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Full text of "Inni di guerra e canti patriottici del popolo italiano"

i Guerra 

e. 

Canti! patriottici 



n cura di 

RINf^LDO 
CrtDDEO 



del Popolo 
X ^ Italiano 




S'^ Edizione 
aumentata 



Presented to the 

LIBRARY of the 

UNIVERSITY OF TORONTO 

from 

the estate of 

GIORGIO BANDINI 



'NNI DI GUERRA 



PROPRIETÀ' LETTERARIA 



Stabilimento Tipografico della Società Editoriale Italiana - Milano 



Inni di Guerra e 
Canti patriottici 

del Popolo Italiano ^ 



Scelti e annotati da Rinaldo Caddeo 

♦♦♦♦♦ 

■S'i'i /ÌA''' d'Italia! SII, in anni! coraggio! 
Rerchet. 

Terza edizione ccjrretta ed aumentata 



MILANO 

CASA EDITRICE RISORGIMENTO 

1915 



APRI 7 1995 



PREFAZIONE ALLA SECONDA EDIZIONE 



Questo volumetto, che la più autorevole stampa ita- 
liana ha chiamato aureo, ha veramente contribuito, come 
si proponeva, alla preparazione morale della grande 
guerra che l'Italia sta combattendo per i suoi diritti na- 
zionali e per la giustizia internazionale. Richiamando alla 
memoria degli Italiani gli inni guerreschi dei loro Padri, 
facendo risuonare nuovamente nelle masse popolari i ri- 
tornelli dei canti patriottici coi quali fu fatta la Patria, 
l'Autore forni ai cosidetti interventisti, ossia a coloro che 
più rapidamente avevano intuito e affermata la necessità 
imprescindibile della lotta contro l'Austria, un formidabile 
mezzo di propaganda in quegli angosciosi mesi di aprile 
e di maggio, quando parve possibile l'estrema viltà del 
neutralismo austro-tedesco che avrebbe fatto per sempre 
dell'Italia un paese senza onore e senza potenza, un 
vassallo spregevole e venale degli Imperi centrali. 
Nelle piazze e nelle strade dove si inneggiava alla guerra 
liberatrice si videro gruppi di giovani e di vecchi pro- 
cedere cantando col libro del Caddeo in mano; e dalle 
frontiere dove i nostri soldati si struggevano nell'im- 
pazienza di iniziare la marcia verso Trieste e Trento, 
verso Fiume e la Dalmazia, lettere vibranti di entusiasmo 



— VI — 

e di riconoscenza giungevano a noi, espressione sincera 
della grande anima italiana, riboccante di idealità e fe- 
dele alle generose tradizioni del nostro passato. 

Pubblicando, dopo soli due mesi dalla prima, la se- 
conda edizione riveduta, corretta e aumentata, degli Inni 
di guerra e Canti patriottici del Popolo Italiano, noi for- 
muliamo l'augurio che fra breve i nostri vittoriosi sol- 
dati possano far risuonare nelle vie di Trieste e di Trento 
le strofe animose al canto delle quali essi stanno pas- 
sando di vittoria in vittoria. 

(ìiiigno, 1915. 

GLI EDITORI. 



PREFAZIONE ALLA PRUA EDIZIONE 



Questo piccolo libro vuol essere un contributo alla 
mobilitazione degli spiriti mentre si avvicina rapidamente 
il giorno in cui la guerra mondiale ci avrà non più sem- 
plici spettatori ma ardimentosi attori, ed è dedicato alla 
gicventij nostra, a quella che vigila con l'arma al piede 
sul mal tracciato confine ed a quella che conscia della 
gravità del momento dà tutta se stessa all'opera di prepa- 
razione morale della Nazione. 

Io credo fermamente che la guerra contro l'Austria 
sia ineluttabile. Tutto ci spinge alla guerra : sentimento 
e realtà, la tradizione del passato e le necessità dell'av- 
venire, il bisogno di riunire alla Patria le terre che ane- 
lano a ricongiungersi ad essa e quello di assicurare al 
lavoro italiano una più vasta sfera di attività sull'Adria- 
tico, nell'Asia Minore, sul vasto Mediterraneo. 

Non siamo noi che abbiamo voluto e scatenato la 
guerra, non siamo t^pi che abbiamo seminato la pa- 
rola dell'odio. Vi è nell'anima italiana una gentile tradi- 
zione di generosità ignota agli altri popoli. Pur tra il fu- 
rore delle battaglie, pur tra le sofferenze del giogo stra- 
niero, dal cuore della nostra gente è uscita spesso la 
parola del perdono, della solidarietà internazionale, della 



— vili — 

più squisita umanità. Dopo aver predicato la guerra santa 
contro lo straniero, Goffredo Mameli esprimeva dalla sua 
anima purissima questo voto : 

Dimenticate ì popoli 
L'ire d'un dì che muore, 
Sarà la terra agli uomini 
Come una gran città ; 
Libera, grande, unita, 
Vivrà una nuova vita 
La stanca umanità. 

A quest'ideale siamo stati devoti anche troppo, noi 
Italiani ; per esso molti, e dei più generosi dei nostri, 
avevano financo creduto possibile un'intesa con l'Austria, 
una eterna alleanza con la Germania ! Ma ecco che è 
stata l'Austria stessa a risvegliarci dal sogno ingannatore, 
a riaprire il vecchio conto che aveva con noi, colpendoci 
in quanto di più caro e di più vitale noi avessimo. 

La guerra d'oggi, mettendo l'Austria contro il prin- 
cipio di nazionalità, contro la indipendenza dei piccoli 
popoli, contro lo spirito democratico animatore della vita 
italiana, ci sforza ad essere contro di lei, in difesa del 
patrimonio ideale e materiale che gli uomini del Risorgi- 
mento ci hanno lasciato in eredità con T'espresso incarico 
di ingrandirlo e di fecondarlo in armonia coi sublimi 
principii della civiltà umana. 

Come hanno potuto dimenticare a Vienna che l'Au- 
stria in guerra, l'Italia non può che essere contro di lei? 
Dal 1797 in poi i suoi nemici furono i nostri amici, le 
sue sventure furono le nostre fortune. Non è rettorica, 
non è nemmeno sentimentalismo malsano che ce la fa 
considerare ancora nemica : è necessità di tutte le no- 
stre aspirazioni ideali, di tutte le nostre tendenze di razza, 



— IX — 

di civiltà, di commerci, di espansione nel mondo. Il conto 
che l'Austria ha aperto con noi dal trattato di Campo- 
formio non è chiuso perchè l'Impero si è rifiutato sempre 
di saldarlo per la tranquillità nostra e sua : il '49, il 
'59, il '66 sono operazioni di un affare che attende ancora 
la sua liquidazione finale. Resta ancora da risolvere la 
questione nazionale del Trentino : la questione militare 
dell'Alto Adige che deve dare all'Italia la sicurezza del 
confine nord; la questione nazionale, militare ed econo- 
mica insieme del possesso pieno ed intiero di Trieste, 
del Friuli Orientale, dell'Istria con Fiume; la questione 
marittima della Dalmazia che deve darci modo di assicu- 
rarci una volta per sempre il dominio dell'Adriatico. 
L'Italia sente che il momento delle forti decisioni è 
giunto, che l'ora del nostro assetto orientale è suonata! 
Ora o mai più ! La gran voce del passato che ci spinge 
verso l'avvenire possa risuonare in fondo alla coscienza 
di coloro ai quali la Nazione guarda con speranzosa tre- 
pidazione. 

Dopo un'interruzione di alcuni decenni l'epopea nazio- 
nale italiana sta per ricominciare ; il nemico è lo stesso, gli 
ideali da raggiungere sono ancora i medesimi, confortati 
da una più estesa comprensione dei bisogni materiali e 
sociali della Nazione, ed i sentimenti che animano il nostro 
popolo non sono, in fondo, mutati. L'orizzonte di un paese 
non si muta nel giro di pochi lustri ; i motivi ideali della 
nostra grande Rivoluzione nazionale sussisteranno fino a 
quando tutti gli Italiani non saranno rientrati nel sene 
della Madre comune, fintanto che il ciclo storico nel quale 
ci aggiriamo non sarà compiuto. Sfrondiamo gli inni di 
guerra ed i canti patriottici del Risorgimento delle forme 



-- \ - - 

che suonano arcaiche ai nostri orecchi e li troveremo 
freschi, vivaci, modernissimi, come se fossero stati pen 
sati oggi, interpreti fedeli dei nostri ideali politici. 

11 popolo nostro ha incominciato a cantare nelle strade 
e nelle case gli inni e le canzoni nazionali che esso 
stesso esprimeva dal suo seno fecondo o che i suoi poeti 
e i suoi musicisti gli preparavano a incominciare dai 
tempo di Napoleone, il rigeneratore del sentimento patrii, 
in Italia; poi ha continuato a segnare ogni rivolgimento, 
, ogni insurrezione, ogni battaglia, ogni vittoria, ogni mar 
tirio della sua causa con canti e con inni. Nel 1821 e nei 
1831 inni di guerra corsero da un capo all'altro delki 
penisola mettendo nelle vene degli Italiani l'impazienza 
delle azioni generose e magnanime. 11 1848, l'anno me 
laviglioso del nostro riscatto, fece fiorire le più beile crea 
zioni della musa popolare ; gli inni di guerra, le canzoni 
popolari nate quell'anno, cantate tra l'entusiasmo della 
lotta ingaggiata in tutta Italia, accompagnarono l'ascen 
sione lenta ma sicura della Nazione verso la vetta lum. 
nosa ; il popolo ancora oggi le ripete, nella loro giovi 
nezza trionfale che non cade per volger di anni. 11 I85li 
vide una nuova primavera di canti patriottici che si prc 
lungo fino a tutto il 1860 : poi, tranne per brevi momenti 
il popolo parve aver perduto la sua ispirazione... L'italiu 
era fatta — se non compiuta — e i nuovi bisogni mate 
liali del Paese diventato grande Potenza incanalaron,. 
verso altri sfoghi le attività poetiche degli Italiani. 

Ce tuttavia qualche provincia, dove il popolo ha cou 
tinuato a cantare patriotticamente perchè la lotta pe. 
1 italianità vi è rimasta un martirio delle anime, jun'angc 
scia perenne, una lotta formidabile, spesso disperata, nell . 



— XI — 

quale veniva giuocato tutto per il tutto : le Provincie ir- 
ledente, il Trentino e l'Alto Adige, Gorizia e il Friuli 
Orientale, Trieste e l'Istria, Fiume e la Dalmazia. Queste 
terre, rimaste « austriache » dopo l'infausto '66, conob- 
bero una forma di oppressione più feroce di quella subita 
dalla Lombardia e dalla Venezia, conobbero la persecu 
;.ione al sentimento nazionale non solo, ma alla favella 
italiana e alla razza : si tentò nelle disgraziate regioni 
una violenta trasformazione etnica, la sostituzione cioè 
di una razza straniera alla razza italiana che vi ha stanzr. 
da millenni, allo scopo di rendere stranieri gli Italiani 
m terre italiane. La difesa fatta dagli irredenti non fu 
solamente una difesa politica, fu veramente una difesa na^ 
zionale contro una invasione che aveva i caratteri della 
barbarie medioevale. Essi, generosi, lottarono cantando 
come i prodi del Risorgimento, ed i loro canti nazionali 
hanno un carattere speciale che va notato, perchè nella 
espressione di attaccamento alla lingua del s/ e d'odio 
verso lo slavo invasore si nasconde potente e perseve- 
rante l'amore alla Patria Italiana. E' la prima volta che 
i canti degli irredenti vengono stampati accanto a quelli 
del Risorgimento, dei quali hanno lo stesso palpito, lo 
stesso ardore ; così riuniti, questi inni di guerra e di fede 
che vanno dal principio del secolo XIX al 1915 si ri- 
compongono in una unità ideale che l'esercito e la ma- 
rina italiana hanno il compito di stabilire eterna. 

Lavoro modestissimo, senza pretese di sorta, è il mio, 
e non ai dotti si raccomanda ma ai pochi che vogliono 
ricordare gli inni e i canti concitativi della loro lontana 
eroica giovinezza ed ai molti che un così prezioso patri- 
trimonio lirico e patriottico non conoscono che male ed 



— XII — 

in minima parte. Ho compreso nella mia raccolta non 
tutte le poesie patriottiche che l'Italia ha composto nella 
sua lunga ed aspra battaglia, ma solo quelle che sono 
state messe in musica o comunque cantate nei giorni 
della preparazione e nei giorni della battaglia. Da queste 
strofe appassionate, da questi ritornelli veementi, da 
questi ritmi animatori balza l'eroica e generosa anima 
italiana. Al canto di questi inni di guerra la terra dei 
morti ha compiuto il miracolo della propria resurrezione : 
un altro ne compirà con gli stessi canti ora che è risorta, 
ora che è la terra dei vivi, se tutti i suoi figli sapranno 
esser degni di lei. 

Davanti al nostro spirito si apre la visione magnifica 
del nostro Risorgimento e dell'opera che compiremo. 
L'aspra voce del cannone riempie del suo macabro boato 
tutto l'orizzonte e copre di terrore il mondo, ma da una 
lontananza eccelsa si avvicina gradatamente a noi il coro 
divino dei nostri morti ; le loro voci si innalzano chiare 
e forti nel cielo e ciò che esse ci dicono ha la potertza 
di rincorarci, di farci sicuri delle nostre sorti, di additarci 
la via sicura da seguire. 

Le profezie dei nostri martiri stanno per compiersi. 
Dante non aspetta piìi solamente a Trento, ma ci chiama 
fino al Brennero, sulle Alpi Giulie che cingono Trieste 
e Fiume, sulle Dinariche che difendono Zara... 

Italiani, noi siamo per vivere un meraviglioso momento. 
Possiamo non viverlo invano per le fortune d'Italia! 

Milano, Pasqua di Resurrezione, 1915. 

RINALDO CADDEO. 



«XX)(MMHXMMXMMMMXMMXM 



L'INNO DELL'ALBERO 



DELLA LIBERTA' 



E', insieme con la Marsigliese, la Carmagnola, il fa ira, importati 
dagli eserciti repubblicani di Francia, l'inno dell'aurora del pensiero na- 
zionale italiano. Gli inni francesi furono cantati intorno agli alberi della 
libertà, eretti negli anni 1796-99 nelle piazze cittadine, prima nella loro 
dizione originale, poi in curiose traduzioni e riduzioni. Il Qa ira itaKano, 
per esempio, suonava così ; 

Ah, ga ira, ga ira, ga ira. 
Il patriottismo risponderà. 
Senza temere né ferro né fuoco 
Gl'Italiani sempre vinceran. 
Ah, ga ira, ga ira, ga ira! 

Non tardò molto che i patriotti sentirono il bisogno di un inno propr'o 
e così sorse dal seno del popolo Vlnno dell'Albero, cfie fece dimen- 
ticare gli inni francesi ; la sua musica era solenne, piena di una re- 
ligiosa dolcezza. Giuseppe Mazzini lo ebbe carissimo e a Londra, nei 
lunghi anni d'esilio, amava canticchiarlo sovente, accompagnandosi con 
la chitarra. Un altro Inno dell'Albero, detto della Repubblica Partenopea, 
fu musicato dal Cimarosa su parole di Luigi Rossi ; diceva : 

Bella Italia, ormai ti desia, 
Italiani all'armi, all'armi : 
Altra sorte ormai non resta 
Che di vincere, o morir. 

Ecco Vlnno dell'Albero della Libertà, che è tutto informato allo 
apiirito dei tempi e tradisce la sua origine giacobina. 

Or ch'innalzato è l'albero 
S'abbassino i tiranni ; 
Dai suoi superbi scanni 
Scenda la nobiltà. 

Un dolce amor di patria 
S'accenda in questi lidi; 
Formiam comuni i gridi ; ' 

Viva la libertà ! 



— 2 — 

L'indegno aristocratico 
Non osi alzar la testa : 
Se l'alza, allor la festa 
Tragica si farà. 

Un dolce amor di patria 
S'accenda in questi lidi ; 
Formiam comuni i gridi ; 
Viva la libertà ! 

Già reso uguale e libero 
Ma suddito alla legge, 
È il popolo che regge : 
Sovrano ei sol sarà- 

Un dolce amor di patria 
S'accenda in questi lidi ; 
Formiam comuni i gridi ; 
Viva la libertà ! 

Sul torbido Danubio 
Penda l'austriaca spada : 
Nell'Itala contrada • 
Mai più lampeggerà. 

Un dolce amor di patria 
S'accenda in questi lidi; 
Formiam comuni i gridi ; 
Viva la libertà ! 



— 3 — 

"-PARTIRÒ' PARTIRÒ '...,, 

CANTO POPOLA RE 

E uno dei più antichi canti popolari italiani e come il precedente 
rimonta a più di un secolo fa, al tempo delle guerre napoleoniche, quando 
la nostra gioventù, disusata al mestiere delle armi da una secolare tra- 
dizione di mollezza, di vigliaccheria e di servaggio, fu restituita dal Ca- 
pitano corso alla virtù militare, rigeneratrice dei costumi e madre di 
libertà. Vi è in queste strofe un accento di sconforto e di amarezza 
caratteristico : si sente il dolore del distacco dal paese adorato, dalla 
famiglia mai prima di allora abbandonata, distacco non confortato da 
un'idea superiore che potesse fare accettare di buon animo il sacrifizio, 
né dal miraggio di una patria grande, forte e libera. Militando con Na- 
poleone, all'ombra della bandiera tricolore (verde, bianco, rosso) che 
il gran condottiero aveva già trovata adottata dai patriotti al suo in- 
gresso in Milano nel 1796, i soldati italiani compirono prodigi di va- 
lore, entrarono due volte trionfalmente in Vienna, si coprirono di gloria 
in Spagna e Russia, acquistarono la coscienza del proprio valore. Par- 
titi con rammarico per le guerre napoleoniche, tornati tristemente in 
patria dopo la caduta del gigante, furono i veterani di Napoleone che 
conservarono gelosamente il culto della tricolore bandiera e la innal- 
zarono nei movimenti del 1821 e del 1831 segnacolo di rigenerazione 
nazionale. E noto che gli ufficiali e i soldati italiani di Napoleone ap- 
partennero a centinaia alla Carboneria e alle altre società segrete po- 
litiche e furono sempre tra i più fedeli e ardenti seguaci delle idee di 
indipendenza e di libertà dell'Italia. Questa canzone fu popolarissima 
e venne ripetuta con lievi varianti anche nelle guerre del 1848, del 
1849 e del 1859. 

Partirò, partirò, partir bisogna 
Dove comanderà '1 nostro sovrano ; 
Chi prenderà la strada di Bologna, 
E chi anderà a Parigi e chi a Milano. 

Ah, che partenza amara, 
Gigina cara, mi convien fare. 
Vado alla guerra, spero di tornare. 

Se il nostro Imperator ce lo comanda, 
Ci batteremo e finirem la vita ; 
Al rullo de' tamburi, a sunn di banda 
Farem dal mondo l'ultima partita. 

Ah che partenza amara, 
Gigia mia cara, Gigia mia bella ; 
Di me più non avrai forse novella. 



— 4 



BELLA ITALIA, AM ATE SPONDE „ 

ODE DI VINCENZO MONTI 



Quest'ode famosa del Monti (nato in Alfonsine di Romagna il 
19 febbraio 1754, morto in Milano il 13 ottobre 1828) in onore del 
generale Desaix fu scritta nel 1801, quando il poeta potè tornare 
in Italia dall'esilio di Parigi dopo la vittoria francese di Marengo. Si 
compone di 23 strofe, le prime delle quali divennero popolarissime 
nel periodo del Risorgimento, e furono cantate specialmente fra gli 
esuli. 

Bella Italia, amate sponde, 
Pur vi torno a riveder ! 
Trema in petto e si confonde 
L'alma oppressa dal piacer. 

Tua bellezza, che di pianti 
Fonte amara ognor ti fu, 
Di stranieri e crudi amanti 
T'avea posta in servitù. 

Ma bugiarda e malsicura 
La speranza fìa de' re : 
Il giardino di natura 
No, pei barbari non è. 



— 5 — 



SORGI I CHE TARDI ANCORA?,, 

INNO DI GABRIELE ROSSETTI 



Gabriele Rossetti (nato a Vasto il 28 febbraio 1783, morto a Lon- 
dra il 26 aprile 1854) fu il poeta della prima rivoluzione napoletana, 
quella del luglio 1820, che mosse la rivoluzione siciliana dello stesso 
anno e quella piemontese del 1821. Il Rossetti salutò la Costituzione 
promessa dal re Ferdinando 1 e sciolse poi un inno alla Costituzione 
giurata « splendido d'imagini antiche » come lo chiamò il Carducci, e 
che costò al Poeta 30 anni di esilio e la morte in terra straniera. 
E quello che incomincia cosi : 

Sei pur bella cogli astri sul crine, 
Che scintillali guai vivi zaffiri; 
E pur dolce quel flato che spiri. 
Porporina foriera del di. 

Col sorriso del pago desio 
Tu ci annunzi dal balzo vicino 
Che d'Italia nell'almo giardino 
Il serraggio per sempre finì. 

Ma il tiranno di Napoli, dopo i congressi di Troppavia (ottobre 
1820) e di Lubiana (gennaio 1821) divenne spergiuro e con l'aiuto delle 
soldatesche austriache mosse a soffocare la Costituzione. Fu allora che 
il Rossetti lanciò quest'inno di guerra, nell'illusione che le truppe co- 
stituzionali comandate dai generali Pepe e Carascosa riuscissero a 
sconfìggere lo straniero e a tener lontano dal regno di Napoli il de- 
sposta fedifrago. 

Sorgi ! Che tardi ancora ? 
Tu dormi, Italia? Ali no! 
Di libertà l'aurora 
Sui colli tuoi spuntò. 

Sorgi ; e' raffrena il corso 
D'esercito invasor, 
Che porta i segni al dorso 
Del gallico valor ! 

Ah, su quel dorso indegno. 
Curvato a servitiì 
Imprima un qualche segno 
Pur l'itala virtij ! 



E soffrirai che armati 
Rechin più ceppi a te 
Que' sudditi scettrati ■ 
Che ti miravi al pie? 

Come il valor degli avi 
Poni in oblio così ? 
O schiava de' tuoi schiavi, 
Fosti regina un di. 

Snuda Tacciar da forte, 
Ricingi l'elmo al crin, 
Sorgi : tra vita e morte 
Qui pende il tuo destin ! 

Aperta è già la strada 
Al nuovo tuo valor : 
Se impugnerai la spada, 
Sarai regina ancor. 

È giunto il tempo omai 
D'uscir di servitù, 
E se sfuggir tei fai 
Non tornerà mai più. 



ALL'ARMI! ALL'ARM I! 

DI GIOVANNI BERCHET 

Giovanni Berchet (nato a Milano il 23 dicembre 1783, morto a 
Torino il 23 dicembre 1852), esule e poeta, compose fuori d'Italia le 
sue poesie patriottiche più ardenti e più belle. Il Romito del Cenisio 
ed il Rimorso giunsero in patria come pericoloso contrabbando al quale 
la polizia austriaca diede una caccia spietata... quando già esso si 
era sparso dappertutto. 11 Berchet seguiva dall'esilio con la massima 
attenzione lo svolgersi e l'affermarsi dell'idea nazionale che i processi 
e le condanne piemontesi ed austriache fomentavano, e quando, dopo 
la morte di Leone XII, negli Stati del Papa nacquero moti parziali 
contro il Governo, egli scrisse quest'inno guerresco, che fu cantato 
dai patriotti per un lungo periodo di tempo. 

Su, figli d'Italia! su, in armi! coraggio! 
Il suolo qui è nostro ; del nostro retaggio 
Il turpe mercato finisce pei re. 
Un popol diviso per sette destini. 
In sette spezzato da sette confini, 
Si fonde in un solo, più servo non è. 

Su, Italia ! su, in armi ! Venuto è il tuo dì ! 
Dei re congiurati la tresca finì ! 

Dall'Alpi allo Stretto fratelli slam tutti! 
Su i limiti schiusi, su i troni distrutti 
Piantiamo i comuni tre nostri color ! 
Il verde, la speme tant'anni pasciuta : 
Il rosso, la gioia d'averla compiuta; 
Il bianco, la fede fraterna d'amor. 

Su, Italia ! su, in armi ! Venuto è il tuo dì ! 
Dei re congiurati la tresca finì ! 

Gli orgogli minuti via tutti all'oblio! 

La gloria è de' forti. — Su, forti, per Dio, 
Dall'Alpi allo Stretto, da questo a quel mar' 
Deposte le gare d'un secol disfatto. 
Confusi in un nome, legati a un sol patto. 
Sommessi a noi soli giuriam di restar. 

Su, Italia ! su. in armi ! Venuto è il tuo dì ! 
Dei re congiurati la tresca finì ! 



— 8 — 

Su, Italia novella ! su, libera ed una ! 
Mal abbia chi a vasta, secura fortuna 
L'angustia prepone d'anguste città! 
Sien tutte le fide d'un solo stendardo! 
Su, tutti da tutte ! Mal abbia il codardo, 
L'inetto che sogna parzial libertà ! 

Su, Italia ! su, in armi ! Venuto è il tuo dì ! 
Dei re congiurati la tresca finì ! 

Voi chiusi ne' borghi, voi sparsi alla villa, 
Udite le trombe, sentite la squilla 
Che all'armi vi chiama dal vostro Comun ! 
Fratelli, a' fratelli correte in aiuto! 
Gridate al tedesco che guarda sparuto : 
L'Italia è concorde; non serve a nessun. 



— 9 — 



UNITA E LIBERTA 

INNO DI GABRIELE ROSSETTI 



Nel '48 e '49 fu cantato moltissimo e con grande entusiasmo 
l'inno del Rossetti composto fin dal 1830. Fu carissimo a Garibaldi. 
« Ecco una bella e forte musica — diceva l'Eroe (ricordo di A. G. Bar- 
rili), quantunque in parte ricavata da un'opera giocosa (musica del 
Rossini del Barbiere) ; ed è veramente dispiacevole che nessuno dei 
nostri giovanotti l'abbia cantata più nelle marce e negli accampamenti. 
Con quest'inno dei miei legionari di Roma mi avete ringiovanito di 
dodici anni. » 

Minaccioso l'arcangiol di guerra 
Già passeggia per l'itala terra : 
Lo precede la bellica tromba 
Che dal sonno l'Italia svegliò : 
L'App;nnino per lungo rimbomba 
E dal Liri va l'eco sul Po. 

Tutta l'Italia pare 
Rimescolato mare : 
E voce va tonando 
Per campi e per città : 

— Giuriam giuriam sul brando 
O morte o libertà I — 

La Trinacria che all'ire s"è desta 
Mise grido di rauca tempesta : 
Le tre punte del Delta fèr eco, 
Per tre valli quell'eco muggì ; 
Tonò l'Etna dal concavo speco, 
Latrò Scilla, Cariddi ruggì. 

— All'arme! all'arme! — è il grido 
Che va di lido in lido; 

E l'eco replicando 
Di lido in lido va : 

— Giuriam giuriam sul brando 
O morte o libertà ! — 



— IO — 

Qua dall'Alpe che serra Lamagna, 
Sull'immensa lombarda campagna 
Simil grido que' detti ripete, 
Simil eco quell'ire destò : 
O fratelli, sorgete sorgete! 
Del riscatto già l'ora suonò! 

Se il centro ed ambo i lati 

Brulicheran d'armati, 

Chi affronterà pugnando 

L'italica unità? 

— Giuriam giuriam sul brando 

morte o libertà ! — 

Ma qual plauso si leva dal centro ! 
Oh, qual plauso ! Né resta là dentro : 
Come tuono cui tuono rincalza 
O balen cui succede balen, 
Dai due lati nel centro rimbalza 
E dal centro sui lati rivien. 

Al plauso che più cresce 
Questa canzon si mesce, 

1 petti infervorando 
Di patria carità : 

— Giuriam giuriam sul brando 
O morte o libertà ! — 

— Siam fratelli — nel centro risuona, 

— Siam fratelli — nei lati rituona ; 
E già questi s'abbraccian con quelli, 
Dai tre Iati godendo ridir : 

— Siam fratelli, fratelli, fratelli, 
E i confini per tutto sparir ! — 

Ardir, fratelli! E' giunto 
Il sospirato punto : 
S'ei passa, ahi, chi sa quando 
Di nuovo ei tornerà? 

— Giuriam giuriam sul brando 
O morte o libertà ! — 



— 11 — 

Questo fuoco che all'alme s'apprende 
E le invade. 1« scuote, le accende, 
Questo fuoco, fratelli, vi sveli 
Che terrestre di tempra non è ; 
Ah, discese dall'ara de' cieli 
La scintilla che incendio si fé ! 

Da quell'altar discese 

Che infiamma a sante imprese, 

E i cuori infervorando 

Tutti esclamar ci fa : 

— Giuriam giuriam sul brando 
O morte o libertà ! — 

Sette Siri «i coiman di mali 
Pari ai sette peccati mortali ; 
Pari ai capi dell'idra lernea 
Cui d'Alcide la clava mietè. 
Tristi capi d'un 'idra pili rea. 
Nuovo Alcide lontano non è ! 

Quanti la patria ha fidi 
Tanti saran gli Alcidi ; 
Deh, un giorno memorando 
Cangi una lunga età ! 
• — Giuriam giuriam sul brando 
O morte o libertà ! — 

Ci divise perfìdia e sciagura, 
Ma congiunti ci volle natura ; 
Alma diva, cui l'Alpe corona 
Fra gli amplessi di duplice mar, 
Se una lingua sul labbro ti suona 
Un sol culto ti sacri l'aitar! 

Chi in sette ti partìo 
Tradì l'idea di Dio, 
E il mostro abbominando 
Il fio ne pagherà : 

— Giuriam giuriam sul brando 
O morte o libertà ! — 



— 12 — 

Mascherata malizia chercuta 
T'iia divisa, tradita, venduta; 
De' tuoi figli fé' crudo governo 
Quell'avara malizia crudel ; 
Turpe furia sbucata d'inferno, 
Che si disse discesa dal ciel. 

S'ella mantenne in vita 
Quell'idra imbaldanzita, 
E l'una e l'altra in bando 
Da questo suol n'andrà : 

— Giuriam giuriam sul brando 
O morte o libertà ! — 

Cada cada l'antica potenza 
Ch'è de' mali feconda semenza; 
E la legge del Verbo di Dio, 
Ch'ella appanna di nebbia d'error, 
Radiante del lume natio 
Rimariti la mente col cor. 

Finché quel servo culto, 
Ch'all'uom, ch'a Dio fa insulto, 
Dal sozzo aitar nefando 
A terra non cadrà : 

— Giuriam giuriam sul brando 
O morte o libertà ! — 

Divo fonte del culto piia bello 

Che quell'empia converte in flagello, 
Tu che inspiri sì nobile impresa, 
Scudo e spada d'Italia sii tu, 
Saldo scudo di giusta difesa. 
Forte spada di patria virtù ! 

Mira una madre oppressa, 
Ve' i figli intorno ad essa 
Che fremono gridando 
Di sdegno e di pietà : 

— Giuriam giuriam sul brando 
O morte o libertà ! — 



— 13 — 



ALL'ARMI! 



DI GABRIELE ROSSETTI 



Il 1831, che vide Modena insorta, e lo Stato del Papa quasi in- 
teramente guadagnato alla causa della rivoluzione nazionale affermatasi 
il 26 febbraio a Bologna nell'assemblea dei deputati delle città libere 
d'Italia dalla quale usciva il decreto che statuiva la decadenza del 
potere temporale, inspirò la musa patriottica di Gabriele Rossetti. Il 
suo canto L'anno 1831 è uno dei piij belli che vanti la letteratura 
'taliana del secolo XIX. Incomincia coi versi : 

Su, brandisci la lancia di guerra. 

Squassa in fronte quell'elmo piumato. 

Scendi in campo, ministro del fato! 

Oh, quai cose s'aspettan da te! 
Non ebbe però la diffusione dell'inno All'Armi! che qui si pub- 
blica, e il quale, distribuito clandestinamente, fu cantato come inno 
di guerra per tutto il 1831 e fu anche negli anni appresso molto 
popolare. 

Fratelli, all'armi, all'armi ! 
La patria ci chiamò : 
Con gli eccitanti carmi 
Anch'io fra voi verrò. 

Nutrito dalle brine 
Del bellico sudor, 
Mi si rinverde al crine 
L'inaridito allòr. 

Andiam, che Daci e Goti 
Farem caderci al pie ! 
No, fra Spartani e Iloti 
Dubbio il trofeo non è. 

Che fia quel reo drappello 
Ch'or v'osa cimentar? 
Fia gregge che '1 macello 
Sen viene ad incontrar. 

Gelido fia qual ghiaccio 
In faccia al nostro ardor ; 
Che non ha forza il braccio 
Se non gli vien dal cor. 



— 14 — 

Pei figli della gloria 
Nemici a servitù, 
La pugna e la vittoria 
Diversa mai non fu. 

Dei nostri brandi al lampo 
L'Europa arriderà : 
La via che mena al campo 
È via d'eternità. 

E' bella ancor la morte 
Sul letto dell'onor : 
Chi sa cader da forte 
È pari al vincitor ; 

E s'ei rimane oppresso 
Campion di libertà, 
Del vincitore istesso 
Più grande allor si fa. 

Quel servo gregge indegno 
A che fra noi piombò? 
Sappiam con qual disegno 
I boschi suoi lasciò. 

Ah, che l'udir già parmi 
Tra l'Unno ed il Teuton, 
Commisto al suon dell'armi 
Delle catene il suon ! 

Trema, servii coorte 

Che vendi il sangue ai re , 
Le stesse tue ritorte 
T'allacceremo al pie. 

La mèsse che fiorita 
I campi ingombrerà. 
Del sangue tuo nutrita 
Più grata a noi sarà. 

Trema ! L'Italia intera 
Alto giurar s'udì : 
— Di tirannia straniera 
.Questo è l'estremo dì. — 



15 



FUORI IL BARBARO! 



CANZONE POPOLARE DI GUERRA 



DI AGOSTINO RUFFINI 



Di Jacopo, Giovanni e Agostino Ruttìni, Giuseppe Mazzini, scrisse 
queste parole : « L'amicizia che io strinsi coi giovani Ruffini — ed 
era per essi e per la santa madre loro un amore — mi riconciliò alla 
vita e concesse sfogo alle ardenti passioni che ini fermentavano dentro. 
Parlando con essi di lettere, di risorgimento italiano, di questioni filo- 
sofico-religiose, di piccole associazioni che erano preludi alla grande 
da fondarsi per av«re di contrabbando libri e giornali vietati, l'anima 
si rassicurava ; intravedeva possibile, comecché su piccola scala, l'a- 
zione... Ci demmo (nel 18.^0 quando scoppiò l'insurrezione francese) 
a fondere palle e a prepararci per un conflitto che salutavamo inevi- 
tabile e decisivo... ». E' di quel tempo la canzone popolare di guerra 
di Agostino Ruffini. allora studente di giurisprudenza nell'Università di 
Genova. La canzone ebbe diffusione limitata tra gli studenti ; non fu 
mai l'iubblicata e vide la luce soltanto nel 189.^, nell'ottimo libro del 
prof. Carlo Cagnacci sui fratelli Ruffini e Mazzini, ma la riproduciamo 
qui come un modello di poesia patriottica. 



Ogni prode al suo manipolo. 
Ogni schioppo alla sua spalla, 
Su mostriamo ai duri austriaci 
Se alla prova il cor ci falla ; 
Suonin guerra i nostri carmi, 
Sia di guerra ogni pensier : 
Italiani, all'armi all'armi. 
Guerra eterna allo stranier. 

Han succhiato il nostro sangue, 
Han beffata la sventura, 
Hanno fatta dell'Italia 
Una vasta sepoltura ; 
Su alla razza maledetta, 
Su ai feroci masnadier, 
Italiani, alla vendetta, 
Guerra eterna allo stranier. 



— 16 — 

Siamo pochi, ma siam liberi 
Ma il Signor propizia i bravi ; 
E' devota ali 'esterminio 
La masnada degli schiavi, 
Come ai dì che Barbarossa 
Pianser morto i suoi scudier, 
Italiani, avanti avanti, 
Guerra eterna allo stranier. 

Ora e sempre guerra ai barbari. 
Ora e sempre ovunque guerra : 
Finché un sol di loro annebbia 
Il seren di nostra terra, 
Sian di guerra i nostri canti, 
Sia di guerra ogni pensier, , 
Italiani, avanti avanti. 
Guerra eterna allo stranier. 

Al Signor, pe' nostri martiri. 
Per la vita, per la morte, 
Far giurammo Italia libera 
Una, egual, potente e forte : 
Or giuriam dell'armi al lampo 
Sciorre il voto oppur cader. 
Italiani, al campo al campo, 
Guerra eterna allo stranier. 

Splenda Rosso, Verde e Candido 
Sulle schiere lo stendardo, 
Orifiamma dell'Italia... 
Sovra lui figgete il guardo : 
Del riscatto e della gloria 
Ei vi guidi sul sentier... 
Italiani, alla vittoria... 
Guerra eterna allo stranier ! 



17 



FRATEL LI, S ORGET E! 

CORO DI GIUSEPPE GIUSTI 



Le strafai di Modena (2t) maggio 1831) ordinate dal Duca Fran- 
cesco IV, nelle quali perirono Ciro Menotti e Giuseppe Borelli, ebbero 
in tutta Italia una eco di terrore e di dolore. Il crudele tiranno di Mo- 
dena divenne oggetto di universale esecrazione. Due anni dopo, si 
sparse la voce in Toscana che Francesco IV, giovandosi dell'assenza 
del granduca Leopoldo andato a Napoli a prender moglie, capitasse a 
Firenze in incognito. « Non era vero (scrisse Ferdinando Martini a 
pag. 10.3 di Simpatie), ma la voce sola bastò perchè, a detta della po- 
lizia medesima, i buoni sudditi toscani si amareggiassero, riguardando 
quella comparsa clandestina di forieri eventi. Gli studenti non si 
amareggiarono soltanto, parlarono e sparlarono, scrissero col carbone 
S'.'i muri tutti gli improperi che il Duca si meritava; le stanze dell'Us- 
sero echeggiarono di invettive, le strade di canti patriottici... ». Fu in 
quell'occasione, nel 1833, che Giuseppe Giusti (nato a Monsummano 
il 12 maggio 1809, morto a Firenze il 31 marzo 1850), allora studente 
a Pisa scrisse questo coro che a detta del suo condiscepolo Frassi, gli 
studenti cantarono poi «tutti insieme palpitando e fremendo» (Vita di 
G. Giusti, cap. 4"). Il coro fu pubblicato per la prima volta da Giosuè 
Carducci nell'edizione delle poesie del Giusti fatta dal Barbèra nel 18.=^9. 



Fratelli, sorgete, 
La patria vi chiama ; 
Snudate la larr.a 
Del libero acciar. 

Sussurran vendetta 
Menotti e Borelli ; 
Sorgete, fratelli. 
La patria a salvar. 

Dell'itala tromba 
Rintroni lo squillo, 
S'innalzi un vessillo, 
Si tocchi l'aitar. 

Ai forti l'alloro, 

Infamia agli imbelli : 
Sorgete, fratelli, 
La patria a salvar. 



18 



VIVA IL R E! 

DI GIOVANNI PRATI 



Quiest'inno-marcia fu scritto dal Poeta trentino nel 1843 dietro ordine 
di Carlo Alberto per una fanfara militare e cantato dai soldati pie- 
montesi che lo ebbero caro per molto tempo. Giovanni Prati, nato a 
Dasindo il 27 gennaio 1815, morto a Roma ti 4 maggio 1884, ebbe anni 
di invidiabile popolarità. Egli seppe esprimere con facile e brillante 
empito lirico l'onda di sentimenti patriottici che animava i suoi contem- 
poranei. 

Viva il Re ! Tra' suoi gagliardi, 
Benedetto, ei muove il pie : 
Vivan sempre gli stendardi 
Dell'Italia, e il nostro Re! 

Se i nemici avremo a fronte, 
Saran presti e braccio e cor, 
E ogni zolla del Piemonte 
Stillerà del sangue lor. 

Rotti e pesti elmetti e maglie, 
Ma inoffeso il forte acciar, 
Tornerem dalle battaglie 
Nuovi tempi a cominciar. 

Fremeran d'allegri suoni 
Le borgate e le città, 
E di libere canzoni 
Tutta Italia echeggerà ! 

Tutti siam d'un sol paese, 

Solo un sangue in noi traspar ; 
A ogni tromba piemontese 
Mandi un eco e l'alpe e il mar. 

Viva il Re! Tra' suoi gagliardi. 
Benedetto, ei muove il pie : 
Vivan sempre gli stendardi 
Di Savoia, e il nostro Re. 



— 19 



CHI PER LA PA TRIA MUOR 
VISSUTO É ASSAI „ 



Il sentimento patrio fu espresso dagli Italiani non solamente con 
gli inni ed i canti ma anche coi cori, le romanze e le cabalette delle 
opere teatrali più diffuse. Tutti sanno qual significato abbia dato il 
popolo ad espressioni ed armonie del Nabucco e dei Lombardi di 
Verdi e con quale tenerezza commossa sia stato cantato 

Va, o pensiero, sull'ali dorate... 
e 

O Signor che dal tetto natio... 

1 Fratelli Bandiera ed i loro compagni Niccolò Ricciotti, Domenico 
A\oro, Anacarsi Nardi, Francesco Berti, Domenico Lupatelli nel recarsi 
alla morte (avvenuta presso Cosenza il 25 luglio 1844) cantarono i versi 
della Donna Caritea del Mercadante ; espressione di maraviglioso .'Stoi- 
cismo che impressionò i carnefici e valse ancor più ad accendere nel 
cuore degli Italiani gli ardori del sacrifizio per la grande e santa Patria 
nostra. La Donna Caritea era stata rappresentata la prima volt» 
nel 1828. Non Chi per la Patria munr era scritto, ma Chi per la gloria 
muor ; non Sotto i tiranni, ma Per lunghi affanni. I liberali avevano 
cambiato i due versi che così divennero popolari. Il coro è del primo 
atto, cantato da «guastatori e soldati portoghesi». Anni dopo uno dei 
condannati di Belfiore, Angelo Scarsellini, cantava in attesa del carnefice, 
il 7 dicembre 1852, Tarla del Marin Faliero : 

Il palco è a noi trionfo 
Ove ascendiam ridenti 
Ma il sangue dei valenti 
Perduto non sarà. 

Arreni seguaci a noi 
Più fortunati eroi; 
Ma s'anche avverso ed empio 
Il fato lor sarà, 
Avran da noi l'esempio 
Come a morir si va! 



Aspra del militar 
Benché la vita, 
Al lampo dell'acciar 
Gioia c'invita. 



— 20 — 

Chi per la Patria muor 
Vissuto è assai ; 
La foglia dell'allor 
Non langue mai. 

Piuttosto che languir 
Sotto i tiranni 
E' meglio di morir 
Sul fior degli anni. 



21 — 



INNO DI PIO IX 

DI FILIPPO MEUCCI 



Morto Gregorio XVI, il nuovo Papa Pio IX (cardinale Giovanni 
Mastai Ferretti, nato a Sinigaglia il 13 marzo 1792, morto a Roma 
il 7 febbraio 1878) parve realizzare il sogno giobertiano di un capo 
della cristianità riformatore e amico dell'Italia. L'amnistia ai con- 
dannati politici da lui concessa il Kì luglio 1846 destò un vero en- 
tusiasmo e in tutta la penisola poeti noti e non noti cantarono il Pon- 
icKce liberale e italofilo. Il poeta Sterbini gridava all'Italia : 

Eri seduta : levati 
Madre di tanti eroi : 
Oggi t'innalza un cantico 
L'amor dei figli tuoi. 

E Gaetano Bonetti : 

Pace, perdono, unanimi 
Pregar tue genti, o Più; 
Tu rispondesti al fervido 
Universal desio, 
E già si vide splendere 
Tua prima legge, amor. 

Un inno musicato da Gioacchino Rossini corse per tutta l'Italia. 
Diceva : 

Su fratelli, letizia si canti 

Al magnanimo core di Pio, 

Che alla santa favilla di Dio v. 

S'infiammò del più dolce pensier. 

Un altro inno, diventato presto popolarissimo, del maestro Nata- 
lucci, diceva : 

Come un'iri l'almo Iddio 
Agli afflitti Te mostrò, 
E di gioia, sommo Pio, 
Ogni core palpitò. 

Fu, in tutta la penisola, un delirio patriottico, e il Papa divenne 
presto l'idolo nazionale. L'Austria non tardò a capire la causa del- 
l'idolatria degli italiani per Pio IX ed a proibire inni e canzoni. Fran- 
cesco dall'Ongaro, in uno dei suoi stornelli diventati famosi, spiegava 
che cos'era Pio IX per gli italiani : 

Pio Nono è figlio del nostro cervello, 
Un idolo del cuore, un sogno d'oro... 



— 22 — 

Chi grida per le vie : « Vii'a Pio nono! » 
Vuol dir : « Viva la patria ed il perdono. i> 
La patria ed il perdon vogliono dire 
Che per l'Italia si deve morire. 

L'Inno di Pio IX fu scritto al principio del 1847 da Filippo Meucci, 
romano, e musicato dal maestro Magazzari. La musica « aveva un an- 
damento solenne, quasi trionfale, e come certi sussulti di gioia... » 
(D'Ancona). 



Del nuov'anno già l'alba primiera 
Di Quirino la stirpe ridesta, 
E l'invita alla santa bandiera 
Che il Vicario di Cristo innalzò. 

Esultate, fratelli, accorrete, 
Nuova gioia a noi tutti si appresta ; 
All'eterno preghiere porgete 
Per quel grande che pace donò. 

Su rompete le vane dimore, 
Tutti al trono accorrete di Pio : 
Di ciascuno egli regna nel cuore, 
Ei d'amore lo scettro impugnò. 

Benedetto chi mai non dispera 
Nell'alta suprema di Dio; 
Benedetta la santa bandiera 
Che il Vicario di Cristo innalzò. 



23 — 



A PIO IX 

CORO POPOLARE 



Dopo gli inni di gioia nacquero gli inni di guerra, nei quali si 
parlava palesemente della riscossa nazionale e della cacciata degli Au- 
striaci. Il seguente coro popolare fu cantato la prima volta in Pisa 
la sera del ItJ giugno 1847 e ripetuto comunemente in Toscana e nel 
Lazio per tutto quell'anno : fu attribuito al Guerrazzi, ma pare a torto. 

Su, fratelli ! D'un Uom la parola 
Or ne stringe in santissimo patto. 
Essa è verbo che chiama al riscatto 
Dell'Italia le cento città. 

E' parola che fa in Campidoglio 
Il Leone d'Italia ruggir- 

E' di Pio la gran voce, che al sonno 
Nostra madre, l'Italia, ha strappato ; 
Di tre gemme il triregno ha fregiato, 
Tre colori di sua libertà. 

E' parola che fa in Campidoglio 
II Leone d'Italia ruggir- 

O Profeta d'un'èra novella, 
A un tuo cenno slam venti milioni : 
Aspettiam la scintilla che doni 
Alla patria uguaglianza e unità. 

E' parola che fa in Campidoglio 
Il Leone d'Italia ruggir- 

Non più schiavi al tedesco aborrito, 
Tu ci rendi la gloria primiera : 
Sia la croce la nostra bandiera, 
L'evangel nostra carta sarà. 

E' parola che fa in Campidoglio 
II Leone d'Italia ruggir- 



— 24 — 

Viva Italia ! La santa crociata 

Grida, nuovo Alessandro, e rimira 
Cento popoli oppressi nell'ira, 
Come un uomo, levarsi con te. 

E' parola che fa in Campidoglio 
Il Leone d'Italia ruggir- 

Viva Italia ! O ministro di Dio 
D'una patria ne guida all'acquisto : 
Poi rinnova l'esempio di Cristo 
Che redense e non volle esser Re. 

E' parola che fa in Campidoglio 
U Leone d'Italia ruggir. 



— 25 



INNO NAZIONALE 

DI LEOPOLDO CEMPINI (7) 



Fu popolarissimo, quest'inno, per molti anni. Nato, a quanto si 
crede, a Pisa tra la patriottica scolaresca di quell'illustre Ateneo, (lo 
Sforza ne fa autore il Bosi, il D'Ancona ritiene che venisse da Roma) 
ebbe il battesimo della popolarità a Firenze quando Leopoldo II firmò il 
motu-proprio che istituiva la Guardia Civica. Davanti alla residenza 
del Granduca vi fu una dimostrazione che innumerevoli testimonianze 
affermano grandiosa e indimenticabile. Il Bandi nei Mille ricorda che 
nel 1860 l'esaltante armonia di quest'inno trascinava all'attacco gli 
eroici volontari che lo cantavano alternandolo con gli altri inni più in 
voga : la Bella Gigogin, ì Fratelli d' Italia e Vlnno di Garibaldi. 

O giovani ardenti 
D'italico amore, 
Serbate il valore 
Pel dì del pugnar. 

Evviva l'Italia, 
Evviva Pio Nono ; 
Evviva l'unione 
E la libertà ! 

Per ora restiamo 
Sommessi e prudenti : 
Vedranno le genti 
Che vili non si^'n. 
Evviva l'Italia, ecc 

Stringiamoci insieme, 
Ci unisca un sol patto 
Del dì del riscatto 
L'aurora spuntò. 

Evviva l'Italia, ecc 

Stringiamoci insieme ; 
Siam tutti fratelli ; 
In giorni più belli 
Ci giova sperar. 

Evviva l'Italia, ecc 



— ze- 
li prence Leopoldo 
Invitaci all'armi ; 
Fra bellici carmi 
Sapremo pugnar. 

Evviva l'Italia, 
Evviva Pio Nono ; 
Evviva l'unione 
E la libertà ! 

Già l'armi son pronte 
A un cenno di Pio 
Mandato da Dio 
L'Italia a salvar. 

Evviva l'Italia, ecc 

Se il vile tedesco 
Non lascia Ferrara 
Prepari la bara, 
Piij scampo non ha. 
Evviva, l'Italia, ecc 

Il cielo sereno 
Su terra ridente 
A libera gente 
Concesse il Signor. 

Evviva, l'Italia, ecc 



27 



m N O ALLA GUA RDIA CIVICA 

DI FIRENZE 



L'aria « O Signor che dal tetto natio » fu adattata dal popolo a que- 
st'inno, nato a Firenze dopo la concessione della Guardia Civica, 
ritenuta una grande vittoria popolare e un gran progresso nella via 
della redenzione italiana. 



Cittadini, la patria vi affida 

La difesa di queste contrade : 
Cittadini, cingete le spade 
Se la patria v'invita a pugnar. 

Siamo tutti d'un sangue redenti, 
Siam fratelli al cospetto d'Iddio. 
Lo proclama la voce di Pio : 
Ci sia sacra la patria e l'aitar- 

Una nera, tremenda procella 
Sull'Italia mugghiando minaccia : 
Maledetto chi asconde la faccia 
Al nemico dell'Italo suol. 

Non è spenta l'antica virtude 
Benché tolti da poco al servaggio. 
Vendicare sapremo l'oltraggio 
Di chi insulta a un represso valor. 

Benché forti di mille codardi 

Del nemico sian fatte le schiere, 
Vinceranno le sante bandiere, 
Il gigante temuto cadrà. 

E del Cristo pugnando nel nome, 
Che ci tolse al comune periglio, 
Ci fìa dato di volgere il ciglio 
A quel sole che Bruto scaldò. 



— 28 — 

Cittadini, fia sacra l'impresa, 
Pende Europa sul vostro destino, 
Chi discende dal sangue latino 
Nacque, crebbe, guerriero morì. 

Cittadini, correte, correte, 
Già vi chiama, v'invita alla gloria 
L'avvenire di certa vittoria. 
La difesa d'Italia e l'onor. 



— 29 



O DI O SIRE! 

POESIA PATRIOTTICA SICILIANA 



[Rivolta a Ferdinando II Borbone nel 1847 dai rivoluzionari sici- 
liani, per i quali l'aveva scritta il poeta David Levi, e cantata suc- 
cessivamente in tutte le insurrezioni di quel fierissimo popolo. 

Odi, o Sire. Da trent'anni 
A noi miseri ed oppressi 
Involare i suoi tiranni 
Gloria, averi, libertà. 
Dieci di ti son concessi : 
A noi rendi il prisco dritto, 

Sicilia insorgerà. 

Siccome già su Ninive 
La voce del Signore, 
Voce d'un nume, il popolo 
Al Re così parlò. 

1 di segnati volsero : 
Fiero dei regi è il core ; 
Il popolo s'alzò... 

Da campi e cittadi, terribili e fieri. 
Patrizi e pastori, banditi e guerrieri 
Brillaron di gioja, brandiron Tacciar... 

I brandi, i pugnali sfavillano a mille. 

Non hanno che un suono le cento sue squille, 
Non han che un affetto gl'intrepidi cor... 

Chi gl'impeti affrena d'irato oceano? 
Chi l'onde infocate d'acceso vulcano? 
D'un popol che vuole chi doma il furor? 

Odi, o Sire, ecc. 



— 30 — 

INNO AL RE 

DI GIUSEPPE BERTOLDI 

In Piemonte si ebbe una vera efflorescenza di inni nazionali e di 
canti patriottici quando nel 1847 Carlo Alberto si mise sulle vie 
delle riforme le quali in breve tempo dovevano portarlo alla conces- 
sione dello Statuto ed alla guerra all'Austria. Fino a quell'anno la 
musa italiana, a dire il vero, aveva lanciato contro il Re di Sardegna 
le pili atroci invettive : dopo di allora il tono cambiò e l'affetto, l'am- 
mirazione, la pietà accompagnarono fino alla tomba e oltre lo sven- 
turato sconfìtto di Novara. Nel 1832 Carlo Alberto aveva ordinato 
al maestro Gabetti una Marcia reale, senza parole, che accompagnò 
le truppe italiane in tutte le sue prove ed in tutti i suoi trionfi; poi 
fece scrivere al poeta Giuseppe Bertoldi il seguente « Inno al Re », 
proprio nel tempo in cui aveva fatto proibire in tutti i suoi stati la ban- 
diera tricolore. L'inno fu cantato la prima volta a Genova il 3 no- 
vembre 1847. 

Con l'azzurra coccarda sul petto, 
Con italici palpiti in core, 
Come figli d'un padre diletto, 
Carlalberto, veniamo al tuo pie'; 
E gridiamo esultanti d'amore : 
Viva il Re! Viva il Re! Viva il Re! 

Figli tutti d'Italia noi siamo, 

Forti e liberi il braccio e la mente ; 
Più che morte i tiranni aborriamo, 
Aborriam più che morte il servir ; 
Ma del Re che ci regge clemente 
Noi Siam figli, e godiamo obbedir. 

A compire il tuo vasto disegno 
Attendesti il messaggio di Dio : 
Di compirlo, o Re grande, sei degno, 
Tu c'inalzi all'antica virtù. 
Carlalberto si strinse con Pio ; 
Il gran patto fu scritto lassù. 

Se ti sfidi la rabbia straniera, 

Monta in sella e solleva il tuo brando, 
Con azzurra coccarda e bandiera 
Sorgerem tutti quanti con te ; 
Voleremo alla pugna gridando : 
Viva il Re ! Viva il Re ! Viva il Re ! 



— 31 



INNO A CARLO ALBERTO 

DI B. MUZZONE 



Quest" « Inno a Carlo Alberto », scritto da B. Muzzone e musi- 
cato dal maestro Bodoira, ehhe diffusione quando il Re di Sardegna 
si mise sulle vie delle riforme, con immenso giubilo delle sue po- 
polazioni. Una raccolta delle varie poesie scritte nei regi stati in 
occasione delle riforme concesse da Carlo Alberto nel 1847 e nella 
quale si trovano inseriti ben ottantasei componimenti poetici dà una 
pallida immagine della gioia con la quale era stata accolta nel Regno 
di Sardegna la piena e sincera conversione di Carlo Alberto alle idee 
liberali e nazionali. 

Viva Italia! Dall'Alpi e dal Tebro 
Si risveglia l'antico valore. 
Viva Italia ! Un novello splendore 
Su quest'inclita terra brillò. 

Emulando la gloria di Pio 
Carlo Alberto protese la destra 
Al suo popol diletto, e maestra 
Di sapienza sua voce s'alzò. 

Viva Italia! Dall'Alpi e dal Tebro 
Si risveglia l'antico valore. 
Viva Italia ! Un novello splendore 
Su quest'inclita terra brillò. 

Sorge un grido di gioia e s'alterna 
D'ogni parte un applauso sincero, 
Che d'amore è suggello foriero 
Di grandezza e di forti voler. 

Già sicure si faccian d'intorno 
Al gran trono Sabaudo le genti 
Or che accolte le inchieste, i lamenti, 
E' dischiuso un arringo al pensier. 

Viva Italia! Dall'Alpi e dal Tebro 
Si risveglia l'antico valore. 
Viva Italia ! Un novello splendore 
Su quest'inclita terra brillò. 



— 32 — 

Mormorando sì affanna e si asconde 
La discordia invilita e derisa ; 
Ve' l'Italia finora divisa 
Confortarsi de' giorni avvenir! 

Poiché stretta in amplesso fraterno 
Doma l'ira de' tempi e gli oltraggi, 
E s'afRda alla mente de' saggi, 
E de' forti nel provvido ardir. 

Viva Italia! Dall'Alpi e dal Tebro 
Si risveglia l'antico valore. 
Viva Italia ! Un novello splendore 
Su quest'inclita terra brillò. 

Sia di pace la nostra bandiera, 
Sacro a tutti il comune diritto. 
Maledetto chi desti il conflitto, 
E sollevi de' morti l'aitar. 

La giustizia fremente col brando 
Sperderà gli esecrati drappelli ; 
Guai se il nume combatte i ribelli 
Che oseranno il suo sdegno mutar. 

Viva Italia! Dall'Alpi e dal Tebro 
Si risveglia l'antico valore. 
Viva Italia ! Un novello splendore 
Su quest'inclita terra brillò. 

Come fiamma che scorre in foresta 
E grandeggia in incendio repente, 
Si diffonde nel cor, nella mente 
Uno spirto di patria virtù. 

Cittadini ! La gloria degli avi 
E' retaggio affidato ai nepoti. 
Deh ! compite i lor fervidi voti, 
E l'Italia ritorni qual fu. 

Viva Italia! Dall'Alpi e dal TeDro 
Si risveglia l'antico valore. 
Viva Italia ! Un novello splendore 
Su quest'inclita terra brillò. 



33 — 



DIO E POPO LO 

INNO DI GOFFREDO MAMELI 



Con quf'Sto canto G'^ffreuo Mameli, diciottenne, si annunzia\a nuovo 
poeta della patria. « La sera del 10 decenibre 184ti tutta Genova era 
fiamme di gioia; ma non la città sola, tutti gli Apennini, (7 dosso d'Italia, 
come Dante li chiama, risplendevano di fuochi; parea che gli antichi 
vulcani si fossero risvegliati; era l'avviso, era la minaccia d'Italia 
agli stranieri e ai tiranni. Il giovinetto Mameli guardava, guardava col 
petto anelante quella città accesa, quei monti accesi; e intese che cosa 
tutto ciò significasse : dal passato indovinò l'avvenire, il prossimo 
avvenire ; nella commemorazione della battaglia popolare di Prè, e di 
Portoria, presentì le cinque giornate di Milano; e in imo di quei nu)- 
menti che Platone avrebbe chiamato di « furore poetico » gitiò ai venti 
d'Italia il canto Dio e Popolo, il canto precursore del quarantotto e del 
quarantanove ». Così Giosuè Carducci. 

Disse, anche, A. G. Barrili di quest'inno: «Fu scritto per il I!) di- 
cembre 1846, giorno della grande passeggiata votiva di tutto il popolo 
genovese al santuario di Oregina, celebrandosi il primo centenario 
della cacciata degli Austriaci da Genova ; e fu recitato dall'Autore 
il 9 dicembre, nel banchetto d'onore offerto dagli studenti genovesi 
aìV Albergo de la Ville, a Terenzio Mamiani : il quale nel suo di- 
scorso a quei giovani, lodò grandemente il poeta. Parlò in quella oc- 
casione per tutti i compagni Gerolamo Boccardo, il principe degli 
economisti italiani. Quanto all'inno Dio e Popolo, l'edizione del 1850, 
nel secondo verso del ritornello, reca il soldatesco « Dio si mette alla 
sua testa » forse sulla fede di qualche copia errata dell'inno. Nei ma- 
noscritti di Goffredo chiaramente e ripetutamente si legge « Dio com- 
batte » che ha sapore biblico, in tutto conforme agli studi che sulla 
Bibbia andava facendo il Poeta. Anche la edizione Tortonese ha la 
più giusta lezione « Dio combatte » e dobbiamo lodarla di ciò ». 

Come narran sugli Apostoli, 
Forse in fiamma sulla testa 
Dio discese dell'Italia... 
Forse è ciò; ma anch'è una festa. 
Nelle feste che fa il Popolo 
Egli accende monti e piani ; 
Come bocche di vulcani. 
Egli accende le città. 

Poi, se il Popolo si desta, 
Dio combatte alla sua testa. 
La sua folgore gli dà. 



— 34 — 

Uno scherzo ora fa il popolo ; 
A una festa ei si convita. 
Ma se è il popolo che è l'ospite, 
Guai a lui ch'ei non invita! 
Grande è sempre quel ch'egli opera 
Or saluta una memoria, 
Ma prepara una vittoria ; 
E vi dico in verità 

Che se il Popolo si desta 
Dio combatte alla sua testa, 
La sua folgore gli dà. 

Noi credete ? Ecco la storia : 
AU'incirca son cent'anni 
Che scendevano su Genova, 
L'armi in spalla, gli Alemanni ; 
Quei che contano gli eserciti 
Disser : l'Austria è troppo forte; 
E gli aprirono le porte. 
Questa vii genia non sa 

Che se il Popolo si desta 
Dio combatte alla sua testa, 
La sua folgore gli dà. 

Un fanciullo gettò un ciottolo ; 
Parve un ciottolo incantato, 
Che le case vomitarono 
Sassi e fiamme da ogni lato. 
Perchè quando sorge il Popolo 
Sovra i ceppi e i re distrutti. 
Come il vento sovra i flutti 
Passeggiare Iddio lo fa. 

Quando il Popolo si desta 
Dio combatte alla sua testa. 
La sua folgore gli dà. 

Quei che contano gli eserciti 
Vi son oggi come allora : 
Se crediamo alle lor ciance 
Aprirem le porte ancora. 



— 35 — 

Confidiamo in Dio. nel Popolo . 
I satelliti dei forti 
Non si contano che morti. 
E vi dico in verità 

Che se il Popolo si desta 
Dio combatte alla sua testa 
La sua folgore gli dà. 



— 36 



GIOBERTI E GARIBALDI 



DI GIUSEPPE BERTOLDI 



E' questa poesia, forse, la prima che abbia corso l'Italia difton- 
dendo l'amore per il Cavaliere dei popoli. Fu stampata alla fine de! 
1847 a Torino sotto un ritratto di Garibaldi edito dal Doven. 



E va Gioberti vindice 
Dell'Italo pensiero 
Ad erger sugli elvetici 
Dirupi un trono' al vero ; 
E' Garibaldi un fulmine 
Che fa l'americane acque stupir. 

Della grand'alma prodigo 
Per la non sua contrada 
Altro ei non chiede in premio 
Che un tetto ed una spada, 
Molte battaglie e vittime, 
E degli ospiti suoi la libertà. 

Non affrettiam precipiti 
Il giorno glorioso : 
Quel giorno è nella provvida 
Mente di Dio nascoso 
Allor che la sua vindice 
Destra folgoreggiando accennerà. 

E noi sorgiam terribili 
Dai campi e dagli spaldi ; 
In ogni seno palpiti 
Il cor di Garibaldi : 
Beato l'uom che l'anima 
In quel santo conflitto esalerà. 



37 



FRATELLI D' ITALIA „ 

INNO DI GOFFREDO MAMELI 



« lo ero ancora fanciuilo, ma queste magiche parole, anche senza 
!a musica, mi m.eltevano i brividi per tutte le ossa, ed anche oggi, 
ripetendole, mi si inumidiscono gli occhi. » Con queste parole Giosuè 
Carducci, che meglio di ogni altro ha inteso e reso in verso ed in 
proKa lo spirito eroico del nostro Risorgimento, ricorda l'inno di Gof- 
fredo Mamer, il più bello e grandioso di tutti gli inni patriottici italiani. 

Il Mameli (nato a Genova il 5 settembre 1827 dal marchese am- 
miraglio Giorgio, cagliaritano) costituì nel 1848 la squadra dei volon- 
tari genovesi che accorsero a prestare aiuto all'insurrezione lombarda, 
poi corse alla difesa della Repubblica Rom.ana. Ferito il 3 giugno 
1849, nel combattimento di Villa Corsini, alla tibia sinistra, ebbe am- 
putata una gamba e morì il tì luglio successivo. Fu un'anima an- 
gelica. Mazzini, che lo amava come un figlio, scrisse per la sua 
mone alcune pagine maravigliose di sentimento e di poesia. Garibaldi, 
che se Jo vide ferire al fianco, non poteva trattenere le lagrime tutte 
le vo'.te che gli si parlava di lui. 

Il celebre Inno venne scritto da Goffredo il giorno 10 settembre 
1847 e musicato il 24 novembre a Torino dal maestro Michele No- 
varo (1822-188.S) il quale raccontò nel 187.S ad Anton Giulio Barrili 
(l'amoroso studioso e raccoglitore degli scritti del Mameli) il modo 
come compose la musica di quei versi infuocati. Si trovava una sera 
in casa di Lorenzo Valerio, dove conveniva una eletta schiera di pa- 
triotti che facevano musica e politica insieme, quando un amico giunto 
da Genova gli porse un foglietto dicendogli : « To', te lo manda Gof- 
fredo ». Il Novaro apre il foglio, legge, si commuove. Tutti gli si 
affollano intorno; i versi del Mameli vengono detti a voce alta, e la 
stessa commozione si manifesta sul volto di tutti. « Io sentii, disse 
il Novaro, dentro di me qualche cosa di straordinario, che non saprei 
definire... So che piansi, che ero agitalo e non potevo star fermo. 
Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, 
assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, mettendo giù 
frasi melodiche, l'una sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che 
potessero adattarsi a quelle parole... Mi alzai, scontento di me, presi 
congedo, corsi a casa. Là, senza pure levarmi il cappello, mi buttai 
a! pianoforte. A\i tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa 
Valerio; lo scrissi su d'un foglio di carta, il primo che mi venne 
alle mani. Nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo, e per 
conseguenza anche sul povero foglio; fu questo l'originale dell'Inno 
«Fratelli d'Italia». Cantato pubblicamente a Genova in una festa po- 
polare, la polizia, conoscendo l'autore per un ardente mazziniano, lo 
proibì e non lo tollerò che dopo il marzo 1848. 

Garibaldi stimava l'inno di Mameli come il più trascinante inno 
guerresco dopo la Marsigliese e lo preferiva all'inno del Mercantini; 
durante l'assedio di Roma e la ritirata meravii-liosa, l'Eroe lo can^ 



— 38 — 

lava e zuffolava sempre, come del resto facevano tutti i suoi volontari. 
11 canto del magico inno che elettrizzò tante migliaia di guerrieri e 
volò come superbo arcangelo sui campi di battaglia, viene ancora adesso 
considerato in Austria come reato politico, ciò che non impedisce agli 
italiani ancora irredenti di cantarlo, sfidando le i. r. prigioni. 



Fratelli d'Italia, 
L'Italia s'è desta ; 
Dell'elmo di Scipio 
S'è cinta la test-ri. 
Dov'è la vittoria? 
Le porga la chioma ; 
Che schiava di Roma 
Iddio la creò. 

Stringiamci a coorte ! 
Siam pronti alla morte 
Italia chiamò ! 



Uniamoci, amiamoci : 
L'unione e l'amore 
Rivelano ai popoli 
Le vie del Signore. 
Giuriamo far libero 
Il suolo natio : 
Uniti, per Dio, 
Chi vincer ci può? 

Stringiamci a coorte ! 
Siam pronti alla mortf 
Italia chiamò I 



Noi siamo da secoli 
Calpesti, derisi. 
Perchè non slam popolo, 
Perchè siam divisi. 
Raccolgaci un'unica 
Bandiera, una speme ; 
Di fonderci insieme 
Già l'ora suonò. 

Stringiamci a coorte ! 
Siam pronti alla morte : 
Italia chiamò ! 



Dall'Alpe a Sicilia, 
Ovunque è Legnano ; 
Ogn'uom di Ferruccio 
Ha il core e la mano ; 

I bimbi d'Italia 

Si chiaman Balilla ; 

II suon d'ogni squilla 
I Vespri suonò. 

Stringiamci a coorte ! 
Siam pronti alla morte 
Italia chiamò ! 



Son giunchi che piegano 
Le spade vendute ; 
Già l'Aquila d'Austria 
Le penne ha perdute. 
Il sangue d'Italia 
E il sangue polacco 
Beve col Cosacco, 
Ma il cor le bruciò. 

Stringiamci a coorte ! 
Siam pronti alla morte 
Italia chiamò ! 



30 — 



INNO ALL'ITALIA 



Fu canijtn a Firen/e il 12 settembre 1847 e per alcuni anni di poi. 

Sorgi, depressa Italia, 
Dalla iua muta tomba 
Al suon di questa tromba 
Ch'oggi squillar l'udì. 

L'armi fidate al popolo 
Segnano un nuovo di. 

Ti cingi ancor, o prospera 
Regina delle genti ; 
De' taciti lamenti 
La lunga età finì. 

L'armi fidate al popolo 
Segnano un nuovo dì. 

Disse a' suoi figli un principe : 
— Quest'armi a voi l'affido. - 
E plaudente un grido 
Di fondo ai cor parti. 

L'armi fidate al popolo 
Segnano un nuovo dì. 

Sacra falange, il patrio 
Suolo guardar v'è dato, 
Questo giardin beato 
Che il Cielo a noi largì. 

L'armi fidate al popolo 
Segnano un nuovo dì. 

Ma se la terra italica 
L'estraneo insulti ardito 
Muova il vessillo avito 
Che noi fratelli unì. 



— 4U — 

L'armi fidate al popolo 
Segnano un nuovo dì. 

Sappia pugnare e vincere 
Il cittadin guerriero, 
Franga l'orgoglio altero 
Di chi sprezzarci ardì. 

L'armi fidate al popob 
Segnano un nuovo dì. 



41 



SONO ITALIANO!... 

CANTO POPOLARE 



(Questo canto rimonta ai primi mesi del 1848 e nacque in ToSi'ana. 
Goticite di una popolarità immensa ed ancor oggi è molto noto in tutta 
l'ilatiia. Nella Venezia e nelle terre alle quali stiamo dando la lihera- 
zione viene tuttora cantato con lo stesso spirito del 1848. 



- Giovanottino daiia bruna chioma, 
Il tuo loco natal come si nom.a? 

— Io sono nato, o forestier cortese. 
Nel paese più bel d'ogni paese : 
S'io chieggo a te della nativa terra 

Rispondi : << Io son di Francia o d'Inghilterra. >> 

Fiorenza è bella e Napoli t'ammalia, 

Torino è forte e dappertutto è Italia ; 

Se vuoi saper se nacqui in monte o in piano. 

Sono Italiano. 

- Giovanottin dalla pupilla nera, 
Dimmi, qual'è il color di tua bandiera? 

— Se una rosa vermìglia e un gelsomino 
A una foglia d'ailór metti vicino, 

I tre colori avrai piij cari e belli 
A noi che in quei ci conosciam fratelli ; 
I tre color avi ai che fremer fanno 
L'insanguinato imperator tiranno. 
Beato il dì che li vedrà Milano ! 

Sono Italiano. 

Giovanottin dalla dolce favella, 
Dimmi dunque, il tuo re come si appella? 

— Tutti una patria abbiamo e tutti un Dio 
Dal Tebro a tutti benedice Pio ; 
Dell'Arno là sulle rive leggiadre 

Sta Leopoldo, più che Duca, padre ; 



— 42 — 

Tardi Fernando si battè la guancia, 
E Alberto aguzza la terribil lancia ; 
Biscia e Leone cacceran i 'estrano: 

Sono Italiano 

- Giovanottin dall'elmo piumato, 
Tu se' giovane tanto e sei soldato! 
— Soldato no; son cittadino in armi, 
E il soldo col sudor so procacciarmi. 
Se giovin sono e se profondo io fero 
Vedran le file del ladron straniero. 
Dunque ripeti, o forestier cortese. 
Quando ritornerai nel tuo paese. 
Che di bandiera, d'armi e di sovrano 

Sono Italiano 



43 



IL " PATER NOSTER ' 



DEI MILANESI 



Dopo la morte dell'odiato arcivescovo tedesco Gaysruck venne a 
Milano (settembre 1847) l'arcivescovo Romilli, bene accetto, perchè 
italiano e di grande bontà, alla cittadinanza milanese. Furono allora 
diffuse numerose orazioni patriottiche nelle quali religione e patria 
si fondevano sotto l'egida del nome benedetto di Pio IX. Nacquero 
così un Catechismo nazionale, un Credo, due Pater Noster, le Lita- 
ni^ dei Pellegrini Lombardi, ecc. Il primo Pater Noster in prosa diceva : 
« Padre nostro che siete a Vienna ; Che il vostro nome sia per sem- 
pre dimenticato in Italia; Che il vostro regno si restringa al di là 
delle Alpi ; Che la vostra volontà non sia fatta sopra il cielo come 
sopra la terra d'Italia; Rendete a' noi quel pane quotidiano chi ci 
rapiste ; Come noi vi rendiamo la vostra carta monetata ; Non ci indu- 
cete nella disperazione; Ma liberateci da voi e da tutti i vostri 
sgherri ; Una volta per sempre e così sia. » Il secondo Pater Noster 
è quello riprodotto qui appresso : servì anch'esso a preparare gli 
animi per i fatti del marzo 1S48. A Trieste, tra l'aprile e il maggio 
dell'anno corrente, quando sembrava che la pressione della Germania 
dovesse riuscire a neutralizzare l'Italia, circolò la seguente parafrasi : 
« Vittorio Emanuele nostro die sei a Roma — sia santificato il nome 
tuo, — venga il regno tuo, — sia fatta la volontà tua, sì come a 

Trento, cosi a Trieste. — Amaci come siamo odiati, difendici perchè 
siamo oppressi. — Dacci il tuo pane unico. — Non t'induca Hiìtoiv in 
il ntazinne, — ma liberaci dall'Austria. — Così sia. 



Padre nostro divin, che sei nei Cieli, 
Pietà del nostro duol sì lungo e fiero : 
Signor, ci scampa dall'ugne crudeli 
dello straniero. 

Sia sempre il nome tuo santificato, 
E tante volte e tante benedetto, 
Quante l'augel biforme è bestemmiato 

e maledetto. 

Ah! venga il regno tuo, regno d'amore. 
Che a Pio fu dato d'imitar qui in terra. 
Che la virtude inalza ed all'errore 
fa cruda guerra. 



44 



Sia fatto il voler tuo, se ancor ritarda 
Quel giorno di vendetta e di riscatto, 
Che vegga Italia e la nazion lombarda 
strette ad un patto. 

In ciclo e in terra questo giorno è scritto, 
In cui la biscia, ed il leone a lato. 
Di libertà, co'.rarmi, il sacro dritto 
avran comprato- 

Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 

Che lo straniar ci strappa fin di bocca ! 
Il vaso è colmo per la tua Milano, 

e orm.ai trabocca. 

/ debiti che abbtam, Signor, perdona. 
In quella guisa che paghiamo quelli 
Dei trattati di Vienna e di Verona, 

veri tranelli 

Non ci lasciar cadere in tentazione, 

Ma rinforza in noi tutti e core e mente, 
E vincerem nel dì della tenzone 
sicuramente. 

Ma scampaci dal inai e dai tedeschi : 
Deh! salva l'infelice Lombardia 
Dall'Aulico consiglio e da Radeschi : 

e cosi sia 



— 45 — 



LA DONN A LOMBARDA 

STORNELLO 



DI FRANCESCO DALL'ONGARO 



Il proposito tradotto in pratica con invitta costanza dai milaiicsi 
di non più fumare per portar grave danno alle finanze austriache diede 
modo alla polizia di compiere sulla cittadinanza atti di selvaggia vio- 
lenza. Nel gennaio 1848 la sbirraglia ubbriaca fu scatenata per le vie 
di Milano; in Piazza Mercanti, sul Corso Francesco (ora Vittorio Ema- 
nuele) e altrove donne, \ecchi, fanciulli vennero sciabolati barbara- 
mente, e sei morti e cinquantanove feriti furono il triste bilancio di 
quella giornata- di ferocia austriaca. Nell'Europa liberale i fatti di Mi- 
lano destarono una enorme impressione; l'odio milanese per l'oppres- 
t'ore crebbe a mille doppi; e Francesco Dall'Ongaro (nato a Mar.';uc 
(Oderzo) nel 1808, morto il 9 gennaio 1873) scrisse uno stornello 
diventato popolare che fomentò negli oppressi il desiderio de!la libe- 
razione, compiuta due mesi più tardi nel glorioso modo che tutti 
sanr.o. 

Toglietemi d'attorno i panni gai. 
Voglio vestirmi di bruno colore ; 
Vidi scorrere il sangue ed ascoltai 
Le grida di chi fere e di chi more. 
Altri ornamenti non porterò mai 
Sui' che un nastro vermiglio sopra il core. 

Mi chiederan dove quel nastro è tinto, 

Ed io — Nel sangue del fratello estinto. - 

Mi chiederan come si può lavare. 

Ed io — Non lo potria fiume né mare : 

Macchia d'onore per lavar non langue 
Se non si lava nel tedesco sangue. 



46 



LA BANDIÈRA TRICOLORE 

CANTO POPOLARE 



Dopo la cacciata dei tedeschi da Milano, ebbe molto voga la 
seguente canzonetta popolare, che fu più tardi ripetuta dal '59 al '66. 
Le due ultime strofe furono aggiunte dai soldati di Piemontesi che 
le cantavano nelle loro marce, e furono subito imparate e cantate 
dai monelli milanesi. La si canta ancora in tutta Italia, compresa 
Trieste, con leggere modificazioni. 



Anderemo a Roma santa, 
Anderemo al Campidoglio, 
Pianteremo sulla soglia 
La bandiera dei tre color. 

La bandiera dei tre colori 
E' sempre stata la piià bella, 
Noi vogliamo sempre quella 
Noi vogliamo la libertà. 

E i tedeschi coi suoi baffi 
Son una massa di birbanti, 
Impicchiamo tutti quanti, 
Calpestiamo sotto i pie. 

I Gesuiti son partiti 
Son andati dal suo re ; 
La corona dell'Impero 
La vogliamo sotto ai pie. 

I tedeschi son fuggiti 
Con il fumo dentro il sacco : 
Metternich e quel macaco 
Si dovranno ritirar. 



— 47 — 

LA LI BERAZIONE DI MIL A NO 

CANTO POPOLARE di G. BERTOLDI 



Le Cinque Giornate di Milano diedero origine a innumerevoli canti 
patriottici; questo del Bertoldi fu uno dei più popolari e si diffuse 
in tutta l'Italia settentrionale. Da ricordare che nel 1848 Alessandro 
Manzoni pubblicava la impareggiabile ode « Marzo ^821 » da lui 
scritta quando sembrava imminente il passaggio del Ticino da parte 
dell'esercito piemontese guadagnato alla rivoluzione costituzionale e 
nazionale, aggiungendovi l'ultima strofa : 

Oh giornate del nostro riscatto! 

Oli dolente per sempre colui 

Che da lunge, dal labbro d'altrui. 

Come un uomo straniero le udrà! 

Che ai suoi figli narrandole un giorno 

Dovrà dir sospirando: io non c'era; 

Che la santa viitrice bandiera 

Salutata quel dì non avrà! 
Le Cinque Giornate furono precedute e seguite anche da una vera 
fioritura di poesie e di canti popolari in dialetto milanese che si trovano 
in un interessante volume di Carlo Romussi. 

Di Dio son tutti del mondo i regni, 

Di Dio che a reggerli chiama i più degni ; 
Ma quando l'empio quei regni toglie 
Egli alza il dito e li discioglie. 

Il regno a Dio tolto non ha 

A noi chi tolse la libertà? 

I centomila sgherri tedeschi 

L'insubria inondano, duce Radeschi : 
Non scende in campo Iddio con l'asta: 
Dal cielo ei mostrasi, mostrasi e basta. 

Polvere sono dinanzi a Te, 

Dio grande e forte, popoli e re. 

Ecco sul sacro piano lombardo 

Sventola il libero comun stendardo : 
Ecco il trionfo a render certo 
Coi tre colori un Carlalberto. 

Sui vostri altari ei giurerà. 

Prodi Lombardi, la libertà. 



— 48 



L'ITALIA RISORTA 

INNO DI B. DE' BANDI 



Inno del 1848; parole di Bando de' Bandi, musica del maestro Ma- 
bellini, popolarissimo a Milano e in Lombardia per tutto quell'anno. 



Via toglietemi dal capo 
La corona delle spine ; 
Che una volta ancor sul crine 
Splenda il serto del valor. 

Son l'Italia e son risorta, 
Le catene io sento infrante, 
Sorgerò come gigante 
Sopra il campo dell'onor. 

Fino all'ultimo Appennino 
Voli il grido redentor ! 

Fui signora delle genti, 
Poi fui schiava e piansi tanto, 
Ma quei secoli di pianto 
Questo dì scordar mi fa. 

Tutti in arme i figli miei, 
Tutti stretti in una schiera, 
Benedetta la bandiera 
Che a pugnar li condurrà. 

È soldato il cittadino, 
Il soldato eroe sarà ! 



— 49 — 



LA PATRIA DELL'ITALIANO 

POESIA POPOLARE 



DI ANTONIO GAZZOLETTI 



Antonio Gazzoletti fu dopo Giovanni Prati il maggior poeta tren- 
tino. Nato a Nago il 20 marzo 1813, fu imprigionato varie volte dagli 
austriaci, esulò a Torino e passò poi a Milano ed a Brescia. Morì ma- 
gistrato a Milano il 21 agosto 1866. La Patria dell'Italiano fu popola- 
rissima per oltre un ventennio, a incominciare dal 1848 nel qual anno 
fu scritta. In essa si esprime vigorosamente il concetto unitario ita- 
liano. La sua forma fu ispirata dalla celebre poesia dell'Arndt « Was 
ist der Deutschen Vaterland?» (Qual'è la patria dei Tedeschi?), con- 
siderala la «Marsigliese» germanica. 

Qual è la patria dell'Italiano? 
Sotto il bel cielo napolitano, 
Nel suol, nell'aere, nel mare un riso 
Serbò natura di paradiso : 
Pur non è l'eden napolitano 
La grande patria delTItaliano. 

Qual è la patria dell'Italiano? 
Di là dal mare freme un vulcano, 
E intorno a quello fremono genti 
Di libertade. di gloria ardenti : 
Pur non è il forte suol siciliano 
La grande patria dell'Italiano. 

Qual è la patria dell'Italiano? 
E' forse il sacro terren romano 
Che il brando prima, la croce poi 
Sul mondo stese soggetto a noi ? 
No, non è il sacro terren romano 
La grande patria dell'Italiano. 

Qual è la patria dell'Italiano? 
Fors'è il leggiadro giardin toscano, 
Culla dell'arti e insieni gentile 
Maestro agl'itali del bello stile? 
No, non è il gaio giardin toscano 
La grande patria dell'Italiano. 



— 50 — 

Fors'è il lombardo suolo fecondo? 
Fors'è Venezia unica al mondo? 
Città fiorenti, maturi ingegni, 
Glorie e sventure vantan quei regni ; 
Pur non Venezia, non è Milano 
La grande patria dell'Italiano. 

Fors'è il guerriero Piemonte armato? 
Fors'è l'altero Genovesato? 
De' Corsi l'isola, quella de' Sardi 
Dall'aspre rupi, dai cor gagliardi? 
No, in brevi sponde tu cerchi invano 
La grande patria dell'Italiano. 

Qual è la patria dell'Italiano? 
Dal regal Tevere all'Eridàno 
Tutto che il doppio mare comprende, 
E un solo accento sonar s'intende, 
E il mondo barbaro rifece umano, 
E' la gran patria dell'Italiano. 

Dovunque prossimo a quel di Dio 
Il santo invocasi nome di Pio, 
Dove una musica spira ogni vento, 
Dove ogni sasso è un monumento, 
Dall'umil rudero al Vaticano, 
Ivi è la patria dell'Italiano. 

Dovunque all'ombra dei tre colori 
In fermo accordo fraterni cuori 
Stanchi del vile lungo servire 
Giurar di vincere o di morire, 
E al vinto amica stender la mano, 
Ivi è la patria dell'Italiano. 

O bella terra, nobile terra. 
Dallo straniero che ti fa guerra, 
Troppo soffristi oltraggi e danni : 
Sul capo oppresso dai lunghi affanni 
Rimetti il prisco ciniier sovrano, 
O grande patria dell'Italiano. 



— 51 — 

CANTO DI GUERRA 

DI LUIGI CARRER 



Il gagliardo canto del (-arrer (nato a Venezia il 12 febbraio 1801, 
morto in patria il 23 dicembre 1850), fu scritto principalmente per il 
popolo quando Carlo Alberto dichiarò la guerra all'Austria nel 1848 
e ripetuto dal popolo per lunghi anni. 



Via da noi, Tedesco infido, 

Non più patti, non più accordi ; 
Guerra, guerra ! Ogn 'altro grido 
E' d'infamia e servitù. 
Su que' rei, di sangue lordi, 
Il furor si fa virtù. 

Ogni spada divien santa 
Che nei barbari si pianta ; 
E' d'Italia indegno figlio 
Chi all'acciar non dà di piglio, 
E un nemico non atterra : 

Guerra, guerra ! 

Tentò indarno un crudo bando 
Ribadirci le catene ; 
La catena volta in brando 
Ne sta in pugno, e morte dà. 
Guerra, guerra ! Non s'ottiene 
Senza sangue libertà. 

Alla legge inesorata 
Fa risposta la Crociata ; 
Fan risposta al truce editto 
Fermo core, braccio invitto, 
Ed acciaro che non erra ; 

Guerra, guerra ! 



— 52 — 

Non ci attristi piià lo sguardo 
L'aborrito giallo e nero; 
Sorga l'italo stendardo 
E sgomenti gli oppressor. 
Sorga, sorga, e splenda altero 
Il vessillo tricolor. 

Lieta insegna, insegna nostra , 
Sventolante a noi ti mostra ; 
Il cammino tu ci addita, 
Noi daremo sangue e vita 
Per francar la patria terra ; 

Guerra, guerra! 

E' la guerra il nostro scampo. 
Da lei gloria avremo e regno ; 
Della spada il fiero lampo 
Dasti in noi l'antico ardir. 
E' d'Italia figlio indegno 
Chi non sa per lei morir. 

Chi tra l'Alpi e il Faro è nato 
L'armi impugni e sia lodato ; 
Varchi il mare, passi il monte. 
Più non levi al ciel la fronte 
Chi un acciaro non afferra : 

Guerra, guerra ! 

Dal palagio al tetto umile 
Tutto, tutto il bel paese 
Guerra echeggi, e morte al vile 
Che tant'anni ci calcò; 
Guerra suonino le chiese ' 
Che il ribaldo profanò. 

Vecchi infermi, donne imbelli. 
Dei belligeri fratelli 
Secondate il caldo affetto : 
Guerra, guerra ! In ogni petto. 
Che di vita un'aura serra, 

Guerra, guerra ! 



53 



IN NO DI GUERRA DEL 1848-49 

DI LUIGI MERCANTIMI 



E' il primo degli inni di guerra del celebre autore dell'Inno di 
Garibaldi : il Mercantini (nato a Ripatransone il 20 settembre 1821, 
morto a Palermo l'S novembre 1872) lo scrisse nel 1848, e con quel- 
l'inno sul labbro i crociati romagnoli corsero in aiuto di Venezia combat- 
tente eroicamente contro gli Austriaci. Fu m.usicato dal maestro Giovanni 
Zampettini, di Sinigaglia. In una nota ai suoi canti il Mercantini dice 
a proposito del presente inno di guerra : « Quando in Corfù io fui 
a visitare Daniele Manin, da una stanza vicina si udiva cantare : « Tre 
colori, tre colori». «Ecco! mi disse Manin, commovendosi, ecco il 
canto col quale abbiamo combattuto insino all'ultima ora sulle nostre 
lagune ». Il motivo della bandiera nazionale ricorre molto di frequente 
nella poesia patriottica del Risorgimento (vedi pag. 40 e 52). Il tricolore 
fu il simbolo e il nodo della patria, che raccolse i divisi popoli della pe- 
nisola in un sol fascio potente e disciplinato. Come scrisse uno dei più 
appassionati cultori degli studi storici sulla resurrezione italiana, « i 
gio\ani che non possono ricordare di aver veduto nei tempi della do- 
minazione straniera un cencio tricolore conservato fra le memore più 
care e segrete e mostrato fra un sospiro di rimpianto e una speranza, 
e non videro più tardi quei medesimi colori splendere liberi nella gloria 
del sole e sorgere quasi per incanto, dietro ai passi dei fuggenti au- 
striaci, e rivestire le città d'un'iride festosa, non possono comprendere 
il fremito segreto che provano quelli che hanno i capelli grigi all'ap- 
parire della nostra bandiera. » Dopo la caduta di Venezia nel 1849, il 
tricolore fu, come scrisse Carlo Cattaneo, « il solo segno che rappresen- 
tasse al cospetto del mondo la nazione. » Fu l'Italia. 

Patrioiti, all'Alpi andiamo, 
Patriotti, andiamo al Po : 
Perderem, se più tardiamo : 
Già il tedesco c'insultò. 

Il tambur, !a tromba suoni. 
Noi sui campi marcerem. 
Mille e più sieno i cannoni. 
Noi le micce accenderem. 

E sol verde, bianca e rossa 
La bandiera s'innalzò. 
E sol verde, bianca e rossa 
La h:indÌTn s'innibò. 



— 54 — 

Tre colori, tre colori, 
L'italian cantando va ; 
a cantando i tre colori 
11 fucile imposterà. 

Foco, foco, foco, foco ! 
S'ha da vincere o morir. 
Foco, foco, foco, foco ! 
Ma il tedesco ha da morir. 

E sol verde, bianca e rossa 
t,a bandiera s'innalzò. 
E sol verde, bianca e rossa 
La bandiera s'innalzò. 



— 55 



CANTO DEGLI INSORTI 

DI ARNALDO FUSINATO 



Ad Arnaldo Fiisinato (nato a Schio il 10 dicembre 1817, morto 
a Roma il 28 dicembre 1888) deve molto la musa patriottica italiana. 
Fu soldato, combattè a Alontebello ed a Vicenza e partecipò alla difesa 
di Venezia : !e sue strofe guerresche venivano ripetute dai soldati nelle 
marce. Singolare per veemenza e paragonabile ai più selvaggi canti 
dell'ungherese Petòfi è questo canto degli insorti che il battaglione 
universitario di Padova fece suo. 



Suonata è la squilla : già il grido di guerra 
Terribile echeggia per l'itala terra ; 
Suonata è la squilla : su presto, fratelli. 
Su presto corriamo la patria a salvar. 
Brandite i fucili, le picche, i coltelli, 
Fratelli, fratelli, corriamo a pugnar. 

Al cupo rimbombo dell'austro cannone 
Rispose il ruggito del nostro Leone : 
Il manto d'infamia, di ch'era coperto, 
CoU'ugna gagliarda sdegnoso squarciò, 
E sotto l'azzurro vessillo d'Alberto 
Ruggendo di gioia il volo spiegò. 

Noi pure l'abbiamo la nostra bandiera 

Non pili come un giorno sì gialla, sì nera 
Sul candido lino del nostro stendardo 
Ondeggia una verde ghirlanda d'allòr : 
De' nostri tiranni nel sangue codarde 
E' tinta la zona del terzo color. 

Evviva l'Italia! d'Alberto la spada 
Fra l'orde nemiche si schiude la strada. 
Evviva l'Italia! sui nostri moschetti 
Di Cristo il Vicario la mano levò... 
E' sacro lo sdegno che ci arde ne' petti ! 
Oh ! troppo finora si pianse e pregò. 



— 56 — 

Vendetta, vendetta! Già l'ora è sonata, 
Già piomba sugli empi la santa crociata : 
Il calice è colmo dell'ira italiana, 
Si strinser la mano le cento città : 
Sentite sentite, squillò la campana... 
Combatta coi denti chi brandi non ha. 

Vulcani d'Italia, dai vortici ardenti 
Versate sugli empi le lave bollenti ! 
E quando quest'orde di nordici lupi 
Ai patrii covili vorranno tornar, 
Corriam fra le gole dei nostri dirupi 
Sul capo ai fuggiaschi le roccie a crollar. 

S'incalzin di fronte, di fianco, alle spalle, 
Un nembo li avvolga di pietre e di palle, 
E quando le canne dei nostri fucili 
Sien fatte roventi dal lungo tuonar. 
Nel gelido sangue versato dai vili 
Corriamo, corriamo quell'armi a tuffar. 

E là dove il core più batte nel petto 
Vibriamo la punta del nostro stiletto; 
E allora che infranta ci caschi dal pugno 
La lama già stanca dal troppo ferir, 
))e' nostri tiranni sull'orrido grugno 
. .i pomo dell'elsa torniamo a colpir. 

Vittoria, vittoria ! Dal giogo tiranno 
Le nostre contrade redente saranno ; — 
Già cadde spezzato l'infame bastone 
Che l'italo dorso percosse finor ; 
Il timido agnello s'è fatto leone. 
Il vinto vincente, l'oppresso oppressor. 



57 — 



CANTATA DI GUERRA 

DI ARNALDO FUSINATO 



Questa cantata patricttica del Fusinato che non è compresa nei 
volumi delle sue opere raccolte si trova nella bella Antologia di Raf- 
faello Barbiera « I Poeti Italiani del secolo XIX ». Fu scritta nel 1848 
a Venezia, fu musicata dal maestro veneziano Francesco Malipiero, ed 
accese ancor più gli animi nella lotta contro il nemico nazionale. 

Donne 

L'ora fatai s'approssima ! 
All'armi, all'armi, o forti! 
Noi v'afRdiam la libera 
Bandiera dei risorti ! 
Senza timor guardatela-.. 
I suoi color son tre. 
Ed il Leon dell'Adria 
Le sta vegliando al Pie. 

Fino al supremo anelito 
Dell'onor suo custodi, 
Dove il suo drappo sventoli 
Ivi accorrete o prodi : 
Del tradimento il demone 
Più non le striscia al pie ; 
Perchè il Leon dell'Adria 
Le sta vegliando al pie. 

All'armi, all'armi, o forti! 
Noi v'affidiam la libera 
Bandiera dei risorti ! 

Uomini 

E noi, con un grido concorde di fede, 
Stringiamo il vessillo che Italia ci diede. 
Oh! simile anch'esso all'Angiol di morte. 
Affiso alle porte — del santo giardin. 
Sull'ultimo scoglio dell'Alpi giganti 
Custode si pianti — del nostro confin. 



— 58 — 



DOKKE 



Addi--. ■j^:^j.-::., . col \'o3 del pensiero 
Con voi sceaideremo sul campo guerriero : 
Se deWl la mane rifugge dal brando. 
Staremo pregando appiè all'aitar. 

UOMIKI ' 

E noi col tripudio dell'alme fidend 
Sui campi cruenti — corriamo a pugnar. 

Tutti 

Corriamo, corriamo : vergogna al codardo 
Che il volo non segue del patrio stendardo : 
Un inno di gloria, im'onda di pianto 
AJ martire santo — cbe pugna e che rouor 
Al forte che riede di sangue coperto 
Un vergine serto — di baci e di fior. 



59 — 



CANTO DI GUERRA 



Dopo l'infausta campagna di Lombardia interrotta dall'armistizio 
del 9 agosto 1848, i PiemoDlesi ardevano dal desiderio di riprendere 
la lotta contro gli AuKtriaci. Il canto the segue ebbe molta voga nel 
brc\c periodo che corse fra la fine della prima guerra nazionale e 
l'iui/io della seconda, cosi breve t terminata cosi tristemente a Novaia 
{2i marzo 1849). 



Italiani, se gagliardo 

Fu già il braccio del Lombardo ; 
Se all'estraneo fé' spavento 
Di Hontida il giuramento, 

Presto all'armi — non è sciolta 
La contesa di Legnan ; 
Su, gridiamo un'altra volta : 
-- Guerra al barbaro Aleman ! — 

Siede ancora al nostro desco 
Gavazzando, ebbro il tedesco, 
E l'esercito s'ingrossa 
D'un novello Barbarossa • 

Presto all'armi — non è sciolta 
La contesa di Legnan ; 
Su, gridiamo un'altra volta : 
— Guerra al barbaro Aleman I 

Quando l'insubre campagna 
Tutta sanguina e si lagna ; 
Quando il veneto Leone 
A battaglia si compone. 

Presto all'armi — non è sciolta 
La contesa di Legnan ; 
Su, gridiamo un'altra volta : 
Guerra u) barbaro Aleman ' 



— 60 — 

Quando gli Usseri e le spie 
Van briachi per le vie, 
E gareggiano codardi 
Scannatori di vegliardi. 

Presto all'armi — non è sciolta 
La contesa di Legnan ; 
Su, gridiamo un'altra volta : 

— Guerra al barbaro Aleman ! 

Stende l'aquila gli artigli 

Sovra i campi, e sovra i figli ; 
Non sia tregua coli 'ingorda 
Se la polvere non morda. 

Presto all'armi — non è sciolta 
La contesa di Legnan ; 
Su, gridiamo un'altra volta : 

— Guerra al barbaro Aleman ! 

Ha tuonato il Vaticano 

Dall'Allobrogo al Sicano : 

Ti risveglia itala prole : 

— Dio lo vuole, Dio lo vuole. — 

Presto all'armi — non è sciolta 
La contesa di Legnan ; 
Su, gridiamo un'altra volta : 
-- Guerra al barbaro Aleman! 



IL RISORGIMENTO 

DI ALESSANDRO POERIO 



Alessandro Poerio (1802 — 3 novembre 1848), soldato e poeta, 
fratello di Carlo, si distinse alla difesa di Venezia dove morì. Questo 
inno non fu veramente cantato, ma declamato dai valorosi combattenti. 
Il Poerio nella memorabile sortita di Mestre del 27 ottobre cadde fe- 
rito mortalmente mentre nel folto della mischia animava i sioi commi 
litori col canto. 



Non fiori, non carmi 
Defili avi sull'ossa, 
Ma il suono sia d'armi. 
Ma i serti sien l'opre, 
Ma tutta sia scossa 
Da guerra — la terra 
Che quelle ricopre ! 
Sia guerra tremenda, 
Sia guerra che sconti 
La rea servitù ! 
Agli avi rimonti. 
Ne' posteri scenda 
La nostra virtù ! 



■ien l'empie memorie 
D'oltraggi fraterni, 
D'inique vittorie, 
Per sempre velate. 
Ma resti e s'eterni 
Nel core — un orrore 
Di cose esecrate ; 
E, Italia, i tuoi figli, 
Correndo ad armarsi 
Con libera man. 
Nel forte abbracciarsi 
Tra lieti perigli 
Fratelli saran. 



Divampi di vita 
La speme latente 
Di scherno nutrita ; 
Percuota gli strani. 
Che in questa languente 
Beltate — sfrenate 
Cacciaron le mani, 
D'un lungo soffrire, 
Sforzante a vendetta, 
L'adulto furor. 
Sorgiamo ; e la stretta 
Concordia dell'ire 
Sia l'italo amor. 



O sparsi fratelli, 
O popolo mio. 
Amore v'appelli ! 
Movete ; nell'alto 
Decreto di Dio 
Fidenti — valenti. 
Movete all'assalto. 
Son armi sacrate ; 
Gli oppressi protegge 
De' cieli il Signor ; 
Ma questa è sua legge, 
Che sia libertade. 
Conquista al valor. 



— 62 — 



Fu servo il tiranno 
Del nostro paese ; 
Al domo Alemanno 
Le terre occupava 
Superbo il Francese. 
Respinto — dal vinto 
Poi quelle sgombrava. 
Si pugni, si muoja ; 
De' prodi caduti 
L'estremo sospir 
Con fede saluti 
La libera gioia 
D3I patrio avvenir ! 



Ma vano pensiero 
Fia l'inclita impresa. 
Se d'altro straniero 
L'aita maligna » 
Sul capo ci pesa 
Sien soli — i figliuoli 
D'Italia ; né alligna 
Qual seme fecondo 
Nel core incitato 
Verace voler, 
Se pria non v'è nato 
Sospetto profondo 
Dell'uomo stranier. 



O Italia, nessuno 
Stranier ti fu pio ; 
Errare dall'uno 
Nell'altro servaggio 
T "incresca, per Dio ! 
Fiorente — possente 
D'un solo linguaggio, 
Alfine in te stessa, 
O patria vagante. 
Eleggi tornar ; 
Ti leva gigante, 
T'accampa inaccessa 
Su' monti e sul mar ! 



63 — 



ADDIO, M IA BELLA, ADDIO ! 

CANTO POPOLARE di CARLO BOSI 



(^hi non ha cantato in Italia V Addio, mia bella, addio? Chi non 
la eanta ancora, in città e in campagna, in Lombardia, in Toscana, in 
Sicilia, nelle nostre colonie d'America? Questa canzone, così fresca e 
vibrante, che par nata oggi, ha invece un'età veneranda poiché sorse 
nel 1848 ed ebbe il battesimo del fuoco nella battaglia di Curtatone. 
La scrisse il fiorentino Carlo Bosi, che la intitolò « Il volontario che 
parte per la guerra dell'Indipendenza », ma il popolo la chiamò 1' « Addio 
del volontario » e ne corresse il primo verso che nella lezione origi- 
nale suonava: Io vengo a dirti addio. Il musicista ci è ignoto; ma 
cliiunque l'abbia composta, se pur non l'ha creata l'anima stessa del 
popolo, ha fatto opera di bellezza : forse quel motivo così nitido, così 
snello, così battagliero, « doveva già esistere come aleggiante per l'aria 
e come susurrante nei cuori». La canzone ha due sole frasi così ritmi- 
camente incisive, e tanto slancio e vigore, che appena echeggiano, un 
brivido corre per le ossa e tutte fremono le fibre del cuore. « E' in 
tempo ordinario e in tono maggiore, né oltrepassa l'ambito di sei sole 
note, sempre naturali : al termine del primo periodo, lo squillo di al- 
cime rapide note ribattute le accresce vigore ed energia. Così breve e 
così circoscritta, ripetuta sempre uguale di strofa, parrebbe che la me- 
lodia dovesse riuscire monotona, ma non è così : essa, pur ripeten- 
dosi, sembra rinnovarsi e acquistare, dal mutar delle parole, nuovi 
accenti sempre più vigorosi e marziali, come sembra in taluni punti in- 
gentilirsi alla rievocazione di amorosi e soavi ricordi. Oltre a ciò nella 
sua estrema semplicità è originale : non ha punti di contatto con altri 
canti patriottici e popolari del tempo. Ed è inoltre schietta e sincera, 
senza fronzoli e senza appiccicature : sì sente sgorgata liberamente e 
spontanearr.ente dall'anima popolare e venuta fuori, come suol dirsi, 
di prima intenzione ». (Arnaldo Bonaventura). Enrico Panzacchi disse del- 
l' « Addio del volontario»: «E' veramente una cara e poetica cosa; 
un toccantissimo motivo che ho sentito lodare e quasi invidiare all'Ita- 
lia nientemeno che da Riccardo Wagner». E Pietro Cori osservò giu- 
stamente : « Le undici strofe di questa poesia hanno nociuto agli 
austriaci più di una battaglia perduta, e giovato all'Italia più di una 
battaglia guadagnata. Tanta è la potenza del ritmo e dell'armonia sul- 
l'animo gentile degli Italiani!» 



Addio, mia bella, addio, Non pianger, mio tesoro. 

L'armata se ne va; Forse ritornerò; 

Se non partissi anch'io Ma se in battaglia io moro 

Sarebbe una viltà ! In ciel ti rivedrò. 



64 — 



La spada, le pistole, 
Lo schioppo l'ho con me : 
Allo spuntar del sole 
Io partirò da te. 

Il sacco è preparato 
Sull'omero mi sta ; 
Son uomo, e son soldato, 
Viva la libertà ! 

Non è fraterna guerra 
La guerra ch'io farò ; 
Dall'italiana terra 
L'estraneo caccerò. 

L'antica tirannia 
Grava l'Italia ancor ; 
Io vado in Lombardia 
Incontro all'oppressor. 



Saran tremende l'ire. 
Grande il morir sarà ! 
Si mora, è un bel morire 
Morir per libertà ! 

Tra quanti moriranno 
Forse ancor io morrò ; 
Non ti pigliare affanno, 
Da vile non cadrò. 

Se più del tuo diletto 
Tu non udrai parlar, 
Perito di moschetto. 
Per lui non sospirar. 

Io non ti lascio sola, 
Ti resta un figlio ancor ; 
Nel figlio ti consola. 
Nel figlio dell'amor ! 



Squilla la tromba, addio. 
L'armata se ne va ; 
Un bacio al figlio mio 
Viva la libertà ! 



— 65 



INNO MILITARE 

DI GOFFREDO MAMELI 



Fu composto dal Tirteo dell'Indipendenza Italiana nell'agosto del 
1848 e mandato da Giuseppe Mazzini a Giuseppe Verdi che lo musicò 
nell'ottobre. Sempre caro alla gioventù, è oggi l'inno irredentista per 
eccellenza. A Trieste e in ' tutte le terre italiane rimas'.e tiro al 
maggio 19K'i soggette all'Austria i due ultimi versi del ritornello « F.nchè 
non sia l'Italia — Una dall'Alpi al mar » vengono modificati in questo 
modo: « Finché a Trieste e a Trento — Non splenda il Tricolor». 

All'armi, all'armi ! — Ondeggiano 
Le insegne gialle e nere : 
Fuoco, per Dio, sui barbari. 
Sulle vendute schiere ! 
Già ferve la battaglia. 
Al Dio de' forti osanna ; 
Le baionette in canna, 
E' l'ora del pugnar. 

Non deporrem la spada 

Finché sia schiavo un angolo 

Dell'itala contrada : 

Finché non sia l'Italia 

Una dall'Alpi al mar. 

Avanti ! — Viva Italia, 
Viva la gran risorta : 
Se mille forti muoiono, 
Dite, che è ciò? Che importa 
Se a mille e mille cadono 
Trafìtti i suoi campioni ? 
Siam ventisei milioni 
E tutti lo giurar. 

Non deporrem la spada 

Finché sia schiavo un angolo 

Dell'itala contrada : 

Finché non sia l'Italia 

Una dall'Alpi al mar. 



— 66 — 

Finché rimanga un braccio 
Dispieglierassi altera, 
Segno ai redenti popoli, 
La tricolor bandiera, 
Che nata fra i patiboli 
Terribile discende 
Tra le guerresche tende 
Dei prodi che giurar 

Di non depor la spada 

Finché sia schiavo un angolo 

Dell'itala contrada . 

Finché non sia l'Italia 

Una dall'Alpi al mar. 

Sarà l'Italia — edifica 
Sulla vagante arena 
Chi tenta opporsi — misero ! 
Sui sogni lor la piena 
Dio verserà del Popolo. 
Curvate il capo, o genti, 
La speme dei redenti 
La nuova Roma appar. 

Non deporrem la spada 

Finché sia schiavo un angolo 

Dell'itala contrada : 

Finché non sia l'Italia 

Una dall'Alpi al mar. 

Noi lo giuriam pei martiri, 
Uccisi dai tiranni, 
Pei sacrosanti palpiti, 
Compressi in cor tant'anni, 
E questo suol che sanguina 
Sangue dei nostri eroi 
A Dio dinnanzi, e al popolo 
Ci sia solenne aitar. 

Non deporrem la spada 

Finché sia schiavo un angolo 

Dell'itala contrada : 

Finché non sia l'Italia 

Una dall'Alpi al mar. 



67 — 



L'ULTIMA ORA DI VENEZIA 

DI ARNALDO FUSINATO 



Tutta l'Italia era già ricaduta sotto il giogo straniero dopo la 
sfortunata ma eroica rivoluzione del 48-49, la quale aveva ' rivelato il 
miracolo d'un popolo, creduto imbelle, che sapeva battersi e morire 
per la propria redenzione, ed una sola città continuava a lottare, senza 
speranza di vittoria, in un sublime accanimento, per il nome e per l'o- 
nore d'Italia. La difesa di Venezia, come già quella di Roma nella 
quale si erano manifestati il senno politico di Mazzini e il valore 
indomito di Garibaldi, colpi il mondo di ammirazione, e la caduta della 
città di San Marco, dopo diciotto mesi di resistenza, commosse tutti 
gli Italiani. Arnaldo Fusinato, alla vigilia della resa di Venezia (24 ago- 
sto 1849) — vinta piti dalla fame e dal colera che dalle armi nemi- 
che — compose nell'Isola del Lazzaretto Vecchio dove si trovava di 
guarnigione questa bellissima, toccantissima poesia, che corse la Peni- 
sola intenerendo le anime, facendo dolorare i cuori e accendendo nuovi 
propositi di riscossa per tempi non lontani e migliori. 



E' fosco l'aere. 
Il cielo è muto, 
Ed io sul tacito 
Veron seduto. 
In solitaria 
Malinconia 
Ti guardo e lagrimo, 
Venezia mia ! 

Fra i rotti nugoli 
Dell'occidente 
Il raggio perdesi 
Del sol morente, 
E mesto sibila 
Per l'aria bruna 
L'ultimo gemiro 
Della laguna. 

Passa una gondola 
Della città : 
~ Ehi, dalla gondola, 
Qual novità? — 



— Il morbo infuria, 
Il pan ci manca, 
Sul ponte sventola 
Bandiera bianca ! 

No, no non splendere 
Su tanti guai. 
Sole d'Italia, 
Non splender mai ; 
E sulla veneta 
Spenta fortuna 
Si eterni il gemito 
Della laguna. 

Venezia ! L'ultiina 
Ora è venuta ; 
Ilustre martire, 
Tu sei perduta... 
Il morbo infuria, 
Il pan ti manca, 
Sul ponte sventola 
Bandiera bianca ! 



68 — 



Ma non le ignivome 
Palle roventi, 
Né i mille fulmini 
Su t? stridenti, 
Troncare ai liberi 
Tuoi dì lo stame... 
Viva Venezia ! 
Muori di fame 1 

Sulle tu3 pagin'2 
ScolpÌ3ci, storia. 
L'altrui nequizie 
E la sua gloria, 
E grida ai posteri : 
— Tre volte infame 
Chi vuol Venszia 
Morta di fame ! 

Viva Venezia I 
L'ira nemica 
La sua risuscita 
Virtude antica ; 
Ma il morbo infuria 
Ma il pan le manca.. 
Sul ponte sventola 
Bandiera bianca ! 



Ed ora infrangaci 
Qui sulla pietra. 
Finché è ancor libera. 
Questa mia cètra. 
A te, Venezia, 
L'ultimo canto, 
L'ultimo bacio, 
L'ultimo pianto ! 

Ramingo ed esule 
In suol straniero, 
Vivrai, Venezia, 
Nel mio pensiero; 
Vivrai nel tempio 
Qui del mio cor?. 
Come l'immagine 
Del primo amore. 

Ma il vento sibila, 
Ma l'onda è scura, 
Ma tutta in tenebre 
E' la natura : 
Le corde stridono, 
La voce manca... 
Sul ponte sventola 
Bandiera bianca ! 



— 69 — 

LA CARABINA DEL BERSAGLIERE 

CANTO DI DOMENICO CARBONE 



Come le delusioni e gli insuccessi non avevano fatto disperare i 
seguaci di Mazzini e di Garibaldi, così il tradimento di Pio IX, la 
sconfitta di Novara, il trionfo finale dell'Austria e dei suoi tristi acco- 
liti non valse a far perdere la speranza nel futuro ai patriotti del Pie- 
monte. Oh tempra d'acciaio, oh fede invitta dei nostri padri! Domenico 
Carbone, colui che con una satira di grande linea — il « Re Tentenna » 
— aveva vivamente scosso, a detta del Predari, l'animo di Carlo Al- 
berto facendolo piegare più benigno verso i partigiani di una politica 
liberale e nazionale, scrisse un canto tutto speranza, la « Carabina 
del Bersagliere », che ebbe gran parte nell'opera di resistenza morale 
e di preparazione iniziata dal Piemonte nel 1850. 

La via si calchi di Nabresina : ossia la via di Trieste, nelle cui 
vicinanze sta il piccolo villaggio di Nabresina. 

Mia carabina — mia fidanzata, 
Di tutto punto, tu se' parata; 
Dolce tripudio della mia mano. 
Amor dell'occhio con cui ti spiano, 

10 t'ho giurato la fede mia 
Sui vasti campi di Lombardia ; 
Giorno di noxzc si ravvicina, 

Mia carabina. 

Mia carabina — mettiti a festa ; 
Nozze di sangue l'Adige appresta ; 
Ti sarà dote l'aurea medaglia 
Vinta nel fuoco della battaglia ; 
Altare, un colle preso d'assalto, 
Letto, la pietra d'un arduo spalto; 
E tu d'ogni arma sarai regina. 

Mia carabina. 

Mia carabina — quando tu scatti, 
La destra gota lieve mi batti ; 
Quel tocco è il bacio che invoca e brama 

11 bersagliere dalla sua dama ; 
Solo col lampo che tu saetti. 
Morte nel core dell'Austro metti. 
Ma, quando tuoni, porti ruina. 

Mia carabina. 



— 70 — 

Mia carabina — talor s'appanna 
Il terso acciaro della tua canna ; 
E la tua bocca sussurra e noma : 
Roma e Venezia ; Venezia e Roma. 
Ed io rispondo : Che più ti resta ? 
Lupa, ti scuoti ; Leon li desta. 
La via si calchi di Nabresina, 

Mia carabina. 

Mia carabina — questi stranieri 
Spuntare i nostri pennacchi neri 
Dell'Alpi in vetta presto vedranno, 
E i vanti in gola ricacceranno. 
Fra le due schiatte pose natura 
Coteste rócche, coteste mura, 
A ripigliarle Dio ti destina, 

Mia carabina. 

Mia carabina — tu mai non dici : 
Troppi nel campo sono i nemici ; 
Chiedi sol quanti per opra mia 
Mordon la terra nell'agonia. 
E se ti metto la daga in testa, 
Sembri una sposa vestita a festa, ' 
E meni orrenda carneficina. 

Mia carabina. 

Mia carabina — nessun ci segua : 
Il bersagliere passa e dilegua ; 
Corre col vento, col tigre balza ; 
Lo credi a fronte, dietro t'incalza : 
Qua si sparpaglia, là si raduna, 
Pare e dispare la penna bruna ; 
Ma con te sempre, con te cammina, 

Mia carabina. 

Mia carabina — le Adriache prode, 
Ancor co' becchi l'aquila rode; 
Ond'è che a punta di baionetta 
Ti scrissi in calcio : morte o vendetta ! 
S'io cado, il guardo tanto mi regga 
Che lo straniero fuggire io vegga ; 
E anco sotterra siimi vicina. 

Mia carabina. 



71 — 



IL BARCHETTO DEL' 49 

DI ANTONIO PAVAN 



Antonio Pavan, morto commendatore e Conservatore delle Ipoteche 
a riposo, era nel 1848 un giovane scrivano d'avvocato a Treviso. La 
ri\olu2Ìone uel 22 marzo lo improvvisò poeta. E poeta fu e popolaris- 
simo a' suoi giorni. // barchello del '49 e lo Stornello si cantarono, 
nei sottovoce patriottici, su arie d'opere o di altre canzoni, particolar- 
mente nelle famiglie degli emigrati veneti prima del '6tì. 



Di notte una barchetta vien dal mare. 
A prora ha una bandiera tricolore, 
Si ferma contro riva ad aspettare. 
Ad aspettar dei giovanetti il fiore : 
I volontari della santa guerra, 
Pronti a morir per l'italiana terra. 



STORNELLO GARIBALDINO 

DI ANTONIO CAVAN 



Fior d'amorino. 
Il giorno si conosce dal mattino, 
E nasce l'onest'uom garibaldino 



72 — 



MAZZINI 

STORNELLO DI F. DALL' ONGARO 



Immensa diffusione ebbero questi stornelli che Francesco Dall'On- 

garo, il popolare poeta, scrisse quando tutte le polizie d'Europa stavano 
alle calcagna del grande orditore di congiure. Mazzini, cadute — fort.inara- 
mente per poco — le speranze italiane nel '49, aveva intensificato la 
sua propaganda repubblicana e unitaria gettando vivissima apprensione 
nelle cancellerie le quali non riuscivano mai a sapere esattamente dove 
l'Apostolo si trovasse. Il Dall'Ongaro scrisse questi versi nel niai^gio del 
1851, e volle identificare l'idea italiana con colui che primo la bandì 
e con maggior tenacia la diffuse. I mazziniani propagarono in tutta 
Italia e all'estero gli stornelli del poeta di Oderzo. 



Chi dice che Mazzini è in Alemagna, 
Chi dice eh 'è tornato in Inghilterra, 
Chi lo pone a Ginevra e chi in Ispagna, 
Chi lo vuol sugli altari e chi sotterra. 
Ditemi un po', gruUoni in cappa magna, 
Quanti Mazzini c'è sopra la terra? 

Se volete saper dov'è Mazzini 

Domandatelo all'Alpi e agli Appennini. 

Mazzini è in ogni loco ove si trema 
Che giunga ai traditor l'ora suprema. 

Mazzini è in ogni loco ove si spera 
Versare il sangue per l'Italia intera 



— 73 



O LA BELLA GIGOGIN ! 

CANZONETTA POPOLARE MILANESE 



Dopo il 1849 la Musa popolare, come scrisse Carlo Romussi, 
giacque quasi soffocata sotto il succedersi delle catastrofi. Tacque da- 
vanti alle forche del ti febbraio del '53; das'anti ai martiri che morivano 
bestemmiando l'imperatore e sognando l'Italia redenta che non avreb- 
bero veduto mai ; tacque davanti alla silenziosa opera di preparazione 
iniziata da Cavour ; ma quando sull'orizzonte buio apparve un barlume 
di luce, nunzio di prossime battaglie, allora per le vie di Milano e 
delle altre città d'Italia tornò a risuonare la gaia canzone dei di della 
lotta. Il popolo non ha bisogno di spiegazioni, una tacita parola d'ordine 
dà il significato al canto; e una bizzarra poesia uscita viva ed ornata 
di note musicali dal cuore del popolo, parlava di una vaga aspetta 
zione, di una pazienza che ironicamente si consigliava agli oppressi, 
(bisogna ave pazienza), di un fatto lieto che si doveva fare sollecito 
per arrivare al premio sospirato : ed erano note che ora si trascina- 
vano con maliziosa lentezza, ora acceleravano il tempo come in una 
marcia trionfale attraverso un campo di battaglia... Era il canto della 
Bella Gigogin. 

Questa canzone, che doveva aver subito un successo inaudito, ebbe 
il battesimo del pubblico l'ultimo giorno del 1858 nel Teatro Carcano 
di Milano (ora restituito alle glorie dell'arte e della storia) in un 
concerto dato dalla Banda Civica sotto la direzione del maestro Ros 
sari. L'entusiasmo della folla che aveva inteso immediatamente il 
significato riposto della canzonetta ed era stata colpita dalla bellezza 
musicale che la informa, raggiunse il delirio; otto volte fu replicata la 
canzone; e poiché la banda, per una delle tante assurde disposizioni 
austriache, aveva l'obbligo di eseguire ogni tanto delle suonate da- 
vanti al palazzo del viceré, alle quattro del mattino del primo d'anno 
del '59 si recò a compiere il suo dovere davanti al- palazzo reale 
seguita da una folla enorme di qualche decina di migliaia di persone 
le quali, con slancio frenetico, gridavano il ritornello Dagliela avanti 
un passo. Il popolo ammoniva intanto il comandante delle forze austria 
che a Milano che stesse attento perché il nuovo anno gli avrebbe 
recato dei fastidi : 

Varda (jyulay che ven la primavera!... 

E infatti non passò molto che giunse la liberazione e la Bella Gigogin 
fu cantata nella battaglia di Magenta, ed all'entrata delle truppe franco- 
sarde in Milano liberate le bande musicali la suonavano accompagnate 
dal coro immenso della cittadinanza che vedeva realizzate le sue sante 
speranze. Coincidenza strana e curiosa : la stessa sera che la Bella 
Gigogin veniva alla luce in Milano, l'inno del Mercantini, chiamato in 
appresso l'Inno di Garibaldi, veniva eseguito per la prima volta a 
Genova. 



— 74 — 

La musica della Bella Gigogin fu scritta da Paolo Giorza (nato a 
Milano nel 1832), un singolarissimo tipo di musicista che dopo aver 
avuto un periodo di celebrità europea come compositore di balli e 
come direttore teatrale, morì in miseria nella piccola città nord-ameri- 
cara di Seattle nel maggio del 1914. 



La ven, la ven, la ven alla finestra, 
L'è tutta, l'è tutta, l'è tutta insipriada, 
La dis, la dis, la dis che l'è malada 
Per non, per non, per non mangiar polenta. 
Bisogna, bisogna, bisogna ave pazienza 
Lassala, lassala, lassala maridà. 

O la bella Gigogin ! Trallalà larà la-lera ! 
O la bella Gigogin ! Trallalà larà lelà ! 

A quindici anni facevo all'amore... 
Dagliela avanti un passo. 
Delizia del mio core ! 

A sedici anni ho preso marito... 
Daghela avanti un passo, 
Delizia del mio core ! 

A diciassette mi sono spartita... 
Daghela avanti un passo. 
Delizia del mio core ! 

O la bella Gigogin ! Trallalà larà lalerà ! 
O la bella Gigogin ! Trallalà larà lelà ! 



75 — 



INNO DI GARIBALDI 

DI LUIGI MERCANTINI 



Se l'Inno di Mameli è il più hello, l'Inno di Mercantini è il più 
popolare degli inni di guerra italiani. Le sue strofe destano fremili, 
il suo ritornello entusiasma. Scritto per i volontari di Garibaldi, è 
diventato il vero inno nazionale del popolo italiano e là dove esso 
rimbomba si difendono le cause giuste e sante. Come disse Giovanni 
Pascoli, esso « se non proprio i morti dai sepolcri, resuscita ciò che è 
sepolto nei nostri cuori, ciò che più non morrà ». 

La sera del 19 dicembre 1858 in Genova, nella casa del patriotta 
bergamasco Gabriele Camozzi, Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio e qual- 
che altro parlavano della prossima campagna di liberazione che doveva 
essere ingaggiata al cenno che si aspettava da Torino. D'un tratto entrò 
Luigi Mercantini, il poeta già noto e amato per un suo inno (vedi a 
pagina 5,ì) e per la bellissima e popolare poesia scritta in moric 
del Pisacane : 

Erari trecento, erari giovani e forti... 

Garibaldi gli strinse la mano e gli disse (è Giglioli, che assistette 
al colloquio, che racconta) : 

— Voi mi dovreste scrivere un inno per i miei volontari; lo can 
teremo andando aila carica e lo ricanteremo tornando vincitori. 

— Mi proverò. Generale, rispose il poeta. 

— E la signora Mercantini (era una celebre pianista), soggiunse 
il Camozzi, comporrà la musica. 

Il 31 dicembre, mentre a Milano la folla, pazza di entusiasmo, 
cantava per la prima volta Dagliela avanti un passo, il Mercantini portò 
l'inno in casa del Camozzi. La musica non era della signora Mercantini 
ma del maestro Alessio Olivieri, capobanda della brigata « Savoia ». Fu 
eseguita presenti Bixio, i trentini fratelli Pilade e Narciso Bronzetti, 
Migliavacca, Fiastri, (Chiassi, Gorini, tutti intrepidi soldati della Patria, 
e nobili, popolani e borghesi. Parole e musica conquistarono l'eletto 
uditorio. Quattro mesi appresso, il 25 aprile 1859, l'inno fatidico 
veniva cantato per la prima volta in pubblico dai volontari di Garibaldi. 
Esso tuttavia non ebbe una grande popolarità che più tardi, poiché 
nella campagna di Sicilia del 1860 era ancora poco conosciuto. 

Luigi Mercantini non scrisse mai nulla di meglio di quest'inno 
guerresco e l'OLvieri, l'autore della musica (nato a Genova il 15 feb- 
braio 1830, morto di tisi a Cremona il 13 marzo 18(37) viene ricordato 
dai posteri soltanto per le note di cui rivestì le parole del Mercantini. 
Siano benedetti entrambi per il capolavoro che scosse tutta Italia 

Come se in ogni sillaba 
E in ogni canto ardesse una scintilla. 



— 7G — 

In origine l'Inno terminava col verso « Son ditte una sola — le 
cento città n : dopo !a conquista della Sicilia il Poeta vi aggiunse le 
strofe che seguono. Il magico ritornello nell'originale dell'autore di- 
ceva : « Va fuori d'Italia — Va fuori ch'è l'ora » ; i garibaldini ed il 
popolo corressero « ch'è ora » e l'autore accettò la correzione popolare. 



Si scopron le tombe, si levano i morti, 
I m.artiri nostri son tutti risorti ! 
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome, 
La fiamma ed il nome — d'Italia nel cor! 

Veniamo ! Veniamo ! Su, o giovani schiere ! 
Su al vento per tutto h nostre bandiere ! 
Su tutti col ferro, su tutti col foco. 
Su tutti col foco — d'Italia n"l cor! 

Va' fuori d'Italia, va' fuori ch'è ora. 
Va' fuori d'Italia, va' fuori, o straniar. 

La terra dei fiori, dei suoni e dei carmi 
Ritorni qua! 'era la terra dell'armi ! 
Di cento catene le avvinser la mano. 
Ma ancor di Legnano — sa i ferri brandir. 

Eastone tedesco l'Italia non doma, 

Non crescono al giogo le stirpi di Roma : 

Più Italia non vuole stranieri e tiranni. 

Già troppi son gli anni — che dura il servir. 

Va' fuori d'Italia, ecc. 

Le case d'Italia son fatte per noi, 
E' là sul Danubio la casa dei tuoi : 
Tu i campi ci guasti, tu il pane c'involi, 
I nostri figliuoli — per noi li vogliam. 

Son l'Alpi e i due mari d'Italia i confini, 
Col carro di fuoco rompiam gli Apennini : 
Distrutto ogni segno di vecchia frontiera. 
La nostra bandiera — per tutto innalziam. 

Va' fuori d'Italia, ecc. 



— 77 — 

Sieri mute le lingue, sieri pronte le braccia : 
Soltanto ?1 nemico volgiamo la faccia, 
E tosto oltre i monti n'andrà lo straniero. 
Se tutta un pensiero — l'Italia sarà. 

Non basta il trionfo di barbare spoglie, 
Si chiudano ai ladri d'Italia le soglie : 
Le genti d'Italia son tutte una sola, 
Son tutte una sola — le cento città. 

Va' fuori d'Italia, ecc. 

Se ancora dell'Alpi tentasser gli spaldi, 
II grido d\:llarmi sarà ^Garibaldi »• 
E s'arma allo squillo, che vien da Caprera, 
Dei mille la schiera — che l'Etna assaltò. 

E dietro alla rossa vanguardia dei bravi 
Si muovon d'Italia le tende e le navi : 
Già ratto sull'orma del fido guerriero 
L'ardente destriero — Vittorio spronò. 

Va' fuori d'Italia, ecc. 

Per sempre è caduto degli empi l'orgoglio, 
A dir — Viva Italia — va il Re in Campidoglio 
La Senna e il Tamigi saluta ed onora 
L'antica signora — che torna a regnar. 

Contenta del regno fra l'isole e i monti 
Soltanto ai tiranni minaccia le fronti ; 
Dovunque le genti percuota un tiranno 
Suoi figli usciranno — per terra e per mar. 

Va' fuori d'Italia, ecc. 



CANTO DI SOLDATI SUL CAMPO 

DI TEOBALDO CICCONI 



Lo cantavano i soldati piemontesi nei bivacchi durante la guerra del 
1S59. E lo cantano con eguale entusiasmo i soldati d'Italia nel 1915, 
durante l'ultima, pili grande e più gloriosa guerra del nostro Risor- 
gimento! 

Fischiano i venti, la notte è nera. 
Batte la pioggia sulla bandiera : 
Finché nel cielo rinasca il giorno, 
Giriam, fratelli, giriamo intorno. 

Zitto ! Silenzio ! Chi passa là ? 
Passa la ronda. Viva la ronda : 
Viva l'Italia, la libertà ! 

Siam delle guardie dai tre colori. 
Verde, la speme de' nostri cori. 
Bianco, la fede stretta fra noi, 
Rosso, le piaghe de' nostri eroi. 

Zitto! Silenzio! Chi passa là? 
Passa la ronda. Viva la ronda : 
Viva l'Italia, la libertà! 

Dalle congiunte bocche dei cento 
Scoppia la voce del giuramento ; 
Braccio di ferro, cor di leone, 
Ciascun difenda la sua ragione. 

Zitto! Silenzio! Chi passa là? 
Passa la ronda. Viva la ronda : 
Viva l'Italia, la libertà ! 



— 79 — 



LA ROSA I>I NOVAR A 

DI FRANCESCO COPPI 



Francesco (;oppi, poeta molto giovane, è l'aiitort di questa dolce 
e triste poesia, la cui musica, che è comune ad altri stornelli toscani, 
ha note malinconiche. Il ritornello è « tutto empito, e bene esprime la 
f,2gliardia delle rinnovate speranze ». Nata nella primavera del 1859 
i;i Toscana, suonò sulle labbra dei volontari toscani e restò nel 
popolo. 



Fior della bara. 
Spunta la rosa della primavera 
Al piede delle croci di Novara. 

O rosa d'aprile — amore dei fiori, 
D'Italia i colori — tu porti con te. 

O primavera, 
E le croci dei campi di Novara 
Dicono a quella rosa : Apriti e spera. 

O rosa d'aprile - amore dei fiori, 
D'Italia i colori • — tu porti con te. 

Verde è lo stelo, 
Come speranza che un vessillo solo 
Sventolerà per questo nostro cielo. 

O stelo di rosa — amore dei fiori 

Dei nostri colori — sei pure un de' tre. 

Bianco è il bottone, 
Come la fede che l'onde tirrene 
Dovran baciare una sola nazione. 

Bottone di rosa - amore dei fiori 

Dei nostri colori — sei pure un de' tre. 



— 80 — 

E' rosso il flore. 
Come l'amore che dall'Alpi al mare 
Ci Siam giurati ai giorni del dolore. 

O fiore di rosa — amor dei fiori 

Dei nostri colori — sei pure un de' tre. 

E sulla sera 
Ai piedi delle croci di Novara 
Sbocciò la rosa della primavera. 
E le croci dei campi di Novara 
Dissero a quella rosa : Apriti e spera. 

O rosa d'aprile — am.ore dei fiori 
D'Italia i colori — rivivon con te. 



81 



CANTO MARZIALE DEI SOLDATI 

DI GIUSEPPE PIERI 



Come avverte il Cori, questo fu il piii popolare degli inni patriot- 
tici sorti nel 1859. Fu scritto dal Pieri, un fecondo poeta, ora dimen- 
ticato, musicato dal maestro Rodolfo Mattiozzi e dedicato al generale 
Ulloa, comandante delle truppe toscane. In alcune regioni d'Italia lo 
si canta ancora. 

All'armi, All'anni! 

Soldati, all'armi, all'armi! 
Son pronti i battaglioni, 
I brandi ed i cannoni 
La morte a fulminar. 

Del suon di tromba 
Tutta rimbomba 
L'itala terra... 
Viva la guerra ! 

All'armi, All'armi! 

Regni ne' nostri petti 
La fede, la speranza. 
Andiam siccome a danza, 
Giulivi a battagliar. 

Del suon di tromba 
Tutta rimbomba 
L'itala terra... 
Viva la guerra ! 

All'armi, All'armi! 

Sia fulmine racciaro 
Sull'oste che ci aspetta : 
D'una feral vendetta 
L'ora per noi suonò ! 

Del suon di tromba 
Tutta rimbomba 
L'itala terra... 
Viva la guerra ! 



— 82 — 

All'armi. All'armi! 

Al tricolor vessillo 
Dell'almo re guerriero 
Uniti in un pensiero 
L'Eterno ci guidò. 

Del suon di tromba 
Tutta rimbomba 
L'itala terra... 
Viva la guerra ! 

All'armi, All'armi! 

Sui campi della gloria 
Come leoni andremo, 
Col sangue compreremo 
La santa libertà. 

Del suon di tromba 
Tutta rimbomba 
L'itala terra... 
Viva la guerra ! 

All'armi, All'armi! 

Questa invidiata Italia 
Troppo già fu tapina. 
Noi la vogliam regina, 
Regina alfin sarà. 

Del suon di tromba 
Tutta rimbomba 
L'itala terra... 
Viva la guerra ! 

All'armi, All'armi! 

Corriam, voliam, coraggio ! 
Sciabola in pugno ed asta ; 
Siamo guerrieri, e basta : 
Vita il pugnar ci dà ! 

Del suon di tromba 
Tutta rimbomba 
L'itala terra... 
Viva la guerra ! 



83 



I CACCIATORI DELL E ALPI 

DI LUIGI MERCANTINI 



Fu LOmunissinia tra i Garibaldini durante la campagna del "59. 



Volontario ho abbandonato 
La mia casa ed il mio amor : 
Or che son di qua passato 
Son dell'Alpi cacciator. 

La mia madre poveretta 
Al confin mi accompagnò : 
Ma di là restò soletta, 
E di là mi salutò... 

E un bel j^iovine gagliardo 
Incontrai nel mio cammin : 
Io gli chiesi: — Sei Lombardo? — 

— No, rispose, Cadorin... 

Uno, due, tre, quattro, oh quanti ! 
Dite amici, ove si va? - 

— Modenesi tutti quanti 
Per combatter siamo qua. 

— Viva Italia! E voi chi siete? — 

— Siam di Parma. — E voi laggiù? — 

— Viva Italia ! Oh noi sapete, 
Siam toscana gioventù. — 

— Veh costui che arriva in fretta 
E d'armati ha un fiero stuol : 

Olà, amico, dinne, aspetta. 

Tu chi sei ? — Son romagnol. — 



— 84 



E quell'altro più lontano 
Che si ratto muove il pie? — 
— Messaggiero siciliano 
Vengo a dir che morto è il re. 

Cacciatori, spunta il giorno, 
Già la belva si mostrò : 
Cacciatori squilla il corno, 
Già la caccia incominciò. 



— 85 — 



STORNELLI POPOLARI DEL 1859 



Il 1S59, come già il 1848, elettrizzò l'Italia. Le vittorie di Lom- 
bardia, le rivoluzioni dell'Italia centrale, il magnifico esempio dato dal 
Re, dal suo grande iflinistro, da Garibaldi alla testa dei suoi volontari, 
dai governi insurrezionali che resero nulli i patti disastrosi della pace 
di Villafranca, erano tali avvenimenti da destare le muse patriottiche 
e popolari Si ebbe in quell'anno e nell'anno seguente, non meno gran- 
dioso nella storia del nostro riscatto, una vera efflorescenza di inni e 
di canti, alcuni dei quali bellissimi, come quelli de! '48. Il ■v=^9 fu l'esal- 
tazione del nuovo valore militare italiano impersonato nella balda figura 
del bersagliere crealo dal Lamarmora. Nel '59 e nel '66 i trentini 
cantavano : 

E voi altri bersaglieri 

Che gavè la gamba bona 

Vegnarè su da Verona 

A portar la libertà! 

Gli stornelli che seguono sono nati in Toscana e si sono diffusi rapi- 
damente nelle Marche, nelle Romagne ed in altre regioni. 
// Babbo : il granduca Leopoldo di Toscana. 



Addio, Fiorilla ! 
La tromba del guerrier sento che squilla, 
E chiama gritaiiani alla battaglia: 
Pronta ho la spada e da- due parti taglia ; 
Il sacco ho preparato ed il fucile ; 
Vado alla guerra, e chi non viene è un vile. 
Addio, Fiorilla, vado in Lombardia 
A liberar men vo la patria mia. 

Sono italiano, ed alla guerra vo, 
O morirò pugnando, o vincitor sarò. 

Fiorin d'allòro! 
Perchè mi neghi un bacio, o mio tesoro? 
Sai che alla guerra vado in Lombardia, 
Non ti vedrò piij forse, anima mia ; 
Dunque perchè mi nega il tuo bel core 
L'ultimo segno d'un fedele amore? 

Sono italiano, ed alla guerra vo, 
O morirò pugnando, o vincitor sarò. 



— 86 — 

Fior di mughetto ! 
Viva l'Italia, che ho scolpita in petto, 
Evviva la bandiera tricolore. 
La bandiera che ai barbari è terrore. 
All'armi! Della tromba odo lo squillo, 
Viva l'Italia e il tricolor vessillo : 
Voliamo alla vittoria; all'Alpi in vetta 
Sventoli la bandiera benedetta. 

Sono italiano, ed alla guerra vo, 
O morirò pugnando, o vincitor sarò. 

Fior di mortella ! 
Sull'elmo del guerrier brilla una stella ; 
E' la stella che a mezzo la battaglia 
Collo splendor l'occhio al tedesco abbaglia 
E' la stella che illumina il sentiero. 
Della vittoria all'italian guerriero. 

Sono italiano, ed alla guerra vo, 
O morirò pugnando, o vincitor sarò. 



— Dimmelo, bella. 
Dove tu l'hai l'amor? 

— L'amore l'ho in Piemonte 
Fra fucili e cannon. 

— Dimmelo, bella. 
Dove tu l'hai l'amor? 

— L'amore l'ho in Piemonte 
Bandiera tricolor. — 

Giovane son. 

Voglio morir così : 

Con Garibaldi in Mantova 

O vincere, o morir. 

Giovane son, 

Voglio morir così : 

Vo' andar con Garibaldi ; 

O vincere, o morir. 



— 87 — 

Giovane son, 

Voglio morir così : 
Vogliam l'Italia libera; 
O vincere, o morir. 

Mamma, non piangere, 
Alla guerra vo' ir : 
Nell'Italia son nato, 
Per l'Italia vo' morir. 



Lascialo andar, 
Che volontario va, 
Contro i Tedeschi a battersi 
L'Italia a liberar. 

Lascialo andar 
Che volontario va, 
E' va con Garibaldi 
L'Italia a liberar. 

Lascialo andar 
Che volontario egli è ; 
E' andato nel Piemonte 
A fare il bersaglier. 

Lascialo andar 
Che volontario va ; 
Lascia la mamma a piangere 
La dama a sospirar- 

Lascialo andar 

Che volontario egli è, 
E nel Palazzo Pitti 
Non ci rimette il pie. 

Lascialo ire 

Lascialo ir lassiì : 
Codini, andate a letto 
Il Babbo un torna più ! 

L'albero è secco, 

La foglia è andata giù, 
Codini andate a letto 
Il Babbo un torna più ! 



GARIBALDI 

DI FRANCESCO DALL' ONGARO 



Francesco Dall'Ongaro ne compose le parole; ma -chi fece la 
musica di questa canzone « cantata in Italia da persone di ogni casato 
sociale? » (Gori). 



Qual'è il guerriero famoso al pari 
Di qua d'Atlante, di là dai mari, 
Che per l'Italia brandì l'acciaro 
E il nostro nome fé' sacro e caro 
Fin fra' selvaggi nudi e spavaldi? 

— E' Garibaldi! 

Al primo grido de' nostri sdegni 
Varcò d'un volo d'Alcide i segni : 
Udì un concerto d'allegri carmi, 
Ma inette ancora le destre all'armi, 
Gridò : «Sorgete fidenti e baldi» ? 

— E' Garibaldi ! 

O cari al sole, lombardi campi. 
Per lui mandaste faville e lampi ! 
Per lui dell'elmo gravò la chioma, 
Risorse cinra la sacra Roma 
Di nuovi Bruti, di nuovi Arnaldi ! 

— E' Garibaldi ! 

Cedemmo al fato ; ma in cor ristretta 
Covò due lustri la gran vendetta. 
Su, su, fratelli, più non s'attenda 
Che dal Cenisio l'aiuto scenda! 
La libertade vuole altri araldi : 

— E' Garibaldi! 



— 89 — 

Desta al suo nome l'antica schiera 
Il Rubicone passò primiera : 
Sursero inermi Varese e Como : 
Contro seimila s'avanza un uomo, 
E gli rovescia dai vinti spaldi... 

— E' Garibaldi ! 

Da Montebello fino a Magenta 

Non v'è che un nome che li spaventa. 
Dov'ei non pugna s'alza gigante, 
Tremendo spettro col suo sembiante 
Che mette un gelo ne' cor più saldi. 

— E' Garibaldi ! 

L'un Sire e l'altro si guata in faccia : 
Scossi al periglio chi li minaccia, 
Offrono tregua, giurano pace : 
Tremano entrambi che l'uomo audace 
Di nuovo incendio l'Europa scaldi... 

— E' Garibaldi ! 

Non v'è con l'Austria pace né tregua! 
Infìno al mare l'oste s'insegua. 
O re Vittorio, chiama i tuoi Sardi, 
Grida a Toscani, grida a Lombardi : 
— Spezzate i vili patti ribaldi ! 

— E' Garibaldi ! 

Fra i sacri gioghi dell'Appennino 
Splende all'Italia miglior destino : 
Qui dove è antica la libertade, 
A nuova vita tempriani le spade, 
Novella fiamma l'alme riscaldi!... 

— E' Garibaldi ! 

Vedran, se alcuno pur ci dileggia, 
Che non slam tutti canora greggia ! 
Vedranno al soffio che da lui spira 
Aiutarsi in tromba l'imbelle lira, 
Ed i Raffaeli! fatti Rinaldi... 

— E' Garibaldi ! 



— 90 



Di miglior vespro deste alle squille 
Sorgon le fiere Calabre ville : 
Ardono tutti d'un foco solo : 
Non è vulcano che scuota il suolo, 
Non è valanga che d'alto sfaldi... 

— E' Garibaldi ! — 

Nutrita a lungo, nell'ore estreme 
De' rei signori cadrà la speme! 
Le occulte insidie la luce ha dome. 
Non v'è che un uomo, non v'è che un nome 
Che la gran piaga d'Italia saldi... 

— E' Garibaldi ! — 



— 91 — 



LA GARIBA L DINA 

DI FRANCESCO DALL'ONGARO 



Quest'inno fu cantato dai Garibaldini dal "60 in poi. 



Il dado è tratto ! Di terra in terra 
Suona l'allegro squillo di guerra. 
L'Italia è sorta dall'Alpi al Faro, 
E vuol col sangue, che l'è più caro. 
Segnar la traccia de' suoi confini. 
Al nostro posto, Garibaldini 1 

Avanti ! Urrà ! 
L'Italia va ! 
Fuori stranieri, fuori di qua ! 

Una camicia di sangue intrisa 
Basta al valore per sua divisa ; 
A darci un'arma che non si schianti 
Basta un anello de' ceppi infranti. 
Ogni arma è buona cogli assassini ! 
A ferro freddo. Garibaldini ! 

Avanti ! Urrà ! 
L'Italia va ! 
Fuori stranieri, fuori di qua ! 

Non dietro i muri, non entro ai fossi : 
In campo aperto, diavoli rossi ! 
Chi vuol cannoni, vada e li prenda, 
Come torrente che d'alto scenda, 
Come valanga de' gioghi alpini, 
A ferro freddo, Garibaldini ! 

Avanti ! Urrà ! 
L'Italia va I 
Fuori stranieri, fuori di qua ! 



— 92 — 

Pochi, ma buoni. L'Italia affronta 
Le avverse squadre, ma non le conta. 
Come i trecento devoti a morte, 
Che della Grecia mutar la sorte, 
Marciam compatti, feriam vicini, 
A ferro freddo, Garibaldini ! 

Avanti ! Urrà ! 
L'Italia va ! 
Fuori stranieri, fuori di qua ! 

Poveri e ricchi, dotti ed ignari 
Dinanzi al foco tutti slam pari. 
Pari nel giorno del gran conflitto. 
Saremo pari dinanzi al dritto : 
Siamo soldati, ma cittadini. 
A ferro freddo. Garibaldini ! 

Avanti ! Urrà ! 
L'Italia va ! 
Fuori stranieri, fuori di qua ! 

Oggi guerrieri, doman colòni, 
Senza medaglie, senza galloni. 
Giurammo a Italia la nostra fede : 
La libertade ci fìa mercede. 
Come gli antichi padri latini. 
A ferro freddo. Garibaldini ! 

-A. vanti ! Urrà ! 
L'Italia va ! 
Fuori stranieri, fuori di qua! 



93 



CAMICIA ROSSA 



E' la canzone più popolare nata nel 1860. La scrisse un certo 
Traversa, segretario comunale, e la musicò il maestro Luigi Pantaleoni. 
Si componeva dapprincipio di sole nove strofe; dopo il doloroso fatto 
di Aspromonte il poeta scrisse altre dieci strofe intitolandole « La mia 
camicia rossa » ; il popolo le cantò e le canta insieme con le prece- 
denti come se si trattasse di una medesima canzone. Nel '60 sorsero 
anche la popolare canzonetta : 

Bella non piangere se mi vedrai partir. 
Vado alla guerra per vincere o morir; 

la Violetta, ecc., ecc. 



Quando la tromba suonava airarmi. 
Con Garibaldi corsi a arruolarmi ; 
La man mi strinse con forte scossa, 
E mi die questa camicia rossa. 

E dall'istante che t'indossai 
Le braccia d'oro ti ricamai... 
Quando a Milazzo passai sergente, 
Camicia rossa, camicia ardente- 
Porti l'impronta di mia ferita, 
Sei tutta lacera, tutta scucita ; 
Per questo appunto mi sei più cara 
Camicia rossa, camicia rara. 

Tu sei l'emblema dell'ardimento : 
Il tuo colore mette spavento : 
Fra poco uniti andremo a Roma, 
Camicia rossa, camicia indoma. 

Fida compagna del mio valore. 
S'io ti contemplo mi batte il core ; 
Par che tu intenda la mia favella, 
Camicia rossa, camicia bella. 



— 94 — 

Là sul Volturno, di te vestito, 
Quando sul campo caddi ferito, 
Eri la stessa che allor vestìa, 
Camicia rossa, camicia mia. 

Con te sul petto farò la guerra 
Ai prepotenti di questa terra, 
Mentre l'Italia d'eroi si vanta. 
Camicia rossa, camicia amata ! 

Quando all'appello di Garibaldi, 

A un di que' mille suoi prodi e baldi 
Daremo insieme fuoco alla mina, 
Camicia rossa garibaldina. 

Se dei tedeschi nei fieri scontri 
Vien che la morte da prode incontri, 
Chi sa qual sorte sarà serbata. 
Camicia rossa, camicia amata ! 



Ora tu posi come una mesta 
Che attende il giorno della sua festa ; 
Ed io coU'alma trista, commossa 
Ti guardo e lacrimo, camicia rossa ! 

Nei lidi siculi la prima volta, 
Giovine altero, io t'ebbi accolta; 
E nel nomarti la sposa mia, 
Seguimmo insieme la stessa via. 

Oh ! allor non eri, quale tu siei. 
L'umile veste dei giorni miei!... 
Eri l'insegna della riscossa, 
O disprezzata camicia rossa ! 

Eri di tanta gloria beata. 
Che da due mondi fosti desiata, 
E l'Anglo e l'Unghero scesero in campo 
Del tuo divino folgore al lampo. 



— 95 — 

Fino le imbelli fanciulle ornarsi 
Di te si piacquero, e innamorarsi, 
Né da quei cori giammai rimossa 
Fu la tua immagin, camicia rossa. 

E come un voto di casta fede, 
Che amor d'Italia solo concede, 
Nella parete d'ogni umil tetto 
Pendesti all'ara d'un santo affetto. 

Tradita, fosti più grande — e Pisa 
Luce ha più bella con te divisa... 
Oh ! quella guerra che t'hanno mossa 
T'ha sublimato, camicia rossa. 

Nella tua fiera melanconia, 
Tu mi rammenti Venezia mia ; 
Nella tua vita, vinta non doma, 
Sembri ripetere : dO morte, o Roma ' 

Oh! vieni, vieni col sol d'aprile: 
Impari il mondo che non sei vile ! 
Roma e Venezia ! Poi nella fossa 
Scendiamo insieme, camicia rossa ! 

Camicia rossa, camìcia indoma. 
Sembri ripetere : ((O morte, o Roma !> 
Sì. ripetiamo con voce forte, 
Con Garibaldi : !<0 Roma, o morte !>i 



96 — 



LA CADUTA DEL RE BOMBA 



La musa popolare salutò la caduta del Re Bomba (Gaeta, dove si 
era rifugiato Francesco II di Napoli, cadde il 13 febbraio 1861) con 
questi versi d'intonazione satirico-umoristica. Un amico abruzzese mi 
assicura di averli sentiti canticchiare fino a qualche anno fa dai con- 
tadini dei dintorni di Pescara. 



Italiani, per memoria 

Vi vuo' dir tremenda istoria : 
Garibaldi, a suon di tromba, 

Giunse in casa del Re Bomba. 
Alla vista dei nizzardi 

Bersaglieri di Garibaldi, 
Alla rea disperazione, 

Che assaliva il Re Borbone, 
L'orizzonte si oscurò, 

Il Re Bomba tracollò. 
Ed in fretta Francescone 

Fece fare un gran cassone 
Tutto pieno di moneta 

Per fuggir dentro Gaeta. 
Dunque scordati del trono, 

Che a regnar non sei piii buono ; 
Va' a mangiare i maccheroni 

Co' tuoi figli lazzaroni. 
Va' all'inferno, al purgatorio, 

Va' a cercare il tuo papà; 
Gli dirai che il gran Vittorio 

Ci ha donata la libertà. 
San Gennaro e il gran Pio nono 

Son caduti dal suo trono. 
San Gennaro non risponde, 

Il Re Bomba si confonde 
L'Antonelli dice: ohimè! 

Siam caduti tutti e tre. 



97 — 

LA RONDINELLA 
D'ASPROMONTE 



Nel 1840 il patriotta livornese Enrico Mayer scrisse, nella pri- 
gione di Castel Sant'Angelo dove era stato rinchiuso dal governo del 
papa, lina breve gentile poesia intitolata La Rondinella. Nel 1862, dopo 
la tragedia d'Aspromonte, un ignoto esumò la vecchia poesia e, con 
lievi modificazioni di nomi alla seconda strofa e di concetti alla settima, 
la rivestì o la fece rivestire di note musicali. Così foggiata La Ron- 
dinella d'Aspromonte acquistò una grande voga tra il popolo. 

O Rondinella, che libere l'ali 

Spieghi or fuggendo, or tornando vèr me, 
Deh ! se pur senti pietà de' miei mali. 
Vai dove andare è niegato al mio pie. 

Tu dèi volar da Aspromonte al Cimino, 
E dal Cimino all'Amiata passar; 
Poi dell'Etruria nel dolce giardino 
Sui freschi margini d'Arno posar. 

Là dove franta più mormora l'onda, 
Giunta di Flora il bel seno a lam.bir, 
Mesto e romito vedrai sulla sponda 
L'abbandonato mio tetto apparir. 

Stanza di pace... Oh ! se farvi il tuo nido 
Tu pur volessi al ritorno d'aprii, 
Non mai la sorte un asilo più fido 
Darti potrìa, rondinella gentil. 

E di volare t'arresti il desìo. 
Lì ti riposa in l'etrusco terren : 
Quello è il mio cielo, il mio suolo natio, 
E di mia madre ti posa sul sen. 

Dille : Son io di color messaggera 

Che giuro fean d'aver Roma o morir; 
Ma poi la sorte si rese a noi fera. 
Pur troppo il giuro ha dovuto fallir. 

Inni di Guerra. 7 



~ 98 — 

L'empio ministro, che serve al tiranno 
E della Senna il volere segnò, 
Provocando con l'armi a noi danno, 
Di sangue il suol d'Aspromonte bagnò. 

Sì; ma dall'italo sangue ogni stilla 
Che fu versato, un torrente darà 
Quando a riscossa, imitando Balilla, 
L'itala tromba l'appello farà. 

E detto questo, se al primo barlume 
Io ti vedrò alla prigione venir, 
Raccoglierò sulle molli tue piume 
L'aure d'Etruria e i materni sospir. 



— 99 — 



IL VOLONTARIO 

INNO DEL 1866 



E' un espressivo inno del magfi'o "'''•• ^l■dU^ in Abruzzo, (autore il 
prof. Rosinganni) ditfusosi nel resto d'Italia, e poi dimenticato. Ce lo 
ha mandato con gran cortesia la gentile signora Mariannina Riccardi 
Vicini, che lo ha trascritto dal Panaro, gazzetta di Modena, del 9 giugno 
1806. 

Son volontario I Da la mia terra 
Partii gridando : viva la guerra ; 
E con un bacio quando partia 
M'ha benedetto la madre mia. 

Dal Cielo Iddio veglia su me. 
Viva Venezia, Roma ed il Re. 

Son volontario I Ratto qual lampo 
Di guerra al grido volo nel campo. 
Volo nel campo là su gli spaldi 
Sempre per vincere con Garibaldi. 

Dal Cielo Iddio veglia su me. 
Viva Venezia, Roma ed il Re. 

Ardente ho l'anima, il braccio ho forte. 
Con Garibaldi sfido la morte. 
Sul mio vessillo scritto ha la gloria : 
Col volontario sta la vittoria. 

Dal Cielo Iddio veglia su me. 
Viva Venezia, Roma ed il Re. 

Finché l'Austriaco fuori non vada 
Depor non voglio questa mia spada ; 
Finché Venezia salva non sia 
Non torno a stringere la madre mia. 

Dal Cielo Iddio veglia su me. 
Viva Venezia, Roma ed il Re. 



— 100 — 

Son volontario ! Sento la tromba ! 
Sento il cannone che già rimbomba. 
Corro per vincere con Garibaldi 
Con l'armi in pugno là su gli spaldi. 

Dal Cielo Iddio veglia su me, 
Viva Venezia, Roma ed il Re. 



i 



101 



CANZONE Dì GUERRA DEL 1866 

DI ANGELO BROFFERIO 



Angelo Brofferio (nato a Castelnuovo Cakea il 6 dicembre 1802, mor- 
to il 25 maggio IStKi) fu scrittore e poeta genialissimo, giornalista, 
storico, oratore di foga e di talento. Le sue poesie dialettali ebbero 
una voga immensa nei natio Piemonte. Questa canzone di guerra del '66 
(il poeta mori poco dopo averla scritta) fu diffusa in tutta Italia nella 
musica concitata del maestro Enea Brizzi. 



Delle spade il fiero lampo 
Troni e popoli svegliò, 
Italiani, al campo, al campo ! 
È la madre che chiamò. 

Su corriamo in battaglioni 
Fra il rimbombo dei cannoni, 
L'elmo in testa, in man Tacciar! 
Viva il Re dall'Alpi al mar! 

Dall'Eridano al Ticino, 
Dal sicàno al tòsco suol, 
Sorgi, o popolo latino. 
Sorgi e vinci : Iddio lo vuol ! 

Su corriamo in battaglioni, ecc. 

Delle pugne fra la gioia 
Ci precede col valor 
Il Baiardo di Savoia, 
Di Palestre il vincitor. 

Su corriamo in battaglioni, ecc. 

Dagli spalti vigilati 

Grideranci : — Chi va là? — 
— Dell'Italia slam soldati, 
Portiam guerra e libertà. — 

Su corriamo in battaglioni, ecc 



— 102 — 

Nostre son quest'alme sponde. 
Nostri i floridi sentier : 
L'aria, il cielo, i campi e l'onde 
Ti respingono, o stranier. 

Su corriamo in battaglioni, ecc. 

Gente ausonia, a nobil fato 
L'astro tuo fallir non può, 
Re Vittorio l'ha giurato, 
Che giammai non spergiurò. 

Su corriamo in battaglioni, ecc. 

Della gloria nel cammino 
Sovra il prode italo stuol 
Splenderà di San Martino, 
Splenderà di nuovo il Sol. 

Su corriamo in battaglioni, ecc. 



i 






lOò - 



IL CANTO DI GUERRA 

DI IPPOLITO PEDERZOLLI 



Ippolito Pederzolli, bella figura di patriotta e pocia trentino, scrisse 
e Stefano Ronchetti Montevjti, professore al (Conservatorio di Milano, 
musicò il canto seguente nel IStJti. 



Bello di luce eolica, 
Sole d'Italia, splendi ! 
Coli 'armonia del folgore 
Ira di Dio discendi ! 
Vendicator dei secoli 
Balza, o guerrier, sul campo 
Della tua spada al lampo, 
La maledetta Gerico 
Fra poco crollerà. 

Sopra il cavai d'Arminio 
Ora uno spettro è assiso : 
Sotto il tallon degl'itali 
Sia quello spettro anciso. 
L'insanguinato Eridano 
Del suo valor favelli, 
Dagli spezzati avelli 
Sorgan placati i martiri 
Delle trascorse età. 

Itali all'armi ! In luride 
Catene risospinta, 
Langue l'adriaca amazzone 
Nel suo squallor discinta. 
Fisso lo sguardo al Brennero, 
Stretto Tacciar del forte, 
Alla tenzon di morte 
Baldo d'orgoglio indomito 
Vola d'Ausonia il fior. 



— 104 — 

L'ora è suonata : echeggiano 
Percossi e monti e valli, 
Fra l'infuocata polvere 
Nitriscono i cavalli : 
Rugge lo sdegno italico 
Dall'Alpi a Spartivento, 
Fremon Trieste e Trento, 
I drappi all'aura ondeggiano. 
Esulta il tricolor. 

Guerra ! Di guerra orribile 
Risuoni ovunque il grido ! 
Fissi nel Sol com 'aquila, 
Vòlti all'adriaco lido, 
Colla virtù di Spartaco 
Di Bruto collo sdegno, 
Diamo ad Europa un pegno 
Che l'italo sa vincere. 
Percuotere o morir ! 



105 — 



L'ADDIO DEL GARIBALDINO 



Nel 1866 il popolo s'impadronì della canzone 11 coscritto di 
P. P. Parzanese, composta anni addietro, e ne fece l'Addio del Ga- 
ribaldino alla sua innamorata. Ad ogni strofa venne aggiunta la ri- 
sposta dell'innamorata. La musica è facile e melodica e i vecchi ga- 
ribaldini non l'hanno dimenticata. 



Angiolino 
Spunta il sole alla collina, 
E il tamburo già suono ; 
Deh, non piangere, o Beppina, 
A fin di guerra tornerò. 

Beppina 
Tu mi di' che ti son cara; 
Ancor questo crederò; 
Ma la tua partenza amara 
Notte e dì io piangerò. 

Angiolino 
Pria ch'io fossi innamorato 
Una patria Iddio mi die : 
Per la patria son soldato, 
Mano e cor consacro a te. — 

Beppina 
Non vorrei che in lontananza 
Ti scordassi anco di me : 
Io ti giuro con costanza 
Di pensare sempre a te. 

Angiolino 
Dammi un riccio di capelli. 
Che sul cor mi poserà, 
E ne' campi e ne' castelli 
Notte e di con me verrà. — 

Beppina 
Io son pronta; i miei capelli 
Con amore te li dò; 
Ma la tua partenza amara 
Notte e dì la piangerò. 



— 106 — 

Angiolino 

— A te un nastro cilestrino 
Sia memoria del mio amor ; 
Te lo annoda al corpettino 
Dove sai che batte il cor. — 

Beppina 

— lo l'accetto con piacere * 
E ti giuro fedeltà; 

Tu ritorna vincitore, 
E Beppina tua sarà. — 

Angiolino 

— Addio, cara ; in mare o in terra 
Ti avrò sempre nel pensier : 
Tuo se muoio nella guerra, 

Tuo se torno cavalier. 

Con la stella in mezzo al petto 
Mi fia dolce ritornar. 
Mi fia dolce nell'aspetto 
A vederti scolorar. — 

Beppina 

— No, non darti in preda al duolo, 
Che coraggio io mi farò: 

Vai contento, o mio tesoro, 
Che a te sempre penserò. 

Angiolino 
Non temer, non sarà mai 

Ch'io ti manchi di mia fé; 
Ma piuttosto ascolterai 
Che morii pensando a te. 

Garibaldi già mi chiama 
E m'invita alla battaglia, 
Con un colpo di mitraglia 
Ci fa tutti incoraggiar. 

Dunque, addio, cara Beppina, 
Che il tamburo mi chiamò. 
Deh ! non piangere, carina ; 
A fin di guerra tornerò. 



— 107 — 

A VENEZIA 

INNO DELL'ESERCITO NAZIONALE 
DI GIOVANNI BIFFI 

Il 29 maggio 1866 nel Teatro alla Scala di Milano fu dato uno spet- 
tacolo di gala ai «contingenti» — come si chiamavano allora i richia- 
mati — che stavano per partire per la guerra che doveva darci la Ve- 
nezia, ed in esso fu cantato, con l'accompagnamento della Guardia Nazio- 
nale, l'Inno dell' Esercito nazionale, scritto da Giovanni Bi.ti e musicato 
dal maestro Rovere. Il Biffi fu un giornalista singolarmente battagliero, 
notissimo ai suoi tempi. La sua figura fu ritratta dal pittore De Alhertis, 
nel quadro Una visita al campo, che si trova visibile nel Palazzo Ma- 
rino, sede del Municipio di Milano. 

Viva San Marco ! — lungo -il bel lido 
Desti Venezia — l'antico grido. 
L'onda del Mincio — dell'Adria l'onda 
Guerra risuoni — guerra risponda : 
Risorgi, esulta — martire cara, 
Alla Fanfara — del Bersaglier. 

All'armi I all'armi — invano a scampo 
L'austriaco sire — distese il campo; 
A cento spiegansi — le sue bandiere, 
A mille irrompono — le odiate schiere ; 
Contro l« stranie — barbare file 
Spiana il fucile — o Granatier. 

Al cozzo ardito — de' nostri forti 
Piegan fiaccate — l'austre coorti, 
Pel vinto campo — rotti, sbandati, 
Volgono in fuga — duci e soldati. 
Su: della carica — suoni la tromba!... 
Sovr'essi piomba — Cavalle gger. 

Dalle agguerrite — temute rocche, 
Ora suonanti — per mille bocche, 
Pender fur viste — vittime sante.... 
Sian quelle ròcche — percosse, infrante. 
Ivi i carnefici — abbiano tomba ; 
Scaglia la bomba — o Cannonier. 



— 108 — 

Ancor sull'ultimo — lor baluardo 
Sventola il giallo — nero stendardo. 
Tolto per sempre - disperso sia 
L'infausto segno - di tirannia.... 
Viva l'Italia! — su quello spalto 
Vola all'assalto — o Bersaglier. 

Or di vittoria — suoni lo squillo : 

Il tricolore — caro vessillo, 

Della più fulgida — gloria recinto, 

Dovunque splende — dovunque ha vinto. 

Della laguna — libero è il varco :_ 

Entra in San Marco — o Re Guerriero. 



109 



INNO DELL'ESERCITO ITALIANO 



AROMA 



Qualche tempo prima che le truppe italiane marciassero su Roma 
fu diffuso quest'inno, di autore ignoto. I versi sono zoppicanti ma i 
concetti generosi. 

Le armi impugna, itala terra, 

Intuona allegra l'inno di guerra! 
Non più timore ! Scuotiam la soma 
Dell'esecrato prete di Roma. 

Al Re sabaudo giuriam la fé. 
Viva Vittorio d'Italia re! 

Le armi impugna, stirpe italiana, 
Vendica i prodi morti a Mentana ! 
Via d'oltremente i Sacrestani! 
E' Roma nostra di noi italiani. 

All'armi, all'armi! Voliamo al campo! 
Ai mercenari nessuno scampo ! 
Ogni italiano pugni da forte 
Al grido unanime di : «Roma o morte !» 

A quella perfida razza di cani, 
Che ben si nomano Antiboiani, 
A ferro freddo passiamo il core. 
Gridando unanimi : D'Italia fuore ! 

(< Nostra è la terra che calpestate, 
E' nostro il pane che divorate... 
Fuori per sempre, o rie masnade. 
Da quest'ausonie belle contrade!» 

Vili ministri di vii tiranno, 

Che qui annidaste a nostro danno, 

Sul vostro capo, o maledetti. 

Stanno due spettri : Monti e Tognetti. 



— Ilo — 

O sventurata città Latina, 

Di vili sgherri fatta sentina ! 
Tognetti e Monti gridan vendetta : 
Sangue innocente vendetta aspetta ! 

Dei patriotti basti lo scempio, 
I sacerdoti tornino al tempio ; 
Via dalle spalle la vile soma ! 
Libera e grande vogliamo Roma. 

Al nazionale grido di guerra 
Tutta si scuote l'itala terra; 
A chi difende le patrie mura 
I chassepots non fan paura. 

O gran Sabaudo, lascia Firenze ; 
Vieni, aspettato dalla tua gente, 
Vieni, e col ferro, ad un tuo cenno, 
Annienteremo il nuovo Brenne. 

Vieni ; alle perfide bestiacce nere 
Intuoneremo il miserere ; 
Del Sonninese. fine all'orgoglio! 
Vittorio regni sul Campidoglio. 

Al Re sabaudo giuriam la fé. 
Viva Vittorio d'Italia re ! 



Ili — 



L'INNO DI OBERDAN 



Dopo l'impiccagione di Guglielmo Oberdan avvenuta nella Ca- 
serma grande di Trieste il 20 dicembre 1882, la gioventii irredentista 
d'Italia canta quest'inno : 



Le bombe all'Orsini, 
11 pugnale alla mano. 
A morte l'austriaco sovrano, 
E noi vogliamo la libertà. 

Morte a Franz, 
Viva Oberdan ! 

Vogliamo formare una lapide 
Di pietra garibaldina. 
A morte l'austriaca gallina. 
E noi vogliamo la libertà ! 

Morte a Franz, 
Viva Oberdan ! 

Vogliamo spezzar sotto i piedi 
L'odiata austriaca catena. 
A morte gli Asburgo Lorena. 
E noi vogliamo la libertà. 

Morte a Franz, 
Viva Oberdan ! 



112 



COL CAPÈSTRO D'OBERDAN,, 



Col capestro d'Oberdan 
Strozzerem l'imperatore, 
O Trieste del mio core, 
Ti verremo a liberar ! 

Sulle balze del Trentino 
Pianteremo il Tricolore. 
O Trieste del mio core. 
Ti verremo a liberar ! 

Morte al tedesco 
Giuseppe Francesco, 
Evviva Garibaldi. 
Vogliamo la libertà. 



13 



INNO ALL'ITALIA 

PAROLE E MUSICA DI QUIRICO FILOPANTI 



Quest'inno, lanciato da Quirico Filopanli (Giuseppe Barilli, di 
Bagnarola di Biidrio, nato il 20 aprile 1812, morto il 18 dicembre 1894, 
celebre dal 1837 col pseudonimo di Quirico Filopanti) in momenti 
di vivaci agitazioni irredentistiche, è tuttora popolare a Bologna e fa 
parte del repertorio della benemerita società corale « Euridice ». La 
sua rivestitura musicale è bellissima. L'invocazione della seconda 
strofa 

Perla del mar, Trieste, 

:.i fatta mutare dalla polizia in Venezia, (quando Venezia era già libe- 
rata!) ma il popolo si attiene alla lezione originale e invoca, oggi con 
più fervore che mai, la liberazione di Trieste. 



Sorgi sul Campidoglio 
e sulla vetta alpina 
beli' iride divina, 
bandiera dell'amor. 

Perla del mar, Trieste 
per te combatteremo, 
rinato mostreremo 
l'Italico valor. 

Ombre de' nostri martiri, 
il vostro sangue aspetta 
santissima vendetta ; 
giuriamo che l'avrà! 

Madre adorata Italia 

giorni miglior verranno, 
tutti i tuoi figli avranno 
vittoria e libertà ! 



— 114 — 



INNO DI S. GIUSTO 



Nel 1854 veniva rappresentata per la prima volta a Trieste l'opera 
Marinella del maestro triestino Giuseppe Sinico. L'opera era di soggetto 
cittadino e rievocava una leggenda eroica cara alla gente di San Giusto. 
Ebbe un grandissimo successo, un coro, sopratutto, destò l'entusiasmo 
popolare, come quello che esprimeva il sentimento dominante dei cit- 
tadini : 

Viva San Giusto!... L'inno di guerra 
Suoni per tutta la nostra terra ; 
Se pochi siamo sarem gagliardi. 
Uniti tutti da un sol amor; 
E sotto ai sacri nostri stendardi 
Cadrà l'orgoglio dell'oppressori 

La strofetta della Marinella divenne l'inno di Trieste. Ma era un 
inno monco, incompleto, ed allora, nel 1894, il Sinico volle dare alla 
sua città un vero e proprio inno conservando la musica, nota, che ogni 
triestino, ogni italiano della Venezia Giulia sente continuamente risuo- 
nare in fondo al cuore. 

Da notare che la censura austriaca mutilò alcuni versi, e il popolo 
triestino ne corresse alcuni altri, cosicché, ribelle all'autorità ed allo 
stesso autore, l'Inno di San Giusto corre nella versione ehe qui sotto 
si riproduce. 



Al tuo nome antico e santo 
Glorioso salga il canto 
Che nei petti l'esultanza 
Tante volte suscitò. 
E la fede e la speranza 
Sempre ardente ridestò. 

Viva San Giusto ! Trofeo di gloria 
Quest'è il vessillo che guida a vittoria. 
Se in pochi siamo, sarem gagliardi 
E tutti uniti d'un solo amor; 
E contro i patrii nostri stendardi 
Cadrà l'orgoglio dell'oppressor ; 
E questa nostra bianca alabarda 
Ci ricongiunge fratelli ognor ! 



— 115 — 

"LASSE PUR...,, 

CANZONETTA POPOLARE TRIESTINA 



Questa canzonetta popolare triestina (parole di Giulio Piazza, mu- 
sica di Gino Silvestri) viene cantata in tutte le dimostrazioni patriot- 
tiche della grande e cara città, dove la lingua si identifica con la 
nazionalità e l'amore dell'Italia. 

Nacque nel 1891 ed il suo successo fu enorme. Fu cantata la prima 
\olta nel Politeama Rossetti in occasione di un concorso di canzonette 
indetto dal Circolo Artistico di Trieste. « Non era ancora esaurito il 
programma dello spettacolo — scrive Alberto Manzi — che oltre tre- 
mila persone lasciavano il Politeama Rossetti cantando la nuova canzo- 
netta. La musica è graziosa, facile; ma niente di peregrino. Che im- 
porta?! 11 popolo sentiva nelle parole l'espressione del suo sentimento 
e del suo proponimento. La canzone era una affermazione storica e un 
programma di lotta. Nessuna canzone si diffuse colla rapidità di questa. 
Tutta Trieste ne era piena : da San Giusto spiegava un ampio volo su 
tutta l'Istria. La polizia ne fu sconcertata. Cercò inutilmente le contraf- 
fazioni : tentò le proibizioni : fece degli arresti... Inutilmente. « Lasse 
pur... », la canzone-rivelazione era ormai radicata nel cuore di tutti. Se 
l'avessero soffocata nella gola dei triestini, la si sarebbe udita egual- 
mente, cantata da una voce misteriosa. Sarebbe stata la voce della ita- 
lianità, che, in quel modo, avrebbe risposto agli attacchi violenti della 
polizia e degli sloveni. Gli scienziati, gli statisti, i banchieri, i poliziotti, 
i facchini potevano tentar tutto contro gli italiani, ma questi risponde- 
de\ano allora, e in seguito risposero che a tutto e a tutti avrebbero 
resistito 

Per salvar fino ala morte 
Sta preziosa eredità. 

La canzone divenne l'Inno degli italiani : e ogni città dell'Istria 
e della Dalmazia l'adattò e l'adottò contro il nemico comune. 11 nome 
di « Rosseti », che la rende locale, vien facilmente sostituito : a Gorizia 
con Favetti, a Fiume con Peretti, ecc. Quando non c'è un nome proso- 
diacamente sostituibile, si modificano gli ultimi versi, come a Zara : 



E che i fazzi pur la spia 
Ne la patria de Paravia 
Non se parla die italian. 



E cosf, aggiungiamo noi, a Spalato : 



I ne fazzi pur affronti. 
Ne la patria de Bajamonti 
No se parla che i'aliun. 



— 116 — 

Favetti, Peretti e Bajainonti furono strenui difensori dell'italianità 
di Gorizia, di Fiume e di Spalato. Quella di Bajamonti, in particolare, 
è una grande magnifica figura che attende ancora la rivendicazione e la 
glorificazione della storia. 

Domenico Rossetti (1774-1842) fu uno dei più illustri e beneme- 
riti cittadini di Trieste, promotore delle scuole italiane, primo indaga- 
tore e rivendicatore delle origini e dei diritti della sua città. 

Il 30 luglio 1901 gli fu eretto un monumento dalla sua Patria. 

Putel : bambino. — Subii: fischi. 



Al putel apena nato 
A dir marna se ghe insegna : 
No '1 sa gnente ma el se inzegna 
Marna mama a borbotar. 

Se papà no basta e mama 
El ghe agiungi vin e pan, 
E co '1 pianzi o pur co '1 clama, 
Sempre el parla in italian. 

Lasse pur che i canti e i subii 
E che i lazi pur dispeti, 
Nella patria de Rosseti 
No se parla che italian ! 

Poi su i banchi de la scola 
Scienze e letere l'impara 
Ne la lingua la più cara 
Ctie se possi imazinar. 

E una volta grando e forte, 
La bandiera el spiegare 
Per salvar fin a la morte 
Sta preziosa eredità. 

Lasse pur che i canti e i subii 
E che i lazi pur dispeti, 
Nella patria de Rosseti 
No se parla che italian ! 



117 — 



MARAMEO ! 

CANZONETTA GORIZIANA 



A Gorizia la lotta per l'italianità si impernia nella resistenza 
all'invasione slava, veramente formidabile e pericolosa da quando il 
governo austriaco l'ha adoperata come arma di offesa contro la nostra 
nazionalità ; poiché i goriziani non si sentivano di diventare buoni 
austriaci bisognava ridurli in minoranza per sopprimere la loro voce 
e far credere all'Europa nel giorno del redde rationem (ormai giunto!) 
che sulla sponda orientale dell'Isonzo non sorgeva piii una città italiana 
ma una città slava, desiderosa soltanto di rimanere suddita devota 
dell'Impero. La stessa politica, insomma, instaurata a Trieste, a 
Pola, a Fiume, e che in Dalmazia, purtroppo, diede, Zara eccettuata, 
ottimi frutti. Contro gli slavi invadenti, contro la loro stupida ed 
esasperante megalomania, nel carnevale del 1899, il popolo di Gorizia 
cantò questa canzonetta, così scintillante di umorismo, così vibrante 
di un trasparentissimo sentimento patriottico. 

Plara : paesello sloveno dell'Alto Friuli. — S'ciavo : slavo. — Tol- 
ntin : Tolmino, cittadella slava alpina diventata celebre per le vittorie 
riportate dalle armi italiane sulle austriache nei mesi di giugno e di lu- 
glio del 1915 — Salcan : Salcano, altro paese slavo, noto per l'industria 
dei mobili. — Sior Sabergoi : il deputato slavo al Parlamento austriaco 
prima del 1897, famigerato mangia-italiani. — Due senti : i santi Cirillo 
e Metodio, protettori degli slavi meridionali, al cui nome è intitolata la 
massima istituzione scolastica e nazionale slovena che aveva il compito 
delle Provincie irredente. — Zakai : termine spregiativo che serve 
ad indicare la lingua slava rustica. 



Gorizia per quattro 
Caladi de Piava, 
Gorizia, crederne, 
Gorizia xe s'ciava ! 
Xe s'ciava Trieste 
Xe s'ciavo Pisin 
E Dante e Petrarca 
Xe nati a Tolmin !... 

Ritornò pur a Salcan 
Marameo, cari burloni. 
Che a Gorizia benedetta 
Tutto, tutto xe italian ! 



— 118 — 

E Romolo e Remo, 
Credemelo fioi, 
I xe antenati 
De sior Nabergoi ! 
L'Italia, la terra 
Dei fiori e dei canti 
La xe già in possesso 
Dei cari due santi. 

Marameo, cari burloni, 
Ritornò pur a Salcan 
Che a Gorizia benedetta 
Tutto, tutto xe italian ! 

E il Re in Campidoglio 
Coi suoi generai 

I parla il piià puro 
Pili dolce (( zakai » ! 
L'Europa, a China 

Xe s'ciave anche quelle, 
Xe s'ciava la luna 

II sole e le stelle. 

Marameo, cari burloni. 
Ritornò pur a Salcan 
Che a Gorizia benedetta 
Tutto, tutto xe italian ! 



INNO DI TRENTO 

DI ANTONIO STEFENELLI 



Questo è l'inno del maschio Trentino tanto amato da Garibaldi, 
cantato con nostalgico amore da Giovanni Prati, da Andrea Maffei, da 
Antonio Gazzoletti, da Dario Emer, patria di eletti ingegni, di gene- 
rosi patriotti. Le parole sono del dottor Antonio Stefenelli, nato a Riva 
di Trento, figlio di un patriotta del Risorgimento, e le note del maestro 
Cesare Rossi mantovano. 



Viva Trento! L'inno esulti. 
L'inno frema, l'inno voli, 
Ed il patrio amor sussulti 
Nella voce de' figlioli. 

Voli dolce il grido a' venti 
Nell'Italica favella; 
Ma risuoni ne' cimenti 
Come rombo di procella. 

Viva Trento ! Dalle vette 
Che del sol cinge la gloria 
Vibra l'eco alta e promette 
Alle spemi la vittoria. 



La promessa pia discende 
Lungo l'Adige, s'effonde 
Alle valli, il ciel risplende, 
Tutte esultano le sponde. 



— 120 



INNI ISTRIANI 

L'Istria, figlia primogenita di Venezia, fu nei secoli, è, e sarà eter- 
namente italiana. Conquistata dagli austriaci poco più di un secolo fa, 
essa ha conservato lingua, costumi, sentimenti italiani, e l'opera di 
snazionalizzazione proseguita dal governo austriaco e dagli slavi non 
ha intaccato che alcune parti di essa. Noi abbiamo la certezza che, 
riunita finalmente alla Patria, l'Istria tornerà ad essere in breve pe- 
riodo di tempo una delle regioni più italiane dell'Italia intiera. I brevi 
inni che seguono esprimono chiaramente l'animo e le aspirazioni delle 
genti istriane. 

Zighemo : gridiamo — I ne ciol via : ci prendono in giro. — Chi 
che ne tien : chi ci crede — Zerbi : gli ungheresi oppresisori di Fiume. 

INNO DI FOLA 

10 di Giulia son figliuola. 
Era Augusto il mio signor. 

11 pensiero e la parola 
Dei latini serbo ancor. 

Il confine nazionale 
Gente estranea ci cantesta ; 
Qui da secoli ci assale. 
Ci disturba, ci molesta. 

Veniamo, veniamo — o madre latina, 
Se tu ci abbandoni — la patria rovina. 
La dolce favella — l'eterno diritto 
E' caro retaggio — di un popolo invitto. 
Va in cima dell'Alpe — sirena a cantar : 
Ristate, ristate — non lascio passar. 

STROFETTE CANTATE A PIRANO 

Pel retaggio degli avi nostri 
Sangue e vita noi daremo 
Tutti, tutti moriremo 
Pria che slavi diventar. 



— 121 — 

La lingua de Dante 
Che tutti parlemo 
Ai fioli lassemo 
Sublime tesor. 



CANTO DI LAURANA 



Xe <i evviva » el nostro grido 
In tutte le occasion 
E lo zighemo forte 
Con tanto de ragion. 

Perchè dai tempi antichi 
La nostra civiltà 
No.iera mai croata 
No ! no ! in verità ! 

Se anche i ne ciol via 
Perchè dixema ja! 
Chi ne tien croati 
De grosso ga sbaglia ! 



INNO DI FIUME 



L'arco, le lapidi 
de zittavecia 
(Zerbi no sente 
de questa recia) 
xe sacre pagine 
de storia nostra 
che ne dimostra 
chi semo noi. 

E la divina musica 
del nostro bel diaieto 
la dixe ciaro e neto 
sta grande verità. 



— 122 — 

E quando i popoli 
tutti se inchina 
a sta superba 
stirpe latina, 
poi la politica 
(penseghe fioi) 
dirne... che noi 
non semo noi ? 

Chi semo ? Fin lo mormora 
el nostro bel Quarnero. 
Cascasse el mondo intero 
nessun ne Gambiera ! 



— 123 — 

EL SI 

CANZONETTA POPOLARE ZARATINA 



Anche questa canzone patriottica, così cara alla cittadinanza di 
Zara e di tutta la Dalmazia italiana, esalta, come la precedente, la lingua 
de! si, emblema della nazionalità alla quale quell'eroico popolo è orgo- 
glioso di appartenere. L'ardente amor patrio della canzone del Si, 
espresso con tanta fresca poesia dai dalmati d'oggi, fa pensare alle 
più belle canzoni del periodo eroico del Risorgimento. Ne è autore 
Giuseppe Sabalich, storico e bibliografo zaratino di non comune eru- 
diz?one e intelligenza. 

Santolo : padrino. - - Mare : madre. — Pare : padre. — Barba : 
zio. — Ciucia: Succhia. — Scomenzià : incominciato. - Odo, fradei : 
attenti fratelli. 



Do basi chi trova 
Parola più bela 
Pili dolze de quela 
Che mi m'a 'impara. 

Da piccolo el santolo, 
La nona, mia mare, 
El nono, mio pare, 
El barba soldà ! 

Se ciucia in tei late 
Sto si co se nasse ; 
Col si 'nte le fasse 
Se ga scomenzià ! 

Col si se se cresima, 
Col si se va a scola, 
Col si la parola 
De onor se se dà ! 

Col sì se marida 
Le done coi omini, 
Col sì i galantomenì 
Discore in zita. 



— 124 — 

El cor de sto popolo 
Del sì xe geloso, 
Le mure va zoso 
Ma '1 .s( resterà. 

Scolteme mi ! 
Scolteme mi ! 
No vai le ciacole, 
Che voi el si! 



Odo, fradei. 
Za me capì !... 
Restemo quei 
Zente del si!.. 



— 125 



LA LEGA NAZIONALE 



INNO POPOLARE 



DELLE TERRE IRREDENTE 



Per resistere all'opera di snazionalizzazione proseguita dai tedeschi 
e dagli slavi in Austria coi mezzi scolastici e politici ai danni della 
popolazione italiana, i patriotti fondarono una associazione scolastica 
col nobile scopo di contrapporre scuola a scuola, propaganda a pro- 
paganda. Sciolta per uno dei tanti atti di prepotenza austriaca, quel- 
l'associazione fu ricostituita col nome di Lega Nazionale. Le scuole, 
gli asili infantili, i ricreatori, le biblioteche istituiti dalla Lega in tutte 
le Provincie irredente sono numerosissimi ; la loro utilità nazionale 
si rivelò meravigliosa, tale da giustificare gli ingenti sacrifizi che i 
nostri fratelli hanno sempre fatto per questa istituzione. L'inno della 
Lega è popolarissimo in tutta l'Italia irredenta e compendia l'attacca- 
mento alla Patria comune. Le parole sono di Virginio Mengotti, la 
musica di Erminio Mengotti. Il verso Col permesso de la lege della 
seconda strofa viene cantato dal popolo A dispeto de la lege. 



Viva Dante ! El gran maestro 
De l'italica favela, 
De la lingua la più bela 
Che da l'Alpe echegia al mar. 

Contro chi ghe movi guera 
Ogidì chi la protege. 
Col permesso de la lege, 
Xe la Lega Nazional. 

Viva Dante, el gran maestro, 
E la Lega Nazional ! 

Xe la lingua del paese 
Che da secoli se parla, 
E xe stolto chi cambiarla 
Con un altra ga el pensier. 



— 126 — 

Chi ga patrio amor in peto, 
Col far parte d'un suo grupo, 
Che darà magior svilupo 
A la Lega Nazional. 

Viva Dante, el gran maestro, 
E la Lega Nazional ! 

La mission xe de la Lega 
De moltiplicar le scole, 
E istruir la nostra prole 
Ne la lingua nazional. 

Per un scopo cussi santo 
Sempre uniti noi saremo, 
E assistenza ghe daremo 
A la Lega Nazional. 

Viva Dante, el gran maestro, 
E la Lega Nazional ! 

Xe la lingua de l'amor, 
E la xe quela del canto, 
La consola fin nel pianto. 
La ralegra tutti i cor. 

De sta lingua che parlemo 
In difesa sua costante 
Sentinela vigilante 
Sta la Lega Nazional. 

Viva Dante, el gran maestro, 
E la Lega Nazional ! 



— 127 



IL NUOVO INNO DELLA LEGA 

PAROLE DI RICCARDO PITTERI 
MUSICA DI R. LEONCAVALLO 



Riccardo Pitteri (n. a Trieste il 20 maggio 1853) è uno dei piìi 
squisiti poeti d'Italia, amantissimo delia sua città e del carattere ita- 
liano di essa. Operosissimo presidente della Lega Nazionale dal 1900, 
ha scritto or non è molto questo inno, che è stato musicato da 
Riggero Leoncavallo. 

Gli austriaci e gli austriacanti non perdonarono mai a Riccardo Pit- 
teri l'ardente e tenace sua opera di propaganda italiana e, scoppiata la 
guerra, vollero compiere l'ultima venderta devastandogli la bella e tran- 
quilla sua villa di Farra, non lontana dall'Isonzo, presso la maschia Gra- 
disca. In quella serena dimora cainpagnuola il gentile poeta del Friuli 
e di Trieste componeva le cose sue più delicate e trovava riposo durante 
i mesi estivi. Ma il turbine della barbarie austriaca è oramai lontano da 
Farra, sul cui alto campanile sventola l'auspicato tricolore. 

Cinque popoli : le cinque pro\ incie irredente : Trieste, il Trentino, 
il Friuli Orientale, l'Istria con Fiume e le isole del Quarnero, la 
Diilmazia. 



Viva Dante ! Questa pura 
Soavissima parola 
Cinque popoli consola 
E affratella in un pensier. 

Oh! ne echeggino dell'Alpi 
I burroni e le foreste, 
Ogni riva di Trieste 
E di Trento ogni sentier. 

La ripetan le reliquie 
Di Aquileia e di Salona, 
Gli archi, i templi ovunque sona 
Dolcemente il nostro si. 

Su da l'Adige e il Timavo 
Che in un mare affrettan l'onda, 
Per le coste si diffonda 
Per le valli, i monti, il pian. 



— 128 — 

Vìva Dante ! Questo il motto 
Delle cinque genti sia 
Cui la santa poesia 
Del linguaggio riunì ; 

Vìva Dante ! Cinque foglie 
Giunte insieme al fior dan vita ; 
Da l'union dì cinque dita 
Vien la forza della man ! 



— 129 



TRENTO E TRIESTE 

INNO-MARCIA 



DI UMBERTO DEBIASI 



La spedizione libica ebbe nell'Irredenta una grande eco, essendo 
stata considerata come una affermazione di forza e di ardimento dopo 
tanti anni di trepida e debole politica estera, e come il preludio ad 
una più grande e importante spedizione. L'inno-marcia Trento e Trieste 
fu composto da Umberto Debiasi e musicato da Michele Mattioni 

I. 

Dalle vette del Trentino 
Alle spiagge di Salvore, 
Nuovo grido di dolore 
Pien d'angoscia risonò; 

Si diffuse via per l'Alpe 
E trascorse la marina 
Dalla costa dalmatina 
Fino a Trento riecheggiò. 

Siano infrante le catene 
E si vendichi l'offesa ; 
Ogni cor dell'ora attesa 
L'ansia trepido sentì. 

E' passato il tempo triste : 
Grande Italia era la schiava : 
Della maglia, della clava 
Oggi alfine si vestì. 

Nella fulgida corona 
Brilleranno ancor due stelle : 
Sono forse le piìi belle 
Che il gran Dio le destinò. 

Su venite, avanti, avanti, 
Poderose invitte schiere ; 
Dispiegate le bandiere : 
Troppo tempo s'aspettò! 



— 130 — 
II. 

Ecco l'aquile di Roma 
Han ripreso l'alto volo. 
Come allor che sovra il suolo 
Di Cirene si librar; 

E han drizzati gli ampi vanni 
Su Trieste, sopra Trento, 
Nunziatrici dell'evento 
Che i fratelli sospirar. 

Dal naviglio oltrapossente. 
Il fragore del cannone 
La diana e la canzone. 
Suoni alfin di libertà ; 

E, dall'Alpe al glauco mare 
Dove Lissa sta in vedetta, 
Sia compiuta la vendetta : 
Tutta Italia esulterà. 

Nella fulgida corona 
Brilleranno ancor due stelle : 
Sono forse le piiì belle 
Che il gran Dio le destinò. 

Su venite, avanti, avanti, 
Poderose, invitte schiere ; 
Dispiegate le bandiere : 
Troppo tempo s'aspettò ! •» 



131 — 



SANTI RICORDI 

CANZONE POPOLARE TRIESTINA 



Le parole sono di Luigi Krisan Crociato la musica di Ermanno 
Leban. E' molto nota a Trieste e nell'Istria. 



Sule tori l'alabarda 
E la erose su in piazal 
De sta gente mai bastarda 
Xe sta l'unico ideal. 

Quatro muri de fortezza 
I serava la zita, 
Ma '1 gran fior de la belezza 
Mai qua dentro el gà manca. 

Sì, sì Trieste, mi te amo sempre 
.^mo i tui fiori, li go sul cor, 
Qua go la cuna, qua go la tomba, 
Viva Trieste, tera d'amor! 

Da Caboro zo in Cavana, 
Da Donota a San Micel 
A do colpi de campana 
Come un fulmine del ciel, 

Cento spade, cento cori 
lera pronti, ve so dir. 
Con un baso de sti fiori 
Ben contenti de morir. 

Si, sì Trieste, mi te amo sempre 
Amo i tui fiori, li go sul cor, 
Qua go la cuna, qua go la tomba, 
Viva Trieste, tera d'amori 



— 132 — 

Xe ben caro quel fioreto 
Che vien su de sto giardin, 
Chi voi altri sul suo peto 
No xe vero Triestin. 

Pute care, bei tesori 
Che i ve dighi quel che i voi ; 
Sé voialtre sti gran fiori 
E Trieste el vostro sol. 

Sì, sì Trieste, mi te amo sempre 
Amo i tui fiori, li go sul cor, 
Qua go la cuna, qua go la tomba, 
Viva Trieste, tera d'amor! 



— 133 — 



SANGUE LATINO 

CANZONETTA POPOLARE TRIESTINA 



Le parole sono del « Dr. Gibus » la musica del maestro Achille 
Boccolini. Fu cantata la prima volta in una festa a favore dell'Univer- 
sità Italiana, eterna aspirazione di Trieste, mai voluta appagare dal- 
l'Austria. 



A parole de oro la tua storia 
Leger se poi sui ruderi romani ; 
Là in quele sante pagine de gloria. 
Xe el nostro patrimonio de italiani. 

E la latinità xe el nostro onor, 
Xe un bel ragio de sol che splendi alegro. 
Che ilumina e riscalda mente e cor. 
Dove che "1 hrila lu... no ghe xe negro! 

El tuo ciel orientai 
De veludo celeste, 

El tuo mar, tanto bel, 
O dileta Trieste, 
Me fa bater el cor 
D'entusiasmo divin, 
Me fa fiero el pensar 
D'esser nato triestin. 

La bandiera tua, sacra valorosa 
Che mai se ga piegado alla paura 
Xe el nostro vanto, e la nostra sposa 
E come sposa la tignimo pura. 

Fin ala morte la difenderem 
Per vendica'' l'ofesa al patrio amore. 
Come leoni noi combaterem 
Al nome de San Giusto protetore. 



— 134 — 

Per la lingua del sì, 
Che una musica pare, 
Per l'incanto divin 
Del tuo ciel, del tuo mare, 
Mi te adoro, col cor, 
Te go sempre in pensier ; 
La bandiera tua xe 
Sacro pegno de onor. 



— 135 



TRIESTE ALL' ITALIA 

CANZONE TRIESTINA 



Scritta e diffusa a Trieste, nel febbraio del 1915, nella invocata e 
sperala vigilia della liberazione e propagatasi in tutta l'Istria che l'ha 
fatta sua. 



Italia, dai. distrighete. 
No farne sospirar ! 
Dai ultimi de agosto 
No temo che spetar. 



Vedemo i bersaglieri 
Che sona la fanfara, 
Sentimo quella musica 
Che tanto ne xe cara ; 



No femo che ciamarte 
De sera e de matina 
Studiando su le carte, 
Vardando la marina. 



E '1 bianco, rosso e verde 
Al sol de primavera 
Sul cole de San Giusto 
Sognemo per bandiera. 



Per veder per che strada 
Che qua ti vegnarà. 
Per veder de che parte 
Le navi spuntare ! 

E za quela giornada 
Nel nostro cor vedemo, 
Sentimo za de adesso 
Che forsi moriremo, 



Lassù de la montagna 
Ne riva un gran bacan 
De gente che se salva 
Che cori via lontan. 

Portando nela fuga 
Le forche e bajonete. 
Le spade, le cadene. 
Le legi maledete. 



Perchè de tanta festa, 
E de felicità 
La forza per resister 
Nel cor ne mancherà. 



Scampando spaventada 
Per sempre via de qua 
De Ti che te ne porti 
Giustizia e libertà ! 



Vedemo za nel golfo 
Le bele corazate 
Che mandarà saludi 
Inveze de granate ; 



Italia, dai, fa presto 
Quel giorno xe riva ! 
Xe tante soferenze 
Che ti ne salverà ! 



136 



Xe tante marne e spose 
Che speta lagrimando, 
Xe tante tue creature 
Che prega sospirando 

Per esser liberade 
De questo gran suplizio 
De darghe pei Asburgo 
La vita in sacrifizio, 



Dopo de 'ver patido 
La fame e la preson 
Lotando nel tuo nome, 
Sperando redenzion ! 

E l'anima dei morti 
Che in vita ga Iota 
El giorno del giudizio 
Quel giorno troverà ! 



Italia I semo pronti 
Italia ! te spetemo ! 
Italia ! Te volemo ! 
Italia ; Italia ! Italia ! 



137 — 



IL CANTO DELL'ULTIMO RISCATTO 

DI GIOVANNI BERTACCHI 



Giovanni Bertacchi ci favorisce cortesemente il seguente magnifico 
inno che egli, il poeta delle Alpi e delle nuove speranze italiane, ha 
sciolto dal suo cuore commosso per i primi successi delle nostre armj. 
E' la sola poesia degna finora che la guerra d'oggi abbia espresso, e 
che per gli elevati concetti, il ritmo, le immagini e l'ardore, più si ac- 
costa agli inni guerreschi del '48. Il maestro trentino Zandonai ha pro- 
messo di musicarla. 



Fratelli, avvampa la patria 
nel vento delle bandiere : 
d'ogni strumento di artiere 
un'arma vindice uscì. 
Salde milizie d'un popolo 
sorto sui vecchi tiranni, 
noi seminammo negli anni 
questo titanico dì. 

Squillino, squillino, squillino 
le nostre balde fanfare, 
unendo i vertici al mare, 
il fiero popolo al re. 

Oh non intiero dai liberi 
venne compiuto l'evento! 
C'era l'esilio di Trento, 
c'eri, Trieste, pur tu... 
Noi che solcammo di valichi 
ogni contrada alla terra, 
or, pionieri di guerra, 
farem le strade lassù. 

Librati, librati, librati, 
aviatore, nel sole ! 
Guida l'Italia che vuole 
tutti i suoi monti per sé. 



— i38 — 

Fugga la truce Bicipite, 
vinta dal Brennero a Fola, 
dove l'invitta parola 
di Dante padre già sta ! 
E il flutto alterno dell'Adria, 
fra le due gemine arene, 
baci l'Italia se viene, 
baci l'Italia se va. 

Cantino, cantiao, cantino, 
voci di valli e di chiese 
questo sereno paese 
che la natura ci die. 

Dìo che t'investi nel popolo 
come aquilone in foresta, 
sorga l'Italia ridesta 
quale il tuo cuor la creò ! 
Tutta una fede è l'Italia, 
tutta un clangor di vittoria : 
tra la natura e la storia 
essa il gran patto segnò. 

Rondine, rondine, rondine, 
va. nunziatrice aspettata, 
là dove Italia è già nata 
e Italia ancora non è ! 



139 — 



Nota bibliografica 



Oltre alle raccolte delle opere poetiche di G. Mameli, di G. Berchet, 
di A. Fusinato, di G. Rossetti, di L. Carrer, di T. Dall'Ongaro, di 
A. Brofferio, di D. Carbone, ecc., chi vuole approfondire Io studio della 
poesia nazionale italiana dal 1800 ad oggi, può leggere con profìtto, 
tra le altre, le seguenti opere : 

Raccolta delle varie poesie pubblicate nei Regi Stati nell'occasione 
delle nuove riforme giudiziarie ed amministrative accordate da S. M. 
il Re Carlo Alberto. — Torino, Eredi Botta, 1847. 

Dono S'azionale : poesie politiche piemontesi del 1847-49. — Torino, 
Canfari, 1847. 

Poesie nazionali italiane di varii autori. — Livorno, Angeloni, 1847. 

G, Tigri : Canti toscani. — Firenze, Barbèra, 1860. 

V. Baffi : / poeti della patria. — Napoli, Rondinella, 1863. 

E. RuBiERi : Storia della Poesia popolare italiana. — Firenze, Barbèra, 
1877. 

R. BellL'ZZi : Canzoniere politico-popolare. — Bologna, Zanichelli, 
1878. 

A Sai.ani : // Canzoniere del Popolo. — Firenze, Salani, 1882. 

P Cori ; // Canzoniere .Sazionale : 1814-1870. — Firenze, Salani, 1882. 

N. Roncalli : Diario dall'anno 1849 al 1870. — Torino, Bocca, 1884. 

A. Lanzerotti : La gloriosa epopea del 1848-49 nei canti politici dei 

poeti contemporanei e del popolo italiano. — Venezia, Ferrari, 1886. 

C. Marson : Canti politici popolari raccolti a Vittorio e nelle sue vi- 
cinanze. — Vittorio, Zoppelli, 1981. 

B. Croce : Canti politici del popolo napoletano. — Napoli, Priore, 1892. 

C. RomuSSI : Le Cinque Giornate di Milano nelle poesie, nelle cari- 
cature, nelle medaglie del tempo. — Milano, Ronchi, 1894. 

G. Galletti : Poesia popolare livornese. — Livorno, Giusti, 189.=^. 



— 14(J — 

A. Maurici : L'Indipendenza siciliana e la poesia patriottica. ■ — Pa- 
lermo, Reber, 1898. 

G. Carducci : Giuseppe Giusti, Gabriele Rossetti, in opere voi. II ; 
Goffredo Mameli, Giovanni Prati, Id., voi. Ili ; A commemorazione 
di G. Mameli, Id., voi. X. — Bologna, Zanichelli. 

V. GOTTARDI : Canti patriottici. — Rovigo, Minelli, 1890. 

E. Panzacchi : La poesia del Quarantotto, ne « La Vita Italiana del 
Risorgimento» (1846-49). — Firenze, Bemporad, 1900. 

G. Stiavelli : Garibaldi nella letteratura italiana. — Roma, Vo- 
ghera, 1901. 

G. Moro: I Poeti del Risorgimento. — Padova, Salmin, 1901. 

A, D'Ancona : Poesia e musica popolare italiana nel secolo XIX, in 
« Ricordi ed affetti », pag. 353-396. — Milano, Treves, 1902. 

A Mazzoleni : / cantori della patria nostra in « Nel campo letterario »,. 

— Bergamo, Gatti, 1902. 

E. Spanò : // sentimento patrio nei nostri poeti. — Messina, Maglia, 
1902. 

R Barbiera : / poeti della patria. — Torino, Paravia, 1904. 

G. Mazzoni : La poesia patriottrica di G. Berchet in « Glorie e Me- 
morie dell'arte e della civiltà d'Italia ». — Firenze, Alfani e Ven- 
turi, 1905. 

G. Tambara : La lirica politica del Risorgimento italiano (1815-1870). 

— Roma-Milano, Soc. Ed. Dante Alighieri di Albrighi e Segati, 1909. 

G. Sforza : Contributo alla storia della poesia popolare negli anni 
1847-49, in « Rivista storica del Risorgimento », Anno II, fase. 1-2. 

P. GlANGlACOMi : inni e canzoni del Risorgimento, nell'Ordine di An- 
cona, 9, 10, 11 marzo 1915. 

A. Manzi : La canzone della italianità in .Austria, nella Lettura, 
maggio, 1915. 



L'incisione della copertina raffigura il monument:> di Legnano dello 
scultore Butti. 



— 14: 



INDICE 



Pag. 

Prefazioni. V 

L'Inno dell'Albero della libertà 1 

« Partirò, partirò... », canto popolare 3 

«Bella Italia, amate sponde...» di Vincenzo Monti 4 

«Sorgi! Che tardi ancora?» di Gabriele Rossetti 5 

All'Armi! .All'Armi! di Giovanni Berchet 7 

Unità e Libertà, Inno di Gabriele Rossetti 9 

.All'Armi! di Gabriele Rossetti 13 

Fuori il Barbaro! canzone popolare di guerra di A^rstino Raffini 1,S 

Fratelli, Sorgete! coro di Giuseppe Giusti 17 

Viva il Re! di (jiovanni Prati 18 

« Chi per la Patria muor vissuto è assai » 19 

Inno di Pio IX di Filippo Meucci .... 21 

A Pio IX, coro popolare 23 

Inno Nazionale di Leopoldo Cempini 25 

Inno alla Guardia Civica di Firenze 27 

Odi o Sire ! poesia patriottica siciliana 29 

Inno al Re di Giuseppe Bertoldi 30 

Innc a Carlo Alberto di B. Muzzone 31 

Dio e Popolo, Inno di Goffredo Mameli 33 

Gioberti e Garibaldi di Giuseppe Bertoldi Mi 

« Fratelli d'Italia » Inno di Goffredo Mameli 37 

Inno all'Italia .^9 

Sono Italiano!..., canto popolare 41 

Il « Pater Noster » dei Milanesi 43 

La Donna Lombarda, stornello di Francesco Uall'Oufiaro ... 45 

La Bandiera Tricolore, canto popolare 46 

La Liberazione di Milano, canto popolare di G. Bertoldi ... 47 

L'Italia Risorta, Inno di B. De' Bandi (L. Cemptni) .... 48 

La Patria dell'Italiano, poesia popolare di Antonio Gazzoletti . . 49 

Canto di Guerra di Luigi Carrer Sf 

Inno di Guerra del 1849-49 di Luigi Mercantini Oii 

Canto degli Insorti di Arnaldo Fusinato •^' 

Cantata di Guerra di Arnaldo Fusinato 57 

Canto di Guerra 59 

Il Risorgimento di Alessandro Poerio 61 

Addio, mia bella, addio! canto popolare di Carlo Bost .... 63 

Inno Militare di Goffredo iMameli 65 

L'ultima ora di Venezia di Arnaldo Fusinato 67 

La carabina del bersagliere, canto di Domenico Carbone ... 69 



— 142 — 

Pag. 

II barchette del "49 di Antonio Pavan 71 

Stornello garibaldino di Antonio Pavan 71 

Mazzini, stornello di F. Dall'Ongaro 12 

la bella Gigogin ! canzonetta popolare milanese 73 

Inno di Garibaldi di Luigi Mercantini 75 

Canto di soldati sul campo di Teobaldo Cicconi 78 

La Rosa di Novara di Francesco Coppi 79 

Canto Marziale dei soldati di Giuseppe Pieri 81 

1 cacciatori delle Alpi di Luigi Mercantini 83 

Stornelli Popolari del 1859 85 

Garibaldi di Francesco Dall'Ongaro 88 

La Garibaldina di Francesco Dall'Ongaro 91 

Camicia Rossa 93 

La caduta del Re Bomba 96 

La Rondinella d'Aspromonte 97 

n Volontario, Inno del 1866 99 

Canzone di Guerra del 1866 di Angelo Brofferio 101 

11 canto di guerra di Ippolito Pederzolli 103 

L'addio del garibaldino 105 

A Venezia, Inno dell'esercito nazionale di Giovanni Biffi . . 107 

Inno dell'esercito italiano a Roma 109 

L'Inno di Oberdan Ili 

«Col capestro d'Oberdan» 112 

Inno all'Italia, parole e musica di Quirico Filopanti 113 

Inno di S. Giusto 113 

«Lasse pur...» canzonetta popolare triestina 115 

Marameo! canzonetta goriziana 117 

Inno di Trento di Antonio Stefenelli 119 

Inni Istriani 120 

El si, canzonetta popolare zaratina ^ 123 

»La Lega Nazionale, Inno popolare delle Terre Irredente . . . 125 

Il nuovo Inno delle Lega, parole di Riccardo Pitten .... 127 

Trento e Trieste, inno-marcia di Umberto Debiasi 129 

Santi ricordi, canzone popolare triestina 131 

Sangue latino, canzonetta popolare triestina 133 

Trieste all'Italia, canzone triestina .... 135 

Il canto dell'ultimo riscatto di Giovanni Berta.:chi 137 



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dei mezzi migliori per esercitarsi è la lettura. Bsogna leggere, 
leggere e leggere se si vuol riuscire a imparare i vocaboli ; e 
leggere opere dilettevoli, preparate in modo che si possa scor- 
rerie rapidamente, senza bisogno di vocabolario ne di gramma- 
tica. E nessuna antologia può sostituire a questo scopo la let- 
tura di opere organiche, che presentino in una certa comple- 
tezza im'interessante opera letteraria. Ecco la ragione d'essere 
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e le lingue straniere — 3. Col Professore o senza? -4. I metodi 
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il metodo Berlitz — 7. Un metodo naturale — S. Lo scopo dello 
studio — 9. Il metodo induttivo nello studio delle lingue li). 

Come dobbiamo imparare i vocaboli — 11. La lettura dei testi - 
12. Come si sa una lingua - 1,^. V'oluntas -- 14. Conclusioni. 

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