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Full text of "Il Naturalista siciliano : organo della Società siciliana di scienze naturali"

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NATUEALISTA SICILIANO 



ORGANO DELLA SOCIETÀ SICILIANA DI SCIENZE NATURALI 



ANNO VENTUNESIMO 



NUOVA SERIE — VOL. I. 




PALERMO 
Stabilimento Tipografico Virzì 



Nov. 1909— Ott. 1910 



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CENNO STORICO 



SULLA 



Società Siciliana di Scienze Naturali 



Già fin nel 1895 vagheggiai il pensiero di riunire in una grande 
società tutti i naturalisti di Sicilia. Diramai all'uopo una circolare che 
ebbe generale adesione , e nei primi del gennaio 1897 la costituzione 
della nuova società fu un fatto compiuto. Il giorno 3 del detto mese 
la società tenne la sua prima seduta nella sala delle lapidi al Munici- 
pio; ebbi io l'onore di essere eletto vicepresidente e l'incarico di dire il 
discorso inaugurale, che trovasi inserito nel volume del Naturalista Sici- 
liano del detto anno , al quale rimando il lettore. Quella società prese 
nome di Società dei Naturalisti siciliani; ma sventuratamente per va- 
rie ragioni che non è qui luogo ad enumerare e da me indipendenti 
ebbe un rapidissimo tramonto. 

Rimase però in me un forte rammarico che quella proposta non 
avesse avuto fortuna e anche una speranza e un desiderio vivissimo 
che un giorno potesse avere attuazione. Raccolto in me stesso , rimasi 
in attesa di più propizie circostanze. Né m'illudevo : poiché quella spe- 
ranza da lungo tempo vagheggiata dovea avere finalmente esito felice. 
Essendo infatti ormai mutate le condizioni economiche e morali dell'i- 



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— IV — 

sola, purificato l'ambiente, migliorato l'indirizzo degli studi, ed essendo 
il seme, già da me gettato anni addietro, germogliato tacitamente e oc- 
cultamente nei cuori , pensai che la mia idea fosse matura per poter 
avere un successo sicuro e duraturo. Mi decisi cosi a chiamare a rac- 
colta gli amici e conoscenti e proporre loro di costituire un forte so- 
dalizio sotto il nome di Società Siciliana di Scienze Naturali. Convocai 
gli aderenti e dietro loro approvazione, diramai una circolare in cui era 
abbozzato sommariamente il programma della nuova società pregando 
tutti coloro che condividessero le stesse idee di rinviare la circolare con 
la propria adesione. 

Furono ben 99 gli scienziati che sottoscrissero ; molti mandarono 
anche delle lettere di plauso. Volendo dare una base alla nuova società, 
ci siamo riuniti più volte in casa dell' illustre prof. Giuffrè per scam- 
biare reciprocamente le nostre idee e fissare più chiaramente l'indirizzo 
della società. Or siccome in qualunque cosa al mondo, sebbene si fosse 
nei più intimi rapporti di amicizia e sebbene comune fosse l' intendi- 
mento e lo scopo, avviene che le idee dell'uno non collimino perfetta- 
mente con quelle dell'altro, fu scelta di comune accordo una commis- 
sione per compilare lo statuto e sottoporlo all' approvazione dei soci. 
Tale commissione fu composta dal prof. Liborio G-iuffrè , il prof G. E. 
Mattei e il sottoscritto. Noi abbiamo soddisfatto tale compito seguendo 
i desiderii e i suggerimenti che abbiamo raccolti dal maggior numero 
dei soci e conformandoli all'indirizzo che fin dal principio ci eravamo 
prefissi e alle norme abbozzate dalla circolareprograma {vis unita for- 
tior), che avea avuto già precedentemente la generale approvazione. 

Riunitici in casa del prof Giuffrè, fu concordemente stabilito di porre 
a stampa lo statuto e inviarlo ai sottoscrittori della circolare-programma, 
invitando coloro che lo approvassero di rimandarlo con la propria firma, 
e coloro che avessero a ridire, di apporre le proprie osservazioni. Il ri- 
sultato fu il seguente che sessantanove soci su 99 rinviarono lo statuto 
con la loro firma e approvazione. Diciannove soci si astennero ed è 
quindi a ritenere che tacitamente lo approvassero. Un solo socio scrisse 



— V — 

che disapprovava lo statuto e dichiarò non voler far più parte delia 
nuova società. Ciò ci ha arrecato molto dispiacere, perchè egli è un zoo- 
logo distinto e nostro comune amico, il prof. Teodosio De Stefani. Cosi 
lo statuto è stato dichiarato approvato a grande maggioranza. 

Siccome la nostra società non ha ancora mezzi e quindi non ha 
un organo proprio, ha stabilito di pubblicare le sue memorie e resoconti 
nel Naturalista Siciliano che io ho messo gratuitamente a sua' disposi- 
zione. 

Questa magnifica rivista è stata pubblicata per molti anni a spese 
dell'illustre e benemerito suo fondatore il cav. Enrico Ragusa che ne è 
stato pure il direttore. Egli, non intendendo ulteriormente continuarla, 
ne fece cessione al sig. Alberto Rebor che ne pubblicò uno o due vo- 
lumi. Però anche il detto editore decise di sospendere la pubblicazione 
e non più continuarla. 

Dolendomi che questa rivista venisse a fine , stipulai una conven- 
zione con il signor Reber assumendone le spese e la proprietà ; sicché 
questa pubblicazione viene ripresa e continuata. Da canto mio sono ben 
lieto che la Società Siciliana di Scienze Naturali abbia deciso di avva- 
lersi come organo della società di detta rivista e volentieri (secondo 
potrò) andrò pubblicando tutti i lavori dei soci. Sono poi orgoglioso che 
il nostro illustre socio sig. Conte Turati abbia mandato un interessan- 
tissimo lavoro sui lepidotteri cui ho dato di buon grado il primo posto. 

Io sono ben lieto dei sacrifizi e dei lunghi lavori fatti perchè il mio 
antico vagheggiato disegno della costituzione di una Società Siciliana 
di Scienze Naturali avesse finalmente un'attuazione e fo voti e ho piena 
fidanza che essa avrà lunga vita e prosperità. Immensi vantaggi infatti 
può arrecare all'isola nostra. Sono sicuro che essa darà valevole impulso 
all'incremento scientifico non solo con l'affratellamento dei cultori delle 
varie scienze, ma anche con l'accomunaraento delle singole attività. In- 
fatti la coltura scientifica dallo scambio reciproco del risultato dei vari 
studi e dalla stessa misteriosa forza della collettività, non può non at- 
tingere nuova vitalità ed energia. 



— vi — 

La nostra società, di cui fanno parte delle notabilità preclare , si 
propone poi di contribuire al progresso dell' isola non solo dal lato 
puramente scientifico, ma anche e più ancora dal lato economico e 
dirò anzi pratico. Essa si propone infatti di promuovere lo studio e 
la ricerca delle risorse minerali dell' isola esplorando e studiando la 
composizione chimica delle sue rocce e tentando di scovrire dei tesori 
finora nascosti nelle viscere della terra. Si propone di studiare e tentare 
l'estrazione di nuove sostanze chimiche dei prodotti vegetali, l'introdu- 
zione di nuove piante di utilità agricola, industriale, commerciale, l'i- 
bridazione di nuove piante , il miglioramento delle razze degli animali 
domestici, la distruzione dei parassiti delle piante e degli animali, etc. 

La costituzione della nostra società è poi, come ho altra volta detto, 
tanto più opportuna e utile in quanto che la nostra isola per le sue 
condizioni fisiche climateriche e telluriche forma una regione a parte 
avendo una fauna e una flora diversa di quella del continente italiano. 

Ora che la Sicilia si appresta a celebrare il fausto anniversario 
della sua liberazione, la costituzione della nostra società, in questo au- 
guroso cinquantenario assurge ad un avvenimento di grande importanza, 
perchè il progresso scientifico è il vero indice e segnacolo del progresso 
della civiltà di un popolo. II vero frutto della libertà infatti non con- 
siste e non si esplica che nel perfezionamento morale e civile, del quale 
la scienza è la manifestazione più alta. 

Maroh. Antonio De Gregorio 



Costituzione della Società di Scienze Naturali 



Avendo avuto l'onore di essere eletto segretario per la Società Si- 
ciliana di Scienze Naturali mi premuro dare i primi ragguagli intorno 
alla sua formazione. 

Il numero dei sottoscrittori della circolare programma inviata dal 
March. A. De Gregorio fu di 99 come risulta dall'elenco che segue. Lo 
statuto fu compilato da una commissione composta dal prof. Mattei , il 
prof. Giuffrè e il March. De Gregorio e fu sottoposto all' approvazione 
dei soci inviandone una copia alla rispettiva residenza. Esso è stato 
approvato a quasi unanimità di voti , avendo avuto un solo voto con- 
trario. 

Nella tornata del 21 febbraio , in casa dell' illustre prof Liborio 
Giuffrè, si procedette alla nomina del Consiglio Direttivo , della nuova 
Società Siciliana di Scienze Naturali. 

Aderirono gran numero di soci, parte inviando la scheda, parte in- 
tervenendo alla riunione. 

Complessivamente ecco i nomi dei soci votanti : 

Prof Liborio Giuffrè , March. De Gregorio , Prof. Ziino Nunzio , 
Prof Bacca, Comm. Giuseppe Whitaker, March, di Monterosato, Conte 
F. Paulsen, Prof Salvatore De Gregorio, Dott. Salvatore CaliCardella, 
Dott. Simone Sirena, Prof. Silvestro Toscano, Prof Corrado Guzzanti, 
Prof. Saverio Ciofalo, Prof L. Bucca, Dott. Ignazio Maggio, Prof. Salva- 
tore Scalia, Prof. Ortensio La Calce, Dott. Gaetano Ferri, Dott. Vincenzo 
Guzzanti, Prof Francesco Oliveri, Dott. Olindo Santarelli, Dott. Andrea 
Sandia, Cav. Eugenio Serra, Prof Federico Sacco, Prof. Alessandro Roc- 
cati, Prof. G. E. Mattei, Francesco Buzzanca. 



— Vili — 
Fatto lo spoglio delle schede riuscirono eletti a far parte del Con- 
siglio direttivo i seguenti : 

Bucca Lorenzo (Catania) , De Gregorio Antonio (Palermo) , Giuffrè 
Liborio (Palermo) , Monterosato (Palermo) . Platania Gaetano (Messina), 
Kiccò Annibale (Catania), Sirena Simone (Palermo), Whitaker Giuseppe 
(Palermo), Ziino Nunzio (Palermo). 

Nella successiva adunanza, giusta le norme dello statuto, si è radu- 
nato il Consiglio direttivo e si procedette alla distribuzione delle cari- 
che, che cosi vennero attribuite : 

Presidente — Prof. Liborio Giuffrè. 
Vice-Presidente — March. Antonio De Gregorio. 

Prof. A. Ricco. 
Consiglieri — Prof. A. Platania. 

» Comm. Giuseppe Whitaker. 

» Prof. Lorenzo Bucca. 

w Marchese di Monterosato. 

Cassiere — Prof. Nunzio Ziino. 
Segretario — Dott. Simone Sirena. 

U Segretario 
Dott. Sirena Simone 



STATUTO DELLA SOCIETÀ SICILIANA 
di Scienze Maturali 



1. È costituita in Palermo un'Associazione col nome di Società Si- 
ciliana di Scienze Naturali. 

2. Scopo della Società è di cooperare al progresso delle Scienze 
Naturali e anche delle Scienze ad esse affini specialmente in tutto quanto 
riguarda la Sicilia. 

A conseguire tale scopo la Società si propone di tenere periodiche 
riunioni, indire concorsi, escursioni, congressi e di pubblicare, a seconda 
dei mezzi disponibili, delle memorie originali e una rivista mensile. 

3. I fondi necessari all' attuazione degli scopi sociali saranno costi- 
tuiti dalle oblazioni di enti pubblici e di privati, dalle conferenze a pa- 
gamento, dal ricavato della vendita delle proprie pubblicazioni. 

4. I soci si distinguono in ordinari, onorari e perpetui. 

5. Per essere ammesso come socio ordinario occorre che se ne fac- 
cia domanda appoggiata da due soci. 

Il Consiglio Direttivo deciderà suU' accoglimento della stessa. 
I soci ordinari non sono obbligati ad alcun pagamento di sorta. 

6. I soci onorari sono nominati dall' Assemblea dei soci dietro pro- 
posta motivata del Consiglio Direttivo. 

7. Soci perpetui sono quelli che fanno alla società una elargizione 
non inferiore alle L. 500. 

8. La Società è rappresentata da un Consiglio Direttivo composto 
di 9 membri. 



9. Il Consiglio Direttivo resta in carica durante tre anni con là 
rinnovazione parziale di un terzo ogni anno. 

10. La elezione per la rinnovazione del terzo si fa nell'assemblea 
di dicembre. 

I soci assenti potranno mandare le loro votazioni per iscritto , in 
lettera raccomandata o con altro mezzo di sicuro recapito. 

11. Il Consiglio Direttivo eleggerà nel suo seno un presidente, due 
vicepresidenti, un segretario, un tesoriere-economo. 

12. La Società si riunisce in assemblee ordinarie e straordinarie : 
le ordinarie una volta al mese ; le straordinarie tutte le volte che lo 
ritenga utile il Consiglio Direttivo o se ne fticcia domanda da 10 soci. 

13. Qualunque modificazione al presente Statuto dovrà essere prima 
proposta dal Consiglio Direttivo ad unanimità, ovvero da quindici soci. 
Per essere attuata dovrà quindi essere sancita dal voto della maggio- 
ranza della assemblea. Tutti i soci dovranno essere informati della pro- 
posta e potranno (non intervenendo all'adunanza) mandare il loro voto 
per lettera raccomandata. 

Artìcoli transitori 

14. Tutti coloro che entro Dicembre 1909 hanno firmato la circo- 
lare programma (col motto ; vis unita fortior) diramata dal Comitato 
Provvisorio, sono considerati come soci ordinari. Essi però dovranno fir- 
mare anche il presente Statuto. 

15. La Società , finché non avrà un organo proprio, pubblicherà i 
resoconti delle sue sedute e le memorie dei soci nella rivista mensile : 
« Il Naturalista Siciliano » (Nuova Serie, Anno I e seguenti), al Diret- 
tore del quale (in Palermo, Via Molo, 132), i soci potranno inviare le 
memorie scientifiche. 

16. Il Consiglio Direttivo , che sarà testé eletto , resterà in carica 
integralmente durante i primi due anni , trascorsi i quali sarà rinno- 
vato di un terzo. 



ELENCO dei Soci Ordinari della Società Siciliana di Scienze 
Naturali secondo la data della sottoscrizione (sino a Feb- 
braio 1910). 



Soci residenti in Sicilia 

1. March. Antonio De Gregorio (Dott. in Se. Nat. Palermo) 

2. Dr. Lib. Giuffrè (Dir. della Clinica Med. Palermo) 

3. Prof. A. Ricco (Dir. Osserv. Astr. Catania) 

4. Comm. Giuseppe Whitaker (Palermo) 

5. Prof. Ad. Venturi (Prof. Geod. Univ. Palermo) 

6. Dr. Ern. Tricomi (Dir. Clinica Chir. Univ. Palermo) 

7. Prof. Guido Horn (Prof. Oss. Catania) 

8. Prof. Giovanni Di Stefano (Dir. Gab. Geol. Univ. Palermo) 

9. Prof. Dr. Lorenzo Mannino (Palermo) 

10. Bar. Mauro Turrisi (Senatore del Regno Palermo) 

11. Dr. Simone Sirena (Dr. in Se. Agr. Palermo) 

12. Prof. Nunzio Ziino (R. Scuola di Appi. Ingegneri Palermo) 

13. Dr. Mariano Geramellaro (R. Università Palermo) 

14. Prof. Eraerico Carapezza (R. Scuola di Appi. Palermo) 

15. Prof. Dr. Arnaldo Trambusti (Dir. Ist. Patol. Palermo) 

16. Prof. Calcedonio Tropea (R. Orto Botanico Palermo) 

17. Dr. Azeglio Bemporad (R. Osservatorio Catania) 

18. Prof. Gaetano Platania (Pres. Liceo Messina) 

19. Conte F. Paulsen (Dir. Viv. americ. Palermo) 

20. Prof. Ing. Pietro Grassi Finocchiaro (Giarre) 



— XII — 

21. Prof. Salv. Caruso (Liceo Girgenti) 

22. March. Tommaso Di Maria Allery di Monterosato (Palermo) 

23. March. Pietro Ballesteros di Bongiordano (Palermo) 

24. Prof. Michele Loiacono (Orto Bot. Palermo) 

25. Prof. Luigi Sanzo (Assist. Gab. Zool. Univ. Palermo) 

26. Prof. Salvatore De Gregorio (Liceo Oaltagirone) 

27. Dr. Leonardo Rabitto (R. Univ. Zool. Palermo) 

28. Dr. Salvatore Pitrè (Palermo) 

29. Dr. Giuseppe Sesti (Gab. chim. agrar. Palermo) 

30. Prof. Gioacchino Basile (Catania) 

31. Prof. Francesco Buzzanca (Scuola tecnica Milazzo) 

32. Dr. Srilvatore Cali Cardella (Scuola tecnica Acireale) 

33. Prof. Antonio Russo Giliberti (R. Univ. Palermo) 

34. Prof. D. G. Parlavecchio (R. Univ. Palermo) 

35. Prof. Giov. Ett. Mattei (R. Orto Botanico Palermo) 

36. Prof. Francesco Tagliarini (R. Liceo Garibaldi Palermo) 

37. Luigi Failla-Tedaldi (Entom. Castelbuono) 

38. Prof. Silvestro Toscano (Liceo Noto) 

39. Prof. Francesco Tucci (R. Istituto Zootecnico Palermo) 

40. Dr. Prof. Pietro Cannarella (R. Liceo V. Em. Palermo) 

41. Dr. Giuseppe Riggio (R. Liceo V. Em. Palermo) 

42. Prof. Francesco Arcidiacono (Acireale) 

43. Dr. Domenico Lauza (Orto Botanico Palermo) 

44. Prof. Corrado Guzzanti (Osserv. Geodinamico Mineo) 

45. Prof. Dr, Giovanni Donzelli (Ist. Patol. Palermo) 

46. Prof. Saverio Ciofalo (Termini) 

47. Cav. Enrico Ragusa (Palermo) 

48. Dr. Giuseppe ChecchiaRispoli (Gab. geol. Univ. Palermo) 

49. Dr. Luigi Shopen (idem) 

50. Prof. Luigi Buscalione (Direttore Orto Bot. Catania) 

51. Prof. Mancuso Lima (R. Liceo Umberto I. Palermo) 

52. Prof. Lorenzo Bucca (Gabinetto Geol. Univ. Catania) 



— XIII — 

53. Dr. V. Sangiorgi Belluso (Via Cavour, Catania) 

54. Dr. Ignazio Maggio (Liceo Cefalù) 

55. Prof. P. Vinassa de Eegny (R. Università Catania) 

56. Dr. Prof. Salvatore Scalia (R. Università Catania) 

57. Ing. Francesco Vitale (Vicolo S. Carlo, Palermo) 

58. Prof. Ferdinando Alfonso (Dirett. Istit. Agr. Castelnuovo Palermo) 

59. Prof. Dr. Ortensio La Calce (Cefalù) 

60. Prof Antonio Di Bernardo (Liceo Catania) 

61. Dr. Gaetano Ferri (R. Glinnasio Sciacca) 

62. Prof. Salvatore Di Bernardo (Via Lincoln, Catania) 

63. Prof Leopoldo Nicotra (già prof. Orto Bot. Messina, ora in Roma) 

(Via Gracchi, 56) 

64. Dr. Vincenzo Guzzanti (Mineo) 

65. Prof. Giuseppe De Lisa (Osserv. Meteor. Valverde Palermo) 

66. Dr. Ettore Michelucci (R. Osservatorio Palermo) 

67. Prof. Dr. Luigi Philippson (R. Università Palermo) 

68. Prof. Gaetano Lo Cascio (Chiusa Sclafani) 

69. Prof. Antonino Borzi (Direttore Orto Botanico Palermo) 

70. Prof Francesco Oliveri (Ist. Naut. Palermo) 

71. Prof. Francesco Spallitta (Dir. Gab. Fisiol. Univ. Palermo). 

72. Dr. Martino Beltrani (Gab. Fisiol. Univ. Palermo) 

73. Prof. Fed. Raffaele (Dir. Gab. Zool. Univ. Palermo) 

74. Prof. Ignazio Caldarera (R. Liceo V. Emm. Palermo) 

75. Prof. Olindo Santarelli (Direttore Giard. Acclimaz. Palermo) 

76. Dott. Andrea Sandias (Trapani) 

77. Cav. Eugenio Serra Agr. (Via Lincoln, 55) 

78. Ing. Salvatore Mazzarella (Via Esposizione, Palermo) 

79. Prof. Michele Ciofalo (Piazza Armerina) 

79. Dr. Michele Ciofalo (Termini) 

80. Prof. Francesco Oliveri (Istituto Nautico Palermo). 



— XIV — 

Soci l'esidenti nel continente italiano 

81. Dr. Filippo Speciale (Glia. Oc. Università Roma) 

82. Prof. Comra. Emmanuele Paterno (Vice-Pres. Senato Roma) 

83. Prof. G. T. Mercalli (Liceo Napoli) 

84. Prof. Luigi Luciani (Senatore Roma) 

85. Prof. Pasquale Baccarini (Dir. Ist. Botan. Firenze) 

86. Prof. R. Pirotta (Dir. Ist. Bot., Via Penisperna, Roma) 

87. Prof. Andrea Giardina (Gab. Anat. Università Pavia) 

88. Prof. Pietro Spica (R. Università Padova) 

89. Prof, Gir. Caruso (R. Università Pisa) 

90. Conte Emilio Turati (Milano) 

91. Prof. Federico Sacco (Museo Pai. Univ. Torino) 

92. Prof. Alessandro Roccati (Politecnico Torino). 

93. Dr. F. Stella Starrabba (Univ. Napoli). 

94. Prof. Fr. Bassani (R. Università Napoli). 

Soci residenti all' estero 

95. Prof. Arch. Geikie (Pres. Royal Society London) 

96. Prof. Thomas Kenny Hughes Esq. M. A. F. G. G., F. R. S., F. S. A. 

(Univers. Cambridge) 

97. Prof. M. Koernicke (Bonn) 

98. Prof. Arthur M. Edwards M. D. (New-Jersey, 423 Fourt Av. Newark). 

99. Dr. Giovanni Gulia, (Vittoria Gozo Malta). 



— XV — 



Avvertimento ai membri della Società siciliana di scienze naturali, 
agli abbonati del Naturalista , alle Società e Accademie che 
fanno dei cambi con questa rivista. 



I membri della Società siciliana di vScienze Naturali, che desiderano 
pubblicare dei lavori nel Naturalista sono invitati, inviarli al Presidente 
della Società Prof. Liborio GiuftYè in Palermo, Via Principe Belraonte, 
ovvero al Marchese Antonio De Gregorio, Direttore del Naturalista in 
Palermo, Via Molo 132, ove attualmente è la sede della Società. L'in- 
serzione degli articoli dei membri della Società è concessa gratuitamente 
dal Naturalista Siciliano; secondo possibilità saranno tutti stampati. 

II Naturalista sarà pubblicato al solito, mensilmente, per fascicoli 
di 24 pagine, salvo il caso che per circostanze speciali fosse necessario 
pubblicare vari numeri insieme. Però anche in tal caso il numero to- 
tale delle pagine del testo sarà sempre lo stesso proporzionatamente. 

La pubblicazione dei presenti fascicoli, che sono i primi della nuova 
serie, è stata ritardata, si per le pratiche necessarie alla nuova assun- 
zione di direzione e redazione, si per il ritardo della costituzione della 
Società Siciliana di Scienze Naturali (la quale si è inaugurata finalmente 
nella fausta occasione del cinquantenario dell' entrata di Garibaldi in 
Palermo), si per altre ragioni le quali sarebbe lungo qui esporre. 

Coloro che desiderano abbonarsi a questa rivista possono dirigersi 
alla Libreria Alberto Reber, in Palermo, Corso Vittorio Emanuele o al 
sig. R. Friadlander in Berlino (Karlstrasse, 11). 



— XVI 



SCIENZA E FILANTROPIA 



È noto in tutto il mondo l'esempio nobilissimo di solidarietà e fra- 
ternità umana dato dai marinai russi nella orrenda catastrofe di Mes- 
sina che tanti atti di eroica abnegazione compirono. Però anche il cuore 
degli scienziati di quel magnanimo paese fu commosso all'annunzio della 
grande sciagura. L' illustre professore Paulow , che tanto onora 1' Uni- 
versità di Mosca, tenne colà una splendida conferenza sul disastro della 
regina del Faro e mandò un'oblazione di lire 200. Di tal somma lire 50 
furono date al prof. Filippo Seguenza, farmacista, superstite del disastro, 
fratello del celebre geologo Giuseppe Seguenza, rimpianto amico, e zio 
dei distintissimo geologo Luigi Seguenza pure dell'Università di Messina 
morto tragicamente nel terremoto. Le altre lire 150 furono impiegate 
per sussidiare un infelice mutilato nel disastro di Messina un certo Pre- 
viti, il quale ebbe amputata una gamba a Catania e quindi trasportato 
all' ospedale di Palermo dovette sottostare all' amputazione di un altro 
tronco di gamba. Il Naturalista Siciliano plaude di cuore all'atto pietoso 
dell'illustre professore di Mosca che è degno di ogni encomio. 



Ringraziamenti 

Tra le lettere di plauso inviate alla Società Siciliana di Se. Natu- 
rali dai più chiari scienziati del mondo tiene un posto cospicuo quella 
mandata dal Prof. Stanislas Meunier del Museo delle Scienze di Parigi, 
il quale ha fatto dono alla società di molte preziose memorie scientifiche. 
La presidenza della Società esprime pubblicamente per mezzo del suo 
organo il Naturalista Siciliano i suoi più vivi ringraziamenti. 



ANNO XXI ieo9 Nuova serie-Vol. 1° N. 1-8. 

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Nuove forme di lepidotteri 

e note eritiehe 



III. 

Milano, febbraio 1909. 

Le leggi della natura sono generali: 1' uomo da poco più di un se- 
colo, spogliandosi di ogni preconcetto, smettendo ogni superstizione, noil 
adombrandosi più del fulgore della verità, si è messo a tutta lena, e con 
entusiasmo sempre più crescente a studiare queste leggi fino allora quasi 
del tutto ignorate. 

Dapprima ne constatò gli effetti , poi ha cercato di riprodurli ad 
arte, di analizzarli per rimontarne alle cause, e strappar cosi il segreto 
della vita, che affanna sempre il pensiero di coloro che non s'acquetano 
nelle comode spiegazioni, ma intendono discoprire la genesi di ogni fe- 
nomeno organico e inorganico. 

E la natura gli ha messo a disposizione un campo immenso, polche 
egli può operare indifì'erentemeiite tanto nel macrocosmo quanto nel 
microcosmo. 

La sintesi delle innumeri analisi potrà un giorno, riunendo tutte le 
fila, venirne ad una conclusione ? L'essenza della materia stessa sarà 
essa messa in chiaro ? Dalla molecola, dall'atomo, siamo giunti oggi agli 
ioni, agli elettroni. Chissà quale altra teoria sorgerà domani ? Però più in 
là degli elettroni non sembra si possa andare nella divisione della ma- 
teria. 

La elettricità è considerata non come una sostanza speciale , ma 
come una manifestazione di forze elastiche sorte nel seno dell'etere; la 
corrente elettrica vuoisi costituita dal rapido moto degli elettroni. 

Gli atomi materiali sono considerati come aggregati di eletti'oni e 
la massa dei corpi tutti, quindi, una massa elettromagnetica. 

Cosi la costituzione del mondo fisico è ricondotta a due sole entità 
fondamentali : elettroni ed etere. Gli atomi e gli ioni non sarebbero 
Il Nat. Sic, Anno XXI— Nuova Serie Voi. I. 1 



secondo le più moderne teorie che sistemi di elettroni. Ogni atomo con- 
terrebbe elettroni negativi dotati di rapidi movimenti periodici aggi- 
rantisi intorno ad un centro, a guisa di quello dei pianeti di un sistema 
solare (1). 

Ma se la conoscenza intima della composizione della materia è giunta 
a questo punto , la sua relazione colla vita agiterà ancora per lungo 
tempo l'umanità, se pure non sorpasserà la possibilità dell'intelletto 
umano, come i concetti di infinito, di spazio, di etere. 

La chimica, che ha analizzato le sostanze che compongono i diversi 
corpi da noi conosciuti, ed ha studiato i fenomeni di azione e di reazione, 
nonché di relazione fra di loro, ci aveva già indicato i movimenti mole- 
colari, che le moderne teorie elettro magnetiche credono di aver messo 
in chiaro. Ma sia questa energia elettro magnetica, che si sviluppa nelle 
particelle infinitamente piccole della materia, quella che forma la vita, 
che mantiene una vita già insita in quelle particelle stesse, sia essa 
lo scambio di attività fra le diverse particelle e le diverse sostanze che 
compongono i corpi, col cessare di questa energia, di questo scambio, 
cessa la vita — interviene la morte. Cosa è dunque la vita, se non una 
manifestazione della materia ? 

Le leggi dell'attrazione, che tengono insieme i corpi, e le leggi elettro 
magnetiche, che ne spiegano modernamente 1' essenza, bastano a mo- 
strarci coll'usura della materia la rottura del circuito elettro magnetico, 
causa della cessazione della vita. Ma riusciranno a mostrarci quando 
ha principio la vita e come in natura si passi dagli elettroni alla molecola, 
e dalla molecola alla cellula germinativa, ai cromosomi, dotati di vita ? Sia 
comunque, sta il fatto, che la vita è uno stato della materia. Anche dai 
fenomeni di suggestione, di ipnotismo, di telepatia, che sembrano into- 
nare la materia di un individuo ad essere impressionata dalia volontà 
di un altro, parrebbe che la volontà avesse ad essere come una vibra- 
zione, una radiazione , una emissione di energia, una manifestazione 
speciale inerente alla vita. 

Questi studi, dovranno essere approfonditi, oltre che dai cultori della 
scienza elettro magnetica, dai fisiologi, dai naturalisti e dagli specialisti 
della fisiogenia, ossia della scienza dello sviluppo delle funzioni, che lo 
Haeckel ha preconizzato già quando dettava le sue dottrine di embrio- 
logia, e sviluppava la teoria della discendenza, cercando colla filogenia 
il funzionamento delle leggi dell'ereditarietà. 



(1) BlGHl — La materia radiante ed i raggi magnetici. 



— 3 — 

A queste leggi della ereditarietà la lepidotterologia presta largo 
campo di studi. Dopo Darwin vi avevano dato opera, basandosi su osser- 
vazioni nella botanica, il De Wries, e, prima di questi quasi senza sa- 
perlo, un modesto sacerdote, Gian Gregorio Mendel. 

Un quarto di secolo è testé trascorso della morte del prete di Brunn 
e già gli si prepara un monumento nella piazza di quella cittadina, dove 
insegnando alla scuola superiore, egli coltivava nel suo orticello fagioli, 
piselli e fiori, tentando colla fecondazione artificiale fra le diverse qualità 
incroci che lo portarono alla scoperta delle leggi, alle quali oggi, sotto il 
nome di « Mendelismo » l' Università di Cambridge ha dedicato una 
cattedra speciale. 

* 
* * 

Da 25 anni a questa parte mi sono occupato di studi d'incrocio 
tanto nel ramo zootecnico , quanto nella floricoltura. La fecondazione 
artificiale dei fiori specialmente nei generi Pelargonium e Begonia mi 
ha dato qualche soddisfazione. Niente, tuttavia, in confronto degli orti- 
coltori specialisti, che sono arrivati a portare per esempio i Pelargoni 
zonali e peltati ad una meravigliosa varietà di fiori, e le Begonie ad una 
serie di ibridi, e di meticci che vanno continuandosi nelle nuove loro 
forme acquisite, e modificandosi ancora successivamente per volontà dei 
loro stessi autori. 

I Giapponesi hanno tuttavia preceduto gli Europei in queste prati- 
che di selezione artificiale: basti aver occhio ai loro Crisantemi, agli 
Iris, ai Lilium ecc. , tanto che ad essi spetterebbe quasi la priorità di 
questi studi, se li avessero non tecnicamente soltanto fatti valere , ma 
scientificamente approfonditi. 

, f.Nel campo della zootecnia ho tentato esperimenti di avicoltura, ho 
tentato incroci di conigli. Ma quando un giorno ho visto a Londra in 
una grande esposizione di animali da cortile al Crystal Palace i risul- 
tati ottenuti dai membri dei vari clubs esistenti colà per il migliora- 
mento — ossia per il perfezionamento artificiale ed artificioso — di ogni 
singola razza di polli, per esempio, (ad ottenere il quale ogni anno era 
stabilito uno Standard da raggiungere , e chi portava un prodotto che 
a quello Standard corrispondesse oltre un vistosissimo premio, toccava 
somme folli nella vendita del tipo come riproduttore) mi son detto che 
non valeva la pena di arrampicarmi su di un albero per coglierne dei 
frutti, che erano già sul mercato a disposizione di tutti. 

Però non ho desistito dal continuare nel campo dell'ippica questi 



_ 4 — 

studi. Attratto dalla passione pel mag-uifico animale, e dal desiderio di 
un miglioramento effettivo nell' allevamento del cavallo in paese, mercè 
la sua rigenerazione col puro sangue, ho predicato per lunghi anni col- 
l'esempio, colla parola, colla penna. 

Ho fatto io stesso molteplici esperimenti, ed ho seguito gli esperi- 
menti fatti dagli altri, constatando come la forma più antica, eie è quella 
più intensamente riprodotta su sé stessa, ed in questo caso il puro sangue 
nelle famiglie sue migliori, lascia la più grande impressione di sé nella 
sua prole. 

Ed infatti che cosa è il puro sangue ? Gli inglesi che l'hanno creato, 
lo chiamano thoroiigh-bred ; il nome ne indica l' essenza , a stabilire la 
quale hanno fondato il libro genealogico, lo Stud - hook , che permette 
di conoscere così il pedigree, cioè lo stato di famiglia, di ogni singolo 
individuo. 

In questi ultimi tempi un nuovo elemento per la selezione si é vo- 
luto introdurre, e, basandosi sulla influenza della femmina nella ripro- 
duzione, il Bruce Love ha fondato il sistema dei numeri secondo il quale 
le discendenze di tutte le prime Royal mares indicate nello Stud-book 
portano un numero progressivo in relazione al merito mostrato dalle 
rispettive discendenze desunto dal numero delle prove classiche di corsa 
vinte dai loro discendenti. I numeri dall' 1 al 14 erano per il Bruce 
Lowe quelli delle prime famiglie in ordine di merito, e cosi ora in un pe- 
digree accanto al nome del riproduttore si scrive il numero che rappresenta 
la sua ascendenza materna sino all' origine del puro sangue; ogni stal- 
lone accennato nel pedigree ha il numero della sua famiglia materna: in 
questo modo si può avere un colpo d' occhio sulle diverse miscele di 
sangue, sui vari meticciamenti tra le differenti famiglie del puro sangue 
avvenute nell'ascendenza del prodotto (1). 

Scegliendo sempre gli individui migliori , vale a dire quelli dalle 
forme più armoniche , dai tessuti più sani , dall' ossatura più robusta e 
quelli sopratutto, che hanno dato le miglior prove di resistenza e di ve- 
locità a mezzo delle corse , si è riusciti a formare un tipo speciale di 
cavallo dai lunghi raggi , dello scheletro atto a fornire folate lunghis- 
sime , dalla muscolatura e dai tendini a contrazione rapidissima ed a 
scatto potentissimo atti a fornire folate ripetute, dal cuore e dal pol- 
mone più voluminosi che nelle altre razze, atti a fornire una speciale 



(1) Queste teorie sono ora spinte ancora più avanti col sistema delle cavalle basi, 
e CpUa dosatura del sangue di alcuni stalloni principi e capostipiti, 



resistenza allo sforzo. Tutto ciò combinato anche colla riproduzione delle 
attitudini, sviluppate coll'uso, coll'esercizio, colla ginnastica funzionale. 

Si capisce facilmente come una razza cosi intensamente coltivata, 
con molteplici ritorni a capostipiti d'ambo i sessi delle più note famiglie 
una razza cosi conformata in sé stessa, possa imprimere le sue qualità 
anche a razze inferiori, ed avere nei prodotti il sopravento in con- 
fronto dei caratteri dell'altro genitore, che non ha la intensità, per an- 
tichità di discendenza diretta , che nella prima ha fissato quei ca- 
ratteri. 

Nel puro sangue stesso si notano segni non dubbi dì atavismo reces- 
sivo insieme alla prevalenza dominante nella riproduzione. Cosi per esem- 
pio tutt'ora riappare, quando nel pedigree si ricombina più volte il sangue 
del BlacTclocTc , un segno caratteristico della sua progenitura, cioè dei 
peli bianchi più o meno numerosi alla radice della coda, e nella coda 
stessa: segno che aveva marcato quel famoso stallone nato nel 1814, il 
quale impressionò di sé stesso cosi fortemente la sua discendenza, vicina 
e lontana, da far sicuri che incontrando quel segno, sempre — in 5^ o 6* 
generazione — si ritrova il BlacMock. 

Si può prendere per base di studio della teoria della discendenza 
il puro sangue, poiché esso è il modello artificiale di quanto in natura 
sono le specie più antiche , cioè quelle che hanno continuato a ripro- 
dursi sempre nelle stesse linee. 

E cosi vediamo che, come riproduttore da incrocio, il puro sangue, 
anche non preso in uno specimen di merito individuale superiore, ha una 
speciale potenza di riproduttività dei proprii caratteri. Leggevo poco tempo 
fa la recensione di un giornalista sportivo a proposito di una razza di 
mezzo sangue francese dove si diceva: « Forward (da St. Gratien a Head- 
long — madre di Chanfrein) è certamente un eccellente stallone di in- 
crocio, sebbene a prima vista non sembri accusare molta ossatura. Tut- 
tavia esso produce molto grande e molto robusto , testimonio Clairon, 
il 4° premio dei Pesi grevi al concorso di Saumur del 1907; ciò che prova 
una volta di più che per lo stallone d' incrocio è altrettanto utile di 
prendere in considerazione 1' importanza della famiglia , quanto quella 
del riproduttore per sé stesso. 

« Egli é facile di indovinare l'influenza che una lunga serie di padri 
cosi ben nati può avere nell'insieme della riproduzione d'un paese, e 
quali sementi d'energia, di vitalità, altrimenti detto di qualità intrin- 
seca, vi hanno forzatamente versato. » 

Le leggi della natura sono generali, e 1' esempio della specie arti- 



- 6 - 

fidale, per dir così, del cavallo, che io ho recato, lo ritroviamo nella le- 
pidotterologia , in tutti i più recenti esperimenti. Operando in questo 
campo, dove le generazioni si susseguono rapidamente ed 1 risultati sono 
subito pronti all'osservazione, si risparmia tempo e si arriva ai medesimi 

risultati — Se me ne fosse addato prima avrei anche speso qualche 

centinajo di mila lire meno ! 

* 

* * 

Si dirà che io sono andato molto lontano per rientrare nel piccolo 
campo della entomologia applicata, e ridurmi poi alla sistematica nella 
lepidotterologia. Ma non « tutto nel mondo è burla »; e se anche l'uomo 
«è nato burlone, burlone burlone» come dice Arrigo Boito parafra- 
sando Shakespeare nel suo libretto di Falstaff musicato da Verdi, pure 
questi studi di lepidotterologia, che sono ancora da noi considerati quasi 
come una burla, possono assorgere ad assidersi fra quelli destinati a ri- 
cercare i più alti problemi della natura. 

* 

* * 

Oggigiorno una scuola tedesca molto rispettabile si attacca a siste- 
mare serie di forme principali e di forme secondarie, spingendo l'analisi 
a frazionare l'unità della specie a seconda dei più minuti caratteri mor- 
fologici, che essa presenta nelle sue diverse manifestazioni. 

È il progresco della sistematica per meglio metterla in rapporto 
colla filogenia e colla biologia — certo è la moda del giorno — che 
vuole cosi, e domanda l'abolizione della vecchia terminologia. 

Invece delle aberrazioni e delle varietà si sostituiscono le muta- 
zioni, le forme, le sottospecie (le razze locali). Avremo così nella deno- 
minazione delle specie, come già da un pezzo nella botanica, per quanto 
riguarda specialmente l'orticoltura, i binomi, i trinomi ed anche i qua- 
drinomi. 

I nostri vecchi, che hanno già fatto il viso dell' armi alla recente 
rivoluzione rebeliana del catalogo Staudinger per riordinarlo con concetti 
filogenetici, ne sono quasi sgomenti : ma gli uomini moderni, non fos- 
s' altro che per mostrare di essere tali, e di seguire la moda non solo 
nel vestire e nelle abitudini di società, si metteranno ben presto all'uni- 
sono colle novità del sistema : convenzionalità per convenzionalità l'una 
vale l'altra. 



- 1 - 

Non usa più di pranzare alle 5 come trent'anni fa, ma si deve ci- 
barsi la sera non prima delle 8 ? E noi abitueremo facilmente il nostro 
stomaco a farlo. Non usa più di portare il cappello di seta a cilindro, 
ma lo si deve portare di feltro rotondo d' inverno , di paglia d'estate ? 
E noi copriremo il nostro capo come vogliono i signori cappellai : cer- 
tamente ci ribelleremmo se si volesse abolirci il pranzo , e se ci obbli- 
gassero ad uscire al sole a capo scoperto. Non è quistione di principi, è 
quistione di forma : un adattamento alle abitudini portate dal giro degli 
affiiri, dal movimento della vita dell' oggi. Cosi è della nuova termino- 
logia, che meglio si adatta a secondare anche nella sistematica le teorie 
e le tendenze odierne della scienza. 

Ma non bisogna esagerare (1). Nel frazionare le forme^ molteplici 



(1) Questo studio era già sotto stampa, quando nella Entomologische Rundschmi del 
r giugno corr. redatto con cura speciale da quel distinto entomologo, che è Camillo Scbaufuss, 
nella sua interessantissima Rassegna settimanale dei progressi nel campo delle ricerche 
entomologiche, lessi — riportate dalla nuova pubblicazione del Dr. Walther Horn sulle 
Cicindelinae nell'opera di P. Wytsman «Genera Insectorum » — alcune osservazioni che 
sonò interessanti da notare. Vorrebbe l'autore che il concetto di specie fosse preso al 
più largo possibile, e riunisse anzitutto sotto un medesimo nome quanto si può con co- 
stanti criterii raggruppare insieme. Egli non trova affatto gradevole il quadro riguardo alle 
unità nomenclative subordinate al concetto di specie. Un chaos di « sottospecie » « razze > 
« forme locali » « varietà » « aberrazioni » vi si pianta davanti. Le nuove leggi interna- 
zionali della nomenclatura hanno completato la confusione (VVirrwarr) colla deplorevole 
istituzione del concetto collezionistico di sottospecie. 

Egli vorrebbe sapere sempre più limitata la denominazione delle forme di più scarso 
valore. Alcuni dei nomi dati oggi, e accettati generalmente non stanno di un punto al 
disopra degli innumerevoli nomi, che i giardinieri adoperano per i loro coloriti speciali 
dei fiori. «Quanto più il semplice collezionismo va verso la scienza, tanto più dovrebbe, 
andar scomparendo questa triste zavorra ! > Respingendo la fabbrica dei nomi da burla 
per i colori (Farbenspielnamen) ai quali contrappone come via pratica la proposta di 
Letzner di dare ad analoghe aberrazioni identiche determinazioni, non come nomi, ma 
come indicazioni che non portano nome d'autore, Horn non trova pratica nemmeno l'idea 
di lasciare i nomi solo alle forme localizzate. 

Riconosce che vi possono essere mutazioni individuali di positivo valore, perchè colla 
loro conoscenza la loro parentela, e quindi la sistematica, riesce più chiara. Ma se anche 
tali mutazioni individuali hanno raramente un valore superiore a quello delle forme lo- 
cali, «in ogni caso la qualità de le differenze dovrebbe essere la determinante, non la dura 
ortodossia». Egli precisa in fine il suo punto di vista così: «Io stabilisco nella descri- 
zióne dei Generi (Tribù, Sottogruppi) le variazioni tipiche sempre ricorrenti di colore, di; 
disegno ecc., e non occorre poi più che nelle singole specie vengano indicate con nomi spe- 
ciali le forme relative. Tutte le variazioni .itipiche (particolari alia singola specie) meri- 



— 8 — 

variazioni o mutazioni, l'Iio già detto (1) se appena accidentali, potreb- 
bero essere trascurate senza danno, poiché rappresentano casi affatto 
sporadici; o — viceversa non dovrebbero esser presi in considerazione 
casi tanto comuni da doversi considerare come caratteri ricorrenti indif- 
ferentemente in una specie per sé stessa molto variabile (Vedi anche 
le Orrhodie). 

Le mutazioni di questa natura lianno certamente un valore se si 
considerano come una tendenza nella direzione dello sviluppo della specie 



tano un uonie se non sono troppo poco appariscenti. Così diminuisce di molto il numero 
stragrande dei nomi delle diverse varietà. Invece del concetto di sinonimo io sostituisco 
quello di scientificamente superfluo. Le grandi razze geografiche le indico nel Catalogo 
quandohannodaparte loro sviluppato delle forme secondarie degne di nomi ». Lo Schaufusa 
aggiunge : « Forse il Congresso internazionale degli entomologi ci porterà a vedute unì' 
tarie, ad una terminologia unitaria ! » Il che è davvero desidf rabile. 

E- in una recensione sulla nuova edizione del Berge, che il Prof. Rebel sta ora con 
gran cura compiendo, il Dr. Meyer di Saarbriicken si esprime così nel medesimo foglio 
del 15 maggio : «Per seguire il gusto oggi dominante si è dedicato (nella nuova edizione) 
alle varietà uno spazio più che sufficiente. Così per citare un solo esempio sono an- 
noverate pel Parnassius apollo 27 varietà. Ciò è da una parte molto confortante, poiché 
il dilettante trova qui riuniti tutti i nomi sparsi, pubblicati nelle più disparate pubbli- 
cazioni e nelle opere estere, e impedisce la creazione di sinonimi. Ma d'altra parte queste 
grosse cifre lasciano pure riconoscere, che nell'interesse della scienza sarebbe il caso di 
porre un alt, poiché il progredire su questa strada condurrebbe ad un puro giochetto. 
Dal momento che in natura non si troveranno due esemplari in ogni parte identici, così 
non si potrebbe vedere un limite alla cosa, e bisognerebbe infine arrivare a misurare 
microscopicamente ogni singola macchietta, e fissare con un nome ogni gradazione di 
colore ». « Ma se pur si voglia andare tant'ollre nella erezione di generi e nella denomi- 
nazione di varietà, qualche cosa di buono si avrà tuttavia ». Il dilettante sarà costretto 
a studiare gli oggetti nei loro dettagli. » « Le molte varietà lo spingeranno a concen- 
trarsi nella sua attività collezionistica, ed a por mente anche alle specie più comuni per 
far loro guadagnare nuovo interesse colla ricerca delle varietà ». 

Del resto il pensiero del Prof Rebel, a proposito della esagerata moltiplicazione 
delle forme fu da lui stesso espresso nella riunione del 6 Novembre 1908 della sezione 
di Lepidotterologia della Società Zoologico-botanica di Vienna. 

Lamentando il Dr. Schima che una ingiustificata creazione di nuove forme locali 
gravava ingiustamente la nomenclatura sistematica, e proponendo a ciò un freno, egli disse 
che la mancanza di una autorità coercitrice renderebbe illusoria qualsiasi proposta anche 
là più fondata; che del resto una moltiplicazione di nomi si verifica attualmente in tutti 
i rami della Zoologia e della Botanica, e dipende da più precisi concetti diagnostici che 
si sono andati formaudo. Cionondimeno dovrebbero le redazioni dei giornali della par- 
tita nel campo lepidcitterologico mettere un freno alla esagerazione. 
(1) Nuove forme II. Naturalista Siciliano 1908, pag. 2. 



— 9 — 

verso uno sdoppiamento avvenire, oppure se filogeneticamente si pos- 
sono invece considerare come caratteri riflessi, ricorrenti ancora per 
atavismo. Si farebbe dunque bene prendendone nota, senza tuttavia che 
esista la necessità di dare ad esse un nome, che riesca d'ingombro nelle 
collezioni, e possa ingenerare confusioni nella classificazione. 

Cosi citerò ad esempio alcuni casi nelle Zygcmm. Ho sotto gli occhi 
una nuova, bella e quasi completa monografia delle ZygcBnce del signor 
Clemens Dziurzynski. Ivi sono tenute separate come forme particolari 
con tanto di nome, mentre non sono che mutazioni accidentali, per 
quanto comuni a molte specie, le modificazioni di colore, o giallo, o 
rosa, o bruno sostituenti il color rosso. 

Quando queste mutazioni non formano razze locali, come nella tran- 
salpina-hoisduvalii Costa, che è forse l'unica forma stabile gialla, e quindi 
una vera e propria subspecie, ma son dovute più che altro ad influenze 
esteriori, e sono prive di continuità nella loro discendenza, basterebbe a 
designarle invece di un nome speciale una qualifica comune a tutte le 
specie di : « forma flava, alba, incarnata, rosea, brunnea » ecc. 

Altrettanto potrebbe dirsi per le mutazioni consistenti nella pre- 
senza meno di un anello addominale. A seconda che questo è stato 
no notato nella descrizione originaria della specie, queste forme do- 
vrebbero designarsi rispettivamente cingulate od annuiate, e viceversa 
azone o deannulate. 

Non parlo delle variazioni a macchie confluenti, perchè— data la 
molteplicità delle loro combinazioni — potrebbero in alcuni casi per co- 
modità giustificare un nome speciale, come si vede nelle forme bohatschi 
Wagn., jurassica Blachier, tveileri Stgr., e ragonoti Gianelli della Z. car- 
niolica Se. 

Invece una mutazione, che ricorre comunemente in parecchie 
Zygaenae, è quella che consiste nella presenza o meno della G*' macchia 
dell'ala superiore (ed anche di una seconda macchia nelle ali inferiori 
nella specie ephialtes L.). A seconda che la specie è stata descritta con 
le 5 le 6 macchie oppure con accenno ad entrambi i casi, una volta 
che si vogliano mantenere separate le due forme sarebbe bastato indi- 
carle per esempio sexmaculata, od examacula l'una, quinquemaculafa o 
pentamacula l'altra. Si avrebbe avuto cosi, secondo le moderne re- 
gole, per indicare le diverse forme di una specie dei binomi, o tri- 
nomi quadrinomi molto semplicemente costituiti, per esempio come 
questi : 

// Nat. Sic, Anno XXI— Niiov.i gerle Voi. I. 2 



— 10 - 



Z. transalpina boisduvalii Costa 

— — zickerti Hffra. 

— — — sexmaculata Dz. 

— hippocrepidis Hb. 

— — occidentalis Oberth. 

— — — cingulata Hirschk. 

— — — rosea Oberth. 

Ma il mettere una regola adesso, che già quasi tutte le forme pos- 
sibili sono registrate sotto nomi speciali, equivarrebbe a chiudere la 
stalla dopo scappati i buoi. Dobbiamo dunque accontentarci di registrare 
binomi, trinomi e quadrinomi anche come i seguenti : 

Z. carniolica hedysari HG. 

— transalpina boisduvalii xanthographa Gemi. 

— — hippocrepidis occidentalis vigei Oberth. 
ecc. 

Lo stesso Dziurzinski fa giustamente osservare che dal momento 
che « ormai tutte le Zygaeìiae, che appaiono tanto nella forma a 5, quanto 
in quella a 6 macchie, hanno tutte un nome (p. es. le forme di ephialtes L.) » 
gli sembra fondato di seguire anch'egli lo stesso modo di procedere (1). 



(1) Questo manoscritto era già composto quando ricevetti dal Sig. Orazio Querci 
una serie oltremodo interessante di Zygacna iransalpina prese dal 15 marzo al 14 aprile 
al Monte Ruazzo (Monte Aurunci, prov. di Caserta). Appartengono più alla forma ma- 
rittima Oberth., che non alla sorrentina Stgr., per quanto alcune abbiano il margine nero 
delle ali post, assai largo. Nella serie vi sono parecchi esemplari coìt sole 5 macchie, ed 
un esemplare coWadchine cingulato. 

Seguendo la libertà che si sono presi gli altri dovrei chiamare quereli la forma a 
5 macchie, e siccome l'esemplare cingulato ha esso pure 5 macchie, dovrei chiamare 
quercii annidata quest'altra forma. Avremmo quindi un nuovo trinomio ed un nuovo 
quadrinomio nella specie transalpina Esp. e cioè Z. transalpina marittima quercii Tttì e 

Z. — — — annidata Trti. 



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- u - 

Nella Z ephialtes L. troviamo infatti : 

Z. ephialtes L. 

— sophiae Fav. 

— medusa Pali. 

— — aeniilii Fav. 

— coronillae Esp. 

— — bahri Hrske 

— — trigonellae Esp. 

— • — — wutzdoi'ffi Hrske 
ecc. 

Ancor più recentemente uno spec.ializzatore ci ha regalato pel ge- 
nere Catocala una serie di mutazioni, più che di vere forme locali, delle 
quali due o tre soltanto potrebbero esser tenute in piedi. 

Così non sarebbe da calcolare come un nome che valga per quella 
tale sijecie o sottospecie, ma invece come qualifica comune per tutte 
le specie e sottospecie, l'indicazione, per esempio, ab. pavonia Voelsch. o 
ab. biocellafa Ragusa, per 1' Epinephele li/caon Rott., poiché i due ocelli 
delle ali superiori ricorrono comunemente nella forma principale, quanto 
nelle forme secondarie e qualche volta in quelle affini [rhamnusia Frr. e 
suoi derivati). Si avrebbero così binomi come Ep. hjcaon biocellata e tri- 
nomi come Epìn. lycaon — anacausta — biocellata. 

* 
* * 

Nell'esame dei caratteri che designano una specie — ritenuto che con 
questo nome si intenda l'unità a cui si possono ridurre rispettivamente 
tutti gli enti del mondo organico — oltre ai caratteri morfologici, senza 
alcun dubbio 1 più importanti per la sistematica, dobbiamo tener conto 
grandissimo anche dei caratteri ontologici e biologici. 



— 12 — 

A questi ultimi, come dice lo Standfuss (1), sono da ascrivere le 
particolarità nel modo di vivere, nelle abitudini, nella durata della 
vita, nella nutrizione, come pure nel tempo e luogo della apparizione. 

I caratteri morfologici negli insetti si riferiscono alla loro struttura 
generale, ma più specialmente alla grandezza, al disegno ed al colore 
deWimago, e spesso anche solo del bruco o della crisalide. 

È giusto che, dal momento che noi non possiamo aspettarci se non 
scarsissimo ajuto nella fissazione delle specie dei lepidotteri e nella loro 
filogenia dalle fonti embriologiche e paleontologiche (2) ci dobbiamo 
basare nella nostra classificazione su quanto prima ci appare di più 
palese : i disegni ed i colori delle ali. Essi sono il libro stampato, sul 
quale basta saper leggere, che ci sta aperto dinanzi. 

Wallace dice, che la superficie delle ali delle farfalle (3) delicata- 
mente dipinta agisce come un registro delle più minute differenze del- 
l'organismo : basta una ombreggiatura di colore, l'aggiunta di una riga 
o di una macchia, una leggera modificazione della linea esterna, ricor- 
rente continuatamente colla più grande regolarità e fissità » per stabi- 
lire una differenza, « mentre il corpo e tutte le altre membra non mo- 
strano alcun cambiamento apprezzabile». 

Egli soggiunge: Le ali delle farfalle, come M.r Bates ha ben rimar- 
cato^ servono come una tavoletta sulla quale la Natura scrive la storia 
delle modificazioni della specie : esse ci mettono in grado di percepire 
dei cambiamenti, che altrimenti sarebbero di incerta e difficile osserva- 
zione, e ci mostrano su una più vasta scala gli effetti delle condizioni 
climatiche e delle altre condizioni fisiche, che influenzano più o meno 
profondamente l'organismo di ogni cosa vivente ». 

Tra i caratteri differenziali di struttura si dà grande importanza 
al giorno d'oggi, forse più ancora negli altri ordini di insetti, che non 
in quello dei lepidotteri, alle diversità degli organi genitali del maschio, 
e più specialmente viene presa in considerazione la parte chitinosa, che 
rappresenta l'apparecchio di attenagliamento del maschio colla femmina. 

Questo apparecchio, molto complicato nella sua piccolezza, è rap- 



(1) Zur Frage der TJnterscbeidung der Arten bei den Insecten — Entom. Zeitschr, 
Guben 1903. 

(2) Dixey F. A. On the phylogeny of Pierince — Transact. Ent. Soc. London 1904 
Fart. II, pag. 250. 

(3) Tramaci. Linn. Soc. XXV p. I, 1866, (Pepli, of the Malay. Eeg.). 



— 13 — 

presentato in ultima analisi, da un numero pari o dispari di branche 
foggiate a cucchiajo, ad uncino, od a corno, spesso dentate o spinose 
alle loro estremità, che si adattano perfettamente a corrispondenti in- 
fossature o fori, che si notano nelle pareti laterali della estremità ad- 
dominale della femmina, le quali non essendo che scarsamente od af- 
fatto chitinizzate, possono qualche volta cedere^ o spostarsi tanto da 
adattarsi bene o male a dar luogo anche ad accoppiamenti con altre 
specie, ma con copulazione — s'intende — più o meno completa. 

Fra mezzo a questi apparecchi secondari dell' organo sessuale ma- 
schile, che servono a mantenere fisso il contatto nell' atto della fecon- 
dazione, non potendo gli insetti a cagione della cornea o chitina in al- 
cuni, della lucentezza del pelo addominale in altri, tenersi sufficiente- 
mente aggrappati colle zampe — sta l'organo principale, il penis, che in 
alcuni casi può anch'esso venir preso in considerazione per la defini- 
zione di una specie; e che di solito è tanto più semplice, quanto più 
complicato è l'apparecchio d'attacco. 

Nelle molte osservazioni fatte su questo soggetto in questi ultimi 
anni se, da una parte, si è riconosciuto che specie vicinissime fra di 
loro hanno l'apparecchio genitale sensibilmente diverso, e che malgrado 
l'alta variabilità degli individui di qualche specie, esso è assolutamente 
costante nella specie stessa; si è riconosciuto, dall'altra, che in parecchi 
casi, come nel genere Coenonymplia per esempio, molte specie si la- 
sciano distinguere colla più grande fatica; e presso parecchie Noctuidi 
caratteri distintivi specifici non si possono generalmente ritrovare colla 
osservazione esteriore dell'apparecchio genitale (1). 

Se ne deve logicamente dedurre : 

1. Quando l'apparecchio genitale mascolino presenta caratteri di- 
stintivi essenzialmente diversi fra due specie affini, esso costituisce la 
prova che le due specie sono indubbiamente diverse. 

2. Quando l'apparecchio genitale mascolino non presenta caratteri 
percettibilmente diversi fra due specie affini, non vuol dire che le due 
specie sieno eguali; ma allora nella determinazione della specie non 
potendo basarci su un criterio di diversità degli organi suddetti, do- 
vremo basarci sugli altri caratteri morfologici, come pure su quelli on- 
togenici e biogenici. 



(1) A. Dampf, Zur Frage der Atiberechtigung von S. Hermìone L nnd S. Alcyone S. V 
Entom. Zeitschr. Stuttgart 1908 pag. 131. . ' 



— 14 — 

L'apparecchio genitale offre dunque un carattere secondario di de- 
terminazione — non indispensabile, per quanto apprezzabile; certo infal- 
libile In caso di diversità. 

* 

* « 

Abbiamo esaminato finora il metodo da tenere nella classificazione, 
seguendo materialmente la traccia dei caratteri morfologici, che i di- 
versi enti ci possono presentare. 

Ora, passando ad altro ordine di caratteri, gli ontogenetici ed i fi- 
logenetici, è da notare quello della limitahilità della specie, per cui « la 
specie sembra qualche cosa di objettivo (1) e non una semplice astra- 
zione dello spirito umano ». 

«Risultò dal confronto della massa delle specie ben conosciute, che 
in generale mancavano forme intermedie, che le specie non si mischia- 
vano sessualmente i'una coll'altra, che non si incrociavano; che dunque 
le specie erano qualche cosa di nèttamente delimitato ed isolato». 

« E perchè mancavano queste forme intermedie tra le specie, anche 
fra quello che dall'appa; cnza esteriore erano assai somiglianti ? In che 
cosa appoggiava la difficoltà o la impossibilità della miscela fra indi- 
vidui non appartenenti allo stesso tipo specifico ? » 

Noi l'abbiamo già visto più sopra : nella natura degli organi di ri- 
produzione. 

E d'altra parte ogni qualvolta si è potuto vincere questa difficoltà 
meccanica, operando tra specie affini, e si sono ottenuti degli ibridi, 
questi furono provati refrattari alla riproduzione. 

Ho detto affini, benché del resto non si saprebbe davvero imagi- 
nare una ibridazione possibile fra una Saturnia (2) ed un Micropteryx, 
per esempio tra un Papilio ed un Agrotis, come non sapremmo pen- 
sare in altro ordine di animali ad un prodotto di ibridazione fra un 
cavallo ed un coniglio, fra una capra ed un cane per esempio, mentre 
non urta il pensiero, ed è possibile l'accoppiamento fra due specie di 



(1) Standfuss Prof. Dr. Max — "Loco citato pag. 4. 

(2) Standfdss è riuscito ad accoppiare senza però risultato di fecondazioue— laPAra^- 
matobia (uliginosa ^ colla Saturnia pavonia Q ; l'Endromis versicolora ^' coli' Àgliatau Q. 
(Resultate dreissigjilhriger Esperimente etc. — Verhandl. der Schweiz. Naturforsch. Gesell. 
Luzern 1905). 



— 15 — 

uno stesso genere, come si è verificato nei generi Smerinthus; Deilephila, 
Phragmatohia, Pygcera, Drepana, Sataniia (1) ecc.; oppure è arjmissibile 
avvenga in natura, e riesce facile ottenerlo artificialmente fra due forme 
o fra due mutazioni di una medesima specie, come Arctia villica e A. 
viUica-Tionewlkaì, Callimorpha doininula e (}. doininula-persona, Phragmatohia 
rustica e Ph. rustica-meìidica ecc. 

Ma egli è che qui ci troviamo davanti non più ad una ibridazione, 
ma ad un fenomeno diverso, il meticciamento. 

* 

E giacché discorrendo siamo arrivati a questo punto , giova, per 
quanto dovrò trattare nella descrizione delle nuove forme che seguono, 
che io qui mi soffermi alquanto, e riassuma per quanto mi è possibile 
gli esperimenti fatti in proposito in questi ultimi tempi. 

Darwin ha voluto dividere con chiara visione delle cose la ripro- 
duzione per ibridazione da quella per meticciamento , ed ha nettamente 
stabilito i due termini. Mentre per ibrido s'intende il prodotto ottenuto 
dall'accoppiamento di due animali appartenenti a due diverse specie ge- 
nuine, si ritiene doversi designare come meticcio il prodotto di due ani- 
mali di diverse razze o di diverse varietà o forme d' una medesima 
specie (2). 

Se l'ibrido è incapace di continuarsi e nemmeno di riprodursi come 
tipo nuovo, il meticcio può dai' luogo ad una serie di reincroci e di sovrap- 



(1) Qualche esempio in natura di accoppiamento fra specie anche di diverso genere 
si è notato (vedi più avanti) ma nessuno ha mai potuto riferire un risultato di feconda- 
zione e di prole. 

(2) Il prof. Denso (Bull. Soe. Lepd. de Genève T, 4) non accetta la diversificazione 
darwiniana fra moiujrel, melicelo, ed ibrido, perchè, dice, « non è di natura biologica ma 
solo sistematica, e come tale dipendente dall'arbitrarietà delle vedute personali» e si 
capisce come egli venga a questa conclusione, quando si ponga mente all'esempio fal- 
lace ch'egli cita , quello dell' incrocio fra Amorpha popuU-iMpuli cT , ed A. populi--au ■ 
slauti Q. 

Lo Smerinthus aiistauli è stato fino a recentissimo considerato specie a sé , ciò che 
del resto alcuni ritengono ancora; ed il concetto di farne una r.'.zza africana di populi, 
piuttosto che una buona specie, è il prodotto di vedute diverse altrettanto serie quanto 
giustificabili. Avremmo preferito esempi di razze ben definite, in specie ben definite come 
tra gli animali domestici il cane, il cavallo, il gallo ecc., dove di vedute personali con- 
tradittorie sarebbe difficile di averne. 



— 16 — 

posizioni delle forme rispettive dell'uno o dell'altro dei genitori, e for- 
nire cosi dei meticci di secondo, di terzo grado, ecc. che furono chia- 
mati dal prof. Nicola Baldassare della nostra R. Scuola di Portici bime- 
Ucci, trimetieci, ecc. nei quali si riuscì a fissare caratteri, che erano par- 
ticolari all' una od all' altra dalle loro origini , e formare cosi nuove 
razze. 

L' illustre amico mio prof. dott. Max Standfuss che ha saputo por- 
tare la lepidotterologia dal campo della pura e semplice sistematica nelle 
più alte sfere della biologia, applicando i principi della zootecnia prima 
ancora che il mindelismo imperasse é potuto venire ad analoghe conclu- 
sioni nel nostro ramo della scienza. 

Preoccupato del principio che unico mezzo sicuro di distinzione fra 
due specie affini era quello di provare se accoppiate insieme esse erano 
in grado o meno di produrre una prole atta a continuarsi, risalì da qui 
al modo con cui vanno modificandosi e formandosi le specie. 

In più di .30 anni di esperimenti cioè dal 1873 a questa parte egli 
impiegò circa 60000 individui, e più di 60 specie diverse (1). Potè cosi 
provare che: 

1. Quando le specie incrociate appartenevano a famiglie diverse (2) 
le uova deposte dopo l'accoppiamento risultarono assolutamente infeconde. 

2. Quando le specie appartenevano a generi diversi (3) in gene- 
rale non si otteneva alcuna prole. In qualche caso più favorevole (Sa- 
turnia-pavonia d" Graellsia isabellae Q) si riuscì ad avere dei bruchi che 
vissero solo fino alla seconda muta. 

3. Quando le specie erano di uno stesso genere con estesi esperi- 
menti si ottennero per lo più degli ibridi, ma questa prole, sia perchè 
in qualche caso nascevano solo maschi, in altri solo femmine, sempre 
sessualmente atrofizzate; in altri ancora, sia che la proporzione fra ma- 
schi e femmine fosse regolare o meno, queste ultime erano sempre cosi 
costituite sessualmente da riuscire inette alla riproduzione — le ovaje o non 
contenevano affatto germi , od avevano uova in numero scarsissimo e 
sempre atrofizzate o deformi — in nessun caso forniva possibilità di conti- 
nuare la riproduzione. 



(1) Cfr. Standfuss.— Resultate dreissigjahrigen Experimente mit Bezug auf Arten- 
bìldung- Verhandl, Schweiz , Naturf. Gesell. Luzern 1005; come pure: Experinieutelle 
zoolog. Studien 1898, ed anche: Handbuch 1896. 

(2) Phragmatobia fuliginosa cT Saturnia parvonia 9; Endromis versicolora (/ Aglia- 
tau Q. 

(3) Agliatau cf Saturnia pavonia Q e viceversa, Saturnia pavonia ^ Actias luna Q. 



— 17 — 

La specie non può dunque né modificarsi , né sdoppiarsi in alcun 
modo per mezzo di ibridazione, poiché gli ibridi non sono in grado di 
riprodursi e di continuarsi. 

Però gli ibridi stessi ottenuti da incroci in cui P affinità dei geni- 
tori era la maggiore possibile, vengono a mostrare un altro fatto assai 
importante e cioè, che essi riproducono «in prevalenza i caratteri della 
specie geostoricamente più antica » (1). 

Giova aggiungere anche che « certi caratteri materni hanno più 
energia ereditaria dei caratteri patei-ni corrispondenti » (2). 

La robustezza , la statura e la struttura in generale si riportano 
più ai caratteri della femmina, che non a quelli del maschio. 

Ed è facile comprendere come nell' un caso i caratteri più persi- 
stenti sieno quelli, che da più lunga serie di anni continuarono a ripro- 
dursi e riconfermarsi senza alcuna deviazione, e nell'altro caso come la 
femmina, fisiologicamente a ciò predisposta, possa dare specialmente la 
misura dello sviluppo iniziale del prodotto a seconda della propria mec- 
canica capacità, della capacità dell'uovo che essa è in grado di fornire. 

Vedasi, tornando all'esempio del cavallo , l'enorme differenza tra i 
prodotti inversi delle due specie di Equus asinus e caballus , reciproca- 
mente incrociati. Colla Q del cavallo si ha il mulo, grosso, robusto, alto 
tarchiato nelle proporzioni della madre : quanto più questa è grande e 
grossa, tanto più grande e grosso è il suo mulo. Colla Q dell'asino , il 
bardotto, che è in confronto assai mingherlino e sottile, e colle linee che 
lo eguagliano quasi all'asino. 

Nei generi Deilephila e Choerocampa più di tutte le altre ibridazioni 
finora artificialmente ottenute saltano all'occhio la 

pernoldi Jacobs \ — H — r^ — t^ (3) e la sua inversa harmuthi Kordesch (4), 
( euphorbiae 2 

che se hanno entrambe una statura media fra quelle delle due specie 
originarie, liproducono entrambe nel colore e nella disposizione dei di- 



ci) STADSFVSS.—Zur Unterscheidnug , p. 8. 

(2) Denso prof. — Contributions à l'étude des Sphingides palearctiques Bulletm de 
la Societé lepid. de Genève, voi. 1, fase. II, dee. 1906. 

(3) Mia collezione 3 esemplari. 

(4) Mia collezione 1 esemplare. 

Il Nat. Sic, Anno XXI — Nuova Serie Voi. I. 3 



- 18 - 



segai assai più della euphorhiae L., la elpenor Esp., che fra le due deve 
essere considerata la più antica geostoricamente 



„ „ , . ^ ,. dahlu H. G. cT, e nella sua inversa 

Nella walteri Trti { -. — r-. — f— z, 

( euphorbiae L 2 



• -, ■ • rr, .• ^ euphorbiae L cT 
gzeseUngi Trt, J dahlii H. G. 2 



statura e colorito (1) si confondono abbastanza , riproducendo presso a 
poco i disegni ed il colore di entrambi i genitori, che sotto questo aspetto 
del resto si assomigliano alquanto , ma in entrambe un carattere pre- 
vale proveniente dalla dahlii H. G.: quello delle tre macchie addomi- 
nali nere, mentre due sole ne porta Veuphorbiae L. Questa imposizione 
di un carattere particolare della dahlii H. G. indistintamente ad entrambi 
i suoi bastardi colla eupliorhiae L. dimostrerebbe che la dahlii H. G. è 
fra le due specie quella geostoricamente più antica. 

Il Dr. Denso ha ottenuto quest'anno un' ibrido meraviglioso fra la 
Deileph. elpenor (^ e la hippophaes Q. Egli lo chiamò irene. Rispetto ai 
caratteri prevalenti in esso delle due specie originarie il dott. Denso ha 
fatto una comunicazione nella seduta del 12 novembre 1908 alla società 
Lepidotterologica di Ginevra nella quale egli, dice, che tra gli esemplari 
nati (sette , e tutti cf cT) ve ne sono due nei quali i caratteri paterni e 
materni del disegno e del colore non si sono fusi insieme in un valore 
medio, come è il caso in quasi tutti gli ibridi delle farfalle finora cono- 
sciute ma in essi i diversi caratteri rimangono non mescolati gli uni 
accanto gli altri. Un esemplare per esempio mostra sull'ala sinistra ante- 
riore non il verde oliva degli altri ibridi, ma il colore fondamentale gri- 
gio chiaro delle hippophaes, sul quale stacca vivamente il colore rosso 
della elpenor » . 



(1) Mia collezione parecchi esemplari ed i tipi delle due ibride che io ho pel primo 
fatto conoscere affidandole per l'esposizioue di Oinevra al prof. Denao nel 1908, e dan- 
done in cambio ad amici e negozianti, 



— 19 — 



* 
* * 



In questi ultimi anni molti si sono dati a studii ed esperimenti di 
ibridazione , molti hanno creduto di scoprire in natura forme prove- 
nienti da ibridazioni spontanee. 

10 stesso , come del resto g'ik molti altri , ho osservato parecchie 
volte accoppiamenti di Zygoenae di specie affatto diverse fra di loro. Ho 
raccolto varie copule di Zi/gcena cynarae-turatii Stndfss e? con Z. Achil- 
leae Esp. Q; di Zygcena traìisalpina-maritìma Oberth cf' con Z. stoechadis 
Bkh Q di Zygcena Transaìpina-maritima Oberth. J" con Z. carniolica Se. Q. 

Carlo Oberthur ed il sig. Harold Powell , farmacista a Hyères che 
per lui raccoglie, hanno osservato in due anni non meno di 18 copule 
fra Zyg. hippocrepidis e Z. fausta. Le uova furono per lo più infeconde, 
però lo scorso anno riuscì al sig. Powell di avere dei brucolini di que- 
st'ibrido, ed è sperabile che abbia potuto far loro passare l'inverno. 

Due volte poi io raccolsi la Zygcena fillpendulae L. Q accoppiata 
col cT della Synthomis pTioegea L., e persino due volte Zygcena carniolìca- 
apennina Trti cT con una hio statices L. Q. 

11 sig. L. Meyer, maestro a Graz riferisce nella Entomol. Zeitschrift 
(XXII, N. 50) di avere parecchie volte incontrato in Natura copule di 
lepidotteri di diverse specie. Egli cita Pieris daplidice cf con napaeae Q 
intermedia (la forma oscura somigliante alla hryoniae) , Colias edusa cf 
con C. hyale Q flava, Colias myrmìdone d' con C. hyale g flava , Colias 
hyale cT con C edasa 3 helice , Haemaris fuciformis L. (^ con H. sca- 
biosae Z. Q Ino globulariae cT con Zygaena Carniolica berolinensis Q (2). 

Il sig. Delahaye (1) ha sorpreso numerosissimi nella libera Natura 
nei dintorni di Angers gli accoppiamenti fra la Sesia ichneumoniformis- 



(2) Mentre io sarei portato ad ascrivere questi fenomeni alla violenza del rictus sessuale, 
che cerca uno sfogo qualsiasi nella fretta del vivere, forse ingannato — specialmente nei 
ropaloceri citati — dalla rassomiglianza della foroaa aberrativa della <Q con queila effet- 
tiva delle QQ proprie, il sig. Meyer basandosi su questo inganno lancia una teoria spe- 
ciosissima. Egli vorrebbe concluderne, che lo scopo delle forme aberrative e di questi ac- 
coppiamenti anormali in Natura sia quello di offrire alle specie localizzate e soggette ad 
intristire per forzato incesto, il mezzo di rinnovellare e di rinvigorire il proprio sangue. 

A titolo di Nota è il caso di citare anche questa. 

(l) F. Delahaye— Observations sur les moeurs des Sesia etc. Memoires de le So- 
cieté d'Agriculture-Science et Arts d'Aagers 1901. 



— 20 — 

megìllaeformis Hb Q ed i cTcT tanto della -S'. ichneumoniformis F. quanto 
della S. chrysidiformis Esp. Egli osservò che quelle 52 si lasciavano 
accoppiare indifferentemente dai cTcf dell'una o dell'altia specie insieme 
venuti a frotte , mescolati alla rinfusa. Egli nota che la S. megìllaefor- 
mis Hb. ha tratti comuni con entrambe quelle specie, che essa si in- 
contra posata tanto sul Rumex acetosa , quanto sulla Genista tinctoria, 
mentre le ichneumoniformis F. si posa soltanto sulla Genista tinctoria e 
la cìirysidiformis Esp. solo sul Rumiex acetosa e suU' Euphorhia esulce, 
piante che dovrebbero rispettivamente nutrire le larve delle due specie. 

Oud'è che l'autore ritiene che la Sesia megillceformis Hb, (1) sia una 
ibrida tra la ichneumoniformis F. e la cìirysidiformis Esp., spiegando in 
questo modo 1' agire dei cTcT di entrambe le specie verso le 25 ; colle 
quali avrebbero una certa affinità. Egli aggiunge che centinaia di cTcf 
di entrambe le specie preferivano perseguire 22 di quella forma, piut- 
tosto che 52 loro proprie. 

Alpheraky ha osservato nelle montagne del Thian-Scian spesso accop- 
pato il Parnassius discobolus colla forma hesebolus Nordm. deWapollo L. 
Cosi Grum-Grshimailo vide nei monti Alai sovente in copula il Paì-nas- 
sius delphiiis d col P. charltonius princeps 2 e viceversa. Honrath (2), 
da cui prendo queste notizie, cita altri ibridismi di Parnassius Cosi egli 
dice, « certi esemplari di P. apollo L. con antenne annuiate (?) di bianco 
come quelle del delitis Esp., dovrebbero essere ibridi fra queste due spe- 
cie, come pure dovrebbero essere considerati ibridi tra apoUonius Ev. e 
rhodius Honr. alcuni esemplari grandi di rhodius Honr. , colle antenne 
nere, portati dal sig. Grum-Grshimailo. 

L'incrocio delP. nomion F. col P. bremerl-graeserì Honr. sembra abbia 
dato gli esemplari presi a Pokrofka dal sig. Graeser , che erano stati 
trovati freschi 16 giorni dopo finito il periodo dell'apparizione del P. bre- 
meri Brem ». 

Nei recenti giornali vidi annunciata l'offerta di uova di un incrocio 
fra Ocneria {Lymantria) dispar L. e japonica Butl. Non ne conosco an- 
cora i risultati. 

Nelle ibridazioni degli Smerintus come in quelle delle Saturnie pri- 



(1) Sfaudinger nel ano Catal. 1901 pag. 403, indica la megillaeformis Hb. come aber- 
ratone della ichneimtoniforniis F. Di diverso parere è l'abate J. De Joannis al quale 
ichneumoniformis F. e megillaeformis H. sembrano due specie distinte. (Contr. é l'elude 
des Lepidopteres du Morbihan. Ann. Soc. ent. de France voi. 77 4. trim. 1908, p. 757. 

(2) Berliner Ent. Zeitsch. XXXII, II p, 501, 1888. 



— 21 - 

meggia lo Standfuss. Egli ha impiegato per i suoi studi d' incrocio gli 
Smerinthus populi, ocellata, atlantica, austauti, nonché la forma americana 
excaecatus , ed è giunto a risultati mirabili come tipi morfologici, ma 
sempre con risultati fisiologicamente negativi per riguardo alla rispet- 
tiva propagazione. 

Sopratutto degno di nota il suo ibrido Dilina leoniae in cui è riu- 
scito dopo improba fatica e somma pazienza ad accoppiare due generi 
affini, per questo fatto stesso da considerarsi forse sinonimi, Dilina e Sme- 
rinthus, prendendo la Dilina tiliae L. cf per accoppiarla colla Q dello Sme- 
rinthus ocellata L. 

Egli racconta che gli sono occorsi ben 5000 individui delle due 
specie per ottenere soltanto venti esemplari del bastardo — tutti maschi. 
Racconta la difficoltà dell'accoppiare le due specie. Per avere i cTcf tiliae L. 
freschi e robusti doveva esporre la notte pel richiamo dei cTcf spontanei 
le Si* allevate a posta di quella specie ; e con ogni precauzione si do- 
vevano prendere ed obbligare a estinguere la loro foga sessuale colle QQ 
dell'altra specie, che erano state riunite in apposite grandi gabbie. 

Alle ibridazioni delle Deilephile si sono dedicati specialmente con 
risultati meravigliosi il Prof. Denso di Ginevra ed il signor Carlo Pernold 
di Dobling- (Vienna). 

Il Dr. W. Gieseking ha per mio conto prodotto i due nuovi ibridi 
di Deilephila dahlii H. G. ed euphorhiae L. che qui vengono per la prima 
volta descritti. 

Con buon successo si è dato alla produzione sperimentale di ibridi 
il signor Kurt John di Lipsia. Interessante è la sua Gastropacha hybr. 
johni Frings, ottenuta col cT della G. quercifolia L. di Lipsia, e colla Q 
delle G. populifolia Esp. di Ursovra (Ungheria) Di 364 uova solo 52 
bruchi sgusciarono. Questi nei primi stadi somigliavano più a quelli 
della populifolia Esp., mentre negli ultimi stadi erano perfettamente si- 
mili a quelli della quercifolia L., con un leggero accenno tuttavia ad 
una marginatura rugginosa intorno all'insenatura del secondo segmento, 
che ricordava il tipo materno. I bozzoli invece , cosi diversi di colore 
nelle due specie originarie, ad eccezione di due soli più oscuri , erano 
tutti come quelli della populifolia Esp. 

Il signor Carlo Frings, che ci dà questi particolari (1) nota anche 
che le Q2 johni Frings hanno un addome cosi poco voluminoso, che non 
si erra certamente Dell'ammettere, che la loro scorta di uova sia almeno 



(1) Societas Enttnol. XXII, p. 89-90. 



— 22 — 

di molto ridotta: forse manca del tutto, oppure è rappresentata da poche 

uova completamente atrofizzate, come è il caso nella più parte delle QQ 

degli ibridi di primo grado. 

, ., „. .-,..„ ,, ( hirtarius CI. cf 

Interessante è notare anche il Bmton pilzii Stndfss \ -. — ^, ^, 

'^ { pomonarms Hb 9 

ed il suo inverso huenii, ottenuti dagli entomologi ginevrini Pilz e Hueni, 
che apparvero irregolari nel loro sviluppo, poiché in cinque schiudimenti 
parziali delle loro crisalidi , uno solo di questi schiudimenti ha fornito 
contemporaneamente maschi e femmine. Gli altri quattro periodi diedero 
separatamente i due sessi. Osservazione questa notata dallo Standfuss 
ed anche da Carlo Oberthur, che cioè gli ibridi ottenuti artificialmente 
danno sovente un solo sesso ad ogni loro schiudimento: altra delle dif- 
ficoltà che si oppongono alla continuazione degli ibridi per sé stessi. 

Il signor Aristide von Caradja ha fatto degli importantissimi espe- 
rimenti di ibridazione e di meticciamento fra le Phragmatohia. Oltre ad 
accoppiamenti fra rustica Hb. (1) e rustica-mendica CI., egli ottenne risultati 
importantissimi fra le specie rustica-mendica CI., sordida Hb. e luctuosaH. G. 
Infatti sopratutto degni di attenzione sono gli ibridi seileri e hilaris. Il 
primo è stato ottenuto colla Phragmatohia luctuosa H. G. cT x Phr. 
sordida Hb. 9, ed è stato reincrociato su sé stesso fornendo la seguente 
formola : 



seileri I 
seileri II 

seileri I 



luctuosa HG.cf 
sordida Hb. 9 
( luctuosa HG. y 
\ sordida Hb. cT 

l'altro è pure un risultato di accoppiamento un ibrido con un bimeticino 
colla seguente formola : 

inversa cT 
hilaris 

viertli Q 

Quest'apparente eccezione alla regola che gli ibridi non si riprodu- 
cono non può invalidare la regola stessa, perchè essa lascia un dubbio 



\ rustica cT 


\ rustica ( 
f mendica 




1 standfussi Q 
j rustica cT 


9 
(2) 



(1) Turati, E. Bull. Soc. Bai. Se. Nat. LXII, 1903 pag. 28. 

(2) A. V. Caeadja , Spilos. Ebrid. Iris XI, pag. 395. Sarebbe stato interessante il 
vedere come si comportavano mendelisticamente le proporzioni delle diverse forme che 
sono entrate nella combinazione che ha dato la nuova forma hilaris Caradja. 



— 23 — 

sulla posizione della spilos. rustica mendica nel genere Spilosoma, non 
piuttosto che nel genere Phragmatobia, col quale oltre la maggiore affi- 
nità morfologica di taglio d'ali, di colore, di squamatura, ha cosi anche 
provato una assoluta affinità fisiologica (1). 

E per quanto riguarda la Phr. seileri Caradja, lo stesso signor Ca- 
radja viene alla conclusione che da questo stato di fatto risulta, che 
entrambi i genitori originari dell'ibrido (cioè sordida e luctuosa) sebbene 
sembrino esteriormente molto diversi, pure devono essere stretti parenti 
e si sono dovuti dividere solo in un'epoca relativamente vicina in due 
specie. 

* 

* * 

Dagli ibridi primari, cioè dai prodotti di un primo incrocio fra specie 
genuine si è visto sperimentalmente, che è possibile ottenere ibridi di 
secondo grado, reincrociando gli ibridi di primo grado con l'uno o l'altro 
genitoi'e delle loro specie fondamentali : ibridi di terzo grado reincro- 
ciando quelli di secondo grado di nuovo con un genitore di una delle 
specie originarie ecc., prendendo di preferenza le Q^ originarie, perchè 
le QO bastarde sono meno atte fisiologicamente alla riproduzione che 
non i cTcT. 

Risultato ne fu un ritorno sempre più evidente alla specie sulla 
quale si era riedificato. 

Non è difficile cosi di potere pensare , che con un ennesimo rein- 
crocio sempre sulla medesima specie si possa tornare al tipo primitivo 
di quella specie (2) la infinitesima quantità, per così dire, di sangue spurio 
divenendo trascurabile perchè impercettibile. Ritorno che rappresenta 
precisamente il contrario di quello che sì sarebbe voluto ottenere — la 
nuova forma. 

Un esempio di questo ritorno lo vediamo già molto marcato in due 
ibridi di II grado : le Deilephila eugenii Mory e pernoldiana Aust. 



(1) Noi anzi ammettiamo addirittura d'ora innanzi queata determinazione. 

(2) Secondo il sistema accettato in zootecnia bastano dieci generazioni perchè si ot- 
tenga la pienezza del sangue della linea incrociante {Stud-book italiano Voi. I Prefaz. 

pag. IX). Si trascura così soltanto rrr^ di sangue. Spingendo il reincrocio alla ventu- 
nesima generazione non si avrebbe già piil che di sangue spurio. 

1 .tjo I . ID^ 



- 24 — 
La forraola della prima è : 

euphorbiae L. cf 



epilobii B cf i .•!• -n 

, ^ f vespertilio Esp. g 



^ ì vespertilio Esp. Q 



con un ritorno sulla specie materna del padre. Sebbene essa sì mostri 
in tre forme diverse che Austaut (1) fa derivare da cause incidentali 
differenti da quelle della ibridazione, pure due su tre tengono già mol- 
tissimo della specie su cui si è ritornati. 

Infatti una di queste ti-e forme è « molto somigliante alla tipica 
vespertilio Esp.», e l'altra pure tiene molto più della vespertino Esp. 
(poiché ha il colorito grigio con disegni grigio-oscuri) che non delle eu- 
phorbiae L. 

Nell'altro ibrido di II grado la di cui formola è (2) : 

.,,..„ 1 euphorbiae L. cf 
epilobii B cT ^ 



vespertilio Esp. 2 
pernoldiana Aust. 



euphorbiae L. Q 

con un ritorno alla rovescia sulla specie paterna del padre, siamo già 
subito (3) quasi completamente arrivati al tipo euphorbiae L. 

Ma i signori Mory di Basilea sono riusciti ad andare più in là, ot- 
tenendo un ibrido terziario nella Deileph, burckhardtì Mory colla se- 
guente formola : 

, epilobii B ^ \ ^'^Ph^^biae L ^ 
( f vespertilio Esp. Q 

eugenii Mory 



. vespertilio Esp. Q 
burckhardtì Mory 



vespertilio Esp. Q 

e qui ci troviamo davanti ad individui che ritornano già quasi com- 
pletamente alla vespertilio Esp. (4), dove il fondo grigio uniforme, ha 



(1) Austaut, Nacìiricht ilber einen neuen Bastarci etc— Entom. Zeiischr. XXI. N. 12 
Guben 1907. 

(2) Austaut, 1. e. N. 29.— Mia collez. due esemplari. 

(3) Mia collezione: tre esemplari. 

(4) Austaut, 1. e. N. 12 — Mia collez. due esemplari. 



— 25 — 

solo un leggerissimo accenno oscuro alla riga della euphorbiae L. Pro- 
babilmente i miei esemplari provengono dalla prima o dalla seconda 
delle tre forme di eugenii Mory citate da Austaut; se fossero derivate 
della terza forma, già similliraa alla vespertilio, Esp., quella leggeris- 
sima sfumatura si sarebbe forse già perduta. 

Lo Standfuss per 14 anni di fila si è dedicato ad incrociare le 
Saturnie spini Schiff, pavonìa L. e pyri SchifF, ed ottenne ibridi secon- 
dari e terziari. Cosi pure fece colle Pygceroe curtula L. e anachoreta ¥., 
ma giammai gli riusci di ottenere un tipo atto a mantenersi — gli espe- 
rimenti spinti all'estremo davano sempre come risultato alcuni pochi 
individui maschi. 

Lasciando però da parte la quistione della improduttività degli 
ibridi sia di primo grado fra di loro, sia di grado più intensificato con 
una delle specie originarie, che potrebbe, malgrado tutti gli studi fatti, 
dipendere da insufficienza di esperimenti o da circostanze imprevedibili 
in coltivazioni fatte ad arte pur colla più meticolosa scrupolosità, ve- 
diamo morfologicamente anche nei risultati degli esperimenti di Stand- 
fuss un ritorno effettivo verso la specie originaria quanto più intensiva 
è stata la sovrapposizione di quella specie. 

Negli esemplari della mia collezione per esempio di Saiurna Schau- 
fussi Stdnfss che ha la seguente formola : 

1, • o^ if \ pavonia L ^ 

bornemanni Stndfs ' 



spini Schiff. y 
schaufussi Stndfs • 

pavonia 9 

con un ritorno sulla specie dell'avo paterno si nota già vivamente se- 
gnato nel cT il color bi'uno del ^ della pavonia L, che in bornemanni 
Stndfs era appena accennato come una leggera sfumatura. 

Ora noi abbiamo visto, che negli ibridi primari prevale l'abito della 
specie geostoricamente più antica, negli ibridi derivati i caratteri della 
specie sulla quale si è ritornato : non sarà difficile concludere. 

È ovvio pensare, dal momento che abbiamo visto delle eccezioni 
alla regola, che se una discendenza continuata fra prodotti di medesimi 
ibridi primari potesse sempre aver luogo, questa ben presto degenere- 
rebbe verso la specie prevalente — quella più resistente perchè geosto- 
ricamente più antica — fino a riprodurla di nuovo : altrettanto succede- 
rebbe nel caso di un reincrocio continuato su una delle specie originarie 
del primo ibrido. 

// Nat. Sic, Anno XXI— Nuova Serie Voi. I. 4 



— 26 - 

Per spiegarci la filogenia della specie non possiamo dunque basarci 
sulla ibridazione, cioè sull'incrocio di due specie genuine fra di loro, 
per formarne una nuova, poiché o nulla si ottiene, o se un risultato 
si ottenesse, questo sarebbe affatto opposto del cercato, cioè il ritorno 
alla forma antica. 

# 

Vediamo ora quale conto dobbiamo invece fare del meticciamento. 

Gli inglesi praticando da tempo per intuito la selezione artificiale, 
alla quale Darwin diede forma di legge partendo forse dalle loro 
esperienze sugli animali domestici, ne hanno tratto partito per 1 primi 
nella loro economia, applicandola dal cavallo alla gallina, dal cane al 
piccione. 

Noi vediamo infatti le innumerevoli razze che essi hanno formato 
sia provocando mutazioni nuove colla sopranutrizione, colla ginnastica 
funzionale o con qualsiasi altro artifizio, sia approfittando di neoforma- 
zioni, di tendenze che accidentalmente o per adattamento si erano andate 
manifestando, per riprodurle ed intensificai'le colla selezione artificiale, 
col meticciamento, fino a fissarle a veri e propri caratteri continuativi. 
Formarono così stirpi e razze diverse l'una dall' altra nelle medesime 
specie — tanto diverse talvolta e con cosi profonde differenze fisiologiche 
da domandarci se invece che a razze di una medesima specie non ci 
troviamo davanti a forme di specie già sdoppiate e sufficientemente 
distinte. Vedi per esempio i cani, dal bassetto al Borzoi, dal King-Charles 
al bulldog. 

E chissà che non si arrivi, seguendo questo sistema in un tempo 
relativamente breve di poche centinaja o migliaja di secoli — la cosa 
non ha importanza nell' infinità del temiao — ad ottenere non solo dif- 
ferenze specifiche ma anche generiche, a derivare per esempio da un 
cane qualche cosa che assomigli al cavallo ! ! 

Quello che noi vediamo nei mammiferi e negli uccelli domestici, 
lo controlliamo anche nel campo botanico, in cui l'orticoltura ed il giar- 
dinaggio, le due arti che su quella scienza si basano, hanno generato 
mercè la fecondazione artificiale razze e varietà diversissime fra di loro 
in molteplici specie di piante e di fiori. 

Per ritornare sul terreno della entomologia prendiamo in esame 
quanto a questo proposito hanno scritto i nostri migliori esperimentatori. 

Lo Standfuss stesso — è per suo merito che abuso nel citarlo — vedendo 



— 27 — 

che sul terreno dell'ibridazione non riusciva al desiderato risultato, ba- 
sandosi sulle teorie di Mendel e sui lavori di De Vries, Correns, A. Lang-, 
Bates^ Davenport ecc. si chiese sa alle volte non fossero da trovare i 
continuatori della scala delle affinità più in giù di quelli esaminati, 
e dove avrebbero dovuto cominciare le divergenze per la formazione 
delle nuove specie. Seguendo questa direttiva egli scelse tre gruppi 
di forme per controllarli esperimentalmente. 

Dapprima prese a studiare le « piccole neoformazioni oscillanti, ri- 
correnti apparentemente spontanee tra le specie, variazioni fluttuanti 
individualmente, di ign ta origine, come si potrebbero designare ». Queste 
neoformazioni vanno spegnendosi quasi del tutto negli esperimenti pel 
fatto, che esse riappaiono solo presso uno scarsissimo numero di discen- 
denti, ed anche in iscarso numero risorgono come passaggi alla forma 
principale. 

« Tuttavia le forme appartenenti a questa categoria possono soltanto 
avere un significato come fattori di nuove formazioni specifiche, quando 
il loro carattere spontaneo è palese, e più ancora in realtà quando, fatte 
risorgere da una azione ricorrente del mondo esterno , sono da questa 
mantenute ferme, e progressivamente intensificate». 

Il secondo gruppo comprende quelle neoformazioni costanti per lo 
più di caratteristica apparenza, che sono conosciute ora in generale col 
nome di mutazioìii. 

Lo Standfuss ha incominciato a studiare il meticciamento tra la 
forma principale e la mutazione con un primo incrocio nel 1876 di Boar- 
mia repandata L. colla sua mutazione conversarla Hb. Poi per 9 anni di 
seguito coW Agliatau L. e tau-lugens Stndfss. Esperimentò pure la Ly- 
mantrìa monacha L. colla L. eremita 0. 

In queste tre specie osservò , che « la progenie risultò nettamente 
divisa, parte nella forma normale, parte in quella della mutazione (1). 

Ma recentissimi esperimenti dello stesso Standfuss e del signor Hans 
Huemer s\i\VAglia tati L portarono a risultati sorprendenti. 

Non si prese più la forma principale con una secondaria , ma si 
meticciarono due mutazioni fra di loro. 

Lo Standfuss mi scriveva il 4 novembre 1908 che dalla copula Aglìa 
tau-melaina Gross {lugens Stndss) cf della Stiria ed Aglia tau ferenigra 
Th. M. di MCilhausen (Turingia) aveva ottenuto una discendenza che po- 
teva dividere in quattro forme diverse : 



(1) Standfuss. Die Resultate dreissgjiihriger etc. 1. e. p. 10. 



— 28 — 

a) Forma tau L. normale tanto nel e/ quanto nella Q ritornante 
perfettamente al tipo degli avi, poiché il padre (melaina Gross) proveniva 
da un primo meticciamento di melaina con tau, e così pure la madre 
{ferenigra Th. M.) era uscita dall'unione di ferenigra con tau fondamentale. 

b) Forma melaina, in alcuni esemplari varianti un po' nel disotto 
bruno, ma riportantesi al tipo paterno. 

e) Forma ferenigra (nigerrima Stndfss) riportantesi al tipo materno. 

d) Forma weissmanni Stndfss, nuova, avente i caratteri riuniti di 
melaina e ferenigra insieme. 

« Mentre dunque melaina come pure ferenigra si comportano anta- 
gonisticamente verso la forma fondamentale tau, cioè non si mischiano 
con questa a formare un tipo intermedio, le due mutazioni ferenigra e 
melaina non si comportano antagonisticamente fra loro, ma si combinano 
in armonica mescolanza nel medesimo individuo, la mufatio weissmanni 
Stndfss» (1). 

Oskar Schulz riferisce (2) di un'altra nuova forma sorta essa pure dalla 
copula dell' Aglia ^aw-meZaiwa Gross J" colla ferenigra Th. Mieg. Q ed ottenuta 
dal sig. Hans Huemer a Linz sul Danubio, che da 14 anni circa, avendo 
dapprincipio ricevuto dall'Alsazia le uova della ferenigra , continua an- 
nualmente quella coltivazione coU'esporre le 93 di ferenigra alla copula 
spontanea di e/' e/' genuini di tau venuti dalla aperta campagna; e ciò per 
rifondere ogni anno nuovo sangue al suo allevamento. Tuttavia pren- 
dendo esemplari delle due citate mutazioni , Huemer ottenne oltre che 
le stesse forme di Standfuss del lato dei cfcf, anche una quarta forma 
Jiauderi Schulz, soltanto dal lato delle QQ. 

Risultato mirabile che prova come i caratteri delle specie possono 
continuare immutabili e mantenere la specie per forza d'atavismo, ac- 
canto a nuove forme , che vanno gradatamente da essa sorgendo , per 
mantenersi, e riprodursi o svolgersi di nuovo in altre forme. Potreb- 
bero queste essere considerate come indica la scuola di De Vries, specie 
elementari ossia specie al loro principio; specie non ancora finite, si di- 
rebbe, se si avesse del concetto di specie l'idea di una fissità assoluta, 
non relativa, per tutti i tempi (3). 



(1) Confronta anche Standfuss Entom. Zeitschr. XXII pag. 42. Stuttgart 1908. 

(2) Schulz. Entom Zeitsch. XXII p. 160, Stuttgart 1908. 

(3) Standfus=5, 1. e. « Le specie hanno origine e passano come ogni cosa temporanea- 
mente esistente in un tempo non determinabile. Le specie, che presentemente noi vediamo, 
sono venute fuori per mezzo di modificazioni di altre specie, ed i risultati del progressivo 
sviluppo delle specie, sono infine, accanto alle modificazioni di queste specie stesse, nuove 
specie che ancl;e da questo sì sono distaccate ». 



— 29 - 

E vediamo come si sono riprodotte queste diverse forme di Agita tau. 
Sono il risultato di un meticciamento continuato della forma primitiva 
con una mutazione avvenuta in natura per cause, che si possono in 
vari modi spiegare, ed in seguito coi prodotti di questi meticci e colla 
sovrapposizione delle medesime mutazioni. Nei casi esposti possiamo ri- 
tenere la seguente formola : 

tau cf 



tau 1 melaina cT > 

melaina \ ? "^elama y 

ferenigra 



Aveissmanni i / ^^^ 7, 

liauderi f ferenigra Q 



ferenigra y 



dove non è escluso che le tau impiegate negli avi non siano già reces- 
sive, cioè un risultato di antecedenti meticciamenti, con le loro forme 
secondarie, e dove non è escluso che melaina e ferenigra possano essere 
uscite già da meticciamenti colla tau. 

Vediamo dunque qui non più il caso dell'ibridismo in cui la forma 
g;eostoricamente più antica ha la prevalenza e obbliga la discendenza 
al ritorno verso di essa. Qui, accanto alla forma più antica dominante, si 
continuano i caratteri acquisiti dall'una e dall'altra parte, e se ne aggiun- 
gono anche di nuovi. 

Ma non meno interessanti sono i risultati di meticciamento fra la 
Phragmatohia rustica (1) e la rudica-meìidica Hb. ottenuto da Caradja 
e da Standfuss. Quest'ultimo le considera come due razze locali, e dice 
che i prodotti di questi accoppiamenti reciproci fornirono della prole, 
ma queste razze meticce si dimostrarono meno feconde delle due forme 
originarie. Condizioni analoghe nei loro risultati mostrò l'accoppiamento 
tra la Callimorpha dominula e la C. dominula persona. 

Aggiunge che dagli esami diligenti sugli apparecchi sessuali delle 
Spilosome,coTae delle razze di Callimorpha, non risultarono differenze molto 
sensibili. 

Tuttavia egli trova in questi risultati di meticciamento uno speciale 
interesse, perchè lasciano intravedere un passo in avanti nella marcia 



(1) Lo Standfoss nei suoi Resultate ecc. 1. e. a pag. 14 segue la tesi esposta da 
me uel 1903 nelle Contrib. alla fauna Lepid. italiana. Atti Soc. It. Se. Nat. voi. XLII 
pag. 28 di ritenere cioè per nome specifico quello di rustica, anche perchè ritiene ?>ie>i- 
dica razza geostoricameDte piii giovane della rustica. 



- 30 - 

fisiologica del processo di formazione (Herausgestaltungsprozess) delle 
nuove specie. 

Fra gli esperimenti di Caradja di vero e proprio meticciamento mi 
piace esaminare quello della Phragmatobia (Spilosoraa) mus. 

Eccone la formola : 



mendica e? 



mus 



inversa 5 ( rustica d" 



\^ 

( standfussi 9 ( rustica cT 



( mendica 9 

Il dimorfismo che era quasi scomparso tra J' e Q dell' inversa Ca- 
radja (quasi, perchè il cf è isabellino) ritorna a campeggiare in tutta la 
sua potenza. La sovrapposizione di mendica, cosi prossima dà il colore 
oscuro, senza essere tuttavia quello della specie originale, al maschio 
della mus, mentre la Q è bianca e molto scarsamente punteggiata di 
nero come le yQ provenienti dalle località dove i cTcT sono della forma 
bruna. 

Questo meticcio, dice il Caradja, «va in.sieme per colore alla forma 
vicina di standfussi, e si potè ancora facilmente incrociare di nuovo, con 
copulazioni feconde, tanto colla rustica quanto coU'ibrida inversa. 

Qui ci troviamo davanti a tipi poco appariscenti ed in cui è difficile 
poter trovare una notevole differenza nei disegni e nel colore, tranne 
nell'alternarsi ad ogni generazione del colore del maschio a seconda 
dell'influenza portata dalla forma maggiormente dosata. Nelle Callimor- 
phae il movimento risulta più evidente : sembra allo Standfuss che il 
processo che segue la natura in queste evoluzioni incominci dal cT, 
che pel primo nella forma nuova diventa divergente dal tipo originario (1). 

Egli osserva però un fatto, che mentre i segni palesi di divergenza 
si mostrano nella facies generale dell' individuo risultante da simili ac- 
coppiamenti, all'esame degli apparecchi genitali di queste forme già di- 
vergenti, queste non lasciano ancora apparire alcuna sensibile o notevole 
differenza. 

Sarebbe però lecito concluderne che il processo di variazione degli 



(1) Standfuss : Ztir Frage 1. e. p. 13. 



- 31 - 

organi della riproduzione sembra più lento che non nel resto dell' or- 
ganismo. 

Ciò confermerebbe l'osservazione già fatta più sopra sulla opportu- 
nità di servirsi dei caratteri genitali nella determinazione delle specie. 

* 
* * 

Io (io descritto alcuni anni or sono (1) una forma intermedia tra la 
Phragmatohia rustica Hb. e la mendica CI. la mutatio binaghii Trti, prodotto 
spontaneo di libera Natura, raccolto alle lampade elettriche della sta- 
zione di smistamento a Milano, che degrada da un esemplare all'altro 
in modo da somigliare un po' per uno agli esemplari noti, risultati 
dalle ibridazioni e dai meticciamenti eseguiti dal Caradja e dallo 
Standfuss. 

L'anno scorso la binaghii Trti è stata ritrovata a Cernobbio (Lago di 
Como). Dall'esame di questi ultimi esemplari devo esprimere la mia 
convinzione, che, piuttosto che da una ibridazione della rustica con una 
specie affine, essi provengano da un meticciamento tra le due forme 
rustica e rustica-mondica. 

Comparati infatti agli ibridi di Standfuss e di Caradja essi man- 
cano completamente di quelle traccie, di quegli accenni ai segni 
particolari della sordida, come pure nel taglio delle ali non hanno ri- 
portato nulla della luctuosa. Invece essi corrispondono perfettamente con 
parecchi dei meticci artificialmente ottenuti, ai quali da individuo ad in 
dividuo si possono riportare, variando dal bianco, lavato di gialliccio, 
colore ottenuto dalla prevalenza della forma mendica, all'isabellino, colore 
ottenuto probabilmente da un reincrocio, al grigio cenerognolo, risul- 
tante dalla pievalenza della forma rustica. 

Una Q presa nelle medesime circostanze insieme a quei ^ po- 
limorfi dal signor Geo C. Kriiger, ci ha dato uova feconde, che furono 
portate felicemente fino alle crisalidi, dalle quali attendo per la pri- 
mavera i risultati. 

Qui ci troviamo di fronte ad un fatto interessantissimo del tutto 
spontaneo, che per analogia con i risultati ottenuti artificialmente, data 
la varietà e la gradazione dei tipi raccolti, non può essere altro che 
il risultato di accoppiamenti continuati fornitici dalla selezione naturale 



(1) Atti della Soc. It. di Scienze Naturali Voi. XLIl 1903. — Contribux. alle Forme 
dei Lepidotteri Italiani pag. '<^5. 



— 32 - 

tra individui, che hanno già fatto una diversione fra di loro, e che ri- 
producono— magari nella stessa covata — come abbiamo visto nelle Aglia, 
le diverse forme, alcuni tracciando sul padre, altri sulla forma rappre- 
sentata dalla madre, altri tornando agli avi, altri recando i caratteri 
diversi commisti insieme. A questo proposito dunque riuscirà oltremodo 
importante lo schiudimento delle farfalle, che si attendono dalle mie 
crisalidi ottenute da uova spontanee per vedeine anche la proporzione 
mendeliana. 

Del resto questa hinaghii Trti potrebbe essere anche il meticcia- 
mento tra due razze locali. E qui cadiamo nel 3" gruppo di forme che 
Standfuss ha esperiraentato nei suoi studi di incrocio. Infatti in Lom- 
bardia è stata qualche volta, sebbene rarissima, raccolta la Phragmatobia 
rustica cf (bianca), con qualche piccola diversità nella grandezza dei 
punti neri, in confronto della forma dell'Italia centrale, e piuttosto simile 
agli esemplari dell'Europa orientale. Non saprei dire se è il caso di ri- 
tenerla qui una muta/.ione accidentale ricorrente, oppure una razza 
locale ottenuta dal clima o dall'adattamento. Sia comunque, il risultato 
è quello che abbiamo visto. 

Certo è che lo Standfuss accoppiando la Phragmatobia rustica Hb. 
(di Bergell, di Calabria, di Ruraenia ecc ) colla sua razza locale Phr. 
rustica-mendica CI. (del versante settentrionale delle Alpi, di Francia, 
di Germania ecc.) ottenne tipi fluttuanti fra le forme di entrambi i ge- 
nitori. Il progressivo formarsi di queste divergenze egli lo ritiene fa- 
vorito del fatto che « entrambe le razze si trovano nella Natura, più 
meno localmente divise nelle loro forme originarie ». 

E come queste razze locali si sono andate formando ? Gli esperi- 
menti fatti col mutare di nutrizione ai bruchi, o col modificarne le 
sostanze non portarono a pratici risultati. Invece si ottennero sorpren- 
denti variazioni col variare le condizioni di temperatura in cui si sono 
andati svolgendo gli ultimi stadi della vita dei lepidotteri prima di 
schiudersi in imago. La temperatura non influisce soltanto sulla modi- 
ficazione del colore e dei disegni delle ali, ma porta anche altre sen- 
sibili modificazioni fisiologiche — per esempio individui sterili — ed è di- 
pendente dal grado di temperatura 1' accoppiarsi dei due sessi fra 
di loro. 

Il freddo ha riprodotto in generale le forme di colore più oscuro e 
cupo — come le razze dei paesi nordici — la temperatura forzatamente 
elevata una sovrabbondanza di colore tale, da riprodurre le tinte più 
dense e cariche; mentre un calore temperato ha dato le forme più 



— 33 — 

brillanti di colore. Si sono avute così le conferme della influenza del 
clima nella formazione delle razze locali. 

Lo Standfuss dice, che coli' influenza del calore potè richiamare 
molte rivoluzioni morfologiche, e non solo cambiamenti dell' apparenza 
esteriore, ma anche mutamenti fisiologici. Quando noi vediamo riportarsi 
neoformazioni sorte dall' influenza di temperature estreme in una parte 
della discendenza, è segno che queste particolarità di recente acquisite 
hanno avuto una influenza nelle sfere sessuali nel senso della ereditarietà. 

Si può dunque ritenere che il meccanismo per la formazione delle 
nuove specie è quello del meticciamento, il quale si basa sulle neofor- 
mazioni prodotte dall'influsso del mondo esterno : influsso nel quale il 
clima ha la prevalenza. « Nel complicato totale del clima, dice lo 
Standfuss, si deve considerare la temperatura come il fattore che dà 
la misura di queste differenziazioni del mondo animale ». 

Questi concetti e queste conclusioni mi guidano nella disamina delle 
forme, che sto ora per pubblicare. 



Ho seguito, come è mio costume, il sistema comparativo da me 
inaugurato, col presentare accanto alle forme nuove più importanti le 
forme affini già conosciute, od i tipi da cui esse sono derivate. Cosi ho 
fatto per gli Epinephele, per le Deilephila, le Polia^ le Dy.spessa, le 
Arctia, ecc., affinchè ognuno possa .meglio afferrare le differenze fra le 
une e le altre, anche senza ricorrere al testo. 

E questo sistema sarà tanto meglio apprezzato, in quanto le inci- 
sioni che io presento sono assai bene riuscite. 

Per la prima volta in Italia sono state eseguite delle tavole a co- 
lori in fototipia con un risultato cosi efficace. Ne attesto la mia grati- 
tudine tanto alla « Tecnografica » quanto alla « Unione Zincografi » 
due importantissime Società Anonime, emanazioni del cessato Stabili- 
mento di mio fratello Comm. Vittorio Turati. All'Unione Zincografi ho 
avuto anche l'ajuto dei signori Fratelli Bonelli, fotografo dello Stabili- 
mento l'uno, artista zincograto l'altro, che sono fra i pochissimi a Milano 
che si occupano con vera diligenza e passione di raccogliere lepidotteri. 

La tavola V magistralmente eseguita dallo Stabilimento Culot di 
Ginevra in fotolitografia, colorata a mano, è una riprova della bontà 
della casa da cui esce, universalmente apprezzata per le sue illustra- 
zioni entomologiche. 

Un piccolo errore nella numerazione delle Hadena della tav. VI è 
stato già corretto nel testo. 

Il Nat. Sto. Anno XXI — Nuova Serie Voi. I, 5 



34 



Parnassius mnemosyne fruhstorferi Trti. 
Nova subspec. Tav. I fig. 1. 2. 

Dietro Subiaco, come un cuneo che s'innesta nell'Abruzzo, il Monte 
Autore forma l'estremo lembo della provincia di Roma. Vi si sale tanto dal 
versante occidentale per Subiaco, la Grotta, il Campo dell'Osso, quanto 
dalla parte Nord Est dal villaggio di Camerata Nuova, che si raggiunge 
dopo pochi chilometri di strada dalla stazione del Cavaliere; o Pereto 
sulla linea Roma Sulmona. 

Da un pittorésco angolo della vallata, che monta lungo il Fiojo, 
restringendosi continuamente fra boschi di faggi secolari, si arriva per 
gli alti prati di Camposecco ed i colli dell'Aceretto fino al piano di Mi- 
gliari ed al Campo Ceraso. Di lassù si scorge finalmente la cima del- 
l'Autore (1853 m.) brulla, come una testa calva circondata più sotto da 
una densa capigliatura di abeti e di faggi. 

È nei boschi di faggi al di sopra di Migliari, che si incontra questa 
nuova forma di Parnassius mnemosyne. 

Alcuni esemplari portati di lassù negli anni precedenti dal comm. 
Fortunato Rostagno mi avevano indotto a ritenerli della forma athene 
Stich. 

Siamo andati lo scorso anno a ricercarli in comitiva. Erano con me 
il comm. Rostagno, il sig. Kriiger ed il distinto coleotterologo Sig. Lui- 
gioni. Il Sig. Krtiger fermatosi lassù due giorni colla cura e la diligenza 
che gli sono abituali potè raccoglierne una trentina di esemplari fre- 
schissimi, che si dimostrarono poi come una razza nuova. 

Li sottomisi all'esame dal chiaro specialista signor Hans Fruhstorfer 
di Ginevra, e questo non esitò un minuto, dopo averli confrontati coi 
tipi della athene Stich. della sua collezione, a dichiararli una razza com- 
pletamente nuova. 

Essa infatti, tanto nel cT quanto nella Q, si distingue per una squa- 
matura più fitta e bianchissima, un po' come la nebrodensis Trti. di 
Sicilia. 

La fascia diafana marginale delle ali superiori è ben larga, e meno 
discesa verso l'angolo interno. Essa contiene una serie di punti bianchi 
submarginali, come li hanno le forme dinianus Fruhst. athene Stich. 
gìganteus Stgr, nebrodensis Trti, e cuneifer Fruhst, 



— 35 — 

Nel cT nessuna tiaccia della macchia subapicale jalina. Le macchie 
nere della cellula delle ali superiori sono piccolissime, quasi come nella 
nebrodensis Trti. La macchia mediana extracellulare delle ali inferiori 
è ridotta ad un piccolissimo punto; cosi pure è ristrettissimo, tra il mar- 
gine interno e la cellula, il nero della regione basale, poco intenso 
anche di colore. 

La 9 ha la macchia jalina extracellulare subapicale delle ali an- 
teriori limitata al primo spazio di sotto alla costa. Le macchie intra- 
cellulari nere sono un po' più grandi che nel cT, ma ad ogni modo più 
intense e meno estese, che nelle 9Q delle altre varietà. 

Lo spazio basale delle ali inferiori a squame diradate non entra 
col nero nella cellula, e la macchia extracellulare mediana è un po' 
più allungata e più marcata che nel cf'. 

Nel margine interno dell' ala inferiore si nota la macchia nera 
quasi appena accennata. 

Due anni or sono, descrivendo il Parnassius mnemosyne nebrodensis 
ho avuto l'onore di presentare anche una nuovissima sottospecie degli 
Alti Pirenei (Gèdre) sotto il nome di ipyraenaìca Trti. Ruggero Verity 
annunziando la mia nuova forma ^e/rciemaica Trti (allora in letteris), che 
avrebbe figurato nel Supplemento, pubblicava nella sua tav. XXIII una 
forma di mnemosyne raccolta a Vernet-les-Bains nei Pirenei orientali 
dal sig. Carlo Oberthur. 

Il sig. Fruhstorfer immaginandosi a torto che Verity avesse designato 
questa col nome di pyraenaica Verity, considerando che avremmo avuto 
cosi degli omonimi nella stessa specie, e che un'altra var. pyraenaica 
era stata undici anni prima accollata sXVapollo da Harcourt, credette 
necessario di ribattezzare nella Internationale Entomol. Zeitschr. di 
Guben N. .3 pag. 17 del 18 aprile 1908 le due sottospecie, dando il 
nome di vernetanus Fruhs alla forma anonima di Verity, e chiamando 
turatii Fruhs la mia forma di Gèdre. Ma io non vedo differenza plau- 
sibile fra le due forme dei Pirenei. Verity ha figurato il mnemosyne di 
Vernet-les bains perchè gli parve abbastanza diverso dalla forma tipica 
da ritenerlo degno di essere rappresentato, e non aveva ancor veduto 
allora il mio mnem. pyraenaica, come personalmente egli mi confermò. 
La figura 6 della tav. XXIII dei Rhopaloc. palaearct. che Fruhstorfer 
crede poter battezzare come vernetanus è identica alla figura della Q py- 
raenaica Trti. di Gèdre; soltanto è impressa un pò più leggera, mentre 
la mia all'incontro è un po' gravata di tinta. Nel mio cf al N. 3 della 
detta tavola le macchie extracellulari delle ali inferiori sono appena 



— 36 - 

accennate, mentre altri esemplari le hanno un pò più marcate, come 
nella figura 5 della tav. di Verity. 

Credo quindi che stia bene il nome di pyraenaka, Trti., che ab- 
braccia la razza di tutte quelle montagne, anche se questa qualifica 
di secondo grado è già impiegata per altre specie dello stesso genere, 
il che non fa difetto , e del resto s' incontra pure per es. nelle Erebie. 

Ad ogni modo ringrazio Fruhstorfer della cortesia che mi ha vo 
luto usare e Io ricambio dedicando a lui la nuova forma sabina della 
mnemosyne. 

Lo stesso signor Fruhstorfer nella sua particolare ricerca delle 
razze locali ha descritto nella Entom. Zeitschr. del 1908 anno XXII 
pag. 12 un'altra sottospecie di mnemosyne, che interessa i cultori della 
fauna italiana. Essa appartiene al Piemonte, ed è la sabspexsie paì-metiides 
Fruhst. presa per la prima volta nelle nostre Alpi marittime dal te- 
nente degli Alpini signor Giulio Cesare Parvis, ora capitano brevet- 
tato dalla scuola di Guerra. 

Questa forma è stata da me riportata dalla valle del Gesso, presa 
nei boschi di faggio, dove di solito si incontra il mnemosyne, al disopra 
delle Terme di Valdieri, a metà luglio del 1908. Figuro questi esem- 
plari che non hanno ancora avuto la conferma dell' icone (1), a Tav. I 
N. 3 e 4. Il sig. Kriiger prese pure questa forma nelle Alpi Cozie, al 
monte Albergian al disopra di Fenestrelle ai primi di luglio 1908. 

Degno di nota è in questa forma l'addome della Q , in cui sonvi 
righe laterali sulfuree assai larghe e brillanti negli esemplari vivi. 

Pieris man ni Mayer e rossi i Stef. 

Il giovane valentissimo compatriota ed amico mio Ruggero Verity nel 
fascicolo 19 della sua ponderosa opera sui « Rhopalocera palaearctica » , 
edito qualche mese dopo pubblicato il mio studio sulla Pieris manni 
Mayer (2) (ma che evidentemente doveva essere già da tempo preparato) 
riuscì in tempo a citare il mio lavoro, ma non credette essere abbastanza 
convinto delle mie conclusioni , tanto che mantenne la manni Mayer 
come varietà della rapae L. 

Tuttavia dopo di aver fatto rilevare con. una ricchezza di dettaglio 
ed una scrupolosa osservazione tutte le differenze tra la Pieris rapae L. 



(1) CorrispoDde abbastanza bene colla figura 3 Tav. XXIII di Verity Ehop. Palaearct. 
che rappresenta una forma delle Alpi Marittime. 

(2) Nuove forme di lepidoiieri II Naturalista Siciliano 1907. 



— 37 — 

e la P. manni Mayer, diiferenze di caratteri tali , che basterebbero da 
sole per far considerare la manni Maj'^er una specie ben distinta dalla 
rapae L. , egli senti il bisogno di aggiungervi alcune « osservazioni » , 
evidentemente scosso delle mie argomentazioni. 

Traduco quanto egli scrive in francese : 

La manni dà luogo a delle considerazioni molto interessanti: sem- 
brerebbe da una parte che « si tratti d'una forma specificamente distinta 
dalla P. rapae L., perchè vola nei medesimi luoghi di questa specie , e 
pertanto essa possiede due generazioni che si mantengono hen distinte 
dalle generazioni corrispondenti della rapae; le sue variazioni sono inoltre 
molto distinte da quelle della rapae (cosi manni non ha mai la più lon- 
tana traccia di tinta gialla sul disopra delle ali della 2 (1), e la sua 
generazione di primavera ha il fondo delle ali come brassicae d'un bianco 
verdastro, e 1' estiva le ha gialle , mentre presso la rapae è metra (la 
gcneraz. vernale) che le ha più gialle ; esiste nelle posteriori di certe 
manni una macchietta nera (2) che non si osserva mai presso alcuna 
forma di rapae etc), ed infine manni, e sopratutto la sua forma rossii, 
che è quella che ho di più studiato, ha un volo molto differente da rapae 
più pesante, più lento, che ricorda piuttosto il volo dei Leptidia : pur 
abitando soltanto in regioni caldissime essa affeziona i luoghi ombreggiati 
ovvero vola lungo le strade nelle siepi dense, mentre io non 1' ho mai 
trovata nelle grandi praterie, od altre distese di terreno soleggiate dove 
si piace rapae: d'altra parte ho sovente incontrato degli esemplari, che 
formavano transizioni dalla rapae alla forma rossii di manni (3); inoltre 
la coli. Stefanelli contiene un emplare di leucotera colle ali interamente 
bianche al disopra, il cui rovescio delle posteriori è esattamente simile 
a quello di manni; questi casi di transizione sono troppo frequenti per 
essere considerati come degli ibridi (il che sarebbe il caso se rapae e 
manni fossero specificamente distinte) e inoltre dei bruchi allevati da me 
e schiusi dall'ovo deposto da una stupenda Q della forma rossii non mi 
hanno rivelato alcun carattere, che permetta di distinguerli da quelli 
di rapae. Ne concludo che noi abbiamo sotto gli occhi uno dei più begli 
esempì della trasformazione graduale di una specie in un'jiltra, ma che 
manni non può fin qui essere considerato, che come una varietà o tut- 
t'al più una forma darviniana di rapae , che delle cause naturali , che 



(1-2) Vedi nota più avanti a pag. 44. 

(3) Verity. Rhopal. Palaearc. t. XXXIII, pag. 31. 



- 38 - 

noi non sappiamo spiegarci, sviluppano parallelamente a rapae, e che 
questa forma si è di già fissata così stabilmente che essa si riproduce 
costantemente, rivelando la sua stretta parentela con rojme con accoppia- 
menti assai frequenti con esso, accoppiamenti che non sembrano tuttavia 
capaci di annullare la forma manni come lo si potrebbe supporre. » 

Ma amico Verity , voi venite colla vostra conclusione a confer- 
mare puramente e semplicemente non solo tutte le mie osservazioni, 
ma anche il mio asserto, che la manni Mayer è specie affatto diversa 
della rapae L. 

Voi dite che siamo davanti ad un esempio dei più belli della gra- 
duale trasformazione di una specie in un'altra: ma ci provate invece 
che questa trasformazione è già avvenuta affermando non solo che la 
manni Mayer va sviluppandosi parallelamente alla rapae , ma che si è 
già stabibnente fissata tanto da riprodursi costantemente anche malgrado 
gli accoppiamenti assai frequenti con la rapae , che non sono capaci di 
annullare la forma manni ! che cosa volete di più dal momento che 
ammettete una simile stabilità di caratteri? 

Ma voi avete voluto aggiungere alle ragioni da me già date due 
altri potenti ausigli. Il primo è il fatto delle due generazioni, che esi- 
stono in entrambe le specie, rapae L. e manni Mayer e che — cammi- 
nando di pari passo, parallelamente l'una accanto all'altra— si manten- 
gono distinte fra di loro nel loro aspetto generale. 

Il secondo è un fatto non meno importante , che voi fate rilevare 
ben giustamente col dire, che manni Mayer abita solo regioni calde. 
Infatti di tutti gli esemplari, che mi passarono dinanzi agli occhi — ne 
ebbi della Sicilia, della Calabria, dell'Abruzzo;, del Lazio, della Toscana, 
della Liguria, della Lombardia (rarissima) del Tirolo, della Francia me- 
ridionale, dei Pirenei, della Dalmazia, delT Ungheria , della Russia me- 
ridionale — non uno proveniva da una latitudine superiore a quella del 
Tirolo. Si direbbe — per quanto è a mia conoscenza — che questa specie 
non passi la zona delle Alpi, e sia quasi di provenienza orientale. 

Infatti il Rober nel Seitz dice che si trova, oltre che nel Sud Ovest 
d'Europa, nel Tauro e probabilmente anche in altre parti dell'Asia. 

Secondo Elwes (Transact. Entom. Soc. London 1899— parte III) esiste 
anche nel Turan: nel Caucaso secondo Alphéraky (Mem. Romanoff. 1897). 

Il rapae L. invece è comunissimo in tutta la fauna paleartica da 
Sud a Nord, da Est ad Ovest. 

Ed è strano come i due testé citati autori si mostrino riluttanti a 
ritenere la manni Mayer una forma della rapae L. Cosi l'Elwes avendo 



— 39 - 

visto degli esemplari dì manni-rossii Stef. mostratigli a Firenze dal Prof. 
Pietro Stefanelli, nota (1. e.) che uno dei rf cf aveva all'estremo delle 
nervature nel disopra delle ali posteriori qualche traccia di nero, che 
egli non vede in nessun esemplare della r^jx/e L., tanto che egli non 
saprebbe con sicurezza separarlo dalle napaeae Esp. , provenienti da 
Pietroburgo e dalla Polonia. 

E l'Alpheraky (1- e., pag. 95) è quasi certo che « una Pieride d'Eu- 
ropa considerata fin qui come varietà della vapae L. da molti lepidot- 
terologhi, parlo della Pieris manni Mayer, non è in i-ealtà che la forma 
europea della canidia. Infatti gli individui della manni Mayer del Cau- 
caso, più grandi e più riccamente, squamati di quelli della Grecia, sono 
estremamente vicini di certi individui della canidia Sparrm., tanto di 
quelli dell'Asia centrale, che di quelli della China occidentale.» 

Questa nota è sembrata all' amico Verity cosi interessante da tra- 
scriverla testualmente nella sua grande opera. 

Anzi egli stesso vede una cosi grande analogia tra manni-rossii Stef. 
e canidia Sparrm., che aggiunge : « non vi è alcun dubbio, che formu- 
lando la sua opinione Alphéraky aveva sotto gli occhi delle rossii Stef. 
die infatti rassomigliano sotto certi rapporti a canidia. » 

Una ragione di più per tenerla separata da rapae L. 

Del resto nella bellissima tavola XXXIV dei Rhopalocera palae 
arctica si può osservare l'analogia fra gli esemplari ivi riprodotti tanto 
di manni-rossii Stef. quanto di canidia Sparrm. e sue varietà minima e 
palaearctica. Il margine a macchie nere delle seconde ali si riduce in 
diverse forme di canidia Sparrm. al punto quasi di scomparire (1. e, 
fig. 47) , corrispondendo in certo modo al finissimo filo nero micante, 
ossia ai segni terminali delle coste di Ehves, in rossii Stef. Le macchie 
apicali si modificano di poco, e si accorciano; il punto superiore anche 
in rossii Stef. (1. e, fig. 29 , 31 e 33) è spesso collegato mediante due 
tratti neri col margine esterno, come in canidia Sparrm. (1. e. fig. 38, 
39, 40 e 47). 

Allora perchè non ritenerla una forma di canidia Sparrm. modifi- 
cata nel passaggio e nell'adattamento alle regioni occidentali, piuttosto 
che una forma di rapae L., dalla quale è molto più diversa ? 

Verity aggiunge : « E pure assai istruttivo di paragonare certe rossii 
Stef. cogli esemplari più fortemente melanizzanti della P. napi v. 7neri- 
dionalis, poiché queste due farfalle , nella 2 sopratutto , possono rasso- 
migliarsi in modo che colpisce. » 

È l'errore nel quale secondo il Prof. Stefanelli , sarebbe incorso lo 



- 40 - 

stesso Elwes , scambiando la manni Mayer « con una di quelle forme 
secondarie P. napi L. che da noi appaiono sul finir dell' estate , ed al 
cominciar dell'autunno, e delle quali ben mi ricordo di aver donato vari 
esemplari al signor Elwes» (Nota in calce a pag. 25 del Nuovo cata- 
logo illustrato dei ropaloceri della Toscana, 1901). 

Da ciò vedesi come altri non hanno considerato manni Meyer af- 
fatto una forma secondaria di rapae L. , e che voi stesso , caro amico, 
avete dato grande importanza alle loro osservazioni , perchè vi hanno 
fatto impressione. 

Non capisco ad ogni modo perchè vogliate ritenere una forma dar- 
viniana di rapae L. la manni - rossii Stef., mentre invece ritenete specie 
distinte e rapae L. e napi L. malgrado vi troviate tanti punti di con- 
tatto da scrivere che « certe specie quali rapae e napi , che a prima 
vista sembrano cosi distinti, possono al contrario essere discese da una 
base {souche) originale comune. » 

« Natura non facit saltus » si diceva una volta colla intuizione della 
teoria di discendenza, ed è ad ogni modo diffìcile dire : fin qui la tal 
specie, da qui in là la tal altra — d'accordo: ma si può dare loro un lì- 
mite a filo di logica. 

E per stare alla logica, non vedo perchè dobbiamo continuare a 
considerare la manni-rossii , una forma secondaria dì rapae L., quando 
essa ha tali e tanti caratteri differenziali da separarla completamente 
dalla rapae, caratteri che voi stesso avete riconosciuto. 

Nessun autore, voi dite benissimo, si è fatta una idea esatta della 
forma manni Mayer. 

Lo stesso Mayer che la fece conoscere (Stett. Ent. Zeit. 1861, p. 151) 
è piuttosto inesatto, e ad ogni modo incompleto descrivendone solo il ^\ 

Stefanelli, con quel fine acume che viene dalla lunga pratica della 
materia, è l'unico che l'abbia prima d'ora intuita — sentita, dirò cosi — 
scrivendo di voler distinguere nella rossii una forma speciale , una 
« modificazione estiva della manni (1. e. p. 26): e non scrisse « della 
rapae » come avrebbe potuto fare. Egli stesso mi incoraggiò a questi 
studi critici della manni Mayer in un già menzionato colloquio (Nuove 
Forme. II, 1907, pag. 18) che ebbi con lui qualche anno fa a Firenze, 
studi dei quali raccolgo ora con compiacenza i frutti , le conclusioni 
definitive, che all'egregio professore mi sia concesso di dedicare. 



- 41 - 



* 

* * 



Ma per tornare nel campo della osservazione pura e semplice, vengo 
ora ad uno dei punti più importanti che mi rimaneva da chiarire : il bruco. 

Devo allo zelo del Dottor W. Gieseking di averlo potuto trovare 
ed allevare. Come egli mi scrisse il 13 settembre 1908, subito che l'ebbe 
portato al suo massimo sviluppo « il bruco è tutto diverso di quello di 
Pieris rapae, ha piuttosto una somiglianza con quello di ergane. » 

E più tardi me ne dava la descrizione insieme a due esemplari soffiati 
nei quali sgraziatamente il colore è indistinto. Gli cedo la parola e mi 
fido sulla sua diagnosi. 

« L'uovo di Pieris manni Mayer è più grosso , più biconvesso di 
quello di rapae, che sembra più sottile, più acuto più allungato. (Io 
possedetti due uova di entrambe le specie, che furono deposte dalle QQ 
presso Bordighera dinanzi ai miei occhi ed a quelli di mio figlio Walter). 
L'uovo di manni Meyer è iilquanto più oscuro nel colorito. » 

« Il giovane bacolino ha una testa più oscura (quasi nera) , ed è 
nel suo insieme più oscuro di quello di rapae. Dopo la prima e la se- 
conda muta ha il sopravento in manni la macchiatura nera. Dopo l'ul- 
tima muta tuttavia queste verruche scompaiono alquanto, ed il bruco 
è quasi unicolore verde azureo , con molti puntini neri e linee laterali 
gialle. » 

« Le crisalidi di manni erano fortemente punteggiate di nero, molto 
più che nella rapae, ma non colorite in rosa, come le crisalidi che sver- 
nano (Nuove Forme, II, pag. 19), ma dapprima color verde-chiaro, poi 
bianchiccie con molti punti. » 

Piante nutrici : Reseda ed Iberis ( Thlaspi). 
Così invece descrive uovo e bruco della rapae L. Euggero Verity. 

« Uovo in forma di pera pontuta al disopra con dieci o dodici solchi 
longitudinali ed almeno trenta righe trasversali : giallo. Deposti ad uno 
ad uno indifferentemente sulle due superfìci delle foglie, oppure sugli 
steli dei fiori e sui bottoni. » 

« Bruco — Lunghezza 30 mm. circa. Testa verde - brunastro, corpo 
verde foglia, vellutato con una stria gialla ben distinta in mezzo al dorso, 
e una su ogni lato, interrotta ad ogni segmento, stigmate cerchiate di 
nero, superfìcie ventrale giallastra. » 

« Durante la sua prima giovinezza il bruco è d'un verde nerastro 
uniforme. » 

« Crisalide : proeminenze anteriori e laterali più acute che quelle 

Il Nat. Sic. Anno XXI — Nuova Serie, Voi. I 6 



— 42 — 

del P brassicae L., grigia, verdastra, giallastra, o bi'iinastra, con tre righe 
gialle, più meno apparenti. 

« Piante nutrici : le specie dei generi Tropaeolum , Reseda , Chei 
ranthus, Sinapis, e altre crucifere. » 

Secondo lo Spuler, riportate anche dal Rober nel Seitz : 

« Le uova gialle, piriformi con strie longitudinali e pieghe trasver- 
sali, vengono deposte isolate. » 

«Bruco: vellutato, verde pallido con una riga longitudinale sottile 
gialla sul dorso : sui lati più pallido con una stretta striscia gialla, nella 
quale stanno le stigmate nere. Ventre giallo verdastro, testa verde bru- 
niccia, 2,9 — 3 cm.» 

« In due fino a tre generazioni nel giugno ed autunno su specie di 
cavoli, e specialmente su Reseda. » 

« Crisalide: giallognola, grigio verdastra, o bruniccia con tre striscia 
gialle. » 

Veì-gane H. G., secondo J. Griebel riportato dallo Spuler ha il 

« Bruco : corpo bleu - verde pallido, testa verde brunastra, entrambi 
coperti da molti piccoli punti verrucosi neri , biancovillosi. Parti boc- 
,cali bruno chiaro. La linea stigmatale è rappresentata su ogni segmento 
da una sola macchietta gialla nella quale sta lo stigma bruno chiaro, 
cerchiato di bruno oscuro. Zampe pettorali del colore del corpo con ar- 
tigli bruno chiari. Gambe ventrali con pianta bruno -chiara. Adulto 
3 centimentri. » 

« Vive in aprile sulle crucifere. » 

Da questo raffronto si possono dunque facilmente rilevare le dif- 
ferenze delle larve delle tre specie affini. 

Verso la fine dello scorso mese di settembre, discorrendo della cosa 
col signor Francesco Dannehl, ch'era venuto a Milano a trovarmi, questi 
mi raccontò di aver visitato pochi giorni innanzi a Firenze 1' amico 
Verity, e di aver potuto vedere presso di lui tutta una coltivazione di 
bruchi di Pieris manni - ròssii , ben caratterizzati e « completamente di- 
versi » da quelli del rapae L. (1). 



(1) E Io stesso Verity con sua lettera 12 aprile 1909 annunciandomi un suo nuovo 
lavoro sull'argomento che verrà alla luce nel Bollettino della Società Entomologica ita- 
liana mi scrive : Quanto alla wanni aspetto con impazienza il suo lavoro, e le dirò che 
io stesso ho fatto uno studio molto particolareggiato dello sviluppo di manni e <\\ rapae, 
e che le differenze cominciano dall'uovo in su. Dunque senxa dubbio si tratta di una buona 



— 43 — 

Sono cosi ben contento che tanto da parte mia, quanto da parte di 
Verity si potrà cadere d 'accordo mercè la coltivazione del bruco di 
questa specie, che è venuto a dare piena conferma alla mia opinione. 

* * 

Ma ove questa conferma non bastasse, proprio mentre stavo prepa- 
rando queste note ebbi il vivissimo piacere di ricevere dal signor Renato 
Oberthiir, illustrazione dell' Entomologia in Francia , una lettera della 
quale è oltremodo interessante di tradurre qui i punti principali. Il di- 
stintissimo collega così mi scriveva da Rennes, in data 15 ottobre 1908. 

« Vi interesserà senza dubbio di sapere che ho trovato quest'anno 
per caso a Vernet-les-bains (Pirenei orientali) una vera stazione della 
Pieris vianni, di cui voi vi siete occupato in un modo cosi completo. 

« Ne ho avuto fra le mani più di 409 esemplari cf e Q e non v'è jjer 
me alcun dubbio che questa Pieride costituisca una sjjecie del tutto a parte. 

« Essa vive sul Le.pidium graminifoUum e sull'/òeris sempervirens 
principalmente, e soltanto su quest'ultima pianta nella località dove io 
l'ho osservata in cosi grande abbondanza. » 

« Il suo volo e le sue abitudini la distinguono già da rapae. » 

« Ho catturato nel numero , degli specimina 55 molto piili oscure 
che la vostra figura 20. Tav. IV, ed anche dei cf con le due macchie ab- 
bastanza caratteristiche nelle ali inferiori della Q. Qualche volta accade 
che nella Q questa macchia può diventare enorme. » 

« Il bruco adulto differisce dal rapae. » (1). 

« Noi abbiamo già ottenuto un cT schiuso da un uovo deposto nello 
scorso agosto, ed abbiamo dei bruchi vivi ancora in questo momento.» 

« Io non conosco la generazione primaverile di Vernet - les - Bains, 
ma essa deve essere ben interessante. » 

« Sfortunatamente sono giunto a Vernet - les - Bains alla fine di luglio 
soltanto, ed era un po' tardi, cosicché ho proso molti esemplari che ho 
dovuto buttar via. » 



speeie, ma di una specie ancora in via di trasformazione, e molto prossima alla specie 
comune {rapae) , con cui produce continuaraeute ibridi die costituiscono un transitua 
egregius fra l'una e l'altra. 

(1) Carlo Oberthiir di passaggio a Ginevra invitato ad una seduta della società le- 
pidotterologica tenutasi il 12 novembre ebbe a dichiarare che Pieris maimi fc comune 
nei Pirenei orientali. Egli la ritiene per una specie propria ben caratterizzata, il cui 
bruco si distingue da quello della rapae anzitutto per la tesla nera. 



^ u - 

« Ma in una mattinata si poteva comodamente prenderne una cin- 
quantina, e se ne vedevano più di duecento. » 

« La manni volava in un chaos di grosse roccie in montagna, su un 
pendio ripidissimo, dove cresceva in grande quantità V Iberis semper- 
virens : la Q ha cura di deporre le uova sugli steli ben nascosti sotto 
e pietre. I bruchi si divorano fra di loro in cattività col massimo pia- 
cere, e divorano anche le uova. » 

« La macchia delle ali superiori al disotto dell' apice è spesso riu- 
nita al bordo esterno dalle nervature; naturalmente più di raro nel cf 
che nella Q. » 

« Mio fratello ne ha messo in raccolta tutto un tiretto pieno, vale 
a dii'e più di 150 esemplari, che costituiscono un insieme molto inte- 
ressante. » 

« MawTO volava ancora in questi ultimi giorni a Vernet, poiché ne 
ho ricevuti ora , di ben freschi ; ma la maggior parte era in cattivo 
stato , ed è perciò che non me ne hanno mandato che un piccolo nu- 
mero. » 

« P. S. Tutte le rapae QQ che ho preso a Vernet - les - Bains erano 
(in agosto) più o meno flavesceùti , e di una tinta uniforme mentre 
invece la manni rossii , che ha qualche volta 1' ala inferiore un po' 
giallognola (1) ha sempre l'ala superiore bianca, nettamente bianca. » 

« Io ho preso una sola Q rapae L. (ben caratterizzata ) con le due 
macchiette sulle ali inferiori, come nella manni Mayer; queste macchiette 
(o punti) non costituiscono dunque un carattere proprio: del resto le 5 9 
manni Mayer (2) non hanno sempre queste macchie. » 

« Certamente si troverebbero a Vernet delle 99 assolutamente 
straordinarie quanto alla grandezza delle macchie nere tanto sulle ali 
superiori quanto sulle ali inferiori. La macchia al disotto dell'apice delle 
ali superiori ha quasi sempre nella manni Maj^er la forma ben accen- 
tuata d' una lunula verso il bordo esterno, vicina a congiungersi colle 
nervature allo stesso bordo esterno (3). » 



(1) Una 2 di Firenze, datami dal Prof. Stefanelli ha precisamente una tinta giallo 
rosata sulla pagina superiore delle ali inferiori' 

(2) Posseggo nella mia collezione raccolto in Riviera anche qualche individuo e? con 
questi punti. 

(3) Questo nella gen. II rossii Stef. , della quale soltanto scrive Renato Oberthiir. 
Nella I gener. non ho riscontrato queste nervature prolungate delle branche della lunula 
se non in rari casi. (Nuove Forme II, fìg. 20, Tav. IV). 



— 45 — 

Ed in un'altra lettera del 22 ottobre 1908, colla quale mi accom- 
pagnava una sessantina di esemplari della mannì - rosnii Stef. di Vernet 
come materiale di studio, aggiungeva alcuni altri interessanti dettagli. 

«Ho catturato, egli scriveva fra l'altro, solo due o tre maschi che 
hanno i punti delle ali inferiori ben accentuati, ma troverete parecchi 
esemplari dove queste macchiette si vedono benissimo anche ad occhio 
nudo. » 

« Qualche volta si trova che i cTcT hanno la macchia al disotto 
dell' apice ben riunita al bordo esterno con delle lineette nere che se- 
guono le nervature {vedi più sopra) ; io non ho mai visto questo pro- 
dursi nella rapae L. » 

« Alcuni cTcT mancano della macchia al disotto di quella dell'apice 
nelle ali superiori. » 

e Non credo che si sia finora segìialata la macchia nera nel cf quasi 
in mezzo nel disopra dell'ala inferiore, come si presenta spesso nella 2 , 
press'a poco per la metà delle 59, credo. Pertanto non ritengo che 
questa variazione meriti alcun nome. Tuttavia siccome si sono già dati 
dei nomi alle altre varietà, voi vedrete anche dal vostro materiale se 
crederete che vi è luogo di designare questa razza (1). » 

« Quanto alle Q9 esse sono eccessivamente variabili. Ne ho prese 
due tre magnifiche sia per l'estensione delle macchie delle ali supe- 
riori, sia per la grandezza del punto centrale delle inferiori, e l'ingros- 
samento della macchia che si trova sul margine dell'ala inferiore. Questa 
macchia si allunga qualche volta all' ingiù verso il punto centrale , ed 
io sono persuaso che se ne troveranno un giorno o 1' altro degli esem- 
plari colla congiunzione di questi due segni , in modo che la farfalla 
prenderà un aspetto molto strano. » 

« Un solo esemplare cosi fortemente accentuato ho potuto racco- 
gliere. » 

« Questa specie è localizzata nei posti dove Iheris semperflorens 
abbonda. Se non ne avessi trovato il .sito non avrei potuto prendere più 
di 10 o 12 manni al massimo, poiché ho fiitto delle escursioni nei 
dintorni di Vernet, e qualche volta vicinissimo alla località dell' i6er/'s, 
senza vedere una sola di quelle Pieridi. Io credevo che a S. Martin del 
Canigou un bel mattino soleggiato avrei avuto specialmente la proba- 
bilità di farne ampia raccolta, e sono invece rientrato a mani vuote — 



(1) Non la credo una razza, ma una semplice variante ricorrente nei caratteri stessi 
della forma principale— Vedi Nuove forme II, pag. 2, e qui nell'introduzione, 



— 46 — 

per quanto concerne la nianni Maycr — mentre che se fossi andato 
quella mattina stessa nella vallata vicina, che a volo d'uccello, non è 
più di 500 metri distante, ne avrei certamente preso una cinquantina 
di esemplari. Questa località della marini Mayer nella vallata del fiume 
Cady è attraversata da un sentiero boscoso, lungo il quale e' erano 
principalmente dei fiori d' origf.no, e quando quelle Pierkli salivano o 
discendevano il pendìo del monte si poteva coglierle di passaggio : più 
di 7.i sono state prese al volo. Appena però che il sole sparisce non si 
vede volare più nulla in fatto di Pieridi. » 

« Il volo di manni Mayer in quella località sopratutto era poco ra- 
pido : i 'J'a cercavano dove potessero essere le 59, e quando vedevano un 
altra farfalla bianca le sì precipitavano addosso. La g volava relativa- 
mente molto meno, e se ne stava qualche volta completamente nascosta 
sotto i grossi sassi occupata a deporre le uova. » 

«È sopratutto sui rami à'Iberis assolutamente riparati dalle grosse 
pietre che la Q cerca di deporre le uova. Quando un cespuglio è ben 
esposto al sole essa non vi si ferma. Gli Iberis formano sovente dei ce- 
spi assai spessi ma poco alti al di sopra del suolo , dal 20 ai 25 cen- 
timetri circa. Al momento in cui io ho preso tutti quelle Pieridi, gli 
Iberis erano tutti in semente : il fiore lo hanno in giugno , ed in quel 
momento, dovrebbero esservi molte di quelle Pieridi. Noi non ab- 
biamo potuto raccogliere neanche un bruco in natura , ma solo delle 
uova, molto facilmente, poiché abbiamo visto le Q9, che stavano de- 
ponendole. » 

« Il Lepidium graminifolium può raggiungere un metro di altezza, 
e là la Q depone le sue uova senza darsi cura del modo come il ramo 
è situato. Devo aggiungere che gli Iberis crescono in una località molto 
battuta dai temporali, dove vola apollo ed altre farfalle alpestri, men- 
tre i Lepidium crescono solo d'intorno a Vei'net stesso, cioè in tutt'altx'a 
regione. » 

« A Vernet dunque vi è una stazione (forse ve n'è anche altre che 
non conosco, ma ne dubito) dove la Pieris manni Mayer abbonda poiché 
vi é per cosi dire rinchiusa da una specie di circo di montagne : la 
vallata di Cady é in questo punto molto stretta e gira abbastanza bru- 
scamente : non vi è in fondo che il passaggio del piccolo torrente, e 
grosse roccie chiudono l'entrata e l'uscita di questa gola. » 

« La genista purgans sulla quale vive VOrgya aurolimhata si trova 
là in abbondanza pure, e 1' Erehia neoridas vi vola con la stygne , ma 
non vi sono altre Erebie in quel luogo. Come potete giudicare sono 



— 47 — 

queste delle condizioni affatto speciali, che mi hanno permesso di fare 
una messe così seria , e voi non sarete sorpreso di sapere , che quando 
si trova sul sentiero, che domina il torrente , e che permette di ab- 
bracciare con un colpo d'occhio tutto l'intero circo, si può contare fino 
a 40 Pieridi, che volano su quelle pendici lunghe da 4 a 500 metri, e 
forse ancora di più. In una mattinata di caccia un solo cacciatore può 
prendere 50 Pieris manni — con altre farfalle naturalmente — ed io ne 
ho presi parecchie volte due alla volta. » 

« La Pieris rapae L. è molto rara in questa località, e non se ne 
possono trovare, che esemplari erranti. » 

« Napi vi è forse più comune e presenta delle forme assai curiose 
sopratutto nelle QQ quasi senza le coste punteggiate di nero nel disotto 
delle ali inferiori — generazione d'estate, naturalmente. » 

« Le generazioni di primavera mi sono sconosciute. Ho ben preso 
a Vernet 2 o 3 manni Mayer, che erano probabilmente vernali, or sono 
cinque o sei anni, ma non ho marcato le date della loro cattura. » 

« Mio fratello possiede numni Mayer del Dipartimento della Gironda, 
della Charente, dei Pirenei Orientali, delle Alpi marittime , delle Basse 
Alpi. Evidentemente si incontra questa specie un po' dappertutto nelle 
regioni meridionali. Della Turbia (Principato di Monaco) mio fratello pos- 
siede un cf, nel quale 1' ala superiore al disotto ha le macchie riunite 
verticalmente, vale a dire che le macchie più vicine all'apice raggiun- 
gono le più lontane (1). » 

« Il signor Powell, che è rimasto a Vernet dopo di me, ha visto vo- 
lare Pieris manni fino al principio d'ottobre , ma devo aggiungere, che 
in queir epoca, dovendo egli cacciare specialmente di notte, non { otè 
ogni giorno recarsi alla località delle mamii. » 

« Ma in una delle sue ultime lettere mi faceva osservare, che il sole 
non giungeva quasi già più sul circo, dove sono gh Iberis , più di due 
tre ore al giorno; cosicché è probabile che manni abbia dovuto allora 
cessar di volare per quest'anno. 

« La generazione di settembre non sembra differire affatto da quella 
fine di luglio ed agosto, il che è ben normale del resto». 

Ringrazio qui il cortesissimo collega di tutti gli interessanti dettagli 
che mi ha dato mezzo di fornire, dettagli che giovano assai a far cono- 
scere non solo le forme e gli aspetti che può assumere questa specie. 



(1) Un po' sul genere di quanto accade nella Pieris hrassieaa-cheiranli delle Canaiic. 



— 48 — 

ma anche il suo modo di vivere; e prima di passare a riassumere i ca- 
ratteri diversivi della manni-rossii Stef. in confronto della rapce L. ag- 
giungerò con la più viva compiacenza, che l'illustre Dott. Carlo Schima 
di Vienna proprio quando queste note erano già pronte per hi stampa 
volle onorarmi egli pure del suo appoggio. 

Egli mi scriveva parlando della manni-rossii. 

« Io ho preso questa forma da parecchi anni a Trieste, o per essere 
più precisi a Grigliano presso Trieste , e suU' Obcina , e ne ho riferito 
negli atti della Società Zoologico Botanica di Vienna, esprimendo la sup- 
posizione, in ciò appoggiandomi sulle mie osservazioni dell'epoca di ap- 
parizione e del modo di volare di rapce e di rossii, che si trattasse per 
rossiiùì una buona specie, e non soltanto di una aberrazione di rapaìi>. 

«Mi ha molto interessato di trovare questa supposizione egualmente 
espressa nel suo lavoro. 

Di li ad oggi certamente le sarà del resto riuscito di trovare punti 
sicuri di conferma della sua supposizione. Ritengo pertanto che le inte- 
resserà di possedere la forma triestina di rossii, e perciò la prego di vo- 
ler aggradirne due cf e due 2. 

«Ho preso ripetutamente anche la ergane a Grignano presso Trie- 
ste, e snlV Obcina ». 

Ringraziando il distinto lepidotterologo della sua squisita cortesia, 
devo dire, che i quattro esemplari da lui gentilmente messi a mia dispo- 
sizione, come al solito variano alquanto tra loro, e trovano, i loro iden- 
tici corrispondenti tra gli esemplari della mia collezione di Sicilia, di 
Calabria, di Toscana, di Liguria e d'illiria. 



A titolo di cronaca aggiungerò che l'egregio sig. Hans Fruhstorfer 
di Ginevra , che si è fatto una specialità nello studio particolareggiato 
delle forme locali, e nella suddivisione delle specie, seguendo un con- 
cetto di analisi assai minuzioso , nel quale non sempre potrei seguirlo, 
ha creduto in un recente articolo pubblicato nella Entomologische Zeit- 
schrift di Stuttgart (anno 23° N. 8, 22 maggio 1909 pag. 41) di segna- 
lare due nuove forme nella specie »2«?2«é Mayer : l'una nella subspecie 
vernale {manni-manni), l'altra nella subspecie estiva {manni-rossii). 

Egli ha chiamato la prima col nome di asta , giustificandola colla 
macchia apicale delle ali anteriori sensibilmente più grande, e più inten- 
samente nera , e col disotto delle ali inferiori, tanto nel cf quanto nella 



— 49 — 

Q, decisamente giallo puro senza squamulatura nera: il tipo di Dalma- 
zia (1). 

L'altra forma— della generazione estiva— ch'egli chiama farpa, è in- 
dicata come d' ordinario più piccola della analoga forma di Dalmazia, 
con le macchie nere ridotte , col disotto non mai così giallo puro , ma 
piuttosto grigiastro , e spesso più fortemente spolveiizzato di nero. La 
^ è però di sopra più povera nella squamulatura nera : il tipo di Ti- 
voli, spesso Roma. 

Egli considera come rossii Stef. la forma , egualmente più piccola, 
della corrispondente generazione dalmata, asta, al disopra con macchie 
nere più piccole, al disotto più scialba, e più bianchiccia anziché gialla. 

Di entrambe le generazioni potrei mettere in evidenza una serie di 
passaggi da una all'altra forma presi in medesime località, da non giu- 
stificare una nuova suddivisione come quella proposta. A questa stregua 
si andrebbe all'infinito registrando con un nome speciale ogni squamula 
nera mancante , ed ogni gradazione di colore dal giallo al biancastro, 
magari dipendente da cause meccaniche. Allora ben potrebbe essere giu- 
stificata l'erezione di una forma piraenaica, come suggeriva Renato Ober- 
thùr; ed anche in questa potrebbero essere distinti gli esemplari estremi 
come mutazioni e forme collaterali ! 

L'amico Verity mi manda cortesemente in cambio una nuova in- 
teressante forma altitudinaria di P. marmi Mayer, eh' egli raccolse i ul- 
l'Appennino Pistojese (San Marcello), e che egli chiamerà monlana Verity. 

Essa è la generazione unica di montagna ed ha l'aspetto nel'a pa- 
gina superiore della matini Stayer tipica, solo coi segui grigi un pj' più 
oscuri, e nella pagina inferiore della manni-rossii Stef. , col suo colore 
giallo solfureo. 

Ma non ho finito ancora. 

Rimane una analisi anatomica che all' atto pratico mi ha dato un 
risultato superiore alla mia aspettativa, nella diversificazione delle spo- 
eie manni Mayer e rapae L. 

Il Dott. Schima , portando innanzi il dubbio , eh' egli aveva avuto 



(1) Corrisponderebbe alla var. carnicci EoST. Bollelt. Soc. Zoohg. ital. serie II, 
Voi. IV, fase. V, VI, 1903, pag. 123, e id. ibid. voi. IX, fase. IX e X, 1908, pag. 12 
(Rostagno e Zappelloni Lepidopt. Faunae romanae). 

Il Nat. Sic. Aqqo XXI — Nuova Serie Voi. I. 7 



— 50 - 

fino dal 1903 , che rossii Stef. fosse una specie propria , riferiva uella 
seduta del 4 Nov. 1904, della Soc. Zoolog. Bataii., di Vienna (voi. IV, 
1905, 1°, e 2° fase. pag. 24 e 25), che il sig. Bohatsch gli aveva comu- 
nicato avere Calberla (il quale pure si era occupato di questa forma) 
esaminato le estremità anali di rapae e di rossii , e di non avervi tro- 
vato alcuna diversità. 

Il prof. Rebel nella riunione del 5 aprile 1907, della medesima So- 
cietà (Voi. 57° 4° e 5° fase, pag. 92) riferi che l'esame esterno dell'ap- 
parecchio genitale di rapae e di rossii non fornì alcuna differenza ap- 
prezzabile; e vi uni due disegni. 

Presso le Pieridi le parti chitinose dell'apparecchio genitale del e?' 
sono molto semphci , ed alquanto simili a quelle di alcune Geometree. 
Esse si compongono: di un tegumen prolungato in un uncus ad una sola 
punta, lunga e leggermente ricurva, affatto eguale presso tutte le specie 
del genere; nonché di due valvae a forma di scudo, che formano come 
pareti di chiusura, che si stringono lateralmente addosso aW uncus. 

Sono queste valve, che al contrario àoìVuncus presentano delle diver- 
sità affatto peculiari tra una specie e l'altra. E si capisce come queste 
diversità possano essere sfuggite a degli osservatori anche minuziosi e 
dilig-enti, perchè, per poterle valutare ho dovuto staccare completamente 
questi scudetti dall'apparecchio ed esaminarli isolati. 

Vedasi a tav. VII, una serie di queste valve staccate, appartenenti 
alle specie più affini del primo gruppo rapae, manni, ergane: ed a titolo 
di paragone anche quelle di napi e di claplidice-hellidice. Esse sono in- 
grandite al microscopio da 30 a 35 volte. Esse mostrano fra di loro non 
solo una diversità nella loro configurazione , o nella loro lunghezza e 
larghezza, ma una differenza notevole nella loro estremità libera, costi- 
tuita da una punta od uncino, che varia di dimensione, e di conforma- 
zione da specie a specie. 

Non mi baso sulla maggiore o minore intensità, lunghezza delle ci- 
glia che cingono il bordo di ogni scudetto, perchè, data la loro tenuità, 
possono essere state nella preparazione per l'esame microscopico, più o 
meno da me intaccate. 

Ad ogni modo queste valve (Afterklappen) confermano pienamente 
la diversità specifica tra la manni rossii e la rapae , altrettanto quanto 
fra le altre specie, riportate nella mia tav. VII, tra di loro. 



— 51 — 



* 



Ecco dunque i caratteri diversivi fra le due specie. 

lo Imago. Taglio dell'ala di manni Mayer più largo, più arroton- 
dato all'apice : margine esterno convesso. 

Ala inferiore bordata da un filo nero micante, più o meno continuo, 
qualche volta interrotto a guisa di striette sui termini delle nervature, 
filo quasi impercettibile airocchio non armato di lente, che precede la 
brevissima frangia bianca. 

Il punto discale dell'ala anterioi'e sulla pagina superiore non è mai 
rotondo e netto nei suoi contorni, ma lunato e diffuso; è qualche volta 
unito, con prolungamenti sulle nervature alla macchia apicale. 

Esso è di color grigio glaucescente nella I generazione, nero nella II. 

La macchia apicale dello stesso colore rispettivamente nelle due 
generazioni, è quasi trapezoidale , non triangolare. È più discesa lungo 
il margine al disotto dell'apice. 

Le 29 hanno inoltre le macchie sempre più diffuse. Più lunga e 
grassa, che non nella ì-apae L. è di solito la macchia, che sta lungo il 
margine interno. 

L'uncino all'estremità liberi! della valva , e la configurazione dello 
scudetto sensibilmente diversi. 

2° Bruco. Assolutamente diverso (1). 



(1) Arrivo in tempo ad aggiungere qualche altro dettaglio sul bruco di inaimi Ma- 
yer , in seguito ad un esame che io stesso potei fare su tre bruchi vivi , speditemi nel 
corrente giugno dal figlio Gieseking. Il bruco di manni è nella colorazione generale del 
fondo grigio-bleu, e non grigio verdastro oscuro come è il rapce. In quest'ultimo le pic- 
cole verruche nere, che portano i peli sono pììl minute e piìl villose, che in manni; cosic- 
ché rapoR sembra più vellutato , più glabro 1' altro. Le verruche nere e più larghe in 
manni e più piatte sono visibili ad occhio nudo; alcune accanto alla linea dorsale sono 
specialmente distinte. Questa linea dorsale che in lapae 5 strettissima ed ha una tinta 
verdognola quasi bianchiccia è invece di un bel giallo cromo in manni, ed è molto più 
larga dell'altra. 

Le linee stigraatali di color paglierino chiaro in rapae, sono in manni pure di color 
giallo cromo, più largamente diffuse e continue, mentre in rapac sembrano interrotte. 
Le stimmate che iu rapae sono nere e perspicue, in manni sono invece pallide e appena 
visibili. 

La testa del bruco di manni ha le verruche nere più appariscenti, che le danno quasi 
un color nero. Le mandibole sembrano più robuste che in rapac. 

II ventre di rapae è più pallido di quello di manni. 



— 52 — 

3° Crisalide. Lucida. Differente nelle due generazioni, con punti 
yenza , manca sempre dalle tre righe gialle recate dalla rapae L. ed 
è forse più corta e rastremata. 

4° Volo. Differente e riconoscibile subito da quello della rapae L. 

5" Convive in entrambe le generazioni colle generazioni corri- 
spondenti della rapae L. e (della ergane) mantenendo distinti i propri ca- 
ratteri. 

6. Preferisce alle grandi distese di prato ed ai luoghi coltivati, i 
posti aridi ed incolti, od alquanto ombreggiati. 

7" Si trova quasi esclusivamente in latitudini alquanto meridio- 
nali della fauna. 

Argynnis auresiana Fruhst {nova species) 

(Tav. I, fig. 5-6) 

La scorsa estate il Dott. Christ. Nissen, Console generale di Dani- 
marca in Algeri, mi comunicava per l'esame una coppia di Argynnis 
da lui raccolti in Cabilia, che a prima vista mi apparvero nuovi. 

Sopratutto il d" per quanto ricordasse un poco ì'adippe L. colla sua 
macchia a forma di virgola nel mezzo dell'ala superiore, aveva un tipo 
estraneo, e mi colpiva per la mancanza del rigonfiamento androgenico 
delle nervature. 

Pregai l'egregio amico mio di mandarmi più copioso materiale^ e di 
fornirmi dettagli precisi di data e di luogo della cattura. 

Potei cosi averne sotto gli occhi 3 d" e 4 9. Tenuti in gruppo e 
messi accanto a gruppi di aglaja L., di niohe L. e di adippe L. essi se 
ne distinguono completamente subito pel loro colore luteo verdognolo, 
per la loro macchiatura leopardina a punti netti, quasi staccati, più arro- 
tondati , ben continui nei margini delle ali, avvicinandosi in ciò e nel 
colorito un po' invece aXVelisa God. 

Anche le setole, che ricoprono le basi delle quattro ali, sono più 
corte, più rare, più tenui. 

Nel disotto delle ali essi ricordano pel colorito verde cupo delle infe- 
riori Vaglaja L., ma recano tuttavia alcune macchie rossiccie pupillate di 
argento che non ha mai Vaglaja, mentre si riscontrano in niobe L. e nelle 
forme di adippe L. Cosi pure la macchia extracellulare delle ali supe- 
riori a forma di virgola arrovesciata , si riscontra solo nella adippe L. 

Tra le diverse forme di questa mi parve poterne riconoscere una 
che pel colorito più intensamente verde del disotto delle ali inferiori le 



- 53 - 

si avvicinava. Era la chlorodippe H. S. Io non possedeva la forma aure- 
stana Fruhst, poiché un solo esemplare Q ne era stato raccolto del Pro- 
fessor Dott. Adalberto Seitz; tuttavia dalla descrizione recentissima por- 
tata dalla Entomol. Zeitschrift , e dalla località di provenienza , mi pa- 
reva che le Q2 dei nuovi esemplari potessero a quella attagliarsi. 

Mi rivolsi allora direttamente alla cortesia dell'autore delì'auresiana 
Fruhst, e gli presentai anche il cf, affinchè vedesse lui pure la specifica 
differenza dei segni androgenici, e mi volesse in seguito dire il suo illu- 
minato parere. 

Il distinto specialista ginevrino riconobbe subito nella Q mandata- 
gli la sua auresiana della quale possedeva egli stesso in raccolta il tipo, 
e riconobbe pure che dall'esame del cT non si poteva ascrivere quell'^r- 
gynnis ad una forma di acUppe L. , ma ben era da considerarsi , come 
io gli avea esposto, specie affatto distinta, più vicina anzi sXVaglaja L. 
ed nWelisa God. che non alla adippe L. 

Mantenendo dunque il nome di auresiana, Fruhst., che gli è acqui- 
sito per priorità, eccomi a completare la diagnosi della nuova specie. 

Colore flavohrunneo pallescente vix ad haseni virescente. Maculìs con- 
spicuis , niarginalibus et submarginalibus (late lunulatis) usque ad apicem 
distincte prosecutis. Costa ohscura viridescente : macula suhapicale magis 
effusa. Venis in mare non inflatis. 

Subtus intense viridescente , maculis marginalibus margaritaceis siibo- 
valibus latis, proximaliter a lunula viridescente Umitatis : spatio submargi- 
nale lutescente ut in AGLA.Ja, sed Iribus vel quatuor punctis ockraceis argen- 
teo pupillatis ornato. Maculis margaritaceis cellularibus et extrabasilarìhus 
minoribus quam in AGLAJA et CHLORODIPPE; et proximaliter distincte nigro- 
signatis. Apice alarum anticarum viridescente, bis argenteo notato. 

Nella pagina superiore questa specie , come ho detto , si distingue 
pel colore ocraceo più chiaro , viridescente alla base delle ali. Essa è 
meno villosa che le affini : è invece coperta di setole rare, sottili e corte. 

La macchia extracellulare è fatta a forma di virgola colla coda ri- 
volta all'insù. La costa è più oscura, verdastra; da essa si stacca, lar- 
gamente diffusa, la macchia subapicale, che in nessun'altra specie o va- 
rietà è così caratteristicamente segnata. I punti marginali grossi, trian. 
golari, posti a cavallo del termine delle nervature , ed i punti lunulati 
antemarginali crassi, staccati fra di loro, continuano ben determinati, co- 
me una catena dall'angolo anale delle ali inferiori fino all'apice dell'ala 
superiore, lasciando fra di loro una serie di spazi del colore del fondo 
più regolari e più arrotondati, che non in tutte le altre congeneri. 



-^54 - 

Nelle ali inferiori i due tratti neri intracellulari non sono riuniti fra 

loro. 

Nel cT caratteristica è la mancanza di rigonfiamento in qualsiasi 
punto delle coste al disotto della cellula. 

Pel disotto vale la descrizione del signor Fruhstorfer (1) che qui 
traduco : 

« Ricorda per la sfumatura oscura , verde muschio dell' apice delle 
ali superiori, ed il colorito eguale del fondo di tutta la superticie delle 
ali inferiori più Vaglaja L. : cosi pure partecipa alla serie àeM' adippe l.. 
soltanto per la presenza dei punti submarginali rosso bruni». 

«La macchiatura d'argento delle ali inferiori è effettivamente più 
stretta che neW'aglaja europeo; ciò appare sopratutto nella maccliia cel- 
lulare, e nella punteggiatura subterminale. La macchia cellulare è pros- 
simalmente iìlettata forte di nero». 

« Nella parte subanale della regione submarginale delle ali inferiori 
colpisce uno spazio allungato di color giallo ocraceo chiaro, che contra- 
sta vivamente colla inquadratura verde, e ricorda un poco la zona sub- 
marginale, del resto più estesa e più chiara, di taurica Stgr. ». 

La scoperta di questa specie deve ascriversi al Prof Dott. Adalberto 
Seitz , che ne catturò quella sola 2 nei monti dell' Aures nell'Algeria 
orientale. Il Gebel Aures è la catena, che divide l'altipiano di Lambessa 
dal deserto di Biscra al confine meridionale orientale dell'Algeria. 

Quasi contemporaneamente la scopri il Dott. Chr. Nissen sul monte 
Leila Crediggia, la punta più alta della catena del Giurgiura nella Ca- 
bilia, quindi nel Nord -Est dell'Algeria. Infatti egli ne prese la prima 
volta un esemplare il 12 luglio 1906 a 1400 metri di altezza vicino a 
Mezarir sul Leila Crediggia. Nel 1907 ritrovò questa Argynnis in con- 
siderevole quantità presso Elain al Fousù, egualmente sul Leila Credig- 
gia, a metà luglio ad una altezza di circa 1000 metri nelle radure dei 
boschi di Quercus robur. Nel 1908 però allo stesso posto erano assai 
scarsi, probabilmente perchè tutti i fiori erano stati distrutti dalle caval- 
lette, 

CoUez. Fruhstorfer Ginevra I 9 (Typ.). 

Collez. Turati Milano 1 ^ (Typ.( 1, 2. 

CoUez. Nissen Mustapha sup. parecchi cfQ. 



(1) Fruhstorfer — A'et«! Argynnis Rassen—Internat. Entom. Zeilsch. 2 Jahg. N. 12 
pag. G9 Gubeo 20 Giiiguo, 1908. Cfr. anche Seitz— Grosschm p. 298. 



— 55 — 



Erebia gorgophone Bell. 

Questa bella Erebia è stata descritta da Bellier de la Chavig-nerie 
negli Annali della Soc. Francese del 1863 (1) come propria delle Alpi 
orientali della Francia (Larche, confine doganale d'Italia, al passo dell'Ar- 
genterà nelle Alpi Cozie). Essa tuttavia si incontra anche su territorio 
italiano e nelle nostre Alpi marittime. 

Infatti alla fine di luglio dello scorso anno ne furono presi due bel- 
lissimi cfcf dal signor Geo. C. Kriiger sulle pendici orientali della Fre- 
mamorta a 2000 m. di altezza nell'Alta Valle del Gesso in provincia 
di Cuneo, al disopra delle Terme di Valdieri. 

Il catalogo Staudinger Rebel 1901 riunisce questa Erebia alla mne- 
stra Hb., come una varietti. Credo esso sia in errore. Tanto essa diffe- 
risce dalla solita mnestra Hb., che io pensavo a tutta prima di trovarmi 
davanti ad una nuova specie. Fu col gentile concorso dei fi'atelli Carlo 
e Renato Oberthur , che potei essere messo sulla buona strada. Infatti 
essi riconobbero nella Erebia italiana , che loro mandai , la vera gorgo- 
phone di Bellier, ma essi la ritengono una specie distinta « bien valable 
sans aucun doute », e non una semplice varietà della mnedra Hb. 

Il Catalogo dà come caratteristica della forma la breve diagnosi: 
« minor, distinctius fasciata ». Ma questa fascia nel disotto delle ali po- 
steriori sarebbe più che sufficiente a farne una specie distinta, anche se 
non vi concorressero altri caratteri , come il colorito stesso del fondo 
nel disotto delle ali inferiori, che è più intensamente squamato di nero, 
mentie nella mnestra Hb. è uniformemente bruno dilavato; e sopratutto 
le 5 lineette androconiali intercostali che sono assai distinte. 

Cosi il colore della pagina superiore delle quattro ali della gorgo- 
phone Bell, ha il fulvo meno espanso, ma molto più intenso, specialmente 
nel campo cellulare ed apicale. Nella fascia delle ali posteriori è molto 
più allungato, che non nella mnestra Hb. 

Un esame microscopico dell'addome dovrebbe portare ad una con- 
clusione definitiva. Infatti le valve delle due specie sono essenzialmente 
diverse a sega dentellata l'una, a protuberanze irregolari l'altra, mentre 
Vimcus nella mnestra Hb. (fig. l"-) è un po' più lungo e più robusto di 
quello della gorgophone Bell. (fig. 2^^). 



(1) Pag. 4in, Tav. 5, fig. 1-3. 



56 - 




-^1 
1. Erebia mnestra Hb. 2. Erebia gorgophone Bell. 

Ma mi riservo di ricercare quest'anno la gorgophone Bell, nella Valle 
del Gesso, per scoprirne la Q, che credo dovrebbe portare completa luce 
sulla quistione. 

Revisione delle forme di Epinephele lycaon Rott. 

Una revisione critica delle forme che corrono nei cataloghi e nelle 
opere degli autori sotto il nome, di Epinephele lycaon Rott. mi è sembrata 
necessaria anche solo basandomi sulle diversità dei tipi riscontrati nella 
fauna italiana. 

Mi pare che in alcuni casi — come nel lupinus Costa e nel rham- 
nusia Frr. — non ci troviamo davanti soltanto a semplici razze locali 
della lycaon Rott. ma a forme diverse di un'altra specie vera e propria. 

Rhamnusìa Frr. è eminentemente siciliana. Essa fu trovata origina- 
riamente nei dintorni dell'Etna e di Siracusa, cioè nella parte orientale 
dell'Isola. Ora l'abbiamo avuta dai dintorni della Ficuzza (Kruger) dalle 
Madonie (Kruger, Ragusa, Failla) dove vola nei boschi, esclusivamente 
nei boschi^ posandosi, come fanno alcuni Satyrus, tra i rami degli alberi. 
Essa si trova fino ad una altitudine massima di 1000 metri o poco più. 

Al di sopra, sulle Madonie, vola una forma della piccola lycaon Rott, 
che io distinguerò col nome di anacausta , e che si trova anche in Al- 
geria, probabilmente nell'alta parte del Gebel Aures, la catena che se- 
para il deserto dalla parte fertile della provincia di Costantina : alcuni 
esemplari fornitimi dalla Casa Staudinger-Bang Haas ne fanno fede. 

In Sicilia dove l'osservazione eerta e sicura del signor Geo. C. Kruger 
mi permette la constatazione del fatto, questa non appare che dai 1200 
metri in su, e vola in località aride e brulle, posandosi solo per terra 
nascondendosi fra i sassi. 



— 57 — 

Se noi mettiamo una accanto all'altra queste due forme siciliane, 
entrambe conviventi in un'area relativamente molto ristretta , non c'è 
alcuno, che non rimanga stupito della enorme differenza, che corre fra 
di esse, l'una minuscola, colle ali arrotondate , a margine leggermente 
ondulato poco lanose, con androconii stretti ramificati; l'altra la rliam- 
nusia Frr. — gigantesca, colle ali acute, quasi esageratamente lanose — le 
inferiori festonate, falcate le anteriori — con androconii crassi, compatti, 
larghissimi. 

C'è tanta distanza dalla rhamnusia Frr. alla lycaon Rott., quanta 
ce n'è dalla rhamnusia Frr. alla jurtina L. o dalla jurtina L. alla lycaon 
Eott. Ben è vero che a tavolino si possono quasi ordinare in serie scalare 
la rhaìnnusia Frr. colle sue forme affini lupinus Costa, intermedia Stgr., 
mauretanica Oberth ecc., fino a giungere — con gradini sensibilissimi per- 
tanto — alla lycaon Rott., e da questa alle sue forme estreme anacausta 
Mihi e llbanotica Stgr. 

Ma se questa serie sistematica ci indica quasi la via storica, che ha 
percorso la specie nelle sue evoluzioni, nei suoi adattamenti, in essa si 
può, anzi si deve trovare un punto in cui con tutta tranquillità troncare 
la fila, e riprendere la classificazione sistematica sotto un'altra unità. 
Se no sarebbe inutile la parola di specie. 

Nella rhamnusia Frr. troviamo un aspetto generale talmente diverso 
da quello della lycaon Rott. da farla apparire quasi come una forma 
fantastica in confronto delle sue congeneri: un tipo, si direbbe non più 
dei giorni nostri, ma un avanzo di un'epoca che fu. 

Lessi non so più dove, che nei lepidotteri la struttura delle ali a fe- 
stoni, a intagli, a scaglioni, rappresenti specie geologicamente più antiche, 
mentre più recenti forme dovrebbero essere quelle colle ali a margine 
meno dentellato, continuo, od arrotondato. 

E la rhamnusia Frr. che ha appunto le ali di sotto a grandi sca- 
glioni, più marcati che ogni altra sua congenere , potrebbe essere con- 
siderata la più antica geostoricamente, anche pel fatto di aver potuto 
conservare meglio i propri caratteri per l'isolamento avvenuto nel suolo, 
che l'ha dapprima albergata. 

Sembrerebbe rappresentare un relictendemito in queste regioni, che 
staccatesi di poi dal Massiccio d'Aspromonte dovevano forse anch'esse 
far parte d'un continente mesozoico. 

Noi non la conosciamo né del sud né dell'ovest della Sicilia. Essa 
si estende nella parte settentrionale ed orientale dell'Isola, che affaccia 
appunto il gruppo d'Aspromonte, dove subito — in Calabria — la troviamo 
Il Nat. Sic. Anno XXI — Nuova Serie, Voi. I. S 



- é8 - 

alquanto modificata nelle più recenti formazioni geologiche della catena 
dell'Appennino sotto la forma lupinus Costa. Essa ha già modificato la 
sua struttura, la sua statura, il suo colore. 

Abbiamo la lupinus Costa secondo il Riihl (pag. 599) anche nei monti 
Vuluchi e Taigetos, nell'Acarnania, nell'Attica (Grecia) nella Transcau- 
casia, nell'Acial-Tecche (Ascabad), e probabilmente anche in Ispagoa, 
poiché le figure 582-83 di Herrich Schaeflfer , che si potrebbero anche 
asciivere alla v. intermedia Stgr., a detta dello stesso autore (H. S. Voi. Ili, 
suppl. pag. 1 6) sebbene indicate sotto il nome di eudora « formano ap- 
parentemente un passaggio alla lupinus Costa » e rappresentano un esem- 
plare raccolto dal Lederer nella Spagna meridionale. Lo Staudinger nel 
suo Catalogo 1901 lo cita come del Balcan meridionale, ed io ne ho 
ricevuto dal sig. Bang-Haas un esemplare di Sarepta (Russia mer.) iden- 
tico agli individui di Calabria. Il comm. Rostagno me ne diede una 
coppia presa nei boschi di Oricela (prov. di Roma) un po' più piccola 
degli es. calabresi, ma simillima negli androconì e nel colore. 

Troviamo quindi la lupinus Costa diffusa in una zona, che abbraccia 
solo una certa latitudine, e ad altitudini poco elevate. 

Il Costa poi descrivendo la lupinus la indica proveniente dal Bosco 
di G-uaguano nelle foreste di Terra d'Otranto. È quindi anch'essa emi- 
nentemente silvicola e dendrofila. Lycaon Rott. invece, venuta forse iu 
Sicilia più tardi, ed ivi modificatasi nella forma awflcatw^a Mihi, incomin- 
ciamo a trovarla a 1200 metri di altezza. Sul continente, in Italia, io l'ho 
raccolta solo in montagna , vale a dire ad altitudini non inferiori ai 
1000 metri circa: nell'Appennino parmense alle Canate, nell'Appennino 
Ligure e nelle Alpi marittime, al colle di Tenda ed alle Terme di Val- 
dieri. Ne ho avute dell'Appennino Centrale (Gr. Sasso d' Italia) , del- 
l'Abruzzo (Mte Majella) ecc. : dovunque in località brulle sassose , non 
coperte da bosco fitto. 

Più andiamo verso il Nord, più questa specie discende al basso, 
finché la troviamo nei dintorni di Berlino, dove essa abita però in terreni 
sabbiosi e vaude incolte. 

Esper che l'ha descritta sotto il nome à! Eudora nel 1777 dice che 
fu presa nello Harz ed in diverse località della Turingia e della Fran- 
conia, nonché a Brunsvig ed a Baireuth. 

Sembra quasi, che essa segua una altitudine isotermica abbassandosi 
tanto più , quanto più si avanza verso le regioni di clima più freddo; 
condizione di temperatura necessaria evidentemente alla sua vita; mentre 
invece la rliamnusia Frr. e le sue forme derivate sembrano scomparire 



— 59 — 

affatto oltre una certa latitudine. Inflitti oltre alle località succitate per 
la lupinus Costa troviamo le altre forme in Palestina, a Cipro, ad Akbes, 
a Saraarcand, nel Tocat, nel Sir Daria (Margelan), a Culgia (Tianscian), 
in Algeria, ecc. 

Da questa critica bionomica si può concludere che : 
P Una forma è verosimilmente più antica dell'altra. 
2" Entrambe si incontrano conviventi in un'area ristretta (in Si- 
cilia rhamnusia Frr. ed anacausta; nell'Italia centrale lupinus Costa, ad 
Oricela (Abruzzo romano) , ed analampra Milli anche nei monti del- 
l'Abruzzo). 

3° La loro diffusione nella fauna è limitata da condizioni rispet- 
tivamente differenti di altitudine e di latitudine. 

4° L'una è eminentemente silvicola, l'altra arenicola o petrofila. 
Non sono forse queste abitudini di vita così diverse, queste coudi- 
zioni di esistenza cosi differenti, indicazioni bastanti per dividere le due 
specie ? 



Ma ci sono anche delle differenze essenziali anatomiche. 

Incominciando dalle antenne il Riihl stesso a pag. 508, nota che lu- 
pinus Costa in confronto della lijcaon Rott. ha « le clave più allungate, 
che vanno a terminare molto più dolcemente nel loro stelo ». 

Gli organi sesHuali dei cTcf 7 staccati nella parte chitinosa, a mezzo di 
una soluzione al 10 "/o di potassa caustica, dalle parti molli dell'addome, 
ed ingranditi da 30 a 35 diametri, ci presentano le ditferenze, che ognuno 
potrà rilevare dalla tavola VII. 

Essi, analogamente agli androconii delle diverse forme, permettono 
di raggruppare queste sotto due tipi, distinti da due diverse conformazioni. 

Per averne un'idea ben netta, ho tolto con cura tutte le parti molli 
(ad eccezione della figura P che mostra la posizione del penis), e tutta 
la fìtta lanosità, che li copriva. 

Si vede così dalla Tav. VII come le forme di rhamnusia Frr. hanno 
Vuncus ad artiglio corto, grosso, falcato, mentre le forme di lycaon Rott. 
lo hanno sottile, allungato, quasi retto. 

Entrambe queste specie variano poi alquanto nelle loro diverse 
forme, pur mantenendo il carattere generale suddetto. 

Fra l'una e l'altra forma in entrambe le specie si nota anche qualche 
leggera differenza nella lunghezza e densità del rispettivo pennello anale. 



- 60 - 

Gli androconii, visti contro luce, in trasparenza attraverso l'ala ba- 
sterebbero essi soli a determinare la diversità delle specie. 

Nella lycaon Rott, e sue diverse sottospecie, vediamo una macchia 
stretta tangente esternamente la cellula nella metà inferiore dell'ala, 
macchia che va dalla base e dal margine interno fino alla 4^ costa, 
come quadripartita in altrettante macchie nere dalle coste 1, 2 e 3, for- 
mando quindi come altrettanti scaglioni negli spazi intercostali. L'an- 
droconio ha cosi l'aspetto di una unghiata sottile, di un frego incurvo, 
ramificato verso l'esterno. 

Nella rhamnusia Frr., e sue diverse razze, questa macchia è della 
medesima estensione, ma è larga quasi il doppio, compatta e non rami- 
ficata, con linea esterna continua formante una piccola concavità tra la 
2» e la S'^ costa. 

Ad imagine piana si vedono queste due coste pel loro colore bruno 
gialliccio attraversare il nero dell'androconio ; ma in trasparenza nes- 
suna discontinuità si rileva nella macchia densa ed intensa. Qui l'an- 
droconio incomincia effettivamente sulla prima costa , e tra questa ed 
il margine interno non esiste, che un sottile frego nero. 

Tutte le forme che hanno gli androconii crassi, da me esaminate al 
microscopio, hanno le parti sessuali del tipo ad unco grosso , corto e 
falcato. 

Tutte le forme che ho ordinato sotto la specie ad androconii sottili, 
hanno Vuncus disteso e stretto. 

Le forme ad androconii crassi sono inoltre riccamente vestite di peli 
anosi, che ho stentato ad allontanare per osservarne le parti chitinose 
anali. 

Le forme ad androconii sottili hanno invece l'ultimo segmento ad- 
dominale meno lanoso e meno denso di peli meno lunghi. 

È su queste differenze essenziali che io mi baso per dividere le 
forme, che prima correvano sotto il nome di lycaon Rott, in due gruppi 
distinti. 

Il primo gruppo è quello che comprende le forme dagli androconii 
larghi e compatti od a ramificazioni appena accennate; ésàVunco corto, 
grosso, falcato; dalla statura più grande; dalle ali di sotto festonate: forme 
che vivono nei boschi — rhamnusia Frr. etc. 

Il secondo gruppo è quello, che comprende le forme dagli andro- 
conii stretti, ramificati; dalì'unco sottile, allungato quasi diritto; dalla 
statura più pìccola; dalle ali arrotondate a margini poco ondulati o lisci: 
forme che vivono in terreni aridi e sabbiosi — lycaon Rott. ecc. 



— 61 — 

Conviene rimettere in onore il nome ingiustamente abbandonato di 
rhamnusia Frr., per la forma, che sembrerebl)e geologicamente più an- 
tica, e perciò dovrebbe designare la specie del primo gruppo. 

La lupinus Costa, che ha androconì ed uncus del 1° tipo, e vive nei 
boschi, deve essere staccata dalla lycaon Rott. per passare come forma 
secondaria delle rhamniisia Frr. 

Le altre forme ad androconii larghi, ad imco grosso falcato, ad ali 
inferiori più o meno fortemente festonate, vanno ascritte anch'esse a sot- 
tospecie di rhamnusia Irr. Cosi si giunge per una gradazione di colore 
e di statura alla var. mauretanica Oberth., che vive pure nei boschi, cir- 
costanza constatata dal Seitz (Grosschm. pai. pag. 142) avendola egli stesso 
battuta fuori nei boschi di sughero in Algeria. 

Questa è la più piccola forma ad androconii crassi, dalla quale si 
salta al secondo gruppo, che comprende la lycaoìi Rott. con tutte le sue 
forme secondarie ad androconii sottili, ad unco stretto, allungato. 



Si può chiedersi, come mai nessuno fra i più provetti autori abbia 
creduto negli ultimi tempi di tenere staccate le forme cosidette lupinus 
Costa (1), da quelle della lycaon Rott.? 

Bene però l'intuì Costa, quando creò la sua lupinus come specie a 
sé, che egli comparò soltanto con la v. hispulla Plb. della jurtina L. (2), 
mentre si può credere che conoscesse anche la lycaon Rott, avendo egli 
— certo per analogia di nome {lycaon greco, lupus, latino), — chiamata lupi- 
nus la sua forma, senza tuttavia riportarla pel confronto a quella specie, 
che non gli interessava, non avendola trovata nel Regno di Napoli, del 
quale soltanto descriveva la Fauna. 

Ben descrisse Freyer figurandola a Tavola 457 N. 2 e 3 dei suoi 
Neue Beitrage la sua rhamnusia come unità specifica, dicendo di averla 
ricevuta dal Dr. Nickerl di Praga coli' indicazione che fu presa in Si- 
cilia all'Etna »; e bene altrettanto fece anche Herrich Schaeffer, quan- 



(1) Il Catalogo Stgr. Ehi 1901 porta la rhamnusia Fr. infatti come sinonimo di 
lupinus Costa. 

(2) Esibisco la figura di questa varietà. . . . <■ per porgere immediato confronto colla 
« specie che segue » {lupinus). O. G. Costa Fauua R. Kap. pag. 7. E pili sotto « Per 
« lungo tempo ho riguardato questo parpaglione come una semplice varietà dello Janira Hb. 
« ma un'accurata analisi mi persuade a doverlo essenzialmente distinguere come specie ». 



— 62 — 

tunque abbia sotto le figure 427-8 cT e 377-8 Q del Supplemento indi, 
cato il nome di rhamnusia, e nel testo (Suppl. voi. Ili pag. 16) abbia, 
stampato come sinonimo di lupiniis Costa, rhamnusia Nick — Frr. N. B- 
457 — 2, 3, confondendo cosi la forma insulare rSamwMsm Frr., portatagli 
da Siracusa, probabilmente dallo Zellei', con la lupinus Costa di Terra 
d'Otranto. 

Ed è forse in seguito a questa confusione, che gli autori posteriori, 
ad eccezione del Seitz, hanno continuato a mantenere sinonimi rhamnusia 
Frr. e lupiniis Costa; e lo Spuler figura persino sotto il nome di lupinus 
Costa d" una vera e propria rhamnusia Frr. 

Però anche il Seitz nella sua magnifica opera, «Die Grosschmetter- 
linge der ErdeSez. palearct. », in corso di pubbhcazione, passa tutti e 
due i gruppi sotto una sola specie, la lycaon Rott. Egli vi enumera 
17 forme compresa la tipica, ben tenendo separata la lupinus Costa 
dalla rhamnusia Frr. Ma vi include la sifanica Gr. Gr., che per gli an- 
droconii cosi diversi da entrambe le specie, qui in discorso, può essere 
ritenuta specie a sé, come pure la nzier^osito Ersch con le QQ ad un solo 
ocello, e dal disotto molto differente, le quali entraml3e tanto Staudinger 
quanto Rilhl, del resto, hanno affatto staccato dalle precedenti : Seitz vi 
include pure due mutazioni descritte sotto il nome di subalbida Schulz 
l'una, e janirula Esp. l'altra. La prima non è altro che una forma 
accidentale albinotica, che non merita nome speciale. 

Non ho dati sutHcienti per poter mettere a loro posto né la èrebi- 
formis Cosm., descritta su un solo esemplare di Rumelia, né la collina 
Ròb, indicata dal Seitz più che altro come varietà montana delle QQ , e 
citate entrambe senza figurarle. Ma per tutte le altre forme dall'illustre 
autore enumerate, e che si riducono cosi effettivamente a 11, quasi tutte 
rappresentate nella mia collezione, posso raggrupparle come segue, ag- 
giungendovene qualche altra nuova : 

Ehamnusìa Frr. (Tav. II fig. 1, 2) figurata da Freyer Neue Beit. 
457—2, 3— da Herrich Schàeffer Suppl. 427-8 d' , 3^^7-8 Q molto fedel- 
mente; da Seitz Grosschm. pai. Tav. 47 e — il J" troppo oscuro e con- 
fuso; da Spuler-Schm. Europ. Tav. 12 fig. 126, molto bene, ma sotto il nome 
di lupinus Costa. 

È forse la più grande di tutte le Epinephele della fauna paleartica 
compresa la var. fortunata Oberth della jurtina L. 

Essa misura da mm. 48 a 52 da apice ad apice tanto nel cf quanto 
nella , e la lunghezza dell'ala superiore dalla base all'apice è di mm. 28 
circa in entrambi i sessi. 



— 63 — 

Non ripetendo qui quanto ho già detto rispetto agli androconii, la 
rhamniisia Frr. ha le ali anteriori alquanto acute; leggermente falcate 
in rientranza a metà del margine esterno. Le ali inferiori profonda- 
mente dentellate a larghi scaglioni. 

Frangio bianchiccie, precedute da un orlo, o filo marginale sottilis- 
simo di color bruno, che segue l'ondulazione, accentuando le punte della 
dentellatura. 

Ali superiori estremamente lanose, particolarmente alla base ed al 
disopra dell'androconio, a riflesso sericeo, con lunghissime ciglia lungo 
il margine interno, il tutto formante una grande macchia discale di co- 
lore giallo bruno passante all'olivaceo, nella quale è compreso un ocello 
apicale oscuro, sfumato, qualche volta appena percettibilmente pupillato 
di bianco. La lanosità va degradando verso il margine esterno dell'ala 
fino al termine del colore giallo-firuuo olivaceo, che lascia cosi come 
uno spazio apicale ed una fascia marginale bruno-terreo della larghezza 
di circa 2 mm. Androconl nudi, come infossati nella lanugine dell'ala. 

Ali inferiori bruno-terree, vellutate, ricoperte dalla base fin quasi 
all'angolo posteriore, ed in larghezza fino al disopra di tutta la cellula 
da lunghi peli villosi piuttosto radi, di color giallo olivaceo. Una serie 
di triangoli antemarginali, col vertice rivolto verso la cellula, negli 
spazi intercostali cavano distintamente sul fondo dell'ala pel loro colore 
alquanto più scuro. 

Le 29 , di tutt'altro colore dei cTcf come nelle congeneri, hanno 
una tinta alquanto dilavata, tanto negli specchi gialli, quanto nel bruno 
del fondo. I due ocelli dell'ala superiore sono circondati ciascuno da un 
piccolo campo giallognolo, staccato l'uno dall'altro. 

Nel campo discale c'è come una botta di luce gialla sfumata. Esse 
non hanno una lanosità così densa come i cfcf , ma hanno anch' esse 
lunghissime ciglia sul margine interno, di colore bruno come il fondo 
dell'ala. Cosi pure portano i lunghi peli villosi e radi sulle ali inferiori. 

In queste ali si nota, oltreché i triangoli antemarginali, un campo 
discale bruno conterminato da una riga più oscura irregolare a' scaglioni 
e da una linea giallognola diffusa. 

Il disotto delle ali inferiori è identico tanto nel d' quanto nella Q. 
Esso è grigio bruno spolverato da una infinità di atomi oscuri. Una 
leggera sfumatura oscura submarginale, ed una fascia bianca diffusa, 
quasi a nuvolette, che corre lungo un filo bruno a scaglioni contermi- 
nante lo spazio discale sono gli unici segni di queste ali, che qualche 
volta hanno uno o due piccolissimi ocelli neri, più o meno profilati da 



— 64 — 

un cerchietto chiaro, in corrispondenza dei due ultimi spazi iutercostali 
anali. 

Nell'ala superiore invece il disotto del (^ differisce sensibilmente 
da quello della Q. 

Nel e? il disco giallo ocraceo intenso e brillante, leggermente più 
chiaro verso l'angolo interno, racchiude nel suo campo l'ocello apicale 
pupillato di bianco. La costa e l'apice sono bruni spolverati di gi'igio, 
come pure il margine esterno delimitato da un filo oscuro fino all'an- 
golo interno, in cui si nota una larga rientranza di bruno sulla macchia 
discale ocracea. 

Il margine interno fino alla prima costa è pure bruno, come anche 
bruno degradante al giallo è un breve spazio basale sotto alla cellula 
tra la seconda e la terza costa. 

Nelle ft i due ocelli — pupillato l'apicale più grande, l'altro no — 
stanno in un campo giallo unito, separato dal resto dell'area discale più 
oscura da una riga bruna irregolare, saliente verso la metà dell'ala. Il 
resto come nel cT (!)• 

Habitat : esclusivamente la Sicilia. 

ci) lupinus : Costa (Tav. II, fìg. 3, 4). Figurata da Oronzio Gabriele 
Costa (Fauna del Regno di Napoli — Lepidotteri — Tav. IV, fig. 3, 4) in 
modo abbastanza riconoscibile, totalmente diversa dalle figure pubbli- 
cate sulla forma precedente : dal Seitz (Grossschm. pai. tav. 47 e.) soltanto 
nel disotto del e/', mancante però della fascia bianchiccia caratteristica. 

Essa si distingue subito dalla rhamnusia Frr. per la statura alquanto 
più piccola. Misura infatti da apice ad apice da mm. 41 a ram. 47 nei 
due sessi, e così nella lunghezza dell'ala superiore dalla base dell'apice 
mm. 20 circa. 

La si distingue inoltre a primo acchito dal colore, che qui è quasi 
uniformemente bruno terreo, più chiaro del fondo della rhamnusia Frr. 
senza il risalto così vivo del colore giallo bruno olivaceo discale, tanto 
che a mala pena se ne nota la fascia marginale. 



(1) Giova vedere come la descrive H. S. che aveva sotto gli occhi per figurarli due 
rhamnusia Frr. 

Ciliis albis ili costis fusco interruptis, alis posterioribus deutatis, subtus griseo mar- 
moratis, pone dimidium basale albo mixtis. 

Grosser als Eudora Esp {lyeaon Rott) uud junira Hb. (juHina L.). Die Fliigel be- 
sonders die hiiitereii v'iel tiefer ausgezackt, die Franzen weisser: iiaten die Hinterfliìgei 
binter dar dunkleren Wurzelbiilfte mit entschieden weissgrauer Einmischung. 



— 65 — 

La lanosità è un po' meno densa. 

Gli androconii un po' più chiari, nericci, vellutati, come infossati 
nell'ala anch'essi. 

Le ali inferiori sono un po' meno acutamente dentellate, ed appena 
vi si distinguono i triangoli antemarginali e la macchia oscura discale. 

La 2 è più chiara anch'essa della Q della rluimmisia Frr. Il giallo 
ocraceo è più diffuso nel disco dell'ala superiore. Il campo giallo che 
racchiude i due occelli è tutto unito. 

Nel disotto tanto i cfcT quanto le 92 sono rispettivamente simili 
ai rhamnusia Frr., senonchè il giallo cereo dell' ala superiore è meno 
brillante e meno intenso; e l'ala inferiore è più diluita e confusa nei 
suoi segni (1). 

Vista colla luce della lampada la differenza di colorito sono ancora 
più sensibili che alla luce del giorno. 

Habitat : Calabria, Terra d'Otranto, Prov. di Roma (Oricela) Grecia, 
Rumelia, Balcau, Russia merid. or. (Sarepta) etc. (2). 

h) — margeìanica JMihi. (Tav. II , fìg. 5, 6), nova subiipecies e? alis 
anticis latiorìbus non suhacutis ut in lupino Costa ; colore hrunnescente 



(1) Ecco come la descrive il Costa (F. R. N. pag. 7) Satiro lupino: S. lupinus 
tav. IV, fig. 3, 4. S. alis fulvis, anticis lunula media brunnea punclo ocellari in apice 
nigro, subtus flavicantibus margine fuscescente, ocello nigro albo pupillato : posticis den- 
tatìs supra fulvis, stria marginali obsoleta fuscescente, subtus griseo cinerascentibus fa- 
scia obsoleta albida. 

Ha le ali superiormente rivestite di lunga peluria di color fulvo tendente al verde, 
eccetto uno spazio (androoonio) quasi in f-irma di luua crescente , che circonda 1' arco 
jiosleriore della cellula centrale delle ali superiori, il quale è coperto da squamioelle sca- 
brose di color bruno nericcio Hanno inoltre le medesime ali superiori presso l'apice un 
punto nero quasi cellulare , ed il margine posteriore uu poco più fosco e guarnito di 
frangia pallida. Inferiormente sono di color giallo ocraceo nel campo e grigio cenero- 
gnolo nei margini, con una macchia ocellare nera con pupilla bianca nell'apice. Le ali 
inferiori dentellate nel margine posteriore, ornato anch'esso di frangia pallida, e con al- 
cune macchie brune parallele alle curve rientranti della dentellatura, le quali mostrano 
volersi conaiungere dall'uno estremo e dall'altro per costituire una fascia: inferiormente 
sono grigie-cenerognolo con un vestigio di fascia bianca flessuosa, circoscritta da entrambe 
le parti da una linea più fosca; senza alcuu altro segno di macchie o dì punti. 

Trovasi nelle foreste di Terra d'Otranto, e proprio nel Bosco di Guagnano, ove ho 
preso la farfalla nel mese di luglio. 

(2) Due anui or sono ho dato in cambio come iupimis Costa esemplari di Sicilia 
che dovevano essere considerati invece come rliamnusia Frr. Chiedo scusa ai miei egregi 
corrispondenti, e li prego di correggere. 

Il Nat. Sic. Anno XXI-Nuova Serie, Voi. I. 



- 66 - 

diluto; androconiis latìssimis omnino lanugine tectis; 2 obscuriove , inagis 
ochracea. Suhtus disco flavo obscuriore, plerumque signaturis alar, infer. 
magis dlstinctis, fascia dilutiore flavescente non alhida. 

È questa una forma appariscente dal colore bruno grigiastro uni- 
forme più diluito della lupinus Costa, dalla quale differisce essenzialmente 
per il taglio dell'ala superiore molto più largo, coU'angolo interno meno 
ottuso e l'angolo apicale meno acuto. 

Ali inferiori profondamente dentellate, frangie subalbide, androconi 
larghissimi, più ancora della rhamnusia Frr., non nudi, ma vellutati e 
quasi a livello colla squamatura generale dell'ala. Lanugine dell'ala su- 
periore meno ruvida che nella lupinus Costa. 

Di sotto il disco delle ali anteriori di colore un po' più intenso che 
nella lupimis Costa. 

La zona grigio brunuea dell'apice si allarga maggiormente lungo la 
costa al disopra dell' ocello apicale , che è circondato da un cerchietto 
giallo ben distinto e più chiaro del fondo ocraceo del disco. 

Ali inferiori a disegni più o meno marcati ma colla fascia chiara 
più diffusa e giallognola , non bianca, come nella rhamnusia Frr. e lu- 
pinus Costa. 

La 2 cogli ocelli cerchiati largamente di giallo ocraceo. Sfumatura 
ocracea nel disco. 

Tre esemplari nella mia collezione 1 cf 1 9 ed un alquanto aber- 
rativo negli androconii esageratamente crassi — ricevuti dalla firma Stau- 
dinger Bang - Haas sotto il nome di intermedia Stgr. e provenienti da 
Margelan. 

e)— intermedia Stgr. (tav. II, fig. 7, 8). Figurata da Seitz (Grossschm. 
palaearct — tav. 47 d e? e Q. È un po' più piccola e più oscura della 
lupinus Costa, più grande e più festonata della lycaon Rott. Ha gii an- 
droconii larghi e crassi. 

Nel disotto ricorda la catalampra Stgr, colle ali inferiori miste di grigio 
bruno, ma senza linee ben distinte. Frange un po' più chiare del fondo, 
ma non bianche. 

Ne ho di diverse località nella mia raccolta: dell' Aitai, di Culgia, 
deirUral, portate queste lo scorso anno del signor Bartel, di Buda-Pest- 
(avute come lycaon Rott.), e persino dei dintorni di Vienna, ricevuti con 
questa incontrollabile indicazione di località, sotto il nome di lycaon Rott 
dalia ditta Staudinger Bang -Haas, e che per la forma degli androconii 
non posso ascrivere, che a questa varietà, 



— 67 — 

d)— (uranica Riihl (Tav. II, fìg- 9, 10)— Grande come o poco più 
della hjcaon Rott, dice il Riihl (Palaear. Grossschin pag. 598 e 825), ma 
coU'androconio molto più largo. Il disotto delle ali inferiori più chiaro, 
non lo è tuttavia quanto nella lupinus Costa. Essa ha anche un colo- 
rito più oscuro. 

Habitat : Turchestan— Valle dell'Ili— (Culgia). Ne ho esemplari pro- 
venienti da Juldus. 

e) — lanata Alpher. È descritta dal Riihl (1. c.j come simile alla 
lupìnus Costa nella sua lanosità, ma molto più oscura specialmente nel 
disotto delle ali superiori, che diventa nel cT qualche volta completa- 
mente bruno oscuro. La g si distingue poco dalla precedente. Seitz, 
trova che ha una lanosità più lunga. 
Habitat: Caucaso settentrionale. 

f) — pasimelas Stgr. È descritta dallo Staudinger come più grande, 
più oscura della lycaon Rott, colle ali anteriori anche al disotto total- 
mente oscure, o col giallo di molto ridotto, aggiunge il Seitz. 

Non ne ho sott' occhio alcun esemplare , ma probabilmente per la 
sua statura avrà gli androconii del gruppo rhamnusia Trr. 

Habitat: Ircutzc. (Alpheracky ritiene sia da considerarsi sinonimo 
della sua var. lanata (Riihl pag. 825). 

g) mauritanica Oberth (Tav. II, pag. 11, 12). Figurata da Seitz 
(Grosschm - palaear Tav. 47 e d' e y) , è descritta da Carlo Oberthur 
Etudes VI (1891) pag. 58, e da Ruhl (loco citato pag. 599). 

Essa è più piccola della lupinus Costa, ma ancora un po' più gi-ande 
della lycaon Rott. 

Le sue ali anteriori sono più larghe, le inferiori meno profonda- 
mente dentellate. Colorito bruno oscurissimo: frangie oscure: androconii 
corti e grossi di color ardesia oscuro, attrciversati da coste nerissirae e 
non giallognole come nella rhamnusia Frr. e nelle precedenti. 

Di sotto le ali inferiori sono unicolori grigie, spolverate di atomi 
oscuri. L'ocello apicale nel di sotto dell'ala superiore è cinto da un alone 
più chiaro; il disco più pallido. 

La Q ha il colorito bruno anch'essa, ma più oscuro delle altre forme, 
ed il giallo rossiccio è limitato a due ampi cerchi intorno agli ocelli; 
e solo eccezionalmente ne appare una debole velatura nel disco. 

Vivo, dice il Seitz (1. e. p. 141) ha un bellissimo riflesso bronzo 
cupreo. 



— 68 — 

Habitat : Algeria. I miei esemplari «oiio di Batna (Provincia di Co- 
stantina) ai piedi del Gebel Aures, e probabilmente provengono dalle 
prime falde di quell'alta catena, che più in su fornirà verisimilmente la 
forma delle lycaon Rott., che riscontrasi in Sicilia sul Monte S. Salva- 
tore (Madonie). 

Lycaon 'Roti. (1775) (Tav. II, fìg. 13. Figurata come eudora da Esper 
(Schm. in Abbild 45, I, (1777) e 69, 1, 2), da Hiibner (Samml. Europ. 
Schm. 163. 4, e 160 come jurtina Q da Ochsenheimer (Schm. v. Eur. 
I, 1. 123); da Godart (Hist. Nat. da Lepid. de Franca II. 18. 1-3).— Di 
nuovo da Esper sotto il nome di Janirida 103-1., (che Seitz ritiene come 
una aberrazione degna di conservare il suo nome); da Seitz (Grosschm. 
pai. tav. 47 e. e?, 47 d. Q ; da Spuler (Schm. Eur. tav. 12. f. 12 a cf). 

Statura da 36 a 41 mm. d' di colore bruno oscuro più caldo che 
non il cf del jurtina L. Androconii come già descritti. Ali anteriori 
slanciate ma non acute , uu po' più lanose che nel jurtina L; margine 
esterno non incavato come è invece nel rhamnusia Frr. Ali inferiori con 
margini poco sensibilmente ondulati. Frangie oscure. Vivo ha un riflesso 
iridescente con prevalenza di verde metallico. Ocello apicale oscuro , 
qualche volta un altro ocello nella cellula 2^, {bioceUata Rag., o pa- 
vonia woelsch. Qualche volta anche un punto fra questi due occelli 
triocellata). Fascia marginale più spesso, e disco più di rado, quasi in- 
sensibilmente afflati di una sfumatura rugginosa. 

Q Bruna più chiara del cT con una fascia autermarginale nelle ali 
ant. di color giallo ocreo saliente verso il centro nella cellula 2^. In 
questa fascia sono racchiusi 1 due ocelli, l'apicale di sotto è leggermente 
pupillato: spesso, afferma il Ruhl (pag. 597), « fra questi due ocelli ve 
n'è un altro nero cieco. » Qualche volta manca quello della cellula N. 2 
scMosseri woelschowj, qualche volta manca quella della cellula Num. 5 
{lusca Schultz). Accanto al margine la ^ porta sulle ali anteriori una 
traversa oscura più o meno distinta. 

Nelle ali inferiori la Q ha la fascia mediana , delimitata da una 
linea oscura irregolare, formata da un tono più chiaro del suo colorito. 

Al disotto l'ocello apicale della cellula 5'"^ è per lo più centrato di 
bianco. Di raro lo è il secondo ocello nella ?. Il disco in entrambi i 
sessi è di color giallo vivo quasi aranciato. La fascia marginale della 
g è divisa dal disco da una linea oscura poco distinta. ■ 

Il margine esterno come pure le ali inferiori sono di color bruno 
più meno spruzzati di atomi oscuri. La fascia mediana nelle ali infe- 



— 69 — 

riori è appena ia certi individui distinta da una maggior spolveratul-a 
dì nero, in certi altri da una delimitazione formata da una linea irre- 
golare più oscura. 

Di raro vi si notano due piccoli ocelli neri marginati di giallo verso 
l'angolo anale. È da notarsi in questa forma la completa assenza di 
bianco o di grigiastro chiaro nel disotto delle ali inferiori. 

Habitat nella sua forma tipica : quasi tutta 1' Europa centrale. In 
Italia l'ho delle Alpi marittime (Valdieri, Colle di Tenda) Appennino par- 
mense (M.te le Canate). 

a) — Catamelas Stgr (tav. II, fìg. 14, 15). Figurata dal Seitz 
(Grosschm. pai. tav. 47 d.). 

Statura della lycaon Rott. Il cT si distingue al disopra per la la- 
nugine soltanto , che è un po' più densa e ricopre gli androconii. Di 
sotto però è molto più cupo di colore, e senza spolveratura bruna, tanto 
che nelle ali inferiori ricorda molto la jurtina L. Frangio oscure. 

La Q non si distingue al disopra da quella della lycaon Rott, pur essa 
variando di intensità di colore e di espansione del giallo nel disco da 
individuo ad individuo. Le ali inferiori sono nel disotto unicolori bru- 
niccie, senza alcuna spolveratura oscura. 

Habitat : Siberia orient. meridionale, Aitai e Tian - Scian. 

h)—catictera Mihi (tav. II, fìg. 16. 17) Nuova-subspecie — Mi è stata 
mandata dalla firma Staudìnger Bang-Haas come var. intermedia Stgr. 
Infatti potrebbe esser con quella confusa per 1' ondulatura un po' sen- 
sibile del margine delle ali inferiori. Ma gli androconii sottilissimi, ed 
identici a quelli delle lycaon Rott, e Vuncus me la fanno mettere qui a suo 
posto. Inoltre una differenza essenziale da tutte le forme fin qui descritte 
consiste nel disotto delle sue ali. 

Mentre il disopra tanto nel cf quanto nella 2 corrisponde a quello 
della lycaon Rott., il disotto è molto più pallido di giallo nelle ali an- 
teriori, con l'ocello apicale contornato da un cerchio giallo chiaro , che 
cava distinto sul fondo discale. 

Nelle ali inferiori ed all' apice delle superiori il fondo dell'ala è 
grigio giallognolo, non grigio ferro, né bruno; cosparso da una spruzza- 
tura più oscura, che si dispone più fitta a formare come una specie di 
fascia antemarginale bruna. Vi è sensibile la fascia mediana pure 
bruniccia. 

Habitat : Zeitun. 



- 70 - 

c)—maroccana Blachier. Accompagnata da una magnifica figura, 
eseguita dal Culot di Ginevra, il prof. C. Blachier pubblica negli Annali 
della Sociolé Entomol. de France voi 7°, 1908 la descrizione di una 
nuova razza della lycaon propria del Marocco. 

« Il cf mostra sul disco un grande spazio chiaro fulvo a riflessi do- 
rati, gli androconii non sono più sviluppati di quelli del e? d'Europa, il 
disotto è grigio giallastro , nettamente traversato da due linee brune 
ondulate , come nel tipo europeo. La 2 con lo stesso disotto del cf ha 
tutto il mezzo del disco delle ali superiori largamente tinteggiato di giallo 
argillaceo chiaro, che rammenta assai le QQ che si prendon nel Vallese. 
Qualche atomo bi'uno spolvera la parte basale. 

« Il cT ha quasi sempre due ocelli ben marcati {blocellata), l'apicale è 
qualche volta doppio, come nell' esemplare figurato; l' inferiore può es- 
sere rimpiazzato da un piccolo punto. La Q ha sempre due grandi 
ocelli, dei quali il superiore è qualche volta bipupillato. 

Habitat : Atlante marocchino. 

d)— cataìampra Stgr. — Figurata da Seitz (Groschm. pai. 47 d.) 

Il cf è un po' più piccolo del precedente. È caratterizzato da una 
fascia antemarginale gialla, accentuata, tanto da essere un po' più di una 
sfumatura, che racchiude due ocelli neri , uno nella cellula 2'^ 1' altro 
nella cellula 5^ (biocellata). 

La o ha un colorito bruno più oscuro della lycaon Rott, ed i suoi 
due ocelli sono circondati da un cerchio giallo ciascuno , che li tiene 
separati, senza formare la solita fascia o specchio antemarginale. 

Di sotto il disco non è giallo aranciato, ma ocraceo cupo. 

Le ali inferioi-i sono di sotto color grigio ferro un po' più chiare 
nella parte marginale. 

Habitat : Mongolia. 



e) — analampra Mihi (Tav. IL fig. 18, 19). Nuova subspecie — Se 
a precedente forma è designata come splendida (lampros) di sotto (cala), 
questa invece è veramente splendida di sopra [ano), specialmente nella 
2, brillantemente variegata, bimt, come si direbbe in tedesco. 

Infatti se il d" ricorda nel colore nigresceute del disopra la lycaon 
Rott , portando qualche volta anche la sfumatura rugginosa verso il 
margine delle ali, e per solito un ocello solo, l'apicale, mentre ìa. cata- 
ìampra Stgr., che più le assomiglia di sotto, ha due ocelli sempre, la 9 ha 



- ti ^ 

un colorito molto più vivo di quello della Q della lycaon Rott, e della 
catalampra Stgr. Il giallo aranciato dell' ala superiore è molto diffuso 
nel disco, e le ali inferiori portano una fascia mediana ben distinta con 
un contorno esterno biancastro, ed una fascia antemarginale bruna che 
ricorda quella della rhamnusia Trr. Frangie bianche. 

11 disotto delle quattro ali rammenta quello della catalampra Stgr. pel 
suo grigio ferro, che però è alquanto più chiaro colla riga mediana spesso 
ben marcata nelle ali inferiori : nelle ali superiori il giallo del disco è 
più esteso e più brillante. 

Habitat : Monte Majella e Gran Sasso d'Italia, i due massi più ele- 
vati dell' Appennino (raccolta dal signor F. Dannehl), e probabilmente 
anche il resto dei monti abruzzesi. 

f) — anacausta Mihi (tav. I, fig. 1 1-13). Nuova subspecie— È questa 
una forma che si stacca da tutte le altre pel suo colorito bruno molto 
diluito, quasi bistro. 

La sua statura è pochissimo più piccola della lycaon Rott.: il con- 
torno delle SLie ali inferiori è poco sensibilmente ondulato ; le sue fran- 
gie sono chiare. 

Essa è molto meno densamente lanosa di tutte le altre. Il cT al 
disopra è quasi unicolore ; solo eccezionalmente nelle ali inferiori tra- 
spare appena appena la fascia mediana del disotto. 

La sfumatura anteraarginale , che nella lycaon Rott. è rugginosa, 
qui, quando appare, è di un colore ocraceo molto diluito. 

Particolare a questa anacausta Mihi è la relativa frequenza di un 
secondo ocello nero nella cellula 2 della pagina superiore del cf, ed 
è per siffatti esemplari che Ragusa ha ci'eduto di poter far valere una 
ah, biocellata, mutazione normale che si riscontra in quasi tutte le licao- 
nidi, a partire dalla catalampra Stgr. e dalla maroccana Blach., che do- 
vrebbero essere di solito biocellate. Io posseggo esemplari biocellati 
anche della lycaon Rott., tipica, della catamelas Stgr., e della analam- 
pra Mihi. 

In- questa anacausta Mihi quando ci troviamo davanti alla muta- 
zione biocellata, entrambi i punti dell'ala superiore sono sempre circon- 
dati da un piccolo alone giallognolo, come nella catalampra Stgr. dove 
l'alone è più rugginoso. 

La Q ricorda pel colorito giallo chiarissimo la lihanotlca Stgr., se- 
nonchè ha il disco contornato da una ombreggiatura oscura, che lo di- 
vide con linea saliente, come nelle altre forme, dal campo antemargi- 



— 12 — 

naie; e nelle ali inferiori più che nella libanotica Stgr. è distinta in bruno 
chiaro la fascia mediana. 

Di sotto in entrambi isessi, abbiamo il disco dilavato , più sporco 
che nella lycaon Rott, con un margine grigiastro, e le ali inferiori grigio 
brune, che portano una fascia mediana contornata di fuori da un campo 
biancastro. 

Voleva dapprima chiamarla insulicola questa l'azza,, che era stata 
scoperta dal signor Geo. C. Krùger sul monte San Salvatore (Madonie) 
in Sicilia al disopra dei 1200 metri di altezza. Ma dalla ditta Stau- 
dinger- Bang- Haas mi vennero forniti due esemplari cfcf sotto il nome 
di var. mauritanica come provenienti d'Algeria, e che io suppongo dei 
dintorni di Lamhessa, più in alto verso il Gebel Aures, che non sia Batna, 
da dove proviene la vera mauritanica descritta da Oberthùr, e che ap- 
partiene al gruppo rhamnusia Frr. 

Questi due esemplari d' Algeria sono identici a quelli ora descritti 
di Sicilia, e provano una volta di più la connessione, che esiste fra la 
fauna insulare, e quella del vicinissimo continente Africano, connessione 
già riscontrata in altre specie, e per non citarne che una congenere, 
nella Epinephele jurtina L. fortimata Alph. trovata dapprima alle isole 
Canarie, poi in Algeria, in Portogallo ed ora in Sicilia. 

Habitat : Sicilia (Madonie) Algeria. 

g) — libanotica Stgr — Lo Staudiger la descrive con poche righe 
latine nel suo Catalogo 1901 , dicendola della grandezza della lycaon 
Rott, ma di colore molto più pallido; la Q colle ali pallido ocracee, ed 
il disotto delle ali inferiori bianco grigiastro. 

Queste Q3 hanno un campo discale latissimo di color giallo pallido, 
senz'altra separazione dalla fascia antemarginale, che una sottile linea 
bruniccia, che si stacca dall'alto della costa. 

Le ali inferiori chiarissime sono uniformemente colorite di bistro, 
ed appena percettibile è la linea anteraarginale. 

L' ondulazione del margine è alquanto sensibile. Le frangie sono 
chiare. 

Di sotto tutto è molto chiaro, più chiaro anche della subspecie ana- 
causta Mihi: le ali inferiori quasi uniformxmente biancastre. 

Seitz dice (Grosschm. pai. voi. I pag. 142) di aver ricevuto da Digne 
come singole eccezioni degli esemplari perfettamente eguali alla libano- 
tica Stgr , e ritiene che questi individui devono provenire da suolo 
calcare. 



- n - 

Probabilmente questi esemplari della Fraucica meridionale occ, non 
sono che mutazioni accidentali provenienti da circostanze locali, ma po- 
trebbero forse formare anche una nuova razza parallela alla anacausta 
Mihi di Sicilia, o costituire un passaggio tra questa e la Ubanotica Stgr. 
Certo è che anche la razza Siciliana testé descritta proviene da forma- 
zioni geologiche calcari. 

Habit : Siria (Monti del Libano) 

Ed ora ecco il quadro riassuntivo delle forme che si aggruppano 
nelle due specie. 

I. — RHAMNUSiA Frr. 

«) — lupinus Costa. 

V) — margelanica Trti 

e) — intermedia Stgr. 

d) — turanica Riihl. 

e) — lanata Alph. 

f) — pasimelas Stgr. 

g ) — mauritanica Oberth. 

II. — LYCAON Rott. (typica, hiocellata Ràg.=paiwnia Woelsch. scliloeseri 
Woelsch., lusca Woelsch., subalbida Schulz.) 

a) — catamelas Stgr. [typica et biocellata). 

b) — catictera Trti (*). 

e) — maroccana Blachier [biocellata et typica). 

d) — caialamp>ra Stgr. [biocellata). 

e) — analampra Trti [typica et hiocellata). 

f) — anacausta Trti. [typica at biocellata). 

g) — Ubanotica Stgr (*). 



(*) In catictera ed in Ubanotica forse per il non molto grande numero di esemplari 
a mia disposizione, non ho potuto ancora constatare la mutazione i/ope//ate. Per analogia 
però mi sembra dovrebbe trovarsi anche presso queste due sottospecie. 

E non sarebbe forse questa tendenza alla iioeeWa<Mra— per dir così — osservata fiuora 
solo nelle forme di lycaon, mentre non ebbi campo di notarla in alcuno degli esemplari 
di nessuna forma di rliamnusia Frr., un altro carattere diflerenziale fra le duo specie * 

// h'at. Sic. Anno XXI — Nuova Serie Voi. I. 10 



- 74 



Lycaena escheri Hb. 

Il 25 giugno 1908 a Camporosso, pochi chilometri indentro nella valle 
della Nervia dietro a Ventimiglia il Dott. Gieseking ebbe la ventura di 
raccogliere un magnifico esemplare ginandromorfo di questa Lycaena. 
Nel lato sinistro ha le ali bruno colle macchiette rosse terminali della 
femmina, nel lato destro ha le ali del maschio del più splendido azzurro. 
Ambo i lati rispondono perfettamente ai rispettivi tipi , un po' più in 
piccolo peraltro. 

Nel disotto i punti e gli ocelli sono fortemente marcati. . 

Collezione Turati. 

Deilephila dahiii-infuscata Trti (forma nova) 

(Tuv. ITI, fig. 3-4) 

Area media non rosea sed dense obscure-squamata. Maculis basale, 
cellulare et subapicale confusìs. 

È la forma più oscura di questa specie oltremodo interessante, pro- 
pria della Sardegna e della Corsica; quasi un avanzo di una fauna anti- 
chissima e forse la origine da cui tutte le altre deilephilae sono derivate. 

Rimasta chiusa nelle due isole pel mare , che le ha separate dal 
continente, la dahliì H. G. non si deve essere che poco o punto modi- 
ficata, e questa forma oscurissima, che si incontra assai sovente molto 
ben caratterizzata, potrebbe rappresentare l'estremo limite da cui questa 
specie è forse partita. Le forme più chiare , infatti della dahUi H. G., 
che hanno già del roseo nella squamatura mediana delle loro ali , la- 
sciano trasparire un disegno, che è una transizione verso quello della 
eupJiorbìae L. 

Caratteristica di questa specie , 1' unica del genere che le ha così, 
sono le tre macchie nere laterali sui primi tre segmenti dell'addome. 

La forma infuscata Mihi, ha tutta l'area centrale, che dovrebbe es- 
sere di un colore crema rosato , cosparsa invece di una fitta spolvera- 
tura di squame olivacee , oscurissime, tanto da lasciare solo come una 
stretta striscia chiara , che ricorda lontanamente quella della livornica 
Esp., tra la larga fascia trasversa antemarginale e le macchie— basale, 
cellulare e subapicale — confuse insieme col colore della costa. 

In alcuni esemplari l'ala superiore è quasi totalmente olivacea, ad 



- 75 — 

eccezione di quella striscia , chiara, indotta ad uu tenue filo , e di una 
macchietta di poche squame chiare al disotto della macchia olivacea 
discale. 

Il resto è come nella dahlii H. G. tipica. 

Il Dott. W. Gieseking la raccolse abbastanza numerosa insieme al 
tipo in Sardegna , nei dintorni di Sassari , e la allevò anche da bruchi 
portati in Riviera da quella località. 

Gli esemplari raccolti a Macomer appartengono invece tutti alla for- 
ma tipica. 

Deilephila hybr. euphorbiaedahlii et inversa, 
(hybridationes novae) 

II Dott. W. Gieseking ha portato da una escursione fatta per mio 
conto in Sardegna nel giugno del 1907 una serie di bruchi vivi della 
Deilephila dahlii H. G., ch'egli allevò in Riviera fino alla completa me- 
tamorfosi. 

Contemporaneamente , andando alla ricerca della rarissima Beile- 
philae nicaia Prun. sul versante mediterraneo dei monti della Liguria occi- 
dentale, raccolse buon numero di bruchi della Deilephila euphorhiae L. 
Ebbe allora la felice idea di tentare l'incrocio fra le due specie, e vi riu- 
scì perfettamente. 

Senonchè i cTcf della dahlii H. G. si accoppiavano molto più facil- 
mente con le QQ dell' euphorhiae L., che non i cTcT della euphorhiae L. 
con le QQ della dahlii H. G. 

Risultato ne fu una numerosa serie di uova del primo incrocio, che 
facilmente si svilupparono e diedero buona messe dell' ibrido walteri 
Mihi, che dedicai al figlio del Dott. Gieseking, il giovane intelligentissimo 
Walter, valente musicista, al quale si schiude la più brillante carriera 
artistica, che non gli impedisce di conoscei'e e coltivare anche la lepi- 
dotterologia e la coleotterologia. 

Dall'incrocio inverso, giesekingi Mihi in onore dell'allevatore stesso, 
scarse si ebbero le uova, difficile l'allevamento dei bruchi, e miserrimo il 
risultato finale : due soli cf cT- Due altri esemplari, questa volta un d" ed 
una 9 furono però ottenuti nel 1908 con genitori puri allevati in casa 
delle sue specie rispettive , e due crisalidi rimangono tutt'ora, che non 
schiusero, ma che stanno ora svernando. 



— 76 



D. hvbr. AVAi^TERi Trti ' ; — — — t — 7^ 

{ eupnorbiae L. V 

(Tav. Ili, fig. 7-10 e Tav. IV, fig. 5-6) 

Della dahlii H. G. ha la macchia discale e subapicale riunite nel 
verde olivaceo diffuso lungo la costa. DeAl'euphorhiae L. ha il colore del 
campo centrale dell' ala, più caldo e più rosato che nella dahlii H. G., 
sebbene leggermente spruzzato di squamule oscure. 

La grande riga olivacea trasversa antemarginale, che si allarga dal- 
l'apice al margine interno, è come nelV euphorbiae L. più stretta, che non 
nella dahlii H. G. Ma, a differenza dell' euphorbiae L. essa è attraversata 
nella sua larghezza da due o tre coste biancastre, come nella dahlii H.G. 

La macchia olivacea discale è più piccola , quasi ovoidale , come 
nella euphorbiae L. Così pure la macchia subapicale più o meno lunu- 
lata e convessa distalmente, che si nota più o meno gi'ande nelVeuj^hor- 
iiae L., e nella dahlii H. G. è rappresentata da un frego oscuro confuso 
col colore olivaceo diffuso della costa, ed è sempre bene accentuata, mal- 
grado non campeggi su fondo roseo, ma si attacchi al verde oliva dello 
spazio costale. 

Caratteristico è nella walteri Trti un piccolo segno, più o meno sen- 
sibile da un esemplare ad un altro , che rappresenta un carattere par- 
ticolare della dahlii H. G., completamente escluso dalla euphorbiae L. 

Questo segno oscuro si trova tra la macchia basale e la macchia 
discale : si stacca dalla costa per finire alla seconda biforcazione della 
vena mediana. 

Le ali inferiori hanno i neri più marcati della euphorhiae L. Il mar- 
gine roseo tra la striscia nera e le frangie bianche è più largo di quello 
della dahlii H. G., e largo quasi quanto quello della euphorbiae L. 

Il torace che nella dahlii H. G. lia le scapole orlate di bianco an- 
che della parte dorsale , mentre nell' euphorbiae L. non porta che una 
larga striscia bianca avviluppante coi suoi lunghi peli bianchi una parte 
della base dell'ala , ha nella walteri Trti appena accennato 1' orlo dor- 
sale, mentre è come nell' euphorbiae sui lati. 

L'addome porta come nella dahlii H. G., la caratteristica serie delle 
tre macchie nere laterali. Esse sono però interstiziate fra di loro da spazi 
bianchi equidistanti, mentre nella dahlii H. G. le due prime di queste' 
macchie , cioè quelle aderenti al torace, sono più ravvicinate fra loro, 
quasi senza bianco, ma divise solo dal verde olivaceo del fondo. 



— 77 — 

Nella dalilU H. Gr. si nota più o meno accasata una specie di riga 
dorsale biancastra fiancheggiata da due altre righe quasi parallele oli- 
vacee più oscure, che vanno dal torace a finire nell'estremità anale. 

Questa riga biancastra è anche nella walteri Trti sensibile come lo 
sono pure le due righe olivacee. Le insenature bianche dei segmenti tro- 
vano come una interruzione allo incontro di questa doppia , o triplice 
riga dorsale;, in ciò ricordando la euphorhiae L. che ha una larga fascia 
dorsale semplice olivacea , ed il bianco degli interstizi segmentali , che , 
le si arresta contro , cerchiando pel resto completamente ogni anello 
dell'addome. 

Il disotto delle quattro ali è più chiaro che nella euphorhiae L. non 
è tutto unito di colore, ma ha gli stessi segni e le stesse ombreggiature 
marginali recate dalle quattro ali della dahlii H. G., colla medesima riga 
nera, qualche volta binata, che va dalla metà del margine interno fin 
quasi al centro dell'ala inferiore. 

^ , , ^ m ^- ( euphorhiae L d' 

D. hybr. Giesekingi Trti , , , ■ ■ tt r^ r^ 

{ dahlii H. (jr. y 

(Tav. Ili, fig. 11, 12 e Tav. IV, fig. 7-8) 

L'ibrida inversa della walteri Trti è di una rarità pari alla difficoltà, 
che si incontra per allevarla. 

I due esemplari del 1907 , entrambi o^cT hanno un colorito meno 
giallognolo nello spazio chiaro dell'ala superiore, che non i due d" e Q 
ottenuti nel 1908. L' insieme però dei caratteri di entrambe le covate 
corrisponde completamente per il resto. 

Essi hanno sulle ali superiori una sfumatura un po' più oscura della 
dahlii H. G. , che quasi si accosta a quella della forma infuscata Trti, 
ed è ad ogni modo .sensibilmente più accentuata di quella della )val- 
teri Trti. 

La striscia transversa anteraarginale, meno larga alla sua base che 
nella dahlii G. H. e tutta unita di colore, come nella euphorbiae L., in- 
vece di essere attraversata, come nella walteri Trti, dalle coste bianche 
proprie della dahlii H. G. La macchia subapicale olivacea a differenza 
della walteri Trti è allungata orizzontalmente , ed unita al verde della 
costa come nella dahlii H. G. Anche qui le macchie laterali nere del- 
l'addome sono tre, separate però fra loro da un interstizio bianco. La 
terza di queste tre macchie, la dorsale, è però più ridotta nelle sue dimen- 
.sioni, quasi ad un piccolo punto nero. 



— 78 — 

L'addome è cerchiato di bianco negli interstizi dei segmenti, come 
nella dahlii H. Gr. , ma non vi si notano affatto le righe dorsali longi- 
tudinali della clahlii H. G. , che sono abbastanza percettibih nella mal- 
ieri Trti. 

Al disotto nessuna differenza sensibile dalla dahlii H. G. è da notare. 

* 
* * 

I bruchi delle due ibridazioni tengono pel colorito verdognolo dei 
loro fittissimi punti più della dahlii H. G. che non àeìV euphorbiae L. 

Come è noto la larva di quest'ultima tav. IV fìg. 3-4 varia moltis- 
simo nel colore rosso e nero, come pure nella grandezza e nel colore delle 
macchie gialle abbinate lateralmente entro piccoli spazi ovoidali neri 
nella parte prossimale di ciascun segmento. Una riga rossa percorre tutta 
la lunghezza del dorso^ allargandosi in qualche esemplare, a partire dallo 
scudetto anale, ad ogni intersezione cogli interstizi segmentali, per finire 
nel segmento cervicale quasi insensibilmente dilatata. 

Questo primo segmento nella euphorbiae L. porta due macchie nere 
ai lati della riga dorsale , simili alle altre macchie segmentali , in cia- 
scuna delle quali è inscritta una piccola macchia gialla , stretta, allun- 
gata come se fosse formata da due macchiette confluenti. 

La testa è un po' più chiara della linea di sopra rossa , pellucida, 
tendente al bruno. In qualche esemplare la testa reca due punti neri 
occipitali. 

La linea stigmatale gialla e rossa, è interrotta qualche volta, come 
a formare un seguito di macchie rosse allungate ^ quasi in corrispon- 
denza colle gambe. 

Neil' interstizio tra le gambe, e sui segmenti sprovvisti di gambe vi 
sono macchie nere ventrali. 

La dahlii H. G. (tav. IV, fìg. 1-2) invece ha i puntini verdognoli di 
cui à cosparsa, a guisa di papille, tutta la parte oscura del suo corpo, 
molto più fìtti, e molto più minuti di quelli della euphorbiae L. 

Particolare finora da nessuno fatto rilevare : le macchiette gialle 
binate ovoidali, che, si trovano nei campi neri laterali di ogni segmento, 
sono allungate parallelamente alla linea stigmatale, mentre nella euphor- 
biae L. sono più grandi , più larghe ed allungate in direzione opposta, 
cioè trasversalmente. 

Altro dettaglio che non trovo ancora rimarcato da alcun autore, è 
lo scudetto bruno-granato , chitinoso , come la testa, della dahlii H. G. 



— 79 — 

che ne ricopre, per quasi quanto è largo tutto il primo segmento; scu- 
detto delimitato prossiinahuente da un filo giallo verdognolo e poi dalla 
incavatura segmentale nera , su cui s' innesta la testa. Esso non esiste 
neWeuphorbiae L., dove l'incavatura segmentale dietro la testa è del co- 
lore della testa stessa. 

Un altro punto di diversità, che ritengo inedito ancora, tra le due 
larve è il colore ventrale, che nella dahlii H. G. è verdognolo, aranciato 
fra le gambe , senza le macchie nere , che si riscontrano nella eupJior- 
bine L. 

La linea dorsale della dahlii è gialla ed aranciata, di tratto in tratto 
di colore più carico. 

Anche l'ultimo segmento, l'anale, ha qualche diversità. NeìVeuphor- 
biae L. vi si nota un solo punto giallo largo, ovoidale , da ogni lato al 
termine della riga rossa dorsale : nella dahlii H. G. la linea dorsale vi 
termina in un punto giallo- verdognolo fiancheggiato d'ambo i lati da 
due punti allungati dello stesso colore. 

Mandibole e parti buccali consimili nelle due specie. 

Fatte cosi risaltare le differenze essenziali fra i bruchi adulti delle 
due specie, eccomi ad esaminare come si comportano i due ibridi fra di 
loro, ed in confronto dei loro genitori. 

Mi spiace di non avere a mia disposizione che bruchi dell'ultima e 
della penultima muta fra loro senza alcuna sensibile differenza , e non 
poter cosi fare alcuna osservazione sulla anticipazione illustrata tanto 
coscienziosamente dal prof. Denso in altre specie congeneri. 

Bruco della hyb. walteri Trti (Tav. IV, fig. 5-6). 

Il segmento anale porta le caratteristiche della dahlii H. G. , solo 
esso ha le macchie laterali gialle più larghe, e quasi confluenti. 

Lo scudetto bruno-granato del primo segmento è ridotto a minori 
proporzioni, ed è fiancheggiato da due macchiette nere. 

La testa è completamente bruno-granata, opaca, non pellucida: l'in- 
cavo del primo segmento, ha un largo anello nero che ne forma il mar- 
gine prossimale. 

Questo anello nero è delimitato distalmente da un filo giallo verdo- 
gnolo più largo, che non sia nella daMii II. G., ed è attraversato dalla 
linea dorsale, di un colore rosso aranciato più intenso che nella dahlii H. G. 

La tinta verde-nera del corpo è cosparsa da una serie di punti, o 
papille verdognole, più minute di quelle della euphorbiae L. ma tuttavia 
più grosse di quelle della dahlii II. G. e disposte ordinatamente, come 



— 80 — 

nella euphorhiae L. in serie di file trasversali , più spaziate fra di loro 
clie non sieno nella daliUi H. G- , nella quale invece sembrano quasi 
formare il fondo di un minutissimo mosaico. 

La linea stigraatale è continua dalla testa al terzo del corpo ; indi 
seguita interrotta, come formata da macchie giallognole negli interstizi!, 
e rosso-brune sul mezzo dei segmenti. 

Il nero-verde coi suoi puntini verdognoli si estende oltre la linea 
stigmatale più in giù verso il ventre, che non nella dahlìi H. G., e nel 
4° e 5° segmento dove non ci sono gambe, fascia anche il ventre stesso, 
che è più rosso e meno verdognolo dalle clahliì H. G. 

Il nero che abbiamo trovato fra le gambe dell' euphorbiae L. ricom- 
pare in quest'ibrido, sebbene sia molto meno accentuato che nella sua 
forma paterna. 



Bruco della hyb. giesekìngi Trti (Tav. IV, fig. 7-8): 

Esso ha un colorito più pallido e più verde di quello della toal- 
teri Trti. Ha le stesse particolarità, della sua inversa per quanto ri- 
guarda le macchie gialle laterali , la punteggiatura papillosa del corpo 
e la linea dorsale. Invece lo scudetto del primo segmento è ridotto ad 
un semplice allargamento rosso oscuro della riga dorsale, fiancheggiato 
da due macchiette nere. 

La testa porta i due punti neri occipitali, che si riscontrano qual- 
che volta nélYeupliorhiae L. 

L'interstizio fra la testa ed il primo segmento è di colore rosso gial- 
lognolo e non nero. Il margine prossimale di questo primo segmento è 
formato da un anello nero più stretto di quello della hyh. icalteri Trti. 

La linea stigmatale è continua : più larga e più chiara che nella 
dahlii H. G., coi punti rossi segmentali molto diluiti di colore. 

Il verde nero coi puntini verdognoli a triangoli più piccoli fra le 
gambe fascia anche qui il 4° e h° segmento, ed una mticchia nera, ma 
poco intensa, si nota nello spazio intercrurale. Le zampe anteriori sono 
nere esteriormente come in alcuni esemplari alla euphorhiae L., mentre 
nella daTilìi H. G. e nella hyb. walteri Trti sono rosso-brune. 

Nel segmento anale la riga dorsale aranciata prosegue sino all' e- 
stremità al disotto del corno , come nell' euphorhiae L. ma reca lateral- 
mente i due punti disposti come nella dahlii H. G. 

Crisalidi : 

La crisalide dell' eupJiorbiae L. di colore luteo , colle stigmate nere 



- 81 - 

si riconosce pel suo colorito chiaro In confronto di quello della dahlii 
H. G. che è più bruna. Entrambe le ibridi pur avendo le stigmate non 
ben distinte hanno nel colore dd loro involucro Una tinta degradante 
dal luteo dell' eupliorhiae L. al bruno della dahlii H. G. marcando più 
specialmente il colore oscuro sugli ultimi segmenti. 

Malacosoma franconica panormitana Trti {nova mbspecies) 

(Tav. I, fig. 12-13) 

Aiis elatiorihus cf magis flavoinsperso: Q rubiginea, non brunnea, lineis 
transversis flavis plus minusve signatis 

Dal taglio delle ali più largo, più robusto, più riquadrato di quello 
della franconica Esp. tanto nel cT, quanto nella 9 parrebbe a prima vi- 
sta una specie a sé. 

Ma il bruco non sombra differire da quello della franconica Esp. se 
non nel raggiungere nel suo pieno sviluppo una maggiore robustezza. Da 
un allevamento fatto dal signor Geo. C. Kruger in Sicilia si ebbe nella 
seconda metà di luglio una serie di J' e di Q assai poco varianti rispet- 
tivamente fra di loro. Un allevamento tentato 1' anno scorso da me a 
Milano non riusci fino alla crisalide. 

Si può ritenere che questa sia una razza speciale della Sicilia, limi- 
tata alla provincia di Palermo, e più specialmente al Bosco di Ficuzza^ 
dove fu rinvenuta. 

Il cf ha le ali più ottuse nell'apice che non la franconica Esp,; ha 
anche un color bruno un po' più rossiccio, meno violaceo, ed all'infuori 
della zona semi trasparente in cui le coste sembrano un po' meno se- 
gnate, che nella forma tipica, è largamente cosparso di .squamule giallo- 
citrino , che si intensificano nella riga antemarginale più che indovi- 
nabile. 

Caratteristica mi sembra la linea spezzata di chiusui'a della cellula, 
meno marcata che nella franconica Esp. (Tav. I, fig. 10, 11). 

Il disotto è più lanoso su tutta la superficie delle ali, di un bel co- 
lore giallo lucente, sericeo. 

Le antenne, la testa, il torace, le gambe e l'addome sono di color 
gialloolivaceo. 

La Q è di color ruggine, con le ftxscie giallognole , come nella ca- 
strensis L., più meno accentuate da individuo ad individuo. 

Disotto anch'essa è sericea nelle sue squame alquanto lanose. 

Il Nat. Sic. Aaoo XXI — Nuova Serie Voi. I. 11 



— 82 - 

Antenne testa, torace, gambe ed addome del medesimo colore ruggine. 

Questa nuova razza particolare dell' isola non ha nulla a che fare 
colla var. lutea Oberth, dell'Algeria. 

Il de Joannis nella sua Contribution à l'ètude des Lépidoptères du 
Morbihan (Ann, Soc. Ent. de France, voi. 77, 4P trim. 1908) dice che 
questa specie colà comune lungo tutta la costa dell'Atlantico da Qui- 
berou a Etel, è molto variabile di colorazione, principalmente, la 9, che 
varia dal biancastro carneo al bruno oscuro quasi nerastro. 

La forma siciliana è invece assai costante nel suo colore tanto nel 
e? quanto nella 3, il che sembra costituire un carattere particolare della 
razza siciliana. 

Collez. Turati 6 cfcT 6 Q3. 

Perisomena caecigena Kupido 

Questa specie che finora era stata segnalata soltanto oltre i confini 
orientali italiani è stata nel 1908 trovata anche nel bel centro d'Italia 
sul versante adriatico dell'Appennino. 

Il sig. F. Dannehl ne raccolse i bruchi su dei cespugli di quercia 
lungo la strada provinciale che da Montorio al Vomano scende a Te- 
ramo (Abruzzo) : li allevò e ne ottenne bellissimi esemplari , in tutto 
conformi con quelli della Dalmazia , dalla fine di settembre alla metà 
di ottobre. 

Questa apparizione è notevole pel fatto, che è una prova di più, che 
la nostra fauna appennino-adriatica si riattacca a quella della riva op- 
posta del nostro mare interno, e potrebbe confermare l'opinione dei geo- 
logi , che r Italia , era in tempi non molto remoti unita alla Dalmazia, 
e che l'Adriatico si è formato in epoca posteriore alla terziaria. 

L'immensità d'un simile cataclisma si può quasi valutare dopo quello 
che così orrendamente ha distrutto le belle città e le fioride regioni del 
nostro Faro. 

Agrotis erythrina Rbr. 

Curò non cita questa specie fra le italiane. Il catalogo Staudiger- 
Rebel 1901 ne indica come altra delle sue località l'Appennino centrale. 

A conferma di questa notizia accennerò che ne è stato preso un 
esemplare sui monti di Tivoli il 3 luglio 1908 del sig. Francesco Dannehl. 



— 83 — 

Agrotìs candelarum signata Stgr 

E la forma mancante della sfumatura rugginosa; ed ha le righe 
nere strette e distinte. 

È stata presa nello scorso luglio del sig. Geo. C. Kriiger a Fene- 
strellc, (Alpi Cozie) e da me alle Terme di Valdieri in Valle Gesso (Alpi 
marittime). Essa non è stata ancora segnalata come forma italiana. Il 
catalogo di Curò a pag. 10 della III parte la indica con segno di inter- 
rogazione. 

Nelle aggiunte inedite , manoscritte , lasciate dal compianto nostro 
amico, e gentilmente affidatemi dalla famiglia, trovo indicato con una 
freccia per aggiunta, accanto alle candelarum Stgr il nome di ashworthi 
Dbdy, colla nota di pugno di Curò : « è stata catturata in luglio a San 
Martino sulle Alpi marittime — specie dell'Inghilterra mer. — bruco su 
graminee e sedum ». 

Ora io mi permetto di dubitare della giustezza di questa affermazione. 

Non so se l'informazione sia pervenuta a Curò dal Millière, che ha 
esplorato il versante meridionale occidentale delle nostre Alpi marittime 
da S. Martino Lantosca alla Madonna delle Finestre, ed al Colle delle 
Finestre, ma io mi permetto di ritenere, che tanto il Millière quanto il 
Curò si sieno sbagliati. Ben è vero che la ashworthi Dbldy, che ha una 
certa rassomiglianza colla forma signata Stgr della candelarum Stgr, po- 
trebbe ancli^essa ritenersi una razza locale inglese della candelarum Stgr. 
Ma non mi sembra possibile che quella forma di latitudine cosi lontana 
si trovi fra di noi. Essa è sopratutto distinta dalla intensità di nero, 
non solo nelle strette rigature delle ali, ma anche nella fascia mediana, 
cosa che in qualche esemplare più marcato, si può forse riscontrale nella 
signata Stgr. Da ciò evidentemente l'inganno. 

Agrotis elegans Ev. 

Raccolto del Uott. W. Gieseking insieme alle specie seguenti nell'a- 
gosto 1907 al colle dell'Argenterà (Alpi Cozie). Dal sig. Kriiger fu preso 
al disopra di Fenestrelle nel luglio 1907, e da me nelle Valla Gesso alle 
Terme di Valdieri, ed al Vallasco (Alpi marittime). 



— 84 — 



Agrotis larixìa Gn. 

Già il Curò nel suo Saggio di un catalogo dei lepidotteri d'Italia— 
Noctuae — (pubblicato nel 1877) suppone questa specie appartenente alla 
fauna italiana , perchè « presa da Bellier in Val di Larche (Francia 
raerid. or.) in vicinanza del confine piemontese ». Larche (donde Larixia) 
è il villaggio di frontiera, colla dogana francese, per chi dall'Italia scende 
dalla strada nazionale del colle de\VArge7itera. 

Per quanto il Catalogo Staudinger Rebel 1901 indichi come habitat 
della specie le Alpi della Fi'ancia e del Piemonte (Alp. Gali, et Ped.) 
la cosa ha avuto ora una conferma , e si può levare il punto interro- 
gativo del catalogo dei Lepidotteri d'Italia del Curò a questa specie ra- 
rissima nelle col lozioni , facilmente confondibile colle eìegans Ev., loca- 
lizzata alle convalli delle Alpi Cozie tanto francesi quanto italiane. In- 
fatti il Dr. Gieseking me ne raccolse due esemplari il 18 agosto 1907 a 
2000 metri d'altezza al di sopra del Colle dell'Argenterà. 

Agrotis musiva Hb. 

È degno di nota, che questa specie, propria delle vallate alpine è 
stata da me presa all'acetilene il 1° settembre 1908 alla Villa del Soldo 
(Alzate - Brianza, Provincia di Como). 

Prima non era mai stata trovata in Lombardia né da me né dal 
compianto mio cugino Gianfranco, e reca alquanta meraviglia il vedere 
come una specie appartenente a località elevate , sia stata trovata a 
poche centinnja di metri (circa 400) sul livello del mare , sulle ultime 
morene frontali verso la Valle del Po. 

Curò indica questa specie come rara nella zona settentrionale e nelle 
Alpi marittime (Colle di Finestra). 

Il Dottor Gieseking ne prese un esemplare al Colle dell'Argenterà 
Alpi Cozie) il 18 agosto 1908, ed il signor Kriiger un altro a metà di 
luglio 1908 sui monti al di sopra di Fenestrelle (Alpi Cozie), ed io uno 
in agosto alle Terme di Valdieri (1375 m.). 

Agrotis constanti MilL . 

Dacché fu descritto dal Millière (\wQsi' Ag l'otis è stato sempre raris- 
simo nelle collezioni, 



- 85 - 

Chrètien ne fece soggetto nel Naturaliste del 19 nov. 1906 di una 
nota interessante specialmente per la conoscenza dei primi stadii della 
larva. 

Più recentemente il signor H. Brown di Parigi nel Bulletin de la 
Societé Entomologique de France (N. 10 del 1908) ne dà ulteriori no- 
tizie, promettendo per gli Annali della Società dettagli più completi e 
figure a questo soggetto, avendolo egli potuto allevare ed osservare in 
tutto il suo sviluppo. 

Ma sempre la specie era stata trovata localizzata alle Basse Alpi 
(Digne) ed al département di Vaucluse (Brantes). Ora lo si annuncia dei 
Pirenei orientali, trovata dal signor Powell per conto dei signori Ober- 
thiir, ed io lo segnalo delle nostre Alpi marittime liguri. 

Avevo preconizzato che nelle nostre Alpi marittime ed Alpi Cozie 
si sarebbero dovute trovare quasi tutte le specie particolari alla fauna 
della Francia meridionale orientale , ed a quella peculiare di Digne. I 
risultati fin qui da me ottenuti a mezzo del signor Kruger, a Fenestrelle, 
e per mia propria esperienza nella Valle del Gesso , ed a mezzo del 
Dottor Gieseking, che incaricai di esplorare le Vallate del colle di Tenda 
e di Pigna (29 chi), indietro di Ventiraiglia) cominciano a darmi la 
dovuta soddisfazione. 

Una delle specie più particolari infatti è VAgrotis constanti Mill., 
che ormai si può ascrivere alla fauna italiana, essendo esso stato rac- 
colto in 5 esemplari nel 1907 ed in 9 esemplari nel 1908 nella prima 
metà d'ottobre alla lampada d'acetilene sui monti al disopra di Pigna. 
Tra gli esemplari ricevuti di là ve ne sono alcuni alquanto più marcati 
nei loro disegni bruni, che non la figura pubblicata dal Millière, e non 
pure un esemplare Q che ebbi in comunicazione lo scorso anno dal 
signor Bang -Haas, proveniente da Digne. 

Il Dr. Gieseking afferma che è molto localizzato e rarissimo anche 
lassù. Esso viene alla luce dell'acetilene ma piomba subito a terra fuori 
della portata delle rete, tanto che riesce difficilissimo di ritrovarlo fia i 
sassi, che hanno quasi lo stesso colore delle sue ali. 

Pachnobia rubricosa F. 

Secondo il Catalogo dei lepidotteri d' Italia, di Curò questa specie 
dovrebbe trovarsi, ma rara, in Italia, e solo nella zona settentrionale 
(Colle di Torino, secondo Ghiliani) 

Io l'ho avuta quest'anno da due diverse località italiane. È stata 



- 86 - 

presa del si}?iior Geo C. Kriiger sul Monte Bisbino (lago di Como) a metà 
aprile del 1908. 

Ragusa la cita di Sicilia : infatti vi fu presa alla Ficuzza dal signor 
Geo C. Kriiger alla lanterna nei mesi di febbraio e marzo. 

Dappertutto però in esemplari scarsissimi ed isolati. 

Dianthoecia vulcanica Trti. 

Ho ricevuto un secondo esemplare a di questa nuova specie (1) 
preso sul Monte Busambra, (al disopra della Ficuzza) nel maggio del 1908, 
identico al tipo da me descritto dell'Etna. 

Non è dunque una forma particolare della fauna circumetnea ma 
una specie affatto distinta, che si ritrova su un' area abbastanza estesa 
della Sicilia, ed in terreni di origine affatto differente. 

Bryophila amoenissima (7iova species). 

(Tav. I. fig. 14-15) 

Colore cinereo glaucescente non vìridimixto, fascia media lata, intense 
nigricante, non brunea, interdum squamulis glaucescentibus sparsa. 

Le ali anteriori hanno la forma e la squadratura della Br. r avida 
Hb. sebbene sieno alquanto più allungate. 

Il loro colore è cenerognolo glauscente, non verde coaie nella erep- 
tricula Tr. e nella algae F. 

Una larga fascia mediana più o meno intensamente nera , non 
brunuea, talora spolverata di squamule glaucescenti , attraversa tutta 
l'ala superiore dalla costa al margine interno. 

Questa fascia è prossimalmente conterminata da una linea nera, che 
forma due piccoli archi aperti verso la base dell'ala, e riuniti in un breve 
stelo comune sulla costa mediana, prolungandosi poi con un breve tratto 
nero nel campo basale glaucescente , suffuso di qualche punteggiatura 
nera. La linea distale della fascia suddetta è costituita dalla antemar- 
ginale nera, la quale, partendo dalla costa poco prima dell'apice fa dap- 
prima un risalto rientrante, poi una curva saliente distalmente, indi di 
nuovo una rientranza verso il margine interno. 



(1) Natur. Sic. 1907 — Nuove Forme di Lepidotteri, II, pag. 24. 



- §f - 

Rimane cosi un campo aiitemarginaie glaucescente cosparso di al- 
cuni punti neri disposti quasi a formare una linea marginale, campo 
più largo, che non sia nella algae F. la corrispondente area verde an 
temarginale. 

Nello spazio basale, glaucescente, è da notare anche una linea ba- 
silare nera ondulata — qualche volta interrotta — più carica di colore 
verso il margine interno. 

La macchia vascolare e la reniforme non si rilevano negli esem- 
plari che hanno la fascia nera più oscura. 

In quelli dove il nero è meno intenso, e le squamule glauche spol- 
verano questa fascia, oltre la vascolare e la reniforme si nota anche la 
macchia obeliscata, che è limitata al disopra da un tratto nero termi- 
nante in quello, che riunisce fra di loro i due piccoli archi della ex- 
trabasilare. 

La reniforme è in questi casi larga, a doppia filettatura sottile, nera 
prossimalmente. La vascolare non è rotonda, ma ovoidale, allungata 
verso la costa, contornata da un sottile filo nero ben distinto: essa reca 
un piccolissimo punto nero nel mezzo. 

Negli esemplari a fiiscia meno oscura (fig. 14) tra la vascolare e 
la reniforme si può riscontrare più o meno allungato un cuneo di 
squamule del colore glauco del fondo. 

Lungo la costa degli esemplari chiari si notano due o più macchiet- 
tine nere unguicolate. 

La linea marginale è punteggiata, nera. Le frangio sono grigie. 

Ali posteriori bruno sericeo in alcuni esemplari con un accenno ad 
una sottile riga antemarginale brunescente. 

Testa, palpi , torace e scapole del colore grigio glaucescente del 
fondo, commisto a qualche punteggiatura nera, occhi nudi neri, antenne 
lutescenti, filiformi, alquanto più rinforzate alla base. 

Addome biancastro, sericeo, con i soliti ciuffi neri dorsali. 

Di sotto le quattro ali sono bianco-sericee. Le superiori sembrano 
più oscure perchè vi traspare l'ombreggiatura del di sopra. 

Gambe e tarsi unicolori biancastri, come l'addome. 

Questa specie si distingue dalle sue congeneri anzitutto pel suo co- 
lore delicatissimo, poi per la sua statura, cosicché non si può riportarla 
ad alcuna delle specie finora conosciute. 

Negli esemplari più chiari essa ricorda un po' pel colore, non pel 
taglio delle ali, la Br. umoioii Ev. ma ha le ali inferiori non segnate 
come questa specie. 



- 88 — 

Raccolta nella prima settitnana di agosto del 1908 nell'alto Appen- 
nino abruzzese (Monte Majella) dal sig. Francesco Dannehl. 
Collez. Turati 15 esemplari. 

Hadena monoglypha Hufn. 

(3 nuove subspecie insulari mediterranee) 

a) monoglypha sardoa Trti. 

(Tav. VI, fig. 4, 5, 6) 

Obscurior; lineis ondulaiis conspicuis late signatis; 
fascia media bi'unnea intensissima. 

5 esemplari presi dal Dr. W. Gieseking in Sardegna nei pressi di 
Macomer a fine giugno 1907, ed una 9, un po' più piccola (fig. 6), colla 
macchia trapezoide terminante più stretta nel margine interno, presa 
sul monte Limbara in provincia di Sassari in principio di luglio dello 
stesso anno, presentano la caratteristica di una variegatura oltremodo 
marcata nel loro colore. 

Un po' più piccoli della forma continentale, hanno un colorito bruno 
molto più vivace del tipo di Hufnagel ; le macchie bene spiccanti nel 
campo trapezoidale oscurissimo , limitato da una parte e dall'altra da 
linee ondulate molto più chiare e più larghe che non nella forma 
principale. 

Collez. Turati 2 J'cf 4 Qg. 

b) monoglyphacorsica Trti 

(Tav. VI, fig. 7-8) 

Minor glaucescente, signaturis dilutioribus. 

In Corsica la monoglypha Hufa, subisce un'altra modificazione. Essa 
vi compare sotto la forma di una razza locale degna di essere notata; 
perchè pur avendo una lontana affinità colla sardoa Trti, per l' inten- 
sità della colorazione, tuttavia il tono del fondo è in essa glaucescente 
non terreo. Le sue righe ondulate sono più strette, più diluite, e le mac- 
chie meno appariscenti che nella sardoa Trti. 

Disotto grigio oscuro, fumoso, e non bruniccio chiaro, colle solite 
striature. 



— 89 — 

E stata raccolta dal s\g. Alberto Faller a Vizzavona in principio di 
Agosto del 1907 collezione Turati : 2 d" Q- 

e) monoglypha-sicula Trti 

(Tav. VI, fig. 2-3) 
Dilutior, maculis et signaturis obsoletis. 

La terza isola del Tirreno ci reca la terza forma, assai curiosa per 
la somiglianza che essa ha in alcuni esemplari colle lithoxylea F. (ta- 
vola VI, fig. 9). Se non avesse il colore più oscuro, e la lineetta basale 
bruna al margine interno, sarebbe quasi da ritenerla una forma di tran- 
sito a questa. 

La skula Trti, in confronto della monoglypha Hfn, tipica, ha la mac- 
chia reniforme quasi obliterata, la vascolare minima e stretta; nessun 
accenno a fascia trapezoidale oscura; le righe ondulate quasi scomparse 
e confuse col colore bruno pallido del fondo. 

Essa fu trovata soltanto alla Sciacca della Busambra , al di.sopra 
della Ficuzza a circa 1200 metri di altezza, dal sig. Geo. C. Kriiger nella 
prima .settimana di giugno del 1906. 

Collez. Turati 6 es., 2 cTcf 4 Qy. 

La numerazione della tavola VI è errata, e va cosi corretta : 

N. 1. monoglypha Hufn. 
» 2. 3. — sicula Trti. 
» 4. — 6 — sardoa Trti. 
» 7. 8. — • Corsica Trti. 

Ammoconìa senex typhoea (nova subspecies) 

(Tav. V, fig. 9) 

Alis ohscure cinerascescentihus, signaturis non dilute brunneis sed nigerrimis 
— alis posticis ad marginem nigro adflatis 

Il sig. Geo C. Kriiger prese nel torrente di Zafferana Etnea al lu- 
me dell'acetilene tre esemplari, uno in novembre del 1907, due nello 
stesso mese del 1908 — di questa nuova forma, che rivela una volta di 
più pel suo colorito nero-carbone l'origine vulcanica del terreno, che la 
produce. Essa è del tipo peculiare alla fauna circum-etnea , già da me 
fatto notare nelle mie Nuoce Forme II (1). 



(1) Naturalista sicil. 1, 1907— Nuove riforme di Lepidotteri IT png.9. 
U Nat. Sic. Aquo XXI -Nuova Serie, Voi. I. 12 



- 9() - 

Non occorre per essa altra descrizione che il dire, che è perfetta- 
mente simile nei disegni alla se}iex H. G., (Tav. V, fig. 8) che si riscontra 
anche nell'ovest di Sicilia , in terreni giurassici o calcari^ alla Ficuzza, 
— ma ha il colorito del fondo invece che grigio-perla , di un color ce- 
nere oscuro leggermente violaceo, e le macchie ed i disegni invece che 
bruno-dilavati, di color nero carbone. 

Le ali posteriori hanno lungo il loro margine esterno una densa 
sfumatura fumosa. 

Collez. Turati, 3 gTc/". 

Epunda lichenea Hb 

Il Catalogo di Curò dice , che il tipo di questa specie « è proprio 
dell'Inghilterra meridionale, Andalusia e Francia mer. e occ. probabil- 
mente s'incontrerà anche nel Nizzardo ecc. — apparisce in giugno e il bruco 
si pasce della Silene 7iocturna», 

Poi una nota inedita nelle aggiunte che egli aveva preparato per la 
riedizione dice : « In Sicilia ne raccolse un esemplare tipico il sig. Ragusa ». 
Infatti trovo nel catalogo di Lepidotter. di Sicilia dell'amico Ragusa, se- 
gnate come specie siciliane tanto la Epunda lichenea Hb. quanto la viridi 
cinda Frr. Ora io mi permetto di dubitare sulla forma tipica della Sici- 
lia, poiché tutti gli esemplari recatimi in vari anni dal sig. Kriiger ed 
altri allevati da bruchi da me presi in febbraio al Monte Cuccio nasco- 
sti nei gambi tra foglia e foglia della Ferula comune , erano apparte- 
nenti alla forma viridicincta Frr. propria della Sicilia, e come tale an- 
che indicata dal Catalogo Staudinger Rebel 1901. 

L'altra forma siciliana è la aetnea Trti., che è propria del territorio 
circumetneo in terreni di natura vulcanici. 

La viridicincta Frr. è stata presa anche a Cerchio (Abruzzo) dal 
barone Antonio D'Amore Fracassi. Quanto alla lichenea Hb. vera, che 
è oscura di colore , con qualche macchietta gialla a modo delle Polie, 
essa è stata presa per la prima volta in Italia dal Dott. W. Gieseking 
sui monti al disopra di Pigna il 2 ottobre 1908. 

Deve essere sfuggito per errore al Curò il dire, che questa specie 
apparisce in giugno , poiché le farfalle di questa famiglia appariscono 
di solito in autunno. 



— 91 



Polia flavicinctaenceladaea Trti (nova mbspecks) 

(Tav. V. p. lB-14) 
Nigrescenli grisea; — signaturis obsciirissiinis — scarse flavo notata. 

Anche questa forma dell' Etna , raccolta in alquanti esemplari dal 
sig. Krilger all'acetilene nei mesi di ottobre e novembre del 1907 e 1908 
a Zatterana Etnea (Prov. di Catania) forma il parallelo colla Ammoconia 
senex typhcea Trti per rapporto alla Polia flavicincta F. , specie questa 
molto variabile per sé stessa da località a località. Ma la costanza del 
tipo nella regione in cui questa forma fu trovata mi consiglia a descri- 
verla come una razza locale nuova, degna di essere registrata. 

Presento a tav. V , fig. 10 un esemplare della flavicincta F. di St. 
Goorshausen, valle del Reno che si può ritenere vicinissimo alla forma 
tipica di Fabricius, figurata da Hiibner al N. 46. 

La fig. 11 della mia tav. V è la forma del terreno calcare o giu- 
rassico della Sicilia settentrionale occidentale, e corrisponde alla forma 
calvescens B^ come la descrive anche Gueuée (Noct. II, p. 40). 

Essa è molto più chiara nel fondo delle ali , e nelle sue macchie 
glaucescenti, che non la flavicincta F. Rassomiglia nel colorito alla rufo- 
citicta H. G., dalla quale differisce, oltreché per la statura, per la dispo- 
sizione delle macchie, nonché per l'ombreggiatura dell'ala inferiore. 

La forma meridionalìs B. citata dal Failla e dal Ragusa come forma- 
siciliana, ha un colore grigio-cenere oscuro nel maschio, grigio nero nella 
femmina, ma ha pure «: il colore aranciato anche più intenso» che non 
nella flavicincta F. , come dice Guenée (Noct. II , pag. 40). Essa è una 
forma intermedia fra la flavicincta F. e la enceladaea Trti. Il tipo che ne 
presento a tav. V, fig. 12, proveniente da Oporto, è uno degli individui 
più marcati, largamente segnati di arancione. 

Nella enceladcea Trti invece l' arancione è pallido e quasi nascosto 
sotto le squamule nere. Il colore del fondo é di un grigio ferro oscuris- 
simo, ed i disegni oscuri sono marcati in color nero-carbone. 

Anche le ali inferiori hanno tutti i disegni e le righe molto più 
fortemente marcati in nero-carbone. 



— 92 — 
Polia flavicincta-sublutea Trti {nova subspecies) 

(Tav. V, fig. 15-16) 
Colore lutescenti — griseo, flavo insperso; signaturis hrunneis. 

Questa razza d'Algeria correva sotto il nome di calvescens B. Come 
si vede dalle figure che presento , essa noD. ha nulla a ohe fare con la 
calvescens B, come è descritta da Boisduval e da Guenèe, e come la si 
riscontra del resto in Sicilia (tav. V, fig. 11). Essa ha per traitd'union 
colla flamcincta F. , la meridionalis B. che forma il passaggio dall' una 
all'altra razza, col suo colore vivo aranciato. 

Ne ho in raccolta alcuni esemplari ricevuti dalla casa Staudinger- 
Bang Haas sotto la indicazione di flavicincta var. , e corrispondono ad 
altri esemplari avuti dal commercio, per quanto leggermente un po' più 
oscuri, sotto il nome di calvescens B. 

Alla sublutea Trti devono essere ascritti tutti quegli individui col 
fondo dell'ala di colore uniforme luteo, sul quale campeggiano i soliti 
disegni e le macchie di colore grigio bruno , ma cavano distintamente 
in giallo arancio le altre macchiette , disposte come d' ordinario nella 
forma specifica principale. 

Del resto ben a ragione mi scriveva ultimamente il sig. R. Pungeler 
che la colorazione della flavicincta F. si regolava effettivamente a se- 
conda del colore delle roccie nei posti dove essa vola. Il nome di meri- 
dìonalis B. per gli individui oscuri può condurre in errore , poiché an- 
che nel Sud essa compare solo in date località, mentre in altre località 
meridionali compaiono anche individui chiari. 

Ritengo dunque sia bene aver definito le varie razze locali di que- 
sta specie, che si distinguono pel loro abito speciale. Di queste ne ho 
segnalate tre : la calvescens B., la meridionalis B. e la enceladaea Trti, che 
appartengono alla Sicilia. 

Polia dubia lutescens Trti {forma nova) 
(Tav. V, fig. 37-38) 

Forse ad un incrocio della P. venusta B. colla P. dubia B. si deve 
questa caratterstica forma , che dovrebbe — se non altro — essere una 
mutazione aberrativa della dubia B. 

Essa è stata raccolta in parecchi esemplari insieme al tipo nella 
valle Nervia dal Dott. Qieseking, in fine di settembre e principio di otto- 



— 93 — 

bre negli ama 1907 e 1908. Fu anche allevata ab ovo dallo stesso ento- 
mologo. 

Si avvicina alla forma A, descritta da Guenèe (Noct. II, pag. 41) 
come proveniente dolila Spagna. 

Essa ha il tono di colore giallo-rosato come quello delle venusta B. 
più chiare, lo spazio mediano (ed antemarginale nella 5), come pure le 
macchie costali grigio ferro meno cerulescenti, di quelle degli individui 
più oscuri della forma tipica. 

Le macchie, vascolare e reniforme, ben colorite in giallo rosato. 

Messi a confronto cogli esemplari della forma più oscura (tav. I, 
fig. 35-36), se ne vede a prima vista la diversità. 

Polia canescens Dup. 

(Tav. V, fig. 17 e seguenti) 

Un larghissimo materiale di questa rara ed intricata specie mi è 
stato fornito in questi ultimi tempi dai miei raccoglitori d'Italia in tre 
forme diverse: una di Sicilia del sig. Geo C. Kriiger, una della Riviera 
dal Dott. W. Gieseking , ed una terza dell' Italia centrale (Lazio) dal 
signor F. Dannehl. 

La curiosità di venirne a capo mi ha portato ad approfondirne lo stu- 
dio quanto più possibile ; e con gli esemplari che già avevo nella mia 
collezione, e con quelli che potè largamente fornirmi la casa Staudinger- 
Bang-Haas ho potuto venire alle conclusioni, che ora andrò esponendo. 

Il tipo della specie è stato descritto da Dupouchel nel 1826 (VI, 
tav. 99, fìg. 3 e pag. 422), e da Boisduval (Annal. soc. Linn. VI, 1827 
pag. 113, fig. 3). Esso è anche assai bene riprodotto nella figura 466 di 
Herrich-Schaffer. Guenée (Noct. II, pag. 35) riconoscendo le tre forme 
diverse, che ne furono fatte fuori, stabilisce addirittura la canescens Dup 
tipica come « la più pallida delle tre ». Egli dice : « le ali superiori sono 
quasi bianche, poco nebulose, con le tre righe principali più distinte, 
la ondulata sempre ridotta a dei punti , almeno a partire dalla cellula 
fino al bordo interno: i punti terminali ben distinti ». 

Le ali inferiori sono di un bel bianco , qualche volta leggermente 
spolverato di grigio « sulle nervature » . 

È questa la forma ch'egli ascrive alla Francia centrale; essa corri- 
sponde perfettamente agli esemplari raccolti dal sig. Dannehl nel Lazio, 
sui colli di Tivoli, alla fine di Settembre 1908. Anche la ? in questa for- 
ma è sinjillima al d", salvo le ali inferiori, come al solito, largamente 
nereggianti dal margine verso l'interno (tav. V, fig. 17-18). 



— 94 — 

La forma della Sicilia, recatami dalla Ficuzza del sig. Geo C. Krii- 
ger corrisponde a quella figurata da Hiìbner-Geyer ai numeri 787 e 788, 
sotto il nome di vai: pumicosa H. G., e che Guenée (!. e.) cosi descrive: 
«più grigia, più spolverata d'atomi olivastri nei quali si sperdono tutte 
le lince. Tinta giallastra più marcata sul disco ». (Tav. V, fig. 19, 21). 

Egli la crede una forma intermedia fra le canescens Dup. tipica e 
la var. aspTiodeli Rbr. Staudinger nel suo catalogo 1901 non ha creduto 
di tener in piedi questa forma , pur ben distinta dalla canescens Dup.' 
e l'ha riunita come sinonimo con questa. 

Ma essa è bene una razza diversa , una speciale forma locale, che 
merita di essere mantenuta col suo nome particolare. In essa le 3Q sono, 
anche nell'ala superiore, ordinariamente più oscure dei cfcf, a tal punto 
che io l'ho confusa l'anno scorso colla dubia B. affermando che questa 
specie si trovi in Sicilia, ciò che probabilmente non è. 

La forma asphodeli Rbr. (tav. V, flg. 22, 23) è una forma oscuris- 
sima, quasi fuligginosa, propria della Corsica, ed ha anche nel cT le ali 
inferiori oscure : meriterebbe forse per questo di essere ritenuta una 
specie a sé, se — come osserva Guenèe — la descrizione del bruco fornita 
da Rambur, non s'accordasse perfettamente con quella dei bruchi della 
canescens B. da lui raccolti. 

La vera asphodeli Rbr. è rarissima nelle collezioni. 

Ne circolano di false, 0. meglio di altre forme parellele provenienti 
d'altre località. 

Ragusa nel suo Catalogo del Lepidotteri di Sicilia indica come ap- 
partenenti alla var. asphodeli Rbr. alcuni individui della sua raccolta, 
presi in Sicilia. 

Non sono in grado di contestare questa affermazione dell'amico, poiché 
non ho sotto gli occhi i suoi esemplari; però, per induzione dalla serie 
di individui di Sicilia portatimi dal signor Kruger si potrebbe ritenere, che 
anche gii esemplari della collezione Ragusa sieno individui appartenenti 
alla razza siciliana specialmente oscura nelle v9, che non è la asphodeli 
Rbr,. ma la forma pumicosa H. G. 

Una nuova forma orientale proveniente da due diverse località della 
Costa Eusina, che ho avuto dalla Crimea e da Amasia va pure tenuta 
distinta. Io la chiamerò asphodelioides. (Tav. V, fig. 24;, 25) perché finora 
era stata confusa, e messa in commercio dalla Casa Staudinger Bang- 
Haas col nome di asphodeli Rbr. 

Con questa non ha di comune che la fascia centrale un po' più 
oscura del tipo, come la si nota anche in qualche esemplare della pu- 
micosa H. G. 



— 95 — 

Essa ha im fondo grigio - fumoso tendente al violaceo, ed ha leali 
di sotto bianche nel cT come nella canescens Dup. tipica. 

Gli esemplari di Palestina (Tav. V. p. 26 un po' troppo carica, e 
27) formano un altro gruppo che può collegarsi colla razza del Por- 
togallo (tav. V, fig. 30, 31) d'Oporto, e con quella della Liguria occid. 
(Tav. V, fig. 28, 29, 32), di Venti miglia e Valle Nervia. 

Dal più al meno gli individui di queste provenienze hanno tutti 
una tinteggiatura calda, rosata), come si osserva noiVAgrotis candelarum 
Stgr. nella Toeniocampa rorida H. S. e più di tutti nella Glottula encau- 
sta Hb. 

Le QQ hanno qualche volta il fondo del colore un po' più oscuro, 
come in qualche esemplare di Liguria (Tav. V, fig. 32) e di Oport. 
(Tav. V, fig. 31). 

Questa forma io vorrei chiamarla calida. 

A Tav. V. fig. 29 , presento un esemplare di questa nuova forma 
calida Trti. proveniente dalla Vcdla Nervia specialmente interessante pel 
suo colore e per i suoi disegni. Io l'ho figurato apposta accanto ad un 
esemplare dei più chiari di P. venusta B (Tav. V , fig. 33) perchè ad 
essa si concatena, quasi come un passaggio fra le due specie. A meno 
che non si voglia ritenerlo come il risultato di una ibridazione fra la 
P. canescens Dup. e la P. venusta B., che si trovano entrambe nella me- 
desima stagione anche insieme alla dulia B. nella Riviera ligure occi- 
dentale. 

Il Dr. W. Gieseking mi ha assicurato di aver trovato la notte pa- 
recchie volte sulle punte dei Pinus lialepensis accoppiata la duMa B. con 
la canescens Dup , mandandomi cosi come cg di dubia B. esemplari che 
ora riconosco appartenere alla canescens - calida Trti. 

Potrebbe quindi essere possibile anche l'incrocio fra la P. canescens 
Dup. e la venusta B. 

Dasypolia templi— variegata Trti. 

(Foì-ma nova) 

(Tav. V, fig. 6, 7). 

Lineis undulatis non luteis sed intense nigrosignatis. 

Due esemplari cf e 2 fornitimi dal signor A. Bang. - Haas pro- 
venienti da Riga, insieme ad altri esemplari tipici della medesima lo- 
calità. Il signor A. Bang. - Haas pregandomi di prendere in esame questa 



— 96 — 

forma da lui ritenuta nuova, me la indica%'a come II generazione delle 
templi Thbg. Lascio a lui la responsabilità di questa affermazione, perchè 
nessuna sufficiente indicazione di data od altro mi permette di confer- 
mare questa notizia, tanto più che dai dettagli forniti da Milliére (Icon. 
II, pag. 352) sulla metamorfosi di questa specie, si dovrebbe ritenere ' 
che, il suo sviluppo, occupando una annata^ non rimarrebbe tempo ad 
un'altra apparizione fosse questa accelerata o ritardata. Inclino piuttosto 
a crederla una mutazione per causa di freddo. 

La figura di templi Thbg data da Hiibner, anche a detta di Herrich 
Schaeffer è irreconoseibile. Quest' ultimo al N. 454 del Supplemento e 
Minière (Icon. II, Tav. 87) ne danno invece due buone figure, ma le 
linee— per necessità grafiche — sono più fortemente marcate in i^runo che 
non nel vero. Inflitti nella descrizione che della templi Thbg. dà lo 
Herrich Schàffer si legge (1) « tutti i disegni distinti , ma non marca- 
tamente néri ». 

Ciò si rileva invece nella nuova forma variegata Trti , che ha ap- 
punto tutti i disegni e le righe delle ali, più ancora nella Q che nel cf, 
neri d'inchiostro, leggermente glaucescenti. La fig. 6 a Tav. V, è un po' 
troppo brunescente. 

Essa differisce cosi in modo ben appariscente dagli esemplari d'In 
ghilterra, e dagli altri dell'Estonia, nei quali le righe appena campeg- 
giano sul fondo luteo quasi uniforme delle ali. 

A dar maggior risalto alla variegatura di questa forma contribui- 
scono anche le due macchie delle ali superiori : la vascolare per quanto 
piccola vi è ben marcata come un puntino biancastro ; la reniforme 
stretta, allungata è chiara. 

CoUez. Turati — 2 esemplari d" e 5 ex Bang - Haas. 

La Dasypolia templi Thbg., (tav. V, fig. 4, 5— forse un po' troppo 
marcate rigatme — ) tipica è stata raccolta in 2 esemplari a fine settembre 
1908 dal signor F. Dannehl sui colli di Tivoli. 

I due esemplari sono passati nella collezione del sig. Sohn-Rethel. 

Non ne trovo menzione prima d'ora come specie italiana. 



(1) « Alle Zeichnuiigen deuilich, aber nicht acli.irf sohwarz » Pag. 265, Voi. II della 
Syst. Bearb. Schaiett. Europ. 



— 97 — 
Dasypolia bang— haasi Trti (nova species). 

(Tav. V, fig. 1, 2, 3). 

Ohscure olivacea, lutescenti mixta, Ihieis transversis ondulatis obscure brim- 

neis, nigrescentibus. 
Alis iiosticis unicoloribus obscure bru7ineis , lutescenti ciliatìs , àbdomine, 

thoface et capite concoloribus oUvaceis 
Antennis brunneis, e/' pubescentìbus, 2 fiUformibus. 

Differisce dalle templi Thnbg. (tav. V, fig. 4, 5) per la forma del 
taglio dell'ala, per la statura, pel colore. 

Essa è alquanto più grande dei maggiori esemplari della templi 
Thbg. Le sue ali anteriori sono più larghe e quadrate, coperte di squa- 
mule fitte, vellutate, e non ruvide e rare come nella templi Tnbg. ciò 
che non è possibile rilevare dalle figure. 

Il suo colore terreo olivaceo , più o meno misto di giallognolo , è 
uniforme, e più intensamente verdastro che nella forma variegata Trti 
(tav. V, fig. 6, 7) da me più sopra descritta. 

Le due righe transverse sono dentate come nella templi Thnbg ma di 
colore molto più oscuro , quasi nero. La linea antemarginale lunulata 
lutea è più o meno fortemente accusata da individuo ad individuo. 

Frangie doppie, come nella templi Thnbg, ma olivacee nelle prime 
ali, lutescenti nelle seconde. 

La macchia vascolare è quasi impercettibile; la reniforme confusa 
nel colore del fondo qualche volta appare segnata come una macchietta 
allungata, indeterminata, più chiara. 

Le ali inferiori differiscono completamente da quelle della templi 
Thnbg, per la loro tinta unicolore bruna oscurissima, e appena vi tra- 
spare dal di sotto in qualche esemplare la linea arcuata mediana, e la 
piccola lunula discale. 

Testa, torace, addome olivacei, cosi pure le gambe, lanose. 

Antenne nel cT pubescenti, filiformi nella Q. 

Di sotto di un bruno fumoso, un po' più chiaro sempre verso il 
margine interno; più oscuro invece lungo la cellula delle ali superiori, 
che è anche fornita di lunghe squame villose. In qualche esemplare il 
colorito del disotto è un po' più chiaro, tendente al luteo, ma in tutti 
c'è sempre una ombreggiatura oscura verso il margine e l'angolo in- 
terno dell'ala inferiore. 
Il Nat. Sic. Anno XXI — Nuova Serie, Voi. I. 13 



— 98 — 

Le quattro ali portano le solite quattro righe mediane , arcuate, 
brune, e le lunulette ben distinte, brune nei dischi. 

Neil' insieme questa specie dall' aspetto lanoso meno grezzo della 
templi Thnbg, un po' più vellutato , fa l' impressione di un animale di 
stagione fredda, ma tuttavia non di climi nordici od alpini. Essa infatti 
appare dalla metà d'ottobre alla fine di novembre. 

Essa è sempre rarissima, ed isolata tanto che in cinque anni che 
il signor Geo C. Kriiger la raccolse alla lampada d' acetilene alla Fi- 
cuzza , non è riuscito a metterne insieme più di 16 esemplari, di cui 
una sola 9. 

Colezione Turati 12 cf 1 9- 
Collez. Pilngeler 1 cT. 
Collez. Oberthur 1 cT. 

Hydroecia puengeleri Trti {Nova species). 

(Tav. 1, fig. 17, 18). 

Luteo - flava : fascia antemarginali fusco violacea plus minusve signata : 
lineis rubigineis : areis - extrabasali et intercellulari - fusco rubigineis : 
maculis : vasculari distaliter semi aperta fere lunulata - reniformi a 
costis intersecta - cordiformi quadripartita. 

Alis posticis albidis vix fusco notatis. 

Antennis ciliatis crassioribus quam in xanthene, capite , thorace abdomi- 
neque luteis fusco adspersìs. 

Espansione delle ali nel cT da 44 a 58 mm , più grande della xan- 
thenes Germar (tav. I, fig. 16), quasi eguale a quella indicata dalla fi- 
gura di Herrich Schaeffer per la moesiaca H. ^S. (tav. I, fig. 10), più 
piccola della leucographa Bkh. 

Ricorda pel giallo più di tutte la moesiaca, ma la xanthenes Germar 
pel colorito fusco violaceo, più meno marcato a seconda degli esem- 
plari, che si nota nella fascia antemarginale, nel campo extrabasale e 
nell'area intracellulare, fra le due macchie, la vascolare e la reniforme. 

La prima di queste è rotonda ben distinta , giallo - lutea come il 
colore del fondo, aperta distalmente, in alcuni casi sino a sembrare una 
lunuletta. 

La seconda va confusa un po' col colore del fondo, ed è come nella 
leucographa Bkh — intersecata da tutte le coste marcate in ruggine, che 



— 99 — 

si staccano dalla chiusura della cellula. La macchia giallo lutea quasi 
cordiforme, che sta ben distinta al di fuori della fascia fusco violacea 
estrabasale, è quadripartita come nella leucograpTia Bkh. 

Tutte le righe sono fusco rugginose : frangie -ondulate. 

Elga marginale, come un filo rugginoso distinto. 

La linea ondulata, che precede distalmente la fascia fusco - violacea 
è molto più accentuata nei suoi risalti sulle coste e nelle sue insena- 
ture negli spazi intercostali, che non nella xanthenes Gerraar e nella 
moesiaca H. S. 

Due righe prossimali a questa fascia fusco - violacea sono ben di- 
stinte ; esse non esistono quasi nella xanthenes Gerra. e stanno un po' 
più allargate fra loro nella moesiaca H. S. a nella leucographa Bkh. 

Il campo antemarginale, sopratutto verso l'apice è nella puengeleri 
Trti giallo come nella moesiaca H. S., mentre esso è infuscato tanto nella 
xanthenes Gerni. quanto nella leucographa Bkh. 

Ali inferiori biancastre, in qualche esemplare cosparse di ombreg- 
giature oscure nello spazio antemarginale e sulle intersezioni delle coste. 

Testa, torace ed addome giallo lutei, cosparsi di squamule fusco- 
violacee. 

Antenne ciliate, alquanto più robuste che nella xanthenes German. 

Il disotto delle quattro ali è giallognolo, chiaro, sericeo, colle frangie 
oscure, ed una caratteristica macchia costale subapicale rugginosa larga 
alla base, scendente a terminare quasi a vertice di triangolo. 

Al margine costale delle quattro ali una spolveratura giallo-ruggi- 
nosa. Nessun segno in chiusura di cellula: accennata appena verso il 
margine esterno la riga mediana nelle ali inferiori. 

Nella xanthenes Gerra. invece il colore del disotto delle ali è uni- 
forme oscurissimo, specialmente nelle ali anteriori: nella, moesiaca H.^. 
essa è chiarissima colle vene lanose un po' marcate in bruno, e la chiu- 
sura della cellula segnata in forma di lunuletta oscura; vi è inoltre una 
macchia bruniccia al margine superiore delle ali inferiori. 

Nella leucographa Bkh-, il colore del disotto delle ali , tranne uno 
spazio discale chiaro, è rosso bruno, rugginoso, più specialmente intenso 
lungo le coste ed i margini. 

La Hydroecia puengeleri Trti, è stata trovata per la prima volta al 
Bosco della Ficuzza, in provincia di Palermo, dal signor Geo C. Kriiger 
in tre soli esemplari alquanto usati, ma che malgrado ciò destarono 
subito un dubbio sulla loro identità. 

Negli anni seguenti furono raccolti ancora ad uno ad uno, malgrado 



— 100 - 

le più diligenti ricerche, solo altri 6 esemplari tutti cfcT. Seguendo la 
figura recata dallo Herrich Schaeffer, che è di una Q sapposi poter allora 
ascrivere questi esemplari alla H. moesìaca H. S. 

Il signor Rodolfo Piingeler, al quale sottoposi alcuni esemplari pel 
giudizio è stato sempre perplesso nel pronunciarsi. 

Quest'anno però avendo egli potuto avere dalla Bulgaria una ma- 
gnifica Q della moesiaca H. S., che gentilmente mi prestò per riprodurla 
sulla mia tavola a titolo di comparazione coi miei esemplari di Sicilia, 
venne aach'egli alla conclusione, che la specie scoperta dal sig. Kruger 
era affatto nuova. 

Ed è a lui, che attualmente tiene lo scettro fra i lepidotterologi te- 
deschi, che col massimo piacere ed in segno di gratitudine e di omaggio 
la dedico. 

Devo alla cortesia del signor Max Bartel di aver potuto avere 
sott'occhio anche il (J' della moesiaca H. S. appartenente alla sua col- 
lezione. Esso differisce normalmente dalla Q, per le ali inferiori bian- 
che. La macchia vascolare rotonda con puntino bianco nel centro , la 
reniforme distinta e non confusa, né attraversata dalle coste lo differi- 
scono dalla puengeìeri Trti, e dalla xanthenes Germ. La macchietta cen- 
trale è ovoidale e divisa in quattro, ma è più grande che nell'esemplare 
maggiore della piiengeleri Trti, da me rappresentato. 

Il suo colorito è più oscuro di quello della sua g tra le macchie 
lungo la costa : cosi pure più intensa è la riga submarginale , un po' 
come nella puengeìeri Trti, ma distalmente essa non ha sotto all' apice 
il risalto ad angolo acuto, che è caratteristico nella puengeìeri Trti. 

Se nen avesse le ali di sotto cosi bianche, potrebbe il cT della moe- 
siaca H. S. essere scambiato all'ingrosso con una xanthenes Germ. più 
chiara poco curando la forma delle sue macchie ed il margine distale. 

Io ringrazio tanto il signor Pùngeler quanto il signor Bartel di a- 
vermi dato modo di poter comparare de visu così col o, che colla g 
la mia nuova specie siciliana anche con quella di Bulgaria, che manca 
alla mia raccolta, come manca per la sua estrema rarità in molte delle 
migliori collezioni; e di aver potuto cosi stabilire il diritto di specie alla 
scoperta importante del signor Geo C. Kruger. 

CoUez. Turati 7 cTcT di cui il tipo N. 18, Tav. I. 
CoUez. Pùngeler l ^^ — il tipo N. » 
Collez. Stertz 1 (^. 



- 101 - 
Leucanìa hìspanica-tiburtina Trti (nova forma, Gen. I). 

(Tav. VI, fig. 13). 

Major quarti hispanica Rbr. Alaruni punctis marginalìbus nìgris, paullulum 
magis conspicuis. 

Abdomine et penicillo anali grisescentibus, cruribus villosisshnis griseis, col- 
lare bis griseo cincto. 

Quando il signor Francesco Dannehl mi inviò per l'esame alla fine 
d'aprile 1908 alcuni esemplari di questa heucania da lui appena presi 
sui colli di Tivoli, pur notandoli assai affini alla L. Jmpanica Rbr., che 
tengo in collezione, fui meravigliato dalla intensità del grigio che ne 
ornava il collare ed il pennello anale del cf, ma sopratutto dalla feno- 
minale villosità delle zampe anteriori del cf , coperte come d' una fìtta 
lana grigia, che si protende come uno sliuffo , od un jabot, davanti al 
petto di questi individui : villosità che non recano affatto gli esemplari 
della hispanica Rbr, e che si può spiegare col fatto dell'apparizione di 
questa forma nella stagione ancor fredda dell'anno. 

Il signor Dannehl ne coltivò le uova, e nel mese di settembre ot- 
tenne la seconda generazione, che più corrisponde alla hispanica Rbr 
per quanto sia più viva di colore. 

Essa non ha nei cTc? tutta la villosità di quelli della sua prima ge- 
nerazione. 

Che questa forma di hinpanica Rbr., italiana, in entrambe le genera- 
zioni debba essere ritenuta identica alla forma spagnuola non oso affer- 
marlo, perchè il materiale di hispanica Rbr che mi sta sotto gli occhi non 
è sufficientemente numeroso, e nemmeno oso tenerla separata nella prima 
generazione, tanto più che seguendo il parere di qualche altro lepidot- 
terologo, il signor Dannehl ha già messo in commercio la sua seconda 
generazione come hispaoiica Rbr. 

Ad ogni modo sia come razza locale, sia come generazione vernale 
la forma tibiortina Trti è ben degna di essere tenuta in vista. 

Essa si distingue dalla forma, che meglio si attaglia alla descrizione 
di Rambur anche per altri caratteri, oltre quelli testé accennati. 

La tiburtina Trti infatti è sensibilmente più grande e più allungata 
nel taglio delle ali che non la hispanica Rbr. Essa misura nel d' 36 mm. 
nella 9 35 mm. da apice ad apice. 

Nel disegno delle ali segue quello della hispanica Rbr. che è presso 
a poco quello delle specie affini di quel gruppo, la sic%da Stg. sopratutto. 



— 102 — 

Ha la nervatura mediana bianca prolungantesi più sottile oltre la 
cellula fin quasi al margine esterno ; ha il punto nero, discoidale ben 
distinto, ed una striscia bruna molto accentuata al disotto della nerva- 
tura mediana bianca che va dalla base dell' ala fino alla triforcazione 
della detta nervatura oltre la cellula; con un frego bruno nel terzo su- 
periore dell'ala al di fuori della cellula ed al disopra del prolungamento 
della costa mediana. 

La tinta della tiburtìna Trti appare meno uniforme, perchè è ruvi- 
damente cosparsa di moltissimi punti neri, che si dispongono più fitti 
verso il margine, negli interstizi delle coste, le quali risaltano in chiaro 
sul fondo stesso dell'ala. 

Una serie di otto puntini neri minutissimi, ma ben distinti si tro- 
vano negli spazi intercostati del margine dall'angolo interno dell'apice. 

Le ali inferiori sono bianco sericee, tanto nel cf quanto nella Q, e 
portano sul margine esterno una serie di sei puntini neri intercostali dal 
1° al 6° spazio, più cospicui di quelli marginali delle ali superiori. Ad 
essi corrisponde una lieve sfumatura che si diffonde per qualche milli- 
metro verso il mezzo dell'ala, lasciando tuttavia 1' angolo anale e l'ul- 
timo spazio intercostale, che gli sta accanto, completamente bianchi. 

Il colore dell'addome e del collarino è grigiastro, mentre bianchiccio 
è l'addome, e rosato il collarino nella lùspanica Rbr. 

Il pennello anale del cf sviluppatissimo a lunghi ciuffi di setole 
grigio fumose. 

Testa e palpi grisescenti. 

Collarino con due forti semicerchi grigi. 

Zampe anteriori, come si è detto, grigie e coperte di lungliissime 
setole fitte, lanose. 

Antenne nel o" più robuste che nella Mspanica Rbr e filiformi nella Q. 

Di sotto bianco sericeo, con sfumatura rosata nelle ali anteriori for- 
temente spolverate di nero; nelle ali posteriori una forte spolveratura 
nera lungo il margine superiore. 

I punti antemarginali sono ben marcati di sotto tanto nelle ali su- 
periori, quanto nelle ali inferiori. 

Fino a prova contraria non potrebbe essere escluso che entrambe 
le generazioni sieno da considerarsi come una razza speciale propria 
dell'Italia. 

Sia comunque però è degno di nota, che per la prima volta viene 
segnalata questa specie ad arricchire la fauna italiana. 



^ Ì03 — 

Leucania andereggii B. 

Nella copia, che tengo preziosa del Catalogo Curò colie aggiunte 
fatte di suo pugno per una eventuale riedizione, purtroppo non potuta 
compiere, trovo segnato accanto alla nota che riguarda questa specie la 
seguente riga: « essa fu catturata anche nelle Alpi marittime ». 

E opportuno confermare questa notizia, avendo io preso nell'agosto 
dello scorso anno alle Terme di Valdieri in Valle Gesso , e più in su 
al Vallasco, alcuni esemplari di questa specie, che venivano alla lam- 
pada d'acetilene in scarso numero insieme a numerosi esemplari di Leu- 
cania comma L. Tra gli individui raccolti ve ne sono alcuni che pos- 
sono essere riportati alla forma cinls Frr., ed altri alla iorma engadinen- 
sis Mill. 

Grammesia trigammica erubescens Trti. (forma nova). 

Alcuni anni or sono , visitando a Chodau il bravo Luigi Frosch, 
questi ebbe a mostrarmi parecchi esemplari di Grammesia trigrammìca 
Hufn. in cui le righe erano un po' meno accentuate. 

Egli la riteneva una buona varietà e desiderava avessi a descriverla. 

Ma quella forma non rappresentava che uno di quei casi di varia- 
bilità ricorrente ordinariamente nelle specie , senza poterlo attribuire 
a mutazione od a forma speciale di località o di clima. Oggi che mi sta 
dinanzi una serie di esemplari di Sicilia , completamente diversi dalla 
forma tipica nel loro colore rossiccio e non verdognolo, trovo che questi 
possono più giustamente essere riguardati come razza speciale. 

Tutto il resto, tranne che il colore, corrisponde alla forma prin- 
cipale. Essa la sostituisce e la rappresenta in Sicilia, dove fu presa alla 
Ficuzza. 

Caradrina selini-selinoides Bell. 

È citata dal Curò e dallo Staudinger come specie propria , prove- 
niente dalla Corsica, donde il Bellier ebbe i tipi per la sua descrizione. 

Finora non era stata trovata in territorio italiano. Io ne ho presi 
nello scoi'so 1908 alcuni esemplari alle Terme di Valdieri, Valle Gesso 
(Alpi marittime) a 1400 metri circa, la notte all'acetilene dalla fine di 
luglio alla metà di agosto. 



— 104 — 

Riveduto uno di questi esemplari dal sig. Rodolfo Piingeler, che si 
è fatta una specialità di questo interessante e difficilissinao genere, mi 
fu da lui confermato come tale. 

Egli considera questa forma una var. ed ab della selini B, poiché anche 
tra i suoi « allevamenti svizzeri delle selini B. l'ottenne insieme a tutti 
i passaggi. Anche l'esame anatomico di individui della Corsica confermò 
la sua pertinenza alla seliìii B. La sua forma conti'aria , tutta chiara, 
dei terreni calcari è la var. jurassica Mill. » . 

Non avendo preso a Valdieri alcuna selini B. tipica, parrebbe che 
la selinoides Bell, la sostituisca formando più che una mutazione come 
nel caso citato dal Pungeler una vera e propria razza locale: conviene 
dunque ascrivere anche questa forma alla Fauna italiana. 

Taeniocampa rorida H. S. 

Nuova per l'Italia; fu scoperta nell'aprile dello scorso anno dal si- 
gnor Francesco Dannehl, che la prese all'esca sui colli di Tivoli. 

Propria delle regioni orientali essa fu trovata anche in Dalmazia 
e nell'Istria, ed è certo un relictendemito di altre epoche geologiche in 
cui l'Italia non aveva ancora la sua attuale configurazione. 

Iilfatti questo è ora il punto più occidentale in cui sinora si sia 
trovata quella rarissima specie. 

Tra gli esemplari raccolti ve ne sono parecchi che seguendo la pura 
e semplice diagnosi recata dal Catalogo Staudinger Rebel 1901, cioè perchè 
più aspersi di colore rossiccio e più distintamente segnati, potrebbero a- 
scriversi alla sieversi Chr. Ma questa forma armena descritta nel Romanoft 
(tav. 3, fig. 5 del II voi.) su un unico cT è di valore assai dubbio, e ad 
ogni modo non corrisponde completamente agli esemplari afflati di rosso 
raccolti dal signor Dannehl, che sono piuttosto forme più colorite nella 
serie degli individui degradanti sino al color grigio, quasi unito. 

Epimecia ustula Frr. 

Curò nel Saggio di un Catalogo dei lepidotteri italiani indica questa 
specie con un punto interrogativo, perchè ritiene doversi trovare nel 
« Nizzardo, incontrandosi sui colli al di là del Varo in maggio e luglio. » 

Il suo dubbio è ora dissipato: non solo essa si trova nel Nizzardo, 
ma anche entro i confini della Liguria occidentale. 

Il Dr. Gieseking la prese nel mese d'agosto 1907 e poi nel maggio 
1908 al Colle di Tenda e nella Valle della Nervia. 



— 105 — 

Contemporaneamente essa mi venne portata dalla provincia di Roma 
(Tivoli) dal signor F. Dannehl ; e — quello che è sopratutto rimarche- 
vole — fu presa sulla più alta montagna del Lago di Como , la Grigna 
di Mandello, ad una altezza di circa 1600 metri all'acetilene dal signor 
Geo. C, Kriiger il giorno 5 luglio 1908. 

Calophasia ham itera Stgr. 

Il signor Kriiger raccolse questa specie all'Etna. 

Essa non era sinora citata fra i lepidotteri della fauna siciliana, e 
nemmeno è nota dell'Italia continentale. 

Staudinger ne indica come provenienza la Castiglia, e nel suo Ca- 
talogo 1901 pone in dubbio se non sia piuttosto una forma darviniana 
della platyptera Esp. Certamente essa ha la macchia unguicolata al- 
quanto diversa della specie precedente , e reca un colorito molto più 
oscuro. 

Haemerosia renalis Hb. 

Interessante per la fauna italiana è stata la cattura del Comm. 
Fortunato Rostagno, che per la prima volta in Italia segnalò di aver 
preso ad Oricela (Prov. di Roma) al confine dell'Abruzzo, all' acetilene 
alcuni esemplari di questa rara e graziosissima specie. 

Anche il signor Dannehl la trovò rarissima sui colli di Tivoli, e 
di Subiaco. 

Plusia circumflexa L. 

Per la prima volta ne è stato preso lo scorso anno un esemplare 
in giugno alla Busambra (Sicilia). Non solo essa non era mai stata presa 
prima d'ora nell'isola, ma era stata notata nel territorio europeo finora 
soltanto in Dalmazia, nella Russia meridionale. 

L'esemplare concorda perfettamente con quelli della mia collezione 
provenienti dall'Asia minore e dalla Palestina. 

La sua grande somiglianza colla più comune delle noctue la Plusia 
gamma ha certamente fatto si; che fosse stata con quella sempre con- 
fusa, e sdegnata nelle caccie notturne, quando a centinaja arrivano sulla 
tela le gamma, inesorabilmente rifiutate, nella fretta del lavoro di cer- 
nita delle specie più rare. 

Il Nat. Sic. Anno XXI-Nuova Serie, Voi. I. 14 



— 106 — 

Egli è probabilmente cosi, che non fu prima avvertita, per quanto 
rara essa debba essere tuttavia. 

Anaitis lithoxylata Hb. 

È una delle specie messe in dubbio dal Curò come italiane. In una 
postilla inedita scritta da lui a mano a pag. 46 del suo Saggio di un Ca- 
talogo — parte IV Geometraeae— egli aveva aggiunto per una eventuale 
futura edizione : « da Millière raccolta nelle Alpi marittime a S. Martino 
Lantosca ». 

10 la trovai al di qua di S. Martino Lantosca sul versante italiano. 
Poco al disopra delle Terme di Valdieri a 1600 metri ho raccolto l'anno 
scorso alle falde del Monte San Giovanni una trentina di esemplari di 
questa rara specie, dal principio alla metà di agosto, scuotendo in pieno 
giorno i cespi d'erba più folti di quei magri prati alpini, sempre rarissima 
a non più di sette od otto esemplari per giorno. 

11 Dott. Gieseking me ne mandò pure un esemplare da lui raccolto 
nel 1907 sui monti al disopra dal colle di Tenda. 

Si vede dunque che questa specie è propria delle nostre Alpi Ma- 
rittime, e va quindi annoverata nella fauna italiana. 

Larentia disjunctaria-scoriaria Trti {ìiona subspecies) 

(Tav. VII, fig. 34-41) 

È questa una delle specie meno conosciute e più intricate per le 
molteplici sue generazioni, che si susseguono quasi tutto l'anno con due 
forme : l'una primaverile, che va da gennajo fino alla fine di giugno a 
seconda delle altitudini e delle circostanze annuali di stagione, la seconda 
da luglio a novembre. 

La Harpe che pel primo l'ha descritta, nel 1860 ne notò la grande 
variabilità. Ma non solo essa varia di intensità di colore ed in certo qual 
modo anche di disegno dui-ante le stagioni dell'annata, ma in Sicilia essa 
varia anche a cagione del terreno. 

Infatti noi ve ne abbiamo trovato due razze ben distinte. L' una 
delle regioni di formazione calcare o giurassica, l'altra della zona vulca- 
nica circumetnea. 

Mentre alla Ficuzza, e sul monte Busambra abbiamo la forma a fondo 
biancastro grigio chiaro, a Nicolosi nei terreni vulcanici abbiamo quella 
a fondo nerastro, grigio oscurissimo, come abbiamo del resto già visto 
in altre specie di lepidotteri. 



— lOt — 

Dalla serie di esemplari che presento riprodotti sulla tavola VII, 
ognuno si può fare un'idea della grande variabilità della specie, e della 
differenza costantemente parallela fra le due razze nelle loro diverse 
generazioni. Esse infatti si corrispondono per la intensità dei disegni nelle 
rispettive generazioni, più chiare, più grandi in primavera, più piccole, 
più dense di colore nelle apparizioni estive ed autunnali. 

La forma locale dell'Etna nella sua seconda generazione , (tav. VI 
fig. 38-41) se non fosse pel colorito nero, color carbone, e non brunne- 
scente, potrebbe nei disegni delle fascie e delle righe esser riportata alla 
forma di Spagna descritta dal Rarabur sotto il nome di iberaria il d" e 
grypliodeata la Q ai N. 5 e 6 della tav. XXII del suo Catalogo dei Lepi- 
dotteri di Andalusia. 

Come è degna di figurare questa iberaria Rbr sotto il nome di razza 
locale della disjunctaria Lah, altrettanto deve essere presa in considera- 
zione la sotto specie che troviamo all'Etna. 

Il sig. Rodolfo Piingeler ha potuto allevai'e da uova mandategli dal 
sig. Geo C. Krilger deposte da 2Q della generazione di primavera del- 
l'Etna (Nicolosi) (tav. VI fig. 34-37) dapprima una generazione d'ottobre 
più piccola di statura e più oscura di colorito. 

Il sig. Piingeler tentò di continuarne l'allevamento, ma non vi riu 
sci che in parte poiché , come egli mi scrive , « apparvero dal giugno 
all'agosto 1908 soltanto alcuni esemplari, i quali corrispondono agli indi- 
vidui della generazione autunnale , e non alla forma più grande della 
generazione primaverile». 

Come si vede, per quali circostanze non saprei ora dire, è stato quindi 
saltato lo schiudimento di primavera. Gentilmente il sig. Piingeler volle 
offrirmi una coppia di questo allevamento (tav. VI, fig. 40) estivo, e da 
questa posso appunto rilevare , come corrisponda ad alcuni esemplari 
etnei presi in libertà a Nicolosi nella seconda metà dell'annata (tav. VI, 
fig. 39 41). 

L'illustre entomologo di Aquisgrana sarebbe portato a vedere in que- 
sta forma la Larentia oxyhiata Mill. Altri già prima , scambiando forse 
gli esemplari a fascia mediana nera compatta della L. disjunctaria Lah 
colla oxylìata Mill ha forse attribuito alla Sicilia questa specie della 
Francia meridionale orientale e della nostra Liguria occidentale. 

La disjunctaria Lah ha di comune colla oxybiata Mill le antenne 
del (^ , che sono pettinate , carattere che ha fatto distinguere questa 
specie della gallata Hb , e che perciò dovrebbe farla portare nel Cata- 



- 1Ó3 — 

logo accanto alla disjunctaria Lab ;, e ben lungi dal gruppo della ga- 
llata Hb, rivata Hb, sodata Bkh ecc. ad antenne liscie, o appena pube- 
scenti. 

II dispositivo del colore però tra oxyhiata Mill e disjunctaria Lab mi 
sembra diverso. Io non ho mai visto in natura altro che un esemplare di 
oxybiata Mill preso dal Dott. Gieselsing in settembre del 1908 sui monti 
di Pigna (Valle Nervia), e che perciò dà luogo all'iscrizione della spe- 
cie nella ftiuna italiana continentale, ritenendo io dubbia la designazione 
di Sicilia. Questo esemplare cT che ho la fortuna di possedere in raccolta 
corrisponde totalmente e perfettamente alla figura 9 della tav. 151 del 
Minière, Icon. voi. III. I caratteri del largo spazio bianco distalmente alla 
fascia mediana, il cui bordo prossimale è quasi dii'itto e non ripiegato, 
a concavità verso la costa, l'ala inferiore per metà di colore oscuro unito, 
carattere portato anche dalle figure delle QQ fornite da Millière alla 
tav. 131, fig. 1 e 2 dello stesso volume non si riscontrano nella galiata 
Hb, e nemmeno negli esemplari di II generazione della disjunctaria, che 
hanno tuttavia il margine prossimale della fascia nera solo leggermente 
arquato verso la costa. In queste due specie il colore del margine di- 
stale non è largamente bianco verso l'angolo interno, ma è variegato 
con molteplici righe , e le ali inferiori sono piene di righette ondulate 
quasi concentriche più o meno distinte, ma non hanno uno spazio me- 
diano grigio oscuro unito come lo ha la oxybiata Mill. 

Millière indicando 1' epoca di apparizione della oxybiata Mill la in- 
dica di luglio e di ottobre, il che corrisponderebbe, è vero, colla seconda 
generazione delle disjunctaria Lab , ma non dice nulla su una genera- 
zione di primavera. Questa esiste nella disjunctaria ed è più grande, più 
dilavata nel disegno e nei colori in entrambe le razze di Sicilia, e non 
c'è dubbio che sia la medesima specie della forma autunnale, dal mo- 
mento che gli esemplari oscuri, ritenuti oxybiata Mill, sono stati allevati 
da madri di quella prima generazione della disjunctaria Lab. 

Il fatto che Millière in due diverse riprese e con tre figure non dà 
alcuna grande differenza tra i suoi individui di oxybiata Mill e l'esem- 
plare di questa preso dal Dr. Gieseking ne è assolutamente eguale, men- 
tre differenze grandissime esistono fra 1' una e 1' altra disjunctaria Lah 
indicano una stabilità di forma nella oxybiata , ed una grande variabi- 
lità nella disjunctaria Lah. 

Vengo dunque a concludere che la II generazione della disjunctaria 
Lah. dell'Etna non mi sembra possa essere ascritta alla oxybiata di Mill. 

Ad ogni modo lasciando impregiudicata la questione se si debba 



— 109 — 

ritenere oxyhiata Mill sinonimo di disjtincf arici Lah., il che per le diffe- 
renze su esposte mi sembra assai dubbio , questa seconda generazione 
dell'Etna costituisce insieme alla sua generazione primaverile una razza 
più oscura, e ben distinta dalle forme del terreno calcare, ed io propongo 
di chiamarla scoriaria Trti dal colore delle scorie del terreno vulcanico 
fra cui essa vive. 

La disjunctaria Lah appare dunque in Sicilia quasi senza interru- 
zione tutto l'anno con due diverse forme locali. 

In entrambe le razze la generazione di primavera, come la troviamo 
anche nella salìcata, è la più grande e meno intensa di colore. 

La disjunctaria Lah e la sua forma scoriaria Trti variano nei loro 
disegni e nelle loro fascie fino al punto da farle ritenere simili alla fluc- 
tuafa L. ed alla oxybiata Mill rispettivamente, ma mantengono tra loro 
il cai'fittere generale imposto loro dalla natura del terreno di cui sono 
il ])rodotto. 

Larentra ibericata Stgr. 

Nuova per l' Italia. Essa fu raccolta dal sig. Geo C Krilger in un 
unico esemplare cf a Zafferana Etnea. Il sig. Rodolfo Pungeler al cui 
compiacente esame la sottoposi vorrebbe ascriverla piuttosto alla ibe- 
ricata Stgr che alla numidiata Stgr , ma dice , di non essere riuscito a 
chiarir bene le differenze fra queste due specie. Riandando però la de- 
scrizione che Staudinger fa delle numidiata Stgr nell'Iris del 1892 trovo 
in fondo a pag. 240 che « questa ibericata Stg ha un colore grigio chiaro 
del fondo afflato di bruno pallido o rossiccio (specialmente negli esemplari 
perfetti), i disegni delle ali sono interamente somiglianti a quelli di nu- 
midiata, solo meno oscuri , specialmente la fascia di mezzo è più chia- 
ra ecc. e conclude : anche prescindendo dalla tutt' altra colorazione 

questa ibericata Stgr fti l'impressione di una specie diversa della numi- 
diata Stg. 

Io non ho sotto gli occhi altro che la figura data da Staudinger della 
numidiata in eliotipia senza colore, e la figura, del resto poco ben riu- 
scita nei disegni della alfacariata Rbr., sinonimo della ibericata Stg, e vor- 
rei ritenere che appunto pel colore generale bruno pallido quasi rossic- 
cio, che presenta l'esemplare del sig. Kruger, il sig. Pungeler abbia ra- 
gione di ritenerla una ibericata Stg piuttosto che una numidiata Stg. Il 
sig. Pungeler mi scrive di aver veduto altri esemplari italiani di questa 
specie messigli dinanzi dal sig. Sohn-Rethel. 



— no — 



Larentia ìncultaria H. S. e lugdunaria H. S. 

Vanno segnalate queste due rare specie fra le nuove per la fauna 
italiana. Infetti entrambe furono da me prese all'acetilene dalla fine di 
luglio alla metà d'agosto 1908 alle terme di Valdieri, in pochissimi esem- 
plari. Indicata dallo Staudinger (cat. 1901 della * Gal. m. et oc», la lug- 
dunaria H. S. vede esteso al versante italiano delle Alpi marittime il 
suo abitato. 

Phibalapteryx lapidata Hb 

Curò la indica senz' altro come italiana, perchè fu trovata nel Niz- 
zardo. Ora venne rinvenuta in territorio propriamente italiano dal Dr. 
W. Gieseking, che ne raccolse una serie di esemplari nel dicembre 1907 
a Grimaldi, nei boschi del promontorio, che si protende in mare al diso- 
pra della dogana italiana, all'estremo limite del confine con la Francia 
verso Mentono. 

Il curioso si è che insieme alla forma principale, identica agli esem- 
plari che ho in raccolta provenienti dall' Estonia , egli trovò anche la 
forma epatica, violacea, a righe e bordi più oscuri, descritta dallo Stau- 
dinger come var. millierata. 

Questa non è dunque una varietà nel vero senso della parola, ma 
una semplice mutazione od aberrazione che si incontra insieme alla for- 
ma principale. 

CoUez. Turati 6 o" e Q lapidata-Za^éc^ato Hb. 

CoUez. Turati 7 e? e 9 \-A]ììdLixia.-millierata Stgr. 

Crocallis tusciaria-gaigerì Stgr. 

Ragusa nel suo Catalogo dei lepidotteri di Sicilia cita la forma tu- 
sciaria Bkh, come raccolta in Sicilia, e pure non esistente nella sua col- 
lezione. Il sig. Geo C. Kriiger ha catturato alla Ficuzza nei mesi di ot- 
tobre e novembre 1907 una serie di esemplari bruni colla fascia mediana 
oscurissima, limitata da ambo le parti da una marginatura giallognola, 
che appartengono alla forma gaigeri Stgr. 

A Ceriana , sui monti al disopra di San Remo il dottor W. Giese- 
king raccolse il 30 ottobre 1908 alcuni esemplari cT e y che devono 
ascriversi alla forma gaigeri Stgr, pur avendo un colorito bruno oscuro 



— Ili — 

più uniforme , cioè colla fascia mediana meno staccata dal fondo , in 
confronto degli esemplari di Sicilia. 

Staudinger cita nel Catalogo 1901 questa forma come abitante an- 
che nell'Italia centrale. 

Crocallis elinguaria L. 

La forma principale l'abbiamo anche di Sicilia , proveniente dalle 
Madonie e dalla Ficuzza , molto variabile nella intensità del colore , e 
l'abbiamo altresì dalle Terme di Valdieri (Alpi Marittime ) dove presi 
insieme ad essa alla fine di luglio 1908 anche la sua mutazione trape- 
zaria B. 

Crocallis dardoinaria Donz. 

Finora non era stata citata come Italiana. Curò la indica del Niz- 
zardo sulla fede del signor Teissière. 

Il D. W. Gieseking la prese a Pigna, in Valle Nervia, ai primi di 
ottobre del 1908, e la allevò alla fine di settembre 1908 da bruchi rac- 
colti nella medesima località. 

Hemerophila abruptaria theobromarla Trti (forma nova) 

(Tav. VI, fig. 42). 

Alìs fere unicolorihus hrimneo - adustatis obscurissimis : lineis et sìgnaturis 
nigris tantum distinguendls , punctis discalibus alarum anticarum 
perspicuis. 

È la forma parallela alla harcinonaria Bell della Hemerophila japy- 
giaria Costa, ed ha l'ala di un bruno di cioccolatte quasi unito, nel quale 
tuttavia si possono distinguere su tutte e quattro le ali le fascio nere 
trasversali antemarginali, limitate prossimalmente dalla riga ondulata di 
color bruno intensissimo; ed i puntini discoidali delle ali anteriori. 

Questa bellissima mutazione, che per analogia alla congenere suc- 
citata dovrebbe in date località rinvenirsi non infrequente, è stata presa 
dal Dottor W. Gieseking a Ceriana, sui monti dietro a San Remo nell'a- 
prile del 1908. 

Collez. Turati : 1 esemplare J". 



1,12 — 



Hemerophila serrarla A. Costa (1). 

(Tav. I, fig. 20, 21). 
(Tav. IV, fig. 9, 10, 11). 

A scopo di ricerche zoologiche il Prof. Achille Costa di Napoli ha 
percorso nel 1876 le Calabrie, e principalmente la catena delle Sile. 

Già nel 1859 egli aveva tentato una prima esplorazione della Sila 
Grande , infestata allora dai briganti , e della Calabria ulteriore colla 
Catena d'Aspromonte che Oronzio Gabriele Costa, suo padre, aveva in- 
nanzi percorso^ illustrandone la fauna (2). 

Della sua seconda spedizione Achille Costa presentò una lunga e 
minuziosa relazione solo cinque anni dopo, cioè nell'adunanza del 14 
maggio 1881 della R. Accademia di Scienze fisiche matematiche di Na- 
poli, pubblicata di poi negli atti della detta Società, voi. IX, 1882. 

Tra le specie di Entomi da lui raccolte, 47 in tutto sono quelle dei 
lepidotteri fra macro e micro; cose le più comuni, che denotano una su- 
perficialità di metodo nelle ricerche, tale da dare un minimo valore alle 
sue esplorazioni. 

Senonchè la combinazione ha voluto, che tra quel modestisfimo bot 
tino, quasi infantile, si trovasse un esemplare di Hemerophila, che il Costa, 
dietro parere, anche del Berce, ritenne nuova, e descrisse come serrarla 
Costa, dal nome della borgata di Serra, nei pressi della quale la catturò. 

Dalla figura, che accompagna la descrizione, ma non le si attaglia, si 
capisce che l'esemplare tipo deve essere stato talmente strapazzato, che 
l'artista ha dovuto alquanto interpretare, lasciando ancora molto a desi- 
derare dal lato della precisione e della finitezza, 

Il disegno va quindi accolto con grande discernimento. 

Però la descrizione data dall' autore è più precisa , ed abbastanza 
bene dettagliata per potervisi raccapezzare. 

Il Costa aveva preso questa specie in un solo esemplare il 6 set- 
tembre 1876 « nelle praterie, che si incontrano tra la Certosa ed il paese 
di Serra » . 



(1) Atti Accad. Napolet. 1881— Voi. IX (1882), pag. 41, fig. 13. 

(2) Fauna d'Aspromonte e sue adiacenze, 1823. Atti della R. Accademia di Scienze. 
Napoli. Voi. IV. 



— 113 — 

L'esemplare tipico passò nel Museo di Napoli. 

Dopo d'allora, che io mi sappia, la specie non fu più altro segna- 
lata. Non fu più ritrovata ?— Forse non fu più nemmeno ricercata. 

Il Catalogo Staudinger— Rebel 1901 l'accoglie col N. 3849 a p. 338, 
preceduta da un segno di interrogazione: evidentemente dubbioso del- 
l'identità della specie , data la sua pessima icone , che non permette 
quasi di formarsi un concetto del genere, a cui la si deve ascrivere. 

Ora dopo tanti anni , che non se ne sapeva più nulla , e pareva 
quasi che fosse l'araba Fenice dei lepidotteri il signor Francesco Dan- 
nehl, il compositore di musica e ben noto collettore di lepidotteri, ha 
preso nel 1907 nei pressi di Genzano , sui colli Albani in provincia di 
Roma una Hemerophila, che io non ho alcun dubbio debba essere a- 
scritta alla serrarla di A. Costa. 

I 18 esemplari raccolti, lo furono cercando di notte colla lanterna 
nei boschi sulle chiazze di licheni dei tronchi d'albero, tra il 23 settembre 
ed il 14 ottobre. 

Mi dicono, che anche il signor Sohn - Rethel, pittore olandese che 
soggiorna annualmente parecchi mesi a Roma, ed è uno dei più appas- 
sionati lepidotterologhi, in una escursione fatta nelle medesime località 
intorno al Lago di Nemi, abbia raccolto altri esemplari di questa He- 
merophila. Il signor Rodolfo Pungeler, dandomi questa notizia, per aver 
veduto gli esemplari del signor Sohn Rethel esprime il dubbio, che ap- 
partengano alla serrarla del Costa, e mi invita di andare a fondo della 
quistione, potendo io aver sottomano più facilmente i documenti e le 
pubblicazioni del Costa stesso. 

Tutti gli esemplari del signor Dannehl, da me acquistati, mi stanno 
ora dinanzi. 

Tra essi ve ne sono parecchi guasti, smunti e slavati. 

Sono questi appunto che non mi hanno lasciato la coscienza di fon- 
dare una nuova specie, perchè mi richiamano la figura del Costa, evi- 
dentemente fatta da un esemplare, cora'essi, guasto. 

Gli esemplari perfetti, specialmente i d"cf, che sono più oscuri delle 
Qs? , col loro colorito bruno bruciato , in contrasto colla figura e colla 
descrizione di Costa, avrebbero tratto in inganno chiunque sulla loro 
probabile identità. 

Ma una volta ammesso, che il tipo di Costa poteva non essere un 
individuo fresco e perfetto, tutto il resto della sua diagnosi può benis- 
simo calzare, senza grandi modificazioni, ma con soli ritocchi per ripre- 
sentare a nuovo le specie. 

Il Nat. Sic. Anno XXI-Nuova Serie, Voi. I. 15 



— 114 — 

Cosi per esempio, invece « H. pallide ochraceo cmerascens argenteo 
micans gparae fusco puntata », ed in Italiano : il colore fondamentale l'è 
di un gialliccio tendente al cenerino, con splendore argentino » io direi cogli 
esemplari freschi alla mano ; pallide ochraceo ciuerascens, argenteo mi- 
cans sparse fusco punctata et fusco undalata praesertim alar, antic. ad 
iasem, et in margine omnium alarum aggiungendo anche in italiano, che 
il colore del fondo è cosparso specialmente alla base delle ali anteriori 
ed ai margini delle quattro ali da una spruzzatura di puntini e spran- 
ghette od ondulazioni bruno - rossiccie, 

Ma per non ripetermi dopo, ecco la descrizione di Costa, colle mie 
aggiunte in carattere corsivo : 

H. serrakia: pallide ochraceo, cinerascens, argenteo micans, sparse 
fusco punctata et fusco undulata , praesertim alarum antic. ad hasem, et 
■in margine omnium alarum; alis margine externo grosse et obscure den- 
tatis; anticis fasciis duabus fuscis, altera valde obliqua latere interno a 
linea nigra valde sinuata, altera basali a linea tenuiore distale nigra di- 
scontinua, cinctis : punctoque discoidali nigro , costae magis quam mar- 
gini postico approximato; fascia externa in alas posticas continuata. 

Latit. alis exp. mm. (50 - 52) 45 - 48 Exp. alae mm. 20 - 23. 

Il colore fondamentale è di un gialliccio tendente al cenerino con 
splendore argentino » spruzzato di punti, di spranghete ed ondulazioni 
iruno rossiccio (1). 

« Le quattro ali hanno il margine esterno profondamente intaccato- 
dentato, i denti primari al numero di sette nelle anteriori, separati da 
seni più ampi ed obliqui, di cinque nelle posteriori separati da seni più 
■profondi. Il terzo (Costa dice il penultimo) dente di queste più sporgente. 
Le ali anteriori hanno una linea delicata, ma molto spiccata, di colore 
nero, la quale partendo dai due terzi esterni del margine posteriore, si 
dirige verso l'angolo anteriore esterno, che non raggiunge, facendo un 
profondo seno, quasi uno scaglione a metà dell'ala, la cui convessità guarda 
il margine estei'no. 

« Tale linea è fiancheggiata da larga fascia più oscura del fondo » 
iruno rossiccia negli esemplari freschi, quasi evanescente negli individui, 
che {come quello del Costa) hanno volato e nelle QQ che hanno un colorito 
generale più pallido. Questa fascia partendo larga di ben 6 mm. dal mar- 
gine interno dell'ala sale rastremandosi in punta verso l'apice, col quale è 
collegata da un breve tratto oscuro, che tion appare in tutti gli esemplari 



(1) Questo dettaglio, accenaato nel testo latino, era stato omesso in italiano. 



— 115 — 

scoloriti, ed il suo limite verso il margine esterno forma varie piccole on- 
dulazioni terminate da un contorno di color bruno oscuro accompagnato al 
di fuori negli esemplari più oscuri da una specie di lumeggiatura chiara, 
grigiastra. « Un'altra linea nera » discontinua, meno accentuata della pre- 
cedente « parte dalla metà della costa, si dirige al quinto interno del 
margine posteriore, formando anch' essa un seno come la precedente. 
Questa linea è parimenti fiancheggiata dalla parte interna da fascia più 
oscura del fondo » , fascia che copre tutta la base dell'ala colle sue ondulazioni 
esprangature brune più fìtte che altrove. « Sul mezzo circa dell' ampiezza 
poco dietro il margine costale, vi è un grosso punto nero. Le ali poste- 
riori hanno la fascia esterna continuazione della corrispondente delle 
anteriori, è parimenti cinta (prossimal mente) da linea nera quasi diretta; 
esternamente la fascia è arcuata, e nel mezzo più ampia, che la omo- 
loga delle ali anteriori ». Anche qui negli esemplari più bruni si nota il 
contorno più osciiro accompagnato dalla lumeggiatura chiara , grigiastra. 
«Hanno inoltre il grosso punto nero discoidale {che non è nemmeno ac- 
cennato nella de fidentissima figura) omologo a quello delle anteriori. La 
pagina inferiore delle quattro ali non presenta alcun disegno ben pro- 
nunciato » , il suo colore è quello generale del fondo, se non che le ali an- 
teriori sono alquanto piìi spolverate di bruno. 

« Le antenne sono ampiamente bipettinate », rastremate alla punta 
nel cf; nella Q sono filiformi. In entrambi i casi sono tanto lunghe, che 
raggiungono colla loro estremità l'altezza del punto nero discoidale. 

Torace del colore oscuro come i disegni delle ali. lesta dello stesso 
colore con occhi nudi nerissimi. Addome e gambe del colore del fondo. 

Il signor Francesco Dannehl riusci ad allevarne il bruco da uova 
deposte in cattività. Riservandosi egli stesso di pubblicarne la descri- 
zione, egli mi ha mandato due bruchi vivi per farli riprodurre in foto- 
grafia. Li riporto oggi in grandezza naturale ed in ingrandimento del 
triplo circa sulla mia tavola IV, ai numeri 9, 10 e 11. 

Selidosema taeniolaria Hb. 

Curò ha una nota inedita aggiunta in penna al margine del suo 
Catalogo, che dice : « ? taeniolaria Hb. — Incontrasi in sett. verso Can- 
nes ecc— potrà quindi forse rinvenirsi anche in Liguria occid. — 11 bruco 
vive in raagg. e giug. sulle ginestre. 

Egli aveva ragione. Il Dottor Gieseking la prese a fine di settembre 
al di sopra di Pigna nella Valle Nervia, 



- 116 — 

La specie è ad ogai modo rarissima, ed in due anni che ne fece 
ricerca il Dottor Gieseking non potè prenderne più di 5 esemplari cfc?. 

Enconista agaritaria Dard. 

È una delle specie, veramente europee, le più rare nelle collezioni. 

Fu originariamente descritta da Dardoin nel 1842 negli Annali della 
società entomologica di Francia , come una Numeria ; e come tale fu 
anche ritenuta da Herrich Schaffer, che ne dà due figure : il cf (N. 44) 
è addirittura irriconoscibile colla sua tinta glauca e le righe troppo mar- 
cate; la y (N. 261), un po' più piccola del vero, un po' meglio riuscita. 
Egli ne dà come patria Marsiglia , seguendo in ciò Dardoin stesso che 
dice questa specie volare su uno dei versamenti della montagna di Nò- 
tre-Dame de la Gai'de. Secondo il suo autore il bruco di questa falenite 
vive su una specie di Ulex, che egli ritiene sia 1' Ulex provincialis. Ma 
il Minière (Icon. II p. 390, tav. 91, f. 6-7) sulla fede dello Standing er, 
che gli aveva mandato un bruco soffiato da riprodurre nella sua opera, 
dice che in Andalusia esso vive « su una grande Ginestra dalla quale lo 
fece più volte cadere». 

Minière, di solito così esatto e preciso, ne dà una figura un po' di- 
lavata di colore ed esagerata nell'importanza della fascia mediana, che 
appena si indovina, e come dice Herrich Schaffer, appena traspare nelle 
sue righe trasversah. 

Egli vorrebbe , che a cagione del bruco , non fosse messa né colle 
Numerie, né colle Enconiste , né colle Scodione , ma piuttosto colle Seli- 
doseme ; in ciò accostandosi a Guenée che dice (Sp. gen. II p. 143) te- 
nere essa » insieme delle Numerie e dalle Selidoseme » . 

Non è qui il caso di ricercarne i caratteri generici. 

Interesserà certo invece, che io dica, come questa curiosa geometrea 
fu ritrovata in Italia sui monti della Liguria occidentale del Dott. W. 
Gieseking che ne prese per la prima volta 3 a^cT nell'ottobi'e 1907 al diso- 
pra di Pigna nella Valle della Nervia. Egli potè raccoglierne 9 cTcT e 
4 QQ nello stesso mese lo scorso anno di notte al chiarore della lam- 
pada d' acetilene , rovistando gli alti cespugli di una Ginestra arborea, 
dove essa stava appoggiata spesso in copula , e sulla quale certamente 
deve vivere il bruco, come in Andalusia. 



— 117 — 
Arctia maculosa latina Trti {nova suhspecies) 

(Tav. IV, pag. 14, 15, 18) 

Alis anticis colore dilutiore quam in maculosa G. F. interdum albescente, 
maculis nigris in area antemarginali ut in mannerheimi Dup., api- 
cali a costa IP, altera a costa [IP subdivisis. 

Maculis nigris cellularihus tribus rotundatis ; secunda et tertia late sepa- 
ratis. Macula basali minima. 

Alis posticis intense roseis, maculis nigris minoribus non diffusis. 

Subtus roseis ut in mannerheimi Duj}., non infumatis, punctis nigris di- 
stincte transparentibus. 

Antennis crassioribus quasi sicut in mannerheimi Dup. Macula occipitali 
nigra latissima. 

Abdomine dense villoso , vix roseo , linea dorsali nigra effusissima ; coxis 
interne roseis, tibiis et tarsis nigris. 

È una forma parallela alla mannerheimi Dup. dell' Europa orien- 
tale. Si può dire, che essa sembra essere la forma intermedia fra la ti- 
pica miculosa G. F. e la forma degli Urali. Qualche analogia essa do- 
vrebbe avere con la stertzi Schulz alla quale secondo il sig. Piingeler 
« si accosta nei suoi esemplari più chiari di Cogne , e dovrebbe essere 
anche paragonata alla var. arragonensis Stgr. » (maculis nigris paucio- 
ribus, Cat. Stgr. a 1901 pag. 369). 

Anche nelle antenne la forma latina Trti tiene il mezzo fra la ma- 
culosa Gr. F. e la mannerheimi Dup. A prima vista le antenne la fanno 
distinguere dalla maculosa G. F. , poiché esse sono più largamente pet 
tinaie, e più lunghe, per quanto non arrivino alla robustezza di quelle 
della mannerheimi Dup. 

Anche nel colorito V Arctia latina Trti rammenta assai più la forma 
degli Urali che non quella delle Alpi. 

Infatti il fondo delle ali superiori non è fuliginoso, come nella ma- 
culosa G. F., ma albescente, come nella mannerheimi Dup. Ad ogni modo 
gli esemplari estrerai più oscuri della mannerheimi Dup. e della latina 
Trti corrispondono per colore a quelli più chiari della maculosa G. F. 

Anche le ali inferiori sono di un rosa vivissimo, che non si riscon- 
tra nella maculosa G. F. , mentre nella mannerheimi Dup. esse hanno 
qualche po' di miscela di squame giallognole. 

Le macchie delle ali superiori si distinguono tanto da quelle della 



— 118 — 

maculosa G. F. quanto da quelle della mannerheimi Dup. quantunque 
abbiamo maggiore affinità con quelle di quest'ultima. 

Infatti troviamo nella latina Trti due macchie submarginali, che non 
esistono nella maculosa G. F., o vi sono l'aramente rappresentate da un 
puntino subapicale, macchie che formano invece un carattere peculiare 
della mannerheimi Dup, , suddivise anche qui rispettivamente dalle co- 
ste II"' l'una, e IIP l'altra. 

La forma delle macchie è nella mannerheimi Dup. prevalentemente 
trapezoidale e triangolare , specialmente in quelle che stanno verso il 
margine distale, tanto da lasciare campeggiare il colore del fondo come 
un largo reticolato, alquanto somigliante a quello delle Eiiprepie. Nella 
forma latina Trti esse sono consimili ma un po' più piccole e meno acute. 

Le tre macchie lungo il margine interno sono press'a poco uguali 
nelle tre forme in esame. Diversissime invece sono le macchie che stanno 
lungo la costa e racchiuse nella cellula. 

Nella latina Trti troviamo una piccola macchietta basale , poi un 
punto amorfo, indi — ben separata da questo— una macchia rotonda me- 
diana, ed un'altra macchia rotonda in chiusura di cellula. La macchia 
basale è meglio accentuata tanto nella maculosa G. F. , quanto nelle 
manneì-heimi Dup. e la macchia seconda confluisce quasi sempi'e con la 
terza nella maculosa G. F., per formare una macchia sola oblunga. Que- 
sta fusione si trova di raro nella mannerheimi Dup. ma le due macchie 
sono più vicine l'una all'altra che non nella latina Trti, e ad ogni modo 
la terza, come pure la macchia che chiude la cellula non sono mai ro- 
tonde. 

Nelle ali inferiori le macchie della latina Trti sono più piccole, in 
minor numero quasi sempre , e circoscritte leggermente , come da un 
alone di giallo , simili in ciò a quelle della mannerheimi Dup , mentre 
sono più diffuse nella maculosa G. F. 

Alla base delle ali superiori si nota un ciuffo di peli rosa, del co- 
lore delle ali inferiori. Frangie del colore rispettivo delle ali. 

Di sotto il colore è rosa chiaro, abbastanza vivo, più che nella man- 
nerheimi Dup., non sfumato in bruno come nella maculosa G. F. Le mac- 
chie vi sono riprodotte come nelle altre due forme affini. 

Testa e torace del colore delle ali superiori, come nelle altre forme 
anzidette, con macchie nere scapolari e dorsali. La macchia nera occi- 
pitale è nella latina Trti più larga che non nella maculosa G. F. 

Addome roseo, molto più lanoso che nelle due affini. La riga dor- • 
sale nera vi è molto più larga e diffusa fin a pervadere quasi tutta la 
parte superiore dell'addome. 



— 119 — 

Coscie rosee, villose, del colore come il disotto delle ali; tibie e tarsi 
nerastri. 

Dieci esemplari, cTcf soltanto raccolti all' acetilene dal sig. Geo C. 
Krilger nel piano di Migliari nel gruppo del monte Autore, in Provincia 
di Roma, nella notte del 25 al 26 giugno 1908 (1). 

Una bella mutazione di questa forma (tav. IV, fig. 18) manca della 
macchia media lungo il margine interno, e della macchia submarginale, 
sulla costa IIP, e, quasi per compenso, ha la prima macchia extra ba- 
sale lungo il mai-gine interno assai dilatata. 

Il sig. Piingeler al quale olfersi uno dei miei esemplari, mi fa no- 
tare che nelle ali anteriori le macchie anteraarginali accennano presso 
di essa, a disaggregarsi , come è il caso patente nelle varietà dahurìca 
e strigulosa. 

Euprepia libyssa Pung., calìgans Trti, powelli Oberth., 
haroldi Oberth— pu notata Oberth. 

Il sig. C Oberthiir mi scriveva l'anno scorso, che il suo collettore 
signor Harold Powell gli aveva portato d'Algeria una specie bruna di 
C'oscmia, ed una subspecie bianca della stessa, eh* egli chiamò rispetti- 
vamente powelli e haroldi. Voleva credere che la powelli Oberth. ■ — se 
non identica specificamente — dovesse essere in generale ritenuta come 
una prossima parente delia mia Coscinia caligans di Sicilia. 

Egli spinse la sua cortesia ad offrirmi per la mia collezione , un 
esemplare della poiDelli Oberth. , perchè io potessi meglio paragonarlo 
alla caligans Trti. 

D'altra parte il signor Rodolfo Piingeler contemporaneamente mi 
scriveva, chiedendomi se non potesse darsi che la C. caligans Trti cor- 
corri.spondesse colla Euprepia libyssa da lui pubblicata il 15 maggio 1907 
nell'effemeride svizzera dalla signorina Martha Riihl di Zurigo, la « So- 



ci) Arrivo in, tempo ad aggiungere ia nota che il signor Geo C. Kriiger ha potuto 
quest'anno raccogliere al Monto Autore anclie una Q AaW Arclia Ialina Trti. 

Essa fe grande quasi quanto il ^ ed ha l'addome intensamente nero: le macchie 
marginali delle ali superiori non sembrano effettivamente divise dalle coste ma formano 
due grossi punti neri, che mostrano come sulle coste una spolveratura del colore del fondo. 

Le ali posteriori sono di un magnifico rosso carmino con fascietta mediana nera, 
che non giunge fino all'angolo anale, come nella forma tipica. 

Esse hanno inoltre quattro macchie marginali nere , ed una quinta macchia sulla 
costa fra la fascia mediana e le macchie marginali come del resto ne] cT- 
■ Il suo aspetto più largo e disteso la difi'crisce dalla Q della macu/osa G. F. 



— 120 — 

cietas entomologica » XXII. Aggiungeva che « d'accordo con Hampson 
aveva ristabilito per quel genere il nome di Euprepia (1810), invece di 
quello di Coscinia Hb., che non fu dato prima del 1822. Per entrambi 
questi nomi devesi considerare come tipo la medesima specie, cribraria 
L. (Sist. Nat. 1, p. 507 (1758)) e cribrum L. (fauna suec, p. 302) (1761), 
come pure pel genere Eulepia Curt, (1825) , Spìris Hb. (non prima del 
1922) ed Emydìa B. (1829).» 

Andai a ricercare la descrizione della Ubi/ssa Piing, alla quale non 
avevo fatto caso, poiché sotto il genere Euprepia io credevo si riferisse 
ad un tipo di pudica. Non sapevo ancora che quel nome dovesse ripor- 
tarsi a lepidotteri del tipo di cribraria L, che per molti anni corsero sotto 
il genere di Emydìa B., e poi sul catalogo Staudiuger Rebel 1901 sotto 
quello di Coscinia Hb. 

Colla descrizione dunque della libyssa Piing. alla mano, e cogli e- 
semplari della powelli Oberth e della caligans Trti sott'occhio jui pare 
di poter conchiudere senza tema di errore, che la lybissa Piing e la po- 
welli Oberth sono la stessa identica cosa. 

Anche il luogo ed il tempo della loro cattura corrisponde. 

Infatti libyssa proviene da Magenta, in prov. di Orano (Algeria) — 
e fu presa nel mese di ottobre : powelli Oberth, da Sebdou pure in pro- 
vincia di Orano (Algeria) e fu egualmente presa nel mese di ottobre. 

Anche la caligans Trti è dell'ottobre, ma dell'Etna — in Sicilia. 

Tra quest'ultima e l'altra forma esistono tuttavia notevoli differenze. 
Avrei desiderato di poterne avere altri esemplari prima di poter dire 
se essa è da considerarsi come una forma secondaria della libyssa Piing., 
o non piuttosto una specie vera e propria come dapprima io 1' avevo 
descritta. 

Purtroppo, malgrado mandassi il signor Kriiger nel 1908 nella lo- 
calità indicata, il pessimo tempo di quei primi giorni di ottobre e le 
condizioni della luna sfavorevoli non permisero assolutamente di po- 
terne avere alcuna. La partita è rimessa ad un'altra volta. 

Intanto però giova notare che la caligans Trti è quasi il terzo più 
grande dell'esemplare di Oberthiir, ed ha le ali con un taglio alquanto 
diverso. Le anteriori sono più allungate con l'angolo interno meno smus- 
sato; le posteriori con una insenatura profonda, come nella cribraria L., 
mentre la forma algerina le ha meno sensibilmente incavate. 

Il colore dell'ala superiore della caligans Trti è decisamente bron- 
zato, mentre nell'altra, sebbene sia un po' più chiaro nelle ali superiori 
che non nelle inferiori, è tutto uniforme d'una medesima tinta nerastra. 



— 121 — 

I piccoli punti sulle coste sono quasi impercettibili nella caligans 
Trti.come allungati in piccole lineette sottilissime, mentre nell'altra 
forma essi sono, sopratutto i discali, più forti e grassi nella {orma punctata 
Oberth, e non esistono affatto nella forma tipica. 

Se pel colore la caligans Trti ha qualche affinità con la Ubt/fma Pung. 
se ne distacca per i suoi punti, che nella forma secondaria haroldi 0- 
berth. appajono ben più distinti a cagione della tinta biancastra del 
fondo dell'ala, in ciò ricordando lontanamente la Sti/gmatophora micans 
Brem. Pare che anche la 9 della poioelli Ob. abbia questa tinta bianca- 
stra, ad ogni modo attendiamo la pubblicazione di Oberthilr che non 
dovrà tardare molto. 

Si deve dunque ritenere che la specie deve passare sotto il nome 
di libyssa Piing., nome che ha la priorità. 

La stranezza del caso ha voluto, che una specie cosi appariscente 
per la sua particolarità di colore non sia stata segnalata prima da al- 
cuna parte, e che essa sia invece comparsa alla luce del mondo le- 

pidotterologico proprio come di colpo, quasi nel medesimo tempo da tre 
differenti località sotto tre forme analoghe o parallele, cioè : 

E. libyssa Piing =^ {powelli Oberth). 

— — haroldi Oberth. 
— ■ — punctata Oberth. 

— caligans Trti. 

Dyspessa aculeata Trti [nova species). 

(Tav. VI, fig. 24-26). 

cf Alis anticis aìbidis — punctis intercostalibus luteis in fascia transversa 
(obscurioribus) et antemarginali {dilutioribus) dispositis. 

Ciliis costarum in termine luteo punctatis. Costa albida. 

Alis posticis albidis vel sordide grisescentibus. 

Abdomine, capite, thorace aìbescentibus. Antennis brunneo pectinatis, dorso 
albescente. 

9 Alis magis infuscàtis quam in cT. Alis posticis brunnescentibus. Antennis 
rotundatis brunneis. 

Grandezza del d" da mm. 28 a mm. 32, delia Q ram. 35 circa. 
Per quattro anni di seguito non ho mai potuto avere altro che dei 

// Xat. Sic. Anno XXI — Nuova Scric, Voi. I. 16 



— 122 — 

c^cf di questa bella e buona specie , ed io credetti di doverli conside- 
rare come i jV della Dyspessa marmorata di Rambur, da lui descritta 
e figurata da una sola 5 nel Cat. Lepid. d'Andalusia p. 332, e tavola 5 
fig. 6, ritenendo che la intera facies più chiara, e la costa bianca, e non 
bruna, fossero caratteri del d' che Rambur non aveva avuto sottomano. 
Ma uella primavera del 1908 mi furono mandati dalla Ficuzza due cfcT' 
totalmente dissimili da quella di Rambur; e d'altra parte ottenni d'Al- 
geria dei cTcT designati come D. marmorata Rbr., più piccoli della forma 
siciliana, diversi di colore e di disegno; cosicché malgrado abbia dato in 
cambio ad amici ed a corrispondenti sotto il nome di marmorata Rbr. 
alcuni esemplari di questa nuova specie, devo ora reclamare la loro 
indulgenza, e pregarli di correggere l'errore in cui sono incorso. 

Ho ora sotto gli occhi nella mia collezione campioni di quasi tutte 
le specie conosciute di questo genere, e serie abbastanza numerose di 
individui in alcune specie a questa aculeata Trti. affini, cosicché mi è 
facile ora di dare della nuova una descrizione chiara e comparativa. ' 

La Dyspessa aculeata Trti ha il fondo delle ali superiori bianco 
crema. La riga trasversa é formata da una serie di cinque macchiette 
intercostali brune, staccate fra loro, che si dipartono dalla chiusura della 
cellula e vanno a finire verso la metà del margine interno, senza però 
raggiungerlo. > 

Le due macchiette in chiusura di cellula sono abbinate e formano 
un risalto sulle altre. 

In quel punto si congiunge ad esse una riga antemarginale, formata 
da altre macchiette intercostali di un colore più dilavato delle prece- 
denti, riga che si diparte dall'apice per terminare, dopo aver descritto 
come un arco distalmente aperto, nell'angolo interno. 

Nello spazio extrabasilare due leggeri freghi intercostali del mede- 
simo colore bruno-luteo chiaro. ■ - 

La costa, completamente bianca, reca verso l'apice tre punti ungui- 
colati bruni, che formano il termine delle coste nelle frangio. 

Ali di sotto biancastre leggermente fumose distalmente. In esse si 
scorgono nettamente segnate in bruno tutte le nervature, che terminano 
nelle frangie con dei punti bruni, alquanto meno accentuati, che nelle 
ali anteriori. 

Testa, collo, torace, addome biancastri. Antenne leggermente bipet- 
tinate, brune col dorso biancastro. 

La 2 più grande degli esemplari massimi della ulula Bkh., é più 
colorita in bruno, e ricorda per sta,tura e disposizione del colore la Q 
della agilis Chr. 



- 123 - 

La sua macchiatura è come quella del d" con la riga di macchiette 
antemarginali e le macchie extrabasilari più diffuse , confluenti tra di 
loro. La costa è invasa verso la base dal color bruno. 

La punteggiatura delle frangie è perspicua come nel cf. 

Le ali inferiori sono di un bruno diffuso, meno intenso che nella 
ulula Bkh. (tav. VI, fig. 22), e lasciano leggere, sebbene indistintamente, 
le nervature, mentre i punti cigliari si confondono col colore del fondo 
dell'ala e delle frangie. 

Testa, collo, torace e addome bianchicci spruzzati di atomi più o- 
scuri che nel cf. 

Ovidotto lunghissimo più che nelle Q2 delle altre congeneri, che si 
proteiide come un aculeo di imenottero. 

Antenne rotonde, ruvide, più robuste che nella ulula Bkh. 

Il c^ ricorda pel colore biancastro delle quattro ali e per la sua 
riga trasversa a macchiette staccate , ed i suoi punti delle frangie al- 
quanto la var. Jcurdisiana della Dyspessa ■pallida Stgr. (Tav. VI, fig. 27-28). 

Parrebbe quasi una forma ad essa parallela nella nostra isola ricca 
e feconda. 

La Q è più oscura e più distintamente segnata nelle ali superiori 
che non la ulula Bkh., (Tav. VI, fig. 32) e ancor di più della marmorata 
Rbr. (Tav. VI, fig. 23). 

Nel disotto il e? è più chiaro della ulula Bkh nelle ali inferiori non- 
ché alla base ed in una parte del disco delle ali superiori. Invece è al- 
quanto più oscuro della hurdistana. La c^, come d'ordinario più oscura 
del d anche nel disotto delle quattro ali, è bruna con tutto il giro delle 
frangie a punti bruni ben marcati. 

In Sicilia, alia Ficuzza, fine maggio e principio di giugno. 

CoUez. Turati 20 cfcT— 2 g?. 

Hepialus kruegeri Trti. (nova species). 

(Tav. VI, fig. 16-19). 

Aiis magis elongatis et strictis quam in sylvina : anticis colore castaneo 
vel hrunneo lutescente : sìgnaturis albidis et obscuris perspicuis : linea 
transversa latiore albida, distaliter veda vel convexa, apicem non at- 
tingente, vix ad costani bifurcata. 

Alis posticis et ciliis concoloribus brunneis, eodem colore quam alae anticae. 

Antennarum ciliis magis quam in sylvina splssìs. 



— 124 — 

Statura d"cf min. 24- 35 - Q9 mra. 37 - 40. 

Le ali di questa nuova specie sono più strette e meno arrotondate 
nel margine distale che non nelle sylvina L. : nelle yQ; sono più acute 
nell'apice. 

Il colore dal bruno luteo al castagno nel maschio (finora non ho 
ancora osservato il colore laterizio che si riscontra nel sylvina L.), un po' 
più dilavato nella femmina, si estende nella stessa intonazione anche 
sulle ali inferiori, che hanno pure le fraugie concolori, a differenza del 
sylvina L. in cui domina la forma del colore rosso laterizio, e le frangio 
sono di un colore roseo più o meno vivo. 

I disegni delle ali sono molto più marcati che nelle sylvina L. colla 
quale ha pertanto la maggiore affinità. La riga trasversale bianca e la 
linea extrabasilare vanno quasi a congiungersi fra loro ad angolo retto 
nel margine interno, più che non si osservi nel sylvina L. 

Entrambe queste righe sono distalmente profilate da una riga bruna; 
esse sono più larghe che nel sylvina L.;e la serie di macchiette quasi 
violacee, che nel sylvina L. accompagna prossima] mente, anzi forma quasi 
la riga trasversa, è molto meno estesa nel Jcruegeri Trti : è di colore 
bruno chiaro, e lascia un più largo spazio bianco distale. 

Questa riga tras versa corre diritta o leggermente convessa distal- 
mente verso l'apice senza raggiungerlo, mentre nel sylvina L. è distal- 
mente alquanto concava. In quest'ultima specie essa si biforca netta- 
mente quando raggiunge la costa : nel Tcruegeri Trti o non si biforca 
affatta, o questa biforcazione è appena sensibile , nelle 25 più che 
nei rfcf. 

La macchia cellulare è a triangolo completo e non troncato nel 
vertice, che è rivolto verso il margine interno. Essa è nettamente pro- 
filata di bianco nei due lati corti del triangolo. 

II margine distale reca una serie di lunette brune intercostali ben 
separate fra loro nei cTcf, più fuse nelle <^Q, e precedute prossiraalmente 
da un filo bianco, che ne segue l'ondulazione. 

Sulla costa si notano quattro macchiette brune più o meno distinte 
nei cfr^, perspicue nelle QQ, almeno quella extrabasale e quella in cor- 
rispondenza della macchia triangolare discoidale. 

Nel sylvina L. queste macchie di colore slavato violaceo sono meno 
perspicue, e del resto non si notano nemmeno in tutti gli esemplari c^'cT 
del Icruegeri Trti. 

Nell'area autemarginale si trova qualche volta una serie o catena 
di punti oscuri. 



— 125 — 

Le ali di sotto sono anch' esse più strette e più slanciate, che nel 
sylviiia L., ed hanno qualche volta come un accenno ad una continua- 
zione lungo il margine superiore dei disegni e delle righe delle ali su- 
periori (tav. VI, fig. 19). 

Di sotto le quattro ali, come in tutti gli altri Hepialus sono unico- 
lori, un po' più chiari della pagina superiore. 

Le antenne che nel sylvina L. viste colla lente sono pettinate a denti 
alquanto spaziati fra di loro, nel kruegeri Trti hanno i loro denti più 
fitti, tanto che anche ad occhio nudo es.se sembrano leggermente più 
spesse e robuste, carattere questo assolutamente differenziale. 

Ne ho avuto sotto gli occhi un numero ragguardevole di esemplari, 
che , tenuti assieme e messi a confronto con una serie di altrettanti 
sylvina L. danno l'impressione già a prima vista di una specie diversa per 
la loro variegatura, anche senza i risultati dell'analisi comperativa, che 
ne ho dato. 

Questi esemplari provengono tutti dalla Ficuzza in provincia di 
Palermo, e furono presi dalla fine d'agosto alla metà di settembre. 

Dalle Madonie ho avuto un esemplare di sylvina L. perfettamente 
rispondente e pel colore laterizio, e per disegni ecc. al tipo della sua 
specie. Questo fatto dunque di avere il sylviiia L. in un'altra parte del- 
l'isola, mi conferma nell'opinione che 1' Hepialus kruegeri Trti non sia 
una razza insulare del sylvina L. stesso, il quale esiste come tale già nel- 
l'isola, ma un'altra specie vera e propria, la quale appunto per la sua 
variegatura può essere stata finora confusa coli' amasinus H. S. e col 
fusconebulosa De Geer. indicati come di Sicilia, ma che il signor Kriiger, 
che ormai da cinque anni ha esplorato quella fauna, non ha ancora potuto 
trovare, e del resto mancano anche nelle principali collezioni siciliane. 

Dedico questa specie all'ottimo mio collettore signor Geo. C. Kjiiger 
che già tanto si è reso benemerito della lepidotterologia colle molte- 
plici novità, ch'egli ha saputo colla sua solerzia e colla sua diligenza 
portare alla luce. 

Collez. R. Pungeler 1 cf. 
Collez. C. Oberthur 2 cfcf. 
Collez. Turati 15 cfcT, 2 QQ. 

Probabilmente anche nella collezione Ragusa sotto il nome di syl- 
vina L. 



I N D I e K 
dei Nomi di Lepidotteri 

ai quali è fatto riferimento nella presente pubblicazione 



I uoiui stampati in carattere grosSO sono quelli delle Forme più specialmente 

trattate sia nel testo, che nelle tavole. 



Parnassius apollo hesebolus Norcini., pae;-. 20. 

— — pyraenaica Harc, p 35. 

— nomion F- de W., p 20. 

— discobolus Stgr., p. 20. 

— apollonius Ev., p. 20. 

— bremeri-graeseri Honr., p. 20. 

— delius Esp., p. 20. 

— epaphus rhodius Honr , p. 20. 

— delphius Ev., p. 20. 

— , charltonius princeps Honr., p. 20. 

— mnemosyne L., p. 34, 36. 

— — fruhstorferi Trti, p 34, 36, Tav. I, flg-. 3, 4. 

— — pyraenaica Trti, p. 36. 

— — vernetanus Frhst., p. 36. 

— — turati! Frhst., p. 36. 

— — parmenides Frhst., p. 36, Tav. I, flg. 3, 4. 

— — atheue Stich^ p. 34. 

— — nebrodensis Trti, p. 34. 

— — dinianus Frhst , p. 34. 

— — g'igantea Stgr., p. 34. 

— — cuneifer Frhst., p. 34. 
Pieris brassicae L., p. 42. 

— canidia Sparrm., p. 39. 

— — minima Verily, p. 39. 

— — palaearctica Verity, p. 39. 

— rapae L., p. 36 e seg., Tav. VII, fìg. a). 

— — metra Stephens, p. 37. 

— — — leucotera Steph., p. 37. 

— manni, Mayer, p. 36 e seg. 

— — asta Frhst., p. 49. 

— — rossii Stef., p. 36 e seg., Tav. VII, flg. b). 

— — — farpa Frhst., p. 49. 

— — montana Verity, p. 49. 



— 127 — 

Pieris ergane H. G., p. 41, 42, 48, Tav. VII, tìg. e) 

— napi L., p. 40, Tav. Vii, fig;. d). 

— — intermedia Krul., p. 19. 

— — napaeae ineridionalis Stgr., p. 39. 

— daplidice L., p. 19. 

— — bellidice 0., p. 50, Tav. VII, fig. e). 
Colias hyale flava Husz., p. 19. 

— edusa F., p. 19. 

— — helice Hb., p. 19. 

— myrmidone Esp., p. 19. 
Argynnis elisa God., p. 52. 

— aglaja L , p. 52. 

— auresiana Frhst., p. 52 e seg., Tav. I, fig. 5, 6. 

— niobe L., p. 52. 

— adippe L., p. 52. 

— — ehlorodippe H. S., p. 52. 

— — taurica Stgr., p. 54. 
Erebia mnestra Hb., p. 55. 

— gorgophone Bell., p. 55. 

— stygne 0., p. 46. » 

— neoridas B., p. 46. 
Epinephele jurtina L., p. 57, 61, 68, 69. 

— — hispulla Hb., p. 61. 

— — fortunata Oberth., p. 62, 72. 

— rhamnusia Frr, p. 56 e seg., 62 e seg., 73, Tav. li, tig. 1, 2 

Tav. VII, flg. 1. 

— — lupinus Costa, p 56 e seg. , 64 e seg. , Tav. II , 

fìg. 3, 4, Tav. VII, tìg. 2. 

— — margelanica Trti, p. 65, 73, Tav. II, fìg. 5,6, 

Tav. VII, fig. 3. 

— — intermedia Stgr., p. 58, 63, 73, Tav. Il, fig. 7, 8, 

Tav. VII, fig. 4, 5. 

— — turanica Kiilil., p. 63, 73, Tav. II, fig. 9, 10. 

— — lanata Alph., p. 67, 73. 

— — pasimelas Stgr., p. 67, 73. 

— — mauritanica Oberth. , p. 61, 67, 72, 73, Tav. II, 

flg. 11, 12, Tav. VII, fig. 6. 

— lycaon Rott. p. il, 56 e seg., 68 e seg. 73, Tav. II, fig. 13, 

Tav. VII, fig. 7. 

— — (janirula Esp.), p. 62. 

— — (lusca Schulz.), p. 68, 73. 

— — (schlosseri Woelsch.), p. 68, 73. 



— 128 — 

Epinephele lycaon (subalbida Schultz.), i). 62, 73. 

— — (biocellata Ragusa) p. 11, 68, 70, 71, 73. 

— — (pavonia Woelsch.), P- H? 68, 73. 

— . — (triocellata ?), p. 68. 

— — (erebiformis Cositi.), p. 62. 

— — collina Eob., p. 62. 

— — maroccana Blachier, p. 70, 73. 

— — catamelas Stgr., p. 69, 73, Tav. II, fig. 14, 15, Tav. 

VII, fig. 8. 

— — catalampra Stgr., p. 66, 70, 7i, 73. 

— — catictera Trti, p. 69, 73, Tav. II, flg. 16, 17. 

— — analampra Trti, p. 59, 70, 73, Tav. II, fig. 18, 19. 

— — anacausta Trti , p. 56 e seg. 71, 73, Tav. I, flg. 11, 

12, 13, Tav. VII, flg. 9. 

— — libanotica Stgr., p. 57, 71, 72, 73. 

— sifanica Gr. Gr., p. 62. 

— interposita Esch , p. 62. 
Lycaena escheri Ilb., p. 74. 
Sraerinthus populi L., p. 15 (nota), 21. 

— — austauti, Stgr., p. 15 (nota), 21. 

— ocellata L , p. 21. 

— — atlanticus Aust., p. 21. 
Dilina tiliae L., p. 21. 

— — laybr. leoniae Stfss., p. 21. 
Deilephila vespertilio Esp., p. 24, 25. 

— hippophaes Esp., p. 18. 

— dahlii li. G., p. 18, 21, 74 e seg., Tav. Ili, flg. 1 , 2, Tav. 

IV, flg. 1, 2. 

— — infuscata Trti, p. 74, 77, Tav. Ili, flg. 3, 4. 

— euphorbiae L., p. 17, 18, 2l, 24, 74 e seg., Tav. Ili, flg. 5, 6, 

Tav. IV, flg. 3, 4. 

— livornica Esp., p. 74. 

— elpenor L., p. 18. 

— hybrid. epilobi! B., p. 24. 

— — eugenii Mory, p. 23, 24, 25. 

— — burkhardti Mory, p. 24. 
-" — pernoldiana Aust., p. 23. 

— — walteri Trti, p. 23, 75, 76 e seg , Tav. Ili, fig. 7, 10, 

Tav. IV, flg. 5, 6. 

— — giesekingi Trti, p. 23, 75, 77 e seg., Tav. Ili, flg. 11, 

12, Tav. IV, fig. 7, 8. 

— — pernoldi Jacobs, p. 17. 



- 129 =- 

Deilephila hybrid. harmuthi Kordescli, p. 17. 

— — irene Denso, p. 18. 
Haemaris fuciformis L., p. 19. 

— scabiosae Z., p 19. 

Pygaera curtula L., p. 26. 

— anachoreta F., p. 26. 
Orgya aurolimbata G.n., p. 46. 
Lymantria dispai- L., p. 20. 

— — japonica Lech., p. 20. 

— monacba L., p. 27. 

— — eremita 0., p. 27. 

Malaeosoma franconica Esp , p. 81, Tav. I, flg. 10, 11. 

— — panormitana Trti, p. 81, Tav. I, fìg. 12, 13. 

— — lutea Ooerth., p. 82. 

Gastropacha quercifolia L , p. 21. . 

— populifolia Esp., p. 21. 

— bybr. jobni Fnngs^ p. 21. 
Endromis versicolora L., p. 14 (nota), 16 (nota). 
Perisomena coecigena Kupido, p. 82. 

Actias luna L., p. 16 (nota). 

Graellsia isabellae Graells., p. 16 (nota). 

Saturnia pyri Schiif., p. 25. 

— spini Schiff., p. 25. 

— pavonia L., p. 14 (nota), 16, 16 (nota)^ 25. 

— hybr. scbaufussi Stndfss., p. 25. 

— — bornemanni Stndfss., p. 25. 
Aglia tau L., p. 14 (nota), 16 (nota), 27, 28, 29. 

— — lugeus Stndfss., p. 27, 28, 29. 

— — melaina Gross., p. 27, 28, 29. 

— — ferenigra Th. M., p. 27, 28, 29. 

— — weissmanni Stnfss., p. 28, 29. 

— — kauderi Schulz., p. 28, 29. 
Agrotis erythrina Rbr., p. 82. 

— cniidelarum Stgr., p. 83. 

— — signata Stgr., p. 83. 

— ashwortbi Dbdy, p. 83. 

— elegans Ev., p. 83, 84. 

— larixia Gn., p. 84. 

— musiva Hb., p. 84. 

— constanti Hill, p. 84. 
Pachnobia rubricosa F., p. 85. 
Glottula encausta Hb., p. 95. 

Jl Nat. Sic, Anno XXI — Nuova Serie, Voi. I. 17 



— 130 - 

Dianthoeeia vulcanica Trti, p 86. 

Bryophila amoenissima Trti, p. 86, Tav. I^ fìg. 14, 15. 

— ravula Hb., p. 86. 

— ereptricula Tr., p. 8G. 

— algae F., p. 86, 87. 

— umovii Ev., p. 87. 

Hadena mOEOglypha Hufn., p. 88, Tav. VI, fig. 1. 

— — sardoa Trti, p. 88, Tav. VI, fig. 4, 5, 6. 

— — Corsica Trti, p. 88, Tav. VI, fìg. 7, 8. 

— — sicula Trti, p. 89, Tav. VI, fig. 2, 3. 

— lithoxylea F., p. 89, Tav. VI, fig. 9. 
Ammoconia senex H. G., p. 90, Tav. V, flg. 

— — typhoea Trti, p. 89, av. V, fig. 9. 
Epunda lichenea Hb., p. 90. 

— — viridicincta Frr., p. 90. 

— — aetnea Trti, p. 90. 

Polia flavicincta F., p. 91, 92, Tav. V, fig. 10. 

— — enceladaea Trti, p. 9i, Tav. V, fig. 14, 14. 

— — calvescens B., p. 91, 92, Tav. V, fìg. 11. 

— — meridonalìs B., p. 91, 92, Tav. V, fig. 12. 

— — sublutea Trti, p. 92, Tav. V, fig. 15, 16. 

— rufocincta H. G., p. 91. 

— venusta B., p. 92, 95, Tav. V, fig. 44, 34. 

— dubia B., p. 92, 94, 95, Tav. V,. fig. 35, 36. 

— — lutescens Trti, p. 92, Tav. V, fig. 37, 38. 

— canescens Dup., p. 93, Tav. V, fig. 17, 18. 

— — pumicosa H. G., p. 94, Tav. V, fig. 19, 20, 21. 

— — calida Trti, p. V(5, Tav. V, fig. 26-32 

— — asphodeli Rbr., p. 94, Tav. V, fig. 22, 23. 

— — asphodelioides Trti, p. 94, Tav. 24, 25. 
Dasipolia templi Thnbg., p. 95, 97, Tav. V, fig. 4, 5. 

— — variegata Trti, p. 96, Tav. V, fig. 6, 7. 

— bang-haasi Trti, p. 97, Tav. V, fig. 1, 2, 3. 
Hydroecia xanthenes Germ., p. t'8, 99, 100, Tav. I, fig. 16. 

— puengeleri Trti, p. 98, 99, no, Tav. I, fig. 17, 18. 

— moesiaca G. S., p. 98, 99, 100, Tav. I, fig. 19. 
•— lencographa Bkh., p. 88, 99, 100. 

Leucania hispanica Rbr., p. 101, Tav. VI, fig. 12. 

— ■ — tiburtina Trti, p. lOl, 102, Tav. V, fìg. 13. 

— andereggii B., p. 103. 

— — cinis Frr., p. 103. 

— — engadinensis Mill., p. 103- 

— — comma L., p. 103. 



— 131 - 

Grammesia trigrammica Hfn., p. I03, Tav. VI, fi^. lO. 

— — erubescens Trti, p. io3, Tav. tig. il. 
Caradrina selini B., p. 104. 

— — selidoides Bell., p. 103, 104. 

— — jurassica MilL, p. 104. 
Taeniocampa rorida H. S., p. 95, 104. 

— — sieversi Chr., p. 104. 
Epimecia UStula Frr., p. 194. 
Calophasia hamifera Stgr., p. 105. 

— platyptera Esp., p. 105. 
Haemerosia renalis Hb., p. 105. 
Plusia circumflexa L., p. 105. 

— gamma L., p. 105- 
Anaitis lithoxylata Hb., p. 106. 
Larentia^^disjunctaria Lab., p. 106 e seg. Tav. VI, fig. 29-33. 

— — scoriaria Trti, p. 106 e seg., Tav. VI, fig. 34-4j. 

— — iberaria Rbr., p. 107. 

— — gryphodeata Ebr., p. 107. 

— oxybiata Mill., p. 107, 108. 

— ibericata Stgr., p. 109. 

— numidiata Stgr., p. 109. 

— alfacariata, p. 100. 

— incultataria H. S., p. ilO. 

— lugdunaria H. S., p. 110. 
Phibalapteryx lapidata Hb., p. 110. 

— — millierata Stgr., p. HO. 
Crocallis tusciaria Bkr., p. no. 

— — gaigeri Stgr., p. liO. 

— elinguaria L., p. IH. 

— trapezoidaria R., p. HI. 

— dardoinaria Dodz., p. Hi. 
Biston hirtarius, CI., p. 22. 

— pomoiiiarius Hb., p. 22. 

— hybr: pilzii Stndfss, p. 22. 

— — hueni Stndfss, p. 22. 
Hemerophila abruptaria Thnbg, p. HI. 

— — theobromaria Trti, p. Ili, Tav. VI 

— japygiaria Costa, p. IH. 

— — bai'ciuonaria Bell., p. 111. 

— serrarla Costa, p. 1I2 e seg., Tav. I, flg. 20, 21, Tav. II, flg. 9,10,11. 
Boarmia repandata L., p. 27. 

— — conversarla Hb., p. 27. 



— 132 — 

Selidosema taenìolaria Hb., p. 115. 
Enconista agaritharia Dard., p. 116. 
Syntomis phegea L., p. 19. 
Pragmatobìa fuliginosa L, p. 14 (nota) 16 (nota) 

— luctuosa H. G., p. -22, 23, 31. 

— sordida Hb., p. 'J2, 23, 31. 

— rustica Hb., 15, 22, 29, 30, 31, 32. 

— — mendica CI., p. 15, 22, 23, 29, 30, 3!, 32. 

— — binaghii Trti, p. 31, 32. 

— hj^br.: seileri, p. 22, 23. 

— — hilaris, p. 22. 

— — inversa, p. 22, 30. 

— — viertli, p. 22. 

— — standfussi, p. 22, 30. 

— — mus, p. 30. 

Aretia maculosa G., o. 117 e seg. Tav. IV, fig. 12, 13. 

— — latina Trti, 117 e seg., IV, fig. 14, 15, 18. 

— — mannerheimi Dup., p. 117 e seg., Tav. IV, fig. 16, 17. 

— — arragonensis Stgr., p. 117. 

— — sterzi Schulz, p. 117. 

— — dahurica, B., p. 119. 

— — strigulosa S., p. 119. 

— villica L., p. 15. 

— — konewltai Fit., p. 15. 
Callimorpba dominula L., p. 15, 19. 

— — persona Hb., p. 15, 19. 
Euprepia libissa Pung., p. 119 e seg. 

— powelli Oberili, p. 119 e seg. 

— — haroldi Oberili, p. 119 e seg. 

— — punctata Oberili, p. 119 e seg. 

— caligans Trti, p. 119 e seg. 
Zygaena cynarae turatii Stndfss, p. 19. 

— achilleae Esp., p. 19. 

— filipendulae L., p. 19. 

^— transalpina maritima Oberth, p. 10, 19. 

— — — quercii Trti, p. 10 (nota). 

— — — annulata Trii, p. 10 (nota). 

— — sorrentina Stgr., p. 10. 

— — hippocrepidis Kb., p. 10. 

— _ _ occidentalis Oberth, p. 10. 

— — — — cingulata Hirschke, p. 10. 

— — — — rosea Oberth, p. 10. 

— — — — vigei Oberth, p. 10. 



— Ì3B — 

^j'gaena transalpina boisduvalii Costa, p. 9, 10. 

— — — zickerti Hffni., p. 10. 

— — — — sexraaculata Dz., p. lO. 

— — — xanthographa Gerin. p. 10. 

— ephialtes L., p. 9, 10, 11. 

— — sophiae Favre, p. 11. 

— — medusa Pali., p. 11. 

— — — aemilii Favre, p. 11. 

— — coronillae Esp., p. 11. 

— — — bahrii Hrschke, p. II. 

— — — trigonellae Esp, p. 11. 

— — — — wutzdorffl Hrschk., p. 11. 

— fausta L., p. 19. 

— carniolica Se, p. 9^ 19. 

— — berolinensis Stgr., p. 19. 

— — apennina G. F. Trti, p. 19. 

— — jurassica Blacliier, p. 9. 

— — bohatschi Wagner, p. 9. 

— — ragonoti Gianelli, p. 9. 

— — v.'eileri Stgr., p. 9. 
Ino staticess L., p. 19. 

— globulariae Hb., p. lO. 

Sesia ichneumoniformis F., l'J, 20 e nota. 

— megillaeforrais Hb., p. 20 e nota. 

— clirysidiformis Esp., p. 20. 

Dyspessa aculeata Trti, p. 121 e seg., Tav. VI, fig. 24, 25, 2G. 

— ulula Bkh., p. 122 e seg., Tav. flg. 20, 21, 22. 

— — marmorata Rbr., p. 122, Tav. VI, tìg. 23. 

— agilis Clìr., pag. 122. 

— pallida Stgr, p. 123, Tav., fig. 27. 

— — kurdistana Piìng., p. 123, Tav. VI, flg. 28. 
Hepialus kruegeri Trti, p. 123 e seg , Tav. VI, flg. 16-19. 

— sylvina L., p. 124, e seg., Tav. VI, fig. 14, 15. 

— aiuasinus H. S., p. 125. 

— fusconeLulosus De Geer., p. 125. 



134 — 



Prof. G. E. MATTEI 



Alcuni funÉi oyovi o rari del dintorni di Palertuo 



La conoscenza dei fungilli che infestano le piante spontanee o col- 
tivate in Sicilia è tuttora incompleta, essendo stati pochi coloro che fin 
qui posero attenzione alla loro raccolta. Chi più se ne interessò fu lo 
Scalia per la provincia di Catania : per quella di Palermo non abbiamo 
che qualche rara citazione , sparsa qua e là nelle opere generali di fì- 
tografìa micologica. Perciò credo valga la pena di qui riportare le dia- 
gnosi di alcune specie, da me raccolte presso Palermo, e riconosciute, 
per nuove o per rare, dal chiarissimo Prof. P. A. Saccardo (1). 

1. Ascochtjta Semeles, Sacc. Sp. nov. Maculis amplis oblongis, 2-3 cm. 
diam. amphigenis, rufomarginatis, candicantibus: pycnidiis amphigenis, 
sed supra copiosioribus, gregariis, nigris, globoso-lenticularibus, 150-180 y. 
diam. pertusis, minute cellulosis: sporulis breve fusoideis, 8-9 ==%#* 3, dilute 
olivaceis , medio 1 - septatis, non constrictis. — Nell'Orto Botanico di 
Palermo, sulle foglie morenti di Semele androg'me. 

2. Asteroma Antliolyzae, Sacc. Sp. nov. Amphigenum, maculas dense 
gregarias atrolivaceas, subquadrangulas sistens: hyphis in folio transverse 
excurrentibus , filiformibus 5-6, 5 [j. cr. olivaceo-fuscis , septatis, breve 
ramosis, laxe intricatis, subinde vei'o in fasciculos junctis: ramulis obtusis: 
conidiis (propriis?) intersparsis globoso ellipsoideis, 8^^ 6-7, fuligineis: 
pycnidiis nuUis visis.— Alla Villa Favorita, presso Palermo, sulle foglie 
adulte di Antliolyza hicolor. 

3. Gleosporium anceps , Sacc. Sp. nov. Macuhs minutis amphigenis, 
anguloso orbicularibus , utrinque , praesertim interne , elevatis, atropur- 
pureis, 1 mm. circ. diam.: acervulis exiguis, punctiformibus, vix erum- 
pentibus, fuscis: conidiis globulosis 4 a diam., initio, ut videtur , cate- 



(1) Saccardo P. A., Kotae mycologicae. In Annales mycologici. Ser. IX, voi. V, n. 2 
1207, p. 177 et seg. e Ser. X, voi. VI, n. 6, 1908, p. .553 et seg. 



— 135 — 

nuhitis , hyalinis : basidiis brevissimis ellipsoicleis , sporomorphis, hyali- 
nis.— Alla Villa Favorita, presso Palermo, sulle foglie vive di Arbutus 
Unedo. 

4. Gleosporlum Crini, Sacc. Sp. nov. Maculis rainutis versiformibus,. 
supra elevatis , alatacela : acervulis pulvinatis , erumpentibus , flavidis, 
150 [j. diam.: conidiis ellipsoideis utrinque obtusatis , 11-11^5 ^^^^ 5-5,5; 
intLis granuloso farctis, hyalinis, basidiis fasciculatis, obclavatis, 20 %i^ 4, 
e hyalino lutcolis.— Nell'Orto Botanico di Palermo, sulle foglie morenti 
di Crinum, in compagnia della Phijllosticta Crini. 

5. Gleosporium Oleandri, Sacc. Sp. nov. Maculis nuUis vel obsoletis: 
acervulis epiphyllis dense gregariis, epidermide stellatimi fissa tectis, dein 
erumpentibus, 250 [j. diam., fuscis : conidiis ellipsoideo oblongis, utrinque 
rotuadatis, intus granulosis, 14-15 ^^^ 5, subinde plasmate birartito, hya- 
linis : basidiis fasciculatis, bacillaribus, subhyalinis, ]4-15*is?=2, e strato 
proligero chlorino niiscentibus.— Al Giardino Inglese in Palermo, sulle 
foglie di Nerium Oleander. 

6. Marsonia Matteiana, Sacc. Sp. nov. Maculis arescendo cinerescen- 
tibus versiformibus, amphigenis : acervulis hypophyllis dense gregariis, 
100-1.30 [j. diam., ochraceo fuscis, innato erumpentibus: conidiis cylin- 
draceis, utrinque obtusis, eximie curvatisi medio 1-septatis, 14-15 ^i#= 2, 
non constrictis, hyalinis: basidiis non visis. — Nell'Orto Botanico di 
Palermo, sulle foglie morenti di Quercus Robur. 

7. PeniciUium coccophilum, Sacc. Sp. nov. Effusum, parasiticum, car- 
neolo-isabellinum, densiuscule mucedineum: hyphis sterilibus repentibus, 
parcis : fertilibus, seu conidiophoris, adscendentibus, brevibus, totis (cum 
ramis) 90-120 ;x altis , 5,5-6 a cr., parce septatis : ramis arrecto-penicil- 
latis, imis oppositis vel solitariis, superioribus bis 3 4 - verticillatis, ul- 
timis seasim sursum tenuatis: conidiis globosis vel sub-globosis, exquisite 
verruculosis, majusculis, 8-9 =55## 8, carneolo isabellinis, catenulatis. — Nel- 
l'Orto Botanico di Palermo, sugli scudetti di Ceroplastes rusci, aderenti 
ai rami di Ficus capensis, ed invasi dalla T/ioracantha ci/auea. 

8. PhjjUosticta Crini , Sàcc. Sp. nov. Maculis amphigenis, superne 
buUatis, suborbicularibus, 2-5 ram. diam. alutaceis dein centro expallen- 

.tibus: pycnidiis paucis, epiphyllis, globoso-depressis, punctiformibus, atris, 



— 136 — 

60-80 [j- diam.: sporulis ovoideis, hyalinis, 3*=^i. — Nell'Orto Botanico 
di Palermo, sulle foglie morenti di Crintim. 

9. Phyllosticta Paratropiae , Sacc. Sp. nov. Maculis amphigenis, or- 
biculari-angulatis , 3-10 mm. lat., pallide alutaceis , elevato-raarginatis,' 
demum albicantibus : pycnidiis punctiformibus, nigris, densiusculis , ple- 
rumque epiphyllis, lenticularibus, 150-180 u. diam., minute pertusis, con- 
textu minute celluioso, fuligineo: sporulis oblongo-ellipsoideis, 2,5-3 *=:#* 1, 
5-2, hyalinis.— Nell'Orto Botanico di Palermo, sulle foglie vive di Pa- 
ratropia rotundifolia. 

10. Septoria acanthina, Sacc. et Magn. in Syll. X, p. 378. — Al Cimi- 
tero dei Rotoli, presso Palermo, sulle foglie di Acanthus mollis. Specie 
fin qui nota soltanto di Sardegna. 

11. Septoria Cercidis-, Fr. in Sijll. Ili, p. 484. Cirri albidi minuti. 
Sporulae bacillares, saepe curvulae, 3 4, septatae, non constrictae, hj^a- 
linae, 40-45 =%;#* 1,5-2 , subinde sursura leviter tenuatae. Pycnidia hypo- 
phylla in maculis internerviis angulatis umbrinis, 2-2 mm. latis, grega- 
ria, puctiformia, innata.— Al Giardino Inglese in Palermo, sulle foglie 
di Cercis Siliquastrum. 

12. Septoria Cirrosae, Sacc. Sp. nov. Maculis amphigenis, sed supra 
distinctioribus, orbicularibus, 8-10 mm. diam., late atro-purpureo-margi- 
natis, medio alutaceis: pycnidiis amphigenis, sed supra copiosioribus, 
dense gregariis, punctiformibus, prominulis , nigricantibus : sporuhs ba- 
cillaribus , utrinque obtusulis , 36-45^^2 2,5, rectiusculis, 4-5 - nucleato- 
pseudoseptatis, hyalinis. — Alla Villa Favorita presso Palermo, sulle 
foglie morenti di Clematis cirrosa. 

13. Septoria dryophila , Sacc. Sp. nov. Maculis epiphyllis candican: 
tibus , inferne alutaceis , angustissime atromarginatis , modo anguloso - 
orbicularibus, 3-5 mm. diam., modo confluendo multo amplioribus: pycni- 
diis paucis, punctiformibus, lenticularibus, nigris, 100-150 ;a diam., spo- 
rulis bacillaribus, rectiusculis, utrinque obtusulis, crebro sub-10-septatis, 
50-56 =5w:? 3, hyalinis. — Alla Villa Favorita presso Palermo, sulle foglie 
morenti di Quercus Ilex. 

14. Sphacelotheca ScTiweinfurthiana (Thuem.) Sacc. in Syll. VII, p. 457. 
Sporae subglobosae, leves, olivaceo-fuscae, 10-11,5 a diam. Cellulae ste-' 



— 137 — 

rìles hyalinae, parce guttulatae, globoso cuboideae, 8-9 y. diam. — Vici- 
nanze di Palermo, fra le gluaie dell' Imperata cylindracea. 

15. SpTiacelotTieca Sorghi (Link) Glint, in Si/ll. VII, p. 456, et XVII, 
p. 487. Sporae, quam in tj-po , panilo majores , nerape , 8,5-9 y. diaui., 
olivaceo-fuscae, leves.— Vicinanze di Palermo, fra le glnme del SorgJnim 
lialepense var. muHcum. 

16. Stilbum coccophilum. Sacc. Spec. nov. Gregarium , parasiticura, 
capitato-stipitatum, totura album vel albidum, 800-900 ;x allum : synne- 
matibus ex mj^celio filiformi, ramuloso , repente 2-3 y. cr. surgeiitibus, 
fìliformibus 40 [i. cr., glabris, ex hj'phis angustissimis 4-5 [j. or., liyalinis, 
dense stipatis formatis : capitalo globuloso , basi obtuso (non sensim in 
stipitem tenuato) 200 y. diam., ex hyphis radiantibus formato, compactiu- 
sculo, glabro: couidiis oblongo-fusoideis, 6,.5-7 ^^ 2,5, utrinque acutulis, 
hyalinis (rarius subcatenulatis). — Nell'Orto Botanico di Palermo, sugli 
scudetti di Ceroplastes rusci, aderenti ai rami di Ficus capensis, ed invasi 
dalla Thoracantha cyanea. 



Lia biologia del Lìxus cylindrus Fab. 



La biologia del Lixus cylindrus Fab. {acupicfus Villa) è stata fin qui 
completamente sconosciuta, quantunque il Bargagli, l'erudito biologo, 
che dei Rincofori europei, si è cosi lodevolmente occupato, dica che 
il Ghiliani « indica le radici dell' Arthemisia campesiris per abitazione 
della larva di. questa specie » (1). 

Però il Bargagli non cita l'opera del Ghiliani, e siccome nell'elenco 
bibliografico messo avanti al lavoro del Bargagli stesso, del Ghiliani si 
cita soltanto la « Memoire su la situation de quelques Coléoptères dans 
les différents régions du Piemont » pubblicato negli « Annales de la 
Société Eutomologique de France, Paris 1847 >■ co.si noi abbiamo cercato 
in quella memoria e nulla vi abbiamo trovato, come non abbiamo tro- 



(1) Bargagli Piero. Rassegna biologica dei Rinaofori Europei. Bullettino della So- 
cietà Ent. Italiana. Anno XVI. Firenze 1884, pag. 194. 

B Nat. Sic, Anno XXI — Nuova Serie, Voi, I. 18 



— 138 — 

vaio nulla nel lavoro su gl'insetti raccolti in Sicilia dallo stesso flhiliani 
nel 1842 e pubblicato negli «Atti dell'Accademia Gioenia di Catania ». 

Anco pria però il Bargagli parlando del Lixus cylindrus Fab. lo 
avea indicato come vivente a lo stato di larva su le radici ÙBÌVArte- 
misia campestris Lini. (1) senza accennare a l'autore di tale scoperta, 
ma noi siamo persuasi da ciò, che il Bargagli abbia trovato la notizia 
in qualche lavoro del Ghiliani, da noi ignorato e fors'anco inedito. 

Ma il biologo fiorentino, il quale ben couoscea come tutte le larve 
del Gen. Lixus vivessero nel canale midollare delle Composte, nel ri- 
ferire la notizia del Ghiliani, che pur parca una stuonatura, fé' subito 
giustamente osservare « come questa sarebbe la sola specie del genere 
abitatrice di radici a lo stato di larva (2). 

Al certo delle eccezioni, nelle abitudini, nei costumi, nella biologia 
degli insetti, è facile ti'ovarne, ma il gusto filologico, come avea bene 
intuito il Perris , diffìcilmente si modifica, e quindi parea molto strana 
la eccezione che le larve del Lixus cylindrus Fab. voleano fare , a la 
regola generale per tutte le altre larve delle molte forme specifiche del 
Gen. Lixus , sicché non è senza leggittimo orgoglio che noi possiamo 
affermare errata la osservazione del Ghiliani, e confermata ancora una 
volta , l'intuizione del Perris , per ciò che riguarda il modo di vivere 
delle larve del Lixus cylindrus Fab. 

Detto insetto nel Messinese vive nel canale midollare di una com- 
posta, V Hyppomarathrum siculum v. longifolium Gussone, e noi ne abbiamo 
studiato tutte le sue fasi biologiche negli anni 1907 e 1908. 

Il Lixus cylindrus Fab. era noto da molti anni per l'Europa, e vi 
si era ritrovato in quasi tutti i paesi appartenenti a quella vecchia parte 
del mondo antico ; però esso non lo si era rinvenuto comune in niun 
posto. Anco di Sicilia era noto da lunga pezza. 

Nelle vicinanze di Messina noi l'avevamo raccolto assai di rado in 
giugno su ['Hyppomarathrum in quel di Tremonti, contrada Rocche, nelle 
proprietà dei signori Salvatore Patania e Domenico Aliberti ; ma nel 
giugno 1907, osservando alcune di quelle piante, e specialmente presso 
il pedale , le abbiamo viste deformate da alcune escrescenze giallastre, 
a guisa di galle o di bitorzoli. Curiosi di conoscerne la causa, abbiamo 
tagliato longitudinalmente alcuni di quei gambi, e tosto li vedemmo 



(1) Bargagli Piero. Gontribinioni alla biologia dei Lixidi. Boi. della S. E. It. Anno XIV. 
Firenze, 1882, pag. 317. 

(2) V. Bargagli P. Op. cit. 1881, pag. 194. 



— 139 — 

abitati da alcuni vermiciattoli cilindrici, molto somiglianti a le larve del 
Lixus cvìbricollis Rohm, che invadono i gambi della Vida faba-vulgaris. 
Li credemmo quindi larve di un Lixus e molto probabilmente del L. cy- 
lindrus Fab. che su quella pianta avevamo raccolto, e ci demmo a tutto 
uomo a sezionare le piante grosse di Hyppomarathrum, in cui con grande 
gioia trovammo, assieme a moltissime altre larve, varie ninfe ed alcuni 
insetti perfetti di quella elegante forma specifica. 

Larva. 

La larva del L. cylindrus Fab. al suo massimo sviluppo, misura la 
lunghezza di 15 a 17 mm. È bianco-perlacea, sub-cilindrica, con la testa 
rosso-bruna, gli occhi evidenti; pelosa o meglio setolosa con poche setole 
bianco-sporche. Ha i due ultimi segmenti, gli anali, più grandi e grossi 
degli altri, ed il segmento cefalico più piccolo di tutti. Si introduce nel 
canale midollare à.e\V rjyppomaratlirum dal basso, e rosicchia con la testa 
sempre rivolta in alto, avanzando in modo da avvicinarsi all'inforcatura 
dei ramoscelli, e quando ha raggiunto il suo completo sviluppo, proprio 
sotto quella inforcatura vi si trasforma in ninfa, di modo che divenuta 
imagine, più facilmente può aprirsi un varco nell'incavo superiore, for- 
mante l'ascella di quella inforcatura, là ove, cioè i tegumenti vegetali 
si presentano meno resistenti. E di fatti , è quasi sempre in quel sito 
che vi si osservano i fori di uscita del L. cylindrus Fab. Se ne trovano 
è vero di tai fori, anco sul lato del fusto rivolto ad Est o a Nord, ma 
giammai ne osservammo sul lato Sud e solo qualcuno sul lato Ovest. 

La larva del Lixus per compiere tutto il suo sviluppo, impiega da 
50 a 70 giorni , e perciò tale insetto che suole apparire nel Messinese 
a la fine di maggio , ha soltanto due generazioni annuali , giacché le 
imagini che appaiono in ottobre, pensano a cercarsi un locale di sver- 
namento , ove rimangono fino al seguente aprile. A la fine di questo 
mese o nei primi di maggio, escono dal loro ricovero, i due sessi si ac- 
coppiano , e dalla seconda quindicina di maggio in poi è facile vedere 
la Q intenta a deporre le uova nel gambo àeW Hyppomarathrum, o tro- 
vare qualche coppia ritardataria su quella pianta fino al vegnente giugno. 

Non abbiamo giammai ritrovato nel dicembre ed anco nel novembre 
alcuna ninfa di Lixus, segno indubbio, che la trasformazione in imagine 
si compie pria dei mesi invernali, e che giammai sotto lo stadio di larva 
di ninfa, quella forma specifica passa l'inverno. 

La deposizione delle uova avviene dopo varii tentativi fixtti dalla Z, 



— Ì40 — 

e le varie punture che dessa produce sulla scorza ù&W liyppomaratlirum 
dan luogo a delle piccole escrescenze a dei piccoli bitorzoli giallastri, 
simili ad essudamenti resinosi o ceriferi. 

Uovo. 

Uuovo del L. cyUndrus Fab. è elissoidale, gialliccio e della grossezza 
di 1 mm. e mezzo sull'asse minore, e di mm. 2 e mezzo su l'asse mag- 
giore. Viene deposto in una cavità allungata , con l'estremità cefalica 
verso l'interno del gambo e a soli 2 mm. dall'esterno. Dopo 8 o 10 giorni 
da la deposizione, l'uovo si apre per dar vita ad una larvetta bianchiccia, 
la quale subito si mette al lavoro , cioè, intaccando la parte molle del 
gambo e spingendosi verso l'interno, ove vi si trova a suo bell'agio cir- 
condata dal molle tessuto che tapezza il canale midollare di quella 
pianta. 

Ninfa. 

Giunta la larva al suo completo sviluppo, si prepara a mutarsi in 
ninfa. A tal uopo, resta immobile per alcuni giorni, durante i quali av- 
viene una immensa modificazione interiore, e principalmente nell'appa- 
rato boccale. Dopo 4 o 6 giorni di immobilità, ed appena la metamorfosi 
è compiuta, la giovane ninfa si libera dal suo lenzuolo larvale a furia 
di movimenti districatorii dell'addome e del torace. La pelle che rico- 
priva la vecchia larva , si apre su la testa in due parti , e tutta per 
effetto dei movimenti su citati, si raccoglie verso l'estremità anale, ove 
rimane alquanti giorni attaccata. La ninfa che appare ha già tutti i ca- 
ratteri e le parti delia futura imagine bene sviluppati, eccetto le elitre 
che sono rattrappite, in modo da farle credere , guardandola da tergo, 
uno Stafilinide. Però vista di faccia , tale somiglianza subito svanisce, 
giacché il rostro lungo e coricato sul petto e sull'addome , in mezzo a 
le zampette rattrappite, le fa conoscere per un Cui'culionide e di quelli 
a lungo rostro (Mecorrlij^nchi secondo Schonher). La ninfa del Lixus 
cyUndrus Fab. è di color bianco jalino al suo apparire, e con la sola 
estremità del rostro e i due occhietti alquanto anneriti. Dopo 5 o 6 giorni 
cominciano a colorarsi, i tarsi, le estremità dei femori e delle tibie, le 
elitre ecc., e cosi di giorno in giorno viene a colorirsi tutto l' insetto. 
Dopo 15 18 giorni la trasformazione è compiuta e tutto l'insetto ha 
acquistato la colorazione rosso-bruna , con tutte le parti ben allungate 



- 141 — 

e sviluppate. La nmfa del Lixus che nei primi giorni di esistenza è 
alquanto irrequieta, man mano che va a diventare adulta diviene più 
calma, fino a restare immobile e perfettamente tranquilla. Però il colo- 
rito delVimagine, appena terminato il periodo di ninfosi, è omogeneo per 
tutto l'insetto, mentre noi sappiamo che le sue elitre sono macchiettate 
di colori e fasce più o meno giallastre o bianchicce , nella sua piena 
attività. Come succede ciò ? 

Abbiamo voluto seguire anche noi tale lavorio di abbellimento, ed 
abbiamo potuto constatare giorno per giorno la colorazione che desso 
subisce su tutte le parti del corpo e principalmente su le elitre , ma 
disgraziatamente, il cataclisma che distrusse Messina il 28 dicembre 1908, 
ci distrusse con la nostra ricca collezione, un'infinità di studi compiuti, 
di note, di appunti, di disegni, di allevamenti, e dobbiamo per ora con- 
tentarci di dare un'idea generale, su quel problema, con la speranza di 
poter completare questo nostro lavoro, con dati e figure che andremo 
a raccogliere e a delineare nell'està vegnente. 

La colorazione dell'insetto o meglio il suo vestito^ si compone dallo 
sviluppo di pollinosità, bianca, giallastra e rossastra, che si inizia come 
una leggera polvere e che acquista man mano tale spessezza da fare 
sparire in certi punti il colorito dei tegumenti sottostanti non solo, ma 
da coprire anco le striature e le punteggiature che ricoprono le elitre, 
il corsaletto ed il capo dell'insetto istesso. Tale lavorio di abbellimento 
si compie nella più perfetta immobilità dell'animale, e nel posto stesso 
ove esso subì le sue metamorfosi, cioè nel canale midollare deWHyppo- 
marathrum , a differenza di ciò che succede per altre forme specifiche 
del Gen. Lixus come ad esempio del cribricolUs Bohm., per il quale la 
pollinosità si sviluppa dopo che l'insetto è uscito dalla sua dimora, e 
cambia con la pianta su cui vive. Noi abbiamo difatti raccolto in feb- 
braio e marzo il Lixus cribricollìs Bohm., su la Vida Fàba vidgaris co- 
lorato in giallo vivo; in aprile, sulle piante di Pirus colorato in bianco 
sporco, in maggio sui carciofi, Cynara scoli/tmis, colorato in arancio, e 
talfiata in giugno colorato in rosso. Invece il L. cjjUndricus porta fin da 
la culla il suo abbigliamento, anzi da vero e proprio hjon non esce da 
la sua stanza se non completamente ed elegantemente vestito. La sua 
toelette la si compie nella solitudine della sua cella e nella più perfetta 
quiete, ed occupa non meno di 5 a 6 giorni. 

Raggiunta la sua piena metamorfosi, il Lixus attacca la parete della 
sua dimora, che fu pure sua nutrice, e con le sue mandibule vi apre 
un foro sub circolare , molto più grande del diametro del suo corpo , e 



— 142 - 

di buon mattino vien fuori. Riteniamo che l'apertura che pratica Vima- 
gine del Lixus sia più grande di molto del volume del suo corpo per 
non sciuparsi l'elegante vestito , che ha tanto pazientemente atteso a 
formarsi. 

-^ Imagine. 

L'imagine del L. cylìndrus è abbastanza nota per poterla qui de- 
scrivere nuovamente. Basta dire che esso ha le elitre mucronate, spero- 
nate e fasciate di bianco o di giallastro avanti l'estremità posteriore. 
G-l'insetti della generazione estiva, quelli cioè che appaiono verso la metà 
di agosto si accoppiano immediatamente , e la Q va subito a deporre 
le uova su le piantine di Hyppomorathrum, mentre gl'insetti della gene- 
razione autunnale che appaiono verso la fine di ottobre o un po' più 
tardi, corrono a nascondersi nelle anfrattuosita delle rocce, al piede di 
grossi alberi o sotto la corteccia screpolata dei vecchi tronchi, per ivi 
svernare. A primavera inoltrata escono dai loro rifugi, si accoppiano e 
la 9 torna al suo lavoro di deposizione di uova, dopo di che muore: 
il cT l'ha preceduta. 

Come si è potuto osservare , la biologia completa del Lixus cylin- 
drus ha la seguente durata : 

Uovo Solo giorni 

Larva 50 o 70 » 

Ninfa 16 18 » 

Abbigliamento 5 o 6 » 

Totale ... 79 104 

cioè da 79 a 104 giorni, vale a dire una media di 92 giorni circa, mesi 3. 
Ecco quindi come da maggio a ottobre possano al più contarsi due ge- 
nerazioni. Speriamo dare in avvenire dati e notizie molto più precise, 
e corredare di figure le ulteriori ricerche. 

Palermo, 1/10/109. 

Geom. Vitale F. 



-- 143 



LA ZAGARA 



È il fiore degli Agrumi e degli Olivi che dà origine al verbo sici- 
liano zagariarì, il quale si adopera quando tali alberi accennano a fiorire, 
ed allo aggettivo zagariatu ,■ con cui si designano gli alberi già fioriti. 

Il Pasqualino asserisce nei suoi manoscritti, depositati nella Biblio- 
teca comunale della nostra città, che la parola zàgara derivi dtilla 
voce ebrea tzachae, significante candor , nitor ; invece, il Vinci la ri- 
tiene proveniente dal radicale tsagar, albus , o tsangarà, candida^ 
aggiungendo: <i- est enim flos nimio candore spectàbilis ■>■> . 

Lo stesso autore, in altro brano dei suoi manoscritti, dice : « zàgara, 
« veì ah hebraeo ut supra, vel ab arabico zahar, florere, exoriri, splendere, 
« nitere ; linde zàheron, flos. » 

Il Commendatore Salvatore Cusa, già Professore di Lingua e Let- 
teratura arabica nel nostro Ateneo , mi assicurava personalmente che 
la parola Zàgara equivale all'arabico » j: , adoperato nell'Africa come 
in Sicilia per designare il fiore degli Agrumi e che bisogna interpre- 
tarla nel senso letterale, come oggi si fa in tutte le investigazioni filo- 
logiche, non essendo più ammessi i ripieghi antichi per determinare i 
radicali delle parole appartenenti a lingue straniere. A giudizio del 
Professore medesimo , molte voci arabiche esistenti nel nostro dialetto 
noi non le ereditammo direttamente dagli Arabi , che dominarono per 
lunghi anni in Sicilia; ma le possediamo perchè adoperate nell'Africa, 
alla quale siamo legati per molte relazioni commerciali. 

La più brillante illustrazione della voce Zàgara, la si deve all'in- 
signe filologo Nicolò Tommaseo, il quale scrivendo nel giugno del 1869 
da Firenze ai redattori del giornale omonimo, che si pubblicava in 
Reggio di Calabria, ebbe a dire : 

« Il dolce nome del fiore di zàgara ho fede che diventi, da Calabro, 
« Italiano ; e nel soave alito di questo Agrume sento il contrapposto 
« della similitudine Oraziana : fretis acrion Iladriae Curvantis Calabros 
« sinus. Non a caso l'Arabo Zahara vale e brillare e fiorire ; ed il 
« Maltese zahria , la stella Diana ; ed il Reggino Zagarella , il fiore 
« d' Olivo, (che in Toscana ha una voce propria , mignolo , dalla forma 



« miuuta, onde poi mignolare, che è il fiorire non d'altre che di quella 
« pianta) ; e l'Ebraico Zaith, uliva, viene da verbo che suona rispleu- 
« dere o spremere olio ; ed il Siriaco Ziv è il mese del brillare dei fiori ; 
« e neir Illirico, Ziv vale vivo e Zvit, fiorire, e Zelen verde, Zemlia 
« ZvizDA stella, e Svit luce e mondo ; come il Latino Mundus e bel- 
« lezza e universo. » (*) 

I fiori degli Agrumi vanno apprezzati per la soavità del pi'ofumo, 
non meno che per l'efficacia delle loro proprietà cordiali , cefaliche ed 
antelmintiche. I farmacisti li convertono in tinture , in pastiglie ed in 
conserve; i liquoristi ne aromatizzano gii sciroppi, le ratafie e le be- 
vande ; i confettieri se ne avvalgono per coudire le focacce, le torte e 
varie pastiglie ; i profumieri l' adoperano nelle pomate , nelle polveri 
dentifricie , negli estratti ; molti speculatori, finalmente , li spediscono 
nelle regioni nordiche, preparandoli col sale entro le botti. 

L'utile maggiore si ritrae dai fiori degli agrumi estraendone l'olio 
essenziale mercè la distillazione , ovvero candendoli , come si fa nella 
Provincia di Siracusa per averne un dolce aromatico, squisitissimo. 

I fiori dell' Arancio forniscono l'olio essenziale più soave mercè la 
distillazione ; quelli del Cedro , del Limone, del Bergamotto e della Li- 
metta si prestano male e producono acque poco aroma,t.iche e punto 
medicinali. 

L'aroma dei fiori di Arancio dicesi nanfa o lanfa, perchè gli antichi 
indicavano tali fiori col nome nanfa , nafae ; d' onde 1' acqua nanfìa dei 
nostri distillatori, che può ottenersi con procedimenti diversi, tra i quali 
va raccomandato il seguente : 

Si raccolgono i fiori dopo il levarsi del sole, cioè quando la rugiada 
è scomparsa, e si versano in alambicco con egual peso di acqua. Distil- 
landoli con diligenza, si ottiene un estratto di soave odore, amaricante, 
gradevolissimo. 

L' acqua nanfa , ordinariamente , va estratta adoperando i fiori dei 
Melangoli, i quali, raccolti di fresco e distillati senza litardo, rendono, 
per ogni cento chilogrammi quaranta di estratto doppio, dieci di sem- 
plice e sei a sette decagrammi di olio essenziale di gusto amaro, pic- 
cante, molto profumato, che, invecchiando, dal colore dorato volge al 
rosso-chiaro. È questa 1' essenza che si strizza in maggior quantità dai 
fiori degli Agrumi. Essa, come dissi testé, entra in un numero rilevante 



(*) Lettera di Nicolò Tommaseo in data del dì di S. Paolino di Nola , data a Fi- 
renze. Pubblicata nel Giornale la Zagara. (Vedi anno 1", 8° Luglio 1869). 



— 145 — 

di preparazioni e di cosmetici e riesce tanto più gradita nel commercio, 
quanto più conservi l'odore naturale dei fiori d'onde proviene. 

Volendo estratto di qualità superiore, bisog-ua attenersi ai fiori del- 
l'Arancio e , dopo averlo ottenuto col processo surricordato , tornare a 
distillarlo sopra un quarto di fiori nuovi , rispetto al peso primitivo. 
Cento chilogrammi di fiori di arancio rendono appena tre o quattro 
decagrammi di olio essenziale o neròli, che è più chiaro dell'olio di Me- 
langoli, meno denso, di colore più debole e si approssima a quello della 
cannella. L' acqua distillata coi fiori dell'Arancio riesce molto più gra- 
devole e meno amara rispetto a quella estratta dai Melangoli , la 
quale va preferita pei profurai e pei condimenti. 

I fiori provenienti dagli alberi coltivati nelle colline danno più olio 
essenziale che non facciano quelli allogati nelle pianure ed il loro pro- 
fumo, in corrispondenza, è più delicato. 

L'acqua dei fiori di Arancio è usitatissima in Francia e si adopera 
per aromatizzare tutte le bevande calde e fredde, a partire dall' acqua 
potabile, che spesso non si beve senz'essere aggraziata eoa quell'essenza. 

L'anisetto, che noi Italiani adoperiamo nell'acqua potabile, non che 
le varie essenze di Lampone, di Ribes e di Caffè, tendenti a renderla 
più sapida e più gradita al gusto, in Francia vanno sostituiti dall'acqua 
di fior d'Arancio, che ha uso comunissimo nelle famiglie elette a fornire 
il miglior condimento delle bevande aromatizzate mercè essenze. 

L'acqua nanfa francese è soave e supera di gran lunga quella 
estratta dai nostri distillatori, che riesce amara, razzente e poco gradita 
al palato : salvo rare eccezioni. La peggiore è quella fabbricata dai 
Farmacisti, la quale nen può adoperarsi nell'acqua potabile, attribuen- 
dovi sapore disgustoso. 

Nei tempi andati la miglior qualità dell' acqua nanfa producevasi 
nei Monasteri , dove le suore fabbricavano dolci d' ogni maniera per 
appagare la leccardia dei consumatori esterni ; ma tuttavia 1' acqua in 
parola sottostava a quella francese, che ha il primato sulle altre pro- 
dotte nelle regioni meridionali di Europa. 

Per verità, io non so dire se i difetti proprj della nostra acqua 
nanfa derivino dalla cattiva distillazione, o dalla scelta poco accurata 
dei fiori, o dall'una e I' altra causa prese insieme. Affermo , però , che 
l'acqua dei fiori di Arancio di Grasse e di Nizza , da me gustata sui 
luoghi di produzione , supera la nostra di gran lunga ; e prova ne sia 
il fatto, che i Francesi residenti in Sicilia non sanno rinunziarvi , seb- 
bene obbligati a pagarla a caro prezzo. Questo ftitto è grave , ove si 
Il Nat. Sic, Anno XXI — Nuova Serie, Voi. I. 19 



— 146 — 

pensi che noi siamo nella vera Regione degli Aranci, ed i nostri pro- 
fumieri dovrebbero affrettarsi a cancellarlo per sempre, migliorando la 
qualità àeWacqua nanfa con tutti i mezzi in loro potere di esercitare. 
Noi abbiamo distillatori abbastanza intelligenti , ciie possiedono 
alambicchi moderni di bella costruzione ed opificj animati da macchine 
a vapore di qualche rilievo ; abbiamo i fiori dell' arancio per più mesi 
dell'anno, frag'rantissimi ed a buon patto ; abbiamo, in una parola, tutte 
le condizioni favorevoli per fabbricare la migliore acqua nanfa possi- 
bile : perchè, dunque, renderci tributarj agli stranieri per tale prodotto 
aromatico e non farne un capo importante di speculazione ? Perchè 
non migliorarne la fabbricazione, avendo in abbondanza ed a buon patto 
la materia prima ? 

Ferdinando Alfonso. 



Prof. Giovanni Ettore Mattel 



UNA PIANTA A CAOUTCHOUC INDIGENA 

(ATRACTYLIS GUMMIFERA) 



L'importanza del Caoutchouc negli usi industriali è aumentata , in 
questi ultimi anni, in modo straordinario. Il ciclismo, 1' automobilismo, 
la navigazione aerea, le pavimentazioni in Caoutchouc , ne consumano 
una quantità enorme, ed ogni giorno nuove scoperte rendono sempre 
più preziosa questa sostanza. Si è cercato di ottenere chimicamente 
utili succedanei, ma quelli fin qui esperimentati non hanno alcuna ap- 
plicazione pratica. 

Perciò, per soddisfare le richieste sempre in aumento, si sono sot- 
toposte le riserve naturali di piante di Caoutchouc, ad exploitations 
troppo intensive ed irrazionali, che in breve le hanno esaurite. 

In vista di questa vicina deficienza di produzione, furono poi iniziate, 
in località propizie, importanti piantagioni di alberi o liane a Caoutchouc, 
ma queste , benché bene proraettino , sono ancora troppo di recente 
data , perchè se ne possa ritrarre un vantaggio immediato : occorrono 



— 147 — 

ancora molti anni prima che arrivino a completa produzione. Perciò il 
valore del Caoutchouc è in continuo aumento: ad esempio il Parafino 
dell'Alta Amazzone, che può ritenersi essere la qualità migliore, dal cui 
prezzo sono regolati quelli delle altre, mentre sui primi mesi del 1908 
valeva poco più di 7 franchi il chilogramraa , in luglio 1909 era salito 
a 22 franchi, in agosto a 23, in settembre a 24 ed in ottobre a 25. Una 
conferma ci è data dalle Società che trattano le exploitations del 
Caoutchouc : ad esempio la Selangor Co. ha portato i dividendi annuaU 
ai suoi azionisti, dal 25 al 50 per cento, poi al 75 nel 1907 e finalmente 
al 100 per cento nel 1908. Queste cifre sono troppo eloquenti per ab- 
bisognare di qualsiasi commento ! 

Frattanto, per far fronte alle impellenti richieste del momento, si 
vanno cercando in ogni regione, nuove piante a Caoutchouc, anche di 
minore valore industriale, la cui immediata exploi t a tion , possa 
provvedere il Caoutchouc che le industrie insistentemente domandano. 
Riviste industriali e pubblicazioni botaniche in questi ultimi tempi hanno 
fatto conoscere un buon numero di piante capaci di produrre Caoutchouc: 
alcune di queste anzi hanno già dato luogo ad importanti imprese per 
la loro lavoi'azione. Citerò il G u a y u 1 e (Parthenium argentatum) del 
Messico, le Lorantacee del Venezuela, l'Ecanda {Raphioracme 
utilis) dell'Africa occidentale, etc. 

Però fin qui non si conosceva alcuna pianta a Caoutchouc d'Europa, 
ed anzi si credeva che l'elaborazione di questa preziosa gomma non 
potesse avvenire altro che in paesi riscaldati dal sole tropicale. 

Tuttavia sono convinto che anche diverse piante indigene possano 
produrre Caoutchouc : già se ne è riscontrato in diverse specie di Eu- 
phorbia , anche annuali , nella Chondrilla juncea (1), nel Sonchus olera- 
ceus , e ne contenga pure ì'ilex AquifoUurn. Ma sopratutto una specie 
comunissima in Sicilia, V Atractylis gummifera, della famiglia delle Com- 
poste , ne contiene in grande abbondanza , prestandosi cosi alla sua 
estrazione industriale. 



(1) Ritengo che la Chondrilla jimcea sia una delle piante indigene più ricche a 
Caoutchouc, di sicuro avvenire, meritevole di profondo studio tecnologico, tanto più che 
sarebbe di facile exploitation, essendo comunissima in tutta Europa, dal Belgio 
e dalla Germania, fino alla Russia meridionale, alla Siberia Uralense ed alla Persia, ed 
anche di facile coltura, essendo specie biennale. Tanto Dioscoride che Pmnio fanno 
menzione della sua gomma, e specialmente Fabio Colonna {Fitobasan. 1748. 10) ne 
tratta a lungo, paragonandola alla go7nma mastice : anche Shìthorp {Fior. Oracc. Prodr. 
II. 1813. 128) dice che, nell'Isola di Lesbo, anche ai suoi tempi , dalle radici di questa 
pianta, secerneva e si raccoglieva una sorta di gomma. 



— 148 — 
Di questa pianta appunto intendo ora trattare. 

Nozioni scientifiche. 

UAtractylis gummifera è una specie veramente isolata, non poten- 
dosi strettamente avvicinare ad alcuna altra Composta del gruppo delle 
Carlineae, cui appartiene: ciò è ancora dimostrato dalla incertezza con 
cui gli autori vennero classificandola. Linneo (1) la ascrisse al genere 
Atractylis , ma non ha alcuna relazione con V Atractilis cancellata, né 
con le altre specie dell'Africa settentrionale affini a quest' ultima. La- 
MARK (2) la passò al genere Charthamus , ma in tal genere trovasi an- 
cora più a disagio : il medesimo dicasi per il genere Acarna ove la 
collocò il WiLLDENOW (o) e per il genere Cirselium ove la collocò il 
BitOTERO (4). Forse si avvicinò più al vero il Lessing (5) ascrivendola 
al genere Carlina, imperocché indubbiamente ha qualche reale affinità 
con alcune specie di tale genere : tuttavia alcune caratteristiche che 
ha in comune con la Carlina acanihifolia, dipendono forse più da so- 
miglianza di adattamenti che da stretta consanguineità. Credo che meglio 
dì ogni altra classificazione sarebbe attenersi a quella del Cassini (6) , 
il quale di tale specie ne formò un genere a parte, cioè il genere Cha- 
maeleon , caratterizzato per avere le squame interne dell'involucro non 
raggianti e per il pappo con due serie di setole. Tuttavia , persistendo 
molti autori ad ascriverla al genere Atractylis, e volendo qui trattarne 
più dal lato economico ed industriale che dal lato scientifico, conservo 
tale dicitura per evitare facili confusioni. 

h' Atractylis guinmifera poi è pianta con radice sotterranea grossis- 
siraa, cilindrica, terminante apicalmente in 5 a 6 fusti cortissimi, ognuno 
dei quali porta una rosetta di foglie applicate al terreno , scarsamente 
cotonose, di colore verde vivace, pinnatifide o bipinnatiflde, a segmenti 
ineguali , dentato-spinosi , tutte picciolate, a piccioli abbastanza larghi. 
Le Calatidi sono grandissime, solitarie od aggi-egate alla sommità di 
ciascun fusto, in modo da sembrare sessili al centro delle rosette fogliari. 



(1) Linneo, Sp. pi. 1753. 829. 

(2) Lamark, Encycl. I. 1783. 639. 

(3) WiLLDENOW, Sp. pi. III. 1800. 1699. 

(4) Broteuo, fi. Lusit. I. 1804. 346. 

(5) Lessing, Syn. Camp. 1832. 12. 

(6) Cassini, Diot. 47. 1827. 509, 



- 14§ - 

L' involucro di ogni calatide è emisferico , con brattee ispessite, incise, 
portanti raarginalmeute numerose spine ramose, le superiori più grandi, 
e con iscaglie numerose, embricate, intere, lineare-lanceolate, acuminate, 
ciliate, terminanti in ispina appressata, aracnoidee, le più alte non rag- 
gianti, lucide, color rosso porporino nella loro metà superiore. I singoli 
fiori, assai piccoli, sono di color bruno porpora, tutti tubolosi, conformi. 
Gli achenii sono di colore giallo stramineo , coperti di piccoli peli , e 
sormontati da un pappo quattro volte più lungo dell'achenio, con setole 
biseriate, agglutinate in falangi e ricurve verso l'esterno. Le palee poi 
del ricettacolo sono a divisioni acute, un poco ispessite e fusiformi alla 
sommità. 

Di questa specie si ha poi una varietà, corrispondente alla Carlina 
Fontanesii di De Candolle(I); ossìa, Atractylis macrocephala dì DESFOy- 
TAINES (2), caratterizzata specialmente per le brattee iavolucrali con 
rachidi assai dilatate , piane , fogliacee, ciliato spinulose al margine , a 
spine tenuissime e numerose , per solito prive di tomento. Secondo il 
Fiori (3) questa forma sostituirebbe come vicariante in Sardegna ed in 
Corsica la vera Atractylis gummifera, e foise anche è la forma che si 
presenta più frequente nell'Africa settentrionale. 

Distribuzione geografica. 

U Atractylis gummifera cresce gregaria , occupando sovente vaste 
estensioni : si trova sparsa per quasi tutta 1ì;i regione mediterranea. In 
Italia, come constata Beetoloni (4) si estende dagli Abruzzi, dal 
Ma te se e dal Tavoliere, fìiio all'estremo sud della Penisola: si 
trova specialmente al Gargano ed alla Sila, secondo le indicazioni 
del Tenore (5) : è assai comune in Sicilia, dove tanto Gussone (6) 
quanto Lojacono (7) constatano esistere dapertutto frequentissimci. Tra- 
vasi pure comune in Sardegna, come asserisce MORis (8): fu indicata 



(1) De Candolle, Prodr. VI. 1837. 548. 

(2) Desfontaises, FI. Ali. 1800. 253. 

(3) Fioui , Sulla presenxa di Carlina Fontanesia in Sardegna r. Corsica. 
In Boll. Soc. Boi. Hai. 1903. 61. 

(4) Bertoloni, Fior. IL IX. 1853. 62. 

(5) Tenore, FI. Neap. II. 1820. 194. 

(6) GussoNE, FI. Sic. IL 1843. 433. 

(7) LojACONO-PojERO, FI. Sic. III. 1902. 129. 

(8) MoRis, FI. Sard. II. 1840. 436. 



— l50 -^ 

per la Corsica da Grenier e Godron (1), e per Malta da GRECit- 
Delicata (2). Cresce pure frequente nel Peloponeso e nell'Asia 
Minore, come dice Boissier (3): in Grecia esiste particolarmente 
nell'Epiro, nella Beozia, nell'Attica e nella Laconia, secondo 
le indicazioni di Halacsy (4) : I'Heldreich (5) poi dice trovarsi comune 
in Cefalonia. Per quanto riguarda l'isola di Creta, vi si trova 
abbondantissima , come aveva già asserito Tournefort (6) e come ha 
confermato Raulin (7). Si trova pure comune nella Spagna australe, 
secondo le indicazioni di Willkomm e Lange (8), ed in Portogallo, 
secondo Colmeiro (9). Per quanto infine concerne l'Atrica del Nord, 
Desfontaines (10) l'aveva già dichiarata assai frequente al Marocco ed 
in Tunisia: la sua presenza in Algeria è constatata da Battandier 
E Trabut (11): per la Tunisia poi Bonnet e Baratte (12) la dicono 
comune al nord ed al centro, come pure nel paese dei Kroumiri , ma 
più rara verso il sud. 

U Atractylis gummifera trovasi per solito nei luoghi scoperti, soleg- 
giati, sassosi , dal mare fino ad una discreta altitudine sui monti , ab- 
bonda nei campi aridi e sul margine delle strade, massime nelle colline 
a forte declivio : sovente esce da spaccature di roccie ove la sua vege- 
tazione sembrerebbe impossibile, ma più spesso abbonda nei terreni 
argilloso calcarei, assai bagnati d'inverno e perfettamente secchi d'estate. 

Appunti storici. 

I più antichi autori, comeDioscoRiDE(13), Teofrasto(14), Plinio (15), 
parlano a lungo àBÌVAtractliiis gummifera , designandola sotto il nome 



(1) Grenier et Gouron, FI. Frane. II. lySO. 436. 

(2) Grech-Delicata, FI. Melit. 1853. 20. 

(3) Boissier, FI. Or. III. 1875. 451. 

(4) Halacsy, FI. Oraec. II. 1902. 94. 

(5) Heldreich, fi. Ceph. 1887. 26. 

(6) Tournefort, Corali. 1703. 33. 

(7) Raulin, FI. Crei. 1869. 483. 

(8) Willkomm et Lange, FI. Eisp. II. 1870. 131. 

(9) Colmeiro, Plani. Hisp. Lus. III. 1887. 287. 

(10) Desfontaines, FI. Ali. II. 1800. 252. 

(11) Battandier et Trabut, FI. Alg. 1888. 486. 

(12) Bonnet et Baratte, Cai. Tunù. 1846. 234. 

(13) Dioscoride, III. 8. 

(14) Teofrasto, VI. 4. 9, IX. 1. 3. 

(15) Plinio, XXI. 56, XXII. 21, XXVII. 13. 



— 151 — 

di Chamaeleo , a causa del differente colore che dicevasi assumere in 
armonia alle colorazioni dei terreni in cui viveva: infatti dicevasi di 
queste piante: « cum terra colorem mutant:hic enim viridia, illic 
albicantia , alibi coerulea , nennusquam rubra inveniuntur ». In tempi 
più recenti ne trattarono pure a lungo , dandone anche buone figure, 
Onorio Belli (1) , Fabio Colonna (2) , Prospero Alpino (3) , Paolo 
Boccone (4), Tournefort (5) etc. 

Interessa quanto ne scrive in proposito Fabio Colonna. Egli dice: 
« Rustici armentorura duces gummi , quod in acarno et Inter spinosa 
foliola calycis manat, coUigunt, illudque appellant Cera di Cardo, 
quia concretum veluti Cera durescit , atque ubi attrahendi opus sit eo 
utuntur. Non secus ac viscum dum recens est adhaeret, et in fila pro- 
tenditur, colore candido, nara e.N lacteo succo concrescit, et deinde col- 
lectum cerae modo concrescit , concretatumque inficitur nigrescitque ». 
Fabio Colonna nota poi che essa cresce abbondantissima nelle Puglie, 
presso Cerignola, il quale paese forse ha preso il nome dall'abbondanza 
stessa di questa pianta , e dalla gomma (volgarmente Cera) che vi si 
può raccogliere. A questa gomma gli antichi davano il nome di « Spinea 
mastiche* quasi cioè mastice di cardo, e forse da tal nome deriva 
il nome di masticogna dato dai Siciliani a questa stessa pianta. 

Sugli usi poi di questa gomma cosi si esprime il Gqssone : « Succo 
gummi resinoso , qui Inter authodii exteriora foliola exudat , ad ulcei'a 
iumentorura curanda Siculi utuntur : et iusignem copiam visci ipso con- 
tineri , praeter usum vulgarera ad viscum parandum ». Analogo uso 
trovò il Desfontaines per l'Africa settentrionale : egli infatti dice : 
« illud coUigunt Mauri et giuten ad aves capiendos paraut». 

Onorio Belli riferisce di un giuoco curioso che praticavasi nell'isola 
di Creta con la gomma di questa pianta: egli dice: « lunio et lulio circa 
echinum gummi distillat, quod pueri legunt et aliquantulum maxticant, 
postea digitis laevigant et complanant, complicatumque in vesiculae for- 
mam, super alteram manum fortiter impellunt, ita ut ex ictu vesicula 
rumpantur et crepitum edat: quo ludi genere, summopere pueri delec- 
tantur » . 



(1) Onorio Belli in Clusio, Eist. 1601. 301. 

(2) Colonna, Ocpr. I. 1616. 3. 

(3) Alpino, Exot. 1627. 125. 

(4) Boccone, Redi. Obs. 1674. 190. 

(5) Tournefort, CoroU. 1703. 33. 



— i52 — 

Un uso analogo esiste in Sicilia , come me ne conferma il Dottor 
Teodosio De .Stefani. Anche Salem (1) allude al medesimo uso, dicendo: 
« il latice rappreso, prima di essere mescolato alla terebentina per for- 
mare il vischio, viene ridotto duttile, masticandolo in bocca lungamente, 
e si ritiene giunto alla maturanza voluta allora che, stirato con le mani, 
presenta una grande duttilità, così che può essere ridotto in lamina sot- 
tilissima, che i ragazzi fauno poi scoppiettare, succhiandola attraverso 
le labbra » . 

Interessa rilevare che anche al Messico , gli indigeni usavano ma- 
sticare a lungo i fusti di Guayule (Parthenium argentatum) per estrarne 
la gomma e ridurla in forma utilizzabile. 

Analisi delia gomma. 

Da molto tempo in Sicilia V Atractylis gummifera era temuta come 
pianta velenosa : dicevasi essere avvenuti avvelenamenti in chi incau- 
tamente aveva fatto uso delle sue calatidi, scambiandole per carciofi, e 
molti pretendevano, e pretendono ancora, che le punture delle sue spine 
possano causare non lievi infezioni. Non so quanto sia di vero in questo 
ultimo asserto, ma per quanto riguarda la velenosità della pianta, questa 
è da tutti confermata, e diversi autori, fra cui il Loiaoono, asseriscono 
aver realmente dato luogo ad avvelenamenti mortali. Anzi I'Angelico 
va anche oltre, supponendo che il suo veleno abbia qualche volta ser- 
vito per avvelenamenti dolosi, non facili a scoprirsi, imperocché fin qui 
non si conoscevano reazioni atte a dimostrarne la presenza. 

In realtà sul veleno di questa pianta , battezzato Atrattìlina , ne 
hanno scritto il Lazzaro (2), il Pitini (3) e I'Angelico (4). Quest'ultimo 
anzi è riuscito a scinderne il veleno nei suoi componenti, ed a scoprire 
alcune reazioni sensibilissime, le quali permettono di riscontrarlo negli 
organi , anche in minime quantità , potendo cosi riuscire utilissime in 
casi di veneficii. 

Ma, facendo queste ricerche fu posto in chiaro un'altra qualità del- 
l' Atractylis , cioè che la viscosità della sua gomma è in massima parte 
dovuta al caoutchouc che contiene. Il primo a rilevarne la presenza fu 



(1) Salem, Not. Zool. 1909. 6. 

(2) Lazzaro e Pitini, Ax. Attratt. 1905. 

(3) Angelico e Pitini, Rie. vel. Atraet. 1906. 

(4) Angelico, Princ. Airact. 1906, 1909. 



— 153 — 

I'Angelico, ed il BORZÌ ebbe il merito di potere per primo richiamare 
l'attenzione degli industriali e dei chimici su questa sconosciuta produ- 
zione di caoutchouc indigeno. Infatti interrogato il Cheraisches La- 
boratorium fiir Handel und Industrie, di Berlino, diretto 
dal Dottor Eduard Marckwald, fu accertato che la gomma di Atractylis 
presentava la seguente composizione : 

Perdita per asciugazione a 100' . . 4,24 per cento 
Sostanze meccaniche insolubili . . 1,40 » 

Sostanze albuminose 4,07 » 

Sostanze inorganiche 2,31 » 

Resine . . • 51,52 » 

Caoutchouc 36,46 » 

100,00 

In seguito a questa analisi, il Dottor Marckwald espresse il con- 
vincimento che SiW Atractylis poteva essere riservato un lieto avvenire 
industriale, come pianta a caoutchouc, trattandosi di specie indigena ed 
abbondante: mostrò la persuasione che non poteva essere difficile otte- 
nere un prodotto più puro e genuino, da lanciare sui mercati. 

Volendo confermare queste rosee speranze, raccolto materiale grezzo 
di Atractylis, lo confidammo alla ditta Michelin ed alla ditta Torrilhon, 
per chiederle del loro autorevole parere. Come loro consuetudine, queste 
Ditte risposero con grande solerzia ed esaurientemente , inviandoci le 
loro analisi. Queste confermarono i dati trovati in precedenza, salvo che 
la percentuale del caoutchouc fu alquanto minore : ma devesi notare 
che qui si trattava di gomma grezza, tale quale viene raccolta dalla pianta, 
e non di gomma minuziosamente scelta , come lo era nel primo caso. 

Tuttavia la percentuale in caoutchouc, riscontrata anche in queste 
ultime analisi, è tale da far ritenere lucrativa qualunque exp loi ta- 
ti on di questa pianta. 

La Ditta MiCHELiN , nel campione ricevuto , riscontrò la seguente 
composizione : 

Ceneri 2,57 per cento 

Caoutchouc 22,92 » 

Residui 23,09 

Resine solubili 51,42 » 

100,00 
Il Nat. Sic, Anno XXI — Nuova Serie, Voi. I. 20 • 



— 154 — 

A questa analisi seguivano le seguenti osservazioni : « Pour ne pas 
aiterei' le Caoutchouc en le séchant au préalable, nous avons opere sur 
le produit tei que nous l'avons recu, de sorte que, dans notre aualyse, 
l'eau que pouvait conteuir le produit brut a été comptée par différence 
avec le debris végétaux ou minéraux insolubles. Les trois autres chiffres 
ont été déterminés directement. Il résulte de cette analyse que le pro- 
duit coiitient une certaine quantiié de Caoutphouc, mais mélange à au 
moins deux fois son poids de rèsine». 

La Ditta Torkilhon poi scriveva : « La densité de l'échantillon est 
de 1.037 à I;'»" C. Un tratement à l'eau bouillante enléve au produit 
en question 4. 18 p. e. d'une substanoe qui, après èvìiporation de la 
partie liquide, est dure, cassante et d'une coloration brunatre. Cette 
substance est surtout constituée par des matières albuminoides non coa- 
gulables à l'eau bouillante. Dans la partie insoluble se trouvent des 
matières albuminoides qui se sont coagulé?s par l'action de l'eau bouil- 
lante. La matière en question, après le traitement, est blanchàtre, elle 
possedè une certaine èlasticité qui disparaìta au bout de quelques jours. 
Elle se dissout dans l'éther et le pétrole en laissant un résidu insoluble 
qui forme les 6. 14 p. e. de la substance lavée. Ce residu est compose 
de substances albuminoides coagulables à l'eau bouillante et de dèbris 
de matières végétales. L'acetone precipite de la solution dans l'éther de 
pétrole une matière brunatre à l'exterieur, blanchàtre à l'intérieur, et 
élastique. C'est du Caoutchouc qui forme 22. 965 p. e. de la totalité du 
produit. Enfìn l'évaporation du mélange et d'acetone donne une rèsine 
jaune , dense , qui forme les 55. 232 p. e. de la substance lavée. En 
résumé, les résultats de la dite analyse sont les suivants : 

Materie insolubili 6,140 per cento 

Caoutchouc 22,960 > 

Resine 55,232 

Acqua 1.5,663 



» 



100, 00 



Exploitation. 



Accertato cosi l'esistenza neWAtracfylis gummifera di una non in- 
differente quantità di Caoutchouc, restava a trovare il modo di renderlo 
praticamente industriabile. 

Appena saputosi che questa pianta conteneva caoutchouc , alcune 



— 155 — 

persone stimarono potersene ritrarre grandi vantaggi industriali, ma in 
breve, vista la non facile sua estrazione, tosto sentenziarono non essere 
di alcuna pratica applicazione^ dissuadendo altresì dall'occuparsene chi 
avrebbe realmente avuto buona volontà di farne più approfondite ricer- 
che. Ragionando in tal modo, anche per il Guayule, per le liane a 
caoutchouc, per l'Ecanda (a tuberi grossi e profondi) non si sarebbe 
mai giunti ad alcuna conclusione pratica , presentando queste piante 
realmente grandi difficoltà di utilizzazione: eppure ora, con appropriati 
metodi, la loro lavorazione riesce facile e redditiva. 

Per riuscire quindi nell' utilizzazione delle piaate a caoutchouc , e 
conseguentemente anche dell' Atractylis, occorre procedere con calma e 
con fermezza, incominciando dal prendere conoscenza delle modalità di 
secrezione del latice, presso le piante, e degli uffici fisiologici e biologici 
cui il latice stesso si presta, in vantaggio della loro medesima vege- 
tazione. 

Il latice infatti, man mano che viene secreto, si accumula in par- 
ticolari ed appropriati vasi, detti appunto laticiferi, i quali sono per so- 
lito in comunicazione , da una parte , con i tessuti assimilatori o con i 
magazzeni di riserva di sostanze alimentari, quando esistono, e, dall'altra, 
con gli organi in attività di sviluppo. Pare, a quanto conferma altresì 
Bruschi (1), che il latice possa in qualche modo, massime mediante gli 
enzimi che contiene (2), servire ad una rapida dissoluzione delle sostanze 
alimentari già elaborate o che si vanno elaborando , specialmente in 
quelle regioni della pianta, ove è più attivo lo sviluppo di nuovi organi 
consumatori, come ad esempio i fiori, i frutti, i semi: quindi pare che 
in tali regioni , venga di preferenza , a momento opportuno , spinto il 
latice contenuto nei laticiferi. 

Ma non solo questa sarebbe la funzione del latice. Contenendo sciolte 
resine e caoutchouc, facilmente coagulabili all'aria, il latice servirebbe 
pure, come pensò dapprima Kniep (3), quale potente mezzo di difesa 
contro animali fitofagi, costituendo un mastice provvisorio per rendere 
tosto rimarginate le ferite. 



(1) Bruschi, Contributo allo studio fisiologico del latice. In Pirotta, Annali di Bo- 
tanica, VII, 1909, 671. 

(2) Sulla presenza di enzimi nel latice delle piante a caoutchouc , vedasi il lavoro 
dello Spenge, Sur la présence d'enxymes oxydanls dans le Caoutckottc (In Le Caoutchouc 
et la Ouita-Fereha. (V. 190S, n. 52, p. 2029 e n. 53 p. 2106). A questi enzimi appunto 
sarebbe dovuta la determinazione dei caoutchouc mal preparati. 

(3) Eniep, Ueber die Bedeutung des Milehsaftes der Pflanten. In Flora, KCIV, 1905, 192, 



— 156 — 

Ammesso queste due interpretazioni , resta accertato che il latice 
sarà più abbondante e più ricco di enzimi nei mesi in cui si mostrerà 
maggiore il bisogno di rendere facile e pronta l'alimentazione degli or- 
gani in via di sviluppo , come fiori , fruiti , semi. In tale periodo sono 
altresì più temibili i guasti causati dagli animali, principalmente insetti, 
per cui ne consegue che il latice dovrà trovarsi ancora più ricco di 
resine e di Caoutchouc , cioè di materiali cicatrizzanti. Ora appunto si 
dovranno tenere presenti queste contingenze per le e xploi ta t i ons 
delle piante a Caoutchouc, allo scopo di ottenerne il massimo reddito. 
Tale periodo per VAtractylis sarebbe nei mesi di giugno e luglio , cioè 
poco prima dello sviluppo dei fiori. In tali mesi quindi, di preferenza, 
si dovrà procedere alla esploìtation àoìì' Atractylis per 1' estrazione 
del Caoutchouc. 

Questa può essere eseguita in due modi : 

1° Mediante la raccolta diretta della gomma. Le piante, in per- 
fetto stato di integrità, non secernano gomma, ma questa tosto si pre- 
senta abbondante ad ogni ferita che venga praticata alla pianta stessa, 
massime in vicinanza dell'infiorescenza. In Sicilia, come ha rilevato 
Salem (1), è un insetto, un curculionide , il Larinus buccinator Oliv. , 
che si è assunto l'incarico di perforare le infiorescenze: infatti la sua 
larva si scava una larga camera, quasi sferica, nel ricettacolo carnoso 
delle infiorescenze di Atfactylls, ed ivi si cambia in ninfa ed in insetto 
perfetto. Ma, cosi operando, fa uscire in abbondanza il latice, che tosto 
si coagula, fra le brattee involucrali, in grossi grumi di gomma: l'in- 
fiorescenza però si arresta nel suo primo sviluppo, con assai scarsa pro- 
duzione di fiori e di semi. 

Ma ciò che fa questo insetto, può essere con migliore arte eseguito 
dall' uomo, ed infatti, praticando con la punta di un coltello , incisioni 
alla base di ogni giovane calatide, si ottiene grande secrezione di gomma, 
la quale, dopo uno o due giorni, già coagulata, può venire con tutta 
facilità raccolta. Credo, da alcuni indizii avuti, che un raccogUtore, ad- 
destrato a questa operazione, possa facilmente, nei luoghi ove V Atractylis 
abbonda, raccogliere giornalmente parecchi chilogrammi di gomma. Que- 
sta, allo stato grezzo, fu quotata, sul mercato di Parigi, due franchi al 
chilogramma, ma un reddito assai maggiore se ne ricaverebbe qualora 



(1) Salem, Not. ZooL, 1909, 5. 



— 157 - 

venisse depurata sul luogo di produzione, liberando il Caoutchouc dalle 
abbondanti resine da cui è accompagnato. Tuttavia, anche basandosi su 
tale prezzo, con un servizio bene organizzato di raccoglitori, sapendosi 
che VAtractylis occupa in Sicilia vastissime estensioni, sarebbe possibile, 
durante una intera stagione, cioè da fine maggio ad agosto, riunire una 
quantità di gomma tale, da costituire già di per sé una exploitation 
sufficientemente redditi va. 

2° Ma, per una exploitation completa delle riserve naturali 
di Atractylis, sarebbe desiderabile potere estrarre il Caoutchouc dall'in- 
tera massa della pianta, e non dalla sola gomma che ne secerne. Occorre 
tener presente che tutte le parti della pianta contengono latice ricco 
di Caoutchouc, ma allo stesso tempo conviene non dimenticare come è 
costituita la pianta stessa. Questa consta di una radice sotterranea, gros- 
sissima, enorme, cilindrica, terminante superiormente in 5 o più fusti 
cortissimi, ognuno dei quali porta una rosetta di foglie applicate al ter- 
reno. La radice contiene numerosi vasi laticiferi, ramificati, con decor- 
renza longitudinale, situati in prossimità della zona cambiale: questi 
vasi si prolungano nei corti fusti , ove raggiungono il massimo di loro 
potenzialità, per terminare nelle foglie e negli apici vegetativi. 

A primo aspetto parrebbe che il miglior modo di exploitation 
à&W Atractylis dovesse esser quello di sottoporre le intere radici ad un 
trattamento atto ad estrarre da esse tutto il quantitativo di Caoutchouc 
che contengono. Ma, se si pensa che ogni radice, allo stato adulto, può 
raggiungere un metro e più di lunghezza , con 20 a 30 e fino 50 cm. 
di diametro, e con un peso che può arrivare da 10 a 20 chilogrammi, 
non obliando che per solito crescono in terreni compatti, di difficile la- 
vorazione, risulta che le spese, per disotterrarle, assorbirebbero in gran 
parte 1' utile ricavabile dal Caotchouc che se ne può estrarre. Queste 
spese aumenterebbero enormemente per il trasporto delle stesse radici, 
qualora non si potesse procedere alla loro definitiva lavorazione sui luo- 
ghi di loro produzione. Valga l'esempio deWEcanda [Raphioracme utilis), 
il cui Caoutchouc è contenuto in grossissimi tuberi , per la quale si è 
provveduto con l' impianto di officine provvisorie colà appunto ove la 
produzione è più abbondante. 

Tuttavia credo che per VAtractylis si potrebbe adottare un altro 
sistema. Lasciando nel terreno le grosse radici, troppo profonde, le quali 
del resto, permanendo, assicurerebbero la produzione per gli anni ven- 
turi, si potrebbe recidere soltanto i corti fusti, il più basso possibile, ed, 



— 158 — 

assieme alle loro foglie ed alle loro infiorescenze, utilizzarli per l'estra- 
zione del Caoutchouc, come usasi per il Guayule e per le liane. Stante 
la maggiore facilità di estrazione e la maggiore percentuale di Caout- 
chouc, che contengono, la lavorazione di questi fusti riuscirebbe certa- 
mente redditiva : basterebbe istituire una officina provvisoria , adibita 
a questo scopo , il più vicino possibile ai luoghi di loro maggiore pro- 
duzione. 

La lavorazione poi di questi fusti, e delle foglie dovrebbe essere 
analoga a quella usata per il Guayule, per l'Ecanda, per le liane e per 
le altre piante il cui Caoutchouc si estrae dall'intera fronda. Seguendo 
un tale sistema, si dovrebbe cioè triturare le piante, fusti, foglie, infio 
rescenze, con apposite macchine, nelle quali, passando fra rulli di pietra 
dura, fossero ridotte in minuti frammenti : con questa operazione la so- 
stanza gommosa si raduna in massi, contenenti tuttavia una parte di 
fibra lignea: separati questi massi dagli altri detriti, conviene passarli 
in bacinelle di ferro, a doppio fondo, per essere sottoposti ad una prima 
ebollizione, mediante la quale resta eliminata la parte più grossa della 
materia lignea : da queste caldaie la massa gommosa viene in seguito 
passata in piccole vasche di acqua fredda : quindi è sottoposta ad una 
seconda bollitura, per parecchie ore, con una soluzione al 6 per cento 
di soda caustica , fino a tanto cioè che non vi sieno più particelle di 
legno : dopo si precipita il Caoutchouc col cloruro di calcio. Né devesi 
dimenticare che la stessa sostanza legnosa, di rifiuto, può servire come 
combustibile nella predetta lavorazione, ed ancora come materia prima 
per fare carta. 

Forse anche potranno servire a questo scopo le macchine già in 
uso al Congo, per l'estrazione del Caoutchouc dalle liane , dalle scorze 
e dalle fibre delle piante colà indigene, mercè un assieme di operazioni, 
con le quali viene isolato il Caoutchouc ed agglomerato in una specie 
di magma, allo stato pressoché puro. 

In tal modo, con qualche trattamento, in massima parte meccanico, 
dei fusti e delle foglie, è presumibile si possa ottenere un quantitativo 
di Caoutchouc molte volte superiore a quello ricavabile dalla sola gomma, 
senza compromettere le riserve naturali della pianta , cioè le future 
produzioni. 

Se si considera che si hanno in Sicilia vaste estensioni , di molti 
chilometri, intieramente ricoperte di Atractylis , si converrà che non è 
esagerato il proporre la istituzione sul posto , di qualche modesta offi- 
cina, capace di lavorare questa pianta, nel modo sopra descritto. 



— 159 — 

In luogo di dichiarare precipitosamente inutilizzabile questo pro- 
dotto, che natura ci oifre in abbondanza, vediamo come riuscire ad ot- 
tenerne un vero utile. Facciamo ulteriori saggi , seguendo la via ora 
tracciata, che non potrà mancare la riuscita. 

Coltivazione. 

Utile è procedere all' ex p 1 o i ta ti o n delle ri.serve naturali di ^- 
tractylis : però , mentre che a questo si attende , si potrebbe notevol- 
mente aumentare la produzione, mediante razionali colture, rendendosene 
anche più facile la raccolta. Queste colture si possono effettuare in due 
modi : 

1. Mediante talee, tolte dai fusti delle piante adulte. Questi fusti, 
sotterranei sono provvisti di molte gemme, e staccati dalla radice, hanno 
grande facilità , come ho potuto esperimentare , di svilupparsi pronta- 
mente. Ma il loro sviluppo, dapprima assai attivo, si arresta poco dopo 
e le piantine rimangono inconcludenti, morendo per la massima parte 
prima di essere riuscite a ricostruire , per proprio conto , una radice- 
serbatoio di sufficiente grossezza. 

2. Mediante semi. — Questi, affidati al terreno, appena raccolti, 
ed ancora verdi , germinano in un giorno o due , costituendo piantine 
robustissime : ben tosto si forma una radice primaria abbastanza grossa, 
e numerose radici secondarie, terminanti in caratteristici ingrossamenti, 
i quali sembrei'ebbero , dall'aspetto, di origine patologica, ma che in 
realtà non sono altro che temporanei serbatoi di acqua, come eviden- 
temente lo dimostra la loro struttui'a istologica. Queste piantine hanno 
una straordinaria resistenza al secco, e non soffrono menomamente nei 
trapieintamenti : si mostrano perciò appropriatissime per la costituzione 
di colture intensive. Le piccole colture però, da me iniziate, sono anche 
troppo recenti , per poterne dedurre in quanto tempo una pi;inta di 
Atractylis, da seme, sarà in grado di produrre Caoutchouc. Tuttavia, a 
giudicare dal loro rapido sviluppo, credo ciò potrà riuscire possibile, nel 
terzo quarto anno della loro semina. 



— 160 — 



BIBLIOGRAFIA 



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chimica italiana. Voi. XXXVI, 1906, p. 636; in Bollettino del R. 
Orto Botanico e Giardino Coloniale di Palermo. Voi. Vili , 1909, 
p. 124; in Giornale di Scienze naturali ed economiche di Palermo. 
Voi. XXVI, 1909, p. 25. 

Angelico F. e Pitini A. , Ricerche tossicologiche sul principio velenoso 
dell' Atr actylis gummifera. In Gazzetta chimica italiana 
Voi. XXXVII, 1906, p. 446. ' 

Lazzaro C. e Pitini A., Azione tossicologica della Atrattilina. In Atti della 
R. Accademia di Scienze mediche di Palermo, 1905. 

Mattei G. e., L' a tractylis gummifera. In Studii ed esperienze 
sulla coltura di piante da gomma elastica in Sicilia. In Bollettino 
del R. Orto Botanico di Palermo. Voi. V, 1906, p. 135. 

Mattei G. E. in Kerckhove (van den) G. , The Rubber Plaìit of Sou- 
thern Europe. In India-rubber World. New- York. 1, III, 1908. 

Mattei G. E. in Kerckhove (van den) G. , Plantes a Caoutchouc. Bru- 
xelles 1908, p. 13. 

SaIjEuY., L' Atr actylis gummifera ed il Larinus bucci nator. 
In Notizie di zoologia agraria ed igienica. Palermo 1909, p. 5. 



— 161 - 



UN CASO DI ACCOPPIAMENTO 
fra due animali di bassa corte di generi differenti 



Il congiungimento dei sessi presso gli animali si opera innanzi tutto 
tra quelli della stessa specie. Questo accoppiamento è il più universale 
ed il solo forse che abbia luogo allo stato libero degli animali. Talvolta 
si accoppiano fra di loro razze differenti di una medesima specie , più 
di rado ancora, animali di genere differente. L'accoppiamento tra le 
specie differenti di uno stesso genere può aver luogo mediante le cure 
dell' uomo; ma non si vede già operarsi naturalmente e quando anche 
ciò riesca è per via di grande destrezza e con ingannare gli animali ; 
fra questi esempii sono da annoverarsi : asino e giumenta, bissonte colla 
vacca, montone colla capra e viceversa, 

Ma il nostro caso è ben differente. Chi potrebbe mai supporre che 
fra due volatili, tanto decantati nella storia, 1' uno per la sua bellezza 
e l'altra per la sua indole tranquilla e fedele, entrambi simboleggianti 
nella mitologia, di provenienza, di famiglia, di tribù, di specie e di in- 
doli diverse potessero fra loro accoppiarsi ? Né è da immaginare che 
sotto l'impero della domesticità potessero esistere dei rapporti intimi da 
sfidare impunemente una legge punitrice ! 

Presso la Fattoria Friddani, nel territorio di Piazza Armerina, pro- 
vincia di Caltanissetta, si trovavano un pavone e diverse pavonesse ed 
un' oca maschio con diverse oche femmine (chiamate dai francesi jar 
il primo e oje la seconda) che costituivano l'allevamento. 

In tale comunità di convivenza spessissimo il pavone abbandonava 
le pavonesse per stare sempre vicino ad una delle oche femmine della 
quale era innamorato, ad onta dell'oca maschio, che, male sopportando 
tale convivenza, cercava con tutti i mezzi di rompere ogni relazione. 
L'oca maschio una volta sottomesso, lasciava libero l'intruso rivale, il 
quale godeva a suo beneplacito della compagna acquistata; le pavonesse 
se ne stavano accovacciate e timide, gettando sguardi di gelosia all'oca 
femmina senza punto reagire temendo il loro maschio che esercitava 
sopra di esse una certa superiorità. 

Il Nat. Sic, Anno XXI - Nuova Serie, Voi. I. 21 



- 162 - 

Ogni giorno la lotta fra i due rivali veniva ripresa con più acca-' 
nimento, ma sempre all'oca maschio toccava la medesima sorte. L'oca 
femmina da parte sua si addimostrava fedele verso il pavone e mai lo 
lasciava di vista chiamandolo spesso col suo strillo, quando per caso il 
pavone si allontanava in cerca di cibo. Né è a dire che l'oca maschio 
potesse esercitare sopra la compagna traditrice quella superioi'ità che 
in tale occasione si richiede , dappoiché questa se la svignava sempre 
e quande il maschio le si avvicinava, essa emetteva tali grida da fare 
intervenire in tempo il suo difensore e da qui ne venivano nuove lotte. 

Chi sa quanto tempo sarebbe trascorso ancora in questo stato di 
cose se non si fosse presa una determinazione di togliere dalla comu- 
nanza le pavonesse nonché 1' oca maschio e le compagne fedeli di lui, 
lasciando solo i due innamorati. 

Questi due animali continuavano a stare sempre 1' uno accanto al- 
l'altro e sorprendeva vedere il pavone non distaccarsi più dell'oca, mentre 
quando era assieme con le pavonesse stava sempre lontano da queste, 
che solo avvicinava quando doveva sfogare le sue libidini. 

Da otto mesi questi due animali convivevano in tale armonia da 
fare maravigliare chiunque; né per nessuna causa ebbero mai a litigare 
fra loro. 

Le uova depositate ogni due giorni dall' oca venivano man mano 
conservate sperando che qualcosa di nuovo dovesse nascere, tanto più 
che dette uova apparivano fecondate ed avendone rotte alcune fu con- 
statata la presenza del germe. 

Tutte le cure furono dedicate durante il periodo dell'incubazione. 
Per questa fu provato tanto l'artificiale come quella naturale; per que- 
st'ultima fu scelta per chioccia una tacchina. Ma né con l' uno né con 
l'altro metodo si ottenne risultato; le speranze presto svanirono. Fu 
tentato di continuare questo stato di cose per un altro anno, ma disgra- 
ziatamente un cane idrofobo penetrato nel cortile della fiittoria troncò 
l'esistenza dei due animali. 

Dalle osservazioni fatte non ci resta adesso che di fore alcune brevi 
considerazioni : 

Possiamo dalle osservazioni fatte , negare la possibilità di bastardi 
nati dalle due specie in questione"? 

A noi pare ehe non si possa negare affatto una tale possibilità. Ben- 
ché si sappia che le cosìdette buone specie possono venire incrociate 
fra di loro, ma che le difficoltà dell'incrociaraento crescono in generale 
tanto più quanto più piccola è la parentela sistematica delle specie uti- 



— 163 — 

lizzate , pure sapendo che queste difficoltà non sono affatto completa- 
mente proporzionali alla divergenza sistematica delle specie, noi avemmo 
(quando incominciammo ad osservare il fatto) la speranza di ottenere 
un nuovo bastardo. E difatti numerose ricerche, fatte colla fecondazione 
artificiale , hanno fatto ottenere bastardi appartenenti a generi affatto 
diversi; cosi fra i pesci si conoscono bastardi di Abramis brama e Blicca 
BjòrTcna, fra gli Echinoidi bastardi di Strongylocentrotus lividus ed Echi- 
nus microtuberculatus, animali molto diversi fra di loro. 

Ma la nostra speranza fu vana e l'incrocio di queste due specie 
restò sterile, benché non esistesse affatto la difficoltà principale, ch'e- 
siste in simili casi, la ripulsione quasi invincibile tra animali di specie 
diverse a venire ad accoppiamenti fra di loro. 

Inoltre non bisogna dimenticare che spesso l'incrocio avviene facil- 
mente in una direzione, mentre al contrario fallisce completamente in 
in un'altra direzione, cosi per esempio : mentre il seme di Strongylocen- 
trotus lividus feconda bene le uova di Echinus microtuberculatus non può 
affatto fecondare le uova di Strongylocentrotus lividus. 

Però se il nostro caso non ha molta importanza per la mancanza 
del prodotto del concepimento, esso è di grandissimo interesse per ra- 
gioni d'indole diversa, che riguardano i costumi e le facoltà meiitaìi de- 
gli animali. 

È credenza popolare, molto sparsa, che i pervertimenti dell'istinto 
sessuale sieno proprii dell'uomo e principalmente dell' uomo civilizzato. 
Il caso nostro mostra chiaramente che la forma di pervertimento del- 
l' istinto sessuale, sferzata da Dante, che la chiamò matta bestialità, 
non è particolare dell'uomo soltanto, ma s'incontra anche fra gli animali. 

Né si può, nel caso nostro, spiegare il fatto come dovuto all'addo- 
mesticamento ed alla mancanza di individui della stessa specie, ma del- 
l'altro senso, perchè il pavone viveva liberamente in compagnia di altri 
pavoni di sesso femminile, e preteriva a queste le femmine di un'altra 
specie animale di propria sua volontà. Se l'osservazione dei costumi de- 
gli animali che vivono liberamente nella campagna, si facesse molto 
diffusamente e molto accuratamente, noi venemmo forse alla conoscenza 
di numerosi casi simili. 

Nella vita degli animali e delle piante noi troviamo due scopi 
da raggiungere da ogni individuo; cioè , la conservazione del proprio 
individuo e la conservazione della propria specie; al primo scopo l'ani- 
male arriva colle funzioni della nutrizione , al secondo colla riprodu- 
zione. La natura previdente raggiunge il secondo scopo , la conserva- 



— 164 — 

zione della specie, servendosi della simpatia tra due individui di sesso 
differente , ma appartenenti alla stessa specie , che li trascina ad ac- 
coppiarsi ed a dare cosi origine a nuovi individui, simili a loro; im- 
pedisce poi la confusione e la scomparsa delle specie rendendo infrut- 
tuosi gli accoppiamenti tra individui di specie diverse o (nei casi rari 
in cui si hanno bastardi) rendendo sterili i prodotti del concepimento. 
Ma oltre a questo mezzo, esiste il fatto che i maschi di una specie nu- 
trono una forte ripulsione per le femmine delle altre specie e viceversa; 
così la natura rende eccezionali i casi di accoppiamento tra specie di- 
verse ed ottiene che non venga perduta inutilmente una grande quan- 
tità di energia in funzioni che sarebbero inutili. 

Si capisce quindi facilmente che quando in un animale noi troviamo 
la tendenza di accoppiarsi con animale di specie differente , la psiche 
di questo animale non deve trovarsi allo stato ordinario , ma deve es- 
sere in uno stato patologico o tei'atologico. Le numerose osservazioni 
fatte negli uomini ci hanno dimostrato infatti che questi fatti avvengono 
con una certa frequenza negli imbecilli , nei cretini e negli individui 
psicopatici in generale. Ora giudicando per analogia dobbiamo ammet- 
tere che anche nei nostri animali debbono esistere delle forti alterazioni 
delle funzioni del cervello , che essi debbono occupare posti corrispon- 
denti a quello occupato nell'umanità dai degenerati. 

Noi crediamo che lo studio di questi fenomeni porterebbe un grande 
contributo allo studio della patologia delle funzioni cerebrali degli ani- 
mali , e potrebbe anche riuscire di grande giovamento alla patologia 
umana. 

Agr. Cav. Eugenio Sekea. 



— 165 



Su taluni importanti fenomeni di capiliarità : 

gocce e bolle microscopiche e loro azioni sui microbi 



Lo studio delle proprietà dello strato liquido delle bolle e delle goc- 
cioline microscopiclie è di immenso interesse non solo per la conoscenza 
dei fenomeni fisici dei liquidi , ma bensì per chiarire dei fatti oscuri o 
enigmatici della vita e dello sviluppo degli organismi. Di primo acchito, 
può apparire di poco interesse; ma non così a colui che mediti e scruti 
i segreti della compagine organica nelle sue intime evoluzioni. 

Le meraviglie dello immensamente piccolo non sono punto meno 
istruttive, meno attraenti di quelle dello immensamente grande; sicché 
non minore impressione prova chi penetri nei meati sottilissimi della 
struttura dei corpi^ di quella che risente chi contempli gli astri disse- 
minati nella sterminata volta del cielo e ne studii i rapporti , le vicis- 
situdini, le leggi. 

Il ramo della fìsica che volgarmente s'intende col nome troppo ge- 
nerale e improprio di capillai'ità, non certo può dare i sommi vantaggi 
materiali che ha dato al progresso e alla civiltà quello dell' elettricità 
e del calore, ma può svelare dei segreti importanti inerenti alla strut- 
tura, alla formazione dei tessuti e alla vita vegetativa degli organismi. 

Anche in questo campo, come negli altri, la fisica ha fatto in questi 
ultimi anni dei passi di gigante ; ma esistono ancora molte lacune da 
esplorare , che possono contenere dei tesori inestimabili di conoscenze. 

Io attendo alla geologia e alla paleontologia , né voglio arare in 
campo altrui. Tuttavia , siccome taluni fenomeni hanno anche un inte- 
resse non lieve per la geologia , (per lo studio del matamorfìsmo delle 
rocce , per le deposizioni dei minerali nei filoni e nelle concrezioni e 
per la deposizione dendritica di talune sostanze), cosi sono stato attratto 
fuori dal mio campo e mi è accaduto di fare talune osservazioni non 
trascurabili. 

Feci già su tal soggetto una comunicazione alla R. Accademia di 
Scienze, Lettere e Arti di Palermo nel 1893 «Cenno su talune azioni 
molecolari dei liquidi», né voglio qui ripetere quanto dissi, ma sola- 
mente aggiungere 'talune osservazioni , delle quali ho fatto anche una 
comunicazione alla Società Italiana del progresso delle Scienze in Fi- 



— 166 — 

renze (Congresso del 1908). Tali osservazioni concernono la proprietà 
dello strato superficiale che avvolge le bolle e le goccie di piccolissima 
dimensione e anche le microscopiche. Riguardo alle prime accennerò un 
semplice esperimento, che è un' altra prova della tensione superficiale 
dello strato liquido. 

Immergendo un frammento di roccia calcarea in una leggerissima 
soluzione acida , in modo da avere una effervescenza non tumultuosa , 
ma lenta e tenue, si produce uno sviluppo di bollicine minutissime che 
sì sollevano rapidamente. 

Ora per ottenere tale effetto e moderarlo, è utile che la roccia non 
contenga molto cfilcare, ma in limitata quantità, come per esempio una 
roccia calcareo-dolomitica. Se un frammentino di tale roccia s'immerge 
nell'acqua che contenga dell'acido citrico e qualche goccia di acido sol- 
forico , si produce una lenta effervescenza. Bisogna moderare 1' azione 
■degli acidi per ottenere delle bolle di un diametro non maggiore di un 
terzo di millimetro. Tali bolle evidentemente constano di acido carbo- 
nico, avviluppato da uno strato sottilissimo di liquido. Esse sollevandosi, 
incontrando lo strato liquido superficiale della bacinella, non hanno la 
forza di penetrarvi e scoppiare in su , ma rimangono immediatamente 
sotto di esso. 

È questa una prova importante che il liquido ridotto in bolle forma 
un inizio di individualizzazione; infatti lo strato delle bollicine non si 
fonde punto con lo strato superficiale del liquido della bacinella. 

L' esperienza da me descritta è alla portata di tutti , ma non per 
ciò meno istruttiva. Ho detto che le piccole bollicine restano al di sotto 
dello strato superficiale liquido della bacinella ; ora esaminandole con 
una lente d'ingrandimento si osserva che quando sono alla distanza di 
circa un centimetro, lentamente si ravvicinano 1' una all'altra, sicché 
pare che vicendevolmente si attraggano. Ciò dipende da questo fatto 
che esse producono una tensione sullo strato liquido superficiale spo- 
standolo;, e questo alla sua volta agisce in senso contrario verso di loro. 
Però avviene che lo strato liquido superficiale^ soprastante ad una bolla, 
per la pressione che subisce, viene tenuamente a sollevarsi. La ragione 
per cui una bollicina corre a raggiungere la sua vicina è dupla : di- 
pende dall' esercitare lo strato liquido superiore una tensione diversa 
da un lato e dall'altro (essendo evidentemente minore la tensione dello 
strato interposto tra le bollicine) ; dipende pure da questo che produ- 
cendo la pressione di una bolla un piccolo sollevamento della superficie 
del liquido, la bolla tendendo ad innalzarsi, scivola per così dire sotto 



— 167 — 

di esso alla guisa che in un piano inversamente inclinato. È appunto 
per questa ultima ragione che le bolle si avvicinano pure velocemente 
agli orli della bacinella , quando si trovino a piccola distanza da essi, 
purché il liquido li bagni, mentre al contrario se ne distaccano ove il 
liquido non li bagni. Ciò dipende evidentemente dal menisco. 

Riguardo poi alle goccioline e bolle microscopiche dirò che offrono 
immenso interesse , perchè mostrano dei caratteri alquanto analoghi a 
quelli che presentano le cellule nella loro formazione. Disseccandosi le 
bollicine e le goccie entro le lamine dei portaoggetti e coprioggetti del 
microscopio, danno luogo a dei fenomeni importanti e curiosi e assu- 
mono vario aspetto secondo la natura del liquido , secondo le sostanze 
che tiene in soluzione e anche secondo la pressione delle laminette. Io 
credo che tali fatti abbiano cagionato molti abbagli all' illustre profes- 
sore Schron , il quale, parmi confonda fenomeni fisici e animali , unifi- 
cando dei fatti di subcristallizzazione di bollicine o goccie con fasi di 
sviluppo di microbi. Io ho avuto occasione di ammirare talune stupende 
proiezioni da lui eseguite su preparati microscopici ; ma la interpetra- 
zione da lui datane non sempre mi sembra del tutto attendibile. 

Mi è poi toccato di fare un'osservazione che può aprire un campo 
a degli studi importanti sull'azione di talune sostanze nell'economia a- 
nimale e vegetale. Esaminando infatti un liquido con dei microbi e ri- 
ducendolo in goccioline microscopiche, mescolandolo ad altro liquido con 
cui non si unisca , avviene che i microbi (anche quelli dotati di movi- 
mento browniano) non possano oltrepassare lo strato liquido avvilup- 
pante le goccioline. 

Un liquido di sostanza grassa con bacilli, se con opportuni tratta- 
menti e con successivi tentativi si riduca in goccioline minutissime, a- 
venti un diametro non maggiore di un centesimo di millimetro, avviene 
che i bacilli in esse contenute subiscano un' attrazione dallo strato e- 
sterno avviluppante le stesse e finiscano per immergervisi , adattarvisi 
e rimanersi stabilmente fissi, specialmente nel solidificarsi. Questa è una 
proprietà di somma importanza anche per 1' azione di taluni medica- 
menti sull'organismo umano specialmente quelli fortemente emulsionati. 
Le azioni dei fagociti , troverebbero un riscontro nei fatti da me men- 
zionati. 

Recentemente il sig. Almroth Wright ha fatto dal lato igienico e 
terapeutico delle importanti indagini sul mezzo di ringagliardire l'ener- 
gia dei fagociti e ha studiato l'indice opsonico di vari infermi di diverse 
malattie. Su tal soggetto il sig. Alien ha pubblicato un lavoro molto 



— 168 — 

istruttivo (1908 Vaccine Therapy). Ora nessuno di loro ha guardato la 
questione dal lato fisico, perchè erano loro ignote le mie esperienze. 

Sono delle esperienze molto delicate e che richiedono molto tempo 
e molta attenzione per non prendere lucciole per lanterne; onde io ri- 
servandomi di continuarle, appena il tempo me lo consentirà, credo u- 
tile invitare coloro che dispongono di maggior tempo, e che sono ver- 
sati in tali materie più che io non lo sia, perchè vogliano controllarle 
e svilupparle. 

Pur qui voglio però accennare a delle osservazioni di genere di- 
verso, ma dipendenti della stessa causa. Alludo agli studi e alle osser- 
vazioni da me eseguite sulla struttura microscopica delle ceneri vulca- 
niche e principalmente sui granuli ultra microscopici di ceneri, che sol- 
levate in alto, percorrono gli spazi dell'atmosfera trasportate dai venti. 
Adoperando un ingrandimento di mille diametri , ho riscontrato delle 
bollicine minutissime, il cui strato interno acquista una forza tale, che 
riesce a impedire lo sviluppo dei gas interclusi, cioè a resistere alla forza 
di dilatazione derivante dalla diminuita pressione. Addippiù ho scoperto 
dentro ogni gocciolina microscopica e in ogni bollicina un microlito a- 
dagiato lunga la parete interna dello strato avviluppante, in modo da 
rassomigliare per la forma ad un bacillo. 

Tale paragone sembra fuor di posto, ma il fatto è importante per- 
chè costituisce una manifestazione speciale della materia avente palese 
analogia con i fenomeni sopra accennati. 

Ritornando infine alla prima esperienza , cioè alla tendenza delle 
piccole bolle intercluse in un liquido a ravvicinarsi tra loro quando 
galleggino ma non penetrino lo strato interno superficiale e che siano 
a non grande distanza tra loro (tendenza eh' è causata dalla varia ten- 
sione dello strato superficiale del liquido della bacinella e non punto 
da causa intima tranne quella dello equilibrio idrostatico), dirò che tale 
tendenza può in certo modo essere paragonata a quella per cui le più 
minute particelle di un corpo, ossia le sue molecole, tendono ad avvi- 
cinarsi tra loro. Questa, io stimo , che debba essere affatto passiva an- 
ziché attiva, e che sia determinata non da una forza insita alle mole- 
cole, ma dalla tensione dell'etere avviluppante e oompenetrante il corpo. 
Di simil fatta (sollevandosi in una sfera ancor più elevata) troveremmo 
un riscontro in quanto io già esposi alla R. Acc. delle Scienze di Pa- 
lermo intorno alla gravitazione (Seduta 8 Die. 1892), la quale parrai 
non possa spiegarsi che quale effetto della stessa tensione dell'etere. 

È un campo immenso da cui la mente si ritrae pieno di sbalordi- 



— 169 — 

mento, un polo della scienza umana ancora avvolto di nebbia e di mi- 
stero. 

Bisogna pei-ò pensare, che come non sono i grandi colossi del mare 
destinati a penetrare nelle regioni misteriose glaciali, ma i piccolissimi 
navigli fortemente agguerriti , cosi forse non alle grandi e abbaglianti 
esperienze sarà dovuta la gloria di pervenire fino in fondo a lacerai-e 
tali mistici veli, ma alle piccole modeste esperienze di gabinetto, dalle 
quali sembrerebbe non potersi mai impromettere la palma di una simile 
vittoria. 

È perciò che io ho richiamato 1' attenzione su questi fenomeni in 
apparenza di poco interesse, sperando che altri voglia dedicarvi tempo 
e studio del che non avrebbe certo a ripentirsi. 

March. Antonio De Gregorio. 



Sulla differenzazione del sesso 



Uno dei problemi più importanti e finora insoluto è quello suU' o- 
rigine della formazione del sesso. Ha desso tanto interesse e tale attrat- 
tiva che infinito è il numero dei fisiologi e biologi che ne hanno fatto 
meta dei loro studi. 

Tra i lavori ormai antichi ma abbastanza sintetici è a menzionare 
quello del mio carissimo Paolo Lioy (1873 Milano Treves). Però la scienza 
in questi ultimi anni ha fatto passi di gigante travolgendo in gran parte 
tutte le speculazioni più o meno gratuite degli avi nostri. Ciononostante 
bisogna pur confessare che essa non ha punto detto l'ultima parola su 
questo argomento, la cui soluzione resta tuttora pur troppo nebulosa. 
Mentre infatti molti fenomeni difficili e intrigati, ma di molto minore 
interesse, riguardanti la biologia animale e vegetale, sono stati del tutto 
chiariti, resta ancora misteriosa l'origine della differenza/ione del sesso. 
Fortunatamente il mistero sta per squarciarsi e se non ancora può 
dirsi diradata la fitta nebbia che lo avvolge, pure degli strappi sono già 
stati dati, donde sebbene non del tutto chiax'a, s' intravvede già la ve- 
li Nat. Sic. Anno XXI — Nuova Serie, Voi. I. 22 



— 170 — 

rità delle cose. Ed è fortuna che tal merito e tale gloria abbia un ita- 
liano, il professore Achille Russo della Università di Catania. 

Egli ha eseguito delle lunghe , pazienti e accurate esperienze sui 
conigli riuscendo con mezzi sperimentali a modificare la struttura del- 
l'ovaia, esaminandone minutamente al microscopio tutte le parti. Egli è 
venuto a questo risultato, che il vitello è conformato sotto due tipi di- 
versi, nell'uno prevalgono i globuli vitellini , nell' altro mancano. Tale 
differenzazione già si vede fin da quando nell'ovulo si nota la vescicola 
germinativa, però ancor più chiaramente appare quando nell'ovulo già 
è formata la vescicola polare (fuso). Egli, dopo accurate esperienze, viene 
alla conclusione che gli ovuli del primo tipo sono destinati a produrre 
femmine quelli del secondo tipo maschi. I primi ovuli sono ricchi di 
nutrizione, i secondi sono denutriti. Egli riusci a denutrire gli ovuli 
sottoponendo le coniglie a lungo digiuno e ipernutrì gli ovuli iniettando 
della lecitina nel cavo peritoneale. I risultati delle sue esperienze sono 
un gran passo verso la soluzione del grande problema, quantunque an- 
cora non del tutto lo risolvano. Gli studi da lui fatti, dei quali un bel 
riassunto è stato pubblicato nella Satura (Rivista edita dalla Società 
italiana di Scienze, nov. e die. 1909) parmi provino di sicuro questo: 
che le coniglie, le cui ovaie furono ipernutrite con la lecitina, dettero 
un contingente di ovuli che produssero in massima parte delle fem- 
mine; mentre le coniglie le cui ovaie furono denutrite per lungo digiuno 
dettero un contingente maggiore di maschi. È già questo un grande ri- 
sultato. Il dottissimo Siebold dice : La natura procede ai suoi fini per 
sentieri cosi nascosti che non si può sempre sperare di subito rinvenirli; 
ma è già un gran passo innanzi quando si sappia che abbiamo davanti 
a noi uno di tali sentieri nascosti , perchè sapendolo ci è dato di rin- 
tracciarlo » . Questa sentenza mi pare si attagli bene ai ritrovati dello 
illustre professore. 

Tali risultati hanno un riscontro con le osservazioni degli antichi 
(che parvero a taluni da deridere) che la qualità dell' alimento potesse 
influire sul sesso. Hanno un convalidamento in una osservazione più 
volte da me fatta e su di cui sto raccogliendo dei dati statistici cioè 
che nelle donne per lo più i parti entro i primi undici mesi danno più 
maschi che femmine, perchè naturalmente l'ovaia si trova stanca e de- 
pauperata dal parto recente. Hanno un riscontro nella teoria di Thiery 
e Hertwig che le uova ultramature diano luogo a maschi, perchè sog- 
giornando nel corpo al di là del tempo necessario senza esser fecondate 
e invecchiando si denutriscono. Un'altra prova parmi questa che per lo 



— 171 — 

più gli aborti danno dei feti di sesso mascolino , dipendendo da ovuli 
denutriti. Infine citerò un riscontro che mi pare importante. Negli a- 
fidi, le madri vergini producono per molte generazioni delle femmine e 
infine producono maschi, cioè quando gli organismi sono stanchi. 

Degli esperimenti furono tentati dal prof. Russo tra maschi e fem- 
mine digiunanti, ma le digiunanti non accettavano il maschio. Io credo 
che degli esperimenti importantissimi si potrebbero fare, oltre che con 
la lecitina , con una sostanza che dovrebbe produrre il risultato oppo- 
sto. Io proporrei la « tiroidina » i cui effetti sulla denutrizione dei tes- 
suti sono noti. 

Ma qui voglio fare un importante osservazione: Il problema della 
generazione del sesso non si limita punto agli animali né tampoco ai 
mammiferi, ma abbraccia il regno vegetale, specialmente le piante dioi- 
che. Penso che le conseguenze degli esperimenti finora fatti sia bene 
limitarle alla probabilità maggiore che un ovulo denutrito dia luogo a 
un embrione maschile e che un ovulo ipernutrito dia luogo più proba- 
bilmente al sesso femminino. Farmi prudente non andare più in là per 
ora ; poiché non credo che lo stato attuale degli esperimenti permetta 
ancora di attribuire esclusivamente alle condizioni dell'ovulo il sesso fu- 
turo dell'embrione. 

Sorge spontanea una grave questione : tra ovuli nutriti e denutriti 
è impossibile che vi sia una demarcazione assoluta ; né è tacile a con- 
cepire il perchè un ovulo mezzanamente nutrito possa dar luogo all'uno 
air altro sesso. Che se esclusivamente dalle condizioni dell' ovulo di- 
pendesse il sesso nei vertebi^ati, difficilmente ciò si comprenderebbe per 
gli animali inferiori e più difficilmente ancora per le piante. 

Credo sommamente opportuno fare delle esperienze con le piante 
dioiche, per esempio con VHumulus hippulus. 

Non parmi si possa escludere del tutto l'azione degli spermatozoi. 
Ho ragione di credere che come l'embrione risulta dall'azione concomi- 
tante dell'elemento femminino e mascolino cosi pure il sesso risulti dalla 
reciproca influenza. Tra i due elementi deve accadere per cosi dire una 
lotta duahstica. La mia teoria sarebbe la seguente : che quando 1' ele- 
mento mascolino satura semplicemente 1' ovulo , si produce una fem- 
mina ; quando lo soprasatura si produce un maschio. Questa teoria se 
non concorda del tutto con la teoria del prof. Russo, concorda però coi 
risultati di lui ottenuti, perocché spiega come la denutrizione dell'ovulo 
prepari le condizioni favorevoli allo sviluppo di un maschio cioè alla 
sovrasaturazione e come la ipernutrizione dando un eccesso di vitalità 



— 172 — 

all'elemento femmineo dia luogo ad una semplice saturazione o anche 
ad una sottosaturazione. Cosi si spiegherebbe anche 1' origine di molti 
aborti causati da incompleta saturazione. 

Tale mia teoria avrebbe una prova valida che non tutti gli ovuli 
denutriti producono maschi, né tutti gli ovuli ipernutriti producono fem- 
mine; ma danno un contingente di probabilità ragguardevole. 

Vi è un altro argomento favorevole in questo: che dalle statistiche 
lisulta che nelle nascite di genitori di età molto diversa, in cui il ma- 
rito abbia molti anni più della moglie, prevale nelle nascite il sesso ma- 
scolino. Giron ebbe anche ad osservare che gli arieti vecchi, accoppiati 
con delle giovani pecore, producono in maggior parte dei maschi. È ciò 
a spiegare per la forza di vitalità degli spermatozoi aumentata. 

Ma voglio qui ricordare anche un altro fatto importante. Nei ge- 
neri Cochlopora e Solenohia della famiglia PsicTiidi e in taluni crostacei 
{Apus, Limodla , Astemia) le femmine non fecondate producono sempre 
femmine e quelle fecondate producono sempre maschi. Tale forma di 
generazione è detta da Siebold « gynecogenetica ». Essa rappresenterebbe 
l'esagerazione delle condizioni normali. 

Vasta è la palestra che questo genere di studio e d'investigazione 
ci apre, ricca di asperità ma piena del maggiore interesse e della mag- 
giore attrattiva. Bisogna andare, come si suol dire a piedi di piombo, 
perchè è facile incespicare in insuccessi o in delusioni. Però grandissima 
lode merita l' illustre professore di Catania, il quale tenendo in alto lo 
stendardo della scienza italiana, ha racoolto una messe di esperienze 
che ci affida a sperare in una prossima completa soluzione del grande 
problema della principalissima funzione da cui dipende lo sviluppo e la 
perpetuazione del regno animale e vegetale. 

March. A. De Gregorio. 



- 173 - 

A.bies nehrodensis (Loiac.) Mattel 

(= Abies pedinata D. C. var. nehrocLensis Loi. 
= Ahies nehroo.en.sis Matt.) 



L'illustre botanico Michele Loiacono (190, Fiora Sicula V. 2, parte 2, 
pag. 401) descrisse questa specie sotto il nome di pectmata D. C var. 
nebrodensis; di seguito il prof. G. E. Mattei (1908 BoUett. Orto Botanico, 
Voi. 1, N. 1-2) la considerò come specie diversa deir^4. ptctinata. Però 
anche in questo caso per la buona regola non avrebbe dovuto omettere 
il nome di colui che le dette un nome, che fu Loiacono. 

Si temeva che questa specie fosse completamente distrutta. Essa 
non lo è, ma è rappresentata da un solo albero sulle Madonie in cattivo 
stato di vegetazione e che non si era più potiito ritrovare. Ciò era di 
grande rammarico pei botanici non solo, ma anche e più per gli agri- 
coltori e silvicoltori. Infatti si tratta di una specie preziosa perchè pro- 
pria dei nostri climi e non sostituibile. 

Detti incarico a varie persone di fare ricerca del detto abete che 
era inteso nei luoghi sotto il nome di albero cruci-cruci e dopo lunghe 
ricerche sulle Madonie è stato rintracciato. Cosi mi è possibile aggiun- 
gere alle preziose osservazioni fatte dallo illustre prof. Mattei altri im- 
portanti dettagli. 

Le foglioline sono lunghe un centimetro. A guardarle con la lente 
si vede che sono carnose, lisce e levigate quasi verniciate, ai bordi late- 
rali sono subcarinate, nella pagina inferiore sono carinate avendo una 
specie di costoletta. Tra questa e i bordi vi è da una parte e 1' altra 
una zona leggermente scavata , sicché la pagina inferiore della foglia 
mostra due depressioni laterali, lungo le quali la superfìcie appare al- 
quanto bianca mentre ai margini laterali, e alla carena e nella pagina 
superiore il colore è verde piuttosto carico. 

A guardare tali due depressioni della pagina inferiore con una lente 
di grossa portata si osserva che la superficie appare quasi spugnosa : 
vi si osservano circa sei a otto coste sottilissime lineari regolari longi- 



- 174 - 

tudinali che intersecano delle rugosità minute trasversali piuttosto ir- 
regolari dando luogo ad una superfìcie che sembra spugnosa. Guardata 
al microscopio si vede cosparsa di eleganti serie di punti bianchi che 
sono precisamente nello incontro delle rugosità. L' estremità delle fo- 
glioline non solo è mozza, ma ha un lievissimo infossamento a guisa di 
piccolo lobo, in modo che i due margini laterali della fogliolina formano 
quasi due tenui umboni. Devo aggiungere però che in talune foglioline, 
specialmente in quelle molto giovani vi è una specie di bitorzoletto os- 
sia una punta quasi microscopica nel centro dello avvallamento mediano 
della estremità della foglia, onde questa appare submucronata. La carena 
della pagina inferiore delle foglioline è molto marcata e si arresta in 
prossimità della estremità senza raggiungerla. 

Il colore delle foglioline è verde scuro , verde bottiglia; però i gio- 
vani germogli sono verde chiaro, sicché si distingue bene la vegetazione 
nuova da quella degli anni passati (alludo ai rami che ho esaminato 
raccolti il 25 maggio). 

Le foglioline sono disposte molto serrate , in modo che paiono ir- 
sute. Però a guardare i rami dal lato di sotto si osserva che le foglie 
non sono mai volte in giù (tranne che nei germogli in cui sono dispo- 
sti ugualmente) in modo che i rami visti di sotto paiono «pettinati». 
Addippiù le foglioline non sono disposte in modo del tutto continuo, ma 
a spazi; in modo che pare quasi che vi siano dei piccoli strangolamenti 
nei rami. Ciò dipende da questo che la nuova vegetazione dell' anno 
non sorge in perfetta continuazione dell'antica, ma lascia una brevissima 
interruzione. 

Gli amenti maschili sono molto brevi e non arrivano a un centi- 
metro. Sono quindi molto più piccoli di quella dell' A. pectinata. Le brattee 
dove sono inseriti restano da un anno all'altro, però gii amenti cadono. 
Gli stami che ho esaminato erano da molto appassiti , però mi paiono 
situati in modo più sei'rato di quelli della pectinata ed anco di forma 
diversa. Le antere alla parte superiore sono alquanto fungiformi, alla 
parte inferiore mostrano una cavità divisa da un tramezzo costituendo 
quindi due sacchi pollinici che ora essendo la stagione inoltriita si mo- 
strano come due coppe. L'antera si stacca quasi fosse articolata, ma ciò 
evidentemente è dovuto al disseccamento. Il suo sostegno è costituito 
da una ripiegatura breve che forma nel mezzo un breve foro ad imbuto; 
ciò però in questo periodo inoltrato di vegetazione. 

Le frondi esalano un gradito intenso odore resinoso. I ramoscelli 
sono distici ed è evidentemente da tal carattere che ha il nome di 



— 175 - 

eruci-cruci, cioè albero tutto cosparso di croci. Però tale carattere è più 
marcato sull'estremità dei rami che vicino il ironco, oltre dei rametti 
distici vi sono molti rametti sorgenti irregolarmente del tronco della 
faccia prospiciente in alto. 

L' unico albero che esiste in Sicilia è alto tre metri ; il tronco ha 
un diametro di 50 centimetri. È vecchio e poco rigoglioso. Si trova nelle 
alte Madonie. Fu rinvenuto da una persona di Castelbuono incaricata 
da un mio fittuario. Non ho potuto ancora conoscere il sito preciso per- 
chè non mi è stato indicato. Spero avere dei semi e riuscire a cono- 
scere il sito preciso ove trovasi. Io ne possiedo un piccolissimo esem- 
plare di quindici centimetri che fu svelto dtxlla persona da me inviata 
colà e che vegetava sotto il vecchio albero. L'ho piantato con ogni pos- 
sibile cura in un vaso , ma è molto deperito e temo debba perire per- 
chè non fu svelto con tutta la terra e la radice rimase a nudo per vari 
giorni e sebbene avvolta nel muschio dovette soffrirne. Questa specie 
infatti cosi rude e così resistente alle intemperie è sensibile molto al 
trapianto. Come è noto, l'abete non è stato mai propagato per ramo- 
scelli. Io però sto facendo degli esperimenti sottoponendoli a s])ecìali 
agenti chimici attivanti la vegetazione. 

Conscio delle mutazioni che risentono le piante dall'ambiente e della 
forza di adattamento che le obbliga a modificare i loro organi, non so 
giudicare se si tratti di specie distinta dalla pectinata , ovvero di una 
modificazione di essa. Importanti studi sono stati fatti in tal soggetto da 
molti autori specialmente dal Moeschen che piantò all'uopo un giardino 
sperimentale a 2195 metri sul Blaser nel Tirolo, però non riguardano la 
nostra specie. 

Non trovandosi nel nostro Orto botanico alcun albero di Abìes pec- 
tinata, ne ho fatto ricerca altrove e l'ho trovato coltivato nel giardino 
dell' ottimo mio amico il comm. G. Whitaker. Ho cosi potuto istituire 
un confronto e ho potuto notare vari caratteri differenziali. Nella pec- 
tinata di Sperlinga le foglioline sono molto più lunghe , meno carnose 
e più schiacciate. Sono lunghe 25 millimetri, larghe 2 millim. La loro 
estremità ha un lato mediano come la figura 9 della tavola 151, p. 434 
Moeschen (1895 Vita delle Piante) più marcato che nella nehrodensis e 
e non ha mai la punta mucronata. La pagina inferiore delle foglioline 
ha le due fasce d' infossamento bianco sericee ancora più visibili che 
nella nebrodensis , ma più stretta e meno corrugata. Le foglioline sono 
disposte lungo i rami tanto da un lato che dall'altro, cioè per tutto il 
tronco, solo nella parte estrema dei rami mostrano alla parte inferiore 



— 176 — 

una disposizione pianeggiante cioè pettinata e orizzontale, cioè non ri- 
volta al suolo ma lateralmente e in su. Tale carattere nei rami che ra- 
sentano il suolo si riscontra in tutte le parti. Un altro carattere diffe- 
renziale è questo che il colorito della pianta è quasi tutto di un verde- 
bottiglia mentre nella nebrodensis ì germogli hanno un colorito molto 
più chiaro. I diversi stadi di accrescimento sono molto meno marcati 
e non si osservano le interruzioni nello sviluppo delle foglioline che 
come ho detto formano nel nehrodensis come altrettanti strangolamenti. 
Infine il tronco dei rami è più liscio e meno aspro che nella nebroden- 
sis. — Non ho potuto paragonare gli organi floreali né tampoco i semi. 

Un'altra diversità cospicua sta nell'aroma e nella l'esina che nella 
forma delle Nebrodi è immensamente più marcata. Le foglie e i ramo- 
scelli sono fragranti siffattamente che se ne sente a distanza l'odore. 

Le diffei'enze da me notate (se riscontrate in individui coabitanti) 
sarebbero più che sufficienti per designare le due forme come due spe- 
cie distinte; se non che trattandosi di individui di località di altitudine 
assai dissimile e condizioni climatiche e telluriche differentissime e trat- 
tandosi di specie plastica, potrebbero non autorizzarci a considerare le 
due forme come specie distinte. Occorre che siano fatti ulteriori studi 
comparativi sulle inflorescenze e sui semi. 

March. Ant. De Gregorio. 



jVIarcbese Hntonto De ©rcgorio — Direttore resp. 



Tav 1 




1-2 Pam. mnemòsyne - Fruhstorferi Trli. 
3-4 ,. „ parmenides Frhslt. 

5-6 Atgynnis auresiana Frhslt. 

7-9 Epineph. lycaon anacausla Trli. 



10-11 Malacos. franconica Esp. 

12-13 , ,. panormilana Irti. 

14-15 Bryophila amoenissima Trli. 

16 Hydrcecia xanthenes Germ, 



17-18 .. pucngclcn Trli. 

19 ,, mocsiaca H. S. 

20-21 1-lemerophila scrraria Costa. 



THE 1 



Tav. IJ. 




-TECMOSRAFICA.Mll.AriO 



1-2. Epinepliete rhamnusia Frr. 
54. — — lupinus costa. 

5-6. — — niargelanica Trti. 

7-S. — — intermedia Stgr. 

9-10. — — turanica Riilil. 



11-12. Ep. rham. mauritanica Obcrtb. 

13. — lycaon Rott. 

i|-i5. — — catamelas Stgr. 

16-17. — — catictcra Trti. 

1S-19. — — analampra Trti. 



THE - \i 
JOHN CRERAS" 




1-2 Deilephila dahlii H. G. 

3-4 „ .. infuscala Trli. 

5-6 „ euphorbias L. 



7-10 Deilephila hybr. walteri Trli. 
11-12 „ hybr. giesckingi Trli. 



IME ì 

JOHJS GREEAl^ 

tlBSAEf ;^ 



Tav. IV 




11 











1-2 Deileph. dahlii H. G. larvae. 

3-4 .. euphorbiae L. 

5-6 Deileph. hybr. walteri Trti larvai. 

7-8 ., hybr. gieseklngi Trti larvae. 

9- 1 Hemei'ophila serrarla Costa larvae ingr. 3 volte. 



1 i Hemerophila serrarla Costa larva gr. nai. 

12-13 Arclia maculosa S. V. 

14-15 ,. ,. Ialina Trti. 

16-17 .. ,, mairncrheimi Oup. 

18 .. . latina Trti. - mutatio. 



5 OHI GSlBiil, 



Tav. V. 




\j vii- * ^ ''"< "'HE'' ' ' ■ ■ 







1r'■'^^-~'^ 















30 



J 



31 






21 



32 






19 7 






•/. Q/Aj/. lilliositifps lì pins 



1. 2. 3. Dasip. bang.-haasi Trti. 

4. 5. — templi Thnbg. 

6. 7. — — — variegata Trti. 

8. Ammocon. Senex H. G. 

9. — — typhaea Trti. 
10. Polia flavicincta F. 



n. Polia flav. _ calvescens B. 

12. — — - mérìdionalis B. 

13. 14. — _ encelada'a Trti. 

15.16. _ — _- sublutea Trti. 
17.18. — canescens Dup. 
19.20.21. — — — pumicosa H. (i. 



22. 23. Polia cali. - aspliodeli Rbr. 

24. 25. — — - asphodelio'idcsTrti. 

26-32. — — -- calida Trti. 

33. 34. — venusta B. 

35. 36. — dubia Dup. 

37. 38. - ' lutescens Trti. 



JOHìf GRBRAS 



Tav. vi. 




38 

' TECNOGRAFICA,, - MILANO 



1-2. H;idcn.i niono_i^lvt->ha Huhi. 

)-4. — — Sicilia Trti. 

)-6. — — sarJja Trti. 

7-S. — — corsici Trti. 

9. — Ullioxylea F. 

10. Gr;iiimiesi.i trigraniiiiicu Hufn. 

11. — — erubescens 'rni. 



12. I.U-LICUli.l lii-.p.iiiic.. Bell. 

13. — — liburuii;! Triì. 
I4-I). Hepialus syivina L. 

16-19. — kruegcri Trii. 

20-22. Dyspcss;! ulul.i Bkli. 

2';. — — iiiiirnior.Uii Ktiv 



2.|-20. Dyspcssa .icuIlmi.i Irti. 

27. — p.illidat;\ Sti;r. 

2S. — V. kurdistan,» l'iiiii;. 

29-3;. I,.ircnn.i disi un curia. Lati. 

3.^..|i, — — scoriaria Triì. 

42. Honit-ropI). abrupiarìa ihcobromaria Trti. 



% 



TliS 
JOHH ORERAI, 
LIBRASI ' ,i 



Tav. vii. 




Cd-T^^'ì^^^^^ì^ cÙ^. 



"TECNOGRAFICA,, - MILANO 



a\ Pieris rapa; L. 

/') — manni-rossii Stef. 

£")■ — ergane H. G. 

à') — napi L. 

e) — daplidice-bellidice O. 



I. Epinepli rh.iirnusia Frr. 

2- — — liipinus Costa. 

;• — — margchmìca Trti. 

4- — — intermedia Stgr. ex 

Buda-Pest. 



5. Kpin. rlianiii. iiucrnicdia Slj^r. e KuUja, 

6. — — niaurinnica Obth. 
~. — lyciion Uoit. 

3. — — cauiniclas Stgr. 

9. — — iuiacausta Trti. 



TUE ■ 



Voi. I (Nuova Serie) 1910 N. 9-10 

ILTUTURALÌSTÀ^^SICrOA^^^ 



Società Sieiliana di Scienze Maturali 



RENDICONTI 



Il Consiglio direttivo si è riunito la seconda domenica di luglio, di 
agosto e di settenabre per discutere diversi ai-goraenti relativi alla So- 
cietà. Si sono fatte pratiche per avere oblazioni e sussidi e si hanno 
molte speranze di potere disporre quanto prima di una discreta somma. 
Primo a sottoscrivere è stato il Banco di Sicilia. Dietro proposta del 
comm. Verardo è stata assegnata alla nostra società un'elargizione di 
lire mille. Tale denaro è stato consegnato al cassiere prof. ing. Nunzio 
Ziino il quale lo tiene a disposizione delle future decisioni della Società. 
Si è votato un caldo ringraziamento al consiglio amministrativo del be- 
nemerito istituto siciliano. 

Il sorgere della nuova società è stato salutato con il maggiore plauso 
non solo da singoli eminenti scienziati , ma anche dai più rinomati so- 
dalizi scientifici del mondo intero. Gli enti locali tutti hanno fatto pro- 
messe di lauti sussidi, onde il Consiglio direttivo confida che al nuovo 
bilancio saranno destinate delle somme cospicue pel suo incremento. 

Varii scienziati hanno fatto richiesta, posteriormente alla pubblica- 
zione dello elenco inserito nel fascicolo 1-8, di essere ammessi come soci. 

Il consiglio direttivo ha fatto buon viso alla- loro domanda e li ha 
ascritto nel numero dei soci. Sono i seguenti : 

Comm. Francesco Varvaro-Pojero (Piazza Giovanni Meli, Palermo). 

Dott. Federico Roccella (Piazza Armerina). 

Dott. Paolo Magadda (Piazza Cavallotti, Messinti). 

Sig. Antonio Ponzo (Via Garibaldi 21, Trapani). 

Prof. G. De Lorenzo (R. Università Napoli). 

Dott. Vittorio Ronchetti (Piazza Castello 1, Milano). 

Sig. Pietro Zangheri (Via Cesare Albicini 8, Forlì). 

Mauro Turrisi Grifeo P.pe di Partanna (Via Posillipo 213, Napoli). 

A. Fiori (Casinalba, Modena; e Bologna Via Belle Arti, N. 8). 
Il Nat. Sic. Anno XXI — Nuova Serie, Voi. I, ?6 



— 194 — 



APPUNTI SU UNA MBTEORITU 

CADUTA A VlGABANO (FERKAEA) NBL GENNAIO 1010 



Il 22 gennaio scorso alle ore 21, 30 fu intesa una fortissima, deto- 
nazione a Vig-arano Pieve e fu vista una luce verde rossastra, a guisa 
di lampo, seguita, pare, da una seconda detonazione. La prima detona- 
zione si suppone esser dovuta all'incontro e urto dell'aria e la seconda 
all'urto del bolide contro il suolo. Il sig. Cariani, proprietario del luogo 
ove cadde il bolide, mi disse esservi stata una sola grande detonazione, 
la quale fece tremare i vetri delle finestre. Invece il sig. prof. Calzo- 
lari, da informazioni attinte sul luogo , asserisce che le detonazioni fu- 
rono due, runa evidentemente in alto, che fu seguita da un sibilo e 
quindi da un'altra detonazione forse nel raggiungere il terreno. 

La meteorite si sprofondò più di 60 centimetri nel suolo , che fu 
smosso sino alla distanza di circa un metro. Cadde, come ho detto, in 
un podere del sig. Michele Cariani a Vigarano Mainarda, nel Ferrarese, 
alla distanza di tre metri dalla casa del signor Michele Cariani. Il pro- 
prietario mi ha narrato un fatto molto importante, cioè, che i conta- 
dini , essendo accorsi sul luogo, avendo sprofondato la mano, là dove 
era caduto il bolide, nel toccarlo intesero un'impressione di freddo. Ciò 
si spiega benissimo perchè venendo dallo spazio, cioè dal zero assoluto, 
potè malgrado 1' urto mantenersi ad una temperatura ancora relativa- 
mente bassa ; certo non è questo un fatto nuovo essendosi riscontrato 
altre volte in dette cadute di meteoriti; però in vero riesce poco com- 
prensibile, come con l'attrito dell'aria e l'urto non si sia arroventato. 
Potrebbe anche il bolide viaggiando nello spazio avere raccolto attorno 
a sé della materia tenue a gasosa che avesse seco trascinata producendo 
il grande bagliore e l'accensione e che le particelle volatilizzate dal ca- 
lore dell'attrito della sua superficie avessero assorbito del calorico ren- 
dendolo latente. Certo atteso la grande velocità e perciò atteso la bre- 
vità del tempo, il calore della superficie non potè aver tempo d'ingaggiarsi 
all'interno e dovette esser limitato alla crosta, la quale dopo l'urto do- 
vette raffreddarsi subito, per la bassissima temperatura della parte in- 
terna. Aggiungo che molte circostanze m'inducono a sospettare che le 
grandi detonazioni prodotte in alto dalle meteoriti possano essere prò 



— 195 — 

dotte dal potere assorbente della materia nello spazio, e che le meteoriti, 
come la spugna di platino sull'idrogeno, così agiscano esse su della ma- 
teria attenuata dallo spazio la quale si trovi allo stato critico, cioè in 
uno stato più rarefatto che la materia propriamente detta. Questi gas 
ammagazzinati possono produrre esplosione. Ma di ciò non è qui luogo 
a discutere. 

La forma della meteorite è triangolare-prismatica, pesa undici chi- 
logrammi e mezzo. 11 colorito è grigio-cenere. 

Devo alla gentilezza del proprietario taluni piccoli frammentine Non 
sono in tanta quantità da poter dare soddisfacenti dettagli, ma eppure 
sono bastevoli a fornire un' idea della sua costituzione fìsica. Cluardata 
con una buona lente si vede che la massa è tutt' altro che omogenea. 
E dessa non molto tenace ; con una pressione non forte si sgretola , e 
stropicciandola con forza, si polverizza. La massa è grigia, vi si notano 
con la lente talune macchiette bianchiccie, più raramente qucxlche pic- 
cola macchia gialla un po' rossastra , qualche minutissimo cristalluzzo 
trasparente, rarissimi aciculi finissimi forse di bronzite. Si osserva inol- 
tre qualche globuletto rotondeggiante grigiastro come concrezionato ; 
alla frattura si nota qualche rara piccola cavità rotondeggiante corri- 
spondente a questo e quindi una lontana tendenza alla struttura ooli- 
tica; in generale però è brecciforme. 

La roccia fa leggera effervescenza con l'acido solforico dando luogo 
a gas di odore un po' acre. È inattiva al magnete. Farmi, così ad oc- 
chio^ formata in gran parte da silicati di magnesia con traccie di ferro. 
Somiglia immensamente a talune rocce vulcaniche (dolerite), talché fa- 
cilmente, nell'averne in mano due frammenti , si resterebbe molto im- 
barazzati nel riconoscerli. 

Al microscopio si notano raramente dei minuti granuli gialli che 
paiono di ferro cromato. Ridotta in polvere e soffregata al vetro si vede 
che lo scalfisce facilmente ; atteso la sua natura ft'ammentaria ed ete- 
rogenea non si può stabilire la sua durezza; però ho sospetto che con- 
tenga dei minuti granuli diamantiferi come la Ureilite. Il peso specifico, 
secondo la mia osservazione, risalta di 3, 81. Ridotta in polvere impal- 
labile e guardata con un forte microscopico dà i caratteri simili a quelli 
da me descritti nel mio lavoro : Sulle ceneri vulcaniche. (Osservazioni 
sulla cenere del Vesuvio 1906, Annales de Geologie et de Pai. Palerme). 
La crosta, di cui ho e.saminato qualche minuto frammento, è analoga a 
quella consueta delle meteorite; è aspra e cosparsa di minutissime ru- 
gosità, da rassomigliare a un tessuto di nervi che s'intersecliino. 



- 196 - 

Non è facile stabilire il tipo cui appartiene, sì percliè non ne pos- 
siedo che piccolissimi frammenti , si perchè occorrerebbe 1' analisi chi- 
mica, si pure perchè i tipi delle meteoriti sono esti'emamente numerosi, 
non sufficientemente definiti. Io non so a qual tipo riferirla, perchè par- 
tecipa della Aumalite, della Canellite e della Ureilite. Si potrebbe crearne 
un tipo, nel qual caso il nome di Meunierite sarebbe a scegliersi in o- 
nore del prof Stanislas Meunier che ha pubblicato stupendi lavori sulle 
meteoriti, e che è una gloria della scienza di Francia. 

Lo studio delle pietre meteoriche ha un interesse e un'attrattiva 
estraordinaria , si per la geologia che per la cosmogonia e per 1' astro- 
nomia. Non ogni dubbio sulla loro origine è diradato e mi rimando a 
quanto accennai nel mio citato lavoro e a quanto ampiamente e dotta- 
mente ha scritto il mio illustre amico sopra lodato. Ciò che risulta in 
modo incontestabile dalle osservazioni è questo : che le pietre meteori- 
che appartengono a tipi diversi gli uni dagli altri e che mostrano evi- 
dentemente di essere frammenti di rocce appartenenti ad uno o a più 
astri (piccoli o grandi) che si siano fratturati o sgretolati. La grande 
questione viene cosi posata : provengono dallo spazio infinito o dal no- 
stro sistema solare ; in quest' ultima ipotesi appartennero un tempo a 
rocce della nostra terra nel primo periodo di formazione o ad altri pia- 
neti ? Non è qui luogo a discutere sulle ragioni prò e contro. Due idee 
però mi paiono da tenersi in molto riguardo: se si suppone che un a- 
stro abbia avuto un tenapo una dimensione molto maggiore di quella 
che ha adesso, può arrivarsi a concepire che la forza centrifuga smor- 
zasse quella di gravità siffattamente, che un parossismo interno potesse 
lanciare in alto dei materiali al di fuori della cerchia in cui la forza 
di gravità può riattirare verso lo stesso le materie espulse. L'altra ri- 
flessione è questa : che quanta minore è la massa tanta minore è la forza 
di gravità. Ora anche nel nostro sistema solare esistono piccolissimi a- 
stri, alludo ai pianetini tra Marte e Giove, ove la forza di gravità dee 
essere minima. 

Nel nostro satellite (il quale è molte migliaia di volte maggiore del 
più piccolo asteroide) la gravità alla superficie è '"/loo ^i quella della 
terra (secondo Delonnay). Né ancora si può del tutto negare la possi- 
bilità della futura scoverta di minimi esteroidi in zone più vicine e che 
si muovano con grande rapidità; ma la fotografia, nostra preziosa ausi- 
liare, non ce ne ha rivelato la presenza. D'altro lato l'ipotesi carezzata 
da molti « delle pietre lunari » supporrebbe una forza esplosiva molto 
al di là di quanto si potrebbe congetturare, avuto riguardo all'azione 



— 197 — 

della gravità della luna da superare. Ma altre questioni sorgono: è il 
nostro satellite un astro captato e in tal caso avea esso dapprima la 
stessa velocità di rotazione? Se fosse stata tale velocità molto maggiore, 
non avrebbe potuto la forza centrifuga alla superficie quasi neutraliz- 
zare la gl'avita ? 

La scienza trionfatiice grandi verità ha scoverto e molte altre ne 
scovrirà, ma non è facile che arrivi a decifrare in modo incontestabile 
l'origine delie meteoriti. Ogni volta che qualcuna di queste peregrine vi- 
sitati'ici arriva alla terra, lo scienziato che la esamina è quasi inconsa- 
pevolmente trascinato nel labirinto di congetture più o meno attendi- 
bili; però un grande passo si è già fatto nella conoscenza di questi istrut- 
tivi e meravigliosi corpi estraterrestii. 

March. Antonio De Gregorio 



■-♦♦♦♦►'-^ 



Suil'utilità di profonde trivellazioni di scandaglio 

io. Sicilia, (1) 



Se alto è il compito della scienza geologica pura, la quale ha rico- 
stiuito la storia della formazione della terra, disvelandoci anche il por- 
tentoso sviluppo e la meravigliosa vicenda delle faune e delle flore, non 
non è per questo a tenersi in minor pregio il compito della geologia 
applicata dalla quale grandi vantaggi economici e industriali ha tratto 
l'umanità e anco maggiori può trarne. 

In vari articoli ho accennato di sfuggita all' utilità di istituire nel 
nostro paese e specialmente nel sottosuolo di Sicilia non solo delle ri- 
cerche di acque (per mezzo di pozzi artesiani) ma anche di giacimenti 
di minerali utili. 

Fecondi risultati sarebbero a ripromettersi da profonde perforazioni 
di scandaglio eseguiti con sani criteri e sotto larga scala. La ricchezza 
principale mineralogica degli stati moderni si deve appunto a tali scan- 



(1) Nota simile all'articolo precedente. 



— Ì98 — 

dagli. Quelli eseguiti ultimamente in Rumania hanno dato luogo alla 
scopei'ta di imponenti giacimenti di petrolio che hanno arricchito il 
paese. 

Di tali perforazioni si fanno di continuo in grande numero negli 
Stati Uniti , in Germania , in Inghilterra , in Francia , nel Belgio , nel 
Transwal, in Australia. Se ne sono eseguite recentemente con ottimo 
successo nell'Argentina ove si sono scoperti imponenti depositi di pe- 
trolio. 

In Francia, nel bacino di Briey, si sono fatte delle perforazioni a 
1360 metri e si è scoverto il più ricco deposito di ferro del mondo : 
uno strato di 7 metri contenente 35 % di ferro per un'area di 40 mila 
ettare. Uno dei sistemi migliori e più perfezionati è quello del tipo Raki. 
Una perforazione di 600 metri in terreno carbonifero costa circa 140 
lire per metro. Nella Lorena ultimamente si sono fatte 19 scandagli di 
23 mila metri, cioè una media di mille e duecento metri a scandaglio. 
La spesa è stata di 4 milioni e 180 mila lire ; cioè una media di due- 
centoventimila Hre per ogni scandaglio di 1200 metri. Per mezzo di tale 
sistema si discende sino a 2000 metri, e si potrebbe andare ancora più 
in giù; però sarebbe inutile il farlo, perchè non sarebbe possibile l'estra- 
zione di qualunque minerale utile per le difficoltà inevitabili , princi- 
palmente per l'elevazione della temperatura. 

In Utah, negli Stati Uniti; non solo si è trovato con tal sistema lo 
asfalto, ma lo si è fatto rimontare su per mezzo del vapore. 

Nella Louisiana poi non solo si sono seoverti dei vasti giacimenti 
solfiferi, ma per mezzo del vapore soprariscaldato (a 168°) si è fatto ri- 
montare liquido in grande quantità. 

Ricerche di tal fatta dovrebbero esser tentate non ciecamente, ma in 
quei siti ove lo studio geologico può fare supporre la presenza di utili 
materiali. 

Credo che se il Governo , limitando le spese degli armamenti che 
dissanguano la nazione, destinasse un forte fondo per ricerche oculate 
nel sottosuolo, potrebbe forse creare la fortuna nostra e sopperire effi- 
cacemente alla grandezza e alla forza dello Stato. 

Non vi è in vero ragione alcuna per ritenere che nelle viscere della 
nostra terra non si ascondano dei tesori. Noi non abbiamo adesso in 
Sicilia che il zolfo e l'asfalto; poco c'impromettono gli strati delle rocce 
visibili e in questo abbiamo un grande svantaggio sulle regioni fortu- 
nate in cui i materiali preziosi delle rocce affiorano; ma non è per ciò 
a disperare. 



Del resto è a riflettere che molti og-getti metallici sia di piombo, 
di argento e di oro si trovano disseminati nelle antiche necropoli. Si è 
ormai accertato che nei remoti tempi si eseguivano scambi e che ta^ 
limi prodotti pervenivano da siti lontani. Però non è escluso che anche 
siano state fatte delle estrazioni di minerali da blocchi erratici o da af- 
fioramenti che si siano esauriti , del qual fatto si hanno anche esempi 
nella storia. Potrei citai'e per esempio il marmo nero di Castronuovo 
che più non si trova nella detta località. 

Certo per quanto si studii e si facciano delle induzioni , tali scan- 
dagli sono sempre a tantoni, e possono essere seguiti da insuccessi. Nei 
pressi di Palermo si potrebbe fare qualche tentativo alle falde di Monte 
Cuccio dalla parte di Boccadifalco e forse all' inizio della valle del Pa- 
radiso e anche alle falde di Monte Caputo poco avanti sotto Monreale 
in basso. Un'altra perforazione potrebbe farsi alle radici del Monte Mo- 
harta. 

Facendo delle perforazioni nelle valli contigue (tranne casi speciali) 
si farebbe un' opera più incerta e più dispendiosa ; si perchè il terreno 
vegetale copre sovente la roccia e non lascia giudicare dell'epoca della 
deposizione di essa, si perchè le valli potrebbero essere prodotte invece 
che per erosione da sprofondamento nel qual caso dovrebbe traversarsi 
uno spessore ben maggiore. Le trivellazioni con esito meno incerto do- 
vrebbero farsi . sotto le rocce triasiche , sia anche in senso obliquo in 
modo di raggiungere con maggiore probabilità il paleozoico. 

Nella provincia di Palermo si potrebbe tentare qualche perfox'azione 
a Palazzo Adriano e altra a Petralia (quest' ultima in ricerca di petro- 
lio). Nei pressi di Ragusa presso le cave di asfalto si potrebbe pure fare 
ricerca di petrolio, come pure a Paterno ove presso i basalti colonnali 
se ne vedono tracce. Presso Malvagna si potrebbe ricercare la lignite, 
presso Fiumedinisi e a Novara si potrebbero cercare filoni e depositi di 
metalli preziosi, cosi presso le radici dei monti Peloritani e delle Ma- 
donie. Dei pozzi artesiani si potrebbero tentare con esito probabilmente 
felice in varie parti del territorio di Gibellina (Marcetta) e anche di Al- 
camo e in molte contrade di Sicilia. Un pozzo artesiano ben riuscito 
arricchirelibe una contrada intera. 

Le miniere più ricche del mondo sono scavate profondamente. Il 
deposito carbonifero di Flénu nel Belgio è a 1200 metri di profondità. 
Molte miniere di carbone nel Belgio e nell' Inghilterra sono più giù di 
1000 metri. Le miniere di piombo argentifero di Prizbram (Boemia) sono 
a 1500 metri di profondità. Molte miniere di oro del Transwal sono a 



lOOO metri circa. La miniera di oro di New Clium (Australia (discende 
a 1435 metrij quella di Tamarack (Stati Uniti) discende fino a 1830 me- 
tri etc. etc» 

Mo Voluto citare queste cifre per mostrare ctie non sempre i mi- 
iierali utili si ritrovano alla superficie o a pochi metri da questa ; ma 
che spesso bisogna andare a ricercarli nelle viscere della terra. In un 
paese industriale e molto ricco e ove si siano già fatti i primi scavi 
Coronati da successo, si possono forse costituire delle grandi società che 
assumano tali costosi tentativi , si perchè sono incoraggiate dall' esito 
dei tentativi già riusciti , sì perchè nei centri di miniere affluiscono i 
bàpitali. Ma nella nostra Italia e specialmente nella nostra Sicilia sa- 
rebbe utopia sperai"e nella iniziativa privata. 

Secondo i calcoli sopra accennati per una perforazione di 1000 me- 
tri occorrono 250 mila lire. Or chi mai si avventurerebbe ad un ten- 
tativo siffatto? Per aprire un pozzo e inaugurare una grande miniera, 
supposto che sia di carbone , con tutti gli apparecchi , si calcola che 
bisognino 20 milioni. 

Occorrerebbero delle leggi speciali per stabilire i diritti eventuali del 
governo sulle possibili scoverte e anche sulla zona entro cui si esten- 
derebbero. Dovrebbe crearsi una legislazione speciale che autorizzasse 
il governo e anche le società nazionali ed estere a fare di tali tenta- 
tivi determinando i dritti governativi e privati, come pure il limite delle 
concessioni. Si potrà obbiettare che nessuno vieta alle colossali società 
straniere di fare di simili tentativi, potendo esse stipulare dei contratti 
con i vari possessori delle terre. Ciò non è possibile perchè posto che 
una società vi si decida e contratti con un proprietario di terreno , se 
riuscisse poi a fare un'utile scoverta, sorgerebbero necessariamente dei 
concorrenti nei proprietai'i limitrofi. È provato da fatti che una grande 
miniera che importi di tali lavori colossali, non può esercitarsi senza 
avere un raggio di azione abbastanza largo, bisogna far voti che il go- 
verno prenda in considerazione quanto io ho esposto. 

March. A. De Gregorio. 



■ > < 



— 2Ó1 — 



TPtICHODES F AVARI U S ^«'. ^'o^'- 
mTERRUPTEFASCIATUS raihi. 

Tr. Favario var. insigni valde af finis , sed , fascia posteriore dimidio in 
longitudinem ititerrupfa et quasi a duahus maculis composita , di- 
stinctus. Moraea mer., Taijgetus. 

Giudico prezzo dell'opera distinguere colla denominazione e colla 
frase diagnostica qui sopra stampate, un esemplare assai ben conser- 
vato, che io possiedo nella mia raccolta di Cleridae, ricca ormai di 350 
specie, e che mi fu mandato, assieme ad una ventina di buoni esem- 
plari di Trichodes favarius 111. var. insignis Fisch., dalla Morea meridio- 
nale (Taigeto). 




1. Trichodes favarius IH. 
"var. nov. intemtptefasciaius 
Ronchetti. 



3. Trichodes favarius 111. 
Viir. insignis F scber. 



Le due forme , var. insignis e var. inter rupie fasciatus , si differen- 
ziano per due caratteri; e cioè vuoi perchè nella nuova varietà Inter 
ruptefasciatus le zone rosse delle elittre hanno un' estensione maggiore 
a scapito delle zone azzurro-verdi, cosi che il margine elittrale a livello 
della fascia azzurro-verde anteriore appare rosso per un più largo tratto, 
che non nella var. insignis; vuoi perchè nella nuova varietà inferrupte- 
fasciatus la seconda fascia azzurro-verde delle elittre è interrotta nel 
mezzo di ciascuna elittra, per modo da apparire distinta in tre macchie 
ben separate, una suturale ed una sul disco di ciascuna elittra. 

L'esemplare che è soggetto di questa noterella è di dimensioni me- 
die: mm. Il Va X mm, 3 V,. 
Milano. 18 agosto 1910. 

DOTT. VlTTOBIO UONOHETTI. 
E Nat. Sic, Anno XXI - Nuova Serie, Voi. I. 2G 



^ 202 



Ma causa della struttura colonnare dei basalti * 



Una delle strutture più caratteristiche delle rocce ignee è seuza 
dubbio la colonnare. In Sicilia ne abbiamo un magnifico esempio nelle 
rocce degli Scogli dei Ciclopi nel litorale di Catania, Si osservano an- 
che dei belli esempi di basalti colonnari a Paterno. 

Nel Veneto i magnifici basalti colonnari degli Stanghelini attirano 
l'ammirazione dei viaggiatori. Celebri sono quelli dell'Isola di S. Elena, 
quelli del Lago di Bolsena, quelli dell'isola Staffa della Scozia. Non vi 
ha geologo o semplicemente turista che non abbia inteso decantare quelli 
della grotta di Fingal dell'isola Staffa. In Francia magnifici esempi se 
ne ammirano ad Antraignes (Ardèche) e a Cantal. In America sono 
molto noti e rinomati quelli del Colorado. 

Dunque non è tale struttura speciale in un dato sito, ma la si trova 
riprodotta in regioni del tutto distinte e discoste. Né sono solo i basalti 
ad assumere tale struttura cai'atteristica. Celebri sono le TracMti colon- 
nari della Nuova Zelanda (Motu Roa) e di America (Montagne Rocciose). 

Anche il porfido qualche volta presenta lo stesso fenomeno. Il gra- 
nito in qualche raro sito assume la forma poliedrica. Ma nessuna roccia 
ha caratteri così spiccati come il basalto. 

La dimensione delle colonne varia di molto, da quattro centimetri 
a sette metri di larghezza, e talora anche nella stessa località. La loro 
Umghezza è talora veramente considerevole. Per lo più sono di forma 
esagonale e anche pentagonale, più raramente triangolare, qualche rara 
volta assumono la forma di dodecaedro o anche di poligono irregolare. 

Tale struttura colonnare si osserva talora anche nei Dicchi. In 
questi talora le colonne si dispongono non verticalmente ma raggianti 
come le barbe di una penna. Un magnifico esempio si osserva a Vivarais 
in Francia, 

I più dei geologi sono concordi nel ricercare la causa di tale strut- 
tura nella contrazione della materia ignea all'atto del raffreddamento. 
Che essa non sia determinata da speciale composizione è chiarito dal 
fatto che dei basalti, come quelli per esempio di Fingal, alla parte in- 



* Questa memori.i fu presentata uel 1909 alla Società geologica Italiana nel con- 
gresso di Catania. 



■ii- 203 - 

feriore sono colonnari, mentre al disopra non Io sono punto. È a infe- 
rirne che la roccia fusa, per assumere tale formazione è necessario si 
raffreddi lentamente. È questa la ragione per cui talune grosse correnti 
basaltiche, che con ogni probabilità all'interno debbono avere una strut- 
tura colonnare, non la hanno punto alla parte esterna più visibile. 

È evidente che il raffreddamento , deve essere progressivo dalla 
parte esterna all'interna e nel caso dei basalti colonnari dal piano su- 
periore all'inferiore. Ove il rafifredamento avviene rapidamente, la ma- 
teria non ha il tempo e la possibilità di orientarsi. Però ove questo av- 
viene lentamente non turbato da agenti esterni e da cause aliene, essendo 
impossibile che tutta quanta la massa si contragga in dipendenza di un 
centro comune, avviene che la viscosità o in altri termini la coesione 
molecolare viene vinta dalla forza di contrazione e si formano dei nu- 
merosi centri di solidificazione disposti quasi simetricamente dipendenti 
non solo dalla forza di contrazione ma dalla proprietà attrattiva della 
materia e per cosi dire dalla gravitazione molecolare. Bisogna aggiun- 
gere due considerazioni importanti: lo strato superficiale di un liquido, 
come è noto, per le leggi di capillarità di cui mi sono trattenuto in 
altro mio lavoro, tende ad individuarsi formare una specie di cuticola 
allo stesso. Sebbene la parte superficiale di un liquido (sia laterale sia 
superficiale) abbia la stessa composizione chimica, assume però alla su- 
perfìcie dei caratteri speciali che non è qui il caso di enumerare. Ora 
rotta la continuità dello strato superficiale, al momento di solidificarsi, 
esso svolge per cosi dire e individualizza una parte di strato superfi- 
ciale rivoltandosi lateralmente e dando origine a dei poligoli prismatici 
che continuandosi in giù vengono a formare delle colonne. L'altra con- 
siderazione è questa : che per regola generale le parti di un liquido che 
si solidificano tendono a raggrupparsi attorno alle parti solidificate. 
È questa una proprietà molto comune e nota e che contribuisce alla 
formazione delle colonne. 

In vero, se la materia fusa fosse composta di sostanza non omo- 
genea, se il raffreddamento non avvenisse dal solo lato superiore, ma 
dai quattro lati, allora evidentemente si formerebbero delle solidifica- 
zioni globolari. Lo stesso dovrebbe accadere quando il raffreddamento 
per una qualche causa non avvenisse in modo continuo ma con decre- 
scenze e con arresti. È appunto a tale causa che devesi attribuire l'ori- 
gine dalla struttui'a sferica di taluni basalbi. Avviene anche in taluni 
rari casi che la struttura sferica segua o preceda la colonnare. In que- 
sto caso le piccole masse presentano la struttura concentrica. Del resto 



- M - 

anche taluni basalti colonnari mostrano nell'intima struttura una ten- 
denza ad assumere detta forma ed è questa evidentemente causata dalla 
stessa origine. Ciò si può osservare specialmente quando cominciano a 
disgregarsi per le sofferte alterazioni. Un esempio istruttivo si ha negli 
spaccati basaltici di Puy de Dòme vicino Issoire in Francia. Rare volte 
le colonne basaltiche subiscono a piccoli intervalli regolari delle contra- 
zioni strozzamenti che danno origine a delle divisioni orizzontali che 
costituiscono una specie di segmentazione, sicché le colonne diventano 
articolate. Allora possono assumere la forma di formaggi sovrapposti, il 
quale fenomeno ben si vede nella grotta di Betrich Baden ad Eifel presso 
la Mosella e a Casseler Ley a Bonn. È questo il primo passo alla for- 
mazione sferoidale di cui ho di sopra parlato. Talora invece mostrano 
delle semplici articolazioni con superficie pianeggiante. Alle volte invece 
tale superficie di contatto è concava , sicché la superfìcie superiore di 
ogni prisma è concava e quella inferiore convessa. Ciò stimo possa di- 
pendere da una pastosità speciale della roccia nel .solidificarsi conti- 
nuatasi posteriormente alla formazione delle articolazioni e che lo stesso 
peso anche la compressione vi abbiano contribuito. 

La struttura sferoidale non è neppure esclusiva del basalto. Nel- 
l'isola di Ponza, tra Terracina e Gaeta, si trova una roccia ti'achitica 
che è una retinite poi'fìroide con evidente struttura sferoidale. I globi 
di retinite già alterati, se si rompono con un martello, si separano in 
calotte concentriche come fu osservato Scrope. Di struttura concentrica 
sono comunissimi gli esempi in svariate roccie, qui da noi in Sicilia si 
trovano talora nelle argille scagliose dei grossi rognoni quarzifei'i con 
tale struttura. 

Or ritornando alla struttura colonnare dirò che come risulta da 
quanto ho sommariamente esposto, sebbene la contrazione dovuta al 
lento raffreddamento sia una causa cooperante efficace e non dubbia, 
pure bisogna riconoscere in essa diversi fattori concomitanti la cui e- 
splicazione è da quella resa possibile o coadiuvata. È a considerare 
inoltre che il processo di distacco e individualizzazione delle colonne 
verosimilmente non dovea essere punto cosi accentuato all'epoca della 
formazione di esse, ma dovea essere solo accennato all' epoca della so- 
lidificazione e poi si andò rendendo vieppiù marcato e palese per 1' a- 
zione corrosiva delle acque sì per il lento e continuo processo di indi- 
vidualizzazione e concentrazione delle parti costituenti i prismi colon- 
nari. E qui bisogna ricordare che la materia ha una forma di vita spe- 
ciale ed è soggetta a mutamenti chimici non solo ma anche a delle te- 



— 205 - 

nuissime e lentissime orientazioni che imprimono degli impercettibili e 
lentissimi movimenti strutturali che io ho indicato in rari miei lavori 
col nome di micromotus (Annales de Geol. et de Paléont.)- 

Ora tale e cosi tenace forza di individualizzazione e di orientazione 
contribuisce e determina la struttura intima di talune rocce e contri- 
buisce non poco a tale conformazione sferoidale e colonnare la quale 
parmi adunque possa dirsi macrocristallina perchè dipende, come ho di- 
mostrato, da cause, taluna delle quali simile a quelle che governano la 
formazione dei cristalli. Infatti è la forma grossolanamente esagonale 
che ha il predominio. E che non sia esclusivamente la contrazione che 
determina tale struttura è provato tra gii altri argomenti anche da 
questo fatto : che in Sassonia si ammirano degli spaccati in cui le co- 
lonne prismatiche basaltiche poggiano su delle arenarie le quali, al con- 
tatto di quelle, per un piccolo tratto talora di quasi uh metro, assumono 
pure la struttura colonnare. Parrebbe quasi di assistere a un fenomeno 
di mimetismo minerale. 

Di esempi analoghi e non meno strani potrei anche citarne altri, ri- 
guardanti talune rocce in contatto a dei graniti. Ma ciò evade dai confini 
di questa breve nota. Però non voglio trascurare di richiamare l'espe- 
rienza molto istruttiva di Gregorio Watt il quale fuse una certa quan- 
tità di basalto, lo lasciò raffreddare lentissimamente e ri usci a consta- 
tare la formazione prismatica. 

Fenomeni abbastanza differenti ma però molto analoghi e deter- 
minati dalla medesima causa si verificano non di rado nei filoni mi- 
nerali metalliferi. L'esame della struttura cosi elegante varia e sime- 
trica che essi sovente assumono (come per esempio quelli di Redruth 
di Freiberg di Claustal) è veramente meravigliosa. Sono imponenti ma- 
nifestazioni dalla materia inorganica la quale mostra di non essere del 
tutto inerte. Sia che si studii lo sviluppo dei microliti delle rocce , sia 
che si studii il deporsi delle minutissime forme cristalloidi dei preci- 
pitati , sia che si segua lo sviluppo delle grandi cristallizzazioni dei 
minerali , sia infine che si osservino le forme più o meno poliedriche 
prismatiche delle colonne e delle rocce ignee o la forma e la struttura 
dei filoni , non si può non rimanere meditabondi nel contemplare cosi 
importanti e varie manifestazioni della vita inorganica della materia. 

March. Ant. De Gre&ouio. 



— 206 — 



Cenni di un giovanissimo esemplare di Ba/aenoptera muscuhis 
(L.) Van Ben. catturato a Palermo 



Il giorno 16 dicembre 1907 furono scorti da taluni pescatori sei 
grossi cetacei, in alto mare dietro Monte Pellegrino. Il giorno dopo un 
cetaceo fu pescato moribondo nelle secche del forte Castellammare in 
Palermo, e fu esposto in una bottega di via Bottai. 

Essendomi recato colà, riconobbi una giovanissima Balcenoptera mti- 
sculus L. Tale cattura è di molto importanza, sì perchè questa di raro 
penetra nel Mediterraneo , si perchè non si lascia prendere atteso la 
grande agilità, la rapidità dei movimenti , e anche la forza muscolare, 
per la quale è abbastanza temibile. Si aggiunga che nei mari nordici, 
mentre le balene sono bersaglio continuo dei pescatori per la ricchezza 
delle sostanze che da esse si estraggono, sono molto meno ricercate le 
balenottere che ne sono assai meno provviste. La balenottera pescata 
a Palermo per la sua dimensione .metri 5 ;, 50) relativamente piccola 
mi parve si sarebbe prestata ad essere imbalsamata e formare oggetto 
di studio e anche di ornamento decoroso pel nostro musej zoologico, 
onde mi recai presso l'illustre professore, che con tanto onore lo dirige, 
pregandolo di non lasciarla sfuggire, trattandosi di un animale che manca 
in tutti i musei d'Italia e che a mia memoria non è stato pescato mai 
nei nostri mari. Il prof. Raffaele però gentilmente mi rispose che oc- 
correvano 1500 lire per l' imbalsamazione e non credeva di fare tale 
spesa né sollecitare in proposito il concorso del Ministero. Non riuscendo 
nel mio intento, mi decisi a dare io stesso una relazione sommaria dei 
caratteri da me riscontrati, sperando far cosa utile a coloro che di sif- 
fatti studi s' interessano. Infatti il genere Balcenoptera, per le ragioni di 
sopra esposte , non è tassonomicamente sufficientemente e anatomica- 
mente studiato, mentre tanti altri animali marini di ben più piccola di- 
mensione e di ben minore importanza si conoscono in tutte le loro parti. 

NOMENCLATURA 

Il grande Plinio distinguea la balena dalla balenottera, infatti egli 
parla dell'una e dell'altra. Distinguea la balena e il musculus (pag. 227, 
Ed. 1587) «Amicitiae exempla sunt Balaena et Musculus : quando prae- 



— 207 - 

« gravi superciliorum pendere obrutis ejus oculis, infestantia, magnitu- 
a dinem praenatans, demonstrat, oculoruuque vice funs-itur». 

Tal fatto che la balenottera precede e quasi dirige il cammino delle 
balene è stato poi da vari autori notato. Atteso tale periodo di Plinio 
forse si sarebbe potuto adottare il nome di Musculus come titolo di ge- 
nere , nel qual caso la specie nota con tal nome si sarebbe chiamata 
Musculus musculus. Però ormai non torna conto fare novità ed è certo 
preferibile mantenere il nome ben definito di Balcenoptera. 

Questo genere differisce dal Megaptera per la presenza della pinna 
dorsale che in quest'ultimo è sostituito da una gibbosità. Al gen. Me- 
gaptera si riferisce la M. boops Fabr. la quale è diversa dalla B. boops 
di Linneo che dalla maggior parte degli autori è rapportata quale si- 
nonimo della Balcenoptera musculus Plin. 

Il celebre Ulisse Aldrorandi scrisse un libro importantissimo sui ce- 
tacei di cui possiedo la magnifica edizione del 1638 (pag. 669-732). Egli 
(l'elativamente ai suoi tempi) descrive in modo meraviglioso i caratteri 
della Balena vera, riportando varie mediocri figure. Riguardo alia Ba- 
lenottera egli riferisce il Musculus alla Baloena vulgi, di cui dà un cenno 
a pag. 688 e una figura a pag. 688 inaperfetta. 

Il sommo Linneo novera oltre della nota Balcena mysticetus tre spe 
eie: Physalus, Boops, Musculus. Egli l'iporta queste due definizioni della 
Boops : « B. fistula duplici in rostro extremo protuberantia cornea. B. tri- 
pinnis ìiares Tiabens cum rostro acuto et plicis in ventre-». La prima de- 
finizione pare si addica alla Megaptera hoops Fabr. del quale genere ho 
detto di sopra, la seconda definizione ricorda i caratteri della musculus, 
tanto che Van Benedeu ascrive tal nome tra i sinonimi di questa. 

Le definizioni della B. pliysalus sono le seguenti : '< B. narihus in 
medio capite dorso estremo pinna adiposa. B. edentula corpore strictiore, 
dorso pinnato. Habitat in Oceano Europeo». Le due definizioni della B. 
musculus sono le seguenti: « -B. fistula duplici in fronte, maxilla inferiore 
multo latiore. B. tripinnis , maxillam inferiorem rotundam et superiore 
multo latiorem habens. Habitat in mari Scotico » , 

Riesce impossibile da questi dati formarsi un' idea concreta della 
specie di Linneo ; tanto più che questo sommo scienziato non esaminò 
alcun esemplare vivente ma solo le figui-e imperfette date dagli autori. 
Però i zoologi concordano nel ritenere il nome di Plinio per la balenot- 
tei'a che visita di tanto in tanto il Mediterraneo. 

Cuvier dice che la B. physalus di Linneo ha il ventre liscio (Le 
Règae animai, Bruxelles p. 182, 1836) e che corrispondo alla Gibhar des 



— 208 - 

Basques, la quale, egli dice, è forse la stessa B. boops L. (Juharte des Ba- 
sques). Egli riferisce Ja specie che entra nel Mediterraneo alla B. mu- 
sculus, che è a ventre plicato. Van Beaeden (Osteogr.) osserva che Cu- 
vier studiò ti-e scheletri che riferì alla Rorqual. Or di questi scheletri, 
uno appartiene alla musculus, uno alla borealis (^laticeps) e il terzo alla 
rostrata. Lacépède (Buffon) descrisse solo la Bahenoptera gibbar dandone 
pochi dettagli. La figura che uè dà corrisponde ad una vera Balenot- 
tera e non ad una Megaptera. Egli però non parla dei solchi della pelle 
del ventre. Inoltre descrive la Balceenoptera rorqual che ne fa un sinonimo 
di Capidolio e della Bai. musculus L. dice che tale specie si nutre prin- 
cipalmente di aringhe e di sardelle e che vive nell'oceano di prospetto 
alla Scozia, ma che talora entra nel Mediterraneo. Descrive poi la B. 
acutorostrata ossia a muso appuntito. 

Lesson (Tableau du Règne animai) cita la B. borealis australis e 
Leucopteron. 

Chenu nella sua Enc. d' Hist. Nat. descrive la B. Jubartis Lac, la 
B. Rorqual Lac. e la acutorostrata Lac. alla quale riferisce la B. antar- 
cticiis Cuv. e la rostrata australùs Des Moul. riferisce la, physahis h. aUci 
B. gibbar Lac. (a ventre liscio). — Egli dà due figure della B. Rorqual 
(tav. I , f. 1-2) riferendo ad essa la B. musculus L. e la B. antiquorum 
Fischer. Però l'esemplare figurato ha un ligonfiaraento posteriore che 
manca affatto. Gray adotta il nome di Pliysalus antiquorum. 

Schleger dice che non si conoscono che due specie di balenottere: 
la B. silicata arctica e la B. sulcata antarctica. 

Holbol dice che esistono 5 specie compresa la Boops che è una Me- 
gaptera e non una Balenottera. 

Claus cita solamente la Balcenoptera rostrata Fab. 

Il sommo Sars dice esistere 5 specie cioè: musculus, Carolinae gì- 
gas, laticeps rostrata. 

Colui che ha studiato di gran lunga meglio di ogni altro questo 
genere è senza dubbio Van Beneden. Egli nel suo magnifico trattato di 
Osteographie descrive e figura 5 specie , cioè la B. l'ostrata Fabr. mu- 
sculus , borealis ( =laticeps Rud.) Sibbaldii Gray ( =iPhysalus latirostris 
Flow. := Carolinae M.) Schlegelii Flow. Dà inoltre la descrizione della 
Swinhoei Gray e della Patliogonica Burn. e Bonaerensis, le quali specie 
si conoscono imperfettamente. Cita infine come specie estremamente in- 
certa la R. indica, fasciata iwasi (=iantarctica), sulfurea Cope. Egli dice 
che ia rostrata Fabr. è diversa dalla rostrata L. 

Come si vede da questi cenni, sebbene le specie di Balenottera van- 



— 209 — 

tino molti illustratori, non sono ancora del tutto note e ben definite per 
le ragioni da me esposte in principio. Anche lo stesso Van Beneden, il 
più. grande conoscitore dei cetacei, lo confessa. Egli infatti dice : « Les 
« balénoptères ont le corps plus grèle , la téte moins volumineuse que 
« les baleines véritables et comme le danger de leur péche est plus 
« grand en méme temps que le produit est moins abondant et a moins 
« de valeur, on les a negligé jusque dans ces deruiers temps ». È tanto 
rara la pesca di una balenottera nel Mediterraneo che gli autori ne 
danno sempre notizia. Eschricht pubblicò un importante elenco di tutte 
le balenottere che sono state prese nelle coste di Europa. 

Il prof. Corrado Parona ha pubblicato importanti ed eruditi lavori; 
egli cita 40 catture nel Mediterraneo di questa specie dal 1620 al 1908 
cioè in quasi tre secoli. 

Van Beneden osserva che rarissimo è il caso di cattura di una ba- 
lenottera viva; egli crede (come molti altri autori) che nessuna balenot. 
tera abiti nel Mediterraneo , ma che quelle presevi si sono introdotte 
casualmente da Gibilterra. Anche il sig. Flower che ha studiato molto 
le balenottere, dice che uno dei più grandi problemi a risolvere è la 
distinzione specifica delle balenottere. 

La Balcenoptera musculus L. si pesca in abbondanza nei paraggi del 
Brasile tra A ssuda e Bahia. Se ne catturano circa 400 ogni anno. Quando 
nelle regioni del Polo sud viene l'inverno, esse emigrano verso il Nord 
e verso maggio arrivano a Bahia ove restano sino a novembre, quindi 
ripartono per le regioni polari. Le baleniere hanno per lo più un equi- 
paggio di dieci uomini. La pesca dm^a sei mesi; però è in està che mag- 
giormente abbonda. .Si n.iantengono le balenottere per lo più a un mi- 
glio di distanza dalla costa. Si pescano a Bahia e Itaprica. Se ne cat- 
turano colà da trecento a quattrocento all'anno nel solo Brasile, della 
lunghezza da 30 a 50 piedi. 

La mascella superiore ha 360 fanoni più corti che nella Balena 
franca. 

Il prof. Zittel ascrive trai sinonimi del gen. Balenoptcera i seguenti: 
Pterohalaena Esch., Physalus Gray, Protohalaena Leidy, Baìenodon Owen. 

Si son trovate balenottere fossili nel postpliocene , nel pliocene e 
anche nel miocene e in varie parti del mondo , tanto in America che 
in Europa e in Italia. 



Il Nat. Sic. Anno XXI — :Nuova Serie, Voi. I. 27 



- 210 



CARATTERI GENERALI 



Come ho di sopra detto, la balenottera presa nel porto di Palermo 
fu esposta al pubblico in una bottega in via Bottai. 

Sebbene io fossi un paleontologo più che un zoologo, credetti non 
inutile esaminare tale cetaceo , tanto più che studiando le formazioni 
postplioceniche di Palermo ho rinvenuto varie ossa che sono per illu 
strare. Però mi si presentarono grandi difficoltà : il cetaceo era situato 
in un sito alquanto oscuro ed era assiepato tutto giorno, e anche la sera, 
da una ressa di curiosi; ond'è che non mi era punto agevole fare qual- 
siasi osservazione e dovetti ritornarvi varie volte per formarmene una 
idea esatta; ma non potei, come avrei voluto, studiarne le parti anato- 
miche. — Dopo vari giorni, da quel sito fu asportato a Romagnolo nella 
fabbrica di olio di pesci del sig. Castelli. Io mi recai anche colà , ma 
ormai puzzava perchè era cominciata la decomposizione. 

Do di seguito la descrizione sommaria di tutti i caratteri che potei 
carpire e scrivere sul luogo stesso, dando le relative dimensioni, perchè 
da esse si possa avere anche un criterio sulla forma. 

La balenottera ha una lunghezza di 5, 50 metri, una forma bislunga, 
la testa relativamente stretta subtriangolare allungata. Gli occhi sono 
situati lateralmente sugli spigoli degli angoli in modo da avere più largo 
campo di vista; distano circa 85 centimetri dall'estremità anteriore e cor 
rispondono alla estremità dell' apertura della bocca cioè sono situati 
presso a poco sulla verticale della stessa estremità. La larghezza della 
testa, ove sono gli occhi , è circa 70 centimetri. La testa è schiacciata 
di sopra e pianeggiante. Nella parte centrale anteriore si trovano due 
sfiatatoi che sono due fenditure leggermente ad arco lunghe 16 centi- 
metri. Nello spazio interposto tra essi vi è un leggero solco come una 
depressione bislunga poco profonda. Introducendo una stecca flessibile 
bislunga dentro uno degli sfiatatoi, non si vede punto aprendo la bocca 
dell'animale. Ciò evidentemente prova che gli sfiatatoi sboccano nella 
parte posteriore di essa. — Dietro la testa il corpo continua dello stesso 
spessore per un paio di metri anzi un po' maggiore, quindi si restringe. 
Dalla parte di dietro si assottiglia il corpo gradatamente comprimendosi 
lateralmente di molto e facendosi sul dorso subnngoloso; presso la coda 
si restringe riducendosi a 25 cent., talché guardato il cetaceo dalla parte 
dorsale ha un aspetto diverso che guardato dal fianco. Di là sembra 
sottile, di qua invece appare più spesso. Evidentemente tale assottiglia- 



— 211 — 

mento è utile non solo per il minore spostamento dell'acqua, ma anche 
per l'agilità ed elasticità dei movimenti. La pinna dorsale è piccola e 
retta, collocata a circa un metro e settanta centimetri di distanza dalla 
coda. Detta pinna è laminare robusta; nell'arco posteriore ha una lun- 
ghezza di 17 centimetri, la sua linea d'impianto è lunga e. 28. 

Le due pinne brachiali sono situate in avanti; sono molto più grandi 
e robuste. Il loro margine esterno è lungo 73 cent, il lato d' impianto 
è 40 cent., lo spessore del margine esterno è 15 cent. 

La coda è assai robusta^ ed a forma di mezza luna. Il margine e 
sterno è da tutti e due lati lungo 73 cent.; ma non perciò le due punte 
sono distaccate dall'asse di altr-ettanto; perchè, atteso la curva, le punte 
si ravvicinano, sicché la larghezza della coda o per meglio dire la di- 
stanza delle estremità delle due ali della coda è di 91 centimetri. — È 
come di consueto orizzontale; la sua sezione d'impianto è subtriangolare. 
La superfìcie del dorso è anche ciuella di fianco superiore è bruna. La 
La superficie di sotto e quella di fianco inferiore è bianca. Lo stesso si 
verifica nella coda e nelle due pinne brachiali che di sopra sono scure 
(nere cineree) e di sotto bianche. Mancano peli. 

La pelle alla parte inferiore e dei fianchi inferiore è munita di sol- 
chi regolari, profondi, paralleli, numerosissimi. I solchi sono stretti e 
profondi circa un centimetro larghi pochi milhmetri, mentre i loro ri- 
lievi (cioè le porche) sono rotondeggianti e larghe circa due centimetri. 
Il fondo dei solchi è roseo, le porche però sono bianche. Tali solchi non 
si estendono per tutto il corpo ma decorrono solo dalla mascella infe- 
riore alla estremità posteiiore della pancia. 

ORGANI DELLA TESTA 

L'apertura dell'occhio è piccola; però il globulo dell'occhio interno 
è invece abbastanza grosso, ha uu diametro di circa 7 centimetri. Quindi 
gli occhi appaiono piccoli ma realmente non lo sono quanto sembi'ano. 
Essi hanno una forma ellittica. 

La bocca è ampia e bislunga; la lingua molto spessa, morbidn, car- 
nosa; tale è anche la parte sottostante alla lingua cioè il fondo della 
mascella inferiore, mentre la parete palatina, cioè della mascella supe- 
riore, è piana e rigida. La mascella inferiore si adatta perfettamente 
alla superiore ed è sprovvista di qualsiasi fanone. Nella mascella supe- 
riore presso il margine vi è una serie fitta e fiessibilissima di fanoni 
(detti anche barbigli). Sono delle laminette elastiche subcornee, sottilis- 
sime, flessibili di forma triangolare orlate al margine di piccole appen- 



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dici a spazzola, che formano una specie di frangia. L'altezza di tali lami- 
nette è di circa 8 centimetri nella parte più alta , però la parte delle 
laminette più vicina alla mascella cioè la parte basilare, è formata di 
lamine cornee più solide e meno elastiche di sostanza bianca (spessa 
circa' tre millimetri) e abbastanza dura. Tale parte è alta un paio di 
centimetri ed è di natura e apparenza e struttura diversa di quella delle 
laminette cui dà impianto , le quali sono molto più mobili , molto più 
sottili e più elastiche e di diversa struttura e di diversa sostanza. Pres- 
sando con un dito le laminette si ripiegano agevolmente, con una pres- 
sione alquanto più forte si ripiegano pure le laminette basilari bianche 
che sono pure pieghevoli. Evidentemente gli interstizi tra la parte ba- 
silare delle laminette bianche è minore di quella dei loro prolungamenti 
che restano maggiormente distaccati. Tale sistema di fanoni forma del 
resto come un pettine mobile elegantissimo che diminuisce di altezza 
anteriormente e svanisce alla estremità anteriore. 

Avendo esaminato accuratamente la testa, non ho osservato alcun 
meato uditivo. Esso suole essere strettissimo come dicono gli autori e 
e sprovvisto di orecchio esterno. Potrebbe darsi che sia stato cosi esile 
da sfuggirmi, ma è difficile. Io dubito clie non si fosse ancora formato, 
ovvero che mancasse di fatto e che i suoni si percepissero per mezzo 
della tromba di Eustachio. Anche questo mi sembra un carattere im 
portante. Si sa che le balene allattano a lungo e seguono, lungo la ma- 
dre. Nella giovine età non hanno bisogno dell'organo dell'udito ma hanno 
maggior bisogno dell'organo della vista. 

Del resto io ritengo che anche nei grandi cetacei i suoni perven- 
gono al timpano più per mezzo della tromba di Eustachio (e quindi per 
gli sfiatatoi) che per il meato uditivo, il quale è piccolo e rimane per 
lo più lateralmente immerso nell'acqua. 

Ho detto che la mascella inferiore si adatta perfettamente alla ma- 
scella superiore; però questa è un poco più stretta in modo che l'orlo 
della mascella inferiore le forma di margine. Ora devo osservare che 
avendo esaminato l'animale fresco appena estratto dal mare , 1' adatta- 
mento delle mascelle appariva esatto. Avendolo esaminato di poi quando 
cominciava a decomporsi, la mascella inferiore appariva maggiore. Io 
credo deve ciò attribuirsi a questo che quella superiore venne a subire 
uno disseccamento di tessuti e quindi una contrazione , mentre quello 
inferiore essendo munita di sostanze più grasse e umidicce ed essendo 
più cartilagenea conservò più la sua forma. È probabile che un fatto 
analogo abbia influito in altri casi in cui i naturalisti osservando altre 



- èl3 — 

balenottere haa detto che la mascella inferiore è molto raagg-iore della 
superiore. Però sta di fatto che quella inferiore forma l'incasso margi- 
nale della superiore e per ciò deve essere necessariamente un poco 
maggiore. 

ORGANI GENITALI 

A circa un metro e mezzo di distanza della coda si apre una fen- 
ditura lunga 70 centimetri fiancheggiata da due bordi convessi bislun- 
ghi , marginati da un solco, che rassomigliano alle grandi labbra della 
vulva. Distaccando tali bordi mi avvidi di una ripiegatura che ha in 
mezzo una sottile appendice conica retrattile (rassomigliante alla estre- 
mità del pene del bue) che si protende per tre o quattro centimetri e 
resta in parte invaginata; trattala in fuori vidi che era undici centim. 
che avea nella parto più larga un diametro di un centimetro e all' e- 
stremità di tre millimetri. Il cilindro vaginale da cui sorte tale appen- 
dice peniforme è poco visibile, però vi può entrare il dito facendo una 
leggiera pressione, senza la quale rimane quasi chiuso, quasi ostruito 
dall'appendice peniforme o per meglio dire dal pene. Quando sono chiuse 
le pseudo grandi labbra , il detto pseudo pene rimane nascosto dentro 
la loro ripiegatura interna. Però dopo che io ebbi a scoprire l'estremità 
di esso e dopo che lo trassi fuori , rimase naturalmente pensolante al- 
l'esterno. 

Ora tale carattere ha una grandissima importanza perchè da alcun 
zoologo non è stato (che io sappia) descritto. Io credo sia tale apparec- 
chio provvidenziale per la prima età della balenottera , perchè se non 
fosse il pene protetto in tal guisa, mentre è ancora cosi esile, facilmente 
sarebbe distrutto dagli animali che insidiano e sovente seguono le ba- 
lene. — Ora tale apparecchio genitale maschile si assomiglia immensa- 
mente a quello femminile, sicché io di primo acchito prima di scostare 
i bordi della fenditura genitale credevo che la balenottera fosse fem- 
mina. Quando il pene era imaginato e appena sporgeva rassembrava 
infatti ad una clitoride.— Devo aggiungere che non vi discernetti alcun 
foro uretrale. 

Del resto atteso la sua esiguità non ne potea avere , sicché avea 
un' apparenza di appendice peniforme anziché di vero pene. Io ritengo 
che non è improbabile che il canaletto uretrale era dentro il canale in 
cui era inavaginato, ovvero che forse dovea contenere qualche traccia ru- 
dimentale di canaliculo che sfuggiva all'occhio e che forse di seguito si 
sarebbe con l'età sviluppato. Certamente l'apparecchio genitale mi pare 



— 214 — 

rappresentava uno stadio di transizione dalla femmina al maschio. Ora 
è questo un fatto di capitale importanza , perchè nei mammiferi nella 
vita fetale uterina si compie tale evoluzione. Pare dunque che nelle ba- 
lenottere si verifichi nel primo stadio dopo nate. Del resto attese le cir- 
costanze sopra enumerate , sarebbe di grande utilità che le mie esser, 
vazioni fossero convalidate da ulteriori studi e verifiche. Disgraziatamente 
è difficile che si abbia uu'occasioae di una cattura di un'altra balenot- 
tera viva e della stessa età, è cosi che non posso non rammaricarmi 
che non mi sia stato possibile sufficientemente studiare le parti anato 

miche. 

CONSIDEEAZIONI GENERALI 

La prima questione sta nel nome da adottare. Io ritengo che il più 
conveniente è Balmnoptera miisculus (L.) Van Ben. perocché tal nome 
(primieramente usato da Plinio) fu proposto da Linneo Però costui ne 
dette imperfetta e incompleta descrizione che fu variamente interpe- 
trata dagli autori. Fu però di poi benissimo descritto da Van Beueden. 
(Osteographie , p. 167, f 11-24). Che il nostro esemplare debba a tale 
specie riferirsi , varie ragioni m' inducono a crederlo : Molti caratteri 
hanno un perfetto riscontro ; del resto tutti gli autoii si accordano nel 
ritenere che la B. musculus sia questa la sola che s' introduce nel Me- 
diterraneo. 

Il sig. Van Beneden cita tra i sinonimi di questa specie : BaL boops 
L. (non Fabr.), Eorqual de la Mediterranée Cuvier, Phi/salus Dug., Sib- 
baldius Borealis Gray, Pterobalaena communis Esch., B. tenuirostris Sweet, 
B. gigas Esch., Pterobalaena gigas Van Beneden. 

Riguardo all'età del nostro esemplare, dissi che mi parea molto gio- 
vine, che probabilmente è neonato. Infatti Van Beneden dice che quando 
nascono le balenottere di tale specie non hanno meno di 24 piedi di 
lunghezza. Egli aggiunge che mai si sono pescate in tutto il mondo in- 
dividui minori di 35 piedi. Tale specie adulta raggiunge la lunghezza 
di 80 piedi. Gli autori non sono concordi sul tempo che impiegano a 
poppare. Taluni credono che poppano sino ad un anno. Van Beneden 
crede che poppino sino a tre anni. Poppando si fanno molto pingui. Io 
penso che il nostro sia un individuo di poche settimane; tanto più che 
non ho trovato alcun parassita attaccato alla sua pelle. È probabile che 
alla sua età giovanissima si devono attribuire i caratteri speciali che 
presenta, perchè questi, se si riscontrassero in un individuo adulto, sa- 
rebbe ad ascriversi a specie differente. Infatti il Van Beneden dice che i 



— 215 — 

fanoni sono bianchi nella rostrata, neri o bluastri nelle altre specie. Nel 
nostro esemplare sono bianchissimi. Aggiungo che poi , parlando della 
rostrata, egli dico invece che sono giallastri. Addippiù egli (n. 139) e 
molti autori dicono che i fanoni sono obliquamente in fuori in modo 
da non poter essere coperte dalle labbra, il quale carattere si verifica 
tanto nella imiscuìus che nella rostrata. Nel nostro esemplare sono brevi, 
bianchi e perfettamente coverti in modo che quando è chiusa la bocca 
non appai'iscono affatto. 

Van Beneden (p. 139) dice che i fanoni non finiscono indietro bru- 
scamente ma a spirale mentre nel nostro esemplare finiscono quasi bru- 
scamente. 

Ciò che poi molto importa è questo che mentre nell' esemplare fi- 
gurato da Van Beneden (Osteographie, p. 167, tav. 12 13, fig. 11-13) la 
parte craniale anteriore è piana lievemente arcuata, nel nostro è pure 
pianeggiante, ma vi è un leggiero rigonfiamento ove sono gii sfiatatoi. 

Un altro carattere importante è questo che non ho potuto trovare 
r apertura dell' oi'ifizio auditivo. Nella B. musculus è angusta e situata 
presso gli occhi come dicono gli autori. Nel nostro individuo manca o 
è tanto sottile da sfuggire alle mie osservazioni. Come ho di sopra detto, 
dubito che l'organo dell'udito si eserciti più attraverso la tromba di 
Eustachio e che per conseguenza i suoni sieno percepiti attraverso de- 
gli sfiatatoi. Si legge nella descrizione della pesca delle balene che 
queste, quando rigettano l'acqua dagli sfiatatoi, atteso il rumore dell'ac- 
qua che cade giù, non sentono il rumore e i pescatori ne profittano. — 
Dubito sia ciò invece causato da questo: che essendo socchiusi gli sfia- 
tatoi dell'acqua, il rumore non passa attraverso le trombe di Eustachio: 
perchè nelle balene ordinariamente l'orifizio uditivo resta immerso nel- 
l'acqua. La mancanza di detto orifizio osservata da me nel nostro esem- 
plare può essere prodotta dalla troppo giovane età, o perchè sia a me 
sfuggita. 

È noto che gli organi genitali maschili nei mammiferi nello stato 
embrionale hanno molta similitudine con quelli femminili. Ora trattan- 
dosi di animali che vivono per vari secoli (come è opinione di vari in- 
signi autori tra cui Buffon) potrebbe darsi che lo sviluppo invece che nel 
periodo fetale accada anche posteriormente. Ad ogni modo io ho espo- 
sto fedelmente ciò che ho osservato, né posso dire di più. 



àio — 



BIBLIOGRAFIA 



Do. di seguito un elenco di libri che riguardano il genere Balenot- 
tera. Io non ho citato dei lavori sui cetacei se non quelli che riguar- 
dano il genere Balenottera. Non intendo darne un elenco completo 
perchè non ho tempo di occuparmene ulteriormente ; ciò non ostante 
può questo essere sempre utile a coloro che si consacrano allo studio 
di questo interessante genere di cetacei. 

AlberS — Icones illustr, anat. cetac, 1 pi. 1818-22. 
Beauregard-Boulart — Appareils génito-ur. Balaen., 7 pi. 1882. 
Beneden van — Les haUnoptères du Nord de l'Atl., 1 pi. 1869. 

» Sur une Balénoptère de l'Escaut, 2 pi. 1870. 

» Sur la grande Balénoptère du Nord, 1 pi. 1875. 

» Histoire n<.d. des Balénoptères, fig. 1887. 

» Hist. nat. des Cetacea des mers d'Europe, 1889. 

Béneden et Gerv&ìS ~ OstéograpMe ics Cétacés viv. et foss., 1868-S(). 
Burmeister — Die Bartenwnle {Balaenoptera) d. Argentin, Kilsten, 7 pi. 1881. 
Campes — Observ. anatom. struct. int. et squellette Cétacés, 53 p!. 1820. 
Capellini G. — Balaenoptera foss. del Bolognese, 3 tav. 1865. 

» Sulla Balenottera di Mondini (Eorqual), 4 tav. 1877. 

Cope — Contr. Hist. nat. Cetacea, 2 pi. 1876. 
Ouvier — Hist. nat. des Cétacés, 24 pi. 1836. 
Dione V. — Il cetaceo di Marinella. 
Dwight — Descr. of Balaenoptera musculus, 2 pi. 1872. 

» et Eschricht — Anat. cetaceorum, 29 pi. 1869. 
Flower — On a lesser finwhale, 1864. 

» On 4 specim. of fin lohale south. coast EngL, 1 pi. 1869. 

Gervais et Beauregard — Mission scient. du Cap Hom Anatomie d. Balei- 

noptères, 8 pi. 1891. 
Gray — Cetacea coli. dur. voy. Erebus a Teoror 30 pi. 1846. 
Grieg — Catal, Notis. Balaenoptera rostrata etc, 30 pi. 1890. 
Kroyer — Nog. Bemerk, Bai. rostrata, 1838. 
Linden van — Notice sur un squellete de Baleinoptères, 1821. 
Malm — Balaenopt. rostrata musculus rostrata und Carolinae, 1 pi. 1866-68. 
Miinter — Ueber Greifswald secirt. Balaenoptera. 1877. 
Miiller — Finwales Balaenopterus syncondylus, 3 pi. 1863. 



— 217 -^ 

Parona C. — Notizie storiche grandi Cetacei Mar-i Italiani partic. Balenottere, 
Milano 1897. 
» I colossi dei nostri mari (Cattura di 4 balenottere, 1907). 

» Catture recenti di grandi cetacei nei mari italiani, 1909 (Ist. 

Zool. R. Università Genova). 
Rosenthal — Homschuch De Balaenopteris ventre silicato, 1825. 
Schlegel — Mém. de l'ind. des Pays Bas fauna japonica. 
» HoUand kusi gestrand Vinciseli, 4 pi. 1831. 

» Nattcrgesch. cetac, 9 pi. 1841. 

Struthers — On rudim. hind limò great Balaenoptera muscidus, 4 pi. 1893. 
True — Instr. on cetacea, 1855. 
InlYberg ~ Balaenoptera Sibbaldii, 1 pi. 18t3. 
Zaddach — Beschr. e Finnwales Balaenoptera inusculus, 1 pi. 1S75. 



SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA 

(da uno schizzo preso da me stesso) 

Pig. 1-2. La Balaenoptera vmsculus (L.) Van Ben. 

» 3. Ripiegatura genitale aperta artificialmente scostando i bordi e tirando fuori 
l'appendice peniforme dal foro. 
4. Ripiegatura genitale con i bordi chiusi, che lascia però l'appendice peniforme 
pendente, perchè tirata fuori artificialmente. 

» 5. Fenditura della ripiegatura genitale come si mostrava prima che fossero sco- 
state le labbra della fenditura. 

» 6. Appendice peniforme in grandezza naturale. 

» 7. Mascella superiore coi fanoni. 

> 8. Fanoni visti di fianco. 

» 9. Un fanone visto dalla faccia interna in grandezza naturale. 

» 10. Sezione dei solchi della pelle del ventre in grandezza naturale. 

March. A. De Gregorio. 



Il Nat. Sic. Anno XXI — Nuova Serie, Voi. I. 28 



218 



Appunti sul deposito soifìfero di Ghelma (Algeria) 



Già pubblicai negli Annali di Agricoltura una nota sullo stesso 
soggetto (Scoperta di un deposito solfifero in Algeria 1909). Io però non 
ne feci che un cenno non conoscendo i particolari che ho avuto adesso 
occasione di conoscere. 

Lo scopritore dello stato solfifero e che per concessione del governo 
francese è esercente di detta miniera è il signor Vassallo Tulumello, si- 
ciliano della provincia di Grirgenti, credo di Grotte. 

Si trovano tre filoni di solfo , il primo con uno spessore verticale 
di 40 cent., il secondo di 80 cent., il terzo di 50 cent. Hanno una pen- 
denza laterale di 30 gradi. I due primi filoni sono interposti tra marne 
nerastre, l'ultimo invece tra marne bianchicce Sono sovrapposti e sot- 
toposti a strati di gesso. I tre filoni sono lunghi 4 chilometri. Siccome 
sono declivi (come ho di sopra detto) si vanno lateralmente , sprofon- 
dando , e non si può dire quanto sono larghi ; né si conosce se il loro 
spessore vada diminuendo ovvero se come è probabile vada aumentando. 
Finora sono sfruttati alla larghezza di 50 metri. 

La concessione del governo francese fu per 1166 ettare. La galleria 
eseguita dal sig. Tulumello è in collina , circa 35 metri al di sotto del 
vortice di essa e si sprofonda per 20 metri; quindi la profondità verti- 
cale è 55 metri. In mezzo agli strati solfiferi si trovano cristalli di ce- 
lestina, di arragonite, di gesso, come in Sicilia. 

Questi interessanti particolari mi sono stati forniti dallo stesso si- 
gnor Tulumello , il quale mi ha mostrato dei blocchi di minerale e di 
roccia che non diversificano da quelli di Sicilia. Egli mi ha raccontato 
che a non grande distanza da Ghelma ha recentemente scoverto un'a- 
renaria con delle piriti e con dei minerali di piombo e di rame. Me 
ne ha mostrato un campione di cui sta facendo eseguire 1' analisi chi- 
mica. Evidentemente tale arenaria appartiene a diversa formazione geo- 
logica. 

L'estrazione dello zolfo si fa come in Sicilia, ma per lo più non si 
estrae lo zolfo , ma la roccia grezza la quale si adopera nel modo se- 
guente : Si sceglie la roccia del filone più ricca in zolfo e la si riduce 
in polvere , tal quale , cioè minerale e ganga. Tale polvere è usata in 
grande scala per le viti e con ottimo effetto e risparmio. 

Maroh. Antonio De GRBaoKio 



— 219 — 
Dottor VITTORIO RONCHETTI 

Medico aiutante nell' Ospedale Maggiore di Milano 
►-«-. 



È L' IPOFISI JJ^ ORGA^^O RUDIMENTALE ? 



La domanda non è superflua ; anzi, in considerazione dell' interes- 
samento, del quale in questi ultimi tempi sono diventate oggetto le ghian- 
dole a secrezione interna e del moltiplicarsi degli studii e delle ricerche 
attoruo sull'ipofisi, può ritenersi di attualità; ed anche è pienamente giu- 
stificata, visto che da qualcuno, in pubblicazioni recenti, si accenna al- 
l'ipofisi organo rudimentale, come se si trattasse di cosa ormai pacifica. 

Non tutti gli Autori invece accettano di comune accordo l'opinione 
di Reklinghausen essere l'ipofisi un organo senza importanza nell'econo- 
mia dell'organismo umano, perchè organo filogeneticamente in via di 
progressiva atrofizzazione , perchè organo rudimentale. Non pochi sono 
gli autori , i quali considerano l' ipofisi, non come un organo rudimen- 
tale, ma bensì come un organo filogeneticamente in via di progressivo 
sviluppo. 

Lowenstein fa rilevare come V Amphioxus non abbia ipofisi : come 
l'ipofisi incominci ad apparire solo nei Myxinoidae : ed infine come nei 
vertebrati superiori , non solo essa non si vada riducendo , ma tenda 
ad avere uno sviluppo sempre maggiore, quanto più si sale nella scala 
zoologica. Ed ancora lo stesso Lowenstein insiste sul fatto , che nello 
embrione umano manca ogni differenziazione delle cellule del lobo ghian- 
dolare dell' ipofisi , mentre solo dopo la nascita si vedono gli elementi 
staminali differenziarsi, ed appaiono, fra le cellule principali (corrispon- 
denti al tipo cellulare embrionale), le cellule cromofile , che si fanno 
sempre più numerose col crescere dell'età fin verso i 40 anni. E tutto 
conforta a ritenere, che le cellule cromofile siano cellule attivamente 
funzionanti. In base a tali fatti Lowenstein nega , che l' ipofisi sia un 
organo rudimentale. 

Dopo ciò non è senza meraviglia, che vediamo il Messedaglia fon- 
darsi appunto sull'anatomia comparata per asserire, che l'ipofisi nell'uomo 
va considerata come un organo in via di regressione. 



- sco- 
lina serie sistematica di ricerche sull' ipofisi nelle varie classi del 
tipo dei Vertebrati, fatte tenendo conto a parte del lobo nervoso e del 
lobo ghiandolare, potrà solo portar luce definitivamente nell'argomento, 
e dovrebbe certamente approdare a risultati del massimo interesse. 

Risultati assai significativi possiamo ricavare anche dalle cognizioni 
odierne circa lo sviluppo embriologico dell'ipofisi. 

Il lobo anteriore dell' ipofisi è di origine ectodermica. Neil' uomo 
(His) è nella quarta settimana, che, per una invaginazione del'ectoderma, 
si produce la tasca di Rathke o tasca ipofisaria , la quale più tardi si 
approfondisce, si separa dal suo luogo di origine, e si trasforma in un 
sacco a pareti formate da più strati di cellule cilindriche, il sacco ipo- 
fisario : per parecchio tempo il canale ipofisario, contenente un prolun- 
gamento del sacco ipofisario , riunisce il sacco ipofisario stesso alla ca- 
vità, boccale , ma in prosieguo nei vertebrati superiori il tessuto con- 
nettivo embrionale , destinato a trasformarsi nello scheletro della base 
del cranio, si ispessisce e finisce per separare completamente il sacco 
ipofisario della cavità boccale. Per solito infatti nei vertebrati superiori 
il canale ipofisario ed il prolungamento del sacco ipofisario in esso con- 
tenuto, col progredire dell'età, si atrofizzano e finiscono collo scomparire; 
mentre in alcuni vertebrati inferiori (Sciaci) essi persistono per tutta la 
vita. Però anche nell'uomo si danno casi, per quanto rarissimi, di per- 
sistenza neir adulto di un canale attraversante il corpo dello sfenoide, 
e contenente una appendice del lobo anteriore dell'ipofisi: fatto questo 
che era noto da tempo (Romiti) , ed al quale, in opposizione a quanto 
vorrebbe E. Levi, non credo si possa attribuire una importanza capitale 
nella patogenesi dell'acromegalia. È questo sacco ipofisario che si sviluppa 
poi a formare il lobo anteriore o ghiandolare dell'ipofisi. 

I] I0I30 posteriore lobo nervoso dell'ipofisi ha invece la sua origine 
in una evaginazione del pavimento del cervello intermediario, che for- 
mando il così detto «infundibolo», si applica contro la parete poste- 
riore del sacco ipofisario e vi si incappuccia. 

Neil' ulteriore sviluppo, mentre il sacco ipofisario si trasforma, per 
proliferazione cellulare, nell' aggrovigliato intreccio dei tubi ipofisarii 
(lobo anteriore ghiandolare dell'ipofisi), l'estremità dell'infundibolo, nei 
vertebrati inferiori, si trasforma in un piccolo lobo cerebrale, costituito 
da cellule gangliari e da fibre nervose , e nei vertebrati superiori nel 
lobo posteriore dell' ipofisi, che negli individui adulti non contiene né 
cellule gangliari né fibre nervose (cosi 0. Hertwig. Traitè d'embrologie. 
Paris, 1900, pag. 513). 



— 221 — 

Se si volesse da queste cognizioni di embriologia dedurre una con- 
clusione, si dovrebbe ammettere , che, alia differenza di origine, corri- 
sponda anche una differenza di significato dei due lobi dell'ipofisi. 

La mancanza poi nell'uomo adulto del canale ipofisario e della re- 
lativa appendice del lobo anteriore dell'ipofisi, non è ragion sufficiente 
per far ritenere, che il detto lobo anteriore dell'ipofisi sia meno svilup- 
pato ed in via di atrofizzazione per rispetto agli stati giovanili ed em- 
brionali. Ed a questo proposito è certamente opportuno ricordare gli 
studii di Civileri circa l'ipofisi faringea degli adulti. 

Considerazioni anatomiche e fisiologiche appoggiano l' idea , che il 
lobo anteriore dell'ipofisi sia un organo ancora in pieno sviluppo ed 
attività di funzione, e che, se mai, solo il lobo posteriore dell'ipofisi po- 
trà essere ritenuto organo in via di progressiva atrofizzazione , oi'gano 
rudimentale. Io mi limiterò a richiamare le su accennate ricerche di 
Lowenstein circa le modificazioni strutturali dell' ipofisi nel progresso 
dell'età e la dimostrata iperattività funzionale del lobo anteriore dell'i- 
pofisi durante il periodo della gestazione (Launois e Mulon, Erdheim). 

Accennerò ancora alla grande importanza, cui l' ipofisi assurge in 
patologia. Certo io non mi sentirei di sottoscrivere all' affermazione 
del Messedaglia « non dovere l'ipofisi , perchè organo rudimentale , es- 
sere capace di pervertimenti morbosi determinanti una sindrome ge- 
nerale quale quella dell'acromegaglia », nulla confortando la tesi essere 
un organo rudimentale , solo per il fatto di essere tale , incapace coi 
suoi pervertimenti morbosi di determinare sindromi generali imponenti. 
Ma se fra gli organi rudimentali, e considerati tali con non dubbia ra- 
gione, stanno l'appendice vermiforme del cieco (colle sue fìogosi), la mam- 
mella maschile (coi suoi tumori, la prostata (colle sue flogosi ed i suoi 
tumori), che ogni giorno vediamo assurgere a tanta importanza nella 
patologia umana ! Ed ancora non cito la tiroide, che Haeckel vorrebbe 
annoverare fra gli organi rudimentali [Antropogenia. Torino, 1895, pa- 
gina 608). 

Ricorderò del resto, in relazione a ciò, come già Darwin abbia ri- 
conosciuto la grande tendenza a variare degli organi rudimentali {L'O- 
rigine dell'uomo, Torino, pag. 19). 

Quando si studia la patologia dell' ipofisi , non si può non essere 
vivamente colpiti dal fatto, che le alterazioni anatomopatologiche hanno 
sede costantemente nel lobo ghiandolare dell'ipofisi. Sia nel gigantismo 
che nell'acromegalia, stati morbosi, che non ostante gli sforzi poderosi 
di valenti patologi (da Struempell in giù), continueremo a ritenere di 



— 222 - 

origine ipofisaria (dispituitarismo piuttosto che ipo od iperpituitarismo) — 
sia nella sindrome ipofisaria adiposo - genitale di Lannois e Cièret (adi- 
posità cerebrale di IVIarburg, distrofia adiposogenitale di Bartels) — sia 
nell'ipersonnia (caso di Baduel), è sempre il lobo anteriore o gtiiando- 
lare dell'ipofisi, che è massimamente leso. Del lobo posteriore o nervoso 
dell'ipofisi si può, per quanto oggi se ne sa, dire, dal punto di vista a- 
natomo-patolico, che è un organo indifTerente, e come della ghiandola 
pineale, cosi dal lobo nervoso della ghiandola pituitaria nei trattati di 
anatomia patologica quasi non si fa parola. Per contro il lobo ghiando- 
lare dell'ipofisi, come attiiò presto l'attenzione dei fisiopatologi , cosi 
forni spesso agli anatomopatologi l'opportunità di risconti'arvi alterazioni 
più o meno gravi. 

E non a caso ho citato la ghiandola pineale, in quanto che si può 
riscontrare una certa affinità fra essa ed il lobo nervoso dell'ipofisi: 
affinità di struttura , uguale indifferenza-patologica. Oggi si muovono 
molti dubbii (Béranek) alla in altri tempi tanto decantata omologia 
della ghiandola pineale coll'occhio pineale dei sauri preistorici e di al- 
cuni ciciostomi , amfibii e rettili attuali : e cosi pure non è consenta- 
neamente ammesso da tutti, che il lobo nervoso dell'ipofisi rappresenti 
realmente un rendimento della ghiandola neurale delle Ascidie : ma è 
indiscutibile il contrasto fra ghiandola pineale e lobo nervoso dell'ipo- 
fisi da una parte e lobo ghiandolare dell'ipofisi dall'altra. Per la ghian- 
dola pineale tutto fa ritenere, che si tratti di organo indifferente e ana- 
tomicamente e funzionalmente : per il lobo nervoso dell'ipofisi , pur ri- 
conoscendo la necessità di nuovi studii, si può forse sospettare la stessa 
cosa : il lobo ghiandolare dell'ipofisi per contro, a motivo della sua strut- 
tura, delle modificazioni strutturali che subisce col variare dell'età e 
delle condizioni fisiologiche (gravidanza etc.) , delle alterazioni di cui 
spesso diventa sede , non può non essere catalogato in una stessa ca- 
tegoria colle altre ghiandole endocrine (paratiroidi, tiroide, capsule sur- 
renali, isole di Langerhans, etc). 

Concludendo affermo ancora una volta come non si possa a meno 
di tener ben distinte fra loro le due parti dell'ipofisi; l'una l'anteriore, 
dovendo essere ritenuta organo ancora in attività piena di sviluppo e 
di funzione ; potendosi solo all' altra parte , la posteriore , attribuire 
forse valore e significato di organo rudimentale. 

Milano, 3 maggio 1910. 



223 — 



OPERE CONSULTATE 

C. Darwin — L'origine dell'uomo, Torino. 

E. Haeckel — Antropogenia, Torino, 1895. 

R. Perrier — Eléments d'anatomie comparée, Paris, 1893. 

A. Koeìliker — Handhuch der gewebelehre des Menschen, Leipzig, 1896. 

0. Hertwig — Traité d'embriologie, Paris, 1900 

J. Déjerine — Anatomie des centres nerveux, Paris, 1901. 

C. Lowenstein — Die Entwicklung des Hypophysisadenome , Virchow's Archiv. 

6 Aprile 1907. 
A. Gemelli — Ulteriore contributo alla fisiologia dell'ipofisi, Milano, Atti della 

Società Milanese di Medicina e Biolog-ia, 1907-1908, P'asc. I. 
L. Messedaglia — /Siitrfn sull'acromegalia, Padova. 1908. 
E. Levi — Persistenza del canale craniofaringeo in due cranii di acromega- 

lici, Rivista critica di clinica medica, Firenze, 1909, n. 23. 
C. Baduel — Un caso di ipersonnia. Rivista critica di clinica medica, Firenze, 

1909, n. 34. 

C. Parhon et M. Golstein — Les sécrétions intemes, Paris, 1909. 
G. Ascoli e T. Legnani — Dell'esportazione dell' ipofisi , Bollettino della So- 
cietà medico-chirurgica di Pavia, 1910, n. 1. 
E. Bircher — Die operationen an der Hypophys , Medizinische klinik , Wien, 

1910, n. 6. 

-==^S-e5«< 



Formazione di un nuovo lago minuscolo a Mimlani 

(PRESSO MABIANOPOLI) 



I geologi seguono con grande intei'ssse i fenomeni che si saccedono 
sulla terra , perchè trovano in essi una guida preziosa nella esegesi di 
quelli che si succedettero in tempi remoti la di cui somma Anale costi- 
tuisce appunto la ragione prima della configurazione attuale del nostro 
globo. Ond'è che ogni manifestazione delle naturali energie che si ma- 
nifesta sulla terra, sia pure di poca entità, è sempre utile che vada no- 
tata e descritta. 

Nel novembre del 1907 è accaduto nello interno di Sicilia, tra Ma- 
rianopoli e S. Caterina di Villarmosa, un fatto meritevole di non essere 



- 224 — 

trascurato. Nella località Mimiani (alla quale si perviene da Mariano- 
poli in circa tre quarti d' ora cavalcando al passo) , si sprofondò a un 
tratto una cospicua zona di terreno tra il fiume che scorre tra Mimiani 
e Trabona, in una pendice ubertosa, di proprietà del Barone Lo Monaco. 

Lo sprofondamento della parte alta fu di circa 30 metri; dalla bassa 
circa 20 metri. Si formò un laghetto che le di cui sponde hanno una 
larghezza di circa 100 metri. La parte fonda del lago ha un diametro 
di circa 30 metri , oltre il quale il fondo viene gradatamente in su a 
montare .sino alle sponde che lormano un cerchio di circa cento metri 
di diametro. 

Tale fenomeno ha attratto l'attenzione di tutti quei terrazzani, tanto 
più perchè colà prima non si vedea punto traccia di acqua. Probabil- 
mente si tratta di un fenomeno connesso alle manifestazioni di vulca- 
uelli di fango. 

L' acqua ha un forte odore solforoso; deve contenere senza dubbio 
dei composti di zolfo in decomposizione. È probabile che si debba ad 
essa la causa dello sprofondamento. La vena d'acqua sottostante dovette 
gradatamente andare disciogliendo la roccia asportandola via e lasciando 
una vasta cavernosità che poi ebbe a determinare lo scoscendimento. 
Sarebbe utile che di tale acqua si facesse analisi chimica ; odorandola 
parmi debba contenere non solo acido solforoso ma idrogeno solforato. 

Manifestazioni importanti dell'azione delle vene subidriche sono da 
considerarsi le « Salse » di Toscana e le cosi dette « Maccalube » e le 
« Salinelle » di Sicilia, che hanno intimo rapporto con i vulcani di fango 
del Caucaso così bene descritti da Abich. Or siccome questi ultimi sono 
in relazione a imponenti depositi petroliferi , così io credo che degli 
scandagli potrebbero all'uopo farsi in Sicilia. Come ho altra volta detto, 
simili tentativi, per avere la possibilità di riuscire fruttiferi, dovrebbero 
farsi su larga scala e costerebbero spesa così ingente che attesa la ristret- 
tezza delle nostre i-isorse finanziarie non potrebbero essere di leggieri 
assunte dai privati ma da grandi società, da enti pubblici o dal governo 
stesso. 

March. A. De Gbegorio. 



— 225 — 



TEMISTOCLE ZONA 




La sezione palermitana del Club 
Alpino Italiano ha avuto una perdita 
gravissima nella persona del suo illu- 
stre presidente prof. Temistocle Zona 
avvenuta il 2 del corrente maggio. 
Egli personificava degnamente non 
.solo la nostra sezione ma l'alpinismo 
stesso. Di animo mite ma forte, scien- 
ziato eletto senza superbia né uggioso 
su.ssieguo; geniale compagno delle gite; 
multiforme nell'eloquio; facile bonario 
cogli umili , elevato ed erudito coi 
dotti. 

Senza stento , senza sforzi , con 
grande pacatezza e tranquillità seppe affrontare le traversie della vita, 
seppe superare i fastigi della scienza, seppe sormontare le più alte vette 
delle montagne di Sicilia , seppe combattere strenuamente per 1' unità 
d'Italia, seppe affrontare terribili contaggi epidemici per arrecare aiuto 
e sollievo ai sofferenti. 

Fu un vero apostolo dell'alpinismo, durante l'intera sua vita ne fece 
attiva propaganda , e ciò non per orpello o per mera forma, né sola- 
mente perchè credea utile rinvigorire le membra e rinsaldare la tem- 
pra dei giovani , ma anche perchè egli realmente sentiva un massimo 
diletto, una grande ricreazione di animo nell' ascendere i monti. 

Quando le cure di famiglia, gli impegni professionali, gli studi scien- 
tifici lo permettevano, fuggiva sulle alture. 

Io, che lo conobbi ultimamente per molti anni, posso .asserire che 
di nulla al mondo si dilettasse tranne che delle escursioni sui monti. 
Non frequentò mai né teatri, uè passeggi, né circoli. 

Nella valle del Paradiso sotto Montecuccio sorge una rupe solitaria 
e fantastica. Egli la prescelse tra tutte , ne fece acquisto, vi costrusse 
una casetta modesta ma linda e graziosa. In quell'eremo silente e pro- 
II Nat. Sic. Anno XXI — Nuova Serie, Voi. I. 20 



— 226 - 

fumato da folti cespugli di ginestra si ritraeva a studiare e meditare so- 
lingo insieme alla sua consorte e figliuoli diletti. 

In quel romito luogo, lungi dal pettegolo arruffìo cittadino, si godea 
a rinfrancare lo spirito e rinvigorire il corpo. Là sotto la pendice del 
Caputo, sul quale torreggia fanti^stico il millennario castello, là sotto la 
pendice di Montecuccio, sulla cui eccelsa vetta si aderge il rifugio co- 
struito dalla nostra sezione , là in quell' angolo poetico e tranquillo si 
inebbriava alle divine bellezze della natura; da quel nido solitario come 
aquila si elevava il suo sguardo nel firmamento seguendo il corso delle 
amiche stelle, oggetto dei suoi studi. 

La sezione del nostro club, fu primieramente costituita al 1875 sotto 
la presidenza del principe di Scalea e perdurò fino al 1880 compiendo 
molte e importantissime escursioni nell' isola ; però sia per le difficoltà 
che allora ci fu dato d'incontrare, e con cui dovemmo lottare (princi- 
palmente dipendenti da cattiva sicurezza pubblica e mancanza di via- 
bilità) , si forse anche per il lusso col quale erano allora condotte le 
gite, disgraziatamente dovette sciogliersi. 

Nel 1888 il mio amato cugino il comm. senatore Paolo Lioy (che 
fu presidente del Club Alpino), trovandosi in Palermo, espresse il desi- 
derio a parecchi amici che si ricostituisse la società. 

Ci riunimmo in pochi in casa del prof. Zona, ch'era da pochi giorni 
venuto qui come astronomo aggiunto del nostro Osservatorio astrono- 
mico; la nuova sezione si ricostituì sotto la sua presidenza ed ebbe vita 
e prosperità. Egli fu nostro ispiratore e nostro duce per ben 22 anni. 

Insieme a lui furono ascese quasi tutte le vette delle montagne 
della nostra provincia e molte altre di Sicilia. Nei primi anni la nostra 
sezione era numerosa e fiorente. L'opera di essa, sotto la direzione del 
prof. Zona, rese grandi servizi al paese, perchè riusci ad ispirare il culto 
e la passione per la montagna, additando alla gioventù palermitana altre 
fonti di diletto che prima erano ignote e popolarizzando Talpinismo. La 
sua opera fu un lievito benefico che molte trasformazioni addusse nella 
nostra città, dando il primo impulso ad altre istituzioni sorelle che sor- 
sero successivamente e attinsero vita forte e prosperosa, tra cui il be- 
nemerito Club alpino siciliano. 

Adesso 1' alpinismo ha assunto nuove forme sportive : mentre in 
principio la nostra sezione avea per così dire il monopolio delle gite, 
ora l'alpinismo si è estrinsecato sotto fogge diverse. Molte società sono 
sorte che si propongono non solo il culto per la montagna, ma lo svi- 
luppo fisico dei corpi, si sono poi formate altre società per mezzo delle 



- 227 — 

quali si può facilmente aver occasione di visitare non solo le montagne 
ma anche le campagne e i paesetti dell' intera isola. I canotti, le bici- 
clette, gli automobili, le palestre ginnastiche, i club sportivi hanno tolto 
molto all'antico alpinismo. La nostra sezione stremata di forze non ha 
però ammainata la bandiera che è rimasta come antico segnacolo d'in- 
citamento e di esempio. E di ciò il merito principale va dato al pro- 
fessore Zona che seppe mantenere sempre acceso il sacro fuoco. 

Negli ultimi anni di sua vita dopo la perdita di Miro suo figlio pre- 
diletto (intelligente giovanetto nostro antico compagno di gite alpine), 
un velo di tristezza offuscò 1' anima sua. Sebbene non amasse appale- 
sare il suo dolore e sebbene per la sua filosofia cercasse di sopportare 
con animo forte tale sciagura , pure a chi lo scrutava nel suo interno 
appariva un'ombra indicibile di accoramento. 

Sebbene il prof. Zona appartenesse alla massoneria (fu un 33) era 
nelle sue idee remissivo e transigente e rispettò sempre le altrui cre- 
denze. Egli capiva che tale associazione (come molti la intendono) si 
riduce ad un anacronismo e una schiavitù di pensiero e di azione, né 
ha più ragione di esistere se non al semplice scopo di relazioni di ami- 
cizia reciproca e reciproco giovamento. 

Fu libero pensatore non nel senso di ripudiare l'idea divina, come 
da molti s'intende, ma nel senso di propugnare la libertà delle credenze 
e speculazioni individuali. Fu cosi eh' egli non esitò a farsi promotore 
della erezione della cappella sulla cima di Monte Cuccio che egli volle 
designare col nome poetico «alla Madonna della Neve». 

Dai suoi modi semplici che appalesavano un animo mite e dirò 
quasi ingenuo, non sarebbe potuto immaginare che egli fosse un scien- 
ziato esimio e un patriota. 

Nacque nel 1848 a Pontecchio (Pontetolle) Provincia di Rovigo. Nel 

1866 prese parte alla campagna centro gli Austriaci nel Trentino. Nel 

1867 combattè e fu preso prigioniero a Mentana, ove (come mi ebbe a 
raccontare), era stato lasciato addietro a bella posta da Garibaldi per 
garentire la ritirata. Amava intensamente l'Italia e la volea forte e 
grande. Quando il discorso cadea sulla gloria della nostra patria e sul 
posto che le compete nel mondo e sulla sua unità politica, il suo sguardo 
avea faville, il suo linguaggio avea scatti di entusiasmo. Coperse molte 
cariche pubbliche specialmente nello insegnamento; a Como, a Forlì, a 
Caltauissetta. Era ora da molti anni professore di Geografia fisica alla 
R. Università di Palermo e astronomo al R. Osservatorio. 

Durante il colera del 1885-87 fu membro del Comitato di soccorso 
e si distinse per abnegazione e per coi-aggio. 



— 228 — 

Facea parte del magistrato della nostra Accademia di Scienze. 

Restano di lui numerose pubblicazioni riguardanti l'astronomia, la 
spettroscopia, la geografia fisica, la matematica. Sono ben sessantasei le 
sue opere delle quali darò di seguito 1' elenco. Citerò qui però la sco- 
verta di una nuova cometa nel 1890, la quale porta il suo nome; citerò 
altresì le ultime importanti osservazioni fatte in Messina sull'azione ma- 
gnetica delle onde sismiche. 

Era di corpo piuttosto gracile, di statura non alta, ma di costitu- 
zione asciutta e ferrea e pare impossibile come quel corpo cosi allenato, 
resistente alle fatiche si sia aff'ralito gradatamente, rapidamente , esau- 
rendosi in sé stesso senza alcuna palese causa di morbosità. La sua fi- 
gura era molto distinta : la lunga barba nera (che negli ultimi anni era 
diventata nivea), il profilo marcato e incisivo, lo sguardo vivo e pene- 
trante, il folto sopracciglio, la fronte ampia rendeano la sua fisonomia 
molto caratteristica e geniale. 

E cosi anch'egli è sparito dalla scena della vita ! Come l'astro co- 
metario da lui scoperto, l'anima sua s'immerse nell'infinito e scomparve. 
Gli alti meriti di lui saranno però sempre ricordati come nobile esem- 
pio dagli alpinisti, dagli scienziati, da tutti gli uomini di cuore. 

ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI 

1. Sulla grande pioggia di stelle cadenti del 1872.— 2. Relazione dell'orbita di I- 
smene, 1879. — 3. Orbita della cometa B, 1881. — 4. Proiezione gnomonica, 1880. — 
5. Pianeti e comete, p. 285, 1882. — 6. Note varie sull'occultazione di Scorpii, 1881-82. — 
7. Osservazioni solari, 1881. — 8. Longitudine per mezzo delle occultazioni con metodo 
originale per il calcolo delle equazioni di condizioni, 1882. — 9. Le comete (conferenza), 
1882. — 10. Pianeti e comete (osservazioni), 1882. — 11. Passaggio di Venere, 1883. — 
12. Atmosfera lunare, 1883.-13. Comunicazioni sulla cometa Wells, 1883. — 14. Os- 
serv.azioni di Stelle per Anwers, voi. V, 1889. — 15. Stelle cadenti, 1883.— 15. Il Tempo, 
1883.-17. Latitudine di Palermo al cerchio Meridiano, 1885. — 18. Orbita della cor- 
rente di Andromeda (Pubb. anche dell'Acc. Lincei), 1886.-19. Osservazioni spettrali- 
comete, 1886. — 20. Determinazione di un azimut con lo strumento dei passaggi, 1882. — 
21. Coordinate geografiche di Castiglione Etneo-costruzione della meridiana (a tempo 
vero e medio), 1882.— 22. Sternbedekung, 1893. — 23. Pubblicazione (voi. V) nel R. 
Osservatorio di Palermo, 1892).— 24. Osservazione di Venere (M. Cuccio) 1895.— 25. Co- 
meta IV 1890, 1895.— 26. Mutamenti di curvutura delle livelle, 1895.-27. Latitudine 
di Catania, 1896.— 28. Lavori fatti a Catania.- 29. Da Palermo all'Etna, 1890.-30. 
Prospettiva concorrente.— 31. Triangolo sferico, 1880.-32. Previsione del tempo, 1886. 
— 33. Trigonometria, 1886. — 34. Bottiglia scandaglio. — 35. Scirocco del 29 Agosto 
1885.-36. Il Diluvio (conferenza), 1883.— 37. Longitudine di Catania in cooperazione 
con Ricco. — 38. Nuova ipotesi sui terremoti. — 39. Il Mistpoeffers, — 40. Il grido del- 



- 2^9 - 

l'acqua.— 41 . La rugiada.— 42. Deformazione del sole.— 43. LaSicilia all'aurora del mondo 
e nel secolo XX.— 44. Latitudine di Palermo al primo verticale (voi. V).— 45. Osser- 
vazione di macchie solari (pubbl. da Ricco).— 46. Stelle cadenti a Castiglione (pub- 
blicate da Cacciatore).— 47. Kelazione sul libro di N. G. H. Darwin.— 48. Le stazioni 
preistoriche sul Iago di Varese.— 49. Deviazione del Gulf Stream. — 50. Spettri della 
cometa Pons Brook (pubbl. da Ricco). -51. Operazioni da farsi ad Ischia.- 52. Avve- 
nire coloniale d'Italia. — 53. Progetto di una scuola di esplorazione. — 54. Spettri della 
cometa Fabbr}- Barkord.— .55. Relazioni delle osservazioni fatte a Sfax. — 56. Annua- 
rio Astronomico Tedesco , N. 2702 , 2390 , 3403, 2148, 2462, 2471, 2498, 2493, 2505, 
2537, 2541, 2573, 2670, 2709, 2459, 2563, 2737.-57. Contributo allo studio del Ma- 
gnetismo terrestre in Sicilia, 190S. — 58. Ecclisse solare del 16 aprile 1893. — 59. Let- 
tera per la triangolazione Venturi, 1890. — 60. Boobachter, pag. 44, 1889.-61. Viaggi 
di piacere.— 62. Sopra alcuni studi da farsi in Sicilia e Calabria.- 63. Montagne ita- 
liane. Progetto di studio. — 64. Nuova ricerca della latitudine di Palermo. — 65. Asse 
dì Rotazione di Mercurio. — 66. L'alpinismo Educativo, 1881. 

Mabch. Antonio De G-regouio. 



Cattura di un grosso squalo {Alopias Vulpes L.) 

NEL POETO DI PALERMO 



Il giorno 16 novembre, verso le quattro pomeridiane , trovandomi 
a passare per la via Molo e precisamente presso la Caserma dei Quattro 
Venti, vidi delle persone che correvano verso la spiaggia. Credendo che 
si trattasse di qualche naufrago da soccorrere , corsi anch' io. Precisa 
mente all'angolo del porto, formato dalle due banchine a nord e ad o- 
vest di esso vidi un grosso pesce che si dimenava violentemente, men- 
tre una barca con parecchi uomini cercava di sbarrargli la via e co- 
stringerlo a non distaccarsi dalla banchina e asserragliarlo tra essa e 
un piccolo vapore (« Hispania » di Porto Empedocle) che scaricava della 
roccia di Dalmazia per cemento. 

Era impegnata una lotta oltremodo interessante. I marinai (lan- 
ciando replicatamente in mare una grossa fune con nodo scorsoio) pro- 
curavano avvinghiare il pesce; ma esso si svincolava agilmente e cer- 
cava fuggire; non riesciva a trovare un varco sotto il vapore, che era 
cosi carico da toccare quasi il fondo del mare, né dall'altro lato, e ri- 
tornava di nuovo in su per forzare il passaggio. Finalmente il nodo 
della fune gli si impigliò al muso , onde esso , quasi strangolato dalla 
stretta, cessò di dimenarsi. I marinai non frapposero indugio e cogliendo 
il destro della sua inerzia gli passarono attorno altre funi e tentarono 
di trarlo in su. Ma invano : il peso dello squalo era estraordinario, ed 
esso opponea viva resistenza. 



— 230 — 

Fu allora che trassero giù la catena del « vinci » ossia della mac- 
china a vapore che funzionava per lo scarico delle merci, abilmente gli 
conficcarono nella bocca l'uncino attaccalo ad essa; messa subito la mac- 
china in azione , lo tirarono su in alto. Grande impressione fece il ve- 
dere sollevare una massa così grande che pareva inerte. Però il pesce, 
quando fu al di sopra del ponte, dette a un tratto un guizzo formida- 
bile liberandosi di ogni legame. La enorme coda si contorse con forza 
grandissima come pure le pinne, dette un balzo, e guai se avesse col- 
pito gli astanti ! Fortunatamente sbatacchiò giù dentro la stiva del va- 
pore sulle pietre. Con stento fu colà ucciso con la sciabola da vari sol- 
dati e ufficiali che erano accorsi dalla vicina caserma. 

Io non ho visto mai un esemplare di questa specie cosi grande. 
Era lungo compresa la coda più di sei metri; era un individuo fem- 
mina , prossimo a partorire. Spaccato il ventre si trovarono due feti 
molto sviluppati. I due piccoli si dimenavano abbastanza agilmente, ma 
poco dopo estratti dal ventre perirono. Pesavano circa 9 chilogrammi 
ognuno. Ho osservato un carattere non descritto dagli autori e forse 
dipendente dal grande sviluppo e dalla età: presso la coda avea late- 
ralmente da un lato e l'altro due piccole espansioni membranacee come 
due false pinne caudali rudimentali. 

È noto che tal genere appartiene alla famiglia dei Lamnidi , cosi 
sviluppato durante il terziario. Linneo (Gmelin) scrisse questa specie al 
genere Squalus (Rondel 387). Corrisponde al gen. Alopias Raf) Alopecias 
Milli., Henle. È citato nel manuale Ittiol. Italiano di Griftini , p. 97. — 
(Claus. p. 818). I francesi lo chiamano « La Faux » ossia anche « Re- 
nard » (Cuvier Regno An. , p. 598). Da noi volgarmente s' intende col 
nome di pesce sorcio ; ciò a causa della forma sottile e allungata della 
coda e anche della forma del muso. Ha gli occhi molto grandi, l'appa- 
recchio natatorio sviluppatissimo, onde temibilissimo riesce e molto infe- 
sto alla pescagione. 

Giorni prima avevo inteso da alcuni pescatori che un grosso pesce 
cane si aggirava nei paraggi della Vergine Maria. Fu detto anche che 
facesse capolino dentro la Cala. È inverosimile che sia venuto da alto 
mare seguendo il vapore « Hispania » e che con esso sia entrato nel 
porto come da taluni si disse ; però è possibile che trovandosi all' im- 
boccatura del porto lo abbia seguito sino che fu ormeggiato. Trattan- 
dosi di un piccolo vapore molto carico, la fiera potè aver fiutato la preda 
e ne rimase vittima. 

March. Ant. De GREaoKio. 



— 231 — 



March, ANTONIO DE GREGORIO 



QUINTA NOTA 

Su talune conchiglie mediterranee viventi e fossili 
(principalmente di Sicilia) 



Nella presente nota passo in rivista taluni cerizi della mia colle- 
zione viventi e del terziario superiore del bacino mediterraneo; essa fa 
seguito alla precedente nella quale enumerai un buon numero di spe- 
cie di Cerithium. 

E questo uno dei generi più caratteristici e di sicura fìsonoraia e 
se compi'ende taluni gruppi di specie con caratteri speciali, hanno queste 
sempre però un facies comune caratteristico. 

Da taluni si può apprezzare, da altri criticare la proposta di nuovi 
sottogeneri o l'adozione di sottogeneri noti; però io non so punto lodare 
coloro che considerano i sottogeneri come generi e tolgono del tutto il 
nome di cerithium adottando varie denominazioni. Cosi si perde ogni 
orientamento e per crescere importanza alle proprie scoperte si toglie 
affatto loro ogni utilità. 

Il nome del sottogenere messo in parentesi abbrevia talora la dia- 
gnosi e sintetizza parte dei caratteri di una specie; ma se il sottogenere 
è male definito, non aiuta ma complica. Se poi si sopprime il nome del 
genere e si considera come tale il sottogenere, nasce una grande con- 
fusione e non si può più raccapezzarsi. In questo hanno par mi esage- 
rato errando due miei illustri ottimi amici , il prof. Sacco e il signor 
Cossmann. Il primo nel suo splendido lavoro « Moli. Piem. » continua- 
zione a quello di Bellardi, cita tanti sottogeneri senza il nome del ge- 
nere; anche nello stesso suo indice riesce difficile riscontrare una specie, 
perchè non si può indovinare a qual genere 1' abbia ascritto. Il signor 
Cossmann nel suo dotto lavoro sui molluschi eocenici del bacino di Pa- 
rigi ha fatto lo stesso. Mentre nell' opera monumentale di Ueshayes, il 
quale ritiene il nome di Cerithium « sensu lato», riesce oltremodo fa- 
cile riscontrare una tale specie, lo stesso non si può punto dire del la- 
voro di Cossmann che presenta gli stessi inconvenienti di quelli del 
sig. Sacco. Il sig. Cossmann vi ha cercato rimediare in parte citando 
nell'indice presso il nome di un genere (sensu lato) i nomi dei suoi sot- 
togeneri; ma riesce sempre complicata e penosa la ricerca di una spe- 
cie qualunque. 



- 232 - 

Céi'ithiiim (Bittiuiii) reticulatiiiii Da Costa 
e sottospecie dello stesso. 

177S. Da Costa Ci'it. Conch., p. 118, tav. 8, f. 13 Strombi formìs retieulatus. 

1792. Olivi zool. Adr. \K\ Murex scabrum. 

1792. Bruguière Enc. Meth. Cer. lima. 

1826. Payradau Moli. Cors. Cer. Latreillii, p. 143, tav. 7, f. 9-10. 

1832. Deshayes Morée 183, 188, tav. 24, f. 17-18 C angustum etc. etc. 

1867. Weinls;auff Conch. Mitte.lm, p. 161 C. scabrum 

1882. Bucquoy Dautzenberg Dollfus Moli. Kouss., p. 204, t. 27, f. 1-4 {afer 
Brus., iadertinum Brus., ferrugineum Midda, deforme Eichw.). 

Rimando il lettore alle ricche bibliografie pubblicate da Weinkauff 
e da Dautzenberg e alle sinonimie citate. Devo però fare qualche os- 
servazione importante su questa specie. Io possiedo il lavoro di Da Costa 
con note uìanoscritte dell'autore e preparato per una nuova edizione 
che non fu poi stampata. In essa è cambiato o per meglio dire corretto 
il nome del genere adottando quello di Turbo. La figura della tavola è 
inversa; sicché parrebbe piuttosto il Triphoris perversus che il B. reticu- 
latum; se non che è da osservare che dovette evidentemente ciò essere 
causato da un equivoco dell'incisore che non badò al riporto nella stampa 
perchè tutte le altre figure della stessa tavola sono inverse, né l'autore 
parla di tal carattere nel testo. Se vi può essere dubbio per la figura 
riferita al reticulatum , non vi ha dubbio per le altre figure. Quindi è 
da ritenere che tutte le figure della tavola sono disegnate in contrario. 

È questa una specie di primaria importanza, sì per la sua immensa 
diffusione , sì per la plasticità (il quale carattere come ho detto altra 
volta è causa del primo) sì per la sua immensa durata: perchè dal ter- 
ziario superiore si trova invariata fino ai giorni nostri ; vi sono anche 
delle forme del terziario inferiore che ben poco differiscono dalle viventi. 

Atteso le numerose modificazioni che presenta questa specie e la 
sua grande adattabilità alle condizioni locali e atteso anche il numero 
considerevole dei nomi adottati dagli autori , riesce impossibile distin- 
guere le diverse varietà con nomi speciali. Si aggiunga che un autore 
descrivendo questa specie e figurandone un esemplare con un nome 
proprio, spesso non si può comprendere se bisogna ritenere il nome di 
lui come un sinonimo o una varietà; perchè stando alla descrizione deve 
considerarsi come sinonimo, stando invece alla figura bisogna ritenerlo 
come varietà. 

Il signor Sacco nel suo magnifico lavoro Moli. Piem. figura dieci 
varietà : plìolatreilU) tauroparvula, ex ferruginea, pliojadertina, pliorotun- 
dula, taurosuturalis, laevicincta , dertoconica, dertofenestrata , dertobicari- 



- 233 - 

nata. Se dovessi seguire il suo esempio dovrei nominare uli centinaio 
di varietà e non saprei a che scopo. Egli figura tre specie con nomi 
diversi che parmi devono ritenersi come varietà o meglio come sino- 
nimi : Bit. laevielegans Sac. con la vai'ietà striolata, B. exiguiim Monter 
con tre varietà pagodiformis, parvoligustica pliohelicoides, B. spina Part- 
sch. con la varietà couvexorudìs. 

Il sig. Weinkauff (Condì. Millelm. p. 162) riferisce tra i sinonimi 
il Cer angiistum Costa e angustissimum Forb. Hanl. e.xile Eiehw., deforme 
Bronn etc. — Hòrnes (Moli. Wien^ tav. 12) figura il Cer. scabrum Oliv. 
(f. 16) e il Cer. spina Partsch. Gli esemplari riferiti da lai allo scabrum 
sono simili al reticulatum con poche differenze di poco conto. Quelli ri- 
feriti al Cer. spina differiscono alquanto e rappresentano una varietà di 
cui dirò di seguito. 

Senza dubbio lo studio di questa specie è uno dei più difficili non 
solo per le ragioni di sopra esposte, ma anche per l'analogia stretta che 
ha con specie di aspetto simili e che forse sono sue varietà : Per esera- 
pio il Cer. lacteum Phil. di cui dirò di seguito. Ma vi ha ben più : ta- 
lune specie appartenenti a generi e sottogeneri diversi per es. il Cei-i- 
thiopsis tuhercularis Mont. sono così simili che quando sono un po' frat- 
turate quasi si confondono. 

Passerò adesso in rivista sommaria gli esemplari della mia colle- 
zione riferibili al reticulatum. 

Loc. Vivente nel Mediterraneo, spiaggia di Carini, molti esemplari 
tipici. Vivente nei mari di Palermo verso Romagnolo, più raro con co- 
ste un pochino più grosse e meno numerose e con la base un poco le- 
vigata come quella del tuhercularis in Wood. Fossile nel postpliocene 
(frigidiano) di Palermo; ne ho raccolto molte centinaia di esemplari e- 
stratti da un pozzo lungo la strada Partanna Mondello. Sono essi tutti 
identici tra loro, simili a quelli viventi a Carini ma con una conchiglia 
molto più spessa. Fossile nel postpliocene delle Falde di Montepelle- 
grino, non comune. Idem a Ficarazzi (raro). Idem a Taranto. Idem a 
Carrubare (Calabria). Idem a Pezzo (Calabria). Idem a Milazzo (Scroppo). 
Fossile nel Pliocene di Castellarquato. Fossile nel Pliocene di Nissoria 
(Assaro Sicilia). Fossile ad Archi (presso Reggio). Fossile nel Langhiano 
di Merignac (Francia). Fossile nel miocene di Turenna (Francia). 

(A.) Esemplari con spira un po' più sottile e allungata. Non possono 
ascriversi a varietà definita essendoci infiniti passaggi; però ho raggrup- 
pato in una sezione gli esemplari un po' più angusti. 

Loc. Vivente a Carini. Fossile nel postpliocene (Frigidiano) falde di 
U Nat. Sic, Aano XXI — Nuova Serie, Voi. I. 30 



— 234 — 

Monte Pellegrino. Idem in un pozzo del cale, postpliocene di Partanna 
Mondello. Fossile nel miocene di Turenna (Francia). 

Cerithium (Bittium) retìculntum Da Costa var. ranellatus De Greg. 

È identico agli altri esemplari tipici viventi a Carini; però mentre 
essi hanno qualche varice qua e là sparsa per gli anfratti , in questa 
varietà le varici sono due per giro e perfettamente allineate. Hanno 
esse un colorito bianco che spicca nel rossiccio della conchiglia. Può es- 
sere anche considerato una semplice anomalia. 

Loc. Vivente a Carini. 

Cerithium (Bittium) reticulatum Da Costa var. Scalariopse De Greg. — 
2'esta elegans turrita laevigata non spiraUter scuìpta noìi striata 
sed axialiter elegantibus costis rectis ornata, atque aliquibus varicibus 
albis. Stcb lente lineolae vinaceae spirales non sculptae sed coloratae 
apparent. 

Questa è una varietà molto elegante che da taluno si potrebbe forse 
considerare come forma distinta. Il carattere precipuo consiste nell'as- 
soluta mancanza di strie spirali sostituite da linee colorate vinacce. Cosi 
le coste non sono punto interrotte ma quasi per diritto lungo gli an- 
fratti, talché la conchiglia assume un aspetto molto simile alle IScalarie 
e a talune Odostomie. 

Loc. Non ne possiedo che un esemplare vivente a Carini. 

Cerithium (Bittium) spina Partsch. (Hornes Moli. Wien, tav. 42, f. 15. 

Si può considerare questa specie come una sotto specie o come 
una forma speciale del reticulatum avente gli anfratti più convessi la 
spira più sottile cioè come la sezione A. 

Loc. Postpliocene di Palermo (Monte Pellegrino). Idem Ficarazzi 
Fossile a Carrubare (credo postplioc). Pliocene di Altavilla. Miocene di 
Kometta presso Messina, Fossile a Spezia, Idem a S. Miniato. 

Cerithium (Bittium) lacteum Phil. (1836, Moli. Sic. V. 1, p. 195, 1844, V 2, 
p. 162.— B. D. D. Moli. Rouss., p. 215, tav. 26, f. 1-2) = elegans Petit. 

Se si esaminano degli esemplari viventi , si osserva una notevole 
persistenza di caratteri , sicché questa pare una specie ben definita. 
Però se si toglie il colorito, riesce impossibile distinguere questa specie 
allo stato fossile, talché rientra perfettamente nella sfera del Cer. reti- 
culatum Da Costa del quale bisogna considerarsi come una forma diffe- 
renziata. È per ciò che dagli autori è ripetuto che non si trova allo 
stato fossile. Ciò non è vero. È invece questo : che togliendo il colore 
non si può distinguere da individui del reticulatum delle stesse dimen- 



— 235 — 

sioni. Del resto sebbene quasi sempre ha lo stesso colore bianco-niveo, 
pure accade di trovare qualche individuo un poco colorato che va a 
confondersi con la specie citata. Però bisogna dire che attesa la co- 
stanza del colore e della dimensione e del suo facies è una forma degna 
di portare un nome distinto. Lo stesso Philippi sommo malacologo con- 
statò la persistenza dei caratteri. 

Loc. Vivente alla spiaggia di Carini. 

Cerithiura (Cerithiopsis ?) Metaxae Delle Ohiaie. 

1829. Delle Chiaje Mera. 8, p. 222, tav. 49, f. 29-30 (Murex). 

1886. R. D. D. Moli. Eouss. p. 207, tav. 26, f. 2l-27=subcyUndricnm Brus. 

Rimando il lettore al lavoro sui molluschi di Roussillon del signor 
Dautzenberg e compagni. Le figure date da Jeffreys (Brit. Conch. V. 5, 
tav. 81, f. hanno delle differenze notevoli. Quasi tutti gli autori riferi- 
scono questa specie al genere Cerithiopsis , di cui è tipo il iuhercularis 
Mont. Or tal genere fu proposto da Forbes Hanley nel 1849 mentre il 
sottog. Bittium fu proposto da Gray nel 1847. Mentre il sottog. Bittium, 
come è inteso da molti (Fischer) è ben definito, non si può dire lo stesso 
del gen. Cerithiopsis che senza esaminare l'animale vivente riesce incerto. 
Forse si può ammettere per il tipo tubercidaris; ma riguardo al Metaxae 
non si può adottare avendo questo un'apertura diversa e simile a quella 
del Bittium. Posto ciò io crederei più prudente adottare il nome di Ce- 
rithium sensu lato. 

Loc. Vivente nella spiaggia di Carini. 

Cerithium (Cerithiopsis) tubercularis Mont. 

Questa specie si distingue dal Cerith. retìculatum Da Costa per la 
forma del canale anteriore che nel retìculatum non esiste ed è accen- 
nato da una lieve smarginatura e inflessione anteriore dell'apertura, 
mentre nel tubercularis la columella è un po' eretta e determina all'in- 
contro con il labro esterno un canale rudimentale. I caratteri dell'ani- 
male non sono naturalmente riscontrabili nei fossili ed è ben difficile 
quasi impossibile trovare degli opercoli. Montagu (1808 Tert. Brit. , 
p. 116, 270, ed. Chenu, p. 117, 313) non figura questa specie è dà pochi 
ragguagli. È però ben descritta da altri , specialmente da Jeffreys , il 
quale nella Brit. Conch. (V. 4, p. 266, tav. 4 , f. 5) una buona figura 
tanto della conchiglia che dell'animale in prossimità di quella del Cer. 
retìculatum (fig. 4) e un'altra figura ne dà nel Voi. 5, tav. 81, f. 1). — 
Montagu nel supplemento citando questa specie rimanda a Lin. Trans. 
Io interpreto tale citazione dall'essere stato probabilmente il suo lavoro 
stampato nelle « Transactions of Linnean Society». 



- 2Sé - 

Devo osservare che rompendo 1' ultimo giro del reticutatum , cioè, 
privando un esemplare dell'ultimo anfratto, l'apparenza della coluraella 
si modifica alquanto, sicché l'apertura viene a somigliare siffattamente 
a quella del tubercularis che è assai difficile o impossibile distinguerla. 
— Wood Crag. Moli., p. 70 tav. 8, f. 5 figura il tubercularis e la sua fi- 
gura è ritenuta da molti autori come tipica. Essa somiglia molto a quella 
di Jeffrej's, V. 5, tav. 81, f. 1. Avendo io rotto il labbro a taluni esem- 
plari viventi a Carini del reticulatum, hanno assunto una fisonomia si- 
mile alla citata figura. 

I signori Bucquoy Dauzenberg Dolfus figurano il tubercularis. Ma 
le fotografie che ne danno non lasciano vedere il canale che è il solo 
carattere importante per cui si possa distinguere questa specie. 

Loc. Di questa specie non posseggo alcun esemplare vivente, qual- 
che esemplare fossile nel Pliocene di Altavilla alquanto dubbio. 

Cerithiuio (Bittium) Schwartzi Horn. 

Hornes Moli. Wien, tav. 12, f. 18, 

Posseggo qualche esemplare già di Tiberi di questa specie. Vi è la 
"etichetta col nome della località Steinabrunn colla calligrafia del Prof. 
Giuseppe Seguenza. Evidentemente proviene dal miocene di Vienna. 
Corrisponde bene alla figura di Hornes. 

Questa elegante specie segna una diramazione opposta alla var. Sca- 
lariopse De Greg. del reticulatum Da Costa. In questa ultima mancano 
le strie o solchi spirali e quindi mancano le costolette e granuli spirali 
da essi determinati. Nello Schwartzi mancano le coste assiali e si tro- 
vano solo le costolette spirali. 

Cei'ithium (Tiarapirenella) bicinctam Brocc. 

1814. Brocchi. Conch. Sub. t 9 , f . iZ = pictum Bast. (Hornes Moli. Wien., 
t. 41, f. l5-16)=t/itara Dub., subthiara D'Orb., litteratum Sisrn. etc. 

È una delle specie più caratteristiche e plastiche. Ne possiedo molti 
esemplari del miocene di Sampiero presso Messina che somigliano molto 
alla figura 15 di Hornes. Dei due cingoli quello presso la sutura poste- 
riore è più rimarchevole e bitorzoluto. Gli anfratti sono piano-concavi. 
Il cingolo anteriore è poco sviluppato. Ha un' apparenza di Clavatula. 

Loc. Miocene Sampiero. 
F.a nodulominutum De Greg.— De Greg. 1885, Elenco foss. Cardita Jor- 
canneti — 1899. Descr. quelques foss. mioc. Forabosco, p. 9. 

.Esaminando accuratamente questa forma parmi debba considerarsi 



— 237 — 

come dipendente dal hicincium e vicina al ruhigìnosum Eichw (Hornes 
Moli. Wien , 41 , f. 18) la quale deve pure rientrare nel ciclo di detta 
specie primaria. Si distingue dal ruhiginosum pi'iucipalraonte per la spira 
più allungata. 

Loc. Miocene di Forabosco. Ne possiedo taluni esemplari del Torto- 
niano di Monte Gibio che molto gli somigliano. 

F.* ruhiginosum Eichw. 

Ne possiedo due esemplari del miocene di Tortona già della colle- 
zione Tiberi che ho trovato con un'etichetta del prof. Seguenza col ti- 
tolo di Ger. conicum Doderlein. Sono simili alla f. 18 (Horn. Moli. Wien 
tav. 41, f. 18). Ne possiedo pure vari esemplari da Mérignac (Francia) 
Langhiauo superiore. 

Cerithinni turbinatns Brocc. 

1814. Brocchi, Conch., p. , tav. 10, f. 1. 
1448. Bronn, Ind. Poi., p. 273. 

Ho ritrovato nella collezione Tiberi (che ho comprato) un bello e- 
semplare coli' etichetta fossile Graoinae. Vi è scritto inoltre « a J. Mo- 
rell emi», cioè lo comprai dal sig. Morell. — Tale conchiglia è molto 
ben conservata e rassomiglia immensamente al Gerith. mutabile Lamk. 
(Deshayes , Conch. Paris , tav. 48, f. 1). Brocchi stesso notò tale somi- 
glianza. Egli dice provenire dalle crete senesi. Che sia accaduta una 
una promiscuità ? 

Loc. Fossile a Gravina. 

Cei'ithium Dertonense Mayer 
var. perlongata Sacco 

Sacco, I Moli. tav. 12, f. 30. 

Un esemplare fossile di Viareggio. 

Cerithium papavex*aceum Bast. 

Ebbi dal sig. Damon un esemplare fossile del miocene di Turenna 
(Francia) che è identico a quelli di Vienna (Horn. t. 12, f. 8) ma ha la 
spira un po' meno acuta. No possiedo inoltre vari esemplari già della 
collezione Tiberi nei quali trovai semplicemente un'etichetta « miocene 
di Taormina». Essi corrispondono anche per l'angolo spirale agli esem- 
plari di Vienna. 



— 238 — 

Cerithium lignitarum Eichw. 

Il nome dato da Eichwald (1830) ha la precedenza su quello di Gra- 
teloup (Adour. 1840 hidentatum) perciò deve preferirsi come ha spiegato 
Hórnes (Moli. Wien, p. 398, t. 42, f. 13). 

Loc. Ne possiedo vari esemplari da Mérignac (Francia) Langhiano 
inferiore. 

Cerithium plicatum Brug. 

Esemplari simili a quelli di Vienna (mioc.) Hornes , Moli. Wien. , 
t. 42, f. 6. 

Loc. Saucats (Francia). 

Triphoris perversus L. 

1766. L. Syst. Ed. 12, p. 1231.— B. D. D., p. 209, t. 26, f. 8-17. 

È questa una specie molto caratteristica, nota e diffusa; però nelle 
singole località è sempre rara sì allo stato vivente che fossile. Si man- 
tiene con caratteri relativamente costanti. Però acquista una sembianza 
un pochino diversa secondo lo sviluppo del cingolo mediano. Infatti i 
due grossi solchi spirali, che percorrono gli anfratti, sono più o meno 
larghi e profondi e determinano la formazione di tre cingoli spirali de- 
rivati dalla intersecatura delle coste. Ora il cingolo mediano è sovente 
ridotto rudimentale specialmente negli individui di piccole dimensioni, 
in qualcuno grande di Carini di 18 millimetri , negli ultimi giri i tre 
singoli spirali sono quasi uguali. 

Loc. Vivente a Carini (non rara). Fossile nel postpliocene di Pa- 
lermo (falde di M. Pellegrino), pliocene di Altarello, Carrubbare in Ca- 
labria, credo postpliocene. Foss. contrada Archi presso Reggio Calabria. 
Foss. a Scoppo presso Milazzo. Foss. a S. Miniato (Toscana). Foss. a 
Mérignac (Francia) Langhiano. 



APPENDICE 

Mentre era sotto stampa questa qui)ita nota mi è pervenuto un la- 
voro del mio caro amico il Marchese di Monterosato : « Su taluni generi 
della famiglia di Ceritidae (Palermo 1910)». Egli è conoscitore valentissimo 
delle specie mediterranee e noto per fama nel mondo tra i più distinti 



— 239 — 

malacologi. Possiede egli la collezione più ricca delle conchiglie viventi 
mediterranee disposta con ordine meraviglioso. Ma si suol dire tot ca- 
pita tot sententia , per quanto io lo stimi, sì come illustre scienziato, si 
come ottimo amico non posso esimermi dal dire che io non so appro- 
vare la creazione di tanti nuovi generi , proposti per semplici varietà 
(come avevo scritto nella prefazione di questa nota). Aggiungo che mi 
rincresce che egli non abbia tenuto conto della mia quarta nota sulle 
conchiglie mediterranee pubblicata due anni prima, ove sono descritte 
varie forme del Cerithium vulgatum. 

Sebbene la mia nota non sia accompagnata da tavole, pure essendo 
chiaramente indicati i caratteri differenziali e richiamate le figure degli 
autori e citate le località, non può dar luogo ad equivoco di sorta. Pa- 
recchi nomi proposti dal March, di Monterosato devono quindi passare 
alla sinonimia come di seguito : 

Cerithium varicosum Brocc. Var. holotorium Monter. 

{-Pliocerithium holoturium Monter. (non Monts.)— Monterosato Nota 
su taluni generi della famiglia di Ci-ritidae, Palermo 1910, tav. 1, 
f. 1). — Questa forma è similissima al Cerithium granimirum De 
Greg. (De Greg. Studi Conch. Medit. , p. 115, 1884. — De Greg., 
Quarta Nota Conch. Medit., p. 15, 1908). 

Cerithium alucastrum Brocc. Var. Cannamascense 1908, De Greg. p. 12). 
= 1910 Pliocerithium holotarium Monter., tav. 1, f. 2, in Monte- 
rosato. 

Come ho detto è questa la forma più comune in Cannamasca che 
si presenta con caratteri alquanto variabili. 

Cerithium panormitanum De Greg. Var. laevicarinatum De Greg. 
1908. De Greg., p. 16. 
(^=1910 Gladiocerithium direcfum Monterosato, tav. 1, f. 3). 

La figura data dall'autore è similissima alla varietà da me descritta 
e proviene della stessa località. — Di questa varietà possiedo esemplari 
viventi identici e non dissimili dei fossili come erroneamente asserisce 
il mio egregio amico a pag. 70. — Il Gladiocerithum vulneratum Monter. 
tav. 1, f. 5 appartiene pure alla stessa forma. 

Cerithium Panormitanum De Greg. 

1884. De Greg., Studi Conch. Medit., p. 117. 

1908. De Greg. , Quarta nota Conch. Medit. p. 16 

==: Gladiocerithium plicornatum Monter., tav. 1, f. 4 )]910) 



-. 240 - . 

E una forma molto importante dei nostri depositi postpliocenici ove 
ha molto sviluppo, sovente è un poehino pupoide, non di rado cilindro 
turriculata come l'esemplare figurato dal March. Monterosato che cor- 
risponde agli esemplari da me descritti (pag, 16, loc. cit.). 

Cerithium varicosmn Brocc. 

= 1910 Gladiocerithium femoratum Monter. , tav. 1 , t 6 , etiara 
Gladioc. manustriatum Monter. — (1908. De Greg. Quarta Nota, 
Conch. Med., p. 15). 

Cerithium vulgatum f.^ dvepanensis De Greg. 
1908. Quarta Nota Conch. Medit., p. 10. 
= 1910. Gladiocerithium prinmaticum Monter., tav. 1, f. 8-9, 

Il tipo da me descritto evidentemente è identico alla fig. 9 di Mon* 
terosato che corrisponde, come ho detto, agli esemplari di Vienna figu 
rati da Hornes. 

Cerithium vulgatum Brug. Var. pernodulocostatum De Greg. 
1908. De Greg. Quarta Nota, Conch. Med., p. 17. 
= 1910. Drillocerifhium argutum Monter., tav. 1, f. 13. 

I miei esemplari corrispondono con minime differenze alla figura 
citata. Io credo che il Dr. opinatum Monter., tav. 1, f. 10 e Dr. delphi- 
num Monter.,. tav. 1, f. 14 e paustellum Monter., taV. 1, f. 16-17 devono 
riferirsi alla stessa forma da me descritta. 

Cerithium vulgatum Brug. Var. Dautzenhergi De Greg. 

1908. De Greg. Quarta Nota, Conch. medit., p. 11. 

::= 1910. Driìlocerithium marosticum Monter., tav. 1, f. 15. 

Gli esemplari da me descritti sono identici. 

Cerithium gracile Phil. tipo. 

1908. De Greg. Quarta Nota, Conch. Medil., p. 17. 

{^Driìlocerithium Di Blasii Monter.). 
Cerithiuìn gracile Phil. var. vixcarinatum De Greg. 

1908. Loc. cit. p. 17=1910 protractum Biv. in Monter. tav. 1, t. 11. 

Non trovo ragione di cambiare il nome di Philipp! con quello di 
Bivona. 



jNIarcbese Hntonio De ©rcgorio — Direttore resi). 



TAV.VI 



,-^i»v. 









ÈHM 




5 •^'- '-^ 



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Voi. I (Nuova Serie) 1910 N. 11-12. 

THE ORIGIN OF PETROLEUM 

By Arthur M. Edwards, M. D. 



(New Jersey, Ncwark) 

The origin of petroleum or rock oil is ascertained in California 
where there are almost innumerable petroleum wells. Ascertained be- 
yond a doubt to geologists. But where did the coal come from and 
wby is it raentioned along with petroleum ? For they are both things, 
the oalc and the petroleum , used for fuel. And they must bave had 
some beginning. They can not bave existed alone. And these questiona 
are those that present themselves to the mind at an eariy stage , I 
remember that when I first began to reason about things, and I was 
very young then, I was only four year of age, tlmt the origin of coal 
was the first I enquired into. The begining of petroleum carne next. 
Petroleum or rock oil was not known then. Oil lamps in New York 
were fed by whale oil was the common fuel then. 

And the question Avhere the petroleum came from which meet the 
geologist when starting at the investigation of things. For that is the 
use of geology We iearn the past by investigating the present. What 
is, was. These questons are answered by the microgeologist; in a way 
he answers them : by the microscope, j^nd the microscope is merely 
an adjunct to the eye. It is an eye enlarged and made more perfect. For 
the modem microscope is nearly perfect. The eye is far from perfect. 
In factit is a very imperfect instrument. It is merely an extension of the 
brain. 

Now coal can and does come from peat. And peat is the mass of 
matter left by bogs, wet bogs. Let us then start woith a bog, which is 
formed of a mass of vegetable matter, water plants, mostly algae which 
the water plants are called. 

These plants are composed of loose cellulose. The bog almost dries up, 
the water is evaporated, and the plants die. Now instead of being green 

Il Nat. Sic, Anno XXI — Nuova Serie, Voi. I. 31 



- ?4-2 — 

which it is the first place, it passes into a bi-o\yn colour and is almost 
black in tint. But besides the celluse and chlorophyl ther is present a 
certain araount of earthy matter which has been called silicous that is 
to say silica , but it is clayey , the alurainium silicate of the chemist, 
and is called and known as day. This earthy matter is heavier than 
the cellulose and therefore settles at the bottom of the pasty mass. 
And as the peatty matter is thick nnd almost dry it does not entirely 
settle. So what results is the peat underlaid by day and resting in 
whateven soil or rock is common in the country where the peat occurs. 
And where this day is exarained b\' means of the microscope it is found 
to be mainly raade up of the remains of Bacillaria, the Diatomacea? or 
Diatoms of the infusorial hunter or infusoria in short. The infusorial 
earths of the older microscopist. The shells of Bacillaria are those wliich 
are common in fresh water where grossing in streams, lakes or large 
masses of water ali over the land, brackish water when graving along 
shore where the fresh water is contaminated with the salt water of the 
ocean , or marine or salt water where growing in the open water of 
the ocean. The peat becomes hardened by contraction and thus passes 
through the stages of brown coal and so on to anthracite. There last 
stages being rich in carbon with very smali quanlity hydrogen and no 
oxygen. This finaley passes into a mass of pure carbon, in short pluni- 
bago, the ordinary black lead as it is called. But the wood that occurs 
in the coal in the shape of trees or their branches aud often is upright 
in position as the trees ordina rily grew, is not ooal truly itself, but is 
found scarcely, and at the bottom on the day, where it grew before the 
peat is formed. So that there results a layer of day having bogs of 
wood, or standing stamps of trees, sometimes fifteen feet long, on the 
top of which is coal or peat. This is the manner in which coal is forraed. 

Then whene does the petroleum, or rock oil as it is called, come 
from? It is a fluid, or semi fluid, with no fossils in it to use as argu- 
ments to judge from. The origin of petroleum has occupied the minds 
of various observers and the results are set down in various publica- 
tions. 

Let as see what are the views of the leading geologists on the su- 
bject. Le Conte on the Pacific coast and Newberry who is farailiar with 
the oils of Ohio and Pennsylvania. The last of whom I bave conversed 
with on the subject. 

First Le Conte says that the amount of oil Tearing sfrata in the 
United Staste is practically ineshaustible. 



— 243 — 

And this too when it is remembered that it is found through ali 
strafa, Silurian and Tertiary. Remember this is also when compared 
with the Russian oil fields which are much larger thah those of the 
[Jnlted States. 

It seeras to us of peat, muck, petrolenm, asphaltum and even coal, 
brown coal, bitumenous coal and anthracite had their origin from the 
lower forms of life , where they raerge into the vegetable or in the 
other side the animai. Includi ng thus the layers of peat which bave 
recently beeu revealed in Bond Brook Park, Newark, New Jersey This 
is a public prank that has been laid out in Newark, New Jersey. Tliere 
the layers of earth are peat , almost black in color which goes down 
about two feet, sometimes three, underlaid by day which is blueish at 
the lop mergeing into an almost Avhite in color. This varies in thickness. 
Beneath is a red gravel which is glacial moraiue. This is thirty to 
sixty feet thick. It rest on the red sandstone, the Newark saudstone as 
it is known as and problematic the Suvo or Sovo-Triassic of Dana. I 
find the etyniology of peat is doubtful according to the books. Skeat, 
we are told, considers the true form to be beat, from its being used to 
forni tire, from the middle English beten, to replentsh the fire. At ali 
events it must have been used to build fires where wood was scarce 
and long before coal was used for this is of comparativety modem use. 

In most geological books it is said to be formed from sphagnum 
or raoss or sirailar water plants which deeompoaed were permitted to 
decay. I think that sphagnum or similar moss have nothing to do with 
the formation of peat, for the microscope fails toreveal traces of them 
in any peat which I have examined. I rather think it was formed from 
the lower plants and Protista and also from Bacillaria. These latter are 
placed in the Protista by Haeckel. Navicula viridis , F. J. K. an ex- 
tremely common form of Bacillarian which is in ali the peat which I 
have examined. 

The origin of petroleum and consequently of asphaltum has spe- 
cially enguaged my attcntioii ever since I first undertook the examina- 
tion of earths for che California State Geological Survey, and that was 
many years ago. For among the infusorial earths were certain things 
which had traces in them of asphaltum and that was at Montevey in 
California Avhere Prof. Blake had first seen the Diatomaceous or, as it 
now called the Bacillarian sfrata. 

Some years after I joined the Survey I got some specimens from 
the Bailey collection in the Boston Society of Naturai History and they 



-Cll - 

were one of the originai ones given by Blake to Bailey. Some of these 
were hard and called flint and were of a dark color. Before I took 
hold of the CaUfornia work I was in the office of a friend of mine 
in New York and he said in conversation that Prof Siiliman, whom I 
knew, had been in that day and would start for California at once to 
search cut the petroleum there. For he was sure that paying petroleum 
was to be found in California. I was soon aftei' appointed on the Cali- 
fornia State Geologica! Survey and talking with Prof Whitney, the head 
of the Survey, he said that Prof. Siiliman had averred that there was 
paying petroleum in California but he , Prof. W. doubted it and used 
very strong language in classifying'Prof. S.'s assumed discovery. Time 
has shown him, Prof W. to be in the wrong and Prof. S. in the right 
for petroleum is found in very large quantity in California. Asphaltum 
is also found there plentiful and is now recognised as a constituent and 
part of the flowng rock oil. 

Wben I began to study the Bacillaria they were Diatoms there I 
mapped out the various strata of the earth which contained them. I 
mean the so called marine Bacillaria containing Coscinodiocus and va- 
rious other discoid forms, I found that at Richmond in Virginia there 
were marine Bacillaria, or infusoria as they were called, in the United 
States, there were Diatoms but no asphaltum, although petroleum was 
found near by, in Pennsylvania in the island of Barbadoes in the West 
Indies I found Diatoms in the rock that yields the asphaltum of the 
celebrated lake. In California Diatoms and asphaltum one likewise. The 
other strata of Diatoms in South America near Payta yield it is said 
bitumen-asphaltum as it is called. Other strata in Denmark , Russia , 
Austria and Ovan in Africa, and perhaps G-reece, and certainly Japan 
yield Diatoms but no asphaltum. In Japan the Bàcillarian deposit wns 
net found at that time and I had not published the finding of fossil 
itiarine Diatoms but at that place no doubt asphaltum Avas also. AH of 
this made me think that there must bs some connection of the occur- 
rence of Bacillaria or Diatoms and asphaltum in these rooks, the mio- 
cene tertiary of the geologist. This made me look farther into the matter 
and gather facts whenever I could get them of fossil marine Bacillaria 
and petroleum, asphaltum òr rock oil or oceurring together. It wakened 
up a large field of enquiry and it must be true thus. Very soon I had 
specimens from California irapregnated with asphaltum , and I learned 
that a company had been formed to work it for the asphaltum which 
was used in Street paving. Thus I was partially conflrmed in my dis- 
covery it may be called of the occurrence of Bacillaria and asphaltum. 



— 245 - 

Let US now examine this deposit microscopicaly. It is from a place 
know as Asphalto, Kern County, California on the inside of the Sierra 
Nevada mountains. Thus it negatives the theory of Bailey that the 
marine Diatomaceous istrata were only found on the west , coast or 
inside of the mountains, the Coast Range. Showing what it is to make 
theories from things brought in by collectors. 

They are false and how easily we are fooled by them and we 
ought to collect our selves and wait to construct theories until several 
collection are made. But I will show that here after the salt water de- 
posit of Bacillaria on the coast belong to an older stratum or period 
han the marine — jthe Eocene. This is older than the Miocene. Andt 
the Miocene, so called — is recent and is the same as are now forming 
along the coast and in the bottom of the ocean. 

This is shown by the sounding brought home by the Challenger 
and Inecarova and other ships. Where this earth from Asphalto is ca- 
refuUy broken up by boiling in a weak solution of carbonata of soda , 
the so called alkali used for making soap and sold extensively in iron 
boxes which hold about a pound. Tlie solution in water is alkaline but 
not violently so and can be diluted to make it of any degree of alk- 
alinity we wish and so does not materialiy dissolve or injure the shells 
of Diatoms or Bacillaria which are exposed to it for a short time to 
it only. 

It is washed with recent filtered water until ali of the alkali is 
removed. And here I wish to urge again on using rccently filtered 
fresh water in manipuiating Bacillaria. 

If ordinarj" water be used it alraost always contaius fresh water 
Bacillaria and if the filtered water be not used soon after filtering it 
will also contai 11 some Bacillaria. I bave found this is so and bave oftcn 
been confused with flnding fresh water Bacillaria , as Navicula viricUs, 
fn my gatherings or on mystides or even fossil slides of Bacillaria. There 
iore I bave always used recent and fresh water as can be obtained 
easily for cleaning. There after it is mounted, as it is called, in gum 
thus, which is the material I always use for mounting microscopie ob- 
jects , and it is exarained. It is found to be made up of the shells of 
Foramenifora, Radiolaria , Bacillaria and Spenge spicules , as are the 
deposits of marine Diatoms, as they are called , everywhere, But it is 
also found to bave an almost transparent brown colored substance, 
almost of the color of burnt sienna, as painters cali it, diffused through 
it. This is asphaltura which has not been acted on by the alkali used 



— 246 — 

iu cleaning. It cari be volatilized by heat, so tliat the earth can thus be 
rendered colorless or nearly so. Now a'thongh the asphaltum occurs 
disseminated throughout the mass it is also found within the shells ot 
the Foramiaifera, Bacillaria and Radiolaria , so that the lorica as they 
are called in the case of the Bacillaria and the shells of Foramifera 
and Radiolaria are opaque or colored of a reddish brown. 

And often wheu the Diatom of Bacillaria pustule is made up of 
the eatire shell of the pustule, as it is called, has the valves united, 
as is common in Coscinodiscus, which is frequeut, is seen to be present 
in a forra that is rouiided or as spheres , the asphaltum is present, 
showing that it is present, showing that it was fluid or vaporous when 
introduced and became hardened afterwards. And that it first carne 
as petroìeum or rock oli and asphaltum at last by evaporating. The 
stratum which contains Bacillaria at Santa cruz, California is likewise 
worked but is poor in asphaltum but rich in Diatoms. Over it is a weak 
layer which is interesting and which I obtained from there. This does 
net contain any Diatoms at ali, but it has been formedin shallow water 
most likely. A layer of mud, such as is common now ali along the coast 
contains something that makes it dark in color but it is not asphaltum. 
In fact I had a similar layer near San Francisco. 

Where the stratum contains shells of Bacillaria and is pronounced 
Eocene by geologists and consti tutes the London day from London in 
England , and which Schwabsole found to be Diatornaceus , is esami- 
ned microocepically it is found that the Diatoms are scarce in it, They 
are marine Diatoms markedly, but the organic matter, which was and- 
ochrome , and the coloring matter is called Diatomid , is removed or 
changed and replaced by carbonaceous matter which is also present in 
rounded masses and black by transmitted light. Sometimes it is replaced 
by pepites of sulphide of iron or fools gold as it is called. This looks 
black by transmitted light, for it is not transparent. But by reflected 
light it shows brightly, almost like burnished gold. 

So the deposit at Mors in Denmark shows the carbonaceous matter 
along with the Diatoms, but not changed into asphaltum. Now we can 
reason that the asphaltum carne from the Miocene or the Eocene period. 
Can we also truly see that it coraes from the sea bottom. I think we 
for asphaltum is now seen ovging from the sea in southern California. 
They get is now in quantity by didding well on the sea bottom it is 
well known at Summerland in Santa Barbara county , California. And 
where the asphaltum is present now petroìeum must also be present, 



- 247 - 

and we can imagine th=^ sea plantS;, the algro, and likewìse the protoza 
the Bacillaria, and the Radiolaria besides the sponges and the Forarae- 
nifa when they die and their protoplasm changes to petroleum and 
rock Oli, and evaporating- leaves the asphaltum behind. And this is the 
way asphaltum of California carne, from protoplasm. 

It is interesting to write that petroleum is said to carne from inor- 
ganic substances by such a chemist as Berthelot in 1866, by Bryasson in 
1870, by Mendeljep in 1877, by Cioes in 1877, by Von Humboldt in 1804, 
by Rozet in 1S35, by Protk in 1846, by Parran in 1854, by Thore in 1872, 
but these theories are unteuable. It Ì3 regarded as of organic origin 
and from plants by Lesqnereaux. He thinks the marine algfe are the 
origin of it. But he did not study the protista being merely a fossil 
botanist or a student of fossil botany. Sterry Hunt mentions a certain 
black band in the Hamilton period, but does not consider the petroleum 
in connection therewith. 

Wall and Kruger in 1880 pointed out that petroleum, or rather 
asphaltum , was present in the island of Irinid and Rupest Jones, 
without refen-ing directly to the Diatoms or Bacillaria says that they 
are the cause of it. From auimals, they are supposed to be obtainable. 
And from a mixture of animals and vegetables. AH of these observers 
do not take into consideration that protoplasm is the same thing in one 
— protista vegetable and animals. So that we see that petroleum, rock 
oil or asphaltum may be obtained from organic matter of any kind. In 
California at least it comes the recent sfrata of the coast , from the 
Eocene as the geologists term it; the infusial eartb, thus day of Baile 
and Etnenberg and Blake at Monterey and San Francisco. 



— 248 — 



CATALOGO RAGIONATO 



DEI 



COLEOTTERI DI SICILIA 



(Cont. Ved. Ad. XX, N. 9) 

Rliinchitinae (i) 

Auletes Sohònherr 

tubicen Bohm. . . Vitale la cila dai cataloghi. Schilsky la nota (2). Fu de- 

scritla anche sotto il sinonimo di meridionalis Jacq. 
Duv. sopra nn esemplare di Sicilia di proprietà al- 
lora (3) del sig. Javet. Non la posseggo ancora. 

AuLETOBius Desbrochers 

politus Serv. . , . Vitale la cita comune a Messina, dai cataloghi e dal De 

Stefani (Madonie frequente in maggio e giugno). Des- 
brochers Stek e Schilsky la citarono. La posseggo in 
moltissimi esemplari da me catturati nel maggio alla 
Ficuzza battendo gli alberi. 

maculipennis Duv. . Vitale la cita dai cataloghi, notata dal Failla e Desbro- 
chers. Nel suo secondo suppl. , la cita di Messina e 
Gesso. Steck la citò e Schilsk dalla collezione Pape. 
Ne posseggo qualche esemplare da me catturato a Gir- 
genti nel giugno ed altri nel settembre alla Ficuzza. È 
assai più rara della ab. nigriventris m. 

var. concolor Desbr. Posseggo un solo esemplare di questa varietà che si di- 
stingue dal tipo per essere totalmente nera , le elitre 
comprese. Baudi me la notò. 

aber. nigriventris m. nov. Schilsky gli esemplari a ventre nero li attribuisce 

alla var. concolor Desbr., mentre la concolor fu de- 
scritta sopra esemplari ad elitre nere (e ciò non ac- 



(1) Vitale pubblicò nel Nat. Sic. Voi. XVIII, pag. 83-85 una tavola analitica delle 
specie siciliane. 

(2) Desbrochers. Monogr. des Rhinomacerides. Abeille Voi. V, pag. 396. 

(3) Schilsky. Die Kafer Europa's. Virzigstes Heft. Niirenberg 1903. 



— 249 — 

cenna Schilsk.30, tanto che il Desbrocbers era proclive 
a vedere, nella sua concolor, una specie disiinla, se 
non avesse avuti esemplari con le elitre tinte di bruno. 
Ne posseggo molli esemplari. 

Rhynchites Schneider 

Deporaus Samouelle 



betulae !.. 



. Vitale la cita dal Romano, che forse alludeva al Byti- 
scus betulae L. che si trova da noi. Non la posseggo. 



Lasiorhynchites Jekel 



praeustus Bob. 



var. xantomelus var, 



Vitale la cita di Messina comunissima, dai cataloghi, dal 
Ciofalo, De Stefani (fiequenie alle Madonie e Ficuzza), 
Bandi me la notò. Ne posseggo moltissimi esemplari 
di Caslelbuono da me catturati nel maggio, e dalle 
Madonie nel luglio. Varia moltissimo nel colorito e 
nella grandezza. In alcuni esemplari il nero invade 
quasi tutte le elitre (n. semiruber Boh.) in modo da 
formare il passaggio ali 'a. nigritus Miller, che pos- 
seggo pure in due splendidi esemplari ed è una a- 
berrazione nuova per la Sicilia. Schilsky descrivendo 
il praeustus Boh. dice « subtus nigro-aeneus » « Die 
unterseite dunkelgriln t mentre lutti gli autori dicono 
« subtus niger » come del resto lo sono lutti gli 0- 
semplari che io posseggo di Sicilia. Abbiamo pure Va. 
lurìdus Boh. che Vitale cita di Messina, (Campo In- 
gle.se), dai cataloghi, dal Ciofalo. Nel suo 'ì° suppl. 
di Monte Albano, come var. lividus Bohm. che è un 
sinonimo del praestus. Bandi me la notò, ed io pos- 
seggo molli esemplari che si adattano alla descrizione 
che fa Schilsk)' di questa aberrazione, meno il di sotto 
che è nero e non nigro-coeruleo, mentre Desb''ochers 
la dice piccolissima (4 mill.) tutta castagna chiara ciò 
che farebbe supporre che l' a. luridus descritta da 
questi sia la rufotestaceus Schilsky. 

nov. Dodero in litt. Si distingue del tipo per il disotto, 
la testa, il corsaletto e le gambe nerastre, mentre le 
elitre sono di un bel giallo chiaro. Questa distintis- 
sima varietà fu scoperta dal sig. Dodero dal 13 al 17 
maggio, a Pachino. 



Il Nat. Sic. Anno XXI— Nuova Serie, Voi. I. 



32 



pauxillus Germ. 

ruber Fairn]. 



~ 250 — 

sericeus Herbst. . . Vitale la- cita dal De Stefani (poco frequente Ficuzza e 

Madonie). Omise il Rottenberg che .la catturò a Ni- 
colosi battendo le querele. Bandi me la notò. La pos- 
seggo in molti esemplari presi da me alla Ficuzza ed 
a Castelbuono, nel maggio. Gli esemplari di Castel- 
buono sono azzurri, quelli della Ficuzza verdi. 

CoENORRHiNus Seidlitz 

interpunciatus Steph. Vitale la cita nel suo primo suppl. dal Bedel, Schilsky 

la dice piuttosto rara. Non la posseggo. Ne vidi un 
esemplare nella collezione Vitale. 
. Vitale la cita notata dal Bandi che pure a me la notò. 

Non la posseggo. 
. Vitale la cita di Messina e Frappeii (1), dai cataloghi, 
notata dal Failla , Bandi e da me, dal De Stefani 
(Ficuzza e Madonie frequente). Vitale cita (2) trovata 
in Sicilia, quale varietà di questa specie il semiruber 
Stierl. notata dal Bandi , che la notò pure a me, 
ma che n'è sinonimo, e mette la ruber come varietà 
del purpureus L.. Schilsky accennando al lavoro del 
Vitale dice che a torto questi vide nella ruber \a pur- 
pureus del Linné, che si trova in Isvezia mentre la 
ruber, no. Vitale omise di citare il Rottenberg che la 
catturò sul Monte Corvo, presso Girgenti, sopra i fiori 
del Crataegus. Schilsky osserva avere visto nella col- 
lezione von Heyden, uno di questi esemplari raccolti 
dal Rottenberg , che a suo ])arere sarebbero la var. 
interstitialis Desbr. (prothorace evidenter silicato) , 
oggi sinonimo del ruber. Ne posseggo vari esemplari 
delle vicinanze di Castelbuono e della Ficuzza. 

aequatus L Vitale la cita sotto il sinonimo di purpureus L. di Mes- 
sina, dal Ciofalo e notata dal Bandi e da me. Varia 
moltissimo nella grandezza nei miei esemplari cattu- 
rati nel maggio, alla Ficuzza, dove è comunissima. 



Involvulus Schrank. 
aethiops Bach. . . Vitale la cita notatagli da me sotto il sinonimo di pia- 



(1) L'esemplare della sua collezione era invece un'aequatiis L. 

(2) Brevi osservazioni su alcune forme specifiche del genere Rhìjnchites Schneider , 
Rivista Coleott. Itili. I, 1903, pag. 68. 



coeruleus Deaeer 



pubescens F. 



— 251 — 

nirostris Gyll. Ne posseggo molli esemplari caUiuali 
tutti nel maggio alla Ficuzza. Schilsky la dice rara. 

Vitale la cita di Messina , ed una seconda volla nei 
Rincofoi'i Messinesi, sotto il sinonimo di conicus Mg. 
aggiungendovi il sinonimo alliariae Payk. pei' come 
gli fu notala dal Baudi e da me. Ne posseggo molli 
esemplari da me catturati nel maggio, alla Ficuzza, ed 
altri di Messina avuti dal Vitale. 

Specie citata dal Vitale dal catalogo Romano. Non la 
posseggo ma è possibile si possa trovare in Sicilia. 

Rhynchites s. slr. 



auratus Scopoli 



versicolor Costa 



Bacchus L. 



populi L. 



betulae L. 



Vitale la cita dal Ciofalo , De Stetani (Ficuzza, Mado- 
nie frequente), Failla e me. Baudi me la notò. È assai 
comune specialmente alla Ficuzza, nel maggio, sul pero 
selvaggio. Facile a riconoscersi per la colorazione della 
proboscide che dalla punta alla metà è nera. 

Vilale la cita sotto il nome di giganteus Krgn., dai ca- 
taloghi , Ciofalo , De Stefani (Ficuzza , Madonie fre- 
quente maggio e giugno), notala dal Failla e da me. 
Baudi me la notò. E assai comune alla Ficuzza e 
presso Castelbuono, nel maggio. Ha la proboscide bi- 
colorata come V auratus dal quale si distingue oltre 
per la statura, per la scultura delle elitre. 
. Vitale la cita di Messina e Larderia, dal Romano, De 
Stefani (frequente Ficuzza e Madonie) e notata dal 
Failla. Baudi me la notò. Ne posseggo moltissimi e- 
semplari della Ficuzza e Castelbuono. Si distingue 
dall' auratus Scop. per la proboscide ch'e tutta nera. 

Byctiscus Thomson 

Vitale la cita con dubbio dal Romano, dicendo che questi 
probabilmente avrà errato nella determinazione. Ora 
però egli ne possiede un esemplare da lui catturato 
presso il fiume Sosio , sotto le corteccie di frassino, 
lo non la posseggo ancora. 

Vilale la cita di Messina (ovunque) citata dal Desbro- 
chers e notata dal Baudi, che pure a me la notò sotto 
il sinonimo di alni Miill. Omise il Reiche che la citò 
sotto il sinonimo di betuleti ¥. Ne ho moltissimi e- 
semplari catturali nel maggio e novembre alla Ficuzza 
e nel lualio alle Madonie. 



a. nifens Marsli. 



— 252 - 

Questa aberrai^ione nuova per la Sicilia è posseduta in 
unico esemplare dal Vitale che la catturò a Calamarà. 

Attelabus Linné 



nitens Scop. . . . Vitale la cita comune a Messina. Romano e Reiche la 

citano sotto il sinonimo di curculionides L. É piuttosto 
rara nel maggio alla Ficuzza donde provengono gli 
esemplari della mia collezione. 

a. pulvinicollis Jekel. Vitale la cita dai cataloghi. Non la posseggo ancora. 

var. atricornis Muls. Vitale la cita di Messina, dal De Stefani. Omise il Rot- 

tenberg che la disse comune sulle querce a Nicolosi. 
Si distingue dal tipo, secondo Schiisky, per avere gli 
articoli delle antenne 2° al 5° testacei. Egli dice che 
erroneamente gli esemplari ad antenne nere , furono 
sempre ritenute per questa varietà. (?) Bandi me la notò. 
Ne posseggo moltissimi esemplari della Ficuzza. 



coryli L. 



Apoderus Olivier 

Vitale la cita dal Romano. Non la posseggo ed ho i 
miei dubbi che questa specie si trovi in Sicilia. 



attelaboìdes F, 



Nemonychidae 

Rhinomacer Fabricius 

ClMBEKIS GoziS 

Bandi me la notò ed è il solo che l'abbia trovata in 
Sicilia. Non la posseggo ancora. 

Aiitlu'ibidae 



resinosus Scop. 



Platyrrhinus Clairville 

Questa bellissima specie, citala dal Reiche , solto il si- 
nonimo ài latirostris F'ab., la posseggo in mollissimi 
esemplari da me catturati nel luglio alle Madunie ed 
alle Caronie. 



undulatus Panz. 



Tropideres Schònherr 

Troviamo questa specie citata di Sicilia dal Bertolini 
sotto il sinonimo di Edgreni Fabr. Ne posseggo due 



— 2n3 - 

soli esemplari uno dei diiilonii di Paleriiio, l'altro di 
Messina, avuti dal Vitale. 

Anthribus Geoffroy 

Rrachytarsus Scliònlieri' 

scapularis Gebler . . Questa specie fu descritta di Sicilia dallo Siierliii sotto 

il sinonimo di constrictus. Ne posseggo mollissimi e- 
semplari catturali alla Ficuzza, nel maggio, ed altri 
ne ebbi di Messina, dal Vitale. 

Trigonorrhinus Wollaston 

areolatus Bob. ... È citata di Sicilia nei cataloghi e l'ebbi notata dal Bandi. 

È comune presso Palermo nel maggio e giugno spe- 
cialmente alla Favorita. Ne ho pure alcuni esemplari 
raccolti alla Ficuzza dal Kriiger ed altri di Sciacca e 
Castel vetrano, 

Urodoiiinae 

Urodon Schónhei-r 

conformis Suffr. . . Rottenberg la cita da lui catturata sulle crucifere a Gir- 

genli, però Bandi mi scriveva che ne ebbi due esem- 
plari sotto (|uesto nome dal Rottenberg, che erano in- 
vece uno il canus Kùst. , 1' altro il flavescens v. pu- 
sillus. Non la posseggo e dubito dunque che si trovi 
in Sicilia. 

canus Kiist Secondo il Bandi, trovata dal Rottenberg a Girgenli. lo 

non la posseggo , ed il Bandi la dice rara e la cita 
di Sicilia (1). 

argentalus Kiist. . . Secondo il Bandi trovata dal Rottenberg a Girgenti. Io 

non la posseggo. 

lavescens Kùst. . . Baudi la disse frequente in Sicilia e difatliJa]posseggo 

in molti esemplari dei dintorni di^Palermo. 

var. pusillus Baudi . Baudi cita pure questa varietà come frequente in Sicilia 

ed io la posseggo dei dintorni di Palermo, dove è as- 
sai più comune del tipo (2). 



(1) Berlin. Ent. Zeit. 1887, pag. 485. 

(2j Romano cita V Urodon sutiiralis F. e nifipes 0\\i. e lo Steck il pygmacus Gyll. 
Non h(i credulo doverli notare se prima non venga confermata la loro esistenza in Sicilia. 



— 254 



Cercomorphus Penis 

Dnvali Penis . . .Fu descrilta dal Reilter come nuovo genere Microctylo- 

des Ragusae (1). Questa specie rarissioia la posseggo in 
soli tre esemplari, trovati sotto le pietre : uno al Monte 
Pellegrino vicino ai muri, nell'aprile, uno all'Oreto nel 
maggio e uno a Girgenti, nel g'ugno. Ne ho avuto 
pure un eseniplai'e del Dr. Coniglio Fanales, di Santo 
Mauro catturato nel maggio. 

Lariidae i'^) 

LARIINl 
Laria Scopoli 
Rrueìius Linné 

laticollis Boll. . . . Bandi dice di averne trovato un solo esemplare presso 

Termini. Ne posseggo due esemplari della Ficuzza e 
due altri avuti dal Vitale, uno di Massa (9. 5) ed uno 
di Scala (17. 10). 

pallidicornis Bohm. . Bandi la dice la più comune delle specie che si rinviene 

nelle lenticchie. Ne ebbi da lui due esemplari (e? Q) 
di Piana dei Greci, con l'osservazione che egli l'aveva 
anche di Palerrrio e Trapani. De Stefani la cita (fre- 
quente tutto l'anno). Ne posseggo di Palermo e della 
Ficuzza. Varia alquanto. 

var. inornata cf Kiist. Si dislingue dal tipo per avere le antenne infoscate 

nella metà. Ne posseggo due esemplari catturati nel 
giugno a Palermo. Non sarà difificile trovare in Si- 
cilia anche la var. signaticornis Q Gyll. che si di- 
stingue per avere i primi sei articoli e gli ultimi due 
delle antenne rossi. 

tristis Bohm. . . . Bandi la dice frequente in Sicilia. Rottenberg la cita di 

Catania, Girgenti e Siracusa. Ne posseggo esemplari 
dei dintorni di Palermo. 

tristicula Fahr. . .Bandi la cita di Sicilia. La posseggo di Palermo e della 

Ficuzza. Varia alquanto nelle antenne e nei femori 
dei piedi anteriori. Trovasi nei piselli. 



(1) Nat. Sic. voi. XV, pag. 142. 

(2) Flaminio Baudi. Rassegna delle specie della famiglia dei Milabridi {Bruchidi de- 
gli autori) viventi in Europa e regioni finitime. Nat. Sic, An. V, 1885, pag. a p. 1-135. 



255 



atomaria L. 



ruGmana Boll. 



a£Einis Fi'oehl 



Perezi Kraalz. 



pisorum L. . 

var. sparsa F. 
sertata Illic. 



lentis Froche 
brachialis Fabr. 



viciae Oliv. 



Baudi uè vide uà esemplare 2 di Sicilia , nella colle- 
zione Stierlin, con le antenne ferruginose soltanto ai 
primi tre articoli, i femori dei piedi anteriori anneriti 
sin presso all'apice. Fu il solo esemplare che egli vide 
nelle collezioni indicato di Sicilia. Romano ella un 
granarìus L. che ne sarebbe sinonimo. Non la pos- 
seggo. 

Questa specie è citata dal Reiche , Steck , Rottenberg , 
(Girgenti, Palermo, Catania, Messina) e De Stefani che 
la dice frequente tutto l'anno. Ne posseggo moltissim^ 
esemplari di Palermo e Ficuzza. 
. Questa specie è citala di Sicilia dal solo Reiche sotto 
il sinonimo di flavimanus Schòn. (Bohm.). Non la 
posseggo. 

Baudi dice « questa specie varia in Sicilia pei piedi in- 
termedi quasi intieramente neri , colla spina termi- 
nale delle tibie, pure nera e più robusta : le antenne 
del cT rosso-testacee un po' imbrunile nella metà , 
quelle della 9 foi primi cinque ed ultimo articolo rossi, 
gli altri neri. Palermo e Termini-Imerese coli. Ragusa 
e mia ». Ne posseggo una sola Q. 
. Romano (pisi L.) Rottenberg (Catania e Palermo), Sleck 
la citano. È comunissima e la posseggo in molti e- 
semplari. Varia molto. 
. Baudi la cita di Sicilia ed io ne posseggo due esem 
plari dei dintorni di Palermo. 

Baudi la nota di Sicilia del R. Museo di Torino dove 
porta il nome di disparipes Jekel. Ne cita pure una 
Q di Sicilia, che varia pelle tibie intermedie picee. 
È strano che nessun altro 1' abbia citala di Sicilia , 
mentre è comunissima ed io la posseggo in molti e- 
sem plari. 
. Anche questa comunissima specie , che io posseggo in 

molti esemplari, non è citala di Sicilia da alcuno. 
. Baudi la cita di Sicilia. Ne posseggo due esemplari dei 
dintorni di Palermo , un cf da Messina catturato in 
luglio , ed una Q di Cerda catturato dal Baudi in 
maggio. 

Baudi la cita di Sicilia, e mi scrisse che la trovò a Ca- 
stelbuono; ne vidi di Sicilia nella collezione del C'onle 
Turati. Ne posseggo un solo esemplare avuto dal \'\- 
lale che lo catturò a Linata il 21 luglio. 



— 256 



nubila Bohra. 



luteicornis II 



caninus Kr. 



unicolor Oliv. 



creticus Sleck. 



Baudi la dice una delle specie più comuni d'Europa ed 
anche d'Italia. Romano è il solo che la cita. Ne pos- 
seggo moltissimi esemplari dei dintorni di Palermo e 
della Ficuzza. Ne ho un J" che varia per le antenne 
con gli ultimi sei articoli neri. 

Baudi la dice ovvia in tutta Italia e cita una Q di Si- 
cilia con le antenne rosse ai primi cinque articoli , 
nere ai due ultimi , gli intermedi sono rossi sopra e 
bruni al <li sotio. Ne posseggo un e/' ed una Q di 
Termiui-Imerese avuti dallo stesso Baudi, ed un al- 
tro esemplare di Messina catturato dal Vitale il 3 a- 
prile. 

Brachidius Schiisky 



. Baudi sotto il sinonimo di uniformis Bris. la dice ov- 
via in Sicilia e la cita delhi mia collezione. Rotten- 
berg la cita di Catania. Ne posseggo pochi esemplari 
dei dintorni di Palermo e di Termiui-Imerese. 
. Baudi citando questa specie in Sicilia sotto il sinonimo 
di olioaceics Germ. dice di averla rinvenuta una volta 
abbondante presso la stazione di Cerda sui fiori del 
Daucus. 
. Steck la cita (olivaceà). Ne posseggo uà esemplare di 
Messina e tre avuti dal Baudi con un cartellino ove 
è manoscritto: Cerda sulla Pastinaca anche a Siracusa 
e Palermo 

var. debilis Gjll. . . Baudi la cita frequente in Sicilia , sotto il sinonimo di 

cisti Fabr. Romano e Steck la citano (cisti F.). Ne 
posseggo un esemplare di Campo Inglese, uno di Mes- 
sina, ed uno avuto dallo stesso Baudi che lo catturò 
a Termini-Imerese nel maggio. 

var. misellus cT Bohm. È citata di Sicilia dal Baudi -come specie. Non la pos* 

seggo ancora, Baudi mi scrisse possederne di Palermo. 

nudus Ali Baudi la cita di Sicilia nella sua collezione e mia, Dr. 

Mina Palumbo, Stierlin e Allard. Ne posseggo vari 
esemplari avuti dal Baudi di Taormina (maggio 1881), 
il quale mi scriveva averla catturata anche a S. Mar- 
tino di Palermo e Lentini. Ne ho pure di Rinella 
presso Caltagirone donati dall'amico Coniglio. 
. La ritengo nuova per la Sicilia , non essendo stata ci- 
tata da alcuno. Ne ho due esemplari di Messina, a- 
vuti dal Vitale. 



bisuttatus Oliv. 



— 257 - 

var. fulvipennis Bohm. Ne posseggo due esemplari di questa bella varielìi; li 

ho a\uti pure dal Vitale che li catturò a Colla nello 
agosto e novembre. 
var. mendicans Weise. Non posseggo ancora questa varietà che il Bandi mi 

scriveva possedere di Sicilia ; si distingue per avere 
le elitre tutte nere. 

gilvus Gyll Baudi la cita di Sicilia e ne descrive un mio esemplare 

che egli mi etichettò minor, coi femori anteriori lar- 
gamente anneriti alla base, i medii intieramente neri 
colle tibie annerile alla base. Oltre di questo ne pos- 
seggo tre esemplari avuti dal Vitale, di Montalbano 
(agosto) ed uno della Ficuzza (Albera). 

È nuova per la Sicilia. La posseggo in un solo esem- 
plare trovato a Linata il 7 settembre dal Vitale. 

Baudi non la cita di Sicilia, Schilsky (1) invece si. Non 
la posseggo. 

Baudi la cita di Sicilia e dice che io ne raccolsi una 
quantità presso Palermo. Ne posseggo pochi esemplari. 

Baudi la dice diffusa in Sicilia e descrive della Sicilia 
e Toscana una varietà 2. Ne posseggo moltissimi e- 
semplari catturati da me sul Monte Pellegrino dentro 
i fiori di Cardo nel luglio. Ne ebbi dal Bandi un' e- 
semplare di Castelvetrano (giugno). 

Nuova per la Sicilia, ed anche per l'Italia. Ne posseggo 
tre soli esemplari, uno dei dintorni di Palermo, due 
di Madonna Via, catturati al 16 aprile 1906 dall'a- 
mico Coniglio. Mi furono determinati dal sig. Schilsyk. 



Poupillieri Ali. . 
lineafus AH. . . 
cinerascens Gyll. 
obscuripes Gyll. . 



tuberculatus Ilochh. 



(continica) 



Enrico Ragusa. 



(1) Die Kafer Europa's. Kiister Heft. 41. Niiremberg 1905. 
Il Nat. Sic, AuQO XXI— Nuova Serie, Voi. I. 



33 



- '258 - 



flneora sulla JVIeteorite di Vigarano e su quella 
caduta in Sicilia il 10 marzo 1911 e eenni 
sulla eausa dello scoppio. 



Nel fascicolo precedente del « Naturalista >- pubblicai un cenno della 
meteorite di Vigarano-Pieve esponendo le mie osservazioni su di alcuni 
minutissimi frammenti avuti gentilmente dal proprietario. 

Avendo di seguito inviato al mio carissimo illustre amico il profes- 
sore Stanislas Meunier di Parigi quei pochi frammenti, egli mi rispose do- 
versi detta meteorite ascriversi al tipo Renazzite già proposto da lui per 
la meteorite di Renazzo (Provincia di Ferrara). Egli vi distinse enstatite, 
olivina, plagioclase, cromite, peridotina, ferro nichelato. 

Intanto posteriormente alla pubblicazione della mia nota ho avuto 
agio di leggere nna importante nota del sig. Aristide Rosati (Studio mi- 
croscopio della meteorite di Vigarano , Rendiconti della R. Accademia 
dei Lincei , pag. 841) sullo stesso soggetto. Egli osserva che le granu- 
lazioni metalliche giallo-rossastre sono di pirrotite, e due minerali l'uno 
bianco vitreo l'altro simile all'olivina e un elemento opaco finamente gra- 
nulare che è un materiale caibonioso. Tra i minerali trasparenti egli 
distingue il pirosseno (della serie enstratite, bronzite e l'anzite). Vi trova 
frequente il ferro Egli asserisce doversi considerare come una condrite 
carboniosa di struttura tufacea simile a quella caduta a Renazzo il 1824. 

Come si vede, i risultati ottenuti dal sig. St. Meunier convengono 
presso a poco con quelli del sig. Rosati. 

Il sig. Calzolari dell'Università di Ferrara pubblicherà (a quanto è 
annunziato) una memoria sulla stessa meteorite con la descrizione mi- 
nuta degli elementi chimici di cui è composta. 

Avendo fatto cenno nel mio articolo di questa importante meteo- 
rite, ho creduto non superfluo dare ai lettori questi dettagli. Altro non 
posso aggiungere, sì perchè non sono io un chimico specialista di que- 
sto ramo scientifico, si perchè non ho tempo di occuparmene, si perchè 
se anche lo volessi e lo potessi , non potrei nulla fare , perchè il pro- 
prietario mi ha scritto che egli non vuole vendere alcun framento della 
meteorite ma tutta intera e ad un prezzo non minore di cento mila lire! 



— 259 — 

Non mi resta da aggiungere che nello stesso comune fu trovata una 
seconda meteorite (caduta contemporaneamente e contenente presso a 
poco gli stessi minerali) dal sig. Quirino Morandi nella località detta 
Vignola, a settecento metri. di distanza. Una breve nota fu pure pub- 
blicata sulla stessa dal prelodato sig. Rosati, nei rendiconti medesimi. 

E probabile che entrambi le meteoriti siano frammenti di una stessa 
meteorite e che le piccole differenze derivino da accidentalità. Però in 
tal caso la frattura dovette avvenire non in prossimità del suolo ma 
nelle alte regioni , percliè entrambi sono ricoverte di una crosta. Po- 
trebbe anche darsi che viaggiassero negli spazi in prossimità l'una del- 
l'altra; il che pare meno verosimile. Certo però nell'un caso e nell'altro 
è a pensare che unica dovette essere l'origine. 

È strana coincidenza l'identità di costituzione di queste due meteo- 
riti con quella del 1824 , caduta pure nel ferrarese , di cui sopra si è 
fatto cenno. 

Ciò mi fa sorgere un' ipotesi che per quanto azzardata riuscirebbe 
a spiegare il fenomeno. Se supponghiamo che una meteorite sia captata 
dalla attrazione della terra e che questa atteso la lontananza e atteso 
la velocità della meteorite non possa determinare la sua caduta, acca- 
drà che la meteorite girerà attorno la terra , in di lei dipendenza. La 
velocità di traslazione circolare determinerà naturalmente una forza 
centrifuga tale che bilancerà con la foi'za di attrazione della terra. In 
tal caso si verrà a formare una specie di rivoluzione ad anello. (L' a- 
nello di Saturno potrebbe es.sere il risultato di un immenso sciame me- 
teoritico). Ora inevitabilmente la rotazione della terra produrrà un at- 
trito (maree) che tenderà a uniformare i due movimenti di rotazione, e 
quindi farà ritardare la rivoluzione e perciò anche rallentare la velocità 
di traslazione; onde la forza centrifuga non potendo più bilanciare con 
quella di gravità determinerà la caduta del corpo. Ad ogni modo non 
è qui il caso di divagare in congetture. 

* 
* * 

La sera dei 10 marzo le regioni orientali dell' isola furono spetta- 
trici di un grandioso fenomeno. Uno sprazzo abbagliante di luce illu- 
minò di tratto gran parte di Sicilia e anche di Calabria stendendosi 
per circa duecento chilometri. Il bagliore fu seguito da un tremendo fra- 
gore simile al boato simultaneo di diversi scoppi di folgore. Tale feno- 
meno produsse un panico generale nella popolazione. Con ogni verosi- 



- '-'GO - 

miglianza anzi con quasi certezza ciò è stato causato dalla caduta di 
una meteorite. Scrissi all'eminente prof. Ricco, mio ottimo amico, chie- 
dendogli dei particolari, avendo egli assistito al fenomeno, e ho ricevuto 
dallo stesso una lettera alla quale ben volentieii lio dato un posto in 
questa rivista. La voce corsa che la caduta sia stata in Palagonia è e- 
videntemente falsa, perchè smentita dall'autorevole .scienziato. Io credo 
che se (come è stato ripetuto da molte persone) il franamento coincise 
con lo scoppio, potrebbe ciò spiegarsi dal fatto che questo fu così for- 
midabile che produsse una leggera scossa la quale determinò lo scivo- 
lamento della roccia. Del resto fu essa registrata dagli strumenti. Basta 
talora un minimo movimento a determinare di simili scivolamenti quando 
già siano preparati. 

Come ho altra volta detto, il grande splendore delle meteoriti può 
spiegarsi con la combustione dei gas o per meglio dire della materia 
sottile che trascinano e che in parte è forse imprigionata in esse, e che 
penetrando nell' atmosfera viene bruciata si per il contatto con 1' ossi- 
geno , sì per il calore prodotto dall' attrito. Pero non è facile spiegare 
come tale splendore acquisti cosi grandi proporzioni da illuminare in- 
tensamente un'immensa regione. 

Maggiore difficoltà s' incontra nello spiegare la causa dello scoppio 
e del fragore. Molti asseriscono che ciò si debba alla frattura della me- 
teorite che venendo dal zero assoluto dello spazio e riscaldandosi e ar- 
roventandosi per lo attrito si fende e scoppia. Ma ciò è falso e per vai'ie 
ragioni. La esperienza ha provato che le meteoriti anche riscaldandosi 
alla superfìcie si mantengono sempre all'interno di un freddo intenso 
il che è stato cento volte constatato. Le meteoriti poi hanno per lo più 
delle dimensioni relativamente piccolissime per poter dare origine a tali 
fenomeni; si aggiunge che riesce impossibile concepire come con un sif- 
fatto scoppio non si riducano affatto pulverulenti. 

Ma voglio qui fare anche un'altra importante osservazione: calco- 
lando la contemporaneità della luce o dello scoppio e la velocità del 
suono nell'aria, si arriva a determinare facilmente l'altezza dello scop- 
pio. Quella celebre di Madrid del 1896, come è noto, fu vista dal Por- 
togallo , dalla Spagna e dalla Francia. Il suo scoppio si è calcolato es- 
sere accaduto a 23 chilometri di altezza. Quella di Sicilia del marzo 
scorso pare sia scoppiata a 30 chilometri. Ora a tale elevazione 1' aria 
è così rarefatta che è impossibile che accada colà un fragore siffatto. 

Tali considerazioni, relative si alla luce che allo scoppio, da un lato 
mi fanno molto dubitare della loro contemporaneità e dall'altro mi fanno 



— 261 — 

pensare per analogia ai fenomeni delle folgori globulari la cui ragione 
non ha aucora trovato una sicura spiegazione , ma che mi pare sup- 
ponga una specie di sovrasaturazione elettrica, o per meglio esprimermi 
a una specie di state sferoidale (analogo a quello che assume talora 
r acqua nell' ebollizione). Però dalle osservazioni istruttive dell' illustre 
prof Ricco; si vede che in Catania gli apparecchi non dettero alcun 
segno di fenomeni elettrici. Forse invece di elettricità si è trattato di 
uno sviluppo subitaneo di etere del quale essa è una manifestazione. E 
questa è la spiegazione forse più plausibile cioè die una grande onda 
eterea sia trascinata o anche ammagazzinata dalle meteoriti la quale può 
sprigionarsi da loro anche senza ridurle in Irantunii. 

Questa congettura è anche più conforme alle più recenti induzioni 
nello stato intimo della materia sulla sua costituzione e trasformazione. 

A titolo di cronaca riferisco ora di seguito taluni dei telegrammi 
ricevuti o spigolati dai giornali narranti il fenomeno : 

Messina. — Una luce sfolgorante seguita da un terribile fragore ha 
cagionato grande panico nella popolazione. Il comando generale mili- 
tare , essendo interrotta la linea telefonica , dubitando dello scoppio di 
qualche polveriera mandò delle squadre in appositi automobili ai vari 
forti. 

Palagonia. — Un grande sfolgorio di luce abbagliante seguito da 
formidabile detonazione ha messo in iscorapiglio la cittadinanza. Si è 
osservata la spaccatura di una montagna clie pare accaduta contempo- 
raneamente al terribile fenomeno. 

Tripe. — Mentre pioviginava ed il cielo era tutto coperto di nebbia, 
un improvviso e vivissimo baglioi'e durato parecchi secondi, gittava lo 
allarme nell'intiera popolazione. 

A distanza di circa 20 secondi, segui un rumore tutto nuovo, che 
dava l'idea di un grosso carro che cammina sul ciottolato. Le imposte 
tremarono fortemente e grida di terrore si sentirono da ogni parte. 

Il telegrafo fu preso d'assalto. Molta gente, pallida in viso e presa 
da indicibile panico, videsi scappare alla volta della stazione di Furnari 
per chiedere notizie. 

Galati di Tobtorici.— Si avverti un lungo chiarore lampeggiante 
nell'aria attraverso la nebbia; ci eravamo appena riavuti dalla sorpresa 
dello strano fenomeno quando si intese un lungo rombo rotolante della 
durata di circa tre minuti primi che gettò in allarme tutta la cittadi- 
nanza. 



- 262 — 

Fu un confuso vociferare , un accorrere nelle strade , un gridare 
incomposto di molta gente terrorizzata e sospettosa. 

Floresta. — Di un tratto , in mezzo alla fìtta oscurità il cielo fu 
illuminato da una strana luce in due riprese, tanto da far vedere i monti 
lontani. 

Dopo cinque minuti cominciò un forte rombo in direzione da Sud 
a Nord tanto da destare gran spavento nella popolazione che si rove- 
sciò nelle strade implorando aiuto alla padrona Santa Anna. 

Scilla. — Un'immensa luce ha illuminato il cielo e dopo 4 o 5 mi- 
nuti si sono sentiti due fortissimi rombi distaccati l'uno dall'altro. Tutta 
la popolazione atterrita fuggi all' aperto gridando come cattivo presen- 
timento di prossimi terremoti. 

Letojanni. — Un fortissimo rumore prolungato, preceduto da una 
grande fiamma, che illuminò tutto il cielo, fu notato da tutta la popo- 
lazione, la quale allarmata usci all'aperto, temendo che il fenomeno 
fosse il preavviso di un terremoto. 

S. Piero Patti. — Gli abitanti furono sorpresi da un terrorizzante 
fenomeno : il passaggio di un bolide, durato parecchi minuti, e seguito 
da una detonazione rimbombante come, spari di cannone. 

Non è a dire lo spavento provato da questa popolazione, la quale 
ricordava l'orrendo tremuoto del 28 dicembre 1908 era stato preceduto 
da una strana luce, affatto simile. 

Uomini , donne , vecchi , bambini , tutti , tutti si riversarono nelle 
strade, mandando grida assordanti, gemendo, lagrimando, timorosi dello 
avverarsi di un altro immane disastro; una forte nuova scossa, segnante 
il finimondo. 

Belpasso. — Mentre l'oscurità era profonda per grossi e neri nuvo- 
loni, che coprivano il cielo , ad un tratto un bagliore vivissimo , acce- 
cante, come il riflesso d'un grande incendio, rischiarò la scena per pa- 
recchi secondi, poi si spense. Non era trascorso che appena un minuto 
quando s' inteso una specie di fragore infernale dalla parte dell' Etna ; 
pareva come se un lungo treno diretto attraversasse un ponte di ferro, 
mentre contemporaneamente avveniva lo scoppio di parecchi grossi pe- 
tardi. Allora il terrore della popolazione raggiunse il colmo. Uomini, 
donne , fanciulli si precipitarono fuori gridando , piangendo , raccoman- 
dandosi a tutti i santi come ossessi , come invasati e tutti temevano 
qualche brutto tiro del nostro vulcano. Ma la sfinge etnea, nascosta da 
una fitta cortina di nubi, rimase nascosta e silenziosa. 

Castroreale. — Un bagliore vivissimo, in forma d'immensa nuvola, 



— 263 — 

color d'argento, passò istantaneamente sull'abitato e disparve. Indi a 
poco segui un prolungato rombo assordante che pareva andasse mano 
mano avvicinandosi e dava l'idea come se si precipitassero immani rocce 
dall'alto di un monte. 

La popolazione eorse per le strade tosto, presa da insolito panico, 
e parecchi signori assicurano di avere avvertito contemporaneamente 
qualche scossa di terremoto. 

Dopo circa mezz'ora cominciò a venir giù una pioggia fittissima, 
torrenziale. 

March. Antonio De Gregorio 



PER 

LA PROTEZIONE DEI MONUMENTI NATURALI 

I N ITALIA 



Nel 1883 il prof. 0. Mattirolo fece una relazione sulla flora alpina 
al congresso degli agricoltori in Torino proponendo di chiedere al Go- 
verno delle disposizioni per la protezione della flora delle Alpi. Per ve- 
rità già io stesso fin dal 1880 nella relazione delle Madonie e del con- 
gresso internazionale alpino nell'Etna (Boll. Club Alp. It.) avevo richia- 
mato l'attenzione degli alpinisti e dei botanici sulla distruzione sempre 
crescente di talune piante leggiadre delle montagne e delle campagne 
italiane e sulla necessità di proteggerne le superstiti per impedire la 
loro scomparsa. Nel 1911 la benemerita società botanica italiana prese 
la lodevole iniziativa per la protezione della flora italiana proponendo 
un'intesa fra le altre istituzioni di scienze naturali. 

Ora l'idea fortunatamente si è fatta strada, estendendosi non solo 
alla flora, ma alla fauna vivente e fossile, alla geologia, alla geografia 
fisica. Il Dr. Renato Pampanini segretario della Società Bot. Ital. ne è 
strenuo propugnatore e propagandista. La nostra Società Siciliana di 
Scienze ha fatto piena adesione. Neil' occasione del congresso della So- 
cietà Italiana per il progresso delle scienze in Genova nel prossimo ot- 
tobre vi sarà anche una riunione per un' intesa per la protezione dei 
monumenti naturali. 



— 264 — 

Certamente lo scopo di tale riunione non può non essere altamente 
apprezzato non solo dagli scienziati , ma da tutti gli artisti e da tutti 
coloro che amano la patria. Io credo che anche 1' etaografia dovrebbe 
esservi rappresentata. 

La civiltà, il progresso, tendono a livellare e a rendere tutto uni- 
forme. Gli usi locali vanno del tutto scomparendo. Sarebbe molto utile 
si dal lato pittorico e turistico che dal lato etnografico che talune fogge 
speciali di vesti e abbigliamenti fossero conservate nei vari paesetti, 
come anche talune forme speciali di arredi domestiche. In questo po- 
trebbero i municipi dare un valido ausilio. 

Dolorosamente i progressi dell'agricoltura tendono a rendere la cam- 
pagna uniforme e a depauperarla delle piante spontanee , degli uccelli 
della selvaggina. In questi ultimi anni un grande impoverimento è a 
deplorarsi nelle piante spontanee. Durante gli anni 1878-1883 traversai 
molte delle nostre campagne erborizzando. Ora recandomi nelle stesse 
località non potrei raccogliere che una centesima parte delle specie 
spontanee di allora. Molte belle e vaghissime specie sono scomparse, 
talune sopravvivono ma stanno del tutto scomparendo. Un'opera molto 
utile avea intrapresa il senatore Todaro, allora direttore dell'orto bota- 
nico, cioè la coltivazione nell' orto di molte specie spontanee. Io credo 
che per impedire la distruzione si potrebbe cercai'e di ottenere che una 
parte del parco reale della Favorita e una parte del bosco demaniale 
della Ficuzza fossero destinate per la conservazione delle piante e anche 
della selvaggina. Forse sarebbe utile per una selezione delle nostre spe- 
cie spontanee, talune delle quali potrebbero avere una utilità medica o 
industriale, talune altre un'utilità agricola (il prof Tucci ha selezionato 
varie utili erbe foraggiere) , talune altre sarebbe utile conservarsi per 
la loro leggiadria e per le forme caratteristiche. Occorrerebbe destinare 
un campo per la coltivazione di tali specie. Certamente volere coltivale 
tutte quante le specie siciliane sarebbe un'impresa non solo difficile, as- 
surda; ma si potrebbe fare un' oculata selezione. Anzi io credo che sa- 
rebbe molto utile che aggregato ad ogni orto botanico vi fosse un campo 
speciale ove fossero coltivate le specie spontanee indigene più caratte- 
ristiche e più importanti. Ciò sarebbe molto interessante non solo dal 
lato tassonomico e scientifico, ma anche offrirebbe una grande attrattiva 
pei forestieri, sia scienziati, sia semplicemente turisti. 

Sarebbe poi anche desiderabile che nei giardini zoologici si desti- 
nasse qualche parte per conservare in recinto selvaggio talune specie 
che vanno scomparendo. Anche taluni mammiferi prima comunissimi 



— 265 - 

in Sicilia Erinaceus europetis (Rizzu sic), Hystrix cristata (Porcu spimi), 
Muntela vulcjaris (Baddottula) , Mustela martes (Martura) , Futorius furo 
(Fii'ettu), Canis lujms, C. vulpes, Felis catus) vanno addirittura scompa- 
rendo. Queste non sono specie esclusive di Sicilia, però presentano qui 
delle varietà importanti. 

Non è a dire poi degli uccelli. L' immensa quantità e varietà delle 
specie di Sicilia non sono più che una memoria. Le campagne sono or- 
mai assolutamente deserte. Ciò non solo per la estensione della coltiva- 
zione, ma per la ditfusione estraordinaria del permesso dei fucili. 

Le leggi protettrici dovrebbero indire il divieto di portare in date 
epoche fucili con cariche a pallini e limitare solo il porto di armi per 
difesa personale, altrimenti non si può riuscire ad impedire la devasta- 
zione degli uccelli; perchè un cacciatore quando vede la preda, non sa 
resistere alla tentazione. Qui in Sicilia non si fa che rarissimamente 
caccia con le reti le quali sono cosi esiziali nell' Alta Italia. È strano 
che mentre gli uccelli sono da noi quasi scomparsi vi è però una ecce- 
zione nelValauda calandra (calandruni) che pur troppo è un uccello dan- 
no.sissimo e devastatore delle uve e dei grani. In quel di Alcamo e di 
Gibellina tale specie produce danni immensi. 

I magnifici boschi vanno sempre più restringendosi in zone anguste 
e privilegiate e anche da questi siti vanno scomparendo. Recentemente 
il Barone Turrisi vendette le sue magnifiche querce e attualmente la 
casa Baucina è in contrattazione per la vendita dei Faggi delle Mado- 
nie. Sta bene da un lato che non si possa impedire il taglio dopo una 
serie di anni, ma per rifare un vecchio bosco occorre almeno un secolo 
e non basta. Taluni boschi dovrebbero essere all' uopo acquistati dallo 
Stato, per non essere fagliati mai perchè ammettendo il taglio, per un 
interesse o l'altro andrebbero devastati. Ma perchè fosse proficuamente 
utile la loro conservazione occoi'rercbbero due condizioni difficili e quasi 
irrealizzabili fra noi : la sicurezza pubblica e la viabilità senza le quali 
i boschi non servono quasi che per ricetto ai malandrini. 

E a proposito di viabilità aggiungerò che talune strade potrebbero 
essere costruite anche con ottimo esito e opportunità per lo scopo di 
poter ammirare meglio le bellezze della natura. Una delle più belle vie 
ancora in costruzione è quella di Monte Pellegrino che è cosi poetica 
e davvero monumentale. Una via molto pittoresca da costruire sarebbe 
quella dietro il monte Gallo. Ma anche senza dilungarsi troppo dalla 
città nostra , oltremodo attraente sarebbe una via sulla parte esterna 
Il Nat. Sic, Anno XXI— Nuov.i Serie, Voi. I. 34 



- 206 - 

dell* antimurale dalla quale si potrebbe godere della vista di tutto il 
golfo di Palermo. 

Taluni spaccati geologici dovrebbero essere ben conservati per lo 
studio « in situ » della geologia, come pure talune grotte, si per le im- 
portanti reliquie preistoriche che conservano (come per esempio quelle 
deìì'addauru presso Palermo) si per le bellezze delle magnifiche stallat- 
tili e stalagmiti come quella di Carburangeli presso Carini e delle Quattro 
Arie presso Palermo. 

March. Ant. De Gregorio, 



Appunti sulla genesi della grandine 
e sulla formazione dei ehieehi. 



È strano che taluni fenomeni naturali, che pur sono tra i più co- 
muni, non hanno ancora avuto una spiegazione chiara e sicura. Certo 
1 grandi meravigliosi progressi della scienza hanno immensamente ri 
dotto il campo delle incertezze, svelando i segreti più riposti dell'intima 
natura dei corpi. Però pur troppo l'estano tuttavia ancora dei punti 
oscuri. Cosi mentre molti fenomeni che più raramente si verificano e 
che sembravano quasi incomprensibili sono stati completamente spiegati 
e chiariti, altri invece più comuni e quasi ovvi presentano tuttora dei 
dubbi nella loro spiegazione. 

Molte controversie si agitano ancora tra gli scienziati nello indagare 
le cause di taluni fenomeni comuni, come per esempio l'origine della 
grandine , del colore del mare e del cielo , delle folgori globulari del- 
l'aurora boreale, delia sospensione delle nubi, delle eruzioni laviche etc. 

Già io ebbi a riferire nel mio lavoro sulla grandine, letto alla R. Ac- 
cademia delle scienze di Palermo il 18 dicembre 1892 e pubblicato nei 
suoi atti (De Gregorio, Nuovi Annali fisici e meteorologici, p. 75) le opi- 
nioni dei principali autori sulla genesi di tale importante fenomeno me- 
teorologico. Discussi le opinioni di Weyher, Secchi, Hiru, Mohn, Faye 
e molti altri. Dissi come debbasi ricercare la causa della produzione 
della grandine nello incontro di una corrente di aria gelata sotto zero 
con una corrente di aria carica di vapore acqueo e a temperatura su- 



— 267 — 

periore a zero. Dissi che ritenevo tali correnti dovessero più dì frequenti 
essere ascendente quest' ultima e discendente la prima , e che quella 
ascendente dovesse anche raffreddarsi per la dilatazione causata dalla 
minore pressione. Aggiunsi che lo stato vescicolare dell'acqua potrebbe 
anche contribuire in tal fenomeno, come anche il movimento a turbine 
di cui detti una breve descrizione , e anche lo stato di sutfusione del- 
l'acqua sciolta nell'aria. Accennai infine all'ingrossamento dei chicchi di 
grandine prodotto da assorbimento o per meglio dire accomulamento del 
vapore acqueo durante la caduta, la quale idea non è stata da altri an- 
nunziata. Nel detto lavoro accennai anche di volo ai centri di attra- 
zione molecolare che determinano la formazione dei chicchi di grandine. 

A quanto ho esposto nella citata memoria devo aggiungere due os- 
servazioni molto importanti. Oltre della suffusione, per cui l'acqua può 
in certe circostanze mantenersi liquida ad una temperatura sensibilmente 
sotto zero , credo talora debba molto anche influire la sovrasaturazione 
dell' aria per la quale essa può temporaneamente tenere disciolta una 
quantità di vapore acqueo superiore al suo grado di saturazione. Cosi 
avverrebbe un fenomeno analogo a quanto accade nelle regioni tropi- 
cali in cui talora si osserva come un fitto padiglione di umidità nel cielo, 
l'aria appare tranquilla e non punto in movimento; quando ad un tratto 
allo scoppiare di una scarica elettrica succede un rovescio repentino di 
pioggia, quale da noi ben di rado ac"ade. 

Ora colà, atteso la tempei'atura molto elevata dell'ambiente, non 
grandina. Ma se un fenomeno analogo si verifica in paesi della nostra 
zona e se una massa di aria sopnxsa turata viene repentinamente raf- 
freddata e ridotta ad una temperatura abbastanza inferiore a zero, deve 
avvi n;re necessariamente la formazione della grandine. 

Cosi si vede che questa può benissimo trarre origine non solo dal 
rapido movimento dell' aria del quale parlai nella citata memoria , ma 
anche da uno stato calmo di sovrasaturazione seguito da un rapido con- 
gelamento. Sono stato spettatore di forti grandinate in mezzo a potenti 
raffiche di vento, come pure a delle grandinate non meno rimarchevoli 
anzi più copiose , mentre Y aria si mantenea quasi del tutto immobile. 
Poco prima del loro rovesciarsi ho osservato essere la volta del cielo 
cupa, minacciosa gravida di vapore. Quando a un tratto repentinamente 
si è precipitata giù una grandinata violentissima. Evidentemente è stata 
in tal caso prodotta da una corrente gelata dall'alto in basso. 

Devo poi fare delle importanti considerazioni sulle cause determi- 
nanti la forma e il volume dei chicchi della grandine. Io già nel lavoro 



— 268 — 

sopra citato accennai (pag. 79) ai centri di attrazione molecolare che 
determinano la formazione dei chicchi , la quale idea sono io stato ad 
enunziare per il primo. Continuando in questi anni a studiare lo stesso 
soggetto mi sono convinto che è esattissima e merita un maggiore svol- 
gimento. 

Ogni minerale esercita un' azione attrattiva sulle molecole di un 
minerale omogeneo (di uguale composizione). Tale attrazione parmi si 
verifichi pure all' inversa del quadrato della distanza. È questa la ra- 
gione che determina le formazioni dendritiche dei minerali, quella delle 
concrezioni e quella dei rognoni e delle geodi. L'acqua non è punto la 
causa, ma un veicolo che agevola il raggruppamento dei minerali delle 
rocce. I noduli di selce che si trovano interclusi in tante rocce calcaree 
ripetono appunto tale origine. I cloruri attaccano 1' acido silicico e lo 
dissolvono nell'acqua, ma questo poi si deposita e si accantona in dati 
punti singoli , i quali sono determinati da piccole particelle omogenee. 
E un fatto che ho in altre circostanze più volte constatato. Se in una 
soluzione acquea sopra satura di un sale , si lascia cadere una briciola 
del detto sale, la deposizione accade precisamente attorno a quella par- 
ticella , che cosi va ingrossandosi e rapidamente si estende. Tali fatti 
accadono naturalmente con estrema lentezza nell' interno delle rocce. 
Nel caso della grandine si verificano fenomeni simili di affinità mole- 
colare , però con una rapidità vertiginosa : Il liquido si contrae su sé 
stesso raggomitolandosi attorno a qualche minuscola particella prece- 
dentemente ghiacciata e fluttuante nell'aria. 

Un'esperienza ovvia è la seguente : si riscalda una bottiglia di ac- 
qua sciogliendovi in abbondanza un sale, per esempio il solfVito di soda; 
si lascia raffreddare indisturbato in modo che la soluzione si riduca 
sopra satura. Facendovi cadere un pezzettino di cristallo di soda, imme- 
diatamente con grande rapidità cristallizza tutto quanto l'eccesso di sale 
disciolto. Un fenomeno in certo modo analogo deve accadere per la con- 
gelazione del vapore acqueo. 

Questa genesi di grandine sarebbe molto diversa di quella di cui 
sopra feci parola, perchè mentre quella suppone un tempo procelloso e 
delle correnti variamente sguinzagliate , questa invece suppone il con- 
trario cioè un ambiente quasi immobile. Nell'uno e nell'altro caso però 
i chicchi avranno poi un incremento non lieve percorrendo nel cadere 
una zona sovraccarica di umore acqueo. Nell'aria stessa, nel cadere, si 
urtano sì per la maggiore o minore velocità (la quale dipende dalla va- 
ria loro grossezza), si per le varie correnti di vento, e producono quel 



- 26'J - 

rumore caratteristico che ba dato poi occasione a diverse erronee in- 
terpretazioni tra cui quella del sommo Volta. 

È evidente che in tali casi può accadere e accade di fatto 1' urto 
dei chicchi fra loro , però esso non può che pi-odurre del rumore ma 
non la saldatura di un chicco con un altro. L'ingrossamento di essi non 
può derivare che dal congelamento del vapore acqueo che attraversano» 
lo strato del quale può essere abbastanza spesso e può anche essere il 
percorso della caduta allungato anche dall'obliquità prodotta dai vento. 
Questo può anche raggiungere delle velocità tali da mantenere quasi 
orizzontali i chicchi e può anche per l'incontro di una corrente opposta 
produrre nell'aria in alto un movimento a turbine che ritnrdi la caduta 
di essi determinando una temporanea sos[)ensione la quale può anche 
essere coadiuvata da azione elettrica. 

La teoria da me svolta cosi a grandi tratti trova una conferma 
nelle esperienze di recente fatte dell' utilità degli spari grandinifughi, 
infoiano alla quale molto si è discusso e con dispareri e controversie. 
Infatti se supponghiamo un ambiente sovracarico di umidità privo di 

« 

movimento e nel quale si preparino le condizioni più favorevoli alla 
produzione della grandine , il rapido urto di una palla e conseguente- 
mente quello d'una colonna di aria ascendente o lo scoppio di un grosso 
razzo possono determinareuna pioggia benefica che eviti la produzione 
della grandine. Però il lancio di proiettili, quando infuria il vento e la 
procella, è evidente che non può evitare la formazione della grandine 
ed è perfettamente inutile. È per tale ragione io credo che i risultati 
degli spari sono stati spesso contradittori. 

Makch. Aj^tonio De Gregorio. 



Lettera del Prof. Ricco sul bolide del 1911 

Catania, 26 aprile 1911. 

Illustre sig. Marchese, 

Le osservazioni del bolide non potevano riuscire; complete perchè 
il cielo era'generalmente nuvoloso in Sicilia e nell'Italia Meridionale, 
anzi del tutto coperto. Però fortunatamente io ero in condizioni di ve- 
dei' bene il fenomeno attraverso le nubi. 

Alle ore 19.4 del 10 aprile vidi dairOs.servatorio di Catania un forte 



— 270 — 

chiarore bianco come palpitante, il quale illuminò per alcuni secondi le 
nubi che coprivano il cielo e che m'impedirono di vedere completamente 
il fenomeno : il che fu per me una grande contrarietà. Alle 19. 7 udii 
parecchi rimbombi di esplosioni successive simili a un tuono prolungato 
per parecchi secondi, mentre le invetriate tremarono molto vivamente. 
L' intervallo di tre minuti tra la percezione della luce e la percezione del 
suono permette di calcolare la distanza dell'origine del rumore che ri- 
sulta evidentemente intorno a 60 chilometri. 

Nel sismografo Vincentini si ebbe alle 19.7 una notevole registra- 
zione di una scossa verticale e di leggieri movimenti orizzontali. TI ba- 
rometro registratore non indicò alcun aeremoto. Il registratore delle 
scariche elettriche atmosferiche non ne segnò alcuna. Io notai che il 
massimo di luce era a NNE di Catania e circa 30° di altezza sull'oriz- 
zonte. 

L'altezza dello scoppio sul suolo, tenendo conto di questi dati, risulta 
60 Km.Xsen. 30"=:30 Km. La distanza di Catania dal piede della ver- 
ticale dello scoppio 60 Km.Xcos. 30=52 Km. in direzione NNE, che dà 
il paese Forzia di Agro (presso a Taormina) come luogo sottoposto ver- 
ticalmente allo scoppio. 

I dati ed informazioni che ho ricevuto finora concordano in parte, 
altri non contradicono la mia osservazione. Da queste informazioni mi 
risulta pure che la direzione del moto del bolide era circa da NE verso 
SAV, cioè quasi nella direzione della mia visuale : ed infatti io ho visto 
la luce palpitare « in situ » al momento dello scoppio, senza spostarsi 
sensibilmente. 

Si diceva che il bolide fosse caduto a Palagonia ; quantunque lo 
credessi poco probabile, vi andai e vidi che si trattava di una frana nel 
calcare pliocenico, ma non vi era traccia di aerolite. 

Non credo vi sia stato fenomeno elettrico perchè il nostro registra- 
tore, che funzionava bene, non ne ha registrato alcuno. Del resto il bo- 
lide di Madrid all'altezza di 23 Km. produsse una detonazione ancora 
più forte, e fenomeni simili. 

Non ho finito la disamina delle numerose comunicazioni ricevute 
in risposta di una circolare ; ma in generale esse confermano quanto 
ho detto. Si aggiunga che ove era sereno, il bolide è stato visto proprio 
come tale, e percorrere il cielo da un orizzonte all'altro. 

Con distinti ossequi e cordiali saluti 

A. Eie CO 



— 271 



Cattura di un grosso Avoltoio 

Vultut (Gyps) fulvus. 



Il giorno 23 agosto trovandomi in una via di Palermo , vidi una 
frotta di persone che seguivano un contadino che portava un grossis- 
simo uccello. 

Egli lo sosteneva con la mano sinistra per le gambe lasciandolo 
penzolare dietro le spalle mentre con la destra gli tenea fermo il collo 
in giù impedendogli di muoversi e svolazzare e di dare beccate. 

Era di colore giallastro macchiettato e brizzolato di bianco. Il con- 
tadino mi disse che avealo preso vivo il giorno avanti nei pressi di 
Partinico avendolo colpito con un pallino e che desiderava venderlo 
per L. 1.60. Certamente non era una domanda esagerata atteso la rarità 
e la Immensa difficoltà di avere a disposizione un uccello simile vivo 
in buone condizioni. 

A me è parso doversi ascrivere evidentemente al Vultur {Gyps) fid- 
vus Briss., cioè al Grifone [Vuturu sic.) ma non potei esaminarlo che di 
sfuggita. Il contadino mi disse che all' Università non aveano voluto 
acquistarlo e che si recava all'Olivuzza ad offrirlo al comm. Whitaker 
distinto collezionista di uccelli e ornitologo esimio. 

La testa del rapace era come di solito coperta della caratteristica 
calugine bianchiccia. Avendolo preso in mano valutai cosi a occhio e croce 
che non pesasse meno di venticinque chilogrammi. Misurai le ali ; cia- 
scuna avea l'espansione di più di 90 centimetri, sicché a volo spiegato 
dovea occupare due metri o poco più. 

Tanto la giovine balenottera e l'enorme squalo di cui parlai in pre- 
cedenti note che questo grosso uccello avrebbero potuto fare interes- 
sante mostra in un museo. Non si tratta di specie nuove ed è pur vero 
che adesso la embriogenià e la biologia specialmente dei piccoli orga- 
nismi hanno conquistato un posto primario negli studi zoologici , però 
non solo ai profani ma anche agli scienziati non può non arrecare in- 
teresse l'osservare degli esemplari di cosi grandi dimensioni che sono 
ormai alla vigilia di una completa distruzione. 

March. Ant. De Gregorio. 



— 'J72 - 



PROBLEJII GEOLOGICI E FISICO-TERRESTRI 



Sulla formazione delle terrazze. 

L'origine delle terrazze è un argomento già studiato e discusso da 
cento, geologi, ma non per questo abbastanza esaurito. 

In questa breve nota esporrò con la maggiore concisione il risultato 
delle mie osservazioni, frutto di molteplici anni di studio. Io distinguo 
quattro specie di terrazze : piattaforme o terrazze marine, terrazze plu- 
viali per erosione, terrazze pluviali per deposizione, terrazze per denu- 
damento pseudoterrazze. 

Piattaforme o terrazze marine. 

Dove la spiaggia è costituita da una parete più o meno a picco e 
la roccia è abbastanza resistente, non si producono vere terrazze, ma 
il mare con l'impeto delle onde foi'raa degli incavi, delle grotte e delle 
erosioni superficiali che corrispondono un poco al di sopra del livello 
dell' alta marea ; talvolta produce quasi uno strangolamento alle rocce 
(rocce fungiformi). Tali pareti di spiaggia costituiscono quello che i fran- 
cesi dicono « falaises ». Si sogliono citare le grotte di Porto Venere, che 
sono in vero cosi pittoresche, ma esempi più istruttivi e più importanti 
si osservano ovunque in Sicilia, anche presso Piilermo tra Solante e Aspra, 
e tra la spiaggia di Acquasanta e Cinisi. Il calcare secondario battuto 
dalle onde acquista degli aspetti e delle configurazioni meravigliosamente 
interessanti. 

Invece ove la roccia non è cosi compatta e resistente e ove la pa- 
rete non è abbastanza alta e ove il mare non è profondo, si forma lungo 
il littorale una specie di piattaforma prodotta dall'azione demolitrice e 
livellatrice delle onde, e ciò non solo per l'effetto, dirò cosi, meccanico 
dell' urto delle onde; ma anco per l'erosione che producono i ciottoli e 
la sabbia stessa in continuo movimento. In tali luoghi il mare esercita 
r azione di una grande lima sul litorale producendo delle larghe ban- 
chine subacquee che coincidono presso a poco con la linea orizzontale 
segnata dalle maree. Infatti è evidente che quanto più in giù si discende, 
tanto più il mare è tranquillo e ha minore potenza meccanica; la mas- 



— 273 — 

sima potenza coincide con la zona superficiale di esso , lungo la quale 
appunto vengono a formarsi le terrazze. Aggiungo che l'acqua del mare 
esercita anco un' azione dissolvente di molte sostanze minerali ; quindi 
all'azione meccanica si aggiunge anco quella chirai(!a. Tale azione però, 
por quanto potente , non produce che effetti limitati. Avvengono però 
dei rari casi in cui si manifesta maggiormente e dà luogo a grandi sco- 
scendimenti e a delle vere trasgressioni. Tale fenomeno fu descritto dal 
sig. Richthofen in Cina sotto il nome di «abrasione». 

Riguardo a tali fenomeni di abrasione contribuisce una causa che 
è sfuggita al prelodato autore e anche al celebre prof. Neumayr. Gli 
scoscendimenti da loro descritti sono dovuti non solo all'azione demoli- 
trice del mare, ma ben più all'azione delle acque del sottosuolo. Infatti 
avviene che lungo la costa fluiscono sempre delle lame di acqua sot- 
terranee verso il mare. Ora queste, quando traversano delle rocce i cui 
elementi possono più facilmente disciogliersi o anche sgretolarsi, le ren- 
dono cavernose e tendono a farle franare. 

L' altra osservazione che io ho fatto e sulla quale piacemi attirare 
l'attenzione dei geologi, è questa; che l'azione demolitrice del mare è li- 
mitata e ciò per due cause: 1. Le continue incrostazioni specialmente 
di ostriche, serpule, cirripedi etc. che si formano sulle terrazze marine 
e anche nelle « falaise » producono uno strato resistente, sul quale s'im- 
piantano e aderiscono le alghe; 2. La deposizione chimica di sali sciolti 
nelle acque, che si verifica nelle rocce quando emergono nella bassa ma- 
rea. L'acqua in parte si evapora, si concentra e s'interna nei meati delle 
rocce, spogliandosi di vari sali specialmente del carbonate di calce, e 
della selce. Si tratta di lievi frazioni, ma che suppliscono all'azione dis- 
solvente che pure esse acque hanno. Per tale azione la parte delle rocce 
superficiali delle terrazze è più fitta e più resistente di quella delle parti 
più profonde di esse, ed è questa la ragione per cui gli scogli in molti 
luoghi hanno una specie di crosta. 

Queste due ragioni del resto ovvie non sono state, ch'io sappia, no- 
tate da altro geologo. Eppure con esse si spiega la ragione per la quale 
l'azione demolitrice del mare è molto limitata, tanto che accade vedere 
degli scogli battuti violentemente dai flutti resistere e mantenersi per 
secoli e secoli. 

Tali piattaforme, ove le maree non hanno che un limitato effetto, 

come da noi in Sicilia , formano un unico spianamento che per lo più 

è di circa una sessantina di metri. Però ove l'effetto delle maree è molto 

più cospicuo , talché il mare ha dei dislivelli potenti (sino a 25 metri) 

Il JS'at. Sic, Anuo XXI— Nuova Serie, Voi. I. 35 



- 2TI - 

come nella Manica, accade che tali piattaforme non sono uniche ma a 
gradini. Esse in verità non dovrebbero essere in tal guisa ma dovreb- 
bero formare un piano inclinato, però invece si riscontrano a gradinate, 
il che non può dipendere che dalla struttura e stratiiicazione della roc- 
cia, i cui strati debbono presentare diversa resistenza, ovvero dipendere 
dalla media della somma dei tempi di emersione durante la bassa ma- 
rea cioè dalla media delle soste nella regressione del mare durante le 
maree. 

Or se avviene che un litorale s' innalzi gradatamente è evidente 
che la piattaforma si sposterà gradatamente più in giù verso il mare, 
formando un piano inclinato, il che di fatto si verifica in qualche sito. 
In altri luoghi invece la piattaforma retrocede a sbalzi formando dei 
veri gradini. Ciò dipende da questo fatto che il littorale non si eleva 
gradatamente ma con lunghe soste. Ho già di ciò parlato nel mio opu- 
scolo : « Su taluni pozzi del territorio di Palermo e suU' orografìa del 
littorale siciliano». Esempi molto noti e patenti di tali terrazze e gra- 
dini si trovano numerosissimi nelle coste della Scandinavia, la quale si 
è constatato che va emergendo dalle acque. Però in l'iguardo a tale fe- 
nomeno ho fatto in un'altra memoria delle osservazioni piuttosto impor- 
tanti. Certo però in cento regioni della terra sono stati verificati questi 
movimenti littoranei. Uno degli esempi più noti è quello di Morea ove 
per la prima volta fu constatato dal sommo Lyell. 

Terrazze pluviali per erosione. 

Condizione per la formazione di queste è che la roccia sia strati- 
ficata in senso orizzontale o quasi , e che gli strati non sieno tutti di 
sostanza perfettamente omogenea , ma abbiano alternanze di parti più 
meno fitte. Per lo più avviene che queste ultime corrispondano alla 
parte superiore dello strato , cioè alla giuntura di stratificazione. 

Credo utile enumerare quali sono a mio giudizio le ragioni di questa 
alternanza di strati più tenaci e meno resistenti. 

1. La principale ragione dipende dalle vicissitudini delle stagioni 
determinate dalle soste temporanee nella deposizione, dal variare della 
intensità degli agenti meteorologici , dalla varia composizione e varia 
natura del materiale, infine dalle varie circostanze e caratteri della de- 
posizione. 

2. Può accadere che si tratti invece di una grande piattaforma, 
la quale si sia formata con successivi intervalli sprofondando. Infatti 



— 275 — 

se supponghiamo una larga zona, per esempio di calcare detritico, che 
affiori al livello delle maree, sarà la parte superficiale di essa resa più 
fitta per la spatizazione del carbonato calcare e per le cause sopra ac- 
cennate. Ora parrebbe che il litorale dovesse subire dei movimenti u- 
guali e continui. luvece si è constatato che tali movimenti, sebbene con- 
tinui, in talune epoche si accentuano molto più marcatamente e in tal 
altra avvengono delle soste , onde la formazione di zone alternanti. In 
tal guisa una roccia, che si va formando contemporaneamente allo spro- 
fondamento del litorale, sarà composta di strati alternanti. 

3. Le due precedenti cause riguardano delle roccie formantisi 
lungo litorali che si sprofondano. Ma io ho osservato che lo stesso fatto 
può avvenire per le rocce che emergono. Supponghiamo che un litorale 
formato di roccia omogenea si sollevi. Ciò avviene ordinariamente pure 
in modo continuo ma con delle soste Ho osservato che eseguendo dei 
pozzi e degli scandagli nelle rocce emerse dal litorale, discendendo ad 
un livello uguale o poco superiore a quello del mare si trova lo stato 
acqueo che ordinariamente si suol chiamare « acqua di centro», mentre 
volgarmente si chiamano « acque di cinta » quelle che si trovano ca- 
sualmente al di sopra e che sostituiscono le vene idriche consuete. 
Questo fatto lo ho largamente verificato nel calcare postpliocenico della 
valle di Palermo , di Carini etc. anche a rimarchevole distanza dalla 
spiaggia. 

Bisogna adesso studiare 1' azione di tale acqua circolante nelle vi- 
scere della roccia. Esaminando il materiale estratto dai pozzi durante 
la perforazione si osserva che nella parte corrispondente alle vene idri- 
che e più ancora alla parte appena superiore o superficiale dell' acqua 
di centro, cioè nella zona ove essa fluisce, la roccia si trova molto erosa, 
cosparsa di canalicoli, di piccole cavernosità, in taluni siti sgretolata, in 
altri affatto sabbiosa. Invece nella parte un po' sottostante e corrispon- 
dente proprio all'acqua di centro o poco sotto si osservano degli strate- 
relli fitti e tenaci nei quali il calcare contiene maggior quantità di selce. 
Questi fatti paiono discordanti, ma non lo sono. Infatti l'acqua corrente 
discioghe con diversa intensità parte dei minerali costituenti la roccia 
e li trasporta via rendendola friabile e cavernosa; al contrario poi nelle 
epoche dell'anno in cui le acque circolano meno e ristagnano, nella roccia 
ove non hanno scolo, evaporandosi depongono parte dei minerali di cui 
sono impregnati. 

Ora se avviene che il litorale si sollevi, anche la zona idrica della 
roccia si abbasserà e cosi la struttura della roccia non sarà più omo- 



- 27G — 

genea ma si formeranno degli strati interclusi di varia struttura e den- 
sità. Credo che sia stato io il primo fra i geologi ad osservare tale ge- 
nere di stratificazione. 

4. Un'allra causa che si può anche comprendere nella serie stessa 
dei fenomeni esaminati precedentemente sta nel noto fenomeno che pre- 
senta l'acqua carica di anidride carbonica. L'acqua pluviale, ricca di que- 
sto gas, scioglie il carbonato di calce trasformandolo in bicarbonato, nel 
traversare i primi strati di roccia, e poi lo va deponendo in giù in strati 
spatizzati nella stessa roccia. 

5. Un'ultima causa infine che può determinare l'alternanza della 
stratificazione è questa, che le piccole ineguaglianze della primitiva de- 
posizione della roccia siano accresciute col volger dei secoli per lente 
successive concrezioni. È noto infatti come le sostanze minerali tendano 
a raggrupparsi e a ravvicinarsi tra loro omogenicamente. È cosi che sia 
per lentissime soluzioni sia anche per « micromotus » i lievi spessimenti 
orizzontali si vanno cambiando gradatamente in vere stratificazioni. 

Queste sono a parer mio le cause per cui una roccia può presen- 
tare delle stratificazioni orizzontali di varia densità e tenacità; condi- 
zioni che reputo necessarie alla formazione delle terrazze di cui mi trat- 
tengo in questo paragrafo. 

La regione di Sicilia ove le terrazze più abbondano è quella inter- 
posta tra capo Pachino (ossia Passero) , Noto e Modica. Le montagne 
sono tutte stratificate orizzontalmente con numerosissimi ripiani a gra- 
dinate che si corrispondono vicendevolmente di prospetto alle vallate 
onde sono separate. Lyell ne parla diffusamente negli elementi di Geo- 
logia, ma non ne dà una convincente spiegazione. Io stimo che non si 
tratti punto di piattaforme littoranee ma di vere terrazze di erosione. 
Ecco come deve essere avvenuta l'erosione. 

M M 



E 


D' 


C 


B' 


A 


B' 


C 


D' 


E 




E 


D" 


C" 


B" 


C" 


D" 


E 








E 


D'" 


C" 


D'" 


E 












E 


D"" 


E 
















E 











Supponghiamo che un fiume si scavi un letto in A. Dopo un lasso 
di tempo esso si sprofonderà e si scaverà il corso B". Ciò può dipen- 



— 27t - 

dere o da erosione semplice per il corso stesso delle acque , o per na- 
turale tendenza dei fiumi a penetrare più in giù , o per 1' escavazione 
prodotta dalle acque sovrabbondanti , o in parte anche per azione chi- 
mica; può avvenire anche per questo : che sollevandosi alquanto la parte 
centrale del paese e aumentando la pendenza del terreno, le acque ac- 
quistano maggior velocità e forza erosiva. Ma queste non si limiteranno 
punto a scavarsi il letto B", avvei'rà allora che una parte del terreno 
laterale verrà a franare a scoscendersi precisamente le parti B' e B' si 
scoscenderanno a perpendicolo perchè la parte dello strato superficiale 
è (come ho detto di sopra) la più resistente e forma per così dire di 
tetto alla formazione; d'altra parte l'acqua pluviale che cadrà nella su- 
perficie M M e che sarà assorbita dalla roccia formerà delle vene idri- 
che, le quali procederanno orizzontalmente o seguendo le giunture di 
stratificazione o poco discosto e sboccheranno nel fondo di A, corrodendo 
l'interno della rocca B' B'. Cosi si formerà la gradinata in C C' C". 
Per un processo analogo si formerà la gradinata e le rispettive terrazze 
in D' D" D'", poi in E, cosi via via. 

Dissi di sopra che una delle ragioni per cui 'l'acqua tende a sca- 
vare un letto più profondo dipende sovente dall' acquistare essa una 
maggiore forza erosiva per la velocità del deflusso, il che può dipendere 
da sollevamento della terra non uniforme ma accentuantesi nell'interno 
della regione, sicché aumenti la pendenza. Ma vi è un'altra ragione più 
comune e che si verifica sovente. Le cxcque dei fiumi, quando scorrono 
sopra una roccia resistente ma abbastanza permeabile , tendono a for- 
mare delle vene idriche sottostanti ad essi , le quali vene idriche tor- 
mentando e disciogliendo la roccia sottostante si vanno facendo col corso 
dei secoli sempre più notevoli , mentre invece i fiumi alla loro volta 
vanno diminuendo d'importanza e finiscono quasi per disseccarsi. Con- 
tinuando il lavorio sotterraneo delle acque si finisce, poi per formarsi 
un vuoto , che dà luogo a scoscendimenti e va a ripristinarsi 1' antico 
fiume sotto varie proporzioni. 

È questa una delle ragioni per cui il nostro fiume Greto ora è ri- 
dotto assolutamente insignificante mentre il suo sottosuolo è ricchissimo 
di copiose vene idriche che sboccano in mare. Nei pressi di Messina nei 
greti dei torrenti (Fiumare) perfettamente secchi, facendo degli scavi, si 
sono scoperte copiosi deflussi di acqua che si sono recentemente utiliz- 
zati. Lo stesso è accaduto presso Carcaci in provincia di Catania. Nelle 
vicinanze di Paleimo nella valle del Paradiso al di là di Boccadifalco 
scorre un rigagnolo, ftxtti degli scavi, si è ora edotto un bel volume di 
acqua per Palermo. 



— 278 — 

Terrazze fluviali per deposizione. 

Sono queste meno comuni di quelle per erosione ed hanno carat- 
teri ben diversi, esse sono state piuttosto trasandate forse perchè hanno 
un'importanza più limitata e quasi locale. I fiumi e i torrenti nelle grandi 
piene sortendo dai loro alvei trasportano con .sé molto materiale non 
solo in soluzione ma più ancora in sospensione. Ove il terreno è declive 
e ove l'acqua ha un facile flusso non si può verificare alcun fenomeno 
di terrazzamento. Però accade talvolta che le acque rompendo gli ar- 
gini naturali laterali o sorpassandoli , allagano le regioni laterali limi- 
trofe, nei luoghi ove non trovano in giù un facile sbocco tendono, se non 
a ristagnare, o per lo meno a rallentare considerevolmente il loro corso. 
Ora sia per l'evaporazione sia pure per la mancanza di velocità e quindi 
per la minore forza di trasporto , il materiale che tengono sia in solu- 
zione sia in sospensione viene gradatamente depositato. Quindi cosi ver- 
ranno a formarsi lateralmente al fiume da un lato e l'altro due piatta- 
forme di deposizione , che possono risultare di concomerati , di breccia, 
di fango e anche di argilla. Il vario alternarsi delle stagioni e le varie 
vicissitudini come anche la demolizione naturale della diga di sbarra- 
mento delle acque possono distruggere il lavoro di terrazzamento for- 
mato, tanto più se il materiale deposto resta a lungo allo stato fram- 
mentario senza coesione. Però se avviene che le acque siano minera- 
lizzate e formino coesione e se gii intervalli di tali grandi piene siano 
per lunghissimi anni , possono formarsi delle vere sedimentazioni roc 
dose. Deve anche tenersi conto che durante il postpliocene e quater- 
nario , il livello di molte delle nostre regioni subiva delle importanti 
modificazioni alternative di sollevamento o di abbassamento , il che 
dovea naturalmente far diminuire o accrescere la potenza dei fiumi non 
solo ma anche arrestarne o aumentarne il corso. D' altro canto anche 
la temperatura ebbe delle forti oscillazioni; l'epoca glaciale ebbe diverse 
interruzioni e regressi e anche fu, come pare da molti indizi, interrotta 
da temporaneo elevamento di temperatura, che produsse il rapido disgelo 
e l'ingrossamento di torrenti e di fiumi. Cosi avvenne che si formarono 
lungo molti dei corsi dei fiumi e dei torrenti dei depositi terrazzati di 
conglomerati, di sabbie, di argille. 

Ho fatto cenno del postpliocene , perchè è il periodo più recente 
e che ha lasciato maggiori tracce , ma se risalghiamo anteriormente, 
troveremo dei fenomeni molto analoghi , se non che è più difficile che 



— 279 — 

le rocce si trovino con stratificazioni così facili a ricostruirsi genetica- 
mente, perchè la terra è stata tormentata da cosi lunga serie di modi- 
ficazioni che per conoscere la genesi di ciò che accadde in tempi re- 
moti , giova sovente limitarsi all' esame di ciò che è più presso a noi. 
Devo però aggiungere che lo sprofondamento dello stesso letto di un 
fiume può dar luogo a terrazze a gradini. Infatti abbassandosi 1' alveo 
e liberandosi il corso delle acque, di impedimenti , gli allagamenti e 
quindi le deposizioni avranno minore ampiezza e minore elevazione, il 
che può essere anche determinato dal sollevamento della regione. Di 
terrazze naturali a gradini si hanno esempi presso molti grandi fiumi. 
Il Reno ha lasciato dei depositi quasi a 300 metri di altezza ; 1' Elba a 
più di 100 metri. Il nostro minuscolo fiume Oreto ce ne offre un esem- 
pio. Ma non voglio più oltre dilungarmi, perchè quanto ho accennato è 
sufficiente per darci un'idea dell'importante fenomeno di terrazzamento 
per depositi fiuviali. 

Terrazze per denudamento. 

Mi è accaduto sulle Alpi e anche su qualche montagna di Sicilia 
incontrare un altipiano che ha l'aspetto assolutamente di una vera ter- 
l'azza e che sovente finisce con qualche lato a picco. Si tratta di rocce 
secondarie o primarie abbastanza tenaci , che non mostrano segno di 
stratificazione ovvero che sono orizzontalmente stratificate. Non sono 
queste vere terrazze nel senso che loro rigorosamente si dà , ma ripe- 
tono una varia origine. Non è cosa agevole ricostituire la loro genesi. 
Tanti e tanti perturbamenti sono successi nel volgere delle miriadi di 
secoli e così potentemente è stata tormentata la crosta terrestre. Talune 
di queste terrazze, ove la stratificazione si mostra orizzontale, parreb- 
bero il prodotto di una indisturbata deposizione marina ; però bisogna 
andare adagio nelle ipotesi perchè l'esame accurato paleontologico degli 
strati può dare delle sorprese né è financo a escludere un capovolgi- 
mento degli strati. Nelle terrazze ove non si vede traccia di stratifica- 
zione , più difficile ancora congetturarne la causa. Qualche rara volta 
mi è accaduto financo di dovere pensare a una faglia raddrizzata oriz- 
zontalmente e quindi ad una superficie di scivolamento ripiegata su sé 
stessa. Talvolta si trovano invece tracce di fenomeni glaciali. Però in 
tutti quasi tutti i casi di simili terrazze (cioè di spianamenti di rocce 
antichissime su altipiani) bisogna pensare che causa ultima della forma- 
zione di esse è stato un forte denudamento. Evidentemente doveano esse 



— 280 — 

essere ricoperte di formazioni rocciose meno tenaci, più facili alla cor- 
rosione, allo sgretolamento, al disfacimento. Evidentemente fu per le 
intemperie e la furia e l'azione demolitrice degli elementi attraverso le 
epoche geologiche e specialmente per l'azione degli alluvioni che venne 
gradatamente completamente smantellata tutta la roccia che le copriva 
e rimase a nudo la roccia che formava per cosi dire !'« ossatura» della 
montagna. Anzi tale roccia ebbe quindi a subire una specie di pialla- 
tura dalla erosione dalle acque e dal materiale trasportato di queste. 
Anche sugli altipiani delle nostre Madonie mi è accaduto di osservare 
fenomeni simili. Delle rocce disfatte eoceniche rimangono lembi nelle 
forre, nelle insanature, nelle alte vallate, mentre le rocce secondarie co- 
ralligene emergenti degli altipiani si mostrano nude e rase orizzontal- 
mente formando delle pittoresche terrazze alpestri. 

Sulla Gauss dello sprofondamento dell'aequa del mare 
ad flrgostoli e a J^ixime. 

Nell'isola di Cefalonia, nell'arcipelago greco, e precisamente ad Ar- 
gostoli avviene un fenomeno importantissimo, che ha attirato l'attenzione 
degli scienziati , ma che non è stato sufficientemente studiato come lo 
meriterebbe. L'acqua del mare si riversa in una fenditura o per meglio 
dire in un forame in grande copia e sparisce nelle viscere della terra. 
Si calcola che la quantità è di 675 litri per secondo, cioè 58300 metri 
■cubi giornalmente. Tale corrente fu utilizzata verso il 1835 da Stevens 
che vi impostò una ruota da mulino. Un altro mulino vi fu costruito 
nel 1859 (Molini di mare). Né ciò accade solo in Cefalonia. Secondo 
Knebel (Hohlenkunde, p. 110) al sud di Alazia nell'Istria, il pozzo del 
Diavolo inghiotte circa 1000 litri il secondo, cioè 86400 metri cubi in 
un giorno. Altri fenomeni analoghi furono osservati da Fouqué a Milo. 
Plinio e Strabene descrivono lo stesso fenomeno parlando di Arad (co- 
sta della Fenicia). I canali per i quali l'acqua s' introduce in Argostoli 
nella terra ferma furono sprofondati e slargati, sicché l'acqua, che per 
essi passa e si precipita nei forami, aumentò di quantità. Secondo il cal- 
colo di sopra risulterebbe poco più di 21 milioni di metri cubi all'anno; 
ma vi ha chi calcola 200 milioni di metri cubi all'anno. 

Molte spiegazioni si son date di questo stranissimo fenomeno , ma 
nessuna convincente. Taluni credono che 1' acqua inghiottita discenda 
nella profondità della terra e che si disperda in reazioni chimiche di- 



— 281 — 

pendenti dal vulcanismo. Questa ipotesi è assolutamente insostenibile, 
perchè evidentemente non potrebbe ciò accadere senza alcuna riper- 
cossa di fenomeni all'esterno. Altri opinano che l'acqua penetri profon- 
damente nel sottosuolo e variamente si ramifichi , rimontando poi a 
grande distanza in forma di sorgenti termali. 

Questa spiegazione è meno assurda, ma ha una possibilità troppo 
lontana per poter essere ammessa , tanto più che non vi sono in vici- 
nanza sorgenti termali di cosi cospicua entità. Altri opinano che nel 
sottosuolo dell'isola esista un lago sotterraneo soggetto a continuata 
evapoi-azione a causa dell'alta temperatura e che 1' acqua di mare che 
vi si riversa sopperisca a tali perdite. Ma per verità non è focile a con- 
cepire una vaporizzazione cosi grande. 

La spiegazione data da Wiebel ed accettata da molti geologi tra 
cui da Neumayr è questa : che nel sottosuolo dell'isola scorra una grande 
corrente di acqua e si riversi nel fondo del mare aspirando col suo mo- 
vimento e col vuoto che produce l'acqua del mare della superficie. Tale 
ipotesi può essere in parte attendibile; però non è verosimile che esista 
una corrente nel sottosuolo di cosi grande portata da poter determinare 
l'aspirazione di un volume cosi considerevole di acqua. 

Nessuna delle citate spiegazioni parmi esauriente. Dava esistere uu 
profondo forame cavernoso il quale abbia uno sbocco non eccessivamente 
lontano ma non prossimo alla entrata e che esso debba avere uno sfogo 
non nelle grandi profondità del mare ma in una profondità media non 
molto distante dalla linea dell' equitemperatura e al di sopra di essa. 
Il meccanismo di tale corrente dipende esclusivamente dalle note leggi 
fisiche dell'equilibrio dei liquidi rapporto alla densità. 

È noto che nel mare discendendo ad una profondità (che dipende 
da varie cause e principalmente dalla latitudine) si arriva ad una data 
zona in cui la temperatura è uniforme tanto in inverno che in està, 
fatto analogo a quello che si verifica nell' interno del sottosuolo terre- 
stre; però tale zona nel mare è ad un'altezza differente, perchè l'acqua 
assorbe e trattiene il calorico più della terra , sicché tale zona è ben 
più profonda che sulla terra. Al di sotto di tale zona la temperatura 
va abbassandosi gradatamente. Al di sopra di tale zona la temperatura 
oscilla perchè in està la parte superficiale assorbe il calore tramandan- 
dolo in giù, mentre in inverno perdendolo lo assorbe dagli strati infe 
rieri. Or siccome l'acqua calda è più leggiera e tende a risalire in su, 
cosi vi sono delle correnti ascendenti e discendenti. Però contempora- 
neamente avviene un altro fenomeno ancor più importante : L' acqua 
Il Nat. Sic, Anno XXI— Nuova Serie, Voi. I. 30 



- 282 - 

superficiale si evapora ed evaporandosi si raffredda maggiormente dello 
strato immediatamente inferiore ed è per ciò che la parte superficiale 
dell' acqua del mare, che dovrebbe anche in està essere più calda del- 
l' inferiore , invece si fa alquanto più fredda. Si aggiunge ancora che 
evaporandosi diventa più salsa. Quindi tanto per 1' una causa che per 
l'altra si fa alquanto più densa e per la legge di equilibrio tende quindi 
a ridiscendere in giù. 

Ora se noi supponghiamo uno strato di acqua di una spiaggia non 
molta profonda, tale acqua si per la maggiore salsedine, si per la tem 
peratura un po' più fredda tende a ritornare in giù. Se in tale spiaggia 
esista un forame profondo verticale che al di sotto (per un cunicolo 
orizzontale o piuttosto per varie diramazioni) immetta in uno strato di 
acqua del mare ove la temperatura sia più elevata e la salsedine mi- 
nore, avverrà che per esso forame si stabilirà una corrente discendente. 
Intanto altre due cause concorreranno ad accrescere tale fenomeno. In- 
fatti, come ho detto di sopra, superiormente alla zona di equitempera- 
tura media , il mare è ad una temperatura più alta , cosi l' acqua del 
mare che discende attraverso il forame sarà rinfrescata dalle vene idri- 
che superficiali circolanti nella roccia e aventi uscita nella stessa cavità; 
onde aumenteià di densità. Questo fatto si può anche constatare, infatti 
si osserva attraverso i crepacci che affluisce dell'acqua dalla parte op- 
posta del mare. Ora il raffreddamento prodotto da tale corrente di acqua 
può avere anche una rimarchevole influenza sull'aumento di densità e 
quindi sul movimento discendente. Istituitosi il corso di una corrente 
siffattamente, deve per necessità continuare di continuo a fluire anzi pro- 
porzionatamente a tali cause concorrenti. In tal modo mi pare si possa 
dare una accettabile spiegazione dei fenomeni di Argostoli e di Fiume. 

La genesi poi di tali forami fa rammentare quella delle profonde 
buche che si riscontrano talora negli altipiani dei monti e precisamente 
nei siti , ove sono sbarramenti di rocce determinanti la formazione di 
piccole valli sugli altipiani o conche alpine, come nelle nostre Madonie, 
sulle quali si trovano dei profondissimi forami , nei quali si precipita 
l'acqua pluviale confluendovi dalle pai'ti declivi circonvicine. La sorgente 
di Scillato che trovasi sul versante occidentale delle Madonie deve es- 
sere certo alimentata dall' acqua ammagazzinata nel cuore dei monti 
proveniente dalle alture. 

Ora non è assurdo pensare che per lenti sprofondamenti possano 
anche delle rocce analogamente forate sprofondarsi sino al livello del 
mare e che quindi possano di seguito dar luogo al meccanismo sopra 



- 283 — 

accennato. Ma del resto senza ricorrere a tale ipotesi lontana, la caver- 
nosità della roccia può avere una piana spieg'ai^ione nel flusso di acque 
fredde , forse mineralizzate e contenenti acido carbonico , il quale scio- 
gliendo il carbonato calcareo (trasformandolo in bicarbonato), determini 
la corrosione delia roccia e renda le acque quindi più pesanti; onde per 
le note leggi di equilibrio idrostatico saranno esse spinte in giù a riu- 
nirsi al mare in una zona inferiore. 

Presso iVIessina è noto che esiste un vortice (Garofalo) su cui tanto 
si è scritto fino da tempi remoti. Sono note le antiche leggende di Scilla 
e Cariddi. Gli antichi credevano che l'acqua si sprofondasse nelle viscere 
della terra. Le osservazioni moderne dimostrarono che invece non si 
tratta che di una specie di turbine prodotto dallo incontro delle cor- 
renti, determinate per lo più dalle maree e da altre cause. Con ragione 
si ritenne assurda la spiegazione data dagli antichi, però molti eccedono 
nel porre in ridicolo un'ipotesi che ammettea la possibilità di uno spro- 
fondamento dell'acqua nelle viscere della terra. Infatti quanto abbiamo 
osservato di sopra ci fa pensare che se (come causa del vortice) è inve- 
rosimile e inaccettabile l' ipotesi degli antichi , che è smentita dalle os- 
servazioni, non si può però escludere la possibilità (sia pur lontana) che 
esistano altresì dei forami nei quali possa istradarsi l'acqua per poi an- 
dare a sboccare in siti più profondi dello stesso mare Mediterraneo, il 
che è stato da molti ritenuto assolutamente impossibile. 

Trasgressione e regressione del mare nel Canada 
e nella Scandinavia. 

È noto che dei lenti movimenti di sollevamento e di sprofondamento 
accadono ovunque, nei continenti e nelle isole. Possiamo noi osservarli 
agevolmente con un esame anche fuggitivo in qualsiasi regione littora- 
nea. Essi però non sono punto né ovunque della stessa intensità, né punto 
concordi. Talune regioni sono quasi stabili e non subiscono che dei mo- 
vimenti che sfuggono al controllo. Altre invece risentono relativamente 
notevoli movimenti che qualche volta pare subiscano delle oscillazioni 
in vario senso. Avviene poi che mentre talune regioni si sollevano, al- 
tre si sprofondano e ciò non in siti opposti o molto discosti, ma anche 
in uno stesso paese. Si é osservato, per esempio, che mentre in un paese 
la costa a nord s' innalza , quella a sud si sprofonda. Si tratta sempre 
di movimenti estremamente tenui e lenti per osservare i quali occorre 
grande cura , esattezza e precisione. Non m' intratterrò in questa mia 



— 284 - 

nota delle cause determinanti i singoli movimenti delle varie regioni 
della terra, né enumererò le oscillazioni delle varie regioni. Però mi fer- 
merò solo un pochino sopra un singolo fatto d'indole generale. Mentre 
tali movimenti sono affatto parziali e sovente opposti, nell'epoca glaciale 
e principalmente verso la fine di essa accadde un fenomeno di vasta 
portata , alludo alla trasgressione e successiva regressione del mare nel 
Canada e nella Scandinavia. Infatti quantunque naturalmente ci siano 
qua e là dei fatti locali anche contradittori e opposti , esaminando le 
vaste regioni nordiche è facile convincersi che esse subirono un gene- 
rale sollevamento: La Nuova Zelanda, lo Spitzeberg , la Scozia, il Ca- 
nada, lo Scandinavia, l'alta Siberia sono tuttora in continuo lentissimo 
momento di sollevamento. Lungo la cinta httoranea della Scandinavia 
si osservano in fine del periodo glaciale dei depositi di argilla con 
Yoldia arctìca che salgono a 270 metri nel livello del mare. Nel Canada 
si è riscontrato un fatto identico, si sono stati trovati dei depositi coevi 
con la stessa specie, detti dagli americani « Champlain ». Io ritengo che 
tali depositi corrispondano all' invasione dell' Hippopotamus Pentlandi ed 
Elephas antiquus in Sicilia e a quelli a Strombus sferracavallensis , cioè 
al periodo immediatamente posteriore al frigidiano tipo. Vi sono molti 
altri sicuri indizi di recente sollevamento della regione finnoscandinavia, 
per citarne uno conosciuto ricorderò che 1' Ocuìina prolifera (polipaio 
che vive attualmente nelle coste scandinave ad una profondità variante 
tra 150 e 300 braccia) si è trovata subfossile nei fiord di Cristiania in 
banchi a soli 15 braccia di profondità. Posteriormente a tale rialzo di 
temperatura accadde di nuovo una regressione al Nord. 

Non è facile dare una spiegazione di questo fenomeno grandioso il 
quale, se si connette come tutti gli altri fatti analoghi al corrugamento 
e al lento raffreddamento della terra, ha però un'impronta speciale di- 
pendente dalla sua ampiezza. 

Certamente è molto fallace 1' antico motto « cum hoc ergo propter 
hoc» però siccome tale fenomeno seguì l'ultima epoca glaciale e fu ve 
rosimilmente contemporaneo allo scioglimento dei ghiacciai durante il 
quale (come è attestato dalle specie sopramentovate) dovette accadere 
un forte e subitaneo rialzo di temperatura, viene subito in mente il so- 
spetto che possa avervi influito la immensa calotta di ghiaccio che venne 
a liquefarsi. È superfluo ricordare quale immensa estensione e quale 
grande spessore aveano assunto i ghiacciai durante il frigidiano. Du- 
rante il periodo freddo si andai-ono accumulando al settentrione delle 
immense montagne di ghiaccio. Non solo tutta la regione polare ma 



— 285 — 

tutta l'estensione dell'America, dell'Asia e dell'Europa rimasero coverte 
da un enorme spessore, come anche le stesse regioni del mare nordico 
che era ghiacciato rimasero sepolte sotto un grosso strato di ghiaccio. 
Ora per il noto principio di idrostasia (veli teorie orogeniche) dovettero 
tali regioni premere alquanto sul magma interno il quale dovette a sua 
volta tendere a fare sollevare le depressioni oceaniche. Si aggiunga clie 
iniziatosi il periodo caldo e perdurando i ghiacci dovettero necessaria- 
mente accadere enormi precipitazioni nelle regioni nordiche e quindi 
accomularaeuto di altri ghiacci. Però continuando ad elevarsi la tempe- 
ratura avvenne gradatamente il disgelo e le acque ritornarono ad es- 
sere libere. Però nelle regioni che si trovarono alquanto schiacciate, av- 
venne naturalmente una trasgressione e fu allora jippunto che si verifica- 
rono i depositi di Yoldia arctica. Cessata l'immensa piessione dei ghiacci, 
si andò lentamente ristabilendo 1' equilibrio, la regione nordica lenta- 
mente andò di nuovo sollevandosi e si verificò quindi una regressione. 
Forse è esagerato attribuire come causa di tale fenomeno il principio 
di idrostasia, ma però d'altro canto parmi che ammettendo la plasticità 
del magma, non si può disconoscere che una certa influenza non debba 
esso avere avuto ed è una esagerazione il volere limitare la causa del 
corrugamento terrestre al progressivo raffreddamento e progressiva con- 
trazione. 

Un'altra causa del sollevamento nordico deve ricercarsi nella dila- 
tazione progrediente della litosfera nelle depressioni oceaniche di cui ho 
fatto cenno in altro mio lavoro. Tale azione tende evidentemente a pro- 
durre una compressione nel magma il quale tenderà a sollevarsi al- 
quanto nelle regioni nordiche. 

Vi ha qualche geologo, tra cui l' insigne Sues che sospetta che sia 
avvenuto un temporaneo leggero rallentamento della velocità della terra. 
Diminuendo la forza centrifuga avrebbe dovuto naturalmente il mare 
sollevarsi nelle regioni polari. Però tale ipotesi sembra inverosimile né 
del resto ciò è stato constatato , anzi si hanno le prove della sostanza 
del momento della terra. Del resto se fosse accaduto un simile feno- 
meno, le conseguenze avrebbero dovuto essere analoghe in tutto il mondo, 
il che è contrario ai fatti. 

Ma voglio fare cenno anche di un'altra causa della quale dai geo- 
logi non si tiene conto. Alludo alla forza di gravità, 

Dagli studi recentissimi sulla misura di gravità relativa nella su- 
perficie terrestre si è trovato che essa non è punto la stessa in tutte le 
zone della terra. Si tratta naturalmente di minime difierenze, ma però 



- 28C — 

queste esistono. Per esempio nella nostra Sicilia, in Caltanissetta si è 
constatata la maggiore deficienza di gravità, all'Etna la maggiore inten- 
sità. Ciò dipende evidentemente dalla quantità di massa accentrata nel 
sottosuolo. Ora importantissimo sarà di studiare e constatare se in uno 
stesso luogo a lunghi periodi accada una modificazione nella gravità. 

È probabile che ciò avvenga e che non solo sia una delle cause 
determinanti delle oscillazioni nelle terre, ma anche possa influire sen- 
sibilmente sul livello dei mari. Ormai è noto come il meridiano magne- 
tico si sposti gradatamente e subisca un' oscillazione , né le ragioni di 
ciò ci sono palesi, non è improbabile che anche l'asse di rotazione della 
terra subisca delle regolari lente oscillazioni. Or si può anche concepire 
una modificazione locale nelle parti fluide interne della terra, dipendente 
da azioni chimiche e fisiche e anche cosmiche che ci sfuggono. Tale 
variare di densità produrrebbe una lentissima marea o per meglio dire 
un variare di pressione idrostatica sulla litosfera, il quale fenomeno de- 
terminerà delle oscillazioni nei continenti indipendenti da quelli della 
naturale contrazione prodotta dal raffreddamento graduale della terra. 
Una modificazione per quanto lieve nella intensità della gravità, deve 
pure necessariamente produrre una oscillazione nel livello dei mari, spe- 
cialmente nelle regioni ove la litosfera è più solida e resistente. In ta 
caso lo spostamento superficiale del livello marino potrà contrabilanciare 
col variare della densità interna e quindi con la intensità di gravità el 
potrà ristabilire l'equilibrio. Questa osservazione mi pare molto impor- 
tante. Io non intendo contraddire 1' opinione generale dei geologi che 
spiegano le regressioni e trasgressioni marine con dei lenti movimenti 
simultanei di sollevamento o di abbassamento della terra ferma. Io credo 
però utile osservare che non è punto assurdo pensare che il livello dei 
mari possa aver variato e variare semplicemente anche per cause en- 
dogene. 

Non bisogna attribuire alla variazione del livello del mare la causa 
della trasgressione e della regressione , è però gratuita 1' asserzione di 
quei geologi che lo ritengono assolutamente costante. Esso infatti può 
variare non solo per i fenomeni di sopra accennati , ma anche per lo 
sprofondamento delle vaste zone della litosfera che formano le grandi 
depressioni oceaniche. 

La superficie della regione del Pacifico che si va abbassando sì 
calcola cinquantamila miglia quadrate. I famosi atolls ce ne offrono una 
prova. Basta ricordare i dotti lavori di Darwin e di Dana su tale ar- 
gomento. (Darwin, Struct. distr. coral reefs. — Dana, Corals and coral 



- '287 - 

islands). Le relazioni intime di faune e di flore tra isole cosi lontane 
come il Madagascar, le Maldive, Cejian sarebbero uno effetto della som- 
mersione lenta del continente che le univa. È uopo però dire che la 
teoria di Darwin e di Dana è stata combattuta da Murray (Struct. and 
origin of coral reefs) il quale spiega la formazione degli atolls non con 
uno sprofondamento del suolo ma esclusivamente con un processo oriz- 
zontale dei coralli e con l' accumulamento dei detriti organici. Forse 
r una e 1' altra causa vi hanno influito, e vi sono delle esagerazioni di 
una parte e l'altra, ma quasi tutti i più insigni geologi convengono nello 
ammettere uno sprofondamento graduale nel Pacifico. Del resto di e- 
sempi di sprofondamenti del mare ne abbiamo gran numero tra cui 
(per citarne uno) quello del mare tra la Sicilia e l'Africa. 

Come ho detto altrove ho molte ragioni per pensare che per lo 
stesso luogo la gravità non sia del tutto costante e che ciò sia una 
delle cause dell'oscillazione del suolo e che appunto per essa il livello 
attuale del mare non debba essere rigorosamente sferico ma ondulato. 
Occorrono delle esperienze delicate e lunghissime che possono essere 
molto istruttive se fatte con scrupolosa serietà e ripetute nello stesso 
luogo a lunghi intervalli. Io credo infine che le visuali tra punti trigo- 
nometrici molto discosti, controllate dopo lunga serie di anni, come pure 
la misura di elevazione di alti monti riverificata a lungo intervallo di 
tempo, possono fornire utili indizi di fenomeni locali di oscillazioni. 

Maroh. Antonio De Gregorio. 



-^,. e 9 *^ ^ — ~- 



- 288 — 



Ij' •u.l-tra.iaa.ioroscoiJio. 

In molte riviste scientifiche si parla della nuova scoperta che rende 
possibile discernere dei corpuscoli che sfuggivano ai più potenti micro- 
scopi.t Non si tratta per verità di una scoperta, ma di un nuovo sistema 
di applicazione della luce nell' illuminare gli oggetti infinitamente pic- 
coli. Infatti è noto che gli oggetti che abbiano un diametro minore di 
due diecimillesimi di millimetro non possono essere veduti, essendo l'am- 
piezza dell'onda della luce violetta di quattro diecimillesimi di millime- 
tro. Però quando si tratti di oggetti anche più piccoli , ma fortemente 
illuminati, si può renderli visibili oltre tale limite. 

Ora, non per un futile vanto ma per la verità dei fatti, voglio riven- 
dicare la priorità di tale trovato. Infatti sono stato io il primo che ho 
fatto tale scoperta e che ho adottato tal sistema. Fin dal 1906 ho fatto 
lunghi esperimenti su tale proprietà ottica e ne ho parlato diffusamente 
nel mio lavoro sulle ceneri vulcaniche del Vesuvio (Palermo, « Annales 
de Geologie et de Paleontologie», 1906). Concentrando con un sistema di 
potenti lenti convesse la luce solare sulla superficie del pulviscolo delle 
ceneri, riuscii così a discernere dei caratteri che altrimenti non sarebbe 
stato assolutamente possibile osservare. 

March. Antonio De Gregorio. 



JMard^csc Hntonio De ©rcgorio — Direttore resp. 



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"■imnillnliitiil 



INDICE 



De Gregorio A. — CeiiDo storico eulla Società Siciliana di Scienze Na- 
turali ........ 

Sirena S. — Costituzioue della Società di Scienze Naturali . 

— Statuto della Società di Scienze Naturali 

— Elenco dei socii ........ 

Redazione — Avvertimento ai membri della Società di Scienze Naturali 

e agli abbonati ....... 

— Scienza e filantropia — Ringraziamenti .... 
Turati E. — Nuove forme di Lepidotteri e note critiche 

— Indice dei nomi di Lepidotteri ..... 

Maifei G. E. — Alcuni funghi nuovi o rari dei dintorni di Palermo 

Vitale F. — La biologia del Lixus cylindrus Fab. 

Aifonsc F. — La Zagara ........ 

KzUei G. E. — Una pianta a caoutchouc indigena (Atractylis gummifera) 
Serra E. — Un caso di accoppiamento fra due animali di bassa corte di 

generi differenti ........ 

De Gregorio A. — Su taluni importanti fenomeni di capillarità : gocce e 
bolle microscopiche e loro azioni sui mìcrobi 

— Sulla diftercnzazione del sesso ..... 

— Abies nebrodensis (Loiac.) Mattei .... 
Redazione — Società Siciliana di Scienze Naturali (Rendiconti) 

□e Gregorio A. — Appunti su una Meteorite caduta a Vigarano nel gen 
naie 1910 

— Sull'utilità di profonde trivellazioni di scandaglio in Sicilia 



Pag. Ili 



VII 
IX 
XI 

XV 
XVI 

1 
126 
134 
137 
143 
U6 

11)1 

1(35 
169 
173 
193 

194 
197 



- 90 — 



Ronchstti V. — Ti-ichodes favarius var, nov. — Interruptefasciatus niilii Pag. 201 

De Gregorio A. — Sulla causa della struttura colouuare dei basalti . » 202 

— Cenni di un giovanissimo esemplare di Balaenoptera musca- 

lus (L.) Van Ben. catturato a Palermo . . . » 206 

— Appunti sul deposito solfifero di Ghelma (Algeria) . . u 218 
V. Ronchetti — È l'ipofisi un organo rudimentale ?....» 219 
De Gregorio A. - Formazione di un nuovo lago minuscolo a Mimiani 

(presso Marianopoli) , ....... 223 

— Temistocle Zona (Necrologia) , . . . . , » 225 

— Cattura di un grosso squalo (Alopies Vulpes L.) nel Porto di 

Palermo . , » 229 

— Quinta Nota. Su talune concbiglie mediterranee viventi e fos- 

sili (principalmente di Sicilia) ...... 231 

Edwards M. — The origin of Petroleum . ... . . » 241 

Ragusa E. — Catalogo ragioiinto dei coleotteri di Sicilia . . . » 248 
De Gregorio A. — Ancora sulla Meteorite di Vigarano e su quella ca- 
duta in Sicilia il 10 marzo 1911 e cenni sulla causa dello 

scoppio .......,,» 258 

— Per la protezione dei monumenti naturali in Italia . , » 263 

— Appunti sulla, genesi della grandine e sulla formazione dei 

cbiccLi -.,......,» 266 

Ricco A. — Lettera sul bolide del 1911 . . . . . . » 269 

De Gregorio A. — Cattura di un grosso Avoltoio . , . ,■ » 271 

— Problemi geologici e fisico terrestri : 

Sulla formazione delle terrazze ....... 272 

Sulla causa dello sprofondamento dell' acqua del mare ad 

Argostoli e a Fiume ......,» 280 

Trasgressioue e regressione del mare nel Canada e nella 

Scandinavia ......... 283 

— L'ultramicroscopio ....,...» 288 



^Miniiiiiii]MiMiiiiiiiiiiiniiiniiiiiMiiiiiiMiiiuiiiiiiiiMiiiiiiiMMiiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiitiiiiiiiniiiiiiiiiiiii£ 

I VOL. XXI (Sum Serie) Nov.-Giugno 1909-10 N. 1-8. | 

I IL NATURALISTA SICILIANO | 

= Organo della Società Siciliana di Scienze Naturali = 



Abbonamento «annuale (12 fascicoli) Italia . . .■ . L. 12 — 

" » » Estero ... » 15 — 

Gli abbonamenti cominceranno dal 1° di Novembre di ogni anno. 



Indirizzare tutto quello che riguarda la Redazione al Sig. Marchese = 

Antonio De Gregorio in Palermo, Via Molo, 132. i 

• ♦ • = 

La responsabilità d' ogni qualunque idea espressa negli articoli del periodico = 

spetta esclusivamente al suo autore. | 

Sommario dei N. 1—8. = 

De Gregorio A. — Cenno storico sulla Socutà Sicilwna di Scienxe ]S'alwali pag. lil E 

Siretìa S. — Costitux,ione delta Società di Sciente Naturati » vii ^ 

— Statuto della Società di Scienze I^ aturali » is. = 

— Elenco dei sodi » xi = 

Redazione — Avvertimento ai membri della Società di Se. Nat. e agli abbonati . > xv = 

— Scienza e filantropia — Rìngraxiamenti » xvi = 

Turati E. — Nuove forme di Lepidotteri e r,ote critiche » 1 = 

— Indice dei nomi di Lepidotteri « 12ti = 

IViattei G. E. — Alcuni funghi nuovi o rari dei dintorni di lalermo . . . . • 134 = 

Vitale F. — La biologia del Lixus eylindrus Fab » 137 = 

Alfunso F. —La Zagara » 1^3 | 

Mattei G. E. — Una pianta a caoutchouc indigena (Atractylis gummifera) . . » 146 | 

Serra E. — Un caso di accoppiamento fra due animali di bassa corte di generi | 

differenti » 101 | 

De Gregorio A. — Su taluni importanti fenomeni di capillarità: gocce e bolle | 

microscopiche e loro axioni sui microbi ...» 165 = 

— Sulla differenxax,ione del sèsso » 169 | 

— Abies nebrodensis {Loiac.) Mattei • 173 | 



I PALERMO I 

1 STABILIMENTO TIPOGRAFICO VIRZÌ | 

I 1909-1910 I 

iiiiiiiiniiiiiiiiniiiiiiiiiiiiini iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiinmniiiiii iiiiiiiiii iiiiinm;i:ii iiiiiiiii iimiiiiii iiiiiiii r 7. 



^iiirtniiiiiiiitiiniiMnMiiiiiiiiiiiiiiiriniiiniMiiiMiiiMiiMiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiiniuiiiiiiMiiiiittiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiii^ 

I VOL. XXI (Suova Serie) Luglìo-Agosto 1910 N. 9-10. i 

I IL NATURALISTA SICILIANO | 

I Organo della Società Siciliana di Scienze Naturali | 



Abbonameuto annuale (12 fascicoli) Italia L. 12 — 

» » » . Estero » 16 — 

Gli abbonamenti cominceranno dai 1° di Novembre di ogni anno. 



Indirizzare lutto quello che riguarda la Redazione 
al Marchese Sig. Antonio De Gregorio in Palermo, Via Molo, 132. 

— ♦— 

La responsabilità d' ogni qualunque idea espressa negli articoli del periodico 
spetta esclusivamente al suo autore. 

Sommario dei N. 9—10. 

Redazione ^ Società Siciliana di Scienxe Naturali (Rendiconti) pag- 193 

De Gregorio A. — Appunti su una Meteorite caduta a Vigarano nel genn. 1910 » 194 

— Sull'utilità di profonde trivellaxioni di scandaglio in Sicilia » 197 

V. Ronchetti — Trichodes favarius rar. noi-. — Interruptefasciatus mihi. ...» 201 
De Gregorio A. — Sulla causa della slriUlura colonnare dei basalti » ^02 

— Cenni di un giovanissimo esemplare di Balaenoptera musculus (L.) Yan 

Ben. catturato a Palermo (con tavola) » 206 

— Ajìpunti sul deposito solfifero di Ohelma (Algeria) » 218 

V. Ronchetti — È l'ipofisi un organo rudimentale?' » 219 

De Gregorio A. — Formaxione di un nuoro lago minuscolo a Mimiani (presso 

Marianopoli) » 223 

— Temistocle Zona (Necrologia) » 225 

— Cattura di un grosso squalo (Alopies Vulpes L.) nel Porto di Palermo . > 229 

— Quinta Nota. Su talune conchiglie mediterranee viventi e fossili {principal- 

mente di Sicilia) « 231 



PALERMO 
STABILIMENTO TIPOGEAFICO VIRZÌ 



1 1911 I 

liiiiiiiiiiiimiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiniiiiiiimniiiiimiii i mi mm iiiiiMiiiiinmii iiiiiiiiiiiiiMii niiiiiii minf; 



^■■'"■"«■> IIIMIIIilllinillllllllllMIIIII IIIIMIIIIirillll Illllllll limi iuiimiiiiimiiiimiimiiiiiimimimiuiiiiiiu 



i VOL. XXI (Suova Seiic) Settembre-Ottobre 1910 



N. 11-12. 



IL NATURALISTA SICILIANO 

Organo della Società Siciliana di Scienze Naturali 



AbbonamenU) annuale (12 fascicoli) Italia L. 12 

» », Estero .15 

Gli abbonamenti cominceranno dal 1° di Novembre di ogni anno. 



Indirizzare tutto quello che riguarda la Redazione = 

al Marchese Sig. Antonio De Gregorio in Palermo, Via Molo, 132. = 

La responsabilità d' ogni qualunque idea espressa negli articoli del periodico = 

spetta esclusivamente al suo autore. E 

Sommario dei N. 11 — 12. = 

Edwards M. — The orìgin of Petroleum pfig- 241 = 

Ragusa E. — Catalogo ragionato dei coleotteri di Sicilia » 248 = 

De Gregorio A. — Ancora stilla Meteorite di Vigarano e su quella caduta in Si- E 

cilia il 10 marzo 1911 e cenni stella eausa dello scoppio » 258 E 

— • Per la protezione dei monunieìiti naturali in Italia > 263 E 

— Appunti sulla genesi della grandiìw e sulla formazione dei chicchi ...» 266 E 

Ricco A. — Lettera sul bolide del 1911 » 269 E 

De Gregorio A. — Cattura di un grosso Avoltoio » 271 e 

— Problemi geologici e fisico terrestri : E 

Sulla formazione delle terrazze » 272 ^ 

Sulla eausa dello sprofondaìnento dell'acqua del mare ad Argostoli e a E 

Fiume 280 | 

Trasgressione e regressione del mare nel Canada e nella Scandinavia . » 283 = 

— U uUramieroseopio » 288 = 

Indice del volume ■ •,•••• 289 = 



PALERMO 
STABILIMENTO TIPOGRAFICO VIBZÌ 

1912 



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