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Full text of "In tristitia hilaris, in hilaritate tristis. A cura di Erminio Troilo. Con xilografie di Gino Barbieri"

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CLASSICI DEL RIDERE 



Sono pubblicati : 

1. G. Boccacci // Decamerone (Giornata I; 2'' ristampa) L. 6 — 

2. Petronio Arbitro - // Saiurkon (4* ediz.) ...» 8,50 

3. S. De Maistre - / viaggi in casa (2* ristampa) . . » 7,50 

4. A. Firenzuola - Novelle (2» risUmpà) .... » 6 — 

5. A. F. Doni - Scritti vani » 7,50 

6. EIroda - / mimi »6 — 

7. C. Porta - Antologìa »6 — 

8. G. SwiFT - 1 Viaggi di Gulliver (2* ediz.) .... 8,50 

9. G. RaJBERTI - L'Arte di convitare » 7,50 

10. G. Boccacci - // Decamerone (II) » 6 — 

1 1 . Luciano - / dialoghi delle cortigiane » 6 — 

12. Cyrano - // pedante gabbato, ecc » 6 — 

13. G. Boccacci - // Decamerone (Ili) 6 — 

14. e. TiLLlER Mio zio Beniamino » 9,50 

15. Margherita di Navarra - L' Heptaméron . . . . » 10 — 

16. N. Machiavelli Mandragola, Clizia, Belfagor. . » 6 — 

17. O. WiLDE - // fantasma di Canterville 6 — 

18. G. Boccacci - // Decamerone (IV) » 6 — 

19. C. TiLUER Bellapianta e Cornelio » 8,50 

20. G. Boccacci - // Decamerone (V) » 6 — 

21. e. De Coster - La leggenda di Ulenspiegel (1) . . ' 9,50 

22. Voltaire - La Pulcella d'Orléans, trad. dal Monti. » 7,50 

23. F. Berni - Le Rime e la Catrina » 6,50 

24. D. Batacchi - La Rete di Vulcano (I) . . . » 6,50 

25. C. De Coster - La leggenda di Ulenspiegel (II) . . » 9,50 

26. G. Boccacci - // Decamerone (VI) » 6 — 

27. G. Boccacci // Decamerone (VII) » 6 — 

28. G. Boccacci - // Decamerone (VIII) » 6 — 

29. G. Boccacci - // Decamerone (IX) » 6 — 

30. G. Boccacci - // Decamerone (X) » 6 — 

31. D. Batacchi La Rete di VuUano (II) .... » 7,50 

32. F. De Quevedo La vita del Pitocco » 6 — 

33. A. Tassoni - Z-a Secchia Rapita » 7,50 

34. Salom Alechem. Marienbad » 6 — 

35. O. Guerrini e e. Ricci, // Giobbe » 6,50 

36. V. Marziale - Gli Epigramu.i » 5.00 

37. O.Bklzac - Le sollazzevoli historie » 7,50 

38. W. BVCH - S. Antonio da Padova i 4,50 

39. G. Bruno - In tristitia hilaris, in hilaritale tristis . » 9,50 



GIORDANO BRUNO 



IN TRISTITIA HILARIS, 

IN HILARITATE TRISTIS 



LA PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA 

delle versioni onginalì, degli ornamenti, delle note crìtiche 

pubblicate in questa collezione 

SPETTA ESCLUSIVAMENTE ALl' EDITORE 

i! quale, adempiuti i suoi obblighi verso la legge e verso gli Autori 

eserciterà i suoi diritti contro chiunque e dovunque 



Copyright 1922 by A. F. Formiggini, Rome- 



114S^<)5 



Grafìa* S. A. I. Industrie Grafiche - Roma, Via Federico Cesi, 45 - 1922 




Alla filosofia, come all'arte in genere edalla poesia 
in ispecle, è noto, fin dai primi tempi, il riso; e 
accompagnato con esso, il pianto. 

Si tratta di espressioni, e, si potrebbe dire, a di- 
rittura, di elementi essenziali dello spirito; e però la 
considerazione filosofica, come la contemplazione 
artistica, dell'uomo e delle cose, non poteva pre- 
scinderne. A traverso il pianto ed il riso, filosofia ed 
arte si congiungono ancora una volta profondamente. 

E se in quei termini è d'uopo ravvisare non 
solo elementi um.ani, sì anche una delle molte 
formie dell'antitesi eterna di Bene e di Male, non 
ristretta al consueto senso pratico e morale, ma 
estesa alla sua significazione più propriamente teore- 
tica, non si può in alcun modo giustificare e vera- 
mente intendere un contrapposto assoluto di filosofie 
e di filosofi, a seconda che essi più inclinino ad 
una visione ilare o ad una visione triste del mondo. 

La bizzarria di Luciano, che crea in Democrito il 
filosofo ridente e in Eraclito il filosofo piangente,^ '^ 



(0 Luciano, L'Asta delle Anime. — Di Luciano ved. in « Clas- 
sici del ridere » Opere scelte, a cura di Emilio Bodrero. 



vili Prefazione 

si perpetuerà In una facile opposizione, ma non darà 
mal un legittimo e saldo lineamento di considera- 
zione filosofica. 

La stona opporrà al paganesimo il cristianesimo; 
la metafisica costruirà sistemi di ottimismo e di 
pessimismo; la indagine psicologica e la specula- 
zione filosofica tenteranno la sintesi del Weltschmerz 
con Schopenhauer e l'analisi del Rìdere col Bergson; 
ma in realtà una vera posizione filosofica non sta nella 
rigida antinomia di riso e pianto; e filosofo non può 
essere, nella sua espressione più piena, ne chi 
dlsciolga ed anneghi nel riso, ne chi conduca a ne- 
garsi nel dolore, lo spirito e il mondo. 

Si deve anche dire che il riso, in un suo momento 
estremo, è segno quasi sinonimo di pianto, di più 
profondo pianto; che l'uno e l'altro hanno talora 
come una risoluzione tragica comune nella pazzia — 
un enigma, appunto, di riso e di pianto che scoppia 
nell'uomo,^' e dall'uomo si riversa, con un brivido, 
sul mondo. 

Giordano Bruno npete più d'una volta la facezia 
di Luciano; nel Candelaio, ^^^ che è comedia sa- 
tirica per eccellenza, e nella Cena delle Ceneri, ^^^ 
che è il vibrante dialogo della nuova costituzion e 
dell'universo: vi accenna singolarmente conl'espres- 



0) «Considerate chi va, chi viene, che si fa, che si dice, come 
s'intende, come si può intendere; che certo contemplando quest'azioni, 
e discorsi umani col senso d'Eraclito o di Democrito avete occasione 
di molto o ridere o piangere >. Candelaio. Proprologo. 

(2) « Or eccovi... un convito sì grande, sì picciolo, sì maestrale, si 
disciplinale, sì sacrilego, si religioso... che certo credo che non vi sarà 
poca occasione da divenir eroico, dismesso; maestro, discepolo; cre- 
dente, miscredente; gaio, triste;... sofista con Aristotele, filosofo con 
Pitagora, ridente con Democrito, piangente con Eraclito... ». Cena 
delle Ceneri. Proemiale epistola al signor di Mauvissiero. 



Prefazione |X 



sione democriteggiare, che è nella satanica Declama- 



(1) 



e che 



zione della Cabala del Cavallo Pegaseo, 
torna nel dialogo primo de La Causa Principio et 
Uno, ^^^ dove il pensiero va con ala superba, per 
altezze magnifiche. Ma è evidente dal testo dei 
passi stessi accennati, che il Bruno non intende 
affatto stabilire ne una contrapposizione radicale 
di riso e di pianto, ne la sua posizione propria; 
mentre invece egli qui riguarda le cose dal semplice 
punto di vista esteriore e comune; onde tutto si 
presta alla considerazione dell'uno o dell'altro di 
questi, che si potrebbero chiamare anch'essi A'jo lo^oi 
delle cose. Non senza piegare, sotto questo rispetto, 
verso un impetuoso riso; che circola e guizza in 
tutte le sue opere e scoppia fin in mezzo agli argo- 
menti più gravi, senza sottigliezza e senza ambagi, 
aperto e rude, come un suggello di giudizio, e di 
sanzione. 

Ma se ben consideriamo la natura del suo riso, 
ci apparirà come esso non abbia mai nulla di 
esteriore o che possa farlo considerare quale fine 
a se medesimo. Il comico, in quanto tale, vera- 
mente, non c'è in Bruno. In lui non si aprono quelle 
brevi parentesi di azzurro, che, per esempio, tra- 



(1) «Chi potrà donar freno a le lingue, che non mi mettano ne 
medesimo predicamento, come colui che corre appo h vestigi degh 
altri, che circa cotal soggetto (<\eìV asinità) democriteggiano ». Cabala 
del Caoallo Pegaaeo. Declamazione allo studioso, divoto e pio lettore. 

(2) « Cosi è disposto il mondo! Noi facciamo il Democrito sopra 
li pedanti e grammatisti, li solleciti cortigiani fanno il Democrito sopra 
di noi; li poco pensosi monachi e preti democriteggiano sopra tutti; 
e reciprocamente li pedanti si beffano di noi, noi de' cortigiani, tutti 
de li monachi, et in conclusione, mentre l'uno è pazzo o 1 altro, verremo 
ad esser tutti differenti in specie, e concordanti in genere et numero 
et casu ». De la Causa, Principio et Uno. Dialogo primo 



X Prefazione 

mezzano spesso, con caricature e disegni umoristici, 
le grandi opere di Leonardo. E cade opportuno 
notare che, forse, non furono mai scritti dal 
Bruno quei Pensier gai accennati nel Candelaio^^^ 
in cui forse si sarebbe potuto avere, a sollazzare la 
Signora Morgana, propriamente gaiezza e riso. Non 
era fatto per ciò quegli che nell ' /4n//pro/o^o del 
Candelaio stesso dice « ch'ave una fisionomia smar- 
rita; par che sempre sii m contemplazione delle pene 
dell'inferno... un che ride sol per far come fan gli 
altrr^^ ^^^ Il suo vero riso, è qualche cosa di singo- 
lare, che va assai oltre il ghigno ed il lazzo; è non 
solo il riso deìV uomo fastidito, ma del pensoso instau- 
ratore, dell eretico della Religione e della Filosofìa. 
Ed ugualmente, e necessariamente, per ciò, la sua 
tristezza, che è stata assomigliata a quella di Nicolò 
Machiavelli, è ben più profonda che non sia un 
miomentaneo ripiegamento dello spirito; trae dalla 
considerazione di quella medesima realtà umana e 
sociale, su cui si esercita l'aspro e violento suo riso, 
e che costituisce una specie di contrapposizione alla 
realtà ontologica, la quale e posta, invece, essenzial- 
m.ente pura e buona. Così la posizione bruniana 
rispetto a questo problema del riso e del pianto, 
nella considerazione delle cose umane e delle cose 
universali, è tutta propria. La filosofìa, come 
del resto la vita stessa, non può abbandonarsi 
ad esclusivismi, o sentimentale, o razionale, e 
pratico, in un senso o nell'altro, con Democrito 
o con Eraclito, secondo la facile e rigida distin- 
zione tradizionale. Occorre trascendere il riso per se, 



(') Alla signora Morgana. Cfr. al proposito V, SPAMPANATO, Can- 
delaio. Bari, Laterza, 1909, pag. 6. 
(2) Ibid. pag. 19. 



Preiaz;(5ne XI 

il dolore per se, per poter vedere veramente l'es- 
senza umana, cogliere e diffondere e rendere frut- 
tifero il valore universale dell'uno e dell'altro. Questo 
necessario superamento può avere nell'atteggiamento 
del filosofo, può cioè filosoficamente compiersi in 
vane forme, di cui due sono le fondamentali; la 
forma bruniana e la forma spinoziana: « In tristitia 
hilarisy in hilaritate tristis » del Nolano ; « Non ri- 
dere, non lugere...^^^^^ dell'Olandese. 

Del pensiero spinoziano (che è assolutamente 
erroneo intendere qual'espressione di indifferenza 
morale, precorrente m certo senso il nietzschiano al 
di là del bene e del male) non si deve qui trattare di 
proposito. Basti ricordare che Biuno è la tempesta 
nel colmo del suo impeto travolgente; Spinoza è 
il sereno risolutivo della tempesta stessa; ^^^ e come 
in genere questi segna il compimento di tutto il 
moto rivoluzionano della Rinascenza, cosi m ispecie 
la sua formola indicata, per il problema di cui qui 
SI discorre, supera sotto l'aspetto filosofico la for- 
mula e la posizione bruniana. 

Ma filosoficamente, e nel senso teoretico e nel 
senso morale e storico, alla suprema forma di Be- 
nedetto Spinoza non si poteva pervenire, se non 
per la forma più tragicamente umana di Giordano 
Bruno. ^^^ Per andare oltre il riso ed il pianto, e 



(0 Tractatus Politicus, Caput I, § IV. Cfr. anche il frammento di 
lettera a Boyle. Opere, Van VloteN et Land, voi. II, pag. 305. 

(2) E TroiLO, Introduzione alla Filosofia di Benedetto Spinoza. 
Milano, 1914. 

O) E però da notare che già in Bruno stesso è un accenno anche 
al superamento di carattere spinoziano, nella considerazione del punto 
di passaggio dall'elica subiettiva all'elica obiettiva, e precisamente nel- 
opera De Vinculis. Su di che può vedersi la mia Filosofia di C B. Parte II, 
La Fil. Soggettiva; U Etica, spec. pagg. 124-127. 



XII 



Pref 



azione 



da quel supremo punto considerare anche queste 
fragili e terribili manifestazioni e gli eventi che si 
può dire ne siano materiati, e le cose cui sono 
mescolati (non sono pure metafore il numeroso riso 
dell'universo e le lacrymae rerum), occorreva pas- 
sare a traverso, e considerare, il riso che è pianto, 
ed il pianto che è riso: ed ecco, appunto, la tri' 
stitia hilaris e la hilaritas tristis, ed il filosofo che è 
in hilaritate tristis ed in tristitia hilaris. 



* * * 



Non è senza importanza l'accenno alla duplice 
espressione della formula; ^'^ l'una, la più nota e la 
più citata, prevalentemente personale e soggettiva; 
l'altra meno conosciuta, più oggettiva, che trova 
riscontro in molte altre espressioni e proposizioni 
bruniane delle opere, latine ed italiane, di filosofia 
morale e di filosofia naturale. Ciò sta ad indicare non 
solo un atteggiamento personale del pensatore ma 
qualche cosa di più; quasi una nota obiettiva, una co- 
loritura singolare e profonda del suo pensiero morale, 
in connessione con tutti gli altri aspetti e con l'es- 
senza stessa del pensiero filosofico fondamentale. 

Il motto del filosofo ilare nella tristezza, triste 
nella ilarità, apparisce in fronte ad una delle prime 
opere, che è il Candelaio; e sta, appunto, ad indi- 
care non solo lo spirito informatore di questa stu- 
penda comedia di riso e di amarezza, ma quasi 
Io spirito di tutta l'opera, distruttiva e costruttiva, 
del filosofo. 



(1) Candelaio. Epigraje. - De Vinculis in genere, art. IX. Opera lat., 
▼ol. Ili, ...laetiliam trisiitiam... fletum et risum. — De vinciente in 
genere; etc 



Prefazione XIII 

E del resto il Candelaio stesso è ben altro che una 
comedia nel senso ordinano della parola; e la sua 
caratteristica non è solo quella di allargarsi alla più 
vasta materia sociale, come osserva lo Zumbini, ^'^ 
ma di riconnettersi, secondo gli oscuri accenni del- 
l'autore, alla sua dottiina filosofica propriamente, 
sia quando si avverte che esso potrà chiarire alquanto 
certe « Ombre delle Idee >\ ^^^ sia quando si conclude 
la dedica dell'opera stessa, con austere parole in cui 
vibra il senso profondo della nolana filosofia. « // 
tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla 
s'annichila; è un solo che non può mutarsi, e può perse- 
verare eternamente uno, simile e medesimo. Con questa 
filosofia Vanimo mi s'aggrandisce e mi si magnifica 
r intelletto. ^^^ Suggestive parole, le quali, a traverso 
la trama ridicola della favola, a traverso l'ingenuità 
e talora la sconcezza degli svolgimenti e degli epi- 
sodi, costituiscono come un'atmosfera di più pro- 
fonda meditazione, entro cui si accendono di opposto 
riflesso l'ilarità triste e la tristezza ilare dello psico- 
logo, del moralista, del filosofo. 

Cosi, il riso di Giordano Bruno è veramente filo- 
sofico; e però esso non s'intende nel suo significato 
e nel suo valore, non s'intende nel suo intimo segreto. 



(0 Ved. Spampanato. Introd. Op. cit., pag. lxiv. 

(2) Alla Signora Morgana. SPAMP. pag. 6. « ...eccovi la candela 
che vi vien porgiuta per questo Candelaio che da me si parte, la qual 
in questo paese, ove mi trovo, potrà chiarir alquanto certe Ombre dei- 
Videe, le quali invero spaventano le bestie, e come {ussero diavoli dan- 
teschi, fan rimaner gli asini lungi a dietro; ed in cotesta patria, ove 
voi siete, potrà far contemplar l'animo mio a molti, e fargli vedere che 
non è al tutto smesso >\ 

(3) Cfr. De V Infinito Universo e Mondi. Wagner, II, pag. 12: 
« ...Questa è quella filosofia che apre gli sensi, contenta il spirto, ma^ 
gnifica l'intelletto e riduce l'uomo alla vera beatitudine ». 



XIV Prefazione 

se lo si considera diversamente e sotto gli altri par- 
ticolari e più facili aspetti che può presentare, come 
il letterario, e quello morale, nel senso più stretto e 
più pratico della parola. Non che ciò sia trascura- 
bile; ma certo non è tutto, e non è il più. Onde 
è avvenuto che anche qualche grande spinto, 
come Giosuè Carducci, non abbia inteso in parti- 
colare il Candelaio ed abbia disconosciuto in gene- 
rale, nel Bruno, lo scrittore. E che quel riso, se pur 
si esplica nella forma della comedia cinquecentesca 
e della satira; se nel gonfiarsi delle tendenze letterarie 
del suo tempo ha spunti di violento antiaccademismo 
e di antipetrarchismo; se ritrae i tipi classici del 
pedante, dell'avaro libertino, del marito sciocco, dello 
scroccone, etc, non è un riso, per cosi dire, let- 
terario; e se ancora vuole, secondo la massima tra- 
dizionale, castigare ridendo mores, non è nel senso 
immediato e, diciamo, esclusivo della morale. 

A chi studii a fondo l'etica bruniana, appare come 
il riso e la satira del Nolano non solo siano profonda- 
mente inseriti in essa, ma quasi ne seguano lo stesso 
schema di svolgimento. 

Sembrano veramente corrispondere alle tre fasi o 
aspetti dell'Etica (la psicologica e descrittiva, la co- 
struttiva e, in certo senso, dialettica, e la conclusiva o 
razionale e filosofica propriamente) la Satira in con- 
creto e in particolare, di vizii e difetti e debolezze e 
sconcezze degli uomini; ^'^ la Satira in astratto di 
quegli stessi vizi e difetti e imbecillità, considerati 
possiamo pur dire ex altiore causa, criticamente e 
simbolicamente, in correlazione con le virtù, negli 



O « Eccovi avanti gli occhi ociosi princinii, debili orditure, vani 
pensieri, frivole speranze, scoppiamenti di petto, scoverture di corde, 
falsi presuppositi, alienazion di mente, poetici furori, offuscamento 



Prefazione XV 

uomini e negli dei; la Satira, infine, che ha vera 
e propria intenzione filosofica, nella critica e nel 
sarcasmo di carattere eterodosso verso i tradizio- 
nali valori scientifici, morali, politici e religiosi, e 
che comprendendo e riassumendo anche le altre 
due forme accennate, esplica appieno il significato, 
della tristitia hilaris e della hilaritas tristis. E si ha 
qui una profonda espressione di quella oppositorum 
coincidentia, che, formula ricorrente nella filosofia 
bruniana, assume forse la sua maggiore consistenza 
e significazione precisamente sotto l'aspetto morale, 
nella caratteristica compenetrazione di riso e pianto, 
e nella fase culminante dell'Etica propriamente, con 
la trattazione, per quanto frammentaria e balenante, 
del problema delle opposizioni e delle armonie mo- 
rali. Si possono distinguere, appunto, questi tre 
aspetti o momenti del riso bruniano; ed approssima- 
tivamente e quasi a mo' di esemplificazione, si pos- 
sono riferire al Candelaio (1582) il primo; allo Sphccio 
della Bestia trionfante ed al Cantus Circaeus (1584) 
il secondo; ed il terzo allo Spaccio stesso, alla Cabala 
del Cavallo Pegaseo ed a\V Asino cillenico (1585), con 
i richiami alle altre opere veramente costruttive, 
quali sorxO la Cena delle Ceneri, De la Causa, Prin^ 
cipio et Uno (1584), etc. 



di sensi, turbazion di fantasia, smarrito peregrinaggio d'intelletto, 
fede sfrenate, cure insensate, studii incerti, somenze intempestive, e 
gloriosi frutti di pazzia ». 

« Vedrete, etc. Candelaio. Proprologo. 

E di fronte a questa materia di morale miseria, l'A., nella evidente 
contrapposizione del urologo al Proprologo, delinea se medesimo, a L au- 
tore, si voi Io conosceste, direste, ch'ave una fisionomia smarrita, etc. 
...per il più, lo vedrete fastidito, restio e bizarro, non si contenta 
di nulla, ritroso come un vecchio d'ottantanni, fantastico com un cane 
ch'ha ricevute mille spellicciate, pasciuto di cipolla... ». Ibid. 



XVI Prefazione 

Non sono inutili la distinzione, necessariamente 
sommaria, ed il riferimento ai tre gradi progressivi, 
come abbiamo detto, deWEtica; giacche questa nota 
di coincidenza e di analogia può far vedere come 
il riso di Giordano Bruno non sia un episodio, 
ma rientri quasi nella linea del suo pensiero e, 
in sostanza, tenga della stessa suggestiva profondità 
di tutta la sua etica. 

Perciò la materia di questo libro, il quale non è 
leggiero, come potrebbe forse apparire a taluno, ma 
più tosto grave e pensoso, pur nella facezia e nella 
licenza, è disposta secondo quella triplice divisione, 
che naturalmente segue la partizione dell' etica bru- 
niana. 

Comunque, è ben certo che il significato del ca- 
ratteristico riso del Bruno, sta nel complesso dei 
suoi momenti e dei suoi aspetti. Solo nell'insieme, 
e sopra tutto tenendo conto della sua formula inte- 
grale, che si estende alle considerazioni estreme della 
filosofìa (ma, come abbiamo notato, costituisce pure 
il solenne avvertimento ed il motto del Candelaio) 
si può intendere il suo vero senso umano ed uni- 
versale, il suo valore filosofico. 

Bisogna tener conto della formula compiuta, che 
esplicitamente apposta alla prima opera italiana, a 
quella che più si avvicina nella forma e nel conte- 
nuto ai molti e tradizionali componimenti morali 
del tempo, sta ad indicar quasi di questo l'avvia- 
mento verso uno spirito nuovo; e, riprodotta più 
oggettivamente, in uno scritto, fra altri, di preva- 
lente sostanza etica, che è dei più personali ed im- 
portanti, il De Vinculis, come a ragione giudicava 
Felice Tocco, sembra abbracciare l'intero sistema 
morale e filosofico del Bruno. 

A prescindere dagli strani richiami sopra ricor- 



Prefazione XV I 

dati, i quali, pur facendo la necessaria parte alla 
consueta fantastica associazione bruniana, prendono 
un significato rilevantissimo allorché vediamo, e dob- 
biamo pur confessare senza intenderne a pieno il 
motivo e la portata reale, ricongiunti in una relazione 
singolare la luce del Candelaio e le ombre delle idee, 
la filosofia della Comedia e la filosofia de V Infinito 
Universo e Mondi (e molti altri accenni si potrebbero 
trovare ancora nelle altre opere); a prescindere da 
ciò, e ben evidente che anche un sommario esame 
della formula della ilarità bruniana ci riporta, per 
cosi dire, nel cuore della sua fondamentale inspi- 
razione filosofica 

Certo essa si presta ad un'analisi puramente e 
strettamente morale; a cui è connesso un atteggia- 
mento particolare psicologico, sentimentale del filo- 
sofo. Da tal punto di vista potremo cogliere qualche 
lato del pensiero, qualche momento dello spirito biz- 
zarro e tempestoso del Bruno; ma se, arrestandoci 
a ciò, ritenessimo soli o ponessimo definitivi questo 
lato e questo momento, noi non avremmo e non 
intenderemmo, affatto. Bruno nella sua interezza e 
nella sua essenza, sotto questo rispetto. 

Il fastidito, il perseguitato, l'insonne, l'errante, 
il misconosciuto, l'odiato può anche umanamente 
esprimere un senso tragico, di riduzione e quasi di 
confusione, in un disprezzo ed in un'amarezza su- 
periori, della sua tristezza e del suo riso; può, sopra 
tutto, esprimere la sua forza tremenda, ridendo nella 
tristezza ed essendo triste nell'ilarità; può anche, 
mefistofelicamente, ridere laddove gli altri piangono 
e piangere laddove gli altri ridono; può, infine, ripor- 
tare tutto ciò ad un senso vago di scetticismo e di 

Bruno, In tristitìa hilaris, etc. 2. 



XVlll Prefazione 

pessimismo, che più d'una volta pur si accenna nel- 
l'opera del Bruno; ora in forma propria, come per 
esempio in quelle parole del Candelaio dove si dice, 
m conclusione... non esser cosa di sicuro, ma assai di 
negocio, difetto a bastanza, poco di bello e nulla di 
buono, ^^^ ora con qualche formula usuale, come il 
biblico omnia vanitas. 

Massime la ilarità triste, presa separatamente, si 
presta ad una significazione più particolare, espri- 
mendo quella che è l'essenza amara di ogni satira; 
la quale veste di riso ciò che in realtà è solo degno di 
compassione per la sua debolezza, per la sua defi- 
cienza, per la sua bruttura, specialmente nell'ordine 
umano. 

Ma questo, mentre non dà il lineamento vero ed 
intiero del Bruno, riferendosi solo al flusso delle sue 
vicende personali, intellettuali e sociali, se ben si 
consideri presuppone, in fondo, una diversa e supe- 
riore posizione della sua stessa personalità; e, ciò 
che più importa, ancora, un diverso e superiore'punto 
di vista della sua speculazione morale propriamente 
detta e filosofica. Il che appare dalla prima parte 
della formula, e più dall'insieme. 

La ilarità che è triste e la tristezza che è ilare non 
indica un bisticcio, si una intuizione profonda, mo- 
rale e filosofica; in quanto non si limita a conside- 
razioni parziali di umanità, ma scende alla totale 
contemplazione umana, ed a questa aggiunge, anzi 
connette in un inscindibile complesso, la considera- 
zione della realtà universale. 



(') PropTolo^o, — Sono le ultime parole che precedono l'entrata 
del Bidello. Naturalmente qui il senso è del tutto particolare e riferito 
al mondo del Candelaio, che sta per entrare materialmente in iscena. 



Prefazione XIX 

A nessuno più che a Bruno ripugna la concezione 
della realtà umana staccata ed avulsa dalla realtà 
totale; e più a lui ripugna quella definizione dell'uomo, 
a cui accenna non senza ironia Benedetto Spinoza, 
come V animale capace di ridere. Qui siamo fuori del 
campo morale, sia che questa capacità di ridere si 
prenda nella sua espressione più semplice e primi- 
tiva, nella sua espressione inferiore e fisiologica — 
dove, in sostanza, non e che l'animalità — nel senso 
preumano, dunque; sia che si prenda nel senso estremo 
opposto, nel senso cioè nietzschiano, che nel Supe- 
ruomo travolge l'Uomo. 

L'umanità vera ha il suo segno nel riso che si fa 
pensoso di tristezza e nella tristezza che s'illumina 
in una visione trascendente di gioia; segno vero di 
umanità, che è morale ed estetico insieme, e che ha 
in Bruno un assertore d'incomparabile energia. 
II quale trae il motivo e la forza possente e luminosa 
dell'affermazione sua, in un certo senso nuovissima, 
non già da fonti, che trascendono, in sostanza, l'uomo 
e la realtà, come sono propriamente le fonti e gli 
ideali religiosi (al di là, immortalità, ricompensa 
divina, etc, che fanno piacente la tristezza, il dolore, 
la morte), bensì dalle stesse fonti della vera umanità 
e della vera realtà, in una superba considerazione 
filosofica. 

Cosi ritroviamo Bruno e cogliamo il vero suo 
spirito. Cosi, da un punto di vista più particolare 
ma non meno importante, possiamo intendere come 
se la rozza asprezza dell'autore, e circostanze spe- 
ciali della sua vita e del suo tempo, lo conducono a 
parlar volgare e sconcio, adoperare forme e figure 
licenziose e toccare talora l'oscenità, tutto ciò è 
trasfigurato e purificato nell'intento profondo che lo 
domina: qui veramente il riso, che sembra infettarsi 



XX Pref 



azione 



di elementi estremi, è triste. Questa tristezza purifica 
e redime; ed accenna, appunto, a qualche cosa di 
più alto a CUI mira il filosofo, e che trascende la ilarità 
per se e la tristezza in se. 

Così, la considerazione della ilarità di Giordano 
Bruno ci conduce a veder, sotto nuova luce e forse 
non meno profondamente della pura indagine spe- 
culativa, una parte, da cui non si può prescindere, 
del suo pensiero. 

Di là dalla hilaritas tristis, la tristitia hilaris 
può riferirsi ad un altro importante aspetto dello 
spirito bruniano: l'ottimismo. Il quale ha la 
sua vera significazione (che riapparirà con altre 
forme, in altri sistemi) non tanto copie espres- 
sione morale per se, o perchè conferisca una co- 
loritura particolare alla visione bruniana del mondo; 
ma in quanto esprime, in certo modo, l'aspetto 
intrinseco e la risoluzione culminante della realtà 
stessa. 

L'ottimismo morale qui è coessenziale, assoluta- 
mente, con l'essere e con l'immanente suo ordine 
ontologico: il nuovo mondo della realtà infinita che, 
escludendo ogni trascendenza, è essere, potenza e 
legge eterna a se, non può non essere, per ciò 
stesso, che uno ah solutissimo in cui Ente, Vero, Bene 
fanno la medesima cosa. 

Che significato possono avere in questo universo 
il dolore, il brutto, il disordine, il male e la morte, 
il caso e la fortuna? 

Brunianamente, tutto ciò appartiene alla superficie, 
alla esteriorità, alla contingenza ed alla transitorietà 
del mondo; tutto ciò che è pluralità e particolarità 
è la spuma che si gonfia, scorre e si frange sulla 
realtà; non è la realtà; tutto ciò è di ente, non ente. 



Prefazione XXI 

come dice con sottigliezza grammaticale, ma con pen- 
siero profondo il Bruno. 

Il mondo si presenta, dunque, sotto questi due 
aspetti: quello della totalità, dell'unità, dell'assoluto 
e dell'eterno; e quello del vario, molteplice, fluente, 
disgregantesi nel tempo e nella particolarità. 

L'uomo sta di fronte a questo mondo, spettatore 
e partecipe, ad un tempo, della sua realtà e della 
sua transitorietà; di fronte a questo enorme ritmo, 
ond'esso quasi sgorga e si discioglie fuori di se, nel 
molteplice, nel disgregato e nel relativo, e si rituffa 
in se nella pienezza dell'essere che è assolutezza 
d'eternità. 

Allora l'uomo che riguarda e che agisce in questo 
mondo, se si fermi a ciò che è particolare, scorre e 
cambia volto, può e deve trovar motivo alla sua tri- 
stezza; ma se approfondisca lo sguardo e l'azione, allora 
il particolare transfluisce nell'universale, il contin- 
gente nell'infinito, il relativo nell'assoluto: la visione e 
la consapevolezza di ciò può dare, dà, filosoficamente, 
la tristezza gioconda. Questo e il segno del consegui- 
mento della più alta coscienza e della più profonda 
realtà; questa è la visione sub specie aeterni, ed è 
quasi comunicazione con l'assoluto. Allora la tri- 
stezza svanisce; alla realtà particolare e contingente 
subentra un'altra più profonda realtà. Dileguano 
le nubi e brilla il sole, o apparisce il cielo stellato. 
Il Riso stesso si è trasfigurato; esso, ormai nel campo 
della contemplazione e dell'azione più alta, è dive- 
nuto eroico furore e beatitudine. 

* 

* * 

Il presente volume vuol accogliere quanto di più 
caratteristicamente espressivo della ilarità triste e 
della tiistezza ilare circola, guizza o s'indugia 



XXII Prefazione 

nella vasta opera di Giordano Bruno, e le dà un fa- 
scino strano ed acuto. 

Forniscono qui la materia solo gli scritti ita- 
liani; che sono più varii di contenuto e più vivi 
di forma e quasi più liberamente riflettono l'anima 
del filosofo e dell'uomo. Laddove i latini sono o 
più tecnici e scolastici, come quelli che appartengono 
ai gruppi delle opere Lulliane, Mnemoniche, Espo- 
sitive e critiche;^^^ o più solenni come le brevi, im- 
portantissime Orazioni; ovvero rielaborano più rigi- 
damente, in gran parte con veste poetica, come 
De minimo. De Monade e De Immenso, contenuto 
di opere italiane. 

(Tuttavia, neppur le opere latine mancano di 
qualche sprazzo del pensoso suggestivo riso; come 
la prima parte del Cantus Circaeus; la quale, mentre 
la seconda riguarda l'arte della memoria, è di 
carattere essenzialmente morale). 

Forse a chi guardi le tre sezioni della raccolta 
ed i titoli apposti ai brani ch'esse contengono, non 
apparirà chiaro a prima vista il significato messo in 
rilievo e che possiam dire ascendente, del riso bru- 
niano, secondo lo schema generale dell'etica, che 
abbiamo altrove particolarmente studiato. ^'^ Ma se 
ben SI consideri, esso risulterà, in sostanza, non meno 
sicuro che la intima compenetrazione di quel riso 
in tutte le parti dell'opera del Nolano, anche nelle 
più astratte, speculative ed astruse; come là dove 
si tratta dell'eroico slancio per la conoscenza e per 
1 ideale, o della nuova cosmologia, dei principii del- 
l'universo e della verità. 



(') La Filosofia di G. B., cit. Parte I, III. Le opere brunlane. — 
Giordano Bruno, - Coli. Profili, N" 47, Formi'gglni, Roma, 1917. 



Prefazione XXI li 

La materia morale agitata dal filosofo è una; 
massa viva e turbmosa su cui cadono il suo ghigno 
e la sua tristezza, come gocce di fuoco. Ma non si 
può sconoscere la differenza dell'atteggiamento spi- 
rituale, e, in un certo senso, del fine medesimo, nel 
Candelaio, per esempio (ed anche in pagihe affini di 
altre opere) e nello Spaccio de la Bestia trionfante. 
Nell'uno v'è, sopra tutto, il quadro satirico, dipin- 
tura e constatazione dei vizii e difetti e debolezze 
e sconcezze, come abbiam detto, degli uomini; nel- 
l'altro l'approfondimento critico di tutto questo 
mondo, e la contrapposizione fra simbolica e dia- 
lettica di corrispondenti pregi, virtù, valori, nel 
cielo e nella terra, negli uomini e negli dei. 

Nell'uno è la materia fermentante ed oscura di 
Menandro e di Teofrasto, di Plauto e di Terenzio, 
di Machiavelli e di Molière; nell'altro la materia 
di Xenofane e di Aristofane, ed è anche (come non 
a torto è stato da taluno notato) lo spirito di Dante. 

Poiché la Bestia che si deve spacciare non è 
solo ciò che d'impuro e triste offende praticamente 
l'uomo e il convitto umano, ma quello altresì che 
contamina e sminuisce i diritti, la libertà, la san- 
tità della mente nelle sue più alte funzioni contem- 
plativa e speculativa. E, insomma, trattasi dell'af- 
francazione totale dell'uomo e dello spirito, che 
fanno tutt'uno. 

E come nel Candelaio medesimo (l'abbiamo di 
proposito avvertito) c'è qualche oscuro accenno a 
più profondo intento ed a relazioni speculative, cosi 
lo Spaccio de la Bestia trionfante segna la strada 



(1) Op' di.. Parte II. La filosofia soggettiva, l'Etica- — Giordano 
Bruno. Profilo cit. 



XXIV Prefazione 

per la più completa conquista etica ed elevazione 
spirituale. 

Purgare, liberare: questo è il motivo dell'opera 
strana e stupenda di fantasia e di riso. Purificare 
ciò che è fuori dell'uomo (ma che cosa è fuori del- 
l'uomo, dal punto di vista morale?) e ciò che è 
nell'uomo: il mondo superno e celeste, che la vecchia 
scienza teneva incorruttibile, e che al filosofo appar 
pieno e guasto d'infinita corruzione; e perfino il 
mondo infero, la sede stessa del peccato e della 
bruttura, che la credenza a quello opponeva. (Ab- 
biam notizia d'un dialogo bruniano, // Purgatorio 
dell Inferno ^^^ il quale nel titolo d'apparente bisticcio 
ma di trasparente significato, completa suggestiva- 
mente il disegno della totale purgazione). Oc- 
corre, finalmente, mondare e rinnovare la scienza 
e la filosofia, la stessa mente umana; ed a questo 
mira, con passione intensa, con forza eroica, il 
filosofo nuovo. 

E se tale opera, che più propriamente riguarda 
lo spirito, appare nella form.a ridicola di quella 
vivacissima e scintillante trattazione che ha per 



(') Nella Cena delle Ceneri, dialogo quinto, verso la fine, Teofilo 
(G. B.) dice: « Non dubitate, Prudenzio, perchè del buon vecchio 
non ri si guasterà nulla. A voi, Smitho, manderò quel dialogo del 
Nolano, che si chiama Purgatorio de l'Inferno, e ivi vedrai il frutto 
della redenzione ». 

L'accenno al frutto della redenzione, che forse rendeva estremamente 
eterodosso lo scritto, non toglie nulla all'idea dello spaccio dell'in- 
ferno; forse la rende più forte. Cosi pure, per essa nulla importa che, 
a quanto pare, il Purgatorio sia stato composto qualche anno avanti 
della Bestia trionfante, verso il 1582. L'idea potrebbe essere stata estesa 
dall'inferno al cielo. Ma l'opinione di D. Berti (Vita di G. B., pag. 25, 
1* ed.), e di J. Frith (Life of G. B., Londra 1887, pag. 375), i quali 
accennano a quella data, resta anche da dimostrare. 



Prefazione XXV 

soggetto V Asinità, ciò non oscura affatto il pathos 
intenso e puro che agita ogni fibra dell'instauratore 
e che sembra discendere in lui dall'ardore stesso del 
divino Platone. Ne la frenesia da cui si lascia tra- 
sportare il Bruno impedisce di scorgere, da ultimo, 
la sovrana bellezza della visione che s'apre davanti 
al suo occhio profondo, ed innanzi alla quale egli 
stesso rimane estatico e commosso. Così come 
per Xenofane colofonio (del quale v'è qualche 
traccia nello spinto del Nolano) ; che dopo aver 
spacciato, sia lecito adoperar questa espressione, 
gli Dei della superstizione, dell'ignoranza e della 
corruzione, riguardando nel cielo, purificato, disse 
che tutto era Dio. ^'^ 

Culmina, dunque, la critica, la satira, la deri- 
sione e la tristezza delle brutture e degli errori 
umani, un mondo morale e spirituale di bellezza,, di 
bontà, di verità. 

Alla instaurazione cosmologica, onde si rompe- 
vano e disfacevano i palchi dipinti e i congegni di 
orbi e di cieli, si congiungono la instaurazione mo- 
rale, e la intellettuale, le quali finiscono per coin- 
cidere, sul principio dell'indissolubile ternano di 
Ente, Vero e Bene; che il Bruno contempla, ragiona 
e sente con impeto straordinario. 

Candelaio e Canto di Circe, Spaccio de la Bestia 
trionfante ed Eroici furori. Cena delle Ceneri e Asino 
cillenico. Cabala del cavallo pegaseo e Causa Principio 
et Uno esprimono e fondono insieme, a traverso 



^') Noti sono i framm. di Xenofane circa la critica degli Dei. — 
Quello citato è riferito da Aristotele Metafisica, I, 5. 986^>- 10. 
Le diverse interpretazioni del passo non disdicono al concetto fon- 
damentale qui adombrato. 



XXVI 



Pref 



azione 



i momenti che singolarmente rappresentano 1 nuovi 
valori del mondo e dello spirito. E però, non illegit- 
timamente, si chiude questo libro della ilarità triste 
e della ilare tristezza del Bruno (che speriamo re- 
chi qualche vantaggio, illuminando la pur sempre 
scarsamente conosciuta opera del Nolano) con al- 
cune fra le pagine più solenni della sua filosofia, 
fra le parole più alte della sua anima. 




H 



PARTE PRIMA 



I. 

PRESENTAZIONE E SOGGETTO 
DEL CANDELAIO 



IL LIBRO 

A GLI ABBEVERATI NEL FONTE CABALLINO. 

Voi che tettate di muse da mamma, 
E che fiatate su lor grassa broda 
Col musso, r eccellenza vostra m*oda. 
Si fed'e caritad' il cuor v infiamma. 

Piango, chiedo, mendico un epigramma. 
Un sonetto, un encomio, un inno, un oda 
Che mi sii posta in poppa over in proda. 
Per farmene gir lieto a tata e mamma. 
Eimè ch'in van d'andar vestito bramo. 
Oimè ch'i* men vo nudo com'un Eia, 
E peggio: converrà forse a me gramo 

Monstrar scuoperto alla Signora mia 
Il zero e menchia com'il padre Adamo, 
Quand'era buono dentro sua badia. 

Una pezzentaria 
Di braghe mentre chiedo, da le valli 
Veggio montar gran furia di cavalli. 



6 Parte prima 

ALLA SIGNORA MORGANA B., 

SUA SIGNORA SEMPRE ONORANDA. 

Ed lo a chi dedicarrò il mio Candelaio? a chi, o gran 
destino, ti piace ch'io intitoli il mio bel parammfo, il 
mio bon corifeo P a chi invlarrò quel che dal sino influsso 
celeste, in questi più cuocenti giorni, ed ore più lambic- 
biccanti, che dicon caniculan, mi han fatto piovere nel 
cervello le stelle fìsse, le vaghe lucciole del firmamento 
mi han crivellato sopra, il decano de' dodici segni m'ha 
balestrato in capo, e ne l'orecchie interne m'han soffiato i 
sette lumi erranti P A chi s'è voltato, — • dico io, — a chi 
riguarda, a chi prende la miraP A Sua Santità P no. A Sua 
Maestà Cesarea P no. A Sua Serenità P no. A Sua Altezza, 
Signoria illustrissima e reverendissima P non, non. Per 
mia fé, non è prencipe o cardinale, re, imperadore o papa 
che mi ìevarrà questa candela di m.ano, in questo solen- 
nissimo offertorio. A voi tocca, a voi si dona; e voi o 
l'attaccarrete al vostro cabinetto o la ficcarrete al vostro 
candeliero in superlativo dotta, saggia, bella e generosa 
mia signora Morgana: voi, coltivatrice del campo del- 
l'animo mio, che, dopo aver attrite le glebe della sua du- 
rezza e assottigliatogli il stile, — acciò che la polverosa 
nebbia sullevata dal vento della leggerezza non offendesse 
gli occhi di questo e quello, — con acqua divina, che dal 
fonte del vostro spirto deriva, m'abbeveraste l'intelletto. 
Però, a tempo che ne posseamo toccar la mano, per la 
prima vi indrizzai : Gli pensier gai; apresso: 11 
tronco d'acqua viva. Adesso che, tra voi che godete 
al seno d'Abraamo, e me che, senza aspettar quel tuo soc- 
corso che solea rifrigerarmi la lingua, desperatamente ardo 
e sfavillo, intermezza un gran caos, pur troppo invidioso 
del mio bene, per farvi vedere che non può far quel mede- 
simo caos, che il mio am.ore, con qualche proprio ostaggio e 
material presente, non passe al suo marcio dispetto, eccovi 
la candela che vi vien porgiuta per questo Candelaio 



I. - Presentanzione e soggetto del Candelaio 7 

che da me si parte, la qual in questo paese, ove mi trovo, 
p otrà chiarir alquanto certe Ombre dell'idee le quali 
in vero spaventano le bestie e, come fussero diavoli dan- 
teschi, fan rimanere gli asmi lungi a dietro, ed in cotesta 
patria, ove voi siete, potrà far contemplar l'animo mio a 
molti, e fargli vedere che non è al tutto smesso. 

Salutate da mia parte quell'altro Candelaio di carne ed 
ossa, delle quali è detto che « Regnum Dei non posside- 
hunt )'; e ditegli che non goda tanto che costì si dica la mia 
memoria esser stata strapazzata a forza di pie di porci e 
calci d'asini: perchè a quest'ora a gli asini son mozze l'o- 
r ecchie, ed i porci qualche decembre me la pagarranno. 
E che non goda tanto con quel suo detto: « Abiit in regio- 
nem longinquam »; perchè, si avverrà giamai ch'i cieli mi 
concedano ch'io effettualmente possi dire: « Surgam et 
ibo », cotesto vitello saginato senza dubbio sarrà parte 
della nostra festa. Tra tanto, viva e si governe, ed attenda 
a farsi più grasso che non è; perchè, dall'altro canto, io 
spero di ricovrare il lardo, dove ha persa l'erba, si non 
sott'un mantello, sotto un altro, si non in una, in un'altra 
vita. Ricordatevi, Signora, di quel che credo che non 
bisogna insegnarvi: — Il tempo tutto toglie e tutto dà; 
ogni cosa si muta, nulla s'annichila; è un solo che non può 
mutarsi, un solo è eterno, e può perseverare eternamente 
uno, simile e medesimo. — ■ Con questa filosofia l'animo 
mi s'aggrandisse, e me si magnifica l'intelletto. Però, qua- 
lunque sii il punto di questa sera ch'aspetto, si la muta- 
zione è vera, io che son ne la notte, aspetto il giorno, e 
quei che son nel giorno, aspettano la notte: tutto quel ch'è, 
o è qua o là, o vicino o lungi, o adesso o poi, o presto o 
tardi. Godete, dunque, e, si possete, state sana, ed amate 
chi v'ama. 

ARGUMENTO ED ORDINE DELLA COMEDIA. 

Son tre materie principali intessute insieme ne la pre- 
sente comedia: l'amor di Bonifacio, l'alchimia di Barto- 
lomeo e la pedantaria di Manfuno. Però, per la cognizion 

Bruno. In tristitia hilaris, etc 3. 



8 Parte prima 

distinta de' suggetti, ragglon dell'ordine ed evidenza del- 
l'artificiosa testura, rapportiamo prima, da per lui, l'in- 
sipido amante, secondo il sordido avaro, terzo il goffo 
pedante: de' quali l'insipido non è senza goffaria e sordi- 
tezza, il sordido è parimenti insipido e goffo, ed il goffo 
non è men sordido ed insipido che goffo. 



ANTIPROLOGO. 

Messer sì, ben considerato, bene appuntato, bene or- 
dinato. Forse che non ho profetato che questa comedia 
non si sarebbe fatta questa sera.^ Quella bagassa che è 
ordinata per rapresentar Vittoria e Carubina, ave non so 
che mal di madre. Colui che ha da rappresentar il Boni- 
facio, è imbnaco che non vede ciel né terra da mezzodì in 
qua; e, come non avesse da far nulla, non si vuol alzar di 
letto; dice: « Lasciatemi, lasciatemi che in tre giorni e 
mezzo e sette sere, con quattro dui rimieri, sarrò tra par- 
glioni e pipistregli: sia, voga; voga, sia >k A me è stato 
commesso il prologo; e vi giuro eh 'è tanto intricato ed 
mdiavolato, che son quattro giorni che vi ho sudato sopra, 
e dì e notte, che non bastan tutti trombetti e tamburini 
delle Muse puttane d'Elicona a ficcarmene una pa- 
gliusca dentro la memoria. Or, va' fa il prologo: su 
battello di questo barconaccio dismesso, scasciato, rotto, 
mal'impeciato, che par che, co crocchi, rampini ed arpa- 
goni, sii stato per forza tirato dal profondo abisso; da 
molti canti gli entra l'acqua dentro, non è punto spal- 
mato; e vuol uscire e vuol fars' in alto mareP lasciar 
questo sicuro porto del Mantraccio.^ far partita dal 
Molo del silenzio? 

L'autore, si voi lo conosceste, dirreste ch'ave una 
fisionomia smarrita: par che sempre sii in contempla- 
zione delle pene dell'inferno, par sii stato alla pressa 
ccome le barrette : un che ride sol per far comme fan 
gli altri: per il più, lo vedrete fastidito, restio e bizarro, 
non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio 



I. - Presentazione e soggetto del Candelaio 9 

d'ottant'annl, fantastico com'un cane ch'ha ricevute 
mille spellicciate, pasciuto di cipolla. Al sangue, non 
voglio dir de chi, lui e tutti quest'altri filosofi, poeti e 
pedanti la più gran nemica che abbino è la ricchezza e 
beni: de quali mentre col lor cervello fanno notomia, 
per tema di non essere da costoro da dovero sbranate, 
squartate e dissipate, le fuggono come centomila dia- 
voli, e vanno a ritrovar quelli che le mantengono sane ed 
m conserva. Tanto che io, con servir simil canaglia, ho 
tanta de la fame, tanta de la fame, < he si me bisognasse 
vomire, non potrei vomir altro ch'i^ spirto; si me fusse 
forza di cacare, non potrei cacar altro che l'anima, 
com'un appiccato. In conclusione, io voglio andar a 
farmi frate; e chi vuol far il prologo, sei faccia. 



PROPROLOGO. 

Dove è ito quel furfante, schena da bastonate, che deve 
far il prologo.^ Signori, la comedia sarrà senza prologo; 
e non importa, perchè non è necessario che vi sii: la ma- 
teria, il suggetto, il modo ed ordine e circostanze di quella, 
vi dico che vi si farran presenti per ordine, e vi sarran 
poste avanti a gli occhi per ordine: il che è molto meglio 
che si per ordine vi fussero narrati. Questa è una specie 
di tela, ch'ha l'ordimento e tessitura insieme: chi la può 
capir, la capisca; chi la vuol intendere, l'intenda. Ma non 
lascerò per questo di avvertirvi che dovete pensare di 
essere nella regalissima città di Napoli, vicino al seggio 
di Nilo. Questa casa che vedete equa formata, per questa 
notte servirrà per certi barn, furbi e marioli, — ■ guarda- 
tevi, pur voi, che non vi faccian vedovi di qualche cosa 
che portate addosso: — • equa costoro stenderranno le sue 
rete, e zara a chi tocca. Da questa parte, si va alla 
stanza del Candelaio, id est messer Bonifacio, e Carubina 
moglie, ed a quella di messer Bartolomeo; da quest'al- 
tra, si va a quella della signora Vittoria, e di Gio. Ber- 
nardo pittore e Scaramuré che fa del necromanto; per 



IO Parte prima 

questi contorni, non so per qualoccasioni, molto speso 
si va rimenando un sollennissimo pedante, detto Manfu- 
rio. Io mi assicuro che le vedrete tutti: e la ruffiana Lucia 
per le molte faccende bisogna che non poche volte vada 
e vegna; vedrete Pollula col suo Magister per il più, — • 
queste un scolare da inchiostro nero e bianco; — • ve- 
drete il paggio di Bonifacio, Ascanio, — • un servitore 
da sole e da candela. Mochione, garzone di Bartolom.eo, 
non è caldo né freddo, non odora ne puzza; in Sanguino, 
Barra, Marca e Corcovizzo contemplarrete, in parte, la 
destrezza della mariolesca disciplina; conoscerrete la 
forma dell'alchimici barrane in Cencio: e per un pas- 
satempo vi si farrà presente Consalvo speciale, Marta, 
moglie di Bartolomeo, ed il facetissimo signor Ottaviano. 
Considerate chi va chi viene, che si fa che si dice, come 
s'intende come si può intendere: che certo, contemplando 
quest'azioni e discorsi umani col senso d'Eraclito o di De- 
mocrito, arrete occasion di molto o ridere o piangere. 

Eccovi avanti gli occhii ociosi pnncipii, debili orditure, 
vani pensieri, frivole speranze, scoppiamenti di petto, 
scoverture di corde, falsi presuppositi, alienazion di 
mente, poetici furori, offuscamento di sensi, turbazion 
di fantasia, smarrito peregnnaggio d'intelletto, fede sfre- 
nate, cure insensate, studi incerti, somenze intempestive 
e gloriosi frutti di pazzia. 

Vedrete in un amante suspir, lacrime, sbadacchia- 
menti, tremori, sogni, rizzamenti, e un cuor rostito nel 
fuoco d'amore; pensamenti, astrazioni, colere, manin- 
conie, invidie, querele, e men sperar quel che più si desia. 
Qui trovarrete a l'animo ceppi, legami, catene, cattività, 
priggioni, eterne ancor pene, martiri e morte; alla ri- 
tretta del core, strali dardi, saette, fuochi, fiamme, ar- 
dori, gelosie, suspetti, dispetti, ritrosie, rabbie ed oblii, 
piaghe, ferite, omei, folli, tenaglie, incudini e martelli; 
l'archiero faretrato, cieco e ignudo; l'oggetto poi del 
core, un cuor mio, mio bene, mia vita, mia dolce piaga 
e morte, dio, nume, poggio, riposo, speranza, fontana, 
spirto, tramontana stella, ed un bel sol ch'a l'alma mai 



1. — Presentazione e soggetto del Candelaio 1 I 

tramonta; ed a l'incontro ancora, crudo cuore, salda co- 
lonna, dura pietra, petto di diamante, e cruda man ch'ha 
chiavi del mio cuore, e mia nemica, e mia dolce guer- 
riera, versaglio sol di tutti miei pensieri, e bei son gli 
amor miei non quei d'altrui. 

Vedrete in una di queste f emine sguardi celesti, su- 
spiri infocati, acquosi pensamenti, terrestri desiri e 
aerei fottimenti: — • co riverenza de le caste orecchie, — • 
è una che sei prende con pezza bianca e netta di bu- 
cata. La vedrete assalita da un amante armato di 
voglia che scalda, desir che cuoce, carità ch'accende, 
amor ch'infiamma, brama ch'avvanpa, e avidità ch'ai 
cielo mica e sfavilla. Vedrete ancora, — a fin che 
non temiate diluvio universale, — l'arco d'amore il 
quale è simile a l'arco del sole, che non è visto da chi vi 
sta sotto, ma da chi n'è di fuori: perchè de gli amanti l'uno 
vede la pazzia dell'altro e nisciun vede la sua. Vedrete 
un'altra di queste femine, priora delle repentite per l'om- 
missione di peccati che non fece a tempo ch'era verde, 
adesso dolente come l'asino che porta il vino; ma cheP 
un'angela, un'ambasciadora, secretaria, consigliera, refe- 
rendaria, novellerà, venditrice, tessitrice, fattrice, nego- 
ciante e guida: mercantessa di cuori e ragattiera che 
le compra e vende a peso, misura e conto, quella eh in- 
trica e strica, fa lieto e gramo, impiaga e sana, sconforta e 
riconforta, quando ti porta o buona nova o ria, quando 
porta de polli magri o grassi: advocata, intercessora, man- 
tello, rimedio, speranza, mediatrice, via e porta, quella che 
volta l'arco di Cupido, conduttrice del strai del dio d'amo- 
re, nodo che lega, vischio ch'attacca, chiodo ch'accoppia, 
onzonte che gionge gli emisferi. Il che tutto viene a effet- 
tuare mediantibus finte bazzane, grosse panzanate, suspiri 
a posta, lacrime a comandamento, pianti a piggione, sin- 
gulti che si muoiono di freddo, berte masculine, baie illu- 
minate, lusinghe affamate, scuse volpine, accuse lupine, 
e giuramenti che muoion di fame, lodar presenti, biasmar 
assenti, servir tutti, amar nisciuno: t'aguzza l'apetito e poi 
digiuni. 



12 Parie prima 

Vederete ancor la prosopopeia e maestà d'un omo 
masculini generis: un che vi porta certi suavioli da far 
sdegnar un stomaco di porco o di gallina, un instaurator 
di quel Lazio antiquo, un emulator demostenico, un 
che ti suscita Tullio dal più profondo e tenebroso centro, 
concinitor di gesti de gli eroi. Eccovi presente un'acutezza 
da far lacrimar gli occhi, gricciar i capelli, stuppefar 
i denti, petar, rizzar, tussir e starnutare; eccovi un di com- 
positor di libri benemeriti di republica, postillatori, glo- 
satori, construttori, metodici, additori, scoliatori, tradut- 
tori,^ interpreti, compendiarii, dialetticarii novelli, appa- 
ntori con una grammatica nova, un dizionario novo, un 
lexicon, una varia lectio, un approvator d'autori, un appro- 
vato autentico, con epigrammi greci, ebrei, latini, italiani, 
spagnoli, francesi, posti in fronte libri. Onde l'uno, e 
l'altro, e l'altro e l'uno vengono consecrati all'immorta- 
lità, come benefattori del presente seculo e futuri, obli- 
gati per questo a dedicarli statue e colossi ne' mediter- 
ranei mari e nell'oceano ed altri luochi inabitabili de la 
terra. La lux perpetua vien a fargli di sberrettate, e con 
profonda riverenza se gl'inchina il saecula saeculorum; 
obligata la fama di farne sentir le voci a l'uno e l'altro 
polo, e d'assordir co i cridi, strepiti e chiassi il Borea 
e l'Austro, ed il mar Indo e Mauro. Quanto cam.- 
peggia bene — mi par veder tante perle e margarite in 
campo d'oro — un discorso latino in mezzo l'italiano, un 
discorso greco in mezzo del latino; e non lasciar passar 
un foglio di carta dove non appaia al meno una dizionetta, 
un versetto, un concetto d'un peregrino carattere ed idio- 
ma. Oimè che mi danno la vita, quando, o a forza o a buona 
voglia, e parlando e scrivendo, fanno venir a proposito 
un versetto d'Omero, d'Esiodo, un stracciolin di Plato 
o Demosthenes greco. Quanto ben dimostrano che essi 
son quelli soli a' quai Saturno ha pisciato il giudizio in 
testa, le nove damigelle di Pallade un cornucopia di 
vocaboli gli han scarcato tra la pia e dura matre: e però 
è ben conveniente che sen vadino con quella sua prosopo- 
peia, con quell'incesso gravigrado, busto ritto, testa salda 



I. - Presentazione e soggetto del Candelaio 13 

ed occhii in atto di una modesta altiera circumspezione. 
Voi vedrete un di questi che mastica dottrina, olface opi- 
nioni, sputa sentenze, minge autontadi, eructa arcani, 
exuda chiari e lunatici inchiostri, semina ambrosia e 
nectar di giudicii, da farne la credenza a Ganimede e 
poi un brindes al fulgorante Giove. Vedrete un pubercola 
sinonimico, epitetico, appositono, suppositorio, bidello di 
Minerva, amostante di Pallade, tromba di Mercurio, pa- 
triarca di Muse e dolfino del regno apollinesco, — poco 
mancò ch'io non dicesse polledresco. 

Vedrete ancor in confuso tratti di marioli, stratagemme 
di barri, imprese di furfanti; oltre, dolci disgusti, piaceri 
amari, delerminazion folle, fede fallite, zoppe speranze 
e caritadi scarse; giudicii grandi e gravi in fatti altrui, poco 
sentimento ne' propri; f emine virile, effeminati maschii: 
tante voci di testa e non di petto; chi più di tutti crede, 
più s'inganna; e di scudi l'amor universale. Quindi pro- 
cedeno febbre quartane, cancheri spirituali, pensieri man- 
chi di peso, sciocchezze traboccanti, intoppi baccellieri, 
granchiate maestre e sdrucciolate da fìaccars' il collo; oltre, 
il voler che spinge, il saper ch'appressa, il far che frutta, 
e diligenza madre de gli effetti. In conclusione, vedrete 
in tutto non esser cosa di sicuro, ma assai di negocio, difet- 
to a bastanza, poco di bello e nulla di buono. — 
Mi par udir i personaggi; a dio. 



BIDELLO. 

Prima ch'i' parie, bisogna ch'i' m'iscuse. Io credo che, 
si non tutti, la maggior parte al meno mi dirranno: — Can- 
caro vi mangie il naso! dove mai vedeste comedia uscir 
col bidello .3 — • Ed io vi rispondo: — Il mal'an che Dio vi 
dia! prima che fussero comedie, dove mai furono viste 
comedie.^ e dove mai fuste visti, prim.a che voi fusteP E 
pare a voi ch'un suggetto, come questo che vi si fa presente 
questa sera, non deve venir fuori e comparire con qualche 



14 



Parte prima 



privilegiata particularitàP Un eteroclito babbuino, un 
naturai coglione, un moral menchione, una bestia tropo- 
logica, un asino anagogico come questo, vel farro degno 
d'un connestable, si non mei fate degno d'un bidello . 
Volete ch'io vi dica chi è luiP voletelo sapere P desiderate 
ch'io vel faccia intendere P Costui è — vel dirrò piano: 
— il Candelaio. Volete ch'io vel dimostri P desiderate ve- 
derlo P Eccolo: fate piazza; date luoco; retiratevi dalle ban" 
de, si non volete che quelle corna vi faccian male, che 
fan fuggir le genti oltre gli monti. 




II. 

L" INNAMORATO 
E LE ARTI MAGICHE D'AMORE 



Bonifacio, solo ^^> 

L^arte supplisce al difetto della natura, Bonifacio. 
Or, poi ch'a la mal'ora non posso far che questa tradi- 
tora m'ame, o che al meno mi remiri con un simulato 
amorevole sguardo d'occhio, chi sa, forse quella che non 
han mossa le paroli di Bonifacio, l'amor di Bonifacio, 
il veder spasmare Bonifacio, potrà esser forzata con que- 
sta occolta filosofìa. Si dice che l'arte magica è di tanta 
importanza che contra natura fa ritornar gli fiumi a 
dietro, fissar il mare, muggire i monti, intonar l'abisso, 
proibir il sole, despiccar la luna, sveller le stelle, toglier 
il giorno e far fermar la notte: però l'Academico di nulla 
academia, in quell'odioso titolo e poema smarrito, disse: 

Don a rapidi fiumi in su ritorno. 
Smuove de Volto del V aurate stelle. 
Fa sii giorno la notte, e notfil giorno. 
E la luna da lorhe proprio svelle 
E gli cangia in sinistro il destro corno, 
E del mar Fonde ingonfia e fissa quelle. 
Terra, acqua, fuoco ed aria despiuma, 
Ed al voler uman fa cangiar piuma. 



0) Candelaio, Atto I, Scene !I, III e X. 



16 Parte prima 

Di tutto si potrebbe dubitare; ma, circa quel ch'ulti- 
mamente dice quanto all'efifetto d'amore, ne veggiamo 
l'esperienza d'ogni giorno. Lascio che del magistero di 
questo Scaramurè sento dir cose maravlgliose a fatto. 
Ecco: vedo un di quei che rubbano la vacca e poi donano le 
corna per l'amor di Dio. Veggiamo che porta di bel novo. 

M. Bonifacio, M. Bartolomeo ragionano; Pollulo e 
Sanguino, occoltì, ascoltano. 

Bart. Crudo amore, essendo tanto ingiusto e tanto 
violento il regno tuo, che voi dir che perpetua tanto P 
perchè fai che mi fugga quella ch'io stimo e adoro P per- 
chè non è lei a me, come io son cossi strettissimamente 
a lei legato P si può imaginar questo P ed è pur vero. Che 
sorte di laccio è questa P di dui fa l'un incatenato a l'altro, 
e l'altro più che vento libero e sciolto. 

BoN. Forse ch'io son soloP uh, uh uh. 

Bart. Che cosa avete, messer Bonifacio mioP pian- 
gete la mia penaP 

BoN. Ed il mio martire ancora. Veggo ben che sete 
percosso, vi veggio cangiato di colore, vi ho udito adesso 
lamentare, intendo il vostro male, e, come partecipe di 
medesma passione e forse peggior, vi compatisco. Molti 
sono de' giorni che ti ho visto andar pensoso ed astratto, 
attonito, smarrito — come credo eh altri mi veggano, — 
scoppiar profondi suspir dal petto, co gli occhi molli — 
Diavolo! — dicevo io — a costui non è morto qualche 
propinquo, familiare e benefattore; non ha lite in corte; 
ha tutto il suo bisogno, non se gli minaccia male, ogni 
cosa gli va bene; io so che non fa troppo conto di soi pec- 
cati; ed ecco che piange e plora, il cervello par che gli stii 
in cimhalis male sonantibus: dunque è inamorato, dunque 
qualche umore flemmatico o colerico o sanguigno o melan- 
colico — non so qual sii questo umor cupidinesco — 
gli è montato su le testa. — Adesso ti sento proferir 
queste dolce parole: conchiudo più fermamente che di 
quel tossicoso mele abbi il stomaco ripieno. 



II. - L'innamorato e le arti magiche d'amore 1 7 



Bari. Oimè, ch'io son troppo crudamente preso dai 
suoi sguardi! Ma di voi mi maraviglio, messer Bonifacio, 
non di me che son di dui o tre anni più giovane, ed ho 
per moglie una vecchia sgrignuta che m'avanza di più 
d'otto anni: voi avete una bellissima mogliera, giovane di 
venticinque anni, più bella della quale non è facile trovar 
in Napoli; e sete inamoratoP 

BoN. Per le paroli che adesso voi avete detto, credo che 
sappiate quanto su imbrogliato e spropositato il regno 
d'amore. Si volete saper l'ordine, o disordine, di miei 
amori, ascoltatemi, vi priego. 

Bart. Dite, messer Bonifacio, che non siamo come le 
bestie ch'hanno il coito servile solamente per l'atto della 
generazione, — però hanno determinata legge del tempo 
e loco, come gli asini a i quali il sole, particulare o princi- 
palemente il maggio, scalda la schena, ed in climi caldi e 
temperati generano, e non in freddi, come nel settimo cli- 
ma ed altre parti più vicine al polo; — noi altri in ogni 
tempo e loco. 

BoN. Io ho vissuto da quarantadue anni al mondo tal- 
mente, che con mulieribus non sum coinquinato; gionto che 
fui a questa etade nelle quale cominciavo ad aver qualche 
pelo bianco in testa, e nella quale per l'ordinario suol in- 
freddarsi l'amore e cominciar a venir meno... 

Bart. In altri cessa, in altri si cangia. 

BoN. ...suol cominciar a venir meno, com'il caldo al 
tempo de l'autunno, allora fui preso da l'amor di Caru- 
bina. Questa mi parve tra tutte l'altre belle bellissima; 
questa mi scaldò, questa m'accese in fiamma talmente, 
che mi bruggiò di sorte, che son dovenuto esca. Or, per 
la consuetudine ed uso continuo tra me e lei, quella prima 
fiamma essendo estinta, il cuor mio è rimasto facile ad 
esser acceso da nuovi fuochi... 

Bart. S'il fuoco fusse stato di meglior tempra, non t'ar- 
rebbe fatto esca ma cenere; e s'io fusse stato in luoco 
di vostra moglie, arrei fatto cossi. 

BoN. Fate ch'io finisca il mio discorso, e poi dite quel 
che vi piace. 



18 Parte prima 

Bart. Seguite quella bella similitudine. 

BoN. Or, essendo nel mio cor cessata quella fiamma che 
l'ha temprato in esca, facilmente fui questo aprile da 
un'altra fiamma acceso. 

Bart. In questo tempo s'mamorò il Petrarca, e gli asini 
anch'essi, cominciano a rizzar la coda. 

BoN. Come avete detto .^ 

Bart. Ho detto che in questo tempo s'inamorò il Pe- 
trarca, e gli animi, anch'essi, si drizzano alla contempla- 
zione: perchè i spirti ne l'inverno son contratti per il 
freddo, ne l'estade per il caldo son dispersi, la primavera 
sono in una mediocre e quieta tempratura onde, l'animo 
è piij atto, per la tranquillità della disposizion del corpo, 
che lo lascia libero alle sue proprie operazioni. 

BoN. Lasciamo queste filastroccole, venemo a propo- 
sizio. Allora, essendo io ito a spasso e Pusilipo da gli 
sguardi della signora Vittoria fui sì profondamente saet- 
tato, e tanto arso da' suoi lumi, e talmente legato da sue 
catene, che oimè.... 

Bart. Questo animale che chiamano amore, per il più 
suole assalir colui ch'ha poco da pensare e manco da fare: 
non eravate voi andato a spasso ? 

BoN. Or voi fatemi intendere il versaglio dell'amor 
vostro, poi che m'avete donata occasion di discuoprirvi 
il mio. Penso che voi ancora deviate prendere non poco 
refrigerio, confabulando con quelli che patiscono del me- 
desmo male, si pur male si può dir l'amare. 

Bart. Nominativo: la signora Argenteria m'affligge, la 
signora Orelia m'accora. 

BoN. Il mal'an che Dio dia a te, e a lei ed a lei. 

Bart. Genitivo: della signora Argenteria ho cura, della 
signora Orelia tengo pensiero. 

BoN. Del cancaro che mange Bartolomeo, Aurelia ed 
Argentina. 

Bart. Dativo: alla signora Argenteria porto amore, alla 
signora Orelia suspiro; alla signora Argenteria ed Orelia 
comunmente mi raccomando. 

BoN. Vorrei saper che diavol ha preso costui. 



II. - L'innamorato e \s arti magiche d'amore 19 

Bari. Vocativo: o signora Argenteria, perchè mi lasci? 
o signore Orelia, perchè mi fuggi P 

BoN. Fuggir ti possano tanto, che non possi aver mai 
bene! va' col diavolo, tu sei venuto per burlarti di me! 

Bari. E tu resta con quel dio che t'ha tolto il cervello, 
se pur è vero che n'avesti giamai. Io vo a negociar per le 
mie padrone. 

BoN. Guarda, guarda con qual tiro, e con quanta fa- 
cilità, questo scelerato me si ha fatto dir quello che meglio 
sarrebbe stato dirlo a cinquant'altri. Io dubito con questo 
amore di aver sin ora raccolte le primizie della pazzia. 
Or, alla mal'ora, voglio andar in casa ad ispedir Lucia. 
Veggo certi furfanti che ridono: sùspico ch'avranno udito 
questo diavol de dialogo, anch'essi. Amor ed ira non si 
puot'ascondere. 

ScARAMURÈ, Bonifacio, Ascanio, 

ScAR. Ben trovato, messer Bonifacio. 

BoN. Siate il molto ben venuto, signor Scaramurè, spe- 
;anza della mia vita appassionata. 

ScAR. Signum affecti animi. 

BoN. Si V. S. non rimedia al mio male, io son 
morto. 

SvAR. Sì come io vedo, voi sete inam.orato. 

BoN. Cossi è: non bisogna ch'io vi dica più. 

ScAR. Come mi fa conoscere la vostra fisionomia, il 
computo di vostro nome, di vostri parenti o progenitori, 
la signora della vostra natività fu « Venus retrograda in 
signo masculino; et hoc f or tasse in G eminibus vigesimo se- 
ptimo grada: » che significa certa mutazione e conversione 
nell'età di quarantasei anni, nella quale al presente vi 
ritrovate. 

BoN. A punto, io non mi ricordo quando nacqui; ma, 
per quello che da altri ho udito dire, mi trovo da quaran- 
tacinque anni in circa. 

ScAR. Gli mesi, giorni ed ore computare ben io piìi di- 
stintamente, quando col compasso arò presa la propor- 



20 Parte prima 

zlone dalla latitudine dell'unghia maggiore alla linea vi- 
tale, e distanza dalla summità dell'annulare a quel termine 
del centro della mano, ove è designato il spacio di Marte; 
ma basta per ora aver fatto giudicio cossi universale et 
in communi. Ditemi, quando fùstivo punto dall'amor 
di colei per averla guardato, a che sito ti stava ellaP a de- 
stra o a sinistra P 

BoN. A sinistra. 

ScAR. Arduo opere nanciscenda. — Verso mezzogiorno 
o settentrione, oriente o occidente, o altri luoghi mtra 
questi P 

BoN. Verso mezzogiorno. 

ScAR. Oportet advocare septentrionales. — Basta, basta: 
qui non bisogna altro; voglio effectuare il tuo negocio 
con magia naturale, lasciando a maggior opportunità le 
superstizioni d'arte più profonda. 

BoN. Fate di sorte ch'io accape il negocio, e sii come 
si voglia. 

ScAR. Non vi date impaccio, lasciate la cura a me. La 
cosa già fu per fascinazione P 

BoN. Come per fascinazione P io non intendo. 

ScAR. Idest, per averla guardata, guardando lei anco 

VOI. 

BoN. Sì, signor sì, per fascinazione. 

ScAR. Fascinazione si fa per la virtù di un spirito lucido 
e sottile, dal calor del core generato di sangue più puro, 
il quale, a guisa di raggi, mandato fuor de gli occhi aperti, 
che con forte imaginazion guardando, vengono a ferir 
la cosa guardata, toccano il core e sen vanno ad afficere 
l'altrui corpo e spirto o di affetto di amore o di odio o di 
invidia o di maninconla o altro simile geno di passibili 
qualità. L'esser fascinato d'amore adviene, quando, con 
frequentissimo over, benché istantaneo, intenso sguardo 
un occhio con l'altro, e reciprocamente un raggio visual 
con l'altro si rincontra, e lume con lume si accopula. Al- 
lora si gionge spirto a spirto; ed il lume superiore, incul- 
cando l'inferiore, vengono a scintillar per gli occhi, cor- 
rendo e penetrando el spirto interno che sta radicato al 



II. — L'innamorato e le arti magiche d'amore 21 



cuore; e cossi commuoveno amatorio incendio. Però, chi 
non vuol esser fascinato, deve star massimamente cauto 
e far buona guardia negli occhi, li quali, in atto d'amore, 
principalmente son fenestre dell'anima: onde quel detto: 
« Averte, averte oculos tuos ». — Questo, per il presente, 
basti; noi ci revedremo a più bell'aggio, provedendo alle 
cose necessarie. 

BoN. Signor, si questa cosa farete venir al butto, vi ac- 
corgerete di non aver fatto servizio a persona ingrata. 

ScAR. Misser Bonifacio, vi fo intender questo: che voglio 
io prima esser grato a voi, e poi son certo, si non mi sa- 
rete grato, mi doverete essere. 

BoN. Comandatemi, che vi sono affezionatissimo, ed ho 
gran speranza nella prudenza vostra. 

AscANio, ScARAMURÈ, Bonifacio. ^'> 

Asc. Oh, ecco messer Bonifacio mio padrone. Misser, 
siamo qui con il Signor eccellentissimo e dottissimo, il 
signor Scaramurè. 

BoN. Ben venuti. Avete dato ordine alla cosaP è tempo 
di far nulla P 

ScAR. Come nulla P ecco qui la imagine di cera ver- 
gine, fatta m suo nome; ecco qui le cinque aguglie che 
gli devi piantar in cinque parti della persona. Questa par- 
ticulare, pili grande che le altre, li pungerà la sinistra 
mammella: guarda di profondare troppo dentro, perchè 
fareste morir la paziente. 

BoN. Me ne guardarò bene. 

ScAR. Ecco, ve là dono in mano; non fate che da ora 
avanti la tenga altro che voi. Voi, Ascanio, siate secreto, 
non fate che altra persona sappia questi negocii. 

BoN. Io non dubito di lui: tra noi passano negocii più 
secreti di questo. 

ScAR. Sta bene. Farete, dunque, far il fuoco ad Ascanio 
di legne di pigna o di oliva o di lauro, si non possete farlo 



(1) Atto III. Scena III. 



22 Parte prima 

di tutte tre materie insieme. Poi arrete d'incenso, alcuna- 
mente esorcizato o incantato; co la destra mano lo getta- 
rete al fuoco; direte tre volte: «/4urum thus »; e cossi ver- 
rete ad incensare e fumigare la presente imagine, la qual 
prendendo in mano direte tre volte: « Sine quo nihil »; 
oscltarete tre volte co gli occhii chiusi, e poi, a poco a poco, 
svoltando verso il caldo del fuoco la presente imagine, — 
guarda che non si liquefacela, perchè morrebbe la pa- 
ziente, — ... 

BoN. Me ne guardar© bene. 

ScAR. ...la farrete tornare el medesmo lato tre volte, 
insieme insieme tre volte dicendo: « Zalarath Zhalaphar 
nectere vincula: Caphure, Mìrion, sarcha Vitloriae », come 
sta notato in questa cartolina. Poi, mettendovi al contrarlo 
sito del fuoco verso l'occidente, svoltando la imagine con 
la medesma forma, quale è detta, dirrete pian piano: « Fe- 
laphthon disamis festino barocco daraphti. Celantes dahitis 
fapesmo frises omorum '>K II che tutto avendo fatto e detto, 
lasciate ch'il fuoco si estingua da per lui; e locarrete la 
figura in luoco secreto, e che non su sordido, ma onore- 
vole ed odorifero. 

BoN. Farro cossi a punto. 

ScAR. Sì, ma bisogna ricordarsi ch'ho spesi cinque 
scudi alle cose che concorreno al far della imagine. 

BoN. Oh, ecco, li sborso. Avete speso troppo. 

ScAR. E bisogna ricordarvi di me. 

BoN. Eccovi questo per ora; e poi farò di ventaggio assai, 
si questa cosa verrà a perfezione. 

ScAR. Pazienza ! Avertite, messer Bonifacio, che, 
si voi non la spalmarete bene, la barca correrà mala- 
mente. 

BoN. Non intendo. 

ScAR. Vuoi dire che bisogna onger ben bene la mano: 
non sapete P 

BoN. In nome del diavolo, lo procedo per via d'in- 
canti, per non aver occasione di pagar troppo! Incanti e 
contanti. 

ScAR. Non indugglate. Andate presto a far quel che vi 



II. - L'innamorato e ]s arti magiche d'amore 23 

è ordinato, perchè Venere è circa l'ultimo grado di Pesci; 
fate che non scorra mezza ora, che son trenta minuti di 
Ariete. 

BoN. A Dio, dunque, Andiamo, Ascanlo. Cancaro a 
Venere, e... 

ScAR. Presto, a la buon'ora, caldamente! 

Bonifacio, solo. (^> 

Per quel che costei me dice, io credo di avere approssi- 
mata le imagine tanto presso al fuoco, che quasi si sarebbe 
liquefatta: penso d'averla troppo scaldata. Guarda come 
la povera donna viene tormentata dall'amore: per mia 
fé, che non ho possuto contener le lacrime. Si messer 
Scaramurè, — che Dio li dia il bon giorno e la buona 
sera, che adesso conosco per propria esperienza che è un 
galantissimo uomo, — non mi avesse avertito con dirmi 
— Guarda che non si liquefaccia; — io certamente arrei 
fatta qualche pazzia ch'io non ardisco tra me stesso dirla. 
Or, va' numera l'arte maggica tra le scienze vane! 



(1) Atto IV. Scena VII 



Bruno. In tristiUa hilaris, etc. 



III. 

ARTI E DEBOLEZZE DI DONNE 



Signora VITTORIA, sola. (') 

Aspettare e non venire è cosa da morire. Si se farà 
troppo tardi, non si potrà far nulla per questa volta; e non 
so SI se potrà di bel nuovo offrirsi tale occasione, come 
si presenta questa sera, di far che questa pecoraccia rac- 
coglia 1 frutti degni del suo amore. Quando mi credevo di 
guadagnar una dote co l'amor di costui, sento dir che 
cerca d'affatturarmi, con l'avermisi formata in cera. E 
potrebbe giamai l'unita forza, fatta del profondo inferno, 
giunta alla efficacia che si trova ne' spirti de l'aria e l'ac- 
qui, far ch'io possa amar un che non è soggetto amoroso? 
Si fusse il Dio d'amore istesso, bello quanto si voglia, si 
sarà egli povero o ver — che tutto viene ad uno — 
avaro, ecco lui morto di freddo; e tutto il mondo agghiac- 
ciato per lui. Certo, quel dir povero, over avaro, è un mi- 
serabile e svergognatissimo epiteto, che fa parer brutti i 
belli, ignobili i nobili, ignoranti i savii, ed impotenti i 
forti. Tra noi che si può dir più che reggi, monarchi ed 
imperadon? questi pure, si non arran de quibus, si non 
farran correre gli de quibus, saran come statue vecchie d'al- 
tari sparati, a' quali non è chi faccia riverenza. Non pos- 
siamo non far differenza tra il culto divino e quello di 
mortali. Adoriamo le sculture e le imagini, ed onoriamo 
il nome divino scritto, drizzando l'intenzione a quel 



(I) Candelaio, Atto IV. Scena 1. 



III. - Arti e debolezze di donne 23 

che vive. Adoramo ed onoramo questi altri Dei, driz- 
zando la intenzione e supplice devozione alle lor imagini 
e sculture, perchè, mediante queste, premiino i vir- 
tuosi, inalzino i degni, defendano gli oppressi, dilatino i 
lor confini, conservino i suoi, e si faccino temere de- 
l'aversarie forze: il re, dunque, ed imperator di carne 
ed ossa, si non corre sculpito, non vai nulla. Or, che dun- 
que sarà di Bonifacio, che, come non si trovassero uomini 
al mondo, pensa d'essere amato per gli belli occhii suoi P 
Vedete quanto può la pazzia ! Questa sera intenderà che 
possan far contanti; questa sera spero che vedrà l'effetto 
della sua incantazione. 

Marta, sola, ^i) 

Meschina me ! io lo dico, io lo so, io l'esperimento. 

Ero più contenta, quando questo zarrabuino di mio ma- 
nto non avea tanto da spendere, che non potrei essere al 
dì d'oggi. Allora giocavamo a gamba a collo, alla stret- 
tola, a infilare, a spaccafico, al sorecillo, alla zoppa, alla 
sciancata, a retoncunno, a spacciansieme, a quattro spinte, 
quattro botte, tre pertosa, ed un buchetto. Con queste 
ed altre devozioni passavamo la notte e parte del giorno. 
Adesso, perchè ha scudi di vantaggio per la eredità di Puc- 
ciolo — che gli sii maledetta l'anima, anco si fusse in 
seno di Abrammo! — ecco lui posto in pensiero, angosce, 
travagli, tema di fallire, suspicion d'esser rubbato, ansia 
di non essere ingannato da questo, assassinato da quello 
altro; e va e viene, e trotta e discorre, e sbozza ed imbozza, 
e macina e cola, e soffia vintiquattro ore del giorno. Tra 
tanto, oggi, gran mercè a Barra, che, se lui non fusse, po- 
trei giurare, che più dì sette mesi sono, che non me ci ha 
piovuto. Ieri, feci dir la messa di Sant'Elia contro la sic- 
cità; questa mattina, ho speso cinque altre grana de li- 
mosina per far celebrar quella di S. Gioachimo ed Anna, 



(1) Atto IV Scena IX. 



26 Parte prima 

la quale è miracolosissima a riunir il marito co la moglie. 
Si non è difetto di devozione dal canto del prete, io spero 
di ricevere la grazie, benché ne veggo mala vegilia: che, 
in loco di lasciar la fornace e venirme in camera, oggi è 
uscito, più del dover, di casa, che mi bisogna a questa 
ora di andarlo cercando. Pure, quando men la persona si 
pensa, le gracie si adempiscono. 

Gio. Bernardo e Carubina. (') 

Carubina Olmè, messer Gio. Bernardo, io ho ben 

tenero il core! Facilmente credo quel che dite, benché 
siino in proverbio le lusinghe d'amanti. Però desidero ogni 
consolazion vostra; ma, dal canto mio, non é possibile 
senza pregiudizio del mio onore. 

Gio. B. Vita della mie vita, credo ben che sappiate che 
cosa è onore, e che cosa anco su disonore. Onore non é 
altro che una stima, una riputazione; però sta sempre 
intatto l'onore, quando la stima e riputazione persevera 
la medesma. Onore è la buona opinione che altri abbian 
di noi: mentre persevera questa, persevera Tonore. E non 
è quel che noi siamo e quel che noi facciamo, che ne rendi 
onorati o disonorati, ma sì ben quel che altri stimano, e 
pensano di noi. 

CaR. Sii che si vogli de gli omini, che dirrete in con- 
spetto de gli angeli e de' santi, che vedeno il tutto, e ne 
giudicano P 

Gio. B. Questi non vogliono esser veduti più di quel che 
si fan vedere; non vogliono esser temuti più di quel che si 
fan temere; non vogliono esser conosciuti più di quel che 
si fan conoscere. 

Car. Io non so quel che vogliate dir per questo; queste 
paroli io non so come approvarle, né come riprovarle: 
pur hanno un certo che d'impietà. 

Gio. B. Lasciamo le dispute, speranza dell'anim.a mia. 
Fate, vi priego, che non in vano v'abbia prodotta cossi 



(I) Atto V. Scena XI. 



III. - Arti e debolezze di donne 27 

bella il cielo: 11 quale, benché di tante fattezze e grazie vi 
sii stato liberale e largo, è stato però, dall'altro canto, a 
voi avaro, con non giongervi ad uomo che facesse caso di 
quelle, ed a me crudele, col farmi per esse spasimare, e 
mille volte il giorno morire. Or, mia vita, più dovete cu- 
rare di non farmi morire, che temer in punto alcuno, che 
si scemi tantillo del vostro onore. Io liberamente mi uc- 
ciderrò — si non sarrà potente il dolore a farmi morire, 
— si, avendovi avuta, come vi ho, comoda e tanto presso, 
di quel, che mi è pm caro che la vita, dalla crudel fortuna 
rimagno defraudato. Vita di questa alma afflitta, non 
sarrà possibile che sia in punto leso il vostro onore, de- 
gnandovi di darmi vita; ma si ben necessario ch'io muoia 
essendomi voi crudele. 

Car. Di grazia, andiamo in luoco più remoto, e non 
parliamo qui di queste cose. 



IV. 
IN TAVERNA 



Barra, Marca. ('> 

Marc. vedi il mastro Manfurio che sen va.^ 
Bar. Lascialo col diavolo! Seguite il proposito inco- 
minciato: fermamoci qua. 

Marc. Or dunque, ier sera, all'osteria del Cerriglio, 
dopo che ebbemo benissimo mangiato, sin tanto che non 
avendo lo tavernaio del bisogno, lo mandaimo a procacciar 
altrove per fusticelli, cocozzate, cotugnate, ed altre bagat- 
telle da passar il tempo. Dopo che non sapevamo che più 
dimandare, un di nostri compagni fìnse non so che debi- 
lità; e Toste essendo corso con l'aceto, io dissi: « Non ti 
vergogni, uomo da poco! camina, prendi dell'acqua namfa, 
di fiori di cetrangoli, e porta della malvasia di Candia ». 
Allora il tavernaio non so che si rinegasse egli, e poi co- 
mincia a cridare, dicendo: « In nome del diavolo, sete 
voi marchesi o duchi? sete voi persone di aver speso quel 
che avete speso ? Non so come la farremo al far del conto. 
Questo che dimandate, non è cosa da osteria ». « Furfante, 
ladro, mariolo», dissi io, «pensi ad aver a far con pan 
tuoi? tu sei un becco cornuto, svergognato ». « Hai men- 
tito per cento canne », disse lui. Allora, tutti insieme, 
per nostro onore, ci alzaimo di tavola, ed acciaffaimo, 
ciascuno, un spedo di que' più grandi, lunghi da diece 
palmi... 



(1) Candelaio. Atto III, Scena Vili. 



IV. - In taverna 29 

Bar. Buon principio, messere. 

Marc. ...li quali ancor aveano la provisione infilzata; 
ed il tavernaio corre a prendere un partesanone; e dui di 
suoi servitori due spadi rugginenti. Noi, benché fussimo 
sei con sei spedi più grandi che non era la partesana, 
presimo delle caldaia, per servirne per scudi e rotelle... 

Bar. Saviamente. 

Marc. ...Alcuni si puosero certi lavezzi di bronzo in 
testa per elmetto over celata... 

Bar. Questa fu certo qualche costellazione che puose 
in esaltazione i lavezzi, padelle e le caldaie. 

Marc. ...E cossi bene armati, reculando, ne andevamo 
defendendo e retirandoci per le scale in giù, verso la porta, 
benché facessimo fìnta di farci avanti.... 

Bar. « Bel combattere! un passo avanti e dui a dietro, 
un passo avanti e dui a dietro ": disse il signor Cesare da 
Siena. 

Marc. ...Il tavernaio quando ci vedde molto più forti 
e timidi più del dovero, in loco di gloriarsi, come quel che 
si portava valentemente, entrò in non so che suspizione:... 

Bar. Ci sarebbe entrato Scazzolla. 

Marc. ...per il che, buttata la partesana in terra, co- 
mandò a sua servitori che si retirassero, che non volea di 
noi vendetta alcuna... 

Bar. Buon'anima da canonizzare. 

Marc. E voltato a noi disse: « Signori gentiluomini, 
perdonatime, io non voglio offendervi de dovero! di grazia, 
pagatemi ed andiate con Dio! )\ 

Bar. AUor sarrebbe stata bene qualche penitenza con 
l'assoluzione. 

Marc. « Tu ci voi uccidere, traditore »: dissi io; e con 
questo puosemo i piedi fuor de la porta. Allora l'oste de- 
sperato, accorgendosi che non accettavamo la sua cortesia 
e devozione, riprese il partesanone, chiamando aggiuto 
di servi, figli e moglie. Bel sentire! l'oste cridava: « Paga- 
temi, pagatemi »; gli alti stridevano: « A' marioli, a' ma- 
rioli! ah, ladri traditori! ». Con tutto ciò, nisciun fu tanto 
pazzo che ne corresse a dietro, perché l'oscurità della 



30 Parte prima 

notte faurlva più noi che altro. Noi, dunque, temendo 
il sdegno ostile, idest de l'oste, fuggivimo ad una stanza 
apresso li Carmini, dove, per conto fatto, abbiamo ancor 
da farne le spese per tre giorni. 

Bar. Far burla ad osti è far sacrifìcio a Nostro Signore; 
rubbare un tavernaio è far una limosina; in batterlo bene 
consiste il merito di cavar un'anima di purgatorio! — 
Dimmi, avete saputo poi quel che seguitò nell'ostariaP 

Marc. Concorsero molti, de quali altri pigliandosi 
spasso altri attristandosi, altri piangendo, altri ridendo, 
questi consigliando, quelli sperando, altri facendo un viso, 
altri un altro, altri questo linguaggio ed altri quello: era 
veder insieme comedia e tragedia e chi sonava a gloria e 
chi a mortoro. Di sorte che, chi volesse vedere come sta 
fatto il mondo, derebbe desiderare d'esservi stato pre- 
sente. 

Bar. Veramente la fu buona. — Ma io che non so tanto 
di rettorica, solo soletto, senza compagnia, l'altr'ieri, ve- 
nendo da Nola per Pumigliano, dopoi ch'ebbi mangiato , 
non avendo tropo buona fantasia di pagare, dissi al ta- 
vernaio: « Messer osto, vorrei giocare ». « A qual gioco )>, 
disse lui, « volemo giocare .3 qua ho de tarocchi ». Risposi: 
« A questo maldetto gioco non posso vencere, perchè ho 
una pessima memoria ». Disse lui: « Ho di carte ordinarie ». 
Risposi: « Saranno forse segnate, che voi le conoscerete. 
Avetele che non siino state ancor adoperate? » Lui ri- 
spose de non. « Dunque, pensiamo ad altro gioco ». « Ho 
le tavole, sai.^ ». « Di queste non so nulla ». « Ho de scac- 
chi, sai?» «Questo gioco mi farebbe rinegar Cristo». 
Allora, gli venne il senapo in testa: « A qual, dunque, 
diavolo di gioco vorrai giocar tu? proponi ». Dico io: 
« A stracquare a palle maglio ». Disse egli: « Come, a 
pall'e maglio P vedi tu qua tali ordegni P vedi luoco da 
posservi giocare?» Dissi: «A la mirella? » «Questo è 
gioco da fachini, bifolchi e guardaporci ». « A cinque 
dadi»? «Che diavolo di cinque dadi? mai udivi di tal 
gioco. Si vuoi, giocamo a tre dadi ». Io gli dissi, che a tre 
dadi non posso aver sorte. « Al nome di cinquantamila 



In taverna 31 

diavoli », disse lui, « si vuoi giocare, proponi un gioco che 
possiamo farlo e voi ed io ». Gli dissi: « Giocamo a spac- 
castrommola ». « Va' », disse lui, « che tu mi dai la baia: 
questo è gioco da putti, non ti vergogni? » « Or su, dun- 
que^», dissi, « giocamo a correre ». « Or, questa è falsa » 
disse lui. Ed io soggionsi: « Al sangue dell'Intemerata, 
che giocarai! » «Vuoi far bene», disse, «pagami; e si 
non vuoi andar con Dio, va' col prior de' diavoli! ». Io 
dissi :_« Al sangue delle scrofole, che giocarai! » « E che 
non gioco? »_diceva. «E che giochi?» dicevo. «E che 
mai mai vi giocai P ». « E che vi giocarrai adesso.^ ». « E che 
non voglio? » « E che vorrai ? » In conclusione, comincio 
io a pagarlo co le calcagne, ideste a correre; ed ecco quel 
porco chepoco fa diceva che non volea giocare, e giurò 
che non volea giocare, e giocò lui, e giocorno dui altri 
suoi guattari: di sorte che, per un pezzo correndomi a 
presso mi arrivorno e giunsero... co le voci. Poi, ti giuro, 
per la tremenda piaga di S. Rocco, che né io l'ho più uditi, 
né essi mi hanno più visto. 



V-VI. 
CASTIGO E BEFFE — PLAUDITE 



Barra, Marca, Corcovizzo, Manfurio, Sanguino, 

ASCANIO. (') 

Bar. Quell'altro è ispedito. Che vogliam far di costui, 
del domino Magister ? 

Sang. Questo porta sue colpa su la fronte non vedi c'hè 
stravestito? non vedi che quel mantello è stato rubbato a 
Tiburolo? Non l'hai visto che fugge la corte? 

Marc. E vero; ma apporta certe cause verisimile. 

Bar. Per ciò non deve dubitare d'andar priggione. 

Manf. Verum; ma cascarrò in derisione app>o miei 
scolastici e di altri per i casi che me si sono aventati al 
dorso. 

Sang. Intendete quel che vuol dir costui? 

Corc. Non l'intenderebbe Sansone. 

Sang. Or su, per abbreviarla, vedi, Magister, a che cosa 
ti vuoi resolvere: si volete voi venir piggione, over donar 
la bona mano alla compagnia di que' scudi che ti son ri- 
masti dentro la giornea, perchè, come dici, il mariolo ti 
tolse sol quelli ch'avevi in mano per cambiarli. 

Mane. Minime, io non ho altrimente veruno. Quelli 
che avevo, tutti mi furon tolti, ita, mehercle, per lovem, 
per Altitonantem, vos sidera testar. 



(1) Candelaio, Atto V. Scene XXV, XXVI. 



V.-VI. - Castigo e beffe - Plaudite 33 

Sang. Intendi quel che ti dico. Si non voi provar il 
stretto della Vicaria, e non hai moneta, fa' elezione d una 
de le altre due: o prendi diece spalmate con questo ferro di 
correggia che vedi, o ver a brache calate arrai un cavallo 
de cmquanta staffilate: che per ogni modo tu non ti par- 
tirrai da noi, senza penitenza di tui falli. 

Manf. « Duobus propositis malis minus est tolerandum, 
sìcut duobus propositis bonis melius est eligendum »: dicit 
Peripateticorum princeps, 

Asc. Maestro, parlate che siate inteso, perchè queste 
son gente sospette. 

Bar. Può esser che dica bene costui, allor che non vuol 
esser inteso? 

Manf. Nil mali vobis imprecar: io non vi impreco 
male. 

Sang. Pregatene ben quanto volete, che da noi non 
sarrete essaudito. 

CoRC. Elegetevi presto quel che vi piace, o vi legar- 
remo meglio e vi menarremo. 

Manf. Minus pudendum erit palma feriri, quam quod 
congerant in veteres flagella nates: id non puerile est. 

Sang. Che dite voi? che dite, in vostra mal'ora? 

Manf. Vi offro la palma. 

Sang. Tocca Uà, Corcovizzo, da' fermo. 

CoRC. Io do. Taf, una. 

Manf. Oimmè, lesus, of! 

Coro. Apri bene l'altra mano. Taf, e due. 

Manf. Of, of, lesus Maria. 

CoRC. Stendi ben la mano, ti dico; tienla dritta cossi. 
Taff, e tre. 

Manf. Oi oi, oimmè, uf, of of of, per amor della Pas- 
sion del nostro Signor Jesus. Potius fatemi alzar a cavallo 
perchè tanto dolor suffrir non posso nelle mani. 

Sang. Orsù, dunque. Barra, prendilo su le spalli; tu. 
Marca, tienlo fermo per i piedi, che non si possa movere; 
tu, Corcovizzo, spuntagli le brache e tienle calate ben 
bene, a basso; e lasciatelo strigliar a me; e tu. Maestro, 
conta le staffilate, ad una ad una, ch'io t'intenda, e guarda 



34 Parte pritra 

ben. che si farrai errore nel contare, che sarrà bisogno di 
ricominciare; voi, Ascanio, vedete e giudicate. 

Mar. Tutto sta bene. Cominciatelo a spolverare, e 
guardatevi di far male a i drappi che non han colpa. 

Sang. Al nome di Santa Scoppettella, conta: toff. 

Manf. Tof, una; tof, oh tre; tof, oh oi, quattro; toff, 
cime, oimè...; tof, oi, oimè...; tof, oh, per amor de Dio, 
sette! 

Sang. Cominciamo da principio, un'altra volta. Ve- 
dete si dopo quattro son sette. Dovevi dir cinque. 

Manf. Oimè, che farro ioP erano in rei ventate sette. 

Sang. Dovevi contarle ad una ad una. Or su, via di 
novo: toff. 

Manf. Toff, una; toff, una; toff, oimè, due; toff, toff, 
toff, tre, quattro; toff, toff, cinque, oimè; toff, toff, sei. 
per l'onor di Dio, toff non piìj, toff, toff, non più, che 
vogliamo, toff, toff, veder nella giornea, toff, che vi saran 
alquanti scudi. 

Sang. Bisogna contar da capo, che ne ha lasciate molte, 
che non ha contate. 

Bar. Perdonategli, di grazia, signor Capitano, perchè 
vuol far quell'altra elezione di pagar la strana. 

Sang. Lui non ha nulla. 

Manf. Ita, ita, che adesso mi ricordo aver più di quattro 
scudi. 

Sang. Ponetelo abasso, dunque, vedete che cosa vi è 
dentro la giornea. 

Bar. Sangue di..., che vi sono più di sette de scudi, 

Sang. Alzatelo, alzatelo di bel novo a cavallo: per la 
mentita ch'ha detta, e falsi giuramenti ch'ha fatti, bisogna 
contarle, fargli contar settanta. 

Manf. Misericordia! prendetevi gli scudi, la giornea, 
e tutto quanto quel che volete, dimittam vobis. 

Sang. Or su, pigliate quel che vi dona, e quel mantello 
ancora che è giusto che sii restituito al povero padrone. 
Andiamone noi tutti: bona notte a voi, Ascanio mio. 

Asc. Bona notte e mille bon'anni a V. S., signor Capi- 
tani©, e buon prò faccia al Maestro. 



V.-VI. - Castigo e beffe - Plaudite 35 



Manfurio, Ascanio. 

Manf. Ecquis erit modus. 

Asc. Olà, mastro Manfurio, mastro Manfurio. 

Mane, Chi è, chi mi conosce? chi in questo abito e 
fortuna mi distmgue? chi per nome mio proprio m'ap- 
pella ? 

Asc. Non ti curar di questo, che t'importa poco o nulla: 
apri gli occhi, e guarda dove sei, mira ove ti trovi. 

Mane. Quo melius videam, per corroborar l'intuito e 
fìrm.ar l'acto della potenza visiva, acciò l'acie de la pupilla 
più efficacemente per la linea visuale, emittendo il radio 
a l'obiecto visibile, venghi ad introdur la specie di quello 
nel senso interiore, idesi, mediante il senso comone, col- 
locarla nelle cellula de la fantastica facultade, voglio appli- 
carmi gli oculari al naso. — Oh, veggio di molti specta- 
tori la corona. 

Asc. Non vi par esser entro una comedia? 

Mane. Ita sane. 

Asc. Non credete d'esser in scena? 

Mane. Omni procul duhio, 

Asc. A che termine vorreste che fusse la com.edia? 

Mane. In calce, in fine: ncque enim et ego risu ilia tendo. 

Asc. Or dunque, fate e donate il Plaudite. 

Mane. Quam male possum plaudere, 

Tentatus pacientia, 
Nam plausus per me factus est 
lam dudum miserabilis. 
Et natibus et manibus 
Et aureorum sonitu. Amen. 



VII. 
AVVENTURE LONDINESI <" 



Teofilo... — 0, di grazia, dissero, presto, senza dimora 
andiamo, che vi aspettano tanti cavallieri, gentilomini e 
dottori, e tra gli altri ve n'è un di quelli ch'hanno a dispu- 
tare; il quale è di vostro cognome. — Noi dunqne, disse il 
Nolano, non ne potremo far male. Sin adesso una cosa m'è 
venuta m fallo, ch'io sperava di far questo negocio a lume 
di sole, e veggio, che si disputarà a lume di candela. — 
Iscusò meastro Guin per alcuni cavallieri, che deside- 
ravano esser presenti: non han possuto essere al desinare, 
e son venuti a la cena. — Orsù, disse il Nolano, andiamo 
e preghiamo Dio, che ne faccia accompagnare in questa 
sera oscura, a sì lungo camino, per sì poco sicure strade. 

Or, benché fussemo ne la strada diritta, pensando di 
far meglio, per accortar il camino, divertimmo verso il 
fiume Tamesi, per ritrovar un battello, che ne conducesse 
verso il palazzo. Giunsemo al ponte de palazzo del milord 
Beuckhurst; e quinci, cridando e chiamando oares {idest, 
gondolieri), passammo tanto tempo, quanto arrebe ba- 
stato a bell'agio di condurne per terra al loco determinato, 
e avere spedito ancora qualche piccolo negozio. Risposero 
al fine de lungi dui barcaroli; e pian pianino, come venes- 
sero ad appiccarsi, giunsero a la riva; dove, dopo molte 



(I) Cena delle Ceneri, Dialogo II. — Teofilo (G. B.) narra le peripezie 
occorse a lui, a messer Florio e maestro Guin (Gwinnc). 



VII. - Avventure londinesi 37 



interrogazioni e risposte del donde, dove, e perchè, e come, 
e quanto, approssimorno la proda a l'ultimo scahno del 
ponte. Ed ecco di dui, che v'erano, un, che pareva il noc- 
chier antico del tartareo regno, porse la mano al Nolano, 
e un altro, che penso ch'era il figlio di quello, benché 
fusse uomo di sessanta cinque anni in circa, accolse noi 
altri appresso. Ed ecco che, senza che qui fusse entrato 
un Ercole, un Enea, o ver un re di Sarza, Rodomonte. 

gemuit sub pondere cymba 
Sutilis, et multam accepit limosa paludem. 

Udendo questa musica, il Nolano: — Piaccia a Dio, 
disse, che questo non sii Caronte; credo, che questa è 
quella barca chiamata l'emula de la lux perpetua: questa 
può sicuramente competere in antiquità con l'arca di 
Noè: e per mia fé, per certo, par una delle reliquie del di- 
luvio. — Le parti di questa barca ti rispondevano, ovon- 
que la toccassi, e per ogni minimo moto risuonavano per 
tutto. — Or credo, disse il Nolano, non esser favola, 
che le muraglia, si ben mi ricordo, di Tebe erano vocali, 
e che talvolta cantavano a raggion di musica. Si noi cre- 
dete, ascoltate gli accenti di questa barca, che ne sembra 
tanti pifferi con que' fischi, che fanno udir le onde quando 
entrano per le sue fessure e rime d'ogni canto. — Noi 
risemo, ma Dio sa come. 

Annibal, quando a Vimperio afflitto 
Vedde farsi fortuna sì molesta. 
Rise tra gente lacrimosa e mesta. 

Prudenzio. Risus sardonicus. 

Teo. Noi, invitati sì da quella dolce armonia, come da 
amor gli sdegni, i tempi e le staggioni, accompagnammo i 
suoni con i canti. Messer Florio, come ricordandosi dei 
suoi amori, cantava il Dove, senza me, dolce mia vita. Il 
Nolano ripigliava: // Saracin dolente, o femenil ingegno, e va 
discorrendo. Cossi a poco a poco, per quanto ne permet- 
tea la barca, che (benché dalle tarle e il tempo fusse ri- 



38 Parte prima 

dutta a tale, ch'arrebe possuto servir per subero) parca 
col suo festina lente tutta di piombo, e le braccia di quei 
dua vecchi rotte; i quali, benché col rimenar della persona 
mostrassero la misura lunga, nulla di meno coi remi fa- 
ceano i passi corti. 

Pru. Optime descriptum illud: festina, con il dorso fret- 
toloso di marinai; lente, col profìtto de' remi, qual mali 
operarli del dio degli orti. 

Teo. a questo modo, avanzando molto di tempo e poco 
di camino, non avendo già fatta la terza parte del viaggio, 
poco oltre il loco, che si chiama il Tempio, ecco che i no- 
stri patrini, in vece d'affrettarsi, accostano la proda verso 
il lido. Dimanda il Nolano: — Che voglion far costoro? 
voglion forse riprendere un po' di fiato? — E gli venne 
interpretato, che quei non erano per passar oltre; perchè 
quivi era la lor stanza. Priega e ripriega, ma tanto peggio; 
perchè questa è una specie de rustici, nel petto de' quali 
spunta tutti i sui strali il dio d'amor del popolo villano. 

Pru. Principio cmni rusticorumg eneri hoc est a natura 
tributum, ut nihil virtuiis amore faciant, et vix quicquam 
formidine poenae. 

Frulla. E un altro proverbio anco in proposito di cia- 
schedun villano: 

Rogatus tumet, 
Pulsatus rogat, 
Pugnis concisus adorat. 

Teo. In conclusione, ne gittarono là; e, dopo pagategli 
e resegli le grazie (perchè in questo loco non si può far 
altro, quando se riceve un torto da simil canaglia), ne mo- 
strorno il diritto camino per uscire a la strada. Or qua te 
voglio, dolce Mafelina, che sei la musa di Merlin Cocaio. 
Questo era un camino, che cominciò da una buazza, la 
quale, né per ordinario, né per fortuna, avea divertigli©. 
Il Nolano, il quale ha studiato ed ha pratticato ne le scuole 
più che noi, disse: — Mi par veder un porco passaggio; 
però seguitate a me. — Ed ecco, non aveva finito quel 
dire, che vien piantato lui in quella fanga di sorte, che 



VII. - Avventure londinesi 39 

non possea ritrarne fuora le gambe; e cossi, agglutando 
l'un l'altro, vi demmo per mezzo, sperando che questo 
purgatorio durasse poco. Ma ecco che, per sorte iniqua 
e dura, lui e noi, noi e lui ne ritrovammo ingolfati dentro 
un limoso varco, il qual, come fusse l'orto de la gelosia 
o il giardin de le delizie, era terminato quinci e quindi da 
buone muraglia; e perchè non era luce alcuna che ne gui- 
dasse, non sepeamo far differenza dal camino ch'aveam 
fatto, e quello che doveam fare, sperando ad ogni passo 
il fine: sempre spaccando il liquido limo, penetravamo 
sin alla misura delle ginocchia verso il profondo e tene- 
broso averno. Qua l'uno non possea dar conseglio a l'altro; 
non sapevam che dire, ma con un muto silenzio chi sibilava 
per rabbia, chi faceva un bisbiglio, chi sbruffava co' le 
labbia, chi gittava un suspiro e si fermava un poco, chi 
sotto lengua bestemmiava; e perchè gli occhi non ne ser- 
veano, i piedi faceano la scorta ai piedi, un cieco era con- 
fuso in far più guida a l'altro. Tanto che, 

Qual uom, che giace e piange lungamente 
Sul duro letto il pigro andar de l'ore. 
Or pietre, or carme, or polve, ed or liquore 
Spera, ch'uccida il grave mal, che sente: 

Ma, poi cKa lungo andar vede il dolente. 
Ch'ogni rimedio è vinto dal dolore. 
Disperando s'acqueta; e, se ben more, 
Sdegna cKa sua salute altro si tente; 

cossi noi, dopo aver tentato e ritentato, e non vedendo 
rimedio al nostro male, desperati, senza più studiar e bec- 
carsi il cervello in vano, risoluti ne andavamo a guazzo a 
guazzo per l'alto mar di quella liquida bua, che col suo 
lento flusso andava del profondo Tamesi a le sponde. 

Pru. bella clausola ! 

Teo. Tolta ciascun di noi la risoluzione del tragico cieco 
d'Epicuro: 

Dov'il fatai destin mi guida cieco. 
Lasciami andar, e dove il pie mi porta; 
Né per pietà di me venir più meco 

Bruno, In tristHia hilaris etc. 5. 



40 Parte prima 

Trovare forse un fosso, un speco, un sasso 
Piatoso a trarmi fuor di tanta guerra. 
Precipitando in loco cavo e basso; 

ma, per la grazie degli Dei (perchè, come dice Aristotele, 
non datur infinitum in actu), senza Incorrer peggior male, 
ne ritrovammo al jfine ad un pantano; il quale, benché 
ancor lui fusse avaro d'un poco di margine per darne la 
strada, pure ne relevò con trattarci più cortesemente, 
non inceppando oltre i nostri piedi; sin tanto che, mon- 
tando noi più alto per il sentiero, ne rese a la cortesia d'una 
lava la quale da un canto lasciava un sì petroso spazio per 
porre i piedi in secco, che passo passo ne fé' cespitar come 
ubriachi, non senza pencolo di romperne qualche testa 
o gamba. 

Pru. Conclusio, conclusio! 

Teo. In conclusione, tandem laeta arva tenemus: ne 
parve essere ai campi Elisii, essendo arrivati a la grande e 
ordinaria strada; e quivi da la forma del sito, considerando 
dove ne avesse condotti quel maladetto divertiglio, ecco 
che ne ritrovammo poco più o meno di vintidui passi di- 
scosti de onde eravamo partiti per ritrovar gli barcaroli, 
vicino a la stanza del Nolano. vane dialettiche, o no- 
dosi dubii, o importuni sofismi, o cavillose capzioni, o 
scuri enigmi, o intricati leberinti, o indiavolate sfìnge, 
risolvetevi, o fatevi risolvere. 

In questo bivio, in questo dubbio passo, 
Che debbo far, che debbo dir, ahi lasso ? 

Da qua ne richiamava il nostro allogiamento; perchè 
ne avea sì fattamente imbottati maestro Buazzo e maestro 
Pantano, ch'a pena posseamo movere le gambe. Oltre, la 
regola de la odomantia e l'ordinario degli augurii impor- 
tunamente ne consegliavano a non seguitar quel viaggio. 
Li astri, per esserne tutti ricoperti sotto l'oscuro e tene- 
broso manto, e lasciandoci l'aria caliginosa ne forzavano 
al ritorno. Il tempo ne dissuadeva l'andar sì lungi avante 
ed essortava a tornar quel pochettino a dietro. Il loco vi- 



VII. - Avventure londinesi 41 

cino applaudeva benignamente. L'occasione, la quale con 
una mano ci avea risospinti sin qua, adesso con dui piìi 
forti pulsi facea il maggior empito del mondo. La stan - 
chezza, al fine, non meno ch'una pietra da l'intrinseco 
principio e natura è mossa verso il centro, ne mostrava 
il medesmo camino, e ne fea inchinar verso la destra. 
Da l'altro canto ne chiamavano le tante fatiche, travagli e 
disagi, i quali sarrebono stati spesi in vano. Ma il ver- 
mine de la conscienza diceva: se questo poco di camino 
n'ha costato tanto, che non è vinticinque passi, che sarà di 
tanta strada che ne resta ? Mejor es perder que mas perder. 



vili. 

BOTTEGARI, SERVI, FURFANTI*" 



Eccovi proposta avanti gli occhi un'altra parte, che, 
quando vede un forastiero, sembra, per Dio, tanti lupi, 
tanti orsi, che con suo torvo aspetto gli fanno quel viso, 
che saprebe far un porco ad un che venesse a torgli il ti- 
nello d'avanti. Questa ignobilissima porzione, per quanto 
appartiene al proposito, è divisa in due specie; 

Prudenzio. Omnis divisio debet esse bimembris, vel re- 
ducibilis ad bimem.br em. 

Teofilo — de quali l'una è de l'arteggiani e bottegari, 
che, conoscendoti in qualche foggia forastiero, ti torceno il 
musso, ti ridono, ti ghignano, ti petteggiano co' la bocca, 
ti chiamano, in suo lenguaggio, cane, traditore, straniero; 
e questo appresso loro è un titolo ingiuriosissimo, e che 
rende il supposito capace a ricevere tutti i torti del mondo, 
sia pur quanto si voglia uomo giovane o vecchio, togato 
o armato, nobile o gentiluomo. Or qua, se per mala sorte 
ti vien fatto che prendi occasione di toccarne uno, o porre 
mano a l'armi, ecco in un punto ti vedrai, quanto è lunga 
la strada, in mezzo d'uno esercito di coteconi; i quali più 
di repente che, come fìngono i poeti, da' denti del drago 
seminati per lasone risorsero tanti uomini armati, par che 
sbuchino da la terra, ma certissimamente esceno dalle 
botteghe; e facendo una onoratissima e gentilissima pro- 
spettiva de una selva de bastoni, pertiche lunghe, alebarde, 



(I) Cena dille Ceneri. — Ibid. 



vili. - Bottegari, Servi, Furfanti 43 

partesane e forche rugginenti (le quali, benché ad ottimo 
uso gli siamo state concesse del prencipe, per questa e 
simili occasioni han sempre apparecchiate e pronte); 
cossi con una rustica furia te le vedrai avventar sopra, 
senza guardare a chi, perchè, dove, e come, senza ch'un 
se ne referisca a l'altro: ognuno, sfogando quel sdegno 
naturale, c'ha contra il forastiero, ti verrà di sua propria 
mano (se non sera impedito da la calca degli altri, che po- 
neno in effetto simil pensiero) e con la sua propria verga, 
a prendere la misura del saio; e se non sarai cauto, a sal- 
darti ancora il cappello in testa. E se per caso vi fusse 
presente qualch'uomo de bene, o gentiluomo, al quale 
simil villania dispiaccia, quello, ancor che fusse il conte o 
il duca, dubitando, con suo danno, senza tuo profìtto, 
d'esserti compagno (perchè questi non hanno rispetto 
a persona, quando si veggono in questa foggia armati), 
sarà forzato a rodersi dentro ed aspettar, stando discosto, 
il fine. Or, al tandem, quando pensi che ti sii lecito d'an- 
dar a trovar il barbiere, e riposar il stanco e mal trattato 
busto, ecco che trovarai quelli medesimi esser tanti birri 
e zaffi, i quali, se potran fengere che tu abbi tocco alcuno, 
potreste aver la schena e gambe quanto si voglia rotte, 
come avessi gli talari di Mercurio, o fussi montato sopra 
il cavallo Pegaseo, o premessi la schiena al destrier di 
Perseo, o cavalcassi l'ippogrifo d'Astolfo, o ti menassi 
il dromedario di Madian, o ti trottasse sotto una delle 
ciraffe degli tre Magi, a forza di bussate ti faran correre, 
aggiutandoti ad andar avanti con que' fieri pugni, che 
meglio sarrebe per te fussero tanti calci di bue, d'asino 
o di mulo: non ti lasciaranno mai, sin tanto che non 
t'abbiano ficcato dentro una priggione; e qua, me Uhi co- 
mendo. 

Pru. a fulgure et tempestate, ab ira et indignatione, 
malitia, terdatione et furia rusticorum 

Fru. libera nos, domine. 

Teo. Oltre a questi s'aggionge Tordine di servitori. 
Non parlo de quelli de la prima cotta, i quali son genti- 
luomini de' baroni, e per ordinario non portano impresa 



44 Parte prima 

o marca, se non o per troppa ambizione degli uni, o 
per soverchia adulazlon degli altri: tra questi se ritrova 
civiltà. 

Pru. Omnis regala exceptionem patitur. 

Teo. Ma, eccettuando però di tutte specie alcuni, 
che vi posson essere men capaci di tal censura, parlo 
de le altre specie di servitori; de' quali altri sono de la 
seconda cotta; e questi tutti portano la marca affibbiata 
a dosso. Altri sono de la terza cotta, li padroni de* quali 
non son tanto grandi, che li convenga dar marca ai 
servitori, o pur essi son stimati indegni e incapaci di por- 
tarla. Altri sono de la quarta cotta; e questi siegueno gli 
marcati e non marcati, e son servi de' servi. 

Pru. Servus servo^um non est malus titulus usquequaque. 

Teo. Quelli de la prima cotta son i poveri e bisognosi 
gentiluomini, li quali, per dissegno di robba o di favore, 
se riducono sotto l'ali di maggiori; e questi per il più 
non son tolti da sua casa, e senza indignità seguitano i 
sui milordi, son stimati e fauriti da quelli. Quelli de la 
seconda cotta sono de' mercantuzzi falliti, o arteggiani, 
o quelli che senza profitto han studiato a leggere, scrivere, 
o altra arte; e questi son tolti o fuggiti da qualche scuola, 
fundaco o bottega. Quelli de la terza cotta son que' pol- 
troni, che, per fuggir maggior fatica han lasciato più libero 
mestiero; e questi o son poltroni acquatici, tolti da' bat- 
telli; o son poltroni terrestri, tolti dagli aratri. Gli ultimi, 
de la quarta cotta, sono una mescuglia di desperati, di di- 
sgraziati da lor padroni, de fuor usciti da tempeste, de 
pelegrini, de disutili ed inerti, di que' che non han più 
comodità di rubbare, di que' che frescamente son scam- 
pati di priggione, di quelli che han disegno d ingannar 
qualcuno, che le viene a torre da là. E questi son tolti 
da le colonne de la Borsa, e da la porta di San Paolo. De 
simili, se ne vuoi a Parigi, ne trovarai quanti ti piace a la 
porta del Palazzo; in Napoli, alle grade di San Paolo; in 
Venezia, a Rialto; in Roma, al Campo di Flora. De le 
tre ultime specie sono quei, che, per mostrar quanto 
siino potenti in casa sua, e che sono persone di buon 



vili. - Bottegari, Servi, Furfanli 45 

stomaco, son buoni soldati e hanno a dispreggio il nnondo 
tutto, ad uno, che non fa mina di volergli dar la piazza 
larga, gli donaranno con la spalla, come con un sprone 
di galera, una spinta, che lo faran voltar tutto ritondo, 
facendogli veder quanto siino forti, robusti e possenti, 
e ad un bisogno buoni per rompere un armata. E se 
costui, che si farà incontro, sarà un forastiero, donigli 
pur quanto si voglia di piazza, che vuole per ogni modo 
che sappia quanto san far il Cesare, l'Anniballe, l'Ettorre 
ed un bue che urta ancora. Non fanno solamente come 
l'asino, il quale, massimamente quando è carco, si con- 
tenta del suo diritto camino per il filo; d'onde, se tu non 
ti muovi, non si moverà anco lui, e converrà che o tu a 
esso, o esso a te doni la scossa; ma fanno cossi questi, 
che portan l'acqua, che se tu non stai in cervello, ti farran 
sentir la punta di quel naso di ferro, che sta a la bocca 
de la giarra. Cossi fanno ancora color che portan birra e 
ala, i quali, facendo il corso suo, se per sua inavertenza 
te si avventaranno sopra, te faran sentir l'empito de la 
e arca che portano, e che non solamente son possentia 
portar su le spalli, ma ancora a buttar una casa innante 
e tirar, se fusse un carro, ancora. Questi particolari per 
l'autorità, che tegnono in quel caso che portano la som.a, 
son degni d'escusazione, perchè hanno più del cavallo, 
mulo ed asino, che de l'uomo; ma accuso tutti gli altri, 
li quali hanno un pochettino del razionale, e sono, più 
che gli predetti, ad imagine e similitudine de l'uomo: ed 
in luoco di donarte il buon giorno, o buona sera dopo 
averti fatto un grazioso volto, come ti conoscessero e ti 
volessero salutare, ti verranno a donar una scossa be- 
stiale. Accuso, dico, quell'altri, i quali tal volta fìngendo 
di fuggire, o voler perseguitare alcuno, o correre a 
q ualche negocio necessario, se spiccano da dentro una 
bottega; e con quella furia ti verranno da dietro o da costa 
a donar quella spinta, che può donar un toro quando è 
stizzato, come, pochi mesi fa, accadde ad un povero 
messer Alessandro Citolino; al quale, in cotal modo, 
con riso e piacer di tutta la piazza, fu rotto e fracassato 



46 Parie prima 

un braccio; al che volendo poi provedere il magistrato, 
non trovò manco che tal cosa avesse possuto accadere 
in quella piazza. Sì che, quando ti piace uscir di casa, 
guarda prima di farlo senza urgente occasione, che non 
pensassi come di voler andar per la città a spasso. Poi 
segnati col segno de la santa croce, armati di una cor- 
razza di pazienza, che possa star a prova d'archibugio, e 
disponeti sempre a comportar il m.anco male liberamente, 
se non vuoi comportar il peggio per forza. 

Ma di che devi lamentarti, ahi lasso P Ti par ignobiltà 
l'essere un animale urtativoP Non ti ricordi. Nolano, di 
quel ch'è scritto nel tuo libro intitolato L' a r e a di 
Noè? Ivi, mentre si dovean disponere questi animali 
per ordine, e doveasi terminar la lite nata per le pre- 
cedenze, in quanto pencolo è stato l'Asino di perdere 
la preeminenza, che conslstea nel seder in poppa de l'arca, 
per essere un animai più tosto di calci, che di urti? Per 
quali animali si rapresenta la nobiltà del geno umano 
nell'orrido giorno del giudizio, eccetto che per gli agnelli e 
gli capretti? Or questi son que' virili, intrepidi ed animosi, 
de' quali gli uni de gli altri non saran divisi, come 
oves ab haedis, ma, qual più venerandi, feroci ed urtativi, 
saran distinti, come gli padri degli agnelli da' padri 
di capretti. Di questi però i primi nella corte celestiale 
hanno quel favore, che non hanno gli secondi; e se non 
il credete, alzate un poco gli occhi, e guardate chi è stato 
posto per capo de la vanguardia di segni celesti: chi è 
quello, che con la sua cornipotente scossa ne apre l'anno? 

pRU. Aries primo; post ipsum, Taurus. 

Teo. Appresso a questo gran capitano e primiero 
prencipe de le mandre, chi è stato degno d'essergli pros- 
simo e secondo, eccetto ch'il gran duca degli armenti, 
a cui s'aggiongono, come per doi paggi, o doi Ganimedi, 
que' bei gemegli garzoni P Considerate dunque, quale e 
quanta sia cotal razza di persone, che tengono il primato 
altrove, che dentro un'arca infracidita. 

Fru. Certo, non saprei trovar differenza alcuna tra 
costoro e quel geno d'animali, eccetto che quelli urtano 



vili. - Bottegari, Servi, Furfanti 47 

di testa, ed essi urtano di spalla ancora. Ma, lasciate 
queste digressioni, e tornate al proposito di quel ch'av- 
venne in questo residuo del viaggio, in questa sera. 

Teo. Or, dopo ch'il Nolano ebbe riscosse da venti in 
circa di queste spuntonate, particolarmente alla piramide 
vicina al palazzo in mezzo di tre strade, ne si ferno in- 
contro sei galantuomini, de' quali uno glie ne die una sì 
gentile e gorda, che sola possea passar per diece; e gli 
ne fé donar un'altra al muro, che possea certo valer per 
altre diece. Il Nolano disse: Tonchi maester. Credo che 
lo ringraziasse perchè li die di spalla, e non di quella punta 
ch'è posta per centro del brocchiero o per cimiero de 
la testa. 

Questa fu l'ultima borasca; perchè poco oltre, per 
la grazia di San Fortunnio, dopo aver discorsi sì 
mal tristi sentieri, passati sì dubbiosi divertigli, varcati sì 
rapidi fiumi, tralasciati sì arenosi lidi, superati sì limosi 
fanghi, spaccati sì turbidi pantani, vestigate sì pietrose 
lave, trascorse sì lubriche strade, intoppato in sì ruvidi 
sassi, urtato in sì perigliosi scogli, gionsemo per grazia 
del cielo vivi al porto, idest alla porta. 



IX. 

PRELUDII 
ALLA « CENA DELLE CENERI » (" 
CERIMONIE DI TAVOLA <2) 



Smitho. Parlavan ben latino? 

Teofilo. Sì. 

Smi. Galantuomini? 

Teo. Sì. 

Smi. Di buona riputazione? 

Teo. Sì. 

Smi. Dotti? 

Teo. Assai competentemente. 

Smi. Ben creati, cortesi, civili? 

Teo. Troppo mediocremente. 

Smi. Dottori? 

Teo. Messer sì, padre sì, madonna si, madesì, credo 
da Oxonia. 

Smi. Qualificati? 

Teo. Come non ? uomini da scelta, di robba lunga, 
vestiti di velluto; un de' quali avea due catene d'oro lu- 
cente al collo, e l'altro, per Dio, con quella preziosa mano, 
che contenea dodeci anella in due dita, sembrava un 
ricchissimo gioielliero, che ti cavava gli occhi e il core, 
quando la vagheggiava. 



(1) Dialogo I. — Si presentano i due esaminatori della nolana sufficienza, 
ì dottori Torquato e Nundinio. 

(2) Dialogo II. 



IX. - Preludii alla « Cena delle ceneri » - Cerimonie di tavola 49 

Smi. Mostravano saper di greco? 

Teo. e di birra eziandio. 

Prudenzio. Togli via queW eziandio, poscia è una 
obsoleta e antiquata dictione. 

Frulla. Tacete, maestro, che non parla con voi. 

Smi. Come eran fatti? 

Teo. L'uno parca il connestabile della gigantessa 
e Torco, r altro 1' amostante della dea de la riputa- 
zione. 

Smi. Sì che eran doi? 

Teo. Sì per esser questo un numero misterioso. 

Pru. Ut essent duo testes. 

Fru. Che intendete per quel testes"? 

Pru. Testimonii, essaminatori della nolana suffi- 
cienza. At, me hercle, perchè avete detto, Teofìlo, che il 
numero bmario è misterioso? 

Teo. Perchè due sono le prime coordinazioni, come 
dice Pitagora, finito e infinito, curvo e retto, destro e 
sinistro, e va discorrendo. Due sono le spezie di numeri, 
pare e impare, de' quali l'una è maschio, l'altra è femina. 
Doi sono gli Cupidi, superiore e divino, inferiore e vol- 
gare. Doi sono gli atti della vita, cognizione ed affetto. 
Doi sono gli oggetti di quelli, il vero e il bene. Due sono 
le specie di moti: retto, con il quale i corpi tendeno alla 
conservazione, e circulare, col quale si conservano. Doi 
son gli principii essenziali de le cose, la materia e la 
torma. Due le specifiche differenze della sustanza, raro 
e denso, semplice e misto. Doi primi contrarii e attivi 
principii, il caldo e il freddo. Doi primi parenti de le cose 
naturali, il sole e la terra. 

Fru. Conforme al proposito di que' prefati doi, farò 
un'altra scala del binario. Le bestie entrorno ne l'arca, a 
due a due; ne uscirono ancora a due a due. Doi sono i 
corifei di segni celesti: aries e taurus. Due sono le specie 
di nolite fieri: cavallo e mulo. Doi son gli ammali ad 
imagine e similitudine de l'uomo: la scimia in terra, e '1 
barbagianni in cielo. Due sono le false e onorate reliquie 
di Firenze in questa patria: i denti di Sassetto e la 



50 Parte prima 

barba di Pietruccia. Dol sono gli animali, che disse il 
profeta aver più intelletto, ch'il popol d'Israele: il bove, 
perchè conosce il suo possessore, e l'asino, perchè sa 
trovar 11 presepio del padrone. Dol furono le misteriose 
cavalcature del nostro redentore, che significano il suo 
antico credente ebreo e il novello gentile: l'asina e il 
pullo. Doi sono da questi li nomi derivativi, ch'han for- 
mate le dizioni titulari al secretarlo d'Augusto: Asinio 
e Pullione. Doi sono 1 geni degli asini: domestico e sal- 
vatico. Dol i lor più ordinarli colori: biggio e morello. 
Due sono le piramidi, nelle quali denno esser scritti e 
dedicati all'eternità i nomi di questi doi e altri simili 
dottori: la destra orecchia del cavai di Sileno, e la sini- 
stra de l'antagonista del dio degli orti. 

Pru. Optimae indolis ingenium, enumeratìo minime cori" 
temnenda! 

Fru. Io mi glorio, messer Prudenzio mio, perchè voi ap- 
provate il mio discorso, che sete più prudente che la istessa 
prudenzia, perciò che sete la prudentia masculini generis. 

Pru. Neque id sine lepore et grafia. Orsù, isthaec mit- 
tamus encomia. Sedeamus, quia, ut aii Peripateticorum 
princeps, sedendo et quiescendo sapimus; e cossi, insino al 
tramontar del sole, protelaremo il nostro tetralogo circa 
il successo del colloquio del Nolano col dottor Torquato 
e il dottor Nundinio. 

Fru. Vorrei sapere quel che volete intendere per quel 
tetralogo. 

Pru. Tetralogo, dissi io: id est, quatuorum sermo; come 
dialogo vuol dire duorum sermo, trilogo trium sermo; e 
cossi oltre, de pentalogo, eptalogo, e altri, che abusiva- 
mente si chiamano dialoghi, come dicono alcuni quasi 
diversorum logi: ma non è verisimile, che li greci inventori 
di questo nome abbino quella prima sillaba di prò capite 
illius latinae dictionis diversum. 

Smi. Di grazia, signor maestro, lasciamo questi rigori 
di grammatica, e venemo al nostro proposito. 

Pru. saeclum! voi mi parete far poco conto delle 
buone lettere. Come potremo far un buon tetralogo, se 



IX. - Preludii alla « Cena delle ceneri » - Cerimonie di tavola 5 1 



non sappiamo, che significhi questa dizione tetralogo 
e, quod peius est, pensaremo che sia un dialogo? Nonne 
a difinitione et a nominis explicatione exordiendum, come 
il nostro Arpinate ne insegna? 

Teo. Voi, messer Prudenzio, sete troppo prudente. 
Lasciamo, vi priego, questi discorsi grammaticali; e fate 
conto, che questo nostro raggionamento sia un dialogo, 
atteso che benché siamo quattro in persona, saremo 
dui in officio di proponere e rispondere, di raggionare 
e ascoltare. Or, per dar principio e reportar il negocio 
da capo, venite ad inspirarmi, o Muse. Non dico a voi, 
che parlate per gonfio e superbo verso in Elicona: perchè 
dubito, che forse non vi lamentiate di me al fine, quando, 
dopo aver fatto sì lungo e fastidioso peregrinaggio, var- 
cati sì perigliosi mari, gustati sì fieri costumi, vi biso- 
gnasse discalze e nude tosto repatriare perchè qua non 
son pesci per Lombardi. Lascio, che non solo siete stra- 
niere, ma siete ancor di quella razza, per cui disse un 
poeta: 

Non fu mai Greco di malizia netto. 

Oltre che non posso inamorarmi di cosa, ch'io non vegga. 
Altre, altre sono che m'hanno incatenata l'alma. A voi 
altre, dunque, dico, graziose, gentili, pastose, morbide, 
gioveni, belle, delicate, biondi capelli, bianche guance, 
vermiglie gote, labra succhiose, occhi divini, petti di 
smalto e cuori di diamante; per le quali tanti pensieri 
fabrico ne la mente, tanti affetti accoglio nel spirto, tante 
passioni concepo nella vita, tante lacrime verso dagli 
occhi, tanti suspiri sgombro dal petto, e dal cor sfavillo 
tante fiamme; a voi. Muse d'Inghilterra, dico: inspira- 
temi, suffiatemi, scaldatemi, accendetemi, lambiccatemi 
e risolvetemi in liquore, datemi in succhio, e fatemi 
comparir non con un picciolo, delicato, stretto, corto e 
succinto epigramma, ma con una copiosa e larga vena 
di prosa lunga, corrente, grande e soda: onde, non come 
da un arto calamo, ma come da un largo canale, mande 



52 Parte prima 

i rivi miei. E tu, Mnemosme mia, ascosa sotto trenta 
sigilli, e rinchiusa nel tetro carcere dell'ombre de le idee^ 
intonami un poco ne 1 orecchio. 



* 
* * 



Dopo fatti 1 saluti e 1 resaluti — 

Prudenzio. Vicissim, 

Teofilo. ed alcuni altri piccoli ceremonl (tra* quali vi fu 
questo da ridere, che ad un de* nostri essendo presentato 
l'ultimo loco, e lui pensando che là fusse il capo, per 
umiltà voleva andar a seder dove sedeva il primo; e qua 
si fu un picciol pezzo di tempo m contrasto tra quelli, 
che per cortesia lo voleano far sedere ultimo, e colui, che 
per umiltà volea seder il primo); in conclusione, messer 
Florio sedde a viso a viso d'un cavalliero, che sedeva al 
capo de la tavola; il signor Folco a destra de messer 
Florio; io e il Nolano a sinistra de messer Florio; il dottor 
Torquato a sinistra del Nolano; il dottor Nundinio a 
viso a viso del Nolano. Qua, per grazia di Dio, non viddl 
il ceremonlo di quell'urcluolo o becchieri, che suole 
passar per la tavola a mano a mano, da alto a basso, da 
sinistra a destra, ed altri lati, senza altro ordine, che di 
conoscenza e cortesia da montagne; il quale, dopo che 
quel, che mena il ballo, se Tha tolto di bocca, e lasciatovi 
quella Impannatura di pinguedine, che può ben servir 
per colla, appresso beve questo, e vi lascia una mica di 
pane; beve quell'altro e v'affigge a l'orlo un fnsetto di 
carne; beve costui e vi scrolla un pelo de la barba; e cossi 
con bel disordine, gustandosi da tutti la bevanda, nes- 
suno è tanto malcreato, che non vi lasse qualche cortesia 
de le reliquie, che tiene circa il mustacclo. Or, se a qual- 
cuno, o perchè non abbia stomaco, o perchè faccia del 
grande, non piacesse di bere, basta che solamente se 
l'accoste tanto a la bocca, che v'imprima un poco di ve- 
stigio de le sue labbra ancora. Questo si fa a fine, che 
sicome tutti son convenuti a farsi un carnivoro lupo col 



IX. - Preludii alla « Cena delle ceneri » - Cerimonie di tavola 53 



mangiar d'un medesmo corpo d'agnello, di capretto, di 
montone o di un Grunnio Corocotta ('^; cossi, applicando 
tutti la bocca ad un medesimo bocale, venghino a farsi 
una sanguisuga medesima, in segno d'una urbanità, 
una fratellanza, un morbo, un cuore, un stomaco, una 
gola e una bocca. E ciò si pone in effetto con certe genti- 
lezze e bagattelle, che è la più bella comedia del mondo a 
vedere, e la più cruda e fastidiosa tragedia a trovarvisi 
un galantuomo in mezzo quando stima esser ubligato a 
far, come fan gli altri, temendo esser tenuto incivile e di- 
scortese; perchè qua consiste tutto il termine della ci- 
vilità e cortesia. 



(I) Grunnio Corocotta = porchetto. Con questo nome ebbe molta voga uno 
scritto scherzoso: Grunni Coracoitae testamentum. 



X. 
DELLE DONNE <" 



E cosa veramente, o generosissimo Cavalliero, da basso 
bruto e sporco ingegno d'essersi fatto constantemente 
studioso, ed aver affisso un curioso pensiero circa o sopra 
la bellezza d'un corpo femenile. Che spettacolo, o Dio 
buono!, più vile ed ignobile può presentarsi ad un occhio 
di terso sentimento, che un uomo cogitabundo, afflitto, 
tormentato, triste, maninconioso, per dovenir or freddo 
or caldo, or fervente, or tremante, or pallido, or rosso, 
or in mina di perplesso, or in atto di risoluto; un che 
spende il miglior intervallo di tempo e gli più scelti frutti 
di sua vita corrente, destillando l'elixir del cervello con 
m.ettere in concetto, scritto e sigillar in publichi monu- 
menti, quelle continue torture, que' gravi tormenti, quei 
razionali discorsi, quei faticosi pensieri e quelli amaris- 
simi studi, destinati sotto la tirannide d'una indegna, im- 
becille, stolta e sozza sporcarla? 

Che tragicomedia? Che atto, dico, degno più di com- 
passione e riso può esserne ripresentato in questo teatro 
del mondo, in questa scena delle nostre conscienze, che 
di tali e tanto numerosi suppositi, fatti penserosi, con- 
templativi, constanti, fermi, fìdeli, amanti, coltori, ado- 
ratori e servi di cosa senza fede, priva d'ogni costanza, 
destituta d'ogni ingegno, vacua d'ogni merito, senza ri- 
conoscenza e gratitudine alcuna, dove non può capir 
più senso, intelletto e bontade, che trovarsi possa in una 



(1) Argomento del Nolano sopra gli Eroicì FuroRI, scritto al molto illustre 
signor Filippo Sidneo. 



X. - Delle donne 55 



statua o imagine depinta al muro? E dove è più superbia, 
arroganza, protervia, orgoglio, ira, sdegno, f alsitade, 
libidine, avarizia, ingratitudine ed altri crimini exiziali, 
che avessero p ossuto uscir veneni e instrumenti di morte 
dal vasello di Pandora, per aver pur troppo largo ricetto 
dentro il cervello di mostro tale? Ecco vergato in carte, 
rinchiuso in libri, messo avanti gli occhi e intonato 
agli orecchi un rumore, un strepito, un fracasso d'insegne, 
di imprese, de m.otti, d'epistole, de sonetti, d'epigrammi, 
de libri, de prolissi scartafazzi, de sudori estremi, de vite 
consumate, con strida, ch'assordiscon gli astri, lamenti, 
che fanno ribombar gli antri infernali, doglie, che fanno 
stupefar l'anime viventi, suspiri da far exinanire e com- 
patir gli dei, per quegli occhi, per quelle guance, per quel 
busto, per quel bianco, per quel vermiglio, per quella 
lingua, per quel dente, per quel labro, quel crine, quella 
veste, quel manto, quel guanto, quella scarpetta, quella 
pianella, quella parsimonia, quel risetto, quel sdegno- 
setto, quella vedova fenestra, quell'eclissato sole, quel 
martello, quel schifo, quel puzzo, quel sepolcro, quel 
cesso, quel mestruo, quella carogna, quella febre quar- 
tana, quella estrema ingiuria e torto di natura, che con 
u na superfìcie, un'ombra, un fantasma, un sogno, un 
circeo incantesimo ordinato al serviggio della generazione, 
ne inganna in specie di bellezza. La quale insieme viene 
e passa, nasce e muore, fiorisce e marcisce: ed è bella 
cossi un pochettino a l'esterno, che nel suo intrinseco 
vera — e stabilmente è contenuto un navilio, una bottega, 
una dogana, un mercato de quante sporcane, tossichi e 
veneni abbia possuti produre la nostra madrigna natura, 
la quale, dopo ever riscosso quel seme, di cui la si serva, 
ne viene sovente a pagar d'un lezzo, d'un pentimento, 
d'una tristizia, d'una fiacchezza, d'un dolor di capo, di 
una lassitudine, d'altri ed altri malanni, che son mani- 
festi a tutto il mondo, a fin che amaramente dolga, dove 

suavemente proriva 

Che dunque voglio dire? Che voglio conchiu- 
dere? Che voglio determinare? — Quel che voglio con- 

Bruno, In tristitia hilaris, etc. 6. 



56 Parte prima 

chiudere e dire, o Cavalliero illustre, è che quel ch'è 
di Cesare, sia donato a Cesare, e quel ch'è di Dio, sia 
sia renduto a Dio. Voglio dire, che a le donne, benché 
talvolta non bastino gli onori ed assequii divini, non 
perciò se gli denno onori ed ossequii divini. Voglio 
che le donne siano cossi onorate ed amate, come denno 
essere amate ed onorate le donne: per tal causa dico, 
e per tanto, per quanto si deve a quel poco, a quel 
tempo e quella occasione, se non hanno altra virtù che 
naturale, cioè di quella bellezza, di quel splendore, di 
quel serviggio, senza il quale denno esser stimate più 
vanamente nate al mondo che un morboso fungo, qual 
con pregiudicio de meglior piante occupa la terra; e 
più noiosamente che qualsivoglia napello o vipera, che 
caccia il capo fuor di quella. Voglio dire, che tutte le 
cose de l'universo, perchè possano aver fermezza e con- 
sistenza, hanno gli suoi pondi, numeri, ordini e misure, 
a fin che sieno dispensate e governate con ogni giu- 
stizia e raggione. 

* (1) 

FlLOTEO... torno a scongiurare tutti in generale, e in 
particolare te, severo supercilioso e salvaticissimo maestro 
Polimmo, che dismettiate quella rabbia contumace e 
quell'odio tanto criminale contra il nobilissimo sesso feme- 
nile; e non ne turbate quanto ha di bello il mondo, e il 
cielo con suoi tanti occhi scorge. Ritornate, ritornate a 
VOI, e richiamate l'ingegno, per cui veggiate che questo 
vostro livore non è altro che mania espressa e frenetico 
furore. Chi è più insensato e stupido, che quello che non 
vede la luce? Qual pazzia può esser più abietta, che, per 
raggion di sesso, esser nemico all'istessa natura, come quel 
barbaro re di Sarza, che per aver imparato da voi, disse: 

Natura non può far cosa perfetta. 
Poi che natura femina vien detta. 



(1) Dalla fine del I Dialogo De la Causa, Principio et Uno 



X. - Delle donne 57 



Considerate alquanto il vero, alzate l'occhio a l'arbore 
de la scienza del bene e il male, vedete la contrarietà 
ed opposizione ch'è tra l'uno e l'altro. Mirate chi sono 
i maschi, chi sono le femine. Qua scorgete per suggetto 
il corpo, ch'è vostro amico, maschio, là l'anima che è 
vostra nemica, femina. Qua il maschio caos, là la f emina 
disposizione; qua il sonno, là la vigilia; qua il letargo, là la 
memoria; qua l'odio, là l'amicizia; qua il timore, là la 
sicurtà; qua il rigore, là la gentilezza; qua il scandalo, là 
la pace; qua il furore, là la quiete; qua l'errore, là la ve- 
rità; qua il difetto, là la perfezione; qua l'inferno, là la feli- 
cità; qua Poliinnio pedante, là la Poliinnia musa. E final- 
mente tutti vizii, mancamenti e delitti son maschi; e 
tutte le virtudi, eccellenze e bontadi son f emine. Quindi 
la prudenza, la giustizia, la fortezza, le temperanza, la 
bellezza, la maestà, la dignità, la divinità, cossi si nomi- 
nano, cossi s'imaginano, cossi si descriveno, cossi si pin- 
gono, cossi sono. 



XI. 
PEDANTI 



MANFURIO. (1) 

Manfurio, Pollula, Sanguino. 

Manf. Bene repperiaris bonae, melioris, optimaeque in" 
dolis, adolescentule : quomodo tecum agitur? ut vales? 

PoLL. Bene. 

Mane. Gaudeo sane gratulorque satis, si vales bene est, 
ego quidem valeo: — marcitulliana eleganza in quasi 
tutte le sue familiari nnissorie servata. 

PoLL. Comandate altro, domine Magister? io vo oltre per 
compir un negocio con Sanguino, e non posso induggiar 
con voi. 

Manf. buttati indarno i miei dictati, li quali nel mio 
almo minervale gimnasio, excerpendoli dall'acumine del 
mio Marte, ti ho fatti nelle candide pagine, col calamo di 
negro attramento intincto, exarare! buttati dico, incassum 
cum sii, che a tempo e loco, eorum servata ratione, ser- 
virtene non sai. Mentre il tuo preceptore, con quel ce- 
leberrimo apud omnes, etiam barbaras, nationes idioma 
latino ti sciscita; tu, etiam dum persistendo nel commercio 
bestiis similitudinario del volgo ignaro, abdicaris a theatro 
literarum, dandomi responso composto di verbi, quali 
dalla balla et obstetrice in incunabulis hai susceputi vel, ut 
melius dicam, suscepti. Dimmi, sciocco, quando vuoi 
dispuerascere ? 



(I) Candelaio, Atto I, Scena V. 



XI. - Pedanti 59 

Sang. Mastro, con questo diavolo di parlare per 
grammuffo o catacumbaro o delegante e latrinesco, amor- 
bate il cielo, e tutt'il mondo vi burla. 

Manf. Sì, se questo megalocosmo e machina mun- 
diale, o scelesto ed inurbano, fusse di tuoi pari referto 
et confarcito. 

Sang. Che dite voi di cosmo celesto e de urbano? 
parlatemi che io v'intenda, che vi responderò. 

Manf. Vade ergo in ìnfaustam nefastamque crucem, si- 
nistroque Hercule! Si dedignano le Muse di subire il 
porcile del contubernio vostro, vel haram colloquii Destri. 
Che giudicio fai tu di questo scelesto, o Pollula? apposi- 
torte fructus eruditionum mearum, receptaculo del mio 
dottrinai seme, ne te moveant modo a nobis dieta, perchè, 
quia, namque, quandoquidem — particulae causae reddi- 
tivae — ho voluto farti partecipe di quella frase con la 
quale lepidissime eloquentissimeque facciamo le obiurga- 
zioni, le quali voi posthac, deinceps — se li Celicoli vi 
elargiranno quel ch'hanno a noi concesso — all'inverso 
de vostri erudiendi descepoli, imitar potrete. 

PoLL. Bene; ma bisogna farle con proposito ed occa- 
sione. 

Manf. La causa della mia excandescentia è stata il 
vostro dire: « Non posso induggiar con voi ». Debuisses 
dicere, vel elegantius. — infinitivo antecedente subiuncti- 
vum — dicere debuisses: « Excellentia tua, eruditione tua, 
non datur, non conceditur mihi cum tuis dulcissimis musis 
ocium ». Poscia quel dire: « con voi », vel ethruscius: 
« vosco », nec bene dicitur latine respectu unius, nec urbane 
inverso di togati e gimnasiarchi. 

Sang. Vedete, vedete come va el mondo: voi siete 
accordati, ed io rimagno fuori come catenaccio. Di 
grazia, domine Magister, siamo amici ancora noi, perchè 
benché io non sii atto di essere soggetto alla vostra 
verga, idest esservi discepolo, potrò forse servirvi in 
altro. 

Manf. Nil mihi vobiscum. 

Sang. Et con spiritu tuo. 



60 Parte prima 

Manf. Ah, ah, ah, come sei, Pollula, adiunto socio a 
questo bruto? 

Sang. Brutto o bello, al servizio di vostra maestà, 
onorabilissimo Signor mio. 

Manf. Questo mi par molto disciplinabile, e non coss 
inmorigerato, come da principio si mostrava, perchè mi 
dà epiteti molto urbani ed appropriati. 

PoLL. Sed a principio videbatur Ubi homo nequam. 

Manf. Togli via quel « nequam »: quantumque sii 
assumpto nelle sacre pagine, non è però dictio ciceroniana, 

« Tu vivendo bonos, scribendo sequare peritosi » 

disse il ninivita Giov. Dispauterio, seguito dal mio pre- 
ceptore Aloisio Antonio Sidecino Sarmento Salano, suc- 
cessor di Lucio Gio. Scoppa, ex voluntate heredis. Dicas 
igitur: « non aequum », prima dictionis litera diphtongata 
ad differentiam della quadrupede substantia animata sen- 
sitiva, quae diphtongum non admittit in principio. 

Sang. Dottissimo signor Maester, è forza che vi chie- 
chiamo licenza, perchè ne bisogna al più tosto esser con 
messer Gio. Bernardo pittore. Adio. 

Manf. Itene, dunque, co i fausti volatili. Ma- chi è 
questa che con quel calatho in brachiis me si fa obvia? è 
una muliercula, quod est per ethimologiam m o 1 1 i s Her- 
cules, apposita iuxta se posita: sexo molle, mobile, 
fragile ed incostante, al contrario di Ercole. bella eti- 
mologia! è di mio proprio Marte or ora deprompta. Or 
dunque, quindi propriam versus domum movo il gresso, 
perchè voglio notarla maioribus literis nel mio propriarum 
elucubrationum libro. Nulla dies sine linea. 

Messer Ottaviano, Manfurio, Pollula ^'). 

Ott. Misser Manfurio, amenissimo fiume di eloquenza, 
serenissimo mare di dottrina... 

Manf. Tranquillitas maris, serenitas aèris. 



(I) Cand. Atto II, Scena l. 



XI. - Pedanti 61 

OtT. ... avete qualche bella vostra di composizione, 
perchè ho gran desiderio aver copia di vostre doctissime 
carte. 

Manf. Credo, Signor, che in loto vitae curriculo e di- 
scorso di diverse e varie pagine non ve siino occorsi car- 
mini di calisimetria, idest cossi adaptati, come questi che 
al presente io son per dimostrarvi, qui, exarati. 
Ott. Che è la materia di vostri versi? 

Manf. Litterae, syllabae, dictio et oratio, partes prò- 
pinquae et remotae. 

Ott. Io dico: quale è il suggetto ed il proposito? 

Manf. Volete dire: de quo agitur? materia de qua? circa 
quamì E la gola, ingluvie e gastrimargia di quel lurcone 
Sanguino — viva effigie di Filosseno, qui collum gruis 
exoptabat — con altri suoi pari, socii, aderenti, simili e 
collaterali. 

Ott. Piacciavi di farmeli udire. 

Manf. Lubentissime. Eruditis non sunt operienda ar- 
cana: ecco, io explico papirum propriis elaboratum et li- 
neatum digitis. Ma voglio che prenotiate che il sulmo- 
nense Ovidio — Sulmo mihi patria est — nel suo libro 
Methamorphoseon octavo, con molti epiteti l'apro calidonio 
descrisse, alla cui imitazione io questo domestico porco 
vo delineando. 

Ott. Di grazia, leggetele presto. 

Manf. Fiat. Qui cito dat, bis dat. Exordium ah admi- 
rantis affectu. 

porco sporco, vii, vita disutile. 
Ch'altro non hai che quel gruito fatuo. 
Col quale il cibo tu ti pensi acquirere; 
Gola quadruplicata da /'axungia, 
D air anteposto absorpta brodulario. 
Che ti prepara il sozzo coquinario. 
Per canal emissario; 
Per pinguefarti più, vase d'ingluvie. 
In cotesto porcil f intromettesti, 
W ad altro obietto non guardi cKal pascolo. 



62 Parte prima 

E privo d'exercizio. 

Per inopia e penuria 

Di meglior letto e di meglior cubiculo. 

Altro non fai ch'ai sterco e fango involverti. 

Post haec: 

A nullo sozzo volutabro inabile. 
Di gola e luxo infìrmità incurabile. 
Ventre che sembra di Pleiade il puteo, 
Abitator di fango, incoia luteo; 
Fauce indefessa, assai vorante gutture. 
Ingordissima arpia, di Tizio vulture. 
Terra mai sazia, fuoco e vulva cupida, 
Orfìcio protenso, nare putida; 
Nemico al cielo, speculator terreo, 
Mano e pie infermo, bocca e dente ferreo, 
L'anima ti fu data sol per sale, 
A fin che non putissi: dico male? 

Che vi par di questi versi? che ne comprendete con 
di vostro ingegno il metro? 

Ott. Certo, per esser cosa d'uno della profession vo- 
stra, non sono senza bella considerazione. 

Manf. Sine conditione et absolute denno esser giudicati 
di profonda perscrutazion degni questi frutti raccolti 
dalle meglior piante che mai producesse l'eliconio monte, 
irrigate ancor dal parnasio fonte, temprate dal biondo 
Apolline e dalle sacrate Muse coltivato. E che ti par di 
questo bel discorso? non vi admirate adesso come pria 
già? 

Ott. Bellissimo e sottil concetto. Ma ditemi, vi priego, 
avete speso molto tempo in ordinar questi versi? 

Manf. Non. 

Ott. Sietevi affatigato in farli? 

Manf. Minime. 

Ott. Avetevi speso gran cura e pensiero? 

Manf. Nequaquam. 

Ott. Avetele fatti e rifatti? 



XI. - Pedanti 63 

Manf. Haudquaquam. 

Ott. Avetele corretti? 

Manf. Minime gentium: non opus erat. 

Ott. Avetene destramente presi, per non dir mario- 
lati, a qualche autore ? 

Manf. Neutiquam, ahsit verbo invidia, Dii avertant, ne 
faxint ista Superi. Voi troppo volete veder di mia erudi- 
zione: credetemi che non ho poco io del fonte caballino 
absorpto, ne poco liquor mi ave infuso la de cerebro nata 
lovis, dico la casta Minerva, alla quale è attribuita la sa- 
pienza. Credete ch'io non sarei minus foeliciter risoluto, 
quando fusse stato provocato ad explicandas notas afflr- 
mantis vel asserentis. Non hanno destituita la mia memo- 
ria: Sic, ita, etiam, sane, profecto, palam, verum, certe^ 
procul dubio, maxime, cui dubium"?, utique, quidniì, mehercle 
aedepol, mediusfidius, et caetera. 

Ott. Di grazia, in luoco di quell'e/ caetera, ditemi una 
altra negazione. 

Manf. Questo cacocephaton, idest prava elocuzione, 
non farò io, perchè factae enumerationis clausulae non 
est adponenda unitas. 

Ott. Di tutte queste particule affirmative quale vi 
piace più de l'altre? 

Manf. Queir utique assai mi cale, eleganza in 
lingua aethrusca vel tuscia meaeque inhaeret menti: eleganza 
di più profondo idioma. 

Ott. Delle negative qual vi piace più? 

Manf. Quel nequaquam est mihi cordi e mi so- 
disfa. 

Ott. Or dimandatemi voi, adesso. 

Manf. Ditemi, signor Ottaviano, piacenvi gli nostri 
versi ? 

Ott. Nequaquam. 

Manf. Come nequaquam? non sono elli optimi? 

Ott. Nequaquam. 

Manf. Duae negationes affirmant: volete dir dunque 
che son buoni. 

Ott. Nequaquam. 



64 Parte prima 

Manf. Burlate? 

Ott. Nequaquam. 

Manf. Sì che dite da senno? 

Ott. Utique. 

Manf. Dunque, poca stima fate di mio Marte e di mia 
Mmerva? 

Ott. Utique. 

Manf. Voi mi siete nemico e mi portate invidia: da 
principio, vi admiravate della nostra docendi copia, adesso, 
Ipso lectionis progressu, la admirazione è metomorfita in 
invidia? 

Ott. Nequaquam: come invidia? come nemico? non 
mi avete detto che queste dizioni vi piaceno? 

Manf. Voi, dunque, burlate, e dite exercitationis 
gratia ? 

Ott. Nequaquam. 

Manf. Dicas igitur, sine simulatione et fuco: hanno 
enormità, crassizie e rudità gli miei numeri? 

Ott. Utique. 

Manf. Cossi credete a punto? 

Ott. Utique, sane, certe, equidem, utique, utique. 

Manf. Non voglio più parlar con voi. 

Manfurio, Gio Bernardo, Pollula. O 

GlO. Bernardo ...vorrei sapere da voi che vuol dir: 
pedante. 

Manf. Lubentissime voglio dirvelo, insegnarvelo, de- 
clararvelo, exporvelo, propalarvelo, palam farvelo, insi- 
nuarvelo, et — particula coniunctiva in ultima dictione 
apposita — enuclearvelo; sicut, ut, velut, veluti, quemad- 
modum nucem ovidianam meis coram discipulis — quo 
melius nucleum eius edere possint — enuncleavi. P e- 
dante vuol dire quasi pede ante: utpote quia ave lo in- 
cesso prosequitivo, col quale fa andare avanti gli eru- 
diendi puberi; vel per strictiorem arctioremque aethymo- 



(I) CanJ. Atto Ili. Scena VII. 



XI. - Pedanti 65 

logiam: Pe, perfectos, — Dan, dans, — Te, thesauros. 
Or che dite de le ambedue? 

GlO. B. Son buone; ma a me non piace ne l'una né 
l'altra, né mi par a proposito. 

Manf. Cotesto vi é a dirlo lecito, alia meliore in me- 
dium prolata, idest quando arrete apportatane un'altra 
vie più degna. 

Gio. B. Eccovela: P e, pecorone, — Dan, da 
nulla, — Te, testa d'asino. 

Manf. Disse Catone seniore: « Nil mentire, et nihil 
temere credideris ». 

GlO. B. Hoc est, id est, chi dice il contrario, ne mente 
per la gola. 

Manf. Vade, vade: 

« Contra verbosos, verbis contendere noli. 
Verbosos contra, noli contendere verbis. 
Verbis verbosos noli contendere contra '. 

GlO. B. Io dono al diavolo quanti pedanti sono!... 
Resta con cento mila di quelli angeli de la faccia 
cotta ! 

Manf. Menateli pur, come socii vostri, vosco! — U* 
siete voi, Pollula? Pollula, che dite? vedete che nefando, 
abominando, turbulento e portentoso seculo? 

« secol noioso in cui mi trovo. 

Voto d*ogni valor, pien d*ogni orgoglio ». 

Ma properiamo verso il domicilio. 
TORQUATO. (') 

Or, veniamo un poco agli discorsi fatti col dottor 
Torquato; il quale son certo che non può essere tanto 
più ignorante che Nundinio, quanto é più presuntuoso, 
temerario e sfacciato. 



(1) Cena delle Ceneri. Dialogo IV. — Interlocutori 'sono: SmitHO, Teo- 
FiLo filosofo, Prudenzio pedante. Frulla. 



66 Parie prima 

Fru. Ignoranza e arroganza son due sorelle individue 
in un corpo e in un'anima. 

Teo. Costui, con un enfatico aspetto, col quale il divum 
Pater vien descritto nella Metamorfose seder in 
mezzo del concilio degli Dei per fulminar quella severis- 
sima sentenza contra il profano Licaone; dopo aver con- 
templato la sua aurea collana... 

Pru. Torquem auream, aureum monile. 

Teo. ed appresso remirato al petto del Nolano, dove 
più tosto arrebe possuto mancar qualche bottone; dopo 
essersi rizzato, ritirate le braccia da la mensa, scrolla- 
tosi un poco il dorso, sbruffato co' la bocca alquanto, 
acconciatasi la beretta di velluto in testa, intorcigliatosi 
il mustaccio, posto in arnese il profumato volto, inar- 
cate le ciglia, spalancate le narici, messosi in punto 
con un riguardo di rovescio, poggiatasi al sinistro fianco 
la sinistra mano per donar principio a la sua scrima, 
appuntò le tre prime dita della destra insieme, e co- 
minciò a trar di mandritti, in questo modo parlando — : 
Tune ille philosophorum protoplastes ? — Subito il Nolano, 
suspettando di venire ad altri termini che di disputazione, 
gl'interroppe il parlare, dicendogli: — Quo vadis, domine, 
quo vadis ? Quid, si ego philosophorum protoplastes ? quid , 
si nec Aristoteli, nec cuiquam magis concedam, quam mihi 
ipsi concesserint ? Ideone terra est centrum mundi immo- 
bile? — Con queste e altre simili persuasioni, con quella 
maggior pazienza che posseva, l'essortava a portar pro- 
positi, con i quali potesse inferire demostrativa o proba- 
bilmente in favore degli altri protoplasti contra di questo 
novo protoplaste. E voltatosi il Nolano agli circostanti, 
ridendo con mezzo riso: — Costui, disse, non è venuto 
tanto armato di raggioni, quanto di paroli e scommi, 
che si muoiono di freddo e fame. — Pregato da tutti, che 
venesse agli argumenti, mandò fuori questa voce: — Unde 
igitur stella Martis nunc maior, nunc vero minor apparet, 
si terra movetur? 

Smi. Arcadia, è possibile che sii in rerum natura, 
sotto titolo di filosofo e medico... 



XI. - Pedanti 67 

Fru. e dottore e torquato, 

Smi. che abbia possuto tirar questa consequenza? 
Il Nolano che rispose? 

Teo. Lui non si spanto per questo. 

Or, mentre il Nolano dicea questo, il dottor Torquato 
Gridava: — Ad rem, ad rem, ad rem! — Al fine il Nolano 
se mise a ridere, e gli disse, che lui non gli argomentava, 
né gli rispondeva, ma che gli proponeva; e però: — Ista 
sunt res, res, res. — E che toccava al Torquato appresso 
d'apportar qualche cosa ad rem. 

Smi. Perchè questo asino si pensava essere tra goffi e 
balordi, credeva che quelli passassero questo suo ad rem 
per un argumento e determinazione; e cossi un semplice 
crido, co' la sua catena d'oro, satisfar alla moltitudine. 

Teo. Ascoltate d'avantaggio. Mentre tutti stavano ad 
aspettar quel tanto desiderato argumento, ecco che, vol- 
tato il dottor Torquato agli commensali, dal profondo 
della sufficienza sua sguaina e gli viene a donar sul m.o- 
s taccio un adagio erasmiano: — Anticyram navigat. 

Smi. Non possea parlar meglio un asino, e non possea 
udir altra voce chi va a pratticar con gli asini. 

Teo. Credo che profetasse (benché non intendesse 
lui medesmo la sua profezia) che il Nolano andava a far 
provisione d'elleboro, per risaldar il cervello a questi 
pazzi barbareschi. 

Smi. Se quelli, che v'eran presenti come erano civili, fus- 
sero stati civilissimi, gli arrebbono attaccato, in loco della 
collana, un capestro al collo e fattogli contar quaranta ba- 
stonate in commemorazione del primo giorno di q uaresima. 

Teo. Il Nolano gli disse, che il dottor Torquato lui 
non era pazzo, perché porta la collana; la quale se non 
avesse a dosso, certamente il dottor Torquato non va- 
lerebe più che per suoi vestimenti; i quali però vagliono 
pochissimo, se a forza di bastonate non gli saran spolve- 
rati sopra. E con questo dire si alzò di tavola. 



XII. 
DOTTORI ED ARCHIDIDASCALI o 



FlLOTEO. Questo sacrilego pedante avete per il quarto: 
uno de' rigidi censori di filosofi, onde si afferma M o m o ; 
uno affettissimo circa il suo gregge di scolastici, onde si 
noma^inell'amor socratico; uno, perpetuo nemico del 
femineo'^sesso, onde, per non esser fisico, si stima Orfeo, 
Museo, Titiro e Anfione. Questo è un di quelli, che, 
quando ti '.^irran fatta una bella costruzione, prodotta 
una elegante" epistolina, scroccata una bella frase da la 
popina ciceroniana, qua è risuscitato Demostene, qua 
vegeta Tullio, qua vive Salustio; qua è un Argo, che vede 
ogni lettera, ogni sillaba, ogni dizione; qua Radamanto 
umbras vocat die silentum; qua Minoe, re di Creta, urnam 
movet. Chiamano all'essamina le orazioni; fanno discus- 
sione de le frase, con dire: — Queste sanno di poeta, 
queste di comico, questa di oratore; questo è grave, 
questo è lieve, quello è sublime, quell'altro è humile di" 
cenai genus; questa orazione è aspera; sarebbe leve, se 
fusse formata cossi; questo è uno infante scrittore, poco 
studioso de la antiquità, non redolet Arpinaiem, desipit 
Latium. Questa voce non è tosca, non è usurpata da Boc- 
caccio, Petrarca e altri probati autori. Non si scrive 
homo, ma omo; non h o n o r e, ma onore; 
non. P o 1 1 h 1 m n i o, ma P o 1 i i n n i o. — Con queste 
trionfa, si contenta di sé, gli piaceno più ch'ogn'altra 
cosa i fatti suoi: è un Giove, che, da l'alta specula, re- 



(1) De la Caxisa, Princifiio et ilio Diaioso 1. — Interlocutori sono: Eli- 
TROPIO, FlLOTEO, ArMESSO. 



XII. - Dottori ed Archididascali 69 



mira, e considera la vita degli altri uomini suggetta a 
tanti errori, calamitadi, miserie, fatiche inutili. Solo lui 
è felice, lui solo vive vita celeste, quando contempla la 
sua divmità nel specchio d'un Spicilegio, un Di- 
zionario, un Calepino, un Lessico, un 
Cornucopia, un Nizzolio. Con questa suffi- 
cienza dotato, mentre ciascuno è uno, lui solo è tutto. 
Se avvien che rida, si chiama Democrito; s'avvien che 
si dolga, si chiama Eraclito; se disputa, si chiama Cri- 
sippo; se discorre, si noma Aristotele; se fa chimere, si 
appella Platone; se mugge un sermoncello, si intitula 
Demostene; se construisce Virgilio, lui è il Marone. 
Qua corregge Achille, approva Enea, riprende Ettore, 
esclama contra Pirro, si condole di Priamo, arguisce 
Turno, iscusa Didone, comenda Acate; e in fine, mentre 
verbum verbo reddit e infilza salvatiche sinonimie, nihil 
divinum. a se alienum putat. E cossi borioso smontando 
da la sua catedra come colui ch'ha disposti i cieli, regolati 
i senati, domati eserciti, riformati i mondi, è certo che, 
se non fusse l'ingiuria del tempo, farrebe con gli effetti 
quello che fa con l'opinione. — tempora, o moresl 
Quanti son rari quei che intendeno la natura de' parti- 
cipi!, degli adverbii, delle coniunctioni! Quanto tempo 
è scorso, che non s'è trovato la raggione e vera causa, 
per cui l'adiectivo deve concordare col sustantivo, il 
relativo con l'antecedente deve coire, e con che regola 
ora si pone avanti, ora addietro de l'orazione; e con che 
misure e quali ordini vi s'intermesceno quelle interie- 
ctioni delentis, gaudentis, heu, ho, ahi, ah, hem 
ohe, bui, ed altri condimenti, senza i quali tutto il 
discorso è insipidissimo? 

Elitropio. Dite quel che volete, intendetela come vi 
piace; io dico, che per la felicità de la vita è meglio stimarsi 
Creso ed esser povero, che tenersi povero ed esser Creso. 
Non è più convenevole alla beatitudine aver una zucca 
che ti paia bella e ti contente, che una Leda, una Elena, 
che ti dia noia e ti vegna in fastidio ? Che dunque importa 
a costoro l'esser ignoranti e ignobilmente occupati, se 



70 Parie prima 

tanto sor» più felici, quanto più solamente piacene a se 
medesimi? Cossi è buona l'erba fresca a l'asino, l'orgio 
al cavallo, come a te il pane di puccia e la perdice; cossi 
si contenta il porco de le ghiande e il brodo, come un 
Giove de l'ambrosia e nettare. Volete forse toglier costoro 
da quella dolce pazzia, per la qual cura appresso ti der- 
rebono rompere il capo? Lascio che chi sa se è pazzia 
questa o quella. Disse un pirroniano: — chi conosce se 
il nostro stato è morte, e quello di quei, che chiamiamo 
defunti, è vita? — Cossi chi sa se tutta la felicità e vera 
beatitudine consiste nelle debite copulazioni e apposi- 
zioni de' membri dell'orazioni? 

Armesso. Cossi è disposto il mondo: noi facciamo il De- 
mocrito sopra gli pedanti e grammatisti; gli solleciti cor- 
teggiani fanno il Democrito sopra di noi; gli poco pen- 
serosi monachi e preti democnteggiano sopra tutti; e 
reciprocamente gli pedanti si beffano di noi, noi di cor- 
teggiani, tutti degli monachi; e, in conclusione, mentre 
l'uno è pazzo a l'altro, verremo ad esser tutti differenti 
in specie e concordanti in genere et numero et casu. 

FlL. Diverse per ciò son specie e maniere de le cen- 
sure; varii son gli gradi di quelle; ma le più aspre, dure, 
orribili e spaventose son degli nostri Archididascali. 
Però a questi doviamo piegar le ginocchia, chinar il 
capo, converter gli occhi ed alzar le mani, suspirar, la- 
crimar, esclamare e dimandar mercede. A voi, dunque, 
mi rivolgo, che portate in mano il caduceo di Mercurio 
per decidere ne le controversie, e determinate le questioni 
eh accadeno tra gli mortali e tra gli dei; a voi, Menippi, 
che, assisi nel globo de la luna, con gli occhi ritorti e 
bassi ne mirate, avendo a schifo e sdegno i nostri gesti; 
a voi, scudieri di Pallade, antesignani di Minerva, ca- 
staidi di Mercurio, magnarli di Giove, collattanei di 
Apollo, manuarii d'Epimeteo, botteglieri di Bacco, aga- 
soni delle Evante, fustigatori de le Edonide, impulsori 
delle Tiade, subagitatori delle Menadi, subornatori delle 
Bassaridi, equestri delle Mimallonidi, concubinarii della 
ninfa Egeria, correttori de l'intusiasmo, demagoghi del 



XII. - Dottori ed Archididascali 71 

popolo errante, desciferatorl di Demogorgone, Dioscori 
delle fluttuanti discipline, tesorieri del Pantamorfo, e 
capri emissarii del sommo pontefice Aron; a voi racco- 
mandiamo la nostra prosa, sottomettendo le nostre 
muse, premisse, subsunzioni, digressioni, parentesi, 
applicazioni, clausule, periodi, costruzioni, adiettivazioni, 
epitetismi. voi, soavissimi aquarioli, che con le belle 
eleganzucchie ne furate l'animo, ne legate il core, ne 
fascinate la mente, e mettete in postribulo le meretri- 
cole anime nostre; riferite a buon conseglio i nostri bar- 
barismi, date di punta a' nostri solecismi, turate le male 
olide voragini, castrate i nostri Sileni, imbracate li nostri 
Nohemi, fate eunuchi gli nostri macrologi, rappezzate 
le nostre eclipsi, affrenate gli nostri taftologi, moderate 
1 e nostre acrilogie, condonate a nostre escnlogie, iscu- 
sate i nostri perissologi, perdonate a* nostri cacocefati. 
Torno a scongiurarvi tutti in generale, e in particulare 
te, severo, supercilioso e sabaticissimo maestro. 

Eli, Questo proposito mi fa ricordar di fra Ven- 
tura il quale, trattando un passo del santo Vangelo, che 
dice reddite quae sunt Caesaris Caesari, apportò a proposito 
tutti gli nomi de le monete che sono state a' tempi di Ro- 
mani, con le loro marche e pesi; che non so da qual dia- 
volo di annale o scartafaccio l'avesse racolti; che furono 
pili di cento e vinti, per farne conoscere quanto era stu- 
dioso e retentivo. A costui, finito il sermone, essendo- 
segli accostato un uom da bene, li disse: — Padre mio 
reverendo, di grazia, imprestatemi un carlino. — A cui 
rispose che lui era de l'ordine mendicante. 

Arm. a che fine dite questo? 

Eli. Voglio dire che quei che son molto versati circa le 
dizioni e nomi, e non son solleciti de le cose, cavalcano 
la medesima mula con questo reverendo padre de le mule. 

Arm. Io credo che, oltre il studio de l'eloquenza, nella 
quale avanzano tutti gli loro antiqui, e non sono inferiori 
agli altri moderni, ancora non sono mendichi nella filo- 
sofica e altnmente speculative professioni; senza la perizia 
de le quali non possono esser promossi a grado alcuno; 

Bruno, In Uistitia hilaris, etc. 7. 



72 Parte prima 

perchè gli statuti de l'università, alll quali sono astretti 
per giuramento, comportano che nullus ad philosophiae 
et theologiae magisterium et doctoratum promoveatur, nisi 
epotaverit e fonte Aristotelis. 

Eli, Oh, io ve dirò quel ch'han fatto per non esser 
pergiuri. Di tre fontane, che sono nell'Università, al- 
l'una hanno imposto nome Fons Aristotelis, l'altra dicono 
Fons Phytagorae, l'altra chiamano Fons Platonis. Da 
questi tre fonti traendosi l'acqua per far la birra e la 
cervosa (de la qual acqua pure non mancano di bere i buoi 
e gli cavalli) conseguentemente non è persona, che, con 
esser dimorata meno che tre o quattro giorni m que studii 
e collegii, non vegna ad esser imbibito non solamente 
del fonte di Aristotele, ma e oltre di Pitagora e Platone. 

Arm. Oimè, che voi dite pur troppo il vero. Quindi 
avviene, o Teofllo, che li dottori vanno a buon mercato 
come le sardelle; perchè, come con poca fatica si creano, si 
trovano, si pescano, cossi con poco prezzo si comprano. 
Or dunque, tale essendo appresso di noi il volgo di dot- 
tori in questa etade (riserbando però la riputazione d'al- 
cuni celebri e per l'eloquenza e per la dottrine e per la 
civil cortesia, quali sono un Tobia Mattheo, un Culpe- 
pero, e altri che non so nominare), accade che tanto 
manca che uno, per chiamarsi dottore, possa esser sti- 
mato aver novo grado di nobiltade, che più tosto è su- 
spetto di contraria natura e condizione, se non sia parti- 
colarmente conosciuto. Quindi accade, che quei, che per 
linea o per altro accidente son nobili, ancor che gli s'ag- 
giunga la principal parte di nobiltà, che è per la dottrina, 
si vergognano di graduarsi e farsi chiamar dottori, bastan- 
dogli l'esser dotti. E di queste arrete maggior numero ne 
le corti, che ritrovarsi possano pedanti nell'universitade. 

* (i) 

Burchio. Con questo vostro dire volete ponere sotto 
sopra il mondo . 



(I) De l'Infinito Uriiverso e Monc/i. Dialogo III. — Interloquisconj Elpino, 
LOTEO. FrACASTOBIO. BuRCHìO. 



XII. - Dottori ed Archididascali 73 



Fracastorio. Ti par che farebbe male un che volesse 
mettere sotto sopra il mondo rinversato? 

BuR. Volete far vane tante fatiche, studii, sudori di 
fisici auditi, de cieli e mondi, ove s'han lambiccato il 
cervello tanti gran commentatori, parafrasti, glosatori, 
compendiarii, summisti, scoliaton, traslatatori, que- 
stionarii, teoremisti? ove han poste le sue base e gittati 
i suoi fondamenti i dottori profondi, suttili, aurati, magni, 
inexpugnabili, irrefragabili, angelici, serafici, cherubici 
e divini ? 

Fra. Adde gli frangipetri, sassifnjgi, gli cornupeti e 
calcipotenti. Adde gli profundivedi, palladii, olimpici, 
fìrmamentici, celesti empirici, altitonanti ? 

BuR. Le deveremo tutti a vostra instanza mandarle 
in un cesso? Certo, sarà ben governato il mondo, se 
saranno tolte via e dispreggiate le speculazioni di tanti 
e sì degni filosofi! 

Fra. Non è cosa giusta, che togliamo agli asini le sue 
lattuche, e voler che il gusto di questi sia simile al nostro. 
La varietà d'ingegni e intelletti non è minor che di spirti 
e stomachi. 

BuR. Volete che Platone sia uno ignorante, Aristo- 
tele sia un asino, e quei, che l'hanno seguitati, sieno in- 
sensati, stupidi e fanatichi ? 

* (1) 
* * 

• ... 1 

Prudenzio. Dite quel che vi piace, tiratela a vostro bel 

piacer dove vi pare: io sono amico de l'antiquità; e quanto 

appartiene a le vostre opinioni o paradossi, non credo, 

che sì molti e sì saggi sien stati ignoranti, come pensate 

voi e altri amici di novità. 

Teofilo. Bene, maestro Prudenzio, si questa volgare e 

vostra opinione per tanto è vera, in quanto che è antica, 

certo era falsa quando la fu nova. Prima che fusse questa 

filosofìa conforme al vostro cervello, fu quella degli Caldei 



0) Cena delle Ceneri, Dialogo I. 



74 Parte prima 

Egizll. Maghi, Orfici, Pitagorici ed altri di prima memoria, 
conforme al nostro capo; da' quali prima si nbellorno 
questi insensati e vani logici e matematici, nemici non 
tanto de l'antiquità, quanto alleni da la verità. Poniamo 
dunque da canto la raggione de l'antico e novo, atteso 
che non è cosa nova che non possa esser vecchia, e non è 
cosa vecchia, che non sii stata nova, come ben notò il 
vostro Aristotele. 

Frulla. S'io non parlo, scoppiare, creparò certo. Avete 
detto il vostro Aristotele, parlando a mastro 
Prudenzio. Sapete, come intendo, che l'Aristotele sii 
suo, idest lui sii Peripatetico? (Di grazia, facciamo que- 
sto poco di digressione per modo di parentesi). Come di 
dui ciechi mendichi a la porta de l'arcivescovato di Na- 
poli l'uno SI diceva Guelfo e l'altro Ghibellino; e con que- 
sto si cominciorno sì crudamente a toccar l'un l'altro 
con que' bastoni, ch'aveano, che, si non fussero stati di- 
visi, non so com.e sarebbe passato il negozio. In questo 
se gli accosta un uom da bene, e li disse: — Venite qua, 
tu e tu, orbo mascalzone: che cosa è Guelfo? che cosa è 
Ghibellino? che vuol dir esser Guelfo ed esser Ghibel- 
lino? — In verità, l'uno non seppe punto che rispondere, 
né che dire. L'altro si risolse dicendo: — Il signor Pietro 
Costanzo, che è mio padrone, e al quale io voglio molto 
bene, è un Ghibellino. 

Cossi a punto molti sono Peripatetici, che si adirano, 
se scaldano e s'imbraggiano per Aristotele, voglion defe- 
ndere la dottrina d'Aristotele, son inimici di que' che 
non sono amici d'Aristotele, voglion vivere e morire per 
Aristotele, 1 quali non intendono né anche quel che signi- 
ficano 1 titoli de' libri d'Aristotele. Se volete ch'io ve ne 
dimostri uno, ecco costui, al quale avete detto il vostro 
Aristotele, e che a volte a volte ti sfodra un Ari' 
toteles noster, Peripateticorum princeps, un Plato noster, 
et ultra, 

Pru. Io fo poco conto del vostro conto, niente istimo 
la vostra stima. 



PARTE SECONDA 



I. 

LA VECCHIEZZA DI GIOVE <" 



Sofia .. Giove... comincia ad esser maturo, e non admette 
oltre nel conseglio, eccetto che persone, ch'hanno m capo 
la neve, alla fronte gli solchi, al naso gli occhiali, al mento 
la farina, alle mani il bastone, ai piedi il piombo: in testa, 
dico, la fantasia retta, la cogitazion sollecita, la memoria 
ritentiva; ne la fronte la sensata apprensione, negli occhi 
la prudenza, nel naso la sagacità, nell'orecchio l'atten- 
zione, ne la lingua la veritade, nel petto la sinceritade, 
nel core gli ordinati affetti, ne le spalli la pazienza, nel 
tergo l'oblivio de le offese, nel stomaco la discrezione, 
nel ventre la sobrietade, nel seno la continenza, ne le 
gambe la constanza, ne le piante la rettitudine, ne la 
sinistra il pentateuco di decreti, ne la destra la raggione 
discussiva, la scienza indicativa, la regolativa giustizia, 
l'imperativa autoritade e la podestà executiva. 

Saulino. Bene abituato: ma bisogna, che prima sia 
ben lavato, ben npurgato. 

SoF. Ora non son bestie, nelle quali si trasmute; non 
Europe, che l'incornino in toro; non Danae, che lo im- 
pallidiscano in oro; non Lede, che l'impiumino in cigno, 
come ninfe Asterie e frigii fanciulli, che lo imbecchino 
in aquila; non Dolide che lo inserpentiscano; non Mne- 
mosine, che lo degradino in pastore; non Antiope, che 
lo semibestialino in Satiro; non Alcmene, che lo trasmu- 
tino in Anfitrione; perchè quel temone, che volgeva e 



(1) Spaccio della Bestia trionfante. Dialogo I. — Interlocutori SoFlA, 
Saulino, Mercurio 



80 Parte seconda 

dirizzava questa nave de le metamorfosi, è dovenuto sì 
fiacco, che poco più che nulla può resistere a l'empito 
de le onde, e forse che l'acqua ancora gli va mancando a 
basso. La vela è di maniera tale stracciata e sbusata, che 
in vano per ingonfiarla il vento soffia. Gli remi, ch'ai 
dispetto di contrarli venti e turbide tempeste solcano 
risospingere il vascello avanti, ora, faccia quantosivoglia 
calma, e sia a sua posta tranquillo il campo di Nettuno, 
in vano il comite sibilarà a orsa, a poggia, a la sia, a 
la voga, perchè gli remigatori son dovenuti come pa- 
ralitici. 

Saul. Oh gran caso! 

SoF. Indi non fia chi più dica e favoleggi Giove per 
carnale e voluttuario; perchè il buon padre s'è addovato 
il spinto. 

Saul. Come colui, che tenea già tante moglie, tante 
ancelle di moglie e tante concubine, al fine dovenuto qual 
ben satollo, stuffato e lasso, disse: Vanità, vanità, 
ogni cosa è vanità? 

SoF. Pensa al suo giorno del giudizio, perchè il ter- 
mine degli o più o meno o a punto trentasei mila anni, 
come è publicato, è prossimo; dove la revoluzion de 
l'anno del mondo minaccia, ch'un altro Celio vegna a 
repigliar il dominio, e per la virtù del cangiamento, 
ch'apporta il moto de la trepidazione, e per la varia, e 
non più vista, né udita relazione e abitudine di pianeti, 
teme che il fato disponga, che l'ereditaria successione 
non sia come quella della precedente grande mondana 
revoluzione, ma molto vana e diversa, cracchieno quanto- 
sivoglia gli pronosticanti astrologi e altri divinatori. 

Saul. Dunque, si teme che non vegna qualche più 
cauto Celio, che, all'esempio del Prete Gianni, per obviare 
agli possibili futuri inconvenienti, non bandisca gli suoi 
figli agli serragli del monte Amarat ed oltre, per tema 
che qualche Saturno non lo castre, non faccia mai difetto 
di non allacciarsi le mutande di ferro, e non si riduca a 
dormire senza braghe di diamante. Laonde, non succe- 
dendo l'antecedente effetto, verrà chiusa la porta a tutti 



I. - La vecchiezza di Giove 81 

gli altri conseguenti; e in vano s'aspetterà il giorno na- 
tale della dea di Cipro, la depressione del zoppo Saturno, 
l'essaltazion di Giove, la moltiplicazion di figli e figli de' 
figli, nipoti e nipoti de' nipoti, sino a la tantesima ge- 
nerazione, quantesima è a' tempi nostri, e può sin al 
prescritto termine essere negli futuri. 

Nec iterum ad Troiam magnus mittetur Achilles. 

SoF. In tal termine, dunque, essendo la condizion de 
le cose, e vedendo Giove ne l'importuno memoriale de 
la sfiancata forza e snervata virtude appressarsi come la 
sua morte, cotidianamente fa caldi voti ed effonde fer- 
venti preghiere al fato, acciò che le cose negli futuri se- 
coli in suo favore vegnano disposte. 

Saul. Talché, o Sofia, (cosa inaudita!) questo nume 
ancora hav'egli dove effondere orazioni? Esso ancora 
versa nel timore della giustizia? Mi maravigliavo io, 
perchè gli Dei sommamente temevano di spergiurare 
la Stigia palude; ora comprendo, che questo procede dal 
fio, che denno pagare anch'essi. 

SoF. Cossi è. Ha ordinato al suo fabro Vulcano, che non 
lavore de' giorni di festa; ha comandato a Bacco, che non 
faccia comparir la sua corte, e non permetta debaccare le 
sue Evanti, fuor che nel tempo di carnasciale, e nelle 
feste principali de l'anno, solamente dopo cena, appresso 
il tramontar del sole, e non senza sua speciale ed espressa 
licenza. Momo, il quale avea parlato contra gli dei, e, 
comò a essi pareva, troppo rigidamente arguiti gli loro 
errori, e però era stato bandito dal concistoro e conversa- 
zion di quelli, e relegato alla stella, ch'è nella punta de la 
coda di Calisto, senza facultà di passar il termine di quel 
parallelo, a cui sottogiace il monte Caucaso, dove il po- 
vero dio è attenuato dal rigor del freddo e de la fame; 
ora è richiam.ato, giustificato, restituito al suo stato pristino 
e posto precone ordinario ed estraordinario con amplis- 
simo privilegio di posser riprendere gli vizii senza aver 
punto risguardo a titolo o dignitade di persona alcuna. 
Ha vietato a Cupido d'andar più vagando, in presenza 
degli uomini, eroi e dei, cossi sbracato, come ha di costu- 



82 Parte seconda 

me; ed ingiontoli, che non offenda oltre la vista de' cell- 
coli, mostrando le natiche per la via lattea e Olimpico 
senato: ma che vada per l'avenire vestito almeno da la 
cintura a basso; e gli ha fatto strettissimo mandato, che 
non ardisca oltre di trar dardi, se non per il naturale, e 
l'amor degli uomini faccia simile a quello degli altri ani- 
mali, facendoli a certe e determinate staggloni Inamorare; 
e cossi, come agli gatti è ordinano il marzo, agli asini 
il maggio, a questi sieno accomodati que' giorni, ne' quali 
se innamorò il Petrarca di Laura, e Dante di Beatrice; 
e questo statuto è in forma de in/en'msinoal prossimo con- 
cilio futuro, entrante il sole al decimo grado di Libra, il 
quale è ordmato nel campo del fiume Eridano, là dove è 
la piegatura del ginocchio d'Orione. Ivi si ristorare quella 
legge naturale, per la quale è lecito a ciascun maschio di 
aver tante moglie, quante ne può nutrire e impregnare; 
perchè è cosa superflua e ingiusta, e a fatto contraria alla 
regola naturale, che in una già impregnata e gravida 
donna, o in altri soggetti peggiori, come altre illegittime 
procacciate — che, per tema di vituperio, provocano 
l'aborso — vegna ad esser sparso quell'omifìco seme, 
che potrebbe suscitar eroi, e colmar le vacue sedie de 
l'empireo. 

Saul. Ben provisto, a mio giudizio: che più ? 

SoF. Quel Ganimede, ch'ai marcio dispetto de la ge- 
losa Giunone, gli era tanto in grazia, e a cui solo liceva 
d'accostarsegli, e porgergli li fulmini trisolchi, mentre a 
lunghi passi a dietro riverentemente si tenevano gli dei, 
al presente credo che, se non ha altra virtute, che quella, 
che è quasi persa, è da temere che, da paggio di Giove, 
non debba aver a favore di farsi come scudiero a Marte. 

Saul. Onde questa mutazione? 

SoF. E da quel che è detto del cangiamento di Giove, 
e perchè lo invidioso Saturno ai giorni passati, con fìnta 
di fargli de' vezzi, gli andò di maniera tale rimenando la 
ruvida mano per il mento e per le vermiglie gote, che da 
quel toccamento se gl'impela il volto, di sorte che pian 
piano va scemando quella grazia, che fu potente a rapir 



I. — La vecchiezza di Giove 83 

Giove dal cielo, e farlo essere rapito da Giove In cielo, ed 
onde il figlio d'un uomo venne deificato, ed ucellato il 
padre degli Dei. 

Saul. Cose troppo stupende! Passate oltre. 

Sofia. Ieri, che fu la festa in commemorazion del 
giorno de la vittoria de Dei centra gli Giganti, im- 
mediatamente dopo pranso, quella, che sola governa la 
natura de le cose, e per la qual gode tutto quel che 
gode sotto il cielo, avendo ordinato il ballo, se gli fece 
innante con quella grazia che consolarebbe ed invaghi- 
rebbe il turbido Caronte; e, come è il dovere de 
l'ordine, andò a porgere la prima mano a Giove. 
Il quale in loco di quel ch'era uso di fare, dico, di 
abbracciarla col sinistro braccio, e strenger petto a petto, 
e con le due prime dita de la destra premendogli il labro 
inferiore, accostar bocca a bocca, denti a denti, lingua 
a lingua (carezze più lascive, che possano convenire a un 
padre in verso de la figlia) e con questo sorgere al ballo, — 
ieri, impuntandogli la destra al petto, e ritenendola a 
dietro (come dicesse: Noli me tangere) con un compassio- 
nevole aspetto, ed una faccia piena di devozione: — Ah 
Venere, Venere, li disse: è possibile che pur una volta al 
fine non consideri il stato nostro, e specialmente il tuo? 
Pensi pur che sia vero quello che gli uomini s'imaginano di 
noi che chi è vecchio, è sempre vecchio, chi è giovane, è 
sempre giovane, chi è putto, è sempre putto, cossi perse- 
verando eterno, come quando da la terra siamo stati as- 
sunti al cielo; e cossi, come là la pittura e il ritratto nostro 
si contempla sempre medesimo, talmente qua non si 
vada cangiando e ricangiando la vital nostra complessione? 
Oggi per la festa mi si rinova la memoria di quella dispo- 
sizione, nella quale io mi ritrovavo quando fulminai e 
debellai que* fieri giganti, che ardirò di ponere sopra 
Pelia Ossa, e sopra Ossa Olimpo: quando io il feroce Bria- 
reo, a cui la madre Terra avea donate cento braccia e 
cento mani, acciò potesse con l'empito di cento versati 
scogli centra gli dei debellare il cielo, fui potente di abis- 



84 Parte seconda 

sare alle nere caverne dell'orco voraginoso: quando rele- 
gai il presuntuoso Tlfeo là, dove il mar Tirreno col Jonio 
si conglonge; spingendogli sopra l'isola Trinacria, afin 
che al VIVO corpo la fusse perpetua sepoltura. Onde 
dice un poeta: 

Ivi a rardiio ed audace Tifeo, ^ 

Che carco giace del Trinacrio pondo^ 
Preme la destra del monte Peloro 
La greve salma; e preme la sinistra 
Il nomato Pachin; e V ampie spalli. 
Ch'ai peso han fatto i calli, 
Calca il sassoso e vasto Liliheo; 
E '/ capo orrendo aggrieva Mongihello, 
Dove col gran martello 
Folgori tempra il scabroso Vulcano. 

Io, che sopra quell'altro ho fulminata l'isola di Pro- 
chita; io, ch'ho reprimuta l'audacia di Licaone, ed a tempo 
di Deucalione liquefeci la terra al ciel rubella; e con tanti 
altri manifesti segnali mi son mostrato degnissimo della 
mia autontade; or non ho polso di contrastar a certi mezzi 
uomini, e mi bisogna, al grande mio dispetto, a voto di 
caso e di fortuna lasciar correre il mondo; e chi meglio la 
seguita, l'arrive, e chi la vence, la goda. Ora son fatto qua! 
quel vecchio esopico lione, a cui impune l'asino dona di 
calci, e la slmia fa de le beffe, e, quasi come ad un insen- 
sibil ceppo, il porco vi si va a fricar la pancia polverosa. 
Là dove io avevo nobilissimi oracoli, fani ed altari, ora, 
essendo quelli gittati per terra ed indegnissimamente 
profanati, in loco loro han dirizzate are e statue a certi, 
ch'io mi vergogno nominare, perchè son peggio che li 
nostri satiri e fauni e altri semibestie, anzi più vili che gli 
crocodilli d'Egitto; perchè quelli pure, magicamente 
guidati, mostravano qualche segno de divinità; ma co- 
storo sono a fatto Iettarne de la terra. Il che tutto è prove- 
nuto per la ingiuria della nostra nemica fortuna, la quale 
non l'ha eletti e inalzati tanto per onorar quelli, quanto 
per nostro vilipendio, dispreggio e vituperio maggiore 



1. - La vecchiezza di Givve 85 

Le leggi, statuti, culti, sacrlfìcli e ceremonie, ch'Io già per 
li miei Mercurii ho clonate, ordinati, comandati e insti- 
tulti, son cassi e annullati; e in vece loro si trovano le più 
sporche e indegnissime poltronarie, che possa giamai 
questa cieca altnmente fengere, a fine che, come per noi 
gli omini doventavano eroi, adesso dovegnano peggio che 
bestie. Al nostro naso non ariva più fumo di rosto, fatto 
in nostro servizio dagli altari; ma, se pur tal volta ne viene 
appetito, ne fia mestiero d'andar a sbramarci per le co- 
cine, come dei patellari. E benché alcuni altari fumano 
d'incenso {quod dai avara manus) a poco a poco quel fumo 
dubito che non se ne vada in fumo, a fine che nulla ri- 
magna di vestigio ancora delle nostre sante instituzioni. 
Ben conoscemo per prattica, che il mondo è a punto come 
un gagliardo cavallo, il quale molto ben conosce, quando 
è montato da uno, che non lo può strenuamente maneg- 
giare, lo spreggia, e tenta di toglierselo da la schena; 
e, gittato che l'ha in terra, lo viene a pagar di calci. Ecco, 
a me si dissecca il corpo, e mi s'umetta il cervello; mi 
nascono i tofi, e mi cascano gli denti; mi s'inora la carne 
e mi s'inargenta il crine; mi si distendeno le palpebre e mi 
si contrae la vista; mi s'indebolisce il fiato e mi si rinforza 
la tosse; mi si fa fermo il sedere e trepido il caminare; mi 
trema il polso e mi si saldano le costa; mi s'assottigliano 
gli articoli e mi s'ingrossano le gionture: e in conclusióne 
(quel che più tormenta) perchè mi s'indurano gli talloni 
e mi s'ammolla il contrapeso; l'otncello de la cornamusa 
mi s'allunga ed il bordon s'accorta: 

La mia Giunon di me non è gelosa. 
La mia Giunon di me non ha più cura. 

Del tuo Vulcano (lasciando gli altri dei da canto) voglio 
che consideri tu medesima. Quello, che con tanto vigore 
solca percuotere la salda incudine, che agli fragrosi schias- 
si, quali dall'ignivomo Etna uscivano a l'orizzonte, Eco 
dalle concavitadi del campano Vesuvio e del sassoso Ta- 
burno, rispondeva — adesso dove è la forza del mio fabro 
e tuo consorte? Non è ella spinta? non è ella spinta? 



86 Parte seconda 

Forse che ha più nerbo da gonfiar 1 folli, per accendere 
il foco? Forse ch'ha più lena d'alzar il gravoso martello, 
per battere l'infocato metallo? Tu ancora, mia sorella, 
se non credi ad altri, dimandane al tuo specchio; e vedi 
come per le rughe, che ti sono aggionte, e per gli solchi, 
che l'aratro del tempo t'imprime ne la faccia, porgi giorno 
per giorno maggior difficultade al pittore, s'egli non vuol 
mentire, dovendoti ritrare per il naturale. Ne le guance, 
ove ridendo formavi quelle tue fossette tanto gentili, doi 
centri, doi punti, in mezzo de le tanto vaghe pozzette, 
facendoti il riso, che imblandiva il mondo tutto, giongere 
sette volte maggior grazia al volto, onde (come da gli occhi 
ancora) scherzando scoccava gli tanto acuti e infocati 
strali Amore; adesso, cominciando dagli angoli de la bocca 
sino a la già commemorata parte, da l'uno e altro canto 
comincia a scuoprirsi le forma di quattro parentesi, che 
ingemmate par che ti vogliano, strengendo la bocca, 
proibir il riso con quelli archi circonferenziali, ch'appaiono 
tra gli denti ed orecchi, per farti sembrar un crocodillo. 
Lascio che, o ridi o non ridi, ne le fronte il geometra 
interno, che ti dissecca l'umido vitale, e con far più e 
più sempre accostar la pelle a l'osso, assottigliando la 
cute, ti fa profondar la descrizione de le parallele a quattro 
a quattro, mostrandoti per quelle il diritto camino, il qual 
ti mena come verso il defuntoro. — Perchè piangi Ve- 
nere? Perchè ridi, Momo? disse, vedendo questo mo- 
strar I denti, e quella versar lacrime. Ancora Momo sa, 
quando un di questi buffoni (de' quali ciascuno suol por- 
gere più veritade di fatti suoi a l'orecchi del prencipe, 
che tutto il resto de la corte insieme, e per quali per il 
più color che non ardiscono di parlare, sotto specie di 
gioco parlano e fanno muovere e muovono de* propositi) 
disse che Esculapio ti avea fatta provisione di polvere di 
corno di cervio e di conserva di coralli, dopo averti ca- 
vate due mole guaste tanto secretamente, che ora non è 
pietruccia in cielo, che noi sappia. Vedi, dunque, 
cara sorella, come ne doma il tempo traditore, come tutti 
siamo suggetti alla mutazione: e quel che più tra tanto ne 



I. - La vecchiezza di Giove 87 



affllge, è, che non abbiamo certezza ne speranza alcuna di 
ripigliar quel medesimo essere a fatto, in cui tal volta 
fummo. Andiamo, e non torniamo medesimi; e, come 
non avem.o memoria di quel che eravamo, prima che fus- 
semo in questo essere, cossi non possemo aver saggio di 
quel che saremo da poi. Cossi il timore, pietà e religione 
di noi, l'onore, il rispetto e l'amore vanno via; li quali 
appresso la forza, la previdenza, la virtù, dignità, maestà 
e bellezza, che volano da noi, non altrlmente che l'ombra 
insieme col corpo si parteno. La veritade sola, con l'abso- 
luta vlrtude è inmutabile ed immortale: e, se tal volta 
casca e si sommerge, medesima necessariamente al suo 
tempo risorge, porgendogli il braccio la sua ancella Sofìa. 
Guardiamoci, dunque, di offendere del fato la divinitade. 
facendo torto a questo gemino nume a lui tanto racco- 
mandato e da lui tanto faurito. Pensiamo al prossimo stato 
futuro, e non, come quasi poco curando il nume univer- 
sale, manchiamo d'alzare il nostro core ed affetto e quello 
elargitore d'ogni bene e distributor de tutte l'altre sorti. 
Supplichiamolo che ne la nostra transfusione, o transito, 
o metempsicosi, ne dispense felici genii: atteso che, quan- 
tunque egli sia inesorabile, bisogna pure aspettarlo con 
gli voti o di essere conservati nel stato presente, o di su- 
bintrar un altro megliore, o simile, o poco peggiore. Lasci 
che l'esser bene affetto verso il nume superiore è come un 
segno di futuri effetti favorevoli da quello; come chi è 
prescritto ad esser uomo, è necessario ed ordinario, eh il 
destino lo guida, passando per il ventre de la madre; il 
spirto predestinato ad incorporarsi in pesce, bisogna che 
prima vegna attuffato a l'acqui; talmente a chi è per esser 
favorito dagli numi conviene che passe per mezzo de 
buoni voti ed operazioni. 



Bruno, In trìstHia hilaris, etc. 



II. 

GLI DEI A CONSIGLIO"* 



— Con questo dire, di passo m passo sospirando, il gran 
padre de la patria celeste, avendo finito il suo raggiona- 
mento con Venere, il proposito di ballare converse in pro- 
ponimento di fare il gran conseglio con gli dei de la tavola 
ritonda; cioè tutti quei che non sono apposticci, ma na- 
turali, ed han testa di conseglio, esclusi gli capi di montone 
corna di bue, barbe di capro, orecchie d'asino, denti di 
cane, occhi di porco, nasi di simia, fronti di becco, sto- 
machi di gallina, pancle di cavallo, piedi di mulo e code 
di scorpione. Però, data la crlda per bocca di Miseno, 
figlio di Eolo (perchè Mercurio sdegna l'essere, come an- 
ticamente fue, trombettiero e pronunziator di editto), 
que' tutti dei, ch'erano dispersi per il palagglo, si trovorno 
ben presto radunati. Qua dopo tutti, essendo fatto alquanto 
di silenzio, non men con triste e mesto aspetto, che con 
alta presenza e preeminenza maestrale, menando i passi 
Giove, prima che montasse in solio e comparisse in tri- 
bunale, se gli appresenta Momo; il quale, con la solita 
libertà di parlare, disse cossi con voce tanto bassa, che fu 
da tutti udita: — Questo concilio deve essere differito 
ad altro giorno e altra occasione, o padre, perchè questo 
umore di venir in conclave adesso, inmediate dopo pranso 
pare che sia occasionato dalla larga mano del tuo genero 
copplero; perchè il nettare, che non può essere dal sto- 
maco ben digerito, non consola o refocilla, ma altera e 



(1) Seconda parte del primo Dialogo. 



II. — Gli Dei a consiglio 89 

contrista la natura e perturba la fantasia, facendo altri 
senza proposito gai, altri disordinatamente allegri, altri 
superstiziosamente devoti, altri vanamente eroici, altri 
colerici, altri machinatori di gran castegli, sin tanto che, 
col svanimento di medesime fumositadi, che passano per 
diversamente complessionati cervelli, ogni cosa casca e va 
in fumo. A te. Giove, par che abbia commosse le specie di 
gagliardi e fluttuanti pensieri, e t'abbia fatto dovenir 
triste; per ciò che inescusabilmente ognuno ti giudica, 
benché io solo ardisca di dirlo, vinto e oppresso da l'atra 
bile, perchè in questa occorrenza, che non siamo conve- 
nuti provisti a far conseglio, in questa occasione, che 
siamo uniti per la festa, in questo tempo dopo pranso, 
e con queste circostanze d'aver ben mangiato e meglio 
^bevuto, volete trattar di cose tanto seriose, quanto mi par 
intendere e alcunamente posso annasare col discorso. — 
Ora, perchè non è consuetudine, né pur molto lecito agli 
altri dei di disputar con Momo, Giove, avendolo con un 
mezzo e alquanto dispettoso riso remirato, senza punto 
rispondergli, monta su l'alta catedra, siede, remira in 
cerchio la corona de l'assistente gran senato. Da qual 
sguardo convien ch'a tutti venesse a palpitar il core e per 
scossa di maraviglia e per punta di timore e per empito di 
riverenza e di rispetto, che suscita ne' petti mortali e im- 
mortali la maestade, quando si presenta; appresso, avendo 
alquanto bassate le palpebre, e poco dopo allunate le pu- 
pille in alto, e sgombrato un focoso suspiro dal petto, 
proruppe in questa sentenza: 



Orazione di Giove. 

— Non aspettate, o Dei, che, secondo la mia consue- 
tudine, v'abbia ad intonar ne l'orecchio con uno artifi- 
cioso proemio, con un terso filo di narrazione e con un de- 
lettevole agglomeramento epilogale. Non sperate ornata 
tessitura di paroli, ripolita infìlacciata di sentenze, ricco 
apparato de eleganti propositi, suntuosa pompa di eia- 



90 Parie seconda 

borati discorsi e, secondo l'instituto di oratori, concetti 
posti tre volte a la lima, prima ch'una volta a la 
lingua: non hoc 

Non hoc ista sibi tempas spectacula poscit. 

Credetemi, Dei, perchè crederete il vero; già dodici 
volte ha ripiene l'inargentate corna la casta Lucina, ch'io 
son stato in la determinazione di far questa congregazione 
oggi, in questa ora e con tai termini, che vedete. E in 
questo mentre son stato più occupato sul considerar quello 
che devo a nostro malgrado tacere, che mi sia stato lecito 
di premeditar sopra quello che debbo dire. Odo che vi 
maravigliate, perchè a questo tempo, rlvocandovi da vo- 
stro spasso, v'abbia fatto citar alla congregazione e dopo 
pranso a subitanio concilio. Vi sento mormorare, che in 
giorno festivo vi vien tocco il core di cose seriose, e non 
è di voi chi a la voce de la tromba e proposito de l'editto 
non sia turbato. Ma io, benché la raggione di queste azioni 
e circostanze pende dal mio volere, che l'ha possuto in- 
stituire, e la mia voluntà e decreto sia l'istessa raggione 
de la giustizia, tutta volta non voglio mancar, prima che 
proceda ad altro, di liberarvi da questa confusione e ma- 
raviglia. Tardi, dico, gravi e pesati denno essere gli pro- 
ponimenti; maturo, secreto e cauto deve essere il conseglio; 
ma l'essecuzlone bisogna che sia alata, veloce e presta. 
Però non credete, che intra il desinare qualche strano 
umore m'abbia talmente assalito che, dopo pranso, mi 
tegna legato e vinto, onde non a posta di raggione, ma per 
impeto di nettareo fumo proceda a l'azione; ma dal me- 
desimo giorno de l'anno passato cominciai a consultar 
entro di me quel tanto, che dovevo esseguire in questo 
giorno ed ora. Dopo pranso, dunque, perchè le nove triste 
non è costume d'apportarle a stomaco diggiuno; all'im- 
provviso, perchè so multo bene che non cossi come alla 
festa solete convenir volentieri al conseglio, il quale è 
intensissimamente da molti di voi fuggito: mentre chi 
lo teme per non farsi di nemici, chi per incertezza di chi 
vince e di chi perde, chi per timore ch'il suo consiglio non 



II. - Gli Dei a consiglio 91 

sia tra' dispregglati, chi per dispetto per quel, che il suo 
parere tal volta non è stato approvato, chi per mostrarsi 
neutrale nelle cause pregiudiciose o de l'una ode l'altra 
parte, chi per non aver occasione d'aggravarsi la con- 
scienza; chi per una, chi per un'altra causa. 

Or vi ricordo, o fratelli e figli, che a quelli, ai quali il 
fato ha dato di posser gustar l'ambrosia e bevere il net- 
tare e goder il grado della maestade, è ingionto ancora di 
comportar tutte gravezze, che quella apporta seco. 1 1 
diadema, la mitra, la corona, senza aggravarla, non ono- 
rano la testa; il manto regale e il scettro non adornano senza 
impacciar il corpo. Volete sapere per che io a ciò abbia 
impiegato il giorno di festa, e specialmente tale, quale è 
la presente? Pare a voi, dunque, pare a voi, che sia degno 
giorno di festa questo? E credete voi, che questo non deve 
essere il più tragico giorno di tutto l'anno? Chi di voi, 
dopo ch'arra ben pensato, non giudicare cosa vituperosis- 
sima di celebrar le commemorazion de la vittoria contra 
gli giganti a tempo che dagli sorgi de la terra siamo di- 
spreggiati e vilipesi ? Oh che avesse piaciuto a l'onnipo- 
tente irrefragabil fato, che allora fussemo stati discacciati 
dal cielo, quando la nostra rotta per la dignità e virtìi de* 
nemici non era vituperosa tanto; perchè oggi siamo nel 
cielo peggio che se non vi fussemo, peggio che se ne fus- 
semo stati discacciati, atteso che quel timor di noi, che ne 
rendea tanto gloriosi, è spento; la gran riputazione de la 
maestà, providenza e giustizia nostra è cassa; e, quel che 
è peggio, non abbiamo facultà e forza di riparar al nostro 
male, di vendicar le nostre onte; perchè la giustizia, 
con la quale il fato governa gli governatori del mondo ne 
ha a fatto tolta quella autorità e potestà la quale abbiamo 
tanto male adoperata, discoperti e nudati avanti gli occhi 
di mortali e fattigli manifesti inostri vituperii; e fa che il 
cielo medesimo con cossi chiara evidenza, come chiare 
ed evidenti son le stelle, renda testimonianza de' misfatti 
nostri. Perchè vi si vedeno aperto gli frutti, le reliquie, 
gli riporti, le voci, le scritture, le istorie di nostri adulterii, 
incesti, fornicazioni, ire, sdegni, rapine e altre iniquitadi 



92 Parte seconda 

e delitti, e che, per premio di errori, abbiamo fatto mag- 
giori errori, malzando al cielo i trionfi de' vizii e sedie 
de sceleragini, lasciando bandite, sepolte e neglette ne 
l'inferno le virtudi e la giustizia. 

E per cominciare da cose minori, come da peccati ve- 
niali: perchè solo il Deltaton, dico quel triangolo, 
he ottenute quattro stelle appresso il capo di Medusa, 
sotto le natiche di Andromeda e sopra le corna del Mon- 
tone? Per far vedere la parzialità, che si trova tra gli dei. 
Che fa il Delfino, gionto al Capricorno da la parte set- 
tentrionale, impadronito di quindeci stelle? Vi è, a fine 
che si possa contemplar l'assumpzione di colui, che è 
stato buon senzale, per non dir ruffiano, tra Nettuno e 
Amfitrite. Perchè le sette figlie d'Atlante soprasiedeno 
appresso il collo del bianco Toro? Per essersi, con lesa 
maestà di noi altri dei, vantato il padre di aver sostenuti 
noi e il cielo rumante; o pur per aver in che mostrar la 
sua leggerezza i numi, che vi l'han condotte. Perchè Giu- 
none ha ornato il Granchio di nove stelle, senza le quat- 
tro altre circonstanti, che non fanno imagine? Solo per 
un capriccio, perchè forficò il tallone ad Alcide a tempo 
che combatteva con quel gigantone. Chi mi saprà dar 
altra caggione che il semplice e irrazionai decreto de' superi 
perchè il Serpentauro, detto da noi Greci Ofiulco, ottiene 
con la sua colobnna il campo di trentasei stelle P Qual 
grave ed oportuna caggione fa al Sagittario usurparsi 
trenta e una stella? Perchè fu figlio di Euschemia, la quale 
fu nutnccia o baila de le Muse. Perchè non più tosto a la 
madre .^ Perchè lui oltre seppe ballare e far i giuochi de 
le bagattelle. Aquario, perchè ha quaranta cinque stelle 
appresso il Capricorno? Forse, perchè salvò la figlia di 
Venere Facete nel stagno P Perchè non altri, agli quali 
noi Dei siamo tanto ubligati, che sono sepolti in terra, 
ma più tosto costui ch'ha fatto un serviggio indegno di 
tsmta ricompensa, è stato conceduto quel spacio? Perchè 
cossi ha piaciuto a Venere, Gli Pesci, benché meritino 
qualche mercede per aver dal fiume Eufrate cacciato quel 
l'ovo, che, covato da la colomba, ischiuse la misericordia 



II. - Gli Dei a consiglio 93 

de la dea di Pafo, tutta volta paionvi soggetti d'ottenlr 
rornamento di trentaquattro stelle, senza altre quattro 
circostanti, e abitare fuor de l'acqui nella region più no- 
bile del cielo? Che fa Orione, tutto armato a scrimir solo, 
con le spalancate braccia, impiastrato di trent'otto stelle, 
ne la latitudine australe verso il Tauro? Vi sta per sem- 
plice capriccio di Nettuno, a cui non ha bastato di privi- 
legiarlo su l'acqui, dove ha il suo legitimo imperio; ma 
oltre, fuor del suo patrimonio, si vuol con sì poco pro- 
posito prevalere. La Lepre, il Cane e la Cagnolina sa- 
pete ch'hanno quarantatre stelle ne la parte meridionale, 
non per altro, che per due o tre frascarie non minori che 
quella, che vi fa essere appresso la Idra, la Tassa e il 
Corvo, che ottegnono quarant'e una stella, per memoria 
di quel che mandaro una volta gli dei il Corvo a prender 
l'acqua da bere; il qual per il camino vedde un fico, che 
avea le fiche o gli fichi (perchè l'uno e l'altro geno è ap- 
provato da' grammatici, dite come vi piace): per gola 
quell'ucello aspettò, che fussero maturi, de' quali alfine 
essendosi pasciuto, si ricordò de l'acqua; andò per empir 
la lancella, veddevi il dragone, habbe paura; e ritornò 
con la giarra vota agli dei: li quali, per far chiaro quanto 
hanno ben impiegato l'ingegno e il pensiero, hanno de- 
scritta in cielo questa isturia di sì gentile e accomodato 
servitore. Vedete quanto bene abbiamo speso il tempo, 
l'inchiostro e la carta. La Corona austnna, che sotto l'arco 
e' piedi di Sagittario si vede ornata di tredeci topacii 
lucenti, chi l'ha predestinata ad essere eternamente senza 
testa? Che bel vedere volete voi che sia di quel pesce, 
Nozio, sotto gli piedi d 'Aquario e Capricorno, distinto 
in dodici lumi, con sei altri, che gli sono incirca? De 
l'Altare, o turribulo o fano o sacrario, come vogliamo dire, 
io non parlo; perchè giamai li convenne cossi bene d'essere 
in cielo, se non ora, che quasi non ha dove essere in ter- 
ra; ora vi sta bene, come una reliquia, o pur come una 
tavola della sommersa nave de la religion e colto di noi. 
Del Capricorno non dico nulla perchè mi par dignis- 
simo d'ottenere il cielo, per averne fatto tanto beneficio. 



94 Parte seconda 

insegnandoci la ricetta, con cui potessimo vencere il 
Pitone; perchè bisognava, che gli dei si trasformassero 
in bestie, se volevano aver onor di quella guerra: e ne ha 
donata dottrma, facendoci sapere che non si può man- 
tener superiore chi non si sa far bestia. Non parlo de la 
Vergine; perchè, per conservar la sua verginità, in nes- 
sun loco sta sicura, se non in cielo, avendo da qua un 
Leone e da là un Scorpione per sua guardia. La pove- 
rina è fuggita da terra, perchè l'eccessiva libidine de le 
donne, le quali, quando più son pregne, tanto più so- 
gliono appetere il coito, fa che non sia sicura di non esser 
contaminata, anco se si trovasse nel ventre de la madre; 
però goda gli suoi ventisei carbuncoli con quelli altri sei, 
che li sono intorno. Circa l'intemerata maestà di quei 
doi Asini, che luceno nel spacio di Cancro, non oso dire, 
perchè di questi massimamente per dritto e per raggione 
è il regno del cielo; come con molte efficacissime raggioni 
altre volte mi propone di mostrarvi, perchè di tanta ma- 
teria non ardisco parlare per modo di passaggio. Ma di 
questo sol mi doglio e mi lamento assai, che questi divini 
animali sieno stati sì avaramente trattati, non facendogli 
essere, come in casa propria, ma nell'ospizio di quel re- 
trogrado animale aquatico, e non munerandoli più che 
de la miseria di due stelle, donandone una a l'uno e l'altra 
a l'altro; e quelle non maggiori che de la quarta grandezza. 

De l 'Altare, dunque, Capricorno, Vergine e Asini 
(benché prendo a dispiacere, ch'ad alcuni di questi, non 
essendo lor trattati secondo la dignità, in loco di essere 
fatto onore, forse gli è stata fatta ingiuria) or al presente 
non voglio definir cosa alcuna; ma torno agli altri sup- 
positi, che vanno per la medesima bilancia con gli sopra- 
detti. 

Non volete voi, che murmurino gli altri fiumi, che sono 
in terra, per il torto che gli vien fatto? Atteso che, qual 
raggion vuole che più tosto l'Eridano deve aver le sue 
trenta e quattro lucciole, che si veggono citra e oltre il 
tropico di Capricorno, più tosto che tanti altri non meno 
degni e grandi, e altri più degni e maggiori? Pensate che 



li. - Gli Dei a consiglio 93 



basta dire che le sorelle di Fetone v'abbiano la stanza P 
forse volete, che vegna celebrato, perchè ivi per mia 
mano cadde il fulminato figlio d'Apollo, per aver il padre 
abusato del suo ufficio, grado e autoritade? Perchè il 
cavallo di Bellerofonte è montato ad investirsi de vinti 
stelle in cielo, essendo che sta sepolto in terra il suo ca- 
valcatore? A che proposito quella saetta, che per il splen- 
dor di cinque stelle, che tiene inchiodate, luce prossima 
a l'Aquila e Delfino? Certo, che se gli fa gran torto, 
che non stia vicina al Sagittario, a fin che se ne possa 
servire, quando arra tirato quella, che tiene in punta; 
o pur non appaia in parte, dove possa rendere qualche 
raggion di sé. Appresso bramo intendere, tra il spoglio 
del Leone e la testa di quel bianco e dolce Cigno, che fa 
quella lira fatta, di corna di bue in forma di testugine: 
vorrei sapere, se la vi dimore per onor de la testugine, 
o de le corna, o de la lira, pur perchè ognun veda la 
maestria di Mercurio, che l'ha fatta, per testimonio, de 
la sua dissoluta e vana iattanzia ? 

Ecco, o Dei, l'opre nostre; eccole egregie nostre mani- 
fatture, con le quali ne rendemo onorati al cielo! Vedete 
che belle fabriche, non molto dissimili a quelle, che so- 
gliono far gli fanciulli, quando contrattano la luta, la pa- 
sta, le biscuglie, le frasche e festuche, tentando d'imitare 
l'opre di maggiori! Pensate, che non doviamo ren- 
der raggione e conto di queste? Possete persuadervi, 
che de l'opre ociose sarremo meno richiesti, interrogati, 
giudicati e condannati, che dell'ociose paroli? La dea 
Giustizia, la dea Temperanza, la dea Constanza, la dea 
Liberalitade, le dea Pazienza, la dea Veritade, la dea 
Mnemosine, la dea Sofia e tante altre dee e dei vanno 
banditi, non solo dal cielo, ma e oltre da la terra; e in 
loco loro e negli eminenti palaggi, edificati da l'alta Pre- 
videnza per residenza loro, vi si veggono delfìni, capre, 
corvi, serpenti ed altre sporcarie, levitadi, capricci e le- 
gerezze. Se vi par questa cosa inconveniente, e ne tocca il 
rimorso de la conscienza per il bene che non abbiamo 
fatto; quanto più dovete meco considerare, che doviamo 



96 Parte seconda 

esser punti e trafitti per le gravissime sceleragini e delitti, 
che comessi avendone, non solamente non ne siamo ri- 
pentiti ed emendati, ma oltre ne abbiamo celebrati trionfi, 
e drizzati come trofei, non in un fano labile e ruinoso, 
non in tempio terrestre, ma nel cielo e nelle stelle eterne. 
Si può patire, o dei, e facilmente si condona agli errori, 
che son per fragilità e per non molto giudiciosa levità; 
ma qual misericordia, qual pietade può rivoltarsi a quelli, 
che son commessi da color, che, essendone posti presi- 
denti nella giustizia, in mercede di criminalissimi errori, 
contribuiscono maggiori errori con onorare, premiar ed 
essaltar al cielo gli delitti insieme con gli delinquenti? 
Per qual grande e virtuoso fatto Perseo hav'ottenuto vin- 
tesei stelle? Per aver con gli talari e scudo di cristallo, 
che lo rendeva invisibile, in serviggio de l'infunata Mi- 
nerva ammazzate le Gorgoni che dormivano, e presen- 
tatogli il capo di Medusa. E non ha bastato che vi fusse 
lui, ma per lunga e celebre memoria bisognava che vi 
comparisse la moglie Andromeda con le sue vintitre, il 
suo genero Cefeo, con le sue tredeci, ch'espose la figlia 
innocente alla bocca del Ceto per capriccio di Nettuno, 
adirato solamente perchè la sua madre Cassiopea pen- 
sava essere più deliache le Nereidi.E però anco la madre 
vi si vede residente in catedra, ornata di tredeci altre stelle, 
ne' confini de l'Artico circolo. Quel padre di agnelli con 
la lana d'oro, con le sue diece e otto stelle, senza l'altre 
sette circostanti, che fa baiando sul punto equinoziale? 
E forse ivi per predicar la pazzia e sciocchezza del re di 
Colchl, l'impudicizia di Medea, la libidinosa temeritade 
di Giasone e l'iniqua previdenza di noi altri? Que' doi 
fanciulli, che nel signifero succedeno al Toro, compresi 
da diece e otto stelle, senza altre sette circonstanti informi, 
che mostrano di buono o di bello in quella sacra sedia, 
eccetto, che il reciproco amore di doi bardassi? Per qual 
raggione il Scorpione ottiene il premio di venti e una stelle, 
senza le otto, che son ne le chele, e le nove, che sono circa 
lui, e tre altri informi? Per premio d'un omicidio ordi- 
nato dalla leggerezza ed invidia di Diana, che gli fece 



II. - Gli Dei a consiglio 97 

uccidere Temulo cacciator Orione. Sapete bene che Chi- 
rone con la sua bestia ottiene nella australe latitudine 
del cielo sessanta e sei stelle per esser stato pedante di 
quel figlio, che nacque dal stupro di Peleo e Teti. 

Sapete che la corona di Ariadna, nella quale risplen- 
deno otto stelle, ed è celebrata là, avanti il petto di Boote 
e le spire de l'angue, non v'è se non in commemorazione 
perpetua del disordinato amor del padre Libero, che 
s'imbracciò la figlia del re di Creta, rigettata dal suo stu- 
prator Teseo. 

Quel Leone, che nel core porta il basilisco e che ottiene 
il campo di trenta e cinque stelle, che fa continuo al Can- 
cro? Evi forse per esser gionto a quel suo commilitone e 
suo conservo de l'irata Giunone, che lo apparecchiò va- 
statore del Cleoneo paese, a fine che, a mal grado di quello 
aspettasse l'advenimento del strenuo Alcide? Ercole 
invitto, laborioso mio figlio, che col suo spoglio di leone 
e la sua mazza par che si difenda le vinti e otto stelle, 
quali con più che mai altri abbia fatto tanti gesti eroici 
s'ha meritate, pure, a dire il vero, non mi par conveniente 
che tegna quel loco, onde il suo geno pone avanti gli 
occhi della giustizia il torto fatto al nodo coniugale della 
mia Giunone per me e per la pellice Megara, madre di 
lui. La nave di Argo, nella quale sono inchiodate quaran- 
tacinque risplendenti stelle, ne l'ampio spacio vicino al 
circolo Antartico, evi ad altro fine, che per eternizare la 
memoria del grande errore, che commese la saggia Mi- 
nerva, che mediante quella instituì gli primi pirati a fine 
che, non meno che la terra, avesse gli suoi solleciti preda- 
tori il mare? E per tornar là, dove s'intende la cintura 
del cielo, perchè quel bove, verso il principio del zodiaco, 
ottiene trenta e due chiare stelle, senza quella ch'è nella 
punta del corno settentrionale, e undeci altre, che son 
chiamate informi P Per ciò che è quel Giove (oimè!) che 
rubbò la figlia ad Agenore, la sorella a Cadmo. Che Aquila 
è quella, che nel firmamento s'usurpa l'atrio di quindeci 
stelle, oltre Sagittario verso il polo? Lasso, è quel Giove, 
che ivi celebra il trionfo del rapito Ganimede e di quelle 



98 Parte seconda 

vittoriose fiamme ed amori. Quella Orsa, quella Orsa, o 
Dei, perchè nella più bella ed emmente parte del mondo, 
come in una alta specola, come in una più aprica piazza 
e più celebre spettacolo, che ne l'universo presentarsi 
possa agli occhi nostri, è stata messa? Forse a fine che non 
sia occhio, che non veda l'incendio ch'assalse il padre 
degli dei appresso l'incendio de la terra per il carro di 
Fetonte, quando in quel mentre, ch'andavo guardando 
le rulne di quel foco, e riparando a quelle con richiamar 
i fiumi, che timidi e fugaci erano ristretti a le caverne, e 
ciò effettuando nel mio diletto Arcadio paese: ecco, altro 
fuoco, m'accese il petto, che, dal splendor del volto de la 
vergine Nonacrma procedendo, passommi per gli occhi, 
scorsemi nel core, scaldommi l'ossa, e penetrommi dentro 
le midolla; di sorte, che non fu acqua ne rimedio, che po- 
tesse dar soccorso e refrigerio all'incendio mio. In questo 
foco fu il strale, che mi trafisse il core, il laccio, che mi 
legò l'alma, e l'artiglio, che mi tolse a me, e diemmi in 
preda alla beltà di lei. Commesi il sacrilego stupro, violai 
la compagnia di Diana, e fui a la mia fidelissima consorte 
ingiurioso, per la quale in forma e specie d'una Orsa pre- 
sentandomise la bruttura del fedo eccesso mio, tanto 
si manca che da quella abominevol vista io concepesse 
orrore, che sì bello mi parve quel medesimo mostro, e sì 
mi soprapiacque, che volsi ch'il suo vivo ritratto fusse es- 
saltato nel più alto e magnifico sito de l'architetto del 
cielo: quell'errore, quella bruttezza, quell'orribil macchia, 
che sdegna ed abomina lavar l'acqua de l'Oceano, che 
Teti, per tema di contaminar l'onde sue, non vuol che 
punto s'avicine verso la sua stanza, Dictinna, l'ha vie- 
tato l'ingresso di suoi deserti per tema di profanar il sacro 
suo collegio, e per la medesima caggione gli niegano i 
fiumi le Nereidi e Ninfe. Io, misero peccatore, dico la mia 
colpa, dico la mia gravissima colpa in conspetto de l'inte- 
merata absoluta giustizia, e vostro, che sin al presente ho 
molto gravemente peccato, e per il mal essempio ho por- 
giuta ancor a voi permissione e facultà di far il simile; 
e con questo confesso che degnamente io insieme con voi 



II. - Gli Dei a consiglio 99 

siamo incorsi il sdegno del fato, che non ne fa più essere 
riconosciuti per dei, e mentre abbiamo a le sporcarie de 
la terra conceduto il cielo, ha dispensato ch'a noi fussero 
cassi gli tempii, imagini e statue, ch'avevamo in terra; 
a fine che degnamente da alto vegnano depressi quelli, 
quali indegnamente han messe in alto le cose vili e basse. 

Oimè, Dei, che facciamo? Che pensiamo? Che indug- 
giamo? Abbiamo prevaricato, siamo stati perseveranti 
negli errori, e veggiamo la pena gionta e continuata con 
l'errore. Provedemo, dunque, provedemo a' casi nostri; 
perchè, come il fato ne ha negato il non posser cadere, 
cossi ne ha conceduto il possere risorgere; però, come 
siamo stati pronti al cascare cossi anco siamo apparecchiati 
a rimetterci sugli piedi. Da quella pena, ne la quale me- 
diante l'errore siamo incorsi, e peggior della quale ne po- 
trebe sopravenire, mediante la riparazione, che sta ne le 
nostre mani, potremo senza difficultade uscire. Per la ca- 
tena degli errori siamo avinti; per la mano della giustizia 
ne disciogliamo. Dove la nostra levità ne ha deprimuti, 
indi bisogna che la gravità ne inalze. Convertiamoci alla 
giustizia, dalla quale essendo noi allontanati, siamo al- 
lontanati da noi stessi; di sorte, che non siamo più dei, 
non siamo noi. Ritorniamo dunque a quella, se vogliamo 
ritornare a noi. 

L'ordine e maniera di far questo riparam.ento è, che 
prima togliamo da le nostre spalli lagrieve soma d'errori, 
che ne trattiene; rimoviamo d'avanti gli nostri occhi il 
velo de la poca considerazione, che ne impaccia; isgom- 
bramo dal core la propria affezione, che ne ritarda; git- 
tiam.o da noi tutti que' vani pensieri, che ne aggravano; 
adattiamoci a demolire le machine di errori ed edificii di 
perversitade, che impediscono la strada ed occupano il 
camino; cassiamo e annulliamo, quanto possibil fia, gli 
trionfi e trofei di nostri facinorosi gesti, a fine che appaia 
nel tribunal della giustizia verace pentimento di commessi 
errori. Su su, o dei, tolgansi dal cielo queste larve, statue, 
figure, imagini, ritratti, processi e istorie de nostre avarizie 
libidini, furti, sdegni, dispetti ed onte. Che passe che passe 



100 Parte seconda 

questa notte atra e fosca di nostri errori, perchè la vaga 
aurora del novo giorno de la giustizia ne Invita; e dispo- 
niamoci di maniera tale al sole, ch'è per uscire, che non ne 
dlscuopra cossi come siamo immondi. Bisogna mondare 
e renderci belli; non solamente noi, ma anco le nostre 
stanze e gli nostri tetti fia mestiero che sleno puliti e netti; 
doviamo Interiore ed esteriormente ripurgarcl. Disponia- 
moci, dico, prima nel cielo, che intellettualmente è dentro 
di noi, e poi in questo sensibile, che corporalmente si 
presenta agli occhi. Togliemo via dal cielo de l'animo 
nostro l'Orsa della difformità, la Saetta de la detrazione, 
l'Equlcolo de la leggerezza, il Cane de la murmurazione, 
la Canicola de l'adulazione. Bandiscasi da noi l'Ercole de 
la violenza, la Lira de la congiurazione, 11 Triangolo de 
l'impietà, il Boote de l'incostanza, il Cefeo de la durezza. 
Lungi da noi il Drago de l'invidia, il Cigno de l'impru- 
denza, la Cassiopea de la vanità, l'Andromeda de la de- 
sidia, il Perseo della vana sollecitudine. Scacciamo l'Ofìulco 
de la maldizione, l'Aquila de l'arroganza, il Delfino de la 
libidine, il Cavallo de l'impazienza, l'Idra de la concupi- 
scenza. Togliemo da noi il Ceto de l'ingordiggia, l'Orione 
de la fierezza, il Fiume de le superflultadl, le Gorgone de 
l'ignoranza, la Lepre deivano timore. Non ne sia oltre 
dentro il petto l'Argo, nave de l'avarizia, la Tazza de l'm- 
sobrletà, le Libra de l'iniquità, il Cancro del mal regresso, 
il Capricorno de la decepzione. Non fia che ne s'avicine 
il Scorplo de la frode, il Centauro de la animale affezione, 
l'Altare de la superstizione, la Corona de la superbia, 
il Pesce de l'indegno silenzio, Con questi caggiano gh 
Gemini de la mala familiaritade, il Toro de la cura di cose 
basse, l'Ariete de l'inconsiderazione, il Leone de la ti- 
rannia, l'Aquario de la dissoluzione, la Vergine de l'in- 
fruttuosa conversazione, il Sagittario de la detrazione* 
Se cossi, o Dei, purgaremo la nostra abitazione, se coss* 
renderemo novo il nostro cielo, nove saranno le costella 
zioni ed influssi, nove le impressioni, nove le fortune; 
perchè da questo mondo superiore pende il tutto, e con- 
trarli effetti sono dependenti da cause contrarie. felici, 



II. - Gli Dei a consiglio 101 

o veramente fortunati noi, se faremo buona colonia del 
nostro animo e pensiero! A chi de voi non piace il pre- 
sente stato, piaccia il presente conseglio. Se voghamo 
mutar stato, cangiamo costumi. Se vogliamo che quello 
sia buono e meghore, questi non sieno simili o peggiori. 
Purghiamo l'interiore affetto, atteso che da l'informa- 
zione di questo mondo interno non sarà diffìcile di far 
progresso alla riformazione di questo sensibile ed esterno. 
La prima purgazione, o dei, veggio che la fate, veggio che 
l'avete fatta; la vostra determinazione io la veggio; ho 
vista la vostra determinazione, la è fatta; ed è subito 
fatta, perchè la non è soggetta a' contrappesi del 
tempo. 

Or su, procediamo a la seconda purgazione. Questa è 
circa l'esterno, corporeo, sensibile e locato. Però bisogna, 
che vada con certo discorso, successione e ordine; però 
bisogna aspettare, conferir una cosa con l'altra, comparar 
questa raggione con quella, prima che determinare; at- 
teso che circa le cose corporali, come in tempo è la dispo- 
sizione, cossi non può essere, come in uno instante, l'es- 
secuzione. Eccovi dunque il termine di tre giorni, dove 
non avete da decidere e determinare infra di voi, se questa 
riforma si debbe fare o non; perchè per ordinanza del 
fato, subito che vi l'ho proposta, insieme l'avete giudicata 
convenientissima, necessaria e ottima; e non in segno 
esteriore, figura e ombra, ma realmente e in verità veggio 
il vostro affetto, come voi reciprocamente vedete il mio; 
e non men subito eh io v ho tocco l'orecchio col m.io pro- 
ponimento, voi col splendor del consentimento vostro 
m'avete tocchi gli occhi. Resta dunque, che pensiate e 
conferite infra di voi circa la maniera, con cui s'ha da pro- 
vedere a queste cose, che si toglieno dal cielo, per le quali 
fìa mestiero procacciare e ordinar altri paesi e stanze; e 
oltre, come s'hanno da empire queste sedie a fin che il 
cielo non rimanga deserto, ma megliormente colto e abi- 
tato che prima. Passati che saranno gli tre giorni, verrete 
premeditati in mia presenza circa loco per loco e cosa per 
cosa, a ciò che, non senza ogni possibile discussione, con- 



102 Parte seconda 

veniamo il quarto giorno a determinare e pronunziar la 
forma di questa colonia. Ho detto. 

* (1) 

Sofia. Venuto 11 quarto giorno, ed essendo appunto 
l'ora di mezzo dì, convennero di bel novo al conseglio 
generale, dove non solamente fu lecito d'esser presenti 
gli prefatl numi più principali, ma oltre tutti quelli altri, 
ai quali è conceduto, come per lege naturale, il cielo. Se- 
dente dunque il senato e popolo degli dei, e con il con- 
sueto modo essendo montato sul solio di safìro inorato 
Giove, con quella forma di diadema e manto con cui 
solamente negli sollennissimi concilii suol comparire, 
rassettato il tutto, messa in punto d'attenzion la turba 
e Indltto alto silenzio, di mianiera che gli congregati 
sembravano tante statue o tante pitture; si presenta in 
m^ezzo con gli suoi ordini, insegna e circonstanze il mio 
bel nume, Mercurio. E, gionto avanti il conspetto del 
gran padre, brevemente annunziò, interpretò ed espose 
quel che non era a tutto il conseglio occolto, ma che, 
per servar la forma e decoro de' statuti, bisogna pronun- 
ziare: cioè, com.e gli dei erano pronti e apparecchiati 
senza simulazione e dolo, ma con libera e spontanea 
voluntade, ad accettare e ponere in esecuzióne tutto 
quello che per il presente sinodo verrebe conchiuso, 
statuto e ordinato. Il che avendo dette, si voltò agli 
circonstanti dei, e gli richiese che con alzar la mano fa- 
cessero aperto e ratificato quel tanto, ch'in nome loro 
aveva esposto in presenza de l'altitonante. E cossi fu 
fatto. 

Appresso apre la bocca il magno Prctoparente, e fassi 
in cotal tenore udire: — Se gloriosa, o Dei, fu la nostra 
vittoria contra gli giganti, che In breve spacio di tempo 
risorsero contra di noi, che erano nemici stranieri ed 
aperti, che ne combattevano solo da l'Olimpo, e che non 



(') Terza parte del primo Dialogo. 



II. - Gli Dei a consiglio 103 

possevano ne tentavano altro, che de ne precipitar dal 
cielo; quanto più gloriosa e degna sarà quella di noi 
stessi, li quali fummo contra lor vittoriosi ? Quanto pifi 
degna, dico, e gloriosa è quella di nostri affetti, che 
tanto tempo han trionfato di noi, che sono nemici do- 
mestici ed interni, che ne tiranneggiano da ogni lato, e 
che ne hanno trcibalsati e smossi da noi stessi ? Se dunque 
di festa degno ne ha parso quel giorno, che ne partorì 
vittoria tale, di quale il frutto in un momento disparve, 
quanto più festivo dev'essere questo, di cui la fruttuosa 
gloria sarà eviterna per gli secoli futuri ? Seguite, dunque, 
d'essere festivo il giorno de la vittoria; ma da quel che 
si diceva de la vittoria de' giganti, dicasi de la vittoria 
degli Dei, perchè in esso abbiamo vinti noi medesimi. 
Instituiscasi oltre festivo il giorno presente, nel quale 
si npurga il cielo, e questo sia più solenne a noi, che 
abbia mai possuto essere agli Egizii la trasmigrazione del 
popolo leproso, e agli Ebrei il transito dalla Babilonica 
cattivitade. Oggi il morbo, la peste, la lepra si bandisce 
dal cielo agli deserti; oggi vien rotta quella catena di de- 
litti e fracassato il ceppo degli errori, che ne ubligano al 
castigo eterno. Or dunque, essendo voi tutti di buona 
voglia per procedere a questa riforma, e avendo, come 
intendo, tutti premeditato il modo, con cui si debba e 
possa venire al fatto; acciò che queste sedie non rima- 
gnano disabitate, e agli trasmigranti sieno ordinati luoghi 
convenienti, io cominciar© a dire il mio parere circa 
uno per uno; e prodotto che sarà quello, se vi parrà degno 
d'essere approvato, ditelo; se vi sembrarà inconveniente, 
esplicatevi: se vi par che si possa far meglio, dechiaratelo* 
se da quello si deve togliere, dite il vostro parere; se vi 
par, che vi si deve aggiongere, fatevi intendere; perchè 
ognuno ha plenaria libertà di proferire il suo voto; e 
chiunque tace, se intende affìrmare. Qua assorsero al- 
quanto tutti gli Dei, e con questo segno ratificar© la pro- 
posta. 



Bruno, In trisiitia hilaris, etc. 



III. 

LA PROVVIDENZA DI GIOVE *" 



Mercurio.. . Su, su, presto, [disse Giove] cloniamo 
ordine a' nostri affari, prima che tu vadi a veder che 
vuole quella meschina, e io a ritrovar questa mia tanto 
fastidiosa mogliera, che certo mi pesa più che tutta la 
carca de l'universo. — Subito volse (perchè cossi è nova- 
mente decretato nel cielo) che di mia mano registrasse 
tutto quel che deve essere provisto oggi nel mondo. 

Sofia. Fatemi, se vi piace, alquanto udire di negocii, 
poi che m'hai svegliata questa cura nel petto. 

Mercurio. Ti dirò. — Ha ordinato, che oggi a mezzo 
giorno doi meloni, tra gli altri, nel meìonaio di- Pranzino 
sieno perfettamente maturi; ma che non sieno colti, se non 
tre giorni appresso, quando non saran giudicati buoni a 
mangiare. Vuole, ch'ai medesimo tempo dalla iviuma, 
che sta alle radici del monte di Cicala, in casa di Gioan 
Bruno, trenta iviomi sieno perfetti colti, e diece sette 
caggiano scalmati in terra, quindeci sieno rosi da* vermi. 
Che Vasta, moglie di Albenzio, mentre si vuole increspar 
gli capelli de le tempie, vegna, per aver troppo scaldato 
il ferro, a bruggiarne cinquanta sette; ma che non si 
scotte la testa, e per questa volta non biastemi quando 
sentirà il puzzo, ma con pazienza la passe. Che dal sterco 
del suo bove nascano ducento cinquanta doi scarafoni, 
de*, quali quattordeci sieno calpestrati e uccisi per il pie 



(1) spaccio. Dialogo primo. 



III. - La provvidenza di Giove 105 

di Albenzio, venti sei muoiano di rinversato, venti doi 
vivano in caverna, ottanta vadano in peregrinaggio per 
il cortile, quarantadoi si retireno a vivere sotto quel ceppo 
vicino a la porta, sedeci vadano isvoltando le pallotte, 
per dove meglio li vien comodo, il resto corra a la for- 
tuna. A Laurenza, quando si pettina, caschino diece 
sette capelli, tredeci se gli rompano, e di quelli diece ri- 
nascano in spacio di tre giorni, e gli sette non rivegnano 
più. La cagna d'Antonio Savolino concepa cinque ca- 
gnolini, de' quali tre a suo tempo vivano, e doi sieno 
gittati via; e di que' tre il primo sia simile a la madre, il 
secondo sia vario, il terzo sia parte simile al padre, e 
parte a quello di Polidoro. In quel tempo il cuculo s'oda 
cantare da la stanza, e non faccia udire più né meno che 
dodici cuculate; e poi si parta, e vada a le roine del ca- 
stello Cicala per undeci minuti d'ora, e da là se ne vole 
a Scarvaita; e di quello che deve essere a presso, prove- 
deremo poi. Che la gonna, che mastro Danese taglia su 
la pianca, vegna stroppiata. Che da le tavole del letto 
di Costantino si partano dodeci cimici, e se ne vadano al 
capezzale: sette degli più grandi, quattro de' più pic- 
cioli, uno de' mediocri; e di quello che di essi ha da es- 
sere questa sera, al lume di candela, provederemo. Ch« 
a quindeci minuti de la medesima ora per il moto de la 
lingua, la quale si varrà la quarta volta rimenando per il 
palato, a la vecchia di Fiurulo casche la terza mola, che 
tiene nella mascella destra di sotto; la qual caduta sia 
senza sangue e senza dolore; perchè la detta mola è 
gionta al termine della sua trepidazione, che ha perdurato 
a punto diece sette annue revoluzione lunari. Che Am- 
bruoggio nella centesima e duodecima spinta abbia 
spaccio ed ispedito il negocio con la mogliera, e che non 
la ingravide per questa volta, ma ne l'altra con quel seme, 
in cui si convertisce quel porro cotto, che mangia al 
presente con la sapa e pane di miglio. Al figlio di Marti» 
nello comincieno a spuntar i peli de la pubertade nel 
pettinale, e insieme insieme comince a gallugarli la voce. 
Che a Paulino, mentre vorrà alzar un ago rotto da terra, 



106 Parte seconda 

per la forza che egli farà, se gli rompa la stringa rossa 
de le braghe; per la qual cosa, se bestemmiare, voglio 
che sia punito appresso con questo, che questa sera la 
sua minestra sia troppo salita e sappia di fumo; caggia 
e se gli rompa il fiasco pieno di vino; per la qual causa se 
bestemmiare, provederemo poi. Che di sette talpe, le 
quali da quattro giorni fa son partite dal fondo de la 
terra, prendendo diversi camini verso l'aria, due vegnano 
a la superficie de la terra nell'ora medesima, l'una al 
punto di mezzo giorno, l'altra a quindici minuti e dieci 
nove secondi appresso, discoste l'una da l'altra tre passi, 
un piede e mezzo dito ne l'orto di Anton Faivano; del 
tempo e luogo de l'altre si proveder à più tardi. 



IV. 
UOMINI E BESTIE <» 



Lascio che tutte le generazioni illustri ed egrègie, 

mentre per gli lor segni e imprese vogliono mostrarsi ed 
essere significate, ecco le vedi aquile, falconi, nibbii, cu- 
culi, civette, nottue, buboni, orsi, lupi, serpi, cavalli, 
buovi, becchi, e tal volta, perchè manco si stimano degni 
de farsi una bestia intiera, ecco vi presentano un pezzo 
di quella, o una gamba, o una testa, o un paio di corna, 
o una coda, o un nerbo. E non pensate che, se si potes- 
sero trasformare in sustanza di tali animali, non lo far- 
rebono volentiera; atteso, a qual fine stimate, che pin- 
gono nel suo scudo le bestie, quando le accompagnano 
col suo ritratto, con la sua statua ? Pensate forse, che vo- 
gliono dire altro eccetto: Questo, questo, di cui, o spet- 
tatore, vedi il ritratto, è quella bestia, che gli sta vicina 
e compiuta; overo: Se volete saper chi è questa bestia, 
sappiate che la è costui, di cui vedete qua il ritratto, e 
qua scritto il nome. Quanti sono, che per meglior parere 
bestie, s'impellicciano di lupo, di volpe, di tasso, di ca- 
prone, di becco, onde, ad essere uno di cotai animali, 
non par che gli manca altro che la coda ? Quanti sono, 
che per mostrar quanto hanno dell'ucello, del volatile, 
9 far conoscere con quanta leggerezza si potrebono 
sollevare alle nubi, s'impiumano il cappello e la barretta ? 

Saul. Che dirai de le dame nobili, tanto de le grandi, 
quanto di quelle, che voglion far del grande? Non fanno 
elle più gran caso delle bestie, che de' proprii figli? Ec- 



(1) Spaccio. Dialogo terzo. 



108 Parte seconda 

cole, quasi dicessero: — figlio mio, fatto a mia ima- 
gine: se, come ti mostri uomo, cossi mostrassi coniglio, 
cagnolina, martora, gatto, gibellino; certo, sì come ti ho 
commesso a le braccia de la serva, de la fante, da questa 
ignobile nutriccia, di questa sugliarda, sporca, imbreaca, 
che facilmente, infettandoti di lezzo, ti farà morire; 
perchè conviene anco che dormi con ella; io, io sarei 
quella che medesima ti portarci in braccio, ti sostenerci, 
lattarci, pettinarci, ti cantarci, di farei di vezzi, ti ba- 
ciarci, come fo a quest'altro gentile animale, il qual non 
voglio che si domestiche con altro che con me; non per- 
metterò, che sia tocco da altro che da me, e non lascerò 
star in altra camera, e dormir in altro letto che nel mio. 
Questo se averrà ch^ la cruda Atropo mi tolga, non pa- 
tirò che vegna sepolto come tu, ma gl'imbalsimarò, gli 
perfumarò la pelle; ed a quella, come a divina reliquia, 
dove mancano li membri de la fragil testa e piedi, io vi 
formarò la figura in oro smaltato e asperso di diamanti, 
di perle e di rubini. Cossi, dove bisognerà onoratamente 
comparire, il portarò meco, ora avolgendomelo al collo, 
ora me l'accostando al volto, a la bocca, al naso; ora me 
l'appoggiarò al braccio; ora, dismettendo il braccio per- 
pendicolarmente in giù, lo lasciarò ir prolungato verso le 
falde, a fin che non sia parte di quello, che non sia messa 
in prospettiva. Onde aperto si vede, quanto con più 
sedula cura queste più generose donne sono affette circa 
una bestia, che verso un proprio figlio, per far vedere 
quanta sia la nobiltà di quelle sopra questi, quanto quelle 
sono più onorabili che questi. 

SoF. E per tornare a più seriose raggioni, quelli che 
sono, o si tegnono più gran prencipi, per far con espressi 
segni evidente la loro potestà e divina preeminenza sopra 
gli altri, s'adattano in testa la corona; la quale non è altro, 
che figura di tante corna, che in cerchio gl'incoronano, 
I d est gì 'incornano il capo. E quelle, quanto son più 
alte ed eminenti, tanto fanno più maestrale representa- 
zione, e son segno di maggior grandezza; onde è geloso 
un duca, che un conte o m.archese mostre una corona 



IV. - Uomini e bestie 109 



cossi grande come lui; maggiore conviene al re, massima 
a l'imperatore, triplicata tocca al papa, come a quello 
sommo patriarca, che ne deve aver per lui e per li com- 
pagni. Li pontefici ancora sempre hanno adoperata la 
mitra acuminata in due corna; il duce di Venezia com- 
pare con un corno a mezza testa; il gran Turco da fuor 
del turbante lo fa uscir alto e diritto in forma rotonda 
piramidale; il che tutto è fatto per donar testimonio della 
sua grandezza, con accomodarsi con la meglior arte 
questa bella parte in testa, la quale alle bestie ha conce- 
duta la natura: voglio dir, con mostrar di aver de la be- 
stia. Questo nessuno avanti, né alcuno da poi ha possuto 
più efficacemente esprimere, che il duca e legislatore 
del popolo giudeo: quel Mosè, dico, che in tutte le scienze 
degli Egizii uscì addottorato da la corte di Faraone; 
quello, che nella moltitudine di segni vinse tutti que' 
periti nella magia. In che modo mostrò l'eccellenza sua, 
per esser divino legato a quel popolo, e representator 
de l'autorità del dio d'Ebrei P Vi par che, calando giù 
del monte Sina con le gran tavole, venesse in forma d'un 
uomo puro, essendo che si presentò venerando con un 
paio di gran corna, che su la fronte gli ramificavano? 
Avanti la cui maestral presenza mancando il cuore di 
quel popolo errante, ch'il mirava, bisognò che con un 
velo si cuoprisse il volto; il che pure fu fatto da lui per 
dignità, e per non far troppo familiare quel divino e più 
che umano aspetto. 

Saul. Cossi odo ch'il gran Turco, quando non porge 
familiare udienza, usa il velo avanti la sua persona. Cossi 
ho visto io gli religiosi di Castello in Genova mostrar 
per breve tempo e far baciar la velata coda, dicendo: 
— Non toccate, baciate; questa è la santa reliquia di 
quella benedetta asina, che fu fatta degna di portar il 
nostro Dio dal monte Oliveto a Jerosollma. Adoratela, 
baciatela, porgete limosina: Centuplum accipietis, et vi^ 
tam aeternam possidebitis. 



V. 
MOMO E MARTE (1) 



A questa voce generale, prima ch'altro proponesse di 
Cassiopea, alzò la voce il furibondo Marte, e disse: — Non 
sia, o Dei, chi tolga alla mia bellicosa Ispagna questa 
matrona, che cossi boriosa, altiera e maestrale non si 
contentò di salir al cielo senza condurvi la sua catedra 
col baldacchino. Costei (se cossi piace al padre summi- 
tonante, e se voi altri non volete discontentarmi a rischio 
dj_patir a buona misura il simile, quando mi passarete 
per le mani) vorrei che, per aver costumi di quella patria, 
e parer ivi nata, nodrita ed allevata, determiniate che la 
vi soggiorne. Rispose Momo: — Non sia chi tolga l'ar- 
roganza e questa femina, ch'è vivo ritratto di quella, al 
signor bravo capitan di squadre. A cui Marte: — Con 
questa spada farò conoscere non solamente a te pove- 
raccio, che non hai altra virtude e forza, che di lingua 
fracida senza male; ma ed oltre a qualsivogli'altro (fuor 
di Giove, per essere superior di tutti) che sotto quella, 
che voi dite iattanzia, dica non si trovar bellezza, gloria, 
maestà, magnanimità, e fortezza degna della protezion 
del scudo marziale; e di cui l'onte non son indegne d esser 
vendicate da questa orribil punta, ch'ha soluto domar 
uomini e dei. — Abbila pur, soggionse Momo, in tua 
malora teco: perchè tra noi altri dei non vi trovarai un 
altro si bizzarro e pazzo, che, per guadagnarsi una de 



(1) spaccio. Dialogo secondo. 



V. - Momo e Marte 1 1 1 



queste colubre e tempestose bestie, voglia mettersi a 
rischio di farsi rompere il capo. 

Non te incolerar, Marte, non ti rabbiar, Momo, disse 
il benigno protoparente. Facilmente a te, dio de la 
guerra, si potrà concedere liberamente questa cosa, che 
non è troppo d'importanza, se ne bisogna talvolta, al 
nostro dispetto, comportar, che con la sola autorità 
della tua fiammeggiante spada commetti tanti stupri, 
tanti adulterii, tanti latrocinii, usurpazioni ed assassinii. 
Va dunque, che io insieme con gli altri dei la commet- 
temo in tutto alla tua libidinosa voglia; sol che non più 
la facci induggiar qua in mezzo agli astri, vicina a tante 
virtuose Dee. 



VI. 
RICCHEZZA E POVERTÀ <" 



Quando Giove ebbe escluso Ercole da là, subito si 
mese avanti la Ricchezza, e disse: — A me, o padre, con- 
viene questo luogo. A cui rispose Giove: — Per qual 
caggione? E lei: — Anzi mi maraviglio, disse, che sin 
tanto abbi differito di collocarmi, e prima che ti ricor- 
dassi di me, hai non solo collocate altre dee e altri numi, 
che mi denno cedere, ma oltre hai sostenuto che biso- 
gnasse che io da per me medesima venesse ad opponermi 
e presentarmi contra il pregiudizio mio e torto, che mi 
fate. E Giove rispose: — Dite pur la vostra causa. Ric- 
chezza; perchè io non stimo d'averti fatto torto col non 
darti una de le stanze già proviste; ma ancora credo di 
non fartene con negarti la presente, che è da pTovedere: 
e forse ti potrai accorgere di peggio che non ti pensi. — - E 
che peggio mi può, e deve accadere per vostro giudizio, 
di quel che m'è accaduto? disse la Ricchezza. Dimmi, 
con qual raggione m'hai preposta la Veritate, la Prudenza, 
la Sofia, la Legge, il Giudicio, se io son quella, per cui 
la Veritate si stima, la Prudenza si dispone, la Sofia è 
preggiata, la Legge regna, il Giudicio dispone, e senza 
me la Verità è vile, la Prudenza è sciagurata, la Sofia 
è negletta, la Legge è muta, il Giudicio è zoppo; perchè 
io a la prima dono campo, alla seconda do nervo, alla 
terza lume, a la quarta autoritade, al quinto forza; a 



(I) spaccio. Seconda parte del seconda Dialogo. 



VI. - Ricchezza e Povertà 1 1 3 

tutte insieme giocundità, bellezza e ornamento, e le li- 
bero da' fastidii e miserie? — Rispose Momo: — Ric- 
chezza, tu non dici il vero più che il falso; perchè tu 
oltre sei quella, per cui zoppica il Giudizio, la Legge sta 
in silenzio, la Sofìa è calpestata, la Prudenza è incarce- 
rata e la Verità è depressa, quando ti fai compagna di 
buggiardi e ignoranti, quando favorisci col braccio de la 
sorte la pazzia, quando accendi e cattivi gli animi ai pia- 
ceri, quando amministri alla violenza, quando resisti a 
a giustizia; e appresso a chi ti possiede non meno ap- 
porti fastidio che giocondità, difformità che bellezza, 
bruttezza che ornamento, e non sei quella, che dai fine 
a' fastidii e miserie, ma che le muti e cangi in altra specie; 
sì che in opinione sei buona, ma in verità sei più mal- 
vaggia; in apparenza sei cara, ma in esistenza sei vile; 
per fantasia sei utile, ma in effetto sei perniciosissima; 
atteso che per tuo magistero, quando investisci di te 
qualche perverso (come per ordinario sempre ti veggio 
in casa di scelerati, raro vicina ad uomini da bene), là 
abbasso hai fatta la Veritade esclusa fuor de le cittadi 
agli deserti, hai rotte le gambe a la Prudenza, hai fatta 
vergognar la Sofìa, hai chiusa la bocca a la Legge, non 
hai fatto aver ardire al Giudicio, tutti hai resi vilissimi. 
In questo, o Momo, rispose la Ricchezza, puoi conoscere 
la m.ia potestate ed eccellenza; che io, aprendo e serrando 
il pugno, e per comunicarmi o qua o là, fo che questi 
cinque numi vagliano, possano e facciano, o ver sieno 
spreggiati, banditi e ributtati; e per dirla, posso cacciarli 
al cielo, o ne l'inferno. — Qua rispose Giove: — Non vo- 
gliamo in cielo e in queste sedie altro che buoni numi. 
Da qua si togliano que' che son rei, e quei che o sono più 
rei, che buoni, e quei che indifferentemente son buoni e 
rei; tra gli quali io penso che sei tu, che sei buona con 
gli buoni, e pessima con gli scelerati. 

— Sai, o Giove, disse la Ricchezza, che io per me son 
buona, e non sono per me indifferente o neutra, o d'una 
ed altra maniera, come dici, se non in quanto di me altri 
bene si vogliano servire o male. — Qua rispose Momo: 



I 1 4 Parte seconda 

— Tu dunque, Ricchezza, sei una Dea maneggiabile, 
servibile, contrattabile, e che non ti governi da te stessa, 
e che non sei veramente quella che reggi e disponi de 
altri, ma di cui altri disponeno, e che sei retta da altri; 
onde sei buona, quando altri ti maneggiano bene, sei 
mala, quando sei mal guidata; sei, dico, buona in mano 
della Giustizia, della Sofìa, della Prudenza, della Reli- 
gione, della Legge, della Liberalità e altri numi; sei ria, 
se gli contrarii di questi ti maneggiano: come sono la 
violenza, l'avarizia, l'ignoranza e altri. Come, dunque, 
da per te non sei né buona, né ria, cossi credo essere bene, 
se Giove il consente, che per te non abbii né vergogna, 
né onore; e per consequenza non sii degna d'aver propria 
stanza, né ad alto tra gli dei e numi celesti, né abbasso 
tra gli inferi, ma che eternamente vadi da loco in loco, 
da regione in regione. 

Arrisero tutti gli Dei al dir di Momo, e Giove sentenziò 
cossi: — Sì che. Ricchezza, quando sei di Giustizia, 
abitarai nella stanza della Giustizia; quando sei di Verità, 
sarai dove è l'eccellenza di quella; quando sei di Sapienza 
e Sofìa, sederai nel solio suo; quando di voluttuarii pia- 
ceri, trovati là, dove sono; quando d'oro e argento, al- 
lora ti caccia ne le borse e casce; quando di vino, oglio e 
frumento, va ficcare ne le cantine e magazini; quando di 
pecore, capre e buovi, va a pascolar con essi, e posa negli 
greggi ed armenti. 

Cossi Giove l'impose quello che deve fare, quando si 
trova con gli pazzi, e come si deve comportare quando 
é in casa di sapienti; in che modo per l'avenire perse- 
verar debba a far come per il passato (forse perché non 
si può far altro), di farsi in certo modo facilmente tro- 
vare, e in certo modo difficilmente. Ma quella raggione 
e modo non la fece intendere a molti; se non che Momo 
alzò la voce e gle ne die un'altra, se non fu quella mede- 
sima via, cioè: — Nessuno ti possa trovare, senza che 
prima si sia pentito d'aver avuto buona mente e sano 
cervello. — Credo, che volesse dire, che bisogna perdere 
la considerazione e il giudicio di prudenza, non pensando 



VI. - Ricchezza e Povertà 1 1 5 

mai all'incertezza ed infidelità de' tempi, non avendo 
riguardo a la dubia e instabile promessa del mare, non 
credere a cielo, non guardare a giustizia o a ingiustizia, 
ad onore o vergogna, a bonaccia o tempesta, ma tutto 
si commetta a la fortuna: — E che ti guardi di farti mai 
domestica di quei, che con troppo giudicio ti cercano; e 
color meno ti veggano, che con più tendicoli, lacci e reti 
di providenza ti perseguitano; ma per l'ordinano va dove 
son gli più insensati, pazzi, stracurati e stolti; e in conclu- 
sione, quando sei in terra, guardati da' più savii come 
dal fuoco: e cossi sempre accostati e fatti familiare a 
gente semibestiali, e tieni sempre la medesima regola, 
che tiene la fortuna... 

SOF. Non sì tosto la Povertà vedde la Ricchezza, sua 
nemica, esclusa, che con una più che povera grazia si 
fece innante; e disse, che per quella raggione, che facea 
la Ricchezza indegna di quel loco, lei ne dovea essere 
stimata degnissima, per esser contraria a colei. A cui 
rispose Momo: — Povertà, Povertà, tu non sareste al 
tutto Povertà, se non fussi ancora povera d'argumenti, 
sillogismi e buone consequenze. Non per questo, o mi- 
sera, che siete contrarie, seguita, che tu debbi essere 
investita di quello che lei è dispogliata o priva, e tu debbi 
essere quel tanto, che lei non è: come, verbigrazia (poi 
che bisogna donartelo ad intendere con essempio) tu devi 
essere Giove e Momo, perchè lei non è Giove né Momo: 
e in conclusione, ciò che si niega di quella, debba essere 
affìrmato di te; perchè quelli, che son più ricchi de dia- 
lettica, che tu non sei, sanno che li contrarii non son me- 
desimi con positivi e privativi, contradittorii, varii, dif- 
ferenti, altri, divisi, distinti e diversi. Sanno ancora, che 
per raggione di contrarietà seguita, che non possiate 
essere insieme in un loco; ma non che, dove non è quella, 
e non può esser quella, sii tu, o possi esser tu. Qua risero 
tutti li dei, quando veddero Momo voler insegnar logica a 
la Povertà; ed è rimasto questo proverbio in cielo : 
Momo è maestro de la Povertà, o ver: 
Momo insegna dialettica a la Povertà. 



I 16 Parte seconda 

E questo lo dicono, quando vogliono delleggiar qualche 
fatto scontrafatto. Che dunque ti par, che si debba far 
di me, o Momo? disse la Povertà. Determina presto, 
perchè lo non sono sì ricca di paroli e concetti che possa 
disputar con Momo, né sì copiosa d'mgegno, che possa 
molto imparar da lui. 

Allora Momo dimandò a Giove per quella volta li- 
cenza, se voleva, che determinasse. A cui Giove: — An- 
cora mi burli, o Momo? che hai tanta licenza, che sei 
più licenzioso (volsi dir licenziato) tu solo, che tutti gli 
altri. Dona pur sicuro la sentenza a costei; perchè, se la 
sarà buona, l'approvaremo. Allora Momo disse: — Mi 
par congruo e condigno, ch'ancor questa se la vada spas- 
seggiando per quelle piazze, nelle quali si vede andar 
circumforando la Ricchezza, e corra e discorra, vada e 
vegna per le medesime campagne; perchè (come vogliono 
gli canoni del raziocinio) per raggione di cotai contrari! 
questa non deve entrare, se non là, onde quella fugge, e 
non succedere, se non là, d'onde quella si parte; e quella 
non deve succedere ed entrare, se non là, d'onde questa 
si parte e fugge; e sempre l'una sia a le spalli de l'altra, 
e l'una doni la spinta a l'altra non toccandosi mai da faccia a 
faccia, ma dove l'una ha il petto, l'altra abbia il tergo, 
come se giocassero (come facciamo noi tal volta) al giuoco 
de la rota del scarpone. 

Saul. Che disse sopra di questo Giove con gli altri ? 

SoF. Tutti confìrmaro e ratificaro la sentenza. 

Saul. La Povertà che disse? 

SoF. Disse: — Non mi par cosa degna, o dei (se pur 
il mio parer ha luogo, e non sono a fatto priva di giudicio) 
che la condizion mia debba essere al tutto simile a quella 
de la Ricchezza. A cui rispose Momo: — Da l'antece- 
dente, che versate nel medesimo teatro, e rapresentate 
la medesima tragedia e comedia, non devi tirar questa 
consequenza, che vengate ad essere di medesima condi- 
zione, quìa contraria versantur circa idem. — Vedo, o Momo, 
disse la Povertà, che tu ti burli di me; che anco tu, che 
fai professione de dir il vero e parlar ingenuamente, mi 



VI. - Ricchezza e Povertà 117 

dispreggl; e questo non mi par che sia il tuo dovero 
perchè la Povertà è più degnamente difesa tal volta, anzi 
il più de le volte, che la Ricchezza. — Che vuoi, che ti 
faccia, rispose Momo se tu sei povera a fatto a fatto? La 
povertà non è degna de difensione, se è povera di giu- 
dizio, di raggione, di meriti e di sillogismi, come sei tu, 
che m'hai ridutto a parlar ancor per le regole analitiche 
dalli Priori e Posteriori d'Aristotele. 



VII. 
LA BIBLIOTECA DEGLI DEI <'> 



Saulino. Che cosa me dici, Sofìa? Dunque li Dei 
prendeno qualche volta Aristotele in mano? Studiano 
verbigrazia negli filosofi P 

Sofia. Non ti dirò di vantaggio di quel ch'è su la Pippa, 
la Nanna, l'Antonia, il Burchiello, l'Ancroia, e un altro 
libro, che non si sa, ma è in questione, s'è di Ovidio 
o Virgilio, e io non me ne ricordo il nome, e altri 
simili. 

Saul. E pur adesso trattano cose tanto gravi e 
seriose? 

SoF. E ti par, che quelle non son seriose? Non son 
gravi? Se tu fussi più filosofo, dico più accorto, crede- 
resti che non è lezione, non è libro, che non sia essami- 
nato da' dei, e che, se non è a fatto senza sale, non sia 
maneggiato da dei; e che, se non è tutto balordesco, 
non sia approvato e messo con le catene nella biblioteca 
commune; perchè piglian piacere nella moltiforme re- 
presentazione di tutte cose e frutti multiformi de tutti 
ingegni, perchè loro si compiaceno in tutte le cose che 
sono, e tutte le representazioni che si fanno, non meno 
che essi hanno cura che sieno, e donano ordine e per- 
missione che si facciano. E pensa ch'il giudicio degli Dei 
è altro, che il nostro commune, e non tutto quello che è 
peccato a noi e secondo noi, è peccato a essi e secondo 
essi. Quei libri certo cossi, come le teologie, non denno 
esser communi agli uomini ignoranti, che medesimi sono 
scelerati; perchè ne riceveno mala instituzione. 

oribd. 



VII. - La biblioteca degli Dei 119 



Saul. Or non son libri fatti da uomini di mala fama, 
disonesti e dissoluti, e forse a mal fine? 

SoF. E vero; ma non sono senza la sua mstituzione e 
frutti della cognizione de chi scrive, come scrive, perchè 
e onde scrive, di che parla, come ne parla, come s'in- 
ganna lui, come gli altri s'ingannano di lui, come si de- 
cima, e come s'inclina a uno affetto virtuoso e vizioso, 
come si muove il riso, il fastidio, il piacere, la nausea; ed 
in tutto è sapienza e providenza, e in ogni cosa è ogni 
cosa, e massime è l'uno dove è l'altro contrario, e questo 
massime si cava da quello. 

Saul. Or torniamo al proposito, donde ne ha diver- 
titi il nome d'Aristotele e la fama de la Pippa. 



Bruno, In tristitia hilariz, etc. 10. 



vili. 

LA FORTUNA <» 



...Io me ne vo aperta aperta e occolta occolta a tutto 
runiverso; discorro gli alti e bassi palaggi, e non meno che 
la morte so inalzar le cose infime, e deprimere le supreme; 
e al fine, per forza di vicissitudine, vegno a far tutto uguale, 
e con incerta successione, e raggion irrazionale, che mi 
trovo (cioè sopra ed extra le raggioni particolari) e con 
indeterminata misura volto la ruota, scuoto l'urna, a fine 
che la mia intenzione non vegna incusata da individuo al- 
cuno. Su, Ricchezza, vieni a la mia destra, e tu. Povertà, a 
la mia sinistra: menate vosco il vostro comitato; tu, Ric- 
chezza, li ministri tanto grati, e tu, Povertà, gli tuoi tanto 
noiosi alla moltitudine. Seguiteno, dico, prima il fastidio e 
la gioia, la felicità ed infelicità, la tristizia, l'allegrezza; la 
letizia, la maninconia, la fatica; il riposo; Tocio, l'occu- 
pazione; la sordidezza, l'ornamento. Appresso l'auste- 
rità, le delicie; il lusso, la sobrietà; la libidine, l'astinenza; 
l'ebrietà, la sete; la crapula, la fame; l'appetito, la sacie- 
tade; la cupidiggia, il tedio e saturità; la pienezza, la 
vacuità; oltre il dare, il prendere; l'effusione, la parsi- 
monia; l'investire, il dispogliare; il lucro, la iattura l'in- 
troito, l'exito; il guadagno, il dispendio; l'avarizia, la 
liberalitade, con il numero e misura, eccesso e difetto; 
equalitade, inequalitade; debito, credito. Dopoi sicurtà, 
suspizione; zelo, adulazione; onore, dispreggio; riverenza, 
scherno, ossequio, dispetto; grazia, onta; agiuto, desti- 



(I) spaccio. Terza parte del secondo Dialogo. 



vili. - U Fortuna 121 



tuzione; disconforto, consolazione; invidia, congratula- 
zione; emulazione, compassione; confidenza, diffidenza; 
dominio, servitù; libertà, cattività; compagnia, solitudine. 
Tu, Occasione, camina avanti, precedi gli miei passi, 
aprime mille e mille strade, va incerta, incognita, oc- 
colta, per ciò che non voglio che il mio advenimento sia 
troppo antiveduto. Dona de* sghiaffi a tutti vati, profeti, 
divini, mantici e prognosticatori. A tutti quei, che si at- 
traversano per impedirne il corso nostro, donagli su le 
coste. Togli via d'avanti gli miei ^piedi ogni possibile 
intoppo. Ispiana e spianta ogni altro cespuglio de' dis- 
segni, che ad un cieco nume possa esser molesto, onde 
comodamente per te, mia guida, mi fia definito il mon- 
tare o il poggiare, il divertir a destra o a sinistra, il mo- 
vere, il fermare, il menar e il ritener de' passi. Io in un 
momento e insieme insieme vo e vegno, stabilisco e 
muovo, assorgo e siedo, mentre a diverse e infinite cose 
con diversi mezzi de l'occasione stendo le mani. Discor- 
rerne dunque da tutto, per tutto, in tutto, a tutto; quivi 
con dei, ivi con gli eroi; qua con uomini, là con bestie. 



IX. 
SONNO ED OZIO <» 



...Qua il Sonno si fece un passetto avanti, e si fricò 
alquanto gli occhi per dire ancora lui qualche cosetta ed 
apportar qualche picciolo proposito avanti il Senato, 
per non parer d'esservi venuto in vano. Quando Momo 
il vedde così suavemente rimenarsi pian pianino, rapito 
dalla grazia e vaghezza de la dea Oscitazione, che, come 
aurora avanti il sole, precedeva avanti a lui, in punto di 
voler far ella il prologo; e non osando di scuoprir il suo 
amor in conspetto degli dei, per non essergli lecito di 
accarezzar la fante, fece carezze al signore in questa 
foggia (dopo aver gittato un caldetto suspiro) parlando 
per lettera, per fargli più riverenza ed onore: 

Somne, quies rerum, placidissime somne deorum. 
Pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris 
Fessa ministeriis mulces, reparasque labori. 

Non sì tosto ebbe cominciata questa cantilena il dio 
de le riprensioni (il quale per la già detta caggione s'era 
dismenticato de l'ufficio suo) che il Sonno, invaghito 
per il proposito di tante lodi e demulcto dal tono di 
quella voce, invita a l'udienza il Sopore, che gli alloggiava 
negli precordii. Il quale, dopo aver fatto cenno alle fu- 
mositadi, che faceano residenza nel stomaco, gli mon- 



(1) spaccio. Dialogo terzo 



IX. - Sonno ed Ozio 123 



torno tutti insieme sul cervello, e cossi vennero ad ag- 
gravarli la testa, e con questo vennero e discioperarsi gli 
sensi. Or mentre il Ronfo sonavagli li scifoli e tromboni 
innante, andò trepidando trepidando a curvarsi e dar 
di capo in seno di madonna Giunone; e da qyel chino 
avenne (perchè questo dio va sempre in camicia e senza 
braghe) che, per essere la camicia troppo corta, mostrò 
le natiche, il coliseo e la punta del campanile a Momo e 
tutti gli altri dei, ch'erano da quella parte. Or, con questa 
occasione, ecco venuto in campo il Riso, con presentar 
agli occhi del Senato la prospettiva di tanti ossetti, che 
tutti eran denti; e, facendosi udire con la dissonante mu- 
sica di tanti cachinni, interruppe il filo de l'orazione a 
Momo. Il qual, non possendosi risentir contra costui, 
tutto il sdegno suo converse contra il Sonno, che l'avea 
provocato, con non premiarlo al meno di buona atten- 
zione, e di sopragionta, con andar ad offrirgli con tanta 
sollennitade il purgatorio, con la pera e baculo di Gia- 
cobbe, come per maggior dispreggio del suo adulatorio 
ed amatorio dicendi genus. Là onde ben si accorgeva, che 
gli dei non tanto ridevano per la condizion del Sonno, 
quanto per il strano caso intervenuto a lui, e perchè il 
Sonno era giocatore ed egli era suggetto di questa co- 
media; e con ciò avendogli la Vergogna d'un velo san- 
guigno ricoperto il volto: — A chi tocca, disse, di levarci 
dinanzi questo ghiro? Chi fa, che sì a lungo questo lu- 
dibrioso specchio ne si presente agli occhi ? In tanto la 
dea Poltronaria, commossa da la rabbiosa querela di 
Momo (dio de' non più volgari, ch'abbia il cielo), se mise 
il suo marito in braccio; e presto, avendolo indi tolto; 
lo menò verso la cavità d'un monte vicino a gli Cim.merii, 
e con questi si partirò li suoi tre figli Morfeo, Icilone e 
Fantaso; che tutti tosto si ntrovorno là, dove da la terra 
perpetue nebbie exalano, caggionando eterno crepuscolo 
a l'aria: dove vento non soffia, e la muta Quiete tiene un 
suo palaggio ancora vicino a la regia del Sonno; avanti 
il cui atrio è un giardino di tassi, faghi, cipressi, bussi e 
lauri; nel cui mezzo è una fontana, che deriva da un picciol 



124 Parte seconda 

rio. che dal rapido varco del fiume leteo, divertendo dal 
tenebroso inferno alla superficie de la terra, Ivi viene a 
discuoprlrsi al cielo aperto. Qua il dormiglioso dio ri- 
mesero nel suo letto; di cui d'ebano le tavole, di piuma 
i strami e il padiglion di seta di color pardiglio. 

In questo mentre, presa avendo licenza il Riso, se 
partì dal conclave; ed essendo rimesse al suo sesto le 
bocche e ganasse degli dei, che poco mancò che non ve- 
nesse smascellato alcuno di essi; l'Odo, il qual solo ivi 
era rimaso, vedendo il gludicio de' dei non troppo inchi- 
nato al suo favore, e desperando di profittar oltre in qual- 
che maniera, se le sue quasi tutte e più principali rag- 
gioni non erano accettate, ma, tante quante furo, di ro- 
vescio erano state ributtate a terra, dove per forza de la 
repulsa altre erano mal vive, altre erano crepate, altre 
aveano il collo rotto, altre in tutto erano andate in pezzi e 
fracasso: stimava ogni momento un anno, per pigliar 
occasione di torsi de là di mezzo, prima che forse gli 
potesse intravenire qualche vituperosa disgrazia simile a 
quella del suo compagno, per rispetto del quale dubitava 
che Momo non gli aggravasse le censure contra. Ma 
quello, scorgendo il spavento, che costui avea di fatti 
non suoi: — Non dubitar, povera persona, gli disse; 
perchè io, instituito dal fato advocato de* poveri, non 
voglio mancar di far la causa tua. E voltato a Giove, gli 
disse: — Per il tuo dire, o Padre, intorno alla causa de 
rOcio comprendo che non sei a pieno informato de l'esser 
suo, della sua stanza e degli suoi ministri e corte; la qual 
certamente se verrai a conoscere, facilmente mi persuado 
che, se non come Odo lo vuoi incatedrare nelle stelle, al- 
m eno come Negocio lo farai alloggiare insieme con quel- 
l'altro, detto e stimato suo nemico; con il qual, senza 
farsi male l'un l'altro, potrà far perpetuo soggiorno. 
Rispose Giove, che lui desiderava occasione di poter 
giustamente contentar l'Odo, de le cui carezze non è 
mortale né dio, che non soglia sovente deiettarsi; però 
che volentieri l'ascoltarebbe, se gli facesse intendere qual- 
che nervosa causa in suo favore. — Ti par, Giove, disse. 



IX. - Sonno ed Ozio I 25 

che in casa de rOclo sia ocio, quanto a la vita attiva, là 
dove son tanti gentiluomini di compagnia e servitori, 
che si alzano ben per tempo la mattina, per lavarsi tre e 
quattro volte con cinque o sette sorte d'acqua il volto e le 
mani, e che col ferro caldo e con l'impeciatura di felce 
spendeno due ore ad incresparsi e ricciarsi la chioma, 
imitando la alta e grande previdenza, da cui non è ca- 
pello di testa, che non viene ad essere esaminato, acciò 
di quello secondo la sua raggione vegna disposto? Dove 
appresso con tanta diligenza si rassetta il giuppone, con 
tanta sagacità si ordinano le piegature del collaio, con 
tanta moderanza s affibiano gli bottoni, con tanta genti- 
lezza s'accomodano gli polsi, con tanta delicatura si pur- 
gano e si contemprano le unghie, con tanta giustizia, 
moderanza ed equità s'accopulano le braghe col giub- 
bone, con tanta circonspezione si disponeno que' nodi 
de le stringhe; con tanta sedulità si menano e rimenano 
le cave palme, per far andar a sesto la calzetta; con tanta 
simmetria vanno a proporzionarsi gli termini e confini, 
dove l'orifìcii de' cannoni de le braghe s'uniscono a le 
calzette in circa la piegatura de le ginocchia, con tanta 
pazienza si comportano gli artissimi legami o garret- 
tiere, perchè non diffluiscano le calzette a far le pieghe e 
confondere la proporzione di quelle con le gambe; dove 
col polso della difficultade dispensa e decerne il giudicio, 
che, non essendo leggiadro e convenevole che la scarpa 
s'accommode al piede, vegna il piede largo, distorto, 
nodoso e rozzo, al suo marcio dispetto, ad accommo- 
darsi con la scarpa stretta, dritta, tersa e gentile? Dove 
con tanta leggiadria si muoveno gli passi, si discorre, per 
farsi contemplare, la cittade, si visitano e intertegnono 
le dame, si balla, si fa de capriole, di correnti, di branli, 
di tresche; e, quando altro non è che fare, per essersi 
stancato ne le dette operazioni, ad evitar l'inconveniente 
di commettere errori, si siede a giuocare di giuochi da 
tavola, ritrandosi dagli altri più forti e faticosi, e in tal 
maniera s'evitano tutti li peccati, se quelli non son più 
che sette mortali e capitali; perchè, come disse un gè- 



1 26 Parte seconda 

noese giocatore: — Che superbia vuol tu ch'abbia un 
uomo, il quale, avendo perduti cento scudi con un conte, 
si mette a giocar per vencere quattro reali ad un famiglio? 
Che avarizia può aver colui, a cui mille scudi non durano 
otto giorni? Che lussuria e amor cupidinesco può tro- 
varsi in quello, il quale ha messa tutta l'attenzion del 
spirto al giocare? Come potrai arguire d'ira colui, che 
per tema ch'il compagno non si parta dal giuoco, com- 
porta mille ingiurie, e con gentilezza e pazienza risponde 
ad un orgoglioso, che gli è avanti? Per qual modo può 
esser goloso chi mette ogni dispendio e applica ogni sol- 
lecitudine a l'esercizio suo? Che invidia può essere in 
costui per quel ch'altri possieda, se getta via, e par che 
spreggle il suoP Che accidia può essere in quello, che 
cominciando da mezzo giorno, e tal volta da la mattina, 
insino a mezza notte mai cessa di giuocare? E vi par che 
faccia in questo mentre star in odo gli servitori, e quelli 
che gli denno assistere, e quelli che gli denno admini- 
strare? al tempio, al mercato, a la cantina, a la cocina, a 
la stalla, al letto, al bordello? E per farvi vedere, o Giove, 
e voi altri dei, che in casa de l'Ozio non mancano de per- 
sone dotte e literate, occupate a studii, oltre quelle oc- 
cupate a' negocii, de' quali abbiamo detto: pare a voi, 
che in casa de l'Odo si stia in odo quanto a la vita con- 
templativa, dove non mancano grammatici, che dispu- 
tano di chi è stato prima, il nome o il verbo? Perchè 
l'adiettivo accade che si pona avanti e appresso al sustan- 
tivo? Onde ne la dizione alcuna copula, quale, verbi gra- 
zia, et, si pone innanzi ed alcun'altra, quale per essempio, 
que, si pone a dietro? Come \o e e d con la giunta del 
temone e scissione del d per il mezzo, viene a far como- 
damente il ritratto di quel nume di Lampsaco, che per 
invidia commise rasinicidio? Chi è l'autore a cui legiti- 
mamente deve referirsi il libro della P r i a p e a , il 
Maron mantuano, o pur il sulmonese Nasone? Lascio 
tanti altri bel propositi simili, e più gentili che questi. 
Dove non mancano dialettici, che inquireno, se Cnsaono, 
che fu discepolo di Porfirio, avea bocca d'oro per natura, 



IX. - Sonno ed Ozio 127 



o per riputazione, o solamente per nomenclatura; se la 
Periermenia deve passar avanti, o venir ap- 
presso, o pur, ad libitum, mettersi innanzi e a dietro de 
e Categorie; se l'individuo vago deve esser messo 
m numero, e posto in mezzo, come un sesto predicabile, 
o pur essere come scudiero de la specie e caudatario del 
geno; se, dopo esser periti in forma sillogistica, doviamo 
per la prima applicarne al studio della Posteriore, 
dove si complisce l'arte giudicativa, o ver subito dar su 
la Topica, per cui si mette la perfezion de l'arte 
inventiva; se bisogna pratticar le captiuncule ad usum 
vel ad fugam vel in abusum; se gli modi, che formano le 
modali, son quattro, o quaranta, o quattro cento; non 
voglio dire mille altre belle questioni. Dove son gli fisici, 
che dubitano, se de le cose naturali può essere scienza; se 
lo suggetto è ente mobile, o corpo mobile, o ente naturale, 
o corpo naturale; se la materia bave altro atto che enti- 
tativo; dove consiste la linea de la coincidenza del fisico 
e matematico; se è la creazione e produzione de niente 
è, o non; se la materia può essere senza la forma; se più 
forme sustanziali possono essere insieme; ed altri innu- 
merabili simili quesiti circa cose manifestissime, se non 
con disutili investigazioni son messe in questione. Dove 
gli metafìsici si rompeno la testa circa 11 principio dell'in- 
dividuazione; circa il suggetto ente, in quanto ente; 
circa il provar, che gli numeri antmetrlcl e magnitudini 
geometriche non son sustanza de le cose; circa le idee, 
se è vero, ch'abbiano l'esser subsistenziale da per esse; 
circa l'essere medesimo, o diverso subiettivamente ed 
obiettivamente; circa l'essere ed essenzia; circa gli acci- 
denti medesimi in numero in uno o più suggetti; circa 
l'equivocazione, univocazione ed analogia de lo ente; 
circa la coniunzione de le intelligenze a li orbi stel- 
liferi, se la è per modo di anima, o pur per modo di mo- 
vente; se la virtù infinita possa essere in grandezza finita; 
circa la unità o pluralità de primi motori; circa la scala 
del progresso finito o infinito in cause subordinate; e 
circa tante e tante cose simili, che fanno freneticar tante 



1 2S Parte seconda 

cuculle, fanno lambiccar il succhio de la nuca a tanti 
protosofossi. — 

Qua disse Giove: — Momo, mi par che l'Ocio t'ab- 
bia guadagnato o subornato, che cossi ociosamente 
spendi il tempo e il proposito. Conchiudi, perchè è ben 
definito appresso di noi di quel che doviamo far di co- 
stui. — Lascio dunque, soggionse Momo, de referir 
tanti altri negociosi innumerabili, che sono occupati in 
casa di questo Dio; come è dir tanti vani versificatori 
ch'ai dispetto del mondo si vogliono passar per poeti, 
tanti scrittori di fabole, tanti nuovi rapportatori d'istorie 
vecchie, mille volte da mille altri a milledoppia meglior- 
mente referite. Lascio gli algebristi, quadraton di cir- 
coli, figuristi, metodici, riformatori de dialettiche, in- 
stauratori d'ortografie, contemplatori de la vita e de la 
morte, veri postiglioni del paradiso, novi condottier di 
vita eterna novamente corretta e ristampata con molte 
utilissime addizioni, buoni nuncii di meglior pane, di 
meglior carne e vino, che non possa esser il greco di 
Somma, melvagìa di Candia e asprinio di Nola. Lascio 
le belle speculazioni circa il fato e l'elezione, circa l'ubi- 
quibilità d'un corpo, circa la eccellenza di giusticia che si 
ritrova ne le sanguisughe. — Qua disse Minerva: — Se 
non chiudi la bocca a questo ciancione, o padre, spende- 
remo in vani discorsi il tempo; e per il giorno d'oggi non 
sarà possibile di espedire il nostro principal negocio. — 
Però disse il padre Giove a Momo: — Non ho tempo di 
raggionar circa le tue ironie. Ma, per venire alla tua ispe- 
dicione. Ocio, ti dico, che quello, che è lodevole e stu- 
dioso Ocio, deve sedere e siede nella medesima catedra 
con la Sollecitudine, per ciò che la fatica deve maneggiarsi 
per l'ocio, e l'ocio deve contemperarsi per la fatica. Per 
beneficio di quello questa fia più raggionevole, più ispe- 
dita e pronta, perchè difficilmente dalla fatica si procede 
a la fatica. E sì come le azioni senza premeditazione e con- 
siderazione non son buone, cossi senza l'ocio premedi- 
tcinte non vagliono. Parimente non può essere suave e 
grato il progresso da l'ocio a l'ocio, per ciò che questo 



IX. - Sonno ed Ozio 129 



giamai è dolce, se non quando esce dal seno della fatica. 
Or fia dunque glamal, che tu Odo, possi esser grato ve- 
ramente, se non quando succedi a degne occupazioni. 
L'ocio vile ed inerte voglio che ad un animo generoso sia 
la maggior fatica, che aver egli possa, se non se gli rappre- 
senta dopo lodabile esercizio e lavoro. Voglio che ti aventi 
come signore alla Senettute, e a colei farai spesso ritorcer 
gli occhi a dietro; e se la non ha lasciati degni vestigii, 
la renderai molesta, triste, suspetta del prossimo giudicio 
deirimpendente staggione, che l'amena a l'inexcrabile 
tribunal di Radamanto, e cossi vegna a sentir gli orrori 
della morte, prima che la vegna. 



X. 
LA VERGINE") 



Sofia. — Or, che sarà della Vergine? — dimandò la 
casta Lucina, la cacciatrice Diana. — Fategli, rispose 
Giove, intendere se la vuole andare ad esser priora o ab- 
batessa delle suore o monache, le quali son ne* conventi 
o monasterii de l'Europa; dico, in que' luoghi, dove non 
son state messe in rotta e dispersione da la peste: o pur 
a governar le damigelle de le corti, a fin che non le as- 
salte la gola di mangiar li frutti avanti o fuor de la stag- 
gione, o rendersi compagne de le lor signore. — Oh, 
disse Dictinna, che non puote; e dice che non vuole in 
punto alcuno ritornar onde è una volta scacciata, e donde 
è tante volte fuggita. — Il protoparente suggionse: — 
Tegnasi dunque ferma in cielo, e guardisi bene -di ca- 
scare, e veda di non farsi contaminare in questo loco. — 
Disse Momo: — Mi par che la potrà perseverar pura e 
netta, si perseverarà di esser lungi da animali raggionevoli, 
eroi e dei, e si terrà tra le bestie, come sin al presente è 
stata, avendo da la parte occidentale il ferocissimo Leone, 
e dall'oriente il tossicoso Scorpio. Ma non so come si por- 
tare adesso, dove gli è prossima la Magnanimitade, l'Amo- 
revolezza, la Generositade e Vinlitade, che facilmente 
montandogli a dosso, per raggion di domestico contatto 
facendoli contraere del magnanimo, amoroso, generoso 
e virile, da femina la faranno dovenir maschio, e da sel- 
vaggia e alpestre dea, e nume da Satiri, Silvani e Fauni, 



(1) Spaccio. Dialogo terzo. 



X. - La Vergine 1 3 1 

la convertiranno in nume galante, umano, affabile e ospi- 
tale. — Sia quel che deve essere, rispose Giove; ed intra 
tanto, gionte a lei ne la medesima sedia, sieno la Castità, 
la Pudicizia, la Continenza, Purità, Modestia, Verecundia 
e Onestade, contrarie alla prostituta Libidine, effusa In- 
continenza, Impudicizia, Sfacciatagine; per le quali in- 
tendo la Verginitade esser una de le virtudi, atteso che 
quanto a se non è cosa di valore. Perchè, quanto a sé, non 
è virtù né vizio, e non contiene bontà, dignità, né merito; 
e quando non serve alla natura imperante, viene a farsi 
delitto, impotenza, pazzia e stoltizia espressa: e se ottem- 
pera a qualche urgente raggione, si chiama continenza, 
e ha l'esser di virtù, per quel che participa di tal fortezza 
e dispreggio di voluttadi: il quale non è vano e frustra- 
torio, ma conferisce alla conversazione umana ed onesta 
satisfazione altrui. 



XI. 
LA BILANCIA (') 



E che faremo de le Bilancie?, disse Mercurio. — Va- 
dano per tutto, rispose il primo presidente: vadano per le 
fameglie, acciò con esse li padri veggano dove meglio 
inchinano gli figli, se a lettere, se ad armi; se ad agricol- 
tura, se a religione: se a celibato, se ad amore; atteso che 
non è bene, che sia impiegato l'asino a volare, e ad arare 
i porci. Discorrano le academie e universitadi, dove s'es- 
samine se quei che insegnano, son giusti di peso, se son 
troppo leggeri o trabuccanti; e se quei, che presumeno 
d'insegnar in catedra e scrittura, hanno necessità d'udire 
e studiare: e, bilanciandoli l'ingegno, si vegga se quello 
impenna, over impiomba; e se ha della pecora, o pur del 
pastore; e se è buono a pascer porci ed asini, o pur crea- 
ture capaci di raggione. Per gli edifìcii Vestali vadano a 
far intendere a questi e a quelle, quale e quante sia il 
momento del contrapeso, per violentar la legge di natura 
per un'altra sopra- o estra- o contra- naturale, secondo 
o fuor d'ogni raggione o debito. Per le corti, a fin che gli 
ufficii, gli onori, le sedie, le grazie ed exenzioni corrano 
secondo che ponderano gli meriti e dignitade di ciascuno; 
perchè non meritano d'esser presidenti a l'ordine, e a gran 
torto della Fortuna presiedono a l'ordine quei che non san 
reggere secondo l'ordine. Per le republiche, acciò ch'il 
carico delle administrazioni contrapesi alla sufficienza e 
capacità degli suggetti; e non si distribuiscano le cure con 
bilanciar gli gradi del sangue, de la nobilitade, de' titoli. 



(1) Spaccio. Ibid. 



XI. - La Bilancia 133 



de ricchezza: ma de le vlrtudi, che parturiscono gli frutti 
de le imprese; perchè presiedano i giusti, contribuiscano 
i {acuitosi, insegnino li dotti, guideno gli prudenti, com- 
battano gli forti, conseglino quei ch'han giudicio, co- 
mandino quei ch'hanno autoritade. Vadano per gli stati 
tutti, a fin che negli contratti di pace, confederazioni e 
leghe non si prevariche e decline dal giusto, onesto ed 
utile commune, attendendo alla misura e pondo della 
fede propria e de quei, con gli quali si contratta; e nel- 
rimprese e affari di guerra si consideri, in quale equilibrio 
concorrano le proprie forze con quelle del nemico, quello 
che è presente e necessario, con quello che è possibile nel 
futuro, la facilità del proponere con le diffìcultà dell'exe- 
quire, la comodità dell'entrare con l'incomodo dell'uscire, 
l'incostanza d'amici con la constanza de' nemici, il piacere 
d'offendere con il pensiero di defendersi, il comodo turbar 
quel d'altri con il malaggiato conservare il suo, il certo di- 
spendio e iattura del proprio, con l'incerto acquisto e gua- 
dagno de l'altrui. Per tutti gli particulari vadano, acciò 
ogn'uno contrapesi quel che vuole con quel che sa; quel 
che vuole e sa con quel che puote; quel che vuole, sa e 
puote, con quel che deve; lo che vuole, sa, puote e deve, 
con quel che è, fa, ha ed aspetta. — Or, che metteremo 
dove son le Bilancie? Che sarà in loco della Libra? — do- 
mandò Pallade. Risposero molti: — La Equità, il Giusto, 
la Retribuzione, la raggionevole Distribuzione, la Grazia 
la Gratitudine, la buona Conscienza, la Recognizion di 
se stesso, il Rispetto, che si deve a* maggiori, l'Equa- 
nimità, che si deve ad uguali, la Benignità, che si richiede 
verso gl'inferiori, la Giustizia senza rigore a riguardo di 
tutti, che spingano l'Ingratitudine, la Temeritade, l'In- 
solenza, l'Ardire, l'Arroganza, il poco Rispetto, l'Iniqui- 
tade, l'Ingiuria ed altre familiari di queste. — Bene, 
bene! — dissero tutti del Concistoro. 



XII. 
ORIONE*') 



i 



Che farete, o Dei, del mio favorito, del mio bel mi- 
gnone, di quell'Orione, dico, che fa, per spavento (come 
dicono gli etimologisti), orinare il cielo? 

— Qua, rispose Momo: — Lasciate proponere a me, 
o dei. Ne è cascato, come è proverbio in Napoli, il mac- 
carone dentro il formaggio. Questo, perchè sa far de ma- 
raviglie, e, come Nettuno sa, può caminar sopra l'onde 
del m.are senza infossarsi, senza bagnarsi gli piedi; e con 
questo consequentemente potrà far molte altre belle gen- 
tilezze; mandiamolo tra gli uomini; e facciamo che gli 
done ad intendere tutto quello che ne pare e piace, fa- 
cendogli credere che il bianco è nero, che l'intelletto 
umano, dove li par meglio vedere, è una cecità; e ciò che 
secondo la raggione pare eccellente, buono e ottimo, è 
vile, scelerato ed estremamente malo; che la natura è 
una puttana bagassa; che la legge naturale è una ribaldaria; 
che la natura e divinità non possono concorrere in uno 
medesimo buono line, e che la giustizia de l'una non è 
subordinata alla giustizia de l'altra, ma son cose contrarie, 
come le tenebre e la luce; che la divinità tutta è madre di 
Greci, ed è ccme nemica matrigna de l'altre generazioni; 
onde nessuno può esser grato a' dei altrimente che gre- 
chizando, id est facendosi Greco: perchè il più gran sce- 
lerato e poltrone, ch'abbia le Grecia, per essere appar- 
tenente alla generazione degli dei, è incomparabilmente 
megliore che il più giusto e magnanimo, ch'abbia pos- 
suto uscir da Roma, in tempo che fu republica, e da qual- 
sivoglia altra generazione, quantunque meglior in costumi, 



I spaccio. Terza parte del dialogo terzo 



XII. - Orione 135 

scienze, fortezza, gludicio, bellezza e autorità. Perchè 
questi son doni naturali e spreggiati dagli dei, e lasciati 
a quelli, che non son capaci de più grandi privilegi!: cioè 
di que' sopranaturali, che dona la divinità, come questo 
di saltar sopra Tacqui, di far ballere i granchi, di far fare 
capriole a' zoppi, far vedere le talpe senza occhiali, ed 
altre belle galantarie innumerabili. Persuaderà con questo, 
che la filosofia, ogni contemplazione ed ogni magia, che 
possa fargli simili a noi, non sono altro che pazzie; che ogni 
atto eroico non è altro che vegliaccaria; e che la ignoranza 
è la pili bella scienza del mondo, perchè s'acquista senza 
fatica, e non rende l'animo affetto di melancolia. Con 
questo forse potrà richiamare e ristorar il culto ed onore, 
ch'abbiamo perduto; ed oltre, avanzarlo, facendo che gli 
nostri mascalzoni siano stimati dei per esserno o Greci 
o ingrecati. Ma con timore, o dei, io vi dono questo con- 
seglio; perchè qualche mosca mi susurra ne l'orecchio: 
atteso che potrebbe essere, che costui al fine, trovandosi 
la caccia in mano, non la tegna per lui, dicendo e facen- 
doli oltre credere, che il gran Giove non è Giove ma che 
Orione è Giove; e che li dei tutti non sono altro che chi- 
mere e fantasie. Per tanto mi par pure convenevole, che 
non permettiamo, che per fas et nefas, come dicono, voglia 
far tante destrezze e demostranze, per quante possa farsi 
nostro superiore in riputazione. — 

Qua rispose la savia Minerva: — Non so, o Momo, 
con che senso tu dici queste paroli, doni questi consegli, 
metti in campo queste cautele. Penso ch'il parlar tuo è 
ironico; perchè non ti stimo tanto pazzo, che possi pensar 
che gli dei mendicano con queste povertadi la riputazione 
appresso gli uomini; e, quanto a questi impostori, che la 
falsa riputazion loro, la quale è fondata sopra l'ignoranza 
e bestialità de chiunque le riputa e stima, sia lor onore 
più presto, che confirmazione della loso indignità e som- 
mo vituperio. Importa a l'occhio della divinità e presi- 
dente verità, che uno sia buono e degno, benché nissuno 
de' mortali lo conosca; ma che un altro falsamente ve- 
nesse sino ad essere stimato dio da tutti mortali, per ciò 

Bruno, In tristitia hilarii, etc II . 



136 Parte seconda 

non si agglongerà dignità a lui, perchè solamente vien 
fatto dal fato Instrumento e indice, per cui si vegga la 
tanto maggiore indignità e pazzia di que* tutti, che lo 
stimano, quanto colui è più vile, ignobile e abietto. Se 
dunque si prenda non solamente Orione, il quale è Greco 
e uomo di qualche pregglo; ma uno della piìi indegna e 
fraclda generazion del mondo, di più bassa e sporca na- 
tura e spirito, che sia adorato per Giove, certo mai verrà 
esso onorato in Giove, ne Giove spreggiato in lui: atteso 
che egli mascherato e incognito ottiene quella piazza o 
solio, ma più tosto altri verranno vilipesi e vituperati 
in lui. Mal, dunque, potrà un forfante essere capace di 
onore per questo, che serve per scimia e beffa di ciechi 
mortali con il ministero de' genii nemici. — 

Or sapete, disse Giove, quel che definisco di costui 
per evitar ogni possibile futuro scandalo? Voglio che 
vada via a basso; e comando che perda tutta la virtù di far 
de bagattelle, imposture, destrezze, gentilezze e altre 
maraviglie, che non serveno di nulla; perchè con quello 
non voglio, che possa venire a destruggere quel tanto di 
eccellenza e dignità, che si trova e consiste nelle cose 
necessarie alla republlca del mondo; il qual veggio quanto 
sia facile ad essere ingannato, e per conseguenza incli- 
nato alle pazzie, e prono ad ogni corrozione e indignità. 
Però non voglio che la nostra riputazione consista nella 
discrezione di costui o altro simile; perchè, se pazzo è 
un re, il quale a un suo capitano e generoso duca dona 
tanta potestà e autorità, per quanta quello se gli possa 
far superiore (il che può essere senza pregiudicio del 
regno, il quale potrà cossi bene, e forse meglio, esser go- 
vernato da questo che da quello); quanto più sarà insen- 
sato e degno di correttore e tutore, se ponesse o lasciasse 
nella medesima autorità un uomo abietto, vile e ignorante, 
per cui vegna ad essere invilito, strapazzato, confuso e 
messo sotto sopra il tutto; essendo per costui posta la 
ignoranza in consuetudine di scienze, la nobiltà in di- 
spreggio e la villania in riputazione! 



XIII. 
LA TAZZA <" 



Sofia. — Or che si farà de la Tazza? dimandò Mercurio. 
De la giarra che si farà? — Facciamo, disse Momo, che 
sia donata, iure successionis, vita durante, al piìi gran be- 
vitore che produca l'alta e bassa Alemagna, dove la Gola 
è esaltata, magnificata, celebrata e glorificata tra le vir- 
tudi eroiche; e la Ebrietade è numerata tra gli attributi 
divini: dove col treink e retreink, hibe et rebibe, ructa rC" 
ructa, cespita recespita, vomi revomi usque ad egurgitatio- 
nem utriusque iuris, id est del brodo, butargo, menestra, 
cervello, anime e salzicchia, videbitur porcus porcorum in 
gloria Ciacchi. Vadasene con quello l'Ebriatede, la qual 
non la vedete là in abito todesco con un paio di bragoni 
tanto grandi, che paiono le bigonce del mendicante ab- 
bate di santo Antonio, e con quel braghettone, che da 
mezzo de l'uno e l'altro si discuopre: di sorte che par che 
voglia arietare il paradiso? Guardate come la va órsa, 
urtando ora con questo, ora con quel fianco, mò di proda, 
mò di poppa, in qualche cosa, che non è scoglio, sasso, 
cespuglio, o fosso, a cui non vada a pagar il fio. Scorgete 
con ella gli compagni fidelissimi Replezione, Indige- 
stione, Fumositade, Dormitazione, Trepidazione, alias 
Cespitazione, Balbuzie, Blesura, Pallore, Delirio, Rutto, 
Neusea, Vomito, Sporcaria ed altri seguaci, ministri e cir- 
constanti. E perchè la non può più caminare, vedete. 



(1) Spaccio. Dialogo terzo 



133 Pdfte seconda 

come rimonta sul suo carro trionfale, dove sono legati 
molti buoni, savll e santi personaggi de' quali li più ce- 
lebri e famosi sono Noemo, Lotto, Chiacchone, Vltan- 
zano, Zucavlgna e Sileno. L'alfìero Zampaglion porta la 
banda fatta di scarlato; dove con il color di proprie penne 
appare di dol sturni il naturai ritratto; e gionti a doi gioghi, 
con bella leggiadria tirano il temone quattro superbi e 
gloriosi porci, un bianco, un rosso, un vario, un negro; 
de* quali il primo si chiama Grungarganfestrofìel, il se- 
condo Sorbillgramfton, il terzo Glutius, il quarto Scra- 
focazio. 



XIV. 
IL CENTAURO <" 



Or, che vogliamo far di quest'uomo insertato a bestia* 
o di questa bestia inceppata ad uomo, in cui una persona 
è fatta di due nature, e due sustanze concorreno in una 
ipostatica unione? Qua due cose vegnono in unione a far 
una terza entità; e di questo non è dubio alcuno. Ma in 
questo consiste la difficultà; cioè, se cotal terze entità 
produce cosa megliore che l'una e l'altra, o d'una delle 
due parti, o veramente più vile. Voglio dire, se, essendo 
a l'essere umano aggionto l'essere cavallino, viene pro- 
dotto un divo degno de la sedia celeste, o pur una bestia 
degna di esser messa in un armento e stalla? In fine, e 
sia stato detto quanto si voglia da Iside, Giove ed altri 
dell'eccellenza de l'esser bestia, e che a l'uomo, per esser 
divino, gli conviene aver de la bestia, e quando appe- 
tisce mostrarsi altamente divo, faccia conto di farsi vedere 
in tal misura bestia; mai potrò credere che, dove non è 
un uomo intiero e perfetto, né una perfetta e intiera 
bestia, ma un pezzo di bestia con un pezzo d'uomo, possa 
esser meglio che come dove è un pezzo di braga con un 
pezzo di giubbone, onde mai provegna veste meglior 
che giubbone o braga, ne meno cossi come questa o quella, 
buona. — Momo, Momo, rispose Giove, il misterio 
di questa cosa è occolto e grande, e tu non puoi capirlo; 
però come cosa alta e grande, ti fìa mestiero di solamente 

. (1) Ibid 



140 Parte seconda 

crederlo. — So bene, disse Momo, che questa è una cosa, 
che non può esser capita da me, né da chiunque ha qual- 
che piccolo granello d'intelletto; ma che io, che son un 
dio, o altro, che si trova tanto sentimento, quanto esser 
potrebbe un acino di miglio, debba crederlo, vorrei che 
da te prima con qualche bella maniera mi vegna donato 
a credere. — Momo, disse Giove, non devi voler sa- 
pere più di quel che bisogna sapere, e credimi, che questo 
non bisogna sapere. — Ecco dunque, disse Momo, quel 
che è necessario intendere, e ch'io al mio dispetto voglio 
sapere; e, per farti piacere, o Giove, voglio credere, che 
una manica e un calzone vagHono più che un par di ma- 
niche e un par di calzoni, e di gran vantaggio ancora; 
che un uomo non è uomo, che una bestia non è bestia... 



XV. 
IL PESCE <') 



Saulino. Or che dissero li Dei? 

SoF, Non fu grande o picciolo, maggiore o minore, ma- 
schio o femina, o d'una e d'un'altra sorte, che si trovasse 
nel conseglio, che con ogni voce o gesto non abbia som- 
mamente approvato il sapientissimo e giustissimo decreto 
Gioviale. Là onde, fatto tutto allegro e gioioso, il summi- 
tonante s'alzò in piedi, e stese la destra verso il pesce 
australe, di cui solo restava a definire, e disse: — Presto 
tolgasi da là quel Pesce, e non vi nmagna altro che il suo 
ritratto; ed esso in sustanza sia preso dal nostro cuoco, ed 
or ora, fresco fresco, sie messo per compimento di nostra 
cena parte in craticchia, parte in guazzetto, parte in agresto 
parte acconcio come altnmente li pare e piace, accomo- 
dato con salza rom.ana. E facciasi tutto presto, perchè 
per il troppo negociare io mi muoio di fame, ed il simile 
credo de voi altri anco: oltre che mi par convenevole, 
che questo purgatorio non sia senza qualche nostro pro- 
fìtto ancora. — Bene, bene, assai bene! risposero tutti 
gli dei; e ivi si trove la Salute, la Securità, l'Utilità, il 
Gaudio, il Riposo, e somma Voluttade, che son parturite 
dal premio de virtudi, e remunerazion de studii e fatiche. 

E con questo festivamente uscirò dal conclave, avendo 
purgato il spacio oltre il signifero, che contiene trecento 
e sedici stelle segnalate. 

(1) spaccio. Ibid. 



PARTE TERZA 



I. 

EPISTOLA 
DEDICATORIA A DON SABATINO (" 



Reverendissime in Christo Pater, 

Non altrìmente che accader suole a un figolo, il qua], 
gionto al termine del suo lavoro (che, non tanto per tra- 
smigrazion de la luce, quanto per difetto e mancamento 
della materia spacciata, è gionto al fine) e tenendo in 
mano un poco di vetro o di legno, o di cera o altro, che 
non è sufficiente per farne un vase, rimane un pezzo senza 
sapersi né potersi risolvere, pensoso di quel che n'abbia 
fare, non avendolo a gittar via disutilmente, e volendo, 
al dispetto del mondo, che serva a qualche cosa; ecco che 
a l'ultimo il mostra predestinato ad essere una terza ma- 
nica, un orlo, un coperchio di fiasco, una forzaglia, un 
empiastro, o una intacconata, che risalde, empia, o ri- 
cuopra qualche fessura, pertuggio, o crepatura; è avvenuto 
a me, dopo aver dato spaccio, non a tutti miei pensieri, 
ma a un certo fascio de scritture solamente, che al fine, 
non avendo altro da ispedire, più per caso che per consi- 
glio ho volti gli occhi ad un cartaccio, che avevo altre volte 
spreggiato e messo per copertura di que' scritti: trovai che 
conteneva in parte quel tanto che vi vederete presentato. 

Questo prima pensai di donarlo a un cavalliero; il quale, 
avendovi aperti gli occhi, disse che non avea tanto stu- 
diato che potesse intendere gli misterii; e per tanto non 
gli possea piacere. L'offersi appresso ad un di questi mi- 
nistri verbi Dei; e disse che era amico della lettera, e che 



(I) Cabala del Cavallo Pegasto 



148 Parte terza 

non SI delettava de simili esposizioni proprie a Origene, 
accettate da* scolastici ed altri nemici della lor professione. 
Il misi avanti ad una dama; e disse che non gli aggradava 
per non esser tanto grande quanto conviene al suggetto 
d'un cavallo e un asino. Il presentai ad un'altra; la quale, 
quantunque gustandolo gli piacesse, avendolo gustato 
disse che ci volea pensar su per qualche giorno. Viddi se 
vi potesse accoraggiar una pinzocchera; e la me disse: 
Non lo accetto, se parla d'altro che di rosario, della vertù 
de' granelli benedetti e de l'agnusdei. 

Accostailo al naso d'un pedante, il qual, avendo tor- 
ciuto il viso in altra parte, mi disse che aboliva ogn 'altro 
studio e materia, eccetto che qualche annotazione, scolia 
e interpretazione sopra Vergilio, Terenzio e Marco Tullio. 
Udivi da un versificante che non lo volea, se non era qual- 
che copia d'ottave rime o de sonetti. Altri dicevano, che 
gli meglior trattati erano stati dedicati a persone, che 
non erano megliori che essi loro. Altri co' l'altre raggio ni 
mi parevan disposti a dovermene ringraziar o poco o 
niente, se io gli l'avesse dedicato; e questo non senza 
caggione, perchè, a dir il vero, ogni trattato e considera- 
zione deve essere speso, dispensato e messo avanti a quel 
tale, che è de la suggetta professione o grado. 

Stando dunque io con gli occhi affissi su la raggi on 
della materia enciclopedica, mi ricordai dell'enciclope- 
dico vostro ingegno, il qual non tanto per fecondità e ric- 
chezza par che abbraccie il tutto, quanto per certa pele- 
grina eccellenza par ch'abbia il tutto e meglio ch'il tutto. 
Certo, nessun potrà più espressamente che voi compren- 
dere il tutto, perchè siete fuor del tutto; possete entrar 
per tutto, perchè non è cosa che vi tegna rinchiuso; pos- 
sete aver il tutto, perchè non è cosa che abbiate. (Non so 
se mi dechiararò meglio col descrivere il vostro ineffabile 
intelletto). Io non so se siete teologo, o filosofo, o caba- 
lista; ma so ben che siete tutti, se non per essenza, per par- 
tecipazione; se non in atto, in potenza; se non d appresso, 
da lontano. In ogni modo credo che siate cossi sufficiente 
nell'uno come nell'altro. E però eccovi cabala, teologia e 



I. - Epistola dedicatoria a don Sapatino 149 

filosofìa: dico una cabala di teologica filosofìa, una filosofìa 
di teologia cabalistica, una teologia di cabala filosofica, 
di sorte ancora che non so se queste tre cose avete o come 
tutto, o come parte, o come niente; ma questo so ben certo, 
che avete tutto del niente in parte, parte del tutto nel 
niente, niente de la parte in tutto. 

Or per venire a noi, mi dimanderete; che cosa è questa 
che m'inviate? quale è il suggetto di questo libro? di che 
presente m'avete fatto degno? Ed io vi rispondo, che 
vi porgo il dono d'un Asino, vi presento l'Asino, il quale 
vi farà onore, vi aumentare dignità, vi metterà nel libro 
de l'eternità. Non vi costa niente per ottenerlo da me ed 
averlo per vostro; non vi costarà altro per mantenerlo, 
perchè non mangia, non beve, non imbratta la casa; e 
sarà eternamente vostro, e duraràvi più che la vostra 
mitra, crocea, piovale, mula e vita; come, senza molto 
discorrere, possete voi medesimo ed altri comprendere. 
Qua non dubito, reverendissimo Monsignor mio, che 
il dono de l'asino non sarà ingrato alle vostra prudenza e 
pietà: e questo non dico per caggione, che deriva dalla 
consuetudine di presentar a' gran maestri non solamente 
una gemma, un diamante, un rubino, una perla, un cavallo 
perfetto, un vase eccellente; ma ancora una scimia, un 
papagallo, un gattomammone, un asino; e questo, al- 
lora che è necessario, è raro, è dottrinale; e non è degli 
ordinarii. L'asino indico è precioso e duono papale in 
Roma; l'asino d'Otranto è duono imperiale in Costanti- 
nopoli; l'asino di Sardegna è duono regale in Napoli; 
e l'asino cabalistico, il qual è ideale e per conseguenza 
celeste, volete voi che debba essere men caro in qual si 
voglia parte de la terra a qual si voglia principal perso- 
naggio, che per certa benigna ed alta repromissione sap- 
piamo che si trova in cielo il terrestre? Son certo, dunque, 
che verrà accettato da voi con quell'animo, con quale 
da me vi vien donato. 

Prendetelo, o padre, se vi piace, per ucello, perchè è 
alato, ed il più gentil e gaio, che si possa tener in gabbia. 
Prendetelo, se *1 volete, per fiera, perchè è unico, raro e 



150 Parte tei za 

pelegrlno da un canto, e non è cosa più brava, che possiate 
tener ferma in un antro o caverna. Trattatelo, se vi piace, 
come domestico; perchè è ossequioso, comite e servile; 
ed è il meglior compagno, che possiate aver in casa. Vedete 
che non vi scampe di mano; perchè è il meglior destriero, 
che possiate pascere, o, per dir meglio, vi possa pascere 
in stalla; meglior familiare, che vi possa esser contuber- 
nale e trattenimento in camera. Meneggiatelo come una 
gioia e cosa preciosa; perchè non possete aver tesoro più 
eccellente nel vostro ripostiglio. Toccatelo come cosa 
sacra, e miratelo come cosa da gran considerazione; perchè 
non possete aver meglior libro, meglior imagine e meglio 
specchio nel vostro Ccibinetto. Tandem, se per tutte queste 
raggioni non fa per il vostro stomaco, lo potrete donar 
ad alcun altro, che non ve ne debba essere ingrato. Se 
l'avete per cosa ludicra, donatelo a qualche buon caval- 
liero, perchè lo mette in mano de' suoi paggi, per tenerlo 
caro tra le scimie e cercopitechi. Se lo passate, per cosa 
armentale, ad un contadino, che li done ricetto tra il suo 
cavallo e bue. Se '1 stimate cosa ferina, concedetelo a 
qualche Atteone, che lo faccia vagar con gli capri e gli 
cervi. Se vi par ch'abbia del mignone, fatene copia a 
qualche damigella, che lo tegna in luogo in martora e ca- 
gnuola. Se finalmente vi par eh cibbia del matematico, 
fatene grazia ad un cosmografo, perchè gli vada rependo e 
salticchiando tra il polo artico ed antartico de una di queste 
sfere armillan, alle quali non men comodamente potrà 
dar il moto continuo, ch'abbia possuto donar l'infuso mer- 
curio a quella d'Archimede, ad esser più efficacemente 
tipo del megacosmo, in cui da l'anima intrinseca pende la 
concordanza ed armonia del moto retto e circolare. 

Ma, se siete, come vi stimo, sapiente, e con maturo giu- 
dicio considerate, lo terrete per voi, non stimando a voi 
presentata da me cosa men degna, che abbia possuto pre- 
sentar a Papa Pio quinto, a cui consecrai 1 *A r e a di 
Noè; al re Errico terzo di Francia, il quale immorta- 
leggio con rO mbre de le Idee; al suo legato 
in Inghilterra, a cui ho conceduti Trenta sigilli; 



I. — Epistola dedicatoria a don Sapatino 131 

al cavallier Sidneo, al quale ho dedicata la Bestia 
trionfante. Perchè qua avete non solamente la 
bestia trionfante viva; ma, ed oltre, gli trenta sigilli aperti, 
la beatitudme perfetta, le ombre chiarite e l'arca gover- 
nata; dove l'asino (che non invidia alla vita delle ruote del 
tempo, all'ampiezza de l'universo, alla felicità de l'intel- 
ligenze, alla luce del sole, al baldachino di Giove) è mo- 
deratore, dechiaratore, consolatore, aperitore e presi- 
dente. Non è, non è asino da stalla o da armento, ma di 
que' che possono comparir per tutto, andar per tutto, 
entrar per tutto, seder per tutto, comunicar, capir, con- 
segliar, definir e far tutto. Atteso che, se lo veggio zappar, 
inaffiar e inacquare, perchè non volete ch'il dica orto- 
lano? S'ei solca, pianta e semina, perchè non sarà agri- 
coltore? Per qual caggione non sarà fabro, s'ei è mani- 
polo, mastro e architettore? Chi m'impedisce che non lo 
dica artista, se è tanto inventivo, attivo e reparativo? Se 
è tanto esquisito argumentore, dissertore e apologetico, 
perchè non vi piacerà che lo dica scolastico? Essendo 
tanto eccellente formator di costumi, institutor di dottrine 
e riformator de religioni, chi si farà scrupolo de dirlo 
academ.ico, e stimarlo archimandrita di qualche archidi- 
dascalia? Perchè non sarà monastico, stante ch'egli sia 
corale, capitolare e dormitoriale? S'egli è per voto povero, 
casto e ubediente, mi biasimarete, se lo dirò conventuale? 
Mi impedirete voi, che non possa chiamarlo conclavi- 
stico, stante ch'egli sia per voce attiva e passiva gradua- 
bile, eligibile, prelatibile? S'è dottor sottile, irrefraga- 
bile ed illuminato, con qual conscienza non vorrete che 
lo stime e tegna per degno consegliero? Mi terrete voi la 
lingua, perchè non possa bandirlo per domestico, essendo 
che in quel capo sia piantata tutta la moralità politica ed 
economica? Potrà far la potenza de canonica autoritade 
ch'io non lo tegna ecclesiastica colonna, se mi si mostra 
di tal maniera pio, devoto e continente? Se lo veggo 
tanto alto, beato e trionfante, potrà far il cielo e mondo 
tutto che non lo nomine divino, olimpico, celeste? In 
conclusione (per non rompere più il capo a me ed a voi) 

é 
Bruno, In tristitia hilaris, etc 12. 



152 



Parte terza 



mi par che sia Tistessa anima del mondo, tutto in tutto, e 
tutto in qualsivoglia parte. Or vedete, dunque, quale e 
quanta sia la importanza di questo venerabile suggetto, 
circa il quale noi facciamo il presente discorso e dialoghi: 
nelli quali, se vi par vedere un gran capo o senza busto, 
o con una picciola coda, non vi sgomentate, non vi sdc" 
gnate, non vi maravigliate; perchè si trovano nella na- 
tura molte specie d'animali, che non hanno altri membri 
che testa, o par che siano tutto testa, avendo questa cossi 
grande e l'altre parti come insensibili; e per ciò non manca 
che siano perfettissime nel suo geno. E se questa raggione 
non vi sodisfa, dovete considerar oltre, che questa ope- 
retta contiene una descrizione, una pittura; e che negli 
ritratti suol bastare il più de le volte d'aver ripresentata la 
testa sola senza il resto. Lascio che tal volta si mostra ec- 
cellente artificio in far una sola mano, un piede, una gamba, 
un occhio, una svelta orecchia, un mezzo volto, che si 
spicca da dietro un arbore, o dal cantoncello d'una fe- 
nestra, o sta come sculpito al ventre d'una tazza, la qual 
abbia per base un pie d'oca, o d'aquila, o di qualch'altra 
animale; non però si danna, ne però si spreggia, ma più 
viene accettata e approvata la manifattura. Cossi mi per- 
suado, anzi son certo, che voi accettarete questo dono 
come cosa cossi perfetta, come con perfettissimo cuore 
vi vien offerta. Vale. 




II. 

IN LODE DE L'ASINO "> 



sant* asinità, sant* ignoranza. 
Santa stolticia e pia divozione, 
Qual sola puoi far Vanirne sì buone, 
CWuman ingegno e studio non F avanza; 

Non gionge faticosa vigilanza 

D'arte, qualunque sia, o 'nvenzione, 
Né de sofossi contemplazione 
Al del, dove t'edifichi la stanza. 

Che vi vai, curiosi, il studiare. 
Voler saper quel che fa la natura, 
Se gli astri son pur terra, fuoco e mare? 

La santa asinità di ciò non cura; 

Ma con man gionte e 'n ginocchion vuol stare. 
Aspettando da Dio la sua ventura. 

Nessuna cosa dura. 
Eccetto il frutto de l'eterna requie. 
La qual ne done Dio dopo Fessequie. 



(1) Dalla Cabala del Cavallo Pegaseo, 



154 Parte terza 



A L'ASINO CILLENICO 



Oh beato quel venir e le mammelle. 

Che t'ha portato, e n terra ti lattare, 
Animalaccio divo, al mondo caro. 
Che qua fai residenza e tra le stelle! 

Mai più preman tuo dorso basti e selle, 
E contril mondo ingrato e del avaro 
Ti faccia sort'e natura riparo 
Con sì felice ingegno e buona pelle. 

Mostra la testa tua buon naturale. 
Come le nari quel giudicio sodo. 
L'orecchie lunghe un udito regale. 

Le dense labbra di gran gusto il modo, 
Da far invidia a' dei quel genitale; 
Cervice tal la costanza, ch'io lodo. 
Sol lodandoti godo: 
Ma, lasso, cercan tue condizioni 
Non un sonetto, ma mille sermoni. 



III. 

DISSERTAZIONI SOPRA L'ASINITÀ'" 



Oimè, auditor mio, che senza focoso suspiro, lubrico 
pianto e tragica querela, con l'affetto, con gli occhi e le 
raggioni non può rammentar il mio ingegno, intonar 
la voce e dechiarar gli argumenti, quanto sia fallace il 
senso, turbido il pensiero ed imperito il giudicio, che con 
atto di perversa, iniqua e pregiudiciosa sentenza non vede, 
non considera, non definisce secondo il debito di natura, 
verità di ragglone e diritto di giustizia circa la pura bon- 
tade, regia sinceritade e magnifica maestade della santa 
ignoranza, dotta pecoragme, e divina asinitade! Lasso! a 
quanto gran torto da alcuni è sì fieramente essagitata 
quest'eccellenza celeste tra gli uomini viventi, contro la 
quale altri con larghe narici si fan censori, altri con aperte 
sanne si fan mordaci, altri con comici cachini si rendono 
beffeggiatori. Mentre ovunque spreggiano, burlano e vi- 
lipendeno qualche cosa, non gli odi dir altro che: Costui, 
è un asino, quest azione è asinesca, questa è una asini- 
tade; — stante che ciò absolutamente convegna dire 
dove son più maturi discorsi, più saldi proponimenti e 
più trutinate sentenze. Lasso! perchè con ramarico del 
mio core, cordoglio del spirito e aggravio de l'alma mi 
si presenta agli occhi questa imperita, stolta e profana 
moltitudine, che sì falsamente pensa, sì mordacemente 
parla, sì temerariamente scrive per parturir que' scelerati 



(1) Cabala del Cavallo Pegaseo. — Declamazione al studioso, divoto e pio 
lettore. 



156 Parte terza 

discorsi de' tanti monumenti, che vanno per le stampe, 
per le librarle, per tutto, oltre gli espressi ludibrli, dlspreg- 
gi e biasimi: l'asmo d'oro, le lodi de l'asmo, l'encomio de 
l'asino; dove non si pensa altro che con ironiche sentenze 
prendere la gloriosa asinitade in gioco, spasso e scherno? 
Or, chi terrà il mondo, che non pensi ch'io faccia il si- 
mile? Chi potrà donar freno alle lingue, che non met- 
tano nel medesimo predicamento, come colui che corre 
appo gli vestigli degli altri, che circa cotal suggetto demo- 
criteggiano? Chi potrà contenerli, che non credano, af- 
fermino e confermino, che io non intendo vera- e serio- 
samente lodar l'asino e asinitade, ma piuttosto procuro di 
aggionger oglio a quella lucerna, la quale è stata dagli 
altri accesa? Ma, o miei protervi e temerarli glodlcl, o 
neghittosi e ribaldi calunniatori, o foschi e appassionati 
detrattori, fermate il passo, voltate gli oc hi, prendete 
la mira; vedete, penetrate, considerate se gli concetti sem- 
plici, le sentenze enunciative e gli discorsi sillogistici, 
ch'apporto in favor di questo sacro, impolluto e sarìto ani- 
male, son puri, veri e demostratlvi, o pur son fìnti, im- 
possibili ed apparenti. Se le vedrete in effetto fondati 
su le basi de fondamenti fortissimi, se son belli, se son 
buoni; non le schivate, non le fuggite, non le rigettate; 
ma accettatele, seguitele, abbracciatele, e non siate oltre 
legati dalla consuetudine del credere, vinti dalla suffi- 
cienza del pensare, e guidati dalla vanità del dire, se altro 
vi mostra la luce de l'intelletto, altro la voce della dot- 
trina intona ed altro l'atto de l'esperienza conferma.__ 
L'asino ideale e cabalistico, che ne vien proposto nel 
corpo de le Sacre Lettere, che credete voi che sia? Che 
pensate voi essere il cavallo pegaseo, che vien trattato in 
figura degli poetici fìgmenti? De l'asino cillenico degno 
d'esser messo in croceis nelle più onorate academie che 
v'imaginate? Or, lasciando il pensier del secondo e terzo 
da canto, e dando sul campo del primo, platonico pari- 
mente e teologale, voglio che conosciate che non manca 
testimonio dalle divine ed umane lettere, dettate da sacri 
e profani dottori, che parlano con l'ombra de scienze e 



III. -- Dissertazioni sopra l'asinità 157 



lume della fede. Saprà, dico, ch'io non mentisco colui 
ch'è anco mediocremente perito in queste dottrine, quan- 
do avien ch'io dica l'asino ideale esser principio prodot- 
tivo, formativo e perfettivo sopranaturalmente della specie 
asinina; la quale, quantunque nel capacissimo seno della 
natura si vede ed è dall'altre specie distinta, e nelle menti 
seconde è messa in numero, e con diverso concetto ap- 
presa, e non quel medesimo, con cui l'altre forme s'ap- 
prendeno; nulla di meno (quel ch'importa tutto) nella 
prima mente è medesima che la idea de la specie umana, 
medesima, che la specie de la terra, della luna, del sole, 
medesima che la specie dell'intelligenze, degli demoni, 
degli dei, degli mondi, de l'universo; anzi è quella specie, 
da cui non solamente gli asini, ma e gli uomini, e le stelle 
e gli mondi, e gli mondani animali tutti han dependenza: 
quella dico, nella quale non è differenza di forma e sug- 
getto, di cosa e cosa; ma è semplicissima ed una. 

Vedete, vedete, dunque, d'onde derive la caggione, che, 
senza biasimo alcuno il santo de' santi, or è nominato, non 
solamente leone, monocorno, rinoceronte, vento, tempesta, 
aquila, pellicano, ma e non uomo, opprobrio degli uomini, 
abiezion di plebe, pecora, agnello, verme, similitudine 
di colpa, sin ad esser detto peccato e peggio. Considerate 
il principio della causa, per cui gli cristiani e giudei non 
s'adirano, ma più tosto con glorioso trionfo si congratu- 
lano insieme, quando con le metaforiche allusioni nella 
Santa Scrittura son figurati per titoli e definizioni asini, 
son appellati asini, son definiti per asini: di sorte che, 
dovunque si tratta di quel benedetto animale, per moralità 
di lettera, allegoria di senso, ed anagogia di proposito, 
s'intende l'uomo giusto, l'uomo santo, l'uomo de Dio. 

Pregate, pregate Dio, o carissimi, se non siete ancora 
asini, che vi faccia dovenir asini. Vogliate solamente; 
perchè certo certo, facilissimamente vi sarà conceduta la 
grazia: perchè, benché naturalmente siate asini, e la di- 
sciplina commune non sia altro che una asinitade, dovete 
avertire e considerar molto bene se siate asini secondo Dio; 



158 Parte terza 

dico, se siate quei sfortunati, che nmagnono legati avanti 
la porta, o pur quegli altri felici, li quali entran dentro. 
Ricordatevi, o fìdeli, che gli nostri primi parenti a quel 
tempo piacquero a Dio, ed erano in sua grazia, in sua sal- 
vaguardia, contenti nel terrestre paradiso nel quale erano 
asini, cioè semplici ed ignoranti del bene e male; quando 
posseano esser titillati dal desiderio di sapere bene e male; 
e per consequenza non ne posseano aver notizia alcuna; 
quando possean credere una buggia, che gli venesse detta 
dal serpente; quando se gli possea donar ad intender sin 
a questo: che, benché Dio avesse detto che morrebono, 
né potesse essere il contrario, in cotal disposizione erano 
grati, erano accetti, fuor d'ogni dolor, cura e molestia. 
Sovvegnavi ancora ch'amò Dio il popolo ebreo, quando 
era afflitto, servo, vile, oppresso, ignorante, onerario, 
portator de' còfìni, somarro, che non gli possea mancar 
altro, che la coda ad esser asino naturale sotto il dominio 
de l'Egitto: allora fu detto da Dio suo popolo, sua gente, 
sua scelta generazione. Perverso, scelerato, reprobo, adul- 
tero, fu detto quando fu sotto le discipline, le dignitadi, 
le grandezze e similitudine degli altri popoli e regni ono- 
rati secondo il mondo. 

Non è chi non loda l'età de l'oro, quando gli 
uomini erano asini, non sapean lavorar la terra, non 
sapean l'un dominar a l'altro, intender più de l'altro, 
avean per tetto gli antri e le caverne, si donavano a dosso 
come fan le bestie, non eran tante coperte e gelosie e con- 
dimenti de libidine e gola; ogni cosa era commune, il 
pasto eran le poma, le castagne, le ghiande in quella forma 
che son prodotte dalla madre natura. Non é chi non sap- 
pia qualmente non solamente nella specie umana, ma e 
in tutti gli geni d'animali la madre ama più, accarezza più 
mantien contento più e ocioso, senza sollecitudine e fa- 
tica, abbraccia, bacia, stringe, custodisce il figlio minore, 
come quello che non sa male e bene, ha dell'agnello, ha 
de la bestia; é un asino, non sa cossi parlare, non può 
tanto discorrere; e come gli va crescendo il senno e la 
prudenza, sempre a mano a mano se gli va scemando 



III. - Dissertazioni sopra l'asinità 1 59 

ramore, la cura, la pia affezione, che gli vien portata dagli 
suoi parenti. Non è nemico, che non compatisca, abblan- 
disca, favorisca a quella età, a quella persona, che non ha 
del virile, non ha del demonio, non ha de l'uomo, non ha 
del maschio, non ha de l'accorto, non ha del barbuto, 
non ha del sodo, non ha del maturo. Però, quando si 
vuol mover Dio a pietà e comiserazione il suo Signore, 
disse quel profeta: Ah, ah ah. Domine, quia nescio loqui; 
dove, col ragghiare e sentenza, mostra esser asino. E in 
un altro luogo dice: Quia puer sum. Però, quando si brama 
la remission della colpa, molte volte si presenta la causa 
nelli divini libri, con dire: Quia stulte egimus, stulte ege- 
runt, quia nesciunt quidfaciant, ignoramus, non intellexerunt . 

Quando si vuol impetrar da lui maggior favore, ed 
acquistar tra gli uomini maggior fede, grazia ed autorità 
si dice in un loco, che li apostoli eran stimati imbreachi; 
in un altro loco, che non sapean quel che dicevano; perchè 
non erano essi che parlavano: ed un de' più eccellenti , 
per mostrar quanto avesse del semplice, disse, che era 
stato rapito al terzo cielo, uditi arcani ineffabili, e che 
non sapea s'era morto o vivo, s'era in corpo o fuor di 
quello. Un altro disse, che vedeva gli cieli aperti, e tanti 
e tanti altri propositi, che tegnono gli diletti de Dio, alli 
quali è revelato quello che è occolto a la sapienza umana , 
ed è asinità esquisita agli occhi del discorso razionale: 
perchè queste pazzie, asinitadi e bestialitadi son sapienze, 
atti eroici e intelligenze appresso il nostro Dio; il qual 
chiama li suoi pulcini, il suo gregge, le sue pecore, li suoi 
parvuli, li suoi stolti, il suo pulledro, la sua asina que' 
tali, che li credeno, l'amano, il sieguono. 

Non è, non è, dico, meglior specchio messo avanti 
gli occhi umani che l'asinitade e asino; il qual più 
esplicatamente secondo tutti gli numeri dimostre qual 
essere debba colui, che faticandosi nella vigna del 
Signore, deve aspettar la retribuzion dei danaio diurno, 
il gusto della beatifica cena, il riposo che siegue il 
corso di questa transitoria vita. Non è conformità 
megliore, o simile, che ne amene, guide e conduca 



160 Parte terza 

alla salute eterna più attamente, che far possa questa 
vera sapienza approvata dalla divina voce: come, per 
il contrario, non è cosa, che ne faccia più efficaceme- 
mente impiombar al centro ed al baratro tartareo, che le 
filosofiche e razionali contemplazioni, quali nascono dagli 
sensi, crescono nella facultà discorsiva e si maturano nel- 
l'intelletto umano. 

Forzatevi, forzatevi dunque ad esser asini, o voi, 
che siete uomini. E voi, che siete già asini, studiate, 
procurate, adattatevi a proceder sempre da bene m 
meglio, a fin che perveniate a quel termine, a quella 
dignità, la quale, non per scienze e opre, quantunque 
grandi, ma per fede s'acquista; non per ignoranza e 
misfatti, quantunque enormi ma per la incredulità (come 
dicono, secondo l'Apostolo) si perde. Se cossi vi dispor- 
rete, se tali sarete e talmente vi governarete, vi trovarete 
scritti nel libro de la vita, impetrarete la grazia in questa 
militante, ed otterrete la gloria in quella trionfante eccle- 
sia, nella quale vive e regna Dio per tutti secoli de' secoli. 

Cossi sia ! 

* (]) 

Sebasto. è il peggio, che diranno che metti avanti 
metaffore, narri favole, raggioni in parabola, intessi enigmi, 
accozzi similitudini, tratti misterii, mastichi tropologie. 

SauliNO. Ma io dico la cosa a punto come la passa; e 
come la è propriamente, la metto avanti gli occhi. 

CoRlBANTE. Id est, sine fuco, plane,candi de; ma vorrei 
che fusse cossi, come dite, da dovero. 

Saul. Cossi piacesse alli dei, che fessi tu altro che fuco 
con questa tua gestuazione, toga, barba e supercilio: come, 
anco quanto a l'ingegno, candide, piane et sine fuco, mostri 
agli occhi nostri la idea della pedantaria. 

Cor. Hactenus haec? Tanto che Sofia loco per loco, 
sedia per sedia vi condusse? 

Saul. Sì. 



(I) Cabala del Cavallo Pegaseo. EMalogo primo — Sono interlocutori Se- 
BASTO, Sauuno, Coribante. 



III.- Dissertazioni sopra l'asinità 161 



Seb. Occórrevi de dir altro circa la previsione di que- 
ste sedie? 

Saul. Non per ora, se voi non siete pronto a donarmi 
occasione di chiarirvi de più punti circa esse col diman- 
darmi e destarmi la memoria, la quale non può avermi 
suggerito la terza parte de' notabili propositi degni di 
considerazione. 

Seb. Io, a dir il vero, rimagno sì suspeso dal desio de 
saper qual cosa sia quella ch'il gran padre degli dei ha 
fatto succedere in quelle due sedie, l'una Boreale e l'altra 
Australe, che m'ha parso il tempo de mill'anni per veder 
il fine del vostro filo, quantunque curioso, utile e degno: 
perchè quel proposito tanto più mi vien a spronar il desio 
d'esserne fatto capace, quanto voi più l'avete differito a 
far o udire. 

Cor. Spes efenim dilata affligit animum, vel animam, ut 
melius dicam; haec enim mage significat naturam passibilem. 

Saul. Bene. Dunque, perchè non più vi tormentiate su 
l'aspettar della risoluzione sappiate che nella sedia pros- 
sima immediata e gionta al luogo, dove ere l'Orsa minore, 
e nel quale sapete essere exaitata la Veritade, essendone 
t olta via l'Orsa maggiore nella forma ch'avete inteso, 
per previdenza del prefato consiglio vi ha succeduto l'Asi- 
nità in abstratto: e là, dove ancora vedete in fantasia il 
fiume Eridano, piace agli medesimi che vi si trove l'Asi- 
nità in concreto, a fine che da tutte tre le celesti reggioni 
possiamo contemplare l'Asinità, la quale in due facelle 
era come occolta nella vie de' pianeti, dov'è la coccia del 
Cancro. 

Cor. Procul, o procal, este, profanil Questo è un sacri- 
legio, un profanismo, di voler fingere (poscia che non è 
possibile che cossi sie in fatto) vicino a l'onorata ed emi- 
nente sedia de la Verità essere l'idea di sì immonda e vi- 
t uperosa specie, la quale è stata dagli sapienti Egizii negli 
lor geroglifici presa per tipo de l'ignoranza. 

Saul. Alla contemplazione de la verità altri si promuo- 
veno per via di dottrina e cognizione razionale, per forza 



162 Parte terza 

de rintelletto agente, che s'intrude nell'animo, exci- 
tandovi il lume interiore. E questi son rari; onde 
dice il poeta: 

Fauci, quos ardens evexit ad aethera virtus. 

Altri per via d'ignoranza vi si voltano e forzansi di per- 
venirvi. E di questi alcuni sono affetti di quella, che è 
detta ignoranza di semplice negazione: e costoro né sanno, 
né presumeno di sapere; altri di quella, che é detta igno- 
ranza di prava disposizione; e tali, quanto men sanno e 
sono imbibiti de false informazioni, tanto più pensano di 
sapere: quali, per informarsi del vero, richiedeno doppia 
fatica, cioè de dismettere l'uno abito contrario, e di ap- 
prender l'altro. Altri di quella, ch'è celebrata come divina 
acquisizione; e in questa son color, che, né dicendo, né 
pensando di sapere, ed oltre essendo creduti da altri igno- 
rantissimi, son veramente dotti, per ridursi a quella glorio- 
sissima asinitade e pazzia. E di questi alcuni sono naturali, 
come quei che caminano con il lume suo razionale, con 
CUI negano col lume del senso e della raggione ogni lume 
di raggione e senso; alcuni altri caminano, o per dir meglio, 
si fanno guidare con la lanterna della fede, cattivando l'in- 
telletto a colui, che gli monta sopra, ed a sua bella posta 
l'addirizza e guida. E questi veramente son quelli, che non 
possono essi errare, perchè non caminano col proprio fal- 
lace intendimento, ma con infallibil lume di superna in- 
telligenza. Questi, questi son veramente atti e predestinati 
per arrivare alla Jerusalem della beatitudine e vision aperta 
della verità divina: perchè gli sopramonta quello, senza il 
qual sopramontante non è chi condurvesi vaglia. 

Seb. Or ecco come si distingueno le specie dell'igno- 
ranza e asinitade, e come vegno a mano a mano a conde- 
scendere per concedere l'asinitade essere una virtù necessa- 
ria e divina, senza la quale sarrebe perso il mondo, e per 
la quale il mondo tutto è salvo. 

Saul. Odi a questo proposito un principio per un'altra 
più particular distinzione. Quello ch'unisce l'intelletto 
nostro, il qual é nella sofia, alla verità, la quale è l'oggetto 



III. - Dissertazioni sopra l'asinità 163 



intelligibile, è una specie d'ignoranza, secondo gli caba- 
listi e certi mistici teologi; un'altra specie, secondo gli 
pirroniani, efettici ed altri simili; un'altra, secondo teo- 
logi cristiani; tra' quali il Tarsense la viene tanto più a 
magnificare, quanto a giudizio di tutt'il mondo è passata 
per maggior pazzia. Per la prima specie sempre si niega; 
onde vien detta ignoranza negativa, che mai ardisce affir- 
mare. Per la seconda specie sempre si dubita, e mai ardisce 
determinare o definire. Per la terza specie gli principii 
tutti s'hanno per conosciuti, approvati e con certo argu- 
mento manifesti, senza ogni demostrazione e apparenza. 
La prima è denotata per l'asino pullo, fugace ed erra- 
bondo; la seconda per un'asina, che sta fitta tra due vie, 
dal mezzo di quali mai si parte, non possendosi risolvere 
per quale delle due più tosto debba muovere i passi; la 
terza per l'asina con il suo pulledro, che portano su la 
schena il redentor del mondo: dove Tasina, secondo che 
gli sacri dottori insegnano, è tipo del popolo giudaico, e 
il pullo del popolo gentile, che, come figlia ecclesia, è 
parturito dalla madre sinagoga; appartenendo cossi questi 
come quelli alla medesima generazione, procedente dal 
padre de' credenti Abraamo. Queste tre specie d'igno- 
ranza, come tre rami, si riducono ad un stipe, nel quale 
da l'archetipo influisce l'asinità, e che è fermo e piantato 
su le radici delli dieci sephiroth. 

Cor. bel senso! Queste non sono retoriche persua- 
sioni, ne elenchici sofismi, né topiche probabilltadi, ma 
apodictiche demostrazioni; per le quali l'asino non è sì 
vile animale, come comunmente si crede, ma di tanto 
più eroica e divina condizione. 

Seb. Non è d'uopo ch'oltre t'affatichi, o Saulino, per 
venir a conchiudere quel tanto, che io dimandavo che da 
te mi fusse definito: sì perchè avete sodisfatto a Coribante, 
sì anco perchè da li posti mezzi termini ad ogni buono 
intenditore può esser facilmente sodisfatto. Ma, di grazia, 
fatemi ora intendere le raggioni della sapienza, che consi- 
ste nell'ignoranza ed asinitade iuxta il secondo modo: cioè, 
con qual raggione siano partecipi dell'asinità gli pirro- 



164 Parte terza 

nianì, efettici et altri academici filosofi; perchè non dubito 
della prima e terza specie, che medesime sono altissime e 
remotissime da' sensi, e chiarissime, di sorte che non è 
occhio, che non le possa conoscere. 

Saul. Presto verrò al proposito della vostra dimanda: 
ma voglio che prima notiate il primo e terzo modo di 
stoltizia e asinitade concorrere in certa maniera in uno ; e 
però medesimamente pendeno da principio incompren- 
sibile ed ineffabile, a constituir quella cognizione, ch'è di- 
sciplina delle discipline, dottrina delle dottrine e arte de 
le arti. Della quale voglio dirvi, in che maniera con poco o 
nullo studio e senza fatica alcuna ognun, che vuole e volse, 
ne ha possuto e può esser capace. Veddero e considerorn o 
que' santi dottori e rabini illuminati, che gli superbi e pre- 
sumptuosi sapienti del mondo, quali ebbero fiducia nel 
proprio ingegno, e con temeraria e gonfia presunzione 
hanno avuto ardire d'alzarsi alla scienza de' secreti divini 
e que' penetrali della deitade, non altrimente che coloro , 
ch'edificaro la torre di Babelle, son stati confusi e messi 
in dispersione, avendosi essi medesimi serrato il passo, 
onde meno f ussero abili alla sapienza divina e visione della 
veritade eterna. Che fero? Qual partito presero? Fermaro 
i passi, piegar© o dismesero le braccia, chiusero gli occhi, 
bandirò ogni propria attenzione e studio, riprovar© qual- 
sivoglia uman pensiero, rmiegaro ogni sentimento natu- 
rale; e, in fine, si tennero asini. E quei, che non erano, si 
trasformar© in questo animale: alzar©, disteser©, acumi- 
nar©, ingr©ssar© e magnific©rno l'orecchie; e tutte le po- 
tenze de l'anima rip©rt©rno e unir© nell'udire, c©n asc©l- 
tare s©lamente e credere: c©me quell©, di cui si dice: In 
auditu auris obedivit mihi. Là, c©ncentrand©si e cattivan- 
d©si la vegetativa, sensitiva e intellettiva facultade, hann© 
inceppate le cinque dita in un'unghia, perchè non potes- 
sero, come l'Adamo, stender le mani ad apprendere il 
frutto vietato dall'arbore della scienza, per cui venessero 
ad essere privi de' frutti de rarb©re della vita, © c©me 
Pr©mete© (che è metaf©ra di medesim© pr©p©sit©) sten- 
der le mani a suffurar il fu©co di Gi©ve, per accendere 



III. - Dissertazioni sopra l'asinità 165 

il lume della potenza razionale. Cossi li nostri divi asini, 
privi del proprio sentimento ed affetto, vegnono ad in- 
tendere non altrimente che come gli vien soffiato a l'o- 
recchie dalle revelazioni o degli dei o de' vicarii loro; 
e per consequenza a governarsi non secondo altra legge 
che di que' medesimi. Quindi non si volgono a destra 
o a sinistra, se non secondo la lezione e raggione, che gli 
dona il capestro o freno, che le tien per la gola, o per 
la bocca, non caminano, se non come son toccati. Hanno 
ingrossate le labbra, insolidate le mascelle, incontennuti 
gli denti, a fin che, per duro, spinoso, aspro e forte a 
digerir che sia il pasto, che gli vien posto avante, non 
manche d'essere accomodato al suo palato. Indi si pa- 
scono de' più grossi e materialacci appositorii, che altra 
qualsivoglia bestia, che si pasca sul dorso de la terra; e 
tutto ciò per venire a quella vilissima bassezza, per cui 
fìano capaci de più magnifica exaltazione, iuxta quello: 
Omnis qui se humiliat exaltabitur. 

Seb. Ma vorrei intendere, come questa bestiaccia potrà 
distinguere che colui, che gli monta sopra, è Dio o dia- 
volo, è un uomo o un'altra bestia non molto maggiore 
o minore, se la più certa cosa, ch'egli deve avere, è che 
lui è un asino e vuole essere asino, e non può far me- 
glior vita ed aver costumi migliori che di asino, e non 
deve aspettar meglior fine che di asino, ne è possibile, 
congruo e condigno ch'abbia altra gloria che d'asino? 

Saul. Fidele colui, che non permette che siano tentati 
sopra quel che possono: lui conosce li suoi, lui tiene e 
mantiene gli suoi per suoi, e non gli possono esser tolti. 
santa ignoranza, o divina pazzia, o sopraumana asinità! 
Quel rapto, profondo e contemplativo Areopagita, scri- 
vendo a Caio, afferma che la ignoranza è una perfettis- 
sima scienza; come per l'equivalente volesse dire, che 
l'asinità è una divinità. Il dotto Agostino, molto ine- 
briato di questo divino nettare, nelli suoi S o 1 i 1 o q u i i 
testifica, che la ignoranza più tosto che la scienza ne 
conduce a Dio, e la scienza più tosto che 1 ignoranza ne 
mette in perdizione. In figura di ciò vuole ch'il reden- 



166 Parte terza 

tor del mondo con le gambe e piedi degli asini fusse 
entrato in Gerusalemme, significando anagogicamente in 
questa militante quello che si verifica nella trionfante cit- 
tade; come dice il profeta salmeggiante: Non in fortitu- 
dine equi voluntatem habebit, neque in tibiis viri benepla- 
citum erit ei. 

Cor. Supple tu: Sed in fortitudine et tibiis asinae et 
pulii fila coniugalis. 

Saul. Or, per venire a mostrarvi come non è altro che 
l'asinità quello con cui possiamo tendere ad avvicinarci 
a quell'alta specola, voglio che comprendiate e sappiate 
non esser possibile al mondo meglior contemplazione che 
quella che niega ogni scienza ed ogni apprension e giu- 
dicio di vero; di maniera che la somma cognizione è certa 
stima, che non si può saper nulla e non si sa nulla, e per 
consequenza di conoscersi di non posser esser altro che 
asino e non esser altro che asino; allo qual scopo giunsero 
gli socratici, platonici, efettici, pirroniani ed altri simili, 
che non ebbero le orecchie tanto piccole, e le labbra tanto 
delicate, e la coda tanto corta, che non le potessero lor 
medesimi vedere. 

S e b. Priegoti, Saulino, non procedere oggi ad altro 
per confirmazion e dechiarazion di questo: perchè assai 
per il presente abbiamo inteso; oltre che vedi esser tempo 
di cena, e la materia richiede più lungo discorso. Per 
tanto piacciavi (se così pare anco al Coribante) di rive- 
derci domani per la elucidazione di questo proposito; ed 
io menarò meco Onorio, il quale si ricorda d'esser stato 
asino, e però è a tutta divozione pitagorico; oltre che ha 
de' grandi proprii discorsi, con gli quali forse ne potrà 
far capaci di qualche proposito 



IV. 
METAMFISICOSI <" 



Sebasto. e tu ti ricordi d'aver portata la soma? 

Onorio. La soma, la carga, e tirato il manganello qual- 
che volta. Fui prima in serviggio d'un ortolano, aggiun- 
tandolo a portar Iettarne dalla cittade di Tebe a l'orto vi- 
cino le mura, ed a riportar poi cauli, cipolle, cocumeri, 
pastinache, ravanelli ed altre cose simili dall'orto alla cit- 
tade. Appresso ad un carbonaio, che mi comprò da quello, 
ed il qual pochissimi giorni mi ritenne vivo. 

Seb. Come è possibile, ch'abbi memoria di questo? 

Onor. Ti dirò poi. Pascendo io sopra certa precipi- 
tosa e sassosa ripa, tratto dall'avidità d'addentar un cardo, 
ch'era cresciuto alquanto più giìi verso il precipizio, che 
io senza periglio potesse stendere il collo, volsi al dispetto 
d'ogni rimorso di conscienza ed instinto di raggion na- 
turale più del dovero rampegarvi; e caddi da l'alta rupe; 
onde il mio signore s'accorse d'avermi comprato per gli 
corvi. Io, privo de l'ergastulo corporeo, dovenni vagante 
spirto senza membra; e venni a considerare come io, se- 
condo la spiritual sustanza, non ero differente in geno, 
né in specie da tutti gli altri spiriti, che dalla dissoluzione 
de altri animali e composti corpi transmigravano; e viddi 
come la Parca non solamente nel geno della materia cor- 
porale fa indifferente il corpo dell'uomo da quel de l'a- 
sino, ed il corpo degli animali dal corpo di cose stimate 
senz'anima; ma ancora nel geno della materia spirituale 



(I) Cabala Dialogo secondo. Interlocutori i precedenti, ed Onorio (= 
asinesco). 



Bruno, In tristitia hilaris, etc 13. 



168 Parte terza 

fa rimaner indifferente l'anima asmina da l'umana, e l'a- 
nima, che costituisce gli detti ammali, da quella che si 
trova in tutte le cose: come tutti gli umori sono uno u- 
more in sustanza, tutte le parti aeree son un aere in su- 
stanza, tutti gli spiriti sono dall'Amfitrite d'un spirito, ed 
a quello ritornan tutti. Or, dopo che qualche tempo fui 
trattenuto in cotal stato, ecco che 

Lethaeum ad fluvium Deus evocai agmine magno 
Scilicet immemores supera ut convexa revisant, 
Rursus et incipiant in corpora velie reverti. 

Allora, scampando io da' fortunati campi, senza sorbir 
de l'onde del rapido Lete, tra quella moltitudine, di cui 
era principal guida Mercurio, io feci fìnta de bevere di 
quell'umore in compagnia degli altri: ma non feci altro 
ch'accostarvi e toccarvi con le labbra, a fin che venessero 
ingannati gli soprastanti, a' quali potè bastare di vedermi 
la bocca e '1 mento bagnato. Presi il camino verso l'aria 
più pura per la porta Cornea, e lasciandomi a le spalli 
e sotto gli piedi il profondo, venni a ritrovarmi nel Par- 
nasio monte, il qual non è favola che per il suo fonte 
Caballino sia cosa dal padre Apolline consecrata alle Muse, 
sue figlie. Ivi, per forza ed ordine del fato, tornai ad es- 
sere asino, ma senza perdere le specie intelligibili, delle 
quali non rimase vedovo e casso il spirito animale, per 
forza della cui virtude m'uscirno da l'uno e l'altro lato 
la forma e sustanza de due ali sufficientissime ad inalzar 
in sino agli astri il mio corporeo pondo. Apparvi e fui 
nomato non asino già semplicemente, ma o asino volante, 
o ver cavallo Pegaseo. Indi fui fatto exequitor de molti 
ordini del provido Giove, servii a Bellerofonte, passai 
molte celebri e onoratissime fortune, ed alla fine fui as- 
sumpto in cielo circa gli confini d'Adromeda e il Cigno 
d'un canto, e gli Pesci e Aquario da l'altro. 

Seb. Di grazia, rispondetemi alquanto, prima che mi 
facciate intendere queste cose più per il minuto. Dunque, 
per esperienza e memoria del fatto estimate vera l'opi- 
nion de' Pitagorici, Druidi, Saduchimi e altri simili, circa 



IV. - Metamfisicosi 169 



quella continua metamfisicosi, cioè transformazlone e tran - 
scorporazione de tutte 'anime ? 

Spiritus eque feris humana in corpora transit, 
Inque feras noster, nec tempore deperii allo. 

Onor. Messer sì, cossi è certissimamente. 

Seb. Dunque, constantemente vuoi, che non sia altro 
in sustanza l'anima de l'uomo e quella de le bestie? e 
non differiscano, se non in figuraz>one? 

Onor. Quella de l'uomo è medesima in essenza spe- 
cifica e generica con quella de le mosche, ostreche ma- 
rine e piante, e di qualsivoglia cosa, che si trove animata, 
o abbia anima: come non è corpo, che non abbia o più 
o meno vivace e perfettamente communicazion di spirito 
in se stesso. Or cotal spinto, secondo il fato o provi- 
denza, ordine o fortuna, viene a giongersi or ad una spe- 
cie di corpo, or ad un'altra; e, secondo la raggione della 
diversità di complessioni e membri, viene ad avere di- 
versi gradi e perfezioni d'ingegno e operazioni. Là onde 
quel spinto o anima, che era nell'aragna, e vi avea quel- 
l'industria e quelli artigli e membra in tal numero, quan- 
tità e forma; medesimo, gionto alla prolificazione umana, 
acquista altra intelligenza, altri instrumenti, attitudini e 
atti. Giongo a questo che, se fusse possibile, o in fatto 
si trovasse, che d'un serpente il capo si formasse e stor- 
nasse in figura d'una testa umana, e il busto crescesse 
in tanta quantità, quanta può contenersi nel periodo di 
cotal specie, se gli allargasse la lingua, ampiassero le 
spalli, se gli ramificassero le braccia e mani, e al luogo, 
dove è terminata coda, andassero ad ingeminarsi le gambe; 
intenderebbe, apparirebbe, spirarebbe, parlarebbe, opra- 
rebbe e cammerebbe non altrimente che l'uomo; perchè 
non sarebbe altro che uomo. Come, per il contrario, 
l'uomo non sarebbe altro che serpente, se venisse a con- 
traere, come dentro un ceppo, le braccia e gambe, e 
Tossa tutte concorressero alla formazion d'una spina, si 
incolubrasse e prendesse tutte quelle figure de' membri 
e abiti de complessioni. Allora avrebbe più o men vivace 



170 Parte terza 

Ingegno; In luogo di parlar, sibilarebbe; in luogo di ca- 
minare, serperebbe; in luogo d'edificarsi palaggio, si ca- 
varebbe un pertuggio; e non gli converrebe la stanza, 
ma la buca; e come già era sotto quelle, ora è sotto queste 
membra, mstrumenti, potenze e atti; come dal medesimo 
artefice, diversamente inebriato dalla contrazion di ma- 
teria, e da diversi organi armato, appaiono exercizii de 
diverso mgegno, e pendeno execuzioni diverse. Quindi 
possete capire esser possibile, che molti animali possono 
aver più ingegno e molto maggior lume d'intelletto che 
l'uomo (come non è burla quel che proferì Mosè del 
serpe, che nominò sapientissimo tra tutte l'altre bestie 
de la terra). 



V. 

ARISTOTELE-ASINO 
E I SUOI SEGUACI <•> 



Onorio. Or essendo io, come ho già detto, nella region 
celeste in titolo di cavallo Pegaseo, mi è avvenuto per 
ordine del fato, che per la conversione alle cose inferiori 
(causa di certo affetto, ch'io indi venevo ad acquistare, 
la qual molto bene vien descritta dal platonico Plotino) 
come inebriato di nettare, venia bandito ad esser or un 
filosofo, or un poeta, or un pedante, lasciando la mia 
imagine in cielo; alla cui sedia a tempi delle trasmigra- 
zioni ritornavo, riportandovi la memoria delle specie, le 
quali nell'abitazion corporale avevo acquistate; e quelle 
medesime, come in una biblioteca, lasciavo là, quando 
accadeva ch'io dovesse ritornar a qualch'altra terrestre a- 
bitazione. Delle quali specie memorabili le ultime son 
quelle, ch'ho cominciate a imbibire a tempo della vita 
de Filippo macedone, dopo che fui ingenerato dal seme 
de Nicomaco, come si crede. Qua, appresso esser stato 
discepolo d'Aristarco, Platone ed altri, fui promosso col 
favor di mio padre, ch'era consegliero di Filippo, ad 
esser pedante d'Alexandro Magno; sotto il quale, benché 
erudito molto bene nelle umanistiche scienze, nelle quali 
ero più illustre che tutti li miei predecessori, entrai m 
presunzione d'esser filosofo naturale, come è ordinario 
nelli pedanti d'esser sempre temerarii e presuntuosi; e con 



(1) Cabala, Dialogo secondo 



172 Parte terza 

ciò, per esser estinta la cognizione della filosofìa, morto 
Socrate, bandito Platone, e altri in altre maniere dispersi, 
rimasi io solo lusco intra gli ciechi; e facilmente possevi 
aver riputazion non sol di retorico, politico, logico, ma 
ancora de filosofo. Cossi, malamente e scioccamente ri- 
portando le opinioni degli antiqui, e de maniera tal scon- 
cia, che né manco gli fanciulli e le insensate vecchie par- 
larebono e intenderebono come io introduco quelli ga- 
lantuomini intendere e parlare, mi venni ad intrudere 
come riformator di quella disciplina, della quale io non 
avevo notizia alcuna. Mi dissi principe de' peripatetici; 
insegnai in Atene nel sottoportico Liceo; dove, secondo 
il lume, e per dir il vero, secondo le tenebre, che regna' 
vano in me, intesi e insegnai perversamente circa la na- 
tura de li principii e sustanza delle cose, delirai più che 
ristessa delirazione circa l'essenza de l'anima, nulla pos- 
sevi comprendere per dritto circa la natura del moto e 
de l'universo; e, in conclusione, son fatto quello, per cui 
la scienza naturale e divina è stinta nel bassissimo della 
ruota, come in tempo degli Caldei e Pitagorici è stata in 
exaltazione. 

Seb. Ma pur ti veggiamo esser stato tanto tempo in 
admirazion del mondo; e tra l'altre maraviglie è trovato 
un certo Arabo, ch'ha detto la natura nella tua produ- 
zione aver fatto l'ultimo sforzo, per manifestar quanto 
più terso, puro, alto e verace ingegno potesse stampare; 
e generalmente sei detto demonio della natura. 

Onor. Non sarebbono gli ignoranti se non fusse la 
fede; e se non la fusse, non sarebbono le vicissitudini 
delle scienze e virtudi, bestialitadi ed inerzie, e altre suc- 
cedenze de contrarie impressioni, come son de la notte 
e il giorno, del fervor de l'estate e rigor de l'inverno. 

Seb. Or, per venire a quel ch'appartiene alla notizia de 
l'anima (mettendo per ora gli altri propositi da canto) ho 
letti e considerati que' tuoi tre libri, nelli quali parli più 
balbamente, che possi mai da altro balbo essere inteso; 
come ben ti puoi accorgere di tanti diversi pareri ed estra- 
vaganti intenzioni e questionarii, massime circa il dislac- 



V. — Aristotele - asino e i suoi seguaci 173 



dar e disimbrogliar quel che ti vogli dire in que* confusi 
e leggieri propositi, gli quali, se pur ascondono qualche 
cosa, non può esser altro che pedantesca o peripatetica 
levitade. 

Onor. Non è maraviglia, fratello; atteso che non può 
in conto alcuno essere, che essi loro possano apprendere 
il mio intelletto circa quelle cose, nelle quali io non ebbi 
intelletto; o che vagliano trovar construtto o argumento 
circa quel ch'io vi voglia dire, se io medesimo non sa- 
pevo quel che mi volesse dire. Qual differenza credete 
voi essere tra costoro e quei, che cercano le corna del 
gatto, e gambe de l'anguilla? Nulla, certo. Della qual 
cosa precavendo ch'altri non s'accorgesse, ed io con ciò 
venesse ad perdere la riputazion di protosofosso, volsi far 
de maniera, che chiunque mi studiasse nella naturai fi- 
losofia (nella qual fui e mi sentivi a fatto ignorantissimo), 
per inconveniente o confusion che vi scorgesse, se non 
avea qualche lume d'ingegno, dovesse pensare e credere 
ciò non essere la mia intenzion profonda, ma più tosto 
quel tanto, che lui, secondo la sua capacità, posseva dagli 
miei sensi superficialmente comprendere. Laonde feci, 
che venesse publicata quella Lettera ad Alexan- 
d r o, dove protestavo gli libri fisicali esser messi in luce, 
come non messi in luce. 

Seb. e per tanto voi mi parete aver isgravata la vostra 
conscienza; ed hanno torto questi tanti asinoni a disporsi 
di lamentarsi di voi nel giorno del giudicio, come di quel 
che l'hai ingannati e sedutti, e con sofistici apparati di- 
vertiti dal camino di qualche veritade, che per altri prin- 
cipii e metodi arrebono possuta racquistarsi. Tu l'hai 
pure insegnato quel tanto ch'a diritto doveano pensare: 
che se tu hai publicato, come non publicato, essi, dopo 
averti letto, denno pensare di non averti letto, come tu 
avevi cossi scritto, come non avessi scritto: talmente quei 
cotali, ch'insegnano la tua dottrina, non altrimente denno 
essere ascoltati, che un che parla, come non parlasse. E 
finalmente né a voi deve più essere atteso, che come ad 
un che raggiona e getta sentenza di quel che mai intese. 



174 Parte terza 



Onor. ...Slamo dovenutl a tale, ch'ogni satiro, fauno, 
malenconico, embreaco e Infetto d'atra bile. In contar sogni 
e dir de pappolate senza construzione e senso alcuno, ne 
vogliono render suspetti de profezia grande, de recondito 
misterio, de alti secreti e arcani divini, da risuscitar morti, 
da pietre filosofali, ed altre poltronarie da donar volta a 
quei ch'han poco cervello, a farli dovenir al tutto pazzi 
con giocarsi il tempo, l'intelletto, la fama e la robba, e 
spendere sì misera e ignobilmente il corso di sua vita. 

Seb. La intese bene un certo mio amico; il quale, a- 
vendo non so se un certo libro de profeta enigmatico, o 
d'altro, dopo avervisi su lambiccato alquanto dell'umor 
del capo con una grazia e bella leggiadria andò e gittarlo 
nel cesso, dicendogli: — Fratello, tu non vuoi esser in- 
teso; IO non ti voglio intendere; — e soggiunse, ch'an- 
dasse con cento diavoli, e lo lasciasse star con fatti suoi 
in pace. 

Onor. E quel ch'è degno di compassione e riso è, che 
su questi editi libelli e trattati pecoreschi vedi dovenir 
attonito Silvio, Ortensio melanconico, smagrito Serafino, 
impallidito Cammaroto, invecchiato Ambruogio, impaz- 
zito Giorgio, abstratto Reginaldo, gonfio Bonifacio; ed il 
molto reverendo Don Cocchiarone pien d' in finita 
e nobil maraviglia, sen va per il largo della sua 
sala, dove, rimosso dal rude ed ignobil volgo, se la spas- 
seggia; e rimanendo or quinci, or quindi de la litteraria 
sua toga le fimbrie, rimanendo or questo, or quell'altro 
piede, rigettando or vers'il destro, or vers'il sinistro fi.anco 
il petto, con il texto commento sotto l'ascella, e con gesto 
di voler buttar quel pulce, ch'ha tra le due prime dita, 
in terra, con la rugata fronte cogitabondo, con erte ciglia 
ed occhi arrotondati, in gesto d'un uomo fortamente ma- 
ravigliato, conchiudendola con un grave ed enfatico su- 
splro, farà pervenir a l'orecchio de' clrconstanti questa 
sentenza: Huc usque ahi philosophi non pervenerunt. Se si 
trova in proposito di lezion di qualche libro composto 
da qualche energumeno o inspirato, dove non è espresso 
e donde non si può premere più sentimento, che possa 



V. - Aristotele - asino e i suoi seguaci 175 

ritrovarsi in un spirito cavallino; allora, per mostrar di 
aver dato sul chiodo, exclamarà: — magnum mysteriuml 

Seb. Ma vorrei saper da Saulino (che magnifica tanto 
l'asmitade, quanto non può esser magnificata la scienza 
e speculazione, dottrina e disciplina alcuna) se l'asinitade 
può aver luogo in altri che negli asini; come è dire, se 
alcuno da quel che non era asino, possa doventar asino 
per dottrina e disciplina. Perchè bisogna che di questi 
quel che insegna, o quel che è insegnato, o cossi l'uno 
come l'altro, o né l'uno né l'altro, siano asini. Dico, se 
sarà asino quello solo che insegna, o quel solo ch'è inse- 
gnato, o né quello né questo, o questo e quello insieme. 
Perchè qua col medesimo ordine si può vedere, che in 
nessun modo si possa inasinire. Dunque, dell'asinitade 
non può essere apprension alcuna, come non è de arti e 
de scienze. 

Onor. Di questo ne raggionaremo a tavola dopo cena. 
Andiamo, dunque, ch'è ora. 

Cor. Propere eamus. 



VI. 
L'ASINO ACCADEMICO <» 



L'Asino. Or perchè derrò lo abusar de l'alto, raro e 
pelegrino tuo dono, o folgorante Giove? Perchè tanto 
talento, porgiutoml da te, che con sì partlcular occhio 
me miraste {indicante fato), sotto la nera e tenebrosa terra 
d'un ingratissimo silenzio terrò sepolto? Suffnrò più a 
lungo l'esser sollecitato a dire, per non far uscir da la 
mia bocca quell'estraordinario ribombo, che la largita 
tua, in questo confusissimo secolo, nell'interno mio spi- 
rito (perchè si producesse fuora) ha seminato? Aprisi, 
aprisi, dunque, con la chiave de l'occasione l'asinin pa- 
lato, sciolgasi per l'industria del supposito la lingua, rac- 
colgansi per mano de l'attenzione, drizzata dal braccio 
de l'intenzione, i frutti degli arbori e fiori de l'efbe, che 
sono nel giardino de l'asinina memoria. 

Micco. portento insolito, o prodigio stupendo, o 
maraviglia incredibile, o miracoloso successo! Avertano 
gli dii qualche sciagura! Parla l'asino P l'asino parla? 
Muse, o Apolline, o Ercule, da cotal testa esceno voci 
articulate? Taci, Micco, forse t'inganni; forse sotto questa 
pelle qualch'uomo stassi mascherato, per burlarsi di noi. 

Asino. Pensa pur. Micco, ch'io non sia sofìstico, ma 
che son naturalissimo asino, che parlo; e cossi mi ricordo 
aver avuti altre volte umani, come ora mi vedi aver be- 
stiali membri. 

Micco. Appresso, o demonio incarnato, dimandarotti 
chi, quale e come sei. Per ora, e per la prima, vorrei sa- 



(I) L'Asino cillenico. — Interlocutori sono l'AsiNO. Micco PITAGORICO, Mercurio. 



VI. - L'asino accademico 177 

per, che cosa dimandi da qua? che augurio ne ameni? 
qual ordine porti dagli Dei? a che si terminarà questa 
scena? a qual fine hai messi gli piedi a partitamente mo- 
strarti vocale in questo nostro sottoportico? 

Asino. Per la prima voglio che sappi, ch'io cerco di 
esser membro e dichiararmi dottore di qualche colleggio 
o academia, perchè la mia sufficienza sia autenticata, a 
fin che non siano attesi gli miei concetti, e ponderate le 
mie parole, e riputata la mia dottrina con minor fede, 
che — 

Micco. Giove! è possibile, che ab aeterno abbi 
gìamai registrato un fatto, un successo, un caso simile 
a questo? 

Asino. Lascia le maraviglie per ora; e rispondetemi 
presto, o tu, o uno de questi altri, che attoniti concor- 
reno ad ascoltarmi. togati, annulati, pileati, didascali, 
archididascali e de la sapienza eroi e semidei: volete, 
piacevi, ewi a core d'accettar nel vostro consorzio, so- 
cietà, contubernio, e sotto la banda e vessillo della vostra 
communione questo asino, che vedete e udite? Perchè 
di voi, altri ridendo si maravigliano, altri maravigliando 
si ridono, altri attoniti (che son la maggior parte) si mor- 
deno le labbia, e nessun risponde? 

Micco. Vedi che per stupore non parlano, e tutti con 
esser volti a me mi fan segno, ch'io ti risponda; al qual, 
come presidente, ancora tocca di donarti risoluzione, e 
da cui, come da tutti, devi aspettar l'ispedizione. 

Asino. Che academia è questa, che tien scritto sopra 
la porta: Lineam ne pertransito? 

Micco. La è una scuola de Pitagorici. 
Asino. Potravisi entrare? 

Micco. Per academico non senza difficili e molte con- 
dizioni. 
Asino. Or quali son queste condizioni? 
Micco. Son pur assai. 
Asino. Quali, dimandai, non quante. 
Micco. Ti risponderò al meglio, riportando le prin- 
cipali. Prima, che, offrendosi alcuno per essere ricevuto. 



178 Parte terza 

avante che sia accettato, debba esser squadrato nella dl- 
sposlzlon del corpo, fisionomia ed ingegno, per la gran 
consequenza relativa, che conoscemo aver il corpo da 
l'anima e con l'anima. 

Asino. Ab love principium, Musae, s'egli si vuol ma- 
ritare. 

Micco. Secondo, ricevuto ch'egli è, se gli dona ter- 
mine di tempo (che non è men che di doi anni) nel quale 
deve tacere, e non gli è lecito d'ardire in punto alcuno 
de dimandar, anco di cose non intese, non sol che di di- 
sputare e exarninar propositi, e in quel tempo si chiama 
acustico. Terzo, passato questo tempo, gli è lecito 
di parlare, dimandare, scrivere le cose udite, ed esplicar 
le proprie opinioni; e in questo mentre si appella ma- 
tematico, o caldeo. Quarto, informato di cose si- 
mili, e ornato di que' studii, si volta alla considerazion 
de l'opre del mondo e principii della natura: e qua ferma 
il passo, chiamandosi fisico. 

Asino. Non procede oltre? 

Micco. Più che fisico non può essere: perchè delle 
cosa sopranaturali non si possono aver raggioni, eccetto 
in quanto riluceno nelle cose naturali; perciochè non ac- 
cade ad altro intelletto, che al purgato e superiore' di con- 
siderarle in sé. 

Asino. Non si trova appo voi metafisica? 

Micco. No; e quello che gli altri vantano per metafi- 
sica, non è altro che parte di logica. Ma lasciamo questo, 
che non fa al proposito. Tali, in conclusione, son le con- 
dizioni e regole di nostra academia. 

Asino. Queste? 

Micco. Messer sì. 

Asino. scola onorata, studio egregio, setta formosa, 
collegio venerando, gimnasio clarissimo, ludo invitto, e 
academia tra le principali principalissima! L asino er- 
rante, come sitibondo cervio, a voi, come a limpidissime 
e freschissime acqui; l'asino umile e supplicante, a voi, 
benignissimi ricettatori de' peregrini, s'appresenta, bra- 
moso d'essere nel consorzio vostro ascritto. 



VI. - L'asino accademico 179 

Micco. Nel consorzio nostro? 

Asino. Sì, sì, signor sì, nel consorzio vostro. 

Micco. Va per quell'altra porta, messere, perchè da 
questa son banditi gli asini. 

Asino. Dimmi, fratello, per qual porta entrasti tu? 

Micco. Può far il cielo che gli asini parlino, ma non 
già che entrino in scola pitagorica. 

Asino. Non esser cossi fiero, o Micco, e ricordati, ch'il 
tuo Pitagora insegna di non spreggiar cosa, che si trova 
nel seno della natura. Benché io sono in forma d'asino 
al presente, posso esser stato e posso esser appresso in 
forma di grand'uomo; e benché tu sia un uomo, puoi 
esser stato e potrai esser appresso un grand'asino, secondo 
che parrà ispediente al dispensator degli abiti e luoghi 
e disponitor de l'anime transmigranti. 

Micco. Dimmi, fratello, hai intesi gli capitoli e con- 
dizioni dell'academia? 

Asino. Molto bene. 

Micco. Hai discorso sopra l'esser tuo, se per qualche 
tuo difetto ti possa essere impedita l'entrata? 

Asino. Assai a mio giudicio. 

Micco. Or fatevi intendere. 

Asino. La principal condizione, che m'ha fatto dubi- 
tare, é stata la prima. £ pur vero che non ho quella in- 
dole, quelle carni mollecine, quella pelle delicata, tersa 
e gentile, le quali tegnono li fìsionotomisti, attissime alla 
recepzion della dottrina; perchè la durezza di quelle ri- 
pugna a l'agilità de l'intelletto. Ma sopra tal condizione 
mi par che debba posser dispensar il principe; perchè 
non deve far rimaner fuori uno, quando molte altre par- 
zialitadi suppliscono a tal difetto, come la sincerità de* 
costumi, la prontezza de l'ingegno, l'efficacia de l'intel- 
ligenza, e altre condizioni compagne, sorelle e figlie di 
queste. Lascio, che non si deve aver per universale, che 
l'anime sieguano la complesslon del corpo; perchè può 
esser, che qualche più efficace spiritual principio possa 
vincere e superar l'oltraggio, che dalla crassezza o altra 
indisposizion di quello gli vegna fatto. Al qual proposito 



180 Parte terza 

v'apporto l'esempio de Socrate, giudicato dal fisogno- 
mico Zopiro per uomo stemprato, stupido, bardo, effe- 
minato, namoraticcio de putti e incostante; il che tutto 
venne conceduto dal filosofo, ma non già, che l'atto de 
tali inclinazioni si consumasse: stante ch'egli venia tem- 
prato dal continuo studio della filosofia, che gli avea 
pòrto in mano il fermo temone contra l'empito de l'onde 
de naturali indisposizioni, essendo che non è cosa, che 
per lo studio non si vinca. Quanto poi all'altra parte 
principale fisiognomica, che consista non nella comples- 
sion di temperamenti, ma nell'armonica proporzion de 
membri, vi notifico non esser possibile de ritrovar in me 
defetto alcuno, quando sarà ben giudicato. Sapete ch'il 
porco non deve esser bel cavallo, né l'asino bell'uomo; 
ma l'asino bell'asino, il porco bel porco, l'uomo bell'uomo. 
Che se, straportando il giudicio, il cavallo non par bello 
al porco, né il porco par bello al cavallo; se a l'uomo 
non par bello l'asino, e l'uomo non s'innamora de l'asino, 
né per opposito a l'asino par bello l'uomo, e l'asmo non 
s'mnamora de l'uomo.... 

Micco. Sin al presente costui mostra di saper assai 
assai. Seguita, messer Asino, e fa pur gagliarde le tue 
raggioni quanto ti piace; perché 

iVe Fonde solchi e ne Farena semini, 
E */ vago vento speri in rete accogliere, 
E le speranze fondi in cuor di femine, 

se speri, che dagli signori academici di questa o altra 
setta ti possa o debbia esser concessa l'entrata. Ma, se 
sei dotto, contentati di rimanerti con la tua dottrina solo. 
Asino. insensati, credete ch'io dica le mie raggioni 
a voi, a ciò che me le facciate valide? Credete eh io ab- 
bia fatto questo per altro fine, che per accusarvi, e ren- 
dervi inexcusabili avanti a Giove? Giove con avermi fatto 
dotto mi fé* dottore. Aspettavo ben io, che dal bel giu- 
dicio della vostra sufficienza venesse sputata questa sen- 
tenza: — Non é convenevole, che gli asini entrino in A- 
cademia insieme con noi altri uomini. — Questo, se stu- 



VI. — L'asino accademico 18| 

dioso di qualsivoglia altra setta lo può dire, non può 
essere raggionevolmente detto da voi altri pitagorici, che 
con questo, che negate a me l'entrata, struggete gli prin- 
cipii, fondamenti e corpo della vostra filosofia. Or che 
differenza trovate voi tra noi asini e voi altri uomini, 
non giudicando le cosa dalla superficie, volto ed appa- 
renza? Oltre di ciò dite, giudici inetti: quanti di voi er- 
rano ne l'academia degli asini? quanti imparano nell'a- 
cademia degli asini? quanti fanno profitto nell'academia 
degli asini? quanti s'addottorano, marciscono e muoiono 
nell'academia degli asini? quanti son preferiti, inalzati, 
magnificati, canonizati, glorificati e deificati nell'academia 
degli asini? che se non f ussero stati e non f ussero asini, 
non so, non so come la cosa sarrebbe passata e passa- 
rebbe per essi loro. Non son tanti studii onoratissimi e 
splendidissimi, dove si dona lezione di saper inasinire, 
per aver non solo il bene della vita temporale, ma e de 
l'eterna ancora? Dite, a quante e quali facultadi ed onori 
s'entra per la porta dell'asinitade? Dite, quanti son im- 
pediti, exclusi, rigettati e messi in vituperio, per non esser 
partecipi dell'asinina facultade e perfezione? Or perchè 
non sarà lecito, ch'alcuno degli asini, o pur almeno uno 
degli asini entri nell'academia degli uomini? Perchè non 
debbo esser accettato con aver la maggior parte delle 
voci e voti in favore in qualsivoglia academia, essendo 
che, se non tutti, almeno la maggior e massima parte è 
scritta e scolpita nell'academia tanto universale de noi 
altri? Or se siamo sì larghi ed effusi noi asini in ricever 
tutti, perchè dovete voi esser tanto restivi ad accettare 
un de noi altri al meno? 

Micco. Maggior difficultà si fa in cose piìi degne e 
importanti: e non si fa tanto caso, e non s'aprono tanto 
gli occhi in cose di poco momento. Però, senza ripu- 
gnanza e molto scrupolo di coscienza, si ricevon tutti 
ne l'academia degli asini, e non deve esser così nell'aca- 
demia degli uomini. 

Asino. Ma, o messere, sappime dire e resolvimi un 
poco, qua! cosa delle due è più degna, che un uomo ina- 



182 Parte terza 

sinisca, o che un asino inumanisca? Ma, ecco in veri- 
tade il mio Cillenio: il conosco per il caduceo e l'ali. — 
Ben venga il vago aligero, nuncio di Giove, fido inter- 
prete della voluntà de tutti gli dei, largo donator de le 
scienze, addirizzator de l'arti, continuo oracolo de' ma- 
tematici, computista mirabile, elegante dicitore, bel volto, 
leggiadra apparenza, facondo aspetto, personaggio gra- 
zioso, uomo tra gli uomini, tra le donne donna, desgra- 
ziato tra' desgraziati, tra' beati beato, fra tutti tutto; che 
godi con chi gode, con chi piange piangi; però per tutto 
vai e stai, sei ben visto e accettato. Che cosa de buono 
apporti ? 

Merc. Perchè, Asino, fai conto di chiamarti ed essere 
academico, io, come quel, che t'ho donati altri doni e 
grazie, al presente ancora con plenaria autorità ti ordino, 
constituisco e confermo Academico e Dogmatico gene- 
rale, acciò che possi entrar e abitar per tutto, senza ch'al- 
cuno ti possa tener porta o dar qualsivoglia sorte d'ol- 
traggio o impedimento, quibuscumque in oppositwn non oh- 
stantibus. Entra, dunque, dove ti pare e piace. Né vo- 
gliamo, che sii ubligato per il capitolo del silenzio bien- 
nale, che SI trova nell'ordine pitagorico, e qualsivogli 'altre 
leggi ordinane: perchè, novis intervenientibus causis, novae 
condendae sunt leges, proque ipsis condita non intelliguntur 
iura: interimque ad optimi iudicium iudicis ref erenda est 
sententia, cuius intersit iuxta necessarium atqiie commodum 
providere. Parla, dunque, tra gli acustici; considera e con- 
templa tra' matematici; discuti, dimanda, insegna, de- 
chiara e determina tra' fisici; trovati con tutti, discorri 
con tutti, affratellati, unisciti, identificati con tutti, do- 
mina a tutti, sii tutto. 

Asino. Avetel'inteso? 

Micco. Non siamo sordi. 



VII. 
DALLE TENEBRE ALLA LUCE <•) 



Elitropio. Qual rei nelle tenebre avezzi, che, liberati 
dal fondo di qualche oscura torre, escono alla luce, 
molti degli esercitati nella volgar filosofia ed altri pa- 
ventaranno, adn aranno, e, non possendo soffrire il 
nuovo sole de' t; i chiari concetti, si turbaranno. 

FlLOTEO. Il dift ' o non è di luce, ma di lumi: quanto 
m sé sarà più b lo e piìj eccellente il solc: tanto 
sarà a ' de le notturne strige odioso e discaro 

di vantaggio. 

Eli. La impresa che hai tolta, o Filoteo, è difficile, 
rara e singulare, mentre dal cieco cibisso vuoi cacciarne e 
amenarne al discoperto, tranquillo e sereno aspetto de le 
stelle, che con sì bella varietade veggiamo disseminate 
per il ceruleo manto del cielo. Benché agli uomini soli 
l'aitatrice mano di tuo pietoso zelo soccorra, non saran 
però meno vani gli effetti de ingrati verso di te, che varii 
son gli animali che la benigna terra genera e nodrisce nel 
suo materno e capace seno; se gli é vero che la specie 
umana, particularmente negl'individui suoi, mostra de 
tutte l'altre la varietade per esser in ciascuno più espres- 
samente il tutto, che in quelli d'altre specie. Onde ve- 
dransi questi, che, qual'appannata talpa, non sì tosto sen- 
tiranno l'aria discoperto, che di bel nuovo, risfossicando 
la terra, tentaranno agli nativi oscuri penetrali. Quelli, 



(1) De la Causa, Principio et Uno. Dialogo primo. — Interlocutori sono; 
Elitropio, Filoteo, Armesso. 



Bruno, In tristitia hilaris, etc. 14. 



184 Parte terza 

qua! notturni uccelli, non sì tosto arran veduta spuntar 
dal lucido oriente la vermiglia ambasciatrice del sole, 
che dalla Imbecillità degli occhi suol verranno invitati 
alla caliginosa ntretta. Gli animanti tutti, banditi dallo 
aspetto de le lampadi celesti e destinati all'eterne gabbie, 
bolge ed antri di Plutone, dal spaventoso ed erlnnico 
corno d'Alecto richiamati, apriran l'ali, e drizzaranno il 
veloce corso alle lor stanze. Ma gli animanti nati per 
vedere il sole, gionti al termine dell'odiosa notte, rin- 
graziando la benignità del cielo, e disponendosi a ricever 
nel centro del globoso cristallo degli occhi suoi gli tanto 
bramati e aspettati rai, con dlsutato applauso di cuore, 
di voce e di mano adoraranno l'oriente; dal cui dorato 
balco, avendo cacciati gli focosi destrieri il vago Titane, 
rotto il sonnacchioso silenzio de l'umida notte, raggiona- 
ranno gli uomini, belaranno gli facili, inermi e semplici 
lanuti greggi, gli cornuti armenti sotto la cura de' ruvidi 
bifolchi muggiranno. Gli cavalli di Sileno, perchè di nuovo 
in favor degli smarriti Dei, possano dar spavento ai più 
de lor stupidi gigantoni, ragghiaranno; versandosi nel suo 
limoso letto, con importun gruito ne assordiranno gli 
sannuti ciacchi. Le tigri, gli orsi, gli leoni, i lupi e le fallaci 
golpi, cacciando da sue spelunche il capo, da le deserte 
alture contemplando il piano campo de la caccia, manda- 
ranno dal ferino petto i lor grunniti, ricti, bruiti, fre- 
miti, ruggiti ed orli. Ne l'aria e su le frondi di ramose 
piante, gli galli, le aquile, li pavoni, le grue, le tortore, i 
merli, i passari, i rosignoli, le cornacchie, le piche, gli 
corvi, gli cuculi e le cicade non sarran negligenti di re- 
plicar e radoppiar gli suoi garriti strepitosi. Dal liquido 
e instabile campo ancora, li bianchi cigni, le molticolo- 
rate anitre, gli solleciti merghi, gli paludosi bruzii, le 
oche rauche, le querulose rane ne toccaranno l'orecchie 
col suo rumore, di sorte ch'il caldo lume di questo sole, 
diffuso all'aria di questo più fortunato emisfero, verrà 
accompagnato, salutato e forse molestato da tante e tali 
diversitadi de voci, quanti e quali son spirti che dal pro- 
fondo di proprii petti le caccian fuori. 



VII. — Dalle tenebre alla luce 185 

FlL. Non solo è ordinarlo, ma anco naturale e necessario 
che ogni animale faccia la sua voce; e non è possibile che 
le bestie formino regolati accenti e articulati suoni come 
gli uomini, come contrarie le complessioni, diversi i 
gusti, varil gli nutrimenti. 

Armesso. Di grazia, concedetemi libertà di dir la parte 
mia ancora; non circa la luce, ma circa alcune circustanze, 
per le quali non tanto si suol consolare il senso, quanto 
molestar il sentimento di chi vede e considera; perchè, per 
vostra pace e vostra quiete, la quale con fraterna caritade 
vi desio, non vorrei che di questi vostri discorsi vegnan 
formate comedie, tragedie, lamenti, dialoghi, o come vo- 
gliam dire, simili a quelli che poco tempo fa, per esserno 
essi usciti in campo a spasso, vi hanno forzato di starvi 
rinchiusi e retirati in casa. 

FlL. Dite liberamente. 

Arm. Io non parlare come santo profeta, come astratto 
divino, come assumpto apocaliptico, né quale angelicata 
asina di Balaamo; non raggionarò come inspirato da Bacco, 
né gonfiato di vento da le puttane muse di Parnaso o come 
una Sibilla impregnata da Febo, o come una fatidica Cas- 
sandra, né qual ingombrato da le unghie de' piedi sin alla 
cima di capegli de l'entusiasmo apollinesco, né qual vate 
illuminato nell'oraculo o delfico tripode, né come Edipo 
esquisito contra gli nodi della Sfinge, né come un 
Salomone inver gli enigmi della regina Sabba, né 
qual Calcante , interprete dell 'olimpico senato , né 
come un inspiritato Merlino, o come uscito dall'antro di 
Trofonio. Ma parlare per l'ordinano e per volgare, come 
uomo che ho avuto altro pensiero che d'andarmi lam- 
biccando il succhio de la grande e picciola nuca, con farmi 
al fine rimanere in secco la dura e pia madre; come uomo, 
dico, che non ho altro cervello ch'il mio; a cui manco gli 
dei dell'ultima cotta e da tinello nella corte celestiale 
(quei dico che non beveno ambrosia, né gustan nettare, 
ma si vi tolgon la sete col basso de le botte e vini rinversati, 
se non voglion far stima de linfe e ninfe, quei, dico, che 
sogliono essere più domestici, familiari e conversabili 



166 Parte terza 

con noi), come è dire né il dio Bacco, né quel imbreaco 
cavalcator de l'asino, né Pane, né Vertunno, né Fauno, 
né Priapo, si degnano cacciarmene una pagliusca di più 
e di vantaggio dentro, quantunque sogliano far copia de' 
fatti lor sin ai cavalli. 

Eli. Troppo lungo proemio. 

Arm. Pacienza, che la conclusione sarà breve. Voglio 
dir brevemente, che vi farò udir paroli, che non bisogna 
disciferarle come poste in distillazione, passate per lam- 
bicco, digente dal bagno di maria, e subblimate in recipe 
di quinta essenza; ma tale quali m'insaccò nel capo la 
nutriccia, la quale era quasi tanto cotennuta, pettoruta, 
ventruta, fiancuta e naticuta, quanto può essere quella 
Londriota, che viddi a Westmester; la quale, per iscalda- É 

toio del stomaco, ha un paio di tettazze, che paiono gli 
borzacchini del gigante san Sparagorio, e che, concie in 
cuoio, varrebono sicuramente a far due pive ferrarese. 

Eli. e questo potrebbe bastare per un proemio. 



vili. 

LA CENA FILOSOFICA*" 



Armesso. Or su, per venire al resto, vorrei Intendere da 
voi (lasciando un poco da canto le voci e le lingue a pro- 
posito del lume e splendor, che possa apportar la vostra 
filosofìa) con che voci volete che sia salutato particolar- 
mente da noi quel lustro di dottrina, che esce dal libro 
de la Cena de le ceneri? Quali animali son 
quelli, che hanno recitata la Cena de le ceneri? 
Dimando, se sono acquatici, o aerei, o terrestri, o luna- 
tici? E lasciando da canto gli propositi di Smitho, Pru- 
denzio e Frulla, desidero di sapere, se fallano coloro che 
dicono, che tu fai la voce di un cane rabbioso e infuriato, 
oltre che tal volta fai la simia, tal volta 11 lupo, tal volta 
la pica, tal volta il papagallo, tal volta un animale, tal 
volta un altro, meschiando propositi gravi e seriosi, 
morali e naturali, ignobili e nobili, filosofici e comici? 

FlLOTEO. Non vi maravigliate, fratello, perchè questa non 
fu altro ch'una cena dove gli cervelli vegnono governati 
dagli affetti, quali gli vegnon porgiuti dall'efficacia di sa- 
pori e fumi de le bevande e cibi. Qual dunque può essere 
la cena materiale e corporale, tale conseguentemente suc- 
cede la verbale e spirituale; cossi dunque questa dialo- 
gale ha le sue parti varie e diverse, qual varie e diverse 
quell'altra suole aver le sue; non altnmente questa ha le 
proprie condizioni, circonstanze e mezzi, che come le 
proprie potrebbe aver quella. 

Arm. Di grazia, fate ch'io vi intenda. _ 

FlL. Ivi, come è l'ordinario e il dovero, soglion tro- 
varsi cose da insalata, da pasto; da frutti, da ordinarlo; da 
cocina, da spedarla; da sani, da amalatl; di freddo, di 
caldo; di crudo, di cotto; di acquatico, di terrestre; di do- 



(1) Ibid. Seguito. 



188 Parie terza 

mestico, di salvatico; di rosto, di lesso; di maturo, di 
acerbo; e cose da nutrimento solo e da gusto, sustanziose 
e leggieri, salse e insipide, agreste e dolci, amare e suavi. 
Cossi quivi, per certa conseguenza, vi sono apparse le sue 
contrarietadi e diversitadi, accomodate a contrarie e di- 
versi stomachi e gusti, a' quali può piacere di farsi pre- 
senti al nostro tipico simposio, a fine che non sia chi si 
lamente di esservi gionto in vano, e a chi non piace di 
questo, prenda di quell'altro. 

Arm. e vero; ma che dirai, se oltre nel vostro convito, 
ne la vostra cena appariranno cose, che non son buone ne 
per insalata, né pe pasto; né per frutti, né per ordinario; 
né fredde, né calde; né crude, né cotte, né vagliano per 
l'appetito, né per fame; non son buone per sani, né per 
ammalati; e conviene che non escano da mani di cuoco 
né di speciale? 

FlL. Vedrai che né in questo la nostre cena é dissimile 
a qualunqu'altra esser possa. Come dunque là, nel più 
bel del mangiare, o ti scotta qualche troppo caldo boccone; 
di maniera che bisogna cacciarlo de bel nuovo fuora, o 
piangendo e lagnmando mandarlo vagheggiando per il 
palato, sin tanto che se gli possa donar quella maFadetta 
spinta per il gargazzuolo al basso; o vero ti si stupefa 
qualche dente; o te s'intercepe la lingua, che viene ad esser 
morduta con il pane; o qualche lapillo te si viene a rom- 
pere e incalcinarsi tra gli denti per farti regittar tutto il 
boccone; o qualche pelo o capello del cuoco ti s'inveschia 
nel palato, per farti presso che vomire; o te s'arresta 
qualche aresta di pesce ne la canna, a farti suavemente 
tussire; o qualche ossetto te s'attraversa ne la gola, permet- 
terti in pericolo di suffocare; cossi nella nostra cena, per 
nostra e com.un disgrazia, vi si son trovate cose corri- 
spondenti e proporzionali a quelle. Il che tutto avviene 
per il peccato dell'antico protoplaste Adamo, per cui la 
perversa natura umana é condannata ad aver sempre i 
disgusti gionti ai gusti. 

Arm. Pia - e santamente. 



IX. 
LODE DEL NOLANO e» 



Teofilo ....Or che dirò lo del Nolano? Forse, per 
essermi tanto prossimo, quanto io medesmo a me stesso, 
non mi converrà lodarlo? Certamente, uomo raggionevole 
non sarà che mi riprenda in ciò, atteso che questo talvolta 
non solamente conviene, ma è anco necessario, come bene 
espresse quel terso e colto Tansillo: 

BencKad un uom, che preggio ed onor brama, 
Di sé stesso parlar molto sconvegna. 
Perchè la lingua, ov'il cor teme ed ama. 
Non è nel suo parlar di fede degna; 
L'esser altrui precon de la sua fama 
Pur qualche volta par che si convegno. 
Quando vien a parlar per un di dui: 
Per fuggir hiasmo, o per giovar altrui. 

Pure, se sarà un tanto supercilioso, che non voglia a 
proposito alcuno patir la lode propria, o come propria, 
sappia, che quella talvolta non si può dividere da sui pre- 
senti e riportati effetti.... 

Gli Tifi han ritrovato il modo di perturbar la pace altrui, 
violar i patrii genii de le reggioni, di confondere quel che 
la provi da natura distinse, per il commerzio radoppiar i 
difetti, e gionger vizii a vizii de l'una e l'altra generazione, 
con violenza propagar nove follie, e piantar l'inaudite 



(1) Cena dalle Ceneri. Dialogo primo 



190 Parie terza 

pazzie ove non sono, conchludendosi al fin più saggio quel 
che più forte; mostrar novi studi, instrumenti ed arte di 
tirannizar e asassmar l'un l'altro; per mercè de* quai gesti 
tempo verrà, che, avendono quelli a sue male spese im- 
parato per forza de la vicissitudme de le cose, sapranno e 
potranno renderci simili e peggior frutti de sì perniziose 
invenzioni.... 

Il Nolano, per caggionar effetti al tutto contrarli, ha 
disciolto l'animo umano e la cognizione, ch'era rinchiusa 
ne Partissimo carcere de l'aria turbulento; onde a pena, 
come per certi buchi, avea facultà de remirar le lontanis- 
sime stelle; e gli erano mozze l'ali, a fin che non volasse 
ad aprir il velame di queste nuvole, e veder quello, che 
veramente là su si ritrovasse, e liberarse da le chimere di 
quei, che, essendo usciti dal fango e caverne de la terra 
quasi Mercuri ed Appollini discesi dal cielo, con molti- 
forme impostura han ripieno il mondo tutto d'infinite 
pazzie, bestialità e vizii, come di tante vertù, divinità e 
discipline, smorzando quel lume, che rendea divini ed 
eroici gli animi di nostri antichi padri, approvando e con- 
firmando le tenebre caliginose de' sofisti ed asini. Per 
il che già tanto tempo l'umana raggione oppressa, talvolta 
nel suo lucido intervallo piangendo la sua sì bassa condi- 
zione, alla divina e provida mente, che sempre nell'in- 
terno orecchio li susurra, si rivolge con simili accenti: 

Chi salirà per me, madonna, in cielo, 
A riportarne il mio perduto ingegno? 

Or ecco quello, ch'ha varcato l'aria, penetrato il cielo, 
discorse le stelle, trapassati gli margini del mondo, fatte 
svanir le fantastiche muraglia de le prime, ottave, none, 
decime ed altre, che vi s'avesser potuto aggiongere, sfere, 
per relazione de vani matematici e cieco veder di filosofi 
volgari; cossi al cospetto d'ogni senso e raggione, co la 
chiave di solertissima inquisizione aperti que' chiostri de 
la verità, che da noi aprir si posseano, nudata la ricoperta 
e velata natura, ha donati gli occhi a le talpe, illuminati ì 
ciechi, che non possean fissar gli occhi e mirar l'imagin 



XI. - Lode del Nolano 191 



sua in tanti specchi, che da ogni lato gh s'opponeno; 
sciolta la lingua a' muti, che non sapeano e non ardivano 
esplicar gl'intricati sentimenti; nsaldati i zoppi, che non 
valean far quel progresso col spirto, che non può far 
l'ignobile e dissolubile composto; le rende non men pre- 
senti, che se fussero proprii abitatori del sole, de la luna 
ed altri nomati astri; dimostra, quanto siino simili o dis- 
simili, maggiori o peggiori quei corpi, che veggiamo lon- 
tano a quello, che n'è appresso, ed a cui siamo uniti; e 
n'apre gli occhi a veder questo nume, questa nostra madre, 
che nel suo dorso ne alimenta e ne nutrisce, dopo averne 
produtti dal suo grembo al qual di nuovo sempre ne riac- 
coglie, e non pensar oltre, lei essere un corpo senza alma 
e vita, ed anche feccia tra le sustanze corporali. A questo 
modo sappiamo, che, si noi fussimo ne la luna o in altre 
stelle, non sarreimo in loco molto dissimile a questo, e 
forse in peggiore; come possono esser altri corpi cossi 
buoni, e anco megliori per sé stessi, e per la maggior fe- 
licità de proprii animali. Cossi conoscemo tante stelle, 
tanti astri, tanti numi, che son quelle tante centenaia de 
migliaia, ch'assistono al ministerio e contemplazione del 
primo, universale, infinito ed eterno efficiente. 

Non è più impriggionata la nostra raggione coi ceppi de' 
fantastici mobili e motori otto, nove e diece. Conoscemo, 
che non è ch'un cielo, una eterea reggione immensa, dove 
questi magnifici lumi serbano le proprie distanze, per co- 
modità de la participazione de la perpetua vita. Questi 
fiammeggianti corpi son que' ambasciatori che annunziano 
l'eccellenza de la gloria e maestà de Dio. Cossi siamo pro- 
mossi a scuoprire l'infinito effetto dell'infinita causa, il 
vero e vivo vestigio de l'infinito vigore; e abbiamo dottrina 
di non cercare la divinità rimossa da noi, se l'abbiamo ap- 
presso, anzi di dentro, più che noi medesmi siamo dentro 
a noi; non meno che gli coltori degli altri mondi non la 
denno cercare appresso di noi, l'avendo appresso e dentro 
di se, atteso che non più la luna è cielo a noi, che noi alla 
luna. Cossi si può tirar a certo meglior proposito quel 
che disse il Tansillo quasi per certo gioco: 



192 Parie lerza 

Se non togliete il ben, che ve da presso 
Come torrete quel, che ve lontano? 
Spreggiar il vostro mi par fallo espresso, 
E bramar quel, che sta ne l'altrui mano. 
Voi sete quel, cK ahandonò se stesso. 
La sua sembianza desiando in vano: 
Voi sete il veltro, che nel rio trabocca. 
Mentre F ombra desia di quel ch'ha in bocca, 

Lasciate l'ombre, ed abbracciate il vero; 
Non cangiate il presente col futuro. 
Io d'aver di meglior già non dispero; 
Ma, per viver piii lieto e più. sicuro. 
Godo il presente e del futuro spero: 
Cossi doppia dolcezza mi procuro. 

Con ciò un solo, benché solo, può e potrà vincere, ed 
al fine ara vinto e trionfarà centra l'ignoranza generale; e 
non è dubio, se la cosa de' determinarsi non co' la molti- 
tudine di ciechi e sordi testimoni, di convizu e di parole 
vane, ma co' la forza di regolato sentimento, il qual bi- 
sogna che conchiuda al fine; perchè, in fatto, tutti gli orbi 
non vagliono per uno che vede, e tutti i stolti non possono 
servire per un savio. 



INDICE DEL VOLUME 



Prefazione Pag. VII 

PARTE PRIMA 

I. Presentazione e soggetto del Candelaio 5 

A gli abbeverati nel fonte Caballino 5 

Alla signora Morgana B ... 6 

Argumento ed ordine della Comedia 7 

Antiprologo 8 

Proprologo 9 

Bidello 13 

II. L'innamorato e le arti magiche d'amore 15 

III. Arti e debolezze di donne 24 

IV. In taverna 28 

V-VI Castigo e beffe - Plaudite 32 

VII. Avventure londinesi 36 

Vili. Bottegari, Servi, Furfanti 42 

IX. Preludii alla « Cena delle Ceneri » - Cerimonie di tavola 48 

X. Delle donne 54 

XI. Pedanti 58 

XII. Dottori ed Archididascali 68 

PARTE SECONDA 

I. La vecchiezza di Giove 79 

II. Gli Dei a consiglio 88 

Orazione di Giove 89 

III. La provvidenza di Giove 104 

IV. Uomini e bestie 107 

V. Momo e Marte 110 



1 94 Indice del volume 



VI. Ricchezza e Povertà Pag. I 1 2 

VII. La biblioteca degli Dei 118 

Vili. La Fortuna 120 

IX. Sonno ed Ozio 1 22 

X. La Vergine 130 

XI. La Bilancia 132 

XII. Orione 134 

XIII. La Tazza 137 

XIV. Il Centauro 139 

XV. 11 Pesce 141 

PARTE TERZA 

I. Epistola dedicatoria a don Sapatino 147 

II. In lode de l'asino 153 

A l'asino cillenico 1 54 

III. Dissertazioni sopra l'asinità 155 

IV. Metamfisicosi 167 

V. Aristotele - Asino e i suoi seguaci 171 

VI. L'asino accademico 1 76 

VII. Dalle tenebre alla luce .... * 183 

Vili. La cena filosofica 187 

IX. Lode del Nolano 189 



PROFILI 



Ogni volume L. 2,70 - Serie di 6 volumi L. 15 



I. 1. B. Supino - Sandro 
Botticelli (3i ediz.), 

2 A. Alberti - Cario Darwin 
(3» ediz.). 

3 . L. DI S. Giusto - Gaspara 
Stampa (2. edziz.) (Esaurito). 

4. G. Setti - Esiodo (2»edÌ7.) 

(Esaurito). 
5 P. ArcaRI - Federico Amiel. 

6. A. Loria- Malthus (3»ediz.). 

7. A. D'Angeli - Giuseppe 
Verdi (2* ediz.) (Esaurito). 

8. B. Labanca - Gesìi di 
Nazareth (3*ediz.) (Esaurito). 

9. A. Momigliano - Carlo 
Porta. (Esaurito). 

10. A. FavaRO - Galileo Ga- 
lilei (2* ediz.) (Esaurito). 

11. E. Troilo - Bernardino 
Telesio. (Esaurito). 

12. A. RiBERA - Guido Ca- 
valcanti (Esaurito). 

13. A. BUONAVENTURA - A'i- 
colv Paganini. (Esaurito). 

14. F Momigliano - Leone 
Tolstoi. (Esaurito). 

15. A. Albertazzi - Torquato 
Tasso (Esaurito) 

16. I. Pizzi - Firdusi. 

17. S. Spaventa F. - Carlo 
Dickens. 

18. C. Barbagallo - Giuliano 
l'Apostata 

19. R. Barbiera - / Fratelli 
Bandiera. 

20. A. ZerBOGLIO - Cesare 
Lombroso. 

21. A. Favaro - Archimede. 

22. A. Galletti - Gerolamo 
Savonarola. (Esaurit^o). 



23. G. SecrÉTANT - Alessan- 
dro Poerio. 

24. A. Messeri - Enzo Re. 

25. A. Agresti -Abramo Lincoln. 

26. U. Balzani - Sisto V. 

27. G. Bertoni -Dan/e (2* ediz.) 

28. P. Barbèra -G.S. Bodoni. 

29. A. MichielI - Stanleu- 

30. G. Gigli - Sigismondo 
Castromediano . 

31. G. Rabizzani - Lorenzo 
Sterne. 

32. G. Tarozzi- G.G. Rousseau. 

33. G. Nascimbeni - Riccardo 
Wagner. (Esaurito). 

34. M. Bontempelli - San 
Bernardino. 

35. G. MuONl - C. Baudelaire. 

36. C. Marchesi - Marziale. 
37.G.RadicI0TTI - G. Rossini. 

38. T. Mantovani - C. Gluck. 

39. M. Chini - F. Mistral. 

40. E. B. Massa -G.C.Abba. 

41. R. Murri - Cavour. 

42. A. Mieli - Lavoisier. 

43. A. Loria - Carlo Marx. 

44. E. BuoNAiUTi - S. Agostino. 

45. F. LoSINI - /. Turghienief. 

46. R. Almagià - Colombo. 

47. E. Troilo - G. Bruno C. 

48. P. Orsi - Bismark- 

49. E.BuONAIUTi -S. Girolamo. 

50. G- Costa - Diocleziano. 

51 . F. Belloni Filippi - Tagore. 

52. G. Loria - Newton. 
53.G.MUONI - GustavoFlaubert 

54. e. Marchesi - Petronio. 

55. e. Barbagallo - Tiberio. 



Leggere nei Profili: 


GIORDANO BRUNO 


DI ERMINIO TROILO 



FONDAZIONE LEONARDO 

PER LA CULTURA ITALIANA 

Palazzo Doria - ROMA - Vicolo Doria. 6-a 



CONSIGLIO DIRETTIVO. 

Consiglieri eletti dall'Assemblea dei Soci: FERDINANDO 

Martini, Presid. ,- Orso Mario cordino, V. Pres.; 
Roberto almagìV e Giuseppe Chic venda. 

Consiglieri di dirillo : // Ministro degli Esteri (AMEDEO 
Giannini, Delegato); Il Ministro della P. I. (GIO- 
VANNI Gentile, Delegato) ; Il Ministro delle Colo- 
nie (Ferdinando Nobili Masìuero, Delegato); 

Il Ministro dell'Industria (MICHELE ARNALDI, Dele- 
gato); Il R. Commissario dell' Emigrazione (TOMASO 
PERASSI, Delegato); La Società della Messaggerie Ita- 
liane (Giulio Calabi, Delegato); A. F. Formig- 

GINI {Socio fondatore). 

La fondazione, eretta in ente morale, mira ad inten- 
sificare in Italia e a far nota all'estero la vita intellet- 
tuale italiana valendosi di mezzi pratici ed efficaci 
finora intentati. 

Soci promotori. Quota libera non inferiore a L. 1000 

Soci perpetui, » » » » 250 

Soci ANNUALI, con V Italia che Scrive . . » 12,50 

Estero » 15 — 

Con diritto anche a 3 Guide » 20 — 

Estero » 25 — 



/ nomi dei Promotori e dei Soci perpetui sono co- 
stantemìnte ripetuti nelle pubblicazioni della * Leonardo». 
Le loro quote ne costituiscono il patrimonio intangibile. 



PQ Bruno, Giordano 

A615 In trisbitia hilaris 

B5I58 



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