che quel trattato fu mandato dal Petrarca ad 
Azzu da Correggio Principe di Parma. Ora quest'Azzo flnì di si- 
gnoreggiare in Parma l'anno i344' perchè allora vendo quella città 
ad Oblzzo Marchese d' Este. Dunque prima di tal anno era già 
comune in Italia 1' uso de' cannoni (2). Abbiamo poi da Andrea 
Redusio nella Cronica di Trevigi le seguenti parole all'anno linG. 
Illa fiora Bombardella parva , quae prima fuit visa et audita 
in parLihns Italiac , conducta per genles Fenetoruin , casu per. 
cuòsit Hi zolinum. de Azonibus nobileni Tarviiinum cum debi- 
Utal.ionc brachii. Ma il medesimo autore avea di sopra all' anno 
i3y3 scritto che le bombarde erano stale usale da Francesco da 
Carrara contra i Veneziani , di modo ohe pare che le bombar- 
dclle bensì, ma non le già note bombarde, cominciassero ad 
usarsi nella guerra di Chiozza. Che gli schioppi o fucili fossero 
una cosa nuova in Toscana anche nell'anno \\iì, lo scrive Fran- 
cesco Tommasi nella Storia di Siena , dicendo; habobat et mili- 

(1) V. Lil). I. Di- fiiinrd. ulriliu/iic Fort. Dialogo ()<). 

("ì) (jÌÌ storici della Spagna sono tutti d'accordo Meli' aflci mare che ai^li Arabi 
debbeiii l' invenzione dell' artiglieria , es:>eudu fama che uell' assedio d' Algecirus, 
accaduto nell'agosto del i3Ì!, eglino colla loro artiglieria incendiato abbiano le 
tende e le bandiere del Re Don Alonso, circ< 'jo anni innanzi la battaglia di 
Crecy , e non pochi anni ancora innanzi la guerra Ira i Genovesi ed i Veneziani; 
se pure tali incendj anzi che alla polvere da cannone attribuir non si debbano al 
fuoco Greco, del quale agli Arabi non era certamente sconosciuto l'uso. 

Cost. rol. VIU. dell' Europa P. FI. 1 1 



l58 MILIZIA 

tes quìn gerito s ad sui custodiam, scìoppos (^id genus armorum 
vocant, invisum apiid nos antea^ deferentes, totidemque Hun- 
garos equites arcarti gestantes. Cosa nuova sembrò pure il vedere 
molti giovani Milanesi armati di fucili uscire contra Francesco 
Sforma , benché alcun effetto 1' uscita loro non producesse. 

Maccbia velli nell' Arte della Guerra lib. II. parlando del 
modo dell' armare presente dice : Hanno tra loro scoppettieri , i 
quali con l'impeto del fuoco f^nno quell'ufficio, che facevano 
anticamente i fonditori ed i balestrieri " e nello stesso libro 
parlando degli esercizj militari raccomanda « d'esercitare i sol- 
dati a farli trarre con la balestra e con l'arco; a che aggìugne- 
jrei , egli dice , lo scoppietto , instrumento nuovo , come voi sa- 
pete , e necessario » ed in altro luogo soggiugne: « I cavalli 
leggieri vorrei che fossero tutti balestrieri con qualche scoppiet 
tiere tra loro ; i quali benché negli altri maneggi di guerra 
fileno poco utili , sono a questo utilissimi , di sbigottire i paesa- 
ni , e levargli di sopra un passo che fusse guardalo da loro ; 
perchè più paura farà loro uno scoppiettiere , che venti altri ar- 
mati ». 

Da quanto abbiamo detto si deduce che poco eransi cambiate 
le armi massime dei cavalieri, nel secolo XlV. , molti oltre la 
lancia e la spada usavano la raa^za, e 1 fanti continuarono a por- 
tar spade , saette , dardi , manarini , scuri , fionde , pugnali e scu- 
di. Dardi e giavellotti si scagliavano, e forse Io stesso facevasi 
dell* armi dette giavarine o mezze picche , menzionate ancora 
talvolta insieme coi moschetti; ma questi non eran già fucili , per- 
chè moschelte o moschetti dlcevansi le frecce scagliate dalle ba- 
lestre. 

L"* archi buso lungo circa come il fucile d' oggidì é la più an- 
tica delle armi a fuoco. Questa voce è originariamente Italiana 
composta delle parole arco e buso. L'apertura per la quale il 
fuoco si comunicava alla polvere negli archlbusi , succeduti agli 
archi degli antichi, e la picclola ruota d' acciajo , che essendo 
applicata sulla piastra o cartella dell' archlbuso , e montata con 
una chiave faceva fuoco nel rotare contro una pietra , diedero 
luogo a questa denominazione. Si dice che gli archibusl sieno 
§l4li adoperali por la prinja voha nell'arniata inaperiale di Bor* 



degl' italiani iSc) 

bone, che scacciò Bonnivet dallo Stato di Milano (i); essi erano 
si grossi e pesanti che due uomini appena potevano portarli. Il 
P, Daniel nella sua Storia della milizia Francese pretende che 
quest'arma cominciasse ad essere in uso sotto la fine del regno 
di Luigi XII. perchè Fabrizio Colonna nel sopraccituo dialogo 
di Macchiavelli sull' Arte della Guerra ne parla come di una 
invenzione nuova. Nella stessa maniera ne parla nella sui Disci- 
plina Militare il De-Langis che scriveva sotto il regno di Fran 
Cesco I. Dagli archlbusi vennero le pistole fatte anch'esse colla 
suddetta ruota d'acciajo, ma la canna non aveva che un piede 
di lunghezza; erano piccioli archibusi. Queste armi presentemente 
sono rare, e non si vedono che in alcuni antichi arsenali , od 
in qualche gabinetto d' armi ove si conservano per curiosith. 

Il moschetto , che venne poscia in uso, era montato anch'esso 
su di un fusto o bastone , e portavasi parimente sulle spalle, ma 
differisce dall' archibuso perchè invece della suddetta ruota e pie- 
tra , di cui facevasi uso onde far prender fuoco alla polvere, ado- 
peravasi la miccia. Si crede che si fabbricassero de' mo5c/te?ft fin 
dal tempo di Francesco I. poiché il P. Danial nella sua Storia 
della milizia Francese ci dice essersene trovato uno nel gabinetto 
d'armi di Canlilly marcato coli' insegna della Salamandra ch'era 
lo stemma di quel Principe. Brantome però pretende che il Duca 
d'Alba fosse il primo a porlo in uso nelle sue truppe, allorché 
sotto il rei^no di Filippo li egli andò nel 1567 ^ prendere il 
governo dei Paesi-Bassi, ciò però non vuol dir altro, secondo 
Daniel , se non che il detto Duca rendè generale l' uso più di 
quel che non Io fosse pel passato. 

(1) V. J-liicycLoiìedie Art. Ai<iucbusf. Eijli è certo che in questa tenerla ;si 
frce liso «les-li archibusi. Eco quanto lrovi;imo .srrillo nella Sl>riti di Mil.nio 
del Verri, Tom. II. cap- ì'^, in cui si parb della ballii(;lia di Pavia nella quale 

rimale (>ri<;ioMÌcro Francesco 1. « li Re si battè luni^amente Il I\larcli«.se 

di Piscar.i ((.n mille e cinquecento archibugieri Basqiii venne a calere sul la gen- 
«l.irnjcria del He. Costoro, scaricato l' aiciiiliugio , con mirabile disinvoltura si 
iia»condeVnno , caricavano, e ritornavano a ferire. Il Re per coglierli dilatò i 
suoi [<en(larmi; e gli archibugieri penetrati e sparsi per eulio , in meno d' un oia 
rovinarono il corpo invincibile <lella gendarmeria Francese .... 11 figlio del 
Barone di Trans s'ingolfa fra i combattenti, s'accosta al Re, e per un coljfo 
di arcliilju^io cade a' suo i piedi .... 1 1 Re tenuto sempre di viata onde farlo 

jiri-ionc , rimase solo in faccia dei nemici Raggiunto iu un prato palu- 

dos.j da un cidpo di archil)U:,'io gli cadde fìualmente sotto il cavallo ec. Tutta 
queòla insigne vittoria accaduta il l'y di febbrajo del i5i5 uom durò due ore. 



1 6o MILIZIA 

Continuò l'uso àe^ moschetti Ano al i6o4 in circa, e ad essi 
venne sostituito il fucile , non senza però grandissimi dispareri , 
allorché si trattò di fare questo cangiamento j poiché si diceva 
che il fucile mancava spesse volte di far fuoco , e che la pietra 
focaja non poteva continuare a far fuoco tanto tempo quanto la 
miccia. Ciò non ostante sipplamo che Ono dal 1671 esistevano 
reggimenti di fucilieri , e che i fucili furono generalmente ammessi 
nelle truppe verso il 1704. In seguito i fucilieri furono altresì 
armati di una btjonetta. 

Gli antichi monumenti ci somministreranno una giusta idea 
delle varie armature usate ne' tempi di cui abbiamo parlato. Fu- 
rono gih da noi veduti ne' bassi-rilievi degli archi dell'antica no- 
stra Porta Romana gli abiti militari e le diverse armi che si 
portavano dai soldati Milanesi Gn dal 1170. Negli avanzi di al- 
cune antichissinìe sculture che tuttavia sussistono nella chiesa di 
S. Giorgio in Bernate (i), e che appartengono certamente al se- 
colo decimoterzo, vedesi l'immagine di S. Giorgio titolare della 
dftla chiesa, dalla quale si scorgono distintamente gli abiti mili- 
tari di que' tempi. Vedi la Tavola 77 flg. i. La presa di Caprese 
scolpita in marmo da Agostino ed Agnolo Sanesi nel sepolcro di 
Guido Tarlalo in Siena ci dh un' esatta cognizione della foggii 
d'armare nel i33o. Vedi 6g. 2 della detta Tavola. Una bella ar- 
matura vedesi in Venezia nella statua scolpita da Antonio Dentone 
nel 1480 sopra la porta principale della chiesa di Sant' Elena in 
Isola , rappresentante Vittorio Capello in ginocchioni dinanzi a 
Sant'Elena. Vedi la fig. 3 della detta Tavola. Nell'arco di trionfo 
le negli ornamenti magnifici che decorano l'ingresso di Castel 
nuovo in Napoli , e che rappresentano la già da noi descritta 
entrata in Napoli del Re Alfonso, osservasi esattamente raffigurila 
Ogni cosiummza di que' tempi. Anzi diremo che il merito della 
scultura ò stalo sacrificato alle costumanze per esprimere le varie 
armature e i diversi vestimenti militari di quel secolo nel sem- 
plice ed elegante basso-rilievo, che da noi è prodotto sotto Wnum.^ 
della delta Tavola. Il gusto delle armature ed ornamenti del 5oo 
vedesi nelle belle sculinre esei^uite da Agostino Busti dello il 
painbaja nel monumento di Gastone di Foix esisterete in Milano 

(f) V. Giufiai, iMciiioiic , Toiu. VU. i>;i^. 5i. 



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degl' italiani iQi 

Doir/m/;. e B. Palazzo dalle Scienze ed Arti (i)^ ed un sog- 
geiio militare del XV. secolo vedesi pure nel disegno della Ta- 
vola 78, trasmessoci da Firenze dall'egregio Professore di pittura 
signor Luigi Sabatelli, e che rappresenta Francesco Ferrucci che 
costringe la città di Volterra ad arrendersi. 

L' arte della guerra in cui tanto si distinsero molti Italiani per 
la loro fortezza e perizia, e per le molte loro azioni di prodezza 
nei primi secoli dopo il 1000 cominciò a decadere nella nostra 
Italia nei secoli XIII. e XIV. Il muratori nelle sue Dissertazioni 
sopra le Antidiiià Italiane (2) avvisò che dimentichi fossero del 
loro antico valore, perchè si diedero, die' egli , ad assoldare Te- 
deschi, Inglesi, Fiamminghi, Ungheri ed altri oltremontani, nei 
quali consisteva il maggior nerbo dei loro eserciti. Questa propo- 
sizione non sembra (3) ben calcolata sullo stato delle cose politi- 
che e sulle vicende di que' tempi. Finché gli Italiani vittoriosi 
degli Imperatorie vindici della loro libertà, si mantennero indi- 
pendenti nelle loro diverse comunità e repubbliche , essi ebbero 
campo di sviluppare il loro coraggio o la lattica loro contra gli 
insulti degli stranieri , e specialmente degli Ungheri e dei Sara- 
ceni , talvolta ancora nelle private loro contese , non mai hanno 
avuto bisogno di straniero ajuto. Ma dacché sorsero potenti ambi- 
ziosi a turbare la pubblica libertà; dacché formaronsi in Italia o 
ìngrandironsi i Principati a dispendio delle repubbliche; dacché 
alcune città ricche , popolose e potenti si accinsero a soggiogare 
le vicine , siccome fecero in particolare Milano e Firenze; dacché 
alcuni privati attentare vollero alla libertà delle patrie loro e 
giunsero ad insignorirsene; dacché nacquero le discordie e le ri 
valità tra i Principi non solo , ma ira i poj)oli e le città libere 
medesime ; incapaci Irovaronsi gli St^li in augusti limiti rislrelii* 
e massime i piccoli Principi che vacillante vedevano la nuova 
loro sovranità, a difendersi colle loro forze medesime, e quindi 
invocare dovettero l' ajuto degli stranieri onde formare numerosi 
eserciti , e riparare alcune volle le loro perdite. Per ciò forma- 
ronsi le compagnie de' condottieri che dalla Germania vennero , 
dalla Francia e Ono dall'Inghilterra, perciò si chiamarono qucsli 

(f) V. Cicognaia Storia della sculuira , Tom. II. Tav. 7;;. 

(a) Uiss. XXVI. Di-ila Milizia dei secoli tozzi in II, dia. 

(3) V. Istoria W Italia del Caraliere Bossi, Voi. XVIU. lib. V. cap. 4G. 



iGa MILIZIA 

(lai PriocipI a sostegno delle loro contese, e si invitarono dalle 
repubbliche a delriinenlo sovente della loro indipendenza. Non è 
dunque che dimentichi fossero gli Italiani di loro medesimi , co- 
me dice il Muratori; non è che spento fosse l'antico Viilore , né 
trascurata l'arte della guerra nei secoli XIII. e XIV.; gli Italiani 
erano ancora quelli dei secoli anteriori; ma divisi i popoli dell'I- 
taba in minute frazioni, dominati alcuni dai Principi, altri agi- 
tati da interne discordie, involli in lotte asprissime, nelle quali 
sviluppare potevano bensì il coraggio, ma non prevalere centra 
forze maggiori ; costretti si videro ad assoldare guerrieri di altre 
nazioni , e i primi a dare questo luttuoso esempio furono i pic- 
cioli Sovrani , che colla forza conservare volevano i male acqui- 
stati dominj ; le ciith libere e le repubbliche seguitarono sgrazia- 
tamente quell'esempio, e la preda divennero spessa volte di quelle 
nazioni che invocato avevano a loro difesa. Una prova luminosa 
che spento non era in quell' età l' Italo valore , si ha nella con- 
dotta tenuta fuori dell'Italia medesima dagli Italiani guerrieri che 
m quel periodo gloriosamente si distinsero. Lo stesso Muratori ci 
dice che sul fine dello stesso secolo XIV. tornati in sé gli Italia- 
ni , cominciarono a fare d^ sé , e nel susseguente secolo ebbero 
msigni capitani ed armate che in valor militare non la cedevano 
a n.zione alcuna. I..a potenza e la riputazione, che ebbero i con- 
dottieri delle compagnie di ventura, cosi il Denina (i), e spezial- 
mente Giovanni Auguto , dovette necessariamente risvegliare fra 
gli Italiani una lodevole invidia , e muovere in molti il desiderio 
di acquistar roba e potenza per la via dell' armi. I primi che ani- 
marono a correre questa carriera i nazionali , furono Alberico da 
Barbiano e Ceccolo Broglia Piemontese. Dalle scuole di questi 
due capitani e spezialmente d'Alberico da Barbiano, può vera- 
mente dirsi che uscisse una numerosa schiera di valenti capitani, 
che rivendicarono, se non altro l'onore della nazione vilipeso si 
ignominiosamente da' capitani di ventura e da' loro masnadieri, 
che dal principio o più della metà del secolo XIII. aveano tiran- 
neggiata in istrana maniera la nazione ; e in capo a non molti 
anni , là dove le genti d' armi erano per la piìi parte stranieri e 
barbari, appena si trovò alcuno che non fosse Italiano. Nel nu- 
mero di ben centotrenta condottieri , che si trovavano nell' eser- 

(t) Rivoluz. d' Itrd. llb."XVl. cap. 7. 



OEGL* ITALIANI lG3 

cito della lega centra 11 Visconti, appena due o tre de'meno noli 
erano oltramontani. Allora invece degli Auguli , degli Anichini e 
de' Corradi, s'udirono in Italia i nomi di Braccio, di Sforza, di 
Carmagnola , della Pergola , del Verme , d' Orsini , di Malalesta , 
di Gonzaga, di Manfredi. 

Mentre però tanti prodi guerrieri si distinguevano gloriosa- 
mente in Italia ed altrove , già le patrie loro perduta avevano la 
libertà , o strascinate da infelicissime circostanze alla servitù inchi- 
navano. Nella politica costituzione di varj stati divisi in tante fra- 
zioni , quante erano le diverse città , impossibile era che le più 
forti non ambissero il dominio delle più deboli j che i cittadini 
di molle non abbisognassero di capi e specialmente di capitani 
per difenderle , e che questi a poco a poco non ne acquistassero 
la signoria; che in altri non sorgessero cittadini prepotenti o in- 
gegnosi o arditi ad invadere la pubblica libertà , sostenuti colla 
speranza di grandioso premio da altri capitani o condottieri di 
truppe; e da questo solo dee ripetersi l'origine delle calamità 
dell'Italia che divenuta infausta preda dì armi straniere, dimenticò 
so medesima, e soffrì lungamente di vedere la straniera milizia 
alla nazionale preferita. 

Benché passati fossero per l'Italia i tempi delle antiche sue 
glorie, non tralasciarono però gl'ingegni Italiani di coltivare l'arte 
militare co' loro scritti e colle loro invenzioni. Non si debbon con- 
siderare come picelo! vantaggio d'It>lia le nuove fortiCcazioni che 
si fecero in Piemonte, a Susa , a Mondovì , a Torino, a Vercel- 
li, e nella Savoja a Borgo, a Mommellano , le quali rendettero 
poi più diflìcili o meno frequenti le invasioni degli stranieri. L'nr- 
chltetlura militare fu nel XVI. secolo accresciuta e migliorata 
incredibilmente in Italia, e celebri rimasero nelle memorie de po- 
steri Paciotto cV Urbino, per aver in quel secolo disegnate le 
due insigni cittadelle d'Anversa e di Torino; San-3lichc.li f^e- 
ronese , e più di loro Francesco Marchi Bolognese , al quale 
non sappiamo se faccia più onore l'utilità, e 11 merito evidente 
d' un'opera , che si stampò in Brescia nel i 599, benché egli scri- 
vesse verso la metà di quel secolo; o l'impegno e Ir) premura, 
che mostrarono gli amici e gli adulatori del Vauban per oscurarne 
e quasi spegnerne la memoria (i). 

(1) I Francesi uun solamente attribuirono al Vauban l'invunzionc di molte 



1 64 MILTZIA 

La venuta dei Francesi in Italia verso la fine del passato se- 
coVo risvegliò negli Italiani l'antico loro valore; L'arte della guerra 
divenne di nuovo una delle principali loro occupazioni , e colle 
loro prodezze fecero nuovamente conoscere all' Europa tutta ch'essi 
erano ancora quelli dei secoli anteriori. Noi non istaremo qui a 
tessere la storia delie valorose loro imprese: esse sono bsstante- 
meate note, benché ì Francesi, coi quali gli Italiani militavano, 
abbiano tentato spesse volte nelle loro relazioni di scemarne in 
parte la gloria per attribuirla od accrescerla a sé medesimi. Non 
mancarono però molti dei nostri scrittori che hanno saputo difen- 
derla valorosamente e senza parzialità, ed in ispezie il signor Ca- 
valiere Vacini nell'erudita e magnifica sua opera che sarò quanto 
prima pubblicata col titolo di ììelazione delle campagne degli 
Italiani nella Spagna. Quindi noi, contenti che da' valorosi in- 
gegni Italiani sia stato rivendicato il loro onor militare, non ci 
allontaneremo dallo scopo principile dell'opera nostra coli' enu- 
merazione delle loro valorose imprese , e ci occuperemo piuttosto 
nel dare una più circostanziata idea della loro militare organiz- 
zazione e degli abiti che distinguevano i diversi corpi di milizia 
del nostro passUo regno Italiano. 

La casa militare del Re era composta di uno stato maggiore; 
di cinque compignie di guirdie d'onore; di un reggimento di ve- 
liti ; di due battaglioni , uno di granatieri ed uno di carabinieri ; 
di un reggimento di finteria di linea; di due battaglioni, uno 
di granatieri ed uno di carabinieri; di un reggimento di coscritti 
di due battaglioni; di una suddivisione di gendarmeria scelta; di 
due compagnie d'artiglieria; due di treno; e di un reggimento di 
dragoni. 

L'organizzazione militare era divisa in cinque sezioni. Prima 
sezione: st-ito maggiore generale dell'armata composto di Generali 
di divisione, di Generali di brigata e di ajutanti-coraandanti. Se- 
opere di fortificazioni, che vediamo chiaramente essere state disegnate per iscritto 
e con 6gure dal Marchi; ma per quanto scrive Apostolo Zeno, i Francesi ne fe- 
cero con gran diligenza ricercar gli esemplari , forse perchè non si potesse con- 
vincere l' impostura di chi voleva attribuire ad altri ingegneri le invenzioni di 
questo IlaIi,iuo. Quest'opera immortale del Marchi, benché dall'autore noa 
condotta a fine , è stata nuovamente riprodotta in Roma per cura del defunto 
Francesco Mclzi d' EriI Duca di Lodi, benemerito delle scienze e delle arti, e 
per opera del Cavaliere ìMariui. 



degl'italiani i65 

sione II. divisioni militari territoriali e loro comandanti , governi 
militari, stati maggiori di piazza. La prima divisione a Milano 
era composta dei dipartimenti dell'Olona, Agogna, L.irio ed 
Adda. La seconda divisione a Brescia , composta dei dipartimenti 
del Mella , Serio ed alto Po. La terza divisione a Veron3 , com- 
posta de' dipartimenti del Mincio, Adige ed Aho-Adige. La quarta 
divisione a Bologna, composta dei dipartimenti del Reno, Puni- 
rò, Croslolo , Rubicone e Basso-Po. La quinta divisione ad An- 
cona, composta dei dipartimenti del Metauro , Musone e Trento. 
La sesia divisione a Venezia, composta dei dipartimenti dell'A- 
driatico, Tagli-imento , Brenta, Passeriano , Baccliiglione e Piave. 

Sezione III. la gendarmeria reale era divisa in tre legioni , 
oltre un deposito d'istruzione. Ogni legione era composta di due 
squadroni di quattro compagnie ciascuno. Il corpo reale d'arti- 
glieria era composto dì tino stato maggiore generale, di un reg- 
gimento a piedi di tre battaglioni, dei quali i primi duo erano 
formati di dieci compagnie di cannonieri, ed il terzo di tre com- 
pagnie di pontonieri , tre d'opera] , una di armajuoli ed una di 
deposito; d'un reggimento d'artiglieria a cavillo di cinque com- 
pagnie; delle quali una di deposito; di due battaglioni del treno, 
il primo di sei compagnie ed il secondo di sette, delle quali una 
di deposito; di quUtro compagnie delle quali una a piedi, una n 
ca\allo , e due del treno per la guardia reale; e finalmenic di 
sette compagnie di cannonieri guardacoste. 

Pel servizio del materiale d'artiglieria esistevano quattro dire 
zioni ed una sotto direzione isolila. Le direzioni erano stabilite a 
Pavia , Mantova , Venezia ed Ancona , e la sotto direzione isolata 
a Brescia. A questo servizio erano assegnati quattro Colonnelli 
direttori , cinque capi di battaglione sotto direttori , ed i capitani 
in 2.° del reggimento a piedi , oltre 1' occorrente numero di cu- 
stodi d'artiglieria, di capi, sotto-capi ed opei'aj veterani. 

Ci erano inoltre una fonderia per le bocche da fuoco , una 
manifattura d'armi portatili da fuoco e da taglio, ed un'ispezione 
dei nitri e delle polveri composta d' un ispettore ed amministr»- 
lore e di quattro sotto-ispettori. 

Per l'istruzione degli ufficiali, soitoufilciali e soldati di que- 
st arma, ci aveva in Pavia una scuola teorico-pratica, diretta da 
un Generale di brigata o da un uflìciale superiore d'artiglieria. 



1 66 MILIZIA 

Erano attenenti alla medesima un professore ed un ripetitore di 
matematica , un professore di disegno ed un altro di clinica me- 
tallurgica. Esisteva pure un poligono in Venezia , a S. Nicolao 
del Lidoj ed uà terzo a Verona. 

Il corpo reale del genio era composto di uno stato maggiore, 
d'un battaglione di zappatori e delle guardie del genio. Lo stato 
maggiore constava di un Generale di brigata , ispettore generale 
dell' arma , di tre Colonnelli direttori , e sei capi-battaglioni sotto- 
direttori , ai quali però fu aggiunto il settimo , dodici capitani di 
prima classe , dodici di seconda , dieci tenenti in primo e dieci 
in secondo, un ragioniere di fortlQcazione in capo, tre ragionieri 
di prima elasse e sei di seconda. 

Le guardie del genio dovevano essere per superiore decreto 25o, 
distinte in cinque classi, cioè io di prima, 3o di seconda, 3o di 
terza, 3o di quarta e i5o di quinta classe. La consegna però delle 
caserme ai comuni rendo sufficienti al servizio 9 di prima, 27 di 
seconda, 28 vi terza, 3i di quarta e 64 dì quinta classe, in 
tutto num. 159. 

Il corpo degli zappatori, era composto di uno stato maggiore 
e di nove compagnie, forti ciascuna di 100 uomini, compresi 
gli ufficiali , delle quali una scelta o sia di minatori. Il capo-bat- 
taglione, gli ufficiali della compagnia scelta e i capitani comandanti 
df'lle altre otto compagnie dovevano essere tutti del corpo del 
genio. 

Ci era in oltre una compagnia del treno del genio , forte di 
num. 128 uomini, compresi un tenente comandante e due sotto- 
tenenti: addetti alla medesima ci erano 35 vetture e 210 cavalli. 
L'amministrazione di questa compagnia era affidata al consiglio 
del battaglione degli zippatori. 

Il territorio del regno era diviso in cinque direzioni. Il servi- 
zio della quinta direzione , quella cioè di Cremona si faceva in- 
teramente dagli ufficiali Italiani ; quello delle altre si faceva pro- 
miscuamente da ufficiali Francesi ed Italiani. Milano era compresa 
nella direzione di Cremona , ma formava una sotto-direzione iso- 
lata ed indipendente. 

L' arma della fanteria era composta di sette reggimenti di 
fanteria di linea , qauttro di fanteria leggiera , di un reggimento 
Dalmata e di un reggimento coloniale. 






2I 



DEGt* ITALIANI I 6y 

L'arm.'» della cavalleria era composta di sei reggimenti , cioè 
qu!»ttro di cacciatori e due di dragoni , e di un deposito generale 
dì cacciatori e cavallo. 

Il corpo dei veterani era composto di tre batt^iglioni , cioè 
uno d'invalidi e due di veterani; più aveva una compagnia d'ar- 
tiglieria. 

La guardia della citth di Milano era composta di un battaglione 
e di una compagnia di zapp^tori pompieri. 

La guardia della citth di Venezia era composta di un reggi- 
mento di due battaglioni e di una compagnia d'artiglieria. 

In ogni dipartimento, esclusi quelli dell'Olona e dell' Adriati- 
co, ci era una compagnia d'infanteria che portava il nome di 
compagnia della riserva del dipartimento. 

Ci erano degli ispettori alle rassegne e dei sotto ispettori di 
prima , seconda e terza classe con degli aggiunti di prima, seconda 
e terza classe, de' commissari ordinatori, de' commissari di guerra 
di prima e seconda classe coi loro aggiunti. 

Gli uffiziali di marina erano capitani di vascello e di fregata , 
tenenti di vascello, alfieri di vascello di prima e di seconda classe. 
Ci era una direzione d'artiglieria di marina , ed un'altra delle co- 
struzioni navali Italiane e Francesi con ingegneri e sotto-ingegneri 
di prima e seconda classe; una direzione dei lavori idraulici e 
delle fabbriche. L'amministrazione della marina era composta di 
commissari e sotto-commissari, di guarda-magazzino, d'ispettori, 
di una cassa , di manifatture di tele per vele, di uffiziali di sanità 
e di farmacisti. 

I sindaci marittimi erano incaricati del servizio relativo all'i- 
scrizione e leva degli uomini di mare. Come inerenti a tale ser- 
vizio, i sindaci marittimi di prima classe, ad eccezione di quello 
di Venezia, ove era un particolar capitano di porto, adempivano 
alle funzioni di capitani nel porto della loro residenza per ciò che 
risguardava la polizia del porto stesso, e l'osservanza delle leggi 
relative alla polizia della navigazione. 

II consiglio delle prede decideva sopra tutte le contestazioni 
relative alla validità od invalidità delle prede, ed alla qualiiìi dei 
bastimenti incagliati, arrenati o naufragati nei mari, porti o spiagge 
del regno. Era composto di quattro membri , preseduto da un con- 
sigliere di Stato , ed assistito da un regio procuratore generale e 



i68 milìzia 

da uà cancelliere. Le decisioni del consiglio delle prede errano le- 
galmente pronunciate, allorché ci era il concorso di tre voci al- 
meno. Dalle decisioni del consiglio delle prede ci era reclamo al 
consiglio di Stato. L" istruzione degli affari si faceva con semplici 
memorie rispettivamente comunicate col mezzo della cancelleria 
dal consiglio alle pirti, od ai loro difensori. Il termine alla pre- 
sentazione delle memorie era di due mesi , da che un aliare era 
portato nella tabella che stiva affissa nella cancelleria del consi- 
glio. Fra una memoria e l' altra ci era il termine di un mese. 
Gli avvocati presso la corte di cassazione erano i soli che ave- 
vano la facolth di firmare le memorie avanti il consiglio. La can- 
celleria del consiglio era aperta agli avvocati per la presentazione 
delle memorie e per l' ispezione dei documenti in tutti i giorni 
dell'anno, escluse le domeniche e le altre feste di precetto, 
dalle ore undici prima di mezzogiorno alle tre dopo mezzogiorno. 

I tribunali di marina erano tre: i.° il tribunale criminale 
composto di otto giudici; 2.° il tribunale di polizia correzionale 
composto di quattro; 3° il tribunale speciale per le ciurme. Que- 
sti lribnn»li occupavmsi di tutte le trasgressioni, di tutti i delitti 
che venivano commessi nei porti e negli arsenali, e che risguar- 
d ivano li polizia e sicurezza di tali stabilimenti ed il servizio 
miriitimo. Essi procedevano a norma delle formole , e giudicavano 
secondo le massime penali contenute nel decreto 8 settembre del 
1807. Tali trlbumli si mettevano in attività secondo i casi in Ve- 
nezia ed in Ancona. 

A fine di conservare la memoria degli abiti militari che distin- 
guevano i varj corpi componenti la nostra armata , noi ne presen- 
teremo due quadri nelle Tavole seguenti. Se questi per avventura 
non sembrassero ad alcuni abbastanza circonstanziati , essi ne do- 
vranno incolpare la necessità in cui siamo posti da altri di con- 
tenerci nel progresso di quest' opera in più angusti limiti per re- 
carla con maggiore celerità al suo termine. Nella Tavola pertanto 
79 vi presentiamo al num. 1 gendarmi ; 2 reggimento Dalmata ; 
3 pompieri; 4 guardie di Milano; 5 granatieri di fanteria leg- 
giera; 6 gramlieri di fanteria di linea; 7 guardie reali; 8 gra- 
natieri dei veloci; 9 cacciatori delle guardie reali; 10 invalidi; 
II veterani; 12 reggimento d'artiglieria dell'armata; i3 guardie 
di marina; i4 ufficiali di diversi reggimenti; i5 cacciatori dei 
veliti ; 16 coscritti reali. 



TH£lfBBOT 
OFTHE 




l \ 



degl'italiani lt)C) 

Nella Tavola 80 rappresentiamo al nuni. ^ la gendarmeria 
Italiana; 2 gendarmeria della guardia reale; 3 dragoni Napoleoni; 
4 dragoni Regina; 5 uno dei quattro reggimenti dei cacciatori; 
6 treno dei zappatori,- 'j treno degli equipaggi d disarmata; 8 ar- 
tiglieria leggiera dell'armata; 9 treno degli equipaggi della guardia 
reale; 10 dragoni della guardia reale; 11 guardie d'onore; 12 ar- 
tiglieria leggiera della guardia reale. 

A quest'idea generale che abbiamo dato della organizzazione 
militare del regno d'Italia aggiugneremo alcune notizie sulle scuole 
militari del medesimo , le quali dipendevano dal ministero della 
guerra. 

Quattro istituzioni ci erano nel regno d'Ii,ilia, esclusiva- 
mente consacrate ad una educazione militare. Queste eran deno- 
minate. 1° Il re il collegio militare degli Orfani in Milano; 2." La 
reale scuola militare in P.via ; 3.° La reale scuola d' artiglieria e 
genio in Modena; 4." U reale collegio di marina in Venezia. 

Il collegio miliiire degli orfani in Milauo conteneva 3oo al- 
lievi che vi si ammettevano dall'età d'anni 8 al i4 salvo se or- 
fani di padre morto in battaglia, nel qual caso si accettavano 
anche di 7. L'istruzione era qual ronvenivasi a si teneri disce- 
poli. Cominciavano eglino dal leggere e dallo scrivere, e progre- 
dendo per leggieri ed elementari notizie di storia e di belle let- 
tere, passavano all'aritmetica, e quindi alla geometria, in cui 
tanto erano istruiti quanto poteva bastare (per coloro che mo- 
stravano pii'i distinti talenti ) ad aspirare alla reale scuola militare 
di Pavia. La storia, la geografia, le lingue Italiana e Francese, 
la scherma ed il nuoto, e sovra tutto gli oggetti relativi all'istru- 
zione militare ed atti a formare buoni soldati, erano i capi spe- 
ciali dell'educazione. Questo collegio militare sussiste tuttavia con 
que' cangiamenti che furono creduli adattati alle presenti circo- 
stanze dall' Imp. e R. Governo. 

La reale scuola militare in Pavia creata con decreto del 7 di 
luyho i8o3 conteneva tre classi di allievi, a pensione intera, a 
nietli pensione e gratuiti. Gli aspiranti non dovevano essere minori 
di sedici o maggiori di anni diciotto; la loro statura dovea giu- 
gnere ai 4 piedi ed 11 pollici, e dovevano sapere l'aritmetica, 
1 prmcipj della geometria, parlare e scrivere correttamente la 
lingua Italiana. Potevano esser nominati allievi gratuiti i tìgli dei 



170 MILIZIA 

mililaii che si distinguevano nel loro servizio, gli allievi più di- 
slliui dei licei e delle università ,• contro il pagamento della mezza 
pensione , i figli degli impiegati civili che meritassero i riguardi 
del governo; a pensione intera, i figli di qualsisia onoralo cilti- 
dlno. L' istruzione di questa scuola estepdevasi sopra tutto nelle 
scienze matematiche applicate alle teorie e pratiche della scienza 
della guerra. Le lingue e le lettere non vi erano dimenticate; 
:na gli escrcizj , il poligono, gli elementi di fortificazione ed il 
disegno erano i principali oggetti cui attendevano questi allievi che 
d'ordinario uscivano dalla scuola col grado di sottotenenti nei 
varj corpi militari. 

La scuola d' artiglieria e del genio in Modena aveva due sorta 
di studenti , cioè alunni ed allievi. I primi finito 1' alunnato, pas- 
savano alla classe dei secondi che era la principale , avevano il 
grado di sotto- tenenti , e ne uscivano ulBziali nel genio e nell'arii- 
glieria. Gli esami d'ammissione avevano luogo ogni biennio, e 
versavano sull'aritmetica, sulla geometria, sull'algebra, sulla iri- 
gononieti''''», suU' appllicazone dell' algebra alla geometria , e so- 
pra le lingue Italiana e Francese , e sul disegno, l concorrenti non 
dovevano essere minori di sedici né maggiori di venti anni. Co- 
loro die in conseguenza dei risultamenti degli esami stessi erano 
.'immessi alle scuole prendevano il titolo di alunni e ricevevano 
dal governo l'annuo trattamento di lir. 921. 02. Dopo due anni 
\enivano promossi alla classe di allievi col soldo di annue lire 
iioo e vi rimanevano un altro biennio. Supplivano alle spese di 
proprio nutrimento e vestiario coli' unico sborso di lire 5oo che 
facevano all' atto della loro accettazione e coi rispettivi onorarj 
che loru accordava il governo, del quale era pur a carico ogni 
altro oggetto di spesa. L' istruzione consisteva nello studio delle 
matematiche sublimi, del disegno, dell'architettura, della figura, 
dell'ornato, della geometria descrittiva, delle fortificazioni, e 
dell' artiglieria , della scherma e dell' equitazione. 

Il collegio di mitrlna in Venezia venne istituito con decreto 
<lel v.ce Rè del 21 agosto iSio pel mantenimento e per l'istru- 
vioiie degli aspiranti di marina, come pure dei giovani che, sotto 
1.1 deuuminazione di allievi pensionarj , venivano ammessi al col- 
liigio. 11 numero degli aspiranti era stabilito a cento , ed a tren- 
Lisul quello degli allievi peusiouarj . Gli aspiranti, i quali potevano 



DEGL ITALIANI I^I 

imbarcarsi nel corso anche degli sludj , se erano di prima classe 
e se avevano per lo meno i8 anni, potevano essere fatti alfieri 
di vascello dopo ^^ mesi di navigazione. Gli allievi passavano, 
secondo il risultamento degli esami, nella classe degli aspiranti. 
Potevano essere destinati pure pel genio marittimo o per l'artiglie- 
ria di marina , ed avevano i loro avanzamenti regolari in oucsti 
due corpi. Le condizioni per V ammissione degli allievi pensionar! 
erano quelle di essere di 13 anni compiti, o tutto al più di 16; 
di saper leggere e scrivere correttamente , di conoscere le quattro 
regole dell'aritmetica, e di essere di una costituzione sana e ro- 
busta. I figli del militari di terra e di mare, e quelli dei magi- 
strati pubblici erano preferiti. La pensione era stabilita in lire 5co 
annue fino a che non fossero ricevuti aspiranti od ammessi nel 
genio marittinio o nell'artiglieria. L'istruzione che doveva com- 
pirsi in tre anni, comprendeva l'aritmetica, la geometria, la tri- 
gonometria rettilinea e sferica , 1' algebra , la meccanica dei solidi 
e dei fluidi , e la navigazione secondo il corso di Bezout j la geo- 
grafia e l'astronomia, il diseguo ed il rilievo delle piante dei ba- 
stimenti , lo studio delle opere sulla costruzione , sull'arte di sti- 
vare , attrezzare , sulla manovra dei vascelli e sulla tattica navale; 
finalmente tutti gli oggetti relativi alla marina. 



i7a 



BREVE CENNO 

SULLO STATO DELLA REUGIONE IN ITALIA 

DOPO IL SEOOLO X. FINO AI NOSTRI OIORNI. 



. jémpUJicazione del culto. 

/Abbiamo già dlmosirato che dal secolo V. In avanti declinando 
\a nostra religione dall' antica sua piurità , era divenuta tutta ap- 
parente e spettacolosa. Gih avanti 11 secolo X. penetrata era negli 
animi de' Cristiani la persuasione che col donare i beni alle chiese 
redimere si potessero 1 peccati ; e tutto lo studio del popoli e 
dei Grriiidi , principalmente dell'Italia, quello era di fabbricare 
Lasilielic, oratorj , monisteri e spedali. Continuò questo fervore 
anche nel primi secoli dopo il X., ed il Muratori riflette giudi- 
ziosHmenie che i Vescovi , i monaci ed i cherici studiandosi di 
fondare o di abbellire chiese e di ornare di ricche suppellettili 
gli altari confermarono sempre più l' opinione che quelle pie mu- 
nificenze costituissero , per cosi dire , 1' essenza della pietà e della 
religione. Il cullo erasi reso pomposo ne' sacri templi col canto 
degli inni e colle molte cerimonie j ed il salmeggiare de' monaci 
anche nelle ore notturne avendo inspirata ne' popoli la divozione, 
più numerosi divennero i monisteri. La salmodia perpetua erasi 
introdotta per opera dei monaci di S. Benedetto , ai quali vennero 
in seguito i canonici regolari. L' invenzione e l' introduzione degli 
organi nelle chiese rese più spettacoloso il culto , ma se più 
frequente diventò per questo il concorso dei fedeli alle chiese , 
non ne diventò maggiore la piet;» , come non crebbe certamente 
)o spirito di raccogliuKMiio , allorché in epoca posteriore s'intro- 
dussero ne' sacri ufli^j i prestif^j della musica teatrale. 

Il cullo de' Sanll crebbe forse con Unto maggior dispendio 
della vera pietà , quanto più la religione dalla sua purità primi- 



uegl' ITALIAHI I fji 

tiva allontanossi. Questo cullo più spettacoloso e più atto a pascere 
la curiosità del rozzo volgo non mai tanto fu accreditato quanto 
nei secoli XIV. e XV. per le canonizzazioni rese allora più 
frequenti e celebrate colla massima solenolth, cioè con una pompa 
spettacolosa non molto dissimile da quella delle antiche apoteosi. 
Lungamente ha ragionato il Muratori della venerazione dei Cri- 
stiani verso i Santi , che gli indusse perfino talvolta a muovere 
guerre , a commettere delitti ed a rapire con violenza le sacre 
reliquie; venerazione che non si dilatò oltre i giusti confini se non 
col crescere dell'ignoranza e della barbarie. Singolare riesce il 
vedere le citlk d' Italia restituite alla loro libertà , gareggiare tra 
loro per onorare nel miglior modo possibile un santo protettore. 
Più numerosi pubblicò i decreti la Repubblica Fiorentina per la 
celebrazione della festa di S. Giovanni Battista , che non per la 
propria sicurezza; e molti statuti pubblicarono pure i Ravennati 
per la festa loro di Sant'Apollinare; e mescolandosi le cose sacre 
colle profani:, in Firenze ed in Ravenna sino nel «ecolu XIII. alle 
feate dei Santi si unirono le corse dei cavalli al palio. Il Mura- 
tori accusa \n balordaggine o poca avvertenza de' nostri maggiori, 
la malizia di alcuni altri e la pertinacia nell' errore di coloro che 
le ossa di uomini ignoti ostiriaronsi a riguardare come relicjuie di 
Santi , e rimprovera ben a ragione le tumultuarie canonizzazioni 
fatte incautamente dai popoli, e massime dai popoli sfreiiHti nel 
dcterininare come indubitata la santità delle persone. Ej^li riprova 
parimente l'empito con cui il popolo portato era a credere tutto 
ciò che aveva apparenza di miracolo, e qualunque visione o rive- 
lazione , the le pie donne raccontavano, mentre miracoli fingevano 
alcuni altri per attirare alle loro chiese maggiore concorso di per- 
sone e di oblazioni. La credulità, l'amore del niaraviglioso , la 
superstizione fomentate furono ancora dalle mostruose leggende , 
inventate per la maggior parte nei secoli precedenti al risorgi- 
mento delle lettere. 
SiiJfra^L dei definiti 

Certo ò che solo no' bassi tempi i ricchi . alfine di procacciare 
snffragi dopo la morte a sé stessi o ai loro parenti , cominci-^rono 
a profondere le loro sostanze ai tnomci ed al citerò. Ilislrelta era 
quella ntunificeuza , come riòtrelle crino spesso le preghiere dei 
fedeli , al sollievo dei congiu(«ti, degli amici, dei beiielatlori. JNoii 
Cosi. Voi. Vili. deW Europa. P. Il 12 



j„^ RELIGIONE 

venne dedicato un giorno alla commemorazione dei defunti se non 
dopo il secolo XI. o forse il XII. Allora fu che sì svegliarono le 
teologiche contese sul purgatorio e su lo stato delle anime avanti 
il finale giudizio, e la destrezza degli ecclesiastici nulla omise , 
come nota il Muratori , per commuovere le menti e gli occhi dei 
fedeli a prestare i soccorsi della pietà ai defunti , ridotti poscia 
per la maggior parte alla celebrazione di messe e di ufBzj. Grande 
aumento recò a queste istituzioni il dogma dalla chiesa ricevuto, 
che il sacrifizio della messa anche al defunti giovasse. Si intro- 
dussero quindi i riti complicati dei funerali , degli anniversarj, dei 
trigesimi. Non ci ebbe più misura in queste largizioni, dacché fu- 
rono istituiti gli ordini mendicanti, i quali nelle offerte e nei le- 
<'ati per la celebrazione di messe o determinate o perpetue, tro- 
varono le sorgenti della loro sussistenza ed anche talvolta delle 
loro ricchezze. 

La diversità dei riti, l'incremento delie liturgie , la quantità 
delle cerimonie in questo periodo introdotte , altro non prova agli 
occhi del filosofo , se non uno spirito di novità anche nelle ma- 
terie religiose sottentrato all'antica semplicità dei riti j ed uno stu- 
dio particolare dei popoli Cristiani fomentato dai ministri del cul- 
to , di rendere questo sempre più complicato , pomposo e di 
estrema apparenz^. Lode particolare meritano quindi que' popoli , 
che i più antichi riti inalterabilmente conservarono, e nell'Italia 
merita singolare considerazione la chiesa Milanese , la quale cele- 
bie si rendette per avere ad onta di tutti gli sforzi dei Romani 
Pontefici conservato il rito Ambrosiano. 

La superstizione , generata dall' ignoranza e forse più sovente 
della malizia affascinò le menti dei popoli e depravò ben anche i 
costumi anche dopo il secolo X. Quindi moltiplicaronsi in quei 
tempi le pratiche non istituite , anzi riprovate dalla chiesa , per 
procurare agli uomini sanità e ricchezze , o per penetrare nei 
nascondigli dell^ avvenire , o per iscoprire i segreti del cuore. Molte 
praiit/he viziose portale furono in Italia dalle nazioni settentrionali, 
presso le quali già itovavansi in vigore, come ì giudizj supersti- 
ziosi dell'acqua fredda o bollente, del ferro rovente, del rogo, 
delle n»ononiaehie ec., m* una gran parte altresì delle superstizioni 
in uue' secoli nell'Italia introdotte, dee certamente ripetersi dalle 
storte idee religiose , e dallo studio di rendere la religione più 



degl'italiani 1^5 

apparente che solida. Quindi gli alberi venerali soilo il nome di 
sanctili come cose sacre . alle quali vietalo fosse Io applicare la 
scure; quindi la venerazione delle vipere o di aliri serpenii pra- 
ticata anche dai Longobardi, quindi il concorso dei creduli agli 
indovini delti arioU o ariolae, l'interpretazione de' sogni, l'osser- 
vazione de' ponti, delle pietre o delle fontane, affine di scoprire 
cose occulte ; quindi 1 tempestarj o incantatori delle procelle , 
dei tuoni e delle grandini , i sortilegi , la fede prestata per lungo 
tempo agli Zingani detti ancora Egiziani o Boemi, la osservazione 
dei tempi o de'giorni, per cui tornarono a reputarsi fino nel secolo 
XVI. fasti o nefasti (i), detti anche Egiziaci , i quali a qualun-» 
que spedizione inopportuni credevansi ; quindi il tendere collane 
o ghirlande di rose di diversi colori e di erbe odorifere affine di 
evitare gli effetti degli incantesimi ed anche l' impeto de' nembi e 
delle procelle; l'accensione di un graa fuoco nella canicola con 
una caldaja pendente al di sopra e colla invocazione di S. Gio- 
vanni per ottenere la pioggia; i bambocci fabbricati dalle madri 

dalle nubili donzelle , affine di concepire e partorire felicemente; 

(i) Il Duca Filippo Maria Visconti credeva all'astrologia; e questa era for- 
s' auclie la sola norma della sua morale e di tutto le sue azioni. Quando la luna 
era in congiunzione col iole , egli »' intanava io qualche angolo del castello più 
solitario, e non voleva mai dare risposta, nò permetteva nemmeno , che alcuno 
la desse per lui. Aveva una macchina egregiamente lavorata. Quest'opera di oro- 
logeria dinotava il movimento de' pianeti , e quest'era l'oggetto della più fre- 
quente osservazione del Duca. Se taluno lo interrogava per avere i suni ordini 
nel momento die egli credesse infausto, o taceva, ovvero rispondeva soltanto 
aspetta un poco. Egli aveva i suoi astrologi, i quali erano i più cari di lui con- 
siglieri , e quei che influivano più d'ogni altro nel governo dello Stato. La plebe 
era superstiziosa e violenta oltre modo; e ne fecero la prova i Monaci di S. Sim- 
pliciano, i quali nell'anno i5i7 avendo scoperte alcune urne, ed esposti i corpi 
creduti di S. Simpliciano, di S. Martino e di altri Santi, ed essendo per di- 
sgrazi.i caduta in que' dì una grandine, dalla quale vennero flagellate e devastale 
le nostre campagne, col modo di ragionar volgare attribuendosi il fenomeno 6- 
sico allo sdegno dei Santi, e credendo che i Benedettini fossero rei di sacrilegio 
e di pubblica sciagura , non furono essi più sicuri non solamente nelle piazze e 
per le vie delia città , ma nemmeno nel loro monislero. Né la supposta empietà 
di cavar dalla tomba i Santi bastava a spic;;are allora la cagion della grandine. 
La Inquisizione non volle starne oziosa: volle trovar delle stregiic coljievoli di 
ijucl turbine, e volendolo efficacemente «e ne trovano sempre. Alcune infelici don- 
nirciuole avevano dei segni , quai fossero non lo sap[)iam<) : bastavano però a farle 
splendidamente gettar nel fuoco. Si ascolli il Prato: anche da li svieni , le quali 

1 utili ale dulia Inquisizione per strie Jurono in quelli medesimi di a Osiia^o et 
u Lumpui^nano sul Monte di Brianza a gran splendore arse. 



i in$ RELiaiOH£ 

i pani aziml, i gusci d'uova e i simulacri delle ofFelIe portato 
in processione ad oggelto di ottenere l'abbondanza de' legumi ; 
quindi il ceppo o grosso tronco d'albero abbruciato con libazioni 
superstiziose nella notte di Natale; quindi l'astinenza religiosa o 
piuttosto superstiziosa da alcuni cibi , come per esempio dei cap- 
poni nel giorno di Natale medesimo, praticata altre volte in Mo- 
dena. 

Queste deviazioni dal retto sentiero e dalle massime primitive 
della religione Cristiana tanto dannose riuscite non sarebbono, nò 
sconcertato avrebbero in alcuni stati V ordine politico , se aperto 
non avessero il cmipo alle eresie che in diversi periodi anche 
l'Italia infestarono. Nel secolo XI. e nella Lombardia specialmente 
ed anche in Milano, comparvero v^Patarini o Palerini , che par- 
tecipare ciedevansi degli antichi Gnostici, e poscia una gran 
pnrle dell' Italia infestarono. Tanto questi settari si moltiplicarono 
nel secolo XllI , che il Vescovo di Ferrara fu costretto ad implo- 
rare l'ajuto dell'Imperatore, il quale però si accontentò di porre 
questi eretici al b^ndo dell' impero. Ma ridondandone ancora molte 
altre città, e Brescia singolarmente venne dall'Imperatore pubbli- 
cato un nuovo e più generale editto, ed allora cominciarono ad 
accendersi roghi onde abbruciare vivi quegli infelici , del che tut- 
tora rimane monumento celebre in IMilano nella statua equestre 
4'Oldrado Podestà di Milano di cui abbiamo gih parlato bastan- 
temente (i). Le sette, le eresie, le idee superstiziose, le ampli- 
f)cazioni arbitrarie del culto e delle cerimonie, le introduzioni di 
nuove massime fa\orevoli alla Corte Romana, al suo ingrandi- 
mento ed a quello delle rendite ecclesiastiche in generale, come 
)e preghiere solenni per i defunti , le indulgenze e gli ordini 
n>oUiplicati della gerarchia, aprirono sgraziatamente la via agli 
insegnamenti e alla doiliina di Lutero, che l'orribile scisma pro- 
dusse poi nella chiesa Cattolica. 

Che amplificala si fosse straordinariamente la gerarchia eccle- 
siastica coli' istituzione del Sacrosanto collegio dei Cardinali , dei 
panonici e dei loro collegi , colla creazione di nuove altre dignità 
sotto diversi titoli, l'abbiamo già veduto nel volume quinto del- 
l' Europa ove parlato abbiamo della religione de' Romani. Noa 

(l) V. sopra peig. 38. 



degl'italiani \f^ri 

giova il dilungarsi a parlare della creaziono dei monisterj e del- 
l' isliluto de' monaci , che santo ne' suoi principi andò sempre de- 
clinando dalle primitive costituzioni, dacché più numerosi e più 
ricchi i monaci diventarono, e in tutte le città, le terre e i vil- 
laggi si stabilirono. Nel periodo di cui ova si tratta , cioè nei se- 
coli scorsi tra il X. e il XVII., si videro sorgere numerosi anche 
i nuovi ordini di cherici e di frati regolari ; si videro moltipli- 
cati oltre modo i mendicanti , e questi , al dire del pio Mura- 
tori medesimo , servirono ad intiepidire Io spirito monastico e a 
rovinare la disciplina. 

L* arricchimento della chiesa Romana è un fenomeno politico. 
A nulla gioverebbe il perdersi nell'esame di tutte le donazioni 
supposte : solo il filosofo si arresta su la osservazione che creb- 
bero a dismisura le donazioni dei beni stabili ed anche di intere 
Provincie , più sovente ancora di patrimonj , di pensioni e di altri 
privati diritti col crescere della barbarie e della ignoranza e col 
graduato decadimento delle idee sublimi dell'antica purità della 
religione. I monisteri ancora e le chiese che dalla giurisdizione 
dei Vescovi si sottraevano , alla chiesa Romana sottoponendosi , ia 
segno di subordinazione o per una specie di ricompensa della pro- 
tezione ottenuta , al pagamento obbligavansi di un censo alla chiesa 
Romana medesima ; né questa fu una delle picciole sorgenti delle 
Romane ricchezze. I Pontefici posteriori a Gregorio VII. tentarono 
per fino di assoggettare alla sede apostolica i regni per quello che 
il temporale riguardava , e questo affine di ricavarne un annua lo 
tributo. Posero in campo i curiali Romani l'ora antiquato prin- 
cipio, che tutti i regni offerti per qualunque titolo, fossero real- 
mente di pieno diritto della chiesa Romana , e quindi i tributi 
aggravarono; quindi il danaro di S. Pietro che si pagò per lun- 
ghissimo tempo dagl'Inglesi; quindi il tributo pagalo per lungo 
periodo dai Conti di Barcellona ; quindi i tributi , i censi annuali 
della città di Alessandria in Piemonte ec. 

Crebbe pure oltremodo ne' secoli tenebrosi la potenza de' Ve- 
scovi, degli Abati e di altri ecclesiastici, e a quell' incremento 
contribuirono ancora le immunità e le esenzioni sovente ai cherici 
ed ai monaci accordate dagl'Imperatori. I Vescovi di Roma, 
per avviso del Muratori medesimo, furono i primi che ottennero' 
■vera temporale signoria; mi ben tosto anche gli altri Vescovi e 



17^ RELIGIONI!: 

le clìiesr ii loro patrimonio ampliarono, e di questo Ingrandimento 
studiosi furono raagglormc^nte i monaci e gli abati , i quali otte- 
nendo da prima esen/.ionl dalle giurisdizioni dei Conti o dei Go- 
vernatori , finirono per acquistare essi medesimi giurisdizione e 
dominio temporale. Fino le Bidesse ottennero in proprietà terre 
e castella e persino qualche città , e ai diritti aspirarono del Prin- 
cipato, vedendosi vassalli laici che dalla signoria loro dipendevano. 
Gli Arcivescovi di Milano furono tr^ 1 primi ad unire la spirl- 
luale colla temporale autorità. L'Abate di Monte Casino stendeva 
il suo dominio o Principato sopra una città e sopra moltissime 
castella; i monasterj della Cava, del Volturno, di Farfa , di Ca- 
lauria infinite regalie possedevano : Conte era pure V Abate Le- 
nonese di Brescia , altrimenti detto di Leno. 

I sacri pastori rivestiti di temporali dominj , caricati trova- 
ronsi di cure secolaresche , frequentare dovettero le corti più lon- 
tane , seguitare i Principi alle armate , e quindi le gregge abban- 
donare a uomini mercenarj. Nacquero altresì gare invidiose tra 
gli ecclesiastici e i laici più doviziosi , i quali , non curando le 
Pontifitiie censure, studiavansi o coli' armi o colla violenza o colla 
frode di spogliare i prelati e le chiese di una parte dei loro beni; 
quindi gli eserciti Vescovili ed Abaziali ; quindi le guerre, gli as- 
sedj, le rapine,* quindi i Vescovi trucidati o fatti prigionieri nelle 
battaglie; quindi le discordie fra i Re e i Vescovi medesimi , e 
le più s^nte istituzioni divenute sentine di vizj per cagione della 
ricchezza eccessivamente ingrandita, fomite non meno dell'avari- 
zia, della licenza, della libidine, che dell'ambizione, della in- 
vidia e della rivalità. La sola Repubblica Veneta seppe por freno 
agli eccessivi acquisti del clero , e mantener ferme le sue leggi 
repressive delle esorbitanti ricchezze della chiesa , e costantemente 
opporsi alle pretensioni della curia Romana , e lottar coraggiosa- 
mente coi Pontefici più animosi ed anche guerrieri, e non dar 
giammai luogo nella sua politica e néll' amministrazione delle sue 
Provincie all' influenza sacerdotale. 

Sembrava che questo lusso e questa moltiplicazione degli og- 
getti del culto esterno, perniciosa, se non pure fatale, divenire 
potesse alla religione del cuore ; ma l' Italia che già prevenuto 
aveva 1 Francesi nei loro sforzi generosi per conservare la libertà 
delln loro chiesa; l'Italia che illibata mantenendo la sua fede in 



DEGL ITALIANI lyg 

mezzo alle innovazioni di Lutero e degli altri riformatori , svi- 
luppati aveva i sentimenti più generosi intorno al diritto pubblico 
ecclesiastico; l'Italia, che prodotto aveva un S^rpl e già educava 
un Gianuone , diede forse alle altre nazioni V esempio della doci- 
lità al tempo stesso e della subordinazione ai decreti della chie- 
sa, e di una moderata e giudiziosa resistenza agli abusi che gior- 
nalmente si introducevano. La Repubblica di Venezia che , come 
abbiara detto , lottalo già aveva contra le pretensioni della curia 
Romana, mantenne sempre illesa la giurisdizione temporale a 
fronte della spirituale , stabilì una linea di separazione tra le 
due podestà , seppe contenere nel dovuto uffizio gli ordini reli- 
giosi , annullare di fatto e rendere non molesto ai popoli il tri- 
bunale della luquisizione , e sostenere la libertà e i privilegi delle 
proprie chiese. Si vide il regno delle due Sicilie emanciparsi da 
quella specie di tutela , sotto la quale per lunga età era stato 
dalla Romana Corte mantenuto; si vide ricusare un preteso tri- 
buto e difendere con coraggio i diritti della sovranità. Si vide la 
piissima Corte di Torino prestare asilo al Giannone ; già vicino a 
cadere vittima di Cera persecuzione, e mantenere essa pure illesi 
i suoi diritti nelle materie ecclesiastiche. Si vide finalmente una 
controversia intorno ad alcune proposizioni censurate nel libro di 
Giansenio , intitolato Augustinus , e che dapprincipio come di 
fatto più che di diritto riguardavasi , diventare una quistione inte- 
ramente giurisdizionale; ed involgere l'esame dei diritti dell'au- 
torità medesima che da prima pubblicate aveva le censure. Si 
presero quindi ad esaminare i grandi principi del diritto pubblico 
ecclesiastico ; si cercarono i veri fondamenti di quel diritto nelle 
antichità Cristiane , e colla esclusione delle false decretali e di 
altri documenti intrusi , si venne a mettere in chiaro la costitu- 
zione dell'ordine gerarchico, si rivendicarono ai Vescovi ed ai 
parrochi i loro diritti, sì limitarono le pretensioni di alcuni or- 
dini regolari , e una salutare riforma si preparò in molti oggetti 
al culto ed alla disciplina ecclesiastica appartenenti. La soppres- 
sione de Gesuiti avvenuta nella seconda metà del secolo XVIII. 
troncò in gran parte le teologiche controversie, che suscitate si 
erano sul Molinismo e su le Bolle dei Papi colle quali si cercava 
di reprimere i progressi del Giansenismo : più non rimase vigente 
se non la quistione che alla giurisdizione strettamente riferivasi , 



l8o RELIGIONE 

ed in questa ancora gì' Italiani si distinsero , sostenendo con vi- 
gore i luminosi principi , che invano la Romana curia tentato aveva 
di distruggere o almeno di oscurare. Sursero quindi Regnanti il- 
luminati e coraggiosi , i quali la grand' opera di una riforma ge- 
nerale promossero, e mercè le sagge disposizioni dell'Imperatrice 
Maria Teresa, di Giuseppe II., di Leopoldo Granduca di Toscana 
e poscia Imperatore gli Stati della Lombardia e della Toscana 
videro reso più semplice e più augusto il culto, sottratti i 
Vescovi al giogo curiale, ristabilita la loro autorità unitamente a 
quella de'parrochi, migliorato in generale lo stato del clero ed il 
metodo della istruzione religiosa, diminuito il numero e riformato 
il sistema degli ordini regolari , che poscia in epoca posteriore da 
questi e da altri Stati d'Italia quasi interamente sparirono. Una 
impressione felicemente comunicata non poteva a meno di non 
estendersi alle altre regioni della penisola ; e quindi , oltre le 
riforme già operate nelle Italiane repubbliche , altre se ne videro 
utili e salutari nel regno delle due Sicilie, nel Piemonte e sino 
nello Stato ecclesiastico , ove diminuito fu se non altro il numero 
de^ piccioli conventi, e tolti furono molti abusi, massime per ri- 
spetto ai santuari, ai pellegrinaggi, agli asili, alle istituzioni mo- 
nastiche ec. Da tutto questo risulta, che se uno spirito d'inno 
vazione fu creduto da alcuni caratteristico del secolo XVIII., per 
quello che spetta agli esercizj religiosi ed al culto, l'Italia ne fu 
bensì partecipe, ma le innovazioni, non furono condotte se non 
dal progresso dei lumi, da una seria riflessione, dal giudizio, 
dalla moderazione ; e senza alcun discapito della Cristiana dottrina 
cominciò il culto a rendersi più semplice, più dignitoso, più con- 
forme allo spirito ed alle pratiche della chiesa primitiva, e l'opi- 
nione pubblica medesima fu diretta all' incremento della più soda 
pietà. 

Arti e Scienze. 

Agricoltura , manifatture. 



JLi Italia all' epoca della pace di Gostanza abbondava tuttora di 
macchie, di selve, di boschi, di vastissime foreste, di laghi, di 



1«I 

stagni e di paludi , e gran parte di quelle terre si ridussero i>\- 
lora a cultura (i ). Tutto ern ancora pnludoso il paese situato tra 
il Po e rAdifje, e massime dove que' fiumi mcllono \xì maro j nò 
trovasi nelle storie che in addietro pensato si fosse a formare ar- 
gini e ad imbrigliare i fiumi. Modena nel secolo X. era ancora 
tutta ingombra dalle acque , e sovente innondata e sommersa ; 
nel XI. si donavano al Vescovo di Bologna immense paludi e 
selve e valli pescareccie all'occidente di quella città, ove ora noa 
sono se non campi ubertosi: il monistero di Nonantola circondato 
era da selve, da paludi e da valli pescareccie che si stendevano 
fino sul Mantovano ; presso il Bondeno trovavansi quattro o cin- 
que laghi , e boschi e stagni e paludi assegnate erano a tutti i ric- 
chi monisteri , e a quelli ancora di Monte Casino , di Farfd , di 
Bobbio e della Novalesa. I btni della Contessa Matilde di foreste, 
di paludi e di pescagioni ridondavano, e intorno pure a Parma 
esistevano laghi , paludi e stagni. Celebri erano le paludi Pontine 
che vennero poi in parte disseccate con immense spese dall'im- 
mortale Pontefice Pio VI. Il Muratori ha immaginato che le im- 
mense paludi Adriatiche descritte dal Silvestri di Rovigo, e lo 
altre molto dall'alta Italia, sprovvedute non fossero di abitatori, 
perchè deponendosi in esse le acque torbide dei fiumi scendenti 
dalle montagne, formare dovevansi isole e piccioli colli. Riflette 
però il Civaliere Bossi che questo sarebbe forse un donare troppo 
alle torbide dei fiumi che prodotto non avevano in 20 e più se- 
coli storici queir effetto ; ma che piuttosto dovrebbe riconoscersi 
l'incremento dall'industria, divenuto in quel periodo grandissi- 
mo, che il corso dei fiumi diresse lontano dalle paludi medesi- 
me, e che quindi con buone arginature conlenendoli, riuscisse a 
poco a poco a disseccare ed a rendere arabili ed abitabili le 
paludi. 
Progressi della coltioazionc delle terre. 

Molte città ed anche illustri distrutte furono nei secoli XI. e 
XII., e tra queste Milano , Piacenza, Bologna, Modena, Brescia 
e Padova ; ma queste città risorgevano quasi per prodigio dalie 
loro rovine, e molte se ne edificavano di nuove. Allora sparirono 
le paludi dal Bolognese, sparirono quelle che inabitabile vpsa. 

(0 V. Muratori, Aniichità Italiane , Dissertazione XXI. e Bossi, Storia 
d'Italia, Lib. V. cap. 4G. 



iSa ARTI E SCIENZE 

avevaiì(j Raì?enna ; si formarono allora i dorsi o dossi ^ i coreggi, 
\ polesini; le isole in gran parte alla terra ferma si congiunsero, 
e in uno statuto di Ferrara del secolo XlII, si ordinò, la forma- 
zione degli argini , che al tempo stesso servissero di strade prati- 
cabili. Coreggi dalle coreggie o strisele di cuojo, delle furono 
quelle strisele di terra che a poco a poco disseccavansi in mezzo 
alle paludi, e cuora dicesi tuttavia in alcuni paesi quella parte 
delle paludi , che ingombra di canne e di altri vegetabili , comin- 
cia ad indurarsi ed a formare terreno più solido. Da una parola 
Greca trasse Gaspare Sardi Polesine: il Menaggio la derivò da 
Peninsula; ma né I polesini, dice il Muratori, son penisole, e 
r una parola non si confà coli' altra. Era a mio credere , cosi egli 
prosegue , appellato polesine quel tratto di palude , che restava 
in secco , grande o picciolo che fosse. Isole nel Po esistevano 
presso Pavia , Lodi , Piacenza e Parma , le quali trovandosi anti- 
camente in mezzo al fiume , e per lo ritiro del medesimo attac- 
cate essendosi alla riva , furono dette Mezzani. Ferrara alla metà 
del XII. secolo non solo era vicina al Po, ma circondata ancora 
dalle sue acque stagnanti, e in brevissimo tempo attorniata si vide 
da ridenti campagne. Le selve dopo la pace di Costanza sparirono 
dal Modenese, dal Bolognese e dal Ferrarese non solo, ma anche 
dal Veronese, dal che si introdusse il nome di ronchi, col quale 
allora indicavansi le selve ridotte a cultura : i campi nuovamente 
assoggettati all' aratro furono detti novali. Non cresce l' industria 
e massime l'agrari» , se non col proporzionato aumento della po- 
polazione ; quindi si vede che il cangiamento politico in Italia av- 
venuto dopo l'epoca della pace di Costanza, grandemente contri- 
buì ad accrescere la popolazione medesima , e forse contribuì an- 
cora r aumento necessario dei tributi portato dalle divisioni dei 
piccioli stati e ddi loro bisogni sempre crescenti , giacché questi 
forzarono i popoli a darsi all'agricoltura ed e promuovere per 
ogni modo l'industria. « Allor che tutti furono Industriosi per 
arricchire , così Bettinelli nel suo Risorgimento d* Italia, Pari. IL 
cap. 8, intesero presto essere i proprj prodotti naturali prima sor- 
gente de' traffici , quando il bisogno altrui chiede il nostro super- 
fluo. Per tutto adunque si coltivarono le campagne per la popo- 
lazione aumentata , e superando la Lombardia tutto il resto in 
fertilità , emulò essa con produzioni di terra le altrui navigazioni 



degl'italumi i83 

lucrose , e fece a so tributari i Veneziani , Genovesi , Pisani e 
ogni porlo di mare , che scarseggiavano di proprj granì. Dalla 
Puglia, dalla Sicilia e dalla Marca ne presero, è vero, ma tro- 
viamo assai spesso anche i Lombardi chiamati in ajuto. A Brescia, 
Verona ed altrove ho riconosciute reliquie di quella coltivazione 
su i colli e i monti , delle viti medesime, che oggi sono oziosi. 
Ma allor noi davamo anche i vini alle estere genti , e a Francia 
eziandio, che allor tanto n'era scarsa con Inghilterra e Germa- 
nia, sicché gli speziali vendevano il vino naviga to. Noi allor pren- 
devamo immediatamente pel nostro commercio i vini di Grecia a 
buon prezzo, e li vendevamo di Ih dall'Alpi , mescolandoli anche 
co' nostri. E neppur rispetto al vino si può dire , cosi il Denina , 
Rivoluzioni d'Italia, Lib XIV. cap. io, che fosse commercio 
passivo quello degl' Italiani con la Grecia , imperciocchc^ trovia- 
mo che si vendeano anche in Costantinopoli, a Gaffa, al Tanni , 
ed in altri paesi d'oltremare vini della Marca d'Ancona e di 
Puglia. Tanto mancava che gl'Italiani tirassero vini di Francia, 
come or facciamo, die anzi troviamo , che si vendevano a Parigi 
vini di Napoli. 

Non ci è venuto Onora di trovar del sicuro in qual parte d'I- 
talia , ed in qual tempo s' introducesse la seminazione del riso ; 
abbiamo bensì osservato, che non pure avanti il i34o, ma anche 
dopo il i.joo, il riso si contava dagl'Italiani non fra le biade, 
e fra le derrate comuni e nostrali, ma fra le spezierie grosse che 
si vendevano da' droghieri o speziali, come pepe, zucchero ed 
altre cose oltremarine; e sembra che comunemente si traesse di 
Grecia. L'esattissimo nostro Conte Giulini nelle sue Memorie ili 
Milano, Tom. XI. pag. f\i6, ha pubblicato la tassa che il Tri- 
bunale di Provvisione faceva delle droghe, nella quale srorgesi 
che il giorno i8 aprile i386 venne ordinato, che gli speziali e 
i droghieri non potessero vendere il riso più che a dodici imperiali 
la libbra. Se il riso fosse stato un prodotto della nostra agricol- 
tura non sarebhesi venduto dai suddetti ed a si caro prezzo. Il 
prezzo di un soldo per libbra (avuto ragguaglio alla moneta di 
que' tempi) lo mostra ad evidenza; anche paragonandolo alla tassi 
del mele sottile e fino , che in quel medesimo decreto viene fis 
salo a un terzo meno del riso , cioè ad imperiali otto la libbra. 

Pare al Deaina credibile che s' incominciasse a seminare 11 riso 



'84 ARTI E SCIENTE 

nell'i campagne d'Italia, allorché esse cominciarono a mancar di 
abitatori e di coltivatori , e che molti terreni deserti ed incolti 
erano divenuti umidi e piludosi. Pier Crescenzi Bolognese dopo 
aver trattato nel ter^o libro di venti e piti specie di biade e le- 
gumi , si sbriga nell' ultimo capo in poche parole parlando 
del riso, ch'egli chiama tesoro delle paludi. In Toscana s'intro- 
dussero le risaje a' tempi del Granduca Francesco I. verso l'anno 
1600, appunto perchè premea a quel Pr'inclpe di procunr al suo 
Stato questa entrata di danaro, giacché la popolazione scemala in 
quel secolo ave^ tolto al pubblico erario la più naturai sorgente 
delle ricchezze, che nasce dalla moltitudine de' sudditi. Questo 
spediente però in vece di supplire alla povertà di un paese, è ve- 
ramente un perpetuarne la miseria ; perchè , come nolo è a lutti^ 
le risaje rendendo il paese malsano , non solo distruggono la po- 
polazione , e molto più ne impediscono l'accrescimento, ma estin- 
guono l'industria, l'attività, la bravura. 

Con miglior destino di queste contrade .s' accrebbe in Italia 
nel tempo stesso che quella del riso la coltivazione de' mori o 
gelsi, e si propagarono i bachi e i lavori della seta. Egli è cer- 
tissimo che in Palermo avanti il 1200 v'erano fabbriche di \ arie 
sorta di drappi di seta , perchè Ugone Falcando ne parla come 
di cosa, che aveva sotto gli occhi. Non sappiamo per qual o ven- 
tura o industria particolare i Lucchesi fossero i primi a profittar 
di quest'arte , né d'onde traessero la necessaria materia; ma non 
troviamo però chi metta in dubbio, che per alcun tempo essi fos- 
sero o i soli o i principali e più esperti ne' lavori di seta fino ai 
tempi di Uguccione della Faggiuola e di Castracelo Antelminelli, 
o sia fin circa l'anno i3i4 Troviamo, scrive Niccolò Tegrimo 
nella vita del detto Castruccio, che un grandissimo numero d'ar- 
tigiani, chi per paura , e chi per sospetto a' tempi di Uguccione 
e di Castruccio si partirono di Lucca e se ne andarono chi a Vi- 
iiegia, chi a Fiorenza, altri a Milano e a Bologna ec. e quindi il 
meàtiero de' drappi di seta, mediante il quale solo i Lucchesi 
erano in Italia ricchissimi e famosissimi divenuti , cominciò per 
lutto ad esercitarsi (i). Se questo è stretta mente vero che i soli 

(i) Ci narra il Verri, Storia di Milano, cap. 12, che la seta allora iu Mi- 
Una urj soraiTiameiite cara , e un drappo di seta si valutava lire venti d'allora 



DEGl' ITALUNI l85 

Lucchesi facessero lavori di sola fino al tempo di Uguccione, con- 
verrà dire che i setajuoli che già erano in Firenze avanti il 1260, 
fossero soltanto venditori e non fabbricatori di seta. Ad ogni mo- 
do la dispersione degli artefici Lucchesi può contarsi come epoca 
notabile non pur de' progressi che fece in Italia V arte di lavorar 
le sete, ma della propagazione de' bachi e de' mori, almeno in 
Lombardia e in Toscana ; perocchò nella Calabria e nella Marca 
d'Ancona questo genere di coltivazione cominciò e crebbe più per 
tempo. Pier Grescenzi scrivendo circa l'anno i3oo i suoi libri 
d' agricoltura , parla de' mori e delle loro foglie che servono per 
esca dei vermini che fanno la seta (i). Dopo il i3oo la col- 
tura dei mori sembra che cominciasse a divenir oggetto delle 
pubbliche cure, come fanno fede gli statuti, che ancor si leggono 
di Modena e di Pescia , per cui si obbligava ogni privato a pian- 
tarne negli orti e poderi (a). 

Queste leggi però ne convincono altresì , che gli abitatori 
non trovavano ancora il proprio interesse nella coltura di tali si- 
beri. Certamente dalle memorie mercantili di quel secolo possiamo 
rilevare che le sete di Lombardia dovevano essere di poca impor 
tanza ; e l'erudito autore del Trattato della decima e della 
mercatura dei Fiorentini attesta (3) che per tutto il secolo XV. 
tutte le sete che s' impiegavano dalle fabbriche di Firenze erano 
forestiere, cioè di Spagna , dell'isole di Grecia, di Calabria e 
della Marca. 

Quale e quanta» poi sia in questi ultimi secoli e la moltipli- 
cazione degli edificj per ogni sorta di lavori di seta , e la propa- 
gazione de' gelsi e de' bachi, troppo è facile che ognuno per so 
stesso l'argomenti e lo scorga. 

I progressi però dell'arte della seta diminuirono neccss:iria- 

la libbra; e oguuiio sa che la lira d'allora era ijuiui due terzi d'un Guriiio 
d* oro , ossia gigiialo , che correva per trenladue soldi; cosi che la libbra di 
•età costava dodici gigliati e mezzo. Facilmente pure ognuno comprende quanto 
maggior pregio in que' tempi dovesse aver l'oro, che ne'sccoli a noi più vicini 
e diventalo assai piij abbondante, per i paesi scoperti, le nuove minien.- scavale, 
e la comunicazione del vasto commercio aperta fra tutti i popoli conosciuti della 
terra. 

(i) Lib. V. cap. 14. 

(••) V. Muratori, Z;/5ic/7uz/ortc, XXX. Targioni, r/a/,'^'/, Tom. IV. pa-. ..^i. 

(3) Tom. 11. pag. iitì. l^art. 111. J. 5. cap. n. 



i86 Arti e scienze 

mente i lavori delle lane, l'uso delle quali era cagione di altri 
notabili vantaggi al mantenimento della vita umana ; e quantun- 
que fosse bisogno di cercar le lane di Francia, d'Inghilterra e di 
Scozia, la maestria poro con cui si facevano i drappi in Lombar- 
dia e in Toscana, e 1« sagacità de' negozianti e fabbricatori, ren- 
deva forse quest'arte t^nt' utile all' universal della nazione, quanto 
è al presente tutta l' opera della seta. 

Noi sappiamo non già per congettura , ma per testimonianze 
certissime, che in tutte o nella più parte delle città Italiane, si 
fabbricavano panni di lana in grandissima quantità e con guada- 
gno grandissimo. Ne attesta Giovanni Villani, che al suo tempo, 
cioè circa il i34o, si facevano in Firenze da settanta in ottanta 
rolla pezze di panni , che valevano bene un milione e dugento 
inlgiiaji di fiorini d'oro ( dodici milioni di lire Italiane ), del 
qiiil prezzo un terzo restava in Firenze, e di questo vivevano 
trenta mila persone, senza contare il guadagno de' lanajuoli, o sia 
de'mc^rcanli fftbbricatorl. Benché i Fiorentini fossero tenuti ge- 
neral niente per i più industriosi e procaccievoli, possiamo credere 
che alirelianto o poco meno facessero a proporzione le altre città 
di Toscana e di Romagna , e specialmente di Lombardia , dove 
prima che altrove l'arte della lana avea cominciato a fiorire per 
opera de'Frati Umiliati, che di Lombardia si sparsero poi nelle 
;<ltre contrade d'Italia. Verso l'anno i4'ii> «Uorchè l'Italia tutta 
per cagion delU peste e per le tirannidi de' Visconti , e degli 
Scaligeri, e dei Carraresi avea cominciato a decadere, osservò in 
una sua arringa il Doge Tommaso Mocenigo, il quale opinava che 
non convenisse ai Veneziani di rompere la pace col Duca di Mi- 
lano Filippo Maria , che le città soggette allora al medesimo met- 
tevano solamente in Venezia, d'onde poi si spargevano in Grecia 
e in tutto Levante, novanta mila pezze di p4nni di lana. Milano 
ne spediva quattro mila del valore di trenta ducali ciascuna, e di 
più si spedivano novanta mila ducati d' oro, così che la somma in 
lutto ascenedva a dugento dieci mila ducati. Monza (i) ne met- 



(i) Questa industria del l;ivoro de' paiinilani , la quale crebbe dappoi, e for- 
mò la riccliezza cospìcii.i di Milano , era già presso di noi conosciuta poco dopo 
l't-pocrt di Federico Primo. Almeno in Como ed in Moiiza si lavoravano de'pau- 
iiilani sino dal 1216; poiché nell'antico e semplice esemplare degli statuti di 
I^lilauu compilati iu nuell' auuo , esemplare che ritrovasi uella Biblioteca Am- 



decl' ITALIAWI 187 

leva sei mila, Pavia tre mila, Alessandria, Tortona, Novara 
sei mila ; e cosi Brescia , Parma, Como , Cremona : ed è ben cre- 
dibile che questa fosse una parte solamente di una assai maggior 
quanlit?!, che sene faceva. Allora Milano e Monza, così il Verri (i), 
colla sol» Venezia, facevano la stessa parte del commercio, che 
ora fanno Milano, il Contado e le cinque città e provincie dello 
Stato ; ed è notabile colla sola Venezia , poiché P esteso commercio 
con Genova , colla Francia e colla Germania che allora avevano 
non entrava in quella somma. Dico la stessa parte , e dovrei dire 
molto più , se considerassi , che il ducato allora era un pezzo di 
metallo assai più raro , e più pregevole. Questo basta per conoscere 
che verisimil mente era in Milano una popolazione di trecentomila 
abitanti; che vi erano sessanta fabbriche di lanificio; e che mol- 
tissima era tra noi l'industria e la ricchezza. 
Osservazioni sulle manifatture e sul commercio. 

Non è da maravigliarsi che il nostro commercio solo con Ve- 
nezia fosse grandissimo in quel tempo. Tutto il commercio colle 
Indie Orientali si faceva dagl'Italiani in que' tempi anteriori alla 
scoperta del C«po di Buona-Speranza. Venezia , Genova , Pisa, Fi- 
renze, Amalfi ed Ancona avevano l'impero dei mari,- e quasi esse 
sole giravano non solamente il Mediterraneo , ma 1' Oceano , e por- 
tavano le loro merci perfino al Baltico; cosi che tutto il commer- 
cio dell'Europa era presso gl'Italiani. Le leggi Amalfitane erano 
la base del gius marittimo. Venezia sola manteneva trentasei mila 
marinari (2), numero sterminato per quel secolo nel quale non 
s'intraprendevano viaggi di lungo corso, e la nautica non era ri- 
dotta alla perfezione attuale. Milano trasmetteva a Venezia i sud- 
detti pannilani , e riceveva da Venezia cotone, lana, drappi d'oro 
e di seta , droghe, legni da tingere, sapone, sali ed altre mer- 
canzìe. Queste mercanzie che ricevevamo da Venezia in gran parte 
le spedivano alla Francia, agli Svizzeri ed all'impero unitamente 
agli usberghi , alle lance , agli scudi , alle corazze ed alle altre 
armature di ferro che si fabbricavano in Milano, perfetta ed 
assai stimata manifattura , della quale abbiam già parlato all'arti- 

bro>iitiui , vedniisi tassiti i pannilani di Como e di Monza a pgarc ijuallro im- 
Heridli j.fr ogni pezza entrando in Milano. 

(1) Sloria (li Milano , Tom. 1. cap. l5. 

(3) Muiat. fìcr. iLal. Tom. XXll. col. qd;}. 



i88 Arti e scienze 

colo della milizia Italiana , e che per mollo tempo si mantenne 
in Gore nella nostra città. Anche delle tele di coione e dei lini 
nostri si faceva smercio , singolarmente in Levante , col mezzo 
dei Veneziani e del Genovesi ; che erano diventati assai ricchi ne- 
gozianti. Il Fiamma che viveva prima della metà del secolo XIV. 
ci attesta che noi facevamo pure grande smercio nella Francia 
de' cavalli nostri che erano della maggior altezza e forza; e tale 
eri probabilmente il frutto della irrigazione estesa, e del nostri 
prati , pel cui mezzo ora abbiamo quel si pregievol formaggio che 
ti somministra specialmente il Lodigiano ed il Milanese, e che 
■venne denominato Parmigiano perchè una volta Io smercio prin- 
cipale del medesimo si faceva dai negozianti di Parma. 

Il Verri ha fallo non poche osservazioni sul bilancio del com- 
mercio fatto dal suddetto Doge Tommaso Mocenigo , e ci lusin- 
ghiamo che non sarà discaro al nostri leggitori il vederne qui ri 
ferita qualcuna. « Da Venezia ci si trasmettevano i cotoni; il va- 
lore dei cotoni allora era otto volte maggiore che non lo è di 
presente : allora noi prendevamo appena la metà del cotone che 
adesso ci spediscono gli esteri ; polche le fabbriche delle bamba- 
gine e fustagni , allora non esistevano presso di noi , e questa ma- 
nifattura era dei Cremonesi. Questa odierna manifattura ci porterà 
più di settanta mila gigliati per la vendita di trenta mila pezze, 
che atlualmente ne facciamo agli esteri. Un' altra osservazione cade 
sul lanificio. I Veneziani in que' tempi ci vendevano la lana più 
a buon mercato , cioè circa il sessanta per cento meno che non 
vale presentemente. È probabile che molte pecore si alimentassero 
6U i nostri prati , e che la lana fina non ci venisse da Venezia. 
Lo Stato intero di Milano spediva allora a Venezia cinquanta mila 
pezze di panni. Ora le cose sono cambiate. Il lanificio preso tutto 
insieme costa d'uscita allo Stato dugento cinquanta mila zecchini 
ogni anno; i soli pannilani dobbiamo comprarli dagli esteri per 
settanta mila gigliati. Un'altra osservazione risguarda la seta e 
suoi lavori ; allora si ricevevano da Venezia seta e drappi d oro 
pel valore di ducali dugento cinquanta mila; naturalmenie una 
buona porzione si sarà rivenduta. Oggidì però il commercio della 
st^ta , computato tulio, darà invece l'utilità d'un milione di du- 
cali ossia zecchini , ed è la principale ricchezza delle nostre ter- 
re ». Cosi il Verri che scriveva circa il 1780. 



3EGL ITALIANI 1 gg 

Esportazione d' oggidì. 

Al giorno d' oggi le sete ci danno circa cinquantacinque mi- 
lioni di lire Italiane , avvertendo però che alle antiche provincie 
dello Slato di Milano vennero aggiunte quelle di Ber;;5amo, Bre- 
scia e Crema. Nella fiducia di fare cosa grata specialmente ai 
nostri concittadini col dare qui un' esatta specificazione dei prin- 
cipali articoli esportati ìq uno di questi ultimi anni e del loro 
verisimile valore di perizia , noi la riporteremo nelJa seguente 
nota (i). 

Non ometteremo altresì di far qui menzione delle principali 
fabbriche e manifatture stabilite in Milano, e che fanno tanto 
onore a quella capitale. Grandiosa manifattura di stoffe di 
seta e privilegiala dal governo si ò quella dei signori Reina e 
Comp. in cui si fabbricano bellissimi velluti, tappezzerie di inoerre 
e di raso, stoffe con oro, con argento ed a varj colori e disegni 
tV ottimo gusto; fregi ricchissimi, ed altri preziosi lavori che non 
lasciano luogo ad invidiare i più fini e squisiti che venivano pel 
passato dalla Francia. Grandi pur sono le manifatture di seta d-^i 
signori De Gregori e Comp. e della ditta Osnago , che fabbricano 
qualunque sorta di stofle lisce, fiorate e rasate, stoffe per tappez- 
zerie tanto in damaschi cosi detti lampass quanto in moerre e 
molte altre manifatture di questo genere. Magnifica fra le altre ò 
la fabbrica di tele e di cotone dei signori Kramerj stabilimento 
che merita i maggiori encomj e per la perfezione delle sue oro- 
duzioni , e per l' utilità che arreca a tutta la Lombardia. Prege- 

(:) "sporUi'iorx: iC:m. 



Riso- . 
Formeiito 
IVIiuuti . 
Veua 



Selc , cascami e maoifattufc. 

tormdggt 

Lini e refe 

Ferramenta 



Cost. Fot. VllL dclV Europa P. //. 



SOUUB HBTHICBE. 


TALOB DI PBRIZIA 


t 88,843 
50,767 
70,001 

» i8,3«9 


» 
u 


1,808,739 

931.578 

75.968 

73,377 

3,889,562 


» 


» 


54,^80,000 
3,653,000 
3,33o,ooo 


» 


» 

Lir- 


3,438,000 




')6, 4 79,562 


i P. //. 




i3 



igO ARTI E SCIENZE 

volissiraa e degna delle più grandi lodi e di assai maggior prò* 
lezione è la fabbrica del signor Manfredini , in cui si eseguisce a 
perfezione i più ricercati lavori d'oro, d'argento e di bronzi do- 
rati. La squisitezza del disegno , la fina e ragionata eleganza e la 
novità suggerita dal buon gusto risplendono mirabilmente negli 
o<^getti che escono da questa fabbrica , ed in ciò sono d'assai su- 
periori al bronzi dorati della Francia. Veggonsi in essa preziosis- 
simi lavori modellati sul gusto antico del Greci , e furono anche 
nella medesima eseguiti in parte i getti dei cavalli giganteschi in 
bronzo che devono ornare 1* Arco trionfale della Porta del 
Semnione. Né lasceremo di fare onorevole memoria dell' altra 
fabbrica dì bronzi dorati e verniciati dei signori Strazza e Comp.j 
della fabbrica d'armi del signor Brlsonl che emulò in questo ge- 
nere la perfezione delle antiche armature che , siccome abbiam 
gik veduto, si fabbricavano in Milano nel XIV secolo; delle fab- 
briche di marrocchini di qualunque colore che gareggiano con 
quelli di Ginevra e d' Inghilterra , delle fabbriche finalmente di 
cristalli di Porlo, di Flumelatte , di ghisa, di vasi di terra cotta 
con diverse vernici , e di vasi , candelabri e lucerne d' alabastro 
con disegni di buon gusto ed ottimo stile. 

Le manifatture in Venezia non sono oltremodo floride ; gli spec- 
chi di Murano vengono ricercati perchè costano molto meno di 
quelli di Francia ai quali sono assai Inferiori In bellezza : quivi si 
lavorano altresì vetri, cioè bicchieri, fiori, perle false, conterie 
ed altre siffatte merci : in Venezia ci ha una fabbrica di cristalli, 
ove si lavorano bellissime lumiere; ivi si tessono stoffe leggiere 
chiamate dainaschetti , ed il broccatello di Venezia che serve di 
tappeto è anche oggidì mandato nel levante , ma in minor quan- 
tità dì quello che lo fosse per lo addietro: nel 1790 si contavano 
in quella città circa 4oo tessitori di seta; ma i migliori loro la- 
vori erano quelli delle calze; le manifatture in oro ed altre si- 
mili da orefice tenevano occupati circa cinquecento fabbricatori: 
le fabbriche di cera, le raffinerie per lo zucchero, la fabbrica 
della teriaca , della cera lacca , del sapone , delle funi , le fonde- 
rie dei caratteri , la porcellana , benché inferiore a quella di Fi- 
renze e di Napoli , sono tutte fabbriche che meritavano una volta 
maggior considerazione di quella che ne hanno al presente. Padova 
e Verona hanno buone fabbriche di panni la ni. 



dEcl' italiani igi 

Grande «^ pure il commercio che fa il Piemonte della seta 
torta : quivi si distilla ancora eccellente rosolio. Le principali pro- 
duzioni dello Stato di Genova consistono in sete e frutta .- le sete 
bianche del territorio di Novi sono assai stimate per h loro fi- 
nezza , bianchezza ed eguaglianza. Si fabbricano in Genova stoffe 
d'oro e d'argento, velluti, rasi, damaschi e molte altre slofle di 
seta : la carta che vi si fabbrica è meno stimata che per lo pas- 
sato. Risi , sete , lane , bestie cornute e porci formano il maggior 
commercio di Parma. I principali oggetti d'esportazione dal Bo- 
lognese sono la seta e la canape che vi cresce di un'ajtezz.i straor- 
dinaria : i veli di Bologna erano ima volta assai ricercati. Fiorisce 
1' agricultura nella Marca d'Ancona e nella Toscana, e le pianure 
ed i colli sono fertilissimi di biade, vini e fruiti. Assali pregevoli 
sono le manifatture di seta di Firenze; la fabbrica delle tappez- 
zerie era una delle più perfette delP Italia : la porcellana è slimata 
pe'suoi disegni. Stupisce il forestiere nel veder abbindoliate ed 
incolle le vaste campagne di Roma , una volta sì floride e si po- 
polate; l'industria dei Romani ora consìste in fabbricar vasi sacri 
e reliquiarj : vi si fanno cappelli di castoro e di seta; guanti bian- 
chi di pelle, corde da violino, perle false, terre colorate por la 
pittura delle stoviglie, fragranti pomate, e fiori artifìziali ; vi si 
mercanteggiano quadri , medaglie, cammei, marmi antif lii ed orien- 
tali e altri oggetti d'antichità. Le produzioni che forniano la base 
del commercio della citth di Napoli sono quelle del regno slesso; 
gli olj , cioò della Puglia e della Calabria, le sete, le lane della 
Basilicata e della Puglia, i vini, l'acquavite, l'orzo, la vena, il 
fermento, le frutta ed i legumi secchi. Si fabbricano in Napoli 
sete per cucire, nastri, stolTe e fazzoletti di seta, pannilani or- 
dinar], coperte di lana, di cotone, mussoline, bambagine triviali 
tele di canape e di lino, biancherie per la tavola, spirito di li- 
moni e d'aranci, confetti, maccheroni, vermicelli ed altre paste. 
Benché una gran parte delle produzioni e degli oggetti ch'escono 
dalle fabbriche di questo regno sieno comperate nelle provincie; 
quasi tutto il commercio però vien fatto dalle case di commissione 
della capitale. 



192 

ARCHITETTURA. 



Del risorgimento delta buona architettura , del suo secondo 
decadimento e ììuovo risorgimento , fino al presente. 



V. 



erso la Goe del secolo XIII. risvegliandosi l' ingegno umano 
dal suo lungo sonno, naa portando tuttavia l'impronta della sua 
recente barbarie , si occupava in una quantità di combinazioni più 
o meno bizzarre, senza però rinvenire le antiche traccie della ra- 
gione e del buon gusto. Finalmente comparve Dante e le sublìmi 
sue produzioni cominciarono a spargere una nuova luce sull'Ita- 
liana letteratura. Poco dopo le poesie del Petrarca e le prose del 
Boccaccio, gli sforzi di questi due sublimi ingegni per ricondurre 
gli spiriti allo studio dei classici Greci e Latini , prepararono , 
durante il corso del XIV. secolo, l'epoca felice del risorgimento 
delle scienze e delle arti in Italia. 

La scoperta dei manoscritti di Vitruvio , cui tanti ardenti pro- 
motori de' buoni studj si sforzarono d'illustrare , fissarono l'atten- 
zione specialmente di quelle persone che sentivano una inclinazione 
decisa per le arti belle. Si cominciò a spiegarli ed a commentarli 
con uno studio assiduo ; e 1' influenza dei precetti diede principio 
alla rivoluzione ch'era per seguire, e quella degli esempj la recò 
al suo termine. Finalmente gì' Italiani impararono ad osservare 
atletktamente ciò che da lungo tempo avevano avuto inutilmente 
sotto gli occhi ; e gli architetti di professione conoscendo quanto 
fosse necessario lo studiare i precetti dell' arte non solo ne'libri , 
ma ben anche negli antichi edifizj , se n'andarono a Roma, a Na- 
poli e in tutti i dintorni di queste due città per esaminare , mi- 
surare , disegnare tutti i preziosi avanzi dell' arte cui il tempo e 
gli uomini avevano rispettati ; e per si fatto modo si rinvennero 
le vere sorgenti di quest' arte , e da quell'epoca soltanto ebbe 
principio il risorgimento della medesima. Questa singolare rivolu- 
zione fu in gran parte l'opera di due grandi uomini, Bvunelleschi 
e Leon Battista Alberti , nati nella stessa città , e quasi nello 
slosso tempo. 



degl'italiani ,q3 

CI sia però lecito l'osservare colla scoria di ,m celebre nostro 
architetto e pittore signor Paolo Landriani (i), il q„ale gentil 
mente ci comunicò non poche cognizioni sul risorgimento della 
buona architettura , sul suo secondo decadimento e nuovo risor- 
gimento sino a' tempi presenti, che i Fiorentini sul principiare 
del secolo XIV. o fors' anche prima conobbero la poca venustà 
dell'architettura Tedesca, malgrado che nelle loro fabbriche prin- 
cipali la vedessero di gih ingentilita ed ornata in mille modi, e 
che perciò ricercassero un altro bello nella gih da più secoli ab- 
bandonata architettura GrecoRomana. Ciò possiamo dedurre dalle 
tre bellissime porte di bronzo del battistero di S. Giovanni di 
Firenze, essendo la prima fatta dal valentissimo artista Andrea 
Pisano nato nel 1270 e morto nel .345. Quest. superbissima 
porta per nulla gih ricorda nel suo disegno il Gotico gusto , tranne 
qualche picciola idea nella forma d' incassatura de' suoi bassi-rilie- 
vi , essendo tutto il rimanente di si buono stile che si direbbe fatta 
a qua' tempi di Roma ne' quali la buona architettura incominciava 
bensì a decadere , ma conservava tuttavia II fiore delle prineipnli 
sue bellezze e proporzioni. Cosi progredendo i Fiorentini a cercare 
il bello architettonico, dopo il bravo Pisano venne il celebre Lo- 
renzo Ghiherti, che a concorrenza del famoso Filippo Bnawì- 
leschi, scelto fu egli solo a fare le altre due porte dell' aecen 
nato battistero egualmente di bronzo, che da esso vennero ese- 
guite con disegno presso che eguale alla prima del Pisano , da 
qualche piccioln variazione in fuori nelle membrature della p.l,,- 
cipale cornice, cambiando gli ornamenti, ma incassandoli In simile 
riparto, fatti con tanta squisitezza di disegno e tanta venusi?; e 
variazione ne' superbissimi bassi rilievi , che meritarono d'esser 
chiamate da MichcC Angelo , Porte degno del Paradiso, e che 
il divin Raffaello ne imitasse le sorprendenti figure, l'elegante 
loro composizione. 

Pare da quanto abbiamo detto che la buona scultura siasi 
spinta avanti più celermente che la buona architettura, giacchò 
sotto il Ghibeni era di gih arrivala «d un grado tanto sublime 

0) %l' « l'autore delle - Ossn-vazioni sui difetti predoni mi Tv.iri 
dulia cattiva costruzione del palco scenico , e su alcune inavvertenze nel ./ini,,- 
sere le decorazioni ce. Milano, R. Tipog.aBa, ,8i5. .fppcndice .Ile osserva z,un, 
SUI Teatri e sulle decorazioni. Ibid. ec, 18^4 e di «lire opere. 



1^4 ARCHITETTURA 

da merilai'sl gli elogi e l'imitazione de' più grandi artisti , laddove 
le fabbriche che si fecero dal Pisano Cno al Ghibertì , poste- 
riore al primo di quasi un secolo, erano di un misto stile, che 
presagiva bensì il ritorno dell' architettura Greco-Romana, ma non 
giugneva ancora a scancellare il gusto semi-Gotico. 

La buona architettura incominciò appena a svilupparsi sotto il 
celebre Brunelleschi nato in Firenze nel iSy^ e morto nel i444* 
Egli vien chiamato il primo ristoratore della buona architettura ; 
ma ò forza confessare nell' esaminare le sue opere ch'egli è lon- 
tano tuttavia dalle belle forme e proporzioni degli ordini dell'an- 
tica architettura Romana. Il tempo da lui impiegato in Roma nel 
vedere e misurare i preziosi avanzi delle fabbriche antiche, come 
vien narrato nella sua vita , non gli giovò abbastanza per vedere 
giustamente , e per mutare lo stile dell' architettura de 'suoi tempi. 
Ambiva il Bi unelleschi di costruire la cupola della cattedrale Idi 
Firenze opera importantissima , cui nessuno già da cento anni avea 
osato intraprendere. Benché il Brunelleschi sia stato uno de'primi 
ad abbandonare l'arco di terzo acuto che caratterizza l'architet- 
tura della Gotica, ei però l'impiegò in questa occasione, proba- 
bilmente por conformarsi allo stile di una chiesa cominciata già 
da un secolo ; ma l' impiego giudizioso che seppe farne prova in 
egual tempo il suo sapere ed il svio g^nio. Noi però non risguar- 
deremo Brunelleschi come primo ed assoluto inventore di questa 
famosa cupola , poiché egli trovò già innalzata la soda forma a 
quell'altezza che gli diede il pensiero e del disegno e di una si- 
cura costruzione. Se fosse possibile vedere l'originale disegno della 
grande chiesa , saremmo tentati di credere che la maestosa cupola 
fosse già ideata dal suo primo architetto : che tanta solidità nella 
costruzione non avrebbe posta invano, né poteva coprirsi tanta 
larghezza dell'ottangolare spazio, che in forma di volta comune 
«elle cupole, ancorché sì volesse supporre ideato sopra un Gnl- 
meuto a guisa delle solite piramidi Gotiche, come quelle del Duo- 
mo di Milano. Noi dunque ammireremo piuttosto il Brunelleschi 
pel suo gran sapere, col quale trovò la maniera d'innalzare con 
tanta facilità una sì sterminata mole, cosa che a tutti in allora 
era creduta impossibile. Noi ne presentiamo la figura sotto il num. i 
della Tavola 8i. 

Nella medesima Tavola abbiamo altresì raccolti i disegni di 



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DEGL'lTÀLTAm IC)5 

alcune princip?ili opere dello stesso Brnneìleschi. Sotto i numeri 2, 
3 e 4 veggonsi la pianta , lo spaccalo ed alcune parli dell' ordine 
della chiesa di S. Lorenzo , e sotto i rmmeri 5, 6 e 7 la pianta , 
lo spaccato ed alcune parti dell'ordine della chiesa dello Spirilo 
Santo, tempi ambi due esistenti in Firenze. Noi faremo primiera- 
mente osservare che l' esecuzione di queste opere non corrispose 
sempre alle mire del Brnneìleschi ; ciò che sarà derivalo dal non 
avere egli potuto concepir liberamente i suoi progetti , o dal non 
essere questi stati eseguiti sotto la sua direzione. Per esempio la 
chiesa di S. Lorenzo era di gih cominciata allorquando ei s' ac- 
cinse a recarla a termine j mentre qnella dello Spirito Santo fu 
innalzata sui suoi disegni dopo la di lui morte, circostanze che 
ci fanno conoscere forse la cagione dei difetti di questi edifizj , 
ma che ci dimostrano in egual tempo i progressi dell' arte. La 
pianta della chiesa di S. Lorenzo non è senza merito, ma vi si 
scorge una certa indecisione che dimostra i timidi passi dell'artista 
nella sua nuova carriera. Questo carattere é forse ancor piij sen- 
sibile nelle parli di decorazione: la forma dei capitelli e delle 
basi sono di buono siile; ma gli inlercolonj troppo larghi, la 
picciolezza delle cornici, l'altezza de' pilastri del centro della chie- 
sa, le troppo strette aperture delle finestre, le modanature del 
circuito delle cappelle che van profilandosi fin verso il pavimento, 
ci fan sentire tuttavia l'influenza del sistema Gotico da cui Bra- 
nelleschi cercava d' allontanarsi. Una pianta di più felice propor- 
zione ; una distanza di colonne più ben intesa, mezze colonne so- 
stituite ai pilastri secchi e meschini , ornamenti più sobriamente 
distribuiti e meno pesanti , unith finalmente ed eleganza congiunta 
ad un carattere semplice sono tutte particolari ih che ammironsi 
nella chiesa dello Spirito Santo , costruzione posteriore a quella 
di S. Lorenzo, e che ci dimostra i progressi che Brnneìleschi 
faceva nell'architettura. Una prova maggiore del suo spirito d'in- 
venzione, e del gusto ch'egli aveva dello stile antico ei ci lasciò 
nella chiesa degli Angeli , cominciata in Firenze sui suoi disegni , 
ma non ancora terminata ancbe al presente. Vasari ci scrisse che 
Brunelleschi incaricato della costruzione di molte fortezze, diede 
a divedere che la solidith , parte veramente essenziale dell' archi- 
tettura , non era a lui straniera ; e noi possiamo formarci un' idea 
de' suoi principi a tale proposito dall' osservare il palazzo Pilli, la 



igS ARCHITETTURA 

cui facciata , vedi la Tavola suddetta niim. 8, venne innalzata 
sul suo disegno fino al cominciare del primo piano. 

Mentre in Italia fiorivano molti ingegni che conoscevano il 
buon gusto della Greca e Romana architettura , e che già eransi 
occupati nell' innalzare edifizj che si avvicinavano a quell* ottimo 
stile , in Milano si edificava il gran tempio nello stile che domi- 
nava allora piìi particolarmente in Germania, e che noi chiame- 
remo Gotico moderno. Ma come mai avvenne che mentre non 
mancavano in Italia ed in Milano specialmente uomini di sommo 
merito nelle arti , che mentre Giovanni Galeazzo Visconti teneva 
un'accademia nel suo palazzo di ottimi artisti, che mentre erano 
chicirissimi i nomi di molti celebri architetti cadesse la scelta sa 
di un disegno di Gotica architettura ? Noi siamo d'avviso , che il 
disegno messo in opera fosse stato eseguito molti anni prima, cioè 
quando il popolo Milanese aveva pensato a fare una cattedrale 
degna della grandezza e magnificenza della capitale della Lom 
bardia (i); e che sissi fatto uso di questo antico disegno, perchè 
se n'ebbe in pregio la magnificenza, la grandezza, la regolarità 
e giusta simmetria (2), Tale congettura viene consolidata dal Ge- 
sariano ne' suoi Comentari di Vilruvio , nei quali trovasi fatta spe- 
ciale menzione del Duomo di Milano , e riportate la pianta , la 
facciata, lo spaccalo, e diverse altre parti del medesimo, secondo 
l'originario disegno, attribuendolo ad autore Tedesco; ed è so- 
stenuta in oltre dalla quantità di cospicue fabbriche di stile Go- 
tico , di cui la Germania abbondava in tempi più rimoti , e dal 

(i) Ad utìlitatcm , et dehìlum ordinem fahrirae Majoris Ecclesiae Medio- 
lani , quae de noi'O Deo propitio , et intercessione ejusJem Virginia gluriosae, 
sub eius uocabulo , jam muhis retro temporibus initiata est , et quae mine di- 
vina inspiratione et suo condigno favore fabricatur eie. Così nel decreto fatto 
dai deputati sopra la fabbrica 1' anno 1387 ^* '^ '^' ottobre esistente in un Co- 
dice dell' AixViivio pubblico. 

(2) Che il diseguo sia anteriore d'assai alla sua esecuzione se ne persuaderà 
facilmente qualunque conoscitore che lo paragoni alle altre fabbriche insigni fatte 
nel medesimo tempo. Meno acuti gli archi; più distanza fra piloni e piloni , 
e più aria di moderno si vede per esempio nella chiesa di S. Petronio in Bolo- 
gna ed in quella delia Certoia di Pavia, cominciata la prima quattro anni sola- 
mente dopo il Duomo di Milano, e l'altra fatta innalzare dallo stesso Duca Gio- 
vanni Galeazzo; onde pensiamo che i Mibmesi abbiano voluto servirsi dell'antico 
disegno, ridicendolo a maggior ampiezza e copia d'ornamenti, e che a questo 
fine , oltre la necessaria soprantendenza , siano slati chiamati tutti gli architetti, 
dc'qiial- si f;i menzione ne'libri della fabbrica. 



OEGL ITALIANI l'gy 

confronto di parecchie di esse che hanno in varie parti una stretta 
relazione col Duomo di Milano (i). 

Fosse poi religione, o fosse, siccome dilla maggior parte si 
vuole , la non mai sazia ambizione di Giovanni Galeazzo Visconti 
che per ogni modo lasciar volendo ai secoli venturi un monumento 
eterno della sua gr.indezza portasse quel Principe a fabbricare il 
Duomo di Milano non meno che in magnifica Certosa presso Pa- 
via , nulla dee importare allo scopo che unicamente tende al- 
l'osservazione di questi maravigliosi monumenti d'archiletlnra e di 
scultura. Quindo Giovanni Gale^izzo si determinò ad innalz<ire il 
Duomo di Milano non ci era in Roma la superba chiesa di S. Pietro, 
né in Londra quella di S. Paolo; e l'immensa mole che disegnò 
Gian Galeazzo ed innalzò in Milano, era per que^ tempi la più 
grande, la pili ardita e la p!ù magnifica del mondo, senza eccct 
tuarne Santa Sofìa di Costantinopoli. Che se il medesimo Duomo 
venne poscia superato per vastità o per ottimo gusto dal famoso 
tempio di S. Pietro, esso viene ciononostinte annoveralo anche al 
presente fra i più insigni edifizj del mondo per la mole gigan- 
tesca e sorprendente, per la magnificenza e ricchezza, per la sin- 
golarlth del disegno, per la qualità della materia ond' è costrutto, 
e per la prodigios^ copia degli ornamenti , delle statue e de'b?issi- 
rilievi che in ogni parte l'adornano (2) Vedi il prospetto nella 
Tavola 82. 

(i) Fra queste .iccrniieremo specialmente la rinomata cattedrale di Colonia, 
cdifÌ7Ìo principiato nel I2|8, sebl)Ciie appena terminato per mela, in cui le di- 
mensioni , la pianta colle sue proporzioni, gli archi rampanti , ed il genere delle 
guglie somigliano perfettamente a quelle del Z)(/()/no di Milano. La rassomigli.inza 
di tante parli fra questi due edifi^j è così evidente, che ci sarebbe motivo di 
congetturare che la pianta di quella abbia servilo di norma pel Duomo mede- 
simo. Se ne può f.iie un esatto confronto coi bellissimi disegni che si sono pubbli- 
cati nella magnifica Descrizione della della cattedrale di Colonia. Quest'opera 
eseguita con tanta diligenza, e con tanto lusso dovrebbe risvegliare ne'doviziosi 
nostri concittadini un egunl patrio amore ed incoraggiare i valenti nostri artisti 
ad intraprendere una descrizione del suddeto Duomo che eguagliasse il merito di 
quella del tempio di Colonia, e che facesse cosi conoscere meglio di quello che 
Cuora si è fatto i pregi esimj del più grande e più pregevole edifizio di questo 
genere. 

(i) Quesf è un'opera degna di Re e d' Imperadori , dice Io Scamozzi , Parf. I, 
Iib. 1., e per grandezza, per nobiltà di marmi e numerosità delle sculture , e 
intugli, e lauorì da poter paragonarsi a qualunque altro tempio , che faces- 
sero i Greci e Romani. 



198 ARCHITETftJRA 

Si pretende coiuHnemenle che questo sontuoso edìGzlo abbia 
avuto principio il i5 di marzo del i386, e che lo stesso Duca 
in quel giorno abbia posto la prima pietra delle fondamenta. Altri 
affermano che abbia avuto principio soltanto nel 1887; ma que- 
ste varie opinioni sono facilmente conciliate , ove sappiasi che es- 
sendo stato il Duca mal soddisfatto delle fondamenta del primo 
fabbricato, lo fece ricominciare l'anno appresso su di un'area più 
vasta. 

Malgrado delle ricerche dei piìi diligenti scrittori è tuttora 
ignoto il nome dell'architetto che ideò il prinio disegno di questa 
fabbrica. Il Conte Giulini impugnò valorosamente 1' opinione di 
quegli scrittori che attribuirono il primo disegno ad un certo 
Enrico Ganiodia o Zamodia , architetto Tedesco, e provò che 
quell'architetto non fu chiamato a Milano se non se nel iSgi. 
L'opinione del Torre che ne attribuì l'invenzione 4 Giovanni 
Antonio Onìodeo è affatto distrutta , essendo provato ad evidenza 
che questo esimio architetto e scultore , che per lungo tempo pre- 
stò con sommo onore l'opere sue alla fabbrica, non visse che 
un secolo dopo P incominciamento di essa. I primi architetti, di 
cui si abbiano certe notizie, sono Marco da Campione e Simone 
da Orsenigo , cui alcuni scrittori impresero ad attribuire il pri- 
mitivo disegno ; ma anche siffatta opinione fu trovata priva di 
fondamento. 

Noi pensiamo che lutti gli uomini dell'arte consultati servis- 
sero per condurre ad esecuzione ciò che da altri potè essere stato 
inventato, o che fu d'uopo dì andare modificando e adattando a 
seconda dei bisogni o delle difficoltà che s'incontravano in quel- 
l'arditissima impresa. Sembra evidente che se l'ingegnere, princi- 
pale autore dei disegni e architetto primo della fabbrica, avesse 
posto la mano a quest' opera non si sarebbero fatte tante consul- 
le , e non vi sarebbero stati tanti diversi capi ingegneri. Abbiamo 
la memoria di oltre 3o architetti in una dozzina d' anni con pri- 
marj impieghi, il che non vedesi esser acc^^duto in alcun altro 
ediGzio, ove il nome, il merito e la dignità dell'inventore pri- 
meggiando assolutamente seppellivano in una necessaria dimenti- 
canza quasi tutti i subalterni. Ma noi non istaremo qui a fare una 
lunga nomenclatura di tutti gli architetti che prestarono la loro 
opera nell' ediGcazione di questo tempio. Abbastanza se n' è parlato, 





n 



t 



DEGL ITALIANI 1 99 

specialmente in questi ultimi tempi dai nostri scrittori nelle de- 
scrizioni del medesimo. Ciò che più imporla si ò di dare in que- 
sta breve storia dell' architeliura un'idea dell'iiUeru» ed esterna co- 
struzione di si sorprendente edifizio. 
Descrizioìie della pianta e dell' interno del Duomo. 

Maravigliosa e sublime è la maestà dell' interno. Gli enormi 
piloni che si slendoiio in larghe file da un capo all' altro di que- 
sto vasto tempio , quegli archi arditissimi che sostengono le volte 
di prodigiosa altezza e quanto ad esse sovrasta , 1' eleganza , e nel 
tempo stesso la solidità della fabbrica , tutto in somma eccita l'am- 
mirazione dello spettatore e dell'ariista. La pianta dell' edifizio pre- 
senta la forma di una croce Latina , il cui braccio più lungo di- 
videsi In cinque navate corrispondenti alle cinque porte d' ingresso. 
Vedi la Tavola 83 mini. i. Le due braccia laterali formano altresì 
tre navi e sono sporgenti in fuori del corpo dell' edifizio, (pMiiio 
è la larghezza d'una delle navnle minori, e la larghezza loro è 
la metà di quella di mezzo. Le navate sono divise da Sri colon- 
ne, ossia piloni quasi ottangolari, forniti di basi e capitelli, e, 
secondo lo stile Gotico, accompagnati pel lungo da cordoni sbal- 
zanti. Il loro diametro è lo stesso , tranne quattro che sostengano 
la cupola, i quali hanno una quinta parte di più degli altri in 
grossezza. Su di essi posano le arcate in sesto acuto e le volte 
in crociera. Nella cupola otlangoljire , con lanternino rotondo nel 
mezzo, vedonsi all' ingiro olio fincsue, chiuse da vetri colorali, 
e quattro mezze figure sporgenti negli angoli, rappresentanti i 
Dottori della Chiesa. La volta dipinta a chiaro-scuro presenta un 
ricco accoppiamento di ornamenti e trafori di Gotico siile , ed i 
quattro archi sono ornati al di sopra di sessanta figure in basso- 
rilievo con cordoni che le dividono. Vedi nella Tavola 84 mini, i 
lo spaccalo del Duomo per traverso. Nove intercolonj formano 
la lunghezza del tempio sino alla diramazione della croce. La 
lunghezza totale delle braccia equivale a otto intercolonj , ed a 
tre e mezzo l'ultima parte della croce, in cui ò situato il coro, 
e 1 estremila di questa termina in tre lati di un ottagono. Es- 
sendo le navate di mezzo di maggiore altezza delle altre, sporge 
quindi nei muri laterali superiormente a ciascun pilone un terzo 
di pilastro con un capitello , su di cui posano le arcate e le volle 
delle navi stesse. 



aOO ARCHITETTURA 

Contrapposti ai plUslri esteriori dell^ fabbrica esistono lungo 
1 muri che formano la periferia interna , trentasei mezzi pilastri, 
e negli angoli due quarti, che servono pure a sosi'gno delie volto. 
Tutti gli accennati capitelli sono ornati di scuhurt;; m?» degni 
di speciale osservazione sono quelli dei piloni laterali delle grandi 
navate di mezzo , e di altri dieci che circondano il coro , il che 
fa in tutto il numero di 36. Sono essi formati di otto nicchie 
disposte all' intorno con entro statue di vistosa dimensione , sor- 
montate da eleganti baldacchini di stile Gotico , da fregi , rabeschi 
ed altre picclole statue. E sorprendente che codesti capitelli , 
pressoché eguali nella forma, siano per altro tutti diversamente 
composti per quello che risguarda la distribuzione degli ornamenti. 
Una tale varietà, che tanto accresce la decorazione dell'interno 
del tempio , e rende codesti capitelli unici nel loro genere , pre 
sentì un'esatta idea della ricchezza e del gusto bizzarro della Go- 
tica architettura. Essi sono stati disegnati per la maggior parte 
da Filippino da Modena nel i^oo. All'oggetto di maggiormente 
appagare il leggitore abbiamo aggiunto nelln Tavola 83 niim. 3 
il disegno di uno di essi. Lungo il muro circondario del tempio 
sono distribuite le ampie ed oblonghe finestre ornate da eleganti 
e variati rosoni , e di altri lavoi'i di Gotico stile. Nel disegno pri- 
mitivo erano progettate tre sole porte nellte tre navi di mezzo , 
corrispondenti agli amplissimi finestroni che occupano i tre lati 
all' estremiti dietro al coro , e due porte erano praticate in capo 
alle due braccia della croce , che vennero poi murate per ordine 
dell'Arcivescovo S. Carlo Borromeo. Quindici finestre veggonsi 
per ogni fianco, non coaiprese le tre più grandi dietro al coro, 
e le mezze finestre superiori alle due grandi cappelle che furono 
sostituite alle suindicate porte laterali. Altre picclole finestre, or- 
nate pure di trafori , scorgonsi lateralmente alle navate maggiori 
ed alle mezzane che le fiancheggiano , e queste sono poste supe- 
riormente ad ogni arcata. Oggetto di maraviglia sono i telai mar- 
morei dei tre suddetti grandissimi fioeslroni dietro al coro di 
altezza braccia 36 e di larghezza braccia 6. Il muro sopra cui 
essi cominciano è alto braccia io, e braccia 5i once 6 è l'altezza 
totale della navata. Vedi la Tavola 84 nutn. 2. 

Innanzi di proseguire nella descrizione crediamo conveniente il 
dare nella seguente tabella le dimensioni in braccia Milanesi di 



J-Mr. IW. //// 




' y/i'rrrf///7 ^/,/ _///^v//^' 




/^/a/r, /a//^y,„,/<- 




- /a.a x/4 A^r/^ '// y^o.n 



DEGl' ITALIAHI aoi 

codesto grandioso edifizio raccolte dalle più recenti misure. Av- 
vertasi che il braccio Milanese è l'estensione di un piede e dieci 
pollici di Parigi, cosi che sei braccia si calcolano prossimamente 
undici piedi reali dì Francia. 



Braccia Milana 
Lunghezza interna della facciata sino all'estremità dietro 

al coro >> 24<J. 

Larghezza delle cinque navi prese insieme > 

Larghezza dalTuna all'altra estremità dei due rami la- 
terali della croce , senza lo sfondo delle due grandi 

cappelle » 

Larghezza della croce collo sfondo di dette cappelle. » 
Larghezza delle Ire navale che comprendono il coro. " 
Larghezza delle picciole navate, misurate da centro a 

centro dei piloni " 

Larghezza delle navate di mezzo » 

Altezza delle navate maggiori , dal pavimento alla super- 
ficie della volta » 

Altezza delle navate medie , misurate come sopra . » 
Altezza delle navate minori, misurate come sopra. » 

Diametro dei piloni j 

Grossezza del muro che chiude l' ediOzio. ...» 
Altezza de' 52 piloni, compresola base ed il capitello. » 
Altezza del pavimento alla sommità della cupola sino 

alla lucerna u 

Altezza della lucerna » 

Altezzi esterna della guglia maggiore sovra la lu- 
cerna •> 

Altezza della statua in rame dorato della Beata Vergine 

posta sopra la suddetta guglia » 

Altezza maggiore interna , compreso la lucerna . . » 

Altezza totale del pavimento alla sommità della detta 

statua » 



96. 6 



7 
ia3 



Da questa esposizione delle misure rilevasi che poche fabbriche 
in Europa presentano un'eguale altezza, ed una si vasta circonfe- 
renza. Crediamo di fare cosa grata ai nostri leggitori riportando 



202 ARCHITETTURA 

il confronto fatto dal conte Verri nella sua Storia di Milano 
«Ielle dimensioni del nostro tempio colle principali cattedrali d'Eu- 
ropa. S. Paolo di Londra , così egli , è lungo 5oo piedi d' In- 
ghilterra, largo 249, e la cupola è d'altezza piedi 34o; alla som- 
mità della quale evvi la croce di altri dieci piedi j onde l'altezza 
somma è piedi 35o. Sctn Pietro di Roma è lungo 829 l/V, palmi 
Romani; alU croce è largo palmi 6i5; e dal pavimento sino alla 
sommità della croce sopri il lanternino, è la somma altezza pal- 
mi 598. Il piede Inglese è once sei , punti uno, attomi otto e {f5 
d" attorno del braccio nostro. Il palmo Romano è quattr* once, sei 
punii ^y^ioo d' un attorno del nostro braccio. Ridotto il paragone 
a braccio Milanese. 

Altezza. Lunghezza. Larghezza. 

Duomo 180. 249- ^fi ^ i48. i/3 

S. Paolo 174* ^56. 127. 1/2 

S. Pietro 222 [/ì 3ii. [/, 23o. '^f\ 

Il Duomo di Milano supera S. Paolo di Londra nell' altezza 
e nella larghezza; ma è 4^ braccia meno alto, 61 ^sbraccia 
meno lungo, e 82 y,} braccia meno largo di S. Pietro. 

Si avverta però che il Duomo medesimo in quanto ai lavori, in- 
tagli e statue è superiore a tutte le chiese del mondo, non ec- 
cettuato il tempio di S. Pietro. 

La parte piìi ammirabile e sorprendente di questo edifizio è 
quella che trovasi superiormente al tempio. Inoumerabile è la copia 
degli ornamenti portata dalle differenti altezze delle navi e delle 
volte acute, dei parapetti traforali posti alla cima di ogni piano, 
the servono di corona alP edifizio, ed alle varie gallerie sulle 
quali si passeggia ; delle diverse scale di marmo che conducono 
dalle minori alle maggiori altezze delle navate , e dei canali ele- 
gantissimi posti per lo scolo delle acque. Vedi nella Tavola 83 n. 2 
la pianta superiore del tempio. 

Le aguglie terminate ed abbellite di statue e di Gotici arabe- 
schi sono a quest' ora circa 80 oltre a 24 aguglie minori ; ad 
opera Bnita dovranno esstre in tulio i35, comprese le quattro 
aguglie di forma diversa aventi scala a chiocciola per salire al- 
l' agnglia maggiore, delle quali una soli fu costrutta per opera 
dell'architetto della fabbrica Giovanni Antonio Oniodeo , la cui 
immagiue trovasi scolpita nella medesima. L'aguglia di mezzo si- 



degl'italiani ao3 

gnoreggia tutte le altre minori; e questa bizzarra costruzione 
deesl air architetto Francesco Croce : essa sta come regina in 
mezzo a sedici aguglie minori , otto delle quali son sormontate da 
stella di bronzo dorato , ed otto hanno angioli nella loro sommith. 
Quantunque si fosse da principio stabilito di portarla ad un'al- 
tezza maggiore , pure non le si diedero se non braccia 49 di ele- 
vazione al di sopra della lanterna , e si pose sulla sua sommila , 
siccome abbiam già accennato, la statua di braccia 7 in rame 
dorato , rappresentante la Beata Vergine. Ma passiamo a parlare 
della facciata che dopo tante vicende ora vedesi ridotta a ter- 
mine. 

Smarrito o non curato l'antico disegno della facciata, non si 
pensò ne' primi due secoli della fabbrica a rifarlo, occupati dal 
restante dell'opera. Egli fu segnatamente nel i56o, allorcht> S. 
Carlo Borromeo venne eletto alla sede Arcivescovile , che i lavori 
ricevettero nuova vita, rivolgendo egli eziandio il suo pensiero 
all'innalzamento di una facciata, la quale dovesse corrispo-ndore 
alla ricchezza delle altre parti dell' edifizio , e diede quindi nel 
1567 l'incarico d'immaginarne il disegno all'architetto Pellegrini. 
Venne ad esso in capo di unire lo stile Romano col Gotico, e 
due disegni ne fece fra loro poco differenti che morto il Santo 
non ebbero effetto. T lavori vennero riassunti nel iSc^S dal Car- 
dinale Federico Borromeo , che rivolgendo specialmente le sue 
cure all'innalzamento della facciata, si servi d'uno dei disegni 
del Pellegrini. Le porte e le finestre sul disegno di questo archi- 
tetto erano pressoché ultimate, allorché Carlo Buzzi protestando 
contro 1' ordine architettonico della facciata , presentò all' ammini- 
strazione nel 164^) due disegni di stile Gotico, l'uno con due 
grandiose torri (juadrale che fiancheggiavano la fronte, terminate 
a guisa di campanile, l'altro con pilastri. Avvertiremo che in 
questo disegno , come in un altro di stile Gotico presentato dal- 
1 architetto Francesco Castelli, erano conservate le porte e le fi- 
nestre del Pellegrini , sia per la loro bellezza , sia perchè ciò 
fosse dettato dall'economia. L'amministrazione dopo di avere con- 
sultato parecchi architetti diede meritamente la preferenza al se- 
condo disegno presentalo dal Buzzi ; ma il lunghissimo tempo 
trascorso nelle deliberazioni e nei preparativi privò il dello archi- 
tetto della gloria di dirigere l'esecuzione del suo progetto; e solo 



204 ARCHlT£TTORA 

dopo la di lui morte avvenuta nel i658, vennero innalzati i due 
pilastri doppj che fiancheggiano la porta principale. Lo stesso 
genere di pilastri venne in seguilo continuato , e sono quelli ap- 
punto che scorgonsi attualmente posti alla facciala , cioè doppj 
agli angoli della medesima ed al fianchi della porta principale e 
semplici tra le porte minori. Vedi la Tavola 8a ed il iium. 4 
della Tavola 83. 

Durante un intero secolo i lavori non avanzarono se non se 
con estrema lentezza. Il proseguimento del progetto del Buzzi, 
non che l'opinione degli architetti del secolo X\TtI., i quali ad 
alta voce riprovavano l'unione del Romano col Gotico stile, in- 
dussero l'amministrazione ad ordinare nel 1790 la demolizione 
di quella parte della facciata ch'erasi eretta sul disegno del Pel- 
legrini, del quale non si conservarono che le porte e le finestre. 
La stessa lentezza nei lavori proseguì sino al i8o5, allorché Na- 
poleone, allora Imperatore dei Francesi e Re d'Italia, diede nuova 
vita alla fabbrica , ordinando la sollecita ultimazione dell' edlfizio, 
ed assegnando a tal uopo cinque milioni di lire Milanesi a carico 
dello Stalo, e le somme che sarebbonsi ricavate dalla vendita dei 
fondi appartenenti alla fabbrica del Duomo. Le prime cure fu 
rono rivolte all'ultimazione della facciata, la quale venne intra- 
presa su di un disegno congegnato col parere della R. Accademia 
delle Belle Arti dai signori architetti Amati e Zanoja sui mo- 
delli già esistenti degli architetti Buzzi e Soave , ridotti più sem- 
plici all'oggetto di minorarne la spesa. Il disegno doveva corri- 
spondere alle superiori prescrizioni : cioè di conservare i lavori 
preesistenti , di mantenere nel restante della nuova fronte lo stile 
dominante dell'edifizio, e di non oltrepassare nelle spese di co- 
stru/.ione I limiti stabiliti dal governo d'allora. Questa succinta 
esposizione porrà in luce , che uè il rispettabile Corpo Accade 
mico , né i distinti artisti cui era alBdata l' esecuzione avrebbero 
di buon grado aderito all'accoppiamento dello stile Gotico col 
Romano , di cui conoscevano appieno la discordanza , se non vi 
fossero stati costretti d^lle succennate circostanze. In un biennio 
circa venne lermln.-ta la fronte di questo sontuoso edifizio. Desta 
maraviglia la quantità di statue, di bassi rilievi vagamente distri- 
buiti, di graziosi ornamenti distilo Romano e Gotico, di rabe- 
schi e d' infiniti lavori che campeggiano sulla facciata di questo 



deol' italiani 2o5 

Duomo. Essa può paragonarsi ad un museo di sculture, in cui 
il conoscitore scorge i successivi progressi del)' arte, e può am- 
mirare delle opere di sommo pregio, in favore delle quali condo- 
nerà quelle meno perfette che vi s' incontrano (i). 

Chi desiderasse di leggere una piìi estesa e circostanziata de- 
scrizione di questo tempio, potrebbe consultare oltre le Guide 
di Milano di Bianconi , Pirovano ec. l' opera sulle prìncinaU 
fabbriche di Milano del signor Marchese Gioachimo d' Adda , la 
Descrizione fattane dal signor Franchetti , ed in ispezie la De- 
scrizione storico critica di questo insigne tempio corredala da 65 
tavole, che fu pubblicata anni sono da Ferdinando Artaria, 

Non vogliamo omettere di fare un breve cenno della magni- 
fica Certosa presso Pavia fatta fabbricare dallo stesso Gian Ga- 
leazzo Visconti che nel 1896 agli 8 di settembre pose la prima 
pietra del tempio (2). Dicesi che l'architetto del niagnifico tempio 
sia stato iJ Tedesco Enrico Gamodia , cioè quello stesso cui ven- 
ne attribuito il disegno del Duomo dì Milano j altri sostengono 
che sia stalo Marco da Campione , e questa opinione è forse più 
probabile , essendo che questa chiesa è bensì essa pure di stile 
Gotico, ma gode di eleganti ed armoniche proporzioni, e non è 
sopraccaricala da troppo minuti tritumi, di cui abbondano le fab- 
briche veramente Gotiche. La sua forma è la cosi detta croce La- 

(1) La facciata è ornata di 2,40 statue di varie dimensioni. Sotto la direzione 
del signor architetto ohmici che dorò sino al i3 maggio i8i3 si collocò in quc- 
st' edifìzio il numero straordinario di circa altre i55o statue, l'iìi di due mila e 
cento sono le statue poste in opera, ed a tremila e cinquecento circa ascende il 
numero totale tra grandi e picciole, che devono dar compimento all'edifì/.io. Il 
felice proseguimento dei lavori ora devesi alla perizia ed allo zelo del signor ar- 
chitetto Pietro Peslugulli e del signor Giuseppe Pollali archittllo aggiunto alhi 
fabbrica. Alla mancanza di mezzi, attesa l'alienazione dei fondi appartenenti 
per r addietro alla fabbrica a titolo di patrimonio, ha supplito Ja munificenza 
di S. M. l'Imperatore Francesco I., coli' assegnare ogni anno la somma di lire 
Italiane 100,000, di cui la metà per le spese di culto e le riparazioni del tem- 
pio , e l'altra per la continuazione dei nuovi lavori. 

(2) Nessuno prima del signor Marchese Malaspina di Sannazaro aveva dato 
una descrizione compiuta di questo sontuoso cdiBzio: egli supplì a tale mancanza 
colla sua Descrizione della Ccriosa di Pavia pubblicata in RIilano nel 1818 coi 
tipi di Giovanni Bernardoni , e con nuove ajjgiuiite e correzioni ristampate nella 
sua Guida di Pavia l'anno 1819, deil.i quale forma la quinta ed ultima parte. 
Ora si stanno incidendo dai valenti fratelli Gaetano e Francesco Durclli tulle 
le parti di qu.sta maestosa falibrica in ifii tavole, i cui disecni eseguili colla 
maggiore accuratezza hanno ottenuto gli applausi del corpo A cadcmico. 

Cosi. Fol. yill. dclV Europa P. IL i4 



2o6 ARCHITETTURA 

lina; è lunga braccia Milanesi i65, ha tre navate, oltre allo 
sfondo delle cappelle in numero di quattordici , cioè sette per par- 
te , non compresi i due sfondi della croce e l' aitar maggiore , 
e nel centro di questa croce s' innalza una svelta e solida cu- 
pola. 

Lì facciata è opera posteriore anche alla morte di Giovanni 
Galcjzzo seguita nel i4o2, e venne questa intrapresa verso il 
3473 sui disegni di Ambrogio Fossano pittore e architetto. Essa 
è pure di stile Gotico, ma alquanto diversa da quello del rima- 
nente del tempio, ed è poi ornata da gran numero di sculture y 
contandosi sulla cima 44 statue, e nel basamento 5o medaglio- 
ni , oltre i molti bassi-rilievi ai quattro grandi finestroni, alla por- 
ta principale d'ingresso, e frammezzo ad essi. In questa ricchis- 
sima facciata molti artisti v' impiegarono i loro scalpelli , di cui 
copioso catalogo ne somministra un'antica cronica che trovavasi 
presso que' monachi , senza segnare però le opere che all' uno e 
all'altro appartengono. Fra questi si distinguono Giovanni Anto- 
nio Aniadeo , Battista e Cesare da Sesto, Marco A grate , An- 
drea Pusina , Cristoforo Solari detto il Qobbo , Agostino Basti 
detto il Bambaja , Giovanni Giacomo deìln Porta ec. I finestro- 
ni della facciata sono ornati di minuta e fina scultura , e sovra 
tutto bellissime sono le tre colonnette che sostentano il sesto acuto 
di ciascuna di queste finestre. Tali colonne benché di for'na non 
propria alla loro funzione, ma piuttosto ad uso di candelabri, 
sono pregievoli al sommo tanto per l'insieme del disegno che per 
la bellezza delle parti, cosicché dagli intelligenti se ne attribuisce 
l'opera ad Agostino Busti, che sovra tutti i citati scultori si di- 
stinse per la finezza del tocco; ed a questo artista pare che pos- 
sano appartenere le altre belle sculture che trovansi tra la porta 
ed i finestroni. 

Quantunque questa facciata non sia del migliore stile architet- 
tonico, e che ivi alle buone sculture trovinsene eziandio miste delle 
Tuediocri, pure la ricchezza del lavoro e la bellezza esimia di più 
p^rti m'^estrevol mente scolpite, fanno sì che a ragione deve essere 
ammirata dal collo osservatore. 

Dopo questa lunga, ma necessiria digressione ripigliamo il filo 
della storia del risorgimento della buona architettura , ed osservìa* 
^Q i progressi ch'essa andò facendo nel vero bello. 



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DBGL ITALIANI 30^ 

Al Briuiellcsclii venne in seguito il celebre Leon Battista Al' 
berti, che nacque in Firenze nel iSgS e mori nel 1472. Questi 
non solo coli' arte pratica, ma ben anche co' suoi scritti spiegò 
gli ordini architettonici tutti nel suo distinto carattere, avendoli 
con più sensate proporzioni desunti dagli antichi monumenti e dai 
precelti del grande Vitruvio appena a' suoi tempi conosciuti da 
qualche erudito e non dall' architetto guidato più dalla pratica che 
dalla teoria. Ma a dir il vero V Alberti conobbe anch' egli l'in- 
sieme delle generali proporzioni architettoniche, ma non già quel- 
lo delle singole parti per formare un corpo perfetto. Ciò si scorge 
ad evidenza nella sua bellissima chiesa di Sant'Andrea di Man- 
tova, la quale nella totalità ha leggiadre proporzioni, cui però 
non corrispondono le invenuste sue trabeazioni ; per la qual cosa 
ammiransi bensì le sue opere, ma non sono copiate da alcuno « 
siccome non lo sono tante altre tenute in gran pregio a' suoi tem- 
pi. Conchiuderemo quindi che né meno il tanto rinomato Alberti 
può essere chiamato assoluto ristoratore della buona architettura. 
Nella Tavola 85 noi vi presentiamo una delle principali sue opere, 
cioè la suddetta chiesa di Sant' Andrea in Mantova , il cui dise- 
gno venne eseguito àfiW Alberti per ordine di Luigi Gonzaga Mar- 
chese di Mantova che per le sue virtù e pel suo gusto per le scien- 
ze e le arti si meritò il titolo di Augusto. Sotto il num. i vedesl 
la pianta dell'edifìzio Gli spaccati dell'interno num. 2 e 3, non 
conservano, al dire di d' Agincourt, del progetto originale che la 
proporzione delle partì indicate nella pianta, essendo stato esegui- 
lo il tulio dopo la morte dell'artista avvenuta in Roma nel i47^* 
La facciata num. 4 a guisa di un arco trionfale decorato con ric- 
chezza e semplicità, ci richiama alla memoria l'arco di Rimini 
ed altri archi di Roma studiali àtiW Alberti, che avea formalo il 
suo stile sull'esame de' medesimi. Le parti componenti gli ordini 
veggonsi nella slessa Tavola sotto i numeri 5, 6, 7 e 8. 

Dopo l' Alberti venne Bartolommeo Bramantino Milane- 
se , il quale , secondo il Milizia , /ìorl circa la metà del 
secolo XF. , fece molte fabbriche in Milano, Ju uno dei pri- 
mi ad introdurre nella sua patria la buona architettura , e da 
lui apprese molto Bramante , non già Bramante Lazzari da 
Urbino , ma un altro Bramante da Milano , che in quehempi 
passò per buon architetto. Qui il Milizia non sembra abbastanza 



2o8 ARCHITETtURÀ. 

informato, essendo cosa certa che Bramante d^ Urbino fu real- 
mente in Milano ne' tempi del Bramantino , stando scritto nella 
Fifa di Leonardo da Finci , che questi due architetti operarono 
insieme. Da ciò nasce la quistione, se tutte le fabbriche volgar- 
mente attribuite a Bramante siano dell' Urbinate o del Bra- 
mantino , e da tale quistione nasce l'altra: chi dei due sia stato 
il maestro dell'altro. Se si dovesse osservare l'età si dovrebbe 
decidere a favore del Bramantino, sapendosi che VUrbinate era 
realmente giovane quando venne a Milano o per suo genio o 
chiamato da Leonardo per le molte fabbriche che il Duca 
Lodovico il Moro aveva in animo di fare , e non potendosi dubi- 
tare che Bramantino fosse di lui più vecchio poiché egli era di 
già architetto del Duca stesso. Non si sa precisamente quanto 
tempo V Urbinate si trattenesse in Milano : vuoisi però che essendo 
dipoi stato chiamato a Roma lasciasse molti disegni di fabbriche 
da eseguirsi ordinate da Lodovico , e che a queste Bramantino 
desse la sola esecuzione. 

Ma se Bramantino era piiì vecchio ed era architetto di Lo- 
dovico prima della venuta di Bramante doveva naturalmente avere 
di già fatte le fabbriche ; e se cosi è , come pare indubitabile 
non trovandone noi alcuna diversa dal suo stile , se non in alcuna 
delle ultime, in cui si scorge quel passaggio che non cambia, ma 
migliora la cosa , come potremo noi asset^naile tutte a Bramante? 
Di più lo stile ed il gusto che si ammira nelle fabbriche, e spe- 
cialmente nelle chiese attribuite ai Bramanti è tutto proprio di 
Milano e dei suoi contorni, non trovandosi in nessun' altra parte 
dell'Italia, fuorché nella Lombardia fabbriche e chiese di gusto 
Bramantinesco. Né questo gusto poteva essere portato da Roma 
per Bramante d^ Urbino , poiché le prime fabbriche da lui fatte 
colà sentono appena lo stile di Bramantino nelle sole proporzio- 
ni , ma sono lontanissime nella maniera di ornare, nò è credibile 
che la cambiasse in un subito in Milano praticandola come fece 
con tanto buon effetto nella giustamente ammirata sagrestia di 
S. Satiro in Milano, quando si voglia a lui attribuire il disegno e 
non a Bramantino. In questo caso dovremmo dire piuttosto che 
VUrbinate venuto a Milano ancor giovine, trovasse in Braman- 
tino uno stile a lui omogeneo , e che se lo appropriasse con quella 
varietà di genio che deve supporsi in Bramante , e con un per- 



nEGL ITALIANI 40q 

fezlonamento che lo rendesse superiore al maestro tiiedesimo od 
almeno alle di lui opere , quando vogliasi privare della gloria di 
maestro il Braniantino. 

Non tralasceremo di far menzione di un altro eccellente archi- 
tetto milanese Cristoforo Solari detto il Gobbo, quasi contempora- 
neo a Bramantino, che in Milano innalzò la bellissima chiesa della 
Passione incominciata nel i53o, un poco prima che si desse prin- 
cipio all'altra famosa chiesa di Santa Maria presso S. Celso, di- 
segnata , dicesi , da Bramante Urbinate , al quale però alcuni 
attribuiscono il solo disegno del portico che dk ingresso al tem- 
pio; opera che sembra la piìi bella e la più purgata di stile di 
tutte le fatte dal due confusi Bramanti. Ma tornando al Solari, 
egli fu un architetto che spiegò fra i primi un carattere gran- 
dioso nelle proporzioni degli ordini , e che innalzò una maestosa 
cupola, dopo quella del Duomo di Firenze del celebre Bruncl' 
teschi j ma in genio non superò i due Bramanti. 

Ci rimane tuttavia a vedere chi sia il vero ristoratore della 
buona architettura fra questi tre ultimi architetti. Noi però senza 
punto esitare daremo la gloria a Bramante d' Urbino , perchè 
egli fu che la ridusse alla sua antica perfezione. Noi lo vedemmo 
operare con Bramantino da giovane; ma egli da poi andò sem- 
pre migliorando stile nelle sue fabbriche, come si vede nel ce- 
lebre tempio di S. Pietro , finché giunse a quella purezza di stile 
che acquistò nel vedere e misurare i preziosi avanzi della Greco- 
Komana architettura; ciò che non fu fatto con esattezza da nessun 
altro prima di lui , quantunque si dica il celebre Brunelleschi e 
varj altri abbian fatto lo stesso studio; cosa che par contraddetta 
dalle loro opere , poiché se ciò fosse stato eseguito a dovere , sa- 
rebbe stato altresì facile ai medesimi l'applicare le stesse propor- 
zioni degli ordini degli antichi monumenti, ed imitare la squisi- 
tezza del loro stile. Ma sì fatte cose prima di Bramante er^no 
poco conosciute; e ciò prova che per imitare le opere de' grandi 
maestri non basta il vederle , ma bisogna sentirne la bellezza ed 
esserne persuasi. 

Al solo Bramante dunque si compete il titolo di ristoratore 
della buona architettura , perchè egli non s' accontentò solo di os- 
servare gli antichi monumenti, ma seppe farseli servire di model- 
lo, adottando nelle sue opero le loro proporzioni ed appropriao' 



21 o Architettura. 

dosi quinto trovò di sublime nelle parti tutte dell'architettura 
Greco- Romana. Per la qual cosa gli edifìzj di Bramante non solo 
degni sono d'ammirazione, ma possono ben anche servire di 
scuola pel loro purgalo stile e per le elegantissime loro propor- 
zioni , mentre al contrario nessuno tra' suoi antecessori, quantun- 
que celebri , può meritare questo vanto. 

Noi qui riporteremo siccome una delle migliori produzioni 
della bella e feconda immaginazione di Bramante il picciol tem- 
pio perlptero che sussiste ancora nella corte del convento di S. 
Pietro in Montorio in Roma : ediflzio ^ì conosciuto digli 
amatori , che , se si eccettuano alcune scorrezioni nelle parti 
della decorazione , fu giustamente celebrato da tutti i maestri del- 
l' arte, ed io ispecie da Serlio e Palladio , i quali l'hanno giu- 
dicato degno d'essere collocato fra i migliori monumenti dell'an- 
tichità. La pianta e l'elevazione di questo edifizio pieno d'ele- 
ganza e di grazia sono rappresentate sotto i numeri 9 e io della 
Tavola 85. Le belle produzioni di questo famoso artista infiam- 
marono l'impetuosa immaginazione di Giulio II. cui bastò di aver 
concepita l'idea d' innalzare il tempio moderno più vasto e piìi 
magniGco , per volerla all'istante effettuare. Egli incaricò Bra- 
mante di questa grand' opera: essa è la famosa Basilica del Va- 
ticano, terribilissima fabbrica , come dice il Vasari. La Tavola 85 
ci rappresenta sotto i numeri \\, 12 e 1 3, I? pianta del tempio, 
e la pianta e l'elevazione della cupola siccome Bramante le aveva 
concepite, e tali quali ci furon conservate da Serlio di lui allievo. 
I cangiamenti introdotti dagli architetti che succedettero a Bra- 
mante nella direzione dell'opera furon tali , che, eccettuati i quat- 
tro grandi archi che sostengono il tamburo della cupola , non ri- 
mane quasi cosa alcuna del primitivo progetto. La pianta è grande 
perchè è semplice; è chiara, completa, perchè la corrispondenza 
delle parti col tutto è perfetta. Una croce Latina formata da navi 
che presentano fra esse il più giusto rapporto di lunghezza e lar- 
ghezza, è maestosamente terminata da tre semicircoli, da dove 
l'occhio scorre senza sforzo sull'immensa cupola che copre il centro 
dell' edifizio: cupola veramente immensa j e l'idea d'innalzare in 
aria il vasto Panteon , è sì ardita che sorprende l' immagina- 
zione. La distribuzione e la decorazione esterna ed interna della 
medesima hanno tanta grazia ed eleganza che qou ci lasciano de- 
siderare di più. 



DEGL ITALIANI 2 I I 

Stabilitosi (la Bramante d' Urbino il purgato stile della buona 
architettura, venne tosto in seguito una serie d'architetti che si 
resero celebri nell' imitare gli insigni di lui modelli ; e tra questi 
il primo a distinguersi fu il divin Rajff'aello (i) che subentrò a 
Bramante come a rchitelto nella gran fabbrica di S. Pietro. Quindi 
fiorirono un Baldassare Peruzzì , un Antonio Sangallo (2), Mi- 
cheli Sanmicheli (3), il gran Michel' Angelo (4) , Giulio Ro- 
mano (5), Giacomo Tati detto il Sansovino (6), Sebastiano 
Scrlio (y), Galeazzo Alessi Perugino (8), il celebre Giacomo 
Barozzi da pignola (9) ed il famoso Andrea Palladio (io). 
Questi ultimi due portarono al più alto grado di perfezione l'ar- 
chitettura : il primo colle sue squisite proporzioni negli ordini, 
l'altro eguagliando coli' alto suo genio la moderna architettura al- 
l'antica, la più pregiata tanto ne' precetti del grande Vitruvio, 
quanto ne' più celebri avanzi delle Romane antichità. 

Fra le bolle opere d' architettura di Michel' Angelo annove 
ransi in Firenze 1' edifizio destinato alla celebre Biblioteca Lau- 
renziana , e la cappella detta dei Principi che nella stessa chiesa 
di S. Lorenzo rinchiude i mausolei de' Medici. La gloria però 
aspettava il Buonarroti in Roma, che in allora era il più gran 
teatro delle produzioni dell'arte, e la trovò nelle opere che gli 
vennero affidate da Paolo III. Questo Pontefice dopo la morte di 
Antonio San gallo diede l' incarico a Michel' Angelo di conti- 
nuare il gran S. Pietro, ed egli sostenne l'onore di tal scelta col 
migliorare conslderabilmente questo vasto monumento. Noi ne ab- 
biamo gih riportato il disegno nel Costume dei Romani. Egli 
venne incaricato di costruire sul luogo in cui sorgeva una volta 
il famoso Campidoglio f\\ palazzo del senatore e dei conservatori 
di Romaj e malgrado della difficoltà del terreno, ei diede a que- 

(1) Nacque nel i483, morì uel i52o. 
(1) Mori nel i5.'|6. 

(3) Nacque nel 148'}, morì nel iSSg. 

(4) Nncque nel i4;4> ™o'^' "cl i5G^. 

(5) N-cque nel 149?-, morì nel i5|6. 

(6) Nacque nel 1479, ™orì nel iSjo. 

(7) Mor', nel i552. 

(8) Nacque nel iSog, morì nel 1572. 

(9) Nacque nel 1507, morì nel 1573. 
(to) Nacque uel i5i8, morì nel i58o. 



212 ARCHITETTUR A. 

sti edifici e ad ognuno d' essi in particolare un carattere proprio, 
una disposizione nobile e comoda. Vedi nella Tavola 86 sotto i 
numeri i e 2 la facciata e la scala. All' immortale Micliel' ariselo 
venne dal Papa Farnese affidata l' incombenza di terminare la de- 
corazione del palazzo di questo nome, e da Pio IV. l'altra di 
convertire la principale sala delle Terme di Diocleziano in una 
chiesa della più imponente proporzione. 

Le turbolenze politiche che nel secolo XV. si sollevavano fre- 
quentemente nelle diverse città d' Italia mettevano i potenti priv;iti 
e con più forte ragione i Sovrani in necessità di porre in istato 
di difesa le loro abitazioni , e per conseguenza d' usare nella co- 
struzione delle medesime alcune forme esterne di fortificazione. 
Uno degli ultimi e de' più ingegnosi esempj di tale usanza che 
durò fino alla fine del secolo XVI. fu senza dubbio il castello di 
Caprarola , edifizio notissimo e giustamente ammirato da tutti, e 
che noi dobbiamo al celebre J^ignola. Vedi il num. 3 della Ta- 
vola suddetta. Sotto i numeri 4 e 5 vi presentiamo la Rotonda 
del Capra di Palladio. 

Fra i moltissimi edifizj, coi quali il fecondo genio di Palla- 
dio abbellì Vicenza sua patria , il palazzo dei Conti Chiericati 
sulla piazza dell'isola, è certamente il più magnifico ed il più 
perfetto (i). Sotto i numeri 6 e y della suddetta Tavola vedon- 
sene la pianta e la facciata. 

Mercè lo studio ed il raro genio di questi valentissimi artisti, 
l'architettura s'avvicinò sempre più alla sublimità; pare però che 
a Palladio debbasi il vanto d'avere toccata la meta, giacché nes- 
sun altro dopo di lui giunse a superarlo non che ad eguagliarlo. 
Di fatto quasi contemporaneo a Palladio era il celebre Pelle- 
grino Pellegrini detto Tihaldi (2) che di tante fabbriche in- 
signi arricchì Milano, fra le quali la bella chiesa di S Fe- 
dele, che niente cederebbe al confronto delle più belle chiese 
di Palladio , se non vi si rinvenissero alcune picciolo mende nei 
finimenti di alcune parli di genio, difetto quasi insito negli archi- 
tetti pitto ri , siccome lo era Pellegrino, e quale fu il gran Bao- 

(1) V- Descrizione delle architetture di licenza, 1779, in 8.° fig. —Il fo- 
restiere istruito nelle cose d' architettura di Vicenza, '780^ in 8"° Gg. Te- 
raanza , Vite de^li architetti Veiie-^iani. 

(2) Nacque uei i522, mori nel iSgi. 



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lì arroti , che pieni entrambi di fervida imm;igioazìone fui'ono fa- 
cilmenle tratti fuori da quella monotonia che è inseparabile dalla 
severità della retta architettura. Ma sotto 1' aspetto del genio Pel- 
legrino superò Palladio, e ne può essere una chiara prova il solo 
coro del Duomo di Milano da lui architettato, senza accennare 
che in tutte le sue cose anche le più semplici seppe sempre im- 
primere un carattere grandioso. Nella proporzione poi degli ordini 
egli generalmente si servi di quelle del frignala , ma fu veramente 
originale nel modo di ornare, e conobbe l'effetto nell'architettura 
più di qualunque altro. 

Altri architetti di grido vennero in seguito , fra i quali si rese 
celebre Domenico Fontana (i) non solo per l'innalzamento degli 
strepitosi obelischi eseguito in Roma per opera sua, ma ben anche 
per le tante grandiose sue fabbriche. Lo stile suo però si discostava 
da quello de' più valenti architetti che lo avevano preceduto, e 
già si andava guastando dallo spirito di novità. Venne però dopo 
di lui l'emulatore del celebre Palladio, il famoso Vincenzo Sca~ 
mozzi Vicentino Qi), che vedendo le opere del Sansovino e del 
Palladio , eccitato dalla fama di que^ valenti uomini, siccome 
dice il Milizia nella vita di luì , si portò colà, cioè in Venezia, 
osservò attentamente quelle opere , e si pose in capo di sor- 
passare quegli eccellenti artisti. Prese jyrincipalmente di mira 
il Palladio , e credette superarlo. E di fatto ei molto si accostò 
allo stile di quest'ultimo, ed alcune sue fabbriche si confonde- 
rebbero quasi con quelle dello stesso Palladio, se lo avesse egua- 
gliato sempre nella purezza dello stile, e nell'originalità delle in- 
venzioni , e se non avesse incominciato ad essere un po' licenzioso 
negli ornamenti. Per le quali cose lo Scamozzi né superò Palla- 
dio , né lo eguagliò in isquisitezza di gusto architettonico , quan- 
tunque i suoi precetti siano forse più stimabili di quelli di Pal- 
ladio medesimo. Sotto i numeri 8 e 9 della Tavola suddetta noi 
vi presentiamo il disegno della pianta e della facciata di un casino 
di campagna sulla Brenta di questo celebre architetto. 

Prima d' innoltrarci nella storia di quest'arte che dopo l'esem- 
pio di tanti insigni architetti incominciò nuovamente a decadere 
dalla sua purezza di stile, non vogliamo omettere di far raen- 

(1) Nacqne uel i543, mori nel ifioj. 
(2; Nacque nel i552, morì nel 1G16. 



2t4 architettura 

zione di duo valentissimi, benché poco noti, architetti, che vi 
lasciarono in Milano due magnifici monumenti del loro sapere e 
dell'ottimo loro gusto. 11 primo che merita d'esser maggiormente 
conosciuto e specialmente dagli artisti non meno come buon pit- 
tore che come \alentissimo architetto è Giuseppe Meda , il quale 
per ordine di S. Carlo Borromeo innalzò in Milano nel iSyo il 
grandioso ed imponente cortile del Seminario pei giovani eccle- 
siastici. Esso è degno d'ammirazione per la sua vastità e bellezza: 
ha due ordini architravati l'uno sopra l'altro con maestose colonne 
binate, dorico il primo, jonico il secondo. « Si potrebbe solo bra- 
mare , cosi il Bianconi nella sua nuova Guida di Milano , che 
le colonne non fossero binate, e che gli intercolonnj non fossero si 
larghi, onde far temere della sussistenza degli architravi per altro in- 
ingegnosamente ridotti a intrinseca fermezza ». Vedi la Tavola 87. 

Anche il nome dell'architetto Fabio Mangani è quasi scono- 
sciuto , massime fuori di Lombardia , quantunque il solo edificio 
dell'altre volte Collegio Elvetico esistente in Milano (i), lo do- 
vesse rendere uguale in fama ai primi dell' arte sua , ai quali era 
uguale in valore. S. Carlo Borromeo avendo divisato nell'anno i5yg 
di erigere un seminario per l'educazione dei giovani Svizzeri scelse 
un convento in allora di m.onache Agostiniane , che rimase però 
nel medesimo stato fino al 1620, nel qual anno venne per ordine 
del Cardinale Federico Borromeo dato principio a questo edifizio, 
incaricandone del disegno Fabio Mangoni. S'ingannaron dunque 
grandemente tutti quelli che l'hanno creduti opera del celebre 
Pellegrini f mentre questi era già morto fin da quando se ne con- 
cepì l'idea. La bellissima architettura di questa fabbrica non teme 
il confronto di qualunque monumento dell'antichità sia per la pu- 
rezza dello stile, sia per l'imponente grandiosità che vi domina. 
Entrando ne' due cortili ci si rinnova la memoria de' sontuosi edi- 
fizj dell' antica Grecia , e ci sembra , come dice il citato Bianconi, 
passeggiando sotto i portici della medesima , d' essere in Atene ai 
felici tempi di Pericle, o in Roma a quelli di Augusto. Ci duole as- 
sai che non essendo essa stata ridotta a perfezione vivente il suo ar- 

(i) Soppresso il Collegio Elfetico dall' Imperatore Giuseppe 11., servì questo 
palazzo alla residenza di varj dicasteri del governo d'allora: in tempo della re- 
pubblica fu assegnato al Corpo Legislaliuo degli Juniori , indi al Ministero 
della guerra , poi al cessato Senato, ed ora agli Ujfficj dell' Imp. R. Contabilità. 






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degl'italiani ai 5 

chilello, ne sia poscia stata eretta la facciata sul disegno di Fran- 
cesco Richini che si allontanò di molto dalla purezza di siile del 
primo architetto. Ma passiamo a descriverne 1' interno. Esso ò foi^ 
malo da due grandiosi cortili, il primo de' quali è circondato da 
portici nei quattro lati, l'altro da tre soli, con colonne architra- 
vate di ordine dorico nel piano terreno, e jonico nel superiore, 
distanti fra loro , quanto i Vitruviani precetti comandano per 
l'Eustilo. Tre grandi vestiboli ha immaginato il Man goni yV uno 
serve d'ingresso, l'altro riunisce i due cortili, ed il terzo dà 
l' accesso ad una gran sala posta in faccia alla porta. Questa 
bella composizione nell'allungare la piacevole vista , presenta in 
varj punti l' aspetto di eleganti vedute sceniche. Le colonne , gli 
architravi e le cornici sono di granito rosso , che volgarmente 
chiamasi miarolo (i). Vedi la Tavola 88 (ri). 

Dopo tanti esempj di bello sublime che ammirasi in tutti i 
sovraccennati moderni edifizj , e dopo i severi precetti nuovamente 
scritti, l'architettura parve sempre più decadere dalla purità dello 
stile primitivo. Lo spirilo di novità , che cercato nelle cose da 
perfezionarsi le può render migliori , e cercato nelle già perfette 
non fa che guastarle senza avvedersene, fece si che gli architetti 
che vennero in seguito , benché di grande ingegno si scostassero 
ben presto dal vero bello. Tali furono un Martino Longhi (3) 
del frigia f un Onorio suo figlio (4), un Carlo Moderno da 
Bissone nel Comasco (5) che allungò il più gran tempio del 
mondo S. Pietro in Roma, e vi fece la facciata di suo disegno, 
oltre molte altre fabbriche tutte insigni , un Flaminio Ponzio 
Lombardo (6), che molte fabbriche cospicue architettò anch' egli 
in Roma , un Pietro Berrettino da Cortona (7) architetto ed 

(1) Un monte sul lago Maggiore che chiamasi Baueno ne somministra quan- 
tità e peizi di quella grandezza che si desidera. Tanta è poi la facilità del tra- 
sporto per mezzo del lago Maggiore , del Ticino e del Naviglio, che in Milano 
si contano più di 5ooo grosse colonne di questo granilo. 

(•2) Chi desiderasse vedere partitaroenle rappresentato in più tavole questo 
maestoso edifizio, potrebbe cnnsullare il fascicolo fi della Raccnlla delle mii;li»i i 
fabbriclie ce. di Milano, pubblicala dal signor Marchese Gioacbimo d' Adda 
nel i8mo. 

(3) Nel 1572 fu architetto in Roma di Gregorio Xlll. 

(')) Nacque nel iSficj, mori nel 1(119. 

(5) Nacque nel i55(>, mori nel iCn'J- 

((ì) Morì nel Pontificato di Paolo V. citilo nel iGoG. 

(7) Nacque mi 1696, mori nel 1G69. 



2 1 6 . ARCHITETTURA 

eccellente pittore , Alessandro Algardi Bolognese (i) che fece 
la rinomata nila Panfili in Roma , e tanti altri distinti archi- 
tetti , cui troppo lungo sarebbe il numerare. 

Fino a quest' epoca 1' architettura si sostenne ancora con qual- 
che bellezza di stile che ricordava in parte quello dei valenti 
architetti del secolo XV. Ma il guasto fatale alla buona archi tettu- 
la darsi dovea dai due più grandi architetti , che vennero in segui- 
to, cioè da Lorenzo Bernini (2) e da Francesco Borromini con- 
temporanei , il primo nato in Roma ed il secondo in Bissone , dio- 
cesi di Como (3). La nobile e maestosa semplicità dei Palladj , 
dei V^ignola, dei Sansovini non parve a questi ingegni affasci- 
nati abbastanza vaga , e quindi aggiugnere volendosi nuovi orna- 
menti alle fabbriche, furono queste riempiute di nuovi raffinamenti 
e di tritumi, come la poesia lo era in quel secolo a forza di meta- 
fore e di concetti. Bernini fece il gran portico della strepitosa piaz- 
za di S. Pietro, architettura di stile plausibile , ma nelle altre co- 
se da lui fatte anche in S. Pietro medesimo come la ricchissima 
tribuna di bronzo, mischiò il bello col licenzioso il più strano, 
siccome pur fece nelle sue chiese, e in tutte le altre sue fabbri- 
che, di cui forse nessun altro ne fece un maggior numero. Borromi- 
ni poi quasi per istinto naturale abborrì le linee rette , e fece pompa 
di sola capricciosa architettura tutta sua propria. Ne sono eviden- 
ti prove le moltissime fabbriche da lui fatte in Roma; anzi pare 
impossibile che tanta mancanza di gusto e tanta cecità fosse con- 
siderata la luce de' suoi tempi. L'ingegno di questi due singola- 
rissimi architetti fu meraviglioso nell' immaginare e nell' eseguire; 
e la novità nelle arti belle introdotta e sostenuta da persone di tal 
filila s'attirò una quantità di seguaci. Imperocché trascurate le 
regole della buona architettura per dar sfogo al capriccio, non ci 
fu più freno che lo ritenesse , e quindi incominciò il cosi detto 
gusto barocco a farsi largo e fini di guastare tutta l' idea del vero 
bello dell'architettura. Pare che i fervidi Bolognesi alimentassero 
più di tutti si depravato gusto , avendolo più d' ogni altro posto 
il rinomanza il loro famoso Stefaiiino della Bella , per la qual 
cosa, gusto Bolognese venne in alloi'a chiamato questo stile bizzar- 
ri) Nacque nel ifJoa, morì nel £654- 
(:>) Nacque nel i5gS, morì nei 1680. 
(3) Naciue nel 1 "igg, morì nel 1667. 



degl'italiani 11^ 

ro e faiUislico che si perdeva nell' imitazione dei cartocci scher- 
zili in mille forme. 11 gran conoscitore dei vero bello Conte Al- 
garotti indusse il celebre pittore Mauro Tesi (i) ad abbandonar 
lo stile barocco, riconducendolo sulla giusta via dell'antico bello, 
da cui lutti avevano traviato , e che non es^eodo più trattato da 
alcuno , sembrava a tutti sconosciuto. 

Un si pessimo gusto in architettura ben presto si diffuse non 
solo in tutta l' Italia , ma nella Francia ancora , ed essendo questa 
la sede delle bizzarre invenzioni , il nome di stile barocco si can- 
giò subilo in quello di stile Francese, e quindi per legge di mo- 
da somministrò i suoi originali a tutte le altre nazioni che bea 
presto ne approfittarono. 

In mezzo a tanto guasto a cui era cosi ridotta da per tutto U 
buona architettura, se ne mantenne più in freno il gusto dova 
eran più frequenti le opere di un Sanmicheli , di un Sansovino , 
di un Palladio e di uno Scamozzi , voglia m dire nello stato Vo- 
oeto , e particolarmente in Yicenz» , dove fiorirono in ogni tempo 
architetti, che sempre tennero ferma in certo modo la scuola Pal- 
ladiana j e forse furon que'pochi che colle loro scintille non la- 
sciarono spegnere il fuoco della bella atchitettura. 

Tanta depravazione continuò Gnoversoil finir del secolo XVII., 
ma finalmente o fosse stanchezza di fantasia nel voler sempre cer- 
care cose nuove, o che realmente si cominciasse un'altra volta a 
conoscere di avere smarrita la via del bello, si principiò nuova- 
mente ad osservare le fabbriche de' valenti architetti del secolo 
XV. ; e si andò poco a poco cangiando in meglio la strana ma- 
niera di ornare collo spezzar meno le linee rette e col togliere 
le tortuose di capriccio. Fra i primi architetti che s' incjimmina- 
rono sul retto sentiere disti nguesi il bravo Niccola Salvi Roma- 
no (a) che fece in Roma la grandiosa Fontana di Tie\>i , la 
bella chiesa di Santa Maria di Gradi in Viterbo ed altri im- 
portanti edifizj di UQO stile che piace , ma che ancora non sod- 
disfa. 

Uno de'primi a combattere la licenziosa architettura guasta dal 
barocchismo fu il celebre Conte Alessandro Pompei Veronese , 



(i) Nacque nel 1730, mori uel 1766. 
(a) Nacque nel 1699, mori nel i^Si. 

Cost. Voi. FÌIL Eurcpa P. IL i5 



2l8 ARCHITETTURA 

pittore ed architetto stimato (i) sì per le sue opere che pe'suoi 
scritti pubblicati nel suo libro intitolato: I cinque ordini delVav' 
chitettura civile di Michele Sanmi cheli , in cui mostrando gli er- 
rori degli architetti, ed il pessimo modo di ornare de' suoi tem- 
pi , diede la prima spinta a far conoscere quel bello deciso , che 
in architettura andava appena dubbiosamente rinascendo. Così po- 
co a poco incominciandosi anche dagli altri e cogli scritti e cogli 
esempi a correggere la strana architettura, principiò a farsi ge- 
nerale uno stile, un semibello d'architettura, siccome si può 
scorgere negli edifizj d'allora. Ma chi diede la piìi forte spinta 
a far rivivere la buona architettura fu il bravissimo architetto 
Luigi Vanvitelli Romano (2) cui essendosi presentate varie oc- 
casioni di segnalarsi nell' erigere insigni fabbriche , siccome fu- 
ron quelle della Real villa di Caserta del Re di Napoli , e del- 
le magnifiche chiese in Ancona e nella stessa Napoli, seppe spie- 
gare un carattere che se non giunse al sublime bello architet- 
tonico , vi si avvicinò almeno di molto , e servì di scuola agli 
altri. 

Quasi contemporaneo a Vanvitelli fu il valentissimo Tomma- 
so Tevianza architetto Veneto (3) che avendo preso ad imitare 
le celebri opere del secolo XV. , ed in ispecie quelle di Palla' 
dio fece qualche edifizio sullo stile di questi , e conobbe meglio 
di Vanvitelli il vero bello dell' architettura, senza però avere il 
genio di lui, né essere originale nelle sue composizioni. 

Ma tornando a parlare del successo ch'ebbe la sopra accenna- 
ta scuola del celebre Vanvitelli , non tralascieremo di fare onore- 
vole menzione del valentissimo suo discepolo Giuseppe Pierma-- 
vini di Foligno, che tante fabbriche cospicue fece in Milano, 
e che fu il primo che portasse fra noi la buona architettura, che 
andava ancora involta negli ornamenti incartocciati del più gran- 
de barocchismo, siccome ognuno può osservare nella facciata spe- 
cialmente della chiesa di S. Bartolommeo, e ne' palazzi Cusani e 
Litta. La prima, benché ricca d'ornamenti , di colonne e di sta- 
tue venne eseguita circa il 1^35 sul barocchissimo disegno di un 

ff) Nacque nel 1705. 
(■1) Nacque nel 1700, morì nel 1773. 

(^■>) Nel 1778 egli scrisse le File de' più cclahri avchiietli e scutlori Vene- 
zia ni. 



THElIBRAnr 
OFTME 

owvERsiTr QF ìimm 



DEGL ITALIANI 21 Q 

certo Marco Bianchi liomano. L'imponente facciata del n;ilnzxo 
altre volte appartenente all' illustre famiglia Cubani, ed or» resi- 
denza àeW Inij). R. Comando generale militare della Lonibar- 
dia venne eretta sul principio del passalo secolo con disegno di 
stile licenzioso e pesante dall'architetto Buggeri y nò um non 
minor prova abbiamo di simil genere d' orchiiettura nel pii!a//zo 
del Duca Litta incominciato dal Conte Bartolommeo A rese sul sa- 
vio disegno di Francesco Richini, e terminato quindi dall. fami- 
glia Lilta sul principio anch'esso del passato secolo. Ricca di 
marmi e grande e maestosa ne è la facciata eseguila da un certo 
architetto Bolli, ma pochi ediCzj di stile b<rocco possono al cerio 
superarla nella bizzarria degli ornamenti. Noi ve la presentiamo 
nella Tavola 89, affine di lasciare \x\\ monumento del pessimo gu- 
sto di que' tempi. 

Ma un si depravato stile scomparve in Milano da che 1' illu- 
stre avchiiello Piermarini resse l'Accademia di Milano fondata 
dalla generosa munificenza dell'immortale Imperatrice Maria Te- 
resa (i); stabilimento che andò presto form-indo valorosi alun- 
ni , e fece che in breve tempo Milano andasse cangiando d'aspet- 
to nelle sue fabbriche, e vedesse sorgere il più grande, il più 
comodo, il miglior teatro, non diremo d'Italia, ma d'Kurupa 
tutta, e che ò certamente l'opera più famosa di questo valeniis-. 
simo architetto j benché le stia al paro la grande trilla 'cale di 
Monza da esso architettata, con l'unita sua graziosissima cappel- 
la d'ordine corintio, il più bea modanato the veder si possa. 
Vedi la Tavola 90. 

Non dimenticheremo il bravissimo Giocondo Alhertolli mila- 
nese, che negli ornamenti architettonici della sua patria fu il primo 
ristoratore, e per purezza di stile e per bellezza di composizione, 
e diede il più gran lustro alle arti tutte mercè la sua scuola fon- 
data contemporaneamente a quella dell' archiiettura. Questo eccel- 
lente artista non additò la strada per andare col tempo alla perfe- 
zione; ma arrivato egli di buon ora la insegnò, e la fece b<Uere 
con facilità e sicurezza , siccome vediamo nella quantità de' bra- 
vissimi allievi da lui falli in pochi anni. Non ometteremo puro 



(i) L'Accademia di Milano fu aperta nel 177G, e Piermarini la rcise fiuo al 
1796; pochi anni dopo mori iu sua pallia. 



aao Architettura 

di fare special menzione dei valenti architetti Simone Cantoni^ 
Leopoldo Polack , Cavalier Luigi Canonica , Paolo [mandriani 
e Marchese Luigi Gagnola, senza annoverare non pochi altri che 
conobbero il vero bello architettonico, e ce ne lasciarono grandiosi 
esempi nei magnifici edifizj innalzati specialmente in Milano. Al 
Cantoni, ch'era già noto per la fabbrica del cosi detto gran Salo- 
ne di Genova e per le altre belle opere , si deve il vasto palaz- 
zo Serbelloni con magnifico atrio interno , elegante cortile con 
portici e con un imponente facciata, nel mezzo della quale si di- 
stingue un bellissimo pezzo architettonico con colonne isolate che 
forma una maestosa loggia decorata da un grande basso-rilievo rap- 
presentante avvenimenti di storia patria. Al Polack deve Milano 
la Villa Reale, uno de'più ricchi e più magnifici palazzi moder- 
ni innalzato nel 1790 dal Conte Lodovico di Belgiojoso sul dise- 
gno ben immaginato, armonico e di ottimo gusto del detto ar- 
chitetto. Al valentissimo architetto Canonica deesi l' invenzione 
del disegno e la direzione dei lavori dell' ampio e sontuoso anfi- 
teatro detto V Arena nella piazza del L^oro , uno de* più insigni 
edifizj eretti dal governo Italiano per accrescere decoro e splen- 
dore alla città di Milano. Esso è lungo braccia 4oo ^ largo 200, 
e può contenere circa 4o™* spettatori. Serve ai pubblici spetta- 
coli di corse, di cavalli e di bighe, ai giuochi ginnastici , e può 
servire altresì ai divertimenti di naumachia. Vi si ammirano due 
delle più belle produzioni di moderna architettura nella porta 
principale e nel pulvinare. La prima è costrutta di granito con 
quattro colonne d'ordine dorico, elegantemente lavorata nel suo 
fregio e cornicione ; nel frontone ci ha un basso rilievo in marmo 
allusivo alle corse antiche II pulvinare che s'innalza con bellis- 
sima architettura è imponente pel grandioso colonnato verso VA.- 
rena, tutto di granito rosso ridotto a pulimento con capitelli e cor- 
nice d'ordine Corintio, e per la sottoposta ampia gradinata pure 
di granito, che forma un ordine di sedili pel corteggio della Ca- 
sa Reale. Vedi la Tavola gt. All'esimio architetto Marchese Lui- 
gi Gagnola , oltre il maestoso arco di Porta Ticinese ed altri 
insigni ediGzj pubblici e particolari deve Milano il magnifico ar- 
co trionfale del Sempione , monumento insigne d'architettura, 
in cui gli ornamenti del più squisito gusto, e le bellissime 
modinature sono «seguite con uno stile e con una perfezione 





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DEGL ITALlilf I 22 I 

tale ohe difficilmente trovar «i potrebbe simile ne' monumenti dei 
più floridi tempi della Grecia e di Roma. Se quest'arco verrìi , 
siccome speriamo, portalo al suo compimento, sark una delle 
più belle opere architettoniche in questo genere, state immaginate 
dagli antichi e dai moderni, ed onorerà uon solo l'artista invento- 
re , ma la città, la nazione ed il secolo (i). Vedi la Tavola 92. 

Termineremo finalmente quest* articolo col far menzione del- 
l'egregio signor Paolo Landriani che gode la fama di uno dei più 
dotti e più profondi architetti , pittori scenici viventi , di cui sì 
onori l'Europa, e che esercitando mai sempre l'arte sua con quella 
caslilh e purezza di principj che sola può mandare le opere alla 
larda posterità, e scrivendo e pubblicando quegli eccellenti trattati 
di prospettiva già da noi sopraccennati (2) formò que' valentissimi 
allievi de' quali va gloriosa Milano. 

Conchiuderemo pertanto che il risorgimento della buona ar- 
chitettura avvenuto da pochi anni , e proseguito felicemente fino 
al tempo presente non solo in Italia, ma in Europa tutta, ascri- 
ver si deve alle molte accademie di belle arti instituite io tutte 
le nazioni, allo studio de' preziosi avanzi degli antichi monumenti 
in ogni genere di bello, fatto dagli alunni delle medesime, ed an- 
cor più alle accurate stampe che ci rappresentano lutto quel che 
rimane di raro e di sublime della Grecia e della Keniana archi- 
tettura, ed i moderni edifizj di tutti i più celebri architetti. Che 
se la faial moda di trovar cose nuove in architettura e di voler 
oltrepassare quella meta ove si arresta il buon gusto , non torna 
a portarle guasto un'altra volta, potremo dire che a' nostri giorui 
si compi, od almeno si conobbe la sua prisca perfezione. 

Scultura. 

JL 1 oi già \eduto abbiamo alcune opere di scultura che hanno pre- 
ceduto il vero risorgimento di quest' arte : noi già abbiam rap- 

(1) Tulli i voli si riuniscono per vedere ridotto a compimciilo il più bello 
e il più grande arco trionfale cbe abbiano imm;)ginalo i moderni , «ronzalo già 
a due lerri di opera e di spesa , e cbe basta a stabilire la fama e l'onore del 
secolo in cui fu eseguilo, e dell'insigne suo arcbiletlo. Cicognara , Storia della 
sculliira ec. Voi. 111. pag. iZi. 

(ij V. BihliQlccu Italiana, N^ io6 ottobre 182^. 



ri 2 2 SCULTURA 

pi( «fiitate le figure del celebra ilssimo palìotto d'oro in Sant'Am- 
lirogio (li Milano , le rozze sculture dell' antica Porta Romana 
iiarim^nle a Milano; già sappiamo che resta di Federico II. una 
statua sedente in Capua , che ci rimangono i monumenti dei pri- 
mi Angiovinl e quello di Carlo I. nel palazzo Senatorio a Ro- 
ma, e di Koberto il Saggio a S;mta Chiara in Napoli, e la sta- 
tua che vuoisi di Elisabetta madre di Corradino nel chiostro dei 
Carmelitani (i); e in quella di Carlo II. il Zoppo che vedevasi 
in Provenza ; e i bassi rilievi della Regina Sancla Aragonese secon- 
da moglie di Roberto a Santa Maria della Croce di Palazzo a 
Napoli , che si suppongono opere di Masaccio. 

Prima d'innoltrarci a parlare de' più celebri ristoratori di que- 
st'arte, avvertiremo col signor Cavaliere Leopoldo Cicognsra (2), 
che non è perdonabile la negligenza degli illustratori delle arti 
Italiane nel preterire i nomi dei più antichi tra' loro artisti, mas- 
simamente allorché le loro memorie toccano oltre la metà del 
XIII. secolo , poiché non può assolutamente più dirsi che quelle 
produzioni appartengano alla decadenza delle arti, considerate ge- 
neralmente, se già i capi di opera delia scuola Pisana eran scol- 
pili, e i Veneziani mostravano il loro valore pei monumenti che 
sorgevano nella loro capitale. Si confondono le opere di quest'e- 
poca con quelle che la precedono di un secolo e più , e si riguar- 
da questo punto come una languida luce di un crepuscolo che 
più appartenesse al tramonto che all'aurora di questi studj. Con 
tanti altri nomi sepolti nell'oblivione incontrasi anche quel Gia- 
como Porrata di Como o di Cremona, il quale nel ia^4- scol- 
pì i Profeti laterali all'ingresso maggiore della cattedrale, e l'ar- 
chitrave ornato di bassi-rilievi. E non solo quei lavori sono di sua 
roano, ma attentamente osservando s'incontrano in Cremona mol- 
le altre sculture di quell'età, di quello stile e verisimilmente 
dello slesso scHrpello. Quindi il signor Clcognara passando a par- 
lare delle arti coltivate in Venezia, loda i Veneziani che, mae- 



(1) Vedi Tavola n5 nnm. 5. 

(2) INon è possibile parlare della sciillnra Italiana senza consnlt.Tre e scolii- 
re, per quanto ci permette la brevità che si richiede iii quest'opera . ciò ch'egli 
»cris.se ilifTiisamente e con profnnJa erudizione nella sua : Storta {lolla Stiilmru 
dfil suo rifnr^impittn in Italia sino al secolo rli Napoleone ec. f^cnezia , i8i3, 
•e. Voi. 111. ili fo fìg.o 



DEGl' ITALIA ni ^iÌ 

Stri di costruzione in ogni genere, già ostentavano fin dai secoli 
delle tenebre altrui le luagniGcenze dell'isole di Rialto, di Mdla- 
mocco, di Torcello e di Grado j rammenta la scultura di Filip- 
po Calendario ultimo costruttore del palazzo Ducale circa il 
i355, quelle del Bonafuto e dell'arcamo \enezi?ni che scolpi- 
rono il primo i Profeti nel basamento della facciata di S. Petro- 
nio in Bologna, ed il secondo il basso-rilievo nell'atrio dei Car- 
mini in Venezia. Anche Verona conserva il nome di Briolotto 
olire quei di Orso, di Gioventino , di Gioviano , di Pacifico^ 
di Martino, di Adamino e di Calzare ^ le cui sculture d.igli 
ultimi tempi dei Lonj^obardi fino agli Scaligeri, indica il MafTei 
nella sua Verona illustrata (i). Oltre i sopra citati nomi altri ne 
indica il Maffei sui marmi della facciata di S. Zeno. 

In Toscana più costantemente trovasi nelle opere degli antichi 
scultori intagliato il loro nome e l'anno in cui fu compito il la- 
voro. I nojni di Biischetto , di Rinaldo , di Diotisalvi e di Bon- 
nanno stanno scolpiti sugli edifizj Pisani. Una vasca in S. Fre- 
diano in Lucca, scolpita con alcune storie, la quale serve per il 
battesimo porta nell'orlo scolpito il nome di un certo Roberto: 
il Cicognara ha creduto di congetturare il millesimo del XII. se- 
colo , senza poter fissare l'anno preciso^ e leggere /?o^e/7«5 Ma- 
mister Lucensis. Di questo tempo parimente sono diversi architravi 
di sacri ediGzj nella slessa città , e si legge in uno di questi il 
nome di un certo Biduino di Pisa , e lo stesso nome sta sculto 
in un marmo che trovasi in S. Cdssiano sei miglia lontano da Pisa. 
Anche in Pistoja veggonsi molti monumenti interessanti per que- 
st'epoca che portano il nome dei loro autori. Si dislingue fra que- 
sti l'architrave sulla porta maggiore di Sant'Andrea, ove sta scol- 
pito il nome Gruamonte , ed un altro architrave in S. Giovanni 
yiior civitas in Pistoja medesima, nel quale sta scolpita una cena, 
e che porta lo stesso nome. Sotto il primo architrave stanno due 
capitelli lavorali da altro scultore che vi ha posto parimente il suo 
nome di Enrico , e veggonsi istoriati amendue rappresentando uno 
la visita di Santa Maria Elisabetta, l'altro la Vergine annunciata 
dall' Angelo. In S. Bartolommeo parimente in Pistoja vedcsi un 

(i) lìriolotlo è l'ingegnoso artefice della ruoto drlla rorhitia fig>ir-.f« ni.l lìm - 
stronfi rotondo in S. Zeno , ove altri Jìscende , nitri precipita , nitri sede con 
ingegnoso artifìzio , e scolpi egualmente il vaso pel fonte baltcsimalo. 



21^ SCULTURA 

architrave 6guralo sulla porla ove sta scritto il nome di un certo 
Jìodolfiiio coiranno 1167. Un mastro Buono edificò palazzi e 
chiese in Ravenna che ornò di sculture nel ii5s>. Un artista di 
bizzarro ingegno nella scultura si fu in quell' et?» Marchiane Are- 
tino , colui che edificò in Roma la torre de' Conti , e altrove pa- 
recchie altre fabbriche, fra le quali singohrissima è quella della 
Pieve d^ Arezzo a tre ordini sovrapposti di colonne ora grosse, 
ora sottili, ora spirali, ora attorte, ora aggruppate, ora a guisa 
di cariatidi che sostengono stranissimi capitelli, scolpiti d'ogni ge- 
nere d'animali e di fantasie, e diverse altre opere parimente in 
Arezzo, ove pose a tortura l'ingegno per ben fare. 

Noi con questo abbandoneremo le minute ricerche intorno la 
indigene produzioni della scultura ne' primi secoli dopo il mille: 
chi fosse vago di vederle più diffusamente trattate può leggere la 
gih cilita opera del signor Cavaliere Gicognara j mentre noi pas- 
siamo a vedere nel XIII. e XIV. secolo di quanto la forza de- 
gl'ingegni Italiani fosse capace, e quanta debba essere la ricono- 
scenza ai Pisani specialmente, pel cui mezzo le arti vennero a 
nuova vita richiamate. 

A noi manca argomento per conoscere se alcuno dei sovra in- 
dicati scultori sia stato isiitutore in quest'arte di Nicola Pisano 
the negli antichi elenchi trovasi denominato: Magister Nichola 
quondam Petri de Senis ser Blasii Pisani. I suoi padre ed 
avo attesero «gli impieghi patrj , e non essendo egli disceso da 
razza di artisti, il suo genio ebhe più liberta, il suo criterio più 
scelta e i suoi occhi potevano vedere senza alcuna sorta di dipen- 
denza. Di fatto rivoltosi egli ad esaminare i monumenti preziosi 
dell' antichità , potè ricavare quel vantaggio mirabile che non sep- 
pero trarre i suoi predecessori. Ch'egli vivesse una lunga età ce 
lo confermano gli ultimi lavori che precedono forse gli anni 
della maggior sua vecchiezza che condusse a Pistoja, d' onde fu 
tratta la sopraccennata memoria indicante il nome del padre e 
dell'avo nel 1278. Ritiratosi poi in patria ivi terminò i suoi 
giorni) lasciando al figliuol Giovanni d'ogni cosa il governo. 

La principale delle opere che conosciamo di Nicola è l'arca 
dì S. Domenico eseguila in Bologna. Tutti accordano che nel laaS 
colà si recasse per iscolpirla , e che avesse già levato di sé molta 
fama : ma non è facile conoscere quali furouo le sculture da lui 



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degl'itali ARI 33$ 

fatte prima di quest' epoca. Quest' opera vien preferita alla mag- 
gior parte de' suoi lavori per la sobrietà e per la castigatezza della 
composizione. Il basso-rilievo che vedesi sulla destra della fronlt 
dell'urna, il quale rappresenta un giovinetto caduto da cavallo • 
morto, da noi ^3ppresent^to sotto il num. i della Tavola c)3, di- 
mostra quanto a primo aspetto soddisfaccia la sobrietà e l'unità della 
composizione. L' espressione dei circostanti è variata con sempli- 
cità e senza affettazione ; le figure non sono rozze ed assai belli 
sono i loro panneggiamenti. La fidanza nel miracolo che sem- 
brano intercedere dal Santo atteggiato in orazione , giustifica quel 
di più che esser potrebbevi di estremo nel dolore. I congiunti 
sono conversi in atto pietoso verso del Santo , due giovinetti mo- 
strano di voler rialzare il corpo di quello eh' è caduto, e stanno 
con molto ingegno disposti l'uno sul davanti e l'altro verso il 
fondo del bassorilievo, dando cosi tutta la prospettiva e lo 
scorcio alla composizione , e i due frati che accompagnano il 
Santo stando più addietro dinotano minor espressione delle altra 
figure , come quegli appunto che hanno minor parte ed inte- 
resse all'avvenimento. Un cavallo caduto a terra inirabilmcnts 
serve non solo a spiegare la storia del fatto, ma influisce a ren- 
dere più bella questa composizione colla varietà delle linee e degli 
oggetti. 

Compiuto questo lavoro attese per lunga età Nicola a opere 
grandiose di architettura in Padova , in Venezia , in Pisa e in al- 
tre città della Toscana, e queste opere non gli perniisero d'oc- 
cuparsi con assiduità nella scultura, fintantoché nel 1260 diede 
compimento al famoso pergamo nel battistero Pisano. Questo è uti 
esagono sostenuto da nove colonne , di modo che sei lo reggono 
in ciascun angolo , una nel centro e due sostengono la scala. Tre 
di queste poggiano sul dorso di alcuni leoni , e le altre sulle loro 
basi; la base delle colonne di mezzo, tutti i capitelli, gli spazj 
tra gli archi e le cornici sono intagliate e riccamente ornate di 
figure in rilievo. Una delle sei facce è aperta per 1' accesso della 
scala , e le altre cinque sono coperte da bassi-rilievi esprimenti la 
nascita, l'adorazione de' tre Re Magi , la presentazione al tempio, 
la crocifissione e il giudizio universMe. Il basso rilievo rappresen- 
tMite l'adorazione de' Re Magi, vedi num. 2 della Ta\ola sud- 
delta , e per la nobile semplicità della sua composizione , la sceUa 



l'i 6 ; SCULTURA 

delle pieghe riccamente sviluppate e cadenti, l'aria delle teste, la 
dignità degli atteggiamenti e la forma stessa del cavalli presentati 
di fronte, è meritevole di tutta la nostra ammirazione. 

Nell'anno 1266 venne Nicola chiamsto in Siena a farvi un'al- 
tr' opera di questo medesimo genere, in cui superò sé stesso. As- 
sai più ricca è la composizione del pergamo nel Duomo di Siena 
che non è quella dell' altro di Pisa. Esso è molto più vasto eJ 
in luogo di essere esagono è ottagono, dimodoché sottratta una 
faccia per 1' accesso del pulpito dalia scala ne rimangono sette per 
le storie che vi sono scolpite. Una delle colonne regge il centro 
e altre otto sono sottoposte agli angoli delle facce. Quattro di 
queste colonne posano sul dorso di leoni e di leonesse ; i primi 
h.Tnno tra le branche uà cervo e un cavallo, le seconde I leoncini 
poppanti. Al di sopra di ciascun capitello stanno formanti la di- 
visione dei compartimenti altrettante sta* j o sole o aggruppate o 
ritte o sedenti, le quali sono eseguite con uno stile più grandioso 
delle sculture di storia. Queste rappresentano la natività, l'ado- 
razione dei Magi, la fuga in Egitto, la strage degli innocenti, la 
crocifissione, e le ultime due il giudizio finale cogli eletti da una 
parte e i dannati d'ili' altra. Noi non ci estenderemo a descrivere 
le bellezze di lutti questi lavori che vennero diffusamente il- 
lustrati dal signor Cavaliere Cicognara , il quale ce ne presentò 
altresì alcuni disegni nelle tavole 8, 1 3 e i4, fece un lungo 
esame dell' inf(rno scolpito da Nicola in confronto di altre pro- 
duzioni in quell'età, e ne presentò il diseguo nella detta ta- 
vola ottava, nella quale veggonsi in quattro ordini disposti i 
dannali senza alcuna sorta di confusione conciliando moltissimo 
la varietà, l'interesse e l'espressione di molte profondissime pas" 
sioni umane con una sublime intelligenza del cuore e dell' arte. 

La scultura non perdette in quanto all' espressione , che come 
paterna eredità Giovanni seppe conservare in ogni opera sua, ma 
non progredì punto in quinto alle dottrine fondamentali del dise- 
gno e in quanto al gusto e al sapere che nella scuola delle anti- 
chità Nicola erasi formato. Un argomento che pienamente serve 
a confermtre quanto abbiamo asserito sta nel confronto fatto dal 
Cicugn.ira della scultura di Gio\>anni rappresentante l'inferno nella 
facciata del D tomo di Orvieto collo stesso soggetto scolpito dal 
pairc. L'arte non f<'ce dunque sotto lo scarpello del figlio <« 



DEGL ITALIANI 2?.^ 

passo progressivo eia quello che f.itto .iveva per l' opera o por 
l'ingegno del padre j e sopraltullo allorché si scoslò dall'imita- 
zione degli esempi paterni, il che esegui il men delle volle, ma 
pure gli fu forza il farlo in alcune circostanze. 

Nel pergamo fitto da Giovanni per Sant'Andrea di Pistoi< , 
copiò egli la nascita e il giudizio del padre, e fu p^go d' itni- 
tarlo soltanto negli altri compartimenti , ma in nessuno di ijuesti 
bassi-rilievi arrivò mai a p»reggiarlo. Questo lavoro fu da lui 
compiuto nel i3oi. Le migliori opere di Giovanni sono l'ali.ir 
niaggiore dt^lla cattedrale di Arezzo, ove lavorò coli' emulazione 
degli scultori S^mesi che ivi conducevano altre opere di grande 
impegno, e la statua della Vergine col bambino che vedesi iri 
fianco al Duomo di Firenze rimpetto alla Misericordia. Vedi il 
num. I della Tavola f)f. Questa statua è una felice imitazione 
dell'altra Vergine di Nicola, che parve il tipo di cjuanie ne 
vennero poi scolpite: essa è di belle forme , ben panneggi it>, e 
forse la miglior opera di tutto rilievo, di questo autore. I bts- 
si-rilievi e le statuette dell'altare di Arezzo meritano lode per 
l'espressione, ma le forme sono monotone costanicmente e di 
una scelta assai poco felice. Il transito della INIadontu qui pro- 
dotto sotto il num. i della Tavola suddetta , con una dt^lle sta- 
tue che stinnovi lateralmente, può ritenersi come uno de'miglio- 
ri monumenti del secolo. Gli atteggiamenti sono dolci ed espri- 
menti , e il movimento soprattutto di quello dei dodici Apostoli 
che si affretta ad imprimere 1' ultimo bacio sulla destra della 
Madonna , avanti che gli altri la ravvolgano nel linleo funereo , 
è pieno di verità e di passione. In Arezzo fu adoperalo Gio 
vanni per altre opere specialmente d'architettura, essendo in 
questa parte abilissimo. Ma in Perugia levò alto grido di s^, poi- 
ché in ogni maniera d' arte operò con felice esito. Il mausoleo 
di Benedetto XI. morto in quella cilth , e la fontana di piazz-» 
sono fra le opere sue più stimabili. In questa fuse le tre 
Ninfe sottoposte al vaso di bronzo ed i grifoni, che rap()re- 
sentano lo stemma della città. Non poche altre figure Lvirò 
Giovanni in molti luoghi, polche lungamente visse ed ebbe 
molti scolari. 

Nel periodo dì questo secolo Xllf. coli' esemplo di JVimhi e 
di (jiovanni si svegliarono molti ingegni Italiani , e gli scultori 



2^8 SCULTUR/l 

furono moltissimi e assai più di quello che si crede da chi non 
si dà cura di esaminare le molte e immense opere che furono 
intraprese per tutta Italia. Il Cicognara nel libro terzo ragiona a 
lungo degli scultori contemporanei, e degli allievi di Nicola e di 
Giovanni Pisani y ed incomincia il capitolo quarto col parlare di 
Arnolfo nato nel laSa da un certo Cambio di Colle, e morto 
nel i3oo, che studiò l'architettura e la scultura da Nicola', 
prova che Lapo non poteva esser padre di Arnolfo , il quale non 
aveva che fare col secondo , se non per avere un maestro comu- 
ne ; fa erudite ricerche intorno l'esistenza di Faccio Fiorentino; 
parla di Margaritonc tV Arezzo ^ genio vigoroso che pareva es- 
sere dotato di un carattere originale, ma che quando vide l'o- 
pere di Arnolfo attese molto ad imitarlo, e non imitò lui sola- 
mente, ma anche il maestro di Arnolfo, quel Nicola prototipo 
della scuola che divenne quasi il modello del secolo. Margari- 
tone fu pittore , architetto e scultore che dipinse a tempra e a 
fresco, e scolpì forse più in legno che in marmo. Da prima te- 
neva la maniera di alcuni Greci che facevano figure da fare spi- 
ritare; ma il deposito di Papa Gregorio X. da lui scolpito nel 
12^5 in Arezzo, di cui due figure noi diamo al num. 3 della 
suddetta Tavola , attesta come migliorò il suo stile notabilmente 
in quell' opera. Vi si vede una semplicità che soddisfa , pochi 
cenni di pieghe che non sono irragionevoli , e forme non esa- 
gerale , non di convenzione, ma desunte dall'imitazione della 
natura. 

Guido da Como , e maestro Buono furono tra gì' imitatori 
primi di Nicola. Del primo non sappiamo altro se non che scolpi 
in Pistoja un pergamo nella chiesa di S. Bartolommeo , ma que- 
&io si vide nel 1260, molto tempo dopo di aver veduta l'arca di 
S. Domenico in Bologna , e il lavoro di Guido non è che una 
debole imitazione di quello stile. 

Il merito singolare di questa scuola si fu principalmente il 
cominciare a intendere il bello della natura , associandovi quella 
che deriva dallo studio degli antichi modelli , che è quanto dire 
imparando a scegliere il bello della natura e a conoscere la bel- 
lezza ideale. Ebbero vita da questa fonte la scuola Sanese , la 
Fiorentina j e maggiormente 1' avrebbe forse avuta anche la scuola 
Romana , se per la capitale del mondo non fossero slati quei 
tempi di troppo amara calamità. 



DEGL ITALUM aSQ 

Dopo la stazione in Siena di Nicola Pisano che vi operò nel 
116'j uscirono dalla sua scuola uigostino e Agnolo Sanesi abba- 
stanza insigni perchè loro debba accordarsi un primato nel!' arte 
della scultura, dopo trasferita in Siena la scuola Pisana. Egli è 
certo che Agostino ed Agnolo furono figli di maestro Rosso ar- 
chitetto : questi fratelli si unirono con Giovanni Pisano ai la- 
vori della fabbrica del Duomo in patria nel 1284, e Agostino 
aveva soltanto i5 anni, sicché quello fu il suo primo studio ed 
in seguito vi si associò anche Angelo fratello minore. Giotto 
amico ed ammiratore di questi giovani scultori li fece conoscere 
a Pier Saccone da Pietra Mala y che si valse dell'opera loro 
nel magnifico monumento di Guido Tarlato Signore e Vescovo 
d'Arezzo. Nel xòi'j morì il Vescovo e nel i33o ebbe fine que- 
sto monumento ammirabile e forse il piti magnifico che si fosse 
sino a quel tempo veduto dopo il risorgimento delle arti. Posero 
essi lutto l'impegno in tanl' opera, che occupa un vasto campo 
per un'altezza considerabile divisa in molti compartimenti, e trat- 
tandosi di venire in certo modo anche a gara collo stupendo la- 
voro già prima eseguito in quella cattedrale Aretina da Giovanni 
loro maestro, che scolpi i bassi-rilievi dell'aitar maggiore, a cui 
prestarono mano essi pure, non vi fu stimolo che mancasse a dar 
loro possentissimo eccitamento. Il Cicognara nel libro IH. della 
sua citata Storia ci lasciò una minuta descrizione di questo mo- 
numento , e riportò il disegno di due storie quivi scolpite nella 
tavola XII. e XXIII. La prima che rappresenta la presa di Ce- 
preso fu da noi riportata nella Tavola 77, ove parlato abbiamo 
della milizia di que' t(?mpi , la seconda rappresenta la morte del 
Vescovo. Un altro di questi bassi-rilievi venne da noi riportato 
nella nostr' opera Monumenti sacri e profani delt Inip. e li. Ba- 
silica di Sant* Ambrogio di Milano, e rappresenta l' incorona- 
zione di Lodovico il Bavaro Imperatore , fatta dal Vescovo Tar- 
lato avanti l'altare della suddetta Basilica. La varieth e moltipli- 
cith dei soggetti , delle funzioni civili , militari e religiose pro- 
dussero necessariamente moltissime diversità nelle composizioni, 
e diedero occasione al talento di questi scultori di svilupparsi in 
un vastissimo campo. Noi qui non ci traltcrrenio a parlare di al- 
tre opere eseguite unitamente e separatamente l' una dall'altra, 
essendo esse di minor importanza della sovraccenuala. Faremo 



a3o SCULTURA 

solo menzione della famosa arca di Sant'Agostino in Pavia, degna 
certamente di maggiore celebriti , poiché può essere annoverata 
Ira' piìi magnifici e grandiosi monumenti di quel secolo. Il Vasari 
vi riconobbe lo stile e il f^ire di questi scultori , e gli parve che 
fosse opera del loro scarpello. Ma il Gicognara avendo potuto ve- 
rificare che quest'arca non fu incominciata che nel i362, anno 
in cui questi artisti sarebbero stati piìi che nonagenari rinuncia a 
questa supposizione , e propende piuttosto a crederla opera To- 
scana , eseguita da alcuno dei loro allievi, tanto più che nessuno 
degli scrittori di memorie Lombarde l' attribuisce a scarpelli na- 
zionali. 

Non è ben dimostrato che Goto Sanesc fosse tra gli scolari 
dei Pisani, o dì Agnolo e Ò! Agostino -, questi nel iSaS die com- 
pimento all'urna di S. Gerbone nella cattedrale di Massa in Ma- 
remma, la quale è ornata di molte storie e statuette; ma l'età 
in cui visse attesta bastantemente , che se ancora non ebbe con 
gli anzidetti comuni i lavori e la scuola , ebbe modo di con- 
dursi però sulle tracce migliori. Lo stesso pare che possa es- 
sere avvenuto di quel Landò Sanese fiorito intorno al i33o, 
orefice, architetto e scultore, di cui le memorie trovansi al- 
quanto incerte, e furonvi in queste arti piìi operatori del me- 
desimo cognome , un Domenico , un Pietro , un Lorenzo , un 
Andrea , il quale pose il suo nome anche in una cattiva pit- 
tura nel i38i. 

A Moccio Sanese mediocrissimo scultore ascrivesi il merito 
d'essere slato maestro di Nicola Aretino , uno dei migliori scul- 
tori di quest'età. Moltissimo esegui Nicola in plastica e quasi 
più che in m^rmo , ed operò assai in patria e a Borgo S. Se- 
polcro e a Firenze. Due picciole statue fece in questa città poste 
nel fi -neo dell'ora S. Michele sopra la nicchia che contiene la 
bella fi.ura di S Matteo del G /liberti , e due stUue di lui stanno 
fra quelle di Donatello nel campanile del Duomo di Firenze. 
Ma il suo capo d'opera si fu la statua di un Evangelista sedente, 
scolpito per essere posto nella facciata a lato della porta princi- 
pile che ora sta nell'interno della chiesa. Vedi la fig. 4 della 
suddetta Tavola 94. Egli è vero che non saprebbesi meglio veri- 
ficare quale statua veramente fosse quella di Nicola Aretino, fra 
le varie posie nell'interno del Duomo di Firenze j egli ne scolpi 



degl'italiani 23 1 

forse parecchie, e lo siile di lui, non dissimile mollo da t|ael]o 
di Andrea Pisano suo contemporaneo , può esser cagione di 
quegli sbigli ne' quali in mancanza di memorie s' incorre facil- 
mente. Quindi egli è soliamo con questa riserva che presentiamo 
la bellissima statua sedente nella Tavola indicala. Noi qui pro- 
durremo di sua composizione un basso rilievo scolpilo per l'opera 
della fraternità di Santi Maria della Misericordia in Arezzo nel 
i382. Vedi la Tavola suddetta num. 5. Il merito maggiore di 
questa scultura sta nella grazia , nell' eleganza della figura princi- 
pale , e nell' alFettuosa divozione così soavemente espressa in lulta 
quella non confusa folla di gente genuflessa, che piamente spera, 
desidera, implora con movimenti pieni di verità e di dolcezza, 
senza che siavi punto di rlcercdto, di confuso, di estraneo all'o»^- 
gelto principale. 

La scultura durante il secolo XIII. si sostenne senza decadere 
dall'altezza a cui la condusse Nicola Pisano, ma nei XIV. un 
genio più vigoroso la spinse più avanti, e scultore grandioso e 
fondilor eccellente riempì il mondo della sua fama e delle sue 
opere. Qucsli è Andrea Pisano, di cui leggesi nei libri dell'o- 
pera del Duomo di Pisa eh' ei cominciasse a lavorare come gar- 
zone di Giovanni , trovandosi scritto dal 1299 ^^ i3o5 Andreii- 
ciiLS Pisaniis famulus magistri Johannis , ma presto cominciò a 
seco associiirsi come maestro, giacché nei bronzi di Perugia en- 
trambi i loro nomi sono posti come di maestri ed artefici. Se ne 
andò Andrea a Firenze nel principio del secolo , e vi fu sempre 
impiegato in molle sorta di lavori che gli accrebbero fama , ma 
che fatalmente perirono. Non ostante però il funesto destino di 
tante opere di questo artefice, rimane ancora tanto di lui da ele- 
varlo al primato nel secolo in cui fiorì. Preziosa è la scultura di 
Andrea nel muro esterno del Bigallo rappresentante la Vergine 
col putto; e belli sono i bassi-rilievi nel campanile di Santa Ma- 
ria del Fiore. Ma la circostanza che magglormenle offrì ad Ari' 
drea la via di emergere al di sopra di ognuno de' suol predeces- 
sori, fu quella in cui assunse il lavoro delle porte di bronzo del 
S. Giovanni in Firenze , cui si rivolgono sì pochi e sì distratti 
gli occhi da che le porte di Lorenzo Ghibcrti hanno oscurato il 
pregio di queste. Sarebbe egli mai Lorenzo arrivato al punto cui 
giunse senza che Andrea lo avesse precedulu ? Fonditore eccel- 



23a SCULTURA 

Unte, egli condusse questo lavoro ammirabile con una neltexza 
che non erasi per anco veduta in alcun' allr' opera , e n'ebbe tale 
«noru che, dagli storici ci riferisce come allo scuoprirle, corse a 
vederle tutta Firenze , e la Signorìa non mai solita andar fuori 
di palazzo , se non per la solennità , o per onor di gran cosa, 
vennevi cogli ambasciatori delle due corone di Napoli e di 
Sicilia. La Repubblica dette per ricompensa al detto Andrea 
la cittadinanza non solita donarsi ai forestieri , se non a 
grandemente benemeriti ec. Nella parte superiore della porta 
leggesi: ANDREAS UGOLINI NINI DE PISIIS ME FEGIT 
ANNO DOMINI MCCCXXX. Venti sono I compartimenti ove si 
rappresentano le storie di S. Giovanni ,• e negli otto quadri da 
piedi stanno effigiate diverse virtiì , sporgendo con grazia dal sodi 
che dividono i compartimenti alcune bellissime testine dorate di 
leoni. Due di queste storie noi riportiamo alla Tavola gS, T una 
che rappresenta la Visitazione e l'altra la Preseiitazione. Non 
può dirsi quanta sia la convenienza e il decoro di queste due 
semplici composizioni, ove le passioni dell'anima essendo in 
calma , vogliono dalla sobrietà dell' arteGce tanto più fino ac- 
corgimento nell' esser trattate onde producano una grata sensa- 
zione e un adeguato interesse. Andrea non fu soltanto scultore 
e fonditore j ma ben anche architetto e ingegnere, ed in ognuna 
di queste arti si distinse siccome chiaro e singolare ingegno del- 
l' età sua. 

Da parecchi scrittori si è creduto per lunga eOd opera di que- 
sto scultore il monumento di Gino in Pistoja , ma il Cicognara 
non è lontano dall' attribuire tale scultura a Gora di Gregorio 
scultore Sanese , allievo esso pure della scuola Pisana, ed autore 
dell' urna di S. Gerbone a Massa di Maremma , ed al quale venne 
pure attribuita un' al tr' urna a bassi-rilievi esistente in Siena nel 
primo chiostro di S. Domenico ed eretta a Niccolò Arringhieri da 
Gasole , e morto molto dopo di Ciao, mancato, secondo il P. 
delia Vaile, nel i324« 

Andrea fece rivivere il nome dell'avo Nino in uno de' suoi 
due Cgli , Tommaso e Nino. Del primo citasi un altare in S. 
Francesco di Pisa di non troppo bella scultura ; ma Nino lavorò 
sulle traccle del padre , prestò ajuto al grandioso lavoro dello 
stesso nelle porte del S. Giovanni, e si distinse per la squisitezza 



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degl' italiani ^33 

colla quale trattò la cerne, facendo che il marmo sembrasse mor- 
bido e molle. Le due Madonne che stanno in Pisa nella chieselti 
della Spina fanno prova che in questa parte egli vinse gli ante- 
nati e i maestri della sua scuola 

Contemporaneo di Nino fu Balduccio da Pisa , cui venne or- 
dinato per la chiesa di S. Eustorgio in Milano l'arca di S. Pie- 
tro Martire, che immaginò quanto più grandiosamente potè e che 
condusse a termine con tutta la diligenza e lo sforzo dell'arte 
nell'anno 1389, e che fece pure in Milano nel i347 la porta mag- 
giore della ora demolita chiesa di Brera. Le opere del Balduccio 
non solo non pareggiarono quelle di Andrea, ma non giunsero 
al merito di quelle di lYicola. La diligenza e la grandiosità con 
cui fu concepito e condotto il lavoro dell'arca di S. Eustorgio ci 
dimostrano che l'artefice cercò di corrispondere con tutte le sue 
forze a tanti mezzi che furono disposti per questo ricco monumen 
lo ; ma non bisogna qui ricordarsi né le storie dei pergami di Pisa 
e di Siena , nò l'arca di S. Domenico in Bologna , né le pone 
del battisterio di Firenze: questo lavoro cede di gran lunga in 
gusto ed in esecuzione a tutte quelle opere. Quanto al lavoro par- 
ticolare dello scarpello, così d' Agincourt parlando di questo mo- 
numento , benché vi si osservi una sorta di scorrezione e di du- 
rezza nell'esecuzione, e nell'insieme delle figure, vedi la fig. 2 
della Tavola gS, pure alcune non mancano né di espressione nelle 
teste, né di verità nelle estremità, ed i panneggiamenti ci presen- 
tano quella lodevole disposizione che distingueva di già la 
scuola Pisana. Ma nella totalità cjueslo monumento di superba 
e di bizzarra invenzione sembra l' opera di un genio , che , 
spinto dal desiderio di ritrovare l'antico buono stile, comin- 
cia ad avvicinarvisi , e poi non osando scuotere il giogo di quello 
che già dominava da tanti secoli, termina la sua composizione 
col sacrificarla al gusto di una Gotica magnificenza. Inferiore è 
in merito a quest' urna di S. Eustorgio il pulpito istoriato scolpito 
dallo stesso Balduccio nel castello di S. Casciano , e il mausoleo 
nella chiesa di S. Francesco presso le mura di Sarzana eretto a 
Guarnerio figlio di Cistruccio Inierminelli Signore di Lucca , 
morto nel i39.2. 

Singolare uomo di genio nelle ani fu Andrea Oi cagna , \\ 
quale architetto , pittore , scultore , poeta pa'rve in quell'età adom- 

Cost. Voi FUI. dell'Europa. P. II. 16 



234 SCULTURA 

hrare quasi faticUcamente il genio di MicheV Angelo , che do- 
veva un i^iorno meitere il colmo all'onore delle arti Italiane. 
Egli fu figlio di quel famoso maestro Cione che cesellò tanta 
parte dell'altare d'argento di S. Giovanni a Firenze. Opera di 
Andrea sono le loggle de Lanzi in Firenze , le cui arcate piene 
di maestà possono dirsi un prodigio di eleganza e di nobiltà nel- 
r offrire un luogo decorosissimo alla magistratura nelle pubbliche 
comparse. Vennero queste ornate di sculture per opera o per con- 
siglio dello stesso architetto, e non seppe adattarvi soggeito di 
maggior convenienza che scolpendovi le virtìi , come quelle che 
f^nno strada agli onori della pubblica amministrazione. Ma l'al- 
tare ed il tabernacolo dell'ora S. Michele, di cui diamo due 
saggi nella Tavola suddetta meritano tutta la nostra osservazione. 
Sotto il num. 3 è effigiata una Presentazione e Offerta al tempio, 
e sotto il num. 4 veggonsi tre teste scolpite nel transito della 
Vergine dietro il medesimo altare. Non ispirano i suoi marmi il 
sapore delle Greche antichità, ma null'ostante vi si vede un 
grandioso, un facile, un maestoso che sorprende. Sotto le sue 
pieghe poco svelansi le forme del nudo , ma queste però sono 
larghe, sciolte e di bello stile. Le sue teste non sentono di tutta 
quella nobiltà che viene dal bello formatosi nell' idea di un arti- 
ste» che abbia idealmente fatta 1' analisi della natura , ma le sue 
mosse non sentono di ricercatezza veruna , e neppure di quella 
scelta che tanto all'effetto migliore della composizione e dell'ar- 
monia generale suole contribuire. Questo ricchissimo altare ripieno 
.di scijlture , d' intagli , d' ornati , d' incrostamenti con pietre 
dure e vetri dorati , è di tale e tanto lavoro, e talmente le 
pani vi sono connesse, proporzionate, finite, un u\ complesso 
di bellezza e ricchezza presenta , che non sarebbe esagerazione 
chiamarlo il più ricco e finito lavoro di quell'età. L' iscrizione 
che vi si legge è la seguente: ANDREAS CIONIS PICTOR 

flori<:ntinus oratorii archimagister extitit 
hun mgcclix. 

La più parte delle pitture di questo fertilissimo ingegno sono 
perdute e pochi avanzi se ne veggono in Firenze. Ma restano 
ancora in Pi^a nel Camj)o Santo i novissimi di sua mano , il 
primo dei quali egli interamente condusse, e nei successivi ebbe 
flinlo dal fratello Berna' do -^ al quarto non pensò, poiché lorse 



DEGL* ITALUNT a35 

eli parve che la morie , il giudizio e l' inferno offrissero più 
campo a singolari meditazioni su queste , per così dire , biz- 
zarre e poetiche invenzioni. Nelle sue sculture soleva pone 
il nome di Or cagna Pictor , e nelle pitture Orcagna Sculptor. 
Il Cicognara nel lib. III. capitolo sesto della citata sua Storia 
parla lungamente del risorgimento della scultura Veneziana, che, 
come si studia di provare questo erudito scrittore, cogli stessi 
auspicj di prosperità nazionale risorse emula delle glorie di Pisa, 
e dalle ricche spoglie d' oriente trasse di che elevare i monu- 
menti della propria grandezza. L'originalità, cosi egli, di molte 
opere che ci rimangono di quelle prime età ci attesta come per 
diversi via risorgevano le arti sull'Adriatico, avanti che dalle 
scuole Toscane gli alunni Veneziani fossero venuti a trasportarvi 
i nomi e lo stile del primo ristauratore Nicola , e che egli stesso 
erigesse la chiesa del Santo a Padova e quella dei Frati in Ve- 
nezia. Di pari passo veggousi andare i progressi di queste due 
scuole qui separate , finchò sorge alla metà del XIV. secolo un 
genio fecondo in Fiii/>fJO Calendario che sorprende ogni cultore 
di buone arti , e risalir si vide finalmente al dovuto suo grado 
mercè le opere dal Cicognara prodotte nelle sue tavole; opere, 
secondo lui di troppo ingrata dimenticanza fino a questo momento 
sfortunatamente coperte (i). Quindi egli passa a parlare delle 
sculture che adornano il palazzo ducale di Venezia fatto dal 
Calendario architetto , uomo astutissimo , lo qual era molto 
ben voggiudo dalla Signoria per esser de miggior maistri de 
taggia pietra che se trovasse iìi Venetia. È fuor di dubbio 
egli dice , che questo artefice aver doveva sotto di se una quan- 
tità di subalterni scarpellini e scultori che gli dessero mano al 
gran lavoro del palazzo ducale*; e qualora nel i355 sia detto ri- 
petutamente che aveva edificato questo nuovo palazzo ù d'uopo 
credere intanto che le colonne almeno e i capitelli fossero per 
opera sua scolpiti e messi in opera. Egli passa poi ad esaltare 
il merito di questi capitelli variati per le invenzioni ed eseguiti 
con finezza di lavoro sorprendente, loda le foglie da cui sbuc- 
ciano elegantissime figurine simboliche trattate con leggiadria e 

(i) Poco o nulla di lui si trova nelle memorie Veneziane, nò pariaroiiu di Ini 
i Kidollì, i Vasari , i Baldinucci e gli altri tulli o storici o scrittori di Iraltali. 



2 36 SCULTURA 

freschezza di tocco , e riporta nelle tavole 28, 29 e 3o alenai di 
questi capitelli per dimostrare a chi li riguarda, come, se non 
di pari passo, molto da presso andavano i Veneziani agli artisti 
di Pisa. 

Nel capitolo settimo parla il Cicognara degli scultori Napole- 
tani , i quali ebbero si può dire origine dai primi della scuola di 
Pisa , per quanto venne operato da Nicola e da Gio<i>anni in 
Napoli , prima alia corte di Federico , indi a quella degli Anglo- 
vini. Non poche sono le opere anteriori alla metà del XIII. se- 
colo che veggonsi in Napoli sul gusto di quelle che si riscontrano 
nel rimanente dell' Italia , di cui pretendono quegli storici serbar 
memoria quanto al nome de' loro autori, di modo che fino dal 
IX. e X. secolo citasi uno scultore detto maestro Fiorenza, e 
un altro chiamato maestro Agnolo Cosentino ai quali si attri- 
buiscono molti antichi crocifissi in legno. Un po' più vicine ai 
tempi di cui parliamo , le arti Napoletane si gloriano di Pietro 
e Tommaso dè'Stefani V uno scultore e 1' altro pittore , che sem- 
brano però da principio aver trattato indistintamente le tavole e 
i marmi. Pietro venne incaricato dell' eflSgie e del deposito d' In- 
nocenzo IV. Papa, morto in Napoli nel i254, monumento da lui 
eseguito con soddisfazione di tutti. Dopo questo deposito ebbe 
occasione di fare molti altri lavori, alcuni de' quali trovansl nelle 
vecchie chiese Napoletane. Maggior lode meritò Masuccio I. Na- 
poletano noto per le molte sue opere d' architettura , e per molti 
.depositi fra i quali osservasi quello che gli eredi a Jacopo di Co- 
stanzo , morto nel 1284, fecero erigere nel Duomo. Masuccio IL 
discese non dal primo, che gli fu unicamente padrino al sacro 
fonte e gli die nome, ma da Pietro de^ Stefani nel 1291, e può 
dirsi che questi realmente fosse per l'arte il primo a farle splc- 
prtre un volo In quelle contrade. Egli fu che rifece la bella chiesa 
di Santa Chiara , che costrusse quella della Maddalena , di Santa 
Croce ed altre. 11 gusto di queste fabbriche rassomiglU molto 
a quello del Pisani , non così quello della scultura , la quale non 
raggiunse In Napoli il merito delle opere di Nicola e di Gio- 
vaniìi e degli altri. Opere di Masuccio IL sono il deposito di 
Caterina d' Austria morta nel i343, quello della Regina Maria 
madre di Roberto posto dietro l'altare di S. Lorenzo; l'altro di 
Qarlp nella tribuna laterale all' aitar maggiore in Santa Chiara 



degl'italuki i»37 

postovi nel i328, ed altre non poche sculture, delle quali alcune 
veggonsi intagliate nell'opera di d' Agincourt. II signor Cicognara 
produsse nellH tavola 4o» ^^^ primo volume della sua opera una 
serie di monumenti , la più parte inediti di scultura Napo- 
letana. 

Tutti gli storici ci danno la nascita di Donatello nel i383 e 
la morte nel \1\66: Lorenzo Ghiberti nacque nel 13^8, e tro- 
\ansi memorie d' aver fatto il suo testamento nel i455, dal che 
risulta essere il Ghiberti nato prima di Donatello, e prima 
forse anche di lui mancato. Contemporanei dunque furono questi 
due scultori e fonditori insigni, che veramente possono dirsi i 
capi scuola di questa età rara e privilegiata per la copia d'ingegni 
straordinarj che produsse nell'esercizio di questi studj. Non può 
ben giudicarsi chi fosse il primo institutore di Donatello nell'arte 
della scultura, e se veramente n' ehbe uno, poiché non resta al- 
tro documento degli studj della prima età sua, se non che egli 
si accomodò con Lorenzo di Bini pittore, e che gli servì di sus- 
sidio. Egli trovavasi ne' suoi primi anni contemporaneo agli ul- 
timi artisti dell'epoca già trascorsa, i quali non volgari opere 
avevano prodotte in Firenze. Di molli abbiamo già parlato , e fra 
quelli che fiorirono sulla fine di un secolo e sul principio dell'al- 
tro meritano speciale menzione Jacopo di Pietro della Quercia, 
villaggio poco da Siena distante , detto anche altrimenti Jacopo 
della Fonte (i); e quei molti scultori Fiesolani che precedettero, 
e instituirono forse Mino da Fiesole e Andrea Ferucci due 
de' più valenti nell'età loro. 

Ma ritorniamo a Donatello cui sono specialmente dirette le 
nostre ricerche; a quell'uomo che fu l'ammirazione del secolo, e 
che diffuse i suoi lumi per tutto il mondo. La maggior parte 
degli autori concorrono nell' opinione che la tavola in marmo 
della Nunziata in Santa Croce di Firenze fosse una delle prime 
sue opere, e che per questa gli venisse assicurata fama di valente 
nell'arte. Oggetti di curiositi per la memoria dell'arte sono i 



(i) Le opere di Jacopo della Quercia vcpgonsi principalmente in Siena aliai 
Fonte di piazza, da cui prese celebrità e nome in Lucca, ove scolpì diverse sta- 
tue e monumenti sepolcrali con magistero non ordinario, e in Bologna ove adorna 
l'ingresso principale della Basilica. 



238 SCULTURA. 

due crocifìssi lo legno di Donato e del Branelleschi. La gara di 
questi duo artisti è minutamente descritta dal Vasari. Il primo 
quand'ebbe scolpito il suo crocifisso credette di aver fatto mira- 
bilissimo lavoro, ma quando vide in quello del Brunellesco 
«spressi felicemente la nobiltà delle forme il languido abban- 
dono di una persona sofferente e gentile, ne rimase compreso di 
meraviglia , sclamando nel confessarsi vinto ; a te è conceduto 
far dei Cristi , a me dei contadini. Il crocifisso di Donatello 
trovasi in Santa Croce, quello del BiuncUeschi in Santa Maria 
Novella. Effetto di quelle riflessioni che Donato dovette fare 
sulla utilità dell'espressione furono forse alcune statue da lui ese- 
guite della Maddalena e di S. Giovanni , soggetto da lui poi le 
molle volte ripetuto , e sempre con piij fina avvedutezza e consi- 
glio maggiore. Li Maddalena ch'egli scolpì in legno per la chiesa 
di S. Giov=»nni rinchiude in sé stessa grandi e slngoliri bellezze 
per la gentilezza delle forme , l' intelligenza delle parti anatomi- 
che, e l'espressione di dolore che spira dal moto e dalla Gsono- 
mia. Fra le figure da lui variate tante volte del S. Giovanni ve- 
nerasi come capo d'opera dell'arte di questo scultore la statua 
in marmo della galleria di cdsa Martelli. Nobilissima e vivissima 
ne è l'espressione, come se il fiato e le parole gli uscisser di 
Locca , gentile ollremodo la figura , ben proporzionate le membra 
e perfetta l'intelligenza anatomica. Vedi oneste figure nelle ta- 
vole 5 e 6 del voi. I. Cicognara. La statua di S. Giorgio e 
quelle del campanile di Santa M^ria del Fiore, sono opere che 
in qualunque età avrebbero bastato a costituire la riputazione di 
un artista. La prima che conservatissima si vede dal lato meridio- 
nale dell'or S. Michele a Firenze, e che diamo sotto il num. i 
della Tavola 96, può dirsi il modello della sobrietà» e della pro- 
fondità dell'artista. Il posare di una tal nobilissima figura con 
tranquilla maestà , 1' età sua giovanile , una cert? nobile e non esa- 
gerala bellezza , la semplicità de' suoi contorni , la bellezza delle 
sue proporzioni, la ricchezza della su^ armatura, tutto contri- 
buisce a formare un insieme aggradevolissimo , nuovo, tratto e 
nudrito dalle più belle forme dell' antico e dell'ideale, senza pla- 
gio od imitazione; opera che con molta ragione costituì la fnma 
principale ed il merito a questo artista. 

Gli antichi scrittori che di lui ci lasciarono memoria, cele- 



Enr. Vn/. Vili. 



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degl'italiani 289 

Lrano grandemente una quantità di lavori suol di stiacciato rilievo^ 
dei quali non fu possibile rinvenir traccia. Ma rimane però abbastanza 
di lui e nei pergami di Santa Croce in Firenze e nella chiesa del 
Santo a Padova di ohe convincere i lettori dell'eccellenza di questo 
maestri) nei bassi rilievi. Donatello trattò l" argomento della depo- 
sizione della cruce in uno dei pergami di S. Lorenzo in l'irenzo 
che vedesl alla Tavola suddetta. In questo basso-rilievo si conosco 
il sapere dell'antica imitazione, per l'abbandono del corpo del 
Salvatore, e pei movimenti di dolore e di disperazione delle don- 
ne piangenti. Due di queste prorompono a braccia aperte in modo 
sì vario e sì pittoresco, che sembra quasi sentirsene le strid.i , 
due stricciaiisi i cnpelli disperatamente, delle quali una tiene an- 
cora nella mano sinistra ima ciocca già del proprio crine strappa- 
ta. Ria sublime è poi l'espressione delle altre quattro donne pian- 
genti e per gran duglia mule, e in singolare di quella che sul 
davanti colle mani giunte avvicinate al petto s' inclina sjpra la fac- 
cia cosi nobilmente e con tanta profonda mestizia , che direbbesi 
scolpita dal maestro d' ogni più fina espressione, il divin lìqf- 
parilo. 

Belli poi oltre ogni dire sono i putti di Donato eh' ci scolpi 
e in Prato e in Firenze , ne' quali si vede che la geniile/.za era 
una delle prerogative più caratt(;ristiche di esso, belle le figure 
nel basso rilievo in Napoli a S. Angelo in Nido , belle molte altre 
opere che si conoscono di Donatello in diversi luoghi d'Italia e 
particolarmente della Toscana; ma a noi deve bastare l'aver qui 
accennate le più famose, e quelle singolarmente che del suo stilo 
danno più chiara e distinta ragione. 

Fra gli allievi e imitatori di Donatello si fa onorevole men- 
zione di un certo Oioi^nnnl da Pisa eh' ei seco forse teneva in 
Padova , allorché vi andò a fare quei molti lavori che vi si veg- 
gono ; e molto più di buon litte aveva da lui succiato questo 
Gin\'aniìi che non fece il Vellano Pa(ìo\mno , il quale lavorò 
sempre seco. D<I primo si loda il b;isso-rilievo in terra colla nell-* 
cappella che Mantegna dipinse in Padova agli Eremitani. Neppu- 
re da quel Simone fratello di Donato ricevè Parte alcun incre- 
mento quantunque egli lavorasse con qualche eleganza , come si 
vede nei cancelli alla cappella della Madonna della Cintola in 
Prato, e si unì col Filarete nel lavoro delle porte di bronzo dr 



24o SCULTURA 

S. Pietro in Roma , opera mediocrissima sopra tutto relativamen- 
te alPaurea età in cui fu fatta. Lo stesso dicasi di quel Bertol- 
do Fioreìitino che era allievo di Donatello, e che rinettava le 
opere dei maestri negli ultimi anni della sua vita. Al Filarete , 
quantunque non si possa attribuire un gran merito nella scultu- 
ra , e sebbene le opere sue sieno assai inferiori di gusto a quelle 
dei tempi in cui Borivano e Donato e Ghìberti , null'ostante il 
di lui nome sar^ molto onorato dall'insigne edifizio ch'egli fon 
dò in Milano, vogliam dire dal Ragio Ospedale , di cui abbiam 
già parlato nell'articolo àsW Archi Lettura. Lavorò pure con Do- 
nato Michelozzo Michelozzi valente architetto , che sì accinse ad 
oijtii genere d'Imprese negli edifizj pubblici, e lasciò di sé gran 
nome in tutta la Toscana , in Venezia , in Rom^ , in Milano , e 
singolarmente nel palazzo della Signoria di Firenze, vedendosi 
il buon criterio venire associato col miglior gusto e col discerni- 
mento più fino. D^ noi si riportano le due figure di donna , Ta- 
vola suddetta, che si veggono scolpite in Milano nel ricchissimo 
ornato della portn di quel palazzo che Francesco Sforza donò a 
Cosimo, e fu fdtio costruire non solo, ma fregiare d'ogni orna- 
mento da questo architetto e scultore (i). A Nanni di Antonio 
di Banco allievo di Donatello si attribuisce la singolare sculiu 
ra detta in Firenze la Mandorla, che vedesi sopra la porta la- 
terale di Santa Maria del Fiore dirimpetto alla via del Cocome- 
ro. Egli scolpi il S. Filippo dell'or S. Michele, i quattro Santi 
ivi pure raggruppati in una sola nicchia, opere non volgari, e 
meritevoli di tenerlo fra' buoni artisti del suo tempo, ma delle 
quali nessuna pareggia la scultura della Mandorla, Uno di colo 
ro che molto approfittarono delle opere di Donato , si fu Desi- 
derio da Settignano che per le belle opere prodotte nel breve 
corso di sua vita, la quale non oltrepassò, secondo il Vasiri, 
gli anni 28, ci lascia dolenti pel molto che avrebbe prodotto se 
avesse più lungo tempo vissuto. Condusse il marmo con una mol- 
lezza singolare e una pastosità che alle morbide carni lo rende- 
va rassomigliante , e inventò i suoi soggetti con una grazia infi- 
ci) Il Consigliere Fagave Milanese ci lasciò una Memoria intorno a questo 
palazzo che trovasi nella strada de' Bossi , ed una esattissima Descrizione di que- 
sta maguiQca porta d'ingresso. V. Vasari Tom. IV. edizione dei Classici Ita- 
liani. 



degl' italiani ^4 I 

nlia , come fede ne fanno le sue sculture In Firenze all'aliare de! 
Sacramento in S. Lorenzo, e il deposito elegantissimo del Mai^ 
suppirii in Santa Croce. A Desiderio venne per errore ailribullo 
il bellissimo monumento della B. Villana in Santa Maria Novella 
scolpito nel 1437, il quale appartiene a quel Bernardo di Mat- 
teo Rossellitio famoso architetto e scultore che scolpi il mauso- 
leo di Leonardo Bruni Aretino in Santa Croce di Firenze eoa 
somma eleganza e semplicità. Anche Matteo Civilali Lucchese 
nato nel i435 e morto nel i5oi, tiene luogo distinto fra gli scul- 
tori di questo secolo, e sebbene in patria e in Genova soltanto 
si conoscano le opere sue, nuli' ostante sono esse cus) saggiamen- 
te pensale e cosi nitidamente ed elegantemente tseguite, che pos- 
sono gareggiare colle primarie pel gusto dell'esecuzione e per 
l'adempimento dei precetti dell' arte. L' opera più cospicua che 
uscisse dal suo scarpello si fu il bellissimo mausoleo di Lucca dì 
Messer Pietro da Noceto già segretario di Nicolò V. che può 
presentarsi come il modello di questo genere di monumenti. La 
statua di S. Sebastiano in S. Martino di Lucca viene dal Vasari 
ritenuta come il cnpo d' opera di questo artista. Egli propose in 
questa statua un modello giudicato perfetto dal Perugino quando 
studiò sulle forme e sull' atteggiamento di questa scultura nel 
1493, cioè nove anni dopo che uscì dallo scarpello dell'artista. 
Bella e grandiosa altresì è la statua d'Abramo, una delle sei che 
scolpi per la cattedrale di Genova. 

Emulo e contemporaneo del Brunellesco e di Donatello sep- 
pe il Ghiberti aprire una via ai progressi dell'arte della scultura 
che non era ancora stata tentata. Egli non servile imitatore di 
chi Io aveva preceduto, veduto che all'arte restava il piìj diffi- 
cile passo da compiere , quello cioè di alzarsi al maggior grado 
di concetti elevati e di nobile esecuzione col mezzo della bellez- 
za ideale , propose agli indefessi suoi sludj questo scopo subli- 
me. Tutto ciò che risguarda le notizie biografiche di questo straor- 
dinario ingegno trovasi già riunito nelle vite che di lui scrissero 
il Vasari e il Baldinucci. 

Non pare che quest'artista imprendesse alcun lavoro di gran- 
de importanza prima che il concorso alle famose porte di S. Gio- 
vanni gli fosse incitamento a un tal lavoro che segnar doveva la 
più grand' epoca dell'arte dopo il suo risorgimento. Il Cicogna- 



a42 SCULTURA 

ra dopo di aver riportato nella tavola XX. i due bassi-rilievi del 
Brunellesco e del Ghiberti rappresentanti amendue il sacrifizio 
d' Isacco , e dopo di aver fatto un esatto confronto ira il saggio 
dell'uno e dell'altro , volendo meglio far conoscere a qual apice 
dell'arte pervenisse il Ghiberti, prende ad esaminare uno dei ven- 
ti compartimenti della porta per cui fu fatto il concorso , e uno 
dei dieci dell'altra fusa posteriormente, che rimane in faccia a 
Santa Maria del Fiore. Noi qui li riporteremo nella tavola gy ove 
sotto il num. i, vedesi la resurrezione di Lazzaro, soggetto me- 
raviglioso trattato con tutta la saviezza, la nobiltà, la poesia, e 
con tutte le avvertenze che convengonsi a un'opera di bassorilie- 
vo. La chiarezza e la semplicità con cui è sviluppato , non la- 
sciano alcuna desiderabile emenda , e iu questo può dirsi essere tut- 
ta quell' attica purità che tanto è cara nelle produzioni dell'ar- 
te. Maggiori furono le difficoltà incontrate nell' esecuzione dei die- 
ci compartimenti più grandi tolti dal Vecchio Testamento , giac- 
ché i venti minori egli tolse dal Nuovo. Non pago di trattare in 
ciascuno un soggetto , egli si propose di esaurirvi un' intera sto- 
ria , e nel modo come trattò quello che noi presentiamo nella 
medesima Tavola sotto il num. a, trattò anche gli altri , cosic- 
ché quattro azioni della medesima storia si presentano in ogni 
compartimento , a ciò forse consigliato dal non volere moltiplica- 
re i compartimenti. La creazione dell'uomo, quella della donna, 
il loro peccato e il loro gastigo egli rappresentò nel primo bas- 
so-rilievo ricco di 4i figure, senza che la moltlplicilà delle azioni 
nuocesse io alcuna maniera alla convenienza dell'arte. Altissimo 
concepimento , composizione sagacemente distribuita , espressione 
vera , giusta , profonda , purità di contorni , grazia di forme ed 
elegantissima esecuzione sono i pregi principali di queste produ- 
zioni, che nel principio del XV. secolo presentarono il piìi gran- 
de modello che si fosse mai offerto all' arti. Ed ecco precisamen- 
te la prima fonte da cui trassero studio ed emulazione tutti colo- 
ro che vennero dopo j né il divino Urbinate sdegnò trar modi 
di panneggiare , di aggruppar le figure e di atteggiarle da questi 
bronzi del Ghiberti. 

Bellissimo è altresì il basso-rilievo scolpito dal Ghiberti sul 
dossale d' un altare nella patria Basilica rappresentante il mira- 
colo di S. Zanobi quando risuscita un fanciullo morto alla pre- 



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DEGL' 11 ALIASI «4^ 

senza di una grandissima folla di circostanti. Vedi num, 3. Tavo- 
la suddetti. Mi! il Ghibcrti non fu soltanto scultore di piccole 
figure e inventore di minute composizioni , ma nel più gran ge- 
nere dell' iirte egli fu il primo de' suoi contemporanei, e il solo 
che potè con onore veder situata una figura di gran dimensione 
ove Donatello aveva posto il suo S. Giorgio. Tre statue egli fece 
che veggonsi fuse in bronzo nel giro dell'edilìzio chiamalo or S. 
Michele in Firenze , cioè il S. Giovnnni Ballista , San Matteo e 
S. Stefano, ma la seconda è quella che fra queste dislinguesi sin- 
golarmente e fugli fatta modellare dal maestri della zecca. L étJk 
che produsse il S. Giorgio e il S. Matteo non solo può andar fa- 
stosa per questi monumenti, ma al nostro credere non fu mai 
sorpassata nei (empi di uno splendor mìggiore dell'arte; poiché 
si videro produzioni che fecero è vero ammirar più grandemen- 
te l'artista per lo sfot;gio delle sue cognizioni, ma col danno di 
quella moderazione che non può a meno di non essere sacrifi- 
cala quando il merito dell' artefice voglia campeggiare plìi lumi- 
nosamente che la pacita e tranquilla imitazione della natura. 

Se Donatello e il Ghiberti giunsero a un altissimo grado nel- 
1' arte della scultura, e se per opera loro le altre arti si mossero 
verso quell'eccellenza a cui tutto tendeva vigorosamente, non istet- 
lero poi nel la bassa mediocrità i della Robbia, 1 Majaiii , i Poi- 
lajoli , il yerocchio i e parecchi scultori Fiesolani, le cui opere 
meritano d'essere conosciute ed ammirate. 

Quantunque Luca della Robbia abbia il merito d'essere il 
primo che ponesse in uso l'invetriare 1 lavori di plastica con quel- 
lo smalto che li difende da tutte le azioni atmosferiche; nuli' o- 
stante egli prestò anche la mano ai lavori di più dura materia, 
ed abbiamo bassi rilievi in marmo ed in bronzo di quest'artista 
che possono venir a gara colle produzioni più distinte de^suoi 
contemporanei. Lo stile de'suoi lavori partecipa di quello del Ghi- 
berti , se non che d'alquanto più freddo, ma sempre conservan- 
do tutta l' ingenuità di quegli aurei tempi dell' art^. L' espressio- 
ne la più vera, la più gentile, non mal esagerata si vede tanto 
ne suoi marmi quanto nei bronzi, e singolarmente nei lavori di 
plastica. Nacque può dirsi, in seno di questa famiglia una scuola 
per cui fratelli e nipoti e pronipoti riempirono il mondo, se non 
bastò la Toscana, di lavori bellissimi. Un'idea del merito sin- 



2 44 SCULTURA 

golare di Luca ci ofTrono i due bassi-rilievi in marmo bianco che 
si conservano nell'opera di Santa Maria del Fiore a Firenze che 
furono scolpiti a concorrenza con Donatello per essere posti in 
alto sopra le cantorie. Infinita è parimente la grazia che vedesi 
nel prezioso lavoro di plastica conservato nella R. Accademia di 
belle arti di Firenze , ove la Vergine genuflessa adora il divino 
Infante: composizione che dai pittori è stata così di sovente imi- 
tata e non sempre forse pareggiata. Anche i bassi-rilievi sulle por- 
te di bronzo che conducono dall' interno di Santa Miiria del Fio- 
re alla sagrestia sono di una semplice e bellissima esecuzione. Som- 
mi artisti per forza del proprio ingegno riuscirono pur anche i 
due Majani Giuliano e Benedetto y che architetti e scultori ad 
un tempo lasciarono per tutta l' Italia inferiore da Firenze fino 
a Napoli splendide memorie del loro talento. La maggior copia 
delie sculture di Giuliano sono in Napoli, ed egli è l'autore del- 
l' arco di trionfo e degli ornamenti magnifici che decorano l' in- 
grèsso di Castel nuovo in Napoli, attribuiti però da alcuni allo 
scultore Pietro di Martino Milanese. Noi abbiamo già parlato so- 
pra di tale qulslione , ed abbiamo altresì prodotto nelle Tavole 
y6 num, I e yj num. 4i '^ basso-rilievo di mezzo suH' arco , e 
l'altro non meno semplice che elegante, ove parlasi delle varie 
armature e vestimenti militari di quel secolo. La maggior parte 
degli ammiratori delle cose Toscane poche opere riconoscono in 
Firenze di Benedetto da Majano, e la maggior celebrità si attri- 
buisce alla magnifica porta della camera d'udienza in Palazzo vec- 
chio , dove non solo i marmi d'ornato e le figure scolpì, ma i 
bellissimi lavori di tarsia egli fece che sono tuttora conservatissi- 
mi. I compartimenti coi quali adornò il pergamo nel tempio di 
Santa Croce mostrano una bella e diligente esecuzione ed un buon 
gusto d' invenzione ; ma sopra tutto molla grandiosità negli edifi- 
zj scenicamente rappresentali nel fondo , come vedesi specialmen- 
te nel soggetto rappresentante la morte di S. Francesco. Ma il 
lavoro ancor più perfetto e forse 1' opera migliore di questo esi- 
mio artista quanto alla condotta ed al gusto in ogni sua parte , è 
un medaglione di basso-rilievo in marmo fatto nel sepolcro di Fi- 
lippo Strozzi il Fecchio in Santa Maria Novella. Più brio nel 
comporre e più magistero nel disegnare mostrò in quest'epoca il 
Pollaiolo , che quaisi può essere chiamato il precursore di Mi- 



degl'italiani a45 

chel* Angelo nella fierezza del disegno dei nudi , e nella somma 
intelligeu/.i dell'anatomia. Orefici e fonditori abilissimi i Pollajo- 
li trattarono gli argenti , la cera ed i bronzi in modo da non a- 
ver chi pareggiar li potesse, e ben s'avvide il Ghiberti del valo- 
re d'amendue, e più particolarmente di Antonio onde lo impie- 
gò nei lavori delle celebri porte- Le argenterie dell'altare famoso 
di S. Giovanni in Firenze sono ricche dei lavori prlmarj di que- 
sto artefice a cesello. Lavori di niello egli fece gareggiando colle 
belle paci di cui Maso Finiguerra aveva arricchito la sagrestia 
di S. Giovanni di Firenze, e medaglie coniò, e stampe incise, che 
form ino uno dei principali ornamenti delle collezioni dei più ric- 
chi amatori di simili preziosità. Ma più alla pittura che ad altra 
pratica fu addetto il suo ingegno, e notissime sono col mezzo 
delle stampe o le sue invenzioni da lui medesimo incise, o i suoi 
quadri intagliati da altri famosi bulini. Fra gli scultori che ono- 
rono la statuaria Andrea da f^erocchio ha uno de' più distinti 
luoghi. La sua vita non oltrepassò il 56 anno e mori nel i488. 
Se il S. Tommaso, il Redentore in bronzo posti nell' esterno 
dell'or S. Michele in una delle nicchie principali fossero \estiti 
con più felice scelta di pieghe , queste due statue sarebbero tra i 
primi lavori per la loro nobiltà, pel loro disegno e per la loro 
compositione. Una delle opere più celebrate di questo autore è la 
sepoltura di Giov;inni e Pietro di Cosimo de' Medici fra la cap- 
pella del Sacramento e la sagrestia di S. Lorenzo a Firenze. Que- 
sto lavoro ricchissimo per gli ornati e per la materia è uno dei 
capi d'opera dell'arte in questo genere, e non avvi forse monu- 
mento non figurato che a questo si adegui. Può dirsi che al f^e* 
rocchio venisse onore grandissimo dalla qualità dei distinti alunni 
della sua scuola, poiché contansi tra questi Pietro Perugino e Leo- 
nardo da F^inci. E non volgare scultore ed alunno si fu anche 
quel Francesco di Simone Fiorentino , il quale scolpì in Bologna 
nella chiesa dei Domenicani il deposito di Alessandro Tartagni 
Imolese, che può ritenersi fra i monumenti più insigni che \eg- 
gansi in quella città e fra le più belle opere di questo secolo. 

Nel giro di circa 3o anni furono eretti da scultori Toscani mol- 
li monumenti , dei quali lo siile attesta che gli autori uscirono da 
una stessa scuola , o educarono il loro gusto partendo dagli stes- 
si principi. 



a46 SCULTURA 

Andrea Ferucci e Mino da F/e5o/e condussero il marmo con 
tanta morbidezza , e con tanto gusto e sapore Inventarono , che le 
opere loro hanno il diritto di riputarsi fra le migliori produzioni del 
secolo. Grandissimo poi è il numero dei Fiesolani che si distinse- 
ro particolarmente nel genere degli ornamenti intagliati con isqui- 
sito gusto e leggerezza. I loro nomi e le loro opere si rintracciano 
nel Vasari. 

Sparsa per tutta Ih terra quell'industriosa colonia di Luganesi 
e di Comaschi che vivevano nel mestiere di muratori e di scarpsl- 
lìni fino dai primi secoli , siccome abbiamo di già accennato , egli 
è ben chiaro che molti di questi conversando con architetti e scul- 
tori di grido , per lo svegliato ingegno loro passassero dalla classe 
dì manuali e materiali esecutori a quella di egregi scultori, nello 
slesso modo che fecero i lavoratori dei marmi di Fiesole tra'qua- 
li sorsero tanti artisti distinti. Ma questi ebbero storici premurosi 
e biograti che serbarono con patrio affetto le loro memorie; que- 
gli attendevano la diligente penna del fu pittore Giuseppe Bossi; 
ed ora quella del signor Cattaneo Direttore del Gabinetto 
Numismatico in Brera , che ordinando i bei fasti delle arti 
Lombarde presenti la biografia degli artefici di questa parte d' I- 
talia. A lui forse riuscirà trovar qualche traccia di quel Matteo 
Revetti , il quale fioriva nel principio del secolo XV. e che lasciò 
di sua mano un monumento elegantissimo in Venezia nell'isolet- 
la di Sani'Elena , collo scolpire il sepolcro al Conte di Valtaro ed 
Arquato della famiglia Borro'mea di Toscana , il quale artista vi 
pose il suo nome in campo turchino a lettere d' oro; MAT- 
THEUS DE REVETTIS MEDIOLANEN FECIT 1422. 

Il miglior modo per conoscere lo stato della scultura in Lom- 
bardia sarebbe quello di produrre un' illustrazione fatta con giusto 
criterio della Certosa di Pavia. Questo tempio fu fatto erigere , 
siccome abbiam già veduto parlando dell'architettura degli Italia- 
ni, da Giovanni Galeazzo Visconti sul terminare del secolo XIV. 
non fu ornato nrlla facciata degli stupendi lavori che vi si veg- 
f;ono se non dal 147^ in avanti, epoca in cui fiorivano i princi- 
pali scultori di questi paesi che vi condussero lavori oltre ogni 
<;:redere degni d' ammirazione. Quarantaquattro statue ne adorna- 
no la ciii>a , sessanta medaglioni rappresentanti, Imperatori e uomi- 
ni illustri ne fregiano il basamento j ed i finestroni e 1' ingresso 



degl'italiani ^47 

principale sono incrostali di bassi rilievi ed intagli d' ogni manie- 
ra e del più Gno ed elegante lavoro. Ma nessuna descrizione fu 
mai pubblicata in questo tempio in una forma tale da poter clas- 
siGcare i diversi lavori secondo i rispellivi arteflci che li condus- 
sero. I registri dei monaci sono confusi , e vi appariscono molli 
nomi di varj artisti alla rinfusa come Giovanni Antonio Ama- 
deo, Benedetto Brioschi , i fratelli Mante gazza , Ettore d' u4l- 
ba , Antonio di Locate, Battista e Stefano da Sesto , France- 
sco Piontello , Giacomo Nava, Marco sagrate , Angelo Marini 
Siciliano, Andrea Fusina , Cristoforo Solari, Battista Gattoni, 
Agostino Busti , Antonio Taniagnini, Gioi>anni Giacomo della 
Porta, Giovanni Cristoforo Romano. Con questa farragine di ar- 
tisti , molti dei quali insigni, egli è impossibile determinare defl- 
niiivamente a chi appartengano le opere, poiché fiorirono quasi 
ad un tempo. 

Elegantissime sono le colonnette che reggono le arcate di sesto 
acuto nei finestroni della facciata : le loro proporzioni, i loro or- 
namenti le costituiscono un modello di eleganza , e potrebbe in 
quel minutissimo genere di ornato e di figure aver lavoralo Atgo- 
stino Busti, detto il Bambaja , che non fu mai pareggiato in Ita- 
lia per 1' estrema finezza del tocco dello scarpello. Anche i bassi- 
rilievi scolpili nellii facci-ita presso alla porla maggiore sono tratta- 
ti della stessa maniera. Quello che venne riportato dal Cicognara 
nel Tom. II. sotto il ìium. 5 della Tavola 47» figura una processio- 
ne , un convoglio sepolcrale , ci presenta una massa di popolo, che 
!>e ne va confusamente e indiflerenlemente, come sempre esser suo- 
le : i varj modi d'abbigliamenti fedelmente imitali, e persino le 
fisonomie che spirano quei volli , sono cosi fedelmente ritratte al 
naturale che dinotano il carattere nazionale. Che poi le sculture 
indicate nelli stessa facciata debbano appartenere a Cristoforo So- 
lari , detto il Gobbo, esimio tra gli scultori Lombardi, noi non 
ardiremo di confermarlo. Si sa ch'egli lavorò e nel Duomo di Mi- 
lano e nella Certosa di Pavia; ma con troppa incertezza gli scritto- 
ri variitniente a lui aiirihuiscono diverse fatture e staiue e bassi-ri 
lievi. (jÌò che pare fuori di dubbio da atlribuirsi al Solari per con- 
senso dci^li surillori e por lrj<lizione sono le figure di Lodovico il 
Molo (.' dell.» sua moglie Beatrice scolpite in basso rilievo in duo 
lapidi di maimo, trasportate dalla chiesa delle Grazia iu Milano 



2^B SCULTURA 

alla Certosa di Pavia, e che noi abbiamo gi^ riportale' nella Ta- 
vola 60. 

Nel principio del secolo contano gli scarpelli Milanesi quel fa- 
moso Iacopino da Tradate che è maraviglia non sia ricordato fra 
gli scultori della Certosa. Nel Duomo di Milano è la sua opera la 
statua di Martino V. sedente in trono, fatta erigere da Filippo 
Maria Visconti. Andrea Fusina può tenersi fra i migliori scarpelli 
Lombardi, e a lui debbonsi attribuire molte buone sculture nella 
Certosa , e nella Basilica , se è fuor d' ogni dubbio che il nobile 
monumento del prelato Daniele Birago , il quale vedesi alla chiesa 
della Passione in Milano, sia una sua fattura, A lettere grandi sta 
scritto sullo zoccolo del mausoleo , ANDREAE FUSINE OPUS 
1495. Le proporzioni generali, la grazia degli ornamenti, le parti 
prese ad una ad una , le modanature tutte sono della maggior ele- 
ganza che inventare mai si possa, e desunte dalle purissime fonti 
della maestra antichità. Pochi non furono gli artisti che si distin- 
sero in Milano , e quel Cristoforo Lombardo o Lombardino , e 
queìV Angelo Cicititino , e queW Antonio da Vigh o da Feggih, 
sono ptrimente citati dal Vasari e dagli storici Milanesi in una ma- 
niera che onora i loro talenti. Sembra che siensi fatte troppe ma- 
raviglie per la figura che nel Duomo di Milano si mostra scolpita 
da Marco Agrate r>*ppresentante un S. Bartolommeo scorticato , o 
piuttosto l'anatomia esterna dell'uomo espressa secondo le nude 
forme della natura non già colla flerezza o la nobiltcì dell' arte. Di 
Caradosso , àe\ Basii, del Brambilla , del Fontana e d'altri par- 
leremo nell' epoca susseguente , quantunque presso che tutti sor- 
gessero al termine di questa insigne età. 

Il resto della Lombardia non diede molti artisti, le cui opere 
sieno venute in chiarissim-< fama , se non che Pavia può vantarsi 
di quel Giovanni Antonio Aniadeo che scolpì alla Certosa , la- 
vorò in S. Lorenzo a Cremona, che In Bergamo fece il famoso de- 
posito di Bartolommeo Colleoni, e poco lungi dalla città a Basella 
l'elegantissimo monumento di Medea flglia nobile del suddetto, 
mort) nel i44*^- Verso 1' anno i43o fioriva anche quel Geremia 
da Cremona nominato dal Vasari nella vita del Brunelteichi. I 
Cremonesi però vantano più ragionevolmente quel loro Bramante 
Sacchi che scolpì i lavori della celtrbre porta del palazzo Stanga a 
S. Luca , ora casa Bossi dei Marchesi di S. Secondo , 1' arca nella 



degl'italiani i^cì 

quale conservansi le ceneri dei Sanii Marcellino e Pietro , che ora 
trovasi nella cattedrale. Anche quei valenti artisti della famiglia 
Pedoni Gai/fare e Cristo/oro, che fiorirono sul terminare di que- 
sl' epota e sul principiare del WI. seculo, hanno giustamente 
luogo fr<»' primi e più gentili ornatisti di quell'età. Tale famiglia 
però r oriunda di Lugano. Gli stessi Cremonesi con ragione vanta- 
no anche quei due Tommaso jémici, e F. Mahila de Mazo che 
nel 1 195 lavorarono in Duomo l'altare di S. Niccolò. I Piacentini 
ave\iino a\uto la gloria di cintar fra di loro que' fratelli (Jberti , 
i qu.ili nel XII. secolo gittarono le porte di S Giovanni Latemno 
in Roma , e dopo lunghissimo periodo di tempo fanno niemorin di 
AìitclLoito Braccioforte orefice pieno d'ingegno, che nel finire del 
secolo XIV. e nel principio del XV. lavorò di cesello opere meri- 
tevoli di encomio; non meno che di Antonio del Mezzano artefi- 
ce di quell eia che parimente attese ad opere di oreficeria. Potè 
Modena in questa età insuperbirsi dei suoi plasticatori , ed in ispe- 
cie di quel Guido Mazzoni , chiamato anche il Mndanino , il 
quale precedett<; il famosissimo Begarelli. dì cui si farà parola nel- 
l'epoca susseguente (i). Ma uno dei vanti più singolari dell'età e 
della parte d'Italia a cui si riferiscono queste ricerche , è l'essersi 
trattata la scultura dalle mani gentili di coltissime donne , come 
Isabella Discalzi moglie del suddetto Mazzoni Utiitamenie alla fi- 
glia , che immaturamente rapita ai vivi lasciò memoria appena del 
suo felice ingegno. Più singolare riesce ciò che si osserva in propo- 
sito di Properzio de' /{ossi , la (juale il duro inarmo trattando me- 
ritò di passare fra gli scultori più celebri dell'età sua. Essa morì 
nel i53o: il suo basso-rilievo che si conserva nelle stanze dell ope- 
ra di S. Petronio, il quale rappresenta Giuseppe il cast) che fìi^'ye 
dalle insidie della moglie di Putifarre, non cede alle altre belle 
produzioni di famosi scarpelli cbe furono fatte per ornamento 
delle porte della Basilica, e la composizione è tanto gentile qum- 
to preziosa ne è l'esecuzione. In Napoli dopo i celebri H/nuicci 
di cui abbiamo parlato, acquistò Andrea Ciccione la prima ce- 
lebrità come scultore e architetto , e fra i più distinti scultori 

(1) Si è iiitriipieia poc'anzi la puljliliCHzionc delle fijiiTf di qnosli dm- vn- 
lenti plasticatori, con una magnifica eiiiziune die porta pt-r titolo: Le opere 
ili Guido Mazzoni e di Antonio Bet^anlli celebri plastici Modoncsi ec. dise- 
gnate ed incise dui sif-nori Professori Giuse/ipc Guizzai di e Giulio Tomba 
ùolo^msi ce. Modena, Viuctuzi , 1823, in f.** gr. 

Cost. Fol. FUI. dell'Europa P. II ,y 



2 5o SCULTURA 

]\;ipoIetani trovansi citali Antonio Bamboccio , Gnsilie/mo Mo- 
naco scultore e gettatore di metalli, Agnolo Anicllo Fiore che 
sulle migliori tracce dell'arte, e più sulP esempio del buoni scul- 
tori di Toscana che ivi avevano lavorato per lunghi anni . si era 
lasciato addietro di già la turba di tutti gli artisti niliiori. Le sue 
opere singolarmente in S. Domenico Maggiore alla cappella di S. 
Tommaso d" Aquino lo dimostrano chiaramente. La città di Nola 
ebbe uno scultore , di cui sarebbe grato il poter iscoprlre se le 
opere corrispondono alla celebrità che gli diedero gli scrittori del 
suo tempo. Questo fu Tommaso Maidico che ritrasse in marmo 
la bellissima Beatrice, per cui arse di fiamme amorose il celebre 
medico Ambrogio Leone Nolano autore delle Memorie che illu- 
strano quella bella parte della Campania felice. 

Abbiamo veduto che attenendosi alcuni scultori Veneziani ai 
mudi Pisani, dappoiché Nicola fu in Padova e in Venez.ia a la- 
sciarvi memorie del suo scarpello, si conformarono allo stile di 
quei valentissimi Toscani. Andrea Riccio Padovano per sopran- 
nome B'iosco R molt^ ragione può tenersi per il Lislppo dei bron- 
zi Veneziani; t^nta varietà, vaghezza, eleganza trovasi nelle sue 
opere. L' epoca in cui fiorì questo artista appartiene in parte al 
secolo XV. ed in parte al XVI. CI rimangono di questo scultore 
due opere esimie che servono abbastanza per assegnare all' autore 
uno del primi posti fra gli scultori. La prima e la più insii^ne è 
il cmdelabro di bronzo d^l lato dell' ev-^ngelio al maggior altare 
di S. Antonio in Padova, l'altra è il mausoleo del Torrioni po- 
sto in S. Fermo a Verona. I bassi-rilievi di questa prezioso mo- 
numento sono d'invenzione sommamente erudita e d'ecnellente la- 
voro, onde unanimi elogi loro tributarono i colti viaggiatori che in 
folla portavansl ad ammirarli. Nel Maggio del 1797 furono questi 
anni>veratl fra 1 capi d'opera che d^i quella città passarono a Parigi. 
Se allo stesso artefice tutta devesi la lode dell'invenzione e d( il'ese- 
cuzione di questo mausoleo , o se diverso fosse P architetto dal fon- 
datore , e chi si fossero essi , niuno giunse per anco a dicifrarlo. 
Al celebre signor Cavalier Morelli Regio Bibliotecario della Mar- 
ciana in Venezia andiamo debitori d'aver scoperto l'arl-ilice di 
queste opere di getto , che egli pubblicò nella Notizia d'opera di 
disegno nella prima metà del secolo Xf^l. ec. In una delle eru- 
dite annotazioni che v'inserì a chiarezza dell'opera, asseriste egli 



DEGL ITALIANI 25 I 

di aver veduto in alcune carte di Fra Desiderio dal Lej^iiamc Do- 
menicano da lui esaminate nel convento di Sant'Agostino di Padova 
l'epitaffio che Fra Desiderio aveva steso in onore di Andrea Ric- 
cio , da apporsi al di lui sepolcro nella chiesa di S. Giovanni //* 
Verdava di quella città, il quale però restò negletto fra quei ma- 
noscrilli , essendovene stato inciso uno assai più elegante di Gi- 
rolamo del Ne^ro f^eneziano. Dal suddetto epitaffio, citato dal 
Clcognara pag. 14* del voi. IL, si scopre che l'autore dei bronzi 
del detto m iusoleo fu questo Andrea Riccio, architetto, scultore 
e fonditore. Piacque a questo scultore di arricchire le sue compo- 
sizioni con moltitudine di oggetti: non escluse gli argomenti che 
portavano moltiplicith di figure , e nel medesimo tempo mancò 
meno d'ogni altro alle leggi del basso-rilievo. Introdusse le forme 
del vestire Romano antico in })resso che tutte le sue composizioni, 
come il vero e solo nostro vestire Italiano degno di conservarsi 
ne'monumenti ; non tormentò eccessivamente il bronzo col rinet- 
larlo , e non gli fece perdere per troppa lima quella preziosità 
che resta al medesimo quando non privasi del tocco impresso 
sui modelli ; poiché il vero genio della scultura si mostra meno 
sulli dura materia di quello che sulla molle cera o sulla creta 
che più facibnente si prestano alla sua mano. Nuli' ostante questi 
pregi insigni riuniti a un gusto particolare di composizione e a 
un'infinita grazia di disegno, molti de' suoi bassi-rilievi hanno il 
difetto di troppe parti miiiuie e sporgenti che non sono com- 
mendabili in questo genere di sculiura. Crediamo certamente es- 
sere di sua mano i quattro b.issi-i ilievi di bronzo clic stavano sul- 
l'altare nella chiesa dei Servi in Venezia, dove nel mezzo era la 
porticella del tabernacolo attribuita al Donatello. Questi quattro 
pregevolissimi monumenti che si conservano in quella Reale Ac- 
cademia di belle arti rappresentano la storia di iJant'Elena madre 
di Costantino ncW invenzione della Croce. 

Passa quindi il Cicognara a parlare dei bronzi Veneti di di- 
stinto pregio che stavano ai monnuiLnli dei l>,irbarighi ; del bas- 
so-rilievo di F^itlore Camello o Guinljcllo rappresentante una bat- 
taglia a cavallo, immaginata con lutto il fuoco di un eccellente 
compositore, ed eseguita con troppe scorrezioni di disegno, basso- 
rilievo che si conserva nella delta Reale Accademia ; parla delle 
opere di Antonio e Lorenzo Bregni e degli argomenti the 



2 52 SCULTURA 

mancano per assicurare ai medesimi la nazionalità Veneziana es- 
sendo essi originar] di Como. Quando sorse la scuola dei Lombardi 
in Venezia, che fu precisamente sul finire del secolo XV. questa 
dovette formarsi per opera di altri artisti precedenti e contem- 
poranei , e fra questi riputiamo i Bregni doversi annoverare. la 
uno spinajo da non uscirne sarebbe ravvolto chi si prendesse a 
svolgere la patria relativa di que'tanti Lombardi di cognome che 
realmente diedero un carattere loro proprio alle opere che produs- 
sero in Italia nell'epoca di cui scriviamo , e furono fondatori di 
un ottima scuola, e lasciarono monumenti in moltissimi luoghi. 
Parliamo dei Lombardi in Venezia che furono chiari pei loro di- 
staiti lavori fatti in Venezia stessa, in Padova, in Treviso, in 
Fiavenna, e dei Lombardi di Ferrara che poco in patria, e moltis- 
simo in Bologna, Venezia , Moreto e Roma lavorarono, tanto su- 
periormente ai primi nella scultura, quanto nell'architettura qua- 
glino vinsero il merito di questi. Celebre esser doveva P irgolele 
scultore Veneziano che meritò tanti encomj dal Gaurico, e dalGua- 
r'//o, sebbene le sue opere non ci sembrino bastanti per attribuire un 
merito straordinario al detto artiata. Alla metà di questo secolo appar- 
tiene uno dei più preziosi bassi-rilievi che si conosca in Venezia, posto 
sopra di una porticella di fianco alla chiesa dei Frati. Ma il no- 
me di questo scultore come quello di tanti altri insigni artefici 
Veneziani è rimasto nell'oscurità. 

Due bellissimi monumenti di scultura sono in Venezia; l'altare 
in bronzo detto della Madonna della Scarpa in S. Marco nella 
cappella Zen, ed il famosissimo mausoleo di Andrea Vendramin 
nella chiesa dei Servi. L' esecuzione della detta cappella Zen fu 
primieramente ordinata ad Antonio Lombardo e ad Alessandio 
Leopardo, altro insigne artista contemporaneo, poi a cagione dei 
dis^usli subentrarono in luogo dell'ultimo, Zuanne Alherghetlo 
e Pier Zuanne dalle Campane, e infine fu d'uopo che Pietro 
Lombardo il vecchio ne assumesse la direzione. Il fatto è che dal 
.concorso di questi chiarissimi ingegni nacque un tutto elegante e 
magnifico. L'altare di bronzo colle statue parimente di questo 
metallo furono fuse dai detti scultori e a tutta 1' opera fu posto 
fine nel i5j5. La dignità del superbo monumento Vendramin 
sorpassa quanto da noi si conosca in questo genere di edificj, e onora 
più di ojni altra produzione gl'ingegni Veneziani. Tranne due 



deol' italiani 253 

staine grandi che rappresentano Adamo ed Eva , sotto le quali 
sta scritto il nome dell'artefice Tullio Lombardi , il rimanente 
sembra opera di quel famoso architetto e scultore yllcssandro 
Leopardo, di cui vedesi )a base elegantissima collocata sotto la sta- 
tua equestre modellata dal l erocchio e forse da lui stesso fusa, la 
quale rappresenta Bartolomraeo Colleoni , sulla pia2za dei SS. 
Giovanni e Paolo in Venezia. Comunque sia , egli ò indubitalo 
che in questa superba mole lavorarono sul finire del secolo i pri- 
mi artisti viventi , i quali stabilirono la vera gloria delle arti 
Veneziane. Il Leopardi fu .lutore dei tre pili di bronzo , ossia 
porta stendardi che sono sulla piazza di S. Marco, ne'quali si rav- 
\isano eleganza, proporzione e buon gusto. 

Termina il Cicognara il capitolo sesto della scultura Veneziana 
di questo secolo con un esame intorno agli scultori che chiania- 
vansi Bartolommei , col parlare dei Citrini f^eneziani , scultori 
di eleganti ornati ne' fregi degli ed)fizj che sorsero in A enezia 
in questa età; col tributare la dovuta lode alle sculture nella cap- 
pella Gìustiiìiani a S. l'rancesco della Vigna , e col fare un 
giusto encomio ad Antonio Deiilone, che scolpì in Sant'Andrea 
della Certosa il monumento ad Orsato Giustiniano nel \\6\ , e 
la statua di Vittorio Capello in ginocchioni dinanzi a Sani Elena 
sopra la porta principale della chiesa di Sant'Elena in Isola scol- 
pita nel i/iSo, opera drgna di lode per la molta naturalezza del- 
l'espressione, e che da noi fu di gi;i riportata nella Tavola 77. nani. 3. 
ove pirlato abbiamo della milizia Italiana del secolo XV. 

Eccoci finalmente all'immortale Bonarroti. Allo stalo felice 
nel quiile trovò Michelangelo le arti si debbe la sorprendente 
facilità por cui potè tanto elevarsi da far stupire lutto il mondo. 
Gli antichi monumenti che andavansi ogni giorno scoprendo ed i 
moderni esempli agitavano già il suo cuore e facevano bollire nel- 
la sua mente quel ferventissimo desiderio di emularli e di Innalzar- 
si sopia quanto si era allora prodotto dn'suoi predecessori. Guar- 
dava (Statico le porte del bailisterio ch'egli stesso giudicava de- 
gne di esser poste alP ingresso del cielo: ammirava le opere del 
Brunelleschi, deWy^lhcrti, di Bramante , e sentivasi egli pure la 
forza di elevare altrettanti monumenti con non minore ardimento^ 
Si volgeva attorno di so, e il valore di un emulo potentissimo co- 
me Leonardo da F^inci, era un nuovo sporne per raddoppiare f 
suoi sforzi. 



o54 SCULTURA 

ConoLl)e Michelangelo che i suoi contempormei lasciavano 
liasparirc una specie di perplessilh per iscostnrsi dalla pura imita- 
zione, ed elevarsi alla bellezza ideale di cui erano piene le opere 
degli antichi j vide che questi si ^(Jtevano sorpass-ire nuli' ostante 
la perfezione del loro disegno e la diligenza della loro esecuzione j 
ed anzi giudicò che la rigidezza delle leggi che s'imponevano da 
loro medesimi servisse più che mu a impedire i progressi che re- 
stavano all'arie da fare; e conosciute profondamente le forme or- 
ganiche della costruzione de' corpi umani, e tutto il meccanismo 
de' loro movimenti, ponderale le leggi dell'ottica e le prospettiche 
«he gli insognarono a rappresentare gli oggetti veduti da qualunque 
punto, lasciò agli ingegni più trepidanti quell^ semplicità di con- 
torni e di movimenti che fino allora aveva però dato un cartiere 
di preziosità alle produzioni tutte delle arti, e fieramente sprezzm- 
do ogni genere di servii dipendenza, si diede a un modo del tutto 
nuovo ed ardito, imprimendo il suo fuoco ed il suo genio in tutte 
le opere sue. Conviene però confessare che la pompa soverchia 
d'anatomia e lo studio artificioso di qualche mossa, come se gli 
atteggiamenti delle statue fossero disposti per una scuola o una 
qualche dimostr^izlone del nudo, impressero un tal carattere nelle 
opere di Michelangelo , che si direbbe aver esso ostentato mag- 
giormente la scienza di quello anziché con morigeratezza imitata la 
bella natura. 

Le prime opere di scultura di Michelangelo sono trattate con 
assai più dolcezza che quelle scolpile posteriormente. Il bassori- 
lievo della pugna che vedesì anche al presente in casa Bonarroii 
a Firenze, quantunque soggetto gagliardo e terribile , nuU'ostante 
ò scolpito con meno fierezza delle opere posteriori, ed avvi unì 
certa dolcezza di esecuzione , una sobrietà nei contorni convessi 
che venne poi in seguito abbandonata , allorché fu sicuro di non 
pórre piede in fallo nel magistero dell'arto. Il Cicognara fu forse 
il primo a pubblicare nella tavola LIX, voi. II. questo prezioso 
e interessantissimo frammento. I suoi primi tentativi dell'arte fe- 
cero nascere il dubbio se fossero opere Greche disotlerrate ovvero 
opere di moderna scultura, siccome dicesi che avvenisse del suo 
Cupido dormiente, di proprietà una volta del Cardinale Riario, 
poi della Marchesa di Mantova , il quale venne ascoso sotterra da 
lui, dopo rottovi e ritenuto presso di sé un braccio, per poi con- 



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C-^////^/'',^ ^/^ ; 



DEGL ITALIANI 2j5 

vincere clic non cri opera Greca , ma di sua propria scultura era 
(|uel Oiarrao. E di fallo lo siile di quell' opera era CdSli^.ilo e 
purissimo, e lo stesso merito ha cerlauieule il D.icco colld lazza 
in mano stMni briaco e col salirctto, che aiuiuirasi tullora nella 
Galleria di l'iienze, vedi la Tavola 98 iiuiii. 1, statua che si scosta 
meno d' oijni allr' opera dalla Grtca eccellenza. Questa statua eijli 
scolpi per Giovanni Galli Romano in età non maggiore di a/J. 
anni. L' ebrieth vi ù inodei diamente indicata j lievemente ù espresso 
da una linea dolce e ondeggiante quel vacillameuio che senza al- 
cuna alienazione segna tutti i caratteri di un l-tle <ibb'<ndono collo 
sporgere del venire, il ritirare del petto e l' inclinar avanti del 
capo , piegandolo alquanto da una parte. Egli è certo che un mi- 
gliore stile nelle forme e un insieme più corretto , avrebbero po- 
tuto collocare questa sl.aua fra le migliori produzioni dell'arte 
moderna. Anche il gruppo della Pietà che vedesi a Roma in i3. 
Pietro, vedi Tavola suddetta nuni. 2, del quale sono diverse co- 
pie in Roma stessa e in Firenze per mano d'altri Insigni scultori, 
ritiene ancora quella dolcezza di esecuzione che andava a mano a 
mano lasciainlo a norma che si sentiva più sicuro nell'arte, e la 
quale, segn.uido poi una nuova strada, abbandonò quasi dt I tutto 
sostituendovi una fierezza di stile più maschia e caratterislic'. 
L'angiolo posto sull'altare, ove posa in BologUd l'arca di S. Do- 
menico sculla da Nicola da Pisa, opera degli anni giovanili del 
Bonari oti fatta per accompagnarne uno simile che ivi scolpì quel- 
r altro Nicolò dall' Arca come può ve<lersi nel Cicognari voi. II. 
tavoU Lll., ò trattalo con molta dolcezza e semplicità. La statua 
stessa del Davide, quantunque colossale, scolpila essa pure iiui 
priii'i suoi anni rappresentala dal sudd(!tlo nella tavola LVil., non 
è condotta con quella tanta gagliardia di stile che si vede poi in 
tutte le sue opere posteriori. E non è già che i soggetti di un ca- 
rattere gelili le influissero per loro slessi nel condurre la uu-nle e 
lo scarpello dell' artista , e fossero quelli che alUnuasstro l« sua 
Cerezia originale , poiché egli ebbe a trattarne in seguito anche 
altri simili , come veggiamo nel gruppo della Vergine non finito 
che sta nella cappella del sepolcri Medicei, nella figura del (tri- 
sto morto dietro il maggior altare della basilica di Santa Maria 
del Fiore , nella Vittoria che tiene lo schiavo sotto dei piedi nel 
salone del Palazzo vecchio a Firenze , nei quali la (jualilà e dol- 



•ì56 SCULTURA 

ce/.za dei soggetti non poterono molto prevalere sul suo stile e 
rattemperare il suo modo fattosi più vigoroso in qualunque siasi 
genere di espressione. Il gruppo della Vergine col Bambino è dot- 
tamente inventato e nella parte finita condotto mirabilmente. Vedi 
la Tavola suddetta num. 3. Il panneggiamento però si scosta dalla 
Greca semplicità ed eleganza. Non è però senza semplicità la 
Vergine atteggiata inclinante il capo verso del figlio, la cui mu- 
sculatura e le cui forme non disconverrebbero a un Ercole bim- 
Lino. Il rivolgersi non pertanto ch'egli fa con una vivacità uiiu- 
ralissima verso la madre può in qualche modo render ragione 
del movimento in cui trovansi tutti i muscoli di questa piccioU 
figura scolpita con un magistero indescrivibile. La statua delta 
della Vittoria nel sovraccitato palazzo , vedi il num. ^ Tavola sud- 
detta , presenta una figura affatto ignnda , di grandiose e rilevale 
forme, che porta impresso distintamente il carattere dell'artista 
che la scolpì , e può dirsi essere il vero tipo del suo stile distinto 
fra tutte le scuole Hella scultura. Nulla di più elegante e gentile 
quanto un corpo di un bel giovine ignudo ; ma in questo volle 
Michelangelo esprimere la forza come conducente all'effetto della 
Vittoria, e dovette scolpirlo perciò in un'azione vigorosa, affinché 
tener potesse uno schiavo incatenato sotto dei piedi. Questa figura 
doveva essere posta nel gran monumento di Giulio II. che volle 
far scolpire vivente; ma il vasto concepimento di questo uinuso- 
leo e del colossale ingegno di Michelniii^elo fu soggetto a molte 
vicende , e finì con poca mole relativamente a sì grandiosa inven- 
zione , come ora si vede nella chiesa di S. Pietro in Vincula. 
Nuli' ostante vi si osserva una delle principali opere di Michelan- 
gelo che porta in sé chiaramente espresso tutto il suo fuoco , la 
sua immaginazione, la sua originalità. La statua del Mosè non ha 
esempio in tutte le produzioni dell' arte che V hanuo preceduta 
presso gli antichi, e questa diede adito a far conoscere l'ascen- 
dente del genio di Michelangelo , cagionando quasi può dirsi una 
rivoluzione nell'arte e nel gusto. Tutti gli scrittori contemporanei 
parlarono con entusiasmo di questa scultura, essa fu lodata da 
tutti i poeti, essa venne posta in primo luogo fra l'opere dei 
moderni, e si dispulò insino se venir potesse a contesa colle più 
antiche produzioni dei Greci scarpelli. Vedi Tavola suddetta num. 5. 
11 giudicare se il grado di stiuia in cui sali questo lavoro sia stato 



THE LIBBArr 

OF TK£ 

UmVERSiTY OF IUJ80IS 



Bar, Fn/. n/f. 




degl'italiani af)^ 

glustamento accordalo al merito Intrinseco della scultura , o se ve- 
ramente in qualdic parte possa attribuirsi ad «Iruna circostanza 
di quelle tante che accompagnano anche simili produzioni, sarebbe 
oggello di profonde ricerche, e forse bisognerebbe sostenere una 
lotta contra le prevenzioni confermate dal corso di parecchi se- 
coli : Si possono vedere intorno a detta statua le rinessi<ni del 
Cavaliere Cicognara nel voi. II. lib. V. rap. i della sua Storia, 

Continuando ad esaminare le opere del Bonari oli , e non po- 
lendo neiiarsi che I»^ successive cedettero nella parte del gusto alle 
prime d'uno stile assai più purgato, ci converrà riflettere che tro- 
vansi poi fr.» queste seconde alcuni tratti dì sublimità ideale a 
cui non avevano ancora toccato i suoi predecessori. La Tavola qq, 
che present^ le figure dei sepolcri IMedicei può d^re una discreta 
rimembranza di (piesli nionunienti , e servire in (pialche modo a 
corroborare (juest' opinione. Si lasci d-i parte l'esame se convenis- 
sero quei cartelloni in guisa di coperchj sulle urne sepolcr-^li; se 
quelle figure ignude di ambo i sessi fossero opportunamente ivi 
rollocatc; se per onorare la memoria degli uomini di ouella il- 
lustre famiglia , il giorno e la notte , il crepuscolo e 1' aurora fos- 
sero embh^mi significanti e scelli con tutta proprieth ; se al meno 
illustre di quella prosapia fosse dicevole l'atteggiamento di Prin- 
cipe pensoso e concentralo in profondissime idee. Ma lievemente 
trascorrendo su questi argomenti, e limitandoci piuttosto al nudo 
esame delle statue poste sui cartelloni per isfoggiare colla magistrale 
intelligenza dei nudi fieramente atteggiati e vigorosamente scolpiti, 
noi non abbiamo alcuna difljcoltà di asserire, che quei torsi vi- 
rili principalmente possonsi citare come il segno più elevato a cui 
fosse giunta in quell'età l'arte dello scarpello. Tutta la scienza 
anatomica , tutte le bellezze ideali , lutto lo studio sul torso di 
Belvedere e sul gruppo di Ercole e di Anteo nel cortile lìc'Piiu, 
riuniti trovansi in quelle due figure erculee di tal maniera, che se 
la perizia d(dl'artista pur vi trovasse menda, null'ostante le bellezze 
sono così trionfanti su' nei , che l'occhione rimane a tal segno 
incantato e sorpreso da non permettere, quasi direbbesi , alla ra- 
gione di f;ir querela sulla singolare invenzione di quei monumenti. 
La larghezza di tocco dello scarpello, la bellezza delle forme, 
la carnosità di quei marmi , la verità con cui sono risentiti quei 
muscoli, secondo 1' uffizio loro, attestano la sicurezza ed il genio 



2 58 SCULTURA 

dell'artista immortak'. Le due donne sono posate esse pure in lai 
modo che simmetricamente corrispondono alla giacitura delle fi- 
gure sovraccitate , e sono traitele con pari grandiosità di siile e 
molta pastosità. La soia parte dei monumenti però che sia carat- 
terizzata da qualche espressione e simbolo è quella ove stassi 
sdrajata la notte. I simboli di questa fìj^ura rendono bastevolmenie 
ragione del letargo in cui sembra immersa , mentre alle altre non 
è unito alcun segno , il quale necessariamente ne esprima il ca- 
rattere e le funzioni. L' atteggiamento dei due Principi è semplice 
e dignitoso , e non cade in alcun genere di esager-izlone. Ma 
quella fra le due statue che supera lutto ciò che da questo scul- 
tore venne eseguilo , per quanto riguarda la naturai giacitura è 
quella di Lorenzo , delta il pensiero o il pensoso. U volger del 
capo 6ssando attentamente lo sguardo, il poggiare del gomito, e 
il movimento della mano e dell' indice verso del labbro , l'incro- 
cicchiar delle gambe in istato di riposo e di abbandono , e il 
molle cader della destra sulla coscia a rovescio , trovando un na- 
turale punto di appoggio, tutto a meraviglia tende ad esprimere 
l'uomo che medita con profondità. 

11 soggetto più grande che si presentasse a Michelangelo per 
scegliere il bello ideale nelle forme più acconcie al sublime si fu 
l'uomo di Dio risorto e nello slato della sua visibile apoteosi: 
eppure in questo Cristo che vedesi in Roma alla Minerva non 
si ammira che la scienza anatomica. Queste principalmente furono 
le opere di scarpello condotte da MiclieLaiigeLo , il quale impiegò 
moltissimi anni in tanta quantità di sludj e di cugniziooi che in 
relazione alla lunga su* vili , le minori opere furono le sculture. 
Noi abblam già veduto di quanto sia a lui debitrice 1' architettu- 
ra , e vedremo in seguito qual sublime grado egli occupò nella 
pittura. 

Baccio da Monteliipo , Giuliano da S. Gallo, Andrea Con-- 
tacci. Benedetto da Rovezzano , e quei molti scultori di Fieso- 
le , di cui abbiam già parlato , si trovarono conteoiporanei ai pri- 
mi anni del Bonarroti 'y ma costoro non superarono il merito 
de' più antichi lorq institutori Donato e Ghiberti. Fra tutti gli 
scultori che non discesero dalla scuola del Bonarroti , Andrea 
Contucci del monte Sansovino che fugli per lunga età contem- 
poraneo, riusci il più valente nel finire di un aecolo e nel co- 



degl' italiani 25c) 

mlncian» di '.in nitro. Le due bello statue poste sulla porta mat;- 
gioro di'l l)aHÌ^l(M-o «li S. (liovanni in Firenze r;ippres<>niaiiii il 
bdiusiuio di Cristo sono atteggiate con singolare nobiltii di rno- 
vinienlo o del più purgalo disegno che dir si possa, quantun(jiie 
avessero l'ultima mano da f^incenzo Danti Pcrugiito. L'opera 
però griudissima e insigne che fugli addossata da Leon X. dei 
compartimenti e delle sculture dell' esterno della Santa Clasa 
nella chiesa eli Loreto , fu (juella ove pose ogni studio e ogni 
sforzo per segnalarsi , e fu precisamente in tal circostanza che 
può dirsi egli formasse una scuola. JMaso lìoscoli , Silvio Co- 
sini ed altri furon da Michclaiii^elo impiegati nelle stesse sue 
opere. 

Tre U;\ le stilue più distinte the la scultura produsse nel 
principio d* I secolo XVL veggonsi in Firenze sulla porta del 
battisterio che riguarda verso l'opera, e queste possono mettersi 
fra i lavori più perfetti dell'arte di que' tempi. Esse furono 
ge(t;ite in brunzu da Francesco Rustici con tal grandezza di 
stile, tal nobiltà, t^li forme e grazie di paimeggiamenti , e gra- 
vità di pensiere, che sarebbe ardimento l'a-sserire che da poste' 
riori opere fossero state superate. Esse rappresentano un Levila 
e un Fari.seo laterali a un S. Giovanni. Il Cicogn;^^a riportò 
le due prime figure per dare un' idea del ficile e nobile posare 
delle niedi'aiiiie , nuove all'atto nel loro movimento, e nel modo 
con cui vi furono distribuite le pieghe, oltre la bella scelta 
di leale. Il Rustici non era né allievo uè imitatore di Mi- 
cliclans^clo : egli aveva studiato sotto Leonardo da Finci , e 
lui con.sultò unicamente nel formare i modelli di questo stupendo 
lavoro. 

Il più ardito nell'arte della scultura che osò misurarsi e sfi- 
dare orgogliosamente tutti i suoi contemporanei , che trattò eoa 
dispregio le slesse opere di Michelangelo , e che condusse il 
maggior nimicro di opere in quest'arte, fu il DandincUi , sco- 
laro del Rustici. Egli si mostrò in tutte le sue produzioni un 
po' libero disegnatore, ma fiero inventore e sempre voglioso d'im- 
prendere opere colossali. Il suo gruppo colossale d' Ercole e Cacco 
per quanti difetti abbia , non è privo di grandi bellezze Questo 
gruppo fu lacerato da mordaci salire j e lo stesso successe del 
suo Adamo ed Eva e del suo Padre eterno. Le figure scolpile iu 



260 SCULTURA 

Istiacclato lavoro sui piedistalli fra le balaustrate che racchiudono 
il presbitero nel Duomo di Firenze sono le opere più slimate di 
Baccio: vi si ammirano le mosse e le bellissime pieghe che la- 
sciando senza affettazione vedei't le forme del nudo sottoposto, 
segnano nondimeno grandi linee e bellissimi partiti. Questi mar- 
mi vennero modellali , e fra le opere della scultura moderna sono 
le piìi sicure da proporsi allo studio di chi si dedica a un' arte 
piena di tante difficoltà. Fra le più celebrate produzioni del Ban- 
dinelli viene parimente annoverato il basso rilievo che si vede in 
Firenze sulla piazza di S. Lorenzo , ed orna una delle fronti del 
basamento grandioso sul quale doveva esser posta la statua se- 
dente scolpita dallo stesso artefice rappresentante Giovanni dei 
Medici. 

La bella figura sedente di S. Cosimo che trovasi nella cap- 
pella di S. Lorenzo ove sono i sepolcri Medicei , è il capo d'o- 
pera del Frate Man torsoli, uno di quegli artisti che ricevette 
molli insegnamenti da Michelangelo. Allievo del medesimo fu 
Raffaello da Montelupo , la cui opera più insigne è il sepolcro 
di Baldassàr Torini da Pescia nella cattedrale di quella città. Gen- 
tili furono le sculture di Nicolò detto il Tribolo che visse in 
questi anni. Egli copiò con rara esattezza alcune opere di Miche- 
langelo : le sculture da lui eseguite intorno le porle di S. Pe- 
tronio in Bologna possono attestare del modo di comporre del 
Tribolo, e singolarmente i suoi bassi-rilievi direbbersi immaginati 
colla grazia e semplicità dell'età anteriore. Anche Giovanni del- 
l' Opera , così chiamato per aver sempre lavoralo nelle stanze 
dell'opera di Santa Maria del Fiore, ma che di casato era Ban- 
dini , quantunque fosse allievo del Bandinelli e sebbene non nu- 
drito di principi severi nell'arte, non ostante si tenne in retto 
sentiero , e le sue opere possono citarsi fra le più belle della 
scultura Toscana. Le due grandi statue rappresentanti il S. Jacopo 
Minore e il S. Filippo per l'interno di Santa Maria del Fiore 
sono le più nobilmente e degnamente scolpite, e si accostano ])iù 
di ogni altra statua alla semplicità del Ghiberti , e alla maestà 
dell' antico. Ma ciò che più di sobrio e gentile uscì dalle mani 
di questo scultore è uno dei bassi-rilievi posti in Santa Maria No- 
vella nella cappella de' Gaddi che veggonsi al di sopra dei mo- 
numenti eretti ai due Cardinali Nicolò e Taddeo di questa fami- 



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degl'italiani 261 

glia ivi scolpili. Il Cellinì può essere segnalalo per un doppio e 
(listinlo oggelto di utilità e progresso nelle arti , giacché oltre le 
sue opere preziose di scultura e di oreficeria, egli ci ha lasciali 
diversi scritti, parte riguardanti le memorie della sua vita, e sono 
eccellenti per la storia dell'arte, ed altri poi opportuni per le 
teorie dell'orefice o dello scultore esposte in due trattati. Non 
potranno mai dolersi ahbastanza le arti Italiane che l' ingegno di 
molti uomini singolarmente nel cinquecento si esercitasse in lavori 
di preziose materie che perirono per bisogno , per avarizia , o per 
ignoranza di quelli che li possedevano. Le opere presso che tutte 
di Benvenuto Cf^llini , possonsi dire mancate per il cumulo infe- 
li<e di queste cause , che non bastarono a eclissare però la gloria 
del suo nome. Poco più ci rimane di lui che la bella statua del 
suo Perseo di brorizo che si vede alle loggie dei Lanzi in Firen- 
ze , vedi la Tavola 100 num. 1, il suo Cristo di marmo all' £'.?cu- 
viale , ed il suo gran basso-rilievo elio stava sopra la porta di Fon- 
lainebleau e che venne poi trasportato in Parigi alla Galleria 
delle statue antiche del Louvre. 

Vincenzo Dami Perugino nato nel i53o eccellente fondito- 
re , e scultore meno celebrato dì quello che merita per le opere 
sue quantunque porhissimo, morto nel fior dell'età, deve essere 
annoverato tra' più distinti scultori che formarono il gusto sulle 
opere di Michelaiii^eto. Fede di ciò fanno e la sua statua di 
Giulio HI. che stava nella piazza maggiore di Perugia, e il marmo 
della Vittorio che incatena l'Inganno, posto nel salone òì palazzo 
vecchio, e l'altra statua che sta su d'una delle porte nel batti- 
slerio di S. Giovanni a Firenze. Nella media parte di questo se- 
colo fiori Bartoloiìitnco Amniannnto, altro abilissimo scultore Fio- 
rentino che dilìuso opere di suo scarpello per tutta l'Italia, 
avendo la fortuna di essere adop3rato in grandiosi monunienti di 
sepolcri , palazzi , fontane e statue colossali che fecero passare alla 
posterità il suo nome. Lione Lioni Aretino fece sul disegno del 
Bonarroli il riccliissimo mausoleo nel Duomo à\ Milano al fratello 
di Pio IV, Giacomo de' Medici Marclicse di 3Iari^nano. La figura 
in bronzo del Marchese vestita militarmente non presenta abito 
confa<;enie alla scultura , ma le statue sedenti e poste fra gì' inter 
coluunj diedero niotivtJ a questo eccellente fonditore di far cono- 
scere il suo valore nell'arie. K quantunque vi sì vegga una certa 



262 SCULTURA 

maniera o gentilezza un poco studiata , nulladiineno sono esse con- 
dotte con molla eleganza di stile , e con non soverchia flerezza. Il 
celebre Giovonfii Bologna si portò dalle Fiandre ove nacque, e 
venne d^ giovanetto In Italia , formò il suo gusto ed il suo stile 
sulle opere del Bonavroti , ed emulò il maggior numero de' suoi 
contemporanei. E grandissima la quantità dei bronzi fusi e del 
marmi scolpili da questo valentissimo artista. Nel gruppo della Sa- 
bina posto nella puzza del Gran Duca di Toscana tentò il Bologna 
di superare tutto ciò che avevano scolpito 1 molli suoi competitori 
in Firenze. Si scorge che II soggetto fu da lui posto con arte im- 
mensa e con istudio grandissimo sotto di un punto di vist^ ag- 
j;radevole ; ma la terza figura tra le gambe del rapitore nuoce 
ella o giova alla verità e semplicità dell'azione, o veramente at- 
teggiandosi a studio , essa pure non moltiplica forse di troppo gli 
angoli acuti colle braccia e le gambe ripiegate, e non implica ec- 
cessivamente l' azlon principale nella quale sembrava già inevita- 
bile un certo aiovimento gagliardo , e certe contorsioni espressive, 
in relazione al soggetto? L'ardimento dello scultore non fu però 
senza riuscita in questo gruppo, tanto più che non ebbe un esem- 
pio di statue di tulio tondo cosi raggruppate nell'antichità, e 
riesci a fare di modu che la sua composizione producesse aggra- 
devole effetto da qualunfjue lato fosse veduta : per le quali cose 
molta lode gli venni! meriti mente retribuilH , non essendosi in 
soggetto difEcllissimo lisciato atterrire da lanle difficoltà. Ou-i>t') 
gruppo è stato molto disegnato ed inciso , e noi presentiamo a 
preferenza la graziosa stntua di bronzo del suo Mercurio volante 
della Galleria di Firenze , posto in un atteggiamento veramente 
mirabile ed oltremodo gentile. Vedi Tavola suddetta nam. 2. Il 
disegno è corretto , ma le forme di bronzo sono un po' troppo 
faunesche , e non quali forse dai Greci sarebbersi date a una 
Divinila: ci sembra però doversi ritenere quest'opera fra le più 
belle produzioni che vedesse l'Italia sul finire di questo secolo. 
Si elevò su tutti 1 contemporanei il Bologna singolarmente per 
ì! suo gusto di comporre con eleganza i monumenti grandiosi 
delle fontane, come può vedersi da ognuno in quella sua de'tre 
Fiumi nel giardino di Boboli , e nell'altra del Nettuno nella 
piazza di Bologna j opera ncchissima di composizione, e vaga 
d'ornalo e di bellissime furme in tutte le figure fuse o scolpite 



PECI,' ITALIANI 263 

n«'lla nie^lesima. Può dirsi poi clic i f^sti Ji questo secolo ter- 
mitiissciu appunto colla scultura del Centauro vinto da Ercole 
che vt-desi scolpito d* questo maestro in luogo angusto andando 
verso Pilli , e che può annoverarsi fra le più belle sue produ- 
zioni. 

Fra i più distinti allievi dvl Bologna si riconosce quel Pie- 
tro Francnvilla che nato in Cambrai e allevato in Italia, lavorò 
lungatiieiiie in Firenze e unitamente al suo maestro condusse 
molle opere per ville , giardini e chiese. Le principali e più dili- 
genti opere di questo scultore si vedono a Firenze in Santa Croce 
nella r;ippella Niccolini. Sul finire delTepoca scorsa i duri marmi 
delle cave di Lombardia cominciarono a cedere, e conformarsi a tal 
genere di lavo4Ì iinissimi più che non erasi fino a quel momento 
otienuto dal marmo stiiuario sì docile allo scfirpello, e si con- 
dussero opere di t^l minutezza che da umani mezzi non si fu 
mai veduto tentarsi dopo il risorgere delle arti. Autore di simili 
lavori fu il non ;il>bastanza c<'lebraio , benché d'ogni lode degnis- 
simo jigoòtinn Bu'iii , detto d^gli scrittori Bambaja , ora Barri- 
huva ed anche Zai ahaja , del quale in Milano si videro parecchio 
sculture intagliate in quel marmo che serve per la fabbrfcr. del 
Duomo. Non poche opere egli scolpì , se si riguarda il tempo 
infinito che dovetloro costargli i minuti lavori dei quali egli le 
ornò. Che ove per la natura del soggetto non eragli dato d'intro- 
durre complicìils.simi ornpmenti , non mancava poi d' introdurre 
nei If-mbi dei vestimenti, nella minutezza delle pieghe, nella finez- 
ze dei capelli e delle barbe, negli ornamenti dell'architettura di 
che sfoggiare colla destrezza di un' esecuzione che non ebbe mai 
pari in It;ilia. Un saggio di questo s''condo più largo genere di ese- 
cuzione abbianjo nella p^lla di marmo che vedesi nella cappella 
della Presentazione del Duomo di Milano. Una delle principali 
opere sue , ove impiegò necessariamente molti anni , e che può in- 
teressare la ruriosita di molli eruditi nei fasti delle arti non meno 
che nella storia del secolo, è il monumento da lui scolpito a Ga- 
stone di Foix per la chiesa di Santa Marta nel monistero dell** Agf)- 
stiniane, ma che rim<se poi imperfetto. Alcuni di (jucsli lavori tan- 
to belli ed ornali , <• di sì perfetta e minuta esecuzione da vincere 
ogni injinaginazione seno riportati dal Cirognar.i nella Tavola 
LXXV!.. LXXVn., LXX vili., e LXXIX. del volume secondo della 
sua opera sulla Scultura. 



?!(>4 SCULTURA 

Ebbero i Milanesi in quest'epoca molti altri insigni artefici, 
che sebbene peccassero un po' troppo quasi tutti nella minutezza 
delle parti, non ostante meritano d' essere grandemente celebrati; e 
queW y^ntoiiio Pristinaro, che scolpi il Cristo cogli Angeli e le 
Marie nella cappella di Santa Prassede, e qneW^nnibale Fontana 
intagliatore e statuario assai riputato , che molto operò alla Ma- 
donna di S. Celso in Milano , e quell'Andrea BiJJì- che lavorò con 
tanta lode nelle azioni della vita del Salvatore e delia Madonna 
nel Duomo col suddetto Pristinaro , da cui ne vennero pari- 
menti tanti altri artefici di questo nome, non sono oscuri nella sta- 
tuaria, e più particolarmente distinti nell'oreficeiia , come vedesi 
posteriormente nelle grandi statue di S. Carlo e di Sant'Ambrogio 
fatte nel i6io e nel 1698. Ma più d'ognuno di costoro si segnalò 
quel Francesco Brambilla che scolpiva appunto nel Duomo alla 
cappella della Madonna deW yélbero , allorché il Vasari si recò a 
Milano, evi lavorava a competenza del Busti , dtl Solari, del 
Fusina,e dì aìlrì eccellentissimi artefici. L'artista però che fra tutti 
i Lombardi meritò come statuario la preferenza fu Guglielmo 
delia Porta che lavorò nella Certosa di Pavia, e che fu poi 
«hiamato a Genova nel i53i per farvi il ricco sepolcro di S. Gio- 
vanni B'iitista. Passato in Roma, e viste le opere di Michelan- 
gelo si formò uno siile che partecipando della grazia di Pierino 
del Vaga che gli fu maestro in Genova , e della robustezza del 
Bonarroti potè esser considerato fra' primi artefici di quel secolo. 
11 deposilo di Paolo III. ch'egli esegui in S Pietro può ritenersi 
come uno dei più insigni di quella Basilica. Milano non potè 
gloriarsi di alcun' opera pubblica di questo valente scultore, e 
soltanto Loreto vantar può fra le Sibille che stanno collocate nelle 
nicchie del circondano del santo edificio qualche lavoro di Gu- 
glielmo. 

Fra gli scultori Cremonesi che meritarono non poca lode si 
annoveran Francesco figlio di Girolamo da Prato e Flaminio 
Vacca , che non pochi voglion di nazione Romano. I marmi pe- 
rò di molti di questi scultori furono vinti in gusto e in bellezza 
dalle fragilissime opere di plastica del Begarelli di Modena e di 
A'fonso Lombardo di Fórrai'a che fecero stupire il Bonarroti. 
Volgarmente credesi in Ferrara che l'altro valente scultore per no- 
me Girolamo Lombardi fosse fratello , o cugino , o nipote di Al- 



degl'italiani >65 

fonso. Ma lasciando a parte questo genere di discussione , è certo 
che Girolamo fu uno de' migliori scultori del XVI. secolo, e che 
giunse prestissimo a disputare la palma al suo maestro Andrea 
Cantucci da Sansovino. Il teatro della sua gloria fu la chiesa di 
Loreto che riempi di lavori terminando anche molti di quelli di 
Andrea rimasti imperfetti. Napoli fra i molti artisti di cui si vi- 
de onorato, potè vantarsi con molta ragione dei due eccellenti 
scultori Giovanni Marliano da Nola e Domenico Santacroce. 
La sepoltura di Don Pietro di Toledo a S. Giacomo degli Spa- 
gnuoli è fra i piìi cospicui monumenti che uscirono dallo scar- 
pello di Marliano. Molti altri monumenti, e fontane e statuo 
egli esegui , e non ebbe emuli degni di lui , se non Girolamo 
Santacroce col quale venne in più di un incontro alle prove, ve- 
dendosi in diversi luoghi opere fatte a concorrenza tra questi due 
valentissimi artefici , e fra le altre nella chiesa di Santa Maria 
delle Grafie nelle due cappelle ove lavorarono quelle famosissi- 
me palle di marmo in mezzo rilievo, opere degne di tutta 1' am- 
mirazione. 

Molte furono le opere di scultura in bronzo ed in marmo che 
si videro a Venezia specialmente dopo la prima metà di questo 
gran secolo, ma non giunsero alla preziosità di quelle dell'epoca 
precedente. Jacopo Sansovino che di Toscana se ne andò a Vene- 
zia fondò una scuola di scultura , ed ivi trasfuse lo stile uogli scul- 
tori Fiorentini che dominava per tutts 1' Italia. Fra gli allievi suoi 
si annoverano Tiziano Minio , Danese Cattaneo e Alessandro 
rittoria y che furono i migliori scultori che in Venezia produssero 
allora opere di gran distinzione. Moltissime statue di marmo e 
gruppi e bassi-rilievi egli scolpi e diresse, ma singolarmente si 
distinse nelle opere in bronzo che modellò ; e delle quali nobil- 
mente la cappella Ducale di S. Mirco fu arricchita. Fra le quan- 
tità di queste opere noi faremo menzione del suo INIarte colos- 
sale, una delle due statue poste sopra la sc^la dett. appunto dei 
Giganti nel palazzo Ducale. Essa, benché non senza molli difetti 
ò però maravigliosa se si rifletta che unitamente al Nettuno filali 
ordmata nel i554 mentre compiva il j5 anno dell' et?i sua, e che 
due anni dopo furono collocate. Ma ciò che fa scorgere maggior- 
mente il carattere di questo scultore ò il basso-rilievo ch'egli 
scolpì per la cappeUa del Santo in Padova. Danese Cattaneo 

Cosi. Fot. FUI. Europa P. IL i8 



266 SCULTURA 

noto per la parie architettonica di alcuni monumenti , offre me- 
diocri sculture per poter annoverarlo fra i luminari di un secolo 
tanto famoso. Il suo monumento a Giano Fregoso eretto grandio- 
samente in Santa Anastasia di Verona , e quello del Doge Lore- 
dano nella cappella maggiore dei SS. Giovanni e Paolo in Vene- 
zia , sono due lavori di una molto ricca e grandiosa invenzione , 
ma le statue non pareggiano ciò che di meglio era stato fino al- 
lora eseguito. 

Fra gli scultori Vicentini si lodano un certo Giovanni , che 
forse fti padre di Fincenzo Scamozzi e Girolamo Pironi y ec- 
cellenti ornatisti che abbellirono con tutta eleganza i più splen- 
didi monumenti. Le opere di Girolamo Campagna Veronese 
allievo del Cattaneo suddetto riempirono Venezia , Padova e Ve- 
rona , poiché lunga vita egli ebbe , e somma facilità nel fondere 
egualmente che nello scolpire. L'Ercole colossale che scolpi in 
concorso con Tiziano Aspetti alla Zecca, e la Santa Giustina 
che pose sul frontispizio della porta àeW Arsenale in Venezia , 
potrebbero distinguersi fra le molte opere di questo scultore. Ma 
il più distinto fra gli allievi del Sansovino e il migliore scultore 
tra' Veneziani del XVI. secolo fu il detto Alessandro Vittoria 
di Trento. Nobile, pastoso e gentile il f^ittoria nella scultura, 
e grazioso nel disegno come nell'inventare, diede molta opera ai 
lavori di plastica trattando lo stucco , e a quel che sembra anche 
dedicandosi agli intagli dì opere in legno. Nuova ed ardita fu la 
scelta e la forma delle Cariatidi poste all' ingresso terreno della 
Libreria di S. Marco , ma in quella novità che tanto dall' antico 
si scosta, senza degenerare in alcun vizio dell'arte, si trovano 
oltre l'originalità anche molla grazia e grande pastosità e facilità 
di esecuzione. Le opere di Giulio del Moro f^eronese in Ve- 
nezia attestano come il Campagna qui avesse buoni allievi. Si 
desidera che sian con più diligenza raccolte le memorie dei va- 
lenti artisti Veneziani Nicolò Conti, Alfonso Alberghetti e 
Guido Lizzaro di Padova. Uno dei fonditori di maggior copia 
di bronzi, e dei più celebrali fu quel Tiziano Aspetti Pado- 
vano, del quale molle opere veggonsi in Padova ed io Venezia, 
Anche Francesco Segala Padovano non fu scultore volgare in 
marmi ed in bronzi. Nel libro della fabbrica della chiesa di S. 
Marco e del palazjzo Ducale trovasi il contralto che i Procura- 



DIGl' ITALUKl 267 

tori fecero col Segala per la statua di S. Giovanni Ballista del- 
l' altezza di piedi 4 ^^ porsi sul battistero; opera cerlamenle da 
ritenersi fra le buone di quell'età, e questa fu fatta nel i565. 
Fu p'»rimente discepolo del Sarisovino Tiziano Minio di Pa- 
dova scultore, il quale nella loggia del campanile di S. Mnrco 
di Venezia scolpì di marmo alcune figurette, e nella chiesa del 
medesimo S. Marco si vede pur da lui scolpito e gettato di 
bronzo un bello e gran coperchio di pila nella cappella di S. Gio- 
vanni. Oscure ed anche incerte sono le opere di Jacopo Medici 
Bresciano, di cui pochi lavori possedè la patria, di Pietro da 
Salò che molto lavorò in Venezia ed in Padova, e di quell'Ja- 
copo Colonna che in marmo ed in istucco del pari condusse in 
Venezia opere abbastanza distinte. Il Zamboni enumera una cin- 
quantina di scultori che lavorarono in Brescia , fra i quali distin- 
guonsi yintotiio Maria Colla Padovano e Lodovico lìanzi Fer- 
rarese. Fra i mediocri scultori annoverar si debbono Severo da 
Bavenna e (\\xk\V Antonio Minello de* Bardi Padovano , che fra 
le altre cose scolpi il primo de' bassi-rilievi entrando a sinistra 
nella cappella del Santo. 

Chi fosse vago di pii'i ampie cognizioni sulla Glittografia, sulla 
Numismatica e sui lavori in avorio , in legno , in metallo di va- 
rio genere potrebbe consultare il capitolo settimo del volume 
secondo della Storia della Scultura del più volle citato Cico- 
gnara. 

Dopo che i più valenti imitatori di Michelangelo ebbero pro- 
dotte opere di non oscura fama , parvero illanguidirsi e venir 
meno le opere dello scarpello. La Toscana non ebbe più grandi 
ingegni che la mantenessero in quel credito che le aveva sopra 
di ogni altra nazione procurilo l'arte della scultura. La chiesa 
essendo in pace e vedendo a sé tributaria tanta p.irte della Cri- 
stianità che lauta sorgente offriva alle opere di ogni maniera per 
aumentnre la Romana magnificenza, Gregorio XIII., Sisto V. e 
Clemente Vili, avevano nei loro pontific-iti sul finire del secolo 
XVI. concentrato in Roma tutti gli ingegni migliori di quell'età; 
e gli altri paesi d' Italia non presentarono che poche e miserabili 
occasioni aj^li scultori , a fronte di quelle che loro aperse la gran- 
dezza del Vaticano , e la rinnovazione delle due basiliche di S^nta 
Maria Maggiore e di S. Giov<inni in Latcrano. E di fatto si irò- 



a 68 SCULTURA 

\ano impiegati nelle sontuose cappelle di questi templi i pochi 
elle si distinsero di qualunque paese essi fossero , chiamati dal 
guadagno e dall'emulazione. 

La mediocrità quindi degli artefici che trattarono lo scarpello 
in questo periodo di tempo non merita che di loro tenga gran 
conto la storia , poiché non fondarono scuola , uè levarono grido. 
Tali furono Prospero Bresciano più stuccatore e plastico che 
scultore ; Giacomo del Duca Siciliano che nella chiesa di S. 
Giovanni Laterano pose ad Elena Savelli un picciol monumento 
non privo però di qualche eleganza ; e Taddeo Landinì Fiorentino 
che ci lasciò alcuni graziosi bronzi, fra' quali distinguonsi i gio- 
-vanetti situati sulla fontana di Piazza Maffei. 

Chi enumerar volesse i moltissimi scultori che ebber lavoro 
in Santa Maria Maggiore e in S. Giovanni Laterano non finirebbe 
a tesserne il copiosissimo elenco. Le migliori opere della cappella 
di Sisto V. , sono quelle delle incoronazioni dei Pontefici che 
stanno sopra le loro statue. La statua di Sisto V. , eseguila da 
Antonio da Valsoldo non è priva di nobiltà: al di sopra è di 
suo scnrpello l'incoronazione del Pontefice, basso-rilievo che forse 
è migliore degli altri per la semplicità necessaria nell'azione. Il 
deposito di Niccolò IV. che vedesi nella stessa Basilica di Santa 
Maria Maggiore presso la porta maggiore è la miglior opera di 
Leonardo da Sarzana, e moltissimo ricorda lo stile di Gugliel- 
mo della Porta. La decadenza del gusto progredisce nella stessa 
Basilica , andando graduatamente il delirio della novità dalla cap- 
pella di Sisto V. a quella di Paolo V. Artefici numerosi lavora- 
rono in questa , e uno de' più accreditati fu Camillo Mariani 
Ficenlino , di padre Sanese , che ivi scolpi la statua del S. Gio- 
vanni Evangelista. Le statue principali dei due Pontefici Paolo V. 
e Clemente Vili, furono di un certo Scilla Milanese, nativo di 
Vigili, le quali non sono fra le migliori opere del secolo. Quelle 
però nella cappella Paolina che attestano maggiormente la deca- 
denza imminente dell' arte sono le sculture di Ambrogio Bonvi- 
cino Milanese. 

Eppure è indubitato che se questi artefici fossero stali astretti 
ad imitar la natura, e obbligativi o dai mecenati, o da circo- 
iàVawzg inerenti agli oggetti medesimi , si sarebbero vedute cose 
(Jcgi)e dei tempi iDÌgliori ed eseguite con maggior forza di mezzi, 



degl'italiani 269 

poicìiè le pratiche dell'arie erano portale a un lA grado di bra- 
vura, che non avevano bisogno per quella parie dì alcun majigior 
incremento. La storia di queste arti presenta un convincimento 
di una tale verità nella bellissima figura scolpita da Stefano Ma'- 
derno per la chiesa di Santa Cecilia in Trastevere. Questa gra- 
ziosa statua giacente rappresenta un corpo morto, come se allora 
fosse caduto mollemente sul terreno, colle estremità ben disposte 
e con tutta la decenza nelP assetto dei panneggiamenti, tenendo 
la testa rivolta all' ingiù e avviluppala in una benda : le pieghe 
\ì sono facili, e tulla la grazia spira dalla persona, che si vede 
esser giovine e gentile quantunque asconda la faccia ; le forme 
generali e le belle estremità danno a vedere con quanta grazia e 
con quanta scelta sia stata imitata la natura in quel posare si dol 
cernente. Or come dunque poteva ciò farsi , se di tutti gli arte- 
fici che abbiam qui nominati , nessuno mai scolpi cosa che con 
quesla potesse venire al confronto , e se lo stesso Mademo non 
trattò mai altri soggetti con simil grazia e squisitezza di gusto i* 
Una ragione specialmente spiega questo singolare fenomeno del 
l'arte, e questa si è che essendo stato trovato in quel tempo il 
corpo di Santa Cecilia intatto in una cassa , e atteggiato tal come 
si vede la statua , venne ordinato per buona ventura che 1' arte- 
fice imitasse la giacitura del medesimo. Ed ecco per conseguenza 
come un' esatta imitazione del naturale condusse necessariamente 
al buon genere dell' arte allontanando da quella fatale vertigine 
di novità che traeva lungo dal vero le opere di tutti gli artisti. 

In mezzo però alla corruzione del gusto ci furon alcuni che 
mostrarono un genio infinito e che sarebbero stati eccellenti arti- 
sti se fossero vissuti in epoca migliore. Il Bernini, V^lgardi 
ed il Fiammingo mostrarono fra gli scultori un ardimento e una 
capacità che li avrebbero condotti ad opere immortali , se aves- 
sero 1 ivorato in più felici circostanze. Mentre dunque era animala 
da infinite cause la tendcnia di questo secolo per le opere di 
nuova e sorprendente maniera di esecuzione , il Bernini origina- 
rio Toscano, mi nato in Napoli, si recò in Roma per dedicarsi 
a quell'arte, in cui il padre, mediocrissimo artista l'aveva ini- 
ziato. Egli si mise a scolpir di ritratti con tal maraviglios» faci- 
lità che in relazione alla tenerissima età sua sbalordì tutta Roma. 
Le vile di questo scultore estesamente scritte e dal Baldinucci e 



ano SCULTURA 

dal suo figlio medesimo, riportano con minute circostanze gli av- 
venimenti sorprendentissimi di questo bizzarro talento. Il Bernino 
sentiva ardentemente l'amore dell'arte, e quel nobile orgoglio 
che lo voleva primo nella carriera , qualunque fosse la via , per 
mietere una palma non tocca. L'antico gli parve arido, il Miche- 
langelesco gli parve ributtante; e cercando il movimento e la 
grazia per una via quasi nuova , non si abbandonò sulle prime a 
tutta l'esagerazione ed al massimo dell'affettazione cui giunse poi, 
ma prese di mira l'esecuzione, e trattò dai quindici anni ai ven- 
tidue il marmo cosi sorprendentemente, che mai piià giunse a tanto 
merito di scarpello in tutte le opere da lui condotte posterior- 
mente. Non aveva più di i5 anni allorquando scolpi il suo gruppo 
d'Enea e d'Anchise per la Filla Borghese. Ne aveva 18 quan- 
do trattò il soggetto di Apollo e Dafne ^ opera mirabilissima per 
le meccaniche dell' arte. Pareva che lo scarpello non potesse su- 
perare maggiori difficoltà, dopo il detto gruppo; ma il ratto di 
Proserpina oltrepassò ogni altra delle prime opere sue, se non fu 
anche la più sorprendente che uscisse dal suo scarpello. Ma a 
che gli servi tanta eccellenza nel maneggio dei ferri , se poi dopo 
non accoppiò la giustezza dell' ingegno nella scelta delle forme , 
nella correzione del disegno, nella nobilth dell'espressione, e 
crebbe sempre nelle sue opere la tendenza a' modi convenzionali ? 
Uno dei lavori dove maggiormente riluce la moderazione di que- 
sto che divenne poi sfrenatissimo corruttore dell'arte è la Santa 
Bibiana , appunto una delle prime opere sue di scultura dopo le 
indicate. Questa gentilissimi fanciulla è scolpita con molta grazia 
e semplicità , il volto è soave , di bella e leggiadra forma sono 
le mani , e le pieghe sono diligentemente eseguite. Questa è la 
migliore delle statue isolate di tal autore, e non isGgura colla 
Santa Susanna del Fiammingo e la Santa Cecilia del Maderno, 
le quali opere da noi vengono riputate per le migliori di questo 
secolo. 

11 plauso che ebbero le prime sue opere aumentando il calore 
della sua immaginazione, lo invogliò di sostituire nuovi e ardi- 
mentosi modi d' invenzione in tutte le altre posteriori. Architetto, 
macchinista , scultore , fonditore , abbracciò una vastissima perife- 
ria in tutte le arti solleticando il genio di Urbano Vili. La con- 
fessione di S. Pietro fu una delle opere più grandiose che questo 



^ 




^ 



DEGL ITALIANI a^I 

Pontefice gli fece fondere, come ognuno sa, togliendo d«i lacu- 
nari del Panteon quel bronzo che avevano rispettato i barbari 
nelle loro irruzioni. Nove anni s' impiegarono ad erigere sotto la 
più bella cupola del mondo un'altra cupola di bronzo, e ne venne 
un effetto il più disgradevole che dall'arte si potesse inventare, 
giacché la visuale di quel magnifico edifizio venne ingombrata da 
quell'immenso baldacchino, e si videro allora nel pili gran tein* 
pio della Cristianith le colonne attorcigliate che sono in architet- 
tura come le gambe storte del corpo umano; la singolarità delle 
quali colonne non può allettare che \ nemici del naturale, poi* 
che credono sempre bello quello che è difficile. 

Lo stesso Urbano Vili, affidando a lui ogni impresa di qua- 
lunque genere ella si fosse , gli diede a costruire fontane , palaz- 
zi , cimpdnili, monumenti^ e persino due anni avanti la morte 
il proprio deposito per la chiesa di S. Pietro, e comincia in que- 
sto monumento a vedersi più pronunciata la tendenza del Ber- 
niiio alle affettazioni , a una cattiva scelta di pieghe, a una ma- 
niera di comporre esclusivamente sua , impaziente di riempire 
ogni voto. Ancora più singolare è l'affettazione che scorgesl nel- 
l'antico monumento scolpito dallo stesso nell'ultima sua eth alla 
memoria di Alessandro VII. , ove per la profondità della nicchia 
prese il partito di seppellirvi due delle quattro figure delle quali 
vedonsi il capo e le spalle, mentre le altre due che rappresen- 
tano la Caritk e la Verità stanno sul dinanzi del monumento. 
Esse vennero riportale dal signor Cicognara nella tavola III. del 
volume terzo ove parla delln forma delle figure , e della natura 
e distribuzione delle pieghe composte così stranamente, come se 
fossero roccie scolpite, e nella stessa tavola presenta la statua di 
Longino che quantunque soldato , vedesi avviluppato in tanti giri 
di panni e di pieghe rigide e stuccate, che sembra il torso uscire 
dal seno di una rupe. Vedi la Tavola loi nani. i. 

Una delle produzioni meglio pensate pel concetto, e peggio 
condotte pel gusto e per l' esecuzione si fu la cattedra di S. Pie- 
tro che Alessandro VII. volle far fondere in bronzo e che costò 
un'immensa somma colla quale non \xn monumento, ma un tem- 
pio sarebbesi edificato. Vedi Tavola suddetta nani. 2. La idea di 
far sostenere dai quattro principali dottori della chiesa la catte- 
dra del Principe degli Apostoli ù nobile e grandiosa, siccome il 



37^ SCULTURA 

partito preso di servirsi dietro la stessa del trasparente del fine- 
strone per situarvi eoa artificio la colomba che rappresenta lo 
Spirito Santo, è un prevalersi accortamente di un'opportunità fe- 
licissima per la natura di questo soggetto. Ma il movimento vez- 
zoso dato a quelle statue gigantesche di 17 palmi , che tanto 
sono alti i reverendi padri della chiesa, quasiché stessero in po^ 
situra da farsi ritrarre , e sostenessero un corpo di nessun peso , 
è contro ogni giusto e retto senso. E inutile qui parlare delle 
pieghe, che ingombrano cosi sconciamente quei colossi, crude, 
taglienti e senza alcuna sorta di naturalezza. Ciò che però 
piij offende l'occhio accostumato al bello nell'arte è la for- 
ma della cattedra , ove , proscritte le linee rette , non veggonsi 
che volute , curve e cartocci dello stile il più grottesco che mai 
fosse impiegato dal momento che le arti deviarono dal buon 
sentiero. 

Finì il Bernini col non poter più accorgersi dell' immensa 
sua bizzarria nel comporre , e non pose più mano alla scultura 
senzi torcere ogni parte , persino dove sono le ossa. Le ultime 
opere sue apparvero sul ponte Sant' Angelo , ove quelle che non 
furono di suo scarpello , vennero da lui dirette e scolpite da'suoi 
allievi. Alla Tavola suddetta num. 3 vedesi uno di quegli An- 
geli danzanti , le cui pieghe per opera del vento sembrano es- 
sere un po' meno a guisa di scoglio che tutte le altre le quali 
vestirono le sue figure: ma i movimenti delle spalle, e le ossa 
delle ali sono di un genere singolare, come non eransi mai ve- 
dute in alcun;» delle ali destinate a volare. Questo genere d' ali 
con ossa e con penne ricurve , del genere che negli arabeschi 
si fecero le foglie d'ornato, fece autorità per siffatte licenze; 
e vidersi dopo per opera degli allievi del Bernino molte si 
mili deformità , delle quali la scultura penò quasi un secolo a li- 
berarsi. 

Bisogna però convenire che questo artista in materia d'archi- 
tettura fu grande al pari che fortunato. Nella scala regia del Va- 
ticano egli seppe ottenere un effetto prospettico maraviglioso pre- 
valendosi dell'irregolarità dell'area con una felice licenza e con 
fino artifizio. Non parleremo del merito che ha la più grande delle 
opere sue , il colonnato della piazza di S. Pietro : opera veramente 
degna dell'attica magnificenza e della quale abbiam già presenta- 



uegl' italiani ^73 

to il prospetto nell' articolo spettante V architettura dei Roma- 
ni (i). 

Alessandro Algardi Bolognese se non fu servile alle conven- 
zioni Bcrninesche , non prese neppure un andamento suo proprio 
ed originale , poiché assuefatto ad imitar la pittura , quasi tutte le 
opere sue risentono di quel difetto che deriva dall' imitarsi in rilie- 
vo ciò che conviene ad opere di pennello. Egli si attenne di prefe- 
renza nelle forme dei nudi e nel panneggiare delle figure alla scuo- 
la dei pittori Bolognesi , facendosi a imitare i Caracci ed il Do- 
menichino anche piiì di quello che ad uno scultore fosse concesso. 
Assai tardi però si mise VAlgardi a poter lavorare i marnìi, per di- 
fetto di occasioni e difficoltà d'esser promosso, trovandosi , per co- 
sì dire , barricata ogni via , e precluse le opportunità di aver pub- 
blici lavori a cagione dell'ascendente straordinario del Ben. mi. 

L' opera gigantesca in cui questo artefice pose lutto sé stesso e 
il grandissimo basso rilievo di Attila nella Basilica dì S. Pietro, j<I- 
to Sa palmi e largo 18, composto di cinque massi di marmo con- 
nessi insieme. Il Cicognara alla Tavola V. del volume terzo , dh il 
disegno di questa enorme composizione, cui ognuno crederebbe 
piuttosto tratta da un quadro che da un basso rilievo , essendo la 
distribuzione più conveniente ad un opera di pennello che a tavola 
di marmo. Ha raffigurato lo scultore che Attila fosse respinto dalle 
mura di Roma dal moverglisi incontro S. Leone alla testa dei cle- 
ro , il quale scortato dalla milizia celeste gli mostra gli Apostoli 
irruenti dalle nubi con ispade fulminee per discacciarlo. L'ordinan 
7,1 generale della composizione è ben distribuita , ma le figure più 
sporgenti di tutte posano in falso, anzi non trovan dove poggiare; 
eseguite pressoché interamente di tutto tondo , riescono le peggio- 
ri. Non si sa se il Re fuggitivo traballi o se debba realmente cade- 
re ; e per attaccare al fondo questa figura l'artista l'avviluppò in 
un manto reale lunghissimo , e non quale si portava in guerra an- 
che dai barbari , che certamente mettevano la clamide militare. 
Bello è il movimento del Pontefice che d'una mano mostra respin- 
gere il Re, e dall'altra accennn la celeste milìzia. Le figure che 
vannosi poi degradando sul fondo rivolte colla facria in tutti i 
sensi, divergono troppo dall'oggetto principale, a cui senza timore 
di soverchia monotonia esser dovevano intente. Le pieghe delle vesti 
(.) Vedi Voi. VII. h:u,o,,u V. II. 



274 scuLTur.A 

poniificJi sono di bella e semplice forma, non cosi quelle delle al- 
tre figure sporgenti, che se non sono ialeramenle come le rupi Ber- 
nm esche , non mancano però d'essere afFallo disconvenienti a que- 
sto genere di scultura. Non poche altre sculture condusse VAlgardi 
in bronzo ed in marmo che gli assicurarono una fama e gli avrebbe- 
ro dovuto meritare piìi onori che non ottenne. Il Cicognara parlò 
lungamente del suddetto basso rilievo, e ne rammentò più estesa- 
mente ogni prerogativa. 

Lo scultore che sembrò superare in questo secolo il merito di 
tutti gli altri , di cui abbiamo parlato , fu Francesco di Quesnoj 
detto il Fiammingo , nativo di Bruselles e che fece i suoi studi 
in Roma. Egli fu assai celebrato per la pastosità e per la grazia 
nello scolpire i putti. Celebratissimo fra gli altri suol lavori di tal 
genere è il concerto d' Angeli nel bellissimo bassorilievo alla chie- 
sa de' SS Apostoli in Napoli per la cappella Filomarino , scultura 
la più finita e del massimo pregio che le mille volte per istudio di 
tutti gli artisti è stata modellata , e che noi presentiamo alla Tavo- 
la loo niim. 3,' e famosi sono anche altri simili componimenti, co- 
me baccanali e scherzi di puttini graziosissimi , pei quali si vide 
uitrodotto nella scultura moderna un genere che poteva dirsi quasi 
nuovo del tutto. Non fu però il Fiammingo lodato soltanto pei 
putti, che di lui abbiamo due opere di lutto tondo singolari per 
la tmta corruzione de'tempi in cui vennero scolpite. L' una è la 
Santa Susanna che vedesi nella chiesa della Madonna di Loreto in 
Roma nel Foro Trajano , e questa è una delle più belle che nel 
seicento si scolpissero in Roma , e non tanto per l'andamento delle 
pieghe che la vestono imitando la natura gentile e l'antico, quan- 
to per la dolcezza del movimento e le forme del viso e delle ma* 
ni. L altr' opera di Fiammingo è il colosso di Sant'Andrea scolpi- 
to per una delle nicchie ai piloni nella cupola di S. Pietro. Trat- 
tavasi di apparire con una grand-opera in confronto di grandi mae- 
stri , fra quali il Bernini; e non ebbe coraggio il Fiammingo di 
rinunciare al gusto dominante di panneggiare; cosicché per non iso- 
larsi dagli altri contemporanei in un lavoro che gli avrebbe assicu- 
rato i voti della posterità, se fosse stalo defraudato di quelli dei 
suoi antagonisti , si adattò a uno stile di pieghe un po' caricate e 
voluminose, ma però facili senza cadere interamente nella cattiva 
maniera degli altri. Mostrò di essere artista di vaglia trattando car- 



degl' italiani a^S 

nosamente tanta parte di mulo , qu<)nto più il soggetto gli permet- 
teva ,• ma introdusse nella proporzione generale delle parti lo siile 
largo e poco ideale che ò proprio di una persona piuttosto rozza 
ed umana che divinizzata. L'arte per opera di questo non fece al- 
cun passo, e solo può dirsi che nel rappresentare i putti giovasse 
agli artisti che vennero dopo. Fatalmente fra i tre più grandi scul- 
tori che Roma vedesse operare nel secolo XVII. quello che contri- 
buì alla decadenza maggiore dell'arte fu il Bernini, cui maggior 
dose d'ingegno aveva dato la natura. 

La scuola che andavasi formando in Roma dal Bernini e dal- 
VAlgardi col rendere più comuni le affettazioni , scemava di molto 
anche il merito degli imitatori perchè mancanti di genio. Quindi i 
bassi-rilievi del Comasco Ercole Ferrata, le poche opere di Mel- 
chiorre Coffa Maltese; le sculture nella fontana di Piazza Na- 
vona di Antonio Raggi denommato il Lombardo ; le statue di 
Giuliani tinelli, di Andrea Bolgi , di Francesco Baratta, dì 
Jacopo Fancelli, di Lazzaro Morelli e di non pochi altri , diffi- 
cilmente possono meritare encomio maggiore di quello che otten- 
nero i loro maestri. Gran caso in Roma si fece di Camillo Ru- 
sconi Milanese che studiò in patria sotto il Rusnati mediocre 
scultore, e fermossi poi in Roma presso Ercole Ferrata. Se il Ru- 
sconi avesse avuto migliore instituzione avrebbe facilmente più di 
altri molli potuto riuscire eccellente, poichò fra quelli che tocca- 
rono il principio del secolo XVIIL può dirsi il migliore j e due an- 
gioletti che veggonsi in Roma, opera di suo scarpello, sovra una 
porta di fianco nella cappella di S. Ignazio al Gesù d^l laio dell'e 
pistola , sono forse la più bella produzione di quel tempo e di que- 
sto scultore. Soltanto da pochi anni a questa parte ò permesso di 
riguardare in Napoli come puerili e meccaniche opere di scultura 
quelle che «domano la chiesa di Santa Maria della pielà do' San- 
gri , appartenente alla famiglia de' Principi di S. Severo. Si fa 
molto caso nella detta chiesa di quel Cristo velato e disteso scolpito 
dal Santnartino , posto su di un materasso ben soffice con tre 
guanciali ornati di fiocchi e ravvolto nella sindone. Parve ad alcu- 
no, ignaro del vero bello dell'arte e delle vere difficoltà che incon- 
tra l'artista, che T esprimere un velo adattato sul corpo fosse il 
confine dell'umano operare, ma il disinganno è parlante al solo af- 
facciarsi su questa materiale imitazione della natura , nella quale 



376 SCULTURA 

non resta a lodarsi che la pazienza meccftnica in condurre collo 
scarpello questa figura, listata più che velata dall'ingrato paralellis- 
mo di queste minutissime pieghe. Meno di questo scultore e di 
altri che operarono in quella cappèlla fu riprovevole il Fansaga 
che diverse statue scolpi , e di cui vedesi la Fontana Medina co- 
me la principale opera di questo genere in quella dominante. 

Parve che la Toscana si riposasse all'ombra di quegli allori 
che in ogni materia d'arte aveva mietuti nell'età precedenti: si 
continuò ad operare, ma più per lusso di interne decorazioni di 
giardini e fontane che per maestosi e pubblici edifizj. Fra gli 
scultori di sì fatte opere annoveransi Giovanni Caccini ed i suoi 
allievi , ^agostino Bugiardini e Gherardo Silvani , Antonio No- 
velli e quello scolaro di Andrea Ferrucci per nome Raffaele 
Curradi che scolpì molti marmi per le decorazioni del Palazzo 
Pitti e pel Giardino di Boboli , e lavorò in porfido il gran bu- 
sto di Cosimo II che vedesi attualmente nella galleria di Firen- 
ze. Ma le opere che in Toscana portano l'impronta caratteristica 
del secolo , sono quelle che uscirono dalla scuola dei Foggini, 
Gior>anrii Battista fu quegli che levò maggior fama ; egli ebbe 
la ventura di lavorare per la ricca e magnifica cappella Corsini 
al Carmine ; ma il suo genere di scultura è assai lontano dal 
bello stile; le caricature eie smorfie degli Angeli, ivi rappresenta- 
te non sono esprimibili : il marmo però è lavorato con grandissima 
maestria di scarpello, e le carni sono condotte con una certa pa- 
stosità. Un altro campo alla gloria degli scarpelli Fiorentini s'apri 
in Santa Croce , ove s' innalzò una memoria sepolcrale al divino 
Galileo. Lavorarono tutti quei della scuola in questo infelicissimo 
monumento , poiché il disegno fu di Giulio Foggini , la qua- 
dratura di Antonmaria Fontini , il busto di Giovanni Battista 
Foggini; l'astronomia di Fincenzo Foggini, e la geometria di 
Girolamo Ticciati , altro fra gli scultori eh' ebbero grido in que- 
sta scuola. Stranissime sono le forme della cimasa , del cartelli e 
dell' urna non meno che I' atteggiamento delle due statue , delle 
loro pieghe e delle loro estremità , per cui ci dispenseremo dal 
venire a più particolare esame , e dal parlare altresì dei moltis- 
simi allievi che uscirono da questa cattiva scuola. Negli ultimi 
clnquant' anni però che precedono questa nostr' epoca, merita d'es- 
ser tinto fuori dal volgo Innocenzo Spinazzi Romano di na- 



DEGL ITALUM 2^7 

scita e di scuola , ma clie esercitò 1' arte in Firenze ove fu chio- 
mato Jdl Gran Duca Pietro Leopoldo per maestro di scultura al- 
l'accademia. Dotalo egli dalla natura di molto gusto e sentendo 
molto le bellezze degli antichi che tornavano ad essere un po'più 
venerate e studiate , si ravvicinò più d' ogni altro suo coetaneo 
al buono stile. Il suo capo d' opera ò la statua della Fede con la 
faccia velata a S. M. Maddalena. 

La scultura in Bologna cedette quasi per intero 11 luogo alle 
opere di pennello. Non segui però cosi bizzarramente la scuola 
del Bernini nel principiar di quest'epoca, e non passò che a gradi 
a gradi sull' appressarsi a' nostri giorni al sommo della corruzione 
e del manierato, in tempo degli architetti Bihicna. Immenso fu 
il numero degli scultori a Venezia nel seicento e nel settecento , 
essendosi continuato a spendere in edifizj consecrati al culto o allo 
splendore delle famiglie ; ma le copiosissime loro sculture non 
attestano che profusione di tempo e di opera , ricchezza di mate- 
ria e splendore di mecenati che raccolsero pochissimo successo 
delle nobilissime loro intenzioni. 11 Cicognara ci presentò nelle 
tavi)le Xi. e XII. i depositi principali che sorsero in Venezia in 
quest'epoca; ma i disegni di queste due macchine colossali erette 
dal Tirali al Doge Valier nella chiesa de' SS, Giovanni e Paolo, 
e da Baldnnòarrc, Longhena nella chiesa de' Frari al Doge Gio- 
\aniil Pesavo h^uiio , per confessione stessa del suddetto scrittore, 
truppa grazia e sveltezza a fronte del goffo carattere delle origi- 
nali scuhuie. 

In Lombardia non ebbero le nostre arti plìi quisi alcun mo- 
\imeiito che le portasse a grandiosi successi. La sola fabbrica del 
Duomo di Milano andò lentamente avanzando con statue e gruppi 
e bassi-rilievi intorno alle porte principali j ma non furono opere 
da levar allissitno grido. Gasparo il più vecchio dei due Vi- 
sinarra scolpi in basso rilievo sulla porla di mezzo la formazione 
di Eva dalla costa di Adamo ; Carlo Bijfi la Regina Ester su di 
una porla laterale; Pietro Lasagni fece le sculture di Susanna e 
Jotlc, e il suddetto f^ismarra quella di Giuditta e di Saba. Sui 
gran pìlastroni poi Giacobbe che beve al fonte , fu scolpilo dal 
Lasagn' , e Dionigi Bussola scolpi l'Elia e la madre di Sanso 
ne: il giovane Giuseppe flsmaira fece il sacrificio di Àbramo, 
e li gran termini the stanno addossali ai pilaslroni furono dtl 
Lasagna , del Bussola , di Carlo Buono e del Prevosto. 



278 SCULTURA 

Ma fra tutti gli architetti e scultori Italiani di questa fata- 
lissima epoca , il frate Teatino Guarino Guarirli Modanese 
portò al sommo le stravaganze ed i vaneggiamenti nelle belle 
arti. Egli infestò la città di Torino colle sue pessime invenzioni, 
attentando apertamente a quella semplicità regolare che forma la 
maggiore eleganza di quelle strade e di quegli ediGzj. 

Non fu povera d'ingegni nazionali dedicati alle arti la città 
di Genova, ma oltre all'avere alcuni buoni pennelli, e pochi 
non volgari artefici di scarpello, per maggiormente abbellirsi si 
rivolse ai migliori fra gli scultori esteri che in ogni età accor- 
sero a decorarvi le chiese e i palazzi superbi che adornano la 
principale delle sue regie strade. Rubens pubblicò un gran volu- 
me , ove furono riuniti questi sontuosi palazzi , opera de' più di- 
stinti architetti nei quali tutte le arti concorsero a sfoggiarvi il 
lusso più elegante. Gli scultori Genovesi Filippo e Domenico 
Parodi f e i fratelli Bernardo e Francesco Schiaffino derivarono 
dalla sc\xo\?i àe\ Ber nino in Roma i modi proprj del secolo, e non 
cedettero in ogni maniera di scultura o d' intaglio agli altri arte- 
fici che andavano per tutta l'Italia lavorando. Era già reso 
estremamente difficile che potesse in un qualche angolo rifuggirsi 
e restare incorrotto il gusto di queste arti , e molto più era ciò 
impossibile in Genova , ove non essendo una scuola di gran ri- 
nomanza , prendeva dalle altre ogni norma , sia mandando fuori 
a studiare i migliori ingegni , sia attirando a sé , siccome fece in 
tal epoca, il Vaholdo, V Algardi , il Soldani e Puget che la- 
sciò più memorie e lavori di sé in Genova che in tutta la 
Francia. 

Dall'uno all'altro estremo abbiam veduto l'Italia partecipe 
degli stessi modi provenienti d;ilIo strano gusto d'innovazione che 
corruppe tutte le arti di imitazione , non potendosi mai innovar 
la natura. La scuola che più dominò sovra le altre fu quella ove 
si offrirono maggiori occasioni e conseguentemente pel numero 
maggiore d'artisti e di modelli potè diffondersi più facilmente 
per tutta l'Italia. Signoreggiata da tm genio superiore e influente 
com' era il Bernini , ricevette da quello un carattere che si man- 
tenne in tutti gli allievi; carattere bizzarro che era dipendente da 
un genere d'ideale suo proprio e convenzionale. 

Non maggior ventura ebbero le ultime produzioni di scultura 



DEGL ITALIANI 279 

contemporanee alle pritne opere dell' immortale Canova. L'arte 
statuaria era ridotta in Roma a misera condizione: non si face- 
vano più che ristauri per gli stranieri o per il Museo Vaticano , 
ovvero mediocri copie di cose antiche. Quindi appena rammente- 
remo yégostino Penna Romano scultore della statua di Pio VI. 
nella sacrestia Vaticana , il Paccilli che ci lasciò nella sua statua 
di Ditvide un meschinissimo e it^nobil lavoro; Bracci e Sibilla 
scultori del monumento di Benedetto XIV. Fincenzo Pacelli Ro- 
mano^ autore di poche opere e molto esercitato nell'arte di ri- 
staurare l'antico. Tommaso Rii^/ii ammirato dal volgo degli os- 
servatori per la sua manierata e moderna fantasia; Giuseppe 
Angelini che scolpi in grande la statua dei Piranesi nel i^So; 
ed alcuni altri contemporanei di Canova il qual gih cominciava 
ad esser noto in Italia. Merita però fra questi special menzione 
Giuseppe Franchi di Carrara morto ottuagenario nel 1806 pro- 
fessore di scultura in Milano ; egli venne mollo encomiato spe- 
cialmente per le due statue poste alla fontana nella piazza che da 
questa prende il suo nome in Milano ; talché quella può dirsi una 
delle migliori produzioni de' moderni scarpelli , e superiore forse 
ad ogni altr'opera de' suoi tempi. 

L'amore dei viaggiatori per le antichità, la scoperta di Erco- 
lano, i nuovi dissotterramenti in Roma, lo studio dell'archeolo- 
gia, Alqari)lli, Mcngs , Winkelmann, Milizia cominciarono sul fi- 
nire della scorsa età a mettere di nuovo in movimento gli animi 
e a destare dall' ubbri;ichczza le arti. Era tale la distanza dei dis- 
scpulti avanzi di antichità e dei ruderi venerandi da tutto quello 
che si operava dagli artisti viventi, che ne furono scossi tulli co- 
loro, i quali avevano anche un senso mediocre, e queste circo- 
stanze predisposero la felice epoca in cui Canova quasi da sé 
stesso educandosi ai rudimenti dell'arte in luogo ove erano po- 
chissimi e fallaci insegnamenti , mosse animoso in teneri anni per 
quella via che era del tutto abbandonata , anzi forse da nessuno 
fu mai seguita da che le arti erano risorte in Italia. Quando Ca- 
nova parti da Venezia iniziato ncll' arte dietro i soli ingenui prin- 
cipi che gli presentava l'aspetto dclL natura, negli sludj degli 
artisti moderni si trova\ano ancora i modelli dell' Ali^ardi, di 
Bernini, del Fiammingo , piuttosto che quelli tratti dall'Apollo, 
dal LaocooQle , dal Gladiatore. L' arte però non era pijvera di 



28o SCULTURA 

mezzi, e lo scarpello arditamente era accostumato a trattare i 
marmi come se fossero molle cera ; cosicché le facili disposizioni 
naturali di questo giovinetto nelle prime imitazioni che erano im- 
presse di un carattere di semplicità, allora novissimo, trovarono 
qualche picciolo incoraggiamento, che bastò per islanciarlo nel 
gran teatro delle arti da Venezia a Roma , ove la repubblica vi 
teneva un ambasciatore (i). 

La prima opera di questo scultore nella quale , studiando d'i- 
mitar la natura , vi associò le osservazioni sulle antiche sculture 
con non picciol profitto , dopo il suo arrivo in Roma , fu il Te- 
seo sedente sul Minotauro , gruppo in marmo di Carrara acqui- 
stato in Vienna dal Conte di Fries. Ivi la grandiosità delle forme 
e la loro scelta dimostrano le forze del genio e la squisitezza del 
gusto , né si potè più dubitare se le braccia od il petto delle sue 
figure fossero di para imitazione, ovvero materialmente modellate 
sul vivo: come allorquando si espose in casa dell' ambasciator di 
Venezia il Dedalo , supposero alcuni che la bella carnosità del 
marmo fosse tratta da un modello calcato sul vero , poiché non 
sembrava ad alcuno possibile che lo scarpello con tanta felicità 
sorprender potesse quei fuggitivi effetti e andamenti della carne, 
che da lungo tempo non apparivano più nelle opere della scul- 
lura moderna fatte a memoria , senza prender di mira la dili- 
ijente imitazione del naturale. La Ggura del Dedalo , che da noi 
si presenta alla Tavola 102 num, 1 è uno dei lavori, che serve 
<>on maggior evidenza a provare, per qual via si operò il pas- 
saggio dallo stato infelice delle arti guaste e corrotte al purgalo 
stile dominante nell' epoca presente. Il gruppo di Adone e Ve- 
nere , pel Marchese Berio di Napoli , ed acquistato dopo la morte 

(i) Antonio Cunoca nacijue nel i^S; in Possaf^no , terra del distretto Aso- 
lano nella provincia di Trevigi. Fu chiamato a Venezia dal N. H. Falier che 
lo allogò presso il vecchio To retti , il migliore scultore d'allora, prò zio degli 
i.ltuali scultori Ferrari. Morto il vecchio, stette per qualche tempo sotto il ni- 
)iote di quello , per teuuissima mercede ; indi passò da sé solo in una picciola 
l'ottega sotto i Clatslri di S- Stefann; poi migliorando di condizione ehbe uno 
studio più grande al Traghetto di S. Maurizio, in cui stette sino al momeulo 
ili partire per Roma , colà chiamalo dall' Ambasciatore Girolamo Zulian nel fj-j^j 
< lie lo aveva preso a ben volere por i suoi primi saggi dnti in patria, e ciie at- 
ti nne In sua promessa di chiamarlo presso di sé , appena nominato Ambasciatore 
pie«so la Sdul- iSedc. 



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THE LI. ^ 



degl'italiani a8i 

del primo possessore dal signor Favre di Giinvra (i), ù un'opera 
che sebbene terminata diversi anni dopo che lu modellala , deve 
considerarsi, se non per la sua esrcuzionc , pel suo conceiio, co- 
me contemporanea al monumento di Rezzonico. Il passaggio dal- 
l' imitare una certa floscezza della natura tal come presentisi essa 
semplicemente a' nostri sguardi, e quel sostenuto stile che ammi- 
rasi tanto nelle opere antiche, si vede chiaramente in questi 
due marmi. Bellissima ò la positura amorosa della Venere che 
vezzeggia Adone; non potendosi con più grazia e più nobiltà di- 
mostrare quel sentimento di affetto che dal molle abbandono , 
dal piegare del capo e dall' alzar languidamente lo sguardo si ma- 
nifesta. 

Il deposito di Ganganelli, eseguito prima del gruppo prece- 
dente, parve tagliasse il nodo Gordiano, e fosse la linea di con- 
fine che bandi da tutte le scuole il cattivo gusto , poicht^ fu 
quello che grandiosamente mostrò a tutta Roma il passaggio delle 
arti trionfanti da un'epoca all'altra. Nel 1787, fu posto qui slo 
monumento; e lo scultore fu debitore delli gloria di una si bt.'lla 
occasione per distinguersi, alla beneficenza del savio pittore Cravino 
Hamilton, pei consigli da esso dati al Folpato ^ che fu il me- 
diatore perchè gli \enissc allogato. Il Canova nella tenera et.H 
di if\ anni ardi di accingersi solo ad un'impresa sì grande. II 
terribile aristarco delle arti Francesco Milizia non pot(^ contenere 
il grande entusiasmo di ammirazione che gli cagionò il detto mo- 
numento ; e appena fu scoperto nella chiesa dei SS. Apostoli 
scrisse da Roma il 17 aprile 1787 la seguente lettera descrittiva 
al Cavaliere Zulian , Bailo della rt'pubbllca Veneziana a Costanti- 
nopoli. « Il mausoleo (Ganginelli) è fra gli applausi di tutt» 
Roma. Il Canova ha sorpresi tulli .... Nella chiesa dei SS. Apo- 
stoli sulla porta della sagrestia ri upelto ad una delle due navate 
laterali sorge un basamento diviso in due grandiosi scalini. Sull'in- 
feriore siede la Mansuetudine in atto nobilmente mesto, nel se- 
condo è un'urna su cui dalla parte opposta A appoggiata la Tem- 
peranza. S'alza indi un plinto, sopri il quale ò un s«'dione al- 
l'antica dove sta a sedere con tutto il suo comodo il Papa ve- 
stito in pontificale. II suo braccio destro ò elevato orizzontal- 

(ij tu ritoccalo dal Canova avanti cliu uscii^e d' ilalia. 

Cast. Fai Vili. dell'Europa P. II. 10 



iSl SCULTURA 

mente , e la mano è anche distesa per imporre , consigliare e 
proteggere: atto maestoso simile a Marco Aurelio equestre sul 
Campidoglio. Che riposo ! Le tre statue pajono scolpite ne' piiì bei 
tempi della Grecia per il disegno, per l'espressione, pei panneg- 
giamenti. Gli accessori , i simboli, l'architettura, sono della slessa 
regolarità. Dunque opera esecranda per i MichelangioUsti , per 
i Berninisti , per i Boroministi , per i Marchionisti. Non cen- 
tinature , né scogli , né arrabbiamenti , né pur fiorami , festoni e 
dorature. Varietà di marmi ? Cibò ! .... Io in coscienza mia 
fra tanti mausolei che qui esistono per Papi e per non Papi , 
non veggio il piìi ben inteso e nel tutto e nelle parti , e nell'in- 
venzione e nell'esecuzione. Se io traveggo, amo caramente le 
mie traveggole e chi me le togliesse mi uccide. Ma questa volta 
non traveggo certo, perchè oltre gli encomj generali, che tutto il 
popolo di Quirino fa al Canova desiderandogli salute, ricchezze 
e dignità, sento professori dei più assennati , che giudicano que- 
st'opera fra tutte le opere moderne la più vicina all'antico (i) ». 
Fin da quando il Canova operò il gruppo di Teseo sul Mi- 
noiauro , Abondio Rezzonico , senatore di Roma ricordava d'ora 
ad ora allo scultore voler erigere coli' opera sua un sublime mo- 
numento al Pontefice Rezzonico Clemente XIII. suo zio, nelU Va- 
ticana Basilica. Non aveva il Canova terminato il deposito Gan- 
ganelli , che pose mano ai modelli pel gran monumento Rezzo- 
nico. La novità e la gravità della composizione architettata con 
tutta la severità e semplicità dello stile corrispose alla nobiltà e 
all' espressione dignitosa delle figure destinate a comporre il mo- 
numento. Il Papa éta nella parte più elevata genuflesso e penetrato 
da sentimenti della più profonda divozione ; la Religione che pone 
la mano sul sarcofago, e il Genio moriuario piangente compon- 
gono tra loro felicemente un insieme del più mirabile accordo 
passando l' occhio da una figura all' altra , senza bisogno di 
ritmo o dì simmetrica affettata disposizione. Dalla cima della pi- 
ramide alla base era d'uopo un allineamento che collegasse in- 
sieme tutta la composizione delle figure, il che fu operato con 
inarrivabile magistero , medianti due lioni che poggiano sul 
basamento generale. Se la figura della Religione potesse allo scru- 

(t) V. Melchior Missirini. Fila di Antonio Canoi>a. Milano ,^G\.lon\ , i82|, 
Libr 1. cap. 3. 



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DEGl' ITALIAM a83 

polo il( t;H arliàii lasciar desiderio di (jualclie maggior gusle nella 
scelti* dei paiineygiameiul che la coprono , fu poi vinta ogni aspet- 
tativa nelle statue del Papa e del Genio , e nei due leoni. 
L'antico avevi potuto guidare iu molte di cjueste opere lo scar- 
pello dell'artisti ; ma nell'atteggiamento, nei vestimenti, e nella 
testa dil Papa fu d'uopo la forzi di un genio superiore, poi- 
ché non ebhe prototipo alcuno nell'antichità, e tutto egli trasse 
dalla natura , e da un ideale interamente suo proprio. L. maia- 
vigiioso come gli osservatori siano penetrali d^i un sentimento 
d'interesse profondo per la figuri del Rezzonico genuflesso, il 
quale sembra realmente in colloquio con Dio stesso, tanto ò il 
suo raccoglimento devoto , e la gravita semplicissima eoa cui è 
prostrato , lasciandosi le pieghe dei paludamenti pontificali cadenti 
e disciolle senz' alcun genere di affettazione. Noi diamo un'idea 
di questo monumento nell.i Tavola io3. L'artista potò poi dare 
sfogo a so slesso nella parte sublime del bello ideale , scolpendo 
la figura del Genio, in cui parve radunare tutta la forz.i del gio- 
vine talento, scegliendo le forme più belle the gli antichi monu- 
menti lo invitavano a cercare e modificare sulla natura. Di fatto 
dilllcilmente può rinvenirsi nelle opere dello stesso artefice un 
lorso che pareggi la bellezza di questo Genio dolente. I leoni 
emblema della fortezza dell' animo del Pontefice , con ardue fati- 
che modellati, vennero poi condotti e scolpiti coii tal migistero 
e per 1' espressione e pel tocco dello scirpello , che forse lo scul- 
tore in più matura età avrebbe ricusalo di trattare il marmo con 
il laboriosa meccanica. 

La riputazione in cui sali questo artista dopo le opere enun- 
ciate (cosi Cicognara parlando del grado di stima cui giunsero 
le prime opere di Canova') ri.nimò in tal modo straordinario 
l'attività e i talenti di tutti i suoi coetanei , che aspirando a me- 
lilirsi altrettanti suffragi, fecero gloriosissimi sforzi; nu le loro 
prodii/.ioni non poterono rovesciare una fam.j che aveva per base 
così saldi principi , e moiuinicnti di tanta iinportinzii. Fintinto 
che non si videro artisti i quali sulle tracce da Ini segnate cosi 
luminosamente movessero per quello stesso cammino a un nuovo 
genere di perfezione totalmente perduto di vista per quasi due 
secoli, il grido delle opere di Canova era si alto, che l'ammi- 
ruzione universale le collocava vicino alle più belle produzioui 



2 84 SCULTURA 

dell' antichità , senza temer del confronto. Il suo Perseo, i suoi 
Pnglllatorl , il suo Ercole furioso, la sua Venere, madama Leti- 
zia madre dì Napoleone e lo stesso Imperatore sostennero con- 
fronti ai quali nessun' opera mai venne esposta fra quante le mo- 
derne arti ne produssero dopo il loro primo risorgimento, dal Xlll. 
secolo sino a' giorni presenti. Sarà la sola imparziale posterità , 
che con piij legittimo voto potrà in ciò giudicare , allorquando il 
rispetto verso gli emuli della sua gloria più apertamente ravvici- 
nando queste opere fra di loro , discuterà con maggior libertà di 
voto che noi permettono adesso ì riguardi a' contemporanei. Fuor 
d' ogni dubbio la modestia naturale di Canova lo tenne lontano 
dal campo della quistione,- e fu la sola volontà assoluta dei Prin- 
cipi che potevano disporre della collocazione de' suol monumenti, 
la quale seguendo 11 voto generale degli intelligenti , ordinò che 
il Perseo , i Puglllatori ed altre sue opere venissero collocate 
fra* capì d'opera dell'antichità. Fintanto che durano troppo cieche 
prevenzioni in favor dell'antico, e finché il merito di un artista 
straordinario ecciterà la gelosia de' contemporanei , non potrà mai 
giudicarsi llber<imente se una simile disposizione possa nuocere alle 
moderne opere, e sìa un attentato alla sublimità delle produzioni, 
in favor delle quali sta il voto dei secoli. Canova non trovò com- 
petitori al suo nascere : ma egli avrebbe un merito infinito , e sa- 
rebbe felicità dell'Italia, se vinto da chi dovrà succedergli, re- 
stasse anche secondo nel magistero dello scarpello ; giacché non 
potrà mai dlsputarglisi il primato del cambiamento avventuroso 
nella direzione di questi studj , che incontrastabilmente fu tutta 
oper^ sua. Poco liislnghiera però sarebbe stata per Canova una 
gloria , ove in seguito poi non avesse avuto competitori ; ma la 
sua palma piiJ gloriosa è formata appunto dal merito de' suol con- 
temporanei medesimi tanto celebrati e distinti , poiché vennero 
essi animati dal luminoso suo esemplo. Ma proseguiamo 1' esame 
delle principali opere di questo artefice, per poi scoprire alla 
fine su quali traccio egli andasse spiando non tanto il bello della 
natura , quanto quello dell' antichità , e formandone uà tutto 
che lo guidò poscia ne' suoi lavori al più sicuro modo di ope- 
rare. 

Molte volte egli inventò il soggetto di Psiche ed Amore. Scolpi 
Psiche fanciulla, e parve esprimer volesse la semplicità ^ la scolpi 



DEGL ITALIANI 285 

in piedi con Amore, e prese a dimostrare ì;1ì .iiriiii imioctnii di 
due giovinetti ; la scolpi semisdrajala, e toccò il confine della vo- 
lulià la pili dolce col movimento più nuovo e più difficile, poi- 
ché derivalo da uno di quei lampi fuggitivi nell'azione, che non 
possono essere colli di volo che dal genio dell'artista. Veggonsl 
le due prime nella Tavola 102. La Psiche fanciulla si mostra con 
quel carattere d' ingenui t?i eh' è sì proprio dell^ elJ» di appena 14 
anni ; le forme sono nascenti , 11 movimento non mostra che una 
intensa occupazione all' oggetto della sua cura, F aspello dei ca- 
pelli succinto e senz' arte , 1 contorni gentili quanto mal può ncl- 
r età dell' adolescenza esprimersi , le eslremith sono studiale e fi- 
nite con incomparabile diligenza , e il marmo coii pastoso che 
pare molle carne. Due volle egli scolpì questa statua, la prima 
nel 1789 per l'Inglese Enrico Blundel ; la seconda nel 1/93 e 
trovasi ora in Monaco. Due volte pure scolpì l'altro gruppo d'A- 
more e Psiche io piedi egualmente in tenera età ; il primo nel 
1797 che trovasi in Francia nel palazzo di Compiegne, l'altro 
nel 1800 acquistalo dall'Imperatore delle Russie. Meno novità 
incontrasi in questo secondo soggetto, che fu anche trattato dagli 
antichi, e di cui abbiamo molte ripetizioni, ed In ispecle quella 
che vedesl in Campidoglio. Grandemente però difFerlsce questo 
gruppo da quello del Campidoglio ; polche nel marmo Greco ve- 
dasi scolpito il momento afleiluoso del bacio , e nel marmo di Ca- 
nova la Psiche, con quanta innocenza può mai gentil fanciulla 
atteggiarsi , colla sinistra sorregge la mano d'Amore, sulla quale 
colla destra mostra di porre la farfalla. Amore glllandole con te- 
nerissimo vezzo un braccio intorno al collo , posa con affetto la 
guancia su d'una spalla della fanciulla , e compone il gruppo cosi 
soavemente, che non rimane al censore più rigido qual desiderio 
formare di maggior perfezione. Il gruppo d'Amore e Psiche gia- 
centi fu parimente due volte scolpito, e per due volle dal duri 
marmi la voluttà piij soave discese al cuore degli osservatori con 
magico incanto. La prima nel 1793 pel palazzo reale di Compie- 
gne, e la seconda nel 1796 pel Principe Russo YoussouppofF. 
Nuovo ne è aflatto l'atteggiamento; se non che per essere ap- 
punto giacente la Psiche, e Amore sopra di lei incurvalo, diffi- 
cilmente poteva un tal gruppo presentare un efFctto egualmente 
aggradevole veduto da più di un lato. Vedi la suddetta Tavola 103. 



286 SCULTURA 

li soggetto di Ebe fu da lui con tinta grazia e iiovilk tratta- 
lo , che r ebbe quattro volte a ripetere , sempre però lenendo la 
stessa massima e il medesimo tipo, tentando d'introdurre alcun 
miglioramenlo nelle parti. La prima eseguita nel 1796 vedesi 
presso il signor Vivanle Albrizzi in Venezia: la seconda nel i8oi 
venne acquistata dall' Imperadore delle Russie: la terza nel 181 4 
con qualche variazione dalle antecedenti fa fatta per Lord Caw- 
dor ; la quarta nel 18 16 con molte variazioni per la Contessa 
\ cronica Guicciardini a Firenze. Non potrà certamente dirsi che 
da amichi ninmii trasse Canova l'alto di questa Dea che scende 
dal cielo con andnaiento leggiadro e divino, mescendo nello stesso 
tempo una t^zza d'ambrosia al padre dei Numi j e il bilnnciarsi 
in avanti fendendo l'aria con una certa velocità, produce l'ef- 
fetto naturalissimo che i panni respinti all' indietro possano dise- 
gnare senza alcun genere di affettazione il nudo sottoposto L'al- 
zar di un braccio per versare dal vaso il liquore , volge così anid- 
bilmenie tutto il contorno della figura, che sebben l'occhio la 
trovi panneggiata con molta decenza , nullameno l' avidità dello 
sguardo ne discerne ogni lineamento , non altro spirante che la 
prima freschezza delle forme. La sola varietà essenziale e piìi im- 
portante e più ragionevole in cjuesto marmo egli fece, allorquan- 
do abbandonò di trattare collo scarpello i sottoposti vapori. Vedi 
la fig. 1 nella Tavola io4- 

Variate infinitamente fra loro sono le tre danzatrici disegnate 
nella medesima Tavola. La prima navi. '>.. che raccoglie un lem- 
bo dei lunghi suoi vestimenti, ponendo le mani sui fianchi, ese- 
guita nel i8o5 per l'Imperatrice Giuseppina e che ora sta presso 
l'Imperatore delle Russie, e ripetuta nel 1822 con molta diffe- 
renza pel signor Simone Clarke a Londra , mostra tutta la forza 
della giovenlù più vigorosa, e per la elasticità dei tendini ergendosi 
vivacemente sulle punte dei piedi , e per la robustezza del corpo, 
che senza mancare di grazia e di leggiadria , indica di avere già 
sviluppate completamente le forme più belle. Le altre due ven- 
nero scolpite nel 1809. Di un genere affatto diverso è quella che 
tiene un dito al mento pel signor Domenico Manzoni a Forlì , 
vedi niim. 3 Tavola suddetta. I vezzi più dilicati sono raccolti in 
questa figura; il suo piegare del corpo, la forma gentil delle 
braccia, il passo, le vestimenta , e una certa venustà voluttuo- 



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degl'italiani 287 

sissi ma che spira dal complesso di questa st.ilui ne faranno in- 
vidiar molto il possesso a tutti gli ammiratori, per quanta maj^- 
cior profondith di dottrina riconoscersi possa in altre opere delio 
scultore , che in eseguir questa fu dalle Grazie unicamente in- 
spirato. La terza in atto di sonare danzando , vedi Tavola sud 
detti, pel Principe Rossavraoflsky appartiene al genere delle Bjc- 
canti, né può con maggior semplicità e con più deceuia coin- 
porsi una figura slanciata in libera danza. Il monumento che lo 
scultore ha preso in mira è quello appunto in cui , appena per- 
cossi i cembali sonori, vibra il salto ed elevasi agilmente, rima- 
nendo il suo movimento composto e grazioso quanto mai dir sì 
possa, e ravviluppandosi nei fini panneggiamenti in tjl modo, che 
le forme del sottoposto nudo si svelano senz* soccorso di alcun 
maniernto artificio. 

La Venere che esce dal bagno venne eseguita d;d Caìiova per 
essere sostituiti alla Medicea che fu tolta dilla tribuna della gal- 
leria di Firenze, Vedesi ora nel palazzo Pitti. Sul modello di 
questa ne vennero eseguite altre due, l'una pel Re di Baviera, 
l'altra pel Principe di Canino, la quale ore» trovasi in Londra 
nel palazzo del ALirchese di Lansdowne. Lo scultore senza mollo 
scostarsi dalla Medicea se non quanto bastava a f tre un' opera 
originale, prese a scolpire la sm Venere che esce dal bagno con 
quel senso di brivido, di verecondia e di nobiltà nel tempo stes- 
so eh' è caratteristico di una donna in tal momento, la quale co 
stringendo a sé le membra ed i piuni , di tutto cerca far velo 
all'ignudo suo corpo. Il volg(.'r di lesta di questa figura è d'una 
grazia infinita, e la sua proporzione, un po' più grande che la 
Medicea la rende meno donm e più Dea. II volto é affettuoslssi- 
mo , e l'assetto dei capelli sembra tracciato dalle Grazie. Le 
carni sono trattate con quella mollezza a cui può giungere lo scal- 
pello, e le pieghe sono della scelta migliore. Vedine la figura 
nella Tavola 102. 

Il gruppo delle tre Grazie, vedi la Tavola lof, intrapreso 
nel 181 4 per l'Imperatrice Giuseppina, finito pel suo figlio il 
Principe Eugenio , trovasi ora in Monaco. Esso venne replicato 
con qualche variazione pel Duca di Bedford. Canova rappresentò 
ignude le tre Grazie ; raa v' introdusse con fino artificio un leg- 
giér velo , il quale scherzosameote ne cuoprc appena quanto la 



!i88 SCULTURA 

verecondin vuol più cekto. L'espressione di questo gruppo è tutta 
dolcezza, affetto , agilità», e abbracciandosi con iscambievole amo- 
re , col fare delle mani e delle braccia dolcissimi nodi attraver- 
so , colle siovdni e fresche forme di corpi snelli e prontissimi 
alle desterith d'ogni movimento, espresse il dottissimo artefice 
le piti importanti significazioni di queste amabili Divinità. Il 
gruppo presenta da qualunque parte l'aspetto il piià grato, le te- 
ste si volgono cosi amorosamente 1' una incontro l'altra, e con 
tal varietà di grazia e di carattere , che non lasciano luogo a im- 
maginar più soavità di composizione. Le estremità tutte fanno 
di sé mostra con finissimo artifizio; i capelli sono condotti con 
verità e con gusto senza troppa ricercatezza ; la morbidezza e la 
carnosità dei contorni , e soprattutto la dolcezza con cui entra- 
no ed escono lungo il piegare del torso e il rilevarsi dei fian- 
chi , può veramente citarsi come privo affatto d' esempio nelle 
arti moderne. 

Anche la Venere vincitrice giacente , sul cui volto è ritratta 
la Principessa Paolina Borghese , appartiene a questo genere di 
scultura semplice e amorosa. Vedi il iiiiin. i. della Tavola io5. 
L'attaccatura del collo alle spalle, le linee del torso, e le gra- 
ziosissime estremità presentano una serie di bellezze , che sareb- 
besi creduto diffìcilmente poter pareggiare , se invaghitosi di tal 
soggetto Lord Cawdor non avesse ad esempio di questa, inco- 
raggiato l'autore a scolpire nel 181 5 una Najade giacente con 
Amorino in atto di sonare la cetra , statua che dal suddetto Lord 
venne poi ceduta all' autore per S. A. R. il Principe reggente 
d'Inghilterra. Vedi il num. 2 Tavola suddetta. A quel sentimen- 
to di vanità proprio della Dea vincitrice in Ida, sostituì nell'al- 
tra statua l'ingenuo movimento di una giovine Ninfa che, sdra- 
iata dormendo , sorreggesi appena sul gomito nel rivolgersi al- 
l' aratonia che la risveglia. Amore tocca le corde di una lira, e 
non possono meglio simboleggiarsi le larve di una ridente imma- 
ginazione apparse nei sogni. Il corpo tutto sente ancora quel dol- 
ce abbandono che nasce dal languore del sonno, e dal solo voi- 
gei del capo rilevasi l'espressione che lo scultore ha voluto dare 
a questa figura gentile e straordinaria. 

La lode che universalmente seppe meritar questo ai-tista nelle 
pii" sublimi parti che costituiscono il merito di uno scultore , non 



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DtGL* ITALIANI i^Sj) 

venne sulle prime eslesa del pari al suo modo di panneggiare. la 
ogni suo lavoro però andò sempre prendendo di mira questo im- 
portanlissimo oggetto. Le opere nelle quali io condusse a qutl 
grado di perfezione , che disarmò ogni attacco degli emuli delia 
sua gloria furono le seguenti. I,a statua simboieggiante la Pace 
terminata nei i8i5 che vedesi in Russia presso del Cunie llo- 
manzoff. Canova la presentò alala , e premente col piede un ser- 
pe squamoso: scolpi il caduceo sul rocchio di ro'onna ciie serve 
d'appoggio al braccio destro, sul quale incise similmente diverse 
paci dalia Russia conchiuse. Scolpi per ben due volte \h Musa 
Tersicore, l'una pel generoso mecenate degli artisti moderni il 
signor Conte Soramariva che vedesi nel di lui palazzo di Parigi , 
e l'altra spedita a Londra pel Cavaliere Simone Claike. Veg- 
gonsi queste due statue sotto i numeri i e 2 della Tavola loG, 
né certamente dopo che scarpelli moderni trattarono i uìarmi , 
crediamo che possano a questi facili , gentili e maestosi anda- 
menti di pieghe contrapporsi opere d'altri autori. La statua se- 
dente della Musa Polinnia eseguila nel 181 2, e che vedesi in Vien- 
na nel gabinetto dell' Imperatrice , era originariamente immagi- 
nata per rappresentare Maria Elisa Principessa di Lucca. La tnol 
le, facile e maestosa giacitura di questa statua forma un pregio 
grandissimo dell'opera, che per la difficoltà superala nello scol- 
pire i varj panneggiamenti che la ricuoprono e l' inviluppano , è 
uno de' marmi del piìi squisito Lvoro che uscissero dallo scar- 
pello di Canova. Vedi la Tavola suddetta rum. 3. L'altra sta- 
tua sedente in atto di disegnare rappresenta la Principessa Leo- 
poldina Eslerhazy Lichtenstein di Vienna , la qu?le venne eseguita 
nel 1806 e trovasi nel palazzo del Prìncipe Lichtenstein. Vedi 
la fig. 4 della Tavola suddetta. È indescrivibile l'effetto aggra- 
devole che produce questa semplicissima invenzione , per la sua 
mossa e per i panneggiam<^nti, da qualunque lato vogliasi riguar- 
dare; e l'autore infatti sembrò esserne cosi contento, che ne 
fece intagliare un contorno da quattro difFerenti vedute, il quale 
riesce gratissimo. Sembra che gradatamente si accosti alla severitJi 
dello stile l'artista a misura della gravità dei soggetti che prende 
a rappresentare. Di fatto la figura the segue, ove ritrasse Mada- 
ma Letizia madre di Napoleone, eseguita nel i8o5, e che ora 
vedesi in Londra presso il Duca di Devonshire, gidce sedente co- 



2g0 SCULTORA 

me a gravissima e nobii matrona conviensi , ed è panneggiata con 
tutto lo studio e Ja sceha dei vestimenti il più felicemente di- 
sposti che Parte eseguir mal potesse. Vedi 6g. 5 Tavoh citata. 
Da questa figura ci trasporta 1' esame della quartri statua sedente 
a conoscere l'antica severità più sublime dell^arte. Vedi fig. 6 
Tavola suddetta. Sembrava che non potesse Io scultore superare 
nel genere maestoso ciò che in fatto di statue muliebri abbiamo 
pur visto sin ora , quando 1' idea felice gli venne di rappresen- 
tare l'Imperatrice Maria Luigia sotto l'aspetto della Concordia. 
Essa venne scolpita nel i8ii, ed ora vedesi alla Corte di Parma. 
Si direbbe essersi lo scultore prefisso tutte le difficoltà nell' an- 
damento naturale e maestosissimo delle varie pieghe di quei rac- 
colti panneggiamenti. La semplicità del gusto, la severità della 
composizione, e le grandi linei^ del movimento basterebbero ad 
assegnare all'artista una preminenza su tutti i contemporinei , se 
fosse un tal primato anc<u'a disputabile. Se questo marmo fosse 
stato dissotterrato nella Grecia, non dubitiamo che 1 primi Illu- 
stratori non avessero ricorso a Pausanla per iscontrarvi le analogie 
di qualche sua descrizione. 

Fra tutte le figure di donna che abbiamo trascorso , non ci 
si offrì un soggetto ove gagliarde passioni presentar potessero ar- 
gomento di forte espressione per giudicarlo in quella parte , seb- 
bene in seguito avremo argomento di esaminare di qual modo 
egli abbia trattalo i soggetti di carattere robusto che presentano 
l'adito a grandi commovimenti. Egli però fra i soggetti dolci ne 
scelse uno di donna singolarissimo , il quale non avendo alcun 
prototipo nell'opere dell'antichità, lasciò libera la facoltà al suo 
genio di figurarlo. La Madd.ilena penitente espressa senza man- 
care a tutte le convenienze di storia e di religione , non ammet- 
tendo nello stesso tempo tutti i riguardi dell' arte i più precisi 
e i più delicati, pareva un soggetto da imbarazzare piuttosto che 
da allettar lo scarpello ; ma sia che realmente il soggetto non si 
ricusi alle pratiche di quest'arte, sia ch'egli n'abbia vinto tutte 
le difficoltà , 1' opera è piena di novità , di decoro , e di com- 
moventissima espressione. Essa venne eseguila nel 1796, e vedesi 
in Parigi in casa del sopra loJato signor Conte Sommariva di 
Milano, ed un'altra eseguita nel 1809 per commissione del Prin- 
cipe Eugenio vice-Re d'Italia, vedesi ora a Monaco nel suo pa- 
Lz7,o. 



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DEOl' IIALIAM 2C)I 

Dalla r.ipprcsenlnzione dello figuro femniiiiili a quella dell'uo- 
mo se non pnss i iim;i sensibile differen/.i in qinnto alU gra\ilà 
ch'('' propria dillo siile, ne passa una dipendente di! soi;yello 
rappreseiilato , le cui forme sono per sé slesse meno dolci, più 
squadrate, più grandiose, i movimenti più liberi e pronunciali, 
ed ove gli effetti della grazi» diventano più accessorj die princi- 
pali. La figura del Perseo fu la prima del genere eroico che ve- 
nisse prodotta dillo scultore nel 1800, statua che vedesi nel mu 
seo A aiicano , e che fu ripetuU per la Contessa Tarnowsha in 
Polonia. Vedi fig. 1 Tavola 107. L'atteggiamento di questa sta- 
tua ricorda, sebbene in movimento inverso, quello dell'Apollo 
di lielvedcre. La piena e pubblica ammirazione , anzi convien 
meglio dire l'entusiasmo cagionato dal Perseo, parve poter equi 
valere una sentenza della posierilà. L^ artisti nel lungo spazio 
degli anni d<'c<jrsi dal momento che scolpì questa figura , vi fece 
da sé stesso quelU sana critica, che fors'altri non aveva fallo 
apertamente; e dnla mano ai ferri , operò alcune felici modifica- 
zioni sul marmo stesso nelle attaccaiure del ventre che condusse 
a maggior perfezione. Ogni parte di quella figura presenta infi- 
nite bellezze di esecuzione e di disegno. 

Di uno siile egualmente nobile ò la figura del Palamede , con- 
trassegnato dai dadi che tiene nella siin'slra , e dalle prime lettere 
dell'alfabeto scolpite sul parazonio che tiene colla destra. Essa è 
più grande del vero, venne eseguita nel 180 f pel più volle no- 
minato signor Conte Sommariva , e vedesi alla sua villa sul lago 
di Como. Che peccato che nel trasporlo abbia essa sofl'erte varie 
rotture ! 

Meglio .mcora giustificò la precisione e la convenienza de'suoi 
concetti lo scultore nella statua del Paride , una delle più com- 
pite opere del suo scarpello. Vedi fig. 2 Tavola suddetta. Due ne 
scolpi il Cauov>a , grandi al vero, l'uno per l'Imperatrice Giu- 
seppina, che vedesi presso l'Imperatrice delle Russie, il quale 
fu lerminUo nel i8i3 ; l'altro presso il Principe ereditario di 
Baviera termintto nell'anno 1816. Un'altra ripetizione con varia- 
zioni dalle due altre citale esiste ancora nello studio dell'autore. 
La testa è di tutta la bellezza e la grazia possibile , effeminato 
in ogoi parte non tanio per la mollezza delle forme , f[uanio p» I 
volger del capo pieno di compiacenza e di vaghezza di so slesso, 



Hg^ SCULTURA 

disvela lo stesso marmo il giovine più inclinato ai piaceri della 
voluttà che alla palestra marziale, la semplicità veramente aurea 
con la quale è atte<;giata la figura, l'effetto gradevole che pro- 
duce gir-indola in qualunque punto di vista , la costituisce una 
delle opere più classiche di Canova , e del genere il più difficile, 
i cui esempj che ci rimangono sono i meno perfetti di quanti ne 
abbia trasmessi a' nostri giorni la maestra antichità. 

A questo genere di statue eroiche e non troppo risentite ap- 
partiene la stuua colossale di Napoleone intrapres.i nel i8o3, la 
quale non fu spedita a Parigi che nel i8ii, e che attualmente 
vedesi in Londra presso il Duca di Wellington. Vedi fig. 3 Ta- 
vola suddetta. Questo colosso venne anche fuso in bronzo, ed esi- 
ste in Milano nelT Imp e R, palazzo delle scienze ed arti. Ca- 
nova adottò in questa il costume eroico nel modo eh"" eracl uso 
di seguirlo In Roma per la massima parte degli Imperatori. L'a- 
sta e il mondo colla vittoria furono i simboli caratteristici che 
pose alla sua figura, cui da una spalla soltanto pende la clamide 
militare. Al tronco che serve d' appoggio è appesa la spada . e la 
persona vista di fronte è affatto ignuda. Tutta la figura presenta 
un carattere ide<ile , il più conveniente però al genere di testa e 
di fisonomia che trasse dal naturale; ed offre una quantità di bel' 
lezze specialmente nella parte inferiore , che difficilmente la cri- 
tica più severa saprebbe attaccare. 

Lavorò due busti in auesta colossei dimensione, in uno dei 
quali Canova nel 1812 ha effigiato sé stesso, nell'altro intrapreso 
nel i8i4 rappresentò il benemerito pittore Giuseppe Bossi, e que- 
sto venne dall'autore donato pel monumento inalzatogli nella Bi- 
blioteca Ambrosiana di Milano. 

Appartiene ai generi delie opere fin qui descritte il gruppo 
della pace e della guerra sotto il simbolo di Venere e di Marte, 
di cui presentiamo le figure nelh Tavola suddetta. Esso venne 
eseguito nel 1816 pel Re d'Inghilterra. Il nostro scultore mostrò 
in questo gruppo l'effetto dell' irresistibile amore, e Marte, depo- 
sto lo sdegno , si è piegato alle blandizie di Venere. Non sapreb- 
besi come accarezzar con più grazia e con più passione; e l'an- 
nodar delle braccia , V ondeggiar delle linee , e 1' abbandono dolce 
e soave del corpo di lei , che trova un punto d' appoggio nella 
forte spalla di Marte, la disposizione di tutte le parti unite alla 



DUGl' ITALIAMI 2q3 

sclenzn ron cui sono eseguile , presentano un insieme che farh col- 
locare quest'opera Ira le più distinte di (questo artefice. 

Non oltrepassava il Canova il qua rai. tesi mo anno, quando 
volse in pensiere che obbedendo alle circostanze e al piacere 
de' suoi mecenati, e^li non aveva ancor fatto un'opera a suo ta- 
lento dello stile severo e robusto , che servir potesse agli artisti 
e alle scuole per render conto della sua maniera di studio e di 
composizione in tal genere; e tratto Cn^hnente dalla voglia di 
soddisfare so stesso, conobbe di dover dimostrare solennemente 
quanto profondi fosser gli siudj do lui fatti in questo stile. I due 
Pugillaiori Crcugante e Dunosseno vennero dall'artista scolpiti eoa 
tutte quelle avvedutezze che rendevano il soggetto più strettamente 
conforme alla narr-izion dello storico. Le due figure formano co- 
me un gruppo p^r 1' .tzione in cui sono rappresentate, appunto 
nella guisa che veggonsi nella Tavola 108, ove 1' una contro l'al- 
tra stanno disegnale: quella di Creugtnte viene per la sua mag- 
gior nobiltà preferita , essendo stato assai meno brutale del suo 
.ivversario Damosseno. Gli alteggiamenli esprimono per su mede- 
simi il fatto e presentano una composizione tutta nuova e piena 
di grandissime dilficollh che parvero espressamente ricercate dal- 
1 artista per superarle. Il passo di Pausania medesimo rende tutta 
la ragion dell azi(ine (i). I^a veemenza della bile, ogni contra- 

(1) Una slmile seiitriiza lio veiliilo io essere dnla dagli Archìvi a favore di 
Cieii^i'iile dii Diiiazzo, giiiocatore alla pugna; perciocché gli diedero la corona 
de' giiioclii IS'cnii'ì , poiché fu morto, per avere IJamosseiio Siruciisano suo avver- 
sario rotto i palli , che avevano fallo fra loro. Perciocché già ne veniva la sera 
della giornata che comhallevano , quando fi-cero alla presenza di lutti queslo 
palio insieme , clic ciascuno di loro a vicenda si lasciasie dare un colpo in qual 
parie voles^e. A i|uel tempo non usavano ancora in queste così fatte contese di 
l>orlare intorno ai corpo dell' una e dell'altra mano una coreggia acuta , ma com- 
battevano con le miliche , legandole sotto la palma della mano, talmente che le 
dita rimanevano loro scoj)erle. Erano queste miliche coreggie fatte di pelle di 
bue cruda , sottili, annodale insieme ad un certo modo antico. Allora dunque 
Creuganlc diede a Damosseno una percossa in lesta. Ed egli com.uidiN a Creu- 
gante che tenesse ben alta la mano , cosi tenendola levata , egli il percosse con 
lo dita diritte sotto il fianco, così fatalmente, che sì per la durezza dell' unghie, 
comi' per la gran forza del colpo , gli cncci<\ dentro la mano , con li qu.ile stra- 
ziandogli le interiora gliele trasse di corpo: onde Creui».intc subilo .spirò l'ani- 
ma. Gli Ari^ifi veduto che Darrosscno aveva passalo le cunvcnzioni f.ilte fra loro 
come colui che non con una percossa sola , ma con molle aveva morto il suo av- 
versario , il mandarono iu bando, ed a Creuganle , benché morto, diedero l' o- 
iiiire della vittoria, e gli fecero una statua in Argo, che al mio tempo ancora 
£ra posta nel tempio di Giove Licio. i'ausaiiia iicil' .hcatiiu. Lib. Vili. cap. jo 



294 SCULTURi 

zione la più gagliarcla , e persino un cerio sentimenlo di brulaliih 
doveva manifestarsi per servire alla storia , senza imitare con trop- 
pa bassezza d'espressione l'occl-iio dell'osservatore. Nessuno dei 
moderni, dopo i buoni scultori del cinquecento, aveva mai trat- 
lUo opere di questo genere j ed egli appunto si prefisse ciò che 
noQ osavasl da alcuno precisamente, facendo oggetto del suo stu 
dio il superare una tanta difficoltà senza che fossero in alcun modo 
imitate le produzioni dell'antichità. Queste statue furono intra- 
prese nel 1800, e veggonsi nel Museo Vaticano. Molto più d'ideale 
e di risentito 1' arlisla si propose ed ottenne nel gruppo dell' Er- 
cole che scaglia Lica nel mare. Questo gruppo eseguito nel 1802, 
ed esistente in Roma nel palazzo del Marchese Torlonia , Duca 
di Bracciano, venne modellato fino dal 1795. Questa composi- 
zione è interamente tratta dalla fantasia dell'artista: egli st pro- 
pose l'azione tragica più orribile e la più spaventosa. 1/ infelice 
giovane non può opporre difesa d'alcuna sorte, invano si itiliene 
all'altare, che già il furibondo domatore dei mostri lo ha preso 
ppr un piede e per i c.npegli , lo strappa da ogni ritegno e lo 
rtrecipiia inesorabilmente. Gli artisti più dotti e 1 più scrupolosi 
j\natomici trovarono il Lica giustissimo. L'Eroe che presenta col- 
l'erculea forza anche l'enorme massa del corpo colossale, f» ri- 
saltare la piccolezza e la esilità dell'infelice mortale al proprio 
ronfronio, e le parti destinate ad esercitare lo slancio con veemenza 
h inno intt^ i muscoli nella più viva azione. La Tavola 1 u8 serve 
a dimostrarci l'azione di questa roaravigliosi figura. 

Il gruppo colossale del Teseo trionfatore del Centauro , intra- 
preso per la città di Milano nel i8o5 e terminato nel 18 19, ve- 
(lesi ora ne' giardini imperiali di Vienna. Pare che lo scultore ab- 
])ia m ciò preso a modello la maestosa semplicità e la natura- 
lezza delle opere di Fidia , colle quali egli ebbe sempre un» 
somma conformità di genio. Sta 1' Eroe premendo col ginocchio 
r atterrato Centauro cui non manca più che l'ullinio colpo per 
esalare 1' estremo respiro , e colla destra possente , alzando la cla- 
va , non lascia alcun dubbio sulla sorte dell' infelice. La nobiltà 
tiella figura del Teseo spira da tutte le ben proporzionate ed agili 
sue membra maestosamente vigorose e marziali. Lo sforzo che 
indarno fa il Centauro per raddrizzarsi è di una naturalezzt e dif 
fioolià somma. La lesta del Centauro è un modello di bellezza ia 



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I>KG l'italiani 295 

qiifl geiKMc j poicliò ospiinicndo 1' osircrno dolore e l'angoscia e 
la bile, si scosla lo scultore d;t quella nobiltà che sarebbe qui 
fuori di luogo, attenendosi al carattere piuttosto de' Fauni e dei 
vS;itirl più proprio al Lapili e al Centauri come lo esprimono an- 
che le nu;tope del Partenone. Vedi il nani. l\ della Tavola sud- 
tlcUa. 

La statuì colossale d'Ettore intrapresa nel 1808 e l'altra di 
Ajace nel iHii per accompagUdre quella d'Ettore, giacchò stanno 
entrambi sul punto d'assalirsi col ferro quando vennero divisi 
d;igli araldi , vei^gonsi nella Tavola 109. Prosenta il figlio di Pria- 
mo im aspetto altamente nobile e vigoroso. Nella gravità e nel 
volgere della te^ta disvelasi il generoso sdegno , e par che formo 
allenda diill' avvei.sario il primo (;olpo per difendersi con quell'in- 
trepida calma , elio ù il sogno più sicuro del coraggio. All'incon- 
tro di lui il prode Ajace snuda il ferro con atto di più decisa 
minaccia, e dal concetto dello scultore ad evidenzi app^trisce il 
furore da cui iiell» battaglin questo impetuoso guerriero era ani- 
mato. Queste dui' figuro si possono dir fatte por istudio o mo- 
dello del genere ginve e gai;liardo , ni (juale va unit;i tutta la no- 
biltà di stile e di forme come convieiisi a personaggi di altissima 
e generosa stirpo, 

]Noi non descri\ eremo mite le opere che uscirono dalle mani 
di questo scultore non essendo il ciò fare il nostro scopo. Quindi 
fdtla soltanto memoria del gran monumento intrapreso nel 1807 
e posto nella chiesa di vSanta Croce a Vittorio Alfieri, ov' ò la co- 
lossale bella figura dell'Italia dolente, e dellaltro nel 1794 al 
Cavaliere Veneto Emo posto nell' arsenale di Venezia , e della 
bella serie de' bassi rilievi sepolcrali , parleremo per ultimo di una 
delle più grandi opere di questo autore eretta alfa memoria della 
Principessa Cristina Arciduchessa d'Austria, composta di nove fi- 
gure di grandezza naturale, e di diverse età, oltre un lionò e 
una medaglia col ritratto della medesima. Questo monumento In- 
trapreso nel i8o5 venne collocato in \ ienna nella chiesa degli 
Agostiniani, e da noi (> prodotto nella Tavola 109. Esso ^. inte- 
ramente nuovo per la sua invenzione; e dopo di aver eseguiti 1 
grandissimi e celebrati monumenti a' Pontefici , egli presentò i:i 
questa grandiosa e nobile idea il vero genere di ben inventare , 
comporre ed eseguire, e superò sé medesimo, tulle le aliru 



2C)6 SCULTURA 

opere che si erano precedentemente vedute in Italia e fuori. La 
forma grave della piramide , e la severa sua architettura si adat- 
tano maravigliosamente a servire di fondo ai quattro gruppi che 
l'artisti vi dispose con sommo gusto ed espressione, soggetti pre- 
scritti e determinati dal Principe Alberto. Tutto spira una dolce 
mestizia , fuor che nell' alto , ove la felicitb movendo verso il 
cielo par che rechi in trionfo l'immagine dell' Arciduchessa. Tri- 
ste il Genio riposi sullo sdrajato leone , tristi le pie dunne recano 
nella tomba le ceneri al chiaror delle faci mortuarie , e la spar- 
gon di fiori ; e dolenti le seguono gli infelici cui nelle miserie 
dell'umana viti la pietosa mano di lei recava dolce conforto di 
yeneros^ beneficenza. Tutte le eth , tutti ì sessi , il nudo , i pan- 
neggiamenti , tutt ) ha risalto in un modo singolare; e lo scultore 
riunì tal varietà di soggetti, che l'arte ebbe luogo a spaziare mi- 
rabilmente servendosi d'ogni mezzo per giugnere al suo scopa, e 
commovere, e interessare, e piacere persino agli indifferenti. Il 
gruppo del cieco che sta sul davanti sui primi gradini del mau- 
sole.) è un modello di bellezze affatto nuove , che nelle arti anti- 
che non trovò ceri-*mente il suo tipo. La modestia , la verecon- 
dia , il d )lore che esprimono le donne , e quella specie di do- 
i;lia d' imitazii^ne che è si propria dei fanciulli, vedesi così gen- 
lilmenie espressa in questa procession sepolcrale, che da ogni 
membra, e persin da ogni piegai naturale, disciolta e cadente ve- 
'l<^si la lentezza rn<^!aaconica dei movimenti , e quel cospirare 
d'ogni p'^rte e d'ogni accessorio all'effetto generale. 

La scultura in ogni suo ramo parve aver incominciato coll'o- 
prar di Canoi^a un"* opera tutta nuova , per non dir anzi che rin- 
novò la continuazione dell' arte antica. E in verità non saprebbesi 
indicare nei moderni dal quattrocento in qua chi abbia prima di 
Canova modellato bassi rilievi di uno stile si corretto, sì puro , 
e sì lontano dal carattere esclusivamente riserbato al pittore. Fra 
i bassi-rilievi sepolcrali noi faremo special menzione di quello in 
<^ui espresse gli amari casi, e il dolor dei congiunti, e il quadro 
patetico della famiglia ci re alante al letto di marte , ove giace la 
ilglia della Marchesa di Santa-Grux nata Holstein da immaturo 
fato rapita. Esso è un modello della più patetica e commovente 
rspressione cui giugnesse lo scalpello di Canoi>a. Vedi nwn. 3 
Tavola io5. E fra i bassi-rilievi istoriati noi rammenteremo quelli 



DEUL ITALIANI fàQj 

ch(^ rapprosenlano la morie di Socrate, la morie di Priamo, la 
restituzion di Briseide ; uja di questi noa conservansl che appena 
alcuni modelli. Il primo venne da noi rappresentalo sotto il num. 4 
della Tavola io5, e a vero dire n.m saprebbesi come megliu bra- 
mar espresso il soggetto per la sua composizione generale, la sua 
ordinanza, la distribuzione dei gruppi, gli stessi afTetli in tante 
diverse maniere rafiìgurati , conservando l'unità dell'azione e in- 
sieme al massimo decorc» tutta la forza dell' espressione. Larghezza 
e semplicità di pieghe , bellissima scelta di leste , estremità dili- 
genti , dolcezza massima di rilievo, senza eccesso di projezioni j 
io fine dopo che l'artista vi h.« ammirato tulli gli arlificj ed i 
pregi della scultura nel grado il più eminente , secondo i più ri- 
gorosi principj dell'arte, l'uomo di senso squisito vi trova cosi 
soddisfatta la ragione, e interessato e commosso l'animo, che non 
può a meno di sentirne un' estrema dilettazione. 

Dopo di aver rammentato le opere principali di Canova noi 
porremo fine alla storia della scultura dal suo risorgimento fino 
al secolo XIX. col fare le seguenti domande. Chi scolpi volli 
più belli e delicati di quelli della Tersicore, della Pace, del Ge- 
nio di Rezzonico ? Dove riconosce la moderna scultura un monu- 
mento più patetico e più sublime di quello della Sanla-Crux ? 
Qual si vanta scultura più grandiosa del Teseo, o più fiera del- 
l' Ercole .' Qual usci da. scarpelli moderni, che come opera di 
studio, potesse pareggiarsi alle estremila del Greuganle , e all'in- 
sieme dell' Ajace ? Dove le arti trovarono altrettanta severità di 
stile, quanta ne spira la figuri sedente della Maria Luigia? E 
quai marmi presentino nelle loro parti prese ad esame tante per- 
fezioni vere ed ideali ad un tempo , come si riconoscono nelle 
braccia e nel petto del Perseo e nel Napoleone ? Le qualità emi- 
nenti di simili opere non lìmitansi già a costituire lo scultor 
delle grazie, ma elevano l'uomo a tutta la più alla sublimità 
della grand' arte. Che se piace rilevare il merito delle opere di 
Stil soave, chi con piii vezzo indicò la scaltrezza che vedesi nella 
danzatrice che pone il dito al mento? Chi trattò il sesso con più 
voluttà di quella che spira dalla Venere vincitrice ? Chi indicherà 
una figura mossa con più semplicità della Ninfa che svegliasi , e 
chi saprà additare una statua più vera di Madama I^ctizia ? Dove 
mai si vede alirciianta vaghezza , leggiadria e gioventù di forme 
Cost. Fol. FUI. deW Europa. P. II. 20 



2q8 scultura degl* italiani 

da venir in confronto con l'Ebe di Lord Cawdor? Qua! panneg- 
giamenti vennero meglio scolpiti di quelli della Pace, della Ter- 
sicore, della Polinnia e delle altre 6gure sedenti? E per quanto 
in una sola testa possano riunirsi le perfezioni tutte dell' arte , 
come stile , come esecuzione , e natura ed ideale congiunti insie- 
me , chi riconosce fra le opere appartenenti all' epoche tutte da 
noi trascorse un marmo più perfetto del suo ritratto colossale ? 
In fine ci sembra di poter arditamente interrogare la storia delle 
arti dopo il loro risorgimento, e chiedere apertamente: chi ha 
meglio di Canova fatto una statua di carattere eroico , chi una 
di stile affettuoso , chi una figura panneggiata ? 

Mori il Canova in Venezia il i3 di ottobre 1822 in eth 
d' anni 65. Il suo corpo venne trasportato a Possagno ond'essere 
tumulato nella novella sua chiesa. Questo uomo straordinario ^ e 
non men caro alla specie umana per le virtù del cuore che per 
la sublimità dell'ingegno e il valore della mano, è stato com- 
pianto dalle lagrime universali in un modo da segnare epoca ne- 
gli annali delle nazioni. 

Non tenendo conto delle opere cominciate e non finite nello 
studio, l'autore ha scolpite di propria mano 53 statue, 11 grup- 
pi, il i3 non fu che modellato j i4 cenotafj ; 8 gran monumen- 
ti; 7 colossi; 2 gruppi colossali; 54 busti, dei quali sei colossali; 
26 bassi-rilievi modellati , uno solo condotto in marmo. Dimodo- 
ché scolpi oltre cento statue di tutto tondo nelle cento settantasei 
opere di scultura , che non uscirono dal suo studio senza essere 
da lui perfezionate; e dipinse ventidue quadri, non conteggiando 
l'immenso numero di studj , disegni, modelli che sono raccolti 
nel suo gabinetto. Se non fosse indicato il luogo ove ciascuna 
delle citate opere si conserva polrefcbe credersi questo numero 
esagerato , poiché detratti i lavori giovanili , tutto questo fu ese- 
guito nel giro di cinquanta anni circa (i). 

(l) Vita di Antonio Cunoi'a, Lib. IV, compilata da Melchior Missiiiui. 



Fine del volume ottavo 
parte seconda. 



INDICE 



(Ielle materie contenute in questo volume ottavo 
dell' Euro})a parte seconda. 



Co 



'oinpendio della Storia d'Italia dalla pace di Costanza 

fino ai nostri giorni Pjg, 5 

Governo de gi Italiani dalla pace di Costanza fino al iSaJ. 20 

Repubblica di f^enezia 4^ 

Governo di Milano 70 

Governo del Monferrato, della Savoja e del Piemonte . 108 

Governo di Genova ii4 

Governo di Parma, Piacenza e Guastalla. . . . * . ... 122 

Governo di Ferrara, Modena e Reggio 124 

Governo di Verona, Padova, Mantova ec 128 

Repubblica di S. Marino «32 

Governo della Toscana i34 

Governo di Lucca 1 39 

Governo del Regno di Sicilia e di Napoli i4^ 

Milizia iSa 

Breve cenno sullo stato della religione in Italia ec. . . . 172 

^rli e Scienze ^ .... * 180 

Architettura • 193 

Scultura 23 1 

DESCRIZIONE DELLE TAVOLE. 

Tav. XLIX. La Pace dì Costanza aa 

L. Statua equestre di un Potestà di Milano. 38 

LL Palazzo degli Anziani 4" 

LII. Palazzo dei Potestà 4* 



3oo 

Tav. ÌjUI. Doge, Nobile Veneto ec] 70 

LIV. Senatore, Generale, Ammiraglio ec. . . ivi 

LV. Costumi di Autorità Feneie ivi 

LVI. Epoca III. Doge ec ivi 

LVII. Epoca III. Capitan Grande ec ivi 

LVir. Epoca III. Cavaliere della Stola d'Oro ec. ivi 

* \^^tratti dei Visconti di Milano. . . 74 

LIX. Statua equestre di Barnaba Visconti . . 79 

LX. Fondazione della Certosa di Pavia. . 81 

r^T* \ Ritratti dei duca Sforza 84 

LXII. Francesco Sforza e Bianca Maria . . 85 

LXIII. Lodovico il Moro e Beatrice d' Este. . 89 

LXIV. Senatori di Milano 98 

LXV. e 

T ^'v * \ Autorità delle Repubblica Cisalpina . loo 

LXVI. Abiti dei Re e vice Re di Italia. . . 102 

LXVI.* Abili del Paggio ec. del Regno d'Italia, ivi 
LXV II. Ministro deli' Interno , Consigliere di 

Stato ec ivi 

LXVII.* Governator di Palazzo ec. ivi 

LXVllI. Gran Giudice ec io4 

LXVIIL* Presidente ec ivi 

LXIX. Primo Presidente , Regio Procuratore 

Generale ec ivi 

LXIX.* Cancelliere, Avvocato, Usciere ivi 

LXX. S. M. Francesco I. in abito di Gran 

Maestro della corona di Ferro . . . 108 

' LXJXI. Antichi Conti di Savoja ec 109 

LXXII. Duchi di Savoja e Re di Sardegna . . iio 

LXXIII. Doge, Procuratore 120 

LXXIII.* Alabardieri, Paggi, Uscieri ec. ... ivi 

LXXIV. Antico duca di Firenze ec i4i 

LXXIV.* Granduca della Casa d'Austria ec. . . ivi 

LXXV. Principi della Casa d'Angiò i^S 

LXXVI. Antichi Monumenti i48 



3oi 
Tay. LXXVII. Varie armature negli antichi monu- 
menti i6o 

LXXVIII. Francesco Ferrucci costringe Volterra 

ad arrendersi 161 

ÌXXIX* \^^^^^^^^ ^^^ Regno d'Italia .... 168 

TXXX* ì^^"^^^^^^^^ Italiana 169 

LXXXI. Palazzo Pitti ec 194 

LXXXI.* Piante, spaccati ec ivi 

LXXXII. Duomo di Sfilano 197 

LXXXIII. Pianta del Duomo di Milano ce ... 199 
LXXXIV. Spaccato del Duomo di Milano. . . . 200 
LXXXIV.* alzato del Duomo dalla parte del 

Coro ivi 

LXXXV. ( Edijizi di Leon Battista Alher- 

LXXXV.* l ti ec 207 

LXXXVI. Edijizi del Buonarroti , Vignola e 

Palladio aia 

LXXXVI.* Edijizi del Palladio ec ivi 

LXXXVII. Cortile del Seminario in Milano. ... 214 
LXXXVIII. Cortile del Collegio Elvetico in Mi- 
lano ji5 

LXXXIX. Palazzo del Duca Zitta in Milano. 219 

XG. /. e jR. Villa in Monza ivi 

XCI. V Arena di Milano 220 

XCII. Arco Trionfale del Sempione 221 

xeni. Bassi-rilievi di Niceola da Pisa. . . . 22$ 
XCIV. Sculture di Giovanni Pisano ec. . . . 227 

XCV. Sculture di Andrea Pisano 233 

XGVI. Sculture di Donatello, di Micheloz- 

zi ce 338 

XCVII. Sculture di Lorenzo Ghiberti 24^ 

XCVIII. Sculture di Donatello ec 255 

XCIX. Sepolcri Medicei 25" 

C. Perseo, Mercurio ec 261 

CI. Cattedra di S. Pietro ec 271 

CU. Statue di Canova a8o 



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