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Full text of "Il Propugnatore ...: Periodico bimestrale ..."

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i^t 



- Y 



IL PROPIGNftM 



mm FILOLOGICI, STORICI K BIBLIOOKAFIOI 



DI VABU ecicl 



OEi.Lt C»1I]IIÌIM»KE PS* TESTI DI U\ìil\ 



Voi. IL— Parte l' 



^^^^'^' 



Rt.tlAlGNA 

rKKtitiO «.AfìTAMO IU>UA6!<OLI 



f*ri>pf>rti I-^tifnru 



284891 



• • -•• • .•• ••• 



BoloffiiJ — Tipi FaT4 tf Garagnasi 



L^ accoglienza benigna a questo Periodicc» , V incorag- 
giamento a proseji^iiirlo e i non pochi associati che l' ono- 
tHQO ci stìnf» forte innmtivo per aoilare innanzi animosa- 
menle. Or ecco dunque che si dh mano al secondo vo- 
lume del Propugnatore colla fiducia eh' ei riuscirà gra- 
dito siccome il primo. Se pei* lo addietro uomini di alta 
(ama ri aiutarono coir opera loro nelP arduo arringo, vo- 
gliam pur confidare che non altrimenti accadrà per V av- 
teritre, e buona malleverìa ne porge il cumulo di ollime 
jii-nttnre che già abtiiamo qni in serbo a procedere spe- 
ditamente e senza tema alcuna di doverci airestare* Le 
quali tutte co?He, oltre i conforti di molti associati, anche 
ci spinsero ad accrescere di ben ;i2 pagine ogni bime- 
strale dispensa, Oiiindi, anteponendo \e cose altrui alle no- 
5lJ*e luoprie, darem sempre la preminenza n <]uelle, rima- 
neodiiiie a^^i contenti di farci innanzi soltanto allor che 
IHì^m é>s.servì necessità di su|»plire, e a noi basterà la vi- 
cril.in^ pel migliore andamento di questa impresa. Come 



facemmo da prima, -OQsr-.fàfèmo in appresso ; e cioè lungi 
da noi ogni d^à^isiènè e quale si voglia contesa lettera- 
ria, lyjij^^eiaio; che nostro unico fine si è quello di man- 
lene(lre\ift 'vigore i classici studii e collo stimulare altrui a 
coltivarli assiduamente, e col produrne ottimi testi ad 
' esempio. Qualunque novità letteraria , nemica al buon vol- 
gare, col fatto, più che con vane parole, sarà da noi 
combattuta; onde noi non ci lascieremo abbagliare ne 
confondere cosi di leggieri dalla fanatica venerazione che 
altri possa avere al romanticismo, il quale, troppo se- 
condando le passioni dei tempi, diede la mossa alla cor- 
ruzione singolarmente delle nostre lettere, che dal Ce- 
sari, dal Perticari, dal Botta, dal Giordani, dal Monti, 
dallo Strocchi, dal Colombo, dal Farini e da varii altri 
nella prima età del presente secolo erano state raddriz- 
zate e messe in sul fiore. Una turba immensa di super- 
stiziosi e di meschini segnaci di cote^ta nuova foggia, i 
quali scrivono da ostrogoti, perchè non forniti di studio 
alcuno né di capacità, da pochissimi air infuori, travia- 
rono dal buono intendimento di chi ne fu capo, sicché da 
lui si rimasero poi lungi quanto il sole dalla terra, non 
senza però appestare le nostre floride contrade d' una bu- 
giarda, improvvida e seducente letteratura, nella quale, 
perchè sembra facile cosa, ogni picciolo ingegno vuole 
prosuntuosamente sperimentarsi. Due lavori, quando pur 
si voglia il romanticismo, coir esempio oggi dimostrano per 
quale modo s' ha da scrivere in quest' ardua foggia di let- 
tere; il Cecco da Ascoli del cav. Pietro Fanfani singolar- 
mente, e V Assedio di Forlì deir avv. cav. Bartolomeo Fiani. 
Quindi, apprezzando anche i romanzi, allor che sien buoni 
e non dettati in lingua barbaresca, non potremmo tutta- 
via consigliare altrui a riporre per essi ne' Musei i primi 
luminari e maestri della Nazione, secondo che pueril- 
mente fu detto a questi passati di, non esclusi Lodovico 



— s — 

(«JKeeoM Fortufuerri, Lorenzo Lippi e via \ia (); 
Mi eaitereaia invece i savi» giovani a tenere sempre 
1^ le Opere di cotesti Grandi in an leggio nel loro 
cmiUik», a studiarle costantemente e ad imitarle con sana 
crìtici e con (iloì»ofico discernimento, 

r S(m io|làiD &a|ier€ né invcsiigare io qua! giornale o th chi foss^ 
r ««pm cottita plMeveietta, beasi prodarmno quanlo se ne* dice n |ki- 
pmT^.U ikl Biiotiiiz*i*otl; Serit* IL VoL VI., Marzo IHOl). 
f ZM tiAcicolo di dfceiuLue 1H68 d'un pei iodico li'ldrano Jt;ì1ì;i))0 
^'pà pivi e ropaiiiu ai It'g^e eht* < ^lì Orbndi Furiosi, t Rirtaldì 
» hriori J )(alnj;iniiU , i Mondami, i Rìcciaitlt'tn\ e via discorrmdo , 

• mtm fttbf eert^imt'ntf' th iiM*itiTi^ lìt** Mum^ roii il jìu* bravo cartel- 
f ito «Ilo a Wiifn' ftììtsi*. » A mi jK>rt» rii vecp dn» e in riga di \m. 

• IRV nri 1 r jMilore di simili «cpmjiiajrgini sia da mellere nel uNirti- 
itifl in r^po il VII* hrnvn iHTrrltirio bianco. — 

§ S^a tritio fili qui un mia carissimo aoiico, quando io pensai 
é fmt li fiunU Alla derrata , iioiclié nr»ì accorsi che V aulore poca 
I ti «Ti^tiriia anche contro Vincenzo Monti , che aNra volta ^' si 
àimmr parolaio , v che ora concia di niatu ^niisa udendo in 
* parole: • Mona la pocjiia aJti.^onante del secalo XVI e XVIl; 
|tài|pr |nn« djìh, mejio poche eccezioni ed anzi poctnssirne, mi seii- 
[• M iifpasto di au^urtire la (erra leggera a buoni due terzi dì queliti 
h amen M h^coUì XVlll, compresivi grinni Papali, poi Repybhli- 
!• a«Ì, |KM ImfMriah, v Hcali4mper»a!i di Vincenzo Monti. Quel cumulo 
(lari di ti|Map^ qiit*t1e scese di le^ta e non di 
' 1 calci con l'epi>ca nostra, forse divennin so- 
I I Ma rJii* ci faìrttif fKrà'f (uso alcune 
■ 11 *i*ede?injo ) lutti abhianto su per giù !e ?iO; 
iide io azsanlrrri dire che invece dell* elleboro ^ 
iidkr«*» meglio col pnppo e co! dindi e far 
(, poiclie con questo mio hello stile, e cuti 
fn$i yiccanii, e t' ognMhiec Mk originalità (udii e 
pm un cooco I ) ci vuol parlare di poesia , e viene a dirci 
«in ii étv&fkù ridum tullr k cose al pianlerrem delle mani 
tAàt Af'' arrechi e ra dÌe*'Twh , fW* af^batiare t fondi puh', 
* ìnidtigfnsa ^ doÌ^ che non f\ dee «lare il Iiando alle Muse. E 
'tMÌ «ffì eoo Ì4 bocca che appena si scornpa^'na da! lai te, e con Tra- 
ili fKimi^riii, si pre^nne ilir iii:ilr dì intli i grmdi che onorarono 




— 6 — 
Ma quale strana contraddizione I Quanta disparità di 
avvisi! Or chi sarà in fallo? Ci sarem noi, ovvero cotesti 
novelli riformatori mondiali, che a parer nostro van proffe- 
rendo cosi fatte bestemmie contro V onore del bel Paese e a 
vilipendio del senno cx)mune? Basta che la verità è una sola; 
onde quando che sia, come superna luce debbe diradarne le 
tenebre in cui una delle due parti fu avvolta; e, rischia- 
randone gli intelletti infermi , ed i corrotti sensi per male 
augurato andazzo di follie e di ignominiosi delirii medi- 
cando, rimettere sul retto sentiero coloro che sconsiglia- 
tamente n' usciron fuori. Or voglia Iddio, che cotesto non 
tardi molto a intervenire e per comune utilità e per gua- 
dagno della sconsolata Nazione! 

La Direzione 



Italia, si dispregiano e si l)efloj?jriano ; e si fanno lo grasso risa do 
'canti papali, roali ecc. ecc. del Monti, senza neppure accorjrorsi che 
cosi non si Ta che far eco a quel famij^erato appaltatore di critica 
(come ben lo chiama il Gussalli), che, coli*intendinionto di vituperar 
lutti ed esaltar solo sé stesso , die mano tostò a comporro la storia della 
italiana letteratura. Viva dunrjue Y ciwca nostra soverchiamente dram- 
matica, piuttosto soverchiamente ig:nava e superba; viva gli autori 
che sebbene confessino che sienvi ancora idee da raddrizzare e imbe- 
entità da correggere , non si accorgono poi di chi sieno le idee storte, 
né ove l' imbecillità stia di casa. 

A. M. f 



LA MATERIA DEL MORGANTE 



tH m IGNOTO POEMA CAVALLERESllO DEL SECOLO XV 




Meotre la letteratura italiaoa del secolo XIV e del 
KVI è da gran tempo argomento agli sludii dei nostri lel- 
tórali, quella del secolo XV rimane tuttora quasi affatto 
aU. Ouanle storie letterarie noi possediamo, per- 
le f erso la flne del tre^^^nlo , spiccano ai'ditamenle mi 
salto e si portano d'un tratto a Lorenzo il Magnifico, 
quando *non si trattengano a ragionare d'erudizione e di 
grammatica, di latinisti e di grecisti, o a lare consìdei-azioni 
generali non sempre rispondenti alla verità delle cose. Ep- 
pon? il tempo che sta di mezzo tra queste due epoche 
non andò privo di letteratiu^a, e specialmente di quella che 
usiamo chiamar popolare : anzi fu questa propriamente T età 
io mi fiorirono due generi di molta importanza , la rap- 
presenlazione sacra e il romanzo cavalleresco. Della prima 
io QOO ho (jui a discorrere: quanto al secondo, dirò clie 
ossa ha una storia assai degna di studio» ma fmo ad ora 
quasi aflhtto ignorata; quindi è che appena noi ci diamo 
oelle nostre biblioteche a fare indagini intorno alla mede- 
sima^ ci avviene di trovar cose nuove e che da principio 




ci recano sorpresa, come <|iiélle etie ri rondiicono a mi 
diricare mm pon» il gitidizio rhe eravamo soliti porlart^ dei 
maggioi'i tra i nostri pneli rnmanzcschi. Come a parer niii 
vadano giudicati il Bojaido e F Ariosto, avrò forse oppoi 
tonila di esporre in altro luogo; t|iii è mio ialendimeoto 
far noto un poema da me ritrovato nella Laurenziana, per 
il quale il Pulci deve acconciarsi a lasciare il vanto di 
novatore della nostra epopea cavalleresca per ([iiello, sen?:i 
paragone più umile, di rifacitore d' un poema composto di 
altri. La questione per eerto è assai intricala e malagevole;! 
io spero nondimeno di poter riuscire a trovarne il bandolo, | 
in guisa da soddisfare appieno i lettori, purché in esj 
non venga meno T attenzione e la pazienza. 

Il poema del quale ho a discorrere ci è conservai 
da un codice in foglio pervenuto nel secolo scorso alla' 
Laiirenziana dalla bil;»lioteca Palatina ; esso porta il numero 
78 tra i .Medicei ed è l)revemenlo descritto nel catalogo 
del Bandinì. Piuttosto che un vero codice, è una congeri 
di fogli slegati e rincliiiisi in nna busta; non è quind 
meravigliaro che ce ne manchi il principio, la (ine e alcune 
partì qua e là. Le carte per di più, dalla metà circhi in 
avanti, erano disordinate per guisa, che il rimetterle al loro 
luogo mi costò non poca fatica; né questo disordine è cosa 
recente, poiché il foglio sul quale è apposto il bollo della 
Palatina, e che pertanto sta da gran tempo in fronte agli 
altri , dov' essere collocato verso la line del volume. A pochi 
certo, da forse più di tre secoli tino ai nostri giorni, è nata 
curiosità di prendere tra mano codeste carte ; pare ?ì 
(asse uno sguardo il Biscioni, poiché tra le medesime è 
inserita una cartolina, sulla quale, per ijuanto sembra di 
suo carattere, trovansi scritte queste parole: «t Vedi m 
fosse it Morgante. » Il dotto bibliotecario s'era adunque 
avveduto della somiglianza della materia, ma poi non s'era 
curato di meglio chiarirsi della cosa. 







— 9 — 

L'nftimo foplio a noi oongìervato portava un tempo 
il numeni aio, ma se noi leniamo conio delle manranze 
che ^no a notare nel cor|»ù del volume, esso viene oggi 
ad e:SserQ il 190. La mutilazione in iirimipio è di uno o 
due fogli al [hìì: più ^'rave e deplorevole è certamente 
quella ili fine, sel»bene non se ne possa determinare la 
mtsnm con certezxJi e precisione. Del resto lino al foglio 
100 si sono perdute tre sole carte; 12 invoce se ne sono 
smarrita da qiieslo piinlo in avanti. La scrittura è chiara, 
accoraUi ed elegante anziché no; essa appartiene, per quanto 
io so giudicare, alla seconda metà del secolo \V, e forse 
non senza verisìraiglianza si assegnerebbe al settimo o al- 
r ottavo decennio del medesimo. Questo peraltro non sene 
|ier nulla a delenainare l'età del poema; poiché dalla 
trteiposiirione di alcuni versi, non che dalT essersi lasciata in 
Inaiico qualche parola, e più ancora dai frequenti spropo- 
^ti nou impulaliili air autore, è manifesto che il nostro ma- 
DQScrillo non è autografo. Ogni facciata, fino al verso 
del foglio 79, contiene cinque stanze, ari eccezione della se- 
oonda che ne ha due sole; cominciando di qui, se ne no- 
verano sei in ciascuna facciata, e solo qua e là s' incontra an- 
enra (ptalche pagina con cinque ed una altresì con sette ^ 
delUj quali una scritta in maigine. Il poema è diviso in can- 
tari, di cui alcune parole scr-iite in rosso segnano il tenuìne 
e il mminciamento; T ultimo cantare, di cui ci rimane i|nal- 
rbi» CJ>sa, porlerelibe il numero 01, se la perdita di un 
foglio non C4» ne avesse tolto il principio; in realtà peraltro 
è il sessantesimo, giacche il cantare trentesimo terzo fu 
per erroiv segnato trenlesimofpTarto , errore codesto che 
51 i* propagalo a tutti i seguenti. Ogni cantare si compone 
per lo più ili quaranta stanze; due peraltro (4ò/ e 47."*) 
M contengono ben 48, e uno (le.*") 32 soltanto. L'ul- 
tima oliava a noi pervenuta sembra fosse la 2358.* del 
poema; a noi peraltro rimangono soltanto 2130 stanze o 
poco puj, vale a dire circa 17200 versi* 



BSSH 



— 10 — 

Tale è questo codice singolare, che venutami mie 
mani nel settembre del Tanno decorso, eccitò tosto in me 
una viva curiosità, fattasi poi maggiore mano mano che 
ne veniva avanzando nello studio. Bentosto m'ebbi ad avv&j 
dere che si avevano qui i medesimi racconti che troviamo 
nel Morgante; pertanto mi si alTaccic» anzitutto il pensiero, 
fosse questo on manoscritto del poema del Pulci , preziosoB 
in tal caso, perchè runico che ci fosse pervenuto. Ma a[)- 
pena presi in mano una edizione a stampa e mi feci a, 
raffrontarla col manoscritto , m* avvidi essere bene gli stes 
i racconti, ma diversa la forma. Raffrontando poi Tun test 
coir altro ancor più diligentemente, produsse in me vivis*^ 
sima meraviglia la singolare e perpetua simiglianza di voci, 
dì frasi , di versi e di ottave inlei e , la quale non mi lasciò^ 
luogo a duliilare uè punto né poco che nei due poemi non 
avessi dinanzi a me un originale e un rifacimento. Mi restava 
[lertatilo a detenninare quale fosse Ira i due testi il piii 
antico; poi se entrambi appartenessero o no al medesimo 
autore ; infine, posto che fossero opera di due diversi scrit- 
tori, che cosa s'avesse a congetturare suiretà e sul com- 
positore di quello tra di essi che fino ad ora era rimasto^ 
al tutto sconosciuto. Pazientemente mi posi a studiare que- 
sto problema singolare e intralciato, ed eccomi ora a fare 
manifeste le coucUisioni alle quali fui condotto, ■ 

E qui, pniclip mi conviene ari ogni momento citare 
il |)oeraa e distinguerla dal Morgante, mi sia permesso ,j 
giacché in nessuna parte del codice se ne trova scritto 
titolo, d' imporgli io medesimo un nome. Lo chiamerò! 
Orlando, e perchè il nipote di Carlo ne è l' eroe principak 
e percliè, a quaiito sembra, T autore stesso lo dovette cos 
intitolare. Io non m'appoggio a questo, che a! principio 
del secondo canto il poeta domanda a Dio la grazia 



< 



— 12 — 

I due lesti si trovano qiii pienamente d'accordo e sì cor- 
rispondono quasi slanza per stanza. Cotale accordo con- 
tinua per un gran tratto, se non che troviamo man- i 
care -al tutto nelT Orlando il ragionamento teologico , coi>- ■ 
tenuto nelle stanze Ìd4}2 del ranto I del Morgante, la 
predica dell' abate a Morgante (I, 57-39), e il lungo 
discorso che Orlando e Cliiaramonte fanno avanti di ve* 
nire a parlare delle armi, di cui il primo ha bisogno 
per il suo nuovo compagno. Più innanzi vi manca pure 
ogni raffronto a quelle ottave del secondo canto (38-41) 
in cui Morgante si vanta di scendere air inferno per far 
guerra ai demoni!, nonché alla stanza 54.^, a parte della 
55:\ e alla G8*'' del medesimo canto. Insomma nel com- 
plesso i primi venticinque fogli trovano un continuo e per- 
fetto riscontro nei tre primi canti del Morgante, non dif- 
ferendone che per la forma. Ma da questo punto le diffe- 
renze si fanno più gravi; ([uantinique la sostanza rimanga 
sempre la stessa e quantunque si trovino ad ogni momento ■ 
versi e ottave nitere die si corrispondono perfettamente, 
nondimeno le circostanze variano di frequente, ed ora un 
testo ora V altro narra con diffusione assai maggiore questa 
cosa quell'altra. Ad esempio il comtiattimento di Ri- 
naldo con un gigante, che il Pulci racconta nella stanza 
III del canto IV» è descritto in cinque ottave dalP ignoto 
autore. Più avanti quest' ultimo , dopo avere accennalo che 
Ulivieri si era invaghilo della bella Forisena, non fa più 
cenno alcuno di questo amore, del quale invece il Pulci 
riprende a parlare nella stanza 79 del canto IV, consu- 
mandovi ben undici ottave; quindi vi torna di nuovo al 
principio del V per direi in trenlasei versi {17-21) come 
r inlt^Iice donzella, vedendo partire Ulivieri, sigillasse di- 
speivHta da un balcone, e come il padre facesse gran la- 
mento della sua morte. Tener conto di tutte le differenze 
sarebbe cosa impossibile e da giovai'e l)en poco; però mi 



— li- 
no esordio senza cap:». se ne neoe i*3tetti> a Bett^re faoco 
net campo. Il btuy iw)^ gii he^-i» seoDodo 1 p^i^ero^ ed 
egli ^ fede drcofHlat»> da iDHOBer«v«)b sdiier^ die gii 
^hnaiàmio il corpo di ferite, delle qoaii egfi si Tcndicai 
bteoàf^ col suo tnttagfo un »:NTdbik macello. Vedendolo 
in 9 grafe pericolo, ijrtando eoo Meridiana e gli altri com- 
pagni escono a soccorrerlo. Dopo assai combattere, Meri- 
dbna si scontra con Manfinedonio. e moe^s» a compxsàone 
(tt questo mielite, cbe non potendo essere riamato vor- 
rebbe almeno morire di soa mano, con benigne parole 
tanto Ci che lo iodace a &r pace e partirsi senza dmora. 
Resta il combattimento, e V eserciti) soriano lera le tende, 
iasdando sol campo un'immensa quantità dì cadaTeri Di 
tutta questa lunga narrazione, che è bella assai, tanto da 
poter rìraleggiare con molte dell'Ariosto e del Bemi, e 
della quale .Vorgaote è protagonista . ben poco si trova nei 
cantari dell'ignoto poeta. Fino all' andata di Morgante a 
Manfredonio ogni cosa si accorda: ma poi né del solleva- 
mento del padìglioDe , ne delle incredibili prodezze del gi- 
gante nella battaglia del giorno seguente non si dice nulla. 
Ogni cosa accade neir Or/an/fo in un giorno medesimo; 
Morgante, non polendo colle buone avere Dodone, mette 
il campo a soqquadro ed è soccorso da Orlando, da Me- 
ridiana e dagli altri, che sconfiggono i nemici, li cacciano 
del campo, e per tal modo liberano Dodone dalla prigionia 
e la citta dall'assedio. Co^ della bella narrazione di Me- 
ridiana e Manfredonio, la quale dimostra nel Pulci non 
solo vivace ingegno ma anche delicato sentire, noi non 
abbiamo qui neppure la più lontana traccia. 

Nuove e notevoli differenze si riscontrano più innanzi 
nel racconto delP ambasciata di Mattafolle a Cario Magno 
(foglio 49 e seg.; Morg. Vili, 38 e seg.); imperocché 
neìV Orlando Astolfo non trascorre ad alti violenti come 
nel Morgante (si. 39), sibbene si parte senz'altro per 



— 15 — 

Munlalbano, e ain parole ingitiriose tiliuta di atv 
la sfida che gli è stata profferta dal messo. AJlora il 
Danese ^ì offre al pao^ano di combatlere con luì; mentre 
nel Morgante MattafoUe, che non sa nulla della partila di 
.i^stolfo, viene in canipo il ^'iorno appresso, e in cambio 
di lui si vede con grande meraviglia venir contro Uggeri. 
{li^^ quindi e nelPuno e nelT altro poema un comtialli- 
cbe mìVOrlamio è descrìtto in due stanze, nel 
in olio (oWW); corabaltimcnlo al quale tengono 
ifietro parecclii altri» lutti narrati con brevità as.sai mag- 
giore dair ignoto poeta, il quale si spaccia in cinque versi 
di lotti e quattro i figli «li Namo, mentie il Pulci spende 
1!) stanze per il solo nerlinphjeri (72-90), Ne qui soltanto, 
ma aiiclje nella narrazione rfie srtrue imniedialamenle, il 
Morganle è assai più dilTusn 

Dia qnesto punto non tru\o nulla degno veramente di 
noia finn alla stanza '»2 del cauto X. dove comincia una 
I serie di ollave le ipiali non hanno riscontro mìVOrlandn 
[e io cui si descrive parte della battaglia contro Enuìnione. 
\iiche il duello di Rinaldo con Erniinione è descritto |)iù 
diffusamente dal Pulci, che vi spende dodici ottave, in 
[cambio di cinque, (pianle ne adopera V autore dell' Ot- 
E pressiì quesf ultimo non trovano rispondenza 
le stanze 72-74, lli-90, 12t5-I27 del Moryunte, 
[lo che è a dire in parte anche delle stanze 97-101. Ma 
Idiiersila più osservabili troviamo nelP uHijua parte di 
jqaeslo itanto medasimo. nella descrizione cioè dell' aml»a- 
l^sciata chi" Caradoro manda a Carlo, dove possiamo notare 
una cosa già osservata altrove, che cioè il Pulci si è stu- 
diai' ' ^(^fTnare a Mor^^mnle una parte ma^^'iore e più 
"ifi I che non fosse (pu^l la roncess^i^di nel!' Or/a/^/o. 

come la cosa è narrata da lui. Gano scrive a Gara- 
ge Meridiana è svergognata in corte di Carlo da 
I...I n, il quale se la tiene per concubina. Allora il re 



|j«g»ri, t^ynaaUj *ÀlriXÈfA'j. nuiDla a rKÌiflBur<] del latto 
il '{ó^He \*s{pìtU3. cije THCim^i* dlla jTtserjza <li Cario e 
dei Mm pabdJuL e^^xte arr* «iirsiLttt&eDttr i' imtoNciata. Uli- 
rkri, di*: BKfSsf» a ylOT>:i irli si von-elttie dttare aAloN^o, 
è ralt^jut/i da dii gli sta a^yaiit/': ma l'atto dc^d i>fu|r$:e 
al gigante, difr U>st/i si MagliereUie scopra «li Ini. se non 
frifuse prff^eriuto da Morgante, il quale lo fa cadere stra- 
mwunìH per t^rra. Levatosi, sfida ocnono superbamente, 
e Ulivierì, ìriflammato dall'amore, corre ad armarsi per 
eomtiatterìo; ma in questo mezzo Morgante, senza neppure 
aspi^ttare di aver avuto da Carlo la dovuta licenza, s'az- 
zuffa C4ffì Vegurto e finisce con ucciderlo. Neil' Orlamlo 
wmyirM, Olivieri combatte veramente con costui, e ferito 
gravemefit^.', è trasportato al palagio d'Orlando, dove Alda 
sua srjrella fa di lui gran lamento: allora Orlando, e non 
già Morgante, subentra nel coml>attimento e mette a morte 
Vegurto. Per tal guisa le ultime ventitré stanze del canto 
X del pwma del l^lci riescono affatto dissimili da quelle 
die mlì'Orlanflo dovrebbero loro corrispondere. 

I^rocedendo innanzi , trovo che nelP Orlawia la giostra 
macchinata per trarre nella rete Rinaldo {Morg. XI, Ori, 
XX) non è invenzione spontanea di Gano, sibbene gli è 
suggerita da Grifone dWltafoglia ; e neppure posso tacere 
die in ttitta la descrizione di questa giostra le diversità dei 
duo lesti superano le simiglianze. Nella descrizione poi del 
taffoniglio (*.he .segue allorché i Maganzesi vanno ad asvsa- 
liro r osteria dove albergano quelli di Chiaramonte , T au- 
tore delP Orlamlo si diffonde assai, mentre il Pulci si spaccia 
in un'ottava. Noli VMando, Rinaldo dà gran colpi tra gli 
assalitori, tantoché il romore va a Carlo, il quale viene 
egli stesso a cx)mbattero ed é abbattuto dal fiero figliuolo 
dWmono. Da questo punto poi i due testi si spiccano 
rimo dair altro, giacché nel Morgante si trova sotto dop- 
pia fomia una narrazione che ricorre una sola volta nel- 



— 18 — 

Partito Rinaldo, Gano, rìescito a riacquistare T usata po- 
tenza, ordina con Carlo il modo dì deprimere Cliiara- 
monte. Fingendo andarsene esule dalla Francia, si parte 
da Parigi, e indugiatosi uno spazio di tempo convenevole, 
manda in corte lettere menzognere, nelle quali si dice 
pervenuto alla Mecca. I messaggi sono tosto, per opera del- 
l'imperatore, mostrati a Rinaldo, affinchè stia senza sospetto. 
Intanto il traditore va ad appostarsi presso Montalbano, 
dove gli riesce di trarre nella ragna Ricciardetto, uscito 
per diporto, mentre Rinaldo e Malagigi si trovano ad Agri- 
smonte. Ciò fatto toma a Parigi , dove, d' accordo con Carlo, 
si dispone a impiccare il giovanetto. Orlando scongiura 
Carlo di non fare; ma non vedendosi ascoltato, con ter- 
ribili giuramenti si parte, per andare in Pagania. Molti al- 
tri baroni, e il duca di Baviera tra questi, lasciano del 
pari la corte per isdegno. Astolfo invece, più pronto air o- 
perare, s'affretta a scrivere la cosa a Rinaldo, che bentosto 
viene con sua gente, e postosi in aguato, assale coloro che 
stavano per appiccare il fratello : li fuga, e nuovamente fat- 
tosi padrone di Parigi, vi è incoronato signore, mentre 
Carlo per paura si è fuggito. 

Che qui noi abbiamo un medesimo racconto ripetuto 
con forma diversa, è cosa per sé stessa evidente ; solo non 
s' intende troppo bene come mai il Pulci potesse indursi a 
raddoppiare in tal giusa la narrazione , senza neppure inter- 
porre tra runa e T altra forma della medesima, altri fatti 
che valessero ad attenuare nell'animo dei lettori la me- 
moria delle cose dette innanzi. Comunque siasi, il fatto sta 
cosi; ed è fatto del pari che nelPOr/ando noi non abbiamo 
siffatto raddoppiamento. Quivi il prigione che Gano fa nella 
zuffa dopo la giostra non è Astolfo, sì Ricciardetto, il 
quale è liberalo alla medesima guisa che narra anche il 
Pulci, e colle medesime circostanze e conseguenze. Ben os- 
servando è anzi facile vedere che la seconda narrazione 



— 19 — 

del Morganle non difl'ensce per allro <la quella dellO^- 
tamlù^ se non perchè senisa paragone più breve, 

E (\ìi\ mi si C4>nceda una breve di'pTessionc por trarre 
da quello fatlo ima prova della priorità ìMV fhiando, prima 
che la memoria delle cose delle siasi falla pallida nella 
Olente di chi legge. Per certo non mi si vorrà ne^re che 
a jiresenLirr^ pin volte sotto diversa forma un medesimo 
raocniito non sia indizio di rifacimento, e che l'opera in 
cui ciò abbia luogo non debba generalmente conside- 
rarsi po.st^riore a quella in cui il racconto si Irovi pin 
semptìce e si dia a conoscere per la foima più antica, 
s|iocialmente se i due testi si possjino dimostrare deri- 
vali direttamente Tuno dall' allro. Ora poiché nel caso 

- la versione originaria è senza dubbio quella della 
, ^ illI di Hicciardetto , coraechè essa ricorra già negli 
anUdii cantari francesi, noi dovremo senz'altro reputare 
ÌHQ antica» V Oliando e più recente inve4.e il Mor gante, che 
inoltre abbrevia il racconto primitivo, per distendersi in 
cambio assai più in una narrazione affatto analoga, ma che 
si di ciiiaramente a vedere come frutto dell' invenzione del 
.... l>enserà foi-se alcuno non essere questo un ragio- 
.1 applicai àie al nostro caso; giacché potrebbe snp- 
jK)rsi che T autore delP Ùrlaiuio, offeso dalla ripetizione 
che a noi [jure dispiace, vi al)bia vohUo porre rimedio 
ciil tralascifU'e una delle due versioni. Colale supjiosizione 
appwtre peraltro più che inverisimile , quando si pensi che 
Q nostro poeta era uomo di coltura assai scarsa e di gusto 
:.....!... ^ ^jj^, pertanto era inetto a rilevare queste pìccole 
I ; oltredichè non sMntenderebl>e in tal caso abbci- 
slatoa perciiè mai egli scegliesse la seconda narrazione an- 
■* prima, e perché, scegliendo la seconda, rallungasse 
^ , guanto egli la, Vedesi insomma che anteponendo que- 
^ spiegazione » iu luogo di sciogliere la matassa , si viene 
.*id arruffarla: mentre la critica vuole che tra due ipo- 



— vo- 
tesi s'abbia sempre a preferire la più naturale, e qadla 
onde Dasca uoa pia semplice e compiata spiegazione dei 
fsrtti. E forse dod è inatilt^ V osserrare che nella sua prima 
narrazioQe il Pulci ha commesso nninaTTertenza. che da 
se medesima basterebbe a far considerare come sua gionta 
perìcolo di .Utolfo. Volendo dare Orlando per compagno 
a Rinaldo nella liberazione ili Astolfo, lo h capitare a caso 
a SloDtalbano: 

Orìando appanto a Mootalbao dui^ea. 
Oliale en stito per molti paesi. 

Ora non è mai stato detto per T addietro che Orlando si 
fosse partito di corte: e certo nei nostri romanzi con\iene, 
perchè egli lasci I^rìgi, o che sia mosso da grave sdegno, 
che abbia a condurre gli eserciti contro i Saracini, op- 
pure che le gravi fatiche lo inducano a cercare sollievo 
nelle sue terre di Brava e d'Anglante. Lo sdegno e la 
partenza d' Orlando nella versione più antica del racconto 
hanno quindi probabilmente fatto cadere il Pulci in siffatto 
errore, nel quale per certo non sarebbe incorso il poeta 
deir Oi/awdo, più versato nella letteratura romanzesca. 

Cominciando dal foglio 88 troviamo parecchie carte, 
nelle quali le simiglianze col canto XII del Morgante sono 
cosi strette, da poter essere paragonate a quelle del prin- 
cipio dei due poemi; tuttavolta anche qui abbiamo nel 
Pulci discorsi tra Marcovaldo e Orlando , che non trovano 
riscontro presso P altro poeta. Ma poi le differenze tornano 
ben presto a farsi gravi; tantoché nel foglio 100 e 101 
troviamo narrata la liberazione delle donzelle, che il crudo 
e lascivo re Vergante teneva rinchiuse in un luogo forte, 
in modo diverso da quello con cui ci è esposta nel Jfor- 
gante. ^elVOrlaìido, Rinaldo, vedute le fanciidle alle finestre 
e fattosi a confortarle, manda Ulivieri per ambasciatore a 




^«1 



m 



— 21 — 
il fiero Saracino di lasciarle libere; costui ri- 
:?ponde air ambasciata col procurare di fare violentemente 
prigione il messaggero, che si difende arditamente ed è 
beiitijslo soccorso da Uinaldo, Ricciardetto e Tcrigi. Nel 
iforganie invece, il liKlinolo d* Amone se ne viene senz' al- 
tro al re» e dopo avei-gli rovesciato sul c^po un cumulo 
d* htìproperii . gli si avventa addosso e lo gitta da un bal- 
cones sulla piazza. Ma assai maggiore è la differenza nella 
descrizione del padiglione di Luciana, nella quale messer 
Luigi si distende senza paragone più dell' altro poeta , 
titnlochè le sue stanze 6U-83 del canto XIV non trovano 
in qaeiJto alcun riscontro, e anco le altre vi si rinvengono 
appena in embrione. 

Lascerò parecchie altre discrepanze di poco rilievo, 
nelle cjnali ci abbattiamo, per venire alla differenza, che 
è capitale tra i due poemi : la mancanza cioè neir Orlanflo 
tutta la narrazione delle avventure di Morgante e Mar- 

lUe» che riempiono buona parte del canto KYlll e liilto 
il XIX del Pulci. Mentre nel Morgante i paladini coml>al- 
lono Babilonia, ma non riescono ad averla in loro potere 
m non ijuando Morgante, dopo avere incontrato gli strani 
casi che tutti sanno, giunge in loro soccorso, ni^ìVOrlawh 
se Ile fanno padroni fino dalla prima battaglia, fino da 
quella cioè che messe> Luigi descrive nel canto XVIfL 
Cosi, {>er ritrovare il riscontro tra i due testi, conviene sal- 
tare (l'uu tratto dalla stanza i08 del diciottesimo canto 

la terza del ventesimo , lasciando da parte ben 275 stanze. 
ilorganle T autore delVOrtamio, dopo aveni nairato 
mI sud cantare XVI com' egli pervenisse in Francia in- 
sieme con Meridiana, non ci fa più cenno alcuno; certo 
01! avnìhbe ripariato più tardi, se avesse compiuto il suo 
liToro; tuttavia non è neppure a t^cordare che questo 
persooaggio è ben Imjgi ilair avere per lui f importanza 
attrifm itagli dal Pidci. Vedesi di qui e perchè quest' ultimo 




^s^y^». 1 iniNt Q mr-uarnh ^ wxrrut 

'^mUt^ 'nr i!s • nnB«i:£-^ -is 1 iiM9Da -lìhi 0- 

^Ip ■wnEi hi -nt* -••— s-ntnnDimi a -^m» XI ^fet Mei; 
1^ giaiK «ì ii'jrifiC2 ^ ib*rif soiiniarf fi. Tlii|iMh, 
i *ni ma ^, aiiiB^. n^r ain ititma. .iJR^ imriiti fi- 

aHÀ»^ lAhC imugiH * :?^s«*rcar-f !ai^ ài gnesft}- 

^;^nr tcr.r^-Tft . Thv.r.iiiL it rma n^a noi >b 

isti. *j^A :rj:rLi ànT ^itr^cMài . z»:tt!ai* -se itìi 
rjc i ìt.^ytMU 11» r£ii'jiiii!iiA: 4 ^sesi»: . * 

i/,^",- pi* ;r-r*> '^ Jà:^ ;^>^.Htii*: ha -Ai aiBettesse 

r^ini^^ pr^rf^fe*^ »' aiìoEcirir g ^»> tiEt^tè ÌD BBìera al 
iutt/^ fjijr.t^, I>r4 riiMBKCir. b («eriiti •ijlk attinie «rie 
(H <^>tk^ <' imp-rf»»: * pr>?«iiMv il &>5lro pani^>oiìe 

rjtr*r iJ '^^^^'^^ ^^^^ **^ ^^"^ -** *^ ^■*** ^'^ 
-i Uffriianie. Yj-.rfy p«^ «^>iiv>l> «ii ohi la coglia raffiroD- 

Ur*>, roltoiw -stanza a ooi .vjftsemta: 

Ude&Vi n prò Rinaldo tanto male 
Tanto dolore non 5«iti dammai: 
Fianjreva forte il baron naturale. 
E « dicea: Fortuna, che mi Cai? 
Poi che morto è il barone impmale. 
liinaWo, omè! perchè nel mondo stai? 
Omfe, AWenghieri, fra gU altri nomau: 
Tu m'hai or messo fra gU sventurati. 

Forse telano sarà desideroso di sapere quanto del 



— 24 — 

Si notino ancora questi altri versi (32): 

Non si ricorda Antea più di Rinaldo: 
Sapea che per lo Egitto era già vecchio: 
Era passato quel si ardente caldo, 
E tuttavolta attende al suo apparecchio. 

Adesso dunque Rinaldo è vecchio; e che per contro nel tempo 
in cui accadevano i casi narrati nei primi ventitré canti 
fosse giovane, lo dice egli stesso ad Astarotte (XXV, 296): 

Rinaldo pel cammin poi ragionando 
Diceva: Ancora è Luciana bella: 
Astarotte, io mi ricordo quando 
Giovane un tratto innamorai di quella, 
A Siragozza per caso arrivando: 
Questa fu alcun tempo la mia stella, 
E venne insino in Persia a ritrovarmi 
Con Balugante e con gran gente d'armi. 

Ora un diligente raffronto di questa parte del poema cogli 
ultimi canti del libro che s' intitola < La Spagna in rima i 
mi ha fatto vedere chiarissimamente che questo è il fonte 
a cui il Pulci attinge qui la maggior parte dei suoi rac- 
conti. Vero è peraltro che moltissimo aggiunge di suo capo 
e che ogni cosa altera a suo capriccio; certamente sono 
parto della sua fantasia T impresa di Antea in Francia col- 
r episodio dei giganti Fallalbacchio e Gattabriga, e so- 
prattutto i casi di Rinaldo e il suo maraviglioso viaggio 
dall'Egitto a Roncisvalle. Poiché adunque dal canto XXIV 
in poi vediamo il poeta prendere una nuova via e segui- 
tare altre scorte, ammesso una volta che V Orlando sia 
anteriore, dobbiamo anche credere che esso avesse ter- 
mine in quel punto medesimo dove il Pulci spezza l'or- 
dine delle narrazioni seguito fin qui, per balzare a cose 



L 



— 45 — 
fallo diverso e a un tempo assai posteriore. Ma è anclie 
'n notare nune la prima part£' de! racconto non abbia por 
nesLsuna guisa un vero compimento: la (piai cosa a parer 
mio non si può spiegare se non ammettendo che anche 
\ih-landia, per ejual ragione non saprei diredi certo, sia 
rimasto incompinlo; <riacchèse cosi non fosse, il Pulci non 
sarebbe andato a prendere altrove una catastrofe, la quale 
inm aveva die fai'e colle narrazioni precedenti, per ap- 
plicarla al sno poema. Q^ianto alla distinzione delle parli, 
a^ai verisimilmente , a parer mio, furono composte con 
ttn' inlemizìone non lieve. La cosa potrebbe forse chia- 
rii'si meglio da dii avesse agio di vedere V edizione prin- 
ripe del poema (Venezia, li81), che contiene ventitré 
canti soltanto, cioè la sola prima paiie del poema; a 
(Igni modo nelP ultima noi troviamo parecchi indizi, tra 
1 quali specialmente la morte di Madonna Lucrezia (Ii82), 
ihe ci riportano agli ultimi anni della vita del poeta, mentre 
nella prima non ificontriamo traccia di c^sa che sia da ri- 
ir n» a un tempo cosi tardo. Un passo del canto XIV 
>i;inxa 53) cembreret>be anzi riportarci verso il principio 
M iHintrficato di Pio 11 : 

Il picchio v*era e va volando a scosse 
Che 1 comperò tre lire e poco un hcsso, 
Perch'è pensò ciruii pappagallo fosse: 
Maniiollo a CoiNljii^a», pai non fn <lcsso, 
T;ìuIu clic Siena ìu] ancor le ^^ole rosse. 



rjii desiderasse sapere a che cosa alluda qui il poeta, 
lefga la sua novella stampata tra quelle di autori fìnren- 
linL r» passo tultavolta di una tra le letlere di Ini (Lei- 
tire di Luùji Pulci, Lucca, Giusti, 1868 p» 41) mi fa 
sospettare folle che egli non mettesse mano ni lavoro prima 
del 1471. f^me peraltro questo luogo avrebbe bisogno di 



— 2H — 
dichiarazioiìi, che il tempo mi vieta di dar qui, basti avere 
acc^inato la cosa« 

Ciò che a me importa qui di porre in sodo si è, che 
V Orlando è anteriore ai Morgante, senza volere per ora 
entrare neir altra questione se possa o no tenersi per o- 
pera del medesimo autore. Ho già arrecato qualche ai^ 
menlo, ma ne tengo in serbo altri assai per rispondere a 
chiunque impugnasse codesta affermazione. Per cominciare 
da uno, che forse non a tutti parrà abbastanza convincente , 
ma che ad alcuni non deve certo sembrare dispregevole, 
il tipo di Morgante, appena sbozzato nelV Orlando , con- 
dotto alla perfezione nelP altro poema, deve senz'altro 
indurci a tenere il primo per anteriore al secondo. E in- 
vero, se bene si consideri, questo carattere fino dal suo 
primo apparirò dovette incontrare gran favore nel pub- 
blico , e però non è neppur da sognare che un rifacitore 
lo volesse mutilare, e venisse ad assegnargli nel racconto 
una parte assai meno rilevante di quella che aveva nel 
testo originale. Per contro era naturale che il Pulci affer- 
rasse ridea felicemente concepita dall'autore deir Orteiido, 
chiunque egli si fosse, e col vigore del suo ingegno si 
sforzasse di renderla perfetta. Per verità neir adoperarsi 
a questo fine messer Luigi rasentò assai, se pure non 
li trapassò, i confini della parodia: ma questo appunto 
è ciò che rende più gradevole la lettura del suo lavoro, 
e di un semplice rifacimento viene a fame un'opera poco 
meno che originale. 

Negli agli altri caratteri non troviamo differenze ba- 
stevoli a dimostrare con sicurezza T anteriorità dell' uno 
piuttosto che dell'altro poema; ben ci si scopre invece 
una miniera inesauribile di argomenti se ci volgiamo alla 
considerazione dei particolari. Infatti mentre neW Orlando 
noi troviamo a ogni passo frasi poco appropriate e messe 
solo per la rima, concetti volgari, versi disarmonici o di 



— 27 — 

ÉL<ìa misura, rime inesatte e altre simili pecche, nei Ino- 
li c/irrispondenti del MimimUe troviamo invece cansali 
sii difetti r^ìD una cara che dà chiaraiiiLmlc a vedere 
fX>rreltore e il rifacitùre. Che si prenda una coni|»osÌ- 
àcme clifetlosii e si procuri mì^'liorarla, e naturale; ma che 
ponga mano a guastarne orribilmcnle una adorna tli 
^pletHlìdi pregi, ta è cosa che oltrepassa ogni limile di 
liMliia, Di più il mettere le mani nel Morgante doveva 
ibnire poco meno ctie sacrilegio, mentre esso incon- 
^Irava nei contemporanei tanto favore, quanto dimostrano le 
irilteplicì eilizioni, si del poema intero che di alcuni epi- 
l^ioiliì staccali. R del resto a che prò rifaì^e il MonjanU*? 
rcrio anche coloro die fossero più ostinati a volerlo an- 
{leriore ^WOrlawto si troverel>bero assai impacciati a ri- 
siere a questa domanda. Unica ragione plausiljìle sa- 
rtM? che nel poema del Pulci fosse spiaciulo il tuono 
aU]uantu burlevole a qualche adoratore dei paladini di 
iGaiio; ma in tal caso erano a c^vrrepgere alcuni Inot^dii 
|^dUinto« non s'aveva gtà a mutare ogni cosa, anche dove 
[la dignità dei paladini non era punto offesa. S'aggiunga 
[clic poslo anclie potesse nascere a qualcuno questa strana 
lfanl.i>i3, mal si saprebbe poi spiegare come mai, nel 
jtein[w* stesso in cui il Morgante s'andava ripetutamente 
[mtaiDP''>ndo , vi fossero uomini stolti a segrìo, da far trarre 
opto deir opera del suo straziatore. E qui si avverta che 
arigomento dalla supposizione a me più sfavorevole, 
^ate B iìire ih quella che il nostro codice, che è manilesta- 
?ote una copia, appartenga agli ultimi anni del secolo XV. 
Ctó premesso, reclierò alcuni esempii» scegliendoli 
cr ''' 1 che di leggieri potrei accumulare, e ai versi 
frO' porro accanto i corrispondenli M Mirrgante. 

^1 i'onsjderino anzitutto queste due stanze: 



— 28 — 
{Ori. C. IH) (Morg, C. Il, 15) 

B quol re Caradtir n' ha bene ottanta E quel re Carador n' ha fM-se ottanta 

Migliaia di sararìni, ciascun forte, Di gente saracina ardita e forte, 

(E) quel re Manfredonio odo si vanta E Manfredonio ugni giorno si vanta 

D'aver quelb donac4bi o mentir morte D'aver questa donzetta o d'aver morte, 

Né barone né re che già tema una pianta, Ed or trabocchi ed or bombarde pianta. 

Ansi discorro ognora inaino aUe porte. Ogni dì corre infino in su le porte. 

Il conto Orlando udendo tale effetto 11 conte Orlando quando questo iotete, 

S\ ringraziava Crbto benedetto. (1) Non domandar quanto disio rac«;eM. 

Oltre le lievi mutazioni introdotte a correggere le scorre- 
zioni ortografiche dell'amanuense, avrei forse potuto rad- 
drizzare il 5* verso a questo modo: 

Né barone né re teme una pianta, 

e il sesto scrivere cosi: 

Anzi discorre ognor sino alle porte, 

A ogni modo è sempre facile scorgere nel Pulci il lavoro 
di rifacimento. E invero che cosa ha egli fatto? ha variato 
leggermente il secondo e il terzo verso, poco armoniosi e 
infelici neir espressione ; il quinto, dove a quanto pare, gli 
spiacque quel non temere una pianta, ha mutato per inte- 
ro, serbando peraltro, ma in senso diverso, la rima; negli 
ultimi due versi poi ha sostituito la passione umana al 
sentimento religioso, al quale ricorrevano continuamente i 
poeti cavallereschi a lui anteriori, e ha tolto di mezzo la 
frase tale effetto, poco opportuna in questo luogo. Osser- 
visi quest'altro esempio: 



(1) Nel riportare passi écW Orlando io darò sempre, salvo lievissi- 
me variazioni, la lezione del codice; dal racconciare i versi storpi mi 
distoglie la persuasione che i più siano tali per colpa dell' autore anziché 
del copista; dall* apporre in nota proposte di correzioni mi ritrae il bi- 
sogno di guadagnar spazio. Solo rarissime volte aggiungerò tra parentesi 
qualche parola, dove ne sia evidente il bisogno. 



— i9 — 



(Oli. r IO) 

fSl lo diMrto mitttntKl stia wiìUits 



t*er lo tiÌH?rlo v.mno alla vcnlurA» 



^ 



Che il ver^o delP Orlando fosse mutato in quello del Mot- 
game s'* intende a meraviglia; ma che il seconda venisse 
Ìra:^fonnato nel primo, parrà, io credo, impossibile a cliiun. 
qae abbia lume di ragione. Nella stanza medesima da cui 
traggo questo verso ricorre nelP Orlando la voce pensar ia 
per pensiero, la quale non dovette garbare a messer Luigi, 
die pertanto, pur ritenendo la rima in ia^ l'ha evitata. 
Spessissimo poi egli si dà cura iJi togliere gli epiteti 
mate appropriati o afialto inutili , f li cui valevansi conlirutci' 
mente i cantatori da piazza, e con essi l'autore dell' Or- 
Inndo, per finire il verso e soddisfare alla rima: costume 
coHt^ìrn avnvann ereditato dagli antichi giullari francesi: 



i g^ntr tn% eme ebbe vetliiio 
ligio nd rnexxit M diit^riii. 
k p>»rU qiv«l rnnU argitlo 
\ ramati gatto d' triiiii uoficHa 



{Moro. Il, ìiì) 

E questo ra^ionontio h»n»n vo<lulo 
Cu hr*l ftalngio ìd ineiiro dol (lÌM*rti»; 
OrUndo poi rh*a qu<t<ito fu vi^niilo 



Tardo del primo ver^> perchè mauifeslamente guasto dal 

e da COI v forse scrivendo: « E raf/hnuiftdo 

Il •; ma III me l'epiteto anjuto fosse qui aflOìilo 

»ri di UioRO, e c/>rae inutile fosse parimenti tutto il 

^erso, che però il Pulci ha lasciato. Anche il quarto verso 

tiofi serviva a nulla, giacche noi non sappiamo die i ca- 

Ivalieri usassero mai di spogliare l'armatura prima di smon- 

itare da cavallo. 

Si raffrontino anche i due versi sej^rienli : 



{Ori. f.'' 15) 

'oro e il* 4rf mito« 
Ivoitro pudaMnto. 



{Uforg. U, 62) 



SoMo ilaroUì, m> 1* e in piaci ni un In, 
T»nÌ0 che tu »ar<ii, buron, contcniu. 



— 30 — 

È manifesto che poiché qui soldo era adoperato nella s» 
gnificazione di stipendio, raggiunta d'oro e d'argento er^ 
peggio che impropria; però ognuno approverà il Pulc^ 
d'averla levata, ma dovrà in pari tempo riconoscere ch^ 
i suoi versi sono rifacimento degli altri due. Ma non sole 
le frasi, il Pulci corregge talvolta anche le rime, nor:i 
sempre esatte neW Orlando. Si consideri questo passo: 



{OrL r 23) 

lo intendo di provar questo ch'io dico 
A corpo a corpo, a pie o a cavallo. 
E quel pagano udendo tale invito 
Dicea: Quasi mi piace scusa fallo. 



(Morg, ni, 66) 

E intendo di provar quel ch'io ti dico 
A corpo a corpo, a piede o a cavallo; 
Perch' io son troppo alla ragione amico. 
Disse il pagano: E' si vorria impiccaDo. 



Chi non vedesse la forza di questo esempio, converrebbe 
dire fosse cieco del tutto. E qui si noti ancora come mes- 
ser Luigi toglie quel senza fallo, che nel quarto verso 
torna poco a proposito, per trasporlo nel sesto, dove rie- 
sce assai più opportuno. Raffronti ancora chi ne ha pa- 
zienza, le stanze seguenti: 



(Ori. r 91-92) 

E per mezzo del campo passarono, 
Che conosciuti non fur da persona; 
Subitamente alla città n' andarono 
Ove dimora quel re di corona. 
Dentro alla porta e due baroni intrarono, 
Alla piazza n* andare alla »tazona. 
Il re dì Penùa a un balcon si posa 
Ck)n Chiariella che parea una rosa. 

E Chiariella vedendo el conte Orlando 
Al padre disse: Vedi un bel campione. 
Vedi come cavalca ardilo e baldo, 
E come siede ben sopra 1' arcione ; 
Più volte ho udito ricordar Rinaldo 
E '1 conte Orlando sì franco barone ; 
Or piacesse a Macon che fusse desso, 
Che '1 gran soldan non ci starebbe presso. 



(Morg. Xn, 71-72) 

Così per mezzo del campo pa$«aro, 
Che conosciuti non fur da persona, 
E 'nverso la città poi se n' andare. 
Dov'era l'Amostante e sua corona. 
E del palazzo real domandare; 
Poi inverso quello ognun di loro sprona, 
Tanto che sono al palazzo arrivati, 
E innanzi all'Amostante appresentati. 

Ad un balcon l'Amostante si posa; 
Chiariella veggendo il conte Orlando, 
Cir ora piò fresca che incarnata rosa . 
Molto Io squadra e venia rimirando, 
E dice al padre: S' tu guardi ogni cosa. 
Quando costor si vennono accostando, 
Come stava colui sopra 1* arcione ! 
Tutti i suoi segni son d' un gran barone. 

Così fuss' egli Orlando, quel cristiano 
Ch' ha tanta fama , come par qui desso, 
Che non saria pien di standard! il piano, 
Non ci starebbe il campo così appresso. 
Che non ci arebbe assediati il soldano. 



— 31 — 

Ai lellori le osservazioni; a me basii far notare quell'Or- 
hwdo, che rima mn balda r Rinaldo, macclua scomparsa 
nel Mmiante, Dal medesimo foglio tolgo i[iies(* altra stan* 
za, ponendole a risronlro la rispondente del Pidci: 



(Orlamitì) 



S ehi r dt morto iu»ii m dai m 6ì4ì. 
Stailo (ili fu flt'^r^ tiTi naiicUfiÌc« 

f^^uuii^t) eh' vrt Ni l!i)rÌ4i (f ioga ni u 

R .»' ' «utlil itiicrfiitiKnlu ; 

F'( chi tu ffiiel c4V«|jtirJ 

Cà tu uiuriu MafcvfAltiu tfélltif ftCIIlfìeri 



(Mùrg. XII, Kl) 

Ma chi r licrwj wipiir nun fmUtn ; 
DHin gli ni rh'rgli efa un vÌAUtliititt% 
E quuRlo vcirÌAìmil non parca, 
SappHMtdo «fiMiiiit on Hero il gig^anlo; 
fu per wnttira aoco .il rjim|Hii suro» 
L^it Nivio «tiii^ti Q «iiiiil n(»^ro(nanlG i 
8 i|ÌM4* : Fa rh ' ìo sappi per tua «rio 
Oli è colui eh' ucHsc II nonLru Martu. 



GB nllimi dae versi si potrebbero racconciare a questo 
modo: 

Fate chMo sappi ehi fu il ravalierì 
Ch'ha morto Marcovaliio lo seiidten. 

Ma per verità io mi perito molto a cancellare qìiel franco, 
che mi pare qui necessario, e cr'edo piuttosto che il verso 
sia uscito storpio dalle mani delT autore; allora s'intende 
bene perchè il rifacitore, non lo potendo accomodare a suo 
modo, rimutasse anche le rime. Poco più innanzi leggiamo 
qnest* altra strofa : 



[fìrL l t«) 

ft^o fkà Ubo !■ tintila ilArniia 
Ifiia kfiifDtj •* artu^ di pog^Anj « 

ff [■ n*' Imc^lii Inultiiii , 

1^ I < p'mu ili i;B(jll<ifilia 

Al . " I Ut \e^ì$y lo mani 

C/fm (in > ,- uni per tcithi ^irftilo, 
€\ itUf wc^u 41 può dAll» crfMUi «rtrid^ 



(JMbrr;. Xll, H8) 

Quando fMi fbto t« ttnUe drtrmìa 
Cna britjaU ** uriuar di pny:jtm , 
H im di que»h b nuniirii Apna 
Curixinfiiti ad loiMto i*i>iiitf lupi o r^ini , 
OrUn>lr^ 3 lAmpi iiwii *i ri«i*n»i» » 
Cljit HiiJilnttnflti k'ì tt'p^Hf le mani ; 
E fu ninnalo cubilo iti pri(r>t*i>«! i 
^ettta nicolUrlù u dirteli U • agiomr. 



Chi reputasse possibile che un rifacitore o anche nn glia- 
statore mutasse il quarto e quinto verso del Morgante nei 
Durrisponrienti dell' Or/ffr*//f7, non dovrebbe meravighare di 
c0sa -ilcuna per strana e improbabile che si fosse. Potrei 



— 32 — 

citare gran copia di altri esempi, i quali servirebbero a 
mettere sempre più in chiaro qaello ch^io dico; ma per 
non avermi qui troppo a dilungare, bastimi T asserire die 
raffrontando tutto il poema dal principio alla fine, non a 
trova nella forma un solo indizio per credere V Orlo^ 
rifacimento del Morgante, mentre straboccano le prove dd 
contrario. Chi non volesse dar fede alla mia asserzione 
prenda egli stesso a raffrontare i due testi e si persuadi 
da sé. Qui voglio solo citare qualche altra stanza merite- 
vole per la sua struttura di speciale considerazione. Trat 
tasi di ottave in cui al principio di ciascun verso ricorre la 
medesima frase : genere di versificazione codesto del quale 
fino ad ora io aveva creduto, se non inventore, almeno 
principale cultore messer Luigi, e di cui invece trovo Del- 
l' Orlando esempi non meno frequenti. Queste stanze sono 
tra quelle che ponno anche meglio servire a mettere in 
chiaro il lavoro di rifacimento, giacché essendovi qui assai 
minor luogo a mutare, riesce più agevole il discemere 
quale delle due forme s'abbia a tenere per originaria, e 
quali siano le ragioni dei mutamenti introdotti. Prenderò 
il primo esempio dal f. 113, appartenente al canto tren- 
tesimoprimo: 

(Orlando) (Morg. XVl, 11-15) 

Se' lu Rinaldo da quel bel castello? So' tu Rinaldo mio famoso e bello? 

So' tu di Montalban eh' è in su quel monte? Se' tu colui clic ti stai in su quel niente? 

Se' tu d' Orlando suo cugin fratello? Se' tu d' Orlando suo cugin fratello? 

Se' tu della gran gesta di Gliiaramonte? Se' tu quel della gesta di Chiarmonte ? 

So' tu quel ch'uccidc5ti Cliiarìello? Se' tu colui che uccise Cbiarìellof 

Se' tu quel ch'abbattesti Brunalmonte? Se' tu quel ch'ammazzasti Brunamente? 

Se' tu nimico di Gan di Maganza? Se' tu il nimico di Gan di Maganza? 

Se' tu colui che ciascheduno avanza? Se' tu colui ch'ogni altro al mondo avanza? 

Un altro esempio reco dal foglio seguente: 

{OrlamU)) (Morg. ib. il) 

Tu sei colei che tutte l'altre avanza, Tu so' colei ch'ogni altra bella avanza. 

Tu àe' d' ogni balta ricco tesoro; Tu se' di nobiltà ricco tesoro, 



— 34 — 
Né è a dire che con questo parole messer Luigi pos| 

aa^nnare alla breve sospensione irarme tra i due oic 
pioni, poiché iu essa Caradoro non aveva parte alcuna e 
non poteva pertanto dire in nessuna maniera ili aver falli) 
tregua con Orlando. Questa tregua è ricordata anche pò 
più oltre: 

(Si, 61) Mentre eh' è iricgiia va sicuraniejite. 

È facile vedere che mentre di questo errore mal poi"? 
be dare ragione clii supponesse 1' Oriamio rifacimento 
Morgante, con sonìnia agevolezza lo può invece spiega 
chi ammetta il contrario. 

Similmente noi troviamo nel canto XXII del Morgm 
un altro fatto, di cni non si può (Jare spiegazione ci 
veramente appaghi, se non ricorremlo M'' Orlando. Ivi nar 
il Pulci come Rinaldo, venuto per mare presso a Salisca~ 
glia, approdasse co' fralelli per comliattere TArpaltsta, 
race signore di quella leira. Costui manda loro conti 
una schiera di valorose e deformi Amazzoni, che lut 
sono sconfìtte da Gnicciardu, Alardo e Ricciardetto. l*aj 
rebbe che questi si fossero meiitata lode di prodezza, 
invece Rinaldo si fa a proverbiarli: 

Rinaldo e stato a diletto a vedere 
Outile fanciulle a rovesciù cadere. 

E Ricciardetto e Guicciardo dileggia; 
Io non pensai che voi fornissi mai 
Di spacciar quallro femmine, e motteggia. 

Erano femmine queste, è vero, ma femmine di forza pij 
che virile, ne pertanto erano giusti i rim]>roveri di Ilir 
do. Come mai peraltro il Pulci scordasse qui che nelP; 
lichità non era parso disiiicevole far combattere colle Ama 
zoni gli eroi più celel»rati, (3 cadesse in questa sconveuiefl 
za, ben s'intende, se si raffronta la narrazione detl' Ortaji 



DANTE E I PISANI 

STUDI STORICI 

DI 

GIOVANNI SFORZA 



( Vedi alle pagg. 41 e segg. 329 e segg. 665 e seg. ) 



CAPITOLO ULTIMO 

Quali accuse e di che peso scaglia Flamminio Dal Borgo contro 
r Alighieri. — Perchè Dante chiama Ggliuoli anche i ncpoti di Ugolino. 
— Cosa intenda per età novella. — In quali parli si allontana dal vero 
nel suo racconto. — Brevi cenni sulla famiglia de' Ghcrardesclii. — Prime 
avventure di Ugolino, sua prigionia e suo esilio. — Torna in patria e 
combatte alla Mcloria. — Viene eletto podestà e capitano di Pisa. — Di- 
vide il govenio con Nino Visconti. — Sue discordie con esso. — L'ar- 
civescovo Ruggieri degli Ubaldini. — Cacciala di Nino. — Ugolino é 
imprigionato co* suoi. — La torre della fame. — Come governasse la 
cosa pubbUca l' Ubaldini. — Morte crudele de' Gherardesca. — Giudizio 
di Ugolino. — L'arcivescovo Ruggieri e papa Nicolò IV. — Cosa ope- 
rasse il Visconti in patria e in esilio. — Sua morte. — Illustrazione di 
ciò che lo riguarda nel ganto \1II del Purgatorio. — La vedova e b 
figliuola di lui ricordate dall' Alighieri. — Di una novella di Franco Sao 
chelti su Beatrice Visconti. — Farinata degli Scomigiani. — Cenni sa 
Marzocco padre di lui. — Lodi che gli dà Guittone d' Arezzo. — Dante 
lo rammenta nel sesto canto del Purgatorio. 

Un cavaliere pisano del secolo scorso da' versi di Cecco 
d' Ascoli : 

« Non vego'l Conte che per ira et asto 
Ten forte l'arcivescovo Ruggiero 
Prendendo del suo cieffo el fiero pasto ». 



— 38 — 

sero conte: imperoccbè sebbene ponga in iliibbio il ^uo 
tradimento co' versi ; 

« Che se il conte Ugolioo avea voce 
D'aver tradita te nelle castella », 

niillameno lo mette neir Aotenora dove i traditori della pai 
sono puniti delle colpe loro. Il qual giudizio è mostrai 
ingiusto dair istoria, che non gli mena buono neiumeo 
quel chiamare che fa innocenti gli altri Gherardeschi , 
quali nell'imprese paterne ebbero si gran parte, massime 
il Brigata die di propria mano uccise lo Scomigiani e die 
esca air incendio che lo distrusse co' suoi, chiamando a^ 
Pisa le genti di Tieri da Bientina , come più innanzi a 
luogo sarà mostrato. 

La casata de' Gherardeschi, potentissima e antica, 
cominciare del mllledtigento era delle prime d' Ilalia. 
appunto la sua grandezza cominciava a dar uggia a^ 
sconti, nobile e forte famiglia, essa pure di l^isa: ne 
darono a venire a guerra aperta tra loro. SconGtta a Cald_ 
da' Glierardeschi , riparò ad Agnano e afforzata di nuoi 
seguaci pose in roUa i nemici, co' quali venne poi a coli 
cordia per opera d' Orlando Rossi. Ben presto si riac 
sero le ire; pui volte fermarono assieme la pace, fin et 
nel 15^40 vi s'interpose Federico II e tutto fu ijuieto (1) 

Di Guelfo della Gherardesca, che ebbe parte pritl 
cipalissima in quelle gare, nacque nella prima metà 
del secolo XIM il famoso Ugolino, conte di Donoraticajj 
padrone di molte terre ne' piani della Maremma e 
Pisa, signore della sesta parte del regno cagliaritan 
e del castello di Settimo* Tolse in moglie Margherita da 



(1) Rondoni, fìhrk pisane; Part. l, pag, 4-9 1 r ^e^^. 498, 



— 39 — 
udiièsclii, contessa di Montingegnoli, che lo fece pa- 
li Ire femmine e Ji cinque mastelli. Un altro masrliìo 
lebbe pure, ma illegiltimo, e fu LandLic^jo ciie si aiomo- 
\f\iò con Manfredina di Manfredi Malaspina, marchese di 
V'agallo (1). A Emilia, che prese a marito Ildobrandino 
jr Ildohraodeschì conte di S. Fiora, assegnò in dote il 
&lIo di Segaiari ; Gherardesca si maritò c-on Guido No- 
vdlo de' conti Guidi di Bagno ; un' altra della quale ci è 
ignoto il nome fu donna di Giovanni Visconti Giudice di 
Gallura. Si chiamarono i maschi Guelfo, Lotlo, Matteo, 
|Gaddo e Uguccione (2), 

Le prime memorie d' Ugolino da me rintracciale ne' 

|il«ifiimenti, risalgono al i23à, quando egli, irovaodosi in 

[Sardegna, nominò suo procuratore Ranieri Bacare da Do- 

oonitìco. Sembn poi che a limgo dimorasse in queir isola, 

rmpeTOcchè nel 1264 per mezzo di esso Banieri, che con- 

tìnuava in Pisa a prendersi cura de' suoi negozi, donò al 

coDveulo di S. Agostino di Siena la chiesa di S, Cnlom- 

tmiù posta ne' confini *li Donoratico, riserbandosi di con- 

,fenn.tre questa donazione tornalo che fosse in Toscana (3). 

iFrattanlo nuovo lustro recò Ugolino alla propria famiglia 

in moglie a Guelfo, suo primogenito, la princi- 

^ Elena, figliuola naturale d'Enzo di Svevia re di 

l; il quale venuto che fu a morire a Bologna, 

filore era miseramente prigione, lasciò eredi del domìnio 

t dell' isola e de* diritti suoi sulla Lunigiana , sulla Garfa- 

e sulla Y»?rsilia i n^^poti Lapo, Errico e Nino dello 



^ArebìTio CApitotare di Pisa. Perf^ainena de' 16 di gennaio del 

Lltta; / GherartUsca di Pisa, in Famùilk ct^kbri italiane ; 

(3) Mucciont , Sommario di dùcunienti relaiivfi a/ dominio 



I 

«li 

I 



— io- 
li Brigata nati dì coi^toro (1). Ugolino venne scelto ^ am- 
ministratore di que* fanciulli, e inviò nel 1272 nn tal Bra- 
cano a Bologna per accettare la tutela e per comperar 
come fece, per cx)Dto de'nepoti ciò che Enzo aveva 
scialo a Ire suoi familiari (2). E per meglio curarne 
averi, due anni dopo, ai ventano di ottobre, mosse egli 
stesso alla volta della Sardegna (3). 

I signori della Gherardesca, quelli di Capraia e i 
sconti avevano largo e assoluto dominio in parecchie tei 
dell'isola, già a\iite in feudo dalla Itepubblica, alla qui 
ogni anno pagavano io sepo di sudditanza un assai tenue 
tributo (i). Considerando eglino come le continue tuibo- 
lenze in che era involta la patria, sempre in lotta co' vi- 
cini dì parte guelfa e co' genovesi, recavano danno grave 
ai commerci, alla navigazione e al buono stalo delle pi 
prie signorie, fermarono negli animi loro il disegno 
mutare in guelfo, appena ne capitasse il destro, qu 
sciagurato reggimento ghibellino, cagione di tanti mali 
ornai in bassa fortuna. Giovanni Visconti, genero dì U 
lino, die mano air impresa, ma senza frutto, che vei 
caccialo di Pisa e chiarito ribelle. Ugolino dal canto 
rifiutò di pagare il tributo, e venne posto in prigione 
fu mestieri rinunziasse nelle mani del podeslii quanto 
sedeva in Sardegna (5). Rifugiatosi a Lucca co' suoi, stri 
lega con quella Repubblica e colla taglia de' guelfi loscai 



(1> Petracclii , Vita di Arrigo di Sverna Re di Sardegna i 
ffarmenic Eii^ chi amato. Faenza 1750. 

(i) Dal Borgo, Di pio mi Pisani; pag, 14 e se^^, 

(3) Gtttldo de Corvaria , ffìstoriae pisana^ fragmenia in M^ 
ratori Etr. ft. Script XXIV, 621. ^ 

(4) Dal Borgo , Dissertasioni sopra V isktria piiana ; IÌ , tS 
e segp. 

(5) Guido de Corraria , ffisioriae pisanae fraginmta io 
t-alori ikrum U. Seriptores ; XXIY, 681 



— 41 — 

Imprima aizzò contro Pisa i suoi terrazzani della Marem- 
die a Bolglieri po^^^ro in rolla k milizie pisrme :* jW)] 
co^ lucdiesi e cogli altri guelfi venne ad oste contro la 
patrki, guastò Vicopisano e s' impadroni iV alcune castella. 
BODcbè la lega de' guelfi venisse scomunìc^ita dal papa, 
the m ebbe forte a male movesse questa guerra senza il 
oomaodo di lui, nel settembre tornò con più vigore ai 
ddom di Pisa; e Ugolino insieme col vicario del re Carlo 
iu Toscana, aiutato in particolare maniera dalle fa[enlì dì 
Lucca e dalle soldatesche fiorcnline, sconfisse i pisani ad 
Asciano t lUTidendone e pigliandone molti, One' di Pisa, 
colti dalla paura, si dettero tosto a scavare di nuovo un 
gran fosso, che si disse de' Rinonichi , ed era come un 
liitigo sleccato del contado, agguerrito con bertesche e 
altre fortificazioni e guardalo da buona mano di fanti, 
L^oste degli usciti trovo il modo di valicare quel fosso, e 
rof ìiiando per ogni dove il paese , si accampò a S. Savino 
n tre miglia dalla città. I pisani, poiché si furono dati alla 
fuga, inviarono i loro legati a trattare la pace e venne 
fatta con buoni patti pe' vincitori. Insieme con Ugolino fn- 
roon rimessi in patria anche gli altri usciti, e tra questi 
pFmo Visconti, giovanissimo allora, e nipote del conte per- 
elle ualo della sua figlinola e di Giovanni che era morto 
m bando ai 19 di maggio del 1275 in Monlopoli (!), 
Iti molto accordo, al dire di Giovanni Villani, pre- 
a rivere in Pisa que' potenti cilladini, de' quali ognuno 
ava per sé gran corte e avevano in proprio larghissime 
milite e aamerosi vassalli, e quasi dominavano il mare 



<l) Ttn&nì, Cronica, Firenze, Maghèri» 1823. Tom. U, pagg. 
tl8, M), ^3. 

Guido da Goiraria, IfiMtoriae pisanae fragmenla , in Munì- 

Ikrum IL Script. XXIV, IJ8l, 686. 

A^nOBimo « Crùmca pisana m^ nel R. Archivio di Stnlo in Luec;i . 
cari 39 ii^nto. 



— « — 

CO' loro ìftfgoi e neramie 1 1 >. Riebte Ugotìoo i suoi giii- 
dkati io Sanlégoa e pff»iikfe>e ai Comime di pagare 3 tri- 
boto. Seppe p»>i brsi amki i nomeroisi partigiani de' Vi- 
sconti prendeotei iik>lu cura di Nino cbe ìndi a poco ^ 
ammogUó coUa pnik:q)e&^ Beatrice, figiiooia d' Obizzo 
d' Este e di bco^^m^ «le* Fietschi nep*>te d' Adriano V. E per 
tal modo si cattirò il Gberardesca la stima e V afletlo de' 
propri concittadini cbe Tenne scelto a capitano generale 
dell'armata, qnando Tolendo eglino porre fine una Tolta 
alle secchie inimicizie co' genoTesi pensarono fiaccarne la 
potenza con ona grossa battaglia di mare, che infatti ebbe 
iDOgo alla Meloria ai 6 di agosto del 1281. Di questa sci»- 
gnratissima impresa il Trooci, il Roncioni, il Taioli e il 
Dal Borgo daimo ogni colpa a Ugolino, e vogliono fuggisse 
nel calore della mischia per vendicarsi della patria e tra- 
dirla. Tranne però l'anonimo del secolo XR% del quale 
si ha tuttavia inedita la cronica che si conserva nell'Ar- 
chivio lacchese, ninno degli storici contemporanei cosi 
di Pisa come di Genova fa parola di quella fuga; e 
l'anonimo stesso la racconta solo « come oppinione fi*a molti 
savi e valenti cittadini > e nulla più (2). Narra invece il 
Doria e a ragione che i soldati pisani in quella come nelle 
precedenti battaglie mostrarono bravura al pari de' geno- 
vesi, non cosi i capitani che sempre furono a quelli di 
Genova di gran lunga inferiori (3). Ugolino può dunque 
tacciarsi d'inettezza nel comando, che pur divise col Mo- 
rosinì, nato e cresciuto a Venezia, di tradimento non mai. 
E n'è prova Tessere stato a quella battaglia colle sue 
galere, co' suoi vassalli di Sardegna, co' suoi nipoti e fi- 

(1) Villani, Opera cit. n, 273. 

(2) Anonimo, Cronaca pisana, ms. nell* Archivio di Lacca, 
cart. 40 tergo e seg. 

(3) Doria, AnnaUs ianuenses, in Pem Monumenta Germaniae 
historica; XVIIL 



— i3 — 

gliaoU^ nno de' qnali , Lotto , vi rimase prigione. Che poi 
ftiggìsse e impossibile. Comandava egli il centro ilolT ar- 
mata e per cruadagnare. come vogliono, la foce ilelTArno 
cb^era quattordici miglia al disopra, bisognava che passasse 
mila linea de' Doria che aveva sgominata V ala dritta pi- 
sana, e c^rto in quel codardo passaggio vi sarebbe rima* 
sto o prigioniero o alTondalo (1). 

Gfjnova ingagliardita dalla vittoria pensò di sterminare 
affatto la sua nemica e strinse lega collo Repubbliche di 
Firenze e di Luc^\i e cogli altri guelfi della Toscaiia, cbia- 
mandiine a parto anche Ugolino e il Visconti purché gìu- 
rassien* i atroce alla patria (2). I pisani, inteso qn^ 

sto, ni j: no a Genova due frati de' l^redicatori chie- 
dendo pace a ogni costo» ma indamo (3). In forte trava- 
glio si trovò la Repnbblica in que' giorni, minacciala co- 
mpera ila tanti nemici, scoratissima ed avvilita per la scon- 
QtU. i»riva de' cittadini più forti , de' quali parte morirono, 
parte vennero fatti prigioni e in si gran numero^ che di- 
revasi allora chi vuol veder Pisa vada a Gemva (4), Ad 
Ugolino venne afTidata la patria pericolante; consiglieri in 
questo ì prigioni, che da Genova stimolavano i parenti e 
gli amici a porre in lui ogni speranza e ogni fede (5). 
Cifique giorni da che fu giurala la lega, vale a dire aM8 
di ùltùtire del 1284, prese il Gherardesca ad esercitare 



^1) Fanuccl* Storia iki tre celebri ftopoli maritlimi delV Ita- 
iÙL H», Pìemcciiu* tSft ; UI, Ito. 

('2j Liber iurium lìeipubtieae Genttetufis , in Ilùt, patr, monu- 
Hirn, edita fuiiu regLt Karoti Alberfi; U, (50, 68, 09, 71, 73, 75. 

(Zi Doria, Anno . n.pM , in Pem; WUI, 310. 

(i^ Sai riunuTO -ir ,, sono discordi ira loro gli storici ^o- 

»ot<HÙ r pisani. Il Canale *ulla fedo di un' iscrizione che sì lejrjfe a Gè- 
fiora inllii rjiccìatd di S, Matteo, e che vi Iti posta poco dopo ìa batta- 
ffii, li«if* |>cT femio fossero 9i72 ^ Canale , Nuova ùtoria delia Re- 
pvkòlim di Genova. Fin-nze, Le Moniiicr, I8(i0; Ul, Z'i), 

<^i Doria, Annaki ianuenits ^ in h^rtz; XVUU 310. 



— 44 — 

l'officio dì podestà. Frattanto i mercanti -fiorentini, che 
erano a Pisa , a' dieci di novembre se ne partirono per co- 
mando del Comune di Firenze, che inviò seicento cavalieri 
ai danni de' pisani, aiutato da' Comuni di Lucca, di Sie* 
na, di Pistoia, di Prato, di Volterra, di S. Geminiano e di 
Colle, che tutti mandarono secondo la loro taglia (1). Ri- 
fiutò Ugolino l'offerta de' nemici, pur sforzandosi di pia- 
cere ad essi; e queste arti tornarono a vantaggio grande 
della Repubblica, imperocché non potendo tener forte con- 
tro tanti popoli uniti bisognava disfare questa lega e divi- 
derli (2). Egli partigiano de' guelfi, anzi tutto pensò ami- 
carsi i guelfi dì Firenze e di Lucca, e in parte vi riuscì: 
afiSnchè non movessero la guerra, a questi die Rientina, 
Ripafratta e Viareggio; a quelli S. Maria in Monte, Fu- 
cecchio, Castelfranco, S. Croce e Montecalvoli; facendo 
poi intendere che avrebbe alla parte loro ridotta la città. 
Ai trenta di giugno salpavano da Genova sessanta- 
cinque galere e un galeone guidate da Oberto Spinola, il 
quale tosto che fu arrivato al Porto Pisano avvisò i fio- 
rentini e i lucchesi della sua venuta, affinchè a seconda 
de' patti fermati nella lega dessero mano senza porre 
tempo in mezzo ad assalire Pisa per terra. Ma costoro, 
già fatti benevoli ad Ugolino, mandavano ogni giorno buone 
parole, niente operando. Minacciò di scomunica il pontefice 
chiunque molestasse i pisani, e di questo si giovarono i 
fiorentini e se ne tolsero fuori; mentre i lucchesi, cu- 
pidi di acquistare nuove terre a danno di Pisa, avute per 
forza Cuosa e Ponte a Serchio , posero giù le armi e tor- 
narono a Lucca. Per venti giorni aspettò indamo lo Spi- 
nola; stanco e sdegnato prese a fare da sé, e gravi danni 



(i) villani, Cronica; II, 294. 

Anonimo , Cronaca pisana; ms. ncll' Archìvio di Lucca; cart 4i. 

(2) Piolemaei, Annales; pag. 197. 



— i5 — 
recò alle fortificazioni del porto, che Ugolino fece pron- 
taaneote riattare (1). 

Che giurassero di mantenere e difendere ciò che 
r Opera di S* Maria di I*isa aveva in Sardegna si comanda 
mi Breve del Comune dell'anno 1275 a Ugolino de'Ghe- 
rarde^chi, a Giovanni de" Visconti e agli altri regoli di quel- 
rìsola (2). E questo disposizione, che meglio cliiarisce 
come solamente dalla Repubblìcii riconoscessero eglino la 
propria signoria, si le^ge pure nel Breve del 1286 ove in 
laogo di Giovanni , già morto , vengono nominati gli eredi 
di Itti e ì miori di essi. Era di questi eredi il solo fiato 
Nino Viiiconti, essendogh morto nel giugno del 1279 
runico fratello di nome Lapo. Dalla qual cosa, al dire 
di Krana?sco Bonaini, apparisce manifesto che Nino anciie 
nel 12H6 « diuasse nell'età minore e perciò fosse tutta- 

• via sotlojmsto quanlo agli efTetii civili se non alla tutela 

• alla curatela dell'avo materno »; e che Ugolino ne fosse 
staio per F innanzi il tutore, come vuole il Troncì, rile- 
vasi apiiieiio da uno strumento cha si conserva neir archi- 
vio pisano (lì). Mi è piaciuto allarganni su (jnesto afTìnchè 
si eufiosc^ quanta giovine età aveva allora il Visconti, po- 
llile di nascita e per ricci lezze, caro al popolo e a ognu* 
no • perchè gentile d'animo e di costumi , ardito e ga- 

• glianlo 9 (4). Ugolino che si fece chiamare podastà e ca- 
piUDo in lermiue di dieci anni* fu mestieri si pigliasse a 
rompaf^d nel governo questo suo oepote, acciocché non 



(h Doria, Annaits ìan^mns . tn P«»ri7-; XVUI, 311 
PColemaef , AnnaltJs: pag. !97 e si!g. 

Anonimo « Ftagiry^nta historiar pisanae . ìii Mur-alori lìer. H, 
Srrtj4 XXIV. 6ia 

(Si Booaiiii, Staluii pisani: I, 50* 375. 

(3> Bonalai, \i\wr4 v\i. I, !^75 e seg. 

(I> Da Bali, Cainmcniu alla 0. €, II, 179. 



— 46 — 

gli avesse a machinar contro e torio d' ufQdo. Al cadere 
del 1285 presero a reggere assieme la somma delle cose, e 
raccolta in sé stessi ogm antorìtà si chiamarono Capitani 
del Popolo, Podestà, Rettori e Goyematori del Ck)mnne. 
Ridossero a un codice solo le sparse leggi della Repub- 
blica già goarantigia di on Tìvere libero, recando ogni 
cosa nella propria balìa, perfino la vita stessa degli An- 
ziani del Popolo, dichiarandosi superiori alle l^gi stesse 
che promulgavano col riservarsi di osservarie o nò a ta- 
lento e ad arbitrio (1). 

In breve la discordia si accese tra i due reggitori, 
che ambiziosissimi entrambi forse agc^avano alla signoria 
suprema della Repubblica. Essendosi il Visconti recato in 
Sardegna, Ugolino vi mandò Guelfo, suo figliuolo, ordi- 
nandogli d'occupare non solo le proprie castella, ma 
quelle pure di Pisa (2). Di questo si tenne fortemente 
offeso il Visconti, che cercò T amicizia di Firenze, e a di- 
spetto delPavo e degli Upezzinghi i fiorentini vennero a 
Pontedera per opera sua e V ebbero per inganno (3). Prese 
poi a fomentare le discordie che straziavano Buti, grossa 
terra del distretto pisano, divisa in due fazioni quella di 
sotto del borgo e quella di sopra o del castello (4). 

(3) Dal Repetti in fuori , quanti scrìssero sugli statuti pisani presero 
errore nello stabilirne la data. Il Bonaini , che di recente li ha posti alle 
stampe con molta cura e larga dottrina , da quanto si legge nel cap. VID 
del Breve del Popolo mostra come fossero compiuti dopo 4I luglio del 
1387 ossia del l!286 secondo lo stile comune. (Bonaini, Statuii pi- 
sani; 1, XXV e segg.). 

(i) Ptolemaei, Annales; 199. 

(5) Anonimo, Fragmenta historiat: pisanae , in Muratori R. l. 
S. XXIV, 649 e seg. 

(6) A queste (azioni si accenna nel Breve del Comune del iS86 
colle seguenti parole: e Cum terra de Buitì propter malas condictiones 
> eius in pessima condictiones sit posita , et propter guerranun partium 
» dlscrìmina &c ». (Bonaini, Statuti pisani; I, 172). 



— 47 — 

Questa teuQe per lui che la forni d'aiuto e di crmsiglio; 
Tallra per LigoUno e per gli Upezzinglii che non sì ri- 
Stetteiti ili ìl a Ruti chiamò il Visconti in proprio 

atalo i Qu ^ Il di Lucca e vi mandarono tosto Iacopo 
Moriacdiì con uomim da cavallo e da pie. Incominciala la 
ztiffa. molli nol>ili pisani vennero presi, tra' quali Bonac- 
corso da Kipafralta e Baldino degli Ubaldini nepote del* 
V arcivescovo ; la parte di sotto fu cacciata della terra che 
si leone per il Comime di Lucca (1). A ringagliardire la 
guerra civile die larga occasione il Brigata, figliuolo di 
Gaeirci de' Gherardeschi , uccidendo co\suoi compagni Gano 
degli Scornigiani, amicisì^imo de^ Visconti ì quali corsero 
:^egnati per la città gridando Muoia ehi non vuole pacie 
m i gefèorm^ E queste giMda andavano a ferij'e Ugolino 
proprio nel cuore » imperocché alla pace con Genova mai 
f«5ce baoft viso uè volle saperne, sia che iroppo duri e vili 
gli serahrassero i patti, sia che temesse col ritorno de' pri- 
gionieri, i più de' quali erano j^'hibcllini, di procacciarsi la 
propria rovina. Conoscendo i pisani che i Visconti « non lo 
* facieano per parte volere, come scrive un coniempora- 
f neo, ma per confondere lo conte » non si levarono a 
nimon? per ciò (2). Nino fatto accorto che 'm siila lUi oia- 
iiiera non si poteva disfare dell' avolo, volle che Ugolino 
lasciato il palazzo del Comune dove stava coir UlTicio della 
capilaiiena e podesteria, se ne tornasse a casa. Furono a 
pregare di questo il Gherardesc-a i consoli del mare e de* 
bqm 1 quelli dell'arte della lana e i consoli e' priori 

dcL. .,:; aiti, e li fece contenti; e tanto esso quanto il 
YiscofilJ, alla hnona merc^ decloro consigli, commisero i 



(i) Ptolemaeì, At\nul*is j»ag. SOL 
Anonimo, Fra^n, ciL iii Mursilori; XKIV, 650, 
{t\ ADoaimo, 0|K r.ìL in Miirulori; XXtV, 650. 
Ptolemaei, AniiaU-s ; (lag. ^S. 



— 48 — 
propri carichi a Guidoccino de' Bongi e si ridussero a vita 
privata; ma spesso furono in armi e più volte le famiglie 
d'entrambi fecero briga assieme (1). La cupidigia di go- 
vernare li tornò amici, e a colorire il disegno d'impadro- 
nirsi di nuovo della suprema podestà die modo il Bongi 
catturando un familiare del conte e rifiutandosi di lasciarlo 
come voleva. Preso a forza e di notte il palazzo del Co- 
mune, in armi vennero il giorno appresso a quello del 
Popolo, e la città di nuovo fu governata per opera loro (2). 
I pisani che erano a Genova prigionieri, desiderando 
finalmente di ricuperare la libertà e tornarsene in patria, 
da parecchio tempo trattavano la pace e in buon accordo 
apparecchiatone co' genovesi un onesto disegno con licenza 
loro quattro di essi andarono a Pisa a farlo approvare. A 
questo disegno di pace fece buon viso il Visconti per con- 
fondere e disfare Ugolino che niente voleva saperne. Però 
il Gherardesca seppe schernirsi dall'insidia, e per non ti- 
rarsi addosso l' ira del popolo e dare appiglio al rivale vi 
si piegò : e questa pace conclusa ai 15 d' aprile venne ra- 
tificata ai 13 di maggio del 1288 (3). Di grave danno e 
molestia riusciva ai duunviri il ritorno de' prigionieri che 
doveva seguire appena la Repubblica avesse soddisfatto a 
parecchi dei patti solennemente giurati; perciò eglino si 
dettero a trovare ogni appiglio affinchè andasse in lungo 
la cosa, e a meglio riuscirvi comandarono che le navi di 
Genova si danneggiassero per ogni dove. Di tanta perfidia 
si sdegnarono i genovesi, e Niccolino da Petrazio, inviato a 
Pisa per questo, ne mosse forti lagnanze, ma senza frutto (4). 

(i) Anonimo; Fragm. cit. 651. 

(2) Anonimo, Fragm. hist. pis. in Script- Rer. IL XXIV. 

(3) Liber iurium Reipublicae Genuensis; n, 114 e segg. 124 e 
segg. 181 e segg. 

Boria, AnncUes iaìiuenses in Pertz; XVUI, 319. 

(4) Boria, AnnaUs ianuens^ in Pertz; XVIO, BJÌO. 



— 49 — 
La parte ghibollìna già comiDcia^a a rialzare la cresta 

j e le aspre t?are de' due reggìlori faceva ad essa rivivere 
b speranza di una più lieta fortuna. N' era V anima e 
il capo l*arcive^ovo Buggeri degli Ubaldini e a lui si 

[slruigevà buona parte degli ecdesiastid , i Gualandi, i 
Sismondi. i Lanfranchi e altre case numerose e potenti e 
lìiimero grande di popolani (1), Airamltascialore dì Genova, 
che seguitava a rimanersene a Pisa, l' arcivescovo e gli altri 
oUioialì svelarono i>otlo segreto con qnnli nrii i dnunviri 
si gofcmassero con quella Repubblica per restar sempre 
io guerra con essa. Si dissero apparecchiali a chiamare 
il popola air armi e ad imprigionare il Gherardesca e il 
Vìsconli, ove ì genovesi mandassero quattro o cinque galere 
io loro aiuto sulla foce delPArno. Fecero inlendere che 

[riusiùta a l»ene T impresa, avrebbero dato loro nelle mani 

\qfie' prigionieri e si sarebbero posti sotto la protezione 

iW K qu.ll (hniigfi*! app»irlcn«»ssìe Ru|fgcri v cnnrrovfrso tra jrH 
«crtllnri. L*lI;,*hHli f Italia tarra ; ll!,y \o vhoIó di** OuraMo (• ?\ sforai 
.di prcfTsrifi rlicciiilo cbr a Vilcrbo sì k»gg*» m\ suo sepolcro: Hic requksHl 
[i^ii/ra^i/ii polfV dominm lìoggUrus Duraìdm arehicpisroptis phanm. 
Iti / [ìizumario tjmt}. f(ot\ ddla Toscana: TV, 335.' pensa 
c^nli iix Pànico nel bolognese, sulla fede di min sirumenlo 
rfa u tmi>pt\à ned' archivio aieiveNCOVìle di Pì*.'k ìlerto ebì deih\ V i<;cri* 
?, ck* sì trovo ancora a Vilerlio aella dm^ de' ilójinMiicani di S, Maria 
[i ISnMÌo, |ire»e é grave errore chi?, o?e m» ne lolita il Martini (Tfu'oir, 
ìifiy /*<!, f>8y ninno deplr scriltori com antichi eonie nitìderni seppi* 
Imooo. E a mio cn-dere andò erralo <leJ pari artclie il llepetli, 
ttìà dal lej.'j^ersi in ipiello slnunenlo the Benvenuto proposto di 
Ci«tì|lioDe didla Peseaia a nome ili nwt?K**'*i '*<***<* "* Umi\^ \ì\m\ì\ \wt%\ 
di Uvra Jid Ubaklìno ?»^/juli sui Ipsius domini aretdr'pi-scopi fiìiitJi 
ìiHit Bn**i fatti ile Poìiiro ncin ptiA ar^ntnenfarsi che fosse Rujrgerì 
^fmielJo di tionitam e \ìvìvuì di ipietla (iinii^^lia. A miglior ihriUo viene 
»*« »' iirello, i)rri»»Hnii e iiec^inili ghibellini; e in 

I « Tolomeo Fiafloni, (iio. Villani, Guido da 
r anmiimo cronicità prsino, Bt?nvejmlo da Imola, Francesco 
^emidli altri i^lnrìci conteti»^K>ranet o prosami a Ini 



— 50 — 

ili (iniiovH ricevendone un podestà per diea amù. coose- 
Knando in pegno le chiavi della cittàL TEIIa. la Gorgooa e 
U^ torri iWÌ porto. Promise Pambasciatore di svelare ogni 
cosii ni suo governo e se ne parti subito alla vdu di Geno^ 
nvando seco varie lettere de' congiurati ai Capitani del 
IN^polo e ai prigionieri (1). A meglio riuscire uè* suoi di- 
steni r an^vtwovo si finse amico di Ugolino e cùù saputa 
\o\iM\\h di lui , che a bella posta se n' andò a Settimo, 
Ihlli una grande adunata di gente si messe in armi contro 
il Vìsoonli. che avvistosi del tradimento né vedendosi forte 
si\ \\\\M\\ sì ridussi' a Calci co' suoi (2). I ghibellini furono 
MiUlo allo o^x^o ilei conte, e volevano ad ogni modo che 
il Illibata SI ihivsse di governo e si recasse nel palazzo 
\K'I CiUuuiH': ma Goildo » non andare, gli disse, aspetta 
» K^ v\MUo \4h^ liHiìi da Settimo » e vinto da' suoi consigli 
uwvt?^* \' ainK^ imiHv Buggeri e, serrate le porte della 
N<\t^ K\x^ wti^hioiv Oli rg<ìlino tornasse pure a sua voglia, 
Hi^t H^-.A A>*ujv;iOM. IVI tnnare l'arcivescovo in palazzo 
>^^ V tiNVNi:^'^ tur^lt^:^mo il ironie : invano disse » eh' egli 
% \ .\.At . vv.yv ^^\> UUh\^ signore come era » : risposero 
^^.\. ir.vnAv »\v^" suo compagno, e ove non gli 
v«»\tv>;, \ .\\\\>5^ un altn>, ma di parte loro, fosse 
• x** . o.\v • >ì;j/ Wvbn^kìuw daS, Fiora. Il giorno ap- 

»-.vv "^ '-»».' .1*.. V fi ^-^iicsa tii S, Bastiano, e non s'ac- 
*\>N.i-\A : v.ì-iv >iJ,y>5o *iì tornarvi dopo nona. Frat- 
.». .■ ■ Siv^-t ft. ■; ...--t- vjKv larvhe nell'Amo, metteva 

iv» - •x»* i! ìFìo».iM ve »uW fanti già arrivati insieme 

*\ ,«xx' V • i- •;»« .-• ,\A iv.'^'fs.vH'». mnwmaie minulimenle 

,. ,^....A,.*nN .<«v«*' «1 «^^ iiflTu. **'.aVì. ;liO il Dal Borgo 

^,... Nxw ^ ,»-.,*'^^ *•» '"-^ av/a«.^ dtt altri brani di Jdì. 

. ,.,s.-, N. V -^ ►. '^^,1. o> .'^" ovst f séfma per sfogare 

V, . ^^. ^ ■ ìtanMir., \MT. ^1 



— 51 — 
Ugolino. 1 glubeUini, temendo d'essere ingannati e 
[iti, avanli che entrassero quelle genti in aiuto de' Che- 
rlii si levarono a romore; per ogni dove fu gridato 
Farmi , menU^u per i' aicivescovo sonava la campana del 
>mnne e per Ugolino quella del Popolo. A infiammane 
iemmeglio la plefie, che tutta e a furore si rivolse subita- 
centro Ugolino, l'arrivescovo fece intendere che avea 
tradito Pisii dando le castella a' fiorentini e ai luccliesi. 
^a grarwle l)attaglia da una parte e dair aitila a cavallo ed 
pie, e durò sino a vespro, Banduccio figliuolo bastardo 
^xorile vi rimase morto; Arrigo suo nipote, nato di Guelfo, 
la sorte stessa , che incontrò del pari un nipote del- 
^mescovo per nome Azzo (1). Ridottosi Ugolino co' suoi 
^palazzo dei Popolo ebbe finalmente la peggio, e le 
deir Ulìaldini, abbruciate le porle, lo cattunirono as- 
co' figliuoli Gaddo e Uguccione e co' nepotì Ansel- 
^e il Brigata (2). Posti in catene, per vonlì e più 
mero guai-dati e custoditi in quel medesimo pa- 
Jìn che acconciata la torre de' Gualandi alle Sette vie 
fnrono riochiusi (3). 
Buggeri fu gridato signore , rettore e governator*e del 
kmiime. Gli Upezzinghi, i Gaetani « gli altri seguaci 
?* Gherardesca presi con Ugolino, vennero lasciati liberi, 
se n'andarono dalla città. Unitisi con Nino Visconti e 



Utta, / Ghtrarde^ca di Pisa; lav. V. 
iti Anonimo, Fragm. hist. pis. in R. L S, XXIV, 65^ e ii4?i;. 
▼Ulani, Oli. cit. fi, 323. 

i'S) i)ìu*%tii lorrr chi* fu ^\h <lo' Gual£in<ii , poi degli Anziani, da 
ili»' it;iv!ilii'ri dp-H' Oniiijp ilt 8 Sudano, era imi palazzii «iic ad**ssn 
^ a' HiKKchifHIi •* (trecisanionle, come scrivr il Ibi Borpa (li, \¥)) 
dnitu iti citi poiisji sotto la volta per andare ridilla piazza de' ca- 
ri air arcivescovato, Nd VMH avvedutisi ì;Iì Anziani che morivauo 
mosfì cMTcer^ i pà^omen, Imio era slretto, IncomtHto ti fetido, con- 



— 52 — 

cogli esuli guelfi e stretta lega colle repubbliche di Firenze 
e di Lucca, cacciarono per ogni dove i ghibellini dalle 
castella pisane, e danni gravissimi e guerra aperta mossero 
alla patria, forse sperando liberare Ugolino o almeno ven- 
dicarlo. In Pisa furono rapiti i beni, distrutte a furia di 
popolo le case de' guelfi, saccheggiata e arsa quella de' Ghe- 
rardesca eh' era di là d' Amo in Ghinzica nella Cappella 
di S. Sepolcro. Ne' libri pubblici vennero rasi e cassi i 
nomi e i titoli de' caduti signori; ne' palazzi del Comune 
guaste cogli scarpelli l'insegne gentilizie de' Donoratico (1). 
Buggeri mostrò quanto fosse impotente a governare la Re- 
pubblica, involta per opera sua in una guerra disastrosa 
e crudele. AH' ambasciatore di Genova che venne sulla foce 
dell' Amo colle galere e gli chiese il conte prigione come 
aveva promesso, niente volle dare, scusandosi della rotta 
fede col dire che troppo tardi 'era giunto (2). Frattanto 
gli esuli posero in fuga le genti chiamate a difesa della 
città dall' arcivescovo, che rassegnò l' ufficio suo a Gualtieri 
da Brunforte e questi a Guido da Montefeltro, famosissimo 
capitano, quando sbandato l' esercito di Pisa ne' piani di Buti 
altro modo non seppero i ghibellini che affidarsi a costui 
per difendere e salvar la Bepubblica. 

Allorché giunse a Pisa il Montefeltro già erano morti 
di fame Gaddo e Uguccione e in quella settimana anche 

sidcrando anche che riusciva molesto a loro stessi per il puzzo che dava 
e per essere troppo vicino alla propria residenza , affidato il disbrìgamento 
dì questo negozio ai Savi venne concluso si dovesse abt)andonarc quel 
carcere e farne un altro presso il pala<;^io dei podestà (Documento ffi.)* ^^1 
1568 quando siffatta torre apparteneva a' cavalieri stefaniani venne coperta 
e vi fu costruito un palco e fattovi un pozzo. Un disegno di essa si vede 
nel primo volume delF Ottimo Commento alla Divina Commedia posto in 
luce da Alessandro Torri. 

(1) Dal Borgo, Dissertazioni sopra V istoria pisana; Tom. I. 
Pari, n, pag. 394 e seg. 

(2) Boria, Annales . in Perlz; XVJH, 321. 



— 83 — 

fglì altri morirono. Corse voc^ dimandasse il conte con 

[alte grida penitenza e non gli Tu coticediilo né prete né 

'frale die il confessasse (I), Dopi» e vergi i unposto una 

grossa somma di danaro, della quale diede gran parte, 

■ gli fu dello pagasse o nò doveva morire: e venne serrata 

'la porta terrena della torre, gittate in Arno le chiavi, 

vietato ai prigionieri il bere e ogni vivanda (2)* Certo fu 

prave sciagura per loro che arrivasse si tardi il Montefellro, 

tmpenicchè un r/)ntemporaneo pisano lasciò scritto: » dissesi 

» e rreileasi rhe se il conte Guido fusse girmto in Pisa 

• inauri che fussero cominciati a morire u che fussero 

• cosi venuti meno, die non are lassalo né patito che 
» Tasserò morti per quello modo, che gli ai-è isc^impati 

[• da morte (3) >, Uacconta Francesco da Buti cbe dopo 
[irtto giorni vennero cavati dalla torre » e portati inviUippali 
nelle stuoie al luogo de' frati minori a S. Francesco, e 
i sotterrati nel muuuniento c-he è al lato alli sc^aloni a 
» montare in chiesa alla porta del chiostro, coi ferri in gam- 
» lia: il quali ferri vid* io cavati del ditto monimento (4) » , 
ìM riposarono finalmente le ossa di quegl' infelici, finche 
un frate le fece portare a Firenze nella chiesa di S. Croce^ 
~ ombrandogli giacessero in terra ghibellina in mezzo 

di' era stata ad essi cosi crudele (5). 

Pochissimo sappiamo della vita particolare e dimestica 

[ di Cgtilino » essendo noto soltanto avesse tra' suoi familiari 

«ere di nome Guardavilla al quale die in accoman- 

attro rasoi, due paia di forbici e una tanaglia da 



{il Villanr. Up. cii. U, 'ài*j. 

^fi La cronaca pisana che si coojifna a Lucca rus. iu»l R* Archìvio 
I di Scalci mole invida* che la (lorUi fos^p, murata. 

(3) Anonimo ^ Fratjm. ìuM. pU, in Wnrntorì R. L S, XXIV, 

(4) Da Buti , Ciìmjt^niii alla Dii\ Cam. l, H33-34. 

Cìì Passerìal, /*ro/xif^r ^ìer fa ed ubr aziona thl cenletìarto di 
Atra.' in i'KtruttJr del Vtniniario: paìr. i2. 



— 54 — 

estrarre i denti affinchè lo servisse nell'arte sua(l). Narrano 
i contemporanei che avendo nel suo giorno natalizio fatto 
una ricca festa , ov' ebbe i figliuoli e i nepoti e tutto il suo 
lignaggio con gran pompa di vestimenti e di arredi, richiese 
Marco Lombardo, buon cortigiano, cosa pensasse di tanta po- 
tenza e grandezza : Voi siete meglio apparecchiato a ricevere 
la mala ventura che barone d!" Italia gli rispose. Perche^ sog^ 
giunse il conte; Perchè non vi falla che V ira di Dio rispose 
Marco (2). Un gran tristo si stimava Ugolino da' propri con- 
temporanei e a ragione, imperocché corse voce e fti vero 
facesse segretamente avvelenare per timore gli togliesse 
suo stato il conte Anselmo da Capraia » homo molto gra- 
» tioso e benigno, et molto amato universalmente da ogni 
» pisano , tanto era compiacente et amabile (3) » . Che uc- 
cidesse poi di sua mano nelP ira un nipote dell'arcivescovo, 
come vuole il Dal Borgo , che si appoggia a una gofiTa leg- 
genda , sembra falso del tutto , e ninno degli antichi scrittori 
ne fa parola; e narra invece il Da Buti che » uno nipote 
» del ditto arcivescovo fu morto da uno parente del ditto 
» conte perchè vagheggiavano una medesima donna (4) » . 
A giudicare nel vero lo sciagurato Ugolino giova appieno 
ciò che scriveva di lui nel 1328 un anonimo commentatore 
della Divina Commedia. Ecco le sue parole: » Ugolino tra- 
» diva Pisa in questo modo che essa era tutta a parte 
» ghibellina e egli la volea recare a parte guelfa (5) ». 



(1) Bonaini, Statuti pisani; I, 699 e scg. 

(2) Questo fattarello vicn raccontato da Gio. Villani e dalla maggior 
parte de' commentatori di Dante del secolo XIV. 

(3) Anonimo , Cronica pisana manoscritta neW Archivio di 
Lucca: cart. 42. 

Villani, Cronica; li, 322. 

(i) Da Buti, Commento alla Divina Commedia; I. 820. 
(5) Anonimo , Commento alla cantica dell' Inferno. Firenze, 
airacchi, I8i8; pag. 2i8. 



— S5 — 

E iiiÈlli r amidzia che strinse colle re[ìubl»liclie di Firenze 
t^ (li LuiTXi mirava a questo; a questo tutte le azioni sue 
mentre (u di governo. Trovò l*isci minacciata per ogni dove 
e eoi dare le castella a* nemici dìsrece astutamente la po 
lega de' guelf» e salvò la indipendenza della sua 
alria: e n'ha lode dalla storia, ohe lo hiasima e forte 
111' assorsi opposto sempre alla pare co' genovesi, d'aver 
|tnif)tto il proprio nipote Nino Visconti, di non aver saputo 
Itrovarsi d' accordo con lui. Olì quanto invece avrebbe eji:li 
[gtiìvato la patria se in buona amicizia col Giudice di Gallerà 
I avesse compiuto la impresa utilissima di dare a Pisa una 
Ipaice durevole, riparatrice delle sofferte sconfitte e della 
loinai cadente fortuna della Kepubblica. 

Fi€*re lagnanze contro Buggeri levò Nino Visconti alla 
I corte di Roma, e papa Niccolò IV citava T arcivescovo a 
Ifomparirgli dinanzi e presto per iscolparsi e difendersi: ma 
tr Ulialdinì se ne stie a Pisa e mandò tarde scuse per un 
fan[iiUare. Sdegnato il pontefice, nel giovedì santo del 
^h spediva un severissimo monitorio , lagnandosi Torte 
[con lui e co* pisani avessero cacciato della citt?i i[uanti si 
[adoperavano a tenerla in devozione della Chiesa, liiasimaodo 
avesLsero distrutto le case, dissipato i beni, rinchiusi in car- 
cere e fatti crudelmente morire di fame pareccbi dc'cit- 
I ladini più nobili e più polenti, riuiproverandoli in fine 
ddlj sciolta a lor capitano di Guido da Montefeltro acca- 
nila persecutore de* guelfi. Comandava air arcivescovo, ca- 
I gìoDe di si atroci delitti , d' essere a Roma entro il giorno 
[ddr Ascensione, minacciandolo avrebbe fiuto pubici ico il 
contro di lui se disubbidisse di nuovo (1). Ri* 

<Ì) Qmtf lai MU fu piit)blìeala per la prima valta d'iIC avvocalo Mi- 
MOni itrUa Min \''ita di ilffothio Vìicontt (M»^morÌe islnrielie 
niiiMn pisani; 11, fìH i» st^gg.) poi dàil cavaliere Antonio 
tohk a pQf . 37 t* M*gg. Mh' me Cowiidt^raiioni storico criiicfw suìta 
cdiasirufr di Utfalirut G^yrartUxca nmU di Domralico. Firenzi*, Lp 
Mocmirr. imi 



M 



— 56 — 

mase contumace Buggeri, e il cardinale Jacopo Ck>1onna 
a nome di Niccolò IV lo dannava al carcere finché vi- 
vesse (1). Per la morte del papa, avvenuta indi a poco, 
causava l'arcivescovo cotanta pena, e tranquillo se ne ri- 
mase nella sua diocesi fino al cadere del 1295, nel qual 
anno itosene a Viterbo moriva. A torto il Dal Borgo , il 
Repetti ed il Troya difendono questo ribaldo. Dante non 
fu il solo ad accusarlo dell'empio consiglio di vietare il 
cibo a Ugolino ; se molti de' contemporanei danno di que- 
sto ogni carico ai pisani, tacendo dell'arcivescovo, papa 
Niccolò IV sembra tenesse contraria sentenza. E poi quan- 
d'anco siflatto consiglio non venisse da lui, doveva impe- 
dire con ogni sforzo fosse mandato ad effetto, come chie- 
deva la pietà e santità del suo mìnisterio. Ma che a que- 
sto modo operasse niun documento lo prova; mostra in- 
vece il Doria volesse per solo amor di vendetta dar la 
patria in mano de' genovesi; dicono tutti a una voce tra- 
disse Ugolino che in lui si fidava; tutti che avvolgesse la 
Repubblica in una guerra crudele, causa principalissima 
della decadenza di Pisa, la quale, sconfitta che fu alla Me- 
loria, solo dandosi a parte guelfa poteva rifarsi. 

Guido da Montefeltro per quanto seppe e potè fece 
per cinque anni guerra continua a' Comuni di Genova, di 
Firenze e di Lucca, a Nino Visconti e agli altri guelfi 
sbanditi. Stanchi alfine del lungo combattere ai 12 di lu- 
glio del 1293 venne a Fucecchio fermata la pace, per la 
quale fu il Feltrio bruttamente licenziato, tornò in patria 
il Visconti (2). Ma il Giudice gentile, visto che nella città 
sua ogni giorno più vi rientravano i ghibellini, desiderosi 
di reggere a parte loro, se n'andò a Genova stimandosi 
poco sicuro della persona in mezzo a tanti vecchi nemici, 



(1) Mattei, Ecclesiae pisancte historia, H, 49. 

(2) Dal Borgo, Diplomi pisani; pag. 279. 



— 87 — 

'uè potendo c/)rne forse deskiernva governare di nuovo e a 
soo modo (1). Hictìvuto con sdn>tle am»glienze da'i^à^novasi e 
latlo lor dtladinu , andavaseiie in Sardegna ne' propri domini 
aiata governati dal vicario suo fra Gomita, che Dante trovò 
poi neir inferno e lo disse 

» , . vasel d'ogni froda 

<4h*i'bbe i nemici di suo donno in mano 
E fé lor si che ciascun se ne loda: 

IVnar si tolse e lasciai h di piano 
Sì conre'dire. e ue^W altri nfììci anche 
EfciraKier fu non ()iccioL n»a sovrana ». 

Menln? il Visconti aiutalo daguelli di Pisa e di Lucca e 
d'altre terre toscane s'apparecchiava a combattere di nuovo, 
a un tratto cadde infeniiu e mori (2). Il cuore di lui venne 
Idealo a Lucca e posto, come voleva, nella chiesa dfj' frati 
di S* Francesce», a testimonianza di queir effetto 
sempre a'inccliesi, i quali esule V accolsero e 
iFoq^ìlaraDO e amici gli furono cosi nella prospera come 
oeirarversa fortuna (3). 



{i\ Anonimo, Fraijmciìta ftisL ^mv, in Muratori R- l S. XXIV. 

if\ Ptolem&ei , Aimairs , pajr, 215. 

(3) NVnii nipplhì del Sacrrtiiionlo si lesse uii Umì\Kì la sepxt'iìU* 

4t Hi<: EST connvs ilivstris vmi dni 

VGOLIM IVOICIS OAIXVRENSIS à DM 

TIE ÌTIS REC.NI CALLER. QVl OBIIT 

\N. HM M. (X. LXXXX. VIU DIE Xì lANVARU 

» Oiir^kC^iuid 1740 di luf^lio (i* Oartotommeo Baroni eht? scrive) 
f^ il ni* di naUarf' dpn;i nifipella fu scoperto detto di-posìlOi t^d 

i ;j{ Ut troY^ila iiu;* c;i>*si')tit sigi Ila lu con vari sij^nlli entro h quale 

» yì i^rana il cuon* ni alcuni' viTiccre ìmlijiÌ!iamale , f|uali dii' frali fu tolto 
frUtidi niidanufiii* jifiiya npuardo alcinm >, (Baroni, Hac^lta 



— 58 — 
Quando pose mano l'Alighieri a scrìvere la cantica 
del Purgatorio ricordò il guelfo Giudice di Gallura g» sao 
suo amico e compagno d'armi a Capropa; lo rammeotò 
benché fosse mutato di parte, d' opere e di consiglio. Forte 
piacque al Poeta non trovarlo fra' rei, e niun bel salutare 
fu taciuto tra loro. Quando sarai tornato convivi, cosi prese 
a parlargli il Visconti, di alla Giovanna, mia figliuolina, 
che preghi per me 

» Là dove agr innocenti si risponde ». 

10 non credo che la madre sua più mi porti amore. Si 
tolse ella del capo i bianchi veli, segno di vedovanza, che 
pure alla meschina conviene desiderare. L'insegna de' Vi- 
sconti da Milano poco onore le darà sulla sepoltura: oh 
quanto invece le sarebbe riuscito a lode l'avervi scolpito 
il gallo mio di Gallura I 

Se prestiamo fede a messer Franco Sacchetti grave 
affanno die alla Beatrice non avere di Nino figliuoli ma- 
schi, della qual cosa Azzone Vili, fratello suo, le tenne il 
broncio, ma poi le tornò benevolo, mostrato che gli ebbe 
la scaltra donna come niun mezzo le fosse riuscito per 
farlo di questo contento (1). Che rimpiangesse ella il morto 
marito dall'istoria si fa manifesto, imperocché andossene 

universale delle iscrizioni sepolcrali esistenti nelle chiese e altri luoghi 
della città di Lucca , opera ms. nel'a Biblioteca lucchese ; , 65 tergo). 

11 Baroni però deve aver preso errore nel trascrivere questa iscrizione 
e forse, come suppone il Dal Borgo, invece di CORPVS deve leggersi 
con. Anche il Dal Borgo nel pubblicarla non fu punto esatto e sbagliò 
nella data che a capriccio levò dal suo posto, che è al fine dell* iscrizione, 
e la pose al principio. Però se il Baroni copiò bene questa data forse 
i lucchesi confusero T epoca della morte con quella del trasposto del 
cuore nella città loro, giacché nel 1298 già era passato air altra vita 
da due anni come è reso manifesto da* documenti. 

(1) Sacchetti, UTovellc , Firenze, 17:25. pag. 25. 



— 59 — 

a fiQOVO nozze wri Galeazzo Visronli , che sbandilo poi da 
Milano veline in basso stalo e morì assai poveramente in 
Toscana , dove slelte gran tempo a provvisione di Caslruc- 
eici de-gli Anlelminelli (1). Ali' usanza di pon e sul sepolcro 
(Ielle matrone Parme del marito o scolpita dipinta allude 
Dalile colle ultime parole clie mette in bocca al Visconti. 
e finge questo per moslrai-e, come osserva acutamente il 
Da Bull 9 i che era più onorevile lo indicato di Gallura 
» che la signoria di Melano, perchè lo giudicato è signo- 

• ria ragionevile costituta da V imperatore e dal papa e la 
» signoria di Melano era allora violenta, senza insto ti- 

• litio (2) >. 

Della Giovanna si lolse molla cara il pontefice Boni- 
fazio VUI che ai 20 di settembre del 12SIG la nccomandò 
ai vollernmi come nata di mi guelfo che fu grande amico 
e T rito della Cliiesa (3). Alla buona mercè deire- 

s*_i. .: i del papa si dette quel Comune a salvare a lei 
te terre e le castella lasciatele per retaggio dal padre» le 
qttali venivano fieramente contrastate da- vecclii nemici della 
sua casa. lUisene a marito con lliccardo da Comiiio, si- 
gnore Trevigì, sembra morisse in giovane età senza figliuoli, 
e dd suo fece erede la madre al dire di Francesco da 
Buli, Azzone Visconti se vogliamo invece prestar fede a 
Gahami Fiamma (V). Quando nel 1318 le città guelfe della 
loBumm strinsero buona pace co' ghibellini di Pisa tra^ patti 
vi fb pur quello di restituire agli eredi del Giudice dì 



(i^ Benyenutì de Imola, Si-ctfrptó fmhrka in Corìmcdiam 
X*6ijiirj, in Muratori Àntiq, IL M^d. An\ I. 180. 

if» Da Bull, Ctjuifftento aita Divina Cornf imita: IL 179. 

(3» Ou<*^la ^JoUii fu stampala dal cav. Flammiiiio ti;»! lk)rp,o a pof. 
77-TK *ifll«* sue iiou» alk NàUsie sUtricìut di VolUrt^a ili l.onMiy.o Aulo 
Civaia, 

(!> Da Buti, Cmnuiento afia lUvìna Commedia : II, n9. Fiam- 
ma, m Muratori fi I S XH, ill*H, tOlà 



— 60 — 
Gallura le tolte sostanze, la qual cosa veone del pari i 
fermata a MonlO|)olì nel ViUì (1). 

iNino Visconti non Tu it solo de' pisani che Dante tP(>_ 
vasse nel purgatorio. Già tra coloro che uscirono di nB 
per morte violenta sMmx^ntrò in 

» - quel da Pis;i 

Che fé parer lo buon Marzucco ferie ». 

Fa questi Farinata degli Scornigianì, che alcuni vogliono 
ucciso da Beccio di Caprona, altri da Ugolino de'Gher 
deschi. A Benvenuto Barn baldi raccootù un j,^iorno Giov 
Boccaccio che Marxucco, buon uomo da Pisa, poiché ai 
gliuolo suo venne tronca la testa e cosi smozzicata rima 
più di sulla piazza , n' andò al conte e con faccia lieta 
disi^: Piacciavi che quello uveìitHrato venga seppellito at 
ciocché non se lo mangino i cani. Riconosciutolo a qiie 
ste parole: Va, gli rispose Ugolino, fanne ciò che vmi^ 
la tua pazienza ha vinto la mia crudeltà (2). Di questi 
racc-onto di messer Giovanni il Da Buli non fa parola, 
è buona prova per chiarirlo falso, tanto più che il eoe 
mento il quale viene attribuito a Pietro Alighieri s' accord 
appieno colla chiosa di ^\^x Francesco e aggiunge solo eh 
r uccisore fu Beccio da Caprona , nn^ntre egli invece se i 
sbriga dicendo essere stalo un cittadino da Pisa (3). Nar 
dunque il Da Buli che Marzucco, essendo frate, si recò 
per il corpo del suo figliuolo e, com'era usanza, fece 
sermone a lutti i consorti, mostrando con buone ragìoQ 
che nel caso av^^enuto il rimedio migliore era quello 
pacilìcarsì col nemico; e cosi fece, e volle perfino baciar 



(I) Dal Borgo, Dipiomi pisani: paf% 330, 384, 
(i) Benvenuti de Imota, Opera citjila; I, Ì164 e seg. 
(3) AUeglierii Su^wr Dantis ipsius (fenitùris Comoediam ( 
ììu^tttarium, PIui^miiùio, 1ìSÌ5, pa^, 3l27. 



- 61 — 

la mano siesta che |>er sempre gli aveva levato del mondo 
il sua Farinata (I), M»irzucco ebbe casa ii) Gliiiixica nella 
parrocchia di S, Cristoforo e vi abitava, rome rilevasi da 
mio stlruuieìito de' IR di maggio del 1273, dal quale ap» 
pariiK'^ che prese in prestanza da Gano e Bondo de' 
Bolli venti lire di buoni genovini per conto di Mariano 
(iitidioe d'Arborea del quale sbrigava in Pisa i negozi (2). 
Fu dollore in legge e nomo di buone lettere. A Ini fra 
GtutlOD d'Arezzo volgeva quella canzone che incomincia: 

j» Meiii&er Marzucco Scornigian, sovente 
Ai»provo mapmamente 
Vostro magno saver nel secol stantio (^) ». 

Ii>!in<> in [mtria parecchi cai^ichi dj onore e di utile, Ira 
qnali giovi solo il ricordare come neir anno 1278 andò 
amt>ascÌatore a Ugolino, quando i pisani sconfitti e fugati 
al fosso de'Rinomchi amarono far pace co' guelfi e rimet- 
li*rli dentro (4). Dicono che un giorno mentre cavah^iva 
Suvereto a Scarlino ebbe si grande paura di uno snn- 
Ilo serpente che era in sulla strada, che votò di fai^si 
»; *^ sciolse poi la promessa, e di questo rende larga 
imonianza una carta deM8 d'aprile del 128<j colla quale 
tuì^'^ a Teodora di Galgano Grossi do' Visconti, sua 
moglie, la dote e i corredi (5). E sembra avei^se in quel 
tomo restilo di poco T abito monacale, gincchè vien detto 
fìdivtzio de' frati minori di S. Francesco, la qual cx:)sa cor- 



ti) da Bum, (Atmui^nto alia 11 C. \l 155- 

(3) Qui Itone d' Arezzo, Itinw. Firenze ^ Morainii, 182S; I, 217 

<4> Anonimo, Fragrmnia hisloriae pisanac m Muratori /le'- 
H. SrrifU, XXIV , 6ia 

(S^ I)OCUQ1l*lllO U. 



— 62 — 
regge appieao dò che ne scrìss^t) il Ramhaidì e 
lai che tutti anctaroDO errati credeodolo apparta 
frati gaadentl Cod qn^^ si chiude la vita del bu 
zacco, e Dante odia patria di Ini forse ne intese 
ordinaria fortezza, che ricordò nel Poema, scritti 
sfogare l'odio sao c^mtro Pisa ed il restante d( 
galere, come pensa Flamminio dal Borgo, ma ] 
strare con severa giustizia quanto di buono e di 
perarono i suoi contemporanei ad ammaestrament 
forto della posterità. 

Ili Lucca, 11 giorno di I^ua del 1869. 



— 62 — 

regge appieno ciò che ne scrissero il Rambaldi e altri con 
lui, che lutti andarono errati credendolo appartenesse a' 
frati gaudenti. Con quQ3to si chiude la vita del buon Mar- 
zucco, e Dante nella patria di lui forse ne intese la stra- 
ordinaria fortezza, che ricordò nel Poema, scritto non a 
sfogare Podio suo contro Pisa ed il restante dell' uman 
genere, come pensa Flamminio dal Borgo, ma per mo- 
strare con severa giustizia quanto di buono e di tristo o- 
perarono i suoi contemporanei ad ammaestramento e con- 
forto della posterità. 

Di Lucca, Il giorno di Pasqua del 1869. 



DOCUMENTI INEDITI 



1273, maggio 16. fml. XV. 

Fmnmcco degli Scornigiani dichiara di aver ricevuto 
da Gano e Boiido de' Bulli una somma di danaro in 
prestito per conto di Mariano Giudice di Arborea. 

[B. Archivio di Suilo in Pisa. Spedali riiimlì; Contraili di ser 
Ugolino. Reg. I bis; cart. 142 r.) 

Dùminm MABZVCCUS Judex qm. dofumi Swrniffiani 

ierrogaius a GatU) qm, Uenrigi de Bullis et ab Udimumlo, 

iicto Boruio, filio fìafìerii de Bullis^ qui sunt de parnh 

kia sancii ClementU , fitit confessus se accepisse et apud 

hab^re ah eis lihras xx detiariorum bonorum Januvi' 

irum minutorum bene currenUam et ej:pendibilium in 

ihftrm, reminliando exceptioni eie. qnam eie; quas libra s 

deièariof'tun JamitmorHfn dielus d'(>minus aUARZUCCUS 

per siiptUalonem cmwenit et promisit suprascriptis Gano 

^br Ronda reddere, et dare, et solvere eis, vel uni eorum 

^■M^ ila quod dieta carta parabola unius eorum casuari 

^^Ppii' tiinc ad festmn sancii Petri de mense Junii sine 

hfiga etc*, alioqnin penam dupli eie. Ohbligaftdo se et sms 

herede$ et bona eis etc. Et dedit eis hatiam etc. rennntiandn 

htri ed, , amie se etc. Et statueniut quod sohui^ ete, 

il denarii ftierunt aquisiti a dictn domino MAnSUCCO 

fartis et negotiis tmbUis viri Jwlicis .ìfariani de Al- 

ì, tu ipu dominus MARZLCCUS dicebat. 



— 64 — 

Adum Pisis y in damo suprascripii domini MARSUG- 
CHI, que est in parrockia sancti Xstofori de OUnsica; 
presenlibus Dacitho qm, J9. Roggerii de binari Valliselse 
et Q>scio Raccuccio qm. GuUielmini de Lari testUnus ad 
hec rogatis Mcclxxiij, ind xt, xtij kcUendas Junii. 

Cassa est parabola suprascripti Cani prò se et dieta 
Udimundo, computata solutione inde facta suprascripto 
Udimunda per cartam inde rogatam a quocumque notano; 
presenlibus Bonaiuncta notano qm. Raffaldi, et Periccialo 
qm. Gerosotimi, testibm ad hec rogatis, Mcclxxiij ind. 
xoy xcij kal. julii, 

11. 

1?87, aprile la ind XI\. 

Marzucco degli Scomigiani, novizio nell* ordine de' frati 
minori di S. Francesco, restituisce a Teodora di 
Galgano Ghrossi de' Visconti, sua moglie , la dote e i 
corredi. 

( Archivio di Stato in Pisa. Diplomatico; R. Acquisto da Scorno). 

In etemi Dei nomine, amen. Ex huius publid instrtt' 
menti clareat lectione quod dotninus Marstichus Scamiscieh 
nus quondam domini Scomisciani iudicis, novicius m 
ordine fratrum Minarum sancti Francisci dedit et tradii 
dit in solutum et in pacamentum domine Tedare uxori 
sue et fUie quondam domini Galgani Grossi Vicecamiiis, 
prò libris duecentis denariorum pisanarum sue dotis H 
prò aliis libris cenlum denariorum pisanarum sui ani$-: 
facti, et prò libratis septuaginta corredorum venditarum H^ 
alienatorum olim a suprascripto domino Marsucho de cor* 
redis ipsius domine Tedare, et prò aliis libris trigitM. 



i 



— 65 — 

fUìHiimefUùrum ipsim tiomine Tedure. Qtms quaniitates 
fHnnes dieta domina Tedora recipere et haòme dehet in 
èaim et de hotm ipsius dmnim Marsucci. ni in suo dolati 
WMirUfmnto rogato a Seorcifiiupo et scripto coulinetur, 
Hnum suum petium teire rampie positum in confinifms 
hHì Imti de Cisar^lh et tenet unum caput in via pu^ 
^>a, atiiid caput in terra dommi Bonaiunle Ureiii , la* 
liis nnifm in terra Nuvcii Bacarelìi, aliud fatus in 
tffra tnonnsterii Hancti Mathm, vel si afii sunt ctinfìnes: 
tpèod pfftiftm terre dictuii dominus Marsucftns cmit a Do- 
tUmt Hnldtnotm et filiis Guidonis Sechamerpmie , rum om- 
m inre ei actione et proprietate et pertinentiis suis. In- 
' dominus Marsuchus dedit , cesici t mnressit 

, . ..-::: uivtt in sululiim Vi in pacammlum ut dictnm 
mt, iuprascripte domine Tednre uxori me omnia iura 
mia ùmnesque actiotées et ractiones (am ntiles quam di- 
- ^^- - ''*s et personates et mixtaa et omnes alias qne 
^ haàet et sdii competHnt rei ronpetere possuni 
in étÈprastriptn et de supraseripta re data et tradita in 
Moliitum et in pacameulum ut dicium est quoqno modo 
rei iure. Qaatenus hiis omnibus et sinyuli^^ stiprascripla 
itmainn Tethra el $ui hereden et mccensores eornm et 
tHi ei quihm dederint vel hahere decrererint eornm di- 
rrcto ei HtUi mimine e.rinde agant, excipiant et experiafP' 
inr et tHeantur contra ommm peisomim et locnuL Et per 
mdempnem $t$pulationem mprasaiptits dominus Mnrsu- 
ehm mnvenit et promisit suprascripte domine Tedora tiuod 
ÓÈ mprascriptu vel prò supraseripta re data et tradita 
jìM in ÉJfdutum et in pammentnmy ut dictum est, nullo 
modo rei ingenio qnoUbel per se vel per atium inhrigahit 
"'* "-./r-f ./-;; ncque per plaeitnm vel alio modo fatigabit 
ttk dominam Tedoram vel suos keredes ani 
si$tes^)res eimim sive cui vel qiiibus dederint vel habere 
éerreperini, sei ab omnÌ intriganti persotia et loco inde 

5 



— w — 

mm a eos d$femlei ei ftisbrigoM et mdepnes €$ i 
eamen^abii. & quod v€t€uam et expeditam ei disbrigai^ 
pogsestkmem ekisdem rm date $t traete in soifUum 
dJdiiÉi M m diMlrit et tradeL & quod faciet eam poiio 
et iuperiorem circa pùs$e$$umem et proprietaiem eius 
m date ei k-adile in solalum ìit dictum est. Et si lis 
quettìa oHqua eiuedem rei date et tradite ut dictum 
eidem damine Teodore pel sui$ hereditn$s moveretm 
fieret atiqua occasione vel causa, ipsam litem et 
stioneni in se suscipiet et tractabit et prosequetur usq 
ad finem cause et catisarum, AUoquin si predicta omn 
etr lingula non fecerit et non ot^servaverìt et facla et 
servata non fuerint comenit et pmmisit ei dare et sole 
penam dupli suprascriptarum quantitatum denarim-u 
per stipulatiomm promissorum , obbligando inde se et 
heredes et bona sua prò suprascriplis onmibuìi ei et eii 
heredibus , renuntioìèéii? omni iuri , tegibus . constitutio^ 
et defensionibus et omni alii iegum aiLtilio qwi vel tp 
bus se a predictis vel aliqfw ffrediriorum tueri vel im 
possit et nomina firn a jmia. Et sic precepit ei ituftedi jm 
seesionem suprasnipte rei date et tradite in soluinm 
in pncamentum ut dictum est sua hautoritate et suo 
mine proprio pouessoris et constituit se prò ea et mi 
iéomiiw possessorem. Actum Pisis in ecclesia sancti Fra 
cisci , presentibus fratre Afègelo guardiano fratrum m 
Framuci et done filin Pardi et Se-omo et lacobo di 
Lapo de Florentia ffuoridam Gnilleimi et aiiis testibus 
hec rogati^, dominire incarnationis anno millesitno 
cenlesitno octuagesitno septimo^ indictione quartadecit 
quarlodecimo ìcalendas maii. 

Ego Thomasus quondam Gerard i de Curtibm, u 
perioHs ante notarius predictis onmibus interfui et 
imle cartam rogatus scripd et firmavi. 



— 67 — 



IlL 



1318 (siile pis,), febbraio 6. 

I Savi a proposta dì Antonio Balsano deliberano che 

111 carcere alle SETTE VIE, (noto poi col nome di 
TORRE DELLA FAME), più non serva per racchiu* 
derfi i prigionieri. 

[R. Ardii vio dì Sialo in Pisa. Provvisioni de' Savi: reg. I, 
cart 38 lergo e seg.) 

Provitlernnt infrmcripti Sapimies viri ab anthia- 
tHsam Populi ekcii et in eorum presentia coìmiiuti 

\iissis eie 

Et proposito eis per Sinmnem Balmnum aniianum 

Hmm Populi quod career Cùtnimis, qui est ad iieptem 

prope dmnnm Antianorum, est valde impedibilis et 

icm Comuni et officio Anlhianorum et ìnmis propiwjns 

ttmenkì et sale Ànthianorum , ita (/uod fere possnnt 

aliffHu t/wiliquali voce tractari quin audiantur in ipso 

]tarcere^ et ttiam imhtdt ningnum fetorem, et insuper est 

ìis carreratiH fpiia nimis est artus et est sine ulto coin^ 

ita quod multi dicunt quod esset omnino inde re- 

ioreHtlHs et po9éendu$ vei fiendm alibi, et proplerea Au- 

lnVim roluernnt propnnere dictis sapientibus ut consukint 

pud vùielur ets inde fiendum, partilu facto ìnter dicios 

ktpiefUes ab sedefulam et levatìdum, 

Quod dirius career remoeealur omnino de dicto loco 
iiéff est rt fiat et ftil in aliquo loco propinquiori palatio 
lèini ffotestatis , et in quo carcerati ninùa strictura ani 
ammortitale inconvmieiUi non uiorianlur ante tempus. 



Fine. 



MATTEO DI GIOVENAZZO 
UNA FALSIFICAZIONE DEL SECOLO XVI 



DISSERTAZIONE DI GUGLIELMO BERNHARD! 



Quando vide la luce a Berlino la dissertazione del 
lìeìiìhardi Matteo di Giovenazzo, cine Falschung des XVI 
Jahrhunderts, e molto più quando fu annunziata dal 
sig. A. D' A. neir Antologia (1) periodico universaimente 
diffmo , credeìnnw che dovesse produrre in Italia notevole 
e generale ivìpressione , e che parecchi eruditi prendendo 
ad esaminare una quistione tanto importante per gli 
studj storici e per quelli filologici y cercassero di infirmare 
di avvalorare con nuove prove la conclusione del dotto 
Reiiinese che la cronaca attribuita finora a Matteo Spir 
twin sia invece una falsificazione del ben noto istorico 
Atigelo di Costanzo, 

E invero T opuscolo del Bemhardi non è scritto leg- 
germente, né (per quanto sembra) composto secondo un'idea 
preconc4!tta : iim gli argomenti che P autore adduce in 
sostegno della sua tesi sono accompagnati da una erur 
dizione variata e profonda, e le conseguenze sembrano 

{{) SelltHubn* 18(^ BuUol. bìbliogr. 



rm 




— m — 

da quelli naturali e spontanee ; in una parùtn : 
nMamo dinanzi a mi un kivoro, che rturita tutto, 
fnorcM trascuransa e oblio. Di fatti in Germania e in 
Francia fu prontamente e attetUamente studiato; le idee 
M Bernardi hanno trovato accoglienza del tutto favore- 
ooto; e oggi non ai considerano csme mi ipotesi, ma 
una scoperta acf/nisfota ornai defiìiitiramentr offa 

ixa (1). 

In Italia, cofétrariamf^tte a quello che ci aspetta- 
le Sii eccettua il hrevissiìno articolo della Nuova 
accennato sopra, che si limitava air annunzio 
liifrù del Bernhardi, nessuna pubhlicaziom , per quanta 
jé stata fatta relativamente a questo, 
finora fu esaminato soltanto il lato istorico 
idta quistiùne: ed anco ammesso che nulla rimanga a 
^SH questo (il che non crediamo), d^esi pur ricotuh 
dte ne esiste un altro di non minor rilievo , a sta- 
§rt il quale som) competenti principalmente gli italiani : 
yliamo dire la lingua, in cui som scritti i Diurnali. 
7h esame serio ed imparziale di questa é il complemento 
ece^sario^ indispensabile delV opera del Bernhardi; e 
està desidereremmo si facesse in Italia. 

il Galiani in uno scritto di non molta impiìrtanza 
patologica invero (perché nel secolo passato la filologia 
^Bi trattava con metodi spesso arbitrari e quindi fallaci J, 
^■r quale ha per titolo Del LHaletto Napoletano, facea pur 
^Kt osservazione che i Diurnali sono composti in un dialetto 
^mmile più al Napoletano che ai Pugliese dei suoi tempi, 
^B leniava di spiegare questo fatto con un"" ipotesi abba* 

^™^ ^'^ *' 'lùttùuj . M, I, ',urir Anztttjtn. \Xi*S. jMj(* 861, llistorì- 
éfht . ' \<us |Mv. ipj. likrarachr^ CmtraìMaU, IHCa N. \. 

Btrtéi^é a^Uàùnai Z>'itu*uj il Aprile t8G8 lìivuc Grititiuc d* lUstùin 
Miurr. 18GM. pag, HI. 




^ 70 — 
aianza strana^ che cioè il dialeUo parlalo ai iemin 
Matteo netta Puglia si sia estinta in questa provincia, 
sia pasmto invece in qmUa di Napoli (1), TuUavÌ4i 
manifesto che qitesta sola asserzione del Galiani, per ((uan 
importantissima^ è insufficiente a risolvere un prolAema-^ 
il quale, ripetiamo, si presenta degno di ogtii considerar^ 
ziom ai filologi itaìiam, speciatnìetUe delle prorumc mé-^ 
ridionali. 

Stimando cìie col rendere accessibUe il lavoro 
Ikrnkardi a un magtjior numero di studiosi forse 
facilmente quaicuno sarebbe eccitato ad occuparsi di la 
anjomentOy tw abbiamo intra preso la traduzione: e 
sta offriamo ai lettori del Piopugnalore , la cui 
tùie Direzione acc-ogliemio cortesemente la fmstra doman 
di ospitalità meiure ha reso a noi un favore, dsl 
le esprimiamo la nostra riconoscenza y speriamo ab 
ancora giovato allo studio della fiuistiotèe sollevala 
r erudito critico di Berliìw. 

Achille CoehJ 



Eramt già scritte queste parole quando ci venne \ 
titmmte comunicato da Pisa dal Ch, Prof, A, If Ancon 
che il Sig. Minieri Htceio Bibliotecario di S, Oiaconu) 
Napoli, intetligenle e solej'ie cultore degli stndj $t* 
(il quale ita messo in luc£ recentemente la Cronaca 



(1) Udii info soiinno (iìspìacere mi ù stalo im[>os5ÌbiIe avem 
r oerltio iiurM^iporj ilrl ti^'^lianì; la citazioni^ che iip faccio r' tolta (li 
l' arlicolo sopra nii'iitovalo tlHKi fìixloiiirhr lciUvhri(ì , il cui siitlii 
a §oa volta iliet» di averla tiovMia tifila di^^^ertazìom* ili Li^'brvtclil s©»" 
pn» il l't'ntaiDi'i'iir^e i)i Basili*. 




— 7i — 

^pimtti con UH cùmnmitù in confutazione a quello tìet 

di Lutfms (ì) ) prepara una ris/M/sla al Bernhardi, 

quale intende comkitterlo e sostenere r autenticità 

dei Diurmtlu Tale notizia non ci sembra (alga opportu- 

Initd alla traéuzione italiana del lavoro del Berìihardi. 

ÌQuesUi anzi aarà forse maggiormente utile a chiy leggendo 

\la ccmfìUazione del Sig. Miuieii Riccio e desideratido co- 

nascere ancora t opera confutala , non possa valersi del- 

f miginale. 



I giornali scritti da persone, le quali o ebbero parte 
stesse in avvenimenti di storica imiiortanza , o ne l'u- 
sato tastimoni oculari, sodo stati sempre di atto va- 
'loiv per la scienza. 

Per ciò furiino ben accolti e pregiati dal tempo della 
kiro scoperta fino ad oggi i DiurDali di Matteo di Giove- 
oazzo» i quali offrono materiale se non alibondanle pur 
sempre considerevole per la stona dell'Italia meridionale 
mUo Federico li, Manfredi e Carlo d'Anjou. 

tfo' altra c<iasa del loro valore risiede nella lingua. 
Con orgoglio Matteo è nominato dai Napoletani come il 
prÌEDO, che abbia scritto in prosa italiana. 

La scelta del titolo Diurnali è molto giusta, Matteo 
puon iscrive annali nel senso che si dà abitualmente a que- 
isUi parola: il suo libro deve mostrare il carattere della 
I immediata esposizione di ciò che è stato visto , o udito. 
jUiia connessa narrazione manca: è notato ciò che avviene 
[gitìrDO per giorno; e Tatti privati frìvolissimi sono riteritì 

(l| Quella <Hliziont% oltre uiiu tiratura a pnrte ili pochi esemplari, 
dar non «otto in comuRutio^ Uovu!»! odia Uaccolta iiiliiolala: Cronisti 
HTìthri uncroni Ha^oittatii editi ed inedib* untinoti e jiuhbiicati 
lem Ci Vi *t^i hr Napoli. 



— 72 — 

colla stessa importanza, cnn cui si raccontano arveniraBiti" 
che sconvolgono completamente lo stato. 

L' anno , il mese e il giorno , talvolta perfino le 
si trovano esattamente indicate. L'autore stesso semi 
nn nomo in^'enuo, un poco limitato, il qaale senza 
rifleltere nota diligenlamcnte tutto ciò che gli si pre 
come degno di memoria. Osservo che talvolta esce di 
ratiere. 

Così nel I 106 (Pertz. Mon. Se. 19* pag, i»i)\ 
detto: Alla fine del detto mese (Gennajo 1836) venne (I 
Manfredi) a Siponte e desigmio di levare la terra 
citiilo mal' aere eponerla, dove sta mo, e chkiniar 
Maìifredonia. 

E nel I 136: io secondo di Decembre (1256) lo 
venm a Rarleita e nce fece stantia molti mesi, 
fece feste di natale con gran trionfo. 

Il % 106 dunque non può essere stato scrìtto 
quando Manfredonia era compiuta. Secondo il raedesin 
Matteo la prima pietra fu posta neir Aprile 1236: 
Marzo .Marino Capece e nomina t*i ispettore della cost 
zione: fra il 28 Ottobre e il 2 Decembre 1257 Manfr 
si reca a esaminare V incremento della nuova città e 
fondere jier questa una campana , die si può udire a 
miglia di distanza : egli alcola che la città contenga 3C 
fuoclìi: finalmente nel Marzo 1238 Siponlo è sgombr 
ed è occupala Manfredonia, Dunque solo in questo temj 
può essere stafo scritto il | 106. 

Quanto al | 136 Matteo non potè dettarlo prii 
dell'Agosto 1238, poicliè Manfredi lasciò Barletta sultana 
dopiì r arrivo a Bari dell' imperatore di Costantinopoli* 

Si può sostenere che considerazioni di cpiesta spec 
non distnigf^mno ancora il carattere della composiziori 
immediala dopo gli avvenimenti, cai^altere che è ma 
unto per tutta T opera colla più sollecita cautela; e 



— li — 

ìd poi, li abbiano coDosciutì nella rorma presente. Questo 
adunque Ta conoscere che in tempo molto antico (io so- 
stengo nello scritto originale) il testo odierno dei mss. 
era già stabilito con poche varianti, quali sono prodotte 
dalla negligenza, oppure dalla diligenza dei copisti. 

Perciò la via, che ha seguito De Luynes, e dopo di 
lui Pabst con qualche miglioramento, non mi sembra ad- 
dattata a conseguire lo scopo. 

De Luynes suppose cioè che Matteo di Giovesiazzo 
abbia composto un giornale, in cui inserì gli avvenimenti, 
che a lui sembravano più notevoli, indicauodo le ore, i 
giorni e i mesi, ma non gli anni, fuorché nelle occasioni 
specialmente importanti. Quegli, chiunque sia stato, che 
venne in possesso di queste note, le ordinò e vi aggiunse 
i numeri degli anni , ma con cosi grande imperizia , che 
commise i più grossolani errori. Questa redazione fu T ori- 
ginale di tutte le copie ora esistenti ; e così le esatte no- 
tizie di Matteo caddero nel disordine in cui ci si presen- 
tano oggi : ci offrono cioè un giornale , che per sé stesso 
procede con esattezza cronologica dal 1247 al 1268, che 
ha soltanto tre lacune nella seconda metà. Del resto anni 
mesi e giorni si succedono nell'ordine più desiderabile, 
soltanto il contenuto è falso. 

De Luynes dovè stabilire questo principio per porre 
i Diurnali in accordo colla verità. Ora il lavoro era più 
facile. Egli divise tutta l'opera in paragrafi, che poi forni 
del conveniente numero dell'anno. Pabst addotta questo 
modo di interpretazione e di più corregge i luoghi, che 
De Luynes non ha illustrato rettamente. Inoltre ritiene 
che il colpevole sia il compilatore : talora ammette che ci 
sia interpolazione. Però è molto più moderato e circo- 
spetto dell'editore francese. 

Tuttavia l'ipotesi di ambedue offre serie difficoltà. 
Primieramente ci obbliga ad ammettere che Matteo abbia 



— /«l — 

Vsmìo die ninno esilerà a chiamart? mollo 
la critìoi dei due ultimi editori. 



Secondo l^absl il codice di Berlino, che per varji 
tivi egli didiiara il migliore di lutti gli altri, avvalora ropij 
nione die Matteo non abbia aggiunto alle sue oairazioa 
il numero deiranno. 

(Jiieslo ms, nella cronologia si allontana quasi sempr 
dagli aUii. Però queste dilTerenze non sono poi tanto fln*_ 
portanti. Lo scrittore del cod. Beri sì contentò (appunt 
come lece Papebroch ) di indicare V anno solo (piando 
presentava per la prima volta: e Io indicò o col numer 
con le parole T anno seguente^ o con alliba espressioQ 
simile. In modo analogo inserì i nomi dei mesi soltanlii 
mia volta: quello die è avvenuto in varj giorni dello st 
mese è da lui contrassegnato solo col numero del giorno 

Ma gli altri mss< per amor di cliiarezza aggimigoui 
spessii ai mesi ancora il numero dell' anno e ai giorni 
nome del mese. Le altre differenze del ms. Beri, neli 
date per lo più sono manìfe.stamente correzioni, che deri- 
vano dalla migliore scienza del copista. Cosi p. e. negli altri 
mss. la morte di Corrado IV e quella di Innocenzo 
sono poste nel 1253: ma lo scrittore del ms. Beri 
peva che entrambi morirono nel 1254, quindi corresse. 

La prova di ciò si trova nel | 77. In quesiti tulli 
mss. hanno il 1255: vi si dice che i cardinali, che erao^ 
stati discordi un anno e un mese dopo la morte di Inncfl 
cenzo iV, scelsero Alessandro IV* 

Innocenzo IV secondo il § 67 si trovava in fin 
vita nel Decemhre 1253: il ms. Beri ivi ha 1234. Or 
come può intercedere wna vacanza di un anno e uno 



mesi fra il l)ci'i)iiibre 1254 e il Febbrajo I^S5, m(ise 
li fa elelto Alessandro [V? Piultoslo è evidente da 
che mrììe l'originale del ms. RerL nel § 57 aveva 
1253 e die il copista corresse. Quindi dol>l>iaran amiaet- 
cfie nel medi^ìmo oripnale esistesse similmente la 
1253 nel S 51, ove ìt ms. Beri, pone la morte di 
ido rv nel 125i, poiché i due personaggi morirono 
Io slesso anno. 
Un'altra rtifferenza è la se^ruente: nel § 1 il ms. Beri, 
^to la fiata 1248: lutti ^'li altri 1247: nei § 2 il ms. 
^k^. ba 1S49. gli altri 1248: come sì vede, si trova 
Hn^ii di un anno. Però nel § 12 e nel § 18 sì rimette 
^[^pari temporeggiando: nel § 12 tutti i mss. concorde- 
mente hanno 1249, e similmente nel % 18, 12S0. 

È manifesto che lo scrittore del ms. Beri credea con 

I cor le date, poiché egli fece ritornare Federico II 

Pn^_^ 111 Lomtwdia soltanto nel 1248, la qual 

però essa pure è falsa. Fatta questa prima muta- 

^ dovè porre la data 1249 nel % 2, poiché qui cliìa- 

si parla di un altro anno. Se avesse coìjtinuato 

Rta cronolrfgia, si sarebbe trovato costretto a porre 

IffSO m\ i 12 (ove incomincia im nuovo anno) e 1251 

nel l 18. Ma nel 5 18 non poteva cambiare il 125(K poiché, 

C€\me era nolo universalmente» rpiesto fu Tanno delia 

morte di Federico II. 

Avendo^ quindi dovuto fare il cambiamento nel prò 

^...i..T.Ki .,nj^n 1250 e porre in luogo di esso il 1249 

è c-iduto neir errore di registrare due volte il 

anno 1249 e di citare doppiamente parecchi 

ri di ipieslo anno in vari luoghi, ossia di incominciare 

e&po lo stesso anno, 

liìoltre nel ms. Beri, il %. 143 ha soltanto le parole 

3 di Deretnffre , mentre gli altii rnss. aggiungono an- 

im I251K Tra il g 143 e il | 142, il quale appajlieoe 





— 78 — 
al 2i Agosto 1258, esiste una lacuna: dunque sembre- 
rebbe conveniente che nel § 143 Tosse indicato di quale 
anno si parla. Ma il copista non ritenne questo necessario, 
perchè il seguente § 144 porta la data 9 Febbrajo 1260, 
e quindi il precedente Decembre non può appartenere che 
al 12r)0, giacché V esatta successione dei mesi e dei giorni 
si mantiene costante nei Diurnali (fatta eccezione per il 
S5 80 e per il | 90). 

Nel % 154 il ms. Beri, ha 1262, mentre tutti gli 
altri hanno 1261. Questo è maniTestamente un errore di 
penna, poiché nel | 149 si legge f anno segiiente (al 1260) 
e i |§ 151-172 offrono una esatta relazione giorno per 
giorno di una spedizione di Manfredi contro i Crociati. 
Ora é impossibile dividere questo racconto in due parti 
staccate: o prescindendo da ciò un anno fluirebbe (nel 
§ 153) col r Agosto; P altro (nel § 154, ove il ms. 
Beri, per errore ha 1262) comincerebbe col 24 Agosto. 

Nel S 173 si legge nel ms. Beri. 1262 in luogo di 
1263. 11 mese è ottobre. Frecce una grande lacima. 
lo scrittore fu indotto a ciò perchè già prima nel | 154 
avea posto 1262, e ora non si accorse della lacuna, po- 
tendo senza dilììcoltà P Ottobre seguire all'Agosto, oppure 
qui abbiamo un secondo errore di penna. In ogni caso il 
suo originale aveva 1263, poiché nel 5 175 il mese di 
Maggio anco nel ms. Bori, è contrassegnato col numero 
i2t>4, 11 priHXHlonte Ottobre dovea dimque aj^partenere al 
i2tW, jmìoIh^ come Iw detto s^H^ra, la successione cro- 
lu^logica non è mai ìntem^tta nei Diumali, fuorché quando 
vi s^>iH^ lacune. K appunto una di queste lacune è indi- 
oala ntì mss, fi-a il § 172 o il § 173. Essa si estende 
dal IO Ottobri^ l2tH Iìik^ air Ottobre 1263. 

FìiwhttiHìte dì nuovo d^>|K> una notevole laicuna nel 
§ ITU il ì:KMib> di S, Maiuv ikhì ha il numero dell'anno 
wl ms. IÙtI.. nkitln^ luHi. Ak^^ quello di P5ipebroch, 



— 80 — 
dono in contraddizioni cosi manifeste coi documenti, che 
un lettore non prevenuto cade completamente in errore, 
massime perchè ^latteo assume un tuono tanto sicuro, e 
spesso dice di avere avuto parte nei fatti , che racconta. 
Voglio porre in evidenza di nuovo alcuni dei più impor- 
tanti errori. 

Nel % ì Federico II nel 1247 sconfitto ritoma dalla 
Lombardia nella Puglia e si ricrea col suo passatempo 
prediletto, colla caccia del falcone. Ma i documenti del- 
l' imperatore (Huill. Breh. 6. 728 e segg.) lo mostrano 
dal Marzo 1247 fino al Maggio 1249 senza interruzione 
nolPalta Italia : la sconfitta, a cui accenna Matteo, ebbe luogo 
il 18 Febbrajo 1248 dinnanzi Parma. Il nostro giornale 
invece fa trattenere Federico II anco durante tutto Panno 
1248 e il 1249 fino al Novembre nella Puglia. 

Che cosa si deve dire, se un contemporaneo, che si 
trova cosi vicino ai fatti narrati, si rende colpevole di 
tali errori? Forse ne è causa la sua troppa giovinezza? 
Noi 1253, secondo quel che ci dice esso stesso, egli aveva 
2:) anni. 

Nel I G nel Giugno 1248 comparisce il celebre con- 
siglieri» dell' imperatore Taddeo di Suessa , con cui Fede- 
rico li noi § 23 si trattiene amiche vohnente il 5 Novem- 
bre 1250: il medesimo Taddeo il 18 Settembre 1256 
(§ 171) riceve a Barletta ancora im comando da Man- 
frodi. Svonturataniente questo uomo egregio era stato 
mortahnonto ferito il 18 Febbrajo 1248 nella suddetta 
Ivìttaglia di Parma, e pochi giorni dopo avea cessato di 
vivort\ 

Si può aooortlaro a un contemporaneo, il quale era 
distauto solo pivlìo oiv di viaggio da Barìetta, ed avea 
20 anni , oho abbia jH^tuto scambiare con un altro il conà- 
^lìoiv Taddoo oonoM^iuto in tutto il regno, a meno che 
in uuhIo anclH' più incredibile ignorasse la sua morte? 



— 82 — 

Non ci meraviglierà più ora, che la morte di Ck)rrado, 
la quale accadde a Lavello il 21 Maggio 1254, sia posta 
erroneamente nei Diurnali fra T Aprile e il Giugno 1253 
senza indicazione del luogo. 

Il seguente periodo è più importante. Il papa Inno- 
cenzo IV seguiva, come è noto, il disegno di riunire il 
regno di Napoli allo Stato della Chiesa. 

Quindi, poco dopo la morte di Corrado si recò in 
r|uesto regno, si trattenne per qualche tempo a Teano e 
a Capua. e Analmente entrò a Napoli il 27 Ottobre 1251. 

Su ciò possediamo le testimonianze più autorevoli. 
Niccola da Curbio confessore del papa in una biografia, 
che ci ha lasciato di lui, riferisce la data esatta ; con esso 
concorda Jamsilla in tutta la descrizione ; finahnente 
molti documenti presso Bòhm. Reg. Innoc. lY, ai quali 
sono da aggiungersene ancora due per questo tempo, che 
portano la data Anagni 5 Agosto 1254 e Napoli 7 Novem- 
bre 1254 (Theiner Cod. dipi. I. 135.*) tolgono ogni me- 
nomo dubbio. 

Matteo invece ha sopra tutto ciò notizie affatto diffe- 
renti. Il dì della festa di S. Pietro (29 Giugno) del 1253 
Innocenzo entra a Napoli e prende possesso della città in 
nome della Chiesa. Matteo non si lascia sfuggire l'occasione 
di vedere una volta un papa, e insieme al Sindaco di 
Barletta fa un viaggio a Napoli, ove aniva il 26 Luglio. 
Ivi egli vede in vero più di quel che hanno veduto gli 
altri. 

Manfredi viene a Napoli per attestare al papa la sua 
riverenza, quantunque noi sappiamo con certezza da Jam- 
silla che un incontro di Manfredi col Papa a Napoli non 
potea aver luogo. Ma Matteo vede coi propri occhi che i 
fuorusciti, che erano ritornati con Innocenzo, neppure si 
levavano il cappello dinnanzi Manfredi quando lo incon- 
travano. 



— 84 — 

L anno 1255 li Cardinali, ch'erano stati in discordia 
HH anno e mese, crearono Papa Alessandro lY i It 
nagne. 

Ma r esaltazione al pontificato di Alessandro lY s^ 
secondo Theiner il lo Decembre 1254 (l'elezione arm 
^nà avuto laogo il 12 Decembre ) : la sede pontificia rimase 
quindi vacante solo 4 giorni. 

Il conto toma presso Matteo: Innocenzo IV muore 
il 13 Decembre 1233. Alessandro l\ è eletto nel Gennaio, 
> nel Febbraio 1255. § 78Ì. 

Siìno sicuro che ancora chi pensò di dover condonare 
^'li erri^ri mentovati fino ad ora, converrà qui che nesson 
i;onteraporanet\ che si trova vicino agli avvenimenti, ed 
anzi in qut^i s' ingerisce, che persino scrive un gioniale 
N>pra di essi, pnò cadere in un errore così notevole. La 
clezioiK» dol pontefice appunto in cotesto tempo era per 
il redimo di Napoli di tale importanza, che un abitante di 
•jn^^sio, che aveva veduto il precedente papa poco prima 
•iella sua morte, se pur non era un imbecille, non potei 
far\' di 4 ^i*>nii nn anmì e mese. Su ciò è da considerarsi 
die Vlessatklrvì IV fu eletto a Napoli cinque giorni dopo 
U uK^e del suo pretlei.vssore. Ma nel medesimo giorno 
pr^vsy> Matt^N> un viagràti.ìre racconta a Melfi poche miglia 
) uuì di Na^vli che egli viene dalla capitale e che vi ha 
Itkwto Iniuvenzo IV spedito dai medici! Nessun contem- 
iy«nev^ può avere scritto cv>sì. • 

Ohe ikH § 77 si debba riconoscere Terrore di un 
I }ici'i>»^lati*rt\ rome opinanti De Luynes e Pabst, è ipolesi 
tfìuti^> inu*rvv^milr\ j\>ichè iki § 70 appunto relativamente 
a kiuclh ^iKMiua si le^^e: e' feceny /ermare (le alte mnn) 
\t.«^r /f,>v»i» S.!ev///i ^ Jifrs>*T Brandino Orsino con k 
./...'♦ri )cv*' ^'met^»^. /inché >i t'vyra f altro papa. 

Noi H Si-81 è rH\'i>ntala cixì falsa indicazione di 
uuvn» la stwlixi'Vb^ kl N\rìti> Thaldìno nel regno. A que- 



— 86 — 
accompagnato Carlo nel viaggio da Benevento alla capitale. 
11 7 Marzo 1265 egli parte da Napoli per Barletta: è 
diventato sindaco di questo luogo. 

Ma la cosa va anche peggio nei §§ 184 e 185. Mat- 
teo come abitante della Terra di Bari nota per ogni aono 
i giustizieri di questa provincia. Ora egli dice ivi: Fotte 
le feste di Pascha (1265) Re Carlo mandao li Justiiìm 
nuovi per tutte le provinde de lo Reame, et isso caiiao 
fora di Regno a trovare lo Papa. Alli 12 di Majo vem 
Jmtitiero in Terra di Bari Messer Raniero del BwmM- 
monte di natione Fiorentina. 

È possibile che il sindaco di una città dì una certa 
importanza non sapesse come si chiamava il suo superiore! 
Eppure questo appunto accade. 

Dopo la battaglia di Benevento Carlo nominò Giusti- 
ziere della Terra di Bari un emigrato, Pandolfo di Fasa- 
nella. Noi possediamo lettere di Carlo a lui colla data: 
Dordona li Marzo 1266 e Capua 19 Maggio 1266. (Del 
Giudice Cod. dipi. pag. 117 e 134). 

Qui né emendazione né invei'sione d' ordine reca 
alcun aiuto. Eppure sembra impossibile che un sindacc 
sia caduto in tale errore, lo penso che simili fatti sonc 
decisivi per togliere a una istoria ogni fede. Se un libre 
deve essere per cosi dire scritto da capo perchè posss 
cavarsene la verità, il suo valore per lo studio della sto- 
ria è nullo. 



Nella precedente esposizione sono menzionati solo gì 
errori più importanti: ma non si trova quasi un paragrafi 
nella Cronaca dello Spinelli, che non dia ocA^sione ; 
censura. 



— 87 — 
Le felse notizie sì possonrj trovare presso De Luyues 
'e l^fel dilTusaraente esaminate, l*erò la loto cxilica non 
mi può iudiure a credere che abliianio dinoauzi a noi il 
bi?oro di uo contemporaneo. 

I, Perchè, anco se si volesse accordare che la cronologia 
liia stata ordinata erroneamente da tin compilatore [hiì 
recetile^ pure rimangono fatti cosi impossibili, (i quali 
dovrebbero invece essere incontestabili jier la parte che 
r autore dice avere avuto iu essi} che divien necessario 
ammeltere piottosto come unica soluzione che i Diurnali 
opera dì un falsirtcatore. Ora secondo la mia opinione 
'i Wiimali ftarono compilati nella seconda metà del secolo 
KVL L'autore ttrà un Napoletano, che a questo scopo 
Ifoce anco studj negli archivi» ma con poco successo. Gli 
[errori hanno la loro origine neir ignoranza delle fonti 
laotenliclie, poiché allora Jamsilla, Saba Malaspina. Nicola 
[da CuriHO etc. non erano ancora stampati. 

lo voglio ora cercare di dimostrare parlitamente quali 

furono adoprate per comporre i Diurnali. 

L* Autore con una certa abilità ha cercato di riunire 

[notizie da diverse parti» ed ha addoLtato un procedimento 

COSÌ dire eclettico, in modo che non concorda piena- 

Elle con alcuno dei suoi Ibnli, Questo metodo lo ha 

ancura preservato dall' essere scoperto. 



{Continua) 



MORALITÀ E POESIA 
DEL VIVENTE LINGUAGGIO DELLA TOSCANA 

RICREAZIONI FILOLOGICHE 
DI GIAMBATTISTA GIULIAMI. 



RICREAZIONE DECIMA 

Utilità e importansa di un Dizioiiax-to elei moderno 
Volipaire 1?o«oa.iio. — Con quale arte si debba 
compilare, e quanta lunganimità e pasiensa a ciò si 
richieda. — fdanripi » che si adducono a chiaressa 
dimostraiione di ni^ simile lavoro. 



( Vedi ?oI. I.° alla pagina 700, continuazione e fine) 



ABBONIRE. — € Quanto si scorge qui è tutto pian di Bipoli; o^^* 
sorla frutte ci vengono, una dovizia, da non si credere, vedesse! f^ 
gente non campano d* altro. 11 grano non y' abbonisce (non vien su bene^*» 
che e* è troppa ombra. Quassù il grano augumenta ogni dì , cresce cre^c^j* 
più la notte che il giorao. Il sole li ribrucia i grani, ma la notte ^ 
fresca e ( i grani) se ne rifanno: vengono in acquisto, che è un piacere. » — 

(Arretri nel Fiorentino). 

— c Stamane il latte non mi si è voluto abbonire , non ci fu mod^ 
che s* accagliasse; e il burro non m'è riuscito a perfezione, i — (Hoo' 

lagna di Pistoia). 

— e Quando va quest* alidore , la roba baccellina inentisce tutta; 
senz'acqua non abboniscono le fave; non si raccatta che un po' di strame 
per le bestie, i — (Mugello). 



— 89 — 

pur ^ì arlop^rii MtfnHty per far btmm, p*»»* ìranquiìlart p an- 
tUfmir ifuowt ; ed m fih 'mic^t no fatlrvfi* rnaiTiiHnaiin , r\u* di- 
— € 0(it*yti vini crudi crudi non i^m^Uorio raj^iim, iMsia'^spro anni 
'tntscuno nuii. • — 

L. — € Son quiisi cieco, ci serrno ([ouiido ^ ijt*an fumé: 

% ai>ònja (H fìi buio, iiottrO mi locca ajidar Iasioni. Per questi 

hi Mino 6|MTla e Yo fYanco di pasio , nia se esco di qui , non mi 

troTO più. S^ mi folti scc ti piede, non c'è ch^ U mano di Ges^ù a 

THiì riUo. I*ovp|'o inondo? per mr è bt*lk» che ilo. i — (Senwei. 

— f Cammìiia] dì giorno , ma a ' abbuiò , ( si foce nollej , e mi iro- 

h-ia fht s* alani (Pur., xvii, 62). Giù \m 'mkrfìù}x' abbuia (si 
^con) H'omAfft rfi />«ir come la mtnk /* /rifjffa (par. ♦ ix, 71 i 
raom pìaDge, abbuia nel vi'^o, dice V (Uiinìn rommeiilafnn' 



^10. — • Venga a veglia liomani, ma presto presto; ci 
> filacele: piacere anticipah* e ruddop[iìalo. t — 
lai cort^'HÌn iu mi vidi accollo da una lamiptiii del lonkuio di 
in ipj«*i di Lucca, e ljiso}!tia tiiir couvenirne che il linguaggio lii ehr 
pili co»U»r(i ^iatui maeti^tri di gentdeKia. K t-]iÌoni|ui* lo sappia di'icernefr 
ni* ha di hiiono e vtgoroM), e non mane Iti d'ingegno nel valercene, 
dare a* j^uoi !»critti il pregio di quella gcaxìo^.'i eleganza, che non 
tà ym\U\ sfinire la fatica dell' arie. 

IVI n^lii. per non fermarci che sulla voci* auficiftan: è da por 
nMilr CMiif t To<iCiini $tr ne .«ervono a di(r<prcnfe propo!%tl(L — « Ti fu-ego 
tt* mfiiétif9^ìre it liToro (furto prima del tempo), piTchA mi larda di 

mHUfiù iti Oprra, l — tMatA. .U Pbloinì. 

— « (^esto H'iroccJit'cio avvampa i grani e II antiiipa { li fa ma- 
fmrvr^ fàà prcido del solito i, e la jjrauazione fallisce. » — fMant,tii,Mt[i) 

— t Iji ìmi' rtgiruob li (le) |>rcsc male a im pitnlo (ciò iiravfemn' 
poverella del Vaidarno jìup<»Hore \ : un contatlino gli fece 

ripìa:(lrn ) di *onpia ed i*rl¥» , *• ghelo risana in pochi dì 
rt t' IT'** anni sr riprcsrniato : gli s'era a^>/*/a/^«/a 

e fti *i ^jo , iidin che lornA fuori. A questi freddi ao- 

fnipoii (Vomii innanzi la Magione i f**^ rifiorita la piagai: speliamo 
rifiiitryfiiii pr«*3«lo. Allo jipfdalis de* medici bravi ce if i^: la non man- 
ctfio; «* non e/ A l'uno, c'è l' altro; m danno la muta, » — 
floiBPO Trinci nel mìo Agrirtitlori^ sfìrrimeììtato i\kt\ cU»» le viti 
4 ilttilOlin fN>tar«i pifi anticìfmto che «;ìa poKsihile: * e netrn>i> conumr 
i' mmSirii'mre ^'atlatta punitico ad altre s^ignitìcazioni , le i{uah, traendo 
1Q(A rWi-^i prinrifwitr di>l ftif' ,* rttìir*' prima tki tnnpo . la nio«IÌIì- 




— 90 — 

cano con ridui'cì alla monlr le proprietà od azioni speciali della cosa, 
cui quel verbo si riferisce. La mwlesima scarsità de' vocaboli aguzza T in- 
gegno a contempcrarli di guisa che un solo possa bastare a più usi, 
e non lasci discenere dove cada il meglio. 



BIANCHEGGIARE. — « Il bove ingrassato a farina, viene più al- 
lombata (forte, pieno ne' lombi), ha più di carne addosso. ErÌKì,sem- 
pn' erba, non fa buon sangue. Il bove di Poggio a Cajano hiaìiHieggia 
la cnnie, vedesse! è bianchissimo di carne; se ne fa il meglio lesso; a 
gustarlo, che tenerezza di latte è quello! D'ora in là (quinci innanzi) 
questi Imvi sono da mettersi in grasso per ìimccUart { per darsi al ma- 
cello). Per ingrassarli gli si dà mangiare quanto vogliono , senza riguardo. 
Conf hanno la pelle liscia liscia che Imtra (nilet), allora sono al su' 
punto; e se ne fa buon mercato. > — (Fiorentino). 

La frase il bove biancheggia la carne è del tutto alla Greca, né 
per verit;i vi ha popolo, che nella sua comune favella possa entrare al 
{Kiragono de' Greci, quanto il Toscano. D'una storia, che Dante vide un 
po' da lungi effigiata in un bianco marmo , dice che ivi gli biatwJieggìava: 
Purg. , X , 73. Non si trascuri poi di notare la voce aHombato , che è 
della migliore stampa e proprio di quelle che il popolo sa trovare e insegnarci. 

BIRACCHIO. — In Montamiata chiamano lai Ione o boccino il bue 
appena nato; v i Iella , se è d'un anno; biracchio d'uno o due anni, di 
sopranna; come n'ha da due a ire, manzo ;ip'ìii in ^^ giovenco, bove. 

Queste diirerenze mi sembrano di molto spiccale e meglio precise, 
che non nel Trattato lUtlI' Agricoltura di Pier Crescenzio (i, 16, 1,) 
« Delia generazione dei buoi son quattro gradi di età ; la prima è quella 
iìe' vitelli , la seconda è quella de' giovenchi , la terza de' buoi novelli, 
la quarta de' buoi vecchi, i — 

BORRO. — e Per me io ni' anvccio (monto su per la roccia), ga- 
gliardo piglio su per la montagna ; ma in questi borri , che non e* è se^m 
ir uomo, manco di capre, perdo la forza e la guida, i — Di cotal 
modo mi parlava un pastore del Montamiata, e soggiugneva: — e Le 
gambe mi reggono, m'arroccio senza mai dar passo a rieto: in cima 
voglio arrivare, non si dubiti, ci arrivo, dovessi anche s/iancannù » — 

Usano in più luoghi di Toscana i vocaboli borro e burroiìe a di- 
notare un luogo scosceso, e anche un torrente che indi si precipita. Eil 
in questo significato s' incontra nella Tancia del Bonarroti ( at. iv, se. 1 1 ) : 
E ingliami pel evito e a capo chino Gettami in qualche borro o in 
qualche gora. Quanto poi ad arrocciare . che è raffermato dall' uso 



— 91 — 

lira dì miMirtlft' Irlli'io^ p^tirv^hlN^ iroviirp pui' hio^o tu*\ Vo 
i, ilotr Mii l'rtuKiritii ili l)mu* ** «IH suo roiuiTM'ntalortMfn Riiti 
[« rep^^tni il dirorciarr per f<KÌer#< rkrZ/a roi^cìa. 



C1AMB£LL\. — < l*er fare un cappelb, r/a /^ró/to ti carda In 

l; |uiì M th^w itàmti* coli* arco che la *fìorca, Così viont» [tth s^:m\ia r 

e !(• laide rifiiiumo inp^rlio, SÌ vimbitccmut It? lbMt>, o so t'i» i^m/i- 

Laiifv#i/4^, sì rioiiipio COI) uua giurila. S' itnbmlìxn: a forza il'ai;ifua ralda; 

h\ik' si fa un' *mi»aA^/ura. Imliasliio, sì vimo a /hltatr mi aLM|ua 

r gniuia dì vino: s ucriarnheffa ^ si riduce in forma di l'iarnhiiìa 

iD^ oe rendeva c**fioot e gli f' aiiarga ta testa. Si siìatletta 

ttola) perchp n'esca Taci) un, e &} rasclu^fu al i^o]e o al fuoco. 

L Poi /0|k^nr/rua ai! fuoco porcf^ vada via il fx^fo vai\o (tndì vit'ii vatui 

E ]'• '. tiori i-'ha cht' a tiiHlcrlo sulla fonila, lilì si /mw^/ soprA 

il i' caldo i*eni*; si* il cappello e più lint% il ferro (a firma- 

flfmy gli M da più re^uLilo. (iuaniiU» poi clii> «la, si dà alle donne i* lo 

^rrfidoDQ (il cappello) bello r rilìuìlo. » — (My^^<>llo) 

Chi può dir iiiéplio, si provi, llerlo tpiesra proprictii i' pronla rrc- 
di lingua inerita d'esser avuta non pure in prvfìio , ina si ;mi'lie 
in uso nit|;li«re. Del niuancnlr io ini jìoii rislri'tlo a indiiare sol- 
Ptm:lci J locat^do ciatnhdla , pen'lu' indi ii*è rinscilo V aceiambdìtur 
Iclir fùmvtt'y é* ì\%%ì\ì tnioiiii lega, tanto pifi come ini parve fos.se usato 
Idb unii pupnlaria rlì iSniiarancc nel Vofterano : — • Vidi una S4*rp4* ae^ 
Arimnih-ìlala: ni'lia Qitlo tanta paura, av(>sse veduto rome fifìtjwttara 
)fvitvina la fiiij^uaM limaH li piantata u mo'iriin [lalo,.,. S'aertaniblla 
\i^'Miltìrct*^>'* (tv cottola ) la MTpe, ma (jmiiHto si .ivoUola, ]>t^ì\u la via^ 
[chr noiico la Mwtta ( folgoivi Varrtva: t — t Fohjore parv, w ta 
[vii ^irai^j'ia » ridirebbe Dante: Inf. , xxv, M, 

C0!4SrMA MENTO* — « l.e confà que^t' aria fine ? rende gofjHarda 
altf* J?oi air aria grossa* come In Maremma, i^\ farebbe flifura (ti 
mmrltf, Non basta la giovfplù a rcirjiere in ipiella pestitene»; r' è uiorto 
poi <lt {rtovaDotii! Uno pareva forte, /«jrmo (V)w una montoffiìa ; cadde 
9Kn Ibi, an tV in eonsumamtnto per la febbre, sparì, che manco .^e 
U'éPnfTiffv k tjfnte che jfli eran daliomo. • — iiioni. Pisiojeicf 

K coiiftideriin* une he* il nioilo col quale vrng^ono or ipn cotlocnih 
k Ittrnif, sì ViMle (pianto vi sacconrino prr bene, oltre al crescere 
^ MU'tiii. Ne Hi putreblM* si*tìiì\ maraviirlia riconoscere come 
no così (audgliare ronsuinaìtu^nto non pure in sijf ni- 
di ' o di deiidrrto arde ni r . ma i* sì di mn-iunsiouf *« 



— 92 — 

itrugyiin*'iih»^ usitalo allrovi*. Certo i* che noi per teina di aflettuìoBr 
ci asteniamo ttal metten* in mostra |)an*ccliie delle elefranze, che littiTii 
corrono )>er le bocche» del volgo, al quale pur troppo or si bsciM 
rìs4TtKite. Questi vivi testi per altro devon essere pregiati non ahriiMli 
(lì ((uelli , che ci si tramandarono dagli scrittori i quali , si voglia o do, 
per istudialo uso ed arte levarono in onore la lingua propria del voifo. 

CORUKGGERE. Ecco il verbo ronrggcre in tre maniere dilferatL 
— < Nella rocca ( la chiamano anche ivcchhìa) entro cui si (a il carinoe, 
t/ cuoce a fiamma la legna, che prendi' essere di carbone. Il fuoco come 
sì avvia a fiammare (a levar fiamma), non si può più correggere: mk 
sfogo. La wcchina del carbone dentro è cupa (Tonda) e bisogna rìmrttati 
legna : ha fame di molto e bisogna rimboccarla { aggiungervi delle legni), 
che il fuoco non abbia luogo ad accecarsi: più la s' imbocca e piit nt 
vuole (della legna). » — Or chi non rammenta la fame senza finenpi 
della Lupa sì maledetta dal nostre Poeta? 

— «r Prima quassù c'era una straducola per andare a SantaBon: 
r hanno corretta più volte, ma tanto non si poteva ramm/nar^. muco 
in su una bestia. » — 

« Il mi*l)abbo, s'io non mi rendevo pronto, mi correggeva (ca- 
stigava) a modo : ora i ragazzi non vogliono vedersi più corretti e vaifon 

MI tristanzuoli. » ^Montomiataì. 

Non è da stupire che sia molto in uso il verbo corregge^' . appo i 
contadhii segnatamente, i quali |)erùne traggono sempre nuove uietaforr^ 
sempre opportune. Ond'è che vi diranno correggere il vino con Facqu* 
correggere le viti scapricciale, e che bisogna corregga^ l'abito che non ri 
caschi di dosso, come pur si debbono correggere le rive de' fiumi, pff- 
cliè Tacque non trabocchino a dilagare i campi. Giovanvettorìo Soderiai 
nel suo Trattato di Agricoltura ha un capitolo sul modo di correjrgfr*" 
l'aniuc cali ice , e Pier Vettori nella Coltivazione degli Ulivi accenna 
rome siano da (vrregyersi, affinchè facciano più frutto e bellezza. 



DEGNEZZA, DIGNITÀ, DEGNO. — t Bello è il veder gli ulivi ca- 
richi di ulive nere nere : è una degnezza a rimirarfi : si starebbe fi '""' 
mimmorati a tanta grazia di Dio. » — (Colline Pisane). 

— e \k\\\ (juassù i grani! srrgtmo su su col collo pieno: a *^ 
derli ò una dignità, » — 

— « È finita Li cuccagna, che se durava era una cosa d*^gna. i» ^ 

iVal di Nie\o1e). 

c Non lo gii tare questo seme, credi a me, non è terra degna, non 
lo merita. » — (Vor»iii«». 



— f>3 — 

< Tallio >> fatto iiim pionuiUi tieifim; i^ chi sp T appettava? A'i)ui'i 
nni fini ititi fMH'T:» ttammit volrt^c rìpìnvprr, > 
€ Non m' nvvìjtfrvrt di far sì [mori!! rnrc<>It;i,,„ i primi fempi (la 
ffiHimtfni) undiiHirro iiniiili IrofijH}, irm a nsppUn, TanMli» ò siala f^-^ff?ia 
I rajriòiW'Taf*' <i, corno diroiu^ il |im ilHIc voU«\ disrrfiai » ^Modi, diSi<Hui| 
hi qnexl^ rJiTiTjii* maniiTi* in cui »* Bllpjrgiario ticgmsza . tliffnttà r» 
iM*Ila favella d^l voljro, vi *f rìconasif» lanin *:riizlu p vcrif/i di 
chp ci fildilipifii) a tonerno di coiild. Ma unn posso si' non 
ni che il linguaggio &ì Ikanfo ricorra sì friH\amU' "^trllt' luhhni 
«pesla iwpojo. Ed i» ben do oMtMidi^ré clii* /*?rra <l/'(7f»<i . pro|irÌ!> ofifla 
ùxnilk'jixiotu* cb*» rict»Te nelle parole sopracritaie, s* iiiL'Onlra per Ih^ti <Itie 
hoife fielb fhnna Cùmvwdta: Pnrje. , wvuT, \ì% — F*ar.,\!n, 82, 
f >n JìslLVKE. — f Oh p»'rch«'' iiieiri il lino nel rorno? —Lo rnello ìu 
affarìo: ehe aUrinierili non »r ditisra (mn i^li m levano 
' — {Montajf iti Si'Tnl 
Iti luógii dt macìullart', nel Lncc;lH*se, come nel Pis;ino e rirtlti Ver- 
«^dìronii gramolarf. Sul MoriUinnaUi iisario il ditisvan: , iiwanrlo vo- 
jj^irmo »i|ruilie;irr la mondatura de*eas|agni, cui «i tolj^eno i mini o 
gcmiti^ii rreiic'iuti luni^o I» pianta. 

— • Ora clw* Marno scarsi a Irgnamo, <ì rìtìfsrann (idffoiio i p^vi 
i ilal fiiMii ilellf pianti') ì ra.^iagiii; prima non i^^ crd cosinole, penilir 

pfrgrLi w* n* aveva a profusione ; non valeva la fatica tìì raccattai' le, • — 

In Mitte e dui' ipn^sti» .sipnliea^ioni diiisrare [larrebb*^ che doveH,*ie 

o«^tro Vocabolario* ^e pur fanno aiKorilA il pranlo injie- 

I popolo toccano. 

liliiiMiVl'XUA. — • O"iutdo h' a.sj»etta , biiiOf^na hU»r sem|in* rof 

/tu due saui. Ei'O in un dormivffjtia (luex/o fra la vigiiia e il 

»), fCfiiie ti lui' omo « mi chiama, i* io giù dal letto , cascai nlie nii 

amdà il collo del pif'dc. » — /VnMinWvoiLj. 

— • <ìli è nudoreiato fjue>ito gìovinotln ; non f/#/n^»*' né tr(7/iVjL Miri 
e^oi'r tn«tecclitio ! fc la |M^gi|^io vita non ^^er»^ n^ ,mm nò malato ^ né 

Onesti e siitiili ituxiì chi vi fanno nguardur come luti* un nie^lesituo 
Kll lenuiiie d*uiu coKii e il principio di un' altra, vengono o;;nora in 
L|roiili> uvì Imguiiggio vtdgare, e l^anle Uui ,sej»|ie a vvatUa;^ piarsene. 
Vwftk umrìi e non rimaci vivo: i di^n'eglì a muniresiare lo ^tato cui 
^iiì nello Majnjo di Coeito. i]os\ Ì\ volgo per rappresenl;jiTÌ 
Im fi^nBOita i|uamlo .«tenia tire.H(>o alla morie ^ ■^uol dire che non inuotY 
p mm rampa, Yj\ ecco vm\ che primanienlr intesi da una donna del con- 
tado llcifTiitiTin . 

EMii lutti t* due i\uvhù lìgtiuob :ì un jitirlo, uno gh e pm 



— 94 — 

morto clic vivo; non muore, non campa: se ne vuole andar presto 
a Gesù. Ha un cervello fine, badi, è di cervello firn davvero: ha la parte 
«meo dell'altro. Non sembrano fratelli. Gli è impossìbile accompagnare 
(far compagni) a un modo tutti i cervelli del mondo: manco Quel di 
lassù può accom|)agnarli : una variazione e* è sempre. > — Dovetti poi 
convincermi che è volgare in Toscana la frase non muore e non campa . 
tal quale s' incontra in uno dei più antichi testi di lingua, che è la Ta- 
mla Ritonda. \aì tradizione del nostro linguaggio migliore si osserva co- 
. stante e tenace in (|uesto popolo per gran beneficio d* Italia. 

ERBAIO. — « Costaggiù al borro (burrone) si deve trovare la lepre 
accovacciata : oltre lì il contadino ha fatto V erbaio ( un praticello) e ci 
battono sempre. > — (Momi. di Siena). 

— « Vcggendo alcuno frate costui (frate Lottieri) disteso m\V er- 
baio e non conoscendolo.... subito chiamato gli altri frati, nel portarono 
in cella. > — {Cronica di Donato Velluti, a pag. 69, Firenze 1731). 

KUTO. — f Si vede che gli hanno mandati erti (alti) assai que' fi- 
chi, (mi diceva un contadino mentre me li additava:) noi che si vuole 
raccapezzare ogifi anno una cosarellina, si lasciano cader giù basso; 
par che fruttino meglio. Questi serotini, cascano tutti insino a wìo. 
Ve n' ha di quelli che li fanno primaticci e poi li rifanno serotini. Ascol- 
terò ciò che dice il padrone: // buon ])adrone fa il buon contadino. > 
Poi, come per ispiegarsi meglio soggiunse : t Non siamo nemici del ta- 
gliare (le piante), noi contadini: anzi ci s'ambisce. Ma si tengono più 
Imssi (i nimi del fico) perchè dan più frutto , a nostro parere. Le pipite 
(le punte, onde poi spunta e matura il fico nell'anno seguente), ven> 

gono scarse. » — («.olline Pisane). 

ESSERK. — € I/uva si riporta nella tinaia e si ammosta: ogni 
giorno si ri pigia in sin che non si svina , se no gli è caso che pigli il 
fuoco (o /òr/t'), penic il suo essere (il vino). Gli si dà il colore (si go- 
verna con un uva cosi detta): il colore ha il nome seco . gli dà il colore 
al vino e la bontà. Sin che rilevi tutto in capo il colore (le buccie 
delPuva di tal nome), sin che non venga a fior dei tino, non si svina. 
Si s^ìoglia senqire il vino ( fa una posata), anco quando s* infiasca. È da 
ballarci, che non venga a intorbidare. Per il colore, T uva la si spic- 
ciola e si levano tutti i raspi; il raspo gli dà un non so che d* acuto; e 
a non levarli (i raspi), c'è rischio che il vino venga ad alidire (a pigliar 
Valido il piom). Quassù il vino è gaglianlo: è uìi vin chefiarla; bi- 
sogna sentirlo, bisogna, t —i Vai dEra,. 



^Ki ( 



— J>5 — 

Anditi di frequefiie m'accade dì iJovpr recare in inezia coutil u^ri 

!«»» di fii^fìÌL* conlai1*ni*sc-i. proccliÀ gif ^ bori v»'rn i]iiaTili> ijller- 

il Fomiicìari, vhv cioè * In niaj^jrior jvarie (li''iiH>di iti din- più 

lilB Djtjti liofi ^jfL' più clìP nelle lioeebe de' conladini. Ciò vnrrù diii* eh»' 

ilrtenuli 0*t*di bijìsi? Cena *io, ^e pure non vrjl»>s.siino avere per 

i ì iu«mIj più Irlli de'ClaiLsici, perchi^ og^'i imi] \\ mimo più die 

campì e Mij monlt. i 




fiUUJ.VMK. — t Noi »7? cfiTcaio (li Hìtfare U* vili appena ehe a- 
rT^n*» mi^%sii II* prime foglie, fioi hì rtn^ìffò ithrv fine volle, e iiuguanno 
" noti .ihlwiim» vaid^mmia itfvfctta. poco numca. Si zolfa a lalU* l'on'; 
5V)fa a*riut(;i che m,i la vile, mm lornn. Cerli eonimlirn , noTi l 'r 
ri»* l'aUbiiino voluta rapìn»; oni piangfnm alia raceoìta: •:li ;jlin 
i« e Ioni neaiiro il fogUanM* prr le bf^lie. Far quaiirr da imi, in- 
|ifi/ aitati , rfu" (ho t ' aita. > — 
fra r altre filalo tU pn^fenniza la votte thQHaiìis, non pcrcbe sìa 
nU' noi.ibile, rna (lert'li*» ini sembni che dica qualcosa d» 
yìk die w>n nìAantuà di foijli** ^iiccome la «piega il Voadjolario, alle* 
l^aiida ttii grazioso pa^^o di uno dei discoi'^i di !.. Rellini: « La gene 
dfi tìiin che sono per Ibividia di ogni atte umana, con la fai 
» tnittnlahde dei fogliami di coi ù ve.siono. t Sopni ci<^ un piace di 
rh»* il mici luleiidiujeido e slmlìo s> è pnncifialnieule die 
if ilBIifo Irtforr indovini da *è e si n'cili ad rlrg^ere il mej,iio. 

f — f Per andan' a diritto { nel fare il solco) si guarda 

■iratòlo e che i Iwvi tiriìw in pari , uniti , a uìo* de* sol- 
file vaum in /Uà* Quamlo x*A Miraln (uscito dal *olco, detto lira 
\ btinì K w ripiglia il folco ov'«^ rrMata la ìtfìvta: chi />rrff 
(a foUe ì\ chiodo pugw mt viw entrando n/*tta ranu\ in 
<i M>lo neirmijrhia) e rhi ramniiììa , inciampa: noi tutti si 
»; ò Quel di Lassù che non sbaglia mai. » — (Mont. ai Siun;*). 
Or jTÌwta a¥?efiire che »i dovrebbe far più di eonsideraitione ai [iro- 
tol;^2iri, non pure per it modo cou eiiì ^sogliono adaiiafNÌ al caso, 
jwiche p«T rugicme delb linj.'ua. Unindi avreijinio ntiovi argo- 
a (NTsuudeni che molli voc^ilndi e modi >ono dilVusi (»er lulta 
id il wnMi cmniine, espresso si vivameiile ne'proverlii, poirelilir 
ér 4el buon !«m%o e iitioina degl' Italiani. Son [ler altro degne di 
fniM I htmi riy^ tirawi in pari — f piando t* i" lUlirafn — 
stdrtì cm tkì via, \Ums\ da itnell' accorto contadino pò- 
a|i|)iTmtrre come (iobl»ianio coiutKiliie le iiirertiùià uniunr 




— 96 — 

e scusarci a vicenda degli errori , dove tutti, qual più qual meno, siani 
soliti incorrere per Tuna cosa o per T altra. Senza macchie, non e* è 
nenunanco il sole. 

FRESCHEGGIARE. — e Su a Montemaggio (in quel di Siena) le 
pecore ci albergano anco la notte , vi si mettono a giacere. Di verno si 
radducono alle stalle; lasciate in su de' poggi, cadrebbero morte de/ 
freddo. Alla sera se frescheggia (fa fresco), si dà loro la via; un po' 
di \yaslo fanno , meno che di mattina. Miri che magrezza quelle pecorine! 
L'erba tenerina non fa coriìo (non ingrassa), e si tengono ritte a fa- 
tica. » — (Senese). 

1/ albergare per far soggiorno s' hicontra sovente negli antichi no- 
stri scrittori: < Né tanti augelli albergan \\qv li boschi , Quant' ha il mio 
cor pensier ciascuna sera. » Petrarca, Sonet xxxvm, 1. Ma frescheg- 
giare , che pur s' ode spesse volte presso il contadiname di Toscana , noi 
veggo citato, come dovrebb' essere, nel senso quivi chiarito. Ne' Canti 
popolari toscani, raccolti dal benemerito Tigri, occorre lo stesso verbo 
nella signi lìc^izione di prendere il fresco: « Vieni, amor mio, con me 
che t'accompagno, Ora nel mezzo gionio a frescheggiare. » Ciò mi 
ricorda il cortese detto e invito d' un popolano della Valdelsa , col quale 
m'impigliai lunghe ore a discorrere: — e Mettiamoci a sedere sotto le 
quercie; la quercia r<;nrf« /)2f« fresco, perchè le foglie son Otte Otte, 
che il sole non c'entra. Consola questo frescolino , glie un desio.,,. 
dà proprio piacere, che si sente anco noi, si sente, i — 



GALLA (a galla). -— t L* ulivo lavora a galla; le barbe non isfon- 
dano tanto, non vanno tanto in fondo, ma cercano sempre il buono: 
non si dubiti, lo sanno trovare. E se non si governano bene, godono 
poco, e godo poco anche il padrone. L' ulive corrispondotw al concime, 
e più gii se ne dà (di concime agli uHvi) e provano meglio. » — (iiufelio). 

Il Davanzali nel suo Trattato della Colt inazione delle Vili e degli 
Arbori , accennando alla cagione perchè il pèsco non dura, dice < essere 
perché egli mette le barbe poco addentro e vannosene presto a golia 
tra le due terre. » È poi molto espressivo il verbo godere trasferito alla 
terra, ma quasi non bastasse, usano in iscambio gongolare: 

— « QwQMa rinfrescata li ha ritornati, rifatti vivi i granturchi; à 
davvero, che l'acqua li ha rinfrescati a buono. 11 vento, giorni a dreto, ti 
battette alla diramata, che non davan più speranze (di riaversi). Un 
IKi' che si rascititti, la campagna gongfjla a un tratto. » — (Moot. PintoàcM). 

GIUELLAIU:. Mi diceva già un tribolato e misero agricoltori'. 



— 97 — 

— € Ilo lUi figliolo, elle tanto mt^ lo darebW un |>u' «t'aiuto, inu dallu 

^€§ah$ra in qirn , i^ malato. Gli prei^n una f»»bbrP, clic lo volle finirf. 

Mio spiale non lo volk-ro affcfiart' (>Jai>'li Iclto); ilict*v;iiin clic em 

àchìrih^ non a^ea nìi'Jitc; uiu lui m é^entiVii imilc, ninlc rientro. Ora frli 

il r jia(tt«/a la febbr*% yifrtla, ginfki. tua ^' iUirnlo («Ijvt^riLitoj coinc 

lun Otu'liS^so. S«n mali che mf*/«> <t /u/iytJ , iribolprò lutto il verno; 

^tf» m panni rlir bi ff^bbri* rilorirK Buon citto gli è quello! Yalcru Ino- 

' orn. qu:inlo |»e>a; a/^n> Wir wi;/iVi (ii* ìavorare , senza vizi al mondo. 

j im porliino fuejrbo^ r jj/ft(7<j si riiufiist» al l.ivorn; si rimo* 

,^i« cbn di prima, 0"<"^i** miiLillk* non sono per ì poveri, pJi- 

K*cfnz3i* la cotfHi «i ilcve d noi; il nistigo v Uìo che ce lo manda, i — 

Se] seiifio clip qui prende gircliai%\ cJo«» di nHioversi in qua e in 

d'uno in altro canniccio, non fu f>eranco re p^i strato, conieccliù ci 

franta di udulo por ogni (larte di Toscana, ('osi pur iineh*^ tchhUo e 

iiiiifilatr banno quivi tal»» valore, ria* piT solito ncui apparisce negli 

tritti. Né qnnli m dovrebbe far più luogo alla volj^'arc tiivella, se già vuoisi 

Icbp n*iidiifio iiuniagini^ del vivo e animalo di^ìcorso, e che siano intesi 

nle. 

[20S(.K — < Bisogna camminare a rigtianlo; e tanlu r/rm^soia 

clic ^' aimmtila (mi ^i fanno molli), tutti i piedi, » ^ iPìmuo). 

• lo «trame Quai^zoso ^ vdeno per le bestie; |?li muove iL corpo e 

bolla giii, » — fV*ilUMievok( 

SA hhr*! t(i Matcaiiìa . assai buon le^lo dì lingua, é legge: — 
Se k giumenta avi*à pasciuto erl)e guazzose ec. » — 

M;i non è uien notabile V aintuoliarsi al modo che ?i*ode ìo Valdinie* 
allroi?*, cioè t>er ba*fnarsi o altro che di simile: — il' nwWn 
lq^r$Vi pif tra dlla itroitu del t'osso { là dove t bovi si iviulumno a IxTC) 
In» ni»' mi amunÈÌUÈ, tole-mlu lavare questo po' di lilato. » — jS^ncao), 
\%à m qu^iHie luogo anco gli assegnano pressoct»^ il j^ipiilicata di tem^ 
Iftrroi^: — • Si* è irnpp.i gagliarda (soda) l'acqua calala, s'flmirw^/n 
[e<m un po' d acifua dolce. » — |V.infnTam»^ I*an* anzi che tu lora importi 
Itti fif^so che macerare: — « La canapa biso^'iia arnuutlìarìa > m' in- 
laide , che sia fradicia fradicia ; rigida , fa «iisperare a ììiaciuUaria. Lt? 
[iiifè^ noti irli m pouoo le^'ar di doss^o.«. il caldo unpanno ha tiralo la 

t0tlik sottile', » — (C»«?nUiKH 
(Jtu^^ta *'* fiecbezza , queste sono vive pi^pi*ietà di lingiiaj^pio ; e dob- 
fefj farne nostro prt*», dacché non mant'ano buoni antori ad iosepar- 

ecne b iia mitimn*. Seni!* arte, t>er belbi che sia la materia grcgia, non 

pBii traru'ne lavoro di pregio. 



ID£.\. — 1 Anch' IO aieio btto ■ «inest* Ì4Ìe« (disegno) di mMm 

\ jr^p.- •qikMti bcHMi; tua vidi che me ih> Vyrnaca danno, pertiiè on 

!*^ ièccri^ C'j'i*'. ìa. /r^;M e fuf'a. « «un bovi 9 stente 3 b* 

— « M> T««ato Dell' "1^4 (in peosiem. neib £uiU$ìa>. ebeti mi 
mi Tol»iM più ben^: wr De ^'«ifi^cd 1/ cuor'? : io te ne voglio safie 
t^tO. I — Mmi SeMM 

— 4 L^ c^^la^Dtr ba>tanl«r tiaiiuio unnica (raictomigliaiia kwlMI 
•l<i marròriL » — Lìii:<> 5*1 UrriuM 

— ■ A uiiii l'/'-a. ffiiaggiti il grantorto non ci farebbi. i — (Pmdm. 

— * lo non avivi "^a 1 pensiero 1 di rìmandarìi questi matlon, 
tanto fi l'ì'^itatyj per questa Cabbrìca. > — (FiorentinoL 

Non disutile né bifTe cura i* l'investigare in quanti modi il TOcaW» 
'dea fri adoperi ilal vulgo, e Indi mi pare che si potrebbe derivanie wt 
miglior deliniziooe . che non suole ottenersi dai filosoG e dai vocabohrì. 
Kors' anche colb puida del senso comune si riuscirebbe a scioglinY, se 
pure H dato alle forze del nostro intelletto, F intrìgatissima quistione 
^ulla natura e 1' orìgine delle Idee. Ma innanzi tutto rileva di coooscere 
qual è di tatti questo linguaggio, che per le tante disuguaglianie wsaàr 
(-i|)aU ci «'* men noto e pregiato di quanto pur dovrebb^essere perchè la 
Letteratura presso noi possa adempiere il suo civile e morale ufficio. 

INXHINARSl — i 1^ gente sono stracchi , s'affidano, e i htdr, 
haiz^/tamt halz^lìam» (vanno a balzeth, come chi aspetta Ui lepre alh 
fiastura), poi si portano via quel che vogliono. Noi poverì siam sicuri 
ilai ladri ; non ci s'accostano: ma il nostro è un misero guadagno, 
una lira al f;iomo, che appena corrisjìomU' per le sjH'^e (per il vitto), 
il vesliniento non cVnlra.... Vede come è fiero (gagUardo) quel giovi- 
li oiiol collo scarpe luslrenti e ritto sulle gambe par che disfidi il mondo: 
si pensa che al mondo non ci sia pan a lui , figuriamoci ! Ma vien Torà 
rlie. Dio Tarn va, e se gli tocca dì piangere, pianga : chi mal cammitìa, 
tanti o tosto s' inchina (casca a terra, finisce incUe).... SeìUa (con sì 
vivace tenore ))roseguiva a ragionanni un oprante senese), cosa gli é 
toa-afd a quel giovinoiio! st'nta, che è proprio bella. Un giorno scam- 
hiò la soprascritta d*una lettera; non ci guardò tanto jìcr la fine, e ha 
piglialo erro (errore) credendo elio la lettera venisse a lui; oh che 
vnol(>? Kni la sua ganza che scrìveva d'amore ad un altro ; si fìgurì che 
IwIIìIm'cco s'^ |M)i fatto! non è anco Unita: il fuoco dura, > — 

II balzrltarc si^niiìca andare a balzello, giusta che far suole chi 



— m — 

àttemy ehi* la I«*|»f»» v<«nga alla |iasiiira o al |wi*sfl, ^>^r /^ir/r- fa cafona, 
E t liitri Imlzeltaìm , bahetUim , ;i!^[tHlnnila lor tniipo «i compìeiv^ it 
I taio diMiirntto. — t S* aiijutsta h kpw *|tiaii(lo i car» .stftiaUimjfuj 
dietro la Jeprf ; uia si haiuila [i^ hahdlo) *c »i ascella al (Jasso, conit* 
iliri*^ a un capo di strada. » — {CtAUm i»i»iiti«). 

Sfifioiicli(^ troppe cose «latiebbero u coiisfdiTìirsi sii luo^o [jresrnN' ; 
^«ln^ i !«<»nlinJMilÌ ritroviioo piena corrisporuleiisia nelln [jarofo f rilnip^- 
fìV'ori» dall' oi*d ini* lu cui questf? fr'rif^'oiio «i disporli. La Profìn 
osi una f»ifluni o pi^rlhi il Kiiiipo ilella Poesia. 
IlVllE, A Crespina è In ;iltri kiogl»i delle llollìiie pisane, 
il ilrlialo: — t Gfiuiajo inrifìura^ Ferrajo inkacra , Marxo un- 
11 * Aprile shitccia « smiipia , Maggio dà la ìfdla fogha , Giugno 
i7 imgruK i bi irtcwjra <» lerraìnata ). » — Srilla Montagna pisiojes4* 
tììUììvprsù: — € Ferrajo tntntcra. Marzo imhnma, h\mh 
0» vitfflia w fiori voglia^ fnjrtu fa foglia. » — Rd invece nella 
I TrcsUEa nmmì diri? : — t Fernijo alfrvra { le pianie coniinciaiio a mft- 
^IffVl* Maino ablmliona (fa i lioUonctni), Apule ajirr. Maggio iparg^^ 

il modo elle qui dev* essere inlesa la voce irtUmcrair , non s*è 
) ||ii*rsuicti inlnkdMUa ne' Vucalxjlan, lji*ni:lié Giovanvcllorìo Sod«*nni nel >ue» 
Trattttio dì itjrìt^lhstd l'albina raccoinamlala ^ accennando che [nover- 
liiatniintr m diie e Gennaio ùujt^nrra e Febbraio iììt4:nt'ra. » K così 
itf*|ifiiir fu rejnslraio imifoctiarr e iìììbrocmir. , giacché (quello che in iin 
Itififo *i ctiìiima tfffrno^ altrove dicf^i broveo o hrurra. N^ tanta variela 
ivoiri'bbo rrcarci iinpcdinn/nto o confusione, parche rinjreirno e farle 
Udo IrsM^e^lierc quello che cade più in acconcio al bisogno, W altra 
Dou dobbiamo lagnarci, se il popolo ci ì^onniihti'^li-a tro]>pi voca- 
fioli BBcJie a dinolai'c oim stessa cosa, non essendoci obbligo di cono- 
tevlì UiUì, oè ljni|M>co di usarU sebl»en sì conoscano. Ma le ilovizie chi 
«* timno pnA sempre largheggiarle in pubblico beneficio. 



LENTO, — « Se hi len-a e soda soda, il grano th-nfa a ttwikr 
imsyt^ \à*t0pm du* hi terra m soffice, letUa diciamo, e silura vicn su 
con k spighe Iii'ne ìmim$ti\ > — iMonl, .ti Sieufl)- 

— e Vede il gran male che Ita fatto il vento, creda lì pirgiudkò 
tR mohu ì grani; <ono innigali che manco si ponnu abbraneate , e la 
♦p Tieii hnia e dis|icrala. » — 

— e Come è trofipo lento il cannello ( o anello che si trac ila un 
cmiti énttti'Mkiì |»er innestare un castagno ^elvnlirn \ non ntiacra, • — 



— 100 — 

Questo più alti^ significazioni, in cui s'adopera Tadiottivo lento. 
risultano chiare e determinate dal luogo, ove il vocabolo entra come 
parte della frase o del costrutto. Ben nel linguaggio contadinesco si 
mantengono costanti parecchie delle parole del tutto latine. Qualsiasi 
mutamento di latti s'avvera sempre tardi nel contadiname, giacché con 
r ignoranza e la presunzione ivi regnando s'afforzano le usanze. 

LUCIGNOLO. ~ e Non è fernw il male, s'è ficcato ben dentro e 
lavora sempre: già incomincia la infianunazione, e temo non lo voglia 
finir presto! È diventato un lucignolo. A vederlo era un gioTinotto 
fiero, proprio di un colore incarnato: ora è bianco come la morie. 
La tosse staccare, gli stacca, ma a volte pare che resti affogato. Solo un 
giorno diede forte di stomaco^ poi ristette, che non s'è più visto spur- 
gazione di sangue: ma tanto se ne va in consumamento. » — (Moni. 

di Si«ia). 

Anche qui occorre la voce consumamento, e si può dire che la è 
di uso comune, se non nel fiorentino, negli altri paesi toscani. È poi 
assai di frequente citata la frase esser diventato o ridotto un lucignolo 
per farsi magro sino all'estremo. Ma lucignolo significa puranche 
grinza; e quindi si dice lucigìiolato o allucignolato un panno sgual- 
cito grinzoso. Nella Valdìnievole una madre nel raccomandare ad una 
sua figliuola, novella sposa, che tenesse di conto il bel vestito nuziale, 
l'avvertiva che e lo ripoìiesse (nel cassettone) bello e disteso, che non 
s' allucignolcuse : badaci , le grinze sciupano i panni. > Converrebbe 
inoltre accogliere le voci incarnalo e lavorare, giusta il valore che ri- 
cevono dalla narrazione sovrascritta e da quanto si ode ripetere in si- 
mili discorsi. 

LUPA. — € L'ulivo bisogna liberarlo dalla lupa, che è legno la- 
cerilo (quasi lacerato), che va a tritarsi: trattiene l'umore, che non 
si scomparlisc-e a modo. L' ulivo a volte è senz' anima: però bene 
che vuoto dentro (nel mezzo), tanto dalle parti piglia 1' umore e si tien 
ritto. > — Questo mi spiega ciò che intesi rinfacciare a un tale, che cioè 
fosse duro come un ulivo. E perchè diss'io? — e Già si sa, (mi fu 
risposto) r ulivo basta senz' anima. Come e' entra V umido , gU è un le- 
gno che comincia subito a lacerirsi; ma tanto regge degU anni pa- 
recchi. > — (Versilia). 

Il male della lupa, che è come una crosta fiorita che s'appiglia 
air ulivo, ha dato orìgine al verbo allupare, comune presso i conladini 
della Versilia e del Lucchese. — t Tante delle volte l'ulivo allupa 
anche solo per un po' d'acqua che rimuore nel fusto.... La lupa gli è mi 
gran malanno agli ulivi, li divora mezzi, se non li finisce. > — Ben- 
ché il discorso cada sopra le cose medesime, nondimeno riescono ma- 



— UH — 

toir^tate «1 *^pri*>iw» in iiuhJì vmi djvrr*ii, d\f rivrlMm fiifije^uo jli clii 

I' l» iiK'ravriflìo^ imioli' ili'Iln riasfn lirip-irii. Noi pnHii^nno tit^ 

Lecrcaodoli' con lungo strKiin i> falor rifiuUmdoh* per noi) jiari^* 

Iffrrtafi, laddove il Volifo ib noi \m voJte dériHo b«*u si* ne tpova di con- 

nur* a tio*U*o rsi'iij|!to , coiLsijflialo ct»m' è i* {guidalo drtil* bliiuo *• 

Ita ^(liftist di nnltira. 



IHC 



MACOLATO. — « L' ulive coicattf dal vento ( per cagione riel venloi, 
me**** ib Ki' (in di»|i«n'tiy) perciò' son tutte mamfatt , v mììm^ìn- 

tècik. i — (Vii dt Nic%«l«j 
Qui tft4^ro(ak) porp cho importi il medesiriK» dir magagnato, coin«* 
-^o de' nostri aecreditiiti Autori , ma pnwle pur urirlu' 
/m*^/o a vari 'colori, — « Si ved*^ beno, die lin />a//7o 
koli» tjui»ila fu ne in Ila ; ìm la faccia maculala . ne bianra nt» /i/rra, A 
tuHi yarfeaMu quelle faccio niczxe abbronzile dal hoI«s Tulle dì un 
II? voglio 1 — Di questa mauiem vtmiva rajdonaiido un popoliujo 
no ^upefion*. K le sue parole^ se tum al Irò, valsero a raller- 
Di* d -sommo Poeta, a*isiduo t* lirnssiinn osservafore tlella iia- 
, %\ ammaestniJiSf* alla favY'lIn popolare anche formando la snuililu- 
drmalA dal papim^ dove, innansfi che vi *;' appiglii il tuuco, sj 
raniìi»eia a mostinire un color bruno, rfw tutu >• nero ancora r 7 biaiuvi 
laf , \\\\ 65- 
MORTIFICATO. — « La Maremma ^on luoghi lulti amman^nati 
[f&rti di macchie o bf»5r^glier; qua*4Sii sono Inophì pnlili» rtharrhìah\ 
marrìuf. Venne tanta neve l' inverno e ha morii firafn [| girano: 
gran fiT^ldo le piante re^tonoo offerse e e* ^ stato del grano riiìiortft 
Br^. , x\tv i).... La campagna è in beli' e4<iere da noi . ma (arda il 
itlu, percfiè riwo (erre (Htidive, 11 grano è venato adagino» pi^liiV vigori* 
' rtzza il capo rì{toliotfA È /uV;ió, tien coriKt, non b anco 
d sole quassti non ha molta i>ouanza, e la rol)a non t/ 
iffa tv a fniia. » — (Uom. ai r»*ui«) 

11 fHùrW ficaio mi riduce alla memoria tfuel dello eli (aesceii^io : 
Gli ardfoli venti e le imrlifieanti rugiade dannìllcano i* struggom» 
:» L. 1. i\, 3. E mi ricorda l)euarico il «letto di un juisUire Ver 
• Se viene il verno e le trova sen/ur fiiuhha ( fù^atiM le fie- 
le ' manda a n»ale. > — 
Amr e »oii/tan-/imrjM'ad oprano panmdie in Moniaiuìala 
per oitrart' in una inocchia, e cosi smacchiarsi per uscirne, l inon- 
di Pi^tujn invece, avvedi come sono alle loro nclvr natie. \nìì 



iMNixa 



^*e« 




Ubir ' in 1 i&jE!»-<iiit# ì-i ''-^. uva Vorv jhro che 



l»^;n.L — t Lin ^Q>> -* a nt»^.'' *-« èri »rfe$««, albo! ftp 

4b a vaKL... ^-^ i 'uct«: '•m - «f ir i> «icant. vf ae ra do aeatir /! 
oto-^i >*c-. ^m -XI. ^ 1 «1^..* .f •fBi4B d» Ine b «ieffn 0^ 
^ar-*i ' . "1 * v;£9B ^ "fi rrmc^of •. aip h rìprféerci sei^Ap^^ 
i ^ri a^ìnr*. nw £i fifr-s i sèfié?: »?• itwfcinir: a d» i lului^ 

V«Ja •l-'Maca «^ M >»r? ft . é. maAjaif»^ h cooqva de* poèm 4i 
T^iOfa iofar-42 . ^' jTr.ffV t^ iaT«?te MèMO fssert dm ulUe e W0^ 
-*> T«£4 'j. )h i»^^ìi) T.>rai«ì» CI t tei» aaco mefi» 'm^etàm dP 
^B»i nfrraoAf» >?r«*«ria»K ivi«*>>^ pi>«ii« i ivrootro di ripiano e sa^ 



>ì 



NEKt». — « Wi -VLT'C'. il sas;»* da*|MNÌi ai capeii:fro latto ma rivo- 
.uj.y» •^. <j>«yv^ . «luì parii iB lYnesr. ojmimtìnaio « pi7« nette pi 
pau di Vt>tfaTn». f' aTevo m rv/i^.-ui.'.» tcoheilo alla roayfiioÌi)i e 
fMù pÓQiai oel caor^ a ^od dìufrmiùUo < il cooipagiio eoo coi cm 
f fuoti a ri»<a i. BmIì, ine lo merito qaesto casti|ro : mi ripenio a IviU 
i' on — Già, qaamlo lieae ui rimescevo di sangue, Fiiomo moùsarm 
pio il nenj dal bianco, non 5Ì Tede piò miUa..^ tin li e non pensi 
qoel die tipo poi.^. Pre^ Dio per me, che oii ooDceda la gnuoi di 
morir beoe, pHitito sooo e mi rìpento ofni ora. » — 

Ila cpiesta voce ììcro io piò hiogtii di Toficana se ne forma YaM»- 
r trarr e mrrQgiare adaltaodolo alT DTa quando imbruna; — e SoD già 
(tarocchi anni, che TuTa non la vidi anntricare {V invaioìart o in- 
vaiarf de* Fiorentini , il cambiare del Senese e del Mugello, 1* tnoo- 
ijiiar'f del I^.stoiese e il seracinare di qua* del Casentino); ora a Te- 
dffrla, fa consolazione. Speriamo che Tenga a perfezione; per me Futsi 
I' al Mìruro, come il vino è neU<*. bolli: allora, tenere o ko, (lualala o 
naiia), lanr/' ». — /Coiiine pìmii«>i 



— 103 — 

?JKV\l\ — • IJrigiiaiino t'Iio {gli iilm) iuui Hjdo \v ìì\ìm\ bisoi*tu* 
rmrarli < allear gerirli ilei w^ccuroe) a jHiiaiuva ^rave: gli jtlirì anni 
ripunta Ifiista. Dalla pioggia rn (jiiÀ ìmntm ^ictfiiislnro ili malti): il 
ìtiamr h pii'j vivo. Aiiiio (TaUm anno) l'ì fu min gniii v^vaja (nr\atn) 
ini'J/o fpfTTim: la «l'vt* «^'ii frinivo mj gli ulivi i' li lia mozzi liaiT4i(t 
' rafijté ìnlrrì <molh ninti uisirnn) ^^li Ita hulUilì giìi , r %e n'eblic <i 
i*ljn* jfran ilaruio. La nrvr (nrlli^ .slmili*) doti» non si Ina, se la coglie 
fjrélo» fa maisir/^ifi, e rovini» le stradi!. E ,«<*» nn crisi tann vi s*abbaUt\ 
ìè fHTicolo fli jj/wàrmrt' e rorniiersi il collo. » — {CUlino H««n«!), 

Altrove, come su nellalm Pisioicsc, in ciiniliio di nnmta dicono 
ntiifiia per j^ran neve che cada ; n»a iumia^ tome vettlaia per trn- 
^a» r a<Jo|»erano puranco nella Versilia e in Maren^ina » e dicono n</»f- 
un loogo dove Masi fermaia la neve. 

KODO. — • Oramai «siamo ^ buon ih)Vìo eon la stagione ; w mm 
la alCrì iwk/i ful Maggin (si* non venij^orto intfrromphnrnti , come st 
f arti/f o tmpfi' ai*tiua) sìumo a cavallo: la campatrna vim 
' 'I. liai^Ui die le lenrpern» Vatsiìtatm e non aljliia iìHtmtìL > — 
«r qui mda e iimmtnt n^cali pres.sochè a nnn iuede*iinìa 
difìrafifitir, r r«»n i[nantn ronvenienxa , ninno v* »* die noi vegga. ìsis 
ràdi «relkbiTTj ila rilìntar^i, qiial vofta si volesse raccoglieri* il tesoro 
questo vìvente linguaggio. 



o 



OFFENDFJtE. — • Onesto luogo è \wtiw uitiìomain: ogni ^orta di 
lf»*f ci (il e dì iiudio, col favotr MU sljigioiie. Nantono afflitti \ 
dì que' ptantuncini: che vuol»*? i;*è te cliìocciole malericUe, chi' li 
ffihilotuj odie rii*lìcbi% rmii oggi, ì^i domani, e' non t"*'»s*^*no reg- 
»i il buon modo, i — < v»idiBw»otcK — ■ Questi sono lerreni (intesi 
da un del cnuiadn |H^loìejii* } befi appamoÈi e rendono di tnoìlo. 
HMio p<nen» contiidino, che non riirova i-risliano che abhia vi- 
di carità, n padrone mi trattò alla peggio: gli ehhi mc^sa in pulito 
(widere che facea innamonire; proprio, a vederlo, era un disio, ì\ Il 
fiu puiéì , K'Uia dir né che né come, mi diede licenza. «Ira che 
oo igayliardito. mi coaverrà stentare la mta. Mi MetUmi giovam , 
utu oiklereì a opra, e un po' di pane me lo saprei gnadagnare. Anco 
rtli tenere lì letto prij di un mes*'; gìi^ le rlisgra/ie non vengono 
M»fcr. l'n giornn cosi che mi rimettevo a casa «iofira pensieri, diedi 
m tui s^sMì ; e rateai (ter irior/ó. Mi s t^rd slogata una gandia che tr^- 
avrò ili |trftterb. Se nv HtrtUe ancora del male questa ^umb^ chr 
mm uii '(ì^ più «rome prttiia » — 



— 104 — 

Non so perchè i vocabolaristi non abbiano conceduto luogo alla 
voce apfomato, che qui suole assegnarsi ad un canapo messo ad alberi 
fruttiferi. Certo mi si mostra di eccellente conio e degna di accreditarsi. 
Ma senza questo, più cose potranno ben avvertirsi nel breve discorso di 
quel disgraziato conladino pistoiese, chi abbia anima capace di sentina 
il bello della verità e della natura. Quando un apparente rozzezza nella 
pronuncia, e più negli abiti e né costumi, non ci tenesse tanto divisi 
da siniil gente, avremmo ben onde ammaestrarcene a nostro grande 
profitto, volendo cogli scritti rendere immagine della viva parola. 

OPRA. — e Ci son certe opre (opranti, lavoratori a giornata) che 
non si guadagna manco le sjyesc anche a badarle: figuriamoci poi a la- 
sciarle sole! Già questo si sa, lo dice il proverbio : chi ha del pane da but- 
tar via , pigli l'opre e non ci stia. » — (VaWiniovoie). 

Di verno, che i padroni non metlon l'opra (non fenno lavorare), 
si va su per la Montagna a rilagìiar legna di verde o di secco ; tanto 
r opera ci si rimedia. > — (Montamiaia). 

— e In opra di numero (per far di conti) tanto mi conosco, che 
ìu aiutano le dita, ma nello scritto la mente non mi dics nulla , non 
mi ci raccapezzo. Guardo guardo e non ci scerno punto , che è una 
disperazione. Per una via o per un'altra la spina in corpo ci resta a 
tutti; tutti t'osso ci s' ha da avere. > — (Senese). 

Bel modo di dire è quest'ultimo, derivato dal comune proverbio; 
non si dà carne senza l'osso: e indi possiam meglio ravvisare come 
de' proverbi stessi il popolo sappia avvantaggiarsene per dare al discorso 
varietii di frasi ed efficace evidenza. Quanto a opra od opera per lavo- 
ratore a giornata e anche pel lavoro stesso , è d' uso comune, né di- 
menticato dai Vocabolaristi: ma sarebbe pur da attendersi come il volgo 
se ne serva fraseggiando a libero senno. Sopra che a me piace di vedere 
che quel cittadino senese abbia così ben distinto guardare da scernere, 
che mi persuado ognora più dell'altitudine singolarissima di questo po- 
polo ad apprendere e determinar preciso le differenze da cosa a cosa 
e dichiararle con vocaboli commisurati all' uopo. 

OVOL.\IA — < Quando sono in essere (gli ulivi) si levano dall'wo- 
laja per trapiantarli dov'un vuole. S'ha da badar bene che non si spa- 
nino. Come (Vutivino) si trasporta col suo pane , lutto intero che non 
mostri le barbe all'aria, non se n*avvede, che ha mutato posto; tanV è 
come fosse ancora nel suo pezzo (di terreno dov'era prima). Se gli si 
ila di governo a buon modo, lavora meglio. » — (Vaidinievoie). 

Chiamansi ovoli quelle cioccheltine che si levano dal pedale di un 
vecchio ulivo e son grosse quasi uova. Que.ste si sotterrano con cert' or- 
dine in un terreno adattato, donde poi vengon su dei piantoncclti che si 



— 103 — 

Micig«iiii) iie'caiijpl Gb ot>oit son p(!rc{A come il sema degli ulivi; e 
li Innjro, ilove sì metloijo a nascf^n^ si chiama ovoìaia^ <? così 
fiiat^fonaia n jfr*>/wn5aiVi, cl«* (ler voro son Icnumi prft pmcTici 
mi'no pr»mti 9 chiarìnù il fiiUo. ìsè v' ha dubbio, che la |>ropriolà de* 
as*icurfrfbli#* di molto, «e ri fossr via ** modo ad eleg- 
fni ijiiaiito di meglio può qiiu e là ofTrìrci la sola Toscana, 



— • Si pianta k nie fra (lt4^ terre, e li ^Ip) si lii&ciaii 

ocelli, fjuanU) ha itoho: $^. è più gatfliania^ due anco 

\%tn imo, s* è parrà, hi tulio ci ha eia éssfM'c la sua l'i'pola; 

no, il lavónr» ùi ina/o prova. > — (j^curtu), 

tlhiNlr*ndo allrovf* la sl**'?sa rosa, f\ms\ [wr mulcnnola pili chiara, 

pbìn in ri?ìpo*ia ; — ■ Conit? più ha fiain { la Tito ) r più orchi /i si dà: 

in'ÌDt€fMlc^ Secondo ohe merita^ il mìyolo si lascia fuori terra più o 

lungo: BUCO a /»oi6 p/^i. n yiosiimtna: bisogna vedere cìuf krra 

• — tV«M«r7in inftfrinr«|| . 

Or in {(ual (iH>do si potrebbe spié^rar niejf ho T anli^^edetae frase quanta 
mi€ ha ^*tsoi' Cosi questa gente si commenli a vicenda. 
— € Il |iià che conti (rispetto al ^tmoi] è la granagione : a volle 
roìdìine (casini canieit*!le ) vuote (di grano). A volere che 

file ipielle lihr a huooo, l)i,>ofrna che la stagione V accomt»a|;rii> 

ff^mntìm Ai fawrc (dallri sUitnoue), porta il frutto, vien peso (il grano). 
Ni fomilii va fpicjsii te|n|»i contrari, la granagnone nunUxcc, non dà 
■■ì il f^ifììtì (della raccolta pronie«9a). > — (Vuedìo). 

Qi^ASIKKNTE, — t La lana per melterla a cùiiini ( fame de' hm- 
gimU^ dicesi nel (torentìno ) da |>oter ei^re tilata ^ si nompa : e' è il 
etffih 4 potala. Poi s allarga e ugne coli' olio: va unta al su* punto; 
è troppo unlj« non ^j può lihtre, ette mjuxeiauo h* dita: unta [)oco, 
e Mcomparhet ai filari'. La lana si Illa col frnlHm^ ma 
di dita. Velie come il li lo m'ha tiuasimcntf mangialo il dilol 
Cile ti frullino gira, i codini di laim s'attorcono sidlili sottili, 
in /l/ij, die < affusa (h' aggomitola sul fuso). Ce la molla t ^e 
m attinia , ne /ita (fftpixt (della lana) e viene più grossa : se si stringe, 
fiiol pift (btica a girare il frullo. Filata che sia ( la lana ), la tUmntjtnìo 
(If levano di dosM> Punto, che cco^/a putita) col mnno del bucato: 
poi ti rn'^taristy coir acqua di vena (che non sia tinta). Quando nel 
Wmt (b bna^ ù trovano iW ttordi^tionf (hrugnocoli) si assoiiìgliaiio, 
dbr »ini eftlriwfi nel lilato: sr no, rifhrtscrjiw anco nel lesM're la lana. 
Le bn rAf*iy39*a e pi6 duracti <puó venire uur.o alle proirv ifuesla 

8 



^•* I» troppo 
^Bnìm* meno 
^^^^^ di 
^^^pi, (ile 



— 106 — 

lana) perché è di naturale. La lana maggese (che nel maggio si trae 
dalle pecore), è meno buona, ma per impannare (forne panno), im- 
panna meglio, che la settembrina. > — (CoUine Pisane). 

Se io dovessi scegliere fra tanta bellezza di vocaboli e modi, non 
saprei davvero dove si ritrovi il meglio: si ogni cosa mi par significata 
propriamente e con tutta evidenza. Ma quello che non posso a meno di 
riconoscervi assai degno di studio e imitazione, si è la brevità e viva- 
cità di tutto il discorso proprio di gente cui solo è maestra la benigna 
natura. E sia pure di sif&tta gentuccìa plebea quel che n'attesta il Da- 
vanzali, che cioè € quanto più è vile e lontana dal principe , e più son 
vili e ignobili V opere sue > dobbiamo per altro confessare che in gran 
parte il loro linguaggio non potrebbe desiderarsi migliore. A me certo 
avvenne che conversando con essi, sempre imparai, quanto a lingua e 
bontà di sentimenti, alcuna cosa di pregiabile e rara veramente. 

QUATTO QUATTO. Ecco un vivace racconto d'una falloressa di 
Val d' Evola: — e A queste sere capitò qui a casa una certa figura 
(una faccia brutta), che non mi garbò punto. Da prìmo mi chiese la ca- 
rità, poi mi disse di un po' d' albergo. Gli risposi che andasse in pace, 
perchè non c'avevo posto assai (a sufficienza). A me non mi garbava 
punto: non teneva mai l'occhio fermo: voleva intendere, voleva sapere; 
non aveva terren sotto piedi: alla fine annusando su su tutti i bu- 
chi, fece vista d'allontanarsi, ma invece si cacciò quatto quatto in una 
fagiotaia. Io, che gli tenevo sempre rieto colla coda dell' occhio, m'ad- 
ii iedi di tutto e dissi; costui avrebbe a voler fare qualche bel garbo. 
Corsi subito, e lo dissi al mi' omo : non intese a sordo, chiappò il pen- 
nato e s' imbucò subito ( vi s' infilò entro ) nel campo. Quegli , che 
stava inorecchito, schizzò via come una lepre senza manco rivoltarsi, 
(li carriera^ che (correndo) faceva il fumo. Qui non ci s' è riaffacciato 
(non s'è più visto), ma dicono che s'è buttato bandito per il poggio, 
lì la notte va a foraggio per campare. > — 

L' urbanità dei favellare , quella che più è appropriata alla bellezza 
dello scrivere, non saprei onde maggiormente si possa attingere, che dalla 
l)0cca de' Toscani non peranco guasti dagli usi cittadineschi. Cicerone av- 
visava che il ben dire e il dire atticamente fossero una stessa cosa: 
< ut bene dicere id sii attice dicere. > 11 medesimo possiam noi ve- 
rificare rispetto a questa gente. Prendiamo alcuno de' nostri meglio no- 
vellatori, ad esempio il Sacchetti e Giovan Fiorentino, e noi vi ravvi- 
seremo quel medesimo urbano linguaggio che qui ci si fa intendere con- 
tinuamente, e che recato negli scritti vi diffonde quella cotal grazia e 
leggiadria, da polcr essere più sentita che definita. E quanti atticismi 
non ci risultano a vista nella sovrassegnala narrazione pur co^ umfle in 



— 107 — 

he sle^wi? Bensì qtirfi mi ^mhra an po^ strana, almeno nella sua appli- 

B**, U fra*«^ amiarr a fhr aggio ppr (hjìrMart* . uia ari oj^ni modo 

origiii»* iUxWv \M^\n7v m\\\\im o si ♦• divulfralJi pms^o f|i»ella pnrle» 

di popolo M^gnataroentf», In quale dovctle p»h scnLiiv il danno dHle va- 

[Ip iiiilìxìe. Poelir altrp simili manieri* m* ó accadnto ili os^r-rvurr ; 

ato chi» m»lla varia vicenda di fortuna o d«n secoli, non efu* qnrsLi 

%bM dislìguraia , n<«ppnr mosiru d' av<T son\*rlo ^iknin notinole 

iiiiiTili»* <>nd'<* fk' mi |WTSu:id(> cln* won sob potrà sorKirsi illusa, 

Dfl rij** p<T Iti Tov*^iiia s'odoncì tanfi diifi*n*fHi dinlrlli , mu cU«' liastent 

ciiiTi*pir<'rti » >♦♦ non a (iirli bferf per amorr «• di^oiiUi di Nazione, 



PATIMKXTO. — t Uno 5|iino gli s h (iccalo in nn piede ( si par- 
ata d* un vìipHo), non e' piti nio«fo a levarj^lirb: bisojfnA porJ^irln n C4i.*«a 
Biilir liiiK€*ia. Arriiraio nella alalia, gocciolava die |iareii si fosse /^///Vj/n 
fonte» dal iniitm^'Hin, § — La disposizione di ipiesit* parole, die 
jiure tai ijnali \ennero profferile da mi |jif(deo senese, uè cresce la 
nftma V revidenzji. Ed i^ poi efficacissima queir agt'iunia in soli' ultimo. 
Il qmk riesce a chiudere d periodo in i^^uisa, die l'arte non potreblni 
oOHreìdi loeglio. Le trasposijeìoni ^on anche deitate da nalura, né però 
opre liaimo si da evitare, se {:ià iiullu dddKi curarci la iptalitA de^'li af* 
e delle idee, né seìiuìrsi il loro iniprlo, cui nI di fn*(|Ueale il nojilro 
oJdieiinfcC^»- Volendo di trofvpo fitgpre Tun estremo, «sfi ricade nel- 
' sàtTQ^ e fian^eldie iav**ce, che e-ziaiidio in ciò si dovesse tenere ipiel 
IroCil mrxzo, ove tfnnora il prngio non meno della virtù , die dell' arte. 
PESTO. — € Quella notte era neri nera , hajo fìesfo (fìtto, calcalo, 
oj, e non si capeva dove mettiT pie*Jc, Mi tirai ,fu p*T (|ue\sassi, 
flit per uno avanti, ne davo cento da' passi addietro: Imsta, arroc- 
ridndofYii (pigliando dì roccia in ivccta}^ mi trovai anìhn cima, m 
rimi ttlhori. IW hs^iì ni'apiiariva ffifzio fnonda, restii consolalo. » — 

4), Xmd, ftorro, 

Q\it3tt evidenii parole ini giovano anche a meglio diiarire due no- 

ddla ÌHvina CónwtMia, llante, rimirando V alta ripa del 

, em dejHideroso di sapere qual e*a dovesse prendere per salirla, 

t wt richiede cpiindi aJ fiuo Maestro, il quale subito rispose: • Nessun 

itm |»óf.io csggia, Pur imo al monlr dietro a me acquistar Furg,, 

JV, 36L V iinvrriani poi eiiprinie appieno ì* andar cariionc o il pì- 

'Ktarr b rocciii con tf> mani e cu* piedi: Ini', xxvi, IH. Pur^'., iv, 33. 

PKXUlAriE. — < Quand* uno piectiia de* (ijilioli , io metto certi 

Imrli, diB mi fo ìeniìrc. Ero un giorno su quel po^^gettino, e init^n 




— 108 — 

certi gridi e urlai sabito : non pirehkUe quei ragazzo, lateiateh da 
e tanto piccino! E se non si tihelaòa, flnl?o di pigliarla col sa* i 
A picchiarli, ì figlioli si dumo anco più tristù Che? s'hMmo i i 
tare le bestie meglio de* cristiani ? Ci ho mi cagnolino che a solo 
cario s'arrabbiava; colle carezze l'ho rifallo boona » — (Honi. 

Mi par di trasecolare al vedere che una rozza contadina possa I 
nirci tali csempj ed insegnamenti di gentile e al tatto umai 
da crescere onore alla nostra civile natura. Né però dispiaceri fl i 
e meditare col cuore, come una Mamma pistoiese gridasse gii a n mm 
figliuolo: — e Via, via a còsa, polpettone; via come il vento: Jtg^ 
io, e ti forò stare dove ti voglio... Sta* buono, ora ti porto un forez 
vedi quello mazzo? Quanto son betlini! e* è bianco, giallo^ tutti i ca- 
lori, ora te li porto; non piangere, atnore. » — 

R 

RIVERSO. — € Beppe, ammannisci que' panni, ch*ionien vo*ke 
pc' fatti miei, vedi, che il tempo si rabbrusca; lesto, lesto, che bob 
ci tocchi qualche riverso d'acqua. > — (Pìmuo). 

Ed altra volta ho pur quivi sentito d* un colale eh* era stato a ra- 
dunare de' contadini e condurli in città per farvi non so che baccanoL 
— e Ammanisce il cavaUo, e via.... Appena giunto, mette mono a cer- 
care di questo e di quello, e gli venne fatto il pensiero (di adonr 
gente come gli fu ordinato), e gridava per quanto n* avea in gola. » — 

I nostri scrittori adoperano più focibnente ammannare per a^a- 
rccchiare, che non ammannire; ma a questo si attiene coslaole il 
volgo, che pur n'allarga il senso o lo ristringe, secondo che b 
il fatto gli consiglia. Quanto al rabbruscarsi , 11 Salvmi nei 
che si dice comunemente il cielo si rabbrusca , quàbdo conOincia a ri- 
coprirsi di nuvoli r aria vien fosca. E il Cieco di Varlnngo negli as^ 
sidui lamenti affermava all'amata donna: Sia pur brusco o seren, sia 
mite giorno. Va' sempre esserti presso e starti attorno. Se il tempo 
si oscura , dicono pure che s' infosca ovvero s' intorba. Ad uno del 
contado di Firenze, che appunto mi diceva s'intorba questo tempo, 
avendo io soggiunto : vorrà dunque piovere? Ed egti non indugiò a rispon- 
dermi : — e Badi, deli' amaro ce n' ha dimolto, e pare voglia seapric- 
riarsi (questo tempo). > — Cosi il Soderini nel suo Trattalo d'Agrieol- 
tura ebbe gi-ì fatto osservare che e quando nel mezzo del di sereno si 
vede in m) tempo rabbruscare l'aere, è da temere di pioggia. » 

ROSSEtiCIARE. — e Le castagne cominciano a rosseggiare (sono 
vergate o vergolale)^ ma non ancora enno al punto detta maturar 



— 109 — 

onr. mature itrrfttu* non totw. Abbiatiio il dctuilo: a ino23E' »go<(to 
FiifliMila {\a casiUgiià tlt'Vt* ^iù »nT preso ranimii): ji mozzo ^ììnn- 
pergolaia. * — Utmi, f*kstm^i^. 

È BOUtiìie che per enlm il pi^riocfa i\msìa gent^ vol^^re usuno 
e lo UftisctìDo con som. Parìniciite, se d uouto emìnio e fracas- 
M>tl4> le ruote dì uo carro, *i dìraimo r Han (foco sdììacciato, 
lanmdo «ulta flessa cosa, ?ì ridicono, a ìk-szì /'hanno trovato. 
loro otvcdyo é eoe sqnisilo e nemico er ot^uì aspra suono , rhi* |>ar 
Baiò imo ilh più dolce annouia. 

Del riuiimente ftio segualo il ferbo rosseggiare non tatilu per il 
siK^obr prt'j^io ebe quivi poscia aven*; ma percdé m'avvenne ili sfMitìr- 
tnelo spiegare altra volta tn un modo a^^i nuovo e ^rrazioso. 

— e Sapett^ Ud^bo (diceva unu lioinbineM:i ), il ciliegio di rima nlln 
h iuconiiuckl a wsstggiare, » — Ed io prc^rnlenfio l:i \m'o\^ il 
!iijgpiinHi : Si y eli ? come le rosseggia ? — « S' incominciano a 
rryrijirMtfv, mi hfpost% /io« rede come fanno U viso rojjo?* sì vuUi 
iftlanlo m'acccMiuava il ciliegio). • — AUora il babbo della fiinciuHa 
l^lui f ivaceuieiile : — «fe tarilo primaliicio quel ciliegio , che non 
ja(i<i mai una. Oramai T hanno nnparato (lo conoscono^ die 
Àura |ireJiloi, e tutti che t»a«i$an di qiii ci inifiìano il perdu\ui 
fnp timn pii ftualnma per qrazia)^ e a me non me ne tocea. Il pe^?- 
fio é, che rovman la pianta; Urano gii* a ri' fé mm, (come vìen viene, 
ifla ckci) ^ la deeiumlan tutta. Eppure ogni anno %t carica , che non 
or putti |i)u , r non e* e cji&o che ne faìtisea una. ■ — jVaMiuiovoit). 
RKiUHTlllA. — f I grani itronieilon f>ent,- nnguamio ce iiY una 
nìM^iisiow grande , che non dovnddie fnilire : ma Quel di lassù f/o- 
rtéa i tempi, ti tìn che non a' è ri^josto (nelle laera o in caftanna) 
non ri /a allegrezza. A volte son già quasi che folti, e utia 
limle a mi tratlo; la nostra jjHtanza t> rovinata. 
Irmi, htfla a mano . ma in Maremma r allru coiia, 
UMfOa htomrh a forza d aratolo, Prima la si /tjm/ii? , poi i$i ricuk 
e tà nnima. Il pruno m)Ico é la romiìitura: si ricidtf a traverso il 
pruno ftolco e fi fìi bi rteiditura ; da ultimo si rinterza ; la ruiff rio^ 
liffn li 1^, l&g\iando in croce i due primi solchi. La rinfrrseatura ci 
fé di al trrrettfMgti « |ìas«r sopra coir aratro leggemienle) , perchè 

^ « da metter*! in disparte? Noi creilo ; perche se 

il poKÈt ili Toscana non ^ì vuol considerare come la gran cett;hi» di 
fknm», oon è {»erallro a dii-e che dentro a quella cei'chia siavi tanla 
wttà dì lingiujgì^io, da farne irjj^^ombro r non lasciar luogo alla scellu. 
K poi* «r* runa ^ov** o fra.'te i|uii non vi cade Iw^ne, pot rebbi' conve- 




— HO — 

iiinri altrovts e il vostro ifìge^mo si menerà alla proTa assoltìgliaiidM ^ 

(li saper trovare ad ogni cosa il luogo suo. In ciò sta 1* arte dd nm» ^ 

lìewìe, che b la vera arte dello scrivere. Non per questo vomno (A> *" 

bligarci a determinare con più nomi uno stesso obbietto, mi cbi bn f ^^ 

conosca e li abbia in pronto, potrà sempre air uopo mostrarci 1* obbietti -j 

da quel lato, che più cel rappresenti o ne (accia meglio conoscere ikM ' 

sua qualità o azione speciale. Il che, per vero dire, tornerebbe dì pm \ 

giovamento alla chiarezza e leggiadria del discorso. j 



SCARPICCIATO. — € Queste vaccine (così veniva dicendo nn c» 
ladina pistoiese, che le badava) fanm come il vento; se non ni veg- 
gono non mi Bentono urlare, fuggono in d'un mìo. Bfì sono afb^ 
rio/a. e si fermano. Non sono mai satoìie , brucano ogni cosa. Con 
e* è un pò* d* erba , vi si ameìUano, che è una disperazione a teoerie. 
Se le bestie ci sciupano queMa po' di roba, unguanno è beO*efiaìllf 
|MT noi poveri contadini! Vede come la grandine ha diroccato i gnm« 

l'orzola! non e* è più un fii d'erba, che stia ritto, ler Taìtro stairo 

sotto casa a rastrellare il fieno; a un tratto s* infosca il cielo e venaf 
una grandine, grossa come un uovo, che flagettò i grani a buonmodo^ 
Miri, se non pare che V erba sia scarpicciata: tante speranze, è unt 
compassione valerle ile a mate in un punto! Gesù volle così; che si 
ho a fare? Iddìo iwn si sgomenta a cam^mrci, ma a contentarci. • — 

Non islA or qui a riiietere; oh bello, oh bello! giacché ben m* ac- 
corgo, che non vMia cosa tanto increscevole, come Pudìr uno che di 
(continuo proromp<! in esclamazioni ammirative. Pur mi tengo certo, che 
mi si farà buona ragione, se aflenuo che in qualsiasi discorso dei nostri 
bravi parlatori non ci s' offrono tante leggiadre frasi né tanta rìchezza di 
figure, quanto accade di segnarne in sùnili detti. Ma assai più che a 
questo, è da volgere la considerazione su quella sentenza che suol essere 
correzione e termine d* ogni lagnanza un pò* hnprowida : Dio si sgo- 
menta, non a camparci, ma a contentarci E come farebbe a con- 
tentar tulli? Così il popolo sa porgerne esempj e ammaestramenti a 
cristiana rassegnazione nei dolori e nelle inevitabili avversità delht vita. 

SMENTIRE. — e Noi la coltivazione s*usa ali* antica, non ci si 
crede a mutare. Dicono a fìosli (che in certi luoghi) la saggina frutti 
quanto il grano, delie Irentacinque e più, no certo da noi. A posti sì, 
a posti no, avviserei io. D*un campo solo non si può rilevar tutta 
ì' agricoltura (prender norma per ogni campo), tutto a un mo*è impos- 



— ili — 

yi» a CAhhar^; bNoimn vpdere il posto com'«^: allra *> a purtan , 
litro il ratio; a tolU* if fatto ttm-^itittY fa ^taivla. E mì mnmm\U) io^ 
fVfini aUfi pfiive^ traVàì inpiifiiilo. Noi non s'ininidi* ceriti co^ìp, 
non sìjinia iinitkthì di rrrli lavori; ^ìì i* (mììp darn in fallo a 
1 tìtoi nìi'itfr lutgua nrt uttsticrr. aflnii; nu»{!:Ho sUxv zitto pei'ó. • — 

Bnnrbsiino qausto mnLidiiin leucite 1 Wrchin n!$M*tin«ito davvero, r 
clip proato ìirmra}:ìnnlìva! Mn <<* wv \^mv dì dartrli r-ftUi, ouri ìit^pliclK^rnnio 
^li mtno a più co«r\ né tampoco a (juotlp cui la naiuni non e* ineliM o 
rhr nun i^i h»nno bc*n in pmtìcn. Ed o^^ì più che mai dovrebbe poi rac- 
chi» altri non lìwita lingua nel mestierf aìtrui, friacebi* 
! Al Tojrlia coiifcniiar C \ts»iym di tanto pifi flìs<'ornTr sopr:i Ir 
$XWl\ nmtrrit». quanto Tnomn m» rfinlcndr nirno. 

SPIRAZIONE. — « Faccia buona rimuimiza; slia bene bene»; ipie- 
kt^aria è unii Mpirasiow di Jialuic; vede che gente fiorita, come sono 
Uardi! Noo e' è lo raeglio aria per rimdit^re le forze; un morto lo 
ritornare (rivivere). Rimanda in Monujjina, civda a im, nr /jor- 
via aifrtfrfzza. • — (Motit. PìÉioitso) 

Orlo r udire da rojtza jfente un somigliale Hng^naj^ffio pieno di vita 
vt^br2£ii, fa coniiolazione, non fo?i8e altro^ perchè ne accerii di^llij pMi- 
^IMluni toccata in sorte a costoro, che nono UinUi jKirte della rann- 
itaiiiuta. Ou''' vocalioli rimanenza, spira^ìont, fhrito, come ora 
abbìani vnluti adattarsi, mrrilano un dilìp<n4e l'sam*^ da rlnunqoe n- 
fUfiriti alle verità di fatto per |rindie;iiie delle presentì eonElizionì e con* 
tnÙHife della nostra favella, Si |»arla pur molto, e in vario nìodo, della 
rira hn^ua mlgare nel desiderio di valersene scrìvendo, ma chi ron- 
li-TMi col volji^o P lo ascolta (ler amore yV apprenderne la sì preiiìabile 
Eppure, M vojrlia o no, la li nj; uà, oinle si cominciti e s' aecrel»- 
uosti'a Letteratura^ è qui tutttn*a [)arlala dal Vol^o. Bensì fa d* nupo 
tfl molta industria per ùntincciare il prezio^^o metallo r likTarlo dalla 
oraria, file a prima vista ci offende. 



TONIKK — • Sto ntlo (ÌKimbino) e eh lingua tonda, la mette fra' 
aoQ b tira ftjori come noi: la feci ritaylian- al dottore. Anco 
I atttttrata ai fondo della bocca, t^ììAn ri staccò { il dottore k 
diri: ite iii\ Badi, che non la può inV/g^Vre a inolio: utia 
(ntfra, non la ta nentire. » — isum*), 
DM Li vfMi* hmtn iti luogo di annodato di lingua, e similinente 



— 112 — 

dicono ìa ìingua fa iwdo o s' intacca, e indi snodare la ìingva: E di 
questa frase il Petrarca già se lie valse air uopo: Come fancivl ch'ai>- 
pena Volge la lingua e snoda: Canz. 13. p. 1. Ma dacché più sovente 
per traslazione chiamano tondo un uomo semplice e materiale, di grossa 
pasta, si servono di tale aggiunto quasi per contrapposto a quadro, e 
come a chi è di cervello fine dan nome di testa quadra, dicono testa 
tonda chi V ha grossolano o sciocco. Domandai una volta ad un ragaz- 
zetto: — Che, le sai le divozioni? EL la sua mamma a un tratto rispo- 
se: — Altro, se le sa! sentisse come le spippola, scolpile le dice, lesto 
lesto, ha la lingua sciolta: e di cervello, non si dubiti, sta benino. Certe 
cose mette fuori, che non si sa di dove le cavi; la testa non V ha tonda 
davvero, gUel dico io; un ragazzo a quel mò se ne vede pochi. > — 

(Valdarno inferiore). 

TRIBOLAZIONE. — e Le disgrazie han vaìsuto (valsero) con me: 
sono distrutta dal tanto patire; già il continuo (ogni cosa che è oonli- 
nua e molto più il male ) ammazza V uomo. Girello, girello: gli è il 
male che mi conduce a passeggiare: oh che vuole? In casa non e* è 
modo a starci; mi piglia una smania addosso, che per forza mi tocca 
andare all' aperto: rimaner chiusa, sempre chiusa, mi sento morire. 
Nulla m' appetisce; è una vita di tribolazione, che non ci si regge: fac- 
cia Gesù : per me ho bello che detto addio al mondo. > — (MugeUo)- 

— € Questa vuol essere un' annaticcia, perchè a grano siamo scar- 
si, non è ito a perfezione. Le castagne saran poche e piccole, se non 
finisce quest' alidore che le strugge. Vita tribolala che è la nostra ! 
stare coli* animo sempre sosfìeso; a tutti i tempi si trema. » — (pistoiese). 

— e Se avessi più flato (potere), prenderei dell'altra terra a cot- 
timo. M' avviso i" camperei meglio, io e i miei figlioli. A quest' an- 
nataccia ni' è toccato sinanche cercar la limosina: che tribolamenlo, 
mio Dio! Se non li potrò ristorare colla tasca (col danaro della tasca) 
i benefattori (che mi prestano un po' di grano), li ristorerò colla bocchi 
(pregando per essi). > — (Senese). 

In tre maniere qui si osserva indicala la stessa afflizione o travaglio 
di vita; ma direi che tribolamenlo ha qualche cosa di più efficace che 
vita di tribolazione; e ad ogni modo potrebbe acconciarsi in qualche 
scrittura , purché altri sappia valersene a tempo e luogo. Gli é poi curioso 
a vedere come l' ingegno di questa gente sia pronto a trovar modi che 
dipingono al vivo la cosa e ve l' atteggiano talora ben altrimenti da quanto 
vi aspettate. Ma si badi che eziandio i costumi, l'indole e la mente di 
ciascuno basta non di rado a produrre in ciò belle invenzioni, che ove 
non ci sia chi vi rifietta e ne tenga nota , si perdono senza lasciarci spe- 
ranza di riudirle. 



— H3 — 
PAflE. — Oo^nrlii l« la^tialt* quesfiTL-ìl* disvio « rm vm- 

• fìi questi tempi, (^ni gtonui t^ il xuo, • ' 

oimpafma or mi par bella? 

— i A loliT che la cauìpapa triun/t, ci fairbbf m porlrino 
|du:i|tui. 11 prauo a um nrjfn'sota, un po*po's*ó ridvulo: ha rinfran" 

iiit \e barb' e trrrk a tiuìrir hnu;. Ora s.v tallissi* min pnssata d*!icf|iiìi, 
prmì %ì rìfarpbbero anco niegfìo. • 

E ^> uliTÌ, cb^ IIP dite, vi dan buonn spejiìnxa? 

— i [ji riìigTiola fi ammatìùtr bene: gli utivt non lì ho visti mai 
fflaniera; se Gesù li nuiruta a salvamento, unguauno ì* oYtù 

I ^j manra : %^ti la noiiira dmnzia, i — 
Il dire lìgurato, che dà lanlo lume e vaghezza spwialmenle altn 
e avnia «^'rii eloiioenza^ eiUra così hwìh e di coni inno nei discorsi 
|^^l|ro« che s\ jMilrebln* niictie denv;inìe atiuiiaeslmiuenli a dare nii- 
fSttr torma e vivarità alla nosfni Prosa. l*n tal tfuale colore poetico non 
^h iti*contMTeiib«' invero» s«» pur ci preme che T espressioni' de' nostri 
omli mlga a irai^fonderli in alimi. Se non ch^ ofrinjfìonin %ì fa 
co di metafore e liirarc, da distfradnme il «lecento. e smì mollo 
intiera J^ione di rpiesta pofK)lare favella liasli a rmderiie avvi* 
•i *l irnrri^uinio danno e hiasimo che ci sovrasla. 



VAJiTAGfilXTO. — 4 Te ne ripentirai: ve<li, a non comprarle rpie- 

laedlUi' nra clw» il tM*slia«ie è invilito (cabto di fn*ez;to): lilla Ih-ra 

féà 4feiÌ0ÉM> le polrei«U rivtndrre /iiii a raro. Ripensaci bene, che non 

hn un me£rii<^> contrailo, fiiii vantaggiatiK » — (Moiiinmitio), 

— € Gii anelli ungaanno $an vantaggiati di due o tre libbre dal- 

pasto (fiassalo): sono piti \^-sÌ. Anco il latte abbomla di sostati^ 

ruùì dire che le mamme >ion pasciute meglio. Sono curiose «{ue^ilc 

^: \nU è caldo <* più ** adunano, tulle aggruppate. Se una va al 

(0 far danno nella roba del c4»mpo), e tulle dietro di ftofta 

|lcofTviiio)u tando %ì larano» %\ fanno foitare nel flume, e Tuna va dietro 

ittgìinno. si» ne tira giù una, e, non si dubiti, l'altre 

n furia, quasi intle in un bratmi, 9 — fW^iiiau 

Qm*'^ t funroti' sono [lurf una vivace de'^cnjtione del fatto, 

# «foitì t n vÌ5iihile, >la poiché l'un pensiero sortre dati" allro, 

indi «nbrlo ci mni- in ment«; lo bella similitudine che Dante steppe a 

mmmtfim tmiU^giare in (me^ia e in prozia : * Conit te i^mretti' i'$ci)n 



— 114 — 

tlai rhiuso A*l una, a thte, a Ir^ r l' allfr Huntto Timiddte alter- 
ramìo ì' orrhh f 7 miuìu. E rii\ che fa la pritna. e l'aìlre fanno. 
Aàdouanihsi a M s' fila s' arrtsia. Semplici e queie, e lo 'mperrhè 
nun sanììo: < Porf. in, 79 1. Ed ioTece ad Conciio. qaasi per m^iio 
didiarv^ se slfsso, il sommo Poeli aierma che e se ima pecora si 
pittasse da ma ripa di mile passi, talle Pahre le andrebbono didro; e 
se ima pecora per alcima capone al passare d*ima strada, saita, tutu 
le altre saltano, eziaodio niifii Te^jrèado da sallare. E io ae TÌdi già 
iDohe in ano pono sattare, credeado forse saltare ano nraro; bob ostante 
cb^ il pastore, piaapndo e gridaado. colle faracda e col petto dinanzi 
$i parata: » n. Il V. Per arriso del Pmtkari sarebbe qm a fivsi e un 
opportuno paragone mercè coi rìtoaoixere il diverso aiodo ifi dire d* un 
prosatore e d*im poeta: » ma, a bob perderci ia troppe digressioni, 
loraiamo sai Tocabolo sofrascritto, per vedere coaie lo a do p er as se ano 
del contado fioreatiao, anitre aa parlifa del sao podere e del padrone 
che ghel ebbe ^BUalo. 

— € GÈ è iliffv a speadci e i il padraae i, e i podere bob sì poà 
>empre custodirr coaie si vorrebbe boL 11 cimpr». a voler che goda, 
hìsi^na sìkfariv (COBcimarioK e nn^rfo di molto: le five, i piseli, anco 
pie le oEve, aiiri, com'eaao Ftfniayyia/r; aa po' di gotemo a Iman 
imk(u. è OB doppio alimento. » — 

Ad ahro pr«ipot<ìlo. ma par trattaado deie olite, Pier Cresceazio 
avrene eoo Pfaiio < die ipnato pia laagamente ael* arbore soa lasciate, 
taato mìgbori diveatano. imperoc ch é sempre nnova virta rifiiglìaBdo , 
ranla^ia'ìk'. e pie maligevoftmeBte cagipcmo: » L v, e. 19. la pi& casi 
difrrenli usaao i TiVicaai d verbo cm/^ta^arr. — € La slmgione un- 
*fua3iJ^^> si l'OHla^iii » — iatesì rèfiMdermi da chi voleva così aocea> 
aarmì, che ia «iseiTaBBo b primavera s'era aHtìeiymlm, 

VAUCa — € Para. bi»Hbo i aa pastore dì Un imi ia Taldmievole 
^nrìdava ga a n sao igiaob l Mm per cotesto rmliea: qm d parerò 
io. )b fibrati di per mtto queste -Oiirr éi f^e»rf : se e* eli io ad pra- 
l<K BOB <t levaa ptà. » — 

Pm rìv^o4u» a ate, s^iggingtce: ~ « Le pecore baa T idem d^amiare 
1 mmgiir :e mpr v megic»: apfma <t saaetle d'urtare e subito eortano 

La HfBtoBO b voice del p^^toref lo doomaAii aBen. 

— « .Vltn> se b j^"i»v*«.' b .r-vjrj'v; bb 6«cbéo basta, e tatte 
4 'tfcì.iVti^' al bnwvv t — 

PHr fcra^.i che «cfir' bn Av^rààn 4i •nuvaerre , aaa ci iBol 
r ÌBpfgiK> «ir «farsa ^:eate picr app r cBdiu a mi tratto colai dUferfua e 
jKvrtirti ib^r »<»v V sarà pM iifamamM ^ peéamì, cbe <q 



— uri — 

hiiir nwnti» alli* pÌ6 «otuli liiff'r-rmz^ ti*-' vnc.ìbnlì , rjfiinmlo I* istinto ili») 
JYdt^a (UT inilofìttalria* vinti ce il' manlìem' ad »*M'inpb iiclla siy favHlo. 
VltGUA- — t II lavorare gli frvu k m^lie al cariUKiìno; mn pi*nsa 
ctu* al SkU' (MMlere. Come u piglia f^a.uwiie a una rosa, non f^ì 
eiibe «liii; m è %*'iii|àr«* li; i* fiaiii e rihatìL linubè iioq s«^ m» ve- 
ffe li fine?, non ^i ifuiela. Lavoro o poi lavoro hì^oKii», a vofrr concluder 
CUi si tava mui i sonili, ima ii cava iuHv le voglie, i — 
Gran senno cJie é in (fuestf pnrok' (f un popolafio di Barberino del 
Sta22ema della Versi li;r, tiii parvero come e?ipres4e anco 
no in un wlo proverhio: — « // (avorar di voglia f* un 
» 

^* i ipiPTcli^ f|aatulo s* Ita la smania dì lavorare^ non han tempo 

wm4tt tanii raprit^d: anco se vi'iijrono, paesano a un iralU», E poi 

ImfQfU, nmngi*i; il fiane non gli ninnea; trovare, to trova, in mi 

9 net litro. » — 

U sonuno Canora era solilo dire d* avere siMistito l'arte; rd è que- 

ibU li tamcf! Tìa per rìu^tr grandi in quabia^iì n Hi e io, esercitarlo cioè 

con imania dt pa^isiom. Fa dunque niefiieri dì atletiffervi come per 

tfiÉbiigo «acro, e con tutte te forzi* della iiieide e del cuore: allom chi 

inùlt?, pu«\ Ma importa, che il volere *iia forte, co.Maide e miilo; rivol- 

geitli»^ n più cose, non persisle in alcuna, e >ijnarrisce. A lavoiiir di 

i Ima e «li irujUa, il lavoro vieti nieglio e^ scemandoci mano a inayo la l'a- 

[iki, ci HI (ntHUiulerà poi in diletto, per farcisì da ulliiiio seiilice ctniie 

[nvcesAÌtik «Iella vita. ìjì viut ami ne diven*à più cani e frion inlriptii ili 

curr ove, per verilìcarlo tu alto, ci sia oìinoru prciìnnle ìl deiiaio 

pripiihin* sapiemia: // lavorar di vui/lia è utt eavarogife, 

VIZZO — t (JUCHli* nclihie *,' a/joHano { aftittiscoiioj tiillaviii, che è 

wm iÌiicpi*niiuoue. K delie solate, coni' ora ^ ne vengono oi;nt giorno, e 

tfveimm '«t rvba; un caldo fe/M;n/«! asciuQa Terba a un tratto. I ^'ranì 

«TUlo lo slriizotìc a tante nebbie , H pigliò la ruggine e non mu 

a salvanienio : b ruggine li finì ter i ^rani. I ticlu primalicci si 

ÉBM viizt^ s'avviano ;hI avvtz^in' e poi rasmno ; perchè le nebbie li 

of^mlo'fia iid gambo e li sfruggotìo; aMicbi |ioi la ncbhi«t è un i^kno: 

& uwftifira , che non ronc(u(him : se ne vanno in nulla. I tlchi a/i/ic/}- 

òiétomi (ehe fiati jtofferlo la nebbia^ auro st; reggono, non son pn^ilosi. 

|IK OHUUii tempo fan biiono^k uebliìe; ^nn un gasligo alle piante cai 

DÌ; ma chi ne piange, *Ìaino noi poveri, n — (Vcu^ilii), 

Eli eeeo di nuovo morttfkare. offetìih-re , finirt\ in senso Irajìlalo 

' e filrif»le a «liu vivenza e l'orza al discor^ìo, dove appariscono così ac- 

'dÌ9|K)stì, come nel luogo proprio. E vi ^i Irova inrdfre «ipie- 



— H6 — 

pio e i|Bft«i aifim* wli ««i ahpmt trtiszire . che fifli qniidi a rì- 
eefvrt « vabrr aipMto émrw di fifli pn- c« mrtizzmrt e inri> 
sinr s'airoèBser» mtwmtn Yuafcehn. Scbb eh?, presso questa gente 
talora gii si assegaa va pìi farga e larii sigMJniiwr adatUndolo al- 
r WMBO. E coae f « lecchio »ofts Arr fmtcim mrvissUa, nifii che si 
ij^piuuiin ai « powmt scwtamo: — e FofffÌM^a che s*è con- 
dotto! mrrissùct maamn iBHfo; che Togfa àm uii a iMgo^ non credo: 
ie i^ert »^ssf a va natati »no in Imnc i — fihfdbi. 



UMTO — e la qv$te wm mifrkiate ifimt di nicthi , nuante 
coschigiei il graM mb fine fcrfyyitffo. tuiiu m mm jwrt. diciamo. 
Qm'é tatto ««ilo il graa». Ma fi ha « /ilo Mf imdf. Se il caldo 
rm^rziM il gnMk, mira salilo w&iii ^aM«yii>iiif.' sì «fnl^ già caatare i 
cicaiai ; i cìcalÌBi. fl caldo i tolkcUm. Va il graa» aagaaaao è organaio ; 
BB ilo aho e aao hasio a mm'Mìi oaniV d'un offa»»: qaaado par 
tan'oia «figa. aBora è tfjyw aj fijte . > — CiBw Piuw). 

\è poi si dica che costoro asaao seapre gi stessi TOcahoO, le sles- 
sissiaie frasi, ani poleai o co ae iscen e Taniicio di Modttcìrlt a tempo 

Te^pmnua coatìaai e paiesip. Jb hn lo hamo sonilo da nalmn, la 
qaale costaaleaMate si motctra loro troppo aàgiore aiaestra, che non 
laruBo a BOI le Tftchie scaole. D'oadf ci feaìfa sempre iasegnato, che 
Parte dello scnfetv richiede che in tatto e per tatto ci dtscostiamo dalla 
oJifarr ftfdh. come se tale bob fos» b bvAt itahca, che appare già 
corretta Begh scritti, e come se PohMigo di t r ascegfay q aa nto pad esservì 
di megio. dofe:sse bnt ifchimlnairf k ricche e pencBai miaicfe. 

UNO A n:STA. \el porgere aaa pìecob moacCa per eiemosiBa a 
aa braachetto di fiacialle. che si trastdbfaao ad prato di Beicedere 
iBBi «ielle dehoose fift* saHe coflìae Pèaaei. (fissi: — e Prendete, di- 
ndetefa fra foi altre: mi a chi Tho a éw? — A Catenaa! risposero 
tatte: — e perchè? — e È b pia sckùaa: h fvà spieciolan e ci 
darà mi ceatioo per m»: hMt> « UjU, àamo coateate. t — Taalo il 
seatiaienio fàtua gìa^lìiìa e detti ferità è aatarak! 

l'XTATA. — e Amichi sì dì Vu^aU: si pigiii aao stecchino con 
BB briccìola di cotoae iatmto ariTolio. Si ^xomu aa poco, e in otto 
giorni feBguao bttì: ì y*:^'Ai irim: n^UBo aa po'xctM^i (scipiti). 
Siam uaiiri n>K:*iiHi . laru d:i fr^iOi^èe, aoì li si coBOsce; i Tee- 
chi ce PìBsegBaBo. «fmado sé picciai. e poi a ^rsa di gtraiitheiia 



— 117 — 

1^ WM* n iififKintrLi: ma Tard* h & meglio chi jiuiV Noi )K>vorJ tniUe 
} toììe bÌMi^na inirrgtiarcj n pigliare opi annn qt]»Jros;i per anrlèìr avanti: 
I b por^ritì n talk* non ka kijge : basta darsi al Invoro , ratnpan^ . -t/ 
csm/Mt. J^ rangJi rb* n/jwia dì troppo, irruQijìnijce ; r se io non lavoro^ 
Luerriir/iii^ (irrigidisco); creda, i ginocchi mi veMntìo acri urh iti. Tem\ìQ 
Jaddiclni càM\ imUio, che subiti du*mesi senza dinvnar l«i vanga; non 
Uì datiiti; ipiasi nmi mi sapevo più muovere, avevo im^so h braccia, t — 

Sona co«ii' troppo umili queste^ di cui mi sono iiiipej^riiato a dj^or- 

rcrp, e senio die potrehhero forse venire a noia, qualuia non vi fosse 

iin c(Hupm:«o nel dilerio. che si prova a tanta Mle^zii rli naturala co?.ì 

, jinprovrise maniere di (Jin% facili» energiche p Kcnipre opporlnne. Per me 

li:*un|iaro di molto a f^lflatte convenzioni con gente tutta alla buona e 

l« e Don mi pare che sìeno trastulli da cóiKlannarsi , (| urinilo ^»p- 

Lelio e Scipione stando in villa solevaim tlsir^ì ^pa^so <• laii- 

^idiine^g:itre allegramente, racco^'Jiendo wissoHui i» conLÌiii,^Jie, Poi allora, 

tbe m imbatto iti ut» uomo della plel»e^ assiduo al bvoro e acc^doralo 

Mgfio, da comtfM:iarne un secondo non appena lìiiito il primo, mi 

voglia di occujiarmi a' miei studj, E m'accorj^^o aticirio, che 

più non mi corrr pronta, lasciala che sia troppo a lungo in 

a^. D**l rimani*nt4* se^^o snopre ine^iflio ronn* l'arte sia abito, e din 

lin opiì arie e mr^iirTo liinìitii ari i mi (ait v far liene, n addestra a 

baie e prwitamenic 



ZAMPOtiNA. L* innesto a zampogna, gifi ricordalo dal Soderini, 
il medesimo che rinnei^to a buceiuolo o fanudìn , derivandosi per ap- 
ìl Tocal»olo ilai ranmlii di che si compiane la zamiHftjna. iNu ai- 
'r riiLH'ito di senlinir parlare ahrovi> fuort'hè né Muj;,a'llo, 
v*b4i di motti castapl, cui specialmente s'adatta qtidla ma- 
il' innesto. — e I tiunroni s'aimestano a zampogna: ma sita da 
giretto a xigilh ( l'anello ihmesticty) eoi legrui jtdvatico: 
icc (viene a svigorire, allentandosi); dì più^ si spacca. 
CoDe non aavnsvnte ['un con T altro, tutto va a male, f»erclm il sue- 
ha fjwdo a rigirarti. Se non ni ctmfomtutm (con vicendevole 
del proprio mnore), mn c'è vita; T innesto si perde, 

Allrofe, e in dtverie maniere, ho mentilo discorrerti miorno agl'in- 
OBitl^ mm p^rd mai con tanta pr<xbtone tic cossi al vivo. Ogni parob 



— 118 -^ 

ivi p propria, e tanto al luogo, che mal si saprebbe vedere ove tomi 
meglio. E indi mi sembra di poter metterle in paragone con quelle del 
Davanzali pur tanto espressive: e A bucciuolo è modo d'annestare il 
più malagevole, perchè bisogna corlo molto appunto: ma U pia sicuro, 
perchè combaciando per tutto, meglio rammargina, né per vento, né 
per maneggiamento si fiacca. » 

ZAPPETTARE. — e qom' è zappettato il granturco (per rincal- 
zarlo), in du* settimane di sole vien erto, tutto un pari, a petto d'uomo 
(a mezz'aria). Ci si fa una scorsa per ripulirlo; in un par d'ore un 
campo si scorre, si ritocca un pò*, e si lascia stare com'egli è. Quan- 
d'è passata la su' ora, non ci s' entra più: se ci s'entra, si -rompe 
ogni cosa ; bisogna pigliare quel tempo per appunto. Quando si sementa, 
si fan le formelle di tre o quattro chicchi; vengono su molte fila e se 
ne lascia un solo; a lasciarle tutte le fUa, farebbero ftulto di male, 
A suo tempo bisogna andargli attorno colla zappa (al granturco) : senza 
zapiMarlo verrebbe un bosco , tutto fogliame e punto fruito. Il gran- 
turco bisogna assisterlo con la zappa ; ma a questi caldi s' affligge ogni 
cosa : la roba baccellina non tien ritto il capo. S' è fatta una corteccia 
sopra terra che è come impietrita: una passata d'acqua sarebbe tanta 
grazia di Dio. > — (Val linìovoie). 

Nel rimettersi che fanno sul discorso deUe cose medesime, questa 
gente del contado rinnovano spesse volte le frasi e spiegano meglio quelle 
già usate. Pur ci si ammira uno stampo di bellezza costante per qual- 
siasi variazione , cui debbano piegarsi. Né quel buon contadino stette con- 
tento a farmi capire che a quella sì utile pianticella bisognava starvi d'at- 
torno con la zappa , ma che la si doveva ckssist^re e quasi carezzare 
zapiìettamiola ; tanto più che vi era pericolo che anch'essa pel molto 
asciuttore non avesse ad affliggersi e perdere il frutto. 

ZOLFARE. — Non è senza qualche importanza a considerare il vario 
nome dato ai fiammiferi prima che riuscissero a tanta perfezione, assai 
bene or determinata dal nome stesso. Zolfini li dicevano per similitudine 
co' zolfanelli , quando per accenderli bisognava intingerli nell' acido zolfo- 
forico, detto dal volgo acqua forte. Poi inventato che fu il modo di 
poterne levare la fiamma solo con lo stropicciarli al muro o ad altra 
simile materia resistente, li denominarono fulminanti dal colpo che di- 
cevano neir infiammarsi, e per la somiglianza che indi mostravano con 
quelli usati per gli schioppi. In seguito che furono rafRnati di guisa , da 
non sdxioppeltar più, li chiamavano fulminanti da ladro o stecchini 
senza schianto. E stecchini or tuttavia son nominati da molli, forse 
perché si assomigliano a quelle schiappettine dì legno aguzze, che ser- 
vono per stuzzicadenti. Da ultimo bau preso il nome che or ritengono 



— ili) — 

[lià r^munemeat^, quello cioè dì /(ammiferi, dalla Jì;iiihiic1 dir pioHu- 
eono nuyie^friafKiolì aJ njodo chi* tutti ^intio. Vi liii prcìo hi stj;i m^ìone 
In ciiseuiio ili questi noiui » i* se noi criMliamo tJi rJovtT presi' rgliiTi: i(u*»llo 
di fiammiferi, oon so perchi* sia diMléiio ad altri il valersi dello voci 
tie€€fum o ziAfini qualvolta M'rtdirossero più cor»vein**nli nt caso e me* 
glb anlalti a Mj^mllcare alcuno t^articolariià deir o<;^'elto stesso. Ma la- 
^ queste ricercl»*', vojrliaiiio noi conoseere romr si Hibljnc^ino i 
feri* Inlprrogliianiofie un fiammiferah d'Empoli o di PieLra- 
«onta. lUa ni prima è da capere che nella Versilia die^^Hi rocrhio, eonte 
alirovc roloh. Tallero pia sv^jonato e squadrato per farrn^ delle tavole. 

— e Si Èinno dnnque de' rocchi di pioppo liiaiico; é segano In 
làittt fiem, M piallano, saffUanrt ai fyìIkJhru:, fini (ini y/ ìafftìano e s<^ 
ncT fa ép*^\i iffrchin* Qucsii si pamjtjiam m delle lav(det e pareggiali 
H solfanti nella padella a fuoco nifMlerahi, 1 htjfdiorì ti tolfatio nel w- 
§rBkt . V fioi li mettono sul lelaio ad asciiii^are; da ultimo gli saldatori 

[K iirifh^m) nelk scatole. » — \PMnàwt»). 

Ma dacché lo ^fftt sei^e a nvulirare le viti , oji^jri son pure venule 

Ui III rnnlito le toci zolfatr o zoìfrUarv v l'inzolfare . e così anco 

^Imiùifare e azzoìfare^ secondo che T orecchio coiisijrlia. tiìa ipiafrhr 

c9M*]tipio ahbbimo dovuto noi osservarne, e non iiolrebh^ or <lisj,^nidirr che 

m ne adducii alcun altro a tnag'gior conferma e dichiarazione come mui 

^ola W^ti «1 n^i diventi. In ciò \\ po)>olo ci è mae^itro. 

— I B*:n cfic 4ianiì fmlc al sotalitt qutMi' vi(t\ tanto fa inaiai Ita 
9»'nftfiù^ia (li ?** addossa); (len'i si miftum per diffonderle. Ma conte sono 
trìA ferite, lo tolfo non ha forza di guarirti'. Alla mattina che e' ù tin 
fio' di ^ua2jca^ toma meglio rinzotfnrf le viti; lo zolfo e ì .si ferma sopra 
e Itt^om. Badilo/ lUMttiv parare, questa nialatlia è un iWt'no . che ^'/i/h 

\ ffigita alla vite, b strizza e la finisci.... llaimo studiato meo lo zolfo; 
(r «I cl*e b vite ci vuol poco lavoro a custodirla! San'hiare, vaoirart', 
\ iKtUre , potare, sfrondare, costa di mollo; e a qn»»?.t'amui[i' srurt^ il 
ajmo non Utrna; è più roper;i che ^ì [lertlr; non sarricogtie il 
per uno, > — iVartun^o). 

Krf RIO Tratlaù} dtir Agrimttura il Soderini cliiama zotfdtati ceni 

iit «Inacqua mista di ^atfo , servendoisi di tal voce in H<nsi> di zotfato 

ìiforaia. Ma questo vol^^o denomina pur cosi le vili medicai:e collo 

^//b;edai verbi si -^niif leali vi di que*!ii" azione appropria qyel valore, che 

{ rbitlla da quanto s*è riferito orom, Vapimjgiart' jioi mi sembra quivi 

iNitaitiiit* , noti (ohm* atlro |iel n»(Klo con che il vol^^o ì^ interpretare ì voca- 

I e (iìt!^rii vartauieaie, e .sempre al miì^rhore proposilo, [lispcllo ad ar- 

^ttrv \m raccvtjUrrc. ^'inecmlru nella Caiiz. di Ciullo d'Ah%(mo: f /tma 

iùtinuk (è àMadouiia cIr* [tarla al ^uo amante), Guarda, 



— 120 — 

ììon t'arricolgano Queste forti correnti. » — Più altre cose, aneor 
do^ne di speciale ponderazione, ciascuno le vedrà m^fio da sé, per lidi 
poterne trascegliere qael tanto , che a me rincreace di dover qua ri- 
mettere in disparte. Se non che, giovi il ridirlo, i vocaboli e le bisi 
stesse non fanno sentire né disvelano la loro virtù, faorebè ne*costrotti 
e nella forma dell'avvivato discorso. Né la gloria della lingua si wpfn- 
tiene tanto al popolo che parla essa lingua, quanto agli scrittori die 
sanno ben ricercarla per compome opere egregie veramente. Sobo eas 
i valorosi artefici, che della rozza e informe materia che ban fra le nn, 
bastano a fame buon lavoro. Qoand* altri favella bene per natura, seoa 
averne la coscienza riflessa , mal può stimare un tanto singoiar privilegio, 
non che valga a distenderne altraì il beneficio. Ed é Farte sola fl ma» 
potente, onde i Toscani possono renderci meglio conosciuta e presosi 
la lor felice natura ; tal che, per accostarci a questa, ci affrettsuno nei 
d'incontrare le troppo maggiori fatiche della medesima arte, eoa desi- 
derala , come vahda a promuore V unità del sentimento nazionale e del 
linguaggio. 



nCTOBNO A THK INEPITI VtM.*;ARIZZAMKNTI 

DEL BUON SECOLO DELLA LINGUA 

CONTIuNUTI IN ITN CODICI: VATICANO 

LRTTKHA IH ENHfCO NVUMìiXI 

AL SIG. COMM FRANCESCO ZAMBRLM 

PwMlenti! lidia R C*minmsi(ine jmj' T«^li di Lìnj^aa 

«SivGUJTA DA UN tNEDITO VOLGARIZZAMENTO 

FATTO DA ^CliCCHKHÓ BENrjVKNNI 
II' UN ANTICO LAIMPVRIO ATTIIIBIÌITO \0 EVACE 



ligiuir Ciìmnì<*tt(l;itnr(* 

y amore ch'Elle porti vivissimo agli stndìì rivolti a 

f?j?ìo e decoro della stupenda e soave lingua dMt;jlÌ;j. 

parlirolar raodo T affezione e la stima die per rio 

i^ono dovute, ni' inducono a pregarla ad areogliere colla 

presente lettera il risultamento delle mk recenti ricerche 

Homo ai più anticln rnonunìenti della nostra nazionalr^ 

neìU e della scienza de' padri nostri. Stimando migliui 

fio in tanta avidità di sapere, onde al nostro secolo 

■pB poro r inunenso Ccìmmiiio in che lia progredito. 

Igere .specialmente V attenzione a quei testi, die alla 

e proprietà del linj^uaggio accompagnino an inte- 

storico relativo alle scienze. 

Tra qnestì sembrami possa certamente annoverarsi 

rai^!olta di scritti volgari del più [luro trecento, cotv 

lemla in im codice Valicano membranaceo, che porta il 

I3i6 dei manoscritti della Regina di Svezia. 



— 122 — 

uiirsto Ofidict* è ìli foiinato di foglio, iiilidamente scriUoin ' 
I iella lettera rotonda, che a me pare dei primi anni dd \ 
secolo dei*imoquinto, e si compone di 95 carte, nnmmb 
ne' margini superiori de* recto, salvo le prime doe^ k 
quarta e Y ultima, coi numeri da 1 a 91. Le carte pri- 
ma, quarta ed ultima sono cartacee, in levigata e uàn 
membrana le altre. La carta numerata 2 ha nel recto n 
largo fregio rettangolare maestrevolmente messo a oro 6 
colori, come pure le iniziali, essendo le rubriche ddh 
rimanenti ciarle splendidamente scritte con oro. La carti 
numerata i ha nel recto la seguente menzione di antico 
possessore, scritta di mano del principio del secolo XVIl: 
Viro tiobilissimo Doctissimoque D. D. Casteleto in perp^ 
fHUw obseruanii(v pignus et monumentum hunc likum 
Frali. Croijns Inb, iiwr. D. D. (1). Dal recto della CJrti 
i ;il recto della 11), trovasi nel codice stesso un trattato 
sulle pietre preziose, che porla (car. 2 recto, lin. 1-9) il 
seguente titolo a lettere dorate: 



(1) Krancosco dt* Croi, |)adre del dotto ecclesiastico fraocese Gio- 
\aiHH di Croi, morto il 31 ajfosto 1036, fu anch' egli eccle-siaslico, ei 
I' ronosiMuto piT alcuno sur opere; una delle quali è intitolata Itf 
'r»w.v t^nìformitt's. sawir l' harmonir. et romrnanec ite ì' è^m i^ 
'fuiiw. anr /*• iì(U]anmnr. jtutaìsìm\ et le^ anriennes hérésUs . 1605, 
in K." Il porsonagjrio al quale il codice fu donato da Francesco k 
( roi. ò da ritonnv fossi» i|uel l^olo du (Ihàtelet, dell' antica e oobik 
(MSI d* Hay V fili ronti di Carlislt\ avvocato generale al Pariamento di 
n«iiiioN poi iHiii/r- */ V roiwlis, e lìnalmente consigliere di Stalo, co- 
no voi ino ;nu lio piT alcuno suo produzioni lolterarie, e morto di soli 13 
nini mi! aprii»' do! UVM\ M,»nrì. U' ijniwl bUtionnair*' hishriqur, 
/.» /// K.M/r 1731, IM)!. H9 i31V 



— I:?3 — 

«VlSTM Hit II rOHIjyriAMENTO DR UlNO LUtRO 
IL QUAtK UE NOMILA IO LAJMDARrO IL ^VtJALE SCftJP 
SE t7FI0 CBB FO DB AraBÌA SttìNIORK. NkL gUALB 
PrOSK TCCfE LE iriRTtf ^< SECBBTl MABAIMIÌLIOSI 
CH8 SONO ?iBLLR PIUKTB CHBTIOSK. Kt TUCTJ il CO 
LURI t)B CtlB HUmEBA ^K TKUOt7A?iO SECONDO CHE SI 
bJiECTK 5APEHB PER S(:iE?<TU ET «A.XDOLLO A NeRONB IuPEBA 
IL gilALB H» IL SECONDO CHE UEGIVIO IN RoMA : Et SIA?iDOL 
11 GBA50B DONO r.OHO AD ìilJO GRAIfDtS^ilìlO AMICO* 

Il iniulasmo iralUil*» rnconiincia nello stessa rneto 

lniftT*f inn ttit' flt*f fhftnnfi)ìti\ 

Ou^sUi pif^tpa la gcrit^raticHie 8iia i? in iullima pano de 

india. Kt e «le natura de christallo uenuto deli metalli. E\ 

Bila radij mostrandolo al sole et pare corno ad elinsiallo et 

colorp suo p frni^ino in colore de ferro et e de si grande 

recca ei fonee^i che non e oixuna cosa ne anche il ferro 

ai* possa ronifHTC ne anco ilfoco lipuo nocere exceplo chel 

del aperrone caldo luilanilone lo dyanianie lo retUice 

Ilecce (l) El con lo diclo dyamanle se inlagliaiio Lucie 



(f) fjiii5laro«Tili' iìvrerìe il eh. [\ b TmoUm ìkritìììi, Barriahila, 
in Bili «la itiltÌMÌiiia memnm !iull;i EinsMa tU Mmjndf di Pìriro 
• ^i * - no di htbUofj rafia r di Horia dffh 

*'. .'Uhhitcafo da II Boncompatinf. Tomo 

I, Àf>rile IHi>8, [tiì^, 107 V i',il i cb»» (lue.sta opinion^ regislralii tors*? 
b prtmd viilizt da Plinio (fli^l nat. \\, L I), seguito da Solino nel 
fan Pféih^nttQf, f poRcin da quasi luUi gli scrittori Ialini, arabi o phri'i 
Ótè m*' I Olito il secolo \V1, Tu già comljatiuta dal cdt'bre 

iBofit'i Simone Monaco, rliP iiorl Vi*rao ti i^HS, nel !iiio ili- 

mlilfiJalu Ciavts satntuiif {VìuUìMì, \ilì\ alla vore Adamas, 
rrmiiMU diti fHixan'st' Camillo LiionaiiJi nel suo Siartilum 
VeiL ìWt, <ar. \X\ r*ieto). Anche C«cco d'Ascoli ri(w*le h\ 



— 124 — 

laltre pietre. Il quale dyamante non se troua più grande che 
nocella. 



stessa favola nel cap. 48 del libro 3.^ del suo poema L'Acerba, dicendo 
e Per foco né per ferro il diamante — Sì rompe per polenta di Sa> 
» tomo », e poco appresso: e Chi in caldo sangue questa pietra in- 
» volve — Ower con piombo, per natura occulta — Poca percossa in 
» polvere dissolve > (Parnaso italiano, volume XU. Ven, 1820, presso 
Frane. Andreola, pag. 1G3-164). In un codice miscellaneo, in i.^ pic> 
colo, della biblioteca Casanatense di Roma, contrassegnato E. V. 47, 
trovasi un piccolo trattilo, di mano che a me sembra del principio del 
sec. XVII, scrìtto dal capitano Scipione Yasolo da Pavia, e da lui dedi- 
cato a Nicolò Bernardo di San Cervino, principe di Bisignano ; d quale 
trattato nel codice stesso ha il titolo seguente: La uirtu et imagine 
Iklìe pietre preiiose Et come si debono adoperar per campar longa 
rt Felice uila. In Roma, Nel rovescio della carta 7.* di questo tratta- 
(elio, parlando del diamante, Fautore dice: e Alcuni dicono che sola- 
» mente so mollifica del sangue tepido del becco, il che io stimo sia 

> fabidoso, perchè alcune uolte ho uisto spezzar il diamante con il 
» colpo deJ martello ». Singolare poi è l'asserzione di Arnaldo da 
Villanova, che cioè, non il ferro, ma il piombo rompe il dianaantc fùpera 
omnia, Basilccr 1585, col. 624. De physicis ligaturis). Il medesimo 
dice Matteo Sìlvatico fOptis pandectarum medidìie. Taurini 1526, fo. 
CXXXiiy, recto), citando Serapione. Ho voluto qui riferendo una pic- 
ciohssima parte di antiche testimonianze relative ad un medesimo sog- 
getto, accennare coir esempio all'arduo compito, forse più faticoso che 
tiiile, d'illustrare completamente, per la parte storica e scientifica, 
scritture analoghe a (pielle contenute nel codice che qui mi propongo 
(li descrivere. Mal si apporrebbe per altro, e darebbe prova di ben 
leggiero giudizio, chi dai parecchi e grossolani errori, che incontransi 
(li frequente nei più reputati scrittori antichi e deUa età di mezzo, traesse 
argomento di minorare a loro riguardo quella stima e venerazione, in 
che r universale consenso li ha collocati, come padri e fontf del moderno 
sapere. Helativamente ai quali assai giustamente osserva il eh. P. Bertelli 
lidia sua citata Memoria, che e in questi ed altri scrittori del medio 
» evo non conviene tosto arrestarsi a certe loro forme di dire, metafo- 

> riche e scolastiche », e dopo ah|uante parole soggiunge, che < quando 
» ne sia bene apprezzato il senso loro attribuito, vi si vedono talora in 
» conqK'udio tratteggiate le più belle e sottile verità » f Bullettino ecc. 
Novembre 1868, pag. 364). 



— 145 — 



)ii. 



Finisce nel reem ildta carUr li ilei pre^it 

5-!ì\ rfKÌ : 



IgF 



Sa hìeuDù htiooio trou.*tsse uoa pietra die e chiamau 
Lqprea (t) laqu^l uenp tlallc \)iìr\o <1o Ijbin n e Ae (ale 
I die lliiiomo portan«lola quando iia ad eacrare Ip saluacino 
liirie 2(d ts^: et potè prendere de ijuelle che le piitee 
ad sui MoliiDlade: et la dieta pietra e decolore riigro. 



In i\iìe$U) trattato sano descritte solamenle venlitrt* 
pietre, i cui nutnì nelle lubriche sono scrìtti così: Dt/amank, 
AthiiUs. Allectorio, ìhfaspido. Qjffiro, Calciflofuo. Snmral* 
yibà, Sardanio, Sardm, (iiisolito, BurlHj usir), TIèéjpaiio, 
GriwiHUSQ, Iacinto, Affteiistu, Celidonia, (iagaies, Ofrnffoki, 
Cmimm-HÌo, Liguria, Achitefi, faspid^^, Gnijatro. 

Un allro lapidario molto somigliante a rpiesto, ma di 
eooiINlmone alquanto diversa, intitolato Libro de te virtudi 
te pieire j/retiose, che dovea f onltMiere, i^onf ò annnn- 

neir indica, la descrizione di sessanta pietre, ma che 
in realtà non la coutiene che dj quaranta, trovasi nelle caite 
113 a liO dei codice Platea LXXUl r*." 43, membranaceo, 
in foglio, del secolo \1\\ della biblioteca Mediceo-I^aurenziana 
dì Firenze. 11 dottissimo Angelo Maria Bandìni, descrivendo 
questo codice nel quinto volume del (\ìtalogo da lui com- 






(ìit ipfm h Lifiara ili Plinio iWsL naL XWVII, 10, H^) < t\m\ 
• cnffita onim^ IrMiiis rvocnri irrnlurit •, Bartnlomo*» Gian vii, di'Ho 
IbrtiiliimiH» Aii^lifu)^ m*{ \m fjiirioso ii-in^ilo ik firuprifiatibus nTum 
iPrwicofurtr 1601, pflg, 7i5, Uh, \Vl, cap. 01 ) urMÌl<TÌ^cf' b nuHli»sìni?i 
prti(in>tà, jjirprnijrf'fìdo in fino « sicul dicitnr in lapidario *, Anselmo di* 
DomH G^tuffHiruìti fi laptfiitm kittorki. ìfanovh' l(»nO, (wijj. 5X7) 
14 pmt ira Ir fwi'trp Ìgnnir> i« d» diihbìn OHÌ^tmiica. 



— 126 — 

Pilato dei codici di questa biblioteca (1), ne attribiiisre, 
il YolganzzameDto a Zucchero Beuciveooi, il cui noine si 
ricava da un acrostico di sedici versi, scrìtto nello stesso 
codice alla fine del volgarizzamento del libro di Rasis 
De le somme ei de lagregationi di mediana^ Et del coth 
serrameiUo de la samtade. E del medicamento deUenfer- 
tadi: traslatato di francesdio in volghare. Nelli anni 
domimi MCCXL Del mese di maggio (2) : il qual libro di 
Rasis era slato prima tradotto da Gherardo Cremonese di 
arabo in lingua latina, e da questa voltato nella francese. 
Spero che non sarà discaro ai lettori di questi fogli, se in 
grazia, della brevità sua e della rinomanza del Bencivenni 
trascrìvo in fine della presente lettera il citato Libro de 
le ciriHdi delle pietre pretiose^ secondo una copia diligen- 
tissima. per generosità del principe Boncompagni favoritami 
dair egregio mio amico sig. Alarico Carli, ammodernandone 
solamente la lezione nei più stretti limiti della fedeltà e 
della crìtica, e tacendo gP innumerevoli raffronti e le o^ 
servazioni, che sopra vi si potrebbero fare. Al quale pro- 



lU Caiafogus rotiicum ttaiicomm Bihliothi-rx Mtdireit Latimiiia' 
tut. GmUUanje W SanrtJt CntrU. Fhr. 1778, col. 281-283. 

{ti Vvàcifmì dì rìportan" qui ap|HT$so, pivcì^amente come si leggi» 
liei detto codice LaarenisiDO, sairo lo sciogfoiiento di alcune abbrevìa- 
toiY, il citato acro:aìciK sebbene pubblicato già dal Mazzuclielli / Gli 
scriaori ii' Italia, \h\ li Par. II. Bnrsna 1760, pag. 795 > e dal 
Ramiini ( 1. e. ) . 

Zertamente tì dìcbo Non toUìo che fàìYi puncto 

rollìo essere uostro amìcho Con fino amore congiunto 

He che di me Tolbale In tra noi due dimori 

E nompuo bunìstate Villanìa ne sia fuori 

Rimanere tra noi due E ogne mahisanza 

Or non Ti dicho piue. Non rollio ci abbia mancanza 

Ben ToUio in terìtade Non fii mistìerì più dire 

Entra iH»ì hmi^tatle lo <o„o rostro al ver ilin* 



— 127 — 
Jto noterò, che utilmente, per un più rompletn In^roro 
kfie il presente tu)n sia, sarebbe Ja eoni^iillare il lÌI*ro di 
Uimecl Teifascila Sulle pietre pi'cztose, edito già in Firenze, 
da me m Roma non potuto esaminare fi). E tanto più 
conforta a questa puhblica/Jone il pensiero, che di 
limili sciìtti, del buon semlo della lingua, altro non al>- 
Jiiamo per le stampe» eh' io sappia, tranne In descrizione 
IleBe sessanta pietre della (*orona, che fortna le SUnize 
|n.**5a* (lei poema L Intelfhjmza die va sotto maiw rb 
Compagni (2), ed il breve trattato dì Franeo Sar- 
delle Hetre lìreziose e loro mtin, edito prima da 
S. Oh.ma, secondo la lezione del codice Magliabediiano 
17/. Pai. I\\ «," 852 (3), e pns<'ia con parecehi altri 
k-rilli del Sacelielli in Firenze dal Le Monniei nel 1857» 
)er firn del h^nemerito Sig, Cav. Ottavio Gìgli {\). 



ti) ^f' ''' fieruieri iultc pulirò yreiìùse di Ahmed Tyffa.itHta, 

P^urru Miatiifmia ne/ Mva urtghìoJr arabo, iraduzmnc ilah'ana jf>//rV't.ttJ 

4irrrsf notr, di Antonio Haimri. Fitrn^e. 1818, hi l/* Un sajrjrio 

'ofMiTH slcisi era staio già puhblicato col lilolo st^pHienu*: StU. tìavU. 

■■■> iViUinem tk^crtptionem et ej^trrpta libri Ahint'dU 

'<< et ta^idibus yrdìiisis. Traj. ad tltiinum, 1781. 

fùk^ii tale indicaxiom tlalb HibiìotliM-a Orlmituiis ilellt) Zeiick(»r. 

{ti Inafiain, Ikìcumenlx inMits fHìur servir à t'histoire liltrvain^ 

V Bf^ie. Paris 1850, |iaji. 3i5*3i7. Qn^^tn pw^niii fu risraiiipalo 

nneodafionì in Milano pél tUnAh, uA \HùX in 11" La 4Ì('s(!n/i(iiir« 

«^satitji pietre pn^misi* tonlfituu* m «jurslo poruiu uoiieonl i mi- 

ni/». p*'r r oiiliiH' I» (H*r la iiKifvria, i' pi>r lo paiii* che un ririi,iin\ 

HI i|cu*lla duin liei tnittiitrlln dir più oUri' %\ rìproduvv, tmllf» ìM 

nlato cotik'i* Minlirri* Liiiirrn/iaim. Le detti* ^imip in.*-r»8.* furono 

l àài Sìp. Tar. Ottavio Tiigli m\V edizione inlikiliita Sermoni 

!• *<r. di Franro SarHu^tti, ecc, /irr Ottavio Gigli, Fintt^e, 

ii^ If mnmer, 1857, ìli 8.", pag. Xa\.f:vni. IhriwmUo W 

(3) Cataln^ dì tiperc t\d^ari a siamfja. Ikttogna \S^\ pa^. 308- 
Itit eoli Istrutto (li 30 esemplari. 

<l) Srrvmnt "vaiìgtiie* , ere, pa?. 2fì^-^H, 



V 



— 128 — 

Dalla erudita prerazione da Lei premessa al menzio- 
nato trattatello del Sacchetti trassi notizia di tre altri la- 
pidarii italiani, esistenti il primo in Venezia nella Marciana, 
e gli altri due in Firenze, Tuno nella Nazionale (sezione 
Palatina), T altro nella Riccardiana. Grazie alle esatte in- 
formazioni fornitemi con rara cortesia dagli eruditi e be- 
nevoli miei amici Sig. Andrea Tessier in Venezia, e Sig. 
Alarico Carli in Firenze, mi è dato di potere qui appresso 
espore intomo a tali codici alcune notizie, che mi confido 
riusciranno non inutili agli studiosi. 

Il codice Marciano, che fece già parte della Biblioteca 
Farsetti (1), è ora segnato col n.** IV della Glasse XI de' 
codici Marciani Italiani. È cartaceo, in formato di foglio, e 
scritto a due colonne per pagina. Il carattere sembra es- 
sere del secolo XV. Il trattato sulle pietre, che incomincia 
alla carta 39, recto, colle parole « Per ciò che alla po- 
tenzia dello altissimo iddio onipotente piaque », e finisce 
alla carta 41 verso, non contiene se non 38 brevissimi 
capitoli, r ultimo dei quali tratta delle pietre e inargarite. 

Pili importante, per la materia, è il codice Palatino 
ora segnato « E, 5. 4. 33 » , cartaceo, in foglio, di carat- 
tere del secolo XV, già descritto da Giuseppe Molini (2). 
Dal recto della carta 32 al recto della 51 contiene un la- 
pidario, che assai si somiglia a quelli contenuti nei detti 
codici Laurenziano e Vaticano, ma pur ne dififerisce nella 
compilazione, oltre di che è scritto in un dialetto che 
molto si accosta al veneziano. Le pietre in esso descritte 
sono sessanta, dal Diamante d\VEinathites\ incomincia 
« Qui se scomenza el libro dele tiertu de le pre preciose 



(1) Veggasi Morelli, Biblioteca manoscritta di Tommaso Giuseppe 
Farsetti. Ven. 177i, pag. 309, Cod. Volg. CXXI. 

(2) Codici manoscritti italiani dell' L e R. Biblioteca Paladina 
(U Firenze. Fascicolo primo. Fir. 1833, pag. 1-4. 



— ÌÌ9 — 

et qiml mn dita Lapidario. La gntia del nranipoliHite 
àio la tjualle ha profilile tuie qm\ìU3 ìe altre cosse del 

• moQdo ». Nel prologo si dice composto r|ueslo li'allatn 
[• Segoiido che uno el quale have nome Evax He de 

Arrdiia niando per scrito a Nerone el (jnale fo se^^ondo 
se^uore de Roma drio a Ang^^ltù Cesare. E sej^oiiflo 
die conferma e dixe Diascoride en el lihro de le nature 
de te rosiSG el altri auclorì famosi •*. 

Il codice Rici*ardìano, citalo nel catalogo del Lami 
Isotto il titolo * Natura e virtù delle Pietre pre/Josi^ v , v 
[s<'l?iiaio - U. IV. n." XL 1», è ora il codice u^ ! 050 della 
fstpssa hililiulei-a. Contiene 14 operette» delle ipiali le pri- 
[me 11 di carattere del secolo XIV, e le ultime tre del 
fiSiNXik» XV. L'operetta di nu0ieto 12 (la prima del secolo 
XV) è compresa nelle carte 116, reckh alla 117, redo, ed 
ìncoroinria « La natura et virtù dello pietre preziose la 
\p quale si trova in poche perche e chorrocla da vizi 

• umani », Vi sono solamente descritte le seguenti 10 
I |iictre : GramiUt, Topazio , Smeraldo , Hubino , Zaffiro, 
I Diamanie * Balastio . Qilddonio . Sardonin . Amatisto , 

Sirhoto^ Barillo, Aspido, Ugimre, Achale, Grisolite. 

Nel precitato codice Vaticano, subito dopo il lapidario 

ma. trovasi (can 14-16) un breve trattalo sui 

u segni inrisi sulle (uelre, intitolalo (car. 14 recto. 

Un 1M2Ì: 



Opisto k lo sicnxTJO ltbro cite fbckro li piglio 

U DI ISMJIKL DCi.S UIRTUTE DELR IMANETE RT 
1010 SIGTKI. 



Incomincia nniv ir rt^rfn iln irt-20): 



Si tu trouern» in alcuna pietra che ne sia iiUasfliato lo 
Ik) di* Mercurio lai)uale tiene questa figura cine uno liuomo 



— 130 — - 

barbuto et cum longa face, li superciglie longhe sedendo in 
uno scannello et stea infra duy tauri: et in mano tenga uno 
uoituro et sopra lo collo ste uno capo de huomo et una capo 
de uolpe: Quisto sigillo si uale ad omne plantatione et a 
cultura de campi. Vale ad trouare thesauri. 

Finisce nel rovescio della carta 16 del codice stesso 
(lin 16-19) così: 

Si trouerrai in tagliato in alcuna pietra lo Sole: et la 
Luna, quiilo che porterà continuamente con seco questa dieta 
pietra siili fa auere del bene. òl. falli fare bona fine. 

Anche nel precitato codice Palatino « E. 5. 4. 33 > , 
subito dopo il nominato Lapidario, in seguito ad una 
superstiziosa orazione latina, trovasi un trattato che inco- 
mincia e Qui se scomenza el libro di sigeili de le pre 
» preciose i quali fo di fìoli de ysmael e di altri sauii 
» segundo el mouimento del sole e de la luna e segundo 
)» el corso de le stelle a trouare i tesori e molti altri 
» beni per quelli medesimi sigelli » . Seguita a parlare di 
46 sigilli diversi, il primo de' quali s'intitola: De lo sagello 
de Merchurio, e V ultimo : De lo sagello in lo Altarit (1). 

Il terzo ed ultimo trattato che si contiene nel preci- 
citato codice n.** 1316 (car. 16-40), ha ivi (car. 16, verso, 
lin. 20-22) il titolo seguente: 

Incomincia lo tractato il quale parla delb uirtu et proprietà 
DELR I Erre: Et prima dela erra nominata àrcbmbse (2). 



(1) Codici ìimìwscr itti italiani dell' L e lì. Biblioteca Palaliìia, ecc. 
l>ag. 3-4. 

(2) Arcemese, storpiatura di Artemisia. Plinio i Hist. nat, lib. 
XXXV, e. 30) la vuole cosi chiamata da Artemisia, moglie di Mausolo, 
da Artemide llitiia, perchVlIa particolarmente medica i mali delle 



— I3a — 

sappia sconosciuta iinora, fa da me Iroviita in altro 
^Kik^e Vaticano, del secolo XIV, se^^nato eoi uiiraero 1072 
dei CfXlici rlella Regina di Svezia: e questa è molto proliabil- 
mente, come mi propongo di dimosliare qui appresso, 
ùpe.m del celebre helro Diacono, monaco e bibliotecario 
Cassinese. (igliuolo di Egidio dei Conti Tiiscolani. posto 
dal Mandosio (I) tra gli scrittori romani; il qua! Pietro 
nel H59 era in età di circa 50 anni (2)* 

A far credere Evace conteporaneo dell* imperatore Ne- 
rone rontrihuì il segnenfe passo rlella Suma naiuraie di 
Plinio, senza critica ammesso generalmente sin oltre la metà 
dei specolo XVII, e che leggesi al capo 2 del libro XXV della 
medesima Storia: dove parlandosi degli autori greci fli m»> 
didfia, si aggiunge: « Ex lii.s Evax rex Arabum qui de 
• mnpIimiìH effeviibm ad Neronem conscripsit b. Manca 
per altro quasto passo nei migliori codici di Plinio, come 
attf^sti il Fabricio f3). Con buone ragioni lo rifiutarono 
primamente Giovanni Hardouin (i), facendo notare che 



IVmtIiì Mffi gli noiiijnù i quali di w lasciarono chiariK^Niuia fama, cui nari 
|wit<ìi riniprr»¥»»nirfii alcun • prinjo giovani!*' errore t, innimzi cIjp 8«v 
ftuis'ierD con ^Ido e proliUevult' ps.vo l'ai'dim cammino ijel vpro, K 
ne sono ^pliMMlulis&iini ^sm\\n VA posatolo MXv ìrenli r \\ gi-an Vrììlovo 
ft* IpiHìiiii. Oiiiif ne conM>*iiiUi <|urst;i itutlacis ma a ft^irnr mìo non 
nintri r<»ni x^lfnwi: ri ir rliium|iir r» ilt a niente .in imo, n di Mms\ 

V eor1r*i , i^jsrr non pnò rlii» rior» ;i1»tiì • commesso in sua vita 
falto^ 

iì) BiMioffi^m ttonuiHa, HomJB I8tìl lo, 1, paj;, 2Ì 3-^15, Cm- 

Ohrorticn tot ri MttnaskHi Casimmis, mtctore Lmne Card. 
Bpif. (hitrmi. rotitinualorf Peim Diacono, LuL Par. 1668, pg. 
i^ tei 1. 

(Sì Bihi, gnrra, voi, X. ilartUfurgi 1740» pag. 150-151, Uh. V, 

DL 

m €. PHnii Seoémit, iH%L nui, . fu. IW Par, IG85, in l.^ 



— 134 — 

Nerone non fu mai menzionato da Plinio con altri nomi 
die quelli di Tiberio Cesare; e poscia Claudio di Sau- 
maise (1), chiamando locuzione impura le parole de sim- 
plicium effectibus del preteso passo di Plinio, ed argo- 
mentando Evax essere una corruzione di Cratevax ( scam- 
biata la s in j?), vissuto ai tempi di Mitridate e di Pom- 
peo (2), e doversi leggere in vece « Ex bis Cratevax, 
Dyonisius, Metrodorus », con quel che segue. Oltre di 
che nel passo pseudo-pliniano si parla di un'opera intomo 
agli effetti de' semplici, e non già di alcuna sorta di pietre. 
Chiunque siasi il primitivo autore del suddetto lapi- 
darip, e qualsivoglia il tempo in che esso fu scritto, certo 
è che il poemetto di Marbodo precedette la versione latina 
in prosa del lapidario stesso, se pure questa versione, 
come è ragionevole il credere, sia dovuta a Pietro Diacono, 
il quale aveva appena tre lustri allorché mori Marbodo. 
Veramente ripugna il credere che Marbodo e Pietro Dia- 
cono, a piccola distanza di tempo, imprendessero a voltare 
in latino un medesimo trattato in lingua greca, allora a&- 
sai meno diffusa dell'arabo e deir ebraico. Ma in quanto 
a sé ce ne fa testimonianza lo stesso Pietro Diacono, il quale 
di sé parlando nella continuazione alla Cronica di Leone 
Ostiense, esce in queste parole (3): « Librum Hevae re- 
» gis Arabi» de pretiosis lapidibus ad Neronem Impera- 
» torem, quem Constantinus Imperator ante annos fere 
» octingentos ab Vrbe Roma Conslantinopolim asportaverat, 
» de GrcBCo in Romanam linguam transtulit » . Ed altrove. 



(1) CI. ScUmasii, Kcercitationcs de homoni/mis hylc^ latrici. 
Vi'oj. ad Hhenum, 1689, pag. 15 dei Prolegomeni. 

(2) Le Clerc , Hisl. de la Médecine. Premitre Partie. Amst. 
1723, pag. Ì29430. 

(3) Chronica Sacri Monasterii Casimnsis, ecc. Lnt. Par, 1668, 
pag. lOi, lih. IV, cap. 66. 



— i:i(i — 

pirtando anche in persona propria» in modo \m breve lo 
conTerma (1). Egualmente ripu^ma il supporre rhe già 
* .\ n fosse posda est»giiìla, una terza Iraduzioniì 
]«>llo stesso trattato, essendo già singolare il fatto 
delle due indicale di sopra. Sebbene Andrea firariuean 
acrermi, per altrui detto, alla esistenza di opere di Evaee 
io versi elegiaci, mentre il poemetto di Marboilo è in 
e^nietrì (2). Che P originale del prenominato laj)id*jrio 
Tasse greco ce ne dà confeima Enrico Moller di Amburgo, 
il quale nel f*^85 scriveva ad Enrico di liantzaw, che il 
poemetto di Marbodo» da Ini creduto anonimo, era stalo 
■ GriBco itermone primum conscriplo * (3). 1 due Eurici 
rredettero inedito tale poemetto, mentre era stato stam- 
palo, coi nóme di Marbodo, almen sette volte (i), la pri- 
ma delle i|uali nel 1311, e non già nel 1524, come sern- 
l>ra creden? T illustre Antonio Beaugendre (5), il (piale 
creiletto pure date in Incir per la prima voUa da Abramo 
fìurieo (G\ line brevi epistole Ialine dì Evace a Nerone, le 



(I) t^ih Uiatvnt , ìk viris HiusUihus Casùusimbm , flom*P 
11155, pg. iOl, cap i7 

{t\ • Fi*nmi buiii^ ( Evacis ) opera carmin»* dejrÌJiGo scripia esse 

• Fcrnurùr alluci Pftnim Borium, «•( Vienna Austrìse a pud VVoir^raii^um 

• l^uni t ' Andrt.r TtrtKiueJU , Operum , to. I, Edi t io krtia, 
k'rameof. 1610. pajf. 133, trol. 1. IM' uobiltlalv. ap. XXXI >. 

(3) Mr ijrvimix %t*riptuin Evarìs trgis Arabum . eci:, nunc 
fHnmm ih iuctm fditum. ujìera **? Hvdio />. fh'nriti Han^ovii 
Liiwijp Ì5B5, pA'^. SO. 

fl> Cioè: Vit*niia" Pannonhe 1511, Rerlonis \htA, Fribur}ri 1531, 
V9mm 1531, CMntum 1539, FiMncofiirii I5i0, Basite 1553 : i\ Hru- 
1^, Mommi du ìihrairc, ccr. 5,^ H. . io. 3* Paris 186S, col 139-2). 

(5) \>n. ftiìfif'brrfì fi'fiofìiaiu^nsi^^, ccc. Oliera Àcrcsicrunt Mar* 
badi Hfdcrnfnjìi Opiurufa. Laborti ei Hudio U, AMonii Bmugendir 
Fmristu ^- - t 1635.1630. 

aSli 1. Par^. l luqd. Bai. 1695, pag* 3/ v. 4." doiM> 

le tifolr. 



— 136 — 

quali ho veduto stampate più dì un secolo e mezzo ìd- 
lìanzi (1). Il medesimo Beagendre, nel ristampare ch'eiJK 
fece il poemetto di Marbodo (2), V accompagnò per la 
prima volta con un'antica traduzione francese in versi sette- 
nari, rimati due a due (3), attribuita poscia, non so qoat 
fondamento, a Brunetto Latini (4). 



(1) Marbodxi Galli Cenomaìiensis, De Gemmarum lapiàmfnf 
IH-etiosorum formis. Colonia 1539, car. 7.*, verìo, e 8.*, redo, 

(2) leu. llildeberti, ecc. Opera, ecc., coL 1637 e seguenti i 
numero dispari, a tutta la 1677. Questo poemetto, che si compone £ 
un prolo},'o e 61 capitolo, od iocomincia Evax rex Arabum feffivr 
srrlpsisst' Neroni . trovasi nei diversi codici, come nota il BeaugenÉv, 
col titolo di Libar Lapidum, Li ber de lapidibus scxaginla, LiMiitf 
dn diversis naturis lapidum, ecc. 

(3) Loc. cit, col. 1638 e seguenti di numero pari, a tutta la i6)7& 
Onesta traduzione incomincia Evax fut un multe richt Reis. Tale tri' 
duzione, riscontrata col codice n.° 656 moderno, 2Ì2 antico, della Bi* 
hlioteca della Qiìh di Tours, insieme al testo latino, fu ristampata daOo 
sventurato e dotto ab. Migne, nel Volume intitolato Palrologijp cìttm 
mmplctus. Serici secuiida. PcUrologix tomm CLXXL Lui. Par. 1854, 
col. 1737-1770. Tna traduzione in antica lingua Normanna del libro 
Evax de lapidibus ertt nel 1697 in un codice appartenente a Francesco 
Beniai-d, segnalo col numero 63. Cosi Odoardo Bernard fCalalogi 
librorum maumrriplorum Angliw et Hiberniw. Oxonix 1697, to. II. 
par. I, pag. 90). Un estratto in lingua Danese ne diede rHarpestrpn^ 
noir opera inlitoiala Damk Lxgebog fra del 13 Aarh, udg. med, Anm 
og Gioss. af C. HÉolbech. Kjobh. 1826, 3 voL in 8.*" (a)sì il Gracsa 
'Trèsor des liurcs rarcs ci pnkieux, lo. i.® Dresde 1863, pag. 380) 
il quale, tra altre fonti da consultare intorno a Marbodo, cita ancb 
Le.ssing, IVVrAf. to. XV, pag. 256 e scg.; to. XIV, pag. 91, 17 
iColledanea, lo. Il, pag. 137); ma questi libri non potei aver 
a mano. 

(i) Brumt , Manwl du librai re , 5.® ed., to. 3.«, col 13^ 
Nella Biographie universeìle (ed. iMichaud , art. MARBODE) quesl 
opinione p attribuita al Sinner, che in latti la esprime nel suo Catalog 
ragionato dei Manoscritti di Berna (V. Calalogitc La Vallièrr, to. 



— i37 — 

Altre due (raduziont francesi in prosa del medesimo 
opuscoli» ap{jarteiievà!io a quella parte della celebre bi- 
Wlottra ili Luigi Cesare I*e La Beaume , Duca De La 
Valli^rt . venduta poscia all'iuc^rito, e descritta da Guglielmo 
III! Bure e Giuseppe Van Praet nel c;italogo intitolalo 
Cai ' ' '*rres de la Bihtiotéque de feu M. le Due 
ik Premiare jHtr(ù\ A Paris 1783, 3 volumi, 

m 8.*^ Là prima di queste due traduzioni era contenuta 
iu un endice del sec. XV, e lìmiUivasi alla sola descrizione 
di dcKiici pietre preziose, dopo le quali seguiva uno scritto 
imlle dottici pietre preisiose dell' Apocalisse, tradotto su 
quello dì Marlmdo, che ha per titolo Prosa de dnodetm 
iapùUbiL^ pretiosis in fundameì^o cwlesti rivitads poni- 
io (l>. Conlenevasi la senuida in mi codice del sec. XI\^ 
ed era intitolata Ci cammance li liures des pierres pre- 
nttì<^s (Ifte OH a pile lapida ire, e vi si trovavano descrille 
|61 pietra (2), Onde sembrami assai probabile che da 
[uesla fosse tratto il precitato volgarizzamento di Zucchero 
Beiicìrennj. 

I^ rne-sìstenza poi di più Iradtizioni latine fiel medesimo 

ilio [potrebbe anche spiegarsi cnl supporre che il greco 

le fotss*^ slato voltato iti lingua ebraica od araba, 

poi di seconda mano nuovamenle in latino, e da 



.nSSi, fitf. 147 1 Un doUo mlicoln ^ui liipìffarì può legfgersi nfil'edidone 
ìlur pstudtfpigraphisrtmn LUftraiur, ecc> von M, Skipsrhrmtkr. 
^i9i, ÌÈ&^^ |Nig. B^5, lyf irn altro nd Journal Asiatiqur , 

im» 

iì} CalaioQtft, pcc tome pretnier, peg. 447, codice Seienc€s el 
Irli, wl' taOI 

(5) Cétìaio^ur , iTf. Éumr srtvvd . |iog. fi5'24(>, roHicr Wf-t- 
'Mlm «.• Ì738, 

tu 



— 138 — 

ultimo in lingue parlate d' Occidente (1). Ma il campo 
delle ipotesi è sterminato, e basti per ora T accennare i 
fatU. 

La detta traduzione latina in prosa, che fino a con- 
traria prova parmi ragionevole credere, quella che dì 
sopra stabilii essere stata eseguita suir originale greco da 
Pietro Diacono, ebbi la ventura di trovarla in un codice 
Vaticano, membranaceo, in 4.'' piccolo, che a me sembra 
doversi per età collocare tra la fine del secolo XIII e il 
principio del XIV, irto di abbreviature, appartenente pur 
esso alla collezione dei codici della Regina di Svezia, od- 
ivi segnato col numero 1072. Il medesimo scritto, che 
occupa le carte da 63 a 70 di questo codice, è ivi intito- 
lato lapidarius euax regis arabie ad tiberium imperatorem 
pei' fieronem fron (tonem): dove è da notare che pel 
Nerone Frontone menzionato in questo titolo è da intendere 
quel medesimo centurione, che nella seconda delle due 



(i) Credo qui opportuno il far cenno dell'esteso lapidario che per 
ordine del re Alfonso X di Castiglia fu nel 1250 da R. Jehudah Mosca, 
tradotto in lingua spagnuola da una versione araba eseguita suir originale 
caldeo anonimo, per opera deirAstronomo Abolays. Dividesi questo lapidario 
in tre parli, nella prima delle quali sono descrìtte 360 pietre, secondo i 
gradi de' segni celesti, e si tratta del colore, nome e virtù di ciascuna 
di esse, del luogo in cui fu prima trovata, e delle figure dei segni onde 
ricevono valore e fortezza. Vi si dice nella prefazione che Arìstotile 
scrisse un libro di 700 pietre. La detta traduzione di R. Jehudah Mosca 
ó contenuta nel codice j. h. 15, del sec. XIII., della r. Biblioteca di 
S. Lorenzo dell* Escurìalc, nel quale codice trovasi anche un lapidario 
(li Mahomat Abenquich, tradotto di arabo in spagnuolo (De Castro, 
mUiolheca Espanola, lo. f. Madrid 1781, pag. 103-114). E cosi come 
c|ueste si giacevano sconosciute, avanti che il De Castro ne desse contezza, 
giaccionsi tuttavia ignorate negli scadali delle bibUoteche molte e beo più 
importanti opero dei nostri antichi, i cui nomi perfino ignoriamo. Ed umili 
spigolatori osano ^li gionii nostri levare il campo a romorc per un 
opuscolo di poche pagine! 



— iXi — 

lirevi epklolt» latine di Evace n Nerone, cìw .indie qui 

[precedono il Lapidario, si suppone Ìnt<iri<ato da Titieriù 

Nerotu^ di presentare ina^^nifici doni nllo stesso Kvace. 

Questo Lapidario iiicoinineia '« Adamas igilur lapis est 

* colore fermgineus, splendore cristallinus, durìor ferro» 

• el optimus tiascitnr in india m. Nelle linee VM^ flella 
'onta 70 versa di esso codice trovasi la seguente nota 

ffaiale: Explicii epistola euax regis arahie ad tt/herium 

imperularem de lapidUfUs predosìs (1). 

Quanto allo stabilire il vero prunilivo autore del 

greco orij^nnale del trattato che va soKo nome di Evace, 
I caBdidamente confesso di non esserne potuto venire a 
, rapo, jwr (piante ricerche io m' abbia fatte . lasciandone 



Hi Un Lipubrìo in pro«;i latiim^ nllHUiilo mì Ìl\ih'a\ itovasi imdw ut 
l^emlirr |irf'7iiwiv«iim(* M vroli \ÌV i* \V» }iìi\ n." HTtl* tli-ILi ri'IcliiT 
fttira Mlwui tU ì\mm, ora ru"* i77 MU\ lnhlioiiya Mh Snellii ili 
'Ni^lkiiui fii Mont|M*ll|(*r Questo hipidario, inlilolaro uri coiìkv ,^U'S'4ii 
iLiifer lajHitum fHrriotorum erlìtum a Marimtìo, iraommclì * Fva\ 
Is n*K Arabie ««crip<iìt Imrir lìbrum lapuluiu prt^iosomiit Nrroiu mi|M*- 
]• rstori mouiiiù », v liriincv coHi' paroU* # jujihcra est * ; (bpo li^ (|iKitì 
[irota&ì b ««egQenU^ Dola liiiak*: liri*twi{ ìììn*r fajtidiim rUiius a Marbtuht 
ir^MniP^ Hr^hìwmf et ditlis Uvact^ mfh Aralne / Caìakttjim' gthuH'al 
fiit*' nuuiiincriit dts òilttwUiètitju'i [tubliqm-^t iUti Ik^^rhìtuftth, Touu- 
^^rrmifT, Faris ìBiO^ pag, 306). Nd fodiLM^ slPJt^o travansi rnulu siTitii 
alt^ ptétri' ifiì alle erlit*, tra i (jualì ^ono ila iioiarv tiii Ubittus 
bciMf luVjrti/k* ladirtZJGilu da mi Urjr Eyiih'ionun ad Oiiaviaiio 
TtliMtf/i iJiihnttfl (le virtuttbujs {9 fniimnim. Libcv iainduìn 
ft <* Liber Avìsfotdu de iapidibUrU furriotix. Vengasi su ijul'sIo 
rpfrlraMi liira di irUtuti*!^ «ptnntn tie scrìve il Klafirulfi f Lettiv à M. fi: 
EPfi .{ìrsandre Ik ffìntti*oìdl , xuf l' iuvifitton tt' la Botissolt', Paris 
|ia{!; 51 <" h± il tre pr<>^ioso ìiidìniziout in tomo a variì :inticlii 
ini mi rnrono gf^ntìloifiur roriiitr dal prrlnthtto Ì\ IWtidìì i' dal 
elL Sif, OotL Sleijisithiioidei' in alcuue (onere che si couipim'(|uero 
ndvixannL Ti»mi*roi pi*r altro, cfoi Hrerendol**, di dar troppa r*!<'Tisìoni* ni 
scritto 



— 140 — 

per dò ad altri di me più eraditi e fortanati la cura. Se 
vera fosse la surriferita opinione del celebre critico Qaiifo 
De Saomaise, che Evax altro non fosse che una eomh 
zione di Cratevds, a quest'ultimo potrebbe attrìbuirseBO 
la priorità (1). Se non che chiunque sia mediocremeDte 
versato nella storia letteraria del medio evo, agevolmerte 



(i) In una lettera scrìttami dal eh. P. Bertelli, data dal GoUe^ 
alla Querce presso Firenze il 3 mano 1869, si legge: t Non so qaà 

> fondamento abbia codesta tradizione di E?ace re Arabo, autore i 
» tale scrìtto, ma sembrami degna di attenzione V ossermiooe éA 
» viaggiatore Filippo Sassetti, che scrìverà del 1588-1586, nella Lettn 

> 2.' a Messer Bernardo Davanzati, ove parla di un trattato o projrì»- 
» tario dei semplici, in versi, attrìbuito dagli Indiani ad un loro aMi- 
» cbissimo autore Niganto. Fosse mai questo il Nicander, poeta e ne- 
» dico greco (140? avanti G. C. ), raffazzonato poi dagli Arabi, e pas- 
» sato quindi agli Europei sotto il finto nome di Evace? » Pel passo 
qui citato di Filippo Sassetti veggasi Carter, Bibl. dassica, Maxiatù 
di Viaggiatori. Voi, l Venezia 1841, pag. 274. Quanto al titolo din, 
dato ad Evace, in vedere che questo titolo, relativamente ad autori 
orientali, è dato anche ad altri, ai quali certamente non si conviene, mi 
fa nascere il sospetto che sia un appellativo onorìfico, equivaleste 
air italiano signore. In fatti inalek in arabo eguahnente significa re e 
possessore fdomintis/ Re fu anche detto 1* astronomo Sabal ben Basehar, 
del quale parlerò più oltre (V. Zebel, De inierprelatione qtiorundam 
acciderUium lunx. Praga 1592). Re per similitudine diciamo anche 
noi a chi sorpassa gli altri in checchessia. Rex aslrorum fu chiamato 
Tolomeo, da Giovanni EUgerio di Gondersleven nel suo trattato De 
comiìosiiione Aslrolabii, come asserisce il Trìtemio fLiber de seriptih 
ribus ecclesiasticis. Basilea 1494, fol. 88 verso j. Crede il Lessiog 
fCollectanea, io. XIV, Berlin 1826, pag. 191 e seg. ), che Evax possa 
essere stato uno dei magi, che secondo Plinio (Hist. nat,, XXX, 2,6). 
Tiridate condusse a Roma, regnando Nerone Claudio Cesare; tanto pift 
che il titolo di re, die' egli, trovasi spesso portato dai magi o sapieati 
(V. Choulant, Hatidbuch der Bùcherkunde fùr die àllefe Medùin. 
Leipzig, 1841, pag. 244-245). Vane fonti intorno ad Evax sono indicate 
dair eruditissimo Sig. Steinschneider in un articolo intitolato Donnoh, 
inserito n^W Archiv del Virchow, tomo 42. 



— 141 — 

«imprenderà quanto aiuto di critici e storici raffronti sia 
m^tierì talora, a fine di portar luc^ intorno a simili c-on- 
ìversie. Alberto Magno» fin dal .secolo XFIL si lamentava 
Iella cXHTuzione dei nomi degli antichi autori per opera 
Arabi, che Pitagora avean deformato in Abrutalum (i). 
questo è nno dei mille esempi che in proposito si 
pnirebt>ero addurre. E nel secolo stesso, della ignoranza 
Jei traduttori 5i lagna altresì quella gran mente che fu 
laggero Bacone (2). Aggiungasi a tutto ciò r arl)itraria 
ip|M>sizione di celebri nomi in fronte ad opere di osni- 
issinn autori : di che ne fan prova i molti esempi relalivi 
nostri classici, latini ed italiani; inganno avvertito gi.^ 
:^!i'sso Bacone (3), E per non uscire del nfjstro ar- 
ito basterà il far menzione del poema De lapidibus 
iiaito ad Orfeo (4)* Spesse altre volle (mal vezzo non 
ara disme^;so) (5L a fine di usurpare appresso gli 
ifeiioranli e gli sciocchi fama e nome di filosofo e di 



II) Mherti Magni, Operittn, To. i\, LuQd, !fì5i, pn^. 343-344 ** 
H7* fte ve^tabiìihm et planlh. TSart. l, cnpp, 2 »♦ 7. 
{f9 (ÈfHU maiuM. Londint 1733, pn^f. 45, 

|3) JWfa Rciustoh de tecrMìs uperibm ariis H naturai . tf de 
Miai* ¥nagù'B egli scrive: i ut vehcmontìUK hoiiii]ii''i alHciaiiL lU'uf^ 
w fniniiol lìliilo» £iinof.o9 siib op^ribu» , et cos inagnfs onciorilius 
» t^^ n|uid*'nlfT • R*ii}<fru fìaf'tmu . OfMt'a tpantam haiif^fm^ 

if»^i MN IK59. \\n^ r»2r«). rif'blw la conoscenz.! *li tim'sto pa^Ho 

al c4t I*. hmi^ììl 

dì L» cnìgikire edÌEioiie ili (jueilo po^^ma (li pubblicata tìa GoITrHlo 
lU^wann a Upsì» n^\ 1805. in 8/\ i:ol titolo dì OriiJtira. 

(S) L*avf, Liiifri D' Ale^i'^andro stampò ìii lloma twì 1864 «u Trat- 
imto di fUfjtofia tubhftì'' drt mondai iwjrah' , ci>|>iarnlulo prr.'^sochf' 
itàemmm^ dall' op<»ra La fihwfia nujrafe di^ncata dall'alto fonh* del 
.iriiMtie, O't rtmte r ruvaNrtv tjran rroré lì. Kmmannfìf' 
|7kMttfv. BtjUi^Ha 1675; coiti**» iliiuoHlraU» im*! Hmnamdi (Voi, I!, 
VI. Liijfllr» IKOt pav. 121), 



— 142 — 

erudito, toglievansi dì peso intere opere altrm, dìTiilg» 
dole come proprie (1). 

Il testo latino dei secondo dei tre scrìtti coqìhhi 
nei precitato codice Vaticano n."" 1316 deUa Regioi ( 
Svezia, cioè quello intitolato Quisto e lo seamio Uk 
che fecero li figliuoli de israhel dele uirttUe ide fi 
nete et delii loro signi, fu anche da me trovato n 
r altro codice suddetto, n."" 1072 della stessa coUeóoc 
dalla linea 15 del rovescio della carta 70 alla linea 16 i 
rovescio della carta 72, ed ha ivi il titolo seguente: h^ 
liber Chehel de sigillis in lapidibus inventis, colla seguei 
nota finale: Explicit liber de sigillis lapidum. Do 
il recato titolo si legge: « In nomine domini hic p 
» ciosus liber magnus atque secretus sigillomm die 
» quem fecerunt fliii israel in deserto post exìtum 
» egipto secundum motus et cursus syderum, et q 
» multi ad similitudinem huius Talso facti sunt. In 1 
n libello subnotamus de sigillo facto sub mercurio (2) 



(I) A>. Àlb. Fabririi, Centuria plagiariorum, Lipsis ìG&è. 

{ì) Un Liber magnus atque secretus sigiltorum Gehel trovasi tu 
noi codice Pomls Latin, n.^ 8454 della Biblioteca imperiale di Pi 
I Catahgus codicum manuscriptorum Bibìiothecx regime. Pars ter 
tomus quartxis. Par. 1744, pag. 161). Un altro esemplare, ed ti 
di Preciosus liber magnus signorum Cethes , se ne consenra nd co 
n."* CCXXI della Biblioteca del Chrisl Church College di Oxford, i 
preceduto da un trattatello in prosa intitolato Marbodaei liber de sctUpt 
geinmarum (V. il Coxe, Cataiogus codicum manuscriptorum qui 
CoUi'giis Aulisqm Oxoniensibus hodie adservantur. Pars lì, (h 
\m% pap:. 88). Anche nel codice Digrby, n.*" 193, della biblio 
Bodleiana d' Oxford un Liber Cethet de naturali Sculptura gemmai 
et earum significatione fa seguito ad uno scritto che ha per ti 
Marbodius. De sculptura gemmarum (V. Odoardo Bernard, Coti 
librorum manuscriptorum Angli^r et ffibernir.. Oxoni9 1697, U 
par. I, pajr. 86). 



— IW — 
Nello Speciilum tapulum del pesarei^e OeiÌIIu Leo- 
nardi, dedii^ito a Cesare Borgia, e stampato pei' la prima 
,volU iti Venezia perdio. Ballista Ses^ ranno 1302, in i." 
picccikn trovansi fine l»revi trattati, il primo dei quali, che 
rcupa le carte da LVIi verso, a LX, redo, di (fuesla edi- 
Line, è ifititolato Inuujinps sm sigilfa Chnel: ed il set^ondo, 
jié iiiaiminciando alla carta LXI, recto, linisce alla LXIJII, 
ba il titolo segaenle : lmagine$ seu shjiHa TJietel. 
Tom pure è dello, in principio del primo Irrittaiollo, rhe 
ìiìdj uno dei (ìgli dei figli d' Israele, e dottore anticlii^s- 
essendo nel deserto, vide e fece scolpire molte fi- 
ins, seguitando allreltali favole. Il conlesto per altro, seh- 
^lietie in S4}stanx;i lo slesso, e alquanto diverso nella rorina 
4ja ijnelK» del precitato codice n." 1075 «Iella llej^ioa di 
Svezia. 

E «piesio riidronio nn !^emt>ra in»pnrlante. perchè ne 

dà ti nome deir autore di questo trallato, cioè Salial ben 

Baschar (o meglio Bischr) ben llabìb ben Ilànni al Ismilì 

[detto r hraelitn e rorroltamenle V Ismaelita), cognominalo 

Uiii-<)itunan akMonaggìm (V astronomo ), e per dimiiiritìvo 

ìbeil l'I), astronomo e astrologo vissuto nel princìpio del 

[>In III deir Egira, cioè nella prima metà del secolo IX 

sirèra crì.^tìana (2). 



(I; Vniic ^ti^'urato (in ctnfici ** ticllr suun(M" m |hìi iii;iiiit'n\ rome 

label, Ziiel, 7,<h4^ Z«"clit'l, 7j*M, Ze(hoJ, O^tnbii;, RmnhnCt De/filiris, 

ìlit/, Bc'iTjhi?, f'tc* Monsi^^ B^Tiuinlino Baldi ria Urbino lo 

Xarfi* B^'iiibin, [suìaditii & Anibci i, Cronira d<!' matanatid, 

1707, fKig. 68 — l'hrii e pi'osr secih, Fir. Le Monnier, 

(4 Cfe^iri Bibtmthrca arahiro4nspann. Matriiì 1760, W, I, pag. 439 
th$i KlialÉi, IjLtifon hiblmgraphicum et cncyehpxdìcum, ett GutL 
ww^, UituL 1842-1858, ki. V, iKijr. 3r>; lo. VI. pap, 6; ro. VII, 
^. *tt5 r iil)4. Tfi ìnl*»r»*-<is;inl(' iirlir«lo miornn a qu»'?.lo scritlorn 
anelli! nH in*aii lìivoro MV iTuflitissuTio Signor OoMor Maurizio 



— 144 — 

Dei terzo dei ire scritti contenuti nel suddetto codice 
Vaticano, n."" 1316 della Regina di Svezia, non mi è riuscito 



Steinschneider intitolato Catalogus librorum hebrsBorum in Biblioiheca 
BocUefana, Berolini Ì852-1860, col 2258-2263. Egli ne riparla altresì 
nel precitato suo scritto Zur pseudepigraphùdun Literalur. Berlin 
1862, pag. 77-78, 92. 

' La bìbliogrraGa della sfragistica, parte importantissima delF archeologia 
e delle belle arti, è pi£i estesa di quanto a prima giunta potrebbe 
credersi. Mi limiterò a registrare Alberto Magno De sigillis lapidum 
fOperum, io, //. Lugd. 1651, pag. 238-244. De mineralibus, traci lllj, 
il quale cita fra altri Costa ben Luca e Thabit ben Corrah; Camillo 
Leonardi da car. LUI a LXV1 della precitata edizione intitolata Speculum 
lapidum, ecc. 1502, ove parla delle sculture de* pianeti, delle immagini 
inagiclie, e prima di quelle poste da Bagiel in libro alarum, delle 
sculture, iimnagini e sigilli secondo Chael, Thetel, Salomone ed Ermete, 
.aggiungasi Giordano Bruno: ErpUcalio Iriginia sigiliorum. Dice egli 
slesso : a ho fatto trascrivere a Padova in un libro De sigillis hermelis 
» d Ploloìim et altri nel quale non so oltra la divinatione naturale vi 
> sia altra cosa dannata » ( V. il Saggio sui precursori italiani del 
prof. Alberto Errerà, negli Atti dd r. Istituto Veneto, to. XIV, Serie 
terza, Disp. Quarta. Yen. 1868-69, pag. 641). 

Vcggasi anche Girolamo Cardano nel cap. 89 del libro XV della sua 
o|)era De rerum varietale ( Basilea 1557, pag. 1047-1058. SigUfaj, 
e tra i più recenti : Leyser, Do contrasigillis medii Mvi. Helmstadt, 
1728; Manni, Osservazioni sloriche sopra i sigilli de* secoli bassi. 
Fir. 1739-1786, 30 voi. in 8.®; Boudet, Becueil des sceaux du moyen-dge. 
Paris 1779; e il celebre Muratori De sigillis inedii jEvì (Antiq, Bai. 
Dissert. 35, to. III). 11 Ragiel menzionato dal Leonardi stimo sia Ali 
ben Abi M Rigìàl Sceibani di Cordova, menzionato dal Casirì (loc. cit , 
to. 1, pag. 344), e dal De Hammer Purgstall f Literaiurgeschichte der 
Araber, 7.^ Band. Wien 1856, pag. 471, n.* 8017), e lodatìssimb da 
Hagi Khalfa (loc. cit., to. 11, pag. 4), senza menzionare il suo liber 
alarum. Questo titolo di Ale non è nuovo nei libri ebraici, essendo 
comunissimo, a cagion d* esempio, il Libro delle sei Ale di Emmanueie 
ben lacob (V. De Rossi, Diz. Stor. degli Autori ebrei, Voi, L Parma, 
1802, pag. 111). Quanto a Salomone ed Ermete (Mercurio Trìsmegisto) 
menzionati dal medesimo Leonardi, veggansi il soprarrecalo passo della 
precitata Epistola di Bacone, e V operetta del Colberg intitolata Commen- 
fatto (le libris anliquilatem nientientibus, ecc. Griphiswaldis 1694. 



— 145 — 

di Iromre oè T autore, né il testo dal quale esso dovè 
essere stato tradotto. Se luire non sia qmsi^ una coioph 
taztfin^ ifi prosa d' un picdol trattato, che col titolo di 
Uerharium swe lìfm' de tHttuUòus kerbarum versibm 
ejrpresmm, rum glomulis, praeviis mpitulis, trovasi in 
esaoielri latini» ;ippresso al poemetto di Marbodo, nel 
codice n/ CCCXXIV della Biblioteca del Collepo Merton 
dì Oxford (1), e la cui |»rima rubrica è intitolala, appunto 
coiDe nel nostro codice, De Arthemesia. 

Questi sono, egregio signor Coramendatore, ì risullanienti 
di qìiei pochi studiì, chi» intorno al codice Vaticano volgare, 
descrìtto di sopra, e alle materie in esso contenute, la 
(lOvertA delle niie coguizioni e V angustia del tempo mi 
pWTOiììem di ra<M:ogliere. Studii, che impresi da erudita 
persona certaniente avrebbero portato più ampi ed utili 
fi-iilli. Tuttavia mi è sembrato non dover lasciare nella 
o*4curità un pregevolissimo eri antichissimo testo di nostra 
Tifigua. ailditando ad altri la meta, alla quale per più 
mUàfì ciimmino, son persuaso da tempo, debbono rivol- 
gersi in fatto di lingua gli studii italiani. V. S. Ch.ma 
safiamefite operò nel dar fuori un saggio del Libì^o delle 
riruì Jetjlì Animali, il «:ui più antico esemplale che si 
rnnasca è nel codice M VI 37 della Biblioteca Chigiana 
di Roma (2), Onde argomento che ottimo consiglio sarebbe, 
se pubblicandosi quel lUìro a cura della H. Commissione 
de' lejìli dì lingua, da Lei sì degnamente ed operosamente 
presieduta, si ac^'ompagnasse altresì colla stampa dei Ire 
trattati descritti di sopra, da fomiare cosi im bel vulume. 



(I) Tojef . Cata/(tijus nttdirum Ttutmisrriptorum qui in coUegiis 

mtliùqm (ìtoHì^fisibtii hodie tulsrrmntur. Pars L Omnii t852:,i>a(?. t29, 

(f| Lt Qpert volgari a stampa tki xemti Xltì n XIV. Bologna 

\nu\, |is^. mi r tot 

H 



— 146 — 
sì per i' analogia ed importanza delle materìe, e à ancora 
per la bontà ed antichità del dettato. 

E pregando la S. V. IU.ina a gradire i mia soli- 
menti di affettuosa stima e viva riconoscenza, ho il beoe 
di profferirmi 

Roma, 31 maggio 186» 

f Segue il testo j 

Silo Det.mo Aff.mo Amico 
Enrico Narducci 



IL MARE AMOROSO 

POEMETTO IN ENDECASILLABI SCIOLTI 
DI BRUNETTO LATINI 



fVafj Voi I.. \m^, o*J3 e !»eg. Coriiitmazbiie) 



iCÌò che nsguanla le propi'ietà favolose altribiiite 
ali, la fonte principale così per BruneUo come 
altri dnreotisti non v' ha dubbio che conviene rìcono- 
nel Phiisiologus Theohatdi de naturis duodedm ani' 
im, di cui esiste una redazione tedesca fin dal secolo 
_XI pubblicata dair lloffmann nelle sue Miniere I, 2*]. Ma 
'idea di calersi tanto largamente della storia naturale ad 
"irhe Brunetto tolse a Riccardo di Fornival. il 
i^^„..ario d'Amore egli ebbe sott' occhio, 
quando scrisse il suo Mare. Rìccaitlo da Forniva L pic- 
ctiè terra di Piccardia, fiiulio dell' arcliiatro di Filippo Au- 
|5usta (118(KÌ223 ), fu chierico, e nel 1240 venne nominato 
canonico e cancelliere della chiesa di Amiens, dove nel 
U6 sali al vescovado suo fratello Arnaldo, e dov'ei 
il 126C>. Non si sa precisnnipnte quando egW 
sse lì lettera amorosa inlitulala da lui Ultima 
rrìda, (^ dai copisti Bestiario d^ Amare: ma io penso 
ritandovìst i Li^ri fle rvrttm nninrn di Trimasiì di 



— 148 — 
Cantimpré, scrìtti tra il 1230 e il 1244, e avendovi 
Branetto da essa preso le mosse pel sqo Mare Amoroso, 
debba reputarsi datata estro gli anni 1231-40. L'aHtore 
stesso, noto anche per altri scrìtti minori e poesie liriche, 
a provò di tradarìa dalla prosa francese in versi ; ma si 
fermò al verso 364. L' anno 1529 ne usci a Parigi un'imita- 
zione verseggiata che porta per titolo: t Sensuyt le bestiaire 
Pamours: mar alise stir les bestes et oyseanlx le tout par 
figure et histoyre t. L'edizione dell'originale, condotta 
sopra uno degli otto manoscritti esistenti a Parigi, vergalo 
nel 1285, fu procurata dal prof. G. Hippeau di Caen 
(Paris, 1880. pagg. XLIII e 159 in 8.**). Il professore la 
corredò di copiose ed erudite annotazioni; ma il testo non 
vi è né corretto né integro. Una traduzione italiana, che mi 
pare del duecento, è contenuta nel codice IV, 29 della Maglia- 
bechiana, codice che non risale più che alla fine del secolo 
XIY. Essa offre un testo, s' anche non del tutto perfetto, 
non inferiore però per bontà ai codici di Parigi e al n.** 2609 
della biblioteca aulica di Vienna ; ed ha di più una chiusa 
molto leggiadra, che forma la quarta parte di tutto il 
componimento, che è certamente tradotta dal francese, mi 
pare del medesimo stile delle tre altre parti, e senza della 
quale il testo francese manca del compimento. Pubblican- 
dola offeriamo il mezzo ai dotti francesi di confrontarla a 
bell'agio cogli altri sette codici parigini non abbastanza 
fin qui studiati, e in uno forniamo un parziale commento 
al nostro Mare Amoroso. — Le piccole lacune della tra- 
duzione riempiamo coli' aiuto dell'originale, ponendo la 
riempitura in lettera corsiva; e ove mai ci sembri di dover 
aggiungere una qualche voce, questa chiudiamo di s6prapin 
tra parentesi. 



Segue il Bestiario d' Amore di 
Riccardo di Fomival 



— 149 — 

ttSfO 14BI10 fit CHIAMA LO DIRETANO BANDO ^ ET PAROLA 
D^ A^EMPRI ET Ut BESTIE 0* L'GCELLI IN BIMEDIO K IN 
DAfl£ ISPEHANZA A LEALI E A VERACI AMÀDORI 80F- 
rCRENTL 



k 



Tutte le genti desidarano di sapere [>er iiatun; e 
he nullo aomo non puote tutto sapere, conciossia- 
eosaetie ciascuna rosa sìa saputa, si si convien che ciascun 
ippia alcuna cosa per sé; e ciò che Tuno non sa, convien 
le sappi r altro : sicché tutto è saputo in tal modo, si 
non è saputo da uno tutte le cose. Ma elli avviene 
f6 tutte le gente non vivono insieme, anzi muore l'uno 
l* altro nascie, e quelli die sono slati in qua adrielo 
tale cose, che nullo e' oggi sia nollo conquisterebbe 
per suo senno, e non sarebl)e saputo, se V uomini nollo 
pessono per li amichi. E però Iddìo che tanto ama 
ufiinu, che lo Miole provedere di cpiello che mestieri li 
61, ha dato all' uomo una mainerà di forza raaraviglìosrt, 
.1 ' ' rande memoria. Qm%U memoria si ha due porli, 
e l'ilere et udire» e in ciascuna di queste portisi ha 

QO camino» per lo quale T nomo puote andare; ciò sono 
{riatiire e parole. La pintura serve air occlno, la parola 
all'orecchie (t); anco dire, coirne P uomo (vuote vedere 



II) Di qn\ ìnoanzi il tesio fntnce<^t' dko: < p{ comeiii oti ]iiict 
I h mason memoirf fi par peìnlure ih par |>jiro]e, s'osi apiirnrii 
CM qt ineoiorie, qui cvt la ^'ardi* d«'s utsof^ì qi mmìs doito ot 
l par kitùt iVengìm, kit ce. qui eni iraspass^ aussi corno preseni. 
«ifiDt* i vienf-00 OH par p<nnmre oti |Kir parole. Car quni>l 
fott mie ésioir*» ou di^ Troii* ou autn% on voil les ft^s tles pr<?u<lomp^ 
fÉ HI airifrr* fur^ui, au^si coni s ih lus<ti*ji( pn'HCMU; i»i aiii^ì cst-il 
parole: ear fiuiini m oi I rouman!^ lire, on ejileni les avenlures Sknm 
don * eU^ fuaseal etiipresenL El puis c'oiì fait pre^t^nt fio ro qi est 
IICi|itsa4% par cv^ ^ chi»so5 ptirl-on a momoir^ voiiìr », 




ì fini de profiftooiini, 
« per parole poò 



2 ^4. ar mix aa SEmiCB mm n potete patire, 
jfctk r r-àt^ aicx :ae ^ xiea «leil^aBore, dhe fho 
a ^A. lA jm iitssM l à'ifl Offa potrei essere sì 
sr X4 ^ ivnaè^ i yéinm ^ksOsL pòg»: e come 

:<«QCI :.'«itai5«V TOIT19 siSUpT^ 111113008 Klb TOStH 

k-r^ 3 >?Y* n iBDòo inhìie 'Ine ix*^ in una: io 

T ssDiK' man t urÀt. ^jaaoàkì oan serò preseole, 

iiicr&« sr:ik> -vr sa pimiin e per sue parole mi T'ap- 

jrv^^rfic lek r./sia ]itam>ra. E perj vi mostro, come 

rat-^M.» ^.mti* la iL»mr: pintan «f papaie. Voi dovete sa- 

.vr^. ^3f Ulte r sTttnr^ 3«)qo pn* parole monstrare. e 

f titn i^srt r la pmmp» ipertanente. impereiò che la 

rfUfTì luii s poL* s«m2a puuarL Q nk^iiesòBuiieole questo 

^nu* ir zi 'aie i<HUHi2a. -.'he •iipintiin richiede. perch>{[lì 

^ 5 oanin ii 3e<iie e -f occeilL ohe megfio sono cogoo- 

^iiue liumie ^e icrite. 

tjae^iQ? <crai} si è 'X^me d re di tyanfi (2). dì tutti 
lueilì. ih' A) -'10 oundato tino qui: altresì come d*iiDO 
n?. pnniT -^ili va ftion «fi soa terra a *>ste. elfi lassa de' 
>aoi '.'fai ona partita 3 per gnardare la terra, ma quando 
vHde die QOQ ngiioQO quelli e* ha lasciati, e ft Q re suo 
bando < i. Altrersi mi coaneu fiure: che se io t' ho mandati 

ih Testo: e (HiipiR adi» •. 

(^) n Cod : il Re dibtDiie: il tnto: mrrffirf temi. 

<3> Tt*^o: < la cn^oor partie *. 

(4) < <oa arrierp bsn ». 



— 151 — 
diti be' delti, elli non mi sono tanto valuti , come me- 
ire mi sarè (1), Epperu mi conviene faje in questo 
etano scritto il mio direlano l^iando, e dire meglio cìv io 
per sapere se voi lo prenderete in grado. Che pognamo 
lie voi non m'amaste, si sono queste cose ove si de' 
ttolto dilettare a ndire h a vedere. Però che questo scritto 
1 mìo diretano bando, altresì come il mio diretani» 
forzo, si coDvien eh' io debbia parlare più sottilmente che 
tntti li altri Itiogtii. 
Altresì come avviene della natura del gallo, che tanto 
escili' elli canta di notte, più presso al giorno e del giorno 
<lel vespro air ora c^nta più spesso, e de tanto più 
Ipesso alla mezza notte: allora canta più forzatamente e 
)in isforza sua voce et ingrossa alla vesperata et alla 
jtomata che hanno nature di giorno e di notte mischiale 
ae: — e ciò significa T amore, onde Tuomo non ha 
tatto disperanza né del (ulto ispetanza; e la mezza- 
si significa r amore del tutto disperato, E però ch'io 
hù milla speranza marnai, se non «le vostra buona 
Ila avere, si è altresì come la mezzanotte (2). E quando 
ho alcuna isperanza altresì come alla sua vesperata, si 



(f^ • mi* Ui%\ f 

(S) ti C'Optala fiainii)«t' If* porole po^ti* qui in corrivo, die ci convieni* 
tgirttlkioiu' fnincost'. n \vslo slcsso piTÙ i» qui inaniante, r 
luiHf tiilla vprsimio, iliccmlo: « Car ili* lanl cuiu il cluinU» 
fUm pr^ *lf la joni<v, Av uitit cluiiU('-il )»tus sovhiI; l'i tU* larU coiii il 
ut niii* prvH iìt hi mie-niiil, si clmiite-il plus ptToiYirdieiil H [ilus 
sa %Qìx. U vespri^* el la jornée qui n milure de jor el eli* 
ed mtìiè eo^mble. Sì senefie l'aitmr doni on n' a do] loul tìv^' 
f, op del toat eapi^rame ; H la mie-niiit si senetie l'amor del 
; itefetperée. Et puis que je n* ai nvàe ei»perancp dd monde di'i^oremiiisi 
boBf! ToloDte avoir, si e^t aussi com mie-nuil. Ri quani jt^ 
fi* ti Mieutte csperaoce, si sui aussi coinè à vesprée. Si chanlo adonr|ut*H 
tCvetiemmL Et or le m*» co fieni fa ire pìu^ formenl » ecc. 



!■ -findM- ««SOS 'smvmi^ fv^pi 



Tir )»a • ifirs i Tsmi^Pt. i me lid ttt -ìrriiii voce. 

i«ia *ic2nia. ^ì;? mn nunif -eli la imuostania fiate e boq 

imiiiif :ir£Ui I Thcmar^ -ne intu ?« fipjBfìe. Et però 
maoiiii n 



•''• ''SAI m*'x : mifrn*. au onv^nie iiirtt»^>^ maggiiY pena 
^ ;itf:/f.iar :r.»; i' xc f»t" Tnqru. Et in rasuzhando vi 
'■rr;N; -lir^r. !r:' ." -;•:■ ctirtai»:' i !acLiaf^. e dirorri ragione 

La natim 'M lupo è cai«^. <!fat* ?e Tiioiiio lo vede 
iTì^niZì diK 1 lTip<~j vetraa InL 4 pi^^ il topo tutta sua 
fon» Hi :irdinie(ito. Et se V atjok) è prma sedato dal 
\np(f, M perde !a boce. cfae dod piiote parola dire. 



Ou^ta natura è simigliata ad amore d^oomo e di 
r«*miria. Chi' quando f* amore intra loro dae. se V nomo 



— 1S3 — 

pilo ayvedare clu' la remìna Tama, ella ha poi 
liuto l' ardimento del disdire, Ma però eh' io non 
Imi potè' tenere del discovrire il mio coraggio inanzi dì io 
[sapessi nulla del vostro ^ et però secando la natura 
[del lupo debbo perdere la voce, poi veduto sono prima- 
^mente. 

Quest'è una ragione, perchè questo iscritto non è 
atto in canto, ma in conto. 

Et alcnna ragione dL questo medesimo è presa a la 
, natura della cicala. r)nde io me ne sono bene avveduto (1), 
Irhe bi sua natura è tale, c'ama tanto il suo cantare, che 
lnittore cantando : ragione, coni" ella ne lascia il procacciare 
Idi sua vita: però muore. 



ttFb me ne sono io avveduto, che M cintar m' è valuto 
[),> posso dire, rir io me ne muoio. P lio prnvnl<i 
|i*tì(5« quando meglio c;mt;ii, allora mi fu ratio [leggio. 

Altresì come viene al cecero. Ch' è uno paese, laddove 

eeoeri cantano si lene (2) e volentieri che, quando 

nomo suona un' arpa dinanzi a loro, e' s' accordano col- 

r arpa e cosi come 1 tamburo s' accorda col frauto. E 

'medesimamente non diede morire; si come se dice, quando 

r 00010 truova uno uomo che canti bene (3) : questi 



n Panni ir in! *»rptin tare cns), sobiienr II i»>sto pHub nitro «rnso; 
kt ilimi jr mi* %m iitoll [tris ^inli\ C^ir si mi Iure * itt-. 
<f ) It tfxto: e à Um » 
f!l) Tnib«i*ift: mmr dtrt. 



— 154 — 
moni agiuinno (1). Altre^ (nomo) dice d^ano garzone che 
sia di booDO ingegno e bene pariante: questi non riverii 
guarì. — E però per paora del cedro e della cicala ho 
lasciato il mio cantare bando fare (2). Et ora ve lo mando 
in modo di conto (3) scrìtto. E allora dovere' io bene 
avere perduta la boce, quando il lupo mi vidde primameote, 
ciò è a dire eh' io v' amai, anzi eh' io sapessi.... venire (4). 
Lasso a me ! quante volte sono pentuto (5) per voi, dolce 
amica, io lasso! 

Ma se io potessi fare come 1 cane, e' ha tal natura 
che, quando ha resciuto, rìmangia il suo rìsciuto : io averei 
la mia parola (6) mangiata cento volte, poi mi fu uscita (7) 
della bocca. Non vi maravigliate, se io v'ho assomigliata 
la natura della 



femina alla natura del lupo. Il lupo ha più nature, che 
v' ha maggior significazione. L' una delle nature è, eh' elli 



(1) Questo perìodo va unito nel testo ali* antecedente così: e et 
noumeement en V an qu' il doit morìr. Si que on dist qae, quanl on en 
voit un bien chantant: ce! morra auwan > — in questo anno, uguanno, 
«londc il copista foco ogni anm. 

(2) Il tosto ò alquanto diverso : e Et por ce di-jou por le paor 
qo je oi do la mori au cisne, (fant je chantai miols et de la mort au 
crìsnon, ({ant je le fis plus volontiers, por ce laissahje le chanter à 
cost arrièrc ban faire et lo vous cnvoiai en maniere de contro escrit ». 

(3) 11 codice: contra: o così T edizione francese: eonire, 

(4) f à quel chief j'en peusse venir •. 

(5) t de cou quo jo vos avolo proi^, por vostre douce compaignie 
pordro •. 

(6) t proioro •. 

(7) « voloo dos dons >. 



— 135 — 

Uia il collo si intero (1), cirelli non si può volgere, se 
noti lulUì insieme; Tallra rialurd si è, ch'elli non prendi 
[preda presso alla sua contrada, ma e' si dilunga. 

La natura ha, che quando elli entra in alcini albergo, 

etti f^ entra piano più che può; e se avviene che alcuna 

ftasra (ì) si V intraversi trai piedi, per non fare rirnore 

piglia il piede e niordelo con demi angosciosamente. Oneste 

lire coì$e sono trovate in 



di femina. Che ella non si può dare se non tutta 

insieme; e questo è secondo la prima natura. E secoTido 

b seconda natura è. che se avviene ch'ella ami uno nomo, 

qttaiitf*elli sìua da lunga, si Tania fortemente; e quaii- 

I ir elli si sarà presso, non li farà alcun sembiante. Secondo 

[in terza natura è, che se ella ama 1' nomo, eliì se n iw- 

I veggia, lutto altresì come d lupo si morde ì pie colta 

JbcH^ca, sì si sa bene ricoprire per forza di parole, e 

raonare (3) quello eh' elP ha troppo lassato andare inanzi 

eli parole: che volentieri vuol sempre d'altrui ciò disella 

'iion vuole che T uomo sappi di lei, e d' un uomo, ch'ella 

non creda Tarai, si sa bene guardare. 

Altresì come la vi fiera, cIT è di tale naliu^a, che quando 
rede uno nomo ignudo, si fuggie sanza alcuna Ognra, e 
quaibdo lo vede vestilo, si ^li corri sopra e nidlo pregia 
iiknte. 



(U < roit ■ 

(t) € hriM» rlf^? fe% pi<*x i|iH noisp Oic«\ 

(%ì « racovrir > 



il s" rnvpii^v » ree. 



— 156 — 



Altresì a? eie fatto foi, bella e dolce mica, che quando 
io mi iocontrai eoo voi, a vi ritrovai d' ima dolze mainen, 
altreà come se voi mi resparmiaste per la noveUida (l). 
E qaaDdo sapeste^ che io v' amava, sì mi stavate Ben 
come voi voleste, et correstimi sopra di parole. La Doveib 
accoDStanza (2) è simigliata alPaomo vestito; chi altm 
come r uomo nasce (3) nodo, e poi si riveste quando è 
nudrìto: altre^ è Pnomo nodo d'amore e discopalo db 
prima accontanza : perch' elli osa ben dire tatto il suo 
coraggio. Ma poi (4) quan'elli è incerrato d^ amare, che 
non ne sa uscire, elli si cnopre e non osa dire di sao' 
pensieri, anzi teme tatto ora, che uomo noUo possa 
riprendere. 

Et è altresì preso come la scimia calzata; che la sua 
natura è tale, che la vuole contraflEaure tutto ciò ch'ella 
vede fare. Sicché 1 savio cacciatore che per ingegno la 
vuol prendere, si se mette in lu<^o che la scimia il possa 
vedere, et allora si calza e discalza dinanzi alla scimia, e 
poi si se ne va a nascondere, e lasciavi uno calzare alla 
misura del pie della scimia. Allora si viene la scimia, e 
vuole contraffare, e piglia il calzare per la sua mala ven- 



(1) e por la noveleté » 

(2) e acointance i 

(3) Parole tolte air originale che doTrebbero essere precedale ancora 
«la queste: nu et l' anwrs confreniee a l'fiome, mancanti nei lesti 
IKirigini, e suggerite dal prof. Mussafìa coir autorità del codice viennese 
(Jahrb. f. rom. n. engl. Ut. IV, il 3). 

U) € qant il aime, il est envolepés ». 



— 137 — 
Ioni e calzasi; et aozì (h olla si po&sa discalzerò, \m\e 
lo cardatore, e corre sopra la sciniia: è inalzata, e non |ìuri 




mucdare (1). né in albero montare. E cosi è presa. Questo 
esempio A simigliato air uomo nuJo, quello che (2) non 
ama per amore. Che altresì come la scimia h ispaieiala 
tanto quanto eli' ha ignudi i pie; e non è presa iiilni che 
Itoti è calza: altresì e T uomo ispaccìato, anzi rh'ellì ami 
per amore (3). Questo esemi>lo confimia quello della 
vìpera; e per queste due ragioni veggio bene, che voi 
m'avete fatto l»igsior sembianti, poi che voi sapesti, che 
k) amava (i) vostra gentil persona. Epperò che h sci min 
non è presa anze che sia r^ilzala, e rho la vipera corre 
I addosso al P uomo quando lo vede vestilo: rosi mn me 
par che voi dovresti fare lo contrario, che raiplinr sem- 
!»ianti dovere! aver da voi, quando voi di vostro amore 
[mi vedesti vestito, che quando voi mi vedesti ignudo. 

Tal è la natura del corto, che tanto come li suoi 
[corlioltni sono piccoli, nolli guarda, e non dà loro beccare, 
[anzi vivono pur di rogiada* Questo avviene, perchè non 
[sono di nero vestiti come il loro padre, iiifino a lauto 
[rJie ni)n simo ventiti delta piuma nera, che simiglino al 
toro padre* Altresì mi pare» che voi dovresti fare, bella e 



(ì) i rmr K 

(Si c qoi u'aitnf> mie, et le ve&iu à celui qui aiuie t. 
(3) t par dmont ». 

<i) t*i' «lue M*i.nieiUi righe siino accorcialo nel le>sio; 
il co7»lnsUo tlHJii proposizionr cIk' j^egue del corbo 



V vxm Sì è 



— 158 — 
dolce amica, che quando io fossi igoado del vostro amore, 
non vi calesse di me; e quando io fossi vestito, che ne 
portassi scudo delle vostre armi, allora mi doveresti tenere 
caro e nutricare il vostro amore, ^ chMo fossi tenero e 
novello, siccome Tuomo nutrica il garzone al dito (1); e 
meglio dovere' valere il mio amore in voi che la natura 
del corbo né quella de la scimia. Il corbo si ha ancora 
altra natura d'amore. Sua natura è tale, che quando elU 
tniova uno uomo morto, la prima cosa becca l'occhio, e 
per l'occhio ne trae '1 dervelo: e quando più ne truova, 
\m ne trae. Altresì fa amore, che nella prima accontanza 
piglia l'uomo per li occhi. Amore nollo pr«[ideria, se 
prima nollo avesse guardato. 

Amore fo simìgUante come il lione: mangia la sua 
l>reda. Se li avviene, che alcuno uomo passi al lato a lui, 
se r uomo lo sguarda. il lione li corri addosso (2) in 
mantenente, et cento volte potrebbe l'uomo passare, che 
1 lione non si moverebbe, pur che l'uomo nollo sguar- 
dasse. Dunque dico, che amore è simigliante al lione : 
non corr^ addosso a nullo, se elli nollo sguarda. Cosi 
avviene d'amore, che nullo non prende, se prima nollo 
giarda. Dunque pnmde amore T uomo dalla prima ac- 
contanza delli ocdii, e quindi perde il cervello. Il cervello 
sufica il senno, eh* è altresì sospenso (3) dì vita, che 



< 1 1 « M «kWt » ; il cmIky ik^nrBtko : artfi/o. 

\t\ Il te5io ha dì pie : < <4 5' il «f kf rv^anie, li lioiis se lint toz 
ct^!^ (Hv c^ ifr tpn^ d' am» porte mssì cose Mf$ esseipies le signor del 
monde. >ì o^ nni qe M lìoft< nsMjme soa n$ et soo re^art ìbis por 
ce f|«* il 4 rnHìrl luiP*n»MU <« a ÌMMe d^airoìr paov« si covt sos à 
r ooie. IMK^ CMMne il le rvpi^ ». 

(^' « U omWe de T ome ^strwéf <4nfe<. Car Msà eoa li es pirs 
df ne fi dMir movymmi! mmi ea ìoK et ralnrs fi émt Borrissanent 
rti liW. a«s;!4 «H«M ffi cynelir Mr«> f« iti adl f Kl émt ». 



— 139 — 

jvimeoto al ciior^ el calore dà iiutriciimeijU) al 
ffegalo: alli'esì dimora nel cierveilo senno die ria iiitendi- 
[iti3. L^ nomo e' ama» niillo senno li può valere, anzi lo 
le tutto ; e chi più n' ha, più ne perde : pcrrhe riuanlo 
[più savio è, amore lo tiene più arrabbiatamente. Per 
[questa natura (1) ve lo provo, elie meglio dovere' amore 
[vitifere in voi che la natura della vipera ne quella della 
scimia; che più tosto dovrebbe la femina amare T uomo 
IrJie fia di suo amore vestito, che quelli che fosse inudo. 
Iei io credo, clie di queste ne fanno alquante. Di quelle 
l^no. e' hanno le teste partite in tal modo, che quello che 
[laro entra per uno orecchio, escie per T altro: e là ove 
amano, si ricuoprono. 

Altresì come la belluJa, che figlia per la bocca e 
impregna per l'orearhie, in tal modo fanno elleno. Che 
quando elleno hanno uditi tanti de' belli moltetti, che a 
loro par d'essere tenute da amare, si c\illora sono pregne 
r orecchie, e elleno liglian per la bocca 



[a QiHi di^ire, e entrano volentieri in altre parole per 

ime, altresì come se avessero paura d' essere prese : 

^tol modo come la bellula che porla i figliuoli altrove 

che quive ove ella li figlia, per paura di perderli. E questa 

diretana natura della bellula significa grande disperanza 

riT amore (2). 



(i) i é^m quf amors fpsaiiible le corN^I; et ceste nature prueve 
^ ifoi* %' mìir n»iiin* i|iu ilevani lu dite deusi miiiì^ veiiicrc en amors qiie 
ih oatiin* ili* b wire f wc, 

(2) Ktì lf9tci jtcguila iincora : « e* oii no. votale oìr [tarier <Jc ^>oii 
mcslter jmet avoir <t loniìh voclle-on \ittvkr \f eì >, 



— 1«0 — 

Et ((uesta disperanza è la Datura del calandrino, che 
mi uccello che, se V uomo il porta in mano inanzi mo 
imalato, e se eli! (guarda il inalato in viso, sì è segno 
B M malato guarrà, e s^ ^i se volge in altra parte e 
Ilo voglia vedere il malato, è segno di morte. 



^perciò mi pare, bella e dolce amica, che poi die do 
iivò cif io vi pregai, che volentieri m' aresti tenuto ccoh 
giiia. iH'rch* io non parlassi di quello ond' io ero malata^ 
)HM'ò oh* io ne parlai, non m'avete guardato nel volto: 
vii mi de* indicare V uomo morto; perciò m'avete messo 
dosperanza alcuna merzè. E ciò è la morte d'amore, 
livsì i\>me in morte nullo rimedio non v' hae, co^ non 
ha punto di speranza da ricoverare amore là dove 
lonii» non attende mercè. Dunque son io morto. Ciò è 
io; ohi m'ha morto, io non so, se voi o io; se non 
AUHHidui abbiamo colpa .l\ 

Mirt'si come quelli, cui la serena uccide, quando 
.1 ; ^a fatto aiidormentare per lo suo canto maraviglioso. 

i:v : i^KMii xMìo serene: V una è mezza femina e mezia 
x'i\ :' tltni è mezza pur femina et mezza cavallo, T altra 
fu-'.j vuiiiìa e mezzo uccello [i). E cantan tutte tre 
ìm uvp.lanza. l' una >ampogna. l'altra in arpa, la 

1 irtii S\v. K >i è il lor >i-»ni> tanto piacente, che 
IO io«tii' .MI sa essere si a lungo, che, s' elli ode, 



s.i -in.^* « XI «111 i miuii.jiv 4 iKìfir |.?5 i «onl inoilié 
■^»vs.vN ^ t'^.v iH'K!»' tmie •'( ni«»ilK» oirfau* •- 



— 161 — 

W confonga ire là; e qnaod' elli v'è appresso, s» s'ad- 
mUì al caQto. QuaQdo la serena il vede addormentalo, 
^ uccide. 




dio mi pare, che la serena ahhia gran rolpa, 
quando T uccide a ti-adigione; e Tuomo ha gran colpa, 
ipiiEido Ti corre (1)» Et io ne sono morto per quella 
edesima ragione. E voi et io ahhìamo colpa alla mia 
urte; ma io non vi so accagionare di Iradigione, anzi 
heri> la cxilpa tutta sopra me, e diro eh' io medesimo 
' abbia U(xiso. Che se io non mi fussì recato (2) a voi 
quando voi parlasti a me primamente, io non arei 
paura, s'io fossi savio come il serpente che guarda 
il balsimo. 

Quest* è un serpente, c^ ha nome aspido, e sì crudele, 
le niuno si può accostare a T albero, ov^è. quando è lo 
Isimo, tanto quanf elli vegghia. Et quando V uomo vuole 
I lialstmo, si convien che V addormenti coir arpa ovvero 
;on altri slromenti. serpente ha tanto senno di sua 
tura, che quando il vede, sì si tura Puno orecchio 
Ib punta della coda, e V altro frega tanto per terra che 
empie 



il i*i croit • 



12 



— t62 — 
tutto di fango. Quando le sue orecchie sono turate, non 
ha paura che V uomo V addormenti tutto. Altresì dovrei 
aver fatto k). Et già so ben che voi sapete, come a 
^nvito (1) m'accontai con voi la prima volta; et si non 
sapea io che era ciò; se non che fu uno indivinamento 
di male die poi me n' è avvenuto; ma tutta via m' avventai 
et addormentarmi al canto della serena, ciò è al dolzore 
del vostro accontamento e del vostro parlare, al cui udire 
fui preso (2). 

Altresì come la merla, eh' è il più sozzo uccello e' uomo 
nutrichi in gabbia, e non canta se non due mesi de Tanno, 
sì la guarda uomo più volontieri che altro uccello per lo 
dolzore (3) di sua boce. E si ha anco molto più forte; 
che più genti non sanno (4) le cose che vivono, s'inten- 
dono di 5 sensi, ciò è vedere, udire, odorare, gustare e 
toccare. Et quando avviene, che la creatura ha defetto di 
questi sensi, si li ristora la natura al suo dannaggio per 
alcun delli altri sensi; onde lo uomo può vedere chiara- 
mente, che nullo uomo ode sì chiaro come lo vócolo de 
natura, e nullo è che veggia si bene come il sordo di 
natura (5). E altrea avviene degli altri. Ma nullo de li 
altri sensi non è si nobile come il vedere, che nullo delli 



(1) e à envis » 

(2) In francese v'ha di più questo perìodo: e Est-cou merveille, 
se je i suis pris? Nenil; car voiz a tant de force qu*ele escuse meintcs 
choses qui sont désavenans! i 

(3) e la melodie i 

(i) Qui sembrano ommesse le parole dell* originale : e mot Et une 
des grìgnors defautes qui soit en rìens vivant Car > 

(5) In francese è prìma detto del sordo, poi del cieco, e inoltre : 
e ne nus hom n'est si lechierres comme punais, car li nerf li vienent 
del cervel as narines et au palés par la vertu del sentir. De tant coni 
il ont meins à fuirc, de tant conoisseiit-il plus parfailcnienl de ce dont 
il s' entremelent i. 



— im — 

allri non fa conosciere tante cose» e non so recovera se 
m per boce* 

Si ('ome la talpa, che non vede |junto, anzi ha li 

ih sotto il ventre (1): ma ella ode sì chiaramente, 

nallo la può .sorprendere, eh' ella nollo senta (2). 

[inque la ristora la natura lo suo difetto per hoce. Che 

re sene air udire, colore a vedere, aolore a setta re, 

ipore a! gustare. Lo toccare serve a più cose, e' omo (3) 

ente freddo, caldo, umido, secco, aspro et umile (4), e 

lite altre cose. Et alla talpa ricovera natura al suo difetto 

voce si perfettamente, che nulla rriatura che viva, 

ode si chiaro (5), Come roteino (6), che sormonta 

!ufti li altri dt'l vedere: che è un [iìltoIo uccello (7) che 

apassa la i)arele col vedere, e la talpa collo udire; 



Wì dello odorare, che senti la carogna tre frjoTtiale 
alla liu)i;:a: la scimia del pustare; il ragnolo del loccare. 
ha anco un' altra specialità, che (8) ed una delle quattro 
che me di puro alimento. 
Uro sono li ahmenti. onde il mondo è fatto; ciò 



(t) e desoi anr f 

(Sì Purché n'esca snono: e poiir inni (pe sons cu isse >. 

(3) Cbè omo: ' Car on ». lì codice: come. 

(4) i sonef t 
tT ':: ;,' qtti brvve lacnoa il K»slo francese: e ains est mo des 

«Tnonic fouU'!^ les aulrcs k'Stt's des V scns, Car de 
is ni une bc^stf qui totPs Ics autres sonnonte t. 
fG) « tin» » 
f7l * ^n blans » 

€ Cir c'e%ì line dps iw^i^"^ \\m vi! de por plemenf » 



— 164 — 

è aria e Tuoco, acqua et terra. La talpa vive pur di terra; 
aringa vive di pura acqua; calmione vive di pura aire, 
salamandra (1) vive di puro fuoco, e della sua piuma si 
fanno drappi che non si lavano se non in fuoco ardente. 
Questa specialità ha la talpa. E T una è provata forza di 
voce. E non è maraviglia, se voce può restorare il defetto 
del vedere per... (2) li sensi medesmi, a cui ella serve ; 
che ciò è una forza come non truova se non in voce. 

In delle nature delli uccelli si truova scritto, che sono 
una mainerà d'uccelli (3), che non odino punto; e non 
per ciò Puomo li piglia al fischio et al canto, non per- 
ch'elli odino, ma la loro natura è si nobile e sì ordinata 
secondo la loro mainerà, che non puote essere che buono 
intendimento e perfetto il loro non sia, in tale modo eh' elli 
sentano. Et quelli e' hanno lette (4) le scritture, dicono 
che non è si perfetta cosa come il canto eh' è ordinata- 
mente dì tanto et si perfetto e si possente, eh' elli ha 
potere di mutare li coraggi, e de cambiare volontà. Onde 
li antichi aveano un canto propiamente di cantare alle 



(1) e (Cesi uns oiseaus blans, qui de feu se norrìst) i. Certa- 
mente glossema posteriore del copista del 1285. 

(2) H menante italiano saltò qui una riga, ingannato dalla ricorrenza 
delle medesime voci: e le sens à qui eie sert, e' est par oir; come de 
cou qu'ele restore le défaute del sens meisme » ecc. 

(3) Che questi uccelli sono le api, ci dice il testo francese : e Et 
co est escrit ès natures des oiseaus, que les es n* ont mie ole. Non por 
quant uns vaisseaus d'es est essamez, on les maine à sifDet età 
chant 1 ecc. Le lettere in corsivo mancano nell'edizione francese. 

(4) e et entendut les hautes phylosophies sevent bien combien 
musique puet, et chans ne puet mie estrc cele qu'en totes les choses 
qui sont, n'a si Tort ne si parfaite ordenance come en chant, ne si 
esquise. Car ordenance de chant est si parfaite et si poìssans » ecc. 



— 165 — 
(J), però che nullo Todia, che nolli prendesse 
talento di gioire; et un altr'o prò cantare airoficio di morti, 
dr è si pititoso, che nullo V ndia, che si potessi tenere di 
piangere: e un altro eh* era si temperato, et sì si tenea 
tra due, eh' elli non facea li cuori troppo leggeri né troppo 
gravi. Poich' è or dinanzi di tanto» et si perfetta {É\ non 
può essere, eh' elli possa passare presso dico (3) si gien- 
lite Qcceiiite, ch'elle non sentano al tasto, eh' è lo più 
generale dell! sensi, e a cui più cose servono, si com^ho 
detto dinanzi. Diuique ristora voce difetto delli sensi a cui 
ella più serve (4). Qiiesla cosa è una delle più maravi- 
gliose forza che sia trovata» ciò è canto e voce; onde io 
non ne (5)..,... ora più, e tornerò alla rata materia. Se 
ìiùce ha si gran forza, non fu maraviglia, se io m'addor- 
mentai a forza di voce. Quella non fu voce d' uccello ni 
de bestia, anzi fu voce della più bella c^sa eh' io vedesse; 
dico» al mio parere (C)* Chiesta voce m'ha tolta la vista, 
e gli occtu m' hanno imbolato il senno. 

Meglio fui preso, al mio vedere, che ligro allo spec- 
ebio, che tanto non saprà essere corrucciato delli suoi 



ti) • iBe oozzf* I tiMiica nell* originale paiiiirino. 
(f| I Et |)uU (juc anfeoimeo de clumt est si |)arfaite v 
(3^ • %[t% m f , delle npt. lì tradudorc non iiiteso, e aggiunsi< 
prtxB di «no mgrgtiosaincnte : < sì ^ientile ucce lliU^ i , in luo<;o del 
iiO ehf segui" e qui sì ordente meni !»on1 (ìììU% ^im r^ou que 
ne h v*4itenl, et >i n' onK^les mie oTes f. 
(i^ il copbta rniiicc^ aggiunse: t Ce di-jou ]»ar un iiutre sens ». 
(5) La liciiiui* a incominciare dal puntovirji:ola è sanala dair uriginale 
tBi SOI Tolla viene neU' ultima voce correlto dulia versione : i ne 
fere» u" est lrov«fe en nule ricn, s«» voiz ììùu. El imm d" autres 
a ffioorv Toii, et en vertuz ei m j»arolt'<, ci en vrriu ib cbant, 
3 o*esl or^ mie tiuf^ de parler: mès alieni vos eji sopisse nresolonc 

' • f^n mon jotenl. M'aida doni la veue à prendiM^Y oii >, 



fifi 






— 106 — 

"f ^. >h*no involati, che se AY\ trunv» !■. >{iec- 
■ ] :• vi si roir^'a a specchiarsi. Et dil^i'tlaM uuio 

': ;. >;hì irran Inltade, eh" elli dimentir^ a •.aocuR 

•: -porta i lÌL'liiirtli. e s'arresta allo <i»rcdùD 

■.rjo preM>. Sicché li savi cacciatori metiiw fi 

r:.u% via per dihberarsi da lei. Dunque dica. 



Mii [iresi» a vedere e a udire; ^x ciò non fu maravigfia. 
N II) pelile" il senno e la memora che vedere e udire 
Mino ilue porti di menaoria. e S4:*nò due delli più notnli 
^eusi deiruomo^ a uomo che manchi ii dne <fc' cinque 
NtuM l : vedere, udire, odorare. i:u>tare. toccare. 

INm U} scttare medesimamenir- fu" io preso, altreà 

-iiK i l'.'Miìo i» che s" addonuèfita al lìato della ver- 

•,ii. •'• .! -; *' sua natura, rhe nulla t»estia e si cra- 

• :•■. ': è. Ed ha uno coni.' tra'mendue li 

;. -. ^c v.ulla armadura n^n vi può durare: 

.. r 4 '- A Ardimento di salirlo ni de toccarlo 

• • \,'. .-•:.'• ouando èlli ne senti niuua al 

i, ... -.. iir ... ' » :.. r s" aumilia dolzemente per 

., ' >c . >. ;.r.'»re. che sa la natura sua. 

.: -...'^ss. la dorizella: e'I liocorno 

. .'.r' . s >* ftidormèDta in ìirembo et 



".r ■ ì« «Il ; ^ <-*n> » 



— 167 — 



quello puolo viene il cacciatoi e, e T uccide* Her que- 
^sUi modo amore s' è vendicitlo di me. Che io ero stato 
Binver lei il più orgoglioso uomo che fosse di mio esse- 
Hre (1), el pariami imqoa cfie io non avessi veduta femina 
"chMò vote-ssi avere inel tutto la mia volontà: per convento 
io I* amava così fieramente, corneo aveva udito dire die 
ir nomo amava. Et amore è cosi savio cacciatore, mi fe^ 
ella ria una pulzella, et iuel cui grembo mi sono ad- 
[>nneatato, e oiorlo di tal morie come a amore pertiene: 
è disperanza sanza merzede. Però a voi dico , dV io 
preso a T assettare ; sicché io ho la mia volontà lassala 
la sua compiere* 

Ahre^ come le bestie , poi eh' elle hanno sentire una 

volta al fiato la pantera, giammai nolla lasciouo, anzi la 

segoiscouo inflno alla morte, per lo dolzoi-e de la sua 

escie. Però vi dicu^ ch'io fui preso a questi tre 

dò è udire, vedere e odorare. Se io fossi preso 

li altri due sensi, al Ijaciare gustando, al toccare al*- 

tjnicciando: allora saria diritto addormenlalo. Allora dorme 

uomo, quand'elli nou senti nullo di questi 5 sensi. 




Et del dormire d' amore vien tutti li pericoli. Et a tutti 
li addormentati seguisele la morte, si come al liocorno 



m # 



— 168 — 

che s'addormenta alla pulcella, ed air uomo che s'ad- 
dormenta alla serena che poi V uccide. Et se io mi volessi 
essere guardato di questo pericolo, converre'mi avere 
fatto come la grua, che tutte P altre guarda. 

Quando le grue vanno insieme; tutta via una guarda 
quando T altre dormano, e ciascuna guarda awicendevil- 
mente. Quella, che guarda, tiene pietre nelli piei, però 
c'addormentare non si possa, né fermamente istare. Le 
grue dormono tutte ritte; et quando la grue non si può 
fermare, mai non s' addormentarebbe (1). Però così do- 
verci avere fatto io; che la grue, che tutte V altre guarda, 
significa provedenza, che guarda tutte le virtù dell' uomo. 
E li pie sono la volontà: altresì come l'uomo va colli 
piedi, altresì va l'uomo per la volontà d'uno pensiero 
in altro , et d' un fatto in altro. Dunque mette la grua la 
pietra tralU suo' piei, per ciò ch'ella non possa ferma- 
mente dormire : altresì la provedenza sie ferma la volontà. 
Imperciocché gli altri sensi non si fidano tanto, ch'elli 
sieno ingannati. E chi avesse così, 



non ne avrebbe paura; ma chi non ha provedenza, si 
peggiora come il paone in laido, quando ha perduta la 
coda. 

La coda del paone significa provedenza; impercioc- 
ché coda di tanto com'ell'é dietro, significa ciò che de' 
avvenire. E però dico , che coda di paone significa prove- 
denza (2). E questo conferma per una jdelle nature del 
lione. 

(1) Falla il second(^ periodo dal puntovirgola nel testo francese. 

(2) L' originale ha di più : « Car aulre chose n' apele-on porveance 
fors que prendre garde de qou qui est à venir. Et la keuwe senefle por- 
veanre >; 



~ 160 — 
Il lione ha tale natura, che sed elli vede che Tuomo 
lo caiTi. e mucciare (1) lì convenga, fiiggìe o. tutta via 
ra apprendo le sue orme colla coda e la sua traccia, non 
Jper ciò che V uomo noUo sappia giungere alla traccia. Al- 
tresì fa lo savio uomo che ha provedenza. Che quando 
Ili de' fare alcuna cosa e' uomo Ja pos^a riprendere s' il 
npesse, elli provede si lo suo fatto, cli'altri noUo sap- 
pia. Sicché la sua provenienza cuopre la traccia delti suo' 



a dire che la nominanza sua buona (2) et opere. 

)aoi[ue significa coda provedenza; medesimamente coda 

paone per li occhi che vi sono. Peixj dico, che altresì 

il paone è laido sanza coda, cosi è l'uomo povero 

provedenza. E non però s' i' avessi tanti occhi nella 

coda come il paone, si potrei essere bone addormentato 

a forza di race. 

Che io ho udito contare d'una donna c^avea una 

i_|[iaUo lieUa vacc-a , et amavala tanto , che per ninna cosa 

la vorrebbe avere perduta. Però la diede a uno uomo a 

ardaro, c'avea nome Argusso, che avea cento occhi nel 

et non dormia se non con due insieme: tutti li al- 

goardavano la vacca. E con tutto ciò si perde la vacca, 

Vùo uomo che molto Tavea amata, vi mandò uno suo 

do, che mollo bene sapea cantare (3), e avea nume 

curio- Qìip^hi Mercurio cominciò a parlare ad Argus- 



tU • fair t. 

(ff « Il bone u malt" qui dt« 9^s (Pm'S pmi^^ohl is^ir >. 

iZi • m un longc verge crous»V •. 



::ireiani oo: 

-:»niza. diiE 

•:-nza, se i 

- io m' uo 

• . '.?,mieuto e 

rie >■ ad( 

■ :.:' X. et di qi 

•'iii'iue dico 

li "it'uvero 

• '. -•• 'jiinU.' 

.ulU't ..MVil li 

..' M v».vgior 

Ul" -rV VrTil;^ 
•1 -.» ^'i '.]1K1 



— ITI — 




qoiflli 



Attre^ 
lì in (foesfa 

^Klre. die ma em Imm 
che infitaffifnle 
del padre, iman die ^ temi ^é! 

,M « peole e fcuM I 




|]^lMii#y^c«i i Ivi f» V w^ ar» 9^^ /» 

jvi rvi i perei Mr li «i ^s 3\ m iM. i^i sp ^i i v^ «^ 

• «et 

01 n tùéi^ I fM i3H^ m^^ t 




': ^ ■:•:■!•. •' ìioii hr^ 

■■!-■ :•» j-uii. Altivv 

» iìNi N. ,t n vtilah' 

!><i 'la imlli» u<N 

. r ■ 'li (.Kiiìiìt^ II»-' • 

.L\ <\)\v\ tutti hauii 

. «ho si rinrhini 

* ••-.^ìiv fla nulla 

'•:! lippa in iV 

l.' r-lli r «li l'i 

r ain«'»ri.' . 



— 171 ~ 

una medicina per saa natura, che la li risuscita. Questi» 
sa TuoniO per verità (1), ma uomo non sa rhe meilicina. 
Et ailresì dico, mia dolce amica, che io credo bene, die 
alcmia medicina sia , colla quale mi potresti risuscitare (2) , 
se a voi piacesse che io vivessi. 

Io non so che medicina sia , se non eh' io credo che 
?oi mi potresti risuscitare secondo la natma del lione. Li 
lìoncelli nascono morti, et al terzo giorno vien il padre 
a loro, e urla, e grida tanto, che li risuscita. Così mi 
pare (3) che voi mi potresti rappellare in vostro amore. 
Questo mi pare essere ricovero a risuscitare di tale morte, 
ae è quella d'amore. 



Altresì avviene del pellicano, che risuscita lì suoi lì- 
jdinoH in questo modo, t^ilr elli li ama tanto, che giuoca 
mollo volontieri con loro. Et quando elli veggiono il loro 
padre, che giuca con loro, elli hanno tanta baldanza, 
che arditamente giucan con lui, e volano dinanzi al viso 
del padre, tanto che gli danno dell'alie pel viso. Lo pel- 
licano è si orgoglioso, che si corruccia e uccide i figliuoli* 
Poi si pente e forasi il costato, e col sangue che si cava 
del costato bagna li figliuoli, e risuscitali. Altresì, bella 



(If t Cf sait-ori tour de voir i, 

(f) U Ifsto si'truiia cosi: « fors que lant quo par h naiurt' d'une 
jnirr^ii la nature d* une autre. El ori seil bum que li Uoiis l'esu- 
»% hùns et sì mì-on bien coment. Car lì liotis ne^nl mor^, el irms 
reit li |»èn»s sor lui et ensì resus€ite. Ensi mt» sembltMl que se 

Wf tob^^ nijifler a vostre amor, que ce \iw porroit bieu esire re- 
QOf I lei i p ecc. 

r3ì n codici*: t Cosi come f^adre i. 



— 172 — 

e do!c^ amica mia, avviime a me, che quando io noveÌ-| 
lameiite con voi m" accontai . qtiasi vosti'o figliuolo mVavea 
fatto; e per li belli sembianli, che allora voi mi facesti, 
sì mi parve, eh* io sicuramente vi potesse dire tutta miaj 
volontà: ma voi mi pregiasti sì 



poco , che le mìe parole pregiasti niente. E però m' avete] 

voi ucciso di morte d'amore. Ma se voi volessi vostmi 
costntu aprire e bagnarmi ^ agevolmente mi risuscitare^tiJ 
(Juclla sarebbe la sovrana medicina , eh' io il vostro cuoral 
potessi avere. Alcuna volta v'ho udito dire, che v' incre-j 
scia li prieghi ch'io vi facea; se ciò non fosse , volontierij 
mi terresti compagnia. Ma non guardando ciò. voi dove-j 
resti dire il vostro cuore per diliberarmi delle mie peneJ 
Altresì come il castorio fa , e' ha uno membro che^ 
omo ne fa medicina: e però lo cacciano li cacciatori per 
quello membro avere. Lo castorio fuggie tanto quanto 
può, e snelli vede che campare non possa, colli denti si 
lo strappa, e lassalo cadere. Lo caccialoi^e avendo dò, 
lassa andare lo castorio. Così deveresti fare voi , bella mia 
dolce amica, che se la mia prieghera ve noia, come ve 
dite, voi vi potresti bene diliberare di me per darmi ve 
stro cuore; che per altro non vi seguisco. Avendo ciò,| 
risusciterei della morte d'amore, e quella sarebbe la so 
vrana medicina per me guarire. Ma vostro cuore è serralo' 
sotto tale chiavatura, ch'io aprire nollo potrei, perchè 
non ho le chiavi in mia balia. Et voi aprire nollo volete, 
c'avete le chiavi in vostro volere. Però io non so come 
questo costato s' apra , s' io non ho delK erba , con che ilj 
picchio cava la cavicchia del suo nido. 



i 



— 173 — 
La natura del picchio si è tale, che »|iiandn tniova 
albero crepato con piccola inlrata, quivi fa il suo uidio. 
Alcuna volta viene, che T uomo va per provare quella 
maraviglia, et tura il pertugio per forza con una cavic- 
chia. Quando il picchio trova il pertugio turato, si se lo 
briga d' aprire per senno con una erba per sua natura sa. 
Tanto la c-erciì, che la Iriiova, e portala a! suo uìdio, et 
toccane la caviccliia, ed ella n'esci ftiori. E però vi dìm, 
liella e dolcissima amica, s'io potessi avere di f|uella 
erba , proverei s' io potessi aprire il vostro costato per 
[avere il vostro cuore. Ma io non so qual è questa erba, 
lise ragione non è. Ragione non già non è. 

Due sono mainere di ragione: la prima di parole, la 
'seconda di cose. Tutto abbia ragione tal potere, che V no- 
mo possa provare, una donzella, ciregli ha, per ragione 
perfi non puole TuonìO [»rovare (1); t-hè ella annienta la 
pmova. — Quale vuole? — Quale non posso dire, nulla 
[ne voglio. — Fare alla ragione a>sa, noe è già ch'alia 
' verità dire, lo voglio si poco inverso voi , che io in tutto 
Ilo perduto, e però merzè! Mi fa mestieri d'altia parte 
j queir erba , non merzè ne preghiera : tante volte v' ho 
pr^^to et merciè chiamato, che se ciò dovesse valere, 
costalo sarelihe già aperto, Dtmrpia non posso 
che cosa queir erba sia , ond' io potessi il vostro 
[costato aprire» che io potessi avere il vostro cuore. Dun- 
chiara cosa b, ch'io sono morto sanza merzè trovare, 
è vero; dunque non mi conviene pensare a ricovero. 
Ma di quello che Tuomo ha perduto s^mza ricovero, si 
piiDle Puomo leggierimenle confortare, se Tuomo ha 
speranza d'essere vendicato (2). Certo si non so, s'ella 



(t) € qti>Je ne puist dire, i^'il ti ^^ìpI, i|u' (*1l* ii' hi viut nem 

(S) Il U»*lo iiiseriMre per maggior etii^rezza: * Ei couiiieiii en por- 
rote-joii f*tre rRogiejt? i 



— 174 — 

none amasse alcuno che di lei none avesse cura. Ahi lasso t 
chi sarè si fuori del senno, che di lei non avesse cura? 
Nullo, se non fìisse della maniera d'una gente, che sono 
di natura di rondine. 



La rondine si ha tal natura, che non mangia, né be', 
né pascle i suoi rondini, se non volando, e non ha paura 
di ninno uccello feridore perch'elli la pigli. Altresì sono 
una gente, che non fanno alcuna cosa $& non' volando (1); 
et d' altra parte ellino non sono presi da nullo uccello di 
preda; perché il loro non é amore di donne né di don- 
zelle, che li tiene in vita (2); anzi sono tutti hauruti (3). 

Et fanno altresì come il riccio, che si rinchiude tra 
le sue spine, che nullo lo può toccare da nulla parte 
che non punga, et quando (4) sé inviluppa in de Puna, 
sì sa carcare ciascuna parte, perciocch' elli é di ciascuna 
parte ispinoso. Et perciò dico, che tale gente sono simi- 
gliante allo spinoso , che possono pigliare d' amore d' ogni 
parte, et elli da nulla parte puote essere 



(1) Aggiungi del testo: e neis amer ne font-il, s'en trespassant 
non. Et tant conune il le voient si lor en est et nient plus ». 

)2) Il testo: e qui les tenist mie ». 

(3) e mais sont à toutes ouni. ». Il menante italiano credo abbia 
strambito la voce del traduttore: < honnuti »; ma non essendo certo 
che lo strafalcione non sia del traduttore, si vel lascio. 

H) L'edizione francese: t quant il se toelle ès pomes ». 



— 175 — 



[). Dunqua tal gente me ne polrebborHi aiutare. Ma 
Tendetta mi sarebbe più noia dio conforto; che io 
lerei anzi che ella e io fosvsi morto , eli' ella amasse al- 
trui che me, ch'ella me T avesse disdetto ; che vorrei 
dunque eh* ella non amasse altrui che me. Or come dtin- 
le ne potrei essere vendicato ? Io non so , si non eh' ella 
pentesse del male, il qual m'ha fatto traggiere. Cliè 
ina mainerà di vendetta si è pentimento (1). Ihmqiie vorrei 
'ella si pentesse, secando la natura della calcatrice. 

Calcalrice è un serpente arrabbiato; e sua natura si 

quand'elli truova uno uomo, si lo divora, e poi che 

ha divoralo, sì lo piange tutto tempo della sua vita. 

Utresl Yorrei che venisse a me, bella e dolce amica: io 

lo uomo che voi avete Irnovato e divorato (2). Al* 

come Tuomo hae sanza travaglio quello che truova, 

sono io che voi m' avete per niente. Si m' avete di- 

e ucciso di morte d'amore, vorrei, se esser pò- 

che voi ve ne pentesse (3) e me piangesse colli 

oeebi del cuore; e cosi potrei essere vendicato al mio 

grado. L' altra maniera di vendetta non vorrei io in nullo 

modo, e non però in questa maniera medesima dotterei 

^^e l'altra non sopravenisse. Che lieve cosa è, che, se 

^■a remina si pente quando ella ha lasciato il suo le^le 

^^^^^flyTt Irnto iìggfiingp: < el IwpI se venge de son anenii qui r aiuaìnp 
_|ttvyii' ni rrfx'ntir ». 

fi vprMofie coixr^^r* il irsio : € frovr el voìreuieiU Irové i. 
supplemento suggerito (ìnì ìq^ìo hmcem. 



— 176 — 

amico, UD altro la priega ch'ella li Tottolea a meno di 
'nvito (1). 

Altresì come avviene a la calcatrice e a uno altro 
serpente, e' ha nome idro. Questa idra ha molte teste, e 
se Tuomo li taglia una testa, sì ne rinascono più. Que- 
sto idro odia di mortale odio la calcatrice. Quando vedi 
la calcatrice non ha che mangiare, elli si pensa che lieve 
cosa è a mangiarla, e allora sMnvolgie nel fango, e stavvi 
come morto. E quando la calcatrice lo truova, sì lo di- 
vora e lo 'nghiotte tutto intero. Quando V idro si senti 
nello corpo (2) alla calcatrice, sì li rumpe il budello, e 
esciene fuora con grande allegrezza della sua vittoria. Però 
dico che appresso la vendetta del pentere dotterei, che 
r altra non sopravenisse. ChèM serpente, che ha tante te- 
ste, signiflca colui che ha molte amiche, cora'elli ha ac- 
contanze. Oimè! che grande signoria è questa, e come 
tale gente sono queste di gran cuore, che tante parti ne 
puote fare (3) : ciascuno noUo puote avere tutto. Non per 
ciò (4) se ciascuna n'avesse un piccolo boccone, sì se ne 
farieno tutte liete. Ma io credo nulla n' abbia punto , anzi 
le serve tutte a'nganno. 

Altresì come lo stolto, che porta il fiore in mano, 
che a tutti lo proferiscie e a nullo lo dà, né lascia. G'al- 



(i) Il codice: e chella liletoUea ameno dinvìto >; il testo: e que 
eie li otroie à meins de dangier ». Oltoleare per ottriare ricorre fre- 
quente; etolleare m'è nuovo. 

(2) Il testo: e ventre ». 

(3) La versione migliora r originale : e qui a autretant d' amies com 
il a d' acointances ostes signorie; et com tieus manières de genz soni 
de granz cuers qui tant en peuvent Taire de parties ». 

(4) Manca nel testo francese ciò che segue fino a: e Ora tornerò 
alla mia materia », e che mi sembra certamente versione dal francese, 
non aggiunta del traduttore. 



— 177 — 

leno il dovrebbe lassare in uno luogo, s'elli volesse fare 
Idiritto. Altresì senono tale genti le donne e le donreUe 
Fdel loro more. Et non però, se elli ne lasciassono in eia- 
l^amo luogo una partita, si non crederei che buona coni- 
' pagnia pote^sono fare. Altresì conae V uomo dice di colui 
die s' intramette di lutti mestieri, et nullo ne fa bene* Ora 
.tornerò alla mia materia, hi vorrei che quelle che fnnno 
[laoie parti del lor cuore, fosseoo si concie, che1 cuore 
Vsi partisse loro in ventre. L'altra natura de 1 idra è: 
[quando ella ha perduto una delle sne teste, sì ne rina- 
^^rocii) più (li di se!b_\ Questo accrescimento significa, che 
lo Bigannalore ne iiganna uno, elli ne 'ngannarà più di 
j; e incannandola una volta , la 'nganneni selle. Però 
i, che la mia donna si guardasse di cotale idra; per- 
10 troppo ne dotto, e ispecialmente di quella che più 
!«' annuita , quella che più dura. Madonna, aiutami a va- 
llerà quella che più dura; madonna, soft'erile, clr io sìa 
Irò cavalierL Se la donna non va al suo amieggìare, 
gii>^lrare, e mangiare, et bore, o a usare vestire inanzi 
fa tante genti : che alcuno gliel redica , elli non credere , 
[rhe r aiuti a valere. Di questa maniera di gente vorrei. 
|rhe la mìa donna si guardasse ; eh' elli non i^ranno me* 
[lio della vipra a colui di cui ella è nata. 

fipn è di tale natura, che mai non è lieta, iofìno che 
aon ha ucriso il padre e la madre. La femina impregna 
la bocca del maschio in tpiesto modo. Che '1 maschio 
mette la testa in gola, l4 ella lì strappa la testa colli 
denti, e ingiottila, e di quello impregna; il maschio ri- 
mane morUì. Et quando la femina viene a figliare, pel 



fl| Di qui inmtm (* lino u: t La natura delk scìniia » manc^ w^\ 
un rigo M^nnesso, 



— 178 — 
costado figlia; e cosi li coDvieoe crepare e morire. E però 
dico, ch'una mainerà di gente sono, ch'io posso chia- 
mare vipra: altresì come la vipra uccide il padre et la 
madre, anzi che sia nata; cosi non puono venire a nullo 
valore; ech'elli fanno valere, s' alcuna cosa vogliono. Di 
questa vipra, che tanto v'ho parlato, vorrei io, che la 
mia donna si guardasse; e si non son io, chi li è vipra. 
Ma se madonna n' ha nulla o cotanto , vorrei che avve- 
nisse di lei e di me altresì, come avviene alla scimia delli 
suoi figliuoli. 

La natura della scimia è tale, ch'ella porta tutta vìa 
due figliuoli a una ventrata, et amali amendui come ma- 
dre, et così li nutrica. L'uno ama sì dolcemente verso 
l'altro, c'ama sì poco a comparazione di quello c'ama 
cotanto, come padre che l'uno ama e l'altro odia. Sic- 
ché '1 cacciatore, quando la caccia, per sua voglia non ne 
perderebbe; ma quello, che meno ama, sì si lo reca in 
sull9 spalla, e quello, che più ama, porta in braccio; e 
fuggie tanto a due piei 



quanto può. Quand' ella è istanca d' andare in due piei (1), 
sì le conviene perdere e lassare quello che porta in brac- 
cio, che più ama, per fuggire con tutti a quattro i pie; 
et ricieve e guarda quello che in sulle spalle porta. Però 
dico, bella e dolcissima amica, che se voi avete accolto 
in vostra compagnia alcuno che sia della natura della vi- 



(1) H testo di più: < et quMl Ji covient à force aler à un piez >. 
n menante avrà Ietto le quattro aste della cifra romana lUI per e un >. 



— no — 

ira^ de Tidn, o del riccio, o della rondine. 



che 



r'amreoìsse di lui e di me come avviene alla scimia de' 

lini dn** ligliiioli: che perche voi ramiate piiì di me. sì 

perdrele (!); avvenga ch'in credo voi ramate meno, 

la quello che più amate, perdrele più tosto, E di ciò 

liro ragione perchè. Perocché ctli non si tiene a voi. ma 

roi tenete lui; che tanto come voi farete la sua volontà, 

ato v'amerà; et quando voi volessi cosa e' a Ini non 

l^iac^esse, elli $i partire' da voi con mal talento, altresì 

>me s'elli avesse corrnccio con voi per s'anrle ea^^ione. 

hmque non si tier»e elli a voi; anzi ne seguisele se<*iMìdo 

5ua volontà, e non secondo la vostra. 



fConlintui > 



Giusto Gkion 



iU Qol icguilft m fhincp«e: f ci joii r|t»i \m^ :uih'*> iiieifiv nrien- 
k too^ »: [m nmmsi tulio fino n\hì \oa' - niiiK|tn" », 



V.AJE5.IBTA 



DI GASPARE Liceo 
E DELLA TRAGEDIA DI SANTA CATERINA 

LKTTEItA 
VL CllMO COMM. FBVNCESCO ZA3«BRrNl 



Prffia1i&»iiiio %uor Giiinui^nd^lort' 

La lettera a Lei sciitta dair egregio signor Gazimo, 
pubblicata a pag. 730 e segg. del Propugmiore Voi W 
mi fa ritornare sull' argomento della Tragedia tU Santa 
Caterina, di cui dissi nel mio discorso sulle Rappresentth 
zioni sacre in Palermo ne" secoli XVI e XMI: e massime 
sul palermitano Gaspare Liceo, ora pel signor Gazzino in 
forza degli argomenti da lui messi avanti, dubbio autore 
di essa Tragedia, la quale in un* antica stampa di Forlì 
porta già il nome di un Livio Merenda. Nessun dubbio è 
ila avere, o illustre signore, dopo i riscontri dati nella 
dispensa 6.* del Propugnatore, che la Tragedia di Santa 
Caierma posseduta ms, dal Gazzino e stampata in Forlì 
nel 1620, non sia proprio qnella stessa cbe sì ha in que- 
sta Biblioteca Comunale, ms, sotto il nome di Gaspare 
Liceo, e della tpiale io diedi conto nella dispensa 2/ del 
nostro Periodico, Ma, se assai favorevole al Merenda è la 
slampa di Forlì, non leggieri argomenti restano lnt(a>ia 
pel palermitano scrittore; più valevoli a mio credere del 



1 st 



— 181 — 

porta Del firootespizio quella stampa, non fatta 
il Merenda, ma, lui raorlo, da un Malalesta 
iaui, il quale trovata forse la Tragedia fra gli scritti 
lei Merenda la credette opera del suo iMjncittaditio teologo 
e poeta, e cosi la die fuori dedicata al Vescovo di Pesaro. 
Argomento validissimo sarebbe stato certamente se la 
slampa fosse stata condotta vivente il Merenda, e non 
dopo la morte si del Merenda che del Liceo, il quale nel 
1640 era già morto da un anno, siccome ci testimonia il 
Jklongitore, e sino a pochi anni addietro si leggeva sulla 
pide sepolcrale nella Chiesa di S. Giacomo in Palermo. 
Il ras. di questa Biblioteca Comunale è anteriore al 1600, 
stante vedersi nel frontespizio aggiunto di altra mano a 
quello di Camtdo) della Chiesa Maggiore di Palermo il 
lo di Parroco della Chiesa di S. Giacomo, degnila 
ebbe il Liceo proprio nel 1000: sì che molti anni 
che uscisse la stampa di Forlì col nome del Me- 
qui fra noi si teneva da tutti autor-e della lYagedia 
Santa Caierina il Liceo, ed egli viveva quando questo 
L*e della Biblioteca Comunale portava il suo nome, e 
apparteneva a lui slesso, che vi aggiungeva altre 
poesie morali e religiose che vi si contengono. Il Liceo 
era ben noto sin dal 1384 che pubblicava in Palermo la 
Rttpptuenlaziofàe di Santa Caterina, ristiimpala per due 
trulle anche a Venezia innanzi al 1620 che venne fuori la 
atampa di Forlì: ma del Merenda non pare avere goduta 
bota ai suoi tempi di scrittore di sacre rappresentazioni; 
ft perii Don mi è riuscito fra circa una ventina di Happre- 
sealaziom« Ti'agedie, o Interraedii di Santa Caterina, notate 
dìll^ Allacci nella sua Drammaturgia (1), trovare il nome 




(M V. MUce pritm, p. tìO, 6t, 188, 336-37. Roma 16G6. A 
d<»ii* fftdlrt prillai .%i lopf^e il hójik^ ili»! IJcrn pi- In Riip|ìn*sMi- 
r, ^*ià rtlila, ili Sania Cnstìna. 



— 1S2 — 

del Merenda, né anche per altre romposizìoni dramiìiruirlie. 
Poi, nella faccia retro del rronlespizio del Cod. 99 il i9 
di questa Bibliolei^a, nel quale si ha il Martirio di Sasita 
Caterina di Bartolo Sirillo, si legge a note chiarissime 
que.sr avvertenza: « Vi è no'altm Bappresenlazione di Santo 
• Caterina a penna, recitata in l^lenno Tanno 1580, La quale 
» fu composta da don Gaspare Liceo, Palermitano, Canooìca 
> della Chiesa Maggior di Palermo: il quale pure fece la Rap- 
» presentazione di Santa Chj-islina stampata in Paleitno 
La quale avvertenza pare di mano delP A uria, erudita 
siciliano, che moriva a 6 dicembre del 1710. Né cretaj 
chiarissimo signore, essere men valida quesl" altra leslimo- 
nianza de! Mongitore, il quale cosi scrisse del Liceo neUa 
sua BibhoilkeCQ Sicula , t L p, ISl, 152: 

« Gaspàr Liccus Panormitanus Sacerdos, Sacrae Theo* 
logiae Doctor, Pontificii ac Caesareì luris cognitione insignts: 
vir non modo in gi'aviorìbus studiis dnctissimus, veruni 
etiam et in amaenioribus abunde versalus. Poesim tiiin 
Latiiiam, lum Etruscaiii egregie coluil magna cum laude. 
Pmeclarissiraa proraerita primum ad Canonicatiun Ecclesìaf 
Panormitan.Te, inde anno 1600 ad Parochi munus Ecclesi» 
S. lacobi in eadem Panormitana urbe virum eximiam 
evexere, Obiit Panormi i7 lulii 1619 annum astatis agen^ 
70. In e^dem S. lacobi Ecclesia tumulatus jacet: ubi tur 
legitur mscriptio: 

tì Ih Gaspari Liceo Panormitano viro tum pietaie m 
iJeum, cui Sacerdos, Canonicus. Parochus se devovit » clr 
i-issimo. cum divini totius humanis luris consnltissimo ; (pà 
severioribus studiis tragicos quoq, sales etruscos Poeta 
adniiscuit, ut liac etiam parte genus hominum docerel, 
causam crede, qu3B prima habetur, hoc amorìs monumen- 
tum posuere, Vixit annos LXX, menses.» dies,.. Obiit anno 
nomini die XXYII lulii MDCXIX ». 

Edidit Italice: 



— 183 — 

Happresenta:iofèe del Martino di Sania Christim K 
f'nnoi'mi ittslanU* L;mreiilÌo l^egolo 1584 , ìii 8.*' ecc. 

l'erfecil ac lociipletavil opus P. l). Theophili Folengo 
Mautuaoì Monaci Ca^ìnensis Ìnsci ìpli: 

Hafiresmtazioìèe ddla Creazmie del Morula e r cUtre 
opere di .V. .S\ fìftì) alf Iticarnazione, tktla r Am della 
l*inia. 

Scripsit etiani nosler Gaspar italire, s*^d non edidit. 

Il Marfino di Santa Caterina, Tragedia, pliirìes 
Panonni magno ciim civium plausn in Spasimi Tlieatm 
enfiosita, ac multoriim inafiilins leritnr Ms. 

Scripsit tandem 



Il Giorgio 

V Àllessandra 



Tragedie Mss, 



Il natanti dal Mongitore che la Tragedia ms. di Santa 
Caterina già andava per le mani di molli, porge, secondo 
mio avviso» il filo onde iihroglìare la maUiasa trovata dal 
Gazzioo. Conciossiachè, niente dìflScile die il Merenda fosse 
stilo da gesuita in Palemio, o avesse avuta in Roma copia 
déDa Tragedia del palermitano; e, conservata questa fra 
te «e carte, uscisse poi col suo nome per bona fede 
deir editore che ne curò la pubblicazione e la stampa del 
1820. Senza altre testimonianze sincrone che valessero più 
della «letta stamela, non eredo, pregiatissimo signor Com- 
metidatore, starsi per ora la ragione più pel Merenda che 
pd Liceo: e Tessersi la Tragedia di Santa Caterina rap- 
preseiilata in Palermo col nome del Liceo sin dal 1580, 
cioè qtiaraoranni innanzi alla stampa di Forlì ctie fu la 
pctnia e unica edizione di essa Tragedia, mi pare argomento 
die esclnda anzi ogni dubbio di appartenersi essa al teologo 
ditano anzicchè al forlivese. 



— 184 — 

Ringrazio poi per mia parte l' egregio signor Cazzino 
di avermi fatto sapere cosa ch'io ignorava, e di cui non 
mi aveva dato sentore il libro delP Allacci; e ringrazierò 
sempre Lei, mio rispettabilissimo Signore ed Amico, della 
squisita gentilezza con che accoglie le nostre chiaccherate. 

Voglia intanto bene al suo 

di Palermo, a' 16 di Aprile, 1869. 

devotissimo e affezionatissinw 
V. Di Giovanni 



DEI NUOVI BLEHNTI DI 6RAIIATICA ITALIANA 

DBL PROF. PASQUALE GIUS. PIAZZA. 
AL CH. SIGNORE 

SIC. PROF. LUIGI SAVORINI 

Illustrìssimo Signore 

Discorrendo con intento onesto e con urbanità esem- 
plare, nella dispensa 6.* del Propugnatore, della 
grammatica italiana del Prof. Piazza, Ella, a pag. 765, 
ha creduto dover dare di fianco una botta a me, che 
non v'entravo né punto né poco. Uso a lasciare pensare 
di me ciascuno a suo modo^ ora me ne incresce solo 
per questo, che, non leggendosi ivi il mio nome e non 
vedendosi chiaro dove vadano a parare le sue parole, 
altri potrebbe addebitare al buon Piazza quella ridicola 
burbanza, che V. S. appone a me e che V é parso di 



— 188 — 
scjonfere tra le linee della mia lettera al Bonghi (1). 



Veramente e la prima volta in vita mia che m' è toccalo 
a udinnt dire che io mi tengo in dirilto di darmi alimi 
per maestro grande ed infallibile, di fallo proprio inco- 
ronamiomi e mitriamìomi tale, e dispemando a larga 



(!) CriNlo dover dichiarare, cht\ iiienlre io ho VfrainenM* voltilo 

toccare in alcmia cosa (a lettoni del Prof. Buscainu aJ Bonglii, \n'rv\\ì* 

•eritta sul medesimo argomento o \mx\\v vi *^i Ricova iiit 

pi!seotaiiii« haiatiio tropico iiuiitt*rost> e a troppn Ijuoji iui'rci»k\ non Ini 

p«r6 ifllf^u indinzzare a lui le (>iirole 4 io iioo so al!" iiicuulro, se quelli 

> che, di Éatto ()n»j)rjo incoronandosi e lyitjiandoì^i grandi ed inlullibìtì 

iDae<itn< dispensario a lar^ mano e per totlu lor grazia le paleiiti ili 

ipioninui £k1 otmuiio che non »*ac:qooli trìincfuillo alla toro nij^ioiie^ 

jiaHaiiì (fd o^tenno H?mfirc can ahhusfauza tìiioii tliritlo: » h quali 

d* allrii jiarfe i<» credo non potersi ifUeiidt^n* iMqspuje riferite ali" i^^'^re^io 

\*Tnt WvtuiK n^'Hr» sli'ssf» \\\m\u che a oissun' altra persona in particolare» 

mipi'nicchr' snidiniuii dover apparire chianHnente clir^ t|ui j;i vuol dire 

j in srriMTali* di que' cnlici imojleninli, i quali non sanno jvolTerire in nes- 

«aa mmlOf che nJtrì dn' loro giudizi dissenta. Le f)aro(e che voUÌ fossero 

m\v^ In Himn particolare sottolineai; nù rrwlelli s'avesse da ininiinar 

ptTfhe inferi trattar solo delle cose. Come lecì appnnlo qoandn 

drlla i|ruor««ile pedanteria, ta (piale s' è falta signora dejrli sindìì 

e votii riferire alle asiiemonì l'atte nelle pubbliche discussioni, 

|ì irofioste, agli ordini aflastellali, ai prop-Mimi niandiMi attorno, 

Civntinua che é nelle discipline degli e^aniì, a' Irnttì ipiasi 

non di»! rfr^ofnofà chi! st! ne ItaJino. Non uf inquieto |ioi se altri 

lenfà o|iiiiione contrarla, ma non vo^che ci sì vegga dentro nìssuna 

I |M!nofiilit& e QÌssuna votont/i di offendere, imperocché anzi i|uelle \m^i\\v 

' ini pÉÌofio meno offensive quanto pi(i M>no a generahlità riguardaiUi. 

Oue.ne rete, che icnssi già al Sìg. Prof, fìu^caino medei^imo in 

15 con**^te maglio, inleudo aver qui poste nel solo pRifìosito 

dere LtUanienie chiarv le une intenzioni; e nun credo tlovi^rmi 

•re tfopiR» affanno di ciò clu' ri;:aarda ine, ifiiperoccliè Inqijjo 

tuflie I- poco utili parole s'avrebbero a dire, e d'altra parie è facile 

il «eden? che li* convinzioni non si nnutano per calor dì frasi^ ina solo 

fm terilà di armamenti. 

L Savobim 



— 186 — 

^flfifa/? e per tutta mia grazia la patente (T ignoranza ad 
ognuféii chi* non s' aniueti traj^uillo alla mia ragium ; 
io, ciie ùjvéce mi sono tirato già fuori dal rainpo dell*? 
lettere, appunto percliè in huona coscienza iiod mi reputo 
neanche scolare. Se V. S. avesse avuto un po' più di 
pratica meco u colle cose mie, é sarebbe forse avvedalo 
che non il presumer troppo, ma il troppo diffidare di me 
è il mio peccato capitale. E se qualche volta chiamo, più 
che non si soglia, le cose col loro proprio nome, è fran- 
chezza, un pò" brusca se vogliamo, che non mi riesce di 
vincere, perchè nata a un corpo con me quando ebbe il 
capriccio di raetfemii al mondo la mamma natui*a. Ecco. 
per esempio, io adesso non so dissimularle che tutt' altro 
rimprovero potevo aspettarmi da lei dopo che avevo 
letto, cinque pagine più in qua, che la dispotica e pedata 
tmca ignoranza s' è impnnemeìUe fatta signora degli 
stadii, cosi malandaìi in Italia, che il senso retto ne m 
o dismaiù e (fnasfo, o affano perduto; cK è una patente 
d' asiriitiì appiccicata a tutto il bel paese, a petto alla quale 
quelle, die \\ S. dice dispensate da me a singole persone. 
avrebbero aria di carezze amorevoli. E le c-onfesso che 
io sarei stato molto curioso di sentire iin po' a spiejrare 
da lei in che consistano gli errori della lìronuncia toscana 
sul proposito delle consonanti doppie, che il grammatitX) 
Bembo, il granunalico Sahiati, il grammatico Buommattei, 
tanto tempo innanzi al Figlinesi e al Lambruschini. rico- 
nobbero rafforzate e però da far sillaba, secondo ragione, 
colla vocale seguente. Ma V. S. se ne passa con uno scat- 
tedrare un po' troppo pitagorico o papale, dando dello 
spro|:»ositato al popolo meglio parlante della penisola, senza 
un flato di ragione, a cui altri possa tranquillo acqaetar^i, 
e quindi di fatto proprio inroronamlosi e mitri a tufosi ben 
altrimenti grande ed infalìibUe maestro, neir ora appunto 
che avrebbe fatto molto meglio al caso richiamarsi anzi 



— 187 — 

alisi meniti h parabola evangelir;! df*lla trave e del fiiscel- 

. Oli. min lìverito Sig. Savoriiii! in Ispa^iia, tri Fraii- 

in Germania, neir Inghilteiì'a ecc. parlare degli errori 

ita pronuncia rasUgliana, parigina, sassone o londinese 

t»be ridere ; in Italia invece vedere a scrivere con 

Iti imperturbabili^ di coleste cose un uomo della sua 

[qualità, stringe il core; perchè, scusi, mostra che, non 

dia il tempo deir amtrchia letteraria sia comincialo, ma 

(quello della pedanteria non è peranco finito! 

Perdoni la confidenza che ini sono presa di diligerle 
[{iiesta lettera, che vorrei per sua cortesia e a scanso 
iV ogni equivoco vedere stampata prossimanienle ne! Pro- 
pugnatore , e mi creda quale di tutto cuore me le 
pniferisco, 

Trsfiafii, li 1 inii;ii,'K* liri \m\\ 



L Savorini 



devothsimo e obhligatissimo 
Ai.BKBTO Busca INO 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Ammaestramento aita Chrazùt- 
tu\ Usi*) atfì'ihuih a! Cavalca, 
pubblicati) e annotato i^er rara 
di Camjllu Bflij. — thvi- Ligu- 
re, Ikthìiijmtì. 1869, in H. 
È un il li 1X4» li'iilo rho T olito- 
li- giudint (i«^l Cavnlcd, \iVTchv in 
ìitvt ,f/fv.fo volumi' Camnateiue 
Cifilo Sfierchìf} di Crof^f. V vp\*po 
%v^ì\nr prof. Bt^lìi ct*rcò t/ua v mia 
VA' i-f: nr fosisf' stamim, ntn non 
gli accadde d\ ritrovarne «ilcuiìa. 
Sf* tutuivia éjrli iivps^ie consutlalo 
In bibliOjfrnlìa do" due prijiii s»t{»U 
della ììngya (lmÌìz. 3/, Bologna, Bo- 
niagmdì, !K*ì6), avrebbe vislo che 
vi se ne allegano Uim a sette edizz. 
tra iniliclie e jnoik'rne eoi l itolo ili 
MtjHfc drlf'(ìrazi<mv, o La Vòrtr* 
di Dio. h\ tutte le siaiufn* si divi- 
de in xi\ CtipitoH; quesUi invece 
li' lia dieci soltstnlo, perchè dìver- 
silìta ila' ti'sii stampati uelb parli- 
KÌone delle ma Ieri e. In line pen'« 
tuaiica ili olire a tre i'apiloli. 

Le bibliogralìe per gli studiosi 
sono itidìspensabili, sìngola niie ole 
|*er certe specialità di lavori: esse 
soglioiisi a|j|ìellare i fi'rri di bot- 
ta/a. A rag. d'eji.: si» (piegli che 
tlesrnsse un ms, coiitenetile la Di- 
sci pfitia tUyti Spi rit itali di fra 
lft?nu'niro Cavalca, che sta nella 
Biblioieea l\. di ManJova (V> Gior. 
drlie lìibtiotiuiid: tìenovii, 5 Mag- 
gio, lHf>9j e ne annovera finivi le 
ìHÌht., avesse coiroscinlo In pre- 



ci el tu Nhìiogralìa, non avrehbt* ciarlo I 
asserito che — nr fu fatta una] 
ftrima tdiziotit a fir^nzf nel 1 187; 
poi nn' altra nel 1537 ed un* altra 1 
nel l5tHt, cui t^nn^r dir irò i^rer^X 
chit allrt — Innanzi a quella dH [ 
1187 avreUU» veduto cUv [lor dut» 
se ne registrano senza veruna norn 
lipograticii, t*he reputanti le ina 
aiiticbe: e dopo quella del 1487, 
ali re del t itHI e 1 Ìl)l. Alle ^iliiioni I 
poi liei 1537 e t5tì9 noi non sip-J 
piamo che lu* (t'waer dictm /io- 
rccrhic aìire, lie non se quHh del j 
Pagi ialini da lui ricortlata appn'.sus<i,] 
♦* i' idiinia del Silvestri. Ma di c*t-l 
li\sie materie non si può jvjrlare a [ 
casaccio. Da ciò ne risuHa che le ] 
bibliografie non dehl»ot)0 wmiei ^'ra- 
ve colpa «le' sigg, biblioteca» hi nuifh j 
care giammai negli srafTali delle | 
pubbliche librerie. 

Opere poéticlm. </* Francesco Ca-J 
l'ozzi, Volume stennda. — 6o/a>^ 
gna > Ti j¥}(f rafia ddk Mme , 
\Hm, in «; Di pagg, 336. 
Del priniQ volumi* di «jui**li? ] 
Own' jutetidu' si toccò alla jag- | 
Ì<10, imno primo del l^fVpuynatftrf. i 
Compilila interamente la raccolta,] 
il cln* avvern^ col ìeno volume, oài 
jia rieremo, secondo cbt» ci fkarrà 
«convenevole , del merito speciale j 
dell" illustre antorp i» delle ^^ue po<*- 
sie. Per ora sìam paghi dell* an- 
nunziare cbe in pesto s*»condo voi. 



— 189 — 



tlanno: im pOMiirttn in oUiivr, iiith 



-Cftfiii 


,itlj(rtff VUfift'l 


fdHu 


Sonrili: Niyvf, 


tra (41*1. .. 


:hii r T^*^ Mdo* 


drammL 





L'Assedio ti* fijt'h . itat'wni^i 
dd stcoh \n\ di B\RTnL0VMEO 
Funi.— Fnrl\. \%m, in 8. 

qiii fV tn* soli fascicoli, in 
:Ì6ti. tir ci nimrrpiru» con- 
ti Mìltanio d iHfHHJiiziarki, liser- 
tniifl^K^i a l.tvoru liiitlo di |iiirl,irnp 
JBlsiiiimir', Prr quel chr .m' nc' |iuó 
arfomeiiUin' dal ;riii |iiit)liÌicaUK ci 
iMifl kf oro 4>stij lod(*volt% «' rlip 
»* iBomni a ^niridc pezza ddìla 
(wru* (lidia iimiHTosii lnr- 
b' miNtrmì r»muuizipri. 

Intorno ali unUà drifa ftutjuu 
ila-* uixui, Os if' r t>a zio ni dei / * rof, 
\u.ssamjii() Uonì:a<;ua. — Ho- 
k^na. I8f»i), iti 8, 

Fni li* telile «' dfvi'Tji** strili un* 
poiiliUc^Kf intorno alta \\ìVf\m 
#aUi ptjpoiita Man^conism;», qiit«si:i 
* ■" ■ ^ìg. prof. Uoncaplin ci 
ima delle più assi»nnale e 
voli, r.olhi scorili di una ^h&a 
f»;fli c-HjHJtji* fninraiueril^' le 
wm giuste rminioni, né teme di 
eoBdiddire oli' uvvìm^ d'uomini se- 
Li iftiilp co«^i vuoisi lodare 
iit perebè torna sempre jriov»*- 
fole atscnicn* i ili verni |>areri e 
» pmprii con qnelb 
f pnitlenza che spetlano 
a daneiiii raleiìtiunno II libro del 
il|[« proC B' tiintmiio in- 

^omam^n^h no i) essere 

irato iD utolu ci>n2iidenizioiie : è 
WS prota tncontraM;dii]e del sua 
ìafPinio e del nobile "ii^nlirniMao 
fffv» h <{ìp\\ih del proprio lioffiiag- 
|jb, itnlJmenlo niir (rop|m dìscn- 
ittKÌlito ogplj da una prm patrie 



[ Di Lippotopo t' di Laszaiv Oa- 
eoitecrhi, Nf>vt:lhU4> ciììi alcuni 
PiwerbiL — /n Vanczia, i^' ii- 
pi di Lauro Merio di G. B. 
(1869), in K. 

Kdizioue eseguila tu nuin. di 
<oli -àfless., e cioè i in pertjame- 
na, H in nirLi mbrala , ed 8 in 
I carta pavé velina. L** nmelle sono 
amenuui' d'rirputeulo faccio: lo 
stesso tipojrralo elilw» cura delb 
slatupu. 

Cinque No^edetk dttl canU Lo- 

RF^Nm Mag.vi.ottl — Livorno, 

Vigo. 1869, //( 8. 

Splendida e nitida eilimne prò- 

curaiÉÌ dair egrejjro brhliolìlo signor 

Oiovanui Pa|ìanti. Se ne iinpress<To 

soli Ì2 ess., dei i^uali W in carta 

gialli d'America, 14 io carta papale 

bianca di Fabriano, Ire in cart;i in* 

glese da disegno, cinque in t»ergìi- 

Rietlji, Le prime due Novelle si tras' 

<^ro <lalle L'ikvt' famitiari, le 

altre dalle Lettere contro VÀkixnm. 

Giovanni IT Hndivotjii, Trmie* 
dia di LrcA \ tvAiitcrJa, — iìuìO' 
gna, Fava e GaroQfiani, 1860^ 
in H. 
Ut buona condotta, il va^ro 
intreccio, b nigionrvtjiezza del dia- 
logo, la elcganzii delb* elocuzione 
rcniìono assai pregievolt^ qiieslo 
nuovo componimento il(4r illustre 
Scnttort^ dèi Svrmoni, del quair 
altre volte avemmo occasione di 
parlare. Giarmìui tiruiiittiiff non 
ilr'genera insomma dnlla tanto ap- 
plaiiditìi sua ])rinM:igeni(a, itmfda 
(/<"' Larrtherfa^zi, 

Novella nella quak si conia 
della Nobili ade et della Contea 
di Giacomin da Palaia. — In 
Bologna, mdccclxix (Senza nu- 
me di stampatore, rna Caccia- 
man i), in i. 

Elegante ediz. di soli 61 ess. 

in diverse carte distinte co' margini 



— luo — 



alt.irjial» ed ui^i ir» |ii>rpnK^na. È 
favoro orijrìurtU* iIpIÌ illuslri' rIoMor 
rav. Aiiiciu Bonucci, con cui, ton- 
Umdiì il' rmiliiri' lo siili* p ìiì 1ìn<rtii) 
iU'\ siT. \ì\\ s|»ie^M I" iiiìprif» sii|v 
jiosla ùdì'é Niibiitmi*' et tktla Con- 
ita di fjtm' di Giaeotnin da. Pavia. 

Nuove Pt)em di Giamrvttista 
Mac«:ahi a cura df'rjtt ai ni ci, — 
hìwla. Tip, di Ignazio Gateaii 
(" figlio. IHfìO. Vn ch^^anic voi. 
in R. ffi' poijg. wviii— 2^. 
Noiiili M'iisi, faliic» a (Tello, co- 
]»ii ri' Ìtiiifr.r^nrtazioue, fervide rìiru* 
t'd èle^'itn^a di siile non iiiancano 
snIU» jjeoerali ìì cotP!i|e |ioesif. Ri* 
tra e si ihiaiaineiìte clii* V iJluiilrT 
mìi^rp allinse alle fmUi de" jio-slri 
classici. Frettiti* che gli fos<*e tron- 
ca In la vita nel mej?lio de' suoi 
lumW Forse eoi liMiipo e con ÌsUi- 
dio |iin limerò avrebbe no Mi lo sciti- 
lare cedi falsi cancelli clic (|nì e 
([ua Irof^jHi «cua stano il candore e 
la vetii/i delIVspresswneì Ele^ranle 
f»l tre modo <» jrravp e pinoso t* il 
liroemio dell' e pregio sitrnor conle 
Pieiro Codri>nclji, i\ rjoale reìle- 
rali^ volte si laiicia lejfpre proprio 
con vi*race diJetlo. Noi ^W faccia- 
mo i nostri cordiali mllepranìenli 
non meno pe' meriti sopraddetti ^ 
e Ili* per la cura assunta del riuni- 
re e publìlicare in un sol volunje 
eleganlissimo, a ;rloria ileli' amico 
suo, tanti e si ber (ìori poetici, che, 
sparsi qna i" colfi, erano in jteri- 
coio, ifuanilo cln' fosse, di iindare 
sconoscimi e smarrii i. Vero i"- pero 
che, s4'condo il nostro avviso, me- 
jdio «ivrehlx^ per avventora prov- 
vednlo Siila buona l?niìa deirAntore, 
facendone min pin tempera la scelta. 

Racconti Star ira- Mirati dei couk 
Antonio Svffi, già pmf. di tlo- 
quenza nef pah'iu furìivase gin* 
nmiv. Fwnza. dai 'Pipi drtla 
iJitfa Pirtnì Canti, iKtìU, in H, 
tìi paipj, lt!)0. 



Elegantissimo r nitido yo 

rii cui si contengono j^ett 
lljicconli, e ciuc i'acdo 
fp'ziano, H ùitandlt} ^iim 
Àndmrto fi d Lt*)tir, La Ba 
xa fìoìnana, Viaggio in 
Grfria <• in Grtria, LriU 
Ak'^snndw Magiw, iìact\*n 
ri co- Mitologi cu Greca. 11 conti* Ali 
tonio Safp (non Zaffi, come 
errore «ria altri htì^sc) ♦• im 
(tue* valiti 100 mini che .ip|i«ìrtrti| 
alb scuola della prima meli i" 
sto seco Iti, che e a dire dell 
del Perticaci, del Cosla, dello | 
chi, del Farini, e cosi via i 
iri rinoniiitissiini letterati Ro 
li^ che seppero sfujrjHre il 
vaio misto che rej^nriava a' 1 
della foro giovanezza, introdollo ] 
rial Frujfoni, dal B«M tinelli, 
sa rotti e da varii loro sej 
cenimi nare invece sulle orme i 
le da' pi imi maestri della Naiiò 
Kglì fu inspiralo all'amore de'na 
siri classici nel collegio di Rafe 
na, dove Irasse così Ciitlo profitlo 
che in bn*ve ne tliede la \cr*io 
di Cornei i*^ Nifud^, ta quale, 
che lavoro povanile mit primati* 
ciò, fece dimenticare, non rnen^ 
per la fedellà del leslo, che pi*r I 
eleganza e spigliatezza delb dixìo 
ne, f[uelki che allora era in TOf 
di Domenico Soresi. D' una più i 
ticj, di liemrjrio Kiorentino, non i 
parlava ^ia da buon le.mpo, sìce 
me dilomltata e snervata, e co 
parimente iV alli-a per AlessandP 
banrlieni rilwccanle da capo a fin 
d'una «sveninole azztmatura: 
contrastò la pinta a riuelLi iiseifl 
fuori in appresso dì MonJk To 
masó Ax/.oechi ptM* avervi egU 
tresì riposto soverchio studio; 
infine temeiThlw il confronto d* 
altra lui torà ineilìta del celeb 
Matteo Maria Roianltj per la sti 
ma sua rozzezza di si ih». Più 
nani!Ì con ujiuale tnos|H*ro risalii 
menlo Iradnssr» </ jiohMicn un fiat 



— Ilil 



* ileik* fìra^tohi lU Tuiìto . il 

< rbb<» Mi dii molli K'ifirnali 

(HÌ or;i, riunì Io in «n so! 

Bl: " Ir, ha smMI)KllO Ic 

ril itmi i:ari.HSÌiin\ [>er 

aiiùiru" Iti van rr]ii|»i messp 
fitorì tlb $|Hrctol.ìrn , chi' ni ilìk*tto 
fwifinnpono T iiiìh* Mh siiia mo- 
[ nlr r Li f*lrjrriii7.*i iK^lUi t*locuzion<*; 
: ^(MaAi do li '^KV'i a hi «ani jn-an- 
^^ ^^ einlo (aduie in di* 
rosdiiminzr' dv no- 
l*!ri padri. Libri rCKÌ fai ri |>rrl.'nUo 
I duTn^lib«*m amfón' nt*jh* m^inì di 
lliiui i i(i»vani studiosi, hìccohu? 
^ti che impriinonn nelh* loro 
mentì b bnnrto hnfriJ<i ^ la 
Uionilr trpvrji dall.i i|MìCiÌ-SÌ«i, 
«1(1 [<• tatvolt.i 

ì nostri V I solevarHi 

tnlwttftr' ur ioro nMii^vì. 

I^nIì «am< vabro:(o Si» (lì, 

»iu.v irv,>.r.i Itomaj^^rva chi* 
~dMr la culla. 



r M. LEVANZlf^ (la 
\tnntovaito. — Luf- 

ìnm, in 8. 
ui fdiz. di *K3li 5i> 
l*c;ita a cura df'Kigg. 
'. «nI offcTta i G»o- 
a diifioitrasiom* 
Lf //ut^ Novetif^ 
Ti un raro libro inti- 
> rll«//a Géosia , i* 
)U media dtlii^eiiza, 
r eoiiosretìti dogli 







^ 



Su' dJritU e doveri delU fn;rxo- 

nt rkn steJguno lo stato nmiu- 

9aU. Morale tratkniiwntn M 

/». 0. nhrvxKijr, M. Monti B. — 

NàfÉfM, MoramK 1868, 

K Qfi tratuie Ilo dÌTiso in sci 

IIa|Mloli, rh«^ doirebb^ ainlar \wr h 

avi dì tutti i coniugati, lanto vi 

ftmo i |n*Ci'tti dr^ii d'c,<iR*rr os- 

tortali da ù|rni uii^.^ra e civile {ter- 

tom: e cenilo c^n molta taiilitri 

r itto ali mtclbgrnzii d' o»m iiiu 

1IMI3 ppTMHI^- 



Prose e Poesie Ut Gennaro l*i- 
xatii ^c. pt'l di)lior*' Vf,U¥M\co 
PiVNTiERi, — HaiHìti, SlamiM" 
ria (Mi' ìmiustria, IKflH. 
GcnlilissiriH» scritrtin' di sva- 
riati arijonìL'fiTi, |Mt»n*MJ"airi'!lo» di^- 
ficahssiii)i\ t:i[i' toicanu toii i>oa\Jlà 
rnnÌHin dr' h*},^j(jtori. 

La Scuola Salemitatìa crrjw- 

nc fmtcmiala (wl dottort* FEt>f;- 

Hi<:(» PivNTtErii, — Napoli, Mar 

r ia no Lo n i ha rd i ed th * r^ . I HH8 . 

Vi si [»aria stestiTKTili' i» con 

iiiolt;i erudirono dell' origini' della 

Sntftla Sa^tmUana, Gli albri^uii 

sono assai ni ili anche piM' 1' i}^'ii*nr 

d' ntfifidì. La vrrsionn ù sciolta rd 

ivlofranlc. 

Vita di Savt'rio Confati i uritta 
da \ìcor.A Castagna. — Hai*oli, 

Vi j<i leggono i m pollami >s imi' 
notidc del t:onfcl(i, noiiìo deprao 
di lim^^ rici*rdanza, 1/ ilhcsiiv sj^:, 
(lastapnn celebre per alln* scnll li- 
re, ilistese ipiesla Vila [ver modo 
da rtsvejtliare ne' :^noi l^gjrjl ori spi- 
rilo di emulazioni?: lo ^lile v è 
piano e «[ual *ii rìcln<^e in istorici 
narrazione. 

La Rìvolusione dei Paesi Bas- 
si twl secolo XVI e i suoi rff'elti 
in Europa ilt'l pruf\ Giovanni 
Bebitkijj. — Catania, Caron* 
da. 1869. 

Fino dal suo principiare uni.»- 
Sita lireve storia »*cfita la cnriosit/i 
per modo da non [Riter^Mie iiiter- 
rotiìp<*re In lem ira; anzi bisojiiia 
percorrerla ditìlalo da capo a line: 
prova iocoDli'aiiialìile dell' ioleressa- 
meiUo chi- p<HV'e, e della chiarcKza 
dello siile con cui i'» srritla. 

Versi giovanili di Cahmei^ Eh* 
RICO. — ^a/tf)/^ 1869. 
Buon preludio colesti ì/crsi di 
ori [H'opìrio iivveinre. Se il giovane 



— lOtf — 



[wtj >Hulit'n'ì (H^r bmc sii* noì^lri 
nlflsìici, |»nini roglìpnn* soavìssimr 
frulli: (Ja colesti sptTinicniì sì può 
arpomervUirp clie la mìlmahim p 
la vena poetica non gli manche- 
ranno. 

In honorem FU iX Poni Jfcu, 

Pod Anms L. Afinhertario ja- 

fiat, ìm\l 
Il c;iv. fi oli. fiìiLsepp** Rossi è 
V auii>n* t!i coiesui (*lt'vMiUissijna 
Ehyja, uuo lii'* poi^hìssiini e In* *>gj;ì 
coltivino con siufroliin' rijiultanKMil** 
In \Mivm latina. K^fti può starr* ai- 
bio ;»" più soli-uni nia**sui cbe di 
sìlfatta it'Uenilitra alihiaiito ne' pre- 
sciiti ItMTipi. 

Bella Vita t^ tklk Poexis di Oio- 
vatini HaffOGUi. Ùhcorso dì 
CiaviNNi SFonzA. — Mìdcna, 
Vhi(*enzt\ 1869. 

Il valore ilei sìjnior Giovanni 
Slorjca nelle linone leUerr, ancor 
rhc tnovanìssinio, e abljastaiiza nu- 
lo: CI liniitcrenio a dire sollaofo, 
t'Iic la coinpila/ìoni' ili cotcsUi Vita 
I* <|pj;fia di lui, perchè stnllii con 
tale Heifaoza, e con si mirabile 
a Iteli o che, lathlove maes trevo Im en- 
te Iucca (iellft sveiittiratn il lustre 
lUITaelli, sa trarre copio.se le latori- 
me dagli occhi de' legjntori. 

Ordinamento di ^hidi mi H. 

htìhito di hctU' arii iti Lucca, 

Lucra, fanovcHi. 1869. 

Opuscolo ilepo, pare a noi, 

ff essere iftvso ìli innlia considen- 

zione, nel fpiale con loirnljile ehia- 

\ru,\ e ho»ità di dicitura si svol- 

^^oiio i mezzi più acci^nci per coni 

onlifianieiiti, non che le di Hi e olla 

che i Ilio vani avnunio^ a superare 

per k^ni* apprendere. K lavoro del- 

r egregio ni'^. Kujìco [lidolfi. 



Poesie dtJ cotUr rav. Am^vh 

I Strozzi. ^ Lu/ja, BrugnoHl 

I IH6a 

Le ptHsie dell'* ^ii'"*^- 

' brano in ^'onerale t 

] proviHEione: ^ì diln 
concetti di ipiclle < i 

I uiunemente appann 

1 no tegpadre, forbite e jrrarl 

' eleganti cenni bio^tìei poìli 
nanzi non hanno uotne d' autore 
ina sappiamo passere fattura dctri 
gre;rio f»oela beniesco, sig. 
Domenico Chinass,i da Lugo. 

Demetrio di Mofiom, JlotW^ 
di Paolo CtisT.L — Lucc4i, Tig 
Laudi. 1869, in 8. 
fira^iosissima r- -v' m 

esenijdari eimiuant^t m 

le nunierali. Fu as^i, u. 

$ì^. Michele I^ìeittnioiii. 

Demetrio dì iàodoìv: , Novali 
di V\oiA) (NisTA fìav^nrtate^- 
Venezia, Maio, 1869. 
Splendida ìh1Ì2, pur t)Qe$tal 
curata dall' efrie^io s»^'. GÌatnba(^ 
tislu Merlo: uscrron fuori ameinlu 
ail im li-nipo. Se ne iiirpn'wn 
soli 33 e5s. numerali^ di cui luU 
in perganieoa, l 'i in c^ria colorati 
jfrave, e !20 in carta grjve veJin 

Sonetti Politici e Burtc^HU ìtu 
diti di Antonio Cammelli dttl( 
il Pistaja, — Lsmtnm, Vif^l 
1869, in 8. 
Maj^^nilìdì edÌ2. j>roenr;ìta pf 
nozze dair ilhiiitre si^, prof. Olii 
Viano Tartriorii TozzetU, Se ne s\m 
parono soli 55 es?^ Precede al lili 
una lettera dtHlie^iloria , cui àeg 
una erudita Avverte ma. Poi l4 
Sinidti ^Hìlitiri e 7 burleschi, 
line sUinno opportune Annittazion^ 

fconlinua) v. 



MORALITÀ E POESIA 
DEL VIVENTE LINGUAGGIO DELLA TOSCANA 

UICHE.VZIOM FILf»Llit^Ii:HK 
DI GIAMBATTISTA GI0LIANI 



r,iL'.\T\ r> AiTiifc; i\m iuchijIazioni 



IllCREAZIONE TJNDECIJMA 

Del Un^aggio de' contadini d* Areezo, ritardato nella 
sua intima natura, anziché nella forma che si pro- 
nunzia, — Che stìnia debba farsi degli lSoÌiei*xl 
Oomiei dello Zannoni , e come vogLìansi studiare. 
— lo che modo sì convenga scrivere ìL Bialetto fio- 
rentino toscano, per agevolarne e diffonderne V uso 
nelle altre parti d' Italia. 

( Vedi «ol. U" alla |i.ij?iiiii 8K. Koniitmazloiie e tiiie ). 



Il mio Imoii amici» S:iiritiiiniaies»j non si è latto cisju^i- 

C, ilopo iterato frn noi le accoglienze oneslc e Uele, 

filli mi si offerse ;i j^riidfi e compagno sino alla 

de' Ciippii<TÌni. «listante da Arezzo f»oco più fli un 

fio. Quivi ^'iimti, pif^liammo la via de' campi, e men- 

d rapiva una tarila bellezza di natura, eccx) che ci si 

ciano tre lavoratori occupati a zappare la terra. Ond'io 

ìt rh'wljù :ì (|ue!lo fra essi, clic mi pareva più 

lì 



— m — 

Girabile e già stma*i>» st^ non svo^dialo tlclla lunga faùa. 
Saintalo che Telìbi. gli dornainlai aìsi alla buona e seoM 
altro proposilo che di olibtigarlo a discorrere meco: 

— Colesti lavori, mi pare che vi slanchino le lirac/* 
eia? Già, nella terra grossa la zappa non v'entra facile» 

— 9 A questi lavori arrabbiati , mi rispose , bisogna 
aver le pani buone e le braccia meglio, altrimenti non si 
cornai tidv nulla. La terra grossa yrnsm s' a4domestirhi$€e 
a forza di lavorarla. (Juand'e lavorala, allora basta ima 
gnazzellina per ammorùidirla (la terra), che i fagiuoli 
vengono su a un tratto. Vede (e ni additava un fiiyiulam 
lì presso), abbasiti che erano, come son trionfanti (jue' 
liigioletli! si mfgono cam minar sn per la frasca, .^. iJudU 
passatella (d'acqua) di iersera, fu tatù oro alla campa^ 
gna. Ma la terra da ([uanto rireve: marita pom.dimagrn 
rome i rrìstiani, e non lia più nerbo a reggere le piante: 
la terra r ernie fratto secmuìo che >t nutriva, »» 

— E che regola tenete voi allri a seminar j ragiiiolif 
Nascono presto eh? seminati e nati ri corre poco. 

— «t I fay;iu(*li per seminarli simfaicarut.\ì0ì s'^iiih 
maglia la terra (si pareggia), e un po' d' ac()ija li fa $cAip* 
laarc (nascere) da un gitìnio all' altriK r(7///o/»o JrVfrrt ^//tf 
zappa. V acipia fa liuono alle piante , ma a noi rrisli,Hi« 
ci dilara lo stomaca e ci fiavra W biacria. » 

— Ragionate bene voi, ma la vite, crederei, d*f 
dell'acqua non ne volesse poi tanta; anzi I io sentilo dire,- 
che piuttosto ama T asciutto. E sì mi |»iacerebbe di saperti 
rome dev* essere piantaba , perchè |joì venga su a miKlo 
e a verso. 

— ff Ui sicuro, che per la vile non ci vuol umido; 
Y anmm'tisce. Fatto il fossato, ci si pianta la vite: ma da 
piima si chiarirà (vi si fa una fogna), che T acqua noft 
dorma (non ristagni o rinmora) al calcio della vite; se 
no, (la vite) ritira le barbe e si strugge. È un irai>aa5* 



jjualdisa iri de?e dar uoja. 

• CTho un denle, che quando mi e' entra io spa- 
li da requie. Il dolori» mi si cacchi nel c*ipo 
§mmuUa, che non mi lascia ripos.ir<3 né iioUe tiò 
fili è tu» icrnwtto conlinuo. A ceiTar ritnerlt, in 
4d wteglw tiene i( peggio. Che diainiiie poìm 
K mi dice it ilnttore; ma io qnesla medi- 
ttoiifkj male, non mi va f^ìù gran cosa, SMia 
», rnraUi il dente, ravatn il dolo; ì\v\ a farsi 
ce s€m|»re lerapo. fìenti in borea emettimi 
Me ni pa.smie tante (ficlle disKTazie), pas- 
x»*tie que^ila» se Dio vuole; ognuno ha ta sua 




il lau^riammo, non senza avergli aricoia niostiato 

compissiofìe e lodala la sua virtù nel ilarsi paco 

ntìm dolori^. E nel tornarcene vei^o !a ciltà, io 

dal dire al fido mio compaiano: e che ve m 

ho ragione io? ynanle eleganze, quanta ef- 

li av<*va m quel discorso, e che leggiadria |)oelie;v! 

fbr alili e ijnasi faccia a o^^ni pensierr): / fa- 

he remjftmj tUetm alla zappa e poi cammimimt sa 

fmica, t> r aequa cJic dorme ^iù al calrio della 

Vìm ìfm cìw si fuhhmestichisee a forza di lavo- 

LMM'Mf V ammagliare, atd/asito e altri silTatli vn- 

^^^^^^^^^^iì^iu^^m^^i^ì a me slesso 



— 196 — 

Ove peraltro questa favella, die tuttora si continua 
fra le persone volgari , la si volesse scrivere tal quar è , 
non si riuscirebbe mai a renderla accetta e prevalente 
nell'uso comune degl'Italiani. Anzi se ne otterrebbero 
effetti contrari: ne volete una prova? Chi non ricorda ad 
esempio quelle rozze Ottave del Lappoli, dichiarate da 
Girolamo Gigli? Voi meglio di me il sapete, che in esse 
un Aretino poeta vi s'introduce a cantare ed esprimersi 
giusta l'usanza del suo contado, non dismessa neppur al 
giorno d'oggi. 

<x Se sa, eh' i nostri peri hen per usanza, 
Quando se voglion mettere a cantere; 
Sogliono usar de chieder perdoiianza. 
Un'altra volta me ce vo avvezzere. 
Prima, ch'eo gionga a l' uscio de la Manza, 
Acciò nissun me possa biasimerà. 
Perdono eo chieggo a tutti de bon core 
Ma sopra tutti gli altri al mi' Signore. » 

Noi ridiamo a tante dissonanze e sconciature; ma 
io posso dirvi benanco che essendomi più volte preso il 
gusto di recitare quest' Ottava a de' letterati non toscani , 
al primo udirla se ne facevano beffa, prorompendo poi 
ne' più fieri biasimi d' un siffatto dialetto. E perchè mai ? 
Perché v'è scambiata qualche lettera, un e invece di a 
od t , un per M ; perchè vi si trovano smozzicate certe 
sillabe e parole. Non però mi trattenevo allora dal difen- 
derlo e raccomandarlo, avuto specialmente risguardo alla 
sostanziale bontà de' vocaboli e delle frasi. Se non che per 
determinar preciso i miei pensieri e farti approvare a un 
tratto, mi parve sempre il miglior partito di ripetere 
quella stessa Ottava, ridotta alla forma voluta dalPuso 
degli Scrittori, cioè secondo le regole della grammatica 
più consentite. 



— Il*: — 

« Si m cbi" I ttostri pari liaii per us:jrj/.'i 
Oiianifo si voglioij nietlere a caiilare; 
Sogliono usar dì diieilcr penlorKiaza. 
UD\iltra volta mi ci vo*avve/zare, 
Prima cK io iinui*£;i iilP uscio ilélT Amanza 
Acciò iiissun mi possa biasitnan*: 
Penlowo io chieggo a tulli di buon cuore. 
Ma sopra lutti gli altri al mio Signore. » 

Le parole qui risultano determinate »? intere, e quali 
fioDsi scrivere per farci ititendere. Ed è soltanto per 
iiesta pralichevole via, che la lingua del Volj^n toscano 
otrà crescere di favore ed esser men disformeraente par- 
ità in tutta Italia. Del resto pii altri nostri dialetti, dove 
^111 diiVM menu, [>ersisteraruio setnpre dissonanti, se già 
m si muti la condizione de' nostri climi e degli organi 
e se non si tempera la prepotetiza di natntva e 
'insecchiate usanze. Pei' quanto poi la lingua ittritut 
[jba 3r4'onlarsi colla lingua parlata , i\nimi\iì questa per 
e costante tradizione è cosi propria del Volgo 
la nostra, non pf diranno mai riuscire una slessa rosa, 
siVlThò a c^rla nn'sura e sempre fatta la dovuta ragione 
ireseralato dominio dell'ingegno, dnlla dui trina e dei- 
arte. L'Autorità fra noi vìnse la Consuetudine cedendo 
e^sa, Liuto da appropriarsela e sollevatala a dignità perco- 
itnifla poi norma della hngua dell' intera Nazione* Ma io 
ravveggo d'essermi inoltrato in una quistìone troppo ri- 
liasa e pronta a dar luogo ad equivoci, <i sicché le diié 
combaltetili vengano a dire il medesimo e litighino 
blamente del nome. • Cosi la pensava il Diamonti , e non 
<lar torto: cangiamo discorso, rlie sarà meglio, 
W No, n<», riprese il henevolo professore; per ve- 
ri confesso che rigaardo al dialetto Aretino e agli altri 
ornai sono ancir io del vostro avviso. Kitiiii 
L die si deblm credere altrimenti di quel di Firenze, 



— 198 — 
giacché i primi nostri maestri scrissero per appunto nel 
Volgare fiorentino, e la lingua italiana è stata da prin- 
cipio ed è tuttavia lingua fiorentina. Parlatemi colla solita 
franchezza, ch'io v'ascolto volentieri: a defendnt qw)à 
quisque sentit; sunt enim iudicia libera, » Ed è nel ca- 
lore del discorso, che spesse volte la verità si agita e 
vien fuori. 

— Voi mi tentate, amico mio, a rimettermi in questo 
ginepraio, d'onde non se ne potrebbe uscir a bene. E volesse 
il Cielo, ch'io m'ingannassi! ma vi ripeto, che la Lingua 
fiorentina o toscana, che su per giù valgono tutt'uno, 
cosi come si ode per le bocche del Volgo, non potrà mai 
divenire la lingua parlata dagl'Italiani delle altre Provin- 
cie, qualunque siansi i beneficj aspettati dalla nostra unità 
politica. In ciò siam tutti d'accordo, perchè si «a che il 
Volgo è rozza natura. Or dunque, dovremo noi apprendere 
la btiona lingua dai Toscani civilmente educati ? Adagio un 
po'. E che? la parlano essi forse il meglio che non il popolo 
minuto? Forse che la mantengono sincera nell' indole sua, 
nelle sue forme native? Certo , se si tratta de' Letterati , 
che davvero si meritano questo nome e s' ingegnarono' di 
correggere e ritemprare la propria favella sui libri dove 
in prima s' accolse e ognora trionfa , ve la fanno udire tal 
quale ce la dimostrano ne' loro scritti. E quindi ne inse- 
gnano col fatto che per parlare la schietta lingua toscana 
non basta averla appresa dalla mamma e dal babbo, ma 
che bisogna studiarla com'è nell'uso del . Vb/jo e degli 
Scrittori, I quali invero per aver con savia 'discrezione se- 
guito tale uso e ampliato, acquistarono, insieme colla gloria 
della lingua, V autorità di esserne rispettati come gli au- 
tori , legislatori e maestri. 

Ma per contrario quelli fra i Toscani, e son molti, 
che poco nulla curarono lo studio di essa lingua e che 
si persuadono di parlarla e scriverla bene . solo perchè 



— iUO — 

rispelli, .ilihiano poi giovato a mrrezione della lingua di 
(pieslo volgo eri a renderla degna di studio e gradila fuoi 
di Toscana. Senza fallo, le scliielte e vive elegarae, qufl 
caro e gioviale i>critlore le diffuse nei discorsi della genti 
più idiota e rozza, che gli pai'esse di dover mellere 
iscena. K daiThè mi vengono in pronto, vo^ darvene le prove 
Apriamo tpiet suo libro (Ir io porlo sempre meco; ed 
cone per appunto (juel tmtto dove la Crezia descrive la su 
lieta convivenza col marito , innanzi che , eccitata dalla gè 
losia, s'inducesse ad accusarlo al signor Governatore, 

« L'abbia dunque da sapere, che appena ebbi finii 
» diciassetle anni, io m' innammorai alla maledelta 
» Giandomeiiico Liruti, e parimente ei sMnnammorò 
» me, lo durai sei mesi a discorrergli la notte, <pian<1 
» mio padre e mia madre gli erano iti a letto: dalla 
» nestra però, pei'chè in casa in tjue! tempo non ci verni 
» mai. fai fai, mio padre mi scoperse, e una volla 
n crocchiò ben bene. Ma siccome chi più dura, que^W ti 
» rime, l'andò a rniire, che il giovane mi sposò, e luUf 
I» in casa conienti come pasque. Noi siamo slati in \ìm 
» diciotto anni, e lui proprio gli era innammorato di me 
» di modo che io me ne tenevo. Io gli dicavo: staser 
p torna presto: e lui quando gli era libero dal servizio J] 
>» lì, pnntuale alle rentaputtiro e mezzo. Le feste s'an 
« dava sempre insieme »... 

Senza più andar oltre, su via. rispondetemi franca] 
e scbielto: e non è questa della meglio lingua che siasi in 
tesa mai? E che? non T accetterebbero gli altri italiani (| 
dove lor venisse in taglio favellando o scrivendo? T*er fermo 
Cirio non vi saprei ivivvisar differenza da (piella adoperai 
dai nostri Scrittori , a cominciare da Dino Compagni sino 
t;iusti. Ma posto che in cambio di questa forma, alquanto cor 
retta e variata solo in minuzie da nulla, si volesse inlrodur 
r altra che il moderno Comico fiorentino trasse dal Volg 



— àoi — 

!• recò sulle scene, se ridiate voi, cui riesce pronto di 
romprornlerlo, io disilegno un lirif^iragf^io sì *;ij.ist(» e sfor- 
malo, die mi vieta di scorgerne a prima uclila il proprio 
valore. Ma , di grazia , fatemi seutir voi cosi coia' è tpiella 
medesima chiacchierala, che pur dianzi vi ho letta io. 

• L* al»bia «loriche da ^pere che appena eh' i' ehhi 
» finico 17 anni, i' m' innamorai alla maladelta di Oiando- 

* menico Liruti; e lui parimente e' s' innamorò di mene. 
lI' dura' se" mesi a disrorrerghi la notte, qiiandemme' pa, 
f'e me ma, gli eran ich' a letto: dalla finestra imi»eroe; 

» perchè *n casa 'n quittempo nn ci enne mai. Fai fai, 
f rae pa. mi scoperse, e una notte mi crocchiò ben bene. 
» Ma siccome chi più dura, chello la ince. Taiidò a lì- 
» nirt» che iggioane mi sposoe^ e tutti 'n casa conlenli 
» come pasque. No' siamo stachi 'n pace diciotl' anni ; e 
» lui proprio gli em 'nnamoraco dì mene, di modo cif i, 

• mn ne teneo, I gli dicco: Stasera torna presto: e lui 

• cand'egli era lìbero da isservizio. lie puntuale airen- 

* Iricatlr'e mezzo. Le feste s'amlaa sempr' assieme »... 

Smettiamo, smettiamo questa, lettura, pei'clip davvino 
mi farebbe ilisamorare della buona lingua norenlina. quando 
a si gran Jalica la devo rintracciare fra tante ridevoli stor- 
platong e goffaggini d'ogni sorla. Credetemi, che se ta- 
ItiQO ode recitare o legge le Commedie dello Zannoni, se 
gli è Toscano e più se Fiorentino, ride di quegli scherzi 
e molti popolari, e tutto finisce li, Nf* il Volgo ha indi 
modo e freno a correggei^i de' suoi idiotismi ed errori: 
I' la gente incivilita non si cura poi fiè forse s' immagina 
di diiviT f 'pescare le gemme della lingua mi que' s[>ro[M)SÌ- 
lali di?^corsi solo adatti e rivolti ad eivitarle il riso. Qnantn 
Ègì' Italiani delle diverse Provincie, non che possano dilet- 
tarsi 4 una di siffatte Commedie, non ci reggono sin alla fine, 
e senza nulla i-aflìgunrvi dell'intima bontà, dispregiano 
un lalè idioma. Or ciò per 1" appimto accade tuttora i> 



— 202 — 
spello alla lingua del Volgo , che è pur naturalmenle la 
buona lìngua parlala in Toscana, la lingua cioè rimasla 
esenle dalle infezioni slraniere e più conforme alla lingua 
scrina dai primilivi Aulori della noslra Lelleralura. 

Ma finiamola, che già Iroppo m' incresce d'avervi 
dalo noia colle mie chiacchiere, e ballendo e riballendo 
sempre uno slesso chiodo. Pur non vo' lacervi che , di- 
scorri e discorri, la quislione da ultimo si riduce a sa- 
pere , se il moderno Volgare , non che Fiorentino, Toscano, 
possa e debba essere il Criterio della lingua da par- 
larsi e scriversi dagP Italiani tulli, o se invece possa o 
debba anch'esso Volgare soggiacere al Criterio onde gli 
Aulori, per averlo ritempralo negli scritti, valsero a farlo 
accogliere come strumento della nuova Lelleralura e Ci- 
viltà d'Italia. Per me questo Criterio, opera di natura e 
arte, è il massimo, perchè esprime un uso antico, vivo 
e vero e perdurante, ma infrenato da ragione e dall'espresso 
consenso. Ed è solo mercè di tale Criterio, che potremo 
non pure accertar la iiatia indole del presente Volgare 
di Toscana, ma e distinguerne altresì la consuetudine vi- 
ziosa e corrotta dalla consuetudim incorrotta e pura. 
Indi benanco s' avrà una guida verace ad apprendere dove 
siffatto Volgare sia prestevole all' uopo delle altre genti 
d' Italia , e come usufruttarne allargandolo a seconda della . 
progredita cultura e dell'esigenze dell'unità politica della Na- 
zione. Del resto io non cesserò dal benedire a chi pro- 
mosse la quislione, qualora da tante discussioni intorno 
alla noslra Lingua sia fatto sentire più grave il debito e 
il bisogno che lutti abbiamo di studiarla negli Scrìltori, 
del primo secolo specialmente, e presso queslrf Volgo, a 
rannodare anche in ciò la somma Autorità colla Tradizione 
sincera e perenne. E cosi lascio dì buon grado che cia- 
scuno pensi e giudichi a modo suo, dacché sopra ogni 
opinione deve trionfare la forza della verità e del bene 
e la rettitudine delle intenzioni. 



— im — 



RICREAZIONE DUODECIMA. 



Quanto importi di ben ponderare ia lìngua, in cui sono 

f composte le Lettere dei Toscani, che punto non bì 
conoscono deli' Arte dello scrìvere — Nuovo mais'- 
i^o di qualcuna di esse lettere, ridotte per altro 
alla buona ortografia. — La verità e bellezza di na- 
tura v'appariscono disvelate^ si rispetto ai sentimenti, 
come rispetto alla loro espressione. 
: 



r 



Oggidì che è vuiiulu lIì qiulI;» il ììw ricerca tli auln- 
gralì , anche n me ni' lui |>ìg]iatr> una siniìk^ vn^lia. !\la ili 
({Itali autuj,'i-afi? Clii lo indovina, è hravo. Veramenlc già 
piti volti* lo tlissi cfie i .Mauosci'itti, di cui io l**n*j;o mag- 
gior conio, soii Ljnelli di geitte che non sa alljo cln^ la 
gramtaalica naturale e non coiios^x' ncppiii" a noiof lai le 
reitorira. Urne anzi ritrovo i|ual(*tie set^^no dì studio . li 
mHUì in (Usparte, conìpìacendonn poi di laUì^'uiari' in 
quftgli altri la verace forma v quasi il colt»rr della n»»slra 
lifiglia. E certo cJie a porre V occhio sopra rjiiesti scara- 
bori'hlnon si potrebhe tener le risa, tanto v'appariscono 
ilerormi le cifre ed i rnheschi d' Of^ni sorta. Se non che 
biNOgna aii po' di pazienza e di assuefazione, e ne sarà 
poi facile distrigarci flagli avvilu[i|)ali u^mIì per indi sco- 
prire le gemme preziose. Senza fatica e amore non si ot- 
lien utilla che valga, neanro quando si li atta di stare 
~ scuola del Volgo. Ma a che tante parole? veniamo al 
1- Uramai dev' esserci noto che la |)ìii parte dei mi>n* 
taitjui pistoiesi, poveri che sono e anche scarsi di lavoro^ 
riiiYi^no se ne vanno in Maremma a rancane Ilare' un po' 
di danaro onde campar se e le loro famiglie durante la state. 
F! Jì'jnriarnori rjuanti afT;ìnni . che sospiri, devono allora 



— 204 — 
succedere tra gli amanti, che san otihtigati a stare divisi' 

per SI lunj^o lenipof Ueiì rercano d' inspirarsi coraggio a \ 
vicenda con Lettere aJTeUnose, E se ne faccia ragiooe pur | 
da questa che iiiia ragazza scrisse al suo fidanzalo, il quale 

flalla terricciiiola di Spi^juana se n* era appunto |)artito per 
drlielello a far il tagliatyre di legna in quelle boscakdii* (IV 



Carnai mo mhf 

— « Non li so dire quanta consolazione venne al mio < 
core, quando seppi delle tue nuove, cAc \o uè spasimavo 
lauki. Le jiarole mi dicesti nel partire, le tengo nel rnio 
core. Se ci vogliamo' hene, lo sa Dio solo, to penso a le 
tutte rore: ma questa liHitananza. /iro///V7i non me m so' 
dar pace, SV alTaccio alia linestra tante delle volte jmt ' 
vedere se arrivassi, e non arrivi nir/i; quando verrà quel 
giorno, che io possa ri vedetti, o mio amore? Iddio c'as-^ 
sista, die possiamo aver hi amtetilezza dì essere sposi. 
ni sahiti te ne mando tanti , quanti ne vuole il tuo core. 
Se mi amerai, io sarò sempre la tua fedele Àssmaa. » — ! 



A considerare tpiesta lettera ci si sente una tate virtit, 
che arj'iva al cuore e mostra (pianto .sia eflTicace la parola 
inspirala dall' alletto. Ma eccooe un'altra, dove Leu più 
e trasfusa la forza del sentijuento, onde queir innammtn 
rata fu spinta a rimproverare lo stesso giovane che ud 
anno di poi cominciò a disamarla e s'era ornai risoluto 



(t) Sfrìna th iAUviìmo il f^ t\\ nur/M 1855. 



— iOli — 

dì volerla <ililiaii(ÌoimtL\ Uifatli im l>el giuri»»» die avcii 
|irotnesso <li rer^vsi ih Spi^imun n Ciitigliniia per con- 
chìudere il contratto dì m^itrininnio, e<l invece se ne andò 
altrove, senza più farsi vivo. Ma la misera seppe inge- 
gnarsi tanto» che venne a conoscere in die paese se n'era 
faggito: e allora siihito pli scrisse per erritarln ìì mante- 
nere la parola giurala (1). 



Mio carni 

— M Vengo con questi due versi per dirti , che 
non so più a che cosa pensare. Homenica m^dtinii non 
li m più lasciato rivedere, conv eravamo intesi. Non die 
io dal>itassi né dubiti di nulla; ma andar via setiza dirmi 
addio, no, tfaesto tèon fu bel garbo. Senti, caro, perdo- 
nami, se io ho dubitato un solo istante della tua onestà; 
tii sai che chi ama ^ teme. Mi dicevi che, da disgrazie 
mfiÈori , saresti tornato. Aspella oggi, aspetta dimani, 
tfnesti tre giorni mi mm sembrati tre secoli, e lio patito 
qitaiilr> le anime del Purgatorio. I miei occhi non hanno 
gmtato neppure im niomenio di sonno. <Juando veniva 
;sera, mi pareva mìiranni che ricomparisse il f^iorno, spe- 
lo die non sarebbe passato senza che io non ti rive- 
Crudeli^, mm ti sei degnalo di scrivermi neppur 
jjliiiiì verini per levarmi di tanto dolore. Ver tutti i giura- 
gli che bai fatto, ti prego di non tradirmi; pensa ìl 
amore che ti porlo. Al punto che siamo, iti mi 
sii alta disperazione. Hammentati bene, che v' è un 
Clio sopra rli ooi; che se tu avessi il core voHato a 



(I) QiÈcsìn kUir,i Ila h dala il.i CuUghauo. a lu^liu 1866. 



— tiìi} — 

(rn4irmi, nnrì ir nv (l;»n*lilH' il teinjRK l^enJtHiaini, caro, 
CIÒ die nii fa »lire il flolore: oli non sarJi mai die In 
possa avere lauto s«in^Hi(j fretldu, lanlo foraggio rli ahbaih 1 
ilouare una iiovora infelice. I*rima ili far queslo li i?<5on- 
giuro di darmi la mnrle con le Ine proprie mani- Se lij 
manva i ferri, le li dnri) io: ma fa' presto, lev ami 4ì\ 
qnesf (Kjonia, Ma prima ili morire, ti diiedo una grazia; 
voglio spirare nelle ine liraceia. Non mi negare qucsf ul-j 
lima ronsolazione : safTro tanto, die non c'è parola a pò] 
terlo dire, 

» La mia povera sorella, devi sapere die da Dome- 1 
rirra in qua è a letto maiala al redermi in tanta di^^iin' ; 
2Ìa, lo mi sono falla foraggio sempn^ in (presenza di lei, 
per non alìliggerla dì più. Ma poi (jnando redemi passare , 
il tempo e non ti veileva venire, incominciava a piangere j 
insieme con me, I*oi si chetava e mi il ice va, fatti cong- 
g«o, e io bisognava die uscissi di lì, perdie mi sentivi) 
scoppiare il core. Cretji ehe se tu ci fossi sialo, li sam-j 
sii comn)ossi:>. Mi* |)assato tre giorni, che da poi che sono 
al mondo, ti giuro die non ne ho passalo dei pili iriÌM> 
lati. E come furono langlii! Mi pareva tf assere al j^in- 
eipio deir eternità. Devi saperlo, che mio fratello ti riin- 
prnveravn che alla line, di me ta ne roleri fare un tifa- 
rame: [>iir tropjto diceva la verità, non cr manca tanto» 
nimmi. cos;^ ci devo faie io qui? Dimmelo, dimmelo in 
nome di Ilio, cosa vuoi lare della mia vita? Vieni che | 
l aspello: TAnnina (la sorella si alTeltuosa) vuoU^ che ti pre-' 
ghi andie a nome sno die tu mi faccia qnesla cariiii al piiij 
presto che sia possibile, vieni a consolarci, che siamo sole.! 
V7c/i?, mn mi ìasciar morire di tìohre^ Lo sai che 
amo, e Dio sa qiiantof Se non vieni, un giorno o TaUr 
mi saprai morta per Ino amore: prega per me che 
sempre la Ina féflele Asmnla. ^ — 



— i07 — 
lo non sUiru tini n far de' commenti, ^'ììiccIip rhi Iì;i 

f cuore può farli tro[ìpo metjlio. Uve questo rannra, un Un 
giofa^ $»^ nlLrì pur f^ida; seuliiL' qui, badate là, ofi ìiMìk 
liello! Del rimanente mi piac^ di nuovo avvenire, rlie 
non fio creduto uè credo di riportare per iutem sì fatti 
Sfritti, ma solo in quella |)arte die mi semhr;i più al raso. 
Nulla per altro, nnlla v' iiitromefto rii min arifitrio, fiioi. 
cbè ciò che s' attiene alla ortografia e alP integrità delle 
{larole ricliiesta dall' uso migliore, Quesla lirenza m' e siala 
ueee^!iaria, perchè il mio deliberato proposito non è di 
ritrarre il modo della pronunzia , varia come il mollile 
volgo, ma t»eusi la verità de' vocaljoli, tlelle fi-asi, de' co- 
slnitli e t;ilora di tutto il discorso. Ove |ini taluno abbia 
ragliezza di vedere come nelle diverse provincie tnseaji(* 
ìà modifictii la pronunzia d'uno stesso idioma, non ha 
ehe a leggere quanto ne discorre il r»igli nel suo Vom- 
ÌM»!ario Caterimatkì. Checcfiè sia di questo, io noi cerco, 
>lrtngendomj la maggior cura di attendere al linguaggio 
ild Volgo per gr intrinseci e naturali suoi pregi , tnllora 
ili airiuonia con la virtù degli affetlt. I quali, tulio avvivati di 
fede , non si restritigou tanto alla famiglia, cbe lum risgnar- 
diitu aiutile la patria, ad , attestarci die 1* amore della 
Nazione s'è pur dilTuso in questi» pnpido gcolile. Ben ricor- 
diamo con qu^uito fervore d'animo, con quant'accordo e fiM7.a 

I di voleri abbia partecipato alle battaglie per V indipendenza 
luitca nel quarantotto e cinqmtntanove. Ma per diligenza 
Ttsata^ non seppi trovar alcuna delle tante Leltere. allora 
tni5iiie-$.se . da semplici e rozzi soldati alle loro famiglie o a 
f|aalche amico. M'è riuscito bensì di raccapezzarne parecchie, 
.«brille in «lue' giorni della breve guerra del sessanta sei. e qui 
mi ptacK! di riportarle a compensare la tenuità del mio la- 
taro. Indi si parrà che fu uno in tutti quel moto ed esal- 
Uiaiento degli animi [>er levarsi in soccorsn della Venezia 
r fii .lifrf*K;f dell* unità della Nazione. Quello per altro cbe 



— 208 — 

il;i ni\<:^ijjìr» Storico può lranìan«Jnrsi, ma die torna, se non 
<i gloria, li sublime coulorlo di molli dei nostri fi-attìHuj 
sono i prodigi di virtù rlie in quo' giorni si operavano ndj 
segreto delle famiglie e in certi paesucoii di cui ignoriamo 
insino il nume, «ili eroismi di Sparta e di lloma non di 
tornerebbero più di tarila ammirazione, se troppo di b-i 
Cile non si dimentie^issero i domestici esempi , e se I ìnerzist] 
n l'invidia non ci lenesse da! rimelterli in luce e racco-I 
luandarU alla riverente gratitudine de* presenti e al libero 
giudizio de |)Ostwl >la assai, meglio della fiiraa,, giova] 
alla virtù e basta la coscienza di se stessa. 



l'istoja 15 maggio ÌHìKì, 



Caro mar ilo ì (1) 



— Mi si scoppiava il cuore a vederti partire; an- 

cìie il noslri> bimbo piangeva, piangeva; ti acc4ìnii»aguò 
con gli occhi fincliè l' ha potuto vedere. Fatti coraggio, 
noi avremo pazienza; .vara quello che Dio vuole. Nnu U 
strapazzare di più, che non devi. Se poi ilio li chiama a 
sfidare il nemico, non aver paura, |)reghero io per te. 
Basiti elio possiate Id^erare i nostri fratelli. Una volta o 
l'altra bisognava finirla, tanl" è. Qui nulla di nuovo, salvo 
die lutti vogliono la guerra. Coraggio, Nino mio, corag* 
gio; io li vedo sempre in (jriesto nostro liimbo che ti so- 
mi^ha laulo. K non fa allro che tiangollan» babim, hahbiì; 
sta* tranquillo, che Dio ti salverà per questo bimbo. Hai 



(Ij i\{\\M\\ li'ttora fu scrìtta il ^'ionio sIl'*^so , eh»]* il m;inU> Mi i 
ilcMklala iluitjy «mìì audiilo a Eìolugiiii [ht airttolarsi tielC tistnvìto. 



— 209 — 
alo lauto Italia, lliìlia» che non li deve parer vero di 
lUit'ciirli lol nerak^o per salvarla. Tulli in famiglia si sia 
e ti mandiamo tanti salali. Io ti l^atio di cuore an- 
[pel bimhì. » — 



Bologna 20 di maggio IHlJtJ. 

Carissima sorella ! (I) 

- • Vengo a darti le mie nuove, le quali sono bnone e 
Msi spero che ^vh di te e di tiilta la famiglia. Mi di- 
}iace ehe partii di Firenze senza poler dire addio a' miei 
liei, ma ero conlento, perchè mi parea s' andasse a ver- 
il sangQe per la nostra Italia. Ora mi sono avvilito 
vedere che siamo fermi a Modena e non c'è ordine 
partire pel campo, Però tulli i momenti si sta colla 
sna ^)eranza di poter allacciare il fuoco. Se sentirai la 
iba del cannone, aitami sempre gridare: viva la ijnerraf 
natf> %lio d' Italia e il mio sangue dev' essere per 
Italia. Basti che suoni la tromba, sentirai come siamo 
Il in mezzo al fuoco della battaglia. N'è venuti pa- 
tii sotto le armi che hanno moglie, ma tanto invece 
ingere, si ride. Ti prego a pregare coleste mamme 
^brciano delle fila per medicare le nostre ferite: venga 
lo quel giorno; mi pare milPanni. Adcbo, cara so- 
se non ci si rivede a Scarpei'ia, ci rivedremo in 



(l> Lettera d' uo Volonrario, che da Scarperia del Mugello era corso 
rmxànk ad altri mm f^itifKigni , s('g:uacì di Oanl>iil<ti. 

lo 



— 210 ~ 



Modena 23 Maggio iKr.H 



Ciftro fratello! (1) 



— fl Crirì ^n-iiìtori! io vi maiulo la mia immn^ioe. 
sono tal quale mi ved<He in i|iie^ln [tiecolo jiezzo di e^ 
lutto allegro e ridente i\mM che fossi a parlare con 
altri. Osservale bene che siamo due: io sono quelln 
sta a sedere e tengo in mano la penna per scrivere;] 
queir altro che vedete ritto, gli è un mio fedele comi 
gno. Che io e lui si sta sempre iasieme, perchè d 
vuole mollo bene. Dunque, raro Giannino, guarda Ivi 
questa immagino, e vedrai che tu riconnsrenii il tuo ama 
fralello. E poi mi rivedrai in persona naturale, 
desidero di venir a vedere il giardino dMtalia, che soij 
veutidue mesi che ne manco. Un regno Ideilo come 
Toscana non si può trovare al mondo, ed è rammenta 
da tutte parli d' Italia, Tutti sentono volentieri quando i 
ci mcltiamo a parlare : la nostra lingua V h una muNiri^ 
lo dicono lutti. A me mi par mìlT anni di tirar rannona^ 
a volontà. Noi si aspella la guerra volentieri: T andare j 
battersi, a me mi parrelil^e d'andare al Paradisr». Dicnn 
la guerra ci s^ìra. non ci sarà; ma noi si vuole per 
vare il noslrr* paese. Siamo tutti d'un animo: o vita] 
morto ]ier l'Italia; eiedi non aspettiamo altro. Tanti 
luti al Babbo e alta Mamma; fagli coraggio, >• — 



{\\ Qucjitn r \{\ si'pf'UlP MWnv é d'un «ioblìilo di Vulflinirvolr dd 
*J'* Cfunpagum, t.T ll(';;pi»i*Milo, H* nivisjonc, V' Cur|H> dWrmaUi. ] 
rliil i'ampo, |>rL»«in >UM^^iK^ , *m r;;li invia a' s\\m gmilori il }>roiirifi 
I ratio IfiiogrnfiUo 



— ili — 



MfKlerici 29 maggio 1866, 



Cd 



frateUof 



— « Goa molto pmcere sento che di salute stato tutti 
d màie segae di me. Il giorno 16 siamo partiti 
Femm. e abbiam camminalo tre giorni e sempre col 
cattivo. Non potava nemmeno più stare a cavallo* 
dte Teiiri-a K acqua: poi come Dio volle si'ar- 
1 Modena* E rpiando discesi da cavallo, non potevo 
luti nlto. Eravamo tutti don pezzo: come ci aves- 
tnfbti fidr acqua, tanto io, che quelli altri miei com- 
perdié la notte si correva più die del vapore: ci 
d* aver messo le ale come un uccello. Ma di quelle 
fi DOfi m ne rifi più, perchè a farli andar di s^- 
è ÉHàlp a fare scoppiare i cavalli. In quanto poi 
guerra, si sente dire che e* è, ma il pirno die ci 
baiterts non si sa. In queste parti slanno fuori 
ipati rofiie Terha. Caro fi-atello, tante e tante volte 
boào alla finestra del qtiarliere, e vedo le montagne 
[# San Pdkgrìtio clie sono cariche di neve. E tra me 
JAm fhe di là da quelle moutai^ie c'è la bella Toscana. 
JOII qoaala soq>ìro di rivedt'riaf Le cose tanto possono 
bme» rome male: quello ctie Dio avrà destinato, 
mrk lo per me. ec^mii qui pronto al suono della 
: vorrei essere il primo ari attaccare il fuoco : tanto 
si di*ve. una volta o P altra. Potessi solo riabbrac- 
il prima di quel momento terribile. Basta , lasciamo 
a Ilio; per me i-e lo ripeto, che alla vita non ci tengo 
I. Se mmm |ier la patria , e' è il Paradiso di si- 



— 212 — 

curo: non iremo più, ho tremato abbastanza più per 
voi altri che per me, e sfido la morte a tutte Tore. Altro 
non mi resta che salutare di vero cuore te e tutta la 6- 
migUa. » — 



Bari il 12 giugno 1866. 

Carissima atnante (1) 

— € Scrivo a te con sommo piacere ; se io T amo, lo $i. 
Partito m'ero per andare al campo; per la strada mi # 
cordai di te, e mi venne una debolezza di core che m 
poteva andar più innanzi. Pensando a te, amante nìi 
cara , mi par milP anni eh' io non V ho veduto. Però seri* 
vimi subito se tu sei sempre d'un medesimo sentimento. 
Mi rafBdo a te; ti mando il mio cuore ferito; vedi come 
sta! Se io perdessi te, ho perduto tutto. Ma se a Dio 
piace che io muoia sul campo d'onore, ti raccomando 
l' anima mia. Se resterò salvo , allora saremo sposi , dod 
cuori contenti in un solo : che bella cosa ! Ti pr^o a ri- 
sponder subito. Ama me quanto io amo te. La Madoratt 
mi scampi pel nostro amore. Di vero cuore sono tuo 
amante Nando. » — 



(1) Uno del MonUimiata, soldato tra i Volontari garibaldini, cosi 
scriveva alla sua amante, cui avea dato parola che la sposerebbe, finiti 
la guerra. 



— 21 :ì — 



Pisa lì 7 maggia 1860. 



Cara madre! (1) 



I Di nuovo vengo a darvi notizie tìi me. hi j^to liene. 
Irei dirvi quanto godo io nel rilrtivarmi a l'isa 
ìn^^ieme co' miei compagni. Se voi , cara madre , sapeste 
come mi trovo sano e allegro, non stareste di mal umore. 
ili dile che non piangete, e io faccio vista d'andarmene 
ria, poi ritorno e vi trovo svenuta con la povera sorella, 
che ri badava; figuratevi con che cuore sono partito. Que- 
ste soli cose che a me non mi vanno gin. La Patria ci 
^cbiama e liisogna fai-sì forza e obbedire. t)atevi pace, che 
eie un figliuolo che è smanioso ili servi!*e il proprio 




Bologna li 5 giuj?nn 1866. 

j_— € Dovete sapere che ora ai bersaglieri gli levano il 
I e avremo solo che tenda e mantellina airololala a ira- 
eolto per poterci difendere meglio dal nemico. Ora sì , che 
Strano liersaglieri ! Presto si spera di essere o dentro o 
ftiori; «piì non si fa altro che gridare o guerra o a c^'isa* 
Pier noi tutti si brama la guerra , come si dovesse andare 
a tuia festa da ballo. Solo cpiando |)enso a voi, cara Ma- 
dre^ mi riwn da piangere; ma |)oi mi par di sentir la 



(ly frt liHlere dì un [KifMibim Senese, che entRtu Voloiilano nel- 
r&Érctlfi, poU» i53«stin* fioi s«(I(li<;fano nel '^uo ilesHierio dì f(ir piirle ià\m 
éì llr*r%a#riù'ri. 



— ili — 

tromba e volerei al campo, come avessi Tale a' pie 
Vi mando il mio rili^Uo, che quando volete vedermi, 
guarderete e così mi avrete sempre in memoria. Assisi 
temi con la vostra benedizione; ta desidero tanto!.,. 

Piacenza 24 agosto J866, 

— « Mi domanderete perchè scrivo cosi spesso? ] 
ho gran bisogno di sapere le vostre notizie. Se wm 
che slate henf, mi manca il ciDi*aggio per resistere a I 
fatiche: bersaglio, passeggiate, visite del corredo * 
d' armi , riviste , figuratevi ! che po' po' da fare è 
Al vedere que' poveri soldati che non sono avvezzi ai 
ciare, chi casca di qui e chi di là; e io vedo e eaoti 
perchè so cos' è il soldato ; e così mi passa il tempo 
non me n^ accorgo neppure. Si ha buona speranza di 
vȓre r Italia , ecco tutto. Ma datemi presto la consoiaz 
di rivedere una delle vostre lettere. Cara madre, quao 
mi fischiavano agli orecchi le palle del nemico, mi 
cuoravo pensando a voi. So il ^ran bene che mi voleK 
ma non vedere le vostre lettere, penso sempre a 
Dunque rispondetemi subito, subilo air istante. Mi raccj 
mando con le mani in croce. » — 



Goito 26 pugno. 



dira madre e fratelli t (1) 



— « Figuratevi che strapazzi! dal giorno 15 in quàsian 
slati sempre in marcia, anche di 30 miglia e più. Il gior 



(I) Tuo ili Borjjo Siili Loreiuo, 53** Reggimpiilo, 7* C^ompaf 



— airi — 

ti, già lo saprete, $i é attaccalo il fuoio e la sera slessa 
siamo amlati sotto Villafranca, e poi nella nottt* hisognò 
liiriiart' aildielro, perchè il nemico era Iroiipu di 1,'raii liu- 
mero* Ma i«ri V altra Divisione ha riacquistalo del terreno^ 
per ora siam vincitori. La nostra Briffata occupa ([ue- 
[sia posizione di Goito, ma da un momento all' altro si 
is)>etta d* andare avanti, yucstiì volta si s|)era di far' l' Ila-, 
[lia libera dall'Alpi air Adriatico (1), e cacciare lo straniero 
nostra patria. Altro non vi scrìvo, peivhè non ho 
Ipo, Non vi sconturbate se nini lardo a scrivete , per- 
\iè siamo sempre per i campi e non si può, vhe man- 
diamo d' ogni cosa. Qui arrivano inllì i momenti dei pri- 
[ìoaierì; e i colpi di cannone si sentono sempre di rni- 
|luio in minuto. Fra otto giorni spero di mangiare il ran- 
ci a Venezia o a Mantova, perclie ilal 24 alle ti della 
Itìoa fino al ii a mezzotriorno non s' era più mangiato. 
non importa; per la Fratria hlso^jua soppurlare liitto, 
partile sia un giorno libera dai Tedeschi, che son tanto 
itli file fanno paura a vederli Vi raccomando mia mo- 
e il mio bimbo: speriamo un giorno di rivederci, un 
bacio a tutti. Scrivete presto, che io il più che posso 
riscrivo, e state alle^TÌ che gli affari vanno bene, llva 
, riva \^iUono , vira Garihaidi , viva la Gnerm. 
di battaglione, e» avanti! Noi stiann) allei^ri . e bi- 
vedere che salti quando batte il tamburo.... 



( t ^ Péf r<iii(>se(*re com»» scrive costui v comr Ì5teiuie cìù che scrìve, 
le Mie funitaU |iarolt«: liiatia ìihira dui aV' a tadrìaileo. 



— ilo — 

Brescia 29 giugno 1866. 
Carissimo padre (1) 

— «In questa mattina ho ricevuto la grata vostra let- 
tera, ma non ho saputo nulla della mia bimba; che penso 
sempre lei. Dove che io mi trovi, non e' è caso che mi possa 
uscir mai dalla mente. Vi faccio sapere che alla guerra 
c'è stato un flagello di morti dei nostri. Noi delPartiglie- 
ria siamo avanzati pochi , ma anche dei Tedeschi n' abbia- 
mo veduti cascar di molti. Gli altri si ritirarono alla for- 
tezza di Mantova. Credete, che le cose si mettono bene, 
tanto più perchè si aspetta degli altri soldati per andare 
avanti e finire la guerra. Caro padre, sono vivo per virtù 
di Dio; misericordia quanti morti I A vedere il nemico, 
mi facevo il segno della Croce, e giù cannonate ; volere o 
non volere, bisogna salvare i nostri fratelli. Non lo fate 
sapere alle mie donne (la madre e la moglie) il pericolo 
che ho corso.... 



Poggio di Brenta 18 luglio. 

Caro fratello! (2) 

— « Siamo fuori di Padova tre miglia, in un paese chia- 
mato Poggio di Brenta, Per ora abbiamo preso una buona 
parte del Veneto senza sparare il fucile, e speriamo pre- 
fi) Lettera di un Artigliere Mugellese, che si è trovato alla bat- 
taglia di Custoza. 

(2) Lettera di un pistoiese, soldato di fanteria, nel 13° Reggimento, 
se puro ho saputo decifrare le sue scarabocchiature. 



— il7 — 

[sin di entrare in Venezia. Ma credo c[ie Venezia sia rieU 
r allro mondu, perchè con più che si catnmiim e piti di- 
lli siamo* Gnzie a Dìo, rjiieHa che ho a dirvi è, rfie di 
non rai stracco mai. Non potete credere il pia- 
cere che proviamo nell' entrare nei paesi e città venete ; 
la popolazione, piena di gioja e di consolazione, corrono 
tulli a«l abbracciarci, e gridano: viva i fratelli d'Italia! Non 
rareiibero di più . manc£» se dall^ altro mondo arrivassero 
i loro parenti morti: bisogna crederci. Ma già, chi mm 
j^de , non crede ; per me son contento d' essermi trovato 
Pqucsl' allegria e novità d'ogni maniera; almeno ne po- 
ird c^jntai'tì delle belle la sera a veglia. Sentirai che gu- 
Toi altri, che siete stati fuori di questi pericoli, ma 
che s'è trilKJlato nn giorno più dell'altro, sappiamo 
cosa costano queste novità. Ma è sempre meglio avetTie 
reclute di nudte. » — 



Bagni di Lucca 7 giugno. 

rismm figlio! (ì) 

Avanti jeri ricevei la cara tua, e godo tanto di sapere 

die tQ stai bene e di animo tran(|uillo. Glie vuoi fare lì- 

I giilKil mio? Bisogna rassegnarsi alla volontà del cielo. An- 

di'ia, vedi, mi do |)ace; se la l^atria vuole così, noi mam- 

ocMi possiamo altro; volere o non volere, s'ha da chi- 

e il capu* Coraggio dunque e pazienza ; fidiamoci in Dio, 

e iieiLsìamo che tutto quanto ci arriva sia pel nostro me- 



li) Ijt*ll«rit il' una tiuiiln» ad un mo tìidìiuilo, iiccorso tu i Vuluti- 
I ih Uarilmlili; i* rr^po^^fi* rtil i*ss;i It'ftrrd. 



— 218 — 

o\hi. Ti avi'ri risposln, ma tio vtìlnt<» prima meuerti Tn 
sieme iliaci lire, e orcerUiti, die se poteri, li niamlereij 
di più. Che vuoi? le annate son sempre peggio , e qiv 
st'arifio, (pii non abbiamo forestieri. Ma quando hai bisc 
f,mo, semi, che per te faremo i! più die si puole. Addi( 
dmifjne i»er orti. Stai allegro, aniapii, e ricevi un bado di 
cuore e la materna benedizione.... 



Salò !;ì di iXingtìo 186B. 



Qirissima madre 



— « La vostra cma letiera mi iia Tatto piangere dritl 

consolazione. Siale allegra e non pensate a me, che sar 
qriel die Dio vuole, Quello die io vi dicn e, che io mi sema 
n\ì t^ran coraggio e aspetto V ora di dover battermi per 
la patria. Un bel cavallo m'Iiau dato; che piacere avr 
a vedemii come ci slo l>ene. e mi so reggere suIIj 
Ma sH sentiste die acqua mi tocca a Innere. e una eos 
leri'ìlìili*. Della pazienza , credete, bisogna averne fli molloJ 
se no. a queste vile non ci si resiste. Pur che si finìs<n| 
una volta, se ne ingoi hi di tutte. L'amaro avrà poi il suo 
dolce. 

Mi mandate a dire che non vi scrivo più che un 
vulla il mese; ma io non posso sempre aver in proatu 
ciò che bisogna per scrivere. Ma quando ricevo una lei*] 
tera vostra , mi rallegro tutto. Sono ora cosi lontano da 
voi, che a una vostra lettera mi pare che mi siate vicinol 
vicino. Vi dico che stiate sempre in buona allegria, cornei 
quando ero a casa io. A me non ci pensate, meno chel 
per raccomandarmi a Dio, <*he mi passi il tempo presto 
che io stia sano e allegro come sto ora. Si dic^ vi sar 
la gnerra, ma sono cliiaccliiere. Ma se deve venire, veti 
presto. Noi tulli non s' aspetta altro.,,. » — 






— 21U — 

Nel rileggere queste Lettere, senio un vivo dispiacete 
del non polerveue aggiugnere ptr ora parerci Me altre die Lo 
in pronto. Ben mi s' allegra V animo che pur bastino a niet- 
lere io evidenza come nel linguaggio del Volgo toscano 
vi s^acr^niinu a maraviglia scolpite e vive la moralità e 
l;i poesìa del cuore- Ma, quel che è più, iu tutto e so- 
pra tutto vi c^mpe^gia il sentimento dì Heligione, il quale 
riassume, nobilita e sublima ogni verace affetto. È il 
pmsiero iklia Provvidenza e il pensiero della Croce ^ che 
add&DO e confortarìo questo povera gente e ne avvivano 
nflèl coìficienza, esaltandone a un tempo T amore della 
feraiglia e delta patria. Di che m' avviso che ove non sì 
liijva che una tenace idiotagine e la diflìcoltà grande, e per 
|M>co invincibile, di ripararvi eflìcacemenle, non vi ha che un 
boon CatecWsmo» che valga ad ammaestrare e indocilire le si 
fette moìlitudinì. E comunque, se voj,diamo distribuire al po- 
polo il vitale pane della istruzione, bisogna in prima avere la 
carità dì accostarcisi per meglio conoscerlo. Ciò mi parvo 
di ilover consigliare in ciascuna parte del mio tenue la* 
¥oro; e se vi avrà chi ne prenda eccitamento a verilìcare 
in atl4:i la luinLì del proposto consiglio, non potrei aspet- 
Ianni nulla di più gradito e caro. Ma prima di por termine, 
devo raffermare, ch'io non mi sono occupato dì colorir 
quadri alla m;iniera Olandese, non reggendomi la presun- 
2Ìooe a tanto. D'altra parte gli Olandesi imitavano la na- 
tura , ed io invece mi conlento dì copiarla tal quale. Onde 
lo studio, cui dovetti rivolgermi colla maggior cura, fu sem- 
plicemente la scelta delle cose copiate, si che si avesse 
a riguardare la presente mia opericciuola, siccome un\4tt- 
iMofjin di alcuni Discorsi del Volgo Toscam. Ed io T offro 
a' miei gentili lettori , acciò ne ricevano conforto a liene 
sperare, che T Italia, non dimentica de'suoi primitivi Maestri 
e del privilegio di queslo minuto po[>o!o, saprli sommini- 
fOtrairi una Letteratura improntala e polente del nuovo 
spirilo della Nazione. 



LA MATERIA DEL MORGANTE 

IN UN IGNOTO POEMA CAVALLERESCO DEL SECOLO XV 



(Vedi voi. II.** alla pag. 7 e seg. Continuazione) 



IL 



È qui mestieri che io venga a dire delle difTerenze 
e delle simiglianze che sono tra i due poemi per ciò che 
spetta alla frase, allo stile, e all^ maniera del poetare. Che 
il Morgante sotto questo aspetto avanzi le mille miglia 
VOrlandOy è cosa già da me affermata più d'una volta e 
a persuadere della quale non mi sarà d'uopo spendere 
molte parole; anzi non mi perito ad asserire che io 
non conobbi mai così bene T eccellenza del Pulci, come 
dopo avere diligentemente raffrontato coir Orlando tutto 
il suo poema. Questo raffronto ci fa toccare con mano i 
veri pregi di messer Luigi , e servendoci a discernere con 
sicurezza da ciò che ad altri spetta ciò che propriamente 
si deve al suo ingegno, ci aiuta in modo mirabile a por- 
tare di lui un giudizio retto e adeguato. Tuttavia non è 
mai a dimenticare che egli è pur sempre un rifacitore; 
se ha mutato frasi e versi, se ha foggiato a modo suo 
il concetto, se ha aggiunto molto di nuovo, egli è vero 
peraltro che ben di rado, per ciò che spetta alP invenzio- 
ne, si è allontanato dal suo testo, al quale non solo è 



— 2^1 — 

tie, ma beae spesso anche servile. Infalli, se si emeì- 
tuano gli ultimi canti, dove il Pulci si è lasciato piiidare 
dalla fretta, e gii allri luo^^hi dove il racconto e diverso, 
ar<*ade raramente che un' invenzione dell" Orlando non sia 
riprodotta nel Moigante, Talvolta perfino non la troviamo 
al suo laogo, ma poi proseguendo la lettura ci accade, 
non senza maraviglia, di incontrarla più innanzi. Per ad- 
durre un esempio, si narrava nel canto Xll dell' Or/f<mio 
come Gano, per ordinare certo tradimento, mandasse al re 
Emvinione un suo messo, il quale, <'onipiuta P imbasciata, 
lnrno.sseue a Pariji^i e al sno sign^ire, i^egalato d' ima veste 
Idi scarlatto. H Slargante rjel canto Vili racconta la cosa 
'allo st**sso mudo e con pcrpehia somiglianza di parole: 
,5e non che noi vi troviamo mancare di corrispondenza una 
[Manza, la quale dovrebbe aver luogo tra la 29** e la SO*: 

(V 47) Un .sriomo darlo mirò quella s\ni\ 
Cile di scarlauo era si ben vestilo, 
thide a (ìan dissi*: Non pensar follia. 
SidiilanienlP Gan prese p^artito: 
Disse: Io U giuro per la fede mia 
rjie «jneslo mio fam|L'lio aveva im silo: 
Egli ha la casa e 1 podere irnpe^mato. 
E come veti! ili nuovo s' è addobbato, 

[.Ma cheì seguitando a leggere, noi troviamo qneslo mede- 
\àxm incivlente narrato dal l'ulci più distèsamentt? do[)o 
fentina di altre stanze, nelle ottave 53-54: 



*>rlo un di per ventura vide indosso 
A quel corner, ch'egli aveva mandalo 
Al re pagano, un cerio vestir rosso, eie. 

L'ho sposiamenlo simile a questo troviamo atli'esi jn alcu- 
llie tra le invocazioni siicre con cui lianno |>rinciiiio i canti 



— 222 — 
e deir Orlando e del Morgante, Per lo più queste invoca- 
zioni differiscono nei due poemi, per la ragione che quel- 
le del primo erano sì prive d' eleganza non solo, ma anche 
di sintassi e di senso comune, che Parte del correttore 
vi d sarebbe spuntata; talvolta peraltro si trovano cor- 
rispondere: e allora non è raro che la corrispondenza 
abbia luogo tra le invocazioni dì due canti i quali per la 
materia non hanno che fare insieme. Cosi T ottava con cui 
principia il Morgante noi la troviamo in capo al canto XJII 
MV Orlando, che per l'argomento corrisponde a parte del 
canto Vili. Ecco le due stanze poste a riscontro: 

(Orlando) (Morgante) 

Nel principio era figliuol di Dio, In principio era il Verbo appresso Dio, 

E 'I figliuolo (li Dio appresso a Dio era ; Eti era Iddio il Verbo, e 'I Verbo lui ; 

Iddio era figliuolo del padre pio Questo era nel principio a parer mio. 

Nel principio, questa ò cosa vera. E nulla si può far sanza costui; 

Tutte le cose con Sommo disio Però, giusto Signor, benigno e pio, 

Si furono facto por potenza altera; Mandami solo un degli angeli tui , 

Ninna cosa in terra senza lui , Che m' accompagni , e rechimi a memoria 

Ed era vita eh' e facto in lui. Una famosa, antica e degna storia. 

Fio recato la stanza delP Orlando con esattezza scrupolosa, 
alTinchè se ne vegga P orribile deformità. Quantunque le 
simìglianze non siano quali siamo soliti vederle nella parte 
narrativa, bastano peraltro a dimostrare stretta cognazio- 
ne tra le due ottave. 

Né meno che da questo spostamento di stanze noi 
riconosciamo nel Pulci il vero rifacitore al costume da Ini 
talvolta seguito di costrurre un** ottava con rime e con ma- 
teriali tratti da due o più tra quelle del suo testo. Ecco 
anche di questo fatto un esempio: 



— ii3 — 



(Off. f." tm 



(Moro, n, 15) 



Kd \ut liti» >ua Cifrila (imito lH<ilb , 

E' iiuri Ì3 uoDi l'ha la iiiuosji di imUt , 
E eùs^'un cnvAliar ri^piiLi vile; 
S*4lU noti fuasi àamvinn i|iiell» , 
Nei» fu muJ lionria Lantn Atguurili; ^ 
Dìnloriui allrt riHìi !M>jkrfl n" cunfìiti 
Sono ar rampali molti spirar ini. 



£4 he mu Mit Q^M luoltu l»ella« 
nh« ia (ftt»lM fii0(iilf» \f\k mm Iruovi pare*; 
Ko* è «il ncfido (hiroa «h« U muova dì h'IU , 
ì*m tali» Il noBtli» «e f* nunuiiArc ^ 
I Cam nm Immu in *fiAfi quali donxéllit , 
I O «fliliaiki •aneini h« (ootra^Un* , 
Ola *' •« r«fl# r*»i» Ciincia » eoo tirnntfo, 
P^ latto di mnoilA manila mln^rrianilo. 

U nui nome ti <• Uc^ridlaiitt , 
Q^««c, «avu , aobile « («niOe ; 
S*i0a non Cwm, ««vnic dl'è. pa|^4iin, 
Ho* fii aMi dtifliii Untu «ìpitortlc. 
t*riaM a guelta Ita mia AiiiiiaiiN 
l>'M9Bt <arreiit«, rìu^rila cr soilili;. 
te !«■■ fifa di t|iittlU cimùtiì 
Xì «om» i eaapu tnottì lafanaì. 



Esempio migliore ili ijiiesio io non saprei davvero itnvo 
rilro^-are, né die meglio potesse si^rvirr» «t mostrare il la- 
voro di rifacimento. 

Ma $e imporla il notare questa fedeltà e quasi servilità 

ài messer Luigi, ancor più è necessario uno studio diligente 

1 delle differenze dir passano tra la sua maniera e quella 

ileiri^oto poeta/faccio die net Morgame noi troviamo una 

proprietà squisita, un' ele^nza di forme veramente animi- 

|nibilc nella sua semplicità, doli delle quali V Oiiamh va 

privo quasi affatto: taccio die colà iifrni parola serve al- 

I r <^pressione del pensiero, mentre qni molle frasi e voca- 

fhfili, come altrove notai, non servono ad altro die alla 

tardo ancora die mentre lìeir uno la struttura del 

a e deir ottava è semplice e nainrale, ma sempre cor- 

[ reità, nelP altro invece è irretyolar*^, disarmonica, e viola 

spesso le lef^pi della versificazione. Queste ed altre 

ili differenze* per le quali il Morgan fp va collocato assai 

al dì jiopra delP (hiando, meglio che dalle mie parole appa- 

riraniMi dagli esempii die io continuerò ad arrecare. Ma oltre 

Ji <|ueste diversità nrti ne abbiamo altre ancor più ilegne di 



— Ì2i — 

osservazione. Non solo per 1' eleganza e corretle^za deHi 
forma il Morganle si ilistin^nie rlair Orlando, ma ancora 
quelle parli ncllt? quali è riposta l'essenza dello stile; 
net primo noi troviamo nerbo, efiìcacia, vivacità e ali 
doti miralìiii. le ifiiali ci fanno difetto nell'altro poe 
Confrontisi la descrizione dei pravi danni cagionali da m 
cavallo divenolo selvaggio e feroce, falla da un me^so 
Marsilio, nel tempo che si trova in sua corte Rinaldo: 



{Orlando f.* 96) 

Noi MTAin cÌDqtiHirsiiUt airilteri . 
Che yiiit««vama a' piai (Iella mfmU|f n« ; 
Fumino a^f^lilì «In qiiol jjr*" <lr**riori . 
Tulli ci Uà rolli per «|uell« raiitpa(iia> 
Ija «LiiHigrlla u Ipnrlr^ lai motlierl 
Forlc ftlhlunJo <ÌJ fiidi^io m btfnt; 
Marnili». Pali»ornnc e rv.nlii||f»nlc 
U»ravìgLtiv4xtM del lì ero aDarante. 



(Jfcrg. Xin, 52-55) 

Naì «ivitn finqtiercnlo caraliori . 
[lirera il mr^sto; e ^ianlt alUi titmilifOtL 
Pitnuiio at<alitì Ha quello dttlIfWì; 

Me4»e»i in rmciin fra* tuoi riTàBon. 
Non fu mai lupo airabbiiin ti« r^gtia^ 
Che cerni ifinrdn «> «liirciH ed Atl4t»r|» 
Né anco ì ratei »tK)i paioti di i 

\n'\ vidi , o ro Ifiirsjtio. rtnar dlian^ 
Ed scrosta rfii a im (kag:aiia a peli», 
1% peti menar ddtv nittipci dinaityi: 
Che ([«"nei (u, f\iV! grli dc»4 un bufléttA 
Da far cadérgli d«ì rapo d«iii aebìajitit 
K^ gli «cliiaccit^ le corvatta e V alnoMU», 
E biili«% il rapo più di dìrd brarcìar 
P«n«a ro' pie di drielo »" pf U «ctiiiarrM 

So da io quol tatiro uita coppia di miri \ 
E' farà rovinìi r questa pala già. 
In tùCì presto titaxio d^' mioi Mbt« 
Clio hi stnr quivi mi p4nr« di«ag:ìa; 
r«irò ch<!i raiilro a Ini purlie arme %a1n. 
Tanto «npcrtio par. bravo e tnakai^o; 
Siiiiffl pietii mi pafov» BriiK«o i 
11» tot fu^fi', rbò attorno attrtavuo bus»!* 

NÉ rrutdi» rbe vi uà rampalo un «olo. 
E 'I liuj lùpcale vjiti morir io, 
Alflilto, povwtHlo, ron gran dtfolfi. 
Quando Mnr<ilio qmaltì cu«ì odio, 
Clio cmì tri^i^tditieiilo tanto toluolo 
Vi fu»»» morto: Wii!on mwtro Idd'o. 
Diee» piangendo, come h roownti » 
Che eotì «en dislrnlte le tue genti* 



Della medesima differenza di stile ci porgono freqnen-" 
tissimo esempio le descrizioni di comhaUimenti. le quali. 



iversjlicano assai nei due poemi: cosa ualiirale, se si 

ttin^^iilerì come in nessuna parte fosse più facile r^deie in 

stucchevole uniformità, e come iu nessuna pertanto 

reudesse più necessaria T opera avvivatrice dell' Ìn;^egno 

el F^iilri. Quindi b che questi si prende qui ogni arhilrio, 

bbreviaodo bene spesso le prolisse descrizioni dell' Orto;»- 

f), e forse non meno spesso ampliandole d'assai. Recherò 

[Ili il duello di Rinaldo con Orlando, percliè ha luogo 

i due maggiori campioni del poema, sebbene invero 

tra 4|U4*llì dove s' iuc4:»ntrano simiglianze maggiori : lo 

raffronti al luogo corrispondente <lel Moi-ganle: 



E ahassaron te laticie quei baroni. 
Per dimostrare Falla gagliardi;!: 
IfCL 3hrtf, E lor cavagli pugnevan de' sproni, 
XV, 23^ E rimo e T altro un gran col|x> se dia 
Per tal virtù gli anhli campioni, 
die raccontar noi può la storia mia. 
SI gravi colpi e forti si donarono, 
Che in più pezzi le ìancie si spezzarono. 

Lspezzate le Ìancie e due guerrieri 
Ciascuno la sua spada fuor traea: 
fi ()ro HinaMo un colfjo \n sul cimieri 
Al conte Orlando suo cugin porgea; 
Ben si credette il gentil cavalieri 
Avergli (!a(o morte eroda e ren, 
El cofiU* Orlarnlo per la slonligione 
In sidia groppa andò del gran ronzone. 

Non ebbe Orlando mai si gran paura. 
Per lo gran colpo eirebbe di l'rusberla; 
Ma come fier baroo si rassicura; 
Uittossì in sella, «piesta e cosa cerUi: 
_{kL iH> Dmile chiama la Vergine pura. 

Dicendo: Madre, molto l>ella offerta 



la 



— Si6 — 

r ti farò, se {>rieghi Iddio sovrano 

Ch'oggi mi scampi da cpiesto pagano. 
Lo scudo dopo le spalle gittava. 

E del cavallo el fren tutto abbaodoDa: 

E la sua spada a due' man s'arrecava. 

Un lìero colpo al buon Rinaldo dona. 
{id. i9) Sì grave che lo scudo gli tagliava: 

flome campana quel colpo risuona: 

Rinaldo si chinò senza piii resta. 

Vedendo il colpo di si gran tempesta. 
Al collo del destrieri il colpo scese. 

Sì che ili nello lutto glier taglioe: 

Rinaldo allor per forza in terra sce.*^. 

.VI conl(f Urlando in tal guisa parloe: 
(/</. 30) Fiero pagan. tniditor se' palese, 

E per villan sempre t'appelleroe: 

Isccndi del destrier, che questo fallo 

Alla mia possa intendo vendichilo. 
Orlando scese e poi prese a parlare: 

Traditore m'appelli e non fui mai: 

E se non fusse T avesti a schifare. 

Hi morte farei dato pene e guai: 
(hi. :\[) Ma prima che di qui m'abbia mutare. 

Sed io son traditor veder potrai. 

Se<l i' fuggo da te, vii uom m'appella. 

(Ihe mai non mi fu detto tal novella. 
Prima del c;impo noi facciam parlila 

(k)nvien(che)rnn di noi rimanghi mono. 

E forte strigne la spada forbita. 

Un colpo dona al buon Rinaldo accorto: 

J^n si credette allor lorgii la vita. 

E d' averto recalo a mal porto. 

Ma le buon'arme iscamparo el barone. 

Il prò Rinaldo parlò tal sermone: 
vero Dio. padre, signore eterno, 

Per tua misericordia abbi piatade 

Uggi di me. ch'io non vada all'inferno: 



— 327 — 

Dì ciò li priego con umiliale. 
Se 1 ver delia bu^a bon disccrno. 
nijinmai non lrov;»i iiom Ai tal lionfade. 
Salvo che 1 mio cugino conio (hlriodo* 
Verdine rnadrc, a te mi raccomando. 
Vllor Frui^bcrta strigne cadenti serra. 
E un gran colpo ad OrlaiMlo m*^nava. 
Orlando prò, uso di guerra, 
[W. 31» Quel coiaio grave già non s'aspeitava; 
Un spillo prese, sei cantar non erra: 
Rinaldo in terra la npada liccava; 
Kl conte Orlando addosso gli correiu 
E Lai parole inver di luì ilicea: 
'io fussi iradilor. come tu cretti. 
Fallo Tare' una gran villania: 
Leahii rc'/na iti me. come in vedi. 
HenclV io non m però chi tu ti sia. 
Uhi 35) Il prò Rinaldo allor si ferma in piedi, 
ìéii spada rilirò per gagliardia. 
Dìs»e: Io f ap^»ello per leal barone. 
ltencb*io non fussi però tuo prigione. 
Insieme incominciar l\ìspra batla^ilia. 
(^he così fiera mai non in veduta. 
E <i tagliar gli sherglii della maglia, 
UnaPera d'acciaio forte e niinma. 
Tanto riurò tra loro la Mdierniaglia, 
rjie 'I d) passò, la notte fu venuta, 
E flbiariclla vedendo la mena 
X pici discese la dama serena. 



ììe III questo conibattimento le siinigliaiize superano le 
negli altri accade per lo più il corilrario: tan- 
nel f/ 20 noi abbiamo descritto in una sola stanza 
sbattimento di Rinaldo con un gigante , che nel canto 
del Morgnnle \w riempie ben cinque. Ne solo nei 
il>atiimeiìfì, ma anctie in altre parti il Pulci viene ara- 



— ±» — 

i»iaiiu> i ^iii if!4u . :i:4iipdL'iAÌoc4 dOpnttQtlo di allon- 
.sr^^ i is??« . iKvsHM !iie Dell* Oriamdo cànno tra di loro 

mti i**r!«>nacc ^. 'f ìntr^fBeCtenie dei dootì, sempre 
iitn Q ^*riL-!D -^ ti flruf. Tah<>(ta ancora aggiunge ossap- 
^nsoom -in<>** -^'on • £ittì trfae Tiene narrando, tantoché 
mi*^' -imiiai'vrs nCHic>:> ilei cànoiare e del ragioDm 
-ffli* 5 • -^nniri ma •i^U•* Ani più notevoli, e forse h 
-arsitersin 7in scin'TD «Wriniwen*! di messer LoigL ^ 
V ^M* nsd' .r*if.Mi rene p»?r «{nesta guisa a distinguersi J 
i JrT/ffitii' si:c«uif ia catta la poesia cavalleresca dei 
/aiur hi Mazza, a Tale è ^sempre narrativa e descrit- 
i»vi • vu a Tii» ' s' imrainna «li ratmnamenti. Ecco don- 
jur ^HT ;i :rmii »ita iC'Mrine il poeta, e la poesia ca- 
v;iit*»-'> 1 -rv*--r- " menarca delle «pialìtà della mente e 
it-l" \v^:j\\ i^\Y Hr- rr. Per aiilurre qualche esanpio, 
■naiiij jrfari le* " 't-.z**» il raffinamento teologico OOQ-- - 
»-»mn i»-U ^tinzr! ii>^2 'l»el primo canto, e la predica ^ 
ii-r :i?aTM I ìfc rr»nw . .-he >* incixìtra poco più innanà ] 

"-^iW : V iLini'i :i lìiiii?} .liso'»r?i> che Orlando e TAbate 1 
mim niu: il ^'fmr' i parlare delle armi (75-82); vi è 
i>sii .III :r-^■- ;urtl«j .he >eirue al loro riconoscimento 

:: •*-< . li i: 7! ^ siLit-a «ielle riflesj>ioni che suggerisce 
j ur-vvr L-Lxz / iCOTtitu^line «li Carlo Magno, allorché 
- >riM I - it^rf Afillo impilato • XI, 71-79); vi sono 
i'i»ri- >:vj:i .inc»''ie :h:i brtfi e meno artifiziosi i discorsi 
■.-I TMin:» -r Rrj^i.\ 1 i>n>p«>sito dell* innamoramento 
•j :.;-!< 1 ::ìiL' r«:r Antea > XM ', e quelli di Gano con 
[••■; iii*r= VI -jrc/k XXn tlt>l JtwtjéìfUe. insomma quante 
\'tU :vi cp viam^> a-el M^yamie lunghi ragionamenti, 
:• c^sanji.^ sefì-ci tirnv^v di errare coaàderarli come farina 
sT.^cu .lei SKW del Pulci. E invero che questa fosse 
^^^■nittu-iite nm lendenza del suo ingegno noi lo ve- 
d:mv^ »h«P^ 'Uir aWKUiilonanisi ancor più in (|uelle 
fvuii «i^u* edi >less«> in luogo di rifare inventa: lo 



^2U 

aliamo, io ùico, nei vivacissimi discorsi tra Moi gaiile e 
largiilte, e in <|uelli non meno singolari di AsLiiottf fon 
figi « con Rinaldo negli uUinii (\ìnti tiri pot'nia. 
Da quello amore ai ragioiiamenti non polri'hhe cer'to 
11%'iungersi . comechè abbia in parte fondamento nelle 
R' ' "»»* lendenze delP infre«;no, qiudio alle hinglie de- 
u sia di oggetti sensilnli, sia di cose morali. E ìn- 
ero messer Luigi si distende sempre assai pìii del suo 
riNlec^iSsare nello svoli»:iniento flelle passioni e snprattntlo 
leir amore, mostrando cognizione assai più profonda d^l 
iiwe umano, S' a!)bia ad esempio la descrizione dell* in- 
[ìramenlo di Rinaldo e Luciana: 



(Ori r." <Mii 



i mni \nr is ,. sep,) 



fkrafu} IH 4||iicllit '^(iiiirfli . 
bicio UauMo « iuiuntiiri' ; 
' ricit^Mii per U.'«nia 

f^ w« «tu i(jni« »inurf>ia« 
' era fMÙ r luAt^ I h*« ift^Liu m tìw ni**ju 
i A4 rbiattm LìtH4tiJ|« 
•*^ut is B«ltifiiLirtl<3; 

I ^mlU «fTrkinlo. 
I li dmttià fiivrRiiii , 

MU <«f)M «Mia U i(«cni£««n« 



ili bi I 



Uursìlio HMiipiN? tenne f>er iu iimna 
Uin:i1*(i» (M'c le T^-»|p <• per \v tnic. 
La *ii.i i't;:rM)ola^ itrHn Liiriann, 
(Ih' ogni Allr« di bdllezzn it^i^aì pi'VMl*', 
FtìsCKwi itiriiiilro hduii^Tia imI ninni in, 
E «untittA Mar^itìo n' mtA ct^m^mi^m 
Cun laUJ ou(t»li u gm^ìosì e tiii)(;iiL 

Uh iirìnm qiieiilM Ritial Ut TutlcM» 
Clio «^i ^nlì da lino '^iml nel roro 
E»»cr Tcrilop e con «ct'o ^lieoa : 
Ik^n ih' hai tuiidoltu iluv<» vuoi , Amoro, 
\ Sir<>fijRxa n vctler ^iie^tTi ì>kU*n , 
Che pili rliti 't mÌ m' nbb^fflia Ai «plomloret 
B rufHjtiiìevji al ^uo geniil mIiUo 
(Juol rho gli |»«rvt» cIhj finsi dovuto* 

Quivi alcun giorno dimorai- con lenti t 
Nc^n ttoinaniiiir «« Ciipiiló galupp^i 
Di <|uii« d« li t con «ooi nuovi m'gonunilJ, 
E b f«nfhilla iM9rviv« di ruppa. 
RlniMo srnipri-* ebhe gU occhi lucenti , 
Alcuna u>tla roii ì^^ì rintnppa : 
Or i|iieMto ì* cpid che come loifu a esca 
fi f<KH) pjir rhn rintiiihi ed iccresra. 



Fonanlo poi alla descrizione di cose sensibili, ce ne 
' un buon esempio il canto XX tiel .ìfùrgrwte (M-M), 



— i30 — 
qiiile è da melUnv a paragone questo luogo dell 
hi» 1 1' 117 • cbe vi corrisponde: 

Emnro sella nave e baroo gai, 

E i|«ei ptidroii sempre va rimbrottando. 

Disse Rinaldo fra sno cor: « Tu hai 

Una 2ran vodìa gir per mar notando ». 

Ed una ed alira ragione assai; 

Tuttavia forte andava navigando: 

Ma «a none venne una fortuna. 
JlKy. ftilenì. tuoni e tempesta s'aduna. 
L. 31 i Notsth erìstian chiamai^an Dio verace, 

E* marinai diìamavan Malcometto. 

ilie la fortuna rimettesse in pace, 

l^'era leva'o un tempo maledetto. 

In qua e 'n là per lo tempo mordace 

Iji nave andava, sì come v'ho detto. 

Bone le vele, r albero e F antenna. 
>i 33k E quasi d^aOòndare ognuno accenna. 
Orlando chìamaìra la madre Maria. 

Rinsddo. Rìccìaidetto e lli\ieri: 

E Isdrocco allor mente ponia. 

llie erano l Cristiani e buon guerrieri. 
< 3!^» Greco chiamava e la sua compagnia. 

E si conuva lor colai mestieri. 

Greco rìspuose: Sed e*son cristiani 

Ouei vi do io che se fusson pagani. 
Disse Scirocco: Makone escellente 

Si ti distrugga, blso traditore: 

I\>ì che la legge tien di questa gente. 

Ornai tu hai perduto el nùo amore. 
<i. 3^> Addosso gli correva iratamente. 

A ilargti cominciò con gran furore. 

Allor Rinaldo dice: Che è questo? 

E Greco il fiitto gli ebbe manifesto. 
Rinaldo con grami* ira el pagan prese. 

E si sii disse: Se tu sai notare. 



— ini — 

\€l *L 40) W elio pigli de' pesci (jiii palese. 

Siiliì (amento ne! mar V ha gallare, 

(Juélla vMnVd quel pagano offese, 

Che niun ukwJo non si polt^ alare: 
l^xi, 41) E brievenienie n«^l mar di quel porlo 

iu poco d'ora quel pagan Tu mono. 
Morto el patron richetò la tenipesla, 

E htm el leni|ìo iiillo ris^liiarato. 

Ma esempio ilei medesimo fallo migliore ili gran lunga è 

per r^rlo la descrizione ilei pailiglìone ili Liiriaiia, Era 

^l?eiìi^rale eostinne ili tutti ^W nntori dì iioeny l'avallereitrhi 

ititn>ilurre una «li silìallc desrrizioni nei lnn> ranlari; 

rfie 1^ autore déV Orinmto non aveva rpiintli trascuralo 

attingere a ipjesto Iiio|j:o connine, e narranilo rome 

Jirìaoa venis^ in soccorso «li Rinaldo, aveva anehe detto 

Ifoin'ella retasse seco un magnifico padiglione , sul (piale 

ano rappresentati a ricamo i quattro elenieoli. Della sua 

je^rizione ci ha tolto il principio la penlila di nn foglio; 

iKHidimeno si vede da quanto rimane che i'i^a assai lireve, 

doireva occupare più di cinque o sei stanze. Il Pulci 

lir ìnconltTi, serbando il eoncelto fondami*ntale, ma accre- 

rendo a dismisura i particolari, lia dato alla sua la liin- 

^liezza di imi quarantatre intere ottave. Ecco le due stanze 

ileir Orlando (V 103) che sole ci sopnvanzano: 



Lsi gran balena, T alntone e dellìno. 
Pensee Colombo, tonno e slorione, 
E 1 buon denlisso colf tuii^lno marino, 
M« XIV E 1 pesce cane e tessero e untinone: 
i»C-^*iH} Muggine e serena a tal latino, 

E altri pesci eh* io nuu lo miMi/inne; 
A raccontar sarebbe una gran mena. 
Liair altra parte i> ìt mare della reniu 



1 ^ ìm». 




• il é ^i 



Sni Otm^ «m |- Afaoi ( ' ' 
*Jk mmaam* la Vvfàt M«i>. 

!>«ra BoHfci»: P^ k Me ■■. 

•:h« Dw u Ti ha I 

TrwiM « pia» e «■««> «r ti ( 



b Boz» a tame diJfer«iLEe sì paò scorgere qualche 
m TCi^u noi kcgien :sonìig<iania tra il bare del Pulci e 
ja^j »Snir i:ZDfHiy aaton?. Avrerto b cosa perchè il ta- 
vrìa Qi:<k mi à apposto a mab fede; ma farò osserrare 
•li temp<> stesi^i> che sarebbe matto chi pretendesse ìd- 
•larre «la •:»>'> che V Ortamdo à opera dello stesso autore 
«rfae '.-ijm^^ocie il Hx-gamu. meotre queste somiglianze sodo 
ci.xne ;axrii>le ìd uo mare . e qualche motto vivace e qaaK 
che detsorizioQe oo poco satirica noi troviamo anche ne 
più ^ehi tra i nostri poemi cavallereschi, quali sarebberc 
FAnoroia e il Bovo dWntona. Tra i pochissimi versi d 
sapore alquanto pulcesco citerò i due seguenti, in cui s 
parla di Morgante, che afferra un nemico: 

iC I3i» E gittò io terra che tutto si spezza. 
Sì come fosse stato pera mezza. 



— a:i:{ — 



'M par rjirtioiifhM» i» l' liLrn rbèniliìfio; 
\ t'ki la fliln cooiA rxlitniti 

I Iti fr«M» ^r« * it Uti0 Uiiiio. 
» cofilro a l«i> coti (fki vhIca difi^^a. 

^ià rha ttiun' nllra Jùm ptlmì er* *o«peM 

II fM*A «X!! «(GIaIu f hr>u rìtniUo, 
r^SMi «ti frantle De tropiM» pircolulto, 

E tii«iir»(4» ptr il' art^^nto rstmiUi, 
Gkt» • nmtrcrk* ognuni» sia a dilello. 
La ìmttJi f^rrrjlkna con tte/U' alto 
Kn • fnirsrv, t; 'l Ishiiro vermi^teUo; 
K ii#«tl di VI torio la filo ipvwi 

n pmrismm» tu ymosn vuln» «^«uidic»! 
cmImI meaUi <it|iìiilo «suilirava , 
nrliétfdrTa Ì( \ìm» ornalo; 
•ilrttna il^uaiiio bt«jii liegiti^itvA. 
> f«iii ifiTenui il ro&laln. 
I flè dir Dcu) Oli ^nv», 
liinfo quel traila U». 
DI*«rB laoto bella tiltramtsura , 
fUriraiilar noi |P»lrabbi* crealurii. 
|l«ft* itftt» «ti era liuorui mtettm: 
g i arai» di» porla . (^ loe^tilatiii^tila 
I ttevalo igsalb daiui dealra, 

I « allru fiiu»fniu»aiilfì; 
r Ma tÈm lialtif Ita UOlo at|Milr« , 
; ièka Mal tém tantu ardUaento 
batlcnt pttiUeaM- <|u«fl4 il a ina profiaja, 
porla uea Isnria im-aiitala. 




Tatiio rhe itt qiiealo »Htuj|;rlìa l>ian.a: 
(fritaque ugni tms |iar chi) «i l'onfarria, 
lhiii([M(!' non vr» qiM«i»t4 donna liitinnt} r 
Nel jnjllu lar^fa quanto vuol inisurii < 
Pr<MerpÌQH |^»aroji nella rljitarii. 

E D<*ji>|»«ìa pttrevu no' iianrhl , 
hji piìrlan^ il lureaiiso e le qua Jr olle ^ 
Mnsirava «olo i pie pirroli t* biatictjì , 
Verna rbo^ V aJIrt; parti usiro craii hutle , 
Tanlrj ilic imlla en«4i a rolm manrlii, 
A quetstu ifiudu fatiti »au le ?«U^llti' i 
E »iiditi«j le tiillfci a Jìptii lurit% 
Clic cm'lo Jillulù A quMla »4nan l^rnUc. 

Avca eerti nllì dulci v tcrt» rìni^ 
n^rti Miavi lcy(^tadrì cxij^tumì , 
ha fare ffialancar «oi paradisi, 
B cori-or su po' luooli air erta i tinnii , 
Da fare innamorar conio iNarci*i« 
Nuri chi! Giuseppe per loi «ì con»iiiiiti: 
Pnrt!a ne' paMÌ e V abito HarKelu ; 
L» «uv parole i^ran xucclicro t* mele. 

Era lulU rortoiM, >?rn i;ciiUI<^, 
Oliarla « «uvia , pura e vergof^mwui ; 
Niille prtiiue«so sue soiupro rinl«i , 
Alcuna Vi>ìta un poco dÌJ^dL^gno*», 
Cofi tif» alto niagnaìnio e «ignurile, 
Ch* er» dt saiitr'ue e di cor i^^noruta ; 
BroD Unii» viri ù raecoUe ìfi loi, 
Che più uun (1 nel mondo p fra \gU IVrj, 

Saperda lutto \' arti SibiTali , 
Pttrtava »po9«o il ttlruii pellc^frlno; 
Furìva a ca^rda lloni o ring Inali ; 
^u^ndo ravalca un puliUi rcniino, 
B rorrrr no) Cacoo, ma nietlor aM, 
Da ogni man lu volgeva Ialino, 
E fitsl VtitLar , elù vedova da parie , 
Arc'ifiufitu poi ch« rnwi tlarU*. 



[Ma più anfora giovano a mostrare questo che io dico 
lì laoìeiili chi* fa iliiioi Hioalilo. lomientato dall'amore 
[lidia ilonZi'Ua. Dando isfogo al suo dolore, nel Morgtmie 
fi Ta a c^rcnre ^Tan numero di esempi mitologiei (XV(, 
11-38), dei quali pur uno non ricorre nelT altro poema. 
ri ìmi^e il figlio dWmone. volemlosi srusare a Orlando, 
si rforza di rìtrarlo alla ragione, si ricfiiama ad esempi 
lieti altra sorta, non rirordati per nnlla dal Piilri: 



— 234 — 
(r 115) Aristotile, Ippocrasso e 1 gran Teseo, 
Galiano, Salamone, Salmansoro, 
Ed Alessandro altero e Tolomeo, 
Lucano, Avicenna, Virgilio il gran tesoro, 
Piramo e Tisbe e '1 gran gigante Anteo, 
Troilo di Troia, Giason con costoro, 
Emilio con Arcita, Palamon Tebano, 
Omer, Sanson, Lancilotto con Tristano, 
Questi ch'io conto e altri uomini assai 
Furon compio dall'amor tormentati. 

Chiunque abbia conoscenza della letteratura popolare del 
Medio Evo non durerà fatica ad avvedersi che questi nomi 
e i fatti a cui qui si allude, appartengono tutti ai romanzi 
e alle novelle che avevano corso in quei tempi, mentre 
gli esempi addotti dal Pulci sono attinti a fonti classiche- 
Per le medesime ragioni mancano di riscontro nel- 
r Orlando le stanze 38-41 del secondo canto del Jfor- 
gante, nelle quali s' incontrano molti nomi e memorie clas- 
siche, a proposito di una discesa che il gigante vorrebbe 
fare all'inferno per cacciarne i diavoli e conciare per le 
feste tutte le divinità che v' hanno loro sede. Rispetto poi 
ai demoni! non è a tacere che il Pulci, a differenza del- 
l' autore dell' Orlando, quando ne nomina qualcuno gP im- 
pone per lo più un nome dantesco. Ecco come parla Mar- 
gante poco prima del luogo citato dianzi: 

(3/. II, 31) Io voglio andare a scoprir quello avello, 
Là dove e' par che quella voce s'oda. 
Ed escane Cagnazzo e Farfarello, 
Libicocco col suo Malacoda. 
E finalmente s'accostava a quello. 
Però che Orlando questa impresa loda, 
E disse; Scuopri, ise vi fussi dentro 
Quanti ne piovvon mai dal ciel nel centro. 



I 



— 235 — 

inchii qiiesr iillimo verso è tnanilesta mente una rooiiiìì- 
cenza dantesca, né certo è la sola che s'incoiUri nel 
1' rr, Ao\e anzi ni* è tale abbondanza da dimoslrare 
^li 1 studiosissimo deirAlighieri, Per contro ndi'Oiiaìh 
iKii non al»biamo indizio che l' autore studiasse la Com- 
solo vi troviamo ridotto in forma di oliava il PaliT 
rC.^ \l ilei Purt^'atorio, dw serve «r invocazione al iV \ 
1ro\*a riscontro anche nel Morgante (YK 1): 

^\y .ttM o padre iioslru che nel cielo stai. 

Non circoscrillo, ma per i)iii amort' 
(!he (ai) primi elTelti di Inssii tu Itaì, 
L'ìiulato sia ci Ino nome e '1 Ino \n\mv 
Da Ogni iTealurà sériìprem;ii: 
Noi rendiani grazia al Um dolce vapore. 
Nel tjuale avrò la {wice rlel mo re^no, 
E noi li ringrazìam sì com'*» i legno. 

Ancora mi t'erta a rii^ordare ana tra le differenzi! \m 

mirrale Ira V Orla mio e il Mondante, vo'dire la ariosità 

t*llo stile di quesl' ultimo, che ha fallo a lungo dubitare e 

anciirn molti in sospeso, se il Morgnnte sin iioema 

oppure luirlesco. Anche nelle descrizioni e narrazinui 

^iù seriB, messer Luigi si compiace di lasciar scorrere qual- 

cfie rrizzn, che ^'ela T animo di ctii leg^e e vi fa nascere uno 

ino contrasto di sensazioni, che assai male si può de- 

rrivere. 8i ricordi come nel bel mezzo della battaglia di 

risvalle il Pidci, dopo averci commossi mn hinf^dii rac- 

fili Teriimenti^ belli e pietosi , si lasci scappare i|ueste 

rtrfe: 

r.'iiV^E Ronci<ivalle pareva mi leLrain^' 

Dove fiisse di sanane un gran niorltlu, 
Ui c:ipi, di (lediicci e d'altro ossame 
Un certo (niazzabiislio riholHto. 



— 236 — 
Ora neir Orlando noi non troviamo nulla di simigtiante; 
e certo l'autore sarebbe montato su tutte le furie se al- 
cuno gli avesse predetto ciò che il Pulci avrebbe fatto dei 
suoi serìissimi racconti. Né solo non vi si trovano questi 
frizzi, coi quali messer Luigi prende in burla le cose da 
lui stesso narrate con piena serietà, ma ancora vi manca- 
no tutte quelle frasi vivaci, quei motti arguti e quelle 
descrizioni satiriche che infondono tanta grazia nel Mor- 
gante. Raffrontisi il modo con cui è rappresentato nei doe 
poemi r imbarazzo in cui si trovano Orlando e Morgante 
allorché non riesce loro di trovare P uscita del palagio 
incantato: 



(Ori r il). 

Posonsi quella notte i due guorrieri; 
Poiché è (giorno cÌMcun si levava, 
E !icen«lendo la scala a tal mesti<H*i 
D^nun ili loro CrìMo rìngrntiava. 
VoIcihIo Orìaiitlo trovare el destrieri, 
Brìeveiuonte la porta non trovava ; 
Oiai»cuno in (^iù in su m cala , 
Dove che vanno ritornono in sala. 

Trt> ici«»rni dimororno in tali errori, 
llencht* v' aveva da mang^iare e bere ; 
Ognun sonte nel cor molti dolori, 
U*(>«^»r qnivi... hanno a temere. 



(Morg, n, ^eseg.) 

Gom* e* fu Talba riascao si lerava, 
E credonsene andar come ermdlini; 
Né per far conto 1' o«le si chiamava, 
Clic lo volcan pagar di bagatlini. 
Morgante in qua e in là per casa andavi, 
E non ritruova dell' uscio i confini. 
Diceva Orlando: Saremo noi meni 
Di vin , che 1' uscio non si racrapexxi? 

Questa é, s* io non m* inganno, pur la «ah» 
Ma le vivande e le mense qiarite 
\eg^ che son : quivi era pur la scala , 
Qui son gente stanotte comparile, 
Che come noi avranno fatto gala: 
Le cose cb'avaniomo ove soa ilet 
B * n questo errore un gran pesto sogfionttMi 
Dovunque e* vanno in su la sala tomaie. 

Non riconoscon uscio né fimatra. 
Dicea Morgante: Ore sidm noi entrali f 
Noi smaltiremo. Orlando, la mÌDeatra, 
Che noi ci slam rinchiusi e 'ntilappati, 
Como fa il hruco su per la gineslra. 
Rispose OrUndo: Arni ci slam morati. 
Disse Morgante: A volere il ver dirti. 
Questa mi pare una stania di spirli. 

Questo paUgio, Orlando, 6a incanlalo, 
Come far si soleva anticMnente. 
Orlando mille volte s* è segnato, 
R non poteva a sé ritrar la mente. 
Fra !)è dicendo: Aremd noi sognato* 
M«irgante dello scotto non si pente. 



2:37 — 

Or nrm mi fiiro ^'f^^li p *4igiHi il rwlo. 

ll.isU rlic Ir- vjv;iniiu orni s^ij^nai; 
E *' L4}lf< diMtn jiiir rti S^tdtiaaMi, 
AiTCctiitiioim (iiEire iniiièii/i an^aj. 
Tre ificinii in <{u4?àIo crn»r ft'aininrno a *|>in<-<-" 
Si^iUM froViirc cnur pj^Iì iitiris»in mai. 



Isi raffronli .iltresi In cit'srrizioiie ilella festa clie fanno i 
linonari. qiiamlo Mtjruadiit, aiiJato ad allingeie acqua, sì 
kima c^lla |>reda dì due cignali: 



iOrL t'* 7) 



1 ai^fl iMMMi tono lirannto, 
[|Mr«Rfl n4«i»d»: Ta rrrhi •InQ' otct 

MwÒB rnlt* bIivU o^uuii rùfrii . 
Ili i|0vi piim tic«vjri «noli a fittila « 

w tw^rv « ■mMlirv, 
l Ir tr««ti4« IWvmi miillu a moia , 
t racODoU nI mu raiiUre u dir ir. 



I, ititHiari voffi^enifo V »ci\\m fregia 
Si rttìXc^rnrtutt in« più Aa* nw^hmit , 
VM* ogni «ninni ai f»Uojfr» ilull' c*tM* , 
B (Hwono « dormirt» i lirc^ialì. 
Og'ium K'utTarMtji e non pxr rbe ipr ìrirrttnr-.i^ 
A<TÌiì clic qitiT^Ls carnu non «' iii»4i1i , 
B rhe pui «o<*ra fa|H>ìv<i di vieto, 
Y. iu digiune* fti rii^li^niu « ifrìolo. 

R fftrn» il fciippiacarp) poi' un Iralti», 
K »rit(Ilnn thi! pitnfjn df^ll'aoiiu» inciti i 
Ttiiltì tliQ *l c«ne «i?n dufóva o 'I g»Hn, 
Che i^U UW4 rimanoaD Ir^ppo puliti. 



«imi dei clii*-'nci furono si*m[H'L* ari^'omrolo |>rrdi- 
Bllo alla svilirà dei nostri ìjocU e novellieri: eri io niera- 
riglierei rlie il Pulci li risparmiasse lauto nel suo ptìeuia. 
non pensassi die egli lo srriveva per soddisfan* al de- 
lerio della pia madre di Lorenzo. Alla nv^lesima ransji 
\i d.i aUrìbuire se nel Mar gante s'incoidra dì i"ido rosa 
rhe olTinida la religione: tuttavia vi si trova talvolta qua!- 
i frizzo, mentre non se ne incontra alcuno neWfhitfndo, 
llorc del quale, secondo appare da tulli i luoghi dove 
uàrtnmìie Dio e ì Santi, era nomo rellpiusissimo. Si raf- 
imttno queste stanze del Morgante, dove Rinaldo, [mu- 
da Carlo, prende consiglio con Astolfo rii rullare le 
;^ Cidi* unica che \\\à\' Orla mio vi corrist»oiide per la 



— 238 — 



Ori. r 75) 

A Monte Albano a Rinaldo n'andoe, 
E »i gli dt^e come bbandito era ; 
ledendo ciò Rinaldo ù giuroe 
Che «xnrere vorrà quella riviera. 
Astolfo «lue: E iu ti teguiroe, 
Che mai non fu ablMitlula mia bandiera. 
Rinaldo dice : Mi rendo assai franco , 
Quando mi sento te, cugiu, dal fianco. 



{Morg. XI, ll^il ) 

Rinaldo mille volte ginrò a Dio. 
Che ne farà vendetta qualche volta 
Di questo fraudolente iniquo e rio, 
Se prima non gii fia la vita toHa ; 
E poi diceva: Caro cngin mìo. 
So che tu m'ami e pertanto 
r vo che tutto il paese ruhiaflK), 
E che di mascalaon vita tagnamo. 

E se San Pier trovassimo in < 
Che !>ia spogliato e messo a fil di tfth 
E Ricciardetto ancor sia malandrino. 
Rispose Astolfo : Perchè sliaaso a bdb* 
lo spogUerò Otton p«r un quattrino: 
L>oman <i vuol che s'assalti la strada; 
Non si risparmi parente o i 
E poi si parta il bottino e '1 ( 

Se vi passassi eoa sua compagnia 
Sant'Orsola con l' Agnol Gabrìeib. 
Ch'annunziò la Vergine Marta, 
Che sia spogliato e tdtogii i maatels. 
Dicea Rinatilo: Per la fede mk, 
t^he Dio ti ci ha mandato , car frateHs; 
Troppo mi piace e savio or ti conosca; 
Parmi mill'anni che noi siam nel bose». 



In mezzo a tante differenze si può scorgere qualche 
rara volta una leggiera somiglianza tra il fare del Pulci e 
quello dell'ignoto autore. Avverto la cosa perchè il Uh 
Gerla non mi sia apposto a mala fede; ma farò osservare 
al tempo stesso che sarebbe matto chi pretendesse in- 
durre da ciò che V Orlando sia opera dello stesso autore 
che compose il Morgante, mentre queste somiglianze sono 
come gocciole in un mare , e qualche motto vivace e qual- 
che descrizione un poco satirica noi troviamo anche nei 
più serii tra i nostri poemi cavallereschi, quali sarebbero 
PAncroia e il Bovo d'Antona. Tra i pochissimi versi di 
sapore alquanto pulcesco citerò i due seguenti, in cui si 
parla di Morgante, che afferra un nemico: 

(r.'' Vói) E gittò in terra che liuto si spezza, 
SI come fosse stato pera mezza. 



^Fiù degno di noU è il luogo dove Asloiro costrìnge con 

Itnacce dei romili h imijiccare certi malrinflrini; se non 

[elle qui il ralTrnnto delle stanze (Oi rispondenti del Mai- 

\fiaf9ie mostni chiaio quanta diflerenza passi ancora tra il 

re deir ignoto e quello <lel rulci: 



Ì(}rL r it>5> 



•ì owrùivt la hrifaU; 

At«ati a «iiMH mnuli 1' hi meuiiU. 
flMH |Dlf>ir4-jilc <|iif»lJ «ei laiilri»iu , 

Qm m*vnmm» mbaln l'ifferaiitii. 

K 4pMÌ nrnuii , ttd^ndcp Ui ucrititmì , 
y yiwg p itHi vtic« Irontinle: 
IO tiMif • ilire (irMicMU« 
ili aut ^ del Si^nur*' taiMuli'. 
^jmn: Li itiiàa |pu*(*^a 

t » tOflUBA ìfSkitU, 

p»i foé c«Q mm ktro. 
iiduMlv rollìi ititf , 
Wmim ftmtigtmào tmiMimimn rotoro. 
L'ar&lo AiMb, dHi è roUnto ardito 
ffgina f«é eamiiiaUi ila tmUntn 
Egi»0 • JUIulk» «atti «i timfl«niàti«t , 

Ilm M »< ri iM t«r90 tvniraiu*. 
im 




Similmente tietie 
nii^ullara del V 



quatrlie 
58: 



(iMbry.XXI, IH) e scg.) 

A«toll<j a que«(i romiti pirbva : 
lo vo'rhiii voi inipJrrbìiilQ n o^nì 
^it«sli l^dron piOTi Hi lualiiia e 1 

Dìrcvuiio i rumili ' Fmlsl OMlru ^ 
THilio non truol rho gìii«tij:ij« «4 htàm ; 
PurUtHn f|ui?8to unititi fii fia voiiro. 
Diievu A^totfu: 1» irisdn eh' a ttm patàm 
Più fjufstu asM) «-ho dire il i^atfirnwlrti , 
So vtTit <• die i ('aitivi f^U dispiaccia ; 
CMVaU" fuor le rappi* o r»»o prt?*!*». 
E Ittllj jflì appicr»lc w un caprt!*!", 

Queili romrli fnnnu dd ve»o»4>t 
K par ciroifiiuu dì l<i>r ti mccapritCf; 
Afttoirn, rh*era iralo o dbpf'Uustì . 
|l| Cniidnrìn a |Mi«liiiiAr|irii roiu« mìcii, 

nircndo: Al ad Cnrii chi lìu !!«{rlii|f^tio«0 ; 
Tanin rìw fuor uLidlieuruiio i cilirri ; 
Sentendo ini Maixtin l'hc » iioli^ i paiuii , 
E'|viroaii tiiUi ;iir»rln u»i rmd'jiiiiii. 

;lKl4dro **ì m va pur pi>i MtUiltt^ 
Per f|iitàsU «ha of« la \ìh Io |Hirta 

rosii della maniera del l'ulti 



E quel pagano udendo colate alta. 
E che di iradimerUi Of:(»ior si v^juI.ì. 
Disse: Mi piace hen cotesto patto: 
Un proverbio vo'dire che sì canta: 
Tanto s'avvezza al lardo il fj^alto, 
tjie delle pelli talora si si[iiarta: 
E dice ancor: Tanto va c^pra zoppa 
Che alcuna volla nel lupo s' inloppa. 

il) Piplnlidtiieiil« è il corrtfggen* adaUti. 



— ito — 

Qufsli pruveriM mm hanno riscontro irei Monjajue, do? 
ìli quel camhio troviamo la graziosa favola del lupo e delli 
volpe. l'erallro neppure ucWOiiando non mnnc;nìO le favole 
poiché ve lu? iroviann» lino, tpiella «iella fufmi«xi «^ <\A lo.s<:.liia^ 
e r altra della vo!pe e del gallo, cht» incontriamo 
uoì luoghi corris[H)ndenti del Morgante. Siffatta introdu- 
zione di apologhi in mi poema cavalleresco per open 
uu poeta di coltura al tulio popolare non ci deve far mtv 
viglia; giacche colali narrazioni erano assai note anche tra 
noi. e si trovavano sparse in liliri che potevano facilmeJil^ 
verure nelle mani di chiunque, lìecherò le due favole, aflMij 
che il loro ralTronlo con quelle del Marganie giovi semp 
IMÙ a mettere in evidenza quanto per la forma quest" n( 
limo avanzi V Orlando, bene spesso prolisso e noioso, 
a far vedere come le cose medesime che qui riesrouo ^ 
lorile e prive di molo, ricevano dal Pulci un soffio i»^ 
lente di vita: 



{Ori. r li) 

La Ibrmkliotu, •signor mio veriee* 
Bl nolkcto vt»1l(9 «ina volta frtivarc , 
Drido il tAuiniinu i;lt venne fattice, 
E ui] le»ilib iti ravalb utibo t Iruviro ; 
Kiilritvvi «lenirò la formiti arinrla» 
E ccrratido v«nia ientà altn !Mvirta< 

Quandri rlla fu dnve ci rcf vello slava 
tilla si niaravi^IìA nlira iiiìmiiì -, 
E Ira 1 Aux riiorc ali^nanlo paj'1av«t r 
Quivi ò tuoDtnjno, vailoJii <* pianura « 
Qui ^ran «^ij;'iiuri per aulico distava. 
E fU smarrir»! aveva t^^ran pam a, 
Su tonili (quella flio ha \m'XtA vedere. 
l"ipeA>e volle ni poiio a i*c<1crc. 

Pòi diti arrivala fn dalla gran cave 
LÀ dovo por un tira ^rli orrlii «laimo « 
E rimirando col viso soavi» 
Ditao: Gran vulto qui ^otto « fuanm 
Avir«nfa dio il minor »ia accorto o gravo. 
Io iM>ii *o »e'l miti voler»? t? fabo w iiti^aiutu 
A me |iar cli« «ini farciti i;li uomin vivi 
Arpiafl, Icj^ami \m' ajipkcara ni ivi. 



{Èhrg, II, 55 e Mg.) 

rn trailo a »fai«o anco la IbnuicfiirtUi 
Andò pel mondo, ctttxM far ti tudr, 
E trovA tDJiitc un tc^^ltt» di cavallu, 
E ««iiifkiicolta l'onùiTCìit a rercallu. 

Quarurdla |fiun»o avo il renreU» •IftffiJ 
Oi|>ic«ta gii parve una ^iaiua ** tieltà, 
Clio nel MIO ror Lui la hk ralìe|n«*«. 
B dìcDB seco (jue»ta iii«»cliifir1la : 
Qiialrltc Mgnor j*er certo ti abilava. 
Ma rnialinwjU^ cercando ogni lolla, 
Non VI trovava da manpar iiìmiIu, 
B dì «ud iuipr(^»a alt'i fttic »i }tenlr. 

E ritu4'nu»«i pel >ua iKicintiiiu. 



^^^^^^^^^ 


^^^^^^^^^^1 


■ 


^Hf»«v &Ur fynri alt mtism 


^^^^^^^^^^^^^M 


^^^^^1 


^H^caiiuta «1 parer mk*, 


^^^^^^^^^^^^^^M 


^^^^^H 


^^k l* «rei porlftt* m «vtitt , 


^^^^^^^^^^^^^H 


^^^^^^H 




^^^^^^^^^^^^^^H 


^^^^^^^1 


^^^: cl^co uu lìinitri «iTutiù , 


^^^^^^^^^H 


^^^^^H 


^^«fp vestir mn\ |mi^* in 


^^^^^^^^^^^H 


^^^^^^^H 


^H| valtcBMi vi nume 


^^^^^^^H 


^^^^^^H 


^^■nle e dì ìgrut voliiiìie. 


^^^^^^H 


^^^^^H 


^^frrcfvdo • \r%srorrftìtìo Amloe 


^^^^^H 


^^^^^^^1 


^Btre nttQ vi iruvh iUmuIc», 


^^^^H 


^^^^^^H 


^H lOAfiiori e'U parlile 


^^H 


^^^^^^H 


^Hitarri più. ÌBmmm tìdi-nìv* 


^^1 


^^^^^^H 


^Hftllc fnitri gl« non hoc 


] 


^^^^^^1 


^^pp Ù vAW'f il'tuii Untiti. 




^^^^^^^ 




^■invi, a flit b(ic« tufuAvt, 




1 




^Bi»U ÌM Uv^lTi. 




1 




W succosa brevità del 


Piilri riesca assai più *^llicare 


1 




^1 la snervata prulissil;] 


1 deir autore tlell'Or/ti/i^to. iMa 






^bnì anche r altra favola: 






H(€M r.^ 53) 


( M»rg. [X , ìàO u seg,) 






^Hpi itiWi m «Il 'n un niino 


Ajiilai»rlf*i la volpe wn pìnnii) « «(mmio 






■mlata ad «ila t>or(^. 


Tutta «nomata , ^'ujui trovar nullii , 






», rh« dì fame b^t^ il ffir br«tik»« 


Uti gallo vidi} ili Nii 'il un ulbcr t^rassg. 






^pl ^«B« ^miM in UMa roré. 


E nwninrjn a parer buona fnnntilb, 






^Mi : ti mìo raruf^hì *^ bramo 


E pregar quel che ù rarcia più baB»o, 


1 




Hprtì; w altro non ti nuoce, 


Che mcltu del suo canto m trastulla ^ 


1 




Hi fiu, rli* mef Uo ii«lir ti possa , 


Il gallo sempliciotta in basso t^ontie. 






^fl»«iil« •> iwHa borf- hai mna», 


Alkir in volpo alti-a malizia prc^nde. 






le, rhr Qon ha l« mpHte follia 


B dico: E* par rìic tu hì« cntì fioco, 






1 fiipR t' ap|irr«M'i dt>«uU, 


r vo'in»e^narli cantar meglio asa«i; 






^Ml raalar r<Mt ^ ocii i>cil« , 


Qucst' è rhti lu cliiiidi»AÌ gli (wchi i-in pcHro^ 






^B» lk:n 'U ial «4>mbi«ril<'. 








^^Hlila tik.r rateila: 


Al gallo parvo cho ruwi un M giorwf; 






^^BBllAo rtular vuiauie. 


Gran mentì , disì-e, che InM^msto iti'haJ. 






^BKtte ooUl ftvoeu. 


E chiust' gli «crlii o comìui'i^ a cantare, 






mmaà gi «xàl etiwtf un puro. 








i» «afta nt^v* ' r-- ■- ifc 


Canlaodo qiifèilo fteoipllcfl aniuiala 






itkmArx^ li<(i}r«nDO. 


Con gli occhi chiusi , c^me i matti Itti no , 


j 




Wàm oal^j.. 


La volpe conte falsa e micidiale 


1 




Hb iu*o i;li pan^ tlfaiifio 


Tosto Io prose sotto quoslo inganno. 


1 




|pRl>a falUi come «trato; 


E dovè poi niaDgiar«el «ama salo: 


1 




laciucm ti«D p«no « d«nna^ 


Coti int«rvi<nie a que'che poco unno. 


J 




^B coriiff^ Un e comi! gli occhi > , loiione che è mjìnifi'sti'imeiitc 


■ 




Huloiranumuensp; la voc€ 


corrìspondtMili* mi Pulci mi ha for< 


■ 




^KttlKIliC* 




■ 




II 


17 


1 

i 





— 242 — 
Notate per tal modo le somiglianze e le differenze 
che si trovano tra il Morgante e V Orlando, resta ancora 
a sciogliere la questione più ardua, vale a dire quella che 
riguarda T autore. Quale sia il mio pensiero, io Tho già 
manifestato molte e molte volte, ma ancora non ho ad- 
dotto le ragioni che hanno fatto nascere e raffermato in 
me il convincimento che non solo V Orlando sia anteriore 
al Morgante y ma che non possa neppure tenersi per opera 
del medesimo autore. A questa persuasione fanno già in- 
chinare potentemente le molteplici diversità che sono ve- 
nuto fino ad ora notando , troppo gravi perchè si possano 
conciliare colla credenza che un medesimo poeta abhia 
scritto e l'uno e T altro poema. So bene che ad alcuno, 
come a me stesso in sulle prime , si affaccierà alla mente 
il sospetto che V Orlando possa essere un primo sbozzo della 
composizione; ma a convincerlo di errore basterà richiamargli 
alla mente la diversità di coltura rilevata poc'anzi negli 
autori dei due poemi. Se poi ancora gli rimanesse qualche 
dubbio, avverta che di uno sbozzo nessuno per certo a- 
vrebbe pensato a trarre una copia accurata ed elegante, 
quale è quella che ci ha conservato la singolare nostra 
composizione. Insomma questa ipotesi è tanto inverisi- 
mile e infondata da non meritare che vi si spendano 
altre parole. Resta pertanto una sola supposizione, il com- 
battere la quale mi costerà maggior fatica : non potrebb'es- 
sere, domanderà qualcuno a buon dritto, che il Pulci 
componesse V Orlando né\h prima gioventù, e lo rifacesse 
dappoi col Morgante in età matura? Con questa ipotesi 
si vengono per certo a mettere da canto parecchie diflB- 
coltà, ma siamo ancora ben lontani dall'averle tutte scan- 
sate. SMntende bene che a ventanni un uomo sia assai 
meno colto che a quaranta, età nella quale il Pulci sem- 
bra aver intrapreso il Jforgfawfe; s'intende ancora, benché 
sia già alquanto singolare, che d'un poema giovanile pò- 



— iia — 
ni Irarsi parecchie c^pie , delle ([uali an caso strano 
facesse (wrveiiin* una fino a noi: s intende altresì rhe 
srriUore mlP avanzare nelPela corje',^;,'esse e miglio 
il suo stile; ma non s'intende, a parer mio, come 
_m un'opera giovanile del Pnlci non si trovino, almeno 
te doti che lo fecero dapptJÌ sì illnstre. Si n[>- 
iren* io slejvso ronfessalo Irovarsi uvW Otiamlo al- 
'mni tratti chi* s'avvicinano alla sua maniei'a; ma «inesti. 
raffnìaiali colte differenze, sono si piccola cosa, da non 
J|n*'nlar*^ ai^ppnn» dir st* n*^ ten{?a conto. IVrtari(o 1%'nor- 
ne diversità dello stile è sempre un tnion arf^onieiito \H>r 
kK'ì^tenel^» altro essile l*an(ore del Movfjftnk , ^]ììxtV mUnv. 
lleil' Or//irWo : imperocctiè se le doti dello scrivere per cui 
Pidci è sini^olare tra gli scrittori italiani fn.ssero di qnclle 
ffce :ii poano acquistare coir arie, io potrei ammettere die 
«rm ilivario tra Tuno v T altro [loema derivasse dalla 
M delPetà in c»ji <^iascnno si suppone (^imposto; 
j ..liie invece esse ap[)artengnno a quelle che hanno 
ttDÌcanit*nle dalla finalità delP ingegno, non posso 
neviere la passibilità di questo fatto. Chi vnol conoscere 
Pilla legga le coraposizioni ci ih appartengono a Ini in- 
diihitatampiìte ; h^gga reivisodio di Margutte. legga quello 
ili A^ianiUe, legga le lettere, legga i sonetti; se dopo 
questa lettura , riprend(*ndo in mano i'Orìamh crederà an- 
possibile die m opera, anco soKanlo giovanile, del 
ijmii scritlore , io sono pronto a ricredermi. K invero 
de tin giotane burlone diventi uomo siiio. sarà strano, 
aon impossibile; che peraltro un uomo a cui sta sem- 
.sulle labbra il sorriso e Ir» scherno sia slatu gravo 
Wetà più proclive alla lelizia e più agitata dalle passioni, 
ftm cJie oltrepassa ogni limite della credibilità. Un gio- 
ii* imiole seria e meditationda potrà coir andar degli 
artogUere nell" animo lo scherno amaro e ironico di 
ìkùstofùUs, ma non luai la gaiezza leggiera e spensierata 



É^m 



— ii4 — 
di messer Luigi. Adagio, mi si potrà soggiungere; il l^ 
non è autore soltanto delle composizioni da te ricordale^ 
sibbene ancora di pareaiiie altre d'indole seria, quali 
Driadeo e la Giostra. Sia bene, ma non è a dimentica 
che queste egli compose da cortigiano e col solo in 
dimento di celebrare e piaggiare i suoi munifici proleti 
però quivi egli non lasciò libere le brìglie al suo ing 
d'infrenare il qoale non v'era ragione di sorta nella ( 
posizione di un poema cavalleresco. S'aggiunga 
queste opere di lui ce lo manifestano assai versalo 
cogniziime delle cose classiche; ora a chi potrà parere ve 
risimile che neir Atene del secolo XV , nella città dei 
dei Manetlì, e di lant'altri dottissimi, nella sede del 
novamenlo ilell" antica coltura, un giovane d'illustre 
glia, sveglio d'ingegno e appassionato delle lettere,' 
scurasse al tutto in sua gioventù l'antichità e solo 
lardi la prendesse a coltivare? 

Questi ai'gonienti, tratti da considerazioni geuexali^ 
vengono ottimamente confortali da altri parecchi-, che 
cavano dallo studio diligente e minuto del poema. E 
zitulto il poeta ìMY Otiamh mostra avere migliore eoo 
scenza della sua materia, che non qoello del Morga 
il quale cade talvolta in errori e incongnienze: lo 
«■erto non gli sarebbe intervenuto se fosse stalo egli 
desimo il lilrovatut e delle sue narraziom. Nel canto ottav 
dopo averci narrato come Matlafolle abbattesse Berlinghie 
ed Avino, prosegue: 

{Simiiì 90 Venne il sul campo il valorosa Ottone, 
n famoso signor lù d'Inghilterra. 



Qui io non iìnhiUì punto che raesser Luigi per inavvejrte 
non ahhia male interpretalo il suo testo ^ dove non 
parola del [ìiuUv d'Astollb, sihbene di Ottone, (ìgliuQ 
di Namo: 



— 245 — 

(t* hi) 1 figliuoli del Dusuamo allor s'amarono, 
\vino, Avolio, Ottone e Uerlinghieri; 
A uno a uno I cotiipa^mi si provarono, 
E ciaseliLHlnn fu abbatliUo M «lestriori, 
E tutti prijinoiii se n'antlni'ono* 

ICfii sa come qnesti fratelli non sogliano mai essere disgiunti 
Furio dair altra, iatenilerà la Torza del mio argomento, ti 
fi>mprender;i bene che il Pulci poteva ben essere cattivo 
fclt^rprete di un altro . ma di se stesso non mai. Poco più 
pltr>* poi e stranamente singolare una coufusionc che egli 
p a proposito del re Erminioue. Non molto prima aveva 
narrato come qnesti avesse messo il campo poco lungi da 
. r*r*rigi r 

(VIU^ 35^ E lui SI stette con sua gente al piiino. 
Appresso a poche le^rhe da Pari^ri, 



Ora lo dice attendalo a Montalbano: 

Mìl 9i> Tomossi Maltafolle a Montalbano, 

Presso alla terra ov'era il suo signore. 



Di nuovo nel C.** X, stanza 25, dice che egli si stava a 
poco più «li otto leghe dalla città di Carlo: 




Cosi coperti di piastra e d* arnese 
Usciron lutti fuor della cillà 
Quella mattina al connincìar del giorno. 
E 'nverso Monlalban la via pigliamo* 
Eran qualche otto leghe cav;dcM(Ì. 
Quando a lor si scoperse il padiglione 
D*Erraimon, dove stavan legati 
Berlìnghier nostro, Namo e Salamene. 



— 246 — 
Questa confusione, che non ha luogo per nulla m\V Or- 
lando, non si potrebbe spiegare se T autore di questo non 
fosse altri che quello del Morgante. Altrove poi il Pulci 
si mostra non troppo profondo nella cognizione delle storie 
cavalleresche, rimprovero che ninno certo muoverebbe al- 
l'altro poeta; impercioc<:hè nel canto XX stanza IH dice 
di Aldinghieri: 

Comincia a ragionar, di Carlo Mnno 
E del Danese, quanto si è gagliardo. 
Che* lo conobbe quando era pagano. 

Come mai Aldinghieri, tenero giovinetto (C. XX st. 92), 
poteva aver conosciuto pagano il Danese, convertitosi nella 
prima gioventù di Carlo, che ora ci è rappresentato vec- 
chio imbecille? I romanzieri si prenderanno certo arbitrii 
singolarissimi ; faranno vivere Carlo per non so quante ge- 
nerazioni , ma degli anacronismi di questa fatta non ne cx)m- 
mettono mai. Domanderò ancora al Pulci quanto tempo 
durasse la gravidanza di Meridiana, la quale concepisce un 
figlio per opera d'Ulivieri nel canto Vili e mai non lo 
partorisce , sebbene trascorrano , a ciò che pare , degli anni 
parecchi. Neppur T autore deW Orlando non ti dice nulla 
del parto né del bambino : ma egli dopo aver narrato come 
Meridiana andasse in Francia, non ne fa più cenno, in- 
tendendo certamente di tornare a lei quando riuscisse op- 
portuno per lo svolgimento della storia; però se non ne 
sentiamo più nulla, devesi attribuire alle ignote ragioni per 
cui non gli fu concesso di compiere il poema. Il Pulci in- 
vece non può mettere innanzi questa scusa, poiché nel 
canto decimonono ripiglia a parlare di Meridiana, e senza 
più ricordare ciò che aveva scritto innanzi e come dovesse 
esserle nato un figlio, fa da Morgante ricondurre al pa- 
dre lei sola. Ma questa gravidanza accusa anche per un altro 



— 247 — 
messer Luigi rli aver fatto un plagio airautore del- 
ktnJo; basta a pei^uadei-sene il raffrontare le due 
stanze seguenti, in cm si narra rmu* pì^^:\ avesse luogo: 



(Ori r 15) 




ìnferi vìd ti t 
, tteoaàù in *i«ria , 
ra Cui*» duDò gif un vìUoriA 



Pili ti fiìù vtilttf qiie«tA danjtA mmia 

Non Si rirtirdi |mii di Furifieiii, 

filiti la ^Aeya avur *Brtifvrn alli iiit'n*« ; 

FI b fitnrnilla len^rf^i^ulri o «("runa 

Ingravidala ù di liti rinnlihente; 

6 iiActjuune un ri;;luM>[ « dice Id »li>rÌA t 

Chi* di'ti*} * Uartu Man poi gran vlUorìa. 



ne di Forisena, ne del suo figliuojo. ne della vittoria 

lui data a Carlo, noi non abbiamo cenno di soila in 

lissun altro lit»ro: pertanto, cliinnqrie ab(>ia rwinseen^a 

^Dostri romanzi cavallerescbi dovrà argomentare con 

sicurezza che queste parole si riferiscono ad un i-ac- 

cli« doveva aver luogo nel seguito del poema, quale 

iieW Ma wio P aveva in sua meiìto. Ma se il Pulci 

imposto ancbe l'opera pu*i antica avrebbe certo 

ivulo tralasciare queste parole, allorché avesse preso a 

con altro disegno, non essendo pensabile che si 

;e a siffatto lavoro senz;» sapere poco o tanto 

ebbe riuscito. Posto invece che V Ortamlo noiì sia 

I, è 6ciltJ intendere come potesse ritenere queste pa- 

ole, non sapendo bene o non ponendo mente a ciò che 

avano e air intendimento col quale T autore le aveva 

Non meno grave è un altro errore in cui cade il I*ulci 
ventesimo, narrando della prigionia di Gano, 
di certo avrebbe evitato se in luogo di rifiici- 
fosse stato inventore delle cose che narra. Rac- 
mìV Orlando come Ganellone sia preso in Orieote 
•""c^iii fieri giganti, figliuoli dell" orrìbile Creonla, i quali, 



— 248 — 

postisi in c^jmmmo per condurlo alla dimora del!a mad 
si tratten^forio a riposare in casa di certi pastori, 
uno dei pastori s'ac^iosta celatamente a Gano, e da 
interrogato, gli tià contezza della vicinanza di Rinaldo, 
quale it Maganzese Io prega istantemente di andar tostai 
chiedere soccorso. Il Pulci in questo luogo ha abbrevii 
d'assai il suo lesto: pertanto toglie la fermata perla 
e fa che il pastore s' accosti a Gano nella dimora sta^«a i 
Creonta (XX, Ì9-2I), dove capila a caso* Ma io gli do 
m:m(lerò come mai costui pote^^e penetrare là dentmj 
mentre ogni entrata era custodita da feroci leoni (XXI, 25) 
tanlochè (]uamÌo Orbndc» e ì suoi compagni, uccise lefie 
pervengono al coitile interno, i giganti al vederli fan 
le più alle meraviglie: 

(Ik 33) Orlando invento i giganti ne già; 
Maravigliarsi e riin di lor pjìrlava: 
Che gente è quesla e donile entrala Pia? 
Filò ffire il ciel che i lion non jih udissino. 
E lutfa sei ad iiirotUt dormissimo? 

Vedesi pertanto chiaro che non solo il Pulci non è aub 
deW Orlando, ma anche ne rifa i racconti con ana 
Irascuratezza, lanlorhè in questo luogo , pur desiderosa < 
abbreviare, non s'avvede come la fermata alla casa 
pastori sia necessaria perchè la narrazione proceda lo 
mente, uè possa quindi essere tolta di mezzo. 

Ma che si dirà se io conduce» qui dinanzi il Pali 
stesso ad attestare non essere egli autore deir Orlam 
Anche i più restii, io spero, non contesteranno più 
verità del mìo asserto. Nel c^nlo XXI messer Luigi 
conia come Oriando. Rinaldo, e gli altri loro c^rapa 
postisi in viaggio per andare alla liberazione di Gano, pe 
vengano a Monaca e se ne facciano signori. Volendo 



— 249 — 

per compiere l'impresa, ileteiTiiinano di dare ad 

"allri in governo la eiUà, ne sanno a chi meglio aflìilarla 

die al I)Uou Cliiarione loro oste , il ipiale aveva loro fatto 

assai onore. .Ma circa questo punto» dice il poeta, gli altri 

latori non s'accordano meco: 

Ha gli autor sì scordan qui con meco: 
Chi vuol etie Greco al governo restassi, 
Ohi dice (Jhiariotie e Greco seco, 
E TiuiD e r altro insieme governassi: 
Ma a mio parere t* riiiijrion, non Greco, 
Acciò rh' ognun Rinfililo ristorassi, 
E perch'egli era della cìiìiì nato, 
E de' costumi lor più ammaestralo. 



Fora con questa designazione « gli autori » messer Lni^^n 
allude per l'appunto a! poeta AeW Orlando, dove (f.* 156) , 
^ricusando Greco T impero offertogli, questo è dato ad Al- 
lieri, ma a Greco stesso è affidato il governo della 
temi, come a suo luogotenente. Ora è chiaro die perchè 
autori possano discordare dai Fenici, conviene che non 
lui una medesima persona. 
più esplicito ancora è un altro luogo del poema. 
Nel canto XII, dopo avere esposto come Rinaldo, ve- 
DQto a liberare il fratello Hicciardetto in procinto di es- 
sere appiccato, s'impadronisse di Pai'igi, mentre Carlo 
Ai^va spaventato a nascondersi , e vi fosse incoronato si- 
li Pulci soggiunge che non pertanto egli volle si 
onore a Gallerana come a regina: 




(Xtf. ^) À Gallerana non fu fatto torto: 

Ognun come a relna gli è <lintorno: 
(io^l HinaliJo comandava scorto, 
Che fatta fussi alla regina onore, 
Come se Carlo fnssi iraperadore. 



— ano — 

Jifù è di'y» ;illro. che ne scrive, dice" 
Che subito ne venne Malagigi, 
E menava con seco Beatrice, 
Che di Rinalilo madre era a Parigi, 
Pereh' esser volea lei hi 'mperadrice; 
Ma il prenze si ricorda de' servìgi, 
E vuol che fiallerana sia in effetlo, 
Perchè molto ajiiialo ha Riccianietto. 

Ora che mi si potrà piti opporre se mostro qiiesfa/li 
assere preiisameutB T autore iMV Ùdaruio? Giudicfii il 
iore da queste stanze, che io traggo dal luogo corrìsp 
decite al passo qui citato: 

(T,*' 87) A Monl*ìlbano uno iscudier mandava 
A Malagigi e Ulivier sovrano, 
ilhe vengano a Parigi ciascun ralki: 
Della terra signoi' Rinaldo è fallo. 

E quando il messo a Moolalbafi giugnea 
Non ne fu niuiio mai tanto onorato: 
Grande allegrezza Clarice facea 
E Lutla r altra gente a lai mercalo, 
A Ulivieri Clarice dicea: 
Di venir teco a Parigi io ho pens^Uo. 
Disse Ulivieri: Mollo conlenlo sono: 
Insieme ci meniamo in abbandono. 

Malagigi e Ulivieri ed altri assai 
Con questa dama presero el camniino. 
E non ristetton di cavalcar giammai 
Che a Parigi giugnevano un mattino. 
Gran festa si facieno e baron gai, 
E quelle dotine tutte di cor lino; 
La novella si spande intorno inlorno 
Com'ò signore il buon Rinaldo adorno. 



A chi osservasse parlatasi qui di Clarice e non di Beatric4 
risponderei che tra queste due donne accade assai spe 



— 251 — 

inriL^iane e scambio nei nostri romanzi* L' nnm cosa che 
ìporta e che nii pare al tutto fiifirì di dubliiiK si e rhe 
^\ Pulci n>lle sue parole allude a questo luogo delP Or- 
lando e per tal guisa attesta di per sé stesso non essere 
[Cfrli autore del poema piii antico. 

Parrebbe che queste prove potessero tastare: nondi- 
non voj,'lio Tar ^^azia ai lettori di un'ultima, che 
irà a calmare la misura. Ho già accennato a suo luogo 
are neir Orlamlo tutto il lunfjhissimo episodio di Mol- 
le e Mar^nitte, cìw senza dubbio alcuno il l^idci ba tratto 
Buicameiite dalla sua fantasia. Ora pervenuto presso al 
ertnine di questa parte, senza contrasto la pili originah^ 
la più t»ella del poema, seguendo T antico l'ostnme dei 
jiullari francesi , egli senlr il bisogno di fjrocacciare una 
ta quale autorità al suo racconto citandone i pretesi fonti; 
fierlanto, narrata la strana mf>rte di Marguttc e detto che 
rirca la medesima sono discordi le ofiiuioni degli autori, 
si prosegue: 

|t3tl, i53> Tanto è ch'io voglio andar pel solco ritto* 
tlli^ in s-ul catiUtr *r Orlaiìflit non sì tniova 
Ui queslo fallo di Margutte scrino, 
Ed /w/ (tfjf/hwto cortìv coso rmovn : 
Oìt un certo libro si trovò in E^^tto 
CJie qiip-sta storia ili Morgantc aiJpniova; 
E l'autor si chiama AlJamnjortné» 
l]he fece gli statuti delle donne* 
E fu trovato in lingua (K}i*siana, 
Tradiitto poi in arabica e 'n caldea: 
?oi fu recato in lingua soriana, 
E di poi in lingua greca e poi in ebrea: 
Poi neir antica famosa romana; 
Finalmcnle vulgar si riducea: 
Dunque e' cercò la torre di Nemhrotlo. 
Tanto ch'egli è pur iìorentiu ridotto. 



/ 



— 252 — 
Il cantare d^ Orlando y dove non ^ tro?a T episodio di 
Margutte, è manifestamente il poema da me ritro?ato; se 
pertanto il Pulci lo cita come mi fonte e mi^ autorità, e si 
sforza, cosi per burla, di provare che quantunque fl suo 
singolare racconto non v'abbia luogo, pure è autentico, 
convien dire senz'altro che V Orlando non sia sua compo- 
sizione, anzi, che allorquando egli scriveva, fosse già te- 
nuto per opera scritta molto tempo innanzi. 

(Continua) 

Pio Rajna. 



1È 



MATTEO DI GIOVENAZZO 
rA FALSIFICAZIONE DEL SECOLO XVI 



DISSERTAZrONE DI GUGLIELMO BERNHARDl 



(Contjnaaitoo^ Vedi Voi, II., pagg. 68 »• seg.) 



Kelativamente alla cronologia e ai fatti il falsario, che 
amor di brevità prov visoriamente diiamo Matteo, 
segni per lo più il Villani, il quale per questo periodo 
copia Ricordano Malispini, La prima edizione del Mali.spini 
comparse a Firenze nel 1508; ma veimì questo Icnipo i 
Wiimali secondo la mia opinione erano già scritti , e V an- 
che io ritengo per falsario menziona sempre soltanto 
li. Perdo a questo io ri::>a!ii ognora per la prova. Del 
tienle ciò toma il medesimo per la cosa in sé stessa. 
«» stato impossibile di adoprare la prima edizione del 
l^del 13H7, e verosimilmente appunto questa servi 

al falsario. Come è noto essa e piena ili errori. 
Inollre T autore si giovò di preferenza dei seguenti 
'lifiri: Platina, vitae pontif. 1479: Flavius Blondus, historiae 
ili iQcliii. ìmp. Uom. lib. XX. lina, o l' estratto italiano, 
die lasciò Pio II di questa opera (stampato nel 1343): Col- 
llMlcda, Storia di Nai>oli 1339: Fazellus Ber, SieuK dee. IL 





— «l — 

134i^. ]lniMti!S^. %9. SicKir. oonp. 1562: gli aoDdes 
Si-m IVrtL !v. 1^. ijil , dttt ahnmeolì sono noti col 
u». ^ihft'H;» frlEn^ Cccri'iL r per ta prima toIU oo» 
^4nrr> jrfs?i> ìUuìl >4Td£ÌQS. de trib. peregriois 1542, 
l*jjicsk Ttdii CMMUoà S»(7ii «li [ke Grassi^: anche Sabeilk»^ 
E£Cr»ì^. fTTr fÌMc^>3iì lé^cìar. 1501 è stato adopnto 

Li lori 'tre 1 [»ìaniaiì siiqì> zompasti coli' aiuto i 
'pi^t^ hl€ì ?ari aluciie. >< <ia anbe le partì poinuns ; 
Ufjtiitnirìi ^J ?i«S5Ì trr»:cL 

D re EiiLT» fa ^,resi> dai Bi4ci$!ije>i il i6 Maggio IM 
Vilkiu 6. 37 rK^^<jU <pì«5l • fatto octme accaduto nei i2SI 
oÀY iirikaziooe *M M«»f fi Ma^io. Perciò Slatteo sm> 
m^lr' :ii ^niania iiali' assie^inuuv un giorno preciso: egli fr 

iv § i) Ii5«) : I/> wsj? A Jffi^jrio /» rflW 

morella . cÀ'^a >tatyi ^:mfwy lo rt 4i Sardegna SMO/igfid 

Nel § 12 s«>tto la data 1219. fra il 5 Novembre 1248 
e il 22 Febhra)i> 1249. si racconta che T imperatore ta 
dato la sua Odia io moidie al conte di Caserta della Caai 
dì Aquino e che il matrimonio ha avuto luc^ a AndriL j 
Ma i documenti pressii Huill. Hneh. 6. 633 mostrano (te | 
Feilerìco cliiama geneni il conte di Caserta già nel Giugno 
1248. Anche qm Villani 7. 5 e Collennccio fol. Ili hanno 
fornito i materiali: soltanto il failsarìo ha posto a caso 1 
matrimonio verso il principio dell'anno 1249. 

Similmente Matteo e Villani d* accordo hanno posto 
nel 1231 la venuta di Corrado IV nella Paglia. Matteo 
siccome abita non lungi da Siponto dà ancora qualche no- 
tizia più precisa e aggiunge molto inverosimìhnento co- 
me secondo luogo di sbarco Pescara. Dal Villani è tolta 
ancora la notizia delle navi veneziane, su cui arriva Go^ 
rado. Invece Matteo non sa che Manfredi ha mandato tmi 
flotta a prendere il re verso il nord del mare adriatico 
CAnn. Januae, Pertz. 18. pag. 230Ì. 



— 255 — 
Villaiìi e Platina riferiscono r assedio dì Napoli falto 
la Corrado senza indicarne esatlainenle la durata, ma 
Kazello pag. 482, e Biondo (Basilea 1331) pag. 271) e 
'"Maiirolyco fol, 119 dicono che durò 8 mesi. Gin conc/jrda 
pienamente col racc^into di Matteo § i2-i7. Il 1 Deccmbre 
1251 Corrado pone l'assedio dinnanzi Napoli: a una lei- 
che il ponlefice gli s<TÌve per distorlo da tale impresa, 
dà il 2 Gennajo 1232 la risposta impertinenle che 
farebbe meglio a occuparsi soltanto della genie 
chiesa. — Matteo in generale si compiace di far cono- 
il carattere dei suoi personaggi vm abili tratti di 
to genere. — Il primo as.*^ltfi alla citta segue il 25 
Aprile e alla fine di Settembre Napoli si arrende, L' asse- 
dio dorò realmente dal ÌH Giugno al IO Ottobre 125:i 
il J 54 sHOìbra offrire qualche dillìniha. Ivi Corrado 

ÌIV moorc fra TAprile e il Giugno 1233. Biondo dice pag- 
ami: (jonradm secfUédo fjunm ndrenentt armo obiii. 
iTazelIn e l'Ialina non indicano la data di f]uesto avveni- 
mento; Maurolyco fol. IH dice: cum amtos duos et memes 
peto regmunet, Metfie occutHit. Finalmente presso Villani 
3 re maor^ nel 1232. 

Ora come accade che Matteo, il quale nella cronolo- 
come ancora si mostrerà, si attiene tanto a Villani, 
|iij sembra scostarsi da Ini? Ai>pimto solo si'inbra, poi- 
li les$e qualche volta il Fiorentino con grande ri- 




Siceome la morie di Coirado rade nel medesimo anno, 
morì Innocenzo IV. la s|Hegazione dnl | 34 si rol- 
strcilamenle con quella del | 1*7. .Nelle più recenti 
ìtzkmi di Villani fatte dopo il 1334 la morte di Corrado 
e ijnella di Innocenzo fV avvengono neir anno 1252. 
(kif»o la morte di fpiesF ultimo sì dice 6, 43: la chiesa, 
più di due anni stette senza pastore: la elezione del 
successivo Alessandro IV è posta per ronsegueiiza 



— «6 — 

Hi tS5. On U bUarìa lesse nel suo VillaDì un 
MéreBle dna b vacanza fra Innocenzo IV eJ 

IV» cioè Kn atmf) e mese a mesi, o ^xìcÌw più (fi 
errare di stampa, io credo* deve 
a ma edizioiie anteriore al 1571 
Storia dì Napoli, eifizìone del 1735, pag 7J 
Ace: parai màmia (Manfredi V mn come dice il OìlkmcA 
éio^iàe fu enak^ mkiia im Sapoli Alessandro Papn Qmr^ 
m^mm iàe i Osréimdi erum m fonia dUcordia, che, i 
m ttffÈ in G-iovan Villani^ tu Sede mm) più ttmì 
mtm tt. bkoltns CapeceUiro, Storia di Napoli , Raa^luf 
Gnmr eoa si es|iraie pag. 38: Qui si scorge un M 
fwimm erron ielh sehiiore di Giotenazzo, di Giovani 
ViUani, e éi Keeedan»! Mal&^ni; imperoah 
dm I CnrdimnK Hmnàù fra dà tara discordi v/ 
amm e meti a enan U $m€$ssore (f Inmcenzio, M I 

hn aanesao secondo Milani h elezione di Àie 

IV il princìpio deiranno 1253 <— e a rio 
dal Pialjna, il quale foL CIY (Ve 
1318) ft segnirB b morte di iVles^ndro nel settimo aD 
iM ao ponliikilo, e b elezione di Urbano IV Tri simr: 
mmUt wA tSBl — perrìo e^ doTè ammettere Li nioi 
ifi Innocenzo IV e per conseguenza anco quella di 
mio IV nel 1253. Adimqae un eiTore di st.im]>a. n, 
llalteo pos s ed e fi on ms. di Villani, una blsa lezione 
hi condotto a pocre erroneamente le due morti nel iS 
Potrebbe recar meraTi^Ua che Malteo indichi la mo 
del re oon ona c^na esattezza quanto al me^e, poì( 
^nesti mori a Lavello ti 21 Maggio l^oi. Om è inv 
strano ebe MaUeo roiitefnix)ran€o e suddito non sap 
né fl giorno né B luogo di un avvenimento cosi imp 
lame per tutto il regno; però i suoi fonti non gli offrii 
no Qua data esatta: gli ann. Siciil pag. 4ìì8 danno 

12Sà e Collenuceio Col. 107 dirje che morì «i 



— 237 — 

ipo il suo rratello Enrico, la mi morie gli stessi ann. 
pongono nel Gennajo 1232. Sircome queste indicazioni 
mconlano rmi;i roll' altra «tuanto ai nK'si. il falsario. 
bt* avea calcolato che ranno esalto fosse il l^SH, credè 
iner Ubero da ogni errore facendo cadere la morte 
rt n» fra T Aprile e il Gin^o 1233, 

Dal fin qui detto si fa manifesto agevolmente il ra**- 
!>nto dell' interesso di Innocenzo IV in Napoli il *^'iorn(* 
S, Pietro, 29 Giugno 1233. In lutti i suoi originali il 
lesse che Innocenzo subilo dopo la notizia della 
torte del re j^arlì per Na|)oli per prenderne pfKssesso in 
^mi* della Cliiesa. Quanto alla presenza di Manfredi alla 
[irle papaie di Napoli (7» \i\h stalo dello che ivi Manfredi 
}n s'incontrò mai col papa) Matteo ne tolse la notizia 
Biondo pag. 298: Quem (Innocentium) nmnes fere 
ipea, in qtiibìts Manfredns fuit, et populorum oratores 
receritnmtine Nea/ioiim atfiemìéL e da Fazello. 
il (piale l'acconta diffnsanìente le arti di Man- 
per rendersi accetto al Papa. Secondo Matteo Man- 
pdj arriva il 27 luglio pre.sso il pontefice e rimane in 
Bpoli almeno fino al giorno di Simone e Giuda. 28 Ot- 
l^bre, Matteo riferisce qui particolari, che fanno onore alla 
immaginazione: quale testimone oculare racconta avere 
Ipapa cédebrato la messa eie. ed avendo occasione di 
SQZionare llnggiero (li Sanseverino di una famiglia da 
peraliarraenle onorala, egli se ne vale per inserire 
attraente digressione circa il meraviglioso salvamento 
suo ultimo rampollo (% 37). Come è noto nel i^W 
luogo una ribellione di baroni napoletani contro 
il6ri<» II. Anco i Sanseverino vi aveano parie. CoUe^ 
X foK 95, l'acconta il fatto dilTusamenle senza deter. 
inifiarfii' esattamente il tempo; ma gli ann. sic, e secondo 
qfmti Fanello la pongono nel Marzo del 1244. Ora Mal- 
n mgola secondo questi senza però dare i i>articolari 

18 



— 258 — 

e i nomi, che Irovavsi presso di loro» e sen^a in 
dìretUiMnIe il tempo. Però (jueslo si può rilevTire A%\ 
eonfiroDU) fra l'età di Ruggiero qnando faggi (il mn 
il { 38 (12 Febbraio 1251). ove si dicii di lai ck' 
Smette amù in cirai. Inoltre è corretto Fazello, il i 
b accadere la sedizione mentre è tattora poiiteOre 
gorio IX- Mattilo c/)l suo rarronlo abilmenk^ invenUloj 
lauto inganoato gli storia, che Sthirrmacher, Slo 
Fed«TÌco II. l, !J>3 lia ammesso ana ribellione dei 
verino nel 12ii. Ma il racconto di i]uest(i fallo noi 
iialì è pieno di cose inlimamenlo impossibili. 

Primieramente tranne Matteo e i suoi tlubhj 
nessuno parla di una ribellione dei Sanseverino nel 13 
in secondo luogo non si può affermare la di>lraxion 
questa famiglia nel 1244 in modo che due soltanto 
sano fuggire e uno solo rimanga sostegno dello sU{i 
poidié nn terzo, Guglielmo di Sanseverino. appare 
imo dei primi congiurali neir allentalo alla vita dell 
paratore nel 1216; e finalmente non si può ricorrere^ 
ripiago che Matteo significhi propriamenle la ribelli 
del 1246 , poiché verso questo tempo già Innocenzo 
da lUBgo tempo (dal 29 Giugno 1244) era assente 
r Italia. E appunlo questo papa ha una parte principale 
nel racconto della fuga di Ruggiero: a lai è portalo il fai 
ciullo e a sue spese è allevato; egli impiega a ciò K 
fiorini air anno. A questo proposito osservo che sa^ondl 
Ricord. Malespini, e, 152, il quale è degno rli fede 
le cose relative a Firenze, i primi lìoriui vennero coni»!! 
nel 1252. Anco qui abbiamo una prova della falsificazi( 
ne, poiché Matteo col nome di fiorini non potea sig 
care altro die questa ben noia moneta fioi'entina. 

Non credo [>oss;ì ammettersi che Ruggiero fanciul 
di nove anni sia fuggito fino a Lione: di (piesto lun 
viaggio Malico avrebbe dato un qualche cenno, I/inter 



— 259 — 

tiarraziofic, se pur non è completamenli? inventala, fu tom- 
postai dal falsario con facilità mediante qualche tradizione 
mh' prt\<so la famiiijlia: nella geoeal%na egli e in ^^e- 
lle mollo franro. E strano rlie la disfatta dei Sariseve- 
■ino sia posta en'oneamente nelle pianure di Canosa inver-a 
[rhe dinnanzi i b<»rghi di Ciparrio e Scala, come racconta 
grettamente Gollennccio. Cerclieró di spiegarne il motivo 
inando |»arlerò della persona dol falsario. 

Circa Rogjriero it Dnca della Gnardìa Diseorsi pag, 410 
ha la notizia (tnitt^ non so d^ìnile) che fVlanfredi lo at^tna 
istituito nella sua liaronia, ma che qnando il He <^Alh 
carcere a Salerno alcuni baroni dei Principato, egli per 
s*»ronda volta andò in esilio e ritorno soltanto ciin Cario 
\\njo». Se questo è vero, è nn nuovo ar«,^oinrnto conti'n 
Ileo, poicht' presso (pieslo Uugf?iero a[qiarisre implaca- 
Irile rerso Manfredi i^ dunmli* il regno di lui rimane fuori 
sLìto. 

Conviene ora considerare come .Matteo nel § 07 pon- 
ìz morte di Innocenzo IV il 13 Der^jmbre. Quanto 
llPanno siamo nel vero. Ma egli non trovò il gioi'no in 
smio degli originali fin *]ui menzionati. La notizia di 
deriva dalle Croniche de la Inclita Cita de Napole, 
bllrimenti dette ancora Chronica de Parlhenope. Di questo 
slraordinarianieiìte raro si cita per solito come pri- 
BiJizione quella del I3:ì6: ma Giustiniani, Saggio slch 
rrillro sulla ti|)ografìa del regno di Napoli, pag, :ia 
Jire dì aver veduto rma stampa anche pin antica latta fra 
l47tJ e il ViW. Nella edizione del ItìHd pag. Til si 
|i;ggc: iHmcenzio papa anno Domim iitillesimo ducente- 
iwtn ifuinquageMmo tertio •.,..,.,». venne in Napoli, poco 
ti ^ì infirrml et de quella infinnitate ,si fo morto 
de Santa Lucia Benedecta. 
È 5talo dato gran peso ai §| 82-84, poiché a prima 
!54^inl>nino concordare esattamente con Jamsilla ; però 



— 2G0 — 
un più attento esame mostra ciò essere complelamei 
erroneo. Secomlo il rac^conto di Maltesi il legalo LlblilirniJ 
alla fine d'Aprile del 1255 si avanzò rnn una ^amle ar-} 
mala nel regno e presidio Barletta. Il 15 Maggio è{^4i 
a Trani e si spinse fino a Monopoli. Tulle le città 
Terra di Bari sì diedero a lui. fu orche Ostuni. la qaale 
era occupata dai Tedeschi; il 17 Giugno jìarH da Mouo()aliJ 
ove lascio guarnigione, il che fece pure a Mola a 
guano, a ftiri , a Molfetta , a Trani e a Barletta , e 
si volse versai la Tei^ra di Lavoro poiché era ran! - 

Su ciò De Liiynes pag, I^t] dice: Dafes et 
eofèfonms aux documents les plus aulhentiqfies^ e 
os.s*Tva a |Kig, i70 che secondo Jamsilla pag. 57 i 
do di Hohenhurg come condottiero delle truppe 
nel Giugno del 1253 occupò pi una Trani, poi Barle 
una dopo l'altra tutte le città della Terra di Bari, 
che Andria. Però il biografo di Manfredi descrivn le 
razioni così esattamente, che per esso i i^acconti di M 
perdono ogni valore. Secondo Jamsilla Manfredi si 
dinnanzi Oria nella Ten-a d'dlranto, quando senle che ili 
legato ha iutenzioue di spingersi dalla Terra di l^vomj 
verso la l'nglia. Quindi si affretta per Melfi verso LucerKKj 
e coir annata ivi raccolta si avanza il 1" dì Giugno re 
il Sud contro ai Ponlificj e incontra il legato pre^*^ Ftv" 
genio (circa a mezza sli'ada fi-a Napoli e Foggia) al |u« 
presto il ó Giugno. Dopo una recognizione Manfredi à 
ferma e cerca di prn\ocare il nemico a battaglia. Però le 
due ar^male stanno di Ironie senza combattere aliquoi di^s 
tpag, 564**) cioè alm*?no fino al 6 Giugno. Dopo un ni?c- 
tuto tent;ìtìvo di eccitare alla pugna i soldati pontifici 
l*rin<:ipe si ritiri in un lungo fortificato. L'armata papali 
si trincera siuiilmetìle sebl>ene sia rafl'orzata dall' aggiunis 
dì un'altra divisione. Ivi arriva una ambasceria dalla 
nwnia |H»r Indiare con Manfredi e col Papa relativamenli 



— 2fil — 

li (lirilli ili Corredino. Si coglie questa orc<isìone per con- 
^ una Iregua fra Manfredi e il legalo fino a giorni 
ritorno dei messi. d\e Manfredi vuole inviare al 
Pa(>a in com|uijjnia delF amliascei ia tedesca. Appena l' ac- 
cordo è stabilito, Manfredi fa un viaggio in Terra di Bari, 
Itlsila Traili e liarletta e va Qnalniente a fjieeria, dove 
ente che il legato tosto dopo la sua ri tirata se ne è andato 
1*8 (XTupato Foggia* In iiiun raodo questo [hiò essere 
ccaduto prima delT 8 Giugno. Fm Foggia il legato manda 
Il Ten-a di Bari il Margravio Bertoldo di Holienburg con 
ina divisione delT annata, ove (|uesti occupa primiera- 
(neole Trani: prinm rmtatem Trani, deinde civitatem 
Baroli et mbsef^nenlei' omnes aliaii civilales maritimae 
Tmae Bari ad partem Ecdesiae revocavil praeUr civi- 
\lniem Amireìésem. pag. UT 4.^ Poi va colle sue genti per 
a Siponlo e di là cerca dr riunirsi col legalo, il 
.è assediato a Foggia da Mantre<li. Pero la lihera- 
dair assedio non riesce , e il legato , poiché la sua 
innata e decimata dalle malattie, è costretto a conchiudere 
m Itaiìfredi im Irattato, che garantisce a rpiesto il regno 
|Ìii name dì Corradino con riserva dell'assenso pn|iale. 

Si Tede da questo racconto che il teatm principale 
jeir azione è vicinissimo a Matteo, il quale però non sa 
vero. Secondo lui il legato si trova già il ir» Mag- 
mi^ mentre realmenle ej-a luti' al più ai conlìfii 
Capitanata. Che Manfredi si sia trattenuto a Barletta 
1 Tranì e io generale nel continente ( il falsario necas- 
ile avrelitie dfivulo dare un cennu di questo (allo, 
pili aiocora deirass*3dio di Foggia, se T avesse saputo) 
ibile presso Matteo. [Miicliè il principe avanti la 
Aprile nel § HI è andato in Sicilia per forvisi co 
rùmre a Palermo ne! r Agosto % 88. 

Come accade ora che Matteo d' accordo con Jamsilla 
alcime città dalle truppe papali, ma però dal 



ìepto, non da B^^rtoldo di Holìeiiburg? Inrero egli 
qoeslo personaggio menzionato ispesso nei suoi orìg 
p. e. presso Collenuccio, però cosi alla sruggita, che 
potei sospeltare quale iin portante parte era a luì Icn 
nella fila di àlanfredi. Anche qui Villaui ha fornito i 
leriilit 8* M: et poi mamh} ( Alessandro) ajtttro di ti^ 
Om mrémak legato con grande hoste della Chiesa, \ 
fftm mott€ Urre (iella nmrma di Puglia, ciò fu la 
di SifotUa e Mante Santo Angelo e Barletta e Ban 
pm a Otranto in Calauria, ma poi la dette kmif 
la morti del detto legato si tornò in rana. Ala Ileo irak 
per prudenza alcuni luoghi e ne aggiunge altri, e 
do ciò nella fretta non vede dw Ostimi non e nella T«ì 
dì Bari, ina nella Terra d'Otranlo; the egli dica Sdlt 
die il legato sì è ammalato e poi nìent'altro rìferisra di IdìJ 
ben calcolato, perchè presso altri scrittori trovò il 
moor Tìveale ne" tempi |H>sleriori, Finalmente per ani 
niolifO :!J allontana da Villani in ciò che questi fu se^'uiN 
U spedtzitìne del lei^to dopo T incoronazione eh Mmtn 
come ?0iMtetta contro questo perchè ha usurpato il 
Vmdkk Matteo lesse presso Fazello che Alessandro 
tosto Q cardinale clolro Manfredi, presso Platina e 
do^ che è seguito da Collenuccio, che Alessandro si 
1 Aoagni e lasciò a Napoli il cardinale come le^rato M 
r incarico di guerreggiare con Manfredi, per il motivo eh 
un comando del papa al principe di abdicare il regno \ 
rimasto senza frullo, A cast» Matteo dice che Alessan( 
invia per mezzo de IT arcivescovo di Foligno il suo con 
do a Manfredi nel Fehbrajo § 79, quando questi si Irof 
ancora in terra ferma : con ciò commette un doppio er 
re: primieramente Foligno non è mai slato un an ivesc 
vaio; e in secondo luogo il vescovato fu vacante dal 121 

al ìtm. 

Con quanta cautela il falsario tenti di procedere ^ 



— 203 — 

rade dal suo racconto tleir incoronazione di Manfredi, che 
Bpli lesse presso Villani, 6. 45, come atxadnta nel 12S5. 
Fazellu conferma in parte qnesla notizia, pag. 483, in (]uaii- 
che riferisct? che Manfredi nel 1^55 fn salutato come 
ilai Napoletani — a Neapoleimm ertore detentis rex 
Isalntatur — mentre la vera solennità della coronazione el>- 
luogo nelKAj^oslo lA^tJ a Palermo. Anco gli annali siculi, 
li Fazello adoprò, olirono quesl' ultima data. Ora Matteo 
&rca ili riunire le due indicazioni scrivendo c^jn una espres- 
8 88: in (juisto tempo si sappe, vite era 
di Sicilia die era niorlo iiella Magna lo fttjiio 
u Corrado. Et lo primipe si fece incoronare in Palermi 
chiaffM Re Manfredo, Questa osservazione si trova 
il 24 Agosto e V ìt Settembre 1255. Adunque quante» 
airamiìo segue il suo autore principale Villani, quanto al 
mese Fazello. Ma per porsi in armonia con tjuesto ;iric(*ra 
in allra maniera egli fa fare un viagfjio a MaolVedi net 
^Ibggio lS5ti (Secondo Fazello (pieslo era accaduto ^'ià 
ttell'Aprile) per Taranto in Sicilia, ove il re (dal | 88 
ìu poi Manfredi si chiama sempre re) si trattiene tutto il 
anente di queir anno e forse una parte del successivo: 
m nel ? 12f* egli appare di nuovo a Caserta soltanto 
Giugno 1257: pertanto è sicuro che secondo Matteo 
si trova ancora alla fine di Settembre 125f> in Sicilia, 
tó ivi ^Yì e indirizzala una ambasceria (| 118 ), Questa 
cronologia potrà andar d^ accordo con Villani e con Fazello, 
ma Doo colla veritii , poiché Manfredi riceve la corona sol- 
lanlo ril Agosto It^oS e non pun essere stato in Sicilia 
oeirAgosto 1236, pacche un documento copiato da Pertz 
mostra il 12 Agosto 12S6 a l.agopesole. 
Dopo la coronazione è descritto un f!Ìro di Manfredi 
[per Q pae^. Non vof^lio ripetere di nuovo le cose impos- 
liili, die qui s* incontrano: la dimora di Manfredi a Saler- 
'•0 il 23 Agosto 1255 (| 90), il passafìgìo di Napoli al 




— Mi — 

rt ìiéFOMbnt del laedesiiiio anno (i 9S), />^|^ 
e Pih?4 le hanoo snlBoecilementa esaminate. \\\c^ 



\iur 



(fi 



Mi 



di Mmftwhwìi aUa fine ' ' '^ 
è invaiiatai, sebbene a fidano e a /^ 

dke Fazeik) b foeda seguire dopo T incoroQaiiOQe'^ 
dntìblo esa aTrenne dopo il 1258, poiché iamsìll/' 
uè acMOOd, ferosùnibiiente solo nel Ì2G3 (v. l»e U^l 
ad S 111 e Pabst ad $ Ili), n falsario tras.^ le 
SB dò da Villani e da Fazello (meno gli alibetlii 
cte fi aggiunse ili proprio ). pre^^so i ijunli non e di 
IkHa neppure la grainie ampam post;i in quella nllt 
Solfanti I >latteo dice che questa Otimpana fu falU per 
m altro mollTO §1^3: che se ftotesse prem (fViM'M 
$^ Màmfredamu ftisse stala assaltala (la /imtn 
em ptKQ hattitata. Fazello invece nel | 483 cn 
dm Hnfredi l'abbia fatta gettare c^i grande, cum 
jwiiMirmM mmn plnrìtniim deleciaretur. Quanto a 
seno persuaso che Manfredonia fa fondata! solo nel 1^| 
l^bét (ad § Ili) non dà grande impotlanza a Roi 
PÌRIIS ChroiL reg. Sic. Graev. Thes, 5, 50. il qnale 
Twfelro della reale canc4?lleria e^ti^ae: if, Makcia r^ 
; <>Ai4 t rmms Sipontinis a, 12tì-l Manfrèdoniam 
erméificitrit. Pabst opina che. siccome il documentai 
j. e inoltre siccome presso Matteo Siile nomifl 
is^petlore della costruzione Marino Capece. non 
possa ricavarne nulla di sicuro. Ma a me sembra che 
il Duca della Guardia pag. 208 ci olTra una notizia 
mollo pe^o: di i/uesti due Signori — i fratelli Pederio 
e Manfredi Maiella — il (janle Manfredi che dal Villa 
è vhiamato per errore invece di Maktta, il omte di 
mttiu Gran Camarletup, ìiebbe da re Manfredi Can 
12153 [Cassa C, faar, 20] commtssiom di far dnHe rttàl 
del vecchio Siponto edificar la nuova Città dal stio 
detta Manfredmiia, ehiamandoh in qtiella scrittura « at 



— 205 — 

mskr ». Ora se Della Guardia cita eh documento, 

anclie veduto, almeno finora è seniprt' sUito rrpdntn 

quesU) degno di fede. Di fatti le sue citc«zÌoiiÌ di docu- 

enti sono contennaté dalle ricei'che di recenti studiosi 

gli archìvii, p. e, da De Lellis, da Minieri llìccio, da 

A Giudice. Anco il presente luogo ne dà In prova. Della 

guardia parla della l'ampana di Manfredonia e poi seguita; 

m qmlla (la campana) fonavi dal Conte Manfredi 

ma hnggi in Manfredonia, pere iocvhé Re Girlo 

fece trasferire a S, Nicolo di Bari [n^g. 137tj. fi* 42]. 
Mìo sta veramente così» e il dociunento fu adoperato 
inieri liiccio, Gen. di Carlo 1. pag. 29, cfr pag. IH, 
ilonu la campana il li Novembre 1276 a Bari, Ma 
[ie Della Guardia abbia letto da se stesso il dorumento 
fondazione di Manfredonia si dimostra lauto per le 
"fwole itrunciiius noster tratte dal documento, quanto per 
' iodicazioue del luogo al quale si può trovare iieU' arclii- 
Aibnupie io gli credo completamente in questo punto. 
faccio osservare ancora die Pirnis e Della Guar- 
dicami concorde mente che Manfredonia fu fabbricata 
^sollé roine dì Sjponto. Duni|ue verosimilmente la città 
dbtmtla, ancbe ciidtUa per qualche disgi^azia. Dì- 
Uphelli It. S. voL 7 riferisce la caduta di Siponlo 
avvenuta per un terremoto, per quanto mi nm- 
meofai nell'anno 1227. perchè io ho trascurato di pren- 
eme nota. Ma con ciò non concorda afTatlo la desciiziiv 
dì Matteo, Secondo esso Siponto è ancora abitata e in 
luoiio stato: egli adrbice come ragione del cambiamento 
Taria cattiva, motivo, che trasse da Villani G. 46: 
fi pallidi . ehi r etrino intorno, non erti sana. Mat- 
ktì iiiolUi accortamente deduce T aria cattiva dalle paludi, 
ifDocbè la simiglianza del T espressione non sia notata. Esso 
lascia gli abitanti a Siponto finche la luiova ciltii sia com- 
|HtiU: allon per un semplice comando del re, § ilìH, nel 



— 266 — 
Marzo 1258 si fa il trasferimento. Invero Villani nomina 
come commissario della costruzione Manfredi Bonetto conte 
Camarlingo. Io credo che Matteo scelse Marino Gapece, il 
cui credito presso Manfredi gli era noto, perchè non c'è 
una famiglia nobile napoletana chiamata Bonetto, e cosi 
abilmente corresse un manifesto errore di Villani. Inoltre 
per precauzione si attenne a Fazello nel riferire che la 
grande campana fu fatta fare dal re, non come dice Vil- 
lani dal conte Manfredi. 

Il I 103 reca grande meraviglia alla prima lettura: 
Lo di di S. Andrea (30 Nov. 1256) se sappe che lo Re 
Manfredi era junto a Capua et a Sessa, et cha fece ve- 
nire allo contado de Funài sette standardi di gente di' ar- 
me, e cosi levao alla S. Chiesa chilh contado , che nce 
l'havea donato lo Imperatore Federico, et li havea dato 

10 fiume dello Garigliano per confine. La donazione della 
contea di Fundi alla Chiesa ha avuto luogo realmente. 

11 documento a ciò relativo colla data Roma 1212 Aprile 
15 si trova presso Huill. Breh. 1. 208. Ma anche Fazello 
fa menzione di questo fatto e invero due volte a pag. 475. 
Innocenzo III riceve presso di lui la contea di Fundi in 
premio della corona tedesca, che ha fatto avere a Federi- 
co. Non si può negare: con grande arte il falsario cita 
incidentalmente questa notizia al luogo conveniente. 

In simil guisa i §§ 107-110 sembrano concordare del 
tutto colla realtà: debbo dunque parlare di questi un poco 
più diffusamente. 

Jamsilla racconta pag. 578^ che Manfredi convocò a 
Barletta in festo Purificationis b, Mariae una curia gene- 
ralis, e per potere, in questa occasione pubblicare la sua 
pace colla Chiesa, in prima inviò messi ad Alessandro IV, 
i quali doveano chiedere la ratifica del trattato conchìuso 
da lui col legato. Alla sua domanda fu risposto negativa- 
mente, ed egli tenne T assemblea a Barletta il 2 Febbrajo, 



— 2G7 — 

[ptirif. Mar.) del 1286* Ivi nominò Galvan Laacea comes 
rificipams Sak'milani e f^a^n maresciallo ilei regno sic!- 
ano. Questa dignità eia stala i»cciipala lina allora iln l*ielro 
^ufo, il quale però per s*.^ntenza dei barojii fn diiiiìaraio 
adulo da essa, ed inoltre gli fu tolta la contea di Ca- 
ro, Il fratello di Galvan diveniio conte di Sqnilbce, 
dì Speraeria conte di Marsia. Bertoldo di llolnjn- 
tii^o e i suoi fratelli, che erano stati condannati a itìorte, 
ìibenì da Manfmii per grazia la prigionia a vita, 

Matteo !;erabra «'^attamente couconlare con ciò: Lo di 

fila Ottèdelora (i Febbraio làSG) lo Re fece la en traiti 

Barletta et li mciromì incontro fino allo pome sette- 

In peraufèe in processione con te palme in mitno ran, 

uh el dicendo: Benedici us, qui venit in nomine Domini. 

Invero il fatto principale la curia generalis manca: 

non dic^ una sillalja circa V assemblea tenuta in 

giorno* Ma T accoglienza per parte dei cittadini 

[>Ta la sua spiegazione solo in ciò che .Manfredi iiccii|ialo 

ti<*Ua cavalcata solenne entra al!oi*a per la prima volta do[»o 

la sua coronazione nella città dì Barletta. 

1 51 108-110 si collegano strettamente al § 107, sia 

la cronologia, sia per il contenuto. Il 20 Febbraio com- 

in Barletta — t'ennero in Horletla — nmliascia- 

madre di Corradino e del Duca di Baviera. 

Jiuifmli li accoglie con grande onore e il 24 ft^.ljbTaio, 

109, loro accorda pubblica udienza. Ora il discorso dei 

e la risposta di Manfredi sono tali, che pressnppon- 

MCessariamente la i:oronazione di Manlredi. La regi- 

6 il (Uir^ pregano questo: che voglia lassare chisto re- 

ptrclw chillù piccirillo è lo Padrone, come è di dovere, 

stufasse rhilli cfie t kaveano dillo la memoijna ^ 

morte, Manfredi risponde che ha dovuto slrap- 

il regno a due papi , che il popolo non avrebbe però 

alo più lunpamenti' il dominio dei Tedeschi, ma 



— 2G8 — 

fke tao jf m cmuminua tmere dkttla Beami sm 
f, e pai Immnh a QfmMm; eoMa la sua 
a mtmiarÉlo a qua et a 
1% pifdié ism se f haverìa tenutù 

Quftsla DimzioQe è d'ac4!0rdo colla cronolgiadi 
tao. Sieeoaie ^ fa die Manfredi, riceva la coroM 
dal I25S, una prolesu di Corradìm) nel Febbraio ti 
eri mollo naturate- Sebbene nulla noi sappiamo di 
Mo è fmsimìle; soltanto fanno dovea essere il 
A dò De LoTues pag. Ii6, coi segue Pabsi, 
suo solito procedimento: egli stacca le parti di 
racconto eoa ben connesso § t07-| 110 e pone al | 
la data 1296, ai {S 108^110 la data 1:231). Solo si 
notare che per dare antorìtà a quel che dice Matteo 
§ 107 De Liivnes cita come testimone Jamsilla, il 
pone nel 2 Febbraio 1250 una curia a Barletla, Pei 
parole di Matteo lo Re fece la entrata mostrano 
temente la differenza: qui non txi^ta cambiare soli 
numero dell' anno. La dieta di Janisilla arcade priw 
coronazione, T ingresso di Manfredi in Barletta ni 
Matteo dopo la medesona. Per salvare il racconto ili 
teo si dovrebbero adunque ammettere due curie entrambi 
il 2 Febbraio e entrambe a Barletta: Tuna nel 1256. nella 
i^uale ebbero luogo gli avvenimenti riferiti da J.imsiDa, 
tlei quali M:illeo non mostra avere aleuna cognizione, 
bene dovessero essergli noti, l'altra nel 1259 il 2 (corrii 
spondenle al 24) Febbraio dopo la coronazione* In questi 
c^so la cronologia dei diurnali nel presente luogo dtfferi 
reblx^ di li anni. Se queste diiTerenze almeno fossero eoe 
renli T una coir altra! Ma ora Matteo è avanti» ora indielra 
ora ili uno poi di due o ili tre anni: in breve, la conftt 
sione è senza limiti. Io penso quindi che il falsario inventi 
il fatto per se stesso non inverosimile di una ambasciai 



— 261) — 
Cornidino, e sollauto l'avere esso posto accidental mente 
[iDgresso dì Manfredi in Barlelta nel 2 Febbi-aio (di un'as- 
tilea di l>aroni o di ima dieta non esiste alcun cennri 
di Jiii ) Gigionò la supposizione fhe Matteo parli 
della curia menzionata da Jamsilla; laiche De Laynes 
li7 Irionfalmente e-^claraa: La conaìnlance dm dates 
Jammlta et de .latteo est ici trés complète et ne laisse 
dotile. 
Una dilTicoUà ancora, che offie il così detto conlinna- 
1? dì Jamsilla, è per me di lieve peso. El medesimo co- 
letteralmente Saba Mal però ha lezioni dilTerenti e 
lakolta raifjliori. Cosi p. e. Saba dice: dopo la eoronazio- 
^larirnMli venne in Puglia e tenne un (jmerak cof/th 

Boronum poM bave ^^olemNèm enriam 

Fotfìum iwlìxtL II cónlirinalore lìi Janisilla pa^^ oS5 
di Rnrrmnm ha a pud Barolum:e in ciò parret>he 
parole di Matteo avessero una corìferma, Pern pre- 
imlo dalla inverosimislianza di fine assemblee segriito 
rerc distanza, la (|uale invero parve stpna a Cesare. 
iìì Manfredi 1. 16'i, ma pure sarebbe ammissibile, 
l€*simo continnator»* *lopo aver narrato la distruzione 
^UJla, la «piale ebbe luofrn soltanto dopo che si tenne 
curia È Foggia, dire a pag. 586: ncla Btmi haec ^nm 
1238. af^ginnta che manca affatto presso il Mala- 
I, ma che per se stess;! conformemente al vero eon- 
lice Matteo» in quanto che con ciò si pre.suppone che 
assemblea di Barletta sia stala nel Paiano stesfio dell' in- 
>!ie, mentre presso Matteo deve cadere necessa- 
ffenoeiile nelPanno successivo. Secondo Matteo Manfre<li 
Sì Irallifue in ternifenna solo dopo V lì Settembre 1235, 
it arma a Barletta solo dopo lun^rbi viag^ri a Napoli a 
a Snessa e dopo nna caccia, che ha luogo nel Gen- 
1256. 
Mollo iofelieeraente è insento il racciuUo <iel matri- 



— 270 — 
monlo (li Gostanza col principe ereditario Pietro d'Arago- 
na. Le nozze ebbero luogo il 13 Giugno 1262 a Montr 
pellier, sebbene Urbano IV ancora il 27 Aprile 1262 
(Rayn. ad 1262 § 9) avesse indirizzato al re Giacomo 
una seria lettera per dissuademelo, nella quale gli diceva 
che non potrebbe tollerare T unione del di lui primoge- 
nito colla figlia del nemico giurato della Chiesa. Siccome 
i preparativi per il matrimonio accadono in Sicilia, ove 
Matteo non si trova, asso deve inventare altre date, che 
nulla lasciano a desiderare per la loro moltiplicità e che 
fissano con esattezza il tempo. Nel natale. 1256 (§ 122) si 
divulga nel regno la nuova della promessa di matrimonio; 
nel Gennaio 1257 appariscono tre pubblici ufficiali per 
esigere l'imposta della principessa: la riscossione dovea 
procedere celeremente, poiché nell'Aprile le galere cata- 
lane doveano venire a prendere la sposa. Al principio di 
Marzo la esazione è terminata. Con questa Manfredi fa un 
buon affare, giacché la tassa ha reso 60000 once d'oro, 
ed egli ne dà sole 30000 a sua figlia. Simili tratti indi- 
retti sopra Manfredi si trovano spesso. Finalmente al prin- 
cipio di Maggio I 127 si ha la notìzia della partenza di 
Costanza per la Catalogna. A questo proposito Matteo os- 
serva che la regina moglie di Manfredi non si è mostrata 
molto contenta dell'arrivo dei Catalani. 

Naturalmente ci manca il mezzo di giudicare della 
verità dei particolari relativi alla esazione dei tributi etc.; 
però quanto alla somma della dote, la quale è posta a 
caso, il falsario ha sbagliato non indifferentemente. Poiché 
presso purità 3. 60., il quale per questi fatti adoprò fonti 
autorevoli, noi leggiamo che Manfredi mandò a Giacomo 
come negoziatore Guiroldo de Posto, maioro de Juvenazo 
e Giacomo Mostacio : y vinieron a Barcebna y alli d con- 
certo a veynte y ocho del mes de JiUio del anno de MCCLX 
senalando a la infanta en dote cinctienta mil angas de 



— 271 — 

oro. Se il matrimonio è posto da Matteo a>lto il ponti- 
ito di Alessandro IV, la colpa di rio ricade sopra Fa- 
rtlo, pag. 48^1 il «jtiale invero non indira esattamente il 
iipo, ma racconta lo sposalizio ilopo cht! Manfredi ìm 
il titolo di re, rioè fra il 12S5 e il 1256. Egli 
afìan^'e ancora che Alessandro scomunicò Manfredi tosto 

10 sejipe. Soltanto dopo Fazello racconta la corona- 
accadnta a l*?dermo. Probalrilmente il ffdsario calcolò 

md 1235 il matrimonio in mezzo a tutte le cerimonie 
arehbe caduto troppo presto; che Manfredi doven essere 
Oli principe coronato da lun<xi> tempo pi'ima die potesse 
xspiRre alla mano del figlio di un re per sua figlia; quin- 
di pose (jiiesto ncconto durante la dimora f riferita anco 
da Fazellu) del re in Sicilia dal Maggio 1256 al Giugno 
làS? (5 115 e I 120). È pero notevole die Matteo in 
(lUèsta iì<Tasionc non dice? il nome della moglie di Manfre- 
l>)Slri apparisce soltanto questa unica volta § ì^il. 
Isso non potea trovare tal nome in alcuno dei suoi ori- 
ginali. Villani 0, 46 dice soltanto: Per moglie ebbe la figliuo' 
(a dei tlhposto di Bomania , otid- Me figlìtioH e fìr/lhiole. 
Correva invero allora una tradizione, secondo cui essa si 
fhianuìv;! Sihjila, però non sembrò al falsario al>hastanza 
sicura; egli quindi la lasciò da parte. 

11 I 141 ha caj^ionato non poco imbarazzo agli inter- 
Hu L' impei-atore Baldovino di CtKStantinopoli arriva da 

^raezia il IJ Agosto 1258 a Bari, e Manfì*edi si alTrelta 
BarleUa a quella volti per preparargli una splendida 
liensa. Ma r imperatore era allora a Costantinopoli, 
siccome questa città c^dde in potere del Paleologo sol- 
laiitii il 26 Luglio 1261, cosi quegli non potè arrivare 
Italia prima di f|nesto tempo. Ed anco se si ammetta 
il lesto primitivo ave^sse avuto 12G1 invece che 1258, 
ogni modo il mese è falso. I*oichè l)u Gange Histoire 
Goost CollccL Buchon. L MW ha im documento, da 



— 272 ^ 

cui resulta che Baldovino, il quale dapprima era fuggito 
a Negroponte, neir Ottobre 1261 si trovava ancora in 
Atene. Di là egli si recò molto più tardi in Puglia presso 
Manfredi e mandò tosto messi a Urbano IV eletto da po- 
co. Pure io penso che secondo Matteo Baldovino arriva 
in Italia dopo la perdita del regno. Su ciò non è detto 
nulla affatto; Matteo riferisce i semplici fatti : le sue parole 
doveano suonare tanto più disinvolte, se la catastrofe suc- 
cessa da pochissimo tempo sembrava ancora ignota a lui; 
egli non poteva apparire iniziato nei misteri dei grandi. 
Presso Platina, Biondo e Sabellico il falsario lesse che 
r impero latino durò 58 anni e che la sua caduta avven- 
ne durante il pontificato di Alessandro. Ma Villani, 5. 28, 
racconta che i Latini presero Costantinopoli nell'anno 1200; 
adunque Baldovino poteva bene arrivare in Italia l'Agosto 
1258. Quindi invero Matteo non si allontanò dallo stesso 
Villani, poiché questi, 6. 71, pone nel 1259 la cacciata dei 
Latini avvenuta per opera dei Greci. Però il conto dei 58 
anni non tornava e quindi il falsario dovè cogliere con 
piacere un'occasione, in cui riesciva meno chiara la deri- 
vazione della sua storia da quella del Villani, poiché in 
questa maniera tanto più difficilmente potea cadere sospetto 
suir autenticità dei Diurnali. 

(Continv^) 



IL MARE AMOROSO 



POEMETTO IN ENDECASILLABI SCIOLTI 



[>l BRUNETTO LATINI 



^Verfi Voi. n*, pag. 147 e seg. Coìilinaazmnf» e finn). 



Altresì come la sereaa. che ama nulla (1). È grm 
i, el Ita aire molto grandi, et vola per mare cosi 
tosto come falcone o fi^rua (2): sae alle tagliano come 
rasoìOL yapJla serena si diletta moltr» a provarsi di leg^rie- 
rezza; cicche quando ella vede ima nave andare per mare 
jMUa raUa. adevSso si regalia con lei* el 



bene miglia sessanta o cento a una lena; che ver- 
essere vinta, e non si ricrede se non a poco a fioco, 
si sforza per sapere , si può l'aggiungere la nave. Ma sì 
come la nave Tha passata, la serena lascia cascare 



il) n tfsto: • qui suii la mt ». terrore di chi ùndiisse. 
rt^ • pfu» loi^l *|u«' alcrions m vole à grue i. 



18 



— 27i — 

r alie, e lasciasi cadere io fondo di mare (1). Io dico, che 
tanto Ti segoisd qoello, quanto b lena li dora (2): tanto 
farà la soa volontà, quanto li piacerà; e poi che gli pia- 
cesse, vuole essere in tutto per cagione di mala voglien- 
za. Però dico io, che voi lo tenete, ma elli non tiene. 
Anco non me trinate (3) voi (e tante volte m'avete cor- 
rucdato vostra merzè ) sicché per corrucdo mi dovessi da 
voi partire, k) non amerei così oHra misura. Ma io v'amo 
à perfettamente, si mi ritengo a voi, sì che se io v'avessi 
perduta sanza speranza (se cosa è. che uomo possa per- 
dere, quello eh' elli non ^be unqua), sì non mi piglku^ 
ad altro. 

Se non come la tortorella. Ch' è sua natura, che 
quando perde il suo marito, già mai non de' prendere 
altro (4). E per questo hoe un poco di speranza; poi 
eh' elli non si tiene a voi, e io me ne tegno. Credo voi 
lo dobbiate perdere e me rìcev«*e secondo la natura della 
scorna. Et voli sapere (5), phe a voi mi tengo, e non vi 
lasciere' per nulla , se m' avvenisse che un' altra me vo- 
lesse, e facesse come donna de' fare per suo amico, nm 
mi potrei stornare da vostro amore. 



(1) e et la reprent s'aleine >. 

(2) e Car il feroit bien vostre Tolenté tant come eie ne seroit pas 
contrairc à la soie. Et si tost com eie li seroit contraire, si ne toos 
sauroit mie an petit de mal ^eit, por soffirir et por racorder ; ainsi tos 
gnerpiroit tout à fait, à Facoison dou mautalent Por ce dKJoa qne 
vous le lenés et il ne se tieni mie à vons. Mes encor ne tiegniés-Tos 
mie, si e5t-il aparissant que je me tieng à vous. Et se je pooie perdre 
ce que je n*eue onques, si ne me tenroie aillors qu'à vous, ne que 
torterele cange malie! > 

(3) Leggi: e tegneslc ». 

(i) Il testo francese aggiunge : e ne jà puis ne sera son arbre qui 
portic fulle >. 

(5) e Et bien di-jou >. 



— 275 — 

come avvieiie alla [jtii'uicti ; che quaiid' ella 
le sue uova, viene un'altra pernice, et sì liele 
itiTola. et covale (1) insino che sono nate e cresciute, 
passon ben volare colli altri nrcelli. Ma quando ellino 
gridare la loro verace madre, allora la conoscono, 
B là valaDO: allora lasciono la Talsa madre, che nudriti 
li ha. 



mo la loro diritta madre lotti li giorni di lor 
e e covare sono assimigliati a éne cose che 
l'uomo Iruova in amore, cioè pigliare e ritenere. Altresì 
fCMne r uova [josle sanza vita non si fanno vive finche 
'--'f sano covate, altresì è l'uomo eh' è preso d'amore. 
Ili è altresì come morto, che non rivive finch'elli è 
nt*nnto coinè amico. Però dico, che ponere è pigliare, 
eM covare è1 ritenere (2): e per ciò che voi m'avete 
pn^K dico io che non è donna, s'ella mi pigliasse e ri- 
lefifsae , f h' ella non mi perdesse, E correrei addosso a 
mi come faimo li perniciotti alla loro diritta madre. Dun- 
que dia>, che per nulPaltn non lascierei voi, perchè io 
jii tengo a voi, gioiosa cosa. Che voi non mi legniate, 
fé mi pare eh' io sia lo scimiotlolo, che voi gittate sopra 
vostre spalli, che perdere non mi potete. Però v'ho 
un p<xo iW speranza, ch'io dimoro infino alla fine. 
la dimora fa dottare le mie uova, perchè Tuova che 
voi avete poste posson ben tanto penare a essere covate, 
rl>e mai non varranno niente a me né a voi. Che perch' io 
abbia delliì che un'altra pernice imboli l'uova, e si le 



(i) < rt les ceofe et norrìst iant con li pertrisol soni parcréu t. 
ifu) innanzi manca nelC edizione francesi? cjuanto segue fino 



r'r 



->«w ^ hix ri>^ire m (iihf<ae nova covasse. NèpeÉj 
i>^ JT' n f Ira. VTKT^ ih TìAssà: anzi lo dico, itfl 
3* r VTS :a R u (FQ- f'iDe e!S€Te b fcnùu ckl 
1-* Htt-i- '^^ Tir- Cti^ voi sete impresi diaiovi 
acr^-^ 1 -Ì5 li^MTr^iii»^ lo dì' elli in toì metteH 
XT on-g- Tarite *«■ rosi Talenta mi m 
- i -ir -r»* r:iieDti*Ti mi ritemèDO, s'cDl 
Zl -: I -n ma^>^ alla vrice della mia Tcnoi 
r=i- ■ ». iti :•! v-r né altri qQesteuoniMI 
-:- >->iL :«ir fssere perdute pff 
^: E T-^nm- -aneli ?r D^roi fosse hd poco di 
izn -.*- ^ :• a "Si.ramr^iiUt. di caiezza che di 

n"r-^ -^^it ip^*^j: ^-ruovo ilello stmnolo. 
Tùxni' *7i=? M I !ii :• r^i. >à li lascia nella mi^^ 
!.. srsm, ÌK i vi#- r ' è di calore onde tutte le 

:.!«. - T-nr*-: >'l» r^-M: e Ci>sì sono conti al 

.--Tp.*rT- p -< ^rr r :'D>n che mai non fieno ^ 

n^-i-. -n. ^ :,,T f-K;j^ xin pnoco di Tokmll 

h •' ■!»- > - <:Hir. r»5 .-^be io mi conforto oi 

:,- ^M- i t zTir'"^ -tè rtiffiune conforto, uomo 

ii2^"uii' . <^ ron- :.nf Dii> li dà: ma nnqna dob 

s lianiTi'- iH:r^ * «f ;u^^ di sotto V ale della l 

EiHT-- :. >• V I Bi rilessi Duthcare . bellaedoktfd 

v.ihi^' t " sTr» acres ìeM fidinolo, come sono( 

v- ;t -f.jTi? r • rr ma ire. e «quelli della luppica. 

":••* Ufm jcarii:' » t>;*x!na pena a nntrìcare li 
zu^-'--. . i?.ri\ ' ^iiT^^i >i la loro madre, qnand'elli 



f 1t i-^v/r-^ >0'>r.i qii^><ta proposizioDe così: e et qoi m^estV 
-:»•■ v-ttr ». 

3i Arpiui;:e iJ Tt^iA: e Df si bone norretarp à enfant CMM 
•K >a iD^fv- zueisme f 



— 277 — 
riijti. A!li*evSÌ Èinno li figliuoli della liippìra: che niian- 
fella è impennala già mai non si mulerà jior se, altresì 
[ie fanno li altri uccelli, anzi vengon li suoi figliuoli, 
|U strappoDO le sue penne vecchie col becco, e poi la 
raoo e nuUicano tanto ch'ella è mudala. E bene mei* 
ellitio tanta pena in lei w\^t% com* ella mettesse (1) 
iti loro. E cosi farei, bella rlole:issima arnica, se voi 



mi Tolessi per vostro leale amante, che 'I ponere è 1 pi- 
gliare, e il covare è il ritenere. Sappiale riie nulla così! 
è che 1 liale amante dovesse fare, ch'io non facessi per 
?oi. ìb se voi non pregiaste tanto il mio nutricare, quanto 
io T vostro, i'non arei gaidardoualt» del vostro amore, se 
iù xeàe^i il mio. A ijuesto vi rispondo, che nulla C4isii è 
e*aEMire non faccia; che in amore non ha uè monte né 
valle . aazi è come uno mare sanza maricelli. E però disse 
Ofktb romano, che amore e signoria non può in una se- 
&t Mare. E1 poeta seguisele Ovidio, dice, che amore e 
oi|Ri|Klja non possono insieme dimorare. Et un altro savio 

Amore non guarda [laraggio di hellezza, avere, ne 
ilezza, se non lo dilettoso piacimento. E un altro 

Non può montare sella , non disc/*nde. Elli lo disse. 

Uè etrera più alta, et elli era più basso; però che 

aiudodoe fossono al pari, convenia ch'ella scendesse e elli 



fi) € màU h aus, quanl eie les couva. Dònt nv* soinblr - il rfue ji' 
bìcn estpp aussi boii fìnz corno 1(* tbon à la cliuif.'nf^ nr ù 
ioot à Jor mères. Mi'» il me cambio que vous avez plus i|ue 
mt me ftist de cel orgueìl qui areuc amors tw piit duren SI 
li nm» coBVOirciit brìsìei-, cu iimts ììh* *^oi\i\mons i)** ]ajV>Ìe d'aiiiors v. 
-* Cotà ttobce ndJ edizione (Kiri^iiui ijue'^to Lnipìtolo ; r ilo\m tn* dììrì 
Ili I*i Aigle8, Li OUfans, Les CoulOES, \\viu' La Ba- 
tte. 9*w4Ìo 4Ìrli :i<|uila \uvbi irnvìu* tlcl cocoilrillo e ilcj ilni^^o 



— 278 — 
montasse. E la ragione di questa cosa è presa, che questa 
è una medesima via come di Parigi a san Diooisi, e de 
san Dionigi a Parigi. E co^ sare^ di noi, se d tramàsseno. 
Questa sare^una medesma via d^ amore da voi a me, e 
da me a voi. E s' i' vaglio meno di voi, voi mi faresti 

valere come voi; e cosi vi potrei essere buon amante 

(1) e tale provedenza eh' è in troppa lunga dimora, 

né speranza né lusinga a ciò come s'awegna del loro 
amore, e d'altra parte che noUi convegna guardare, a cai 
si possa mottigiare e consigliare per sollazzare. Et chi in 
questa provedenza lo tenesse , non avre' paura , si se sa- 
pesse. Che uomo non sa in cui si fidi: et chi si vuole 
guardare da tutti? Che tale si mostra leale che è misleale 
rinunziatore. Che molte genti sono perite per avere fidanza 
in tale assicurtà. 

Altresì come avviene d'una mainerà di balene, eh' è 
si grande, che quando mostrano il dosso sopra l'acqua, 
li marinari credono che sia isola di mare, perché ha il 
cuoio petroso come rena. E cosi vi s'assicurano, che 



(1) A questa lacuna risponde in parte il capitolo intitolato Les 
Coulons, e per questa rispondenza lo porremo qui per intero: 

e Dont il avient que coulons siet volcntiers sor cuwe, par ce que se 
ostoir vient pour lui prendre, que il s* en garde de loing , par V ombre 
del ostoir qu' il voit en V ève. Et bien a loisir de fuir à sauveté. Et por 
Qon est-ce bone chose de porveance; car on se prent bien garde de loing 
de ceaus qui nuire pnent. Por ce di-jou que euwe senefie porveance; 
dont doit-ele enfanter en V euwe s' eie se viui garder del dragon. C est 
à dire que s'ele vint que s*amors soit celée, eie doit à lei porreance 
retenir son ami, que trop longe demoréc ne le metic en dej^perance. 
Tieus s* aseure molt d' estre loiaus amis, qui est traitres revoiz. Et celui 
qui plus m'asseuroit de parole, celui creroie jou meins. Car qnant il 
met si grant paine à cou c*on le croie, e' est cil qui faìt à doutca* et 
qui se Tint escuser. Et meintes genz sont peri pour avoir fianca en tieas 
asseurances >. 



— :270 — 
a i>rendere pork», come (asse isola, e diinoranvi (I)" 
o ire di, e cuoc^dvi m la vivanda, e quand^ella senti 
il fti4Jco* adesso s' atluffa iti mare con loro. I^erò dn si 
▼iene a m fidare {i), de' si Qdare nella cosa del mondo, 
die più sicura sia (3). Tal dice che muore d' amore . die 
iMXi sente male m dolore : o insjannnno la Qwnìv . come 
h h gulpe lì uccelli. 

La polpe sNnvaliippa nella terra ros^, e poi s'ar- 
in terra, colla lingua fuori della bocca, come 
morta e sanguinosa. Allora vengono li uccelli (i), 
B roglioDO mangiare la gola, e la golpe, serra li 
e ucddelì, e divorali, E cosi avviene di 



ciie si fanno molto angos(*iosi (.1) iV amore, e non ne 

cafe loro niente, ctr ellino non liadino se non è :ì figliare, 

per avventura cosi diresti voi di me? E a ciò vi risporv 

Tiiomn segnìscie T nsle per molle cose: per goa- 

e fare prò, e rubare: e altri non sanno ctie si 

Ètf«», se non die vanno vedendo li padiglioni. 

Casi fa uno uccello , e" ha nome avolloro. che per 
òkstiinie seguisele Toste, perciocché vive pur di carogna, 

Eiewe che vi de' avere o uomo u cavallo morto. E 
I avoltorio significa quelli che seguiscono le donne 
lofuelle f)er (lire la lor propria volontà (6), non gnar- 
c Ttn jonE m XV ». 
Il cod, I mi isfiflarp ». 
I Ontmti h da rorrp|rgprp il iisio: « qui plus se rpsaniblp » in 
• qm p\u% *eun* viuiMr •; chi' .^e^ruira poi; f fi lifus ilìst iju' il S4' 
d'oRiort, i|ui nr Jtfiil ne mnt > itc. 
m i Jigoclieiì t. 
(&l e très ^ge ». 
(6) • por taire lor pn?u d' eief , coflibìen i|U' ele^ ^'ii lioiippirì pinpi- 

firn i. 



— a» — 

dJDdo qoèUo die ^ presano. Et quelli che vanno, non 
sanfto 0¥e. se ooo li osti vedere. égaiScM qaelli che non 
amano niente II e ciasoino loogo dioooo c^ hanno loro 
donne et amore: ma eilìno non amano, anzi vanno or qua 
or là. 

A tale gente aniene come a on cane, che porta in 
bocca mi formaggio, e portalo per F acqua: ndPacqoa li 
pv maggiore che qoello che porta in bocca. Allora si 
lascia cadere il formaggio, e' ha in bocca, per pigliare 
qodk) eh' a lai pare avere veduto neU* acqua, che fti 
umbra. Et eoa perde quello e'avea per quello che non 
avea, e aver non potè. E alcuna volta s^ annega. Così 
avviene ad alcuni che dicono c'amano, e pongon mente 
or qua or là, or questa or quella: e altro non hanno, e 
alcuna volta annegano badando. — Terza mainerà di gente 
sono, che s^fuiscono Poste con gran dìvocione di core, 
sì come sono quelli che piace loro di combattere per la 
loro patria o per vendicare morte, ovvero onta del loro 
amico, ovvero per onore e pregio conquistare. Onde uomo 
può vedere e spesse volte, che cotal gente vivono loro 
nimìci per la buona volontà ch'elli hanno di combattere 
tuttavia la contraria parte più gente. Questo avviene per 



(1) Seguono qui ancora questi perìodi: 

Mès il ne sevent nulni acoinUT s' il ne parolent d* amors ; et si ne 
seveiit parler s*il ne proient, et si ne le font mìe por trecherìe, ainz 
r ont d* usagc. Et ci! qui vont en V ost por le besoìgne de leur sdgneur 
Taire, si seneGent les loiaus amis. 

Por ce ?ous di-jou que jou ne sui mie por usage si come voutoirs. 
Mès je ne ?os puis por nule force de paroles Taire savoir des qoels je 
sui. Mès se vos m'aviés retenu, je yos mosterroie bien par oeTre que 
je ?ous sui por la besoìgne de m*aide Taire. Non por quant, pnis que 
nule raisons ne m' i puet vers yous valoir, si ne tous requier nule rmK 
Tors merci. Mierci de qui j*atendoie secours et ale m*est sì del toat 
eslongìé ». — Qui fìnisce il testo francese. 



— 281 — 

buona volontà (V amore fae T nonni prode e vivoroso. 
[Ili* omo sa bene, che galline sono di natura, che la volpe 
piglia e mangiale. 
Quando la gallina ha li pìilcini con seco, e la golpe 
per prenderli, certamente la gallina potreÌ)be muc- 
?, s'ella voleiise abbandonare li suoi pulzini. Non fiig- 
pe, ma rimane, e corabalte cx)lla golpe, e difende sé e 
siioi pul Zini, Questo avviene per l'amore ch'ella ha de*" 
pulcini, die li danno ardimento di combattere e vin- 
ove ella è» usata di fuggire. Certamente vi dico, ch'io 
sono di qu^la terza mainerà di gente, che segutscono 
l'oste eoo grande ardire di cuore, per onore e pregio 
LCOOfiuistare, ciò è il vostro amore. I*erciò non mi potete 
roì assimigliare alla volpe, che inganna li uccelli, ne al- 
l' avoltoio elle seguiscie Toste per mangiare. Ma come la 
si mette in pericolo per li suoi pnlzini difendere. 
b' io per voi ditfendere , se mestiere fosse. 
Uomo sa bene tre maniere sono dì falconi. L' una sì 
[li oberli: questi sono cattivi e di vile valore, questi 
vitono se non di cicale die vivano d' arie : e puote 
r IMKIID assomigliare a quelli che vanno V oste vedere. 
I Seconda marnerà falconi sono lanieri; che 1 primo anno 
! pigila la pernice, e per avventura r ha da natura: e1 
'iena antio pigliano topi, e cosi vanno iiegginrando insino 
aUa morte* Questi puote 1' uomo appregiare a quelli rhe 
raimo a V oste per rubare v per* mongiare. Terza inaÌTiera 
li blc^un sono chiamali gienlili. perchè tuttavia vanno mi- 
aodo: primo mm piglia T anitra, secondo la grne, E 
[poi eh'elli ha una grue abbattuto, non ne abbatte: lia 
K per la sua gentilezza non saprà essere sì affamato. 
cosi tare* io, bella e dolcissima mia amica. Che se io 
pervenisse al vostro amore, giammai nollo abbasserei, 
perch'io so bene, che raegliorare non potrei; perchè voi 
sola siete di bill^ide e di senno e di adornezza cortesia e 



— 282 — 
valore, e di tutte cose fornita saoza niente mancare, pli 
e' altra e' al mondo sia. 

Cosi siete sola al mondo, come ano nccelloc'ls 
nome fenice, che unqua non se ne tniova se non è im 
E quando è vecchia, allora si s'arde. Veramente aondM 
la se arda, reca al fuoco un'erba e' ha natura, cheps 
eh" è arsa nascie adesso un' altra fenice ; e cosi non è se 
non è una. E come io ho detto, vorrei provassi me, 6 
seiniiste la natura dell'aquila. 

Quando T aquila ha figliuoli, s'ellìno pongono meo- 
w il N>le sicuramente, allora sa certamente che sooo 
>iK>i. e nutriralli sotto le sue ale. 



C<rftix Mia dolcissima amica . se voi m' avessi cosi p»' 
ne*. v.t?rto sooo. die voi mi nutridieresti sotto le ?08lB 
iir . •.>« è nella ^rracia del vostro amore. E io farei cobm 
L ;:tiiL>o<^ e come fa Tagnglia alla stella tramontana, cke 
i Tunufi mena al porto. Io so certamente, che sieU! 
qui*^ii >tefta. 

I^ri. .tie del mare v' ho parlato, vorrei che segoSA 
sua namix Cbè ciascuno sa , che '1 mare in se ritieoe 
nulla l(>rdJi i»sa. se non quello eh' è netto e puro, d 
come pietre' prwìose che sono in fondo di mare. Cierto^ 
madonna, se voi sepessi. com'io sono vostro netto e poro 
e leale amante e servente, voi non mi gitteresti alla rin 
del mare, ma più caro mi terresti che nulla pietra pre- 
ciosa : che mai d* oriente non venne sì gientile pietra, 
eh' io non sia più gientile inverso vostro gentile cuore. 

D' uno cavallo ho udito, che se uomo lo tenesse cìd- 
que giorni ovvero sei sanza bere, e poi lo lasciasse andare 
in |)arte che acqua non se vedesse né trovasse, correo 
I» andando s' arresta quivi ove l' acqua è sotterra , e quivi 



— 28;* — 
annitriscie» e rosi sa l'uomo che in quella parte 
acqna, E questo è già molte volte provato alt^ assediare 

^d'nr* i-astello, e' nomo li voglia levare F acqua, che tli 
Siìlterra hanno per condotto quelli del castello, Cosi fare" 

r io, Isella donna e dolcissima arair-a , se voi fossi nella Gran- 

^de Berlagna serrata soUo tntte le chiavatale de! mondo. 
à vi troverei per Io grande amore che a voi porto per 
In dolzore della vostra bontà, siccome fanno l'altre Itestie 
alle pantere, allo dolzore del loro fiato e lena. 

Vorrei e* avvenisse di voi come di coloro, che caccia- 
no U cerbio, eh' è si leggieri , uomo nollo può giungere 

. to' cani uè sanza cani. Ma (piando è liene istanco, li cac- 
cùtfori lo conducono in luogo, dove è alcuna acqua ovvero 
foDUmi. B per la sua stanchità bee tanto, che s'empie si 
che fogfifire non può. Allora lì corrono sopra colli cani, 
** prendoolo. Cosi vorrei, c'avvenissi* a voi. che appresso 
alla mia cacda vi lajiciassi prendere alla foutana d' amf)re. 
Et s'io vi potessi prendere a lai fontana, allora direi che 

I qtiesta fontana fusse fontana di paradiso: et già mai di tal 
tùDtam non mi vorrei partire vivendo, non morendo. Ai 
tasso! a tal fontana non mi pare che già mai potessi giun- 
gere; perchè quanto più vi credo essere presso, e io so- 
tio più a lunga. Di me avviene come a colui che crede 
precidere il itole, die quanto più s'a[ìpressa inverso il 
?espit), pili s'allunga. Apertamente veggio, che mi con- 
vipnt* seguire come fa il bue al tavernaio ovvero beccieri 
fine atta sua morte: che non sa là dove si va, infino die 
OCNi rkeve lo colpo dell' accetta in sulla testa; e allora 
cade mortfv Altresì credo, che avverrà a me; che seguen- 
do si tti'ucdderete: e si noir ho in servito. Oimè Dio! 
jse io debho C4>si morire; non so altro ctie dire, se non 
dì lamentarmi a tutto 1 mondo del mio cuore piangendo. 
Xbì cuore malvagio, traditore, rinegato, nimico min 
inort.ììr nntriratn della mia carne! in cui mi pntm giam- 



— 2M — 
■Jì fiiar^t e cfai mi porteti giannui lealtà? quando tu, 
dhr J srfrMh^iì ni dareii guardare, ta m' bai messo a 
•iùj-jiv e j morte, cbe mi deui a 'nleodere, che la fiore 
•ieik &XV mmiera sarebbe: e ta saperi bene, cbe eBa 
GiKi de«Bar«bfae d' abbassare lo sao cuore in à basso ìm^ 
«x cernè d* amare uomo di si poco valore com' io soda. 
Dmqpie m' bai ta morto io tradigioDe sanza ballare. 

Timo attreà oome b fl caodatore ai leoCmte, che 
zoarda ore osa et dorme, e a quale albero s'appoggia. 
V^sdBtix a «amatore taglia T albero: sicché poco se ne 
teoe il kobme. Tìeoe per appoggiare air albero, oone 
vocile. sfeToramef^: e appoggiasi a Talbero» cadeconeen 
loL E poi eh elli è cadalo, giammai non si rileva, pert 
ctk* qpxi ha giaota Diana nelle gambe. Allora viene Q oo- 
cìatocv. die cotà V ha tradito, e uccidelo, perchè dod ta 
polare di difendersi, ne sé rilevare, né campare, oodb 
3^ fosse in Olezzo 'l mare. . 



Io 5000 altresì come la nave, ch'è in perìcolo di mare. 
Che li oiercatanti che vi sono, gittano li loro arnesi e loro 
oiervantanzia per paura di morte; e con tutto ciò noft 
pocì^ìDo campare: che la fortuna del mare ha loro tolto 
ì timoni e la vela , e non sanno dove andare , se non alla 
morte. E cosi m'è avvenuto di voi; che per lo conforto 
ch'io preodea di voi, ho gittato la mia mercatanzia e ar- 
nesi, ciò è le mie parole, e 1 mio senno; e per tutto do 
non truovo guarigione del mio male. E sono gabbato coma 
colui che crede avere balia di prendere Taire, e1 nùo 
lavoro ha tale perfezione, come ha il ragnolo della sua 
tela. Tutto questo male m' è avvenuto a diritto; che chi 
più disidera. più che non de\ per se medesimo s'ingan- 



I 



— 28i) ~ '- ^ 

fia. In questo eh* io racevo tale duolo e pianto, il mio 
cuur45 rispose e disse: 

Ahi lasso, povero di cuore e di bontà , non te smar- 
rire! Polele voi morire sanza me? Ceiio no. Or non snnjo 
quello che V |jo dato s^ieranza Qno a i|ui d' avere la più 
atta donna del mondo? Certo si; e anco ve la do io, si 
dì© per difetto di voi non rimane: voi par l'averete. Che 
ogni cosa del mondo piiote Piiomo menare a fine, s'elli 
pur vuole durare peno. Con effetto noi andareno assediare 
[et combattere lo suo castello, e quivi dove ella si crede 
più sicura. — Quando utli' ciò clìe 'I mio cuore 
'o ch'io non ne arrabbiai di duolo: et adesso li 
rt2!i)U0st et dissi: Ahi cuore fellone, ingannatore, a cui 
j tu parlare? Mio cuore non sarai tu giammai 
*;ochè morto, e anche mi vuolì in tutto uccidere? Co- 
me si potrebbe jii'^'liare il castello, che la mia donna non 
cormcciasse meco? come se trabucchere; che la mia 
norr fosse in pericolo? come mi romhatlerei io alla 
del castello, che alla mia donna non pesasse? come 
:$i polrìa tagliare le vene deir acqua che vanno al castello, 
che la mia donna tiene in mano, non seccas- 
Dio! non vi crederò, e di ciò di' i' ho credulo, 
ne credo morire. — Anche rispuose lo mio cuore e disse : 
lo non dico di combattere il castello per lo modo che voi 
; anzi andremo al castello, e menaremo con noi 
e merzè, e altra buona cavallaria, 
i* omo sa bene, che 1 bone è il più nobile e 1 più ern- 
ie Iwslia che sia; e con tutto ciò non sa essere si eru- 
che, se Tuomo li s'inchina dinanzi, che male lì 
; anzi lo lassa andare. Tutto altresì la nostra donna 
bri di voi. Pognamo ch'ella non ha auto cura di noi; 
[Hit vinceremo la sua durezza con merzè chiamare. Questo 
i deodare conforto. Che voi sapete, che P astore non 
la pernice al primo volo, anzi la rinielte due volte 



— 286 — 
Ire, anzi che l'abbia; poi la piglia, 

e fanne sua volontà. Cosi avverrà a voi; che questo sarà 
il vostro diretano volo, e averete la pernice, ciò è la fiore 
(le r altre donne; e sarawi più savorosa, quanto più pe- 
nerete a conquistarlo. 

Che omo sa bene, che la gallina, quando vede uno 
monte di grano, subito vi va su , e ra^ e gitta il grano 
drieto, e poi toma a beccallo molto desiderosa mente. Al- 
tresì si farà la nostra donna di voi. Che s'ella non ha 
auto cura di voi inflno a qui, poi noi Paveréno tornata 
al vostro volere, così fia più dibuonarie e più cortese, e 
sé chiamerà lassa, pentuta di dò che tanto ha penato a 
sodisfare al suo leale amante. 

Sì come avviene a colui che giuoca azara, se Tnomo 
li mette una gran posta et disdice, e poi toma il suo: 
adesso si pente, e dice: che cosa è la mia? sMo avessi 
detto, averei vinto. Altresì alla nostra donna. E adesso 
sarà fatta la vostra vendetta di ciò, ch'ella sarà pentuta, 
e dirà : lassa ! cattiva I perchè sono tanto dimorata , che 
gioia ho perduta per mia durezza. — Et se voi pensassi 
bene, che parole quelle funo, voi non diresti: morto son; 
anzi diresti : io sono vivo, e 1 più gioioso amante, e '1 più 
leale che sia in tutto 1 mondo. 

Se voi pensasti bene alla natura dell'omo salvatìco, 
voi non metteresti tale duolo come voi fate; che quando 
vede il reo tempo, allora e' si conforta per la speranza 
e' ha del buon che vegna appresso lo rio. Altresì dovresti 
fare voi per la speranza de si nobile donna, come vo' gua- 
dagnarete. Ve dovete confortare, e alla pena dovete pa- 
rare gioia; che voi dovete pensare, che nullo albero porta 
frutto se non a sua stagione. Anche sapete, che di pietra 
viva nasce fuoco ardente contra natura. Dunque dovete 
credere, che se le cose sono contra natura, e la gocciola 



— 287 — 

ilt^ir acqua pertugia la pietra conira natura. Dunque dove- 
le credere, che le cose centra uatura sì smuovano. Ben 
si smuovere la nostra donna per natura ; e tanto vmm 
Iddio li lia dato perfezionare sopra inlti* V altre donne 
del mondo, so bene ch'ella traggerà a natura secondo 
ragione. 

A voi non fa bisogno di più parole dire, ma d'ap- 
parecchiarci di tende e di padiglioni, e andare assediare 
il castello della bella e dolce dibonaire con tale compa- 
rnm' io v' lio detto dinanzi. — Allora mi levai e 
al mio cuore: Alti more gentile, e savio, e grande 
provedenza, leale e di buona aire, perdonami di ciòch^i' 
ho mal detto di te, e fammi compagnia a guadagnare tal 
girila rome tu m' bai promesso. Per Dio, andian tosto al 
castello, per avere il fiore d' abso che jiassa ogni altro 
flore di tutte cx)se terrene. — 

Appresso a ciò mi missi nella via, e menai meco 
tuniltà e merzè e altra buona c^vallaria. Quando fui giunto 
;i) cstsiello, io lo trovai si bello e si forte et sì nobile et 
si l*efie gnemito, come a tal donna si con venia. La mia 
dOQiia sla\*a dentro e tenea una rosa vermiglia in mano. 
Qoaido fui appensato e consigliato al mìo core, si vidi 
chiaramente, ch'i' non potrei tal casteilo pigliare, ne tal 
lesiuro^ come entro v'era, guadagnare per mia forza, ne 
per mio senno: né per mia bontà, né per mia biltà, né 
per mia larghezza , né per bontà di cavallaria. Che se uno 
cafalliere avesse tutta la forza di Sansone, e '1 senno di 
Salomomf , e la bellezza d'Ansalone, e la larghezza d'Ales- 
sandro, e la prodezza di Lanzelotto del Lago, e lo verace 
amore di Tristano dì Lionis : non sarebbe soffìciente a rosi 
gnm ' compiere. 

L. , ili mi volsi inverso oriente e fece dolze mente 
la mia pregheria a dio d* amore , eh' elli mi soccorresse a 
lai caslello pigliare, perch'elli è usato di dare soccorso 



— ass- 
alii suoi leali serventi. Et in mantenente mi rispuose lo 
dio d' amore, et disse: — A li leali e cortesi leali amanti 
dibuonaire lo mio special servente fino et bene provato 
voi siate il ben venuto. Io so ben fare del savio folle, e 
del folle savio, e del ricco povero, e lo povero di gioia 
ballare, lo ho bene inteso la tua preghiera; però che tu 
se' stato leale amante sanza ricrederti, adesso vederai il 
dono eh' io ti farò. — 

Appresso ciò non dimorò niente, che lo dio d'amore 
usci fuori del castello a cavallo in su uno molto bello 
palafreno bianco, e menava con lui la bella, di cui ho 
tanto parlato di sopra. E si era suso uno bello palafreno 
verde, e tenea una rosa vermiglia in mano. Et allora mi 
chiamò a sé lo dio d'amore, e disse: Il cavalliere leale 
amante vede qui la gioia che tanto avete disiderato. Questa 
è quella, e' alcuna volta avete diiamata fenice, però che 
sola è, e nulla a lei se può appareggiare. Voi sete stato 
verso lei leale e franco servente , netto di cuore e di pen- 
sieri più che nullo papagallo. 

Papagallo per la sua grande nettezza già mai non fa 
li suoi -figliuoli, se non nel paese d'oriente, che v'ha 
luogo, che mai non vi piovi. Dunqua che da ora innanzi 
papagallo sia nella 



compagnia di tale uccello come fenice, che non ha pari. 
Ciò è a dire, che questa donna sia sempre mai vostra 
leale amante e voi suo. — Allora si trasse innanzi la bella 
dibuonaire, e disse molto gioiosa mente: Tale sentenzia 
non voglio già rappellare. — E in mantenente mi chiamò 
come suo cavalliere, e disse: Bello e dolcissimo e leale 
amante, fatevi inanzi, e pigliate la rosa che tanto v'ho 
guardata, en estanza e significanza del mio core, del quale 



— tm — 

fCki portarete le chiavi da ovh muzì; che voi r avete b4> 
^m jMsnrito. — Allora mi trasse inanzi e presi la rosa. E 
■trebbi gioia e allegrezza, pensare voi io potete. Io la 
^■iwe per tale convento, mm" ella me la diede. Corpo 
^Vacyma non vi porre' contare la festa e I ' allegrezza che 1 
Hlvtillierì mena, come pensare ne potete, di così grandiss- 
imo disio compiere da due così leali amanti- 



Qui toiscìe il conto del nostro libro, il quale si può 

^ chiamare conforto et rimedio delli aeraci e leali 
amadori. 
Se Brunetto Latini, giovane di treni' anni, ebbe sol- 
t*oecht 3 vago componimento di Kicccardo di Fornivano, 
quando dettava il suo Mare Amoroso: questo altresì pare 
fesse conoscinti:) a Ingliilfredi siciliano, che, s'io bene 
m* appongo, poetava dopo la morte di Federigo II (1250) 
e prima dei Vespri (1282). Certo nelP Inghilfredi , che non 
i ingtegno inventore di prima riga, ricorrono tanti pen- 
e modi e periodi identici che si riscontrano eziandio 
ilare Amoroso, da insinuare la credenza , che il poeta 
fiorirà in tempo, in cui In scettro del Parnaso passava 
Sìdiia e da Bologna alta Toscana , sentisse già questa 
e ne accel lasse la signoria coli' accattare pen- 
sieri e modi al segretario di Firenze, eh* era il più cele- 
bre de' poeti toscani anzi che sorgesse Guido Cavalcante 
od 1268 ad ecclissarlo con la sua famosa canzone sulla 
Damni (r^^more. Imitazione però o simiglianza di sentire 
sìa, gioverà a riflettere luce sul Mare Amoroso il con- 
io stile d^ un toscano di quel tempo di ti'ausizione 
lo stìàe di un siciliano contemporaneo; d' un siciliano 
il quale, crescendo dopoché ser Brunetto avea composto 

30 




— 290 — 
i suoi sciolti, già sentiva Tinflaenza della poesia tosca, e 
s' educava in essa, guardando con disgusto al limpiccioli- 
mento della sua gloriosa isola, che sotto Federigo n, im- 
peratore di tutta la cristianità, poteva credersi per certo 
riguardo a capo del mondo, maitrechè sotto ^ Angiovini 
ella era digrandita a secondaria provincia d' un vassallo di 
vassallo, la cui corte stava a Napoli. 

Dei pochi dugentìsti siciliani , le cui rime ^ano giunte 
Ano a noi e pubblicate per la stampa, nessuno, se noo 
solo il formoso l^giadro e originale Giulio d'Alcamo, fti 
nelle edizioni bistrattato quanto il buono Inghilfiredì. Ripro- 
durre qui le sette canzoni , che delP Inghilfredi furono gii 
stampate, ma riprodurle con un po' di amore e di rispetto 
come si meritano, varrà forse ad invogliare alcuno deDa 
ricerca delle rime di altri trovatori siciliani, e spedalmeote 
di Vincenzo d'Alcamo. 

Di Vincenzo d'Alcamo nessuno s'è curato di cavare 
dalia Vaticana le rime che vi devono sussistere, sebbene 
molti abbiano disputato intomo a lui dietro le piacentaie 
di Leone Allacci, che nel 1660 regalò un manipolo di ri- 
me volgari antiche, da se trascritte, all'accademia messi- 
nese. Si sforzò l'Allacci nella dedicatoria enfatica premessa 
a quella stampa, che fu curata nel 1661 dai regalati, di 
contradire al defunto Federigo Ubaldini, il quale primo 
avea messo alla luce nel 1640 alcuni versi dell'Alcamese, 
e avea studiato con vera diligenza i manoscritti del solen- 
ne letterato e mecenate Angelo Golocci, per tesserne b 
Vita, che usci poi come opera postuma. Il Golocci fin dal 
1486 aveva raccolto una fiorita di rime volgari, che con- 
servasi tuttora nella Vaticana, e ne' suoi manoscritti andò 
poscia annotando quante notizie gli si paravano innanzi 
intorno ai poeti italiani. In questi suoi annotamenti a sigle 
e accorciature egli avvertì, che Giulio fiori dopo la rovi- 
na de' Goti (1266-68), come con voce corrente nel Gin- 




risf afi5wiemici della tndm, che Cinllo sia 
antico poeta sidliinn che ci rimanga, ma 
» leggersi anche nel Golocci stesso; ed ove 
■e rima di Cinllo che a ciò contradicesse, 
|6tare come spnria. Il raso burlevole fece, 
Giulio, ch'egli regalò estratta da un co- 
ana (di cui fino al 1661 FAIIacd stette 
aire era anche serittore greco nella vati- 
risamente tale, quale egli, se mai intesa 
bbct respinta come .spuria; fosse cioè fornita 
pìtt chiare e ragionevoli pruove d' essere scritta 
1246. qtiando Guittone contava già venti 
essa, per tacere di altri accenni, si tocca 
tarmine le^?ale delle costituzioni melfensi 
non entrate in vigore prima del 1234; 
donzellella, per ammonire che le coslitu- 
a da anni passate in sugo e sangue del 
Si ricorda, che « Vive T in[\peradore, gra- 
alo per morto in queir anno 1246 e 
'*gost4); in essa si ricorda Saladino II 
^l<*Ppo, allealo de' Crociati nel 1246 contro 
!12WM50) suilano d'Egitto. ~ Più tardi, 
^«Jeriani trasse da un codice vaticano, ne- 
wieou^ AUac^^be tacciava di giegliaenza 



Skilia 



\V 



— 292 — 
avvenne in giuguo 1247; perocché allora, che r<jn 
a declinare la stella di Federigo, il poeta oon a^Te 
con tanta fidanza ricordalo in Sicilia il lontano imp 
epperdò noi lo raremmo del maggio 1247, rilevando i 
primo verso Uosa frisca aulentissima, chi veni -nver Ci 
stati, E in qnel tempo egli doveva aver incomniicialo 
poter disporre del suo non piccolo patrimonio, come 
persuade quella certa spavalderia del vantare i suoi ago$lari^ 
e perciò essere nato non più tardi del 1222, Ma né i 
prima, se nacque, come crediamo, ad Alcamo; perocctój 
fino a quell'anno la città d'Alcamo, posta neir altura, coj 
villaggi circonvicini era abitata esclusivamente dagli 
Ma tornando da questa digressione , che dod 
tutto fuori di luogo, al nostro Inghilfredi, dobtóamoi 
fissare che nuir altro possiamo dire di lui, se Doni 
egli fu contemporaneo di Guido e Odo delle Colonne,! 
Landllotto e della Nina, di Mazzeo Ricco e Tommaso i 
Sasso messinesi , di Ranieri da Palermo e dì Stefano pro» j 
tonotaro di Messina, di Lanfranco Maraboto e di Cariba J 
di Iacopo notaio e di Arrigo Testa, eh' è da SassoferratóJ 
e non da Lentini, Il fiorire d' Ingh. è posteriore ai ve 
che abbiamo di Enzo Re; né la sua poesia spira Tanti 
andare delle rime di Federigo II, né la grazia di Raggia 
d'Amici, né il "genio e la forza di Ruggerone da Palermo 
È un ingegno di secondo ordine che ritrae non solo daB^ 
musa di Brunetto Latini, ma e già tocco del fare fat 
della scuola che a gradire oltre si messe, della 
maniera di Guitlone piaciutagli dopo il 1263, consisti 
in anfibologie e giuochi di parole, anziché in espress 
di caldi affetti spirati da amore. Per questo colore del i 
dettato gli potè essere attribuita la canzone « Un gior 
avventuroso», eh' è di Bonaggiunta da Lucca, e una del^ 
meglio aggraziate. 



— 293 — 



SEGUONO lE CANZONI D^ INnilILFHI- D!, 



L Qìmpo$ta di quaUro utra^ unisone, di //iiaf- 
tardici eersi. 1 piedi som due quartetti da tre sette- 
jmrii e un umlenario. La volta è un senario molto 
iprimoso, in cui r ultimo verso scompagnato rima 
coir ultimo delle altre strofi. Rimano i versi l-S, 
2-6-10. 3-7-0-12, 4-8, 11-13. Della terza stanza non 
iihhinnw che i soli due primi. 



SI alto ìQtendìnìenlo 

M'ave donato Amore. 

Ch'eo non saccio avvonire 

lù che i^^iiisa possa oietvè trovare. 

Però lo mio talento 

Mi ha mìso in error*^. 

(iì non volle soffrire 

Di non volere si allamenti* amare: 
Ma poicirè in piacire 

Ad Amore. 

Che tanto è poderos4>. 

Ciò 6 lo mio volire» 

M*ha miso il core in affanno gravosio: 
Non saccio loc^, che v^ig^a ragione. 



Ben so. se narramento 
È fallo a alcun signore. 
Per dover iliffìnlre 

A qual de^due s'accordii^ più ver pare 
(Non m'e gran fallimento) 
tramar; iwicliè T mio core 
è valuto assentire 
A tal voler ch*oo noi posso abenlare: 



— 294 — 

E però deggia avire 

Forza Amore 

In loco dubitosOy 

E faccia a lei sapire^ 

Che son le pene del male amoroso. 
Forza d'Amor mi mette a condizione. 

Lo meo innamoramento 

M'ha d tolto! valore, 

ire 

are 

ento 

..... ore 

ire 

are. 

ire 

. . ore 

oso 

ire 

oso 

one. 

Per il gran valimento 

Di lei, cui chiamo flore, 

Vorria, s'eo Tauso dire, 

Umilemente di mercè pregare, 

Di darmi alleggiamento 

Di piccolo sentore, 

SI eh' eo possa gioire 

La dolce cera sol d'uno isguardare; 
Perchè lo mio delire 

Dell' amore 

Avesse via di non esser dottoso 

Contra l'alto parire 

Di lei, che m'è come l'uomo nascoso, 
Che per aguaito face offensione. 



— 295 — 

msK IL / piedi $i coinjwngom di due endecasillabi 
_che rimano altemamlo; la sirhna é una coppia le- 
di settetéarii sirena da due undenarii legati. 

A.udjte forte cosa che m'avvene: 

Io vivo in pene, stando in allegi'anza ; 

Saccio ch'eo amo, e sono amato bene 

Da quella che mi tene in disianza, 
Como pien' è, lo meo lomieniare 

Durisce, e vivo in foco 

Oual salamandra loco; 

Da lei neente vogliami celare. 

Sua canoscenza, e Io dolce parlare, 

E la bellezza, e l' amoroso viso; 

Di ciò pensando fammi travagliare. 

Gesti Cristo ideolla in paradiso, 
E poi la fece angelo incarnando. 

Io mi consumo a quello, 

Ed ardo e dnnovello. 

Come fenice face, lei membpndo- 

L*uomo selvag^o ha in se tal natura, 

Che piange quando vale il tempo chiaro; 

Però che la tempesta lo spaura. 

Simile a me lo dolce torna amaro; 
Ma sono amato da lei sanza inganno. 

A ciò mia mente mira. 

Si mi solleva d*ira. 

Come la tigra lo speglio sguardanno. 



Gioia aggio preso dì giglio novello, 
E vago, che sormonta ogni ricchezj^a. 
Dono nrè s;mza noia lo più bello; 
Per tanto non s'abbassa sua grandezza. 



— 296 — 

Alla mia vita mai non partirag^iu: 
Sua dourina m' affrena; 
Cosi mi coglie a lena. 
Come pantera T animai selvaggio. 

Fogna hen euni, dico a qìì' buon niorf . 
Per soffrir e' non perda malamente. 
Lonianainenle m'ha tiralo Amore, 
Perciiè vii m' aggio lo ditto presente. 

Lo sofferir m'ha condotto a huon posto: 
Lo meo lavor non smonta. 
Ma cresce, estolle, e monta, 
E spine e lìor grana a cert' orJin 



Cazone IIL Di ire stanze molto bizzarre^ da 19 
piedi sùìè tre; i due primi ripetono l' oda di fr»' 
ri; il terzo è tifi quartello che stringe un settm 
e un nndenario legati tra un settenario e un i 
nario scompagnati. La volta può comiderarsi Ai 
membri uguali in cui ììì ripetisce la stessa oda. 
tendosi cantare V/ quinario e il settenario uniti > 
fosser un endecasillabo. Il verso decimoquarto a 
neir originale siciliano la rimalmezzo, 

Canosceoza, penosa ed angosciosa 
Assai se^ pin che morte naturale . 
Al mio [»anre, 

Fussi gioiosa tanto ed amorosa, _ 

Con cni tu gissi, mai non sentria male: 
Senza fallire 

Sena gaio e giocondo. 
Nulla giammai liaiiza 
Valria giuntar, e tutta beninanza 
Apparere in ogni loco. 



— 297 — 

E chi a tono falle ^ o fa ìncrescetiza. 
Di piacer pensa assai, poi che si pente. 
Però mi pasco di bona crede[mi. 
Che Amor comenza prima a tiar tormeme. 
Seria sovente 
Più ricca la gioì' mìa. 
Se per mio amor rargogtio s'umilia, 
E la ferezza torna a pietanza: 
Ben lo può fare Amor, che eirè su* u&inza. 

Que' che desiano onore mantenere, 

E ferrai stare io alto paraggio, 

SOQ più sfalleoti: 

Reggonsi in servitude per avere 

Auro e argento, e non gentil coraggio 

D'esser piacenti. 
(Imnilezza sì consuma: 

L*erbe devrian granire, e non (io ire* 

Né arbori foglire. 

Ni' fiìr frutto, l^erò è cordoglio 
Veder lo male più ehe'l ben salire; 

Non pare di barnaggio in nulla parte. 

Che si p<.'nsi avanzare, e non gradire: 

Ciascuno tal mislieri si comparte* 

Lo meo cor parte, 

Follie vedendo ed ire: 

lìonm e donzelle veggio digrandire. 

Senza sostegno niente tornare; 

Si malamente gentilezza spare. 



Non deveria lucer luna, né stelle: 
Devna lo sol freddare, e non calire» 
L'aigue turbare, 

Né mai augelli posare in ramelle. 
Giacchiti a terra (ristarti e languire. 
Più non vernare. 

^mum mal per meglio: 



— 298 — 

Per contrattare vince malenanza; 
Perita è P onoranza; 
Non gentil donna da borghese , 
Né villana conoscer da mercieri. 
Né vii da prode posso io sovente , 
Né amoroso donzello da lanieri; 
Né leanza avere; e dò è patente 
Veracemente. 
Dimmi y no' aver paura. 
Per esempli, ca di é nelParia scw^, 
Lo vii augel sovrassaglie il falcone, 
Pres' ha natura di topo 1 leone. 



Canzone IV. La fronte è di due terzetti y e cosi la volta. 

Dal meo voler dir T ombra 

Comincio scura rinaa, 

Como di dui congiùnti amor mi noglia; 

Si naturai m'adombra 

In lavoréo e lima, 

Essendo du' semo un, com' chi ami e doglia , 
E di ragion poi membra 

La scrittura le membra, 

Che di tal guisa tale amor congiunge, 

SI che quando raggiunge. 

Dal ditto amar n'aggiunge 

Chi lo manten, nuir altra gio'li sembra. 

Ed io, eh' a provar miro. 
Suono salvando sperdo; 
Sicché doglio, perché Amor mi pugna. 
Doglio quando più miro 
Lo guadagno che perdo. 
Che più mi pura, che l'aigua la spugna. 



— 29«J — 

E ciò mi fa cui sono, 
Che 'lì cor ni' ha mìso un suono 
Di ben voler si forte, clie m' abbatta 
Io tai pene, che batto 
Le tam, e gio' m" ha fatto, 
E son giocondo, e di pianger fo dono. 

Stringe lo core, e gronda 

Lo viso di condullo 

DelFaigua, che da tal fonte rìsurge, 

Non ne conia a gronda, 

Che lo mal^ che m'è addutlo^ 

Covrir potesse, se non risuj*ge 
Con il desio, ond'è 

Che sì spesso mi conde 

D* im agghiaccialo pensier crudo e resto. 

Onde di duo! non resto, 

Quando a pensar m\issesto 

Là 've 1 disio il mio male nasconde. 

S' èo legno dritto o inverso. 

Ed a lei il cor mi membra, 

Tal la seme, non meravìglia parmi; 

Tanio nascosto inverso 

Del mio core ella sembra, 

Che nullo amante di ciò non è, panni. 
D'essere amalo appunto 

Da lei, per cui son punto 

Da lungi più, che quando le son presso; 

Onde a dire nf appresso, 

Oual io n' aggio lo presso, 

E di tutto non posso dire un punto. 

Del mìo dìsir non novo 
Uiiuso parlare spargo, 
(la chiusamente doglio sojjra cima: 
Nullo parlar m't* novo. 




nifft T. Ciiic f 





«Jli MB è Sa^M. MB ilp'a 

Edù fcBe riMiBii, 
Mal poò ftir che a siggio sa appronta 
Perchè 1 Beo eor soitale de* penare. 
Poi mab proTedema 
Vuole giaechir natnrak amKnsata 
Ed è io tal guisa corso sonnootato, 
f Jbe veo signori a sèni star sntMetti , 
E senri a signoria essere el^; 
Non può finir chi non ha cominciato. 



Non laudo L-omiociar senza consiglio. 
Né non m'è a piaciraemo 
Dar I04I0 a chi commette fal!i|arione. 
(]hi dò eoiisenle cade in gran ripiglio» 
E chi laa* è contento 
Ui no' avanzar chi sa moslrar radono. 

Che giuslo hae di venir clii niTha cagiooc; 
Se bon consiglio crede, va moiilaiido, 
E di foilia sol si va hassando: 
I>o frullo iatida H lìor. quancFò stagione. 

Non piace fior i^enza frutto e signore, 

A cui falla speranza, 

Considera lo ft»nipo ch*^ a venire. 

Vana pronfieivsa messo m'ha in errore, 

E folle sicuranza 

Mi fa del parpaglion risovvpnire» 
*!he per ciarla (h foco va a morire; 

Cosi mi spiglìo, credendo avanzare, 

(^he molti doglion per troppo affidare: 

Lo pe-sce inesca l'amo, ond'lia a perire. 

Poi die laiit* aggio contrario veduto. 
Cangiato m' è il disio , 
E Hlo còra*iiora ciré dì duo! quasi vinto: 
E ciò che di gioì' mi donava aiuto, 
M- ave miso in oblio. 
In fera vampa di foco ni ha stinto* 

E 9m di pene d' intorno si accinto, 
Ch^opii sustanza di ben m' abtjandona 
A for del tempo eh' un pensier mi dona: 
E a me medesmo dispiacciomi piolo. 

Tàni** lo mal. lo ben da se distinto. 
Che chi più falla, di lodo ha corona; 
E chi ben opra, di lui mal si suona: 
Ogni buon pregio di buon loco è spinto, 



— 302 — 

Canzone VI. Simile alP atUecederUe y ma di soli undenc 
e senza commiato. 

Poi la noiosa erranza m'ha sorpriso, 
E saggiato di sì crudel conforto, 
Voglio mostrare quaPè il mio coraggio; 
ChMo sono in parte di tal loco miso, 
CtìMo son disceso, e non son giunto a porto; 
In gran bonaccia greve fortuna aggio. 

E son dimiso dalla signoria , 
Da reggimento, là 'nde son signore: 
Tant'è T affanno che poftal meo core, 
Ove allegranza vince tuttavia. 

Vinco e ho vinciuto, e tuttora perdo; 

Là u'son ricevuto istò cacciato; 

In isperanza smarrisco mia spene; 

Di gran gio' mi consumo e mi disperdo; 

SI mi distringe là u' sono allargato; 

In allegrezza pianger mi convene. 
Adunque è Amor, che la vita m'accresce, 

Poi sono amante di ciò che disamo, 

E vo negando ciò che voglio é bramo, 

E vivo in gioi' come neir aigua il pesce. 

Però, madonna, senza dir parlate; 
Poi non r avete, datelmi; che Amore 
Non vuol che donna quel, e' ha, deggia dare, 
E fate vista di scura clartate. 
La caccia è presa là 've il cacciatore; 
Non trovo d' aigua, e vo per essa in mare. 

A tal son miso, che fuggendo caccio; 
E sono arrieto com' più vado avante, 
Se non m'accorre di voi lo sembiante. 
Che l'uom disciolto ten legato a laccio. 



~ 303 — 

wsE VII, / pieM som di dm terzetti: la volta può 
coniarsi in un oda sola, od anche in un quartetto 
e in una coppia. 



Dm) disio d'amore sovente 

tfì len la mente, 

Temer mi face, e miso m' ha in erranza. 

Non saccio, s' io lo taccia o dicii nenie 

Di voi pili, giunte. 

Non vi dispiaccia; tant'ho dubitanza. 
Ca, s^eo lo Uccio, vivo in penitenza, 

Che Amor mMntenza 

Di ciò che può avvenire; 

Che porla rimanire 
In danno che porla sortire a manti, 

Se lor è detto, guai-disi davanti, 

E s' eo r ho detto, remo molto pini 

Non spiaccia a vui, 

A cui servir mi sforzo, donna fina; 

Ca semo per leanza, eh' è tra nui, 

D'UDO cor dui. 

Temer mi face Amore, che mi mina. 
E se la mia temenza penserete, 

Più m'amerete; 

Però le mie paure 

Non son se non d'Amure. 
Chi ciò non temo, male amar poria; 

E tutu mia paura è gelosia* 

Gdoso son d'Amore, ma convene; 
Cosi mi stene; 

Che Amore è cosa piena di paura; 
E chi ben ama una cosa che tene, 
Vivene in pene; 
Che teme non la perda per ventura. 



— 304 — 

Dunque è ragioo, ch^eo trovi pietanza 

E perdonanza; 

Ca s'eo voi troppo ispario, 

Non vi son eo che parlo; 
Amor è che tacente fa tornare 

Lo ben parlante e lo muto parlare. 

Dunque se Amore non vote ch'eo taccia. 

Non vi dispiaccia, 

Se Amore è d^uno folle pensamento. 

Queir è la gioia che più mi solaccia. 

Par che mi sfaccia; 

Ch^eo ebbi di voi donna compimento. 
Bia non lo vorria avere avuto in danno: 

Che vo pensanno, 

C3ie convemmi partire, 

E in altra parte gire. 
La gioia che di voi, donna, aggio avuta. 

Non la mi credo aver mai si compiuta. 

Perciò vorria, ch'eo l'avesse ad avire 

Ed a vedire; 

Che di ciò nasce, che mi discoraggia. 

Non addovegna com' è T mio teraire , 

(Vergogna è a dire) 

Che sicuranza ormai nulla no 'mi' aggia. 
Ma s'io son folle nello mio pensare 

Per troppo amare. 

Ispero in voi, avvenente. 

Ch'eo non serò perdente: 
Si com' da vo' i' ebbi guiderdone. 

Mi traggerete fuor d'ogni cagione. 



!J5!Ì0NI% DI BuNAf^CILNTA UrBU^IANI 
ATTHIHUITA A InGHILPRKDJ. 



Un giorno avventuroso, 

Pensiiodo in la mia merita 

Come Amor m' Im inalzato. 

Sinv'à com' nom «lottoso. 

Da che meri^uimeiile 

Non sene a chi l' lia onrato. 
Però volli cooUire 

Lo certo afllDaineiito; 

Perchè l\amor piii flore. 

E luce, e sui iìi vigore 

Di lutto piaeiinetjto. 

Gioia tene in talento. 

E fa ogn* altro, pregio sormontare. 

Monta sì ogni stagione 

Per fronde e lion e frulla 

La ftna gioì' ti' amore. 

Per quest;i sol ragione 

Lui c data e condotta 

Ogni cosa ha seniore. 
Siccome par. gli augelli 

Chiaman sua signoria 

Tra lor divisamente 

Tanto pieiosamenie, 

E r amorosa via 

Commendan tuttavia. 

Perchè comune volle usar con elli. 

bufiquc comune usanza 
L"amor cosi ha gradito, 
<;he a tutti il fa laudare. 
lìentil donna, pietanza, 



21 



— 306 — 

Inver me, che ismarrito 
Tempesto più che mare. 
Non guardare in me, fina, 
Ch'io vi son servidore; 
Traggete simiglianza 
Dall'amorosa usanza. 
Che lo picciolo onore 
Ingrandisce talore, 
E '1 ben possente alla stagìon dechina. 



Giusto Grion 



«TORNO A TRE INEDITI VOLGARIZZAMENTI 

BUOTST SECOLO DELLA LINGUA 
coirrKNcn in its codice vaticano 

LETTERA 01 ESmCO XARDUCCI 
SIC. COMM. FRANCESCO ZAMBRINI 
\ édi R. Coisflussiene pe' Tetti dì Lingua 



rA DA UN INEDITO V0LGABIZ2AMENT0 
FATTO DA ZUCCHERO BENCIVENNl 
tu A!«nCO LAPfDAKIO ATTRIBI ITO AD EVACE 



<f<A i pif* tSI. Continuazione e fine.) 

AVVERTENZA 

venalità pietre, delle quali, secondo T ìndice 
I, dofeva comporsi il seguente Libro de le vir- 
^ig le frieire yf^esiose , il codice onde fu tratto non ci 
ti descrizione rhe di sole quaranta. Dalla molta 
the questa descrizione offre con quella che se 
ikH precitato poema L'Intelligenza^ si può ragio- 
dedurre rio che la parte mancante avretjbe 
ìnlonio alte altre venti. Materia in vero di po- 
imporlanza . per le favolose superstizioni che in 
litro sì «soQtèogDfu), pregevolissima d'altra parte per 
e proprietà del dire. Nò dogli antichi pregiudizi 
è da maravigliare; si piuttosto dei recenti, di 
I meno ^^trani e men perdonaliili. Nella trascrizione 
trattatelto ho conseiTato fedelmente la grafia 
r. «al?0 alcune modificazioni indicate qui appresso. 



— 308 — 
Ilo per altro riprodotto tal quale- i aomi delle pietre e 
paesi: come, a cagion d'esempio, in vece di Draconitidi 
vuoisi leggere Trogloditi, cioè Etiopi. Le pochissime pa- 
role poste tra parentesi mancano nel .codice. Nella segu«ite 
nota , dove nel codice si legge cioè che è in carattere cor- 
sivo ho sostituito ciò che nella nota stessa è in carattere 
tondo. E questi sono i soli cambiamenti da me introdotti 
in tale pubblicazione. 

achi, dci — a co, aco — a fé, affé — ai, ai/ — a lui, 
allui — a sé, asse — au, afm — ca, cha e ha — ch'a, 
ch'à, ha — ch'ae, hae — che, ch'e, ch*è, he — che la, 
che Fa, hella — che li, ch'elli, helli — che ne, henne — 
che sa, hessa — che se, hesse — che si, hessi — che so, 
liesso — chi, hi — chia, hia — jhi la. Mila — chi Tu, 
hillu — chiù, hiu — cOy cho e ho — col, hol — con, com, 
hom e hon — con lei, choUei — cu, Aw — àaLskydasse — 
den, dem — d'uo, d/uho — e, et (conservato Vet avanti a 
vocale) — en, em^er^her — etta,ec*a — femmi,/ferwni — 
ga, gha -— go, 3^ — ico, icco — idro, ydro — ima, yma-- 
iso, yso — ite, tjte — lin, lim — lon, lom — Tuo htho e 
luhìu) — ma se, masse — ma si è, massie — 'nfira, infra-- 
non, noni — sca, scha — sce, scie — sesi,5es5i — se tu, 
scttu — si la e si r a, siila — si lo, siilo — sì si, sissi — 
si so, sisso — te, the — tutte, tiocte — un, um — uo, /w — 
zia, tia — zio, dio e tio. 



— :ìOf* — 



1A50 1 CaRITOLI del libro db le VIRTimi DE LE PTETRE 
I, IL <2tJ4LK COMPCOSE PfO HE DE HaBIA E MANDOLLD 

fiiKKvt mratADOiB DI Roma. Nel quale libro si coir- 
li Q€AL1TADI DE LE PIETRE PREZIOSE, E LE NOMORA. 
ir I CUlOM. E LE RE4]:iO>K E LE VIRTÙ l>t LORO. Ma ERA 
LilRO. Ma poscia ^URt^ORDO VESCOVO VIDE CHE 
LIMO BBA TROPPO GRANDE, Sì LO AUHBVIOE , E DI 
Lt riBTIlB PREZIOSISSIME TRASSE FLORI ET ELBSSENE 
p^ Li lUXIOll E LE PIÙ PREZIOSE. Db LE QUALI QUI APBESSO 
felSCBiri B D[TBRM1!U LE LORO PiOMOHA. 



Per ei6 dje soilo a la potenza de T altissimo Dio omni- 
1 luì |jiacfjue e commise, die »le le sue ulilissiine v 
I e vimidi tesero ne le *rifrascripte tre cose, eioò nell'erbi% 
», e o<* le pielrti preziose. Siccome appare m.iiio- 
ia tra li crisliani, e provevolmeiile. In primii per 
e dhtoe orazioni. le quali si dicono per lo prete ol- 
eose le *piali sono naturalmente eleraentate in 
poi p^rfetiameiUe divine» cioè vera caiTie.evero 
t ven (M^rfezionCy e vero sacrìtìcio del benedetto bealo 
Gmerif^to nostro signore, preso come si sae per 
chencì i 'nni scienza. E special inenle per lì na- 
IWdìi^ et altri speciali erhulanì di scenzia e d*uso. La 
étiFtfbe sono molle e divei^se, a curare, a purgare, 
H a giovare, ilando sanit;\ et allungando vita at 
ili! Ttioaio per molti mo^li, che lungo sarebbe a descri- 
Li irjza co^, Li quafè altissima el ntilissiina, ù la 
de b drteante r^lamita, dì quella grazia la quale Dio 
be con lei ai navir;inti. E sempre in tutte le cose 
Mfttdere d^avere ta gnzia de la poteui^ia ile T antico 
inperedore^ lo quale tutto sae e puote. De le in- 
bi pietre è composto questo libro, acciò che fosse 
a pochi amici, et a lui. Imperciò che le cose entro 
m si deona per amore di ab divolgare; acciò che 
si amenorii* Ma le buone cose si deono manife- 
httttnì^ MTÌb che la bonlade de le buone rose debbia 



— 310 -r- 

crescere, et ai buoni le cose sieno tenute più care. Et imperciò 
le care pietre si debbono tenere care; imperciòe che la cura 
de' medici si è molto atata da le 'nfrascripte pietre, e molte 
agevolezze anno da le pietre. E non paiano a noi false quelle 
parole che si ricordano de le preziose pietre, ossia de le gemme; 
imperciò che la virtù de Terbe si è grande, ma magiore e- 
fetto è quello de le gemme. 

Capitolo primo. De la virtù del Diamante, e dove nascono 
i diamanti. 

Capitolo secondo. De la virtù de TAgathe. 

Capitolo terzio. De la virtù de la pietra Aletorio. 

Capitolo quarto. De la virtù del Diaspro. 

Capitolo quinto. De la virtù del Zaffiro. 

Capitolo vj*". De la virtù del Calcidonio. 

Capitolo vij*". De la virtù de lo Smeraldo. 

Capitolo viij**. De la virtù del Sardonio. 

Capitolo ix^ De la virtù de l'Onichonyo. 

Capitolo x''. De la virtù del Sardo. 

Capitolo xj"". De la virtù del Grisolito. 

Capitolo xij*". De la virtù del Berillo. 

Capitolo xiij*. De la virtù del Topasio. 

Capitolo xiiij*. De la virtù del Grisopaso. 

Capitolo xv*". De la vhtude del Giacinto. 

Capitolo xvj°. De la virtù del Amatisto. 

Capitolo xvij**. De la virtù del Celidonyo. 

Capitolo xviij"". De la virtù del Gaghote. 

Capitolo xix**. De la virtù Magnete. 

Capitolo xx°. De la virtù del Corallo. 

Capitolo xxj**. De la virtù de la Bandina. 

Capitolo xxij**. De la virtù del Corninolo. 

Capitolo xxiij**. De la virtù del Carbunchio. 

Capitolo xxiiij**. De la virtù del Lyus. 

Capitolo xxv^ De la virtù Etryte. 

Capitolo xxvj**. De la virtù Selenithe. 

Capitolo xxvij*". De la virtù Gargatromeo. 

Capitolo xxviij"*. De la virtù Cerauno. 

Capitolo xxviiij**. De la virtù Heleutropya. 



I 



Capitalo 

CstpilolD 

Oipiiolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capìtolo 

Capìtolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capìtolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capitolo 

Capìtolo 

Capitolo 

Capitolo 



— 311 — 

xxx". De la virtii 6ai*acilhe, 
xx\j^ De la virtìi Epij;citcs. 
xxxìj". De la virtù Hemartites. 
xxxiij^ De la virtù de TAbesto. 
xx\iiij'\ De la virtù Piitriithes. 
xxxv". £>e la virtù Sadii. 
xxxvj". De la virtìi Metio. 
jL\xvij^ De la virtù Gajiziti. 
xxxviij"*. De la virtù Exacontolito* 



xxxviiy"* De la virtù Holoiìite. 
xr. De hi virtù del Prasyo. 
xlj". De la virtù del (Cristallo* 
xlij^ De la virtù de la Galalida. 
xliif. De la virtù de rOrilhe. 
xlilif . De la virtù de b Lena. 
xlv**. De la virtù de la Ijyi>eni. 
xivf . De la virtù del Eadros. 
xlvij". De la virtù de l'Yris. 
xlviij''* De la virlude del Androdinia, 
xlviiij-. De la virtù de l'Optiìlio. 
r. De la virtù de la Marganta. 
If . De la virtù Pancheroo. 
lij**. De la virtù AJbscito. 
liij". De la virtù Salcofaiìo. 
Iiiij^ De la virtù Melohite?^. 
Iv''. De la virtù Cie^oltto. 
Ivf. De la virtù Piriilies, 
Ivij*. De la virtù Diacodos. 
lvjij\ De la virtù Dronysa* 
Iviiif , De la virtù Grisollito. 
Ix*, De la virtù del Grisopano* 



(Diamante) 



YiB sono rYodie del diamante: la prima è quella che 
ail Etiopia, la seconda ai Medi. Ne la terza Yndia, la 
* detta s^ezaia. sì nasce la preziosa generazione del dia- 



— 312 — 

mante, nato de* metalli. Impercib ch'anno il nascimento dal 
cristallo, et anno colore di ferrugine. Et è sì durissimo que- 
sto diamante, che non si può rompere né domare con fuoco, 
ma rompesi quando è scaldato col sangue del becco: ma con 
danno de T ancudine, e con grande fatica di coloro che Io 
spezzano. E de'pezuoli minuti di questo diamante si ne scol- 
. piscono e talliansine gemme. E non si ne truova veruna che 
sia magiore d'una avellana. C In Arabia nasce un diamante 
d'altra generatione, la quale non è cosi dura, imperciò che 
si rompe senza sangue di becco, e non è di quello medesimo 
colore, ma si è magiore d'una avellana, et è più grave che 
quella che noi avemo detto, e ^^ ^^^ generazione del dia- 
mante si nasce nell'isola di Cipri. Et un'altra generazione sì 
nasce ne la regione di Filippi. E quasi sono quattro genera- 
zioni di diamanti; e nascono in diversi luoghi; et ad amare 
si anno iguali virtude; e tragono il ferro a te, la quale cosa 
fae la calamitra, se non vi fosse il diamante presente; ma se 
il diamante e la calamita fossero presenti, lo diamante trae più 
fortemente il ferro a sé. E molto vale ne l'arte magica. E 
qualunque persona il porta sopra non puote essere vmto, e 
scaccia le imagini che soUiono aparire di notte, e le sognora 
vane, e scaccia i veleni, e vince le zuffe. E scaccia i dimory, 
e de' si portare chiuso in oro o in argento nel braccio sinistro. 

Àgates 

In Cicilia si ae uno fiume, il quale ae nome Agathes^ nel 
quale nasce una pietra ch'ae quello medesimo nome, la quale 
si è nera vergolata di bianco. Questa pietra si ae maravigliose 
figure, imperciò che una volta pai*e che vi si truovi forma 
di re, et altra volta un'altra forma. Anche si dice che uno 
re ch'ebbe nome Pirro, avea un anello, nel quale era que- 
st'agathes, et eranvi dipinte nove imagini di femine intomo, 
e nel mezo si era dipinto una imagine d'uomo, lo quale avea 
una cetera, e parea che la locasse, e questa cosa si era opera 
di natura e non d'arte, la quale cosa é maravillia a udire. 
C Nell'isola di Creti si si truova una agalhes. che si somil- 



— :n:ì — 

n corallo « et ae vene grìgie mescolale, Qumo scaccia il 
veleno de la .serpi* e ile la vipera. % In Yntlìa si iruova tiri 
litro agatlies, lo quale si à variale Torme; ora pare die ab- 
bia flpoiìje d'arbori, ora fiore. E ipiesla scaccia la sete e no- 
i1 vedere. ^ Et e un altra agaies, il quale si ae macule 
nigne, et è la faccia di colore di cera; ma imperciò che 
truova assai; sì è tenulo vile: ma chiunque porta questo 
;si li dae forza, e dono, e fecondia, e grazia, e buon 
sicurtade e gloria del mondo e di Dio. e sellila molli 
ptrieolì per lo merito di questa pietra. 

Aletorìo 

Aleforio si è una pietra, la quale nasce nel venlricello 
jel cappone, po^vcia ch'etli è vivuto vij. anni compìmi. E que- 
pietra non cresce oltre la misura d'una fava, et é soinil- 
a crìslallo o acqua limpida. Ut*^ìl>mi|ue persona i! porta 
QOn pub essere vinto: e spegne la sete» e riduce li onori 
'^ctieeiaii, et ac«4uisla li nuovi, e fae P uomo buono parlatore, 
e fermo e piacente, et incende la luxuria, e lae la feunna es- 
ser piaeente a Tuomo; ina acciò cir ella abbia cotante virludì^ 
d si dee ponare in bocca chiuso. 

Diaspro 

L^ aspide: maniere del diaspro sono xviij, ei ae molti co- 
i» ecl in molle hiogom nasce; ma il niilliore di tutti si è 
e tralucente, O'J'il'^ti'litf' persona i! porla castamente, si 
:ta la febbre e la idropisia, e molto giova a la l'emuìina 
quando parionsee. E difende quelli die "1 porta; e se fosse con- 
^siernila, si fae l'uomo che 1 porta piacente e polente, e scaccia 
fantasnic; aia la sua virtude si è maggiore in argento. 

Zaffiro 

si è somilliaiite ai cielo sereno, et è chiamato 
ftHtrcit^s, perciò che si iniova fsicj. Ma quello 



— 314 — 

si è optimo, che nasce ne la indica terra; ma non traluce. 
Questa pietra si fece Idio grande et alta; acciò ch'ella si chiama 
Gemma de le gemme, imperciò che fae rinverdire il corpo, 
e conserva le membra intere. E chiunque la porta non puote 
essere ingannato. Soperchia T astio, non à paura, e scioglie 
quelli che sono in carcere, et apre le porte de le carcere, e 
scioglie i legami che sono toccati con essa; e fae T uomo pia- 
cente a Dio, e umile e di buon aire per li suoi prieghi; e ri- 
concilia e mette pace. E vale nelParte di nigromanzia, et ae 
virtù e proprietà di fare udire le risponsioni divine, e medica 
i morbi del corpo, cioè che rifrigera il calore dentro, e ri- 
strigne il sudore. E s'ella si trita, e spargesi in su li occhi 
et in su la fronte, si guerisce et iscaccia il dolore de la lin- 
gua. Ma colui che '1 porta si il conviene essere casto. 

Nota chel zaffiro è pietra utile e bella, e di cilestrino colore, et 
ae proprietade e virtù contra a rompimento di sangue. Et ae virtude 
conlra male d' occhi. Et ancora è buona pietra a forbire li occhi , e ren- 
derli molto belli e chiari. E vuoisi legare in oro, e tenere nettamente e 
castamente. 

Chalcidonio 

Kalcidonyo si ae colore non pienamente bianco, tra ia 
f'sicj e berillo mezolano, lo quale se si fora e portasi a collo 
in dito, si a virtude di fare vincere le piatora a colui che 1 
porta. E questa pietra si truova di tre colori. 

Nota che calcidonio fa Tuomo di buona memoria e bene aromen- 
tato, essendo legata in ariento, tenendola da la mano dextra. 

Smeraldo 

Smeraldo si è di verde colore, et ae xij. qualità, che si 
ne truovano, syrtici, braeroni e miliazi. Et altri ne sono che 
nascono in vene di rame, li quali son macolosi, e sono altri 
che sono halcedonj, e li altri non si annoverano. Ma milliori 



— :h5 — 

rdi tatti sì sono li siilid; i qmli una genie d'oltre nuire, che 
[sono rliiaraati Aiimaspy , si tolgono ai grifoni che li guanlaiio. 
Ve «iupIIì che tralucono sono niOliori: ei in Lanlo sono vertli, 
(che quando n'appressano airaiere che si tingono di verdore, 
lo Meno al **ole, o al lume de la luna, mi air ombra, e Li snie- 
Iraldi piani e i cavi rìpresentano il volto de ruoino, <|uasi come 
(«tiecdiio; e ì piani sono niillion che i cavi. Questa pietra si è 
per trovare le cose che sono nascoste, per indivma- 
* Ancora acresce le richeze a coloro che Tanno in rì- 
fverenza: e dà parole confortative. E se si porta a collo si 
eia la febbre raiiritea, e sana qyelle che cagiono di rio 
^; e fonstringe la luxnria. E se si lava di vino e d'olio 
'^"ti Eie più verde, 

^ Nota cl*e lo smeraldo ò pit'5tjtìì>a e bt-lla pietra, di colon' verde; 
Ir fwtìv r'^'rp I«»jraia in oro Umlo >nbiiM'ritp. Le siu» |»ro|iiÌeta soii hq»"- 
jilr: di fare l'uomo clu* 1 porta iiilossu ullcffro o chiaro \M vmmì rdi 
I tutto il corpo; (* specialmente de la vista dollì ir^cIiì. 1^1 è pirtni inolio 
{tnirra, i* di grande guardia da fuoco v du iia\nii calda, e da ngiie per- 
[ru^ionr. lN)na$i in matrimonio, acciò che vivano allegnimenle, 

Sardonyo 

Sanlonyo si a tre diversi colori: nero, bianco, e rosso; 
[et ae V. qiialiiadì; ma quello ch'ae tre coloin si è milliore. 
[iKieilai pietra sola non riceve la cera. Onesta pietra si conviene 

portare coti umiltade» e con onestade e con castiiade. E nasce 

lA Arabbya et in Yndìa. 

Onìconyo 



OntocinTO è una pietra molto virtuosa, la quale ae pro- 
fk^tÈìk di scacciare e di U^vare ogni irestizia in sonpo, e le 
ndeii iauigiiii, avendola apiccata al collo, overo legata al 
dito. E moltiplica le liti e le rexe, et accresce le saluti del 
teeìitllo; e naseie in Arabya et in Yndia: ed ae v. qualitadi. 



— 316 — 

SardoniQ 

Sardonyo è detto da Sardi, imperciò che la trovaro pri- 
mieramente; ed è di colore rosso; et è la più vile gemma che 
sia, se non eh' è bella e non h veruna utilitade, se non che 
Tomo e' non puote nuocere ad altrui quando il sardo v' è pre- 
sente; et è di V. qualitadi. 

Grisolito 

Grisolito risplende come oro et infiamma come fuoco. 
Questa pietra è somilliante all'acqua del mare, et ae alcuno 
verdore in sé. E s'elli è legalo in oro si scaccia le paure de 
la nocte, e s'elli è forato e portasi nel braccio sinistro con 
setole d'asinelio, spaventa i demonj. E questa pietra nasce in 
Ethyopia. 

Berillo 

Berillo si è di colore pallido, e s'elli èe senza cantora si 
è chiaro. Ma quelli è optimo ch'à colore d'olio o d'acqua di 
mare, e nasce in India. Questa pietra mette amore tra marito 
e moglie, e magnifica colui che la porta, se si costrìgne al- 
l'orecchio diricto; e sana gU occhi de le lagrime, e tollie il 
ruttare, e sospiri, et ogne dolore di fegato; et ae nove qua- 
litadi, e tegnendolo a la spiera del sole, et accostandovi panno 
esca, si l'accende. 

Topatio 

Topatio è pietra altissima e virtuosa, e di giallo colore. 
Et anno cotale conoscenza quelli che diritti sono, che miran- 
dovisi l'uomo entro, il volto de l'uomo mostra il mento di 
sopra e la fronte di sotto dal volto. E vuoisi legare in oro, e 
guardare bene e nectamente. La sua proprietade e speziale 



— ;ii7 — 

virlude sì dee essere onestissima pietra olire lucie i*alire pie- 
ire; e però le portano in dito i j^rati signori, etl i grandi pon- 
leOd e prelati. Anex)ra se M lopalio e bene diriclo, mettendolo 
T>eiraci|ua calda si la fa diventare fredda. Topatio si è una 
mìM, che vi nasce la predetta pietra preziosa, cosi dinomi- 
oata da quella isola. Et ae due ipialitadi: Ttina è 4]uasi come 
colore d'oro, e Taltra è più sottile e più ctiiara: e molto vale 
al male de le morici, cioè quando fa sangue per la natura di 
sotto; e pai*e che senta la luna, e costrignc Tonde quando 
boDofio; e nasce io Arabia. 

Grìsopasso 

Grisopa&so si e una pietra preziosi! la quale nasce in In- 
dia; e tiene colore di sugo di p(»rro, ei è mescolalo di gorre 
iti colore « e risprende come porpora: le sue vjriudi non ^no 
uwate. 



Be' Jacintì 



E Tre sono le generazioni de'jacinti: la Cirietri (o Cynetro). 
e vanoteri. E tulli sono di conforialiva viriude, e ac- 
i.»H» ogni tristizia, e levano sospecìoni; e li granati sono mil- 
liOfì e sono rosisi , li veneti ci anno colore di cera e sente Paiere; 
igoperciò che quando Paiere è niiviloso et elli è obscuro, e 
è sereno si è risplendente e chiaro* Oiicsto chi 1 si 
in bocca più infretlda; et è si soito, che non può es- 
sere scolpito né intalliato, se non con pezuoli di diamante. Ma 
ffuilufique generazione tu porte in duo o al collo, sicuramente 
potrai andare a qualunque terra tu vorrai, e ne le re^oni ìn- 
lenM non u n<iCeranno, e sarai inuorato da li albergalori, e 
Innoli (lare qualunque cose giuste che hi adomanderai. E 
msee in Ethtopìa; et è pietra quasi di colore sanguineo, et è 
gniaim in batallia. Et à propriet^'i cioè virtù specialmente 
CiMni rinfordimento d'uomo o di cavallo. E vuoisi legare in 
oro, e portare dal lato sinistro; e de' si tenere necla e guar- 
daur beoe. 



— 318 — 

§ 

Amatisto 

Amatisto si è di cinque qualitadi : T una è di colore por- 
porino, r altra è di colore di viuola e di rosa, quasi come una 
gocciuola di vino, et è più tenero; e trae in bianco in tal 
modo, che quando altri vi gitasse suso un poco d'acqua, che 
pare con rosseza di vino, questa pietra legermente si scolpisce 
e caccia Tebbrietade. 

Cielidonio 

Nel ventre de la rondine si nasce una pietra ch'à nome 
Celidonio, el è piccola e mal facta, ma si è di grande vir- 
lude; et à due qualitadi: Tuna è nera e T altra si è rossetta; 
e scaccia il rio male onde altri cade, e cura li asmosi e le 
lunghe infertadi. E fae essere li uomini lieti e piacenti; e de'si 
involgere in panno lino, e portare da la sinistra parte; e la 
nera si dee portare in quello medesimo modo; e finisce le 
cose che sono cominciate, e contradice alle minacie, et atem- 
pera Tira de' re. E tritarlo colla acqua si sanica li occhi in- 
fermi; e se si mette in panno di lino giallo tessuto sotto co- 
perto, si caccia la febbre et i mali omori. 

Giagate 

Giaghate si è una gemma che nasce in Lidia ; ma quella 
che nasce ne la Bretagna lontana si è migliore, et è lucente, 
e dilicata, e nera, e levissima; e chiunque la scalda con fre- 
gare trae a sé la paglia; e chi lava coir acqua si Tarde, e chi 
Tungne d'olio si la spegne; e giova molto a coloro che sodo 
inflati tra carne e pelle, e trito coir acqua si conferma i denti 
che si crollano, e fa redire lo mestruo a le femine s'elle ri- 
cevono il fumo di sotto, se s'accende; si manofesta coloro che 
cagiono di rio male, e caccia le serpi, et è contrario ai de- 
monj, e giova ai ventri che scorrono, e vince l' incantamenti, 
e struge i crudeU versi, e mostra virginitade. 



— :un — 



Magnete 




Miiguete si si truova oe la regione dei Draconitìdì in In- 
dia, ei ae cxAore di ferruggine, e Irae il ferro a sé, e vale 
mollo m Tane magica* E chiunque vuole sapere se la niollie 
è svolterà, si le metta questa pietra sotto il capo; ma quella 
[le sarà avellerà si scacen^ del IfiClo, si coramella fosse ca- 
ciaia con mano |.»er )a puza de la pietra. E se 1 ìadm volesse 
[ìvolare, quando fosse inirato in casa, tolga la brascia del 
[riioe^), e mettane per più luogora de la easa, e gettivi suso 
r|*ezuoli di questa pietra, si che 1 fumo vada per lucia la 
|> e lucie le persone che saranno ne la casa fugiranno tucti 
s) saranno impaurati; et altoita potrae il ladro sicura- 
^ meiiie imbolare. Et aticlie mette qiiesiM pietra amore tra niol- 
^fce et marito, presta grazia, e confortamenlo, et ornamento 
^H|^É|É favellare, et abondauza di disputare. Cliiunque la he- 
^^^K^ ^<* molsa« si cura la idropisia; e se si metle trito in 
m Tarsiire, si gueriscono. 

LCamllo si è una pietra che si fae d'un' erba che nasce in 
► del mare; ei è di color verde infmo a lanlo eh' elli è 
eriMi, ma poi ch'elFè talliata e tracia di mare, sì si fae pie- 
tra a fiissi rosso. E nel secreto d'Aristotile narra e dice, che 1 
eorallo è fruefo e cima di pietra, e si come si sue pescasi in 
iBtre et t bianco; ma poi per vertnde delfaieree d'alcunVil- 
tni maestria, curandosi aviene venuillio. La sua virtude è mollo 
wobiBTOiiMt la quale si testimonia per la signific^Jone del 
nome; thè tenendolo l'uomo adosso e mangiandolo in confecti, 
eooibrta molto il cimre, et aforza lo stomaco quello che si 
liMmrin Mostrasi per diritta- limologia, cioè signitìcanzia, in 
qo^to modo: Corallo, cioè, cor alens» cioè a dire notrifica- 
tore et acrescitore del coore* E quanto più presso al cuore si 
porta ailosso^ tanto più il conforta, fortitìcandolo cojilra i de- 
bili pensieri e contra molte altre cose. Sono genti in India che 



Corallo 



— ago- 
ne fanno tesauro, si come per altre genti si fa deiroro e de 
rarienlo. E non si truova più lungo d' uno sonraesso ^'sicy. 
Questa pietra ae molte virtudi, et è di grande salute a quelli 
che la portano, e scaccia le folgori e la tempesta in qualun- 
que parte ch'ella sia. E se si sparge ne la vigna o traili oHyì, 
e se si semina co la semente ne' campi, si caccia la gragnuola, 
e moltiplica i fructi, e dilegua T ombre de'demonj e le vane 
sognora; et anche fa avere buono cominciamento a tucte le 
cose e buona fine. Ancora nel luogo là dov'elli è tuono, co 
r aiuto di Dio offendere né laidire non può. 

Alab andina 

Àlabandina si è una regione d'Asia, che porta una gamma 
clì'à nome àlabandina, la quale si somillia al sardio, che si ne 
truova ingannato lo 'ngegno di ciascuno noscitore de le gemme. 

Corniuolo 

Corninolo, con ciò sia cosa che non paia vivo colore, imperò 
non sono da rifiutare, chò anno grande virtude; e chiunque 
la porta in dito o a collo, si aumilia lì re. E quello corniuolo 
ch'ae colore di la natura di carne, si ristrìgne il sangue del 
male ch'anno le femine. 

Carbonculo 

Carbonculo passa tucte le gemme ardenti, cioè rosse, im- 
perciò che pare che metta raczi, si come carbone di fuoco 
quando elli è acceso, e non pare ch'abbia cagione del suo 
nome; ma in lingua greca è chiamato antirace. Et in tanto 
luce, che la nocte non puote spegnere la sua luce; e nasce 
in Libia ne la regione de'Draconitidi, et ae dodici qualitadi. 



— 321 — 

Lius, Ligurìo 

^yus si è tino animale del lupo cerviere, la cui orina si 

Impietra preziosa» eh' è chiamala lygorio, et à colore 

e trae la scabhia a sé, e mitiga e cura il dolore 

lo stomaco, e ripara T angore alli iterici, e costringne i 

Idolori del ventre. 

(Ethyte) 



■^ANTuIlia quasi ne le parti del capo del mondo si truova 
^pietra, la quale è chiamala ethylhe; et acciò ch'ella di- 
1 suoi tìllij^ che alcuno male non lor possa avenire, sì 
nelle nrì suo nido; e cralendo cirella abbia questa virtodc 
pietra» si n'ae un'altra dentro da sé, come se fosse 
pregna. Et è creduto che giovi molto a le femine pregne, che 
si sci pino, e che non si fatichino nei parlo; se si porti 
braccio manco, si fa avere temperanza a quelli che la porta; 
de crescere le richeze, e fae essere amato chiunque la porta. 
In metti vinello achite nella scodella, sotto qualunque 
cli«* sia da mangiare, e dalla a manicare a uno frodolente, 
d no la potrà mandare giù, intino a tanto che quello achite 
vi m eotro; et incontanente che tu la ne avraHoIla, il man- 
ieri Bnetnente^ Questo alhite sì ò colore rossotto, e irnovasi 
nei lito del mare occeano, overo nel nido delFagullia, e ne 
la regiooe di Persia. 



Selenithe 



^M Selaùthe si è una gemma eh' è verde come erba e somiglia 
^m ataspe, e cresce quando la luna cresce ^ e menoma quando 
^^^M|r menoma. E giova mollo questa pietra alli uomini che 
^Hlnprmi^ e che sono tisichi, e a quelli che sono troppo 
1; e be essere altrui grazioso; e nasce in Persia. 

SS 



— 322 — 

Gagatromee 

Ghaghatronoeo si è somilliante a la pelle del cavriuolo, 
di diversi colori: la quale à cotale virtude, cbe caccia i nimid 
in batallia, per terra e per mare; e Achille vinse con esso 
molte battaglie, e sempre perdea qnand'elli non avea questa 
pietra. 

Gierauno pietra 

Cerauno si è una pietra cosi dinominata in lingua greca, 
e in latino è appellata folmyne; imperciò che quando le ven- 
terà combattono trae a sé le folgori. Questa pietra si cade di 
cielo, impercioe che si truova colà, dove li uomini sono fe- 
diti da la saetta folgore. Qualunque persona la porta castamoite 
non sarà percosso da saetta folgore; e se fosse in nave non 
pericolerebbe. E vale molto a vincere le piatora e le batallie, 
e fae avere dolci sonni e liete songnora. Ed a due qualitadi e 
due colori. In Germania si se ne truovano simillianti a cri- 
stallo; ma è mescolato di colore rosso, o sìa di giallo; maio 
Spagna si è una regione, eh' è chiamata Lusitana, ne la quale 
si truova generatione di Cerauno, lo quale rifiuta la fiamma, 
ed ae colore di fuoco ardente. 

Gemma heletropia 

Heletropia si è una gemma, la quale se tu la poni in uno 
bacino pieno d'acqua al sole, si fae parere lo sole sanguigno, 
e fallo parere scuro; e poi che vi sarae statò un poco, si ve- 
drai l'acqua bollire, e gittare fuori spruczi dell'acqua, si come 
quando piove. E fa colui che la porta molte cose indovinare, 
e fallo esser di buona fama, e fallo stare sano, et allungali 
la vita, e costngne lo spargimento del sangue, e scaccia il 
veleno, e non puote essere ingannato chiunque la porta sopra; 
s'agiungne a una erba ch'à altresì nome heletropia, la quale 



— 323 — 

quella parla con seco, eoo puote essere veduto* Questa 
sì tmova in A^fticim et in Cipri, et è somilliante a sme- 
pregotuta dì gociole sanguigne* 



Garatites 



^Gha^al\llles si è nero: !o quale se tue il tieni in bocca 
rato, incontanente potrai tlicere qualunque cosa altri pensasse 
cf altrui; e qualunque cosa adìmandasse li sarebbe data, E s'elli 
^^ddomandasse una femina e richiedessela d'amore, nolli si ne* 
^kfierehbe. Se tu vuoli provare che questa cosa sia vera , spol- 
^^tatt in^^udo, et ugniti tutto dì lacte e di mèle, e le mosche 
PVn ti potranno toccare, infìuo a tanto che tu avrai questa 
pielra sopra; e se tue ti leverai la pietra di sopra, tnconUmente 
sarai lucto coperto di mosche, e farannoti mille piaghe* 



r 



Epìschìstes 



EpUhiMes si è una pietra^ che nasce nelF isola di Corintho» 
U quale risplende et è rossa; e se fosse gittata nel paiuolo, 
qiUDdù bolle, incontanente si rimane di bollire; poi che vi 
%UVì un poco sì s' afredda; e rimuove li ucelli, et i grilli, 
le nebbie, e le granuuole e tempestadi, e se si mette al 
, si manda fuori i raczi e fuoco, si ch'altri noi puote sof- 
ferire a mirare; e costrigne le discordie e le sorti dubiose* Et 
è éà noti re che quesui pietra e lucie l' altre si debbono por- 
tiire da] lato manco. 




Hematites 



Bematithes si è nome greco, e tanto viene a dire in la- 

ffu;into sanguigno; e serve molto alli uomini, imperò che 

*ua vìriude è constrettiva: e chiunque ne facesse polvere, 

Jasse co Talbume de l'uovo, e tignessene le nepitelle 

t^iwdìi, overo che si ne melesse nelli occhi, si è di grande 

I, e molto giova a coloro che li anno enfiati; e se ne 



— 324 — 

fai collirio col sugo de la mela grana, e mettine nelF occhio 
a modo di collirio, si fa grande prode; e se '1 bevesti, si con- 
strigni lo spargimento del sangue; e costrigne la carne che 
cresce ne le piaghe, e mondifìca il gran fluxo del ventre. Ma 
vuoisi bere col vino vecchio, e cura il morso de la serpe e 
dell'aspide, s'elli è trito co T acqua et unto; e se fosse me- 
scolato col miele si sana li occhi infermi. Chiunque il bevesse, 
si sana del male de la pietra. Questa pietra si è di color rosso, 
e somillia a ferugine; e nasce in Africa, et in Arabia et in 
Etiopia. 

Abesto 

In Archadia nasce una pietra che s'apella abesto: et ae color 
di ferro, et è di maravigliosa virtude, che s'eUi è una volta 
aceso, sempre rimane aceso, e non puote essere spento in per- 
petuo di fiamma lucente. 

Pianites 

Ne la regione di Matheo si truova una pietra, la quale à 
nome pianites: e fae impregnare la femina avendola adosso; 
e molto giova quando viene al partorire, e fae agevolmente 
partorire qual donna la tiene sopra. 

Seda 

Sada si è una pietra, la quale si truova malagevolmente; 
e non si puote trovare, se non che si fa trovare a sé mede- 
sima; e nasce nel mezo del mare; e quando la nave passa per 
quella regione, la pietra si lìeva e apiccasi al fondo de la nave, 
si duramente, che con grande dificultade e malagevoleza si ne 
puote spicare; et à colore prassimo, e nasce in Chaldea. 



— 325 — 



Medo 



Ne h regione di Media nasce uoa pietra chW nome medo: 

dona salute e morie; la quale se tu la disolvi in su 

da arotiire, a la quale ae solamente luogo ne Tane 

meiiicina (ma vuoisi fregare su una pietra verde, col lacie 

femiDa, ch'abbia solaraenle partorito un filio mascliio), e 

ella fregatura s'uguesse li ocelli infermi, sì li cura e gue- 

tf emodio se non avesse veduto di lungo tempo. E se 

pfetra si disolvesse col latte di pecora, ch'avesse avuto 

ffiolo agnello maschio, et ungnesseue le poilraglie, cioè le 

ile, si sarebbe liberali. E cura la febre che viene per fa- 

e le reni in frenetici sono sanati per questa unzione* E 

de"* riporre in argento o in vetro, e de*si ugwere lo *nfermo 

digiiuio, irapercift ch%'* allotta di magiore valore. Ma se si 

Ive questa pietra con acqua o co la polvere che sia facla 

de ta pietra verde da arotare, et altri la bevesse, si rigitte- 

ebbe il j»olmone; e chiunque si ne lavasse la faccia o la fronte, 

perderebbe gli occhi. Questa pietra si è lucia nera; ma ìn- 

a tanto cirella fa prode altrui, si sia ehìamatii candida. 

Gemma chiamata Galicia 

Galicia si è una gemma, la quale ;\ colore e tìgiira di 
iwola; e non si puoie njmjiere, e (è) sn^mprc frigida, e 
sì puote sciddare con fuoco. E ae [uoprietade e virtude 
spegnere la luxuria. 

(Exaconiolicho) 



Exaoontolicho si i* una pietra picolina , ch'ae Ix. colorì in sé; 
in Libia, apo una gente, che sono chiiimatì Draconitidi. 



— 326 — 

Chelonite 

In India nasce una pietra ch'à nome hdomfie, h quiPè 
di colore di porpora e di variato colore, et ò molto pipale 
a vedere; e chiunque il si mette in bocca lavato, si saie »• 
dovinare le cose che sono a venire, crescente la luna; mia 
la matina infino all'ora sexta si à questa virtude;^ae questi 
virtude tucto il ùie, ne la prima luna e ne la quinta dedm 
Et à questa virtude, che solamente di nocte non si puote do- 
mare con fuoco, quando la luna cresce, la predetta pietà 

Prassio 

Prassio si è di colore verde, e de' si legare in oro, la 
non à virtude; et ae due qualitadi: Tuna si è verde di coloR^ 
e r altra si è progettata di gocciole sanguigne. E la tern d 
ae tre vene bianche, e sono molto bellissime legate in oro, a, 
di gran vista. 



DEI CRITICI DEL LIBRO 



M«di floelti della Lìngua Italiana racoolti da classici Bcrittori 
e proposti ai ^ofani per Vincenzo Di Giovanni ecc. 3/ edìz. 
Palermo, 1887. j, 



Questo libretto , la cui seconda edizione fu già lodata 
tempo dal Piovmio Arlotto mn parole molto beiiL*- 
(v- anno I. ti. 3, |i. 11)1. Fir. 1858), è stato argo 
da un anno in qua di critica fdolo^,nc.a assai severa; 
SODO intomo ad esso tre Si*ritti, d*ie de 'quali senza 
iuliliio dettati da sìncero amore agli sludii di nostra lingua , 
passione, e con tutto il garbo che dovrebbe sempre 
tra gente di lettere, Qitosti dm scritti, Tuno del 
re del 18G8» conqwsto di 40 pagine e stampato 
nel periodico La Gioventù (genn. e febhr. 18G8), 
a part^; Taltro deir aprile di quest'anno, di pag. 32, 
a Forlì; sono degli egregi socii della H. Com- 
pe* Testi di Lingua, prof. Ippolito Gaetano Isola, 
pitrf. Alfonso Cerqnelli: il terzo uscito testé nella Ri- 
issa Bùtogième, anno III. fase. 2, e sparso a molti esem- 
a parte in Palermo e in altre città di Sicilia, appar- 
se a ignota persona che V ha sottoscritto con la lettera Y. 
tUìiw scritti deir Isola e del Cerquctli non parlo, poiché 
za e la sincerità con cui son fatte quelle osser- 
) proj>oste le correzioni ( pari a quella eziandio usata^ 



— M6 — 
dareiKr. proC l'p> AMooki Amào» wS» sieaso pemdioo 
<fi rmeaze, disp. dL p. fS8 t ^«eg^^r ^«bd dre delle 
kidi dJte air autore 4klb RMOìiia. ma feob duo pìaltaMo 
ragìrjM dì essere teooto de'lonj» «ofusttf m àat eh. fltologi, 
anzkilè dìspodido delle ineiiple cht faai pataào noUrt od 
mio fibro, benché dod tutte da ne credile tdi^ e di pia d 
qualcuna da iooolpare Q tipografo, 9 che non ci aiBsà 
con da rispondere. 3la del terzo scritto, del qaale si è 
fiuta apposta larga diffosione con aperto irt eiirliMi iMo che 
fossero al mio libro chiose le porte delle scuole, £ ma- 
niera da dare eoa a Tedere ona colai mala lede ch*io noo 
ci sospettafa, (e però Torrei credere che questo àesi blto 
senza consentimento dello scrittore, fl qpiale col soo lavoro 
arrebbe co» serrilo a basse miidie di geitfe pia maUgna 
che capace a qualcosa di c^wira di mente), Torrò un poco 
trattenermi^ a br conoscere a chi non rabbia giodìcilo 
da sé il valore della critica di coi si mena vanto, qoasi fosse 
stato per essa appianato di nn colpo Monte Pdlegrino, e 
aperta eoa la via di Palermo al vento tramontano, io iìd- 
grazio, innanzi a tatto, Taatore dello scritto bolognese 
delle lodi personali che mi ha fatte; e credo alla sincmti 
della discussione in che egli sia entrato per dmote de' boom 
stodii: siccome son certo vorrà credere che io rispondendo 
abbia di mira piò V oso che si è fatto del suo scritto anzi 
che r intendimento con coi forse fa dettato; qoantooqae 
le creanze d'oggidì avrebber volato che tra^ molti, ai quali 
è stata mandata la stampa estratta dalla Rivista Bolognese, 
si fosse pure notato V autore del libro sottoposto a quella 
severa critica. Cosi operarono risola e il Gerquetti, e lo 
stesso avrei desiderato fosse stato fatto dairv della Rivista 
citata. 

La mia Raccolta , adunque, va biasimata perchè , buona 
per uso privato (p. 3), non poteva più esser buona o utile 
passando ad uso pubblico e messa fuori ad andar per te 



i 




— 32*J — 
mani de' giovani che valessero studiare la buona lingn 
p. l). E il danno delia gioventù studiosa sarebbe da un 
per que'modi antichi, rarissimi che vi sono regi- 
I quaii, fjuantunqne uostrali, ièon soììo mem 9Uh 
ti al yurgaU} stile (p, «); dalP altro verrebbe dal tro- 
laineioe modi rhe appartengono alla lingua comune 
che sieno particolari ad uno scrittore. Ialine, il 
maggior malanno verrebbe su, poi, da questo che la prò- 
pri0$à ile modi di dire si veiia o poco aùttUmenle comide- 
roto o a fatto ìrasamiata (1). Per giunta, sì conchiude, 
d sarebbe da riprovare nel libro mio due costrutti che 
^hori stanno con la buona grammatica, e dodici altri non 
^kolerabili ilalta parità e proprietà dì nostra lingua. Questi 
^■Bùno ì punii su cui si tiene la critica dell' Y. 
^B Ora, mano agli esempj. Sarebbero pel mio ciitico 
^■bodj fftti ransìiimi, fra i sedici che citi de' 2200 

BSi rii i» la Haùolla, questi cioè: Àvim^ rocchio al 

fmmUo — Dondolar la nmttea — Esser da sezzo — 
AÌéoccar»i a bat faglia — Entrare in alcuno tutte le di- 
del momio ^ Far rappellaccio — Far capo grosso 
¥04er la cosa per cerbottana — Usar latino molto 
misiio e sottilmmte dettato ecc. Prima di tutto, io dirò 
critico che non è alTallo buona e savia ragione (he per- 
no modo sia antico perciò non valga, non se ne deliba 
esempio « e non si possa registrare in una raccolta 



iì) fe i-urioijo dopo (fucsta accusa clu* ì' In principale , il lt't:{r<*r5i a 
p, 15 étìV «rt ratto linlln Rivista Uologìhtse , fallo hvv (bl mìo miifo o 
étttùm vniri, q^rsx** ]Kirok*: e non mi i* {larso chiudere il libro sonza 
jiki]fi« mariit^n* di dire o poco corrette o poco pure, clic ul |uo- 

Tt %QU(* ciduk* d^lla penna « e poi tton Dia ricoiTetle. Le f|ualì in 
oprrti ' i secondo te fionii^ (letla ^roitvielà più srveni , e ti ire ti il 

wà Ili * }fioTent& del purplo ik;nvere noti fanno Mìa mostra. » 

ior i^minieiJilorv L...* penili* non corregesle questa caniraddixione o 

O di un vitstro atlUCO? 




— 330 — 
(li modi scelti da classici scrittori. Quante voci antichissime 
non sono state messe in giro da scrittori de' nostri tempi? 
E chi ha detto a lui che sia fuori di uso e non vivo uo 
modo, sia già morta una voce, che si leggono ne' no- 
stri scrittori del dugento o trecento , e poi non occorrono 
in scritture posteriori? Moltissime voci del dugento, che 
il critico forse non scriverebbe, sono pur vive ne' popo- 
lani di Toscana (e lo sa bene il Giuliani) , o ne' monti del 
Napolitano , o nelle spiagge- di Sicilia. Crederebbe egli che 
il focora di Giulio, e il non aggio abento, ed altre infi- 
nite, son pur oggi vivissime in bocca delle popolane di 
Sicilia? E tornando alle maniere condannate, la prima ad 
es. Avere l'occhio al pennello è maniera che tuttodì va per 
le bocche del popolo Siciliano di città e di campagna (e 
nel mio libro è avvisato); e viva è l'altra Far cappellaccio 
(che è di certo giuoco) sì in Sicilia e si in Toscasa; né 
diinonia per demonii è solamente di Sicilia , ma pur di To- 
scana, e specialmente di Siena. V esser da sezzOy usata 
dal Petrarca, anzi prima da Dante, e poi dall'Ariosto, e 
non notata di arcaismo dal Gherardini, il mio crìtico non 
la vorrebbe, confondendo mi pare il sezzo addiettivo, che è 
detto dal Fanfani voce fuor d'uso, col modo avverbiale 
da sezzo, o al dassezzo, già vivo. E l'abboccarsi a bat^ 
taglia l'avrebbe potuto vedere nel vocabolario, doveTo^ 
boccarsi ha bene il senso di azzuffarsi. Né saprei come altri- 
menti dover dire quel che va detto con la maniera Vedere 
sapere la cosa per cerbottana; ovvero quel che è si- 
gnificato dall'altra Dondolar la mattea: frasi tutte e dae 
vive , e registrate nel Vocabolario del Fanfani. Della frase 
Far capo grosso anch'essa condannata alla mufla come 
ciarpa vieta, già usata dal Machiavelli, del Firenzuola, dal 
Varchi , sono non pochi esempi nel Gherardini ( Voci e 
Maniere ecc. v. 2. p. 77. |. LII); né la dimenticò il Fan- 
fani, benché dia ad essa altro senso che non quello spie- 



— 332 — 

ga^doiiB, potrei bm dire che nelli crìtica d mo 
mento ben più che treola soislieterìe; deirq 

solo aver sott* occhia qneste. die ififìoiii|nBW¥i 1^ i 
Heguonti, cioè: 

Kon (upjiufKjere ad aiém e rMii ( qoq trer ^mii 

Critica « Manca raccessono cbedà fagbecà al 

Aggiungere a nonie di mancia (meUere per 
a sopracciò), 

Crìt. « Che la mancia possa dirsi figgalo par 
ma rlie sìa un sopracciò non si può capire. • 

Ma non sì capisce benissimo, rispondo, dal 
giiiìigeiw pel quale si vuole qualcosa di piade!] 
QuL*sto senso ha proprio qui il wpraccià^ che non 
die farfì col sopracciò in senso di sopraioteodeiìte o 
clic piu' si dice, 

Amtnre addosso a.., (assalire alcuno). 

Crit. « Non sempre si va addosso ad alimi con 1 
talento o con l'' animo di offenderlo. • 

Forse il critico, debbo dire, conoscerà quel Pi gin 
che in Sicilia si cliiama a tratti longu a a guaUr\ 
qHattfnttii, ed è giuorx3 ginnastico di corsa e di 
nel quale si va addosso ad alcuno, ma non per ofl 

Caricare il popolo con molte arègherie (carie 
soprassellì). 

Crit. « Le angherie non sono soprassellì sia nel 
proprio sia nel figuralo ». 

Non crederò mai su questo proposito che 
tassa non sìa stata creduta dal mio crìtico nn 
molesto, ingiusto, sicDìme il Vocabolario definisce Ptì 
ovvero un soprappiù alla soma intera (la quale 
rehbe aggravio ingimio) , giusta la definizione del 
sello. Gli antichissimi angari, onde r angaria e f ( 
riazo de' Greci, e poi de' f(iureconsulti romani » er 
cjotali, in largo senso, che portavano sulle loro 



»fcre d'Itatin, L. IF. mhr, 166: « E posto 

comandò agli ambasciadori die tutta per 

riferire la risposta della loro imbasciata » ; 

della Storia di Badaam e Giosafat, p. 137: * ogoi 

per ordine » : ne inanellerebbero esempi a 

aitrì lt!sti. 

leiiiffo *H buona temperanza (esser rrediUo di 

»). 

t Mi pare rtie la biiuiia temperanza non istia 
ju la buona pasta, f 
qui noQ s* avvide il critico che temperanza non era 
^cU die il credo per certo dotalo, bensì tempe- 
rie» di natura. 

qnasto per la proprietà delle spiegazioni. t;)nanto 
illj !^ramali*'ali sarebbero: Non promeuer^i 
iJia, mi $i avesse fatto — Non voler curare 
(ma dargli 'paso). In quello secondo cxistrntto 
1 dato negli Oixhi al critico il durgli invece di darle. 
(lasciamo onde sia venuta) una sgramatica- 
addio a molli testi del trecento ; addio a scrit- 
de nostri tempi ; addio fin al giornaletto 
Ungtm scr itlo dal Fanfani e da altri va- 
cosa. Né mi fermo sopra i]iiesto gli per le 
atinla), avendone già scritto da un pezzo. 
flfaJtoiioni di IJngua Italiana , l^arte 1/ i^dX. \W^) 

dì pretesi frances. v, 1) 



— 334 — 

E seguitando, uè dodici modi condannati di peccato 
contro la purità e proprietà, sono , per es. sentir pesosa 
una cosa (per sentirsene gravato) — di basso usato — 
andar superbo di una cosa — essere al di sopra (con- 
trario di star sotto o di sotto) — mettere impegno a fare 
una cosa — aver fatta una cosa da vicino (sottinteso 
tempo) — intendere in una cosa con impegno (per darsi 
studio di.... con ogni industria e diligenza) — Mano ma- 
no — ecc. Ora , la prima maniera sentir pesosa una cosa, 
a chius' occhi si vede che doveva esser sentir penosa , ov- 
vero sentir pesa (che non ricordo), e il compositore vi 
scambiò una lettera, o vi mise una sillaba di più; la se- 
conda di basso usato era facilissimo a correggersi in basso 
casato, cosi come, ripetendola, fu corretta da altri (1); 
la terza fu usata dal Salvini in poesia {Son. p. 23), e in 
prosa {Prose tose. I. 51), e prima del Salvini dal Casa, 
citato dal Gherardini nell'Appendice alle Grammatiche ita- 
liane, p. 417, e nelle Voci e Maniere, voi. II. p. 608; 
la quarta Pha proprio il Villani, citato dal Ginonio; la 
quinta mettere impegno a fare una còsa è tuttodì in bocca 
de' buoni parlanti, e r impegno in senso di cura, briga, 
occupazione , sollecitudine , si ha nel Vocabolario , dove è 
già registrata pur la frase darsi tutto V impegno , la quale 
il mio critico avrà letta certamente nel Giusti; T avverbio 
vidtio della sesta si sa da tutti valere si per luogo e sì 
per tempo, e c'è nel Vocabolario, oltre agli esempi re- 
cati dal Ginonio e dal Gorticelli; la settima che èfìiK^ 

(1) Il prof. Giuseppe Rumo nella giunta che ha fólto al suo lifaro 
Prinripii ilcìlo scrivere ossia Precetti ed Esempi di Lingua RaiiaM 
ecc. 3.^^ cdiz. 1869, di una raccolta di frasi e costrutti eleganti deih 
lingua italiana, avvisò che di esse frasi e parte trascrisse da un aoreo 
libro del chiarissimo Di Giovanni Vincenzo > (pref. p. 4); e tra le rife- 
rite dal mio libro sedici e più sono proprio delle condannate dal sig. T. 
Così sono varii i gusti ed i cerveUi! 



— 335 — 

ima cosa con impegmì è maniera v. jmra e propria 
^sufficicaza . che Vintewiere è quanto attendere; e final- 
ite il modo avverh. mano vìawj, anziché a mano a 
UDII è sUito mai, né il sarà, errore in nostra lingua, 
latito che il severissimo Ugtilini non Tehbe punto a condan- 
re ' L'o anzi che in Sicilia va fatta dal popolo rpie- 

ùìL -li', cioè; si dice a mano a mam per dir 

imente, così come Tusò pure il Boccaccio, G. Vili 

^v, 9, e va detto mano mam per voler dire solo stio 

ssivammte, Vm\ dopo T altro: uso che, a mio credere, 

»vrt!bhe essere noUdo nel Vocabolario sia deirUso, sia 

Ila Liugna in generale. L'ultima maniera condannata dal 

ailiro si è Usargli carezze per fargliene: ma, hen- 

)t iH>u si trovi a p, JH del mio liliro, ne so se ci stia 

altre pagine . io generosamente V accetteiei per mia ora 

^5empre, perocché nulla ci è in essa da condannare. Se 

il far carezze ci è pure rumr carezze, che è altro 

il semplice fare, e non fa uopo dire che si voglia 

lificare con questo usare, 

die possono e debbano valcri* [hiÌ simili raccolte 
ai giovani, non dico do' pi-ovetti e deVniaeslri in 
Ungila, pe^ quali non fu fatta la mia Raccolta, io dissi nella 
prelSiziooe alla stessa, discorrendo di studìi di lìngua e di 
simili, la (piale prefazione avrei volulo il critico 
letta. Così della purità, dell' autorità degli scrittori, 
bIKiiso, discorsi appunto m' Dialoghi che seguono alla 
Illa, dae de' quali credetti bene scriverli in lingua 
oggi si dice viva, c^isalinga, con intendimento di laf- 
col fatto quello che vi si Aìca nel dialogo su' Di- 
rti FiHiìgici di IHHra Fanfani, da p. 1**8 a p. 203. 
lì rrilieo che pur dice di avere sliidialo il mio libro, 
(lata punto ne della non breve prefazione, né de' quattro 
i. i quali danno compimenio al libro. Il tìtolo del 
lihro Modi firelti della Lingua Italiana rarroUi da 



— 336 — 

classici scrittari avrebbe anche, tenuto presente, rispar- 
miato al critico qualche buon passo del suo scrìtto; né 
poco sarebbe stato per altra ragione guadagnato, caso 
non si trovassero nel mio libro le parole che la mia rac- 
colta sia di maniere di dire sceltissime e saporitissime , di 
frasi piti eleganti, di costrutti più puri che si abbia la 
lingua italiana : parole che io non ricordo in qual pagina 
si leggano del libro suddetto; e vorrei il crìtico la citasse, 
avendole già notate in caratterì corsivi. 

Avrei potuto altre maniere e voci difendere dalle ac- 
cuse del mio critico, ma credo questo che ho scritto ba- 
sterà a quanto ho premesso in principio. 

Per ultimo sì prego il sig. Y della Rivista Bolognese 
a voler credere che non ho pensato mai le mie cose dover 
essere scevre di mende e forse di errori involontarii , (e 
sieno, nel linguaggio del mio critico, farfalloni, (p. 14), 
la be^a io cosi grosso, secondo egli dice); né, peixbè 
abbia risposto al suo scritto, non gli sarò sempre obbli- 
gato delle parole di rispetto per la persona mia, se non 
pel libro mio: e se ci ha da dolermi è proprio che, es- 
sendo il suo scritto anonimo , io non possa ringraziarlo per 
diretto, ignorandone il nome, né cosi trar profitto, al bi- 
sogno, de' suoi sinceri avvisi. 

Palermo, 15 del luglio 1869. 



Vincenzo Di Giovanni 



IIVTSTA BIBLIOGRAFICA 

m ALCUNI OPUSCOLI IHJBBLICATI NELLE NOZZE 
ZAMBRINI-DELLA VOLPE (1) 



luzze tratte dalle cento antiche secondo la leziom 
di un codice della R, Biblioteca Marciana, Vetiezia, 
mtipi di Lauro Merlo, 1868; in 8."* di pay. 10. 
[ Eflkioae di lxx esemplari » de' quali l in carta ve- 
[liiia, XV in carta colorata, e v in carta colorata greve). 

i manoscritti ciie la generosità di Iacopo Morelli 
in leggilo alla Marciana di Venezia trovasi un codice 
Ile CefUo fujvetle antiche, ignoto a quanti dettero mano 
.stampai^ «Hieir aureo libriccino. Da siflatto codice toglieva 
sig. AiMlrea Tessier le quattro novelluzze presenti, del 
lite e di cosi squisita leggiadria da far proprio 
"a desiderio che il valente editore dia opera a re- 
gadarri per intero questo testo, che tanto si vantaggia su 
quelli fino a qui conosciuti. 



(I) Aftche parecchi poeti vollero festeggiare queste nozze , e ira i 
oli venuti in luce non deve esser passalo sotto silenzio un 
Bermone del dolL tuc<i Vivareìli, uel quale sferza argulamenie 
turpe genìa che ogni giorno cresce df numero e (T audacia. 

23 



— 338 — 

Due proverbi inediti del secolo XIV. Venezia, Antonio 
aementi, 1868; in 8.^ di pag. 8. 

Il dott. Carlo Gargiolli, che va scrivendo attorno i 
proverbi volgari nel secolo XIV, a modo di saggio ha 
mandato fuora questi due, cavati da un còdice della Ma- 
gliabechiana di Firenze e inediti fino a qui. Nel primo si 
spiega r origine dell'antico adagio: 

AiiUaci, Sem Martino 
Che de V acqua fa vino; 

nel secondo del proverbio: 

Chi buono non sarà 
Vita etema non avrà. 

Canzone inedita di Dante Alighieri — seconda edizione, 
Torino y Stamperia deW Unione tip. editrice, 1868; 
in 16."" di pag. 14. (Edizione di soli cinquanta esem- 
plari.) 

Quel valentuomo del prof. Francesco Selmi nel dare 
nuovamente alle stampe questa Canzone, che altra volta 
stimò dettata dalP Alighieri in lode di Gentucca, adesso la 
vuole invece indirizzata a Beatrice, o pure alla filosofia, 
se piace riferirla ad intendimento morale. Benché all'edi- 
tore paia sorella delle dantesche « per la forma, i con- 
» cetti e il sentimento generale che vi domina » a me 
sembra invece di qualche contemporaneo dell'Alighieri, 
non già di lui; appunto la forma e i concetti di essa mi 
destano questo dubbio, che in altri è pur nato. 

Dodici lettere di Torquato Tasso, delle quali una per la 
prima volta pubblicata , le altre già sparsamente im- 
presse , ora di nuovo cavate da' manoscritti e qvi 



— :vM — 
inumim raccoHe come appeièdice alla pregevolUsima 
edizione deW epistolario di lui fatta in Firenze dal 
Le Monnier mi 1852-55, Faenza, Tipografia di An- 
iceto ihirabini, 1868; in 16," di pag. 24 (Edizione 
di picdolo numero di esemplari fuor di commercine) 

Questa naova edizioncella delle Lettere di Torqimto, 
non si leifgono ira quelle raccolte da Cesare Guasti, 
deve alle cure di Filippo Lanzoni e di Angiolo Ubaldi- 
Bencliè falla con assai ditij^enza, lascia però una cx>sa 
de-siderare, ed è la citazione de^ luoghi dove hanno cavato 
delle quali una a Vincenzio Fantini de' 13 di 
^del 1593 vede per la prima valla la luce* 

"ire, prosa volgare attrihuiia a Fiìancksco 
Firenze, Tipografia Naziomile, 1868; in S,'* 
di pag. 20. (Edizione di cxxv esemplari,) 

^Quando il Filelfo nel 1500 pubblicò per le stampe 
Tefiexìa i Trionfi e i Sonetti di Francesco Petrarca au- 
ra le opere di lui anche il Refrigerio deìli miseri , 
prosa volgare che promise piu^re in luce tra bre- 
In un Codice della Magliabechiaoa, già appartenuto agli 
lroz7J, Irovo Pietro Dazzi questa prosa, che una postilla 
_liiano incognita dà per fattura di messer Francesco. 
ti Wiazzi nel publilicarla, a ragione ne dubita ; e certo 
M faccia a leggerla non crederà giammai che una scrit- 
coeà liarbara sia uscita dalla penna di quel leggiadris^ 
poeta. 

liù umetti dei secolo XIV. Modena, Tipografia Cappelli, 
IH6H: in 8.^ di pag. Iti, 

DI questi sonetti due già furono dati alle stampe dal- 

fAIbrrJ e dal Crescimbeui: e all' editore Antonio Cappelli 

|ue pubblicarli di tmovo, perchè lianno la loro risposta 



— 340 ~ 
tra gli altri sei, che sodo inediti afEaitto e Tennero trascrìtti 
da on pregevole codice di rime antiche di vari autori pos- 
seduto dal conte Giovanni Galvani. Quelli editi sono fot- 
tura di Cecco Angelierì e di frate Gugliehno de'Romitam; 
gli inediti, di Onesto Bolognese, di Manoello Giudeo, di 
Guelfo Taviani, di Guido Orlandi e di Zampa Ricciardi 

Dodici lettere inedite di Antonio Canova scritte a diversi^ 
con note ed illustrazioni di Michelangelo Gualandi. 
Bologna, R. Tipografa, 1868; in 8."" di pag. 32. 

La bontà grande di Antonio Canova rilevai princi- 
palmente dalle sue lettere familiari; e il raccoglierle tutte 
in un volume sarebbe certo opera utilissima e bella. Delle 
presenti, nove sono indirizzate ad Antonio Selva, archi- 
tetto veneziano; una a Giacomo Rossi, scrittore, letterato 
e poeta; una all'abbate Daniele Francesconi; ed una a 
Marìetta Scutellari, gentildonna ferrarese. Chiude il libretto 
un memoriale inedito del Canova a Napoleone I , nel qua- 
le, come osserva a buon dritto T editore, < parla libera- 
» mente più che usar non si suole scrivendo a sovrani». 
Né questa fu la sola volta che disse al Buonaparte la ve- 
rità: basta leggere il dialogo che ebbe con lui a Parigi 
sulle cose di Roma per restame appieno convinti. 

Due novelle di Antonio Cesari P. D. 0. non mai fin qui 
stampate. Genova, stamperia di Gaetano Schenone, 
1868; in 8."* di pag. 24. (Edizione di soli Lxxxn 
esemplari , de' quali x in carta da disegno colorata e 
II in finissima pergamena.) 

Da un manoscritto esistente nella Biblioteca comunale 
di Bergamo trasse il signor Giambattista Passano queste 
due novelle, commendevoli per la loro castigatezza, pre- 
gevolissime per quella squisita leggiadria di stile e di lin- 
gua di che il buon Cesari era solenne maestro. 



Ul — 



di NicooLÙ Machiavelli tratio dall' autografo ed 
\§ra per la prima volta pubblicato. Faenza, dalla 
|J^poyro)Ìa di Pietro CofUi, 1868; in S^ di pag, i% 

mg. GioTamii Chinassi trascrisse cotesto pregevole 
<tel Machiavelli dall' autogiafo, che fu già della 
Ricci poi della Palatina di Firenxe; e fielTavver- 
nsude avvisalo il lettore come sul foglio che gli 
dì coperU si legga dì mano di messer Niccolò: 1512* 
ddT Ordinanza dove la si trovi, e quel che 
(art POiST iiKs pKiiDiTAs, Alla Signoria o loeglio al 
de' Dieci, di che era e per V iillimo anno segre- 
oofioscere il modo piii a(T;ondo per ordinare alle 
Stalo di Firenze, « Voi, così scrive, della justitia 
DOQ molla, e delle armi non ponto, e e! mo- 
ad rìhatere Tuno e r altro è solo ordinarsi air armi 
ddiberatione pubblica, e con buono ordine, e man- 
K oè v'ingannino cento colanti anni che voi sete 
^ illrìoieati e mantenutivi, perchè se voi consìder- 
questi lampi e qtielli vedrete essere impossibile 
pregervare la vostra libert?\ in (piel medesimo 



M FiANOO Sacghettl Genera , tipografia di 
Sehemne, iHV)H: in 8." dì pag. ìil (Edizione 
dì 100 esemplari numerati, de^ «inali IO in carta di- 
ftioti ed ano in pergamena di Roma. Se ne tirarono 
poi eenlo copie in carta comune, e queste sono in 
e si vendono per 5 lire dal Cerchi a 
&,) 

I^ pràna di queste canzoni, che incomincia: 

• VoMiu i* Torà, e 1 despieiato ponto 
Che partir mi convien contra mia voglia » 



— 342 — 

fu già data alle stampe coDforme due codici fiorentini, 
contenenti altre poesie del Sacchetti, da Giovanni Chinai. 
Manifestò desiderio Francesco Zambrini nel suo utilissimo 
e pregevole libro, che si intitola: Le Opere volgari a stam- 
pa dei secoli XIII e XIY indicate e descritte , si mettesse 
di nuovo in luce questa canzone quale si trova in un co- 
dice della Biblioteca universitaria di Bologna, che egli sti- 
mava migliore assai per la dicitura di quelli fiorentini. Fa 
il prof. Ippolito Gaetano Isola che lo rimise a stampa, e 
alla già edita ne aggiunse pure un altra non mai posta in 
luce, la quale si conserva del pari a Bologna e si le^e 
nel manoscritto medesimo. Ma siffatta canzone tuttoché 
sia stimata opera di messer Franco e dallo Zambrini e dai 
suo editore, a me non sembra; e di questo mio dubbio 
lascio che altri ne giudichi. 

Lettere di Luigi Pulci a Lorenzo il Magnifico e ad altri. 
Lucca, dalla tipografia Gimtiy 1868; in 8.** di pag, 
XII — 121. (Tiratura distinta e speciale di sole xl copie, 
II delle quali in carta inglese, x in carta colorata di 
Francia e xxviii in carta grave di Fabriano,- più una 
singolarissima in pergamena.) 

Uno degli epistolari de' più importanti , vuoi per la 
materia di che tratta, vuoi per la forma bellissima con 
che è dettato, mi sembra questo di Luigi Pulci , posto in 
luce adesso per la prima volta a cura di Salvatore Bongi 
e di Giovanni Papanti. Del Pulci -fino a qui sole cinque 
lettere familiari si avevano a stampa, e sono quelle che 
pubblicò il Trucchi nella sua Raccolta degli oratori ita- 
liani; le quali cinque lettere si leggono pure tra le pre- 
senti che in tutte ascendono al numero di quarantatre. 
Nuova e larga luce spargono esse sulla vita e sui tempi 
di Lorenzo il Magnifico, che adoperava spesso il nostro 



— 34a — 

in faccende e commissioni di Slato; tiuel poeta 
dal suo Morgante conoscevamo per ifioviale e biz- 
irg che lo era inl^jUi, come rilevasi eliìaramenle da 
epislolario, che è di utile e gradita lellura. 

ibi zzi di mess. Ber nato Vmomi, signore di Milano, 
aerini lift Girolamo IUwìa dn S. Minialo, Modena, 
tipografia Vincenzi, 1808; in 16." di pag, 32. (Edi- 
zione di loO esemplari,) 

Girolamo Rofia nacque a Sanminiato nel 1494, fu 
dottore in legge e più volte venne adoperalo in vari uffici 
dalla Repuhhlia fiorentina e da' Medici. Molto e di molte 
egli scrisse» sempre con stile facile e disinvolto, 
festivo. De' suoi lavori parecchi se ne hannr» a stam- 
pili sono inedili; e appunlo inedito era il presente, 
ti car. Antonio Cappelli trasse da un manoscritto di 
che si conserva a Modena rìella Biblioteca l^alarina. In 
lesti bizzarrissimi Ghiribizzi viene dal Rofia, come av- 
z buon drillo i" ejrregio editore, « regalalo a Ber- 
» naWi dò che sempre non gli appartiene, ma in rontra- 

I* cambio sono tacimi di Ini enomiezze e m altezze mag- 
p gkkfi ». 
\ 




Rammenti della storia di Hinaldim da Monialbano giusta 
rin todice Marciano. Venezia, tipofjrafhi Cordella, 
1868; ili le.** di pag. 32. (Edizione di cento esem- 
plari.) 



I^ Storia di Rinaldino da Montaìbano, al dire det 
ilontùucon» si conserva manoscrilta a Parigi nella Li- 
ma di S. Germano de' Prati, e ridotta in versi si trova 
Cambridge nella Biblioteca di S. Pietro. In Italia si leggo 
ata in un codice della Marciana di Venezia, che 
falcetti, i»el qnal codice « oltre esserq 



— a« — 
> senza te di¥isioDe de' capitoli, per soprappia è maDGante 
» DOG già di dae earte al prÌDcq>io e d^on' altra alla fine, 
» come scrìTe il 3torelli, ma invece di più carte in prio- 
• cipio, in mezzo ed in 6ne ». Si legge pure a Firenze 
in on codice della Laorenziana de^ primi del secolo XVI 
e in nn codice della Palatina del secolo XV; ma seUìene 
abbiano entrambi lo stesso titolo di quello Marciano, pure 
diflEn-enziano assai tra di loro, laonde qaest^ ultimo, tatto- 
*chè imperfetto, a giadizìo delP editore « rimane copia uni- 
» ca, quando non sia complemento al Palatino ». E ro- 
ditore, che è il cav. Pietro Ferrato, offre nel presente 
libretto un saggio di questi tre codici, e prega i bibliote- 
cari e i bibliofili e quanti amano le antiche scritture a 
volergli indicare se conoscono altre copie di tale volga- 
rizzamento, giacché ha in animo di pubblicare per le 
stampe cosiffatta scrittura, lodevolissima per più. conti di 
essere letta e studiata. 

Di Taddeo Della Volpe celebre condottiero delle venete 
armi, cenni storici novellamente compilati da un 
oriundo imolese, Bologna, tipi Fava e Garagnani, 1868; 
in 8." di pag. 37. 

Racconta rAutore come di antica Camiglia di orìgine 
tedesca, che prese stanza ad Imola nel secolo XII, nasce- 
va Taddeo Della Volpe nel 1474 da un Niccola, che non 
solamente fu padre di lui, ma ben anco di Giambatista e 
di Cesare e di una femmina di nome ignoto; la quale no- 
tizia corregge appieno quanto dissero a torto del nostro 
Taddeo TAlberghetti e il Cicogna, che lo vogliono varato 
in luce nel 1489 di un Uguccio, Savio d' Imola. Fino da 
giovinetto mostrò Taddeo un'attitudine singolarisama al 
maneggio delle armi, e trovandosi a Roma, per volere di 
papa Alessandro VI si provò col celebre Fraca^ da S. 



— 343 — 
ed iMilrambi furono giudicati di umiliale bravura. 
Qlìquattro anni, entrato ai senigi de' Riario. conr 
lUè assiema c^i Fiorentini nella guerra di Pisa , poi col 
fu air espugnazione di Faenza e vi perse un 
Ilio, onde ebbe a dire : Oh , di qui innanzi io non potrò 
t pericoli se non per inetà. Servi i Borgia così nella 
jffospera a>me neir avversa fortuna , e dopo essi Giulio II 
lo fece capitano generale delle sue milizie a Bologna. 
monsig, Pietro Bembo nel lih, VII della sua istoria 
ie la Bepubblic<i di Venezia die una compagnia di cavalli 
a Taddeo « per sedizione della patria cacciato w. 
r Autore nostro mostra del tutto falsa F accusa, e 
mercè la lestimonianza di Giambatista fratello di esso Tad- 
deo e scrittore di un commentario che s' intitola: Thaddaei 
sis eqnitiii gesta militaria, fa conoscere come di 
ntimento del pontefice stesso e di propria eie/Jone 
al servigio de' Veneziani. 
Per opera di Taddeo venne salvato P esercito veneto, 
fitto aspramente sulPAdda, e fu ricuperata Padova^ 
quarantadue giorni in potere di Massimiliano. Fincliè 
serbò egli la sua fedeltà e il suo braccio alla Repuli- 
Vinse il Trissino, il Gonzaga ed il Naldi: combattè 
"Arooli ed alla Mirandola, riebbe la Stellala, e di nuovo 
L<^ a salvamento V esercito de' Veneziani a Bologna* 
Brescia, salvò Treviso, e ferito gravemente a Gra- 
rimase prigioniero de' Francesi , donde poi fu libe- 
ralo nel 1517. Ai 10 di gennaio del 1534 lo colse la 
notte t^ fu seppellito a Venezia nella chiesa di S. Mariraa, 
of€ per pubblico volere e a pubblicbe spese gli venne 
inalzata una statua equestre in bronzo, la qimìe, fu poi 
jrcndiiia da' francesi nel 1810 e fatta a pezzi? 

Sono di corredo a questi pregevoli Cenni due lettere 

di Taddeo al Duca di Ferrara , cavate dairArchivio 

ì . e alquanti colpitoli de' commentari che scrisse 



— 546 — 
di lai Gìanbatìsta . suo fimeUo. che parimeale sodo ine- 
diti e Teonero Insoitti e ooibziooati sopra dae codid 
della Maraana. 

Di Pisa, ai 7 di laglk> del 1869. 

Giovanni Sforza 



Giunta della Direzione. — Novella (La) m 
Messer Dl\nesc e m Messer GiGLioiTo. Io Pisa, dalla 
Tipografia Nistrì , Premiaia aiP &po9izHme Univ. di 
Parigi dei 1867, mdccclxvui, t» 8.* 

Sì pubblicò dal prof. Alessandro D'Ancona e da Gio. 
Sforza, il racconto sembra d'orìgine europea anzi che 
orientale ed oSre un singolare ai^omento trattato da varìì 
in diverse forme. È preceduto da un breve ed erudito 
ragionamento, in cui si dà conto del modo usato nel pro- 
durre la prima volta questo racconto, che gli editori cre- 
dono del finire del secolo XID; poi intomo alla primitiva 
origine di esso. Se ne tirarono soli 60 esemplari. Si ricordò 
con lode questa pubblicazione alle pag. 773 della Rivista 
della fl. Società dei Sapienti; Weimar, 19 Marzo 1869. 



AL DIRETTORE DEL PROPUGNATORE 
Sig. Commendatore amico pregiatissimo. 

Una preziosa scoperta bibliografica vengo ad annun- 
ziarle , che credo dover giunger gradita ai bibliofili , e più 
specialmente ai raccoglitori di Novelle, perchè rende certa 
resistenza d'un libro di questo genere posto in dubbio dai 
moderni. 

Il cav. Jacopo Morelli nelle sue Memorie inedite aveva 
dato notizia di quattro Novelle manoscritte del Molza, tro- 



— Ul — 

rate fra le .inliche scritture del Marchese Cortesi, come 

nirie da rin esemplare slampaln in Lucca dal Busdrago 

[il dì I Giugno 1"j61 in 8." 1 più recenti lìiblìograli per altro 

ivevaoo tenuto come immaginaria questa edizione, qual- 

lenle pui» vedersi iie! Gamba e nel Passano. 

Or bene questa edizione esiste senza aleno dubbio, 

n'è inaspettatamente venuto fuori un esemplare. Chi 

h£i avuto la sorte di ritrovarlo è il comune amico sìg. 

I^sart! Cavara, die in verità può vantarsi di essere stato 

ao dei più fortunati ritrovatori di cimeli in fatto di libri, 

sssemiogliene venuti pia a mano pareeclii, come a Lei è 

310» cosa «liflìcilissina ad accadere ai di nostri. Avendo 

[egli fatto acquisto (Pun volamelto miscellaneo, vi rinvenne 

sudtletta arcirarissima edizione, e di più con altri non 

l>regijvoli libretti anche la Novella del Grasso Legnajuolo, 

Ila stampa di Firenze del 1551. che come lien sa è la pri- 

in cui trovasi sola quella novella, ed è rarissima pur 

Peccato che qtiesf ultimo libretto sia imperfetto . 

■Ile mancante della segnatura A III. 

Venivo ora a descriverle il cimelio busdras^hiano. È 

[qoeslo nel formato di i.^ con segnatura J, B, G e in 

le dovette essei" composto di 12 carte. Dico cosi per- 

iltima carta primitiva oggi manca ed e stata sosti- 

altra più moderna. Ciò però non nuoce alla in- 

flegrìtà del libro, che finisce verso la metà recto del- 

Iff 'H carta, onde la susseguente dovette esser bianca. 

della prima carta vi è il frontispizio nel modo 

QUATTRO DELLE NOVELLE DELLMIO- 

NORATISSIMO 510LZA 

(Arme del Busdrago) 

STA>fPATE IN LUCCA l>EU VINCENTIO 

BUSDRAGO IL DÌ I1UM0 DI 

GIUGNO. DEL XLIX. 



— 348 — 

Vedesi dunque che nella descrizione del libro fìitta 
dal Morelli dietro il manoscritto del Marchese Cortesi è 
sbaglio nella indicazione deir anno e del formato, ma com- 
bina in ogni resto, sicché V edizione è indubitatamente la 
stessa. 

A tergo della prima carta vi è la dedica del tipografo 
Al Magnifico messere GkUardo VelluteUi, lucchese esso 
pure, da cui si raccoglie, che questa stampa egli fece 
per saggio dei suoi caratteri, e che fu la prima che usasse 
dai suoi torchi, o com'egli si esprìme: il primo parto di 
f/tieste mie fatiche. La quale notizia pure riesce di qualche 
importanza a noi Lucchesi, perchè non sapevasi fino ad ora 
qual fosse il primo libro uscito dall' oflficina del Busdrago, 
che fu il nostro principale tipografo del secolo XYI. 

Colla seconda carta principia subito la Novella 
di Teodorica fiaminga, con queste parole: Ndle 
parti di Fraficia fu mn è molto tempo um mercante fio, 
ren/iAo ecc., e finisce circa la metà recto della carta 5.', 
dove subito segue la Novella del Mantovano, 
che incomincia : In Parma, città assai famosa in Lombar- 
dia eo., e prosegue fino verso il termine della carta 6 a 
tergo. Dopo si trova La novella de i trombetti 
con queste parole : Per certa sospiti(me <f una pe^ilenzia 
mortalità ecc.. ed ha fine ad un terzo circa della carta 
i> tergo. Termina il libro con la Novella di Ridolfo 
Fiorentino^ che incomincia: Ridolfo fu giovane fio- 
rentino ei\. ed ha compimento ad un terzo circa della 
Ilaria 1 1 recto, ohe come le ho già detto nel resto è bianca. 
AvvertiK^ in ultimo che ogni pagina intera sì compone 
ili linee ;I8. e che il carattere, tranne quello del firontispi- 
iiv\ il quale e maiusculeito nHoodo, nel rimanente è cor- 
<iviv <ìmile a quello di altri libri stampati dal Busdrago, 
ivme 3il.esemiììo neU\4riJt)»o di Loreozino de' Medici 
oht^ }vv<^' in luce lo >ie$5>o anno. 



— ;iiìì — 
È qoestd in vera una smgf)lai*jUi Ijibliugralica delle 
imi insigni, specialraenle per noi Lucchesi, perdiè senza 
dubbio è il più raro libro ascilo dalle nostre oflìcine tipo- 
grafiche» La ragione della sua estrema rarità si trova ffieil- 
menle ove si consideri che questo fu un saggio o specimen 
die il Busdrago volle dare dei suoi tipi, e per conse- 
guenza, com'è naturale, dovette tirarne pochissimi esemplari 
distribuirli ai suoi amici e patroni. Questi esemplari 
icilmente andarono consunti molto più che trattasi di No- 
relle gmziosissime, che dovettero esser lette avidamente, e 
aree anche, cadendo in mano di persone di timoi'ata co- 
vennero a bello studio distrutli, essendo in vero as- 
ai lir-enziose. Qnello che è un fatto; nessun altro esem- 
n'è potato discoprire oltre il sopra descrillo, 
non poco danneggiato; e non ci recherehffe 
{mirto maraviglia che altri mai se ne rinvenissero, e che 
lesto UTììm fosso se^ampato dalla distruzione* 

Cwichiuderò queste mie cfiiacchiere col dire, che ri- 
nominalo discoprimento del suddetto cimelio ci porge nuovo 
aomiaeslramento da renderci guardinghi nel porri* io riulihio 
esistènza dei libri, che ci viene assicurata dagli Antichi 
lollo più poi nelP asserire, come ha fatto qualche volta 
soverchia avventatezza alcuno , che la tale o tale altra 
ipa è an sogno, o è immaginaria, o supposta, Impe- 
è, prima, o poi tali stiimpe , poste in dubbio o ne- 
gale, sano quasi sempre venute in luce; o vi verranno, 
mollo probabilmente, se altre ne rimangono già ricordate» 
^^ ora non conosciute. 
IH Ali tenga sempre , carissimo sig. Commendatore, 

^^^ Lnc 




Locca, li 2 Agosto 1869. 



per suo obtkmo ulT.tnb 
Leone Avv. Del l*ftETt:. 



— 331 — 



_ (J'iino, mzì tli 

fiueairire jnAtma 
miostieh^. Ne'con- 
iiii, r dalla misi ione 
Ir o più , nascono nou 
koniini (le^^tìnatì a Iti- 
trarce più p roto mie. 
pile, Girolamo nasce 
ione eh' è tra la Yrne- 
I, e dovi* già 5i slPQ- 
deglì Etruschi: quindi 
Kiuì r thirArioslu col- 
li il consi'fitirp 
Si>ii meno inlcl- 
iji*5iUf fui par*^ la rive- 
lo la quak^ Klla giudica 
f, che senza a v ve- 
li segreto della 
in quella IrMera 
vi* a ne' si^ni ]>orlen- 
' i \;ì cura delle 
\4 parola asltt* 
I conunuovere 
(l), (Juesro 
pio e ireinen* 
ri' ni «iceniole 
per e.HM're più 
bl<*. deve rinianer- 
morale ; eh' efrli Ira 
pio poverna, come 
lie«iliche la donna, 
ciano ntdla piazza 
nelle corti. Se 
1 peni)is4^ stnm»ento 
zimbello e villi- 
Qltì (liù meno i 
[vinto e presso al 
Tincilore e re di 
? della sua morte 
_^ come un j^eneroso 
I ritrnsando come unV 

ron 

H|ie»imi; e le tiamme 
|H»tran^ utaluiannentc 
f parola : Mondatemi 
^Og^i, e al xervu 

ì ffdeaiiiento tOH. 



vostro jìerdimatr . o Oh. yli aU 
fruì faili. 

Auprii cordiali del suo 

devot issine 
Tommaseo. 

Il dì del Uedeniore, 
1 7 \m^- B!», Firenze. 

Della Vita e firìtf Open di Giù* 
vanni Gofffone per (in ski'pk Pi* 
TRÉ , dottore ài Mediema r Chi- 
rurffia. — Paierma 1868. 
Vi ha fra gli uomioi clii sortì 
noa mente cosi forte e privile^jiala 
da poter abbracciare più facoltà con 
ejruale potenza; anzi facoltà dispa- 
ratis.^inie, quali sono le letterarie 
e le scientifiche, le iiìeccaniche e 
le filologiche. IN sifTalti spiriti di 
molteplice alliludiiie e potenza, è 
il chiarissimo Ghm'ptH' PHr^, lì 
quale, assai |,M0vine ili eia, è frià 
vecchio nel la se i en z;i d e l la salo te 
ed in quella di'jrP idiomi. I suo* sttidii 
sui canti e sui proverbi siciliani 
comparali con quelli dell'italica lin- 
gua, i^li hanno proc^icciato bellissi- 
mo posto fra i critici tielfe uoslre 
letleri»; iiienlre h memorie stam- 
pale in arfromento dì uìeilicìna e 
di cliinirj^ia. lo collocarono con 
luUo dirilto neir illustre schieni do 
gli scienmli, Vm di tali Memorie, 
e forse rpjella che tieoe fra l'altre 
il primo posto, e la recente, dove 
espone la vita e le opere di Gio^ 
vanni Gorgone , [>ercbe non solo e» 
dà contezza di ([uesf insigne pro- 
fessore, che volli come arjuila su 
tutti gli altri della Sicilia , ma ne 
porge compiuta storia di quanto 
sepi^ero i Siciliani in onera d'a- 
natomia, di chirurgia e di nicilici- 
na, dairetà deir Ingrassia a quella 
del Gori^oms e riel gran pass<> che 
questoltimo fece dare alle ire scienze 
sorelle dall'anno tHil, che fu quello 
in cui erilKi pubblicainenle nel cam- 
po cliirur^ico, insino al I8<U, che 
segnA i) tempo della sua morie. La 



— 352 — 



facoltà delle Scienze salntarì, mohi 
discepoli saoi, e non pochi isobni 
i ooaJi godettero i benefici deD'arte 
noDtlissima da lai generosamente e- 
sercttata, concorsero a fergli un bo- 
sto marmoreo, perpetuandogli colla 
memoria le semoianze. Equest*op|era 
del prof. Morello fu inangnnta il i 
ottobre 1868 nello Spedale della 
Conceaone a Palermo. — Sotto il 
busto venne allora collocata V iscri- 
zione seguente: 

A 

GIOVANNI GORGONE 

DWU STUDI ANATOaia CI SKaUA 

PROMOTORI I PROmSORI DOTTBflOiO 

DSLL* ANPrriATRO ANATOVCO 

DBL GABINITTO D' Ali ATOMIA PATOLOGICA 

DILLA CLGUCA f-MMUHCA 

!IILLA R. UIOVnSITjL M PALBUIO 

FONDATORI I 808TI61I0 

MAISTRO SCRITTORI OPIRATORI FILICI 

LA PUBOUCA RICOROSamZA 

ocnio HONunifTO 

POSI 

Tutte queste cose , e molte al- 
tre, si rilevano dallo scritto, di ben 
sessanta pagine in i.^ onde qui ho 
fatto parola: scritto che versa in 
grandissima parte sullo speciale ar- 
gomento delle scienze nelle quali il 
Gorgone giganteggiò; laonde non m'è 
dato di portarne giudizio, perchè 
se il Pitrè sa discutere di più fa- 
coltà con cognizione di causa, io 
non posso dar sentenza in nessuna, 
non essendo né filologo , né filosofo, 
nò letterato, ma solamente im a- 
matore ardentissimo di quanto sì 
opera dai sapienti e dai buoni a 
gloria e progresso della nazione 
Italiana. 

S. M. 

Per le none StdUmuhVilkmue- 
va. Proverbi e Canti popolari 
siciliani, illtutroH da Giuseppe 
PiTRÈ. — Palermo, 1869. 
Nel gennaio di quesl*anno Te- j 

simio Napoleone Sicihano sposava a 



moglie la gentilissima Teresa Villa- 
nueva : ed m si bella circostanza il 
chìarìssimo professore Giuseppa Pi- 
trè offriva all'amico un centinaio tn 
proverbi e canti siciliani per hii rac- 
colti dalla bocca del popolo, e qui e 
qua annotati. Chi spregia il volgo 
profano non guarda pib che tanto, o 
guarda come semplice curiosità i 
canti e i proverbi ; ma coloro coi 
diede natura ingegno bastevole a ca> 
pire ogni ragione di bello , sanno 
vedere in queste tradizioni popolari, 
che oramai occupano tanti studiosi, 
non pur la schietta manifestazione 
dell'indole, delle tendenze, de* co- 
stumi del popolo, ma anche la su 
storia, la sua scienza, Farte soa. 

/ Proverbi siciliani, die il 
Pitrè ha spigolati per questa rac- 
colta di nozze, riguardano la donna 
in quabivoglia sua condizione so- 
ciale, e in quella soprattutto di 
sposa ; e sono de* più espressivi che 
la sapienza popolare aobia forma- 
lato in lode della, donna. I CanU 
pop(^ariy che vengon dietro a'Pro- 
verbi, riferiscono pur essi alla donna, 
e sono impressi di tale carattere, 
che ben si vede come vi prevalga 
r elemento orientale. In Sicilia in- 
faitì giganteggia alla fantasia dd 
popolo ouel Levante che pare la 
mèta delle aspirazioni dell'ignoto 
cantore, d*onae parte, dove ritonu 
e si muove ogni più bella cosa. 

Molto opportuna dunque in oc- 
casione di nozze è stata 1 eletta di 
Proverbi e Rispetti e Fiori inediti, 
offerti air amico dal Pitrè , il onale 
s* è messo a tutf uomo a raccogliere 
ed illustrare i Ganti popolari deDa 
Sicilia, che gioveranno aa arricchire 
la collana di tutti i Ganti popolari 
d'Italia e delle sue Isole; coUana 
ingemmata di spontanee bellezze, é 
perle e gioielli che splendono m 
tutti i colori dell'iride. 

S. M. 



LA MATERIA DEL MORGANTE 



m m HiNoTo vomx <:avmlkiiksco m\. sEcom xv 



ijinìt voi M" il |Wg. i^l >' M»];; tioMhtl r IMHM 



ni. 



Se Uno ad ora io spero aver sodrlisfallfì al tinto 

cnrio^itó dei lettori, di qui innanzi .sarò invucr l'oslrelto 

Ust^ian* st^fiza risposta molle domande che mi [>oli'elv 

da loro essere rivolle. Chi fa l'autore MV Orhmdo'' 

|i> non lo so, ne forse si sa[)r?i j^nammai. Che fosse fio 

l'nUnti lo argomento con una certa simrezza non solo 

b qne^iln, che fiorentina è quasi tutti la nostra leltera- 

iim n)manzo.sca del secolo XV, ma ancora da due luo^'hi 

lsuo poema: 



(V 98) Nostro signor si chiama re Vergante, 

Più cnidel uom che "o questo oiomlo sia; 
Dispregia Iddio, Macone e Treviganle, 
E S(in Giovanni,^ "l figliiiol di Maria. 
^V 166) Ora udrete la legge che teiiea, 
E sMsd egli era pagan disperato; 
Nel verace Iddio già non credea, 
Ne 'n San Giovanni e nessun fciltezzato. 

ti 



— 3S4 — 

Chi sa qual peso si attribuisse nel Medio Evo a) santo 
protettore della città, e eome ciascuna terra e borgata 
pretendesse che il suo fosse dappiù di quello di tutte 
le altre, intenderà bene come in questi luoghi T avere 
Fautore nominato S. Giovanni equivalga quasi ad un do- 
cumento, che ce lo dimostrasse battezzato di contro a Santa 
Maria del Fiore. 

Dell'età in cui egli abbia vissuto, è assai malagevole 
giudicare; dal modo col quale il Pulci nella stanza 153 
del Canto XIX parla del cantare d'Or/ando, si potrebbe sup- 
porre che scrivesse tra il 1400 e il 1430. Un passo per altro 
delP Orlando sembrerebbe assegnare alla scrittura una data 
alquanto più antica: 

(f.** 75) Vedeasi Febo i razzi accendere 

Verso levante e '1 suo porto mostrava, 
E al ponente il suo colore iscendere 
Ed a soluto (?) forte fiammeggiava, 
Quando el maestro alla storia a distendere; 
Poi offrendo a colui che la rimava 
Mille trecento quattro con ottanta. 
Ritorno a dir la storia che si canta. 

Ec^ a parer mio il significato degli ultimi quattro versi di 
questo confuso guazzabuglio di parole: « Un maestro com- 
pose in prosa V Orlando e lo diede a un rimatore, il quale 
nel 1384 lo poneva in versi ». Che significhi qui maestro, 
sarà chiaro a chi rammenti come con questo nome chiami 
se medesimo Andrea da Barberino, T autore delPAiolfo e 
di altri romanzi parecchi. Ora se si giudica a priori e 
dair andamento generale della storia della nostra lettera- 
tura romanzesca , questa data , sebbene non assolutamente 
inverisimile, può sembrare alquanto troppo antica, giacché 
e la lingua, e lo stile, e i racconti parrebbero piuttosto as- 
segnare la composizione alla prima metà del secolo XV. 



Ì0, 



— lìlìiì — 

!è argomefilo dì maggiore antichi^ si può dedurre, a mio 

udizio, da alcune poche voci e Tra^i antiquate , qua e là 

per il poema , le quali potevano agevolmenle essere 

o.ssa anche a un poeta di età assai più larda dalla 

dizione non mai interrotta dei cantatori da piazza; tal 

bero parmigio per ]>arilà; visaggio, rimeggio, nwe-, 

, assembro, governale per balio, mostrar sembragtia 

per sembrare , maniero per esperto o accorto ( E Durliìh 

dana metui si maniero) ^ dolzore, ardiianza, e che altro 

io. Di più non è qui a dimentiiMre una forma di gcni- 

xo senza preposizione, che i nostri paiono aver avuto 

dai rrancesi, e di cui non è traccia nel Pulci; E quel re 

Mia kgge Trevigante, per la Dio boutade , etc. Tuttavia 

elisa che mi fa piii d'ogni altra peritoso ad aixettare 

dat;i contenuta nella stanza riportata dianzi, si è il dubbio 

questa ottava, insieme con molte altre consimili, non 

dal primo amore. Ecco come stanno le rose. 
Dopa la stanza d' invocazione, che manca sohì qualche 
irì^ima volta al principio dei singoli canti, segue qnasi 
mj»re un' ottava, dtìve si descrive il tempo dell' anno in 
Ili si suiqnuigono ac^dere ì fatti che si stanno per narrare, 
correndo a dati a^àtrologici , oppure alle immagini dei venti 
le si quietano o che prendono ad agitare le onde, degli 
rrelli che cantano e altre simili. Cosa peggiore di riueste 
izionì non si potrebbe pensare, tanta vi è la confiisitHie 
sinUtòsi e dei concetti. Serva di esempio la seguente : 



(C* Vn) Era già il ciirro a mezzo Jel cammino, 
Ogni razzo di stella si scorgea, 
E lo splendor sembrava un oro lino, 
Nel punto d' Apollo si percotea, 
E n^ era volto già verso il maUino, 
Quando la gente di tanta nomea. 
Or ritorniamo al dir dov' io lassai; 
Piji bella storia non udiste mai. 



— 356 — 
È Tero che tra Unte sUnze caittive ?e ne ha pure qualcuna 
DOD ispregeTOle: 

{C: LMII) Già rìscaMaTa tatto runiverso, 

E 'ì carro sormoolava neli' altura; 
CaDta\'a r osigniiol con dolce verso, 
Gli animali segoivan la pastura; 
E le fontane jsopra 1 color perso 
Scendendo i colli sopra alla pianura, 
E mormorando vanno i finmicelli, 
Dando diletto a donne ed a donzelli. 

11 sopra che guasta senso nel quinto verso è certamente, 
un errore dell' amanuense, derivato dall' aver egli lasciato 
scorrere rocchio alla linea succesàva. Ma le stanze di 
questa fatta sono rariss'une, e in generale s' ha a dire che 
lo stile di queste descrizioni differisce non poco da qnello 
del poema, incolto sì, ma non mai confuso in guisa siffatta. 
S' aggiunga Y artifiziosità del pensiero stesso di cominciare 
ogni canto a questo modo, tale che mal poteva nascere 
nella mente di un uomo di poca coltura, quale si appalesa 
in ogni parte il nostro autore. Di più queste descrizioni 
vengono talvolta a discordare dal contesto della narrazione; 
poiché chi le compose, volendo per lo più s^^uitare la 
successione dei mesi, assegnando ad un canto il Gennaio, 
al seguente il Febbraio e cosi via , viene a porre un inter- 
vallo, ora troppo grande, ora troppo piccolo , perchè v' ab- 
biano a capire le cose narrate. A tutto questo s' aggiunga 
che i canti , contro il costume generale , finiscono per lo più 
senza commiato , cosicché tolta di mezzo V invocazione e la 
descrizione del tempo, non che talvolta una terza ottava 
in cui si rìclìiama alla memoria la materia esposta innanzi, 
il racconto non soffre per nulla e il fine d' un canto viene 
a combaciare esattamente colla prima stanza narrativa del 
seguente: cose tutte le quali non hanno luogo in nessun 



~ 357 — 

Itro dei nostri poemi cavalleresclu. Sì osservi ancora die 

iialche volta non sembra nepimre potersi far pausa al 

line deli^ ultima stanza, 6ibl>ene è necessario leggere 

seguilo il principio della narrazione tìel canto seguente. 

ìueslu fatto apparirà chiaro a chi legga I' ultima ottava 

.canto LIU e la terza del LIV: 

(V 181) Fassj chiamare r Uliva donzella; 

In ftibìloniii il suo padre hi morto, 
E 1 suo fratel da quella genie fella, 
El quale era guerriero molto accorto. 
Udendo Orlando s\ flUUt novella, 
Rispose: V sono stato in quel l>cl porlo; 
Ouella donzella con vaghi sembianti 
Difessi fu di\ noi da fìei' giganti; 
E del suo padre e del suo liuon fratello 
Rinaldo e io facemmo la vendetta; 
E questo giuro a Cristo signor bello; 
Mollo tenuta ci è la giovinetta. 

ptio mai supporre che Ira queste due stanze V autore 
)lesse interporre due altre, afliitlo esti'anee, e per di più 
inlen-allo *li tempo che doveva sempre trascorrere Ira 
recitazione di due canti? Né è a tacere che dove noi 
amo il commiato, si può senza alcun nocumeiUo togliere 
r ultima staiiza, giacche quivi non si dice nulla die 
000 sia ripetuto a [mutino nella prima ottava narrativa 
canto successivo, la quale in tal caso viene a cumba- 
perfeltamenle colla penultima di quello clie precede. 
acradé ad esempio fra il primo cantare e il secondo: 

Alla tinestra il gigante n* andava 
E vide Orlando, quei kirou perfeUo. 
E a lui dice: Che vai lu cercando? 
Al gigante rispose il conte Orlando: 



— 358 — 
lo vengo per punire i tuoi peccati. 

Come io ho fatto de' tuoi due fratelli. 
Che a questo poggio stavano attendati, 
Siccome traditor malvagi e Mi. 
Neir altro seguirò questi trattati, 
Se Dio vorrà e ' suoi angeli bellL 
Seguirowi la storia e M bel cantare. 
Dal mal vi guardi quel che non ha pare, 
n, 3. Orlando dice: Io vengo per punire 
I tuoi peccati, traditor fellone; 
A' tuoi fratelli ho dato gran martire, 
Aiutare non gU ha potuto il tuo Macone, etc. 

Adunque mi pare esservi ragioni più die bastanti per con- 
siderare come interpolate tutte le invocazioni, le descri- 
zioni e.i commiati; onde sembra doversi anche argomentare 
che il primo autore non dividesse in canti il suo poona. 
Ecco adunque il perchè sulla sola fede della stanza dianzi 
recata io non m' attento di assegnare precisameote al 1384 
la composizione delP Orlando. Nondimeno questa stanza 
può ancora conservare una certa autorità, giacché T inter- 
polazione fu fatta senza dubbio anteriormente al Pulci. E 
invero noi abbiamo già osservato che alcune tra le ottave 
d' invocazione con cui' cominciano i suoi canti si appalesano 
derivate dall' Orlando; ora poi non importa meno far notare; 
trovarsi ancora in lui le traccie delle descrizioni del tempo, 
introdotte dall'interpolatore. Per chiarire la cosa si con- 
fronti la 2* stanza del XIV cantare dell' Orlando colla ¥ 
del IX del Morgante: 

{Orlando f.^ 52) (Morganle) 

Nel bel se(^no di Tauro era montalo Febo avea gik nell' Oceano il volto 

Febo salendo col carro d' oro, E bagnava fra l'onde i suoi cria d'auro, 

E Marte si vcdea quaP era armato,» E dal nostro omtsièro aveva tolto 

Ogni animai fuggiva nel suo toro; Ogni splendor , lasciando il suo bd lauro, 

Per li gran venti il mare era crucciato, Dal qual fu già miseramente sctoUo; 

Prestando a' naviganti gran martore Era nel tempo che più scalda il Tamro, 

IVr la dubbiosa e spiatatn tempesta. Quando il Danese e gli altri al padìgKone 

Ritorno .1 !togiiilar (lolla gran gi-sla. Si ritrovar del grande Erroinionc. 




— 35U — 

E dò basti quanto air età. Ilispetlo poi alla conilizknìi' 

[jir amore, molti, e io slesso tU principio, indiinernnno 

credf*rl(» uno dei ìM)IìU cantatori da piazza. Per venta 

jli ha mollo di comune con costoro: soprattutto la forma 

Ita e rozza del verso e della rim:i. Infalli gran nu- 

dei suoi versi sono o troppo brevi o troppo lunghi, e 

jieppure colla miglior volontà del mondo di attribuire 

guasti air amanuense si ponno ridurre a giusta misura. 

errati, |>er esempio, sono tutti cpielli in coi e nominalo 

[i/ Veyiio della Montagna j» nome che mal poteva capire 

OD endecasillai)o , cosicché il Pulci si vide costretto a 

lire scfmpre 1/ Veglio e nulla piiì, Quanto poi alle rime, 

bjMla per ottenerle egli introduce trasi al tulio inutili, 

spesso fa rimare parole le quali non danno altro 

un' assonanza ; tali sono giunti e isconti , pelle e sella, 

fracassio e cammino, donarono e subitatm, holla e rar- 

4ia^ iesoro e cuore ^ Gano e gramo, oro e calm'e, ser- 

e albergatore, e altre molte. Frequente è pure il 

caso che una parola rimi con se medesima, come nella 

stanza seguente: 

(t* 9) E ragionaniJo di cotal ventw^a , 
Morganle quello sbergo sì melOa, 
Quarera hello e Torle oUraraisura, 
Beucliè la ruggio coperlo l'avia. 
n gran gigante di buona ventura 
Un cappello ha irovak), in fede mia. 
Tutto d^icciaio, ed era molto grosso: 
Poselo in capo a quello isbergo (p*osso* 

rmancano neppure esempi di ottave che abbiano due 
rime in luogo di tre; tale è questa, dove per di più 
la medesima parola al termine del quinto verso 
il' ottavo : 



— 360 — 

(f."" 30) Molta gente venia per vedere 

I tre baroni in sulla piazza armati; 
Ben senibravan baron di gran potere; 
Tutti i pagan si son maravig^ti. 
Fuor ddla porta uscir senza temere. 
Li cavagli eran tutti covertatL 
Niuna gente ha lor dietro a tenere, 
Perchè della paura ciascuno ha temere. 

Oltre a questi difetti U nostro autore ha comuni altresì 
coi cantatori da piazza moltissime frasi, quali sarebbero le 
seguenti : gesta naturcUe, a tal sermone ^ baron di valimento, 
stella diay a tai mestieri y al mio parere^ il gigante natu- 
rale, per tali tenori, il baron signorile, rosa di verzieri, per 
tal diporto, senza alcun riparo, a tal mercato, fratd se- 
reno, baron di nomea, baron gradito, udendo colai corh 
venenti, a tai sermoni, per tale appello, barone adatto, e 
mille altre, le quaU tutte si trovano come rì^npitivo in 
fine di verso. 

Ciò nondimeno io non reputo U poeta un cantatore da 
piazza, sibbene un uomo né nobile né affitto plebeo, che 
poetava per suo piacere , sebbene forse non senza nutrire 
nella mente il pensiero di affidare poi il suo manoscritto 
a qualche cantambanco, che lo andasse a recitare pe' canti, 
com' era in quel tempo costume ; insomma io me lo im- 
magino qualcosa di simile a quel poeta singolare che fu 
nel secolo XIV Antonio Pucci. M' induce in questa credenza 
il non trovare neir Orlando la frase signori e buona gente, 
che non manca mai nelle composizioni dei cantatori, e 
il non rinvenirvi ammonimenti di sorta agli irrequieti e 
non sempre generosi ascoltatori. Di più se il poeta avesse 
appartenuto a questa classe di gente, non avrebbe certo 
trascurato di scompartire per canti il suo poema, cosa che 
per contro egli non sembra aver fatto. Da ultimo paiono 
dimostrarlo uomo alquanto piìi colto di costoro certe simi- 



— 361 — 

sdiiu, die cominciando dal f.'' 12fl si Irò vano non infre- 
inenlì neìV Orlando ^ nvii die indarno si cenlieieliliero nei 
Limi dei cantatori da piazza. Eccone fjiialcuna : 

(V 129) Non allrimenti il giMri cignar che sente 
Per lo bosco e cacciator co' lor inastimi» 
E fugge e baile forte deote coti dente 
E di fuggire cercaudo e conlini 
Non sa (jual via più soliiiga di genie 
Sia a lui, sempre ricciaiitlo e crini. 
In su in giù, in (|ua in là eorrendo 
Vanno per lo diserto tuttora fuggendo, 
Così il gran gigante smisuralo, eie. 

(t* 14?) Non altrimenti 1* albero cresciuto 

Ouando da piei colle scui'e si triglia. 

La cima ipja e \à fa suo riniulo, 

Per voler cadere mosu*a seinbrai^lia; 

É 1 fiero drago che 1 sangue Ita perdubi 

Mena hi coda e lutto si frastaglia, 

Tutto iliualdo cosi si diguizza; 

La gran pena gli abbonda colla slkz;K 

^{l" 142) Come la pecorella eh' ha vedulo 

Il lupo, senza guardia del maslino. 
Conio si danza a suono di liuto, 
Come a sparvieri fugge r uccellino, 
Cosi correva il po^iol combatluio 
Dal Veglio e dal gr^an conte paladino. 
Da tflivier, quello ardito barone. 
Da Hicciardetto e Rinaldo d* Anione* 



Parrà strano, io penso, che un uomo fornito di una 
A scarsa, quale appare il nostro poeta, abbia sa- 
tioodimeno inventare una tela, die è sembrala assai 
a tutu gli storici della nostra letteratura, e per 



— 362 ^ 
la quale il Pulci si è scroccato immerìtamente gran copia 
di lodi. La cosa è singolare per c^rto, ma tuttavia non 
potreblie dirsi per nulla impossibile, poiché gli encomil 
sperticati dei nostri uomini di lettere derivarono in gran 
parte dair ignoranza perfetta o quasi della letteratura ro- 
manzesca anteriore al Morgante. A chi invece abbia fotto 
della medesima uno studio diligente, la materia di quest" ul- 
timo par tutr altro che nuova, e il poema si presenta non 
più come un' opera unica nel suo genere, sibbene come 
un esemplare, sia pur bello e ammirabile quanto si vuole, 
di una specie assai numerosa. La nimicizia di Gano coi 
Ghiaramontesi e le sue arti per aggirar Garlo a loro danno, 
lungi dall'essere proprie del Morgante e delP Orlando, sodo 
fondamento di un buon numero tra i romanzi antmorì. 
Fuori di questo non mette neppur conto parlare di un vero 
disegno generale del poema, poiché né l'autore ieWOrlando 
né quello del Morgante hanno posto gran cura nel^a^ 
chitettarlo: tanto é vero che letto una o due volte l'uno 
r altro, non si saprebbe per modo alcuno riassumerne 
l' argomento. Ma se poi ci volgiamo ai particolari, ci avve- 
diamo agevolmente che il primo inventore, lungi dall' aver 
tratto ogni cosa dalla sua fantasia, ha imitato molte parti 
dei romanzi più antichi, sì francesi che italiani. E qui mi 
sarebbe facile mostrare quanto egli debba al Gavaliere del 
Lione, alla Storia di Rinaldo, all'Entrée en Espagne e ad 
altre opere ancora; ma perchè questa é cosa che mi 
svierebbe dallo scopo speciaUssimo , che mi sono prefisso 
in questo scritto, ne riserbo la trattazione a migliore op- 
portunità. Per tutte queste ragioni adunque la nostra mara- 
viglia per l'invenzione del Morgante si fa di gran lunga 
minore, tanto da toglierci in gran parte la ritrosia che 
sentivamo ad attribuirla a un uomo di mediocre ingegno 
e coltura. Pure in questo caso ci si presenta fors' anco 
una via migliore per scansare ogni difficoltà, e questa 



— 363 — 
^nmhi nel cretlere fino a un cerio segno al poela ciò idr 
più d^ nn Inopo ci dici? intorno ìiIF origine delle sue nnr- 
>ui. Invero a convalidare le cose dette egli si ricliiania 
a dei fonti» dicendo ad esempio (f," 4) Se 7 mio dir 
non mente; (f.' 7) Secomio dèe la storia parla e dice; (Ib.) 
Come racconta el mio cantare e dire; {V Ì8) Come dice 
Ja $$oria degli attori; (L" 49) Secomio che racconta la scrii- 
i; {V 33) Come il libro pone; {C 65) Se V cantar non 
Altrove poi troviamo queste altre frasi ancor più 
ili: (f. ' 8) Morgante eh' io ho in conto nella prosa: 
02) Se la storia francesca già non erra; (C 127) Se la 
francesca ben discerro; (V 133) Come racconta 
ftantesco latitw; (f/ 150) Si come nel francesco trovo 
iUih Adiiuffue il poeta afìerma di aver tratto la sua 
materia da iia romanzo in prosa , lo che noi gli poì^sìamo 
bau credere, «?iaccliè tale è r origine di l»uoria parte dei 
Wislri poemi cavallerescla del secolo XV: non gli crede- 
remo per contro, ne forse egli slesso lo volle intendere 
eoa quel suo epìteto di francesco, che colai romanzo 
di Francia, ^nacchè i caratteri e V ordito stesso della 
I, fondata sulla nimicizia tra Maganza e Chiaramonte 
TimbeciUilà di Carlo, mostrano apertamente i seRui di- 
^ del romanzo cavalleresco italiano. Solo potrebbe 
K benché a me paia alTalto improbabile ^ clie si 
iratUsse di un poema franco-italiano : se cosi fossa, la voc43 
non sifTuificherebbe qui discorso sciolto da ogni le^r^'e 
lira, ma sarebbe adoperala ad esprimere la forma della 
irade monorime in contrapposizione con quella più i>oetÌca 
lelFotUTa. presso a poco come nel passo dantesco: 

Versi d' amore e prose di romanzi 
Soverchiò tutti. 




rt re^ ad acquistar una certa fede al nostro autore 
In questi sua asserzione, giova osservare come mentre 



— 364 — 
il inilci cita bene spesso Turpino per cose che non hanno 
a far nulla colla falsa cronaca attriboìta a costui, egli invece, 
più* richiamandosi spesso, come abbiamo veduto, a dei fonti, 
non invoca neppure una sola volta P autorità del Vescovo 
Remense. E in questo luogo non dimenticheremo neppure 
la stanza che ci dette occasione di lungo discorso, poiché 
sebbene sia a considerare come un' Interpolazione, fu non- 
dimeno introdotta avanti i tempi del Pulci e certo da per- 
sona che poteva avere in proposito notizie assai più sicure 
delle nostre; pertanto P affermazione ivi contenuta, che 
r Orlando sia stato composto sopra un libro in prosa, viene 
ancor essa a raffermare non poco la credenza a cm' già 
siamo condotti da altre ragioni. 

Svolte per tal guisa tutte le questioni a cui poteva 
dar luogo il ritrovamento del poema lanrenziano, non mi 
resta che a sottoporre al giudizio dei pazienti lettori qualche 
lungo squarcio del medesimo, affinchè ognuno possa anch^> 
da sé stesso fere la riprova delle cose da me affermate. 
Recherò pertanto parte dei primi cantari, quindi parte del- 
l' episodio di Creonta, che s' incontra verso la fine del 
poema : sembrandomi che dal raffronto di questo con quelli 
venga ad apparir chiaro come Fautore, mano mano che 
procedeva nel suo lavoro, venisse anche a lavarsi di una 
parte delie sue pecche. 

Comincierò da quel luogo del secondo cantare dove 
Oì lamio, uccisi Passamonte e Alabastro, torna con Morgante 
alla badia: 



(f."" 6) E tanto andaro i dua franchi guerrieri 
Che giunti furo alla bella badia; 
Il conte Orlando nobil cavalieri 
Picchiò alla porta colla mente pia; 



— mn — 

(if.JLI,55) I monaci pensando tai mestieri, 
SiUìiUirneme la porla s' apria; 
Ouamlo r abate viclJe quel gigaiiU^ 
Tutto ijuanto si turba poco stante. 
EI conle Orlando vcggendo V aspetto 
Diceva: Santo abate, «latti pace. 
£ lutto quanto gli contò T effetto^ 

(Ib. 56) Come e giganti ciascun morto giace, 
E questo crede in Oisto tenedello, 
Hìjujegato ha Macon, tor Dio fallace; 
A'suoi fratelli taglialo ha le mani. 
Che credevano iieir idoli vani. 
E r abate veggendo quella mena. 
Di ciò si mara\iglìa olirà misura. 
Orlando di Iranelu^zza riserena; 
Il santo abate a Orlando procura, 
Fargli sua vista di franchezza jiiena 
I*er li sembianti e la bella armalura; 
Di ciò ringrcizia Cristo redentore, 
E quanto può s' ingegna fargli onore. 

(t* 7) Non jKjiia dir come fur governati 

Da que* monaci onesli e virtu<lÌosi; 
l*iii di vi stetton ipiei baron pregiali» 
Avendo gi^ bisogno di riposi; 
I, 60) E stando un giorno quei baron nomali 
Per la liadia alquanto pensosi, 
Morgaate el gran gigante un arco vede, 
Onde se *l cinse allor ili buona fede. 
Av^i quella badia gran cinesi ia 
Di buon' acqua, eh' era da lungi assai; 
Urlando dice al gigante una dia: 
Un gran sevigio vo\ se tu vorrai; 

(Ib- 61) Deh va per l'acqua fresca in cortesia; 
Sai eh' ancora piii non ti comandai. 
Ed e' rispose: Mollo volentieri. 
Tolse un barii non già molto leggieri. 



— 366 — 

Tre buon barili o più avea tenuto, 
Secondo che la storia parta e dice; 
Nel diserto ne va el gigante arguto 
A quella fonte si chiara e felice, 
Coir arco a mano el guerrier provveduto, 
Sempre chiamando el guerrier Beatrice; 
L'acqua chiarita attinse poco stante, 
Molto fiero istava quel gigante. 

Attingendo sente un gran fracassio, 
Per lo diserto una fiera tempesta. 
Disse Morgante:«Ora m'aiuti Dio»; 
U capo ahò nella scura foresta. 
(Ih. 62) Una greggia di porci al parer mio 
Vidde venir, tutti correndo a sesta; 
Una freccia in sull'arco allor ponia, 
E quella motta di porci allor giugnla. 

Morgante a un porco saetta. 
Appunto neir occliio V ha ferito; 
Dall'altro lato passò la verretta, 
Subito cadde morto in su 'n quel lito. 
(Ih. 63) Un altro porco giugne mollo in fretta 
Per ferire el gigante invelenito; 
Sopra gli giunse addosso in su 'n quel carco, 
Non vale al saggio baron di tirar l' arco. 

Veggendosi venire il porco addosso. 
In sulla testa gli mena un polzone, 
Che pane eh' egli avesse la man d'osso: 
Morto cadde quel porco rovescione. 
(Ib. 64) E gli altri porci veggendo quel percosso. 
In fuga si mettean per quel vallone. 
Iddio ringrazia il gigante gentile, 
A tanto tira pien d' acqua in su '1 barile. 

Dall' una spalla i due porci gittava, 
Dall' altra il gran barile d' acqua pieno, 
E come vento saltando n' andava, 
Benché dell'acqua gli andava in seno. 



— 367 — 
j (IJ>. 65) Alla badia il gigante arrivava 
K E pur picchiava V uscio nondimeno 

^^H (joMc ginocx^hi.i secondo meglio piiati!: 

^^1 Subito gli fu aperto per ta) note. 

^^^ Veggeiido Orlando el baron caricato 
^^_ Del porco gmsso e di queir aequa fresila, 

^Kf A rider cominciò el baron nomato, 
^(ID- G6) E s\ (licea : E' non mostra che V incresca. 

I monaci V bau tosto iscaricato» 
|(Ib. 67) Dicendo ridendo: Tu rechi delP escju 

II modo tutio il gigante dicea; 
Urlando coir a baie ognun ridea. 

Dì quei porci facevan molta festa, 
E fecerne te^ssare e arroi^tire, 
E le vivande vi fur molto a sesia. 
Come nicconta ci mio ciintare e dire, 
Disse r abaie : baron di podesia,^ 
Poi che veggio ciie se' pieu d' ardire» 
[(ttk 67) Donar ti voglio un cavai molto forte, 

Che molto tempo è stalo in questa corte* 

Morgante nsponde(a): Motto mi piace, 
Benché usato non son di cavalcare. 
Fé' venire il deslrier tanto verace; 
Morgante dice: Io il vorrei provare, 
Orlando rispofKJea; Barone aldace. 
Sali a destrieri e poi l'abbi a trotlai'c. 
Morgante gli rispose: Volentieri. 
Col corpo si giltò sopra al destrieri, 
\V 8) Era U gigante si ^irosso e si grande, 

Che T deslrier s'accosciò col corpo in terra: 
IsmalUr gli fiiceva le vivanile* 
E si scoppiò, se la storia non erra. 
1, 69) El conte Orlamlo molle rise spande, 
Veggendo morto quel cavai di «nrrra. 
Disse Morgante, esseuilo ritto in piede; 
A Cristo Redenlor rendo mercede. 



— 3«8 — 
I>sàc« MoTjame: Come mio gradito, 
E^. tesHBd portar per eortesia. 
Ve£;?eft]o Orfando die n^avea appetito, 
' Ir. 71 1 Dès«: Se t*è a grado portai via. 
I iDQBan e Orlando a tal partito 
«>» 2nB fitica addosso gliel ponia, 
Per eh'edi era si grande quel gigante; 
Ma poi lo cariearoo poco stante. 
□ snn ògante ratto nel portava, 
AUofiso non gii parve aver niente; 
Q conte Orlando ^ maravig^va 
1 1^. Tóì Ve:^;^»hio qnel gigante si possente. 
Nel gran diserto qnel cavai portava 
D Clan Morganie, che è tanto (nacente; 
E poi sì ritornava al nuNustero 
Al conte Orlando qnel gigante guerriero. 
«la>cun maravigliava dello effetto^ 
Ve£:cendo chiedi era tanto forte, 
n conte Orlando mosse questo detto 
Al santo abate, eh* è di queUa corte: 
\ IK 75) Pure al nome di Cristo benedetto, 

Cile tutti scampi noi da mala morte. 
Noi ci voiiani partire di questo paese; 
Iddìo superno sia vostre difese. 
Preinr vi ve' se vi avesse armadura 
Per lo giocante, eh* è di tanto ardire. 
{ Ib. 83) Ed e* gli rìspuose colla mente pura: 
Molte armi vi ha, se le porrà vestire. 
Una camera vecchia e molto scura 
Avea nella badia allo ver dire; 
(Ib. S4) Piena era d*arme rugginosa e antica, 
Di gente fu del monister nimica. 
(Ib. 83) Disse T abate: Ornai qui vedete; 

Se vi ha armadura che vi sia in piacere ^ 
A vostro modo ve la vestirete; 
Ch'io vi sena egli è molto il dovere. 
Alla zambra con meco ne verrete, 



— aoii — 

A vostro senno polri^le valere: 
iVa^ni è T 1 l:i kiiiia, 

rama iii" ^la. 

qiiclb mmtira insieme se n'andaro 
Ole era piena d'urme ruggiiia&ì; 
Oh gi^tì p^z2D iiisieine vi cercaro: 
Non li trovarono a lor inoiJo niun.'i cos,i, 
grande senza alcur» riparo 
ch'io ho in conto m\h i»rosa; 
VU pur cercando uno sberji^o lrovo$si, 
Che mai non ne Tu uiun di più percossi, 

qoi inolttj stanze, che non conlcugoun ntillri che 
cajio iKftaro, e venpfo alla partita doi rlue r(mip.i* 
\ertn **anlare: 

1* Mrlandn saliva m arcione: 

l .' parlis*^^ fioco stante 

(L n, El fonie Orlando e qnel fiero ^n^^nntc. 
^) Per lo diserto meltonsi alla ventura; 

ÌVmoù era a piedi e T altro era a c^i vallo. 
Tutto II «U ciìvalcar per la piamira 
SeÈM trovar ricetu» o altro stallo* 
Cominciava a venir la notte scura: 
Mor;;ante col hattat^lio senza fallo 
(Al conte) Orlando fece diceria: 
L (D'andare avanti io) lio gran pensarla (l), 

■| Gffìui (venta insieme ehhe veduto 
^B Oh p0ibiKÌo nel me^^zo del deserto: 
H SalMlo parla quel conte arguto. 
~ Da eafal si gittò d'arme coperto: 
1^^ E liifiò Rondello quei cavai nienibruta 
^1 Trovò dei gran palagio V uscio a|>erto, 
" Su per la scala ciascun si rnettea 

E due franchi haron di liran noinoa. 



^hm 



%' è Otta Ui-vj-iidira «ri io^ìui. 

25 



— 370 — 

Su in una sala ciascun fu arrivalo^ 
Mai non si \idde una tanto bella; 
E riccamente là v* è apparecchiato 
(iV. 11, 19) Una tavola d'or lucente e bdla. 

Con fominienti d'argento in ogni lato, 
E useglieri tazze pib chiare che stella. 
Con tovaglie di seta e più dintorno 
Carbonchi che rilucon come il giorno. 

Le vivande v'avean di più ragioni, 
Pavoni e stame e lepri e fagiani^ 
Cervi conigli e grassi capponi, 
(Ib. 24) Pane bianco e buoni vini sani, 

E altre vivande di più condizioni, 
(Jh'io non dico, domestichi e lontani: 
El gigante vedendo le vivande 
Subito fece uno sbaviglio grande. 

Orlando dice: Tu ha'pescoria. 
Ponti a mensa e io ti servirone. 
Persone non v'avea clf al mondo sia, 
(Ib. 24) Onde a mangiare ciascun s'assettone, 
Ringraziando la Vergine Mani. 
Quel che fu lor mestieri ognun mangione, 
E poi eh' ebbon mangiato a lor diletto, 
Spogliaronsi ciascuno in antico letto. 

Disse Orlando: Persona non veggio. 
Di questo aftar mi fa gran maravigha. 
Disse il gigante: Peggio non ci veggio, 
Non mi curo di santi o di famiglia: 
Poich'io m'ho pieno il ventre in questo seggi 
Doman, se t'è in piacere, il cammin piglia: 
Mill'anni parmi venire alle mani 
Con que'che fur di mia legge pagani. 

Posorsi quella notte i dua guerrieri, 
Poiché è giorno ciascun si levava, 
E scendendo la scala a tai mestieri, 
(Ib. 25) Ognun di loro Cristo ringraziava. 

Volendo Orìando trovare il destrieri. 



— 37! — 

Brievcmeriie h povUi mn irò va va; 

Ciascuno in giù in sti si cahj. 

Dove che vanno rilornano in sala. 
Tre giorni diniororno in tali orrori. 

Benctii^ v'aveva da mangiare e bere; 

Ognun sente nel cnor molli rJolori, 
Ih. 29) D'esser «jiiivi hanno a temere, 

Andaodo un giorno e guerrier di valori 

iVrrivonio a trna logi^ia al mio (varcre; 

Mirando Orlando vidde nna lomba, 

Il loro fiivellar mollo rimtjouìba. 
Una vc)ce sentiva poco stante, 

La (jual dicea: liiron, voi siete errali; 

Ninno di voi ci uscirà se mn r|nando 
\) Iiisicinemenle jt^tremo azzutliili. 

Udendo quella voce il conte Orlando, 

Rinj^nizid Cristo e sua santi lieati. 
F^ Dicendo: Iddio, io ti ringrazio e Iorio, 

Poi che grazia mi fai che nna voce odo. 
Della lomba esce ifuella voce forte. 

Dice il gigante: Ora ci aiuti Dio; 

31) Se noi vogliam scampar dalla ria morte, 
Convienci aprir la tomba, al parer mio. 
Tu vedi ctie murale son le porte: 
Uscire non possiam né tu ned io; 
A(»riam la lomha. se Vì^ in piacimenio. 
Kispuosc il conte Urlamlo: Io son contento. 

Il gran gigante il coperchio gliermia. 
Per forza a gran pona l'ebbe alzalo: 

32) Un dimon maladello fuore uscia, 
OuaPera nero più che uno carbon morato. 
Uscito dall* tomba non biggìa. 
Ma col buon conte Orlando fu abbracciato. 

i) '' I el conte che niente PazzalTa, 

;. . ,.; lu lui e niente lo stalla. 

Uorgante allor la lapida lasciava, 
E disse: Vuoi ch'io t'aiuti, compagnone? 



— 372 — 
Il c^mt Oriaiiilo al gigante partava: 
Ln te MB Togiìo aiolo d* un bottone. 
E «iBd dìmaio na scossa gli dava; 
«.Manlio ODO u piei s'inginoochiODe, 
Ma prelo si driiià. come odo e intendo, 
E qttd dìBoaìo Teaiva seotendo. 

Una scassa ^ die si btu e tale. 
ilÈt a suo dispetto il poneva a sedere; 
Ma pur si lina il dimon micidiale, 
E sempre Orlando avea fiermo a tenere. 
( IK. ^ì Ve^eendo ciò el gigante naturate. 

librai suo compagno ha fatto dispiacere. 
Mise mano al battaglio che portava. 
E un feroce colpo gli donava. 

txHne una squilla quel colpo rimbomba, 
A quel dimenio già mal non facea; 
Pur si piegò come persona gomba, 
Ma dì quel grave colpo si ridea. 
<Ib. 34) Corse il gigante come pietra fromba. 
Alle caviglie il dimonio prendea; 
Per fona nella tomba lo remise: 
Veggendo il conte T effetto si rise. 

Il dimoDìo gridava: Non serrare, 
(^he se tu serri mai non uscirai. 
Perchè questo punto lio avuto aspettare, 
E tutto r effetto tu udirai. 
(Ib. 35) Orlando, quel gigante ha' battezzare . 
Poi dov'egli è andar te ne porrai. 
Buon gigante, come tu se^n fatto. 
<]onviensi battezzare a ogni patto. 

Se questa tomba mi sarà aperta. 
Non vi farò più noia né increscimento. 
(Jb. 36) Orlando udendo questa tema cena, 
Contento fu il baron di valimento: 
Perchè la mente avia quasi diserta 
Ringraziava Dio di buon talento. 
Disse al gigante: Io ti vo' battezzare. 



— 373 — 

Ed e'rwpuose; Fa ciò che ti pjii'e. 
deU'/ici^iia nel nome di Dìo» 
'I bntte7.zò i\e\ palagio sovrano. 
36) £1 gran brigante n'ha mollo disto, 
r ch'egli V vero cristiano. 

>. t seguirò el cantar tnio, 

Se t Oislo piacerà, questo è cenano: 
Ora udirete <1el hnon paladino. 
^Qufd ciie gli avvenne |)er lo cammino. 

esempio i-h' In riporto appartiene ai cantari 

e ijuaranlotto. Comincio fini luo^^o in cui 

e U stta brigata, penetrati nel cortile del castello 

I, hanno messo a morte i giganti suoi figlinoli. 

Morto el gigante, la fiera Creontì 
liei gran pnlairio uscì, forte stritlendo, 
•XXI, E *n lai T»e<|ui2ia e'n (tal) superbia monta, 
I) 1 crin del capo si va divegliendo. 
Nostra briv^ita tanto ardila e pronta 
Si fanno inver di lei così dicendo: 
Ora fi aiuta. Vergine superna, 
U «^t'è una diavoles^sa deir inferno, 
OrtMiù Riluse addosso ad Aldengtiieri, 
♦ ite co^li unirliion lo scudo ^li st>ezzava, 
t ^uej baron, che sente i colpì fieri, 
1^ Miaoò la sfiada e un gnin colpo gli dava. 
vello, forte più che di cimieri. 
La !i|ada punto allor non accamava; 
Inverso Paria faceva ritorno, 

Aldcni^hier sentiva molto scorno. 
Ipi ^li menava ijuel barone, 
Ma aih niente uli può ace^imare; 

r*ia il s^^enlile caiTipionc, 
qu iiiiessa ebbe abhjaccmrc. 

nLi allor, vedendo t;d sermone. 
Lbbracrtò lui e via ne V ha a portare. 



— 374 — 

Rinaldo corse e presda pd crino, 
Dicendo: Tu ne porli el mio cugino. 
Tu noi ne porterai per questa fiata. 
La donna con snperlHa lo strignea, 
Credendo fvgli crepar la curata; 
Ed Àlden^eri un gran grido mettea: 
Omè! Rinaldo, che a questa fiata 
r mi seirto venir la morte rea. 
Rinaldo, udendo questo, e^non s^infigne: 

(Ib. 43) Con due roani nella gria la strignie: 
Per tal virtù, che quel baron lasciava, 
E quasi pare uscito della mante. 
Riiuldo allor la dama abbandonava, 
Ond'ella paria con tal oonvenente: 
Vostro ferire già niente mi grava, 

(Ib. 43) Che nuocer non mi potete una lente; 
Con tutta Parme eh' è in questo mondo 
Nuocer non mi potresti uno ritondo. 
Se tutti a un'otta m'arete a ferire 
Non mi dannaggiareste d'un bisante, 
E mai non mi potresti far morire; 
Questo vi giuro pel Dio Treviganle; 

(Ib. 45) E quinci mai non potrete partire. 

Sol per Io 'ncantamento eh' ho davante. 
Nostri baroni, udendo tale effetto, 
Ciascun chiamava Cristo benedetto. 
Disse Creonta: Per vostra bellezza 
Non \i vo'fare nulla vUlania, 
Perchè conosco la gran gentilezza 

(Ib. 50) Che regna nella vostra casa pia; 
E dimenticherò la gran tristezza 
De' miei figUuoi per vostra leggiadria. 
Partir non vi porete a niun patto; 
Perdono a voi ciò che m'avete fette. 
Dimise Rinaldo: <c Una grazia ti chieggio. > 
Ella rìspuose: « D), guerrier sovrano. )) 
« Po* che rinchiusi siamo in questo seggio, 



— 375 — 

Cavate ili prìirion nosuo cristiano; 
Poi che uscire non può niun cirio veggio, 
Facci venir noslro compagno Gaiio. « 
Disse Creoiita: <« VolejUier ùirollo, n 
AJla cisterna corse e fuor cavollo. 



ari quarantasette , incominciaDO 48. 



■ari 

Pbserere, Signor deir Universo, 
Padre e Figliuolo e Spìrito santo; 
£saudi r orazione a verso a verso. 
Perchè mi cuopro con tuo degno ammanto. 
Per te, Gasii, il «limonio Fu sommerso 
Sol per difender me d'angoscia e pianto. 
Tulle le cose per te son deritte, 

rSeconcJo il vero Iddio genuile, 
a già il sol nel (Capricorno isceso, 
E1 terzo del c^mmin già irapassava; 
Ed era d gran Mercurio lutto acceso, 
I E *l l»el rarro dell'oro el seguitava. 
H Marin di gran valore era compreso, 
' E scirocco per forza tramontava, 

Percoiendo i nocchier, le navi eMcgnl: 

rTomo a seguir la storia con ingegni. 
pregionato Gan forte correa, 
E 'nginocchiossi dinanzi a* fjaroni, 
E "n UJ maniera iuver di lor dicea: 

■ Io \ì ringrazio, franclii campioni. 
Ch'io son campato dalla morte rea. 
Rinaldo udendo allor coLai sermoni 
Diceva a Gano: Leva su compagno, 
H Dio li tolga fortuna e dia guadagno* 
e! Gan <licea : Perchè non uccidete 
Questo dimonio» cfj'è lanlo infornale? 
Disse Rinaldo: Ella [ìa addosso una rete. 
Le spade non le fanno ni un male, 
E Gun rispuose: Me lasciar farete 



— 376 — 

Colla mia spada forte e naturale. 

Subito corse a quella gigaotessa, 

A darle coaùiiciaTa molta ressa. 
(ì>Ila spada le die molte sprvtgAe^ 

Ma de* suoi colpi neate » cura; 

La spada toma in aria più fiale. 

Ella non ha tremore né paura. 
(It!L 51) Sì come fanm Faltre indemoniate. 

Che son coperte di tanta bnttora* 

De* gru colpi di Gano si ridea. 

E oome io dico beffe si fMea. 
E Rinaldo mirando tale albre, 

f^ 1 conte Gano man male le 6ce. 

A kn diceva: Lasciami provare 

Sed io la posso corre in contomace. 

FnKberta trasse e on gran colpo gli ha d;ire, 
(Ib. 5^ì Ed eDa ride e coDa bocca tace. 

Orlando dioe: T to^ ire a provamii 

Se quel cuoio è più duro che rarmL 
Doriìndana con due man strigne forte. 

In sulb t«ia un gran colpo le dava: 

Ben si credette donarli la morte. 

In fliun ano già non raceamaTa. 
{ lÌK 5:?> E quelb den colle menti accorte 

Io tal minìen inver di lor parlava: 

Non vi bisogna dì durar Citica. 

Onevler non mi volete perth* io il dica. 
N'Àver non mi potete di niente. 

Né di juesto caste! potete uscire. 

N*>sm toroni udefrJo el convellente 

«>^un portava gravoso martire. 

(Jriamfo dice: Proviam di presente. 
V Itv. ò:?"^ Se per niun mcilo ne possiamo ire. 

Inver le pone si mìsou davante: 

Trovanonle serrale tutte quante. 
«.('jJe ci^bcun sì raewmanda a Dio. 

!^ ^<)4 >^ ^nc i^ikKiio se n*andaro. 



— 377 — 

Di niangiam e di terc hanno ilisio, 
53) Apparediiato assai bi^ vi trovaro; 
E lo sciidier, eh* è si {lossonie e pio. 
Trovò deir orzo e del ììm per riparo: 
I cavai governò di gran vatitn^ i > 
Poi se ti* andava sn al baronaL. - 
E disse lor come avea goveniati 

I buon destrieri d'omo e dì buon fieno 
Noslh baroni s'eran \nh assonali 
A tavola ciascun baron sereno. 
A mangiar cominciaro quei pj'e<,natr. 
La vettovagba non veniva meno. 
Lasciam raani^are ogni baron sovrano. 

Ih. 53) E torniamo a Malagigi a Monlalbano. 
1^) L*arte giltava per voler sapere 

Che fusse di Rinaldo e del fratello, 

E1 eonte Orlando, ch'ha sommo polere. 

{Ib. 53) I/arte giUava allor molto a pennello. 
Come rinchiusi egli ha chiaro a visiere 
Eran nostri barot» dentro al castello. 
Ancor vederi per diritta cx?rtanza 
Come egli era con lor Gan di Mattanza. 
TaHio conobbe eh' è ineanlameiuo, 

[Ib, 53) Subitamente lo disse a Guìcciardo: 
Guieciardo ne faceva (j^an lameulo. 

flb. 54) E tutto 'l fatto condiva ad Alardo: 
E Malajj^igi sauza resi amento 
Iscrisse el fatto ad Astolfo «inglìardo; 

II buono Astolfo udendo la novella 
Subìtatìiente fu montato in sella. 

Tutto soletto n' andò a Monte Albano, 
K s^'iper volle tutto ipiei tenore. 
Saputo clrebbe, parla umile e piano: 
Andiamo ailare il baron di valore. 
E Mala^'igi gli rispiiose: Andiamo; 
Alardo disse: V vo' |>er lo mio amore 
Venir cx»« voi per soccorrer Hinaldo. 
QuaKè nelle battaglie liero e sal^K 



— 378 — 
rniiecianlo disse: Fvo' venire anch'io. 
Astolfo ilice: t^lontento ne sono. 
Aniea rìspuose: Io ho molto di^o 
L>i metternìi con voi in abbandono 
Per soworrer Rinaldo drudo mio. 
Salierono a cavai, com'io ragiono. 

Olii omello lìer brevità un episodio di sette ^t^ 
n»»r» alla nan-azione principale. 

E tanto cavalcar senza dimora. 
*:iie Liiinsero al c:istello in su'u quel l 
(Ih. Tu) Le [ione eran serrate in su quell'ora. 
E Malagigi, quel baron gradilo, 
Per arte fece aprir ciascuna porta: 
Dentro al castello entrò la bella scorta. 

(f. ìGi) In sulla piiizza trovar la brigata 
E salutargli dalla parte di Dio; 
Non potre' dire la grande abbracciata 
rjlie si fanno i baron con gran disio. 

(.l/AXl.w;)Di cavagli scendean quell'ammassata. 
Più giorni si posaro al parer mio: 
Dopo più giorni a Malagigi il fatto. 
Di quella vecchia ricontaron Paltò. 
E Malagigi la volle vedere. 
E *n tal maniera parlava a' baroni : 
Se vi dà 1 cuore la vecchia tenere, 
(Ih. 68) La quale ha addosso ben cento «lemoni. 
Uuella malia, quaPè contro al dovere. 
OuaPè di cera in quel gran torrione. 
Tosto la disfarò; se la tenete, 
Nuova cosa di lei veder potrete. 
In una zambra sta quella malia, 
Là dove giace un drago ismisurato: 
Chi più di voi si sente gran balia 
(Ib. 69) Con meco venga molto bene armato: 
Uccida el drago e tanta recadia. 



— 370 — 

Lasci poi a me couil mercato. 
RinaMo disse: « Y voglio venir leco, « 
(Ib* 70) Ed e'rispuoso: « E lu vieii con meco. 

Ancor non ha Malagigi conosciuto 
Olì se fiisse el pregialo AMenglìicri: 
Vergendo! cosi grande e ben menibrulo, 
Disse a Ilinakio: Chi è quel guerrieri? 
|(Ib, C6) Ed e' rispnose: Compagno sapido, 

Questo barone aei|MÌstammo l'altr'ieri, 
Noslro fraiel cugino, abbi per cerio* 
Egli è nelFarnie valoroso esperio* 

Malagigi udendo eh* egli era cugino 
Non ebbe mai cotanta allegrezza; 
Ad abbracciarlo correa col cor lìuu. 
Astolfo gli faceva gran carezza; 
Alardo e Guicciardo a tal latino. 
Ognun mostrando (a sua gentilezza: 
E dopo questo Malagigi dicea : 
Pigliate questa vecchia tanlo rea. 

Orlando prest^inienie V ha ghermita, 
UliWer r acculilo dair altro lato, 
Ed Aldengliier ch'ha la mente gradila. 

70) E Ricciardetto cir è ù" arine pregiato. 
1^ vecchia inde molto invelenita. 
Malagigi e Rinaldo ne fu andato 

71) Entro la torre dov'è la malia, 
E quel drago ch'ha tanta gagliardia* 

Al drago giunse Rinaldo dWmone 
E per la bocca gittii fuoco acceso; 
Veggendo qtiesto Tardilo barone 
l^lb. 79) IHc^: Cristo verace, s'io T ho ofTeso, 
Ueh non giKirdare a mia falsa bigione. 
Il tiero drago ìuver hii fu diste.so; 
Rinaldo, eh' ha Fiusberta in mano ignuda. 
Una ferita diegli forte e cruda 
Per t;il virtù e per tanta letnpesta, 
E non curando favilla nì* fuoco. 




— 380 — 

Per mezzo a punto gli parti la testa, 
(Ih. 7'2) Che della breccia se teneva poco. 
Morto cadde el drago senza resta, 
Onde Malagigi ne fa festa e giuoco; 
Morto el fiero serpente alla 'magine intera 
(Ih. 73) Andò Malagigi, eh' è tutta di cera. 
Subitamente un gran fuoco accendea, 
\\ strugger cominciossi, questo è certo; 
£ quella vecchia gran grida mettea, 
Dicendo: OmèI ch'io sento el core aperto. 
Orlando molto stretta la tenea, 
Ed Aldenghieri, quel eh' è d'arme sperto, 
(Ih. 77) E Ulivieri e Ricciardo ognun la strigne 
Ed ella di mugghiar già non s'inflgne. 
Non altrimenti el gran lion caduto 
Nella rete da molti lacci stretto, 
El qual si sente el cor forte ed arguto 
E di campare egh ha quasi l'effetto. 
Mena la testa e '1 bel busto crinuto. 
Manca la forza e manca el gran dispetto: 
Cosi la vecchia ogni fiata manca, 
Mentre ch'ardeva quella cera bianca. 
A poco a poco ella venia mancando, 
E la immagine ardeva tuttavia; 
A poco a poco la vecchia cascando 
(Ih. 77) Perduta aveva tutta sua baha. 

Orlando e gli altri la venian lasciando, 
Perchè la fredda morte già senlia. 
(]ome distrutta la *magine fue, 
E quella vecchia perde la virtue. 
In sulla piazza fu caduta morta, 
Allora un gran puzzo ciascun sente: 
Adricto ritornò (la) nostra scorta 
Per quel gran fiato tanto puzzolente; 
(Ih. 78) E Malagigi usci di quella porta 

Col buon Rinaldo, che è tanto possente, 
E della torre uscirò e fur tornati 
A' lor frategli e compagni pregiali. 



— :m — 

Venuti» rmalmealL* a tvi|)o della mia liitia, so Wnv 
da molli ini verrà niosso il rimproviTo di essermi 
alo iu iirr impresa di poco conto. Glie V iiivi^nzioiic 
tirganle apparlcnga o jiou appartenga al Pulci, mi 
si dira forse, c'iniporta as^ai poco; li $ola co^a a cui sia 

Ì porre mente si è la ricchezza di pregi di cui va adorno 
usto p<»ema. t^ia pure: ma appunto ipieslo considerare 
cose nostre si leggermente» senza curare né punto né 
DO la rrilica. è la cagione per cui noi non possediamo 
?or3i una vera storia della nostra letleralnra. A volerci 
llmeole lavare cotal macchia non è mestieri dispular'e 
jie più falpi il Furioso o la Gerusalemme, sibbene lavch 
W/K pazientemente e corra fjgiosa mente [)er eslìrpare poco 
H^oco tutti i bronchi che e* jnipediscoiio per ora nnn solo 
■compierò, ma perfìno di pensai^e air impresa. È d'uopo 
TM?rlaolo cominciare da lavori speciali, che vengano pre- 
aiMlo il t4?rreno per chi potrà e sajirà raccogliere il 
Ila, A me sarà compenso Ijaslevole il pensiero d' aver 
Ilo un fatto, r importanza del quale, sebbene non 
agli ocelli d' ogiiunn. ò grande pur sempre. E 
qoanti trattarono della nostra epopea runianzesca 
non si peritarono di alTermare che es^^^i ebbe il suo 
iì principio col Pulci, d quale al dire di molti la in- 
secondo i più recenti la trasmutò e rinnovò in ogni 
Rinnoiatore egli ne fu certo» ma solo per cir» che 
irda ta forma, non già la materia, rispetto alla quale 
jRifi deve a buon diritto collocarsi colFAncroia, 
torlo gli é da qualche <lolb> alT^^rmala posteriore. 
Adu[M]ue il merito del Pulci st^i neir essere stato il primo 
d'arte che (irendesse a vestire di ima forma assai 
piacente e leggiadra i racconti a cui da gran tempo 
po|K>lo andava prest^indo orec^rhio. S'aggiunga 
la verilii da me posUi in chiaro, non già i^er merito 
ou della fi^rlufia. a cin piac(iue farmi c;ipilare tra 




— liSi — 
iiìao4j un manoscritto sconosciuto, può sola condurre a 
^nudkrare rettamente la questione, si controversa tra quanti 
hanno discorso di questa materia, se il Morgante sia un 
IK)ema serio o burìesco. Per verità uno studio più dili- 
gente di quest'opera tanto celebrata poteva bastare a Tar 
intendere come tra la materia e la forma vi sia un per- 
petuo contrasto, giacché la prima generalmente parlando 
è al tutto seria, mentre la seconda lascia trasparire in ogoi 
parte P ilarità e scherzo, che erano proprii delP ìndole 
del poeta. Siffatto contrasto sarebbe rimasto inesplicabile 
senza il ritrovamento dell' Orlando; con questo per contro 
ogiìi cosa resta . chiarita. Impei*occhè i racconti del Jfor- 
yanie, inventati da uomini che riverivano le memorie del 
tempo di Carlo Magno non meno di quelle di Roma, do> 
vevano necessariamente serbare la loro impronta originaria 
anche fra le mani del cortigiano di Lorenzo; ma questi 
dal canto suo, mentre svestiva loro gli abiti plebei p^ 
adornarli di vesti di broccato, non poteva certo rattenersi 
(lair imbrattare loro alquanto il volto, acciocché compa- 
rendo davanti al pu!>blico muovessero a riso quanti li 
«1 vesserò a vedere. 

Ma più ancora singolare, e certo inesplicabile senza 
la conoscenza deW Orlando, si è il contrasto dell'episodio 
(li Margntte con tutto il resto del poema. Margutte in fatti 
è un carattere al tutto nuovo, e al quale non sarebbe da 
trovare riscM^ntro in tutta la poesia cavalleresca anteriore 
al Pulci ; né poteva uscire d' altrove che dalla fantasia di 
(in poeta d'arte e da un cervello stranamente bizzarro. 
.Ma non solo questo carattere discorda da tutta la poesia 
romanzesca anteriore, e quindi anche da tutto il rimanente 
del poema, sibbene lo stesso Morgante non é più in que- 
sto episodio quello che egli soleva; troppo agevolmente 
lo vediamo acconciarsi e trovar gusto nella compagnia di 
un uomo, che è la quintessenza di ogni malizia e malva- 



— ^8.1 — 
ieosi* troppo smodate egli tMinipie (jui, come T iii^'o- 
iniU^ quanto un elefante, lo sluzzii^rsi i denti eoa 
kn pino» il tracannare ti' nn fiato due otri di vino, e altrr» 
iffalte enormità, alle quali non è da trovare nscontnHuH 
$Uì delia composizione, e che ce lo fanno apparire gl- 
assai pili smisnnlo che noi non V abbiarao mai ve- 
Certo sc^ il Pulci avesse dovuto asse}T:nar egli un'ar- 
ae a Morganle in questo luogo, il l)allaj,dio gli sarebbe 
ben piccola cosa, e un albero di nave avrebbe a 
pena potuto sembrarf^'li Inastante [ler un sifTatlo com- 
{laigfniine* Insomma tulio V episodio appartiene a un ^'enere 
di poesia affatto diverso e dev'essere consideralo couìe 
specie di parodia. Non voglio già dire cbe il Pulci 
lìrasse a deridere la poesia cavalleresca: ma intento com'e- 
p en a sollazzare una brigata cortigiana, non parendogli 
^aver fatto assai coir avere mutato sembianze ai cantari 
bWOrhruio. stimo bene <li uscire una volta dalla sua 
e di camminare ila se: allora, non contento d'in- 
nuovi racconti, ingrandì le firoporzioni degli uomini 
^cose, e per tal guisa ci tras|inrlò in un mondo 
aovo, uscendo dal quale per tornare alle avvenlure 
lele, ci sembra quasi destarci da un sogno. Avesse 
a Toltito scrivere tutto un poema su questo andare e 
(tIì fosse vernita meno la forza della mente e della 
U noi avremmo avuto un' opera singolarissima e alla 
nessuna letteratura straniera potrebbe ulTerire con- 
ile riscontro. Non si creda pei' altro che il lavoro 
per riuscire qualcosa di simile al Don Cbisciotte; 
Bitlocchè nella mente del Pulci non poteva capire in 
modo il pensiero ne di schernire i canLiiori da 
\, iw* di gitlire il ridicolo sulle istituzioni cavaliere 
8clic, Quelli non recavano noia a nessuno, anzi sollazzando 
popolo venivano inconsciamente ad aiutare la tirannide 
f-ea^ queste non aUeclurono mai tanto in Italia da 



— .;si — 

-ii^riiii^ i>.«!:ici'.«d: <ÌK >v audie fossero stale di danno, non 
era orft»> ti Paki i' q«:<iìu che volesse ieotare di scalzarle, 
là Pold ci«e nreia deUa muoìficeaza di on prìncipe amante 
liei M 0K>5liiiDe. il Pukì die circa il medesimo tempo 
n cui rìfe:^^^ T CUnbiJKlo. celebrava la giostra di Lorenzo 
V. le Mtitw. p. 86 ^ 

Ma di «|iie>te e molle altre a>se avrò forse mi|?liore 
•^x^M^ di n'ji()nare in altro Iqo<!o. Intanto adunque, a 
me semlca aver m*>>trato che il Morgante del Pulci va 
ilivuHi in due parti, la prima delle quali è rìfacimento di 
un poema più antico, lasciato incompiuto dal suo autore. 
Chi pertanto vorrà d* ora innanzi indicare dell' ingegno 
di messer Luigi . non dovrà prendere ad esaminare la tela 
del poema, sìbbene volgersi alla considerazione dei due 
episodi che il paragone dei fonti mostra incontestabilmente 
sua invenzione, il Margutte e TAstarotte. Lasciandogli in- 
l'ontestati questi due soli episixli, io non credo d' averlo 
impoverito. sib>»ene piuttosto di aver messo in chiaro b 
rondizione sua vera, e di avere gio\-ato assai a far siche 
la sua ìinnìagine possa d' ora innanzi mostrarsi quale essa 
V veramente, mui quale l'avevano falla apparire Ano ad 
ojigi false e in^^aniievoli apparenze. 



Pio Rajna. 



MATTEO DI GIOVENAZZO 
[UNA FALSIFICAZIONE DEL SECOLO XVI 



UISSERTAZIONE DI GUGLIELMO BEUNHAHDl 



(GoDiiriuiizioni*. Wili Voi. IL, \kì\l. ^53 n seg.) 



Ma la prova della falsilicaziorie è convincente \u sommo 
Jo niri ii 152-172. Malico racconta qui colla massnna 
Tiisioue (la quale Wò tanto piiì l' aspello della verità, in 
Ilo che r autore dice di aver preso parte egli stesso 
*avvtìmDieiUi) parecchi falli, dio ufMi sono mai accadiili. 
La iiarnizjone è c-orapresa fra il Lu*,dio lì l'OMo- 
^1261. Prima (| 140) Malteo riferisce l'elezione di Cr- 
lY fra il Gennaio e T Aprile 12G1, e osserva che questo 
è di un' indole dilTercule da quella del suo prede- 
re .VIessandro; che Iia cTunandato a Manfredi di sf^^om- 
suhjlo il lerrilorio della ChiesJi. Siccome il re non 
fbliidisc^, è scorauTiic-ato dal Papa e contro lui è piedicata 
crociata. Urbano si trova in questo tempo a Viterbo, 
una rivoluzione lo ha cacciato da llonia: però egli 
papa non ha mai posto piede in Horaa. La predica- 
fiafie della crociata uotiiicata nel Maggio 1261 ha luogo 
con una prestezza meravigliosa. Già ne! Luglio 1201 (| ir>2) 
I colite di Fiandra muove di Francia in aiuto della Chiesa. 
li suoi crociati egli vince nella Lombardia i Ghibellini. 

26 



— 386 — 
Allora Manfredi prende le sue precauzioni: i baroni sono 
invitati a prestare atto di vassallaggio: fra loro apparisce 
Jozzolino della M^ura, in compagnia del quale si trova il 
nostro Matteo. Una esatta descrizione del cammino seguito 
dallAgosto fino al 1' Settembre riempie i §§ 154-159. US 
Settembre apparisce il conte di Fiandra colla sua armata e 
si accampa dirimpetto Manfredi. Già nel giorno successivo 
accade una battaglia: i Saracini di Manfredi erano perduti se 
il prode Falco di Gesualdo non fosse accorso in loro aiuto. 
Perciò questi ha T onore di cenare il medesimo giorno coq 
Manfredi. Tuttavia dopo un consiglio di guerra il re si ritin 
oltre il Garìgliano; però vuole contrastare al Conte il passo di 
questo fiume. Là si riceve improvvisamente la nuova della 
ritirata dei nemici: Roma si è ribellata di nuovo e il papa 
si vede obbligato a richiamare le truppe in propria difesa. 
Ora siccome i Romani propongono a Manfredi una lega, 
questi vuol muovere contro il papa; ma a ciò i baroni 
si rilìutano dicendo che il loro dovere è bensì di dif^dere 
il regiìo , ma che essi non debbono combattere contro il 
S. Padre. 11 15 Ottobre ha luogo questa dichiarazione; e già 
il 19 Ottobre i baroni e Matteo si volgono verso le respellive 
terre, i Saracini contro lo stalo della Chiesa. 

Fin qui il racconto di Matteo , che si interrompe in 
(jiiesto puntole è ripreso solo nell'Ottobre 1263. Invano 
si cerca in alcuno scritto contemporaneo una conferma di 
di queste notizie. Le scarse indicazioni , che sono state 
riunite per mostrare che nel 1264 Urbano FV ha spedito 
crociati contro i Saracini nello Stato della Chiesa, non pos- 
sono bastare air uopo. Né si debbono frantendere i Diur- 
nali stessi. Presso Matteo Urbano predica la crociata non 
nel 126i, ma subito dopo V elezione: insieme alla notizia 
deir esaltazione di Urbano alla sede pontificia è espressa- 
mente notato il suo ostile contegno contro Manfredi. Un 
tale disordine degli anni è quindi inanunissibile. 



— 387 — 
Si è ancora posta da parte la circostanza essenziale che 
spedizione avvenne sotto Urbano IV, e si e addollato un 
ììzzo slMÌgativo, De Liiynes cambia in ogni luogo: nei 
1% Ì52, 102, 168 cambia il Cnnle di Fiamira in Conte di 
imza, vi [ìoae la data 1265; e cosi il tutto si regge 
amip. Pabsl addotta lo stesso metodo. Ma con cih 
h\ nca che poi nei |S 176-f 78, (12 Settembre — 18 

t)Clobre 126i) coiift)rmemoote al vero Matteo iiarla dei pre- 
itivi di difesa di Manfreili coiiti'o Carlo dAngìò, circo- 
che rende addirittura inaininissihile i|uella emen- 
ne. Le due spedizioni sono dall' autore diligentemente 
stinte; il porle insieme produce le più sconvenienti con- 
addizioni. Kimane adunque fermo in modo inconcusso 
iesti> fatto, che Matteo riferisce avvenimenti, nei quali 
^i stesso ha parte pei'sonal mente, e che pure non sono 
accaduti. 

La soluzione è ora semplicissima. Gli originali del fal- 
Irìf», Platina, foh CIV, Biondo , pag. 512, e da (]uesL' ultimo 
)llenucciiK fot. WX hanno faml>iato erroneamente la spe- 
nu! dpll'annata di Carlo per Tltalia verso Roma nel 1205 
crociata solto Urbano, Tutte le circostanze concur- 
dajio editamente con Matteo: i Itomani si eleggono un 
5<;iialare e non sodrono il pa|)a in Homa eie fìa Biondo 
è preso anche il nume del luogo, che Matteo motto pon- 
demUuneiite indica come rptartier generate di Manfredi. 
Bioiido dice cioè, che i Saracini aveano devastato la cam- 
jiiglia fursimmpm usqne. Inoltre annovei-a molti condottieri 
HpBlb cttKÌata: Gaith episc Anfisiodorensis, Robertns romilis 
is (iUus, Caroli Provinciae et Anfìegamnim vo- 
His getter et nkfumltts romeni Viwhcirmis. I medesimi 
nominati da Coltenuccio, mentre Platina come storico 
Chiesa si contenta di nominare soltanto il vescovo. 
Matteo st^else il corde di Fiandra come il pifi r'aj^'guar- 
evole. La relazione della spedizione e da ambe le pnrti la 



nfeile&inu: i crocati si spingono fino al GarìgUano, ma 
sooo coslrclti dalla rirolazìone romana a tornare indietro. 
Natoralmente ]|lalteo non sa i dettagli di qoesta ribellioDe 
quali sono raDContati nei suoi originali: egli non dovea 
mostrarsi istruito con troppa precisione di avventure stra- 
niere, altrimenti sarebbe stato immancabilmente scoperto. 

È fatica propriamente superflua, ma pure io voglio pre- 
venire r obbiezione che ]|latteo possa aver fornito i materiali 
a IMatina etc. Dalle molteplici differenze, cbe si scorgooo 
fra essi nel rimanente, questa ipotesi si dimostra invero 
afiatto insostenibile: ma nel caso presente si può dimostrare 
che quegU scrittori commisero un errore, che si spi^ 
facilmente in un tempo co^ lontano dal fatto. Carlo d'Angiò 
arrivò nel Maggio 1265 con circa 1000 uomini alle foci 
del Tevere: la sua armata aveva preso la via della Lom- 
bardia e giunse a Roma dopo una marcia di sette mesi 
Fra i condottieri di questa armata si trovavano ancora 
Roberto conte di Fiandra, il quale però allora era ancora 
assai giovane e stava sotto la guida di Gilles Le Bnm, 
Burchard o Boccard conte di Venderne e il vescovo Guido 
de Beaulieu di Auxerre: cioè esattamente quelli mentovati 
da Biondo, poiché poco importa che invece di Burchard 
Boccard questi abbia il nome Riccardo. Inoltre è iodo- 
bitato ancora che Platina e Biondo primitivamente ebbero 
presente la spedizione dell'armata di Carlo attraverso Tltalia, 
poiché si legge presso essi come i crociati acquistarono 
il passo deir Oglio combattendo felicemente contro Palla- 
vicini. Come é noto la perdita di questo passo nel 1265 
fu decisiva. 

Ora Matteo, il quale non conosceva le fonti autentiche, 
accettò a occhi chiusi questo errore e inseri nel suo gior- 
nale la spedizione adornata con abbellimenti di ogni specie. 
Non so come Platina sia caduto in questo errore: forse un 
censore ignorante, il quale aveva da castraro le vitae Pont 



— 389 — 

produsse questo «Jisordine, Bionilo segue Platina, ma sembra 
rer ricavalo da altri fonti i riomi dei rimanenti condol- 
uri, Collenuccio finalmente minsi^ !a riotizia da Biondo. 
Uelalivamente ai Gesualdi (se ne trovano qui due. Falco 
I Bartolommeo) osserverò che appariscono nei Diurnali anco 
^'enealojfici. Catone, MeuL Gesuald. Avellino 1840, 
ccollo i necassar] documenti s^>pra qiiesla fiuniplia 
per potere in cerio modo combattere Matteo, l Gesualdi 
anmo fuorusciti nel tempo del governo di Manfredi e fu- 
riehiamati solo da Carlo dWngio : la loro baronia era 
euuta in possesso di Manfredi Maiella zio e camai'lingo 
li Manfredi, Urbano lY dichiarò nullo (]ueslo possesso; 
', pag. 36 Inoltre il rloeumento. che si trova presso 
ir . pag. o*>, nou accenna V esistenza di un Falco o Bar- 
tolommeo. Esso è ricevTilo dai Commissarj di Carlo, quando 
pTeano da esaminare i titoli di possesso dei baroni: Vropleretty 
munì certissime, qund ceri et legtt imi domini dictae 
mae fuerunt autit/uitas a tempore conquistae Dìììh, 
iias senem et antecessore^ eim; qui Dominm Helias 
\it dii/)ii filios vid, Dom, fìngerium, qui fuit //n'mo- 
ti», f^ Dom, Hoì^ertnm qui fuit secnndus: praediclus 
Dmu, Rogerins, qui fuit primogemtus, fuit morttms 
tilmiSf et $uc€essit eì in Baronia praedìcta et in- 
bùnié shìh Dom. fìohertus praedictus frater eius, 
fui Dom. lioberius fuit pater praedicti (nelT introduzione 
doccunento) Dom. Heliae secumli (quello che al tempo 
Manffiìdi ei*a fuoriuscito) et nulhtm alium filìum haòmt; 
ifi Dom, Heliae reMilnta fuit Baronia praedìcta per 
tmsirum Carolum modo praedictum. Qui etìam Dom. 
*mrtuus fuit relieto fi Ho suo Nicoiao primogenito, 
t' et rationafutiter tenet et possidet lìaroniam Ipsam 
prmdicHs tetris omnibus tavtquam legitimus filius 
major mitu et cerus haeres Dom, Heliae praedicti. 
litri figli «li Elia li, il quale sotto Carlo I era giustizieri 



— :190 — 
di Calabria, si chiamavano Maliluas, Hoberto ^ Fi 
V. anche De LelUs, 2. 8, 

L' esallo albero penealof^co, cht* m muv.i h^mì 
mentii dei quali ebbe co\^iìviume aaco De LdUs, 
EàmiffU, sotto la nihrìca Ge!>uatdi , non ammetl^ afatu 
Falco nò un Bartolomm*»o. Manifestamente ^t 
nejLfh anhivj, o falsa lonoscenza della storia ... 
hanno fatto credere al falsario clic Elia II m stalo 
da Gesualdo (% 80 ); quanto ai rimanenti membri del 
miglia, egli fa che si valgano deiP amnistia, die SI 
accorda dopo la coronazione (| 101), e cosi essi api 
nel 1261 combattenti dalla parte di Manfredi, 
quando lTrban<> IV accorda io loro favore una bolla 
Manfredi Maiella. 

Per conseguenza è erroneo anche ciò che si 
Dolfo di Gesualdo, il quale (I 57) nella storia deftJi 
di Hoberto di Sanseverim> appare come suo tio. 
Catone, pag. oH, almeno il Hoberto menzionato rid 
mento padre di Elia II fu il primo della fami^'lia, 
aggiunse il nome della baronia Gesualdo. 

Uno dei più notevoli luoghi dei Diurnali è il } 
poiché ivi si ric^nosc^ manifestamente, con quanto dili 
riflessione fu ordinata la cronologia. Si dice ivi: Aliai 
(le Maja 1264 se sappe^che h Conte di Provenza, 
chiama Carlo d'Amjioja, tema per (etra in hnlio, 
venuto sopra P armata ad hofìore et servitio del 
et lo Papa lo ha fatto senatore di Roma, Come è 
Carlo fece il suo ingresso in Roma il %K Maggio 1281 
ed anche il falsario trovò (piesta data esattamente iodii 
in tulli i suoi originali . fuorché in Collenuccio. Ora coni 
mai qui Iroviamo 120i? Appunto in questo luogo, sosl«! 
gono i difensori di Alalteo, si vede da quale inesperta i»< 
sono compilali i Diurnali , poiché un contemporaneo iwi 
può nalui^almenle commettere tali eirori- Quindi l^pelrtw 



t 



— 301 — 

potè indursi a lasciare inlatto un errore «li penna cosi 

inifeslo (tale egli lo credeva i : nella sua traduzione latina 

lì pose nel testo senz' altro 12G3 e mise conseguente- 

&nte in ordine gli anni anco nei |§ successivi, poicliè 

I 179 pose la vera data 1206 in luogo di 1265, e 
§ 187 1267 in Iuo«?o di 1?66; finalmente nel | 107, ove 
Uìurnali comincia un nuovo anno (il 1267) scrisse eodem 

Però le false date si trovano in tutti gli altri mss.: 
[sie-come altrove la traduzione di Papebroch concorda 
rimanenti testi, cosi senza dubbio egli ha qui corretto 
la fine del lavoro. A dimostrar ciò sembrami ancor piiì 
ìvincente il modo, in cui Papebroch si è contenuto 

II 67-70, i finali trattano della malattia e della morte 
Innocenzo IV e delle sue conseguenze. Per il dotto 

siùta era fuor di dnbljìo die Innocenzo morì nel 1254, 
nel 1253, come raccontava il suo ms. Un semplice 
ibiamento dei relativi periodi bastò per correggere i|ne- 
errore. Il nuovo anno I25i comincia col Marzo (% 71), 
[rinl^ce coli* Ottol)re (§ 76). Adunque egli pose dopo il § 76 
^67-70, i (piali riferiscono avvenimenti accaduti nel 
ibre, e perciò si possono connettere molto liene 
1)1 1' Ottobre. Invero facendo ciò produsse una contraddi- 
nne dei niuniali coi Diurnali stessi. relativam**nte alla 
anza di un atmo e mese. Il ms. di Papcbr*)rh offre 
Itanto questo cambiamento: questo e la contraddizione 
ila vacanza fanno riconoscere manifestameiUe che le aite- 
ai sono opera o di bii o del pater Bernardiis Caccn- 
is,che gli mandò ti ms. da Viterbo, poiché rinteu- 
lÌQfte delle meilesime è palese. 

Om che il falsario alibia aggiunto de!Ìl*eratamento 
1 173 ranno 126^» si rileva dal suo fontr principale, cioè 
Villani. Egli lesse presso questo, 7. S, narrata la verità: 
lo dopo la Pas*|ua del 1265 ai nove da Parigi verso 
jtia *' arriva nel Maggio d<dhi stesso anno a noma; 



cm 



— 3JH — 

e ine4)tUanenie fu fatto senatore di ftoma per *^*olonid 
Papa e del popolo di Rotna. Ora come sì scioglie 1^ 
Semplidssìraamenle. 

Il falsario non conosceva V Era di Firenr^^- Sion 
Rie, Malispìni e Villani cominciano V anno m\ 2^ HmB 
battaglia di Benevento, die elibe luogo il ii^ V'^ ~ 
[ìvesso essi appartiene ancora all' anno 1^*55. '^ 
data perciò era sicnra per il falsario: anco Colleoo^:^ 
la sconfina di Manfredi nel 1265, Platina e Bionrtr» 
cano il tempo in cui avvenne. Quale anno amnietL 
è dubbio: a pag. ÌKi <]ue6li non ha alcuna data.r^^ 
correzioni stampate avanti egli dice: adde, die ^^^^^l^. 
Februarii. eodem salutici anno. Si può supporre if **''^' 
pnitlie «pieslo anno e indicalo poco prima, Eglinla 
documento, mediante il quale Carlo fu investito da ^ 
ilei regno Siciliano: dai. ap. Laierunum 4, Cai.h\ 
sai 1265. Ma siccome Fazello dilBctlmenle polf 
che r investitura avesse avuto luogo dopo la Itìtta^'W * 
Benevento, certo egli avrà avuto in mente il 1266 e J* 
scritto per leggerezza eodem anm. 

Ma il falsario si trovò imtiarazzato per la crooòlo^ 
di Villani, e considerci che se Girlo arriva a UoiuatiA 
Maggio, ivi aspelta la sua armata fino a Dec^mbrc, t* nor<^ 
nato in Geruiajo e poi nei Febbrajo muove verso il regsift 
Siciliano, e commette la battaglia di Benevento nel fé 
brajf» litìgi Ja notizia del suo arrivo a Homa nel Maggio IM 
dovoa essere erronea. Conseguentemente* fatto nii coni 
semplicissimo, egli pose invece il Maggio 1264, e inseri ai 
ditainente questa data anco nel testo stimando di aver Ut 
una bella cosa; poiché dopo questi calcoli di ridozioi 
era dilficilissimo scguii'e le ti'accie della falsificazione: 
j Diurnali non sembravano concordare con alcun^ altra slm 
conosciuta. Però correggendo il Villani Matteo si avvilopi 
in lina nuova difiRcuUà. Presso il Villani medesimo, 6, 



~ :W3 — 

esso ancora che nelF Agosto 1204 apparve una lOiTiela, 

[la quale rimase visibile fino a Novembre: Come la detta 

Hella apparve, Papa Urbano aìfimaló d*infennì(à, e la 

Me. che la stella cometa venne vimo , si passo il detto 

Papa di questa vita. Itopo una vacanza di cinque mesi, 

cioè nel Marzo 1265, è elello Clomenlt? IV. Ma per il I;jI- 

,5ario era un fallo iufiuliilalo che Cario arrivò in Homa 

titanio sotto il ponlificaio di Clemente IV. Ora come 

ifuediò? Nel % 173 scrisse: Allo mese (f Octnbro 1263 

^Pnpa Irbano mawlao in Fidanza per lo Frale del re 

di Franza, che venisse alla conquista di quisto Ream^ì 

(notizia tolta dal Villani, 0, 89); e nel | 174: Poco dopo 

Papa Lrbano IV et fo creato Papa Clemente JV pure 

mzese, indicazione completamente vaga, che lascia il cam- 

aperti:! a ogni spiegazione. Siccome Matteo è obbligato 

»l sno calcolo a porre V elezione rli Clemente IV nel 12(54, 

tjgianiente non fa menzione della cometa, né della vai^anza. 

illei» (in modo alTatto contrario alla sua consuetudine) amò 

lì esprimenti vagamente, poiché o non trovò una data 

ra,o non potè determinarla senza commettere shapli. 

Per quanto la erronea riduzione dell" Ei'a di Firenze 

Illa volgare dia una prova evidente della falsificazione, foiose 

$1 potrebbe oliliiettare che il caso (certamente in modo 

^m^illo slrano) abbia cpii agito capricciosamente. Ma il «i 175 

9fi è il salo. 

Nel 8 188 apprendiamo che Carlo la Domenica delle 
Palme del 1206 riceve a Roma dal rapa la Bosa d' oro, 
^Voglio perora prescindere da questo dono, poiché la cro- 
ci interessa specialmente. In realtà dopo la batta^^lia 
1 B » Carlo rimase senza interruzione nel suo regno 

/:prilel2G7(DeUiiudice pag. 320), Solo flopo que- 
I tempo mosse verso la Toscana e ritornò il 30 Aprile 1268 
I Viterbo a Napoli (Mari, e Pur. T. N. A, 2. 580) per fare 
nifi di difesa contro Corradino. (Minieri Riccio. Gen. 



— 394 — 

± KMÌj (O^. 8S^ ha ma fdsai data;. De Lajnes, pag. 215, 
^ nìi^ira stf^Jc^finanameDle per la concordanza del 1 188 
•>xìi rtialÙL Gc^De si capisce bene, egli pone la data 1267 
ÌEtT^rie die 1^66. tr poi dice: Ceiie daie concorde jaur 
^mr ^ymr ar*c la Uort^ oà OémaU iV annonce au pò- 
itìi^. am am*tii er aujc cUogems de Ftoretèce, que Charles I 
i^eft nmim <# la comr potHifkaie ei a été créé vicaire 
ornerai 4e f tmpirt alors vacami. La domenica delle palme 
del liSi cade il 1' Aprile, e delia medesima data è anche la 
soddecu lettera di Gemente tK «Itfart. e Dot. T. N. A. 2. 4S6), 
dalla quale però non resulta affatto la presenza di Carlo 
alla corte papale a Viterbo , e molto meno a Roma. Cle- 
mente scriTe ai Fiorentini soltanto cbe Carlo verrà al più 
presto, e che egli lo ha nominato paciarius (non vicarìus). 
Il documento ( ap. Del Giudice pag. 320) rìferìsce inoltre 
cbe Carlo il 13 Aprile 12ti7 si trovava ancora in Aquila, 
cioè nel suo regno; quindi, anche se si voglia^col De Luyoes 
porre 1267 in luogo dì 1266, Carlo non poteva essere 
a Roma la domenica delle palme. Per cons^uenza anco qui 
come ovunque la concordanza di Matteo colla realtà è 
distrutta completamente. 

Ma torniamo di nuovo alla riduzione del calcolo fio- 
rentino. Villani nell'insieme racconta fatti veri, però senza 
determinare con esattezza le date. Ora chi non conosce 
il calcolo fiorentino deve cadere in grande imbroglio leg- 
gendo le storie di lui, e credere che il racconto sia 
molto disordinato. Questa opinione è avvalorata ancora 
dal carattere peculiare di questo scrittore, o piuttosto di 
Rie. Malespini , poiché repentinamente salta da un soletto 
a un altro; parla ora di Napoli, ora dei Tartari, di Roma, 
di Firenze, di Costantinopoli. Tuttavia il falsario avea un 
punto d' appoggio sicurissimo nella venuta di Corradino 
in Italia, la quale nei suoi originali è posta unanimemente 
nel 1207. Villani racconta, 7. 21, che Carlo nominato dal papa 



— 395 — 

virarin generale di Toscana viene a Firenze rieirAgoslo 1267 
e conquista nel Deeembre 1267 il aslello ili Foggibonizzo, 
Conformemente al vero continua, 7. 22., a riferire la dimora 
di Carlu a Lucca nel Febbrajo 1267, cioè 12G8; di falli 
iste un docnmenlo di Carlo colla dam Lacca 11 feb- 
brajo 1268 (Min. Bice. Gen* pag, 52), Villani dice poi. 7. 23, 
che il sedicenne ('orrarlino tjiimse a Verona del mese di 
Febhrajo 1267, cioè ìt&è. Ora Matteo fece questo calcolo: 
ornidino arrivò in Italia il Febbrajo 1267 (il lungo spazio di 
mpo fi-a il Febbrajo 1267 (Verona) e il Maggio 126H (Pisa) 
a possibile, perchè in tutte le storie si dice che Corradino 
iovè trattenersi lungamente neintalia settentrionale): inoltre 
^come si racconta presso Villani 7. 22. e molto minutamente 
resso Biondo pag, 516) alta notizia dell* arrivo di Corradino 
irse Olia ribellione nel regno Siciliano, la quale minacciava 
ina al dominio degli Anjou: qnindi è impossilHle rbe 
rio neir Agosto 1267 fosse a Firenze, e ancora meno 
e abbia continualo lino al Decembre 1267 l'assedio di 
jlionizzo; queste intraprese debbono piuttosto avere 
luogo ne! 1266. Matteo adumiue di nuovo fece una 
ridazione e pose tutto nelP ordine migliore. Se Carlo sì 
già a Roma nella Pasqua del 1266, può arrivare a 
neir Agosto 1266, occupare l'oggibonizzo nel r»e- 
del medesimo anno, trovarsi in Lucm nel Febbrajo, 
dopo la venuta di Corradino tu Italia, quando gli fu 
» la ribellione nel regno, muovere a quella volta, 
[^.,.„,., Avi lo troviamo anche nel Novembre 1207. Come 
[laturale manca la dat<i esalta del ritorno del re, perchè 
faLsario nou la trovò in alcun luogo: egli dice soltanto, 

I : SeW amuì 1267 Re Carlo venne 

imtrnle in isapoìe e trovao, che la Reina sua Mogliera 
a morta, iJa Biondo, pag. 516, tolse la notizia della morte 
Il Beatrice seguita in quel frattempo. Neppure le corre- 
di Fapebrocb possono por rimedio a questa falsa 



— 396 — 
Ho dovuto fare un salto innanzi per poter trattare 
insieme dei luoghi, ove si trovano le riduzioni deir era 
fiorentina : ora torno indietro al § 179, la cui di£Dcoltà 
DOD è stata superata da alcun interprete : Lo tomo di Santo 
Mattili 1365 pania lo Re Carlo (TAngioja da BeneverUOy 
et la sera fo alloggiato alla Cerva, che è de lo conte di 
Caserta de casa d'Agnino. Prima di questo paragrafo esiste 
una lacuna, nella quale dovea cadere la descrizione della 
battaglia di Benevento. Ma il falsario trovava pericolose le 
desicrizioni di battaglie, e inoltre ne esisteva già una abba- 
stanza esatta; adunque da esperto antiquario per dare 
maggiormente ai Diurnali l'aspetto di scritto antico, pose 
una lacuna « e fece muovere Carlo da Benevento verso 
Napoli il 2i Febbrajo. La battaglia stessa accadde il 26 Feb- 
braio; Carlo dunque non può andare a Napoli il 24 Febbrajo. 
Ora tutte le edizioni di Villani danno V ultimo di Febbrajo 
come il giorno della battaglia. Ma il falsario deve av^Io 
posto più presto, perchè secondo i suoi originali Carlo 
dopo la battaglia si trattenne lungamente a Benevento. Un 
errore esistente nell" esemplare, che egli aveva del Villani lo 
ha manifestamente tratto fuor di strada. Nella massima parte 
(Ielle edizioni di Villani si legge, 7. 9. : Questa battaglia e 
sconfitta fu wwo Venerdì il ultimo di Febbrajo gli arnii di 
Ciisto 1265. Ma V edizione di Dragomanni fatta secondo i 
migliori mss. ha i7 sezzajo (che vale quanto ultimo) di 
Febbrajo. Sia perchè questa parola fosse assai antiquata 
nel secolo XVI, sia per qualsivoglia altro motivo, invece 
di essa quasi tutte le edizioni hanno uliiino. Ma il falsario 
trovò nel suo Villani t7 sesto di Febbrajo, manifestamente 
letto male, o corretto da sezzajo o sezzo, il quale come 
aggettivo ha il medesimo significato; quindi egli potè a 
buon dritto porre la partenza di Carlo da Benevento il 24 
Febbrajo. E che nel secolo XVI si leggesse realmente 
il sestOy si mostra dalla Chronica di Parthenope in 3 libri 



— ao" — 

iikuUovala sopra, autore della quale nella storia della lei- 
leratui-a iNapoletana figura un Giov. Villano Napolitano. 
Onesto libro contiene (1. 75 (ino a 2. Il; una copia let- 
terale dei capitoli di Villani e di Rie. Malespini relativi alla 
sloria di Manfredi e di Carlo d' Anjou. Ora ivi si dice 
(2. 9* pag, ili dell'edizione del 1680, la quale è una fede- 
lissima ristampa di quella del 1526): Questa baHagUa e 
^confitta de Manfredo si fo de Venerdì al sexto di Fé- 
Inraro, in nello anno di Chrislo MCCLXV. 

(Juanto al conte di Caserta de casa de Aquino (nomi- 
nalo cosi anco nel | 12 e ne! § 164) invece die de cam de 
fìibursa (errore già riroiiosciulo da Scipione Ammirato, 
Delle Tarn, nai»* 2. 153), osservo die presso Villani, 7. 5., 
ove si parla della occnpazione fatta da Manfredi del ponte 
pnìs^ Ceprano, è menzionalo el eonle di Caserta, il tpmle 
#rif di quelU della casa d'Aquino, L'osservazione di Pabst 
al S 18i : verbu * de casa de Aquino » intcritotatorem 
sapiuHif è dunque giusta se si pone Vìikmum in luogo 
<li itilerpolatorenL 

( Continua ) 



DELLA INGRATITUDINE 
E DI MOLTI ESEMPLI D'ESSA 



È pure un dolce conforto i7 segregarci talvolta dal 
turbiìie vorticoso delle passioni, che agitano gli animi 
corrucciati d'oggidì, e trasportarci col pensiero quali 
tranquilli spettatori in un'altra società, che attiva quan- 
f altra mai e di natura anch'essa focosa, e balestrata da 
avverse e furenti fazioni, pur sempre ntUricava eletti 
ingegni , che deposte P armi , e sedato per un' istante il 
cozzo della pugna, sapevano modellare quei monumenti 
invidiabili d'Anna risorgente civiltà, di che l'Italia, erede 
della sapienza d^' suoi avi , ben a ragione va gloriosa, 
È rinascere a nuova vita r assorgere dal basso fondo 
delle lotte che dividono, all' aure pure e tranquille della 
scienza educatrice dei venerabili mstri padri, che arros- 
sirebbero delle stravolte idee e deW acciecamento orgoglioso 
decloro nipoti; è infine atto supremo di giustizia e di 
umana dignità saper opporre la vigorosa diga degli eter- 
ni, assoluti ed immutabili veri a degradanti e brutali 
teorie, che violentano la coscietiza e la ragione, spacciate 
a nome di un falso progresso e della scienza, che le 
ripudia e le denunzia per lo meno come assurdità 
scaturite da intelletti deliranti e cuori piagati, nuova 



— im ~ 

barbarie irrùmpmk d' ùltreinonti e respinta dalla sua 
patria isiessa : fi rittìtnare coW animò alcmn secoli ad- 
dietro fra (jenli di febbrile operosità , a tempi gloriosi per 
f9¥Ho ed attimki del pensiero e della mam, e pemlrare 
fèélle semplici celle de' nostri padri , che riveìèdicatisi al- 
r antica libertà, modestamente e pertinacemente suda vano 
a richiamare le memorie e gli insegnamenli di due slu- 
pende civiUà, per poco soffocate dalle suecedetUi barbarie^ 
ed a ristorare la grande scuola che dissipò e vinse in ogni 
tempo r eirore. 

Tacendo di quanti ripomano in lustro le arti e ne 
creavano te celebri maestranze, o con sami precelli reg- 
ft^ magistrature ed i destini politici delta mizione, 
ntoci a commemorare (pie che accudivano a rendere 
accessibili agli ignari dei dotti volumi dell' antichità am 
ami lingua noretla le classiche bellezze degli nììtirld 
autori (peci t latini, ingemmando quei loro scritti colf au- 
rea pnrezza e graziosa semplicità, che ancora forma il 
ramo privUegiato di que' modesti S(TÌttori e t oggetto co- 
siOMte della nostra ammirazione. Dei momuneììfi di que' 
tempi non ancora abbastanza esplorati noi mm abbiamo 
che poche reliquie; c'incmnbe quindi il iiovere di indagare 
e raccogliere tutti quegli avanzi preziosi, che valgano a 
$c^arc€ne le gesta e lo spirito; e non avemlo alle mani 
che i frammenti dei fasti letterarii dei secoli XIH e XIV, 
ci é ff uopo studiare quei volgarizzamenli e quegli saitti 
(friginati. che riflettono si al vero l'avita sefnpiicitd: e 
pur forse non giugnendo a comprendere lo studio che 
cmid ai trecentisti il vestire di una lingua testé nata ed 
atusora adolescente per età, non per vigoria, e riprodurre 
COH ttpfntrtufw frasi v diciture gli intimi pemieri loro o 
4ei dassici che volgarizzavano, tuttavia andiamo racco- 
f/lkmla quelle auree scritture, sulte quali dee con senm 
moédtarsi di cofUinm la lingua nostra, perchè non tra tigni 



— MM) — 
€ noM s' imtorbidi con modi e locuzioni stranie o sguaiate, 
t mm ismarrìsca quella dignitosa ed elegante semplicità, 
che €^1 eruditi e casti scrittori s'addice. 

Le Bibliotecke italiane vanno ricche di non poche 
scritture ancora inedite, che ci lasciò r aureo trecento, 
f'MTte di quella potenza, che pia non ebbe la lingua nostra; 
e questo riposto tesoro va a poco a poco opportunamente 
schiudendosi neir attuale risvegliarsi delF antica contea 
suir unità della lingua , a beneficio e lume della nazio- 
niile nostra filologia. Tra quei documenti, che gli intenti 
a snaturare le scientifiche e letterarie nostre tradizioni, 
e gC irriverenti dileggiatori delle classiche nostre lettere 
chiamerebbero anticaglie decrepite e fossili filologici, non 
affatto spregevole sembrami questo breve Trattato Dell' In- 
i.ii.\TiTii>iNi: E DI MOLTI ESEMPLI d' ESSA, chc Icggcsi in un 
manoscritto cartaceo del sec. XV delP Ambrosiana. Ci ri- 
mase ignoto il nome del suo autore (a); ma chiunque egli 
siasi, è commemtevole questa nuova composizione per qué* 
pregi tutti, che rendono si care le produzioni letterarie 
dei trecefètisti jìer la proprietà e dovizia delle locuzioni, 
la grazia ed evidenza dello stile, la setnplicità e natu- 
ralezza che traspira da ogni linea; e in ciò sta il merito 
suo presiioché esclusivo, che invano noi vi cercheremmo la 
ièovità dei concetti, f acume filosofico o la giustezza delle 
argommtazìoni atte a provare T assunto propostosi dallo 
scrittore: il quale caldo di amore di patria rimprovera 
di codardia i suoi comiazioncUi improvidamente disusa- 
tisi dalCarmi, caduti in ispregio di se e delle genti stra- 
nie, si che nessun esercito italiano si stimasse atto alla 



(a) Si'mbra Sanese dalla forma da lui data a molti vocaboU, e spe- 
cialmenle ali* indefinito di molti verbi. Egli cita 1* autorità de^ìAmmae- 
stramtiìUi dnjU Antichi. laddove parlasi della giustizia (dist 33); fa 
dunque di poco posteriore a Barlolommeo da S. Concordie (1347). 



— iOi — 
né alla vittoria, ove non anìwverasse assai mer^ 
a stranieri: .vi poca confidenza aveasi nelle forze 
questa inoìujraia Italia, che pur per due volle fu al 
^èdo maestra di civiltà. 
Sarà caro agli studiosi del buon volgare questo anti- 
ca iiocfifmnlo; e sia cura non ultima di quanti amam 
le patrie glorie lo studiare con anwre e profitto le origini 
^If italiana favella, mn tUlima di esse^ negli inimita- 
iti dettati che ereditammo dai nostri smunti maesiri. 

Nel Settembre I86lf. 



Secoiwlo che recita Aristotile in più libri, e' fu uno 
che ebbe nome Simofii<le colli suoi seguaci, che 
die la cagione percliè Iddio non die perfcUamente 
aU' liofilo la scienzia di tutte le cose, siccome a in se 
ledemmo, si è che esso è invidioso di noi; e questa falsa 
Lione è riiirovala da Aristotile, e contradrcela ne! lÌln"o 
MetifWca e nell* Etica in due modi. In prima dice 
slotile che la invidia non può essere senza ira, né ira 
tristizia; si cite seguita di necessita, che se Iddio 
invidioso, sarehf»e adirato, e se in Dio potesse essere 
i, già sarebbe in lui tristizia, ed essendo in lui tristizia, 
!^hbé in lui pena, e cosi non sarebbe Iddio be^ito, 
"ipial cosa è impossibile. Nel secondo modo dice Aristo- 
ì, che invidia non può avere la persona ad altrui, se 
dì cosa che altri a, la qual cosa non a lo invidioso, e 
acosii che Iddio abbi il tutto, già non può avere 
alcuna cosa, la quale Iddìo non abbi. Poliamo 

27 



— 402 — 

anco prendere un'altro detto d'Aristotile, che dice che 1 
bene si è di natura di volere se medesimo spargiare (1), 
acciò che spargiendosi sia conosciuto, ed essendo cono- 
sciuto, sia amato, ed essendo amato, sia lodato e ringra- 
ziato. Seguita agiumai (2), che conciosiecosa che Iddio sia 
sommo bene, e in tanto eh' è maggior bene, non si può 
immaginare o cogitare, eh' e' sommamente si sparge, e 
cosi debba anco essere conosciuto, amato, lodato e ringra- 
ziato; e quella persona che fa il contrario, sì pecca nel 
peccato della pessima ingratitudine, del qual peccato si 
trattare in questo presente Capitolo, insieme trattando d'una 
virtù che si chiama gratitudine ovvero riconoscimento, la 
quale virtù è contraria al vizio della ipgratitudine; e per- 
ciò dice il filosafo: chi vole bene ammaestrare altrui, si 
debba dimostrare due cose contrarie, acciò che 1' uno 
contrario si dichiarisca per l'altro. 

Il presente Capitolo si divide in tre parti : nella prima 
parte si dimostra che cosa è gratitudine cioè riconosci- 
mento; ingratitudine cioè sconoscimento; nella seconda 
parte si dimostra da che virtù e da che vizii anno nasci- 
mento; nella terza parte si dimostra quante cose ci am- 
maestra che noi non siamo ingrati, ma graziosi cioè rico- 
noscenti. Nella prima parte si parla della virtù della gra- 
titudine e del vizio che a essa è contrario, ed intende che 
la gratitudine è una virtù, la quale si a in se pretta- 
mente le condizioni e le proprietà che anno in se le virtù, 
secondo la interpretazione del suo nome comune, e della 
virtù secondo la sua comunità. Volendo avere quello che 
si porta , noi troviamo cinque dimostrazioni ; secondo santo 
Agustino, la virtù si è una bona qualità e disposizione di 
mente, con la quale l'uomo bene vive, ed osservando 

(1) Intendi spargere, forma senese, frequentissima iu questo Tratlalo. 

(2) Agiumai e ingiumai, cioè oggimai. 



— 4o;ì — 

nulb persona usa il male, la qnalo solo Iddio adiiopera 
(?!!' uomo; e qucsla prima dimostrazione si dicliiara nella 
iriii, ovvoro nella naliii'a della virlfi iti se propriamente. 
ai santo Agustino si dichiara e dimostra la nainia della 
tu, e dice: La virtù si è uno vestimento della mente 
me ordinala; e questa seconda dimostrazintie dichiara la 
tu, secondo che risguarda la persona che a in se virtù 
è io se virtuoso. Aristotile ditemiìna la virtù in questo 
lo e dice: La virtù è uno abito di propria volontà, 
quale sl;i in mezzo di noi con diterminata raji^ione, 
condo clic M savio uomo diterniina; e questa terza ragio- 
à ditermina la natura della virtù, secondo che da lei 
ir uomo virtuoso procedono sante operazioni digne d'o- 
cre e di riverenzia. La quarta dimostrazione si è di TuN 
% e dice che la virtù si è una disposizione di cosa per- 
nia di cosa desiderata; questa dimostr-azinne dimostra 
virtù secondo il fine beato, il quale merita V uomo vir- 
E santo Isidcro sì da la quinta dimostrazione della 
IV e dice che la virtù è abito della mente, verace 
colore di vita, pietra di costumi, conlinnaniento di 
fCmnre ilelT uomo e merito della eternale beatitudine; 
questa ultima dimoslraziouc dimostra la natura della 
secondo che per lei V uomo virtuoso b tittto ador- 
E secondo queste cinque dimostiazioni, che dimo- 
ia natura della virtù secondo la sua comunit«ij si 
stiamo conosciarc la natura propria della gratitudine, e 
ìga chi a intelletto; onde clii a in se la virtù della 
ludirie, si è grato a Dio ed agli uomini del mouflo, 
ciò che riconosce U beni ricevuti, e rende laude e 
al ilonatore, e procura di meritarlo quanto può 
operazioni, 

E per contrario la ingratitudine si è uno peccato da 
e ih le genti del mondo infra tutti gli altri peccati 
ìk per ciò ctie chi a questo vizio, già non è riconch 



— 404 — 
scente de'beneQcii riceyuti, né rende grazie al donatore; 
e del peccato della ingratitudine dice santo Bernardo co^: 
La ingratitudine si è odiosa a Dio ed agli nomini del mon- 
do; ed è uno vento, che secca la fonte della pietà di Dio 
e la rugiada della sua misericordia e Tabondanza della 
sua pietà. E questo può essere dimostrato per esemplo 
del pianto dello Signore Gesù Cristo, secondo che si 
truova nella santa Scrittura, che Cristo pianse nella sua 
natività, secondo che di lui aveva profetato Salamone, e 
disse in persona di Cristo: Io misi la mia voce piangendo 
a modo degli altri fanciulli. La seconda volta pianse nella 
morte di Lazzaro, secondo che recita santo Gioanni evan- 
gelista; la terza volta pianse la domenica dell'olivo sopra 
di Gierusalem, annunziando la distruzione, la quale doveva 
venire a Gierusalem con tutto lo popolo giudaico per lo 
peccato della ingratitudine, secondo che pone santo Matteo 
nel suo Vangelo. La quarta volta pianse Cristo nella sua 
santissima passione, quando orò nell'orto al Padre; sì che 
avete che per nullo peccato pianse Cristo, se non per lo 
peccato della ingratitudine, per lo quale peccato fu distrutto 
il popolo di Gerusalem, il quale per antico fu più amato 
e maggior grazie da Dio ricevette; della quale gente volse 
Iddio che nascesse la vergine Maria e Gesù Cristo suo 
figliuolo incarnato, e dodici apostoli con molti altri santi 
del vecchio Testamento e del nuovo. E truovasi nelle Sto- 
rie de' santi, che quando Gerusalem fu presa da' romani 
e distrutta e disfatta infino alli fondamenti, che Tito impe- 
radore fece vendare 97 migliaia di giuderi e fecene dare 
30 a denaio ; siccome essi avevano comperato Cristo a 30 
denari, e undici centonaia di. migliaia furono quelh, che 
fiirono morti fra di fame e di coltello, ed anco vanno 
dispersi per lo mondo ed andaranno infino al tempo d' an- 
tecristo, e non avaranno per loro né reame né città né 
propria signoria. E tutto questo vole Iddio e piaceli die 



1 "^ 



— 403 — 

in memoria della grande vendetta, die fece di loro 
r io peccato della ingratitudine: e di tpieslo aveva pro- 
tato David io uno verso del salmo, quando disse in per- 
sona di Cristo: Iddio, dimostrami sopra delli miei eimici e 
non gli uccidai'e in tutto, acciò cif e (1) miei popoli si 
dimentichino di me* Ed intese Cristo e suoi popoli, par- 
lando per lo profeta, li fedeli cristiani, li quali essendo 
redicati dagli apostoli, si vennero al servizio di Cristo e 
diventarono suo popola e sna gregge. 

guanto a la seconda cosa^ che si propose di dire della 
gmtitadtne nella seconda parte del presente Capitolo, sì 
dddia inlendare che la virtù della gratitudine, la quale fa 
,' uomo riconoscente de' lieneQzii licevuti , sia nascimento 
procede da quella santa virtù e foudalrice tli tutte le 
, e sì le conserva e da lor vita, fa maggiore di se 
L* le virtù, ed apparecchiasi dì ricevare la grazia di 
I, ricompera tutte le cose perdute e promove ad accre- 
tulte r altre virtù; di tutti e beni è multiplicativa 
ìCcia da V uomo fjgni paura, e dirizza F nnima santa 
la gloria del paradiso; e questa virtù è la santa umilila, 
ella quale dice santo Gregorio, che chi averà tutte T altre 
ù senza T umilila, sera come colui che gitta la polvere 
erilo. Poniamo che da più da longa mano la graiitu- 
ine al>tiì nascimento, da la quale virtù cardinale che si 
a giustizia (secondo die nel libro degli Ammaestra^ 
si pruova nel proprio capitolo della giustizia, che 
santa umilila è principio della gratitudine ), sì è pertanto 
mafùTeslo, che chi riconosce dal donatore li henefizii e li 
doni ricevuti, e ringrazialo quanto può e procaccia di 
meritarlo secondo la sua possi l»il iti, già dimostra per se- 
vero eh' ^li è obUgato per servo d" amore al donatore 



miei pofìùii, forma amica, come poche linee più sopra 
i dodici uposloli, ecc. 



— 406 — 
qnaDto può, e propria natura deir umilità si è eh' ella fa 
maggiore altrui di se. 

E per contrario il peccato della ingratitudine si a suo 
principio dal pessimo vizio della sup^bia, però che chi 
riceve il servigio e non se ne riconosce , e non rende 
grazie né lande al donatore, e procaccia di satisfarlo 
quanto può, già dimostra per segno falso che chi Ta 
servito di grazia speziale, si gU è tenuto di riservire per 
ragione, ed in questo modo si usurpa sua signoria 
sopra del servente, e perciò pecca per superbia, e fassi 
indegno d'ogni servizio e benefizio. E perciò Aristotile 
dice: In volere dal consueto benefattore addomandare 
senugio degno di non essere negato, ai dà questo ammae- 
stramento, (sic) e dice: se tu vuoli addomandare servigio 
ad alcuna persona, che già per altro tempo t'abbi servito 
e tu lui, non dire: Fammi cotale servigio, perch'io feci 
a te cotale servigio; per questo dire già parrebbe che tu 
per servizio fattoli se gli voi usare tua signoria con super- 
bia , e cosi ti fai indegno di non essere più da lui servito, 
ma convienti dire cosi: Io ti prego, amico, o piacciavi, 
signor mio, per amore di cotale servizio che mi fecesle 
al cotale tempo, di non venirmi meno in cotale servizio, 
il quale di presente vi domando; e se questo dice l'ad- 
doraandatore, essendo conosciuto per umilità non essere 
ingrato né sconoscente, si merita di vero di non esserli 
negato quello che addomanda. Onde agli antichi romani 
bene nella vita mondana ammaestrati piacque il riconosci- 
mento de' servizii non solamente negli amici, ma anco 
ne'nimici; onde si trova nelle storie di Roma, che Otta- 
viano imperadore avendo sconfitto e morto Antonio, il 
quale era imperadore nelle parti d'Asia, perciò che Antonio 
aveva cacciata la sua sposa, la quale era sorella d'Otta- 
viano, ed avevasi fatta moglie Cleopatras reina d'Egitto, 
dopo la sconfitta fece venire dinanzi da se Tolomeo re 



— 407 — 

d'Egitto, il quale era privato del reame, e sì disse 
)ttaviauo: Dimmi, Tolomeo, perclìè non venisti tu alla 
}att^glia con Antonio imperadore, il quale era cosi gran- 
de tao aniico^ e da Ini fusti eonfermato nel tuo roame? 
E Tolomeo rispose arditamente e disse: Imperadore, non 
issai per altro di' io non venni nella liattaglia a combat* 
are e accompagnare Antonio mio signore, e bene me ne 
icresce; ma tanto li dico, imperaclore, che1 peccato che 
ommise Antonio nella tua sorella, mai non mi piacque, 
molle volte ne 1 hiasimai. Per f]nesla ragione tanto 
|»tacque allo 'mperadore il riconoscimento di Tolomeo in- 
d'Antonio, comprendendolo nel suo parlare, che 
a* arrecare una ooorevole corona , o incorono, da capo, 
d' Egitto Tolome(n E s^ egli è detto che quella persona 
è ingrata, che non ricompensa il servizio in (|uanto può 
servente, mollo maggiormente e ingrato e sconoscente 
miS4jro uomo, che male per bone ricevuto rende; e 
jnesta pessima ingratittidine non solo debba dispiacere alti 
buoni cristiani, ma noi troviamo che mollo dispiacine a 
savi uomini romani; onde si legge nel Lncano, che poi 
che Giulio Cesare elibe scon fitto Pompeo e Calo nel piano 
lì Te&saglia, che Pompeo e.'^sendo fugito della battaglia, 
si pose in cuore di capitare nel reame d' Egitto e sUn^e 
m Tolomeo re d'Egitto, infino a tanto che potesse avere 
lintimo da^ Torchi, per ciò che voleva comhaltare da capo; 
la innanzi che volesse andare nelF Egitto , si volse fare a 
ipere per letlara da re Tolomeo, se voleva che v'andasse, 
se poteva stare sicuro nel reame <P Egitto: e poi che 
Tolomeo ebte ricevuta la lettera dì Pompeo, sì raunò li 
aol ' i e lesse la tetterà in loro presenzia, acciò che 
-ero di quello che meglio lor pai'esse. Onde 
de'tKironi si levò suo (1) in piedi e disse: Re Tolomeo, 



{{) StMt [WV SU n SUSO. 



— 408 — 
sempre possi tu vivere. Tu sai che quando Pompeo era 
consolo di Roma, tu soccedesti nel reame d'Egitto, e 
Pompeo consolo t'incoronò del tuo reame, e fusti da lui 
confermato, sì che a me pare che ora nella sua dissawen- 
tura tu lo debi ricevare nel tuo reame, e dìeli aiuto e 
consiglio in quanto si distende la tua potenzia , aedo che 
di tanto servizio tu non sia ingrato; si che '1 detto di 
quello barone a tutto il consiglio piacque. Ma il superbo 
Tolomeo non stette contento a quello coniglio; anco se 
n'andò alla reina Gleopatras crudele come vipera, ed ad- 
domandò consiglio a le dette cose; ed ella rispose mal- 
vagiamente e disse: Figliuolo mio^ attientì colla ventura; 
tu vedi che Giulio Cesare è tanto avventurato, che tutte 
le sue imprese li vengono fornite, e già è signore della 
maggiore parte del mondo; si che a me pare che a Pom- 
peo diei buone parole e mali fatti; fallo venire e dalli 
morte, acciò che per la morte sua tu diventi caro amico 
di Cesare. Allora il crudele Tolomeo prese il falso consi- 
glio della femina, e mandò una navicella per Pompeo, 
facendoli ismisurate promesse; e poi che Pompeo fu nel 
fiume colla navicella, alquanti malvagi , come Tolomeo tra- 
ditore aveva ordinato, posero fine a la vita di Pompeo, 
il quale per la grande sua prodezza cinque volte aveva 
ricevuto P onore del trionfo, e tagliarli il capo, vedendo 
tuttavolta Corniglia sua sposa, la quale stava dall'altra 
parte del fiume. Il capo presentarono a Tolomeo, e To- 
lomeo il presentò a Giulio Cesare, credendo a lui fare 
grande allegrezza; ma Giulio niente di questo si rallegrò, 
e pensò di fare vendetta di tanta ingratitudine; onde ama- 
ramente lagrimò per l'amore di Pompeo, per la qua! 
cosa fece morire Tolomeo d' amara morte coDa madre sna 
Gleopatras. E alquanti dicono che questa Cleopatra, ve- 
dendo che Giulio aveva fatto impiccare e strascinare To- 
lomeo suo figliuolo per la detta cagione, per non venire 



— 400 — 

le mani ebbe due serpenti, e si mise nella tocca 

funo la saa mamilla dritla e neir altro la manca, ed 

quello modo fn attoscala, e voà mori crudelmente 

mi:^^^. E nota, come innanzi alla morte d' Alissandro 

^peradore molli re d'Egitto furono chiamali Faraoni, così 

ìo la morte d' Alissandro molli re d* Egitto Tolomei 

rono chiamati. 

Potiamo ingiumai dire che oggi è ahomJalo nel 

iMìdo il maladetto peccato della ingratitudine, che li ser- 

{i poco sono apprezzati, ma quello eh' è pegpo, mfra 

gente per lo continuo disconoscimento ed essere in- 

Bti, si è questo proverbio nel mondo, che dice, che 

itti li prandi servigi si perdono, e tanto e a dire pro- 

^rbJQ» quanto cosa provata. Poliamo adunque dire* die 

fbiHlo ruomo riceve d'alcuna pei-sona un grande servizio, 

lì pare al servilo d'essere ohhhgalo per servo al servitore 

quello tanto che i* servito, si che giii li pare avere 

irrita e perduta sua libertà, si che 1 superbo servito 

ipre va cercando alcuna cagione d' offesa inverso del 

Kente, per la quale si possa levare da dosso il giogo e 

aito del senizio riceulo, acciò che possa rimanere 

>, ma di vitupero sempre rimane carico. E di questi 

(Tali dico leremia profeta: Alcuna cagione va carendo chi 

ir amico (1) si voi partire, ma cotale degno è d'essere 

iperato d'ogni tempo da le genti del mondo; onde 

(jMelli rotali fanno come fece una volta uno uomo, ben 

i«* sia favola. Narra Astulfo, che andando una volta uno 

imo per uno campo» trovò uno serpente legato per lo 

Ilo a uno palo, essendo grande caldo. Il serpente cliia- 

l'ttomo € disse: buono uomo, io ti prego per tua 



(t) Cartmh o nx'glio cìwrendo^ cercamlt>, dair amico éwrere 
vulu dal bL quaercr^, muk k voce cfterenza, ora smes^^, c\w. vale 
riclttesta. 



— 410 — 

cortesia che tu mi sciolga , imperò che T mal villano pren- 
dendomi mi legò qui , come tu vedi , e lassommi stare ed 
andossi via. L' uomo cortese e buono si sciolse il serpente, 
e 1 serpente subito che fu sciolto, si gittò adosso all'uo- 
mo, ed avvolsesili al corpo d'intorno, e guardava di darli 
di ciuffo al viso e di mordarlo, e Tuomo si difendeva 
quanto poteva, e diceva: malvagio serpente e sccmo- 
scente, perchè mi voli tu mordare, che ti sciolsi dal 
palo e campanti dalla morte? E '1 serpente diceva: La 
mia natura mi da ch'io sia nimico dell'uomo, e eh' io '1 
morda quando io posso, se non già per paura dell' uomo, 
quando mi sopra facesse, si ch'io non mi potesse difen- 
dare; e stando l'uomo e '1 serpente in questa tenzione, 
e la volpe sopravenne in quello luogo, e l'uomo la chiamò 
in sua difensione, e diceva la sua ragione, e '1 serpente 
la sua ; sì che la volpe addomandò che le fusse commessa 
la quistione d'amenduni le parti. Ed avendo la volpe ri- 
cevuta la commessione della questione, disse cosi: La vostra 
quistione io non posso terminare, s'io non veggo in prima 
come il serpente stava legato al palo , come era in prima, 
e come tu lo sciogliesti. Allora di consentimento delle parti 
la volpe comandò all'uomo che dovesse rilegare il ser- 
pente al palo, come era in prima; e quando la volpe 
vidde legato il serpente, die cotale sentenzia e disse: Ed 
io sentenzio per la quistione che a me è commessa da 
ciascuna delle parti, che tu, uomo, vada al tuo viaggio 
sano e libero, e '1 serpente per la sua ingratitudine già 
mai non sia disciolto, anco muoia di fame. Ed in verità 
dico , che cotale sentenzia converrebbe che fusse oggi nel 
mondo per vendetta degl'ingrati, perciò che oggi la mag- 
gior parte degli uomini sono fatti simili al dimonio, il 
quale quanto più è servito, più diserve; ed anco per la 
troppa ingratitudine che nel mondo regna, si dice un'altro 



— 411 — 
roverbio e dice: Non espiccare (1) Io 'rapicciilD, che esso 
ipiirarà te. 

E questo proverbio credo che ebbe nasciniooto ila 

UDO esemplo che io adii, il quale è detto per ammaeslra- 

menlo di ciascuna persona. Fu una volta nel leaine dì 

uno re, il quale aveva imo suo barone nel suo 

f-eaine, il quale esso molto amava e molto di lui si con- 

ava» ed in lui commetteva la guardia di tutto il suo 

earoe. Avvenne che una volta il detto barone sì leg^e uno 

bro di proverbi , e leggendo trovo tre proverbi infra gli 

Itri, e quali dicevano cosi: E 1 primo: Non espiccira 

'npio-^lo, ch'elli impiecara' te; il secondo: Non sia 

roppo lieve a rivelare il tuo segreto a la tua sposa ; e M 

rzo: Non ti conduriare in ponto che ti bisogni provare 

Lire di tuo signore. E poi che 'I detto barone ebbe letti 

li tre proverbi si i»oso in tenore se in essi fusse ve- 

Av verme, che una volta il barone, visitato tutto 1 

ame per dispensare le signorie e le guardie delle ville 

"e delle citt;»» intrando nella città trovò grande Iristixia, ed 

iddomandò la gente di tanto dolore; onde gli fu risposto, 

ht colile nobile cavaliere per cotale fallo il re F avea 

[iudicalo alle forche, e giti era inenato presso alle forche 

^r essere Ì!npÌe4:alo, Alloi-a il barone ponse rortemenle il 

ivallo inverso <piella parte che 1 cavaliere doveva (^s^^^re 

sto, e trovò che già il cavaliere era salito in su la 

afilla r e solo restava il levarli la scala di sotto a' piedi. 

sareldie neir altro mondo passalo, Allora il barone gli 

la fune di collo, e scìolseli le mani e menollo al 

I, è ioginicchiossi il barone dinanzi al re, e pregilo (4) 



fi) Lìov 1 0^4 Ite re vivo i\i\\k forche rirjii>éso, i* voce non ivgisu*a(a. 
(^) Pr^^àio invece dj |irej^M>llo, forma oriyiiiuK^ della 3.^ piTs. rlel 
L nd ffrbi di L* conjuy;,, tuttora mata n-a' contadini neHe vicinanze 
liì Roma, rourrtn famigliai» auli amichi : « Li i|uali Meliiboo abbonde- 



— 412 — 

umilmente che per amore dovesse liberare il detto cava- 
liere da quella crudele morte, la quale grazia gli fu li- 
beramente conceduta, e fu ristituito il detto cavaliere nel 
suo pristino onore; si che udite quello che lo 'mpiccato 
larà al barone che V a spiccato. Avvenne che lo re d' India 
mandò uno anello a questo suo signore con una gemma 
bellissima e virtuosissima, a che U barone vedendo un dì 
questo anello in dito al re, sì gli Taddomandò. Il re ri- 
spose e disse: Questo anello mal volonUeri te '1 do per a- 
more di quello signore che me '1 donò, e negare non 
te ì posso per T amore che a te porto; ma se tu pare 
il voli, io te '1 donarò con questi patti e condizioni, che 
qualunque ora io potrò sapere che U dica (1) o doni a 
perdona, io ti forò impiccare per la gola. Allora il barone 
s'inginocchiò appiedi del re, etrasseli Panello del dito e 
disse: Ed io. Signor mio, a questo patto Panello ricevo; 
si che 1 barone se ne portò Panello al suo palagio, e 
miselo in uno suo gofanetto, non credendo che la sua 
>lM)sa il sentisse, e posesi la chiave a lato. Dopo il terzo 
dì e la sposa sì domanda che cosa fu quella che lui mise 
iK'l g<>fanetto. e U barone le 1 cominciò a negare, e la 
>p<^5Ji fece quello che dice Aristotile: La femina quando 
,ima, non pone all'amore né modo né misura; onde il 
Kin>ne quanto più le "1 negava , tanto più s' accende\-a 
l\iriim«> «li N^i^erlo: sì che un dì essendo vento (2) dalla im- 
{vriuniii sua sì l'aperse il segreto, non celandole niente, 
A^^iiuv ohe riprendendo un dì il barone la donna sua 
ilaKano fallo, la donna per lo secreto non coperto era 

w'.'VSr-cir "'nnix^ i fw^Ui che della santade della sua figlia istudiosa- 
:\ ''::.'. :rxA\ijis5ero > fVolgar. di Albertano del Consol. e dei Cons. 
cs;\ l. \ 

> ! • I; uK^sih k> manifesti a persona akona. 

li» -V .;^ ci*' Tìnio dall'ani, voìccrt; Dante nel Credo: 
SicM. ^<r .'uj da noi 'ì nemico è vento. 



— 413 — 
aldanzosa contra del barone; per la qual cosa il barone 
[percosse nella bocca ; onde tnrbaUi fortemenle la donna, 
notte venenle si gli furò segretami^nte la clnavicella del 
10 gofanelto, e trassene Fanello, e si si ve^tì de' suoi 
fcslli drappi ed andossene al re e giltosseli a' piedi, ed 
cusò il suo marito come esso et*a traditore di santa Co- 
>na e di lutto il suo reame; ed in segno che non era 
fedele a re, si si mise mano in borsa e trasseae. T anello 
lore, il quale il re aveva donalo al marito suo mn tanta 
rdia, e poselo nelle mani del re. E non è da raaravi- 
Ilare, se quella donna sopra ira accusò il marito suo e 
^velò il suo segreto, per ciò che Tira della femina è 
jliata a l'ebrezza; onde come mai non può essere 
Ilo segreto da uno ebro, secomlu che dice Salomone, 
cùà la femina adirata mai segreto potrà mai ritenero; e 
dtdò iìke Salaraone : Come non è capo sì rio e si nocivo 
ae il capo del serpente, cosi nulla ira è tanto pessima 
quella della femina. Onde dice il fdosafo che, Tira 
wdinata della femina e Tamore loro disordinalo si le 
iivenlare furiose a modo di demonio o dì persone in- 
liale. E queste parole sieno intese per le femine di- 
linate. ma non per le buone donne e sante e degne 
ai pregio. 

Avvenne che 1 re forte turbalo inverso del barone, 

}nosceDdo il suo anello, sì mandò per lui, e secondo 

impromessa fatta si '1 giudicò alle forche. Essendo 

ilo il Ikirone alla giustizia con mollo pianto e la- 

ito di tutta la gente, non si trovava chi lo volesse 

se non quello Ingrato cavaliere, il quale poco 

li rtsso aveva scampato dalle forche; il quale si levò 

piedi e disse: Ed io voglio essere quella persona, che 

jempìa la giustizia di misscre lo re , e vogliolo impiccare 

Qlle mie mani* Allora il tiarone pregò il Ixirone ovvero 

popolo, che dovesse udire quelle parole, lo quali vo- 



— 414 — 

leva parlare al re, ed essendo menato il barone dinanzi 
al re. se gli inginocchiò a'piei, e prega (1) umilmente il 
re, che 1 debba udire alquante parole, e rìceuta la li- 
cenzia del parlare, disse: Santa Corona, leggendo io un 
di nel libro de'Proverbii, io trovai tre proverbii che dice- 
^-ano così: Non spiccare lo'mpiccato, che impiccare te (2); 
non sia lieve a rivelare il spreto alla tua moglie; non ti 
condaciare a ponto che ti convei^ provare amore dì tuo 
signore; onde io ora o provati li primi due e conosco 
che sono veri e senza cagione non furono detti; ora mi 
conviene provare 1 terzo, che veggo che mi fa bisogno; 
e perciò vi pr^o per T amore ch'io v'o portato e che 
voi avete portato a me, che voi mi perdoniate si grande 
fallo. Allora il re sì gli perdonò e ristituillo in tutte le 
grazie di prima , e M cavaliere ingrato fece strascinare per 
tutta la città; e poi il fece impiccare per la gola, e la 
sua moglie subito la fece ardere. 

Dico anco che lo 'ngrato e lo sconoscente, che 1 
ì)ene non riconosce e li benefizii ricevuti, sa fa molto do- 
lore al servente ,, perciò che per bene ricevuto rende male 
quello che vole che dalla sua parte pesi la bilancia , e chi 
nel servire non ricompensa, si fa dolore di passione di 
cuore, la quale chiama Aristotile pena reale e sensibile, 
per ciò che comprende il dolore dell'anima dentro dalla 
parte dello intelletto, e ì dolore delP anima di fuore da 
la parte del sentimento. E questo pare che sia quello do- 
lore, che medicina non può tro\'are; onde noi troviamo 
d'uno grande principe di Roma eh' ebbe nome Scipio Afri- 
cano, il quale difese Roma dalla potenzia d'Annibale re 
di Cartagine, e sì lo sconfisse e tutta l'Africa soggiogò 

(1) Prega, cioè pregò, come sopra si disse, 
(i) Anche il Varchi, Star. 2. i2: e Chi spicca lo nipiccato, lom- 
piccalo appicca lui. » 



~ 415 — 

alia signoria de* romani , e prese Cartagioe città reale e si 
l'arse; onde certi romani invidiosi sì gli apposero ed ac- 
ttusaro, che esso aveva .spoglinla talta l'Africa e fatto a se 
tesoro proprio. Per la qual cagione e .sanatori (1) sì gii die- 
dei'O Terna;5ino per contini, e partendosi da Roma per 
Cure 1 c^imandamento loro, il popolo gli gittava il loto e 
le pielrc adosso, per la qnal cagioiìe per dolore infermò, 
atl bifermo fu arrecato a lioma; e conoscendo Scipione 
Africano dovere morire di quella infirmila, sì mandò pre- 
gando li sanatori che venissero irifitio a loro ovvero a Ini, 
u venendo si li pregò per amore che esso avea portato al 
bene comune di Roma, che tre grazie gli dovessero fare 
dopo la morte sua. E la prima si e, che alle spese loro 
iJovt^ero uiaritare mia sua ligliuola, imperò die per se 
era sì povero, che non aveva onde la potesse maritare; 
onde disse a loro: Avendo io signoreggiata tutta P Africa 
allo imperio romano, io non ne portai con meco se non 
Hueslo nome, che so chiamato Africano; e perciò vi prego 
elle la maritiate sì come si confà al vostro e mio onore. 
Il secondo dono che asso addomandò, si fu che alle spese 
del comune essi facessero sepollire il corpo sno, perciò 
die di me non rimane tanto che esse spese si potessero 
(krt!. L^ altra grazia che esso domandò si fu, che come 
fosse morto e messo nel sepolcro , che ne fusse tratto ed 
arso e fallone cenere, e la polvere gittata ne! fiume del 
Tcvare, e di fuore dal sei>olrro facessero serivare in una 
y: *"•" lueste lettere: Città di IVoma ingrata, tu non ti 
lai delle mie ossa mai. E poi che Sciino ebe (2) 11- 
nife le j%u« parole , dopo poco tempo passò di questa mi- 
seniWle vita, e tutti li suoi preghi furono da' sanatori di 
Roiaa pienamente esauditi. 

ii) ttìUmtìi i S<'nn«ori; anche Sanato si fli<isp |h_t Srnalo. 
{t) Fonua (»riiniliva r> regolare, famigliare iti?li autithi ; < Intra quali 
rbr modid dì fedile e di tisica t {Lio. dei ComoL e M Consigi cap. I). 



— 416 — 

E di questo pessimo vizio della ìDgratitudine ^ pone 
Valerio Massimo un'altro bello esemplo, il quale non è 
da tacere. Recita Valerio, che vedendo quelli di Cartagine 
che Annibale, quando era giovano, si dimostrava d^ essere 
ardito, valente e savio, sì mandarono in Lacedemonia per 
uno maestro dotto in ogni arte di cavallaria, il quale aveva 
nome Licofron. E venendo in Cartagine, si ammaestrò 
Annibale in ogni arte e sagacità militare e cavalleresca, e 
che a guerra s'appartiene, e in tanto diventò valoroso e 
vittorioso, che non fu mai uomo, che tanto fusse vitto- 
rioso de' romani, e tanto male facesse a loro, quanto ^U; 
onde di lui si legge, che delle anella che trasse delle dita 
de' baroni e de' cavalieri e delli donzelli che esso uccise 
in battaglia, che esso n'empì diciotto gofani in segno di 
vittoria. E di questo nullo si debba maravigliare, imperò 
che per antico tempo tutti li cavalieri di Roma, che combat- 
tevano per lo popolo di Roma, si portavano l'anello in dito 
in segno di fedeltà, e che erano fedeli della republìca di 
Roma, siccome fanno oggi li vescovi e gli altri prelati, li 
quali portano Panello in dito in segno che debono essere 
sposi di santa Chiesa. E quando il detto Annibale passò 
gli Alpi (I) per venire in Italia, a pie di Lombardia fece 
scaricare tutte le bestie loro, e d'esse some fece incari- 
care li romani, li quali esso aveva prigioni, e qualunque 
di loro per stanchezza non poteva cainminare, sì gli faceva 
tagliare le gambe, e così moriva miseramente. 

Recita anco Valerio, che Annibale die una grande 
sconfitta a' Romani negli Alpi di Lombardia allato a on 
grande fiume, il quale si chiama l'Adda; che delli corpi 
de' romani che fece gittare in fiume, tutta la gente d'An- 
nibale a piedi ed a cavallo passare come sopra terra fenoa. 

(1) Alpi: € Per li Alpi e per li diserti » (Giov. Celi. LeU. VI); 
€ Caccioe gli Eugani , i (|uali abitavano tra 1 mare e gli Alpi » (Li?. Mi 



— MI — 

Traodisi anco che questo Aiiniliale sedici volte fu vittorioso 
de'Bomani e si li sconfìsse* t»<l una di quesle sconfìtte Ipr 
_tljè tiel piano delTagro di Perugia ]ìresso a Cortonn, ed 
grande vergogna e confusione erano venuti li romani 
In quello tempo, per rio che per la grande pace» nella 
|uale essi erano stati longo tempo, già avevano dimeoti- 
111» Parie del guerreggia i-e, e perciò dire Vegezin neU 
Arte Cavalleresca . che la ì;;tvia ovvero la poca gente sa- 
lente e bene ordinata si e sempre presso ad averle vìt- 
ma; ma la grama gente e stoltamente ordimila si e sem- 
appareochtata alla morte. E di questo non e bisogno 
'avLTe givinde srienzia , perciò rhe questo spesse volle 
proviamo pei' spii'ieiizia, onde ([uesto noi vediamo spesse 
ioll4^ neir italiani, lì quali infra tutte te genti del mondo 
anno sempre in molte guerre e brighe, e per la loi'o 
Nlardia spesse volte ricevono vergogna e danno , e coloro 
per antico tempo solevano essere signori di tulio 1 
indo, oggi vedendo Tomlira d'un tramontano (1), fu- 
[)no come tinnio. «* le masra»'e the s'usano per mettere 
lura ahi fanciulli, (hcendo: bai, l)ai, veilendole in capo 
'iramoutaoj, si si governano nelle tane più tosto che co- 
ligli. Ed onde venga tant^i codardia nelli nostri^ tre ragioni 
iie possono assegnare: e la [irima ragione che i»ui' li 
ìsiri sono i:odardi verso li tramontani, si e che piace al 
Signore Iddio di coi'rcggiare in questa vita in al- 
itino mmlo li mali guadagni de'nostii italiani: onde come 
nostri vanno nelle parti d'ollramonti, facendo risma ed 
altri mali guadagni, facendo anco mercanzìe non lecite, e 
lorrjano di qua vesiiti a fa francescA e sono gentile- 
i^ e comperano torri e palagi e sono cliiamati misserì, 
tm piace a Dio che gli oltramontani [lassino dì qua nelli 
paesi e sopra delle nostre persone si rifaccino e di- 



ci) rrtuiHjiitam cioè «ttramuntaiio, tora^iiuro. 



W 



— ii8 — 

ventino cavalieri dritti per baronia d'ardire e di buon 
core, ed in tanto le nostre contrade sono venute in spa- 
vento, che ciascuna gente in sua guerra si tiene sconfitta, 
se delti tramontani non è fornita. E perciò troviamo che 
Iddio disse a Moises: Se U popolo mio non farà la mia 
volontà e non ubidirà a li miei comandamenti, io lor met- 
terò sì grande paura, che uno decloro nemid farà fugire 
diece di loro, e diece cento, e cento ne scacciaranno mille, 
e mille di loro ne scacciaranno diece milia. 

La seconda ragione della codardia de^ nostri si può 
mostrare per detto di due savi mondani; onde Prudenzio 
dice che nel sentimento eh' è a più cose sollecito ed inteso, 
si è più debilità e meno fortezza a ciascuna cosa; e per 
lo contrario noi vediamo, che con uno sentimento noi quasi 
addormentati siamo in uno adoperare, ma gli altri senti- 
menti sono in adoperare più debili. Onde quando Tuomo 
vede una cosa, nella quale col vedere molto si diletta, 
poco in quello tempo è inteso d'udire quando altri gli 
parla; e quando l'uomo ode una cosa molto dilettevole, 
in quello punto poco pare che si curi. L'altro detto dice, 
che nullo pare che dubiti di fare quella cosa, la quale 
conosce se sapere bene fare. Or potiamo dire che perciò 
la gente nostra sa male l'arte di combattere, perchè la 
maggior parte è sollecita adoperarsi; inde seguita che a- 
gevolmente nelle battaglie voltano le spalle, che malagevoi 
cosa si è a potere essere insiememente usuraro, scher- 
mitore e giostratore; ma argomentano loro coraggio in 
scemare l'animo delli spaventati, che quando vanno armali 
come scarigli, alcuna volta come tedeschi o come tramon- 
tani, e che fanno vestimenti de' lor panni, si che per la 
piccola fortezza e fermezza che anno da la parte dell'a- 
nima dentro, ornansi da la parte di fuore con avari 
vestimenti; ma se tutto '1 vaio del mondo fusse posto in 
capo d' uno cavallo , per ciò non diventarebbe né cavaliere 
né giudice. 



— 4K) — 
La terza ragione della codardia de' nostri si poliamo 
loslran^ |>er alcurìo detto di Salamone, die dire: Egli è 
icglio a morire che es.^ere lìiso^iinso, e che la morto sia 
ìlce per chi e in necessità; i? perciò se gli uitramoolani 
fissano di qua come bisoj^nosi , per maggior parte vengono 
per morire o per acquistare il lìostro. pmy che poco pos- 
mio perdare; ma se li rmstri si inetlessero a pericoli jcoii 
wy, si Simo più tosto sicuri di perdare che di gnadaj^nare; 
perciò trnviamo che rimbaseindori dei re Dario minac- 
ciarono Alissandri» imperadore del mondo del mollo tesoro 
che aveva il re Dario, ed Aliss;indro rispose a' delti im- 
cìadorì e disse, che 1 grande tesoro dello signore ina- 
iiiava il cuore de' suoi cavalieri a essere valenti e arditi 
conquistarlo, acciò che sopni di loro lieni potessero 
livenlarn ricciii. l'otiamo anco aggingnare un'altra ragione, 
he si chiama collaterale; e potiamo dire che la nostivi 
^nle nella sua conlrada è tiene ailagiala con molte cnn- 
)lazionì di mogli e di figliuoli eoo rnolfi denari t* belli 
asamenti, si che per troppo disordinato amore che anno 
queste cose, mettono mal vnlonticri le loro jiersone a 
riscJììo; onde noi troviamo che Iddio comandò a Moises, 
lie oissuno uomo che avesse menata mo^die di nuovo , in 
Ilio (iriello anno lo mandasse alla l»attaglia , ne anco chi 
sse casa nuova o chi ponesse vigna, acciò cfie T amore 
ilio disordinato noi facesse diventare codardo. E qut/- 
[larole sono dette non in vituperio della nostra gente, 
ch«' in lutto 1 mondo per lo lem pò passato non ru- 
mai tanti valorosi uomini, quanti sinin slati quelli 
llalia, che tutta la valorosa gente che furono a sediare 
grande città di Troia, furono ilalìani. Onde troviamo 
le Achille foilissmio fu di Puglia d'una città che a no- 
ie Taranto» e fu il primo uomo che facesse legno per 
ivicare per mare. Am^i di Puglia d' una città che si chia- 
"^mìi Melfi, ti dello primo marinaio si ebbe nome Argo; 



— 120 — 

onde dice santo leronimo nel primo prolago della Bibbia: 
L'Italia anticamente si chiama la grande Grecia, onde Italia 
tanto è a dire qoanto nolla provincia tale. Lassiamo stare 
la loda de'romani, c4ie serebbe impossibile a narrare le 
loro magnifiche vittorie e le loro virtù, che anticamente 
regnavano in loro; onde dice santo Agnstino nel libro 
delia Cute di Dio^ che non fu provincia in tutto 1 mondo, 
che non sentisse le ferite d^i spontoni e delle coltella 
de' romani. E per tanto sono dette queste parche, che 
poiché al dì d*oggi non curano dell'onore della eavallarìa, 
almeno sappino vi vare in pace co' loro vicini, e ciascuno 
sia contento di quello ch'è suo proprio, e eoa cessaranno 
tutte le jNìghe. F(Hiamo agiumai conchiudare la seconda 
cosa, che si propose di dire nella seconda parte principale 
del presente Capitolo, e potiamo dire che Ù maestro d'An- 
nibale re di Cartagine, il quale fece .Vnnibale per sua arte 
tanto magnifico e valoroso, fu da' Cartaginesi cosi meritato: 
non essendoci alcuna cagione per invidia, li cartaginesi lo 
lapidaro, sì che la ingratitudine sempre nel mondo tenne 
grande campo e oggi più che mai. Lasso stare al presente 
li tradimenti che regnano oggi ne' nostri paesi, per la qual 
cagione per la paura che Tuno a deir altro, si stanno ag- 
guatati ne' bisogni di scampare vei^gna dentro a le mora, 
come sta la talpa sotto la terra, e lodano l'uopera. 

Nella terza parte si può dire, come prova il filosak 
che i>er lo conoscimento che noi abiamo in questo mondo 
della natura delle creature . noi veniamo nel conoscimento 
dì Dio. E questo dice anco l'.Xpostolo; così. potiamo anco 
ilirv ohe per lo servire che fanno a noi tutte le creature, 
sìauK) aumuestrati di senine a Uio, e l' uno all' altro ne' 
Insogni . e di min eNsere ingrati né sconoscenti de' benefizii 
riivvuti. e di questa virtù rìconoscitiva si n' ammaestra 
priiKÙivalmeute quaUro cose. La prima si e l'ordinazione 
iiella natura: la seconda si è la mutazione delle nostre 



— 421 — 

membrn; lalerza si è la condizione ilomeslica e la salvalica; 
la quarlA si ò la consuetudine e P usanza aulica, Poliamo 
dire ìu prima die di quesle ^irtù ci ammaestra V oi'dine 
della natura, perciò cfie noi vediamo che 1 mondo fu 
fallo in servizio dell* uomo, e 1 mondo serve air uomo 
con tulle le sue cose: onde il mondo serve air nomo con 
mulamenli de' cieli, col nascimento e cohMmeolo (I) del 
ile e della luna e de^li altri quattro alimenti, e con tutte 
queste cose serve air uomo, acciò che per essi egli abi 
|]a sua uecessità, e possasi conseii-are nel suo essere pro- 
prio. Dico anco di (juesla virtù ci ammaestra la mutazione 
Ile nosti*e membra; noi vediamo per esemplo sensibile, 
jet che tulle le membra del nostro corpo si ricevono 
hmore mmazione e vita, e tutte continuamente scì'vu (i) 
cuore, 6 in lanio li sono fedeli, clie infemiando il 
lore, tulle le mendjra ne dimostrano com|*assionc con 
ej(iio manife^sto, si che la faccia n'impallidisce, ♦.di occhi 
[sì fanno lividi, il naso ammortisce, e capelli che nascono 
I dalla fumosità del cuore, si cagiono del cuore ovvero del 
rapo, r orecchie diventano pniide e nere, le quali nascono 
]alla fumosità del curtre come li ca|>elli, Dico anco di 
^questa virtù n* ammaestra la condizione domestica e sai- 
Italica, perciò che gli animali che con noi sono doniesticbi, 
li poco servizio che da noi ricevono, sì ci sono serventi 
feileli; onde le pecore continuamente ci danno il latte, 
ca^io e la lana. Vediamo anco che li cani per uno poco 
[di pane che ricevono dai loro signori, sollecitamimle *^\i 
rtriiardaQO le cose loro, mai loro uun ablxindonano, rom- 
Itattnndo per loro contra deMoro nimici infino alla morte. 
Onde si legge che in Roma fu uno uomo, il quale aveva 



(t) ùAcanvenio Oi^sià U^monlo; è voce da regfislrarsi. 
{% Invecf* di strvono , forma assai fre4|upnlo negli aniìclu scrini , o 
adh Vita dì foia di [Umzo. 



_ 422 — 

molti nimìci, il quale sempre andava accompagnato con 
uno buono cane valoroso, sì che avvenne che uno di fu 
assalito costui da' suoi nimici, li quali erano sei e bene 
armati , sì che 1 cane suo subito alla gola d' uno degli 
assalitori si gittò colla bocca, e noi lassò infino che Pebbe 
strozzato, benché mentre (1) ricevesse molte ferite; final- 
mente Puomo, di cui era questo cane, sì fu morto da 
questi suoi nimici, e poi che fu morto, questi nimici pre- 
sero il corpo e gittarlo nel« Tevare. Il cane suo fedelissimo, 
non volendo più vivere dopo la morte del suo signore, 
gittossi in questo fiume ed annegossi. Truovasi anco che 
andando uno mercatante in suo viaggio con uno suo ca- 
gniuolo , avvenne che U mercatante in suo viaggio uscendo 
un poco fuor di via per alcuna cosa, e andando per la vìa, 
sì gli cadde in terra una borsa piena di moneta grossa; 
e andando il mercatante per più dì, credendo avere riposta 
la detta moneta nelle sue bisacce, e giugnendo il merca- 
tante alla città , ed avendo investito quello che gli piacque, 
e cercando nella bonetta (2) per la pecunia per fare il 
pagamento, ed egli non la trovò, e turbalo forte pur pen- 
sava in che luogo li potessero essere caduti, e facevano 
addomandare per tutta quella contrada, [per] la quale esso 
era passato, promettendo d' essere riconoscente inverso di 
quella persona, che gli rendesse la detta pecunia. Final- 
mente il mercatante sì ritornò al luogo, al quale prima 
era stato, e si trovò il suo cane, che era morto sopra la 
borsa della detta moneta, e già putiva, il quale aveva 
guardato la moneta di questo suo signore, non curando 
ne di mangiare né di bere. 

Un'altro esemplo troviamo, il quale avvenne in uno 



(1) Mentre, cioè in quel mentre, frattanto. 

(2) Bonetta, valigia: « Ma tu acci poi sì piena la bonetta, Che 
lo la porloroblx>n duo somieri » (Burch. IH. 91). 



— i23 — 

convento di frali io Perupa. Xarrasi che nel contado Ai 
Perugia era uno viHaiio, che aveva uno cane mi^diure che 
ise in lutto il contado di Peiiiscia. Avvenne che quello 
llano che aveva quello cane, infermò e per potere es- 
re meglio curalo, si fece portare a I*eru^ria, andando 
cane sempre dopo lui; e venendo a morte il dello vi I- 
\f si giudicò (1) al luogo de' frati romitanì: e dopo la 
iorle ^ua e^ssendo portato il corpo al luogo de" detti fidati, 
cane andava sempre dietro a la bara , e poi die 'I corpo 
solterrato, il cane niente ritorna (2) a la casa: anco 
iccva continuamente sopra della fossa del suo signore 
isio e malioconoso, ed inde non si pailiva, se non quando 
[dava nel rifettorio de' detti frati, e riceveva del pane 
essi frati, e diventò il detto cane mansueto come uno 
ignello, essendo in prima feroce come uno leone: e {piando 
alcuna volta avesse trovato senato il cimiterio, sì urlava 
a l^ uscio a modo d' un lupo infino che gli era aperto, e 
a questo modo stette questo cane iotìno a tanto che moil 
Sopra questa materia potiamo ponere esemplo de' ca- 
valli, lì quali essendo cosi foili animali e feroci, per ima 
d'annona che ricevono dagli uomini, si sono tanto 
riconoscenti, che si lassano infrenare e ponere la sella 
e cavalcare e pugnare; onde avvenne ammirahil cosa in 
l.onibai\lia nella città di Como. Truovasi clf e melanesi 
[furono S4:0!dìtti in uno riscontro, nella (piale scoutitta fu 
iDilo uno nobile cavaliere di Milano, il quale aveva nome 
lissere Carsone. Il suo cavallo vedendo morto il suo si- 
re, si prese la via verso Milano, e non fu persona 
the 'l potesse prendare: anco n'andò correndo infine* a 
llano, che sono vinti miglia. e<l mirò dentro dalla stalla 
lei suo signore, e tanto percosse il capo a la mangiatoia, 




(I) Si pitcticd , CIO»' volle psserp sepolto né cimilero de* frali romitani. 
(^) lUhrna, nsi^ui non ritoiiiùw 



— 424 — 

che s'uccise. Il quale cavallo fu il primo messo che an- 
nunziò per segno come li melanesi erano sconfitti; e per- 
ciò troviamo che Alissandro in ricompensazione del buono 
servizio del suo cavallo Bucifalasso, morendo il detto ca- 
vallo, sìM fece seppellire con grande onore, acciò che '1 
suo corpo non fusse dalle bestie divorato. Questo mede- 
simo riconoscimento troviamo che anno in loro le bestie 
salvatiche; onde quale è più feroce bestia che '1 leone? 
del quale animale in sua commendazione dice Salamone: 
Il leone più forte degli altri animali non teme T assalto 
di nullo altro animale, si che per l'altezza e fortezza Sa- 
lamone chiama il leone fortissimo sopra tutti gli altri ani- 
mali; e secondo che noi diciamo che Salamone è savio sopra 
tutti li savi, cosi per simile diciamo che'l leone per sua 
altissima fortezza infra tutti gli altri animali è chiamato 
fortissimo. Onde della fortezza del leone troviamo cotale 
esemplo nella Bibbia, e dice che andando una volta il 
forte Sansone col padre e colia madre sua a una città 
de' Filistei, che si chiamava Azoto, per prendare moglie, 
ed uno leone uscì della selva, e sì gli assalì, gittando 
grande mugghia (1); e dice la Scrittura che lo Spirito Santo 
venne sopra Sansone; e sì se li gittò adosso e pigliollo 
per le mascelle e così lo sbradiò (2), come fusse stato uno 
agnello cotto bene, sì che 'I leone rimase in terra morto. 
Avvenne che ritornando Sansone indietro verso casa sua, 
sì volse rivedere il corpo del leone, e trovò che egli 
aveva fatto uno fiadone di mele, e Sansone ne mangiò e 
dienne al padre ed alla madre sua. Avvenne il di del 
convito, e Sansone disse a' trenta giovani, li quali erano 



(1) Invece di yrandì mugghi; desinenza di cui si hanno molti esem- 
pi, come l'ondamenla, peccala ecc. 

(2) Sbradiò, sbranò, voce non i:egistrala : t Dilaceravit leonem quasi 
hnodiini in frusta disccrpiMìs p fui. XIV. 0. 



I 



K^KT 



— 425 — 
5nmi in sua compai^mia e «Iella sposa sua: Io si porrò n 
Milazzo una mia questione, e tlovvi lerniine selle dì n 
termi Hspondare, e se voi saprete sdof^yare la mia 
liiestione in questo tempo, io darò a ciascuno uno bello 
eslitnento; onde li donzelli rìissei'o a Sansone, che pro- 
ponesse la sua questione. Allora Sansone disstt; La mia 
questione si è questa, ehe di quella cosa che mangia alimi, 
sì è uscilo il ci!>o, e della rosa furie, è uscita dolcezza* 
E li donzelli assai pensando nella (piestione, niente la po- 
tevano intendare: e finalmente se n'andarono a la sposai 
di Sansone, e pre^mrla ch'ella facesse sì per op:ni modo, 
flfeir avesse ta intenzione della questione da Sansone, si 
die per ogni modo ella sa[»esse la vei'ilà dì questa cosa; 
che la donna tanto molestò questo suo sposo con molti 
pianti e lagrime, <'lie Sansone le manimisi/* tutto *l Irrito, 
e poi la donna il disse a donzelli, e nel (ine d'otto di li 
donzelli risposero a Sansone in (|ueslo modo e dissero. 

Iche quella cosa più dolce si era il mele, e quella cosa 
phe era più forte che nissnna, si era 'I leone. Allora San- 
tone rispo,se a' donzelli e disse: Se voi non avesse aralo 
nella mia vitella, mai non avreste sciolta la mia questione; 
e debasi intendare. che quando dice che lo Spirito Santo 
Tenne sopra di Sansone, rhe le fnrze, le quali seconde» 
operava Sansone, si Tadoprava miracolosamente, cioè por 
viilù dello Spirito Santo. Onde poniamo che alcurìa vn|i;i 
sì truovi die Tuomo aln per mn ardire mollo il leonr; 
in%e che questo a peimesso Iddio per dimoslrare la «grazia 
signorìa, eh' Iddio aveva data air uomo innanzi che pec- 
vaa^ae, sopra tutte le creature mortali. 

Ancu del leone fu dimostrati» una fortezza in Parlari 
de* nostri tempi in questo modo, che re Filippo figlio del 
re Lodovico e nipoti» ramale del i^e Carlo vecchio si ave- 
xz uno ciivallo ^'rande e hello, ma ei*a tanto perverso, che 
i|ualun(|ue iKizzìcava con lui , o (*' V uccideva o il perirò 



-. 426 — 

lava della persona, quando con la bocca mordendo, quan- 
do co' calci scalcheggiando, si che il re volse provare il 
suo cavallo in questo modo. Egli fece fare uno travilo (1) 
presso a Parigi , e mise in quello travito questo cavallo e 
uno leone e uno leopardo e una troia co' suoi porcelli. 11 
leone si pose a giacere da la parte del travito, il cavallo 
venne verso il leone e pure il musava; per la qual cagione 
cominciò a far vista di volersi levare; allora il cavallo volse 
e calci dietro , e die sì grande il calcio al leone , che 'I 
fece quasi cadere in terra, ma non gli colse granatamen- 
te (2); ma il cavallo innanzi che 1 leone si levasse, prese 
il leone su nel dosso colla bocca , e levoUo in alto, andan- 
dolo percotendo per lo travito, e già T aveva condotto a 
mal porto. Allora il leopardo si gittò in sul dosso del 
cavallo, e Accogli la bocca e gli artigli su nello spinale; 
poi vedendo la troia questa meschia, subito die di bocca 
alla gamba del cavallo dalla parte dietro. Il cavallo per 
lo dolore che sentiva per lo morso del leopardo, si aperse 
la bocca e lassò il leone, e lo leone lassato che fu, gittò 
uno grande mugghio e levossi dritto co' piedi dinanzi e 
con la bocca aperta, e si die di ciuffo alla testa del ca- 
vallo e trasse a se con si grande forza, che con la bocca 
gli schiantò la metà della testa , e colle branche gli schiantò 
le due spalle dinanzi, e cosi rimase il cavallo in terra 
morto. Questo esemplo è detto per coloro, che col loro 
maggiore si contastano; e poniamo che alcuna volta mostri- 
no di superchiare il nimico, niente meno rimangono diserti 
e consumati. E queste parole pertanto sono dette in com- 
mendazione del leone; perciò poniamo che per le parole 
dette di sopra si possa provare che'l leone è'I più forte 
animale che sia, e però è chiamato il re degli animali; 

(1) Travilo, ossia steccalo fallo, con IraYi. 

(2) Granalammle . appuntino, aggiustatamenle ; manca nel Dizion. 



— 427 — 
niente meno de' lienefizii es^ è 1 piiì ronosoenfe animale 
che sia, e |)ei' questa cagione è detto il pili nobile ani- 
male che sia. Onde si truova che una volUi andando un»» 
cavaliere errando per uno diserto, sì trovò uno leone, il 
quale comlialteva con uno {[^rande serpente: il serpente 
già aveva accerchiato il le<>ne, e cercava di darli di riuiro 
al capo colla t>oc*^ per attoscarlo, e già aveva si stancato 
il leone, che ap()ena si |»oteva difendare, e metteva '^'randi 
mugghi. Il c^ivaliere avendo compassione del leone » si si 
gli appressa col suo cavallo, e mise mano alla spada, e 
tanto s'ingegnò, che tagliò il capo al serpente. 11 leone 
scampato di tanto servizio non fu ingrato: anco sempre 
che 1 cavaliere visse, andava dinanzi da lui a niodo dMin 
catellino: e quando il cavaliere andava in alcuna liatta^'lia, 
il leone sempre [*ercoteva e nemici innanzi di lui: per la 
qual cagione il cavaliere fu di molte liallaghe vittorioso. 

Un altro esemplo del leone degno di memoria si legge 
nella storia di santo leronimo; legge (1) la sua leggenda e 
trovara' lo. come in provazione di questa materia sono posti 
ahjuanti esempli del leone; così se 1 dire non fiissi^ trop* 
JM) lungo, poieremmo [Kmei-e esempli di molti animali do- 
me.*tichi e s.d valichi: ma del riconoscimento del T elefante 
non si dehha tacere* Leggesi nel Libro degli animati, 
che 1 leofante si doma in (piesto modo: e cacciatori dm 
che fanno una fossa grande in quello luogo, dove usa lo 
leonfante, e si la cuoprono di terra e di frasclie, e quando 
lo leonfante è caduto nella detta fossa, e viene uno e irdra 
in questa fossa dal lato dritto con uno gi^ande bastone in 
mano, e rnmincia a liattare lo leonfante frnlemeiile, e dal- 
r altra parte entra uno altro con uno grande bastone in 

(t) Forma Wma invece di hggi: il B, lacoponè lib. HI od. KIL ^. 

Accùttì, (tonna, *' vUte 
Che ta ifenie l ' aliùh. 



— 428 — 
mano, e fa vista di volere difendare lo leonfante da quello 
che 1 percuote, e caccialo fuore della fossa; e questo è 
tanto grato allo leonfante, che questo che Pa difeso, in- 
trando nella fossa piglia questo animale, e sì li diventa 
mansueto come fusse uno agnello, e lassasi legare e inca- 
ricare, e lassasi chiudare in qualunque luogo a lui piace. 
Adunque sconoscenti e ingrati uomini, se voi non volete 
imparare da le creature beate che sono sopra li cieli, al- 
meno v'amendate per esemplo delle creature che stanno 
sotto a voi. 

Volendo mostrare in propria materia come gli antichi 
pagani in piacimento del mondo e delli loro falsi Iddii si 
studiavano di ricompensare ne' benefizii, questa è la quarta 
cosa che n' ammaestra d' essa virtù. Potiamo prendere uno 
esemplo del tempio di Roma, nel quale erano ordinati 
e posti idoli , a li quali non si faceva sacrifìcio, se non da 
quelli eh' erano diputati per li loro sacerdoti pagani a ren- 
(lare solamente (1) grazie per tutti gli altri Iddii. Potiamo 
anco induc6re esemplo d'Alessandro imperadore, del quale 
si legge, che faceva riverenzia a ciascuno idolo, il quale 
s'adorava in quella provincia» che esso aveva conquistata; 
per la quale cagione Aristotile sì gli scrisse, riprendendo 
molto Alissandro, perchè a lui pareva che esso adorasse 
più Iddii, conciossiecosa che a lui aveva dimostrato per 
vive e chiare ragioni, che non era se non uno Iddio vivo 
e vero governatore del mondo. E Alessandro gli riscrisse 
scusandosi in tal maniera, e disse che non adorava né 
credeva che fusse altro che uno Iddio onnipotente; ma 
faceva riverenzia a tante figure, perciò che credeva che 
l'altissima divinità risprendesse per speziale dono d'essere 
in ciascuna di quelle figure, che erano consecrate a Dio 
in mantenimento e conservazione di quelle Provincie e 

(i) Forse dee corrpjfgersi questa voce, e ìef^^ersì soìennenwnìe. 



— ìtu — 

de' reami e dello ciUa. Di (juesla iiiLatestiia iiiatiMìa polia- 
!in) prendere esemplo della grande pietà e misericordia, 
che avevano li romani per amico tempo agli antichi cava- 
lieri invecchiati sotto l'arme in difensione del benn nomnne; 
onde si legge nelle storie di Roma, che quando li cava- 
lieri ei'ano invecchiali nel modo sopradello. gh Sanatori 
gli mandavano a Viterbo, e<l in quella ciltS si li facevano 
stare con ogni diletto, che u loro piacesse onestamente^ 
con lielli donzelli che loro servissero in ogni loi*o bisogno: 
ed anco con loro erano sonatori d'ogni stormeiìto e lini 
rantori. vivendo sempre alle spese de' romani dì ciò che 
loro bisognava, e che pia loro piacesse, e non erano 
ohiigati a guerra; e perciò tanto e a dire Viterbo, quanto 
città ch'era vita d'uomini iìis;innali. o d* uomini che non 
ei*ano tenuti di portare più arnie. K non solo era fatto da* 
romani a* cavalieri invecehiati. ma tacevano anco rivereoKÌa 
a tutti gli antictii in ric€noscmìento rlella pi'udenzia. lìio 
doveva in loro regnare |>er lo sperimento del lungo viva- 
ce; onde secondo che si truova, li giovnni di Homa anti- 
camente tutti ti vecchi cliianiavano padri, e ^piesia Imona 
consuetudine etM3ro li romani »la llomoln, il rpjale prima 
cominciò a edilìmre Uoma, e fu figliuolo (PAgriptia, il 
quale nacque della schiatta d* Enea troiano. Onde si Iniova 
che questo Homolo sì elesse per li primi guidatori di 
Roma uomini antieliì. acquali pose nome sanatoli, che 
tanto è a dire quanto uomini maturi e provati per lon- 
gbezDi di tempo, ed anco scrisse e nomi loro in t<ivole 
d'oro, e perciò erano chiamari padri conscritti. 

Poliamo anco in confermazione di fiuesta virtù ponere 
l'esemplo ilella mensa dell' uro, la quale fu (rovata nella 
rrai^ e fa consegraia a riverenzia dello Iddio Apolline in 
questo modo. Truovasi nelP antiche storie, ed anco il pone 
Valerio, che [pescando una Vidta [>escatori in mare , si lor 
venne trovalo una mensa d'oro t^oco infra il mare, la 



— 430 — 

quale era slata sotteiTata infra T arena del mare, e cre- 
desi che questa mensa cadesse d' alcuna delle navi d'Apol- 
line, quando ruppe in mare. Avvenne che i detti pesca- 
tori se n'andarono nel tempio dello Iddio Apollo, e do- 
mandarli consiglio di cui dovesse essere questa mensa del- 
l' oro, e a cui la dovessero dare. Rispose Apollo e disse, 
che andassero alla tale città, nella quale erano sette savi, 
e sì dessero questa mensa al più savio di loro; e portando 
li pescatori questa mensa per darla secondo il consiglio 
d'Apollo, proferserla a uno di questi sette, lo quale lor 
pareva il più savio e che avesse maggior fama di sapien- 
zia infra la gente, e quello savio rifiutò il dono, e disse 
che non era 'l più savio di loro ; similmente ciascuno di 
loro sette rifiutava la detta mensa dell'oro, dicendo cia- 
scuno non essere più savio degli altri; e così in questo 
modo onorava l'uno l'altro. Allora e pescatori terminaro 
la questione loro in questo modo , eh' essi donarono la 
detta mensa a tutti e sette questi savi, pensando che al- 
meno il più savio di loro n'avesse alcuna parte; e li savi 
non volendo essere ingrati né sconoscenti inverso del loro 
Iddio Apollo di tanto onore, quanto l'aveva fatto donan- 
do la mensa dell'oro, sì ebbero loro consiglio e ditermi- 
naro infra loro di fare uno tempio allato al mare in quella 
parte, dove e pescatori trovaro la mensa dell'oro, a rive- 
renzia dello Iddio Apollo, e di consecralli (1) questa mensa 
a modo d'uno altare, e cosi fecero. 

Adunque, fedeli cristiani, s'è pagani che erano ingan- 
nati dalli demoni e presi con sottili acciuoli (2), si studia- 
vano di fugire il pessimo vizio della ingratitudine, or che 



(1) Consecralli, consacrargli, sincope di cui si hanno molti esempi 
negli antichi scrittori; il Petrarca: t E chi noi creda, venga e^li a ve- 
della »; e il Machiav. Decem.: t Così gl'IlalTan lasciorno andagli >. 

(2) Acciuoli, lacci; non trovo registrala questa voce. 



— iai — 



fare 



3ll^ 



rUovotc 

fede.» per la qual cagione voi conosc-etc la curila senza 
ombra di carità? E pero «ijiiardisi ciascuno iirimo, eUo 
non possa (li essere dello a lui quelle parole, che disse 
una volta un savio poeta a una meretrice: Nullo amore 
dura, se non quanto dair utile e nianlmìuto; ciascinin 
uomo tanto è in grazia, (pianto esso può più donare, [o 
si ero grande dinanzi da le, (piando io ti potevo servire; 

non li ricordi. Conoscasi 



' grandi 



pas 



di servire miseramente clii serve alcnna persona, perciò 
che r iniquo e malvagio amore non sa perdonare agli nhi- 
1 dienti. 



UNIS, 



(l) Invece dj ffosxano, come si fìissc Hai Pelnircn: 
Ma tuiii i miei piacer atnvien che dorma, 
\ft ila iktnU^, Paracl. \l ^1 : 

Li liuti ficnneri oiuk cagioni ajtprenéiK 



— 434 — 

La data di questo breve ossia di questa iscrizione è 
del di tre maggio 1335 secondo lo stile pisano, adottato 
in tutta la lunigiana marittima, su cui dal XII. secolo più 
volte i pisani aveano esteso il loro dominio a danno dei 
genovesi. Esso precedeva d'un anno lo stile fiorentino e 
romano, i quali accennano perciò la morte del papa Gio- 
vanni avvenuta addi quattro decembre 1334. Quest'appa- 
rente contraddizione dette motivo alla correzione fatta da 
Carlo Frediani (1) ad Emanuele Repetti (2), colla quale 
pretendeva esservi scritto 1332 ove leggesi realmente 
1335; cosi il Frediani intendeva evitar quest'anacronismo 
incompatibile colla data della morte del Papa Giovanni 
come riscontrasi nelle storie, nulla curando la diversità 
de' modi di contar gli anni avanti la correzione gregoriana 
del calendario universale. 

Lo stile di quest'iscrizione non è epigrafico, poiché 
non era conosciuto e usato che nella lingua latina giudi- 
cata fin quasi ai nostri tempi per la sua antichità , univer- 
salità e concisione più adattata per questo stile che l'ita- 
liana. Esso è piuttosto uno stile didascalico con una co- 
struzione limpida e semplice come allora uscia spontanea- 
mente dalla bocca del volgo che bene parlava e a com- 
modo del quale fu in luogo pubblico collocata. Le parole 
sono tutte proprie della lingua italiana o derivate dalla 
lingua madre ed anche messere o metis senior titolo d'o- 
nore usato da Dante, da Petrarca e da altri scrittori di 
quel secolo che oggidì è un arcaismo : 



(1) Notizie della Vita d'Agostino Ghirlanda pittore del secolo XVI. 
etc. Massa tip. Frediani 1828 a pag. 33. 

(2) Alpe Apuana e Marmi di Carrara ecc. Cenni d'Emanuele Uc- 
petti. Badia Fiesoiana 1820 a pag. 86. 



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rii.e|Hcfeeabie: 
s'aooedefa per «ki porta, e «ki sab. a éesfra 
BStra deUa fKdata, bri^taBlodi passani 
na sob persona. Gnadi ineslrt qBHkaie o» ardiÉran 
pian e talora ex» tre ardMtti a tMo sesto, o acati s«a- 
pbd, o triioffiiti, sorretti da dw txÀsmoMt davano tace 
agli antéeoti delh casa: larìe anksole sporgenti tango 
tatta b soBUBìtà delb bcdau sosleaefaBO ana eonreiite 
sa cai poggbvaDO i traricellì . i qoalì sosSenenno b gronda 
del letto larga mi aietro per lo meno, che serra di si- 
cnro e pacifico rìcoTero a niigliaii di ronfim. 

Molte di queste case, che per esser di marmo doo 
erano state soggette a restami e rìmodemamenti sol prin- 
cipiar del nostro secolo furono demolite fino al primo piano 
tutto, e rifatte pia commode a dae a tre e fino a quattro 
piani; ciononostante se ne redono sempre alcune d'intiere 
fra le quali b più belb e b più intatta è quelb che nel 
secolo XM. diceasi rolgannente la casa del Petrarca (1) 
e in cui sullo scorcio del secolo passato nacque Emanuele 



(1) V. Libri delle Rifonne del Comime di Carrara ali* anno 1576 e 
(trobabilinente il poeta suddetto soggiornò in Carrara nel 13i3 quando 
▼isitd questi paesi i quali descrisse nel suo — Rinerarium St/riacum — 



— 437 — 
Repetti. Esse ci attestano che qui in Carnira oltre alle 
hello Ani si avevany in pregio anche le belle Lellere poi- 
die ve ne sono varie colla facciala adorna di iscrizioni 
^■colpitevi parte nella latina e parte nelP italiana favella* 
^i^ra le epiiifrari ilaiiane, tralasciate altre di minor conto per 
esempio — SPEBANIMJ ^ PUHTO * PENA — oppure 
p altra — ■ FEDE * • MORTE — esimili composte 
d'un motto sentenzioso, meritano d'esser riferite le due 
seguenti* La prima, composta di una terzina di versi en- 
decasillabi sciolta dalla rima, legijesi a caratteri latini grossi 
incisa sur un lungo cornicione di marmo che serve d'ar- 
chitrave alla porta d'una casa nel vìcolo delP Arancio an- 
ji dando dalla piazza del fluomo smlidietro alle mura ca- 
Bstellane. Essa contiene tre sentenze morali espresse con 
'^semplicità e naturalezza adattala alla capacità d'ogniuno, 
il qnal stile si addica? a chi vuole insinuare la virtù nel- 
r animo de! popolo, come usano i Ghinesi che ovunr|ue 
Ke in ogni oggetto scrivono massime che insegnano il modo 
pifi facile per vivere con rettitudine; 



L 



NON • VAI, ' VKNTl'RA A ' CUI • NON ' SAFATIf.HA 
PERFECTO BENE NON SA SENZA PENA 

FA SE ■ felh:e cui virtù investiga 



L'altra iscrizione formata di dne versi rimati leggesì 
pure a caralteri latini grossi sulla facciala dì un'altra casa 
nella via del Bozzo ove nel declinare del secolo XVIIl. 
nacque lo scultore Carlo Finelli, la quale è tutta chiarezza 
^ e moralità come la precedente; 

H • S 
m TUTTE LE ' COSE AVAHITIA ' HE 
NOJOSA ' SALVO ■ DEL ■ TEMPO • CUE 
SEMPRE ' GRATIOSA 




— 438 — 
Finirò coir encomiare il chiarissimo Professor di Scol- 
tura Cavalier Ferdinando Pelliccia, Direttore degnissimo 
della Reale Accademia Carrarese di Belle Arti, il quale 
ispiratosi agli esempi di Roma e d'altre città, ha incomin- 
ciato un piccol Museo d' antichità romane e del Medio-evo, 
raccogliendo Are , Statue , Bassorilievi e simili oggetti d' arte, 
i quali sparsi nel territorio carrarese si sarebbero altrimenti 
smarriti o distrutti. La mentovata iscrizione di San Giaco- 
mo, essendo collocata al proprio luogo a cui allude, ed 
ivi ben conservata, non ve Tha fatta trasportare, ma però 
quelle delle case, come di tante altre cose antiche, è sua 
intenzione di acquistarle pe questa Collezione, appena che 
vi si facciano restauri in modo da rimuoverle dal loro luogo 
da ricuoprirle. Così nell'atrio dell'Accademia ha fatto 
disporre queste antichità in bell'ordine, per cui l'intelli- 
gente prima di salire ad ammirare i miracoli delle belle 
Arti greche, romane ed italiane, vede vari monumenti i 
quali gli indicano che anche qua le Arti belle e le Lettere 
non da qualche tempo ma sempre sono state apprezzate 
e coltivate. 

Carrara, 26 Settembre, 1869. 

Canonico Pietro Andrei. 



Aggiunta alle CONSIDERAZIONI intorno ai 
Conienti del verso di Dante t Poscia pia che 
il dolor potè il digiuBO > stampate in Palermo 
nel 1B32, 



AL DIRETTORE DEL PROPUGNATORE 



Rimire Signm^ Direttore 



^ 



Noi nobile suo periodico intitolato il Propugna tare, 
anno i)rimo, dispensa sesia, si è pubblicala una dotta 
scriltnra del prot Giovanni Sforza * Dante e i Pisani » . 
I V ho Ietto con j^ran commozione come scrittura che 
fontiene la narrazione di un avvenimento che accenna al 
caro fuoco de' p^iovanili miei sludj. Quando fra gli allri 
lavori diedi in luce le mie Omsiderazioni intorno ai co- 
menti del verso « Poscia più che il dolor polè il digiuno » 
Infermi C, 33. v. 75. La cui discussione, da sei anni rino- 
vala fraMelterali del bel paese, di tante insigni memorie 
anco in forma di lellere, fu cagione, nelle qoali le savie 
idee, la rara erudizione, il gusto, la critica, in alto modo 
vennero ad onore delP italiano capere messi in mostra 
chiarissima. 

Ma qiial rammarico insieme a commozione cosi grata I 
Perchè allora, per caso, le cmmderaziom (1) da alcuni 



(I) Palenno Tipografia del Giornale Letterario 1$3S (ascicob 113-114 
Miibrc. 



— 440 — 

furono intese non solo come rivolte a confutare il comento 
del Lana (1) dal celebre marchese Gargallo riprodotto 
nella sua Lezione Accademica (2); ma rivolte ancora a 
mostrare, che il Gargallo non avesse dato mano al suo 
scritto prima che il Garmignani ed il Rosini pubblicassero 
le lettere loro, com'egli stesso asseriva; tal che le rav- 
visarono come una lotta (tanto dispari!) chMo volessi fare 
contro il marchese Gargallo, quasi mi tenessi tal Darete 
da poter combattere con un si grave Entello. 

Ed oltre il frantendere di alcuni fu il non conoscere 
di altri; intanto che uomini valentissimi, come il Niccolini, 
ed il Garmignani, ed il medesimo Gargallo, non avevano 
letto le considerazioni (solo il Gargallo in parte), e sulla 
fede di coloro, che non bene le avevano inteso, ne scris- 
sero allora; il Gargallo al Niccolini ed al Garmignani, e 
poi il Niccolini con lettera del 20 ottobre 1832, ed il 
Garmignani con lettera del 19 novembre dell'anno stesso (3) 
di risposta al Gargallo (4). 

Ma io, come al Giel piacque, in quelle considerazioni 
volli solamente dimostrare, che circa il noto argomento 
trattatosi in Pisa nel 1826 qui niuna scrittura conoscevasi 
prima delle lettere del Garmignani e del Rosini (5) e che 



(1) Il comento di Iacopo della Lana (1350) è in questi termini 
— Dante qui mostra che poi che furono morti, il digiuno vinse il dolore, 
che egli ne mangiò di alcuni di quelli. In fìne morì pur di fame, perchè 
non durò che non se ne putrefecero le carni — . 

(2) Effemeridi Siciliane giugno 1832. 

(3) Effemeridi novembre 1832. 

(4) Che il Niccolini non aveva allora letto le mie considerazioni 
lo scrisse egli stesso al Gargallo nella lettera sopra citata; che non le 
aveva lette neppure il Garmignani lo scrisse egli a me con due lettere, 
del 30 luglio, e del 24 agosto 1832; oltre alla lettera del 1 decembre, 
che sarà appresso riportata. 

(5) I/una del 9 gennaro 182G, e T altra del 25 dello stesso mese. 



— 441 — 

dalle medesime, e da ciò che poi De scrìsse rAutologia 
di Firenze nei fascicolo di febraro 182!ì non m' era slato 
dato adito a sospettare dello arliitrato del (iargallo, o che 
però il non essere stato fatto da me nel 1831 nella mia 
pubblica lezione all' Università alcun cenno della Lezione 
Accademica del Gargailo non fn contro i diritti del vero, 
né contro la venerazione a tanto letterato (1). Tal che non 
a smentire il Gargallo. come, non so perchè, fu allora da 
taluni appreso, ma a giustificarmi del non aver potuto 
parlare in pubblico di lui e del suo lavoro, fu posto a 
stampa il mio scritto. 

Ciò ancora con ogni voluto rispetto: quale appunto 
si dichiara sin dalle prime « per la valentia dell" Autore 
» della Lezione Accademii^a » e senza che mi movesse 
l'amor delP apparenza e il suo pensiero (2), e conclu- 
dendo « confesso che non senza trepidazione presi a giu- 
» stificamii, che dinanzi agli occhi ebbi sempre viva Fidea 
» della tenuità delle mie forze, e deir altezza di colui che 

• ha ora la lezione pubblicata. Il perchè a coloro che 
» vorranno accagionanui di ardimento per prova si disa- 

• datta, e movermi piato non pure al tribunale delle let- 

• tere, ma della ragione, mi gioverà dichiarare, che il 

• rispondere cosi, anzi il difendermi, era per me un de- 
» bito, e che altrimenti a tal risposta» o difesa, non sarei 

• a niun patto divenuto * (3). 

[Ja tulle le quali parole si ricava, che io spero es- 
sermi comportato lungi da ogni vanità letteraria, molto 
più da ogni sfrontatezza, scrivendo le comiderazioni sulla 
lezione soiKadetla. — In accordo air idea della necessità in 



(i) Oonsifkr azioni pag. Ì5, 1(1. 

(2) C^midenuioni pag. i. 

(3) Co nxiiUr azioni pag, IO. 



L 



— 442 — 

cai io era di rispondere, anzi di difendermi, soccorre un 
beir articolo di Giuseppe Montani nelPAntologìa di Firenze 
ottobre 1832 che cosi è terminato e Queste considerazioni 
» del prof. Bozzo sono scritte con molta erudizione e con 
» molto calore, come poteva aspettarsi dal più infervorato 
» forse fra quanti in Sicilia promovono oggi lo studio di 
Dante ». Ed in accordo all'idea del mio discreto e mo- 
derato condurmi soccorre ciò che me ne scrisse Frut- 
tuoso Becchi segretario dell'Accademia della Crusca con 
lettera del 3 novembre 1832. « Le significo che il suo 
» opuscolo intomo a' comenti del verso di Dante « Poscia 
» più che il dolor potè il digiuno » è stato a me di gra- 
» dita lettura, avendo trovato, che in esso la dichiarazione 
» da lei pubblicamente data al memorato verso, è giusti- 
» ficata con evidenza di ragioni, e con quella urbanità, 
» onde le lettere, che per noi si professano, paiono avere 
» avuto il bel nome di umane ». 

Lessero di poi veramente il Niccolini ed il Garmignani 
le mie Considerazioni, quando io loro per giusto riparo 
le feci pervenire; e tutto in schietta guisa vedendo, si 
rivolsero a me benigni come sempre erano stati. E T uno 
così mi scrisse nel dì 2 novembre 1832 « Debbo ringra- 
» ziarla del dono ch'ella mi ha fatto di un suo discorso 
» intorno a quel verso di Dante, che diede argomento a 
» molte dispute, or volgono sei anni, in Toscana. Indifife- 
» rente all'interpretazione che ad esso può darsi, e dan- 
» do pochissimo peso alla mia, io mi asterrò dall' aprirle 
» il mio avviso. — Persuaso che la gentilezza non può 
» mai scompagnarsi dall' animo di qualunque coltiva le 
» lettere, io porto credenza che Ella mi loderà del mio 
» silenzio. Ed essendo io certo che Ella sfuggirà le dispute 
» letterarie, dalle quali si coglie poca utilità poiché tutti 
» rimangono nella loro opinione, la prego di rendere i 
» miei distinti ossequj all'illustre prof. Scinà, e di ere- 



— 443 — 



Dev.mo Servo G. B. 



dermi con la maggiore stima» : 

NicL-olini. ft 

E mi scrisse poi V altro nel dì 1 diamibre di quel- 
anno tt Da due lali mi perveonero le sue dotte ed ingt> 
gnose considerazioni, nelle quali tolse ad esaminare il 
voto del marrhese Gargallo nella lite non certo incivile 
insorta tra il Rosini e me sulla interprelazione del noto 
verso dell'Alighieri. Erami stato annunziato di Ella ab- 
bracciava la interpetrazione contraria alla mia. e fui in- 
dotto in errore. A renderla certa della sinceiìlà con cui 
intendo di ritrattare le cose da me scritte su tiuesto 
punto le dirò, aver Ella solo fra tanti colto il vero con- 
cetto delia mia spiegazione: estetico tutto, e terribile e 
pietoso in un tempo, perciò non dettato da istinto di 
Caraibo; l^ile da darmi il dritto di dire, che mentre il 
Rosini ostina vasi a sostenere un Ugolino sforico^ io par- 
lava di un Ugolino poetico — Debbo anzi a Lei molte 
e distinte grazie della illustrazione che lia degnato dare 
al concetto mio, e dell* onore che mi ha compartilo ri- 
ferendolo nel suo nuovo ed erudito cemento al Dante, 
eh' io pur ricevei allorché la mia lettera a Lei indiiitta 
era stata di già spedita. Olti'a ciò debbo io congratular- 
mi con Lei del modo veramente espressivo e conciso, 
col quale le è avvenuto di pingcrlo in tutta la sua forza 
in quel comento (1). Il marchese Gargallo mi ha scritto 



(f) Il passo dei mìo coinenlo, al quale qui ttcceniia il cb. Àulort* 
della leUera. f* lì segaenle i y, 75. Poscia pia che il ihhr jtoU il 
» digiuno. Poscia lo digiuno fìni ia viia nib \a quale conservava lo rio- 
i lorp, e cosi rende ragione come polè tanto vivere, e dice che ne fu 

> cdgiofie lo dolore Ihdi — Ovvero, PoRua fai obbligato lialla fonca del- 

> r isiinto ili pììva animalità , e privo ^'m dejlu coscienza di uomo e di 
I [)Odre, a pittar contro mìa volontà la bocca fiimelica saltc canii dei 
» miei tìgli ienza essere can^apevok» a me sleiiso di questo pjK^io iw* 



— 444 — 

» più volte. Le cure che ho dovuto dare air edizione del 
» quarto volume della mia teoria delle leggi della sicurezza 
9 sociale mi hauuo distolto dal rispondere a lui, come dal 
» porgere grazie a lei della sua nuova edizione di Dante 
» e delle sue nuove considerazioni sul verso. Diviso di 
» scrivere pure a luì in questo corso di posta. Ella, caris- 
» Simo signor Professore, ha tanto buon dritto dal lato 
» suo, che non le è. mestieri di avere ausiliarj per soste- 
» nersi. Voglio sperare che ogni contesa sarà ora mai 
» finita. Apro il mio cuore a Lei che dal senso squisito 
» che Ella ha del buono e del bello reputo e tengo per 
» certo di essere d'indole generosa. — Mi duole che Ella 
» non abbia ricevuta la lettera del prof. Muzzi. — Il prof. 
9 Bonaini le scriverà. — Io le rinnovo P espressione sin- 
» cera de' sentimenti di simpatia vera, e d'altissima stima 
» co' quali sono Suo obbl.mo ed aff.mo servo ed amico 
» G. Garmignani. » 

E la contesa, ch'io meglio chiamerò equivoco, ebbe 
termine, e se ne dileguò dagli animi nostri la memoria. 
Quando, ritiratosi il marchese Gargallo in Siracusa sua pa- 
tria, e venuto qui da Napoli il suo figliuol primogenito, 
cavaliere coltissimo ed insieme civilissimo, mio caro con- 
discepolo ed amico sin da' primi anni, fummo in lunghi 
e cordiali abboccamenti, e gli esposi le mie ragioni, e gli 
aprii il sincero mio intendimento e gli porsi in fine il mio 



> crando. Garmignani. Ovvero. Poscia il dolore ancor mi spingreva ad 

> abbraciarc e chiamare i figliuoli, ma ebbe il digiuno maggior possanza 

> e mi eslinse. Rosini. Verso di singoiar significato, che ha sortito vario 

> spiegazioni da' critici, i quaU per tanto tempo vi si sono rivolti. Le 

> tre da noi scelte avvisiamo essere in tutto le migliori; a qual di esse 

> il leggitore si attenga proverà dolci fremiti di pietà e di terrore. » 
(D'onde parrai qui non essere T inavvertenza accennata dal Meconi Gior- 
nale de' Letterali di Pisa N. 66. 67. 



opuscolo, nel 'quale tutta per se ogai cosa palesavasi. Di 
che a pieno sodisfatto sollicitò di rendersi al padre, dal 
quale apprese che egli propriamente non aveva allora tutte 
ed a pieno lette le mio considerazioni, molto più che 
impro vedutamente erano state inserite con interruzione in 
due dispense del giornale letterario, e che solo s^era mosso 
da quello che alcuni glie n'avevano detto, e mi mandò i 
suoi saluti, l quali a me furono scintilla che ridestò la 
prima fiamma, quella fiamma che il rinomatissimo lette- 
rato aveva saputo ilestare nel mio petto al [jrimo saggio 
da me dato con una memoria nel 1830; e ciò per mezzo 
di una sua lettera a me diretta , e cosi [jiena d' encomio, 
che la mia modestia non consente qui di pul:)h!ic;ire. 

Ma i giorni preziosi dell" esimio traduttore d' Orazio 
volsero al loro fine, e non fu chi non ne pianse; io tra'' 
primi, e di cuore, E quando poi nel 18ii essendomi re^ 
calo in Napoli m' imbattei col fighiiolo del valentuomo, e 
gli dissi, che» insieme con le altre Iodi de' più illustri 
Siciliani trapassati ne' primi 45 anni del secolo XIX, divi- 
sava di fare la lode dell'egregio suo padre, n'esultò, e 
m' abbracciò^ e mi diede una bella copia del ritrailo ilei 
medesimo eseguito sul dipinto del famoso Camnccini, affin- 
chè io ne ornassi opportunamente il mio elogio. 11 quale, 
con compiacenza mi rammenta , si conclude in questi sensi 
9 Tommaso Gargallo notò con guardo inlento le varie vi- 
9 cmde del Iimgo tempo in cui visse, e secondo loro si 
» fece a tutti utile, con la voce ammaestrando e con gli 

■ esempi, ^ molti mali correggendo o vero discacciando. 
9 Lo zelo delle giuste leggi lo fece da prima restitutor 
• solerte dell' efficacia e della grandezza dell' eloquenza 
» italiana, fugatore poscia gagliardo flel reo neologismo» 
> domatore in fine degli abusi dei romantici, e delle anli- 

■ che glorie eccelso lodatore, e de' novelli mali persecu- 
j» tore animoso. Tutte le sue opere lo resero insigne, ma 



— 446 — 

» la traduzione d'Orazio, e l'elegie sulla Sicilia, lo fecero 
» immortale » (1). 

Queste cose ho voluto narrare a Lei , signor Direttore 
rispettabile, perchè mi paiono- importanti e molto coerenti 
al tema trattato dallo egregio signor prof. Sforza , eh' io 
distintamente riverisco. La prego efficacmieBte, che si com- 
piaccia inserire la mia lettera nel suo degno ed eruditis- 
• Simo periodico, ed allora l'animo mio sarà pago; perchè 
allora sarà vieppiù conosciuto, che il primo bisogno del- 
l'animo mio è stato sempre la pace, la tranquillità e la 
concordia, che appena un'ombra nella mia non breve car- 
riera pei: disavventura è sorta, sono tosto corso a dira- 
darla, e che non sono deviato mai dal mio sentiero di 
stimare, anzi di venerare, i valentuomini, i quali ho ri- 
putato miei maestri, fra' quali ho il pregio di annoverare 
ancora la S. V. Ch.ma, di cui mi dico 

Palermo 7 Giugno 1869. 



Um.mo Dev.mo Servo 
Giuseppe Bozzo 



Al Chiarisrimo 
Sig. Cav, Coìnm, Francesco Zambrini 
Bologna 



(1) Le lodi de' più illustri Siciliani trapassati ne* primi 45 anni del 
secolo XIX scritte da Giuseppe Bozzo professore d'eloquenza e letlora- 
tura italiana nella R. Università degli studii di Palenno 1851-1852 voi. 2, 
pag. 492 del voi. 2.° 



SULLA PAROLA CANDELLA 

LFTTBM 
AL tlOJIMENDATORE F, ZAMBRINI 



Ella avrà nel mio volume del Sidrac veduta uu' assai 

luDga nota alla parola candella, da me incontrata ripetu* 
laoienle nel testo, e nel senso ciiiarissimo di goceioliL Mi 
ricordo die quando stavo lambiccandomi il cervello su 
codesta parola, consultai un gran numero di vocaljolari 
sia di lingua sia di dialetti; e la in quella nota stanno k 
stentate induzioni , le iitotesi strane che si affacciarojio alla 
mia mente, e die io segnai a pie' di pagina, per mostrare, 
se non altro ^ che avevo pensalo un poco alla dillìcolta di 
spiegare quel vocabolo. Abitavo in rjnel tempo a Livorno. 
Or chi mi avesse detto che questo voc-aholo appunto, il 
quale io giudicavo o errato o pili die anticpiato, era a 
poche miglia di distanza da me, vivo vivissimo sulla bocca 
del popolo ? Cosi è, signor mio. Non è molto eh' ebbi oc- 
casione di fermarmi in un villaggio presso Pisa; e lì stando 
sulla porta d'un riilTeuccio vidi arrivare una carrozza, e 
udii dietro di me da un contadino queste precise [larole: 
« guarda É^ome candella quella vettura! e' si vede che 
verso Pisa c'è piovuta di molto. » Ella può immaginare 
come rizzassi gli orecchi. Presi lingua, e seppi che can- 
dettare per gocciolare, candella per gocciola, candellofie 
per gocciolone erano voci d'uso comune in que' paesi. 

Lo stesso, press' a poco, m'era accaduto molti anni 
prima» quando attendevo alla stampa delle Ledere del lì. 
Colombini, Trovai il verbo Htrofare, Molti amici miei del>- 



L 



— 448 — 
bonsi ricordare anch'oggi quanto da fare desse loro co- 
desto verbo. Ed io ho parecchie lettere del dotto Nan- 
Ducci, nelle quali egli si ingegnava di interpretarlo filolo- 
gicamente. Quand'ecco giungerci notizia che ne' pressi di 
Pescia dicono anch'oggi i contadini strafare per burlare, 
canzonare, mettere in canzone, in istrofa. 

Or quante deduzioni non sarebbero a trarsi da simili 
fatti, le quali potrebbero forse giovare assai a risolvere 
certe nuove questioni che sentiamo agitarsi in fatto di lin- 
gua I Ma altri le tragga, che quanto a me io non aveva 
altro scopo scrivendole che di darle notizia, mio illustre 
signore ed amico, che il vocabolo candella vive nelle cam- 
pagne pisane, e in ottima salute, sebbene vecchissimo. 

Me le offro di cuore 

Di Venezia, a' 14 di Settembre 1869. 

Aff.mo Servitore e Collega 
Prof. Adolfo Bartoli 



BIBLIOGRAFIA 



Notizia d'un nuovo dramma paslomle sconosciuto fin qui 
ai letterali ed ai bibliofiU, 

Che il padovaDO Antonio Oogaro abbia composto una 
hella imitazione di Torquato Tasso, trasportando nel suo 
Alreo la scena dalte selve alla marina, nessuno è che lo 
ij;nori; ma che nna assai felice imitazione sia stala fatta 
non meno del Pastor Fido tragicomedia di G. B. Gnarini, 
quanti sono in Italia che sei sappiano? A voler tener conto 
delle molte interpellanze da me m tempi diversi ai dotti 
letterati di Toscana e delle I^omagne indirizzate, i quali ad 
una voce mi fecero sempre sentire non trovarsi in alcuna 
delle ricche hiLdiotecIie di Firenze, Bologna, e via di- 
cendu, un libro dai bibliofili non ric^ìrdalo, e da suppor 
quindi affatto affatto loro sconosciuto , cui volle il caso far 
cadere iji mia mano, dovrei concludenie , sconosciuto del 
pari aver ad essere air universale. Detto libro, pel quale 
crami dato a fare cosi sottili e replicate indagini, è inti- 
tolato: Il Pastor Infido, Pastorale, Dedicata alVAÀ. SS. 
EIE* di Federico Ili. e Carlotta Sofia di Brafidetnburyo 
à à k da Nic, Di aistelU P, P. in Malia, e Segni, di 
5. A. S. E. — In Lipsia, appresso Tomaso Fritsch. 1696* 

L'edizione, in bel formalo di 8.*" può stare, così per 
la carta, come per la nitidezza dei minuti caratteri tondi, 
a paragone colle migliori Elzeviriane. Al basso del fron- 

30 



1.^ 



— 450 — 
Uspizio in due colorì, nero e rosso, è lo stemma dello 
stampatore, un cavallo alato colle quattro zampe sparate 
e la criniera e la coda svolazzanti, in atto di bestia che 
va di gran galoppo; ed a fronte il ritratto dei due Principi 
inciso nel rame a tratti finissimi, ricorso Tuno e P altro da 
una ghirlandetta a fogliami, annodata in alto da elegante 
nastrino che agli estremi capi ondeggia con grazia e mae- 
stria. Dopo il frontispizio sta in due pagine non numerate 
la Lettera dedicatoria scritta da Berlino, colla data del l."" 
Gennaro 1696, la quale comincia: « Perdonino Le ÀA. 
» W. SS. EE. al mio temerario ardire, se pongo all'ombra 
» dell'ali di cotesta Generosissima, Potentissima e Fede- 
» lissima Aquila dell'Imperio un Pastor Infedele , che partì 
» meco tre lustri sono dalle famose sponde del Tebro. ecc. » 
Dalle quali ultime parole argomentando io che il Di Ca- 
stelli potesse essere nato in Roma, ad un amico che or 
fanno tre mesi colà si recava diedi incarico di ricorrere 
alla grande cortesia del Chiarissimo Salvator Betti per a- 
verne contezza della famiglia e della vita particolare di lui, 
se non larga, quel tanto almeno che se ne fosse potuto 
raccogliere : ma perchè in così lungo spazio di tempo nulla 
fino al presente giorno venivami su tal proposito riferito, 
mi veggo oramai con rammarico messo fuori di speranza 
che l'onesto mio desiderio possa andar mai soddisfatto. 

Alla dedica va dietro V Argomento del Pastor Infido 
fatto in un Sonetto: siccome però, nel troppo angusto 
giro di quattordici versi era cosa impossibile chiudere in 
modo chiaro e distinto la intera esposizione de' fatti che 
l'intreccio formano della Favola, lasciando di riportarlo, 
dironne io invece brevemente quanto fia necessario. 

Eugenio adunque , ricchissimo pastore dell' Elide , l' u- 
nica sua figliuola Glori , cui sul nascere morta era la ma- 
dre, dava ad allevare alla moglie d'altro pastore, non 
meno accreditalo nel paese, avvegna che di più modica 



— i51 — 

fortuna, padre anch' egli di unico fanciullo, a nome Fi- 
dmo. Cresctnido questi indiviso mai sempre da Clori , cui 
il àdo privìlepiata aveva di grazia ed avvenenza ai tutto 
singoiaii, ne avviene ch'egli di essa, ed ella di lui s'in- 
namori. Come prima ad Rugeuio si rivela la cosa , ritirala 
di suImIl» a se la ranciulla, die passalo avea di poco i 
due lustri , e fidatala alla custodia rigidissima di vecchia 
fantesca , sedotto da avarizia , diedesi a cercarle uno sposo 
più che noi fosse Fideno dalla sorte favorito. Una volla 
C4>si a forza divisi gli amanti, non senleadosi T appassionato 
giovine capace di afTi'orilare presente T orrenda sventura die 
ne lo minacciava, trovato prima il modo d'avere un ultimo 
segreto colloquio colla sua Ch>n, e dettole: (pag. i6) 

se giamai porrò Clori in oblio. 

Se mai perder poO'ò quella mia fede, 

C'hor ti dò (^lori, che non sia Fideno 

Né marito , né amante 

D'altra ninfa gianiai, se ben dal cieh) 

Scendesse inmior-tal dea 

Per inliammarmi il cor di novo amore: 

S'armi centra di me la terra, e '1 cielo, 

E mi fulmini l'un, T altra iitgliìotlisea 

Ne' suoi più ciechi, e più profondi abissi. 

Ne vivo morto mai trovi riposo. 

A cui di rimando la desolala giovinetta: (i>ag. 27) 

Dolcissimo cor mio, 
Se in alcun tempo mai 
Per qualsivoglia violenza, o prego 
Sarò d'altro pastor che di Fideno, 
S'oscun i! sol innanzi a gli occhi miei, 
Secchino T herbe e ì fior, secchino i fonti. 
Se fior cogliendo andrò ^ fonti litiando, 
E mi sia il dolce cibo aniai-o losco, 
Che mi dia in preda a desolala morte; 



— 452 — 
dair Elide precipitoso si partiva, volgendo alle selve d'Ar- 
cadia il cammino. Dove da ultimo fermatosi , di non altro 
che di quel suo primiero ferventissimo amore fu a lungo 
inteso da' pastori cantare e querelarsi: ma poi, incontrata 
a caso una ninfa del luogo, di sovrumana bellezza, raf- 
freddatasi repente, e indi a non molto estinta affatto l'an- 
tica fiamma, prese per Amarilli a struggersi e spasimare. 
Glori intanto, sentendo di non poter più oltre vivere lon- 
tana dal suo Fideno , sotto panni virili , e in abito di cac- 
ciatore, fuggitasi dalla casa paterna, ferma d'irne in trac- 
cia, senza punto conoscere dov'è' dimorasse, dopo aver 
molto e sempre indarno vagato , trovasi anch' essa da pro- 
pizio destino in Arcadia condotta. Sul primo entrarvi, ve- 
nendole veduto un laghetto di acque limpidissime, affan- 
nata ed arsa com'era pel molto camminare, fa disegno di 
rinfrescarsi là entro. Intanto eh' ella a suo gran diletto an- 
dava bagnandosi, ecco una ninfa per nome Amaranta la 
scopre per quella che era, e dalla forestiera, di tratto 
fattasi amica sua, inteso ciò che là condotta l'aveva, e 
dettole di ricambio trovarsi in que' luoglii Fideno, per- 
duto per nuovo* amore dietro Amarilli, le si offre pronta 
a tutta adoperarsi in prò' di lei, e promette di non mai 
rivelarla ad alcuno per femmina insino a tanto che fosse 
bene il farlo: né altrimenti prima la chiamerebbe, se non 
col finto nome di Clorindo. Ha luogo un ballo campestre; 
e andatavi Glori sulla speranza di trovarvi lo spergiuro 
amante, e di poter lui, non conosciuta per lo travesti- 
mento , vagheggiare a sua posta , v' incontra invece Amarilli: 
la quale, fatti seco parecchi balli, rapita alla rara avve- 
nenza di lui, cui stima giovincello aggraziato, spergiura 
a Fideno, come già per esso l'era stata a Silvano, che 
pur seguiva ad amarla svisceratamente, concepisce per Clo- 
rindo novella fierissima passione. Ributtato Fideno , sovrap- 
preso da profondo, immenso cordoglio, vuol prima ucci- 



— i53 — 
ilersi; rial cpiale disperalo proposilo 
stoglierlo Silvano, favellandogli così: 



c^rca, ma indarno, 
(A. rv. Se 5.*) 



Se penetrar potesse cacchio oiortale 

Ne Tabisso del cieK dove risplende 

Senza alcun velo il vero; 

I/hiiom, die nel mar de'soi pensieri ondeggia. 

Tra spei'anza, e timor, e non discerné 

(Jua giù il ben dal male. 

Vedrebbe in ciel talhora* 

Che mentre spera, e teme, 

Hor è vano il timor, bora la speme; 

Vedrebbe in ciel, cbe unlla in terra vede, 

E cb'egli ac(ivista allhor, cbe perder cnnìe. 

Cbi può saper, che forse 

Non sia preflsso in cielo 

Che tu perda Amarilli, perdi' un giorno 

Ritrovi la tua Clori? 

Quella Clorinda te già t^into amuLi, 

Qiielbi per cui sovente 

Vers^ivi in (] veste selve si gran pianto, 

Cbe lalbora credei, che a gli occbi tuoi 

Mancar dovesser prima, a al tuo core 

Le lagrime, ♦* i sos|iiri. 

fibe in le mancar (jvel duob, 

(^lie d'un Home di piamo parca fonte: 

E pur a lei sei slato inlido amante , 

(Oli 1 crederia?) volgendo 

Di niiovù amor conqviso 

Le pene in gioie allin, il pianto in riso? 

Però s'bor ti par grave, 

t>lf amor irato prenda 

Di le vendetta forse. 

Mentre cosi privando 

Amarilli di fede, al tuo cor rende 

La debita mercè non ti lamenta. 

Né d'amor, n^ di lei, 



— 454 — 

Lamentati di te, che infido sei. 

Infido sei, Fideno, a qvella Glori, 

Che forse osserva a te la data fede, 

Conforme ella giurò, s'è vero qvanto 

Tu più volte narrasti, né fin hora 

Forse esser vuol, né mai 

D'alcun altro pastor, che di Fideno: 

Et a qvest'hora forse col suo pianto 

Ha intenerito il duro cor del padre 

Che per genero haverti 

Bramerà il tuo ritomo. 

Lo bramerà la patria, coi parenti. 

Ma più d'ogn' altro la tua fida Glori. 

Toma, toma Fideno 

A le paterne rive. 

Che gran tempo in un core 

Resta sopito, e non estinto il foco, 

Ch'una volta v'accende il vago amore: 

E per una scintilla 

Che si desti, di nuovo arde e sfavilla. 

Toma, che dolce é de la cara patria 

L'innato amor, e dolce 

Riveder i parenti, ancor ti lice 

Sperar con Glori tua viver felice. 

Condotte a questo punto le cose, ecco affrettarsi in 
guisa assai felice, e al tutto naturale, lo scioglimento del 
Dramma coir arrivo dall' Elide d'Eugenio e Anfrisio fra- 
tello di Amaranta. Entrati appena i due sulla scena , que- 
sti vòltosi al genitore di Glori, prende a dirgli: (A. V. Se. 1.'') 

Hor ecco hormai le belle, 

E fortunate selve, da me tanto 

A te lodate, Eugenio: hor ti conforta, 

Che se trovar pur devi, 

Ne le selve d'Arcadia la tua figlia, 

Conforme da l'oracolo riporti, 




— 455 — 

Sperar li lice qui trovarla in breve. 

Qvesia è h bolla, qvesla 

E la famosa pasiorar Arcadia , 

In cui spiegò natura, 

Sollo bemiTMO cielo 

De le sue pompe altiere il hel lesoiu 

Mira qval vago oggetto 

Al gvarJo, a a T udito, 

Qvl porgon d'ogni intorno 

Tra lieti colli, e ti'a gioconde valli 

Veitlcggianti cespugli 

Di ginepri, oc allori, aure soavi, 

Clhe scherzan dolcemente 

Con le fronde, e coi fìoii; odi garnrf 

Vezzosetli augellini, e i c^jntì loro 

Con amorosi .spirli 

Sussurrando alternar le qvercie, e i mini. 

Hor mira sotto l'ombra 

De le fronzute piante, 

Uvl scaturir, e gorgogliar ìin fonte; 

Là mormorando un rio 

Tra rherba, e i llor disciorsi 

In ligvidi chrislalli, e dolcemente 

Romper il leuto corso 

Per le dorale arene. 

Mira per man de la natura lesto 

D'herbetle nuove, ricamato e sparso 

Di mille vaghi lìori un verde manto 

Qvl d'ogn' intorno steso, 

Che rallegra la vista: odi il concento 

Tra ronde, e gli arbiiscelli 

Di soave armonia. 

tj'hor confonde, hor distingve 

Fischi, cauti, garriti, 

Sussurro, e mormorio 

D'acque, d'aure, d'augelli, e mira come 



— 456 — 

LMstesse herbette, e i fiori 
A lo spirar de Paura 
Con baci, e con amplessi 
Trescando insieme anch'essi 
Sembran narrarsi i lor secreti amori. 

E, dopo discorso a lungo tra loro, Anfrisio ripiglia : (p. 170) 

Ma tempo parmi, Eugenio, 

D'incamminar il piede 

Dove già il cor sen vola 

Verso il paterno albergo, ove verrai 

Tu meco ancor, e forse 

Da una sorella mia, 

Ch'Amaranta s'appella, havrem inditio 

De la tua figlia Glori. 

Torniamo per T appunto a costei. Venuta in parto 
dove ha data parola a Nerina, ancella d'Amarilli, d'ab- 
boccarsi colla pazza amante, né là ancora trovandola, sdra- 
iasi sull'erba, e s'addorme. In quella, sopraggiunge Fi- 
deno, deliberatosi oggimai alla caccia, il quale, non prima 
scorge la persona sopita, che lei giudicando essere quel 
Clorindo cagione malaugurata deir abbandono d'Amarilli, 
avvampa tosto di grande furore, ed incoccato un acuto 
dardo, vuole di presente vendicarsene: ma poi s'arresta, 
e dice: (A. V. Se. 4.^^) 

ahi forse 

Costui non è Clorindo, e s'egli è desso, 

Forse alcun dio, che n'ha pietosa cura 

Non permette, né vuole. 

Che qvl innocente mora; e come posso 

Esser così crudele 

Di dar la morte a chi gianiai m' offese? 

Come creder poss'io 



— 457 — 

Che sì enf*riiie peccato, 

SI nefando mìsfatlo 

Debki restar celato. 

Se ijvand'opVhuomo taccia, 

Sussurrando le frontle lo dirnnno, 

E raoroiorando Tonile, e l'erbe, e ì fiori 

Diverran tulli lingve, e gridei'ìinrio 

Conlra di me? Ma panni, 

ChVi già si svegli: hor voglio 

CoQ più saggio consìglio 

Spiar s'egli è Clonndo, e se air amore 

DWmarilli s'inchina, o se la spreggia; 

Che in tal caso vo'seco, 

Ovai caccialor, accompagnarmi anch'io. 



Un lungo , vivissimo ragionare ha luogo tra Fidano e 
Glori, il quale, per nn «.equivoco d'espressioni, v*n a finire 
collo svenimento dì essa. Entra in buon punto Amaranta, 
che, vista nelle bracona del pastore T amira, e tenendo per 
indubitato nulla averci più di nascosto, apertamente la 
si'opre. Si ravvede allora il Pastor /«/Wridel t'essere sialo 
tale» ed aiutato dnlla ninfa, prima ad una fonte ne la tras- 
portano per farla nsensare, quindi a casa d'Amaranta, 
dove questa il fratello, e Glori trova il genitore. Colà ha 
termine o^rni affanno passato: che Eugenio, alibracriata 
cou immenso giubilo la riavuta figliuola, non lauto con- 
sente d'accettarsi per genera Fideno, ma gode che tosto 
si facrimm le nozze. E a rendere vie più viva l'esultanza 
di quella giornata concorrono altre non meno venturose 
circostanze: da poi che, ogni ostacolo rimosso, si dispo- 
sano ad un'ora Amaranta con Meuandro. e con Silvano la 
disillusa Aniaritli, Avviandosi al tempio il nuziale corteo, 
cantasi a pieno coro Tlnno ad Imeneo, e razione è finita* 

Questo è l'argomeuto, e questo a un di presso T in- 
treccio della Favola, ivsa più anrora interessante da pa- 



— 458 — 

recchi altri casi, od azioni secondarie, nelle quali ha non 
poca parte un Satiro, che, innamorato cotto di Ama- 
ranta, dopo averla per ogni guisa a lungo insidiata, quando 
pensa farla sua, riman còlto ad un laccio teso da' caccia- 
tori, né torna libero, che non ne tocchi prima delle buone. 

La Fama recita il Prologo , nel quale si danno le più 
magnifiche lodi alle Anguste Persone, pel cui maritaggio 
viene la Pastorale messa a stampa. 

Cinque sono gli Atti, e contano in tutto trentasette 
Scene: il Guarini ne ha trentanove, oltre i Cori al ter- 
mine d'ogni Atto, che mancano nel Di Castelli. 

Splendido e pomposo lo stile, ricco oltre misura di 
metafore, similitudini, descrizioni, sentenze, quale appunto 
mostrasi quello del veronese Poeta, dal nostro A. imitato, 
ma senz'ombra di servilità o plagio, persino nelle vi- 
ziose ridondanze, nelle antitesi, ne' concettini , che a fin 
di conto sono, né più né manco, i difetti del secolo in 
cui ebbero a scrivere tanto l'uno quanto l'altro. 

A dare alcun esempio che la veracità meglio comprovi 
di tali mie asserzioni, ecco, tra le molte e bellissime che 
passo passo in leggendo s'incontrano, la comparazione di 
un arboscello, che, trapiantato, assume per virtù dell'in- 
nesto, qualità affatto diverse da quelle che aveva : (A. I. Se. ìì.") 

. . . come awien tal bora, 

Che d'una ad altra riva 

Traspiantato arbuscello ancor selvaggio, 

E da novelli frutti indi inestato 

Più diffonde e più intema le radici, 

E più sparge, e più inalza i verdi rami, 

E tutto al fin cangiato un altro sembra 

Al tronco, a i fiori, a i frutti, & a le fronde. 

D'odor, di vista, e di sapor diverso; 

Cosi l'amor appunto di Fideno, 

Da Clori in Amarilli traspiantato ecc. 



— 459 — 

E per vivacità, freschezza e abbondevole amplifica- 
zione si noli la pillura della vita d' un aicciatore : (A. F, Se, 2/) 

SiLv. Tempo fu gi;ì» Monandro . 

Che irelTeuo, noti meno, che di Dome 

10 fui Silvano, e vissi tra le selve 
SI svelto cacciator, die men*i&nelli 
Dì me saltar i capri, e me» veloci 
Corser'i cervi, e con T ardite forze 
Vinsi terrìbil fere, e d'ogni caccili 
Gi;^ fui sì vago, che mi fu sovente, 
Ovasi ir» bel seeol d*oro. 

Sotto uottunio ciel capanna il bosco. 

La verde herhelt;! e i fior morbido ledo. 

Cibo le frutta, e sol bevanda il liiime: 

Mentre non men le notti. 

Che i giorni trapassai, hor occultando 

A lordi, a starne, ad altri augelli il laccio 

Tra le frondose piante, e tra i cespugli 

Uè' ginepri à allori, 

Hor torbidando d'un tranrjvillo, e chiaro, 

lago, lìumicello i chrislallini 

Dolci sogfiiorui a la sqvamosa gre*?gia 

Con picciol rete, hor da i lor cauli lieti 

Dislurbando col visclu'o tr.*i le fratte ^ 

E ira le macchie ascoso i vaghi augelli: 

Ovl saettamlo un cervo, e 1.^ sciogliendo 

Rapido veltro a tergo 

D'una veloee damma. 

Poi combattendo un orso, od un ringltia[i\ 

11 cui honibil teschio 

Appeso in fronte a la capanna mia 
Era del mio valor nobii trofeo ^ 
Si come ben tu sai: ne men nemico 
Ui qvaniVhora tu sei, fui gi,'j d'amore: 
Cile U giuro, Menandro, 
Che con maggior diletto air hor udiva 



— 460 — 

La voce de' miei cani, 

E '1 rimbombo del corno per le selve, 

Che qval si voglia canto 

Di belle ninfe in placidi soggiorni, 

E con maggior trastullo alPhor mirava 

Per campi colti, e per inculti paschi 

Tra le veloci fughe i lievi giri 

De le fere segvite da' miei veltri, 

Che le dolci carole, 

Ch'esse coi vaghi amanti 

Sotto verdi frascate ivan traendo; ecc. 

La grande potenza d'Amore viene così dal Di Castelli 
dichiarata. È lo stesso Silvano che parla: (ivi) 

Credimi pur, Menandro, che vaneggi 

Se pensi lungamente armar il core 

Di rigido diamante 

Centra colpi d'amor, che in terra, e in cielo 

Egli è troppo possente invitto nume. 

Non giova a l'huom'haver estrema forza, 

Di gelo il cor, adamantino il petto, 

E più che cervo il pie fugace e lieve; 

Ch'amor con sue catene. 

Con sue fiamme, e suoi strali, e col suo volo 

Ogni forte, e gelato, 

Ogn' indurato, e fuggitivo core 

Prende, arde, punge, arriva 

In un momento, e l'huom' per amor nato 

Senz'amor non può star al fin che viva. 

E tosto dopo, piglia a descrivere la caducità della 
bellezza in questi altri versi: 

... in giovanetta ninfa 

Fiorir comincia appena Aprii' e Maggio 



— 401 — 

Gif ecco toslo apparir rhorhilo Verno 

Ch€ suol di btaiic.1 neve 

Vestii' i poggi, e ricoprir ]e rose 

Con involar si tosto 

Da l'aureo crin, e ilal vermii^Éio volto 

Ciasciiii bel fregio a*loriio 

Che appena Falba appar, che spento è 1 giorno* 



Il tempo è veracemente definito con rapidi tocchi nel 
modo che segue: (A. I. Se. 5.*) 

il tempo, qvel vorace, 

Le cui glorie, e trofei, 
Sor» dissipar al line 
• L'opre non sol, ma le memorie ancora, ecc. 

Liia lìdia scena con Eco ìntrodnsse nella sna traici- 
comedia il Guarini (A. IV. Se. H/); Di Castelli ne lia due, 
non meno leggiadre e naturali: una, cioè, oeirA. L Se. 
5/, e r altra neirA. IV. Se. 4/ liifórisco la prima, a te- 
nermi no\-ontìni del primo Atto, dal quale, in tanta do 
vizia di luoghi degni di nota cfie n'olire da un capo al- 
l' altro la Pastorale, non m'avvenne di dover uscire fin qui 
nelle mie citazioni, 

È Glori che, trattenendosi a parlare de' suoi affanni 
con Amaranta, le dice: 

.già che vuoi 

Che a pìetii mova gh antri a darmi nova 

Del mio Fideno, che tu chiami infido. 

Da lor ad alta voce 

Ahi miserai la chiedo: 

tn che fosti già leggiadra ninfa 

Et hor sei nuda voce. 

Che per le selve errando 

Ricoveri tra gli aulri e tra le grotte, 



— 462 — 

DehI dimmi, udisti mai Fideno mio, 

Mentre per queste selve 

Errando vai cosi? He: ^1. 
Clo. e per qvanto ei dinota a le parole, 

Dimmi, serba ancor viva la memoria 

Di me per cui d'amor tanto penò? He: iw. 
Clo. OimèI ch'egli habbia Qori 

Contra ogni fede già posta in oblio, 

Dunqve è pur vero? He: vero. 
Clo. AhiI che per lunga absenza al mio Fideno 

Nova fiamma d'amore, 

Forse ha il mio amor dal cor distratto. He : traUo. 
Clo. Dunqve obliando Clori, 

Arde per altra ninfa, e sue promesse 

Rende bugiarde? He: arde. 
Clo. e che gli causerebbe la mia vista, 

S'hor si ricorda di me appena? He: pena. 
Clo. misera! ch'ascolto? Hor qvando lice 

A' giuramenti degli amanti fede 

Prestar hormai? He: inai, 
Clo. DehI converrà al fin dunqve. 

Che per l'amor infido di Fideno 

Clori disperi? He: speri. 
Clo. Spererò si, ma come 

Spera misero core, 

A cui conforto è sol nulla sperare, 

E spererò poter sol disperando 

Trovar rimedio al mio cordoglio. He: doglio. 
Clo. Meco a ragion ti duoli, poich'amante 

Già fosti tu non meno sfortunata; 

Ma qvella ninfa a cui donato ha il core 

Come si chiama? He: Ama. 
Clo. Deh! vuoi troncando a mezzo la parola 

Forse dir Amaranta? Perciò dunque 

Dal cor il pianto scaturilli? He: ... . rilli 
Am. Amarilli vuol dir, ma per pietade 

Che piangendo ha di te, cosi interrompe 

Li suoi dogliosi accenti, ecc. 



— 4<ia — 

Dal copioi^ numera di morali sentenze che abbellann 
f, mi limiterò ad estrarre dai soli due Atti primo e 
queste poche; 

. . , . rhuom cangiando loco può col tempo 

Stalo d'amor cangiar, e di formua 

Qie '1 lempo h.i forza di carii^iar il tiilio; 

Ma fortuna^ òt amore 

In agni tempo, e loco conlra l'huomo 

Prontissima hanno sempre 

LMnstahil ruota, e rimpìacahil ILimma, 

CIoo alternar a gara le !or prove; (p. 49) 

. . . ahro irrif^ara, altro vede, 

VÀìi sfortiimilo vivè^, 

Altro chi lieto sulla ruota siede* (p* 61) 



. . fuggon gh anni 
_ Pài strali al vento, e se bella non fugg*' 
Tal lior si tosto dal leggiadra volto 
Dì giovanetta ninfa , 
Vien però meno il tempo 
Di go<ier di beltade 
n vago tjor, che col novello aprile 
Non la ritorno s'nua volta cade, {\h (i3) 



n 



... se vincer può rhuom fiero destino. 
Sperar vittoria rleve. 
Sol di pruiienza, e di virtù impugiiatido 
L*anni fatab cantra il proprio fato. (p. 70) 



* . dov'è Tesca, 

La ^Ic^. à il focile, 

Amor accende facihuente il foco, (p. 76-77) 



— 464 — 

Quanto alle leggi della costumatezza e del pudore, 
avvegna che, sull'esempio di quanti furono, nessuno ec- 
cettuato, gli antichi scrittori drammatici, non vengano dal 
nostro Poeta qualche rara flata rispettate abbastanza, non 
è mai ch'egli ponga sul labbro d'alcuno de' suoi interlo- 
cutori quegli sfacciati sensi de' quali Gorìsca porgesi di con- 
tinuo apertamente nel Pastor Fido maestra al proprio sesso 
a consigliargli buona e laudevole cosa essere la invere- 
conda volubilità, e consentiti i molteplici simultanei amori: 
né dà mai luogo ad un colloquio che per impudenza, per 
equivoci e per bambinerie punto a quello somigli di Do- 
rinda con Silvio: (P. F. Atto II. Se. 2.*) 

Di tal ragione è il Dranmia Pastorale del Di Castelli 
che a parer mio , sì per la felice condotta , si per la mae- 
stria e bontà del dettato, merita d'essere fatto conoscere 
in Italia, e forse è degno d'ottenere il quarto posto dopo 
r Aminta, l'Alceo, e il Pastor Fido, invece della Filli di 
Sciro del Bonarelli , che venne già più volte in compagnia 
di essi pubblicata. 

Genova, addì 21 Giugno 1869. 

Prof. Giuseppe Cazzino. 



— 4B5 — 

L Arie poetica di Q, Orazio Fiacco recala in f>er8 
liani da Gioì anni Pirani, Faenza, dalla tipog 
di Pietro Conti. 1869, in %: 



Se roalagevol cosa, e ben più die altri non pensa, 
è il volgere da uno ad altro idioma le poesie de-j^randi 
stTittori, di guisa die il novello lavoro, mentre da quello 
pienamente ritragga, pigli F aspetto di una seconda crea» 
zione: dnn prova oltre ogni dire imprende colni die si 
fa a traslatore alcuna parte delle opere di Orazio. E di 
vero, per dir prima delle Odi, chi mai potrà in un genero 
di componimento die ha per fonte T entusiasmo temprare 
si raltamenttj T animo suo da accogliere in se il fuoco e 
rim[»cto deir autore, onde nella nuova itato lingua, che 
di potenza assai cede all'antica, n'esca una copia che possa 
di hdlezza contendere con l'originale? Ben di ciò andava 
persuaso reietto ingegno del Perticari, solito a tlire che 
i lirici non si possono tradurre. E di gravi diflicollà van 
piene ancora le Satii^e e le Epistole del Venosino per un 
rotai suo modo di poetare arguto e spigliato; rpiantunquc 
i begli esempi delle Satire delT Ariosto e dei Sermoni del 
Gozzi no abbiano ben dimostro che nella nativa favella si 
può daj-ne un'immagine non dissomigliante. Ma la Epistola 
ai l'isoni che comprende quanto di meglio venne fin qui 
insegnato io opera di poesìa , Lalcfiè questa specie di trat- 
tatello in versi a ragione fa detto il codice del buon gu- 
sto, ne presenta uno stile tutto suo. con forme di dire 
talvolta rìifBcili a comprendersi e spesso ritrose a lasciarsi 
rendere in altra lingua: ed ogni cosa poi sì profondamente 
pensata e significala, ove nulla troveresti che difetti, nulla 
che sovrabbondi. Ora fra i molli che a' passati e presentì 
di scesero in si arduo aringo ha teste còlto una nobile 
palma Giovanni Pirani , il quale se|iptì mettere felicemente 



— 4«6 — 
il piede sulle orme deir autore e brae per poco uu fedele 
ritratto. Buona e couv^iente la dizione, perchè propria, 
elegante, temperato lo stile, e a quando Imioso il verso, 
onde vario il ritmo e non sonante; come si addice ap- 
punto alla forma didattica. A crescer pregio al libretto 
vi aggiunse il traduttore un giudizioso proemio con al- 
quante erudite ed opportune annotazioni, ove mostra di 
avere ben letto nella mente del poeta, consultando all'uopo 
i migliori interpreti e specialmente T alemanno Ritter. Al 
Pirani adunque le nostre più vive e candide gratulazioni, 
come a quello che più degli altri ci sembra essersi fette 
da presso all'autore, a lui i nostri conforti perchè più 
presto che dalle sue cure gli sia consentito faccia dono 
alla repubblica letterata dell'intero suo volgarizzamento 
delle Epistole Oraziane, parte delle quali già pubblicate 
destarono ne' lettori desiderio delle rimanenti. Che se ad 
esse vorrà aggiungere anche le Satire, farà cosa poco men 
che compiuta e da sapergliene grado; dandoci cosi tradotto 
Orazio tutto, salvo le Odi, le quali chi sa dir quando, né 
se mai sorgerà alcuno che privilegiato del mens divinior 
e dell' 05 magna sanaturum sia per torle degnamente in 
versi italiani? 

Giovanni Chinassi 



Cantilene di Ciro Massaroli. 

A Villa Masiera nella bassa Romagna, non lungi da 
Fusignano, dimorava un giovane farmacista (oggi trasferitosi 
a Bagnacavallo) che mentre prepara la triaca o avviva il 



— 467 — 

fuoco de'XornetU, compone versi lindi e scliielli, rb'egli 
liatlezza col modesto nome di Cantilene, Vedi un po' 
dove s'è cacriatn V ingegno poetico I — In uno speziale! — 
Ma che abbia sbagliato vocazione 1 — Noi saprei dire. — 
Cerio è che l'apprestar pillole e calnplasmi lo fa vivere 
agiatamente, mentre le sole Cantilene lo condurrebbero 
forse a qualche asilo di caritó. — Ma checche ne sia, 
io non prendo a investigare i motivi che Io trassero al 
l>anco; e dirò piuttosto delle sue Caniilene piacevoli e 
fiirbile, che si compon*?ono tutte di parecchie stanze 
endeeasillalie* non d'otto ma di dieci versi ciascuna, i primi 
sei alternati di rima, e gli ultimi rimati a due a due. 

Le CtmlUem del >Iassaroh non sono molte, ma ba- 
stano a metterlo in voce di «fentil rimatore. Ksse fan festa 
per la \m parte ad illustri nozze, o a valentia d'ai'te me- 
dica, che vinca morbi assai gravi, e ritorni infermi a sa- 
lute. L* indole familiare delle medesime le rende simili ad 
epistole: anzi ne teufjono carattere in quanto che non hanno 
forma pindarica ne astratta semenza, ma sono lodi o ral- 
legramenti consigli come userebbesi in una lettera di 
circostanza. 

Udiamo infatti com'egli s'allieta con un suo Gigi, che 
nel 1864 sposava in moglie una Contessina, flore di grazia 
e di bontà* 

Bmn di, mio Gigi: cfc'ei si fé' il contratto; 
E, come rosa tutta modestina. 
Ti die la man la bella Contmsina ; 
Cile siete pane e cacio, anitno e core^ 

Poi, toccati i pregi della giovane sposa, 



Buona, sfrabmrm, tenera e cortese. 
Un giglio della valle, un fior del prato. 
CJm beìiedetto chi re Cha creato. 



— 468 — 
voigesi consigliatore air amico e gli dice con aflfetto: 

Qfiesto gioiello, questo bel sennino, 
Questa buon'alma se f>uoi sempre tua, 
Non mescer acqua se la chiegga vino, 
Non ire a poppa se la vada a prua. 

E proseguendo ne' consigli, se Dio conceda figliuoli 
air amico suo, lo esorta a crescerli in casa, e non afSdarli 
a preti spretati , che paión uccellacci da sciagure. E chiude 
i suoi detti con questo esempio spontaneo: 

La neve che sta fuor della ghia^aia 
La strugge il sol, la sperde la grondaia, 

E al medico Michele Fabbri da Gotignola, udite con 
quanto aflfetto (pel valore del poeta) riferisce grazie Pio 
Allegri, risanato da gravissima febre tifoidea nel 1868. 

Non siete voi di questi babbuassi 
Che al dottorato lor fan piover fieno, 
E non conoscon pure il pan da' sassi, 
E sano tanto grossi con Galeno. — 
Voi; refrigerio de'sospir miei lassi, 
A Monna Buia avete stretto il freno; 
Onde, cessati i mali ed i malanni, 
Io mangio, e bevo, e dormo, e vesto panni; 
E mi ritorna in bocca il mio sorriso, 
Che siate benedetto in Paradiso. 

Poi, in quest'anno 1869, quando Nunziatina Gentili 
di Cesena andava moglie a Luigi Biffi di Faenza, ecco gli 
zii della Sposa levarsi in esultanza per questo raro mari- 
taggio, e sclamare, colla mente e Tarte del Massaroli: 



_ 469 — 
Tnni i fioreM non sanm di tmnù. 
Ed ogni lucciolelta non è foco: 
E Piinio scrive che la fama e 'i suono 
Accrescano le cose pur un poco, 
SveUina, accorta e favellando a tuona^ 
Voi tìon potete far se non bel gioco: 
E tale avete in buon marito eletto 
Di cor sincero e di gentile aspetto. 
Che bene si può dir, con stio decoro. 
Un pan di burro ed una coppa (Poro, 

E colla dtiodecima Stanza cosi è chiusa la Cantilena 
dal Farmacista noialore: 

Vm air altro cot^iunti in nodo casto. 
Ben cominciate, poi che 7 tetnpo vola; 
E mai non sia tra voi nulla di guasto^ 
Né sia che dir 'n un anno una parola. 
Beata e benedetta a tutto pasto, 
V*ama la geme e Cristo vi consola: 
E buona, e saggia e d^ogni grazia piemi 
Vivrete vita candida e serena ^ 
E figliolelti vi faran corona 
Che riandrà lieta ogni gentil persona. 

Questi schietti versi basteranno a fare aperta l' ìndole 
poetica deir esimio Massamli, il quale ne sembra allevato 
a quella semplice scuola de' r|ualtrocentistÌ , che diede la 
Tornabuoni, Lorenzo il Magnifico e ìt F'oliziano. E se tal- 
volta il nostro giovine segnalalo mostrasse meno lo studio 
da lui posto nel cercare fiori ed eleganze e proverbi fio- 
rentineschi, le sue Cantilene sarebbero cose di tutta gra- 
zia e modelli di perfezione. 

S. M 



éam 



— 470 — 

I 

Proverbi italiani raccolti ed illustrati da Niccola 
Castagna. Napoli 1868. Tipi del Commendatore Nobile. 

II segnalato filologo Niccola Castagna pubbli- 
cava nel 1864 il suo volume de' Proverbi italiani, che poi 
ristampava dopo quattro anni, accrescendo o migliorando 
il lavoro. Esso volume, di 368 pagine, contiene Proverbi 
a migliaia, i quali allettano il minuto popolo per l'essenza 
loro, e chi sa di lettere per T erudizione onde sono illu- 
strati. Tutto il giorno vi abbattete in chi vi dice Proverbi, 
applicandoli alle circostanze della vita sociale; ma il rac- 
coglierli, ordinarli ed esporli per bene, non è peso da 
tutti gli omeri. Oggi vi ha letterati degni del nome, che 
ad opera sì ardua non temono accingersi per comune van- 
taggio. E vi si accinse il Giusti con queir ingegno stermi- 
nato di poeta , raccogliendo pazientemente Proverbi toscani, 
e corroborandoli di schiarimenti e d'aneddoti per concre- 
tarne l'astrazione. Lui morto, li pubblicò Aurelio Gotti, 
che vi fece un'Aggiunta, attenendosi all'esempio dell' illu- 
stre amico defunto. Questo libro fu d'eccitamento al Ca- 
stagna per metter fine alla sua raccolta che andava facendo 
da varie parti del Paese; e intanto ne mandava attorno 
alcuni saggi in Giornali e Strenne di Napoli e delle Pro- 
vince meridionali. Contemporaneamente neir alta Italia Gu- 
stavo Straffoi^ello pubblicava a Torino, nel nuovo Giornale 
pel popolo, alcuni Proverbi illustrati alla maniera del 
Giusti , indi ne fece un manipolo , che intitolò : la Sapienza 
del popolo spiegata al popolo, ossia i Proverbi di tutte le 
nazioni, e che gli editori della Biblioteca Utile nello scorso 
anno 1868 diedero in luce. Ma questa pubblicazione altro 
non è che un piccolo Saggio di quanto lo Strafforello ha 
in animo di fare ; imperocché (riporto le parole del vene- 
rando Tommaseo) « se tutti si potessero raccogliere e sotto 



— 471 — 

JcBTiì capi ordinare i proverbi ilaliani, proverbi (rop:nÌ 

popolo, tfogni età, colle vaiianli ili voci. iF imma^Niwzioni 

^e di rom-etti; questo, dopo la Bibbia, sarebbe il libro più 

[gravido di pensieri. • Ricordevole pertanto lo SlrafTorello 

di queste parole del grande filologo a filosoro, ha data 

mano da lungo tempo eri allestita in parte una Encido- 

pedia cmnparaki dei proverln di tnUi t popoli, e c!ie ha 

[in animo di mandare al palio, tostocbè i tempi volgano 

in Italia menr» avversi alle lettere ed agli studi scrii e 

proficui. 

Ma intanto che lo Stra (Torello pensa ad incarnare que^ 
sto suo pensiero , il benemerito Castagna ha dato fuori i! 
più copioso volume di Proverin che s'abbia finora in Italia. 
E noi non possiamo che commendarlo, percliè le fatiche 
sono a lodarsi tanto più quanto maggiormente giovano a 
plebe e non plebe per illuminarla ed istruirla. Nel pro- 
verbio, codice e patrimonio del popolo, è sempre il vin- 
colo sintetic-o stretto dal buon senso e dalla esperienza. 
Questo cànone conobbe quel dotto che è Michele Lessonaj 
il (piale puhhlic^indo il suo hel volume Volere é potere , m 
incornÌcii> tutte le pagine cou una eletta di Proverbi, che 
valgono a diffondere fra tutte le genti della Penisola cene 
massime salutari, che non avrebbero fortuna se invece di 
compatire sotto torma ili Proverbi, venisseiY) in mostra 
mìY abito accademico della conferenza e della dissertazione. 
Da Snlomme in qua si sono publilirati tratto tratto 
de'Prnver'l>i. — Erano proverbi gli Adaffi di Erasmo,- sono 
Proverlìi quelli di foranti bavarese: quelli di Wander prus- 
siano; quelli di Chenevix Tritch^ diacono di Westminsler ; 
e non pochi no ha lo Smiles nel suo libro, Chi si aiuta 
Iddio r aiuta: e il Giusti in Toscana, ed il Pitrè nella 
Sicilia, e il nostro Casiagna a Città Sani* Angelo ed a 
Napoli; i tpiali tutti, scienziati, filologi, letterati d'ogni 
nazione civile, ci l'aiuio capaci di antiche ed utih verità, e 



— 472 — 

ci spingono a gridare esultanti: Siano grazie afFettaose a 
tutu coloro , che trovan modo di spezzare ai poveri di s[m- 
rito il pane salutare della sapienza. 

S. M. 



Su ì modi scelti della Lìn^a italiana, 
raccolti da classici scrittori e proposti a^ giovani ^ per 
Vincenzo Di Giovanni, osservazioni di Alfonso Cer- 
quetti. Forti 1869. 

Vincenzo Di Giovanni, residente a Palermo, è socio 
della R. Commissione pei Testi di Lingua, ed ha già stam- 
pato la tèrza volta il suo lavoro su i modi scelti della 
Lingua Italiana, aggiugnendovi Dialoghi filologici, e soc- 
correndo, per tal modo, d'aiuto, gli studiosi della pur- 
gata italiana favella. Circa questo libro del Di Giovanni^ 
r illustre prof. Ippolito Isola pubblicava nel Periodico — 
La Gioventù — un assai bel Dialogo, nel quale mentre 
ragiona de' pregi che adornano la compilazione del profes- 
sore di Palermo, viene ancor notando alcune macchiuzze 
che rendono meno perfetta l'Qpera di lui. D'altre però 
non fece motto ; e avrebbe potuto farne avveduti i giovinetti 
studiosi. Per la qual cosa T esimio Cerquetti, che tanto 
degnamente siede maestro di belle Lettere in Forlì e tiene 
posto pur esso fra i Soci della Commissione pei Testi di 
Lingua, mosso dal grande amore che porta ai gentili studi, 
pose mano a dettar nuove Osservazioni sulla fatica del Di 
Giovanni, colla speranza di rendere alcun servigio a quei 
giovani, che studiansi di scrivere italianamente. — La rac- 
colta di fiori del Di Giovanni , se non è compiuta , è fatta 
però in giardino italiano; il che basti a raccomandarla a 
quaftti, sdegnosi del gergo straniero, intendono che Tamor 
della lingua è anche amore di patria. Che se il Raccogli- 
tore si fosse curato più scrupolosamente dell'ordine alfa- 



— 47:ì — 

belico, e tulli i modi avesse fornito d'esempi, le sue Ta- 
tiche sarebbero riuscite d'assai maggiore pi'ofiUo. l quali 
nei ha vokito notare nelle sue Osservazioni T illustre Cer- 
quetti, atlìocliè venga giorno che un'opera la quale per 
sé è già buona, possa rendersi ottima. — Di siflatte Os^- 
servazìonì gli dovrà saper grado il Di Giovanni, e si ancora 
chiunque tenga esser obbligo strettissimo, santissimo lo 
studiare la propria lingua. 

S, M. 



Versi del Professore Giuseppe Sac. Fiorenza da Moth 
reale, 1888. 

Questi versi del Fiorenza costituiscono un opuscolo 
di 16 pagine in ottavo, dethcato a quel Giambittista av- 
vocato .Musso che nel 1H05 fu Delegalo Straordinario a 
Monreale [ler T amministrazione del Municipio, e seppe ivi 
porre modo alle scellerate ire di parie, e debellare gU 
sforzi di chi gridava la croce agi' incrementi dell' istrnziotie 
e della civiltà. 

Una Leggetuia in oliava rima ed mi Canto morale 
saffico danno prova del verseggiare del Fiorenza , che tiene 
un modo semplice e popolare quale si addice alla leggenda. 
1/ argomento di questa è una tiadizione antica monrealese, 
ove hanno parto uomini e spiriti, vittime e maliardi: es- 
seri, in una parola, d'ogni fatta, messi in azione dall' ar* 
dente fantasia meridionale: siccfiè una sifTalta poesia, inti- 
tolata — Sina e Ziza o r aurea Pianella in S. Paolo di 
Monreale — è più complicata delle germaniche leggende 
espresse da Schiller, da (ioetlie e dagli altri tedesclii ro- 
mantici. Il verso del Fiorenza è di facile tessilura, come 
quello che è derivalo dalla buona scuola italiana de' tempi 
del Pulci, del [Poliziano, e, diciam pure, dell'Ariosto» che 
sono stati i maestri delT ottava rima. E se talvolta fosse 
più variata la cadenza degli accenti e la pausa de' periodi. 



ÉÉ 



— 474 — 
parmi che T armonia ci guadagnasse alcun poco. Ad ogni 
modo debbono saper grado al professore Fiorenza tutti 
coloro che nelP umile leggenda apprezzano la religione 
delle meqnorie, ed il simbolo di verità storiche, le quali 
non di rado amano velarsi di una fantasia bizzarra. 

L'Ode Saffica, che chiude l'opuscolo onde parliamo, 
è intitolata Onestà e Povertà, ed è un'accurata pittura del 
tapino dabbene, che asconde virtù sotto i cenci, che porta 
in pace la sua croce, e porgesi calmo e sereno < sotto 
P usbergo del sentirsi puro. » — Questa breve e schietta 
poesia del sacerdote Fiorenza è una limpida gemma della 
casta musa italiana. 

S. M. 



Al/a spettabile Direzione del Propugnatore 

Bologna 

Nel volume II.** di cotesto periodico léggesi una ri- 
vista bibliografica di alcuni opuscoli pubblicati nelle nozze 
Zambrini-Della Volpe dell' illustre letterato Sig. Giovanni 
Sforza. Lasciando ad altri il giudicare sul merito di essa, 
e nulla dicendo sui giudizii proferiti, a me importa cor- 
reggere un errore di fatto, in cui cadde il prelodato cri- 
tico , quando accenna ai Frammenti della Storia di Rinal- 
dino da Montalbano giusta un codice marciano. La Storia 
di Rinaldino da Montalbano è altra cosa da quella di Ri- 
naldo da Montalbano, come è provato dal bel libro pulv 
blicato dal chiarissimo sig: Carlo Minutoli nella collezione 
maggiore d' opere inedite o rare. La mia pubblicazioncella 
s'intitola: Frammenti della Storia di Rinaldo da Mon- 
talbano. 

Di tanto m'è d'uopo pregare cotesta onoranda Di- 
rezione, perchè sapendo con quanta avidità vien letto il 
Propìignatore in Italia e fuori, quando mai trovassi chi 
mi fosse cortese di lumi nelle ricerche, non venisse per 
quella rivista tratto in errore dal titolo. 

Pietro Ferrato 



BOLLETTINO BIBLIOGHAFICO 



I fatti di Enea estratti dai Fiore 
f.f Untìn di Frati* fluido da hm 
Cftfm^Utanù drl secolo XI V^ TeaUì 
di ìinfjun secondo la lezione rf- 
t/ita (toffii Accademici dalla Cru- 
ìtca nuovamente rivedìifo e ari' 
nnhto prr Vincknzo HifiinvANM 
SOCIO della H. (lommisnitme pe' te- 
st» di Lingua ecc. Seconda r di- 
zinne^ Patefmn. Salvafore Bimfh 
rdiinre^ 18^9. in 8.^ Ui pamf. 

xvi-m 

Il iii^r. jirot. cnw Di riiov.irini, 
(lollo noti iiifiio nv\h' ììUmMkhe' 
iìmìpìhì*' ili <|ut'lln eh: uoìk lt'tH*re 
iiallanc l'd iti d;;uì inaniera di a- 
meni e fatavi sliirlii, piò volte !*;»> 
nimo vnù% lasciando in disjiarlf 
la gravila dt^lle maLcrip lìlosf^lìchi!, 
a jìubbliiarelnvuri liriguisiiti iniiiulo 
ddla voloiitfTOsa gioventù iliiliaiiii, 
ini i finali i^n^nlano spt'cialt" ri* 
eonlauza ì Mt^di ocelli ecc. raccolti 
nfa classici Herittiìri e propoftd at 
ffiavam t»cc.; ()m\ s*^ nrlla niolti- 
ludini* Mk ìjMjìsb riporlalt! ifi sva- 
riati luv^'lbri, ci Ila alniiia cosa 
alla qualf* la st'veriià diila eiilìco 
po>sii o(ii>iHTe, siotìo (roi ianli i 
pn^ifi che ditir altro lato contiene 
in st» (|ypl pi./ìoMi libro, r t'a iato 
clu' jiorgL' agli stadiosi, che è pro- 
prio gìtiot"f>ror7.a ben «li hip ed a^v 
prt*2Ziirlo. <:!ie se di colati scritiMre, 
che \Hìr buona vi^rityra veii^i>no ii- 
Mite tifile senole, Ifi giammai nopo, 
egli è tjg^idi sopralutto, in die ci 
ha liifiogno con adatti <*s*^mpi rae- 



f.ì«ri^ il Ijarbtirisino t:h«* ha proso 
pntiTO f voga COSÌ nelle lettere, 
coitm in qualsivoglia altra parte 
libila educaziorie civile e aiorale; 
oggi , che si ronlbnilono dì teggìen 
la bl>ertà co! lilieilinaggio, il di- 
ritto colia prf^potenzit , rìnibrstna 
coir inganno ed il la troneggio; dondi* 
lu mji^erin e l'oppressione ImHLi- 
mente dell' onestiumio, nes^iimo n- 
spaiiinalo^ r la baldanza dp! mal- 
vagio, IVt la qual €Oi«a vorreldM^-^i 
una volta hv coniggio, e ricliia- 
niarsfiie a coi si deve, non altri- 
nienii che sì facesse in Cipri quella 
valente («(lasca. 

Il graiiiofit) libre tm d»jnqne de' 
Fatti di Enea ^ cb'è nna parte del 
Fiore di Italia dì Frate ùuidn da 
Pisa . che assai valeiit nomini sì a- 
doporarouo ii publilicare e v\[n\ìy 
Idicatv con ntilì corredi, rimise 
testé in luce il snilodalo prote^i^r 
1*1 Giovanrd , puliUlic.'»/iiin*: eh? 
raccnniamliamo caldamente, perdu> 
ella s* avvantaggia .km ir altre, pare 
a noi, die Itn qui "à desser roorl 
L*iUustre tnlilore sf'gul il testo ci- 
talo dagli Accademici della crusc-a, 
e lo l'ifm'nu non snlo dì note tìlo- 
logicbe erndìtÌ5sìmi?, ma esiiììindifi 
di rafTrotiti e comparadoni con Inun- 
dellì aurei d'ahn scritlori del buon 
secolo; ìllustiV» le migliori frasi i' 
i vocaiwii più eflìcaci e jiroprì del 
nostro volgare idioma, eri agg^iunM' 
in line al volumptlo, molto op|ìor- 
rmuimente, una Tamia di alcuni 



— 476 — 



bei modi che ?i s'incontrano, sic- 
ché noi il raccomandiamo calda- 
mente a tutti i precettori delle classi 
secondarie e a' padri di famiglia. 
Di questa accuratissima ristampa fu 
altresì accennato nella Dispensa VI 
delle Nuove Effemeridi Siciliane 
coi meritati elogi. 

Nella guardia intema di un codice^ 
che contiene alcuni frammenti 
de'VaXtì di Enea, kggesi la 
teguetUe Novelletta. 
Grandi infirmitadi et corruzioni 
turbano le corpora de li uomini 
p«r servire ellino a la carne me- 
glio che a r anima; e la 'ntenpe- 
ranaa d'ogni maniera é aiOretta la 
morte et ene incentivo. Onde a tale 
uopo io te ne vo'dire uno bello 
csonplo. 

Della intemperanzia si legge 
scrìtto da Cassiodo[ro] in Istoria tri- 
partita^ che fue uno nobile e ricco 
uomo in nella Marca d'Ancona, lo 
ouale temea molto Iddio et in tutto 
il servìa, salvo che elli era si i- 
stenperato nel bere, che n'andava 
talvolta sino all'ebrezza e iacea di 
sconcie cose. Elli era di assai com- 
pressa e corpulenta persona et di 
natura sanguigna, sicché da' fisici li 
fue vietato Y usar del vino , siccome 
quello che nel riscaldava et indù- 
ceali corruzione e pe(;gio. Stette 
alcuno «tempo all'ubbidienzia loro, 
ma di poi , non possendo a lungo, 
e parendognene male, stigato dal 
diavolo, uno dì la sua cattivitade 
maladiccndo, e Y intcnperanzia pren- 
dendo loco, né punto dottando quel 
che' fisici li avevon prognosticato, 
disse in fra sé: Unqua a Dio non 
piaccia cotanta vergognia! bene tro- 
vare io modo che '1 vino di quinci 
innanzi, più tosto che riscaldare, 
riofrcscara. Et in questo intendi- 
mento , sondo elli grosso dello 'n- 
tellctto, sì ordinoe a sua servi, 
quanti ne avea, che del continuo, 
per entro acconci vaseUi, tra '1 



' ffhiaccio de la grotta, ch'elh avea 
' dallato a sua magione, dovesson 
I serbare a posta di lui vino del me- 
. glio eh' e' ritraesse da' suo' poderi, 
I li venisse altronde ; vuoi vernac- 
cia, vuoi greco e cotali altri simi- 
liantL U che da' servi quotidiana- 
mente con discrezione e per bene 
venia ditto, intanto il produomo bei 
oggi, tira domane, succia U di ap- 
pressso; vuota questo bariglione, 
asciuga quello altro, e' non perve- 
niva già mai a vespro d' ognlndl, 
eh' e' non ve n'avessi attinto insino 
aQa deretana gocciola. Or brieve- 
mente la bisoffua andoe in forma, 
che, riempiendosi per cotal modo 
sozzamente di vino, né giovando la 
sperienzia del ghiaccio a salvarlo 
del soperchio calore, si avvenneli 
un tratto uno accidente tale, che'l 
portò in men ch'i' '1 dico a l'altro 
mondo; sicché molto ee a temere 
non la sua intenperanzia el menasse 
dirittamente allo 'nfemo, non o-' 
stante che in tutte altre cose e' te- 
messe iddio benedetto. 

Or fiite senno, frati miei, et 

siate cierti che' buoni admaestra- 

menti danno aiutorio a i corpi non 

meno che a l'anime nostre. Amen. 

F. Z. 

Fedro di Platone ttadotto da 
Cesare Dalbono fC. Esemplari); 
N apuli y Tipografia italiana, 1869, 
in S.^ Dipag. V///.116. 
Bella e nitida edizione, non 
posta in commercio, di soli cento 
cscniplari per ordine numerati. Con 
essa 1* illustre sig. Cesare Dalbono 
ci offre un altro leggiadro volga- 
rizzamento da' Dialoghi di Platone^ 
che intitola in omaggio a Bertrando 
Spaventa, professore di filosofia 
nella Università di Napoli. II testo 
è preceduto da una breve ed im- 
portante prefazione, nella quale però 
abbastanza si parla dello spirito e 
del merito del Dialogo, e in fine 
stanno opportunissime note storiche 



— 477 — 



e cri liei II*, t'arkininù dì tioteslo 
vai rml uomo a pag. 6Ì4, Anno 
[n'imo tU'ì f^ropufinatcre , ben ra- 
1,'innevolfiif'nli' loiiarnbnr ki versione 
mW Atcibtadf , ttl al prosente non 
€Ì polrcninio rinìJinere senza colpa 
(le! non Iribulariili i nirtlesirnf o- 
iiiaggì per la nuova ira^slazionc riel 
DiaiùfjQ tra Socrate e Fedro, ove 
si tratta profondamente <lrl lirih, 
(àcerulo veliere che hi v+n'acc Im'I- 
lewu sia proprio nella Ra^hne, 
tacohiì che avvicina e 4|uiisi unisce 
l'uomo a Iddio; e che la parala è 
tiuAh per cui riluce la tiellezza 
uella Hfigttme, 

Noi ntm entrando a dtre, sic- 
come sniielluo, sul inerilo doirori* 
gìnale, ci ristrigncreino n confer- 
mare solamente quanto iocr.aiinivo 
ullji pa^'. 6ÌÌ suddellu; cioè che 
l'egiTgio sig- llcsar*^ Ualbono s,i 
tniilalare <* ridurre nella nostra i- 
lalfca linpia i concetti più ;mluì 
deir amico 11 losofo con buona scelta 
di frasi, con proprietà di vocaboli 
e con chiarezza ni siile: insomma 
m far gustare in tutta In nua forma 
le s*|uisi(exze più c^re della tìlosolìa 
plaUmìca ; per cui ci é desiderio ar- 
dente, che come i due prefaii Dia* 
hght, cosi f?li altri ancora che ri- 
maufc^om), e^jH s'induca a vol^rarii!; 
tare per onor suo e a protllto de{?Ii 
Studiosi. 

F. Z, 

C&s truce io Buonamicì e i ntoi 

commentari, flmontì tetto net 
R, Liceo MackìQveìii per ran* 
nuaie fesUvità scotaitiva dei di 
27 mffr*f> 1*B9 da II Fn^NCESi:o 
Zapelli /jrff. di tttkre ifrerhe r 
htine, — Lucca, Landi, 1869; 
m 8." di pag. 32. 

Nella soleunitA scobsfira cfie 
sì tenne ai 27 di mar^ro ni*l Ureo 
di Lucca, il canonico Francesco Za- 
pelli, professore di lellere j^reche 
e Ialine, lejjp'va (joesio Discorso 
intorno a Oaslruccio Buonauiìci ed 



a' suoi commentari. Ragiona della 
vita e de' tempi di !ui con tocchi 
brevi, ma vivi e<l elììcaci; bene e 
iargamenle dì^^corre delle upere sue. 
!*erò quel dire che fa lo Zapelli 
legnleiù il Tanuc^i, ministro sìipien- 
tissiino de' Bi>rho!ri di Napoli nd 

' secolo scorso e riformatore jrraude, 
nmi mi sembra ne opporluno né 

I vero; e inopnorUme e ingiuste mi 
[Ktiouo poi le ire sue contro i 
thmbachidi (così chiama ì viventi 
liloloi^i della liermania), i qualità 
suo il ire, « errano le redole della 
» «(rammalica latitia se per la in- 

> sana frega di luUo iiujovare non 

> .si allentano a fon na ria di nuovo 
j sulto siainjM) de'suoni nasah e 
f rag'chiauli delle dure ed aspre 
)• loro favelle ; e poi per aver dato 

> in luce alcune edizioni di latini 
» autori , ove non mostrano ne ce- 
» lerilà uè acutezza dlngegno, niH 

> sforzo di atiimi lardi e pazienti 
9 e rorpi indurali ad improbe fa- 
* tic he, si crtHJono licenziali a fare 

> da solenni maeslri agli ereili della 

> venuslii e d*^lle grazie degli scril- 
» tori originali di Roma. • — 

G. S. 

Tre lettere di Simone qel Ptn^r 
l.AU»Ln detto ti Cronaca, — f*i- 
rent^'y Tipografìa nirtmegna di 
S. Antonino^ 1869; in 8.* rfi pag, 
16. f Nette nozze Anéréini aia- 

To<loco Del fJadia, editore delle 
lettere presenti, pensa a ragione 
che il Pollaiolo si acquistasse il ^o 
[trannome *ii Cronaca non solo per 
il buon modo con che narrava le 
maraviglie ti a lui vedute a Roma 
ed allrovt», come vuole ti Vasari; 
ma Uhi anche )mt la cura , che a- 
veva , d' informarsi de' successi più 
rumorosi che accadevano alla gror- 
m\Ui, Infatti in ipjesie Ire Irtlere a 
Lorenzo Strozzi, d^'lle quali la pri- 
ma v(*nur altra vidla alle ^lamp^*, 
le rimanenti sono inclite : disi^orre 



— 480 — 
Deferitici del I^ibro — Modi scelti della Lingua Italiana 

raccolti da classici scrittori e proposti ai Giovani 

per Vincenxo Di GioTanni etc edii. Palermo, 

i867 — (Vincenzo Di Giovanni) Pa§. 327 

Di tre iscrizioni italiane del secolo dedmoqutrto in 

Carrara (Canonico Pietro Andrei) . . . . > 432 

Aggiunta alle considerazioni intorno ai Conienti del 

verso di Dante e Poscia più che il dolor potè il 

digiuno 1 (Giuseppe Bozzo) > 439 

Sulla parola Candella. Lettera a F. Zambrini (Prof. 

Adolfo Bartqu) » 447 

mBUOGRAFU 

Di alcuni opuscoli Pubblicati nelle nozze Zambrini- 

Della Volpe (Giovanni Sforza) > 337 

Quattro delle NoveUe deirHonoratissimo Molza (Avv. 

Leone Del Prete) > 346 

Notizia d'un nuovo dramma pastorale sconosciuto fin 
qui ai lettorati ed ai biblioGlì (Prof. Giuseppe 
Cazzino) > 449 

L*arte poetica di Q. Orazio Fiacco recata in versi .ita- 
liani da Giovanni Pirani (Giovanni Ghlnassi) . » 465 

Cantilene di Ciro Hassaroli (S. M.) > 466 

Proverbi italiani raccolti ed illustrati da Niccola Ca- 
stagna (S. M.) > 470 

Su i modi scelti della Lingua italiana, raccolti da 
classici scrittori e proposti a* Giovani per Vin- 
cenzo Di Giovanni, osservazioni di Alfonso Cer- 
quetti (S. M.) i 472 

Versi del Prof. Giuseppe Sac Fiorenza da Monreale 

(S. M.) » 473 

Lettera alla Direzione (Pietro Ferrato) .... » 474 

Bollettino Bibliografico (F. Z.,S.M., P. S., Tomasèo, 

F. Z., G. S., S. M.) • 88, 350, 475 



IL 




l] 




E 



STDDII FILOLOGICI, STORICI E BIBLIOGRAFICI 



DI VARII soci 



DELLA COMMISSIONE PE' TESTI DI LINGUA 



Voi. II. — Parte II.» 




BOLOGNA 

PKESiìO GAETANO ROMAONOU 

1869 



Proprietà Letteraria 



Uotogna -- Tipi Fava e Garai^nani 



D! UN CODICE CARTACEO DEL \JV SECOLO INEDITO 



COHTENME LE OPERE MINORI D! FRATB DOMEMO fàUm 



POSSEDUTO DA m SOZIO HELLA Ji. COMM. PEI TESTI 01 LINGUA 



Nessuno è fra noi mezzanainento saputo rti lettere 
cui non suoni rivcrilo il nome tli Baiaolommeo Soiio, 
prete delf Onitorio di Verona (1). Fra le molto edizioni 
degli aurei nostri trecentisti e qualtrow^ntisti , da essolni 
condotte con istndio e diligenza che mai più ma^^wre, 
va mentaniente lodata (piella in Vìnegia eseguita nel 1840 
costipi del Gondoliere, che cape lo Specchio di Croce di 
Frate Cavalca, e, a buona ragione. Con ciò sia che F il- 
lustre Editore, dopo molto studiare e molto rovistare pei 
testi a penna e a stampa, andasse in questa sentenza alter- 
mando, che lo Specchio di frate Domenino a buona pezza 
non fn alla sua vera lezione ritloiio eziandio da monsi- 
gnor Boltarij che assai molto fasciò inilavia da farvi 
per entro a rec^jtrlo alla stm vm^a lezione (2). Di che, 



(i) Mor!o il li aprile 1867. Ne dettai la biografia in^lT opera da 
ine dirotta chr ha litalo: SuppiinienUt lìtreiuw alta ntiova Eìwiclopedia 
pò {«tiare italiana (voi 2° pag. 737). 

(2) Sorio, Prefaiìom. 



— 4 — 
messosi air opera deirammeadare, trasse ricca messe di 
correzioni da mi testo in pergamena del quartodecimo se- 
colo della biblioteca Gianfilippi di Verona, ed altre non 
poche né lievi da un codice pecorino dell'anno 1405 per- 
tinente air ab. Paolo Zanotti; aggiovossi eziandio di una 
vecchia stampa Veneta del 1524 per Dindoni (1), la qtiale 
mons. Bottari non ricorda di aver tnai veduta e alle volte 
corregge alcun passo che non correggono le altre (2); e 
ultimamente della stampa fiorentina del 1490, la quinde- 
cima in ordine di tempo, e della bolognese di Luigi Muzzi 
impressa nel 1819. Rifrustò la nuova edizione nel 1822 
eseguita in Brescia per Giuseppe Taverna, sovra un'antica 
stampa senza nota di luogo né di tempo, notata nel dili- 
gentissimo catalogo Zambrini (3), la quale, per giudicio 
del Sorio, è pregevole, ed in assai luoghi corregge la 
stampa citata , ed, a vero dire, un gran servizio mi fece 
neir opera del purgar dagli errori la impressione romor 
na (4). Che più far poteva perchè riuscisse la impression 
sua castigata ad unguem? Adoperare il vaglio di fine cri- 
tica; e adoperoUo molto a modo, massime qualora s'ab- 
battette in brandelli dai libri santi o dai Padri , che rad- 
dusse col testo alla mano alla genuina lezione. Ondechè, 



(1) Edizione sconosciuta ai PP. Quetif ed Echard, al Gamba, al Bot- 
tari, airUaym, al Ttotlone e ad altri bibliografi, scrive il Comm. Zam- 
brini nel suo prezioso libro litolato: Le opere volgari a slampa ilei 
secoli Xin e XIV indicale e descritte (Bologna 1866, pag. 85). 

(2) Sorio, 1. s. e. 

(3) n Comm. Zambrini nel lodato Catalogo dice : Io trovai citata da 
altri questa edizione, né mi venne giammai veduto altrove che questo 
Padre Francesco (l'editore) fosse cognominato Turco (ivi pag. 87). 
Sfuggì al dotto bibliografo quello che il Tiraboschi ne scrive nelle 
Aggiunte e Correzioni al tom. VII, parte I pag. 1 il ( Ediz. di Mode- 
na i 781, tom. IX). 

(i) 1. s. e. pag. 82. 



ben disse Io Zamlirìni, giiidke da ciò, nel citalo Catalogo: 
« Agli altri obblighi che tìiMiD la i"t'[Hibblìr,a letleraria al- 
r esimio \\. Sorio» vuoisi a<(g'uignere '.n\dw riuesto deiraver 
egli ridotta la presente ristampa a quella fedeltà, che fin 
qui da veruno non era stato eseguito, sicché, ella puossi 
riguardare, anzi riguardasi daj^H inlolligenti per la migliore 
rli tutte le altre (1) <>. E h> slesso Editore, diligenlissimo 
e niudeslissimo ch'egli era, dopo aver recitalo quelle, che 
a racconciare il testo, durate avea fatiche, quasi un rag- 
ginolo di speranza di aver tocco il segno gli l»alenasse nel 
petto, cosi conchìuse: con quanto effetto poi non te yramli 
parole, ma Papera lodi il maestro. 

Ora possedendo io un codice cartaceo ms, del qnar- 
todecimo secolo, il qnale già più tempo presi ad esem- 
plare, avvenne che per la minutissima lettera e frequenti 
nessi molto avessi a indugiarmi, perchè nei luoghi più 
arrulTati ebbi ricorsu alla [)recìtata slampa del Gondoliere 
per avacciar T opera fastidiosissima del diciferare. Ed oh! 
qual presemi maraviglia in reggendo che le più delle risa- 
nature, procacciate per forza di studii pertinaci dal Sorio 
alla sua impressione dello Specchio, leggevansi nel mio 
manuscritlo scrive scrive, e che per arrota vi avea di va- 
rianti mollo bellissime, la rpial cosa m' ingerì certezza nel- 
r animo che il mio Cndicetto di assai superasse la stampa, 
sebbene non sia [ietto di quella loja che impossibile cosa 
è di non contrarre dalle dita dei menanti, nove su dieci, 
imperiti e ij^norantissimi di lutto. Ed avvengadiochè le cose 
propio ne facciano più leggiadra comparila che le altrui, 
in buon pmUo corsemi alla mente che ben metterebte 
recarne un saggio a riscontro della stampa soriana nel 
nostro Propugnatore, il quale, per propria indole e di 
quelli che hamiolo a mani, sembrami allo intendimento mio 



(DA i«ig, HK 



— 6 — 
opportuno. Parrà ad altri, ciò che a me, il mio testo a 
penna da antiporre alla stampa soriana? Ed ecco novella 
gemma da arrogere al dovizioso retaggio degli ottimi co- 
dici, i quali dopo tanta diligentissima cura, sono abili a 
darvi mondo di scoria un forbito scrittore. Che se mal mi 
sia apposto, il chiarirlo non iia senza utile; che indamo 
non si disputa di argomento filologico quando amor muove 
i contendenti. Per la qual cosa parvemi conveniente porre 
sotr occhio al lettore alcuni brani dello Specchio con que- 
st' ordine, che il primo luogo fosse assegnato al mio testo 
a penna, in lettera corsiva o, come dicono, italica e aldina: 
ad esso rispondesse il brandello tolto alla impression ve- 
neta sovracennata : l'ultimo luogo occupassino notine di 
filologia ermeneutica. 

Chi sia stato il trascrittore del Codice; dove la tra- 
scrizione abbia avuto luogo; quando sia stata compita, 
sono tre domande che forse il cortese Lettor ne volge; 
alle quali brievemente diam risposta. Sembra, dalle ter- 
minazioni date a parecchie voci, che il menante fosse sici- 
liano; certo uom culto era ed erudito così come chiaro 
apparisce nelle varianti in fatto di lingua, che sono sempre 
di buona lega, ed in alcuna lieve aggiunta che fa scorgere 
il saputo di Bibbia non solo, ma de' Padri e dei Dottori 
della Chiesa latina. Lo imperché, se fosse lecito di porre 
innanzi una mia conghiettura , direi che fu Monaco della 
protobadia Sublacense, in cui il codice fu rinvenuto. E 
poiché nelle Memorie e Cronache incontrasi nella prima 
meta del secolo XIV un Don Giovanni d'Aragona, monaco 
di essa Badia, in grande fama di letterato; così parrebbe 
bella e sciolta la prima parte del quesito. 

La quale sciorrebbe, ove fosse al vero consentanea, 
anco la seconda; ondechè il Codice sarebbe stato trascritto 
nella Badia di Subiaco, che era in tanto rinomo a quei 
dì, se bastò perchè gli Alemanni stampatori Sweinheim 



e Pannattz quivi aprissero lo priniii lipograOa in Italia nel 
ÌMìlì (>i. Alla t[uak* ipotiìsi ai'ivra bel rincalzo il fatto 
dm nel saggio die ne pongo in Ince, sconlransi dne voci 
die sono del dialetto morjtagnuolo di Subìaco; dove, nella 
bocca del popolo, lo cabulo vale il pertugio. Ora, se il 
nnin allegare è abile a qualcosa, certo n'esce la soluzione 
del terzo qn esito che riguarda il tempo. 11 trascrittore fu 
contemporaneo del Cavalca, il quale usd dì vita nel 1342; 
intorno a tal tempo adunque il prezioso Codice fu esempla- 
to. Arrogo i modi sempre arcaici, le uscite costantemente 
più viete, e lutto un cotal profumo di venustà senile che 
olezza in esso, siccome a chi mi leggerà si farà manifo 
sto. Volgasi il guardo alla lezione soriana posta a rincon- 
tro, e vedrassi se mi appongo. E qui, come a pietosa 
ricordanza del mio carissimo amico che fu V illustre biJjlio- 
filo e linguista Angelo Pezzana,dirò che avendo preso ad 
esame il mio nis., e cercatolo con paziente curiosità, andò 
in questa sentenza alTennando; Siciliano esserne stato lo 
scrittore ; e la lettera appartenere alla metà del secolo XIV. 
il quale autorevole parere di uom saputo assai in paleo- 
grafia e bibliografia, e forbito scrittore , bel rincalzo che 
fa alle mie conjelture, le quali veramente di storia genui- 
na Iianno faccia. 

Fleclierò qui il Prologo ed il Capo W non iscelti a 
studio, ma tolti a c^so; e se dal raffronto emergerà mi- 
gliore la lezione, cosi come rilevasi nelle disadorne pagine 
del codice, farassi evidente che con un pochino di lima, 
quale adoperò il Veronese editore, avrebbesi un Cavalca 
maravigliosamente bello. 

La grafia del Codice toccali leggerissimamente, consen- 
titami minor licenza di quella che il Taverna ed il Sorìo 
nel condurre te loro impressioni. Eccone un saggio: il 
principio del Ca[utolo V. — La qmfvta comi i( ione de la- 
fmre de ,V [ne fiaesla Cct fo forte et perseveranie et in- 



— 8 — 
vincevole. Dice sanctu Aug"* X" per ri" amore mi temm ti 
iudei armati ne li feroci et iniusti iudid ne li crudeli»' 
simi ministri ne la corona d lispini ne lavergonia de lo 
esser spoliatu ne lamaritudene de lu beverajo ne le scheme 
ne le bacteture. E mi consentii codesto ammodamento per- 
chè scopo del mio lavorìetto non era altro dal dimostrare 
che, dopo tante cure del Sono, aveva ancora buona messe 
a spigolare nel Codice. Con ciò sia che, se un giorno 
avessi talento di porre in luce il prezioso manuscrìtto» 
guardereimi dair alterarne la vetusta grafìa, la quale serve 
altrui per ischiarire le ragioni dell'età dei codici e la pa- 
tria loro. Per la qual cosa ben disse Yarrone: Quot modis 
litterarum commutatio sii facta, qui animadverterit, scru- 
tari fadlius origines patietur verborum. Reperiet enim 
esse commutata y aut litterarum demptione, aut additione, 
aut propter earum artationem, aut commutationem, item 
syllabarum productionem (De ling. latin., lib. I, p. 6^. 
E, senza più, passo al confronto. 



— iì — 



m TESTO k mu DI mm 



p,iLi\ min MI sfiwtt* 



Prologo. Narra il sanlissì- 

mo evangelio per simiglianza: 
Uno ricco mjnore partendosi 
di sua terra (l) oommise alti 
stuoi servi certa pecunia colla 
quale «' industriassero guada- 
gnare (2). Ali* uno (3) diede 
cinque talenti, aW altro du£ 
e alt altro uno, e comandò 
ad essi che dovessero guada- 
gnare, e investissero li detti 
talenti sino alla tornata sua. 
Poiché il detto riatore fu tor- 
nato (4) ricercò it guadagno 
loro, il quale arcano fatto, e 
trovò che quello al quale area 
commesso uno talento non a- 
vea guadagnato niente; onde 



Narra il santo Evaiìgelio per 
somiglianza, che uno sif^nore 
partendosi della sua città conri- 
mise agli sooi servi certa pe- 
cunia, con la quale e della qua- 
le facessono certo guadagno, E 
a mio diede cinque talenti, al- 
l'altro due, e all'altro uno. E 
disse a ciascheduno di luro che 
guadagnassero ed investissero 
gli talenti per iniìno alla sua 
tornala. E ritornando» e ricer- 
cando la ragione delli suoi ta- 
lenti commessi , e domandando 
il guadagno, trovò che quello 
servo a cui avea commesso uno 
talento non avea guadagnato 



(ì) IH sua terra. La preposi/Jone di hem arìoprala nantì il pro- 
nome pojisessivo: detta sua con manco di rij^oi' frrarnmjUicale la Slarapa. 

(ì) S' industriauero guadagnari- (iif'^lio clip facessono errfi* gna* 
dagm del Sorìo, il quatt' ovi^odo introdoHo nel testo lo inciso e della 
quale, non sì uddiede eh* era ozioso. Ora , ijuesla parsimonia t> casligJi- 
ttìzza iti siìk, che voglia dìni, sarà sempre, conu* il Giordani sentenzi^ 
(Da Vofgaìizs. trecentisti) mimìraziow e disperazióne dejiti ingegni sani* 

(3) Air uno coir articolo dctemimatìvo, seiido il sentimenro deter- 
minalo: non a uno. Cosi nel PuNGiLUv'aCA (Ul e 257), e nei Fioretti: 
Fu l'uno fv'ittì Bernardo (1), perchè la cosa menlovat^ ha numero de- 
terminalo. 

ii) Pmché il detto viatore fu tornato, sintassi regolare, ^enza ri- 
correre al genifidio: E rilornamìo e ric<.*rrando ecc. el»t!, come bene 
notó il Gtierai-dini (Voci e Manikue, voL {, juip, (>fì2, § XCIV), e.^pri- 
ineTidea del procedere, del prolungarsi, ild durar (anto (M|uanla Tope- 
i-asrione <peeificata dal medesiniù. 



k^lìÉ 



— lo- 



to fece prendere così come (1) 
servo inutile e mettere nella 
prigionia mortale piena di te- 
nebre (S). Questo signore è Dio: 
li suoi servi Fumana genera- 
zione: ti sopradetii talenti ad 
essi commessi sono i doni del- 
la grazia (3) cosi temporale 
cosi spirituale, i quali il no- 
stro Signore dà e commette a 
quale pia e a qtMle manco 
secondochè piace alla sua san- 
ta dispensazione (4). Poi ri- 
tornando ricerca la utilitade 
delti detti talenti a loro com- 
messi, perocché Cristo, il qua- 



niente; onde il fece pigliare 
come servo inutile e mettere 
in prigione tenebrosa. Questo 
signore è Iddio: i servi sono 
gli uomini: e gli talenti com- 
messi sono gli doni e le grazie 
temporali e spirituali, le quali 
Iddio dà e commette, a cui più 
e a cui meno, secondo che gli 
pare. Ritornando richiede il gua- 
dagno degli talenti commessi; 
perocché Cristo, il quale si parti 



(1) Così come. Modo comparativo di molta efGcacia, che sempre 
scontrasi nel luoghi paralleli. I U*ecentisti Y cbbcr carissimo, e valga per 
tutti Dante nel ^ dell' Inferno: 

E venni a te così com'ella volse. 

(2) Mettere nella prigionia mortale piena di tenebre. La Volgata 
legge: Ejicite in tenebras exteriores (Matth. XXV, 30). Le prime pa- 
role pertanto potrebbono essere una di quelle giunte che rivelano nel 
Menante dottrina teologica, e schiariscono il luogo dell* Evangelio, in cui, 
non di ogni prigione tenebrosa, si toccasi delle pennaci tenebre dell' in- 
ferno. 

(3) Sono i doni della grazia: ottimamente. Nel Sorio: / doni e le 
grazie; ma le grazie non son' elleno doni di Dio? E così T inciso viene 
con fastidioso ridicimento a ripetere: / doni e i doni. Onde santo Ago- 
stino: Simul condens naturam et largiens gratiam (De Civ. Dei lib. 
XII, e. 9). 

(4) Secondochè piace alla sua santa dispensazione. Modo biblico 
calcato suir apostolo san Paolo scrivente agli Efesini : Si tanien audistis 
dispensalionem gratiac Dei, quae data est mihi in vobis (III, 2). 
Messo a petto coir inciso soriano: Secondo che gli pare, chi ne scapila? 
Dicalo il discreto Lettore. 



— il — 

le (la noi si parti ascenden- da noi salendo in cielo, rìlor- 

do {{) in cielo, tornerà al gin- nera al j^indicio, e distrelta- 

dicio e distrettamente ricer- mente tloniandeii da ciaschc- 

cherà ragione a ciascuno del duno il gnadagno d' ogni bene 

merito lo quale ha acquistato che gli fn confi messo, e quello 

e delle ijrazie le quali gli ha che troverà inutile farA mettere 

fatte (t). Quindi dirà: Dov" é nella prigone deir inferno, . . . 

il frutto tuo? E quello il qua- * . • . , 

le sarà stato inutile farà met- . , , • 

tere nelV eternale fuoco delio 

inferno. Perciò vero disse Cri- 

sto: Ogni arbore che non fa Molto è dura questa sentenza, 

buono frutto sarà tagliato e dove si diraoslra che non sola- 

messo nel fuoco (3). Molto è meiìte chi h male, ma eziandio 
dura questa setiienza dove si 
dimostra che non solamente 
chi fa male, ma eziandio quel- 



li) Ascendendo. Tutto il iierìodo si mla^a bene nelle parn compo- 
nenti. Asc€i\df4idQ preferisco a saietuio: [mrdé è voce della Volgata, 
che litt nn f|uattro Evangelisti oltiintalrt^ volte adoperato il verbo Ascendo, 
una sola il verbo Sai io fa saffu), 

i% Chi non rimane sopralTatto al nobile andare di questo periplo, 
nel quatti troviamo esser te parole, il [nù clic :si pwt, appi^opriate a 
quello die altri vuol dirnùstrare, e ìnejio che si puù, comuni ad altre 
cose, come direbbe qui il Casa <Galat, n. i07)? 

(3) Siccome Vinìesi, qui inaocaJio nella stampa del Goiidobere due 
periodi, uno dichiaralivo, i^pperciè che può ouiellersi f^mm turbare ti 
senso, e sono le parole: Qui tuli dirà: Ihv' t^ il frutto lì40'/ L'aUro 
essenziale all' oHìiiamenlo del periodo, e sono le jìarole: Ferciù vero 
disse Cristo: Oyni arbore ciw non fa buono fiultu sarà (aifliato e 
metso nel fioco. Senza tali piirole, che recano la sentenua dì Cristo 
(Omnis arbòr. ifuae non facit fructum txìnum, &rciiUtur et in ignem 
miitctur, Matt. IH, IO), die sentinjenlo ita; Motto dura è fjmsta setì^ 
ttnza ecc/? Chi noti vede costi h bcmia «b'i Cmiki ahegati dal Sorio? 
E occorrono più parole a porre in pregio il mio MS/? Chiarita all' evi- 
denza una lacuna» é agevole riconoscere hi carenza ilei seguente periodo 
fmo alle voci chiunque consitieratuio ecc. 



lo che non fa bene sarà dan- 
nato. Ed in questo si dimostra 
che ciascheduno di quello po- 
teva ovvero di quello sapeva 
ovvero d'altro bene che Dio 
gli ha commesso si ne deve 
procacciare utilitade e guada- 
gno spirituale. Adunque consi- 
derando che, awengaché m'in- 
duca a negligenzia il poco 
sapere e la mia imperfezione, 
hommi pensato che, awenga- 
ché io non possa di gran cosa, 
quasi di molti talenti guada- 
gnare, almeno del mio poco 
sapere, quasi di uno talento 
guadagnare alcuna opera, non 
sottile né per grammatica, ma 
solo in vulgare, acciocché al- 
quanti idioti (1) f qtMli per- 
ciocché sono idioti e sono mol- 
to occupati non ponno come 
desiderano vacare ed inten- 
dere della orazione, abbiano 
aluno induttivo a devozione 
per questa opera; quasi uno 
specchio e un libro nel quale 
brievemente e lieggermènte leg- 
gano e veggano ogni perfezio- 



12 — 
chi non farà bene sarà dannato. 
Ed in ciò si dimostra che cia- 
scheduno di quello potere , e 
di quello sapere, o d'altro bene 
che Iddio gli ha commesso deb- 
be cercare guadagno spirituale. 
Ciò adunque considerando, av- 
vengachè m'induca a negligen- 
za il mio poco sapere e la mia 
imperfezione ho pensato che, 
avvengachMo non possa di gran 
còsa quasi di molti talenti gua- 
dagnare, almeno del mio poco 
sapere quasi d'uno talento al- 
cuna opera fare, non sottile né 
per grammatica, ma in volga- 
re, acciocché alquanti devoti 
secolari gli quali, perchè sono 
idioti e sono molto occupati, 
non possono secondo che desi- 
derano vacare ed attendere allo 
studio dell'orazione, abbiano 
alcuno induttivo a devozione 
per questa opera. E questo sarà 
quasi uno specchio ed un libro 
nel quale brievemente e leg- 
giermente veggano e leggano 
ogni perfezione. E perocché 



(1) Idioti, a marayìglìa bene, più che divoti secolari, di fra quali 
erano certo letterati: e le seg^uenti parole rendono credibile la scelta. 
Ei dettò in vulgare per due ragioni. Gli idioti, perchè tali, e perchè 
occupati molto, non potendo vacare agli sludii, han mestieri di leggero 
brieveìnente e leggermente: preziosi aggiunti che allucidano Tidea fon- 
damentale, e rammentano la dottrina di san Tommaso (Siim. , p. I , q. i ; 

e CONTRA GENTES, lib. I, C. i). 



— I 

K^, Perciocché Cristo fi libro 

e specchio <P ogni perfezione, 
in croce sta come maestro in 
cattedra e insegna e mostraci, 
perciocché chi bene ri sguarda 
discerne ogni perfetta dottrina 
vi si acquista f e quasi contie- 
ne br ere mente tutto quello che 
ci fa bisogno d' imparare (t). 
Per materia di questo libro 
prendo la croce ponendo di- 
verse sentenze e considerazio- 
ni e simiglianze (2) secondo 
bordine degV infrascritti capi- 
toli {^), per li quali il nostro 
affetto si possa infiammare e 
lo intelletto illuminare. Voglio 
dunque se vi piace che questo 
libro sia intitolato: Specchio 



Cristo è libro e specchio d'o- 

\i,n\ perfeziono, e iii croce, quasi 
come iiiacsfro m cMfìùn, in- 
segna a ((imliinqne vi guarda 
of^Tii perfetta ilottrina, e quasi 
in brìeve coni iene perfeilamen- 
te quello die ci i^ ìjisogno d'im- 
parare, per materia di questo 
libro piglio la Croce , ponendo 
diverse sentenze^ considerazio- 
ne e similitudini secondo F or- 
dine ik^Vì infrascritti colpitoli, 
per gli quali il nostro alletto 
si possa infiammare e T intel- 
letto illuminare. Voglio dunque 
die si chiami que-sto libro lo 
Specchio della Croce. E prego 



i\) E qua.n csonlìenc bremrncnttì tutto quello cfw ri fa bisogno 
d' impamn\ Lo specctjio è un comjK^ndio, rfel quale bone flice che 
contiene quaxi tulio e ancora bretyemenle. Cho rhiso [»a }k-ifeUarfì^nie 
usato dal Sono, masitime dopo i due avvnriwi risurltivi sopra locati, 
brievémenin e Hoggrnnente? L'Editore oblio il prhno ne iri^diutn, 
medio ne disrrrprt imitm. 

(2) k dopilo dì riotn vho il Nostro adopm simigliansa in più tuo* 
pili ne' qUfìli lì Sorio simitìtitdinc , e |ìariiTientp il Trtvenin; e credo beiii^ 
adoperi, ch«* il Vocabolario del Trainaler, a ragione uè! tema Somigfiauza 
iìvò fuori il § 2 Fairftamento per sùnUìtudnì4', Parabola, cbo conforta 
colle prime parole dtd Prologo, Bene aitunque scri,^s^ il tloruani : La ti- 
militutiine i: Sfnnitjlianza , tah^jfla , trovata o additata duirarta, 
(juindi fa nota figura rettorica (Nh Sinonimi ìUÌ Toiouiaseo^ 

(3) iti fratr ritti capitoti cìl^a al matiuscrìuo t:odìeeUo il qualt% ler- 
iniriato il Prologo, recila i capitoli: non calsm alla Impressione del Sorio, 
nella qyale i eapitoU sono ;Hln;riali dopo lo Specchio. Lo eli»', sebk'ue 
lieve in sé, ^erve purr .i nilfenuare il giudico della tionta drl Codice» 
in Olii sono a segno anco le niìitori co^* 



UÈ 



— 14 — 



della Croce (1). Ma prego quel- 
li i quali per quesV opera sen- 
tiranno alcuno frutto, ch'essi 
divotamente preghino Dio che 
perdoni alla mia presunzione, 
perciocché dico quello lo quale 
io dolente non opero (2), e 
mostro per alcuna scienza al- 
cune cose le quali io non ho 
per esperienza. Ma poiché ta- 
cendo e parlando temo di pec- 
care, parmi lo meglio (3) d'in- 
chinare parlando fare frutto 
ad altri, che non fare frutto 
tacendo né a me né ad altri. 
E spero che per li meriti e 
per le orazioni delle sante per- 
sone le quali ne cacceranno 
frutto, si si potrà (4) il mio 
difetto alleviare. E perché que- 
sta opera ho io preso di fare 
solamente alla utilitate di al- 
cuni secolari non letterati e 



quelli gli quali per questa ope- 
ra seatiranno alcuno frutto, che 
preghino Iddio che perdoni aUa 
mia presunzione, perocché dico 
quello che non opero, e mostro 
per alcuna sciemsa quelle cose 
le quali io non ho per espe- 
rienza. Ma poiché tacendo e 
parlando temo di peccare, par^ 
mi meglio, ovvero meno male, 
parlando fare frutto ad altrui , 
che tacendo non fare frutto né 
a me né ad altri; e spero che 
per gli meriti ed orazioni delle 
sante persone le quaU ne ave- 
ranno fhitto, si potrà alquanto 
alleviare il mio difetto. E per- 
ché questa opera ho preso di 
fare solamente per alquanti se- 
colari non letterati esemplici, 
li quali non hanno gramma- 



(1) Sia intitolato: Specchio della Croce. OUimamcntc, senza T inu- 
tile ingombro dello articolo lo, aggiunto nella stampa del Sorio, il quale 
avea soU* occhio eziandio l' impressione del Taverna, che legge : Specchio 
di Croce. 

(2) Lo quale io dolente non opero. In tutta la frase il mio MS ha 
tante giunterelle, che rendono più soave la dizione e più sonoro il pe- 
riodo. Raffrontisi colla stampa; la é bisogna da orecchi, scntirassi nel 
rotto e nello spezzato del Sorio un suon duretto. 

(3) Parmi lo meglio. Coir articolo acquista forza di sustantivo, ed 
ha maggiore efficacia. Avevan più volte detto eh' egli farebbe il meglio 
a godersi ecc. leggesi nella Novella 83 del Decamerone. 

(4) Sì si potrà. La particella riempitiva sì vivifica in modo singo- 
lare r inciso. Gli antichi ne fecero scialacquo. Veggasi il Vocabolario che 
ne reca più luoghi del Boccaccio e di altri. 



ipiicì, proceda semplicÉinen' 
U, curamiù pm di dire utile 
che beilo. Perciò priego cia- 
scun letterato il quale ci tro- 
vasse alcuna autor iiate inor- 
ditmtamente posta o titmlnn' 
que altro difetto, ti quale ai 
possa comportare {[] senza pe- 
ricoiù, pogtiamo die meglio H 
sapesse dire di me^ abbiami 
pitr iscusato, perciocché scri- 
vendo in volgare agli uomini 
idioti non mi pare necessario 
di molto intendere a comporre 
ed ordinare mìe parole (f), né 
allegare sempre lì libri e li 
capitoli da dove sono tratte te 
infra.scrifte cose, cioè, senten- 
ze; avvengackf^ sempre io pon- 
ga il nome di quel santo che 
allego. Ma se ta midolla è buo- 
na e le sentenze sono vere . 
della scorza di fuori poco mi 
euro. 



15 — 

lica, ili sua iiiilitaLle procedo 
sempHcemenl^, ciirandorai piti 
Ji dire ytile clie di dire bello. 
Onde io priego ciascheduii let- 
Jenlo ii quale ci trovasse al- 
nuiia aulorilà posla inordinata- 
mente, o qualunque allro difet- 
to il tpiaìe si possa sostenere 
senza pericolo, pogiianio che 
egli il sapesse dire meglio iJi 
me, che iii*abhia un poco scu- 
sato; perocché scrivemlo in 
volgare agli uomini idioti, non 
lììi pare necessilii di attendere 
Tìiolto a comporre ed ordinare 
le mie parole, ed allegare sem- 
pre gli libri e capitoli onde 
sono I ratte le dette scritt*^ sen- 
lenze, awengacliè rpiasi sem- 
pre ponga il nome del santo 
il i|nale allego. E se la midolla 
e buona e le sentenze sono 
vere della scorza di hiori e del 
parlare dipinto ed ordinato po- 
co mi ciu-o. 



(1) // f/tio/^ n possa mmiìortare irnia pericoio, CoiTj|H)rlare tm 
(lìretltJ, r, soslennro un flif(*tio furono adopprali ila tnioni scritron; la 
prima voce prò è in kuirjo ttik'rare. xulftrTL\ fiati; l'altra xmtinere: 
ondechè In preferenza a quello. 

(2) Mìe parole mW articolo fognalo, iìccorni^ usarono ^di aiitirlii : 
ih fatte mùa inrcioh mcrraianzit jita scrino m'Ha Nov. I di*l lk*ca- 
meroDe. 



— 16 — 



Capitolo V. 



Capitolo V. 



La quarta condizione del- 
F amore di Cristo fu questa^ 
che fu forte e perseverante 
ed invincevole (1). Dice santo 
Agostino: Cristo per nostro 
amare non temeo li judei ar- 
mati y né li feroci e ingiusti giu- 
dici (2), né li crudelissimi mi- 
nistri , né la corona delti spi- 
ni, né la vergogna deW essere 
spogliato, né Pamaritudine del 
beveraggio, né le scherne (3), 
né le battiture, né la croce, 
né la lancia, né la dolorosa 
pena (4), né la crudele morte e 
ingiusta. Lo amore del mondo 
si vince e restringesi o per in- 
gratitudine dello amato, o per 



La quarta oondizì(me ddlo 
amore di Cristo si è, che fti 
forte, perseverante ed invinci- 
bile. E però dice s. Agostino: 
Cristo per nostro amore non 
temette gli Giudei armati, fe- 
roci ed ingiusti, né g^i mini- 
stri crudeli, né la corona deUe 
spine, né la vergogna d'essere 
spogliato, né V amaritudine del 
beveraggio, né la derisione, né 
la croce, né la lancia, né pena, 
né morte ingiusta. Lo amore 
del mondo si vince ed annulla 
per ingratitudine dello amato, 



(1) Invincevole non notata nel Vocabolario; il quale però siccome 
accolse ne* suoi plutei la voce vincevole da Guido Giudice nel Volgariz- 
zamento della Storia di Troja; cosi potrebbe invincevole, e confor- 
tare deir esempio del mio MS. 

(2) Li feroci e ingiusti giudici. Questo inciso manca al Sorio, con 
non comportabile omissione: gli Giudei accusarono; gli Giudici dannaro- 
no; i ministri tormentarono nostro Signore. Nota, Lettore, proprietà di 
predicati; armo/i i primi; feroci e ingiusti gli altri; crudelissimi gli 
ultimi. Presso il Taverna il periodo zoppica dallo stesso pie. 

(3) Scherne. t Lo scherno, scrive il Tommaseo nei Sinondìi, è de- 
risione oltraggiosa.... La derisione può esser più leggiera e meno super- 
ba del dileggio; può esser crudele e sanguinosa ed iniqua >. Antipongo 
la lezione del mio MS. alla stampa. 

(4) Né la dolorosa pena. Nota proprietà di epiteto; nota rigor di 
grammatica neir apporre T articolo che condensando il generale nel pecu- 
liare, riesce più momentoso. 



— il — 

molta pena o tkmno, o vergo- o per molla pena e danno ov- 

gna di quello lo quale ama. vero vergogna ili quello che 

Perciò rediamo che ne r uomo ama. Onde veggiamo che se 

ama o serve ad un altro uomo V uomo ama o serve a persona 

che non gli paia che beìie ri- che non gli paia che riconosca 

conosca il suo servizio o il il servizio, e facciane beffe, 

suo amore (l); ma gli paia V nomo si turba e scandahz- 

elèe elio se lo prenda qu&si in zasenc. e provocasi ad odio 

debito in superbia, o se ne contro a colui che prima ama* 

faccia come strazio, dico che va, E se servendo ancora al- 

l'uomo se ne scandalizza e T amico suo Tuomo si trova 

turba e provocasi a odio con- in danno e vergogna, o altro 

irò di quello il quale prima pericolo» cessa V nomo dì ser- 

amava (2). Ancora servendo vire, e tlice, che non vuole 

ali* amico, e V uomo ci trova che così caro gli cosli TamisL^ 

danno o vergogna o altro peri- , • 

colo, dico che st cessa di tale • 

servire dicendo: lo non voglio 

che già si caro mi costi la sua - 

amistade, dicendo questo loro Ma lo amore di Cristo fu si 

usato proverbio cìm dice: Ami- forte, che non si ruppe, e non 

co di danno al diavolo /' ac- si annullò né per sua pena né 

comando (3). Ma l'amore di per nostra ingralitudìne. E di 
Cristo fu si forte che si ìion 
ruppe (i) né si rammorzò né 
per sua pena né per nostra 



i \ \ Noti gii paia che bene riconosca U suo s^rviiiù a ti juo amore. 
Due incìsi rispondenii alle due ipotesi, se Vmme ama o servo. Nel Sorio 
nuinca codesia rispondcnKa. 

(2) Tulla la frase, o quasi, si <k*siiii*iia nella siara|Ki, la quale riesce 
per ciò mis<*ra ** scarna. 

(3| A Ili-i lacuna uel Sono del pari clic rjt'l Taverna. Pognamo che 
m una j^nunia del Menante, e ne inreriremo che, jmt la materia e pi»r 
la funiia^ è late ila imn «idontarsene il Cavalca, 

(4) Ctu; si mn rupini, in sentiremo ntMUro jkijìsìvo» rado ** in- 
contra. 



— 18 — 



ingratitudine. Dice santo Ber 
nardo: propriziatore , o 
agnello benigno, tu vai per 
essere immolato e crocifisso 
per gli uomini, i quali non 
se ne fanno coscienza (i), ma 
ti hanno abbandonato e lascia- 
to tutto solo. Non ti seguitò 
Pietro che diceva che era ap- 
parecchiato a morire con teco. 
Non ti seguitò Tommaso che 
diceva agli Apostoli: Andiamo 
noi e sosteniamo morte (2) con 
esso. Il diletto discepolo fuggi 
e lasciò il mantello: Tutti fug- 
girono per paura (3ì e tu solo 
agnello rimanesti infra i lupi, 
tu innocente infra li peccatori 
ed inimici cordiali (4). Grande 
fu la fortezza dello amore di 
Cristo (6). Sapeva bene come 



ciò dice santo Bernardo: 
propiziatore, o agnello beni- 
gno, tu vai ad essere immolato 
e crocifisso per gli uomini, 
che non se ne curano, e anzi 
t' hanno abbandonato e lasciato 
solo. Non ti seguitò Pietro, il 
quale diceva, che era apparec- 
chiato di morire con teco. Non 
ti seguitò Tommaso, che dice- 
va agli altri Apostoli: Andia- 
mo, e moriamo con lui. Il tuo 
diletto discepolo ftigg), e lasciò 
il mantello per paura. Tutti fug- 
girono, e tu solo rimanesti 
agnello in fra i lupi, innocente 
in fra i peccatori, ed inimici 
capitali. Grande fu la fortezza 
di Cristo nello amore, che sa- 
peva che Giuda lo doveva tra- 



(1) Non se ne fanno coscienza vale più e meglio del modo volga- 
retlo che no, non se ne curano. 

(2) Andiamo noi e sosteniamo morte con esso. La Volgata recita : 
Eamw et nos lU moriamur cum ilio (Jo. Ev., XI, 16). 

(3) Tutti fuggirono per paura. La causale per paura, qui apposta, 
sta a suo luogo. Che poi il discepolo lasciasse il mantello per paura, 
sebben credibile, non è nella Volgata, che ha solo: Al ille, r^eta sin- 
done, nudus profugit (Mar., XIV, 52). 

(4) Inimici cordiali. Codesto adiettivo connesso a nemico vale, sic- 
come è noto, nimico capitale. Il Vocabolario cita all' uopo Dino Compa- 
gni (3, 86) ed il Sacchetti (Nov. 5); il Nuovo Dizionario del Tommaseo 
(che pubblicasi a Torino dai Pomba) ripete a parola. Ecco novello esempio 
da aggiugnere ai due della Crusca. 

(5) Grande fu la fortezza dello amore di Cristo. È domma catto- 
lico che il Verbo divino assmise la natura umana, consustanziale a noi, 
integra e perfetta : che due nature in esso ipostaticamenlc si congiunsero 



— 1 

Jiida Scarioth to dovm tradi* 
r^ (1), e sì lo fece suo apo- 
mio e nutricmalo e ehtama- 
valQ amico eziandio quando 
to tradì e renne con la turba 
per pigliarlo. Di questa ren- 
dila, come Juda rnideUe Cri- 
sto, dice uno santo Padre: 
Consideriamo chi é vendutOy e 
da cui, e per quanto, e come, 
e per chiy e perché, ed a cui. 
È venduto lo preziabik [t] e 
quello che stimarsi non può. 
Il maestro è imiduto dal di- 



1» — 

dire, si lo fece suo apostolo, 
e Dutncollo, e chi.inìollo sao 
amico, eziandio ((iianilo lo tra- 
tll, e venne con la turba a pi- 
fallarlo. Di (|iiesta vendita che 
(fìuda fece, ilice uijo Santo: 
Consideriamo chi è venduto, 
e ila cui. e per quanto, e co- 
me, e peaiiè, ed a cui. È ven- 
duta colui il cui prezzo non 
si può stimare. Il Maestro si 
k vendulo dal discepolo, il si- 



in unica prjionii divina , contro te rollii' iirsturini»r elio fiieraiMi di Cristo 
non altro dii' un ^:ìio*\)6po*j. (i\i nllrìtuìlì |irrl;irilo toniutu i\\\i\ Pittura 
umana s' hanno a pritlicant ìn iiitt<» h inteiisitji. 0iid('cii«> ijrafuie fu la 
(ùviiìuià dì Cristo^ CQUK' sconfinala la curìtu, ìtmtwnsa la misericordia 
e va diciunto> StreUa la comprensìont* del predicato, njorcù T inciso ijua. 
UlicJitivo ail ' amore . viom> n loiscoimscersi V miìoiie iposialica, L* uomo 
h grande e piccolo ; V uomo-dio è seinprt' grande. A eie non |iose meole 
d Sorio, eh*' cello avri» racconcio il luojjo risanandone la M;orrcltnra 
coir altro parallelo die legge^i poco ajipresso. 

(1) Sa^ieva bene cmtic Jiula Scarìoih h dòvea tradire. Inciso che 
olisce del puro (reeenlo. Il Sorto aunnoderoH il nome ebraico del traditor 
di Cristo i* (eccne (linda. 

(2) Preziabik. Il Taverna a quello Iuol,'0 ha inpreziabile : it Sorio 
salta a pie pari la diflicoItA, e con frase imjderoa dice : È venduto colui 
U cui proiso mn si può stimare. Non lìalerei, m ne fosse autore an 
moderno ; ma gli è frate Cavalca in petto e persomi, il quale (senza 
entrare tu contesa se sapr^ise di greco o dì ebraico , che nulla rileva ) 
coQOiicea a menadito la Bihhia, e avendo Ietto in san Matteo: A^ceiierunl 
triginta argenieùs prdiwn Apprettali, tittem appretiavt'runt a fUiis 
Israel (XX VII, 9); cotuò voce italiana, e di appr^tiali k* prcziahiìe 
nel senlinieiito di pregiahile. Dirassii Non lia cittadinanza nel Vocabolario: 
Aiibiala: Si non es^l, puitìtis attscisctudum fuixu^ , ilelln cilladinan«a 
del Maestro discorreva Tullio. 



— 20 — 



scepolo; il Signare dal servo; 
il padre dal figliuolo. Per 
quanto prezzo è venduto? per 
trenta denari. Aimè come è 
fatto vile (1) colui che tanto 
vale! Oh come è venduto a 
tradimento con bascio sotto 
spezie d'amistadel È venduto 
per noi ricomperare di eterna 
morte: è venduto per avari- 
zia: è venduto perciocché pre- 
dicava la veritate (i) e la giu- 
stizia. È venduto l'agnello alti 
lupi, il giusto agli iniqui. Oh 
come furono crudeli merca- 
tanti, ed oh come cara mer- 
catanzia (3)/ Adunque grande 
fu la fortezza delF Amore di 
Cristo vedendosi così tratta- 
re, e sempre essere fervente 
neW amore, e rendere tuttavia 
pur ben per male! Quando 
venne la turba e disse che 
cercavano Jesu Nazareno, ri- 
spose e disse: Se voi cercate 
me, io sono: lasciate andare 



gnore dal servo, il padre dal 
figliuolo; per quaoto prezzo? 
per trenta danari. Oh come è 
dato per vile prezzo colui che 
tanto vale: oh come si è te- 
nuto a vile colui che noi ha 
cari: oh come è venduto a 
grande tradimento, e col bascio 
sotto spezie di amistà, ed è 
venduto per noi ricomperare 
da morte etema, ed è venduto 
per avarizia, ed è venduto per- 
chè predicava la giustizia, ed 
è venduto come T agnello ai 
lupi, ed il giusto agli iniqui! 
Oh come a crudeli mercadantf I 
oh come cara e preziosa roe- 
cadanzial Grande fu adunque 
la fortezza dello amore di Cri- 
sto vedendosi cosi trattare, ed 
esser sempre fervente nello a- 
more, rendendo bene per male. 
Onde quando venne la turba, 
e disse che cercavano Gesù 
Nazareno, ed ei disse: Se voi 
cercate me, lasciate andare co- . 



(1) Aimè, come è fatto vik ecc., di molto più bollo del Sono: 
Oh come è dato per vile. Inoltre, nella sclamazionc del mio MS, htissi 
il continuo uso della Vulgata, siccome solcano gli scrittori asceti. Ora, 
in Jeremia leggiamo: Quam vilis facta cs (II, 36), e altrove (Thren. 
I, H ); Considera quam facta sum vilis. 

(2) La veritate e la giustizia: le due parti dello insegnamento di 
Cristo. La prima Tolgcsi all'intelletto, la seconda alla volontà. 

(3) Il subbietto del verbo furono sono qui i mercatanti e la merca- 
tamia, e va a tìl di sinopia: ma, chi può districare il viluppo della 
slampa? 



— 21 — 

questi, cioè gli Apostoli. E a storo, cioè gli Aposloli. Ed a 
qmi punto che gli Apostoli lo ijiiol punto che gli Apostoli lo 
abbandonarono j e Cripto ebbe abbandonarono, singolarmenle 
cura di essi singotannente. Crisio curò ili loro. De!!i suoi 
Deiii altri stioi dolori e pene dolori e pene» e delle vergo- 
e vergogne le quali dovevano gne, le quali tlovevano rora- 
rompere e rammorzare [ì) lo pere e speziare il suo amore, 
suo amore, si diciamo nel suo come in tuttii fu forte, diremo 
luogo. Dice santo Bernardo, in suo luogo. Della forlezza di 
della fortezza dello amore di Gnslo dice san Bernardo: Oh 
Cristo: Oh ammirabile cosa, arami rahi!e covsa! oh amor for- 
oh amor forte! Li judei gri- te! li Giudei gridavano: cru- 
datano: Crucifige^ Crucifige; cifìge, cruciflge; e Cristo grì- 
e Ctfsto gridava: Perdona, dava: Padre perdona loro. Di 
Padre ^ Di questa forte car itale ipjest4a carità cosi forte si dice 
dice nella Cantica : Le molte nella Cautìcii : Le molte acque 
acque non poterono rammuri- non poterono spegnere la ca- 
re? (2) la caritate; ciò è le Y\\h. Le molle acque sono le 
molte tribulazioni non potè- molte tribolazioni, le quutì non 
rono rammurire la caritate di poterono spegnere la carità di 
di Crtsto perciocclté né per Cristo; perocché nò pei* molle 
molte sue fatiche o vergogne sue fatiche» uè pene, né ver- 
pene, né per molta nostra go^na, uh per molta nostra 
malizia e ingiustizia e ingra- malizia ed ingratitudine non 



titudine, lasciò d* amarci e di 
morire per noi. Adunque pos- 
siamo dire che la caritate di 



lasciò di amarci e di morire 
per noi. Possiamo adunque di- 
re, die la carità di Cristo fu 



Cristo fu alta e profonda e alta e profouda; fu lunga e 
fu lunga e lata. Dice santo lata, secondo che dice santo 



{1} Hammorsare, che lrg{,'esi ne! Tramaler, Un qui limpidissimo 
escm|>io per forliJìcarsi. E serve ii ricordare il provenzale AdzamorUtr. 
Che vtiol dire: iptitar f amorfa tielfji stampa? 

(^) Hammurire, Altra vaKliissima voco chi' manca al Vocabolario, 
sebbcii viva scriatella in alcnno ih»' v(!rn;it!o)i drll' halia luerigiriana, fra 
gr ini^uilini ik'ì monti Apennitiì, 



— 22 — 



Paolo: Ella fu alta tanto (ì) 
che nullo intelletto la pud com- 
prendere. Onde si chiama ec- 
cesso e pazzia: però quando 
Cristo si trasfigura y dice lo 
Eoangelio, che apparse Moises 
ed Elia con esso, e parlavano 
dello eccesso lo quale doveva 
fare in Jerusalem, cioè dello 
eccessivo amore, lo quale do- 
veva mostrare morendo in cro- 
ce in Jerusalem. Ed è detto 
eccesso perciò che passò ogni 
altezza d* intelletto angelico 
ed umano (2). E fu profonda, 
perciocché Cristo si adumilià 
a tanta pazienza di prendere 
carne umana misera e morta- 
le, e morire in tanta pena e 
tormento ed infinita vergo- 
gna (3). Dice santo Leone papa: 
Salva la proprietate della di- 
vina e deW umana sustanzia, 
la majestate divina si aumiliò 
e divenne inferma e lo immor- 
tale divenne mortale, ed è con- 



Paolo. Fu alta in tanto die 
niuno inteUetto la può com- 
prendere, e però si chiama 
eccesso e pazzia; onde quando 
Cristo si trasfigurò in sul mon- 
te, dice lo Evangelio, che ap- 
parve Moisè ed Elia con Ini, 
e parlavano dello eccesso che 
doveva fare in Gerusalem, cioè 
del grande e smisurato amore 
che doveva mostrare morendo 
in croce in Gerusalem. Ed è 
detto eccesso perchè eccede 
ogni altezza d'intelletto ange- 
lico ed umano. Fu profonda, 
perchè Iddio si umiliò a tanta 
bassezza di prendere carne u- 
mana e misera, e morire con 
tanta pena e con tanta ver- 
gogna. Di questa profonditade 
parla santo Leone papa, e di- 
ce: Salva la proprietade della 
divina e deir umana sostanza» 
la maestade divina si umilia, 
e la virtude s'inferma, e lo 
immortale diventa uomo mor- 



(1) Alta tanto chf ecc. riforentisi a jrrandezza, e bone sia. In tanto, 
posto assolutamente, significa altra cosa, siccome insegna il Vocabolario > 
e volendo leggere col Sorio intantochè, ne uscirebbe errato concetto. 

(2) Per non riuscire fastidioso mi passo di parecchie voci e modi 
degni di nota che il Lettore vedrà da sé. 

(3) Si adumiliò a tanta pazienza ecc., La lezione del mio Codice 
in questa frase splende di più pregi: Cmto si adumiliò, rende a capello 
Y humiliavit semetipsum (Ad Philipp. II, 8); a tanta pazienza ricorda 
il luogo patientia Christi (2 ad Thes. IH, 5); carne umana, misera e 
mortale, compendia il domma cattolico della natura umana di Cristo. 



— ili -^ 



giunlQ Dio ed uomo in ima 
persona (1). Che se elio non 
fosse vero Dio, non ci dama 
rimedio; e sti non fosse vero 
uomo non ci darria (2) esem- 
pio. Di questa umUtade dice 
santo Paolo : Esinanio Dio se 
medesimo prendendo forma di 
' $0rw, ed t' fatto obediente per 
umiUade fino alta morte ob- 
brobriosa (3) della croce. Àdun- 
que è profonda umilitade. Di 
sto parta santo Agostino 
maravigtiandosi , e dice: Per 
caritate venne Dio air uomo, 
tenne nelCuomo, cioè nella 
Vergine Maria, ed é fatto uomo. 
Dice santo Bernardo: Quanto 
minore si fece per umiliate^ 
tanto si mostrò maggiore in 
caritate, E quanto per me si 
fece più vile, tanto è a me 
più caro. Onde elio (4) qrida 
e dice: umile o altissimo 
ed beatissimo opprobrio degli 
uomini: gloria degli angeli, 



lale, ed è congiuoto Iddio e 
uomo in nuiì persona, Che se 
non russe vero Iddio, liOii ci 
iJareldje rimedio: e se non fus- 
se vero uomo, noi) ri dareblic 
esempio. Di questa iimillii dice 
santo Paolo: Esinanio se me* 
dcsimo pigliando forma di ser- 
vo, e per umiltade è fatto ob- 
LieiJienle insino alla iiìorle vi- 
tuperosa della croce. Adunque 
È profonda per profotida umil- 
tà* Di questa parla santo Ago- 
stino maravigliandosi, e dice; 
Iddio per carità venne al mon- 
do» e venne neir uomo, cioè 
nella Verji^ine Maria, ed e fallo 
uomo. E però dice sanJo Ber- 
nardo: Ou'»i*o minore si fece 
per umiKade, tanto maggiore 
si mostrò in carità: e quanto 
per me piiì si fece vile» tanto 
più m'è caro. Onde grida e 
dice: utnile e sublime» o 
altissimo e b;jssissimo, oppro- 
brio degli uomini e gloria de- 



iì) Si aumdnt (tc, ia n*iiipo pre»pnlo mn^lio che jii umilia ecc. 
(della Slampa: ed il Taverna srbbenr Irg^e scorretlo, adoppni (ler*^ il 
leinpo [wi ssalo. 

d) Vuoi essere notala V uscita dnrria , non osservata diti Nannucci 
rie!la Teorica dei Verbi. 

(3) Vocr hihlicn elio smnlrasi iii cfuio luo«rhi di amho ì Testamenti 
I qiiaiiib alindono al Rrdenlorr: la voce vituperosa, a^lopiTata dal Som, 
\ notasi sole itftte volle. 

(4) Protiodie usato dagli antichi in luogo iti egli, a r]U(rl morlo, che^ 
[poco a|)prtìsso, nuih per mm$o. 



^^ 



24 — 



Nullo più aUo, nullo pm di- 
spetto e basso. Umiliati e vi- 
vificaU, uomo, per esempio 
(fa' Cristo. Il signore del cielo, 
il re delti regi è venduto per 
vilissimo prezzo, a vitissima 
gente ed a vitissima morte, e 
vilissimamente con vilissimi la- 
droni trattato e croci/isso: 
schernito come uomo pazzo e 
spogliato: cacciato cosi come (1) 
immondo e leproso, e concul- 
calo; e perciò quanto più per 
suo amore ti farai vile, tanto 
gU sarai pia caro. Dico che 
fu lata ad amare universal- 
mente ogni gente, ed a mori- 
re, quanto in esso fu, per 
redenzione (f ogni gente e di 
ogni uomo (2). Awengachè 
molti per loro colpa perdono 
questo bene, e torna ad essi 
in ruina. Dico che fu lata ad 
amare gli inimici e quelli che 
lo crocifissero, per li quali 



^ angeli; niuno (hù alto, niii- 
DO più dispetto e basso. Umi- 
liati adunque e vivificati, o 
uomo, per esempio di Cristo- 
Il signore del dcdo, il re de' re 
è venduto per vOissimo preso» 
ed a vilissima gente, ed a vi- 
lissima morte; e vilissimamen- 
te traltaito, con vilissimi ladro- 
ni crocifisso, e come pazzo 
schernito, e spogliato nudo, e 
come immondo e leproso scac- 
ciato e conculcato: onde quanto 
più per suo amore ti tarai vi- 
le, tanto gli sarai più caro. Fu 
lata la carità di Cristo ad ama- 
re universalmente ogni gente, 
perchè venne a morire per la 
redenzione di ogni uomo. Av- 
vengachè molti per loro difètto 
perdono questo bene, e torna 
loro in ruina. Fu lata ad amare 
i nemici, e coloro che lo cro- 
cifissero, per gli quali pregò e 



(1) Cacciato cosi come ecc. modo aggraziato in voga appo i nostri 
Vecchi. Vedi Boccaccio Nov. 39, 7; g. 4, n. 8; g. 2, n. 7 ecc., sicco- 
me sopra è detto, e che manca al Sorio ed al Taverna. 

(2) Dico che fu lata ecc. Sposizionc più larga e più coerente alla 
dottrina cattolica: nella stampa il secondo inciso tramutasi in causale 
del primo, ripeter potendo il già detto. L'inciso: Quanto in esso fu, 
che manca alla Stampa, è di grande valore teologico per chiarire che 
Y opera della redenzione di Cristo non annullò le ohbligazioni della legge 
morale , quasiché la fede in essa bastasse alla partecipazione della giusti- 
zia e dei meriti di Cristo, ed esentasse da qualunque obbligazione della 
legge evangelica; sendo evidenti le dichiarazioni di Cristo (San Matteo, 
IV, 17-20; XXVIII, 19 e 20). 



— 25 — 



prego e pianse. Onde in segno 

di grande amore e di fjrande 
larghezza volse avere lo lato 
aperto. Dice santo Bernardo: 
Per lo cabuto [ì) e per l'a- 
pertura dee lato mostra Criata 
(a sua lata e grande cari tate. 
Ebbe le mani cabulale [%) in 
segno di grande larghezza. 
Ancora dice santo Bernardi: 
Il chiavello nC è stalo chiare 
ad aprire e mostrarmi (3) la 
larghezza della grande cari 
late di Dio. il quale con tutto 
sé ha ricomprato tutto me; il 
sangue di Cristo fu nostro 
prezzo. Onde per mostrare che 
pagava e dava questa prezzo 
volentieri, vote cìie si aprisse 
il sacco dei suo corpo, là to* 
ve era questo prezzo^ da ogni 
lato. Dice Davide nel Salmo 
parlando a Dio padre: Tu 
rompesti il sacco mio accioc- 
ché largamente ne uscisse il 
prezzo del mio sangue (4). Dice 



pianse. Ed in segno di grande 
larghezza d'amore volle avere 
il lato allerto, Orìde dice santo 
Bernardo: Per lo foro e per 
r apertura del lato ci mostra 
Cvhiù la sua lata e grande 
cariiii, Ebbe ancora le mani 
forate in segno di larghezza; 
onde dice santo Bernardo: Il 
chiavello m'è sl^to chiave ad 
aprire, e vedere la larghezza 
della carità di Dio, il quale 
con tutto sé (utio me ha ri- 
comperato; ed il sangue di 
Cristo fu nostro prezzo: onde 
per mostrare che pagava e da- 
va queslro prezzo veleni ieri, 
volle che s' aprisse il sacco del 
corpo suo da ogni lato dove 
era questo prezzo. E però dice 
Oislo nel salmo parlando a 
Dio padre: Tu rompesti il sac- 
co mio, cioè il corpo mio, ac- 
ciocché ne uscisse laj*gameiile 
il prezzo del suo sangue. E 



(l) Per h cabuto ecc. Vixli nota seguente. 

(t) llodciile (lue Toci cahuto e cabuiato, m senliinenlo di ftìrn p 
forato, sono una rariti del mio (I(MÌic€. Ed il Mennnle fu ni'l v*>rgarlp 
cosi sicuro del faUo mo, che, in quella che tytlo il MS brizzolò di iw^^ì 
e di abbrevioziont, le due voci scrìsse per disteso con minuta ma cliìa- 
rìssima lettera. 

(3) Ad aprir*' e momtrarmi nmìmììn* riferiti a cljiavt^llo, e tiene «ita : 
nella ^tanijia art apttrf e vefterf^ pon^ùtìsì dm suhieltì (il chiavello apre; 
r uoin vi^le ) senili necessilit 

li) Ln Vulgala : Coiueiiiiiti saccum irusum cantò Davide in persona 
dì Cristo nel Saluuj X\IX, li, Nota eziandìo mk* sangue e iiou suo. 
Siccome uiìl Sono, e giudica del tuerilo del più volle tadaU> Codice. 

3 



— ae- 
rali Bernardo: Molto è largo però dice santo Bernardo: Mol- 
questo dispensatore, il quale to è largo questo dispensaUorey 
ci ka dato la carne in cibo; il quale ci ha dato b carne 
il sangue in beveraggio, la io cibo» il sangue in bev^^- 
vita in prezzo, le ferule m gio, la vita in preno, le fedite 
rimedio, P acqua in bagno, il in rimedio, le braccia stese in 
sudore per medicina, le brac- rifugio, la croce per iscudo, il 
eia stese per nostro rifugio, cuore aperto in segno di gran- 
te croce per scudo, il cuore de amore, T acqua in bagno, 
aperto in segno di amore; li il sudore per medicina, g^ 
chiovi e la corona delti spini chiavelli e la corona delle spi- 
per ornamento, le parole per ne per ornamento, le parole 
ammaestramento: le vesttmen- per ammaestramento, la vita 
ta alti crocifissori; al disce- e la morte tutta in eseaipio, 
polo la madre, e la madre al le vestimenta alti croceflssori, 
discepolo (1); al ladrone il al discepolo la madre, al la- 
paradiso; /' anima al padre ; drone il paradiso .... 

la carne e lo sangue in cibo 

e bevanda ai fedeli cristiani; ] 

lo inferno a Gestas latrone; 

le persecuzioni agli Apostoli; 

il corpo a Josef Tutto distri- 

bui per andare più leggiere, sicché tutto è speso e tutto 

senza arnese o bonecte (2) tut- dato per larghezza. Fu lunga 

to dispensò per sua gentile dal di che nacque in fmo alla 

larghezza. Fu lunga dal gior- morte, perocché tutta la sua 

no eh* esso nacque fino alla vita fu croce e fatica. Fu lun- 
morte; perciò che tutta la stia 
vita fu croce e fatiche. Fu 



(1) E la madee al discepolo, inciso necessario alla verità storica. 
San Giovanni nell' Evangelio scrive : Deinde dicit discipulo : Ecce mater 
tua. Nella stampa mancano parecchie cose, né si ammira la gradazione 
delle singole parti. Che Gestas si appellasse il cattivo ladrone e Dismas 
il buono poco rileva; ma la salma di Cristo data a Josef è in san 
Matteo (XXVII, 58 e 59). 

(2) Sema amese o bonecte. Il Tommaseo nel Nuovo Ditianario della 
lingua italiana alla voce Bonetto aggiugne: Ora saprebbe di francesismo. 
Ecco un nuovo esempio del secol d'oro. (Lue. X, 4). 



— 27 — 
lunga per perseveranza; che, ga per perseveranza, che, av- 



(irveufjaché molto (jU fosse 
(letto: Discendt dalla croce; 
perciò non ne discese, ma per- 
serberà fino al fine operando 
la nostra salute. Uiee santo 
Bernardo della lunga pena dt 
Cristo: Volgo e ritolgo o buon 
Gesù, la vita tua, e sempre 
ch'io la rivolgo pure in croce 
la trovo iì)* E per potere mo- 
strare la carila te alta e pro- 
fonda ^ lata e lunga j sostenne 
pena alta, cioè che passa otjni 
alto dolore; profonda, per 
dispetto e coti fusione e verno- 
gna; lata e lunga, quanto al 
tempo, perciocché fu dal gior* 
HO che nacque fino alla morte: 
e (luanto al modo^ perciocché 
dalla pianta del ptede sino 
all' ultima parte del capo fu 
lùrmentato così come Isaia pro- 
feta profetò (2). 



veiigarlir nmllo gii Hisse Jetlo: 
Discendi iliilln croce; non ne 
discesa, anzi perseverò ope- 
rando hi nosira sìilnlr. Della 
hing;i pena ili Cristo dice santo 
Bernnnlo: Volgo e rivolgo, o 
ijnon Gesiija vita ina € sem- 
pre h irovo in croce. Per po- 
ter mosirure la carila alta, e 
profónda, e. lata, e Innga, so- 
sosi^ujnc jiena alta* perocclic 
lKiss.1 ogni altra dolore; pro- 
fonda |jrr dispetto, e conrusio- 
ne, e vergogna; la la e ìnnga 
ijuanto al tem[K), perocché dal 
di elle nac([iie per inliiio alla 
sua morte sempre fu in pena, 
e qnanto al modo, perocché 
tlalla pianta dei piedi per in- 
Qno alla sommità del suo capo 
hi tormentalo, come disse e 
profetizzò Isaia profela di lui. 



Di Macho m Polviga. 



(1) Pure in croce la trm*o. La particella rimii|nlira pure a^pM^v. 
ili dìi^corsi) evidenzn: il porche scontasi in tulli i buoni seritlorì, mas- 
simamunir m^ì trf^ccntisti. 

{f) ha formosi là di tuUo questa fras*» supera «la assai la mu mr- 
rispondonh* nel Sorio. Le variami alfa m veec di altra; cosi come per 
Cùme. pcf^lffó im' profetitio servoiia a provare, se ancora ne U^s^e riie- 
slieri, ctA cho da princijtio pO!si : Clie il Codice da me posseduto, così 
come Irjrgcii, senza jjlcun risanamenlo o variazione, vince in l)00là la 
edizione del |k Sorio, dtS vai dire, tulle le impressioni fino ad ora messo 
iti lu€e flelle opere iinnori di Fra Donieuico Cavalca. 



MATTEO DI GIOVENAZZO 
UNA FALSIFICAZIONE DEL SECOLO XVI 



DISSERTAZIONE DI GUGLIELMO BERNHARDI 



(V. la pag. 385. Continuazione e fine) 



Rimane iiatiiralmonte presso Matteo qualche cosa che 
non possiamo sindacare; consta in parte di storie di Sa- 
racini, le quali per lo più sono acconciamente inventale, 
e debbono dare un'immagine della amministrazione della 
giustizia a Napoli sotto Federico e sotto Manfredi. Però è 
possibile ancora che il falsario abbia adoperato libri , che a 
me furono inaccessibili, p. e. Michael Riccius, De regib. 
Neap. , che è citato dal Boccaccio, De viris illustr. nelle vite 
di Manfredi e di Carlo d'Anjou. Il falsario mostra una certa 
predilezione per i racconti fatti secondo la maniera del- 
l'autore del Decamerone: ne ha parecchi, che conten- 
gono sentenze molto pungenti, v. |§ 2, 57, 139. Pure 
anco simili notizie tolte dalla vita privata non sono senza 
uno scopo ben ponderato. 

Nel p 134 il c^apitano della guardia del corpo di Man- 
fredi, un Saracino, offende un cavaliere napoletano chia- 
mato Mazzeo Grisso, il quale perciò lo batte spietata- 
mente : da ciò sorge una contesa fra Napoletani e Saracini. 
Quando Manfredi ha notizia dell'accaduto, comanda che 



— an- 
si tagii la mano cJeslra al p:entÌliiamo. I Napoleianì si in- 
terijoiigono in favore del condannalo, dicendo che non era 
giusto die no cavaliere fosse pnriito rosi dorametìte per 
causa di un ciiiie di Saracino. Manfredi si lascia mnovere 
a pietà e fti più del dovere per amore dei Napoletani ; ma 
il colpevole deve perdere almeno la mano sinistra: un'al- 
tro giorno Manfredi si informa dello stato di Mazzeo, ed 
ride che rpiesti corre pericolo di morire per la ferita. Al- 
lora gli manda tOO angnstali e nomina un altro capitano 
per la sua guardia del corpo. 

Questo racconto è affatto inverosimile, Manfredi nel 1257 
(presso Matteo dopo la coronazione) aveva ogni T^agione 
per non farsi nemici i nobili del suo regno per cosi pic- 
cola contesa. La narrazione ha piuttosto lo scopo di gel- 
tare una luce sinistra sopra Manfredi. L'autore dei Diur- 
nali si mostra in generale amiro della Chiesa e degli An- 
gioini. Ma mollu gindiziosamenle evila di parlai'e delle 
accuse di avvelenameido , liie nei suoi originali pesano 
in gran copia sopra Manfredi, Egli aveva buone ragioni 
per fiìT aiìparire che un suddito o non sapeva questi mi- 
steri, oppure per cautela non no scriveva. Tuttavia le pere 
con zu(*chero, che Timpei-atore Federico mangia la sera 
del 12 Dee, sono certamente nominale col tacito inten- 
dimento dì avvalorare il sospetln di veneficio, poiché nel 
giorno successivo Federico muore improvvisamente, mentre 
dal iì Dee. si sentiva così bene* che pensava di alzarsi il 13. 

Il § 48 contiene mr altra storia di Sai^acini, Il 1." 
Settembre 1248 Pauluccìo della Marra uccide un Mussul- 
mano a Barletta. I suoi concittadini lo salvano dai birri. 
Perciò due di essi sono apjiiccali, e alla citta è imposta 
la raulla di 1000 augustali. (Jni il fatto è manifestamente 
inventato. Federico II aveva promulgato una legge, per la 
guale quando un omicida sì fosse sottratto al giudizio, la 
respelliva romiinifa dovea pagare al fisco 100 angnstali, se 



— :w — 
l'Qcciso era cristiano, 50, se era mussulmano o ebreo. 
Questa legge fu in seguito confermata dagli Ànjoas e dai 
papi. Sicuramente l'imperatore non può a?er seoteoziato 
contro le sue proprie costituzioni, e invano Huill-Bréholles, 
1. GGCLXXXYIl, cerca di spiegare questa straordinaria 
pena mediante la parte presa dai cittadini aUa fuga di 
Pauluccio. Piuttosto diremo che questo racconto è inven- 
tato sopra una frase di Fazello, pag. 479: Pridericus le- 
gem promulgavit, qua adeo eos (i Saracini) salfx>s esse 
voluit, ut Christiani, qui se illis opponebatU, impune oc- 
ciderentur. Caesorum aulem Saradnorum quaestio ^ si reus 
captus non esset, in vicinae regionis populos haberetur^ 
qui aeris summa ac totidem capitum supplido mulctor 
bantur. Matteo esagera ancora e fa che due siano gli ap- 
piccati. 

Non è questo Punico luogo, nel quale si riconosca 
che il falsario procura di dar corpo e sostanza a espres- 
sioni generali. La descrizione delP indole di Manfredi presso 
Villani, 6. 46, gli offri una opportuna occasione per scen- 
dere a particolari. Ivi si dice che Manfredi era stato so- 
natore e cantatore. Matteo illustra così, ^ ìiO: Lo Re 
spisso esceva per Barletta (o pei' la terra) cantando Stram- 
buotti e Canzuni, cìie iva pigliando lo frisse; e con isso 
ivano dui Musici Siciliani, ch'erano gran Romanzaturi, 

Credo che sia più conveniente preferire la lezione 
Rarletta , perchè Matteo dovea trovarsi in luogo vicino per 
poter riferire simili serenate. 

Nel medesimo luogo Villani dice : volontieri si vedea 
( Manfredi ) intorno giocolari e nomini di corte e belle con- 
cubine. Corrispondentemente a ciò leggiamo presso Matteo, 
I 136, durante il soggiorno di Manfredi a Barletta: nelle 
feste di Natale si ne fece gran trionfo , perché ogni giorno 
se me fecero balli, dove erano Donne bellissime d' onne 
sorte y e lo Re presentava equalmente a tutte, e non se 



— 31 — 

svxpm, qttale chiù li piacea. Villani racconta anron che 
Manfredi portava sempre vesti di color verde; inserire 
questa notizia nei suoi annali semljiò cosa troppa perico- 
losa a Mallèii, poiché non trovandola confeiìnala in alcun 
altro dei suoi originali, dovea temere dì essere scoperto. 

Circa i terremoti del 1248 e del 1253 ninna prova 
esiste della loro realtà; lo slesso si dica del fanciullo nato 
a Hej?gìo con 3 teste, e morto subito dopo; del medici) 
Zaccaria colto dal fulmine mentre si recava preaso l'im- 
peratore, etc. 

Finalmente la tosa d'oro, ctie Carlo riceve a Roma nel 
!2fì0 la domenica delle palme (| 188) è certamente un parto 
della fantasia de! fals,irio. Primieramente reca meraviglia 
che non sia data nella domenica Laelare, perchè tale era 
il giorno , in cui si soleva donare. Però questo potrebhe 
scusarsi coli' assenza di Carlo, sebbene la solennità non 
potea aver luogo in Roma, come dice Matteo, perchè Cle- 
mente IV non e mai entrato nella città santa come Pon- 
tefice, Ma prescindendo da ciò, io non trovo nel libro di 
Cartari, Prefetto delT Archivio Apostolico di Castello San- 
t* Angelo in Hnma (La Rosa d'Oro, Roma lOHl ) alcuna 
traccia del conferimento di questa speciale onorificenza a 
Carlo, Anzi nulla si dice circa essa da Innocenzo IV a 
Benedetto XI, 1254-f:J03. Era invero costume dei papi, 
quando nella Domenica Laetare cavalcavano in processione 
da Santa Croce ìn Cerusiilemme al Laterano, di donare 
questa rosa al prefetto di Roma, poiché egli tenea la stalla 
al S. Padre; e siccome Carlo era senatore, si iMjtrebbe 
forse pensare che avesse tenuto la staffa invece del pre- 
fetto. Ma Carlo avea deposto la dignità senatoriale alla fine 
del Maggio 1206, e la assunse di nuovo soltanto il 10 
Settembre 1268 (Gregorov, Storia di Roma S, 305 e 439), 
lalclìè anco questo |)unto d'appoggio cade. Io credo che 
pOivsiamo con tanto maggior sicurezza ritenere questa rosa 



wi 



— 32 — . 
amui urririverizìoric, in quanto che nelle 711 lettere di 
ChsmcnU; IV presso Mari, e Dur. nalla si tro?a che a 
quella alluda. 

Il falsario ha saputo ancora usare una cara diligente 
per dare nomi autentici dì Saracini. Esso andò rìcavan- 
doh dn Kazello, fuorché quelli così comuni come Almuz e 
Zaid. Cosi (S 125) Besavetto = Besca?ectus, Faz. pag. 
4<d: (t 142) Roitunus o Bettumeno =^ Bettunes, Fàz. 
pn^. i3<l e llertumenes, Faz. pag. 424: (§8) Zaccaria «= 
X(MlHMins. Faz. pai;. 404: Sannachar (§ 142) può essere 
S^uuiKas, Faz. pai;. (I2U: e finalmente' è verosimile che 
noi 5 2 si debita lei^^ere Apocaps, da Faz. pag. 416, in- 
voco cho IHìiHViX. Che nei mss. i nomi sieno talvolta ^Hh 
aliati a iH'Ila piK^ta collo scopo di dare al libro on carat- 
toiv antico ^ dimostrato p. o. dal § 87. nel quale si trova 
un ^ti'io « iìerio }hìsliviHiUce tie Somento. Qui però si 
dovo It^ggtMV Sirryk^ (H>ichè ì Mastn>giudici« siccome faceano 
hsaliiv ù loix» origino al duca lon^^banlo Serjrio di Sor- 
r\HUo. il qualo ci si pr^'s^Hita nel Ohn>n. Cas. nel IOTI. 
l\Mlx. S\\ 7, 72tKa\t\ino siKvicdo pr^lilezìiMie per «juesto 
iKMWo. IVr^ quc>lu ì^mumIo^u è ui!th*;K Mi im Diumnli il 
iKUUo S<Mvio ò s<vlto a^r miriKluiunt'^ dt nvalorin? !.i 

tlM\lutvHW. K vJUO^Jl vUTUiUiOr.. >i >4 <r:nrV*J l^f. riCt • VrrfS) 

xir Viuuin-iJo <i' ^i' tU'.\<:''> Viirsvo .:«.»;':'ii.-::t; . -."he «!> 
%catv itto>t:i£v Sv'n:*!^ ;*t>:><s.- l :•; •'>:- :- air iz*: ir:., i 

l. -Mfc: K>4> .X'i MiM ri im >;■ ù ri»-* i fi» ^ai»* -t- 

H<.iaiiviiiii MU uii! >i.»t»;i4:M ili :' '-^•:»: lur- ^'ìii* 
r^M Mti-Ut Ki ','iiii'i*ì»i u' 1*1 :* n !'• ::r: ma -.r^ 



— 33 — 

al 148!) presso il quale si Irovi questo errore, Vm) uè 
Platina né il suo correltore furono cniisa della confusione, 
ma, per <|iianto mi pare. Bioudo ( 1;18H-1403). Pl;tlin.i» 
ed aneliti BoniDCoutri, il quale uel 1450 viveva alla rorte 
del re Alfonso a Napoli, si valsero dell'opera di Bioudo 
l'uno indipendentemente dalT altro, Poidìè rilistoria Si- 
cula di Bonincoutii, guasta anco iu altri luo^dii ila favole 
e da falsa rronologia, contiene quella spedizione descritta 
con tutti i particolari, ± 2(>8-270 (presso Lami, Delie. 
erndìtor,). Perciò presso Biondo, poicliè efrli commise Per- 
rore» manca ancora la minuta relaziime della marcia del- 
r armala di Carlo attraverso P Italia, E che Biondo non 
può aver tolto il racconto da Matteo, come dicemmo so- 
pra, ma che accadde invece il contrario, si rileva dal 
coufrouto delPuno coir altro, poiché il primo narra una 
grande (juantità di (*Ìrcoslauze accessorie, che Matteo trovò 
{>oc(» adtiatlate al sm) scopo e quindi tralasciò, mentre ne 
introdusse altre iu luogo di esse. Inoltre Malteo nomina 
soltanto un condottiero, Roberto di Fiandra. Finalmente 
è impossibile cfie Biondo si sia valso del lit>ro di Matteo, 
perciiè in tal caso i Dimoiali sareldiero autentici, e la 
spedizione sarebbe accaduta reaUnenle, mentre non è ac- 
caduta. Del rimanente per altri motivi a me sembra v«> 
rosimile che il falsario possedesse ancora u[io dei mss. di 
Bonincontri, però molto rari secondo Muratori, Se. 21. 4, 



Dalla indubitata prova della falsilìcazione si rileva una 
importante data storica: è possiluh» cioè determinare de- 
finitivamente il giorno, in cui mori l'imperatore Federico li. 
Come è noto, finora questo è slato tema di discussione 
e di incertezza, poiché il testamento delP imperatore nella 



— 34 — 
maggior parte dei mss. ha die sabbati 17 decemb. , mentre 
UDO ha il 7, un' altro il 13 dee. die sabbali. Ora siooome 
il 17 dee. 1250 cade di sabato, Pertz, Legg. 2. 357, con 
ragione ha ammesso questa data come vera. Però la sua 
opinione non trovò unanime consenso , perchè i Diurnali 
offrono minutissimi dettagli, veri bnllettioi della malattia 
dell'imperatore e degli ultimi suoi giorni: 

§ 27. Alti 29 del detto mese (Novembre 1250) si è 
saputa la novella, cha V Imperatore sta malato. 

§ 28. Allo 1 di Decembre quelli, che passavo Java- 
nazzo, dissero, cha l* Imperatore sta malissimo. 

§ 29. Alti 9 si sparse fama, che era fore di pericolo. 

§ 30. Alti i3, che fo lo di di Santa Lucia, maria, 
e la sera innante avea mangiato certe pera con lo zuc- 
caro, e disse, che la mattina venendo se volea levare, e 
questo anno è lo 1250. 

§ 31. Alli 16 di Decembre alle 21 ore è venuta let- 
tera da Manfredo, Prencipe di Taranto, che va avisanda 
la Terre da passo in passo della morte dello Padre. 

Queste notizie si leggono esposte in forma commo- 
vente e attraente nelle più recenti storie deir imperatore 
presso Huill-Bréholles e Schirrmacher : peccato soltanto 
che sieno inventite. 

Invero un contemporaneo, Nic. da Curbio, Vit. Inn. 
IV, e. 29, indica egualmente la festa di S. Lucia. Però pri- 
mieramente si deve osservare die Nicola scrisse la sua 
biografia solo dopo la morte del papa: in secondo luogo, 
quando P imperatore mori egli si trovava a Lione: final- 
mente le sue notizie sono in tutto degne di fede solo per 
quel che si riferisce al papa: poiché nel medesimo capi- 
tolo dice che Federico era stato 39 anni in imperio, e era 
vissuto ancora 4 anni dopo la sua deposizione avvenuta 
a Lione nel 1245. 

Neppure a Roland. Patav. si deve attribuire troppa 



— lili — 
importanza, poiché questi fa irraderò la morte di Federico 
a Palermo. 

(Jiiatito inesfille notizie si lues.seio nel T Italia Ceiitrale 
circa il giorno della morte dell' imperatore si rileva tanto 
da Petrus Gapocius card, diac. e legato nella Marca, il 
(piale indica il 12 Dee qiirmlo anche da Salimhene, il 
quale però cominciò a scrivere solo nel 128»tt come egli 
stesso ripetutamente assicura. 

Quest'ultimo tlice, pag. 5: a, 1220 Ffideticus .,. 

coromttn^ fuit in festirilate S, Caeciiiae (22 nov.), 

E! impera cU XX\ nnnis et diebm XI* El eodem festa, 
quo fuit coronalHs, obiit in Apulia in parva civiìate, 
quae appeliatHV Fiorenti mtm prope Xuceriam Saraceno- 
rum. Salimbene sci'ive stanza riflessione, oppure non sa 
contare: i giorui intercalari degli anni bisestili, che egli 
poli"ebbe avei* calcolato, non danno una somma di 11 
giorni» A pag. ÌOiì riferisce rm' altra volta la medesima data 
coir osservazione che alcuni credevano ancora che Trm- 
[H>ratore fosse morto il giorno di S. Lucia. 

Però la ragione citata da Salimbene in favore di que- 
sto giorno non sarebbe decisiva: Si rerum fuit, mn racat 
mplerio. Beata enim Lucia asolanti Syracnsano popuh 
dixit: Annuntio vobis pace^n Ecclesiae datam , Diocfetiano 
de regno suo ejecto et Maximiano hodie wortuo. 

Forse il fatto die il 13 dee. sia menzionato da tanti 
scrittori si spiega cx3n ciò, che P imperatore in quel giorno 
si ammalò gravemente. Almeno si può intendere così il 
luogo degli Ann. S. Inst. Pat. Perlz, Se. pag. lt>l: in 
die S. 1,1/ V* infirmitate maxima pregravatus lucem istius 
vitae a mi sii in ApuHa, Onesta opinione trova conferma 
nelle parole di Matteo Paris, quando questi nel 12ìj1 , 
corregge la notizia da lui data della morte di Federico nel 
giorno di S. Lucia 1250: Completis autem eodem anm 
diehm Naialiciis et immlnenle festa l^urificatiùnis beatae 



— 36 — 
Mariae increhuit rumoì' per partes Occidentales de morte 

Friderici , quodscilicet die S. Luciae Virginis morbo 

percmsHs irremediabili , die 5. Stephani obierit. Ora acqui- 
sta credibilità la notizia che Manfredi abbia tenuto occulta 
parecchi giorni la morte delP imperatore: altrimenti dif- 
fìcilmente sarebbe rimasto incerto il vero giorno di essa: 
ma agevolmente si confermò la tradizione del 13 decembre, 
e si pose la morte nel giorno, in cui principiò la malattia 
ad aggravarsi. 

Tenendo conto della data che sì trova nei Diurnali 
Pabst emenda il testamento, Pertz, Se. 19 pag. 472, e 
[)one 13 kal. dee. Questo sarebbe difatti un sabato. Contro 
ciò tuttavia si potrebbe obbiettare che soltanto un ms. offre 
il 13 dee, che allora i papi stavano strettamente attaccati 
alP indicazione della data secondo le calende romane, ma 
che i documenti di Federico li dopo il 1220, come si ri- 
leva dal loro esame presso Huill-Bréholles, seguono solo 
con poche eccezioni la numerazione civile. L'errore degli 
Ann. (;ih. Piar. Pertz, Se, 18. 502: 17 kal. dee, a cui si 
appoggia Pabst, sta in favore del 17 dee. più che del 13 
kal. d<v. 

SiniilniciUt^ lluill-Bréliolles (>. 965 cerca di salvare la 
(lata doi Diurnali col porre nel testamento dell' imperatore 
die X inv(M'(» v\\(\ dir XVII. Già il Mansi nelP osservazione 
al luogo n»sp(»ltivo presso Haynald desiderava il X dee: 
atico (|uestt> giorno e un saliato. 

Però io penso che ora, dacché l'appoggio principale 
del 13 dee, Matteo di Giovenazzo, è caduto, noi pos- 
siamo cm fiducia restituire ogtii autorità al testamento. 
E in validijisimo ajuto di questo vengono due contempo- 
ranei: Tuno, S. Malaspina col suo silenzio; T altro, il bio- 
grafo di Manfredi , che negli avvenimenti delP Italia Meri- 
dionale è degno di ogni fede, Jamsilla. Nel testo di que- 
st'ultimo presso ^Muratori, 8. 479% si legge conforme le 



— ;t7 — 



ipc di Ughelli e di Caiusìo: Mùrlum est in Capila- 



nata Apuliae die mefish Ikcembriii, Ma il miglior ms., 

U codice de Miro lia: in Capiinuafa Afmli(fe XIX die 
mams fkeenibris, Questi) è iiianifestameiUtì il vero ^'iorno 
della morte deir imperatore, die però lì Muratori (il quale 
anco ne^Vì Annali lìpne per dioioslrala la data di Matteo, 
il i3 dee.) corresse nella nula colle parole: /«m m rr)/|?{^^ 
nostro tum in editione IJghdliana et Carusiana eorniptus 
est lextus. lo suppongo che anco il ms. di Llglielli avesse 
il 111 dee. : ma siccome qii(\sti liteneva erronea tale data , 
esso, a forse prima di lui il copista preferì di lasciare 
una lacuna. 

Finalmente non mi sembra priva di valore la consi- 
derazione die anco i^Iurila, 3. (il), lesse il It^slamenlo del- 
l' imperatore colla data 17 dee, : /Mra (Federico) ordenado 
en su testamffitn, fpte tmnjo en nn ìtffiar, (jHe Uaman 
nnlores anìitpws et Fhrentin in CapilanaUi, a XVÌI de 

\Deziemhre del anm MCCL, que,..,,. Contado fuesse 

iero en los estados etc. Inoltre l'esemplare del lesta* 
mento, che si trova neirairhivio di Napoli, e che forse 
è r originale, adoprato da Bonincontri (llist. Sic, L pag. 
343 e segg. presso Lami, delie, eruditor.) Iia egualmente 
la data 17 Dee. Anco Fazello, dee. l lih. Vili, pag. 176 
ha il testamento del 17 dee, 

È appena necessario avvertire che presso Villani , se- 
guito dal falsario, si trova il di di Santa Lueia, 



Ome sì comprende agevolmente, la persona del fal- 
li può riconoscere meno diiammenle, sebbene non 
niancliino dati che aprano la via a ciò. Con ragione il so- 
I spetto cade priniieiiimente su quello che ha introdotto i 
Diurnali nella Idteralura istoiica. 



— 38 — 

Ora In (Mlizìone di questi nella Collezione di Pertz è 
nddattata piuttosto a condurre il lettore fuori della retU 
via e a to^^lier^li il mezzo di giudicare liberamente, che 
a ra|)prescntargli sotto gli occhi le imperfezioni delPopera. 

Primieramente sono state tolte dal testo le false in- 
dicazioni degli anni: credo dì aver dimostrato sopra che 
(|uesto modo di procedere è arbitrario. Aggiungasi poi la 
prefazione*: in (|uesta leggiamo, pag. 465 , che prima della 
edizione di Papehrocli del 1681 avevano adoperato i Diur- 
nali nei manos<MÌtti i seguenti storici: Scipione Anmiirato, 
Delle famiglie nobili napoletane; Tommaso Fazello, De 
li^b. Siculis: Angiolo Costanzo, Storia di Napoli, etc. Sa- 
rebbi» nigioiìevob» credere che (|uest' ordine fosse cronolo- 
gico; niente affatto: Fazello piibblicò la sua opera il 1560, 
Costanzo il irJTi, .Immirato il 1580 (quest'ultimo cita 
Costanzo, p. e. l. Uììm anco altri cinque scrittori sono 
citati da l^hst disordinatam(»nt(\ ^la Fazello non ha cono- 
sciuto affatto i Diurnali, e a mala pena l'editore nei Mo- 
numenti si fondò sopra Costanzo, il quale una volta dice, 
a quanto sembra iiìcidentalmente , pag. 30 : ma il Fazello 
srriUorc dcir Ilistnric di Sicilia, al f/uale io ho più fede, 
peniw si r 'Ncorcla con alcuNc Efeinmdi anticlw, scritte 
da Manco di (ìiorenazzn, che fu a quei tempi, dice che 
eie: citazione, che si trova anco presso de Luynes, pag. II, 
tolta dair introdiizione presso Muratori. Fazello non fa pa- 
rola dei Diurnali di Matteo di Giovenazzo neppure neir in- 
dice degli scrittori di cui si è valso. E se li avesse concv- 
scinti , cortamente non avrebbe fatto ritornare Corrado IV 
in Germania depo la conquista del legno. Manfredo regni 
cura commi ssa: al cum ibi (in Germania) omnia sibi in- 
festa offendisset, animo frartus, relieto domi Corradino 

filio Italiam repetiit. Inoltre diffìcilmente egli avrebbe 

lasciato senza una data precisa Tanno della morte di Cor- 
rado, poiché dice soltanto che questi morì 16 anni dopo la 



— :t9 — 

sua elezione : di più esso non sa determinare esattamente la 

morte dì Innocenzo lY, e indica la vacanza che successe 
a c|iiesla supru dnos anms. Uacconta la fondazione di 
Manfredonia dopo la coronazione di Manfredi: riferisce e 
non senza particolari la riliellione dei Sauseverino contro 
Federico sotto il poritilicato di Gregorio l\ , eppure nulla 
dice di Bng^iero. Queste e molte altre differenze dì mag- 
giore minor rilievo escludono che Fazello conoscesse i 
Diurnali, 

Scipione Ammiralo invece ha certamente avuto fra le 
mani il nostro Matteo. Se ne vale spesso: II, 8, 108, Ifil, 
e lo chiama io Scrittore di Gmenazzo. A pag. 8 riferisce 
ila chi lo abl>ia ricevuto: le (jnali memorie ebbi ulti- 
maraente da Antonm Gemaido. Caraliere molto dili- 
gente in investigare i passati accidenti del nastro Reame. 
Ma già questo genealogista si fida poco di tali memtnie 
e se ne serve soltanto per cortesia verso i suoi prolettori, 
e giammai dove avrehhe potuto adoperarle: ^li errori ge- 
neaolgici di Matteo non gli sfuggono: anzi a pag. UH dice, 
che quella scrittura in akam Inoffhi è Maia malconcia 
da chi ha volato o detrarre ad altri, o più che non si 
mnveniva innalzar la sau famiglia, 

È naturale che i Gesualdi molto presto sjeno venuti 
in possesso di una copia dei Diurnali, poiché in essi quella 
famiglia ha una parte splendida: v. §| 57, 80, 163. 164. 

Per conseguenza Cosl^mzo rimane il più antico scrit- 
tore, pre.sso cui sia fatta menzione di Matteo. Le sue e- 
spressioni circa questo sono molto singolari, prefaz. pag. 2: 
t» mlermi ponere a scrìvere, mi vennero in mano 
gli annoiamenti di Matteo di Giorenazzo, che scrisse del 
tempo suo dalla morte di Federico secomlo fin' a' Imnpi di 
Carlo II: espressione oscura quanto è possibile, e che a 
hello stUflìo intlica falsamente lo spazin del tempo, che 
conqirendono i UìiutjoIì. poiclié questi si eslendon*) dal 




— 4U — 
1247 al 1268. Anco [ìvqs&q Gostaozo lerroìnano iramedia* 
tamente avanti la hatta^flia di Tiglìacozzo: poiché a pag. 
27 dopo la descrizinut* ili (juesta sconiida di Corradiiio 
egli dice: Nel descrivere tjaesui gimmua ha mluto segiiirf 
Giovati Villani ed aìmmi mrmoriaii di vose mUiefie scritte 
a mano, più tosto ehe 7 (Menm'cio, irovandoio in fan- 
1* altre cose poco reridico. Che qui non si può pensare ai 
Diurnali di Matteo è mostrato dalla menzione di Colleniiccio. 
Ma alcune delle piti minute circostanze, che esso atrgiunge 
nella descrizione della hattnglia scostandosi da Villani, si 
trovano nella Cbronica di Parthenope, pag. 74. Ora come 
accade che egli citn come fonti alcuni memoriali scrini a 
mano? Perchè questa cronaca, come e' insegna Giustiniani, 
Bibl. stor. pag. 47. è lolla ilal Chromcon S. Matiue de 
Principio Ms. Si vomervn mlf archivio dei nostri Cano- 
nici: ivi pag. 45. Si può supporre chn r|ueHto manoscritto 
sia stato adoperato ancora da .Mitten per f|iielle date, per 
le quali io citai come ori|4Ìnale la Chronica di Parthenope. 
Adunque i Diurnali non contoneano la hattnglìa di Taglia- 
cozzo: dopo questn Mnltr^n p rammt'iif-ifn da Costanzo anco 
una volta, pag. 30, ove si parla della crociata di Luigi IX 
contro Tunis , e a questo luogo già da noi citato sopra è no- 
tata la sua concordanza con Fazello. Però , conie già osser- 
vava giustamente il De Luynes, pag. II, le parole di Gor 
stanze possono comprendersi nel senso che ivi è constatato 
raccordo di Fazello con Matteo soltanto in generale, ma non 
che Matteo riferisca appunto i fatti che racconta Fazello. 
Manifestamente l'espressione di Costanzo è ambigaa a bello 
studio: ninno ha conosciuto i Diurnali in maggiore esten- 
sione di quella che hanno oggi. 

Nel 1." libro della Storia di Napoli di Costanzo, il 
quale abbraccia lo spazio di tempo compreso fra la morte 
di Federico II e il 1270, cioè circa Testensione dei Diurnali, 
Matteo è nominato soltanto ancora due volte oltre che a 



I 



— 41 — 

pag. 30, cioè a pag. 10 e a pag. 11: I ima e T altra 
come scrittore autorevole iier notizie genealogiclje. E spe- 
cialmente per inleressi genealogici sono falsilir^ti i Diur- 
nali. In essi ci si presentano circa 90 famiglie napoletane, 
talché molti racconti sembrano essere inventati solamt^ile 
collo scopo di citare un gran numero di nomi. Mi limi- 
terò a darne pochi esemin; altrimenti dovrei presenlare 
r estratto di metà delP opera. Il § 34 ci narra il ritorno 
dei nobili, che hanno accompagnato a Taranto la salma 
di Federico, ed ora naturalmente passano per Giovenazzo 
per pernollarvi; Iniona occasione per citare 7 nolnli. Non 
e"* è tiisogno di dire che il più ragguardevole è alloggiato 
presso Spinello zio di Matteo, siridaco di lìarletta ; un al- 
tro abita nella stessa casa di Matteo. Questi ha solo 20 
anni, ma già ha una casa in proprio. 

Nel § 56 si trova una occasione di rammentare sei 
nomi di famiglie nobili. 

Similmente i ||. 86 e 87 contengono la graziosa nar- 
razione di una piccola attaglia navale di alcune galere 
dinnanzi Barlt^tla soltanto per poter citare d nobili come 
capitani di taslimento tic. 

Così pure è inventato nel | 142 un torneo fatto 
in onore delP imperatore Baldovino, ma che non e de- 
scritto, per noverai'e 20 nobili, sempre coir indicazione 
del luogo del repo tial quale provengono. 

Nel § 164 Manfredi tiene un consiglio di guerra nella 
sua tenda: ancora questo racconto è inventato per nomi- 
nare 9 nobili. 

Ognuno capisce da sé stesso che quasi nessuno di 
questi signori si presenta in parecchi paragrafi: tale onore 
tocca soltanto a poclii, coi quali Matteo entra in relazione 
personale, oppure che egli preferisce. Uomini molto co- 
nosciuti appariscono naturalmente più spesso. Ma 111 nomi 
quasi soltanto di nobili si ritrovano solo in un paragrafo. 

4 



h 




— 42 — 
Spesso si trova indicato il grado dì parentela, maoifì 
mente con uno scopo genealogico. Ora è molto so^pelo 
lo splendore^ di cui i Diurnali cÌrc<>ndaDo i Caraaiolo. 8 
individui di questa famiglia appariscono in 9 luoghi dif- 
ferenti. Dico che è sospetto perchè Gostanzo dedicò li 
seconda edizione della sua Storia al Duca di Airola, Fer- 
rante Caracciolo. In modo non meno strano son posti ìa 
luce i Loffredi. Secondo Contarmi, Antichità di Napoli, 
1569, e secondo Amaiirato è dubbio se guasta famiglia 
era in Napoli già prima di Carlo tìi Anjou. Piuttosto m 
riteneva che fossero Francasi. Costanzo è bene informato, 
e a pag. 21, dopo che ha raccontato secondo Matteo che 
Francesco Loflfredi presentò a! re Carlo le chiavi di Na* 
poli (ma Contarini, pag. 03, attribuisca questo onore ai 
Pignatelli), cosi prosegue; Si vede chiaro t enyw di quelli^ 
che vogliono y che questa famigiia fosse venuta con Re 
Carlo di Francia o con i Duchi d' Angió , che vtmniro da 
poi y il che è falsissimo, anzi è da credere, che fosse ve- 
nuta coi Normanni, Ora secondo Tafuri, Scrittori, tll, 3, 
50, la moglie del Duca di Airola si chiamava Cammilla 
Loffredo. 

Con simile intenzione debbono essere state nominate 
nel § 142 due famiglie unite in parentela coi Costanzo, 
un Siginulfo e uno Stellato. Quest'ultimo sarebbe il pri- 
mo di questa famiglia. V. Della Guardia, pag. 379 e 385. 

Ed oltre a ciò è forse un caso che un antenato di 
Francesco Poderico, il quale era intimo amico di Costanzo» 
ci si presenti nel § 142 col nome di Mess. Athenaso Pa- 
derico? Questi non è conosciuto né da De Lellis, né da 
Della Guardia. 

Finalmente è decisivo che nel § 86 si mostra un 
Messer Herrico Spadainfaccia di Costanzo di Pozzuolo, 
Lo strano nome Spadainfaccia si trova soltanto nella fa- 
miglia dei Costanzo. Luigi Contarini ne menziona due, 



I 
I 



— 43 — 

pag* 68: nelP opera di Costanzo, come è naturale, ap- 
pariscono più spesso. Adunque se rLìalmeiUe il ms. di Ber- 
lino e quello di Papebrodi si avvicinano più di tiitU al- 
l' originale, è manifesta T accortezza del falsario. In questi 
cioè manca accanto il nome Spadainfaccia raggiunta di 
Costanzo: poiché ogni Na[Mjl ciano sapeva ancora senza il- 
histrazione chi era significato con qnel nome. 

È difficile che tutlociò sia fortuito: secondo la mia 
opinione piuttosto Costanzo ha falsificato i IMurnali. 

Dì fatti le notizie circa Costanzo (nato nel 1507, 
morto verso il 1591 ) sono molto confaceiili a confeiìuare 
questa opinione. Di luì scrisse meno bene Tafuri, con di- 
Ijgenza invece Soria, Mem. stor. crit. Ascoltiamo prima di 
tutto che cosa Costanzo stesso racconta nella prefazione 
alla sua Storia. 

A motivo della peste di Napoli nel 1527 egli si era 
ritirato a Somma coi suoi amici Sannazzaro e F- l^oderico. 
Questi lo eccitarono ascrivere una storia di Napoli, nella 
quale egli pfjtesse confutare i molteplici errori, che sì 
trovavano nel compendio di Colleiiuccio di Pesaro piihlili- 
calo da [meo tempo, che alt' hora era aseilo. l ilnc* amici 
gli promisert) ogni ajuto mediante la comunicazione dì 
anticlii scritti etc. Pero tre anni dopo essi orano morti ed 
egli stesso in età di 2H anni avea sentito la dilFicoltà del- 
l' intrapresii , massimamente percliè avea trovato i più an- 
tichi tempi avvolti in una completa oscurità. Cosi circ;i il 
periodo longobardico non vi era da procurarsi nulla che 
già non si trovasse presso Erchempert: per il tempo po- 
steriore a Carlomagno cresceva la confusione, poiché nel 
Chronicon Cassinense orano menzionale tante famiglie n*> 
bili senza ulteriori notizie circi» i loro fatti e i loro rap- 
porti. Ancora per il tempo dei Normanni nulla aveva tro- 
vato: nelle costituzioni del re Ruggiero non si nominava 
Napoli nepimre una volta. Porre assieme una hisiorki 



— 44 — 

certa e particolare dalle arìde e incMentali notii 
dì Ugo Falcaldo, di Biondo e di Sab^oo gli era stato inpa 
sibile: quindi egli avea per molti anni messo da parte 
suo disegno. Poi havendcmi il Duca Hmon PigmattSi 
secondo Duca di Mmteleone (mori nei 1535) domaio i 
libro amico di Diurnali tenuio caro dal Duca di Mm 
leoncy che fu dei rari Signori, c*e nelF eia pas$eaa pk 
sero ai Regno, nel quale libro sono amMaU di per éi 
cose fatte dal tempo della Regina Giovasma Prima f 
a la morte di Re Alfonso Primo, co'* nomi di gramdism 
numero di Nobili Napoletani, come si può vedere € 
molte copie, che se ne trovano etc: egli confirontò qua 
Diurnali coi documenti e li trovò veridici. Vùscìà scoper 
i Diurnali di Matteo di Giovenazzo e quelli di PieUro ék 
P Humili di Gaeta , che scrive a pienissimo dMe case i 
Re LanzUao. Ora sulla base di questi Diurnali potè o 
minciare una storia speciale di Napoli dalla morte di F 
derico II. 

Prendiamo a considerare le cose più notevoli di qa 
sta prefazione. Primieramente importa all'autore scrive 
una storia particolare di Napoli: esso vuole riferire co 
nuove non ancora raccontate. A ciò i materiali esistenti m 
gli bastano. Ora egli scuopre felicemente tre Diurnali, i qua 
come esso stesso nota per uno di essi, sono importanti p 
la genealogia. Inoltre esso ha intenzione di disputare col Ce 
lenuccio. Qui Costanzo si mostra poco degno di fede, ove 
avverte che Sannazzaro e Poderico sdegnati per gli sprop 
siti di Gollenuccio lo aveano eccitato appunto perciò a se 
vere una storia. La peste infierì a Napoli il 1527 ; nel 15; 
già i due uomini erano morti: ma la prima edizione d 
Compendio del Collenuccio venne alla luce soltanto n 
1539. Pure dalle parole stesse di Costanzo si rileva ci 
egli non parla di un manoscritto. I bibliografi napoleta 
a motivo di questo luogo di Costanzo hanno anunes 



— 45 — 

una speciale edizione del Colleimccio nel 1526 o nel 1527 
a loro stessi ignota eonìpletamentc. Anco quel Pielio del- 
l' Umili dì Gaeta è molto sospetto. Niuno lo conosce e 
mai noQ si è visto di lui neppure un mezzo foglio: se gli sto- 
rici della letteratura napoletana ne parlano, ciò accade 
solo pei* le scarse notizie tolte da Costanzo. Questi lo cita 
con indicazioni più precise due altre volte: a pag, 250: 
antwtazwni di Pietro d' Umile (nella prefazione si chiama 

Pietro degli Ihimili) di Gaeta fu Officiale della 

Tesoreria di quel Re (Lanzilao) e a paj,', 252: che ho 
letto mir Annota zioni di Pietro d' if amile, che accHrata- 
mente scrisse le cose di Re LanzUao e parte della Regina 
Giovanna Secoruia: in questo frattempo adunque T esten- 
sione dell'opera è cresciuta. Da questi due luoghi sono 
tolti i respettivi articoli presso Tafuri, Scrittori 11. 2 170, 
Seria pag. 194, e Giustiniani, BihI. stor. pag, 154: an- 
die Summonle, 5,2, lo cita traendone la notizia solo 
da Costanzo e da Termiuio, cioè da Costanzo. Osservo an- 
cora che secondo Costanzo, pag. 272, la famiglia dei Ge- 
sualdi era molto celebrata anco nel riiornale di questo 
Pietro. Si pno supporre clie Costanzo ahiua inventato le 
Annotazioni di questo scrittore, e poscia le abbia annullate, 
oppure siano andate perdute altrimenti, K possìbile die 
non le abbia neppure condotte a termine. Qn-inlo ai Diur- 
nali del Duca di Mojiteleone (diaria neapolitana ), che io 
parimenti credo sieno falsificati, disegno di trattarne este- 
samente in altro luogo. 

Ora è già molto strano che alcuno scuopra tre Dinr- 
rial], che convengono alla sua storia, ma anche molto più 
strano die rpieste scot»erte formino una rateiìa cronolo 
gica, ili guisa die Tnna faccia seguito air altra. Però Co- 
stanzo tac^ saggiamente una circostanza: o questa è ap- 
punto quella che dovea spingerlo, dirò cosi per il suo onore, 
a raccontare rose nuove e fornite iT interesse, ('arafa un 



— i6 — 
patrizio napoletano lavorava in concorrenza con GostanEO 
a una storia di Napoli. Entrambi gelosi V uno dell' altro 
proseguirono il lavoro con tutte le forze, talcbò di eo- 
trambe le opere il primo volume comparve nel 1572. Ma 
al libro di Garafa, il quale però era morto, si diede Uà. 
Simo di aver copiato troppo GoUenuccio. (S(Hia,pag. 152). 

Oltre a ciò Costanzo trovavasi impegnato con questo 
Garafa (che apparteneva alla nobiltà del s^fgio di PGdo) 
in una vivace contesa, se cioè la nobiltà dei seggi di Ca» 
puana e di Nido fosse più antica e più eccellente di quella 
di Porto, Portauova e Montagna. Costanzo apparteneva a 
quest'ultimo seggio. Tale disputa circa la geneoI(^a durò 
ancora dopo la morte di Garafa con altri membri di que- 
sta famìglia di quelle dei seggi di Capuana e di Nido. 
Almeno comparve a Napoli nel 1581 un libro, che si fin- 
geva stampato a Venezia, intitolato: Apologia de' tre Seggi 

Ulwtri di Napoli da M. Amonio Terminio. Questo è 

uno pseudonimo. L'autore è Costanzo, il quale si dà a cono- 
scere con ciò che comincia l'opera con una dissertazione 
sulla famiglia Costanzo. Nella prefazione si dice che 
l'autore ha scritto l'apologia, perchè avea saputo che 
Battista Garafa di Carafiello preparava una storia della no- 
biltà dei seggi di Capuana e di Nido. Però questo scritto 
non vide mai la luce. 

Pur troppo il libro di Costanzo non si dovea fare: 
esso offre verosimilmente spiegazione circa i nostri Diur- 
nali, coir aiuto dei quali egli può avere stabilito le com- 
binazioni genealogiche. Che il libro era diretto contro la 
nobiltà di Capuana e di Nido, la quale considerava come 
non purissimi i componenti degli altri tre seggj, perchè 
di famiglie di recente nobiltà, si rileva tanto dal titolo di 
quello, quanto dalle parole di Chiocarelli presso Seria , pag. 
199: Ideo sub Términii twmine tuncjam ììfiortui is liber prò- 
diit, ne simultates nobilìum virorum in eum (Costanzo) 



— 47 — 

(fdhue vinmlem provocarei. Ora i Diurrinli di Mattoo avreb- 
bero ofTei'lij lei iiiiara prova che già sotto Federico 1! 
molte famiglie dei li-e ultimi seggj (se ne trovano 12 
presso Matteo) erano in grande considerazione: che anzi 
alenne di queste famiglie, le quali al tempo di Costanzo 
appartenevano ai tre nltimi se^'gj, sotto il governo di 
Carlo d' Anjou ( allora debltono avere esistito solamente 
due seggi » di Capuana e di Nido , sotto il nome di piazze) 
erano ascritte al seggio di Capuana, talcliè la loro no- 
biltà crebbe considerevolmente. Tali sono la Casa Aiossa 
e la Casa di Putbeolo, cioè Costanzo: v. Della Guardia, 
pag. 385 e De Lellis, 2, 100. Di queste due famiglie nei 
Diurnali si dice, | 104: che poieano assai alla piazza 
de Capiiaìm, 

Come stia la cosa realmente circa i quartieri della 
nobiltà napoletana, iiuando sieno slati ordinali, non è 
chiaro neppure \mv i genealogisti napoletani, ne (|ui può 
essere risoluto, sebbene per me sia molto dubbia la loro 
esistenza nel tempo della e.saltazione di Carlo di Anjou al 
trono. È manifesto però che i Diurnali doveano prestare 
valido appoggio a Costanzo > il quale desiderava di fare la 
nobiltà dei tre idtimi seggj tanto antia e stimata quanto 
quella di Capuana e di Nido. Ed è appunto molto sospetto 
die la sna fEimiglia quale Gasa dì Futheolo abbia nna [Kule 
principale nel più onorevole quartiere della nobiltà di 
piazza di Capuana. 

Gli studi genealogici sono stali sempre in fiore presso 
la nobiltà napoletana: ma in niun altro luogo si trova 
nna così grande confusione negli alberi genealogici* Le 
molteplici immigrazioni di taraiglie straniero, che poi vo- 
le4ino spingere la loro stirpe il più indietro che fosse po&- 
sil)ile, documenti falsificati in grande quantità fanno appa- 
rire impossibilo penetrare esattamente in questo guazza- 
buglio senza V archivio di Napoli, l Diurnali di Matteo 



— Mi — 
Costanzo invece è lui [);irtigiaiio degli Anjoui* (Jnindi 
[OMiTiqiR^ per avventura è pnssilìile, cerca rlì mostrare gli 
eiTori di Collenuaìo e talvolta In dileggia qoii senza ar- 
guzia. Ma il suo 'ido è tanto più notevole , in 4|uanto 
kclie Golleimrcio già da lungo tempo era morto. Parecchie 
[date a nVio credere sono poste espressamente nei Diornatì 
per potei' desumere da esse la poca fede elie merita Col- 
lenuccio. lo souo di oinnione clie per confutare il Colle- 
nuccio Costanzo abbia posto erroueoraente la ribellione 
dei Sariseverino nella pianura di Ganosa. Poiché Bonin- 
IcCDtri, Ilist. Sic. 1. 335, della quale opera Costanzo pos- 
[sedea certamente un manoscritto, dice affatto falsamente 
invero: Interea (mentre Federico II assedia Parma) ali- 
quol , - . . iìuces a Fvkkrim rebeìkwenml, in qmhns San- 
\ $emrifìormn fmmlia .... quo^ Manfredm apud Ganu- 
tacium praelio viclos .... ttlìimo supplìcio adfecit 
e/c. Ora Costanzo di questo nome, che è una corruzione 
di Capaccio , ha fatto la pianura di Canosa. Similmente 
Costanzo avrebbe potuto imparare da Collennccio che 
Taddeo di Sut^ssa pei^e la vita nella ballaglia presso Vit- 
toria: ma egli nei Diurnali lo fa vivere, perchè non trovo 
menzionata la morte di qucst' uomo in ninn altro dei suoi 
originali e quindi potè con (Iducia prolungare la sua vita 
a disdoro di Collennccio. Che Costanzo avesse realmente 
inclinazione per i fritti storici inventali (esso era prima 
poeta di professione) è dimostrato dalla sua storia in va rj 
luoghi; cosi p. e. a pag. 17 vuole giustiticare contro Col- 
lennccio il conte di Caserta, il quale secondo Villani e lui 
consegnò < mza comliattere il ponte di Ceprano a Carlo di 
Aujou. Villani cr'ede che il conte lo abtna fatto per ven- 
detta contro Manfredi, percliè questi avea offeso P onore 
della sua famiglia. Costanzo tratta ciò con maggiore am- 
piezza: quando il conte fli Casetla udì ((iinnlo malamente 
Manfredi ricompensasse i suoi fedeli, mandò nascostaiucnte 



— 50 — 
niì amico a Roma alla corte di Cario, presso il quale, 
come egli sapeva, trovatasi il fiore della caTalleria crìstiaiia. 
Il messo, seoza profierìre il nome del coote, propose al 
collegio dei Cafalierì la qnistioDe se aa Tassallo, alla l!ih 
miglia del cpiale il signore avesse recato offesa nell^oiiore, 
fosse tenuto altenormente a serbare la fede data. L^a»> 
semMea risol?è che come od vassallo, ove se ne presen- 
tasse la necessità, dovea esporre la vita per il signore, coA 
anco on baon principe era obbligato a contenersi verso 
i vassalli secondo le leggi: che qnando oltreggiava in tal 
gnisa r onore del vassallo, questi potea rompere la fede, 
poiché in tal caso il re non era più nn re, ma un tiran- 
no. Allora mosso da questa imparziale sentenza il conte 
abbandonò senza combattimento il ponte a Cario. 

Questo racconto è assolutamaite una parto della fan- 
tasia di Costanzo: il romanzesco che vi si trova lo con- 
danna, e del rimanente non è riferito in alcun altro laogo. 

Inoltre Costanzo adoprò nuovamente i privati e i pub- 
blici archivj di Napoli per i suoi studi storico-genealogici. 
Non voglio appellarmene a Tafuri, che ne fa menzione, 
ma Costanzo medesimo cita spesso gli archivi reali.^ Coa 
è avvenuto che alcuni nomi, i quali esso non trovò nelle 
istorie, pure appartengono a persone esistenti in quel 
tempo. Di più a lui, come a cavaliere napoletano e a ge- 
nealogista, erano note le tradizioni di famiglie. Ninna me- 
raviglia quindi die esso conosca p. e. lezzolino della 
Marra di Barletta. Ma però non sapeva die Carlo d' Anjou 
dopo la battaglia di Benevento nominò quest'uomo per 
cosi dire ministro delle finanze. Siccome Jezzolino nei 
Diurnali apparisce come un conoscente molto intimo di 
Matteo, la sua dignità presso Carlo non avrebbe dovuto 
restare senza menzione: invece egli è soltanto Sindaco di 
Barietta e nel § 154 (anno 1261) è nominato per l'ul- 
tima volta. È ancora appena credibile che sotto Manfredi 



— SI — 

Jezzolino alibia occiipjitu una cMkn rosi siihalterna, poL 
che Saba Malasp. dice di lui, 3 Hi: Himc ratbclnmnììi 
experienlia et lomja muilaram commhioHnm regalium 
offìdositaii Regi rmìdehat aecepltim. Hk reijeslru proren^ 
fuiim re(/ni ef singulorum officionim ac offieialium et pei' 
diversa ipsins regni loca parliciilariter itouendornm ha- 

debat thtjiis Gczolim consitto et suggestn Rex 

legem jMmìt regnkoiis , nomsque Seiretos , Ju- 

sHdarios, Admiralos, Profonotorios ei (hmkes PortHktnos^ 
Duamrios et Fundwarios, Magisttrts Sielurios , Magistros 
juratos, Bajulos, Jtidkes et Notarios nbupie per regnum 

statuit. DiinciliiiLnite egli polea come sìd- 

daco di Barletta acquistare una cognizione cosi esatta di 
persone e di cose: si può suppon-e invece che già al 
tempo (li .Maniredi abbia occupato urtici più notevoli — 
Oltre a ciò il nome Jezzoliiio e usitato anco altrove nella 
ramiglìa Della Marra. 

Il simile può essere accaduto circa Jacobo Savello, 
capitami ge/ieraie de li genti de to Papa , § 6G. Questi 
nei |S 68 e 70 ni chiama Messer Jacobo Savello e vince 
i Saracini: alla morte di Innocenzo IV egli è assente da 
Napoli* Certamente in quel tempo esisteva un Giacomo 
Savello, ma questi era già cardinale quando Innocenzo si 
trovava a Napoli {\\ Panviriius, fasti Bom. rontt. pag. 148) 
e nel 1285 si chiamò come Papa Onorio IV. Fra i Savelli 
in questo tempo non si trova un altro riiacomo. (V. l'al- 
bero genealogico presso Gregorovius, Stoi'ia di Roma, 5 
495,) Nessuna biografia di questo pontefice lo rappi-esenla 
guerriero, ma i suoi fratelli Giovanni e Pandolfo aveano 
combattuto a Tagliacozzo per Carlo d'Anjoii, Ora senza 
dubbio Giacomo dovrebbe apparire come Cardinale nei 
Diurnali, se questi fossero aolentici: poiché nel distin- 
guere le dignità Matteo è sempre ra*)ltn accurato: ma nel 
caso predente la scienza dell* autore non arrivava a lanbL 






TS0r*itt ju '. i ujfi^< li 

yisr-'fu)^ EibratièfT^ l'!<fiozD od' arrTca d 

•m? Aliti» Idilli irriti'T' ihIp JtmmÈtSÈit f. 

V,*. IL VUL 1« Ticr»>* m ^ttii 

1 'j-ymadi C .krvffimi. uiii)>=iiir oitsfa jhmoil inw iaii 

tt >irta. "««^ viL il. lac :l: ìi uà io* 

^ìD fluenti) JiÈQirsoiit? ^mniÉ} ::&rii»!< imusir 

*«r^ I naormiiiuiì ci ^Jdon i* imzrnu roa GfètanEi i> 

isìd ti «mfr^ii m ì;;. ?7r ^ «AMHi itfMpi tàsak 

^jMoÈtù; H kstf >» Jiìwi#f«icT -^ T ernia ài Ji^olsj 

r/m *s,/i h',mfijrìi: ù* .Imp^Liki *^:mte te Mmi^Lmigm fio 

H^/m/^Jf>r. 7'iótO: z>,n>: «è "'.•c/rnrLit.j ii an ò:**xiiikeoto 
/Il l^i^rfp: \'M^riXK. Jf>t. .fc Làicpirrik-:. PrecTc^. 3 556. 
iff^ <r; il fol*;>rKi f>*^ Oj-Ufiz*.»- -i 't>rret'C«e i.Tedere che 
i*fr^;Wi<; ìiuSìf^Vf K^XUm^Xìin ui «l-Mi^ «li 0:*<Uiiza. e che 
iìéiu mfn'.Uifft iffp*Vt il m:iinm»Ai¥} n^\ li57. Per queste 
/|/M? nrr/r^ViUZH hgìi dovea preferire (parità a ogni altro 
yttWtn'., Vht (\\mìU) pev> abbia tale obbiezicoe. io non 
\ìif9A4f mUmuì \tftT qrje.<»ta ad assolvere Costanzo. La prima 
tuWùìm ^U^y^\\ SfvAi^ de la corona de Aragon companre 
n Hmtufjpy/An iw.ì 1502. K poco verosimile che il libro sia 



— 33 — 

slato subilo conosciiitfi a Napoli, E qaaiido venni» nelle 
mani di Costanzo, a mìo credere già i Diurnali erano ter- 
minati e mandati alle inopie. Quindi egli fion potea più 
farvi carili tiamenti- Sembrami die col rincreseimerìto, che 
ne provò Costanzo, si accordi il fatto che esso non nomina 
mai Curila nei primi 8 libri (i voL 1-8 comparvero nel 
1572, i voi. 0-20 nel 158f): soltanto nel libro 14 quo 
sti è nominato espressamente. Ciò è contrario alla ma- 
niera di Costanzo, il quale altrove cita per nome gli scrit- 
tori , per quanto sieno conosciuti, e quando presenta un 
autore per la prima volta, aggiunge ancora una piò mi- 
nuta dicliiarazione. E nel 1572 difiìcilmenle Costanzo po- 
tea supporre che i suoi lettori avtchl*ei'<j capito senz'altro 
che colle [parole lo Scrittore delle Clironiche d' Aragona 
fosse significalo Curila. Certamente a lui era poco **radita 
la contrarldizinne fra l'Aragonese e il suo Matteo, e per- 
ciò in ambedue quei luoglii dei primi 8 libri, a pa^;, 50 e 
a paj?. HO, esso cerca con ragioni estremamente deboli di 
mostrare indegna di fede la esposizione di Qurita. Per il 
medesimo motivo racconta afTatto incidi^ntalmente e senza 
alcuna notizia cronologica il matrimonio di Pietro con Co- 
stanza , sebbene potesse indicarne il tempo in doppia ma- 
niera secondo Matteo e secoudci Curila. Finalmente nel 
voK 14 a pag. 313 esso cita im racconto di f^urila come 
difTenmte dal suo, però in maniera che quello del- 
l' Aragonese apparisce viziato da parzialità, mentre quello 
di Costanzo e tolto dai Diaria neapolitana. Ma era impos- 
sibile che a Costanzo sfuggisse che appunto G^irila è in- 
formalo meglio di tutti, lo credo che Costanzo si trovò 
in una falsa posizione di fronb^ a (^.urita, perchè sapeva 
di essere caduto in contraddizione con esso nel suo Mat- 
teo: e perciò si sforza indiiettameole di salvare la ct^edi- 
bilità di Matteo col tentare di contraddire al Cronista di 
Aragona in allri [mnti, talché potesse esserne scoSv<;a la 




— 54 — 

sua aatorìtà anco relativamente al matrimonio di Gostana» 
nel caso che si venisse a parlare di questo. 

Determinare esattamente il tempo, in cui i Dimnali 
fm*ono composti, è impossibile; pure essi erano cominati 
quando Costanzo cominciò a dar l'ultima mano al primo 
libro della sua Storia di Napoli. Quindi si può ammettere 
che i Diurnali sieno stati fatti fra il 1562 e il 1568. Oltre 
le altre ragioni il seguente luogo sembrami recare un gra?e 
argomento contro Costanzo: a pag. 7 esso dice: Ma quanio 
questa morte (d'Innocenzo IV) dispiacque a' Napoletani 

tanto piacque a Manfredi: perché udendo — fion 

come dice il Collenuccio, che fu creato subito in Napoli 
Alessandro Papa Quarto, ma che i Cardinali erano in 
tanta discordia ^ che, come si legge in Giovan Villani, la 
Sede vacò più d' un anno — cavalcò subito etc. Perchè 
Costanza non cita qui Matteo? Poteva esso produrre con- 
tro Collenuccio una ragione più calzante della testimonianza 
di un contemporaneo, che viveva nel regno stesso? Se 
Costanzo avesse realmente scoperto i Diurnali e li avesse 
adoprati in buona fede, senza dubbio si troverebbero citati 
in questo luogo. Ma siccome egli ha composto il testo di 
questi soltanto secondo un errore di stampa o di penna, 
che si trova in Villani, perciò ha una buona ragione per 
astenersi dal far notare la concordanza di entrambi. Anco 
in altri luoghi, in cui dovrebbe esser citato Matteo, tro- 
viamo invece il Villani. Inoltre nel | 57 dei Diurnali è 
riferito molto esattamente il modo, in cui si salva Rug- 
giero di Sanseverino. Ma Costanzo a pag. 20 dice : di qu^ 
sta crudele strage non si salvò altri che questo Ruggiero^ 
che air hora era fancitUlo, né si sa come. Ed oltre a ciò 
ha gran peso la premeditata oscurità che Costanzo cerca 
di spargere intomo a Matteo. Donde lo ha egli? Neppure 
una sillaba su ciò: eppure è un autore completamente 
nuovo. Nel 1"* libro egli narra seguendo esattamente Mat- 



— ijn — 
teo; soltanto poue la iOtunazioiìe di .Manfredi nel 1256, 

verosimilmente percliè durante la composizione del V libro, 
quando gik aveva consegnato al pubblico i Diurnali, sfo- 
gliò ancora ima volta Fazelb>, e presso cpieslo, Decade 1\ 
libro 8, pag. 176, trovò nella descrizione di Palermo im 
documento colla data: Panormi il aug. primae imi, anno 
salutis 1250, il (piale potè fargli credere ctie il vero anno 
della coronazione fosse II 1256, Forse ancora volle con- 
servare r aspetto di nn giudizio indipendente, e cosi ap- 
parentemente esercitò la critica sopra una sua propria 
h creazione. Kgli nomina Matteo solo tre volle e ivi cerca, 
come nella prefazione, di ingannare il lettore circa T esten- 
sione dei Diurnali. Ma è sospetto al più alto grado che 
Costanzo nel 1' libro non dica che la sua famiglia è 
nominata nei Diurnali, sebbene non gliene potea mancare 
occasione. Certamente colla sna vanità e col suo zelo ge- 
nealogico si sareblìe permesso qnesto innocente piacere, 
se i Diurnali non fossero stati una sna produzione. Ep- 
pure egli enumem molte altre famiglie: perche dovea pas- 
sar sotto silenzio la sua? Finalmenb' la vanità non gli 
diede pace: molto dopo, nel voi. 5, pag. 118, ove tratta 
del regno del re Roberto, parla di un Enrico di (jostanzo 
ed altri di Costanzo di Pozzuoli, delii (piali fa menzione 
Matteo di Oiovenazzo. 

Meriti! considerazione ancoi'a il fatto che, come Mat- 
teo si fonda massimamente sopra il Villani, così ancora 
Costanzo tiene in grande oncu'e lo storico lìorentino. Ritie- 
ne che esso sia scrittore dello stesso tempo, a cui si rife- 
riscono i fatti narrati nei Diurnali, p. e. pag, 10: ttttti ìi 
scrittori di quel tempo (anno 1205) e massi tue Giavan 
Villani, af quale mi pare di dar più fede vhe a latti gli 
altrL A pag. 3 chiama Ginvan Villani scrittore di fpm 
ienipi (anno 12i7). Anco presso Costanzo, conformi' T er- 
rore sopra notalo di sesto per sezzo, la battaglia di Uene- 



— se- 
vento ha loogo il 6 FeU)r. 1265. Ma egK omiiiicia sellare 
Panno col T Gennajo; qaindi (e questo è importanie) 
anche a Ini era ignota V Era di Fireoxe, perchè altrimenti 
senza dubbio avrebbe scrìtto 1266. Sembra admiqae che 
esso non abbia mai letto il Villani per intiero, ma solo 
gli squarci relativi; poiché Giovanni Villani nell^ ultimo 
Capitolo della sua opera , 12, 122, parla del Calcolo dei 
suoi concittadini. 

Finalmente la lingua dei Diurnali non va trascurata. 
Sforzandosi di scrìvere in uno stile arcaico e duro il firi- 
sarìo ha però lasciato che nel suo libro scivolassero forme 
ed espressioni di carattere addirìttura moderno. Muratori 
non ne fa cenno nella introduzione ai Diurnali, ma nelle 
lettere a Tafurì stampate recentemente (Archivio Stor. N. S. 
IX, 2, 13 e segg.) esso né tace i suoi dubbj relativa- 
mente alla lingua, né può comprendere, come uno scrU- 
tare contemporaneo, quale si suppone esso Spinelli^ possa 
aver fallato in assegnare il tempo di cose accaduie ai 
giorni sfwi. Lett. 9, pag. 16. 

Negli anni successivi forse Costanzo stesso riconobbe 
in quanti errori era incorso nei Diurnali; ma troppo tardi 
disse sospirando: oleum et operam perdidi. 

Possa a me non accadere altrettanto. 



DANTE SPIEGATO CON DANTE 



GLI ILTIMl UNTI UEl PURGATORIO 

COMMENTATI 

OA GIAMBATTISTA tillLlANl 



Al princìp Hioliekmgeb (jiietuoi in Rdiiiì)* 

Con libet'o animo vi pi^esento qmsU uUimi CmUi del 
Purgatorio di Dante ^ belli e iXìmmeììkUi giusta il metodo 
cfie mi sùìio presct^iUo, Sf non altro , vedrete che nitm osta- 
colo valse a diminuirmi la costanzn nel faticoso lavmv, 
cui ho dedic-ato gran parte della mia vita. Si potrebbe, è 
vero, levar di mezzo tante citazioni e reìuìere al discorso 
un pò* più di speditezza e attrattiva. Sia se io ììon vofilio 
deviare dal fine che mi proposi , di servire cim tuUo e solo 
al nostro Autore , ini bisog?ia adattar V opera a tanto ecces- 
siva severità che a me stesso pesa, Chid'è cìie mi stuilierd d'es- 
sere preciso sin allo scrupolo nelf appli^ure e interpretare 
i versi citali^ disdeg^ia/fulo di trarli a diversa serUensa da 
quella, ohe strcttamimte tengmio ai luogo loro. Il mio pen- 
siero, Il mio amare, la mia yloria è rivolta alla verità, e 
(fiiesta sarò jhwcìò lu inviolabile mia norma. Pur gratis- 
Simo e sempre giusto verso ffuanU m' agevolarono V arduo e 
intrigato cammtn/y, parmi di myn meritar Inashno, qìmruì' io 
sento di (hwer n Dante giustizia e gratitudine maggiore. 



— 58 — 
Comunque altri li giudiclU, Voi, mio vèneraio amico, m 
certo che gradirete questi commenti al Poema, donde « 
s' aperse la via a meglio pregiare la sqaisUa bonià dd vi 
stro cuore e della vostra dottrina. Siavi propino V anno d 
ornai si rinnova, e vi si prolunghi coA (dice, come ani 
(^pata letizia del secolo immortale! 
Firenze, il 31 dicembre 1860. 

R vostro GraLum 



OAnto XJCVII. 

ARGOMENTO 

Dante, rincorato dal suo fido Maestro, s' iodace a ti 
passare per racceso cammino deir ultimo cerchio del Po 
gatorìo, e quindi arriva a pie delia scala diritta verso 
cima dell'alta Montagna. Saliti appena pochi gradi, so|hi 
venendo la notte, Virgilio e Stazio insieme col loro alu 
no, si abbandonano ai riposo. Or mentre rAlligfaieri g 
è preso dal sonno e Talba sta per appressarsi, gli apf 
rìscono in visione due donne, credute Lia e Rachele. Rid 
statosi, apprende da Vii^lio, com'egli sia giunto al s 
spirato Paradiso terrestre, e rifatto cosi libero e sano 
mente, da poter reggersi da sé e proseguir più olti 
giusta il proprio piacere. 

Siccome quando i primi raggi vibra 
Là dove il suo Fallore il sangue sparse, 
(^ladeodo Ibero sotto Talta Libra, 

E Tonde in Gange da nona riarse. 
Sì stava il Sole; oode'I giorno sen giva. 
Quando l'Angel di Dio lieto ci apparse/ 

V. 1. Siccome (sta il sole) quando i primi raggi 
hra (nasce o surge in oriente: Purg., XIX, 5.) là d 



— 59 — 
Fattme il sangue sparse , in Gerusalenimc ove con- 
sunto fu /' Uom che nacque e visse senza pecca ( Inf. , 
XXXIV, 115,) e [ler cui al Sole si scolorarono per la 
pieni del suo Fattore i vai: Petrarca, SoneL 1. ALxennando 
ad Arrigo VII, che gli parve quasi pacifico Titano, TAl- 
lighìeri dice: •« Cnm primnm jiibar ille vifìì^averit ìì : Epi- 
stola universis et singìtUs Italke Rerjibus eie. |. 1, 

3, Cademlo (colle sue aci|Lie, scorremtoj Ibero sotto 

V alta Libra, Con ciò s' indica che la Nolte , uscita fuori 
colle bilance (Purg. » li, 4) e ornai giunta 3^^ ocouleìite 
nostro, frià occupava il cercliio meridktm della Spagna. 

V alto di (Purg., XIX, 38) per Dante è il mezzogiorm 
il cMmo del giorno , e così V alta Notte è il mezzo o il 
€4}bm della Notte, allorché essa, rignardata come un pia- 
neta oscuro, tiene il cerchio di merigge. Al luogo pre- 
sente la Notte è data a intendere per la Libra , nella quale 
siede essa notte, quando il Sole è in Ariete. 

4. E f onde in Gange ( essendo ) da mna riarse , 

E percosse, saettate dal sole nìeridiano, trai finire àeìVora 
sesta e'I cominciare' della fmna, quando appunto il Sole 
ferve: V. 7!>. La diritta mna sempre dee sonare net co- 
niinciamento della settima ora del di; cominchmenìo, che 
corrisponde al termine della sesta ora, cioè al mezzodì: 
Convito, traUato IV, capitolo 23. Par,, XXX, 2. 

In questo calcolo Uaiile seguila V uso della Chiesa, la 
quale in ciascufto di suol distinguere dodici ore^ per grandi 
piccoli che siano i giorni rispetto alla gmintilà del Sole: 
Conv., iv. Or qui giova avvertire, che da Ibero (o dal Ma- 
rocco o da Cade) sin al Gange sì estendeva la terra che 
attempi di Dante credeasi sola abitala: « Ut comuniter ab 
omnibus kabetm\ lave terme regio habitohìtis extenditur 
per lineam longitudinis a Gadibus, gmv supra termims 
occidentales ab Hercule poniiur, usque ad ostia flumlnis 
Ganges, ut inibii Orosiit<:: » Qu^stio dp natura aquw 




— 60 — 
et terree: §. XIX. E Giovenale, le cui Salire furono ben 
meditate dal nostro Poeta, a determinare la parte del 
mondo abitato, si esprime cosi: « Omnibus inierris , qua 
sunt a Gadibus usqm Auroram et Gangem:» Saty., X, 1. 

Per tutto ciò il Poeta volle darne a comprendale, che 
neir emisferio del Purgatorio dov'egli era, siccome op- 
posto a quello di Gerusalemme , il Sole dovea ornai essere 
air occaso. Cosi per contrario , a meglio indicar il sorgere 
dell'aurora al santo Monte, gli parve di rappresentarci il 
Sole già in sul tramonto a Gerusalemme : Già era il Sole 
all' orizzonte giunto, Lo cui meridian cerchio coverchia Je- 
rusalem col suo più allo punto. E la Notte , che opposita 
a lui cerchia, liscia di Gange fuor colle bilance, Che le 
caggion di man quando soverchia. Si che le bianche e le 
vermiglie guance. Là dove io era, della bella Aurora, Per 
troppa elate divenivan rame: Purg., Il, 9. Se Dante non 
si paragona con Dante e, quasi a dire, non lo si misura 
con sé stesso, non ci riuscirà d'apprendere i suoi con- 
cetti pienamente, né certo ci risulteranno mai dinanzi 
alla mente nella loro sincera chiarezza. 

5. OndeH giorno sen giva; il Sole se \\' andava e 
veniva la sera (V. 61. Inf., II.) quando V Angel di Dio 
ci apparse in aspetto lieto per faici ben confidare del re- 
stante cammino. 



Fuor della fiamma stava in su la riva, 

E cantava « Beati rmmdo corde » 

In voce assai più che la nostra viva. 
Poscia: Più non si va, se pria non morde, li) 

Anime sante, il fuoco; entrate in esso. 

Ed al cantar di là non siate sorde. 
Sì disse, come noi gli fummo presso; 

Perch'io divenni tal, quando Tintesi, 

Qual'ò colui che nella fossa è messo. 15 



— 61 — 



7. Fuor deìla fiamma (ilei mnimim aeceso: Purg. , 
XXYI, 28) per mezzo a cui trcnsrorrevaiio le anime, 
r Angelo slava in su la riva, proprio dalP altra parte dal 
lato schiuso: iv, XXV, 115), che è a dire sull' orlo o 
sulla sponda ove cotilìna il vano: iv, X, 22. 

8. K a*ntava ^ Beati mumìo corde. » La moralilà, rac- 
chiusa in questo canto dell' Angelo, si può trarre da quella 
sentenza ili san Gregorio Ma<,qio! « Si per rordis mundi' 
tiam liùidinis fiamma non exihfyuitufj incasmm (jUtrtibet 
virtules orianiur: » Moralium L XXI, e. 9. Ed ecco per- 
chè r Allighieri, dovendo rendersi puro e disposto a satire 
alle Stelle, bisognava die in prima si rifacesse mondo del 
CHùre^ purificandosi al fuoco, avvivato dalle sozzure della 
carne. 

Senza la mondizia del rmre , Dio non ci consente di 
poterlo vedere: « Quemadmodum lumen hoc videri tìou 
poiest ni$i oculis mtmdis, ita nec Deus videtur, ni$i sii 
mundum cor quo videri poiest : » S. August. , De Ser, Dom, 

9. In voce assai più che la nosira viva, soave, tjual 
non si sente in questa mortai marca: Purg., XIX, 43. 

10. Poscia (soggiunse): Più non si va (non è lecito 
r andar oltre: \\ 32) se pria il fuoco, ahhrnciandola, non 
vi guarisce delP uliima piatja. niiesta di fatti può solo ri- 
cucirsi al fuoco: l*m'g. , XXV, 137. Il perchè di ciò lo 
vedremo in appresso. 

12. Ed al cantar di là (dalla fiamma) mm state 
sorde: attendete ivi a quella voce, che dovrà guidarvi a 
compiere la vostra via: V. 35. 

li. Perdi io, qnando F intesi, rimasi bianco, diven- 
tai Crune fa C uom che sparentato aytjhiaccia (l*nrg. , IX- 
41) quasi sentisse il gelo di morte: !*iirg., XI U, 15. 

Ne qui è il caso di ricliiamare il pensiero al perfido as- 
sassino ^ che st-a già capofitto nella fossa ove dev'<*ssere se, 



— oa — 

polto vivo (Inf., XIX, 40), giacché al luogo profiente k/Sm 
indica il sepolcro, come porta Tuso oomiuie» por segui 
dal nostro Autore: Purg., XVm, 121. D^ altra parte aO 
vista di quel vivo fuoco e pensando d' avere a metterai 
dentro, Dante non poteva se non restare di aobilo gekA 
e fioco, siccome sopraflEatto da tanta paura, quasi Tavea 
preso un gelo, Qu€U prender suol colui dto a mone vaie 
Purg., XX, 139. 

In su le man commesse mi protesi 
Guardando il fuoco, e immaginando Sorte 
Umani corpi già veduti accesi. 

Yolsersi verso me le buone Scorte; 
E Virgilio mi disse: Figliuol mio, j 

Qui puote esser tormento, ma non morte. 

Ricordati, ricordati e, se io 

Sovr'esso Gerion ti guidai salvo, 

Che farò or che son più presso a Dio? 

Credi per certo che, se dentro air alvo S 

Di questa fiamma stessi ben milPanni, 
Non ti potrebbe far d' un capei calvo. 

E se tu credi forse ch'io t'Inganni, 
Fatti vèr lei, e fatti far credenza 
Con le tue mani al lembo de' tuoi panni. S 

Pon giù ornai, pon giù ogni temenza; 
Volgiti in qua e vieni oltre sicuro. 
Ed io pur fermo, e centra coscienza. 

16. In su le man commesse mi protesi. In suite tnam 
r una inserta neir altra e colle palme rivolte in giù , qua 
per appoggiarsi sovresse, Dante s'ergeva colpetto, lo d 
stendeva, portando in là volta la testa (Inf., XXXI, 19 
a guardare il fuoco, e immaginando al vivo umani corf 
già veduti accesi. Ed a queir incendio , immaginato com 
lo sentisse, stava immobile e sospeso per paura di dove 



^ 



— m — 

fi vi entro arder tnlio. Ond' è che Virgilio s' ingegna di ras- 
sicurarlo con parole d' inelTabile mdivMh e della maggiore 
eflìCiii'ia: ma tutto era iiidai'no» se non gli veniva in pronto 
il nome di Beatrice, La eloquenza poi ne' versi segaenli è 
maravigUosa, e tanto più vera e potente, quanto più sVim- 
prinie e s'avviva della virtù delT affetto. Del resto nella 
succitata terzina che, secondo il Tommaseo, è una della 
più belle del Poema, vMia tanta evidenza, che ti mette 
la cosa dinanzi agli occhi e quasi te la rappresenta visibile 
in un cjuadro. 

20. Figtinol mio, Qni pnoìe ei^ser far mento, ma mn 
morte. Or come mai l' Alligijieri deve trapassare per quelle 
fiamme in coi si rimondano i peccatori carnali? Che si- 
gnificano esse fiamme? Ecco ciò a die i commentatori non 
posero mente , o se pur ve la posei o , non ci offrono una 
risposta che appaghi. Ma, a hen chiarire il fatto, importa 
innanzi tutto di mettere avvertenza, che il modo, osservato 
dalle anime nel purgarsi dalla loro colpa, corrisponde 
alla natura della colpa istessa e ne dimostra i maligni e 
dannosi effetti. Cosi gli avari, che elihero rocchio pur fìsso 
alle cose terrene e chiusero il cuore ad ogni opera buona, 
devono starsi in Purgatorio col domo rivolto in su e le* 
gali e presi nelle mani e ne' piedi. Del che ce ne rende 
sicura teslimnniaiiza il savio Poeta con parole degne di 
molta considei;j2Ìone : Quel e fr ((cari zia fa , (fui si dichia- 
ra, In pitrgazion dell' anime converse, E nulla pena il 
Mante ha più amara. Si come rocchio nostro mm s'o- 
derse In aito, fisso alle cose terrene, (j}sì ginslizia qui 
a terra il merse. Come avarizia spense a ciascan bem 
Lo nostro amore, onde operar perdési: 0)si (jinstizia qui 
stretti ne tiene, Ne' piedi e nelle man legati e presi; E 
quanto fia piacer del (/insto Sire, Tanto staremo immo- 
bili e distesi: Purg. , XIX, 115. Il medesimo si verifica per 
ciascun de' gironi della santa Montagna. Sicché nelP ultimo 




— 64 — 
dove si punisce la lussuria , il fuoco pemce significa per 
appunto il fuoco della carne o la concupiscenza ond^ ar- 
sero quell'anime or ivi condannate a rifarsi sante: € Qumn 
perverso ordine caro dominatur, igne IuxwtUb omnia bene 
prolata concremantur: » S. Greg. Mag. Jfcr,, 1. XXI, e. 9, 

Dovendosi per altro una tale penitenza adattare a dii 
tuttora vive in corpo mortale e vuole emendarsi del fidlo 
commesso, il fuoco indica il castigo della carne, T asti- 
nenza e la preghiera, mercè cui la nostra carne si con- 
suma e sacrifica, quasi come sull'altare di Dio. La dot- 
trina è di san Gregorio, uno dei* magni dottori, che Dante 
si lagnava fossero derelitti, e eh' ei ne additava con esempio 
del come si dovessero studiare ad utilità propria e altrui. 
• Dumcamalis vita corrigitur, et usque ad absUnenHtB 
atque orationis studium a per/icientibus pervenitur, quasi 
iam in altari caro incenditur: ut inde omnipotentis Dei sor 
cri/icium redoleat, undeprius culpa displicebat. • Mor., I. 
XXVII, e. 3. 

Quindi veniamo a conoscere il perchè Dante si mo- 
strasse come obbligato ad entrare in quelle fiamme e sen- 
tirne il tormento, siccome nel vivo pensiero gli parve 
d'avere già addosso il peso, eh' ei vide portare ai superbi, 
e dal quale un giorno sarebbe aggravato egli stesso per 
simile colpa: Purg., XIII, 38. A suggello della sovrespo- 
sta interpretazione, giovi riflettere come neir Inno a Sumnue 
Deus clementiw » che quegli spiriti vanno cantando, si 
prega più ch'altro: « Lumbos, iecurque morbidum Flam- 
mis adure congruis. » Ora in queste parole s' inchiude 
la ragione delle pene assegnate ai peccatori carnali, che 
uscirono di vita a Dio pacificati. Del resto quello è un 
fuoco che abbrucia e non consuma, come le astinenze 
quaggiù, se afiliggono la carne de' mortali, non la distrug- 
gono; se la mortificano, non l'ammorzano. 

22. E se io sovr' esso Gerion (la sozza immagine di 



— m — 

froda: Ini'., XVII, 2) ponendomi dì mezzo fra le e la 
sua coda aguzza, Che passa i monti, e rompe mura ed 
armi, ti guidai salvo da qiiegr inganni , come non li 
scamperò ora? Ora, che soft più presso a Dio, da cui 
scende la virtù ond' io ti guido ? Purg, ^ i , 69. La scienza , 
di che Virgilio s'è fallo maestro a Dante, benché gi?i il- 
Itislrata e avvalorata da lume superno, se gii val^e a 
correggere i vìzi del suo alunno e ritrarlo dalla seguace 
miseria, a quesr ultimo punto gli bisogna che sia raffor- 
zata da maggiore aiuto divino* Il quale non manca a clìi 
di più in pili s'accosta a Dio, che tanto si dà, guanto 
trova d'ardm'e: Purg., XV, 70. 

25. Dentro alt alvo di guesta fiamma (nel seno del 
ffrande ardore: Purg., XXV, 121.), per lo mezzo del cam' 
mino acceso: iv. XX VII, 28. 

32, Vieni offre sicuro (senza cura o tema: I*nrg,, X, 46, 
07) dacché quel fuoco siccom' io raccerto e lu puoi averne 
esiìerienza, non potrebbe distruggere, ma anzi affina chi lo 
trapassa (Purg., XX\1, 148), non che qualunque altro 
ch'entro vi Si'asconde a debita pena. 

2'A. Ed io ( non tastante le si persuasive e autorevoli 
parole) stavo pur fermo, e cantra coscienza, la quale ben 
m'eccitava di credere alla mia verace guida, volgendomi ad 
essa , e alTrontimdn coraggiosamente la paurosa via. Or 
come spiegar meglio le diiricolti che Piiomo incontra nel 
vincere gP impeti della concupiscenza per adattarsi a cor- 
reggerla e morlificarla con opere degne? « Per abstinert- 
liam carnis vitia sunt extingHetìda, non caro.,, ut et ad 
cufpam caro non superbiate et (amen ad affectum recti- 
tudinis in operatione subsistat: » S, Greg. Mag. Mor,, 
l XXX , ao. A queste citazioni è pur da attendere chi 
vuole addentrarsi nella mente di Dante. 



— 66 — 

Quando mi 'vide star pur fermo e duro, 
Turbalo un poco, disse: Or vedi, figlio. 
Tra Beatrice e te è questo muro. 35 

Com' al nome dì Tisbe aperse il ciglio 
Piramo in su la morte, e riguardolla. 
Allorché il gelso diventò vermiglio; 

Cosi, la mia durezza fatta solla, 
Mi volsi al savio Duca, udendo il nome 40 

Che nella mente sempre mi rampolla. 

35. Or vedi figlio. Tra Beatrice e te è questo muro; 
nuiraltro impedimento od ostacolo ti si frappone, fuorché 
quest'acceso cammino: Purg., XXVI, 28. Dante che nella 
mente innamorata donneava sempre con la sua Donna 
(Par., XXII, 89. )> al sentirsene sol ricordare il nome eia 
speranza di rivederla prontamente, raddoppiò con ranimo 
volonteroso le sue forze, da dovergli parere agevole quel- 
Torribile passo. Ed anche allora, che aveva pur inteso 
come sulla vetta del sacro Monte vedrebbe la sua Bea- 
trice, PAIIighteri si sentì di subito rinvigorito a salire Varie 
ed erte vie: Bìwn Duca, andiamo) a maggior fretta. Che 
già non m'affatica come dianzi : Purg., VII, 48. Il pensiero 
e l'attendere certo d'un bene che si desidera, fa che Tuo- 
mo provi sua virtù e s'acquisti merito ad affrontare e so- 
verchiare gli ostacoli per conseguirlo. Dì qui è, che Vir- 
gilio trascorrendo col suo alunno per mezzo a quelle fiam- 
me, gli verrà tuttavia ragionando di Beatrice, Sì nobile poe- 
sia e vera, non poteva essere inspirata a Dante, se non da 
vero e nobilissimo amore. Quanto poi fosse grande il de- 
siderio che amore gli dava, di vedei^e la sua donna, né dire 
né intendere si potrebbe: Conv., Ili, 1. 

37. Com'al nome di Tisbe aperse il ciglio Piramo in 
su la morte, e riguardolla, Allor che il gelso diventò 
vermiglio. La favola è così narrata nelle Metamorfosi : « Ad 



— r»7 — 



fàomen Thisbes oculos jam umrie ffravatos, Pyramm ere- 
xit^ visaque reeondidil ilìa,.. Arborei foetas (fdsjwnjìm roe- 
dis in atram verttmlur faciem: madefavtatpie mììguim 
radix poenkeo thigif pendenlia mora colore. » Or quaolo 
è pili evidente ed efficace la poesia di Dante? Il quale vi 
C45ndensa gli sparsi concetti d'Ovidio; in una parola molte 
ve ne raccoglie, e sì gli basta qualche tratto per compiere 
e lumeggiare latto il quadro. 

In m la morte. Nelle vite de' Santi Padj'i si legge: 
La Badessa vedemio che Eufragki era nello stretm e in 
fine, comandò a GinUana che andasse a titUe le smre e 
dicesse toro: Venite a salntare En [ragia che è in sulla 
nmrte: voi. IlL Bologna 1824. Ancone' FioreUi s'accenna 
come san Francesco recandosi a visitare frale Elia grave- 
mente ammalato , beo lo troró ancor vivo, ma quasi in su la 
morte, e si lo assolvette dalla scomunica: « Ed. di Milano 
1843, c^p. XKXVl, p. 112. L^ istessa frase è tuttora cor- 
rente nel vivo linguaggio di Toscana, e io Tintesi più 
volte, consolandomi ognoi'a nel fermo pensiero, che que- 
sto popolo ci serbi e pos.sa anco di frequente spiegarci le 
più squisite bellezze e proprietà delia Hngua recata in uso 
dal nostro verace Autore. 

43- il nome che nella mente sempre mi rampolla , 
vale a dire *7 noìne che^ a guisa di rampollo, mi nasce 
in mente ad ogni pernierò (Purg., V. 16), o come l'ano 
scoppia daiPaltro: lut, XXIIK 10, Tatti i miei pensieri 
parlan d'aìnore, cantava PAllighieri, perchè ciascun d'essi 
gli rammentava il nouìe di [beatrice, con la quale gli parea 
di conversdre sempre, quasi ci la sentisse rivente m'Ha sua 
anima: Gonv*, li, % 



Ond'ei crollò la testa e disse: Come! 
Volemci star di qua? Lidi sorrìse 
Come al fanciiil si fa, ch^i^ vinto al pome. 



45 



— m — 

., XI 1. 76. ), ed è perciò che non si tosto potè essere in 
le spallac^e di Gerione, disse al suo alunno; Monta di^ 
nsi, rJy f rofjtio esser mezzo. Sì che la coda non possa 
Ijuìle: Inf.» XYII, 9G. Ma poi trovandosi con Stazio, 
compaf^tia, mentr-e ii discepolo soletto diretro da 
colta If* lor ragioni che gli davano intetletio a poe- 
Jpiirg., XII, 155. Ed invece al presente Faccorta tjni- 
aÀsiciirargli il passo per quel terribile fuoco , lo 
flesso dì se , tanto da poterlo aiutare al bisogno. 
[ si fa verace provvidenza, che rùfitarda oltre quello 
avvenire, e non gnarda pui^ quello die è dùmnzi 
ki , cioè il presente: Conv., II!, 1. 

Compio fui dentro, in un boglicnte vetro 
Gittate mi sarei per rinfrescarnii ; 50 

Tanf era ivi lo incendio senza metro. 

I/) dolce padre mio. per confortarmi, 
Pur di Beatrice ragionamlo aiutava, 
Dicendo: Gli occhi suoi ixìà veder fiarmi. 

Guida vaci una voce che C'inlava 55 

Di la : e not« attenti pure a lei , 
Venimmo fuor là ove sì ninnUiva» 

« Veiuti\ hctt tuli eli Patris mei » 
Sonò dentro a un lume, che ì\ era. 
Tal che mi vinse, e guiìrdar noi potei. 60 

1>D ìiol sen va, soggiunse, e vien la sera: 
Non v'arrestiite, ma studiate il passo. 
Mentre che roccidenie non scannerà. 

fui dentro al fuoco (tanto era ivi dismisn- 
3io) che il gitlarmi allora in un hoijlìente rejro, 
sarebbe .<lato mila zzo. Ogni più vivo ardore dinanzi a 
Ilo rairei prescelto come acqua fredda : tant'era fuori 
m, di là da quanto in terra si vede! Qììqsì' ò pro- 
• toeeir riiUimo punto delle rose: né eerto Fimma- 




i 



— 70 — 

gìnar nostro va più oltre, e non si saprebbe desiderare 
neir umana parola una maggior virtù a dipingere i con- 
cetti della mente. 

54. Gli occhi suoi già di veder parmi , quegli occhi 
santi, ond'ella entrò nel cuore di Dante col fuoco d^amore. 
del quale ei diceva d'ardere sempre; Par., XXVI, 15. 
Quanto or non dovettero essergli eflìcaci quelle prometti- 
trici parole del caro Maestro I Se non che tutto cede ad 
amore Omnia vincit amor. 

57. Guidavaci una voce che cantava di là dair ac- 
ceso cammino, e noi attenti pure a lei, ad esso canto, 
siccome ci venne prescritto (V. 12) venimmo fuor (della 
fiamma) ove diritta salendo la via per entro il sasso, fa- 
ceva una scala: V. 124. 

58. « Venite , benedicti Patris mei » Queste parole 
del Ministro e Messaggero di vita eterna, sono le stesse 
che Cristo r\e\Vultima giustizia ripeterà a' suoi eletti, quale 
sentenza che in eterno rimbomba: Inf., VI, 99. 

59. Sonò (5' udì: Par., Vili, 28.) dentro ad un lume, 
che li era Tal, che mi vinse gli occhi e non sostenni a 
guardarlo: Purg., II, 36. 

62. Non v'arrestale, ma studiate il passo {rafforza-' 
telo: Purg., XXIV, 68), Mentre che V occidente non scan- 
nerà, prima che il poco sole ornai s'annidi (Purg., VII, 
85) pria che s'abbui (iv. XVII, 62) procacciate di salire, 
perchè andar su di notte non si puote : iv., VII, 24. « Am- 
bulate dum lucem habetis, ut non vos tenebrae comprehen- 
dant: Joan. XII, 35. 

Dritta salia la via per entro il sasso. 

Verso tal parte, eh' io toglieva i raggi 65 

Dinanzi a me del Sol ch'era già lasso. 

E (li pochi scaglion levammo i saggi, 
Che il Sol corcar per l'ombra che si spense. 



— 71 — 

Seiitìnitno dielro ed io e lì miei Saggi. 

E pria ch'in tutte le sue ]);irlì immense 
Fusse orizzotKe fatto d' un iìS|>elto 
E notte avesse tutte sue dispense, 

Ciascun dì noi tV un grvido fece letto; 
ilhè ìanatuni M monte ci iilTraiise, 
La possa del s^tlir più che il ditello. 75 

Quali si fauno ruminando iDause 
Le apre» stale rapide e proterve 
Sopra te cime prima che sien pranse, 

Tacite all'ombra, raenire che 1 sol ferve: 
Guaj'daie dal paslor che in su la verga 80 

Poggialo s' è , e lor po^^giato serve ; 

E quale il mandrian che fuori alberga^ 
Lungo 1 peculio suo qucto pernotta!, 
Guardando perchè lìera non lo sperga; 

Tali eravaTno Inlti e tre allotta 85 

lo c^me capra, ed ei come pastori. 
Fasciali quinci e quindi dalla grolla. 

64, DrìHa mtia la via per entro il sasso, la scala 
s^ ergeva i:ei*so tal parte ch'io pel mio corpo di vera 
carne, non dava loco al trapassar de' raygt (IHirg», V, 
26) del sole che, ornai stanm dol suo corso, (iv. XV, 5), 
era già per coricarsi : V. 68. Perciò la parte , vei'so cui 
stavano per ascendere la scala, volgeva ad oriente, 

67 E di pochi scaglion levammo i saggi ; eravamo 
saliti pochi scaglioni, che per Tomhra che si spense (di- 
nanzi a me), io ed i miei Saggi ci accorgemmo del cori- 
carsi tramontare del Sole. Una delle Canzoni di Dante 
comincia : « lo son venuto al punto della rota , Ch' all' o- 
rizzonte, qtiawio il sol si akca, Ci partorisce t imjemmalo 
cielo n. 

70. E pria eh' in tutte le sae parti immense Fusse 
orizzonte fatto d' un aspetto, ( pt*iraa che si fosse antie- 
rato anche Uittn Toccidenle: V, «>3). e la Nolte non avesse 



per tutto distribuite le sue tenebre, ciascun di noi s>'€ida'' 
giò sopra uno degli scaglioni; perocché la tèotura del 
ììionte (ove salir di ìioUe non si puote: Purg., VII, 44) 
ci affranse la possa delle gambe (iv. XVII, 75.) più che 
non il diletto a salire. Ai nostri piedi era crescente diletto 
Tesser su pinti : iv. XII, 124. Or come mai Virilio e Sta- 
zio dovettero anch'essi trapassare quelle fiamme e soggia- 
cere inoltre alle imperfezioni della carne mortale ? Il Savio 
gentile convenne che si purificasse al fuoco per esser de- 
gno di penetrare la soglia del Paradiso terrestre; e Sta- 
zio pur vi s' immerse per rimondarsi del tutto , prima di 
salire a Dio. Quanto alP Allighieri bisognò, che si cimen- 
tasse a quella prova come per mortificare lo spirito della 
carne in olocausto a Dio. Que'due antichi Poeti, benché 
siano già anime fuori del corpo mortale, ci si mostrano 
come tuttora soggetti alle infermità della carne e sem- 
brano riposare al modo che fa Dante, a dimostrarci più 
che altro il contrasto fra la legge della carne e la legge 
dello spirito, e come V uomo per sola divina grazia si possa 
sublimare air acquisto dei primi beni (Purg., XVII, 97) 
costitutivi (l'ogni felicità vera, si temporale che eterna. 

76. Quali le capre che prima d'essersi pasciute, fu- 
rono rapide e proterve (petulanti) sovra le cime de' monti, 
^'ammansisc^no, ruminando Terbe cibate: « Carptas modo 
ruminat h^rbas » è detto di quella pecora accennata 
nell'Egloga di Dante a Giovanni del Virgilio. Sebbene ivi 
si parli metaforizzando, pur quella frase viene qui in pronto 
a meglio chiarire il concetto del Poeta. Il quale nelP egloga 
stessa, conservata sempre la metafora, fa che Mclibeo racco- 
mandi a Titiro: « Capros tmditere petulcos ». Or questo 
vocabolo parmi che risponda per appunto al proterre at- 
tribuito alle capre, che libere saltellano su pe' monti. 

79. Mentre che 7 Sol ferve, di mezzogiorno, quando 
appunto ferve l'ora sesta (Par., XXX, 2.). e i raggi 



— 73 — 
lei sole cocente « fervere rura sinei^afUm Eg. 11. Dantis 

Aftvjerii Johanni de Virgilio, Io 'queirEgloga i pastori mn 
detti Virgiferi: e v'ha poi ali'Uiii verivi confacevoli al proposilo 
e beo deifoi iV essere notali, per conoscere ognora più con 
quanto lavoro il nostro Poeta formava i suoi pensieri : « Ty- 
iirm hmc propter eonfugit et Atphesihens Ad silvanK pecii- 
dumque suique misertm uterqne FriLdueam siioam, liliis 
phìlanisque freqmntem. Et dum silvestri pecmtes mixtae- 
que eapdkie Imidiml kerkie, dnm nariims ai^ra eaptant, 
Tylirm heic ammsus mim, defemiLs acerna Fronde, so- 
porifero gravis inrambebat odori; Noibsaque piri valso de 
de stirpe bacillo Slabal subnijcas, ttt diceret Àlphesibeus:» 
Eg. Il, V. 7. 

81. Poggialo s'è e lor poggiato serve; ed essendo 
così poggialo />* su ta verga serve alle capre, loro presta 
servigio, dacché attende, die non vengano molestale. Pre- 
ferisco to pure questa lezione, perchè mostra che il pa- 
store nel guardare le sue capre, ben provvede a renderle 
sicure , mentre già si riposano tacite airombra. Laddove 
nella variante « Poggialo s'è e lor di posa serre » si ristringe 
l alto stesso del guardare le capre o custodirle. Né tanto 
meno leggerei, giusta alcuni codici esaminali dal Ponla 
« Poggiato s'è e lui di posa serve;» giacché Tessere poggiato 
in su la verga dice alibaslanza , che il pastore ivi si riposa, 

82. E quale il mandriano^ che alberga fuori e presso 
dello stecconato ove stanno a dormire le sue pecorelle, 
queto ivi passa la notte, provvedendo che nemica fiera 
non le abbia a sbrancare, non le dissipi. Il vocabolo alber- 
gare e albergo, nella significazione suaccennata, è in tiso 
per tutta T*»scana. — << Queste pecore la mite albergano 
su a Monkrmaggio: » — cosi una contadina di Santa Co- 
lomba sulla Montagnola di Siena rispose a me, che T avevo 
domandalo dove la notte le guidasse a riposare. Gran parte 
della lingua adoperata dal nostro Allighieri è tuttora vi- 
ti 



— 74 — 

vento presso il popolo da cui qgli massìBnMole la In 
e chi DOD lo ascolta questo popolo, prasone iDdmo 
intendere il Poeta, che ne fii P ìntarprele e diaeepoio. 
85. Tali eravamo tutu e tre allotta^ Jo eomB eapn^ 
ei carne pastori (dei quali Tuno mi prorredeva di lìp 
e Taltro mi difendeva dal nimico assalto) fateiaU fma 
^indi dal sasso /lenirò cui era la scala, e il qudedrfl 
va fortementi i fianchi; stringendoci il mo etinmo da e 
lato: Purg.,Xn, 108.IV, 32. 

Poco potea parer il del di Auntì ; 
ìfa per quel poeo, vedevMo le stelle 
Di lor solere e più chiare e maggiori 

SI ruminando e si mirando in quelle. 
Mi prese il sonno: il sonno che sovente. 
Anzi che '1 fatto sia, sa le novdle. 

88. Poco potea li (per entro il sasso : v. 64) ^of 
del di fuori, apparire della volta del cielo; ma per qi 
poco ch'io ne discerneva, le stelle mi si mostravano 
più chiare e maggiori, più grandi che non si veggono i 
noi. Un oggetto luminoso come più ci s'accosta, e di p 
in più s'appresenta cresciuto di chiarore e di grandezs 
si fa più lucente e maggiore: Purg., II, 21. Indi è d 
PAllighieri vuol farne comprendere, eh' ei già s^era leva 
a tanta altezza, da ritrovarsi men lontano dalla regioi 
delle stelle. Il monte del Purgatorio sale di fatti al dis 
pra del nostro mondo , ^ che riman libero da ogni altei 
zione, e dovea già sottrarre l'Uomo dalle dannose esal 
zioni dell'acqua e della terra: Purg., XXVin, 100. 

91. Si ruminando le cose trascorse, come le capi 
ruminano Perbe pasciute (v. 76), e si tenendo gli occ 
con fatica fisi (Purg., XI, 77) in quelle stelle, fui vin 
dal sonno: iv., IX, 11. Tra pel vaneggiamento del pe 



— 75 - 

siero e pel troppo star fiso col guardo in alto, si addor- 
mentò, trasmutando poi, ciìrae altre volte, in sogm it 
pensamento: Pnrg. , XVHI, 145. 

92. // sonno sovente, prima nhe ì fatti avvengano, li 
conosce per antwegfjenza, giacche presso al mauin del 
ver si sogmi (ìtiL XXVL 7) essendo allora la mente no- 
stra più divìsa dalla carne e men presa da' pensieri e per- 
ciò 711051 divina alle sue visioni: Pnrg,, IX, 18. « Questi 
sogni che si fanno inlorno air alba del giorno , seeomìo 
che dicono cerfr interpreìi , sono i piiì veri sogni chi* si 
facciam e che meglio si possano inlerprekire turo signi- 
fivazioni: » Passavantì, trattato do' ^ogfi»i, p. 292 dello 
Specchio della vera penitenza. Ed. di Torino 1831. 

Ma rispetto alla Visiom, die Dante dt^scrive nella sua 
Commedia^ ed è intrecciata d'altre visioni parziali ed ac- 
cessorie, egli, il nostro Poeta, la considera in se e nelle 
sue parti come una di quelle rivelazioni, onde Iddio talora 
ci ammaestra nel sogno (Ep, Can, | XK). « Ptyr som- 
nium in visione notturna... lune Deus aperit aures viro- 
rum et erudiens eos instruit disciplina: >* Job. XXXFIl. 15. 
Di qui avviene chi) il Poema sacro prende quel carattere 
di mirahilifà, pel quale ogni lettore viene persuadendosi del- 
la verità del viaggio descritto. Cerio, che ciò che Dante vide 
pur mWatta fantasia e per altezza d' iìigegno divinamente 
privilegiato, appare come Pavesse veduto di fatto, percor- 
rendo sensibilmente il trino Regno. 

NelPora, credo, che delP oriente. 

Prima raggiò mi monte Gìterea 95 

Che di fuoco d'amor par sempre ardente. 
Giovane e bella in sogno mi parca 

Donna veliere andar per una landa . 

Cogliendo fiori ; e cantando dicea: 
Sappia, {[iialunque il mio nome dimamla » 100 

Ch' io mi son Lia» e vo movendo intomo 



— 76 — 

Le belle mani a farmi una ghirlanda. 
Per piacermi allo specchio qui m'adorno, 

Ma mia suora Rachel mai non si smaga 

Dal suo miraglio, e siede tutto giorno. 105 

Eir è de' suoi begli occhi veder vaga , 

Com' io dell'adornarmi con le mani; 

Lei lo vedere; e me l'ovrare appaga. 

94. Neirora, credo, che delVorietUe vibrò sul monte i 
primi suoi raggi Citerea, la bella Ciprigna (Par., Vin, 2) 
il bel Pianeta che ad amar conforta (Purg., I, 19), e che 
perciò di fuoco d' amor par sempre ardente. Vuol dire 
adunque il Poeta che quella era l'ora mattutina, allora 
appunto che Venere, la Stella d'' Amore (Ganz. Io son venuto 
al punto della rota : strof. 1 ) gli appariva si luminosa, da 
velare nuovamente i pesci che erano in sua scorta : Porg., 
I, 21. Ed è innanzi all'alba, che Dante si trovò appiedi 
del sacro Monte, sulla cui cima doveva giungere iti quel- 
l'ora stessa, di tal guisa significandoci che Amore gli fu 
di guida a mettersi e proseguire nelle vie sante e di aiuto 
per giungere a vita felice, 

100. Sappia, qualunque il mio nome dimanda. Ch'aio 
mi son Lia,., ma mia suora Rachel mai non si smaga 
Dal suo miraglio, e siede tutto giorno. » Quid per Liam nisi 
adiva vita signatura Quid per Rachelem nisi contempla- 
tiva? In contemplatione principium, quod Deus est, quae- 
ritur: » in operatione autem sub gravi necessitatum fasce 
laboratur: Greg, Magni Mor., \. VII, e. 28. Il salire su per 
Verte e arte vie del Purgatorio, e sempre con riguardo 
di tenersi discosto dagli estremi, non fu per Dante, se non 
un continuato esercizio delle virtù morali, che tutte ven- 
gono da una radice, essendo la virtù abito elettivo consi- 
stente nel mezzo: Conv., IV, 17. Ed ecco perchè or egli, 
il mistico viaggiatore, omai si ritrova nel Paradiso terre- 



— 77 — 

stre, figura della felicità, possibile ad ottenersi quaggiù nel- 
Voperazione con virtù in vita perfetta. « Beaiitwio huius 
vitae^ quae in operatione propriae virtntis esmistit, per ter- 
restrem paradisum ligiiraUir: ^ion., l IIL o. 1*5. Indi IWlli- 
ghieri si renderà puro e disposto per elevarsi a Dio nello 
studio della (Jontemplazione, che è il sommo grado di beati- 
tudine, cui rUomo possa gingnere nel presente mondo, quasi 
anlicipazione e promessa di quella che si compie per eter- 
narsi in Cielo. 

Una tal doppia vita corrisponde al doppio uso dell'a- 
nimo nostro , r uno speculativo e Taltro pratico. Questo 
si è operare per mi virtuosamente con prudenzay con tenp- 
peranza, con fortezza e con giustizia: quello dello specu" 
lativo si è mn operare per noi, ma considerare l'opere di 
Dio e della natura. E fum e taltro è nostra beatitudine 
e somma felicità, avvegnaché quello del contemplare sia 
più: Con., IV, 22, « Sedendo et quiescendo homo per^ci- 
tur: » Mon; 1, 5. 

Le quali cose premesse, ognuno può intendere per- 
cliè Lia vada per una fiorita campagna cogliendo fiori colle 
belle mani^ onde ornarsene e piacei'si dinanzi al verace Spe- 
glio, che è Dio {Par, XXVI, lOB ), solo coìètenta dell'ope- 
rare. Ed anche si chiarisce perchè Rachele, figura com'è 
della contemplazione, siede tutto giorno, fissa con gli occhi 
in Dio, suo miraglio, e pur s'appaglii del vedere. Quindi 
w etl'é de' suoi begli occhi veder vaga » riesce a dire: elP è 
vaga di specchiarsi, lenendo fermo lo sguardo nel divino 
Specchio, non per vedervi riflessi i suoi begli occhi, ma 
per mirare in esso le cose degne d'esser considerate. Certo 
in quelle parole è significato V atto di chi si specchia {il 
guardare) e non lì firn ond'altri suole specchiarsi. Perché 
cotaìUo in noi ti specchi? Disse Camiccion de' Pazzi a 
Dante, che stava pur tutto fisso a riguardare quel Iradi- 
lore, hencliè costui fosse tra motti consorti: Inf, XXXII, Hi. 



— 78 — 
Del rimanente si vuol qui fare avvertenza, che lÀa or 
apparisce in sogno a Dante e gli ricordi Bachelei ma 
quando et si sentirà desto, cosi tornando Tanima sua atte 
cose che san fuor di lei vere (Purg., XV, 106), conosoeri 
che quelle celebri donne gli prenunziavano la vista di Bkudda 
e di Beatrice. Le quali dal Poeta vengono introdotte nella 
sua Commedia, per rappresentarci anch' esse, V una, la per- 
fezione della vita attiva, e, Taltra, della vita coniemplaiway 
come nell'antica Scrittura ce le rappresentano lAa e Ito- 
chele , e nella nuova Marta e Maddalena ; Dante nel mo- 
strarne com'egli dalla fatica e dalle assidue virtù della 
vita attiva siasi disposto alla Contemplazione, volle addi- 
tarci la via da percorrere, se vogliasi conseguire il mede- 
simo fine: « Veritas praecipit ut mens prius desudet in 
opere, et postmodum refid debeat per contemplationem: » 
Greg. Magni Mor. 1. Vn, e. 28. 

E già, per gli splendori antelucani, 
fibe tanto ai peregrin surgon più grati, HO 

Quanto tornando albergan man lontani, 

Le tenebre fuggian da tutti i lati, 
E il sonno mio con esse; end' io levami, 
Veggendo i gran maestri già levati. 

109. E già, per gli splendori antelucani ( dell' alba 
che precede il giorno: Purg. , IX, 52) Le tenebre fug- 
gian da tutti i lati. Or pressoché un medesimo concetto 
espresse il Poeta, e in modo non meno vivace, là dove ac- 
cenna: L'alba vinceva l'ora matlulina Che f uggia innanzi: 
Purg., I, 115. a Interea Phaebo gelidas pellente tenebras: » 
Lue, Phars. II, 136. Antelucano poi è voce Scritturale: 
ce Tanquam gutta roris antelucani; » cosi è il mondo in- 
nanzi a Dio: Sap., XI, 23. 

HO. Ai peregrini surgono tanto più grati gli albori 
del mattino quanto, nel tornare alla patria, si trovano ad 



— 79 — 

albergo me/i lontano da essa, [*erocchè quanto la cosa de- 
siderata più s'appropinqua al desiderante, tanto il deside- 
rio é maggiore; e V anima più passiotmla^ piti s'unisce 
alla parte concupiscibil e più eahbmulona la ragione: Conv., 
Ili, 10. Al che s'accorda ciò che si legge nella Monarchia: 
cf Omne diligibile, tanto magis diligitm\ quanto propimimus 
est diligenti: h 13. Jla nel divino Poema la scienza si Ira- 
siiiuta in poesia, Tidea nel fatto e T immagine in senti- 
menlOt per avvivarne la parola e renderla potente di que- 
gli effetti che non s'intendono da chi non è capace di 
sentirli. 

114. / gran maestri Stazio e Virgilio rhe far del 
mondo si gran maniscakiti (Purg*, XXIV, 91)), come si 
dimostrano negli scritti loro, cosi pieni di civile sapienza, 
da doversi l'affermare il titolo di saggi (v. 189) a chi li 
dettava. 



Quel dolce pome, che per tanti rami 115 

Cercando va la cura de' niorlali , 
Oggi porrà in pace le tue fami. 

VirgiMo inverso me queste colali 
Parole usò, e mai non furo strenne. 
Che fosser di piacere a questa eguali. 120 

Tanto voler sovra voler mi venne 
Deir esser su, che ad ogni passo poi 
Al volo mi scntia crescer le penne. 

115. Quel dolce pomo, die la cara de' mr^rtali va 
cercando per tanti rami, è la dolcezza detr umana feli- 
cità (Conv., IV, 21) di cui rende figura il Paradiso ter- 
restre; Mori, IH, 15. Gli umani appetiti per diversi calli 
da principio se ne vanno, e uno solo calle é quello che 
noi mena alta nostra pace, a quella felicità cioè, che cia- 
scuno disia naturalmente e va cercando per diverse vie 
come il termine i>ve ogni umano appetito si riposa : Conv., 



— 80 — 
lY, 6, 22. Ndla vita ufnana sodo div&rri cammini, Aé& 
quali ODO è veracissimo, ed è quello che conqpie il dm- 
derio nostro e ci dà posa dopo la fiitica : Gonv., IV, 12. Per 
quest'ottimo canunino dovrebbero procedere i mortali, lad- 
dove r insmsaxa loro cura li & correr dietro a fidse tm- 
magini di bene, a quelle folm vaàUd, che U Poeta qua- 
lifica siccome splendori mondani: Par., II, 1. Per tutto ciò 
mi risolvo d'accettare per la più vera V ioterpretazioiie, cui 
sogliono recarsi i versi allegati, e piegherei anch'io: QuMa 
dolce felicOd che gli uomini con tanta cura vasmo cor- 
cando per infinite vie, oggi aqueterà ogni tuo desiderio. 
La beatitudine infotti, possibile ad ottenersi quaggiù ope- 
rando, benché sia troppo imperfetta, è pur nondimanco una 
partecipazione e quasi un pregustamento di quella per- 
fettissima, che si gode in Dio, fine di tutti i disii: Par., 
XXXni, 46. 

Ma lìon ostante queste gravi considerazioni, io non 
posso ancora del tutto smettere una opinione, alla quale, 
se manca una migliore sembianza di verità, non si può ne- 
gar fede da chi ascolta i maestri onde rAUighieri attinse 
la sua sapienza, non che il suo linguaggio. Avvisai dunque, 
che va cercando non si debba quivi riferire a la cura 
de* mortali, come a soggetto, ma sì come ad oggetto, e che 
sia perciò a prendersi in significato dì travagliando o eser- 
citando, essendo appunto il desiderio della felicità, che 
esercita variamente i pensieri de' mortali. Comunque, gli 
è certo che Dante in quel luogo ritrasse la sentenza e 
quasi direi le parole di Boezio: a Omnis mortalium cmt^l, 
quam multiplicium studiorum labor exercet, diverso quidem 
calle procedit sed ad unum tamen beatitudinis finem nitittir 
pervenire: » De Con. Phi., 1. Ili, p. 2. 

121. Tanto voler sovra voler mi venne, tanto mi si 
raddoppiò il volere dell'arrivare in sulla cima beata, che 
poi per la forza della volontà fatto leggero al muovermi 



— Hi — 

(Piirg.. XXIV, 69), ad ogni passo mi sentivo crescere le 
penne al voltL Ed ecco avverarsi quanto Viri^nlio gli ebbe 
prcdtitto (( Quando i P ( le lettere die rArigelo gP inciae so- 
pra te tempie: Piirg., XII, 35) saranno ìM lutio rasi, Firn 
li tuoi pie dal buon voler si vinti, Che non pur mn fatica 
sentiranno, Ma /la diletto toro esser su pinù: Turg., XII, 
12, Imimroecfiè, per sentir pia dilettanza^ Bene oper afèdo 
ruota di (jiorno in giorno. S'accorge che la sua virtude 
avanza: Par.. XXIII, 68. 

H9. E mai non furo strenne che abbiano fatto al- 
trui piacere , quanto piacquero a me quelle parole eh' ei 
mi disse, pre^xirreiido liberamente alla mia dimanda, Stren- 
na vogliono *'he sia derivato ilairanlico sirena in nso presso 
i Sabinij e che si mantiene tuttora iu alcune parti d' Italia, 
specialmeute nel Piemonte, ove significa quel donativo che 
suol farsi ai fauciolli per il apo d'anno. I Toscani lo cliia- 
mano Ceppo, e usano dispens^irlo nella solennità del Natale 
di nostro Signore, 

Come la scala tutta sotto noi 
Fu corsa, e fummo in su 1 grado superDo , 125 
In me ficcò Virgilio gli occhi suoi. 

E disse: Il temporal fuoco e Telerno 
Veduto hai, figlio, e se' venuto in parte 
Ov'io per me più oltre non discenio- 

Tratto rho qui con ingegno e con arte; 130 

Lo tuo piacere ornai prendi per duce; 
Fuor se' delferte vie, fuor se* deir arte. 

Vedi là il Sol che in fronte li riluce; 
Vedi TerbeHa, i fiori e gli arboscelli, 
Glie questa terra sol da sé produce. 135 

Mentre che vegnou lieti gli occhi belli , 
Glie lacrimando a te venir mi fenno. 
Seder li puoi, e puoi andar fra elli. 

Non aspettar mio dir più, né mio cenno; 



— 82 — 

Libero, dritto, sano è tuo arbitrio, 140 

E fallo fora non fare a suo senno; 
Perch'io te sopra te corono e mitrio. 

124. Come la scala tutta sotto noi ta corsa, d mancb 
sotto i piedi; tanto rapido si fece il nostro salire p^ essa I 
A mostrare quanto sia stato velocissimo e dilettoso qaet 
Tascendimento, il Poeta, gran miaestro nel rafforzare e chia- 
rire il suo concetto, n'avverte che non essi corsero sa per 
Tardua scala, ma che questa scorse sotto loro; neppor à 
è fatta sentire. Il modo, benché sembri pur tanto peregrino, 
somiglia a quel di Virgilio: < latet sub classibus aequan » 
Aen., IV, 582. Se non che Dante sa essere originale, an- 
che imitando. 

125. In su 7 grado superno; come (tunmo arrivati 
al sommo della scala (Purg., XIO, 1), a riva del Parct- 
diso terrestre, della Campagna santa ove fu innocente fu- 
mana radice (Purg., XXVIII, 142), Virgilio in me, ne* 
miei occhi, affissò gli occhi suoi. Dante, essendo ormai 
illustrato della luce di Dio (Paltò Sole intelligibUe, di cui 
è figurali sole sensibile: Purg., VII, 26. Conv., DI, 12), 
era già libero dalle passioni viziose, e potente a sublimarsi 
alla contemplazione della verità. E perciò il Savio gentile, 
che solo vedeva quanto umana ragione vede (Purg., XVIII, 
46), ora attinge negli occhi del suo alunno la divina luce 
di verità a più assicurarlo del felice termine ov' è giunto. 
Ciò vuoisi bene attendere, e si conoscerà vie meglio, che 
il fine della Visione, onde rAllighieri venne privilegiato la 
mercè di Beatrice, è cristianamente morale, e eh' ei nel de- 
scriverla in un Poema sacro, pur dovette corrispondervi con 
un fine morale. Ma questo comprende sotto di sé il fine 
civile e politico di quelle Cantiche, ordinate come sono a 
procurare T universale felicità dell'uomo. 

117. II temporal fuoco è quello del Purgatorio, ove 



— 83 — 
appilnto stilano cohro dw son conlenii Set fuoco, perché 
^peran di venire Quando che sia alle beale genti : M,, I, 
118, Invece nella doknle ci uà infernale, quivi eterno è 
il fuoco a puniineelo dtigli spirili perduti: ìnt. Uh 1. X, 
23. Si noti per altro, elie qui fuoco indica ogni pena non 
salo, ma anche il luogo in cui le pene si debtono soslt3- 
nere, sia esso eterno o durabile a tempo. 

128. E se' venuto in parte, (hf io per me più oltre 
non discerno; perciò da imli in là f aspetta pure a Bea- 
trice^ eh' é opra di fede: Purg,, XVIH, 4*>. Io li menai 
quanto pelea mia scuola (Pnrg., XXK 33), né piiì or Pu- 
mana ragione, che ha si corta veduta^ mi basta, richiedendosi 
inoltre la scienza divina {i\\ XXXII, 86) e la virtù della fmle. 
Solo mercè della fede, senza avere altra visla, si possono 
argotnentare e conoscere le segrete cose del cielo: Par., 
XXIV, 77. 

130. Tì*atto f ho qui din impegno e con arte, Insin a 
questo punto t* ho guidato con ingegm^ trovando quanl'era 
mestieri al tuo campare (iv. Il, 88), e con arte nel pre- 
starti soccorso ad ogni uopo: Purg., XVIII, 130. L'arte 
comprende ogni scienza, cui serve il lume dell' umana i-a- 
gione Viuleltetiuate vista, e risguarda specialmente ijnetla 
parola ornata e omsta, per che Beatrice raccomandò a 
Virgilio, che si movesse in aiuto tìW errante Pellegrino: 
ìnU II, 7tì, 113. 

132* Fuor se' dell'erte vie. fuor se' delVarte. Le vie 
su per la santa Montagna sono come altrettante ardue e 
stretle scale, perchè raffigurano per appunto il processo 
della virtff^ che consiste nel mezzo per fìostra elezione 
preso (Conv., IV. 17), fuggendo gli estremi c1*e stringono 
da ogni parte, vo' dire ì vizi collaterali, uno in troppo e 
un altro in poco : i\\ Purg. , X , 9. Il che richiede molto 
senno e fatica; ma la virtù, che è sempre grave al prin- 
cipio, divien leggera di poi e da ultimo dilettosa, si che 
fa Tuomo felice in sua opei^azione: Conv./IVjl7. Purg., 



i 



^M 



— 84 — 
IV, 89. Or perchè mai Virgilio volle che il sno tìasm 
procedesse ìq prima per la f>ia éMk virté morM e noD 
delle virtù intellettuali, prodacitrìd di mia fdicità maggio* 
re? A ciò si può brevemente rispondere, die m daecima 
dottrina si vuole avere rispetto alla facoltà del discente e 
per quella via menarlo che più a lui sia lieve. Onde, per- 
ciocché le virtù morali paiono essere e sieno più comuni 
e più sapute e più richieste che le altre, utile e cmnoenB-^ 
vole fu più per quello cammino procedere, die per PaUro: 
Com., iv. Per le quali cose risalta chiaro e d^nuiiìato, 
che Virgilio in quelle parole, onde si rivolge al suo disce- 
polo, intese di lasciarlo come già perfetto neU'operazioDe 
delle morali virtù, e perciò felice nella vita attiva. 

133. Vedi là il Sol che in fronte H riluce. Questo 
Sole che mentre gli avviva Tanima, ora splende io frante 
a Dante, è il Sole spirituale e intelligibile, cioè Dio: Per 
verità nullo sensibile in tutto il mondo è più degno M 
farsi esemplo di Dio, che il Sole, il quale di sensibile luce 
sé prima e poi tutte le corpora celestiali ed dementali il- 
lumina: Conv., Ili, 2. L'Allighieri adunque, già parificato 
de' vizi e mondo del cuore per Pabito delle morali virtù, 
erasi disposto a ricevere più degnamente la luce di Dio. 
II quale, poiché vede apparecchiata la sua creatura a ri- 
cevere del suo beneficio, tanto largamente in quella ne 
mette, quanto apparecchiata é a riceverne: Conv.,, IV, 21. 

134. Vedi l'erbetta, i fiori e gli arboscelli Che questa 
terra sol da sé produce, li gitta senza seme (Purg., XXVIII, 
69); giacché quelP a//a terra, secondo che è degna Per 
sé e per suo del, Concepe e figlia Di diverse virtù, di- 
verse legna: iv., 122. 

136. Mentre che vegnon lieti gli occhi belli. Che lo 
grimando a te venir mi fenno. Intanto che sorridente sta 
per appressarsi la bella Donna (Inf., II, 53) che, dopo 
avermi pregato eh' io venissi in tuo aiuto, a più soUeci- 



— 85 — 

tarmi, gli mjcln lucenti iagrimmido volse (iv., 116), seder 
ti puoi , e , se l' invaghiscono que' fiori , pnm andar fra 
elti. Si cotUemptanilo , die opera mio, l'uomo riesce ben 
disposto ad a('eogÌiere la sapienza, disdegiìosd sempre d'en- 
trare io ud' anima inerte o malevola. Or qui si c-ompie 
r ufficio di Virgilio, il quale aveva promesso di farsi guida 
a Dante sin clic potesse lasciarlo con Beatrice: Int, i, 112. 
Parg., XXIII, 128. 

Ma è cosa notahile die il savio Maestro si allontana 
dal suo discepolo per modo, die questi non se n'accorge, 
quasi che il partirsi di Virgiho e il sopravvenire di Beatrice 
dovessero succedere in un punto solo, a dimostrare che 
non si possa da noi discernere il termine ove finisce la 
Scienza umana e donde comincia la Scienza divina. 

Beatrice poi non tarderà molto di apparire a Dante 
con gli occhi rilucenU e Umlo itela, clregli nell'anìssarsi 
in quelli gusterà di quet ciùo, che saziando di sé, di ^sè 
asseta: l*urg. XX\l 128. E volle il Poeta disegnare la sua 
Donna, pur accennandone gli occhi belli, perchè negli oc- 
chi il seminante più si fiera (I^urg., XXI HI), e perche 
gli occhi della Sapienza ne riflettono il lume, che e la ine- 
rita, e la dimostrano: Godv., IV, 2. 

1311 Non aspettar mio dir più, né mio cenno: non 
attender più che le mie parole e gli atti miei ti facciano 
scoila, ma lo tuo piacere ornai prendi per duce: v. 131. 

140. Libello, dritto, sano è tuo arbitrio. L'arbitrio di 
Dante s'era fatto libero, in quanto la sua anima, disposatasi 
alla verità e m' suoi atti soggetta alla ragione, ricono- 
se^vasi dorma di sé: Conv., IV, 2. « Lit^eìnm arbitrium 
est liberum de vohmfate iadiciam... si itofinam moreai 
omnino appettium et mtllo modopraeveniatHr ab eo^ liberum 
est: Mon.. I, U. 

Ed era poi diritio f|ueirarl)itrio, dacché pur si con- 
formava a giustizia che ordimt mn ad amare e operare 



— 87 — 

sapere, che si vide pratista t'aimo 1200, nella incorona- 
zione dì Ottone impenlorc; il tjiiale indi mitratm et co* 
ronatm tvit cum domino Papa (1), 

Perciò Dante poteva prendere a guida il suo pro- 
prio piacere, dacché non avrebbe altro cercato, se non le 
cose vere e perfette. Egli era oraiai riconfoniiato a giusti- 
zia, e r nomo giusto, quasi senza legge, deve sua giusta 
mente seguitare: Conv.,IV, 26. « Tu sola fai signore, e 
ffuesto prova Qie (a se* possession che sempre gmui: « cosi 
il Poeta si rivolge alla Virtù nella Canzone « D<)giia mi 
reca mllo core ardire ». Chi voglia ponderare queste pa- 
role, dovrà pure riguardarle come suggello di quanto s' è 
fin qui ragionato per cliiarire uno de' più alti concelti, in 
cui s'aperse la Mente arfliitettrice de' regni oltramondani. 

Considerata poi ogni cosa in relazione col tutto, di 
cui è parte, avremo anche buon lume a convincere mn 
slessi» che nella Visione poeticamente narrata nel Poema 
sacro e intesa aUegorieamente, Virgilio tiene 1' ufficio dì 
Maestro a Dante per quanto V umana ragione può vedere^ 
e di Addi tatare e Qìndudtore a quella felicità, die è o//e- 
razume mn virtà in vita perfetta: Conv., IV, 17. Sopra 
che si vuole avvertire che V adolescente, che entra mila 
selva erronea di fjuesta vita, non saprebbe tenere il buon 
cammino, se dalii suoi maggiori non gii fosse mostrato^ 
né il mostrare varrebbe^ se atti toro comandamenti non 
fosse obbediente : e però fu a questa età necessaria f ob- 
bedienza: ì\\ 24, E verace adolescente si mostra V Alli^'hieri 
per quella parte della Visione, che si desciive dal princi- 
pio della Commedia sino al verso 124 del XXVll del Pur- 
gatorio. Da indi in là egli vien manifestandosi cosi per- 
fetto, come si consente air età della Gioventù, che è colmo 
delta nostra vita, quando V Uomo già si ritrova nella città 



(t) Numu pjj^jenuK'iiUj Mh \HÌud\ìaW allegoria ik'llj (Commedia dì 
Dmì/B Mìì^hmn fallo da Marco Pony. Nofi, 1846, jtiig, 193. 



— 88 — 
del ben vivere: Gonv., IV, 26. Questa medesima scuola, che 
Dante apprese nella sua Visione, si piacque di additarla 
agli uomini generalmente. Ed è per questo, che si cod»- 
gliò di descrivere in un Poema quella Visione, intesseudovi 
V Allegoria a significare come VUomo giunto al colmo della 
umana vita possa togliersi dalla via de' vizi e iaUo siaio 
di miseria per ridursi a vita virtuosa e felice. 

Di che apparisce anco meglio, che T Allegoria e il /ine 
della Visione (o del mistico Viaggio fatto per altezza d^ inge- 
gno e grazia divina) spettano a Dante; laddove V Allegoria e 
il fùie del Poema y descrittivo della Visione, si riferiscono 
air Uomo costituito in queir età che trascorre dall^ ado- 
lescenza alla gioventù ed alla vecchiezza. Ma quinci imianà 
vedremo, che Dante, soggiacendo alle benefiche influenze 
della sua Visione, si rappresenta già maturo d^anni e di 
senno; ed esercitandosi nella intellettuali virtù, colla scorta 
della celeste Beatrice e del contemplante Bernardo , s^ in- 
nalza come figliuolo di grazia insin a Dio: Par., XXXI, 112. 

Ma nel dare poi compimento al suo divino Lavoro , il 
nostro Poeta ci farà pur conoscere d'aver ivi continiiato 
a descrivere essa Visione, perchè com'egU ne ottenne il 
singolare beneficio, n'attingessero gli uomini un ammae- 
stramento ed esempio ad esercitarsi in quelle intellettuali 
virtù, che sono proprie della vita Contemplativa ed ap- 
portatrici dell' ottima felicità possibile a conseguirsi nel 
mondo mortale: Gonv., IV, 17. Si esamini in prima la Vi- 
sione nelle sue parti e tutta insieme, se ne rìeerchi ben 
bene T utilità che Dante ne ritrasse, e poi tornerà agevole 
di comprendere l'intenzione principale onde si mosse a 
narrarla in un Poema, e come questo debba riguardarsi 
quale benefica norma conceduta da Dio agli uomini, perchè 
se ne giovino per condursi di grado in grado a virtù e 
felicità in qualsiasi condizione e nelle varie età della vita. 



I DEGLI STUDII DI E. BOEllMEH 

à 

SUL LIBRO DE VULGARI ELOQUIO 

DISCORSO 
HI FRANCESCO D OVIDIO 



(DA LETTERA) 



» 



L'opa.^a»lo di Lei prova insieme la cura laboriosa e 
raamie, litejtà rara nel giiidicare, ancor più lara equità 
t tooipeniiiza. Ade^^o che, dopo abl>ominale da telluri] 
ùéià radula generazione le opere delP ingegno alenianno^ 
altri della generazione presente le imilano spropositando 
e hi captano franlendeodo , quasi per dimostrare come 
r ìDcreilalità spesso sia credula e l'orgoglio immemore 
ddb pn>prìa dignità, Ella i Tedeschi sa leggere con rìr 
i(f«UgK e con disc^rniraonto estimare, E ben nota non es- 
me àaà signor Boehmer assai nettamente conciliata la 
oxitradisoDe apparente dì quello che dice Dante in due 
ftri dtrersi intorno alia nobiltà del Volgare rispetto al 

^^m Sta bene che T erudito Tedesco sia da Lei merìta- 
^^■te lodato per volere alla meglio determinare il senso 
^^Fcai Dania usa certi vocaboli; ma non è da dimenticare 
■# riDdeterminatezza del linguaggio Qtosofico dì que' tempi, 

r 



— 90 — 
e la novità del concetto che il Po^ voleva fllosoficameDte 
adombrare, non V avendo ben chiaro nella sua mente eg^ 
stesso; giacché, se in tatti gl'ideali remoti è qnaloosa 
d' incerto, molto più doveva essere in questo ideale gram- 
matico d'un poeta. In un certo riatto poteva egli dire 
che il volgare fosse più nobile del latino, in quanto pre> 
cedente di tempo nell'uso degP Italiani d'allora, i quali 
senza fallo parlavano prima di scrivere: e qui ha luogo 
la nobiltà che deriva da lunghezza di tempo; quèlta che, 
rispetto alle schiatte, nel poema dicesi poca cosa, manto 
che il tempo stesso raccorcia, se ciascun uomo noA v'ag- 
giunge di suo, tanto da ricoprire decentemente la propria 
nudità. La natura per certo non può non essere più no- 
bile, come figlia di Dio, al quale l'arte legittima non è 
che nipote: ma in altro rispetto l'arte, e quindi U lin- 
guaggio pensatamente corretto e moderato da nonne che 
lo facciano più conducevole al fine, è più nobile della 
natura, in quant'è essa natura perfezionata dair umano 
lavoro, e, nella questione nostra, è la parola mortale al 
Verbo di Dio fatta più consonante. La lingua italiana, quale 
scrivevasi al tempo di Dante, era, al suo sentire, matern 
avente in sé i pregi naturali d'ogni linguaggio parlato, e 
taluni suoi proprii; avente oltre a ciò alcuni pregi del- 
l'arte incoata, ma gli uni e gli altri insieme confasi, non 
digesti (secondo il significato che danno a questa voce i 
Latini, e nel poema egli stesso) non digesti a perfezione 
di forma; talché l'arte anch' ella si convertiva in impac- 
cio, e, invece di togliere via i difetti, alle bellezze detrae- 
va. Non già che in alcuni saggi lo stile italiano non gli 
apparisse avviato a bene ordinarsi, e anche in questo ri- 
spetto egli affermava la nobiltà del volgare; sentiva ne' due 
Guidi e in Gino e in Sé un italiano non disperato di ap- 
pareggiarsi al latino. Ma la ragione perch'egli pare pro- 
porlo alle altre lingue romanze più colte dall'arte, intrav- 



— 9i — 

vedesi io quella parola che fu non bene tradotta, com' El- 
la, Signore, nolo: perchè pia s'appoggia alla grammaiica 
che è (Xmiunt;, Qui t innitiinr non è a caso : e no ronde 
ragione quel comune che segue; con elio mi pare che in* 
tenda la potenza dei generali, ai quali e' credeva più adatto 
r italiano, deducendo colesta divinazione dalla potenza della 
sua propria mente. In essa l' universale iìlosohco è anima 
a cui, com' organi, servono i parUcolari poetici: e il ve- 
dere che, non solanìente ne rinìati>ri italiani di seconda 
mano ma anco ne più lodati delle due lingue sorelle, il 
particolare lia dominio soverrliio e ritiene la poesia terra 
terra; il vedere in Gino e nel Cavalcanti gli sforzi del ten- 
dere verso l'ampiezza deir universale le penne, e il sen- 
tire in se forza da ciò ben maggiore, dettava a lui quella 
sentenza, la quale è da intendere come vaticinio di desi- 
derio più che come afTermazione di vanto. Sempre le forze 
in potenza paiono da più di quel che riescono in alto; 
ma de' pochi uomini a cui sia lecito senza temerità sperare 
r attuazione del lontimo possibile, di quo' pochi era Dante. 
La noliiltà del latino alla futura nol>Ìllà delT italiano 
era modello nel pensiero di Dante; e in questo risi^etto 
gli pare da più quella prima. Alle ispirazioni della natura 
e' voleva sop ragginole le cure incessanti delTarte; cure 
superbe se guardisi air altezza del fine, modeste se guar- 
disi alla fatica per conseguirlo ricliiesta. E' voleva, anco 
nel fatto dello stile, avverata la provvida condanna: nel 
sudore del tuo volfo li ciberai del ilio pane; e pane 
appunto, egli chiama questo volgare, mondato e preparalo 
con lungo lavoro. Ma perchè la parola, a lui pensatore 
e cittadino e cristiano, era fatto: prima condizione alla 
potenza del dire doveva essergli P evidenza, da cui F ef- 
Ocacia; né evidenza può aversi se non da linguaggio con- 
cordemente parlalo da uomini vivi, e atto però a farsi 
interprete d'affelli vivi. Senonchè, avendo, in mira non 



— IH — 
a suo Coomoe solmto, ma tolta la oaiioM (e ad atahrao- 
dare eoa ranima tntu la nazioiie gli era inilo Vklmto 
e imposto il doTere dalle memorie storiche, e dalla virtà 
crìstiaoa, e dalla stessa graodena del soo Gomne, die 
ÌQ sé raccogliefa gli oni?ersali e i pvlioolari della vita 
mite io forma ooica); il suo volgare dofen reodera ooq 
solamente ìnlell^iblle ma domestico a^ uomini d^Balia 
tatta: e qui giaoeYa la diflBooltà, contro te qpude qnel- 
Tanima sdegnosa s' irrita, come ae fosse tolta oolpa de|^ 
oominì italiani. Per giongere a qoesta generdità, la goal 
serre insieme alla gloria del dicitore e all^ utilità di coloro 
die rodono e leggono, conyeniya da lotti i parlari ita- 
liani trasc^liere con amore paziente qoel dicessi avevano 
di comune, acciocché nella lingua del Fiorentino o d^ altro 
scrittore che fosse, e' rìconoscess^t) qualcosa di pitq[irìo^ 
e col noto illustrassero il nuoTo; e il florentìoo, o altro 
dialetto che fosse, agli altri figli d'Italia non paresse pHi 
esotico del latino. 

Goà direi che abbiaà a intendale qudr illustre che 
in ciascuna città appare e in ninna riposa: qui trofyar la 
ragione della minuziosa sollecitudine eh' e' raccomanda a 
trasc^liere tale o tale qualità di vocaboli. Gertam^ite il 
debito della scelta è un freno; ma Dante nel poema im- 
pone a sé medesimo il freno delT arte. Certamente un 
linguaggio così vagliato, diventa men copioso: e qnest'é 
la ragione perché lo stile poetico, nelle locuzicxn più ric- 
co, é, nel numero de' vocaboli, più povero che quel della 
prosa; la ragione perché gli scrittori i quali più oons^ 
guono il pregio della chiarezza, hanno meno varietà. Il 
Metastasio ci é esempio si del pregio e si del difetto: e 
anche perciò forse Dante, anziché sempre canzoni, in cui 
poteva sfogare e lo zelo patrio e reUgioso e V amore e il 
dolore altamente, volle scrivere la Commedia, dove poter 
dire ogni cosa , e con que' modi che aU' intimo pensier 
suo rispondessero più intimamente. 



— 93 — 

Sebben possa credersi die nei libri seguenti egli in- 
tendesse attribuire non poca im portai nza ad altri fjeneri di 
poesia , rimari piu'e clf egli la lii'ica ha collocala per pri^ 
mo: e che no ragiona con tale lainuziosilà da non si poter 
pensare che altrettanto degli altri generi avrebbe fallo. E 
questo modo di trattazione conferma la congettura che 
fosse verso il mille trecento (iuatltH> comindalo il lavoro, 
quand'egli, pur meditando il poema sacro (già propostosi 
sin dalla morte di Beatrice, e avuto in germe anche pri- 
ma di quella), non si credeva di dover consumarvi tanto 
vigilie, e inserirvi (quasi dicevo, intrudervi) tanta dottrina 
da poter dire suir ultimo che v' han parte il cielo insieme 
e la terra. Non so s' io sbagli . ma mi par di vedere che 
segnatamente ne' primi canti della prima cantica la dicitura 
è più schietta e franca, più arieggia il parlare materno: 
e die, se, salendo via via, le ispirazioni dell'arte e della 
erudizione lo innalzano, i moti primi primi della natnra 
gli vengono talvolta meno per quel che è della lingua; 
cioè a dire, che, parte avvertilamentc e parte no, il suo 
volgare si viene facendo aulico e colligiano, titoli che nella 
mente di lui significano almeno in parte, scolastico e let- 
terato. Tanto più stuonaoo, e scendono più Iiasso che i 
più comici luoghi delP inferno, le parole di Cacciagiiida 
Lascia pur grattar doff é la rotjmi , e quelle di Beatrice 
assai peggio che porci, al paragone delle quali diventano 
un fiore di delicatezza Dito bestie van saffo una pelle; o 
certamente più nol*ile T atibominazione d4ìtie bestie fiesola- 
ne, e dei re die staranno come porci in brago. Di sé Ut- 
sciando orribili dispregi. Orribile invero quel dispregio in 
bocca della donna rli cui trappoco divinamente dirà. Rìden- 
do ianlo fiela Che Dìo parea nel suo volto gioire. Senon- 
ch'egli aveva già prima assomiglialo il soiriso di lei al tos- 
sire d' una cameriera mezzana di queir amore per cui 
piangono eternamente in interno Francesca e Paolo, né 
li re deir universo può essere loro amico* 



h 



— 94 — 
Se non tatti, dichiaran8i fórse atemii eoiBUiii det Vol- 
gare Eloquio, avvertendo die qui trattasi wppmio itéO'^ 
quio; non delle voci singole e deUe forme km» gramna- 
ticali, come intendesi la grammatiGa té&aso, ma d dd 
loro congegno cioè di quella grammatiGa di^ egli dim arte 
prima, e comprende, col magistero letteraria deBo siBe, 
eziandio la dottrina storica e m^afisiGa della fiMopiL 
Questo appare dai primi capitoli, die si riflaBio dd padre 
Adamo, e dalla torre alla quale tre Volte aooemie H poa* 
ma. Nelle questioni che vengonsi tuttavìa salta lingiia agi- 
tando, mi pare che taluni dimentichino, la liogiia noo es- 
sere una materia di vocaboli da impararsi staccati, ma à 
un corpo organico, al quale se manca il tessuto de^ nervi 
e de' muscoli, lo spirito non gli può dare la vita. Dante 
comprendeva meglio le due parti della questione; oltre 
alla fllosofla del linguaggio, studiava la fisica, se coA posso 
dire, di quello; e però non poteva non por mente al 
numero, che nel suo misterioso circuito abbraccia ta parte 
materiale e la formale della lingua in vitale unità. CoA 
spiegasi come dall'ampiezza, forse soverchia, àé* generali 
egli scenda a minuzie sulle parole trisillabe, e sulle let- 
tere doppie e scempie. Ella a questo proposito. Signore, 
ben nota che al tempo di Dante le aspirate neir uso ave- 
vano a essere più d'adesso; e quel che Le viene avver- 
tito intomo all' origine di desio, da altri sbagliata, dimostra 
e il sapere e il buon senso di Lei, che potrà fiaime in 
più rilevanti indagini uso migliore. L'indagine circa alle 
canzoni proprio di Dante e le appostegli, com'è condotta 
sin qui, oserei dire oziosa: e anche a questo proposito 
Ella ben nota che l' essere taluna nel tessuto delle stanze 
variata dalle accertate per sue , non è ragione a non gliela 
aggiudicare. Tra' versi che confessa suoi egli stesso, io 
confesserò che taluni, senza tale testimonianza, glieli to- 
glierei volentieri: onde direi che le stesse inugnaglianze 
della maniera non sono al giudizio sicura norma. 



che 



— 95 — 
E anche su questo libro del Volgare Eloquio mi pan 



alto più rispettoso alla meniona di Dante il finirla 
oramai. Già V aver egli dato priocipio al lavoro nei primi 
aniìi deir esilio, e poi smessolo ne' troppo lunghi ozii che 
gli concedeva la sua misera vita, sarebbe indizio che se 
ne fosse, come del Convivio, svogliato egli stesso: svo- 
gliatosi del Convivio, perchè quel perpetuo arzigolare ne' 
simboli, gli parve alla fme un'offesa alla spontaneità deU 
r ingegno e alla sincerità dell'amore; svogliatosi di que- 
st'altro, per tema di doversi in tpialcosa disdire, e per 
essersi accorto di quel che nelT assunto era troppo inde- 
terminato e troppo ideale, E degli ideali soverchiamente 
elevati sopra ta possibilità, il poveruomo alla fine era 
stanco. Ella, con avvedimento pari alla schiettezza, discerné 
e confessa quello che ha ff esagerato il niologico ideale 
di Dante ; e non è irriverenza soggiungere che air altezza 
deir ingegno e del desiderio qui non corrispondeva T am- 
piezza della scienza: nò unico segno è di ciò T originare 
di' egli fa nobile da novile, rigettando la radice di mscere. 
Ma lo sbagliare esagerando V ideale nobiltà del concetto 
non è sbaglio da tutti; e i grandi, anco errando, dimo- 
strano la potenza de'lor movimenti, e, se nulla scopron 
essi, aiutano a poi scoprire. La fiducia di Dante in una 
letteratura più alta, veniva a lui dalla fede nelle alte 
cose, e questa dalla coscienza dì se. Credendo l'unità fatta, 
egli affrettava il farla, quant'era da lui; e se non trovò 
aiuto negli uomini e ne* tempi, e sventura, più che sua, 
nostra, non è sua colpa. Dal suo Volgare italiano e' non 
esclude il toscano, come volevano certi zelanti d' una ita- 
lianità aerea , e pare che vo^^diano tuttavia, S' e' vivesse , 
vedendo quanto le lettere toscane han datn air Italia, rico- 
noscerebbe che il suo italiano in To.-^cana più appare e 
meglio riposai : non consentirebbe però gli si desse troppo, 
per tema che tro[*po da ultimo gli fosse negato. Napoleone 



— 96 — 
voleva largheggiare con la repubblica di San Marino; ma 
San Marino rifiatò provvidamente i regali che gettava sui 
piedi il futuro ospite dell' isole d' Elba e Sant' Elena. As- 
somigliare a Napoleone Magno il gran raccomandatore del- 
l' uso fiorentino, non sarà tacciato uè di piacenterìa corti- 
giana né di sconoscente irriverenza. Ma noi badiamo che 
alla lingua italiana non segua quello che al vecchio dalle 
due amiche, che Tuna gli strappava i capelli neri, e T al- 
tra i bianchi; onde rimase calvo. Che la letteratura italia- 
na, con la sua troppo ricca capigliatura, abbia da ultimo 
a portare parrucca? I suoi pari. Signore, non lo compor- 
teranno di certo. 

Mi creda, 



Suo Dev.mo 

N. Tommaseo 



QUATTIIO 
OPUSCOLI INEDITI 

DEL SECOLO XIV, 



ESORTAZIONE ALLA CONCORDIA DE' FIORENTINI 



Narra Giovanni Villani (1), che Francesco Gualtieri 
duca d'Alene e conte di Brenna, eletto c<apitano e conser- 
vatore de! popolo da' Fiorentini in luogo del Malatesta • 
dopo r infelice guerra di Lucca co' Pisani net 1342, colle 
astuzie e cogli avvolgimenti famigliari agli ambiziosi ed ai 
tiranni» recossi in sua mano la Signoria libera della città, 
confortato a queir usurpazione dal favore di alquanti delle 
due fazioni del popolo e de' grandi ligii a lui. Ma V otte- 
nuta acclamazione della sua Signoria fatta solennemente 
in publica adunanza, per le mate arti de' sommovitori 
seguì in opposizione agli accordi fermati tra il duca stesso 
ed i priori, ctie gli avcano accordato quella podestà solo 
per un'anno ed a patto cir e' conserverebbe illesa la liber- 
tà civile i' politica della città e gli ordini della giustizia. 
Vane promesse e lusinghe; ei voleva T assoluto principato 
e la depi'essione di f]uanti cittadini aveano mano nel go* 
verno dell ingannata Firenze. Però le sue ritolderie, le 

(i) hi. Fior, lib, XU, cap. Ili e segg. 



— 98 — 
crudeltà, i ladroneggi, V abolizione di tutti gli ordini liberi 
del Comune aizzarono contro quello spergiuro, che s'era 
fatto signore altresì d'Arezzo, Pistoia e Volterra, oltre 
que' potenti che furono da luì più crudelmente malmenati, 
i suoi stessi fautori; i quali allo scopo di liberarsene, per 
secreti maneggi misero il popolo a rumore e cacciarono 
ignominiosamente lui ed i suoi satelliti dalla città, cassan- 
do ogni suo ordine e decreto. Così Firenze dopo un'anno 
di tirannia si ridusse di nuovo a libertà, e gli ufficii publici 
ripartironsi in comune fra' popolani ed i grandi. Ma la ri- 
nata concordia fu di nuovo turbata dalle mutue rivalità, 
avendo il popolo cacciato i signori dagli ufflcii del Comune 
già loro conferiti; a sedare le quali sono intese queste due 
Esortazioni in quel tempo scritte, colle quali Firenze stessa 
eccita i suoi cittadini alla carità di patria ed alla pace fau- 
trici di forza e di libertà. 

Esse si leggono in due mss. dell'Ambrosiana (1), e 
sembrano copiate da un' identico codice (2), a non tener 
conto di qualche variante forse sfuggita dalla penna degli 
stessi amanuensi, ove si hanno anche lettere di Federico n 
imp. e Bolle di Gregorio IX e Innocenzo IV volgarizzate 
nell'antico e leggiadro volgare toscano. 

Nell'ottobre 1869. 

Antonio Ceruti. 



(1) Un d*essi sembra che appartenesse jrià a Giovanni Vincenzio 
Pinelli. Vanno in ambedue le lezioni alcuni passi oscuri di malagevole 
correzione. 

(2) Forse quello che fu poi recato in Milano nel i807 da un Carlo 
Salvi libraio, in calce al quale trovavasi questa nota vista dal Bibliote- 
cario Pietro Mazzucchelli : < F. D. S. A xxx di maggio mdliv. In Pado- 
va a S. Giovanni L. M. ». 



~ «0 — 

iìCFJilA FATTA PEIl INO FlOHKNTINO, POI CÌUi \ DuCA 
bWtENE GlJALTIKRl WiESE LA SlGNOHlA DI FlHENZE , 
E PARLA COME SE FIRENZE SI DOLESSE. 

Poiché lo Stato di me miserissima è trasportato per diversi 
casi di liete risa in tristissimi pianti, sotto silermo tacere non 
posso che la colpa de' miei grandissimi danni con boce di do- 
lore non racconti, sperando che gli animi vostri aggravi dolori 
delle raccontate pene piatosi divengano. Ora il principio della 
mia narraiione commossa da carità a piangere mMnvia, e già 
riconfiinciano le stillante lagrime dal costretto cuore partire 
e per diversi condotti a peiTenire a' dilavati occhi, e il loro 
niiserissimo uOricio usato per lungo spazio non per loro voglia 
Iraovano a! piagnere line, ma per mancamento di lagrime di 
trovallo sono costretti* Perduta la lena deir atTatieato petto, 
per necessiti ritiene i cocenti gemiti; divenuti h munti ocelli 
alle lagrime inutih, e \ì gemiti impotenti a li tristi usi del 
parlare, a Fappastricciata lingua ritorna il misero podere (1), e 
foi"te tremando dice la grave dtsiiniià esser colpa della mia 
pena; tpiest<i ì vituperi! a generati delle mie imprese, cagione 
delle mie dannevoli sconlìlte, capo della mia grave servitudine, 
cagione della mia grande e vituperevole perdita. Brievemente 
colpa a tutti i miei danni o me o ella (sìc) a cominciato a spa- 
ventarmi con pili grieve miseria, ch'ella li pericolosi incendi! 
mise negli altissimi palagi (2), e con disfacimento e arsura 



(l) Intendi < la misera facollà della favella i. 

(Sì Cioè in fjueMi'' Bardi, Secondo V hiorìe Pistoiesi e C. Villani, 
dopo la cacciali! del Duca la pace hìim li-;* il popolo e i grandi presto 
^ì ruppe, tì iiTassallo dei popolani dovetlero arrendersi gli Adiniari, i 
Uonriti ed ì Cavalcami; ** olir' Arno i Frcscobaldi, i Rossi, i Nerli ed 
allri; m*i i Bardi, quantunque tMlotli della sorlf* di quelli, argomentaroosi 
ili resìslere, foriilìcandosi , alla sfrenatezza popolare; ma cpiesla prevalse 
anclie conlro di loro, e ne saccheggiè ed arse veniidue Ira palaci e case 
^Triadi I* ricche, estimandosi il danno ascendere a meglio di sessaniamila 
llorirù d' oro. 



— 100 — 

dilacerò in parte le mia interiora. Ella a insieBie nceideniii 
s'apparecchiò. Questi paurosi pericoli mossi da divìaiODe in 
verità raccordandogli mi spaventano, e voi, o disperili, usan- 
dogli non li temete. Essa di tali e simili pericoli è natriee; 
or non dicono i savi nelle loro autoritadi, che le cittade di 
grandissime ed alte per la divisione divengCHio piecoUsBinie e 
bassissime? E volendo per pruova al mio dire recare ms/at- 
prò (1), non altrove che i novelli d'Atena (sic) mestieri di oer^ 
cario. Io di te, Atena, con brevità raccontare intendo a ciibI^ 
dia di me le tue tristissime fortune in te avvocate per la tan 
disunità, e non penso tacere li tuoi felici stati, i quali yer 
V unione ai mantenuti. Grandissima di popolo, ricchissima di 
senno, potentissima d'amistà, abondevole di moneta, vittoriosa 
nelle battaglie, conservatrice di libertà fti la nobile dClà d*A- 
tene; grandi onori in essa furono infino che tra i dttadtaii iK- 
visione non nacque; ma nata tra loro la maladetta discordia, 
costretti per necessità furon di trasmutare la loro libertà a 
pessimissima servitudine, ed i non domati colli abbassarono d 
viso degli asprissimi gioghi; d'onde gli loro animi non solfe- 
renti a gravi pesi più la tirannia che li passati odii fj& aggra- 
vava, tutti per la presente pena a concordia gli ammi recarono, 
e la loro forza contra la tirannia oppuosono, ed avuta vittoria, 
la perduta libertà riacquistarono (2); e vedendosi a' passati tof^ 
menti essere pervenuti per colpa deMoro odii, conobbono la 
loro concordia essere cagione della loro lieta libertade; tutti 
essa ne' consigli lodarono, e legge fermissima feciono, la quale 
volgarmente dtmbnticambnto chiamarono, e dimenticati Ara loro 
tutti gli odii, e' nuova vita d'unità manteneano, e regnando 
in molta pace, la loro dibassata città in brìeve tempo raccreb- 
bono; e vedendo loro e la loro cittade in essa prosperità dive- 
nuti, non ricordandosi della passata miseria, quello che fermis- 
simamente nel penoso tempo ordinato aveano, nella loro pro- 
sperità non osservarono. E per certo diviene che la infermissima 
mutabilità umana non osserva nelle prosperevoli cose il consiglio 

(1) e assempio > Cod. D. 123. Inf. 

(2) e racquistarono > Cod. S. 95. 



UNO Fiorentino, poi chi: 'l Duca 

^\I.T1ER1 FRESE LA SltiNORIA DI FlHENZE , 

ée sf: Firenze si dolesse- 

di me miserissima è trasporlalo per Ji versi 

•I» trislissimi piami, sotto sileimo tacere non 

de^ miei grandissimi danni con boee di do- 

\^ sperando che gli animi vostri a' gravi dolori 

ene piatosi divengano. Ora il principio della 

ommossa da cariti^ a piangere m'invia, e già 

StiilaDle lagrime dal costretto caore partire 

Jolti a per\^enire a' dilavati oeclii, e il loro 

usato per lungo spazio non per loro voglia 

ere Une, ma per maneamenlo di lagrime di 

giretti. Perduta la lena dell' afta licalo petto, 

^ritiene i cocenti gemiti; divenuti li munti occhi 

li. e li gemili impolenli a li tristi usi del 

IcciaUi lingua riloroa il misero podere (1), e 

dice la grave disunità esser colpa della mia 

ituperti a generati delle mie imprese, cagione 

roli sconfìtte, capo della mia grave servitiidine, 

mia grande e vituperevole perdita. Brievemente 

[i miei danni o me o ella (sìr) a cominciato a spa- 

più grieve miseria, eh* ella lì pericolosi inceudii 

irai palagi r2), e con disfacimento e arsura 



f b misem UicoM della favella i. 
qiw?Mp* Rinh, Secondo VIsforie Pistoien e G. Villani, 
dd Duca h \me fallasi Ini il popolo e i grandi presto 
raimlto diri fM)polani dovettero arrt»ntk*rsì pli Adiiiiari, i 
liti; ♦* olir* Arr»o i Frescobaldì, i Rossi, i N^rli ed 
'-quanlarwpip i^flotti detta sorte di ([ikllì, argouieiibroast 
fScatulo*ì, Mlhi sfreoatena popolare; ma questa pn-valse 
ti loro, I' ni* saccitcggid ed arse vealidue tra palagi e case 
estìnuiuloM il danan asci?ndero a meglio iti sessa mainila 



— 102 — 

fede. Certo raccontando le virtù di tali uoniini io non (1) 

di te, Orazio Gocle, non penso di vincere; l'opere di te 
veramente meritaron lo scrivere tra tali il tuo nome; certo la 
virtù del tuo atante braccio liberò da' pericoli de' crudeli nemici 
la tua cittade, e nella certa morte per la sua salute li met- 
testi; tu a sua sicurtà dopo le tue spalle volesti il tagliato 
ponte, e per la sua guardia già la tua non curasti. Chi più 
di te, magniflco Scipione, operò nel campare della già di- 
serta Roma? Il cresciuto nome manifesta la tua virtù; le tue 
grandi lode sono sì chiare, eh' io non curo di raccontarle. C3ii 
sarebbe quelli, che singularmente raccontare potesse tutti li 
bene operanti per li miei antichi avoli ? Lunghissimo e di£Bcile 
sarebbe; li raccontati bastino, facendo brieve lo mio dire; 
l'opere di tali avoli sono da conoscere e da seguire. Oh! quanto 
amaro costò alla loro madre Roma il riuscimento de' lor fatti, 
assai manifesto il mostrarono in tali tempi assaissimi. Roma, 
tu ti potevi chiamare felice, qual madre avventurata non si 
chiamarebbe, sentendo al suo governo cosi amorevoli figliuoli. 
Io dolorosa della tua progenia nata , gravemente con modi uso 
gli tristi lai. In verità ch'io non sanza cagione mi lamento 
de' miei figliuoli; eglino usano in me quello che i tuoi malvagi 
nel tuo disfacimento usarono, qual parteggiando usa i modi 
del crudele Siila (2), ed in me generano le cittadine battaglie. 
Molti a costoro opponendosi seguitano le malvagissime opere 
del fiero Mario, altri l'indebitati a congiurazioni adunano, e 
gli scellerati tradimenti di Catellina ordinano, e pensando le 
loro pene mitigare ne' miei danni , del comune disfacimento 
isperano rifrigerare le loro doglie; quasi neuno cura del mio 
dibassare, a se facendo piccolissimo utole. 



(1) Qui evvi una lacuna in ambedue i Codici. 

(2) Oufisl' aspra rampogna ricorda quei versi di Dante nel Purg. VI, 
i2i: 

Che le terre d' Italia tutte piene 

Son di iiranìii, ed un Marcel diventa 

Ogni villan, che parteggiando viene. 



— 1D3 — 

QmslG cose mi minacciano di Irìslo fine, ed io ispaveo- 
t'ita però piagno, e piacendo diTno&tro le mie paure colle 
rijk'i^ie parole. ligUuoli, qual pielado muovere vi dee» se 
{|nesta non vi muova? Nemia in verilù penso; adunque la piela 
della mia tlistnizione, la quale mollo temere dovete, umile- 
menle vi piiega, die la sonla eupìdi^ia del signorej^giare non 
vi induca a divisione, la quale di lanti mali in'ò stata cagione. 

Explìcìt. 



TnATTAMRNTO PKR UNO FIOUENTINQ PATTO, VAI ADDOMANnA 
l'amistà A lAI NON PER SITA COLPA NEGATA, CHI:: VAX 
PK« AOniKTO CONSENTITA GLI EHA. 

Gi<^ per diverse imaginazioni pensando ipial piìi alFriomo 
oUima cosiì fosse, varie opinioni tenni ; però che già credelli 
la giovanezza e bellezza del corpo essere qnella (11; poi la pro- 
dezza e fortezza similemente allermava: cosi la riccliezza e 
signoria sopra tutte le cose esaltando stimava. Ma poi che 
Pela per isperienzia diede air intelletto più certa cognizione 
delle cose, alTermando conobbi nulla cosa in questo mondo 
essere valida, graziosa e perfetta (pianto T amistà. Unesla hi 
diversi animi uno divenire, i beni e la prosperità comunicare, 
Tavvei-siL'i con iguale |jasso seguire, i segreti fidatamente cora- 
mettere negli altrui petti, i pericoli nella morte paurosamente 
lascia temere. Alle forze della quale se si cerc^ ci6 che della 
amistì di Periteo e di Teseo Ovidio racconta, e che di quella 
di Enrialo e Niso Virgilio scrive, e Valerio di quella di Pila- 
de e d* Oreste, e di Damon e Pizia amicissimi esemplitìe^mdo 
innarra, inestimabili si troveranno. E veramente si conoscerà 
convenirsi lanto d'onore e di rcverenzia ansantissimi petti. 



fi) Cioè (lui'ir otliiiiit cosa. 



— 104 — 

die quella illesa conservano, quanto a le sagre e di?iDe cose 
si convegna. Perchè dunque, o carissinio amico e maggiore^ 
nel cui fidato petto mi rallegro essere stato con diHgoozia te- 
nuto, la nostra amistà caramente inflno a qui conservita, offesa 
da voi, di voi giusti rammarìchii mi porge, 0(m d6 sia cosa 
secondo il suo lamento, che poiché {nacque alla torlima per le 
inique cagioni de' reggimenti mutare reggimento alla nostra 
città, dando a' nobili luogo, voi lei così non abbiate frequeo- 
tata, come prima consueto eravate. Ed ancora contro a voi 
argomentando dice, che però ch'ai presente stato eocdso toeie, 
piccola e vile cosa lei reputando, a pena neU' usato luogo lei 
ricettare degnate; la qual cosa, se cosi è, degno àete di 
molta riprensione. Però che se bene considerate costei, che 
di voi questi lamenti muove, per neuno tempo troverete a vm 
di me gli movessi, ma sempre con immutabile proponimeirto 
è stata ed istà nel mio petto accesa. Onde se in voi è rimasa 
alcuna parte della dolce amistà, che già in voi si ferma co- 
nobbi, per quella vi priego vi piaccia coir usata benignità 
dolcemente accogliere e rintegrare costei nello intiepidito petto^ 
la quale secondo i suoi verisimili argomenti comprendo essere 
da voi offesa, acciò che il richiamo di lei in parte più publica, 
ove vergogna ve ne seguirebbe, non venisse, ed acciò che g^ 
ordini della santissima carità passati ravveggendovi seguitiate, 
sì che io che sono vostro e che vostro vivere desidero, vostro 
conserviate per lo futuro. 



Fine. 



— 105 



AL LKTTUltK 



Duo altri brevi saggi di quel torso e purgato scrivere 
volgare, elio usarono i Boslri Imoiii avi del Trecento, tolgo 
da un manoscritto artaceo del sec, XV dell'Ambrosiana. 
Sono essi due volgarizzamenli tostami; il Tratiafo di 
S, Basilio so/n'a tu fm'fezione del Ci'isliaìw è una iiar^ilrasi 
liberissima, con larghe lacune, del Sermone di quel dolio 
scrittore ecclesiastico « de ascetica disciplina, qnomodo 
monachum ornari oporteat: » T altro ifUorno alt umana 
infermila è tolto da un' opuscolo di S, Tomaso di Gan- 
lorbery. Forse a qualche buon frate, che nei monasteri 
eransi ristretti e rifugiati per lo più gli studii e Tagio di 
applicarvisi in quel mondo più che ora agitalo, noi an- 
diamo debitori della versione di questi due Trattali, nella 
quale troviamo tanta fedeltà ed unzione spirituale o grazia 
nativa che dir si voglia ^ cbe invano tenteremmo oggidì di 
eguagliarle ed ottenerne eguale elTicacia. La lingna dei let- 
terati e dei dotti del sec. XIV, che non erano ancora di- 
venuti pagani, quali pur troppo furono in buon numero 
dappoi, ritrae della semplicità ed illibatezza dei loro co- 
stumi^ della vivezza della fale, deir amore alla religione, 
della venerazione alle dottrine dei primi pastori e maestri. 

Con tante altre produzioni degli ingegni intenti ad u- 
sufnittare il nuovo campo d'una lingua popolare, appar- 
vero anche non poche versioni dei classici greci e latini, 
delle opere filosofiche dell' antica sapienza pagana e delle 
dottrine cristiane, sicché molte (e le più celebrate) opere 
dei ss. Padri vennero poste air intelligenza volgare, nel 
qual compilo .sì" illustrarono i Cavalca, i Zanobi da Strata, 
i Passa vanti, i Bartolomeo da S. Concordio e tanti altri. 



— 106 — 

a tacere della nobile schiera dì quegli eletti ingegni, die 
arricchirono le nostre lettere dei frutti originali del loro 
pensiero in pressoché ogni ramo delF umano sapere, e d 
lasciarono preziosi documenti di cristiana sapienza attinta 
alla fonte dei dettami divini nella leggiadra schiettezza del 
loro favellare, che noi dovremmo proporci di opportuna- 
mente imitare; perchè, come insegna un chiaro e fecondo 
scrittore nostro contemporaneo, è paite della buona edu- 
cazione r ammirazione dei capolavori, T intendere gli atti 
di una florida antichità, e T attingervi lezioni di buon senso 
e di saviezza, e cognizione del carattere e della costituzione 
delle società che ci precedettero. 

Novembre 1869. 

Antonio Ceruti. 



Incomincia uno trattato dbl bbato Basilio, nbl qualb in brbvb 

SI CONTIBNB B COMPRBNDBSI CIÒ CHB S'aPPARTIBNB ALLO STATO 
DBLLA PBRFBZIONB DI CIASCUNO CRISTIANO. 

Di necessità è che il monaco e ciascuno servo e discepolo 
del nostro Signore Gesù Cristo innanzi a tutte le cose sia ve- 
ramente povaro delle cose del mondo , e senza nulla^ proprietà 
meni la vita sua, il corpo tenga in solitudine, ornandolo col- 
r onesto abito. La voce sua sia moderata, né troppo alta né 
troppo bassa; il parlare sia tutto ordinato e riposato, il man- 
giare e '1 bere con sommo silenzio , senza nullo strepito e con 
memoria a le cose divine, e sia modesto con buona discrezione 
e sobrio. Stare in silenzio e tacere, massime in presenzia degh 
antichi e vecchi; debba essare ubidiente e mortificare tutti 
e suoi sentimenti e ogni sua propia volontà, fedelmente e 



— 107 — 

semplicemente lavorare còlle proprie mani alcune cose utili, e 
sempre riconlarsi ilelF ultimo <11 ilella morie. Nelle iribulazìorii 
po?;seilere fortezza e pazienzia, essare umile e fuggire le laude 
umane, amare le riprensioni, odiare la superbia, vigilare e 
guardare il core da le mali^^ne cogitazioni, non espendare il 
tempo nelle superchie e vane rose di i]uesla misera vita, non 
curiosiiraenie investigare la vita de' negligenti, ma più tosto 
essere segnitalore il elle viriii e buoni costumi. Mai non con- 
ilcnnare ne riproverare e peccati né difetti di i|uelli,i quali si 
converteuo a Dio, riprendare con mansuetudine e disordinati, 
coir eretico uomo non conversare, ne' libri autentici e da la 
s;intu Chiesa approvali leggiare; nelle opere e nelle parole sante 
conversare, non giurare al postutto, né e2iandio contra 1 pros- 
simo stare, né di Ini mormorare. Non li lassare vinciare d:il 
furore nò dall'ira, non rondare nude per male. Sopra lotte 
r altre cose è di necessità die M monaco o servo di Dio si 
gnardi da'eollo«|uii e da la conversazione delle femine e dal 
vino; imperò clie 1 vino e le femine fanno aposUitare eziandio 
e savi. Debba assare fervente nell'amore di Dio ed essare ar- 
mato dell'arme dello Spirilo Santo* e corrine (1) non come 
ad uno lermine «li via incerto, e coml^iittare non come si iKitle 
raria, ma come conira a uno crudele nimico, {)Oslo nella in- 
fermità della carne e nella povertà dello spirito, facendo ed 
osservando seujpre tnlti e comandamenti dì Dio , e non di meno 
vedersi ('2) servo inntile, rendendo grazie al santo e glorioso e 
terribile Iddio: non volersi vanagloriare nb lodare se medesimo, 
né voleniieri udire f)uelli che lo lodano: il terribile e glorioso 
avvenimeruo di Crisio» quando verrà a giudicare il Tuondo, 
sempre pensare, e 1 giorno della morte sua, ed avere in con- 
tinua memoria \ì giocondo t^remio di vita eterna» e simiglian- 
lemeute T eternale fuoco dello 'nferno at^parecchiaio dal dimonio 
e dagli angeli suoi (3), e di quello sempre avere paura. E 



(1) t I*arve clic <|uel vcletio :d cor corrusse i (Frezxi, Quadrir, 
Ut, IV). 

(2) Torsp f iw/^r* MI» senso ili />r*>/f';»sff r.'fr, st'co Udo illesi ^r. Xvfti^i. 
Q] Corr. al àimonw M affli anrjHi sxwi: xt^ ^totpoX<e '^'*i TOtq 

é-fiiXoKi^ •'X^TOii (MaUt XXV, il). 



— 108 — 

sopra ogni cosa ricordisi di quella parola ddP apostolo ohe diee, 
die sono condegne le pène di questa vita alla beata gkMia di 
vit' etema , che e' è riservata , et anco quella sentemia di David, 
che dice: Quelli che osservano e tuoi oomandamenti, o Signore, 
grande averanno retribuzione. Lo premio di vita eterna è smi- 
surato, la corona della giustizia è magnificata, la mansione 
etema, la vita immortale, il gaudio inefl!ibile,ral»tazione in- 
solubile presso al Padre e '1 Figliuolo e k) Spirito Santo, lo 
quale abita in cielo vero Dio, la cui visione sarà a Amia a 
faccia cogli ordini distinti degli angdi con patriarchi, con pio- 
feti, coli' apostoli, con martiri, con confessori, con vergini e 
con tutti quelli che con perfetto core sono ed anno piacinto a 
Dio, co' quali ci sforziano (1) di ritrovarci per mezzo della 
grazia del nostro Signore Gesù Cristo, a cui è gloria ed 
onore in secula ssculorum. Amen. 



GOMUIGIA UNO BELLO B DIVOTO TRATTATO DI S. AhSILMO 4 GO- 
GKOSGURB LA NOSTIA INPBRMITÀ.