(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "IL Gargano; con 156 illustrazioni"

Google 



This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project 

to make the world's books discoverablc online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct 

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the 

publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying. 
We also ask that you: 

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commerci al purposes. 

+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web 

at |http: //books. google .com/l 



Google 



Informazioni su questo libro 



Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 

un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 
Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed edito ri di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 
nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, comi 








] 



t 



COLLEZIONE 



DI 



MONOGRAFIE ILLUSTRATE 



Serie I." - ITflLin ARTISTICH 



29. 



IL GARGANO 




V 



COLLEZIONE 



DI 



MONOGRAFIE ILLUSTRATE 



Serie I." - ITfiLin flRTISTICn 



29. 



IL GARGANO 



\ 



Collezione di /fonografie illustrate 
Serie ITALIA ARTISTICA 

DIRETTA DA CORRADO RICCI. 

Volumi pubblicati: 

1. RAVENNA di Corrado Ricci. VI Edizione, con 156 illus. 

2. FERRARA e POMPOSA di Giuseppe Agnelli. Ili Ediz., 
con 138 illustrazioni. 

3. VENEZIA di PoMt>EO Molmenti, con 132 illustrazioni. 

4. GIRGENTI di Serafino Rocco; da SEGESTA a SELI- 
NUNTE di Enrico Mauceri, con 101 illustrazioni. 

5. LA REPUBBLICA DI SAN MARINO di Corrado Ricci. 

II Edizione, con 96 illustrazioni. 

6. URBINO di Giuseppe Lipparinl II Ediz., con 116 illus. 

7. LA CAMPAGNA ROMANA di Ugo FLERES,con 112 illus, 

8. LE ISOLE DELLA LAGUNA VENETA di P. Molmenti e 
D. Mantovani, con 119 illustrazioni. 

9. SIENA d'ART. Jahn Rusconi. II Ed., con 160 illustrazioni. 

10. IL LAGO DI GARDA di Giuseppe Solitro, con 128 illus. 

11. S. OIMIGNANO e CERTALDO di Romualdo pXntini, con 

128 illustrazioni. 

12. PRATO di Enrico Corradini ; MONTEMURLO e CAMPI 

di G. A. BoRGESE, con Ì22 illustrazioni. 

13. GUBBIO di Arduino Colasanti, con 114 illustrazioni. 

14. COMACCHIO, ARGENTA E LE BOCCHE DEL PO di 

Antonio Beltramelli, con 134 illustrazioni. 

15. PERUGIA di R. A. Gallenga Stuart, con 169 illustraz. 

16. PISA di I. B. Supino, con 147 illustrazioni. 

17. VICENZA di Giuseppe Pettina, con 147 illustrazioni. 

18. VOLTERRA di Corrado Ricci, con 166 illustrazioni. 

19. PARMA di Laudedeo Testi, con 130 illustrazioni. 

20. IL VALDARNO DA FIRENZE AL MARE di Guido Ca- 
rocci, con 138 illustrazioni. 

21. L'ANIENE di Arduino Colasanti, con 105 illustrazioni. 

22. TRIESTE di Giulio Caprin, con 139 illustraziom. 

23. CIVIDALE DEL FRIULI di Gino Focolari, con 143 ili. 

24. VENOSA E LA REGIONE DEL VULTURE di Giuseppe 
De Lorenzo, con 121 illustrazioni. 

25. MILANO, Parte I. di F. Malaguzzi Valeri, con 155 ili. 

26. MILANO, Parte H. di F. Malaguzzi Valeri, con 140 ili. 

27. CATANIA di F. De Roberto, con 152 illustrazioni. 

28. TAORMINA, di Enrico Mauceri, con 108 illustraziom. 



A. BELTRAMELLI 



IL GARGANO 



CON 156 ILLUSTRAZIO-NI 




BERGAMO 

ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE - EDITORE 

190 7, 




tOQG MUSEUM LIBRAMI 
HARVARD UNIVERSITY 



» ^ 






i 



I 



/ 



t 



TUTTI I DIRITTI RISERVATI 



Officine deir Istituto Italiano d*Arti Grafiche. 



INDICE DEL TESTO 



I. Alle falde del Gargano, p. 9 — II. La città dell'Arcangelo, p. 51 — IH. Fra le selve, 
p. 81 — IV. La sperduta, p. 97 — V. La cittX dei Giardini, p. 109 — VI; Nei paesi della 

FEBBRE, p. 123 — VII. Su la VIA DEL RITORNO, p. 135. 



Cagnano Varano 141 

Carpino 140 

Giovanni (S.) Rotondo 25 

— S. Onofrio 28 

Ischitella .139 

Lago di Varano 124 

Lesina 132 

Manfredonia 43 

— S. Domenico 46 

Marco (S.) in Lamis 20 

Merino 109 

— S. Maria 109 

Monte S. Angelo 76 

— Castello del Gigante . 76 

— Chiesa palatina di S. Michele . . . . 66 



Monte S. Angelo — S. Pietro , .... 75 

— Santuario ' . 58 

— Tomba di Rotari ... * '75 

— Torre . 66 

Nicandro (S.) i . 142 

Peschici . 110 

Rodi •. ; . . . . i . . 110 

Selva Calinella . .96 

Selva Umbra •.;...%...... 88 

Siponto 40 

— S. Maria Maggiore .40 

Vico Garganico '. 135 



Vieste 



97 



— Castello . . . • 106 



INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 



Alle falde del Gargano — Verso il Tavoliere 1 46 

Apricena — Panorama 147 

Bovino — Cattedrale 141 

— — Interno 142 

Cagnano Varano — La diligenza ... 148 

— Monelli sulla via, in un'ora di sole , ,. 138 

— Vecchie case ,...•..... 137 
Convento di S. Matteo presso S. Marco 

in Lamis ♦ 9 

Giovanni (S.) Rotondo — Antico tempio di 

Giano 18 

— Cattedrale , 16 

— Chiesa di S. Onofrio 14 

• — — Interno 15 

— Contadina in abito di festa 16 

— La via principale 17 

— Panorama 13 

— — da ponente . ^ 13 

Ischitella — Chiesa di S. Eustacchio . , 137 

Lago di Varano 129, 130 

— Attrezzi da pesca 127 

— Canali deU'Isola 126 

— Capamie 125 

— Contadino all'Isola 123 



Lago di Varano — Primitivi lavorieri da 
pesca 128 

— Torre Sansone 124 

— Un sandalo 127 

Lesina — Antiche case sul lago .... 132 

— Case del popolo 133 

— Guardie del lago 131 

— Il lago 129 

— Una lapide romana ..... . . 134 

— (Verso) — Fra i due laghi ..... 131 
Manfredonia — Campo di fichi d'india , 47 

— Cappella della Maddalena . • 44, 45, 48, 49 

— Castello Angioino 31, 32, 36 

Entrata 35 

— — Interno 34, 37 

Pianta 33 

— Cattedrale 42 

— Chiesa di S. Domenico ...... 41 

— Chiesa di S. Lorenzo a Siponto — Facciata 20 

— Corso Manfredi • 40 

— Il molo 28 

— 11 porto 26, 29 

— Panorama dal Castello 30 

del promontorio , 27 



INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 



\ 



Manfredonia — Ruderi delle antiche mura 39 

— S. Maria di Siponto 19, 21, 23 

— — Abside meridionale 24 

— — Base dell'abside orientale . . . , 25 
Finestra 22 

— Tartane abbandonate ........ 50 

— Una chiesetta . • . . .43 

Marco (S.) in Lamis 11, 12 

— Una via 10 

— Vecchie al sole 9 

Monte Sant'Angelo — Balaam (rilievo di 

capitello) 74 

— Campanile detto la Tomba di Rotari , 72 

Portale 71 

Spaccato ? • ^ 72 

— ^ Casetta di pastori 51 

— Castello del Gigante 57 a 63 

— Caverne abitate 54 

— Chiesa di S. Benedetto — Portale . . 78 

— Chiesa di S. Maria Maggiore — Facciata 70 
Portale 11 

— Chiesa capitolina di S. Michele — Cam- 
panile 65, 66 

Grotta 69 

— — Prospetto e campanile 67 

— — Porta di bronzo ........ 68 

— Chiesa di S. Pietro — Portale ... 76 

— Contadino in costume 80 

— La diligenza 52 

— L'annunciazione ai pastori (capitello) . 74 

— La via che sale a Monte S. Angelo . . 53 

— Panorama di levante 56 

— Su gli alti pascoli 55 

— Trono episcopale 73 

— Un campanile 79 

— Vecchie case 75 

— (Dintorni) — Mattinata 81 

Nicandro (S.) — Il seguito d'una processione 140 

— Una via 139 

Palizzi : Ettore Fieramosca precipita dalle 

rupi del Gargano (pittura) 103 

Peschici HI 

— Bovari .- 122 

— Ragazze ad una processione . . . . 112 

— Tarantella 114 

— Una contadina 113 



Peschici — Una fruttivendola 113 

— Una processione . . 110 

— (Sulla marina) — Un mozzo . . . . 116 
Ripalta — Il ponte sul Fortore .... 147 

— La chiesa 143, 145 

-r — Abside . ... . . ... . • . 143 

Rodi — Calata Marina 121 

— La fonte 121 

— La riviera di levante 120 

— Il porto 115 

— Panorami da mezzogiorno . . . 109, 120 

— Piazza Margherita 119 

-^ Salita S. Giovanni ........ 119 

— Una via 118 

— (Verso) — Gli scogli di Peschioi . . . Ili 

Piccolo cimitero 117 

Scambio della corrispondenza tra le corriere 

postali de' vari paesi garganici del nord, 

al trivio Remondato 138 

" Sciarabbà „ (Il mio) 134 

Selva Cannella 91, 93 

— Sul mare 94 

— Torre di Monte Pucci 96 

— Un sentiero 91 

— (Ai limiti della Selva) — Gruppo di bimbi 95 
Selva Umbra — Una piccola gora ... 90 

— (Agli inizi della Selva) ....... 89 

— (Verso la Selva) — Alte gole .... 83 

— — Caverne abitate 86 

Conduttore di cavalli 87 

— — Gruppo di pastori 84 

— — Guardiano di armenti 82 

— — Mietitori 85 

— — Prime macchie 88 

Siponto (V. Manfredonia) 

Vico Garganico 135, 136 

Vieste — Chiesa di S. Francesco ... 103 

— Gli scogli bianchi ' . . .' 102 

— La spiaggia del Castello . . . . . . 101 

— Panorama .......... 99, 104 

— Portatrici d'acqua . . . . . . . . 106 

— Punta di S. Francesco . . . ... . 108 

— Una via ' .... 107 

— Una via e l'isola del Faro 105 

— (Verso) — Gruppo di mietitori ... 97 

— — La raccolta delle olive 98 



f 



IL GARGANO 




ALLE FALDE DEL GARGANO. 




j grani sono mietuti in gran parte; benché si aggirino ancora nella ster- 
minata aridità del Tavoliere gruppi di mietitori, la grande opera è com- 
piuta ; sotto la violenza canicolare gli strami giaJli, risecchiti, rigidi nella 
loro morte, pongono un bagliore uguale che dilaga da orizzonte a oriz- 
zonte accecando. Ogni senso si smarrisce in questa terra di desolazione affocata, 

maledetta dal sole ; gli 
occhi socchiusi intravve- 
dono a pena un tragico 
incendio, a traverso al 
quale, a grandi distanze, 
passano creature dal viso 
quasi ebete. L'aria non 
è corsa da un alito di 
brezza ; non si ode un 
suono; non un' ombra 
scorre sotto tutto questo 
sole ; il lieve tremito di 
un'ombra che dia un mo- 
mentaneo' riposo. 

Le tre brenne che 

trascinano faticosamente 

vanno trava- 




IO ITALIA ARTISTICA 

gando per la interminabile via che arde, H cielo è opaco, bianchiccio, opprimente ; si 
stende, acceso da una strana incandescenza, a soffocare questa povera terra desolata. 
Le lande, le nostre lande romagnole, sono ancora verdi di cespi di ginestre, di 
macchie di tamerici ; il mare, col quale confinano, dona loro la dolcezza del suo re- 
spiro. Allorché il sole passa il segno del leone, nelle ore più calde del meriggio, v'è 
chi le scorre senza sentire la morte alle terga, senza sentire ìl sangue tumultuare al 
capo in uno spasimo di agonia; esse hanno, benché aride e immense, qualche dol- 




cezza di refrigerio e non affocano e non uccidono. Il Tavoliere delle Puglie è, nella 
grande estate, un piano di morte. Su lo squallore degli strami, che pare attendano 
una scintilla per alimentare l'incendio formidabile di cui il sole li nutre, l'occhio non 
può reggere aperto; è il regno del fuoco e dell'arsura. La terra sitibonda sprigiona 
un alito caldo; sono buffi di fiamme che salgono dal grembo della terra riarsa che 
il fremito di un ruscello non anima, non alimenta, non allevia. Non uno specchio, 
benché mìnimo, d'acque : polvere, sole, aridità, altro non vede l'occhio. Tutt'al più 
alla domanda che sale alle labbra col desiderio veemente della sete, una mano stanca 



IL GARGANO 



"farà un cenno verso due punti dell'orizzonte, verso due punti lontani ed opposti dove 
è l'acqua e la febbre ; da un lato Lesina, dall'aJtro lo stagno salso. Fra questi due 
punti, a quando a quando, piccolissimi argini e qualche ponte segnalano il luogo ove, 
ai tempi delle pioggie torrenziali, il Candelaro conduce al mare le sue acque torbide 
e putride. Ora.- durante la stagione estiva, nel suo letto asciutto dorme la febbre. 

Verso ovest, in fondo all'abbagliante luminosità, riposa la città canicolare ; Foggia; 
la città che non conosce i lievi azzurri dell'ombra, che non sa il palpito primaverile. 




^■*^ 



(Fot. Beltwmtlli). 



che mai fu recinta delle lievi ghirlande che aprile reca col suo sogno giocondo. 
Foggia, che è come una vestale in mezzo al. suo fuoco; nido di stanchezza temprato 
ai più alti rigori invernali e alle grandi violenze estive, sorto come un'oasi desiderata, 
benché non benefica, nel cuore de! Tavoliere, si vede a quando a quando come un 
punto più vivo nel sole, quasi più ardesse di ogni cosa intomo. Pochi alberi tisici 
sorgono qua e là sopra le sue case basse, simili a torri monche e il sole l'abbraccia, 
l' inonda, la strìnge tutta nella sua raggiera di fuoco. Non so, mi pare, vedendola da 
lontano, ch'ella non debba aver voce, ch'ella debba essere rovente come una fucina. 



ITALIA ARTISTICA 



che tutto in lei debba giacere nell'inconscio torpore della canìcola. Riposa fra le 
stoppie in questa desolata immensità e rompe la ininterrotta gamma dei gialli po- 
nendo nell'aria 1' accecante bianchezza delle calci di cui gran parte delle sue case è 
rivestita. L'occhio se ne distoglie infastidito, offeso. Conviene avere i sensi temprati 
a questo enorme stridere di colori e di luci per resistere imperturbati. 

Innanzi, sul fondo, simile ad un immenso velario leggermente azzurro, si eleva 
il promontorio del Gargano. A levante, biancheg^a sopra una cima dispoglia che 




{Fot. Belfr^meUi). 



scende a picco sul piano, un paesello che mi dicono essere Rignano, il belvedere delle 
Puglie. Di lassù si deve scoprire compiuta l' immensità di questi piani. 

La corriera (forse non fu mai più ironico il termine per questa vecchia carcassa 
che tre buscalfane trascinano) procede fra nembi di polvere ; ne siamo avvolti : fra 
l'afa e la polvere si respira a stento ; la gola è irritata e inaridita. I miei compagni 
di viaggio : una vecchia donna e un prete, sonnecchiano : le grosse mani, sudice, ab- 
bandonate sul grembo ; il capo sobbalzante ad ogni sobbalzo di questa scatola infer- 
nale che, ruzzolando, ci conduce chi sa verso quale nuovo martirio. Da tre ore si 
cammina e ne avremo per più del doppio prima di giungere a S. Marco in I.amis. 




PANORAMA DI S. GIOVANNI ROTONDO DA PONENTE. 



(l'ot. ColUctUi)- 




14 ITAUA ARTISTICA 

Non protesto ; abbandonando la piccola stazione alla quale il diretto mi ha de- 
positato, sapevo già dì andare a ritroso nei secoli e ciò dopo tutto non mi dispiace\'a: 
i musei archeologici e i paesi abbandonati hanno sempre grandi attrattive per l'occhio 




dell'osservatore. Sobbarchiamoci adunque alla dura prova, tanto più che la gioia, la 
felicità, il bene non esistono se non per legge di contrasto. 

Dormire è proprio delle creature che mi siedono a lato, è qualità, discutibile forse, 
ma appartenente anche al postiglione, il quale ha abbandonato le redini (sono tre, 
una per cavallo, con economia tutta propria a questi paesi) e sonnecchia bellamente 



IL GARGANO 15 

al sole come una bestia soddisfatta ; ma non è qualità mia in questo frangente : unico 
fra i quattro, veglio e mi difendo da imo sciame di mosche che vuole assaporare in 
TTie una vivanda rara. 




!. OIOVIKMI KOtONIHl — INTBKKO DELLA CHIESA 



Il promontorio, che azzurreggia sempre più nei cieli bianchicci, non accenna ad 
; andiamo con tale lentezza che si possono contare comodamente i ciottoli 
della strada. 

Guardo, su la mia destra, un gruppo di mietitori che ha abbandonato il lavoro 



ITALIA ARTISTICA 




e si affanna, si scompone, grida non so bene ancora per qrale causa. Le spigola- 
trici (sono vestite dì bianco in gran parte ed hanno piccole gonne corte e una 
pezzuola annodata con certa grazia su la nuca) si avvicinano correndo : una ne vedo 
che si porta le mani al volto e si dibatte ; le compagne le sono attorno, l'accerchiano, 
la rattengono. H tumulto delle voci si avvicina. Vedo distaccarsi dal gruppo due- 
uomini, vengono verso la strada trascinando fra loro 
un giovane che grida, si contorce, tenta sfuggire 
alla loro stretta. Poco dopo apprendo che è im- 
provvisamente impazzito sotto la violenza solare. L'ho 
innanzi agli occhi ancora, più non potrò dimenti- 
carlo : è giovane, ha ventun anni appena ; è esile 
come un giunco e bello. Ha i capelli irti come in 
uno spasimo di tutto ÌI corpo, gli occhi sbarrati in- 
nanzi a sé, attratti da non so quale visione di or- 
rore ; tutto il volto congestionato, immobile in una 
contrazione di angoscia ; grida a denti stretti, grida 
reiteratamente, fra pause uguali, non so quali pa- 
role che non intendo ; pare lanci una maledizione 
terribile a quel suo Dio che l' ha fatto umile e schiavo : 




IL GARGANO 17 

pare bestemmi sua madre e la terra. Si divincola guizzando fra la poderosa stretta 
dei compagni che Io conducono a pena : ora rattrappito a terra, ora balzando ìn un 
irrigidimento di tutta la persona. Lo seguo con penosa attenzione finche la polvere 
lo vela. 

Solo il reverendo si è sporto un attimo a guardare ; ad una mia domanda ri- 
sponde con un suo eloquio semi-pugliese di intesa difficile : 

— Sono abruzzesi ; scendono qtiaggiù per mietere ; S affare comune ! 

Pare un prìnclpotto offeso. Lo guardo maravigliando. 



yJB 




J -^jJij'li 


M 


1 ^1"^ .f 

X - —si} 


m 


ll:.^\ 


^^s^^É9Ì 


■ 


■■■^'^ 



Più innanzi mi Indica una donna che viene verso noi e piange forte. 

— Chilla crisciu sia la soa mamma (') — dice — poi si arrovescia su una par- 
venza di guanciale, ripone le sucide mani sul grembo e riprende sonno. 

Che sia affare comune me ne persuado perchè ho occasione di imbattermi In 
altri disgraziati che la violenza del sole ha tolto di senno. 

Questa maledetta aridità di morte vuole perennemente le sue vittime. 



Abbiamo passato una masseria (per masseria s' intende quaggiù anche il caseg- 
giato dove abitano i coloni), E una costruzione appiattita, bislunga, intonacata 



ITALIA ARTLSTICA 



a bianco, sì che, con questo sole, per osservarla occorrerebbero lenti afftim-cate. É 
deserta. A grande distanza ne osservo qualche altra. Paiono piccole vele che scen- 
dano all'approdo, piccole vele disperse che hanno alcunché di soave nella lontananza. 
Nonostante la lentezza della corriera buon tratto di via è compiuto. La terra che 
attraversiamo ora, ricorda la campagna romana corsa così da lievi ondulazioni le quali 




si susseguono per buon tratto fino ai primi dorsi del promontorio Garganico che os- 
servo vicino, con le sue poche strade inerpìcantisi fra forre e macigni fino alle vette 
estreme. 

Il versante die guarda il Tavoliere è brullo ; su la roccia scoperta cresce qualche 
raro cespuglio ; nelle strette e ripide vaili che si infoscano in burroni non scorre un 
filo d'acqua. L'aridità continua. A poco a poco la scena varia, il piano dilegua ; fra 
le rapide svolte si intravvede qualche attimo ancora, sperduto laggiù, affocato sotto 
la grande afa meridiana ; un senso di sollievo mi avvolge : siamo nel pieno dominio 




S. MARIA DI S1PONTO. 




S. MARIA DI SIFONE 0. 



20 ITALIA ARTISTICA 

della montagna. La vegetazione compare : piccole selve di roveri, siepi fiorite, prati 
verzicanti si susseguono su per le coste ininterrottamente ; è la pace del verde, la 
pace che culla l'anima sognante. 

Qualche villetta sperduta, qualche capanna di pastore, qualche convento solitario 
sorgono ad animare la solitudine. 




Osservo una chiesuola cinta d'archi che riposa sotto una rupe squarciata, di color 
rossigno ; riposa nell'ombra e accanto a !ei stormisce un gruppo di querci centenarie. 
Non so quale dolcezza infantile mi avvolga ; qualcosa di simile fu nella mia vita, 
molto lontanamente, quando mia madre viveva, quando le sue parole bastavano alla 
mia fede e l'anima, su la traccia di quelle parole, sapeva un mondo che ora non 
conosce più. 

Più oltre la strada sale verso gli alti pascoli, poi ridiscende ; biancheggiante nel 
sole, appare, adagiata nel seno di una breve valle, S. Marco in Lamis. 



IL GARGANO 



La città si distende sotto l'antico convento di S. Matteo che sorge nella parte 
più elevata della valle ; è ampia, sudicia e caratteristica come la maggior parte delle 
città del Gargano. 




Stante l'ora in cui vi giungo, la vita vi appare torpida e lenta. Pochi sono i pas- 
santi: qualche monello in camicia (una camiciuola che si sforza di giungere alle latitudini 
necessarie e che si arresta a mezzo cammino, lembo inutile al pudore, conservato chi 
sa per quale tradizione ignota !) ; qualche donna che toma dalla fonte o meglio dalla 
cisterna, che fonti quassù non ne esistono; qualche pastore dall' incedere stanco che, 
in grazia alle sue àoce, passa silenziosamente senza farsi avvertire. Poca cosa, in com- 
plesso la città dorme. Tutte le bottegucce sono chiuse, non posso rifornirmi 
di tabacco e a tale scopo toma inutile ogni promessa di lucro al mio postiglione 
se riesca a sveghare qualche proprietario di una rivendita governativa ; egli risponde 



ITALIA ARTISTICA 



negativamente crollando le spalle; conosce bene i compaesani : quando un pugliese 
dorme non cura guadagno; è più ricco di un Carnegie o di un Rothschild. 

La città si distende e si agglomera lungo una via abbastanza vasta che la per- 
corre in tutta la sua ampiezza dall'est all'ovest. È leggermente in salita, pessimamente 

selciata, con frequenti tracce di spazza- 
tura abbandonata alla delizia di alcune 
galline che vi razzolano crogiolandosi 
al sole. Le case hanno un aspetto 
uguale, piuttosto misero ; si accal- 
cano r una su l'altra quasi per tema 
che lo spazio venga loro a mancare ; 
molte finestre sono adorne di fiori, i 
quali pongono, su tutto questo sfol- 
gorio di muri soverchiamente bianchi, 
una nota varisi che ne addolcisce un 
poco l'asprezza. 

San Marco in Lamis pare abbia 
avuto origine fra il settimo e l'ottavo 
secolo per opera dei pellegrini Longo- 
bardi che venivano a visitare il san- 
tuario di San Michele sul Gargano, 

Secondo il Troyli i Longobardi, 
risiedenti a Benevento in quel tempo, 
per opera del vescovo Barbato (che 
reggeva allora, oltre quella di Bene- 
vento, la chiesa di Siponto rimasta 
senza pastore in causa delle invasioni 
barbariche) abbandonarono l' idolatria 
per seguire la fede cristiana. Ebbero 
in grande venerazione l'Arcangelo Mi- 
chele, convinti ch'esso fosse stato duce della loro conversione. 

Data tale credenza, si stabilì una continua corrente di pellegrini che salivano 
reverenti alla sacra grotta di Monte Sant'Angelo. Allora fu che molti presero sta- 
bile dimora in quei dintorni, formando dieci eremitaggi, fra i quali è da annoverarsi 
San Marco in Lamis. 

I pellegrini eressero le loro prime capanne in quel luogo per raccorsì intorno 
al convento di San Matteo (allora era di San Gnovanni, prese poi il nome di San Matteo 
per la reliquia del Santo portatavi dai minori osservanti ai quali era stato concesso) 
sorto, come afferma il De Leonardis, sopra un antico tempio di Giano. 




IL GARGANO 



23 



0^ 'C<^^ 



n paese, che viene lentamente modernizzandosi, sì che, toltone i pastori i 
cpiali scendono raramente dalle loro solitudini, non altri indossa il pittoresco co- 
stume della regione, era popolosissimo. Ora, stante la grande corrente di emigrazione 
verso l'America, si spopola lentamente. Se alcuni lati esteriori e pittorici vengono 
scomparendo sotto l'in- 
flusso pareggiante del- 
la civiltà, rimangono 1 1 
vive tradizioni e costu- 
manze originalissime, 
le quali caratterizzano 
l'indole di questa fiera 
popolazione. 

Un tempo era in 
grande onore il così 
detto fidanzamento vio- 
lento che ora viene 
praticato su piccola 
scala e quasi più non 
si usa stante la parti- 
colare prepotenza di 
poco simpatica appli- 
cazione. Detto fidan- 
zamento consiste in 
ciò : allorché un gio- 
vane prende a benvo- 
lere una ragazza e non 
si vede corrisposto e 
teme che, seguendo le 
comuni formule in uso, 

ad una domanda di lui ella debba rispondere con un diniego, ricorre agli estremi ; at- 
tende, per lo più di sera, la ragazza designata e, quand'ella non se ne avveda, con 
rapido gesto le strappa il fazzoletto e parte con l'agognata preda. 

Per tale perdita la ragazza è inesorabilmente compromessa, eUa appartiene orm^ù 
anima e corpo al piccolo ladro. 

Non si intende sempre con facilità la ragione dei vari domicili scelti dall'onore, 
bizzarro sentimento che ha le instabilità e le adattabilità degli elementi ; comunque 
sia, la cosa non era troppo comoda per le fanciulle di San Marco in Lamis e, nel 
secolo scorso, vi fu chi ne mosse giuste lagnanze al vescovo dì Foggia, il quale, par- 
titosi in pompa magna dalla sua residenza, giunse alla città dei monti e vi tenne un 




-^ .,v^ ' 



(Dai Monumaili deir Italia Meridionale d 



24 ITALIA ARTISTICA 

COTSO di prediche per combattere il suddetto costume ; delle quali prediche sono 
rimasti celebri due versi che si citano tuttavia : 




(Dai Monumenli deU'Italia Meridionale d'Ad, Aveoji). 



Maledetto maledetto 

Colili che strappa il fazzoletto ! 

Altra usanza caratteristica a San Marco in Lamis è la cosidetta Processione delle 
fracchie o, in più chiaro eloquio : processione delle fascine. Si compie la sera del gio- 
vedì santo. I sacerdoti, recanti i simboli della religione, sono seguiti da una lunga 



i 



IL GARGANO 



25 



teoria di popolani disposti in due file. Detti popolani indossano una lunga veste e 
recano, alla cima di una stanga, una fascina imbevuta di sostanze resinose. Ad un 
dato punto, ognuno accende la smb. /racckia ed è allora un immenso rogo, una fiu- 
mana di fuoco che si muove lentamente per le vie della città. I^ scena è di un bello 
orrido insuperabile. In questa esaltazione del fuoco rivìve l'antica anima pagana, il 
culto alla forza dell'elemento, che è per noi come il fulcro fra i due termini estremi: 
la vita e la morte, 



Siamo in via verso San Griovanni Rotondo, il sole è per morire, rasenta le vette 
estreme del promontorio, declina verso il suo letto d'oro, nel quale, secondo la leg- 
genda, lo attendono ventiquattro sorelle. Un gruppo di mietitori che vediamo in un 
breve campo, sotto la via, ha abbandonato il lavoro ; inginocchiato in semicerchio 
verso il sole morente, prega ad alta voce. Non intendo le parole; il suono è grave, 
uguale, continuo, è come uno spasimo di stanchezza. Saranno dieci uomini forse, la 
maggior parte giovani ; vestono l'antico costume del Gargano. Li guardo nella soli- 
tudine del piccolo pianoro finché la strada, in una svolta, li nasconde. 

Andiamo verso la sommità di un piccolo contrafforte ; alla nostra sinistra tro- 
neggia il grande dorso di Monte Nero, che è una delle più alte vette del Gargano 
{101 1 m.); scopriamo ora la dolcezza del mare che si rivela in una pallida azzurrità 
lontana. Comincia la rapida discesa ad un tratto ; la strada piega a sinistra fra gruppi 
di alberi e campi coltivati ; appare, come in un gran seno di monte aperto contro 
r infinito dei cieli e del mare. San Giovanni Rotondo. 

D sole che muore, profonde su le piccole case come una ruggine lucente onde 
tutto si parifica in essa ; è un dolce paese sperduto in queste altitudini (sorge a 




de la j, M 



26 



ITALIA ARTISTICA 



557 metri sul livello del mare) ; un nido di riposo di un popolo pastore che abbisogna 
di molta pace dopo l'aspra vita del giorno intero. Incontriamo bifolchi e pastori che 
ritornano alle loro case nel paese; alcuni seguono i margini della via lentamente ; 
altri, seduti su larghi basti, trascorrono sui loro asineli! saltellanti a guisa di capre. 
L'origine di San Giovanni Rotondo devesì all'emigrazione (avvenuta fra il 1007 
e il 1095) degli abitanti di Castel Pirgiano, il quale sorgeva su la vetta del monte 
che sovrasta la città nuova. 



i/ik 


M 


lilififi rtiJl 


I^^Ujjj^ 




la^q 



In epoche posteriori, agli abitanti di Castel Pirgiano si unirono gli abitanti di 
borgo Sant' Egidio e del Castello alle Coppe, i quali erano continuamente molestati 
dagli avventurieri. 

Circa Castel Pirgiano è tradizione che debba l'orione sua ai seguaci di Diomede, 
i quali scelsero tal luogo per fortificarvisi. I Pirgiani in età non definibile edificarono, 
alle falde del monte da essi abitato, un tempio al dio Giano di forma rotonda. 

In prosieguo di tempo, come il cristianesimo soppiantò l'antico culto pagano, 
detto tempio fu consacrato a San Giovanni Battista. Si ammira tuttora, quantunque 
deteriorato e rozzamente deturpato da un'ala aggiuntavi nel 1600, 



28 



ITALIA ARTISTICA 



Sarebbe bene ridare alla gentile costruzione le sue prime proporzioni. 
Dal santo al quale fu riconsacrato e dalla forma del tempio prese nome il paese, 
il quale ne' suoi primi tempi ebbe come feudatario l'abate del monastero di San Gio- 
vanni in Lamis (ora San Matteo) sotto la protezione dei Normanni che risiedevano a 
Monte Sant'Angelo. 

Nel 1177 il normanno Guglielmo II assegnava in dote, per solo possesso di 

onore, alla sua sposa Giovanna, 
figlia di Enrico II Plantogenito, 
S. Giovanni Rotondo. 

La città si distinse alla terza 

crociata per il largo contingente 

di uomini che mandò in Ttrra. 

Santa. Nel XIV secolo, stante le 

' contìnue scorrerie degli avven- 

I turieri di terra e di mare, si cinse 

di mura, delle quali oggi non 
rimane traccia. Secondo afferma 
Michelangelo De Grrazia, dell'an- 
tica Castel Pirgiano o Castellano 
si vedono tuttora sul monte che 
sovrasta San Giovanni Rotondo, 
gli avanzi delle mura, le quali 
misurano un circuito di circa un 
miglio e mezzo. 

Oltre l'antico tempio di 
Giano che ho citato più sopra 
e poco distante da esso sì am- 
mirano le rovine della chiesa di 
Sant'Onofrio, antica parrocchiale, 
la fondazione della quale rimonta 
al secolo XIV. È di uno squisito gotico. Su la facciata che, a dispetto degli uomini 
e del tempo, si mantiene quasi intatta, ri apre un ampio e pregevolissimo ro- 
sone, L' intemo della chiesa è in compiuta rovina ; fra macerie e rovi si eleva an- 
cora qualche arco coronato di fiori silvestri e parte dell'abside nel quale una fine- 
strella archiacuta è fissa ai cieli come un occhio spento. 




I,e donne siedono accosciate su le soglie qua e là per questi vicoletti caratteri- 
stici pieni di scale, di porte, di antri, di monelli, di maiali, e di sudiciume. I fiori 



ITALIA ARTISTICA 




che occhieggiano, sboccianti da certe anfore tipiche di colore indefinito, perdono si- 
gnoria di fronte ai costumi delle donne tanto sono ricchi e lindi. Lindi, sì, eh' io non 
ho visto mai bianco maggiore di vesti, fra maggior laidume d'ambiente 1 

Vestono, le belle figlie del monte, una breve gonna pieghettata che lascia sco- 
perta la finezza dei malleoli e la grazia del piede calzante le cioce o gli scarponcelli 
neri ornati da fibbie di argento. Sopra la bianca camicia che si rigonfia nelle maniche 
aggraziate, si allarga al polso sì che s' intravveda la linea delle braccia e si apre ad 
un breve scollo al principio del seno, portano un alto busto ricoperto di stoffa ver- 
miglia. I capelli, divisi a trecce, raccolgono in un'ampia crocchia rotonda che fermano 
su la nuca. Compie il costume una profusione d'oro raccolto In mille ornamenti : col- 
lane, orecchini, anelli, spille, amuleti, una vera profusione, che le rende simili a 
certe madonne votive rivestite dalla bontà dei fedeli, di metalli preziosi. Cominciano 
dalle buccole di stile barocco, enonni, lavorate con un'abbondanza di particolari ed 
un'esuberanza di disegno tali da ricordar alcune chiese del seicento contorcentisi in 
una folle danza di curve e di fregi. E si concatenano discendendo fin su gh omeri, 
veri rivoletti d'oro che la forza del lobo più non sostiene, tantoché si reggono per 
mezzo di un filo assicurato alla parte superiore dell'orecchio. Simulano detti ornamenti 
esagerati : incensieri, ostensori, cestelli e mille altre cose strane. 

Quasi ciò non bastasse a soddisfare la vanità delle belle figlie (perchè sono belle 
per davvero e gaie e spigliate che fa piacere vederle), quasi ciò non bastasse, si cin- 
gono il collo di mostruose collane, nelle quali, data la maggiore ampiezza e la facilità 
maggiore di portarle, la fantasia degli artefici si sbizzarrisce nei più strambi motivi 
decorativi eh' io m'abbia visto mai. 

Non solo le giovanette sono così, sfolgoranti d'oro, ma le vecchie e le bimbe. Ho 
notato creature macilenti, ricoperte di loia, quasi disfatte, recare in giro in una pie- 
tosa mostra, tutte le loro gioie; ho veduto bimbe appena decenni, inanellate già come 
giovani spose. 



IL GARGANO 



33 



Mi diceva un orefice di Monte Sant'Angelo, ch'ebbi compagno di viaggio da San 
Giovanni Rotondo a Manfredonia, che le donne di San Giovanni investono a volte in 
detti ornamenti ogni loro risparmio, recando a torno per tutta la giornata un capita- 
luccio di mille lire e più, 

Per tale particolarità, il vicoletto che percorro pare^una viva mostra di oreficeria, 
nonché un lieto soggiorno dei maialetti che vi scorrazzano. Non mai come al Gargano 
ho avuto campo a studiare le grandi virtù domestiche del grazioso suino, che lassù è 
il vero amico dell'uomo, inquantochè compartecipa serenamente alla vita di lui, dorme 
al suo fianco, entra nella più dolce intimità della casa, e, un bel giorno, gli si sacrifica 
tutto pel suo pasto e per la sua fortuna. Suini e fanciulli sono buoni camerati, inseparabili 
amici ; fra un mucchio e I' altro d' immondizia stringono forti vincoli d'amore e 
ruzzolano insieme fra il sudiciume con un accordo tale di intenti da rimanerne 
commossi. 

Ho visto un marmocchio vestito da fraticello, tonsurato alla guisa dei francescani. 




CASTELLO 



MANFREDONIA 



IDÌjegno dell'arch. G. Abatino). 



34 



ITALIA ARTISTICA 



Sbucò da una tana sotterranea, di corsa, segiiito da una piccola creatura grigia che 
vidi appartenere al genere degli animaletti sopra desciittì. E tanto vero che l'a- 
bito non fa il monaco che, con non poco stupore, notai come animale e monello si 
dirigessero verso un mucchietto di concio e mentre 1' uno lo spostava col grifo, l'altro 




. grande edificazione di chi 



apprezza la 



lo raccoglieva con le sue belle 
semplicità. 

In una via piena di balconcini e di fiori (in alto tanto tanto qualcosa di lindo si 
intravvede) noto molti vecchi seduti al sole su le scale esteme che conducono al 
piano superiore delle case ; i giovani sono tutti fuori, al lavoro ; dal fondo della via 



IL GARGANO 



35 



avanzano gravemente, solennemente due tipi buffi che, a tutta prima, credo sian man- 
tenuti dal comune quale dolce ricordo della guardia nazionale. Indossano l' identica 
divisa della compianta guardia, compreso il keppì che si prolunga irmanzi quasi a 




spiare furtivamente il naso del suo signore. Detti individui mi sbirciano dall'alto al 
basso quasi fossi un malvivente riconosciuto ; una donna, più innanzi, si fa cura di 
a\'vertirmi che sono le guardie comunali. E vanno fra le immondizie come fra trofei 
di gloria che Iddio le magnifichi ! 



36 



ITALIA ARTISTICA 



Quasi su ogni porta sono immagini sacre ; noto frequentissime, in piccole niccliie. 
le statuette di San Michele Arcangelo, In una casa di bella apparenza leggo la se- 
guente iscrizione a grandi caratteri : — Crepi P invidia I — E una piccola salvaguardia 
contro la jettatura. 



Giungo al convento dei cappuccini, distante due chilometri, forse, da San Gio- 




pianoro ] 



\'anni, che il crepuscolo arrossa i cieli. H convento sorge in un bre^'e 
simo alla cresta dei monti ; è tutto cinto di cipressi e di roveti. 

Il piazzale è deserto. Sotto due querce s' innalza, sopra una base a tre gradi, 
un'antica croce tutta nera nell'ombra ; accesa a pena, lungo la sagoma, dalle lontane 
luminosità del mare, È un grande silenzio, una pace che in\'ade e snade il core a 
raccoglimento ; vicino e lontano, tutto è deserto intorno, tutto riposa quasi converso 
alla mistica calma di questo eremitaggio. Due cavalli brucano al limite del piazzale, 
sotto le querce ; paiono grandi, scolpiti sui deli. La scena ha una dolcezza di sogno. 
La chiesa è senza luci, su le pìccole porte chiuse si aggrovigliano erbe e rovi, erbe 



IT. GARGANO 



37 



e rovi selvaggi che l'antico spirito di Giano ha tratti su quella soglia dalla forza ter- 
restre pel suo antico impero aspro e giocondo. Tutto è lindo e bianco ; non v' è 
traccia del tempo ; un pallido candore è su queste vecchie mura. 

Picchio sommessamente alla porta sconnessa che conduce al convento, sommes- 
samente, quantunque non oda un fremito, un sussurro, U lieve stormire dì due foglie ; 
ma, che so, qualcosa come un' idealità stanca e soave, come il sospiro di mille dolori. 




il pianto dell' umanità che si inciela, è nel mio cuore ; qualcosa che sento in questo 
luogo lontano cinto di cipressi, dove sì volle la pace, dove si volle Iddio, Xoi, figli 
della vertigine, sentiamo con tanta dolcezza i riposi claustrali! 

Nessuno risponde ; mi pare avvertire lo strisciar lieve di un passo, ma è un in- 
ganno dei sensi troppo intenti all' intesa forse, poiché la porta non si dischiude. Rin- 
novo più volte il tentativo di richiamare l'attenzione di qualcuno, inutilmente. Ad un 
tratto odo due voci lontane, che risuonano come sotto un'ampia volta di tempio, due 
voci gravi che non mutano tono e si diffondono in tutto il silenzio e ne traggono 



38 ITALIA ARTISTICA 

echi, vibrazioni ; è tutta una solitudine remota che si risveglia a quel suono. Io ascolto 
e non vedo ; V immagine mi significa due vecchi monaci, gli ultimi neUa grande casa 
muta del sogno e della pietà. 

Ad un tratto le due voci come son fiorite sfioriscono, pare ritornino su le ster- 
minate vie dei secoli che furono. H cielo si fa sempre più pallido come le violette 
dell' ultimo marzo ; gli alberi più neri. La croce impera su V ultima luce del mare. 
Vorrei riposare in questa solitudine non so quanto tempo mai, senza pensare più, senza 
udire più se non qualche voce buona di vecchio, qualche voce che suada al riposo. 
Vi sono luoghi ed ore nei quali si raccoglie V infinita nostalgia che è nell'anima no- 
stra turbolenta ; luoghi ed ore che aprono grandi porte su V improvviso silenzio del- 
l'anima nostra e ci fanno dubitare. 

Come faccio per ripartire, un monello che appare in una balza, mi indica una 
porticina secondaria per la quale si può accedere al convento. Un vecchio mi serve 
di guida. Tutto è vuoto ed oscuro all' interno ; ma tutto è all'ordine e conservato a 
maraviglia ; le anguste celle, i cortili, i peristili, i corridoi, il refettorio, la chiesa. I 
monaci non vi sono più ; V ultimo che v'era rimasto è morto da molti anni, ma tutto 
è là dentro per attestare della vita loro, tutto serba una traccia, un ricordo della sem- 
plice esistenza scomparsa. 

H convento non risale ad antica data, fu fondato nel 1500 — è grandioso e sem- 
plice nelle sue linee — severo come le prime preci ispirate dal martirio. 

Nelle antiche celle si ricoverano ora i vecchi e le vecchie mendicanti ; aspettano 
laggiù l'ora fatale, rassegnati e sereni, l'ora che verrà con l'alta ombra dei cipressi 
a cercare l'anima errabonda. E pregano di minuto in minuto, d'attimo in attimo ; dal 
convento al cimitero è breve il tragitto. 

Scendiamo verso Manfredonia. La via s' inoltra fra grandi uliveti e siepi di fichi 
d' india ; scende ripidamente verso il piano giallastro. Manfredonia s' intra vvede in 
fondo, tutta bianca nel primo sole. 

A mano a mano che ci si approssima alla grande steppa pugliese, le ultime gibbosità 
del suolo ci nascondono il mare che non ricompare se non in prossimità di Man- 
fredonia. Quantunque la stagione sia avanzata, qualche pastore si attarda ancora con 
le sue greggi di pecore e di capre, con le sue mandre di buoi in questi ricchi pa- 
scoli. E qualche ritardatario che prenderà fra breve i tratturi che debbono ricon- 
durlo alle alte montagne dell'Abruzzo. Passa sul suo piccolo cavallo, la lunga asta (^) 
levata a dirigere le domite mandre. 

Circa i tratturi — che riusciranno molto probabilmente cosa nuova alla maggior 
parte dei miei lettori — si designano in Puglia con questa parola, le ampie strade 

(1) Si chiama < ungine >. 



IL GARGANO 



39 



aperte attraverso tutto il Tavoliere, strade provviste di termini e di colonne mìgliari 
che servi\'ano e servono tuttavia alla immigrazione ed alla emigrazione degli armenti. 

Una volta i iratlurì solcavano gran parte dell' Italia meridionale : dalla Maiella 
alla lontana Calabria ; ora ne sono rimasti vasti tratti qua e là. 

H trattura è una linea verdeggiante, larga dai quaranta ai centoventi metri ; è 
percorsa normalmente, nell'autunno e nella primavera, dagli armenti che discendono 
ai pascoli invernali, o che ritornano verso le altitudini. 




Poco distante dalla stazione di Apricena, in piena campagna, ricordo aver \'e- 
duto per il largo trattura, che si dirìge verso i lontani monti dell'Abruzzo, una di 
queste strane emigrazioni. Erano parecchie centinaia di buoi che si muovevano len- 
tamente sotto la luce dorata dell'aurora ; una grande massa che biancheggiava quasi 
immobile su l'orizzonte. Risaltavano a distanze ineguali i pastori a cavallo, armati 
del loro spunzoni troneggiantì sul quieto aggreggi amento. Non si udiva che il suono 
dei campaiiacci grave, ininterrotto e il canto delle prime allodole che saliva, sali\'a a 
scoprire il gran fiore d'oro che l'acque del mare cela\'ano ancora. 



40 



ITALIA ARTISTICA 



A due chilometri da Manfredonia ci arrestiamo ad ammirare una piccola chiesa: 
Santa A/aria Maggiore, V unica superstite dell'antica Siponto. 

La facciata, che è un semplice quadrilatero di travertino giallo senza alcuna com- 
posizione, trae la sua bellezza dalla porta che poggia su colonne sostenute da leoni 




e da un portico ad archi in istile romano. Su lo spiazzo erboso che si apre innanzi 
alla chiesa, si elevano due colonne senza capitello e al suolo giacciono scomposti ruderi 
di un antico tempio. Santa Maria Maggiore fu un tempo cattedrale dell'arcivescovado 
di Siponto, ora ne rappresenta da sola 1' ultima età medioevale. 

L'origine di Siponto {Sifius secondo Strabone) si perde nel mito. Vuoisi fondata 
dal leggendario Diomede. Essa si elevava in una sinuosità formata dal golf o detto oggi 



IL GARGANO 



di Manfredonia ; era, all'epoca romana, un centro commerciale di grande importanza. 
Fino all'epoca dì Manfredi, benché decadesse, continuò il suo commercio. 

Fu uno dei più antichi vescovadi d' Italia : la leggenda cristiana afferma che 
San Pietro stesso vì avrebbe ordinato il primo vescovo. Secondo la storia però il 
primo vescovo di Siponto, che si conosca, è Felice, il quale vien nominato in un con- 
cilio dell'anno 465, Per qualche tempo gli arcivescovi di Siponto, forse per tema delle 




i saracene, abbandonarono la loro sede rifugiandosi a Monte Sant'Angelo. 

La chiesa di Santa Maria Maggiore, antichissima, ve une 'ri edificata nel XII secolo 
durante il pontificato di Pasquale II. La cripta, sostenuta da venti colonne di granito, 
rimonta a tale epoca, come rimontano a tale epoca la porta della chiesa e le mura 
di cinta. Pasquale II visitò Siponto e ne consacrò la cattedrale nel 11 17. 

H Gregorovius arguisce che il porto di Siponto, come luogo di approdo per la 
intera provincia, prendesse allora il nome di Porto di Capitanata ; ivi sbarcò 1' 8 gen- 



ITALIA ARTISTICA 




naio 1252 Corrado IV per impadronirsi dell'Italia meridionale e Manfredi lo ricevette 
a Siponto cedendog-li spontaneamente il dominio delle Puglie e delle altre province 
ch'egli aveva condotto a soggezione. 

Siponto fu devastata più volte dal terremoto e questa fu già una causa della sua 
decadenza — però il terremoto del 1255 la rase compiutamente al suolo; fu allora 
che Manfredi, entrato in possesso di queste terre dopo la morte di Corrado, pensò 
edificare una nuova città in luogo più sano e più difeso dalle scorrerie dei pirati. 
Scelse così una terra distante due miglia dalle rovine di Siponto ; lo stesso re fece 
il disegno della nuova città e il congiunto suo, Malecta, ne condusse l'esecuzione. I 
lavori si iniziarono nel 1256, dopo due anni l'arcivescovo sipontino Ruggiero d'An- 
glona vi si insediava col suo clero. In memoria del suo fondatore la città prese il 
nome di Manfredonia. La nuova cattedrale fu consacrata a San Lorenzo vescovo di 
Siponto. Però le mura del castello ed altre parti della città non erano ancora com- 
piute allorché Manfredi cadde eroicamente in battaglia presso Benevento. I succes- 
sori di lui, gli Angioini, condussero a termine la città e le opere di difesa. 

Prima di giungere a Manfredonia attraversiamo vasti campi di fichi d' india che 
danno un aspetto singolare al paese. La piantai mostruosa e deforme drizza le sue 
poche foglie carnose, erte di innumerevoli spine; foglie coronate al margine da una 
serie di bitorzoli o di fiori giallastri che si convertiranno nel dolciastro frutto di cui 
sono ghiotti i meridionali. Passiamo innanzi a . villette, a cascinali, a una piccola 
chiesa abbandonata. Le abitazioni si moltiplicano. Siamo alle porte di Manfredonia, 



IL GAK-GANO 



43 



la quale ci appare in tutto simile ad una città moresca coli le sue case a terrazze, 
bianche e abbacinanti, disperatamente ugnali e simili a tanti dadi posti l' uno accajito 
all'altro sopra uno smisurato scacchiere. 



— KSÌ Hotel Manfredi — dice qualcuno che segue il nostro sciarabbà ('). Mi 
volgo maravigliato. Sia possibile davvero trovare un hotel in un paese del Gargano ? 
Fino ad ora sono stato abituato a sì indicibili tane, a sì immondi giacigli, che l'idea 
di riposare per qualche ora almeno in un letto civile mi consola. 

Mi faccio condurre senza indugio verso l'ospitale dimora ; l'aspetto estemo mi è 
di^ grande scoramento. Una porticina larga un palmo; una scaletta nera, sudicia, 
scivolosa, con certi scalini smisurati che pare costrutta per una generazione di ^ganti 
e, a sommo, un omuncolo che mi attende. 

— Chi sei ? — mi chiede. 
~ Hai da alloggiarmi ? 

— Entrate. 

Siamo al buio in un antro dove spira un olezzo tale di mille innominabili cose 
che ancora ne provo l'acuta sensazione, poi una porticina si apre ed entriamo in un 
vasto stanzone in cui sono allineati in bell'ordine sei letti. L'albergatore attende che 




(Fot. BeltramelU). 



44 



ITALIA ARTISTICA 



mi decìda ; vista poi la mia sorpresa — eh' io pensavo come dovevano essere nu- 
merose le famiglie lassù se in un sola stanza occorrevano tanti letti — mi dice : 

— Se voi volete un letto con il risparmio, lo scegliete in un bel posto e lo par 
gate meno. 

— Che dici ? — chiedo sorpreso. 




— Quelli vicini alla finestra sono i migliori — risponde il mio uomo — scegline 
uno dì quelli, dormirai bene. 

— E negli altri ? ■ — chiedo, non rendendomi esatto conto delle sue parole. 

— Negli altri ? Due sono occupati. Qualcuno capiterà prima di sera per dormire 
nei vuoti. 

Così sono unito per volontà dì irremissibili cose all' ignota brigata che il destino 
mi ha serbato per farmi assaporare le inattese gioie del Gargano. L' Hotel Manfredi, 
come si vede, è un falansterio in piena regola. 



45 



IL GARGANO 



n mio uomo che ritorna per recarmi un poco d'acqua melmosa, necessaria alle 
mie abluzioni, e per riempire l'aria, con un suo soffietto, di una polvere irritante 
che mi confessa poi essere razzìa, ha un nome altisonante -. si chiama Don Michele 




Rosari de Tosquez e discende da un'antichissima famiglia spagnuola insignita della 
dignità baronale. Il volgo lo chiama Don Miche ; è celebre sotto questo nome. L'ele- 
gante scrittrice inglese /and Ross fu sua ospite qualche anno fa e ne tratteggiò la 
figura nel volume « La terra dì Manfredi i> . lo mi accontento di guardarlo : è piccolo, 
sdegnoso e non ha di bianco se non il bianco degli occhi. 



46 ITALIA ARTISTICA 



* 
* * 



Nel 1620 Manfredonia fu presa d'assalto dai Turchi e data alle fiamme; questa 
la ragione per cui non si incontra più nulla o quasi nulla di antico, toltone qualche 
chiesa e il castello. 

Il duomo, quale è ora, fu ricostruito dal cardinale Orsini Jnell'anno 1620. E un 
edificio che non presenta nessuna grazia architettonica. E sormontato da una piccola 
cupola e fiancheggiato da un campaniluccio costrutto in pietra calcarea giallastra. 

A fianco alla cattedrale sorge il palazzo arcivescovile. Gli arcivescovi Tolomeo- 
Galli e Domenico Grinasi lo fecero erigere nel 1565. Anche Tarci vescovado è privo di 
qualsiasi interesse artistico. Noto due capitelli corinzi messi alla porta d' ingresso. 

La chiesa di San Domenico (ergentesi in un angolo della piazza principale) an- 
nessa anticamente al convento dei Domenicani ridotto ora a sede del municipio, è un 
grande edificio (uno fra i più antichi) notabile per una bella porta. All'interno si am- 
mira la cappella della Maddalena. 

A levante della città, sul mare, si eleva il castello angioino, grande quadrilatero 
munito di mura e di torri. Tale fortezza fu elevata, per incarico di Carlo I d'Angiò^ 
dal suo architetto Maestro Giordano da Monte Sant'Angelo, il quale cinse pure di 
mura la città. E memorabile la resistenza che detto castello oppose agli assalti del 
maresciallo Lautrec al tempo in cui questi guerreggiava contro Napoli. Però il fato 
gli serbava più triste sorte coi Turchi che lo presero e lo smantellarono. E viva an- 
cora in Manfredonia la tradizione di questi feroci pirati e molti sono i canti e le leg- 
gende che li rammentano. 

Esposta sempre agli assalti degli avventurieri del mare, Manfredi si avvisò di- 
fendere Manfredonia e, come narra il cronista Matteo Spinelli da Giovinazzo, allorché 
fu costrutto il campanile della prima cattedrale ordinò « che se facesse una campana 
« grossissima che se senta cinquanta miglia dintro terra, a tale che haveria potuto 
« venire succurso se Manfredonia fosse stata assciltata da nemici, mentre è poco 
« abitata e da chella hora se dicette che lo Re volia capare de le terre grosse de 
« tutta Puglia tante casate per terra, per fare Manfredonia terra di tremila fuochi ». 

Secondo il desiderio del Re, la grande campana fu fusa e nell'anno 1263 Man- 
fredi stesso si recò a sentirla suonare. Però non ne fu contento perchè il suono non 
era sì forte da vincere lo spazio prestabilito, si che la fece rifondere e vi fece ag- 
giungere nuovo metallo. 

Come Carlo I d' Angiò successe a Manfredi, detta campana emigrò al santuario 
di San Nicola di Bari, finché fu rifusa per batterne moneta. Questa la storia. H po- 
polo, che segue un suo sentimento gentile, cosi favoleggia del dono che Manfredi 
voUe fargli, per la salvezza sua. Allorché i Turchi assaltarono la città rapirono la 
enorme campana e la trassero nelle loro navi. Fatta vela a buon vento, furono per 



IL GARGANO 



47 



partire, ma in alto mare una furiosa tempesta li colse ; pochi si salvarono ; la cam- 
pana affondò insieme alla nave che la trasportava. Erano a questo .punto le cose e 
si stava rifabbricando Manfredonia, allorcliè il giorno della festa di San Lorenzo, che 
-è il protettore della città, verso sera tutto il popolo accorse alla spiaggia maravi- 
gliando : dall'alto mare giungeva, su l'acqua, cupo e solenne, il suono della campana 
che il mare aveva voluto per sé. Ed ora, affermano ì vecchi marinai, quando deve 




"toccare qualche disgrazia a Manfredonia, i buoni hanno virtù di riudire il suono lon- 
tano che giunge dalle profondità marine. Una leggenda simile, benché non associata 
a dati così esatti, raccolsi da un pescatore delle lagune dì Comacchio. 

Procedo per la gaia cittadina dalle ampie vie regolari, percorse da una folla varia 
tumultuante, urlante. Quanto più ci s' inoltra nel mezzogiorno d' Italia, tanto più il 
popolo sente necessità di manifestare ad alta voce i suoi pensieri ed i suoi sentimenti. 
Colgo ad ogni passo brani di dialogo che potrebbero interessarmi forse, se riuscissi 
ad intendere i suoni gutturali di questo dialetto. E non intendo così le contìnue spie- 
gazioni di mosto (') Toma, un vecchio muratore che mi segue per portarmi le mac- 



48 



ITALIA ARTISTICA 



chine fotografiche. Solo di tanto in tanto esce in esclamazioni enfatiche, fra lej quali 
una intendo che si ripete come un ritornello, a esaltazione di Manfredonia : ' Ckesta 
è la meglio nazzione de lu munduì ('). Xè io tento spegnere il suo nobile entusiasmo. 
Particolarità strana di queste casuccie moresche che assomigliano tanto nell' in- 
sieme a certi villaggi della Sicilia, sono le finestre a foglia. Xon .si sa ■ proprio per 




quale bizzarria architettonica abbiano assunto tale atteggiamento. Noto, ripetute su. 
tutte le porte delle case popolari, tre croci, tre grandi croci tracciate col bianco di 
calce, messe là a salvare i fanciulli dalle malìe delle streghe che scendono da Bene- 
vento. Le case delle persone agiate, recano in e o'i^r apposto, in una piccola nicchia, 
una statuetta di San Michele, scolpita in pietra del Gargano. Mi dirigo al porto- 
mentre il cielo si annuvola. D mare assume, sotto il rapido variare delle luci, bagliori 



IL GARGANO 



49 



ed ombre improvvise; il suo colore è indicibile tanto rapidamente trasmuta. La parte 
della città che guarda il mare è più sudicia e povera ; essa segue la curva della 
spiaggia come in un soave abbracciamento. 

Molti operai lavorano alla estremità del molo che si slancia in mare per buon 
tratto proteggendo il porto, a levante, dalle furie dì Borea. Alcune paranzelle sono 
ancorate vicino alla spiaggia ; figgono le loro antenne nel cielo immobilmente ; paiono 




deserte, abbandonate. Ad un tratto tutte le campane della città, come ad un invi- 
sibile cenno, si levano unite, in un grande stormo vibrante, innondano l'aria, si lan- 
ciano alla vastità del mare e dei cieli. Non odo voce, non vedo persona ; è una città 
che si ridesta freneticamente da un interminabile [sonno in quel rapido martellare 
che si diffonde, si innalza e s' inabissa."; Il promontorio azzurro si allunga serpeggiando 
nell'ombra — solo, su 1' ultima linea del mare, verso la remota testa del Gargano, è 
ancora il sole : laggiù, simile a due fiocchi di neve, fulgoreggiano le bianche vele di 
due paranzelle e stanno quasi due occhi aperti da una costa sperduta oltre il silenzio 
del mare. 



50 



ITALIA ARTISTICA 



Quando ritorno, il cocente meriggio ha arrestato la vita della città ; tutto è quieto. 
tutto è ciiiuso, tutto dorme. 

Ritomo all' Hotel Manfredi (perchè non chiamarlo così se ciò può far piacere 
a Don Michele Rosari de Tosquez) e dopo una sommaria refezione vorrei prender 
sonno se proprio nella mia via un gruppo di fanciulli i quali non sono d'avviso che 
r Italia sia la terra dell'analfabetismo, non cantassero, sopra un motivo simile al r 
delle pecchie, le lodi della scuola : 



— si legge, si scrive 

i impira di parlare — 



Oh se imparassero di tacere ! 





LA CITTA' DELL' ARCANGELO. 



Ci avviamo verso la città dell'Arcangelo, di prima mattina. Fra le rossìgne rupi 
scoperte, accavallate in gruppi scomposti, addentrantisi in ripidi burroni, si vede la 
strada inerpicarsi su su fino a l' ultima cima dove la città appare tutta nel sole, fra 
i lievi cirri che la brezza del mare rapisce. E sì alta nei cieli, così lontana sul monte 
che scende in profondi dirupi, così tenue lassù nell'azzurro, che la mente sogna una 
apparizione irraggiungibile, un fatuo aspetto delle sommità ingannatrici. Tutto il 
Gargano è a' suoi piedi ; questo scomposto assieparsi di alture, cinte dal grande ab- 
braccio delle acque, pare si parta ondeggiando dal mare e s' innalzi, s' innalzi per 
trovare il suo compimento lassù doi'e sostano le nubi, dove; il vento si frange con 
estrema violenza, dove è concesso alle piccole creature umane il dominio dell' immensità. 

Fra oliveti, piccoli cascinali, borgate, comincia la penosa salita ; a mano a mano 
l'orizzonte acquista in ampiezza ; si scopre tutto il golfo di Manfredonia e più lon- 
tano le macchie azzurre dello Stagno Salso, e più lontano ancora, fra una nebbia 
lieve, le prime Murge che vanno a morire sul mar Jonio. Il sole getta sul mare, come 
il^vento lo assecondi, vivi sprazzi di fiamma, simili ora a immensi calici, ora a fioriti 
steli, ora a fulgenti lame; a volte si acqueta in piccoli'laghi d'oro in cui l'anima sua, 
nel pàlpito delle acque, si immilla. E il monte si sprofonda in disabitate valli aride, 
rossigne come ferite. 

Traversiamo più volte l'antica strada mulattiera. Monte Sant'Angelo è sempre 
lassù, irraggiungibile nell'aria, disteso su la vetta in cui l'Arcangelo guerriero chiuse 
le larghe ruote del suo volo abissale. Dice la leggenda ch'egli comparve la prima 
volta sul Gargano nel 493. 

Secondo quanto afferma Strabene, esistevano un tempo su le cime del promon- 



52 



ITALIA ARTISTICA 



torio garganico due santuari : uno sacro a Podaliri, figlio di Esculapìo e un altro a 
Calcante, il veggente omerico. Nei pressi del tempio consacrato a Podaliri esisteva 
una sorgente d'acqua minerale. Coloro che salivano il monte per ingraziarsi Calcante, 
gli recavano in offerta un montone nero, sul vello del quale dormivano la notte. Era 
questo il rito che dava al pellegrini la possibilità di partecipare all'apparizione ed alle 
profezie di Calcante. 

Ora, nel secolo V, era ancor vivo sul Gargano il culto agli idoli pagani ; lo era 



Mns^Q&s^^^ 




■-^^^ -: 








F-*ff 



(Fot. BclCramelli). 



COSÌ a Monte Cassino ove San Bededetto, quando vì si recò per fondarvi il celebre 
monastero, vi trovò un tempio sacro ad Apollo. Le genti del monte ne mantenevano 
il culto. Nel V secolo, adunque, in molte parti d' Italia non erano scomparse affatto 
le pratiche dell'antica religione di Roma — ora in tale secolo la leggenda pone il 
primo apparire dell'Arcangelo su le vette scoscese del Monte che ne prese di poi il 
nome. — Ecco la leggenda come la narra il Gregorovius : 

" In Siponto viveva un ricco uomo di nome Gargano, i cui armenti pascolavano 
sul promontorio. Un giorno un bel toro scomparve. Lunghe furono le ricerche di 
Gargano e de' suoi pastori in tutte le sinuosità e i burroni del monte, sino a che non 



IL GARGANO 5.^ 

lo ebbero trovato all'ingresso di una grotta. Pieno di furore per la molta pena durata, 
Gargano vuole uccidere il toro ; ma il dardo scoccato gira sopra sé stesso e va a 
colpire il tiratore. H fatto prodigioso vien raccontato al vescovo di Siponto, Lorenzo, 
e questi ordina un digiuno di tre ^omi. L' ultimo giorno di penitenza, 1' 8 maggio 




dell'anno 493, apparve al vescovo l'Arcangelo Michele e gli annunziò, la grotta averla 
egli stesso consacrata, e dover quind' innanzi essere un luogo dedicato in onore di 
lui e degli altri angioli. 

< Ancora alcune volte apparve egli al vescovo trepidante, tanto che questi fece 
finalmente animo e, insieme con altri credenti, pose il piede nell'orrida grotta. 

« Vi si era aggiunto il fatto che lo stesso Arcangelo era apparso ai Sipontini nel 



54 



ITAUA ARTISTICA 



momento che combattevano contro genti pagane, dalle quali la città loro era forte- 
mente minacciata. 

< Entrati che furono nell'antro, i cristiani lo trovarono lUuminato da una luce ce- 
lestiale, trasformato per mano degli angeli in una cappella, e presso la nuda e roc- 
ciosa parete, era elevato un altare coperto di porpora, Lorenzo fece edificare una 




chiesa all'ingresso della grotta, e col consentimento di papa Gelasio dedicò, il 2 9 set- 
tembre 493. il santuario all'Arcangelo s. 

Ora, il 29 settembre, al tempo di Costantino, venivano solennizzati ancora i Ludi 
Falales. Comunque sia. la consacrazione dell'Arcangelo sul Gargano avviene in un 
periodo in cui l' Italia era sotto la signoria dei Bizantini. Dall'oriente adunque e più 
precisamente da Bisanzio venne a noi il culto di San Michele, che si diffuse poi a 
mano a mano in tutta l' Europa. 

A Roma egli apparve pure nell'anno 590. La città, ch'era nel massimo suo de- 



IL GARGANO 



55 



cadimento, fu d' improvviso invasa dalia peste. Era papa allora Gregorio, il quale per 
iscongiurare il flagello ordinò una processione e la conduceva appunto verso San 
Pietro, allorché su l'alto del Mausoleo Adriano apparve, fiammeggiante nella sua 
gloria, la figura dell'Arcangelo. Lo vide il pontefice nell'atto in cui stava per riporre 
la spada nel fodero. Fu quello il segno celeste che annunziava la fine del malanno. 
Fu allora edificata a San Michele una cappella su la cima del grande Mausoleo, il 
quale, da quel tempo, prese il nome di Castel Sant'Angelo. 

Altri luoghi furono sacri in Roma, In prosieguo di tempo, al culto di San Mi- 




chele. Nell'ottavo secolo sorse, fra gli avanzi del Portico di Ottavio, la Diaconia di 
Sant'Angelo in Pescherìa ; nel secolo IX si ebbe San Michele in Sassia. che sorse in 
Borgo Vaticano ; nel XVI secolo alle Terme Diocleziane si consacrò il tempio di Santa 
Maria degli Angeli, 

Oltre a Roma troviamo in numerose città chiese consacrate all'Arcangelo ; fra 
queste la più antica forse fu quella di San Michele in Frigiselo, che sorse a Ravenna 
nel VT secolo. 

Nel 710, come il culto di San Michele era venuto diffondendosi anche nelle più 
remote regioni di Europa, si consacra, nella lontana Normandia, in un monte roccioso 
erto sul mare, come il promontorio del Gargano, un santuario a San Michele e dal 



ITAUA ARTISTICA 




santo prende nome il monte che sarà poi meta di grande e continuo pellegrinaggio. 
Era allora vescovo d'Avranches, Oberto. Questi ebbe un giorno una visione simile a 
quella ch'ebbe Lorenzo, vescovo di Siponto ; l'Arcangelo gli apparve e gli ordinò di 
edificare una cappella in onw suo, su l'aJto del monte ov'era Tumba, antichissimo 
santuario druidìco. Come Oberto non si affrettava ad eseguire l'ordine divino, l'Ar- 
cangelo gli apparve altre volte ancora, finché nel 710 sorse la cappella ed alcuni 
Benedettini furono chiamati ad officiarvi. Così ebbe origine Moni Saint-Michel in 
Normandia, santuario che crebbe in grande celebrità, tanto che dette i natali al mas- 
simo degli ordini cavallereschi della vecchia Francia, fondato da Luigi XI : la catena 
d'oro con la medaglia dell'Arcangelo e la conchiglia dei pellegrini. 

Fra i due celebri santuari: sul Gargano e su Mont Saint-Michel, ànzant^ tutto il 
Medio Evo furono mantenute intimissime relazioni. 

Il santuario siil Gargano, intorno al quale fino dal \T secolo era sorta una terra 
fortificata, ebbe a subire grandi e fortunose vicende. Come i Longobardi fondano il 
Ducato di Benevento che estende il suo dominio oltre Siponto, nel 657 assaltano la 
sacra grotta e la pongono a sacco. 

L' imperatore greco Costante II toglie il paese ai predoni e fino al secolo IX 
Bisanzio signoreggia su l'alta cima. Neil' 841 i Saraceni, stabiliti già nelle Puglie, 
assaltano e prendono Bari dove s' insedia il loro sultano. Pochi anni dopo e precisa- 
mente nell' 869 il santuario sog-giace, per opera degli infedeli, ad un secondo sac- 
cheggio. Breve fu D dominio assoluto dei Saraceni nelle Puglie che, nell' 871, l'im- 
peratore Ludovico II tolse loro Bari, la città del sultanato. Essi però rimasero in 
possesso del promontorio e lassvi si chiusero come in una rocca forte, uscendone uni- 



IL GARGANO 



57 



camente per compiere scorrerie nelle sottoposte campagne. Da allora una fra le cime 
del Gargano prese il nome dJ Monte Saraceno. 

Un terzo saccheggio al santuario, sempre per opera degli Arabi, si ebbe nel- 
l'anno 952, finché l'imperatore greco, data in Calabria una terribile sconfitta ad Ot- 
tone U, non ridivenne signore della Puglia. Egli pose fine alle scorrerie dei Saraceni, 

Cominciarono allora i celebri pellegrinaggi verso l'aspra vetta romita. Il primo 
imperatore che vi pose piede fu Ottone III ; l'aveva preceduto il creduto figlio di 
Ottone II insieme a Teofania di Bisanzio. Nell'anno 998, spinto da papa Silvestro II 
che gli aveva posto in animo il pensiero di intraprendere una crociata, Ottone III 
imperatore, giovane allora di anni e di entusiasmo, muove da Roma scalzo e per 
Benevento e Siponto, sempre a piedi nudi, prende la dirupata via del monte miste- 
rioso. Una lunga teoria di frati e di cavalieri segue il suo cammino. Correva voce 
ch'egli, prima d' intraprendere la conquista della Terra Santa, volesse purificarsi del 
delitto compiuto su la persona del duca Crescenzio che aveva osato sognare la nuova 
libertà dell' Urbe. 

Ottone III lasciò ricche offerte alla grotta dispoglia dalle rapine dei Saraceni. 




58 



ITAUA ARTISTICA 



Il pellegfrinaggio del giovane imperatore fu come la scintilla che riaccese in tutti 
i paesi dell' occidente la venerazione dell' Arcangelo. Trassero dall' Italia e dal resto 
d' Europa i pellegrini ; Normanni, Inglesi, Sassoni, Longobardi, Franchi salirono a 
prostrarsi nella misteriosa spelonca. Non erano trascorsi dodici anni dall'andata di 
Ottone III sul Gargano che \'i apparvero numerosi cavalieri provenienti dalla Nor- 




mandia e precisamente dall'altro santuario dell'Arcangelo presso Avranches, Vuole la 
tradizione, la quale molto probabilmente ha un fondo di verità, che mentre i Longo- 
bardi (') si erano levati contro la dominazione bizantina, in Bari, il condottiero longo- 
bardo Melo si adoperasse con eroica energia a tale compito. Egli chiese soccorsi a 
Capua e a Benevento e la tradizione vuole che, sul Gargano, s' incontrasse coi pel- 
legrini normanni e h persuadesse a partecipare all' impresa alla quale egli aveva in 
animo di porsi. Comunque sia, l'impresa di Melo, dopo qualche successo, non riuscì 
e il duca morì in esilio alla corte dell' imperatore Enrico li. 



(1) Su UA 



t iti Longobard 



rf 


m 


m 


Mlt 


^H 


■1^ 


^^K 


H 'il'^i 


( VyM^uHjHiv m| 




ii^l 




f * bMB^jBI^MB 


^HLw 


^n^i 


^Ti\iffl 


«iJBjH^n^^H^^H 




^m 


ÌSI 



62 



ITAUA ARTISTICA 



Nel I02 2 Enrico II scese in Italia alla conquista delle Puglie e la sua impresa: 
fu coronata da successo. Fu in quell'anno ch'egli salì alla sacra caverna del Gargano^ 

Ora la leggenda accompagnò il suo pellegrinaggio. Si narrò infatti che, mentre 
pregava inginocchiato innanzi all'altare dell'Arcangelo, risuonarono a l' improvviso 
nella grotta cori di angeli e una luce celestiale la illuminò. San Michele apparve in 




questa luce, tutto raggiante, e recava nelle mani protese un messale che presentò al 
Salvatore apparso a sua volta. Gesù ordinò quindi all'Arcangelo di presentarsi all'im- 
peratore, il quale, colto da sacro spavento, rimase come privo di vita. San Michele 
lo prese allora per il fianco affinchè V imperatore si inchinasse sul santo libro per 
baciarlo ; ma da quel momento Enrico II rimase sciancato. 

- All'epoca delle crociate il Gargano divenne assidua meta dei guerrieri che si re- 
cavano in Terra Santa, I crociati accorrevano tanto più facilmente aJ santuario in- 
quantochè questi era su la loro via. Essi vi salivano prima d' imbarcarsi ai porti dì 



IL GARGANO 



63 



Bari, di Brindisi o di Barletta. L'Arcangelo guerriero, ch'era già apparso come San 
Giorgio e San Teodoro fra le schiere combattenti in Terra Santa, poteva esser loro di 
aiuto nell'aspra lotta. 

Neil' XI secolo il Gargano cadde sotto la signoria dei Normanni. Ne fu signore 
!Rainiilfo. Nel 1 1 37 Lotario II imperatore vi salì in pellegrinaggio. La fama del san- 
tuario si accresceva sempre più nel mondo. 

Dai Normanni passò sotto la signoria degli Hohenstaufen, Federico II, Cor- 





^^■KBPKT- . -3 


n^^^^ 




^^HBJS&itiJ::' ib'> ■ 


^^^^^^^^1 




BKS£i7' ^-a^^vTif 


3Ik^?wt^1^^B 




U^^v^^^W^É^'':"-' % 








P^^ 




A!^^ri 


iim 


Kf'^''"^ 




m 



rado IV, Manfredi lo dominarono. Vuole la tradizione che Federico II facesse mi- 
stici doni alla sacra spelonca. 

Seguirono gli Angioini. Carlo I d'Angiò fece ricostruire la cappella, eh' è rimasta 
in gran parte quale egli la volle. A Carlo I si deve pure la costruzione di una più 
comoda strada per salire alla somma città. 

Fino dai tempi dell' imperatore Zenone, che concorse alla fabbricazione della cap- 
pella sul Gargano inviando 1 50 libbre d'oro, la caverna fu ricoperta di donazioni, le 
quali furono bottino degli avventurieri che vi giunsero. 

Pantaleone Cartofilace inviò da Costantinopoli nell'anno 1076 una riiagnifica 
porta di bronzo che vi si ammira tuttora; Carlo. I d'Angiò fece innalzare a sue spese 



64 ITALL\ ARTISTICA 

il grandioso campanile e la magnifica scalinata ; Ludovica di Durazzo donò la conca 
d'oro neDa quale aveva fatto battezzare suo figlio Carlo che divenne poi Re di Un- 
gheria ; Ladislao, Ferdinando I d'Aragona e imperatori e principi e re inviarono doni 
senza numero, si che il tesoro crebbe a grandi proporzioni. 

Detto santuario fu oggetto di tale venerazione che vari principi normanni, svevi 
ed aragonesi non si dissero principi di Monte Sant'Angelo, ma presero bensì il titolo 
di Signori (Tonore di Monte Sant'Angelo. 

* 

Abbiamo preso la strada che han battuto nei secoli e battono tuttora i pellegrini, 
i quali in lunghe fila salmodianti salgono a piedi il faticoso monte. \jà. diligenza dà 
il mal di cuore ; è fatta per chi dorme, per chi ha sonno, per chi non pensa e non 
freme e non si affretta su le vie del desiderio. L'antica strada (se le si può dare un 
tal nome) è aperta nel granito ; va fra enormi scaglioni e rocce bianche. A volte 
ci conviene saltare di masso in masso ; a volte ci arrocciamo su per dirupi ansando. 
I pellegrini ed i pastori che batterono primi questo sgaruglio miravano alla linea 
retta ; la loro ansia non conosceva fatiche, non sapeva le placide curve in cui si 
distende pigreggiando la via moderna. 

Al nostri piedi si aprono ampie voragini, dinnanzi a noi è il mare, A destra si 
distende un ampio seno, al vertice del quale biancheggia, come un piccolo gregge 
sperduto, Manfredonia ; a sinistra appare un'angusta gola, in fondo alla quale giace 
Mattinata. 

La Città dell'Arcangelo è più vicina ora; si intravvede chiara nelle particolarità 
delle sue case bianche — si frastaglia lassù contro la limpidezza del cielo. Passano 
pastori, greggi. Vedo, in un pianoro, una capanna conica e un agghiaccio ; le capre 
stanno aggruppate e guardano a traverso la rete ; di tanto in tanto si ode^il tinnire 
del campanaccio della guidaiuola, si leva un tremulo belo. Il pastore è innanzi alla 
soglia della sua capanna, non so a quale opera accudisca ; sta ritto contro il sol le- 
vante quasi mormorasse una millenaria preghiera ; è grande e forte, veste rozzamente 
di pelli, pare un fauno lanoso che adori il dio sole, il gran core dell'aria. Ad un 
tratto odo la sua voce eh' è dolce e tranquilla, che ha in se una nostalgia d'amore 
nel canto a tristi cadenze. 

Qualcuno mi nota il dolce canto che mi risuona ancora dentro ; . migrava per lo 
spazio chi sa verso quale solitudine : 

" Si 'ndelicata (i) comu candellieri, 
ritta cchiù de 'na torcia nnaturale ; 
quandii camini pe' quisti terrieni, 
la serena (2) sse 'ncanta a mmiezzu mare. 
E je (3) a 'ngenucchi te 'asu (*) li piedi... „ 

(1) Delicata — (2) Sirena — (3) Io — (4) Bacio. 




CAMPANILE DI S. MICHELE A MONTE SANI ANGELO. 



ITALIA ARTISTICA 

lare dietro una rupe sanza ch'io lo veda muovere un gesto. Quei solitario 
scoglie in sé tutta la gravità delle sue montagne. 



'Ci alle soglie della popolosa Città dell'Arcangelo, una via diritta è Innanzi 
ena di animazione. Dal breve altipiano su cui sorge la città si scopre quasi 
intera la configurazione del promontorio. rDa un lato, 
dopo la profonda Valle delle Rose e il nereggiare della 
Selva Umbra, è la remota punta di Viesti ; dall'altro 
pare che il monte scenda a picco sul mare sopra Mat- 
tinata e Manfredonia. E uno spingersi di grandi dorsi 
contro la furia del mare, un dominio di rupi immani, 
bianche e rossigne. Dicono i pastori che il mare si è 
vendicato di ciò, scavando alle basi del promontorio una 
caverna che lo attraversa da un lato all'altro, sì che si 
regge a pena e nei secoli dovrà minare. 

Andiamo a deporre all'albergo (avrò occasione di 
parlare altrove di ciò che si intende per albergo al 
Gargano) gU indumenti non immediatamente necessari 
e ci si dirige subito al santuario. Passato un cavalcavia, 
addossata ad un muro in una piazzetta, vediamo una 
colonna reggente una statua dell'Arcangelo che vuoisi 
sia opera dì Michelangelo. Si tratta unicamente di un 
pio desiderio ! 

Al termine della via che si fa sempre più angusta, 
ecco sbocciare nella sua dolce eleganza la torre che si 
eleva sul piazzale del santuario. È opera dell'architetto 
Griordano da Monte Sant' Angelo. Pochi passi ancora 
e ci troviamo innanzi alla Chiesa Palatina dì San Mi- 
chele. Un piazzale racchiuso da una cancellata a pilastri, 
in fondo è un porticato nel quale sono praticate due 
belle porte ad arco gotico; la porta a destra è sormon- 
tata da un bassorilievo della Madonna col Bambino fra San Pietro e San -Paolo. Su 
questa porta è una epigrafe apocalittica che suona cosi : « Terrièilis Est Loais Iste 
— .IMc Domus Dei Est Et Porta Codi ». Pare quasi risuoni il verso dantesco « La- 
sciate ogni speranza voi che entrate s. 

Attraversato un vestibolo, si sbocca in un'ampia scala che discende verso una se- 
conda porta gotica. Tale scala è tagliata nella rupe e sormontata da archi gotici, per 
essa si riesce ad un'antica corte coronata da una balconata. Addossate al muro e difese 




(Da VArt daus V Italii i 




CHIESA PALATINA DI S. MICHELE A MONTE SANT ANGELO — PROSPETTO E CAMPANILE 



ITALIA ARTISTICA 



da cancelli, sono alcune tombe. Si entra nella chiesa dal lato orientale di detta corte. 
La porta che vi immette è adorna di imposte di bronzo che il ricco cittadino di Amalfi,* 
Pantaleone, fece costruire a Costantinopoli nell'anno 1076, Tali imposte sono divise 
in ventiquattro compartimenti lavorati 
in niello. Lo stile è ingenuo e primitivo. 
In ogni compartimento sono rappresen- 
tate apparizioni di angeli, cominciando 
dall'angelo che compare ai nostri pro- 
genitori, dopo il peccato, e li scaccia dal 
paradiso Tt-rrestre. Molte sono le iscri- 
zioni che accompagnano le tavole; tra- 
scrivo la seguente che mi pare originale: 
« Rogo et Adjuro Rvdorcs Saticti 
Angeli Mùliad, ut Siiiui hi Anno De- 
tergere Fadatìs has Portas Staiti J\'os 
innir Ostnidere Feeiimis ut Sint SrmpfT 
I.neide et ^lare ». 

(JWgo ed imploro dai preti di San 
Mietiele, di pulire questa porta ogni atmo 
nel modo come ho /atto io, perchè resti 
sempre pulita e lucidii.) 

Il senso dello straordinario e del 
miracoloso che è nell'anima di questi 
popoli li ha condotti a credere che di 
tali imposte, una sia discesa dal cielo 
e l'altra sia venuta dal mare. 

Il tempio fu edificato da Carlo I 

d'Angiò ; ha una sola navata in istile 

gotico. Dalla sinistra, ove è situato il 

coro, giunge, bsnchè tenue, la luce del giorno. A destra si apre l'oscura 

ove l'Arcangelo impera. 




Così, nei silenzi di Patmos. Giovanni E\ange]ista eternò la sua visione 1 

« li si fece battaglia nel cielo; Michele e i suoi angeli combatieroììo col dragoìie ; 
il dragofie parimente, e i suoi angeli coinbatteroiio. 

< Ma non. vinsero, ed il Inogo loro non fu piii tr&i'ato nel cielo. 

%. E U gran dragone, il serpente antico, eh' e chiamato Diavolo e Satana, il quale 
seduce tutto Ìl mondo, fn, gettato in terra ; efitrono con lui gettati ancora i suoi angeli s. 



IL GARGANO 



69 



Da questo punto l'anticliissima concezione caldea passa stabilmente nella mito- 
logia cristiana. I Caldei adoravano un tempo gli Ams-cknspan, i sette spiriti planetari 
Michele, Raffaele, Gabriele, Amiele,- Zadichiele, Zafiele. Camaele ; ad ognuno d'ess 
era sottoposto un mondo che doveva governare. Raffaele seguiva il corso del sole 
Gabriele quello della luna ; Michele reggeva Mercurio. 

I^ concezione orientale, sommamente pratica, di questi spiriti ullrapossenti che 
rotavano pei cieli dietro ai bagliori stellari, passavano nel sole come un alito dì 




(Fot. Moscioni). 



fiamma riempiendo di sé 1' universo ed eran in tutte le luci dell' infinito, sorti dal 
palpito e dal moto delle costellazioni, trasmigrò al tempo in cui gli Ebrei erano schiavi 
a Babilonia, nella loro mitologìa giudaica. Avarìa fu la fortuna che seguì gli Ams-chaspan 
nel ^'iaggio ch'essi intrapresero verso l'anima occidentale ; tre soli mantennero il loro 
dominio e furono : Michele, Raffaele e Gabriele. 

Nella città degli ori. nel placido giglio lagunare vìvono ancora, nella corte del 
palazzo dei Dogi, scolpiti su capitelli. Michele tien alta la spada di fiamma ; Raffaele 
■è armato dì mazza e Gabriele protende un giglio fiorito. 

Dei tre che emigrarono a noi, Michele assurse al più alto soglio — egli fu come 



70 



ITALIA ARTISTICA 



il sole, il duce del Signore Iddio — innanzi alla sua spada le^ tenebre scomparvero 
nell'abisso. Questo vide e fermò, nei silenzi di Patmos, Giovanni l' Evangelista, 
Nel IV secolo, il Concilio di Nicea dichiarò canonico il culto degli Angeli, 




Così cominciarono, nel nostro mondo, le apparizioni dell'Arcangelo. Egli scacciò 
gli antichi idoli, sostituì Mitra, Mercurio, Ercole, si impose aJl' idolatria delle turbe e 
r idolatria stessa non lo trasfigurò fino a renderlo un ridicolo fantoccio. 

Disceso dalla profondità dei cieli dove più il pensiero si perde, dall'eterno abisso- 
nel quale ogni mondo è una favilla, nel quale la più ardita concezione umana trema. 



IL GARGANO 



tome una nidiata sotto il vento boreale, egli, il possente, la forza feconda e regola- 
trice, egli, il nato dal divino bado del sogno e della paura, nel mistero della buia 
-caverna, attende. Attende che l' umanità stanca, macerata, esausta da un dolore senza 
speranza ritomi all' idealità che le dette vita ; attende quell'ora probabile per discio- 
g-liersi dai vili legami in cui i piccoli rigattieri del tempio l' hanno costretto e librare 
il suo volo verso i gurgiti dell' infinito. 

Tempo ritornerà di 
maraviglia ; gli antichi 
simboli delle forze astrali 
avranno un impero no- 
vello. 



Dalle pareti nere, che 
lianno a quando a quando 
Tin bagliore flammeo per 
la luce che si riflette nelle 
asperità della roccia, stilla 
lentamente, continuamen- 
tel 'acqua.n chiarore. chesi 
raccoglie tutto in un pun- 
to, serve ad ingrandire 
vieppiù la profondità della 
caverna, della quale non 
si può a tutta prima mi- 
surare l'ampiezza ; solo, 

in fondo, è un gran lume che mille ceri diffondono attorno ad un punto sacro di 
cui non si distingue bene il contomo. Mi avvicino cautamente come 1' umido suolo 
me lo permette ; intravvedo intomo a me, nella livida penombra, figure prone ; l'aria 
è corsa da sospiri e da contenuti singhiozzi. 

Qualcosa di non mai provato prima, un infinito sentimento di pietà umana, mi 
stringe il cuore. Gli occhi mìei non abbandonano un attimo la roccia su la quale la 
leggenda dice che l'Arcangelo apparve la prima volta e su cui si eleva l'altare ; 
come mi avvicino, nel bagliore dei mille ceri, in una diafanità che si distende come 
una impalpabile trama d'oro, si delinea la figura dell'Arcangelo, È piccoletta. bianca, 
composta in un atteggiamento più di dolcezza che dì forza distmggitrice ; quantunque 
levi la spada a percuotere il mostro che le giace vinto ai piedi, non è corsa da un 
fremito di vigoria ; nulla è in lei di energico, di formidabile ; pare una creatura del- 




ITALIA ARTISTICA 




l'alba, qualcosa che vinca per sua 
intìma forza, senza ricorrere al 
gesto umano della violenza. Ben- 
ché altro mi attendessi, quella 
piccola figura troneggiante fra una 
tremula corona di ceri, quel punto 
bianco attorno al quale dilaga 
tutta la tenebra che si incaverna, 
ha qualcosa dì indicibilmente soave; 
è il segno dell' infallibile. Le ali 
d'oro hanno come guizzi per il 
tremito dell'esili fiammelle ; qual- 
cosa palpita veramente, come un 
cuore profondo, sotto la diafanità 



alabastrina e l'immobilità ieratica dalla quale pare 
non voglia scuotersi mai; stupisce ed esalta. Questo 
il senso che debbono provare le turbe che si tra- 
scinano fin quassù e giungono affrante e sì pro- 
strano singhiozzando. 

È troppo buio intorno ; la rudezza informe 
della roccia squarciata, corsa da bagliori sanguigni, 
la paurosa tenebra che pare non abbia confine, 
raccoglie il pensiero commosso a quel punto lu- 
minoso che dall'orridezza del luogo trae il suo 
grande valore. E tutti gli sguardi vi convergono 
estatici ; gli occhi luminosi di lagrime vi si fis- 
sano immobilmente, per lunghe ore. 

Vi sono luoghi che l' umanità sceglie pel 
suo dolore, in essi si accoglie il mistero. La 
grotta del pianto da infiniti secoli ascolta. 

Vedo un gruppo di donne ; alcune son prone 




IL GARGANO 




su la roccia ; due sole sono in piedi ed hanno appoggiato un gomito all'altare e la 
testa su la mano. Il loro viso è immobile in una contrazione spasmodica ; gli occhi 
levati, si fissano intensamente, in uno stupore pauroso, su la figura dell'Arcangelo 
lucente fra i ceri. Da prima non so se cantino o piangano, pare una nenia cadenzata 
sopra un ritmo di singhiozzi, o un confuso mormorio di parole rotte dall'affanno. Mi 
avvicino per ascoltare ; è in verità una canzone liturgica cantata in un leggerissimo 
falsetto ; voci che non hanno lena, o che vogliono essere esili per essere buone, 




umili, dolorose ; per giungere comi 
cieli. Ad ogni gruppetto di versi 
s' interrompono nel pianto ; ma 
sui volti estatici non un muscolo 
si scuote, solo la gola è corsa da 
un tremito. Le compagne ascol- 
tano distese sul pavimento, la 
fronte appoggiata su la nuda terra. 
Non dimenticherà mai, fin eh' io 
vìva, queste creature che vedo 



i sospiro 



ll'anima dei 




74 ITALIA ARTISTICA 

per la prima volta nella grotta del pianto ; che non vedrò mai più ; nella loro do- 
lorosa intensità di fede, è il martirio che si transumana. 

Un poco più indietro, lumeggiato nelle grosse mani, nel volto ossuto, sta qualche 
vecchio che si appoggia al lungo bastone da pellegrino, qualche altro è inginocchiato 
in disparte ; dall'ombra si leva ad un tratto, non so da quale creatura, un disperato 
singhiozzo. E alto, tragico, sibilante; ma nessuno si volge, non un capo si scuote e 
sarebbe vano, perchè esso non è rivolto alla pietà degli uomini. Si avvicina dall'e- 
sterno una salmodìa lenta e grave ; tutta la caverna ne risuona nella sua cupa so- 
norità. 

Altre turbe giungono, altri dolori emigrano quassù dai monti lontani, dai piani 
oltre ai monti e dai mari ; la fiumana converge da ogni punto della terra alla grotta 
del pianto dove il dolce simbolo della forza universale attende. 



* 
* * 



La statua che è posta su l'altare, è un lavoro della fine della Rinascenza. L'Ar- 
cangelo è coperto di corazza, sui capelli ricciuti reca un'alta corona ; ha le ali distese 
e con la destra levata impugna una spada, mentre con la sinistra regge lo scudo ; 
sopra la corazza veste una clamide. 

Alla sinistra, quasi dietro l'altare, è un profondo recesso dove si trova il così 
detto Pozztllo, la sorgente dell'acqua portentosa che guarisce ogni male. Forse è la 
medesima acqua ch'era sacra a Calcante ai tempi pagani. Oltre il Pozzillo si scende 
per alcuni scalini in un'altra piccola grotta, nella quale, in tempo di pellegrinaggio, i 
preti vendono le crocette e gli altri amuleti ricavati dalla così detta pietra di San 
Michele. A sinistra dell'altare è una magnifica cattedra vescovile del sec. XII, qui 
trasferita da Siponto. Poggia su due leoni ed è adorna da un rilievo di S. Michele 
e il dragone. Vi si legge la seguente epigrafe : « Sedes haec numero diffcrta sede 
Siponti Jus et honor sedis qua e sunt, ibi sunt, quoque Monti », 

Oltre la cattedra, infitti nella roccia, sono tre altorilievi da riferirsi successiva- 
mente al secolo III, IV e V. Il primo rappresenta // hwn pastore, il secondo La 
Vergine di Costantinopoli e il terzo // Salvatore. Si conserva poi, rinvenuto da pochi 
anni, in un angolo della spelonca ove 1' umidità finiva di consumarlo, un antichis- 
simo altorilievo in bronzo raffigurante San Michele; forse una fra le prime raffigu- 
razioni dell'Arcangelo adorato nella spelonca. 

Esco su la balconata sovrastante al cortile e per una scala ripidissima salgo su 
la sommità della grotta. Osservo qui le varie forme di mani e di piedi tracciate dai 
pellegrini per devozione. Se ne vedono dappertutto anche nelle altre parti del tempio. 
In un angolo del cortile è un'antica rovere abbattuta ; da' suoi rami pendono moltis- 



IL GARGANO 



75 



sime [netre forate appesevi per devozione dai pellegrini che salgono quassù prove- 
nienti dag-Ii Abruzzi, dal Sannio, dalla Basilicata, due volte all'anno : nel mag-gio e 
nel settembre. Essi conducono le loro famiglie, viaggiano a piedi per intere settimane 
salmodiando, divisi in compagnie, traversano città, monti, fiumi per giungere alla 
grotta del pianto. 

Dopo aver salito un'altra piccola scala, mì trovo all'aperto e mi dirigo all'antica 
chiesa di San Pietro demolita in parte per mettere allo scoperto la Tomba di Rotari. 

Della chiesa di San Pietro nmane parte della facciata, su la quale si conserva. 



• 7"»ff!r,-«. . 




sopra alla porta, una graziosa transenna. Entriamo nel piazzale occupato una 
volta dal tempio demolito. Sul fondo, a sinistra, si scorge la Tomba di Rotari che 
si eleva simile ad antichissima torre. E deturpata in parte dalle sovrapposizioni dei 
secoli. Su la porta sono infitti due altorilievi della decadenza ; all' intemoguon si può 
abbracciare né l'ampiezza né l'altezza del monumento in causa delle armature postevi 
per i necessari restauri. 

Nei vari ripiani corrono intomo alla torre alcune finestre di stile bizantino ; al 
basso, in un assaggio fatto, si possono osservare tracce del muro del primitivo tempio, 
che vuoisi fosse quello sacro a Calcante. 11 tempio, che avrebbe subito varie modi- 
ficazioni, sarebbe stato poi consacrato a Rotari. ' 



76 



ITALIA ARTISTICA 



NeDa città, oltre alle ' cose osservate, vi sono alcune porte gotiche degne di men- 
zione, quali quelle delle chiese di Sant'Antonio abate, dì San Benedetto e di Santa 
Maria Maggiore. 



La città di Wont? Sant'Angelo, che sorge a 843 metri sul livello del mare, è 
popolosissima; conta più di 30.000 
abitanti. Fu fondata nel V secolo e 
come, nel secolo IX, i Saraceni la 
distrussero, fu riedificata da Ludo- 
vico II. 

Alle origini non comprendeva che 
ospedali per i pellegrini ; alcuni di 
detti ospedali esistono tuttavia. Fin 
dal secolo XI divenne un cospicuo 
luogo foriiificato e, con tutta la regione 
garganica, formò il centro dì un feudo 
regio. 

Ci dirigiamo ora al Castello del 
Gigante, il quale, benché diruto e ab- 
bandonato, domina tuttavia, dalla sua 
altura superba, la città. 

Verso levante, si distendono a' 
suoi piedi umili casette ; a ponente, 
dove la roccia scende ripida su la 
strada che conduce a Valle delle Rose, 
fra le sue fondamenta si aprono al- 
cune grotte abitate da pastori e da 
carbonai. 

Una tradizione popolare dice che 

nel Castello del Gigante visse un 

tempo, abbandonata da tutti, una bella 

principessa ed altro non narra e non si sa chi fosse, né perchè venisse segregata 

quassù. 

Una lapide che si trova nella chiesa dei frati francescani attesta come la regina 
Giovanna II morisse strangolata nell' oscura fortezza. II superbo edificio, che ha leg- 
gende tristi e pagine tragiche, riposa sventrato e scomposto ; nelle corti spa- 
ziose si ammucchiano ruderi e rovi ; pure non perde della sua solennità. Si eleva 




IL GARGANO 




aito sui precipìzi e pare \'eramente opera di giganti ; molte volte le nubi lo attor- 
niano e lo ^'elaIlO ; quando il sereno impera, può dirsi signore dello spazio. Su le sue 
torri maestre crescono a migliaia piccoli cespi di fiori azzurri che i monelli mi por- 



7.« 



ITALIA ARTISTICA 



tano e mi offrono con una frase gentile : — Fiori ailor 'i cielo ! — La rudezza della 
pietra si ammorza in queste lievi macchie di colore. 

Nelle corti vuote si aggirano due vecchi in costume ; in alto una capra nera. 




(Fot. Beltrame Hi). 



ritta SU lo scrimolo di un'altissima muraglia diroccata, ci guarda immobilmente. 

Rientriamo in città, nella città dalle strane case del più bizzarro stile. Sono 
quasi tutte ad un sol piano, con scale esteme, le quali per un uscio ad arco con- 
ducono ad una terrazza. I^ facciata è quasi sempre in forma di quadrilatero ; molte 
volte la porta d' ingresso fa anche l' ufficio di finestra. 



IL GARGANO 



79 



Quasi tutte le case recano, a sommo della porta, una piccola nicchia con la fi- 
gura dell'Arcangelo. Anche a Monte Sant'Angelo i vecchi vestono quasi tutti il loro 
costume, che è formato da una corta giacchetta di velluto scuro, da una sottoveste 




di panno con bottoni dorati e da calzoni corti di velluto nero. Le calze di lana 
sono ferme al ginocchio per mezzo di un nastro. Portano alla cintola una fascia ed 
hanno la camicia bianca col colletto rovesciato. Compiono tale abbigliamento con 
un piccolo berretto frigio, celeste. 

Questo pure è il costume che indossano i carbonai, i pastori ed ì contadini che 



8o ITAJ-IA ARTISTICA 

ho occasione di vedere solamente alla sera allorché ritornano dalle loro faccende. Gra- 
ziosissimo è pure il costume delle pacchiane. — Pacchiana in dialetto pugliese ^iiol 
dire < contadina >; pacchiancUa « giovane contadina >. Ma qualche volta quest'ul- 
timo vocabolo sta ad indicare « donna di buona famiglia, ma poco educata >; tal'altra 
è in esso ìnsito qualcosa come un desiderio per le belle forme della /emina che passa, 
qualunque sia la sua posizione sodale. .SÌ noti che le pacchiane, autentiche, sul Gargano, 
hanno poca dimestichezza con le calze, O vanno a piedi nudi, ma sempre accurata- 
mente puliti, o portano dei sandali fatti di legno e di una striscia più o meno larga 
di suola, detti zjioccole (l' o e 1' e si pronunziano appena). Le maniche della camicetta 
sono allacciate con un nastro su le spalle; quasi mai cucite. 

Molte donne quassù hanno gli occhi color del mare, sono gentili e belle. Xe ho 
visto partire un gruppo che scendeva nei piani a spigolare ; a\'evano quasi tutte il 
capo ricoperto da un grande fazzoletto bianco e vestivano tutte di bianco. Le più 
Rovani recavano enonni pani rotondi e neri della dimensione di una buona ruota di 
calesse ; parevano piuttosto spugne ; in principio non sapevo capacitarmi a che po- 
tesse servire quell'enorme arnese. Dicono che è un pane squisito e così sia per la 
loro salute. 




FRA LE SELVE. 



É il crepuscolo ; salgo su lo scùirabbà (') che ho [noleggiato per internarmi 
nel Gargano. La notte la trascorrerò in un cascinale situato in Val delle Rose, 
dove un mio conoscente mi ha offerto ospitalità ; domattina a buon'ora riprenderò il 
cammino. Il nostro mulo non ha fretta ; la strada discende rapida nella valle. Usciti 
dalla città dal lato di levante, mi rivolgo a contemplare la scena maravigliosa, viva 
di un incantesimo solenne. Sul cielo di un rosso cupo intensissimo, sopra una im- 
mane rupe che cade a picco ,<iu la voragine, lassù, distesa su 1' ultima vetta, appare 
la Città dell'Arcangelo, È tutta nera, di un nero intenso senza sfumature, tantoché 



(1) Sciarabbà □ eìtinto 




82 ITALIA ARTISTICA 

pare un frastagliamento della rupe più che un ammasso dì abitazioni umane. Risalta 
su di essa una selva di enormi camini, da alcuni dei quali si distende una tenue chioma 
di fumo. 

Su la massa compatta, qualche fiammella si accende ; ma senza chiarore diffuso ; 
è come un punto luminoso su la rupe. I-a città fantastica ch'io non avevo immagi- 
nato se non nel sogno, tanto ha dell'apparizione innaturale in questa rossa luce di 
crepuscolo, impera nella solitudine nudamente ; una chioma nerastra di nube che è. 
ai marini, orlata di fuoco, le si distende attorno simile ad una corona superba. Pare 




che l'Arcangelo debba spiccare il volo, in quest'ora, dalla sua rupe per dirigersi lon- 
tano dove qualcuno da secoli e secoli lo attende ; lontano nella oscura Comovaglia, 
laggiù sorge il castello di Arturo dalle grotte profonde, nelle quali l'eroe Kimri e i 
CavaHeri della Tavola Rotonda dormono un sonno secolare attendendo l'apparizione 
dell'Arcangelo per levarsi una volta ancora. 

La strada, tagliata nella roccia, si insinua sotto l'alta città che scompare mo- 
mentaneamente agli occhi nostri. Molto lontano è un livido specchio di mare chiuso 
fra due ripidi contrafforti ; nella valle che è sotto dì noi s'intravvede qualche cascina a 
grandi distanze. Può dirsi che le piccole abitazioni umane non interrompano il senso 
di solitudine che spira da tutte queste terre. 

Dalle oscure masse della Selva Umbra che si intravvedono oltre Valle delle Rose 
si levano qua e là come piccole nubi argentee ; è il fumo denso delle carbonaie. 



IL GARGANO f^3 

Discendiamo sempre. In fondo alla valle si vede serpeggiare la strada che giunge 
da San Giovanni Rotondo, Incontriamo un buttero che guida una torma di cavalli ; 
incontriamo, seduti sui larghi basti delle loro pigre cavalcature, molti carbonai che 
ritornano dalla Selva ; hanno certi visi fieri ed accigliati per nulla rassicuranti. Ci sa- 
lutano con un cenno del capo, senza dir parola. Sono tutti in costume ; gente bella 
e forte. Non sì ode né un canto, né una voce ; tutt'al più il tinnire del campanaccio 
di una mandra che si allontana per qualche sentiero rupestre. 




Ieri i miei compagni di viaggio mi hanno riempito il capo di storie del brigan- 
taggio sul Gargano ; di aggressioni, di ferimenti, di assassìnii e dì piccole bagatelle, 
come sarebbe il cannibalismo, ad esempio ; la mobile e fervida fantasia di queste po- 
polazioni ama certamente il colore, vi sarà molta esagerazione in tutto ciò che mi 
hanno raccontato, ma se debbo giudicare dall'aspetto dei luoghi e degli uomini che 
incontro, francamente, nulla mi maraviglierebbe. D'altra parte un uomo che si av- 
venturi in questa perfetta solitudine, può dirsi si dia in mano alla gente del paese. 
Un compiuto sistema stradale non esiste ; il paese è corso in massima parte da vie 
mulattiere aspre e difficili che vanno fra rocce e selve e si disperdono in tutti i sensi; 



n-ALIA ARTISTICA 




solo chi è nato quassù ed ha fin dalla infanzia consuetudine con questi luoghi può 
dirsene padrone. Se gli abitanti del Gargano volessero darsi alla guerriglia, avrebbero 
una terra ideale per tale genere di lotta. Del resto non molti anni fa per catturare 
due soli briganti, i fratelli Frattarulo, il Governo fu costretto a sguinzagliare quassù 
più di mille uomini. L'esempio informa. 

Per conto mio debbo dire che narro impressioni, e l'impressione è dovuta molte 
^'olte, o per lo meno sospinta, da antecedenti suggestioni ; ho attraversato tranquilla- 
mente il cuore del Gargano senza che mi sia toccata la minima avventura ; ho trovato 
ovunque gente simpatica e cordiale, gentile sempre. 

Bisogna vincere dapprima una certa diffidenza che è propria di questa gente ; 
però una volta che non tema nel . nuovo venuto un agente fiscale o qualcosa di 
simile, regna la migliore cordialità. Poco mi son tnittenuto per poter giudicare con 
secura coscienza dell' intima natura di queste popolazioni ; ciò che è certo si è che 
molto hanno ancora di primitivo; e come potrebbe essere differentemente se molte 
famiglie vivono quassù allo stato selvaggio, entro caverne ? Inoltre, nelle regioni 
più deserte, al centro del promontorio, vi sono pastori che non vedono faccia d'uomo 
per mesi e mesi. Di questi dirò più innanzi. 

Il mìo sciarrabaìsta si chiama Pulputulo ed ha un rìso per nuH'affatto mite; prega, 
ad un certo punto della via, certi carbonai suoi amici di dire alla moglie sua 'che ha 
lasciato sessanta lire sotto il letto. T>a cosa non è atta a rassicurarmi compiutamente; 



IL GARGANO 85 

comunque sia, dato e concesso eh' io non posseggo né moglie né letto e che ogni 
bona mea debbo portarla meco, cambio direzione alle mie meditazioni e guardo il 
paese che, nella sera incombente, ha linee grandi e solenni. 

Siamo ormai a valle, sul monte alto e scosceso si intravvede ^ancora la Città 
dell'Arcangelo ; qua e là è qualche campo coltivato, qualche cascinale in rovina. 
Monte Spigno si corona degli ultimi bagliori occidentali, nella valle è una penombra 
cupa ; qualche stella tremola lontano su l' invisibile mare. H silenzio è sempre più 
profondo ; la via deserta, come tutto è deserto intorno. 

Non odo che lo stridere di una bandieruola di ottone, la quale, infitta sul basto 
del mulo, accompagna con lenti giri il malinconico trotto della bestia esausta. 



Su la terrazza della cascina in Val delle Rose. Il plenilunio è sereno, tutta una 
dolcezza argentea si distende intorno. Alcuni contadini, chiamati dal mio ospite, sono 
^unti per farci assistere ad un ballo tipico del paese ; il s pizzica pizzica s. In una 
panca, messa in disparte appositamente, prende posto l'orchestra. Sono tre individui, 
tre ìstrumenti : una chitarra battente ('), che il Signore conservi sempre laggiù per 
gioia di chi l' intende ; un tamburello e la cuporcupa, strumento primitivo composto 
da una pignatta chiusa all' imboccatura da una pelle fortemente tesa. Detta pelle è 
attraversata, al centro, da un bastoncello. H suonatore, dopo essersi spalmato le mani 

(1) l.a chitarra batitnte b uno. chitarra con cinque còrde di mcUlLu. SI suona nd accordi, >c coi) può dirsi, e Ai, il 




86 ITALIA ARTISTICA 

di saliva, le fa scorrere lungo il bastoncello e produce un'armonia che, udita da lon- 
tano, potrebbe essere anche gradevole. 

Il ballo comincia. Viene intonata una canzone d'amore dalle cadenze malinco- 
niche. Fino ad ora l'orchestra accompagna in sordina ; la cupa-cupa pare un armoniosa 
muggito. L'uomo balla di fianco e in tale posizione compie vari giri intorno alla bal- 
lerina, la quale pare perplessa e non sa se sostare o fuggire. Fra il pollice e l'in- 
dice di ambo le mani tiene sollevato, con un gesto di grazia, il grembiale. E un gesto 




dif'disimpegno. La scena di seduzione mi rammenta per associazione di idee i miei 
studi di ornitologia: molti volatili tentano condurre l'amata al loro desiderio precisa- 
mente così, girandole intorno. La scena cambia di aspetto all'improvviso ; la ballerina 
si decide ; leva un braccio in molle curva sul capo, appunta l'altro sul fianco e con 
un guizzo si allontana facendo schioccare le dita. Comincia l'inseguimento. L'uomo 
tiene il capo arrovesciato all' indietro e manda un suono speciale, un « ha-ha » pro- 
lungato, rincorrendo la compagna che con agili scatti e balzi e guizzi gli sfugge 
continuamente. Poi si calmano e ricominciano. Coà per lungo tempo, sotto le ca- 
denze melanconiche della canzone d'amore e i mugoli i della cupa-cupa. 



IL GARGANO 



87 



E una dolcissima serenità che innamora ; l'antica anima della terra vive in que- 
■st'ora e in questa scena. Accosciato in disparte, il cappello a cencio legato con un 
nastro sotto il mento, Pulputulo, che è uonic di gravità, sonnecchia. 



Poi che Pulputulo alza la voce gutturale a richiamo, mi levo dal sonno, È l'alba, 
3a via è lunga e faticosa. 




Prendo posto su lo sciarahbà e l'auriga dà il grido di avvio. Saliamo costa costa 
la montagna che chiude al nord Valle delle Rose, Su l'alto si scopre il mare per una 
^ola profonda ; una paranzella è sperduta là in fondo. Piccoli campi coltivati conti- 
nuano ad apparire, ma sempre più radi. Comincia la macchia. Attraversiamo Piano 
Canale, Piano San Vito ; sono terreni pianeggianti chiusi attorno attorno dalle mon- 
tagne; alcuni tenuti a pascolo, altri a coltivazione. Però è caso raro se si incontra una 
casa o una capanna ogni sei o sette chilometri. In certi punti la vegetazione è rigo- 
gliosissima, come a Umbricchio ove sono macchie, campi di biade e olivi. Incontriamo 
numerosi armenti. Prima di giungere ad Umbricchio, su l'alto dì un colle, un giovi- 



ITALIA ARTISTICA 

da una macchia improvvisamente; è scapigliato, sporco, nero; veste di 
fuono le sue capre che gli si aggruppano vicino. Ci giiarda in modo 
sticola, gesticola mormorando parole che non intendo, Pulputulo più innanzi 
e il giovinetto^ è impazzito qualche anno fa. per amore. Mi rivolgo a 
è sempre lassù in mezzo alla via e continua a gestire e a gridare ; le sue 
gli si assiepano intomo formano un gruppo immobile. 




Da questo punto comincia la selva che si stende sul monte e si prolunga in una 
gran massa nera e impenetrabile. 



La Selva Umbra ha una superficie totale di 2003 ettari ed è in gran parte for- 
mata da faggi, carpini bianchi e neri, aceri e cerri. Anticamente tutto il Gargano era 
coperto da fitte boscaglie, delle quali parla Silio Italico e delle quali Orazio cantava: 



IL GARGANO 

aiit aquilonibus 

Querceta Gargani laborent 
Et foliis viduantiir orni. 




Ora il più gran tratto tenuto a bosco è la Selva Umbra di proprietà demaniale. 

Vista dall'alto, questa immensa foresta copre a'liHÌ e monti del suo spesso manto 

o e si spinge fino al mare. Da Vieste, ove sono le segherie, sì parte un tronco 



Qo ITALIA ARTISTICA 

ferro\ia a scartamento ridotto che si spinge iiell' intemo della foresta per 1 7 chi- 
>metri. 




Ad un certo punto poco distante dalla caserma delle guardie forestali, abbando- 
niamo il veicolo per |segiiire un sentiero che s' intema nella selva. La vegeta- 
zione si fa sempre più spessa, più intricata ; è un rigoglio ^'egetale senza confronto 





^^^^ 




^^ .Adi / 


' ù 




Pl^""' 


.1^ 


#É^ 






'-Ktl." 


Lll 


i 


tó^.-. 


.,/f^ 




K^^^yH 


Mi 


ila 




■•r ■> 


r 


k. ^ 


.^'t 


v^ 




1.' Vf.<.\ 




^^ 


m4 


■ ^t*^ 


■irfAi 'v ^ 


*,-,,•« 


^l^-- 


ii>k. 


Vi 


i#i^' 


, ! 


'i 





SELVA CALINELLA — UN SENTIERO. 



(Fot. Beltr^imelli). 




LA SELVA CALINELLA. 



IL GARGANO 



93 



per me. H sotto-bosco è così folto da formare come un'alta mm-aglia ai due lati del 
sentiero, una muraglia a traverso la quale non si vedrebbe un uomo a tre passi di 
distanza. Sui nostri capi le rame si intrecciano foltissime ; in certi punti la piena luce 
del giorno non giunge se non come un pallido crepuscolo. L' impressione che ne 
provo è indefinibile : questi fruscii che si odono a quando a quando non si sa se per 
il trascorrere di un serpe o di un ramarro, questo brivido lungo di tutte le rame, di 




tutti i cespugli, a] quale segue l'alto silenzio dei luoghi dove l' uomo passa e non sì 
sofferma ; l' isolamento completo ; le tortuosità del sentiero dal quale altri sentieri si 
dipartono ogni tanto sì da formare un inestricabile labirinto, tutto concorre ad aumen. 
tare la paurosa grandiosità della selva. Ci si sente piccini e sperduti, un niente nel 
dominio di una vita secolare che è lontana da noi e che non intendiamo. 

Il sentiero non è mai pianeggiante ; s' inerpica, discende, sì avvolge ; scom- 
pare nel buio per apparire più lontano tutto punteggiato di dischetti d'oro per il 
sole che vince ; s' inselva e a volte si perde fra i rovi che ne cancellano la 



94 



ITALIA ARTISTICA 

) l'alto ; ne 



chiedo alla mia guida ove 



traccia. Da mezz'ora, forse, si procede ' 
mi conduca. 

Attraversiamo qualche radura ove, stesi al suolo, sono alberi giganti : paiono ab- 
battuti dalla furia di un fulmine. Più innanzi un mormorio sommesso di ' voci ci av- 
verte che ci avviciniamo ad un luogo abitato, qualche passo ancora e si sbuca in una 
grande radura, la maggiore fra quante ne abbia visto fino ad ora. 




Attorno a vari piccoli crateri, dai quali escono tenuissime trame di fumo, stanno 
i carbonai, gli alberi giganti si accalcano intomo ; solo, a levante, è un varco verso 
il quale la mia guida mi conduce. 11 panorama che mi si svela ad un tratto è fra ì 
più incantevoli, 

A destra e a sinistra, innanzi a me, fino al mare lontano, per un seguito di al- 
ture e di valli che di quassù si abbraccia nella sua aspra configurazione, la foresta 
dilaga in una massa compatta ed uguale. È un brivido di rami che si stende per 
tutta la terra fino al limite del mare, il quale pare si inoltri fra gli alberi, si addentri 
per lunghi bracci nella selva. Xon una casa, non una capanna né una radura. 



IL GARGANO 



95 



tutto è uguale, tutto è nero ed è così da mfllennii in una antichità portentosa. Si 
ode salire il vento che acquista suoni speciali ; lo si vede avanzare anche, nel ma- 
reggiare delle rame che formano una superficie compatta. Dal breve varco aperto 
su V infinito, la foresta mi disvela il suo cuore. 

Come mi rivolgo, vedo i carbonai intenti ad aprire le buche del carbone. Lavo- 
rano dì lena senza parlare ; uno solo si leva e mi chiede se sono un inviato dal Go- 



l|Mg| 


^■^^^1^ 


9B|H 


^^B^^^BB^?y9HEff'\^jMfi 


^HP 






M^-' ' - \ 


HI 


y^ 



verno ; alla mia risposta negativa resta sorpreso, e con ragione perchè quassù non 
■capitano se non inviati governativi; che potevo andarci a fare io per mio conto? 

Riprendiamo la strada. Pulputulo mi narra storie di pastori e di lupi, di briganti 
e di soldati. I lupi sono molto frequenti nella Selva Umbra ed assaltano con facilità 
le greggi. 

— In un giorno solo, un pastore amico mio, ne uccise tre — mi dice Pulputulo. 
Poi soggiunge come commento : 

— E guadagnò sette pecore I 



ITALIA ARTISTICA 



Verso sera siamo alla Selva Calinella ; una deliziosa selva di pini marittimi che 
sì distende lungo il mare, ne incorona le rade, le mille anfrattuosita, scende fin su gìì 
scogli, inquadra, fra i suoi tronchi vetusti, superbe marine. 

Vieste, la remota, la perduta dal mondo, è laggiù, oltre gli ultimi scogli. Fra poco, 
piacendo al destino, ne vedremo l'ardito profilo. Mi toma in mente una canzone di 
dispetto udita altre volte ad Otranto : 



i Turchi se la puozzono piglia 
puozzono portare a la Turchia 
puozzono fa Turca da Cristiani 



E fu il destino della mìsera terra. 





LA SPERDUTA. 



Le origini di Vieste — o Viesti come la chiamano alcuni benché nel Gargano 
persista l'antica desinenza in e, — si perdono, come quelle di Rodi e di altre città 
del promontorio, nella leggenda e nel mito. Al favoloso eroe Diomede e al popolo 
suo, se ne attribuisce la fondazione in epoca indefinibile ; o meglio, poco dopo la 
guerra di Troia verso il 1 1 84 a. C. Nessuna scorta può sorreggere seriamente la 
indagine in tempi tanto remoti; è cosa migliore quindi, jìartire dal punto in cui la 
storia può esserci valida guida. 

Alcuni storici, fra i quali il Giuliani, sostengono essere il nome di Vieste una 
corruzione di Apeneste, antica città che sorgeva, secondo le loro congetture, nel luogo 
ove si eleva la città moderna ; altri vogliono che Vieste derivi il suo nome da un 
antico tempio che sorgeva ne' suoi dintorni, sacro alla dea Vesta. 

Vieste si fa viva particolarmente nella storia per le sue sciagure ; fu perseguitata 
dagli uomini e dagh elementi. 

In tempo di fiere lotte papali. Celestino V fu arrestato a Vieste per ordine di 
Bonifacio Vni. 

Nel 1554 i corsari Turchi assaltarono e presero la città. Per la resistenza opposta 
loro dagli animosi abitanti, la bestiale crudeltà, precipua dote del popolo, che è rimasto 
tuttodì al livello intellettuale e civile di quel tempo, si esplicò in un memorando ma- 
cello. Settemila persone vennero passate a fU di spada, non avuto riguardo né a sesso 
né a età ; altre settemila vennero tratte prigioniere. Quando le galee vittoriose ripre- 
sero il mare, la città sperduta rimase pressoché deserta. 



98 



ITAUA ARTISTICA 



Quasi ciò non bastasse, non molti anni dopo e più precisamente il 21 maggio 
del 1646, un terremoto scosse la città dalle fondamenta e la fece minare in gran 
parte. Numerose furono le vittime. Non abbiamo particolari narrazioni di questi lut- 
tuosi disastri. 

Nel 1674 i Turchi ritornarono all'assalto e ripeterono le loro gesta di predoni 
nel 1678, ucddendo e traendo schiavi i cittadini. Fra tutte le città del Gtargano, quella 




che più sofferse per le scorrerie dei Turchi, fu Vieste ; ebbe a risentirsene per 
lungof tempo. 

Nel secolo XVI fu data in feudo al capitano Consalvo di Cordova, che vendè 
poi i suoi, diritti al Mendoza. 

Carlo V l'aggregò al Demanio. 



A Vieste termina una fra le pochissime strade carrozzabili che attraversano il 
Gargano ; oltre la città sperduta, per percorrere il promontorio dal lato di levante, 
non rimangono che sentieri e vie mulattiere — si ritorna allo stato selvaggio. 

Per giungere dalla stazione di Apricena, che è la più prossima, a l'ultima città 



IL GARGANO 



del Gargano, occorrono dodici ore di diligenza e forse più, dodici ore di inaudite 
sofferenze anche per 1' ultimo viaggiatore delle ferrovie, per chi preferisca alla quarta 
classe, istituita nell' Italia meridionale, il carro bestiame, che forse è migliore. Per- 
chè le diligenze del Gargano sono tuttociò che di più antico, di più incomodo 
e di più indecente si possa immaginare. Veicoli sconquassati, cigolanti, pen- 
colanti, che sobbalzano quasi per acuta doglia ad ogni minimo ciottolino ; che tra- 




ballano su l'orlo de' frequentissimi precipizi, compiacendosi, nella loro antica esperienza, 
dello spavento dei viaggiatori nuovi ; che dondolano, ondeggiano, beccheggiano in 
guisa sconosciuta, procurando a qualche creatura dì stomaco debole un perfetto mal 
di mare. E ciò non basta. Il volume è grande, ma la capacità è poca ; sono in questo, 
gli idrocefali del genere. Per esser\'i contenuti, conviene rannicchiarsi, assumere le 
pose più strane e le più incomode, cercar tutti i mezzi per fare la maggior economia 
della propria persona, senza impedire però che v\ troviate su lo stomaco le gambe 
del vostro dirimpcttaio o il braccio del vicino che vi pigia insopportabilmente sopra 



102 ITALIA ARTISTICA 

un fianco o la scarpa di un più remoto parente che viene a solleticarvi in qualche 
parte. Queste sono le dolcezze a cui deve sottoporsi colui che abbia in animo di vi- 




sitare una fra le più belle regioni d' Italia. Perchè il Gargano è, in vero, un luogO' 
di incanti e di maraviglie ed è anche fra le regioni più dimenticate del nostro bel 



Regno. 



IL GARGANO 



Vieste è fuori dal mondo, 
dorme sperduta fra i suoi bian- 
•chi scogli; non tanto però, che 
non si avveda di qualcuno che 
Tigila assiduo nella non re- 
mota isola di Pelagosa. 

Questa fresca mattina su 
gli scogli non potrò più dimen- 
ticarla. Giù giù si distende, fino 
alla Torre del Ponte, la Spiaggia 
■del Castello, un dolcissimo arco 
di mare che sì eleva lentamente 
tra arene quasi auree in una 
vasta conca ubertosa ricca di 

■caseggiati. Dal mìo punto elevato, vedo gli uomini che si aggirano fra le arene, si- 
mili a punti neri, piccole formiche dall' inesausta attività. Verso levante biancheggia 
lo scoglio di Portonuovo, più oltre si spinge in mare, come una -grigia massa 
-possente, la Testa del Gargano. Qualche paranzella lontana ; un nitore di piccole 
vele ; U palpito della giovinezza che sì rinnova, su 1' eterna giovinezza del mare. 

A qualche passo da me è una fanciulla che distende panni al sole ; mi guarda 





104 



ITAUA ARTISTICA 



con insistente curiosità ; una donna più lontano, la madre forse, mi chiama per chie- 
dermi da che parte vengo e che cerco mai lassù. 

Mi sporgo dalle rocce a guardare ; l'altezza è vertiginosa ; la montagna scende 
a picco sul gorgo profondo, s' inabissa nelle acque che una forte corrente non lascia 
mai tranquille ; si ode il loro fremito, il loro muggito. Le due lavandaie mi raccon- 
tano come il mare si sia formato, sotto alla montagna, un grande nido e come, nelle 
notti di tempesta, da ogni casa si oda il rombo sinistro delle onde che si inca- 
vernano. 

Rimango solo lung'ora in questa divina solitudine a guardare, ad ascoltare; il 



rirrnrv" 



paesaggio è nuovo e strano, strano sopra tutto pei colori che formano un armonico 
contrasto indimenticabile. Gli scogli, le rocce sono del bianco più terso che si possa 
immaginare e lucono dolcemente a questo sole senza offendere gli occhi ; inoltre il 
mare, col suo azzurro cupo e profondo, il mare che le incornicia tutte e le cinge 
nella sua immensità, ne sfuma le asprezze, le attenua in una gamma soave di azzurri. 
E Gargano, così ricco di improvvisi contrasti, di superbe visioni, ha qui uno fra i 
suoi punti migliori. 

Queste rocce paiono favolosi palazzi di purissimo marmo, sortì per incantesimi 
lunari in qualche remota età leggendaria ; palazzi rudi, ma belli. La forza dell'attimo 
li trasse improvvisamente dal nulla per gli dei dei mare, per le sirene allettatrici che 
condussero tante paranzelle, tanti navigU e tartane a naufragare a questa maraviglia. 
Nel profondo gorgo, fra l'alghe marine e gli scogli, giacciono antenne infrante, ri- 
curvi scafi, ampie carene di navi ; giacciono e giaceranno fino alla loro tiltima con- 
sumazione ; grandi scheletri oscuri dell'eterna tragedia del mare, mentre dal loro piede 
la candida roccia prende il volo a sorridere tutta bella, tutta bianca nella libera gaiezza 
del sole e dell'aria. Favolose magioni della bellezza e del mistero che l' igneo cuore 



IL GARGANO 



105 



della terra volle così belle per le sue creature, per gli occhi delle sue creature che 
sanno godere. Io le vedo stagliarsi nelle loro linee incomposte ed armoniose, le vedo 
ampliarsi, distendersi, e ne sento la vita millenaria fatta di luce e di silenzio. Ve n'è 
una più 'grande fra le altre ; alla base, un'ampia insenatura pare formi la soglia di una 







invisìbile porta, le acque vi tremano intorno, il sole la irradia ; forse è quella la 
soglia su cui si soffermano le sirene quando la luna le tiene per incantamento. E v'è 
quaggiù chi crcJe ancora alle sirene, v'è chi crede alla poesia del suo mare. 

Un pescatore che incontro fra questi scogli mi narra questa dolce leggenda : 
— « Una volta viveva a Vieste una fanciulla come non se n'eran vedute mai ; 
la sua bellezza superava il sole, era come l'occhio del Signore; le sirene n 



io6 



ITALIA ARTISTICA 



in gelosia e un giorno in cui ella andava sola attendendo il suo amico, la rapirono. 
Ora vive in fondo al mare, incatenata agli scogli. Il suo amico piange eternamente 
e la sospira e l'attende su la spiaggia. Una volta ogni cent'anni, le sirene si commuo- 
vono e gli amanti possono avere un giorno d'amore, ma verso sera, allorché, illusi dalla 
loro libertà, fanno per andarsene, le sirene tirano la catena alla quale la fanciulla è 

avvinta ed ella ripiomba nel mare e 
per altri cento anni il pianto dell'a- 
mato, simile al gemere delle onde, 
corre la tempesta ed il sereno s. 

E ancora: fu da queste rocce 
che Ettore Fieramosca si lanciò col 
suo cavallo nel mare. 

Il vecchio pescatore mi dice 
il nome che danno nel paese a 
certi piccoli fiori che crescono nu- 
merosissimi fra questi scogli ; li chia- 
mano « arniska » ; tale parola di 
origine araba, significa sposa, sono 
asfodeli e, alla sommità delle rocce, 
formano grandi ghirlande d'oro, di 
porpora e di rosa. 

Ne raccolgo tre secondo mi in- 
dica la guida gentile: 

— Prendine tre, signoria, è il 
costume nostro : uno per l'amicizia, 
uno per la fortuna e uno per l'amore. 




(Fot. Beltramelli). 

Il castello che, visto da levante, 
pare una costruzione ciclopica, si 
eleva nel punto più alto e domina tutta la città che scende digradando da un lato 
fino alla penisoletta ove sorge la chiesa di San Francesco ; dall'altro fino alla Torre 
San Felice. È una insenatura chiusa, in parte, dallo scoglio sul quale sorge il faro. 
Di quassù si partono le antiche mura che raccoglievano nella loro cinta tutta la 
città. Dal lato nord, su l'alto di un colle sabbioso di percorso difficile, si apre l'antica 
porta del castello interamente conservata. Non so per quale lato debba salirvi, l'im- 
presa non è facile ; viene a mancare ai piedi il normale punto di appoggio, poi queste 
sabbie sono ardenti come il fuoco. Finalmente riesco alla conquista della non ardua 
cima e divengo oggetto di curiosità da parte di numerose donne le quali mì sbir- 



IL GARGAXO 



107 



ciano, mi interrogano, vogliono sapere mille cose, quasi entrassi in casa loro o fossi 
un turco predone. Ma, come mi spiega un giovinetto, quassù non capita mai nessuno 
e un uomo nuovo è sempre un divertimento! 

L' interno del castello è in parte abitato. Un cumulo di casette sudice accoglie 
uno stuolo di donne e di bambini più sudici ancora. Fra queste casette s' insenano e 




discendono alla parte bassa della città alcuni vicoletti angustissimi nei quali il lezzo è 
veramente insopportabile. Ne percorro uno che immette in altri vicoli pieni di scale, di 
antri, di balconi ; di tanto in tanto da un piccolo arco, da una finestra dischiusa si 
intravvede il mare. 

Le case che sì ammucchiano in breve spazio, discendono su gli scogli e pro- 
seguono fin su la punta di San Francesco dove sorge l'ultima chiesa. Ogni piccolo 
spazio è occupato ; vi sono case le quali proseguono la linea della roccia che cade 
a picco sul mare. 



io8 ITALIA ARTISTICA 

Nessuno quaggiù deve sapere che cosa sia vertigine. Prendiamo la nostra refe- 
zione al castello da un amico di Pulputulo ; locande non ve ne sono ; conviene adat- 
tarsi. Non so ciò che si mangi perchè sono distratto, voglio distrarmi per non morir 
di fame; so che ho ancora intensa l'impressione di quelle vivande macabre. Come 
frutta mi presentano dei cetrioli (cticumis satitnis) e il mio ospite, levando 1' unico 
bicchiere che ha servito a tutti, brinda alla nostra salute : 



Questo V 






Evviva tutte quante I 
Brindisi che non uguaglia, per originalità, l'altro che toccò alla signora Janet 



La forza dell' uomo è \ ingegno 
E coir ingegno ogni cavallo s'aduma, (') 
S'aduma tigre, alfante, lione ; 
Poi si educano le donne collo fiato dell' uomo, 
Poi si principion a jar lì fancìullini ; 
Nu brindisi i faccio a tutti i Signori 
Ed io mi bevo i vini. 

Riprendo la via. La città sperduta, in questa caligine estiva pare sonnecchi, pro- 
1 dolcemente sul mare. 





LA CITTA' DEI GIARDINI 



Attraversiamo vere selve di olivi ; vi sono piante secolari che distendono le loro 
rame per un circuito grandissimo ; qua e là qualche vigna ubertosa, qualche campo 
coltivato a grano. 

Pulputulo, dopo a\'ernii consigliato dormire, sonnecchia per conto suo. E nostro 
mulo balla, fra la polvere, una disperata tarantella. Passiamo il piano Pasquarello, ove 
squadre di mietitori, sorvegliate da un uomo a cavallo, sono intente al lavoro. Le 
spigolatrici seguono di lontano tutte vestite di bianco. Più oltre si scopre la Spiaggia 
Scialmarino, ove sorge sopra un'amena altura Santa Maria di Merino, antico romitaggio 
attorno al quale si scorgono ancora i ruderi di un'antica città che vuoisi fosse Merino. 

Lo storico Giuliani ci racconta come Merino fosse da prima vescovado dipen- 
dente, con Vieste, da un solo pastore ; in prosieguo di tempo ciascuna delle dette città 
ebbe ÌI proprio vescovado. 

Xon si sa né quando né da chi fosse fondata la città scomparsa ; circa la sua 
distruzione, il Giuliani ritiene rimonti al 974 e si debba ai Saraceni. 

Dopo aver passata la piccola valle Pastinella, do\'e, intorno ad una cisterna, so- 
stano greggi, pastori e lavandaie e bifolchi e dove vedo un giovinetto battere il 
grano facendovi correre sopra tre bei puledri, e' interniamo fra i monti solitari! per 
ridiscendere a Peschici. 



no ITAUA ARTISTICA 

Il paesello, circondato in parte dalle sue antiche mura, sorge sopra uno scoglio 
ed è situato in amenissima posizione. Di qui comincia la impareggiabile riviera che 
si distende fino a Rodi, la città dei giardini. 



Circa l'origine di Rodi, alcuni vogliono fosse l'antica Uria citata da Plinio ; altri 




vogliono fosse fondata dagli abitanti dispersi della distrutta Varano. 

Michelangelo De Grazia in un suo studio recente esprime, su la questione con- 
troversa, questo giudizio : 

« se si deve ammettere che la nostra Irium derivi da ur, parola che in 

ebraico significa fitoco, e che non sia falsa l'opinione del Manicone, del Minervino, 
del Badarto e del Jaquet e che cioè le denominazioni imposte dai primi popoli ai 




VERSO RODI — OLI SCOGLI DI PESCHICI. 



(Fot. Bcltramelll). 




112 ITALIA ARTISTICA 

luoghi c];e abitavano, non sono che sicure caratteristiche delle qualità fisiche dei loro 
rispettivi tenimenti, eccovi poco lungi da Rodi la così detta Coppa di Sfaùlla che 
nel nostro volgare linguaggio significa collina della fiamma. Detta collina ha tutti i 
caratteri di un vulcano spento. Tali caratteristiche non presentano le colline che cir- 
condano il lago di Varano.... Da quanto di sopra si è detto risulta quindi chiara- 
mente che la città fondata dai Cretesi e menzionata da Erodoto non fu che la nostra 
Rodi, non trovandosi altra col nome di Uria nel seno uriano, cui il (.Tiuliani, da quello 



*1 


'i^B ^^ ^^^Pl 


w^ 


^B 


Ie, 


i;,' .• 


L_---5y— ■ 


im 



che ricava da Pomponio Mela, descrive fra il Iago Pantano, oggi Lesina, ed il porto 
di Gamae. oggi Rodi ». 

Il nome moderno di Rodi, si fa derivare dai Rodii che elevarono una nuova 
città su le rovine di Irium, la quale era stata distrutta dai Goti alla caduta dell' Im- 
pero Romano. 

Seguendo ora ie poche sicure notizie che ci rimangono intorno alla bella Città 
dei giardini, sappiamo come nell'anno 1184 tenesse il dominio di Rodi una madonna 
Riccarda; più tardi passò in feudo alia famiglia Xicastro che la possedette per secoli. 

II Q maggio dell'anno 1176 si parti da Rodi papa Alessandro III per 1 
Venezia a patteggiare con I-"ederÌco Barbarossa imperatore. 



IL GARGANO 



Come la 'sua 'vicina, Vieste, 
Rodi ebbe a patire pei terremoti 
e per le scorrerie dei Turchi che 
la perseguitarono nel periodo in cui 
Francia e Spagna erano fra loro in 
accanita lotta. 

Circa r ultima scorreria turca 
del 1678, tolgo dal De Grazia le se- 
guenti notizie : 

« Voltatisi poscia verso Rodi 
i detti corsari in numero di 150 
circa in due fuste, all' 11 di luglio 
del detto anno, verso le ore 16 
sbarcarono sotto le nostre mura 
dalla parte che guarda Peschici. 
Ma i cittadini eran ben prepa- 
rati a riceverli, giacché Stefano 





Taralluccio, sindaco di Rodi, avu- 
tone sentore, riunì il popolo per la 
difesa, il quale seppe farsi onore, 
giacché dopo un'ora di continuo 
fuoco, usci fuori le mura e mise 
in fuga ì Turchi dopo averne uccisi 
due e fatti sei prigionieri, 

« Notizia di quest' ultìmo sbarco 
si raccoglie da una bozza di sup- 
plica compilata dal notaio Fran- 
cesco De Bergolis verso il viceré 
marchese d'Astorga, a nome della 
cittadinanza, a ciò avesse spedito 
dei rinforzi a causa dei Turchi che 
spesso minacciavano la città. Tale 
supplica porta la data del 6 di- 
cembre 1678 ». 

Durante la dominazione borbo- 
nica Rodi, come tutta la regione 



114 rrALIA ARTISTICA 

garganica, fu infestata dai briganti. Fu il periodo di Pronio, Rodio, Fra Diavolo, 
Mammone, Sciarpa ed altri numerosi banditi, i quali sì distinsero per la loro efferatezza 
che sorpassò ogni bestiale crudeltà. 



Rodi s' inerpica sopra un alto promontorio che sporge sul mare ; . per l'altezza 
delle sue case a numerosi piani, per la pulizia e l'ampiezza delle strade può dirsi la 
città più civile del Gargano ; certo è quella che più dimostra esserlo. Fino a qualche 




anno fa, fino a quando la crisi degli agrumi non toglieva a Rodi la sua maggiore 
fonte di ricchezza, poteva dirsi che in paese non si trovasse un povero, tutti parte- 
cipavano al benessere generale ; sopravvenuta la crisi, se ne risentirono subito i danni 
enormi e cominciò il disagio, disagio che perdura tuttavia e costringe la gente più 
povera ad emigrare in America. 

Anche qui come a Vieste si risente molto della mancanza di un tronco ferro- 
viario che allacci questa deliziosa contrada col resto del mondo. Per tale causa il 
commercio di tutta la regione languisce; i generi, non potendo trovare un rapido 
sbocco sui principali mercati, si deprezzano, tutte le sorgenti di attività di un paese 
si impoveriscono miseramente. E cosa poco meno che incivile il trascurare in tal 
modo le necessità di una intera popolazione. 



ITALIA ARTISTICA 



E se si pensa che i soli agrumi producono in media, nel Gargano, loo milioni 
di frutti all'anno e se si pensa che a questa produzione va aggiunta quella dell'olio, 
del legname, quella dei marmi che sono di finissima grana e potrebbero porsi in 
commercio con molto profitto, si resta veramente maravigliati della noncuranza in cui 
è stata tenuta fino ad oggi una fra le più ricche e fra le più belle regioni d' Italia. 

In diligenza da Rodi ad Apricena si impiegano otto ore ; un traino ne impiega 
per lo meno più del doppio ; come si può con tali sistemi attivare un i 




I^ vie dì mare non sono sempre possibili e non sono le più rapide per certi mercati 
principali; oggi, in cui la rapidità è una delle condizioni essenziali di riuscita, non 
v' è da attendersi altra via di salvezza se non dalla ferrovia. Speriamo che i mag- 
giorenti vogliano ascoltare anche la voce remota, la voce non importuna, non tumul- 
tuosa, ma tranquilla e forte di un popolo abbandonato, il quale, sì come partecipa ai 
comuni aggravi, pretende gli siano riconosciuti i suoi diritti. 



La strada che da Rodi, per un terreno pianeggiante, si spinge fino alla Torre 
di Monte Pucci nella Selva Calinella, supera senza alcun dubbio le decantate bellezze 



IL GARGANO 117 

della Riviera Ligure. Fra i monti ed il mare in un grande arco, in una dolce conca 
chiusa ai due lati dagli scogli di Peschici e di Rodi si svolge lungo una spiaggia 
dolcemente arenosa, fra una interminata sequela di agrumeti, veri giardini d' incanto. 




Alte cannicciate, quali non ho visto se non in queste contrade, si alzano a pro- 
teggere gli agrumi dalla furia di Borea ; oltre le cannicciate si scopre la dolce curva 
del colle cui natura ha imposto un verde diadema perenne. 

Fra un giardino e l'altro sorgono piccole ville, luoghi di pace, ai quali la mente 
ritoma col nostalgico desiderio degli amori perduti. E zampillano fonti ; un'acqua che 
di continuo rivena bacia questa terra benedetta dove donne l'aprile dolce e non se 



ii8 ITALIA ARTISTICA 

ne sa dipartire. Egli ha disteso le sue ghirlande, ha innalzato i suoi padiglioni, ha 
chiamato la sua corte gentile nel dominio eletto e tutto riposa nel sogno di lui che 
r inverno non può sfatare. Tutto : per ogni rama che si sfronda, mille rin\'erdiscono; 




per ogni corolla che cade mille ritornano in fiore. (ìennaio che teme la luce e passa 
fra i nembi della tormenta, fra le opacità delle nebbie, si arresta lontano, negli ultimi 
cieli lontani e non può giungere alla Città dei giardini che aprile gemmante sogguarda. 
E il crepuscolo ; mi aggiro pel tenimento dell'avvocato Cibelli che ha voluto 
farmi ammirare la bellezza de' suoi agrumi. Sono belli, infatti ; taluni raggiungono 




RODI — PIAZZA MARGHERITA. 




RODI — SALITA S. GIOVANNI. 




HODI — LA RIVIERA DI LEVANTE. (Fut. BeHrsmelU). 




RODI — PANORAMA DA MEZZOGIORNO. CPoi. Ci,:ecl). 




RODI — CALATA MARINA. 




RODI — LA FONTE. 



ITALIA ARTISTICA 



proporzioni enormi ; sono veri alberi nodosi dalle rame possenti le quali sì distendono 
per un giro di molti metri. Intorno a noi la vegetazione dilaga ; non v' è palmo 
di terreno che non abbia la sua pianta ; nei piccoli margini, negli interstizi si col- 
tivano fiori dalle vivide corolle, giù, lungo i pendii delle piccole valli si disten- 
dono vigneti che danno un vino spumante di cui posso apprezzare l'aroma squisito. 
Fra gli archi e i ricami delle rame vigila il mare in una luminosità stanca ed è, 
in quest'ora, simile ad uno specchio d'oro. Quattro paranzelle nere solcano le acque 
lucenti e si incorniciano fra ramo e ramo in deliziose visioni. L'anima serena del 
Gargano riposa qui, su la beata riva, in una terra di paradiso. 




NEI PAESI DELLA FEBBRE. 




Scendo verso i paesi della febbre. 
Seduto siil largo basto della mia caval- 
catura guardo sotto dì me, fra gli olivi 
diradantisi, distendersi il lago di Va- 
rano che si irapadula ai margini. Una 
fitta vegetazione di cannucce delimita 
il terreno paludoso dal terreno coltivato 
a grani. H regno della febbre (e può 
dirsi veramente questa, una fra le re- 
gioni più malariche d' Italia) non ha 
alcun aspetto sinistro, anzi per la ric- 
chezza della vegetazione, per la varietà 
de' suoi paesaggi, attrae. 

In questa regione sorgeva un tempo 
la città di Varano o Barano dalla quale 
prese home ÌI lago. L' ultima memoria 
che si abbia di Varano risale al 1067 
quando l'imperatore Ottone II ne con- 
fermò alla Basilica di San Michele la donazione, fatta da Ludovico II. Da tale do- 
cumento si apprende come la città fosse fortificata. 

Gli storici della regione vogliono che Varano fosse una fra le tante città fondate 
da Diomede'; questa anche è l'opinione del Sarnelli. Nessuna tradizione, nessun do- 
cumento ci precisa come e quando sia stata distrutta; scomparve dopo il mille e agli 
uomini non rimase di lei altro retaggio se non il nome. Le acque del lago ne celano 
forse in qualche parte gli ultimi ruderi. Il sentieruolo che scende ripido fra grandi 
macchie di ginepro in questi ultimi colli tenuti in gran parte a pascolo, è sabbioso, 
sì che la mia cavalcatura lascia quel suo ballonzolare che mi era di grave danno, per 
darsi ad un passo funerario. Un vero turbine di mosche e di zanzare mi attornia ; 
sono costretto a nascondere gran parte del viso con un fazzoletto per difendermi 
dalle acute punture. 



124 ITALIA ARTISTICA 

II lido che divide il Iago dal mare è detto dai nativi l' Isola. E un terreno sab- 
bioso solcato da canali, nel quale abbonda la vegetazione. Un bosco di pini marittimi 
ne percorre buon tratto. 

Alla Torre Sansone scendo da cavallo e mi dirigo verso uno strano villaggio di 




capanne che sorge un poco più lungi. Scorre in questo tratto un largo canale fra 
isolotti di altissime cannucce. Vien chiamato Fittine di Varano. 11 villaggio che osservo 
non ha nome, è un agglomeramento di capanne nelle quali vivono i pescatori. Ogni 
capanna è circondata da un'altissima cannicciata su la quale sono distese reti e vari 
arnesi da pesca ed ha attorno gruppi di fichi d' ìndia, alberi da frutto e fiori. Tutti 



126 



ITALIA ARTISTICA 



gli abitanti ne sono lontani forse a quest'ora, non odo una voce, vedo solo un fan- 
ciullo che siede all'ombra dietro una macchia di rovi ; ma ritengo inopportuno rivol- 
g-ergli la parola ; tanto non ci intenderemmo. Vado alla ricerca di una imbarcazione 
per spingermi più innanzi lungo l' Isola ed entrare nel lago. Ad un altro gruppo dì 
abitazioni che si adossano ad una fra le tante torri di guardia innalzate nel Medioevo 
trovo un vecchio pescatore che scarica dal suo sandalo una bracciata di stipa ; ac- 




consente a condurmi ove desidero. Visito frattanto la sua capanna che è formata da 
fasci di cannucce gli uni sovrapposti agli altri sopra una rozza impalcatura di pali ; 
all' intemo comprende un solo ambiente nel quale è un letto, una tavola, qualche 
sedia e un focolare. Alle pareti sono appese numerosissime reti. Nell'alto è praticata 
un'apertura per dar la via al fumo. Alla domanda che rivolgo al proprietario del 
come vi abiti e se vi stia a disagio, mi risponde che ci si sta benissimo e che, nelle 
notti di grande burrasca, non vi penetra neppure un fil di vento. 

Non dimenticherò mai la caratteristica di questo piccolo villaggio che sorge fra 



ITALIA ARTISTICA 



i in un paese abbandonato — è uno specchio di vita primordiale che si è 
serbato incorrotto a traverso tante civiltà ! Ogni capanna fa a sé ; ha il suo orto, il 
suo piccolo giardino, i pali per tender le reti : ciò che occorre ad ana vita che di 
poco abbisogna per compire il suo ciclo breve, 

n sandalo del mio vecchio pescatore è qualcosa di più antico ancora, scavato 
com' è in un sol tronco di quercia. Tale tipo di imbarcazione è comune sul lago ; ma 

si usa solo quando il tempo 
r- — è quieto perchè si capo- 

volge facilmente. Ci av- 
viamo fra gli isolotti di 
cannucce che stormiscono 
alla brezza del mare ; le 
idrometre spiano su le ac- 
que quasi immobili il guiz- 
zare dei pesci ; grandi li- 
bellule iridate, turchine , 
violacee seguono il nostro 
andare, tremando nell'aria 
per l'attimo del loro a- 
more violento. Sotto lo 
specchio chiaro delle ac- 
que si allungano in aggrc- 
vigliamenti strani le al- 
ghe nerastre; paiono ten- 
tacoli e viscide serpi e 
immani piovre intente al- 
l'agguato. E la putrida 
vita della melma, nella 
quale ha il suo giacìglio 
eterno la scarmigliata feb- 
bre che anelila e trema in una insaziabile concupiscenza. 

Vedo ad un certo punto, gli attrezzi per catturare i cefali e le anguille ; sono ben 
differenti da quei mirabili lavoricri da pesca che si usano nelle nostre lagune a Co- 
macchio. Qui tutto è primitivo. Due semplici ardiate disposte a V all'imbocco di 
un canale ; al vertice vengono applicate le nasse, che sono reti a vari compartimenti ; 
il pesce vi penetra e non ne può più uscire. Il mio duce mi racconta come molte 
volte, piacendo a Dio. si faccia una abbondantissima pesca. Passiamo per il canale 
che si sta scavando allo scopo di rendere facile e continua la comunicazione delle 
acque del lago con le acque del mare, volgiamo a sinistra fra un intrichio di piccoli 





LAGO DI VARANO. 



(Fot. BcUramelli), 




LAGO DI LESINA. 



{Fot. Beltramulli). 



I30 ITAIJA ARTISTICA 

canali, ove sono alcuni sandali abbandonati fra la stipa, mezzo sepolti dalla melma. 
Si leva ad un tratto con un lungo frullo uno stuolo di uccelli palustri ; un grido acu- 
tissimo corre l'aria i salgono, si dispongono in triangolo, dirizzano il grave volo verso 
il mare. Eccoci al lago. Una livida distesa di acque corsa a tomo a tomo (tranne dal 
lato ove sì stende l'Isola) da una linea continua di colli; lungo le rive si scorge, a 
grandi distanze, li biancheggiare di qualche casa. Le acque leggermente increspate 

dal vento sono, in certi 
punti, profonde, in altri 
lasciano vedere il fondo 
melmoso a pochi palmi. Il 
mio vecchio mi dice come 
r invemo si abbiano qui 
tempeste furiosissime. Os- 
servo lunghe file di pali 
confitti nella melma, ser- 
vono per tendervi le ard- 
iate al tempo della grande 
pesca. Le torri del lido 
spuntano qua e là fra i) 
\'erde con la loro corona 
di merli ghibellini. Non 
so perchè, sono così pic- 
cole e goffe, che mi ri- 
cordano un giuoco di 
scacchi. 



La miseria, la vera 
miseria di questa gente 
perseguitata dalla febbre, la trovo più oltre, lungo le rive del lago, dove sono mie- 
tuti i grani. 

Incontro, sotto questo sole infuocato, un gruppo di donne che si recano ad at- 
tingere l'acqua ad una cisterna non lontana. Sono gialle, risecchite ; una va innanzi 
alle altre levando le braccia scarne a reggere un grande vaso di argilla che porta 
sul capo ; ha il viso spaventevole : un teschio rivestito di pelle, animato da due grandi 
occhi cinerei infossati nelle occhiaie ; i cenci che le ricoprono la persona non valgono 
a nasconderne le asperità ; sembra un mucchio d'ossa scricchiolanti che un tragico 
ardore animi e sospinga. I piedi scalzi sono bmciacchiati dalle arene che ardono e 
vanno, vanno fra questo ispido strame infaticabilmente. Dietro la prima seguono altre 




IL GARGANO 




donne, una nasconde il viso nel fazzoletto; non vedo di lei se non le mani, grandi, 
su le braccia scarnite. 

Sì avvicinano ìn silenzio ; è sì fosco il loro aspetto che pare debba seguirle alle 
terga una Erinni vendicatrice, l'ombra del furore. Quando sono a pochi passi levano 
il viso a guardarmi, qualcuna sorride : 

— Iddio ti dia bene, signoria I 

Non nascondo di avere avuto improvvisamente alla gola un impeto di singhiozzi. 




ITALIA ARTISTICA 



Lesina, il paese del pantano, sorge al limite della regione garganica sopra una 
specie di penisola addentrantesi nel lago. E di origine ignota. Pare che il suo primo 
nucleo fosse formato dalle capanne dei pescatori che si erano stabiliti in quel luogo 




per attendere alla pesca. \el passato raggiunse un grado notevole di floridezza, ebbe 
Conti propri ed una sede episcopale che nell'anno 1254 era occupata da un vescovo 
Nicola e nel 1537 dall'ultimo vescovo che si ebbe e fu Orazio Greco, I Saraceni la 
distrussero in gran parte. Ora serba, dal lato che guarda il lago, qualche casa antica, 
il resto, è formato da un ammasso di casette tutte uguali, tutte lucenti di calce, 
r una vicina all'altra in un seguito deliziosamente monotono. Tali case terminano 
a timpano e comprendono una sola stanza rettangolare ed una sola porta, sul 
breve muro non sono praticate altre aperture per l'aria e per la luce. Le- porte. 
in questa stagione esti\'a, non sono difese dai battenti, ma da una semplice rete 



IL GARGANO 



133 



che dovrebbe tener lontane le mosche. Passando, vedo parecchi intemi dì tali tipiche 
abitazioni popolari ; ciò che mi colpisce sopratutto, benché dovessi avervi fatta 
l'abitudine ormai, è la naturalezza con la quale gli audaci suini di questo paese con- 
dividono il tetto del loro sig^nore. Noto altresì alcune vecchie seminude, alcuni bimbi 
senza l'ombra di un cencioUno, bimbi dai grandi ventri tesi, dal colore terreo, tocchi 
dalla febbre. In una viuzza che conduce al lago ne osservo tre seduti al sole. 




r uno vicino all'altro ; hanno il colore della terra oriana, sono macilenti. Dai loro 
visucci attoniti traspare una dolorosa gravità. Senza dir parola si baloccano con la 
polvere e con lo sterco, fra uno sciame di mosche. Di queste miserie, tragiche nel 
loro angoscioso mutismo, troppe ne vedo e troppo dovrei dire ; ma non è mio 
compito ora. 

Anche qui, come negli altri paesi della regione, solo i vecchi e le vecchie con- 
tinuano ad indossare il tradizionale costume garganico. Però il mutar veste non signi" 
fica nulla : tutte le superstizioni e le antiche tradizioni si mantengono intatte nell'anima 
di questo popolo di pescatori e me lo prova, ad esempio, l' immancabile paio di corna 




■Itraraelll). 



a squarciagola accompagnandosi 

febbre votandosi a Bacco e non hanno torto. 

Qualche piccola vela si perde nelle livide lontananze. 

(I) Haano l'ufficio di sorvegliare affinch* non <i compia la pesca di contrabb: 



ITALIA ARTISTICA 

infitte nel muro sopra la porta di ogni casa ; 
ancheóle case pili moderne, le più apparente- 
mente agiate, recano il loro amuleto contro 
la iettatura; in nessun altro paese del Gargano 
ne ho trovato simile abbondanza. 

n lago di Lesina (i nativi gli mantengono 
l'antico nome di Pantano) non ha le spiccate 
caratteristiche del lago di Varano : è più angu- 
sto, molto più livido, in certi punti quasi nero. 
Le acque vi sono basse e, non molto distante 
da Lesina, si impaludano formando una melma 
che ha un fetore insoffribile. 

Mi faccio condurre al lido. Qui la vegfeta- 
zione è bella e rigogliosa. FraJ gli alberi si e- 
leva, su lo sfondo del mare, la Torre Scam- 
pamorte. 

Al ritorno incontro le guardie del lago ('). 
Sono semisdraiate in una barcaccia e cantano 
la chitarra battcìite. Mi pare si difendano dalla 




su LA VrA DEL RITORNO. 



Scendendo a Vico Gargunico, vedo per la prima volta le Isole Diomedee 
{le Tremiti), sorgenti come da un nimbo di porpora e d'oro su l'alto mare e mi 
cuoce il desiderio di spingermi fino al lido remoto. Vuole la tradizione che i com- 
pagini di Diomede vi fossero trasportati dagli uccelli marittimi che la popolavano, 
detti da Plinio calaraclrs (specie di folaghe). Detti uccelli manifestavano grande sim- 
patia per tutti i visitatori di stirpe ellenica che approdavano alle piccole isole. 

Laggiù fu relegata da Tiberio, nell'anno settimo di Cristo, Giulia nipote di Au- 
gusto e moglie di L. Giulio Paolo, convinta di adulterio. In quella solitudine la povera 
donna visse vent'anni e in quella solitudine morì, Carlo Magno, per motivi che ci 
sono ignoti, relegò alle Tremiti, Paolo Wamefrido, più noto col nome di Paolo 




kàìTìm. 






136 



ITALIA ARTISTICA 

! e segretario dì Desiderio ultimo i 



Diacono, autore della Historia j 
Longobardi. 

Vico Garganico sorge alla cima di un colle ed è circondata, come Rodi, da 
ricchi aranceti. Circa l'origine sua poco può dirsi. Vincenzo Giuliani e Giuseppe de 
Leonardis la credono fondata dai superstiti della distrutta Varano ; Michelangelo De 
Grazia propende invece per gli abitanti di un'altra città distrutta : Civita, che sorgeva 




nel lenimento d' Ischitella. Comunque sia, niilla può stabilirsi con ' esattezza. Vico 
Garganico è una cittadina gaia e piacente situata a 425 metri sul livello del mare. 
I colli, ricchi di aranceti, di vigne e dì olivi, le formano intorno ricca corona. Pos- 
siede parecchie case di bell'aspetto e di buona architettura. 

Da Vico proseguo per Ischitella e Carpino. 

Di Ischitella non si ha notizia che nell'anno 1158, allorché fu data in possesso 
dal papa Adriano al monastero della SS. Trinità di Monte Sacro. Come ho accennato 






rm^'Jti 'UtiT^^BIM 







IL GARGANO 



più sopra, nel suo tenimento sorgeva un'antica città detta Civita, della quale si vedono 
tutt'ora numerosi avanzi. La distruzione di detta città si perde a traverso ai secoli. 




Giace Ischitella in posizione amenissima a poche miglia da Rodi. 

Carpino, che è senza alcun dubbio il paese più sporco e più selvaggio del Gar- 
gano, giace sopra' un'altura a sei chilometri ad est dal Lago Varano ; verso il centro 
della regione garganica. L'aria vi è saluberrima. 



I40 ITALIA ARTISTICA 

D primo ricordo che si abbia di Carpino risale al 1176, allorquando fu dato in 
dotazione da Guglielmo II a Sua moglie Giovanna. Fu feudo dei Della Marra, ad uno 
dei quali Ferdinando I d'Aragona diede facoltà di poter costringere i natii del paese. 



«iVV 










w 


ram*^ 


HhhìBÌÉ I f iti 


T %: 


K^^^M^Si 


1 



unitamente a quelli di Cagnano, a stabilire la loro dimora nei due comuni. Avvenuta 
la ribellione dei Della Marra, i feudi che appartenevan loro furono dati a Giovanni di 
SangTo, dal quale passarono successivamente ad altri signori. 

Dal paese si scopre la magnifica veduta del lago e del mare ; i dintorni sono in 
parte coltivati, in parte tenuti a bosco ed a pascolo. Gran numeri? di Carpinesi è de- 
dito alla pastorizia. Solo ogni quindici giorni i guardiani degli armenti tornano al 



IL GARGANO 



141 



paese a ripulirsi ; la maggior parte della loro vita trascorrono fra i silenzi delle alti- 
tudini disabitate. Si è dato il caso, e ciò mi venne narrato da un pastore di Rodi, 
che, per vendetta, alcuni Carpinesi scorticassero vari buoi per farsi un paio di cioce. 
Noto sul muro, sotto le finestre di moltissime case, tracce indubbie della via più 
spicciativa che gli abitanti fanno prendere alle immondizie, nessuna esclusa. Per de- 
finire certe strade converrebbe usare parole troppo crude. Non so se qualcuno fra i 




U' Ufficio Regionale > 



miei lettori potrà capitare laggiù ; comunque sia, se qualcuno vi andrà, si tenga per 
detto che è massima prudenza quella dì percorrere le vie cantando o rumoreggiando, 
in caso diverso può sentirsi subitamente irrorato da un getto di acqua sudicia o giù 
di lì, E parlo per dolorosa esperienza. 

Da Carpino proseguo per Cagnano Varano, che è uno fra i paesi meno caratte- 
ristici della regione. 

La prima memoria che si abbia di Cagnano risale al 1095, quantunque si voglia 
dì origine antichissima. Appartenne ad illustri famiglie normanne, dalle quali passò in 
seguito e successivamente in possesso di varie nobili famiglie. 



142 ITALIA ARTISTICA 

Noto sui muri della piazza maggiore, che è vasta e linda, le tracce dell' ultima 
lotta elettorale: sono manifesti a lettere cubitali in cui ogni iperbole è messa a pro- 
fitto della buona causa. Leggo esaltazioni che sanno un tantino di grottesco ; forse, 
per r indole di questo popolo, è necessario il superfluo. Portene, a chiarire la mia 




asserzione, qualche'^esempio : «. Jl tal dettali e l'oìiore del Gargano ». « Eleggete * * 
fonte di dottrina, vaso di elezione ». Oppure : « Fuori Ìl giudeo », « Vogliamo il trionfo 
della libera onestà incorrtittibile » con quel che segue. 

Sarà impressione mia, forse, ma San Nicandro, penultima tappa di questo mio 
zingaresco pellegrinare, ha, nel suo aspetto complessivo, qualcosa di selvaticamente 
chiuso che poco attira la simpatia. 

Circa la sua origine, alcuni vogliono sia stato fabbricato su le rovine di una 



IL GARGANO 



145 



antica città detta Collazìa ; altri, come il Fraccacreta, sostiene che prima di chia- 
marsi San Xicandro era detto S. Annea, opinione che non regge perchè di tale ultimo 
villaggio si vedono tuttora i- ruderi a circa quattro chilometri da San Xicandro. Tali 
ipotesi ho riportato a titolo di curiosità; la più antica notizia che sì abbia sul paese 
lisale all'anno 1095, allorché, unito a Cagnano, Rignano e Castel Pagano, fu con- 




<:esso dal conte Enrico all'Abbazia di San Giovanni. Il paese, che è situato su le 
ultime alture garganiche, conserva parte dell'antico castello. 



Scendiamo verso il piano delle Puglie ; rieccocì al fuoco. La lentezza della 
diligenza è incomparabilmente superiore ad ogni esaltata lentezza ; va sì adagio che 
il postiglione, con la lunga frusta, si diverte a dividere a metà le lucertole che lo 
sogguardano dagli scrimoli dei fossi. 



146 



ITALIA ARTISTICA 



Come vogliono le nostre brenne, fra una lucertola e l'altra, giungiamo a destina- 
zione. Riprendo uno sciarabbà per visitare il convento di Ripalta, 

Fra piccoli colli tenuti in parte a pascolo e in parte coltivati a grano, sorge, 
sopra un'altura che domina la valle del Fortore, l'antico convento di Ripalta, posse- 
duto ora dall'onorevole Zaccagnino, che gli ha fatto sorgere intorno numerose e linde- 




abitazioni adibite ai lavoratori de' suoi vasti possedimenti. 

Dell'antico convento non sì conservano se non due lati della chiesa. Sono di ar- 
chitettura squisita. 

La febbre infesta questi luoghi ubertosi. 

Scendo verso il F'ortore ad ammirare l'agile ponte in legno che si lancia fra le 
due rive deserte. I^ costruzione non ne è ancora ultimata. Giù, vicino all'acqua gialla, 
alcuni operai tarantini alzano a ritmiche riprese un grande mazzapicchio ; configgono 




PANORAMA DI APRICENA. 






*:*«-^i*P'- 



;1i«^f*tf' 



BIPALTA — IL PONTE SUL FORTORE. |i.-ot. Beli 



148 



ITALIA ARTISTICA 



uno degli ultimi pali di rinforzo. In questo silenzio meridiano si ode unicamente la 
tipica cantilena del più vecchio fra i lavoratori, una cantilena a ritmo che unisce le- 
singole forze in un impeto solo. 

Fra un colpo e l'altro del mazzapicchio si ode uguale, continua, dolorosa : 
Fatti core ragazzo.... 
E; il legno batte sul legno aspramente: 

La vita non è poi brutta.... 
Tutti dobbiamo morire.... 
Fatti core ragazzo.... 

Nella squallida solitudine sento che in quella voce palpita il cuore di tutta l'umanità- 




CtONttlO VARjmO - 



691 Q23 




4 

I 



3 2044 033 647" ^ 



691 G23 



Beltramelli 



Il Gargano 



DATE 



'W^ 



^ 



iSSUED TO 



^Za.^ JÌ^Ctt^ 



/ 





691 
G23