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Full text of "Il libro dei Sette savi di Roma: tratto da un codice del secolo XIV"

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IL LIBRO 



DE' SETTE SAVI 



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IL LIBRO 

DEI 

SETTE SAVI 

DI ROMA 
TRATTO DA UN CODICE DEL SECOLO XIV 

PER CURA 

DI ANTONIO CAPPELLI 







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Presso Gaetano Romagnoli 



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Edizione di soli 202 esemplari 

ordinatamente numerati, 

più N. 4 in carta colorata 






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N. 165 



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Al Chiarissimo Signor Cavaliere 
FRANCESCO ZAMBRINI 

PRESIDENTE DELLA R. GOMMISSIONE 

PER I TESTI DI LINGUA 

NELLE PROVINCIE DELL* EMILIA 



Per ottimo suggerimento del- 
la S. V. Ch. il solerte e beneme- 
rito editore-libraio Gaetano Roma- 
gnoli ristampò in Bologna del 
1862 ed in questa Scelta di curio- 
sità letter. la Storia d! una crude- 
le matrigna, la quale sotto titolo 
invece di Novella antica scritta 
nel buon secolo della lingua era 
stata trent' anni prima pubblicata 
a Venezia in pochi esemplari per 
occasione di nozze dall' arciprete 



^y^^'^^to 



VI 

Giovanni Della Lucia , che di- 
chiarò servirsi di un codice da 
lui posseduto. Ben doveva aspet- 
tarsi che trattandosi di un libro 
di fondo orientale portato dalla 
tradizione medievale in Italia e 
vestito alla nostra foggia con rac- 
conti più meno popolari Tuno 
all'altro contrapposti, sicché ne 
deriva un gradevole intreccio che 
non manca d' importanza morale 
— dimostrare cioè V uomo credu- 
lo, dabbene, che fatto vecchio e 
perduto nell' amore di una se- 
conda moglie giovane, bella e 
ingannatrice si riduce a dire e 
disdire, aggirato come un fan- 
ciullo da lei ond' è rappresentata 
la malizia della donna che da sola 
tien testa all' autorità di molti , 
ma che deve in fine collo svilup- 
po della favola principale lasciar 
trionfare la verità e la giusti- 



VII 

zia — , ben doveva aspettarsi, ri- 
peto, che un tal libro maggior- 
mente diffuso in Italia colla ri- 
produzione bolognese richiamas- 
se r attenzione de' nostri letterati 
(come avvertiva il prof. A. Musaf- 
fia) per studiarne l'origine, le 
trasformazioni diverse , il dettato. 
Non tardarono infatti , com' Ella 
sa meglio di me, gli egregi prof. 
G. Bustelli e P. Fanfani nel gior. 
// Borghini, anno I, 1863, p. 297 
e 813, a mover dubbi sulla sin- 
cerità del testo della Crudele ma- 
trigna, segnalando voci e ma- 
niere di dire che al primo por- 
sero indizio di contraffazione e 
non di scrittura del trecento, al 
secondo di rabberciamento mo- 
derno di opera antica, finché sor- 
se il prof. G. Carducci nella Ri- 
vista ital. anno IV, 1863, p. 431 
a difenderla come cosa del buon 



secolo; e tarilo il Fanfani quanlo 
il Carducci, ed anche la prefata 
S. V. aggiunsero notizie di altre 
conapilazioni italiane e straniere 
e di que' racconti imitali da pa- 
recchi autori, con avere altresì 
il prof. E. Teza dimnslralo che 
la tradizione del Libro de' sette 
savi (vero titolo dell'opera in 
discorso) trovasi pure nelle no- 
velle magiari, e ciò in un hril- 
lante libretto ristampalo con Ap- 
pendice in Bologna nel 1863, di- 
retto in forma di lettera al prof. 
Alessandro D' Ancona. 

11 quale D'Ancona diede fuori 
in Pisa nel 186A il Libro dei sette 
salii di Roìììa conforme ad un co- 
dice Laurenziano supplito in fine 
per le lacune da un altro codice 
lìorcQlino della Biblioteca palati- 
na, degnamente offerendolo a V. 
S. che tanto zela l'onore della 



IX 

bellissima lingua d' Italia^ É que- 
sta una traduzione assai prege- 
vole del buon secolo derivata da 
un testo francese, e il prestante 
editore la curò e illustrò con una 
diligenza ed erudizione, che di 
rado incontriamo nelle nostre 
stampe: di che rendevane meri- 
tato elogio il prof. Dom. Com- 
paretti nelle Osservazioni dettate 
intorno al libro medesimo, Pisa 
1865. 

Or io nel presentare a mia 
volta alla S. V. ed al pubblico 
un'altra lezione del Libro de* sette 
savi, non mi fermerò a ripetere 
com' esso si tenga inferiore uni- 
camente alla Bibbia nella quan- 
tità delle traduzioni o riduzioni 
in diverse lingue e sia d' origine 
indiana anteriore al X.® secolo , 
rimandando chi abbia vaghezza 
di gustare di siffatte cognizioni 



X 

e de' raffronti di molti testi, coin- 
cidenze di novelle e imitazioni di 
esse al lavoro del prof. D'Anco- 
na, che ha inoltre il corredo di 
una Dissertazione del prof. E. 
Brockhaus tradotta e accresciuta 
dal lodato prof. Teza; ma dirò 
solo che r operetta presente è 
tratta dal codice membr. e mi- 
sceli, della Palatina di Modena , 
n. 98, appartenente al secolo XIV, 
ov'io la scopersi mancante della 
prima carta e però non determi- 
nata in antecedenza: che mi sem- 
bra traduzione da porsi innanzi 
alle altre per ragione di tempo 
e per lo stile semplice e puro , 
conciso e vivace: che proviene a 
mio credere da un testo latino 
dissimile da quello di Don Gianni 
monaco d'Altaselva, giacché stan- 
do alla traduzione o parafrasi che 
ne fece V Herbers nel suo Dolo- 



XI 

pathos in versi francesi trovansi 
colà due novelle imitale dal Boc- 
cacio (Decam. n. 2.^ g. Ili, e n. 
8.* g. Vili) che qui non abbiamo 
( V. Fauchet , Recueil de V origine 
de la langue et poesie frangoisey 
Paris 1581), ma che è conforme 
pienamente al testo da cui fu 
poscia ricavata la lezione della 
Crudele matrigna essa pure an- 
tica , però senz* altro alterata dal- 
l' arciprete Della Lucia , sia eh e- 
gli intendesse di ammodernarne e 
allargarne a volte il dettato, sia 
che supplisse d* azzardo a passi 
manchevoli o resi di troppo dif- 
ficile lettura nel codice senza a- 
ver pratica di editore , come ne 
porge criterio (non trovandosi 
più traccia di detto codice) la 
punteggiatura quasi costantemen- 
te errata da lui e dovuta rifor- 
mare nella [ristampa bolognese. 



XII 

E luoghi errati, abrasi ed om- 
messi s* incontrano pure nel ms. 
modenese, che dovetti supplire 
alla meglio colla dubbia scorta 
della Crudele matrigna, princi- 
palmente nella mancanza della 
prima carta: però ogni aggiunta 
e cambiamento che segue chiusi 
fra parentesi quadre , o ne diedi 
ragione in fondo di pagina o del 
hbro afiBnchè altri sappia dov' io 
possa essere corretto. 

Il prof. G. Carducci nel ricor- 
dare ( 1. e. ) / compassionevoli av- 
venimenti d' Erasto, editi da ol- 
tre venti volte dal 1542 in poi 
(che sono un'altra trasformazione 
italiana del Libro de* sette savi), 
riporta una novella tratta da un 
codice del sec. XV di detto roman- 
zo posseduto da V. S. A motivo 
che il codice manca di parecchie 
carte in principio, in mezzo ed in 



XIII 

fine, non ha potuto istituire un 
confronto continuato coir Erasto 
a stampa, ma gli valse però tanto 
da tener per fermo che quest'ul- 
timo sia un' amplificazione del 
primo , conservandovi in grandis- 
sima parte le stesse formole e 
frasi. Avendo io avuto in pre- 
stanza dal sig. Giuseppe Boni di 
Modena, personaggio di squisita 
gentilezza e dottrina, un codice 
conforme a quello che servì al 
signor Carducci e di perfetta con- 
servazione, posso aggiungere, che 
è intitolato il mafie/ de conlinentia: 
(L'amabile di continenza); che 
in principio e in fine si dice Com- 
pendio di opera maggiore, ma 
non che sia tolta dal greco, sal- 
vo che Erasto in greco significa 
amabile; che air imperatore ro- 
mano non è dato alcun nome ; 
che altri nomi di personaggi o 



XIV 

luoghi differiscono dallo stampa- 
lo ove furono altresì ommessi o 
moderali taluni de* passi più lu- 
brici, ed ove le novelle hanno 
talora varietà di casi ; che le due 
distinte lezioni deir^ra^^o ms. ed 
impresso uscite da penna lom- 
barda con pesante strascico di ri- 
cercati ornamenti procedono da 
un lesto solo il quale si direbbe 
svolto da principio su quello del 
cod. palatino modenese in cui ve- 
diamo qualche modo di dire ri- 
masto identico nel codice Boni; 
e che finalmente fu questo termi- 
nalo di trascrivere raptissime addi 
H dicembre J1517 in Brescia per 
Frater Hyeronimtis Broyolus, come 
apparirà meglio dal saggio che 
sarò per darne insieme cogli ar- 
gomenti delle novelle confrontate 
coir Erasto a stampa. 
Neiraspettazione che le ricerche 



XV 

fatte dal prof. A. Musaffia, ci a- 
prano il testo latino Aq' Sette 
savi scritto da Don Gianni e che 
r Ab. G. Manuzzi ponga in luce 
r altro italiano che il Mortara 
copiò da un codice d* Oxford , la 
S. V. Ch. accolga intanto la mia 
offerta colle proteste sincere della 
stima e rispetto del suo 

Modena, 31 agosto 1865 



dev.fflo e obbl.mo 
ANTONIO CAPPELLI 



LIBRO DE' SETTE SAVI DI ROMA. 



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In imperatore romano avea uno 
suo figliuolo unico da lui molto a- 
mato [il quale ebbe nome Stefano]. 
Pervenuto questo a etade di sette 
anni, V imperatore lo diede da am- 
maestrare a sette suoi filosofi eh' egli 
avea nella corte sua: e li filosofi, 
ricevuto il figliuolo dello imperato- 
re, lo condussero fuori della terra 
in uno luogo assai dilettevole e se- 
greto, il qual distava dalla terra 
miglia dieci, acciò che meglio '1 po- 
tessero ammaestrare. Lo giovane im- 
parava tanto, che i filosofi molto si 
maravigliavano; ond' esso fece si 



2 

baon portamento che in ispazio di 
dieci anni diventò più perfetto che 
ninno de' suoi maestri, e non era in 
lo mondo uno cosi savio com' egli. 
Addivenne che fra lo mezzo di questi 
dieci anni la moglie dell' imperatore 
e madre di costai mori; e lo impera- 
tore, di consiglio de' suoi savi, ne 
tolse un'altra molto giovene e bella. 
La quale avendo inteso della fama 
e bellezza di esso giovane, avve- 
gnaché fusse suo figliastro, niente 
di manco s' innamorò grandemente 
di lui, che non si potea contenere, 
molestando ogni di l' imperatore che 
dovesse mandare per lui, conciossia- 
chè mollo lo desiderava di vedere. 
L' imperatore innamorato, com' è u- 
sanza de' vecchi, i quali amano mol- 
to le gioveni, si sforzò di satisfarla: 
onde subito il sabato mandò suoi 
messi alli sette filosofi, dicendo che, 
se il figliuolo suo era assai dotto, 
il dovessero condurre a casa. Ed ac- 
ciocché i filosofi potessero dare ri- 



3 

sposla alli messi, si unirono insieme 
ed interrogarono il giovane propo- 
nendogli diverse questioni, il quale 
si mirabilmente loro rispose, che ca- 
dette in grande ammirazione di quel- 
li filosofi, conciossiachè essi non 
le avriano saputo si pienamente di- 
chiarare. E veduto questo, ritornano 
alli messi , dicendo : Affrettatevi a 
partire e dite all'imperatore che il 
suo figliuolo è '1 più savio uomo del 
mondo, e che domani noi insieme 
con lui verremo alla terra. E cosi i 
messi ritornarono allo imperatore; e 
quegli molto allegro, e la sua donna, 
fece bandire a tutti li suoi Conti e 
Baroni che dovessero venire dome- 
nica a lui per accompagnarlo incon- 
tra al suo unico figliuolo. Partiti li 
messi, li filosofi stettero parlando con 
lo giovane; e cosi stando, lo giovane 
forte guardava una stella, però che 
era grande astrologo, e guardando 
si cominciò tutto a conturbare e pian- 
gere amaramente. Vedendo questo li 



ibMOf gli óomaùiarmto U Oftame 
de4 pisolo, n qule disse: Non tf- 
éete voi il se^no di qaelb slella? 
I quali dissero: Che teptoi Ed e^ 
dìw«: n segao a è questo, che per 
tale Tìa io debba andare io perìcolo 
di enàéi morte. E guardando li fi- 
losofi, viddero cb*esM> dicea il vero: 
e molto contristali dod sapeano che 
*i Care, conciossìachè se andavano 
lÉiseano 'I perìcolo del giovene mo- 
Ktrato per la stella, e se noo anda- 
vano, temevano la iniJignazioDe del- 
l' imperatore per la promessa a lui 
fatta. Lora disse il giovane: Io con- 
sidero per la stella, che se posso 
ciimpare otto ili io sarò salvo. Lora 
ciascuno delli scelte filosofi gli pro- 
mise dì salvarlo io suo di. Ond'esso 
disse; Se voi avete animo di salvar- 
mi per sette di, menatemi da mio 
palrc, altramente no. E cosi tutti 
promisero di salvarlo. Sicclié venula 
lo domenica, cominciarono a caval- 
care verso la terra, e cavalcando, 



5 

ecco lo imperatore con una grande 
comitiva di Baroni si gli viene in- 
contra. Ed essendo avvicinati, V im- 
peratore si andò al suo figliuolo, e 
abbracciandolo il salutava: della qual 
cosa egli non rispose nulla, anzi 
pareva che fosse muto. Lora lo im- 
peratore molto irato e conturbato, 
perchè credeva trovar il suo figliuo- 
lo savio, fece chiamare li filosofi, 
dicendo minacciandoli: Voi mi di- 
ceste il mio figliuolo essere più sa- 
vio uomo del mondo, e non mi fa- 
vella ! I quali molto contristati , 
dissero: Alcuna cosa ha esso veduto 
per la quale non vuol parlare. Tor- 
nato lo imperatore a casa, (1) an- 
nunciò alla moglie ciò che del fi- 



(1) Fin qui ho tentato supplire alla man- 
canza della prima carta del codice mode- 
nese colla scorta della lezione data da Gio- 
vanni Della Lucia ristampata a Bologna nel 
1862. Altre brevi omissioni o luoghi dubbi 
abrasi di esso codice saranno aggiunti per 
conghiettura fra due parentesi quadre [ ]. 



gliaolo era addirenato. la qaale eb- 
be grande letizia perchè era già ap- 
presa del suo amore: e si lo fece 
venire a lei. parlando incontra lai. 
il qnale non rispondea ad alcuna 
questione. Lora fi) disse la donna 
allo imperatore: Fate eh' egli Tenga 
meco in camara solo, ed io lo (arò 
parlare, se mai parloe. E lo impe- 
ratore, non avendo mala speranza, 
mandollo solo in camara. e la don- 
na r incominciò di dire parole d' a- 
more, e che morìa per lai. Questo 
non rispondendo a lei niente, disse 
la donna : tu farai la volontà mia 
in giacere meco, o io mi squarcerò 
tutta e cridaroe, e diroe al principo 
ed a tutti li signori della corte sua 
che tue hai voluto giacere meco. E 
ditto questo, lo giovane immante- 
nente si partì fuggiendo della ca- 



• 1) II codice ba costantemente, saWo dae 
casi, lora per allora, troncato dal latino 
illa hora. Cosi scriTiamo lorché p«r éttùrcki. 



mara : e quella fori della camara cri- 
dando e piangendo e squarcendosi 
dicea, che lo figliastro era voluto 
giacere seco. L' imperatore, udendo 
ciò, s'egli era tristo nanzi, allora 
fue piue , credendo eh' el figliuolo 
abbia voluto fare uno si grande di- 
sinore, e comandò eh' egli fosse me- 
nato in pregione. 

Disse la donna allo imperatore: 
Sappiate per fermo eh' egli non è 
vostro figliuolo, eh' egli non avreb- 
be pensato tanta malizia. Dunque 
fatelo uccidere, e se nello fate ucci- 
dere addiverravvi questo, che vi fa- 
rae morire a mala morte. Lora co- 
mandò r imperatore che la mattina 
fosse menato alle forche. 

La mattina si levò 1' uno dei fi- 
losofi, e con grande riverenza andò 
allo imperatore e salutollo. Il quale 
rispose villanamente, dicendoli: Ave- 
te voi cosi insegnato a mio figliuolo? 
Io lo faccio appendere per la gola, 
e quello farò anco di voi. 



8 

Lora rispose lo filosofo, e' merave- 
glìavasi che cosi savio uomo alla 
domandagione d' una femina fes- 
se uccidere lo figliuolo senza ca- 
gione : Ma a voi addiverrà come ad- 
divenne a un cavaliere d' uno suo 
levreri il quale amava molto. Disse 
r imperatore: Come? Disse lo filo- 
sofo : Nollo fate uccidere oggi, ed io 
vi dirò si belle parole, che a voi 
piaceranno; altramente farete di noi 
e di lui lo vostro piacere. Promise 
r imperatore d' indugiare, e coman- 
dò che U figliuolo fosse tornato in 
pregione. 

Disse lo filosofo : = Un cavaliere 
avea un suo levreri molto bello, gio- 
vene e compito e di tutta bontà, ed 
avea uno fanciullino il quale facea 
nutrire in cuna. Addivenne un gior- 
no che in Roma si dovè fare un tor- 
niamento. Il cavaliere gli andò per 
vedere, e la donna e le servigiali 
montorno di sopra per vedere, e las- 
sarono lo fanciullo e '1 levreri so- 



9 

lamente in casa. La casa era molto 
vecchia, si che d'una crepatura delle 
mura usci uno serpente molto gran- 
de e terribile per divorare lo fan- 
ciullo. E lo cane veggiendo ciò volea 
difendere lo fanciullo, e combattea 
per questo con lo serpente: e cosi 
combattendo ad uno, la cuna del 
fanciullo si rivolse sotto sopra, si che 
lo fanciullo rimase sotto sano e salvo. 
E faciendo la grande battaglia lo ca- 
ne e lo serpente, alla fine il cane 
uccise il serpente, e rimase lo cane 
forte impiagato. Ritornando una del- 
le servigiali, vide il cane con la boc- 
ca insanguenata, erette (1) ch'egli 
avesse morto lo fanciullo, cominciò 
a fuggire cridando. La donna udendo 
ciò, dimandò la cagione, la quale 
ella li disse. La donna strangosciò 
incontenente, cridando e piangendo 
con tutte le sue servigiali. In questa 
giunse lo cavaliere a casa, e diman- 

(1) Sincopaìo di credette. 



10 

dò -la cagione dello pianto. Fugli 
detto: Lo cane il quale avete tanto 
amato hae morto lo fanciullo vostro. 
Egli guardando al cane, videlo in- 
sanguenato; erette che cosi fusse; 
immantenente P uccise. E poscia an- 
dò alla cuna e levolla suso, e trovò 
lo fanciullo sano e salvo. E poscia 
guardando nella camara vide lo ser- 
pente morto, e cioè cognobbe che 
lo cane V avea morto, e molto fue 
tristo del suo cane eh' egli avea 
morto; che dove li venia buon gui- 
derdone si ebbe la morte =. Cosi 
addiverrà a voi, che se fate ucci- 
dere vostro figliuolo ve ne pentirete 
alla morte; ch'egli dovrebbe con- 
seguire guiderdone da voi, e voi lo 
volete fare uccidere. Udendo questo, 
r imperatore rilassò la sentenza del 
figliuolo. 

Ritornando la sera lo principe 
alla moglie, trovoUa molto trista e 
turbata perchè non era andata la 
sentenza a secuzione. Lora disse la 



11 

donna O' lui : = Questi vostri filosofi 
vi disertaranno ed addiverravvi come 
addivenne a uno che avea uno suo 
giardino, [ed] aveali un pino il quale 
gittò una bella pianta e ritta, della 
quale molto si allegrava. E quando 
si partie, comandò allo lavoratore 
che di quella pianta avesse cura, e- 
ziandio s'egli dovesse [tagliare] tutte 
l'altre piante, e partissi. Stando lun- 
go tempo ritornò allo giardino per 
vedere la sua pianta, la quale vide 
tutta torta, e turbossi molto. Fecie 
venire l'ortolano, e disseli: Perchè 
hai avuto si mala cura di questa 
pianta, servo malvagie? E quegli ri- 
spose: Per li rami del pino. Lora 
disse il signore: Servo maledetto, 
non t' avea io detto che tue devessi 
tagliare tutti li rami perch' ella an- 
dasse ritta? E comandò che tutti li 
rami del pino fossero tagliati, e cosi 
fecie =. E lo simile addiverrà a voi, 
che questi filosofi attendono molto al- 
la difesa di questo giovene che voi 



12 

appellate vostro figliuolo, il quale 
vi disertarae e sarà signore con loro. 
Certo, disse V imperatore, io diser- 
tare nanzi lui. E comandò eh' egli 
fusse menato a giudicare. 

E incontenente venne V altro filo- 
sofo, e disse allo imperatore, come 
aveva detto V altro dinanzi dell' in- 
dugia: Messere l' imperatore, cosi ad- 
diverrà a voi come addivenne allo 
savio d' Ippocras. Disse l' imperato- 
re: Come? E quegli disse, che do- 
vesse fare quello dì indugia al giu- 
dicio. Impromiseli di farlo. 

Disse il filosofo: = Ippocras si 
avea uno suo nipote molto savio in 
medicina. Addivenne lora in quella 
parte che uno figliuolo d' uno re si 
ammalò gravemente, che tutti li me- 
dici r aveano abbandonato. Ebbe 
consiglio il re che dovesse mandare 
per Ippocras, che venisse a curare 
lo figliuolo senza dimoranza. Man- 
dò il re li soi messi con grandis- 
sima copia di moneta per conducerlo. 



13 

* • 

Li messi furono a lui, esposeno loro 
ambasciata. Lo quale li rispose che 
non li polea venire per gravezza di 
tempo (1), e disseli: Io vi darò mio 
nipote eh' è molto savio; e s' egli è 
uomo nel mondo eh' el debbia gua- 
rire egli lo farà. Veggiendo li messi 
che non poteano avere Ippocras, me- 
narono lo nipote. E quando fue a 
l'infermo guardò lo re e la reina, 
e dimandò li medici delli accidenti 
dell' ammalalo, e cognovve,, secondo 
i filosofi, eh' egli non era figliuolo 
dello re, anzi era spurio. Onde si 
fece mostrare l' urina di ciascuno e 
cognowe con tutta verità che lo ma- 
lato non era figliuolo di messere lo 
re: e disse che in secreto volea par- 
lare alla donna, e disseli: Se mi de- 
vote dire il vero di quello eh' io vi 
dimandare, vostro figliuolo guarirae, 
altrementi non potrà guarire. La rei- 
na li respose, che bene li direbbe 

(1) EU. 



14 

la verità. Disse lo medico : Chi è pa- 
tre di questo giovane? Rispuose la 
reina: Che vi credete che sia suo 
patre, se no il re, e di che cosa 
mi fate questione? Disse il medico: 
poscia che non mi dite la verità, io 
mi parto. Veggiendo questo la reina, 
la quale desiderava la sanità del fi- 
gliuolo, manifestò al medico, che uno 
era venuto nella corte il quale la 
richiese d' amore, ed avvenne questo 
giovene. E poscia lo medico curoe 
lo giovane, si che guarie. Lora li 
fece dare lo re grande quantità d'oro 
e d' argento. Ritornato il medico a 
Ippocras, narroe a lui ciò eh' era 
addivenuto. Ippocras udendo questo 
fue pieno d' invidia; pensò che que- 
sti serebbe migliore medico di lui; 
imperciò che Ippocras avea fatti mol- 
ti libri delli quali temea che la me- 
moria perisse: e perciò si pensò di 
ucciderlo. Andò con lui in uno giar- 
dino, nel quale avea molte erbe ver- 
tudose, e disseli: Vedi tu alcuna erba 



15 

vertudosa? Ed egli disse, che si; e 
colsene e narrò tutte le virtù di 
quelle. Ippocras veggiendo un'altra 
erba^ disse al nipote, che la coglies- 
se: e quando si chinò per coglierla, 
'Ippocras trasse fuori un coltello, e 
si r ebbe morto, e celatamenle lo 
seppellie. Addivenne che Ippocras 
cadde in una grande infermità di 
flusso di corpo, sì grande che con 
tutte sue medicine non si potea a- 
strignere. Lora disse alli medici soi: 
Io non posso aslrignere lo corpo 
mio — ; ed a ciò che [ fosse co- 
gnosciuta la sua ] scienza, comandoe 
che uno vasello forato fosse arreca- 
to, e [poscia comandoe che fosse] 
pieno d'acqua, e miseli entro una 
polvere la quale fecie stagnare tutti 
i pertusi, che per la virtù della pol- 
vere non potea uscire fora V acqua. 
E disse Ippocras: La mia infermità 
non si può curare. E piangiea, di- 
cendo : Se lo nipote mio vivo fosse, 
questa infermità serebbe curata per 



18 

pressò ] allo porco e fregavalo [ dol- 
cemente ]. Lo porco [ sentendo pia- 
cere] cominciò [a piegarsi vicino 
a terra], e quegli fregando verso 
la pancia fessi gitlare il porco ri- 
verso in terra, e li si addormen- 
tò. Lo pastore veggendo cosi, tolse 
suo coltello e si V occise =. E così 
faranno a voi, mess. V imperatore, 
questi filosofi, che con queste sue 
parole v'uccideranno. Udendolo re 
questo, comandò che '1 figliuolo fos- 
se menato la mattina al giudicio. 

Venne lo terzo filosofo, e disse al- 
l' imperatore: A voi pare d'uccide- 
re vostro figliuolo a petizione d' una 
femina ingiustamente =. Ma voi do- 
vrete fare a lei come fece uno savio 
di tempo a una sua donna giovene 
e bella, la quale volea bene a uno 
giovene. E vogliendo fare secreta- 
mente suoi fatti con lui, si lo disse 
alla matre, la quale matre ne la 
sconfortava: e quando pur vide sua 
volontà, disseli che dovesse fare una 



19 

grande ingiuria al suo signore, e 
s' egli non se ne turbasse lora po- 
trebbe fare ciò che li piacesse. Lora 
la donna andò allo giardino e ster- 
ponne un moro, il quale molto era 
a diletto di lui, e miselo al fuoco. 
Lo marito veggiendo questo diman- 
dò cui avea fatto si mal' opera; e la 
donna disse che V avea fatto perchè 
non avea legne. Lo marito, perchè 
molto ramava, disseli: Male hai fat- 
to; ma non t'addivegna mai tal cosa. 
La donna immantenente andò alla 
ma tre e dissele ciò eh' era stato, e 
che volea sua promessa. Lora disse 
la matre: Voglio che tue provi un' 
altra cosa: va, e si uccidi lo suo 
lavorerò, il quale ama molto, e pren- 
di cagione eh' egli guasti i panni. 
E ciò fue fatto. Lo marito li disse 
di questo come avea detto dell'al- 
tro. Ritornando la donna alla matre, 
disse ciò che li era addivenuto. Dis- 
se la matre: Voglio che tue facci la 
terza, e s' egli non si muta di sen- 



20 

no farò tutta tua volontà. Serai 
domenica, quando tuo marito farà 
grande convito [di suoi] amici, anda- 
rai e sederai appresso lui, e ligherai 
la borsa all' anello della tavola si 
che si ribalti; e se di questo non 
si turba, poscia farai tua volontà. 
E fatto questo, lo marito si turbò 
mollo centra lei, ma no ne mostrò 
niente centra coloro eh' erano alla 
mensa. Immantenente fece apparec- 
chiare l'altra mensa compiuta di tut- 
te cose. E quando fu partita la bri- 
gata, lo marito fecie fare un gran 
fuoco,e fecie venire la donna dinanzi 
dal fuoco, e disseli: Tu hai troppo 
sangue pazzo addosso ; e fecela lora 
salassare di ambe le braccia, e tanto 
gli ne fece torre che parea che la 
morisse. E lora comandò che li fosse 
stagnato, e fecela portare a letto. 
Vegnendo la matre a lei, dicea; Fi- 
gliuola mia, fotti venire quello che 
mi dimandavi? E quella appena po- 
tea rispondere, e dicea che nollo 



21 

volea più =. Mess. V imperatore, cosi 
dovreste fare voi: torre lo sangue 
matto di corpo alla donna vostra, e 
nolU dovreste credere quello che la 
vi dice, di fare morire vostro figliuo- 
lo. Udendo questo V imperatore ri- 
lassò la sentenza. 

Ritornando la sera alla moglie, 
ella disse: = Che sì addiviene a 
voi come addivenne a uno re che 
non vedea lume di fuori dalla sua 
città, ed a molti savi uomini ne di- 
mandava consiglio, né non potea 
trovare rimedio ninno di guarire. 
Ed eziandio avea e tenea VII filosofi, 
[a] li quali devea accertare di dare mo- 
neta come egli interpetravano li in- 
sonii. Ed in quello tempo era un 
savio che avea nome Merlino, e fu 
dato consiglio a messere lo re che 
mandasse per lui. Mandoe soi mes- 
si con grande quantità d'oro: li quali 
andando a Merlino, ed essendo di- 
nanzi a lui, uno passava il quale 
fece venire a sé, e disseli: Tu vai 



22 

alli filosofi dello re per dimandare 
d' uno [sonio], e quello che porti in 
mano si è uno bisanto (4); e se tu 
lo mi vuoi dare, dirotti ciò che si- 
gnifica lo sonio tuo, il quale egli 
non ti diranno. Disse quegli : Mes- 
sere, volentieri. Disse Merlino. Tue 
f hai insoniato che una fontana era 
in casa tua. E quegli confessò eh' era 
vero. Lora disse Merlino : Vattene e 
guarda sotto il focolare tuo, e tro- 
verai molto argento. Questi se n' an- 
dò e trovoe come avea detto lo savio; 
e li messi dello re andarono seco per 
vedere questo, e molto si meraviglia- 
rono. Ritornarono a Merlino e me- 
narole a messere lo re. Disse Merli- 
lino allo re: Volete voi guarire del 
vostro male? E quelli disse, che sì. 
E Merlino disse : Fate tagliare le te- 
ste alli VII filosofi che sono in vo- 



(1) Il codice modenese legge insonio. Cor- 
reggo col testo dato dal prof. D* Ancona, 
Pisa 1864. E veggasi in Gne del volume. 



23 

stra corte, e serete guarito. Lo re 
s'attristava molto perchè sua corte 
si reggea per loro. Lora disse Mer- 
lino al re, che devesse fare cavare 
sotto il suo letto. E quegli fece ca- 
vare, e trovò bollire una caldara che 
li mandava sette vapori, la quale 
aveva ordinata questi VII filosofi 
[ per arte magica. Disse Merlino: 
Fate tagliare la testa ad uno de'fi- 
losofi ] e r uno de' vapori cesserae. 
Disse lo re: S'io trovarò come tu 
dici, faroe tutto lo tuo volere. E cosi 
trovoe come Merlino li disse. Lora 
fece tagliare le teste a li VII filosofi, 
e guarie della sua infermità =. Cosi 
questi filosofi v' hanno accecato lo 
intendimento vostro, di che non ve- 
dete la verace via: ma voi li do- 
vreste fare tagliare le teste perchè 
hanno male insegnato al figliuolo 
vostro. Disse l'imperatore: Io diser- 
tare loro — ; e comandò che '1 fi- 
gliuolo fosse menato al giudicio. 



24 

• 

Ecco il detto del quarto filosofo, 
che disse si come avean detto gli 
altri: Voi dovreste fare alla vostra 
donna come fece un savio cavaliere: 
Disse l'imperatore: Che li fé'? Ri- 
spuose lo filosofo: = Un cavaliere 
avea una sua moglie, che amava un 
giovene. Lo cavaliere avea una are- 
gazza (1) eh' era si ammaestrata, che 
dicea al cavaliere ciò che vedea, ed 
aveala messa presso all'uscio della 
camara. Una fiata che lo cavaliere 
andò a cacciare, la donna mandoe per 
lo giovene. La gazza lo vide, e disse: 
Madonna, voi fate male, che vitupe- 
rate lo signore vostro, e certo io la 
gli diroe. La donna erette ingannare 
la gazza: fece montare la fante suso 
'1 tetto della casa, facendo cadere 
acqua in due bacili perchè mostras- 
se che piovesse [e lesinasse]. An- 
cora mandò la fante subitamente con 
una lume in mano a serrare la porta 

(1) Cazzerà. 



25 

si che mostrasse eh' egli si levasse 
r altro di. Ve'gnendo lo marito dalla 
caccia, la gazza li disse ciò che avea 
fatto la donna. Lo cavaliere era irato 
con la donna; voleala uccidere. La 
donna disse: Dimandatela quando 
fu. Disse la gazza: Fue ieri. Disse 
la donna: Che tempo era? Disse la 
la gazza: Pioveva e lesinava (i) — ; 
e quello di era stalo buon tempo. 
Disse la donna: Voi vedete che la 
si mente per la gola. Lo signore fue 
molto irato centra la gazza, e ucci- 
sela. E stando alquanti di, guardò e 
vide di sopra un bacile che la fante 
s' avea dimenticato. Pensò la malizia 
della donna: fece venire la fante, di- 
cendoli perchè quello bacino era las- 
suso. Quella volea negare lo vero: 
fecela mettere al tormento, e lora 
disse la verità. Incontenente il cava- 
liere fecie ardere la sua donna =. 

(1) Balenava. Nel dialetto modenese ab- 
biamo Ivsnér e losna^ mandar luce, lampo. 



26 

Messere l' imperatore , cosi dovreste 
voi fare della vostra donna, che giu- 
dica vostro figliuolo. Udendo questo 
r imperatore comandò cbe la senten- 
za fusse rilassata. 

Ritornando la sera V imperatore al- 
la moglie, ella disse all' imperatore. 
Così addiverrà a voi come addiven- 
ne d'uno che fiie morto dal figliuolo. 
E come fue ? E quella disse: = Fue 
un re che avea in sua corte due se- 
scalchi: l'uno era avarissimo, l'altro 
larghissimo spenditore, che in poco 
di tempo consumò quella pecunia 
ch'egli avea per mano. Chiamò un 
di lo figliuolo, e disseli che non a- 
vea più da spendere. Lo figliuolo ri- 
spose : Patre mio, voi spendete trop- 
po, e non dovreste fare si grandi 
spese come fate. Disse lo patre al 
figliuolo : Truova ferramenti, e rom- 
peremo la torre nascostamente e 
spenderemo lo tesoro di messere lo 
re là dove noi vorremo; e cosi fe- 
cero più fiate. Spendendo questo a- 



27 

vere, addivenne che quello sescalco 
avaro andò un di alla torre, e trovò 
essere rotto lo muro e tolto una 
grande quantità d' avere. E veggen- 
do questo fue molto tristo, e pensò 
come potesse prendere questo ladro. 
Lora fece fare una fossa presso alla 
rompetura del muro e empiè la fossa 
di viscio e di pegola, e coprilla. An- 
dando questo ladro con lo figliuolo 
in la torre, cadde nella fossa, e an- 
dò nel viscio e nella pegola insino 
alla gola, si che la testa rimase fuori 
solamente. Disse lo patre al figliuo- 
lo: Non ti fare più innanzi, che tue 
li rimarressi. Disse lo figliuolo al pa- 
tre: Che faremo? Ed egli rispose, che 
nello sapea: se no che mi tagli la 
testa a ciò eh' io non sia accognosciu- 
to, e tue camperai la vita. E lora ta- 
gliò la testa al patre, e sotterroUa. Ri- 
tornato a casa lo figliuolo disse alla 
sua famiglia [ciò ch'era avvenuto, e] 
che non dovessino piangere. Levan- 
dosi la mattina V altro castaido, ere- 



28 

(lendo di trovare lo ladro, trovoUo 
con la testa tagliata, e non cognoscea 
cui egli si fusse. Comandò eh' egli 
fosse strascinato per tutta la città 
acciò che la sua famiglia piagnesse 
quando passasse per casa sua. E reg- 
gendo questo la sua famiglia, non 
si potenno stare di piangere. Il fi- 
gliuolo fue vessato (1) : tolse un col- 
tello e ferissi nella coscia. Lora dis- 
seno li officiali: Che avete che pia- 
gnete? Disse il figliuolo: Tagliando 
un legno mi ferii d' uno coltello nel- 
la coscia , perciò questi piagneno. 
Credendo li ufficiali che fusse vero 
si si partirono =. Cosi addiverrà a 
voi, mess. l'imperatore, che vostro 
figliuolo vi taglierà anco la testa. 
Lora disse T imperatore che nanzi la 
farebbe al figliuolo tagliare, che '1 
figliuolo a lui. 

Lo quinto filosofo venne, e disse: 
Messere l'imperatore, voi non do- 

(1) Soprappreso eia grande travaglio. 



29 

vreste credere alla malizia di questa 
femina, perchè ne rimarrete ingan- 
nato; e addiverravvi come addiven- 
ne ad uno savio giudice che avea 
una mplto bella donna la quale a- 
mava molto, e 'per gelosia la mise 
in una sua torre molto alta in la 
quale non avea finestra se non di 
sopra, e non si potea ire a lei per 
alcun luogo, che '1 marito portava 
la chiave della torre, e la donna non 
uscia mai se non quattro feste del- 
l' anno. Uno giovene venne alla città 
per vedere la festa, alla quale festa 
era la donna. E quando il giovene 
vide la donna cosi bella , fu preso 
d'Jamore di lei e andoUi dietro. La 
donna si accorse che quello giovene 
l'amava, ma non ne curò, perchè 
sapea che non li potea giovare. Lo 
giovene era molto ricco, e veggiendo 
questo comparò una casa eh' era 
presso a quella torre, e cominciò a 
fare grandissime spese, e addivenne 
amico del giudice ch'era marito di 



30 

questa donna, facendo grandi man- 
giari con lui. Questo giovene fe- 
ce fare una casa appresso la torre 
molto scura, e fece fare molti fer- 
ramenti da rompere lo muro di que- 
sta torre nascostamente, e cominciò 
di notte a rompere il muro per mez- 
zo (1) si che non si potea sentire, e 
tanto ne ruppe eh' egli giunse alla 
camara là dove era la donna; Entrò 
nella camara a lei; ebbe molti suoi 
piaceri. E rispondea la rompetura 
sotto il letto, si che non se ne potea 
avvedere lo marito; e la donna te- 
nia suoi panni dinanzi da quella, 
che non volea che fosse veduta. E' 
voleasi partire, e disse al giovene: 
Io t' ammaestrarò sì che tue mi po- 
trai torre per moglie. Terrai li panni 
del meo marito e vestiralliti, e an- 
darai dinanzi da lui e discenderai 
giuso della tua casa per andare 
a vederlo, ed egli si maraveglierà 

(1) Modo. 



31 

molto : e fatto ciò allora tornerai li 
panni suoi al suo luoco. [ Lo giove- 
ne fece come disse la donna. Il ma- 
rito guardava li panni, che gli pa- 
revano li suoi, ] e quegli non sapea 
che si dovesse dire. E tornando alla 
torre lo giovane per più breve via, 
tornava li panni. Lo giudice tornan- 
do a lei, trovando ciò si maraviglia- 
va molto: credea che '1 giovene fosse 
vestito di nuovo. E cosi fecie fare la 
donna d' uno cagnuolo del marito. 
Alla fine disse la donna al giovene: 
Voglio che tu mi togli per moglie 
[ in sua presenza. Lo giovene ] allo- 
ra fece intrare in mare in una ga- 
lea eli' egli tolse tutti suoi amici, 
e disse al marito della donna: Io 
voglio sposare una mia donna; piac- 
ciavi di farmi onore. E quegli ri- 
spuose : Volentieri — , e fue nella ga- 
lea con gli altri. Poscia andò alla 
donna e fecola apparecchiare e tor- 
re tutte sue gioie e altre cose nasco- 
stamente, e menolla al mare là dove 



32 

era questa giente. Lo marito guar- 
dando quella volsela cognoscere; ma 
per quello eh' avea veduto dinanzi 
non si ardiva dire niente, e gli al- 
tri che erano li la conosceano bene; 
ma per lo marito che si stava cheto 
non diceano nulla. Lo giovene la 
sposoe presente il suo marito e tutti 
gli altri, e tolse licenza da loro, e 
intrò in mare, e partissi. Lo giudi- 
ce ratto (1) ritornandosi a casa ere- 
dea trovare la moglie, ed erasene 
andata =. E cosi addiverrà a voi, 
messere V imperatore, che vostra mo- 
gliere v' ingannarae, confortandovi 
che pognate il vostro savio e caro 
figliuolo alla morte. Udendo questo 
l'imperatore, comjinJò che la sen- 
tenza fosse rilassata. 

Tornando la sera alla moglie 
trovoUa molto turbata perchè non 
aveva mandato la sentenza e secu- 

(1) n codice ha irato ^ che mi parve er- 
ror« del copista in luogo di ratto. 



33 

zione, e disseli: = Cosi serete in- 
gannato da questi filosofi come fue 
un re pagano eh' era in oste attorno 
Roma con grande giente di pagani; 
e tanto vi stette ad assedio che li 
romani non si poteano tenere, si 
che r imperatore gittò sua corona 
alli romani, dicendoli, che difen- 
dessero la corona: per la quale ca- 
gione li romani voleano ire alla bat- 
taglia. E con esso l'imperatore a- 
vea tre maestri, che li diceano: 
Messere, non andate alla battaglia, 
che l'ultimo rifugio è quello della 
battaglia. E l'uno disse: Io farò si 
che li pagani non verranno questo 
di alla battaglia. E cosi fecie l'altro 
il secondo di. E lo terzo di s'aspet- 
tavano d' avere la battaglia. Lora 
venne il terzo maestro e fessi fare 
vestimenta lunghissime vermiglie e 
d' oro, e fessi fare grandi ale, e tolse 
una spada grande e lucente, e montò 
suso una grandissima torre nello le- 
vare del sole. Li pagani vedendo 



34 

questo si maraveglionno molto: du- 
bitonno che fosse Dio de' romani 
che li menacciasse, e lora si parti- 
rono dall'assèdio :=. Udendo questo 
l'imperatore comandò che'l figliuolo 
fosse menato al giudicio. 

Lo sesto filosofo vegnendo la mat- 
tina, disse all' imperatore: Cosi ad- 
diverrà a voi come fede a un ca- 
valiere che fue morto per amore 
d'una sua moglie. Disse l'imperatore: 
Come? Disse lo filosofo: ^= Un cava- 
liere avea una molto bella donna 
ch'egli amava molto, e mangiando 
seco a una tavola, ed ella tagliando 
pane, si si tagliò la mano sconcia- 
mente. Lo marito veggiendo ciò si 
morie. Ella veggiendo lo marito 
morto per lei cominciò a fare grande 
pianto, si che niuno noUa potea 
consolare. E quando lo marito fue 
portato alla sepoltura, ella si fece 
fare una casa, e Ile stava die e notte 
piangiendo. Addivenne in quello tem- 
po che lo re fece appendere uno 



35 

per la gola, e comandò al suo ca- 
valiere che '1 dovesse guardare che 
non fusse portato via. E guardando 
questi di e notte, venne la terza 
notte che '1 cavaliere avea grandis- 
sima sete, e fussi raccordato del luoco 
là dove era questa donna. Andolli 
e dimandolli bere, e la donna gli 
arrecò dell'acqua. Questi quando la 
vide si bella, disseti: Voi piangiete, 
e non vi torna ad alcuno utile. Tanto 
li disse, ch'ebbe di lei sua volontà. 
Tornando alle forche trovò che l'uo- 
mo n'era portato; di che f uè molto 
gramo , perchè temea della persona. 
Lora tornò alla donna, e disseli ciò 
che gli era addivenuto. Risposeli la 
donna: Se mi vuoi impromettere di 
tormi per toa moglie, io t'aitarò 
di questo pericolo. E questi glilo 
impromise. Disse la donna: Togli 
questo mio marito della sepoltura, 
e appiccalo nel luoco di quello. Dis- 
se colui, che si temea, e che noUo 
farebbe. Venne la donna e tolse una 



36 

stroppa e ligolla alla gola dello suo 
primo marilo,e strascinollo in sino 
Me forche; poscia disse a colui: Or 
monta su le forche, e si T appicca. 
Eli egli disse, che si temea. Ei) ella 
monló suso, e si V impiccoe, e disse: 
Questi è quegli eh' era impiccalo. — 
Disse lo cavaliere: Quegli avea una 
piaga suso'l capo, e questi non l'tiae. 
di che si potrebbe accognoscere. Ed 
ella disse: Or monta su le Torcile 
con la spada in mano, e Cagli la pia- 
ga. E quegli disse, che nollo farebbe. 
Disse la donna: Or mi dà la spada 
in mano — ; montò su le forche, e 
feri lo marito nella testa si come 
gli avea detto quegli che lo guarda- 
va. Ancora diss'egli alla donna: Egli 
avea dui denti meno dinanzi. Disse 
la donna: E tue glieli rompi. E que- 
gli disse, che nollo farebbe. Lora 
disse la donna: Dammi una pietra. 
ed io glieli romperoe — ; e così fece 
quella allo marito. Poscia disse a 
costui: Or mi sposa. E quegli rispose: 



37 

Certo non farò , clìè cosi come hai 
fatto a costui, ch'era tuo marito, 
cosi farestu a me, ed anco peggio, 
se fare si potesse »= (1). Or guarda- 
te , messer l' imperatore , come sono 
fatte l'opere delle femine, si che 
voi non dovreste dare fede alle pa- 
role di vostra mogliere. Udendo que- 
sto r imperatore comandò che la 
sentenza fusse del figliuolo prolun- 
gata. 

E tornando la sera alla moglie, tro- 
volla molto trista si come V altre 
fiate. Disse questa: Cosi addiverrà 
a voi, messer l'imperatore, come ad- 
divenne a un altro imperatore di 
Roma, che fue ingannato da tre fan- 
ti. Disse l'imperatore: Come fue? 



(1) Questa novella Petroniana della Ma- 
trona di Efeso, che avevamo ancora nel 
Novellino , nelle Favole d* Esopo volgariz- 
zate e in altri testi del Libro 'de' sette savi, 
parmi svolgersi nel presente libro con piìi 
a{?gTaziata maniera , regolarità e vivacità. 



38 

Lora disse la donna : ^= Uno impe- 
ratore fu in Roma cif avea una sta- 
tova d'uomo, la quale avea un arco 
in mano con una sitta (1), ed in- 
nanzi dalla statova avea un fuoco 
che ardeva continuo, si ch'era di 
molta utilità a tutta gente, e mas- 
simamente a'poveri. E quella statova 
avea scritto nella fronte: cui ferirà 
me , io ferirò lui. Venne uno prete 
pazzo, e feri la statova. Immantenente 
Parco trasse nel fuoco, e ammor- 
tollo. Un' altra maraviglia era in 
Roma; ciò era uno specchio grande 
nello quale si cognoscea ciascuna 
provincia ovvero città la quale si vo- 
lesse rivellare(2)contra l'imperio di 
Roma. Un re era in Cicilia il quale 
avea molto in odio li romani: ma 
per questo specchio nolli potea of- 
fendere. Pensava come potesse dis- 
fare questo specchio: venne a lui 

(1) DhI lat. xagitta, saetta, che risponde 
nel dialetto modenese a .^ilta. 

(2) Ribellare, rivoltare. 



39 

tre frategli (1) per doverlo involare, 
e disseno: Che ci volete dare se vi 
r arrecheremo? Disse lo re: Io vi 
darò tutto ciò che saprete diman- 
dare acciò eh' io r abbia. Impromi- 
seli grande quantità d'avere: ed e' 
gli disseno: Trovate tre barilette 
d'oro che noi portiamo con noi. Fat- 
to questo, andorono a Roma, e 
le barilette ascoseno fuori di Roma, 
r una per sé (2), V altre due insie- 
me. Lora andorono air imperatore , 
e disseno che li voleano parlare. 
L'imperatore disse che venisseno; e 
quegli dissero: Messere, noi sappia- 
mo trovare oro , e li nostri insonii 
sono veraci. L' imperatore molto de- 
siderava di vedere oro ed avere , e 
molto li ricevette benignamente. Dis- 
se Tuno: Io mi sognai sta notte 
eh' io trovava una bariletta d' oro : 

(1) Il cod. ripete fanti , che corressi in 
fralpgli, come leggo piìi innanzi. 

(2) Ba per sé, sola. 



40 

tlatemi uomini che vegnaiio meco — . 
ed Ululando iliceu: Menalemi in co- 
tyle parte, [anzi in colale allra par- 
ie] — , per non mostrare che ciò 
fusse f fallo a malìzia |, e mostrava 
che tuttavia precantasse (1) e me- 
surasse terra ìnsino che fu là do- 
ve avea sotterrato la barilelta del- 
l' oro. E quegli tornarono all'impe- 
ratore con grande allegrezza, ed egli 
disse: Quale di voi si sognava di 
trovare du tan t'oro ? (2) Disse lo se- 
condo: lo. E di questo fue l'impe- 
ratore molto alliegro, e atlrovossi le 
due barilette là dove erano riposte; 
e rilornoe e nunciù questo oro. Lo 
terzo disse: Io so grande quantità 
d'avere. Disse l'imperatore: io vo- 
glio venire a vedere questo, e fe- 
cesi menare in quello luoco là dove 
era lo specchio, e questi mostravano 
fare grandi orazioni (3), e i 

(Il FMcenite IncaniKzioni , 
\3) Due volle lanin uro 
(31 Sperei uraiioni. 



il 

Cavate qui. Disse l' imperatore: Guar- 
ilate che lo specdiio mìo non si 
guastasse. Disseno: Faremo si clip 
non si guastarae e che noi vedere- 
mo l'oro, e noi stessi volemo cava- 
re. E" comincionno a cavare piana- 
mente inlorao allo speccchio, e fe- 
ceno cosi insino alla sera; e dissello 
all'imperatore: Dimane tornaremoe 
torremo questo oro. La notte quando 
ogn'uomo fue partito,venne questi tre 
frategli, andarono allo specchio, ed 
ebbcnlo furato a messer l'imperatore, 
e porlaronlo allo re di Cicilia =. 
E così vi dico, messeri' imperatore, 
questi lilosofl con sue belle parole 
v'ingannaranno. Udendo questo Fim- 
peratore comandò che'l lìgliuolo Tos- 
se menato la mattina ad impiccare. 
Venne la mattina lo settimo filo- 
sofo all'imperatore e salutollo, il 
quale villanamente li rispose: Ed 
imperà che avete così ammaistrato 
lo mio Tigliuolo, io gli farò perdere 
la vita, e la vostra vi .^^arae poco 




42 

cara. Lora disse lo filosofo: messer 
r imperatore, che vi move a diman- 
dagione d'una malavage femina vo- 
lere fare morire vostro figliuolo? E 
disseli : Se volete indugia al giu- 
dicio un di fare, io vi dirò uno 
bello esemplo. E quegli indugios- 
si come avea fatto agli altri. Disse 
lo filosofo: = Uno si avea una sua 
moglie, la quale comraettea avol- 
terio con uno giovene: e una se- 
ra venne questo giovene, e toccò 
alla porta. Quella mise cagione d'ire 
fuori per altro, e andò a lui. Lo 
marito si corse (1) di ciò, e levossi 
e serrò la porta, si che la moglie 
rimase di fuori. In quella terra era 
uno ordine: cui era trovato di fuori 
di casa dopo la guardia si era sco- 
pato per la città. E quella vegnendo 
alla porta pregava lo marito che li 
devesse aprire, e scusavasi molto. 
Egli non volea, eh' avea veduto l'a- 
li) Accorse. Cosi sci i ve scctuioney nun- 
ciò ec. 



43 

voUerio. Dinanzi dalla casa si avea 
un pozzo, e quella essendo li tolse 
un sasso grande e miselo sopra que- 
sto pozzo, e tornò al marito, e dis- 
seli: Se non mi lassi venire in ca- 
sa, io t' imprometto eh' io mi gittarò 
nel pozzo , nanzi eh' io voglia essere 
scopata. Disse lo marito: Or fostu 
annegata. Lora andò quella al pozzo, 
dicendo: Poi che no mi vuoi aprire 
gittaroglimi dentro. Gittògli lo sasso, 
e fece grande rumore; e quella s'a- 
scose dall'altra parte del pozzo. Lo 
marito credendo che la fosse essa, 
si mosse a pietà, ed aperse la por- 
ta , ed andò al pozzo per vedere 
questa cosa. La moglie entrò dentro 
dall' uscio pianamente, ed ebbelo 
serrato, e cominciò a gridare molto 
forte, e dicea: Vedete questo putta- 
niere del mio marito a che ora tor- 
na a casa? Ed in questo vennero le 
guardie, trovarono costui, e mena- 
role in palazzo, e la mattina fu sco- 
vato per la terra =. Onde vedete, 



44 

messer f imperatore , quali sono 
l'opere delle feniine, e non credete 
alle mai (I) parole di vostra mo- 
gliere. Udendo questo Timperatore 
rivocó la sentenzia. 

L' ottavo giorno lo giovene co- 
minciò a parlare alle guardie, e dis- 
seli; Faterai parlare all'iraperatore. 
Le guardie furono molto alliegri, (2) 
e immantenente venneno al Signore, 
e dissenoli ciò ch'egli avea detto. 
L'imperatore molto fue alliegro; co- 
mandò ch'egli venisse a lui: e que- 
gli vegnendo a iui con grande rive- 
renzia, gittossi a terra salutandolo, 
e dicea: Padre mio, piacciavi d'u- 
dirmi. — Meraviglia mi pare gran- 
dissima come la sapienza d' uno 
cosi savio uomo come voi siete si 
muova a domandagione d' una così 
iniqua femina a fare perire me di- 
lettissimo vostro figliuolo. E per 

(1) HaIÌ. < Cbe ni re «iorane dieiJi 1 miti 
canforti • baate. 

(9) Alleai!, AllteUlp. 



45 

avventura cosi addivenia a voi come 
fece ad un altro patre che per in- 
vidia volse annegare lo figliuolo. 
Disse r imperatore : Or di' , figliuolo. 
E questi disse: ^ Uno mercatante 
avea un suo figliuolo molto saccen- 
te, e menoUo seco in mercatan- 
zia5e navicò molto per mare. Una 
fiata arrivò presso una isola, e dui 
uccelli si poseno suso un albore 
della nave, e cantavano molto bene. 
Disse lo mercatante al figliuolo : 
Hoe inteso che gli è d' uomini lit- 
terati che intendeno certi uccelli. 
Rispose il figliuolo: Non intendete 
voi cioè che dicono? Disse di no. 
Disse lo figliuolo: Dicono che in 
tanto debbo essere glorificato in que- 
sto mondo, che voi vi terrete an- 
cora appagato se mi vi lasserò dare 
dell'acqua alle mani, e mia matre 
potrà tenere la tovaglia. Lo patre 
mosso fue ad invidia, e disseli: Tu 
mai non vederai quel giorno —, e 
prese lo figliuolo e giltoUo in ma- 



/ 
' J 



46 

re, e partissi, credendo ch'egli fosse 
morto. Come piacque a Dio , lo mare 
lo gittò all'isola sano e salvo, e li 
stette due di che non mangiò né 
bevve. Intendea gli uccelli che di- 
ceano: Non ti muovere, che tue avrai 
soccorso. Al terzo di apparve una 
nave, e quegli fece insegna al patro- 
ne della nave; ed egli era miseri- 
cordioso, e tolselo in nave. E lo pa- 
trone lo cominciò a dimandare di 
sua ventura, e quegli disse: Datemi 
nanzi mangiare — , e quando ebbe 
mangiato si narrò per ordine sua 
ventura. Lo signore della nave non 
avea figliuolo ninno; pensò d'avere 
e fli volere costui per suo figliuolo 
adottivo, perchè era molto bello e 
che molto servia bene. Disse questo 
signore al giovene: Poscia che sa- 
remo a terra , che ha' tue imagmato 
di fare? Rispose lo giovene: La mia 
volontà si è di fare sempre il vo- 
stro piacere, perchè m'avete libe- 
ralo, e sempre sarò vostro servitore. 



47 

Lo signore l'annunciò alla moglie, 
la quale mollo ne fue contenta, e 
tenìanolo per suo figliuolo, e molto 
li servia bene. A quello tempo era 
in quella città un re che quando 
uscia fuori , tre corvi si gli poneano 
suso '1 capo, facendo grande rumo- 
re. Abiendo sofferto questo un gran- 
de tempo, tenialo in grande disgra- 
zia , e pensava che fusse per pec- 
cati che fossero in lui, e di questa 
cosa ebbe grande infamia. A tanto 
venne, eh' egli fece bandire per tutto 
il suo regname, che tutti suoi con- 
siglieri e altri savi dovesseno venire 
alla corte; e se alcuno potesse tro- 
vare rimedio in quello, ch'egli gli 
darebbe sua figliuola per moglie con 
mezzo il suo regname. Fu richiesto 
da certi savi questo signore dalla 
nave, il quale avea questo giovene 
per suo figliuolo, e menollo con 
lui. E quando lo consiglio fue adu- 
nato, lo re propose la cagione per 
la quale elio gli avea richiesti, alla 



w 

quali; iiiuno li sapeu nsponilere. 
Lora disse lo gioveiie: Vogliovi tiare 
lo mio consiglio — , e disse: messer 
Io re, s'io dirò a voi perché (lueslo 
v'addiviene, daretemi voi vostra fi- 
gliaola con ciò ch'avete impromesso? 
Ed egli glil promise. Disse quegli: 
Questi corvi sono tre: uno giovene, 
uno vecchio e una femina. La feminà 
era moglie del corvo vecchio: egli 
la cacciò via da sé per un tempo 
di carastia, e lo giovene la rice- 
vette: ora viene il vecchio, e si 
la dimanda al giovene, e quegli dice 
che non gli la vuole rendere. Or 
vi dimandano la sentenza ; e si 
tosto come l' avrete data si parti- 
ranno. Lora disse lo re: Ed io la 
doe, che la delibia essere del corvo 
giovene — ; e immantenente si par- 
tirono. E quando lo re fue liberato, 
si die la figliuola a questo giovene. 
(Jtieslo giovene rendeo grande Cam- 
illo al suo signore. Addivenne che 
ipiesto re morie, e questo giovene 




49 

fue fatto re. In piccolo tempo fue 
una grande carastia nella terra del 
patre e della matre, si che si parti- 
rono e vennero nelle terre di questo 
suo figliuolo. Cavalcando questo gìo- 
vene per la terra inscontrossi nel 
patre e nella matre , e conovveli , 
e mandò suoi donzelli dietro a loro 
per sapere del suo albergo. E la 
mattina tolse grande compagnia di 
giente ed andò a loro a casa del- 
l' oste, e disseli ch'egli volea desi- 
nare con loro , e fece bene apparec- 
chiare da mangiare, e tornò a ora 
di mangiare; della qual cosa gli suoi 
cavalieri molto si maravigliavano. E 
lo re dimandò dell'acqua per lavarsi 
le mani, e lo patre tolse l'acqua 
in mano, e gittossi ingenocchioni in 
terra, e la matre tolse la tovaglia. 
Disse lora lo re : Or lassate fare li 
miei famigli — ; e comandò che lo 
patre fosse posto in capo di tavola, 
ed egli andò presso a lui, poscia 
sua maire con altre donne. Fatto il 



50 

(lesinare , disse lo re al patre e alla 
ma tre: Com'è il vostro nome? E 
questi glil disseno. Poscia disse al 
padre: Cognoscetemi voi? E quegli 
allora li parve suo figliuolo, e po- 
scia si pensava che V avea gittate 
in mare. Disse lo re al patre: Quale 
male v'addivenne per l'onore mio?.. 
e sappiate eh' io sono vostro figliuo- 
lo, il quale voi gittaste in mare: io 
si vi perdono, e voglio che siate si- 
gnore di tutto il mio regnarne — ; 
e molto furono alliegri il patre e la 
matre =. Cosi dico a voi, messer 
r imperatore , che male facevate a 
farmi tagliare la testa, che per me 
sarae condotto tutto il vostro re- 
gname. Dunque fate brusare (1) que- 
sta ria feraina che hae commesso 
tanto male, com'è di volermi torre 
la vita. Veggiendo questo l'impera- 
tore comandò ch'ella fosse brusata 
immantenente. 

(1) Bruxaref per bruciare, è pur de' no- 
stri dialetti. 



51 

' La cagione perchè questo giovene 
non parloe in VII di, fue per la stella 
ch'egli avea veduto e per campare 
lo pericolo della morte. E la sua 
sapienza reggiè per tutto il mondo, 
e ciascuno venia a lui per consiglio. 
E poscia che V imperatore fue mor- 
to, regnò costui nell'imperio molti 
anni in grande pace per lo suo sen- 
no; ed agli filosofi che lo ammai- 
stronno e camponno da morte do- 
nolli molto grande tesoro, e fecegli 
grandissimi signori. 



FINIS 



e raffronti tra la slampa presente 
e il codice modenese del Libro de' sette 
Savi. 



La mancanza della prima caria del codice 
fu supplila, come avverto in noia a pag. 5, 
colla scorta della lezione data dal Della Lucia, 
la quale lezione essendo parsa a me pure al- 
terata, presi arbitrio di ritoccare in alcuni 
luoghi e abbreviare in alcuni altri, in cerca 
di una miglior ombra dell' originale dicitura. 
Però dopo i cambiamenti che di primo tratto 
lasciai correre, stimai prudente consiglio an- 
dar più ritenuto, ed esser breve soprattutto in 
que' tratti che giudicai nel mio codice errati 
manchevoli, in quanto che essendo la con- 
cisione uno de' singolari pregi di questa scrit- 
tura, doveva io contentarmi di accennare an- 
zicchè di narrare. 

Dello differenze poi tra la stampa ed il co- 
dice, oltre le dichiarate alla sede loro con 
note, e distinte o no da parentesi quadre, 



54 

porgo qui minuto ragguaglio, con premettere 
che il codice scrive quasi sempre inperatore, 
tenpesta ec. per scambio della m nella n 
quando sia avanti al p ; figluolo , batagla , 
moglere ec. con mancanzaf della i; terco, pa- 
co, poco ec. , usando la e {o q) in luogo 
della «, ed anche mego per mezzo; spedo, 
veclio ec. per specchio e vecchio; senza dire 
delle molte voci che hanno Yu comunemente 
preferito all'o ec. ec: le quali forme d'incerta 
ortografia se tornava bene avvertire per ap- 
poggiare r antichità del codice e la pronuncia 
di alcuni arcaismi rimasti vivi nel popolo , ho 
creduto poter ridurre, salvo qualche speciale 
eccezione, ad una regola stabile, e raddop- 
piare a non poche parole le occorrenti con- 
sonanti secondo r accettazione moderna. 

Pag. 1, Un. 3. Ho fatto uso di parentesi, 
dubitando che il nome di Stefano dato al fi- 
glio dell'imperatore fosse veramente nel co- 
dice che servi al Della Lucia. 

P. 3, /. L Sarebbe forse paruto meglio mu- 
tare si mirabilmente in tanto saviamente a 
motivo della voce ammirazione che vien pres- 
so; ma tali esempi di ripetimento s'incon- 
trano assai volte nelle scritture degli Antichi. 

P. 9, /. 16: — erette —.Lo dichiarai in nota 
sincopato di credette; ma il Nannucci dimo- 



55 

stra essere derivalo dairantico verbo crere per 
credere, vivo tuttora nel contado fiorentino: 
e lo è pure in quello dell* Emilia. 

Pag, 11, /. 4: [ed], manca nel codice. 

P. 11, /. 9: [tagliare]. Il codice legge pian- 
tare, che presentava più vicina correzione con 
spiantare, se poco dopo non ricorresse ripe- 
tutamente tagliare, come pur legge il Della 
Lucia. 

P. 15, /. 14 a 18. Il cod. ha: « .... ed 
a ciò che cognoscale de la mia siencia , cho- 
mandoe che uno uaselo forato fose arecato, 
e pieno d' aqua , e miseli entro.... » ec. Di 
questi passaggi dalla persona prima alla terza 
abbiamo infiniti esempi negli autori del Tre- 
cento, onde la lezione si sarebbe potuta la- 
sciare intatta e senza la piccola aggiunta che 
nel dubbio di qualche omissione introdussi 
fra la seconda parentesi. 

P. 16, /. 10: [d ella], manca nel cod. 

P. 17, /. ultima, e P. 18, L ì a L Qui 
il cod. fu avvertitamente raschiato di tante 
parole quante presso a poco son quelle so- 
stituite fra parentesi. 

P. 19, /. 18: [ama]. Noi cod. trovasi ama- 
va; e poteva anche lasciarsi fra due parentesi: 
(il quale amava molto). Il Della Lucia pone al- 
tresì ama. 



56 

Pag. 20, /. 3: [di suoi]. 11 cod. ha per 
errore di penna disnar, 

P. 21, /. 11. Nel cod. è nostra città, non 
sua città : però il Della Lucia legge sua terra. 

P. 21, /. 16: [a], manca nel cod., ma 
forse conveniva invece dell*» introdurre /am 
avanti a dare moneta, — La lezione Della Lu- 
cia è: «... sette filosofi, ì quali per certo 
prezzo dichiaravano li sogni alle persone ». 

P. 22, Un. 2: [sonio]. Il cod. ha per 
errore savio, e scrive insonio poche parole 
appresso invece di bisanto o altra moneta. 
Nel Della Lucia si trova: a... tu vai alli fi- 
losofi per esser dichiarato d' un sogno, e vuoi 
loro dare quelli danari che porti in mano ». 
L* errore d' insonio per bisanto fu ripetuto in 
altri codici. Vedi V osservaz. all' Erasto ms., 
novella 6. 

P. 23, /. 7. Nel codice sta : li mandaua li 
vij vapuri, non li mandava sette vapori. 

P. 23, /. 9 a 11. Tutto quello che qui si 
chiude da parentesi manca senz' altro nel cod. 
né sembra a sufficienza da me supplito anche 
per la lezione del ms. avvertita in questa 
stessa pag., Un. 7. 

P. 24, /. 21; [e losinasse], non è nel 
cod. ; ma credei opportuna Y aggiunta , che 
trova esatto riscontro alla pag. seguente, per 



57 

denotare la corruscazione prodotta dai due 
bacili di lucido metallo che a vicenda si al- 
zavano e piegavano contro i raggi del sole 
nel versar l'acqua or nell'uno or nell'altro. 

Pag, 26, /. 13: — che — , manca nel cod. 

P. 27. /. 23 e 24: [ciò ch'era avvenuto e], 
manca come sopra nel cod., o sembra dovesse 
aggiungersi: raccomandò, per non dare sospet- 
to. Vedi r osservaz. all' Erasto ms., novella 8. 

P. 31, /. 2 a 5. Ciò che si chiude da pa- 
rentesi fu supplito intieramente da me. 

P. 31, /. 15. Idem, idem. 

P. 32, /. 8. Il cod. ha : e di tuti gV altri, 
non e tutti gli altri; intendendo che si fosse 
scritto prima : in presenza di suo marito ec. 

P. 32, /.11. Nel cod. si legge irato che 
ritenni scritto in scambio di ratto, come av- 
verto in nota: però la lez. irato può soste- 
nersi per genuina , in senso di cruciato dal 
sospetto. 

P. 34, /. 7. La lezione del cod. è: Lo deto 
de lo sesto filosofo vegnendo la matina dise , 
invece di Lo sesto filosofo ec. È chiaro che 
voleva darsi al discorso un giro diverso, e 
ciò porterebbe a supporre che il codice fosse 
il primo esemplare del traduttore anziché una 
copia posteriore, a motivo delle sviste che ap- 
paiono non troppo naturali ad un amanuense. 



58 

Veggasi anche l' osscrvaz. alla pag. 32 Un. 8. 

P. 40 /. 3 a 5. Quanto si chiude con pa- 
rentesi fu aggiunto da me. 

P. 47, /. 6. Il cod. ha : i uscia , e non so- 
lamente uscia, omessa da me la lettera i 
dubitando che fosse intrusa per inavvertenza; 
ma come negli Antichissimi troviamo et per 
i articolo plurale, qui forse venne adoperato 
i per ei pronome singolare: il che per altro 
sarebbe esempio nuovo; onde tornerebbe me- 
glio intendere t per tvi, troncato dal latino tòt. 

SAGGIO 

del primo ed ultimo Capitolo del 
codice Boni intitolato AMABEL DE 
CONTINENTIA, ovvero il romanzo 
d'EKASTO, formato sul LIBRO DEI 
SETTE SAVI. 



Argumcnto nel preallegato Compendio intitulato 

AMABEL DE CONTINENTIA. 

Erasto unico figliuolo d' uno impe- 
ratore romano, ammaestrato ed eru- 
dito da sette sapientissimi filosofi, ed 
amato e provocato ad incesto dalla 



89 

matrigna, e, non consentendo ^ da lei 
accusato y antivede il pericolo , e per 
sette giorni non parla. Li sette filosofi 
con sette parabole sette giorni fanno 
soprastare la sentenza contra Erasto 
data con altre sette parabole dalla 
matrigna j che Afrodisia era chiama- 
ta e instava che alle forche sia me- 
nato. Parla V ottavo giorno^ fa car- 
cerare Afrodisia^ e lei per sé medesi- 
ma di vita si priva, 

Neir inclita e trionfante città di 
Roma fu uno illustrissimo, potentis- 
simo e singolarissimo imperatore (1). 
Costui sapientissimo si nelle cose 
pubbliche e civili come nelle do- 
mestiche e famigliari, al quale Dio 
donò e concesse un figliuolo ma- 
schio di incredibile bellezza, com- 

(1) 11 cod. non dà alcun nome air impera- 
tore di Roma padre di Erasto ; ma la lezione 
di questo stesso romanzo a stampa lo chiama 
Diocleziano, 



60 

pilo e ben proporzionato in lutti i 
membri per quanto richiedea natu- 
ra, niente in lui superfluo o vano, 
in modo che piuttosto era da giudi- 
care divino che umano; la qual cosa 
era presagio e demostrazione di lui 
in futuro: il nascimento del quale, 
poi che molti astronomi e matema- 
tici ebbeno visto, e similmente mol- 
ti fisonomi e chiromanti con dili- 
genza quello considerato, concluse- 
no, p^ (i) quanto natura porgea e 
dimostrava, dover sopra tutti gli altri 
uomini esser di mirabil sapienza e 
dottrina, e in tutte le virtudi fon- 
dato e ammaestrato. Le quali cose 
di quanta letizia e consolazione 
fussino al padre umano ingegno 
comprendere noi potrebbe. Da una 
parte si vedea nato il primo e unico 

(1) Le parole in corsivo sono aggiunte 
da me per mancanza o alterazione del cod., 
come a pag. 61 ha p. e. donare per amare, 
a pag. 63 dolo per solo ec. 



61 

figliuolo maschio e successore del 
suo sublime imperio ; dall' altra par- 
te tanto più si rallegrava quanto 
intendea quello dover essere in tutte 
le virtudi sapientissimo; però che è 
prescritto: « gloria del padre è il 
figliuol savio » . Ma perchè non ba- 
sta solo nascere sotto bone costel- 
lazioni e ottimi pianeti a consegui- 
tar le virtù, ma fa di bisogno con 
grande sollecitudine a quelle darsi, 
e quelle perfettamente sopra tutte 
le altre cose amare, dispose e or- 
dinò, come ottimo e buon padre, 
che 'l suo figliuolo chiamato Erasto , 
poi che fu nell'età di dieci anni,fusse 
custodito e ammaestrato sotto la cu- 
ra e disciplina di sette sapientissimi 
filosofi quali per quello tempo in 
Roma si trovavano, a .quelli ordi- 
nando e comandando, che sotto la 
lor custodia, in che modo a loro 
più piacesse e paresse condecente, 
dovesseno il suo unico figliuolo in 
scienza e costumi ammaestrare; prò- 



62 

mettendo loro renderne gran pre- 
mio e mercé. 

Quelli adunque intendendo la vo- 
lontà del loro imperatore, e desi- 
derando sopra tutte le cose del mon- 
do fare quello che gli fosse di pia- 
cere, preseno con grande sollicitu- 
dine la cura di quello. E per avere 
più congrui tade a loro intendimen- 
to, condusseno Erasto fuora della 
cittade ad uno loco molto ameno e 
solitario, nel quale scaturivano ab- 
bondantissime e limpidissime acque 
che per il piano si spargevano in 
diversi rui (i), e finalmente tutte 
si riducevano in una amplissima pi- 
schera ripiena di molte ragioni di 
pesci. Era una allegrezza di animo 
vedere li fecondissimi giardini irri- 
gati dalle dolci e fresche acque. 
Quivi erano pianure verdeggianti e 
di vari fiori adorne, e appresso a 

(1) Dal francese ru, ruscello; se pure non 
fu scritto per errore in luogo di rivi. 



63 

queste monlicelli fruttiferi e selve 
ripiene di molte ragioni di arbori , 
nelli quali varie, ragioni d'uccelli 
con li suoi soavi canti risonavano. 
Appresso spira una dolce aura e 
tranquillo venticello che con il suo 
moto fa grillare le limpid' acque con 
uno soave mormorio di fogliOjChe ve- 
ramente alli umani e peregrini inge- 
gni pare un concento, anzi un'armo- 
nia celeste: loco certo incitativo e ap- 
partenente a studio e a filosofare. In 
questo adunque loco , anzi paradiso, 
ritrovandosi il giovene come inspi- 
rato dalla divina grazia, si pose in 
animo con ogni studio, forza e po-^ 
tere darsi alle virtù, estimando 50/0 
quelle in vita e morte esser vere e 
ferme possessioni ; giudicando ancor 
quivi essere ogni bene ove appresso 
regnan le virtù. Onde datosi con tutte 
le forze e sollecitudine ad acquistar 
quelle , in tanta ammirazione venne 
appresso de' sette filosofi, che cele- 
ste e non umano il giudicavano; e 



64 

che questo fusse vero si dimostra nel 
successo, imperocché in dieci anni 
divenne si perito e dotto, che non 
solo in sapienza li suoi precettori 
avanzava, ma ancora tutti li uomini 
del mondo. Costui in tutte le sette 
arti liberali era dottissimo : e primo 
in grammatica, la quale concerne 
perizia di parlare , accuratissimo; in 
logica, la quale si cerne il vero 
dal falso con le sue sottilissime 
disputazioni , diligentissimo; in ret- 
torica , la qual per sua gentilez- 
za e copia di parlare (massime nelle 
civili questioni) necessaria si stima, 
fecondissimo; in aritmetica, la qual 
contiene misura e divisione di ter- 
re, ingegnosissimo; in astronomia, 
la qual contiene leggi e corsi di cie- 
li, peritissimo. Non li mancava ap- 
presso queste virtù V arte della filo- 
sofia, di medicina e dell'altre scien- 
ze, cpnciossiacosa ch'in esse fusse 
eruditissimo: ma sopra tutte l'altre 
rose in le doti dell' anima e del cor- 



65 

pò avanzava tutte le creature in que- 
sto nostro secolo generate; in parte 
alcuna di vizio o d' ignoranza non 
declinando , e crescendo di virtù in 
virtù, cotidianamente si esercitava 
in disputare con li suoi precettori. 
Accadde che l'imperatrice madre 
di questo giovane passò di questa 
vita, della quale morte fatto certo 
Erastro , benché singularissimamen- 
te amasse e riverisse quella, non- 
dimeno conoscendo quella non po- 
ter resuscitare ed essere caso comu- 
ne a tutti, e che in vano era pian- 
gere il morto , non pur una lagri- 
muzza sparse, ma solamente sospi- 
rando disse: 



E te non dopo molto seguiremo, 
Che tutti Siam formati d' una massa , 
Né per gran forza questa scamperemo: 
Ogni nostro poter la morte abbassa. 
Ma sol felice è Tuom di virtù predito, 
Però che quello suo nome non cassa; 
Ben ch'oggi apresso molti è in poco credito. 



m 



Come ritrovata morta Afrodisia j a 
preghiere dellHmperatore le concesse 
in fine sepoltura. Capitolo 24. 

Camminava il nunzio al regale pa- 
lazzo, e ritrovato in grande festa e 
giuochi tutta la corte, non li parve 
loco ne tempo a disturbar tanto pia- 
cere, e, preso partito, al suo officio 
fece ritorno. Passa finalmente la not- 
te , e la mattina per tempo si appa- 
recchiano li ministri della giustizia, 
e nella più ampia piazza uno ingen- 
tissimo fuoco e macchina di legne si 
ordina e accumula; e, venuta l'ora 
data, tutta Roma, piccoli e uomini 
grandi e donne, già a tal spettacolo 
adunati, vanno alla prigione, aprono, 
entrano dentro, e ninno risponde. 
Trovano Afrodisia distesa, che nel 
sembiante suo parea che dormisse, 
prendonla per la mano per dissedar- 
la, e li membri da'vital spiriti abban- 
donati conoscono. Stupiscono alcuni. 



67 

parendo a loro impossibile che per af- 
fanno fusse perita; fanno molti espe- 
rimenti; trovano fermamente quel- 
la essere morta. // Senato udito que- 
sto, da incuria delle guardie e de' 
ministri essere addivenuto esistima; 
per la qual cosa comanda a' medici 
ed alli suoi filosofi e maestri che 
vadano e perscrutino diligentemen- 
te la causa e fine di tal accidente. 
Vanno li prefati filosofi e li medi- 
ci, e tratto a luce il spento corpo, 
investigano con accurato occhio, e 
veduto il denudato petto, in quello 
mirano, e sotto la mammella dal 
sinistro lato appare alcuna macchia 
di cruore: toccano, e sentono il po- 
merolo della agucchia, (i) e tratto 
quello fora, cognobbeno apertamen- 
te il caso avvenuto, e tanto più 

(1) Colla quale era consueta contessere re- 
ticelle ( come dice al cap. antecedente ) , e che 
avendola in dosso servi ad Afrodisia per darsi 
la morte. 



68 

quanto per le guardie e precedenti 
accidenti e parole erano narrate. Ri- 
ferito il tutto ad Erasto, vanno in- 
sieme dallo imperatore e il successo 
accertano. 

Non potette l'imperatore conte- 
nersi che alquanto non si intene- 
risse: per il che ottenuto in dono 
lo esanimato corpo, quello non di 
meno in infima sepoltura recluse 
con li infrascritti versi: 

tu che miri questo fragil sasso, 
Qui d'Afrodisia il corpo si reclude, 
Che per incesto è d'onor privo e casso. 
Il spirto, che mie man veloci e crude 
Spinse a ferirmi nel sinisto lato. 
Nelle profonde e gelose palude 
Vive con morte, e morir li è negato. 

Né dopo molto spazio di tempo 
l'imperatore passò di questa vita: 
al quale successe Erasto. Ma perchè 
nello assunto imperio mutò nome e 
vita, pertanto non deturpandolo nel 



69 

preassunto Compendio, tacendo or- 
mai di lui, faremo qui il nostro fine. 

Fr. Hyer. Broyolus ss. anno MDXVII 

die XI Decembris raptiss.® 
A bore 5, die xi decembris, Brixiac. 



TAVOLA 

delle Novelle contenute nel detto codice di Erasto, * 
con osservazioni in confronto della lezione 
deir Erasto a stampa. 

1 . Un cavaliere romano uccide un suo cane 
che gli avea salvato il figliuolo da un serpente, 
credendo per le parole della moglie il figliuo- 
lo morto (1). 

È narrata dal primo filosofo cbiamato Eu- 
prosigoro , né si scosta dall' Erasto a stampa 
e dal Libro de Sette Savi se non per variata 
dizione. 

2. Di un pino bello e vecchio , che fu di- 
strutto per allevarne uno nuovo e torto. 

(1) Il codice non ha gli argomenti delle 
Novelle, e furono da me ridotti su quelli 
dell* Erasto stampato. 



Ti 

^ "^w- i sitn ì»'T»r!T?» iffZf jabop b tiuc. 
'.-/«>' lama. ^ iimrs w ò aitam irati m 

ti m s^iA u-i fe^ ?«irr ^sniifc a ir«g-nB. 
#ig.'-fW/v»9 1- *- 1 «rnnr*.- . sumiLi 1 w- 
lOaiiA > ibs* ^**!mf 121 11 rrim 5 nsàk 
'^ir» ti nutria iianu * Iìssm» 7 icuuHxn . « 
tU<»» I4 mtu (K lUUt Tv:::nin J jzmui lilts 
•-iM «rtnw^. .ulon nseaè L -àipnr^: Sfrwf 
numn » iuii»*irtiii . ir lun :' r»*^ Ji nRtii- 
•nft "il Asrii'-^i -uu j utr mar. i mm: 

Oli ma na^rnr» nuniìu ?i iimiiìe litna £ 
•vjvintt ipj innnin £>!?«». ^i -t :hs e Id 
naia jwja '*.i' 1*^*3 ti5i i 7=!c;!aiii tùb» a£ 
rrt*»*» p**r iiJìiiii i.i:unii mn. «i. itìte conrr 
1^ trizzar». > 

( \f.fA<fi\ f.itKt r».ttj ^rro 'fi ■:.« jcui pt éerm 
furarùi *£ une via infermità per la fmaLe è 

F, namta dnl «^:oaiio nIi>5ofo DtWÈwrgo. 
>^I M«. é 4ftu> che il zìoTÌiH» malato era fi- 



71 

gl'io di un re di quelle parti ove stava Ip- 
pocrate, non che fosse figliuolo del re oT Un- 
gheria, come ha VErasto a stampa. E si in 
questo che nel Ms. troviamo che la regina 
confessa al medico che il creduto figliuolo del 
re r ebbe, per non aver colpa di sterilità, da 
un molinaro; motivo per cui fu guarito del- 
l' infermità cambiando Fuso de' cibi delicati 
in grosso nutrimento richiesto dalla natura 
del medesimo. Varia in ciò il Libro de' Sette 
Savi, e variano inoltre più innanzi le due le- 
zioni deW Erasto, avendosi nel Ms. che Ip- 
pocrate e non potendo curare né restrìngere il 
flusso, per dimostrare quanta fosse la sua 
scienza , si fece portare uua coppa piena d' a- 
cqua fresca e in quella mettendo una certa sua 
polvere la bevette, e subito fu ristagnato il 
corrente flusso , che per vìa alcuna non potea 
andar del corpo.... e cosi passò di questa vita ». 
La quale esperienza tanto nella lezione a stampa 
che nei Sette Savi Ippocrate si contenta di 
farla in un vasello forato. 

4. Di un porco selvatico che fu ucciso per 
lasciarsi grattare. 

E nella sostanza conforme appieno alla le- 
zione stampata. Quanto al mio testo de' Sette 
Savi, trovandosi il codice abraso in un passo 
che corrisponde alla pag. 18, non sarà inutile 



72 

trascrivere detto passo MV Biasio a penna, 
ove scorgesi un fondo più naturale ed origi- 
nale, che s'appoggia eziandio sul Libro de Sette 
Savi pubblicato dal prof. D'Ancona. « Il pa- 
store recatosi a memoria la corpulente natura 
del porco, cominciò a discendere pian piano, 
in tanto che con uno pie potea grattar la 
schiena al porco. Sentendosi il porco soave- 
mente grattare, si voltò con la pancia al 
pastore e con la schiena a terra. Ne fu 
coatto a grattare col pie il pastore, per modo 
che quello preso da diletto cominciò forte- 
mente a dormire. Disceso adunque il pastore 
in terra, e preso il suo coltello in mano lo 
accorò , e cosi usci fuori del sospetto i. 

5. Un cavaliere vecchio conoscendo che la 
moglie, giovane e bella mal potea raffrenare il 
senso per soverchio bollore di sangue, gliene 
fa cavare da ambe le braccia. 

È narrata dal terzo filosofo chiamato Ter- 
mo non Temo, come ha talvolta Io stampa- 
to . in cui pure si nota che il cavaliere era 
del paese di Toscana, senza che ciò appari- 
sca nel codice. Le circostanze sono eguali 
nelle due lezioni e nei Sette Savi. 

6. Non potendo un re esercitare la virtù 
visiva fuori della sua città , fa per consiglio di 
Merlino tagliare la testa a sette filosofi che 



73 

ingiustamente governavano il suo reame , e 
ricupera totalmente la vista. 

Il codice non dice che il re fosse d'In- 
ghilterra d'altro paese, come ha lo stam- 
pato, il quale aggiunge pure nuovi partico- 
lari sulla speciale cecità del re , sul potere e 
l'avidità de' suoi sette savi, e cosi sull'ori- 
gine e virtù di Merlino ^d altre non poche 
diversità: ma si accosta invece assai più al 
presente Libro de* Sette Savi, mostrando se- 
guirlo eziandio in un errore proprio del Ms. 
da me esemplato, là dove (pag. 22) narrasi 
di colui che portava in mano uno insonio, 
quando deve leggersi uno bisanto, o altra 
moneta; essendoché bisanto ha il testo del 
prof. D' Ancona , quelli danari che porti in 
mano l'altro del Della Lucia, e mezza on- 
cia d'oro V Erasio a stampa. Or veggasi il 
passo del codice Boni: « Ecco passare uno 
uomo in gran fretta, il qual visto da Merli- 
no, fu da lui chiamato in presenzia delli Am- 
basciatori, e disse: Tu vai alli filosofi del re 
per dimandare d' uno insonio che ti e questa 
notte avvenuto, e quello che tu porti in 
mano in scritto è l' insonio: onde se tu me 
lo vuoi dare ti dirò ciò che significa V inso- 
nio tuo ec. 1 

Avendo inoltre avvertito un' ommissione 



74 

nel mio testo Aé' Sette Savi (pag. 23), la 
quale sebbene tentassi supplire mi lasciò du* 
bitare di averlo fatto a sufficienza (p. 56), 
non sarà inutile eh' io qui riporti il brano 
relativo quale trovasi ncir Erasto a penna : 
e Fa cavare sotto il tuo letto e troverai bol- 
lire una caldara fumigante sette vapori con- 
strutti e generati per arte magica in tuo 
nome, i quali sono cagione di questa tua 
infìrmità. E che appara essere vero quello 
che per me è stato detto, subito che avrai 
quella trovata, comincia a far tagliare la te- 
sta a uno de* sette filosofi e in quello i- 
stante vederai mancare uno de' sette vapori, 
e tu alquanto della tua infìrmità allegerire. 
Fu adunque cavato sotto il letto; e trovato 
quanto era stato predetto, fece il re tagliare 
la testa a uno de' filosofi e vide spento un(y 
vapore e cessar in lui alquanto la doglia.. 
Per la qual cosa morti tutti sette successi- 
vamente , si trovò libero e sano il re più che 
mai fosse a' tempi suoi ec. » 

7. Un cavaliere, per inganno della fante- 
sca^ credendo aver trovata la moglie in a- 
dulterio con un servitore, vinto dalla pas- 
sione amendue gli uccide; poi chiarita l'in- 
nocenza lorOy ammazza la fantesca e da sé 
stesso per disperazione s'impicca» 



78 

È narrata dai quarto filosofo Omoscopo, 
che la stampa cambia in Enoscopo, e fa del 
cavaliere senza nome e senza indicazione di 
città un Cleandro gentiluomo padovano. Nel 
racconto però si conosce una moderna sostitu- 
zione fatta dal redattore presente. Il Ms. dice 
che il cavaliere, dopo aver costretto la mo- 
glie a bere il veleno, mandò per uno famO' 
sissimo frate predicatore che la confessò, la 
qual circostanza, che odora di monaco scrit- 
tore, non apparisce nelF Erasto già pubblicato. 

La novella venne anche stampata a parte 
col titolo di Compassionevole avvenimento di 
Cleandro gentiluomo padovano. Senza alcuna 
data (sec. XVI), in 8.^ 

8. Due tesorieri d* un re , /' uno avaro , 
/' altro liberale : f7 liberale per mal' opera 
del figliuolo volendo rubare il tesoro del re 
rimane preso ne* lacci tesi dall' avaro , e non 
potendone uscire, per non essere conosicuto , 
si fa tagliare la testa dal medesimo figliuolo; 
il quale costretto a ferirsi in una coscia per 
occultare il motivo del lamento della madre, 
muore anch' esso di detta ferita. 

Il codice non dice che il re fosse d'Egitto, 
d'altro luogo, come ha Y Erasto a stampa, 
il quale varia pure nella conclusione, facendo 
che il fìgho invece di sé stesso ferisca la 



76 

madre cbe forte lamentavasi della fine del 
marito, e ne muore dallo spasimo, rima- 
nendo il figlio ricco ed incolume. E Tana 
inoltre dal testo de* Sette Savi ove non appa- 
risce che il figlio soccomba della ferita che 
si fece volontariamente nella coscia. 

Avendo poi avvertito che il mio codice dei 
Sette Savi mostra aver sofferto una breve onni- 
missione a pag. 27 , offro qui il passo mede- 
simo tolto óbW Erasto a penna: < Ritornato 
a casa* narrò alla madre in quanto pericolo 
era stato, e quanto era seguito, pregando 
non di meno che non dovessino alcuni di loro 
piangere e lamentarsi acciò che non fusseoo 
per tal pianto cagione della sua morte. » 

9. Astuzia e sagacia di una donna che 
dal proprio geloso marito si fa dare la mano 
di sposa ad un giovane forestiero amato da lei. 

È narrata dal quinto filosofo Filantropo^ 
talora detto Filandro f\^)XErasto stampato, 
ove s' aggiunge che il geloso marito suddetto 
era un gentiluomo di Grecia mandato al go- 
verno del Peloponneso, con altre circostanze 
variate. Nel Ms. si ravvisa meglio T origine dal 
Libro de Sette Savi, sebbene il racconto fini- 
sca colla morte del marito il quale per dolore 
e vergogna si gettò dalla torre in cui teneva 
rinchiusa la moglie. 



77 

10. Un re pagano all' assedio di Roma 
per aver troppo creduto a tre magi suoi, è 
con loro arti ed inganni distornato dall' im- 
presa , conseguendo essi gran premio da* ne- 
mici, 

V Erasto a stampa fa che T assedio sia 
condotto da un re di Persia in Caldea con 
variati e accresciuti particolari, allontanan- 
dosi cosi viemaggiormente che non fa V Era- 
sto a penna dal Libro de Sette Savi. 

Questo racconto fu stampato dal prof. G. 
Carducci nel giornale intitolato Rivista ita- 
liana, anno IV, 1863 pag. 452-53, traendolo 
da un codice imperfetto , ma di lezione esat- 
tamente eguale al presente, posseduto dal 
sig. cav. F. Zambrini. 

11. Un cittadino modenese è ucciso dalla 
moglie, la quale voleva pigliarsi uno giovane 
di che era innamorata ; ma scoperto il delitto 
viene essa decapitata. 

È narrata dal sesto filosofo Agato, ed é 
una sostituzione moderna del compilatore del- 
l' Erastm II testo a penna ha qualche diver- 
sità da quello a stampa , leggendosi p. e. nel 
primo che il corpo morto del marito avvolto 
in un lenzuolo e portato appresso alle fosse 
di Modena fu guida a conoscere ove accadde 
il delitto per le treccie di sangue che lasciò 



78 

cadere sulla neve; quando nel secondo ab- 
biamo che un cane allevato dall'ucciso sco- 
perse il corpo sotterrato del suo padrone. 

Di questo fatto, e della circostanza dei 
cane, abbiamo una relazione stampata a Mi- 
lano del 1563 col titolo: Novo e compassio- 
nevole avvenimento occorso alli giorni passati 
nella città di Modena ; e il Gamba ( Bibliog^ 
delle Novelle Hai.) aggiunge che la cosa do- 
vrebbe esser vera , poiché la donna venne ab- 
bruciata nella piazza di Modena. Ciò è falso , 
perchè appogi^iato soltanto alla novella dei' 
VErasto, estratto da un cerretano vendistorie. 

12. Della perdita di due meraviglie di Ro- 
ma; l' una di un fuoco continuo artificiale, 
spento da un pazzo; l'altra di uno specchio in 
cui si vedeva ogni movimento e ontro l'impero 
romano , rubato da tre fratelli pel re di Sicilia, 

La lezione del codice è in tutto conforme, 
anche per alcuni traiti della dicitura, al pre- 
sente testo dei Sette Savi, ma varia nell'JE'ra- 
sto a stampa ove Roma è cangiata in Rodi 
e lo specchio in una colonna luciiissima; 
come pure i tre fratelli son fatti tre filosofi, 
e il re di Sicilia diventa un Nicomaco e re 
di Cipro, 

13. Un medico milanese rimasto privo d'un 
figliuolo unico per non gli aver la madre la- 



.■*^ -■ ■«- 



79 

sciato dare una cipolla che dal fanciullo nel 
male era per istinto di natura addimandata 
t dai medici permessa; veduto dopo a caso 
per prova che quella l' avrebbe salvato , vinto 
dal dolore uccide la moglie, 

È narrata dal sellimo filosofo Leuco, ed é 
un' altra sostituzione moderna che seguitava a 
trasformare in Italia il Libro de' Setti Savi, 

Nel Ms. non si dà nome al medico ed alla 
moglie, né si dice che esso medico dopo 
aver morto la moglie uccidesse ancora sé me- 
desimo, come si trova neÀV Erasto stampato. 

ÌL Un giovine adottato in figliuolo da un 
signore francese, per odio a torto conceputo 
contro la matrigna, quantunque innocente, 
con false invenzioni trova modo di farla 
morire; poi per ingordigia di tosto signoreg^ 
giare, fa anche di nascosto strangolare chi 
l^ aveva adottato. 

Questo racconto è pure sostituito dal com- 
pilatore deir^rfl!s/o, e può considerarsi l'ul- 
tima trasformazione fatta subire agli antichi 
testi volgari del Libro de Setti Savi, 

11 codice non pone alcun nome ai perso- 
naggi della novella, né dice che il figliuolo 
adottivo sposasse secretamente l' unica figlia 
del Castellano per averlo complice e ministro 



80 

r Erbato a «Umiia. 

15. // f^ho di «s nero w»^rraitiM^ mg- 
pandfi hk wnt trÀ faén « ra^Mf»'^ u hm- 

d/tx^f %aìift III taU Uato rhe i «m femiùtn 
ti terranno onorali di poterffU dar l mcqmM 
alle mani t tenergli la icranlia. Il padre per 
insidia g^tta il fi';.lio in mare; aa quoti « 
salta, e la profezia viene arreraia. 

Ciò narra Erotto figlio delF imperatore, 
essendo compilili i «cltp giorni in coi fli en 
%'ftato parare. In quesf altima noTeUa il 
M>. «'attiene più deli* Erasto stampato al 
Lthro de Sftti Savi, Lo stampato aggiui^re, 
come di sfililo, de* vaghi nomi ai persooag^ 
gì, ma non dice che il padre dovesse dar 
r acqua alle mani del figlio per lavarsi, né 
la tnndre tenergli la tovaglia ; sicché mancan- 
do la profezia di una tale circostanza, e del 
suo preciso avveramento, viene anche a sce- 
marci gran parte d' interesse e d' effetto al 
racconto. 

Nf;l libro inlìlolalo Cento novelle de' più 
nobili ncrittori della liuffua volfjare, scelte da 
Francpjiro Sansovino (Venezia 1561), leggonsi 
deir Erasto quelle che ho di sopra indicate ai 
Nnm. 1, 3, 5, 7, 8, 10, 11, 13, li e 15. 



81 



O onclii usione 

Alle prcfotc Novelle tanto il redattore 
quanto il rifacìtore dell' ^ra^^o fanno larga 
cornice di minuziose e leziose particolarità 
intese a dar risalto alla favola principale, la 
quale invece viene di tal modo a perdere 
l'impronta della sua cara ed originale sem- 
plicità. Nel cap. 3.** del Ms. leggendosi che 
il principe così spesso lodato di continenza 
si chiama Erasto, nome greco che a da noi 
é detto amabile » (onde l'origine del titolo 
di Amabile di continenza), come pure no- 
tandosi al cap. penultimo che Afrodisia < al- 
tro non vuol dire in greco se non venerea » , 
io credo che solo per siffatte dichiarazioni , 
in un co' nomi greci dati ai sette filosofi (che 
rammentavano i sette Sapienti della Grecia), 
venisse quest'opera arhìtrariamente indicata 
nella rifazione a stampa di greco ridotta in 
volgare; giacché il Syntipas che è una ver- 
sione del Libro de' Sette Savi in detta lingua 
appartenente all' XI o XIII secolo, pubhlicata 
a' nostri giorni, si svolge con troppa diversità. 
Ahbiam veduto che il codice modenese 
MV Erasto fu completato di trascrivere (co- 

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me nota il raptissime e come scorgesi da 
qualche parola lasciata in bianco o fran- 
tesa ) da un frate Girolamo Broiolo li 1 1 di- 
cembre 1517 in Brescia; e se questo frate 
non potè esserne il compilatore, è però certo 
cbe fu un lombardo, dicendo al detto cap. 
penultimo che agucchia pomerola significa, 
secondo il modo tusco, spilleito, e può inol- 
tre flssarsi che il dettato non è anteriore agli 
ultimi anni del secolo XV, mentre troviamo 
al cap. 4.® avere Afrodisia « basciato il suo 
marito alla franciosa i> , costumanza che non 
fu generalmente conosciuta fra noi se non 
dopo la discesa de* Francesi in Italia (1494). 
A questo punto delle mie osservazioni es- 
sendomi rivolto al sig. cav. Federico Odorici 
pregiato scrittore delle storie di Brescia ed 
ora Bibliotecario in Parma ali* oggetto di aver 
notizie di detto frate Girolamo che mi era 
aflatto sconosciuto, mi rispose gentilmente 
che ninno ne parla, ma aggiunse con mia 
molta soddisfazione che la Biblioteca parmense 
possedeva anch'essa un codice òqW Erasio 
(n.® 1391 del nuovo catalogo) il quale si 
chiude colle parole: Incominciai a scriver 
questo a' 26 de octohre, e V ho finito de scri- 
ver el di di S. Martino de mezza hora de 
nocte del 1517 rfe novembre in Brexia. — 



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Fr. Hteronymus Broylus ss. rapiissitne. — 
È una trascrizione fatta un mese prima di 
quella che sta presso il sìg. Boni di Modena, 
colla differenza di Broylus invece di Broyolus, 
11 padre Paciaudi, Ae nel 1761 ebbe inca- 
rico di formare la R. Biblioteca di Parma, 
premette al codice òeW Erasto una sua av- 
vertenza, e ne parla pure in una dissertazione 
de libris eroticis antiquorum che pose in 
fronte al romanzo latino del Rubilli, De Phi- 
logenis et Callisto amoribus ( cod. parra. 357 ). 
Dopo aver ricordate varie edizioni deWErasio 
che lo dichiarano sul frontispizio tradotto dal 
greco, aggiunge: An reapse extitit graecis tra- 
dita literis isthaec Erasti historia? Minime 
vero, sed ea quanta est, decerpta ex narra- 
itone lohannis Monachi Altae-Sylvae , quae 
typis data fuit a Gerardo Leeu, Antuerpie, 
anno 1490, hoc praefixo /?Ym/o Historia calu- 
mniae novercalìs, quae Septem Sapientum 
dicitur, seu historia Heracliti , m-4.° No' 
minibus immutaiis Erasti, casus eorumque 
exitus nihil discrepant. De quo sane libello 
licet nobis aliquid certius proferre ex codice 
ehartaceo huius R. Bibliothecae quem Brixiae 
excripsit quidam frater Hieronymus Broylus 
anno 1517. In eo quippe miserabiles Erasti 
vices integer, castusque inter pericula ani- 



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inus, et Aphrodisiae novercae imidiat ariesque 
ppsshnae sapicntium Consilia et documenta , 
itìexpectata rerum complexio^ virtutisque trium- 
phus, tota denique histonae series multo ap- 
tius, ac verosimilius , qilam in impressis ex- 
plicaia legitur. Ma è da notare che YHislorta 
Septem Sapientum, che sì aveva stampata fin 
dal 1475 circa, e clic fu riprodotta lìoW Hi- 
storia calumniae novercalis otc. con delle cor- 
rezioni di stile e la soppressione di alcuni 
nomi nel 1490 (e mi è nuovo e da rimar- 
carsi che fosse anche detta seu historia Hera- 
cliti) non contiene il testo di Don Gianni mo- 
naco d'Altaselva. Questo tosto fu dal prof. 
Adolfo Musaffìa scoperto di recente in un co- 
dice del secolo XV che trovasi nella Bibl. 
imper. di Vienna col titolo Historia pulcher- 
rima ac delectabilis Lucinii qui fuit discipu- 
lus Virgilii magni philosophi , utilis prò hu- 
militate, patientia.obedientia, castitate et silen- 
tio servandis, ed esso veramcrilo combina a 
molti riscontri col Dolopathos poema francese 
che r Herbers trovatore del sec. XIII dichiarò 
aver cavato dal lihro latino di Don Gianni. — 
Il sig. Graesse nel suo Tresor de livres rares 
etc, Dresde 18G5, Tom. 0, pag. 36 i, ci dà 
inoltre una notizia (in qui ad altri sfuggita, 
e cioè che un estratto del romanzo latino de 



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septem sapientibus trovasi nelF opera Scala 
coeli (fratris lohannis lunioris ord. praed.)» 
Ulme 1480, art. Femina, a cart. 87 e segg. 
Il romanzo di Erasio, di cui Mario Teluc- 
cini formò un poema in nove canti in ottava 
rima, Pesaro 1566, fu pure voltato in fran- 
cese (traduit de Titalien), Lyon 1564, indi 
nello spagnolo ( traducido de italiano ) dal 
Della Vera, Amberes 1573 (versione che il 
De Maylli ridusse in francese, Paris 1709), 
e finalmente in inglese, London 1674. Fu 
dunque a torto che Antonio Guevara si disse 
aver prima composto V Era sto in spagnuolo, 
e cosi a torto venne attribuita a Marco Perez 
la compilazione dell' Hisioria de los siete sa- 
bios de Roma in uu' edizione di Barcellona 
uscita verso il 1725, quando in nessuna delle 
anteriori stampe in lingua spagnuola (la pri- 
ma è di Burgos 1530) non apparisce alcun 
nome d' autore, e il Perez probabilmente non 
avrà fatto altro che rimodernarne lo stile (v. 
in Graesse 1. p. una lunga serie delle tradu- 
zioni e riduzioni in diverse lingue del Libro 
de Sette Savi ). 



Fine.