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Full text of "I promessi sposi : storia milanese del secolo XVII"

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I PROMESSI SPOSI 

STORIA MILANESE DEL SECOLO XVII 

SCurKP.TA IC Itll ATTA 

UÀ 

ALESSANDRO MANZONI 

Sli^TA ElJlZlOIC llELL'.MTOKt 

STORIA 

DELLA COLONNA INFAME 



1,11 INTA I 1 1/.I0>E IET.L AtTOHI'. 



VOL. II. 







MILANO 

TlI'UUnAFIA J)I GIITSKl'PE liEriAELI.I 

■1856 



I PROMESSI SPOSI 



CAPITOLO XXIII. 



Il cardinal Federigo, inlarìlo che aspettava l'ora d'an- 
dar in chiesa a celebrar gli iiflìzi divini, stava studiando, 
com'era solito di fare in tutti i ritagli di tempo: (piando 
entrò il cappellano crocifero, con un viso alterato. 

« Una strana visita, strana davvero, monsignore illu- 
strissimo! » 

« Chi e? ' domandò il cardinale. 

« Niente meno che il signor .... » riprese il cappel- 
lano ; e spiccando le sillabe con una gran significazione, 
proferì quel nome che noi non possiamo scrivere ai no- 
stri lettori. Poi soggiunse: « è qui fuori in persona: e 
chiede nient' altro che d' esser introtlotlo da vossignoria 
illustrissima. » 

« Lui ! » disse il cardinale , con un viso animato , 
chiudendo il libro, e alzandosi da sedere: «venga! venga 
subito ! » 

« Ma » replicò il cappellano, senza moversi: «vos- 
signoria illustrissima deve sapere chi è costui: (pici bau 
dito, fpiel famoso .... » 

voL. a. 1 



2 1 PROMESSI SPOSI 

« E non è una fortuna per un vescovo, clic a un tal 
uomo sia nata la volontà di venirlo a trovare ? » 

» Ma . . . . » insistette il cappellano: « noi non pos- 
siamo mai parlare di certe cose, perchè monsignore dice 
che le son ciance: però, quando viene il caso, mi pare 
che sia un dovere Lo zelo fa de' nemici , monsi- 
gnore ; e noi sappiamo positivamente che più d'un ri- 
baldo ha osato vantarsi che, un giorno o l' altro » 

« E che hanno fatto? » interruppe il cardinale. 

« Dico che costui è un appaltatore di delitti, un di- 
sperato, che tiene corrispondenza co' disperati più furiosi, 
e che può esser mandato — » 

t Oh, che disciplina è codesta, » interruppe ancora 
sorridendo Federigo, » che i soldati esortino il generale 
ad aver paura? » Poi, divenuto serio e pensieroso, ri- 
prese : « san Carlo non si sarebbe ti'ovato nel caso di 
dibattere se dovesse ricevere un tal uomo: sarebbe an- 
dato a cercarlo. Fatelo entrar subito: ha già aspettato 
troppo. » 

Il cappellano si mosse , dicendo tra se : — non e' è 
rimedio : tulli questi santi sono ostinati. — 

Aperto r uscio e atTaccialosi alla stanza dov' era il si- 
gnore e la brigala, vide (piesla listretta in una parte, 
a bisbigliare e a guardar di sotl' occhio (piello, lascialo 
solo in un canto. S' avviò verso di lui ; e intanto squa- 
drandolo, come poteva, con la coda dell' occhio, andava 
pensando che diavolo d' armeria poteva esser nascosta 
sotto <iuella casacca; e che, veramente, prima d' intro- 
durlo, avrebbe dovuto proporgli almeno ma non si 

seppe risolvere. Gli s' accostò , e disse : « monsignore 
aspetta vossignoria. Si contenti di venir con me. » E 
precedendolo in (pu'lla i»iccola folla, che subilo fece ala, 
dava a d(!stra e a sinistra occhiale, le (piali significa- 
vano: cosa votele? non Io sapete anche \oi altri, che 
fa sempre a modo suo? 

Appena introdotto l' innominato, Federigo gli andò 
incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le 



CAPITOLO XXIII. 3 

braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece 
sujjito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì. 

I due rimasti stellerò alquanto senza parlare, e diver- 
samente sospesi. L' innomiuatOj che era stato come por- 
lato lì per forza da una smania inesplicabile, piutfoslo 
che condotto da un determinato disegno, ci stava anche 
come per forza, strazialo da due passioni opposte, quel 
desiderio e quella speranza confusa di trovare un refri- 
gerio al tormento interno, e dall'altra parte una slizza, 
una vergogna di venir lì come un pentito , come un 
sottomesso^ come un miserabile, a confessarsi in colpa, 
a implorare un uomo: e non trovava parole, uè quasi 
ne cercava. Però alzando gli occhi in viso a quell'uomo, 
si sentiva sempre più penetrare da un sentimento di 
venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando 
la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l'orgo- 
glio di fronte, V abbatteva e dirò così gì' imponeva si- 
lenzio. 

La presenza di Federigo era infatti di quelle che an- 
nunziano una superiorità , e la fanno amare. Il porta- 
mento era naturalmente comi)Osto, e quasi involontaria- 
mente maestoso, non incurvato né impigrito punto dagli 
anni; l'occhio grave e vivace, la fronte serena e pensie- 
rosa ; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell'astinenza, 
della meditazione, della fatica, una specie di tloridezza 
verginale: tutte le forme del volto indicavano che, in altre 
età, c'era stata quella che piii propriamente si chiama bel- 
lezza; l'aiiitudine de' pensieri solenni e benevoli, la pace 
interna d'una lunga vita, l'amore degli uomini, la gioia 
continua d'una speranza ineffabile, vi avevano sostituita 
una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più 
in quella magnifica semplicità della porpora. 

Tenne anche lui, qualche momento, fìsso nclF aspello 
dell' innominato il suo sguardo penetrante, ed esercitato 
da lungo tempo a ritrarre dai sembianti i pensieri; e, 
sotto a (iiiel fosco e a quel turl)ato, i)arendogli di sco- 
prire semi)re iiiìi qualcosa di conforme alla s{ieranza da 



4 1 PROMESSI SPOSI 

lui concepita al primo annunzio d'una tal visita, tut- 
t'aniniafo. «oh!» disse: « che preziosa visita è questa ! 
e quanto vi devo esser grato d'una si buona risoluzione: 
quantunque per me abbia un po' del rimprovero! » 

« Rimprovero! » esclamò il signore maraviglialo, ma 
raddolcito da quelle parole e da quel fare, e contento 
che il cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un 
discorso (jualunque. 

« Certo m'ò un rimprovero, » riprese queslo, « che 
io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto 
tempo, tante volle, avrei dovuto venir da voi io. » 

« Da me, voi! Sapete chi sono? V'hanno detto bene 
il mio nome? » 

« E questa consolazione ch'io scnto^ e che, certo, vi 
si manil^csta nel mio aspetto, vi par egli ch'io dovessi 
provarla all'annunzio, alla vista d'uno sconosciuto? Siete 
voi che me la fate provare; voi, dico, che avrei dovuto 
cercare; voi che almeno ho lanlo amato e pianto, per 
cui ho tanto pregalo; voi de' miei figli, che pure amo 
tutti e (li cuore, cpiello che avrei più desiderato d'ac- 
cogliere e d'abbracciare, se avessi credulo di poterlo 
sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le maraviglie, e suppli- 
sce alla debolezza, alla lentezza de' suoi poveri servi. < 

L'innominato slava aflonilo a quel dire cosi intiam- 
malo, a tpielle parole che rispondevano tanto risolula- 
menle a ciò che non aveva ancor detto , nò era ben 
determinato di dire; e commosso ma sbalordito, slava 
in silenzio. « E che? » riprese, ancor più atTettuosamenle 
Federigo: «voi avete una buona nuova da darmi, e me 
la fate tanto sospirare? » 

« Una buona nuova, io? Ho l' inferno nel cuore; e vi 
darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual 
è questa buona nuova che aspettate da un par mio. » 

« Che Dio v' ha toccato il cuoiv, e vuol farvi suo, » 
fi spose paca la mente il cardinale. 

« Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è 
questo Dio? » 



CAPITOLO XXllI. ** 

« Voi me lo domandale? voi? E clii più di voi l'ha 
vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v'opprime, che 
v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v' at- 
tira, vi fa presentire una speranza di quiete, di conso- 
lazione, d'una consolazione che sarà piena, immensa , 
subito che voi lo riconosciate, lo confessiate , l' implo- 
riate? » 

« Oh cerio! ho qui qualche cosa che m' opprime, che 
mi rode! Ma Dio! Se c'è (juesto Dio, se è quello che 
dicono, cosa volete che faccia di me?» 

Queste parole furon dette con un accento disperato; 
ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispi- 
razione, rispose : «■ cosa può far Dio di voi ? cosa vuol 
farne? Un segno della sua potenza e della sua lìoiità ; 
vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli po- 
trebbe dare. Che il mondo gridi da tanto tempo contro 

di voi, che mille e mille voci detestino le vostre opere » 

(l'innominato si scosse, e rimase stupefatto un mo- 
mento nel sentir quel linguaggio cosi insolito, più stu- 
pefatto ancora di non provarne sdegno, anzi quasi un 
sollievo): « che gloria, » proseguiva Federigo, « ne 
viene a Dio? Son voci di terrore, son voci d'interesse; 
voci forse anche di giustizia, ma d' una giustizia così fa- 
cile, cosi naturale! alcune forse, pur troppo d' invidia di 
codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad oggi, 
deplorabile sicurezza d' animo. Ma quando voi stesso sor- 
gerete a condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, 
allora I allora Dio sarà glorificato! E voi domandate cosa 
Dio possa far di voi? Chi son io pover' uomo, che sap- 
pia dirvi fin d'ora che profitto possa ricavar da voi un 
tal Signore? cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, 
di codesta imperturbata costanza , quando l' ahhia ani- 
mala, infiammata d'amore, di speranza, di pentimento? 
Chi siete voi, pover uomo, che vi pensiate d'aver saputo 
da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che 
Dio non possa farvene volere e operare nel bene ? Cosa 
può Dio far di voi ? E perdonarvi? e farvi salvo? e coni- 



6 I PROMESSI SPOSI 

pire in voi l'opera della redenzione? Non son cose ma- 
gnifiche e degne di Lui? Oli pensale! se io omiccialolo, 
io miserabile, e pur cosi pieno di me stesso, io qual mi 
sono, mi struggo ora lanlo della vostra salute, che per 
essa darei con gaudio (Egli m' ò testimonio) questi 
pochi giorni che mi rimangono ; oh pensale! quanta , 
quale debba essere la carità di Colui che m'infonde que- 
sta così imperfetta, ma così viva; come vi ami, come \i 
voglia Quello che mi comanda e m'ispira un amore per 
voi che mi divora! » 

A misura che queste parole uscivan dal suo labbro, 
il volto, lo sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La 
faccia del suo ascoltatore, di stravolta e convulsa, si fece 
da principio attonita e inlenta: poi si compose a una 
commozione più profonda e meno angosciosa ; i suoi 
occhi che dall' infanzia più non conoscevan le lacrime, 
si gonfiarono, quando le parole fnron cessali^ si copri 
il viso con le mani; e diede in un dirollo pianto, che 
fu come rullinia e più chiara risposla. 

« Dio grande e buono! » esclamò Federigo, alzamio 
gli occhi e le mani al cielo: t che ho mai fallo, io servo 
inutile, pastore sonnolento, perchè Voi mi chiamaste a 
questo convito di grazia, perchè ini faceste degno d'as- 
sistere a un si giocondo prodi irio! Cosi dicendo, stese 
la mano a prender quella dell' innominalo. 

« No ! gridò questo , « no ! lontano , lontano da me 
voi: non lordale quella mano innocente e benefica. Non 
sapete lutto ciò che ha fatto ipiesla che volete stringere. » 

« Lasciate, » disse Federigo , prendendolo con amo- 
revole violenza, « lasciale ch'io siringa codesta mano 
che riparerà tanti torli, che spargerà tante beneficenze, 
che solleverà tanti afflilli. che si stenderà disarmala, pa- 
cifica, umile a tanti nemici. » 

« È troppo! » disse singhiozzando 1' innominalo. » La- 
sciatemi, monsignore; buon Federigo, lasciatemi. Un pò 
polo affollalo v'aspetta; tanf anime buone, tanl' innocenti, 
tanti venuti da lontano, per vedervi una volta, jier sen- 
tirvi ; e voi vi trallenete con chi ! « 



CAPITOLO XXIII. 7 

« Lasciamo le novanlanove pecorelle, » rispose il car- 
'liiiale: « sono in sicuro sul monte: io voglio ora stare 
con quella eh' era smarrita. Queir anime son forse ora ben 
più contente, che di vedere questo povero vescovo. Forse 
Dio che ha operato in voi il prodigio della misericordia, 
diffonde in esse una gioia di cui non sentono ancora la 
cagione. Quel popolo è forse unito a noi senza saperlo: 
forse lo Spirito mctle ne' loro cuori un ardore indistinto 
di carità, una preghiera ch'esaudisce per voi, un ren- 
dimento di grazie di cui voi siete l'oggetto non ancor 
conosciuto. » Cosi dicendo, stese le braccia al collo del- 
l' innominato, il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e 
resistilo un momento, cedette, come vinto da queir im- 
peto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abban- 
donò sull'omero di lui il suo volto tremante e mutato. 
Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora inconta- 
minata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo 
slringevano affettuosamente quelle membra, premevano 
quella casacca, avvezza a portar l'armi della violenza e 
del tradimento. 

L'innominato, sciogliendosi da quell'abbraccio, si coprì 
di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la 
faccia, esclamò: « Dio veramente grande! Dio veramente 
buono! io mi conos<:o ora, comprendo chi sono; le mie 
iniquità mi stanno davanti, ho ribrezzo di me stesso; 

eppure ! eppure provo un refrigerio , una gioia, sì 

una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia 
orribile vita! » 

» É un saggio, » disse Federigo, « che Dio vi dà per 
cattivarvi al suo servizio, per animarvi ad entrar riso- 
lulameiile nella nuova vita in cui avrete tanto da disfare, 
tanto da riparare, tanto da piangere! » 

« Me sventurato! « esclamò il signore , « quante , 

quante cose, le quali non potrò se non piangere! 

Ma almeno ne ho d'intraprese, d'appena avviale, che 
posso, se non altro, rompere a mezzo; una ne ho che 
posso romper subito, disfare, riparare. » 



8 I PROMESSI SPOSI 

Federigo si mise in attenzione: e l'innominato rac- 
contò brevemente, ma con parole cresecia/.ione anche 
più forti di quelle che abbiamo adopralo noi. la prepo- 
tenza fatta a Lucia, i terrori, i patimenti della poverina, 
e come aveva implorato, e la smania che queir implo- 
rare aveva messa addosso a lui, e come essa era ancor 
nel castello 

« Ah, non pcrdiam tempo! » esclamò Federit^o, an- 
sante di pietcì e di sollecitudine. « Beato voi ! Questo ò 
pegno del perdono di Dio! far che po.ssiate diventar stru- 
mento di salvezza a chi volevate esser di rovina. Dio vi 
benedica! Dio v'ha benedetto! Sapete di dove sia (luesta 
povera nostra travagliala? » 

Il signore nominò il paese di Lucia. 

« Non è lontano di qui, » disse il cardinale: « lo- 
dato sia Dio; e probabilmente.... » Cosi dicendo, corse 
a un tavolino, e scosse un campanello. E subilo entrò 
con ansietà il capiielbmo crocif(M'o, e per la jtrima cosa, 
guardò r innominato; e vista quella faccia mutata, e 
quegli occhi rossi di pianto, guardò il cardinale; e sotto 
queir inalterabile compostezza, scorgendogli in volto come 
un grave contento, e una premura ipiasi impaziente, era 
per rimanere estatico con la bocca aperla, se il cai'dinale 
non l'avesse subilo sveglialo da quella conlcinplazione, 
domandandogli se tra i parrorbi railiiiiali li, si trovasse 
(juello di ' * '. 

« C'è, monsignore illustrissimo, » rispose il cap- 
pellano. 

« Fatelo venir subilo, » disse Federigo, » e con lui 
il parroco della chiesa. » 

Il cappellano usci, e andò nrlla stanza dov'eran (jue' 
preti riuniti: tutti gli occhi si rivolsero a lui. Lui, con 
la bocca tuttavia aperta, col viso ancor tulio dipinlo di 
queir estasi, alzando le mani, e movendole per aria, 
disse, « signori! signori! luec miitalio ilcxlcnr Evcclsice. » 
E stette un momento senza dir altro. Poi, ripreso il tono 
e la voce della carica, soggiunse: « sua signoria ilhi- 



CAPITOLO xxni. 9 

slrissima e reverendissima vuole il signor curato tlella 
parrocchia, e il signor curato di ' ". " 

Il primo chiamato venne subito avanti, e nello stesso 
tempo, uscì di mezzo alla folla un: « io? strascicalo, con 
un'intonazione di maraviglia. 

I Non è lei il signor curato di'" ? » riprese il cap- 
pellano. 

« Per l'appunto; ma » 

« Sua signoria illustrissima e reverendissima vuol 
lei. » 

« Me? » disse ancora quella voce, significando chia- 
ramente in quel monosillabo: come ci posso eidrarió? 
Ma questa volta, insiem con la voce, venne fuori l'uomo, 
don Abbondio in persona, con un passo forzato, e con 
un viso tra l'attonito e il disgustalo. Il cappellano gli 
fece un cenno con la mano, che voleva dire : a noi ; an- 
diamo ; ci vuol tanto? E precedendo i due curati, andò 
all'uscio, l'aprì, e gì' introdusse. 

II cardinale lasciò andar la mano dell'innominato, col 
quale intanto aveva concertalo quello che dovevan fare; 
si discostò un poco , e chiamò con un cenno il curato 
della chiesa. Gli disse in succinto di che si tratla\a; e 
se sapesse trovar subito una buona donna che volesse 
andare in una lettiga al castello, a prender Lucia : una 
donna di cuore e di testa, da sapersi ben governare in 
una spedizione così nuova, e usar le maniere più a pro- 
posito, trovar le parole più adattate, a rincorare, a tran- 
quillizzare quella poverina, a cui dopo tante angosce, e 
in tanto turbamento, la liberazione stessa poteva metter 
nell'animo una nuova confusione. Pensato un momento, 
il curalo disse che aveva la persona a proposito, e uscì. 
Il cardinale chiamò con un allro C(>nno il cappellano, al 
(juale ordinò che facesse preparare subilo la lettiga e i 
leltighieri, e sellare due mule. Uscito anche il cappel- 
lano, si voltò a don Abbondio. 

Questo, che già gli era vicino, per tenersi lontano da 
i[ueir altro signore, e che intanto dava un'occhialina di 



10 I PROMESSI SPOSI 

scilo insù ora ali" uno ora all'allro, scgiiilaiulo a alma- 
naccar tra sé clic cosa mai polessc essere tulio quel ri- 
girìo, s'accostò di più, fece una riverenza, e disse: 
« m' hanno significalo che vossignoria illustrissima mi 
voleva me; ma io credo che abhiano sbagliato. » 

« Non hanno sbagliato, » rispose Federigo ; » ho una 
buona nuova da darvi, e un consolante, un soavissimo 
incarico. Una vostra parrocchiana, che avrete piaida per 
ismarrita, Lucia Mondella, ò ritrovata, è qui vicino, in 
casa di questo mio caro amico ; e voi anderete ora con 
Ini, e con una donna che il signor curato di qui è an- 
dato a cercare, anderete, dico, a prendere (piella vostra 
creatura, e T accompagnerete qui. » 

Don Abbondio fece di tulio per nascondere la noia, 
die dico? r affanno e ramaritudine che gli dava una 
tale proposta, o comando che fosse; non essendo più 
a tempo a sciogliere e a scomporre un versacelo già 
forinalo sulla sua faccia, lo nascose, chinando profoiula- 
meid(! la testa, in segno d'ubbidienza. E non l'alzò che 
per fare un profondo inchino all' innominato, con un'oc- 
chiaia pietosa che diceva: sono nelle vostre mani: ab- 
biali; misericordia: purcere snbjeclis. 

Gii domandò poi il cardinale , che jìarcnli avesse Lucia. 

« Di stretti, e con cui viva o vivesse, non ha che la 
madre, rispose don Abbondio. 

« E questa si trova al suo paese? » 

« Monsignor, si. » 

« Giacché, B riprese Federigo, » iiuella povera giovino 
non potrà esser cosi presto reslituila a casa sua, le sarà 
una gran consolazione di veder subito la mailre: quindi, 
se il signor curalo di qui non torna prima ch'io vada 
in chiesa, fatemi voi il piacere di dirgli che trovi un ha- 
roccio una cavalcatura; e spedisca un uomo di giudizio 
a cercar quella donna, [),'r condurla «pii. » 

I E se antlassi io? » disse don Abbondio. 

« No, no, voi: v'ho già pregato d'altro, « rispose il 
cardinale. 



CAPITOLO XX in. ìì 

1 Dicevo, » replicò don Abbondio, «per disporre quella 
povera madre. E una donna molto sensitiva: e ci vuole 
uno che la conosca, e la sappia prendere per il suo verso, 
per non farle male invece di bene. » 

« E per questo, vi prego d'avvertire il signor curato che 
scelga un uomo di proposilo: voi siete molto più necessa- 
rio altrove , ■» rispose il cardinale. E avrebbe voluto dire : 
quella povera giovine ha molto più bisogno di veder su- 
bito una faccia conosciuta, una persona sicura, in quel ca- 
stello, dopo tanl'ore di spasimo, e in una terribile oscurila 
dell'avvenire. Ma questa non era ragione da dirsi così chia- 
ramente davanti a quel terzo. Parve però strano al cardi- 
nale che don Abbondio non 1' avesse intesa per aria, anzi 
pensata da sé; e cos'i fuor di luogo gli parve la propo- 
sta e l'insistenza, che pensò doverci esser sotto qualche 
cosa. Lo guardò in viso, e vi scoprì facilmente la paura 
di viaggiare con quell'uomo tremendo, d'andare in (juella 
casa, anche per pochi momenti. Volendo quindi dissipare 
affatto quell' ombre codarde, e non piacendogli di tirare 
in disparte il curalo e di bisbigliar con lui in segreto, 
mentre il suo nuovo amico era lì in terzo, pensò che il 
mezzo più opportuno era di far ciò che avrebbe fallo 
anche senza questo motivo, parlare all'innominato mede- 
simo; e dalle sue risposte don Abbondio intenderebbe 
finalmente che quello non era più uomo da averne paura. 
S' avvicinò dunque all' innominato, e con queir aria di 
spontanea confidenza, che si trova in una nuova e po- 
lente affezione, come in un'antica intrinsichezza, « non 
crediale, » gli disse, « ch'io mi contenti di questa vi- 
sita per oggi. Voi tornerete, n'è vero? in compagnia di 
questo ecclesiastico dabbene? » 

« S'io tornerò? » rispose l' innominato : « quando voi 
mi rifiutaste rimarrei ostinato alla vostra porla, come il po- 
vero. Ho bisogno di parlarvi ! ho bisogno di sentirvi, di 
vedervi! ho bisogno di voi! » 

Federigo gli prese la mano, gliela strinse, e disse: 
« favorirete dunque di restare a dt!sinare con noi. Va- 



12 1 PROMESSI SPOSI 

spetto. Intanto, io vo a pregare, e a render grazie col 
l)opolo; e voi a cogliere i primi fruiti della miseri- 
cordia. » 

Don Alibondio, a quelle dimoslrazioni, slava come un 
ragazzo pauroso, che veda uno accarezzar con sicurezza 
un suo cagnaccio grosso, rabbuffato, con gli occhi rossi, 
con un nomacelo famoso per morsi e per ispaventi , e 
senta dir al padrone che il suo cane ò un buon bestio- 
ne, quieto, quieto: guarda il padrone, e non contrad- 
dice né approva : gnaula il cane, e non ardisce acco- 
starglisi, per timore che il buon beslioiie non gli mostri 
i denti, fosse anche per fargli le feste ; non ardisce al- 
lontanarsi, per non farsi scorgere; e dice in cuor suo: 
oh se fossi a casa mia ! 

Al cardinale, che s'era mosso per uscire, liMiendo 
sempre per la mano e conducendo seco l' innominalo , 
diede di nuovo nell'occhio il pover' uomo, che rimaneva 
indietro, mortificato, malcontento, facendo il muso senza 
voleiio. K pensando che forse (piel dispiacere gli potesse an- 
che venire dal [larergli d' esser li'ascui'alu, e come lasciato 
in un canto, tanto più in paragone d'un facinoroso così 
ben accolto, così accarezzato, se gli voltò nel passare, si 
fermò un momento, e con un sorriso amurevole gli 
disse: « signor cui'ato, voi siete senqire con me nella 
casa del nostro liuon Padre ; ma cpiesto .... (jueslo 
perierat, et invenlas csl. » 

« Oh quanto me ne rallegro! » disse don Abbondio, 
facendo una gran riverenza a lutt'e due in comune. 

L'arcivescovo andò avanti, spinse l'uscio, che fu su- 
bito spalancato di fuori da due servitori che stavano uno 
di ipia e uno di là: e la mirabile cojìpia apparve agli 
sguardi bramosi del clero raccolto nella stanza. Si vi- 
dero que' due volli sui quali era dipinta una commo- 
zione diversa, ma u.iiunlmenle profonda; una lenerezza 
riconoscente, un' umih^ ii'unn neiraspello venerabile di 
Federigo; in (piello dell' innomÌMato, una confusione tem- 
perata di conforto, un nuovo lìudore, una compunzione, 



CAPITOLO XXIIl. 13 

dalla quale però traspariva tuttavia il vigore di quella 
selvaggia e risentita naiura. E si seppe poi, che a ^m 
d' uno dei riguardanli era allora venuto in mente quel 
detto d' Isaia : il lupo e Vmjnello andranno ad un pascolo; 
il leone e il bue mangeranno insieme lo strame. Dietro 
veniva don Abbondio, a cui nessuno badò. 

Quando furono nel mezzo della stanza, entrò dall'altra 
parte l'aiutante di camera del cardinale, e gli s'accostò 
per dirgli che aveva eseguiti gli ordini comunicaligli 
dal cappellano; che la leltiga e le due mule eran pre- 
parate, e s'aspettava soltanto la donna che il curato 
avrebbe condotta. Il cardinale gli disse che , appena 
arrivato questo, lo facesse parlar subito con don Ab- 
bondio: e tutto poi fosse agli ordini di questo e del- 
l' innominalo; al quale strinse di nuovo la mano, in atto 
(li commiato, dicendo: « v'aspetto. » Si voltò a salutar 
don Abbondio, e s' avviò dalla parie che conduceva alla 
chiesa. Il clero gli andò dietro, tra in folla e in proces- 
sione: i due compagni di viaggio rimasero soli nella 
stanza. 

Stava l'innominato tutto raccolto in se, pensieroso, 
impaziente che venisse il momento d'andare a levar di 
pene e di carcere la sua Lucia: sua ora in un senso così 
diverso da quello che lo fosse il giorno avanti; e il suo 
viso esprimeva un'agitazione concentrata, che all'occhio 
ombroso di don Abbondio poteva facilmente parere qual- 
cosa di peggio. Lo sogguardava, avrebbe voluto attaccare 
un discorso amichevole: ma, — cosa devo dirgli? — 
pensava : — devo dirgli ancora : mi rallegro ? Mi ral- 
legro di che? che essendo stato finora un demonio, vi 
siate finalmente risoluto di diventare un galantuomo 
come gli altri? Bel complimento! Eh eh eh! in qualun- 
que maniera io le rigiri, le congratulazioni non vorreb- 
bero dir altro che questo. E se sarà poi vero die sia 
diventalo galantuomo: così a un tratto! Delle dimostra- 
zioni se ne fanno tante a questo mondo, e per tante 
cagioni ! Che so io, alle volte? E intanto mi tocca a 



14 1 PROMESSI SPOSI 

andar con lui! in quel castello! Oh che storia! che storia! 
che storia! Chi me Tavcsse detto stamattina! Ah se posso 
uscirne a salvamento, m' ha da sentire la signora Perpe- 
tua, d'avermi cacciato qui per forza, quando non e' era ne- 
cessità , fuor della mia pieve; e che tulli i parrochi 
d'intorno accorrevano, anche più da lontano: e che non 
bisognava stare indietro; e che questo, e che quest'altro; 
e imbarcarmi in un affare di questa sorte! Oh povero 
m.e! Eppure qualcosa bisognerà dirgli a costui. — E 
pensa e ripensa, aveva trovato che gli avreblìc potuto 
dire: non mi sarei mai aspettalo questa fortuna d'in- 
contrarmi in una così rispettabile compagnia; e slava 
per aprir bocca, quando entrò l' aiutante di camera, col 
curato del paese, il quale annunziò che la ilonna era 
pronta nella lettiga; e poi si voltò a don Abbondio, per 
ricevere da lui l'altra commissione del caidinale. Don Ab- 
bondio se ne sbrigò come potè, in quella confusione di 
mente; e accostatosi poi all'aiutante, gli disse: « mi dia 
almeno una b(\slia quieta ; perclir, ilico la verità, sono un 
povero cavalcatore. " 

« Si figuri, » rispose l'aiutante, con un mezzo sog- 
ghigno: I è la mula del segretario, che è un letterato. » 

« Basta » replicò don Abbondio, e continuò pen- 
sando: — il cielo me la mandi buona. — 

Il signore s'era incamminalo di coisa, al piiino av- 
\isn: arrivalo all'uscio, s'accorse di dun Abbondio, ch'era 
rimasto indietro, Si fermò ad aspettarlo; e quando (jue- 
slo arrivò frettoloso, in aria di chieder perdono, l' inchinò, 
e lo fece passare avanti, con un atto cortese e umile: 
cosa che raccomodò alquanto lo stomaco al povero tri- 
bolalo. Ma appena messo pieile nel corlilello, vide un'al- 
tra novità che gli guastò quella poca consolazione; vide 
l'innominato andar verso un canto, prender per la canna, 
con una mano, la sua carabina, poi per la cigna con 
l'altra, e, con un movimento spedilo, come se facesse 
l'esercizio, mei tersela ad aiinacollo. 

— Ohi! olii! obi! — [lensò don Abbondio: — cosa 



CAPITOLO XXlll. 15 

vuol farne di qiioirordigno, costui? Bel cilizio, bella di- 
sciplina da converlito! E se gli salta qualche grillo? Oh 
che spedizione! oh che spedizione! — 

Se quel signore avesse potuto appena sospettare che 
razza di pensieri passavano per la testa al suo compa- 
gno, non si può dire cosa avrebbe fatto per rassicuraiio; 
ma era lontano le mille miglia da un tal sospetto; e 
don Abbondio stava attento a non far nessun atto che 
significasse chiaramente: non mi fido di vossignoria. Ar- 
rivati all'uscio di strada, trovarono le due cavalcature in 
ordine: l'innominato saltò su quella che gli fu presen- 
tata da un palafreniere. 

« Vizi non ne ha? » disse all'aiutante di camera don 
Abbondio, rimettendo in t(n'ra il piede, che aveva già 
alzato verso la staffa. 

« Vada pur su di l)uon animo; è un agnello. » Don 
Abbondio, arrampicandosi alla sella, sorretto dall'aiutante. 
su, su, su, è a cavallo. 

La lettiga, ch'era innanzi qualche passo, portata da 
due mule, si mosse, a una voce del Ictligbiero; e la co- 
mitiva partì. 

Si doveva passar davanti alla chiesa piena zeppa di 
popolo, per una piazzetta piena anch'essa d'altro popolo, 
del paese e forestieri, che non avevan potuto entrare in 
quella. Già la gran nuova era corsa; e all'apparir della 
comitiva, all'apparir di quell'uomo, oggetto ancor poche 
ore prima di terrore e d'esecrazione, ora di lieta mara- 
viglia, s'alzò nella folla un mormorio quasi d'applauso; 
e facendo largo , si faceva insieme alle spinte , per ve- 
derlo da vicino. La lettiga passò, 1' innominato passò; e 
davauli alla porla spalancala della chiesa, si levò il cap- 
pello, e chinò ipiella fronte lauto temuta, tìn sulla criniera 
della mula, tra il susurro di cento voci che dicevano: 
Dio la lienedica! Don Abbondio si levò anclu; lui il cap- 
pello, si chinò, si raccomandò al cielo; ma sentendo il 
concerto solenne de' suoi confralelli che cantavano a di- 
stesa, pro\ò un'invidia, una nicsla tenerezza, un acconi- 
mento (ale, che durò fatica a tener le lacrime. 



16 I PROMESSI SPOSI 

Fuori poi (l('li";il)il;ilo. nolT aporia campauna, nofxVì ai 
(iirivieni talvolta allatto dcsiTli della strada, un velo p 
nero si stese sui suoi pensieri. Altro oc,ti"elto non ave^ 
su cui riposar con fiducia lo sguardo, che il letligiiier 
il quale, essendo al servizio del cardinale , doveva essei 
cerlamenli^ un uomo daMiene. e insieme non aveva ar 
(rimbelle. Ogni lauto, comparivano viandanti, anche 
comitive, che accorrevano per vedere il cardinale; e 
era un ristoro per don Alihondio ; ma passeggiero , ir 
s'andava verso quella valle tremenda, dove non s'incor 
trerehlte che sudditi dell'amico: e che sudditi! Co 
l'amico avrei il )e desideralo ora più che mai d'entrare i 
discorso, tanto per tastarlo sempre più, come per tenei'l 
in huona ; ma vedendolo così soprappensiero, gliene paj 
sava la voglia. Dovette dunque parlar con so stesso; e 
ecco una parte di ciò che il pover' uomo si disse in qu( 
tragitto; che, a scriver tutto, ci sarelihe da farne un lihn 

— E un gran dire che lauto i saidi come i hirhor 
gli ahhiano a aver l'argento vivo addosso, e non .' 
contentino d'esser sempre in moto loro , ma voglian ti 
rare in hallo, se potessero, lutto il genere umano; e eh 
i più faccendoni mi devan proprio venire a cercar me 
che non cerco nessuno, e tirarmi per i capelli ne lor 
all'ari: io che non chiedo altro che d'esser lasciato vi' 
vere! Quel malto hirl)one di don Rodrigo! Cosa gli man 
cherehhe per esser l'uomo il più felice di (]iieslo monde 
se avesse appena un pochino di giudi/.io? Lui ricco, hv 
giovine, lui rispettato, tui corteggiato: gli dà noia il henc 
stare; e hisogna che vada accanando guai per sé e pei 
gli altri. Poirehhe far l'arte di Michelaccio; no, signore 
vuol fare il mestiere di molestar le femmine : il più paz- 
zo , il più ladro, il più arrahhiato mestiere di (piestc 
mondo; poirehhe anelare in paradiso in carrozza, e \ noi 
andare a casa del diavolo a pie zoi)po. E costui ! . . . — 
E qui lo guardava, come se avesse sospetto che ([nel co- 
stui sentisse i suoi pensieri, — costui, dopo aver messo 
sottosopra il mondo con le scelleratezze, ore lo mette sol- 



CAPITOLO XXUI. 17 

losopra con la conversione ... se sarà vero. Intanto tocca 
a me a farne l'esperienza ! ... È finita : quando son nati 
con quella smania in corpo, bisogna che faccian sempre 
fracasso. Ci vuol tanto a fare il galantuomo tutta la vita, 
com' ho fate io? No, signore : si deve squartare, ammaz- 
zare, fare il diavolo oh povero me!... e poi uno 

scompiglio, anche per far penitenza. La penitenza, quando 
s'ha buona volontà, si può farla a casa sua, quietamente, 
senza tant' apparato , senza dar tanto incomodo al pros- 
simo. E sua signoria illustrissima, subito subito, a brac- 
cia aperte, caro amico, amico caro; stare a tutto quel 
che gli dice costui, come se l'avesse visto far miracoli , 
e prendere addirittura una risoluzione, mettercisi dentro 
con le mani e co' piedi , presto di qua , presto di là : a 
casa mia si chiama precipitazione. E senza avere una mi- 
nima caparra, dargli in mano un povero curato ! questo 
si chiama giocare un uomo a pari e caffo. Un vescovo 
santo, com' è lui, de' curati dovrebbe esserne geloso, come 
della pupilla degli occhi suoi. Un pochino di llemma, 
un pochino di prudenza, un pochino di carità^ mi pare 

che possa stare anche con la santità E se fosse tutto 

un'apparenza? Chi può conoscer tutti i fini degli uo- 
mini? e dico degli uomini come costui? A pensare che 
mi tocca a andar con lui, a casa sua ! Ci può esser sotto 
qualche diavolo: o povero me! è meglio non ci pensare. 
Che imbroglio è questo di Lucia? Che ci fosse un' intesa 
con don Rodrigo ? che gente ! ma almeno la cosa sa- 
rebbe chiara. Ma come l'ha avuta nell'unghie costui? 
Chi lo sa? E tutto un segreto con monsignore: e a me 
che mi fanno trottare in questa maniera, non si dice 
nulla. Io non mi curo di sapere i fatti degli altri ; ma 
quando uno ci ha a metter la pelle, lui anche ragione 
di sapere. Se fosse proprio per andare a prendere quella 
povera creatura, pazienza! Benché, poteva ben condurla 
con sé addirittura. E poi, se è cosi convertito^ se è di- 
ventato un santo padre, che bisogno c'era di me? Oh 
che caos! Basta; voglia il cielo che la sia così: sarà 

VOI,, n. i" 



18 I PROMESSI SPOSI 

Stato un incomodo grosso, ma pazienza! Sarò contcnlo 
anche per quella povera Lucia : anche lei deve averla 
scampata grossa ; sa il cielo cos'ha patito; la compatisco, 
ma è naia per la mia rovina Almeno potessi veder- 
gli proprio in cuore a costui, come la pensa. Chi lo può 
conoscere? Ecco lì, ora pare san t' Antonio nel deserto; 
ora pare Oloferne in persona. Oh povero me! povero 
me ! Basta : il cielo è in obbligo d' aiutarmi, perchè non 
mi ci son messo io di mio capriccio. — 

Inl'alli, sul volto dell' innominato si vedevano, per dir 
così, pas.sare i pensieri, come, in un'ora burrascosa, le 
nuvole trascorrono dinanzi alla faccia del sole, alternando 
ogni momento una luce arrabbiata e un freddo buio. 
L'aidmo, ancor tutto inebriato dalle soavi parole di Fe- 
derigo, e come rifallo e ringiovanito nella nuova vita, 
3' elevava a (luelT idee di misericordia, di perdono e 
d'amore; poi ricadeva sotto il peso del terribile passalo. 
Correva con ansietà a cercare quali fossero le iniquità 
riparabili, cosa si potesse Iromare a mezzo, (juali i ri- 
medi più espedienti e più sicuri, come scioglier tanti 
nodi, che fare di lauti complici: era uno sbalordimento 
a pen.sarci. A quella slessa spedizione, ch'era la più fa- 
cile e così vicina al termine, andava con un'impazienza 
mista d'angoscia, pensando che intanto quella creatura 
pativa, 1)10 sa iiuanlo, e che lui, il (piale pure si sti-ug- 
geva di lil>erarla, era lui che la teneva intanto a patire. 
Dove c'eran due strade, il lettighiero si voltava, per saper 
quale dovesse prendere: l'innominato gliel' indicava con 
la mano, e insieme accennava di far presto. 

Entrano nella valle. Come stava allora il povero don 
Abbondio! Quella valle famosa, della quale aveva sentilo 
raccontar tante storie orribili, esserci dentro: que' famosi 
uomini, il liore della braveria d'Italia, quegli uomini 
senza paura e senza misericordia, vederli in carne e in 
ossa, incontrarne uno due tre a ogni voltata di 
strada. Si chinavano sommessamente al signore; ma 
certi visi abbronzati ! certi bain irti! certi occhiacci, che 



CAPITOLO XXIII. 19 

a don Abbondio pareva cbe volessero dire: fargli la 
fesla a quel prete? A segno che. in un punto di somma 
costernazione, gli venne detto tra se: — gli avessi ma- 
ritati! non mi poteva accader di peggio. — Intanto s'an- 
dava avanti per un sentiero sassoso, lungo d torrente: 
al di là quel prospetto di balze aspre, scure, disabitate; 
al di qua quella popolazione da far parer desiderabile 
ogni deserto: Dante non istava peggio nel mezzo di 
Maleliolge. 

Passan davanti la Malanotte; bravacci sull'uscio, in- 
chini al signore, occhiate al suo compagno e alla let- 
tiga. Coloro non sapevan cosa si pensare: già la partenza 
dell'innominato solo, la mattina, aveva dello straordina- 
rio; il ritorno non lo era meno. Era una preda che 
conduceva? E come l'aveva fatta da se? E come una 
lettiga forestiera? E di chi poteva esser quella livrea? 
Guardavano, guardavano, ma nessuno si moveva, perclK' 
questo era l'ordine che il padrone dava loro con del- 
l'occhiate. 

Fanno la salita, sono in cima. I bravi che si trovan 
.sulla spianata e sulla porta, si ritirano di qua e di là, 
per lasciare il passo libero: l'innominato fa segno che 
non si movan di più: sprona, e passa davanti alla let- 
tiga; accenna al lettighiero e a doti Abbondio che lo 
seguano; entra in un primo cortile, da quello in un 
secondo; va verso un usciolino; fa stare indietro con un 
gesto un bravo che accorreva per tenergli la staffa, e 
gli dice: « tu sta costì, e non venga nessuno. Smonta, 
lega in fretta la mula a un'inferriata, va alla lettiga, 
s'accosta alla donna , che aveva tirata la tendina , e le 
dice sotto voce: «consolatela subito; fatele sui)ito capire 
che è libera, in mano d'amici. Dio ve ne renderà me- 
rito. » Poi fa cenno al lettighiero, che apra; poi s'av- 
vicina a don Abbondio, c^ con un sembiante cosi sereno 
come questo non gliel aveva ancor visto, ne credeva die 
lo potesse avere, con dipintavi la gioia ilell'opera iniona 
che finalmente stava per compire, gli dice, ancora sotto 



20 1 PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXIII. 

voce: « signor curalo, non le chiedo scusa dell' inco- 
modo che lia per cagion mia: lei lo fa per Uno che 
paga bene, e per questa sua poverina, k Ciò detto, prende 
con una mano il morso, con Tallra la staffa, per aiutar 
don Abbondio a scendere. 

Quel volto, quelle parole, quell'atto, gli avcvan dato 
la vita. Mise un sospiro, clie da un'ora gli s'aggirava 
dentro, senza mai trovar l'uscita; si chinò verso l'inno- 
minato, rispose a voce bassa: » le pare? Ma, ma, ma ! » 

e sdrucciolò alla meglio dalla sua cavalcatura. L' inno- 
minato legò anche quella, e detto al leltighiero che stesse 
lì a aspettare, si levò una chiave di tasca, aprì l'uscio, 
entrò, fece entrare il curato e la donna, s'avviò davanti 
a loro alla scaletta; e tuli' e tre salirono in silenzio. 



CAPITOLO XXIV. 



Lucia s'era rUentita da poco tempo; e di quel tempo 
una parte aveva penato a svegliarsi alTatlo. a separar le 
torbide visioni del sonno dalle miMiiorie e dalT immagini 
di (piella realtà troppo somigliante a una funesta visione 
d'infermo. La vecchia le si era suhito avvicinata, e, con 
quella voce forzatamente umile, le aveva detto: « ah! 
avete dormito? Avreste potuto dormire in letto: ve l'ho 
pur detto tante volte ier sera. » E non ricevendo risposta, 
aveva continuato, sempre con un tono di supplicazione 
stizzosa: t mangiate una volta: abbiate giudi/io. Uh come 
siete hrulla! Avete bisogno di mangiare. E poi se, quando 
torna, la piglia con me? » 

« No, no; voglio andar via, voglio andar da mia ma- 
dre. Il padrone me l'ha promesso, ha detto: domattina. 
Doy' ò il padrone ? » 

È uscito; m'ha detto che tornerà presto e che farà 
tutto quel che volete. » 

« Ha dello cosi? ha dello cos'i? Ebbene; io voglio 
andar da mia madre; subito, subilo. » 



22 I PROMESSI SPOSI 

Ed ecco si sente un calpestio nella stanza vicina; poi 
un picchio all' uscio. La vecchia accorre , domanda : 
» chi è? » 

« Apri, » risponde sommessamente la noia voce. La 
vecchia tire il paletto; l'innominato, spingendo legger- 
mente i hattenti, fa un po' di spiraglio; ordina alla vec- 
chia di venir fuori, fa entrar subito don AhJjondio con 
la buona donna. Socchiude poi di nuovo l" uscio, si ferma 
dietro a quello, e manda la vecchia in una parte lon- 
tana del castellaccio ; come aveva già mandata via anche 
l'allra donna che stava fuori, di guarilia. 

Tutto questo movimento, quel punto d' aspello, il primo 
apparire di persone nuove, cagionarono un soprassalto 
d' agitazione a Lucia, alla quale, se lo stato presente era 
intollerabile, ogni cambiamento però era motivo di so- 
spetto e di nuovo spavento. Guardò, vide un prete, una 
donna: si rincorò ahiuanto: guarda più attenta: è lui, 
non è lui'? Riconosce don Abbondio, e rimane con gli 
occhi fissi, come incantala. La donna andatale vicino, si 
chinò sopra di lei, e, guardandola pietosamente, pren- 
dendole le mani, come per accarezzarla e alzarla a un 
tempo, le disse : « oh poverina! venite, venite con noi. » 

« CAìì siete? » le domandò Lucia; ma, senza aspettar 
la risposta, si voltò ancora a don Abbondio, che s'era 
tratteinito discosto due passi, con un viso, anche lui, 
tutto compassionevole; lo fissò di nuovo, e esclamò : « lei ! 

è lei ? il signor curato? Dove siamo ? Oh povera 

me! son fuori di sentimento! 

« No, no, » rispose don Abbondio: « son io davvero: 
fatevi coraggio. Vedete? slam qui per condurvi via. 
Son proprio il vostro curato, venuto qui apposta a ca- 
vallo .... » 

Lucia come riacquistate in un tratto tutte le sue forze, 
si rizzò prei-ipitosamenle ; poi lissò ancora lo sguardo 
su que' due visi, e disse : « è dun(iue la Madonna che 
vi ha mandati. » 

« To credo di si, » disse la buona donna. 



CAPITOLO XXIV. 23 

« Ma possiamo andar via , possiamo andar via dav- 
vero ? » riprese Lucia, abbassando la voce , e con uno 
sguardo (iniido e sospettoso. * E tutta quella gente... ? » 
continuò, con le labbi'a contratte e Irenianti di spavento 
e (T orrore: « e quel signore ... ! queir uomo ... ! (ìià. 
me r aveva promesso ... « 

« È qui anche lui in persona , venuto apposta con 
noi, » disse don Abbondio ; « è qui fuori che aspetta. 
Andiamo presto; non lo facciamo aspettare, un par suo. » 

Allora, quello di cui si parlava, sjiinse V uscio, e si 
fece vedere; Lucia, che poco prima lo desiderava anzi, 
non avendo speranza in altra cosa del mondo, non de- 
siderava che lui , ora, dopo aver veduti visi , e sentile 
voci amiche, non potè reprimere un subitaneo ribrezzo ; 
si riscosse, ritenne il respiro, si strinse alla buona donna, 
e le nascose il viso in seno. L' innominato alla vista di 
queir aspetto sul ({uale già la sera avanti non aveva po- 
tuto tener fermo lo sguardo , di queir aspetto reso ora 
più sipiallido, sbattuto, alfannato dal patire prolungato 
e dal digiuno, era rimasto li fermo, quasi sull' uscio; 
nel veder poi queir alto di terrore, abbassò gli occhi, 
stette ancora un momento immobile e muto ; indi ri- 
spondendo a ciò che la poverina non aveva detto, « è 
vero, » esclamò : « perdonatemi ! » 

« Viene a liberarvi; non è più quello ; è diventato 
buono; sentite che vi chiede perdono? t dii'cva la buona 
donna ali" orecchio di Lucia. 

« Si può dir di più? Via, su quella lesta; non fate 
la liambina; che possiimio andar presto,» le diceva don 
Abbondio. Lucia alzò la lesta , guardò V innominato , e 
vedendo bassa quella fronte , atterrato e confuso (luello 
sguardo, presa da un misto sentimento di conforto , di 
riconoscenza e di pietà, disse: « oh, il mio signore! 
Dio le renda merito della sua misericordia ! » 

« E a voi, cento volte, il bene che mi fanno codeste 
vostre parole. » 

Cosi dello, si voltò, andò verso l'uscio, e usci il pri- 



^4 1 PROMÉSSI SPOSI 

mo. Lucia, tutta rianimata, con la donna che le dava 
braccio, gli andò dietro ; don Abbondio in coda. Sce- 
sero la scala arrivarono all' uscio che metteva nel cor- 
tile. L'innominato lo spalancò, andò alla lettiga, aprì 
lo sportello , e con una certa gentilezza quasi timida 
( due cose nuove in lui ) sorreggendo il braccio di Lucia, 
r aiutò ad entrarvi , poi la buona donna. Slegò quindi 
la mula di don Abbondio, e l'aiutò anche lui a montare. 

« Oh che degnazione! » disse questo; e montò molto 
più lesto che non avesse fatto la prima volta. La comi- 
tiva si mosse ([uando l' innominalo fu anche lui a ca- 
vallo. La sua fronte s' era rialzata ; lo sguardo aveva 
ripreso la solita espressione d' impero. I bravi che in- 
contrava, vedevan bene sul suo viso i segni d'un forte 
pensiero , d' una preoccupazione straordinaria ; ma non 
capivano , nò potevan capire più in là. Al castello non 
si sapeva ancor nulla della gran mutazione di queir uo- 
mo ; e per congettura, certo, nessun di coloro vi sarebbe 
arrivato. 

La buona donna aveva subito tirate le lendine della 
lettiga ; prese poi affettuosamente le mani di Lucia, s'era 
messa a confortarla, con parole di pietà, di congratula- 
zione e di tenerezza, e vedendo come, oltre la fatica 
di tanto travaglio solTerlo, la confusione e l' oscurità de- 
gli avvenimenti impedivano alla poverina di. sentir pie- 
namenl(^ la contentezza della sua liberazione, le disse 
quanto poteva trovar di più atto a distrigare, a ravviare, 
per dir così, i suoi poveri pensieri. Le nominò il paese 
dove andavano. 

« Sì, » disse Lucia, la qual sapeva ch'era poco disco- 
sto dal suo. « Ah Matlonna santissima, vi ringrazio! 
Mia madre ! mia madre ! ■> 

« La manderemo a cercar subito , » disse la buona 
donna, la quale non sapeva che la cosa era già fatta. 

« Sì, sì ; che Dio ve ne renda merito E voi, chi 

siete? Come siete venuta » 

« M' ha mandata il nostro curato , » disse la buona 



CAPITOLU XXIV 25 

donna : « perchè (|ii('slo siisnore , Dio gli ha toccalo il 
cuore (sia benedetto ! ), ed è venuto al nostro paese, 
per parlare al signor cardinale arcivescovo ( che l' ab- 
biamo là in visita, quel sant' uomo ), e s' è pentito de' 
suoi peccatacci, e vuol mutar vita ; e ha detto al cardi- 
nale che aveva fatto rubare una povera innocente, che 
siete voi, d' intesa con un altro senza timor di Dio, che 
il curato non m' ha detto chi possa essere. » 

Lucia alzò gli occhi al cielo. 

« Lo saprete forse voi, » continuò la buona donna : 
« basta : duuipie il signor cardinale ha pensato che , 
trattandosi d' una giovine, ci voleva una donna per ve- 
nire in compagnia, e ha detto al curato che ne cercasse 
una: e il curato, per sua bontà, è venuto da me . . . " 

« Oh! il Signore vi ricompensi della vostra carità!» 

« Che dite mai, la mia povera giovine ? E m'ha dello 
il signor curalo, che vi facessi coraggio, e cercassi iVi 
sollevarvi subilo, e farvi intendere come il Signore v'ha 
salvala miracolosamente ...» 

« Ah sì ! proprio miracolosamente ; per intercession 
della Madonna. ^ 

« Dunque, che stiate di buon animo, e perdonare a 
chi v' ha fallo del male, e esser conlenta che Dio gli 
abbia usata misericordia, anzi pregare per lui ; che, ol- 
tre all' acquistarne merito, vi sentirete anche allargare 
il cuore. » 

Lucia rispose con uno sguardo che diceva di sì, tanto 
chiaro come avrebbero potuto far le parole, e con una 
(Inlcczza che le parole non avrebbero saputa reprimen\ 

« Brava giovine! » riprese la donna, « e trovandosi 
al nostro paese anche il vostro curato (che ce n'è lanli 
tanti, di liillo il collidi no. da mellere insieme quallio 
iitìzi generali), ha pensalo il signor cardinale diman- 
darlo anche lui in compagnia ; ma è slato di poco aiulo. 
Già r avevo sentito dire eh' era un uomo da poco , ma 
in quest'occasione, ho dovuto proprio vedei-e che è più 
impicciato che un itiilcin nella sloi»i>a. « 

Vl)L. II. 2 



26 I PROMESSI SPOSI 

« E questo » domandò Lucia, « questo che è di- 
ventato buono .... chi ò ? » 

« Come ! non lo sapete ? » disse la buona donna , e 
lo nominò. 

« Oh misericordia! » esclamò Lucia. Quel nome, quante 
volte r aveva sentito ripetere con orrore in più d' una 
storia, in cui figurava sempre come in altre storie quello 
dell' orco ! E ora, al pensiero d' essere stata nel suo ter- 
ribil potere, e d' essere sotto la sua guardia pietosa ; al 
pensiero d' una cosi orrenda sciagura, e d' una così im- 
pro\TÌsa redenzione; a considerare di chi era quel viso 
che aveva veduto burbero, poi commosso, poi umiliato, 
rimaneva come estatica, dicendo solo, ogni poco: « oh 
misericordia ! » 

« É una gran misericordia davvero! » diceva la buona 
donna: « dev' essere un gran sollievo per mezzo mondo, 
A pensare quanta gente teneva sottosopra; e ora, come 

ha detto il nostro curato e poi, solo a guardarlo 

in viso, ò diventato un santo! E poi si vedon subito le 
opere, » 

Dire che questa buona donna non provasse molta cu- 
riosità di conoscere un po' più distintamente la grande 
avventura nella quale si trovava a fare una parte, non 
sarebbe la verità. Ma bisogna dire a sua gloria che, 
compresa d'una pietà rispettosa per Lucia, sentendo in 
certo modo la gravità e la digidlà dell' incarico che le 
era stato alTidato, non pensò neppure a farle una do- 
manda indiscreta, nò oziosa : tutte le sue parole in (pie! 
tragitto, furono (li conforto e di premura per la povera 
giovine. 

« Dio sa quant'è che non avete mangiato! » 

« Non me ne ricordo più Da un pezzo. » 

« Poverina ! Avrete bisogno di ristorarvi. » 

« Si, » rispose Lucia con voce fioca. 

« A casa mia, grazie a Dio, troveremo subito qual- 
cosa. Fatevi coraggio die ormai e' è |)oco. » 

Lucia si lasciava poi cader languida sid fondo della 



capìtolo XXIV. 27 

letliga , corno assopita ; e allora la buona donna la la- 
sciava in riposo. 

Per don Abbondio questo ritorno non era certo così 
angoscioso come l'andata di poco prima; ma non fu 
neppur esso un viag.uno di piacere. Al cessar di ({uella 
pauraccia , s'era da principio sentito tutto scarico, ma 
ben presto cominciarono a spuntargli in cuore cent' altri 
dispiaceri, come, quand' è stato sbarbato un grand' al- 
bero , il terreno rimane sgombro per qualche tempo , 
ma poi si copre tutto d' erbacce. Era diventato più sen- 
sibile a tutto il resto; e tanto nel presente, quanto nei 
pensieri dell'avvenire, non gli mancava pur troppo ma- 
teria di tormentarsi. Sentiva ora, molto più cbe nell'an- 
dare, l'incomodo di quel modo di viaggiare, al quale 
non era molto avvezzo; e specialmente sul principio, 
nella scesa dal castello al fondo delle valle. Il lettigliicro 
slimolato da' cenni dell'innominato, faceva andar di buon 
passo le sue bestie ; le due cavalcature andavan dietro 
dietro, con lo slesso passo ; onde seguiva che , a certi 
luoghi più ripidi, il povero don Abbondio, come se fosse 
messo a leva per di dietro, li-acollava sul davanti, e, 
per reggersi, doveva appuntellarsi con la mano all' ar- 
cione; e non osava però pregare cbe s' andasse jùù ada- 
gio; e dall' altra parte avrebbe voluto esser fuori di quel 
paese più presto che fosse possibile. Oltre di ciò, dove 
la strada era sur un rialto, sur un ciglione, la mula, si;- 
condo l'uso de' pari suoi, pareva cbe facesse per dis|)el lo 
a tener sempre dalla parte di fuori, e a metter projìrio 
le zampe sull' orlo, e don Abbondio vedeva sotto di sé, 
quasi a perpendicolo, un salto, o come pensava lui, un 
precipizio. — Anche tu. — diceva tra se alla bestia, — 
hai quel maledello gusto d' andare a cercare i pericoli, 
quando e' è lanlo sentiero! — E tirava la briglia dal- 
l' altra parte; ma inutilmente. Sicché, al solito rodendosi 
di stizza e di paura, si lasciava condurre a piacere al- 
trui. I bravi non gli facevan più tanto spavento, ora 
<iie sapeva più (Vi certo come la pensava il padrone — 



28 I pnoMKssi SPOSI 

Ma, — rillcllc'va perù, — se la iiolizia di questa gran 
conversione si sparge qua dentro, inlanlo che ci siamo 
ancora, chi sa come l'intenderanno costoro ! Chi sa cosa 
nasce! che s' andassero a immaginare che sia venuto io 
a fare il missionario ! Povero me ! mi martirizzano ! — 
Il cipiglio dell'innominato non gli dava faslidio. — Per 
tenere a segno quelle facce li, — pensava, non ci vuol 
meno di questa qui ; Io capisco anch' io ; ma perchè 
deve toccare a me a trovarmi tra tutti costoro ! — 

Basta ; s' arrivò in fondo alla scosa . e s' usci final- 
mente anche dalla valle. La fronte dell'innominalo s'andò 
spianando. Anche don Ahhondio prese una faccia più 
natnrale, sprigionò alqnanlo la testa di tra le spalle, 
sgranchi le braccia e le gambe, si mise a stare un po' 
più sulla vita, che faceva un tutt' altro vedere, mandò 
più larghi respiri, e, con animo più riposato, si mise a 
considerare allri lontani pericoli. — Cosa dirà quel be- 
stione di don Rodrigo ? Rimaner con tanto di naso a 
queslo modo, col dainio e con le beffe , figuriamoci se 
la gli deve parere amara. Ora è cjnando fa il diavolo 
davvero. Sta a vedere che se la piglia anche con me , 
perchè mi soii ti'ovalo diMilro in qutNia cfrimonia. Se 
ha avulo cuore fin d' allora di mandare (pn^dne demòni 
a farmi una fiizura di quella sorle sulla shada, ora |)i»i, 
chi sa cosa farà! Con sua signoria illustrissima non la 
può prendere, che è un pez/.o molto più grosso di lui ; 
li bisognerà rodere il freno. Intanto il veleno 1' avrà in 
corpo, e sopra qnalchednno lo vorrà sfogare. Comi; fini- 
seono ipiesle faccende? I colpi cascano sempre ali" iiigiii ; 
i cenci vanno all' aria. Lucia, di ragione , sua signoria 
illustrissima penserà a metterla in salvo: queir allro po- 
veraccio mal capilato è fuor del tiro, e ha già avutola 
.sua: ecco che il cencio son diventato io. La sarebbe 
barbara, dopo tant' incomodi, dopo tante agitazioni, e 
senza ac(juislarne melilo, che ne dovessi porlar la |)ena 
lo. Cosa farà ora sua signoria illnstrissima p(!r dil'en- 
(lermi , dopo avermi messo in l)allo ? Mi i)uò sfar mab 



CAPITOLO XXTV. 29 

levadore lui che quel dannalo non mi faccia un'azione 
peiì-aio (lolla prima? E poi ha tanli affari per la le- 
sta! mette mano a tante cose! Come si può badare a 
tulio? Lascian poi alle volte le cose più imbrogliate di 
prima. Quelli che fanno il bene, lo fanno all' iii.uro^'- 
so: quand'hanno provata quella soddisfazione, n'hanno 
abbastanza, e non si vogiion seccare a star dietro a 
tutte le conseguenze : ma coloro che hanno quel gu- 
sto di fare il male, ci mettono piij diligenza, ci stanno 
dietro fino alla fine , non prendon mai requie , per- 
chè hanno quel canchero che li rode. Devo andar io a 
dire che son venuto qui per comando espresso di sua 
signoria illustrissima , e non di mia volontà ? Parrebbe 
che voles'^i tenere dalla parte dell' iniquità. Oh santo 
cielo! Dalla parte dell'iniquità io! Per gli spassi che 
la mi dà ! Basta ; il meglio sarà a raccontare a Perpe- 
tua la cosa coni' è: e lascia poi fare a Perpetua a man- 
darla in giro. Purché a monsignore non venga il grillo 
di far qualche pubblicità, qualche scena inutile, e met- 
termici dentro anche me. A buon conto, appena siamo 
arrivati, se è uscito di chiesa, vado a riverirlo in bella 
in fretta; se no, lascio le mie scuse, e me ne vo dritto 
dritto a casa mia. Lucia è bene appoggiata ; di me non 
ce n' è più bisogno; e dopo tant' incomodi, posso pre- 
tendere anch' io d' andarmi a riposare. E poi che 

non venisse anche curiosità a monsignore di saper tutta 
la storia, e mi toccasse a render conto dell' aliare del 
matrimonio! Non ci mancherebbe altro. E se viene in 

visita anche alla mia parrocchia! Oh! sarà quel 

che sarà; non vo' confondermi prima del tempo: n'ho 
abbastanza de' guai. Per ora vo a chindenni in casa. 
Fin che monsignore si trova da ipieste parli, don Ro- 
drigo non a\rà faccia di far pazzie. E poi.... E poi? 
Ah ! vedo che i micù ultimi anni ho da passarli male ! — 
La comitiva arrivò che le funzioni di chiesa non erano 
ancor tin-miiiate: passò per mezzo alla folla medesima 
non meno commossa della prima volta : e poi si divise. 



30 I PROMESSI SPOSI 

I due a cavallo voltarono sur una piazzetta di fianco , 
in fondo a cui era la casa del parroco; la lettiga andò 
avanti verso quella della buona donna. 

Don Abbondio fece quello che aveva pensato : appena 
smontato, fece i più sviscerati complimenti air innomi- 
nato, e lo pregò di volerlo scusar con monsignore ; che 
lui doveva tornare alla parrocchia addirittura, per affari 
urgenti. Andò a cercare quel che chiamava il suo ca- 
vallo , cioè il bastone che aveva lasciato in un cantuccio 
del salotto, e s' incamminò. L' innominato stette a aspet- 
tare che il cardinale tornasse di chiesa. 

La buona donna, falla seder Lucia nel miglior luogo 
della sua cucina, s' alìaccendava a preparar qualcosa da 
ristorarla , ricusando , con una certa rustichezza cor- 
diale, i ringraziamenti e le scuse che questa rinnovava 
ogni tanto. 

Presto presto , rimelleiulo stipa sotto un calderollo , 
dove notava un buon cappone, fece alzare il bollore al 
brodo, e riempitane una scodella già guarnita di fette 
di pane, potò linalmenle presentarla a Lucia. E nel ve- 
dere la poverina a riaversi a ogni cucchiaiata , si con- 
gratulava ad alla voce con se stessa che la cosa fosse 
accaduta in un giorno in cui, com' essa diceva , non 
e' era il gatto nel fuoco, t Tutti s' ingegnano oggi a far 
qualcosina, » aggiungeva: meno que' poveri poveri che 
stentano a aver pane di vecce e polenta di saggina; però 
oggi da un signore cosi caritatevole sperano di buscar 
tulli qualcosa. Noi, grazie al cielo, non siamo in questo 
caso: tra il mestiere di mio marito, e qualcosa clie ab- 
biamo al sole, si campa. Sicché mangiate senza pensieri 
intanto ; che presto il cappone sarà a tiro, e potrete ri- 
storarvi un po' meglio. » Così detto ritornò ad ac udire 
al desinare, e ad apparecchiare. 

Lucia , tornalele alquanto le forze^ e ac(iuielaiidosele 
sempre più I animo, andava inlanlo asseltando;i , per 
un'abitudine, per un islinlo di pulizia e di verecaudia: 

rimetteva e fermava le treccie allentate e anulTate, rac- 



CAPITOLO XXIV. 31 

comodava il fazzoletto sul seno, e intorno al collo. In 
far questo, le sue dita s' intralciarono nella corona clic 
ci aveva messa, la notte avanti; lo sguardo vi corse; si 
fece nella mente un tumulto istanteneo ; la memoria del 
voto, oppressa fino allora e solTogala da tante sensazioni 
presenti, vi si suscitò d'improvviso, e vi comparve chiara 
e distinta. Allora tutte le potenze del suo animo, appena 
riavute, furon sopratTatte di nuovo, a un tratto: e se 
queir animo non fosse stalo cosi preparato da una vita 
d' innocenza, di rassegnazione e di fiducia, la costerna- 
zione che provò in quel momento, sarebbe stata dispe- 
razione. Dopo un ribollimento di que' pensieri che non 
vengono con parole ; le prime che si formarono nella 
sua mente furono: — oh povera me, cos' ho fatto! — 
Ma non appena l'ebbe pensala, ne risentì come uno 
spavento. Le tornarono in mente tutte le circostanze 
del voto, r angoscia intollerabile, il non avere una spe- 
ranza di soccorso, il fervore della preghiera, la pienezza 
del sentimento con cui la promessa era stata fatta. E 
dopo avere otienuia la grazia pentirsi della promessa , 
le parve un' ingratitudine sacrilega , una perfidia verso 
Dio e la Madonna ; le parvo che una tale infedeltà le 
attirerebbe nuove e più terribili sventure, in mezzo alle 
quali non polrehbe più sperare neppur nella preghiera; 
e s'affretlò di rinnegare quel pentimento momentaneo. 
Sì ]c\ò con divozione la corona dal collo, e tenendola 
nella mano tremante, confermò, rinnovò il voto, chie- 
dendo nello stesso tempo, con una supplicazione acco- 
rata, che le fosse concessa la forza d'adempirlo, che le 
fossero risparmiati i pensieri e l'occasioni le qnali avreb- 
lit'i'o pollilo, se non ismovere il suo animo, agitarlo troppo. 
La loiiian;uiza di Renzo, senza nessuna probabililà di ri- 
torno, quella lontananza che fin allora le era stata così 
amara, le parve ora una disposizione della Provvidenza, 
che avesse fatti andare insieme i due avvenimenti per 
un fine solo; e si studiava di trovar nell'uno la ragione 
d'esser contenta dell'altro. E dietro a quel pensiero, s'an- 



32 1 PROMESSI SPOSI 

dava figurando ugualmente che quella Provvidenza me- 
desima, per compir l'opera, saprebbe trovar la maniera 
di far che Renzo si rassegnasse anche lui, non pensasse 
più Ma una tale idea, appena trovata, mise sottoso- 
pra la mente ch'era andata a cercarla. La povera Lucia, 
sentendo che il cuore era lì li per pentirsi, ritornò alla 
praghiera, alle conferme, al combattimento, dal quale 
s'alzò, se ci si passa quest'espressione, come il vinci- 
tore stanco e ferito , di sopra il nemico abbattuto: non 
dico ucciso. 

Tutt'a un tratto, si sente uno scalpiccio e un chiasso 
di voci allegre. Era la famigliola che tornava di chiesa. 
Due bambinette e un fanciullo entran saltando; si fer- 
mano un momento a dare un'occhiata curiosa a Lucia, 
poi corrono alla mamma e le s'aggruppano intorno; chi 
domanda il nome dell'ospile sconosciuta, e il come e il 
perchò; chi vuol raccontar le maraviglie vedute; la buona 
donna risponde a tutto e a tutti con un « zitti, zitti. » 
Entra poi, con un passo più ipiielo, ma con una pre- 
mura cordiale dipinta in viso, il padrone di casa. Era, 
se non ralihiamo ancor detto, il sarto del villaggio, e 
de' contorni; un uomo che sapeva leggere, che aveva 
letto infatti più d'una volta il Leggendario de' Santi, il 
Guerrin meschino e i Reali di Francia , e passava in 
quelle parti, per un uomo di talento e di scienza: lode 
però che rifiutava modestamente, dicendo soltanto che 
aveva sbagliato la vocazione ; e che se fosse andato agli 

studi, invece di tant'altri ! Con questo, la miglior 

pasta del mondo. Essendosi trovato presente quando sua 
moglie era stata pregata dal curalo d' intraprendere (jnel 
viaggio caritatevole , non solo ci aveva data la sua ap- 
provazione, ma le avrebbe fallo coraggio, se ce ne fosse 
stato bisogno. E ora che la funzione, la pompa, il con- 
corso, sopratluUo la predica del cardinale avevano, come 
si dice, esaltati tulli i suoi buoni sentimenti, tornava a- 
casa con un'aspetlativa, con un desiderio ansioso di sa- 
pere come la cosa fosse riuscita, e di trovare la povera 
innocente salvata. 



CAPITOLO XXIV. 33 

<i Giinnlalc un poco, « fili disso, al suo entrare, la 
buona donna, accennando Lncia ; la (lualc fece il viso 
rosso, s'alzò, e cominciava a halbellar (lualche scusa. Ma 
lui, avvicinatosele, T interrnppe facendole una gran fe- 
sta, esclamando: «ben vernila, ben venula! Siete la i)C- 
nedizione del cielo in (piesta casa. Come son conlento 
vedervi qui! Già ero sicuro clic sareste arrivata a buon 
porlo ; perchè non ho mai trovato che il Signore abbia 
cominciato un miracolo senza finirlo bene; ma son con- 
iamo di vedervi (jui! Povera giovine! Ma è però una 
gran cosa d'aver ricevuto un miracolo! » 

Né si creda che fosse lui il solo a ([ualificar così quel- 
l'avvenimento, perchè aveva letto il Leggendario: per lutto 
il paese e per tult'i contorni non se ne parlò con altri 
termini, fin che ce ne rimase la memoria. E, a dir la 
verità, con le frange che vi s'attaccarono, non gli poteva 
convenire altro nome. 

Accostatosi poi passo passo alla moglie, che staccava 
il calderotto dalla catena, le disse sottovoce: « è andato 
bene ogni cosa? » 

« Benone: ti racconterò poi tulio? » 

« Sì, sì, con comodo. » 

Messo poi subito in tavola, la padrona andò a prender 
Lucia, ve l'accompagnò, la fece sedere; e staccata un'ala 
di quel cappone, gliela mise davanti; si mise a sedere 
anche lei e il marito, facendo tutt'e due coraggio all'ospite 
abbattuta e vergognosa, perche mangiasse. Il sarto co- 
minciò, ai primi bocconi, a discoi'HM'e con grand'enfasi, 
in mezzo alle interruzioni de' ragazzi, che mangiavano 
intorno alla tavola, e che in verità avevano viste troppe 
cose straordinarie, per fare alla lunga la sola parte d'ascol- 
lat(jri. Descriveva le cerimonie solenni, poi saltava a par- 
lan; della conversione miracolosa. Ma ciò che gli aveva 
fallo jìiii impressione, e su cui tornava più spesso, era 
la predica del cardinale. 

« A vederlo li davanti all'allan», » diceva, « un signore 
• li ([uella sorte, come un curato » 



34 l PKOMESSl SPOSI 

« E quella cosa d'oro che aveva in tesla » diceva 

una bambinelta. 

« Sta zitta. A pensare, dico, che un signore di quella 
sorte, e un uomo tanto sapiente, che a quel che dicono, 
ha letto tutti i libri che ci sono, cosa a cui non è mai 
arrivato nessun altro, ne anche in Milano; a pensare che 
sappia adattarsi a dir quelle cose in maniera che tutti 
intendano » 

« Ho inteso anch'io, » disse l'altra chiacchierina. 

t Sta zitta! cosa vuoi avere inteso, tu?» 

<i Ho inteso che spiegava il Vangelo invece del signor 
curalo. » 

« Sta zitta. Non dico chi sa qualche cosa; che allora 
uno è obbligato a intendere; ma anche i più duri di 
testa, i più ignoranti, andavan dietro al filo del discorso. 
.\ndate ora a doniand\r loro se saprebbero ripeter le 
p;irole che diceva: si; non ne ripescberebhero una; ma 
il sentimento lo hanno qui. E senza mai nominare quel 
signore, come si capiva che voleva parlar di lui ! E poi, 
per capire sarebbe bastato osservare quando aveva le la- 
crime agli occhi. E allora tutta la gente a piangere .... » 

« E pi'oprio vero, » scappò fuori il fancinllo: a ma 
perclii'' piangevan tutti a (luel modo, come handiini? » 

« Sta zitto. E sì che c'è de' cuori duri in questo paese. 
E lia fatto proprio vedere che, benché ci sia la carestia, 
bisogna ringraziare il Signore ed esser contenti: far quel 
cbe si può. industriarsi, aiutarsi, e poi esser contenti. 
Perchi"' la disgrazia non è il i)atire e l'esser poveri; la 
disgrazia è il far del male. E non son belle parole; perchè 
si sa che anche lui vive da pover'uomo, e si leva il pane 
di bocca per darlo agli affamati; quando potrebbe far 
vita scelta, meglio di chi si sia. Ah! allora un uomo dà 
soildisfazione a sentirlo discorrere; non come tanl'altri, 
fate (luello che dico e non quel che fo. E poi ha fatto 
pi'oprio vedere che anche coloro che non son signori, 
se hanno più del necessario, sono obbligali di farne 
parie a chi patisce. » 



CAPITOLO XXIV, 3B 

Qui interruppe il discorso da se, come sorpreso da 
un jHMisiero. Sielle mi Miomento; poi mise insieme un 
piatto delle vivande ch'eran sulla tavola, e aggiuntovi 
un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso questo 
per le quattro cocclie, disse alla sua bambinetta mag- 
giore: i piglia qui. » Le diede nell'altra mano un fia- 
schetto di vino, e soggiunse: « va ([ui da Maria vedova; 
lasciale questa roba , e dille che è per stare un po' al- 
legra co' suoi bambini. iMa con buona maniera, ve'; che 
non paia che tu le l'accia l'elemosina. E non dir niente, 
se incontri qualcheduno; e guarda di non rompere. » 

Lucia fece gli occhi rossi, e sentì in cuore una tene- 
rezza ricreatrice; come già da' discorsi di prima aveva 
ricevuto un sollievo che un discorso fatto apposta non 
le avrebbe potuto dare. L'animo attirato da quelle de- 
scrizioni, da quelle fantasie di pompa, da quelle com- 
mozioni di pietà e di maraviglia, preso dall'entusiasmo 
medesimo del narratore, si staccava da' pensieri dolorosi 
di se: e anche ritornandoci sopra, si trovava più forte 
contro di essi. Il pensiero slesso del gran sacrili/io, non 
già che ave.sse perduto il suo amaro, ma insiem con 
esso aveva un non so che d' una gioia austera e so- 
lenne. 

Poco dopo, entrò il curalo del paese, e disse d'esser 
mandato dal cardinale a informarsi di Lucia, ad avver- 
tirla che monsignore voleva vederla in quel giorno, e 
a ringraziare in suo nome il sarto e la moglie. E que- 
sti e quella, commossi e confusi, non Irovavan parole 
per corrispondere a tali dimostrazioni d'un tal perso- 
naggio. 

» E vostra madre non è ancora arrivala? » disse il 
curato a Lucia. 

« Mia madre! » esclamò questa. Dicendole poi il cu- 
rato, che l'aveva mandala a prendere, d'ordine dell'ar- 
civescovo, si mise il grembiule agli occhi, e diede in un 
dirotto pianto, che durò un pezzo dopo che fu andato 
via il curalo. Quando poi gli alletti tumultuosi che le 



36 1 PROMESSI SPOSI 

si erano suscitati a quell'annunzio, cominciarono a dar 
luogo a pensieri più posali, la poverina si ricordò che 
quella consolazione allora cosi vicina, di riveder la ma- 
dre, una consolazione così inaspettata poche ore prima, 
era stata da lei espressamente implorala in quell'ore 
terribili, e messa quasi come una condizione al voto. 
Fati mi tornar salva con mia madre, aveva detto; e que- 
ste parole le ricomparvero ora distinte nella memoria. 
Si confermò più che mai nel proposito di mantener la 
promessa, e si fece di nuovo, e più amaramente scrupolo 
di quel povera me! che le era scappato detto tra sé, nel 
primo momento. 

Agnese infatti, (juando si parlava di lei, era già poco 
lontana. É facile pensare come la jìcvera donna fosse 
rimasta, a quell'invito così inaspettato, e a quella noti- 
zia, necessariamente tronca e confusa, d'un pericolo, si 
poteva dir, cessato, ma spaventoso: d'un caso lerrihile, 
che il messo non sapevano circostanziare né spiegare; 
e lei non aveva a che attaccarsi per ispiegarlo da sé. 
Dopo essersi cacciate le mani ne' capelli, dopo aver gri- 
dalo più volte: «ah Signore! ah Madonna! », dopo aver 
fatte al messo varie domande, alle quali questo non sa- 
peva che rispondere , era entrata in fretta e in furia 
nel baroccio , continuando per la strada a esclamare e 
interrogare, senza proti ito. Ma, a un certo punto, aveva 
incontrato don Aiihondio che veniva adagio adagio, met- 
tendo avanti, a ogni passo, il suo bastone. Dopo un « oh! » 
di tutt'e due le parti, lui s'era fermalo, lei aveva fatto 
fermare, ed era smontata; e s'eran tirati in disparte in 
un castagneto che costeggiava la strada. Don Abbondio 
l'aveva ragguagliata di ciò che aveva p(tliilo sapere e 
dovuto vedere. La cosa non era chiara: ma almeno Agnese 
fu rassicurata che Lucia era affatto in salvo; e respirò. 

Dopo, don Abbondio era voluto entrare in un altro 
discorso, e dai"le una lunga istruzione sulla maniera di 
regolarsi con l'arcivescovo, se questo, com'era probabile, 
avesse desiderato dì parlar con lei e con la figliuola; e 



CAPITOLO XXIV, 37 

sopratliiKo che non conveniva far parola del nfialrimo- 

nio Ma Agnese, accorgimdosi che il brav'uomo non 

parlava che per il suo proprio interesse, l'aveva piantalo, 
sen/.a promettergli, anzi senza risolver nulla; che aveva 
tufl'altro da pensare. E s'era làmessa in istrada. 

Finalmente il baroccio arriva, e si ferma alla casa 
del sarto. Lucia s'alza precipitosamente; Agnese scende, 
e dentro di corsa; sono nelle braccia l'una dell'altra. La 
moglie del sarto, ch'era la sola che si trovava li pre- 
sente, fa coraggio a tutt'e due, le acquieta , si rallegra 
con loro, e poi, sempre; discreta, le lascia sole, dicendo 
che andava a preparare un letto per loro ; che aveva il 
modo, senza incomodarsi; ma che, in ogni caso, tanto 
lei, come suo marito, avrebbero piuttosto volulo dormire 
in terra, che lasciarle andare a cercare un ricovero al- 
trove. 

Passato quel primo sfogo d' abljracciamenli e di sin- 
ghiozzi, Agnese volle sapere i casi di Lucia, e questa si 
mise affannosamente a raccontarglieli. Ma, come il let- 
tore sa, era una storia che nessuno la conosceva tutta ; 
e i)er Lucia stessa c'eran delle parli oscure, inesplica- 
bili all'alio. E specialmenle quella fatale combinazione 
d'essersi la terribile carrozza trovata lì sulla strada, per 
r appunto quando Lucia vi passava per un caso straor- 
diii.irio: su di che la madre e la figlia facevan cento 
congfllure, senza mai dar nel segno, anzi senza nep- 
pur andarci vicino. 

In qnaiilo all'autor principale d(!lla trama, tanlo l'una 
che 1 alba non polevai\<> fare a meno di non pensare che 
fosse don Hodrigo. 

« Ah anima nera! ah tizzone d'inferno! » esclanìava 
Agni'sc : <> ma verrà la sua ora anche per Ini. Doinened- 
dio lo pagherà secondo il nirrilo ; e allura proverà aiiclie 
lui » 

« No, no, mamma; no! » interruppe Lucia: « non 
gli augurate di patire, non l'augurate a nessuno! Se 
sapeste cosa sia patire! Se aveste provato! No. no! pre- 



38 I PROMESSI SPOSI 

ghiaino piuttosto Dio e la Madonna per lui: che Dio gli 
tocchi il cuore, come ha fatto a quest' altro povero si- 
gnore, eh' era peggio di lui ; e ora è un santo. » 

Il ribrezzo che Lucia provava nel tornare sopra me- 
morie così recenti e così crudeli, la fece piìi d'una volta 
restare a mezzo: più d'una volta disse che non le ba- 
stava r animo di continuare, e dopo molle lacrime ri- 
prese la parola a stento. Ma un sentimento diverso la 
tenne sospesa, a m\ certo punto del racconto: quando fu 
al volo. Il timore che la madre le desse dell' imprudente 
e della precipitosa ; e che, come aveva fatto nell' all'are 
del matrimonio, mettesse in campo qualche sua regola 
larga di coscienza, e volesse fargliela trovar giusta per 
forza; o che, povera donna, dicesse la cosa a qualche- 
duno in confidenza, se non altro, per aver lume e con- 
siglio, e la facesse così divenir pubblica, cosa che Lucia, 
solamente a pensarci, si sentiva venire il viso rosso; an- 
che una certa vergogna della madre stessa , una ripu- 
gnanza inesplicabile a entrare in (piella materia ; tutte 
queste cose insieme fecero che nascose (piella circostanza 
importante, proponendosi di farne prima la confidenza 
al padre Cristoforo. Ma come rimase allorché, doman- 
dando di lui, si sentì rispondere che non c'era più, 
cITera stato mandalo in un paese lontano lontano, in un 
paese che aveva un certo nome ! 

« E Uenzo? » disse Agnese. 

« È in salvo, n' è vero? » disse ansiosamente Lucia. 

« Questo è sicuro, perchè tutti lo dicono; si lien per 
certo die si sia ricoverato sul bergamasco: ma il luogo 
proprio nessuno lo sa dire: e lui lìiioi'a non lia mai 
l'alto saper nulla. Che non abbia ancora trovala la ma- 
niera. » 

« Ah, se è in salvo, sia ringraziato il Signore! » 
disse Lucia: e cercava di cambiar discorso; (piando il 
discorso fu interrotto da una novità inaspellala : la com- 
parsa del cardinale arcivescovo. 

Questo, tornalo di chit^sa, dove T alibiam lasciato, sen- 



CAPITOLO XXIV. 39 

iilo dall' innominalo che Lucia era arrivala, sana e salva, 
era "anelato a tavola con lui, facendoselo sedere a destra, 
in mezzo a una corona di preti, che non potevano sa- 
ziarsi di dare occhiale a queir aspetto cosi ammansato 
senza deholezza, cosi umiliato senza ahbassamenlo, e di 
parauonarlo con l'idea che da lungo tempo s'eran falla 
del personaggio. 

Finito di desinare, loro due s' eran ritirati di nuovo 
insieme. Dopo un coUoipiio che durò molto più del primo, 
r innominalo era partilo per il suo castello, su quella 
slessa mula della maltiiia; e il cardinale, fallo chiamare 
il curato, gli aveva dello che desiderava d'esser condotto 
alla casa dov' era ricoverata Lucia. 

« Oh ! monsignore, » aveva risposto il curato, « non 
s' incomodi : manderò io subito *ad avvertire che venga 
qui la giovine, la madr(% se è arrivala, anche gli ospiti, 
se monsignore li vuole, tulli quelli che desidera vossi- 
gnoria illustrissima. » 

a Desidero d'andar io a trovarli , ' aveva replicato 
Federigo. 

et Vossignoria illustrissima non deve incomodarsi : 
m.inderò io subito a chiamarli: è cosa d'un momen- 
to, » aveva insistito il curalo guaslameslieri (buon nomo 
del resto), non intendendo che il cardinale vohna con 
((nella visita rendere onore alla sventura, all'innocenza, 
all'ospitalità e al suo proprio ministero in un lempo. 
Ma, avendo il superiore espresso di nuovo il medi'simo 
desiderio, l'inferiore s'inchinò e si mosse. 

Qnando i due personaggi furon veduti spuntar nella 
strada, tutta la gente che c'era andò verso di loi-o: e 
in pochi momenli n'accorse da ogni parte, camminando 
loro ai fianchi cid poteva, e gli altri dietro, alla riidnsa. 
Il curato badava a dire: « via, indietro, ritiratevi; ma! 
ma! » Federigo gli diceva: « lasciateli fare,» e andava 
avanti, ora alzando la mano a benedic la genie, ora ab- 
bassandola ad accarezzare i ragazzi clic gli verrivan Ira' 
piedi. Così arrivarono alla casa, e e" entrai mikc la folla 



40 1 PROMESSI SPOSI 

rimase ammontala al di fuori. Ma nella folla si trovava 
anche il sarto, il quale era andato dietro come gli altri, 
con gli occhi fìssi e con la bocca aperta, non sapendo 
dove si riuscirebbe. Quando vide quel dove inaspettato, 
si fece far largo, pensate con che strepito, gridando e 
rigridando: « lasciate passare chi ha da passare; » e 
entrò. 

Agnese e Lucia sentirono un ronzio crescente nella 
strada, mentre pensavano cosa potesse essere, videro 
r uscio spalancarsi, e comparire il porporato col parroco. 

« E quella? » domandò il primo al secondo; e, a 
un cenno affermativo, andò verso Lucia, ch'era rimasta 
li con la madre, tuli' e due immobili e mute dalla sor- 
presa e dalla vergogna. Ma il tono di quella voce, 1' a- 
spetto, il contegno, e soprallullo le parole di Federigo 
r ebbero subilo rianimale. « Povera giovine, » comin- 
ciò : « Dio ha permesso che foste messa a una gran prova; 
ma v' ha anche fatto vedere che non aveva levato V oc- 
chio da voi, che non v'aveva dimenticata. V'ha rimessa 
in salvo: e s'è servito di voi per una grand'opera, per 
fare una gran misericordia a uno, e per sollevar molli 
nello stesso tempo. » 

Qui comparve nella stanza la padrona , la quale , al 
rumore, s' era affacciata anch' essa alla finestra, e avendo 
veduto chi le entrava in casa, aveva sceso le scale, di 
corsa, dopo essorsi raccomodata alla meglio; e quasi 
nello stesso tempo, entrò il sarto da un altr' uscio. Ve- 
dendo avvialo il discorso, andanuio a liunirsi in un can- 
to, dove rimasero con gran ris[)ello. il cardiuide, saluta- 
tili cortesemente, continuò a parlar con le donne, me- 
scolando ai conforti qualche domanda, per veder s(>, nelle 
risposb! potesse trovai' (pialcbc congiunlura di far del 
bene a chi aveva tanto patito. 

« Bisognerebbe che tulli i i)reti fossero come vossi- 
gnoria, che tenessero un po'dalla parte de' poveri, e non 
aiulasseif» a metterli in imbroglio, per cavarsene loro, » 
disse Agnese, animata dal contegno cosi famigliare e 



CAPITOLO XXIV. 41 

amorevole di Federigo, e stizzita dal pensare che il si- 
gnor don Abbondio, dopo aver sempre sacrificati gli al- 
tri, pretendesse poi anche d'impedir loro un piccolo 
sfogo, un lamento con chi era al di sopra di lui. quando, 
per un caso raro, n'era venuta l'occasione. 

« Dite pure lutto quel che pensate, » disse il cardi- 
nale: « parlate liberamente. » 

« Voglio dire che, se il nostro signor curato avesse 
fatto il suo dovere, la cosa non sarebbe andata cosi. » 

Ma facendone il cardinale nuove istanze perchè si 
spiegasse meglio, quella cominciò a trovarsi impicciala a 
dover raccontare una storia nella quale aveva anch'essa 
una parte che non si curava di far sapere, specialmente 
a un tal personaggio. Trovò però il verso d'accomodarla 
con un piccolo stralcio : raccontò del matrimonio con- 
certato, del rifiuto di don Abbondio, non lasciò fuori il 
prelesto de' superiori che lui aveva messo in campo (ah, 
Agnese!); e saltò all'attentato di don Rodrigo, e come 
essendo stati avvertili, avevano potuto scappare. « Ma sì,» 
soggiunse e concluse: « scappare per inciamparci di nuovo. 
Se invece il signor curato ci avesse dotto sincerameid(,' la 
cosa, e avesse subito maritati i miei poveri giovani, noi 
ce n'andavamo via subilo, tulli insieme, di nascosto, lon- 
tano, in luogo che nò anche l'aria non l'avrebbe saputo. 
Così s'è perduto tempo; ed è nato quel che è nato. » 

« Il signor cnralo mi renxlerà conto di (pieslo fatto, » 
disse il cardinale. 

« No, signore , no , signore , » disse subito Agnese : 
« non ho parlato per questo: non lo gridi, perchè già quel 
che è stato è stato; e poi non serve a nulla: è un uomo 
fatto così: tornando il caso, farebbe lo stesso. » 

Ma Lucia, non contenta di quella maniera di raccontar 
la storia, soggiunse: « anche noi abbiamo fatto del male: 
si vede che non era la volontà del Signore che la cosa 
dovesse riuscire. » 

« Che male avete potuto far voi. povera giovane? » disse 
Federigo. 



42 I PROMESSI SPOSI 

Lucia, inaìgrodo gli occliiaL'ci che la madre cercava di 
farle alla sfuggita, raccontò la storia del tentativo fatto 
in casa di don Abbondio; e concluse dicendo: « abi)iani 
fatto male; e Dio ci ha castigati. » 

Prendete dalla sua mano i patimenti che avete sof- 
ferti, estate di buon animo,» disse Federigo: « perchè 
chi avrà ragione di rallegrarsi e di sperare, se non chi 
ha patito , e pensa ad accusar se medesimo? » 

Domandò allora dove fosse il promesso sposo , e sen- 
tendo da Agnese (Lucia slava zitta, con la lesta e gli 
occhi bassi ) eh' era se ippato dal suo paese , ne provò 
rni mostrò maraviglia e dispiacere; e volle sapere il 
l)erchè. 

Agnese raccontò alla meglio lutto quel poco che sa- 
peva della storia di Renzo. 

« Ho sentito parlare di questo giovine, » disse il car- 
dinale; » ma come mai uno che si trovò involto in af- 
fari di (luella sorte, poteva essere in tr;itlalo di matri- 
monio con una ragazza cosi ? » 

« Era un giovine dabbene, » disse Lucia, facendo il 
viso rosso, ma con voce sicura. 

« Era un giovine quieto (in Iroitpo, » soggiunse Agnese 
« e questo lo può domandare a chi si sia, anche al si- 
gnor curato. Chi sa che iinlii'Oglio avranno fatto laggiii, 
che cabale'? I poveri, ci vuol poco a farli comparir bir- 
boni. » 

« È vero pur troppo, » disse il cardinale: « m'infor- 
merò di lui senza dubbio: » e fattosi dire nome; e co- 
gnome del giovine, ne prese l'appunto sur un libriccin 
di memorie. Aggiunse poi che conlava di portarsi al 
loro paese Ira pochi giorni, che allora Lucia potrebbe 
venir là senza timore, e che intanlo penserelibe lui a 
provvederla d'un luogo dove potesse esser al sicuro, fin 
che ogni cosa fosse accomodala per il meglio. 

Si voltò quindi ai padroni di casa, che vennero su- 
bilo avanti. Rinnovò i ringraziamenti che aveva falli 
fare dal curalo, e domandò se sarebbero siali conlenli 



CAPITOLO XXIV. 43 

vìi ricoverare, per quc'poclii giorni, le ospiti clic Dio 
;i\cva loro mandate. 

« Oli! si signore, » rispose la donna, con nn tono di 
voce e con nn viso cir('s[)riinrva niullo piìi di queir a- 
sciulta risposta, strozzala dalla vergogna. Ma il marito, 
messo in orgasmo dalla presenza d'un tale interrogatore, 
dal desiderio di farsi onore in un'occasione di tanta im« 
portanza, studiava ansiosamente qualche bella risposta. 
Rag.urinzù la fronte, torse gli occhi in traverso, strinse 
le labbra, tese a tutta forza l'arco dell' intelletto, cercò, 
frugò, senti di dentro un cozzo d'idee monche e di 
mezze parole: ma il momento stringeva; il cardinale ac- ' 
ceiinavagià d'avere interpretato il silenzio: il pover'uomo 
aprì la bocca, e disse: « si figuri ! » Altro non gli volle 
venire. Cosa, di cui non solo rimase avvilito sul mo- 
mento; ma sempre poi quella rimembranza importuna 
gli guastava la compiacenza del grand' onore ricevuto. 
E (luanle volte, tornandoci sopra, e rimettendosi col pen- 
siero in quella circostanza, gli venivano in mente, quasi 
per dispetto, parole che tutte sarebbero slate meglio di 
quell'insulso si figuri! Ma, come dice un antico prover- 
bio, del sonno di poi ne son piene le fosse. 

Il cardinale partì, dicendo: « la benedizione del Si- 
gnore sia sopra questa casa. » 

Domandò poi la sera al curato come si sarebbe po- 
tuto in modo convenevole ricompensare queir uomo, che 
non doveva esser ricco, dell' ospitalità costosa, special* 
mente in que' tempi. Il curato rispose che, per verità, 
né i Li-uadagni della professione, nò le rendite di certi 
campic(;lli, che il buon sarto aveva del suo, non sareb- 
bero bastate, in quell'annata, a metterlo in istalo d'es- 
sere liberale con gli altri; ma che, avendo fatto degli 
avanzi negli anni addietro, si trovava de' più agiati del 
contorno, e poteva far (lualche spesa di piìi^ senza dis- 
sesto, come certo faceva (luesta volentieri; e che, del 
rimanente, non ci sarebbe slato verso di fargli accetlarc 
nessuna ricompensa. 



4'i 1 PROMESSI SPOSI 

< Avrà proliabilmenle, » disse il cardinale, « crediti 
con gente che non può pagare. » 

0- Pensi, monsignore illustrissimo : questa povera gente 
paga con quel che le avanza della raccolta: V anno scorso, 
non avanzò nulla; in questo, iutli rimangono indietro 
del necessario. » 

« Ebbene, » disse Federigo : « prendo io sopra di me 
luili quei debiti; e voi mi farete il piacere d'aver da lui 
la nota delle partite, e di saldarle. » 

« Sarà una somma ragionevole. » 

« Tanlo meglio; e avrete pur troppo di qnelli ancor 
più bisognosi, che non hanno debiti perchè non trovan 
credenza. » 

« Eh, pur troppo! Si fa quel che si può; ma come 
arrivare a tutto, in tempi di questa sorte? » 

« Fate che lui li vesta a mio conto, e pagatelo bene. 
Veramente, in quest'anno, mi par rubato tulio ciò che 
non va in pane; ma questo è un caso particolare. » 

Non vogliam però cliiudere la storia di quella gior- 
nata, senza raccontar brevemente come la terminasse l' in- 
nominalo. 

Questa volta la nuova della sua conversione Taveva 
prccedulo nella valle; vi s'era subito sparsa, e aveva 
messo per lutto uno sbalordimento, un'ansietà, un cruc- 
ciò, un susurro. Ai primi bravi o servitori (era luti' uno) 
che vide, accennò che lo seguissero; e cosi di mano in 
mano. Tulli venivan dietro, con una sospensione nuova, 
e con la suggezione solila ; finché, con un seguito sem- 
pre cresc^mle , arrivò al castello. Accennò a quelli che 
si trovavan snlla porla, che gli venissero dietro con gli 
altri; entrò nel primo cortile, andò verso il mezzo, e lì, 
essendo ancora a cavallo, mise un suo grido tonante; 
era il segno usato, al quale accorrevano tutti que' suoi 
che l'avessero sentilo. In un momento, quelli ch'erano 
sparsi per il castello, vennero dietro alla voce, e s'uni- 
vano ai già radunati, guardando lutti il padrone. 

« Andate ad aspettarmi nella sala grande, » disse loro ; 



CAPITOLO XXIV. 45 

e dall'alto della sua cavalcatura, gli stava a veder par- 
tiro. No sceso poi, la menò Ini stosso alla stalla, o andò 
dov'ora aspettato. Al suo apparire, cessò sulnto un gran 
bisbiglio che c'ora; tutti si ristrinsero da una parlo, 
lasciando vóto por lui un grande spazio della sala : po- 
tevano essere una trentina. 

L' innominalo alzò la mano, come per mantener quel 
silenzio improvviso ; alzò la tosta, che passava tutto quelle 
della brigata, o disse : « ascollale tutti, e nessuno parli, 
se non è inlorrogalo. Figliuoli ! la strada por la (piale 
siamo andati finora, conduce nel fondo dell'inferno. Non 
ò rimprovero eh' io voglia farvi , io che sono avanti a 
tutti, il peggiore di tutti; ma sentite ciò che v'ho da 
diro. Dio misericordioso m'ha chiamalo a mutar vita; 
e io la muterò; l'ho già mutala; cosi faccia con tutti 
voi. Sappialo dunque, e tenete per fermo che son riso- 
luto di prima morire che far più nulla contro la sua 
santa legge. Levo a ognun di voi gli ordini scellorali 
che avete da me: voi m' intondole ; anzi vi comando di 
non far nulla di ciò che v' era comandalo. E tenete per 
fermo ugualmente, che nessuno da qui avanti, potrà far 
del male con la mia prolezione, al mio servizio. Chi vuol 
restare a questi patti, sarà per me come un figliuolo: e 
mi troverei contento alla fine di quel giorno, in cui non 
avessi mangiato per satollar l'ultimo di voi con l'ultimo 
pano che mi rimanesse in casa. Chi non vuole, gli sarà 
dato quello che gli è dovuto di salario, e un regalo di 
più: potrà andarsene; ma non molta più piede qui: 
quando non fosse por mutar vita; che por questo sarà 
sempre ricevuto a braccia aporie. Pensatoci (juosla notte: 
domattina vi chiamerò, a uno a uno, a darmi la ris|)o- 
sta; e allora vi darò nuovi ordini. Per ora riliraiovi, 
ognuno al suo posto. E Dio che ha usato con me lauta 
misoricordia, vi mandi il buon pensiero. » 

Qui fini, e tutto rimase in silenzio. Per (p.ianlo vari e 
tuniulluosi fossero i pensieri ohe ribollivano in ipioi cer- 
vellacci, non ne apparve di fuori in'ssun si-gno. Erano 



46 1 PROMESSI SPOSI 

avvezzi a prender la voce del loro signore come la ma- 
nifestazione d' una volontà con la quale non e' era da 
ripetere ; e quella voce annunziando die la volontà era 
mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita. A 
nessuno di loro passò neppur per la mente che, per esser 
lui convertito , si potesse prendergli il sopravvento, ri- 
spoiidergli come a un altr' uomo. Vedevano in lui un san- 
to, ma uno di que' santi che si dipingono con la testa 
alta, e con la spada in pugno. Oltre il timore avevano 
anche per lui (principahuenle quelli ch'eran nati sul suo, 
ed erano una gran parte) un'atTezione come d' uomini 
ligi: avevan poi lutti una benevolenza d'ammirazione; e 
alla sua presenza sentivano una specie di quella , dirò 
pur così, verecondia, che anche gli animi più zotici e più 
petulanti [trovano davanti a una superiorità che hanno già 
riconosciuta. Le cose poi che allora avevan sentite da 
quella bocca, erano l)ensì odiose a' loro orecchi, ma non 
false nò allatto estranee ai loro intelletti: se mille volle 
se n'eran fatte belFe, non era già perchè non le credes- 
sero, ma per prevenir con le belle la paura che gliene 
sarebbe venuta, a pensarci sul serio. E ora, a vedei' V ef- 
fetto di quella paura in un animo come (piello del loro 
padrone, chi più, chi meno, non ce ne fu uno che non 
gli se n' attaccasse, almeno per qualche tempo. S' ag- 
giunga a tutto ciò, che quelli tra loro che , trovandosi 
la mattina fuor della valle, avevan risaputa per i primi 
la gran nuova, avevano insieme veduto, e avevano an- 
che riferito la gioia, la baldanza della popolazione, l'a- 
more e la venerazione per T innominato, eh' erano en- 
trati in luogo dell' antico odio e dell' antico terrore. Di 
maniera che, nell'uomo che avevan sempre riguardato, 
per dir cosi, di basso in allo, anche (luando loro mede- 
simi erano in gran parte la sua forza, veilevano ora la 
maraviglia, l'idolo d'una moltitudine; lo vedevano al 
di sopra degli altri, ben diversamente di prima, ma non 
meno; sempre fuori della schiera comune, sempre capo. 
Stavano adunijue sbalorditi, incerti V uno dell' altro, e 



CAPITOLO XXIV. 47 

ognun di su. Clii si rodeva, chi faceva disegni del dove 
sarebbe andato a cercar ricovero e impiego ; chi s' esa- 
minava se avreltlje potnlo atlatlarsi a diventar galantuomo ; 
chi anche, tocco da (ineUe parole, se ne sentiva una certa 
inclinazione; chi, senza risolver nulla, proponeva di pro- 
metter tutto a buon conto, di rimanere intanto a man- 
giare quel pane offerto così di buon cuore, e allora così 
scarso, e d'acquistar tempo: nessuno fiatò. E quando 
r iniinminalo, alla fine delle sue parole, alzò di nuovo 
quella mano imperiosa per accennar che se n'andassero, 
quatti quatti, come un branco di pecore, lutti insieme 
se la i)att(M'ono. Uscì anche lui, dietro a loro, e, pianta- 
tosi prima nel mezzo del cortile, stette a vedere al bar- 
lume come si sbrancassero, e ognuno s'avviasse al suo 
posto. Salito poi a prendere una sua lanterna, girò di 
nuovo i cortili, i corridoi, le sale, visitò tutte l'entrature, 
e. quando vide ch'era tutto quieto, andò finalmente a 
dormire. Si, a dormire; perchè aveva sonno. 

Afìari intralciati , e insieme urgenti , per quanto ne 
fosse sempre andato in ciTca, non se n'era mai trovati, 
addosso tanti, in nessuna congiuntura, come allora ; ep- 
pure aveva sonno. I rimorsi che gliel avevan levato la 
notte avanti, non che essere acquietati, mandavano anzi 
grida più alte, più severe, più assolute; eppure aveva 
sonno. L'ordine, la specie di governo stabilito là dentro 
da lui in tanl'anni, con tante cure, con un tanto sin- 
golare accoppiamento d'audacia e di perseveranza, ora 
l'aveva lui medesimo messo in forse, con poche parole; 
la dipendenza illimitata di que' suoi , quel loro esser di- 
sposti a tutto, quella fedeltà da masnadieri, sulla quale 
era avvezzo da tanto tempo a riposare, l'aveva ora smossa 
lui medesimo; i suoi mezzi, gli aveva fatti diventare un 
monte d'imbrogli, s'era messa la confusione e l'incer- 
tezza in casa; eppure aveva sonno. 

Andò dunque in camera, s' accostò a quel letto in cui 
la notte avanti aveva trovale tante spine; e vi s'ingi- 
nocchiò accanto, con 1' intenzione di pregare. Trovò in 



48 I PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXIV. 

falli in un cantuccio riposlo e profondo della monte, le 
preghiere eli' era stato ammaestrato a i-ecilar da ham- 
bino ; cominciò a recitarle ; e quelle parole , rimaste lì 
tanto tempo ravvolte insieme, venivano Tuna dopo l'altra 
come sgomilolandosi. Provava in questo un misto di sen- 
limenti indelìniliile; una certa dolcezza in qnol l'ilorno 
materiale all'abitudini dell'innocenza; un inasprimento 
di dolore al pensiero dell'abisso che aveva messo tra quel 
tempo e questo; un ardore d'arrivare, con opere di espia- 
zion(\ a una coscienza nuova, a uno stato il più vicino 
air innocenza , a cui non poteva tornare ; una ricono- 
scenza, una fiducia in quella misericordia che lo poteva 
condurre a quello stato , e che gli aveva già dati tanti 
segni di voleilo. Rizzatosi poi, andò a letto, e s' addor- 
mentò immedialamente. 

Cosi terminò (piella giornata, tanto celebre ancora (pian- 
do scriveva il nostro anonimo ; e ora se non era lui, non 
se ne saprebbe nulla, almeno de' particolari ; giacché il 
Ripamonti e il Rivola, citati di sopra, non dicono se non 
che (piel si segnalalo tiranno, dopo un abboccamento 
con Federigo, mutò mirabibnenle vita, e per sempre. K 
quanti son (luelli che hanno letto i libri di qne'due? 
Meno ancora di quelli che leggeranno il nostro. E chi 
sa se, nella valle stessa, chi avesse voglia di cercarla, e 
r abilità di trovarla, sarà rimasta qualche stracca e con- 
fusa IradizioiM' del fallo'? Son nate tante cose da cpiel 
tem[)o in poi 



CAPITOLO XXV. 



Il giorno seguente, ne! paesello di Lucia e in tulio il 
territorio di Lecco, non si parlava che di lei, dell' inno- 
minato, dell'arcivescovo e d'un altro tale, che, quantun- 
que gli piacesse molto d'andar per le hocche degli uo- 
mini, n'avrebbe in quella congiuniura, fallo volentieri di 
meno: vogliam dire il signor don Rodrigo. 

Non già che prima d' allora non si parlasse de' fatti 
suoi ; ma eran discorsi rotti, segreti : bisognava che due 
si conoscessero bene bene tra di loro, per aprirsi sur un 
tale argomento. E anche, non ci mettevano tutto il sen- 
timento di che sarebbero slati capaci: perchè gli uomini, 
generalmente parlando, quando l' indegnazione non si 
possa sfogare senza grave pericolo, non solo dimoslran 
meno, o tengono affatto in se quella che sentono, ma 
ne senton meno in effetto. Ma ora, chi si sarebbe tenuto 
d'informarsi, e di ragionare d'un fatto cosi strepitoso, 
in cui s'era vista la mano del cielo, e dove facevan buona 
figura due personaggi tali? uno, in cui un amore della 
giustizia tanto animoso andava unito a tanta autorità ; 
l'altro, 'con cui pareva che la prepotenza in persona si 

VOL. 11. 3 



50 1 PROMESSI SPOSI 

fosse umiliata, elio la braveria fosse venula, per dir così, 
a render l'armi, e a chiedere il riposo. A tali paragoni, 
il signor don Rodrigo diveniva un pò" piccino. Allora si 
capiva da tutti cosa fosse tormentar T innocenza per po- 
terla disonorare, perseguitarla con un'insistenza così sfac- 
ciala, con sì atroce violenza, con sì abbominevoli insidie. 
Si faceva in quell'occasione, una rivista di tant'altre pro- 
dezze di quel signore: e su tutto la dicevan come la 
sentivano, incoraggiti ognuno d?l trovarsi d'accordo con 
tutti. Era un susnrro , un fremito generale; alla larga 
però, per ragione di tutti quc' bravi che colui aveva d' in- 
torno. 

Una Ituona parte di quest'odio pubblico cadeva ancora 
sui suoi amici e cortigiani. Si rosalava bene il signor 
podestà, sempre sordo e ci(>co e mulo sui falli di quel 
tiranno; ma alla lontana, anche lui, perchè, se non aveva 
i bravi, aveva i birri. Col dottor Azzecca-garbugli, che 
non aveva se non chiacchiere e cabale, e con altri cor- 
tigianclli suoi pari, non s'usava tanti riguardi: eran mo- 
strati a dito, e guardati con Odili torti; di maniera die 
per qualche tempo, stimaron bene di non farsi vedere 
per le strade. 

Don Rodrigo, fulminato da quella notizia così impen- 
sata, così diversa dall'avviso che aspeltava di giorno in 
giorno, di momento in momento, stette rintanato nel suo 
palazzotto, solo co' suoi bravi, a rodersi, per due giorni; 
il terzo, partì per Milano. Se non fosse stato altro che 
quel mormoracchiare della gente, forse, poiché le cose 
erano andate tanl' avanti, sarebbe rimasto apposta per 
affrontarlo, anzi ptM' C(MTar l'occasione di dan^ un esempio 
a tutti sopra qualcbmlnno de' più arditi; ma cbi lo cac- 
ciò, fu Tessersi saputo per certo, che il cardinale; veniva 
anello da (|uelle parli. Il conte zio, il (piale di tutta (luella 
storia non sapeva se non quel che gli aveva detto Atti- 
lio, avrebbe certamente preteso che, in una congiuntura 
simile, don Rodrigo face.'^se una gran figura, e avesse 
in pubblico dal cardinale !>■ più distinte accoglienze; ora 



CAPITOLO XXV tìì 

Ognun vede come ci fosse incamminalo. L'avrelibe pre- 
teso, e se ne sarebbe fallo render conio minul;iniente; 
perchè era un'occasione importante di far vedere in che 
stima fosse tenuta la famiglia da una primaria autorità. 
Per levarsi da un impiccio così noioso , don Rodrigo , 
alzatosi una mattina prima del sole, si mise in una car- 
rozza col Griso e con altri bravi, di fuori, davanti e di 
dietro; e, lasciato l'ordine che il resto della servitù ve- 
nisse poi in seguito, partì come un fuggitivo, come (ci 
sia un po' lecito di sollevare i nostri personaggi con 
qualche illustre paragone), come Catilina da Roma, sbuf- 
fando, e giurando di tornar ben presto, in altra comparsa, 
a far le sue vendette. 

Intanto, il cardinale veniva visitando, a una per giorno, 
le parrocchie del territorio di Lecco. Il giorno in cui 
doveva arrivare a quella di Lucia, già una gran parte 
degli abitanti erano andati sulla strada a incontrarlo. 
All'entrata del paese, proprio accanto alla casetta delle 
nostre due donne, c'era un arco trionfale, costrutto di 
stili per il ritto, e di pali per il traverso, rivestito di 
paglia e di borraccina, e ornato di rami verdi di pngiii- 
topo e d'agrifoglio, distinti di bacche scarlatte: la fac- 
ciata della chiesa era parata di tappezzerie; al davanzale 
d'ogni finestra pendevano coperte e lenzoli distesi, fasce 
di bambini disposte a guisa di pendoni; lutto quel poco 
necessario che fosse atto a fare, o bene o male, figura 
di superfiuo. Verso le ventidue, ch'era l'ora in cui s'asp(>l- 
tava il cardinale, quelli cb'eran rimasti in casa, vecchi, 
donne e fanciulli la più parte, s'avviarono anche loro a 
incontrarlo, parte in fila, parte in truppa preceduti da 
don Abbondio, uggioso in mezzo a lauta festa, e per il 
fracasso che lo sbalordiva, e per il brulicar della gente 
innanzi e indietro, che, come andava ripetendo, gli fa- 
ceva girar la testa, e per il rodio segreto che le donne 
avesser pointo cicalare, e dovesse toccargli a render conto 
del matrimonio. 

Quand'ecco si vede spuntare il cardinal»' o. per dir 



52 1 PROMESSI SPOSI 

meglio, la turba in mezzo a cui si trovava nella sua let- 
tiga, col suo seguito d'intorno: perchè di tutto questo 
non si vedeva altro che un indizio in aria, al di sopra 
di tutte le teste, un pezzo della croce portata dal cap- 
pellano che cavalcava una mula. La gente che andava 
con don Abbondio, s'affrettò alla rinfusa, a raggiunger 
({uell'altra: e lui, dopo aver detto, tre o quattro volte: 
« adagio: in fda; cosa fate? » si voltò indispetlilo ; e 
seguitando a borbottare: « è una babilonia, è una ba- 
bilonia, » entrò in chiesa, inlanto ch'era vota; e stette 
li ad aspettare. 

Il cardinale veniva avaidi , dando benedizioni con la 
mano, e ricevendone dalle liocche della gente, che quelli 
del seguito avevano un bel da fare a tenere un po' in- 
dietro. Per esser del paese di Lucia, avrebbe voluto quella 
gente fare all'arcivescovo dimostrazioni slraordinarie: ma 
la cosa non era facile, iterchè era uso che [lei' tulio dove 
arrivava, lutti facevano più che potevano. Già sul prin- 
cipio slesso d(!l suo ponlilicalo, nel primo solenne ingresso 
in duomo, la calca e l'impeto della genie addosso a lui 
era stalo tale, da far temere della sua vita; e alcuni 
genliliiomini cln^ ^Mi eran più vicini, avevano sfoderale 
le spade, per allerrire e respinger la l'olla. Taido c'era 
ih quc' costumi di sroinposlo e di violento, che, anche 
nel far dimostrazioni di benevolenza a un ve.scovo in 
chiesa, e nel moderarle, si dovesse andar vicino all'am- 
mazzare. K (piella difesa non sarebbe forse bastala, se 
il maeslro e il solloniaeslro delle cerimonie, un Clerici 
(5 un Picozzl , giovani preti che sla\an bene di corpo e 
d'animo, non l'avessero alzalo sulle braccia, e portato di 
peso, dalla porta lino all'aliar maggiore. D'allora in poi, 
in tante visite episcopali ch'ebbe a fare, il primo entrar 
nella chiesa si può senza scherzo coniarlo Ira le sue 
pastorali lati- he , e tpialche volta Ira i peritoli passati 
ila lui. 

Entrò anche in quesl;i come poi'"*: andò all'aliare e, 
ilopo essere stalo alquanto in orazione, fece, secondo il 



(Capitolo xxv. 83 

silo solilo, ini pici'ol discorso al popolo, sul suo amoro 
per loro, sul suo desiderio della loro salvezza, e come 
dovessero disporsi alle funzioni del giorno dopo, llilira- 
losi poi nella casa dvA parroco, tra gli altri discorsi gli 
domandò informazione di Renzo. Don Abbondio disse 
ch'era un giovine un po' vivo, un po' testardo, un po' col- 
lerico. Ma, a più particolari e precise domande, dovette 
rispondere ch'era un galantuomo, e che anche lui non 
sapeva capire come, in Milano, avesse potuto fare tutte 
cjuelle diavolerie che avevan detto. 

« In quanto alla giovine, » riprese il cardinale, « pare 
anche a voi che possa ora venir sicuramente a dimorare 
in casa sua? ■<> 

« Per ora, » rispose don Abhontlio, o. può venire e 
slare, come vuole: dico, per ora; ma » soggiunse poi, 
con un sospiro, « hisognerehbe che vossignoria illustris- 
sima fosse sempre qui, o almeno vicino. » 

« Il Signore è sempre vicino, » disse il cardinale: 
e del resto, penserò io a metterla al sicuro. » E diede 
subito oi'dine che il giorno dopo, di Imon'ora, si spedisse 
una lettiga, con una scorta, a prender le due donne. 

Don Abbondio usci di lì tutto conlento che il cardi- 
nale gli avesse parlato de' due giovani, senza chiedergli 
conto del suo rifiuto di maritarli. — Dunque non sa 
niente, — diceva tra sé: — Agnese è stata zitta: mi- 
racolo! É vero che s' hanno a tornare a vedere; ma le da- 
remo un'altra istruzione, le daremo. — E non sapeva il 
pover' uomo, che Federigo non era entrato in quell'argo- 
mento, appunto perchè intendeva di parlargliene a lungo 
in tempo più libero; e, prima di dargli ciò che gli era 
dovuto, voleva sentire anche le sue ragioni. 

Ma i pensieri del buon prelato per metter Lucia al 
sicuro eran divenuti inutili: dopo che l'aveva lasciata 
eran nate delle cose che dobl)iamo raccontale. 

Le due donne, in que' pochi giorni ch'ebbero a pas- 
sare nella casiiccia ospitale del sarto, avevan ripreso, per 
quanto avevan potuto, ognuna il suo antico tenor di vita. 



m I PROMESSI SPOSI 

Lucia aveva subito chiesto da lavorare; e, come aveva 
fallo nel monastero, cuciva, cuciva, ritirala in una i^lan- 
zina, lontana dagrli ocelli della gente. Agnese andava un 
po' fuori, un po' lavorava in compagnia della figlia. I loro 
discorsi eran lauto più tristi, quanto più alTettuosi: tult'e 
due eran preparate a una separazione: giacciic la pecora 
non poteva tornare a star cosi vicino alla tanadellupo: 
e quando, quale , sarebbe il termine di questa separa- 
zione? L'avvenire era oscuro, imbrogliato: per una di 
loro principalmente. Agnese tanto ci andava facendo den- 
tro le sue congetture allegre: che Renzo finalmente, se 
non gli era accaduto nulla di sinistro, dovrebbe presto 
dar le sue nuove; e se aveva trovalo da lavorare e da 
stabilirsi, se (e come dubitarne?) stava fermo nelle su»; 
promesse, perchè non si potrebbe andare a star con lui? 
E di tali speranze, ne parlava e riparlava alla figlia, per 
la quale non saprei dire se fosse maggior dolore il sen- 
tire, pena il rispondere. Il suo gran .segreto l'aveva 
sempre lenulo in sé; e, inipiietata bensì dal dispiacere 
di fare a una madre cosi buona un sotterfugio, clie non 
era il primo; ma trattenuta come invincibilmente, dalla 
vergogna e da' vari timori che abbiam detto di sopra, 
andava d'oggi in domani, senza dir nulla. I suoi disegni 
eran ben diversi da qutMli della madre, o, per dir me- 
glio, noR n'aveva; s'era alibandonala alla Provvidenza. 
Cercava duiKiue di lasciar cadere, o di stornare quel 
discorso; o diceva, in termini generali, di non aver più 
speranza, uè desiderio di cosa di questo mondo, fuorché 
il iKit(M- presto riunirsi con sua madre; le più volte, il 
piant(j veniva opportunamente a troncar le parole. 

« Sai perchè ti par così? » diceva Agnese: « perchè 
hai tanto patito, e non li par vero che la possa voltarsi 
in bene. Ma lascia fare al Signore; e se ... . Lascia che 
si veda un barlume, appena un barlume di speranza; e 
allora mi saprai dire se non i)ensi più a nulla. » Lucia 
baciava la madre, e piangeva. 
Del resto, tra loro e i loro ospiti era nata subilo una 



Capitolo xxv. 83 

grand'amicizia: e dove nascerebbe se non tra bcncncati 
e benefaltori, quando gli uni e gli altri soii buona gente? 
Agnese specialmente faceva di gran chiacchiere con la 
padrona. Il sarto poi dava loro un po' di svago con delle 
storie, e con de' discorsi morali: e, a desinare soprattutto, 
aveva sempre qualche bella cosa da raccontare, di Bovo 
d'Anlona o de' Padri del deserto. 

Poco distante da ({uel paesetto, villeggiava una copi)ia 
d'alto aliare ; don Ferrante e donna Prassede ; il casato, 
al solito, nella penna dell'anonimo. Era donna Prassede 
una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: 
mestiere certamente il più degno che l'uomo possa eser- 
citare; ma che pur troppo può anche guastare, come 
tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, 
al pari d'ogni altra cosa^ non possiamo conoscerlo, che 
in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de' nostri giu- 
dizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno 
come possono. Con l'idee donna Prassede si regolava 
come dicono che si deve far cogli amici: n'aveva poche; 
ma a quelle poche era molto alTezionata. Tra le poche 
ce n'era per disgrazia molte delle storte; e non eran 
quelle che le fossero men care. Le accadeva quindi, o di 
proporsi per l)ene ciò che non lo fosse, o di prender per 
mezzi, cose che potessero piuttosto far riuscire dalla parte 
opposta , di crederne leciti di quelli che non lo fos- 
sero punto, per una certa supposizione in confuso che 
chi fa più del suo dovere possa far più di quel che 
avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò 
che c'era di reale, o di vederci ciò che non c'era; e 
molle altre cose simili, che possono accadere, e che ac- 
cadono a lutti, senza eccettuarne i migliori; ma a donna 
Prassede , troppo spesso e , non di rado , tutte in una 
volta. 

Al sentire il gran caso di Lucia, e tutto ciò che, in 
quell'occasione, si diceva della giovine, le venne li cu- 
riosità di vederla; e mandò una carrozza, con un vec- 
chio braccierCj a prender la madre e la figlia. Questa si 



56 1 PROMESSI SPOSI 

rislriiigcva nello siialle. e pregava il sarto, il quale aveva 
fatta loro Y imbasciata, che trovasse maniera di scusarla. 
Finche s'era trattato di gente alla buona che cercava di 
conoscer la giovine del miracolo', il sarto le aveva reso 
volentieri un tal servizio; ma in questo caso, il rifiuto 
gli pareva una specie di ribellione. Fece tanti versi, tan- 
t'esdamazioni, disse tante cose ; e che non si faceva così, 
e ch'era una casa grande, e che ai signori non si dice 
di no, e che poteva esser la loro fortuna, e che la si- 
gnora donna Prassede, oltre il resto, era anche una santa; 
tante cose insomma, che Lucia si dovette arrendere: molto 
più che Agnese confermava tutte quelle ragioni con al- 
trettanti » sicuro, sicuro. » 

Arrivate davanti alla signora, essa fece loro grande 
accoglienza, e molte congratulazioni: interrogò, consigliò: 
il lutto con una certa superiorità (piasi innata, ma cor- 
retla da tante espressioni umili, temperata da tanta pre- 
mura, condita di tanta spirihialità , che, Agnese quasi 
subito. Lucia poco dopo, cominciarono a sentirsi sollevale 
dal rispetto opprimente che da principio aveva loro in- 
cusso quella signorile presenza; anzi ci trovarono una 
certa attrattiva. E per venire alle corte, donna Prassede, 
sentendo che il cardinale s' era incaricato di trovare a 
Lucia un ricovero , punta dal desiilerio di secondare e 
di prevenire a un tratto quella buona intenzione, s'esibì 
di prender la giovine in casa, dove senz'essere addetta 
ad alcun servizio particolare, potrebbe, a piacer suo, 
aiutar l'altre donne ne' loro lavori, E soggiunse che pen- 
serebbe lei a darne parte a monsignore. 

Oltre il bene chiaro o immediato che c'era in un'opera 
tale, donna Prassede ce ne vedeva e se ne proponeva un 
altro, forse più considerabile, secondo lei; di raddirizzare 
un cervello, di metter sulla buona strada chi n'aveva 
gran bisogno. Perchè, (in da quando aveva sentito la 
prima volta parlar di Lucia, s'era subito persuasa che 
una giovine la quale aveva potuto promettersi a un poco 
di buono, a un sedizioso, a uno scampaforca in somma, 



CAPITOLO XXV. rì7 

qualche masaiinn, qualclio pecca nascosta la doveva avci'c. 
Dimmi chi pratichi, e li dirò chi sci. La visita di Lucia 
aveva confermata quella persuasione. Non che in fondo, 
come si dice, non le paresse una huoria piovine; ma 
c'era mollo da ridire. Quiilla testina bassa, col mi^nlo 
inchiodalo sulla fontanella della gol;» , Qwcl non rispon- 
dere, risponder secco secco, come per forza, potevano 
indicar verecondia; ma denotavano sicuramente molta 
caparbietà: non ci voleva molto a indovinare che quella 
testina aveva \c sue idee. E quell'arrossire ogni momento, 
e quel rattenerc i sospiri .... Due occhioni poi, che a 
donna Prassede non piaccvan punto. Teneva essa per 
certo, come se lo sapesse di buon luogo, che tutte le 
sciagure di Lucia erano una punizione del cielo per la 
.sua amicizia con quel poco di buono , e un avviso per 
far che se ne staccasse affatto; e stante questo, si pro- 
poneva di cooperare a un così buon fine. Giacche, come 
diceva spesso agli altri e a se slessa, tutto il suo studio 
era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno 
sbaglio grosso , eh' era di prender per cielo il suo cer- 
vello. Però , della seconda intenzione che abbiam di^tlo, 
si guardò bene di darne il minimo indizio. Era una 
della sue massime questa, che, per riuscire a far del 
bene alla gente, la prima cosa, nella maggior parte de' 
casi, è di non metterli a parte del disegno. 

La madre e la figlia si guardarono in viso. Nella do- 
lorosa necessità di dividersi, T esibizione parve a tiitr e 
due da accettarsi, se non allro per esser quella villa così 
vicina al loro paesello : per cui , alla peggio de' peggi, 
si ravvicinerebbero e potrebbero trovarsi insieme . alla 
[trossima villeggiatura. Visto, l'una negli occhi dell'altra, 
il consenso, si voltaron luti' e due a donna Pi'assede con 
quel ringraziare che accetta. Essa rinnovò le gentilezze 
e le promesse, e disse che manderebbe subito una let- 
tera da presentare a monsignore. 

Parlile le donne, la lettera se la fece disfendere da 
don Ferrante, di cui, per esser letterato, come diremo 



BB l PROMESSI SPOSI 

più in particolare, si serviva per segrelario, neir occa- 
sioni d'importanza. Trattandosi d'una di questa sorte, 
don Ferrante ci mise tutto il suo sapere , e, conse,irnando 
la minuta da copiare alla consorte, le raccomandò cai 
(lamento rortofirrafia: ch'era una delle molte cose elio 
aveva studiate , e delle poche sulle quali avesse lui il 
comando in casa. Donna Prassede copiò diligentissima- 
mente , e spedì la lettera alla casa del sarto. Questo fu 
due tre giorni prima che il cardinale mandasse la let- 
tiga per ricondur le donne al loro paese. 

Arrivale , smontarono alla casa parrocchiale , dove si 
trovava il cardinale. C'era ordhie d' introdurlo suhilo : 
il cappellano, che fu il primo a vederle, l'eseguì, tralte- 
uendole solo quant'era necessario per dar loro, in fretta 
in hctta, un po' d' istruzione sul cerimoniale da usarsi 
con monsignore, e sui titoli da dargli ; cosa che soleva 
l'are, ogni volta che lo potesse di nascosto a lui. Era per 
il pover' uomo un tormento continuo il vedere il poco 
online che regnava intorno al cardinale, su quel parti- 
colare: « lutto, » diceva con gli altri della famiglia, « per 
la trojìpa hontà di quel henedett'iiomo. per quella gi-an 
l'amigliarità. • E raccontava d' aver perfino sentito più 
d'una volta co' suoi orecchi, rispondergli : messer si , e 
messer no. 

Stava in ([nel momeiilo il cardinale discorrendo con 
don Aliliondio. suizli alTari della parrocchia: dimodo- 
cIk"' (jiiesto non ehhe campo di dare anche Ini , come 
avrehhe desiderato , le sue istruzioni alle donne. Solo, 
nel passar loro accanto, mentre usciva, e quelle veni- 
vano avanti, poti' dar loro d'occhio, per accennare ch'era 
contenlo di loro, e che continuassero, da hrave. a non 
dir nulla. 

Dopo le prime accoglienze da una parte, e i primi in- 
chini dall' altra, Agnese si cavò di seno la lettera, e la 
presentò alcardinile, dicendo: « è della signora donna 
Prassede, la ([uale dice che conosce molto vossignoria 
illustrissima , monsignore ; come naturalmente tra loro 



CAPITOLO XXV. H9 

signori grandi, si devon conoscer tulli. Quand' avrà lodo, 
vedrà. » 

« Bene, » disse Federigo, letto clic ebbe, e ricavato 
il sugo del senso da' fiori di don Ferrante. Conosceva 
quella casa quanto bastasse per esser certo che Lucia 
e' era invitata con buona intenzione, e che lì sarebbe si- 
cura dair insidie e dalla violenza del suo persecutore. 
Che concetto avesse della testa di donna Prassede , non 
n' abbiam notizia positiva. Probal)ilmcnte, non era quella 
la persona che avrebbe scelta a un tal intento: ma, come 
abbiam detto o fatto intendere altrove, non era suo co- 
stume di disfar le cose che non toccavano a lui, per 
rifarle meglio. 

« Prendete in pace anche questa separazione, e V in- 
certezza in cui vi trovate, » soggiunse poi : i confidale 
che sia per finir presto, e che il Signore voglia guidar 
le cose a quel termine a cui pare che le avesse indiriz- 
zate : ma tenete per certo che quello che vorrà Lui. sarà 
il meglio per voi. y Diede a Lucia in particolare qual- 
che altro ricordo amorevole ; qualche altro conforto a 
tutt' e due ; le benedisse, e le lasciò andare. Appena fuori, 
si trovarono addosso uno sciame d'amici e d'amiche, 
tulio il comune, si può dire, che le aspettava, e le con- 
dusse a casa, come in Irionfo. Era tra tulle quelle donne 
una gara di congratularsi, di compiangere, di domandare; 
e tutte esclamavano dal dispiacere, sentendo che Lucia 
se n'anderebbe il giorno dopo. Gli uomini gareggiavano 
neir offrir servizi: ognuno voleva sfar quella notte a far 
la guardia alla casella. Sul qual fallo, il nostro anonimo 
credè bene di formare un proverbio: volete aver molli 
in aiuto? cercate di non averne bisogno. 

Tante accoglienze confondevano e sbalordivano Lucia; 
Agnese non s' imbrogliava cosi per poco. Ma in sostanza 
fecero bene anche a Lucia, dislraendola alquanlo da' 
pensieri e dalle rimembranze che, pur troppo, anche in 
mezzo al frastono, le si risvegliavano, su queir uscio, in 
quelle stanzucce, alla vista d'ogni oggetto. 



60 l PROMESSI SPOSI 

Al lecco della campana che annunziava vicino il co- 
minciar delle funzioni, In Ili si mossero verso la chiesa, 
e fu per le nostre donne un'altra passeggiala trionfale. 

Terminati» le funzioni don Abbondio, eh' era corso a 
vedere se Perpetua aveva ben disposto ogni cosa per il 
desinare, fu chiamato dal cardinale. Andò subito dal 
grand' ospite, il quale, lasciatolo venir vicino, « signor 
curato, » cominciò, e (juelle parole furon dette in ma- 
niera, da dover capire cli'erano il principio d' un discorso 
lungo e serio : « signor curalo ; percJK'' non avete voi 
unita in matrimonio qnt'lla ])overa Lucia col suo pro- 
messo sposo? » 

— Hanno volato il sacco stamattina coloro, — pensò 
don Abbondio; e ris^vose boi'bollando: «monsignore il- 
lustrissimo a\rà lien sentilo paiiai'(> degli scouìpigli che 
son nati in qnelT aliare : è slata una confusione tale, da 
non poter neppure al giorno d'oggi, vederci chiaro; 
come anche vossignoria illustrissima può argomentare 
daciueslo, che la giovine è cpii , dopo tanti accidenti, 
come per miracolo; e il giovin(\ dopo allri accidenti, non 
si sa dove sia. » 

« Domando. » riprese il caidiiialc, « se è vero che. 
prima di tulli codesti casi, abbiate rifiutato di celebrare 
il matrimonio, (juando n'ciavale licbieslo , nel giorno 
fissalo; e il perchè. « 

« Veramenle se vossignoria illustrissima sapesse 

che intimazioni.... che comandi tcTribili ho avuti di 

non parlale » E restò lì senza concludere , in un 

cerfatto. da far rispettosamente intendcic che sarebbe 
indiscrezione di voler saperne di più. 

" Ma! » disse il cardinale, con voce e con aria grave 
fuor del consueto; « è il vostro vescovo che, per suo do- 
vere e per vostra giustificazione, vuol saper da voi il 
perchè non abbiale fatto ciò che, nella via regolare, era 
obbligo vostro di l'are. » 

« Monsignore, » disse don Aliboiidio. laivndosi piccino 
piccino, » non ho già voluto dire Ma m' è parso che, 



CAPITOLO XXV. 61 

essendo cose intralciale, cose vecchie e senza rimedio , 

fosse innlile di rimestare Però, però, dico .... so 

che vossignoria iUustrissima non vuol (rati ire un suo 
povero parroco. Perchè vede hene , monsignore ; vossi- 
gnoria illustrissima non può esser per tutto; e io resto 

qui esposto Perù, (juando Lei me lo comanda, dirò, 

dirò tutto. » 

« Dite ; io non vorrei altro che trovarvi senza colpa. » 

Allora don Ahhondio sì mise a raccontare la dolorosa 
storia; ma tacque il nome principale, e vi sostiluì: un 
gran signore ; dando cosi alla prudenza tutto quel poco 
che si poteva, in una tale stretta. 

« E non avete avuto altro motivo ? » domandò il car- 
dinale, quando don Ahhondio ehhe finito. 

a Ma forse non mi sono spiegato ahhastanza, » rispose 
questo: « sotto pena della vita, m'hanno intimato di non 
far quel matrimonio. ^ 

« E vi par codesta una ragion hastantc, per lasciar 
d' adempire un dovere preciso? » 

1 Io ho sempre cenato di farlo , il mio dovere , an- 
che con mio grave incomodo, ma quando si tratta della 
vita » 

« E quando vi siete presentalo alla Chiesa , » disse 
con accento ancor più grave, Federigo. « per addossarvi 
codesto ministero, v'ha essa fatto sicurtà della vita? 
V ha detto che i doveri annessi al ministero fossero li- 
heri da ogni ostacolo, immuni da ogni pericolo? v'ha 
dello forse che dove cominciasse il pericolo , ivi cesse- 
rehhe il dovere ? non v' ha espressamente detto il 
contrario? Non v' ha avvertito che vi mandava come un 
agnello tra i lupi? Non sapevate voi che e' eran de' vio- 
lenti, a cui potrehhe dispiacere ciò che a voi sarehhe 
comandalo? Quello da Cui ahhiam la dottrina e l'esem- 
pio, ad imitazione di Cui ci lasciam nominare e ci no- 
miniamo pastori, v(Mieiido in terra a esercitarne rnfi/.io, 
mise forse per condizione d'aver salva la vita? E pei' 
'salvarla , per conservarla dico , qualche giorno di pii^i 



62 I l'HOMESSI SPOSI 

sulla terra, a spese della carità e del dovere, e' era bi- 
sogno dell' unzione santa, dell' imposizion delle mani, 
della grazia del sacerdozio? Basla il mondo a dar questa 
virtù, a insegnar rpiesta dotlrina. Che dico? oh vergo- 
gna ! il mondo stesso la rifiuta ; il mondo fa anch' esso 
le sue leggi, che prescrivono il male come il bene, ha 
il suo vangelo anch' esso, un vangelo di superbia e d'odio; 
e non vuol che si dica che l' amore della vita sia una 
ragione per trasgredirne i comandamenti. Non lo vuole; 
ed è ubbidito. E noi ! noi tigli e annun/.ialori della pro- 
messa ! Che sarebbe la Chiesa , se codesto vostro lin- 
guaggio fosse quello di (ulti i vostri confratelli? Dove 
sarebbe, se fosse comparsa nel mondo con codeste dot- 
trine ? » 

Don Abbondio stava a capo basso; il suo spirito si 
trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli 
artigli del falco, che Io tengono sollevato in una regione 
sconosciuta, in un' aria che non ha mai respirata. Ve- 
dendo che qualcosa bisognava rispondere, disse, con una 
certa sommissione forzala: « monsignore illustrissimo, 
avrò torto. Onaiido la vita non si deve contare, non so 
cosa mi dire. Ma (piando s' ha che fare con certa gente, 
con gente che ha la forza, e che non vuol sentir ra- 
gioni , anche a voler fare il bravo, non saprei cosa ci 
si potesse guadagnare. K un signore quello, con cui non 
si può ne vincerla ne impattarla. » 

» E non sapete voi clu^ il soffrire per la gin-^tizia è 
il nostro vincere ? E se non sapete questo, che cosa pre- 
dicate? di che siete maestro? qual ò la buona nuora 
che annunziate a' poveri? Chi pretende da voi che vin- 
ciate la forza con la forza? Certo non vi sarà doman- 
dalo un giorno, se abbiate saputo fare stare a dovere i 
potenti; che a questo non vi fu dato nò missione, né 
modo. Ma vi sarà ben domandato se avrete adoprati i 
mezzi eh' erano in vostra mano per far ciò che v' era 
prescritto, anche (piando avessero la temerità di proi- 
birvelo. » 



CAPITOLO XXV. 63 

— Anche questi santi son curiosi, — pensava intanto 
don Abbondio: — in sostanza a spremerne il sugo, gli 
stanno più a cuore gli amori di due giovani, che la 
vita d' un povero sacerdote. — E, in quant' a Ini, si 
sarebbe volentieri contentato che il discorso finisse li ; 
ma vedeva il cardinale, a ogni pausa, restare in atto di 
chi aspetti una risposta, una confessione, o un'apolo- 
gia, qualcosa in somma. 

« Torno a dire, monsignore. » rispose dunque, « che 
avrò torto io ... . Il coraggio, uno non se lo può dare. » 

« E perchè dunque, potrei dirvi, vi siete voi impe- 
gnato in un ministero che v' impone di stare in guerra 
con le passioni del secolo? Ma come, vi dirò piuttosto, 
come non pensate che, se in codesto ministero, comun- 
que vi ci siate messo , v' è necessario il coraggio per 
adempir le vostre obbligazioni, e' è Chi ve lo darà in- 
fallibilmente, quando glielo chiediate? Credete voi che 
tutti que' milioni di martiri avessero naturalmente co- 
raggio? che non facessero naturalmente nessun conto 
della vita? tanti giovinetti che cominciavano a gustarla, 
tanti vecchi avvezzi a rammaricarsi che fosse già vicina 
a finire, tante donzelle, tante spose, tante madri ? Tutti 
hanno avuto coraggio; perchè il coraggio era necesi^a- 
rio, ed essi confidavano. Conoscendo la vostra del)olezza 
e i vostri doveri, avete voi pensato a prepararvi ai passi 
difficili a cui potevate trovarvi, a cui vi siete trovato in 
en"etto? Ah! se per tant'anni d'ufizio pastorale, avete (e 
come non avreste?) amato il vostro gregge, se avete ri- 
posto in esso il vostro cuore, le vostre cure, le vostre 
delizie , il coraggio non doveva mancarvi al bisogno : 
l'amore è intrepido. Ebbene, se voi gli amavate, quelli 
che sono affidali alle vostre cure spirituali, quelli che 
voi chiamate figliuoli; quando vedeste; due di loro mi- 
nacciati insieme con voi, ah certo! come la debolezza 
della carne v'ha fatto tremar per voi, cosi la carità v'avrà 
l'alto tremar per loro. Vi sarete umiliato di quel primi» 
timore, perchè era un effetto della vostra miseria: avrete 



()ì l l'KUMKSSl SPOSI, CAPITOLO XXV. 

imploralo la forza per vincerlo, per discacciarlo, perchè 
era una tentazione : ma il timor santo e nobile per irli 
altri, per i vostri IìlììuoIì, quello l'avrete aseoltafo, ([nello 
non v'avrà dato pace, quello v'avrà eccitato, costretto, a 
periNare, a fare ciò che si potesse, per riparare al pe- 
ricolo che lor sovrastava Cosa v' ha ispirato il ti- 
more, l'amore? Cosa avete fatto per loro? Cosa avete 
pensato? » 
E tacque in atto di chi aspetta 



CAPITOLO XXVI. 



A lina silTatUi domanda, don Aliljondio, che pur s'era 
ingegnalo di risponder qualcosa a delle meno precise, 
restò lì senza articolar parola. E per dir la verità, an- 
che noi, con questo manoscritto davanti, con una penna 
in mano, non avendo da conli-aslare che con le frasi, 
riè altro da temere che le critiche de;' nostri lettori: an- 
che noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a prose- 
guire : troviamo un non so che di strano in questo met- 
tere in campo, con così poca fatica, tanti bei precetti di 
fortezza e di carità, di premura operosa per gli altri, di 
sacritìzio illimitato di se. Ma pensando che quelle cose 
erano dette da uno che poi le faceva, tiriamo avanti con 
coraggio. 

« Voi non rispondete ? » riprese il cardinale. « Ah , 
se aveste fatto, dalla parte vostra, ciò che la carità, ciò 
che il dovere richiedeva; in qualunque maiuei'a poi le 
cose fossero andate, non vi mancherehhe ora una rispo- 
sta. Vedete dunque voi stesso cosa avete fallo. Avete uh- 
bidito all'iniquità, non curando ciò che il dovere vi 
prescriveva. L'avete ubbidita puntualmente: s'era fatta 



6H 1 PROMESSI SPOSI 

vedere a voi. per intimarvi il ?uo desiderio; ma voleva 
rimanere oceiilta a chi avreblìe potuto l'ipararsi da essa, 
e mettersi in guardia; non voleva che si facesse rumore, 
voleva il segreto , per maturare e suo beli' agio i suoi 
disegni d' insidie o di forza; vi comandò la trasgressione 
e il silenzio; voi avete trasgredito, e non parlavate. Do- 
mando ora a voi se non avete fatto di più; voi mi di- 
rete se è vero che abbiate mendicati de' pretesti al vo- 
stro rifiuto, per non rilevarne il motivo. » E stelle li 
alquanto aspettando di nuovo una risposta. 

— Anche ([uesta gli hanno rapportala le chiacchie- 
rone. — pensava don Abbondio : ma nun dava segno 
d' aver nulla a dire ; onde il cardinale riprese : « se è 
vero , che abbiale detto a que' poverini ciò che non era, 
per tenerli neh' ignoran/.a, nelT oscurità, in cui l'ini- 

(piità li voleva Dunque lo devo credere; dunque non 

mi resta che d'arrossirne con voi, e di sperare che voi 
ne piangerete con me. Vedete a che v'ha condotto (Dio 
buono! e pur ora voi la adducevale per iscusa ) quella 
premura per la vita che deve finire. V ha condotto . . . 
riliaticle liberamente (pieste parole, se vi paiono ingiuste, 
prendcti'Ie in innilia/.ione salutare, se non lo sono,... 
v" ha roiiddlld a iii.L'annarc i deboli, a mcniire ai vostri 
li L'I inoli. » 

— Ecco come vanno le cose, — diceva ancora tra so 
don Abbondio: — a (juel .*;atana>so, e pensava all'inno- 
nii;ia!o. — le braccia al collo; e con me, jier una mezza 
bugia, delta a solo fine di salvare la pelle, lanlo chiasso. 
Ma sono superiori: hanno sempre ragione. E il mio pia- 
neta, che tulli m'abbiano a dare addosso; anche i santi. — 
K ad alla voce, disse: « ho mancato: capisco che ho man- 
cato; ma cosa dovevo fare in un frangente di quella sorte? • 

« E ancor lo domandate? E non ve l'ho detto? :E do- 
vevo dirvelo? Amare, figliuolo: amare e pregare. Allora 
avreste sentilo che l'iniquità può aver bensì d(>Ile mi- 
nacce da fare, de' colpi da dare, ma non de' comandi; 
avreste unito, secondo la legge di Dio, ciò che l'uomo 



CAPITOLO XXVI. (*)7 

voleva separare; avrcsle prestato a quegfinnocenti iiile- 
lici il ministero che avevan ragione di richieder da voi: 
delle conseguenze sarehhe slato mallevadore Iddio, per- 
chè si sarehhe andati per la sua strada: avendone presa 
un'altra, ne restate mallevadore voi; e di quali conse- 
guenze! Ma forse che lutti i ripari umani vi manca- 
vano? forse che non era aperta alcuna via di scampo , 
quand'aveste voluto guardarvi d'intorno, pensarci, cer- 
care? Ora voi potete sapere che que' vostri poverini, quando 
fossero stati maritati, avrehhcro pensato da sé al loro scam- 
po, eran disposti a fuggire dalla faccia del potente, s'eran 
già disegnato il luogo di rifugio. Ma anche senza questo, 
non vi venne in mente che alla line avevate un supe- 
riore? Il quale, come mai avrebhe quest'autorità di ri- 
prendervi d'aver mancato al vostro ufizio, se non avesse 
l'obbligo d'aiutarvi ad adempirlo? Perchè non avete pen- 
sato a informare il vostro vescovo dell'impedimento che 
un'infame violenza metteva all'esercizio del vostro mi- 
nistero? " 

— I pareri di Perpetua! — pensava stizzosamente 
don Abbondio, a cui, in mezzo a que' discorsi, ciò che 
stava più vivamente davanti, era l'immagine di que' 
bravi, e il pensiero che don Rodrigo era vivo e sano, 
e, un giorno o 1' altro, tornerebbe glorioso e trionfante, 
e arrabbiato. E benché quella dignità presente, queir a- 
spetto e quel lingua.trgio^ lo facessero star confuso, e 
gì' incutessero un certo timore, era perù un timore che 
non lo soggiogava allatto, né impediva al pensiero di ri- 
calcitrare : perchè e' era in quel pensiero, che alla fine 
delle fini, il cardinale non adoperava né schioppo, né 
spada, né bravi. 

» Come non avete pensato. » proseguiva questo, « che 
se a quegl' innocenti insidiati non fosse stalo aperto altro 
rifugio, e' ero io, per accoglierli, per metterli in salvo, 
quando voi me li aveste indirizzali, indirizzati dei dere- 
litti a un vescovo, come cosa sua, come parte preziosa, 
non dico del suo carico, ma delle sue rirrhezzp ? F. in 



68 I PROMESSI SPOSI 

quanto a voi. io, sarei divenuto inquieto per voi; io, 
avrei dovuto non dormire, fin che non fossi sicuro che 
non vi sarebbe torto un cappello. Gli' io non avessi come, 
dove, mettere in sicuro la vostra vita! Ma queir uon\o 
che fu tanto ardito, credete voi che non crii sarebbe sce- 
malo punto r ardire, qnando avesse sapulo che le sue 
trame eran note fuor di qui, noie a me, ch'io vegliavo, 
ed ero risoluto d'usare in vostra difesa tutti i mezzi 
die fossero in mia mano? Non sapevate che, se V uomo 
promelle Iroppo spesso più che non sia per mantenere, 
min.iccia anche non di rado, più che non s'alliMili poi 
di (■((iiiincllei'e'? Xon sapevate che T iniquità non si fonda 
soltanto sulle sue forze, ma anche sulla credulità e sullo 
.spavento altrui? » 

— Proprio le ragioni di P(Tpefua, — ■ pensò anche 
qui don Abbondio, senza rilleltere c\u\ quel trovarsi 
d'accordo la sua serva e Federigo Borromeo su ciò che 
si sarebbe potuto e dovuto fare, voleva dir molto contro 
di luì. 

« Ma voi, » prosejiui e concluse il cardinale, « non 
avete visto, non avele voluto veder altro che il vostro 
pericolo temporale; (piai maraviglia che vi sia parso tale, 
da trascurar jier esso o.tiiii alli'a cosa? » 

« (ili è perchè le ho viste io quelle facce . » scappò 
detto a don Abbondio: « le ho sentile io quelle parole. 
Vossignoria illuslrissima parla liene; ma bisognerebbe 
esser ne" panni d'un povero prete, e essersi trovalo al 
punto. » 

Appena el)l»e proferite queste parole, si morse la lin- 
gua ; s'accorse d'essersi lasciato troppo vincere dalla stiz- 
za, e disse tra se: — ora vien la grandine. — Ma al- 
zando dubbiosamenle lo sguardo, fu tutto maravigliato, 
nel M'der l'aspetto di (pieiruomo. cli(> non gli riusciva 
mai d' indovinare né di capire, nel vederlo, dico, passare 
da (piella gravità autorevole e correllrice, a una gravità 
compunta, e pensierosa. 

Pui' Iroppo! » disse Federigo, « tale è la misera e 



CAPITOLO XXVI. 60 

terribile nosira condizione. Dobbiamo esigere rigorosa- 
mente dagli altri quello cbe Dio sa se noi saremmo 
pi'onii a dai'o: dobbiamo giudicare, correggere, ripren- 
dere; e Dio sa quel die faremmo noi nel caso slesso , 
quel cbe abbiam fallo in casi somigìianlit Ma guai s' io 
dovessi prender la mia debolezza pcu' misura del dovere 
altrui, per norma del mio insegnamento! Eppure è ('(M'Io 
cbe insieme con le dottrine, io devo dare agli altri Tc;- 
sempio, non rendermi simile al dottor della legge, cbe 
carica gU altri di pesi die non posson portare , e clic 
lui non toccberebbe con un dito. Ebbene , figliuolo e 
fralello; poiché gli errori di quelli cbe presiedono, sono 
spesso più noti agli altri die a toro; se voi sapete ch'io 
abbia, per pusillanimità, per qualunque rispetto trascu- 
ralo qualche mio obbligo, ditemelo francamente, fatemi 
ravvedere, affinchè dov'è mancato l'esempio, supplisca 
almeno la confessione. Rimproveratemi liberamente le 
mie debolezze ; e allora le parole acqnisterainio più va- 
lore nella mia bocca, perchè sentirete più vivamente, cbe 
non son mie, ma di Chi può dare a voi e a me la forza 
necessaria per far ciò che prescrivono. » 

— Oh cbe sant'uomo! ma che tormento ! — pensava 
don Abbondio:— anche sopra di sé; purché frughi, 
rimesti, critichi, inquisisca ; anche sottra di se. — Disse 
poi ad alta voce: « oli monsignore! che mi fa celia? Chi 
non conosce il petto forte, lo zelo imperterrito di vos- 
signoria illustrissima? » E Ira se soggiunse: — anche 
troppo. — 

« Io non vi chiedevo una lode, cbe mi fa tremare, » 
disse Federigo, « percbè Dio conosce i miei mancamenti, 
e quello die ne conosco anch' io, basta a confondermi. 
Ma avrei voluto, vorrei che ci confondessimo insieme 
davanti a Lui per confidare insieme. Vorrei, per amor 
vostro, che intendeste ([iianto la vostra condotta sia stala 
opposta, quanto sia opposto il vostro linguaggio alla legge 
che pur predicate, e secondo la quale sarete giudicalo. » 

« Tutto casca addosso a me, » disse don Abbondio : 



"^O I PROMESSI SPOSI 

« ma queste persone che son venute a rapporlare, non 
le hanno poi dello d'essersi inlrodolle in casa mia. a 
Iradimenlo, per sorprendermi, e per fare un matrimonio 
contro le regole. » 

« Me l'hanno detto, figlinolo: ma questo m'accora, que- 
sto m'atterra, che voi desideriate ancora di scnsarvi; che 
pensiate di scusarvi, accusando; che prendiate materia d'ac- 
cusa da ciò che dovrcbh' esser parte della vostra confessio- 
ne. Chi gli lia messi, non dico nella necessità, ma nella 
tentazione di far ciò che hanno fatto? Avrehberoessi cer- 
cata quella via irregolare, se la legittima non fosse loro 
stata chiusa"? pensato a insidiare il pastore, se fossero stati 
accolti nelle sue braccia, aiutati, consigliati da lui? a sor- 
prenderlo, se non si fosse nascosto ? E a questi voi date 
carico? e vi sdegnate perchè, dopo tante sventuiv, che 
dico? nel mezzo della sventura, abbian detto una parola di 
sfogo al loro, al vostro pastore? Che il ricorso dell'oppres- 
.so. la querela dell' afthlto siano odiosi al mondo, il mondo 
è tale; ma noi! E che sarebbe stalo per voi, se aves.sero 
taciuto? Vi tornava conto che la loro causa tornasse in. 
lera al giudizio di Dio? Non è per voi una nuova ra- 
gione d'amar (jueste persone (e già tante ragioni n'a- 
vete) che v' abbian dato occasione di seiUir la voce sin- 
cera del vostro vescovo, che v' abbian dato un mezzo 
di conoscer meglio, e di scontare in parte il gran debito 
che avete con loro? Ah! se v'avessero provocato, ofleso, 
tormentalo, vi direi (e dovrei io dirvelo?) d'amarli, ap- 
punto per questo. Amak'li perchè hanno palilo, perchè 
patiscono, perchè .son vostri, perchè son deboli, perchè 
avete bisogno d'un perdono, a ottenervi il quale, pensate 
di qual forza possa essere la loro preghiera. » 

Don Abbondio slava zitto; ma non era più quel si- 
lenzio forzalo e imitaziente : slava zitlo come chi ha più 
cose da pensare che da dire. Le parob.' che sentiva, eran 
conseguenze inaspettate, applicazioni nuove, ma d'una 
dottrina antica però nella sua mente, e non contrastata. 
Il male degli altri, dalla considerazion del quale l'aveva 



CA1>1T0L0 XXVI. "71 

sempre distratto la paura del proprio, gli faceva ora 
un'impressione nuova. E se non sentiva tulio il rimorso 
che la predica voleva produrre (che quella stessa paura 
era sempre li a far Tufizio di difensore), ne sentiva però; 
sentiva un cerio dispiacere di sé, una compassione per 
gli altri , un misto di tenerezza e di confusione. Era . 
se ci si lascia passare questo paragone, come lo stoppino 
umido e ammaccato d'una candela, che presentato alla 
fiamma di una gran torcia, da principio fuma, schizza, 
schioppella, non ne vuol saper nulla; ma alla fine s'ac- 
cende e, hene o male, hrucia. Si sarebbe apertamente 
accusato, avrebbe pianto, se non fosse stalo il pensiero 
di don Rodrigo ; ma tuttavia si mostrava abbastanza com- 
mosso, perchè il cardinale dovesse accorgersi che le sue 
parole non erano siale senza efTello. 

« Ora, » prosegui questo. » uno fuggitivo da casa sua, 
l'altra in procinto d'abbandonarla, e tutt'e due con 
troppo forti molivi di starne lontani, senza probabililà 
di riunirsi mai qui, e contenti di sperare che Dio li riu- 
nisca altrove; ora, pur troppo, non hanno bisogno di 
voi; pur troppo, voi non avete occasione di far loro del 
bene ; né il corto noslro prevedere può scoprirne alcuna 
nell'avvenire. Ma chi sa se Dio misericordioso non ve 
ne prepara? Ah non le lasciate sfuggire 1 cercatele, state 
alle velette, pregatelo che le faccia nascere. » 

« Non mancherò, monsignore, non mancherò davvero » 
rispose don Abbondio, con una voce che, in quel mo- 
mento, veniva proprio dal cuore. 

« Ah sì, tìgliuolo, sì'.D esclamò Federigo; e con una 
dignità piena d' affetto, concluse: « lo sa il cielo se avrei 
desideralo di tener con voi tutt' altri discorsi. Tult'e due 
abbiamo già vissuto mollo: lo sa il cielo se ra'è slato 
duro di dover contristar con rimproveri codesta vostra 
canizie, e quanto sarei stato più contento di consolarci 
insieme delle nostre cure comuni, de' nostri guai, par- 
lando della beala speranza, alla (luale siamo arrivati cosi 
vicino. Piaccia a Dio che le parole le quali ho pur do- 



72 I PROMESSI SPOSt 

Villo usar con voi, servano a voi e a me. Non fate, che 
m'nlihin a rhioder conto, in quel giorno, d'avervi man- 
tenuto in un ufi/io al quale avete così infelicemente man- 
cato. Ricompriamo il tempo: la mezzanotte è vicina ; lo 
Sposo uon può lardare ; teniamo accese le nostre lam- 
pade. Presentiamo a Dio i nostri cuori miseri, vóti, per- 
chè Gli piaccia riempirli di quella carità, che ripara al 
passato, che assicura, l'avvenire, che teme e confida, 
pianse e si rallegra, con sapienza; che diventa in ogni 
caso la virtù di cui abbiamo bisogno. » 

Così detto, si mosse ; e don Abbondio gli andò dietro. 

Qui l'anonimo ci avvisa che non fu questo il solo ab- 
Itoccamenlo di que' due personaggi , ne Lucia il solo 
argomento de' loro abboccamenti: ma che lui s'è ri- 
stretto a questo, per non andar lontano dal soggetto 
principale del racconto. E che, per lo stesso motivo, non 
fai'à menzione d'altre cose notabili, dette da Federigo 
in lutto il corso della visita, né delle sue liberalità, né 
delle discordie sedate, degli odi antichi Ira piM'sone. fa- 
miglie, terre intere, spenti, (cosa ch'era pur troppo più 
frequente) sopiti , né di (jualclK; bravaccio o tirannello 
ammansato, o per tutta la vita, o per rpialcbe tempo; 
cose tutte delle quali ce n'era sempre più o meno, in 
ogni luogo della diocesi dove cpielT uomo eccellente fa- 
cesse qualche soggiorno. 

Dice poi, che, la mal lina seguente, venne donna Pras- 
sede, se.ondo il fissato, a prender Lucia, e a compli- 
mentare il cardinale, il quale gliela lodò, e raccomandò 
caldamenle. Lucia si slaccò dalla madre, potete pensar 
con che [lianti ; e usci dalla sua casetta; disse per la 
secdnda volta addio al paese, con quel senso di doppia 
amarezza, che si prova lasciando un luogo che fu unica- 
mente caro, e che non può esserlo più. Ma i congedi 
con la madre non eran gli ultimi ; perchè donna Prassede 
aveva detto che si slareblte ancor ipialche giorno in (jnella 
sua villa, la ipiale non era molto lontana ; e Agnese pro- 
mise alla figlia d'andar là a trovarla, a dare e a rice- 
vere un i)iìi doloroso addio. 



CAPITOLO XXVI. 73 

Il cardinale era anche lui sulle mosse per continuar 
la sua visita, quando arrivò, e chiese di parlargli il cu- 
rato della parrocchia, in cui era il castello dell'innomi- 
nato. Introdotto , gli presentò un gruppo e una lettera 
di quel signore, la quale lo pregava di far accettare alla 
madre di Lucia cento scudi d'oro ch'eran nel gruppo, 
per servir di dote alla giovine, o per (piell' uso che ad 
esse sarebhe parso migliore ; lo pregava insieme di dir 
loro, che, se mai, in qualunque tempo avessero creduto 
che potesse render loro qualche servizio, la povera gio- 
vine sapeva pur troppo deve slesse ; e per lui, quella sa- 
rebbe una delle fortune più desiderate. Il cardinale fece 
subito chiamare Agnese, le riferì la commissione che fu 
sentita con altrettanta soddisfazione che maraviglia: e le 
presentò il rotolo, eh' essa prese, senza far gran compli- 
menti. « Dio gliene renda merito, a quel signore, » disse: 
« e vossignoria illustrissima lo ringrazi tanto tanto. 
E non dica nulla a nessuno, perdio questo è un certo 
paese .... Mi scusi , veda ; so bene che un par suo 
non va a chiacchierare di queste cose; ma ... . lei m'in- 
tende. » 

Andò a casa, zitta, zitta; si chiuse in camera, svoltò 
il rotolo, e quantunque preparata, vide con ammirazione, 
tutti in un mucchietto e suoi, tanti di que' ruspi, de' 
quali non aveva forse mai visto più d'uno per volta, e 
anche di rado ; li contò, penò alquanto a metlerli di nuovo 
Iter taglio, e a tenerli li tutti, che ogni momento face- 
van pancia, e sgusciavano dalle sue dita inesperte; ri- 
composto finalmente un rotolo alla meglio ; Io mise in 
un cencio, ne fece un involto, un bafnfToletto, e legatolo 
liene in giro con della cordellina, l'andò a ficcare in un 
carduccio del suo saccone. Il resto di quel giorno, non 
fece altro che mulinare, far disegni suU' avvenire, e so- 
spirar l'indomani. Andata a letto, slette desta un pezzo, 
col pensiero in compagnia di quo' cento che aveva .sotto; 
addormentata, li vide in sogno. All'alba, s'alzò e Rin- 
camminò subito verso la villa, dov' era Lucia. 

VOL. II. 4" 



74 I PROMESSI SPOSI 

QHCsta, dal canto suo, quantunque non le fosse dimi- 
nuita quella gran ripugnanza a parlar del volo, pure 
era risoluta di farsi forza, e d'aprirsene con la madre 
in queir abl leccamento, che per lungo tempo doveva chia- 
marsi l'ultimo. 

Appena poterono esser sole, Agnese con una faccia 
tutta animala, e insieme a voce bassa, come se ci fosse 
stato presente (jualcheduno a cui non volesse farsi sen- 
tire, cominciò: « ho da dirti una gran cosa; » e le rac- 
contò r inaspettata fortuna. 

« Iddio lo benedica, quel signore, » disse Lucia: « cosi 
avrete da star bene voi, e potrete anche far del bene a 
qualchedun altro. » 

« Come? » rispose Agnese: « non vedi quante cose 
possiamo fare, con tanti danari? Senti-, io non ho altro 
che te, che voi due, posso dire ; perchè Renzo, da che 
cominciò a discorrerti, l'ho sempre riguardalo come un 
mio figliuolo. Tulio sia che non gli sia accaduta qual- 
che disgrazia, a vedere che non ha mai fatto saper nulla: 
ma eh! deve andar tutto male? Speriamo di no, spe- 
riamo. Per me avrei avuto caro di lasciar 1' ossa nel 
mio paese ; ma ora che lu non ci puoi slare, in grazia 
di (luel birbone, e anche solamente a pensare d'averlo 
vicino colui, m' è veinilo in odio il mio jtaese; e con 
voi altri io sto per lutto. Kio disposta, fin d'allora, a 
\t'iiii- con voi altri, anche in capo al mondo ; e son sem- 
pre stala di quel parere, ma senza danari come si fa? 
Intendi ora "? Qui;' (luatlro, che quel poverino aveva messi 
da parte, con tanto stento e con lauto risparmio, è ve- 
nuta la giustizia e ha spazzato ogni cosa; ma, per ri- 
compensa, il Signore ha mandato la fortuna a noi. Dunque, 
(piando avrà (rovaio il bandolo di far sapere se è vivo 
e dov'è, e che inlenzioni ha, li vengo a prender io a 
Milano ; io ti vengo a prendere. Altre volle mi sarebbe 
parso un gran che ; ma le disgrazie; fanno diventar di- 
sinvolti; lino a Monza ci sono andata, e so cos'è viag- 
giare. Prendo con me un uomo di proposito, ur\ parente. 



CAPITOLO XXVI. 75 

come sarebbe a dire Alessio di Maggianico: che, a voler 
dir proprio in paese, un uomo di proposilo non c'è: 
vengo con lui: già la spesa la facciamo noi, e... in- 
tendi? » 

Ma vedendo cbe, in vece d'animarsi, Lucia s'andava 
accorando, e non dimoslrava che una tenerezza senz'al- 
legria, lasciò il discorso a mezzo, e disse : a ma cos'hai? 
non li pare? » 

« Povera mamma! » esclamò Lucia, gettandole un 
braccio al collo, e nascondendo il viso nel seno di lei. 

« Cosa e' è ? » domando di nuovo ansiosamente la 
madre. 

« Avrei dovuto dirvelo prima, » rispose Lucia, alzando 
il viso, e asciugandosi le lacrime ; ma non ho mai a\uto 
cuore: compatitemi. » 

I Ma di su, dunque. >> 

« Io non posso più esser moglie di quel poverino ! » 

« Come ? come ? » 

Lucia col capo basso , col petto ansante . lacrimando 
senza piangere , come chi racconta una cosa che quan- 
d'anche dispiacesse, non si può cambiare, rivelò il voto; 
e insieme giungendo le mani, chiese di nuovo perdono 
alla madre, di non aver parlato fin allora; la pregò di 
non ridir la cosa ad anima vivente, e d' aiutarla ad adem- 
pire ciò che aveva promesso. 

Agnese era rimasta stupefatta e costernata. Voleva sde- 
gnarsi del silenzio tenuto con lei ; ma i gravi pensieri 
del caso sotTogavano quel dispiacere suo proprio Moleva 
dirle: cos'hai fatto? ma le pareva che sarebbe un pren- 
dersela col cielo ; tanto {)iti che Lucia tornava a dipin- 
gerla co' più vivi colori (piella notte, la desolazione così 
nera, e la liberazione cosi impreveduta, tra le quali la 
promessa era stata fatta, cosi espressa, cosi soleiuie. E 
intanto ad Agnese veniva anche in mente questo e quel- 
r esempio, che aveva sentilo raccontar più volte, che lei 
stessa aveva raccontalo alla (ìglia , di gasligbi strani e 
terribili, venuti per la violazione di qualche volo. Dopa 



76 1 PROMESSI SPOSI 

esser rimasta un poco come incantala, disse: « e ora cosa 
farai? » 

« Ora, rispose Lucia, « tocca al Signore a pensarci ; 
al Signore calla Madonna. Mi son messa nelle lor mani: 
non m'hanno abbandonata finora; non m'abbandonerainio 
ora che..,. La grazia che chiedo per me al Signore, 
la sola grazia , dopo la salvazion dell' anima , è che mi 
faccia tornar con voi: e me la concederà, sì, mela con- 
cederà. Quel giorno in (piella carrozza ah Ver- 
gine sanlissinia! . . . . iiuegli nomini!... chi m'avrebbe 
dello che mi menavano da colui che mi doveva menare 
a trovarmi con voi, il giorno dopo?» 

« Ma non parlarne subito a tua madre! » disse 
Agnese con una cerla slizzelta temi)erala d'amorevo- 
lezza e di pietà. 

« (>omi)atilt'mi ; non avevo cuore .... e che sarebbe 
giovato d'alìliggervi (jualche tempo prima? » 

« E Renzo? » disse Agnese, tentennando il capo. 

« Ah! » esclamò Lucia, riscotendosi, « io non ci devo 
pensar più a quel poverino. Già si vede che non era 

destinato Vedete come pare che il Signore; ci abbia 

voluti proprio tener separali. E chi sa....? ma no, no: 
l'avrà preservato Lui da' pericoli, e lo farà esser fortu- 
nato anche di più, senza di me. » 

e Ma intanto. » riprese la madre, « se non fosse che 
In ti sci legata per senipn? , a lultu il resto, ([uando a 
Renzo non gli sia accaduta (|ualclie disgrazia, con que' 
danari io ci avevo trovalo rimedio. » 

» Ma que' danari, » replicò Lucia, « ci sarebbero ve- 
nuti, s'io non avessi passata quella notte? È il Signore 
che ha voluto che lutto andasse cosi: sia fatta la sua 
volontà. » E la parola morì nel pianlo. 

A queirargomenlo inaspettalo, Agnese rimase lì jien- 
sicrosa. Dopo (|ualche momento. Lucia, rattenendo i sin- 
ghiozzi, liprese: « ora che la cosa è fatta bisogna adat- 
tarsi di buon animo; e voi, povera mamma, voi mi potete 
aiutare, prima, pregando il Signore per la vostra povera 



CAPITOLO XXVI. 77 

figlia, e poi bisogna bene che cfiiel poverino lo sappia. 

Pensateci voi, falerni anche questa carità; che voi ci po- 
tete pertsare. Quando saprete dov'è, fategli scrivere, tro- 
vale un uomo appunto vostro cugino Alessio, che è 

un uomo prudente e caritatevole, e ci ha sempre voluto 
bene, e non ciarlerà: fategli scriver da lui la cosa com'è 
andata, dove mi son trovata, come ho patito, e che Dio 
ha voluto così, e che metta il cyore in pace, e ch'io 
non posso mai mai esser di nessuno. E fargli capir la 
cosa con buona grazia, spiegargli che ho promesso, che 
ho proprio fallo voto. Quando saprà che ho promesso alla 

Madonna ha sempre avuto il timor di Dio. E voi , 

la prima volta che avrete le sue nuove, fatemi scrivere, 
fatemi saper che è sano; e poi non mi fate più sa- 
per nulla. 

Agnese , tutta intenerita , assicurò la figlia che ogni 
cosa si farebbe come desiderava. 

« Vorrei dirvi un'altra cosa, » riprese questa: « quel 
poverino, se non avesse avuto la disgrazia di pensare a 
me, non gli sarebbe accaduto ciò che gli è accaduto. 
È per il mondo; gli hanno troncato il suo avviamento, 
gli hanno portato via la sua roba, que' risparmi che aveva 

falli , poverino, sapete perchè E noi abbiamo tanti 

danari! Oh mamma! giacche il Signore ci ha mandato 
tanto bene, e quel poverino, è proprio vero che lo ri- 
guardavate come vostro sì, come un figliuolo, oh! 

fatte mezzo per uno; che, sicuro, Iddio non ci mancherà. 
Cercale un' occasione fidata , e mandateglieli , che sa il 
cielo come n' ha bisogno ! » 

1 Eidiene, cosa credi?» rispose Agnese: «glieli man- 
derò davvero. Povero giovine! Perchè pensi tu ch'io 
fossi così contenta di que' danari? Ma ! io era pro- 
prio venuta qui tutta contenta. Basta, io glieli manderò, 

povero Renzo! ma aiicbe lui so quel che dico ; certo 

che i danari fanno jiiacere a chi n"ha bisogno; ma que- 
sti non saranno quelli che lo faranno ingrassare. » 

Lucia ringraziò la madre di qu(!lla pronta e liberale 



78 I PROMESSI SPOSI 

condiscendenza, con una graliludine, con un afTcUo, da 
far capire a chi l'avesse osservata, che il suo cuore fa- 
ceva ancora a mezzo con Renzo, forse più che lei me- 
desima non lo credesse. 

« E senza di te, che farò io povera donna? » disse 
Agnese, piangendo anch' essa. 

« E io senza di voi, povera mamma? e in casa di 

forestieri? e laggiù in quel Milano ! Ma il Signore 

sarà contutt'e due; e poi ci farà tornare insieme. Tra 
otto nove mesi ci rivedremo; e di qui allora, e anche 
prima, spero, avrà accomodale le cose Lui, per riunirci. 
Lasciamo fare a Lui. La chiederò sempre sempre alla 
Madonna cpiesta grazia. Se avessi qualche altra cosa da 
olTrirle, lo farei ; ma è tanto misericordiosa, che me Tol- 
lerrà per niente. » 

Con queste ed altre simili, e più volte ripetule parole 
di lamento e di conforto, di rammarico e di rassegna- 
zione, con molte raccomandazioni e promesse di non dir 
nulla, con molle lacrime, dopo lunghi e rinnovali ab- 
hracciainenli , le donne si sei)aiarono, promettendosi a 
vicenda di rivedersi il prossimo autnnno, al più lardi; 
come se il mantenere dipendesse da loro, e come però 
si fa sempre in casi simili. 

Intanto cominciò a passar molto tempo senza che 
Agnese potesse saper nulla di Woav/.o. Né lettere né im- 
basciate da parie di lui, non ne veniva; di tutti quelli 
del paese, o del contorno, a cui potè domandare, nessuno 
ne sapeva più di lei. 

E non era la sola che facesse invano una tal ricerca; 
il cardinal Federigo, che non aveva (hMIo per cerimonia 
alle povere donne, di voler prendere informazioni del 
povero giovine, aveva infatli scritto subito per averne. 
Tornato poi dalla visita a Milano, aveva ricevuto la ri- 
sposta in cui gli si diceva che non s'era potuto trovar 
recapilo dell'indicalo soggetto; che veramente era slato 
qualche tempo in casa d' un sno parente, nel tal paese, 
dove non aveva fallo dir di sé; ma una mattina, era 



CAPITOLO XXVI. 79 

scomparso all' improvviso, o quel suo parente stesso non 
sapeva cosa ne fosse slato, e non poteva che ripetere 
certe voci in aria e coritrailittorie che correvano, essersi 
il giovine arrolato per il Levante, esser passato in Ger- 
mania, perito nel guadare un fiume: che non si man- 
cherebbe di stare alle velette, se mai si potesse saper qual- 
cosa di più positivo, per farne subito parte a sua signoria 
illnstrissima e reverendissima. 

Più tardi, quelle ed altre voci si sparsero anche nel 
territorio di Lecco, e vennero per conseguenza agli orec- 
chi d'Agnese. La povera donna faceva di tulio per ve- 
nire in chiaro qual fosse la vera, per arrivare alla fonte 
di questa e di quella, ma non riusciva mai a trovar di 
più di quel dicono, che, anche al giorno d'oggi, basla da 
sé ad attestar tante cose. Talora, appena glien' era stata 
raccontata una, veniva uno e le diceva che non era vero 
nulla: ma per dargliene in cambio un'altra, ugualmente 
strana o sinistra. Tutte ciarle ; ecco il fatto. 

Il governatore di Milano e capitano generale in Italia, 
don Gonzalo Fernandez di Cordova, aveva fallo un gran 
fracasso col signor residente di Venezia in Milano, per- 
chè un malandrino, un ladrone pubblico, un promotore 
di saccheggio e d'omicidio, il famoso Lorenzo Trama- 
glino, che, nelle mani slesse della giustizia, aveva ecci- 
tato sommossa per farsi liberare , fosse accolto e ricet- 
talo nel territorio bergama-^co. Il residente avea risposto 
che la cosa gli riusciva nuova, e che scriverebbe a Ve- 
nezia, per poter dare a sua eccellenza quella spiegazione 
che il caso avesse portalo. 

A Venezia avevan per massima di secondare e di col- 
tivare r inclinazione degli operai di seta milanesi a tra- 
sportarsi nel territorio bergamasco, e quindi di far che 
ci trovassero molti vantaggi e, soprattutto quello .<enza 
di cui ogni altro è nulla, la sicurezza. Siccome però, tra 
due grovsi litiganti, qualche cosa, per poco che sia, bi- 
sogna sempre che il lerao goda; cosi Bortolo fu avvinalo 
in confidenza , non si sa da chi , che Renzo non i>tava 



80 I PROMESSI SPOSI 

bene in quel paese, e che farebbe meglio a entrare in 
(jualclie altra fabbrica, cambiando anche nome per (jnal- 
clic tempo. Bortolo intese per aria, non domandò altro, 
corse a dir la cosa al cugino, lo prese con se in un ca- 
lessino, lo condusse a un altro fdaloio, discosto da (luello 
forse (piiiidici miglia, e lo presentò, sotto il nome d'An- 
tonio Rivolta, al padrone, ch'era nativo anche lui dello 
stato di Milano, e suo antico conoscente. Questo, quan- 
tunque Tannata fosse scarsa, non si fece pregare a rice- 
veic un operaio che gli era raccomandato come onesto 
e aljìle, da un galantuomo che se n' intendeva. Alla prova 
poi, non ebbe che a lodarsi doli' acquisto: meno che, 
.Sui ^nincipio, gli era parso che il giovane dovesse essere 
un po' stordito, perchè, quando si chiamava: Antonio! le 
più volte non rispondeva. 

l'uco dopo, venne un ordine da Venezia, in islik^ pa- 
cato, al capitano di Bergamo, che prendesse e desse in- 
foraiazione, se nella sua giurisdizione, e segnatamente 
nel tal paese, si trovasse il tal soggetto. Il capitano, fatte 
le sue diligenze, come aveva capito che si volevano, tra- 
smise la risposta negativa, la quale fu trasmessa al re- 
sidente in Milano , che la trasmellosse a don Gonzalo 
Fernandez di Cordova. 

Non mancavan poi curiosi, che volessero saper da Bor- 
tolo il perchè quel giovine non c'era più, e dove fosse 
andnto. Alla prima domanda Bortolo rispondeva: i ma I 
è scomparso. » Per mandar poi in pace i più insistenti, 
senza dai' loro sospetto di quel che n'era davvero, aveva 
creduto bene di regalar loro, a chi l'una, a chi l'altra 
delle notizie da noi riferite di sopra: però, come cose 
incerte, che aveva sentite dire anche lui, senza averne 
un riscontro positivo. 

Ma quando la domanda gli venne fatta per commission 
del cardinale, senza nominarlo, e con un certo apparato 
d' importanza e di mistero, lasciando capire ch'era in nome 
d'un gran personaggio, tanto più Bortolo s'insospettì, e 
credè necessario di rispondere secondo il solito; anzi, 



CAPITOLO XXVI, Si 

trattandosi d'un gran personaggio, diede in una volta 
tutte le notizie che aveva stampate a una a una, in quelle 
diverse occorrenze. 

Non si creda però clic don Gonzalo, un signore di 
quella sorte, l'avesse proprio davvero col |)overo fdatore 
di montagna; che infurmato l'orse del poco rispetto usato, 
e delle cattive parole dette da colui al suo re moro in- 
catenato per la gola, volesse fargliela pagare; o che lo 
credesse un soggetto tanto pericoloso, da perseguitarlo 
anche fuggitivo, da non lasciarlo vivere anche lontano, 
come il senato romano con Annihale. Don Gonzalo aveva 
troppe e troppo gran cose in testa, per darsi tanto pen- 
siero de' fatti di Renzo, e se parve che se ne desse, 
nacque da un concorso singolare di circostanze, per cui 
il poveraccio, senza volerlo, e senza saperlo nò allora né 
mai, si trovò, con un sottilissimo e invisibile fdo, attac- 
cato a quelle troppe e troppo gran cose. 



CAPITOLO XXVII. 



Già più tl'un;i volta c'è occorso di far menzione della 
piierra che allora bolliva, per la successione agli stati 
del duca Vincenzo Gonzaga, secondo di qnel nome ; ma 
f/<' occiH-so sempre in momenti di gran (retta: sicché non 
aliliiam mai potuto darne più che un cenno alla sfuggita. 
Ola però, all'intelligenza del nostro racconto si richiede 
jMdprio d'averne ([ualche notizia i»iii particolare. Son cose 
che chi coiios;-e la storia le deve sapere; ma siccome, 
per un giusto seiilimenlo di noi medesimi, dohbiam sup- 
porre che quest'opera non possa esser letta se non da 
ignoranti, cosi non sarà male che ne diciamo qui quanto 
basii per infarinarne chi n'avesse bisogno. 

rhbiain detto che, alla morte di (]uel duca, il primo 
cliiauialo, in linea di successione, Carlo Gonzaga, capo 
d'un ramo cadeito trapiantato in Francia, dove possedeva 
i ducati di Nevers e di Réthel, era entrato al possesso 
di Mantova; e ora aggiungiamo, del Monferrato: chela 
fretta appunto ce l'aveva fatto lasciar nella penna. La corte 
di Madrid, che voleva a ogni patto (abbiam detto anche 
questo) escludere da quo' due feudi il nuovo principe, 
e per escluderlo aveva bisogno d'una ragione (perchè 



1 PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXVIl. 83 

le guerre fatte senza una ragione sarebbero inghisle), 
s'era dicbiarata sostenitrice di (juclla che pretendevano 
avere, su Mantova un altro Gonzaga, Ferrante, lìrincipc 
di Guastalla; snl iMont'errato Carlo Emannele J, duca di 
Savoia, e Marglierila Gonzaga, duclicssa vedova di Lorena. 
Don Gonzalo, ch'era della casa del gr;in capitano, e ne 
portava il nome, e che aveva già fatto la guerra in Fian- 
dra, voglioso oltremodo di condurne una in Italia, era 
forse quello che faceva più fuoco, perchè questa si di- 
chiarasse; e intanto, interpretando l'intenzioni e pre- 
cori'endo gli ordini della corte suddetta, aveva concluso 
col duca di Savoia un trattato d'invasione e di divisione 
del Monferrato; e n'aveva poi ottenuta facilmente la ra- 
tificazione dal conte duca, facendogli creder molto age- 
vole l'acquisto di Casale, cli'era il punto pii^i difeso della 
Itarle pattuita al re di Spagna. Protestava però, in nome 
di ([uesto. di non voler occupar paese, se non a titolo 
di deposito, fino alla sentenza dell'imperatore; il quale, 
in parte per gli ufizi altrui, in parie per suoi propri 
motivi, aveva intanto negata l'investitura al nuovo duca, 
e intimatogli che rilasciasse a lui in seijiieslro gli stati 
controversi: lui jìoi, sentite le pai'li . li rimetterebbe a 
(Ili fosse di dovere. Cosa alla ([uale il Nevers non s'era 
voluto piegare. 

Aveva anche lui amici d'importanza: il cardinale di 
Richelieu, i signori veneziani, e il papa, ch'era, come 
abbiam delio Urbano Vili. Ma il primo impegnalo allora 
nell'assedio della Koccella e in una guerra con l'Inghil- 
terra, attraversato dal partito della regina madre, Maria 
de' Medici, contraria, per certi suoi motivi, alla casa di 
Nevers, non poteva dare che delle speranze. 1 veneziani 
non volevan moversi, e nemmeno ilicbiararsi, se iirima 
un esercito francese non fosse calalo in Italia; e, aiu- 
tando il duca sotto mano, come potevano, con la corte 
di Madrid e col governatore di Milano stavano sulle pro- 
leste, sulle proposte, sull'esortazioni, placide o minacciose, 
secondo i momenti. 11 pa[ta raccomandava il Nevers agli 



84 1 PROMESSI SPOSI 

amici, intercedeva in suo favore presso gli avversari, fa- 
ceva lìrogelli d'accomodamenlo ; di metter gente in campo 
non ne voleva saper nulla. 

Cosi i due alleati alle offese poterono, tanto più sicu- 
ramente, cominciar l'impresa concertala. Il duca di Sa- 
voia era entrato, dalla sua parte, nel Monferrato: don 
Gonzalo aveva messo, con gran voglia, V assedio a Ca- 
sale; ma non ci trovava tutta quella soddisfazione che 
s'era immaginato: che non credeste che nella guerra 
sia tutto rose. La corte non V aiutava a seconda de' suoi 
desidèri, anzi gli lasciava mancare i mezzi più necessari; 
r allealo V aiutava troppo : voglio dire che , dopo aver 
presa la sua porzione, andava spiluzzicando quella asse- 
gnata al re di Spagna. Don Gonzalo se ne rodeva ([uanto 
mai si possa dire; ma temendo, se faceva appena un po' 
di rumore, che quel Carlo Emanuele, così attivo ne' ma- 
neggi e mobile ne' trattati, come proile ncll' armi, si vol- 
tasse alla Francia, doveva chiudere un occhio, mandarla 
giù, e stare zitto. L' assedio poi andava male, in lungo, 
ogni tanto all' indietro, e per il contegno saldo, vigilante, 
risoluto degli assediati, e per aver lui poca gente, e, al 
dire di qualche storico, per i molli spropositi che faceva. 
Su questo noi lasciamo la verità a suo luogo, disposti 
anche, quando la cosa fosse realmente così, a trovarla 
liellissima, se fu cagione che in queir impresa sia re- 
stato morto, smozzicato, storpiato qualche uomo di meno 
e, celeris parihus, anche soltanto un po' meno danneg- 
giali i tegoli di Casale. In tjuesti frangenti ricevette la 
nuova della sedizione di Milano, e ci accorse in persona. 

Qui, nel ragguaglio che gli si diede, fu fatta anche 
menzione della fuga rihelle e clamorosa di Renzo, de' 
fatti veri e supposti ch'erano stali cagione del suo ar- 
resto; e gli si seppe anche dire che questo s'era rifu- 
giato sul territorio di Bergamo. Questa circostanza fermò 
l'attenzione di don Gonzalo. Era informato da tutt'allra 
parte, cìw a Ven(V,ia avevano alzata la ciesla, per la som- 
mossa di Milano; che da principio avevan creduto che 



CAPITOLO XXVII. 85 

sarebbe coslrelto a levar Tasscdio da Casale, e pensavan 
liittavia che ne fosse ancora sbalordito, e in gran pen- 
siero: tanto più che, suliilo dopo quell'avvenimento, era 
arrivata la notizia, sospirata da que' signori e temuta 
da lui, della resa della Roccella. E scottando.irli mollo, e 
come uomo e come politico, che que' signori avessero 
un tal concetto de' fatti suoi , spiava ogni occasione di 
persuaderli, per via d'induzione, che non aveva perso 
iinlla dciraiitica sicurezza; giacche il dire espressamente: 
non ho paura, è come non dir nulla. Un buon mezzo 
è di fare il disgustato, di querelarsi , di reclamare ; e 
perciò, essendo venuto il residente di Venezia a fargli 
un complimento, e ad esplorare insieme, nella sua faccia 
r nel suo conlegno , come slesse dentro di sé (notale 
lullo: che questa è politica di (piella vecchia fine), don 
Gonzalo, dopo aver parlato del lumullo, leggermente e 
da uomo che ha già messo riparo a tutto ; fece quel fra- 
casso che sapete a proposilo di Renzo; come sapete an- 
che quel che ne venne in conseguenza. Dopo, non s'oc- 
cupò più d'un affare cosi minuto e, in quanto a Ini, ler- 
niinalo: e (|uando poi, che fu un pezzo dopo, gli arri\ò 
la risposta, al campo sopra Casale, dov'era tornato, e dove 
aveva tuli' altri pensieri, alzò e dimenò la testa, come un 
baco da seta che cerchi la foglia ; stette li un momento, 
per farsi lurnar vivo nella miMuoria (juel fatto, di cui 
non ci rimaneva più che un'umlira; si rammentò della 
cosa, ebbe un'idea fugace e confusa del personaggio: 
passò ad altro, e non ci pensò più. 

Ma Renzo, il quale, da quel poco che gli s' era fatto 
\eiler per aria, doveva sup[)orri' lutt' altro che una così 
benigna noncuranza, stelle un pezzo senzallio pensiero 
o. per dir meglio, senz'altro sliidio. che di viver nasco- 
sto, l^ensate se si slruggeva di mandar le sue nuove alle 
donne, e d'aver le loro; ma c'eran due gran difti colla. 
Una, che avrebbe dovuto anche lui confidarsi a un se- 
gretario, perchè il poverino non sapeva scrivere, e iiep- 
pui' leggere, nel senso esleso della parola; e se. inler- 



8(5 1 PROMESSI SPOSI 

rogato di ciò, come forse vi ricorderete, dal dottor A/.- 
zecca-garbugli, aveva risposto di sì, non fu un vanto, 
una sparata, come si. dice; ma era la verità che lo stam- 
pato lo sapeva leggere, mettendoci il suo tempo: lo scritto 
è un altro par di maniche. Era dunque costretto a met- 
tere un terzo a parte de' suoi interessi, d'un segreto 
cosi geloso: e un uomo che sapesse tener la penna in 
mano, e di cui uno si potesse fidare, a que' tempi non 
si trovava così facilmente; tanto più in un paese dove 
non s'avesse nessuna antica conoscenza. L'altra dilfìcoltà 
(>ra d'avere anche un corriere; un uomo che andasse 
appunto da quelle; parti, che volesse incaricarsi della 
lelteni, e darsi davvero il pensiero di recapitarla; tutte 
cose, anche queste, dinìcili a trovarsi in un uomo solo. 
FinalmtMite, cerca e ricerca , trovò chi scrivesse per 
lui. Ma, non sapendo se le donne fossero ancora a Mon- 
za , dove , credè bene di fare accluder la lettera per 
Agnese in un'altra diretta al padre Cristoforo. Lo scri- 
vano prese anche l'incarico di far reciqiilare il jìlico; 
lo consegnò a uno che doveva passare non lontano da 
Pescarenico ; costui lo lasciò con molte raccomandazioni, 
in un'osteria sulla strada, al punto più vicino; Iràllau- 
dosi che il plico era indirizzato a un convento, ci ar- 
rivò; ma cosa n'avvenisse dopo, non s'è mai sapulo. 
Renzo , non vedendo comparir risposta , fece stendere 
un'altra lettera, a un di presso come la prima, e acclu- 
derla in un'altra a un suo amico di Lecco, o parente 
che fosse. Si cercò un altio latore, si trovò; questa volta la 
lettera arrivò a chi era diretta. Agnese trottò a Maggianico, 
se la fece leggere e siiiegare da quell'Alessio suo cugino; 
concertò con lui una risposta, che questo mise in carta; 
si trovò il mezzo di mandarla ad Antonio Rivolta nel 
luogo ilei suo domicilio; tulio questo però non così presi o 
come noi lo racconliamo. Renzo ehhe la risposta, e fece 
riscrivere. In somma, s'avviò tra le due parti un car- 
teggio, nò rapido nò regolare, ma pure, a balzi e ad in- 
tervalli, continualo. 



CAPITOLO XXVII. 87 

Ma por avere uiridoa di quel carteggio, bisogna sa- 
pere un poco come anelassero allora (ali cose, anzi come 
vadano; perchè, in questo particolare, credo che ci sia 
|)()C() nulla di cambiato. 

11 contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bi- 
sogno di scrivere , si livolge a uno che conosca (jiiel- 
r arte, scegliendolo per quanto può, fra quelli della sua 
condizione, perchè degli altri si perita, o si fida poco: 
r informa, con più o meno ordine e chiarezza, degli an- 
tecedcnli : e gli espone, nella slessa maniera, la cosa da 
mettere in carta. Il letterato, parte intende, parte franlcn- 
de, dà qualche consiglio, propone t|ualche cambiamento, 
dice: lasciate fare a me; piglia la penna, mette come può 
in forma letteraria i pensieri dell'altro, li corregge, li 
migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche 
fuori, secondo gli pare che torni meglio alla cosa; per- 
chè non c'è rimedio, chi ne sa più degli altri non vuol 
essere strumento materiale nelle loro mani; e quando 
entra negli affari altrui, vuol anche fargli andare un po' 
a modo suo. Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli 
riesce sem[)re di dire tutto quel che vorrelìbe; cpialcbe 
volta gli accade di dire tiitl' altro : accadi^ anche a noi 
altri, che scriviamo per la stampa. Quando la lettera cosi 
composta arriva alle mani del corrispondente, che anche 
Ini non aldiia pratica dell' ablùcci, la porta a un altro 
(lotto di ipiel calibro, il (piale gliela legge e gli('la sfiiega. 
Nascono delle (pieslionl sul juodo d'intendere; perchè 
r interessalo, fondandosi sulla cognizione de' fatti ante- 
cedenti, pretende che cei'le parole vogliali dire una cosa; 
il lettore, stando alla pratica che ha della composizione, 
pretende che ne vogliano dire un'altra. Finalmente bi- 
sogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e 
dia a lui l'incarico della risposta: la (piale, latta sul 
gusto della pro[iosta, va poi .soggetta a un' iiiterprela- 
zioue simile. Che se, per di più, il soggetto della cor- 
rispondenza è un po' geloso; se c'entrano allari segreti, 
che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai 



88 1 PROMESSI SPOSI 

che la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, 
e' è stata anche l'intenzione positiva di non dir le cose 
alTatto chiare; allora^ per poco che la corrispondenza duri, 
le parti finiscono a intendersi tra di loro come altre 
volte due scolastici che da qualtr'ore disputassero sul- 
r entelechia: per non prendere una similitudine da cose 
vive; che ci avesse poi a toccare qualche scappellotto. 

Ora il caso de' nostri due corrispondenti era appunto 
quello che ahbiam detto. La prima lettera scritta in nome 
di Renzo conteneva molte materie. Da principio, oltre 
un racconto della fuga, molto più conciso, ma anche pii^i 
arrulTalo (h ipuMIo che avete letto, un ragguaglio delle 
sue circostanze attuali; dal quale, tanto Agnese quanto 
il suo turcimaiuio furono ben lontani di ricavare un co- 
strutto chiaro e intero: avviso segreto, cambiamento di 
nome, esser sicuro, ma dovere star nascosto; cose per 
sé non troppo famigliari a loro intelletti, e nella lettera 
dette anche un po' in cifra. C'era poi delle domande af- 
fannose, appassionate su' casi di Lucia, con de' cenni 
oscuri e dolenti, intorno alle voci che n'erano arrivate 
fino a Renzo. C'erano finalmente speranze incerte, e 
lonlaiie, disegni lanciati iielT avvenire, e intanto pi'o- 
messe e preghiere di mantener la fede data, di non 
perder la pazienza né il coraggio, d'aspettar migliori 
circostanze. 

Uopo un po' (li tempo, Agnese trovò un mezzo fidato 
di far pervenire nelle mani di Renzo una risposta, co' 
ciiu[uanta scudi assegnatigli da Lucia. Al veder lant'oro, 
Renzo non sapeva cosa si pensare; e con l'animo agi- 
tato da una maraviglia e da una sospensione che non 
davan luogo a contentezza, corse in cerca del segretario, 
per farsi interpretar la lettera, e aver la chiave d'un così 
strano mistero. 

Nella lettera, il segretario d' Agnese, dopo qualche la- 
mento sulla poca chiarezza tlella proposta, passava a de- 
scrivere, con chiarezza a un di presso uguale, la tre- 
menda storia di quella persona (così diceva); e qui ren- 



CAPITOLO XXVII. 89 

dova ragione de' cinqiianla scudi; poi veniva a parlar 
del volo, ma per via di [)erifrasi, aggiungendo con pa- 
role più diretlc e aperte, il con.'^iglio di mellere il cuore 
in pace, e di non pensarci più. 

Renzo, poco mancò che non se la prendesse col let- 
tore interprete: tremava, inorridiva, s' infuriava, di quel 
che aveva capilo, e di quel che non aveva potuto capire. 
Tre quattro volte si fece rileggere il terrihile scritto, 
ora parendogli d'intender meglio, ora divenendogli buio 
ciò ch(^ prima gli era parso chiaro. E in quella fehlìre 
di passioni, volle che il segretario mettesse subito mano 
alla penna, e rispondesse. Dopo l'espressioni più forti 
che si possano immaginare di pietà e di terrore per i 
casi di Lucia, «scrivete,» proseguiva dettando, «che io 
il cuoi-e in pace non lo voglio mettere, e non lo met- 
terò mai; e che non son pareri da darsi a un figliuolo 
par mio; e che i danari non li toccherò; che li ripongo, 
e li tengo in deposito, per la dote della giovine; cIk; già 
la giovine dev'esser mia; che io non so di promessa; 
e che ho ben sempre sentilo dire che la Madonna c'en- 
tra per aiutare i tribolali, e per ottener delle grazie, ma 
per far dispetto e per mancar di parola, non l'ho sen- 
tito mai; e; che codesto non può stare; e che, con que- 
sti danari, abbiamo a metter su casa qui; e che, scora 
sono un po' imbrogliato, l'è una burrasca che passerà 
presto; » e cose simili. 

Agnese ricevè poi quella lettera, e fece riscrivere; e 
il carteggio continuò nella maniera che abbiamo detto. 

Lucia, quando la madre ebbe potuto, non so per qual 
mezzo, farle sapere che (piel tale era vivo e in salvo 
e avvertito, senti un gran sollievo, e non desiderava più 
altro, se non che si dimenticasse di lei; o, per dir la 
cosa proprio a un puntino, che pensasse a dimenticarla. 
Dal canto suo, faceva cento volte al giorno una risolu- 
zione simile riguardo a lui; e adoperava anche o.miì 
mezzo per mandarla ad elTcIto. Slava assidua al lavoro, 
cercava d'occuparsi tutta in quello: quando r immagine 

VM. II. ^* 



90 I PROMESSI SPOSI 

(li Renzo le si presentava, e lei a dire o a cantare ora- 
zioni a mente. Ma queir immagine, proprio come se avesse 
avuto malizia, non veniva per lo i)iìi, così alla scoperta; 
s' introduceva di soppiatto dietro all' altre^ in modo clie 
la mente non s' accorgesse d'averla ricevuta, se non dopo 
qualche tempo che la e' era. Il pensiero di Lucia slava 
spesso con la madre; come non ci sarebbe stato ? e il 
Renzo ideale veniva pian piano a mettersi in terzo, come 
il reale aveva fatto tante volte. Cosi con tutte le persone, 
in tutti i luoghi, in tutte le memorie del passato, colui si 
veniva a ficcare. E se la poverina si lasciava andar qual- 
che volta a fantasticar sul suo avvenire, anche li com- 
pariva colui, por dire, .se non altro; io a buon conto 
non ci sarò. Perù, se il non pensare a lui era impresa 
disperata, a pensarci meno, e meno intensamente che il 
cuore avrebbe voluto. Lucia ci riusciva fino a un certo 
segno; ci sarebbe anche riuscita meglio, se fosse stata 
sola a volerlo. Ma c'era donna Prassede, la quale, tutta 
inqiegnata dal canto suo a levarle dall' animo colui, non 
aveva trovato migliore espediente che di parlargliene 
spesso, « Ebbene? » le diceva: « non ci pensiam più 
a colui? » 

« Io non penso a nessuno, » rispondeva Lucia. 

Duima Prassede non s'appagava d'una risposta simile; 
replicava che ci volevan fatti e non parole; si dilTondeva 
a parlare sul costume delle giovani , le quali , diceva , 
« (piando hanno nel cuore uno scapestrato ( ed è li che 
inclinano sempre ), non se lo siaccan più. Un partito 
onesto, ragionevole, d' un galantuomo, d' un uomo asse- 
stato, che, per qualche accidente, vada a monte, son 
.subito rassegnale: ma un rompicollo, è piaga incurabi- 
le. » E allora principiava il panegirico del povero as- 
sente, del birbante venuto a Milano per rubare e scan- 
nare ; e voleva far confessare a Lucia le bricconate che 
colui doveva aver fatte, anche al suo paese. 

Lucia, con la voce tremante di vergogna, di dolore e 
di quello sdegno che poteva aver luogo nel suo animo 



CAPITOLO XXVll. 91 

dolce e nella sua umile fortuna, assicurava e attestava, 
che, al suo paese, quel poveretto non aveva mai fatto 
parlar disc, altro che in bene; avrebbe voluto, diceva, 
che fosse presente qualchednno di là, per fargli far te- 
stimonianza. Anche sud' avventure di Milano, delle quali 
non era ben informata, lo difendeva, appunto con la co- 
gnizione che aveva di lui e de' suoi portamenti fino dalla 
fanciullezza. Lo difendeva o si proponeva di difenderlo, 
per puro dovere di carità, per amore del vero, e, a dir 
proprio la parola con la quale spiegava a se stessa il 
suo sentimento, come prossimo. Ma da queste apologie^ 
donna Prassede ricavava nuovi argomenti per convincer 
Lucia, che il suo cuore era ancora perso dietro a colui. 
E per verità, in que' momenti, non saprei ben dire come 
.la cosa stesse. L' indegno ritratto che la vecchia faceva 
del poverino^ risvegliava, per opposizione, più viva e più 
distinta che mai , nella mente della giovine l' idea che 
vi s'era formata in una così lunga consuetudine; le ri- 
membranze compresse a forza, si svolgevano in folla: 
l'avversione e il disprezzo richiamavano tanti antichi 
motivi di stima ; 1' odio cieco e violento faceva sorger 
più forte la pietà; e con questi alletti, chi sa quanto ci 
potesse essere o non essere di quell'altro che dietro ad 
essi s'introduce così facilmente negli animi; figuriamoci 
cosa farà in quelli, donde si tratti di scacciarlo per forza. 
Sia come si sia, il discorso, per la parte di Lucia, non 
sarebbe mai andato mollo in lungo; che le parole tìni- 
van presto in pianto. 

Se donna Prassede fosse slata spinta a trattarla in 
quella maniera da qualche odio inveterato contro di lei, 
forse quelle lacrime l'avi-ebbero tocca, e fatta smettere; 
ma parlando a (in di bene, tirava avanti, senza lasciarsi 
smovere: come i gemiti, i gridi supplichevoli, putraiino 
ben trattenere l'arme d'un nemico, ma non il ferro d'un 
chirurgo. Fatto però bene il suo dovere per ciucila volta, 
dalle stoccate e da' rabbufii veniva all'esortazioni, ai con- 
sigli, conditi anche di qualche lode, per temperar cosi 



92 1 PROMESSI SPOSI 

l'agro col dolce, e ottener meglio l'effetto, operando sul- 
l'iinimo in tutti i versi. Certo, di quelle baruffe (che 
avcvan sempre a un di presso lo stesso principio, mezzo 
e fine), non rimaneva alla buona Lucia propriamente 
astio contro l'acerba predicatrice, la quale poi nel resto la 
tr.iltava con gran dolcezza; e anche in questo, si vedeva 
una buona intenzione. Le rimaneva bensì un ribollimento, 
una sollevazione di pensieri e d'affetti tale che ci voleva 
molto tempo e molta fatica per tornare a quella qualun- 
que calma di prima. 

Buon per lei, che non era la sola a cui donna Pras- 
scilc avesse a far del bene; sicché le baruffe non pote- 
vano esser così frequenti. Oltre il resto della servitù, tutti 
cervelli che avevan bisogno, più o meno, d'esser raddiriz 
zati e guidati; oltre tutte l'altre occasioni di prestar lo. 
stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era 
obbligala a niente: occasioni che cercava, se non s'of- 
frivan da se; aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, 
ma che le davan più da pensare, che se ci fossero state. 
Tre eran monache; due maritate; e donna Prassede si 
trovava naturalmente aver tre monasteri e due case a cui 
soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto più 
faticosa, che due mariti, spalleggiati da padri, da ma- 
dri, da fratelli, e tre badesse, fiancheggiate da altre di- 
gnità a da molte monache, non volevano accettare la 
sua soprintendenza. Era una guerra, anzi cinque guerre, 
coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e senza 
tregua: era in quc' luoghi un'attenzione continua a scan- 
sare la sua premura, a chiuder l'adito a' suoi pareri, a 
eludere le sue richieste, a far che fosse al buio, più 
che si poteva, d'ogni atlarc. Non parlo de' contrasti , 
delle dilfìcoltà che incontrava nel maneggio d'altri af- 
fari anche più estranei: si sa che agli uomini il bene 
bisogna, le più volte, farlo per forza. Dove il suo zelo 
poteva esercitarsi liberamente, era in casa: h ogni per- 
sona era soggetta, in tutto e per tutto, alla sua autorità, 
fuorché don Ferrante, col quale le cose andavano in un 
modo affatto particolare. 



CAPITOLO XXVH 93 

Uomo (li sliidio, non gli piaceva nò di comandare nò 
d'nlil)idire. Che, in tulle le cose di casa, la signora mo- 
glie fosse la padrona, alla buon'ora; ma lui servo, no. 
E se, pregato, le prestava a un'oc(;orrenza l'ufizio della 
penna, era perchè ci aveva il suo genio; del rimaiienle, 
anche in questo sapeva dir di no, quando non l'osse 
persuaso di ciò che lei voleva fargli scrivere. «La s'in- 
gegni, » diceva in que'casi; « faccia da se, giacche la 
cosa le par tanto chiara. » Donna Prassede , dopo aver 
tentato per qualche tempo, e inutilmente, di tirarlo dal 
lasciar lare al fare, s'era ristretta a brontolare spesso 
contro di lui, a nominarlo uno schivafatiche, un uomo 
fisso nelle sue idee, un letterato; titolo nel quale, in- 
sieme con la stizza, c'entrava anche un po' di compia- 
cenza. 

Don Ferrante passava di grand' ore nel suo studio , 
dove aveva una raccolta di libri considerabile, poco meno 
di trecento volumi ; tutta roba scelta , tutte opere delle 
più riputate, in varie materie; in ognuna delle quali era 
più meno versato. Nell'astrologia, era tenuto, e con 
ragione, per più che un dilettante; perchè non ne pos- 
sedeva soltanto quelle nozioni generiche, e quel voca- 
bolario comune, d'inllusso, d'aspetti, di congiunzioni; 
ma sapeva parlare a proposito, e come dalla cattedra, 
delle dodici case del cielo, de' circoli massimi, de' gradi 
lucidi e tenebrosi, d'esaltazione e di deiezione, di tran- 
siti e di rivoluzioni, de' principi in somma più certi e 
più reconditi della scienza. Ed cran forse vent'anni che, 
in dispute frequenti e lunghe, sosteneva la domificazionc 
del Cardano contro un altro dotto attaccato ferocemente 
a quella dell'Alcabizio, per mera ostinazione, diceva don 
Ferrante; il (juale, riconoscendo volentieri la sup(!riorità 
degli antichi, non poteva però solTrire quel non voler 
dar ragione a' moderni, anche dove l'hanno chiara che 
la vedrebbe ognuno. Conosceva anche, più che medio- 
cremente, la storia della scienza; sapeva a un bisogno 
citare le più celebri predizioni avverale, e ragionar sol- 



94 1 PROMESSI SPOSI 

tilmente ed eruditaraenle sopra altre celebri predizioni 
andale a vólo, per dimostrar che la colpa non era della 
scienza, ma di chi non l'aveva sapula adoprar bene. 

Della fdosofia antica aveva imparalo quanto poteva ba- 
stare, e n'andava di continuo imparando di più, dalla 
lettura di Diogene Laerzio. Siccome però quo' sistemi , 
per quanto sian belli, non si può adottarli lutti; e, a 
voler essere fdosofo, bisogna scegliere un autore, cosi 
don Ferrante aveva scelto Aristotile, il quale, come di- 
ceva lui, non è né antico nò moderno; è il filosofo. 
Aveva anche varie opere de' più savi e sottili seguaci 
di lui, tra i moderni : quelle de' suoi impugnalori non 
aveva mai voluto leggerle, per non buttar via i danari. 
Per eccezione però, dava luogo nella sua libreria a que' 
celebri venlidue libri De snblilitale, e a qualche allro[H'ra 
antiperipatetica del Cardano, in grazia del ?uo valore in 
astrologia; dicendo che chi aveva potuto scrivere il trat- 
tato De reslitalione temporum et motuum ca'IesUuin, e il 
libro Duodeciììì ijeìnlnrarum, meritava (Fessere ascollalo, 
anche ([uando spro|)Ositava; e che il gran difetto di quel- 
l'uomo era stato d'aver troppo ingegno; e che nessuno 
si può immaginare dove sarebbe arrivato, anche in filo- 
sofia, se fosse stato sempre nella strada retta. Del rima- 
nente, quantunipie, mil giudizio de' dotti, don Ferrante 
passasse per un peripatetico consumato, non ostante a lui 
non pareva di saperne abbastanza; e più d' una volta 
disse, con gran modestia, che 1' essenza , gli universali, 
l'anima del mondo, e la natura delle cose non eran cose 
tanto chiare, (pianto si potrebbe credere. 

Della lìlosolìa naturale s'era fatto più ,un passatempo 
che uno studio; l'opere stesse d'Aristotile su questa ma- 
teria, e quelle di Plinio le aveva piuttosto lette che stu- 
diate: non di meno, con questa lettura, con le notizie 
raccolte incidentemente da' trattali di filosofia generale, 
con qualche scorsa data alla Maijici naturale del Porla, 
alle tre storie lapidam, aniìnaliuni, plantaram, del Car- 
dano, al Trattato dell'erbe, delle piante, degli animali, 



CAPITOLO XXVII. 9S 

d'Alberto Magno, a qualche a Ur' opera di minor conto, 
sapeva a tempo trattenere una conversazione ragionando 
delle virtù più mirabili e dello curiosità più singolari 
di molti semplici; descrivendo esallamenle le forme e 
l'abitudini delle sirene e dell'unica fenice; spiegando 
come la salamandra stia nel fuoco senza bruciare; come 
la remora, quel pesciolino, abbia la forza e 1' abilità di 
fermare di punto in bianco, in alto mare, qualunque 
gran nave; come le gocciole della rugiada diventin perle 
in seno delle conchiglie; come il camaleonte si cibi 
d'aria; come del ghiaccio lentamente indurato, con l'an- 
dar de' secoli, si formi il cristallo; e altri de' più mara- 
vigliosi segreti della natura. 

In quelli della magia e della stregoneria s'era inter- 
nato di più, trattandosi, dice il nostro anonimo, di scienza 
molto più in voga e più necessaria, e nella quale i fatti 
sono di molto maggiore importanza, e più a mano, da 
poterli veriticare. Non e' è bisogno di dire che, in un 
tale studio, non aveva mai avuta altra mira che d' istruirsi 
e di conoscere a fondo le pessime arti de' maliardi, per 
potersene guardare, e difendere. E, con la scorta prin- 
cipalmente del gran Martino Delrio (l'uomo della scienz;i). 
era in grado di dì^covrcrc ex professo del malelìcio son- 
nifero, del maleficio ostile, e dell' infinite specie che, 
pur troppo, dice ancora f anonimo, si vedono in pratica 
alla giornata, di questi tre generi capitali di malie, con 
effetti così ilulorosi. Ugualmente vaste e fondale eraii le 
cognizioni di don Ferrante in fatto di storia, specialmente 
universale: nella quale i suoi autori erano il Tarcagnota, 
il Dolce, il Bugatli, il Campana, il Guazzo, i più ripu- 
tati in somma. 

Ma cos'è mai la storia, diceva sptsso don Ferrante, 
senza la politica? Una guida che cammina, cammina, 
con nessuno dietro che impari la strada, e per conse- 
guenza butta via i suoi passi; come la politica senza la 
storia ò uno che cammina senza guida. C'era duii<iue 
ne' suoi scaflali un palchetto assegnato agli slalisli; dove, 



96 I PROMESSI SPOSI 

tra molti di piccola mole, e di fama secondaria, spicca- 
vano il Bodino, il Cavalcanti, il Sansovino, il Paruta, il 
Boccalini. Due però erano i libri che don Ferrante an- 
teponeva a tutti, e di gran lunga, in questa materia: 
due che, fino a un certo tempo, fu solito di chiamare 
i primi, senza mai potersi risolvere a qual de' due con- 
venisse unicamente quel grado ; 1' uno, il Principe e i 
Discorsi del celebre segretario fiorentino; mariolo, sì, 
diceva don Ferrante, ma profondo: l'altro, la fìayion di 
Slato del non men celebre Giovanni Bolero; galantuomo 
si, diceva pure, ma acuto. Ma, poco prima del tempo 
nel quale è circoscritta la nostra storia, era venuto fuori 
il libro che terminò la questione del primato, passando 
avanti anche all'opere di que' due maladori, diceva don 
Ferrante; il libro in cui si trovan racchiuse e come 
stillate tutte le malizie, per poterle conoscere, e lutle le 
virtù, per poterle pralicare; quel libro piccino, ma tutto 
d'oro ; in una parola, lo Statista Reijnaìite di don Vale- 
riano Castiglione, di queir uomo celeberrimo, di cui si 
può dire, che i più gran letterati lo esaltavano a gara, 
e i più gran personaggi facevano a rubarselo; di quel- 
r uomo che il papa Urbano Vili onorò, come è noto, 
di magnifiche lodi: che il cardinal Borghese e il viceré 
di Napoli, don Pietro di Toledo, sollecitarono a descri- 
vere, il primo i fatti di papa Paolo V, 1' altro le guerre 
del re cattolico in Italia, l'uno e l'altro invano; di 
queir uomo, che Luigi XIII, re di Francia, per sugge- 
rimento del cardinal Richelieu , nominò suo istoriogra- 
fo; a cui il duca Carlo Emanuele di Savoia conferì la 
stessa carica; in lode di cui, per tralasciare altre glo- 
riose testimonianze, la duchessa Cristina, figlia del cri- 
stianissimo re Enrico IV, potè in un diploma, con molti 
altri titoli, annoverare « la certezza delia fama ch'egli 
ottiene in Italia, di primo scrittore de' nostri tempi. » 

Ma se, in tutte le scienze suddette, don Ferrante po- 
teva dirsi addottrinato, una ce n'era in cui meritava e 
godeva il titolo di professore: la scienza cavalleresca. 



CAPITOLO XXVll. 97 

Non solo ne ragionava con vero possesso, ma pregalo 
fre(iiien(emenle d' inli^rvenire in airuri d' onore, dava 
sempre qualche decisione. Aveva nella sua libreria, e si 
può dire in testa, le opere degli scrittori più riputati 
in tal materia: Paride dal Pozzo, Fausto da Longiano, 
rUrrea, il Muzio, il Romei, l'Albergato, il Forno primo 
e il Forno secondo di Ton[nato Tasso, di cui aveva 
anche in pronto, e a un bisogno sapeva citare a me- 
moria tutti i passi della Gerusalemme Liberata, come 
della Conquistata, che possono far testo in materia di 
cavalleria. L'autore però degli autori, nel suo concetto, 
era il nostro celebre Francesco Birago, con cui si (ro- 
vo anche più d' una volta, a ilar giudizio sopra casi 
d'onore; e il quale, dal canto suo, parlava di don Fer- 
rante in termini di stima particolare. E fin da quando 
vcnner fuori i Discursi Cavallereschi di quell'insigne 
scrittore, Don Ferrante pronosticò, senza esitazione, che 
qucsf opera avrebbe rovinata l' autoiità dell' Olevano, e 
sarebbe rimasta, insieme con 1' altre sue nobili sorelle, 
come codice di primaria autorità presso ai posteri: pro- 
f3zia, dice V anonimo, che ognun può vedere come si 
sia avverata. 

Da questo passa poi alle lettere amene; ma noi co- 
minciamo a dubitare se veramente il lettore abbia una 
gran voglia lV andar avanti con lui in questa rassegna, 
anzi a temere- di non aver già buscato il titolo di co- 
pialor servile per noi, e quello di seccatore da dividersi 
con r anonimo snilodalo, per averlo bonariamente se- 
guito fin qui, in cosa estranea al racconto principale, e 
nella quale probabilmente non s' è tanto disleso, che 
per isfoggiar dottrina, e far vedere che non era indie- 
tro del suo secolo. Fero lasciando scritto quel che è 
scritto, per non perder la nostra fatica, ometteremo il 
linianentc, per rimetterci in istrada: tanto più che ne 
;ililii;nno un bel jh'Zzo da percorrere senza incontrare 
alcun do' nostri personaggi, e uno più lungo ancora, 
prima di li-ovar quelli ai fatti de' quali certamente il 



98 I PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXVII. 

lettore s' interessa di più, se a qualche cosa s' interessa 
in tutto questo. 

Fino all' autunno del seguente anno 1629, rimasero 
tuttij chi per volontà, chi per forza, nello stato a un 
di presso in cui eli ahbiam lasciati, senza che ad al- 
cuno accadesse, nò che alcun altro potesse far cosa de- 
gna d'esser riferita. Venne l'autunno, in cui Agnese e 
Lucia avevan fatto conto di ritrovarsi insieme: ma un 
grande avvenimento pubblico mandò quel conto all' a- 
ria: e fu questo certamente uno de' suoi più piccoli ef- 
fetti. Seguiron poi altri grandi avvenimenti, che però 
non porlaron nessun cambiamento notabile nella sorte 
de' nostri i)ersonaggi. Finalmente nuovi casi, più gene- 
rali, più forti, più estremi, arrivarono anche fino a loro, 
fino agli infimi di loro , secondo la scala del mondo ; 
come un turl)ine vasto, incalzante, vagabondo, scoscen- 
dendo e sbarbando alberi, arrulTando tetti, scoprendo 
cami)anili, abbattendo muraglie, e sbattendone qua e là 
i rottami, solleva anche i fuscelli nascosti ira l'erba, va 
a cercare negli angoli le foglie passe e leggieri, che un 
minor vento vi aveva confinale, e le porta in giro in- 
volte nella sua rapina. 

Ora, perchè i fatti privati che ci rimaiigon da rac- 
contare, riescan chiari, dobbiamo assohilamriite prenict- 
tere un racconto alla meglio di ipici puliblici, \irendcu- 
dola ancbe un po' da lontano. 



CAPITOLO XXYIII. 



Dopo qnolla sedizione del o:iorno di san Martino e del 
seguente, parve clic l'abbondanza fosse tornala in Milano, 
come per miracolo. Pane in qaantitcà da tutti i fornai; 
il prezzo, come nelTannatc migliori; le farine a propor- 
zione. Coloro clie, in (pie' due giorni s'erano addati a 
urlare o a far anclie qualcosa di piii, avevano ora (meno 
alcuni pochi stati presi) di che lodarsi: e non crediate 
che se ne stessero, appena cessato quel primo spavento 
delle catture. Sulle piazze, sulle cantonate, nelle bettole 
era un tripudio palese, un congratularsi e un vantarsi 
tra' denti d'aver trovata la maniera di far rinviliarc il 
pane. In mezzo perù alla festa e alla baldanza, c'era 
(e come non ci sarebbe stata?) un' inquietudine, un pre- 
sentimento che la cosa non avesse a durare. Assediavano 
i fornai e farinaioli, come già avevan fatto in queir altra 
fattizia e passeggiera abbondanza prodotta dalla prima 
tariffa d'Antonio Ferrer; lutti consumavano senza ri- 
sparmio; chi aveva ([ualche quattrino da parte, l'inve- 
stiva in pane e in farine; facevan magazzino delle casse, 
delle botticinc, delle caldaie. Cosi, facendo a gara a goder 
del buon mercato presente ?i(' rcndi-vant». nuti dico ini 



100 I PROMESSI SPOSI 

possibile la lunga durata, che già lo era per sé, ma 
sempre [nìi ditTicile anche la continuazione momentanea. 
Ed ceco che , il 15 di novembre, Antonio Ferrer , De 
orden de Su Excelencia, pubblicò una grida, con la quale, 
a chiunque avesse granaglie o farine in casa, veniva proi- 
bito di comprarne né punto né poco , e ad ognuno di 
comprar pane, per più che il bisogno di due giorni, 
sotto pene pecuniarie e corporali, alV aìbitrio di Sua Eccel- 
/exjr/; intimazione a chi toccava per ulìzio, e a ogni per- 
sona, di denunziare i trasgressori; ordine a' giudici, di 
far ricerche nelle case che potessero venir loro indicate; 
insieme però, nuovo comando a' fornai di tener le bot- 
teghe ben fornite di pane, mtto pena, in caso di man- 
camento, di cinque anni di yalera, et inagyiore, aWarbi- 
trio di S. E. Chi sa immaginarsi una grida tale eseguita, 
deve avere una bella immaginazione; e certo, se tutte 
quelle che si pubblicavano in quel tempo erano eseguite, 
il ducato di Milano doveva avere almeno lauta gente in 
mare, (juanta ne possa avere ora la gran Jiretagna. 

Sia coni' esser si voglia, ordinando ai fornai di far tanto 
pane, bisognava anche fare in modo che la materia del 
pane non mancasse loro. S' era immaginato ( come sem- 
pre in tempo di carestia rinasce uno studio di ridurre 
in pane de' prodotti che d'ordinario si consumano sot- 
r altra forma), s'era, dico, inunaginalo di far entrare il 
riso nel composto del pane detto di mistura. Il 23 no- 
vembre , grida che sequestra , agli ordini del vicario e 
de' dodici di provvisione, la metà del riso vestito ( risone 
lo dicevano (lui, e lo dicon tuttora) che ognuno pos- 
segga; pena a chiunque ne disponga senza il permesso 
di quo' signori, la perdita della derrata, e una multa 
di tre scudi per moggio. É come ognun vede, la piìi 
onesta. 

Ma questo riso bisognava pagarlo, e un prezzo troppo 
sproporzionalo da quello del i)ane. 11 carico di supplire 
all'enorme dilTerenza era stato imposto alla città; ma il 
Consiglio de' decurioni, che l' aveva assunto per essa , 



CAPITOLO XXVIll. 101 

deliberò lo stesso giorno 23 di novembre, di rappresen- 
tare al governatore F impossibilità di sostenerlo pii'i a 
lungo. E il governatore, con gridìi del 7 di (licfMnl)re, 
fissò il prezzo del riso suddetto a lire dodici il moggio: 
a chi ne cbiedesse di più, come a chi ricusasse di ven- 
dere, intimò la perdila della derrata e una multa d'al- 
trettanto valore, et magifior pena pecumnria e.l ancora 
corporale sino alla rpilera, all' arbitrio di S. E., secondo 
la qualità de' casi et delle persone. 

Al riso brillato era già stato fissato il prezzo prima 
della sommossa; come probabilmente la tariffa o, per 
usare quella denominazione celeberrima negli annali 
moderni, il maximum d(>l grano e delT altre granaglie 
pilli ordinarie sarà stato fissalo con altre gride, che non 
e' è avvenuto di vedere. 

Mantenuto così il pane e la farina a buon mercato in 
Milano, ne veniva di conseguenza che dalla campagna 
accorresse gente a processione a comprarne. Don Gon- 
zalo, per riparare a questo, come dice lui, inconveinente, 
proibì, con un' altra grida del lo di dicembre, di poitar 
fuori della città pane, per più del valore di venti soldi: 
pena la perdita del pane medesimo, e venticinque scu- 
di, et in caso di inhabililà, di due tratti di corda in 
puhliro, et ma(j()ior pena ancora, secondo il solito, al- 
l' arbitrio di S. E. Il 22 dello stesso mese (e non si 
vede perchè così tardi), pubblicò un ordine somigliante 
per le farine e per i grani. 

La moltitudine aveva voluto far nascere l' abbondanza 
col saccheggio e con l'incendio; il governo voleva man- 
tenerla con la galera e con la corda. I mezzi erano 
convenienti tra loro; ma cosa avessero a fare col fine, 
il lettore lo vede: come valessero in fatto ad ottenerlo, 
Io vedrà a momenti. È poi facile anche vedere, e non 
inutile r osservare come ti-a quegli strani iirovvedimenli 
ci sia però una connessione necessaria: ognuno ci'a una 
cons(^a:nenza inevitabile dell' antecedente , e tutti del 
primo, che fissava al pane un prezzo cosi lontano dal 



i02 I PROMESSE SPOSI 

prezzo reale, da quello cioè che sarebbe risiillalo natu- 
ralmente dalla proporzione tra il bisogno e la quantità. 
Alla moltitudine un tale espediente e sempre parso, e 
ha sempre dovuto parere, quanto conforme all' equità, 
altrettanto semplice e agevole a mettersi in esecuzione: 
è quindi cosa naturale che, neir angustie e ne' patimenti 
della carestia, essa lo desideri, l' implori e, se può, l'im- 
ponga. Di mano in mano poi che le conseguenze si 
fanno sentire, conviene che coloro a cui tocca, vadano 
al riparo di ciascheduna, con una legge la quale proi- 
bisca agli uomini di far quello a che eran portati dal- 
l' antecedente. Ci si perm;'lta d'osservar qui di passag- 
gio una combinazione singolare. In un paese e in un' 
epoca vicina, nell' epoca la più clamorosa e la più no- 
tabile della storia moderna, si ricorse, in circostanze si- 
mili, a simili espedienti (i medesimi, si potrebbe quasi 
dire, nella sostanza, con la sola ditleren/.a di proporzio- 
ne, e a un di presso nel medesimo ordine) ad onta dei 
lemi)i tanto cambiali, e delle cognizioni cresciute in 
Europa, e in quel paese forse più che altrove; e ciò 
principalmente perchè la gran massa popolare, alla quale 
(pu3lle cognizioni non erano arrivale, potò far prevalere 
a lungo il suo giudizio, e forzan;, come colà si dice, 
la mano a ([uelli che facevan la legge. 

Cosi, tornando a noi, due erano stati, alla lìn dei 
conti, i frutti principali della sommossa: guasto e per- 
dita effettiva di viveri, nella sommossa medesima; con- 
sumo, hn che durò la tarilìa, laigo, spensierato, senza 
misura, a spese di quel poco grano, che pur doveva 
bastare lino alla Jiuova raccolta. A questi efietli generali 
s' aggiunga quattro disgraziati, impiccati come capi del 
tumulto: due davanti al forno delle grucce, due in cima 
della strada dov' era la casa del vicario di provvisione. 

Del resto, le relazioni storiche di que' tempi son fatte 
così a caso, che non ci si trova neppur la notizia del 
come e del quando cessasse quella tariffa violenta. Se, 
in mancanza di notizie positive, è lecito propor conget- 



CAPITOLO XXVIII. 103 

Iure, noi incliniamo a credere che sia slata al)olila poco 
Itrima o poco dopo il 21 di dicendire^ che fu il giorno 
di quel!' esecuzione. E in quanto alle gride, dopo 1' ul- 
tima che abbiam citata del 22 dello stesso mese, non 
ne troviamo altre in materia di grasce; sian esse perite, 
siano sfuggite alle nostre ricerche, o sia finalmente 
che il governo, disanimato, se non ammaestrato dal- 
l' inefficacia di que' suoi rimedi, e sopratTatto dalle cose, 
le abbia abbandonate al loro corso. Troviamo bensì nelle 
relazioni di più d' uno storico (inclinati, coni' erano, più 
a descriver grand' avvenimeidi. che a notarne le cagioni 
e il progresso) il ritratto del paese, e della città prin- 
cipalmente, ncir inverno avanzato e nella primavera, 
quando la cagion del male, la sproporzione cioè tra i 
viveri e il bisogno, non distrutta, anzi accresciuta dai 
rimedi che ne sospesero leniporariamenle gli effetti, e 
neppure da un' introduzione snffiriente di granaglie este- 
re, alla quale ostavano l'insufficienza de' mezzi pubblici 
e privati, la penuria de' paesi circonvicini, la scarsezza, 
la lentezza e i vincoli del commercio, e le leggi stesse 
tendenti a produrre e mantenere il prezzo basso, quando, 
dico, la cagion vera della carestia, o per dir meglio, la 
carestia stessa operava senza ritegno, e con tutta la sua 
forza. Ed ecco la copia di quel ritratto doloroso. 

A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran 
parie deserte ; le strade, un indicibile spettacolo, un 
corso incessante di miserie, un soggiorno perpetuo di 
patimenti. Gli accattoni di mestiere, diventati ora il mi- 
nor numero, confusi e perduti in una nuova moltitudine, 
ridotti a litigar 1' elemosina con quelli talvolta da cui 
in altri giorni 1' avevan ricevuta. Garzoni e giovani li- 
cenziali da padroni di bottega, che scemato o mancalo 
affatto il guadagno giornaliero, vivevano stentatamente 
degli avanzi e del capitale; de' padroni slessi, per cui 
il cessar delle faccende era slato fallimento e rovina; 
operai, e anche maestri d'ogni manifattura e d' ogni arie, 
delle più comuni come delle più raffinate, delle più ne- 



104 1 PROMESSI SPOSI 

cessane come di quelle di lusso, vaganti di porta in porla, 
di strada in istrada, appoggiati alle cantonate, accovac- 
ciati sulle lastre ; lungo le case e le chiese , chiedendo 
piclo-^aincnte T elemosina, o esitanti tra il hisogno e una 
vergogna non ancor domata, smunti, spossati, rahhrivi- 
diii dal freddo e dalla fame ne' panni logori e scarsi , 
ina che in molli serhavano ancora i segni d' un' antica 
agiatezza; come nell'inerzia e nell'avvilimento, compa- 
riva non so quale indizio d'ahitudini operose e franche. 
Mescolati tra la deplorahile turha , e non piccola parte 
di essa, servitori licenziali da padroni caduti allora dalla 
mediocrità nella strettezza, o che quantunque facollosis- 
i.ni si trovavano inahili, in una tale annata, a mante- 
nere quella solita pompa di seguito. E a tulli questi di- 
versi indigenti s' aggiunga un numero d' altri, avvezzi 
in parte a vivere del guadagno di essi; l)aml)ini, donne, 
vecchi, aggruppati co' loro antichi sostenitori, o dispersi 
in altre parti all'accatto. 

C cran pure, e si distinguevano ai ciuffi arruffati, ai 
cenci sfarzosi, o anche a un certo non so che nel por- 
lamento e nel geslo, a (pici marchio che le consuetudini 
slampano su' visi, tanto più rilevalo e chiaro, quanto più 
sono strane^ molti di quella genia de' bravi che , per- 
duto, per la condizion comune, quel loro pane scelle- 
rato, ne andavan chiedendo per carila. Domati dalla fame, 
non gareggiando con gli alili che di preghiere, spauriti, 
incantati, si slrascicavan per le strade che avevano pei' 
tanto tempo passeggiate a testa alta, con isguardo sospel- 
toso e feroce, vestili di livree ricche e bizzarre, con 
gran penne , guarniti di riche armi , atlillati , profu- 
mali; e paravano umilmente la mano, che tante volle ave- 
vano alzala insolente a minacciare, o traditrice a ferire. 

Ma forse il più brutto e insieme il più compassione- 
vole spettacolo erano i conladini, scompagnati, a coppie, 
a famiglie intere; mariti, mogli, con bambini in collo, 
allaccati dietro le siialle, con ragazzi per la mano, con 
vecchi dietro. Alcuni che, invase e spogliate le loro case 



CAPITOLO XXVIII. lOÌ) 

dalla soklalcsca, alloggiala li odi passaggio, n' eran 
fuggiti (lisperatamcnlc; e Ira quesli ce n'era di (luelli 
che, per far più compassione, e come per dislin/ioiie di 
miseria, facevan vedere i lividi e le margini de' colpi 
ricevuti nel difendere quelle loro poche ultime provvi- 
sioni, scappando da una sfrenatezza cieca e brutale. 
Altri, andati esenti da quel flagello particolare, ma s])inti 
da que' due da cui nessun angolo era stalo inìunine , 
la sterilità e le gravezze, più esorhitanli che mai per sod- 
disfare a ciò che si chiamava i bisogni della guerra, 
eran venuti, venivano alla città, come a sede antica e 
ad ultimo asilo di ricchezza e di pia munificenza. Si 
potevan distinguere gli arrivati di fresco, più ancora che 
all'andare incerto e all'aria nuova, a un fare maravi- 
glialo e intlispettito di trovare una tal piena , una tale 
rivalità di miseria , al termine dove avevan creduto di 
comparire oggetti singolari di compassione, e d'attirare 
a sé gli sguardi e i soccorsi. Gli altri, che da più o men 
tempo giravano e abitavano le strade della città, tenen- 
dosi ritti co' sussidi ottenuti o toccali come in sorte, in 
una tanta sproporzione ira i mezzi e il bisogno; avevan 
dipinta ne' volli e negli atti una più cupa e stanca co- 
sternazione. Vestili diversamente, quelli che ancora si 
potevano dir vestiti: e diversi anche nell'aspetto : facce 
dilavate del basso paese, abbronzale del pian di mezzo 
e delle colline, sanguigne di montanari ; ma lutle aftì- 
late e stravolle, tulle con occhi incavati, con isguardi 
fìssi, tra il torvo e l'insensato; arrulTali i capelli, lun- 
ghe e irsute le barbe: corpi cresciuti e indurati alla 
fatica, esausti ora dal rlisagio; raggrinzata la pelle sulle 
braccia aduste e sugli stinchi e sui pelli scarnili, cIk? 
si vcdcvan di mezzo ai cenci scomposti. E diversamente, 
ma non meno doloroso di questo aspetto di vigore ab- 
battuto, l'aspetlo d'una natura più presto vinta, d'un 
languore e d'uno sfinimento iiiù abbandonalo, nel sesso 
e neir eia più deboli. 
Qua e là per le strade, rasente ai muri delle case, 



106 1 PROMESSI SPOSI 

qiiak'lie po' di paglia pesta, trita e mista d'immondo 
ciarpnme. E una tal porcheria era però un dono e uno 
studio della carità; eran covili apprestati a qualclieduno 
di que' meschini, per posarci il capo la notte. Ogni tanto, 
ci si vedeva, anche di giorno, giacere o sdraiarsi taluno 
a cui la stanchezza o il digiuno aveva levate le forze e 
tronche le gamhe, qualche volta quel tristo letto portava 
un cadavere : qualche volta si vedeva uno cader come 
un cencio all' improvviso, e rimaner cadavere sul selciato. 

Accanto a qualclieduno di quc' covili, si vedeva pure 
chinato qualche passeggiero o vicino, attirato da una 
compassion suhitanea. In qualche luogo appariva un soc- 
corso ordinato con più lontana previdenza, mosso da una 
mano ricca di mezzi, e avvezza a heneficare in grande; 
ed era la mano del huon Federigo. Aveva scelto sei 
preti ne' quali una carità viva e perseverante fosso ac- 
compagnata e servita da una complessione rohusta; gli 
aveva divisi in coppie, e ad ognuno assegnata una terza 
parie della città da percorrere, con dietro facchini cari- 
chi di vari cibi, d'altri più sottili e più pronti ristora- 
tivi, e di vesti. Ogni mattina, le tre coppie si mettevano 
in istrada da diverse parli, s'avvicinavano a quelli che 
vedevano abbandonati per terra, e davano a ciascheduno 
aiuto secondo il bisogno. Tahino già agonizzante e non 
più in caso di ricevere alimento, riceveva gli ultijiii soc- 
corsi e le consolazioni della religione. Agli all'amali di- 
spensavano minestra, ova, pane, vino; ad altri, estenuati 
da più antico digiuno, porgevano consumati, stillati, vino 
più generoso, riavendoli prima, se faceva il bisogno, con 
cose spiritose. Insieme, distribuivano vesti alle nudità 
più sconce e più dolorose. 

Nò qui finiva la loro assistenza: il buon pastore aveva 
voluto che, almeno dov'essa poteva arrivare, recasse un 
sollievo elTicace e non momentaneo. Ai poverini a cui 
quel primo ristoro avesse rese forze bastanti per reg- 
gersi e per camminare, davano un po' di danaro afhn- 
chò il l)isogno rinascente e la mancanza d' altro soccorso 



CAPITOLO XXVIII. 107 

non li riincllosso bori presto nello si;iio di prima; a^li 
alili (arcavano ricovero e inaiilcnimciito, in (jiialelie casa 
(.Ielle più vicine. In quelle ile' l)eneslanli, erano per lo più 
ricevuti per carità, e come raccomandati dal cardinale; 
in altre, dove alla buona volontà mancassero i mezzi 
cliiedevan que' preti che il poverino fosse ricevuto a doz- 
zina, fissavano il [irezzo, e ne sborsavan subilo una parie 
a conto. Davano poi, di questi ricoverati, la nota ai par- 
roclii, acciocché li visitassero ; e tornavano essi medesimi 
a visitarli. 

Non e' è bisogno di dire clie Federigo non rislringeva 
le sue cure a questa estremità di patimenti, nò l'aveva 
aspellata per commoversi. Quella carila ardente e ver- 
satile doveva tutto sentire, in tutto adoprarsi, accorrere 
dove non aveva potuto prevenire, prender, per dir così, 
laute forme, in quante variava il bisogno. Infatti, radu- 
nando tulli i suoi mezzi, rendendo più rigoroso il ri- 
sj)aiinio, mettendo mano a risparmi destinali ad altre 
liberalità, divenute ora d' un'importanza troppo secon- 
daria, aveva cercato ogni maniera di far danari, per im- 
piegarli tutti in soccorso degli affamali. Aveva falle gran 
compre di granaglie , e speditane una buona parie ai 
luoghi della diocesi, che ii'eran più scarsi; ed essemlo 
il soccorso troppo inferiore al bisogno, mandò anche del 
sale, « con cui, » dice raccontando la cosa, il Ripamonti (l), 
l'erbe del prato e le cortecce degli alberi si convertono 
in cibo.» Granaglie pure e danari aveva distrilniili ai 
parrochi della città; lui slesso la visitava, quartiere per 
quailiert', dispensando elemosine; soccorreva in segreto 
multe famiglie povere; nel palazzo arcivescovile, come 
attesta uno scrittore contemporaneo, il medico Alessan- 
dro Tadino, in un suo fìanfiufKjlio che avremo spesso 
occasion di citare andando avanti, si dislribuivano ogni 
mattina due mila scodelle di minestra di riso (2). 

(1) Hisloria- Palria). D'cadis V, Lib. VI, papr. 386. 

(2) Ragguagli') il--ir origini^ ci giurnali suiTossi rlclla gran peste rcmla- 
giusa, v.'ni'dca ci malcllca, s^-guila ii'lja citta ili Milano eie. Milano lOiS, 
l'ig 1'-.. 



108 I PROMESSI SPOSI 

Ma quesli elTetti di carila, clie possiamo cerlamenle 
chiamar grandiosi, quando si consideri ciie venivano da 
un sol uomo e dai soli suoi nurA/A («xiaccliè Fedinngo 
ricusava, per sislema, di farsi dispensaSore delle libera- 
lità allrui), questi, insieme con le liberalità d'altre mani 
private, se non così feconde, pur numerose ; insieme con 
le sovvenzioni che il Consiglio de' decurioni aveva de 
creiate, dando al tribunal di provvisione l'incombenza 
di distribuirle; erano ancor poca cosa in paragone del 
bisogno. Mentre ad alcuni montanari vicini a morir di 
fame, veniva, per la carità del cardinale, prolungata la 
vita, altri arrivavano a quell'estremo; i primi, finito quel 
misurato soccorso, ci ricadevano; in altre parli non di- 
menticate, ma posposte, come meno angustiate, da una 
carità costretta a scegliere, l'angustie divenivan mortali; 
per lutto si periva, da ogni parte s'accorreva alla città. 
Qui, due migliaia, mettiamo, d'affamati più robusti ed 
esperii a superar la concorrenza e a farsi largo, avevano 
a (juistata una minestra, tanto da non morire in (iu<'l 
giorno; ma più altre migliaia rimanevano indietro, in- 
vidiando quei, diremo noi, più fortunati, quando, tra i 
rimasti indietro, c'erano spesso le mogli, i figli, i padri 
loro? E mentre in alcune parti della città, alcuni di quei 
più abbandonati e ridotti all'estremo venivan levati di 
terra, rianimati, ricoverali e provveduti per qualche tem- 
po; in cent' altre parti, altri cadevano, languivano o an- 
che spiravano, senza aiuto, sen/.a refrigerio. 

Tutto il giorno, si sentiva per le strade un ronzio con- 
fuso di voci supplichevoli; la notte, un susurro di gemiti, 
rollo di quando in quando da alli lamenti scoppiali al- 
l'improvviso, da urli, da accenti profondi d'invocazione, 
che terminavano in islrida acute. 

E cosa notabile che, in un tanto eccesso di stenti, in 
una tanta varietà di querele, non si vedesse mai un len- 
talivo, non iscappasse mai un grido di sommossa; al- 
meno non se ne trova il minimo cenno. Eppure, Ira co- 
loro che vivevano e morivano in quella maniera, c'era 



CAPITOLO XXVIll 109 

un buon iiumoro d' uomini educali a lull'altro che a 
lollerare; c'erano a centinaia, di quc' medesimi, che il 
giorno di san Marlino, s'erano lanlo falli senlire. Ne si 
può pensare die T esempio ile' quallro disgra/.iali che n'a- 
vevano porlala la pena per tulli, fosse quello che ora 
li tenesse tulli a freno: qual forza poteva avere, non la 
presenza, ma la memoria de' supplizi sugli animi di una 
moltiindine vagabonda e riunila, che si vedeva come con- 
dannata a un lenlo supplizio, che gicà lo pativa? Ma noi 
uomini slam in generale falli cosi: ci rivoltiamo sdegnali 
e furiosi coidro i mali mezzani, e ci curviamo in si- 
lenzio sotto gii estremi; sopportiamo, non rassegnati 
ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo 
chiamalo iiiso|)porlabile. 

Il vólo che la morlalilà faceva ogni giorno in (juella 
deplorabile mollitudine, veniva ogni giorno più che riem- 
pilo; era un concorso continuo, prima da' paesi circon- 
vicini, poi da lutto il contado, poi dalle citlà dello stalo, 
alla fine anche da altre. E intanto, anche da quesla 
partivano ogni giorno antichi abilalori; alcuni per sot- 
trarsi alla visla di tante piaghe: allri. vedendosi, per dir 
così, preso il posto da' nuovi concorrenti d'accatto, usci- 
vano a un'ultima disperata prova di chieder soccorso 
altrove, dove si fosse, dove almeno non fosse così Alla 
e così incalzarde la folla e la rivalila del chiedere. S' in 
conlravano nell'opposto viaggio (piesli e (jue' pellegrini, 
spettacolo di ribrezzo gli uni agli altri, (; saggio dolo- 
roso, augurio sinistro del termine a cui gli uni e gli 
altri erano incamminati. Ma seguitavano ognuno la sua 
strada, se non più per la sperenza di mutar sorte, al- 
meno per non tornare sotto un cielo divenuto odioso . 
jMT non rivedere i Inoulii di)ve avcvan disperato. S»; non 
che taluno, mancandogli alTatto le forze, cadeva [wv l;i 
sirada, e rimaneva lì morto: spettacolo ancor più fune- 
<»to ai suoi conipairni di miseria, oggetto d'orrore, forse 
di rimprovero agli allia iiasseggieri. « V'idi io.» scrive il 
liipamonli. « nella strada che giri le mura, il cadavere 



liO l PROMESSI SPOSI 

d'una donna Lo usciva di bocca dell'erba mezza 

rosicchiala, e le labbra facevano ancora quasi un allo di 
sforzo rabbioso Aveva un fagoltino in ispalla, e at- 
taccalo con le fasce al petto un bambino, che piangendo 
chiedeva la poppa .... Ed erano sopraggiunte persone 
compassionevoli, le ipiaH, raccollo il meschniello di terra, 
lo porlavan via, adempiendo cosi intanto il primo ufizio 
materno. » 

Quel contrapposto di gale e di cenci, di superfluità e 
di miseria, spettacolo ordinario de' tempi ordinari, era 
iì^ra affatto cessato. I cenci e la miseria eran (juasi per 
lutto; e ciò che se ne distingueva, era appena un'ap- 
parenza di parca mediocrità. Si vedevano i nobili cam- 
minare in abito semplice e dimesso, o anche logoro e 
gretto; alcuni, perchè le cagioni comuid della miseria 
avevan mutata a (|uel segno anche la loro fortuna, o 
dato il tracollo a patrimoni già sconcertati: gli altri o 
che temessero di provocare col fasto la pubblica dispe- 
razione, che si vergognassero d'insultare alla pubblica 
calamità. One' prepotenti odiati e rispellati, solili a an- 
dare in giro con uno strascico di bravi, andavano ora 
i|uasi soli, a capo basso, con visi che parevano offrire 
e chieder pace. Altri che, anche nella prosperità, erano 
stati di pensieri più umani, e di portamenti più modesti, 
j)arevano anch'essi confusi, costernati, e come sopraffatti 
dalla vista cordinua d'una miseria che sorpassava, non 
solo la possibililà del soccorso, ma direi fjuasi, le forze 
della compassione. Chi aveva il modo di far qualche ele- 
mosina, doveva però fare una trista scelta tra fame e 
fame, tra urgenze e urgenze. E appena si vedeva una 
mano pietosa avvicinarsi alla mano d' un infelice, nasceva 
all'intorno una gara d' altri infelici; coloro a cui l'ima- 
neva più vigore, si facevano avanti a chieder con più 
istanza; gli estenuati, i vecchi, i fanciulli, alzavano le 
mani scarne; le madri alzavano e facevan veder da lon- 
tano i bambini pianuenii, mal rinvoltali nelle fasce cen- 
ciose, ^^ ripiegati, per lanauon^ nelle loro mani. 



CAPITOLO XXVIII. Ili 

Cosi passò r inverno e la primavera: e già da qual- 
elie tempo il tribunale della sanila andava rappresen- 
tando a quello della provvisione il pericolo del contagio, 
che sovrastava alla città, per tanta miseria ammontata 
in ogni parte di essa; e proponeva che gli accattoni ve- 
nissero accolti in diversi ospizi. Mentre si discute que- 
sta proposta, mentre s'approva, mentre si pensa ai mezzi, 
ai modi, ai luoghi, per mandarla ad effetto, i cadaveri 
crescono nelle strade ogni giorno più; a proporzion di 
questo, cresce tutto l'altro ammasso di miserie. Nel tri- 
bunale di provvisione vien proposto, come più facile e 
più sptnlitivo, un'altro ripiego, di radunar tutti gii ac- 
cattoni, saiH e infermi, in un sul luogo, nel lazzeretto, 
dove fosser mantenuti e curati a spese del pubblico; e 
COSI vien risoluto, contro il parere della Sanità, la quale 
opponeva che, in una così gran riunione , sarebbe cre- 
sciuto il piTicolo a cui si voleva metter riparo. 

Il lazzeretto di Milano (se, per caso, questa storia ca- 
pitasse nelle mani di (jiialcheduno che non lo conoscesse, 
nò di vista nò per descrizione) è un recinto quadrilatero 
e quasi quadrato, fuori della città, a sinistra della porta 
detta orientale, distante dalle mura lo spazio della fossa, 
d" una strada di circonvallazione, e d'una gora che gira 
il recinto medesimo. I due lati maggiori son lunghi a 
un di presso cinquecento passi; gli altri due, forse quin- 
dici meno; tutti dalla parte esterna, son divisi in pic- 
cole stanze d'un piano solo; di dentro gira intorno a 
tre di essi un portico continuo a vòlta, sostenuto da pic- 
cole e magre colonne. 

Le stanzine eran dugcnt'ollanlullu. o giù di li: a" no- 
stri giorni, una grande apertura fatta nel mezzo, e una 
piccola, in un canto della facciata del lato che cosleg- 
uia la strada maestra, ne hanno portate via non so quante. 
AI tempo ilella nostra storia, non e' eran che due en- 
iiature; una nel mezzo dal lato che guarda le mura 
della città, l'altra di rimpetlo, nell'opposto. Nel centro 
dello spazio interno, c'era, e c'è tull'ora, una piccola 
chiesa uttaniiolare. 



112 I PROMESSI SPOSI 

La prima destinazione di tutto Tedifizio, cominciato 
neir anno 1189, co' danari d'un lascito privato, continualo 
poi con quelli del pubblico e d' altri testatori e dona- 
tori, fu, come r accenna il nome stesso, di ricoverarvi 
all'occorrenza, j?li ammalati di peste; la quale, già molto 
prima di (|ueir epoca, era solita, e lo fu per mollo tempo 
dopo, a comparire quelle due, quattro, sei, otto volle per 
secolo, ora in questo, ora in qneì paese d' Europa, pren- 
dendone talvolta una gran parte, o ancbe scorrendola 
tutta, per il lungo e per il largo. Nel momento di cui 
parliamo, il lazzeretto non serviva cbe per deposito delle 
mercanzie soggette a contumacia. 

Ora, per metterlo in libertà, non si stette al rigor delle 
leggi sanilarie, e fatte in fretta in fretta le purghe e gli 
esperimenti prescritti, si rilasciaron tutte le mercanzie a 
un tratto. Si fece stender della paglia in tutte le stanze, 
si fecero provvisioni di viveri, della iiualilà e nella qnan- 
tità che si potè; e s'invitarono, con pubblico editto, tulli 
gli accattoni a ricoverarsi li. 

Molti vi concorsero volontariamente; lulli quelli che 
giacevano infermi per le strade e per le piazze, ci ven- 
nero traspurtali; in pochi giorni, ce ne fu, tra gli uni 
e gli alici, più (li tre mila. Ma molti più furon quelli 
che reslaron fuori. che ognun ili loio aspettasse di 
veder gli altri andarsene, e di rimanere in pochi a go- 
der l'elemosine della città, o fosse quella naturai ripu- 
gnanza alla clausura, o quella dilhdenza de' poveri per 
ludo ciò che vien loro prujìoslo da chi possiede le ric- 
chezze e il potere (dillidenza sempre proporzionata all'i- 
gnoranza comune di chi la sente e di chi F ispira, al 
numero de' poveri, e al poco giudizio delle leggi), o il 
saper di fatto (piale fosse in realtà il benefizio olTerto, 
fosse tutto (pieslo insiiMue, o che alli'o, il fatto sta che 
la più parl(,', non facendo conto dell'invito, continuavano 
a strascicarsi slentaiido per le strade. Visto ciò, si credè 
bene di passar dall'invito alla forza. Si mandarono in 
ronda birri che cacciassero gli accattoni al lazzeretto, o 



CAPITOLO XXMII. 113 

vi mona^;^;oro lopati quelli clic resistevano; per ognun 
(leniuali fu assegnalo a coloro il premio di tlieci soldi: 
(vco se, anche nelle maggiori slreltezze, i danari del 
pubblico si Irovan sempre, per impiegarli a sproposito. 
E quantunque, com'era stata congettura, anzi intento 
espresso della Provvisione, un certo numero d'accaltoni 
sfrattasse dalla città, per andare a vivere o a morire al- 
trove, in libertà almeno; pure la caccia fu tale che, in 
poco tempo, il numero de' ricoverali, tra ospiti e prigio- 
nieri, s'accostò a dieci mila. 

Le donne e i bambini, si vuol supporre che saranno 
stali messi in quartieri separati, benché le memorie del 
tempo non ne dican nulla. Regole poi e provvedimenti 
per il buon ordine, non ne saranno certamente mancati; 
ma si figuri ognuno qual ordine jìolesse essere slaliililo 
e mantenuto, in que' tempi specialmente e in quelle cir- 
costanze, in una così vasta e varia riunione, dove coi 
volontari si trovavano i forzati; con quelli per cui l'ac- 
catto era una necessità, un dolore, una vergogna, coloro 
di cui era il mestiere; con molli cresciuti nell'onesta 
attività de' campi e dell' officine, molti altri educali nelle 
piazze, nelle taverne, ne palazzi de' prepotenti, all'ozio, 
alla truffa, allo scherno, alla violenza. 

Come slessero poi tutti insieme d' alloggio e di villo, 
si potrel)l»e tristamente congetturarlo, ([uando non n a- 
vessimo notizie positive; ma le abbiamo. Dormivano am- 
montali a venti, a trenta per ognuna di (jnelle cellette, 
accovacciati sotto i portici, sur un po' di paglia pu- 
trida e fetente, o sulla nuda terra: perchè, s'era bensì 
ordinato che la paglia fosse fresca e a sufficienza, e cam- 
biala spesso: ma in effetto era slata cattiva, scarsa e non 
si cambiava. S' era ugualmente ordinalo che il pane fosse 
di buona qualità: giacche, quale amministratore ha mai 
detto che si faccia e si dispensi roba cattiva? ma ciò 
che non si sarebbe otienuto nelle circostanze solite, an- 
che per un più ristretto servizio, come ottenerlo in quel 
caso, e i)er quella imiltiludine? Si disse ;dl(»ra, ('(•me 



H4 1 PT^OMESSI SPOSI 

troviamo nelle memorie, che il pane del lazzeretto fosse 
alteralo con sostanze pesanti e non nutrienti: ed è pur 
troppo crctliltilo die non fosse uno di que' lamenti in 
aria. D'acqua perfnio c'era scarsiicà; d'acqua, voglio din;, 
viva e salubre: il poxzo comune, doveva esser la gora 
che gira le mura del recinto, bassa, lenta, dove anche 
motosa, e divenuta poi quale poteva renderla l'uso e la 
vicinanza d'una tanta e tal moltitudine. 

A tutte queste cagioni di mortalità, tanto più attive, 
che operavano sopra corpi ammalali o ammalazzati, s'ag- 
giunga una gran perversità della stagione; pioggic osti- 
nate, seguile da una siccità ancor più ostinata, e con 
essa un caldo anticipalo e violento. Ai mali s' aggiunga 
il sentimento de' mali, la noia e la smania della prigio- 
nia, la rimembranza dell' antiche abitudini, il dolore di 
cari perduti, la memoria inquieta di cari assenti, il tor- 
mento e il ribrezzo vicendevole, tant' altre passioni d'ab- 
ballimeiito o di rabbia, portate o nate là dentro; 1' ap- 
prensione poi e lo spettacolo continuo della morte resa 
fi('(jnente da tante cagioni , e divenuta essa medesima 
una nuova e potente cagione. E non farà stupore che la 
mortalità crescesse e regnasse in quel recinto a segno 
di prendere aspetto e, presso molti, nome di pestilenza: 
sia che la riunione e l'aumento di tutte quelle cause 
non facesse che aumentare l'attività d' un' iidluenza pu- 
ramente epidemica, sia (come par che avvenga nelle ca- 
restie anche men gravi e men prolungale di quella) che 
vi avesse luogo un certo contagio, il quale ne' corpi 
afTetli e preparali dal disagio e dalla cattiva qualità degli 
alinicnli, dall' intemperie, dal sudiciume, dal travaglio e 
dairavvilimenlo trovi la tempera, per dir così, e la sta- 
gione sua propria, le condizioni necessarie in somma per 
nascere, nutrirsi e moltiplicare ( se a un ignorante è le- 
cito buttar là queste parole, dietro l' ipolesi proposta da 
alcuni tìsici e riproposta da ultimo, con molte ragioni 
e con molta riserva, da uno, diligente quanto ingegnoso (1): 

(1) noi morbo pelecchi.ile o degli altri ciMitapti in ptonornle ; opera 

«l'I il'iit. P. Knrird Ai'i^ii)i, Gap. MI, § 1 e 2. 



CAPITOLO XXVIIl. llf> 

sia poi elio il contagio scoppiasse da principio nel laz- 
zerctlo mcilosimo, come da un'oscura e inesatta relazione, 
par elle pensassero i medici della Sanila; sia elie vi- 
vesse e andasse covando prima d'allora (ciò elio p;ir forse 
più verisimile, chi pensi come il disagio era già antico 
e generale, e la mortalità già frequente), e che portalo 
in quella folla permanente, vi si propagasse con nuova 
e terribile rapidità. QualuiKjue di (jiicsle congetture sia 
la vera, il numero giornaliero de' morii nel lazzeretto 
oltrepassò in poco tempo il centinaio. 

Mentre in quel luogo tutto il resto era languore, an- 
goscia, spavento, rammarichio, fremito, nella Provvisione 
era vergogna, stordimento, incertezza. Si discusse, si senti 
il parere della Sanità; non si trovò altro che di disfare 
ciò che s'era fatto con tanto apparato, con tanta spesa, 
con tante vessazioni. S'apri il lazzeretto, si licenziaron 
tutti i poveri non ammalati che ci rimanevano , e che 
scapparon fuori con una gioia furibonda. La città tornò 
a risonare dell' antico lamento , ma più debole e inter- 
rotto; rivide quella turba più rada e più compassione- 
vole, dice il Ripamonti, per il pensiero del come fosse 
di tanto scemata. Gì infermi furon trasportali a Santa Ma- 
ria della Stella, allora ospizio di poveri; dove la più parte 
perirono. 

Intanto però cominciavano quei benedetti campi a hion- 
dire. Gli accattoni vcnuli dal contado se n'andarono, 
ognuno dalla sua parte, a quella tanto sospirata segatura. 
Il buon Federigo gli accomiatò con un ultimo sforzo, e 
con un nuovo ritrovato di carità: a ogni contadino che 
si presentasse all'arcivescovado, fece dare un giulio, e 
una falce da mietere. 

Con la messe finalmente c^ssò la carestia: la morta- 
lità, epidemica o contagiosa, scemando di giorno in 
giorno, si prolungò pci'ò fin neiraiiluiino. Kia sul finire, 
quand'eccu un nuovo llagvllo. 

Molte cose importanti, di quelle acni più specialmente 
si dà titolo di storiche, erano accadute in (picsto fral- 



116 1 PROMESSI SPOSI 

tempo. Il cardinal di Richelicu, presa, come s'è detto, 
la Hoccclla, alihorncciata alla meiziio una pace col re d'In- 
p 11 il terra, aveva proposto e persuaso con la sua polente 
parola, nel Consiglio di (|ucllo di Francia, che si soc- 
corresse eftlcacemenle il duca di Neve rs; e aveva insieme 
determinato il re medesimo a condurre in persona la 
spedizione. Mentre si facevan gli apparecchi, il conte di 
Nassau, commissario imperiale, intimava in 3Iantova al 
nuovo duca, che desse gli Stali in mano a Ferdinando, 
questo manderebhe un esercito ad occuparli. Il duca 
che, in piij disperate circostanze, s'era schermito d'ac- 
cettare una condizione così dura e cosi sospetta , inco- 
raggilo ora dal vicino soccorso di Francia, tanto più se 
ne schermiva: però con termini in cui il no fosse rigi- 
ralo e allungalo, quanto si poteva, e con proposte di som- 
missione, anche più apparente, ma meno costosa. Il com- 
missario se n'era andato protestandogli che si verrehhe 
alla forza. In marzo, il cardinal Richelicu era poi calato 
infatti col re, alla lesta d'un esercito; aveva chiesto il 
passo al duca di Savoia ; s' era trattalo; non s' era con- 
cluso; dopo unosconlro, col vantaggio de' Francesi, s'era 
liatlalo di nuovo, e concluso un accordo, nel quale il 
duca, tra 1" altre cose, aveva stipulato che il Cordova le- 
verelihe T assedio da Casale; obbligandosi, se (juesto ri- 
cusasse, a unirsi co' Francesi, per invadere il ducalo di 
Milano. Don Gonzalo, parendogli anche d'uscirne con 
poco, aveva levalo l'assedio da Casale, dov'era subito 
entralo un corpo di Francesi, a rinforzar la guarnigione. 
Fu in questa occasione che l'Achillini scrisse al re 
Luigi quel suo famoso sonetto: 

Sudato, forili, a proparar metalli : 

e un altro, con cui l'esortava a portarsi subito alla li- 
berazione di Terra santa. Ma è un destino che i pareri 
de' poeti non siano ascollali: e se nella storia trovale 
de' falli conformi a qualche loro suggerimento, dite pur 



CAPITOLO xxvn[. 117 

Iranramonto rlT oran cose risoluto prima. Il cardinal 
ili Rlclu'lieu aveva invece slahilito di rilurnaie in 
Francia, per affari che a Ini parevano più nrpenti. 
Girolamo Soranzo, inviato de' Vene/iani, i)otè iienc ad- 
durre raiiioni per combattere (piella risoluzione; che il 
re e il cardinale, dando retta alla sua prosa come ai 
versi dell'Achillini, se ne ritornarono col arrosso dell'e- 
sercito, lasciando soltanto sei mila uomini in Susa. per 
mantenere il passo, e per caparra del trattato. 

Mentre rpiel l'esercito se n'andava da una [)arle, quello 
di Ferdinando s'avvicinava dall'altra; aveva invaso il 
paese de' Gri.uioni e la Valtellina; si disponeva a calar 
nel milanese. Oltre tutti i danni che si potevan temere 
da un tal passaQ",cio, eran venuti espressi avvisi al tri- 
bunale della sanità, che in quell'esercito covasse la pe- 
ste, della quale allora nelle truppe alemanne e' era sem- 
pre qualche spra.zzo, come dice il Varchi, parlando di 
quella che, un secolo avanti, avevan portala in Firenze. 
Alessandro Tadino, uno de' conservatori della sanità, 
(eran sei, oltre il presidente: ([uattro magistrati e due 
medici) fu incaricato dal tribunale, come racconta lui 
stesso, in quel suo ragguaglio già cil?to (1), di rappresen- 
tare al governatore lo spaventoso pericolo che sovrastava 
al paese, se quella gente ci passava, per andare all' assedio 
di Mantova, come s'era sparsa la voce. Da tutti i por- 
tamenti di don Gonzalo, pare che avesse una gran sma- 
nia d'acquistarsi un posto nella storia, la quale infatti 
non potè non occuparsi di lui; ma (come spesso le ac- 
cade) non conobbe, o non si curò di registrare 1' alto 
di lui più degno di memoria, la risposta che diede al 
Tadino in quella circostanza. Rispose che non sapeva 
cosa farci; che i motivi d" interesse e di riputazione, per 
i quali s'era mosso quell'esercito, pesavan più che il 
pericolo rappresentalo; che con tutto ciò si cercasse di 
riparare alla meglio, e si sperasse nella Provvidenza. 

Per riparar dumpie alla meglio, i due medici della 

(1) Pap. ir,. 



118 I PROMESSI SPOSI 

Sanila (il Indino suddetto e Senatore Settala, figlio del 
celclìre Lodovico) proposero in quel tribunale che si 
proibisse sotto severissime pene di comi)rar roba di nes- 
suna sorte da' soldati di' eran per passare; ma non fu 
possibile far intendere la necessità d'un tal ordine al 
presidente, « uomo » dice il Tadino, <t di molta bontcà, che 
non poteva credere dovesse succedere incontri di morte 
di tante migliaia di persone, per il comercio di (luesta 
gente, et loro robbe. » Citiamo cpiesto tratto, per uno de' 
singoiari di quel tempo : che di certo, da che ci son tri- 
bunali di sanità, non accaile mai a un altro presidente 
d'un tal corpo, di fare un ragionamento simile; se ra- 
gionamento si può rhiam:uv. 

In quanto a don Gonzalo, poco dopo quella risposta, 
se n andò da Milano; e la partenza fu triste per lui, 
come lo era la cagione. Veniva rimosso per i cattivi 
successi della guerra, della quale era stato il promotore 
e il capitano; e il popolo lo incolpava della fame sofferta 
sotto il suo governo. (Quello che aveva fatto per la pe- 
ste, non si sapeva, o certo nessuno se n' inquietava , 
come vedremo più avanti, fuorché il tribunale della sa- 
nità, e i due medici specialmente.) All'uscir dunque, 
in carrozza da viaggio, dal palazzo di corte, in mezzo 
a una trunnlia d'alabardieri, con due trombetti a ca- 
vallo davanti, e con altre carrozze di nobili che gli facean 
seguito, fu accollo con gran fischiate da ragazzi eh' eran 
radunati sulla piazza del duomo, e che gli andaron die- 
tro alla rinfusa. Entrata la comitiva nella strada che 
conduce a porta Ticinese, di dove si doveva uscire, co- 
minciò a trovarsi in mezzo a una folla di gente che, 
parte era li ad aspettare, parti; accorreva; tanto più che 
i trombetti, uomini di formalità, non cessaron di sonare, 
dal palazzo di corte, fino alla porta. E nel processo che 
si fece poi su quel tumulto, uno di costoro, ripreso che, 
con (jucl suo Ironibellare, fosse slato cagione di farlo 
crescere, risponde; « caro signore, questa è la nostra pro- 
fessione; et se S. E. non hauesse hauuto a caro che 



CAPITOLO XXVIII. 129 

noi anessimo sonalo, doveva coniandarno che tacessimo. » 
Ma don Gonzalo, o per ripiigiian/.a a far cosa clic mo- 
strasse timore, o per timore di render con questo più 
ardita la moltitudine, o perchè fosse in e(T(^tto un po'sha- 
lordito, non dava nessun ordine. La molliludine, chele 
guardie aveaii tentalo in vano di respingere, precedeva, 
circondava, seguiva le carrozze, gridando: « la va via la 
carestia, va via il sangue de' poveri, » e peggio. Quando 
furon vicini alla porta, cominciarono anche a tirar sassi, 
mattoni, torsoli, hucce d'ogni sorte, la munizione solita 
in somma di ipielle spedizioìii; una parie corse sulle 
mura, e di là fecero un' ultima scarica sulle carrozze 
che uscivano. Suhito dopo si sbandarono. 

In luogo di don Gonzalo, fu mandato il marchese Am- 
brogio Spinola, il cui nome aveva già acquistata, nelle 
guerre di Fiandra, quella celelirilà militare die ancor 
gli rimane. 

Intanto l'esercito alemanno, sotto il comando supremo 
del conte Rambaldo di Collalto, altro condottiere italia- 
no, di minore, ma non d'ultima fama, aveva ricevuto 
l'ordine definitivo di portarsi all'impresa di Mantova; e 
nel mese di settembre, entro nel ducato di Milano. 

La milizia, a que' tempi era ancor composta in gran 
parte di soldati di ventura arrotati da condottieri di 
mestiere, per commissione di questo o di quel principe, 
qualche volta anche per loro proprio conto, e per ven- 
dersi poi insieme con essi. Più che dalle paghe, erano 
gli uomini attirati a quel mestiere dalle speranze del 
saccheggio e da lutti gli allettamenti della licenza. Di- 
sciplina slabile e generale non ce n'era; nò avrebbe 
potuto accordarsi così facilmente con l'autorità in parte 
indipendente de' vari condottieri. Questi poi in partico- 
lare, ne erano molto raffinatori in fatto di disciplina, né, 
anche volendo, si vede come avrebbero potutu riuscire 
a stabilirla e a mantenerla: che soldati di quella razza, 
si sarebbero rivoltati contro un cjndoltiere novatore 
che si fosse messo in testa d'abolire il saccheggio; o 



120 1 PROMESSI SPOSI 

per lo meno, l'avrebbero lasciato solo a .aiianlar le ban- 
diere. Olire (li ciò, siccome i principi, nel prendere, per 
dir cosi, ad affitto ([uelle bande, gnardavaii più mi aver 
"ente in quanlilà per assicnrar T imprese, die a jìropor- 
zionarc il numero alla loro facoltà di pngare per il solito 
mollo scarsa; così le paghe venivano per lo piìi Iarde, 
a conto, a spizzico; e le spoglie de' paesi a cui la toc- 
cava, ne divenivano come un supplimenlo lacilainente 
convenuto. E celebre, poco meno del nome di Wailen- 
slcin , quella sua sentenza: esser più facile mantenere 
un esercito di cento mila uomini, che uno di dodici 
mila. E questo di cui parliamo era in gran parie com- 
posto della gente che, sotto il suo comando, avea deso- 
lata la Germanin, in (luelln guerra celebre tra le guerre, 
e per sé e per i suoi elTetti, che ricevente poi il nome 
da' trcnt'anni della sua durala: e allora ne correva l'un- 
decimo. C'era anzi, condotto da un suo luogotenente, 
il suo proprio reggimento; dsgli altri condottieri, la più 
parl(! avevan comandalo sotto di Ini, e ci si trovava più 
d'uno di quelli che. quatlr'anni dopo, dovevano aiutare 
a fargli far quella cattiva fine che ognuno sa. 

Eran veni' otto mila fanli^ e sette mila cavalli; e, scen- 
dendo dalla Valtellina per portarsi nel mantovano, do- 
vevan seguire lutto il corso che fa l'Adda per due rami 
di lago, e poi di nuovo come fiume fino al suo sbocco 
in Po, e dopo avevano un buon tratto di ([uesto da co- 
steggiare : in tutto otto giorni nel ducato di Milano. 

Una gran parte degli abitanti si rifugiavano su per 
i monti, portandovi quel clie avevan di meglio, e cac- 
ciaiulo.si innanzi le bestie; altri rimanevano, o per non 
abbandonar (pialche ammalato, o per preservar la casa 
dall' incendio, o per tener d' occhio cose preziose nasco- 
ste^ sotterrate; altri perchè non avean nulla da perdere , 
anche facean conto d' acquistare. Quando la prima 
squadra arrivava al paese della fermala , si spanileva 
subilo per quello e pei circonvicini, e li metteva a sacco 
addir.iltura: ciò che c'era da godere o da jwrtar via, 



CAPITOLO XXVIII. 121 

spariva ; il rimanente, lo distruggevano o lo rovinavano; 
i mobili divenlavan legna, le case, stalle: senza parlar 
delle busse, delle ferite, degli stupri, tutti i ritrovati, 
lutle l'astuzie per salvar la roba, riuscivano per lo più 
inulili, qualche volta portavano danni maggiori. I sol- 
dali, gente ben più pratica degli stratagemmi anche di 
questa guerra^ frugavano per tutti i buchi delle case, 
smuravano , diroccavano ; conoscevan facilmente negli 
orti la terra smossa di fresco; andarono fino su per i 
monti a rubare il bestiame ; andarono nelle grotte, gui- 
dati da qualche birbante del paese, in cerca di qualche 
ricco che vi si fosse rimpiatlato ; lo strascinavano alla 
sua casa, e con tortura di minacce e di percosse, lo co- 
stringevano a indicare il tesoro nascosto. 

Finalmente se n'andavano; erano andati; si sentiva 
da lontano morire il suono de' tamburi o delle trombe; 
succedevano alcune ore d'una quiete spaventata; e poi 
un nuovo maledetto batter di cassa, un nuovo maledetto 
suon di trombe, annunziava un'altra squadra. Quesli, 
non trovando più da far preda , con tanto più furore 
facevano sperpero del resto, bruciavan le botti votate da 
(luelli, gli usci delle stanze dove non c'era più nulla, 
davan fuoco anche alle case; e con tanta più rab1)ia, 
s'intende, maUrattavan le persone; e così di peggio in 
peggio, per venti giorni ; che in tante squadre era diviso 
l'esercito. 

Colico fu la prima terra del ducato, che invasero que' 
demoni; si gettarono poi sopra Bedano ; di là entrarono 
e si sparsero nella Yalsassina, da dove sboccarono nel 
territorio di Lecco. 



CAPITOLO XXIX. 



Qui tra i poveri spaventati troviamo persone di no- 
stra conoscenza. 

Chi non ha visto don Ahhondin, il giorno die si spar- 
sero tutte in una volta le notizie della calata dell'eser- 
cito, del suo avvicinarsi, e de' suoi portamenti, non sa 
bene cosa sia impiccio e spavento. Vengono; son trenta, 
son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli, sono 
ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Corlennova ; 
lian dato fuoco a Primaluna: devastano Introbhio, Pa- 
sturo, Barsio ; sono arrivali a Balahbio; domani son qui: 
tali eran le voci che passavan di bocca in bocca; e in- 
sieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare 
tumultuoso, un'esitazione! tra il fuggine e il reslar(\ un 
radunarsi di donne, un metter le mani ne' capelli. Don 
Abbondio, risoluto di fuggire, risoluto prima di lutti 
e più di lutti, vedeva però in ogni strada da prendere, 
in ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili e pe- 
licoli spavenlosi. «Come fare?» esclamava: « dove an- 
dare? » I monti, lasciando da parie la dinicoltà del 
cammino, non eran sicuri: già s'era sapulo che i lan- 
zichenecchi vi s'arrampicavano come gatti, dove appena 



1 PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXIX. 123 

avessero indizio o speranza di far preda. Il lago era 
grosso; tirava un gran vento: olire di questo, la più 
parte dei barcaioli, temendo d'esser forzati a tragittar 
soldati bagagli, s'eran rifugiati, con le loro barche; 
all'altra riva: alcune poche rimaste, eran poi partite 
stracariche di gente ; e, travagliate dal peso e dalla bur- 
rasca, si diceva che pericolassero ogni momento. Per 
portarsi lontano e fuori della strada che l'esercito aveva 
a percorrere, non era possibile trovar ne un calesse, nò 
un cavallo, nò alcun altro mezzo: a piedi, don Abbondio 
non avrebl)e potuto far troppo cammino, e temeva d'esser 
raggiunto per istrada. Il territorio bergamasco non era 
tanto distante, che le sue gambe non ce lo potessero 
portare in una tirata; ma si sapeva eh' era stato spedito 
in fretta da Bergamo uno squadrone di cappelleUi, il 
qual doveva costeggiare il confine, per tenere in sugge- 
zione i lanzichenecchi; e quelli eran diavoli in carne, 
nò più ne meno di questi, e facevan dalla parte loro il 
[leggio che potevano. Il pover'uomo correva, stralunato 
e mezzo fuor di sé, per la casa; andava dietro a Per- 
petua, per concertare una risoluzione con lei: ma Per- 
petua, alTaccendata a raccogliere il meglio di casa, e a 
nasconderlo in softìlta, o per i bugigattoli, passava di 
corsa, all'annata, preoccupata, con le mani e con le braccia 
piene, e rispondeva : « or ora finisco di metter questa 
'roba al sicuro, e poi faremo anche noi come fanno gli 
altri. » Don Abbondio voleva trattenerla, e discuter con 
lei i vari partiti; ma lei, tra il da fare, e la fretta, e 
lo spavento che aveva anch'essa in corpo, e la rabbia 
che le faceva quello del padrone, era, in tal congiuntu- 
ra, meno trattabile di quel che fosse slata mai. « S'in- 
gegnano gli altri: c'ingegneremo anche noi. Mi scusi, 
ma non è cafiace che d'impedire. Crede lei che anche 
gli altri non abbiano una pelle da salvare? Che ven- 
gono per far la guerra a lei i soldati? Potrebbe anche 
dare una mano, in^quesli momenti, in vece di venire 
tra' piedi a piangere e a impicciare. » Con queste e si- 



124 I PROMESSI SPOSI 

mili risposto si sbrigava da lui , avendo pia stabilito , 
finita 'cbe fosse alla meglio quella tumultuaria operazio- 
ne, di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e di 
trascinarlo su di una montagna. Lasciato così solo, 
s'afTacciava alla finestra, guardava, tendeva gli orecchi; 
e vedendo passar qualcheduno , gridava con una voce 
mezza di pianto e mezza di rimprovero : <i fate questa 
carità al vostro povero curato di cercargli qualche ca- 
vallo, qualche mulo, qualche asino. Possibile che nes- 
suno mi voglia aiutare! Oh che gente! Aspettatemi al- 
meno, che possa venire anch' io con voi, aspettate d'esser 
quindici o venti, da condurmi via insieme, ch'io non 
sia abbandonato. Volete lasciarmi in man dei cani? Non 
sapete che sono luterani la più parte, che ammazzare 
un sacerdote l'hanno per opera meritoria? Volete la- 
sciarmi qui a ricevere il martirio? Oh che gente! Oh 
che gente! » 

Ma a chi diceva queste cose? Ad uomini che passa- 
vano curvi sotto il peso della loro povera roba, pensando 
a quella che lasciavano in casa, spingendo le loro vac- 
cherelle, conducendosi dietro i figli, carichi anch'essi 
quanto potevano, e le donno con in collo quelli che 
non potevan camminare. Alcuni tiravan di lungo, senza 
rispondere nò guardare in su: qualchediuio diceva: 
« eh messere! faccia anche lei come può; fortunato lei 
che non ha da pensare alla famiglia; s'aiuti s'ingegni.» 

« Oh povero me I » esclamava don Abbondio : « oh 
che gente! che cuori! Non c'è carità: ogrumo pensa a 
se: e a me nessuno vuol pensare. » E tornava in cerca 
di Perpetua. 

«Oh appunto! » gli disse questa: «e i danari?» 

« Come faremo ? » 

«Li dia a me, che anderò a sotterrarli qui nell'orto 
di casa, insieme con le posate. » 

« Ma » 

« Ma, ma; dia qui; tenga qualche soldo, per quel 
che può occorrere ; e poi lasci l'are a me. » 



CAPITOLO XXIX. 13^ 

Don Abbondio ubbidì, andò allo scrigno, cavò il suo 
tcsorello, e lo consegnò a Pcrpcjtua, la quale disse : « vo 
a sotterrarli ncirorto, appiè del fico;» e andò. Ricom- 
parve poco dopo, con un paniere dove c'era della mu- 
nizione da bocca, e con una piccola gerla vota; e si mise 
in fretta a collocarvi nel fondo un po' di biancberia sua 
e del padrone, dicendo intanto : « il breviario almeno lo 
porterà lei. » 

« Ma dove andiamo? » 

« Dove vanno tutti gli altri? Prima di tutto, andere- 
rcmo in istrada; e là sentiremo, e vedremo cosa con- 
venga di fare. » 

In quel momento entrò Agnese con una gerletta sulle 
spalle, e in aria di chi viene a fare una proposta im- 
portante. 

Agnese, risoluta anche lei di non aspettare ospiti di 
quella sorte, sola in casa, com'era, e con ancora un po' 
di quell'oro dell'innominato, era stata qualche tempo in 
forse del luogo dove ritirarsi. Il residuo appunto di que- 
gli scudi, che ne' mesi della fame le avevan fatto tanto 
prò. e la cagion principale della sua angustia e della 
irresoluzione, per aver essa sentito che ne' paesi già in- 
vasi, quelli che avevan danari, s'eran trovali apio ter- 
ribil condizione esposti insieme alla violenza degli stra- 
nieri, e alle insidie dei paesani. Era vero che, del bène 
piovutole, come si dice, dal ciclo, non aveva fatta la con- 
lìdenza a nessuno, fuorché a don Abbondio; dal quale 
andava, volta per volta, afarsi spicciolare uno scudo, la- 
sciandogli sempre qualcosa da dare a qualchednno più 
povero di lei. Ma i danari nascosti, specialmente chi 
non è avvezzo a maneggiarne molti, tengono il posses- 
sore in un sospetto continuo del sospetto altrui. Ora, 
mentre andava anch'essa rimpiattando qua e là alla me- 
glio ciò che non [loteva portar con sé, e pensava agli 
scudi, che teneva cuciti nel busto, si rammentò che, in- 
sieme con essi, l'innominato, le aveva mandate le più 
larghe otTerte di servizi; si rammentò le cose che aveva 



12(5 I PROMESSI SPOSI 

sentito raccontare di quel suo castello posto in luogo 
così sicuro, e dove, a dispetto del padrone, non potevano 
arrivar se non gli uccelli; e si risolvelle d'andare a chie- 
dere un asilo lassù. Pensò come potrebbe farsi conoscere 
da quel signore, e le venne subito in mente don Ab- 
bondio; il quale, dopo quel colloquio così fatto coli' ar- 
civescovo, le aveva sempre fatto festa, e tanto più di cuore, 
che lo poteva senza compromettersi con nessuno, e che, 
essendo lontani i due giovani, era anche lontano il caso 
che a lui venisse fatta una richiesta la quale avrebbe 
messa quella benevolenza a un gran cimento. Suppose 
che, in un tal parapiglia, il pover'uorao doveva esser an- 
cor più impicciato e più sbigottito di lei, e che il partito 
potrel)be parer molto buono anche a lui; e gli>'lo veniva 
a proporre. Trovatolo con Perpetua, fece la proposta a 
luti' e due. 

« Che ne dite. Perpetua? » domandò don Abbondio. 

« Dico che è un' ispirazione del cielo, e che non bi- 
sogna perder tempo, e mettersi la strada tra le gambe. » 

« E poi » 

« E poi, e poi, quando saremo là, ci troveremo ben 
contenti. Quel signore, ora si sa che non vorrebbe altro 
che far servizi al prossimo; e sarà ben contento anche 
lui di ricoverarci. Là, sul confine, e cosi per aria, sol- 
dati non ne verrà certamente. E poi e poi, ci trovere- 
mo anche da mangiare; che, su per i monti, finita que- 
sta poca grazia di Dio,» e cosi dicendo, l'accomodava 
nella gerla, sopra la biancheria, « ci saremmo trovati a 
mal partito. » 

« Convertito, è convertito davvero, eh? » 

t Che c'è da dubitarne ancora, dopo tutto quello che 
si sa, dopo quello che anche lei ha veduto?» 

« E se andassimo a metterci in gabbia? » 

(t Che gabbia? Con tutti codesti suoi casi, mi scusi 
non si verrebbe mai a una conclusione. Brava Agnese! 
v'è proprio venuto un buon pensiero. » E messa la gerla 
sul tavolino, passò le braccia nelle cigno, e la prese sulle 
spalle. 



CAPITOLO XXIX. 127 

« Non si potrebbe,» disse don A])bondio, « trovar 
qiialclio uomo che venisse con noi, \)ov fai' la scoria al 
suo cui'alo? Se incontrassimo qualche birbone, che pur 
troppo ce n'c in giro parecchi, che aiuto m' avete a dar 
voi altre? » 

«Un'altra, per perder tempo!» esclamò Perpetua. 
« Andarlo e cercar ora V uomo, che ognuno ha da pen- 
sare a' fatti suoi. Animo! vada a prender il breviario e 
il cappello; e andiamo. » 

Don Abbondio andò, tornò di lì a un momento, col 
breviario sotto il braccio, col cappello in capo, e col suo 
bordone in mano; e uscirono tult'e tre per un usciolino 
che nit^lieva sulla piazzetta. Perpetua richiuse, più per 
non trascurare una formalità, che per fede che avesse 
in quella toppa e in que' battenti, e mise la chiave in 
lasca. Don Abbondio diede, nel passare, un' occhiata alla 
chiesa, e disse tra i denti: <t al popolo tocca a custodirla, 
che serve a lui. Se hanno un po' di cuore per la loi-o 
chiesa, ci penseranno; se poi non hanno cuore, tal sia 
di loro. » 

Presero per i campi, zitti zitti, pensando ognuno a' 
casi suoi, e guardandosi intorno, specialmente don 'Ab- 
bondio, se apparisse qualche figura sospetta, qualcosa 
di straordinario. Non s'incontrava nessuno: la gente era, 
nelle case a guardarle, a far fagotto, a nascondere, o 
per le strade che conducevan direttamente all' alture. 

Dopo aver sospiralo e risospirato, e poi lascialo scap- 
par qualche interiezione, don Abbondio cominciò a bron- 
tolare più di seguito. Se la prendeva col duca di Ne- 
vers, che avrebbe potuto slare in Francia a godersela, 
a fare il principe, e voleva esser duca di Mantova a di- 
spetto del mondo; con l'imperatore, che avrebbe dovu- 
to aver giudizio per gli altri, lasciar correr l'aciiiia al- 
l' ingiù, non islar su tutti i puntigli: che Onalincntc Ini 
sarebbe sempre stalo l' imperatore, fosse duca di Man- 
tova Tizio Sem[)ronio. L'aveva principalmente col go- 
vernatore, a cui sarebbe toccato a far di tutto, per te- 



l28 I PROMESSI SPOSI 

ner lontani i flagelli dal paese, ed era lui che gli at- 
tirava: tutto per il gusto di far la guerra. «Bisogne- 
rebbe, » diceva, « che fossero qui que' signori a vedere, 
a provare, che gusto è. Hanno da render un bel conto ! 
Ma intanto, ne va di mezzo chi non ci ha colpa. » 

« Lasci un po' stare codesta gente; che già non son 
quelli che ci verranno a aiutare , » diceva Perpetua, 
t Codeste, mi scusi sono di quelle sue solite chiacchiere 
che non concludon nulla. Piuttosto , quel che mi dà 
noia » 

« Cosa c'ò?» 

Perpetua, la quale, in quel pezzo di strada aveva pen- 
sato con comodo al nascondimento fatto in furia, cominciò 
a amentarsi d'aver dimenticata la tal cosa, d'aver mal ri- 
posta la tal altra; qui, d'aver lasciata una traccia che 
poteva guidare i ladroni, là 

« Brava I » disse don Abbondio , ormai sicuro della 
vita, quanto bastava per poter angustiarsi della roba : 
t brava! così avete fatto? Dove avevate la testa?» 

« Cotne! • esclamò Perpetua, fermandosi un momento 
su due piedi, e mettendo i pugni su' fianchi, in quella 
maniera che la gerla glielo permetteva: «come! verrà 
ora a farmi codesti rimproveri, quand'era lei che me la 
faceva andar via, la testa, invece d' aiutarmi e farmi co- 
raggio! Ilo pensato forse più alla roba di casa che alla 
mia; non ho avuto chi mi desse una mano; ho dovuto 
far da Maria e Maddalena; se qualcosa anderà a male, 
non so cosa mi dire: ho fatto anche più del mio do- 
vere. » 

Agnese interrompeva questi contrasti, entrando anche 
lei a parlare de' suoi guai: e non si rammaricava tanto 
dell'incomodo e del danno, quanto di vedere svanitala 
speranza (h riabbracciar presto la sua Lucia; che, se vi 
rammentate, era appunto quell'autunno sul quale avevan 
fatto assegnamento ; nò era da supporre che donna Pras- 
sede volesse venire a villeggiare da quelle parti, in tali 
circoslanze: piuttosto ne sarebbe partila, se ci si fosse 
trovata, come facevan tutti gli altri villeggianti. 



CAPITOLO XXIX. 129 

La vista de' luoghi rendeva ancor più vivi quo' pen- 
sieri d' Agnese, e piò pungente il suo dispiarere. Usciti 
da' sentieri, avevan presa la strada pul)blica, quella me- 
desima per cui la povera donna era venuta ricondu- 
cendo, per così poco tempo, a casa la figlia, dopo aver 
soggiornato con lei, in casa del sano. E già si vedeva 
il paese. 

R Andremo bene a salutar quella brava gente, » disse 
Agnese. 

« E anche a riposare un pochino: che di questa gerla 
io comincio ad averne abbastanza; e poi per mangiare 
un boccone,» disse Perpetua. 

« Con patto di non perder tempo ; che non siamo in 
viaggio per divertimento, » concluse don Abbondio. 

Furono ricevuti a braccia aperte, e veduti con gran 
piacere: rammentavano una buona azione. Fate del bene 
a quanti più potete, dice qui il nostro autore; e vi se- 
guirà tanto più spesso d' incontrar de' visi che vi met- 
tano allegria. 

Agnese nell' abbracciar la buona donna, diede in un 
dirotto pianto, che le fu d'un gran sollievo; e rispon- 
deva con singhiozzi alle domande che quella e il marito 
le facevan di Lucia. 

« Sta meglio di noi, » disse don Abbondio: « è a Mi- 
lano, fuor de' pericoli, lontana da queste diavolerie. » 

« Scappano, eh? il signor curato e la compagnia,» 
disse il sarto. 

« Sicuro, » risposero a una voce il padrone e la serva. 

« Li compatisco. » 

« Siamo incamminati, » disse don Abbondio, « al ca- 
stello di " '. » 

« L'hanno pensata bene: sicuri come in chiesa. » 

t E qui, non hanno paura?» disse don Abbondio. 

« Dirò, signor curato: propriamente in osi)ila:ioni\ 
come lei sa che si dice, a parlar hcne, qui non dovreb- 
bero venire coloro; slam troppo fuori della loro strada, 
grazia al cielo. Al più al più, ({ualche scappala, che 



130 1 PROMESSI SPOSI 

Dio non voglia: ma in ogni caso c'è tempo; s' hanno 
a sentir prima altre notizie da' poveri paesi dove andranno 
a fermarsi. » 

Si concluse di slar lì un poco a prender fiato; e, sic- 
come era l'ora del desinare, «signori,» disse il sarto: 
«devono onorare la mia povera tavola: alla buona: ci 
sarà un piatto di buon viso. » 

Perpetua disse d'aver con se qualcosa da rompere il 
digiuno. Dopo un po' di cerimonie da una parte e dal- 
l'altra, si venne a patti d'accozzar, come si dice, il pen- 
tolino, e di desinare in compagnia. 

I ragazzi s'eran messi con gran festa intorno ad Agnese 
loro amica vecchia. Presto, presto; il sarto ordinò a una 
bambina ((Quella che aveva portato quel boccone a Ma- 
ria vedova: chi sa se ve ne rammentate più!), che an- 
dasse a diricciar quattro castagne primaticce, ch'eran 
riposte in un cantuccio: e le mettesse a arrostire. 

« E tu,» disse a un ragazzo, «va nell'orto, a dare 
una scossa al pesco, da farne cader quattro, e portale 
qui : tutte ve'. E tu, » disse a un altro, « va sul fico, a 
coglierne ([ualtro de' più maturi. Già lo conoscete an- 
che troppo quel mestiere. » Lui andò a spillare una sua 
botticina: la donna a prendere un po' di biancheria da 
tavola. Perpetua cavò fuori le provvisioni; s'apparecchiò 
un tovagliolo e un piatto di maiolica al posto d'onore, 
per don Abbondio, con una posata che Perpetua aveva 
nella gerla. Si misero a tavola, e desinarono, se non 
con grand' allegria almeno con molta più che nessuno 
de' commensali si fosse aspettato d'averne in quella gior- 
nata. 

» Cosa ne dice, signor curato, d'uno scombussola- 
mento di questa sorte?» disse il sarto: «mi par di 
leggere la storia dei mori in Francia. » 

« Cosa devo dire? Mi doveva cascare addosso anche 
questa! » 

4 Però hanno scelto un buon ricovero, » riprese quello: 
t chi diavolo ha a andar lassù per forza ? E troveranno 



CAPITOLO XXIX. 131 

(•onipagiiia; che già s'è senlilo clic ci sia rifugiata molta 
gelile, e che ce ne arrivi tullora. » 

« Voglio sperare, » disse don Abbondio, « che saremo 
ben accolli. Lo conosco quel bravo signore; e quando 
ho avnlo un'altra volta l'onore di trovarmi cori lui, fu 
così compito! » 

« E a me, » disse Agnese, m' ha fatto dire dal signor 
monsignor illustrissimo, che quando avessi bisogno di 
qualcosa, bastava clie andassi da lui. » 

a Gran bella conversione ! » riprese don Abbondio : 
«e si mantiene, n' è vero? si mantiene.» 

Il sarto si mise a parlare alla distesa della santa 
vita dell'innominato, e come, dall'essere il flagello de' 
contorni, n'era divenuto l'esempio e il benefattore. 

«E quella gente che teneva con se?... tutta quella 
servitù?...» riprese don Abbondio, il quale n'avca 
più d'una volta sentito dir qualcosa, ma non era mai 
quieto abbastanza. 

« Sfrattati la più parte, » 'rispose il sarto : « e quelli 
che son rimasti, han mutato sistema , ma come I In 
somma è diventato quel castello una Tebaidc: lei le sa 
queste cose. » 

Entrò poi a parlar con Agnese della visita del car- 
dinale. « Grand' uomo! » diceva: «grand' uomo! Peccalo 
che sia passato di qui così in furia, che non ho nò 
anche potuto fargli un po' di onore. Quanto sarei con- 
tento di potergli parlare un'altra volta, un po' più con 
comodo. B 

Al/.ati poi da tavola, le fece osservare una slampa rap- 
presentante il cardinale, che teneva attaccata a un Itat- 
tente il' uscio, in venerazione del personaggio, e aucbe 
l)cr poter dire a cliiun([ue capitasse, che non era somi- 
glianle; giaccliè lui aveva potuto esaminar da vicino e 
con comodo il cardinale in persona, in quella metlesima 
stanza. 

«L'hanno voluto far lui, con questa cosa qui? » disse 
Agnese. « Nel vestilo gli somiglia ma ... > 



132 I PROMESSI SPOSI 

«N'è vero che non somiglia? » disse il sarto: « lo 
dico sempre anch'io; noi, non c'ingannano, eh? ma, 
se non altro, c'è sotto il suo nome: è una memoria.» 

Don Ahhondio faceva fretta; il sarto s'impegnò di 
trovare un baroccio che li conducesse appiè della salita: 
n' andò subito in cerca, e poco dopo tornò a dire che 
arrivava. Si voltò poi a don Abbondio, e gli disse: 
« signor curato, se mai desiderasse di portar lassìi qual- 
che libro, per passare il tempo, da pover'uomo posso 
.servirla: che anch'io mi diverto un po' a leggere. Cose 
non da par suo, libri in volgare; ma però ...» 

« Grazie, grazie, » rispose don Abbondio : « son cir- 
costanze, che si ha appena testa d'occuparsi di quel 
che è di precetto. » 

Mentre si fanno e si ricusano ringraziamenti , e si 
barattano saluti e buoni augùri, inviti e promesse d'un' 
altra fermata al ritorno, il baroccio è arrivalo davanti 
all'uscio di strada. Ci nietton le gerle, salgon su, e prin- 
cipiano, con un po' più d' agio e di tranquillità d'ani- 
mo, la seconda metà del viaggio. 

Il sarlo aveva detto la verità a don Abbondio, intorno 
all'innomiuLito. Questo, dal giorno che 1' abbiam lascialo, 
aveva sempre continualo a far ciò che allora s'era pro- 
posto, compensar dainii, chieder pace, soccorrer poveri, 
sempre del bene in somma, secondo l'occasione. Quel 
coraggio che altre volte aveva mostrato nell'offenderc 
e nel difendersi, ora lo mostrava nel non fare nel' una 
cosa nò l'altra. Andava sempre solo e senz'armi, di- 
sposto a tutto quello che gli potesse accadere dopo tante 
violenze commesse, e persuaso che sarebbe commetterne 
una nuova 1' usar la forza in difesa di chi era debitore 
di tanto e a tanti ; persuaso che ogni male che gli ve- 
nisse fatto, sarebbe un' ingiuria riguardo a Dio, ma ri- 
guardo a lui una giusta retribuzione; e che dell'ingiuria, 
lui meno d' ogni altro, aveva diritto di farsi punitore. 
Con tutto ciò, era rimasto noumeno inviolato di quando 
teneva armale, per la sua sicurezza, tante braccia e il 



CAPITOLO XXIX. 133 

suo. La rimembranza dell' antica ferocia, e la vista della 
mansueludino presente, una, che doveva aver lasciati 
tanti desidèri di vendetta, l'altra, che la rendeva tanto 
agevole , cospiravano invece a procacciar.uli e a mante- 
nergli un'ammirazione, che gli serviva principalmente di 
salvaguardia. Era quell'uomo che nessuno aveva potuto 
umiliare, e che s'era umiliato da so. I rancori, irritati 
altre volte dal suo disprezzo e dalla paura degli altri, 
sì dileguavano ora davanti a quella nuova umiltà: gli 
offesi avevano ottenuta, contro ogni aspettativa, e senza 
pericolo , una soddisfazione che non avrebbero potuta 
promettersi dalla più fortunata vendetta, la soddisfazione 
di vedere un tal uomo pentito de' suoi torti, e partecipe, 
per dir così , della loro indegnazionc. Molti , il cui dì- 
spiacere più amaro e più intenso era stato per molt' an- 
ni, dì non veder probabilità di trovarsi in nessun caso 
più forti di colui, per ricattarsi dì qualche gran torto ; 
incontrandolo poi solo, disarmato, e in atto di chi non 
farebl)C resistenza, non s'eran sentiti altro impulso che 
di fargli dimostrazioni d'onore. In (piell' abbassamento 
volontario, la sua presenza e il suo contegno avevano 
acquistato, senza che lui lo sapesse, un non so che di 
più alto e di più nobile; perche ci si vedeva, ancor me- 
glio di prima, la noncuranza d' ogni pericolo. Gli odi , 
anche i più rozzi e rabbiosi, si sentivano come legati e 
tenuti in rispetto della venerazione pubblica per l'uomo 
penitente e benefico. Questa era tale, che spesso quel- 
l'uomo si trovava impicciato a schermirsi dalle dimostra- 
zioni che gliene venivan fatte, e doveva star attento a 
non lasciar troppo trasparire nel volto o negli atti il 
sentimento interno di compunzione , a non abbassarsi 
troppo, per non esser troppo esaltato. S' era scelto nella 
chiesa 1' ultimo luogo; e non e' era pericolo che nessuno 
glielo prendesse : sarebbe stato come usurpare un posto 
d'onore. OITcnder i)0i ipiell' uomo, o anche trattarlo <'on 
poco rignai'do, poteva pai'ere non tanto un' insolenza e 
una viltà, (|uanto un sacrilegio: e quelli slessi a cui 



134 I PROMESSI SPOSI 

questo sentimento degli altri poteva servir di ritegno, 
ne partecipavano anche loro, più o meno. 

Queste medesime ed altre cagioni, allontanavano pure 
da lui le vendette della forza pubblica, e gli procura- 
vano, anche da questa parte, la sicurezza della quale 
non si dava pensiero. Il grado e le parentele, che in 
ogni tempo gli erano state di qualche difesa, tanto più 
valevano per lui, ora che a quel nome già illustre e in- 
fame, andava aggiunta la lode d' una condotta esempla- 
re, la gloria della conversione. I magistrali e i grandi 
s' eran rallegrati di questa, pubblicamente come il po- 
polo; e sarebbe parso strano l'infierire contro chi era 
stato soggetto di tante congratulazioni. Oltre di ciò, un 
potere occupato in una guerra perpetua, e spesso infe- 
lice, contro ribellioni vive e rinascenti , poteva trovarsi 
abbastanza contento d' esser liberato dalla più indoma- 
bile e molesta, per non andar a cercar altro ; tanto più, 
che quella conversione produceva riparazioni che non 
era avvezzo ad ottenere, e nemmeno a richiedere. Tor- 
mentare un santo, non pareva un buon mezzo di can- 
cellar la vergogna di non aver saputo fare stare a do- 
vere un facinoroso : e 1' esempio che si fosse dato col 
punirlo, non avrebbe potuto aver altro effetto , che di 
stornare i suoi simili dal divenire inolTensivi. Probabil- 
mente anche la parte che il cardinal Federigo aveva 
avuta nella conversione, e il suo nome associalo a (jucllo 
del convertilo, servivano a questo come d'uno scudo sa- 
cro. E in quello stato di cose e d'idee, in quelle sin- 
golari relazioni dell' autorità spirituale e del poter civile, 
di' eran cosi spesso alle prese tra loro, senza mirar mai 
a distruggersi, anzi mischiando sempre alle ostilità alti 
di riconoscimento e proleste di deferenza, e che, spesso 
pure, andavan di conserva a un fine comune, senza far 
mai pace, potè parere, in certa maniera , che la ricon- 
ciliazione della prima portasse con se l'oblivione, se non 
r assoluzione del secondo, quando ([uclla s'era sola ado- 
prata a produrre un ellelto voluto da tutl'e due. 



CAPITOLO XXIX. 135 

Cosi quell'uomo sul quale, se fosse caduto, sarebbero 
corsi a gara grandi e piccoli a calpestarlo: messosi vo- 
lontariamente a terra, veniva risparmialo da lutti , e 
inchinato da molti. 

È vero eh' eran anche molti a cui quella strepitosa 
mutazione dovette far tutt' altro che piacere: tanti ese- 
cutori stipendiati di delitti, tanti compagni nel delitto , 
che perdevano una cosi gran forza, sulla quale erano 
avvezzi a fare assegnamento , che anche si trovavano a 
un trailo rotti i fdi di trame ordite da un pezzo, nel 
momento forse che aspettavano la nuova dell' esecuzione. 
Ma già abbiam veduto quali diversi sentimenti quella 
conversione facesse nascere negli sgherri che si trova- 
vano allora con lui, e che la sentirono annunziare dalla 
sua bocca: stupore, dolore, abbattimento, slizza; un po' 
di tutto , fuorché disprezzo ne odio. Lo stesso accadde 
agli altri che teneva sparsi in diversi posti , lo stesso 
a' complici di più alto affare, quando riseppero la terri- 
bile nuova, e a tutti per le cagioni medesime. Molt'odio, 
come trovo nel luogo, altrov(; citato, del Ripamonti, ne 
venne piultoslo al cardinal Federigo. Rigiiardavan questo 
come uno che s'era mischiato ne' loro alTari, per gua- 
starli; r innominalo aveva voluto salvar l'anima sua; 
nessuno aveva ragion di lagnarsene. 

Di mano in mano poi, la più parie degli sgherri di 
rasa, non polendo accomodarsi alla nuova disciplina, nò 
vedendo probabilità che s'avesse a mutare, se n'erano 
andati. Chi avrà cercato altro padrone, e fors' anche tra 
gli antichi amici di quello che lasciava; chi si sarà arro- 
talo in qualche terzo, come allora dicevano, di Spagna 
di Mantova, o di qualche allra parte belligerante; chi 
si sarà messo alla strada, per far la guerra a minuto, 
e per conto suo; chi si sarà anche contentalo d'andar 
birboneggiando in libertà. E il simile avranno fallo (piegli 
altri che slavano prima a' suoi ordini, in diversi paesi. 
Di ([uelli poi che s'eran potuti avvezzare al nuovo lenor 
di vita, che lo avevano abbracciato volentieri, i più, 



136 i PROMESSI SPOSI 

nativi della valle, eraii tornali ai campi, o ai mestieri 
imparati nella prima età, e poi abbandonati; i forestieri 
eran rimasti nel castello, come servitori: gli uni e gli 
altri, quasi ribenedetti nello slesso tempo che il loro pa- 
drone, se la passavano, al par di lui, senza fare nò ri- 
cever torti, inermi e rispettati. 

Ma quando, al calar delle bande alemanne, alcuni 
fuggiaschi di paesi invasi o minacciati capitarono su al 
castello a chieder ricovero, l'innominato, tutto contento 
che quelle sue mura fossero cercate come asilo da' de- 
boli, che per tanto tempo le avevan guardale da lon- 
tano come un enorme spauracchio, accolse quegli sbandati, 
con espressione piuttosto di riconoscenza che di cortesia; 
fece sparger la voce , che la sua casa sarebbe aperta a 
chiunque ci si volesse rifugiare, e pensò subito a met- 
tere, non solo questa, ma anche la valle ^ in istalo di 
difesa, se mai lanzichenecchi o cappelletti volessero pro- 
varsi di venirci a far delle loro. Radunò i servitori che 
gli eran rimasti, pochi e valenti, come i versi di Torti; 
fece loro una parlala sulla buona occasione che Dio dava 
a loro e a lui, d' impiegarsi una volta in aiuto del pros- 
simo , che avevan tanto oppresso e spaventalo ; e , con 
quel tono naturale di comando, eh' esprimeva la certezza 
dell'ubbidienza, annunziò loro in generale ciò che inten- 
deva che facessero, e soprattuto prescrisse «"omo doves- 
sero contenersi, perchè la gente che veniva a ricoverarsi 
lassù, non vedesse in loro che amici e difensori. Fece 
poi portar giù da una stanza a letto l'armi da fuoco, 
da taglio, in asta, che da un pezzo stavan lì ammuc- 
chiate, e gliele distribuì; fece dire a' suoi contadini e 
allìlluari della valle, che chiunque si sentiva, venisse 
con armi al castello; a chi non n'aveva, ne diede; scelse 
alcuni, che fossero come ufiziali, e avessero altri sotto 
il loro comando; assegnò i posti all'entrature e in altri 
luoghi della valle, sulla salita, alle porte del castello; 
stabilì l'ore e i modi di far la mula, come in un campo, 
come già s' era costumato in quel castello medesimo, 
ne' tempi della sua vita disperata. 



CAPITOLO X\1X. 137 

Ili un canto di (juella stanza a tetto , e' erano in di- 
sparte l'armi che lui solo aveva portate: qnelln sua fa- 
mosa carabina, moschetti, spade, spadoni, pistole, col- 
tellacci, pugnali , per terra, o appoggiati al muro. Nes- 
suno de' servitori le toccò; ma concertarono di doman- 
dare al padrone quali voleva che gli fossero portate. 
« Nessuna, » rispose: e, fosse voto, fosse proposito, 
restò sempre disarmato , alla testa di quella specie di 
guarnigione. 

Nello stesso tempo, aveva messo in molo altr' uomini 
e donne di servizio, o suoi dipendenti , a preparar nel 
castello alloggio a quante piij persone fosse possibile, a 
rizzar letti, a disporre sacconi e strapunti nelle stanze, 
nelle sale , che diventavan dormitòri. E aveva dato or- 
dine di far venire provvisioni abbondanti , per ispesare 
gli ospiti che Dio gli manderebbe, e i quali infatti an- 
davan crescendo di giorno in giorno. Lui intanto non 
istava mai fermo; dentro e fuori del castello, su e giù 
per la salita, in giro per la valle, a stabilire, a rinfor- 
zare, a visitar posti, a vedere, a farsi vedere, a mettere 
e a tenere in regola, con le parole con gli occhi, con la 
presenza. In casa , per la strada , faceva accoglienza a 
quelli che arrivavano; e tutti, o lo avessero già visto, o 
lo vedessero per la prima volta, lo guardavano estatici, 
dimenticando un momento i guai e i timori che gli 
avevano spimi lassù ; e si voltavano a guardarlo, quando, 
staccandosi da loro, seguitava la sua strada. 



VOL. II. 



CAPITOLO XXX. 



Quanlnnqiio il concorso mafrcfiorc non fosso tlalla parte 
per cui i noslri ire fuggitivi s'avvicinavano alla valle, 
ma all'iniboccatura opposta, con tutto ciò, cominciarono 
a trovar compagni di viaggio e di sventura, che da tra- 
verse e viottole erano sboccali o sboccavano nella strada. 
In circostanze simili, lutti quelli che s'incontrano, ò 
come se si conoscessero. Ogni volta che il baroccio 
aveva raggiunto qualche pedone, si baraltavan domande 
e risposte. Chi era scappato, come i nostri, senza aspet- 
tar l'arrivo de' soldati; chi aveva sentiti i tamburi o le 
trombe; chi aveva visti coloro, e li dipingeva come gli 
spaventati soglion dipingere. 

« Siamo ancora fortunati, » dicevan le due donne: 
« ringraziamo il cielo. Vada la roba ; ma almeno siamo 
in salvo. » 

Ma don Abbondio non trovava che ci fosse tanto da 
rallegrarsi; an/i quel concorso, e più ancora il maggiore 
che sentiva esserci dall'altra parte, cominciava a dargli 
ombra. « Oh che storia I » borbottava alle donne, in un 
momento che non e' era nessimo d' intorno : « oh che 
storia ! Non capite , che radunarsi tanta gente in un 



\ PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXX. i39 

luogo è lo stesso che volerci tirare i soldati per forza? 
Tulli nascondono, tulli porlan via ; nelle case non resta 
nulla ; crederanno che lassù ci siano tesori. Ci vengono 
sicuro. Oh povero me 1 dove mi sono imharcato ! » 

«Ohi voglion far altro che venir lassù, » diceva Per- 
petua : « anche loro devono andar per la loro strada. 
E poi, io ho sempre sentilo dire che, ne pericoli, è me- 
glio essere in molti. » 

«In molti? in molti?» replicava don Ahbondio: «po- 
vera donna! Non sapete che ogni lanzichenecco ne man- 
gia C€nto di costoro? E poi, se volessero far delle pazzie, 
sarebbe un bel gusto^ eh? di trovarsi in una ballaglia. 
Oli povero me! Era meno male andar su per i monti. 

Che abbian tutti a voler cacciarsi in un luogo! 

Seccatori » borbottava poi, a voce più bassa: « lutti qui: 
e via, e via; l'uno dietro l'altro, come pecore senza 
ragione. » 

« A questo modo, » disse Agnese, « anche loro potreb- 
bero dir lo stesso di noi. »> 

«Chetatevi un po',» disse don Abbondio: « che già 
le chiacchiere non servono a nulla. Quel che è fatto è 
fatto: ci siamo, bisogna starci. Sarà quel che vorrà la 
Provvidenza: il cielo ce la mandi buona.» 

Ma fu ben peggio quando, all' entrata della valle, vide 
un buon posto d'armali, parte sull'uscio d'una casa, e 
parte nelle stanze terrene: pareva una caserma. Li guardò 
con la coda dell' occhio: non eran quelle facce che gli 
era toccalo a vedere neir altra dolorosa sua gila^ o se 
ce n'era di quelle, erano ben cambiate; ma con tutto 
ciò, non si può dire che noia gli desse quella vista. 
— Oh povero me ! — pensava : — ecco se le fanno le 
pazzie. Già non poteva essere altrimenti : me lo sarei 
dovuto aspettare da un uomo di (piella qualità. Ma cosa 
vuol fare? vuol far la guerra? vuol fare il rt!, lui? Oh 
povero me! In circostanze che si vuri'ebbc potersi na- 
scondere sotto terra, e costui cerca ógni maniera di farsi 
scorgere, di dar nell'occhio : par che li voglia in\ ilare! — 



140 PROMESSI SPOSI 

« Vede ora, signor padrone, » gli disse Perpetua, 
« se e' è della ])rava gente qui, che ci saprà difendere. 
Vengano ora i soldati : qui non sono come que' nostri 
spauriti, che non sono buoni che a menar le gamlte. « 

«Zitta!» rispose, con voce bassa ma iraconda, don 
Aljbondio: « zitta! che non sapete quel che vi dite. Pre- 
gate il cielo che abbian fretta i soldati, o che non ven- 
gano a sapere le cose che si fanno qui, e che si mette 
air ordine questo luogo come una fortezza. Non sapete 
che i soldati è il loro mestiere di prender le fortezze? 
Non cercan altro ; per loro, dare un assalto è come an- 
dare a nozze; perchè tutto quel che trovano è per loro, 
e passano la gente a fd di spada. Oh povero me! Basta, 
vedrò so ci sarà maniera di mettersi in salvo su per 
queste balze. In una battaglia non mi ci colgoi.o : oh ! 
in una battaglia non mi ci colgono. » 

« Se ha poi paura anche d'esser difeso e aiutato ...» 
ricominciava Perpetua; ma don Abbondio T Ànterrui pc 
aspramente, sempre però a voce bassa: «zitt:\.' Ebao'rle 
l)ene di non riportare questi discorsi. Ricordatevi eie 
(|iii bisogna far sempre viso ridente, e approvare tutto 
lineilo che si vede. » 

Alla Malanotte, trovarono un altro picchetto d'armati, 
ai (]uali don Abbondio fece una scappellala, dicendo in- 
laulo tra so: — oimè, oimè: son proprio venuto in un 
accampamento! Qui il jjaroccio si fermò: ne scesero; 
don Abbondio pagò in fretta, e licenziò il condottiere ; 
e s' incamminò con le due compagne per la salita, senza 
far parola. La vista di que' luoghi gli andava risvegliando 
nella fantasia, e mescolando air angosce presenti, la ri- 
membranza di quelle che vi aveva sofferte l'altra volta. 
E Agnese, la quale non gli aveva mai visti que' luoghi, 
e se n'era fatta in mente una pittura fantastica che le 
si rappresentava ogni volta che pensava al viaggio spa- 
ventoso di Lucia, vedendoli ora quali eran davvero, pro- 
vava come un nuovo e più vivo sentimento di quelle 
cru'ieli memorie. « Oh signor curato!» esclamò: «apen- 



CAPITOLO XXX. lU 

sare clic la mia povera Lucia è passata per questa 
strada I » 

« Volete star zitta? donna senza giudizio! » le gridò 
in un orecchio don Abbondio: « son discorsi codesti da 
farsi qui? Non sapete che siamo in casa sua? Fortu- 
na che ora nessun vi sente; ma se parlate in questa 
maniera — » 

« Oh! » disse Agnese: «ora che è santo. . .! » 

«State zitta,» le replicò don Abbondio: « credete voi 
che ai santi si possa dire, senza riguardo, tutto ciò che 
passa per la mente ? Pensate piuttosto a ringraziarlo del 
bene che v' ha fatto, i» 

«Ohi per questo, ci avevo già pensato: che crede 
che non le sappia un pochino le creanze? » 

« La creanza è di non dir le cose che posson dispia- 
cere, specialmente a chi non è avvezzo a sentirne. E 
intendetela bene tutt'e due, che qui non è luogo da far 
pettegolezzi, e da dir tutto quello che vi può venire in 
testa. É casa d' un gran signore, già lo sapete : ve- 
dete che compagnia c'è d' intorno: civien gente di tutte 
le sorte: sicché, giudizio, se potete: pesar le parole, è 
sopratutto dirne poche, e solo quando e' ò necessità : che 
a stare zitti non si sbaglia mai. « 

« Fa peggio lei con tutte codeste sue » riprendeva 

Perpetua. 

Ma: « zitta! » gridò sottovoce don Abbondio, e insieme 
si levò il cappello in fretta, e fece un profondo inchino: 
che, guardando in su, aveva visto Y innominato scender 
verso di loro. Anche (|uesto aveva visto e riconosciuto 
don Abbondio; e affrettava il passo per andargli incontro. 

«Signor curato,» disse quando gli fu vicino, «avrei 
voluto offrirle la mia casa in miglior occasione; ma, a 
ogni modo, son ben contento di poterle esser utile in 
qualche cosa. » 

« Confidalo nella gran bontà di vossignoria illustris- 
sima, » rispose don Abbondio , « mi son preso l' ardire 
di venire, in queste triste circostanze, a incomodarla: 



142 1 PROMESSI SPOSI 

e, come vede vossignoria illustrissima, mi son preso 
anche la libertà di menar compagnia. Questa ò la mia 
governante ...» 

« Benvenuta," disse l'innominato. 

« E questa, » continuò don Abbondio, « è una donna 
a cui vossignoria ha già fatto del bene: la madre di 
quella ... di quella ...» 

« Di Lucia, » disse Agnese. 

« Di Lucia!» esclamò l'innominato, voltandosi, con 
la testa bassa, ad Agnese. «Del bene, io! Dio immor- 
tale! Voi^ mi fate del bene, a venir qui... da me... 
in questa casa. Siate la benvenuta. Voi ci portate la be- 
nedizione. » 

a Oh giusto! » disse Agnese: « vengo a incomodarla. 
Anzi, » continuò, avvicinandosegli all' orecchio, « ho an- 
che a ringraziarla ... » 

L'innominato troncò quelle parole, domandando pre- 
murosamente le nuove di Lucia; e sapute che l'ebbe, 
si voltò per accompagnare al castello i nuovi ospiti, co- 
me fece, malgrado la loro resistenza cerimoniosa. Agnese 
diede al curato un'occhiata che voleva dire: veda un 
poco se c'è bisogno che lei entri di mezzo tra noi due 
a dar pareri. 

« Sono arrivati alla sua parrocciiia?» gli domandò 
r innominato. 

« No, signore, che non gli ho voluti aspettare que' 
diavoli, » rispose don Abbondio. « Sa il cielo se avrei 
potuto uscir vivo dalle loro mani, e venire a incomodare 
vossignoria illustrissima. » 

« Bene, si faccia coraggio, » riprese l'innominato : « che 
ora è in sicuro. Quassù non verranno, e se si volessero 
provare, slam pronti a riceverli. » 

« Speriamo che non vengano, » disse don Abbondio. 
«E sento,» soggiunse, accennando col dito i monti d\v. 
chiudevano la valle di rimpetto, ix sento che, anche da 
quella parte, giri un'altra masnada di gente, ma.... 
ma .... » 



CAPITOLO XXX. 143 

« È vero, » rispose l' innominalo: « ma non duhili, oliò 
Siam pronti anche per loro. » 

— Tra due fuochi, — diceva tra sé don Abbondio: — 
proprio h"a due fuociii. I)ov(>. mi son lasciato tirare! e 
da (lue i»ellcgole! E costui par proprio che ci sguazzi den- 
tro! Oh che gente c'è a questo mondo. — 

Entrali nel castallo, il signore fece condurre Agnese 
e Perpetua in una stanza del quartiere assegnato alle 
donne, che occupava tre lati del secondo cortile, nella 
parte posteriore dell' edifizio situata sur un masso spor- 
gente e isolato, a cavaliere a un precipizio. Gli uomini 
alloggiavano ncMati dell' altro cortile a destra e a sini- 
stra, e in quello che rispondeva sulla spianala. Il corpo 
di mezzo che separava i due cortili, e dava passaggio 
dall'uno all' alti'o per un vasto andito di rimpetlo alla 
porta [)rincipale, era in parte occupato dalle provvisioni, 
e in i)arte doveva servir di deposilo per la roha che i 
rifugiali volessero mettere in salvo lassù. Nel quartiere 
degli uomini, c'erano alcune camere destinate agli ec- 
clesiastici, che potessero capitare. L' innominato v'accom- 
pagnò in persona don Abbondio, che fu il primo a pren- 
derne il possesso. 

Ventitré o ventiquattro giorni stettero i nostri fuggi- 
tivi nel castello, in mezzo a un movimento continuo, in 
una gran compagnia, e che ne' primi tempi, andò sem- 
pre crescendo; ma senza che accadesse nulla di straor- 
dinario. Non passò forse giorno, che non si desse al- 
l'armi. Vengon lanzichenecchi di qua; si son veduti 
cappellelli di l<à. A ogni avviso, l'innominato mandava 
uomini a esplorare e, se faceva bisogno, i)rendeva con sé 
della gente che teneva sempre pronta a ciò, e andava 
con essa fuor della valle, dalla parte dov'era indicalo il 
pericolo. Ed era cosa singolare, vedere una schiera d' uo- 
mini armali da capo a piedi, e schierali come una truppa, 
condotti da un uomo senz'armi. Le più volte non erano 
che foraggieri e saccheggiatori sbandati;, che se n'an- 
davano prima d'esser sorpivsi. Ma una volta, cacciando 



Ì44 I PROMESSI SPOSI 

alcuni di costoro, per insegnar loro a non venir più da 
quelle parti, l'innominato ricevette avviso che un pae- 
setto vicino era invaso e messo a sacco. Erano lanziche- 
necchi di vari corpi che, rimasti indietro per ruhare, 
s'eran riuniti, e andavano a gettarsi all'improvviso sulle 
terre vicine a rpielle dove alloggiava l'esercito; spoglia- 
vano gli abitanti, e gliene faccvan di tutte le sorte. L'in- 
nominato fece un breve discorso a' suoi uomini, e li con- 
dusse al paesello. 

Arrivarono inaspettati. I ribaldi che avevan creduto 
di non andar che alla preda, vedendosi venire addosso 
gente schierata e pronta a combattere, lasciarono il sac- 
cheggio a mezzo, e se n'andarono in fretta, senz'aspet- 
tarsi l'uno con l'altro, dalla parte dond'eran venuti. 
L'innominato gì' inseguì per un pezzo di strada; poi, 
fatto far allo, stelle «pialche lempo aspellando, se vedesse 
qualche novità; e lìnalmentc se ne ritornò. E ripassando 
nel paesello salvato, non si potrebbe dire con quali ap- 
plausi e benedizioni fosse accompagnato il drappello li- 
beratore e il condottici'o. 

Nel castello, Ira qn(illa moltiludine, formata a caso, 
di persone, varie di condizione, di costumi, di sesso e 
d'età, non nacque mai alcun disordine d'importanza. 
L'innominato aveva messe guardie in diversi luoghi, le 
quali Uille le invigilavano che non seguisse nessun in- 
conveniente, con quella premura che ognuno metteva 
nelle cose di cui s' avesse a rendergli conto. 

Aveva poi pregati gli ecclesiastici, e gli uomini più 
autorevoli che si trovavan tra i ricoverati, d'andare in 
giro e d' invigilare anche loro, E più spesso che poteva, 
girava anche lui, e si faceva veder per tutto; ma, an- 
che in sua assenza, il ricordarsi di chi s'era in casa, 
.serviva di freno a chi ne potesse aver bisogno. E, del 
resto , era tutta gente scappata , e quindi inclinata in 
generale alla quiete: i pensieri della casa e della roba, 
per alcuni anche di congiunti o d'amici rimasti nel pe- 
ricolo, le nuove che venivan di fuori, abbattendo gli 



CAPITOLO XXX. 145 

animi, mantenevano e accrescevano sempre più quella 
disposizione. 

C'era però anche de' capi scarichi, degli uomini d' una 
tempra più salda e d'un coraggio più verde, che cer- 
cavano di passar que giorni in allegria. Avevano abban- 
donale le loro case, per non esser forti abbastanza da 
difenderle; ma non trovavan gusto a piangere e a so- 
spirare sur una cosa che non c'era rimedio, né a figu- 
rarsi e a contemplar con la fantasia il guasto che vedreb- 
bero pur troppo co' loro occhi. Famiglie amiche erano 
andate di conserva, o s' eran ritrovate lassù, s' eran fatte 
amicizie nuove; e la folla s'era divisa in crocchi, se- 
conJo gli umori e l'abitudini. Chi aveva danari e di- 
screzione, andava a desinare giù nella valle, dove in 
quella circostanza, s'eran rizzate in fretta osterie: in al- 
cune, i bocconi erano alternati co' sospiri, e non ern le- 
cito parlar d'altro che di sciagure: in altre, non si rani- 
mentavan le sciagure, se non per dir che non bisognava 
pensarci. A chi non poteva o non voleva farsi le spese, 
si distribuiva nel castello pane, minestra e vino: oltre 
alcune tavole eh' eran servite ogni giorno, per quelli che 
il padrone vi aveva espressamente invitati; e i nostri 
eran di questo numero. 

Agnese e Perpetua, per non mangiare il pane a ufo, 
avevan voluto essere impiegate ne' servizi che richiedeva 
una così grande ospitalità; e in questo spendevano una 
buona parte della giornata; il resto nel chiacchierare con 
certe amiche che s' eran fatte, o col povero don Abbon- 
dio. Questo non aveva nulla da fare, ma non s' annoiava 
però; la paura gli teneva compagnia. La paura proprio 
d'un assalto, credo che la gli fosse passata, o se pur 
gliene rimaneva, era quella che gli dava meno fastidio ; 
perchè, pensandoci appena appena, doveva capire quanto 
poco fosse fondata. Ma l' immagine del paese circonvi- 
cino inondalo, da una parte e dall'altra, da soldatacci, 
It} armi e gli armati che vedeva sempre in giro, un ca- 
stello, (juel castello, il pensiero di tante cose che pote- 

VOL. 11. 7 



146 I PROMESSI SPOSI 

van nascere ogni momenlo in tali circostanze, tulio gli 
teneva addosso uno spavento indistinto, generale, con- 
tinuo; lasciando stare il rodio che gli dava il pensare 
alla sua povera casa. In tutto il tempo che stette in 
quell'asilo, non se ne discostò mai quanto un tiro di 
schioppo, nò mai mise piede sulla discesa: l'unica sua 
passeggiata era d'uscire sulla spianata, e d'andare, quan- 
do da una parte e quando dall' altra del castello, a guar- 
dar giù per le balze e per i burroni per istudiare se 
ci fosse qualche passo un po' praticabile, qualche po' di 
sentiero, per dove andar cercando un nascondiglio in 
caso d' un serra serra. A tutti i suoi compagni di rifu- 
gio faceva gran riverenze o gran saluti, ma bazzicava 
con pochissimi: la sua conversazione più frequente era 
con le due donne, come ahbiam dello; con loro andava 
a fare i suoi sfoghi, a rischio die talvolta gli ft)sse dato 
sulla voce da Perpetua, e che lo svergognasse anche 
Agnese. A tavola poi, dove stava poco e parlava pochis- 
simo, sentiva le nuove del terribile passaggio, le quali 
arrivavano ogni giorno, o di paese in paese^.e di hoc» a 
in bocca, o portate lassù da qualcheduno, clie da prin- 
cipio aveva voluto restarsene a casa, e scappava in ul- 
timo, senza aver potuto salvar nulla, e a un bisogno 
anche malconcio: e ogni giorno c'era qualche nuova 
storia di sciagura. Alcuni novellisti di professione, rac- 
coglievan diligenlemenle lulle le voci, abburatlavan tulle 
le relazioni, e ne davari poi il fiore agli altri. Si dispu- 
tava quali fossero i reggimenti più indiavolati, se fosse 
peggio la fanteria o la cavalleria; si ripetevano, il me- 
glio che si poteva, certi nomi di condottieri, d'alcuni 
si raccontavan le imprese passate, si specificavan le sta- 
zioni e le marce: quel giorno il tale reggimento si span- 
deva ne' tali paesi, domani aiulrebbi! addosso ni tali al- 
tri, dove intanto il tal altro faceva il diavolo e peggio. 
Sopra lutto si cercava d'aver informazioni, e si teneva 
il conto de' reggimenti che passavan di mano in mano 
Il ponte di Lecco, percbè (juelli si potevan considerar 



CAIMTULO XXX l't7 

come anelali, e fuori vcrameiile del paese. Passano i ca- 
valli (li Walleiistein, passano i fanli di Merode, passano 
i cavalli di Anlialt , passano i l'anli di Brandeburgo, e 
poi i cavalli di Monlecuccoli, e poi quelli di Ferrari; 
passa Altringer, passa Furstenbcrg", passa Collorcdo; pas- 
sano i Croati, passa Torquato Conti, passano altri e al- 
tri; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che 
fu l'ultimo. Lo squadron volante de' veneziani fini d'al- 
lontanarsi, e tutto il paese, a destra e a sinistra, si tro- 
vò libero anch' esso. Già quelli delle terre invase e sgom- 
brate le prime, eran partiti dal castello; e ogni giorno 
ne partiva: come, dopo un temporale d'autunno, si vede 
dai palchi fronzuti d'un grand' albero uscire da ogni 
parte gli uccelli che ci s'erano riparati. Credo che i 
nostri tre fossero gli ultimi ad andarsene; e ciò per vo- 
lere di don Abbondio , il quale temeva, se si tornasse 
subito a casa, di trovare ancora in giro lanzichenecchi 
rimasti indietro sbrancali, in coda all' esercito. Perpetua 
ebbe un bel dire che, quanto più s'indugiava, tanto più 
si dava agio ai birboni del paese d'entrare in casa a 
portar via il resto; (piandosi trattava d'assicurar la pelle, 
era sempre don Abbondio che la vinceva; meno che 
l'imminenza del pericolo non gli avesse fatto perdere 
allatto la testa. 

Il giorno fissato i»er la partenza , l' innominato fece 
trovar pronta alla Malanolte una carrozza, nella quale 
aveva già fatto mettere un corredo di biancheria per 
Agnese. E tiratala in disparte, le fece anche accettare 
un gruppetto di scudi, per riparare al guasto che tro- 
verebbe in casa; quanlumpie battendo la mano sul petto, 
essa andasse ripetendo che ne aveva li ancora de' vecchi. 

« Quando vedrete quella vostra buona, povera Lu- 
cia » le disse in ultimo: i già son certo che prega 

per me, poiché le ho fatto tanto male: ditele adunque 
eh' io la ringrazio , e confido in Dio , che la sua pre- 
ghiera tdi'iierà anche in tanta benedizione per lei. » 

Volle poi accompagnar tulli e tre gli ospiti, fino alla 



148 I PROMESSI SPOSI 

carrozza. I ringraziamenti umili e sviscerali di don Ab- 
bondio e i complimenti di Perpetua, se gl'immagini il 
lettore. Fallirono; fecero, secondo il t'issato, una ferma- 
tina, ma senza neppur niellcrsi a sedere, nella casa del 
sarto, dove sentirono raccontar cento cose del passag- 
gio: la solita storia di ruberie, di percosse, di sperpero, 
di sporcbizie : ma lì, per buona sorte, non s'eran visti 
lanzicbineccbi. 

« Ab signor curato! » disse il sarto, dandogli di 
braccio a rimontare in carrozza: « s'iia da far de' libri 
in istampa, sopra un fracasso di questa sorte. » 

Dopo un altro po' di strada , cominciarono i nostri 
viuggialori a veder co' loro occbi qualcbe cosa di quello 
die avevan tanto sentilo descrivere: vigne spogliale, non 
come dalla vendemmia, ma come dalla grandine e dalla 
bufera che fossero venule in compagnia: tralci a terra, 
sbendati e scompigliali ; strappati i pali , calpestato il 
terreno, e sparso di scbegge, di foglie, di sterpi; schian- 
tali, scapezzati gli alberi; sforacchiale le siepi; i can- 
celli portali via. Ne' paesi poi, usci sfondati, impannate 
lacere, rollinni d'ogni sorte, cenci a mucchi, o seminati 
per le slratle; un'aria pesante, zaITate di puzzo più forte 
che uscivan dalle case; la gente, chi a buttar fuori por- 
cherie, chi a raccomodar le imposte alla meglio, chi in 
crocchio a lamenlarsi insieme; e, al passar della car- 
rozza, mani di qua e di là lese agli sportelli, per chie- 
der l'elemosina. 

Con (juesle immagini, ora davanli agli occhi, ora 
nella mente, e con l' aspettativa di trovarci alli'cllanto. 
a casa loro, ci arrivarono; e trovarono infatti (picllo che 
s'aspettavano. 

Agnese fece posare i fagotti in un canto del corti- 
lelto, ch'era rimasto il luogo più pulito della casa; si 
mise poi a spazzarla, a raccogliere e a rigovernane (juella 
poca roba che le avevan lasciata; fece venire nn le.mia- 
iolo e un fabbro, per riparare i guasli più grossi, e 
guardando poi, capo per capo, la biancheria regalata, 



CAPITOLO XXX. 149 

e. contando qiie' nuovi ruspi, diceva tra s(': — son ca- 
duta in piedi; sia ringraziato Iddio e la Madonna e 
quel buon signore: posso proprio dire d'esser caduta 
in piedi. — 

Don Abbondio e Perpetua entrano in casa , senza 
aiuto di chiavi; ogni passo che fanno neh' andito, sen- 
ton crescere un tanfo, un veleno, una peste, che li re- 
spinge indietro; con la mano al naso, vanno all'uscio 
di cucina; entrano in punta di piedi, studiando dove 
metterli, per iscansar più che possono la porcheria che 
copre il pavimento; e danno un'occhiata in giro. Non 
c'era nulla d'intero; ma avanzi e frammenti di quel 
che c'era stato, li e altrove, se ne vedeva in ogni canto: 
piume e penne delle galline di Perpetua, pezzi di bian- 
cheria , fogli de' calendari di don Abbondio, cocci di 
pentole e di piatti; tutto insieme o sparpagliato. Solo 
nel focolare si potevan vedere i segni d' un vasto sac- 
cheggio accozzati insieme, come molte idee sottintese, 
in un periodo steso da un uomo di garbo. C'era, dico, 
un rimasuglio di tizzi (; tizzoni spenti, i quali mostra- 
vano d'essere slati, un bracciolo di seggiola, un piede 
di tavola, uno sportello d' armadio, una panca di letto, 
una doga della botticina, dove ci stava il vino che ri- 
metteva lo stomaco a don Abbondio. Il resto era cenere 
e carboni; e con que' carboni stessi, i guastatori, per 
ristoro, avevano scarabocchiati i muri di figuracce, in- 
gegnandosi, con certe berrettine o con certe cheriche, 
e con certe larghe facciole, di farne de' preti , e met- 
tendo studio a farli orribili e ridicoli : intento, che per 
verità, non poteva andar fallito a tali artisti. 

» Ah porci ! » esclamò Perpetua. « Ah baroni ! » 
esclamò don Abbondio; e, come scappando, andaron 
fuori, per un altr' uscio che metteva nell' orlo. Respira- 
rono; andaron diviato al fico; ma già prima d' arrivarci, 
videro la lerra smossa, e misero un grido tuli' e due 
insieme; arrivali, trovarono elTeltivamente , invece del 
morto, la liuca aperta. Qui nacquero de' guai : don Ab- 



150 I PROMÉSSI SPOSI 

boiulio cominciò a prendersela con Perpetua , che non 
avesse nascosto bene: pensate se questa rimase zitta: 
dopo ch'ebbero licn gridato, lult'e due col braccio leso, 
e con l'indice appuntalo verso la buca, se ne tornarono 
insieme, brontolando. E fate conto che per lutto trova- 
rono a un di presso la medesima cosa. Penarono non 
so quanto, a far ripulire e smorbare la casa, tanto più 
che, in que' giorni, era diffìcile trovar aiuto; e non so 
quanto dovettero stare come accampati , accomotlandosi 
alla meglio, o alla peggio, e rifacendo a poco a poco 
usci, mobili, utensili, con danari prestati da Agnese. 

Per giunta poi, quel disastro fu una semenza d'al- 
tre questioni mollo noiose; perchè Perpetua, a forza di 
chiedere e domandare, di spiare e fiutare, venne a sa- 
per di certo che alcune masserizie del suo padrone, cre- 
dute preda o strazio de' soldati, erano in vece sane e 
salve in casa di gente del paese ; e tempestava il pa- 
drone che si facesse sentire, e richiedesse il suo. Tasto 
più odioso non si poteva toccare per don Abbondio ; 
giacché la sua roba era in mano di birboni , cioè di 
quella specie di persone con cui gli premeva più di stare 
in pace. 

« Ma se non voglio saper nulla di queste cose, » di- 
ceva. « Quaide volle ve lo devo ripetere, che quel che 
è andato è andato^? Ho da esser messo anche in croce, 
perchè m'è stata spogliata la casa? » 

« Se lo dico, » rispondeva Perpetua, « che lei si la- 
.scerebbe cavar gli occhi di testa. Rullare agli altri è pec- 
cato, ma a lei, è peccato non rubare. » 

« Ma vetlete se codesti sono spropositi da dirsi ! » re- 
plicava don Abbondio: « ma volete slare zitta? » 

Perpetua si chetava, ma non subito subilo; e pren- 
deva pretesto da lutto per ripiincipiare. Tanto che il 
pover' uomo s'era ridotto a non lamentarsi più, quando 
trovava mancante qualche cosa, nel momenlo che ne 
avn'bl)e avuto bisogno; perchè, più d'una volta, gli era 
toccalo a sentirsi dire : « vada a chiederlo al tale che 



Capitolo xxx. ÌSl 

l'ha, e non l'avrebbe tenuto fino a qlle^;l'ora, se non 
avesse che fare con un buon uomo. » 

Un' altra e più viva inquietudine gli dava il sentire 
che giornalmente continuavano a passar soldati alla spic- 
ciolata, come aveva troppo bene congetturato; onde stava 
sempre in sospetto di vedersene capitar qualcheduno o 
anche una compagnia sull'uscio, che aveva l'alto racco- 
modare in fretta per la prima cosa, e che teneva chiuso 
con gran cura; ma, per grazia del cielo, ciò non av- 
venne mai. Nò però questi terrori erano ancora cessati, 
che un nuovo ne sopraggiunse. 

Ma qui lasceremo da parte il pover' uomo: si tratta 
ben d'altro che di sue apprensioni private, che de' guai 
d'alcuni paesi, che d'un disastro passeggiero. 



CAPITOLO XXXI. 



La \wMq clic il tribunale della sanila aveva lemuto 
che potesse enirar con le liande alemanne nel milanese, 
c'era entrala davvero, come è noto ; ed ò nolo parimente 
che non si Umnò qui, ma invase e spopolò una buona 
parie d'Italia. Condotti dal filo della nostra storia, noi 
passiamo a raeeonlar gii avvenimenti principali di lineila 
calamità; nel milanese, s' intende, anzi in Milano qnasi 
esclusivamenle: cbè della ciltà quasi esclusivamente trat- 
tano le memorie del tempo, come a un di presso ac- 
cade sempre e per tutto, per buone e per cattive ra- 
gioni. E in questo racconto, il nostro fine non è , per 
dir la verità, soltanto di rappres(>nlar lo stalo delle cose 
ii(>l quale verranno a trovarsi i nostri personaggi , ma 
di far conoscere insieme, per quanto si può da noi, un 
tratto di storia patria più famoso che conosciuto. 

Delle molte relazioni contemporanee, non ce n' è al- 
cuna che basti da so a darn(> un'idea un po' distinta 
e ordinala; come non ce n' è alcuna che non possa aiu- 
tare a formarla. In ognuna di queste relazioni , senza 
eccettuarne quella del Ripamonti (1), la quale le supera 

(1) Joscphi Iìi|);imonlii, cnnoniei scalonsis, clironistao urlìis M^iliolani, 
De peste qua; fuil anno 1G30, Libri V. Mcliolani, 1640, aiiud Malalestas. 



1 PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXXI. 153 

tutte, per la quanlilà e per la scelta de' falli , e ancor 
più per il modo d'osservarli, in ognuna sono omessi 
falli essenziali, che son registrali in altre; in ognuna 
ci sono errori materiali, clic si posson riconoscere e ret- 
lificare con 1" aiuto di qualche altra, o di quo' pochi atti 
della puhhlica autorità, editi e inediti, che rimangono ; 
spesso in una si vengono a trovar le cagioni di cui 
nell'altra s'eran visti, come in aria, gli effetti. In tutte 
poi r(\iina una strana confusione di tempi e di cose ; è 
un continuo andare e venire , come alla ventura, senza 
disegno generale , senza disegno ne' particolari : carat- 
tere, del resto, de' più comuni e de' più apparenti ne' 
lihri di quel tempo, principalmente in quelli scritti in 
lingua volgare, almeno in Italia, se anche nel resto 
d'Europa, i dotti lo sapranno, noi lo sospettiamo. Nes- 
suno scrittore d'epoca posteriore s'è proposto d'esami- 
nare e di confrontare quelle memorie, per ritrarne una 
serie concatenata degli avvenimenti, una storia di quella 
peste ; sicché l' idea che se ne ha generalmente, dev'es- 
sere, di necessità, molto incerta, e un po' confusa: un'i- 
dea indeterminata di gran mali e di grand' errori (e 
per verità ci fu dell' uno e dell' altro , al di là di quel 
che si possa immaginare), un'idea composta più di giu- 
dizi che di fatti, alcuni fatti dispersi, non di rado scom- 
pagnali dalle circostanze più caratlerisliche, senza di- 
slinzion di tempo, cioè senza intelligenza di causa e 
d'elTelto, di corso, di progressione. Noi , esaminando e 
confrontando, con molta diligenza se non altro, tutte le 
relazioni stampale, più d'una inedita, molli (in ragione 
del poco che ne rimane) documenti, come dicono, ufi- 
ziali, ahhiain cercato di farne non già quel che si vor- 
rehbe, ma qualche cosa che non è stato ancor fallo. Non 
intendiamo di riferire tutti gli alti pubblici, e nemmeno 
lutti gli avvenimenli degni, in qualche modo, di me- 
moria. Molto meno pretendiamo di rendere inutile^ a chi 
voglia farsi un'idea più comitita della cosa, la lettura 
delle relazioni originali: senliamo troppo che forza viva, 



184 1 PROMESSI SPóéì 

propria, e per dir cosi , iacoramiicabile , ci sia semprò 
nell' opere di quel genere , comunque concepite e con- 
dotte. Solamente abbiam tentato di distinguere e di ve- 
rificare i fatti più generali e più importanti, di disporli 
nell'ordine reale della loro successione, per quanto lo 
comporti la ragione e la natura d'essi d'osservare la 
loro efficienza reciproca, e di dar così, per ora e finche 
qualcliedun altro non faccia meglio , una notizia suc- 
cinta, ma sincera e continuata, di quel disastro. 

Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dal- 
l'esercito, s'era trovalo qualche cadavere nelle case, 
qualcheduno sulla strada. Pòco dopo, in questo e in quel 
paese, cominciarono ad ammalarsi , a morire, persone, 
famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti 
alla più parte de viventi. C'era soltanto alcuni a cui 
non riuscissero nuovi: que' pochi che potessero ricor- 
darsi della peste clic, cinquanlatrò anni avanti, aveva de- 
solata pure una buona parte d'Italia, e in ispecie il mi- 
lanese, dove fu chiamata, ed ò tuttora, la peste di san 
Carlo. Tanto è forte la carità! Tra le memorie cosi va- 
rie e cosi solenni d'un infortunio generale, può essa 
far primeggiare quella d'un uomo, perchè a quest'uomo 
ha ispirati sentimenti e azioni più memorabili ancora 
de' mali; stamparlo nelle menti, come un sunto di 
tulli que' guai, perchè in tutti l'ha spinto e intromes- 
so, guida, soccorso, esempio, vittima volontaria; d'una 
calamità per tulli, far per (piest'uomo come un'im- 
presa; nominarla da lui , come una conquista o una 
scoperta. 

Il protofisico Lodovico Sellala, che, non solo aveva 
veduta quella peste, ma n'era stato uno de' più attivi e 
intrepidi, e, quantunque allor giovinissimo, de' più ripu- 
tati curatori ; e che ora , in gran sospetto di questa , 
stava all'erta e sulf informazioni, riferì, il 20 d'ottobre, 
nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso 
(l'ultima del territorio di Lecco, e confinante col ber- 
gamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. 



Capitolo xxxì. |85 

Non fu per questo presa veruna risoluzione, come si ha 
dal Ragguaglio del Tadino (1). 

Ed ceco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco 
e da Bellano. Il tribunale allora si risolvette e si con- 
tentò di spedire un commissario che, strada facendo, 
prendesse un medico a Como, e si portasse con lui a 
visitare i luoghi indicali. Tuli' e due, « o per ignoranza 
« per altro, si lasciarono persuadere da un vecchio et 
« ignorante barbiero di Bellano, che quella sorte de mali 
«non era Peste; (2j » ma, in alcuni luoghi, efTetto con- 
sueto dell' emanazioni autunnali delle paludi , e negli 
altri, ctTetlo de' disagi e degli strapazzi sotTerti, nel pas- 
saggio degli alemanni. Una tale assicurazione fu ripor- 
tata al tribunale, il quale pare che ne mettesse; il cuore 
in pace. 

Ma arrivando senza posa altre e altre notizie di morte 
da diverse parti, furono spediti due delegati a veilcre e 
a provvedere : il Tadino suddetto , e un auditore del 
tribunale. Quando questi giunsero, il male s'era già 
tanto dilatato, che le prove si otTrivano, senza che bi- 
sognasse andarne in cerca. Scorsero il territorio di Lecco, 
la Valsassina, le coste del lago di Como, i distretti de- 
nominati il Monte di Brianza, e la Cera d'Adda; e 
per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all'entrature, 
altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e attendali 
alla campagna, o dispersi; « et ci parevano, » dice il Ta- 
dino, «tante creature seluatiche, portando in mano chi 
«l'herba menta, chi la ruta, chi il rusmarino et chi 
« una ampolla d'aceto. » S'informarono del numero de' 
morti: era spaventevole; visitarono infermi e cadaveri, 
e per tutto trovarono le brutte e terribili marche della 
pestilenza. Diedero subilo, per lettere, quelle sinistre 
nuove al tribunale della sanità, il quale, al riceverle, 
che fu il 30 d'ottobre, «si dispose,» dice il medesimo 
Tadino, a prescriver le bullette per chiuder fuori della 

(1) PaR. 2;. 

(2) Tadino, ivi. 



156 I PROMESSI SPOSI 

Ciltà le persone provenienti da' paesi dove il contagio 
s' era manifeslalo ; « et mentre si compilaua la grida, » 
ne diede anticipatamente qualche ordine sommario a' 
gabellieri. 

Intanto i delegati presero in fretta e in furia quelle 
misure che parver loro migliori ; e se ne tornarono, con 
la trista persuasione che non sarebbero bastate a rime- 
diare e a fermare un male già tanto avanzato e diffuso. 

Arrivati il 14 di novembre, dato ragguaglio, a voce 
e di nuovo in iscritto , al tribunale , ebbero da questo 
commissione di presentarsi al governalore, e d' esporgli 
lo sialo delle cose. V'andarono e riportarono: aver lui 
di tali nuove provato molto disjtiacere, mostratone un 
gran sentimento; ma i pensieri della guerra esser più 
pressanti: sed belli graviores esse ciiras. Cosi il Ripa- 
monti, il quale aveva spogliati i registri della Sanità, e 
conferito col Tadino, incaricalo specialmente della missio- 
ne: era la seconda, se il lettore se ne ricorda, per quella 
causa, e con quell'esito. Due o tre giorni dopo, il 18 
di novembre, emanò il governalore una grida , in cui 
ordinava pul)bliclie feste, per la nascita del principe Carlo, 
lirimogenilo del iv Filippo IV, senza sospellare o senza 
curare il pericolo d'un gran concorso, in tali circo- 
stanze: tulio come in tempi ordinari, come se non gli 
fosse stato parlato di nulla. 

Era quest'uomo, come già s'è detto, il celebre Am- 
brogio Spinola, mandalo per raddrizzar quella guerra e 
riparare agli errori di don Gonzalo, e incidenlemeiite, a 
governare; e noi pure possiamo qui incidentemente ram- 
mentar che mori dopo pochi mesi, in quella stessa guerra 
che gli slava lauto a cuore; e morì, non già di ferite 
sul campo, ma iu letto, d'affanno e di struggimento, 
per rimproveri, lorti. disgusti d' ogni specie ricevuti da 
quelli a cui serviva. La storia ha deplorata la sua sorte, 
e biasimala l'altrui sconoscenza; ha descritte con molta 
diligenza le sue imprese militari e politiche, lodala la 
sua previdenza, l' attività, la costanza : poteva anche cor- 



CAPITOLO XXXI. 157 

cure cos'abbia fatto di tutte queste qualità, quando la 
peste min;icciava , invadeva una popolazione datagli in 
cura, piuUoslo in lialia. 

Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la ma- 
raviglia di quella sua condotta, ciò cbe fa nascere 
un'altra e più forte maraviglia, è la condotta della po- 
polazione medesima , di quella , voglio dire , cbe , non 
tocca ancora dal contagio^ aveva tanta ragion di temerlo. 
All' arrivo di ([uelh; nuove de' paesi cbe n' erano così 
malamente imbrattati, di paesi cbe formano intorno alla 
città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da 
essa non più di diciotto o venti miglia; cbi non cre- 
(leri'bbe cbe vi si suscitasse un movimento geneiale, un 
desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno 
una silurile inquietudine? Eppure, se in qualcbc cosa 
le memorie di quel tempo vanno d'accordo, ò nell' at- 
testare cbe non ne fu nulla. La peimria dell' anno an- 
tecedente, le angherie della soldatesca, le afflizioni d'a- 
nimo, parvero più die bastanti a render ragione della 
mortalità: sulle piazze, nelle bottegbe, nelle case, cbi 
buttasse là una parola del pericolo, cbi motivasse peste, 
veniva accolto con belle incredule, con disprezzo iracondo. 
La medesima miscredenza, la medesima, per dir meglio, 
cecità e fissazione prevaleva nel senato , ind Consiglio 
de' decurioni, in ogni magistrato. 

Trovo cbe il cardinal Federigo, appena riseppe i primi 
casi di mal contagioso, prescrisse, con lettera pastoi'ali." 
a'parrocbi. Ira le altre cose, die ammouissero più e i)iù 
volle i popoli dell'importanza e dell'obbligo stretto di 
ri^•elalv ogni simile accidente, e di consegnar le robe 
iidetle sospette (1): e anclie questa può essere contala 
tra le sue lodevoli singolarità. 

Il tribunale della sanità chiedeva, implorava coopera- 
zione, ma otteneva poco o niente. E nel tribunale stesso, 
l.i premura era ben lunlana da uguagliare T urgenza: 

(I) Viia (li Fi'ili ri^'o Boiromoo, comiiilaU ila Franrcsco Rivola. Mil.iii'i- 
lOtìC), pa^'. :ì82. 



158 1 PROMESSI SPOSI 

erano, come afferma più volte il Tadino, e come appare 
ancor meglio da lutto il contesto della sua relazione, i 
due ri>ici che, persuasi della gravità e dell' imminenza 
del pericolo, stimolavan quel corpo, il quale aveva poi a 
stimolare gli altri. 

Abbiam già veduto come , al primo annunzio della 
peste, andasse freddo neir operare, anzi noli' informa 
zioni: ecco un altro fatto di lentezza non mcn porten- 
tosa, se però non era forzata, per ostacoli frapposti da 
magistrati superiori. Quella grida per le bullette, riso- 
luta il 30 d'ottobre, non fu stesa che il 23 del mese 
seguente, non fu pubblicata che il 29. La peste era già 
entrala in Milano. 

Il Tadino e il Ripamonii vollero notare il nome di 
chi ce la portò il primo , e altre circostanze della per- 
sona e del caso: e infatti, nell' osservare i princìpi d'una 
vasta mortalità, in cui le vittime, non che esser distinte 
per nome, appena si potranno indicare all' incirca , per 
il numero delle migliaia, nasce una non so quale curio- 
sità, di conoscere que' primi e pochi nomi che poterono 
essere notati e conservati: questa specie di distinzione, 
la precedenza nell' esterminio . par che facciali trovare 
in essi, e nelle particolarità, per altro più indilTerenti , 
qualche cosa di fatale e di memorabile. 

L'uno e l'altro storico dicono che fa un soldato ita- 
liano al servizio di Spagna; nel resto non sono ben d'ac- 
cordo, neppur sul nome. Fu, secondo il Tadino, un 
Pietro Antonio Lovnto , di quartiere nel territorio di 
Lecco; secondo il Ripamonti, un Pier Paolo Locati , di 
quartiere a Ghiavenna. DilTeriscono anche nel giorno della 
sua entrata in Milano: il primo la mette al 22 d'otto- 
bre, il secondo ad altrettanti del me^e seguente: e non 
si può slare nò all'uno nò all' altro. Tutl'e due l'epoclK» 
sono in coiitradi/.ione con allre ben più verificat(!. Ep- 
pure il Ripamonti, scrivendo per ordine del (ìoiisiglio 
generale de' decurioni, doveva avere al suo comando molli 
mi'/.zi di pn^nder l'informazioni necessarie: (m1 Tadino, 



CAPITOLO XXXI. 159 

por ragione del suo impiego, poteva, meglio d' ogni al- 
Iro, essere informalo d' nn fallo di qiieslo genere. Del 
nslo, dal risconiro d' altre date che ei paiono, come al)- 
Mam dello, piìi esatte, risulta clic fu, prima della pub- 
lilicazione della grida sulle bullette; e, se ne mettesse 
conto, si potrebbe ancbe provare o quasi provare, che 
dovette essere ai primi di quel mese ; ma certo, il let- 
tore ce ne dispensa. 

Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e por- 
tator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate 
rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una 
casa di suoi parenti, nel borgo di porla orientale, vicino 
ai cappuccini; appena arrivato, s'ammalò; fu portato allo 
spedale; dove un bubbone che gli si scopri sotto un'a- 
scella, mise chi lo curava in sospetto di ciò eh era in- 
fatti ; il quarto giorno morì. 

Il triljunale della saniUà foce segregare e sequestrare 
in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui 
era stato allo spedale, furon bruciali. Due serventi che 
l'avevano avuto in cura, e un buon frate che l'aveva 
assistito, caddero anch'essi ammalati in pochi giorni, 
tuli' e Ire di peste. Il dubbio che in quel luogo s'era 
avuto, fin da principio, della natura del male, e le cau- 
tele usal(^ in conseguenza, fecero si che il contagio non 
vi si propagasse di più. 

Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminio 
che non tardò a germogliare. Il primo a cui s' attaccò, 
fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, 
un Cario Colonna sonalor di liuto. Allora lutti i pigio- 
nali di (piclla casa furono, d'ordine della Sanità, con- 
doli! al lazzeretto, dove la più parte s'ammalarono; al- 
cuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio. 

Nella cillà, cpiello die già c'(>ra slato disseminalo da 
costoro, da' loro panni, dai loro mobili trafugali da pa- 
lenii, da pigion.di. da persone di servizio, alle l'icerclie 
e ;il fuoco prescrllto dal tribunale, odi più quello che 
c'entrava di nuovo, per l'imiierfezion degli edilli, per la 



160 1 PROMESSI SPOSI 

trascuranza nel!' eseguirli, e per la destrezza nell'eluderli, 
andò covando e serpendo lentamenle , tutto il restante 
dell' anno , e ne' primi mesi dei susseguente 1630. Di 
quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere a 
qualcheduno s'attaccava, qualdieduno ne moriva: e la 
radezza stessa de'casi allontanava il sospetto della verità, 
confermava sempre più il pubblico in quella stupida e 
micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse 
stata neppure un momento. Molti medici ancora, facendo 
eco alla voc<^ del popolo (era, anche in questo caso, voce 
di Dio"?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti 
MJinacciosi de' pochi : e avevan pronti nomi di malattie 
comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero 
chiamati a curare : con qualunque sintomo, con qualun- 
que segno fosse comparso. 

Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano 
alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il 
terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti 
gl'ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrom- 
pevano i becchini e i loro soprintendenti ; da subalterni 
del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cada- 
veri, s'ebbero, con danari, falsi attestati. 

Siccome però a ogni scoperta che ,q:1ì riuscisse fare, il 
tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro 
case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argo- 
mentare quanta dovesse esser contro di esso 1' ira e la 
mormorazione del publilico, « della Nobiltà, delli MtT- 
canti et della plebe, » dice il Tadino ; persuasi, com'eran 
lutti, che fossero vessazioni senza motivo , e senza co- 
strutto. L'odio principale cadeva sui due medici; il sud- 
detto Tadino, e Senatore Settata, figlio del protofisico; 
a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze 
senza essere assaliti da parolacce, quando non eran 
sassi. E certo fu singolare, e merita che ne sia fatta 
memoria , la condizione in cui , per qualche mese , si 
trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orri- 
bile flagello , d' atTaticarsi in ogni maniera a stornarlo. 



CAPITOLO XXXI. 16! 

trintonlrare ostacoli dove cercavano aiuti , volontà, e 
d'essere insieme hersafilio delle trrid;i. avere il nome di 
nemici della patria : prò patrioi huslibus , dice il Ripa- 
monti. 

Di queir odio ne toccava una parte anche agli altri 
medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, 
suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a 
tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li taccia- 
vano di credulità e d'ostinazione: per tutti gli altri, era 
manifesta impostura, cahala ordita per far bottega sul 
pubblico spavento. 

Il protofisico Lodovico Settala. allora poco men che 
ottuagenario, stato professore di medicina all'università 
di Pavia, poi di filosofia morale a Mdano , autore di 
molte opere riputatissime allora, chiaro per inviti a cat- 
tedre d'altre università. Ingolstadt, Pisa, Bologna, Pa- 
dova, e per il rifiuto di tutti questi inviti, era certa- 
mente uno degli uomini più autorevoli del suo tempo. 
Alla riputazione della scienza s'aggiungeva quella della 
vita, e all'ammirazione la benevolenza, per la sua gran 
carità nel curare e nel beneficare i poveri. E, una cosa 
die in noi turba e contrista il sentimento di stima ispi- 
rato da questi meriti , ma che allora doveva renderlo 
più generale e più forte, il pover' uomo partecipava de' 
pregiudizi più comuni e più funesti de' suoi contempo- 
ranei : era più avanti di loro, ma senza allontanarsi 
dalla scliiera, che è quello che attira i guai, e fa molte 
volte perdere l'autorità acquistata in altre maniere. Ep- 
pure ([uella grandissima che godeva, non solo non ba- 
stò a vincere, in questo caso, l'opinion di quello che 
i poeti chiamavan volgo profano, e i capocomici, rispet- 
tabile pubblico; ma non potè salvarlo dall'animosità e 
dagl'insulti di quella parte di esso, che corre più fa- 
cilmente da' giudizi alle dimostrazioni e ai falli. 

Un giorno che andava in bussola a visitare i suoi am- 
malati, principiò a radunarglisi intorno gente, gridando 
C5ser lui il capo di coloro che volevano per forza che ci 

VOL. II. T" 



102 1 PROMESSI SPOSI 

fosse la peste; lui che metteva in ispavenlo la città, con 
quel suo cipiglio, con (juclla sua liarlt;iccia : tutto per 
dar da fare ai medici. La t'olia e il l'urore andavan cre- 
scendo: i portantini, vedendo la mala parata, ricovera- 
rono il padrone in una casa d'amici, che per sorte era 
vicina. Questo gli toccò per aver veduto chiaro , detto 
ciò che era, e voluto salvar dalla peste molte migliaia 
di persone: quando con un suo deplorahiN; consulto, 
cooperò a far torturare, tanagliare e hruciare, come stre- 
ga , una povera infelice sventurata , perchè il suo pa- 
drone pativa dolori strani di stomaco , e un altro pa- 
drone di prima era stato fortemente innamoralo di lei (1), 
allora ne avrà avuta presso il pubblico nuo\a lotle di sa- 
piente e, ciò che è intollerabile a pensare, nuovo titolo 
di benemerito. 

Ma sul Unire del mese di marzo, cominciarono, prima 
nel borgo di porta Orientale, poi in ogni quartiere della 
città, a farsi freipienli le malattie, le morti, con acciilenli 
strani di spasimi, di palpila/àoni, di letargo, di delirio, 
con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti 
per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza 
alcun indizio antecederne di malattia. I medici opposti 
alla opinion del contagio, non volendo ora confessare 
ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome 
generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune 
e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di 
febbri maligne, di febbri pestilenti; miserj'bile transa- 
zione, anzi trulfiMia di parole, e che pur faceva gran 
danno; perchè, figurando di riconoscere la verità , riu- 
sciva ancora a non lasciar credere ciò che più impor- 
tava di credere, di vedere, che il male s'attaccava per 
mezzo del contallo. I magistrali, come chi si risente da 
un profondo sonno, principiarono a dare un po' più 
orecchio agli avvisi , alle proposte della Sanità , a far 
eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quaran- 

(I) storia ili Mil.in.i M r.oiil> Pi.-lro V.'rri: Milani) 1825, Tom. '», paR. 13,".. 



CAPITOLO XXXi. 16 

teiit! prcscrilte da quel tribunale. Chiedeva esso di eoii- 
tinuo anche danari per supplire alle spese giornaliere, 
crescenti, del lazzeretto, di tanti altri servizi: eli chie- 
deva ai decurioni, intanto che fosse deciso (che non fu, 
credo, mai, se non col fatto) se tali spese toccassero 
alla città, o all'erario regio. Ai decurioni faceva pure 
istanza il gran cancelliere, per ordine anche del gover- 
natore , eh' era andato di nuovo a metter V assedio a 
quel povero Casale; faceva istanza il senato, perchè 
pensassero alla maniera di vettova.alior la città, prima 
che, dilatandovisi per isventura il contagio , le venisse 
negato pratica dagli altri paesi ; perchè trovassero il 
mezzo di mantenere una gran parte della popolazione , 
a cui eran mancati i lavori. I decurioni cercavano di 
far danari per via d'imprestiti, d'imposte; e di quel 
che ne raccoglievano, ne davano un po' alla Sanità, un 
po' a' poveri; un po' di grano compravano: supplivano 
a una parie del bisogno. E le grandi angosce non erano 
ancor venute. 

Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque deci- 
mata ogni giorno , andava ogni giorno crescendo , era 
un'altra ardua impresa quella d'assicurare il servizio 
e la subordinazione, di conservar le separazioni pre- 
scritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di 
stabilirvi il governo ordinalo dal tribunale della sanità: 
che, fin da' primi momenti, c'era stala ogni cosa in 
confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la 
trascuratezza e per la connivenza de' serventi. Il tribu- 
nale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, 
pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono il 
padre commissario della provincia , il (piale faceva le 
veci del provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar 
loro de' soggetti abili a governare quel regno desolato. 
Il commissario propose loro, per principale un padre 
Felice Casali, uomo d' età matura, il qual(> godeva una 
gran fama di carila, d'attività, di mansui'ludine insieme 
e di fortezza d'animo, a quel (-he il seguito fece vedere, 



ICì't I PROMESSI SPOSI 

ben nicrilata ; e por compagno e corno ministro di Ini, 
un padre Michele Pozzobonelli, ancor giovine, ma grave 
e severo, di pensieri come d'aspollo. Furono accettati 
con gran piacere; e il 30 di marzo, entrarono nel laz- 
zeretto. Il presidente della Sanità li condusse in giro, 
come per prenderne il possesso; e, convocati i serventi 
e gl'impiegati d'ogni grado, dichiarò, davanti a loro, 
presidente di (piel luogo il padre Felice , con primaria 
e piena autorità. Di mano in mano poi che la misera- 
bile radunanza andò crescendo, v'accorsero altri cappuc- 
cini; e furono in quel luogo soprintendenti, confessori, 
amminislr.itori, infermieri, cucinieri, guardarobi, lavan- 
dai, lutto ciò che occorresse. Il padre Felice, sempre af- 
faticato e sempre sollecito, girava di giorno, girava di 
notte, per i portici, per le stanze, per (piel vasto spazio 
interno, talvolta portando un'asta, talvolta non armato 
che ili cilizio; animava e regolava ogni cosa; sedava i 
Inniulli. faceva ragione alle querele, minacciava, puniva, 
riprendeva, confortava, asciugava e spargeva lacrime. 
Prese, sul principio, la peste; ne guari, e si rimise, con 
nuova lena, alle cure di prima. I suoi confratelli ci la- 
sciarono la più parte la vita, e tutti con allegrezza. 

Cerio, una tale dittatura era uno strano ripiego; strano 
come la calamità, come i tempi ; e (piando non ne sa- 
pessimo altro, basterebbe per argomento, anzi per sag- 
gio d'una .società molto rozza e mal regolata, il veder 
che quiriti a cui toccava un così importante governo , 
non sap(\^sc più farne altro che cederlo , nò trovassero 
a chi cederlo, che uomini, per istituto, il più alieni da 
ciò. Ma è insieme un saggio non ignobile della forza e 
tieir abilità che la carità può dare in ogni tempo, e in 
qualuniiue ordin di cose, il veder quest'uomini soste- 
nere un tal carico così bravamente. E fu bello lo stesso 
averlo accettato, senz' altra ragione che il non esserci 
chi lo volesse, senz'altro Hne che di servire, senz' altra 
speranza in questo mondo, che d'una morte molto più 
invidiabile che invidiata; fu bello lo slesso esser loro 



CAPITOLO XXXI. 16r> 

offerto, solo perdio era difficile e pericoloso, e si sup- 
poneva che il vigore e il sangue freddo, così necessario 
e raro in qua' momenti, essi lo dovevano avere. E per- 
ciò r opera e il cuore di que' frali meritano che se ne 
faccia memoria , con ammirazione , con tenerezza , con 
quella specie di gratitudine che è dovuta, come in so- 
lido, per i gran servizi resi da uomini a uomini, e più 
dovula a (juelli che non se la propongono per ricom- 
pensa. « Che se questi Padri ini non si ritrouauano, » 
dico il Tadino, « al sicuro tutta la Città annichilata si 
« trouaua ; puoichè fu cosa miracolosa 1' hauer questi 
« Padri fatto in così puoco spatio di tempo tante cose 
« per benefitio puhlico, che non hauendo hauuto agiul- 
« to, almeno puoco dalla Città, con la sua industria 
& et prudenza haueuano mantenuto nel Lazeretto tante 
« migliaia de' poueri. » Le persone ricoverate in quel 
luogo, durante i sette mesi che il padre Felice n'ebbe 
il governo, furono circa cinquantamila, secondo il Ripa- 
monti ; il quale dice con ragione , che d' un uomo tale 
avrebbe dovuto ugualmente parlare, se in vece di de- 
scriver le miserie d' una città , avesse dovuto raccontar 
le cose che posson farle onore. 

Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la pe- 
ste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano 
in mano che il morbo si diffondeva, e si dilfondeva per 
via del contatto e della pratica ; e tanto più quando , 
dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra' poveri, 
cominciò a toccar [lersone più conosciute. E tra queste, 
come allora fu il più notato , così merita anche adesso 
un' espressa menzione il protofisico Settala. Avranno al- 
men confessato che il povero vecchio aveva ragione? Chi 
lo sa? Caddero infermi di peste, lui, la moglie, due 
figliuoli, sette persone di servizio. Lui e uno de' figliuoli 
n'uscirono salvi: il resto mori. « Questi casi, » dice il 
Tadino, « occorsi nella Città in case Nobili, disposero la 
« Nobiltà, et la plebe a pensare, et gli increduli Medi- 
« ci, et la plebe ignorante et temeraria cominciò strin- 
« gore le labra, chiudere li denti, et inarcare le ciglia. » 



1()() 1 PROMESSI SPOSI 

Ma r liscilo, i ripieghi, le vendette, per dir cosi, della 
caparbietà convinta, sono alle volte tali da far deside- 
rare che fosse rimasta ferma e invitta, fino all'ultimo, 
contro la ragione e V evidenza: e questa fu bene una 
di rpieile volte. Coloro i quali avevano impugnato così 
risolutamente, e cosi a lungo, che ci fosse vicino a loro, 
tra loro, un germe di male, che poteva, per mezzi na- 
turali, propagarsi e fare una strage; non potendo or- 
mai negare il propagamento di esso, e non volendo at- 
triliuirlo a que' mezzi (che sarebbe stalo confessare a 
un lenqio un grand' inganno e una gran colpa), erano 
tanto più disposti a trovarci qualche allra causa, a me- 
nar buona qualunque ne venisse messa in campo. Per 
disgrazia, ce n' era una in pronto nelle idee e nelle tra- 
dizioni comuni allora, non qui soltanto, ma in ogni 
parte d'Europa: arti venefiche, operazioni diaboliche, 
gente congiurala a sparger la peste, per mezzo di ve- 
leni contagiosi , di malie. Già cose tali o somiglianti, 
erano state supposte e credule in molte altre pestilen- 
ze , e (pii segnatamente . in quella di mezzo secolo in- 
nanzi. S'aggiunga che, lìii dall' ainio aniecedenle, era 
venuto un dispaccio , sottoscritto dal re Filippo IV, al 
governatore, per avvertirlo eh' erano scappali da Madrid 
quattro francesi, ricercati come sospetti di spargere un- 
guenti velenosi, pestiferi : stesse all' erta, se mai coloro 
fossero capitali a Milano. Il governatore aveva comuni- 
cato il dispaccio al senato e al tribunale della sanità; 
nò, per allora , pare che ci si badasse più che tanto. 
Però, scoppiata e riconosciuta la peste, il tornar nelle 
menti quell'avviso potè servir di conferma al sospetto 
iiidelerininalo d'una frode scellerata; potè anche essere 
la iì:iina occasione di farlo nascere. 

Ma due falli, l'uno di cieca e indisciplinala paura, 
l'altro di non so quale attività, furon quelli che con- 
vertirono quel sospetto indeterminato d' un attentato 
possibile, in sospetto, e per molti in certezza, d'un at* 
tentato positivo, e d'una trama reale. Alcuni, ai quali 



CAPÌTOLO XXXI. 107 

ora \yAv^o di vodcM'o, la sera del 17 di maggio, persone 
in duomo andare ungendo un assito che serviva a" di- 
videre gli spazi assegnali a' due sessi, fecero, nella notte, 
portar fuori della chiesa l'assito e una quantità di pan- 
clie rinchiuse in cpiello; qn:mtunipie il presidiMile (Iella 
Sanità, accorso a far la visita, con quaili'o persone del- 
l' ufìzio, avendo visitato l'assito, le panche, le pile del- 
l'acqua benedetta, senza trovar nulla che potesse confer- 
mare l'ignorante sospetto d'un attentato venefico, avesse, 
per compiacere all'immaginazioni altrui, e più tosto per 
abbondare in calitela, die per bisorjno, avesse, dico, 
deciso che bastava dar una lavata all'assito. Quel volume 
di roba accatastala produsse una grand' impressione di 
spavento nella moltitudine, per cui un oggetto diventa 
cosi facilmente! un argomento. Si disse e si credette ge- 
neralmente che fossero state unte in duomo tutte le pan- 
che, le pareti, e fin le corde delle campane. Ne si disse 
soltanto allora: tulle le memorie de' coniemporanei che 
parlano di quel fallo (alcune scritte moll'anni dopo), ne 
parlano con ugual sicurezza: e la storia sincera di esso, 
bisognereltbe indovinarla, se non si trovasse in una let- 
tera del triltunale della sanità al governatore, che si con- 
serva nelTarchivio dello di san Fedele; dalla quale l'ab- 
biamo cavata, e della quale sono le parole che abbiam 
messe in corsivo. 

La mattina seguente, un nuovo e pii!i strano, più si- 
gnificante spettacolo colpi gli occhi e le menti de' cittadini. 
In ogni parte della città, si videro le porte delle case e 
le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che 
sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle 
spugne. sia stalo un gusto sciocco di far nascere uno 
spavento più rumoroso e più gt'iu'rale, o sia stato un 
più reo disegno d'accrescer fa pubblica confusione, o 
non saprei che altro ; la cosa ò attestala di maniera, che 
ci parrebbe men ragion(;vole l'attribuirla a un sogno di 
molti, che al fallo d'alcuni: fatto, del resto, che non sa- 
rebbe sialo, ni'" il primo nr rullimo di tal genere. Il 



168 1 PROMESSI SPOSI 

Ripamonti, che spesso, su questo particolare dell'unzioni, 
demle , e più spesso deplora la credulità popolare , qui 
afferma d'aver veduto quell'impiastramcnlo , e io de- 
scrive (1). Nella lettera sopraccitata, i signori della Sa- 
nità raccontan la cosa ne' medesimi termini; parlan di 
visite , d' esperimenti fatti con quella materia sopra de' 
cani, e senza cattivo effetto; aggiungono, esser loro opi- 
nione, che cotale temerità sia più tosto proceduta da in- 
solenza, che da fine scellerato: pensiero che indica in 
loro, fino a quel tempo, pacatezza d'animo bastante per 
non vedere ciò che non ci fosse stato. L'altre memorie 
contemporanee , raccontando la cosa , accennano anche, 
essere slata, sulle prime, opinion, di molli, che fosse fatta 
per burla, per bizzarria; nessuna parla di nessuno che 
la negasse; n'avrebbero parlato certamente, se ce ne 
fosse stati; se non altro, per cliiamarli stravaganti. Ho 
creduto che non fosse fuor di proposilo il riferire e il 
mettere insieme questi particolari, in parte poco noli , 
in parte affatto ignorati, d'un celebre delirio; perchè, 
negli errori e massime negli errori di molli, ciò che ò 
più interessante e più utile a osservarsi, mi pare che sia 
appunto la strada che hanno fatta, l'apparenze, i modi 
con cui hanno potuto entrar nelle menti , e dominarle. 
La città già agitata ne fu sottosopra: i padroni delle 
case, con paglia accesa, alihruciacchiavano gli spazi unti; 
i passeggieri si fermavano, guardavano, inonidivano, fre- 
mevano. 1 forestieri, sospetti j)er (luesto solo, e che allora si 
conoscevan facilmenti^ al vestiario, venivano arrestati nelle 
strade dal popolo, e condotti alla giustizia. Si fecero in- 
terrogatòri, esami d'arrestati, d'arrestatori, di testimoni, 
non si trovò reo nessuno: le menti erano ancor capaci 
di (Inl)ilare. d'esaminare d' intendere. Il tribunale della 
sanità pubblicò una grida, con la quale prometteva pre- 

(1) . . . . pt nos quoque ivimus visore. Macula; eranl siiarsim iniequa- 
liteniun mananlrs, viluli si quis liauslam spongia saiiiom adspersissct, 
imprcssiss.nvo pnrìoli : et ianuje passim, osUaque sedium cadem adsper- 
gine contaminala ccrnvhanlur. Pag. 75. 



CAPITOLO XXXI. 1(ÌD 

mio e impunilà a olii mettesse in chiaro l'autore o gli 
autori del fatto, ^ri! ofjui modo non parendoci conueniente, 
dicono quo' signori nella citata lettera, che porla la data 
del 21 di maggio, ma che fu evidentemente scritta il 
19, giorno segnalo nella grida stampata, die questo de- 
li! to in qualsinogìia modo resti impunito, massime in 
tempo tanto pericoloso e sospettoso, per consolatione, e 
quiete di questo Popolo e per cauare indicio del fatto, 
habbiamo oggi publicata grida , etc. Nella grida stessa 
però, nessun cenno, almen chiaro, di quella ragionevole 
e acquietante congettura, che partecipavano al governa- 
tore : silenzio che accusa a un tempo una preoccupa- 
zione furiosa nel popolo, e in loro una condiscendenza, 
tanto più biasimevole , quanto più poteva esser perni- 
ciosa. 

Mentre il tribunale cercava, molti nel pubblico, come 
accade , avevan già trovato. Coloro che credevano esser 
(lucila un'unzione velenosa, chi voleva che la fosse una 
vendetta di don Gonzalo Fernandez de Cordova, per gli 
insulti ricevuti nella sua partenza, chi un ritrovato del 
cardinal di Richelieu , per spopolar Milano , e impadro- 
nirsene senza fatica; altri , e non si sa per quali ra- 
gioni, ne volevano autore il conte di Collalto, Wallen- 
stein, questo, quell'altro genliluouìo milanese. Non maii- 
cavan, come abbiam detto, di queUi che non vedevano 
in quel fatto altro che uno sciocco scherzo, e l'attribui- 
vano a scolari, a signori, a ufiziali che s'annoiassero al- 
l'assedio di Casale. Il non veder poi , come si sarà l(>- 
muto, che ne seguisse addirittura un infetlamenlo, un 
eccidio universale, fu probabilmente cagione che quel 
primo spavento s'andasse per allora acquietando, e la 
cosa fosse o paresse messa in oblìo. 

C'era, del resto, un certo numero di persone non an- 
cora persuase che questa peste ci fosse. E perchè, tanto 
nel lazzeretto, come per la cillà, alcuni pur ne guari- 
vano, «si diceua, » (gli ultimi argomenti d'una opinioni^ 
Itatlufa dall' {'vid(Miza snn sempre erniosi a sapersi) «s 

VOL. II. 8 



no I PROMESSI SPOSI 

«diceua dalla plebe, et ancora da molti medici pari iali, 
« non essere vera peste, perchè tntti sarebbero morti (l). » 
Per levare ogni dubbio, trovò il tribunale della sanità 
un espediente proporzionato al bisogno, un modo di par- 
lare agli occhi, quale i tempi potevano richiederlo o sug- 
gerirlo. In una delle feste della Pentecoste, usavano i 
cittadini di concorrere al cimitero di san Gregorio, fuori 
di porta Orientale, a pregar per i morti dell' altro con- 
tagio, ch'eran sepolti kà ; e, prendendo dalla divozione 
opportunità di divertimento e di spettacolo, ci andavano, 
ognuno più in gala che potesse. Era in quel giorno morta 
di peste, tra gli altri, un'intera famiglia. Nell'ora del 
maggior concorso, in mezzo alle carrozze, alla gente a 
cavallo, e a piedi, i cadaveri di quella famiglia furono, 
d' ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur 
un carro, ignudi, affinchè la folla potesse vedere in essi 
il marchio maiufesto della pestilenza. Un grido di ri- 
brezzo, di terrore, s'alzava per tutto dove passava il 
carro; un lungo mormorio regnava dove era passato; un 
altro mormorio lo precorreva. La peste fu piìi credula: 
ma del resto andava acquistandosi fede da se, ogni giorno 
più; e quella riunione medesima non dovè servir poco 
a propagarla. 

In principio dunque, non peste, assolutamente no, per 
nessun conto : proibito ;inclie di proferire il vocabolo. 
Poi, febbri pestilenziali: l'idea s'ammette per isbieco in 
un aggettivo. Poi, non vera peste; vale a dire peste si, 
ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa 
alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, 
peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s'è at- 
taccata un'altra idea, l'idea del venefizio e del malelìzio, 
la quale altera e confonde l'idea espressa dalla parola 
che non si può più mandare indietro. 

Non è, credo, necessario d'esser molto versalo nella 
storia dell' idee e delle parole, per vedere che molle hanno 
fatto un simil corso. Per grazia del ciclo, che non sono 

(1) Tadino, pag oa. 



CAPITOLO XXXI. 171 

molte quelle d'una lai sorte, e d'una tale importanza, 
e che conquistino la loro evidenza , a un tal prezzo , e 
alle quali si possano attaccare accessori d'un tal genere. 
Si potrebbe però , tanto nelle cose piccole , come nelle 
grandi, evitare, in gran parte, quel corso cosi lungo e 
cosi storto, prendendo il metodo proposto da tanto tem- 
po d'osservare, ascoltare, paragonare, pensare prima di 
parlare. 

Ma parlare, questa cosa cosi sola, è talmente più fa- 
cile di tutte quell'altre insieme, che ancbe noi, dico noi 
uomini in generale, siamo un po' da compatire 



capìtolo xxxii. 



DivoniMìilo sempre più diflìcile il supplire nlT esigenze 
dolorose della circostanza, era stato, il 4 di maggio, de- 
ciso nel Consiglio de' decurioni, di ricorrer per aiuto al 
govcriialore. E, il 22, furono spediti al campo duo di 
((ucl corpo , chi; gli rappresentassero i guai e le stret- 
tezze della città: le spese enormi, le casse vote, le ren- 
dite degli anni avvenire impegnate, le imposte correnti 
non pagate, per la miseria generale, prodotta da laìitc 
cause, e dal guasto militare in ispecie; gli mettessero 
in considerazione che, per leggi o consuetudini non in- 
terrotte, e per decreto spr-ciale di Carlo V, le spese della 
peste dovean essere a carico del fisco: in quella del irìVO, 
avere il governatore, marchese d'Ayamonte, non solo 
sospese tutte le imposizioni camerali, ma data alla città 
una sovvenzione di (piaranlamila scudi defila stessa Ca- 
mera; chiedessero niialinrnlc quattro cose: che l'impo- 
sizioni fossero sospese come allora s'era fatto; la Camera 
d«;sse danari ; il governatore informasse il re, delle mi- 
serie della città e della provincia ; dispensasse da nuovi 
alloggiamenti militari il paese già rovinalo dai passati. 
Il governatore scrisse in risposta comloglianze. e nuove 



I PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXXll. 173 

esorlazioni: dispiacergli di non poler trovarsi nella cillà, 
per impiegai'e ogni sua cura in sollievo di qm^lla; ma 
sperare che a tutto avrebbe supplito lo zelo di que' si- 
gnori: questo essere il tempo di spendere senza rispar- 
mio, d'ingegnarsi in ogni maniera. In quanto alle ri- 
chieste espresse, proueeré en el mejor modo que ci tiempo 
y necesidades preseutes permilieren. E sotto , un girigo- 
golo, che voleva dire Ambrogio Spinola, chiaro come le 
sue promesse. Il gran cancelliere Ferrer gli scrisse che 
quella risposta era stala letta dai decurioni, con gran 
desconsuelo ; ci furono altre andate e venute, domande 
e risposte: ma non (rovo che se ne venisse a più strette 
conclusioni. Qualche tempo dopo, nel colmo della peste, 
il governatore trasferì, con lettere patenti, la sua auto- 
rità a Ferrer medesimo , avendo lui , come scrisse , da 
pensare alla guerra. La quale , sia detto qui incidente- 
mente, dopo aver portato via , senza parlar de' soldati , 
un milion di persone, a dir poco, per mezzo del con- 
tagio, tra la Lombardia , il Veneziano , il Piemonte , la 
Toscana, e una parte della Romagna; dopo aver desolati, 
come s'è visto di sopra, i luoghi per cui passò e figu- 
ratevi quelli dove fu fatta; dopo la presa e il sacco atroce 
di Mantova; finì con riconoscerne lulti il nuovo duca, 
per escludere il quale la guerra era siala intrai)resa. Bi- 
sogna però dire che fu obbligato a cedere al duca di 
Savoia un pezzo del Monferrato, della rendita di quindi- 
cimila scudi, e a Ferrante duca di Guastalla altre terre, 
della rendila di seimila ; e che ci fu un altro trattato 
a parte e segretissimo, col quale il duca di Savoia sud- 
detto cede Pinerolo alla Francia, trattato eseguito qual- 
che tempo dopo, sott'altri pretesti, e a furia di furberie. 

Insieme con quella risoluzione, i decurioni ne aveva n 
presa un'allra: di chiedere al cardinale arcivescovo, che 
si facesse una processione solenne, portando per la cittcà 
il corpo di san Carlo. 

Il buon prelato rifiutò, per molte ragioni. Gli dispia- 
ceva quella fiducia in un mez/.o arbitrario , e temeva 



17i 1 PROMESSI SPOSI 

chp, se r effetto non avesse corrisposto, come pure teme- 
va, la fiducia si cambiasse in iscandolo (l). Temeva di 
più, clie se pur c'era di questi untori, la processione 
fosse un' occasiou troppo comoda al delitto: se non ce 
fi. era. il radunarsi tanta .ffcntc non poteva che spander 
sempre più il conla^io: pericolo ben più reale (2). Che 
il sospetto sopito dell' unzioni s'era in tmUo ridestato, 
più generale e più furioso di prima. 

S'era visto di nuovo, o questa volta era parso di ve- 
dere, unte muraglie, porte d' edifizi pubblici, usci di 
case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca 
in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi 
son preoccupali, il sentire faceva l'clfetto del vedere. Gli 
animi, sempre più amareggiati dalla presenza de' mali , 
irritati dall'insistenza del pericolo, abbracciavano più vo- 
lentieri quella credenza: cbè la collera aspira a[)unire: 
e, come osservò acutanienle, a questo slesso proposilo, 
un uomo d'ingegno (;3), le piace più d'attribuire i mali 
a una perversità umana, contro cui possa far le sue ven- 
dette , che di riconoscerli da una causa . con la quale 
non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno sipii- 
sito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che ba- 
stanti a spiegar la violenza, e tulli gli acci<lenli più 
oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, (piel 
veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia d'ap- 
pestati , di peggio, di tutto ciò che selvaggie e stra- 
volle fantasie sapessero trovar di sozzo e d' atroce. Vi 
s'aggiunsero poi le malie, j)er le quali ogni effetto 
diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si 
scioglieva ogni diflìcoltà. Se gli etfctli non s' eran veduti 

(1) Mi/moria (ii-Iio cose iiolabili sucrcssfi in Milano inlurmi ni mal con- 
tappiosti l'anno lC3i1. ce. racrollf da D. Pio la Croce. Milano, 17J0. K 
IraUa cviiiinicmcntc ila scrino inedito d' autore vissuto al tempo della 
pestili nza. se pure non è una semplice edizione, piuttosto che una nuova 
compilazione. 

(ì) Si unguenta si^elerala et unrlores in urbe cssi'nt .... Si non es- 
sent . . . . Ccrliusnue adeo maluni. Itipanionti pag. isr». 

(3) P. Verri. Osservazioni sulla tortura; Scrittori Italiani d'economia 
politica; parie moderna, tom. 17, pag. 203. 



CAPITOLO XXXll. 175 

.«libito dopo quella prima unziono, se ne capiva il per- 
chè; era stato un Icnlalivo shacfliato di venefici ancor 
novizi, ora l'arte era peit'eziunata, e le volontà più ac- 
canito neir infernale proposilo. Ormai chi aves.'^e soste- 
nuto ancora ch'era stala una hnria , chi avesse negala 
l'esistenza d'una trama, passava per cieco, per ostinato ; 
se pur non cadeva in sospetto d'uomo interessato a stor- 
nar dal vero l'attenzion del puljhlico, di complice, tVun- 
(ore: il vocal)0lo fu hon presto comune, solenne, tremendo. 
Con una tal persuasione che ci fossero untori , se ne 
doveva scoprire , quasi infaliihilmenle : tutti gli occhi 
stavano all'erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la ge- 
losia diveniva facilmente certezza, la certezza furore. 

Due fatti ne adduce in prova il Ripamonti, avvertendo 
d'averli scelti, non come i più atroci tra quelli che se- 
guivano giornalmente, ma perchè dell" uno e dell'altro 
era stato pur troppo testimonio. 

Nella chiesa di sant'Antonio, un giorno di non so 
quale solennità, un vecchio più che ottuagenario, dopo 
aver pregalo alquanto inginocchioni, volle mettersi a se- 
dere; e prima, con la cappa, spolverò la panca. « Quel 
vecchio unge le panche!» gridarono a una voce alcune 
donne che vider l'atto. La gente che si trovava in chiesa 
(in chiesa!), fu addosso al vecchio; lo prendon per i 
capelli, hianchi com'erano; lo carican di pugni e di calci; 
parie lo tirano, parie lo spingon fuori; se non lo fini- 
rono, fu per istrascinarlo, cosi semivivo, alla prigione , 
ai giudici, alle torture. «Io lo vidi mentre lo strascinavan 
cosi,» dice il Ripamonti: «e non ne seppi più altro: 
«credo hene che non al)l)ia potalo sopravvivere [)iù di 
« qualche momento, b 

L'altro caso (e segui il giorno dopo) fu egualmente 
strano, ma non uifualmente funesto. Tre giovani compa- 
gni francesi, un hHterato. un pillore, un meccanico, ve- 
nuti per veder l'Italia, prr istudiarvi le antichità, e per 
cercarvi occasion di guadagno, s'erano accostali a non 
so qual parte esterna del duomo, e slavan li guardando 



176 I PROMESSI SPOSI 

attentamente. Uno clie passava, li vide e si ferma ; jjfli 
accenna a un altro, ad altri che arrivano: si formò nn 
crocchio, a gnardare , a tener d'occhio coloro, che il 
vestiario, la capiglialura, le bisacce, accusavano di stra- 
nieri e, quel eh' era peggio, di francesi. Come per ac- 
certarsi eh' era marmo, stesero essi la mano a toccare. 
Bastò. Furono circondati, aderrali, malmenati, spinti, a 
furia di percosse , alle carceri. Per buona sorte , il pa- 
lazzo di giustizia è poco lontano dal duomo; e, per una 
sorte ancor più felice, furon U'ovati innocenti, e rila- 
sciati. 

Né tali cose accadevan soltanto in città: la frenesia 
< era propagai:! come il contagio. Il viandante che fosse 
incontrato da dr' contadini, fuor della strada maestra, o 
che in quella si dondolas.sc a guardar in qua e in là, o 
si butta.sse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si tro- 
vas.sc qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel ve- 
stito, erano untori: al primo avviso di chi .^^i fosse, al 
grido d'un ragazzo, si sonava a martello, .s'accorreva; 
gl'infelici eran tempestali di pietre, o, presi, venivan 
menali, a furia di popolo, in prigione. Così il Ripamonti 
medesimo. K la prigione, fino a un certo tempo, era 
un porlo di salvamento. 

Ma i decurioni , non ilisanimali dal rifiuto del savio 
prelato, andavan n^plicando le loro istanze, che il volo 
pubblico secondava rumoro.>^amente. Federigo resistette 
ancor quilche tempo, cercò di convinciM'Ii ; questa è ([nello 
che i)olè il sennu di un uomo, contro la forza dei tempi, 
e l'insistenza di molli. In quello slato d'opinioni, con 
l'idea del pcriculo, confusa com'era allora, conlrastala, 
ben lontana dall'evidenza che ci si trova ora, non e dif- 
ficili^ a capire come le sue buone ragioni potessero, an- 
che nella sua mente, esser soggiogale dalle cattive degli 
altri. Se poi, nel ceder che fece, avesse o non avesse 
parte un po' di debolezza della volontà, sono misteri del 
cuore umano. Certo, se in alcun caso par che si possa 
dare in lutto l'errore all' intelletto, e scusarne la co.scicn- 



CAPITOLO XXXU. 177 

za, è quando si tratti di quo' pochi (o questo fu ben del 
numero) , nella vita intera de' quali apparisca un ubbi- 
dir l'isohilo alla coscienza, senza riguardo a interessi 
(cniiKtrali di nessun genere. Al replicar dell' istanze, ce- 
di'lle egli dunque, acconsentì che si facesse la processio- 
ne, acconsentì di più al desiderio, alla premura gene- 
rale , che la cassa dov' eran rinchiuse le reliquie di san 
Carlo, rimanesse dopo esposta, per otto giorni, suU' aitar 
maggiore del duomo. 

Non trovo che il tribunale della sanità, nò altri, fa- 
cessero rimostranza nò opposizione di sorta alcuna. Sol- 
tanto , il tribunale suddetto ordinò alcune precauzioni 
che, senza riparare al pericolo, ne indicavano il timore. 
Pr(\scrisse più strette regole per l'entrata delle persone 
in città; e, per assicurarne T esecuzione, fece star chiuse 
le porte: come pure affine d'escludere, per quanto fosse 
possibile, dalla radunanza gli infetti e i sospetti, fece in- 
chiodar gli usci delle case sequestrate: le quali, per 
quanto può valere, in un fatto di questa sorte, la sem- 
[ilice afTermazione d'un scrittore, e d'uno scrittore di 
quel tempo, eran circa cinquecento (1). 

Tre giorni furono spesi in preparativi: l'undici di 
giugno, ch'era il giorno stabilito, la processione uscì 
sull'alba, dal duomo. Andava innanzi una lunga schiera 
di popolo, donne la più parte; coperte il volto d'ampi 
zendali , molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi 
l'arti, precedute da' loro gonfaloni, le confraternite, in 
abiti vari di forme e di colori ; poi le fraterie , poi il 
cUto secolare , ognuno con l' insegne del grado , e con 
una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo , tra il 
chiarore di più filli lumi, tra un rumor più allo di canti, 
sotto un ricco baldacchino, s'avanzava l.i cassa, portata 
da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cam- 
biavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato 
cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato 

(l) AlloRxiamonto dello Stato ili Milano eie. di C. (]. Cavallo della So- 
maglia. Mllatio, 1Gj3, pag. 48i. 



178 1 PROMESSI SPOSI 

il teschio; e nello fornK; mutilale e scomposte, si poteva 
ancora (Jislingiierc qualche vestigio dell'antico sembiante, 
quale lo rappresentano l'immagini, quale alcuni si ri- 
corda van d'averlo visto e onorato in vita. Dietro la spo- 
glia del morto pistore (dice il Ripamonti, da cui prin- 
cipalmente prendiamo questa descrizione), e vicino a lui, 
come di meriti e di sangue e di dignità, cosi ora anche 
di persona, veniva l'arcivescovo Federigo. Seguiva l'al- 
tra parte del clero; poi i magistrati, con gli abiti di 
maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosa- 
mente, come a dimostrazione solenne di culto, (luali, in 
segno di penitenza, abbrunati, o scalzi e incappati, con 
la buffa sul vis»; tutti con torcetti. Fin;\lmonle una coda 
d'altro popolo misto. 

Tutta la strada era parata a festa; i ricchi avevan ca- 
vate Inori le su[)pelleltili più preziose; le facciate delle 
case povere erano stale ornate da de' vicini benestanti , 
a pubbliche spese; dove in luoghi di parati, dove so- 
pra i parati, e' cran de' rami fronzuti; da ogni parte pen- 
devano quadri, iscrizioni, imprese; su' davanzali delle 
lìneslre stavano in mostra vasi, anticaglie, rarità diverse; 
per lutto lumi. A molte di quelle finestre, infermi se- 
questrati guardavan la processione, e l'accompagnavano 
con le loro preci. L'altre strade, mute, deserte; se non 
che alcuni, pur dalle finestre, tendevan l' orecchio al ron- 
zio vagal)ondo; altri, e tra questi si videro fin delle mo- 
nache , cran saliti sui tetti, se di li potessero veder da 
lontano quella cassa, il corteggio, qualche cosa. 

La processione passò per tutti i quartieri della città: 
a ognuno di que' crocicchi, o piazzette , dove le strade 
princiiiali sboccan ne' borghi, e che allora serbavan l'an- 
tico nome di carrobi, ora rimasto a uno solo, si faceva 
una fermata, posando la cassa accanto alla croce che in 
ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste ante- 
cedente, e delle quali alcune sono tuttavia in piedi, di 
maniera che si tornò in duomo un pezzo dopo il mez- 
zogiorno. 



CAPITOLO XXXll. 17i> 

Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto re- 
gnava quella presonluosa fiducia, anzi in molti una fa- 
natica sicurezza che la processione dovesse aver troncata 
la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte 
della città, a un tal eccesso, con un salto cosi subitaneo, 
che non ci fu chi non ne vedesse la causa o l'occasione, 
nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e do- 
lorose d'un pregiudizio generale! non già al trovarsi in- 
sieme tante persone e per tanto tempo, non all'infinita 
moltiplicazione de' contatti fortuiti, attribuivano i più 
queir elTetto; l'attribuivano alla facilità die gli untori ci 
avessero trovala d'eseguire in grande il loro empio di- 
segno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero in- 
fettali col loro unguento quanti più avevan potuto. Ma 
siccome queslo non pareva un mezzo bastante, nò ap- 
|)ro|)rialo a una mortalità così vasta, e così diffusa in 
ogni classe di persone; siccome a quel che pare, non 
era stato possibile all' occhio così attento, e pur così tra- 
vedente, del sospetto, di scorgere untumi, macchie di 
nessuna sorte, su' muri, ne altrove: così si ricorse, per 
la spiegazion del fatto, a quell'altro ritrovato, già vec- 
chio, e ricevuto allora nella scienza comune d'Europa, 
delle polveri venefiche e malefiche; si disse che polveri 
tali, sparse lungo la strada , e specialmente ai luoghi 
delle fermale, si fossero allaccate agli strascichi de' ve- 
stiti, e tanto più ai piedi, che in gran numero erano 
quel giorno and^iti in giro scalzi. « Vide pertanto, » dice 
uno scrittore contemporaneo (1), «l'istesso giorno della 
« processione, la pietà cozzar con l'empietà, la perfidia 
« con la sincerità, la perdita con l'acquisto.» Ed era 
in vece il povero senno uni ino che cozzava co' fantasmi 
creati da se. 

Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre 
crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che 
non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del laz- 

(1) Agostino Lampugnano : La peslìlenza seguila in Milano, Tanno 1630. 
Milano, 1G34, pag. 44. 



180 1 PROMESSI SPOSI 

zeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da 
duemila a dodici mila: più lardi, al dir di quasi tulli, 
arrivò lino a sedici mila. Il 4 di lu,i,4io, come trovo in 
un'altra lettera de' conservalori della sanila al governa- 
tore, la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento. 
Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più 
comune, a' mille dugento, mille cinquecento: e a più di 
tremila cinquecenlo; se vogliam credere al Tadino. Il 
quale anche aflerma che, «per le diligenze falle,» dopo 
la pesle, si Irovò la popolazion di Milano ridona a poco 
più di scssanlaquallro mila anime, e che prima passava 
le dugcnlo cinquanta mila. Secondo il Ripamonti, era 
di sole dugenlo mila: de' morii, dice che ne risulta cento 
(piaranla mila da' registri civici, oltre quelli di cui non 
si polo tener conio. Altri dicon più o meno, ma ancor 
più a caso. 

Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decu- 
rioni, addosso ai (piali era rimasto il peso di provvedere 
alle ]tul(l)liche necessità, di riparare a ciò che c'era di ri- 
parahile in un lai disastro. Bisognava ogni giorno sostitui- 
re, ogni giorno aumentare serventi pubhiici di varie specie: 
mmmìli. apparilori, commissari. I primi erano addetti ai 
servizi più ptMiosi e pericolosi della pestilenza; levar dalle 
case, dalle strade, dal lazzeretto, i cadaveri: condurli sui 
carri alle fosse, e sotterrarli ; portare o guidare al lazzenMlo 
gl'infermi, e governarli: bruciare, purgare la roba infetta 
e sospetta. Il nome, vuole il Ripamonti che venga dal 
greco monos: Gaspare Bugalli (in una descrizion della 
peste aniecedente) , dal latino monere; ma insieme du- 
bita, con più ragione, che sia parola tedesca, per esser 
quegli uomini arrolali la più parte nella Svizzera e ne' 
Grigioni. Nò sarebbe infatti assurdo il crederlo una tron- 
catura del vocabolo monathlich (mensuale); giacche, ncl- 
r incertezza di (pianto potesse durare il bisogno, è pro- 
babile che gli accordi non fossero che di mese in mese. 
L'impiego speciale degli apparitori era di precedere i 
carri, avvertendo, col suono d'un campanello, i passeg- 



CAPITOLO XX XU. 181 

gicri, che si ritirassero. I coHimissari regolavano gli uni 
e gli nitri, solto gli ordini IkAmediati del tribunale della 
sanità. Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, 
di chirurghi, di medicine, di vitto, di tulli gli altrezzi 
d'infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo allog- 
gio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno. 
Si fecero a quest'effetto costruire in fretta capanne di 
legno e di paglia nello spazio interno del lazzeretto ; se 
ne piantò un nuovo, tutto di capanne, cinto da un sem- 
plice assito, e capace di contener (juatlromila persone. 
E non bastando, ne furon decretali due altri ; ci si mise 
anche mano ; ma, per mancanza di mezzi d' ogni genere, 
rimasero in tronco. I mezzi, le persone, il coraggio, di- 
minuivano di mano in mano che il bisogno cresceva. 

E non solo T esecuzione rimaneva sempre addietro 
de'progetti e degli ordini: non solo, a molle necessità, 
pur troppo riconosciute, si provvedeva scarsamenlc, an- 
che in parole; s'arrivò a quest'eccesso d'impotenza e di 
disperazione, che a molte, e delle più pietose, come 
delle più urgenti, non si provvedeva in nessuna maniera. 
Moriva, per esempio, d'abbandono una gran quantità di 
bambini, ai quali eran morte le madri di peste : la Sa- 
nila propose che s' inslituisse un ricovero per questi e 
per le partorienti bisognose, che qualcosa si facesse per 
loro ; e non pot»; ottener nulla, « Si doueua non di 
meno, » dice il Tadino, « compatire ancora alli Decu- 
rioni della Città, li quali si trouauano afflitli , mosti et 
lacerati dalla Soldatesca senza regola, et rispello alcuno; 
come molto meno neirinfelice Ducato, atteso che agintto 
alcuno , nò prouisione si polena hauere dal Gouerna- 
tore, se non che si trouaua tempo di guerra, et biso- 
gnava trattar bene li Soldati (1). » Tanfo importava il 
prender Casale! Tanto par bella la loile del vincere, 
indipendentemente dalla cagione, dallo scopo [ter cui si 
combatta! 

Cosi pure, tnivniìdosi colma di c;ida\('ii iiif .impia, 

(i) Pap;. 117. 



182 l PROMESSI SPOSI 

ma unica fossa, ch'era stata scavata vicino al lazzeretto, 
e rimanendo, non solo in quello, ma in ogni parte della 
città, insepolti i nuovi cadaveri, che ogni giorno eran 
di più, i magistrati , dopo avere invano cercato hraccia 
per il tristo lavoro, s' eran ridotti a dire di non saper 
più che partito prendere. Nò si vede come sarebbe an- 
data a finire, se non veniva un soccorso straordinario. 
Il presidente della Sanila ricorse, per disperato, con le 
lacrime agli occhi, a quc'due bravi frati che soprinten- 
devano al lazzeretto; e il padre Michele s' impegnò a 
dargli, in capo a (juattro giorni, sgombra la città di ca- 
daveri ; in capo a otto, aperte fosse sufììcienti, non solo 
al bisogno presente, ma a quello che si potesse preveder 
di peggio nell'avvenire. Con un frate compagno , e con 
persone del tribunale, dategli dal presidente, andò fuor 
tlella cillà, in cerca di contadini ; e, parte con Tautorità 
del tribunale, parte con quella dell'abito e delle sue pa- 
role, ne raccolse circa dugento, ai quali fece scavar tre 
grandissime fosse ; spedi poi dal lazzeretto monatti a 
raccogliere i morti; tanto che, il giorno prefisso, la sua 
promessa si trovò adempita. 

Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con 
ofi^erte di grosse paghe e d' onori, a fatica e non suliito, 
se ne potè avere; ma mollo mcn del bisogno. Fu spesso 
li li per manrcare allatto di viveri; a segno di temere 
che ri s'avesse a morire anche di fame; e più d'una 
volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per 
trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sus- 
sidi, per inaspettato dono di misericordia privata: che, 
in mezzo allo stordimento generale, airinililTerenza per 
gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli 
animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri 
in cui la carità nacque al cessare d'ogni allegrezza ter- 
rena; com(;, nella strage e nella fuga di molti a cui toc- 
cava di sniirintendcn? e di provvedere, ce ne furono al- 
cuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro 
posto: ci furon pure altri che, spinti di pietà, assunsero 



CAPITOLO XXXll. 183 

e sostennero virluosamente lo cure a cui non eran chia- 
mali per impiego. 

Dove spiccò una più generale e più pronta e costante 
fedeltà ai doveri difficili della circostanza, fu negli ec- 
clesiastici. Ai lazzeretti , nella citta , non mancò mai la 
loro assistenza: dove si pativa, ce n'era; sempre si vi- 
dero mescolali, confusi co' moribondi, co' languenti, lan- 
guenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai soc- 
corsi spirituali aggiungevano, per (luanlo potessero, i 
temporali; prestavano ogni servizio che richiedessero le 
circostanze. Più di sessanta parrochi , della città sola- 
mente , moriron di contagio: gli otto noni^ all' incirca. 

Federigo dava a tutti, com'era da aspettarsi da lui, 
incitamento ed esempio. Mortagli intorno quasi tutta la 
famiglia arcivescovile, e facendogli istanza parenti, alti 
magistrati, principi circonvicini, che s'allontanasse dal 
pericolo, ritirandosi in (jualche villa, rigettò un tal con- 
siglio, resistette all'istanze, con quell'animo, con cui seri 
veva ai parrochi: « siate disposti ad abbandonar (luesta 
vita mortale, piuttosto che questa famiglia, (Questa figlio- 
lanza nostra: andate con amore incontro alla peste, come 
a un premio, come a una vita, (piando ci sia da gua- 
dagnare un'anima a Cristo (1).» Non trascurò quelle 
cautele che non gì' impedissero di fare il suo dovere 
(sulla qual cosa diede anche istruzioni e regole al clero); 
e insieme non curò il pericolo , nò parve che se n' av- 
vedesse, quando, per far del bene, bisognava passar per 
quello. Senza parlare degli ecclesiastici , coi quali era 
sempre per lodare e regolare il loro zelo, per eccitare 
chiunque di loro andasse freddo nel lavoro , per man- 
darli ai posti dove altri eran morti, volle che fosse aperto 
l'adito a rliimique avesse bisogno di lui. Visitava i laz- 
zeretti, per dar consolazione agi' infermi, e per animare 
i serventi; scorreva la città, portando soccorso ai poveri 
sequestrati nelle case, fermandosi agli usci, sotto le fi- 
nestre, ad ascoltare i loro lamenti, a dare in cambio 

(1) KipamonU, jiag. 10'*. 



184 1 PROMESSI SPOSI 

parole di consolazione e di coraggio. Si cacciò in somma 
e visse nel mezzo della pestilenza , maravigliato anche 
lui alla fine, d'esserne uscito illeso. 

Così, ne' pubblici infortuni, e nelle lunghe perturba- 
zioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sem- 
pre un aumento, una sublimazione di virili; ma, pur 
troppo, non manca mai insieme un auinento, e d'ordi- 
nario ben più generale, di perversità. E questo pure fu 
segnalato. I birboni che la peste risparmiava e non at- 
terriva , trovarono nella confusion comune, nel rilascia- 
mento d'ogni forza pubblica, una nuova occasione d'at- 
tivila, e una nuova sicurezza d'impunità a un tempo. 
Che anzi, l'uso della forza pubblica slessa venne a tro- 
varsi in gran parte nelle mani de' peggiori tra loro. 
All'impiego di monatti e d'apparitori non s'adattavano 
generalmente che uomini sui quali 1' attrattiva delle ra- 
pine e della licenza potesse più che il terror ilei contagio, 
che ogni naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte 
strettissime regole, inlimate severissime pene, assegnati 
posti, dati per superiori de' commissari ; sopra (picsli e 
quelli eran delegali, come abbiam detto, in ogni tpiar- 
tierc, mapistrali e nobili, con l'autorità di provveder 
sommariamenl(^ a ogni occorrenza di l)Uon governo, lìn 
tal onlin di cos(> camminò, e fece effcllo, fino a un 
certo tempo; ma crescendo, ogni giorno, il numero di 
quelli che morivano, di quelli che andavan via, di quelli 
che perdevan la testa, venncr coloro a non aver ([uasi 
più nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti 
principalmente, aibitri d'ogni cosa. Entravano da pa- 
droni, da nemici nelle case, e, senza parlar de' rubamenti, 
e come trattavano gl'infelici ridotti dalla peste a passar 
per tali mani, le mettevano, quelle mani infette e scel- 
lerate, sui sani, figlioli, parenti, mogli, mariti, minac- 
ciando di strascinarli al lazzeretto, se non si riscatlavann, 
non venivano riscattati con danari. Altre volte, mette- 
vano a prezzo i loro servizi , ricusando di portar via i 
cadaveri già pnlrclatti, a meno di tanti scudi. Si disse 



CAPITOLO XXX 11. 18?) 

(e Ira la leggerezza degli uni e la malvagità degli altri, 
è egualmente malsicuro il credere e il non credere), si 
disse, e l'alTerma anche il Tadino (1) . che inonaUi (; 
a|)[)ari[ori lasciassero cadere apposta dai cnrri robe in- 
l'clle, per propagare e mantenere la pestilenza, divenuta 
l»er essi un'entrata, un regno, una festa. Altri sciagu- 
rati, fìngendosi monatti, portando un campanello attaccato 
a un piede, com'era prescritto a ([uelli, per distintivo e 
per avviso del loro avvicinarsi, s' introducevano nelle 
case a farne di tutte le sorte. In alcune , aperte e vóto 
d'abitanti, o abitate soltanto da qualche languente, da 
(jualche moribondo, entravan ladri, a man salva, a sac- 
cheggiare: altre venivan sorprese, invase da birri che 
facevan lo stesso, e anche cose pi;ggiori. Del pari con la 
perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già domi- 
nanti più meno, presero dallo sbalordimento, e dall' a- 
gitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero 
elfetli più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinfor- 
zare e a ingrandire (laella paura speciale dell'unzioni, 
la quale, ne' suoi alletti, ne'snoi sfoghi, era spesso, come 
abbiam veduto, un'altra perversità. L' immagine di quel 
supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi , 
molto più che il pericolo reale e presente. « E men- 
tre, « dice il Ripamonti, i i cadaveri sparsi, o i mucchi 
di cadaveri, sempre davanti agli occhi, sempre tra' piedi, 
facevano della città tutta come un solo mortorio, e' era 
qualcosa di più brutto, di più funesto, in quell'accani- 
mento vicendevole , in quella sfrenatezza e mostruosità 
di sospetti . . . Non del vicino soltanto si prendeva om- 
bra , dell'amico, dell'ospite; ina qne' nomi, que' vincoli 
dell'umana carità, marito e moglie, padre e tìglio, fra- 
tello e fratello, cran di terrore: e, cosa orribile, e inde- 
gna a dirsi! la mensa domestica, il letto nuziale, si 
temevano, come agguati, come n;iscondigli di veiielìzio. » 
La vastità immaginata, la stranez/-a della (rama lur- 
bavan tutti i giudizi, allc;avan tutte le ragioni della 11- 

(1) Pag. 102. 

VOL. II. 8* 



18G I PROMESSI SPOSI 

ducia reciproca. Da principio, si credeva soltanto che 
quei supposti untori fosser mossi dall' ambizione e dalla 
cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette che ci 
fosse una non so quale voluttà diabolica di quell" ungere, 
un' attrattiva che dominasse la volontà. 1 vaneggiamenti 
dcgl' infermi che accusavan sé stessi di ciò che avevan 
temuto dagli altri , parevano rivelazioni , e rendevano 
ogni cosa, per dir cosi, credibile d" ognuno. E più delle 
parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se accade\a 
che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti 
che s'erano figurati che dovessero fare gli untori: cosa 
insieme molto probabile , e atta a dar miglior ragione 
della persuasion generale e dell' allermazioiu di molti 
scrittori. Cosi, nel lungo e tristo periodo de' processi per 
stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, degf im- 
pulali , non serviron poco a promovcre e a mantener 
l'opinione che regnava intorno ad essa : che , quando 
un" opinione regna per lungo tempo, e in una buona 
parte del mondo. Unisce a esprimersi in tulle le ma- 
niere, a tcHlar tutte l'uscite, a scorrer per tutti i gradi 
della persuasione ; ed è diflìcile che tutti o moltissimi 
credano a lungo che una cosa strana si faccia, senza che 
venga alcuno il (piale creda di farla. 

Tra le storie che quel delirio deir unzioni fece imma- 
ginare , una merita che se ne faccia menzione , per il 
credito che aciiuislò, e per il giro che fece. Si raccon- 
tava, non da tutti iicH'istessa maniera (che sarebbe un 
troppo singolar privilegio delle favule), ma a un dipresso, 
che un tale, il tal giorno, aveva visto arrivar sulla piazza 
del duomo un tiro a sei, e dentro, con altri, un gran 
personaggio, con una facc'a fosca e infocata, con gli oc- 
chi accesi, coi capelli ritti, e il labbi'O atteggiato di mi- 
naccia. Mentre quel tale stava intento a guardare, la car- 
rozza s'era fermata; e il cocchiere l'aveva invitato a 
salirvi; e lui non aveva saputo dir di no. Dopo diversi 
rigiri, erano smontali alla porta d'un tal palazzo , dove 
entralo anche lui, con la compagnia, aveva trovato ame- 



I 



CAPITOLO XXXII. 187 

nilìi e orrori, dcsorli e giardini, caverne e sale; e in 
osso, fanlasinie sedute a consiglio. Finalmenle, gli erano 
siale falle vedere gran casse di danaro, e detto che ne 
prendesse quanto gli fosse piaciuto, con questo però, che 
accettasse un vasetto d'unguento, e andasse con esso un- 
gendo per la città. Ma non avendo voluto acconsentire, 
s'era trovalo, in un batter d'occhio, nel medesimo luogo 
dove era slato preso. Questa storia, creduta qui gene- 
ralmente dal lopolo^ e, al dir del Ripamonti, non ab- 
bastanza derisa da qualche uomo di peso (i), girò per 
tutta Italia e fuori. In Germania se ne fece una stampa; 
1' elettore arcivescovo di Magonza scrisse al cardinal Fe- 
ilerigo, per domandargli cosa si dovesse credere de' fatti 
maruvigliosi che si raccontavan di Milano: e n'ebbe in 
l'isposta ch'eran sogni. 

D'ugual valore, se non in tutto d'ugual natura, erano 
i sogni de' dotti ; come disastrosi del pari n'eran gli ef- 
fetti. Vedev;ino, la più parie di loro, l'annunzio e la ra- 
gione insieme de' guai in una cometa apparsa l'anno 1G28, 
e in una congiunzione di Saturno con Giove, « incli- 
nando, » scrive il Tadino, « la congiontione sodetla so- 
pra questo anno 1630, tanto chiara, che ciascun la po- 
lena intendere. Morlalcs parai morbos, miranda ridi'utur. » 
Questa predizione, cavata, dicevano, da un libro intito- 
lato Specchio degli almanaccìd perfelli, stampato in To- 
rino, nel 1G23, correva per le bocche di tutti. Un'altra 
cometa, apparsa nel giugno dell'anno stesso della peste, 
si prese per un nuovo avviso ; anzi per una prova ma- 
nifesta dell'unzioni. Pescavan ne' libri, e purtroppo ne 
trovavano in quantità, esempi di peste, come dicevano, 
manufatta: citavano Livio, Tacito, Dione, che dico? Omero 
e Ovidio, i molli altri antichi che hanno raccontati o ac- 
cennali fatti somiglianti : di moderni ne avevano ancor 
più in abbondanza. Citavano ceni' altri auloii che hanno 
trattato dottrinalmente, o parlalo incidentemente di ve- 
ci) Apud pruilt-nliu n iirilos(|u •, non siculi iK'l)U(>rni irrisa. Do pe 
sle, otc, pa?. 77. 



188 I PROMESSI SPOSI 

leni, (li malìe, (rnnti, di polveri: il Cesalpino , il Car- 
dano, il Grevi no, il Salio, il Pareo, lo Schenehio, lo Za- 
cliia e, per lìnirla. quel funesto Delrio, il quale, se la 
rinomanza deiili autori fosse in ragione del bene e del 
male prodotto dalle loro opere, dovrebb' essere uno de* 
più famosi ; quel Delrio, le cui veglie costaron la vita a 
più uomini die V imprese di qualcbe conquistatore: quel 
Delrio, le cui Disquisi-ioni Magiche, (il ristretto di tutto 
ciò clic gli uomini avevano, fino a' suoi tempi, sognato 
in (juclla materia) divenute il testo più autorevole, più 
irrefragabile, furono, per più d'un secolo, norma e im- 
pulso potente di legali, orribili, non interrotte carnificine. 

Da' trovali del volgo, la gente istruita prendeva ciò 
clic si poteva accomodar con le sue idee; da' trovati della 
gente istruita , il volgo prendeva ciò che ne poteva in- 
tendere , e come lo poteva ; e di tutto si formava una 
massa enorme e confusa di pubblica follia. 

Ma ciò die reca maggior maraviglia , è il vedere i 
medici, dico i medici che fin da principio avevan cre- 
duta la peste, dico in ispecie il Tadino, il quale l'aveva 
pronosticata, vista entrare, tenuta d'occhio, per dir così, 
nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che 
l'era peste, e s'attaccava col contatto, che non metten- 
dovi riparo, ne sarebbe infettalo tulio il paese, vederlo 
poi, da questi elfetti medesimi cavare argomento certo 
dell'unzioni venefiche e malefiche; lui che in quel Carlo 
Colonna, il secondo che morì di peste in Milano, aveva 
noi;ito il delirio come un accidente d(>lla maialila , ve- 
dei-lo poi addurre in prova dell'unzioni e della congiura 
di;d)olica , un fatto di questa sorte : che due testimoni 
deponevano d'aver .sentito raccontare da un loro amico 
infermo, come una notte, gli eran venute persone in 
camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse vo- 
hilo unger le case del contorno; e come, al suo rifiuto, 
(pidli se n'erano andati, e in loro vece, era rimasto un 
lupo sotto il letto, e tre gattoni .sopra, « che sino al far 
del giorno vi dimororno (1). » 
(I) ras. 123. ir>. 



CAPITOLO XXXII. IH!) 

Se fosse slato uno solo che connetlessc così , si do- 
vrebbe dire che aveva una testa curiosa ; o piuttosto non 
ci sarebbe ragion di parlarne; ma siccome eran molti, 
anzi quasi tutti, cosi è storia dello spirito umano, e d;\ 
occasion d'osservare quanto una serie ordinala e ragio- 
nevole d' idee possa essere scomi)igliata da un' altra se- 
rie d' idee , che ci si getii a traverso. Del resto , quel 
Tadino era qui uno degli uomini più riputati del suo 
tempo. 

Dne illustri e benemeriti scrittori hanno affermalo che 
il cardinal Federigo dubitasse del fatto dell'unzioni (1). 
Noi vorremmo poter dare a queir inclita e amabile me- 
moria una lode ancor più intera, e rappresentare il buon 
prelato, in questo, come in tant'altre cose, superiore alla 
più parte de' suoi contemporanei, ma siamo invece co- 
stretti di notar di nuovo in lui un esempio della forza 
d'un'opinione comune anche sulle menti più nobili. S'è 
visto, almeno da quel che ne dice il Ripamonti, come 
da principio, veramente slesse in dubbio: riteiuie poi 
sempre clie in queir ojìinione avesse gran parte la cre- 
dulità, l'ignoranza, la paura, il desiderio di scusarsi 
d'aver così tardi riconosciuto il contagio, e pensato a 
mettervi riparo ; che molto ci fosse d^esagerato, ma in- 
sieme, che qualche cosa ci fosse di vero. Nella biblio- 
teca amlirosiana si conserva un' operetta scritta di sua 
mano intorno a quella peste ; e questo sentimento c'è 
accennato spesso, anzi una volta enunciato espressamente. 
« Era opinion comune, » dice a un di presso, < che di 
questi unguenti se ne componesse in vari luoghi, e che 
molte fossero l'arti di metterlo in opera : delle quali al- 
cune ci paion vere, altre inventale. > Ecco le sue parole; 
Uii(jucnta vero hcec aiebant componi confkique mullifa- 
riain, fraudisqiie vias fuisse complures ; quarum sane 
frauiìnni et artium, aliis quùìcm nsscntintur , alias vero 
ficlas fuisse commentisque arbitramur (2). 

(4) Muratori: Del governo delia peste; Modena, 1714, pag. 117. — P. 
Verri : opuscolo citalo, pag. 261. 
(2) De Peslilenlia, (]u;e Midiolani anno 1030 magnanti slragem cdidit. 



190 I PROMESSI SPOSI 

Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine 
e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo* 
snppiamo , non da loro , che nessuno fu abbastanza ar- 
dilo per esporre al publ)lico un sentimento così opposto 
a quello del pubblico: lo sappiamo dagli scrittori che 
lo deridono o lo riprendono o lo ribattono , come un 
pregiudizio d'alcuni, un errore che non s'attentava di 
venu-e a disputa palese, ma che pur viveva ; lo sappiamo 
anche da chi ne aveva notizia per tradizione. « Ho tro- 
« vato gente savia in Milano, » dice il buon Muratori, 
nel luogo sopraccitato, « che aveva buone relazioni dai 
• loro maggiori , e non era molto persuasa che fosse 
« vero il fatto di quegli unti velenosi. » Si vede ch'era 
uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: 
il buun senso e' era ; ma se ne stava nascosto, per paura 
del senso comune. 

I magistrati, scemati ogni giorno, e sempre più smar- 
riti e confusi, tutta, per dir cosi, quella poca risoluzione 
di cui eran capaci, 1' impiegarono a cercar di questi un- 
tori. Tra le carte del tempo della peste, che si conser- 
vano neir archivio nominalo di sopra, c'è una bMtera 
(senza alcun altro documento relativo) in cui il gran 
cancelliere informa, sul serio e con gran premura, il 
governatore d'aver ricevuto un avviso che, in una casa 
di campagna de' fratelli Girolamo e Giulio Monti, gen- 
tiluomini milanesi, si componeva veleno in tanta (pian- 
tila, che ijuaranla uomini erano occupali en cstc e.verci- 
cio, con l'assistenza di quattro cavalieri bresciani, i quali 
facevano venir materiali dal veneziano, para la fabbrica 
del veueiio. Soggiunge che lui aveva preso, in gran se- 
greto, i cùiicerli necessari per mantlar là il podestà di 
Milano e 1" audilurc della Sanità, con trenta soldati di 
cavalleria; che pur troppo ufio de' fratelli era stato av- 
vertito a tempo per poter trafugare gl'indizi del delitto, 
e probabilmente dall'auditor medesimo, suo amico; e che 
questo trovava delle scuse per non jiarlire; ma ch(> noi] 
oslanle. il podestà co' soldati era andalo a. recoiiocev la 



CAPITOLO XXXII. 191 

casa, y a ver si hallarà alijunos vesfifjios, e prendere in- 
foruKizioui, e arrestar tulli (luelli che fossero incolpali. 

La cosa dove linire in nulla, giacché gli scritti del 
tempo che parlano de' sospetti che e' erari su que' gen- 
tiluomini, non citano alcun fatto. Ma pur troppo, in un'al- 
tra occasione, si credè d'aver trovalo. 

I processi che ne vennero in conseguenza, non eran 
cerlamenle i primi d'un lai genere: e non si può nep- 
pur considerarli come una rarilà nella storia della giu- 
risprudenza. Che, per lacere dell'amichila, e accennar 
solo (qualcosa de' tempi più vicini a quello di cui irat- 
liamo, in Palermo, del 152G; in Ginevra, del lo30; poi 
del lo43, poi ancora del 1374; in Casal Monferrato, 
del lo3tì; in Padova, del 1555; in Torino, del 15U*J, e 
di nuovo, in quel medesimo anno 1630, furon proces- 
sali e condannati a supplizi, per lo più atrocissimi, dove 
qualcheduno, dove molti infelici,, come rei d' aver pro- 
pagata la peste, con polveri, o con unguenti, o con ma- 
lie, con tulio ciò insieme. Ma T affare delle così delle 
unzioni di Milano, come fu il più celebre, cosi è fors' an- 
che il più osservabile; o, almeno, c'è più campo di farci 
sopra osservazione, per esserne rimasti documenli più 
circostanziati e più autentici. E quanluuque uno scrit- 
tore lodato poco sopra se ne sia occupalo, pure, essen- 
dosi lui proposto , non tanto di farne propriamente la 
storia, quanto di cavarne sussidio di ragioni, per un as- 
sunto di maggiore, o certo di più immediata importanza, 
c'è parso che la storia potesse esser materia d'un nuovo 
lavoro. Ma non è cosa da uscirne con poche parole ; e 
non è qui il luogo di trattarla con l'estensione che me- 
rita. E oltre di ciò, dopo essersi fermato su que' casi, il 
lettore non si curerebbe più certamente di conoscere ciò 
che rimane del nostro racconlu. Serbando però a un 
alilo scrillu la storia e l'esame di quelli (1), lorneivmo 
finalmente a nostri personaggi , per non lasciarli più, 
fino alla fine. 

(1) Vffli ropusfoln in fino del volumi*. 



CAPITOLO XXXIII. 



Uin noii(\ verso la fino d'agoslb, proprio noi colmo 
(Iella peste, tornava <l(ìn Rodrigo a casii sua, in Milano, 
aecdnijiagnalo dal fedel (ìriso, l'uno de' Ire o quadro elio, 
di lulta la famiglia, gli eraii rimasti vivi. Tornava da 
un riilolto d' amiei soliti a ."Straviziare insieme, por pas- 
sar la malinconia di quel tempo: e ogni volta ce n'eran 
de' nuovi , e ne mancava de' vecclii. Quel giorno , don 
Rodrigo era sialo uno de' più allegri ; e tra raltre cose, 
aveva fallo rider taiilo la compagnia, con una speei(> d'e- 
logio funebre del conte Attilio, portalo via dalla peste, 
due giorni prima. 

Camminando però , sentiva un mal essere, un abbat- 
timentii. una fìaccliezza di gambe, una gravezza di re- 
spiro, un'arsione interna, die avrebbe voluto attribuir 
.solamente al vino , alla veglia , alia stagione. Non aprì 
bocca, per tutta la strada; e la prima parola, arrivati a 
casa, fu d'ordinare al Griso die gli facesse lume per an- 
dare in camera. Qnando ci furono, il Oriso osservò il 
viso del padrone, slravollo, acceso, con gli ocelli in fuori, 
e lustri lustri; e gli stava alla lontana: perdio, in cpielle 
circostanze, ogni mascalzone aveva dovuto acquistar, come 
si dic<>, l'occbio medico. 



l PROMESSI SPOSr, CAPITOLO XXXllI. 193 

« Sto bene, ve', » disse don Rodrigo, che lesse nel 
fare del Griso il pensiero che gli passava per la mente. 
« Sto benone, ma ho bevuto, ho bevuto forse un po' 

troppo. C era una vernaecia ! Ma , con una buona 

dormila, tutto se ne va. Ho un gran sonno Levami 

un po' quel lume dinanzi, che m'accieca mi dà una 

noia !» 

<« Scherzi della vernaccia,» disse il Griso, lenendosi 
sempre alla larga. «Ma vada a letto subito, cbe il dor- 
mire le farà bene. » 

« Hai ragione: se posso dormire .... Del resto, sto 
bene. Metti qui vicino, a buon conto, quel campanello, 
se per caso, stanotte avessi bisogno di qualche cosa: e 
sta attento, ve', se mai senti sonare. Ma non avi'ò Inso- 
gno di nulla .... Porla via presto quel maledetto lume, » 
riprese poi, intanto che il Griso eseguiva l'ordine, avvi- 
cinandosi meno che poteva. «Diavolo! che m'abbia a dar 
tanto fastidio! » 

Il Griso prese il lume, e, augurata la buona notte 
al padrone, se n'andò in fretta, mentre quello si (;ac- 
ciava sotto. 

Ma le coperte gli parvero una montagna. Le buttò 
via, e si rannicchiò, per dormire; chò infatti moriva dal 
sonno. Ma, appena velalo l'occhio, si svegliava con un 
riscossone, come se uno, per dispetto, fosse venulo a 
dargli una tentennala; e sentiva cresciuto il caldo: cre- 
sciuta la smania. Ricorreva col pensiero all'agosto, alla 
vernaccia, al disordine; avrebbe voluto poter dar loro 
(ulta la colpa; ma a queste idee si sostiluiva sempre da 
se quella che allora era associata con tult(\ ch'entrava, 
per dir cosi, da tutti i sensi, che s'era ficcala in lutti 
i discorsi dello stravi/io, giacché era ancor più facile 
prenderla in ischerzo, che passarla sotto silenzio: la peste. 

Dopo un lungo rivollarsi. finalmenle s'addormentò, e 
cominciò a fare i più In ulti e arrnllali sogni del mondo. 
E d'uno in un allro, gli parve di trovarsi in una Ki'an 
chiesa, in su, in su, in mezzo a una lolla; di Irovarcisi, 



194 I PROMESSI SPOSI 

che non sapeva come ci fosse andato, come gliene fosse 
venuto il pensiero, in quel tempo specialmente; e n'era 
arrabbiato. Guardava i circostanti; eran tutti visi gialli, 
distrutti, con ceri' occhi incantati, abbacinati, con le lat)- 
bra spenzolate; tutta gente con certi vestiti che casca- 
vano a pezzi ; e da' rotti si vedevano macchie e bubboni. 
« Largo canaglia! » gli pareva di gridare, guardando alla 
porta, ch'era lontana lontana, e accompagnando il grido 
con un viso minaccioso, senza però moversi, anzi ristrin- 
gendosi, per non toccar que" sozzi corpi, che già lo toc- 
cavano anche troppo da ogni parte. Ma nessuno di que- 
gl' insensati dava segno di volersi scostare, e nemmeno 
d'avere inteso; anzi gli stavan più addosso: e sopra 
tutto gli pareva che qualcheduno di loro, con le gomita 
con altro, lo pigiasse a sinistra, tra il cuore e l'ascella, 
dove sentisa una puntura dolorosa, e come pesante. E 
.se si storceva, per veder di liberarsene, subito un nuovo 
non so che veniva a puniarglisi al luogo medesimo. In- 
furiato, volle metter mano alla spada; e appunto gli parve 
che, per la calca, gli fosse andata in su, e fosse il pomo 
di quella che lo premesse in quel luogo; ma, metten- 
doci la mano, non ci trovò la spada, e sentì invece una 
Iralìtta più forte. Strepitava, era tutt' affannato, e voleva 
gridar più fortini quando gli parve che tutti que' visi 
si rivolgessero a una parte. Guardò anche lui, vide un 
Tiulpito, e dal parapetto di quello spuntar su un non 
so che di convesso, liscio e luccicante: poi alzarsi e com- 
parir distinta una testa pelata, poi due occhi, un viso, 
una baiba lunga e bianca, un frate ritto, fuor del pa- 
rapetto fino alla cintola, fra Cristoforo. Il quale, fulmi- 
nato uno sguardo in giro su tutto l'uditorio, parve a 
don Rodiigo che lo fermasse in viso a lui, alzando in- 
sieme la mano, ncirattitutline appunto che aveva presa 
in ([nella sala a terreno del suo palazzotto. Allora alzò 
anche lui la mano in furia, fece uno sforzo, come per islan- 
ciarsi ad acchiappar quel braccio teso per aria; una voce 
che gli andava brontolando sordamente nella gola, scop- 



CAPITOLO XXXIII. 195 

piò in un grand' urlo ; e si destò. Lasciò cadere il brac- 
cio che aveva alzalo davvero ; stentò alquanto a ritro- 
varsi, ad aprir ben gli occhi; che la luce del giorno 
già inoltrato gli dava noia, quanto quella della candela 
la sera avanti; riconobbe il suo letto, la sua camera; 
si raccapezzò che tutto era stato un sogno: la chiesa, 
il popolo, il frate, tutto era sparito; tutto fuorché una 
cosa, quel dolore dalla parte sinistra. Insieme si sentiva 
al cuore una palpila/.ion violenta, all'annosa, negli orec- 
chi un ronzìo, un lìschio continuo, un fuoco di dentro, 
una gravezza in tutte le membra, peggio di quando era 
andato a letto. Esitò qualche momento, prima di guar- 
dar la parte dove aveva il dolore; finalmente la scoprì, 
ci diede un'occhiata paurosa; e vide un sozzo bubbone 
d' un livido paonazzo. 

L'uomo si vide perduto: il terror della morte l'invase, 
e, con un senso per avventura più forte, il terrore di 
diventar preda de' monatti, d'esser portato, buttato al 
lazzeretto. E cercando la maniera d' evitare quesl' orribile 
sorte, sentiva i suoi pensieri confondersi e oscurarsi, 
sentiva avvicinarsi il momento che non avrebbe più te- 
sta, se non quanto bastasse per darsi alla disperazione. 
Afferrò il campanello, e lo scosse con violenza. Comparve 
subito il Griso, il quale stava all'erta. Si fermò a una 
certa distanza dal letto: guardò attentamente il padrone, 
e s'accertò di quello che, la sera, aveva congetturalo. 

« Griso! » disse don Rodrigo, rizzandosi stentatamente 
a sedere: «tu sei sempre stato il mio fido.» 

« Sì, signore. » 

« T'bo sempre fallo del bene. » 

« Per sua bontà. » 

« Di te mi posso fidare ... ! » 

« Diavolo! » 

« Sto male, Griso. » 

« Me n'era accorto. » 

« Se guarisco, ti farò del bene ancor più di (piello 
che te n'ho fatto per il passato.» 



196 I PROMESSI SPOSI 

Il Griso non rispose nulla, e stette aspettando dove 
andassero a parare questi |irearaboli. 

« Non voglio fidarmi d" altri clie di te,» riprese don 
Rodrigo: «fammi un piacere, Griso.» 

« Comandi, » disse questo, rispondendo con la formola 
solita a queir insolita. 

« Sai dove sta di casa il Chiodo chirurgo? » 

« Lo so benissimo. » 

« È un galantuomo, che, chi lo paga bene, tien se- 
greti gli ammalali. Va a chiamarlo: digli che gli darò 
ijuattro, sei scudi per visita, di più, se di più ne chiedo; 
ma che venga qui subilo: e fa la cosa bene, che nessun 
se n'avveda. » 

« Ben pensato,» disse il Griso; « vo e torno subito.» 

« Senti, Griso: dnmmi prima un po' d'acqua. Mi sento 
un'arsione, che non ne jìosso più. » 

« No. signore, » rispose il Griso: « niente senza il 
parere del medico. Son mali bisbetici; non c'è tenqio 
da perdere. Stia quieto: in tre salti son qui col Chiodo. » 

» Così detto, uscì, raccostando l'uscio. 

Di»n Rodrigo, tornato sotto, l'accompagnava con l' im- 
maginazione alla casa del Chiodo, contava i jìassi, cal- 
colava il tempo. Ogni tanto ritornava a guardare il suo 
bubbone; ma voltava subito la testa dall'altra parte, con 
i-ibrezzo. Dopo qualche tempo, cominciò a stare in orec- 
chi, per sentire se il chirurgo arrivava: e (piello sforzo 
d'altenzione sospendeva il sentimento del male, e teneva 
in sesto i suoi pensieri. Tutta un tratto, sente uno 
squillo lontano, ma che gli par che venga dalle stanze, 
non dalla strada. Sia attento; lo sente più forte, più 
ripciulo, e insieme uno stropiccio di piedi: un orrendo 
sospetto gli passa per la mente. Si rizza a sedere, e si 
melle cUicor più attento; sente un rumor cupo nella 
stanza vicina, come d'un peso che venga messo giù con 
riguardo; butta le gambe fuor del letto, come per al- 
zarsi, guarda all'uscio, lo vede aprirsi vede presentarsi 
e venire avanti due logori e sudici vestili rossi, due 



CAPITOLO XXXIII. 197 

facce scomunicate , due monatti , in una parola : vede 
mezza la faccia del Griso che, nascosto dietro un bat- 
tente socchiuso; riman li a spiare. 

« Ah traditore infame! Via, canaglia! Biondino! 

Carlotto! aiuto! son assassinato! j grida don Kodrigo; 
caccia una mano sotto il capezzale, per cercare una pi- 
stola; r afferra, la lira fuori; ma al primo suo grido, i 
monatti avevan preso la rincorsa verso il letto ; il più 
pronto gli è addosso, prima che lui possa far nulla; gii 
strappa la pistola di mano, la getta lontano, lo bulla a 
giacere, e lo tien li, gridando, con un versacelo di rab- 
bia insieme e di scherno: « ah birbone! contro i mo- 
natti! conico i ministri del tribunale! contro quelli che 
fanno l'opere di misericordia! » 

« Tienlo bene, fin che lo portiam via, » disse il com- 
pagno, andando verso uno scrigno. E in quella il Griso 
entrò, e si mise con lui a scassinar la serratura. 

« Scellerato! d urlò don Rodrigo, guardandolo perdi 
sotto all'altro che lo teneva, e divincolandosi tra quelle 
braccia forzute. « Lasciatemi ammazzar queir infamo, » 
diceva quindi ai monatti, « e poi fate di me quel che 
volete. » Poi ritornava a chiamar con cpianla voce aveva, 
gli altri suoi servitori; ma era iiuilile, pin-chè Tabbonii- 
nevole Griso gli aveva mandati lontano, con finti ordini 
del suo padrone stesso, prima d'andare a fare ai mo- 
natti la proposta di venire a quella spedizione, e divider 
le spoglie. 

« Sta l)uono, sia buono, » diceva allo sventurato Ro- 
drigo l'aguzzino che lo teneva appuntellalo sul letlo. E 
voltando poi il viso ai due che facevan bottino, gridava: 
« fate le cose da galantuomini ! i> 

« Tu! tu! » mugghiava don Rodrigo verso il Griso, 
che vedeva a(Tacc(,'ndarsi a spezzare , a cavar fnoià da- 
naro, roba, a far le parti. « Tu ! dopo ! Ah diavolo 

dell'inferno! Posso ancora guarire! posso guarire! « Il 
Griso non fiatava, e neppure, per quanto poteva, si vol- 
tava dalla parie di dove venivan quelle pai'ole. 



li)8 I PROMESSI SPOSI 

« Tienlo forte, » diceva l'altro monatto: « è fuor di s»'. » 
Ed era ormai vero. Dopo un grand' urlo, dopo un ul- 
timo e più violento sforzo per mettersi in liberlà, cadde 
tutt'a un tratto rifinito e stupido: guardava però an- 
cora, come incantalo, e ogni tanto si riscoteva. o si la- 
mentava. 

I monatti lo presero, uno per i piedi, e l'altro per 
le spalle, e andarono a posarlo sur una barella che ave- 
van lasciata nella stanza accanto; poi uno tornò a pren- 
der la preda ; quindi alzalo il miserabil peso lo porta- 
ron via. 

II Griso rimase a scegliere in frella quel di più che 
potesse far per lui; fece di tutto un fagotto, e se n'andò. 
Aveva bensì avuto cura di non toccar mai i monatti, di 
non lasciarsi toccar da loro; ma. in quell'ultima furia 
del fiugare, aveva poi presi, vicino al lei lo, i panni dei 
padrone, e gli aveva scossi, senza pensare ad altro, per 
veder se ci fosse danaro. C'ebbe però a pensare il giorno 
dopo, che, mcnire stava gozzovigliando in una bettola , 
gli vennero a nn tratto de'brividi, gli s'abbagliarono 
gli occhi, gli manraron le forze, e cascò, Abluindonalo 
da' compagni, andò in mano de' monatti, che spogliatolo 
di quanto aveva indosso di buono, lo buttaron sur un 
carro; sul quale spirò, prima d'arrivare al lazzeretto, 
dov'era stato portato il suo padrone. 

Lasciando ora questo nel soggiorno de' guai, dobbiamo 
andare in cerca d'un altro, la cui storia non sarebbe 
mai stala intralciata con la sua, se lui non l'avesse vo- 
luto per forza; anzi si può dir di certo che non avreb- 
bero avuto storia nt'» l'uno, ne l'altro: Renzo, voglio 
dire, che abbiam lasciato al nuovo filatoio, sotto il nome 
d'Antonio Rivolta. 

C'era stato cinque o sei mesi, salvo il vero; dopo i 
quali , dichiarata l' inimicizia tra la repubblica e il re 
di Spagna . e cessato (piindi ogni timore di ricerche e 
d'impegni dalla parte di qui, Rorlolo s'era dato premura 
d'andarlo a prendere, e di tenerlo ancora con se, e per- 



CAPITOLO XXXIll. 191) 

chò gli voleva bene, e perchè Renzo, come giovane di 
talento, e abile nel mestiere, era, in una fabbrica, di 
grande aiuto al fadotum, senza poter mai aspirare a di- 
venirlo lui, por cpiella benedella disgrazia di non saper 
tener la penna in mano. Siccome anche questa ragione 
e' era entrata per qualche cosa, così abbiam dovuto ac- 
cennarla. Forse voi vorreste un Bortolo più ideale: non 
so che dire : fabbricatevelo. Quello era così. 

Renzo era poi sempre rimasto a lavorare presso di 
lui. Più d' una volta, e specialmente dopo aver ricevuta 
qualcheduna di quelle benedette lettere da parte d' A- 
gnese, gli era saltalo il grillo di farsi soldato, e finirla: 
e l'occasioni non mancavano; che, appunto in quell'in- 
tervallo di tempo, la repubblica aveva avuto bisogno di 
far gente. La tentazione era qualche volta stata per Renzo 
tanto più forte, che s'era anche parlalo d'invadere il 
milanese; e naturalmente a lui pareva che sarebbe stata 
una bella cosa, tornar in figura di vincitore a casa sua, 
riveder Lucia e spiegarsi una volta con lei. Ma Bortolo, 
con Iniona maniera, aveva sempre saputo smontarlo da 
quella risoluzione. 

«Se ci hanno da andare,» gli diceva, «cianderanno 
anche senza di te, e tu potrai andarci dopo, con tuo 
comodo; se tornano col capo rotto, non sarà meglio es- 
sere stato a casa tua? Disperati che vadano a far la strada, 
non ne mancherà. E prima che ci possan mettere i pie- 
di ! Per me sono eretico: costoro abbaiano; ma sì; 

lo stato di Milano non è un boccone da ingoiarsi così 
facilmente. Si tratta della Spagna, figliolo mio: sai che 
afi'are ò la Spagna? San Marco è forte a casa sua; ma 
ci vuol altro. Abiti pazienza: non istai bene qui?... 
Vedo cosa vuoi dire ; ma se è destinalo lassù che la 
cosa riesca, sta sicuro che , a non far pazzie , riuscirà 
anche meglio. Qualche santo ti aiuterà. Credi pure che 
non è mestiere per le. Ti par che convenga lasciare d'in- 
cannar seta, per andana a ammazzare? Cosa vuoi fare 
con quella razza di gente? Ci vuol degli uomini fatti 
apposta. » 



200 I PROMESSI SPOSI 

Altre volto Ronzo si risolveva cF andar di nascosto, 
travestito, e con un nome finto. Ma audio da (luoslo Bor- 
tolo seppe svolgerlo ogni volta, con ragioni troppo facili 
a indovinarsi. 

Scoppiata poi la peste nel milanese, e appunto, come 
abbicim detto , sul confino del bergamasco , non tardò 
mollo a passarlo ; e . . . . non vi sgomentato , eli' io non 
vi voglio raccontar la storia aiuiio di questa: clii la vo- 
lesse, la c'è, scritta per ordine pubblico da un certo Lo- 
renzo Ghirardolli : libro raro però e sconosciuto, quan- 
lunqiio contenga forse più roba clie tutte insieme le 
descrizioni più celebri di pestilonzo; da tante coso di- 
; '.ido la celebrità de' libri I Quel eli' io volevo dire ò elio 
Uenzo prese ancbe lui la peste, si curò da se, cioè non 
fece nulla ; ne fu in fin di morte , ma la sua buona 
complessione vinse la forza del male: in pocbi giorni, 
si trovò fuor del pericolo. Col tornar della vita, risorsero 
più die mai rigogliose nolT animo suo le momorie, i 
desideri, le speran/e, i disegni della vita; vai a dire cìie 
pensò più che mai a Lucia. Cosa ne sarebbe di lei, in 
quel tempo, che il vivere era come un'eccezione? E, a 
così poca distanza, non poterne saper nulla? E rimaner. 
Dio sa quanto, in una tale incertezza! E quaiid' audio 
questa si fosse poi dissipata, quando, cessato ogni peri- 
colo, venisse a risaper che Lucia fosse in vita; c'era 
sempre quell'altro mistero, quell'imbroglio del voto. — 
Anderò io, anderò a sincerarmi di tutto in una volta, — 
disse tra sé, e lo disse prima d'essere ancora in caso 
di reggersi. — Purdiì* sia viva! — Trovarla, la troverò 
io ; sentirò una volta da lei proprio, cosa sia questa pro- 
messa, lo farò conoscere che non può stare, e la conduco 
via con me, lei e (piolla povera Agnese, se è viva! che 
m'ha sempre voluto bone, e son sicuro che me ne vuole 
ancora. La cattura? eh! adesso hanno altro da pensare, 
quelli che son vivi. Giran sicuri, anche qui^ certa gente 

che n'hann' addosso Ci ha a esser salvocondotto so- 

lainonte por i birboni? E a Milano, dicono tutti che l'ò 



CAPITOLO XXXUI. 201 

nna confusione peggio. Se lascio scappare una occasion 
COSI lìdia, — (La peste! Vedete un poco come ci fa 
tinalclie volta ailoprar le parole quel benedetto istinto di 
riferire e di subordinar lutto a noi medesimi!) — non 
ne ritorna più una simile ! — 
Giova sperare, caro il mio Renzo. 
Appena potò strascinarsi, andò in cerca di Bortolo, il 
fpiale, fino allora, aveva potuto scansar la peste, e stava 
riguardato. Non gli entrò in casa, ma, datogli una 
voce dalla strada, lo fece affacciare alla finestra. 

« Ah ah! » disse Bortolo: « l'hai scampata, tu. Buon 
per te ! » 

t Sto ancora un po' male in gambe , come vedi , ma 
in quanto al pericolo, ne son fuori. » 

« Ehi vorrei esser io ne' tuoi piedi. A dire : sto bene, 
le altre volte, pareva di dir tutto: ma ora conta poco. 
Chi può arrivare a dire: sto meglio; (luella sì è una 
bella parola! » 

Renzo, fatto al cugino qualche buon augurio, gli co- 
municò la sua risoluzione. 

«Va, questa volta, che il cielo ti benedica,» rispose 
quello: «cerca di schivar la giustizia, com' io cercherò 
di schivare il contagio; e, se Dio vuole che la ci vada 
bene a tutt' e due, ci rivedremo. » 

t Oh! torno sicuro: e se potessi non tornar solo! Ba- 
sta; spero. » 

« Torna pure accompagnalo; clic, se Dio vuole, ci sarà 
da lavorar per tutti, e ci faremo buona compagnia. Pur- 
ché tu mi ritrovi, e che sia finito questo diavolo d"in- 
fiusso! » 

* Ci rivedremo, ci rivedremo; ci dobbiam rivedere ! » 

t Tornò a dire: Dio voglia!» 

Per al(iuanti giorni, Renzo si tenne in esercizio, per 
esperimentar le sue forze , e accrescerle ; e appena gli 
parve di poter far la strada, si dispose a partire. Si mise 
sotto panni una cintura, con dentro que' cinquanta scudi 
che non aveva mai intaccati, e de' quali non aveva mai 



202 I PROMESSI SPOSI 

fallo parola, neppnr con Borlolo: prese alcuni allri pochi 
quattrini, che aveva messi da parte giorno per giorno, 
risparmiando su lutto: prese sotto il braccio un fagot- 
lino di panni; si mise in tasca un benservito, che s'era 
fatto fare a buon conto, dal secondo padrone, sotto il 
nome d'Antonio Rivolta; in un taschino de' calzoni si 
mise un coltellaccio, eh' era il meno che un galantuomo 
potesse portare a que' tempi; e s'avviò, agli ultimi d'a- 
gosto, tre giorni dopo che don Rodrigo era stato por- 
tato al lazzeretto. Prese verso Lecco . volendo , per non 
andar cosi alla cieca a Milano, passar dal suo paese, dove 
sperava di trovare Agnese viva, e di cominciare a saper 
da lei qualcheduna delle tante cose che si struggeva di 
sapere. 

I pochi guariti dalla peste erano, in mezzo al resto 
della popolazione, veramente come una cla>se privilegiata. 
Una gran parte dell'altra gente languiva o moriva; e 
quelli ch'erano slati hn allora illesi dal morbo, ne vive- 
vano in continuo timore; andavan riservati, guardinghi, 
con passi misurati, con visi sospettosi, con fretta ed esi- 
lazioiK' insieme: che tutto poteva essere contro di loro 
arine di ferita mortale. Quegli allri all'upposto, sicari a 
un di presso del fallo loro (giacché aver due volte la 
peste era caso piuttosto prodigioso die raro), giravano 
per mezzo al contagio franchi e risoluti ; come i cava- 
lieri d' un'epoca del medio evo, ferrati lì n dove ferro ci 
poteva slare, e sopra palafnMìi acc(mìodali anch'essi, per 
quanto era fattibile, in qui^lla maniera, andavano a zonzo 
(donde quella loro gloriosa denominazione d'erranti), a 
zonzo e alla' ventura, in mezzo a una povera marmaglia 
pedestre di cittadini e di villani, che, per ribattere e 
animoi-tire i colpi, non avevano indosso altro che. cenci. 
Bello, savio ed utile mestiere, proprio, da far la prima 
figura in un trattato d'economia politica. 

Con una tale sicurezza, temperata però dall' inquietu- 
dini che il lettore sa, e contristata dallo spettacolo fre- 
quente, dal pensiero incessante della calamità comune , 



CAPITOLO XXXlll Ì03 

andava Renzo verso casa sua , sotto un bel cielo e per 
un bel paese, ma non incontrando, dopo luntrhi traili 
di tristissima solitudine, se non qualclie ombra vagante 
piuttosto clie persona viva, o cadaveri portati alla fossa, 
senza onor d'esequie, senza canto, senza accompagna- 
mento. A mezzo circa della giornata, si fermò in un bo- 
schetto, a mangiare un po' di pane e di companatico che 
aveva portato con sé. Frutte, n'aveva e sua disposizio- 
ne, lungo la strada, anche più del bisogno: fichi, pesche, 
susine, mele, quante n'avesse volute; bastava ch'entrasse 
ne' campi a coglierne , o a raccattarle sotto gli alberi , 
dove ce n'era come se fosse grandinato, giacché l'anno 
era straordinariamente abbondante, di frutte specialmente; 
e non c'era quasi chi se ne prendesse pensiero: anche 
r uve nascondevano , per dir così , i pampani , ed eran 
lasciate in balìa del primo occupante. 

Verso sera, scoprì il suo paese. A quella vista, quan- 
tunque ci dovesse esser preparato, si sentì dare come 
una stretta al cuore; fu assalito in un punto da una folla 
di rimembranze dolorose , e di dolorosi presentimenti : 
gli pareva d'aver negli orecchi que' sinistri tocchi a mar- 
tello che l'avevan come accompagnato, inseguito, quan- 
d'era fuggito da que' luoghi ; e insieme sentiva, per dir 
così , un silenzio di morte che ci regnava attualmente. 
Un turbamento ancor piìj forte provò allo sboccare sulla 
piazzetta davanti alla chiesa ; e ancora peggio s' aspet- 
tava al termine del cammino; che dove aveva disegnato 
d'andare a fermarsi, era a quella casa ch'era stato so- 
lito altre volte di chiamar la casa di Lucia. Ora non po- 
teva essere, tutt'al più, che quella d'Agnese; e la sola 
grazia , che sperava dal cielo , era di trovarcela in vita 
e in salute. E in quella casa si proponeva di chiedere 
alloggio, congetturando bene che la sua non dovesse es- 
ser più abitazione che da topi e da faine. 

Non volendo farsi vedere, prese per una viottola di 
fuori , quella stessa per cui era venuto in buona com- 
pagnia, quella notte cosi fatta, per sorprendere il curato. 



204 l PROMESSI SPOSI 

A mezzo circa, c'era da una parte la vitrna, e (Iniraìlra 
la casetta di Renzo; sicché, passando, potrel)l)e entrare 
un momento nell' una e nell' altra , a vedere un poco 
come stesse il fatto suo. 

Andando, guardava innanzi, ansioso insieme e timo- 
roso di veder qualcheduno; e, dopo pochi passi, vide 
infalli un uomo in camicia, seduto in terra, con le spalle 
appoggiale a una siepe di gelsomini, in un'attitudine 
d'insensato: e, a questa, e poi anche alla fisonomia. gli 
parve eh raffigurar quel povero mezzo scemo di Gervaso 
ch'era venuto per secondo testimonio alhi sciagurata spe- 
dizione. Ma essendosegli avvicinato , dovette accertarsi 
ch'era in vece quel Tonio cosi sveglio che ce l'aveva 
condotto. La peste, togliendogli il vigore del corpo in- 
sieme e della mente, gli aveva svolto in faccia e in ogni 
suo allo un i)iccolo e velato germe di somiglianza che 
aveva con 1" incantato fratello. 

t Oh Tonio! » gli disse Renzo, fermandosegli davanti: 
i sei tu? » 

Tonio alzò gli occhi, senza mover la testa. 

« Tonio ! non mi riconosci? » 

« A chi la tocca, la tocca, » rispose Tonio, rimanen- 
do poi con la hocca aperta. 

e L' hai addosso eh? povero Tonio; ma non mi rico- 
nosci più ? » 

€ A chi la tocca, la tocca, » replicò quello, con un 
certo sorriso sciocco. Renzo, vedendo che non ne cave- 
rehhe altro, seguitò la sua strada, più contristalo. Ed 
ecco spuntar da una cantonata, e venire avanti una cosa 
nera, che riconohhe suhilo per don Abhondio. Cammi- 
nava adagio adagio, portando il haslone come chi n' è 
portato a vicenda; e di maiìo in mano che s' avvicinava, 
sempre più si poteva conoscere nel suo volto pallido e 
smunto, e in ogni alto, che anche lui doveva aver pas- 
sata la sua burrasca. Guardava anche lui; gli pareva e 
non gli pareva: veileva qualcosa di forestiero nel vestia- 
rio; ma era appunto forestiero di quel di Bergamo. 



CAPITOLO XXXIII. 205 

— É lui senz'altro! — disse ira se, e alzò le mani 
al cielo, con un movimento di maravii^lia scontenta, re- 
standogli sospeso in aria il bastone che teneva nella de- 
stra; e si vedevano quelle povere braccia ballar nelle 
maniche, dove altre volte stavano appena per V appunto. 
Renzo gli andò incontro, allungando il passo, e gli fece 
una riverenza; che, sebbene si fossero lasciati come sa- 
pete, era però sempre il suo curato. 

« Siete qui, voi? i> esclamò don Abbondio. 

« Son qui, come lei vede. Si sa niente di Lucia?» 

«Che volete che se ne sappia? Non se ne sa nien- 
te. È a Milano, se pure è ancora in questo mondo. Ma 
voi ... . » 

« E Agnese, è viva? » 

« Può essere; ma chi volete che lo sappia? non è qui. 
Ma » 

<i Dov' è » 

« É andata a starsene nella Valsassina, da cpie' suoi 
parenti, a Pasturo, sapete bene; cbè là dicono che la 
peste non faccia il diavolo come qui. Ma voi, dico » 

« Questa la mi dispiace. E il padre Cristoforo ... ? » 

« È andato via che è un pezzo. Ma ...» 

« Lo sapevo; me l'hanno fatto scrivere: domandavo 
se per caso fosse tornalo da queste parti. » 

« Oh giusto! non se n'è più sentilo parlare. Ma 
voi ... . » 

« La mi dispiace anche questa. » 

« Ma voi, dico, cosa venite a far da queste parti, per 
l'amor del cielo ! Non sapete che bagattella di catlura ... ?» 

« Cosa m'importa? Hanno altro da pensare. Ho vo- 
luto venire anch'io una volta a vedere i fatti miei. E 
non si sa proprio ?» 

« Cosa volete vedere? che or ora non c'è più nes- 
suno, non c'è più niente. E dico, con (piella liagatldla 
di cattura, venir (jui, pi'oprio in paese, in bocca al lupo. 
c'è giudizio? Fate a modo d'un vecchio che è obbli- 
gato ad averne più di voi, e che vi parla p<'r l'amore 



206 I PROMESSI SPOSI 

che vi porta; legatevi le scarpe bene, e, prima che nes- 
suno vi veda, tornale di dove siete venuto; e se siete 
stato visto, tanto più tornatevene di corsa. Vi pare che 
sia aria per voi, questa? Non sapete che sono venuti a 
cercarvi, che hanno frugalo, frugato, bullalo solloso 
pra . . . . » 

« Lo so pur troppo, birboni ! » 

« Ma dunque ... ! » 

e Ma se le dico che non ci penso. E colui, è vivo an- 
cora? è qui? » 

t Vi dico che non e" è nessuno; vi dico che non pen- 
siate alle cose di qui ; vi dico che .... » 

• Domando se è qui , colui. » 

« Oh santo cielo! Parlale meglio. Possibile che ab- 
biate ancora addosso tulio quel fuoco, dopo laute cose! » 

« C è, non e' è ? » 

t Non c'è, via. Ma, e la peste, figliuolo, la peste! Chi 
è che vada in giro, in questi tempi? » 

« Se non ci fosse altro che la peste in questo mon- 
do ... . dico per me: T ho avuta, e son franco. » 

« Ma dunipic ! ma dumpic! non sono avvisi questi? 
Quando se n'é scampata una di questa sorte, mi pare 
che si dovrebbe ringraziare il cielo, e....» 

« Lo ringrazio bene. » 

t E non amlarne a cercar deirallre, dico. Fate a modo 
mio " 

€ L'ha avuta anche lei, signor curalo, se non m'in- 
ganno. • 

€ Se l'ho avuta! Perfida e infame è stata*, son qui 
per miracolo : basta dire che m' ha conciato in questa 
maniera che vedelc Ora avino jìroprio bisogno d'un po' 
di quiete, per rimellermi in tono: via, cominciavo a 

stare un po' meglio In nome del ciclo, cosa venite 

a far (pii ? Tornate .... » 

« Senq)re l'ha con (pu^-^lo (ornare, lei. Per tornare, 
tanto n'avevo a non movermi. Dice: cosa venite? cosa 
venite? OhMjella! vengo, anch'io a casa mia. » 



CAPITOLO XXXlll. 207 

« Casa vostra » 

« Mi dica; ne son morti molli qui? » 

« Eh oh! » esclamò don Abbondio; e, cominciando 
da Perp(^tua, nominò una fdastrocca di persone e di fa- 
miglie intere. Renzo s'aspettava pur troppo qualcosa di 
simile; ma al sentir tanti nomi di persone che conosceva, 
d'amici, di parenti, stava addoloralo, col capo basso, escla- 
mando oeni momento: « poverino ! poverina! poverini! » 

« Vedete!» continuò don Abbondio: « e non è finita. 
Se quelli che restano non metton giudizio questa volta, 
e scacciar tutti i grilli dalla testa, non e' è più altroché 
la fine del mondo. » 

« Non dubiti ; che già non fo conto di fermarmi (jui. » 

« Ah! sia ringrazialo il cielo, che la v' è entrata! E, 
già s' intende, fate ben conto di ritornar sul bergamasco. » 

« Di questo non si prenda pensiero. » 

« Che! non vorreste già farmi qualche sproposito peg- 
gio di questo? » 

« Lei non ci pensi, dico: tocca a me: non son più 
un bambino: ho V uso della ragione. Spero che, a buon 
conto, non dirà a nessuno d'avermi visto. É sacerdote ; 
sono una sua pecora : non mi vorrà tradire. » 

t Ho inteso, » disse don Abbondio, sospirando stiz- 
zosamente: « ho inteso. Volete rovinarvi voi, e lovinarmi 
me. Non vi basta di quelle che avete passate voi ; non 
vi basta di quelle che ho passate io. Ho inteso, ho in- 
teso. » E, continuando a borbottar tra i denti quest'ul- 
time parole, riprese per la sua strada. 

Renzo rimase h tristo e scontenlo. a pensar dove an- 
derebbe a fermarsi. In quella enunierazion di morti fat- 
tagli da don Abbondio, c'era una famiglia di conladiid 
portata via tutta dal contagio, salvo un giovinetto, del- 
l'età di Renzo a un di presso, e suo compagno fin da 
piccino; la casa era pochi passi fuori del paese. Pensò 
d'andar li. 

K andando, passò davanti alla sua \igna; e già dal 
di fuori potè subito argomentare in che slato la fosse. 



208 l PROMESSI SPOSI 

Una vetticciola, una fionda d'allicro ili quelli che ci aveva 
lasciali, non si vedeva passare il muro; se qualcosa si 
vedeva, era tutta roba venula in sua assenza. S'afTacciò 
all'apertura (del cancello non c'oran più neppure i ,e:an- 
gheri); diede un'occhiata in giro: povera vigna! Per 
due inverni di seguito, la gente del paese era andata a 
far legna « nel luogo di quel poverino, » come dicevano. 
Viti, gelsi, frutti d'ogni sorte , lutto era stato strappato 
alla peggio, o taglialo al piede. Si vedevano però an- 
cora i vestigi dell" antica coltura: giovani tralci, in righe 
spezzale, ma che pure segnavano la traccia de' tìlari de- 
solati : qua e là . rimessiticci o getti di gelsi , di fichi, 
di peschi, di ciliegi, di susini; ma anche questo si ve- 
deva sparso. solTogatò , in mezzo a una nuova, varia e 
fitta generazione, nata e cresciuta senza ì" aiuto della 
man dell' uomo. Era una marmaglia d'ortiche, di felci, 
di logli, di gramigne, di farinelli, d'avene selvatiche, 
d'amaranti verdi, di radicchielle, d'acetoselle, di pani- 
castrelle e d'altrettali piante; di quelle, voglio dire, di 
cui il conladino d'ogni paese ha fatto una gran classe 
a modo suo, denoniiii.indoh; erbacce, o qualcosa di si- 
mile. Era un guazzabuglio di steli , che facevano a so- 
verchiarsi l'uno con l' altro nell'aria, o a passarsi avanti, 
strisciando sul terreno, a rubarsi insomma il posto per 
ogni verso; una confusione di foglie, ili liori, di finiti, 
di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spi- 
ghette, pannocchietle, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, 
rossi, gialli, azzurri. Tra questa marmaglia di piante co 
n'era alcune di più rilevale e vistose, non però migliori, 
;dni(Mio la più iiartc : iuva turca, più alla di tulle, co' suoi 
rami allargali, rosscggianli, co' suoi pomposi l'oglioni verde 
cupi, alcuni già orlali di porpora, co' suoi grappoli ripiegali, 
guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, 
poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri ; il lasso 
itarbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo 
diiillo all'aria, e le lunghe spighe sparse e come slcl- 
late di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne' rami, nelle fo- 



CAPITOLO XXXIII. 209 

glie, ne' calici, donde uscivano ciulTelli di fiori bianchi 
porporini, ovvero si slaccavano, portali via tlal vento, 
pennacchioli argentei e leggieri. Qui una qnantità di vi- 
lucchioni arrampicati e avvoltati a' nuovi rampolli d'un 
gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondo- 
loni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor campa- 
nelle candide e molli: là una zucca salvatica, co' suoi 
chicchi vermigli, s'era avviticchiata ai nuovi tralci d'una 
vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, 
aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, me- 
scolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, 
si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai 
deboli che si prendon l'uno con l'altro per appoggio. Il 
rovo era per tutto ; andava da una pianta all'altra, saliva, 
scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli 
riuscisse; e, attraversato davanti al limitare slesso, pa- 
reva che fosse lì per contrastare U passo, anche al pa- 
drone. 

Ma questo non si curava d'entrare in una tal vigna; 
e forse non istette tanto a guardarla, quanto noi a farne 
questo po' di schizzo. Tirò di lungo: poco lontano c'era 
la sua casa; attraversò l'orto, camminando fino a mezza 
gamba Ira l'erbacce di cui era popolato, coperto, come la vi- 
gna. Mise piede sulla soglia d'una delle due stanze che c'era 
a terreno: al rumore de' suoi passi, al suo alTacciarsi, 
uno scompiglio, uno scappare incrocicchiato di lopacci, 
un c<icciarsi dentro il sudiciume che copriva tutto il pa- 
vimento : era ancora il letto de' lanzichenecchi. Diede 
un'occhiata alle pareti: scrostate^ imbrattate, atTunncate. 
Alzò gli occhi al palco : un parato di ragnateli. Mon 
c'era altro. Se n'andò anche di là, mettendosi le mani 
ne' capelli : tornò indietro, rifacendo il sentiero che aveva 
aperto lui, un monienlu prima; dopo pochi passi, prese 
un'altra strailucola a mancina, che metteva ne' campi; e 
senza veder nò sentire anima vivente, arrivò vicino alla 
casetta dove aveva pensato di fermarsi. Già princiiiia\a 
a farsi buio. L'amico era sull'uscio, a sedere sur un 

voL. ir. 9* 



210 1 PROMESSI SPOSI 

panchetto di legno, con le braccia incrociate, con gli oc- 
chi fìssi al cielo, come un nomo sbalordito dalle disgra- 
zie, e insalvatichito dalla solitudine. Sentendo un cal- 
pestio, si voltò a gnai'dar clii l'osse, e, a quel che gli parve 
di vedere cosi al barlume, tra i rami e le fronde, disse, 
ad alla voce, rizzandosi e alzando le mani : « non ci son 
che io? non ne ho fatto abbastanza ieri? Lasciatemi un 
po'sfare, che sarà anche questa un'opera di misericordia.» 
Renzo, non sapendo cosa volesse dir ipiesto, gli li- 
spose chiamandolo per nome. 

f Renzo! » disse quello, esclamando insieme e in- 
terrogando. 

« Proprio," ilisse Renzo; e si corselo incoiilro. 
« Sei proprio tu! » disse Tamico, (juando luioii vicini: 
«oh che gusto ho di vederti! Chi T avrebbe pensato? 
T'avevo preso per Paolin de' morti, che vien sempre a 
tormentarmi, perchè vada a sotterrare. Sai che soji ri- 
masto solo? solo! solo, come un romito! » 

« Lo so pur troppo, » disse Renzo. K cosi, barattando 
e mescolando in fretta saluti , domande e risposte, en- 
trarono insieme nella casucci.i. E lì, senza sospendere i 
discorsi, l'amico si mise in faccende per fare un po' 
d'onore a Renzo, come si poteva cosi all' improvviso e 
in (jiiel tempo. Mise l'acipia al fuoco e cominciò a far 
la polenta; ma cedo poi il matterello a Renzo, perchè 
la dimenasse; e se n'andò dicendo: «son rimasto solo; 
ma! son rimasto solo! » 

Tornò con un j)iccol secchio di latte, con un po' di 
carne secca, con un paio di raveggioli, con fìcbi e pe- 
sche; e posato il tutto, scodellata la polenta sulla talle- 
ria, si misero insieme a tavola, ringraziandosi scambie- 
volmente, r uno della visita, l' altro del ricevimento. E, 
dopo un'assenza di forse due anni, si trovarono a un 
tratto molto più amici di (piello che avesser mai saputo 
d'essere nel tempo che si vedevano quasi ogni giorno; 
perchè all'uno e all'altro, dice qui il manoscritto, eran 
toccate di fjuelle cose che fanno conoscere che balsamo 



i 



CAPITOLO XXXIII. 211 

sia all'animo la benevolenza; tanto quella che si sente, 
quanto quella che si trova negli altri. 

Certo, nessuno poteva tenere presso d': Renzo il luogo 
d'Agnese, nò consolarlo della di lei assenza, non solo 
per queir antica e speciale alTezione , ma anche perchè, 
tra le cose che a lui premeva di decifrare, ce n'era una 
di cui essa sola aveva la chiave. Stette un momento tra 
due, se dovesse continuare il suo viaggio, o andar pri- 
ma in cerca d'Agnese, giacché n'era così poco lontano; 
ma considerato che della salute di Lucia, Agnese non 
ne saprebbe nulla, restò nel primo proposito, d'andare 
addirittura a levarsi questo dubbio, e aver la sua sen- 
tenza, e di portar poi lui le nuov(; alla madre. Però, an- 
che dall'amico seppe molte cose che ignorava, e di molte 
venne in chiaro che non sapeva bene, sui casi di Lucia, 
e sulle persecuzioni che gli avevan fatte a lui, e come 
don Rodrigo se n' era andato con la coda tra le gambe, 
e non s'era più veduto da quelle parti; insomma su 
tutto ([ueir intreccio di cose. Seppe anche (e non era 
per Renzo cognizione di poca importanza) come fosse 
proprio il casato di don Ferrante: che Agnese gliel aveva 
bensì fatto scrivere dal suo segretario; ma sa il cielo 
coni" era stato scritto; e l'interprete bergamasco, nel leg- 
gergli la lettera, n'aveva fatta una parola tale, che se 
Renzo fosse andato con essa a cercar ricapito di quella 
casa in Milano, probabilmente non avrebbe trovato per- 
sona che indovinasse di chi voleva parlare. Eppure quello 
era l'unico fdo che avesse, per andar in cerca di Lu- 
cia. In (pianto alla giustizia , potè confermarsi senqìie 
più ch'era un pericolo abbastanza lontano, per non 
darsene gran pensiero: il signor podestà era morto di 
peste: chi sa quando se ne manderebbe un altro; agclie 
la sbirraglia se n'era anelala la più parte; (pielli che 
rimanevano avevan tutf altro da pensare che alle cose 
vecchie. 

Raccontò anche lui airaniico le sue vicende, e n'i'bl'e 
in contraccambio cento storie, del passaggio dell' eser- 



212 I PROMESSI SPOSI 

cito, della peste, d' untori, di prodigi, a Son cose l)rutte, » 
disse r amico, accompagnando Renzo in una camera che 
il contagio aveva resa disabitata; «cose che non si sa- 
rebbe mai creduto di vedere; cose da levarvi l'allegria 
per tutta la vita; ma però, a parlarne tra amici, è un 
sollievo. » 

Allo spuntar del giorno, eran tutt'c due in cucina; 
Renzo in arnese da viaggio, con la sua cintura nasco- 
sta sotto il farsetto, e il coltellaccio nel taschino de' 
calzoni: il fagoltino, per andar più lesto, lo lasciò in 
deposilo presso all' ospite. « Se la mi va bene, » gli disse, 

t se la trovo in vita, se basta.... ripasso di qui; 

corro a Pasturo, a dar la buona nuova a iiuella povera 

Agnese, e poi, e poi Ma se. per disgrazia, pei- tli- 

sgrazia che Dio non voglia.... allora, non so tpiel che 
farò, non so dov'anderò: certo, da queste parli non mi 
vedete più.» E così parlando, ritto sulla soglia dell'u- 
scio, con la testa per aria, guardava con un misto di 
tenerezza e d'accoramento, l'aurora del suo paese che 
non aveva più veduta da tanto tempo. L'amico gli disse, 
come s'usa, di sperar bene /volle che prendesse con so 
(jualcosa da mangiare; l'accompagnò per un pezzetto di 
.strada, e lo lasciò con nuovi augùri. 

Renzo, s'incamminò con la sua paco, bastandogli d'ar- 
rivar vicino a Milano in cpiel trioriio, per entrarci il se- 
guente, di buon'ora, e cominciar subito la sua ricerca. 
11 viaggio fu senza accidenti e senza nulla che potesse 
distrar Renzo da' suoi pensieri, fuorché le solite miserie 
e nialinconi(\ Come aveva fallo il giorno avanti, si 
fermò a suo tempo, in un boschetto a mangiare un boc- 
cone, e a riposarsi. Passando per Monza, davanli a una 
bottega aperta, dove e' era de' pani in mostra, ne chiese 
due, per non rimanere sprovvisto, in ogni caso. Il for- 
naio, gl'intimo di non entrare, e gli porse sur una pic- 
cola pnla una scodellelta, con dentro acqua e aceto, di- 
cendogli che liultasse li i denari; e fatto questo, con 
certe molle, gli porse, l'uno dopo l'altro, i due pani, 
che Renzo si mise uno per lasca. 



CAPITOLO XXXlll. 213 

Verso sera, arriva a Greco, senza però saperne il no- 
me; ma. Ira un po' di memoria de' luoghi, die gii era 
rimasta dell'altro viaggio, e il calcolo del cammino fatto 
da Monza in poi, congetturando che doveva esser poco 
lontano dalla città, usci dalla strada maestra, per andar 
ne' campi in cerca di qualche cascinollo, e li passar la 
notte; che con osterie non si voleva impicciare. Trovò 
meglio di quel che cercava: vide un'apertura in una 
siepe che cingeva il cortile d' una cascina ; entrò a buon 
conto. Non c'era nessuno: vide da un canto un gran 
portico, con sotto del fieno ammontato, e a quello ap- 
poggiala una scala a mano; diede un'occhiata in giro, 
salì alla ventura; s'accomodò per dormire, e infatti s'ad- 
dormentò subito, per non destarsi che all' alba. Allora, 
andò carpon carponi verso l'orlo di quel gran letto; mise 
la lesta fuori, e non vedendo nessuno, scese di dov'era 
salilo, usci di dov'era entralo, s' incamminò per vioUole, 
l)rendendo per sua stella polare il duomo ; e dopo un 
brevissimo cammino, venne a sbucar sotto le mura di 
Milano, tra porta Orientale e porta Nuova, e mollo vi- 
cino a questa. 



CAPITOLO XXXIV. 



In quanto alla maniera di ponclrare in cillà. Ronzo 
aveva seniito, cosi alTinurosso, clic c'cran oitlini seve- 
rissimi (li non lasciar entrar nessuno, senza bulletta di 
sanità ; ma che invece ci s' entiava benissimo , clii ap- 
pena sapesse un po' aiutarsi a cojiliere il momento. Era 
infatti cosi ; e lasciando anclie da parte le cause gene- 
rali, per cui in que' tempi cani ordine era poco T^S(\<juito; 
lasciando da parte le speciali, che rendevano così mala- 
gevole la rigorosa esecuzione di questo ; Milano si tro- 
vava ormai in tale stato , da non veder cosa giovasse 
guardarlo, e da cosa; e cbiunque ci venisse, poteva parer 
piuttosto noncurante della propria salute, che pericoloso 
a quella de' cittadini. 

Su queste notizie, il disegno di Renzo era di tentare 
d' entrar dalla prima porta a cui si fosse abbattuto ; se 
ci fosse qualche intoppo . riprender le mura di fuori , 
finché ne trovasse un'altra tli più facile accesso. E sa il 
cielo quante porle s'immaginava che Milano dovesse avere. 
Arrivato dunque sotto le mura, si fermò a guardar d'in- 
torno, come fa chi , non sapendo da che parte gli con- 



I PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXXIV. 215 

venga tli prendere, par che n' appelli, e ne chieda qual- 
che indizio da ogni cosa. Ma, a destra e a sinisira, non 
vedeva che due pezzi d'una strada storta; dirimpetto, 
un tratto di mura; da nessuna parte, nessun segno d'uo- 
mini viventi: se non clic, da un certo punto del terra- 
pieno, s'alzava una colonna d'un fumo oscui-o e denso, 
che salendo s'allargava e s avvolgeva in ami)i glohi, per- 
dendosi poi nell'aria immobile e bigia. Eran vestiti, letti 
e altre masserizie infelle che si bruciavano : e di tali 
triste fiammate se ne faceva di continuo, non li soltanto, 
ma in varie parti delle mura. 

Il tempo era chiuso, l'aria pesante, il ciclo velalo per 
tutto da una nuvola o da un neltbione uguale, inerte, 
che pareva negare il sole , .senza prometter la pioggia ; 
la campagna d'intorno parte incolta, e tutta arida; ogni 
verziira scolorita, e neppure una gocciola di rugiada 
sulle foglie passe e cascanti. Per di più, quella solitu- 
dine, ipiel silenzio, cosi vicino a una gran città, aggiun- 
gevano una nuova costernazione all' inquietudine di 
Renzo, e rendevan più tetri tulli i suoi pensieri. 

Stalo li alquanto, prese la diritta, alla ventura, an- 
daiuio, senza saperlo, verso porla Nuova, della quale, 
quantunque vicina, non poteva accorgersi, a cagione d'un 
baluardo, dietro cui era allora nascosta. Dopo pochi passi, 
principiò a sentire un tintinnìo di campanelli, che ces- 
sava e ricominciava ogni tanto, e poi qualche voce d'uo- 
mo. Andò avanti e, passalo il canto del baluardo, vide 
per la prima cosa, un casotto di legno, e sull'uscio, una 
guardia appoggiata al moschetto, con una cerl'aria stracca 
e trascurata: dietro c'era uno stecconato, e dietro quello, 
la porta, cioè due alacce di muro, con una tettoia sopra, 
per riparare i battenti; i quali erano spalancati, come 
pure il cancello dello stecconato. Però, davanti appunto 
all'apertura, c'era in terra un tristo impedimento: una 
barella, sulla quale due monatti accomodavano un po- 
V(>rino, per portarlo via. Era il capo de' gabellieri, a cui, 
poco prima , s' era scoperta la peste. Renzo si fermò , 



210 I PROMESSI SPOSI 

a^peltando la fine: partito il convoglio, e non venendo 
nessuno a richiudere il cancello, gli p;tive tjmpo, e ci 
s'avviò in fretta; ma la guardia, con una manicraccia, 
gli gridò : « olà I » Renzo si fermò di nuovo su due 
piedi, e, datogli d'occhio, tirò fuori un mezzo ducatone, 
e glielo fece vedere. Colui , o che avesse già avuta la 
peste, che la temesse meno di (jucl che amava i mezzi 
ducatoni, accennò a Uenzo che glielo Imitasse; e visto- 
selo volar suhito a' piedi, susurrò: « va innanzi presto. » 
Renzo non se lo fece dir due volte ; pa.>sò lo stecconato, 
passò la porta, andò avanti, senza che nessuno s' accor- 
gesse di lui , gli hadasse ; se non che , quando ehhe 
falli forse quaranta passi, sentì un altro « olà » che un 
gahelliere gli gridava dietro. Questa volta, fece le viste 
di non sentire , e , senza voltarsi nemmeno , allungò il 
passo. « Olà! » gridò di nuovo il gahelliere. con una 
voce però che indicava più impazienza che risoluzione 
di farsi uhhidire; e non essendo uhhidilo, alzò le spalle, 
e tornò nella sua casaccia, come persona a cui premesse 
più di non accostarsi troppo ai passeggiiMÌ , che d" in- 
formarsi de' fatti loro. 

La strada che Renzo aveva presa, andava allora, come 
adesso, dirilla fino al canale detto il i\(ui(jlio: i lati 
erano siepi o muri d'orli, chiese e conventi, e poche case. 
In cima a questa strada, e nel mezzo di (luella che co- 
sleggi;! il canale, c'era una colonna, con una croce detta 
la croce di sanl'Eusehio. E per quanto Renzo guardasse 
innanzi, non vedeva altro che (piclla cruce. Arrivato al 
crocicchio che divide la strada circa alla metà, e guar- 
dando dalle due parli, vide a diritta, in quella strada 
che si chiama lo stradone di santa Teresa, un cittadino 
che veniva appunto verso di lui. — Un cristiano final- 
mente ! — disse tra sé; e si voltò suhito da quella parte 
pensando di farsi insegnar la strada da lui. Questo pure 
aveva visto il forestiero che s'avanzava; e andava squa- 
drandolo da lontano, con uno sguardo sospettoso; e tanto 
più, (piando s'accorse che. in vece d'andarsene per i fatti 



CAPITOLO XXXI Y. 217 

suoi, gli veniva incontro. Renzo, quando fu poco distante, 

si levò il cappollo, da quel montanaro rispettoso che era; 
e tenendolo con la sinislra, mise l'altra mano nel cocuz- 
zolo, e andò più direttamente verso lo sconosciuto. Ma 
questo stralunando gli occhi afTatto, fece un passo addie- 
tro, alzò un noderoso bastone e voltata la punta, ch'era 
di ferro, alla vita di Renzo, gridò: » via! via! via!» 

« Oh oh! » gridò il giovine anche lui; rimise il cap- 
pello in testa, e, avendo tutt' altra voglia, come diceva 
poi, quando raccontava la cosa, che di metter su lite in 
quel momento, voltò le spalle a quello stravagante, e 
continuò la sua strada, o, per meglio dire, quella in cui 
si trovava avviato. 

L'altro tirò avanti anche lui per la sua, tutto fremente, 
e voltandosi, ogni momento, indietro. E arrivato a casa, 
raccontò che gli s'era accostato un untore con un' aria 
umile, mansueta, con un viso d' infame impostore, con 
lo scatoline dell'unto, o l'involtino della polvere (non 
era ben certo qual de' due ) in mano, nel cocuzzolo del 
cappello , per fargli il tiro , se lui non 1' avesse sapulo 
tener lontano. « Se mi s'accostava un passo di più, » sog- 
giunse, 1 l'infdavo addirittura, prima che avesse tempo 
d'accomodarmi me, il birbone. La disgrazia fu ch'eravamo 
in un luogo cosi solitario, che se era in mezzo Milano, 
chiamavo gente, e mi facevo aiutare a acchiapparlo. Sicuro 
che gli si trovava quella scellerata porcheria nel cappello. 
Ma li da solo a solo, mi son dovuto contentare di fargli 
paura, senza risicare di cercarmi un malanno; perclK' 
un po' di polvere è subito buttata : e coloro hanno una 
destrezza particolare ; e poi hanno il diavolo dalla loro. 
Ora sarà in giro per Milano: chi sa che strage fa! » E 
fin che visse, che fu per molt'anni, ogni volta che si 
parlasse d'untori, ripeteva la sua storia, e soggiungeva : 
«quelli che sostengono ancora che non era vero, non 
lo vengano a dire a me : perchè le cose bisogna averle 
viste. » 

Renzo, lontano dall' immaginarsi come l'avesse scam- 

VOL. II. 10 



218 I PROMESSI SPOSI 

pala bella, e agitato più dalla rabbia che dalla paura, 
pensava, camminando, a quell'accoglienza, e indovinava 
bene a un di pre>;so ciò che lo sconosciuto aveva pen- 
sato di Ini; ma la cosa gli pareva così irragionevole, 
che concluse tra se che colui doveva essere un qualche 
mezzo malto. — La principia male, — pensava però : — 
par che ci sia un pianeta per me, in questo Milano. Per 
entrare, tutto mi va a seconda; e poi, quando ci son 

dentro, trovo i dispiaceri li apparecchiati. Basta col- 

r aiuto di Dio.... se trovo.... se ci riesco a trovare.... 
eh ! tutto sarà stalo niente. — 

Arrivalo al ponte, voltò, senza esitare, a sinistra, nella 
strada di san Marco, parendogli, a ragione, che dovesse 
condurre verso l' interno della città. E andando avanti, 
guardava in qua e in là, per veder se poteva scoprire 
qualche creatura umana; ma non ne vide altra che uno 
sformato cadavere nel piccol fosso che corre tra quelle 
|ioche case (che allora erano anche meno), e un pezzo 
della strada. Passato quel pezzo, sentì gridare: « o quel- 
l'uomo! » e guardando da quella parte, ^ide poco lon- 
tano, a un terrazzino d'una casuccia isolata, una povera 
donna, con una nidiata di bambini intorno; la quale, 
seguitandolo a chiamare, gli fece cenno anche con la 
mano, (li andò di corsa; e (juando fu vicino, « o (piel 
giovine , » disse (jneila doinia : « per i vostri poveri 
morti, fate la carità d'andare a avvertire il commissario 
che siamo ((ni dimenlicali. Ci hanno chiusi in casa come 
sospetli. perchi' il mio jìovero marito è morto; ci hanno 
incliiodato l'uscio, come vedete; e da ier mallina, nes- 
suno è venuto a portarci da mangiare. In tante ore che 
Siam qui, non m' è mai capitalo un cristiano che me la 
facesse questa carità: e (jnesti poveri innocenti moion 
di fame. » 

« Di fame! » esclamò Ucnzo: e, cacciate le mani \h'\U\ 
lasche, « ecco, ecco, » disse, tirando fuori i dui' pani: 
(- calatemi giù qualcosa da metterli dentro. » 
« Dio ve ne renda merito; aspettate un momento, ^ 



CAPITOLO XXXIV. 219 

disse (lucila donna ; e andò a cercare un paniere, e una 
fune da calarlo, come fece. A Renzo intanto gii vennero 
in mente que' pani che aveva trovati vicino alla croce, 
nell'altra sua entrata in Milano, e pensava : — ecco : è 
una restituzione, e forse meglio che se gii avessi resti- 
tuiti al proprio padrone: perchè qui ò veramente un'o- 
pera di misericordia. — 

« In quanto al commissario che dite, la mia donna, » 
disse poi, mettendo i pani nel paniere, « io non vi posso 
servire in nulla ; perche per dirvi la veritcà , son fore- 
stiero, e non son niente pratico di questo paese. Però, 
se incontro qualche uomo un po' domestico e umano, 
da potergli parlare, Io dirò a lui. » 

La donna lo pregò che facesse così, e gli disse il no- 
me della strada, onde lui sapesse indicarla. 

« Anclu! voi, » riprese Renzo, « credo che potrete farmi 
un piacere, una vera carità, senza vostro incomodo. Una 
casa di cavalieri, di gran signoroni; qui di Milano, casa*", 
sapreste insegnarmi dove sia? » 

i So che la c'è questa casa,» rispose la donna: «ma 
dove sia non lo so davvero. Andando avanti di qua, qual- 
cheduno che ve la insegni, lo troverete. E ricordatevi 
di dirgli anche di noi. » 

« Non duhilate, » disse Renzo, e andò avanti. 

A ogni passo, sentiva crescere e avvicinarsi un ru- 
more, che già aveva cominciato a sentire mentre era li 
fermo a discorrere: un rumor di ruote e di cavalli, con 
un tintinnio di campanelli, e ogni tanto un chiocchiar 
di fruste, con un accompagnamento d'urli. Guardava in- 
nanzi, ma non vedeva nulla. Arrivalo allo shocco di fiuella 
strada, scoprendosegli davanti la piazza di san Marco, 
la prima cosa che gli diede neirocchio, furon due travi 
ritte, con una corda, e con certe carrucole; e non lardò 
a riconoscere (ch'era cosa famigliare in (piel tempo) 
rabbomincvolc macchina della tortura. Era l'izzata in 
(jud luogo, e non in ([uello soltanto, ma in tulle le piazze 
e nelle strade più spaziose, affinchè i deputali d'ogni 



220 1 PROMESSI SPOSI 

quarlicrc, muniti a (iiieslo d' ogni facoltà più arbitraria, 
potessero farci applicare immediatamente chiunque pa- 
resse loro meritevole di pena: o sequestrali che uscis- 
sero di casa, o subalterni che non facessero il loro do- 
vere, chiunque altro. Era uno di cjue' rimedi eccessivi 
e ineftìcaci de' quali , a quel tempo, e in que' momenti 
specialmente, si faceva tanto scialacquìo. 

Ora, mentre Renzo guarda quello strumento, pensando 
perchè possa essere alzato in quel luogo, sente avvici- 
narsi sempre più il rumore , e vede spuntar dalla can- 
tonata della chiesa un uomo che scoteva un campanello: 
era un apparitore; e dietro a lui due cavalli che, allun- 
gando il collo, e puntando le zampe, venivano avanti a 
fatica; e strascinato da quelli, un carro di morti, e dopo 
quello un altro, e poi un altro e un altro; e di qua e 
di là, monatti alle costole de' cavalli, spingendoli, a fru- 
state, a punzoni, a bestemmie. Eran que' cadaveri, la più 
parte ignudi, alcuni mal involtati di qualche cencio; am- 
monticchiali , intrecciati insieme , come un gruppo di 
serpi che lentamente si svolgano al tepore della prima- 
vera; che, a ogni intoppo a ogni scossa, si vedevan 
(lue' mucchi funesti tremolare e scompaginarsi brutta- 
merde, e ciondolar teste, e chiome verginali arrovesciarsi, 
e braccia svincolarsi, e batter sulle rote, mostrando al- 
l'occhio già inorridito come un tale spettacolo jìoteva 
divenire più doloroso e più sconcio. 

Il giovane s' era fermalo sulla cantonata della piazza, 
vicino alla sbarra del canale, e pregava intanto per que' 
morti sconosciuti. Un atroce pensiero gli balenò in 
mcnlf: — forse là, là insieme, là sotto ... Oh, Signore! 
fate che non sia vero! fate ch'io non ci pensi! — 

Passato il convoglio funebre, Renzo si mosse, attra- 
versò la piazza , prendendo lungo il canale a mancina , 
senz' altra ragione della scelta, se non che il convoglio 
era andato dall'altra parte. Fatti que' quattro passi tra 
il Jianco della chiesa e il canale, vide a destra d ponte 
Marcellino; prese di lì e riusci in Rorgo Nuovo. E guar- 



CAPITOLO XXXIV. 221 

dando innanzi, sorapro con quella mira di trovar qual- 
chcdiino da farsi insegnar la slrada , vide in fondo a 
quella un prele in fars(^l(o, con un hasloncino in mano, 
ritlo virino a un uscio socchiuso, col capo chinalo, e 
l'orecchio allo spiraglio; e poco dopo lo vide alzar la 
mano e benedire. Congetturò quello ch'era di fallo, cioè 
che finisse di confessar qualcheduno; e disse tra se: — 
questo è 1' uomo che fa per me. Se un prete , in fun- 
zion di prele, non ha un po' di carità, un po' d'amore 
e di buona grazia, bisogna dire che non ce ne sia più 
in questo mondo. — 

Intanto il prele, slaccatosi dall'uscio, veniva dalla 
parte di Renzo, tenendosi, con gran riguardo, nel mezzo 
della strada. Ronzo, quando gli fu vicino, si levò il cap- 
pello, e gli accennò che desiderava parlargli, fermandosi 
nello slesso tempo in maniera da fargli intendere che 
non si sarebbe accostato di più. Quello pure si fermò , 
in atto di stare a sentire, puntando però in terra il suo 
bastoncino davanti a sé, come per farsene un baluardo. 
Renzo espose la sua domanda , alla quale il prele sod- 
disfece, non solo col dirgli il nome della strada dove 
la casa era situala, ma dandogli anche, come vide che 
il poverino n'aveva bisogno, un po' d'itinerario; indi- 
candogli, cioè, a forza di dirille e di mancine, di chiese 
e di croci, quell'altre sei o olio strade che aveva da 
passare per an-ivarci. 

«Dio la manlenga sano in qucsli tempi, e sempre,» 
disse Renzo: e mentre quello si moveva per andarsene, 
«un'altra carità,» soggiunse; e gli disse della povera 
donna dimenticala. Il buon prele ringraziò lui d'avergli 
dato occasion di fare una carità così necessaria ; e, di- 
cendo che andava ad avvertire chi bisognava, tirò avanti, 
Renzo si mosse anche lui. e, camminando, cercava di 
fare a sé una ripetizione dell' iiilinciario, per non esser 
da capo a dover domandare a ogni cantonata. Ma non 
potreste immaginarvi come ipieir operazione gli riuscisse 
penosa, e non tanto per la dilllcollà della cosa in so, 



221:^ 1 PROMESSI SPOSI 

quanto por un nuovo turbamento che gli ora nato nel- 
l'animo. Quel nome della strada, quella traccia del cam- 
mino Taveva messo cosi sollosopra. Era l'indizio che 
aveva desiderato e domandato , e del quale non poteva 
far di mono; ne gli era stalo detto nient' altro, da che 
potesse ricavare nessun augurio sinistro; ma che volete? 
queir idea un po' più distinta d'un termine vicino, dove 
uscirohlte d' una grand' incertezza, dove potrcMte sentirsi 
dire: è viva, o sentirsi dire:' è morta; queir idea T aveva 
cosi colpito, che, in quel momento, gli sarebbe piaciuto 
più di trovarsi ancora al buio di tutto, d'essere al prin- 
cipio del viaggio, di cui ormai toccava la fme. Raccolse 
però le sue forze, e disse a so stesso: — ehi! .^e princi- 
piamo ora a fare il ragazzo, coni' andorà ? — Così rin- 
francato alla meglio, seguitò la sua strada, inoltrandosi 
nella città. 

Quale città! e cos'era mai al paragono, (piollo ch'ora 
sialo l'anno avanti, por la cagion della fame! 

Renzo s'abbatteva appunto a passare per una delle 
parti più squallido e più desolale: quella crociata di strade 
che si chiamava il carrobio di porla Nuova. (C era al- 
lora una ero .e nel mozzo, e, dirimpetto ad essa, accanto 
a dove ora (> san Francesco di Paola, una vecchia chiesa 
col titolo di sant'Anastasia.) Tanta era stata in quel vi- 
cinato le furia del contagio, e il fetor de' cadaveri lasciali 
lì, che i pochi rimasti vivi, erano stati costretti a sgom- 
berare : sicché, alla mestizia che dava al passeggiero quel- 
r aspetto di soliludine e d'abbandono, s'aggiungiova 1' or- 
rore e lo sclìifo delle tracce e degli avanzi della recente 
abitazione. Renzo affrettò il passo, facendosi coraggio 
col pensare che la meta non doveva essere così vicina, 
e sperando che, prima d' arrivarci , troverebbe mutala , 
almeno in parte, la scena; e infalli, di li a non molto, 
riusci in un luogo che poteva pur dirsi città di vi- 
venti ; ma quale città ancora, e quali vivenli ! Serrati , 
per sospetto e per terrore, lutti gli usci di strada, salvo 
quelli che fossero spalancati per esser le case disabitate, 



CAPITOLO XXXIV. 223 

invase; aldi inchiodali o. siuillali, per esser nelle case 
moria o ammalala gente di peste; altri segnali d'una 
croce falla col carbone, per indizio ai monalli, che c'c- 
ran dei morii da portar via: il lutto più alla ventura 
che altro, secondo che si fosse trovato piuttosto qua che 
là un qualche commissario della Sanità o altro impie- 
galo, che avesse voluto eseguir gli ordini, o fare un'an- 
gheria. Per tutto cenci e, più ributtanti de' cenci, fascie 
marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttali dalle fi- 
nestre; talvolta corpi, o di persone morte all'improvviso, 
nella strada, e lasciali li fin che passasse un carro da 
portarli via, o cascati da' carri medesimi, o buttati an- 
ch'essi dalle finestre: tanto l'insistere e l'imperversar 
del disastro aveva insalvatichiti gli animi , e fallo di- 
menticare ogni cura di pietà , ogni riguardo sociale ! 
Cessato per tutto ogni rumor di botteghe, ogni strepito 
di carrozze , ogni grido di venditori , ogni chiacchierio 
dì passeggieri, era ben raro che quel silenzio di morte 
fosse rotto da altro che da rumor di carri funebri , da 
lamenti di poveri , da rammarichio d' infermi , da uili 
di frenetici, da grida di monatti. All'alba, a mezzogiorno, 
a sera, una campana del duomo dava il segno di recitar 
certe preci assegnale dall'arcivescovo: a quel tocco ri- 
spondevan le campane dell'altre chiese; e allora avreste 
veduto persone affacciarsi alle finestre, a pregare in co- 
mune; avreste sentilo un bisltiglio di voci e di gemili, 
che spirava una tristezza mista pure di qualche conforto. 
Morti a quell'ora forse i due terzi de' cittadini, andati 
via ammalati una buona parte del resto, ridotto quasi 
a nulla il concorso della gente di fuori, de' pochi che 
andavan per le strade, non se ne sarebbe per avventura, 
in un lungo giro , incontralo uno solo in cui non si 
vedesse qualcosa di strano , e che dava indizio d' una 
funesta mutazione di cose. Si vedevano gli uomini più 
qualificati, senza cappa nò mantello, parte allora cssen- 
zialissima del vestiario civile: senza sottana i preti, e 
anche de' religiosi in farsetto; dismessa in somma ogni 



224 1 PROMESSI SPOSI 

sorta di vestito che potesse con gli svolazzi toccar qual- 
che cosa, (lare (ciò che si temeva più di tutto il resto) 
agio agli untori. E fuor di questa cura d'andar succinti 
e ristretti il più che fosse possibile, negletta e trasan- 
data ogni persona; lunghe le barbe di quelli che usa- 
van portarle, cresciute a quelli che prima costumavan 
di raderle; lunghe pure e arruffate le capigliature, non 
solo per quella Irascuranza che nasce da un invecchiato 
abbattimento, ma per esser divenuti sospetti i barbieri, 
da che era stato preso e condannato , come un unlor 
famoso, uno di loro, Giangiacomo Mora: nome che per 
un pezzo, conservò una celebrità municipale d' infamia, 
e ne meriterebbe una ben più diffusa e perenne di pietà, 
I più tenevano da una mano un bastone, alcuni anche 
una pistola , per avvertimento minaccioso a chi avesse 
voluto avvicinarsi troppo; dall' altra pasticche odorose, 
palle di metallo o di legno traforate, con dentro spu- 
gno inzuppate d'aceti medicati; e se le andavano ogni 
tanto mettendo al naso, e ce le tenevano di continuo. 
Portavano alcuni attaccata al collo una boccetta con 
dentro un po' d'argento vivo, persuasi che avesse la 
virtù d' assorbire e di ritenere ogni esalazione pesti- 
lenziale ; e avevan poi cura di rinnovarlo ogni tanti 
giorni. I gentiluomini, non solo uscivano senza il solito 
seguito, ma si vedevano, con una sporta in braccio, an- 
dare a comprar le cose necessarie al vitto. Gli amici, 
quando jiur due s'incontrassero per la strada, si saluta- 
vnn da lontano, con cenni taciti e frettolosi. Ognuno, 
camminando, aveva mollo da fare, per iscansare gli schi- 
fosi e mortiferi inciampi di cui il terreno era sparso e, 
in (jualcbe luogo, anche affatto ingombro: ognuno cer- 
cava di stare in mezzo alla strada, per timore d'altro 
sudiciume, o d'altro più funesto peso che potesse venir 
giù dalle finestre ; per timore delle polveri venefiche 
che si diceva essere spesso buttale da quelle su' passeg- 
gieri; per timore delle muraglie che potevan esser unte. 
Così l'ignoranza, coraggiosa e guardinga alla rovescia, 



CAPITOLO XXXIV. 225 

aggiiinj^cva ora angustio all' angnslio, e dava falsi ter- 
rori, in compenso de' ragionevoli e salutari che aveva 
levali da principio. 

Tal era ciò che di meno deforme e di men compassio- 
nevole si faceva vedere intorno, i sani, gli agiati: che, 
dopo tante immagini di miseria , e pensando a (piella 
ancor pii!i grave, per mezzo alla quale dovrem condurre 
il lettore, non ci fermeremo ora a dir qual fosse lo spet- 
tacolo degli appestati che si strascicavano o giacevano 
per le strade, de' poveri, de' fanciulli, delle donne. Era 
tale, che il riguardante poteva trovar quasi un disperato 
conforto in ciò che ai lontani e ai posteri fa la più forte 
e dolorosa impressione ; nel pensare , dico , nel vedere 
quanto quei viventi fossero ridotti a pochi. 

In mezzo a questa desolazione aveva Renzo fatto già 
una buona parte del suo cammino, quando, distante an- 
cor molti passi da una strada in cui doveva voltare, 
sentì venir da quella un vario frastono, nel quale si fa- 
ceva distinguere quel solito orribile tintinnìo. 

Arrivato alla cantonata della strada, ch'era una delle 
più larghe, vide quadro carri fermi nel mezzo; e come, 
in un mercato di granaglie, si vedo un andare e venire 
di gente, un caricare e un rovesciar di sacchi, tale era 
il movimento in quel luogo : monatti eh' entravan nelle 
case, monatti che n'uscivano con un peso su le spallo, 
e lo mettevano su l'uno o l'altro carro: alcuni con la 
divisa rossa, altri senza quel distintivo, molli con uno 
ancor più odioso, pennacchi e fiocchi di vari colori, che 
quegli sciagurati portavano come per segno d' allegria, 
in tanto pubblico lutto. Ora da una, ora da un'altra fine- 
stra, veniva una voce lugubre: « qua, monatti! » E con 
suono ancor più sinistro, da quel tristo brulichìo usciva 
qualche vociacela che rispondeva: « ora, ora.» Ovvero 
eran pigionali che brontolavano, e dicevano di far pre- 
sto : ai quali i monatti rispondevano con bestemmie. 

Entrato nella strada. Ronzo allungò il passo, corcando 
di non guardar quegl' ingombri, se non quanto era ne- 



220 1 PROMESSI SPOSI 

ccssario per iscansarli ; quando il suo sguardo s' incon- 
trò in un oggelto singolare di pietà, d'una pietà che in- 
vogliava Tanimo a contemplarlo; di maniera che si fermò, 
quasi senza volerlo. 

Scendeva dalla soglia d'uno di quegli usci, e veniva 
verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava 
una giovinezza avanzala , ma non trascorsa ; e vi traspa- 
riva una bellezza velata e otTuscata, ma non guasta, da 
una gran passione, e da un languor mortale : quella bel- 
lez7a molle a un tempo e maestosa, che brilla nel san- 
gue lombardo. La sua andatura era alTaticata , ma non 
cascante ; gli occhi non davan lacrime, ma portavan se- 
gno d'averne sparse tante; c'era in quel dolore un non 
so che di pacato e di profondo, che attestava un'anima 
tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il 
solo suo aspetto che. tra tante miserie, la indicasse così 
particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sen- 
timento ormai stracco e ammortito ne' cuori. Portava 
essa in collo una bambina di forse nov'anni. moria; ma 
tutta ben accomodata, co' capelli divisi sulla fronte, con 
un vestilo bianchissimo, come se quelle mani l'avessero 
adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data 
per premio. Nò la teneva a giacere, ma sorretta , a se- 
dere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come 
se fosse stata viva; se non che una manina bianca a 
guisa di cera spenzolava da una parie, con una certa 
inanimala gravezza, e il capo posava sull'omero della 
matlre, con un abbandono più forte del sonno : della ma- 
dre, che, se anche la somiglianza de' volli non n'avesse 
fallo fede, l'avreltbe detto chiaramente quello de' due 
eh' esprimeva ancora un sentimento. 

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle 
braccia, con una specie però d' insolito rispetto, con un'e- 
sitazione involonlaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza 
però mostrare sdegno uè disprezzo, «lìo! » disse: «non 
HK! la toccato per ora : devo metterla io su quel carro: 
prendete. » Così dicendo, apri una mano, fece vedere 



CAPITOLO XXXIV. 227 

una borsa, (Mn laf^ciù cadere in (jnella che il monallo le 
lese. Poi eoiilinuù: « promellelenii di non levarle un Ilio 
d'intorno, ne di lasciar ciie allri ardisca di farlo, e di 
metterla sotto terra cosi. » 

Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tulio 
premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo senti- 
mento da cui era come soggiogato, clie per V inaspettata 
ricompensa, s'aflaccendò a far un po' di posto sul carro 
per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in 
fronte, la mise li come sur un letto, ce l'accomodò, le 
stese sopra un paimo bianco, e disse l'ultime parole: 
« addio. Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche 
noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi ; 
eh' io pregherò per te e per gli altri. » Poi voltatasi di 
nuovo al monatto, « voi, » disse, « passando di qui verso 
sera, salirete a prendere anche me, e non me sola. ^ 

Cosi detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s'af- 
facciò alla finestra, lenendo in collo un'altra bambina, 
più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. 
Stette a contemplare quelle cosi indegne esequie della 
prima, finche il carro non si mosse, nuche lo potò ve- 
dere; poi disparve. E che altro potè fare, se non posar 
sul letto l'unica che le rimaneva, e mettersele accanto 
per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo 
stelo cade insieme il fiorellino ancora in boccia, al pas- 
sar della falce che pareggia tutte Terbe del prato. 

« Signore! » esclamò Renzo: «esauditela! tiratela 
a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! 
hanno patito abbastanza! » 

Riavuto da quella commozione straordinaria, e men- 
tre cerca di tirarsi in mente l' itinerario per trovare se 
alla iirima strada deve voltare, e se a diritta o a man- 
cina, sente anche da questa venire un altro e diverso 
strepito, un suono confuso di grida imperiose, di fiochi 
lamenti, un pianger di donne, un mugoho di fanciidli. 

Andò avanti, con in cuore quella solita trista e oscura 
aspettativa. Arrivato al crocicchio, vide da una parte una 



228 I PROMESSI SPOSI 

mollitndino ronfiis:i che s' avanzava , e si fermò lì , per 
lasciarla passare. Erano ammalati che venivan condoni 
al lazzcretlo ; alcuni, spinli a forza, resistevano in vano, 
invano gridavano che volevan morire sul loro letto, e 
rispondevano con inutili imprecazioni alle heslemmie e 
ai comandi de' monatti che li guidavano ; altri cammi- 
navano in silenzio, senza mostrar dolore, nò alcun altro 
sentimento, come insensati ; donne co' hamhini in collo: 
fanciulli spaventati dalle grida , da quegli ordini, da 
quella compagnia, più che dal pensiero confuso della 
morie, i quali ad alte strida imploravano la madre e le 
sue hraccia fidate, e la casa loro. Ahi! e forse la madre, 
che credevano d'aver lasciata addormentata sul suo letto, 
ci s'era hutlala, sorpresa tult'a un Iratlo dalla pt^ste; e 
slava lì senza senlimenlo, per esser portala sur un carro 
al lazzeretto, o alla fossa, se il carro veniva più tardi. 
Forse, o sciagura degna di lacrime ancor più amare! la 
madre, tutta occupata de' suoi patimenti, aveva dimenti- 
cato ogni cosa , anche i figli , e non aveva più che un 
pensiero: di morire in pace. Pure, in lauta confusione, 
si vedeva ancora qualche esempio ili fermezza e di pietà: 
padri, madri, fratelli, tìgli, consorti, che sostenevano i 
cari loro, e gli accompagnavano con parole di conforto: 
nò adulti soltanto, ma ragazzetti, ma fanciulline che gui- 
davano i fratellini più teneri, e. con giudizio o con com- 
passione da grandi, raccomandavano loro d'essere uhhi- 
dienti, gli assicuravano che s'andava in un luogo dove 
c'era chi avrehhe cura di loro per farli guarire. 

In mezzo alla malinconia e alla tenerezza di tali vist(\ 
lina cosa toccava più sul vivo, e teneva in agitazione il 
nostro viaggiatore. La casa doveva esser lì vicina, e chi 
sa se tra quella gente.... Ma passata tutta la comitiva, 
e cessalo quel duhhio, si voltò a un monatto che veniva 
dietro . e gli domandò della strada e della casa di don 
Ferrante. « In malora, tanghero, « fu la risposta che 
n' ehhe. Nò si curò di dare a colui quella che si meri- 
tava; ma, visto, a due passi, un commissario che veniva 



CAPITOLO XXXIV. 229 

in coda al convoglio, e aveva un viso un po' più di cri- 
stiano, fece a lui la stessa domanda. Questo accennando 
con un bastone la parte donde veniva, disse: «la prima 
strada a diritta, rultima casa grande a sinistra. » 

Con una nuova e più forte ansietà in cuore, il gio- 
vine prende da quella parte. È nella strada ; dislingue 
subito la casa tra Taltre, più basse e meschine; s'acco- 
sta al portone che è chiuso, mette la mano sul martello, 
e ce la tien sospesa, come in un'urna, prima di tirar su 
la polizza dove fosse scritta la sua vita, o la sua morte. 
Finalmente alza il martello, e dà un picchio risoluto. 

Dopo qualche momento, s'apre un poco la finestra; 
una donna fa capolino, guardando chi era, con un viso 
umbroso che par che dica: monatti? vagabondi? com- 
missari ? untori ? diavoli ? 

« Q nella signora, » disse Renzo guardando in su , e 
con voce non troppo sicura : « ci sta qui a servire una 
giovine di campagna, che ha nome Lucia? » 

» La non e' ò più; andate, » rispose quella donna, 
facendo alto di chiudere. 

« Un momento, per carila! La non c'è più? Dov'è? » 
a Al lazzeretto ; » e di nuovo voleva chiudere. 
« Ma un momento, per l'amor del cielo! Con la peste?» 
» Già. Cosa nuova, eh ? Andate. » 
a Oh povero me! Aspetti: era ammalata molto? Quanto 
tempo è. . . .? " 
Ma intanto la lìnestra fu chiusa davvero. 
<■ Quella signora! quella signora ! una parola, per ca- 
rità! per i suoi poveri morti ! Non le chiedo niente del 
suo: ohe! » Ma era come dire al muro. 

Afllilto della nuova, e arrabbiato della maniera, Renzo 
afferrò ancora il martello, e, così appoggiato alla porta, 
andava stringendolo e storcendolo, l' alzava per picchiar 
di nuovo alla disperata, poi lo teneva sospeso. In quost'a- 
gilazioFie, si voltò per vedere se mai ci foss(> d'inlonio 
(pialclu! vicino, da cui potesse forse aver (|ualclie infor- 
mazione più precisa, qualche indizio, qualche lume. Ma 



230 I PROMESSI SPOSI 

la prima, l'unica persona che vide, fu un'altra donna, 
distante forse un venti passi: la quale, con un viso ch'e- 
sprimeva terrore, odio, impazienza e malizia, con ceri' oc- 
chi stravolti che volevano insieme guanlar lui, e guar- 
dar lontano, spalancando la hocca come in allo di gri- 
dare a più non posso , ma rattenendo anche il respiro, 
alzando due hraccia scarne, allungando e ritirando due 
mani grinzose e piegate a guisa d' artigli, come se cer- 
casse d'acchiappar qualcosa, si vedeva che voleva chia- 
mar gente, in modo che qualcheduno non se n'accor- 
gesse. Quando s'incontrarono a guardarsi, colei, fattasi 
ancor più hrutta, si riscosse come persona sorpresa. 

« Che diamine....?» cominciava Renzo, alzando an- 
che lui le mani verso la donna ; ma questa perduta la 
speranza di poterlo far cogliere all' improvviso, lasciò 
scappare il grido che aveva rattenuto fin allora : « l' un- 
tore! dagli! dagli! dagli all'untore!» 

« Chi? io! ah strega hugiarda! sta zitta, » gridò Renzo; 
e fece un salto verso lei, per impaurirla e farla chetare. 
Ma s'avvide suhilo, che aveva hisogno piuttosto di pen- 
sare ai casi suoi. Allo strillar della vecchia, accorreva 
gente di qua e di là; non la folla che, in un caso si- 
mile, sarelihe stata, tre mesi prima; ma più che ahha- 
slanza per poter fare d'un uomo solo qiu>l che volessero. 
Nello stesso tempo, s' apri di nuovo la finestra, e qufdla 
medesima sgarhata di prima ci s'affacciò questa volta, 
e gridava anche lei: «pigliatelo, pigliatelo; che dev'es- 
sere uno di que' hirhonl che vanno in giro a unger h; 
porle de' galantuomini. » 

Renzo non istette lì a pensare; gli parve suhito mi- 
glior parlilo sbrigarsi da coloro, che rimanere a dir le 
sue ragioni: diede un'occhiata a destra e a sinistra, da 
che parte ci fosse men gente, e svignò di là. Rispinse 
con nn uilonc uno che gli parava la strada; con un 
gran punzone nel [)etto, fece dare indietro olio o dieci 
passi un altro che gli correva incontro; e via di galoppo, 
col pugno in aria, stretto, nocchiuto, pronto per qualun- 



CAPITOLO XXXIV. 231 

quo altro gli fosse venuto tra' piedi. La strada davanti era 
sempre libera; ma dietro le spalle sentiva il calpestìo, 
più forti del calpestìo, quelle grida amare: « dagli! 
dagli! all'untore! » Non sapeva quando fossero per fer- 
marsi ; non vedeva dove si potrebbe mettere in salvo. 
L'ira divenne rabbia, l'angosciasi cangiò in disperazione, 
e , perso il lume degli occhi, mise mano al suo coltel- 
laccio, lo sfoderò, si fermò su duo piedi, voltò indietro 
il viso più torvo e più cagnesco che avesse fatto a' suoi 
giorni; e, col braccio leso, brandendo in aria la lama 
luccicante, gridò: «chi ha cuore venga avanti, canaglia! 
che l'ungerò io davvero con questo. » 

Ma, con maraviglia, e con un sentimento confuso di 
consolazione, vide che i suoi persecutori s' eran già fer- 
mati, e slavan li come titubanti, e che, seguitando a 
urlare, facevan, con le mani per aria, certi cenni da spi- 
ritati, come a gente che venisse di lontano dietro a lui. 
Si voltò di nuovo, e vide (che il gran turbamento non 
gliel aveva lasciato vedere un momento prima) un carro 
che s'avanzava, anzi una fila di que' soliti carri fune- 
bri, col solito accompagnamento, e dietro, a qualche 
distanza, un altro mucchietto di gente che avrebbero 
voluto anche loro dare addosso all'untore, e prenderlo 
in mezzo; ma eran trattenuti dall'impedimento medesi- 
mo. Vistosi così tra due fuochi, gli venne in mente che 
ciò che era di terrore a coloro, poteva essere a lui di 
salvezza; pensò che non era tempo di far lo schizzinoso; 
rimise il coltellaccio nel fodero, si tirò da una parie, 
prese la rincorsa verso i carri, passò il primo, e adoc- 
chiò nel secondo un buono spazio vóto. Prende la mira, 
spicca un salto; è su, piantato sul piede destro, col si- 
nistro in aria, e con le braccia alzate. 

« Bravo! bravo!» esclamarono, a una voce i monatti, 
alcuni de' quali seguivano il convoglio a pÌL'di , altri 
eran seduti sui carri, altri, per dire l' orribii ((isa 
com'era, sui cadaveii, trincando da un gran liasco die 
andava in giro. * Bravo! bel cjlpo! « 



232 I PROMESSI SPOSI 

« Sei venuto a mellerli solto la protezione de' monatti ; 
fa conto d'essere in chiesa,» gli disse uno de' due che 
slavano sul carro dov' era montato. 

I nemici, all'avvicinarsi del treno, avevano, i più vol- 
tate le spalle, e se n'andavano, non lasciando di gri- 
dare: « dagli! dagli! all'untore! » Qualcheduno si ritirava 
più adagio, fermandosi ogni tanto, e voltandosi, con ver- 
sacci e con gesta di minaccia, a Renzo; il quale, dal 
carro, rispondeva loro dibattendo i pugni in aria. 

t Lascia fare a me,» gli disse un monatto; e strap- 
palo d'addosso a un cadavere un laido cencio, l'anno- 
dò in fretta, e, presolo per una delle cocche, l'alzò come 
una fionda verso quegli ostinati, e fece le viste di but- 
targlielo, gridando: e aspetta, canaglia! » A quell'atto fug- 
giron tutti, inorriditi; e Hcnzo non vitle più che schiene 
di nemici, e calcagni che ballavano rapidamente per aria, 
a guisa di gualchiere. 

Tra i monatti s'alzò un urlo di trionfo, uno scroscio 
l)rocelloso di risa, un « uh » prolungalo, come per accom- 
pagnar quella fuga. 

t Ah ah ! vedi se noi sappiamo proteggere i galan- 
tuomini? » disse a Renzo quel monatto: « vai più uno 
(li noi che cento di que' poltroni. » 

t Certo , posso dire die vi devo la vita , » rispose 
Renzo : « e vi ringrazio con tutto il cuore. » 

« Di che cosa? » disse il monatto: « tu lo meriti: 
si vede che sei un bravo giovine. Fai bene a ungere 
questa canaglia: ungili, estirpali costoro, che non va- 
glion qualcosa, se non (pianilo soii morti; che, per ri- 
compensa della vita che facciamo, ci inale(.licono, e vanno 
dicendo che , finita la morìa , ci voglion fare impiccar 
lutti. Hanno a finir prima loro che la moria ; e i mo- 
natti hanno a nslar soli, a cantar vittoria, e a sguaz- 
zar per Milano. » 

« Viva la morìa, e moia la marmaglia! » esclamò 
l'altro; e, con questo bel brindisi, si mise il fiasco alla 
bocca, e, tenendolo con tutt'e due le mani, tra le scosse 



CAPITOLO xxxiv. 233 

del carro, diodo una buona bevuta, poi lo porse a Renzo, 
dicendo : « bevi alla nostra salute. » 

« Ve l'auguro a tutti, con (otto il cuore, » disse 
Renzo: « ma non bo scic; non bo proprio voglia di 
bore in questo momento. » 

«t Tu ìiai avuto una bolla paura, a quel elio mi paro, » 
disse il monatto: « m' bai aria d"un povor'uomo; ci vuol 
altri visi a far l'untore. » 

« Ognuno s'ingegna come può, » disse l'altro. 

i Dammelo cpii a me, » disse uno di quelli cbe ve- 
nivano a piedi accanto al carro, « cbò ne voglio bere 
anch' io un altro sorso, alla salute del suo padrone, che 
si trova qui in questa bella compagnia.... li, li, ap- 
punto, mi pare, in quella bolla carrozzata. " 

E, con un suo atroce e maledetto ghigno, accennava 
il carro davanti a (inolio su cui stava il povero Renzo. 
Poi, composto il viso a un atto di serietà ancor pii^i bieco 
e fellonesco , fece una riverenza da quella parte , e ri- 
prese: « si contenta, padron mio, che un povero mo- 
nattuccio assaggi di quello delia sua cantina? Vede Itone: 
si fa certo vite : slam quelli che V abbiam messo in car- 
rozza , per condurlo in villeggiatura. E poi, già a loro 
signori il vino fa subito male : i poveri monatti bau lo 
stomaco buono. » 

E tra le risate de' compagni, prese il fiasco, e l'alzò ; 
ma, prima di bere, si voltò a Renzo, gli fissò gli occhi 
in viso, e gli disse, con una cert'aria di compassiono 
sprezzante: « bisogna che il diavolo col quale hai fatto 
il patto, sia ben giovine; che, se non oravamo li noia 
salvarti, lui ti dava un bell'aiuto. » E tra un nuovo 
scroscio di risa, s' attaccò il fiasco alle labbra. 

€ E noi? eh! e noi? » gridaron più voci dal carro 
ch'era avanti. Il birbone, tracannalo quanto ne volle, 
porse, con tutt'e due le mani, il gran fiasco a ijuegli 
altri suoi simili, i quali se lo passaron dall'uno all'altro, 
fino a uno che. volatolo, lo prese per il collo, gli foce 
faro il mulinello, e lo scagliò a fracassarsi sulle laslrc, 

VOL. II. 10* 



234 I PROMESSI SPOSI 

gridando: « viva la morìa ! » Dietro a queste parole, in- 
tonò una loro canzonaccia ; e subito alla sua voce s'ac- 
compa.anaron tutte l'altre di quel turpe coro. La canti- 
lena infernale, mista al linlinnìo de' campanelli , al ci- 
golio de' carri, al calpestìo de' cavalli, risonava nel vóto 
silenzioso delle strade, e, rimbombando nelle case, strin- 
geva amaramente il cuore de' pochi che ancor le abitavano. 

Ma cosa non può alle volle venire in acconcio? cosa 
non può far piacere in qualche caso ? Il pericolo d' un 
momento prima aveva resa più che tollerabile a Ren/>o 
la compagnia di que' morti e di que' vivi ; e ora fu a' 
suoi orecchi una musica, sto per dire, gradila, quella 
che lo levava dall' impiccio d'una tale conversazione. An- 
cor mezzo affannato, e tutto sottosopra , ringraziava in- 
tanto alla meglio in cuor suo la Provvidenza, d'essere 
uscito d'un tal frangente, senza ricever male nò farne; 
la pregava che l'aiutasse ora a liberarsi anche da' suoi 
liberatori; e dal canto suo, stava all'erta, guardava 
quelli, guardava la strada, per cogliere il tempo di sdruc- 
ciolar giù quatto quatto, senza dar loro orcasione di far 
(pmlrhe rumore, qualche scenata, che mettesse in mali- 
zia i passeggieri. 

Tult' a un tratto, a una cantonata, gli parve di rico- 
noscere il luogo : guardò più attentamente, e ne fu si- 
curo. Sapete dov'era? Sul corso di porla Orientale, in 
(piella strada per cui era venuto adagio, e tornato via 
in frella, circa venti mesi prima. Gli venne subilo in 
mente che di li s' andava diritto al lazzeretto; e questo 
trovarsi sulla strada giusta, senza studiare, senza do- 
mandare, l'ebbe per un tratto speciale della Provvidenza, 
e per buon augurio del rimanente. In quel punto, ve- 
niva incontro ai carri un commissario, gridando ai mo- 
natti di fermare, e non so che altro; il fallo è che il 
convoglio si fermò, e la musica si cambiò in un diver- 
bio romoroso. Uno de' monatti ch'eran sul carro di Uen- 
zo, saltò giù: Ronzo disse all'altro: «vi ringrazio della 
vostra carità : Dio vo ne renda merito ; » e giù anche 
lui dall'altra parte. 



CAPITOLO xxyiv. 235 

e Va, va, povero untorello, » rispose colui: « non 
sarai lu quello che spianti Milano. » 

Per fortuna, non e' era chi potesse sentire. Il convo- 
glio era fcrnialo sulla sinistra del eorso: Renzo prende 
in fretta dall'altra parte, e, rasentando il muro, trotta 
innanzi verso il ponte; lo passa, continua perla strada 
del borgo, riconosce il convento de' cappuccini, è vicino 
alla porta, vede spuntare l'angolo del lazzeretto, passa 
il cancello, e gli si spiega davanti la scena esteriore di 
quel recinto : un indizio appena e un saggio, e già una 
vasta, diversa, indescrivibile scena. 

Lungo i due lati che si presentano a chi guardi da 
quel punto, era tutto un brulichìo; erano ammalali che 
andavano , in compagnie, al lazzeretto ; altri che sede- 
vano giacevano sulle sponde del fossato che lo co- 
steggia ; sia che le forze non fosser loro l)astate per 
condursi fin dentro al ricovero, sia che, usciti di là per 
disperazione, le forze fosser loro ugualmente mancate 
per andar pii^i avanti. Altri meschini erravano sbandati, 
come stupidi, e non pochi fuor di se adatto; uno stava 
tutto infervoralo a raccontar le sue immaginazioni a un 
disgraziato che giaceva oppresso dal male; un altro dava 
nelle smanie; un altro guardava in qua e in là con un 
visino ridente, come se assistesse a un lieto spettacolo. 
Ma la specie più strana e più rumorosa d' una tal tri- 
sta allegre/za, era un cantare alto e continuo, il quale 
pareva che non venisse fuori da quella miserabile folla, 
e pure si faceva sentire più che tutte l'altre voci: una 
canzone contadinesca d' amore gaio e scherzevole , di 
quelle che chiamavan villanelle: e andando con lo sguardo 
dietro al suono, per iscoprire chi mai potesse esser con- 
tento, in quel tempo, in quel luogo, si vedeva un me- 
schino che, .seduto tranquillamente in fondo al fossato, 
cantava a più non posso, con la testa per aria. 

Renzo aveva appena fatti alcuni passi lungo il lato 
meridionale dell' edilìzio, che si sentì in rpiella moltitu- 
dine un rumore straordinario, e di lontano voci che 



236 1 PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXXIV. 

gridavano: guarda! piglia! S'alza in punta di piedi, (3 
vede un cavallaccio clic andava di carriera, spinto da 
un più strano cavaliere : era un frenetico che , vista 
quella bestia sciolta e non guardata, accanto a un carro, 
e' era montato in fretta a bisdosso , e, martellandole il 
collo co' pugni, e facendo sproni de' calcagni, la cacciava 
in furia; e monatti dietro, urlando; e tutto si rav- 
volse in un nuvolo di polvere, che volava lontano. 

Così, già slialordito e stanco ili veder miserie, il gio- 
vine arrivò alla porta di (pici luogo dove ce n' erano 
adunate forse più che non ce ne fosse di sparse in 
tutto lo spazio che gli era già toccato di percorrere. 
S'atTaccia a quella porta, entra sotto la volta, e rimane 
un momento immobile a mezzo del portico 



CAPITOLO XXXV. 



S' immagini il lotloro il recinto del lazzeretto popo- 
lalo (li sedici mila appestali ; quello spazio tuli' ingom- 
bro, dove di capanne e di baracche, dove di carri, dove 
di gente; quelle due interminate fughe di portici, a 
destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di ca- 
daveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia ; e su tutto 
quel quasi immenso covile, un brulichìo, come un on- 
deggiamento ; e qua e là, un andare e venire , un fer- 
marsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi, di convale- 
scenti, di frenetici, di serventi. Tale fu lo spettacolo che 
riempì a un tratto la vista di Renzo, e lo tenne lì, so- 
pralTatto e compreso. Questo spettacolo, noi non ci pro- 
poniam certo di descriverlo a parte a parte, nò il let- 
tore lo desidera ; solo , seguendo il nostro giovine nel 
suo penoso giro , ci fermeremo alle sue fermate , e di 
ciò che gli toccò di vedere diremo quanto sia necessa- 
rio a raccontar ciò che fece, e ciò che gli seguì. 

Dalla porla dove .s' era fermato, fino alla cappella del 
mezzo, e di là all' altra porla in faccia, e' era come un 
viale sgombro di capanne, e d'ogni altro impedimento 
slabile; e alla seconda occhiala, Renzo vide in quello 



238 1 PROMESSI SPOSI 

un tramenìo di carri, un portar via roba, per far luogo ; 
vide cappuccini e secolari che dirigevano queir opera- 
zione, e insieme mandavan via chi non ci avesse che 
fare. E temendo d' essere anche lui messo fuori in quella 
maniera, si cacciò addirittura tra le capanne, dalla parte 
a cui si trovava casualmente voltalo, alla du-itla. 

Andava avanti, secondo che vedeva posto da poter met- 
tere il piede, da capanna a capanna, facendo capolino in 
ognuna, e osservando i letti eh' eran fuori allo scoperto, 
esaminando volti abbattuti dal patimento, o contratti 
dallo spasimo, o immobih nella morte, se mai gli ve- 
nisse fatto di trovar quello che pur temeva di trovare. 
Ma aveva già fatto un bel pezzetto di cammino, e ri- 
petuto più e più volle quel doloroso esame, senza veder 
mai nessuna donna: onde s'immaginò che dovessero es- 
sere in un luogo separalo. E indovinava; ma dove fosse, 
non n'aveva indizio, nò poteva argomentarlo. Incontrava 
ogni tanto ministri, tanto diversi d'aspetto e di maniere 
e d' abile, quanto diverso e opposto era il principio che 
dava agli uni e agli altri una forza uguale di vivere in 
tali servizi: negli uni l'eslinzione d'ogni senso di pietà, 
negli altri una pietà sovrumana. Ma nò agli uni nò agli 
altri si sentiva di far domande, per non procacciarsi 
alle volte un inciampo ; e deliberò d' andare, andare, fin 
che arrivasse a trovar donne. E andando non lasciava di 
spiare intorno; ma di tempo in tempo era costretto a ri- 
tirare lo sguardo contristato, e come abbagliato da tante 
piaghe. Ma dove rivolgerlo, dove riposarlo, che sopra 
altre piaghe? 

L'aria stessa e il cielo accrescevano, se qualche cosa 
poteva accrescerlo, Y orrore di quelle viste. La nebbia 
s' era a poco a poco addensata e accavallata in nuvo- 
loni che, rabbuiandosi sempre più, davano idea d'un 
annottar tempestoso; se non che, verso il mezzo di quel 
cielo cupo e abbassato, traspariva, come da un fitto velo, 
la spera del sole, pallida, clic spargeva intorno a sé un 
barlume fioco e sfumato, e pioveva un calore morto e 



CAPITOLO XXX Y. 239 

pesnnlo. Ogni tanlo, Ira mozzo al ronzìo continuo di 
quella confusa molliludine, si sentiva un borbottar di 
tuoni, profondo, come tronco, irresoluto ; nò , tendendo 
r oi'ccchio , avreste saputo distinguere da cbe parte ve- 
nisse; avreste potuto crederlo un correr lontano di 
carri, che si fermassero improvvisamente. Non si vedeva, 
nelle campagne d'intorno, moversi un ramo d'albero, 
nò un uccello andarvisi a posare, o staccarsene: solo la 
rondine, comparendo subitamente di sopra il tetto del 
recinto, silrncciolava in giù con 1' ali tese, come per ra- 
sentare il terreno del campo; ma sbigottita da (pici bru- 
liclùo, risaliva rapidamente, e fuggiva. Era uno ili (pie' 
tempi,, in cui, tra una compagnia di viandanti non e' è 
nessuno che rompa il silenzio; e il cacciatore cammina 
pensieroso, con lo sguardo a terra ; e la villana , zap- 
jiando nel campo, smelte di cantare, senza avvedersene ; 
di que' (empi forieri della burrasca , in cui la natura , 
come immota al di fuori, e agitata da un travaglio in- 
terno, par cbe opprima ogni vivente , e aggiunga non 
so quale gravezza a ogni operazione , all' ozio , all' esi- 
stenza stessa. Ma in quel luogo destinato per se al pa- 
tire e al morire, si vedeva l'uomo già alle prese col 
male soccombere alla nuova oppressione ; si vedevan 
centinaia e centinaia peggiorar precipitosamente: e in- 
sieme, l'ultima lotta era pii!i affannosa, e, nell'aumento 
de' dolori, i gemili piìi soHbgati; ne forse su quel luogo 
di miserie era ancor passata un' ora crudele al par di 
questa. 

Già aveva il giovane giralo un bel pezzo , e senza 
frutto, per quell'andirivieni di capanne, quando, nella 
varietà de' lamenti e nella confusione del mormorio, co- 
minciò a distinguere un misto singolare di vagiti e di 
belati; fin cbe arrivò a un assito scbeggialo e sconnesso, 
di dentro il quale veniva quel suono straordinario. Mise 
un occbio a un largo spiraglio, tra due asse, e vide un 
recinto con dentro capanne sparse, e, cosi in quelle, 
come nel piccol campo, non la solila infermeria, ma bam- 



240 l PROMESSI SPOSI 

binelli a giacere sopra malerassine, o guanciali, o len- 
zoli distesi, lopponi ; e balie e altre (lumie in faccende; 
e, ciò che più di tutto attraeva e fermava lo sguardo, 
capre mescolate con quelle, e fatte loro aiutanti: uno 
spedale d' innocenti, quale il luogo e il tempo potcvan 
darlo. Era, dico, una cosa singolare a vedere alcune di 
quelle bestie, ritte e quiete sopra questo o quel bambi- 
no, dargli la poppa; e qualche altra accorrere a un va- 
gito, come con senso materno, e fermarsi presso il pic- 
colo allievo, e procurar d' accomodarcis sopra, e belare, 
e dimenarsi , quasi chiamando chi venisse in aiuto a 
tutt' e due. 

Qua e là eran sedute balie con bambini al petto; al- 
cune in tal atto d'amore, da far nascer dubbio nel ri- 
guardante, se fossero state attirate in quel luogo dalla 
paga, da quella carità spontanea che va in cerca de' 
bisogni e de' dolori. Una di esse, (ulta accorata, staccava 
dal suo petto esausto un meschinello piangente^ e andava 
tristamente cercando la bestia, che potesse far le sue 
veci. Un'altra guardava con occhio di compiacenza quello 
che le si era aildormentalo alla poppa, e baciatolo mol- 
lemente, andava in una capanna a posarlo sur una ma- 
terassina. Ma una terza, abbandonando il suo petto al 
lattante straniero, con una cert'aria però non di trascu- 
ranza, ma di preoccupazione, guardava fìssa il cielo: a 
che pensava essa, in quel!' atto, con quello sguardo, se 
non a un nato dalle sue viscere, che forse poco prima, 
aveva succhialo quel petto, che forse c'era spirato sopra? 
Altre donne più attempate attendevano ad altri ser- 
vizi. Una accorreva alle grida d'un bambino affamalo, 
lo prendeva, e lo portava vicino a una capra che pa- 
scolava a un mucchio d' erba fresca, e glielo presentava 
alle poppe, gridando l'inesperto animale e accarezzan- 
dolo insieme, aflìncbè si prestasse dolcemente aU'ufìzio. 
Questa correva a prendere un poverino, che una capra 
tutt' inlenta a allallarnc un altro, pestava con una 
zampa : quella portava in qua e in là il suo , ninnan- 



CAPITOLO XXXV. 241 

dolo, corcando, ora d'addormon tarlo col canto, ora di 
acquietarlo con dolci parole, cluamandolo con un nome 
eh'' essa medesima gli aveva messo. Arrivò in ffiiol punto 
un cappuccino con la barba hianclìissima, portando due 
bambini strillanti, uno per braccio, raccolti allora vicino 
alle madri spirate ; e una donna corse a riceverli , e 
andava guardando tra la brigata e nel gregge, per tro- 
var subito cbi tenesse lor luogo di madre. 

Più d' una volta il giovine, spinto da quello cb'era il 
primo, e il più forte de' suoi pensieri, s'era staccato 
dallo spiraglio per andarsene : e poi ci aveva rimesso 
1' occhio, per guardare un momento. 

Levatosi di li finalmente, andò costeggiando V assito, 
fin che un mucchielto di capanne appoggiate a quello, 
lo costrinse a voltare. Andò allora lungo le capanne , 
con la mira di riguadagnar l'assito, d'andar fino alla 
fine di quello, e scoprir paese nuovo. Ora, mentre guar- 
dava innanzi, per studiar la strada, un'apparizione re- 
pentina, passeggiera, istantanea, gli ferì lo sguardo, e 
gli mise l'animo sottosopra. Vide, a un cento passi di 
distanza , passare e perdersi subito tra le baracche un 
cappuccino, un cappuccino che , anche cosi da lontano 
e cosi di fuga, aveva tutto l'andare, tutto il fare, tutta 
la forma del padre Cristoforo. Con la smania che po- 
tete pensare, corse verso quella parte; e lì, a girare, a 
cercare, innanzi, indietro, dentro e fuori, per quegli an- 
dirivieni , tanto che rivide con altrettanta gioia , quella 
forma, quel frate medesimo; lo vide poco lontano, che 
scostandosi da una caldaia, andava, con una scodella in 
mano, verso una capanna: poi lo vide sedersi suir li- 
scio di quella, fare un segno di croce sulla scodella che 
teneva dinanzi ; e , guardando intorno , come uno che 
stia sempre all'erta, mettersi a mangiare. Era proprio 
il padre Cristoforo. 

La storia del quale, dal punto che V ablùam perduto 
di vista, fino a quest'incontro, sarà raccontata in due 
parole. Non s'era mai mosso da Rimini, né aveva pen- 

VOI.. II. li 



242 I PROMESSI SPOSI 

salo a moversene, se non quando la peste scoppiala in 
Milano gli offri occasione di ciò che aveva sempre tanto 
desiderato , di dar la sua vita per il prossimo. Pregò , 
con grand' istanza, d'esserci richiamalo, per assistere e 
servire gli appestali. Il conte zio era morto; e del re- 
sto e' era più bisogno d' infermieri che di politici: sic- 
ché fu esaudito senza dilTicollà. Venne subito a Milano ; 
entrò nel lazzeretto ; e e' era da circa tre mesi. 

Ma la consolazione di Renzo nel ritrovare il suo buon 
frate , non fu intera neppure un momento : nell' atto 
stesso d' accertarsi eh' era lui, dovette vedere quant'era 
mutato. Il portamento curvo e stentato; il viso scarno 
e smorto ; e in tutto si vedeva una natura esausta, una 
carne rolla e cadente, che s'aiutava e si sorreggeva, 
ogni momento, con uno sforzo dell' animo. 

Andava anche lui fissando lo sguardo nel giovine che 
veniva verso di lui e che, col gesto, non osando con la 
voce, cercava di farsi distinguere e riconoscere. « Oh 
jtadre Cristoforo! » disse poi, quando gli fu vicino da 
poter esser sentito senza alzar la voce. 

t Tu qui ! » disse il frale, posando in terra la scodella, 
e alzandosi da sedere. 

« Come sta, padre? come sta? » 

« Meglio di tanti poverini che tu vedi qui, » rispose 
il frate : e la sua voce era fioca , cupa , mutala come 
tutto il resto. L'occhio soltanto era quello di prima, e 
un non so che più vivo e più splendido; quasi la ca- 
rila, sublimata nell'estremo dell'opera, ed esultante di 
soulirsi vicina al suo principio, ci rimettesse un fuoco 
più ardente e più puro di (picUo che l'infermità ci an- 
dava a poco a poco spegnendo. 

« Ma tu,» proseguiva «come sei qui? perchè vieni 
cosi ad affrontar la peste? » 

<i L'ho avuta, grazie al cielo. Vengo... a cercar di. .. 
Lucia. » 

« Lucia! è (|ui Lucia? » 

» È qui: almeno spero in Dio che ci sia ancora. « 

« E tua moglie? » 



CAPITOLO XXXV. 2*13 

« Oh caro padre! no che non è mia moglie. Non sa 
nulla (li tulio quello che è accaduto? » 

« No, figliuolo: da che Dio m'ha allontanalo da voi 
altri, io no n'ho sapulo più nulla; ma ora ch'Egli mi 
ti manda, dico la verità che. desidero molto di saperne. 
Ma ... e il bando? » 

<i Le sa dunque, le cose che m'hanno fatto?» 

« Ma tu che avevi fatto? » 

« Senta; se volessi dire d'aver avuto giudizio, quel 
giorno in Milano, direi una bugia; ma cattive azioni non 
n'ho fatte punto. » 

« Te lo credo, e lo credevo anche prima. " 

« Ora dunque le potrò dir tulio, k 

« Aspetta,» disse il frate; e andato alcuni passi fuor 
della capanna, chiamò: «padre Vittore!» Dopo qualche 
momento comparve un giovine cappuccino, al c[uale disse: 
« fatemi la carità, padre Vittore, di guardare, anche per 
me, a questi nostri poverini, intanto ch'io me no sto 
ritirato; e se alcuno però mi volesse, chiamatemi. Quel 
tale principalmente! se mai desse il più piccolo segno 
di tOKJiare in se, avvisatemi subito, per carità. » 

II Non dubitale,» rispose il giovine; e il vecchio, tor- 
nato verso Renzo, « entriamo qui, » gli disse, « Ma ... » 
soggiunse subito, fermandosi, « tu mi pari ben rifinito: 
devi aver bisogno di mangiare. » 

« È vero, » disse Renzo : « ora che lei mi ci fa pen- 
sare, mi ricordo che sono ancora digiuno. » 

« Aspetta, » disse il frate; e, presa un'altra scodella, 
l'andò a empire alla caldaia: tornato, la diede, con un 
cucchiaio, a Renzo; lo fece sedere sur un saccone che 
gli serviva di letto; poi andò a una botte ch'era in un 
canto, e ne spillò un bicchier di vino, che mise sur un 
tavolino, davanti al suo convitalo; riprese ipiindi la sua 
scodella, e si mise a sedere accanto a lui. 

« Oh padre Cristoforo!» disse Renzo: « tocca a lei a 
far codeste cose? Ma già lei è semitre (|U(,'I meiicsinio. 
La ringrazio proprio di cuore. 



244 1 PROMESSI SPOSI 

« Non ringraziar me, » disse il frate : « è roba de' po- 
veri; ma anello tu sei un povero, in questo momento. 
Ora dimmi quello che non so, dimmi di quella nostra 
poverina; e cerca di spicciarti; che c'è poco tempo, e 
molto da fare, come tu vedi. » 

Renzo principiò, tra una cucchiaiata e l'altra, la sto- 
ria di Lucia: com'era stata ricoverata nel monastero di 
Monza, come rapita.... All'immagine di tali patimenti 
e di tali pericoli, al pensiero d'essere stato lui quello 
che aveva indirizzata in quel luogo la povera innocente, 
il buon frate rimase senza fiato: ma lo riprese subito, 
sentendo com' era stata mirabilmente liberata, resa alla 
madre, e allogata da questa presso a donna Prassede. 

« Ora le racconterò di me,» prosegui Renzo: e rac- 
contò in succinto la giornata di Milano, la fuga ; e come 
era sempre stato lontano da casa, e ora, essendo ogni 
cosa sottosopra, s'era arrischiato d'andarci; come non 
ci aveva trovato Agnese; come in Milano aveva saputo 
che Lucia era al lazzeretto. « E son qui, » concluse » son 
qui a cercarla, a veder se è viva, e se . . . mi vuole an- 
cora . . . perchè . . . alle volte ...» 

« Ma, » domandò il frate , « hai (|ualche indizio dove 
sia stata messa, (piando ci sia venuta^? » 

« Niente, caro padre; niente se non che è qui, se pur 
la c'è, che Dio voglia! » 

« Oh poverino! ma che ricerche hai tu finora fatte 
qui? » 

« Ilo giralo e rigiralo; ma, Ira l'altre cose non ho 
mai visto (juasi altro che uomini. Ho ben pensato che 
le donne devono essere in un luogo a parte , ma non 
ci sono mai potuto arrivare; se è così, ora lei me l'in- 
segnerà. » 

« Non sai, figliuolo, che è probito d'entrarci agli uo- 
mini che non ci al)biaiio qualche incombenza? » 

« Ebbene, cosa mi può accadere?» 

« La regola è giusta e santa, figliuolo caro; e se la 
quantità e la gravezza de' guai non lascia che si possa 



CAPITOLO XXXV. 245 

farla osservar con tutto il rigore, è una ragione qnesta 
porcile un galantuomo la trasgredisca?» 

« Ma, padre Cristoforo!» disse Renzo: « Lucia doveva 
esser mia moglie ; lei sa come siamo slati separati : son 
venti mesi che patisco e ho pazienza; son venuto fin 
qui, a rischio di tante cose, l'una peggio dell'altra, e 
ora » 

<■ Non so cosa dire,» riprese il frate, rispondendo 
piuttosto a' suoi pensieri che alle parole del giovine: 
« tu vai con buona intenzione; e piacesse a Dio che 
tutti quelli che hanno libero l'accesso in quel luogo, ci 
si comportassero come posso fidarmi che farai tu. Dio, 
il quale certamente benedice questa tua persevernnza 
d'alTetto, questa tua fedeltà in volere e in cercare colei 
ch'Egli t'aveva data; Dio, che è più rigoroso degli uo- 
mini, ma più indulgente, non vorrà guardare a quel che 
ci possa essere d'irregolare in codesto tuo modo di cer- 
carla. Ricordati solo, che, della tua condotta in (piel 
luogo, avremo a render conto tutt'e due; agli uomini 
facilmente no, ma a Dio .senza dubbio. Vien qui. » In 
cosi dire s'alzò, e nel medesimo tempo anche Renzo; 
il quale non lasciando di dar retta alle sue parole, s'era 
intanto consigliato tra sé di non parlare, come s'era pro- 
posto prima, di quella tal promessa di Lucia. — Se sente 
anche questo, — aveva pensato, — mi fa dell'altre diffi- 
coltà sicuro. la trovo ; e saremo sempre a tempo a 

discorrerne; o e allora! che serve? — 

Tiratolo sull'uscio della capanna, ch'era a settentrione, 
il frate riprese: «Senti; il nostro padre -Felice, che è il 
presidente qui del lazzeretto, conduce oggi a far la qua- 
rantina altrove i pochi guariti che ci sono. Tu vedi 
quella chiesa li nel mezzo ...» e, alzando la mano scarna 
e tremolante, indicava a sinistra nell' aria torbida la cu- 
pola della cappella, che torreggiava sopra le miserabili 
tonde; e prosegui: «là intorno si vanno ora radunando, 
por uscire in processione dalla porta per la quale tu 
devi essere entrato. » 



246 1 PROMESSI SPOSI 

« Ali ! era per questo dunque, che lavoravano a sbrai- 
tare la strada. » 

« Per l'appunto: e tu devi anche aver sentito qual- 
che tocco di quella campana. 

« N'ho sentito uno. » 

« Era il secondo: al terzo saran tutti radunati: il pa- 
dre Felice farà loro un piccol discorso; e poi s'avvierà 
con loro. Tu. a quel tocco, portati là; cerca dimetterti 
dietro quella gente, da una parte della strada, dove, senza 
dislurl'are, ne dar nell'occhio, tu possa vederli passare ; 
e vedi vedi .... se la ci fosse. Se Dio non ha vo- 
luto che la ci sia; quella parte,» e alzò di nuovo la 
mano, accennando il lato dell" edifizio che avevan dirim- 
petto : « quella parte della fabbrica, e una parte del ter- 
reno che è li davanti, è assegnata alle donne. Vedrai 
uno stecconato che divide ((ueslo da quel quartiere, ma 
in certi luoghi interrotto, in altri aperto, sicché non 
troverai diflicolià per entrare. Denlro poi, non facendo 
tu nulla che dia ombra a nessuno, nessuno probabil- 
mente non dirà nulla a te. Se perù ti facesse qualche 
ostacolo, di' che il padre Cristoforo da"' ti conosce, 
e renderà conto di te. Cercala lì; cercala con fiducia 

e con rassegnazione. Perchè, ricordati che non è 

poco ciò che tu sei venuto a cercar qui: tu chiedi una 
persona viva al lazzeretto! Sai tu quante volte io ho 
veduto rinnovarsi questo mio povero popolo! (juanti ne 
ho veduti i)orlar via! (pianti pochi uscire! .... Va pre- 
parato a fare un sacrifizio .... » 

« Già; intendo anch'io, » interruppe Renzo stravol- 
gendo gli occhi, e cambiandosi tutto in viso: « intendo! 
Vo: guarderò, c^u'cherò, in un luogo, nell'altro, e poi 
ancora, per tutto il lazzeretto, in lungo e in largo .... 
e se non la trovo! .... » 

« Se non la trovi? » disse il frate, con un'aria di 
serietà e d' aspettativa, e con uno sguardo che ammoniva. 

Ma Renzo, a cui la rabida riaccesa dall'idea di quel 
dubbio aveva fatto perdere il lume degli occhi, ripetè e 



CAPITOLO XXXV. 2'l7 

seguilo: « se non la Irovo, vedrò di trovare qiialchedun 
allro. in Milano, o nel suo scellerato palazzo, o in 
capo al mondo , o a casa del diavolo , lo troverò quel 
furfante che ci ha separali ; quel birbone che , se non 
fosse stato lui, Lucia sarebbe mia, da venti mesi; e se 
eravamo destinali a morire, almeno saremmo morii in- 
sieme. Se e' è ancora colui , lo troverò .... » 

« Renzo! » disse il frate, afferrandolo per un braccio, 
e guardandolo ancor più severamente. 

t E se lo trovo, » continuò Renzo cieco affatto dalla 

collera, « se la peste non ha già fatto giustizia Non 

è più il tempo che un poltrone, co' suoi bravi d'intorno, 
possa metter la gente alla disperazione, e ridersene: è 
venuto un tempo che gli uomini s' incontrino a viso a 
viso : e la farò io la giustizia ! » 

« Sciagurato ! » gridò il padre Cristoforo, con una voce 
che aveva ripresa tulla l'antica pienezza e sonorità: « scia- 
gurato, » e la sua testa cadente sul petto s'era sollevata; 
le gote si colorivano dell' antica vita ; e il fuoco degli 
occhi aveva un non so che di terribile. « Guarda, scia- 
gurato! » E mentre con una mano stringeva e scoteva 
forte il braccio di Renzo, girava l'altra davanti a sé, ac- 
cennando quanto più poteva della dolorosa scena all' in- 
torno. «Guarda chi è Colui che gastiga! Colui che giu- 
dica, e non è giudicato! Colui che flagella e perdona! 
Ma tu , verme della terra , tu vuoi far giustizia ! Tu lo 
sai, tu, quale sia la giustizia! Va, sciagurato, vattene! 
Io speravo.... si, ho sperato che, prima della mia morte, 
Dio m' avrebbe data questa consolazione di sentir che 
la mia povera Lucia fosse viva ; forse di vederla , e di 
sentirmi prometter da lei che rivolgerebbe una preghiera 
là verso quella fossa dov' io sarò. Va, tu m' hai levata 
la mia speranza. Dio non l'ha lasciata in terra per te; 
e tu, ceno, non hai l'ardire di crederti degno che Dio 
pensi a consolarli. Avrà pensalo a lei, perchè lei è una 
di quell'anime a cui son riservate le consolazioni eterne. 
Val non ho più tempo di darti retta. » 



248 l PROMESSI SPOSI 

E così dicendo, rigellò da se il braccio di Renzo, e 
si mosse verso una capanna d' infermi.. 

« Ali padre ! » disse Renzo, andandogli dietro in atto 
supplichevole : « mi vuol mandar via in questa maniera? » 

" Come ! » riprese, con voce non meno severa, il cap- 
puccino, a Ardiresti tu di pretendere eh' io rubassi il 
tempo a questi afflitti, i quali aspettano eh' io parli loro 
del perdono di Dio, per ascoltar le tue voci di rabbia, 
i tuoi proponimenti di vendetta ? T' ho ascoltato quando 
tu chiedevi consolazione e aiuto ; ho lasciata la carità 
per la carità; ma ora tu hai la vendetta in cuore: che 
vuoi da me? vattene. Ne ho visti morire qui degli 
offesi che perdonavano; degli offensori che gemevano di 
non potersi umiliare davanti all' offeso : ho pianto con 
gli uni e con gli altri ; ma con te che ho da fare ? » 

f Ah gli perdono! gli perdono davvero, gli perdono 
per sempre ! » esclamò il giovine. 

• Renzo ! » disse , con una serietà più tranquilla il 
frate: «pensaci; e dimmi un poco quaide volte gli bai 
perdonato. » 

E, stato alquanto senza ricever risposta, tutt'a un tratto 
abbassò il capo, e con voce cupa e lenta, riprese: « tu 
sai perchè io porto quest'abito. » 

Renzo esitava. 

t Tu lo sai! » riprese il vecchio. 

« Lo so, » rispose Renzo. 

« Ho odiato anch' io : io, che l' ho ripreso per un pen- 
siero, per una parola, l'uomo ch'io odiavo cordialmente, 
che odiavo da gran tempo, io l'ho ucciso. » 

« Si, ma un prepolente, uno di quelli » 

« Zitto! " interruppe il frate: « credi tu che, se ci 
fosse una buona ragione, io non l'avrei trovata in tren- 
l'anni? Ah! s'io potessi ora metterti in cuore il senti- 
mento che dopo ho avuto sempre, e che ho ancora, per 
r uomo eh' io odiavo I S' io potessi! io? ma Dio lo può: 

Egli lo faccia! Senti, Renzo: Egli ti vuol più bene 

di quel che le ne vuoi tu: tu hai potuto macchinar la 



CAPITOLO XXXV. 249 

vendetta ; ma Egli ha al)baslanza forza e abbastanza mi- 
sericordia per impedirtela; ti fa una grazia di cui qual- 
chedun altro era troppo indegno. Tu sai, tu l'hai detto 
tante volle, ch'Egli può fermar la mano d'un prepo- 
tente ; ma sappi che può anche fermar quella d'un ven- 
dicativo. E perchè sei povero, perchè sei offeso, credi 
tu ch'Egli non possa difendere contro di te un uomo 
che ha creato a sua immagine ? Credi tu eh' Egli ti la- 
scerebbe fare tutto quello che vuoi? No! ma sai tu cosa 
puoi fare? Puoi odiare e perderti ; puoi con un tuo sen- 
timento, allontanar da te ogni benedizione. Perchè, in 
qualunque maniera t' andassero le cose, qualunque for- 
tuna tu avessi, tien per certo che tutto sarà gastigo, fin- 
ché tu non abbia perdonato in maniera da non poter 
più dire : io gli perdono. » 

« Sì, sì, » disse Renzo, tutto commosso, e tutto con- 
fuso : <i capisco che non gli avevo mai perdonato dav- 
vero ; capisco che ho parlato da bestia , e non da cri- 
stiano : e ora con la grazia del Signore, sì, gli perdono 
proprio di cuore. » 

« E se tu lo vedessi? » 

t Pregherei il Signore di dar pazienza a me, e di 
toccare il cuore a lui. » 

t Ti ricorderesti che il Signore non ci ha detto di 
perdonare a' nostri nemici, ci ha detto d'amarli? Ti ri- 
corderesti eh' Egli lo ha amato a segno di morir per lui? » 

» Sì, col suo aiuto. » 

t Ebbene, vieni con me. Hai detto lo troverò; lo tro- 
verai. Vieni, e vedrai con chi tu potevi tener odio, a chi 
potevi desiderar del male, volergliene fare, sopra che 
vita tu volevi far da padrone. » 

E, presa la mano di Renzo, e strettala come avrebbe 
potuto fare un giovine sano, si mosse. Quello, senza osar 
di domandar altro, gli andò dietro. 

Dopo pochi passi, il frate si fermò vicino all'apertura 
d'una capanna, fissò gli occhi in viso a Renzo, con un 
misto di gravità e di tenerezza; e lo condusse dentro. 



250 1 PROMESSI SPOSI 

La prima cosa che si vedeva, neirenlrare, era un in- 
fermo seduto sulla paglia nel fondo; un infermo però 
non aggravalo, e che anzi poteva parer vicino alla con- 
valescenza : il quale visto il padre, tentennò la testa, come 
accennando di no : il padre abbassò la sua, con un atto 
di tristezza e di rassegnazione. Renzo intanto, girando, 
con una curiosità inquieta, lo sguardo sugli altri oggetti, 
vide tre o quattro infermi, ne distinse uno da una parte 
sur una materassa, involtato in un Icnzolo, con una cappa 
signorile indosso, a guisa di coperta : lo fissò, riconoblic 
don Rodrigo, e fece un passo indietro : ma il frale, fa- 
cendogli di nuovo sentir fortemente la mano con cui lo 
teneva, lo tirò appiè del covile, e, stesavi sopra l'altra 
mano, accennava col dito l'uomo che vi giaceva. 

Stava r infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza 
sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere 
ed enfiate le labbra; l'avreste detto il viso d'un cada- 
vere, se una contrazione violenta non avesse reso testi- 
monio d'una vita tenace. Il petto si sollevava di quando 
in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor 
della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno strin- 
gere adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere. 
« Tu vedi!» disse il frate, con voce bassa e grave, 
« Può esser castigo , può esser misericordia. Il senti- 
mento che tu proverai ora per quest'uomo che t'ha of- 
feso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che tu pure hai 
otTeso, avrà per te in (piel gioi-no. Renedicilo, e sei be- 
nedetto. Da quattro giorni è qui come tu lo vedi, senza 
dar segno di sentimento. Forse il Signore è pronto a 
concedergli un' ora di ravvedimento ; ma voleva esserne 
pregato da te: forse vuole che tu ne lo preghi con ({uella 
innocente; forse serba la grazia alla tua sola preghiera, 
alla preghiera d'un cuore afflitto e rassegnato. Forse 
la salvezza di quesfuomo e la tua dipende ora da te, 
un tuo sentimento di perdono , e di compassione .... 
d'amore! » 

Tacque; e, giunte le mani, chinò il viso sopra di esse, 
e pregò: Renzo fece lo stesso. 



CAPITOLO XXXV. 251 

Erano da pochi momenti in quella positnrn, quando 
scoccò la canii)ana. Si mossero luti' e due, come di con- 
certo; e uscirono. Nò l'uno fece domande, nò T altro 
proleste: i loro visi parlavano. 

« Va ora, » riprese il frate, « va preparato, sia a rice- 
vere una grazia, sia a fare un sacrifizio; a lodar Dio, 
qualunque sia l'esito delle lue ricerche. E qualunque 
sia, vieni a darmene notizia; noi lo loderemo insieme,» 

Qui, senza dir altro, si separarono; uno tornò don- 
d'era venuto; l'altro s'avviò alla cappella, che non era 
lontana più d'un cento passi. 



CAPITOLO XXXVI. 



Chi avroblto mai detto a Renzo, qualche ora prima, 
che, nel forte d'una tal ricerca, al cominciar de' mo- 
menti più dubbiosi e più decisivi, il suo cuore sarebbe 
stato diviso tra Lucia e don Rodrigo? F.ppure era cosi: 
quella lìgura veniva a mischiarsi con tutte l' immagini 
care o terribili che la speranza o il timore gli mettevan 
davanti a vicenda, in quel tragitto; le parole sentite 
appio di quel covile, si cacciavano tra i sì e i no, on- 
d'era comballuta la sua mente; e non poteva terminare 
una preghiera per l'esito felice del gran cimento, senza 
attaccarci quella che aveva principiata là, e che lo scocco 
della campana aveva troncata. 

La cappella ottangolare che sorge, elevata d'alcuni 
scalini, nel mezzo del lazzeretto, era, nella sua costru- 
zione primitiva, aperta da tutti i lati, senz'altro soste- 
gno che di pilastri e di colonne, una fabbrica, per dir 
cosi, traforata: in ogni facciata un arco tra due inter- 
colunni; dentro girava un portico intorno a quella che 
si direbbe più propriamente chiesa, non composta che 
d'otto archi, rispondenti a quelli delle facciate, con so- 



I PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXXVl. 253 

pra lina cupola; di maniera cho l'altare eretto nel cen- 
tro , poteva esser veduto da ogni finestra delle stanze 
del recinto, e quasi da ogni punto del campo. Ora, con- 
vertito Tedifizio a tutt'altr'uso, i vani delle facciate son 
murati; ma T antica ossatura, rimasta intatta, indica 
chiaramente 1' antico stato e Y antica destinazione di 
quello. 

Renzo s'era appena avviato, che vide il padre Felice 
comparire nella cappella, e affacciarsi sull'arco di mezzo 
del iato che guarda verso la città; davanti al quale era 
radunata la comitiva, al piano, nella strada di mezzo; 
e subito dal suo contegno s'accorse che aveva comin- 
ciata la predica- 
Giro per quelle viottole, per arrivare alla coda del- 
l'uditorio, come gli era stato suggerito. Arrivatoci, si 
formò cheto cheto, lo scorse tutto con lo sguardo; ma 
non vedeva di là altro che un folto, direi quasi un sel- 
ciato di teste. Nel mezzo, ce n'era un certo numero co- 
perte di fazzoletti, o di veli: in quella parte ficcò più 
attentamente gli occhi: ma, non arrivando a scoprirci 
dentro nulla di più, gli alzò anche lui dove tutti tenevan 
fissi i loro. Rimase tocco e compunto dalla venera bil 
figura del predicatore ; e, con quel che gli poteva restar 
d'attenzione in un tal momento d'aspettativa, sentì que- 
sta parte del solenne ragionamento. 

«Diamo un pensiero ai mille e mille che sono usciti 
di là; » e, col dito alzato sopra la spalla, accennava die- 
tro se la porta che mette al cimitero detto di san Gre- 
gorio, il quale allora era tutto, si può dire, una gran fossa: 
« diamo intorno un' occhiata ai mille e mille che riman- 
gon qui, troppo incerti di dove sian per uscire; diamo 
un'occhiata a noi, così pochi, che n'usciamo a salvamento. 
Benedetto il Signore ! Benedetto nella giustizia, benedetto 
nella misericordia! benedetto nella morte, benedetto nella 
salute! l>enedetto in (jnesla scelta che ha voluto far di 
noi! Oh! perchè l'ha voluto, figlinoli, se non p(M' ser- 
barsi un piccol popolo corretto dall' alìlizione, e infervo- 



254 I PROMESSI SPOSI 

rato dalla gratitudine? se non a fine che, sentendo ora 
più vivamente, che la vita è un suo dono, ne facciamo 
quella stima che merita una cosa data a Lui, l' impie- 
ghiamo nell'opere che si possono offrire a Lui? se non 
a fine che la memoria de' nostri patimenti ci renda com- 
passionevoli e soccorrevoli ai nostri prossimi? Questi 
intanto, in compagnia de' quali ahhiamo penato, sperato, 
temuto; tra i quali lasciamo degli amici, de' congiunti; 
e che tutti son poi finalmente nostri fratelli: quelli tra 
questi, che ci vedranno passare in mezzo a loro, mentre 
forse riceveranno qualche sollievo nel pensare che qual- 
cheduno esce pur salvo di qui, ricevano edificazione dal 
nostro contegno. Dio non voglia che possano vedere in 
noi una gioia rumorosa, una gioia mondana d'avere 
scansata quella morte, con la (piale essi stanno ancor di- 
hattendosi. Vedano che partiamo ringraziando per noi , 
e pregando per loro; e possan dire anche fuor di qui, 
questi si ricorderanno di noi, continueranno a pregare 
per noi meschini. Cominciamo da questo viaggio, da' 
primi passi che slam per fare, una vita tutta di carità. 
Quelli che son tornati nell'antico vigore, diano un hrac- 
cio fraterno ai fiacchi; giovani, sostenete i vecchi; voi 
che siete rimasti senza padre ! siatelo per loro! E questa 
carità, ricoprendo i vostri peccali, raddolcirà anche i 
vostri dolori. » 

Qui un sordo mormorio di gemili . un singhiozzìo 
che andava crescendo nell'adunanza, fu sosi)eso a un 
tratto , nel vedere il predicatore^ mettersi una corda al 
collo, e huttarsi in ginocchio: e si stava in gran silen- 
ziOj aspellando quel che fosse per dire. 

«Per me,» disse, «e per tulli i miei compagni, che, 
senza alcun nostro merito, siamo stati scelti all'alto privile- 
gio di servir Cristo in voi: io vi chiedo umilmente perdono 
se non ahhiamo degnamciile adempito un .sì gran mi- 
nistero. Se la pitjjrizia, se l' indocilità della carne ci ha 
resi meno allenii alle vostre neeessilà, men pronti alle 
vostre chiamate; se un'ingiusta impazienza, se un col- 



CAPITOLO XXXVI. 255 

pcvol tedio ci ha fatti qualche voha comparirvi davanti 
con un volto annoialo e severo; se (|nalclic volta il mi- 
scrahile pensiero che voi aveste bisogno di noi , ci ha 
portati a non trattarvi con tutta queir umanità che si 
conveniva , se la nostra fragilità ci ha fatti trascorrere 
a qualche azione che vi sia stala di scandolo; perdona- 
teci! Cosi Dio rimetta a voi ogni nostro debito, e vi 
benedica.» E, fatto sull'udienza un gran segno di cro- 
ce;, s'alzò. 

Noi abbiam potuto riferire, se non le precise parole, 
il senso almeno, il tema di quelle che proferì davvero, 
ma la maniera con cui furon dette non è cosa da po- 
tersi descrivere. Era la maniera d' un uomo che chia- 
mava privilegio quello di servir gli appestati, perchè lo 
teneva per tale ; che confessava di non averci degna- 
mente corrisposto, perchè sentiva di non averci corri- 
sposto degnamente; che chiedeva perdono, perchè era 
persuaso d' averne bisogno. Ma la gente clie s' era ve- 
duti cV intorno que' cappuccini non occupati d' altro che 
di servirla, e tanti n' aveva veduti morire, e (juello che 
parlava per tutti, sempre il primo alla fatica, come nel- 
r autorità, se non quando s'era trovalo anche lui in 
fin di morte; pensate con che singhiozzi, con che la- 
crime rispose a tali parole. Il mirabil frate prese poi 
una gran croce ch'era appoggiata a un pilastro, se la 
inalberò davanti, lasciò sull'orlo del portico esteriore i 
sandali, scese gli scalini, e, tra la folla che gli fece ri- 
spettosamente largo, s'avviò per mettersi alla testa di essa. 

Renzo, lutto lacrimoso, nò piii né meno che se fosse 
stalo uno di quelli a cui era chiesto quel singolare per- 
dono, si ritirò anche lui, e andò a mettersi di fianco a 
una capanna ; e slette lì aspettando, mezzo nascosto, 
con la persona indietro e la testa avanti, con gli occhi 
spalancati , con una gran palpilazion di cuore , ma in- 
sieme con una certa nuova e particolare fiducia, iial;i. 
cred'io, dalla tenerezza che gli aveva ispirala la predica, 
e lo spettacolo della tenei'czza generale. 



256 I PROMESSI SPOSI 

Ed ecco arrivare il padre Felice, scalzo, con quella 
corda al collo, con quella lunga e pesante croce alzata ; 
pallido e scarno il viso, un viso che spirava compun- 
zione insieme e coraggio; a passo lento, ma risoluto, 
come di chi pensa soltanto a risparmiare T altrui deho- 
lezza; e in tutto come un uomo a cui un di più di fa- 
tiche e di disagi desse la forza di sostenere i tanti ne- 
cessari e inseparahili da quel suo incarico. Subito dopo 
lui, venivano i fanciulli più grandini , scalzi una gran 
parlo, ben pochi interamente vestiti , chi affatto in ca- 
micia. Venivan poi le donne, tenendo quasi tutte per la 
mano una bambina, e cantando alternativamente il Mi- 
scrcre; e il suono fiacco di quelle voci, il pallore e 
la languidezza di que' \isi eran cose da occupar tutto 
di compassione 1' animo di chiunque si fosse trovato li 
come semplice s]iet latore. Ma Renzo guardava, esaminava, 
di fila in fila, di viso in viso, senza passarne uno; che 
la processione andava tanto adagio, da dargliene lutto 
il comodo. Passa e passa ; guarda e guarda; sempre inu- 
tilnicnle: dava qualche occhiata di corsa alle file che 
rimanevano ancora indietro: sono ormai poche; siamo 
air ultima ; son passale tutte; furon tutti visi scono- 
sciuti. Con le braccia ciondoloni, e con la testa piegata 
sur una spalla, accompagnò con l'occhio quella schiera, 
mentre gli passava davanti quella degli uomini. Una 
nuova attenzione , una nuova speranza gli nacque nel 
veder, dopo questi, comparire alcuni carri, su cui erano 
i convalescenti che non erano ancora in islato di cam- 
minare. Li le donne venivan l'ultime; e il treno andava 
così adagio che Renzo potè ugualmente esaminarle tulle, 
senza che gliene sfuggisse una. Ma che? esamina il primo 
carro, il secondo, il terzo, e via discorrendo, sempre 
con la stessa riuscita, fino a uno, dietro al quale non 
veniva più che un altro cappuccino, con un aspetto serio, 
e con un bastone in mano, come regolatore della comi- 
tiva. Era quel padre Michele che abbiam dello essere 
stato dato per compagno nel governo al padre Felice. 



CAPITOLO XXXVI. 2f)7 

Così svanì affalto quella cara speranza ; e , andando- 
sene, non solo porlo via il conforlo che aveva recato , 
ma, come accade le più volte, lasciò l'uomo in peggiore 
slato di prima. Ormai quel che ci poteva esser di me- 
glio, era di trovar Lucia aumialata. Pure, all'ardore d'una 
speranza presente sollenlraudo quello del timore cre- 
sciuto, il poverino s'attaccò con tutte le forze deiranimo 
a quel tristo e debole filo ; entrò nella corsia, e s' in- 
camminò da quella parte di dove era venuta la pro- 
cessione. Quando fu appiè della cappella, andò a ingi- 
nocchiarsi suir ultimo scalino; e lì fece a Dio una pre- 
ghiera, 0, per dir meglio, una confusione di parole ar- 
rutfate, di frasi interrotte, d'esclamazioni, d'istanze, di 
lamenti , di promesse : uno di que' discorsi che non si 
fanno agli uomini, perchè non lianno abbastanza pene- 
trazione per intenderli, né pazienza per ascoltarli; non 
soii grandi abbastanza per sentirne compassione senza 
disprezzo. 

S'alzò alquanto più rincoralo; girò intorno alla cap- 
pella; si trovò nell'altra corsia che non aveva ancora 
veduta, e che riusciva air altra porla; dopo pochi passi, 
vide lo stecconato di cui gli aveva parlato il frate, ma 
interrotto ipia e là, appunto come questo aveva detto ; 
entrò per una di quelle aperture , e si trovò nel quar- 
tiere tlelle donne. Quasi al primo passo che fece , vide 
in terra un campanello, di (luelli che i monatti porta- 
vano a un piede; gli venne in mente che un tale stru- 
mento avrebbe potuto servirgli come di passaporto là 
dentro; lo prese, guardò se nessuno lo guardava, e se 
lo legò come usavan quelli. E si mise subito alla ricerca, 
a quella ricerca, che, per la quantità sola degli oggetti 
sarehbe st;ita heramcnie gravosa , (piaiid' anche gli og- 
getti fossero stati tutt' altri; cominciò a scorrer con 
rocchio, anzi a contemplar nuove miserie, così simili 
in parte alle già vedute, in parte cosi diverse ; che, sotto 
la stessa calamilà, era qui un altro patire, per dir così, 
un altro languire, un altro compatirsi e soccorrersi a 

VAL. II. 11* 



2S8 I pROiiiESSi SPOSI 

vicenda ; era, in chi guardasse, un' altra pietà e un altro 
ribrezzo. 

Aveva già fatto non so quanta strada, senza frutto e 
senza accidenti ; quando si senti dietro le spalle un 
«oli ! » una chiamata, che pareva diretta a lui. Si voltò 
e vide, a una certa distanza, un commissario, che alzò 
una mano, accennando proprio a lui, e gridando : « là 
nelle stanze, chò e' ò bisogno d' aiuto : qui s'ò finito ora 
di sbrattare. » 

Renzo s' avvide subito per chi veniva preso, e che il 
campanello era la cagione dell" equivoco ; si diede della 
bestia d' aver pensalo solamente agi' impicci che (luel- 
r insegna gli poteva scansare, e non a quelli che gli 
poteva tirare addosso; ma pensò nello stesso tempo alla 
maniera di sbrigarsi subilo da colui. Gli fece replicata- 
mente e in fretta un cenno col capo , come per dire 
che aveva inteso, e che ubbidiva; e si levò dalla sua 
vista, cacciandosi da una parte tra le capanne. 

Quando gli parve d' essere abbastanza lontano, pensò 
;iMcli(! a liberarsi dalla causa dello scandolo; e, per far 
(jueir operazione senz' essere osservato, andò a mettersi 
in un piccolo spazio tra due capanne che si voltavan , 
per dir così , la schiena. Si china per levarsi il cam- 
panello, e stando così col capo appoggialo alla parete 
di paglia d" una delle capanne, gli vieii da quella al- 
l' orecchio una voce Oh cielo! è possibile? Tutta 

la sua anima ò in queir orecchio : la respirazione è so- 
spesa Si ! sì ! è quella voce ! « Paura di che ? » 

diceva quella voce soave: « abbiam passato ben altro 
clic uiì temporale. Chi ci ha custodite finora, ci custo- 
dirà lincile adesso. > 

Se Renzo non cacciò un urlo , non fu per timore di 
farsi scorgere, fu perchè non n'ebbe il fiato. Gli man- 
caron le ginocchia, gli s'appannò la vista; ma fu un primo 
momenlo; al secondo, era rido, jiiìi desto, più vigoroso 
di prima; in tre salii girò la cajìanna, fu sull'uscio, vide 
colei che aveva parlato, la vide levata, chinala sopra un 



CAPITOLO XXXVI. 259 

leltuccio. Si volta essa al rumore; guarda, crede di tra- 
vcdore, di sognare; guarda più allenta, e grida: « oh 
Signor benedetto ! » 

« Lucia! v' ho trovata ! vi trovo ! siete proprio voi ! 
siete viva! » esclamò Renzo, avanzandosi tutto iremaiile. 

« Oh Signor benedetto! » rephcò, ancor più tremante, 
Lucia: «voi? che cosa ò questa! in che maniera? per- 
chè? La peste! » 

f L' ho avuta. E voi .... ? » 

« Ah ! ... . anch' io. E di mia ma(h'e ... ? » 

t Non r lio vista, perchè è a Pasturo; credo però che 

stia bene. Ma voi come siete ancora pahida ! come 

parete ancora debole I Guarita però, siete guarita? » 

« Il Signore m'ha voluto lasciare ancora quaggiù. Ah 
Renzo ! perchè siete voi qui ? » 

« Perchè? disse Renzo avvicinandosele sempre più: 
« mi domandate perchè? Perchè ci dovevo venire? Avete 
bisogno che ve io dica? Chi ho io a cui pensi? Non 
mi chiamo più Renzo, io? Non siete più Lucia, voi? » 

e Ah cosa dite! cosa dite! Ma non v' ha fallo scrivere 
mia madre ....?» 

« Sì : pur troppo m' ha fatto scrivere. Belle cose da 
fare scrivere a un povero disgrazialo, tribolato, ramingo, 
a un giovine che, dispetti almeno, non ve n'aveva mai 
fallii » 

« Ma Renzo! Renzo! giacché sapevate .... perchè ve- 
nire? perchè ? » 

« Perchè venire? Oli Lucia! perchè venire, mi dite? 
Dopo tante promesse ! Non slam più noi ? Non vi ricor- 
date più? Che cosa ci mancava? » 

• Oh Signore! » esclamò dolorosamente Lucia, giun- 
gendo le mani , e alzando gli occhi al cielo : « perchè 

non m'avete falla la grazia di tirarmi a Voi ! Oh 

Renzo! cos'avete mai fatto? Ecco; cominciav© a sperare 
che col tempo mi sarei dimenticata » 

t Bella speranza ! belle cose da dirmele proprio sul 
viso ! » 



260 1 PKOMESSI SPOSI 

« Ali, cos' avete fatto ! E in questo luogo ! tra queste 
miserie! tra questi spettacoli I qui dove non si fa altro 
che morire, avete potuto ... I » 

« Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro, 
e sperare che nuderanno in un buon luogo ; ma non è 
giusto, nò anche per questo, che quelli che vivono ab- 
biano a viver disperati » 

<■ Ma, Renzo! Renzo ! voi non pensate a quel che dite. 
Una promessa alla Madonna! Un voto! » 

» E io vi dico che son promesse che non contan nulla. » 

« Oli Signore! Cosa dite? Dove siete stato in questo 
tempo? Con chi avete trattato? Come parlate? » 

« Parlo da buon cristiano ; e della Madonna penso 
meglio io che voi ; perchè credo che non vuol promesse 
in danno del prossimo. Se la Madonna avesse parlato, 
oh, allora! Ma cos" è stalo? una vostra idea. Sapete cosa 
dovete promettere alla Madonna? Promettetele che la 
prima figlia che avremo, le metteremo nome Maria: chò 
(pieslo son qui anch' io a prometterlo : queste son cose 
che fanno ben più onore alla Madonna: queste son di- 
vozioni che hanno più costrutto, e non portan danno a 
nessuno. » 

« No no ; non dite cosi : non sapete quello che vi 
dite: non lo sapete voi cosa sia fare un voto: non ci 
siett> stato voi in (jnel caso: non avete provato. Andate, 
andate, per amor del cielo! » 

E si scostò impetuosamente da lui, tornando verso il 
letluccio. 

« Lucia! » disse Renzo, senza moversi: « ditemi ai- 
meno, ditemi: se non fosse questa ragione — sareste 
la stessa per me? » 

« Uomo senza cuore ! » rispose Lucia , voltandosi , e 
l'attenendo a stento le lacrime: «quando m'aveste fatte 
dir delle parole inutili , delle parole che mi farebbero 
male , delle parole che sarel)bero forse peccali , sareste 
contento? Andate, oh andate! dimenticatevi di me: si 
vede che non eravamo destinati! Ci rivedremo lassù: 



CAPITOLO XXXVI. 261 

già non ci si devo star mollo in questo mondo. Andate; 
cercale di far sapere a mia madre che son guarita, clic 
anche qui Dio m' ha sempre assistita , che iio trovato 
un'anima buona, questa brava donna, che mi fa da ma- 
dra; dilele che spero che lei sarà preservala da questo 
male, e che ci rivedremo (piando Dio vorrà, e come 

vorrà Andate, per amor del cielo, e non pensate a 

me ... . se non quando pregherete il Signore. » 

E, come chi non ha più altro da dire, nò vuol sentir 
altro , come chi vuol sottrarsi a un pericolo , si ritirò 
ancor più vicino al lettuccio, dov'era la donna di cui 
aveva parlato, 

« Sentite, Lucia, sentile! » disse Renzo, senza però 
accostarsele di più. 

a No, no; andate per carità! » 

« Sentile : il padre Cristoforo .... » 

Che? » 

« È qui. » 

« Qui ? dove ? come lo sapete ? » 

« Gli ho parlato poco fa ; sono stalo un pezzo con 
lui : e un religioso della sua qualità, mi pari! » 

t È qui! per assistere i poveri appestati, sicuro. Ma 
lui? r ha avuta la peste? 

« Ah Lucia! ho paura, ho paura pur troppo » e 

mentre Renzo esitava così a proferir la parola dolorosa 
per lui, e che doveva esserlo tanto a Lucia, questa s'era 
staccala di nuovo dal lettuccio, e si ravvicinava a lui: 
« ho paura che l'abbia adesso! » 

« Oh povero sant'uomoi Ma cosa dico, pover'uomo? 
Poveri noi! Com'è? è a letto? è assistito'? » 

« É levato, gira, assiste gli altri; ma se lo vedeste, 
che colore che ha, come si regge! Se n'è visti tanti e 
tanti, che pur troppo non si sbaglia! » 

« Oh poveri noii E è proprio qui! » 

« Qui, e poco lontano: poco più che da casa vostra 
a casa mia se vi ricordate .... ! » 

« Oh Vergine santissima I » 



262 1 PROMESSI SPOSI 

« Bene, poco più. E pensale se abbiamo parlato di 

voi! M'ha dello delle cose E se sapeste cosa m'ha 

fallo vedere! Senlirele; ma ora voglio cominciare a dirvi 
quel che m' ha detto prima, lui, con la sua propria bocca. 
M'ha detto che facevo bene a venirvi a cercare, e che 
al Signore gli piace che un giovine tratti cosi, e m' a- 
vrebbe aiutalo a far che vi trovassi; come è propio stato 
la verità: ma già è un santo. Sicché, vedete! » 

« Ma se ha parlato così è perchè lui non sa .... » 

« Che volete che sappia lui delle cose che avete fatte 
voi di vostra testa . senza regola e senza il parere di 
nessuno? Un brav'uomo, un uomo di giudizio, come è 
lui, non va a pensar cose di questa sorte. Ma quel che 
m' ha fatto vedere! » E qui raccontò la visita fatta a quella 
capanna. Lucia, quantunque i suoi sensi e il suo animo, 
avessero, in quel soggiorno, dovuto avvezzarsi alle pii!i 
folli impressioni, slava tutta compresa d'orrore e di 
conqìassione. 

« E anche lì, » pros(iguì Renzo, « ha parlato da santo: 
ha detto che il Signore forse ha desi inalo di far la gra- 
zia a quel meschino.... (ora non poi rei proprio dargli 
un nllro nome) .... che aspella di jìrenderlo in un buon 
punto: ma vuole che noi preghiamo insieme per lui .... 
Insieme! avete inteso? » 

«Si, sì; lo pregheremo, ognuno dove il Signore ci 
terrà: le orazioni le sa mettere insieme Lui.» 

« Ma se vi dico le sue parole ... ! » 

« Ma Renzo, hii non sa ... d 

« Ma non capite che , quando è un santo che parla , 
è il Signore che lo fa parlare? e che non avrebbe par- 
lato cosi, se non dovesse esser proprio così ... E l'anima 
di quel poverino? Io ho l)ensì pregalo, e pregherò per 
lui: di cuore ho pregalo, proprio come se fosse slato 
per un mio fratello. Ma come volete che stia nel mondo 
di là, il poverino,- se di qua non s'accomoda questa 
cosa, se non ò disfatto il male che ha fatto lui? Che se 
voi intendete la ragione, allora tutto è come prima : quel 



CAPITOLO XXXVF. 263 

che è slato ò stato: lui ha fatto la sua penitenza di 
([ua ....!> 

« No, Renzo , no. Il Signore non vuole che facciamo 
del male, per far Lui misericordia. Lasciate fare a Lui, 
per questo: noi il nostro dovere è di pregarlo. S' io fossi 
morta quella notte, non gli avrehbe dunque potuto per- 
donare? E se non son morta, se sono stala liberala ...» 

«E vostra madre, quella povera Agnese, che m'ha 
sempre voluto tanto hene, e che si struggeva tanto di 
vederci marito e moglie, non ve Tha dello anche lei 
che rè un'idea storia? Lei, che v'ha fallo intender la 
ragione anche dell' altre volte, perchè, in certe cose, 
pensa più giusto di voi .... » 

« Mia madre! volete che mia madre mi desse il parere 
di mancare a un voto! Ma, Renzo! non siete in voi. » 

«Oli! volete che ve la dica? Voi altre donne, queste 
cose non le potete sapere. Il padre Cristoforo m' ha detto 
che tornassi da lui a raccontargli se v'avevo trovata. Vo: 
lo sentiremo: quel che dirà lui .... » 

« Si, sì; andate da quel sant'uomo; ditegli che prego 
per lui, e che preghi per me, che n'ho bisogno tanto 
tanto! Ma, per amor del cielo, per l'anima vostra, per 
l'anima mia, non venite più qui, a farmi del male, 
a . . . tentarmi. Il padre Cristoforo, lui saprà spiegarvi le 
cose, e farvi tornare in voi; lui vi farà mettere il cuore 
in pace. » 

« Il cuore in pace! Oh! questo, levalevclo dalla testa. 
Già me l'avete fatta scrivere questa parolaccia; e so io 
(luel che m' ha fallo patire; e ora avete anche il cuore 
di dirmela. E io invece vi dico chiaro e tondo che il 
cuore in pace non lo metterò mai. Voi volete dimenti- 
carvi di me; io non voglio dimenticarmi di voi, E vi 
prometto, vedete, che, se mi fate perdere il giudizio, 
non lo acquisto più. Al diavolo il mestiere , al diavolo 
la buona condotta ! Volete condannarmi a essere arrab- 
bialo per tutta la vita; e da arrabbiato viverò E quel 

disgraziato! Lo sa il Signore se gli ho perdonato di 



264 1 PROMESSI SPOSI 

cuore; ma voi .... Volete dunque farmi pensare per Inlta 

la vita clic se non era lui ? Lucia! avete detto ch'io 

vi dimentichi: ch'io vi dimentichi! Come devo fare? A 
clii credete ch'io pensassi in lutto questo tempo?... 
E dopo tante cose! dopo tante promesse! Cosa v' iio fatto 
io, dopo che ci siamo lasciati? Perchè ho patito, mi trat- 
tate così? perdio ho avuto delle disgrazie? perchè la 
gente del mondo m'ha perseguitato? perchè ho passato 
tanto tempo fuori di casa , tristo, lontano da voi? per- 
chè, al primo momento che ho potuto, son venuto a 
cercarvi ? » 

Lucia, quando il pianto le permise di formar parole, 
esclamò giungentlo di nuovo le mani, e alzando al cielo 
gli occhi pregnidi lacrime: «0 Vergine santissima, aiu- 
tatemi voi! Voi sapete che, dopo quella notte, un mo- 
mento come questo non l'ho mai passalo. M'avete soc- 
corsa allora; soccorretemi anche adesso!» 

t Si, Lucia; fate hene d'invocar la Madonna: ma per- 
chè volete credi'iv che Lei che è tanto huuna. la madre 

delle misericordie, possa aver piacere di farci patire 

me almeno per una parola scappata in un momento 

che non sapevate quello che vi dicevate? Volete credere 
che v'ahliia aiutata allora, per lasciarci imhrogliati do- 
po? Se poi questa fosse una scusa; se è ch'io vi 

sia venuto in odio ditemelo parlate chiaro.» 

«Per carità, Renzo, per carità, per i vostri poveri 

morti, finitela, finitela; non mi fate morire Non sa- 

reltl)e un huon momento. Andate dal padre Cristoforo , 
raccomandatemi a lui, non tornate più qui, non tornate 
più qui. » 

« Vo; ma pensate se non voglio tornare! tornerei se 
fosse in capo al mondo, tornerei.» E disparve. 

Lucia andò a sedi're , o piuttosto si lasciò cadere in 
terra, accanto al lelluccio; e, appoggiata a quello la testa, 
continuò a piangere dirottamente. La donna, che fin al- 
lora era stala a occhi e orecchi aperti, senza fiatare, do- 
mandò cosa fosse queir apiiarizione, quella contesa, quc- 



CAPITOLO XXXVI. 265 

sto pianto. Ma forse il lettore domanda dal canto suo 
chi fosse costei; e, per soddisfarlo, non ci vorranno, ne 
anche (jui, troppe parole. 

Era un'agiata meiraiitesfsa, di forse Irent'anni. Nello 
spazio di pochi giorni, s' era visto morire in casa il ma- 
rito e tutti i figliuoli: di li a poco, venutale la peste 
anche a lei, era stata trasportata al lazzeretto, e messa 
in quella capannuccia, nel tempo che Lucia, dopo aver 
superata, senza avvedersene, la furia del male, e cam- 
hiate, ugualmente senza avvedersene, più compagne, co- 
minciava a riaversi, e a tornare in sé; che, lìn dal prin- 
cipio della malattia, trovandosi ancora in casa di don 
Ferrante, era rimasta come insensata. La capanna non 
poteva contenere che due persone: e tra queste due, 
afflitte, derelitte, shigoltite, sole in tanta moltitudine, era 
presto nata un'intrinsichezza, un'affezione, che appena 
sai-ehbe potuta venire da un lungo vivere insieme. In 
poco tempo , Lucia era stata in grado di potere aiutar 
l'altra, che s'era trovata aggravatissima. Ora che questa 
pure era fuori di pericolo, si facevano compagnia e co- 
raggio e guardia a vicenda; s'eran promesse di non 
uscir dal lazzeretto, se non insieme: e avevan presi altri 
concerti per non separarsi neppur dopo. La mercantessa 
che, avendo lascialo in custodia d'un suo fratello com- 
missario della sanità, la casa e il fondaco e la cassa , 
tutto ben fornito, era per trovarsi sola e trista padrona 
di molto più di quel che le bisognasse per viver como- 
damente, voleva tener Lucia con sé, come una figliuola 
rt una sorella. Lucia aveva aderito, pensate con che gra- 
titudine per lei, e per la Provvidenza; ma soltanto fin 
che potesse aver nuove di sua madre, e sapere, come 
sperava, la volontà di essa. Del resto, riservata com'era, 
nò della promessa dello sposalizio, nò dell'altre sue av- 
venture straordinarie, non aveva mai detta una parola. 
Ma ora, in un cos'i gran ribollimento d'affetti, aveva al- 
men tanto bisogno di sfogarsi, (juaiito l'altra desiderio 
di sentire. E, stretta con t'ill'c due le mani la destra 

VOL. I[. 12 



iì66 1 l'KOMESSI SPOSI 

di lei, si mise subito a soddisfare alla domanda, senz'al- 
tro ritegno, che quello che le facevano i singhiozzi. 

Renzo inlanto trottava verso il quartiere del buon frale. 
Con un po' di studio, e non senza dover rifare qualche 
pozzetto di strada, gli riusci finalmente d'arrivarci. Trovò 
la capanna ; lui non ce lo trovò ; ma , ronzando e cer- 
cando nel contorno, lo vide in una baracca, che, piegato 
a terra, e quasi bocconi, stava confortando »in moribondo. 
Si fermò li, aspettando in silenzio. Poco dopo, lo vide 
chiuder gli occhi a quel poverino, poi mettersi in gi- 
nocchio, far orazione un momento, e alzarsi. Allora si 
jnosse, e gli andò incontro. 

« Oh!» disse il frate, vistolo venire; «ebbene? » 

« La c'è: l'ho trovata ! » 

« In che stato? » 

« Guarita, o almeno levata. » 

« Sia ringrazialo il Signore! » 

« Ma ... » tlisse Renzo, quando gli fu vicino da poter 
parlar sottovoce: «c'è un altro imbroglio. » 

« Cosa c'è? ■> 

« Voglio dire che .... Già lei lo sa come è buona 
quella povera giovine ; ma alle volte è un po' fissa nelle 
sue idee. Dopo tante promesse, dopo (ulto (piello che sa 
anche lei, ora dice che non mi può s|ìosare. lìerchè dice 
che so io? che, quella notte della panni, s' è scaldala la 
testa, e s'è, come a dire, votata alla Madonna. Cose 
senza costrutto n'è vero? Cose buone, chi ha la scienza 
e il fondamiMito da farle, ma per noi gente ordinaria, 
che iiun siipiiiamo bene come si devon fare.... n'è 
vero che son cose che non valgono? » 

« Dimmi: è mollo lontana di qui? » 

« Oh no : pochi passi di là dalla chiesa. » 

« Aspellami qui un momento, » disse il frate: « o poi 
ci aiideicmo insieme. 

« Vuol dire che lei le farà inlemlere .... » 

« Non so nulla, figliuolo; bisogna ch'io senta lei, » 

» Capisco^» disse Renzo; e stette con gli occhi fissi 



CAPITOLO XXXVI. 267 

a ferra, e con le braccia incrociate sul petto, a masti- 
carsi la sua incertezza, rimasta intera. Il frat(^ andò di 
nuovo in cerca di quel padre Vittore, lo preuò di sup- 
plire ancora per lui, entrò nella sua capanna, n'uscì 
con la sporta in braccio, tornò da Renzo, gli disse: «an- 
diamo, » e andò innanzi, avviandosi a quella tal capanna, 
dove qualche tempo prima, erano entrati insi(>me. Que- 
sta volta, entrò solo, e dopo un momento ricomparve, 
e disse: » niente! Preghiamo; preghiamo, i» Poi riprese: 
« ora conducimi tu. » 

E senza dir altro, s'avviarono. 

Il tempo s'era andato sempre più rabbuiando, e an- 
nunziava ormai certa e poco lontana la burrasca. De' 
lampi fitti rompevano l'oscuritfi cresciuta, e lumeggia- 
vano d'un chiarore istantaneo i lunghissimi tetti e gli 
archi de' portici, la cupola della cappella, i bassi comi- 
gnoli delle capanne ; e i tuoni scoppiati con istrepito 
repentino, scorrevano rumoreggiando dall'una all'altra 
regione del cielo. Andava innanzi il giovine, attento alla 
strada, con una grand' impazienza d'arrivare, e rallen- 
tando però il passo, per misurarlo alle forze del com- 
pagno; il quale, stanco dalle fatiche, aggravato dal male, 
oppresso dall'afa, camminava stentatamente, alzando ogni 
tanto al cielo la faccia smunta, come per cercare un 
respiro più libero. 

Renzo, quando vide la capanna, si fermò, si voltò in- 
dietro^ disse con voce tremante: «è qui.» 

Entrano «Eccoli!» grida la donna del lettuccio. 

Lucia si volta, s'alza precipitosamente, va incontro al 
vecchio, gridando: «oh chi vedo! padre Cristoforo?» 

« Ebbene, Lucia! da quante angustie v'ha lilierata il 
Signore! Dovete esser ben contenta d' aver sempre spe- 
rato in Lui. » 

« Oh si! Ma lei, padre? Povera me, come r cambialo! 
Come sta? dica: come sta? » 

« Come Dio vuole, e comi^ per sua grazia, voglio 
anch'io, » rispose, con volto sereno, il frate. E, tiratala 



268 1 PROMESSI SPOSI 

in un canto, soggiunse:» sentile: io non posso rimaner 
qui che pochi momenti. Siete voi disposta a confidarvi 
in me, come altre volte?» 

« Oh! non ò lei sempre il mio padre? « 

« Figliuola, dunque; cos'è codesto voto che m'ha detto 
Renzo? » 

« É un voto che ho fatto alla Madonna . . . oh! in 
una gran triholazione! . . . di non maritarmi. » 

« Poverina! Ma avete pensato allora, ch'eravate legata 
da una promessa ? » 

« Trattandosi del Signore e della Madonna!... non 
ci ho pensato. » 

« Il Signore, figliuola, gradisce i sacrifizi, l'olTerte, 
quando le facciamo del nostro. È il cuore che vuole, è 
la volonià: ma voi non potevate ofìrirgli la volontà d'un 
altro al quale v'eravate già ohhligata. » 

« Ho fatto male? » 

• No, poverina, non pensale a questo: io credo anzi 
che la Vergine santa avrà gradila l'intenzione del vostro 
cuore afflitto, e l'avrà olTerta a Dio per voi. Ma dite- 
mi; non vi siete mai consigliata con nessuno su questa 
cosa? » 

« Io non pensavo che fosse male, da dovermene con- 
fessare: e quel poco bene che si può fare, si sa che non 
bisogna raccontarlo. • 

« Non avete nessun altro motivo che vi trattenga dal 
mantener la itromessa che avete fatta a Renzo?» 

« In (pianto a (juesto . . . per me . . . che motivo . . .? 
Non potrei proprio dire...» rispose Lucia, con un'esi- 
tazione che indicava tutt'altro che un'incertezza del pen- 
siero; e il suo viso ancora scolorito dalla malattia fiori 
luti' a un tratto del più vivo rossore. 

« Credete voi, » riprese il vecchio, abbassando gli oc- 
chi <■ che Dio ha dato alla sua Chiesa V aiiiorilà di ri- 
mettere e di ritenere, secondo che torni in maggior 
bene, i debiti e gli obblighi che gli uomini possono 
pver contratti con Lui? » 



CAPITOLO XXXVI. "àCì^) 

« Sì, che lo credo. » 

« Ora snppiale che noi, deputali alla cura dell'ani- 
me in ijiieslo liio.t^o, ahhianio, per (ulli (pielli clic ricor- 
rono a noi, le più ami)i(' facollcà della Clii(!sa; e che i)er 
conseguenza, io posso, quando voi lo chiediate, sciogliervi 
dall' obhligo, qualunque sia, che possiate aver contratto 
a cagion di codesto voto. » 

« Ma non è peccato tornare indi(;tro, pentirsi d'una 
promessa fatta alla Madonna? Io allora l'ho fatta proprio 
di cuore » disse Lucia, violentemente agitala dall' as- 
salto d'una tale inaspettata, bisogna pur dire speranza, 
e dall' insorgere opposto d'un terrore fortificato da tutti 
i pensieri che, da tanto tempo, eran la principale occu- 
pazione dell'animo suo. 

«Peccato, figliuola? » disse il padre: « peccato il ricor- 
rere alla Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia 
uso dell'autorità che ha ricevuto da essa, e che essa ha 
ricevuta da Dio? Io ho veduto in che maniera voi due 
siete stati condotti ad unirvi; e, certo, se mai m'è parso 
che due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli: 
ora non vedo perchè Dio v'abbia a voler separati. E lo 
benedico che m'abbia dato, indegno come sono, il po- 
tere di parlare in suo nome, e di rendervi la vostra pa- 
rola. E se voi mi chiedete ch'io vi dichiari sciolta da 
codesto voto, io non esiterò a farlo, e desidero anzi che 
me lo chiediate. » 

« Allora ... ! allora ... ! lo chiedo; » disse Lucia, con 
un volto non turbato più che di pudore. 

Il frate chiamò con un cenno il giovine, il quale se 
ne stava nel cantuccio il più lontano, guardando (giac- 
che non poteva far altro) fisso fisso al dialogo in cui 
era tanto interessato; e, quando quello fu li, disse, a voce 
più alta, a Lucia: «con l'autorità che ho dalla Chiesa, 
vi dichiaro sciolta dal voto di verginità, annullando ciò 
che ci potè essere d'inconsiderato, e liberandovi da ogni 
oblìi igazione che poteste averne contralta. » 

Pensi il lettore che; suono facessero all'orecchio di 



270 1 PROMESSI SPOSI 

Renzo tali parole. Ringraziò vivamente con gli occhi co- 
lui che le aveva proferite, e cercò subito, ma invano, 
quelli di Lucia. 

« Tornate con sicurezza e con pace, ai pensieri d' una 
volta, 1 segui a dirle il cappuccino: chiedete di nuovo 
al Signore le grazie che Gli chiedevate, per essere una 
moglie santa; e confidate che ve le concederà più ab- 
bondanti, dopo tanti guai. E tu,» disse, voltandosi a 
Renzo, «ricordati figliuolo, che se la Chiesa ti rende 
questa compagna, non lo fa per procurarli una consola- 
zione temporale e mondana, la quale, se anche potesse 
essere intera e senza mistura d'alcun dispiacere, do- 
vrebbe finire in un gran dolore, al momento di lasciarvi ; 
ma lo fa per avviarvi tutt'e due sulla strada della con- 
solazione che non avrà fine. Amatevi come compagni di 
viaggio, con questo pensiero d'avere a lasciarvi, e con 
la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziale il cielo 
che v'ha condotti a questo slato, non per mezzo dell'al- 
legrezze turbolente e passeggiere , ma co'lravagli e tra 
le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tran- 
quilla. Se Dio vi conctHle fi.uliuoli. abbiale in mira d'al- 
levarli per Lui, d'istillar loru l'amore di Lui e di tulli 
gli uomini: e allora li guiderete bene in lutto il re- 
sto. Lucia! v'ha detto, » e accennava Renzo, « chi ha 
visto qui? » 

• Oh padre, me l'ha detto! » 

« Voi pregherete per lui! Non ve ne slancatc. E anche 
per me pregherete I... rigliuoli! voglio che abbiate un 
ricordo del povero frale. » E (jui levò dalla sporta una 
scatola d'un legno ordinario, ma tornila e lustrala con 
una certa finitezza cappuccinesca; e prosegui: « qui den- 
tro c'è il resto (li quel pane.... il primo che ho chie- 
sto per carità; quel pane, di cui avete sentilo parlare! 
Lo lascio a voi allri: serbatelo; fatelo vedere ai vostri 
figliuoli. Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, 
in mezzo a' superbi e a' provocatori : dile loro che per- 
donino sempre, sempre! tutto, tulio! e che preghino, 
anche loro, per il povero frate! » 



CAPITOLO XXXVl. 271 

E porse la scalola a Lucia, che la prese con rispetto, 
come si farebbe d'una reliquia. Poi con voce più tran- 
quilla, riprese: «ora ililemi: che appoggi avete qui in 
Milano? Dove pensale d'andare a alloggiare, appena 
uscita di qui? E chi vi condurrà da vostra madre, che 
Dio voglia aver conservata in salute? » 

« Questa buona signora mi fa lei intanto da madre: 
nói due usciremo di ([ni insieme, e poi essa penserà a 
tutto. » 

« Dio la henedica, » disse il frate accostandosi al lel- 
tuccio. 

« La ringrazio anch'io,» disse la vedova, «della con- 
solazione che ha data a queste povere creature; sebbene 
io avessi fallo conto di tenerla sempre con me, questa 
cara Lucia. Ma la terrò intanto; l'accompagnerò io al 
suo paese, la consegnerò a sua madre; e,» soggiunse 
poi sotto voce, « voglio farle io il corredo. N'ho troppa 
della roba ; e di quelli che dovevan goderla con me, non 
ho più nessuno! 

« Così, » rispose il frate, « lei può fare un gran sacri- 
fizio al Signore, e del hcne al prossimo. Non le racco- 
mando questa giovine: già vedo che è come sua: non 
c'è che da lodare il Signore, il quale sa mostrarsi pa- 
dre anche ne' flagelli, e che, col farle trovare insieme, 
ha dato un così chiaro segno d'amore all'una e all' al- 
tra. Orsù, » riprese poi, voltandosi a Renzo, e prenden- 
dolo per una mano: «noi due non abhiam più nulla 
da far qui: e ci siamo stati anche troppo. Andiamo.» 

« Oh padre! » disse Lucia: « la vedrò ancora? Io 
sono guarita, io che non fo nulla di licne a questo 
mondo: e lei ... ! » 

« É già molto tempo, » rispose con tono serio e dolce 
il vecchio, « che chiedo al Signore una grazia , e Iten 
grande: di finire i miei giorni in servizio del prossimo. 
Se me la volesse ora concedere, ho bisogno che tulli 
cpielli che hanno carità per me, m'aiutino a ringraziar- 
lo. Via; date a Ronzo le vostre commissioni per vostra 
madre. » 



272 l PROMESSI SPOSI 

i Raccontatelo quel che avete veduto, i disse Lucia 
al promesso sposo: «che ho trovata qui un'altra madre, 
che verrò con questa più presto che potrò, e che spero, 
spero di trovarla sana. » 

« Se avete bisogno di danari, » disse Renzo, « ho qui 
tutti (pielli che m'avete mandati, e.... » 

« No, no, » interruppe la vedova: » ne ho io anche 
troppi. » 

n Andiamo. » replicò il frate. 

« A rivederci Lucia ! e anche lei, dunque, quella 

huona signora, » disse Renzo, non trovando parole che 
significassero quello che sentiva. 

« Chi sa che il Signore ci faccia la grazia di rive- 
derci ancora tutti! esclamò Lucia. 

« Sia Egli sempre con voi, e vi benedica, » disse alle 
due compagne fra Cristoforo; e uscì con Renzo dalla 
capanna. 

Mancava poco alla sera, e il tempo pareva sempre più 
vicino a risolversi. Il cappuccino esibì di nuovo al gio- 
vine di ricoverarlo per cpiella notte nella sua baracca. 
« Compagnia, non te ne potrò fare, » soggiunse : « ma 
avrai da slare al coperto. » 

Renzo però si sentiva una smania d' andare; e non si 
curava di rimaner più a lungo in un luogo simile, quando 
non poteva profittarne per veder Lucia, e non avrebbe 
n('pi)ur potuto starsene un po' col buon frate. In quanto 
air ora e al tempo, si può dire che notte e giorno, sole 
e pioggia, zeffiro e tramontano, eran lulf uno per lui 
in quel momento. Ringraziò dunque il frate, dicendo che 
voleva andar più presto che fosse possibile in cerca 
d' Agnese. 

Quando furono nella strada di mezzo, il frale gli strinse 
la mano, e disse: « se la trovi, che Dio voglia! quella 
buona Agnese, salutala anche in mio nome, e a lei, e 
a lutti quelli che rimangono, e si ricordano di fra Cri- 
stoforo, di' che preghin per lui. Dio t'accompagni, e ti 
benedica per sempre. » 



CAPITOLO XXXVl. 273 

» Oh caro padre...! ci rivedremo? ci rivedremo? » 
« Lassù , spero. » E con queste parole , si slaccò da 
Renzo, il quale, stato li a .guardarlo fin che non l'eldte 
perso di vista, prese in frolla verso la porla, dando a 
destra e a sinistra V ultime occhiate di compassione a 
quel luogo di dolori. C era un movimento straordina- 
rio, un correr di monatti, un trasportar di roha, un ac- 
comodar lo tende delle haracche, uno strascicarsi di con- 
valescenti a queste e ai ponici, per ripararsi dalla bur- 
rasca imminente. 



CAPITOLO XXXVII. 



Appena infatti ebbe Renzo passala la sopri ia del lazze- 
retto, e preso a diritta, per ritrovar In viottola di dov'era 
sbocrato la mattina sotto le mura, prineipiò com'è una 
grandine di poecioloni radi e impeluo.>^i, clic, ballendo 
e risaltando sulla strada Itiaiica e arida, sollevavano un 
minuto polverio; in un momento, diventaron fitti; e 
prima die arrivasse alla viottola , la veniva giù a sec- 
cliie. Renzo, invece d' inquietarsene, ci sguazzava dentro, 
se la godeva in quella rinfrescala, in (jnel susurrìo, in 
quel brulichio dell'erbe e delle foglie, tremolanti, goc- 
ciolanli, rinverdite, luslre; metlcva certi respironi larghi 
e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come 
più lil)eramente e più vivamente quello che s' era fatto 
nel suo destino. 

Ma (juanto più sdiietto e intero sarebbe slato questo 
sentimento, se Renzo avesse potuto indovinare (|ind che 
si vide pochi giorni dopo: che (pielT acqua portava via 
il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto, se non era 
per restitnire ai viventi tutti i viventi che conteneva, al- 
meno non n'avrebbe più ingoiali altri; che, tra una 



1 PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXXVU. 275 

settimana, si vedrebbero riaperti usci e botteghe, non 
si parloivhbo quasi più che di quarantina; e della peste 
non rimarrebbe se non qualche restieciolo qua e là; 
(|uello strascico che un lai llayellu lasciava sempre die- 
tro a sé per qualche tempo. 

Andava adunque il nostro viaggiatore allegramente, 
senza aver disegnalo nò dove, nò come, né quando, nò 
se avesse da fermarsi la notte, premuroso soltanto di 
portarsi avanti, d'arrivar presto al suo paese, di trovar 
con chi parlare, a chi raccontare, soprallutlo di poter 
presto rimettersi in cammino per Pasturo, in cerca d'A- 
gnese. Andava, con la mente tutta sottosopra dalle cose 
di quel giorno; ma di sotto le miserie, gli orrori, i pe- 
ricoli , veniva sempre a galla un pensierino: l'ho tro- 
vata; è guarita; è mia! E allora faceva uno sgambetto, 
e con ciò dava un' annaffiata all' intorno , come un can 
barbone uscito dall' acqua ; qualclie volta si contentava 
d'una fregatina di mani; e avanti, con piij ardore di 
prima. Guardando per la strada, raccattava, per dir così, 
i pensieri , cbè ci aveva lasciati la mattina e il giorno 
avanti, nel venire; e con piìJ piacere quelli appunto che 
allora aveva più cercato di scacciare, i dubbi, le diftì- 
collà, trovarla, trovarla viva, Ira tanti morti e moribondi I 
— E l'ho trovata viva! — concludeva. Si rimetteva col 
pensiero nelle circostanze più terribili di quella gior- 
nata; si figurava con quel martello in mano; ci sarà o 
non ci sarà? e una risposta così poco allegra; e non 
aver nemmeno il tempo di masticarla, che addosso quella 
furia di matti birboni; e quel lazzeretto, quel mare! Il 
ti volevo a trovarla! E averla trovala! Ritornava su quel 
momento quando fu finita di passare la i)rocessione de' 
convalescenti: che momento! che crepacuore non tro- 
varcela! e ora non gliene importava più nulla. E quel 
quartiere delle donne! E là dietro a quella capanna, 
([uando meno se raspetlava, quella voce, quella voce pro- 
prio! E veilerla, vederla levata! Ma che'? c'era ancora 
quel nodo del voto, e più stretto che mai. Sciolto anche 



276 1 PROMESSI SPOSI 

qneslo. E quell'odio contro don Rodrigo, quel rodio con- 
tinuo che esacerbava lutti i guai, e avvelenava tutte le 
consolazioni , scomparso anche quello. Talmen teche non 
saprei immaginare una contenlezza più viva, se non fosse 
stata l'incertezza intorno ad Agnese, il tristo presenti- 
mento intorno al padre Cristoforo, e quel trovarsi ancora 
in mezzo a una peste. 

Arrivò a Sesto, sulla sera ; nò pareva che l'acqua vo- 
lesse cessare. Ma, sentendosi pii^i in gambe che mai, e 
con tante difficoltà di trovar dove alloggiare, e così in- 
zuppalo, non ci pensò neppure. La sola cosa che l'in- 
comodasse, era un grand'appetilo; che una consolazione 
come quella gli avrebbe fatto smaltire altro che la poca 
minestra del cappuccino. Guardò se trovasse anche qui 
una bottega da fornaio ; ne vide una ; ebbe due pani 
con le molle, e con quell'altre cerimonie. Uno in lasca 
e l'altro alla bocca, e avanti. 

Quando passò per Monza, era notte falla; nonostante, 
gli riusci di trovar la porla che metteva sulla strada 
giusta. Ma meno questo, che per dir la verità, era un 
gran merito, potete immaginarvi come fosse quella strada, 
e come andasse facendosi di momento in momento. Af- 
fondata (conreran tutte; e doiibianio averlo dello altrove) 
tra due rive, quasi un letto di lìume, si sarebbe a (luel- 
l'ora potuta dire, se non un fiume, una gora davvero; 
e ogni tanto pozze, da volerci del buono e del bello a 
levarne i piedi, non che le scarpe. Ma Renzo n'usciva 
come poteva, senz'alti d'impazienza, senza parolacce, senza 
peiilinienti; pensando che ogni passo, per (pianto costasse, 
lo conduceva avanti, e che l'acqua cesserebbe quando a 
Dio piacesse, e che a suo tempo, spunterebbe il giorno, 
e che la strada che faceva intanto, allora sarebbe fatta. 

E dirò anche che non ci pensava se non propino quando 
non poteva far di meno. Eran distrazioni (pieste; il gran 
lavoro della sua mente era di riandare la storia di que' 
tristi anni passati: tanl' imbrogli, tante traversie, tanti 
momenti in cui era stalo per perdere anche la speranza, 



CAPITOLO XXXVll. 277 

e fare andata ogni cosa ; e di contrapporci T immagi- 
nazioni d\in avvenire cosi diverso: e l'arrivar di Lucia, 
e le nozze, e il melter su casa, e il raccontarsi le vi- 
cende passate, e tutta la vita. 

Come la facesse quando trovava due strade; se quella 
poca pratica, con quel poco barlume, fossero quelli che 
l'aiutassero a trovar sempre la buona, o se V indovinasse 
sempre alla ventura, non ve lo saprei dire; chò lui me- 
desimo, il quale soleva raccontar la sua storia mollo per 
minuto, lunghettamente anzi che no (e tutto conduce a 
credere che il nostro anonimo l'avesse sentita da lui più 
d'una volta), lui medesimo, a questo punto, diceva che, 
di quella notte, non se ne rammentava che come se l'a- 
vesse passata in letto a sognare. Il fatto sta che, sul 
Unir di essa, si tr-ovò alla riva dell' Adda. 

Non era mai spiovuto; ma, a un certo tempo, da di- 
luvio era diventata pioggia, e poi un'acqueruggiola line 
fine, cheta cheta, ugual uguale: i nuvoli alti e radi sten- 
devano un velo non interrotto, ma leggiero e diafano; 
e il lume del crepuscolo fece vedere a Renzo il paese 
d'intorno. C'era dentro il suo; e (juel che senti, a quella 
vista, non si saprebbe spiegare. Altro non vi so dire, 
se non che que' monti, quel Resegone vicino, il territorio 
di Lecco, era diventato tutto come roba sua. Diede un' oc- 
chiata anche a se, e si trovò un po' strano, quale, per 
dir la verità, da quel che si sentiva, s'immaginava già 
di dover parere: sciupata e attaccata addosso ogni cosa: 
dalla testa alla vita, tutto un fradiciume, una grondaia; 
dalla vita alla punta de' piedi, molletta e mota; le parti 
dove non ce ne fosse si sarebbero potute chiamare esse 
zacchere e schizzi. E se si fosse visto tutt' intero in uno 
specchio, con la tesa del cappello lloscia e cascante, e i 
capelli stesi e incollati sul viso, si sarebbe fatto ancor 
più specie. In quanto a stanco, lo poteva essere, ma non 
ne sapeva nulla: e il frescolino dell'alba aggiunto a (piello 
ilella notte e di quel poco bagno, non gli dava altro che 
una lierezza, una voglia di camminar più presto. 



278 I PROMESSI SPOSI 

É a Pescate; costeggia fiiioiriillimo tratto dell'Adda, 
dando però un'occhiata malinconica a Pescarenico; passa 
il ponte; per istrado e campi, arriva in un momento 
alla casa dell'ospite amico. Questo, che s'era levato al- 
lora, e stava sull'uscio, a guardare il tempo, alzò gli 
occhia quella figura così inzuppata, così infangala, di- 
ciam pure così lercia, e insieme così viva e disinvolta: 
a' suoi giorni non aveva visto un uomo peggio conciato 
e più contento. 

« Ohe! » disse: « già qui? e con questo tempo? Co- 
m' ò andata? » 

« La c'è, » disse Renzo: « la c'è: la c'è. » 

« Sana? » 

« Guarita, che è meglio. Devo ringraziare il Signore 
e la Madonna lìn che campo. Ma cose grandi , cose di 
fuoco: ti racconterò poi tutto. » 

« Ma come sei conciato! » 

« Son bello eh? » 

« A dir la verità, potresti adoprare il da tanto in su, 
per lavare il da tanto in giù. Ma, aspetta, aspetta; che 
ti faccia un buon fuoco. » 

« Non dico di no. Sai dove la m'ha preso? proprio 
alla porla del lazzeretto. Ma niente! il tempo il suo me- 
stiere, e io il mio. » 

L'amico andò e tornò con due bracciate di stipa: ne 
mise una in terra, l'altra sul focolare, e, con un po' di 
brace rimasta della sera avanti , Uro presto una bella 
fiammata. Renzo intanto s'era levato il cappello, e, dopo 
averlo scosso tlue o ire volte, l'aveva buttato in terra: 
e, non cosi facilmente, s'era tirato via anche il farsetto. 
Levò poi dal taschino de' calzoni il coltello, col fodero 
tutto fradicio, che pareva stalo in molle; lo mise su un 
panchcllo, e disse: « anche costui è accomodalo a do- 
vere; ma l'è acqua! l'è arqna ! sia ringraziato il Si- 
gnore Sono slato lì lì .... ! Ti dirò poi. » E si fre- 
gava le mani, a Ora fammi un altro piacere, » soggiunse: 
« quel fagotliiio che ho lasciato su in camera, va a 



CAPITOLO XXXVll 279 

prondermolo, r,liò prima clic s'asciughi questa roba che 
ho addosso .... ! » 

Tornato col fagotto, l'amico disse: « penso che avrai 
anche appetito: capisco che da here, per la strada, non 
te ne sarà mancato ; ma da mangiare .... » 

« Ho trovalo da comprar due pani, ieri sul tardi: ma 
per dir la verità, non m' hanno toccato un dente. » 

« Lascia fare, » disse l'amico; mise l'acqua in un 
paiolo, che attaccò poi alla catena; e soggiunse: « vado 
a mungere: quando tornerò col latte, l'acqua sarà al- 
l' ordine; e si fa una buona polenta. Tu intanto fa il 
tuo comodo. » 

Renzo, rimasto solo, si levò non senza fatica, il resto de' 
panni, che gli eran come appiccicati addosso; s'asciugò, 
si rivesQ da capo a piedi. L'amico tornò, e andò al suo 
paiuolo : Renzo intanto si mise a sedere, aspettando. 

« Ora sento che sono stanco, » disse: » ma è una bella 
tirata! Però questo è nulla. Ne ho da raccontartene per 
tutta la giornata. Com'è conciato Milano! Le cose che 
bisogna vedere! Le cose che bisogna toccare! Cose da 
r.u'si poi schifo a se medesimo. Sto per dire die non ci 
voleva meno di quel bucatino che ho avuto. E quel che 
m' hanno voluto fare que' signori di laggiù ! Sentirai- 
Ma se tu vedessi il lazzeretto ! C è da perdersi nelle mi- 
serie. Rasia; ti racconterò tutto E la c'è, e la verrà 

ipii, e sarà mia moglie; e tu devi far da testimonio, e 
peste non peste, almeno qualche ora, voglio che sliamo 
allegri. » 

Del resto mantenne ciò, che aveva detto all'amico, di 
voler raccontargliene per tutta la giornata; tanto più, che 
avendo sempre conlinuato a piovigginare, questo la passò 
lidia in casa, parte seduto accanto all'amico, parie in 
f.iccende intorno a un suo piccol tino, e a una bollicina, 
e ad alili lavori, in pieparazione della vendemmia; ne' 
quali Renzo non lasciò di dargli una mano; ch(\ come 
suleva dire, era di (juelli che si stancano più a star senza 
far nulla, che a lavorare. Non jiotè |)erò tenersi di non 



280 I PROMESSI SPOSI 

fare una scappatina alla casa d'Agnose, per riveilerc una 
certa finestra, e per dare anche lì una fregatina di mani. 
Tornò senza essere stato visto da nessuno ; e andò su- 
bito a letto. S' alzò prima che facesse giorno; e, vedendo 
cessata 1' acqua , se non ritornalo il sereno , si mise in 
cammino per Pasturo. 

Era ancor presto quando ci arrivò: che non aveva meno 
fretta e voglia di finire, di quel che possa averne il let- 
tore. Cercò d'Agnese; sentì che slava bene, e gli fu in- 
segnata una casuccia isolala dove abitava. Ci andò; la 
chiamò dalla strada : a una tal voce, essa s' affacciò di 
corsa alla finestra ; e , mentre stava a l)0cca aperta per 
mandar fuori non so che parola, non so che suono, Renzo 
la prevenne dicendo: « Lucia è guarita: l'ho veduta 
ierlallro; vi saluta; verrà presto. E poi ne ho, ne ho delle 
cose da dirvi. » 

Tra la sorpresa dell'apparizione, e la conlenlezza della 
notizia, e la smania di saperne di più, Agnese comin- 
ciava ora un'esclamazione, ora una domanda, senza finir 
nulla: poi, dimenticando le precauzioni ch'era solila a 
prendere da molto tempo, disse : « vengo ad aprirvi. « 

« Aspettate : e la peste ? » disse Renzo: « voi non 
l'avete avuta, credo. » 

« Io no: e voi ? » 

« Io si ; ma voi dunijue dovete aver giudizio. Vengo 
da Milano, e, sentirete, sono proprio stato nel contagio 
fino agli occhi. È vero che mi son mutato tutto da cjipo 
a piedi; ma l'è una porcheria che s'attacca alle volle 
come un malefizio. E giacché il Signore v'ha preser- 
vala finora , voglio che stiate riguardata fin che non è 
finito quesl' infiusso ; perchè siete la nostra mamma : e 
voglio che campiamo insieme un bel pezzo allegramente, 
a conto del gran patire che abbiamo fallo, almeno io. » 

« Ma » cominciava Agnese. 

« Eh! » inlerrnppe Renzo: «non c'è ma che tenga. 
So quel che noIcIc dire : ma senlirele, sentirete, clu; de' 
ma non ce n'è iiiii. Andiamo in (jiialche luogo all'aperto. 



CAPITOLO XXX VII. 281 

dove si possa parlar con comodo, senza pericolo ; e sen- 
tirete. » 

Agnese gì' indicò un orto eh' era dietro alla casa ; e 
soggiunse : « entrate li, e vedrete che e' è due panche, 
r una in faccia all' altra , che paion messe apposta. Io 
vengo subito. » 

Renzo andò a mettersi a sedere sur una : un momento 
dopo, Agnese si trovò li sull'altra: e son certo che, se 
il lettore, informato come è delle cose antecedenti, avesse 
potuto trovarsi li in terzo, a veder con gli occhi quella 
conversa/Jone cosi animata, a sentir con gli orecchi que' 
racconti, quelle domande, quelle spiegazioni, quell'escla- 
mare, quel condolersi, quel rallegrarsi, e don Rodrigo, 
e il padre Cristoforo, e tutto il resto, e quelle descri- 
zioni dell' avvenire , chiare e positive come quelle del 
passato, son certo, dico, che ci avrebbe preso gusto , e 
sarebbe stato l'ultimo a venir via. Ma d'averla sulla carta 
tutta (juella conversazione, con parole mute, fatte d' in- 
chiostro, e senza trovarci un solo fatto nuovo, son di 
parere che non se ne curi molto, e che gli piaccia più 
d' indovinarla da se. La conclusione fu che s'anderebbe 
a metter su casa tutti insieme in quel paese del berga- 
masco dove Renzo aveva già un buon avviamento: in 
quanto al tempo, i.on si poteva decider nulla, perchè 
dipendeva ilalla peste, e da altre circostanze: appena 
cessato il pericolo, Agnese tornerebbe a casa, ad aspet- 
tarvi Lucia , Lucia ve 1' aspetterebbe : intanto Renzo 
farebbe spesso qualche altra corsa a Pasturo, a veder 
la sua mamma , e a tenerla informata di quel che po- 
tesse accadere. 

Prima di partire, otTri anche a lei danari, dicendo: 
« gli ho qui tutti, vedete, que' tali : avevo fatto voto an- 
ch' io di non toccarli, fin che la cosa non fosse venuta in 
chiaro. Ora, se n'avete bisogno, portate qui una scodella 
d'acqua e acelo; vi butto dentro i ciiKiuanta scudi belli 
e lampanti. » 

«No, no,» disse Agnese; «ne ho ancora più del l>i- 

VOL. II. iì' 



282 1 PROMESSI SPOSI 

sogno per me: i vostri, serbateli, che saran buoni per 
metter su casa. » 

Renzo tornò al paese con questa consolazione di più 
d'aver trovata sana e salva una persona tanto cara. Stette 
il rimanente di quella giornata, e la notte, in casa del- 
Tamico; il giorno dopo, in viaggio di nuovo, ma da 
un' altra parte, cioè verso il paese adottivo. 

Trovò Bortolo, in buona salute ancbe lui, e in minor 
timore di perderla; cliè, in que' pochi giorni, le cose, 
anche là, avevan preso rapidamente una bonissima piega. 
Pochi eran quelli che s'ammalavano; e il male non era 
più quello; non più que' lividi mortali, nò (jnella vio- 
lenza di sintomi; ma fobbricciatole, intermittenti la mag- 
gior parte, con al più qualche piccol bubbone scolorito, 
che si curava come un lìgnolo ordinario. Già l' aspetto 
del paese compariva mutato; i rimasti vivi cominciavano 
a uscir fuori, a contarsi tra loro, a farsi a vicenda con- 
doglianze e congratulazioni. Si parlava già di ravviare 
i lavori; i padroni pensavano già a cercare e a capar- 
rare operai, e in (jucH'arti principalmente dove il nu- 
mero n'era stato scarso anche prima del contagio, co- 
m'era quella della seta. Renzo, senza fare il lezioso, 
promise (salve però le debite approvazioni) al cugino di 
rimettersi al lavoro, quando vcrrelìbc accompagnato, a 
stabilirsi in paese. S'occupò intanto de' preparativi più 
necessari : trovò una casa più grande; cosa divenuta 
pur troppo facile e poco costosa; e la fornì di mobilie 
d'attrezzi, intaccando questa volta il tesoro, ma senza 
farci un gran buco, che tutto era a buon mercato, es- 
sendoci molta più roba che gente che la comprassero. 

Dopo non so quanti giorni, ritornò al paese nativo, 
che trovò ancor più notabilmente cambiato in bene. 
Trottò subito a Pasturo; trovò Agnese rincoraggita af- 
fatto, e disposta a ritornare a casa quando si fosse; di 
maniera che ce la condusse lui: nò diremo (piali fossero 
i loro sentimenti, quali le parole al rivedere insieme 
que' luoghi. 



CAPITOLO XXXVH. 283 

Agnese trovò ogni cosa come l'aveva lasciata. Sicché 
non potè far a meno di non dire che questa volta, trat- 
tandosi d'una povera vedova e d'una [lovera fanciulla, 
avevan fatto la guardia gli angioli. «E l'altra volta,» 
soggiungeva , « che si sarebhe creduto che il Signoi-e 
guardasse altrove, e non pensasse a noi, giacché lascia\a 
portar via il povero fatto nostro; ecco che ha fatto ve- 
dere il contrario, perchè m'ha mandalo da un'altra parte 
di bei danari , con cui ho potuto rimettere ogni cosa. 
Dico ogni cosa, e non dico bene; percliè il corredo di 
Lucia che coloro avevan portalo via beli' e nuovo, in- 
sieme col resto, quello mancava ancora; ma ecco che 
oraci viene da un'altra parte. Chi m'avesse detto, quando 
io m'arrapinavo tanto ad allestir quell'altro: tu credi 
di lavorar per Lucia: eh [tovera donna! lavori per chi 
non sai: sa il cielo, questa tela, questi panni a che sorte 
di creature anderanno indosso; quelli per Lucia, il cor- 
redo davvero che ha da servire per lei , ci penserà 
un' anima buona , la quale tu non sai nò anche che la 
sia in ([uesto mondo. » 

Il primo pensiero d'Agnese fu quello di preparare 
nella sua povera casuccia 1' alloggio il più decente che 
potesse, a quell'anima buona: poi andò in cerca di seta 
da annaspare; e lavorando ingannava il tempo. 

Renzo, dal canto suo non passò in ozio que' giorni 
già tanto lunghi per sé : sapeva far due mestieri pei' 
buona sorte; si rimise a quello del contadino. Parte aiu- 
tava il suo ospite , per il quale era una gran fortuna 
l'avere in tal tempo spesso al suo comando un'opera, 
e un'opera di queir abilità: parte coltivava, anzi disso- 
dava r orticello d'Agnese, trasandato allatto nell'assenza 
di lei. In quanto al suo proprio podere, non se n' occu- 
pava punto, dicendo ch'era una parrucca troppo arruf- 
fata, e che ci voleva altro che due braccia a ravviarla. 
E non ci metteva neppure i piedi; come né anche in 
casa : che gli avrebbe fatto male e vedere (luella deso- 
lazione ; e aveva già preso il partilo di disfarsi d' ogni 



28 't I PROMESSI SPOSI 

cosa , a qualunque prezzo , e di impiegar nella nuova 
patria quel tanto che ne potrebbe ricavare. 

Se i rimasti vivi erano, l'uno per l'altro, come morti 
risuscitati, Renzo, per quelli del suo paese, lo era, come 
a dire, due volte: ognuno gli faceva accoglienze e con- 
gratulazioni, ognuno voleva sentir da lui la sua storia. 
Direte forse: come andava col banilo? L'andava benone: 
lui non ci pensava quasi più, supponendo che quelli i 
quali avrebbero potuto eseguirlo, non ci pensassero più 
III'' anche loro: e non s ingannava. E questo non nasceva 
.solo dalla peste che aveva fatto monte di tante cose ; 
ma era , come s' è potuto vedere anche in vari luoghi 
di questa storia, cosa comune a que' tempi, che i decreti, 
tanlo iionorali quanto speciali, contro le persone, se non 
c'era qualche animosità privala e polente che li tenesse 
vivi, e li facesse valere, rimanevano spesso senza effetto, 
quando non l'avessero avuto sul primo momento; come 
palle di schioppo, che, se non fanno colpo, restano in 
terra, dove non danno fastidio a nessuno. Conseguenza 
necessaria della gran facililà con cui li seminavano que' 
decreli. L'attività dell'uomo è limitata ; e tulio il di più 
che e' era nel comandare, doveva tornare in tanto meno 
neir eseguire. Quel che va nelle maniche, non può andar 
ne' gheroni. 

Chi volesse anche sapere come Renzo se la passa.sse 
con don Abbondio, in qnel tempo d'aspetto, dirò che 
slavano alla larga l'uno tlall'allro: don Abbondio per 
timore di sentir intonar qualcosa di matrimonio: e al 
solo pensarci , si vedeva davanti agli occhi don Ro- 
drigo da una parte, co' suoi bravi , il cardinale dall'al- 
tra , co' suoi argomenti: Renzo, perchè aveva fissalo di 
non parlargliene che al momento di concludere, non vo- 
lendo risicare di farlo inalberar prima del tempo, di 
suscitar, chi .sa mai? qualche difficoltà, e d'imbrogliar 
le cose con chiacchiere inutili. Le sue chiacchiere, le 
faceva con Agnese. «Credete voi che verrà presto?» 
domandava l'uno. «Io spero di sì, » rispondeva l'altro: 



CAPITOLO XXXVII. 285 

e spesso quello che aveva data la risposta , faceva poco 
dopo lo domanda medesima. E con (iiieste e con simili 
furberie, s' in.uct^navano a far passare il tempo, che pa- 
reva loro più luiiuo, di mano in mano che n'era più 
passato. 

Al lettore noi lo fai-emo passare in un momento tutto 
quel tempo, dicendo in compendio che, qualche giorno 
dopo la visita di Renzo al lazzeretto ^ Lucia n'uscì con 
la buona vedova; che, essendo stata ordinata una qua- 
rantina generale, la fecero insieme, rinchiuse nella casa 
di quest'ultima; che una parte del tempo fu spesa in 
allestire il corredo di Lucia , al quale , dopo aver fatto 
un po'di cerimonie, dovette lavorare anche lei; e che, 
terminata che fu la quarantina, la vedova lasciò in con- 
segna il fondaco e la casa a quel suo fratello commis- 
sario; e si fecero i preparativi per il viaggio. Potremmo 
anche soggiunger subito: partirono, arrivarono, e quel 
che segue; ma, con tutta la volontà che abbiam di se- 
condar la fretta del lettore, ci son tre cose appartenenti 
a quell'intervallo di tempo, che non vorremmo passar 
sotto silenzio; e, per due almeno, crediamo che il let- 
tore stesso dirà che avremmo fatto male. 

La prima, che, quando Lut;ia tornò a parlare alla ve- 
dova delle sue avventure, più in particolare, e più ordi- 
natamente di quel che avesse potuto in quell'agitazione 
della prima confidenza , e fece menzione più espressa 
della signora che l'aveva ricoverata nel monastero di 
Monza , venne a sapere di costei cose che , dandole la 
chiave di molti misteri, le riempiron l'anima d'una do- 
lorosa e paurosa maraviglia. Seppe dalla vedova che la 
sciagurata, caduta in sospetto d'atrocissimi fatti, era 
slata, per ordine del cardinale, trasportata in un mona- 
stero di Milano; che lì, dopo molto infuriare e dibattersi, 
s'era ravveduta, s'era accusata ; e che la sua vita attuale 
era supplizio volontario tale, che nessuno, a meno di 
non togliergliela, ne avrebbe potuto trovare un più se- 
vero. Chi volesse conoscere un po' più in particolare 



286 1 PROMESSI SPOSI 

questa trista storia, la troverà nel libro e al luogo che 
abbiamo citato altrove, a proposito della stessa persona (1). 

L'altra cosa è che Lucia, domandando del padre Cri- 
stoforo a tutti i cappuccini che potè vedere nel lazze- 
retto, senti con più dolore che maraviglia, eh' era morto 
di |)este. 

Finalmente, prima di partire , avrebbe anche deside- 
rato di saper qualcosa de' suoi antichi padroni, e di fare, 
come diceva, un atto del suo dovere, se alcuno ne ri- 
maneva. La vedova l'accompagnò alla casa, dove seppero 
che l'uno e l'altra erano andati tra que'piìi. Di donna 
Prassedc , quando si dice ch'era morta, è detto tutto; 
ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch'era stato dotto, 
l'anonimo ha credulo d'estendersi un po' più; e noi, a 
nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che 
ne lasciò scritto. 

Dice aduiKiue che, al primo parlar che si fece di pe- 
ste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e 
che sostenne costantemente fino all' ultimo, quell'opinio- 
ne; non già con ischiama/.zi , come il popolo; ma con 
ragionamenti , ai quali nessuno jiolrà dire almeno che 
mancasse la concatenazione, 

« In rerum natura^ » diceva, « non ci son che due ge- 
neri di cose: sostanze e accidenti ; e se io provo che il 
contagio non può esser nò l'uno né l'altro, avrò provato 
che non esiste, che è una chimera. E son (pii. Le so- 
stanze sono, spirituali, o maleriali. Che il contagio sia 
sostanza spirituale , è uno sproposito che nessuno vor- 
rebbe sostenere; sicché ò inutile parlarne. Le sostanze 
maleriali sono, o semplici , o composte. Ora, .sostanza 
semplice il contagio non è; e si dimostra in (piatirò pa- 
role. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece 
di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla 
sua sfera. Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe 
asciugala da' venti. Non ò ignea; perchè brucerebbe. Non 

(0 Ripam. Hisl. Pai,. Per. V. Lib. VI, Gap. HI. 



CAPITOLO xxxvu. 287 

6 terrea , perchè sarebbe visibile. Sostanza composta, nep- 
pure, pcrt'liò a ogni modo dovrebl^; esser sensibile al- 
1 occbio al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? 
chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere acci- 
dente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dot- 
tori che si comunica da un corpo all'altro; che questo 
è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescri- 
zioni senza costruito. Ora supponendolo accidente, ver- 
rebbe a essere un accidente trasportato: due parole che 
fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia , cosa 
più chiara, più liipiida di questa: che un accidente non 
può passar da un soggetto all' altro. Che se, per evitar 
questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente pro- 
dotto, danno in Cariddi perchè, se è prodotto, non si 
comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti 
questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vi- 
bici, d'esantemi, d' antraci ...?»' 

« Tutte corbellerie, » scappò fuori una volta un tale. 

« No, no,» riprese don Ferrante: «non dico questo: 
la scienza è scienza ; solo bisogna saperla adoprare. Vi- 
bici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, fu- 
roncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno 
il loro signihcato beli' e buono; ma dico che non bau 
che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere 
di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder 
di dove vengano. » 

Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin 
che non faceva che dar addosso all'opinion del conta- 
gio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti : per- 
chè non si i)uò spiegare quanto sia grande l' autorità 
d'un dotto di professione, allorché vuol dimostrare agli 
altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva 
a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' 
medici non consisteva già neh' alTermare che ci fosse un 
male terribile e generale; ma nell'assegnare la cagione; 
allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sen- 
tir discorrer di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava 



288 1 PROMESSI SPOSI, CAPITOLO XXXVIl. 

lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a distesa 
era lìnita ; e la sua dottrina non poteva p.ù metterla fuori, 
che a pezzi e bocconi. 

« La e' è pur troppo la vera cagione, » diceva : « e son 
costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi 
quell'altra cosi in aria .... La neghino un poco, se pos- 
sono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. 
E quando mai s'è sentito dire che l'intluenze si propa- 
ghino ... ? E lor signori mi vorranno negar l" influenze? 
Mi negheranno che ci sian degli astri? mi vorranno 
dire die stian lassù a far nulla, come tante capocchie 
di spilli ficcati in un guancialino?... Ma quel che non 
mi può entrare, è di questi signori medici; confessare 
che ci troviamo sotto una congiunzione cosi maligna, o 
poi venirci a dire, con faccia tosta : non toccate qui, non 
toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il 
contatto materiale de' corpi terreni, pot(\sse impedir l' ef- 
fetto virtuale de' corpi celesti! E tanto alTannarsi a bru- 
ciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? bruce- 
rete Saturno? » 

His frelus, vale a dire su questi bei fondamenti, non 
prese nessuna precauzione contro la i)esle; gli s'attaccò; 
andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, pren- 
dendosela con le stelle. 

E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa 
su per i muriccioli. 



CAPITOLO XXXVIII. 



Una sera, Agnese sente fermarsi un legno all'iisfio. 
— È lei, di certo! — Era proprio lei^ con la buona 
vedova. L^ accoglienze vicendevoli se le immagini il 
lettore. 

La mattina seguente, di buon'ora, capita Renzo che 
non sa nulla, e vicn solamente per isfogarsi un po' con 
Agnese su quel gran tardare di Lucia. Gli atti clic fece, 
e le cose che disse, al trovarsela davanti , si rimettono 
anche quelli all'immaginazion del lettore. Le dimostra- 
zioni di Lucia in vece furon tali, che non ci vuol molto 
a descriverle. «Vi saluto: come state?» disse, a occhi 
bassi, e senza scomporsi. E non crediate che Renzo tro- 
vasse quel fare troppo asciutto, e se l'avesse per male. 
Prese benissimo la cosa per il suo verso; e, come tra 
gente educata, si sa far la tara ai complimenti, cosi 
lui intendeva bene che quelle parole non esprimcvan 
tutto ciò che passava nel cuore di Lucia. Del resto, era 
facile accorgersi che aveva due maniere di pronunziarle: 
una per Renzo , e un' altra per tutta la gente che po- 
tesse conoscere. 

« Sto bene tiuando vi vedo, » rispose il giovine, con 

VOL. 13 



290 I PROMESSI SPOSI 

una frase vecchia, ma clie avrebbe inventala lui, in quel 
momento. 

« Il nostro povero padre Cristoforo . . . ! d disse Lucia: 
« pregate per l'anima sua: benché si può esser quasi 
sicuri che a quest'ora prega lui per noi lassù. » 

« Me r aspettavo, pur troppo, » disse Renzo. E non fu 
i[uesta la sola trista corda che si toccasse in quel col- 
loquio. Ma che? di qualunque cosa si parlasse, il col- 
loquio gli riusciva sempre delizioso. Come que' cavalli 
bisbetici che s'impuntano, e si pianlan li, e alzano una 
zampa e poi un'altra, e le ripiantano al medesimo po- 
sto, e fanno mille cerimonie prima di fare un passo, e 
poi tutto a un tratto prendon l'andare, e via come 
se il vento li portasse, così era divenuto il tempo per 
lui: prima i minuti gli parevan ore; poi l'ore gli pa- 
revan minuti. 

La vedova, non solo non guastava la compagnia; ma 
ri faceva dentro mollo bene; e certamente, Renzo, quando 
]-À vide in quel leltuccio, non se la sarebbe potuta im- 
maginare il' un umore così socievole e gioviale. Ma il 
lazzeretto e la campagna, la morte e le nozze, non son 
tiitt'uno. Con Agnese essa aveva già fatto amicizia ; con 
Lucia poi ora un piacere a vederla, tenera insieme e 
scherzevole, e come la stuzzicava garbatamente, e senza 
spinger troppo, appena quanto ci voleva per obbligarla 
a dimostrar tutta l'allegria che aveva in cuore. 

Renzo disse finalmente che andava da don Abbondio 
a prendere i concerti per lo sposalizio. Ci andò, e, con 
un certo fare tra burlevole e rispettoso, « signor curalo, » 
gli disse; «le è poi passato quel dolor di capo, per cui 
mi diceva di non poterci maritare? Ura siamo a tempo; 
la sposa c'ò; e son qui per sentire quando le sia di co- 
modo : ma questa volta, sarei a pregarla di far presto. » 
Don Altbondio non disse di no; ma cominciò a tenten- 
nare, a liu\ai' ceri' altre scuse, a far ceri' altre insinua- 
zioni: e perchè mettersi in piazza, e far gridare il suo 
nome: con quella cattura addosso ? e che la cosa potrebbe 
f.irsi ugualmente altrove: e questo o quest'altro. 



CAPITOLO XXXVllI. 291 

« Ho inteso,» disse Renzo: «lei ha ancora nn pò" di 
quei mal di capo. Ma senta , senta. » E cominciò a de- 
scrivere in che stato aveva visto quel povero don Ro- 
drigo ; e che già a queir ora doveva sicuramente essere 
andato. « Speriamo, » concluse, « che il Signore gli avrà 
usato misericordia. » 

« Questo non ci ha che fare, » disse don Abbondio: 
« v'ho forse detto di no? Io non dico di no; parlo . . . 
parlo per delle buone ragioni. Del resto, vedete, fin che 
c'è fiato . . . Guardatemi me: sono una conca fessa; sono 
stato anch'io, più di là che di qua: e son qui; e . . . . 
se non mi vengono addosso de' guai... basta... posso 
sperare di starci ancora un pochino. Figuratevi poi certi 
temperamenti. Ma, come dico, questo non ci ha che far 
nulla. » 

Dopo qualche altra botta e risposta, nò più nò meno 
concludenti, Renzo strisciò una bella riverenza, se ne 
tornò alla sua compagnia, fece la sua relazione e finì 
con dire: «son venuto via, che n'ero pieno, e per non 
risicar di perdere la pazienza, e di levargli il rispetto. 
In certi momenti, pareva proprio quello dell'altra volta; 
proprio quella mutria, quelle ragioni: son sicuro che, 
se la durava ancora un poco, mi tornava in campo con 
qualche parola in latino. Vedo che vuol essere un'altra 
lungagnata: è meglio fare addirittura come dice lui, an- 
dare a maritarsi dove andiamo a stare. » 

« Sapete cosa faremo? » disse la vedova: « voglio che 
andiamo noi altre donne a fare un'altra prova, a vedere 
se ci riesce meglio. Così avrò anch' io il gusto di cono- 
scerlo quest'uomo, se è proprio come dite. Dopo desi- 
nare voglio che andiamo: per non tornare a dargli ad- 
dosso subito. Ora, signore sposo, menateci un po' a spasso 
noi altre due, intanto che Agnese è in faccende: che a 
I.ucia farò io da mamma : e ho proprio voglia di vedere 
un po' meglio (jueste montagne, (jucsto lago, di cui ho 
sentilo tanto parlare; e il poco che n'ho già visto, mi 
pare una gran bella cosa. » 



292 1 PROMESSI SPOSI 

Renzo le condusse prima di tutto alla casa del suo 
ospite , dove fu un' altra festa : e gli fecero promettere 
che, non solo quel giorno, ma tutti i giorni, se potesse, 
verrebbe a desinare con loro. 

Passeggiato, desinato, Renzo se n'andò, senza dir dove. 
Le donne rimasero un pezzetto a discorrere, a concer- 
tarsi sulla maniera di prender don Abbondio; e final- 
mente andarono all' assalto. 

— Son qui loro, — disse questo tra sé ; ma fece fac- 
cia tosta : gran congratulazioni a Lucia, saluti ad Agnese, 
complimenti alla forestiera. Le fece mettere a sedere, e 
poi entrò subito a parlar della peste: volle sentir da Lu- 
cia come l'aveva passata in que' guai : il lazzeretto diede 
opporlunitcà di far parlare anche quella che Y era stata 
compagna ; poi, com'era giusto, don Abbondio parlò an- 
che della sua burrasca ; poi de' gran mirallegri anche a 
Agnese , che 1' aveva passata liscia. La cosa andava in 
lungo: già fin dal primo momento, le due anziane sta- 
vano alle velette, se mai venisse l'occasione d'entrar nel 
discorso essenziale : finalmente non so quale delle due 
ruppe il ghiaccio. Ma cosa volete? Don Abbondio era 
sordo da quell'orecchio. Non so che dicesse di no; ma 
eccolo di nuovo a (|uel suo serpeggiare, volteggiare e 
saltar di palo in frasca. « Bisognerebbe, » diceva, i poter 
far levare quella catturacela. Lei, signora, che è di Mi- 
lano, conoscerà più o meno il filo delle cose, avrà delle 
buone protezioni, qualche cavaliere di peso: che con que- 
sti mezzi si sana ogni piaga. Se poi si volesse andar per 
la più corta, senza imbarcarsi in tante storie; giacché 
codesti giovani, e qui la nostra Agnese, hanno già in- 
tenzione di spatriarsi (e io non saprei cosa dire: la pa- 
tria è dove si sta bene ) , mi pare che si potrebbe far 
tutto là, dove non e' è cattura che tenga. Non vedo pro- 
prio r ora di saperlo concluso questo parentado , ma lo 
vorrei concluso bene, tranquillamente. Dico la verità: (pii, 
con quella cattura viva, spiattellar dall'altare quel nome 
di Lorenzo Tramaglino, non lo farei col cuor quieto: gli 



CAPITOLO XXXVIIl. 293 . 

voglio troppo bene ; avrei paura di fargli un cattivo ser- 
vizio. Veda lei; vedete voi altre. ♦ 

Qui, parte Agnese, parie la vedova, a ribatter quelle 
ragioni; don Abbondio a rimetterle in campo, soll'allra 
forma: s'era sempre da capo; quando entra Renzo, con 
un passo risoluto, e con una notizia in viso; e dice: «è 
arrivato il signor marcbese ' " . " 

« Cosa vuol dir questo? arrivato dove? » domanda 
don Abl)ondio, alzandosi. 

« È arrivato nel suo palazzo, ch'era quello di don Ro- 
drigo; perchè questo signor marchese è l'erede per fìde- 
commisso, come dicono ; sicché non e' è più dubbio. Per 
me , ne sarei contento , se potessi sapere che quel po- 
ver' uomo fosse morto bene. A buon conto , finora ho 
detto per lui dei paternostri, adesso gli dirò de' De pro- 
fundis. E questo signor marchese è un bravissim' uomo. » 

« Sicuro , » disse don Abbondio : « 1' ho sentito no- 
minar più d' una volta per un jjravo signore davvero , 
per un uomo della slampa antica. Ma che sia proprio 
vero ... ? » 

» Al sagrestano gli crede ? » 

« Perchè? » 

« Perchè lui l' ha veduto co' suoi occhi. Io sono stato 
solamcfite li ne' contorni, e, per dir la verità, ci sono 
andato appunto perchè ho pensato : qualcosa là si do- 
vrebbe sapere. E più d'uno m' ha detto lo stesso. Ho poi 
incontrato Ambrogio che veniva proprio di lassù, e che 
l'ha veduto, come dico, far da padrone. Lo vuol sen- 
tire, Ambrogio? L'ho fallo aspettar qui fuori apposta.» 

« Sentiamo, » disse don Abbondio. Renzo andò a chia- 
mare il sagrestano. Questo confermò la cosa in lutto e 
per tutto, ci aggiunse altre circostanze, sciolse tutti i 
dubbi ; e poi se n'andò. 

« Ab ! è morto dunqui'! è proprio andato! » esclamò 
don Abbondio. « Vedete, figliuoli, so la Provvidenza ar- 
riva alla fine certa genie. Sapt^te che Tè una gran cosa! 
un gran respiro per questo povero paese ! che non ci si 



294 I PHOMKSSI SPOSI 

poteva vivere con colui. E stata un gran flagello questa 
peste; ma è anche stala mia scopa; ha spazzalo via certi 
soggetti, che, figliuoli miei, non ce ne liheravamo più: 
verdi, freschi, prosperosi: Insognava dire che chi era de- 
stinato a far loro V esequie, era ancora in seminario, a 
fare i latinucci. E in un hatter d'occhio, sono spariti, a 
cento per volta. Non lo vedremo più andare in giro con 
quegli sgherri dietro, con quell'albagìa, con quell'aria, 
con quel palo in corpo, con quel guardar la gente, che 
pareva clie si slesse tulli al mondo per sua degnazione. 
Inlanto. lui non e" è più, e noi ci siamo. Non manderà 
più di (]ueir imbasciate ai galantuomini. Ci ha dato un 
gran fastidio a tutti, vedete: che adesso lo possiamo dire. » 
« Io gli ho perdonato di cuore, » disse Renzo. 
« E fai il tuo dovere, » rispose don Al^liondio : « ma 
si può anche ringraziare il cielo, che ce n'aiibi;i liberali. 
Ora, tornando a noi, vi ripeto: fate voi altri ipiei che 
credete. Se volete che vi mariti io, son qui ; se vi torna 
più comodo in altra maniera , fate voi altri. In quanto 
alla cattura , vedo anch' io che , non essendoci ora più 
nessuno che vi tenga di mira, e voglia farvi del male, 
non è cosa da prendersene gran pensiero : tanto più, che 
e' è stalo di mezzo quel decreto grazioso, per la nascita 
del serenissimo infante. E poi la peste! la peste! ha dato 
di bianco a di gran cose la peste ! Sicché, se volete .... 
oggi è giovedì.... domenica vi dico in chiesa; perchè 
quel che s'è faWo l'altra volta, non conta più niente, 
dopo tanto t(>mpo ; e poi ho la consolazione di mari- 
tarvi io. » 

« Lei sa bene eh' eravamo venuti appunto per que- 
sto? » disse Renzo. 

« Renissimo; e io vi servirò : e voglio darne parte su- 
bito a sua eminenza. » 

« Chi è sua eminenza ? » domandò Agnese. 
« Sua eminenza, » rispose don Abbondio, « è il no- 
stro cardinale arcivescovo, che Dio conservi. » 

• Oh! in quanto a questo mi scusi,» replicò Agnese: 



CAPITOLO XXXVIII. 295 

« nhò, sebbene io sia una povera ignorante, le posso 
accertare che non gli si dice così ; perchè, quando siamo 
state la seconda volta per parlargli , come pnrlo a lei , 
uno di ([ue' signori [ireti mi liiù da pai'lo, e m' insegnò 
come si doveva trattare con quel signore , e che gli si 
doveva dire vossignoria illustrissima, e monsignore. » 

« E ora, se vi dovesse tornare a insegnare, vi direbbe 
che gli va dato dell'eminenza: avete inteso? Perchè il 
papa, che Dio lo conservi anche lui, ha prescritto, fin 
dal mese di giugno , che ai cardinali si dia questo ti- 
tolo. E sapete perchè sarà venuto a questa risoluzione? 
Perchè l' illustrissimo , ch'era riservato a loro e a certi 
principi, ora, vedete anche voi altri, cos'è diventato, a 
quanli si dà: e come se lo succiano volentieri! E cosa 
doveva fare il papa? Levarlo a tulli? Lamenti, ricorsi, 
dispiaceri , guai ; e per di più , continuar come prima. 
Dunque ha trovalo un benissimo ripiego. A poco a poco 
poi , si comincerà a dar dell' eminenza ai vescovi ; poi 
lo vorranno gli abati, poi i proposti: perchè gii uomini 
son fatti così: sempre voglion salire, sempre salire; poi 
i canonici .... « 

« Poi i curali, » disse la vedova. 

« No, no, » riprese don Abbondio : « i curati a tirar 
la carretta : non abbiale paura che gli avvezzin male, i 
curati : del reverendo fino alla fin del mondo. Piuttosto, 
non mi maraviglierei punto che i cavalieri, i quali sono 
avvezzi a sentirsi dar dell'illustrissimo, a esser trattati 
come i cardinali, un giorno volessero dell'eminenza an- 
che loro. E .^e la vogliono, vedete, troveranno chi gliene 
darà. E allora, il papa che ci sarà allora, lrov(>rà qual- 
che altra cosa per i cardinali. Orsù, ritorniamo alle no- 
stre cose: domenica vi dirò in chiesa; e intanto, sapete 
cos' ho pensato per servirvi meglio? Intanto chiederemo 
la dispensa per l'altre due denunzie. Hanno a avere un 
bel da fare laggiù in curia, a dar dispense, se la va per 
tutto come qni. Per domenica ne ho già .... uno .... 
due — tre ; senza contarvi voi altri : e ne può capitare 



296 I PROMESSI SPOSI 

ancora. E poi vedrete, andando avanti, che affare vuol 
essere : non ne deve rimanere uno scompagnato. Ha pro- 
prio fatto uno sproposito Perpetua a morire ora; che 
questo era il momento che trovava l'avventore anche 
lei. E a Milano, signora, mi figuro che sarà lo stesso. » 

« Eccome! si figuri che, solamente nella mia cura, 
domenica passata, cinquanta denun/,ie. » 

« Se lo dico ; il mondo non vuol finire. E lei, signora, 
non hanno principiato a ronzarle intorno- de' mosconi? » 

« No, no; io non ci penso, né ci voglio pensare. » 

« Sì, sì , che vorrà esser lei sola. Anche Agnese, veda ; 
anche Agnese » 

* Uh! ha voglia di scherzare, lei, » disse questa. 

« Sicuro che ho voglia di scherzare: e. mi pare che 
sia ora finalmente. Ne ahhiara passate delle brutte, n'è 
vero, i miei giovani? delle brutte n' abbiam passate: 
questi quattro giorni che dobbiamo stare in questo mondo, 
si può sperare che vogliano essere un po' meglio. Ma! 
foitunati voi altri, che, non succedendo disgrazie, avete 
ancora un pezzo da parlare de' guai passati: io invece, 
sono alle ventitré e tre quarti, e . . . . i birboni posson 
morire; della peste si può guarire; ma agli anni non 
c'è rimedio: e, come dice, soìcctus ipsa est morbus. » 

« Ora,» disse Renzo, «parli pur Ialino quanto vuole; 
che non me n'importa nuHa. » 

« Tu l'hai ancora col latino, tu: bene bene, t'acco- 
moderò io: quando mi verrai davanti, con questa crea- 
tura, per sentirvi dire ajipunlo certe jìaruiiiie in latino, 
ti (Hrò: Ialino tu non ne vuoi: vattene in pace. Ti pia- 
cerà? » 

« Eh! so io quel che dico, » riprese Renzo: « non ò 
quel latino lì che mi fa paura: qnello è un latino sin- 
cero, sacrosanto, come quel della messa: anche loro, lì, 
bisogna che leggano quel che c'è sul libro. Parlo di 
quel latino birbone, fuor di chiesa, che viene addosso 
a tradimento , nel buono d' un discorso. Per esempio, 
ora che slam qui, che tutto è finito; quel latino che 



CAPITOLO XXXVIU. 297 

andava cavando fuori , li proprio , in quel canto , per 
darmi ad inlcnderc, die non poteva, e che ci voleva 
dell'altre cose, e che so io? me lo volti un po' in vol- 
gare ora. i» 

« Sta zitlOj buffone , sta zitto : non rimestar queste 
cose; chò, se dovessimo ora fare i conti, non so chi 
avanzerebbe. Io ho perdonato tutto: non ne parliara più; 
ma me n'avete fatti de' tiri. Di te non mi fa specie, che 
sei un malandrinaccio; ma dico quest'acqua chela, que- 
sta santerella, ([uesta madonnina intìlzata, che si sarebbe 
credulo far peccato a guardarsene. Ma già, lo so io chi 
l'aveva ammaestrata, lo so io, lo so io.» Così dicendo, 
accennava Agnese col ditO;, che prima aveva tenuto ri- 
volto a Lucia: e non si potrebbe spiegare con che bo- 
narietà, con che piacevolezza facesse que' rimproveri. 
Quella notizia gli aveva dato una disinvoltura, una par- 
lantina, insolita da gran tempo; e saremmo ancor ben 
lontani dalla fine, se volessimo riferir tutto il rimanente 
di que' discorsi, che lui tirò in lungo, ritenendo più d'u- 
na volta la compagnia che voleva andarsene, e ferman- 
dola poi ancora un pochino sull'uscio di strada, sem- 
pre a parlar di bubbole. 

Il giorno seguente, gli capitò una visita, quanto meno 
aspettata tanto più gradita: il signor marchese del quale 
s'era parlato: un uomo tra la virilità eia vecchiezza, il 
cui aspetto era come un attestato di ciò che la fama di- 
ceva di lui: aperto, cortese, placido, umile, dignitoso, e' 
qualcosa che indicava una mestizia rassegnata. 

« Vengo,» disse, «a portarle i saluti del cardinale 
arcivescovo. » 

« Oh che degnazione di tuli' e due! 

« Quando fui a prender congedo da quest'uomo in- 
comparabile, che m'onora della sua amicizia, mi parlò 
di due giovani di codesta cura, ch'eran promessi sposi, 
e che hanno avuto de' guai, per causa di quel povero 
don Rodrigo. Monsignore desitlera d'averne notizia. Sun 
vivi"? E le loro cose sono acccomodate? » 



298 1 PROMESSI SPOSI 

« Accomoclato ogni cosa. Anzi, io m' era proposto di 
scriverne a sua eminenza; ma ora che ho l'onore... » 

» Si trovan qui? » 

« Qui; e, più presto che si potrà, saranno marito e 
moglie. » 

» E io la prego di volermi dire se si possa far loro 
del bene, e anche d' insegnarmi la maniera più conve- 
niente. In questa calamità, ho perduto i due soli figli 
che avevo, e la madre loro, e ho avute tre eredità con- 
siderabili. Del superfluo, n'avevo anche prima: sicché 
lei vede che il darmi una occasione d' impiegarne, e 
tanto più una come questa, è farmi veramente un ser- 
vizio. » 

« Il ciclo la benedica! Perchè non sono tutti come lei 
i . . .'? Basta; la ringrazio anch'io di cuore per questi miei 
figliuoli. E giacché vossignoria illustrissima mi dà tanto 
coraggio, si signore, che ho un espediente da sug,u:erirle, 
il quale forse non le dispacei'à. Sappia dunque che que- 
sta buona gente son risoluti d'andare a metter su casa 
altrove, e di vender quel poco che hanno al sole qui: 
una vignetta il giovine, di nove o dieci pertiche, salvo 
il vero, ma trasandata affatto: bisogna far conto del ter- 
reno, nicni' altro: di più mia casuccia lui, e un'altra la 
sposa: due topaie, veda. Un signore come vossignoria 
non può sapere come la vada per i poveri, quando vo- 
glion disfarsi del loro. Finisce sempre a andare in bocca 
di (pialche furbo, che forse sarà già un pezzo che fa 
all'amore a quelle (piatirò braccia di terra, e quando sa 
che l'altro ha bisogno di vendere, si ritira, fa lo svo- 
gliato; bisogna corrergli dietro, e dargliele per un pezzo 
dì pane: specialmente poi in circostanze come queste. 
Il signor marchese ha già veduto dove vada a jìarare il 
mio discorso. La carità più fiorita che vossignoria illu- 
strissima possa fare a questa gente, è di cavarli da que- 
st' impiccio, comprando quel poco fatto loro. Io, per dir 
la verità, do un parere interessato, perché verrei ad acqui- 
stare nella mia cura un compadrone come il signor mar- 



CAPITOLO XXXVIIl. 299 

chese ; ma ' vossignoria deciderà secondo che le parrà 
meglio: io ho parlalo per ubbidienza. » 

Il marchese lodò mollo il suggerimento; ringraziò don 
Abbondio, e lo pregò di voler esser arbitro del prezzo, 
e di fissarlo alto bene ; e lo fece poi restar di sasso, col 
proporgli che s'andasse subito insieme a casa della sposa, 
dove sarebbe probabilmente anche lo sposo. 

Per la strada, don Abbondio, tutto gongolante, come 
vi potete immaginare, ne pensò e ne disse un' altra. 
« Giacché vossignoria illustrissima è tanto inclinato a 
far del bene a questa gente, ci sarebbe un altro servi- 
zio da render loro. Il giovine ha addosso una cattura, 
una specie di bando, per qualche scappatuccia che ha 
fatta in Milano, due anni sono, quel giorno del gran fra- 
casso, dove s'è trovato impicciato, senza malizia, da igno- 
rante, come un topo nella trappola : nulla di serio, veda : 
ragazzate, scappalaggini: di far del male veramente, non 
è capace : e io posso dirlo, che l'ho battezzato, e l'ho veduto 
venir su: e poi, se vossignoria vuol prendersi il diver- 
timento di sentir questa povera gente ragionar su alla 
carlona, potrà fargli raccontar la storia a lui, e sentirà. 
Ora, trattandosi di cose vecchie, nessuno gli dà fastidio; 
e, come le ho detto, Ini pensa d'andarsene fuor di Stato; 
ma, col tempo, o tornando qui, o altro, non si sa mai, 
lei m'insegna che è sempre meglio non esser su que' 
libri. Il signor marchese, in Milano, conta, come è giu- 
sto, e per quel gran cavaliere, e per quel grand' uomo 
che è.... No, no, mi lasci dire; che la verità vuole 
avere il suo luogo. Una raccomandazione, una parolina 
d'un par suo ; è più del bisogno per ottenere una buona 
assolutoria. • 

« Non c'è impegni forti contro codesto giovimi? » 

« No, no; non crederei. Gli hanno fatto fuoco ad- 
dosso nel primo momento; ma ora credo che non ci sia 
più altro che la sem[)lice formalità. » 

« Essendo cosi, la cosa sarà facile; e la prendo vo- 
lentieri sopra di me. " 



300 l PROMESSI SPOSI 

« E poi non vorrà _;Che si dica che è un grand'uomo. 
Lo dico, e lo voglio dire; a suo dispello, lo voglio dire. 
E anche se io slessi zitto, già non servirebbe a nulla, 
perchè parlan tutti; e vox populi, vox Dei. » 

Trovarono appunto le tre donne e Renzo. Come que- 
sti rimanessero, lo lascio considerare a voi ; io credo che 
anche quelle nude e ruvide pareli , e l' impannate , e i 
panchetti, e le sloviglie si maravigliassero di ricever Ira 
loro una visita così straordinaria. Avviò lui la conver- 
sazione, parlando del cardinale e deiraltre cose, con aperta 
cordialilà , e insieme con delicati riguardi. Passò poi a 
far la proposta per cui era venuto. Duu Abbondio, pre- 
galo da lui di fissare il prezzo, si fece avanti; e dopo 
un po' di cerimonie e di scuse, e che non era sua fa- 
rina, e che non potrebbe altro che andare a tastoni, e 
che parlava per ubbidienza, e che si rimetteva, proferì, 
a parer suo, uno sjiroposito. Il compratore disse che, per 
la parte sua era conlenlisìimo, e, come se avesse fran- 
teso , ri[)etè il dopjiio : nim volle sentir rettificazioni, e 
troncò e concluse ogni discorso invitando la comiìagnia 
a desinare per il giorno dopo le nozze, al suo palazzo, 
dove si farebbe l'istrumenlo in regola. 

— Ah! — diceva poi tra se don Abbondio, tornato a 
casa: — se la peste facesse sempre e i)er tulto le cose 
in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male: 
quasi quasi ce ne vorrebbe una ogni generazione; e si 
potrelibe stare a patti d' averla : ma guarire, ve'. — 

Venne la dispensa, venne Tassoluloria, venne quel be- 
nedetto giorno : i due promessi andarono, con sicurezza 
trionfale, proprio a quella chiesa, dove, proprio per bocca 
di don Abbondio, furono sposi. Un altro trionfo, e ben 
più singolare, fu l'andare a quel palazzotto; e vi lascio 
pensare che cose dovessero passar loro per la mente in 
far quella salita, all'entrar in quella porta! e che discorsi 
dovessero fare, ognuno secondo il suo naturale. Accen- 
nerò soltanto che in mezzo all' allegria , ora I' uno ora 
l'altro motivò più d'una volta, che per compir U festa, 



CAPITOLO XXXVIll. 301 

ci mancava il povero padre Cristoforo. « Ma per lui, » 
(licevan poi, « sta meglio di noi siciiramcnfc. » 

Il marchese fece loro una gran festa , li condusse in 
un bel tinello, mise a I avola gli sposi, con Agnese e con 
la mercantessa, e prima di ritirarsi e pranzar altrove con 
don Abbondio, volle star lì un poco a far compagnia 
agi' invitati , e aiutò anzi a servirli. A nessuno verrà , 
spero, in testa di dii'e che sarebbe stata cosa piii sem- 
plice fare addirittura una tavola sola. Ve l'ho dato per 
un brav' uomo , ma non per un originale , come si di- 
rebbe ora ; v' ho detto eh' era umile, non già che fosse 
un portento d' umiltà. N' aveva quanta ne bisognava per 
mettersi al di sotto di quella buona gente, ma non per 
istar loro in pari. 

Dopo i due pranzi, fu steso il contratto per mano d'un 
dottore, il quale non fu l' Azzecca-garbugli. Questo, vo- 
glio dire la sua spoglia!, ^^^^ ed è tuttavia a Canterelli. 
E per chi non è di quelle parti, capisco anch' io che qui 
ci vuole una spiegazione. 

Sopra Lecco forse un mezzo miglio, e quasi sul fianco 
(Icir altro paese chiamato Castello, e" è un luogo detto 
Canterelli, dove s' incrocian due strade ; e da una parte 
del crocicchio, si vede un rialto, come un poggetto ar- 
tificiale, con una croce in cima; il quale non è altro che 
un gran mucchio di morti in quel contagio. La tradi- 
zione, per dir la verità, dice semplicemente i morti del 
contagio; ma dev'esser quello senz'altro, che fu l'ultimo, 
e il più micidiale di cui rimanga memoria. E sapete che 
le tradizioni, chi non le aiuta, da sé dicon sempre troppo 

[lOCO. 

Nel ritorno non ci fu altro inconveniente, se non che 
Renzo era un po' incomodato dal peso de' quattrini che 
portava via. Ma l'uomo, come sapete, aveva fatto ben 
altre vite. Non parlo del lavoro della mente, che non era 
piccolo, a pensare alla miglior maniera di farli fruttare. 
A vedere i progetti che passavan per quella mente, le 
riflessioni, l' immaginazioni ; a sentire i prò e i contro. 



302 I PROMESSI SPOSI 

per 1' agricoltura e per Y industria , era come se ci si 
fossero incontrate due accademie del secolo passato. E 
per lui l'impiccio era ben più reale; perchè essendo un 
uomo solo, non gli si poteva dire: che bisogno c'è di 
scegliere? l'uno e l'altro, alla buon'ora; che i mezzi, 
in sostanza, sono i medesimi; e son due cose come le 
gambe, che due vanno meglio d'una sola. 

Non si pensò più che a fare i fagotti, e a mettersi in 
viaggio: casa Tramaglino per la nuova patria, e la ve- 
dova per Milano. Le lacrime, i ringraziamenti, le pro- 
messe d' andarsi a trovare furon molle. Non meno te- 
nera , eccettuate le lacrime, fu la separazione di Renzo 
e della famiglia dall'ospite amico: e non crediate che 
con don Abltondio le cose passassero freddamente. Quelle 
buone creature avevan sempre conservato un certo at- 
taccamento rispettoso per il loro curato; e questo, in 
fondo, aveva sempre voluto bene a loro. Son que' be- 
nedetti altari, che iml)roglian gli affetti. 

Chi domandasse s<^ non ci fu anche del dolore in di- 
staccarsi dal paese nativo, da quelle montagne; ce ne 
fu sicuro: che del dolore, ce n'è, sto per dire, un po' 
per tutto. Bisogna però che non fosse molto forte, giac- 
ché avrebbero potuto risparmiarselo, stando a casa loro, 
ora che i due grand' inciampi, don Roilrigo e il bando, 
eran levali. Ma , già da (pialche tempo , erano avvezzi 
lult'e tre a riguardar come loro il paese dove andavano, 
Renzo l'aveva fatto entrare in grazia alle donne, raccon- 
tando l'agevolezze che ci Irovavan gli operai, e cento cose 
della bella vita che si faceva là. Del resto, avevan tutti 
passalo de' momenti ben amari in (piello a cui vollavan 
le spalle ; e le memorie triste, alla lunga guastan sem- 
pre nella mente i luoghi che le richiamano. E se que' 
luoghi son quelli dove slam nati, e' è forse in tali mc- 
moiic (|iiahosa di più aspro e pungente. Anche il bam- 
bino, (lice il niaiioscritlo. riposa volentieri sul seno della 
balia, cerca con avidità e con fiducia la poppa che 1' ha 
dolcemente alimentato fino allora ; ma se la balia , per 



CAPITOLO XXXVIII. 303 

divezzarlo, la bagna d'assenzio, il bambino ritira la bocca, 
poi torna a provare, ma finalmente se ne stacca ; pian- 
gendo sì, ma se ne stacca. 

Cosa direte ora, sentendo die, appena arrivati e acco- 
modali ni^l nuovo paese, Renzo ci trovò de' disgusti bel- 
r e preparati ? Miserie ; ma ci vuol cosi poco a distur- 
bare uno stalo felice! Ecco, in poche parole, la cosa. 

Il parlare che, in quel paese, s' era fatto di Lucia, 
molto tempo prima che la ci arrivasse ; il saper che 
Renzo aveva avuto a patir tanto per lei, e sempre fcr-mo, 
sempre fedele ; forse qualche parola di qualche amico 
parziale per lui e per tutte le cose sue, avevan fatto na- 
scere una certa curiosità di veder la giovine, e una certa 
aspctlativa della sua bellezza. Ora sapete come è l'aspet- 
tativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova poi, dif- 
ficile, schizzinosa : non trova mai tanto che le basti, per- 
chè, in sostanza, non sapeva quello che si volesse; e fa 
scontare senza pietà il dolce che aveva dato senza ra- 
gione. Quando comparve questa Lucia, molti i quali cre- 
devan forse che dovesse avere i capelli jìroprio d'oro, 
e le gote proprio di rosa, e due occhi l'uno più bello 
dell'altro, e che so io? cominciarono a alzar le spalle, 
ad arricciare il naso, e adire: « eh! l'è questa? Dopo 
tanto tempo, dopo tanti discorsi, s'aspettava qualcosa di 
meglio. Cos'ò poi? Una contadina come tant' altre. Ehi 
di queste e delle meglio , ce n' è per tutto. » Venendo 
poi a esaminarla in particolare, nolavan chi un difettu, 
chi un altro : e ci furon fin di ({uclli che la Irovavan 
brutta adatto. 

Siccome però nessuno le andava a dir sul viso a Renzo, 
queste cose; così non c'era gran male fin lì. Chi Io fece 
il male, furon certi tali che gliele raitportarono: e Renzo, 
che volete? ne fu tocco sul vivo. Cominciò a ruminarci 
sopra, a farne di gran lamenti, e con chi gliene parlava, 
e più a lungo tra se. E cosa \' imporla a voi altri? E 
chi v'ha dello d'aspettare? Son mai venuto io a par- 
larvcne '? a dirvi clit' la fosse bella? E (piando jnc lo 



304 1 PROMESSI SPOSI 

dicevate voi altri, v'ho mai risposto altro, se non che 
era una buona giovine? É una contadina! V'ho detto 
mai che v' avrei menato qui una prinripessa ? Non vi 
piace? Non la guardate. N'avete delle belle donne: guar- 
date quelle. — 

E vedete un poco come alle volte una corbelleria basta 
a decidere dello stato d' un uomo per tutta la vita. Se 
Renzo avesse dovuto passar la sua in quel paese, secondo 
il suo primo disegno, sarebbe stata una vita poco alle- 
gra. A forza d' esser disgustato, era ormai diventato di- 
sgustoso. Era sgarbato con lutti, perchè ognuno poteva 
essere uno de' critici di Lucia. Non già che trattasse pro- 
prio contro il galateo; ma sapete quante belle cose si 
posson fare senza olTender le regole della buona creanza: 
fino sbudellarsi. Aveva un non so che di sardonico in 
ogni sua parola; in tutto trorava anche lui da criticare, 
a segno che, se faceva cattivo tempo due giorni di se- 
guilo, subito diceva: «eh già, in questo paese! » Vi dico 
che non eran pochi quelli che l'avevan già preso a noia, 
e anche persone che prima gli volevan bene; e col tem- 
po, d'una cosa noli' altra, si sarebbe trovalo per dir cosi, 
in guerra con quasi tutta la popolazione, senza poter 
forse nò anche lui conoscer la prima cagione d'un così 
gran male. 

Ma si direbbe che la peste avesse preso l' impegno di 
raccomodar tulle le malofntle di costui. Aveva essa por- 
talo via il padrone d'un allro filatoio, situato quasi sulle 
porle di Bergamo; e l'erede, giovine scapestrato, che 
in lutto (lucir edifizio non trovava che ci fosse nulla di 
divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, an- 
che a mezzo prezzo; ma voleva i danari l'uno sopra 
all'altro, per poterli impiegar subito in consumazioni 
improdullive. Venuta la cosa agli orecchi di Bortolo, 
corse a vedere ; trattò ; patti più grassi non si sarebbero 
potuti sperare; ma quella condizione de' pronti contanti 
guastava lutto, perchè quelli che aveva messi da jìarle, 
a poco a poco, a forza di risparmi, erano ancor lontani 



CAPITOLO XXXVIll. *ÌOo 

(la arrivare alla somma. Tenne l'amico in mezza parola, 
tornò indielro in fretta, comunicò l' affare al cugino, e 
gli propose (li farlo a mezzo. Una così bella proposta 
troncò i dubiti economici di Renzo, che si risolvette su- 
bito per l'industria, e disse di si. Andarono insieme, e 
si strinse il contratto. Quando poi i nuovi padroni ven- 
nero a stare sul loro , Lucia, che li non era aspettata 
per nulla, non solo non andò soggetta a critiche, ma si 
può dire che non dispiacque; e Renzo venne a risapere 
che s'era detto da più d'uno: « avete veduto quella bella 
baggiana che c'è venuta?» L'epiteto faceva passare il 
sostantivo. 

E anche del dispiacere che aveva provato nell'altro 
paese, gli restò un utile ammaestramento. Prima d'al- 
lora era stato un po' lesto nel sentenziare, e si lasciava 
andar volentieri a criticar la donna d'altri, e ogni cosa. 
Allora s'accorse che le parole fanno un elTetto in bocca, 
e un altro negli orecchi; e prese un po' più d'abitudine 
d'ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle. 

Non crediate però che non ci fosse qualche fastidiuccio 
anche lì. L'uomo (dice il nostro anonimo: e già sapete 
per prova che aveva un gusto un po' strano in fatto di 
similitudini: ma passategli anche questa, che avrebbe a 
esser l'ultima), l'uomo, fin che sta in questo mondo, ò un 
infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno, 
e vede intorno a so altri letti , ben rifatti al di fuori , 
piani, a livello: e si figura che ci si deve star benone. 
Ma se gli riesce di cambiare, appena s'è accomodato 
nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire, qui una lisca 
che lo punge, li un bernoccolo che lo preme: siamo in 
somma, a un di presso, alla storia di prima. E per que- 
sto, soggiunge l'anonimo, si dovrebbe pensare più a 
far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a 
star meglio. É tirala un po' con gli argani, e proprio da 
secentista ; ma in fondo ha ragione. Per altro, proseguo, 
dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli 
che abbiam raccontati, non ce ne furon più per la no- 

VOL. II. 13* 



30(5 I PROMESSI SPOSI 

slra gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più 
tranquille, delle più felici, delle più invidiabili; di ma- 
niera che, se ve l'avessi a raccontare, vi seccherebbe a 
morte. 

Gli afTari andavan d'incanto: sul principio ci fu un 
po' d' incaglio per la scarsezza de' lavoranti e per lo svia- 
mento e le pretensioni de' pochi ch'eran rimasti. Furon 
pubblicati editti che limitavano le paghe degli operai; 
malgrado quest' aiuto, le cose si rincamminarono, perchè 
alla fine bisogna che si rincamminano. Arrivò da Ve- 
nezia un altro editto, un po' più ragionevole : esenzione, 
per dieci anni , da ogni carico reale e personale ai fo- 
restieri che venissero a abitare in quello stato. Per i 
nostri fu una nuova cuccagna. 

Prima che finisse 1' anno del matrimonio, venne alla 
luce una bolla creatura; e, come se fosse fatto apposta 
per dar subito opportunità a Renzo d'adempire quella 
sua magnanima promessa, fu una bambina; e potete cre- 
dere che le fu messo nome j\Iaria. Ne vennero poi col 
tempo non so quant' altri , dell'uno e dell'altro sesso: 
e Agnese alTaccendata a portarli in qua e in là, l'uno 
dopo l'altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro 
in viso de' bacioni, che ci lasciavano il bianco per qual- 
che tempo. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle 
che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, 
giacché la c'era questa birberia, dovevano almeno pro- 
li ttarne anche loro. 

Il bello era a sentirlo raccontar le sue avventure: e lì- 
niva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, 
per governarsi meglio in avvenire. « Ho imparato, » di- 
ceva, «a non mettermi ne' tumulti: ho imparato a non 
predicare in piazza: ho imparato a non alzar troppo il 
gomito: ho imparato a non tener in mano il martello 
delle i)orle, quando e' è h d'inluriio gente che ha la testa 
calda : ho imi)aralo a non attaccarmi un campanello al 
piede, prima d'aver pensato quel che ne possa nascere. » 
E cent' altre cose. 



CAPITOLO XXXVIII. ^07 

Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, 
ma non n'era soddisfatta; le pareva, cosi in confuso, clic 
ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa 
canzone, e di pensarci sopra ogni volta, «e io,» disse 
un priorno al suo moralista, «cosa volete che abbia im- 
paralo? Io non sono andata a cercare i guai: son loro 
che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, » 
aggiunse, soavemente sorridendo, « che il mio sproposito 
sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.» 

Renzo, alla ]orima, rimase impiccialo. Dopo un lungo 
dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai ven- 
gono bensì spesso, perchè ci si è dato cagione ; ma che 
la condotta più cauta e più innocente non basta a te- 
nerli lontani; e che quando vengono, o per (;olpa o senza 
colpa , la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili 
per una vita migliore. Questa conclusione , benché tro- 
vata da povera gente, e' è parsa cosi giusta, che abbiam 
pensalo di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. 

La quale, se non v'è dispiaciuta allatto, vogliatene 
bene a chi l'ha scritta, e anche un pochino a chi l'ha 
raccomodata. Ma se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, 
credete che non s'è fatto apposta. 



STORIA 



DELLA 



COLONNA INFAME 



INTRODUZIONE. 



Ai giudici che, in Milano, aol 1630, condannarono a supplizi atrocis- 
simi alcuni accusati d'aver propagata la peste con certi ritrovati sciocchi 
non men che orribdi , parve d' aver fatto una cosa talmente degna di 
memoria, che, nella sentenza medesima, dopo aver decretala, in aggiunta 
de' supplizi, la demolizion della casa d'uno di quegli sventurati, dccro- 
taron di più , che in quello spazio s' innalzasse una colonna , la quale 
dovesse chiamarsi infame , con un' iscrizione che tramandasse ai po- 
steri la notizia dell'attentalo e della pena. E in ciò non s'ingannarono: 
quel giudizio fu veramente memorabile. 

In una parte dello scritto antecedente, l' autore aveva manifestata l'in- 
tenzione di pubblicarne la storia; ed è questa che presenta al pubblico, 
non senza vergogna, sapendo che da altri è stata supposta opera di vasta 
materia, se non altro, e di mole corrispondente. Ma se il ridicolo del di- 
singanno deve cadere addosso a lui , gli sia permesso almeno di pro- 
testare che nell'errore non ha colpa, e che, se viene alla luce un topo, 
lui non aveva detto che dovessero partorire i monti. Aveva detto sol- 
tanto che, come episodio, una tale storia sarebbe riuscita troppo lunga, 
e che, quantunque il soggetto fosse già stato trattato da uno scrittore 
giustamente celebre {Osservazioni sulla tortura, di Pietro Verri), gli pa- 
reva che potesse essere trattato di nuovo, con diverso intento, E ba- 
sterà un breve cenno su questa diversità , per far conoscere la ragione 
del nuovo lavoro. Cosi si potesse anche dire l'utilità; ma questa, pur 
troppo, dipende molt') più dall' esecuzione che dall' intento. 

Pietro Verri si propose , come indica il titolo medesimo del suo opu- 
scolo, di ricavar da quel fatto un argomento contro la tortura , facondo 



312 INTRODUZIONE. 

vedere come questa aveva potuto estorcere la confessione d'un delitto 
flsicamente e moralmente impossibile. E 1' argomento era stringente , 
come nobile e umano i' assunto. 

Ma dalla storia, per quanto possa esser succinta, d'un avvenimento 
complicato, d'un gran male fallo senza ragione da uomini a uomini, 
devono necessariamente potersi ricavare osservazioni più generali e 
d'un' utilità, se non cosi immediata , non meno reale. Anzi , a conten- 
tarsi di quelle sole che potevan principalmente servire a queir intento 
speciale, e' ti pericolo di formarsi una nozione del fatto, non solo dimez- 
lata, ma falsa, prendendo per cagioni di esso l'ignoranza de' tempi e 
la barbarie della giurisprudenza , e riguardandolo (luasi come un avve- 
nimento fatale e necessario ; che sarebbe cavare un errore dannoso da 
dove si può avere un utile insegnamento. L' ignoranza in fisica può pro- 
durre degl' inconvenienti , ma non delle iniquità ; e una cattiva istitu- 
zione non s' applica da sé. Certo, non era un effetto necessario del cre- 
dere all'efficacia dell'unzioni pestifere, il credere che Guglielmo Piazza 
e Giangiacomo Mora le avessero messe in opera ; come dell' esser la tor- 
tura in vigore non era effetto necessario che fosse fatta solTrire a tutti 
gli accusali, né che lutti quelli a cui si faceva solTiire fossero sentenziati 
colpevoli. Verità che può parere sciocca per troppa evidenza ; ma non 
di rado le verità troppo evidenti, e che dovrebbero essere sollinlcse, sono 
in vece dimenticati-; e dal non dimenticar quesla dipende il giudicar ret- 
lamenle quell'atroce giudizio. Noi abbiam circato di metterlo in luce, di 
far vedere che que' giudici condannaron degli innocenti , che essi , con 
la più ferma persuasione dell' eflleacia dell'unzioni, e con una legisla- 
zione che ammetteva la tortura , potevano riconoscere innocenti ; e che 
anzi, per trovarli colpevoli, per respingere il vero che ricompariva ogni 
momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora 
com'ora, come sempre, dovettero fare continui sforzi d'ingegno, e ri- 
correre a espedienti, de' quali non potevano ignorar l' ingiustizia. Non 
vogliamo certamente (e sarebbe un tristo assunto) togliere all'ignoranza 
e alla tortura la parte loro in quell' orribile fallo : ne furono , la prima 
un'occasion deplorabile, l'altra un mezzo crudele e attivo, quantunque 
non l'unico cerlamenle, né il principale. Ma crediamo che imponi il di- 
stinguerne le vere ed ofllcienli cagioni, che furono alti iniqui; prodotti da 
che, se non da passioni perverse? 

Dio solo ha potuto distinguere qual più, qual ni no Ira (|ueste abbia 
dominalo nel cuor di que' giudici , e soggiogate le loro volontà : se la 
rabbia contro pericoli oscuri , che , impaziento di trovare un oggetto, 
afTerrava quello elio le veniva messo davanti ; che aveva ricevuto una 
notizia desiderala, e non voleva trovarla falsa; A\i)\a.io\.lQ: finalmente l 



INTRODUZIONE. 313 

e non voleva dire: siam da capo; la rabbia resa spietata da una lunga 
paura, e diventala odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan 
di sfuggirle di mano; o il timor di mancare a un'aspettativa generale, 
altrettanto sicura, quanto avventata, di parer meno abili so scoprivano 
degl' innocenti, di voltar contro di sé le grida della moltitudine, col non 
ascoltarle ; il timore fors' anche di gravi pubblici mali che ne potessero 
avvenire: timore di men turpe apparenza, ma ugualmente perverso, e 
non men miserabile , quando sottentra al timore , veramente nobile e 
veramente sapiente , di commetter V ingiustizia. Dio solo ha potuto ve- 
dere se quo' magistrati, trovando i colpevoli d' un delitto che non e' era, 
ma che si voleva (1), furon più complici o ministri d' una moltitudine 
che, accecata, non dall' ignoranza, ma dalla malignità e dal furore, vio- 
lava con quelle grida i precetti più positivi della legge divina, di cui si 
vantava seguaep. Ma la menzogna, l'abuso del potere, la violazion delle 
leggi e delle regole più note e ricevuto, 1' adoprar doppio peso e doppia 
misura, son cose che si posson riconoscere anche dagli uomini negli 
atti umani : e riconosciute, non si posson riferire ad altro che a passioni 
pervertitrici della volontà; nò, per ispiegar gli atti materialmente iniqui 
di quel giudizio, se ne potrel)bc trovar di più naturali e di men tristo, clic 
quella rabbia e quel timore. 

Ora tali cagioni non furon pur troppo particolari a un' epoca ; nò fu 
soltanto per occasione d'errori in fisica, e col mezzo della tortura, ciie 
quelle passioni, come tutte l'altre, abbian fatto commettere ad uomini 
ch'eran tutt' altro che scellerati di professione, azioni malvage, sia in 
rumorosi avvenimenti pubblici , sia nelle più oscure relazioni private. 
« Se una sola tortura di meno , • scrive l' autor sullodato , « si darà in 
grazia dell'orrore che pongo sotto gli occhi, sarà ben impiegato il dolo- 
roso sentimento che provo, e la speranza di ottenerlo mi ricompensa (2). ■> 
Noi, proponendo a lettori pazienti di fissar di nuovo lo sguardo sopra 
orrori già conosciuti, crediamo che non sarà senza un nuovo e non igno- 
l)ile frutto, se lo sdegno o il ribrezzo che non si può non provarne ogni 
volta, si rivolgeranno anche, e principalmente , contro passioni che non 
si (.osson bandire, come falsi sistemi, nò abolire, come cattivo istituzioni, 
ma render meno potenti e meno funeste, col riconoscerle ne' loro effetti, 
e detestarle. 

E non temiamo d' aggiungere che potrà anche esser cosa, in mezzo ai 
jpIù dolorosi sentimenti, consolante. Se, in un complesso di fatti atroci 
dell' uomo contro l' nomo, crediam di vedere un effetto de' tempi e delle 

(i) Vi mot vulgo, gunmvit faltit, rtùm tubdtrf. T.ioil. Ann. !. 3!>. 
(2) Verri, Osserv.iiioni siill.i tornirà, f VI. 

VOL. U. 14 



Mi I.MUOLUZIU.NE. 

circostaiizf, pioviamo, insieme con l'orrore e con la comiiassion mede- 
sima, uno scoraggimento, una specie di disperazione. Ci par di vedere la 
natura umana spinta invincibilmente al male da cagioni indipendenti dal 
suo arbitrio, e come legala in un sogno perverso e affannoso, da cui non 
ha mezzo di riscotersi, di cui non può nemmeno accorgersi. Ci pare ir- 
ragionevole r indegnazione che nasce in noi spontanea contro gli autori 
di que' falli, e che pur nello stesso tempo ci par nobile e santa : rimane 
l'orrore, e scompare la colpa; e, cercando un colpevole contro cui sde- 
gnarsi a ragione, il pensiero si trova con raccapriccio condotto a esitare 
tra due bestemmie, che son due deliri : negar la Provvidenza , o accu- 
sarla. Ma quando, nel guardar più attentamente a que' fatti, ci si scopre 
un' ingiustizia che poteva esser veduta da quelli slessi che la commel- 
levano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell'azioni op- 
poste ai lumi che non solo c'erano al loro tempo ma che essi medesimi, 
in circostanze smili, mostraron d'avere, è un sollievo il pensare che, se 
non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quel' 
l'ignoranza 2he l'uomo assume e perde a suo piacere, e non e una scusa, 
ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì esser forzatamente vittime, 
ma non autori. 

Non ho però voluto dire che, tra gli orrori di quel giudizio, l'illustre 
scrittore suddetto non veda mai, in nessun caso, l'ingiustizia personale 
e volontaria de' giudici. Ho voluto dir soltanto che non s'era proposto 
d'osservar quale e quanta parte c'ebbe, e molto meno di dimostrare che 
ne fu la principale, anzi , a parlar precisamente, la sola cagione. E ag- 
giungo ora , che non I' avrebbe potuto fare senza iiocere al suo parti- 
colare intento, l partigiani della tortura (che V istituzioni più assurde ne 
hanno (luche non son morte del tutto, e spesso anche dopo, per la ra- 
gione stessa che son potute vivere ) ci avrebbero trovala una giustillca- 
zione di quella. — Vedete ? — avrebbero detto, — la colpa è dell'abuso, 
e non della cosa. — Veramente sarebbe una singoiar giustillcazione d'una 
cosa, il far vedere che, oltre all'essere assurda in ogni caso, ha potuto 
in (jualche caso speciale servir di sirunu-nti) alle passioni, per commet- 
tere falli assurdissimi e atrocissimi. Ma l'opinioni lls.sc l' intendon cosi. 
E dall' altra parte , quelli che, come il Verri , volevano 1' abolizion della 
tortura, sarebbero slati malcontenti che s'imbroglia.s.se la causa con di- 
stinzioni, e che, con dar la colpa ad altro, si diminuis.se l'orrore per 
quella. Cosi almeno avvien d' ordinario : che chi vuol metti're in luce 
una verità contrastata, trovi ne" fautori, come negli aversari un ostacolo 
a L'sporla nella sua forma sincera. È vero che gli resta quella gran massa 
d' uomini senza partito, senza preoccupazione , senza passione , che non 
hanno voglia di conoscerla in nessuna forma. 



iMiiuitr/Ki.M';. 315 

In (juanto ai nialeiiali di cui ci siam servili per compilar questa breve 
storia, dobbiam dire prima di tulio, che le ricerclie fatte da noi per isco- 
prire il processo originale, benché agevolate, anzi aiutate dalla più gen- 
tile e attiva compiacenza, non han giovato che a persuaderci sempre più 
che sia assolutamente perduto. D'una buona parte però é rimasta la co- 
pia : ed ecco come. Tra que' miseri accusali si trovò , e pur troppo per 
colpa d'alcun di loro, una persona d'importanza, don Giovanni Uaelano 
de Padilla, figlio del comandante del castello di Milano, cavalier di 
sant'Iago, e cajntano di cavalleria; il quale potè fare slampare le sue 
difese, e corredarle d'un estratto del processo, cht;, come a reo costi- 
tuito, gli fu comunicato. E certo, que' giudici non s'accorsero allora, 
che lasciavan fare da uno stampatore un monumento più autorevole e 
più durevole di quello che avevan commesso a un architetto. 

Di quest'estratto, c'è di più un'altra copia manoscritta, in ah uni 
luoghi più scarsa, in altri più abbondante, la quale appartenne al conte 
Pietro Verri, e fu dal degnissimo .suo figlio, il signor conte Gabriele, 
con liberale e paziente cortesia, messa e lasciata a nostra disposizione. 
È lineila che servi all'illustre scrittore per lavorar l'opuscolo citato, ed 
e sparsa di postille, che sono ritlcssioni rapide, o sfoghi repentini di com- 
passion dolorosa, e d' indegnazione santa. Porta per titolo: Sumvìnrium 
nife mi vi con Ira Don Joannem Cajiiannrii de Padillu : ci si irovan per 
esteso molte cose delle quali ii>^iristrallo stampalo non c'è che un sunto; 
ci son notati in margiii • i iukihiì il. Il |i:ij,'iiii' drl processo originale, 
dalle quali son levali i diversi brani ; ed è pure sparsa di brevissime an- 
notazioni latine, tutte però del carattere slesso del lesto : Dctentio Marce; 
Di^icriptio Domini Johannis; Advcì salar Commissario; Inve risimile. ; 
Subyestio , e simili, che sono evidentemente appunti presi dall'avvocato 
del Padilla, per le difese. Da tutto ciò pare evidente che sia una copia 
letterale dell'estratto autentico che fu comunicato al difen.sore ; e che 
(juesto, nel farlo stampare, abbia omesse varie cose, come meno impor- 
tanti, e altre si sia contentato d'accennarle. Ma come mai .«e ne trovano 
nello stampato alcune che mancano nel manoscritto? Probabilmente il 
difensore potè spogliar di nuovo il processo originale, e farci una seconda 
scelta di ciò che gli paresse utile alla cau.sa del .suo cliente. 

Da questi due estratti abbiamo naturalmente ricavalo il più; ed es- 
sendo il primo, altre volte rarissimo, slato ristampato da poco tempo, il 
lettore potrà, se gli piace, riconoscere, col confronto di quello, i luoghi 
che abbiam presi dalla copia manoscritta. 

.\nche le difese .suddette ci hanno .somministrato (ljv(>rsi fatti e ma- 
teria di qualche o.sservazione. E siccorai' non furon mai ristampati', egli 
esemplari ne sono scarsissimi, non inancbcreni di cii.irlf, ogni volin cjy:, 
avremo occasion di S'Tn ircene. 



316 INTRODUZIONE. 

Qualche piccola cosa finalmente abbiam potuto pescare da qualche- 
duno de' pochi e scompagnati documenti autentici che son rimasti di 
quull' epoca di confusione e di disperdimento, e che si conservano nel- 
l'archivio citato più d'una volta nello scritto antecedente. 

Dopo la breve storia del processo abbiam poi credulo che non sarebbe 
fuor di luogo una più breve storia dell' opinione che regnò intorno ad 
esso, fino al Verri, cioè per un secolo e mezzo circa. Dico l'opinione 
espressa ne' libri, che é, per lo più, e in gran parte, la sola che i po- 
steri possan conoscere ; e ha in ogni caso una sua importanza speciale. 
Nel nostro, c'è parso che potesse essere una cosa curiosa il vedere un 
seguito di scrittori andar l' uno dietro all'altro come le pecorelle di 
Dante, senza pensare a informarsi d'un fatto del quale credevano di 
dover parlare. Non dico: cosa divertente; che, dopo aver visto (juel cru- 
dele combattimento, e quell'orrenda vittoria, dell'errore contro la verità, 
e del furore potente contro l'innocenza disarmata, non posson far altro 
che dispiacere, dicevo quasi rabbia, di chiunque siano, quelle parole In 
conferma e in esaltazion dell'errore, queir affermar cosi sicuro, sul fon- 
damento d'un credere cosi spensierato, quelle maledizioni alle vittime, 
quell' indegnazione alla rovescia. Ma un tal dispiacere porta con sé il 
suo vantaggio, accrescendo l'avversione e la diflldenza per quell'u- 
sanza antica, o non mai abbastanza screditata, di ripetere senza esami- 
nare, e, se ci si lascia passar quest'espressione, di mescere al pubblico 
il suo vino medesimo, e alle volle quello che gli ha già dato alla lesta. 

A questo fine , avevam pensalo alla prima di presentare al lettore la 
raccolta di lutti i giudizi su quel fatto, che e' era riuscito di trovare in 
qualunque libro. Ma temendo poi di metter troppo a cimento la sua pa- 
zienza, ci slam ristretti a pochi scrittori, nessuno alTatto oscuro, la più 
parte rinomati: cioè (lUilli, de' (luali son più istruttivi anche gli errori, 
quando non posson più esser contagiosi. 



S T II I A 



COLONNA INFAME 



I. 



La mattina del 21 di giii.ano 1630, verso le ([iialtro 
e 1110/7,0, una donnicciola chiamala (latcì'ina Rosa, tro- 
vandosi, por disi,q"azia , a una (ìncstra d'un cavalcavia 
che allora c'era sul principio di via della Vetra de' Cit- 
tadini, dalla parte che mette al corso di porla Ticinese 
(quasi dirim[)etto alle colonne di san Lorenzo), vide ve- 
nire un uomo con una cappa nera , e il cap[)ello sugli 
occhi, e una carta in mano, sopra la quale, dice costei 
nella sua deposizione , metteua su le mani , che pareua 
che scrivesse. Le diede nell'occhio che, entrando nella 
strada, si fece appresso alla muraglia delle case, che è 
subilo dopo voltato il cantone, e che a luogo a luogo ti- 
raua con le mani dietro al muro. AU'hora, soggiunge, 
mi viene in pensiero se a caso fosse un poco uno de quelli 
che, a' giorni passati, andauano ongendo le muraglie. Pi-esa 
da un tal sospetto, passò in un' altra stanza che guar- 
dava lungo la strada, per tener d' occhio lo sconosciuto, 
che s'avanzava in ((uella: et riddi, dice, che teneua toc- 
cato la detta muraglia con le mani. 

C'era alla finestra d'una casa della strada medesima 



318 STOHIA 

un'altra speltatrico, chiamala Ottavia Bono; ({nalo, non 
si saprebbe dire se concepisse lo stesso pazzo sospetto 
alla prima e da sé, o solamente qnantlo T altra ebbe 
messo il campo a rumore. Interroiiala anch'essa, depone 
d'averlo veduto fin dal momento ch'entrò nella strada; 
ma non fa menzione di mari toccati nel camminare. 
Viddi, dice, che si fermò qui in fine della muraylia del 
(jiardiìio della casa delli Crivelli . . . et riddi che costui 
haurua una carta in mano, sopra la quale misse la mano 
dritta, che mi pareua che volesse scriuere: et poi riddi 
che leuata la mano dalla carta la fregò sopra la mura- 
fjlia del detto fjiardino. doue era vn poco di bianco. Fn 
probabilmente per pulirsi le dita macchiate d'inchiostro, 
giacché pare che scrivesse ilavvcro. Infatti, nell'esame 
che gli tu fallo il giorno dopo, interrogato, se l' attioni 
che fece quella mattina, ricer corno scrittura, risponde: si- 
tjnor sì. E in quanto l'andar rasente al muro, se a una 
cosa simile ci fosse bisogno d'un perchè, era perchè 
pioveva, come accennò quella Caterina medesima, ma 
per cavarne una induzione di cpiesla sorte: è ben una 
gran cosa : hieri, mentre costui faceua questi atti di on- 
(/ere, pioueua, et bisogna mo ch^ hauesse pigliato quel 
tempo piouoso, perchè più persone potessero imbrattarsi 
li panni ìielV andar in volta, per andar al coperto. 

Dopo (pR'lla fermata, costui tornò indietro, rifece la 
medesima strada, arrivò alla cantonata ed era per isi>a- 
rire; (juando per un'altra disgrazia, fu rintoppato da 
uno ch'entrava nella strada, e' che lo salutò. Quella Ca- 
terina, che per tener dietro all'untore, fui che poteva, 
era tornala alla finestra di prima, domandò all'altro c//i 
fosse quello che haueua salutato, l/allro, che. come depose 
poi, lo conosceva di vista, e non ne sapeva il nonn^ disse 
quel che sapeva, ch'era un commissario della Sanila. 
/i7 io dissi a questo tale , segue a deporre la Caterina , 
(■' cìie ho visto colui a fare certi atti, che non niipiaccino 
niente. Subito puoi si diuulgi) qurslo negotio. cioè fu essa, 
almeno principalmente, che lo diyo\gò-, et u.srironn dalle 



DELLA COLONNA INFAME. 'M\) 

porte, et fti ridde imbrattare le muraqlie d'un certo o»- 
tnme che pare (jrasso et che tira al (jiallo : et in parti- 
colare quelli del Tradate dissero che haueuano trouato 
lutto imbrattato li muri dell' andito della loì'O porta. L'al- 
tra donna depone il medesimo. Interrogala, se sa a che 
effetto questo tale fregasse di quella mano sopra il muro, 
risponde: dopo fa trouato onte le muraglie, particolar- 
mente nella porta del Tradate. 

E, cose che in un romanzo sarehitero tacciate d'inve- 
risimili, ma che pur troppo l'accecamento della passione 
basta a spiegare, non venne in mente né all' una né al- 
l' altra, che descrivendo passo per passo, specialmente 
la prima, il giro che questo tale aveva fatto nella strada, 
non avevan però potuto dire che fosse entrato in (luei- 
r andito: non parve loro tina gran cosa davvero, che 
costui, giacché, per fare un lavoro simile, aveva voluto 
aspettare che fosse levato il sole, non ci andasse almeno 
guardingo, non desse almeno un'occhiata alle finestre: 
né che tornasse tranquillauKMite indietro per la medesima 
strada, come se fosse usanza de' malfattori di trattenersi 
più del hisogno nel luogo del delitto; né che maneg- 
giasse impunemente una materia che doveva uccider 
•{uelli che .9^ ne imbrattassero i panni: né troppe altre 
ugualmente strane inverisimiglianze. Ma il più strano 
e il più atroce si é che non paressero tali neppure al- 
l'interrogante, e che non ne chiedes.se spiegazione nes- 
suna. se ne chiese, sarehbe peggio ancora il non averne 
fatto menzione nel processo. 

I vicini, a cui lo spavento fece scoprire chi sa quante 
sudicerie clie avevan prohahilmente davanti agli occhi, 
chi .sa da quanto tempo, senza badarci, si misero in fretta 
e in furia a abbruciacchiarle con della paglia accesa. A- 
Giangiacomo Mora, barbiere che stava sulla cantonata, 
parve, come gli altri, che fossero stali unii i muri della 
.sua casa. E non sapeva, l'infelice, qual altro pericolo 
gli sovrastava, e da q\iel commissario medesimo, ben 
infelice ancli(> lui. 



320 STORIA 

II racconto delle donne In snbito arricchito di nnove 
circostanze; o fors' anche (lucilo che fecero suljito ai vi- 
cini non fu in tutto eguale a quello che fecero poi al 
capitano di giustizia. Il figlio di quel povero Mora, es- 
sendo interrogato piii tardi se sa o ha inteso dire in 
che modo il detto coinmissario ongesse le dette muraglie 
et case, risponde: sentei che una donna di quelle che 
stanno sopra il portico che trauersa la detta Vedrà, quale 
non so come habbi nome, disse che detto commissario on- 
geva con una penna , haueudo un vasetto in mano. Po- 
trebb' esser benissimo che quella Caterina avesse parlato 
d' una penna da lei vista davvero in mano dello sco. o- 
sciuto; e ognuno indovina troppo facilmente qual altra 
cosa potè esser da lei battezzata per vasetto; che in una 
mente la qual non vedeva che unzioni, una penna do- 
\eva avere una relazione più immediata e più stretta 
con un vasetto, che con un calamaio. 

Ma pur troppo, in (jnel tumulto di chiacchiere, non andò 
persa una circostanza vera, che l'uomo era commissario 
della Sanità; e, con quest'indizio, si trovò anche subito 
ch'era un Guglielmo Piazza, genero della comar Paola, 
la (juale doveva essere una levatrice molto nota in quo' 
contorni. La notizia si sparse via via negli altri (piar- 
lieri, e ci fu anche portata da qualchcduno che s'era 
abbattuto a passar di lì nel momento del sottosopra. 
Uno di questi discorsi fu riferito al senato, che onìiuò 
al capitano di giustizia, d'andar subito a prendere in- 
formazioni, e di procedere secondo il caso. 

È stato significalo al Senato che hieri mattina fumo 
onte con ontioni mortifere le mura et porte delle case della 
Vedrà de Cittadini, disse il capiinno di giustizia al notaio 
eliminale che prese con se in tiuclia spedizione. E con 
queste parole, già piene d'una deplorabile certezza, e 
passate senza correzione dalla bocca del pojìolo in quella 
de' magistrati, s'apre il processo. 

Al veder questa ferma persuasion(% (juesta pazza paura 
d'un attentato chimerico, non si può far a meno di non 



DELLA COLONNA INFAME. -^21 

rammentar.'^i ciò che accadde di simile in varie; parli 
d'Europa, pochi anni sono nel ti'mpo del colera. Se non 
che, questa volta, le parsone punto punto istruite, meno 
qualche eccezione, non parteciparono della sciagurata 
credenza, anzi la più parte fecero ((uel che potevano per 
combatterla; e non si sarebbe trovato nessun tribunale 
che stendesse la mano sopra imputali di quella sorte, 
quando non fosse stato per sottrai-li al furore della mol- 
titudine. È, certo, un gran miglioramento; ma se fosse 
anche più grande, se si potesse esser certi che, in un'oc- 
casion dello stesso genere, non ci sarebbe più nessuno 
cl.e sognasse attentati dello stesso genere, non si do- 
vrebbe perciò creder cessato il pericolo d'errori somi- 
glianti nel modo, se non nell'oggetto. Pur troppo, l'uo- 
mo può ingannarsi, e ingannarsi terribilmente, con molto 
minore stravaganza. Quel sospetto e quella esasperazion 
medesima nascono ugualmente all'occasion di mali che 
posson esser benissimo, e sono in etTetto, qualche volta, 
cagionati da malizia umana; e il sospetto e l'esaspera- 
zione, quando non sian frenati dalla ragione e dalla ca- 
rità, hanno la trista virtù di far prender per colpevoli 
degli sventurati, sui più vani indizi e sullo più avven- 
tate affermazioni. Per citarne un esempio anch'esso non 
lontano, anteriore di poco al colera ; quando gV incendi 
eran divenuti così frequenti nella Normandia, cosa ci 
voleva perchè un uomo ne fosse subito creduto autore 
da una moltitudine? L'essere il primo che trovavan h, 
nelle vicinanze; l'essere sconosciuto, e non dar di sé 
un conto soddisfacente: cosa doppiamente difficile quando 
chi risponde è spaventato, e furiosi quelli che interro- 
gano; l'essere indicato da una donna che poteva essere 
una Caterina Rosa, da un ragazzo che, preso in sospetto 
esso medesimo per uno strumento della malvagità altrui. 
e messo alle strette di dire chi l'avesse mandalo a dar 
fuoco, diceva un nome a caso. Felici que' giurali davanti 
a cui tali imputati comparvero (che più d'una volta la 
moltitudine esegui da so la sua propria sentenza); fé- 



'^''2'ì STOMI \ 

liei (juc' lì'iurati, se (Mitrarono nella loro sala ben per- 
suasi che non sapevano ancor nulla, se non rimase U^ro 
nella mente alcun rimbombo di quel rumore di fuori, 
se pensai'ono, non che essi erano il paese, come si dice 
spesso con un traslato di quelli che fanno perder di 
vista il carallore proprio e essenziale della cosa, con un 
traslato sinistro <> crudele nei casi in cui il paese si sia 
già formato un giudizio senza averne i mezzi; ma ch'e- 
ran uomini esclusivamente investiti della sacra, necessa- 
ria, terribile autorità di decidere se altri uomini siano 
colpevoli innocenti. 

La persona ch'era slata indicata al capitano di giu- 
stizia, per averne informazioni, non poteva dir altro che 
d'aver visto, il giorno prima, passando per via della 
Vetra, abbruciacchiar le muraglie e sentito dire ch'eran 
state unte quella mattina da un fn'iiiro della cornar Paola. 
Il capitano di giustizia e il notaio si jìorlarono a quella 
strada: e videro infatti muri affumicati, e uno, quello 
del barbiere Mora, imbiancato di fresco. E anche a loro 
fu detto da diversi che si sono trouati ivi, che ciò era 
stalo fallo per averli veduti unii; conw, anco dal detto 
Sigillar (Àiiiilano, et da nu' notaro, scrive costui, si sono 
risii ne' laojihi abtìì'wjiati alcuni segni di materia untuosa 
tirante al (jiaUo, sparsaui come con le dela. Quale rico- 
noscimento d'un corpo di delitto! 

Fu «siminata una donna di (piella casa de' Tradati, 
la qnal(^ disse che av(>van trovali i muri deli andito im- 
liraltati di una certa cosa (jialla. et in (jraìide quantità. 
Furono esaminate le due donne, delle quali abbiam ri- 
ferita la deposizione; qualche altra persona, che non ag- 
giunse nulla, per ciò che riguardava il fatto: e. Ira gli 
allri. l'uomo che aveva salutalo il commissario. Inler- 
roualo (lì più. xe jins.^ando lui per la Vetra de' CÀttadini, 
ridde le muraglie imbrattale, risponde: non li feci fan- 
tasia, perchè. ftn'aWhora non si era dello cosa alcuna. 

Era già stato dato l'ordine d'arrestare il Piazza, e ci 
volle poco. Lo stesso giorno 22. referisce .... fante della 



1 > K I . I . \ CI 11 ,0.N .\ \ I M-- A M K . '{2:{ 

cuinpfhjìiid ilei Kitnccllo ili (MmpiKjìiii al jivcfaU) Sifjhor 
Cniiilnito, il liliale iiinora era in canvzza, che aiiilaiia 
rerso casa sua, sicciniie jiassniido dalla casa del Sìijiki)' 
Seualure Munii ]*rosidcnle della Sanità, ha rilrouuio auanli 
a ijnellii porta il saddelto Guglielmo Commissario, et 
hauerlo, in esecuzione dell'ordine datogli, condotlo in 
priijione. 

Per ispicgarc come la sicurezza dello sveiiliiralo, non 
iliminuisse punlo la preoccupazione de' giudici, non basta 
cerio r ignoranza de' tempi. Avevano per un indizio di 
Veilà la fuga dell'imputato; che di li non fossero con- 
dotti a intendere che il non fuggire, e un tal non fug- 
gire, doveva esser indizio del contrario! Ma saicblie ri- 
dicolo il dimostrar che uomini potevano veder cose che 
r uoiiiù non può non vedere: può bensì non volerci 
badare. 

Fu subito visitata la casa del Piazza, frugato per 
tutto, in omnibus arcis, capsis, scriniis, rancellis. suh- 
leclis. per veder se c'eran vasi d'unzioni, o danari, e 
non si trovò nulla: nikil [lenitus compertnm fait. Ne 
anche ijucsto non gli giovò punto, come pur troppo si 
vede dal primo esame che gli fu fatto, il giorno mede- 
simo, dal ca|)ilano di giustizia, con l'assistenza d'un 
auditore, probabilmeiìte (piello del tribunale della Sau'tà. 

K interrogato sulla sua professione, sulle sue opera- 
zioni abituali, sul giro che fece il giorno prima, sul 
vestito elle avevn: tìnalmcnte gli si domanda: .se sa che 
siano stati trouati alcuni imbrattamenti nelle muraglie 
delle case di questa città, particolarmente in Porla Ti- 
cinese. Risponde: mi non lo so, perchè non mi fermo 
niente in Porta Ticinese. Gli si replica che ipiesto non 
è verisimile; si vuol dimostrargli che lo doveva .sapere. 
A quattro ripetute domande, risponde quattro volte il 
medesimo, in altri termini. Si passa ad altro, ma non 
con alti'o line: che vedrem poi per qual crudele mali- 
zia .s'insistesse su questa prelesa inviM'isimiglianza, e s"an- 
da.s.se a caccia di (pialche allra. 



3i^V STOKIA 

Tra i fatti della giornata anlocedente, de' quali aveva 
parlato il Piazza, c'era d'essersi trovato coi deputati 
d'una parrocchia. (Eran treiitilnomini detti in ciasche- 
duna di queste dal tribunale della Sanila, per invigilare, 
girando per la città, sulTesecuzion de' suoi oi'dini.) Gli 
fu domandato chi eran quelli con cui s'era trovato; ri- 
spose: che li conosceva solamente di vista e non di no- 
me. E anche qui gli fu detto: tion è verisimile. Terribile 
parola: per intender l'importanza della quale, son ne- 
cessarie alcune osservazioni generali, che pur troppo non 
potranno esser brevissime, sulla pratici di que' tempi, 
ne' giudizi criminali. 



II. 



Questa, come ognun sa, si regolava principalmente, 
qui, come a un di presso in tutta Europa, sull'autorità 
degli scrittori; per la ragion semplicissima che, in una 
gran parie de' casi, non ce n'era altra su cui regolarsi. 
Erano du(^ conseguenze naturali, del non esserci com- 
plessi (li leggi composte con un intento generale, che 
gr interpreti si facessero legislatori, e fossero a un di 
presso ricevuti come tali; giacche, quando lo cose ne- 
cessarie non son fatte da chi toccherebbe, o non son 
fatte in maniera di poter servire, nasce ugualmente, in 
alcuni il pensiero di farle, negli altri la disposizione ad 
accettarle, da chiunipie sian fatte. L'operar senza regole 
è il più faticoso e diftìcile mestiere di questo mondo. 

Gli statuti di Milano, per esempio, non prescrivevano 
altre norme, né condizioni alla facoltà di mettere un 
uomo alla tortura (facoltà anumssa im[)licitamente. e ri- 
guardata ormai come connaturale al diritto di giudicare), 
se non che F accusa fosse coulerinata dalla fama , e il 
delitto portasse pena di sangue, e ci fossero indizi (i); 

(ì) Slatuta criminalia; Rubrica gonoralis de forma cilalioiiis in crinii- 
nalibus ; D(^ lornicnlis, siu (iua3slionibus. 



rtF.IJ.A COLONNA INFAME. 325 

ma senza dir quali. La lefrp'o romana, che aveva vigore 
ne' casi a cui non provvedessero p:li slalnli. non lo dice 
di piìij benché ci adopri più parole. « I giudici non de- 
vono cominciar da' tormenti, ma servirsi prima d'argo- 
menti verisimili e probabili; e se, condoni da questi, 
quasi da indizi sicuri . credono di dover venire ai tor- 
nienli. per iscoprir la verilà, lo facciano, quando la con- 
di/.ion della persona Io permette (1). » Anzi, in questa 
legge è espressamente istituito l'arbitrio del giudice sulla 
qualità e sul valore degl'indizi; arbitrio che negli sta- 
tuti di Milano fu poi sottinteso. 

Nelle così dette Nuove Costituzioni promulL^^le per 
ordine di Carlo V, la tortura non è neppur nominala: 
e da quelle fino all'epoca del nostro processo, e per molto 
tempo dopo, si trovano bensì, e in gran quantità, alti 
legislativi ne' quali è intimata come pena; nessuno, ch'io 
sappia, in cui sia regolata la facoltà d'adoprarla come 
mezzo di prova. 

E anche di questo si vede facilmente la ragione: l'ef- 
fetto era diventalo causa; il legislatore, qui come altrove, 
aveva trovato, principalmente per quella parte che chia- 
iniam procedura, un supplente, che faceva, non solo sen- 
tir meno, ma quasi dimenticare la necessità del suo, 
dirò così, intervento. Gli scrittori, principalmente dal 
tempo in cui cominciarono a diminuire i semplici com- 
mentari sulle leggi romane, e a crescere l'opere compo- 
ste con un ordine più indipendente, sia su tutta la pra- 
lirn criminale, sia su questo o quel punto speciale, gli 
scrittori trattavan la materia con metodi complessivi, e 
insieme con un lavoro minuto delle parti ; moltiplicavan 
le leggi con l' interpretarle , stendendone , per analogia, 
r applicazione ad altri casi , cavando regole generali da 
leggi speciali; e, quando questo non bastava, suppliv;ui 
del loro, con quelle regole che lili paressero più fondate 
sulla ragione, sulF equità, sul dirillo naturale, dove con- 

(i) CoO. ili. IX . Tit. XU, Or i|ti.''S'i"nilius I. 8. 



236 SToiUA 

cordemeute, anzi copiandosi e citandosi l;1ì uni con irli 
altri, dove con disparità di pareri : e i giudici, dotti, e 
alcuni anche autori, in quella scienza, avevano, (juasi in 
qualunque caso, e in qualun(iue circostanza d'un caso, 
(lecisioni da seguire o da scegliere. La legge, dico, era 
divenuta una scienza; anzi alla scienza, cioè al diritto 
romano interpretato da essa, a quelle antiche leggi de' 
diversi paesi che lo studio e l'autorità crescente del di- 
ritto romano non aveva fatte dimenticare, e eli' erano 
ugnalraente interpretate dalla scienza, alle consuetudini, 
approvate da essa , a' suoi precetti passati in consuetu- 
dini, era quasi unicamente approprialo il nome di legge; 
gli alti dell'autorità sovrana, qualumpie fosse, si chia- 
mavano ordini, decreti, gride, o con altrettali nomi; e 
ave\;ino annessa non so qual idea d'occasionale e di 
lem|)orario. Per citarne un esempio, le gride de' gover- 
natori di Milano, l' autorità de' quali era anche legisla- 
tiva, non valevano che per (pianto durava il governo de' 
loro autori ; e il primo allo del successore era di con- 
fermarle lìrovvisoriamerfle. Ogni firiilorio, come lo chia- 
mavano, era una specie d" Edilio del Pretore, composto 
un poco alla volta, e in diverse occasioni; la scienza in- 
vece lavorando sempre, e lavorando sul tutto; modifi- 
candosi ma insensiliilmeiile; aven.io sempre per maestri 
ipielli che avevan cominciato dall' esser suoi discepoli . 
era, direi quasi, una revisione conlinua, e in parie una 
compilazione continua, delle Dodici Tavole, affidala o ah- 
handonata a un decemvirato perpetuo. 

Quesla così generale e così durevole; autorità di pri- 
vali sulle leggi, fu |)0i. (pi.indo si vide insieme la con- 
venienza e la possihililà iraliolirla, col fnr nuove, e più 
inlere. e jiii'i precise, e più ordinale leggi, fu, dico, e, 
se non m' inganno , è ancora riguardala come un fallo 
strano e come un fallo fiin(\s|o niriimiinilà, principalmenle 
nella parl(> criminale, e più principalmente nel piinlo 
della procedura, (juanlo l'osse naturale s'è accennalo: e 
del resto, non era un fallo nuovo, ma un" estensione , 



DELLA i;ULU.\.NA l.M'AMK. '•i'il 

uirò cosi. Straordinaria d'un latiti aiilicliissimo, e l'orse, 
i'i altre proporzioni . perenne ; jiiacchè . per (piaido le 
li'gjri possano essen^ particulariz/ate. non cesseranno l'uise 
mai d' aver bisogno d' inteipreli , né cesserà forse mai 
che i giudici deferiscano, dove più, dove meno, ai più 
riputati tra quelli, come ad uomini che, di proposilo, e 
con un intento generale . hanno studiato la cosa prima 
di loro. E non so se un più Irampiillo e accurato esame 
non facesse trovare che fu anche , comparativamente e 
relativamente, un bene: perchè succedeva a uno stalo di 
cose molto peggiore. 

É difficile infalli che nomini i (luali considerano una 
generalità di casi possibili, cercandone le regole, nell'in- 
lerprelazion di leggi positive, o in più universali ed alti 
principi , consiglin cose più inique , più insensate , più 
violente , più capricciose di quelle che può consigliar 
l'arbitrio ne' casi diversi, in una pratica cosi facilmente 
appassionata. La quantità slessa de' volumi e degli au- 
tori, la molliplicità e, dirò cosi lo sminuzzamento pro- 
gressivo delle regole da essi prescritte, sarebbero un in- 
dizio dell'intenzione di restringer l'arbitrio, e di gui- 
darlo ( per quanto era possibile ) secondo la ragione e 
verso la giustizia; giacche non ci vuol tanto per istruir 
gli uomini ad abusar della forza, a seconda de' casi. \on 
si lavora a fare e a ritagliar (ìnimenti al cavallo che si 
vuol lasciar correre a suo capriccio ; gli si leva la bri- 
glia, se l'ha. 

Ma così avvien per il solilo nelle riforme umane che 
si fanno [ìcr gradi (parlo delb; vere e giuste riforme; 
non di tutte le cose che ne hanno preso il nome): ai 
primi che le intraprendono, par mollo di modificare la 
cosa, di correggerla in varie parli, di levare, d' aggiun- 
gere : quelli che vengon dopo, e alle volte mollo tempo 
dopo, trovandola, e con ragione», ancora cattiva, si l'er- 
niano facilmente alla cagion più prossima , maledicono 
come auloii della cosa quelli di cui |)orta il nome, per- 
chè le hanno dato la l'orma con la quale contiiin.i ;i \i- 
\ere e a dominare. 



328 STORIA 

In questo errore, diremmo (|uasi invidiabile, quando 
è compagno di grandi e benefiche imprese, ci par che 
sia caduto, con altri uomini insigni del suo tempo, l'au- 
tore (\c\y Osservazioni sulla tortura. Quanto è forte e 
fondato nel dimostrare l'assurdità, l' ingiustizia e la cru- 
deltà di queir abbominevole pratica , altrettanto ci pare 
che vada, osiam dire, in fretta nell'attribuire all'autorità 
degli scrittori ciò ch'essa aveva di più odioso. E non è 
certamente la dimenticanza della nostra inferiorità che 
ci dia il coraggio di contraddir liberamente, come siamo 
per fare, l'opinion d'un uomo così illustre, e sostenuta 
in un libro così generoso: ma la confidenza nel vantag- 
gio d' esser venuto dopo , e di poter facilmente ( pren- 
dendo per punto principale ciò che per lui era afTatto 
accessorio) guardar con occhio più traniiuillo, nel com- 
plesso de' suoi effetti, e nella ditTerenza de' tempi, come 
cosa morta, e passata nella storia, un fatto ch'egli aveva 
a combattere, come ancor dominante, come un ostacolo 
attuale a nuove e desidera1)ilissime riforme. E a ogni 
modo, quel fatto è talmente lega'o col suo e nostro ar- 
gomento, che l'uno e l'altro eravam naturalmente con- 
dotti a dirne qualcosa in generale : il Verri perchè, dal- 
l'essere quell'autorità riconosciuta al tempo dell'iniquo 
giudizio, induce\a che ne fosse complice, e in gran parte 
cagione; noi perrhè, osservando ciò ch'essa prescriveva 
insegnava ne' vari parlicolari, ce n(^ dovrem servire 
come d"un criterio, sussidiario ma importantissimo, per 
dimostrar più vivamente l' iniquità, dirò così, individuale 
del giudizio medesimo. 

« f] cerio, » dice l'ingegnoso ma preoccupalo scrit- 
tore, « che niente sta scritto nelle leggi nostre, né sulle 
persone che possono mettersi alla tortura, né sulle oc- 
casioni nelle quali possano applicarvisi, nò sul modo 
di tormentare . se col foco o dislogamento e strazio 
delle meni lira . nò sul tempo per cui dura lo spasi- 
mo, ne sul numero delle volte da ripeterlo; lutto que- 
sto strazio si fa sopra gli uomini coir autorità del giù- 



DELLA COLONNA INFAME. :i2iJ 

(lieo, iiiìicanionlc appoggiato alle, dottrine dei crimina- 
listi citali (l). « 

Ma in quelle leggi nostre stava scritta la tortura; ma 
in quelle d'una gran parte d'Europa (2), ma nelle ro- 
mane, ch'ebbero per tanto tempo nome e autorità di di- 
ritto comune, stava scritta la tortura. La questione de- 
v'esser dunque, se i criminalisli interpreti (cosi li cbia- 
meremo, per distinguerli da (luelli eh' ebbero il merito 
e la fortuna di sbandirli per sempre) sian venuti a ren- 
der la tortura più o meno atroce di quel che fosse in 
mano dell'arbitrio, a cui la legge l'abbandonava quasi 
aflallo; e il Verri medesimo aveva, in quel libro mede- 
simo, addotta, almeno accennala, la i)rova più forte in 
loro favore. « Farinaccio istesso, » dice l' illustre scrit- 
tore, « parlando de' suoi tempi, asserisce che i giudici, 
per il diletto che provavano nel tormentare i rei, inven- 
tavano nuove specie di tormenti ; eccone le parole : Ju- 
diccs qui propter deleclalionem, quam habent torqnendi 
reos, inveniunt novas tormentorum species (3). » 

Ho detto: in loro favore; perche l' intimazione ai giu- 
dici d'astenersi dall' inventar nuove maniere di tormen- 
tare, e in generale le riprensioni e i lamenti che atte- 
stano insieme la sfrenata e inventiva crudeli:'» dell'arbi- 
trio, e rintcnzion, .se non altro, di reprimerla e di sver- 
gognarla , non sono tanto del Farinacci , quanto de' 
criminalisli, direi quasi, in genere. Le parole stesse tra- 
ci) Verri, Ossercazioni sulla tortura, | XIII. 

(i) La pratica criminale deiringliillerra , non cercando la prova rio! 
delitto dell'innurenza nel" interrogatorio del reo, escluse indirellamonte, 
ma necessariamente, quii mezzo fallace e crudele d'aver la sua conlVs- 
sione. Francesco Casoni (De lormentis, cap. I, 3) e Antonio Gomez (Va- 
riarum resolutionum, etc tom. 3, cap. 43, de tortura reorum n. 4; alte- 
stano che, almeno al loro tempo, la tortura non era in uso nel ngno 
d'Aragona. Giovanni Loccenio ( Synopsis juris Sueco-giithici ), citato da 
Ottone Tabor (Tractat. de tortura, et indiciis deliciorum, cap. 2, 18), at- 
testa il medesimo della Svezia; nò so se alcun altro parse (l'Europa sia 
andato immune da quel vergognoso llagello , o se ne sia liberalo prima 
del secolo scorso. 

(.1) Verri, Oss. s Vili. - Farin., l'raxis et Tlicor. criminalii. Quscsl. 
XX.WIII, 56. 

VCL. it. 14* 



330 STORIA 

scrilto qui sopra, quel dotlnro le pn'iidc da uno più an- 
tico, Francesco dal Bruno, il (pialo ìc cila come d' uno 
più aniico ancora. Aliarlo d'Anvy.o, con allio .uravi (? 
l'orti, clic diamo qui Iradotic: « li indici, arrabbiati e per- 
versi, clic saranno da Dio confusi ; giudici ignoranti, per- 
chè Tuom sapiente abborriscc tali cose, e dà forma alla 
scienza col lume delle virtù (1). » 

Prima di tutti questi, nel secolo XIII. Guido da Su- 
zara, trattando della tortura, e applicando a quest'argo- 
mento le parole d'un rescritto di Costanzo, sulla custo- 
dia del reo, dice esser suo intento « d' imporre qualche 
moderazione ai giudici che incrudeliscono s(>nza mi- 
sura (2). » 

Nel secolo seguente, Ivaldo applica il celebre rescritto 
di Costantino contro il padrone die uccide il servo, « ai 
giudici che squarcian le carni del reo, perdi;' confessi; » 
e vuole che, se questo muore ne' tormenti , il giudice 
sia decapitalo, come omicida (3). 

Più tardi. Paride dal Pozzo inveisce contro que' giu- 
dici che, « assolati di sangue, anelano a scannare non 
por fine di riparazione nò d' esempio, ma come per un 
loro vanto (propfer gloriam eorum): e sono per ciò da 
riguardarsi come omicidi (ì). » 

« Badi il giudice di non adoprar tormenti ricercati e 
inusitati; perchè chi fa tali cose è degno d'esser chiamato 
carnefice piuttosto che giudico, » scrivt; Giulio Claro (5). 

« Bisogna alzar la voce {chimandum est) contro ((ue' 
giudici severi e crudeli che , per acquistare una gloria 
vana, e per salire, con cpiesto mezzo, a più alti posti, 
impongono ai miseri rei nuove specie di tormenti, » 
scrivo Antonio Gomez (G). 

(1) Frane, a Bruno, Do indiciis ot tortura; pari. U, quajst. Il, 7. 
(■2) Guid. de Suza, De lormentis, 1. — Gofl. lìl). IX, lil. 4, De custodia 
reorum ; I. i. 

(3) Baldi, ad lili. IX, Cod til. XIV, De ementiatione servorum; 3. 

(4) Par. de Puteo, De sjndiralu; in verbo: Crudelilas oflicialis, S. 

(5) .1. Clari, Senlenliarum rereplarum, Lib. V, § fin. Quaìst. LXIV, 36. 

(6) Gomez, Variar, resol. t. 3, e. 13, De tortura reorum, 5. 



\WAAA COLONNA INFAME. 331 

Dilcllo gloria! quali passioni, in qnal soggollo! Vo- 
luttà nel lornicntarn uomini , orgoglio nel soggiogare 
uomini imprigionali! Ma almeno quelli che le svelavano, 
non si può credere che intendessero di favorirle. 

A queste testimonianze (e altre simili se ne dovrà al- 
legare or ora) aggiungeremo qui, che, ne' lihri su que- 
sta materia, che ahhiam potuti vedere, non ci è mai ac- 
caduto di trovar lamenti contro de' giudici che adopras- 
scro tormenti troppo leggieri. E se, in quelli che non 
ahbiam visti, ci si mostrasse una tal cosa, ci parrebbe 
una curiosità davvero. 

Alcuni de' nomi che ahbiam citali , e di (pielli che 
avremo a citare, son messi dal Verri in una lista di « scrit- 
tori, i quali se avessero esposto le crudeli loro dottrine, 
e la metodica descrizione de' raffinati loro spasimi in 
lingua volgare, e con uno stile di cui la rozzezza e la 
barbarie non allontanasse le persone sensate e colte dal- 
l'esaminarli, non potevano essere riguardati se non col- 
r occhio medesimo col quale si rimira il carnefice, cioè 
con orrore e ignominia (1). » Certo, l'orrore per quello 
che rivelano, non può esser troppo; è giustissimo que- 
sto sentimento anche per quello che ammettevano ; ma 
se, per quello che ci misero, o ci vollero metter del loro, 
r orrore sia un giusto sentimento , e l' ignominia una 
giusta retribuzione, il poco che ahbiam visto, deve ba- 
stare almeno a farne dubitare. 

È vero che ne' loro libri, o, per dir meglio, in qual- 
cheduno, sono, più che nelle leggi, descritte le varie spe- 
cie di tormenti ; ma come consuetudini invalse e radi- 
cate nella pratica , non come ritrovati degli scrittori. E 
Ippolito Marsigli, scrittore e giudice del secolo decimo- 
quinto , che ne fa un'atroce, strana e ributtante lista, 
allegando anche la sua esperienza, chiama però bestiali 
que' giudici che ne inventan di nuovi (2). 

(1) Oss. § XIII. 

(2) Hipp. de M.irsiliis, aM Til. Dìr. «le quaistionibus ; Icr. In irimiiii* 
bus, 29. 



332 STORIA 

Furono quegli scrittori, è vero, che misero in campo 
la questione del numero delle volte che lo spasimo po- 
tesse esser ripetuto ; ma (e avremo occasion di vederlo) 
por impor limiti e condizioni all' arbitrio, profittando 
dell' indeterminate e ambigue indicazioni che ne sommi- 
nistrava il diritto romano. 

Furon essi, ò vero, che trattaron del tempo che po- 
tesse durar lo spasimo; ma non per altro che per im- 
porre, anche in questo qualche misura all'instancabile 
crudeltà, che non ne aveva dalla legge, «a certi giudici, 
non meno ignoranti che iniqui, i quali tormentano un 
uomo per tre o quattr'ore, » dice il Farinacci (1); a certi 
giudici iniquissimi e scelleratissimi, levati dalla feccia, 
privi (li scienza, di virtù, di ragione, i quali, quan- 
d' haimo in loro potere un accusato, forse a torto {forte 
indebite), non gli parlano che tenendolo al tormento; e 
se non confessa quel ch'essi vorrebbero, lo lascian lì 
pendente alla fune, per un giorno, por una notte intera, » 
aveva detto il Marsigli (2), circiì un secolo prima. 

In questi passi, e in qualche altro de' citati sopra, si 
può anche notare come alla crudeltà cerchino d'associar 
r idea dell' ignoranza. E per la ragion contraria, racco- 
mandano, in nome della scienzn, non meno che della 
coscienza, la moderazione, la benignità, la mansuetudine. 
Parole che fanno rabbia, applicate a una tal cosa; ma 
che insieme fanno vedere se T intento di quegli scrittori 
era d' aizzare il mostro, o d' ammansarlo. 

Riguardo poi alle persone che potessero esser messe 
alla tortura, non vedo cos'importi che niente ci fosse 
nelle leggi propriamente nostre, (juando c'era molto, re- 
lativamente al resto di questa trista materia, nelle leggi 
romane, le quali erano in fatto leggi nostre anch'esse. 

« Uomini , » prosegue il Verri , » ignoranti e feroci , i 
quali senza esaminare donde emani il diritto di punire 
i delitti, qual sia il line per cui si puniscono, qual sia 

(1) Praxis. etc. Quacst. XXXVIII, 54. 

(-2) Praciica causarum criminaliuin; in verbo: Evpedita; 86. 



DELLA COLONNA INFAME. 333 

la norma onde graduare la gravezza dei diclini, (jual 
debba (S5;er la proporziono Ira i dclilli o le pone, se 
un uomo possa mai coslrin.Lrersi a rinunziare alla difesa 
propria, e simili principii, dai quali intimamente cono- 
sciuti possono unicamente dedursi le naturali conseguenze 
più conformi alla ragione ed al bene della società; uo- 
mini, dico, oscuri e privati, con tristissimo raflìnamento 
ridussero a sistema e gravemi^nte pubblicarono la scienza 
di tormentare altri uomini, con ([uella tranquillità me- 
desima colla quale si descrive rart(! di rimediare ai mali 
d(!l corpo umano : e furono essi obbediti come legisla- 
tori, e si fece un serio e placido oggetto di studio, e si 
accolsero alle librerie legali i erudirli sci'itlori die inse- 
gnarono a sconnettere con industrioso spasimo le mem- 
bra degli uomini vivi, e a raffinarlo colla lentezza e col- 
r aggiunta di più tormenti , onde render più desolante 
e acuta l'angoscia e l' esterminio, i> 

Ma come mai ad uomini oscuri e ignoranti potè esser 
concessa tanta autorità? dico oscuri al loro tempo, e 
ignoranti riguardo ad esso ; clic la questione è necessa- 
riamente relativa; e si tratta di vedere, non già se que- 
gli scrittori avessero i lumi che si posson desiderare in 
un legislatore, ma so n'avessero più o meno di coloro 
die prima applicavan le leggi da se, e in gran parte se 
le facevan da se. E come mai era più feroce l'uomo che 
lavorava teorie, e le discuteva dinanzi al pubblico, del- 
l'uomo ch'esercitava l'arbitrio in privato, sopra chi gli 
resisteva? 

In quanto poi alle questioni accennate dal Verri, guai 
se la soluzione della prima, Mlonde emani il diritto di 
punire i delitti, » fosse necessaria per compilar con di- 
screzione delle leggi penali; poiché si potè bene, al tempo 
del Verri, crederla sciolta; ma ora (e per fortuna, giac- 
ché è men male l'agitarsi nel dubbio, che il riposar 
nell'errore) è i)iù controversa che mai. K l'altre, dico 
in generale tutte le questioni d'un' importanza iiiù im- 
mediata , e più pratica , erano forse sciolte o sciolte a 



834 STORTA 

dovere, erano nlineno discusse, esaminate quando ^li 
scrino ri comparvero? Vennero essi forse a confondere 
un ordine stabilito di più giusti e umani princìpi, a l)al- 
zar di posto dottrine più sapienti, a turbar, dirò così, 
il possesso a una giurisprudenza più ragionata e più ra- 
gionevole? A questo possiamo risponder francamente di 
no, anciie noi; e ciò basta all'assunto. Ma vorremmo che 
qualcheduno di quelli che ne sanno, esaminasse se piut- 
tosto non furon essi che, costretti appunto perchè privati 
e non legislatori, a render ragione delle loro decisioni, 
richiamaron la materia a princìpi generali, raccogliendo 
e ordinando (luelli che sono sparsi nelle leggi romane, 
a cercandone altri nell'idea universale del diritto; se 
non furon essi che, lavorando a costruir, con lollami e 
con nuovi materiali, una pratica criminale intera, ed 
una, prepararono il concello, indicarono la possibilità, e 
in parte l'ordine, d'una legislazion criminale intera ed 
una: essi che, ideando una forma generale, aprirono ad 
altri scrittori dai quali furono troppo sommariamente 
giudicali, la strada a ideare una generale riforma. 

In (juanto finalmente all'accusa, così generale e così 
nuda, d' aver raffinato i tormenti, abbiamo in vece ve- 
duto che fu cosa dalla maggior parte di loro espressa- 
mente detestala e. per quanto stava in loro, proibita. 
Molti de' luoghi che abbiam riferiti possono anche ser- 
vire a lavarli in parte dalla taccia d' averne trattalo con 
quell'impassibile tranquillità. Ci si permetta di citarne 
un altro che parrebbe quasi un'anticipata protesta. «Non 
posso che dar nelle furie. » scrive il Farinacci, « (;non 
pdsauìn itisi vclk'ìiìi'nter crciiiìdcsccre) contro (jue'giudici 
che tengono per lungo tempo legato il reo, prima di 
sottoporlo alla tortura; e con quella preparazione la ren- 
don più crudele (1). « 

Da (pieste testimonianze, e da quello che sappiamo 
essere stala la tortura negli ultimi suoi tempi, si può 
francamente dedurre che i criminalisti interpreti la lascia- 

{{) Quasi. XXXVriI, 38. 



l)l-:i.l..V COLONNA IM'AMK. -ì^i'ì 

Kiiio riiollo, ma molto, meii iì;ni)nra di ffiipllo die I' avo- 
vaii trovala. E corto saivliltc assurdo Pattril)nirc a una 
sola causa una tal dimiiiuzioiK! di mah;; ma, tra le molle, 
mi par che sarebbe anche cosa poco rasjfionovoli! il non 
conlare il biasimo e le ammonizioni ripelule e riimo- 
vate pubblicamente, di secolo in secolo, da (juelli ai ((uali 
pure s'attribuisce un'autorità di fatto sulla lìratica de' 
tribunali. 

Cita poi il Verri alcune loro proposizioni; le quali non 
baslerelìbero per fondarci sopra un generale giudizio 
storico, quand'anche fossero tutte esaltamente citate. Ec- 
cone, per esempio, una imporlantissima, che non lo è. 
«Il Claro asserisce che basta vi siano alcuni indizii con- 
tro un uomo, e si può mellcrlo alla tortura (1). » 

Se quel dottore avesse parlato così, sarel)be piuttosto 
una singolarità che un argomento; tanto una tal dot- 
trina è opposta a quella d'una moltitudine d'altri dot- 
tori. Non dico di tutti, per non aflfennar troppo più di 
quello che so; benché, dicendolo, non temerei d^ affer- 
mar di più di quello che è. Ma in realtà il Claro disse 
anche lui, il contrario ; e il Verri fu probabilmente in- 
tlotto in errore dall' incuria d'un tipografo, il quale stam- 
pò: X(t))h sìifficil adesse aliqiia inUcia conlra reum ad 
hoc ul tonineri possit (2), invece di Non sufficit , come 
trovo in due edizioni anteriori (3). E per accertarsi del- 
l' errore, non è neppnr necessario questo confronto giac- 
che il testo continua così: «se tali indizi non sono an- 
che legittimamente provali;» frase che farebbe ai cozzi 
con r antecedente, se questa avesse un senso alTermalivo. 
E soggiunse subito: «ho detto che non basta (Wixi r/wo- 
fjue non sufficerej che ci siano indizii, e clic siano le- 
gittimamente provati, se non sono anche sufficienti alla 



(1) Oss. § VIH. 

(2) Seni. ree. lib. V, quocsl. LXIV, l-2. Vonet. 1640; ex lyp. Barcliana, 
pag. 537. 

(3) Von. apud ì\u\. Polum . 15S(), f. 17-2. — Ibkl. apud 1'. ligolinuni, 
1593. f. 180. 



336 STOBIA 

loilura. Ed è una cosa che i giudici limolali di Dio de- 
vono aver sempre davanti agli occhi per non sotloporre 
ingiuslamenle alcuno alla torlura: cosa del rcslo che li 
sotlopono essi medesimi a un giudi/io di revisione. E 
racconta TAfflitlo d'aver risposto al re Federigo, che 
nemmen lui, con Taulorità regia, poteva comandare a 
un giudice di mettere alla torlura un uomo, contro il 
quale non ci fossero indizi sufTicienti. » 

Cosi il Claro; e bastcrebhe questo per esser come 
certi, che dovette intendere tuli' altro che di rendere 
assoluto l'arbitrio con quell'altra proposizione che il 
Verri traduce cosi: «in materia di tortura e d'indizi, 
non potendosi prescrivere una norma certa, tutto si ri- 
mette air arbitrio del giudice (1).» La conlradizione sa- 
rebbe troppo strana; e lo sarebbe di più, se è possibile, 
con quello che l'autor medesimo dice altrove: «benché 
il giudice abbia l'arbitrio, deve però stare al diritto 

comune e badino bene gli nfiziali della giustizia, 

di non andar avanti tanto allegramente (ne niuiis aiii- 
mose procedantj, con questo pretesto dell'arbitrio (iì). » 

Cosa intese dunque, con quelle parole: remiUUur ar- 
bitrio judicis, che il Verri traduce: «tutto si rimel te al- 
l'arbitrio del giudice? » 

Intese Ma che dico? e perchè cercare in questo 

un'opinion particolare del Claro? Quella proposizione, 
egli non faceva altro che ripeterla, giacche era, per dir 
cosi, proverbiale tra gl'interpreti; e già due secoli pri- 
ma, Bartolo la ripeteva anche lui, come sent(^nza comune: 
Docldrcìi iommuniler dicuìil quo'l in hoc ((piali siano gli 
indizi sufficienti alla tortura ) ìton potesl dari certa do- 
ctrina, sed relinqnilur arbitrio judicis (3). E con questo 
non intendevan già di proporre un principio, di stabi- 
lire una teoria, ma d'enunciar semplicemente un fatto; 
cioè che la legge, non avendo determinalo gì' indizi, gli 

(() Verri, loc. cil, — Cl;ir. loc. cit. 13. 

(2) Ibiii., Qujcst. XXXr, 9. 

(3) Bartol. ad Digit. lib. XLVIII, lit. XVIII, I. 22. 



DELLA COLONNA INFAME. 337 

aveva per ciò stesso lasciali all' arbitrio del giudico. Guido 
(la Suzara, anteriore a Bartolo d'un secolo circa, dopo 
aver detto o ripetuto anche lui, che gl'indizi son rimessi 
all'arbitrio del giudice, soggiunse: • come, in generale, 
lutto ciò che non è determinato dalla legge (1). » E per 
citarne qualcheduno de' meno antichi, Paride dal Pozzo, 
ripetendo quella comune sentenza, la commenta cosi: 
t a ciò che non ò determinato dalla legge, nò dalla con- 
suetudine, deve supplire la religion del giudice; e per- 
ciò la legge sugl'indizi mette un gran carico sulla s-ua 
coscienza (2). » E il Bossi, criminalista del secolo XIV, e 
scnator di Milano: «Arbitrio non vuol dir altro (m /«oc- 
consistit) se non che il giudice non ha una regola certa 
dalla legge, la quale dice soltanto non doversi cominciar 
dai tormenti, ma da argomenti verisimili e probabili. 
Tocca dunque al giudice a esaminare se un indizio sia 
verosimile e probabile (3). » 

Ciò ch'essi chiamavano arbitrio era in sommala cosa 
stessa che, per iscansar quel vocabolo equivoco e di tri- 
sto suono, fu poi chiamata poter discrezionale: cosa pe- 
ricolosa, ma inevitabile nell'applicazion delle leggi, e 
buone e cattive; che i savi legislatori cercano, non di 
togliere, che sarebbe una chimera, ma di limitare ad al- 
cune detcrminate e meno essenziali circostanze, e di re- 
stringere anche in quelle più che possono. 

E tale, oso dire, fu anche l'intento primitivo, e il 
progressivo lavoro degli interpreti, segnatamente riguardo 
alla tortura, sulla quale il potere lasciato dalla legge al 
giudice era spaventosamente largo. Già Bartolo, dopo le 
parole che abbiam citate sopra, soggiunge : « ma io darò 
le regole che potrò. • Altri ne avevan date prima di 
lui ; e i suoi successori ne diedero di mano in mano 

(1) El Ronpralitr-r omno (luoil non delcrminatur ajure, rolinqui tur ar- 
bitrio iuilii'anlis. Oc lormcntis, 30. 

(2) El irteo h'x suprr indiciis gravai conscicnlias iudicum. Do syndi- 
catu, in verbo: Mamlavlt, 18. 

(3) .Cgid. Bossii, Traclatus vari!; lil, de indiciis anle torluram, 32. 

VOL. 15 



338 STORIA 

molte più, chi proponendone qualcheduna del suo, olii 
ripetendo 'e approvando le proposte da altri ; senza la- 
sciar però di ripeter la formola eh' esprimeva il fatto 
della legge , della quale non erano , alla fine, che in- 
terpreti. 

Ma con l'andar del tempo, e con l'avanzar del lavoro, 
vollero modificare anche il linguaggio; e n' ahbiam l' at- 
testato dal Farinacci, posteriore ai citati qui, anteriore 
però air epoca del noslro processo, e allora autorevolis- 
simo. Dopo aver ripetuto, e confermato con un subisso 
d'autorit.à, il principio, che « l'arbitrio non si deve in- 
tender libero e assoluto, ma legato dal diritto e dall' e- 
ipiità; » dopo averne cavate, e confermate con altre au- 
torità le conseguenze, « che il giudice deve inclinare alla 
parte più mite, e regolar l'arbitrio con la disposizion 
generale delle leggi, e con la dottrina de' dottori appro- 
vati, e che non può formare indizi a suo capriccio ; » 
dopo aver trattato, più (^stesamente, credo, e più ordi- 
natamente che nessuno avesse ancor fatto, di tali indizi, 
conclude : t puoi dunque vedere che la massima comune 
de' dottori, — gli indizi alla tortura sono arbitrari al 
giudice. — è talmente, e anche concordemente ristretta 
da' dottori medesimi, che non a torto molti giurisperiti 
dicono doversi anzi stabilir la regola contraria, cioè che 
gl'indizi non sono arbitrari ai giudici (1). » E cita que- 
sta sentenza di Francesco Casoni: « è crror comune de' 
giudici il credere che la tortura sia arbitraria ; come 
se la natura avesse creati i corpi de' rei perchè essi po- 
tessero straziarli a loro capriccio (2). » 

Si vede qui un momento notabile n^a scienza, che, 
misurando il .suo lavoro, n'esige il frutto; e dichiaran- 
dosi, non aperta riforraatrice (cliè non lo pretendeva, né 
le sarebbe stato ammesso), ma efficace ausiliaria della 
legge, cnns.'icrnndo la propria autorità con quella d'una 
legge supi'riore ed eterna, intima ai giudici di s(>guir 

(\) 1bi<l. Ouaesl. XXXVII, 493 nd 200. 

(2) Fiaui'isci Casoni, Tradatus du loiiiiuulis ; cap. 1, 10. 



nrai.A colonna infame. 330 

le regole die ha trovate, per risparmiar degli strazi a 
chi poteva essere innocente, e a loro delle turpi ini- 
quità. Triste correzioni di una cosa che, per essenza, 
non poteva ricevere una i»uona forma; ma tutt' altro che 
ar.uoiniMiti atti a provar le tesi del Verri : « nò gli or- 
rori della tortura si cuntengon soltanto nello spasimo 
che si fa patire ma orrori ancora vi spargono i dot- 
tori sulle circostanze di amministrarla (1). > 

Ci si permetta in ultimo qualche osservazione sopra 
un altro luogo da lui citalo; che l'esaminarli tutti sa- 
rchbe iroppo in questo luogo, e non abbastanza certa- 
mente per la quistione. « Basti un solo orrore per tutti -, 
e (luesto viene riferito dal celebre Claro milanese, che 
è il sommo maestro di questa pratica: — Un giudice 
può, avendo in care-ere una donna sospetta di delitlo, 
farsela venire nella sua stanza segretamente, ivi accarez- 
zarla , fingere di amarla , prometterle la libertà affine 
d' indurla ad accusarsi del delitto, e che con un tal mezzo 
un certo reggente indusse una giovine ad aggravarsi 
d' un omicidio, e la condusse a perder la lesta. — Ac- 
ciocché non si sospetti che (piesr orrore contro la reli- 
gione, la virtù e tutti i più sacri principii dell' uomo sia 
esagerato, ecco cosa dice il Claro: Paris (ìicit quod jii- 
dex potest, etc. (2). > 

Orrore davvero; ma per veder che importanza possa 
avere in una qiieslion di questa sorle , s'osservi che, 
enunciando queir opinione , Paride dal Pozzo (3) non 
proponeva già un suo ritrovato; raccontava, e pur troppo 
con approvazione, un fatto d'un giudice, cioò uno de' 
mille falli che produceva l'arbitrio senza suggerimento 
di dotlori; s'osservi che il Baiardi-, il quah^ riferisce 
("[ueir opinione, nelle sue aggiunte al Claro (non il Claro 
niedesiiiiu), |o fa per detestnria .inche lui, e per quali- 

(i) Oss. s vili. 
{■2) Ihìil. 

(3) Pariilis (io PiUno, l>f syndicatii, ni verbo: Kl .mIm ri. nduni i-sl, 
lii'lix (l<-ljel esse sublills in iuvesliganrla maUficii \(.rilulf, 



340 STORIA 

ficare il fatto di finzione diabolica (1); s'osservi che non 
cita alcun altro il qualo sostenesse un' opinion tale, dal 
tempo di Paride dal Pozzo al suo , cioè per lo spazio 
d' un secolo. E andando avanti, sarebbe più strano che 
ce ne fosse stato alcuno. E quel Paride dal Pozzo me- 
desimo, Dio ci liberi di chiamarlo, col Giannone, eccel- 
lente (jiureconsuUo (2); ma l'altre sue parole che ah- 
biam riferite sopra, basterebbero a far vedere che queste 
bruttissime non bastano a dare una giusta idea nemmen 
delle dottrine di questo solo. 

Non abbiam certamente la strana pretensione d' aver 
dimostralo che quelle degl' interpreti , prese nel loro 
complesso, non servirono, uè furono rivolle a peggio- 
rare. Questione interessantissima, giacché si tratta di 
giudicar l'effetto e l'intento del lavoro intellettuale di 
più secoli, in una materia cosi importante, anzi cosi ne- 
cessaria all'umanità: questione del nostro tempo, giac- 
ché, come abbiamo accennato, e del resto ognun sa, il 
momento in cui si lavora a rovesciare un- sistema, non 
è il più adattato a farne imparzialmente la storia ; ma 
questione da risolversi, o piuttosto storia da farsi, con 
altro che con pochi e sconnessi cenni. Questi bastan 
però, se non m' inganno a dimostrar precipitata la so- 
luzione; contraria ; come erano in certo modo, una pre- 
parazion necessaria al nostro racconto. Che in esso noi 
avremo spesso a rammaricarci che l'autorità di quegli 
uomini non sia stata efficace davvero; e slam certi che 
il lettore dovrà dir con noi: fossero stati ubbiditi I 

TU. 



E per venir finalmente all' applicazione, era insegna- 
mento comune, e quasi universale de' dottori che la bu- 

(1) Art dar. Scnlont. recepì. Qufest. LXIV, 24, .\dd. 80, 8J. 
(i) Istoria civile, ctc., lih. 28, cap. ull. 



DELLA COLONNA INFAME. '{il 

già deir accusato nel rispondere al giudice, fosse uno 
degl'indizi legittimi, come dicevano, alla tortura. Ecco 
perche T esaminaloro delT infelice Piazza gli oppose, non 
esser verisimile che Ini non avesse sentilo parlare di 
muri imbrattati in porta Ticinese, e che non sapesse il 
nome de' deputati coi quali aveva avuto che fare. 

Ma insegnavan forse che bastasse una bugia qua- 
lunque? 

« La bugia, per fare indizio alla tortura, deve riguar- 
dar la qualità e le circostanze sostanziali del delitto, cio^ 
che appartengano ad esso, e dalle quali esso si possa 
inferire, altrimenti no: alias seciis. » 

t La bugia non fa indizio alla tortura, se riguarda 
cose che non aggraverebbero il reo, quando le avesse 
confessate. » 

E bastava, secondo loro, che il detto dell' accusato pa- 
resse al giudice bugia, perchè questo potesse venire ai 
tormenti? 

» La bugia per fare indizio alla tortura dev'esser 
provata concludentemente, o dalla propria confession del 
reo, da due testimoni.... essendo dottrina comune 
che due sian necessari a provare un indizio remoto , 
quale è la bugia (1). » Cito e citerò spesso il Farinacci, 
come uno de' più autorevoli allora e come gran racco- 
glitore dell' opinioni più ricevute. Alcuni però si con- 
tentavano d' un testinìonio solo, purché fosse maggiore 
d' ogni eccezione. Ma che la bugia dovesse risultar da 
prove legali, e non da semplice congettura del giudice, 
era dottrina comune e non contradetta. 

Tali condizioni eran dedotte da quel canone della 
legge romana, il quale proil)iva (che cose s'è ridotti 
a proibire, quando se ne sono ammesse cert' altre !) di 
cominciar dalla tortura. « E se concedessimo ai giu- 
dici, » dice r autor medesimo, « la facoltà di mettere 
alla tortura i rei senza indizi legittimi e suITicienti, sa- 

(0 Praxis Pt Thpnri'\T ciiminalis, Quaest. I.H. Il, 43, i;. 



342 STUÙIA 

rebbe come in loro potere il cominciar da essa K 

per pot(M' cbiamnrsi tali, devon gl'indizi esser vcrisi- 
niili, probabili, non leggeri, nò di semplice formalità, 
ma gravi, urgenti, certi, chiari, anzi più chiari del sole 

di mezzogiorno, come si suol dire Si tratta di dare 

a un uomo un tormento e un lormento che può decider 
della sua vita : ayilur de hominis salute; e perciò non ti 
maravigliare, o giudice rigoroso, se la scienza del diritto 
e i dottori richiedono indizi così squisiti, e dicon la cosa 
con tanta forza, e la vanno tanto ripetendo (1). » 

Non diremo certamente che tutto questo sia ragione 
vole ; giacché non può esserlo ciò che implica contradi- 
zione. Erano sforzi vani, per conciliar la certezza col 
dubbio, per evitare il pericolo di tormentare innocenti, 
e d'estorcere false confessioni, volendo però la tortura 
come un mezzo appunto di scoprire se uno fosse inno- 
cente reo, di fargli confessare una data cosa. La 
conseguenza logica sarebbe stata di dichiarare assurda 
e ingiusta la tortura ; ma a questo ostava V ossequio 
cieco all'antichità e al diritto romano. Quel libriccino 
Dei fìeiilli e delle pene, die promosse, non solo l'aboli- 
zione della tortura, ma la riforma di tutta la legislazion 
criminali^, cominciò con le parole: « Alcuni avanzi di 
leggi d'un antico popolo conquistatore. » E parve, co- 
m'era, ardire d'un grand' ingegno : un secolo prima 
sarebbe parsa stravaganza. Ne e' ì" da maravigliarsene: 
non s' e'' egli visto un osseipiio dello stesso genere man- 
tenersi i)iii a lungo, anzi divenl.ir più forte nella poli- 
tica, più tardi nella letteratura, più lardi ancora in qual- 
che ramo delle Belle Arti ? Viene nelle cose grandi , 
come nelle piccole, un momento in cui ciò che, essendo 
accidentale e fattizio, vuol perpetuarsi come naturale e 
necessario, è costretto a cedere all' esperienza, al ragio- 
namento, alla sazietà, alla moda, a qualcosa di meno, se 
ò possibile, secondo la qualità e l'importanza delle cose 

(i) tbiil. OiKPsi. XXXVM, -2 3 !,. 



DKU.A COLONNA INFAME. ^W 

mcdosimtv, ma questo momenlo dov'esser preparato. Ed 
è già un merito non piccolo degrinterpreli. se, come ci 
pare, fiiroii essi che lo prepararono, iienchè lentamente, 
benché senz' avvedersene, per la giurisprudenza. 

Ma le regole che pure avevano stabilite, bastano in 
questo caso a convincere i giudici, anche di positiva pre- 
varicazione. Vollero appunto costoro cominciar dalla tor- 
tura. Senza entrare in nulla che toccasse circostanze, 
nò sostanziali nò accidentali, del presunto delitto, mob 
tiplicarono interrogazioni incoiichidenti, per farne uscir 
de' pretesti di dire alla vittima destinata: non è verisi- 
mile; e, dando insieme a inverisimiglianze asserite la 
forza di bugie legalmente provate , inlimar la tortura. 
È che non cercavano una verità, ma volevano una con- 
fessione: non sapendo quanto vantaggio avrebbero avuto 
neir esame del fatto supposto, volevano venir presto al 
dolore, che dava loro un vantaggio pronto e sicuro: 
avevan furia. Tutto Milano sapeva (è vocabolo usalo in 
casi simili) che Guglielmo Piazza aveva unti i muri, gli 
usci, gli anditi di via della Vetra; e loro che l' avevan 
nelle mani, non l'avrebbero fatto confessar subito a lui! 

Si dirà forse che, in faccia alla giurisprudenza, se 
non alla coscienza, tutto era giustificato dalla massima 
detestabile, ma allora ricevuta, che ne' delitti più atroci 
fosse lecito oltrepassare il diritto? Lasciamo da parte 
che l'opinion più comune, anzi quasi universale, de' 
giureconsulti, era (e se al ciel piace, doveva essere) che 
una tal massima non potesse applicarsi alla procedura, 
ma soltanto alla pena-, « giacché » per citarne uno, * ben- 
ché si tratti d'uQ delitto enorme, non consta però che 
l'uomo l'abbia commesso; e fin che non consti, è do- 
vere che si serbino le solennità del diritto (1). ■> E solo 
per farne memoria, e come un di que' tratti notabili con 
cui l'eterna ragione si manifesta in lutti i tempi, cite- 
remo anche la sentenza d'un uomo che scrisse sul prin- 

(l) P. Follirii, Pr.ict. Crim. Cnp. Quorl sii(Tor:ivil, 3i. 



344 STORIA 

cipio del secolo decimoquinto, e fu, per lunpro tempo 
dopo, chiamato il Bartolo del diritto ecclesiastico, Nicolò 
Tedeschi, arcivescovo di Palermo, più celebre, fin che fu 
celebre, sotto il nome d'Abate Palermitano: «Quanto il 
delitto è più grave, » dice quest'uomo, « tanto più le pre- 
sunzioni devono esser forti, perchè, dove il pericolo è 
maggiore, bisogna anche andar più cauti (1). » Ma que- 
sto, dico, non fa al nostro caso (sempre riguardo alla 
sola giurisprudenza), poiché il Claro attesta che nel foro 
di Milano prevaleva la consuetudine contraria; cioò era, 
in que' casi, permesso al giudice d'oltrepassare il diritto, 
anche neh' inquisizione (2). t Regola, » dice il Riminaldi, 
altro già celebre giureconsulto, « da non riceversi negli 
altri paesi; • e il Farinacci soggiunge: « ha ragione (3). » 
Ma vediamo come il Claro medesimo interpreti una tal 
regola: « si viene alla tortura, quantunque gì' indizi non 
siano in tulio suflìcienti (in totitm suf/ìciottia), né pro- 
vati da testimoni maggiori d'ogni eccezione, e spesse 
volle anche senza aver data al reo copia del processo 
inl'urmalivo. » E dove tratta in particolare degl'indizi le- 
gittimi alla tortura, li dichiara espressamente necessari 
«non solo ne' delitti minori, ma anche ne' maggiori e 
negli atrocissimi, anzi nel delitto stesso di lesa mae- 
stà {\).» Si contentava dunque d'indizi meno rigorosa- 
mente provati, ma li voleva provati in qualche maniera; 
di testimoni meno autorevoli, ma voleva testimoni; d'in- 
dizi più leggeri, ma voleva indizi reali, relativi al fatto; 
voleva insomma render più facile al giudice la scoperta 
del delitto, non dargli la facoltà di tormentare, sotto qua- 
lunque pretesto, chiunque gli venisse nelle mani. Son cose 



(1) Quanto crimen est gravius, tanto praesumptioncs debcnt esse vehe- 
nientiores; quia ubi majus poriculum, ibi caulius est agondum. — Ab- 
batis l'anormitani, Commentaria in iibros decrulalium Praesumplionibus, 
Gap. XIV, 3. 

(2) Clar. Seni. Ree. lib. V, 5 l, 9. 

(3) Iliiip. Riminaldi, Consilia; LXXXVNI, 53. -Fai in. Qu;cst. XXXVII, 79. 
('.) Clar. Ib. lib. V, % Un. QuTOt. LXIV, 9. 



I>ELLA COLONNA INFAME. OIlK 

che una teoria astratta non ricovo, non inventa, non 
sofrna neppure; bensì la passione le fa. 

Intimò (liiiique 1" ini(pu) esaniinaloi'e al Piazza: rhc 
dica la verità per qual causa nega di sapere che siano 
state onte le muraglie, et di sapere come si chinmino li 
deputati, che altrimente , come cose inuerisimili, si met- 
terà alla corda , per hauer la verità di queste imierisi- 
militudini. — Se me la vogliono anche far attaccar al 
collo lo faccino; che di queste cose che mi hanno inter- 
rogato non ne so niente, rispose l'infelice, con quella 
specie di coraggio disperato, con cui la ragione sfida 
alle volte la forza, come per farle sentire che, a qua- 
lunque segno arrivi, non arriverà mai a diventar ragione. 

E si veda a che miserabile astuzia dovettero ricorrer 
que' signori, per dare un po' più di colore al pretesto. 
Andarono, come abbiam detto, a caccia d'.una seconda 
bugia per poter parlarne con la formola del plurale; 
cercarono un altro zero, per ingrossare un conto in cui 
non avevan potuto fare entrar nessun numero. 

È messo alla tortura: gli s'intima che si risohia di 
dire la verità; risponde tra gli urli e i gemiti e l' invo- 
cazioni e le supplicazioni : Vho detta, signore. Insistono. 
Ah per amor di Dio! grida l'infelice: V. S. mi facci 
lasciar giù, che dirò quello che so; mi facci dare un 
po'd'aqua. È lasciato giù, messo a sedere, interrogato 
di nuovo; risponde: io non so niente; V. S. mi facci 
dare un poco d' aqua. 

Quanto ò cieco il furore! Non veniva loro in mente 
che quello che volevan cavargli di bocca per forza, avreb- 
be potuto addurlo lui come un argomento fortissimo 
della sua innocenza, se fosse stato la verità, come, con 
atroce sicurezza, ripetevano. — Si, signore, — avrebbe 
potuto rispondere: — avevo sentito dire che s'eran tro- 
vati unti i muri di via della Vetra; e stavo a baloccar- 
mi sulla porta di casa vostra, signor presidente della 
Sanità! — E l'argomento sarebbe stato tanto più forti-, 
in quanto, essendosi sparsa insieme la voce del fatto, e 



34() sroiUA 

la voce che il Piazza ne fosse l' autore, questo avrebbe, 
insieme con la notizia, dovuto risapere il suo pericolo. 

Ma questa osservazion cosi ovvia, e che il furore non 
lasciava venire in mente a coloro, non poteva nemmeno 
venire in mente all'infelice, perchè non gli era stato 
detto di cosa fosse imputato. Volevan prima domarlo co' 
tormenti; questi eran per loro gii argomenti verosimili 
e probabili, richiesti dalla legge; volevan fargli sentire 
quale terribile, immediata conseguenza veniva dal rispon- 
der loro di no; volevano che si confessasse bugiardo 
una volta , per acquistare il diritto di non credergli, 
quando avrebbe detto: sono innocente. Ma non otten- 
nero l'iniquo intento. Il Piazza, rimesso alla tortura, al- 
zato da terra, intimatogli che verrebbe alzalo di più, 
eseguita la minaccia e sempre incalzalo a dir la verità, 
rispose sempre, l'ho della; prima urlando, poi a voce 
bassa; finche i giudici, vedendo che ormai non avrebbe 
più potuto rispondere in nessuna maniera, lo fecero la- 
sciar giù, e ricondurre in carcere. 

Riferito l' esame in senato , il giorno 23 , dal presi- 
dente della Sanità, che n'era membro, e dal capitano di 
giustizia, che ci sedeva quando fosse chiamato, quel tri- 
bunale supremo decretò che: «il Piazza, dopo essere 
stato raso, rivestito con gli abili della curia, e purgalo, 
fosse sottoposto ;dla tortura grave, con la legatura del 
canapo,» atrocissima aggiunta, per la quale, oltre le 
braccia, si slogavano anche le mani; «a riprese, e ad 
arbitrio de' due magistrati suddetti; e ciò sopra alcune 
delle menzogne o inverisimiglianze risultanti dal pro- 
cesso. » 

Il solo senato aveva, non dico 1' autorità, ma il potere 
d'andare impunemente tanto avanti per una tale strada. 
La legge romana sulla ripelizion de' tormenti (l), era 
interpretata in due manienj; e la men proliabile era la 



(!) Rous oviilontiorilms art^unn^ntis opprcssus , ropeli in (|u;i'.slioncm 
potesl, DiK. lib. XVIII, lil. 1«, I. IS. 



DELLA COLOiNNA INFAMK. -347 

più umana. Molti doltori (seguendo forse Odofrcdo (1), 
die è il solo cilalo da Cino di Pi.Moia (2), e il più an- 
tico de' cilali dagli allri) inlcsci'o che la tortura non si 
potesse rinnovare, se non (luando fossero sopravvenuti 
nuovi indizi, più evidenti de' primi, e, condizione che 
fu aggiunta poi, di diverso genere. Molt' altri, seguendo 
Bartolo (3), intesero che si potesse, quando i primi in- 
dizi fossero manifesti, evidentissimi, urgentissimi; e (juan- 
do, condizione aggiunta poi anche questa, la tortiu^a fosse 
stata leggiera (4). Ora, ne Tuna, nò l'altra interpreta- 
zione faceva punto al caso. Nessun nuovo indizio era 
emerso; e i jjrimi erano che due donne avevan visto il 
Piazza toccar qualche muro; e, ciò ch'era indizio in- 
sieme e corpo del delitto, i magistrati avevan visto al- 
cuni segìd (li materia ontuosa su que" muri abliruciac- 
chiati e affumicati, e segnatamente in un andito.... 
dove il Piazza non era entrato. Di più, quest'indizi, quan- 
to manifesti, evidenti e urgenti, ognun lo vede, non 
erano stati messi alla prova, discussi col reo. Ma che 
dico? il decreto del Senato non fa neppur menzione 
d'indizi relativi al delitto, non applica neppur la legge 
a torlo; fa come se non ci fosse. Contro ogni legge, con- 
tro ogni autorità, come contro ogni ragione, ordina che 
il Piazza sia torturato di nuovo sojìra alcinit' buifu' e in- 
rerisimifjiianze, ordina cioè a' suoi delegati di rifare, e 
più spietatamente, ciò che avrel)l)e dovuto punirli d'a- 
ver fatto. Perciocché era (e poteva non essere?) dot- 
trina universale, canone della giurisprudenza, che il 
giudice inferiore, il quale avesse messo un accusato alla 
tortura senza indizi legittimi, fosse j unito dal supcrion;. 
Ma il senato di Milano era tribù nal supremo; in que- 



(i) Numquiil poti'st repi-li qUcTstin? Videlur qunil sir; ul Dig. co. 1. 
Repi-ij. St'il vus (iicalis quod non jioicst re()('ti sinc novis indii iis. Oiio- 
frcd., ad Cod. I.ib. IX. tu. /.l, I. 18. 

(2) Cyrii l'isloii.'iiMs, suppr Cod. lib. IX, lit. 41, I. de lormenlis, 8. 

(3) Hait. ad [)iji. lor. ni. 

(4) V. Farinar. Quujst. XXXVIII, 72, et snq. 



348 STORIA 

Sto monilo, s' intende. E il senato di Milano , da cui il 
pi]I)hlico aspettava la sna vendetta, se non la salute, non 
doveva essere men destro, men perseverante, men foi'fu- 
nalo scopritore, di Caterina Rosa. Che lutto si faceva 
con l'autorità di costei; quel suo: all'ora mi viene in 
peniiiero se a caso fosse un poco uno de quelli, com'era 
stato il primo movente del processo, così n'era ancora 
il regolatore e il modello; se non che colei aveva co- 
minciato col duhhio, i giudici con la certezza. E non 
paia sfrano di vedere un tribunale farsi seguace ed emulo 
d'una di due donnicciole: giacche, quando s'è per la 
strada della passione, è naturale che i più cieclìi gui- 
dino. Non paia strano il veder uomini i ijuali non do- 
vevan essere, anzi non eran certamente di quelli che vo- 
gliono il male per il male, vederli dico, violare così aper- 
tamente e crudelmente ogni diritto; giacché il credere 
ingiuslamente, è strada a ingiustamente operare, fui dove 
r ingiusta persuasione possa condurre: e se la coscienza 
esita, s'inquieta, avverte, le grida d'un pubblico hanno 
la funesta forza (in chi dimentica d'aver un altro giu- 
dice) di soffogare i rimorsi; anche d" impedirli. 

Il motivo di (pittile odiose, se non crudeli pre-scrizioni, 
di tosare, rivestire, purgare, lo diremo con le parole del 
Verri. • In quei tempi credevasi che o ne' capelli e jH^li, 
ovvero nel vestito, o persino negli intestini trangugian- 
dolo, potesse avere un amuleto o patto col demonio, onde 
rasandolo, spogliandolo e purgandolo ne venisse disar- 
mato (i). » E (pieslo era veramente de' Unipi; la violenza 
era un fatto (con diverse forme) di tutti i tempi, ma 
una dottrina di nessun tempo. 

Quel secondo esame non fu che una egualmente as- 
surda, e più atroce rijìetizione del primo, e con lo stesso 
effetto. L'infelice Piazza, interrogato prima, e conlradetto 
con cavilli, che si direbliero puerili, se a nulla d'un tal 
fatto potesse convenire un tal vocabolo, e sempre su 
circostanze indifTerenti al supposto delitto, e senza mai 
(() Oss. s ni. 



DELLA COLONNA INFAME. 349 

accennarlo nemmeno, fu mosso a quella più crudele 
tortura che il sonato aveva proscritta. N'oMtero parole 
ili dolor disperato, parole di dolor .supplichevole, ne.s- 
suna di quelle che desideravano , e per ottener le 
quali avevano il coraggio di .sentire, di far dire quel- 
r altro. Ah Dio mio f ali che assassinamenlo è qnislol 
ah Signor fiscale! Fatemi almeno appiccar pre- 
sto.... Fatemi tagliar via la mano .... Ammazzatemi; 
lasciatemi almeno riposar un poco. Ah ! signor Presiden- 
te! ... . Per amordi Dio, fatemi dar da bere; ma insieme : 
non so niente, la verità Ilio detta. Dopo molte e molte ri- 
sposte tali, a quella froddamonte e freneticamente ripetuta 
istanza di dir la verità, gli mancò la voce, ammutolì; 
per quattro volte non rispose; finalmente potè dire an- 
cora una volta, con voce fioca: non so niente, la verità 
l'ho già detta. Si dovette finire, e ricondurlo di nuovo, 
non confesso, in carcere. 

E non c'eran più nomraen pretesti, nò motivo di ri- 
cominciare: quella che avevan presa per una scorciatoia, 
gli aveva condotti fuor di slracla. Se la tortura avesse 
prodotto il suo effetto, estorta la confession della bugia, 
tonevan l'uomo; e, cosa orribile! quanto più il soggetto 
della l)ugia era per .se indilTorenle, e di nessuna impor- 
tanza, tanto più es.sa sarebbe stata, nello loro mani, un 
argomento potente della reità del Piazza, mostrando ohe 
questo aveva bisogno di stare alla larga dal fatto , di 
farsene ignaro in tutto, in somma di mentire. Ma dopo 
una tortura illegale, dopo un'altra più illegale e più 
atroce, o grave, come dicevano, rimettere alla tortura 
un uomo, perchè negava d'aver sentilo parlare d'un 
fatto, e di sapere il nome de' deputati d'una parrocchia, 
sarebbe stato eccedere i limiti dello straordinario. Eran 
dunque da capo, come se non avessero fatto ancor nulla; 
bisognava venire, senza nessun vantaggio, all'invosliga- 
zion del supposto dolitto, manifestare il reato al Piazza, 
interrogarlo. E se l'uomo negava? se, come aveva dato 
prova di saper fare , persisteva a negare anche ne' tor- 



330 STORIA 

menti? I quali avrebbero dovuto essere assolutamente 
gii ultimi, se i giudici non vol(>vano appropriarsi una 
terribil sentenza d' un loro collega, morto quasi da un 
secolo, ma la cui autorità era viva più che mai, il Bossi 
citato sopra. « Più di tre volte, » dice, « non ho mai visto 
ordinar la tortura, se non da de' giudici boia: nisi a 
cnrmficibus (1). » E parla della tortura ordinala legal- 
mente! 

Manila passione è pur troppo abile e coraggiosa a tro- 
var nuove strade, por iscansar quella del diritto, quan- 
d'è lunga e incerta. Avevan cominciato con la tortura 
dello spasimo, ricominciarono con una tortura d'un al- 
tro genere. D'ordine del senato (come si ricava danna 
leitera autentica del capitano di giustizia al governatore 
Spinola, che all'ora si trovava air assedio di Casale), 
l'audilor lìsciile della Sanila, in pres(>nza d'un notaio, 
promise al Piazza l' impunità, con la condizione (e que- 
sto si vede poi nel processo) che dicesse interamente la 
verit;'». Così eran riusciti a parlargli dell'imputazione, 
senza doverla discutere; a parlargliene, non per cavar 
dalle sue risposte i lumi necessari all' investigazion della 
verità, non per sentir quello che ne dicesse lui; ma 
per dargli uno slimolo polente a dir quello che vole- 
van loro. 

La lettera che abbiamo acct'unata, fu scritta il 28 di 
giugno, cioè quando il processo aveva, con queir espe- 
dienh?, fatto un gran passo. «Ho giudicalo conuenire,» 
coinini-ia, «che V. E. sapesse quello che si è scoperto 
nel particolare d'alcuni scellerati che, a' giorni passati, 
andauano ungendo i muri et le porte di questa città.» 
E non sarà forse senza curiosità, ne senza istruzione, il 
veder come cose tali sian raccontali^ da quelli che le 
fecero. « Ebbi » dice dunipie , « commissioFie dal Senato 
di formar proc(sso, nel qual(\ per il dello d'alcune don- 
ne, e d" un uomo degno di feile, restò aggrauato un Gu- 

(I) Tiactal. var.; tit. De loilura, il. 



DELLA COLONNA LNFAME. 351 

glielmo Piazza , huomo plebeio , ma ora Commissario 
(lolla Sanila, ch'esso il vcnonli alli 21 su l' aurora, hauesse 
unto i muri di una ronlrada posta in Porta Ticinese, 
.chiamata la Vetra de' Cittadini. » 

E l'uomo doErno di fede, messo lì subito per corro- 
borar rautorilà delle donne, aveva detto d'aver rintop- 
palo il Piazza, il quale io salulai, et lui mi rese il saluto. 
Questo era stalo aggravarlo! come se il delitto imputa- 
togli fosse staio d'essere entrato in via della Vetra. Non 
parla poi il capitano di giustizia della visita fatta da lui 
per riconoscere il corpo del delitto; come non se ne 
parla più nel processo. 

« Fu (iuuipie, « prosegue, « incontinente preso costui.» 
E non parla della visita fattagli in casa, dove non si 
trovò nulla di sospetto. 

«Et essendosi maggiormente nel suo esame aggrauato,» 
(s'è visto!) «fu messo ad una grane tortura, ma non 
confessò il delitto. » 

Se (pialcheduno avesse debito allo Spinola, che il Piazza 
non era stato interrogato punto intorno al delitto, lo 
Spinola avrebbe risposto: — Sono positivamente infor- 
malo del contnu'io: il capitano di giustizia mi scrive, 
non questa cosa appunto, ch'era inutile; ma un'altra 
che la sottintende, che la suppone necessariamente; mi 
scrive che, messo ad una grave tortura, non lo con- 
fessò. — Se r altro avesse insistito, — come! — avrebbe 
potuto dire 1' uomo celebre e potente, — volete voi che 
il capitano di giustizia si faccia belle di me, a segno di 
raccontarmi, come una notizia importante, che non è 
accaduto quello che non poteva accadere"? — Eppure era 
proprio così: cioè, non era che il capitano di giustizia 
volesse farsi beffe del governatore; era che aveva n fatta 
lina cosa da non potersi raccontare nella maniera ap- 
punto che r avcvan fatta; era, ed è, che la falsa coscienza 
trova più racihnciilc [irciesli per operare, che forniole 
|)er render conio di quello che ha fatto. 
Ma sul punto dell'impunità, c'è in quella Idlera un 



352 STORIA 

altro inganno che lo Spinola avrebbe potuto, anzi dovuto 
conoscer da sé, almeno per una parte, se avesse pensato 
ad altro che a prender Casale, che non prese. Prosegue 
essa così: e finchò d'ordine del Senato (anco per esecu- 
tione della grida ultimamente fatta in questo particolare 
pubblicare da V. E.), promessa dal Presidente della Sa- 
nità a costui l'impunità, confessò finalmente, ecc.» 

Nel capitolo XXXI dello scritto antecedente, s'è fatto 
menzione d' una grida , con la quale il tribunale della 
Sanità prometteva premio e impunità a chi rilevasse 
gli autori ih^gV imbrattamenti trovati sulle porte e sui 
muri delle case, la mattina del 18 di i^aggio; e s'è an- 
che accennala una lettera dt;l tribunale suddetto al go- 
vernatore su quel fatto. In essa, dopo aver protestato 
che quella grida era stata pubblicata, con partccipalione 
del Sig. Gran Cancelliere, il ([uale faceva le veci del go- 
vernatore, pregavan questo di corrolìorarla con altra sua, 
con promessa di mnijijior premio. E il governatore ne 
fece infatti promulgare una, in data del 13 di giugno, 
con la (piale promette a ciascuna peisona che ìiel tciniine 
di giorni trenta metterà in chiaro la persona o le persone 
che hanno commesso, fauorito , aiutato colai delitto, il 
premio, etc. et se quel tale sarà dei complici, gli proìnette 
anco r impunità della pena. Ed ò per l'esecuzione di 
questa grida, cusi esi)ressamente circoscritta a un fatto 
del 18 di maggio , che il capitano di giustizia dice es- 
sersi promessa l'impunità all'uomo accusato d'un fatto 
del 21 di giugno, e lo dice a quel medesimo che l'aveva, 
se non altro, sottoscritta! Tanto pare che si fidassero 
suirasseJio di Casale! giacché sarebbe troppo strano il 
supporre che travedessero essi medesimi a quel segno. 

Ma che bisogno avevano d' usare un tal raggiro con 
lo Spinola? 

Il bisogno d'attaccarsi alla sua autorità, di travisare 
un alto irregolare e abusivo, e secondo la giurispru- 
denz.i connine, e secondo la legislazion del paese. Era, 
dico, dottrina comune, che il giudice non potesse, di 



DELLA COLONNA INFAMK. 3^3 

sua autorità propria, concederò impunità a un accu- 
sato (1). E nelle costituzioni di Carlo V, dove sono at- 
tribuiti al senato poteri ampissimi, s'accettua però quello 
di € concedere remissioni di delitti, grazie o salvocon- 
dotti; essendo cosa riservata al princi[)e (2). » E il Bossi 
già citato, il quale, come senator di Milano in quel 
tempo, fu uno de'compilatori di quelle costituzioni, dice 
espressamente : « questa proraiessa d'impunità appartiene 
al principe solo (3). » 

Ma perchè mettersi nel caso d'usare un tal raggiro, 
quando potevan ricorrere a tempo al governatore , il 
quale aveva sicuramente dal principe un tal potere, e la 
facoltà di trasmetterlo? E non è una possibilità imma- 
ginata da noi: ò quello che fecero essi medesimi, al- 
l'occasione d'un altro infelice, involto pii!i tardi in quel 
crudele processo. L' atto è registrato nel processo me- 
desimo , in questi termini : Ambrosio Spinola , eie. hi 
conformità del parere datoci dal Senato con lettera dei 
cinque del corrente, concederete impunità, in virili della 
presente, a Stefano BarucUo, condannato come dispensa- 
tore el falìricatore dclH onti pestiferi, sparsi per qìiesta 
Città, ad estintione del Popolo, se dentro del termine che 
li sarà statuito dal detto Senato , manifesterà li auttori 
el complici di tale misfatto. 

Al Piazza l'impunità non fu promessa con un atto 
formale e autentico; furono parole dettegli dall'auditore 
della Sanità, fuor del processo. E questo s'intende: un 
tal atto sarebbe stato una falsità troppo evidente, se 
s' attaccava alla grida, un' usurpazion di potere, se non 
s'attaccava a nulla. Ma perchè, aggiungo, levarsi in certo 
modo la possibilità di mettere in forma solenne un atto 
di tanta importanza? 

Questi perchè non possiam certo saperli positiva- 



(1) V. Farinacci, Qu?cst. LXXXI, -277. 

(2) Conslilulii'iios (liiminii mcljulaiicnsis ; De Senaloritius. 

(3) Op. cil. til. De confessis por torturam. 11. 



354 STORIA 

mente ; ma vedrem più tardi cosa servisse ai giudici 
l'aver fatto cosi. 

A ogni modo , V irregolarità d' un tal procedere era 
tanto manifesta , che il difensor del Padilla la notò li- 
beramente. Benché , come protesta con gran ragione , 
non avesse ])isogno d'uscir da ciò che riguardava diret- 
tamente il suo cliente, per iscolparlo dalla pazza accusa; 
benché , senza ragione , e con poca coerenza , ammetta 
un delitto reale, e de' veri colpevoli, in quel mescuglio 
d'immaginazioni e d'invenzioni; ciò non ostante, ad 
abbondanza , come si dice , e per indebolire tutto ciò 
che potesse aver relazioni con queir accusa, fa varie ec- 
cezioni alla parte del processo che riguarda gli altri. E 
a proposito dell'impunità, senza impugnar l'autorità del 
senato in tal materia (che alle volte gli uomini si ten- 
gon più olTesi a metter in dubbio il loro potere, che la 
loro rettitudine), oppone che il Piazza « fu introdotto 
nauti dotto signor Auditore solamente, quale non haueua 

alcuna giurisdilione procedendo perciò nullamente, 

e contro li termini di ragione. » E parlando della men- 
zione che fu fatta più tardi, e occasionalmente di quel- 
r impunità dice: « e pure, sino a quel ponto, non ap- 
pare, nò SI legge in processo impunità, quale pure, nauti 
detta redargulione, doueua constare in processo, secondo 
li termini di ragione. » 

In quel luogo delle difese e' ò una parola buttata là, 
come incidentemente, ma significantissima. Ripassando 
gli atti che precedettero l'impunità, l'avvocato non fa 
alcuna eccezione espressa e diretta alla tortura data al 
Piazza , ma ne parla cos'i : t sotto pretesto d' inuerisi- 
niili. torturalo. » Ed è, mi pare, una circostanza degna 
d' osservazione che la cosa sia stata chiamata col suo 
nome anche allora, anche davanti a quelli che n' eran 
gli autori, e da uno che non pensava punto a difender 
la causa di chi n'era stato la vittima. 

Bisogna dire che quella promessa d'impunità fosse 
poco conosciuta dal pubblico, giacché il Ripamonti, rac- 



DELIA COLONNA INFAME. 355 

coniando i latti princii)ali del processo, nella sua storia 
della peste, non ne fa menzione, anzi l' esclude indiret- 
tamente. Questo scrittore, incapace d'alterare appostala 
verità, ma inescusabile di non aver letto, nò le difese 
del Padilla, né V estratto del processo che le accompa- 
gna, e d' aver creduto piuttosto alle ciarle dei pubblico, 
alle menzogne di qualche interessato, racconta invece 
che il Piazza, subito dopo la tortura, e mentre lo sle- 
gavano per ricondurlo in carcere, uscì fuori con una 
rivelazione spontanea, che nessuno s'aspettava (1). La bu- 
giarda rivelazione fu fatta bensì, ma il giorno seguente, 
dopo r abboccamento con 1' auditore, e a gente che se 
r aspettava benissimo. Sicché , se non fossero rimasti 
que' pochi documenti, se il senato avesse avuto che fare 
soltanto col pubblico e con la storia , avrebbe ottenuto 
r intento d'abbuiar quel fatto così essenziale al processo, 
e che diede le mosse a tutti gli altri che venner dopo. 

Quello che passò in quell'abboccamento, nessuno lo 
sa, ognuno se l'immagina a un di presso. « É assai 
verosimile, » dice il Verri, « che nel carcere istesso si 
sia persuaso a quesl' infelice , che persistendo egli nel 
negare, ogni giorno sarebbe ricominciato lo spasimo, che 
il delitto si credeva certo, e altro spediente non esservi 
per lui fuorché l'accusarsi e nominare i complici, così 
avrebbe salvalo la vita, e si sarebbe sottratto alle tor- 
ture pronte a rinnovarsi ogni giorno. Il Piazza dunque 
chiese, ed ebbe l' impunità, a condizione però che espo- 
nesse sinceramente il fatto (2). » 

Non pare però punto probabile che il Piazza abbia 
chiesto lui r impunità. L' infelice, come vedremo nel se- 
guilo del processo, non andava avanti se non in quanto 
era strascinato; ed è ben più credibile, che, per fargli 
fare (piel primo, così strano e orribile passo, per tirarlo 
a calunniar so e altri, l'auditore gliel'abbia offerta. 
E di più, i giudici, quando gliene parlaron poi, non 

(1) Di^ Pcslo, eie. pag. 84. 

(2) Oss. 5 IV. 



356 STOIUA 

avrebbero omessa una circostanza cosi iraportanlo, e 
che dava tanto maggior peso alla confessione ; nò T a- 
vrcbbe omessa il capitano di giustizia nella lettera allo 
Spinola. 

Ma chi può immaginarsi i combattimenti di queir a- 
ninio a cui la memoria così recente dei tormenti avrà 
fatto sentire a vicenda il terror di soffrirli di nuovo, e 
r orrore di farli soffrire ! a cui la speranza di fuggire 
una morte spaventosa, non si presentava che accompa- 
gnata con lo spavento di cagionarla a un altro inno- 
cente! giacche non poteva credere che fossero per ab- 
bandonare una preda, senza averne acquistata un'altra 
almeno, che volessero finire senza una condanna. Ce- 
dette, abbracciò quella speranza, per quanto fosse orri- 
bile e incerta; assunse l'impresa, per quanto fosse mo- 
struosa e difficile; deliberò di mettere una vittima in 
suo luogo. Ma come trovarla ? a che filo attaccarsi? come 
scegliere tra nessuno? Lui, era slato un fatto reale, che 
aveva servito d' occasione e di pretesto per accusarlo. 
Kra entrato in via della Veira, era andato rasente al 
muro, l'aveva toccato; una sciagurata aveva traveduto, 
ma qualche cosa. Un fallo altrcllanto .innocente, e al- 
trellnnlo indilferenle fu, si vede, quello che gli sugger'i 
la persona e la favola. 

Il barbiere Giangiacomo Mora componeva e spacciava 
un unguento contro la peste; uno dei mille specifici 
che avevano e dovevano aver credilo , mentre faceva 
tanta strage un male di cui non si conosce il rimedio, 
e in un secolo in cui la medicina aveva ancor cosi poco 
imparato a non alTermare, e insegnato a non cretlere. 
Pochi giorni jìrima d' essere arrestato, il Piazza aveva 
chiesto di (lueil' unguento al barbiere; questo aveva pro- 
messo di preparargliene; e avendolo poi incontrato sul 
Carrobio, la mattina stessa del giorno che seguì l'arresto, 
gli aveva detto che il vasetto era pronto, e venisse a 
prenderlo. Volevan dal Piazza una storia d'unguento, 
di concerti, di via della Veira ; quelle circostanze così 



DELLA COLONNA INFAME. 3S7 

recenti gli serviroii di materia por componie una: se 
si può chiamar comporre T attaccare a molte circostanze 
reali un' invenzione incompatibile con osse. 

Il giorno seguente, 26 di giugno, il Piazza è con- 
dotto davanti agli esaminatori, e l'auditore gl'intima: 
che dica conforme a quello che eslraìudicialmente con- 
fessò a me, alla presenza anco del Notaro Balbiano se 
sa chi è il fabbricatore degli unguenti, con quali tante 
volte si sono trouate ontate le porte et mura delle case 
et cadenazzi di questa città. 

Ma il disgraziato, che, mentendo a suo dispetto, cer- 
cava di scostarsi il meno possibile dalla verità , rispose 
soltanto : a me l' ha dato lui /' unguento, il Barbiero. Son 
le parole tradotte letteralmente, ma messe cos"i fuor di 
luogo dal Ripamonti : dedit unguenta mihi tonsor. 

Gli si dice che nomini il detto Barbiero; e il suo com- 
plice, il suo ministro in tale attentato, risponde: credo 
habbi nome Gio. Jacomo , la cui parentela (il cognome) 
non so. Non sapeva di certo , che dove stesse di casa, 
anzi di bottega; e, a un'altra interrogazione, lo disse. 

Gli domandano se da detto Barbiero lui Constituto ne 
ha hauuto o poco o assai di detto unguento. Risponde : 
me ne ha dato tanta quantità come potrebbe capire que- 
sto calamaro che è qua sopra la tauola. Se avesse rice- 
vuto dal Mora il vasetto del preservativo che gli aveva 
chiesto, avrebbe descritto quello; ma non potendo cavar 
nulla dalla sua memoria , s' attacca a un oggetto pre- 
sente, per attaccarsi a qualcosa di reale. Gli domandano . 
se detto Barbiero è amico di lui Constituto. E qui non 
accorgendosi come la verità che gli si presenta alla me- 
moria, faccia ai cozzi con l'invenzione, risponde: è amico, 
signor s), buon dì, buon anno, è amico , signor si; vai a 
dire che lo conosceva appena di saluto. 

Ma gli esaminatori, senza far nessuna osservazione, 
passarono a domandargli, con qual occasione detto Bar- 
biero gli ha dato detto onto. Ed ecco cosa rispose : pas- 
sai di là, et lui chiamandomi mi disse: vi ho puoi da 



358 STORIA 

dare un non so che; io gli dissi cìie cosa era? et egli 
disse : è non so che onte; et io dissi : sì, si, t'errò puoi 
a tuorlo; et così da lì a due o tre giorni, me lo diede puoi. 
Altera le circoslanze materiali del fatto quanto ò neces- 
sario per accomodarlo alla favola ; ma gli lascia il suo 
colore; e alcune delle parole che riferisce, eran proba- 
bilmente quelle eh' eran corse davvero tra loro. Parole 
dette in conseguenza d' un concerto già preso, a propo- 
sito d' un preservativo , le dà per detto all' intento di 
proporre di punto in bianco un avvelenamento, almen 
tanto pazzo quanto atroce. 

Con lutto ciò, gli esaminatori vanno avanti con le do- 
mande, sul luogo, sul giorno, suU' ora della proposta e 
della consegna; e, come contenti di quelle risposte, ne 
chiedon dell' altre. Che cosa gli disse quando gli conse- 
gnò il dello vasello d' onlof 

Mi disac: pigliate questo vasetto, et ongele le muraglie 
qui addietro, et poi venete da me che hauerete una mano 
de danari. 

€ Ma perdio il barbiere senza arrischiare non ungeva 
da se di notte! » postilla qui, slavo per dire esclama, 
il Verri. E una tale inverisimiglianza avventa, per dir 
così, ancor più in una risposta successiva. Interrogato 
se il detto Barbiero assignò a lui Constituto il luogo pre- 
ciso da ongere, risponde : mi disse che ongessi lì nella 
Vedrà de CitUvlini, et che cominciassi dal suo uscio, douc 
in effetto cominciai. 

« Nemmeno V uscio suo proprio aveva unto il bar- 
biere! » postilla qui di nuovo il Verri. E non ci voleva, 
certo , la sua perspicacia per fare un' osservazion si- 
mile; ci volle l'accecamento della passione per non farla, 
la malizia della passione per non farne conio, se, come 
è più naluralc, si presentò anche alla mente degli esa- 
minatori. 

L' infelice inventava così a stento, e come per forza, 
e solo quando era eccitato, e come punto dalle domande, 
che non si saprebbe indovinare so quella promessa di 



DELLA COLONNA INFAME. 359 

(lanari sia slata immaginata da lui per dar qualche ra- 
gione dell'avere acccllata una commission di quella sorle, 
se gli fosse stata suggerita da un' interrogazion del- 
l' auditore, in quel tenebroso abboccamento. Lo stesso 
bisogna dire d' un'altra invenzione con la quale, nell'e- 
same, andò incontro indirettamente a un' altra difficoltà, 
cioè come mai avesse potuto maneggiar quell'unto cos'i 
mortale senza riceverne danno. Gli domandano se detto 
Barbìcro disse a lui Constituto per qual causa facesse 
ontare le dette porte et muraglie. Risponde : lui non mi 
disse niente; m' imagino bene che detto onto fosse velenatd, 
et potesse nocere aiti corpi Immani, poiché la mattina 
seguente mi diede un'acqua da beuere, dicendomi che mi 
sarei preseruato dal veleno di tal onto. 

A tutte queste nsposte, e ad altre d'ugual valore, 
che sarebbe lungo e inutile il riferire, gli esaminatori 
non trovaron nulla da opporre, o per parlar più preci- 
samente, non opposero nulla. D'una sola cosa credettero 
di dover chiedere spiegazione: per qual causa non l'ha 
potuto dire le altre volte. 

Rispose: io non lo so, uè so a che attribuire la causa, 
se non a quell'acqua che mi diede da bere ; perchè V. S. 
vede bene che, per quanti tormenti ho hauuto, non ho 
potuto dir niente. 

Questa volta però quegli uomini così facili a conten- 
tarsi, non son contenti, e tornano a domandare: per 
qual causa non ha detta questa verità prima di adesso, 
massime sendo slato tormentato nella maniera che fu tor- 
mentato, et sabbato et Meri. 

Questa verilcà ! 

Risponde: io non l'ho detto, perchè non ho potuto, et 
se io fossi slato centanni sopra la corda, io non haue- 
ria mai potuto dire cosa alcuna perchè non poteuo par- 
lare, poiché quando m'era dimandata qualche cosa di 
questo particolare, mi f agiva dal cuore, et non poteuo ri- 
spondere. Sentilo questo, chiuser l'esame, e rimandaron 
lo sventurato ih carcere. 



360 STORIA 

Ma basta eli chiamarlo sventurato? 

A una tale interrogazione , la coscienza si confonde . 
rifugge, vorrebbe dichiararsi incompetente; par quasi 
un'arroganza spietata, un' ostentazion farisaica, il giu- 
dicar chi operava in tali angosce, e tra tali insidie. Ma 
costretta a rispoiulere, la coscienza deve dire : fu anche 
colpevole ; i patimenti e i terrori dell' innocente sono 
una gran cosa, hanno di gran virtù; ma non quella di 
mutar la legge eterna, di fari che la calunnia cessi d'es- 
ser colpa. E la compassione slessa , chi' vorrebbe pure 
scusare il tormentato, si rivolta subito anch'essa con- 
tro il calunniatore: ha sentito nominare un altro inno- 
cente; prevede altri patimenti, altri terrori, forse altre 
simili colpe. 

E gli uomini che crearon (pieU' angosce, che tesero 
quell'insidie, ci parrà d'averli scusati con dire: si cre- 
deva all'unzioni; e c'era la tortura? Crediam pure an- 
che noi alla possibilità d'uccider gli uomini col veleno; 
e cosa si direbbe d'un giudice che adducesse questo 
per argomento d'aver giustamente condannalo un uomo 
come avvelenatore? C"è pure ancora la pena di morte; 
e cosa si risponderebbe a uno che pretendesse con que- 
sto di giustificar tutte le sentenze di morie? No; non c'era 
la tortura per il caso di Guglielmo Piazza: furono i giu- 
dici che la vollero, che per dir così, l'inventarono in 
quel caso. Se gli avesse ingannali , sarebbe stala loro 
colpa, perchè era opera loro; ma ahbiam visto che non 
gl'inganno. Mettiagiì pure che siano slati ingannali dalle 
parole del Piazza nell'ultimo esame, che abbian potuto 
credere un fallo, esposto, spiegato, circostanzialo in 
quella maniera. Da che eran mosse quelle parole come 
l'avevano avute? Conun mezzo, sull' illegillimilà del (|ualc 
non dovevano ingannarsi, e non s'ingannarono infatti, 
poiché cercarono di nasconderlo e di travisarlo. 

Se, per impossibile, tutto quello che venne dopo fosse 
slato un cojicorso accidentale di cose le più atte a con- 
fermar l'inganno, la colpa rimarrebbe ancora a coloro 



DELLA COLONNA INFAME. 361 

clic gli avevano aperta la strada. Ma vedremo in vece 
clic tutto fu condotto da quella medesima loro volontà, 
la quale, per manlener l'inganno fino alla fine, dovette 
ancora eluder le leggi, come resistere all'evidenza, farsi 
gioco della probità, come indurirsi alla compassione. 



IV. 



L'auditore corse, con la sbirraglia, alla cosa del Mora, 
e lo trovarono in bottega. Ecco un altro reo che non 
pensava a fuggire, né a nascondersi, benché il suo com- 
plice fosse in prigione da quattro giorni. C'era con lui 
un suo figliuolo; e l'auditore ordinò che fossero arre- 
stati tutt'e due. 

Il Verri, spogliando i libri parrocchiali di San Lorenzo, 
trovò che l'infelice barbiere poteva avere anche tre figlie; 
una di (juattordici anni, una di dodici, una che aveva 
appena finiti i sci. Ed è bello il vedere un uomo ricco, 
nobile, celebre, in carica, prendersi questa cura di sca- 
var le memorie d' una famiglia povera, oscura, dimenti- 
cata: che dico? infame: e in mezzo a una posterilà, erede 
cieca e tenace della stolta esecrazione degli avi, cercar 
nuovi oggetti a una corapassion generosa e sapiente. 
Certo, non ò cosa ragionevole l' opporre la compassione 
alla giustizia, la quale deve punire anche quando è co- 
stretta a compiangere, e non sarebbe giustizia, se vo- 
lesse condonar le pene de' colpevoli al dolore degl'inns- 
cenli. Ma contro la violenza e la frode, la compassione 
è una ragione anch'" essa. E se non fossero state che 
quelle prime angosce d'una moglie e d'una madre, 
quella rivelazione d'un cosi nuovo spavento, e d'un 
così nuovo cordoglio a bambine che vedevano metter le 
mani addosso al loro padre, al fratello, l(^garli, trattarli 
come scellerati; sarebbe un carico terribile conh'o co- 

VoL. II, 16 



362 STORIA 

loro, i quali non avevano dalla giustizia il dovere, e 
nemmeno dalla legge il permesso di venire a ciò. 

Che, anche per procedere alla cattura, ci volevano 
naturalmente degl'indizi. E qui non c'era nò fama, né 
fuga, nò querela d'un offeso, ni" accusa di persona de- 
gna di fede, né deposizion di testimoni; non c'era al- 
cun corpo di delitto; non c'era altro che il detto d'un 
supposto complice. E perchè un detto tale, che non aveva 
per se valor di sorte alcuna, potesse dare al giudice la 
facoltà di procedere, eran necessarie molte condizioni. 
Più d' una essenziale, avremo occasion di vedere che non 
fu osservata; e si potrebbe facilmente dimostrarlo di 
moU'altre. Ma non ce n'ò bisogno; perchè, quand'an- 
che fossero stale adempite tutte a un puntino, c'era in 
questo caso una circostanza che rendeva l'accusa radi- 
calmente e insanabilmente nulla: l'essere stata l'alta in 
conseguenza d'una promossa dimpunitcà. «A chi rivela 
per la speranza dell'impunità, o concessa dalla legge, 
promessa dal giudice, non si crede nulla contro i no- 
minati, » dice il Farinacci (1). E il Bossi: » si può op- 
porre al testimonio che (jnel che ha detto, l'abbia detto 

per essergli stata promessa l'impunità mentre un 

testimonio deve parlar sinceramente, e non per la spe- 
ranza d'un vantaggio E questo vale anche ne' casi 

in cui, per altre ragioni, si può fare eccezione alla re- 
gola elle esclude il complice dall' attestare .... perchè 
colui che attesta per una promessa d'impunità, si chia- 
ma corrotto, e non gli si crede (2). » Ed era dottrina 
non conlradctta. 

Mentre si preparavano a visitare ogni cosa, il Mora 
disse all'auditore: Oh V. S. veda! so che e retìiila per 
queir nuijxienlo : V. S. lo veda là; el ajwnlo quel rasedhéo 
ihaucuo appnrecchinto per darlo al Commissario, ma non 
è venuto a piffliarlo ; io, uratia a Dio, non ho fallato. V. 
S. veda per tutto: io uon ho fallato: può sparafinare di 

(1) Quaest. XLIU, 192. V. Sumin.iriuin. 

(2) Traclat. var., lit. De opposiiiouilms ooiilra tosles; 21. 



DELLA COLONNA INFAME. 363 

farmi tener legato. Credeva V infelice che il suo reato 
fosse d'aver composto e spacciato quello specifico senza 
licenza. 

Friigan per tulio; ripassan vasi, vasetti, ampolle, al- 
berelli, haratloli. (I barbieri, a quel tempo, esercilavan 
la bassa chirurgia ; e di lì a fare anche un po' il me- 
dico, e un po' lo speziale, non c'era che un passo.) Due 
rose parvero sospette ; e, chiedendo scusa al lettore, slam 
costretti a parlarne, perchè il sospetto manifestalo da 
coloro, neiralto della risila, fu quello che diede poi al 
povero sventurato un' indicazione, un mezzo per potersi 
accusare ne' tormenti. E del resto e' è in tutta questa 
storia qualcosa di più forte che lo schifo. 

In tempo di peste, era naturale che un uomo, il (piale 
dovfn-a trattar con molte persone, e principalmente con 
ammalali, slesse, per ([uanlo era possibile, segregato dalla 
famiglia: e il difensor del Padilla fa questa osservazione 
dove, come vedremo or ora, oppone al processo la man- 
canza d'un corpo di delitto. La jieste medesima poi aveva 
diminuito in quella desolala popolazione il bisogno della 
pulizia, ("h'era già poco. Si Irovaron perciò in una slan- 
zina dietro la bottega duo rasa stercore fiumano piena, 
dice il processo. Un birro se ne maraviglia, e (a tutti 
era lecito di parlar contro gli untori ) fa osservare che 
di fiopra vi è il condotto. Il Mora rispose : io dormo qui 
da basso, et non rado di sopra. 

La seconda cosa fu che in un cortiletto si vide un 
fornello con dentro murata una caldara di rame , nella 
quale si è trouato dentro dell' aqua torbida, in fondo della 
quale si è trouato una materia viscosa gialla et bianca, 
la quale gettata al muro, fattone la pruua si attaccaua. 
Il Mora disse: ré smaglio (ranno): e il processo noia 
che lo disse con molta insistenza : cosa che fa vedere 
quanto essi mostrassero di trovarci mistero. Ma come 
mai s' arrischiarono di far tanto a confidenza con quel 
veleno cosi pulente e cosi misterioso? Bisogna dire che 
il furore soffogasse la paura, che pure era una delle sue 
cagioni. 



364 STORIA 

Tra le carte poi si trovò una ricella , che 1' auditore 
diede in mano al Mora , perchè spiegasse cos' era. Que- 
sto la stracciò, perchè, in quella confusione, l'aveva presa 
per la ricetta dello specifico. I pezzi furon raccolti su- 
hito; ma vedremo come questo miserabile accidenle fu 
poi fallo valere contro quell'infelice. 

Neir eslratto del processo non si trova quanle persone 
fossero arrestate insieme con lui. Il Ripamonti dice che 
menaron via tutta la gente di casa e di bottega; giovani, 
garzoni, moglie, tigli, e anche parenti, se ce n'era lì (1). 

Neir uscir da quella casa, nella quale non doveva più 
rimetter piede, da quella casa che doveva esser demolita 
dai fondamenti, e dar luogo a un monumento d'infa- 
mia, il Mora disse: io non ho fallato, ci se ho fallalo, 
che sij castifialo; ma da quello Elclluario in puoi, io non 
ho fallo altro ; però se hauessi fallato in qualche cosa, ne 
domando misericordia. 

Fu esaminato il giorno medesimo, e interrogato prin- 
cipalmente sul ranno che pli avevan trovato in casa, e 
sulle sue relazioni col commissario. Intorno al primo, 
rispose: signore, io non so niente, et l'hanno fatto far 
le donne; che ne dimandano conto da loro, che lo diran- 
no: et sapeno tanto io che quel smofjlio vi fosse, quanto 
che mi credessi d'esser ofii/i condotto prigione. 

Intorno al commissario raccontò del vasetto d'unguento 
che doveva dargli, e ne specificò gf ingredienti ; altre 
relazioni con lui, disse di non averne avute, se non che, 
circa un anno prima , quello era venuto a casa sua , a 
chiedergli un servizio del suo mestiere. 

Subito dopo fu esaminato il figliuolo; e fu allora che 
quel povero ragazzo ripetè la sciocca ciarla del vasetto 
e della penna, che abbiain riferita da principio. Del re- 
sto l'esame fu inconcludente; e il Verri osserva, in una 
postilla, che « si doveva inlerrogare il figlio del barbiere 
su quel ranno, e vedere da quanto tempo si trovava nella 

(1) Et si qui eonsanguiiiei eranl, pag. 87- 



DELLA COLONNA INFAME. 365 

caldaia, come fatto, a che uso ; e allora si sarebbe chia- 
rito meglio r affare. « Ma, » soggiunge, « temevano di 
non trovarlo reo. » E questa veramente è la chiave di 
tutto. 

Interrogarono però su qnd particolare la povera mo- 
glie del Mora, la quale alle varie domande rispose che 
aveva fatto il bucato dieci o dodici giorni avanti ; che 
ogni volta riponeva del ranno per certi usi di chirur- 
gia; che per questo gliene avevan trovato in casa; ma 
che quello non era stato adoperato, non essendocene 
slato bisogno. 

Si fece esaminare quel ranno da due lavandaie, e da 
Ire medici. Quelle dissero eh' era ranno , ma alterato : 
questi, che non era ranno ; le une e gli altri, perchè il 
fondo appiccicava e faceva le fila. « In una bottega d'un 
barbiere, » dice il Verri; « dove si saranno lavati dei 
lini sporchi e dalle piaghe e da' cerotti , qual cosa più 
naturale che il trovarsi un sedimento viscido , grasso , 
giallo, dopo varii giorni d'estate? (1) » 

Ma in ultimo, da quelle visite non risultava una sco- 
perta; risultava soltanto una contradizione. E il difen- 
sore del Padilla ne deduce, con troppo evidente ragione, 
che t dalla lettura dell' istesso processo oITensiuo , non 
si vede constare del corpo del delitto; requisito e pream 
bolo necessario, acciò si venga a Reato, atto tanto pre- 
giudiciale, e danno irreparabile. » E osserva che, tanto 
più era necessario, in quanto l'effetto che si voleva at- 
tribuire a un delitto, il morir tante persone, aveva la 
sua causa naturale. « Per i quali giuditii incerti, » dice, 
t quanto fosse necessario venire all' esperienza , lo ri- 
cercauano le maligne costellationi , e li pronostici de' 
Malthematici, i quali nell'anno 1630 altro non conclu- 
dcuano che peste, e finalmente il veder tante città in- 
signi della Lombardia, et Italia rimanere desolate, e dalla 
peste distrutte, in quali non si sentirno pensieri, ne ti- 
mori di onto. » Anche l' errore vien qui in aiuto della 

(I) Oss. § IV. 



366 STORIA 

verità ; la quale però non n'aveva bisogno. E fa male il 
vedere come quest'uomo, dopo aver fatto e questa e al- 
tre osservazioni, ugualmente atte a dimostrar chimerico 
il delitto medesimo, dopo avere attribuito alla forza de' 
tormenti le deposizioni che accusavano il suo cliente , 
dica in un luogo queste strane parole : » conuien con- 
fessare, che per malignità de' detti nominati, et altri com- 
plici, con animo ancor di sualigiare le case, e far gua- 
dagni, come il detto barbiere, al fot. 104, disse, si moues- 
sero a tanto delitto contro la propria Patria, » 

Nella lettera d'informazione al governatore, il capi- 
tano di giustizia parla di questa circostanza così : « Il 
barbiere è preso, in casa di cui si sono trouate alcune 
misture, per giudicio de' periti, molto sospette. » Sospette! 
È una parola con cui il giudice comincia , ma con cui 
non finisce , se non suo malgrado , e dopo aver tentati 
tutti i mezzi per arrivare alla certezza. E .se ognuno non 
.sapesse, o non indovinasse quelli ch'erano in uso anche 
allora , e che si sarebbero potuti adoprare , quando si 
fesse veramente pensato a chiarirsi sulla qualità velenosa 
di quella porcheria, l'uomo che presiedeva al processo 
ce l'avrebbe fatto sapere. In quell'altra lettera rammen- 
tata poco sopra, con la quale il tribunale della Sanità 
aveva informato il governatore di ipiel grande imbrat- 
tamento del 18 di maggio, si parlava pure d'un espe- 
rimento fatto sopra de' cani, « per eccertarsi se tali on- 
tuosità erano peslilentiali o no. » Ma allora non avevan 
nell(> mani nessun uomo sul quale potessero fare l'e- 
sperimenlo della tortura, e contro il (juale le turbe gri- 
dassero lolle ! 

Prima però di mettere alle strette il Mora, vollero aver 
dal commissario più chiare e precise notizie; e il let- 
tore dirà che ce n'era bisogno. Lo fecero dunque ve- 
nire, e gli domandnrono se ciò che aveva deposto era 
vero, e se non si rammentava d'altro. Confermò il primo 
detto, ma non trovò nulla da aggiungerci. 

Allora gli dissero che ha mollo deW imierismile che 



DELIA COLONNA. INFAME. 367 

tra lui et detto Barhiero non sia passata altra negolia- 
tione di quella che ha deposto, Irallaiidosi di negotio tanto 
grane, il quale non si commette a persone per eseguirlo, 
se non con grande et confidente negotiatione, et non alla 
fugita, come lui depone. 

L'osservazione ora giusta, ma veniva tardi. Perchè non 
farla alla prima, quando il Piazza depose la cosa in quc' 
termini? Perchè una cosa tale chiamarla verità? che aves- 
sero il senso del verisimile cosi ottuso, così lento, da vo- 
lerci un giorno intero per accorgersi che lì non c'era? 
Essi? Tutt' altro. L'avevan delicatissimo, anzi troppo de- 
licato. Non eran que' medesimi che avevan trovato, e im- 
mediatamente, cose inverisimili che il Piazza non avesse 
sentito parlare dell' imbrattamento di via della Vetra, e 
non sapesse il nome de' deputati d' una parrocchia? E 
perchè in un caso così sofistici, in un altro cosi correnti? 

Il perchè lo sapevan loro, e Chi sa tutto; quello che 
possiamo vedere anche noi è che trovaron Tinverisimi- 
gllanza , quando poteva essere un pretesto alla tortura 
del Piazza; non la trovarono quando sarebbe stata un 
ostacolo troppo manifesto alla cattura del Mora. 

Abbiam visto, è vero, che la deposizion del primo, 
come radicalmente nulla , non poteva dar loro alcun di- 
ritto di venire a ciò. Ma poiché volevano a ogni modo 
servirsene, bisognava almeno conservarla intatta. Se gli 
avessero dette la prima volta quelle parole: ha molto 
dell' inuerisimile ; se lui non avesse sciolta la difficoltà, 
mettendo il fatto in forma meno strana, e senza contra- 
dire al già detto (cose da sperarsi poco); si sarebbero 
trovati al bivio, o di dover lasciare stare il Mora, odi 
carcerarlo dopo avere essi medesimi protestalo, per dir 
così, anticipatamente contro un tal atto. 

L'osservazione fu accompagnata da un avvertimento 
terribile. Et perciò se non si risoluerà di dire interamente 
la verità , come ha promesso , se gli protesta che non se 
gli seruarà l'impunità promessa, ogni volta che si trovi 
diminuita la suddetta sua confessione, et non intiera di 



368 STORIA 

tutto quello è passato tra di lui et il suddetto Barbiero^ 
et per il contrario , dicendo la rerilà se gli seruarà /' im- 
punità promessa. 

E qui si vede , come avevamo accennato sopra , cosa 
potè servire ai giudici il non ricorrere al governatore 
per queir impunità. Concessa da questo, con autorità regia 
e riservata, con un atto solenne, e da inserirsi nel pro- 
cesso, non si poteva ritirarla con quella disinvoltura. Le 
parole dette da un auditore si potevano annullare con 
altre parole. 

Si noti che l'impunità per il Baruello fu chiesta al 
governatore il 5 di settembre, cioè dopo il supplizio del 
Piaz/.a, del Mora, e di qualche altro infelice. Si poteva 
allora mettersi al rischio di lasciarne scappar qualche- 
duno: la fiera aveva mangiato, e i suoi ruggiti non do- 
vevan più esser così impazienti e imperiosi. 

A quell'avvertimento, il commissario dovette, poichò 
stava fermo nel suo sciagurato proposito, aguzzar l'in- 
gegno quanto poteva, ma non seppe far altro che ripe- 
ter la storia di prima. Diro a V. S.: due d'i avanti che 
mi dasse l'onto, era il detto Barbiero sul corso di Porta 
Ticinese, con tre d'altri in compafjnia ; et vedendomi pas- 
sare , mi disse: Commissario , ho un onfo da darui\ io 
ijli dissi: volete darmelo adesso f lui mi disse di no, et 
aU'hora non mi disse l'effetto che doueua fare il detto 
onta; ma quando me lo diede poi, mi disse ch'era onta 
da onriere le muraijlie. per far morire la fiente : né io gli 
diinanilai se lo haueua provato. Se non che la prima volta 
aveva drtto: lui non mi disse )iiente\ m' imagino bene 
che detto onto fosse velenato ; la seconda: WM/mc c/r era 
per far morire la gente. Ma senza farsi caso d'una tal 
contradizione, gli domandano chi erano quelli che erano 
con detto Barbiero. et come erano vestili. 

Chi fossero, non lo sa ; sospetta che tiovessero essere 
vicini del Mora; come fossero vestiti non se ne ram- 
meiita; solo mantiene che ^ vero tutto ciò che ha de- 
posto contro di lui. Interrogato se ò pronto a sostener- 



DELLA COLONNA INFAME. 309 

glielo in faccia, risponde di sì. È messo alla tortura per 
purtjrar l'infamia, e perchè possa fare indizio coniro 
queir infelice. 

I tempi della tortura sono, grazie al cielo, abbastanza 
lontani , perchè queste formolo richiedano spiegazione. 
Una legge romana prescriveva che « la testimonianza 
d'un gladiatore o di persona simile , non valesse senza 
i tormenti (1) » la giurisprudenza aveva poi determinate, 
sotto il titolo d'infami, le persone alle quali questa re- 
gola dovesse applicarsi: e il reo, confesso o convinto, 
entrava in quella categoria. Ecco dunque in che maniera 
intendevano che la tortura purgasse l'infamia. Come in- 
fame, dicevano, il complice non merita fede; ma quando 
affermi una cosa contro un suo interesse forte, vivo, pre- 
sente , si può credere che la verità sia quella che lo 
sforzi ad affermare. Se dunque, dopo che un reo s'è 
fatto accusatore d'altri, gli s'intima, o di ritrattar l'ac- 
cusa, di sotfoporsi ai tormenti, e lui persiste nell'ac- 
cusa ; se, ridotta la minaccia ad effetto , persiste anche 
ne" tormenti, il suo detto diventa credibile: la tortura 
ha purgato l'infamia, restituendo a quel detto l'autorità 
che non poteva avere dal carattere della persona. 

E perchè dunque non avevan fatta confermare al Piazza 
ne' tormenti la prima deposizione ? Fu anche questo per 
non mettere a cimento quella deposizione, così insuffi- 
ciente, ma così necessaria alla cattura del Mora? Certo 
una tale omissione rendeva questa ancor più illegale: 
giacche era bensì ammesso che l'accusa dell' infame, non 
confermata ne' tormenti , potesse dar luogo, come (pia- 
lunque altro più difettoso indizio, a prendere informa- 
zioni, ma non a procedere contro la persona (2). E ri- 
guardo alla consuetudine del foro milanese , ecco quel 
che attesta il Claro in forma generalissima : « AfTuichè 
il detto del complice faccia fede, è necessario che sia 
confermato ne' tormenti , perchè essendo lui infame a 

(4) Dig. Lib. XXn. tit. V. De testibns; \. 21, 2. 
lì) V. Farinacci, Qaaest. XLHI, «34, 13j 



370 STORIA 

càgion del suo proprio deliuo, non può essere ammesso 
come testimonio, senza tortura; e così si pratica da noi: 
et ita apud nos serratur (1). » 

Era dunque legale almeno la tortura data al commis- 
sario in quest'ultimo costilulo? No, certamente: era ini- 
qua , anche secondo le leggi , poiché gliela davano per 
convalidare un'accusa che non poteva diventar valida 
con nessun mezzo, a cagion dell' impunità da cui era 
stata promossa. E si veda come gli avesse avvertiti a 
proposito il loro Bossi. « Essendo la tortura un male ir- 
reparahile, si hadi hene di non farla soffrire in vano a 
un reo in casi simili, cioè quando non ci siano altre 
presunzioni o indizi del delitto (2). » 

Ma che? facevan dunque contro la legge, a dargliela 
e a non darglickr? Sicuro; e qual maraviglia che chi 
s'è messo in una strada falsa, arrivi a due die non sono 
huone, uè Funa né l'altra 1 

Del resto , è facile indovinare che la tortura datagli 
per fargli ritrattare un'accusa, non dovette esser cosi 
eiricace come quella datagli per isforzarlo ad accusarsi. 
Infatti, non ehliero questa volta a scrivere esclamazioni, 
a registrare urli né gemili: sostenne tranquillamente la 
sua deposizione. 

Gli domandaron due volle perchè non l'avesse fatta 
ne' primi costituti. Si vede che non potevan levarsi dalla 
testa il duhhio, e dal cuore il rimorso che (piella sciocca 
storia fosse un' is|ìirazioii dell' impunità. Ris|iose: fu po' 
l' imiiedimcnlo dell' acqua clw Ito dello che liaueuo beuula. 
Avrehhero certamente desiderato qualcosa di più conclu- 
dente; ma hisognava contentarsi. Avevan trascurati, che 
dico? schivali, esclusi tulli i mezzi, che potevan con- 
durre alla scoperta della verità: delle due contrarie con- 
clusioni che potevan risultare dalla ricerca, n' avevan 
voluta una, e adoprato, prima un mezzo, poi un altro, 
per ottenerla a qualunque costo: potevan pretendere di 

(J) Op. cit. Quaost. XXI, 13. 

(■ì) Op. cil. lii. Di3 in(iii'ii.s el considerationibus ante torluram; 152. 



1)KI.I,.V COLONNA INFAME. 371 

trovarci quella soddisfa/.iono che può dar la verità sin- 
ceramente cercala? Spegnere il lume è un mezzo oppor- 
lunissimo per non veder la cosa che non piace, ma non 
per veder quella che si desidera. 

Calato dalla fune, e mentre lo slegavano , il commis- 
sario disse: Signore, ri voglio un pnoco pensar sino a 
(ìoniani, et dirò poi quello (VaunnUiggio, che mi ricorderò, 
tanlo contro di lui, quanto d'altri. 

Mentre poi lo riconducevano in carcere, si fermò, di- 
cendo: ho non so che da dire; e nominò come gente 
amica del Mora, e pochi di buono, quel Haruello, e due 
foresari (1), Girolamo e Gaspare Migliavacca, padre e 
figlio. 

Così lo sciagurato cercava di supplir col numero delle 
vittime alla mancanza delle prove. Ma coloro che l'ave- 
vano interrogalo, potevano non accorgersi che queir ag- 
giungere era una prova di più che non aveva che ri- 
spondere ? Eran loro che gli avevan chiesto delle circo- 
stanze che rendessero verisimile il fatto ; e chi propone 
la difficoltà, non si può dir che non la veda. Quelle 
nuove denunzie in aria, e que' tentativi di denunzie vo- 
levan dire apertamente: voi altri pretendete eh' io vi 
renda chiaro un fallo ; come è possibile, se il fatto non 
è? Ma, in ultimo, quel che vi preme è d'aver delle per- 
sone da condannare : persone ve ne do ; a voi tocca a 
cavarne quel che vi bisogna. Con qualcheduno vi riu- 
scirà: v' è pur riuscito con me. 

Di que' tre nominali dal Piazza, e d' altri che, andando 
avanti, furon nominati con ugual fondamento, e condan- 
nali con ugual sicurezza, non faremo menzione, se non 
in quanto potrà esser necessario alla storia di lui e del 
Mora (i quali, per essere i primi caduti in quelle mani, 
furono riguardati sempre come i pi-incipali autori del 
delitto) ; in quanto ne esca qualcosa degna di parli- 

(1) Arrotini di forbici piT t.iRliar l'oro filalo. L'esserci una professione 
a parie per queir induslria secondaria, fa vedere come fiorisse ancora la 
principale. 



372 STORIA 

colare osservazione. Omettiamo pure in questo luogo , 
come faremo altrove, de'fatli secondari e incidenti, per ve- 
nir subito al secondo esame del Mora; che fu in quel 
giorno medesimo. 

In mezzo a varie domande, sul suo specifico, sul ranno, 
su certe lucertole che aveva fatto prender da de' ragazzi, 
per comporne un medicamento di que' tempi (domande 
alle quali soddisfece come uomo che non ha nulla da 
nascondere né da inventare), gli metlon li i pezzi di 
quella carta che aveva stracciala nell' atto della visita 
La riconosco, disse, per quella scrittura che io strazzai 
inauerìentamente: et si potranno li pezzetti congregar in- 
sieme, per ueder la continenza, et mi verrà ancora a ine- 
moria da chi mi sij stata data. 

Passaron poi a fargli un'interrogazione di questa sorte: 
in che modo, non hauendo più che tanta amicitia con il 
detto Commissario chiamato Guglielmo Piazza, come ha 
detto nel precedente suo esame, esso Commissario con 
t(Uda libertà gli ricercò il suddetto raso di preseruatiuo; 
et lui Constituto, con tanta libertà et pìtstezza, si offerse 
di darglielo, et l'interpello di andarlo a pigliare, come 
nell' altro suo esame ha deposto. 

Ecco che torna in campo la misura stretta della ve- 
risiniiglianza. Quando il Piazza asserì per la prima volta 
che il barbiere, suo amico di bon dì e bon anno, con 
quella medesima libertà e prestezza, gli aveva olTerto un 
vasetto per far morire la gente, non gli fecero diffi- 
coltà; la fanno a chi asserisce che si trattava d'un ri- 
medio. Eppure, si devono naturalmente usar meno ri- 
guardi nel cercare un complice necessario a una con- 
iravvenzion leggiera, e per una cosa in se onestissima, 
che a cercarlo, senza necessità, per un attentato perico- 
loso (pianto esecrabile: e non è (piesta una scoperta che 
si sia falla in questi due ultimi secoli. Non era l'uomo 
del secento che ragionava cosi alla rovescia: era l'uomo 
della passione. Il Mora rispose: io lo feci per f interesse. 

Gli domandano poi se conosce quelli che il Piazza 



DELLA COLONNA LNFAME. 373 

aveva nominati ; risponde che li conosce, ma non è loro 
amico, perchè son certa gente da lasciarli fare il fallo 
suo. GU domandano se sa chi avesse fallo qiieU' imhrat- 
lamcnto di tulla la città : risponde di no. Se sa da chi 
il commissario ahhia avuto V unguento per unger le mu- 
raglie : risponde ancora di no. 

Gli domandan finalmente: se sa che persona alcuna, 
con ofl'erla de danari, abbi ricercalo il dello Commissa- 
rio ad onlar le muraglie della Vedrà de' Cittadini, et che 
per cosi fare, li habbi poi dato un vasetto di vetro con 
dentro tal onlo. Rispose , chinando la testa , e abbas- 
sando la voce {flectens caput, et submissa voce) : non so 
niente. 

Forse soltanto allora cominciava a vedere a che strano 
e orribil fine potesse riuscire quel rigirio di domande. 
E chi sa in che maniera sarà stala fatta questa da co- 
loro, che, incerti , volere o non volere , della loro sco- 
perta, tanto più dovevano accennar di saperne, e mo- 
strarsi anticipatamente forti contro le negative che preve- 
devano. I visi e gli atti che facevan loro, non li notavano. 
Andaron dunque avanti a domandargli direttamente: se 
lui Constituto ha ricercato il suddetlo Guglielmo Piazza 
Commissario della Sanità ad ongere le muraglie lì a torno 
alla Vedrà de' Cittadini , et per così fare se gli ha dato 
un vasetto di vetro con dentro V onlo che doueiia ado- 
perare; con promessa di dargli ancora una quantità de 
danari. 

Esclamò, più che non rispose : Signor no ! maidè (1), 
no! no in eterno! fir io queste cose? Son parole che 
può dire un colpevole, quanto un innocente; ma non 
nella stessa maniera. 

Gli fu replicato, che cosa dirà poi quando dal suddetto 



(1) Antica inlpriczion milani\sfì,rorrispon(lenle al losrano winrfiV, «par-, 
ticeila usala liapli amichi, alla provenzale, • dice la Crusca. Signillcava 
in origine mio Dio: od ora una dello tante formole di piuramento, en- 
trate per abuso nel discorso ordinario. Ma in questo caso quel Nome 
non sarebbe stalo nominato in rano. 



374 STORIA 

Gtiglielmo Piazza Commissario della Sanità , (jli sarà 
questa verità sostenuta in faccia. 

Di nuovo questa verità! Non conoscovan la cosa che 
per la deposizione d'un supposto complice; a questo 
avevan detto essi medesimi, il giorno medesimo, che, 
come la raccontava lui, liaueua molto dell' inucrisinìile: 
lui non ri aveva saputo aggiungere neppure un'ombra 
di verisimiglianza, se la conlradizione non ne dà; e al 
Mora dicevano francamente questa verità ! Era, ripeto, 
rossezza de' tempi? era barbarie delle leggi? era igno- 
ranza? era superstizione? era una di quelle volle che 
r iniquità si smentisce da sé ? 

Il Mora rispose : quando mi dirà questo in faccia, dirò 
che è un infame, et che non può dire questo, perchè non 
ha mai parlato con me di tal cosa, et (juardimi Diof 

Si fa venire il Piazza, e, alla presenza del Mora, gli 

si domanda tutto di seguito, se è vero questo e questo 

e questo; tutto ciò che ha deposto. Risponde: Signor sì, 

, che è vero. Il povero Mora grida : ah Dio misericordia ! 

non si trounrà mai questo. 

Il commissario: io sono a questi termini per sosten- 
tatui voi. 

Il Mora: non si troìnwà mai: non prouarete mai d'es- 
ser slato a casa mia. 

Il commissario: non fossi mai stato in casa vostra, 
come ri son stato: che sono a questi termini per voi. 

Il Mora : non si Irouarà mai che siate stato a casa mia. 

Dopo di ciò, fiiron rimandali, ognuno nel suo carcere. 

Il capitano di giustizia , nella lettera al governatore, 
più volte citata, rende conto di quel confronto in que- 
sti termini: « Il Piazza animosamente gli ha sostenuto 
in faccia, esser vero ch'egli riceuè da lui tale unguento, 
con le circostanze del luogo e del tempo. » Lo Spinola 
dovette credere che \\ Piazza .tvesse specificale queste 
circostanze, conlraddituiiamenle col Mora; e tutto (piel 
sost(mere animosamente si riduceva in realtà a un Si- 
gnor SI, che è vero. 



DELLA COLONNA LNFAME. 375 

La Icllera finisce con queste parole: « Si vanno fa- 
cendo altre diligenze per scoprire altri complici, o man- 
danti. Frattanto ho voluto che quello che passa fosse 
inteso da V. E., alla quale humilmente bacio le mani, 
et auguro prospero fine delh; sue imprese. » Prohahil- 
menle ne furono scritte altre , che sono perdute. In 
quanto airimprese, l'augurio andò a vóto. Lo Spinola, 
non ricevendo rinforzi, e disperando ormai di prender 
Casale, s'ammalò, anche di passione, verso il principio 
di settembre, e mori il 2S, mancando sull'ultimo all'il- 
lustre soprannome di prcndilor di città, acquistato nelle 
Fiandre, e dicendo (in ispagnuolo) : m' han levato V o- 
nore. Gli avevan fatto peggio, col dargli un posto a cui 
erano annesse tante obbligazioni, delle quali pare che a 
lui ne premesse solamente una: e probabilmente non 
gliel avevan dato che per questa. 

Il giorno dopo il confronto, il commissario chiese d'es- 
ser sentito; e, introdotto, disse: « il Barbiero ha detto 
ch'io non sono mg,i stato a casa sua; perciò V. S. esa- 
mini Baldassnre Litta, che sta nella casa dell' Àntiano, 
nella Contrada di San Bernardino, et Stefano Bnssio, che 
fa il tintore, et sta nel portone per contro S. Agostino, 
presso S. Ambrogio, li quali sono informati ch'io sono 
stato nella casa et bottega di detto Barbiero. 

Era venuto a fare una tal dichiarazione, di suo pro- 
prio impulso? era un suggerimento fattogli dare da' 
giudici? Il primo sarebbe strano, e l'.vsito lo farà ve- 
dere; del secondo c'era un motivo fortissimo. Volevano 
un pretesto per mettere il Mora alla tortura; e tra U' 
cose che, secondo V opinione di molti dottori . potevan 
dare all' accusa del complice quel valore che non aveva 
da sé, e renderla indizio sufficiente alla tortura del no- 
minato, una era che tra loro ci fosse amicizia. Non però 
un'amicizia, una conoscenza qualunque; perchè, « a in- 
tenderla così,» dice il Farinacci, « ogni accusa d'un 
complice farebbe indizio , essendo troppo facile che il 
nominante conosca il nominato in qualche maniera; ma 



376 STORIA 

bensì un praticarsi stretto e frequente, e (ale da render 
verisimile che Ira loro si sia potuto concertare il de- 
litto (1). > Per questo avevaii domandato da principio al 
commissario, se detto Barbiero è amico di lui Constituto. 
Ma il lettore si rammenta della risposta che n'ebbero: 
amico Sì, buon dì buon anno. L' intimazione minacciosa 
fattagli poi non aveva prodotto niente di piìi^ e quello 
che avevan [cercato come un mezzo , era diventato un 
ostacolo. É vero che non era, nò poteva diventar mai 
un mezzo legittimo nò legale, e che l'amicizia più in- 
tima e più provala non avrebbe potuto dar valore a 
un'accusa resa insanabilmente nulla dalla promessa d'im- 
punità. Ma a questa didìcultà, come a tante altre che 
non risultavano materialmente dal processo, ci passavan 
sopra: quella, l' avevan messa in evidenza essi mede- 
simi con le loro domande; e bisognava veder di levarla. 
Nel processo son riferiti discorsi di carcerieri, di birri 
e di carcerati per altri delitti, messi in conqìagnia di 
quegl" infelici, per carar loro qualcosa di bocca. E quindi 
più che probabile che abbiano, con uno di questi mezzi, 
fallo dire al commissario, che la sua salvezza poteva di- 
pendere dalle prove che desse della sua amicizia col 
Mora; e che lo sciagurato, per non dir che non n'aveva, 
sia ricorso a quel jiartito , al quale non avrebbe mai 
pensato da se. Perchè, quale l'ssegnamenlo potesse fare 
sulla testimonianza de' due che aveva citati, si vede dalle 
loro deposizioni. Baldassare Lilla, interrogalo se ha mai 
risto il Piazza in casa o in bottega del Mora, risponde: 
siipior no. Stefano Ihissi , interrogato se sa che tra il 
detto Piazza et Barbici o ri passi alcuna anncilia, ri- 
sponde : può essere che siano amici, et che si salutassero; 
ma questo non lo saprei mai dire a V. S. Interrogato 
di nuovo se sa che il detto Piazza sia mai slato in casa 
botteqa del detto Barbiero, risponde : non lo saprei mai 
dire a V. S. 

(\) Quacst. XUll, 172-174. 



DELLA COLONNA INFAME. 377 

Vollero poi sentire un altro testimonio, per verificare 
una circostanza asserita dal Piazza nella sua deposizione; 
cioè che un certo Matteo Volpi s'era trovato presente, 
quando il barbiere gli aveva detto: ho poi da dami un 
non so che. Questo Volpi, interrogato su di ciò, non 
solo risponde di non saper nulla, ma, redarguito, ag- 
giunge risolutamente: io giiirarò che non ho mai vislo 
che si siano parlati insieme. 

Il giorno seguente, 30 di giugno, fu sottomesso il Mora 
a un nuovo esame: e non s'indovinerebbe mai come lo 
principiassero : 

Che dica per qua! causa lui Constituto, nell'altro sto 
esame, mentre fa confrontato con Guglielmo Piazza Com- 
missario della Sanità, ha negato a pena hauer cognitione 
di lui, dicendo che mai fu in casa sua, cosa però che 
in contrario gli fu sostenuta in faccia; et pure, nel pri- 
mo suo esame mostra d' hauere piena sua cognitione, cosa 
che ancor depongono altri nel processo formato; il che 
ancora si conosce per vero dalla prontezza sua in offe- 
rirli, et apparecchiarli il vaso di preseruatiuo , deposto 
nel suo precedente esame. 

Risponde: è ben vero cìie detto Commissario passa da 
lì spesso dalla mia bottega; ma non ha prattica di casa 
mia. né di me. 

Replicano: che non solo è contrario al suo primo esa- 
me, ma ancora alla depositione d' altri testimonij .... 

Qui ò superflua qualunque osservazione. 

Non osaron però di metterlo alla tortura sulla depo- 
sizion del Piazza, ma che fecero? ricorsero airespcdientc 
degl'inverisimili; e, cosa da non credersi, uno fu il ne- 
gar che faceva d'avere amicizia col Piazza, e che que- 
sto praticasse in casa sua; mentre asseriva d'avergli pro- 
messo il preservativo! L'altro che non rendesse un conto 
soddisfacente del perchè aveva fatta in pezzi quella scrit- 
tura. Che il Mora seguitava a dire d'averlo fatto senza 
badarci , e non credendo che una tal cosa potesse im- 
portare alla giustizia; o che temesse, povero infelice! 

VOL. II. IO' 



378 STORIA 

d'aggravarsi confessando che l'aveva fallo per irafugar 
la prova d'una contravvenzione, o che infalli non sapesse 
ben render conio a se stesso di ciò che aveva fallo in 
qne' primi momenti di confusione e di spavento. Ma sia 
come si sia, quei pezzi li avevano: e se credevano che 
in quella scrittura ci potesse esser qualche indi/.io del 
delitto, potevan rimetterla insieme e leggerla come prima: 
il Mora stesso gliel aveva suggerito. Anzi, chi mai cre- 
derà che non V avessero già fatto ? 

Inlimaron dunque al Mora, con minaccia della tortura, 
che dicesse la verità su que' due punti. Rispose: già ho 
dello qvcllo che passa iìilonm alla scrilluva: et paole il 
Comnìissnrio dir quello che role, perché dice lui infamila, 
perchè io non gli ho dato niente. 

Credeva (e non doveva crederlo?) che questa fosse in 
ultimo la verità che volevan da lui; ma no signore; gli 
dicono che non se gli ricerca questa particolarità, perché 
sopra di essa non s'interroga, né si role per atldesso 
altra verità da lai, che di sapere il fine jn'rché ha scar- 
pato (stracciato) la della scrilli.ira, el perché ha negalo 
el neghi che il detto Commissario sia stato alla bottega 
sua. mostrando quasi di non hauer cognilione di lui. 

Non si trovrnMilìe, ni' immnnino, cosi facilmente un 
altro escmiiio d'un cosi sfroiil;ilaincnl(' lingi.'U'do rispetto 
alle formalità legali. Essendo troppo manifestamente man- 
cante il diritto d'ordinar la tortura per T oggetto prin- 
cipale, anzi unico. dclT accusa, volevano far constare 
ch'era per altro. Ma il manlello dell' iniquità è corto: e 
non si può tirarlo per ricoprire una parte, senza sco- 
prirne un'altra. Compariva così di più, che non ave- 
vano, per venire a quella violenza, altro che due ini- 
quissimi prelesti: uno dichiarato tale in fatto da loro 
m('(l(\<imi. col non voler chiai'irsi di ciò che contenesse 
la scriinira; l'altro dimostrato tale, e peggio, dalle te- 
stimonianze con cui avevan tentato di farlo diventare 
indizio legale. 

Ma si vuol di più? Quand'anche i testimoni avessero 



DELLA COLONNA INFAME. 379 

pieiiaineiite confermato il secondo detto del Piazza su 
quella circostanza particolare e accessoria; quand'anche 
non ci fosse siala di mezzo l'impuiiilà; la deposizion di 
cosini non poteva più somministrare nessun indizio le- 
gale. «Il complice che varia e si conlradice nelle sue 
deposizioni, essendo perciò anche spergiuro, non può 

fare, contro i nominati, indizio alla tortura anzi 

nemmeno all' inquisizione .... e questa si può dire dot- 
trina comunemente ricevuta dai dottori (1). » 

Il Mora fu messo alla tortura! 

L'infelice non aveva la robustezza del suo calunnia- 
tore. Per qualche tempo però, il dolore non gli tirò 
fuori altro che grida compassionevoli, e proteste d'aver 
detta la verità. Oh Dio mio! non ho cognUione di colili^ 
né ho mai hanulo pratica con lui, et per questo non posso 

dire ('/ per questo dice la bwjia che sia praticato 

in casa mia, uè che sia mai stato nella mia bottega. Son 
morto! misericordia, mio Signore! misericordia! Ilo strac- 
ciato la scrittura, credendo fosse la ricetta del mio elet- 
tuario .... perchè voleuo il guadagno io solamente. 

Questa non è causa sufficiente, gli dissero. Supplicò 
d'esser lascialo giù, che direbbe la verità! Fu lasciato 
giù, e disse : La verità è che il Commissario non ha pra- 
tica alcuna meco. Fu ricominciato e accresciuto il tor- 
mento: alle spietate istanze degli esaminatori l'infelice 
rispondeva: V. S. veda quello che vele che dica, lo dirò: 
la risposta di Filota a clii lo faceva tormentare, per or- 
dine di Alessandro il grande, « il quale stava ascoltan- 
do pur anch'esso dietro ad un arazzo (2):» die quid 
me relis dicere (3); e la risposla di chi sa quant' altri 
infelici. 

Finalmente, polendo più lo spasimo che il ribrezzo di 
calunniar se stesso, che il pensiero del supplizio, disse: 
ho dato un vasetto pieno di brutto, cioè sterco, acciò im- 

(1) Farinacci, Quaest. XLIH; 185, 186. 

(-2) Plutarco, Vita il'Ak-ss.indro; Iraduzione del Pompei. 

et) Q. Curili, VI, 11. 



380 STORIA 

briitlasse le muraglie, al Commissario. V. S. mi lasci (}iìi, 
che dirò la verità. 

Cosi eran riusciti a far confermare al Mora le con- 
gcllure del birro, come al Piazza T immaginazioni della 
donnicciola; ma in queslo secondo caso con una tortura 
ilì'izdo, come nel primo con un' illegale impunità. L'ar- 
mi oran prese dall'arsenale della giurisprudenza; ma i 
colpi eran dati ad arbitrio, e a tradimento. 

Vedendo che il dolore produceva l' effetto cheavevan 
lauto sospiralo, non esaudiron la supplica dell'infelice, 
di f.irlo almeno cessar subilo. GÌ" intimarono c/<t' co?/jj;ìcì 
a (lire. 

Disse: era sterco humano, smoazzo (ranno; ed ceco 
r elVelto di quella visita della caldaia, cominciala con 
t.iiilu apparalo, e troncala con tanta perfidia); jH'rchò 
mi' la domandi) lui, cioè il Commissario, per imbrattare 
le case, el di quella materia che esce dalla bocca dei 
morti, che son sui carri. E nenimen questo era un suo 
litrovalo. In un esame posleriore, interrogalo doue ha 
iiii/iaralo tal sua comimsilionc, rispose: diceuauo così in 
tiarbiiria . che si adoperaua di ijuclla materia che esce 
dalla bocca de' morti ... . et io m' inqeijììai ad acfijiun- 
ijo.rui la lisciuia et il sterco. Avrebbe potuto rispondere: 
da' miei assassini, ho imparato; da voi e dal pubblico. 

Ma c'è qui (pialcbe allra cosa di mollo strano. Come 
in li u-^ci fuori con una confessione che non gli avevan 
richiesta, che avevano anzi esclusa da queir esame, di- 
cendogli che »o« se ffli ricerca questa particolarità, per- 
chè sopra di essa non s'interroga? Poiché il dolore lo 
strascinava a m('ntin\ par naiuralc che la bugia dovesse 
stare almeno n»-' limili delii.' domande. Poteva dire d'es- 
sore amico intrinseco del commissario; poteva inventar 
qualche motivo colpevole, aggravante, dell'avere strac- 
ciata la scrittura; ma perchè andar più in là di quello 
che lo spingevano? Forse, mentre era sopratTallo dallo 
spasimo , gli andavan suggerendo altri mezzi per farlo 
finire? gli facevano altre interrogazioni; che non furono 



DELLA COLONNA INFAME. 381 

scritto noi procosso? Se fosse così, potremmo esserci in- 
piinoali noi a dir clic avevano incannato il trovernatore 
col lasciargli credere che il Pia/.za fosse stalo interrogato 
sul delitto, Ma se allora non abltiam messo in campo il 
sospetto che la bugia fosse nel processo . piuttosto che 
nella lettera, fn perchè i fatti non ce ne daAano nn mo- 
tivo bastante. Ora è la difficoltà d'ammettere un fatto 
stranissimo, che ci sforza quasi a fare una supposi/ione 
atroce, in aggiunta di tante atrocità evidenti. Ci troviam, 
dico, tra il credere che il Mora s'accusasse, senza es- 
serne interrogato, d'un delitto orribile, che non aveva 
commesso, che doveva procacciargli una morte spaven- 
tosa, e il congetturar che coloro, mentre riconoscevan 
col fatto di non avere un titolo sufficiente di tormen- 
tarlo per fargli confessar quel delitto, profittassero della 
tortura datagli con un altro pretesto , per cavargli di 
bocca una tal confessione. Veda il lettore quel che gli 
pare di dovere scegliere. 

L' interrogatorio che succedette alla tortura fu , dalla 
parte de' giudici, com'era stato quello del commissario 
dopo la promossa d'impunità, un misto o, per dir me* 
glio, nn contrasto d'insensatezza e d'astuzia, un molti- 
plicar domande senza fondamento, e un ometter l'inda- 
gini più eminentemente indicate dalla causa, più impe- 
riosamente prescritte dalla giurisprudenza. 

Posto il principio che « nessuno commette un dolitlo 
senza cagione; > riconosciuto il fatto che « molli deboli 
d'animo avevan confessalo delitti che poi, dopo la con- 
danna, e al momento del supplizio, avevan protestalo di 
non aver commessi, e s'era trovato infatti, quando non 
era piii tempo, che non gli avevan commessi, » la giu- 
risprudenza av(!va stabilito che « la confessione non avesse 
valore, se non c'era espressa la cagione del delitto, e se 
questa cagione non era verisimile e grave, in proporzion 
del delitto medesimo (1).» Ora, l' infelicissimo Mora, ri- 

(1) Farinacci, Quasi. L, 31; LXXXI, 40; Lll, 150, 152. 



382 STORIA 

(lotto a improvvisar nuove favole, per conformar (luella 
che doveva condurlo a un atroce supplizio, disse, in qnel- 
r interrogatorio, che la bava de' morti di peste T aveva 
avuta dal commissario, che qnesto gli aveva proposto il 
delitto, e che il motivo del fare e ilei l'accettare una pro- 
posta simile era che, ammalandosi, con quel mezzo, molte 
persone, avrebbero guadagnato molto tutt'e due: uno, 
nel suo posto di commissario; l'altro, con lo spaccio del 
preservativo. Non domanderemo al lettore se, tra l'enor- 
mità e i pericoli d'un tal delitto, e l'importanza ditali 
gnadagni (ai quali, del resto, gli aiuti della natura non 
mancavan di certo), ci fosse proporzione. Ma se credesse 
che que' giudici, per esser del secento, ce la trovassero, 
e che una lai cagione paresse loro verosimile, li sentirà 
essi medesimi dir di no, in un altro esame. 

Ma c'era di più: c'era contro la cagione addotta dal 
Mora una difficoltà più positiva, più materiale, se non 
più forte II lettore può rammentarsi che il commissario, 
accusando sé stesso, aveva addotta aiiciie lui la cagione 
da cui era slato mosso al delitto ; cioè che il barbiere 
gli aveva detto : lunjete . . . et poi venete da me, che Itane- 
rete una mano, o come disse nel costituto seguente, una 
buona mano (ìe diuinri. Ecco diuKiue due cagioni d'un 
solo delitto: due catrioni, non solo diverse, ma opposte 
e incompatibili. É T uomo stesso che, .secondo una con 
fessione, offre largamente danari per avere un complice; 
secondo l'altra, acconsente al delitto per la speranza d'un 
miserabile guadagno. Dimentichiamo (jucl che s'è visto 
fin qui: come sian venule fuori (juclle due cagioni, con 
che mezzi si siano avute lineile due confessioni; pren- 
diam le cose al punto dove sono arrivate. Cosi facevano, 
trovandosi a un tal punto, de' giudici ai quali la pas- 
sione non avesse pervertita , ofTuscata , istupidita la co- 
scienza? Si spaventavano d'essere andati (foss'anche senza 
colpa) tanto avanti: si consolavano di non essere almeno 
andati fino all'ultimo, all'irreparabile affatto: si ferma- 
vano all' inciampo fortunato che gli aveva trattenuti dal 



DELLA COLONNA INFAME. 38»'] 

precipizio; s'attaccavano a quella difficoltà, volevano scio- 
glier quel nodo; qui adopravan tutta l'arte, tutta l'in- 
sistenza, tutti i rigiri dcHinterrogazioni ; rpii ricorre- 
vano ai confronti ; non facevano un passo prima d'aver 
trovato (ed era forse cosa difficile?) qual de' due men- 
tisse, se forse mentissero tutt' e due. I nostri esami- 
natori, avuta ([ueila risposta del Mora: perchè lui haue- 
rebbe guadagnalo assai, poiché si sarian ammalate delle 
persone assai, et io hauerei guadagnato assai con il mio 
eleltuario, passarono ad altro. 

Dopo ciò, basterà, se non è anche troppo, il toccar 
di fuga, e in parte, il rimanente di quel costituto. 

Interrogato, se vi sono allri complici di queslo negolio, 
risponde : ci saranno li suoi compagni del Piazza, i quali 
non so chi siano. Gli si protesta che uoìì è verisimile che 
non lo sappi. Al suono di quella parola, terribile foriera 
della tortura, V infelice afferma subito , nella forma più 
positiva : sono li Foresari et il Barucllo : (luelli che gli 
erano stati nominati e così indicali, nel costituto ante- 
cedente. 

Dice che il veleno lo teneva nel fornello , cioè dove 
loro s'erano immaginati ciu? potesse essere; dice come 
lo componeva, e conclude : ballavo via il resto nella Ve- 
drà. Non possiamo tenerci qui di non trascrivere una 
postilla del Verri. « E non avrebbe gettato nella Vetra 
il resto, dopo la prigionia del Piazza! » 

Risponde a caso ad altre domande che gli fanno su 
circostanze di luogo, di tempo e di cose simili, come se 
si trattasse d' un fatto chiaro e provato in sostanza , e 
non ci mancassero che delle particolarità : e finalmente, 
è messo di nuovo alla tortura, affinchè la sua deposi- 
zione potesse valer contro i nominali , e segnatamente 
contro il commissario. Al quale avevan data la tortura 
per convalidare una deposizione opposta a questa in punti 
essenziali ! Qui non potremmo allegar testi di leggi, uè 
opinioni di dottori ; perchè in verità la giurisprudenza 
non aveva preveduto un caso simile. 



384 STORIA 

La confessione fatta nella tortura non valeva, se non 
era ratificata senza tortura, e in un altro luogo, di dove 
non si potesse vedere Torrihilc strumento, e non nello 
stesso giorno. Eran ritrovati della scienza, per rendere, 
se fosse stato possihdc, spontanea una confessione for- 
zata, e soddisfare insieme al buon senso, il quale diceva 
troppo chiaro che la parola estorta dal dolore non può 
meritar fede, e alla legge romana che consacrava la tor- 
tura. Anzi la ragione di quelle precauzioni, la ricavavano 
gl'interpreti dalla legge medesima, cioè da quelle strane 
parole: « La tortura ò cosa fragile e pericolosa e sog- 
getta a ingannare; giacche molti, per forza d'animo o 
di corpo, curan cosi poco i tormenti, che non si può, 
con un tal mezzo, aver da loro la verità; altri sono così 
intolleranti del dolore, che dicon qualunque falsità, piut- 
tosto che sopportare i tormeiili (1). « Dico: slraue pa- 
role, in una legge che manteneva la tortura ; e per in- 
tendere come non ne cavasse altra conseguenza, se non 
che « ai tormenti non si deve creder sempre, » bisogna 
rammentarsi che quella legge era fatta in origine per 
gli schiavi, i quali nell'abbiezione e nella perversità del 
gentilesimo, poterono essere considerali come cose e non 
persone, e sui quali si credeva quindi lecito qualunque 
esperimento, a segno che si tormentavano per iscoprire 
1 delitti degli altri. De' nuovi intenssi di nuovi legisla- 
tori la fecero poi applicare anche alle persone libere; e 
la forza dell' autorità la fece durar tanti secoli più del 
gentilesimo: esempio non raro, ma notabile, di quanto 
una legge, avviata che sia, possa estendersi al di là del 
suo principio, e sopravvivergli. 

Per adempir dunque una tale formalità, chiamarono 
il Mora a un nuovo esame, il giorno seguente. Ma sic- 

(1) Rea est (qUaeslio) fragilis et periculosa, etquoj verilalem fallai. Nam 
plprqun, pnllcntia sivp duritia tnrmpntnrum, ita tormenta conlPtnnunt, 
ut cxprimi eis vcrilas nullo modo possit, alii, tanta sunl inipatientia, ut 
quovis menliri quam pali tormenta velini. Dig., Lib. XLVUl, Ut. XVIII, 
1. i, -23. 



DELLA COLONNA LN'FAME. 385 

come in tutto dovevan metter qualcosa d' insidioso^ d' av- 
vantaggioso, di suggestivo, così in vece di domandargli 
se intendeva di ratificar la sua confessione, gli doman- 
darono se ha cosa alcuna d' agfjiunrjerc all'esame et con- 
fessione sua. che fece hieri , doppo che fu ommesso di 
tormentare. Escludevano il dubbio : la giurisprudenza 
voleva che la confessione della tortura fosse rimessa in 
questione ; essi la davan per ferma, e chiedevan soltanto 
che fosse accresciuta. 

Ma in quell'ore (direm noi di riposo?) il sentimento 
dell' innocenza , 1' orror del supplizio , il pensiero della 
moglie , de' figli , avevan forse dato al povero Mora la 
speranza d'esser più forte contro nuovi tormenti; e ri- 
spose : Signor no, che non ho cosa d\uf(jiongcrui , et ho 
più presto cosa da sminuire. Dovettero pure domandargli, 
che cosa ha da sminuire. Rispose più apertamente, e 
come prendendo coraggio : queW unguento che ho detto, 
non ne ho fatto minga (mica), et quello che ho detto, l'ho 
detto per i tormenti. Gli minacciaron subito la rinnova- 
zion della tortura; e ciò (lasciando da parte tutte l'altre 
violente irregolarità) senza aver messe in chiaro le con- 
tradizioni tra lui e il commissario , cioè senza poter 
dire essi medesimi se quella nuova tortura gliel avreb- 
bero data sulla sua confessi one^ o sulla deposizion del- 
l'altro; se come a complice, o come a reo principale; 
se per un delitto commesso ad istigazione altrui, o del 
quale era stalo l'istigatore; se per un delitto che lui 
aveva voluto pagar generosamente, o dal quale aveva spe- 
rato un miserabile guadagno. 

A quella minaccia, rispose ancora: replico che quello 
che dissi hieri non è vero niente , et lo dissi per li tor- 
menti. Poi riprese : V. S. mi lasci un puoco dire un'Ave 
Maria, et poi farò quello che il Signore me inspirare; e 
si mise in ginocchio davanti a un'immagine del Croci- 
fisso, cioè di Quello che doveva un giorno giudicale i 
suoi giudici. Alzatosi dopo (jualclie momento , e stimo- 
lato a confciinar la sua confessione^ disse : in conscienza 

VOL. II. 17 



STORIA 

mìa, no» e vero nienle. Condotto subito nella slan#'.a della 
tortura , e legato , con quella crudele aggiunta del ca- 
napo, r infelicissimo disse : V. S. non mi stij a dar più 
tormenti, che la verità che ho deposto, la voglio mantenere. 
Slegato e ricondotto nella stanza dell'esame, disse di nuo- 
vo : non è vero niente. Di nuovo alla tortura, dove di 
nuovo disse quello che volevano; e avendogli il dolore 
consumato fino all'ultimo quel poco resto di coraggio, 
mantenne il suo detto, si dichiarò pronto a ratificar la 
sua confessione : non voleva ncmmen« che gliela legges- 
sero. A questo non acconsentirono : scrupolosi nell'osser- 
vare una formalità ormai inconcludente, mentre violavan 
le prescrizioni più importanti e più positive. Lettogli 
l'esame, disse: f> la verità tutto. 

Dopo di ciò, perseveranti nel metodo di non prose- 
guir le ricerche, di non alTrontar le diflìcoltà, se non 
dopo i tormenti (ciò che la legge medesima aveva cre- 
duto di dover vietare espressamente, ciò che Diocleziano 
e Massimiano avevan voluto impedire ! (lì) pensaron 
finalmente a domandargli se non aveva avuto altro fine 
che di guadagnar con la vendita del suo cletluario. Ri- 
pose: che sappia mi, quanto a me, non ho altro fine. 

Che sappia mif Chi, se non lui, poteva sapere cosa 
osse passato noi suo interno? Eppure quelle cosi strane 
parole erano adattate alla circostanza; lo sventurato non 
avrehhe potuto trovarne altre che significassero meglio 
a che segno aveva, in quel momento, abdicato, per dir 
cosi, so medesimo, e acconsentiva a afi'erniaiv. a negare, 
a sapere quello soltanto, e tutto quello che fosse piaciuto 
a coloro che disponevan della toiiura. 

Vanno avanti, e gli dicono: che ha mollo di-li' iuueri- 
simile che, solamente per hauer occasione il Qnnìnissario 
di lanorare assai, et lui Constiluto di vendere il suo elet- 
tuarid ÌHibfiiìio procurato, con l' imbraltamento delle porle, 
la deslrutliu)ie et morte della (jenle; perciò dica a che /ine, 

11) Nel rescriUo «ilaio sopra, alla pap. 324. 



DELLA COLONNA INFAME. 387 

el per che rispetto si sono mossi loro duoi a così fare, 
per un interesse così legiero. 

Ora vidi fuori qiiesl'inverisimiglianza? Gli avcvan 
JiiiKiue minacciata e data a più riprese la tortura per 
fargli ratificare una confessione inverisimile ! L' osserva- 
zione era giusta, ma veniva tardi: diremo anche qui; 
giacche il rinnovarsi delle circostanze medesime, ci sforza 
quasi a usar le medesime parole. Come non s' erano ac- 
corti che ci fosse inverisimiglianza nella deposizion del 
Piazza , se non quando ebbero , su quella deposizione, 
carcerato il Mora ; cosi ora non s' accorgono che ci sia 
inverisimiglianza nella confession di questo, se non dopo 
avergli estorta una ratificazione che, in mano loro, di- 
venta un mezzo sufficiente per condannarlo. Vogliam 
supporre che realmente non se n'accorgessero che in 
questo momento? Come spiegheremo allora, come qua- 
lificheremo il ritener valida una tal confessione, dopo 
una tale osservazione? Forse il Mora diede una risposta 
più soddisfacente che non fosse stata quella del Piazza? 
La risposta del Mora fu questa: Se il Commissario non 
lo sa lui, io non lo so; et bisogna che lui lo sappia, el 
da lui V. S. lo saprà, per essere stato lui T inuentore. 
E si vede che questo rovesciarsi X uno sull' altro la colpa 
principale, non era tanto per diminuire ognuno la sua, 
quanto per sottrarsi all' impegno di spiegar cose che non 
erano spiegabili. 

E dopo una risposta simile, gl'intimaron che per hauer 
lui Constituto fatto la suddetta comiiosilione et unguento, 
di concerto del detto Commissario , et a lui doppo dato 
per ontare le muraglie delle case, nel modo et forma da 
lui Constituto et dal detto Commissario, deposto, a fine 
di far morire la gente , sicome il detto Commissario ha 
confessato d' hauere per tal fine eseguito, esso Constituto 
si fa reo d'aver procurato in tal modo la morte della 
gente, et che per hauer così fatto, sij incorso nelle pene 
imposte dalle leggi a chi procura et lenta di così fare. 

Uicapitoliamo. I giudici dicono al Mora: come è pos^ 



388 STORIA 

sibile che vi siate delerminali a commedcre un lai de- 
litto, per un tal interesse"? Il Mora risponde : il commis- 
sario lo deve sapere, per sé, e per me : domandatene a 
lui. Li rimette a un altro, per la spiegazione d'un fatto 
dell' animo suo, perchè possan chiarirsi come un motivo 
sia stato sufficiente a produrre in lui una deliberazione. 
E a cpial altro? A uno che non ammetteva un tal mo- 
tivo, poiché attribuiva il delitto a lutt' altra cagione. E 
i giudici trovano che la difficoltà è sciolta, che il de- 
litto C(Mifessato dal Mora è diventalo verisimile ; tanto 
che ne lo costituiscono reo. 

Non poteva esser V ignoranza quella che faceva loro 
vedere inverisimiglianza in un tal motivo; non era la 
giurisprudenza ([Uflla che li portava a fare un tal conio 
delle condizioni trovate e imposte dalla giurisprudenza. 



1/ impunità e la tortura avevaii prodotto due storie; 
e benclii' questo bastasse a tali giudici per proferir due 
condanne, vedremo ora come lavorassero e riuscissero, 
per (pianto era possibile, a rifonder le due storie in una 
sola. Vedremo poi, in ultimo, come mostrassero, col fatto, 
d' esser persuasi essi medesimi, anche di questa. 

Il senato confermò e estese la decisione de' suoi dele- 
gali. • Sentito ciò che risultava dalla confessione di 
(ìiangiacomo Mora, riscontrate le cose antecedenti, con- 
siderato ogni cosa, » meno 1' esserci , p(>r un solo de- 
litto, due autori principali diversi, due diverse cagioni, 
due diversi ordini di fatti, « ordinò che il Mora sud- 
detto .... fosse di nuovo interrogato diligentissimamente, 
pi'rò senza tortura, per fargli spiegar meglio le cose 
confessate, e ricavar da lui gli altri autori, mandanti, 
complici del delitto; o che dopo l' esame fosse costituito 
reo , con la narrativa del fatto d' aver composto l' un- 



DELLA COLONNA INFAME. 389 

gnento mortifero, e dalolo a Gndiplmo Piazza; e gli 
fosse assegnato il termine di tre giorni per far le sue 
difese. E in quanto al Piazza, fosse interrogato se aveva 
altro da aggiungere alla sua confessione, la quale si 
trovava mancante; e, non n'avendo, fosse costituito reo 
d'avere sparso l'unguento suddetto, e assegnatogli il 
medesimo termine per le difese. » Cioè: vedete di cavar 
dall'uno e dall'altro quello che si potrà: a ogni modo, 
sian costituiti rei, ognuno sulla sua confessione, benché 
siano due confessioni contrarie. 

Corainciaron dal Piazza, e in quel giorno medesimo. 
Da aggiungere, lui non aveva nulla, e non sapeva che 
n'avevan loro; e forse, accusando un innocente, non 
aveva preveduto che si creava un accusatore. Gli do- 
mandano perchè non ha deposto d'avere dato al barbiere 
della bava degli appestati, per comporre l'unguento. Non 
gli ho dato niente, risponde; come se quelli che gli ave- 
van creduta la bugia, dovessero credergli anche la ve- 
rità. Dopo un andirivieni d' altre interrogazioni, gli pro- 
testano che per non hauer detta la verità intera , come 
haueua promesso, non può né deue godere della impunità 
che se gli era promessa. Allora dice subito: Signore, è 
vero che il suddetto Barbiero mi ricercò a portargli quella 
materia, et io glie la portai, per fare il detto onto. Spe- 
rava, con r ammetter tutto, di ripescar la sua impunità. 
Poi, per farsi sempre più merito , o per guadagnar 
tempo, soggiunse che i danari promessigli dal barbiere 
dovevan venire da una persona grande, e che 1' aveva 
sapulo dal barbiere medesimo, ma senza potergli mai 
cavar di bocca chi fosse. Non aveva avuto tempo d'in- 
ventarla. 

Ne domandarono al Mora, il giorno dopo; e probabil- 
mente il poverino 1' avrebbe inventata lui, come avrebbe 
potuto, se fosse stato messo alla tortura. Ma, come ab- 
l»iamo visto, il senato l'aveva esclusa per quella volta, 
affnie, si vede, di render meno sfrontatamente estorta la 
nuova ratificazione che volevano della confessione ante- 



300 STORIA 

cedenlo. Perciò, interrogato se il Constituto fa il primo 
a ricercare il dello Commisftario . ... et yli promise quan- 
tHd di daììari: rispose : Signor no; e doue vole V. S. che 
pigli mi (io) quesla quantità de danari? Voicsano inl'alti 
ramine alarsi die , nella uiinulissima visita fallagli in 
casa quando T arrestarono, il tesoro che gli aveva n tro- 
vato , era un baslotto (una ciottola), con dentro cinque 
parpagliole ((iodici soldi e mezzo). Domandato della per- 
soìia grande, rispose : V. S. non cole già se non la ve- 
rità, e la lerilà io Ilio detta quando sono slato tormen- 
tato, et ho detto anche d' auantaggio. 

Ne' due estratti non è fatto menzione che ahbia rali- 
ficala la confessione antecedente; se come è da credere, 
glielo fecero fare, quelle parole erano una protesta, della 
quale lui forse non conosceva la forza, ma essi la do- 
vevan conoscere. E del rimanente, da Bartolo, anzi dalla 
Glossa, lino al Farinacci, era stala, ed era senqìre dot- 
trina comune, e come assioma della giurisprudenza, che 
• la confessione falla ne' tormenti che fossero dati senza 
indizi legillinii, rimaneva nulla e invalida, quand'anche 
fosse poi ratilicala mille volte senza tormenti : etiani 
quod viilles sponte sit rati/icata (1). > 

Uopo di ciò , fu a lui e al Piazza pubblicato, come 
allora si diceva, il processo (cioè comunicali gli alti), e 
dato il lermine di due giorni a far le loro dd'ese: e non 
si vede perchè uno di meno di (juello che aveva decre- 
tato il senato. Fu all'uno e all' altro assegnato un di- 
fensore d' ulhzio ; quello assegnalo al Mora se ne scusò. 
11 Verri attribuisce, per congettura , (juel ritìnto a una 
cagione die i)ur troppo non è sti'ana ni (luel complesso 
di cose. « Il furore, » dice, « era giunto al segno , che 
si credeva un'azione cattiva e disonorante il difender 
quesla disgraziala vittima (2). > Ma nell' estratto slam- 
palo, die il Verri non doveva aver visto, è registrala la 



(ì) Farinacci, Qutesl. XXXVII, HO. 
(2) Oss. S IV. 



nELL\ COLONX'A INFAME. 301 

cagion vora, forse non meno strana , e da una parte, 
anche più trista. « Lo stesso giorno, due di luglio, il 
notaio Mauri, chiamato a difendere il detto Mora, disse: 
io non posso acccllare questo carico, perchè, prima sono 
Nolaro criminale, a chi non conuiene accettar patrocinij, 
ci poi aìichc perchè non sono ne Procuratore, né Auo- 
cato; anderò bene a parlarli per darli (jusfo (per fargli 
piacere) , ma non acceltarb il patrocinio. » A un uomo 
condotto ormai appiè del supplizio (e di qual supplizio ! 
e in qual maniera !), a un uomo privo d'aderenze, come 
di lumi, e che non poteva aver soccorso se non da loro, 
per mezzo loro, davano per difensore uno che man- 
cava delle qualità necessarie a un tal incarico, e n'aveva 
delle incompalihili I Con tanta leggerezza procedevano! 
mettiam pure che non c'entrasse malizia. E toccava a un 
suliallerno a richiamarli all'osservanza delle regole più 
note, e più sacrosante! 

Tornato, disse : sono slato dal Mora, il quale mi ha 
detto, liberamente che non ha fallato, et che quello che 
ha detto, V ha detto per i tormenti; et perchè yli ho detto 
liberamente che non voleuo né poleuo sostener questo ca- 
rico di diffeniìerlo, mi ha detto che almeno il Sic/. Presi- 
dente sij servito (si degni) di prouederli d'un difensore, 
et che non voglia permettere che abbi da morire indijfeso. 
Di tali favori, e con tali parole, l' innocenza supplicava 
r ingiustizia! Gliene nominarono infatti un altro. 

Quello assegnalo al Piazza, « e comparve e chiese a 
voce che gli fosse fatto vedere il processo del suo cliente; 
e avutolo, lo lesse. » Era questo il comodo che davano 
alle difese? Non sempre, poiché l'avvocato del Padilla, 
che divenne, come or ora vedremo , il concreto della 
persona grande hutlata là in astratto e in aria , ehhe a 
sua disposizione il processo medesimo , tanto da farne 
copiar quella huona parte che è venuta per quel mezzo 
a nostra notizia. 

Sullo spirar del termine , i due sventurati chiesero 
una proroga: 4 il senato concesse loro tutto il giorno 



392 STORIA 

seguente, e non più: et non uUra. » Le difese de! Pa- 
dilla furoii [)resentalc in Ire volle: una parie il 2i lu- 
glio 1G31 ; la quale « fu ammessa seu/,a pregiudizio della 
facoltà di presenlare più tardi il rimanente, » l'altra 
il 13 d'aprile 1632; e l'ultima il 10 di maggio del- 
l' anno medesimo: era allora arrestato da circa due anni. 
Lentezza dolorosa davvero, per un innocente: ma, para- 
gonata alla precipitazione usala col Piazza e col Mora, 
per i quali non fu lungo che il supplizio, una tal len- 
tezza è una parzialità mostruosa. 

Quella nuova invenzione del Piazza sospese però il 
supplizio per alcuni giorni, piene di bugiarde speranze, 
ma insieme di nuove crudeli torture, e di nuove fune- 
ste calunnie. L' auditore della Sanità fu incaricato di 
ricevere, in gran segreto , e senza presenza di notaio, 
una nuova deposizione di costui ; e questa volta fu lui 
che promosse l'abboccamento, per mezzo del suo difen- 
sore, facendo intemlcre che aveva ([ualcosa di più da 
l'ivelare intorno alla persona ijranih'. Pensò pioljaltilmenle 
che, se gli riusciva di tirare in quella relè, cosi chiusa 
alla fuga, cosi larga all'entrata, un pesce grosso; que- 
sto per uscirne, ci farebl)e un lai rollo, che ne potreb- 
bero scappar fuori anche i jiiccoli. K siccome , tra le 
molle e varie congetture eh' eran girate per le bocche 
della gente, intorno agli autori di quel funesto imbrat- 
tamento del 18 di maggio (chò la violenza del giudizio 
fu dovuta in gran parte all' irritazione , allo spavento, 
alla persuasione prodotta da quello: e quanto i veri au- 
tori di esso furon più colpevoli di (piello che conosces- 
sero loro medesimi!), s'era anche dello che fossero ufi- 
ziali spagnoli, così lo sciagurato inventore trovò anche 
qui ipialrosa da attaccarsi. L'esser poi il Padilla figliuolo 
del comandante del castello, e l'aver (piindi un protct- 
tor naturale, che, per ;iiul;irlo. avrebbe potuto disturbare 
il processo, fu probabilmente ciò che mosse il Piazza a 
nominar lui piuttosto che un altro: se pure non era il 
solo ufiziale spagnolo che conoscesse, anche di nome. 






DELLA COLONNA INFAME. 393 

Dopo r abboccamcnlo , fu chiamato a confermar giudi- 
zialmente la sua nuova deposizione. Nell'altra aveva detto 
che il barbiere non gli aveva voluto nominar la persona 
(jrande. Ora veniva a sostenere il contrario; e per di- 
minuire, in qualche maniera, la conlradizione, disse che 
non gliel' aveva nominala subilo. Finalmente mi disse 
doppo il spatio di quattro o cinque (jionii , che questo 
capo grosso era un tale di Padiglia, il cui nome non mi 
raccordo, benché me lo disse; so bene, et mi raccordo pre- 
cisamente che disse esser figliolo del Sig. Castellano nel 
Castello di Milano. Danari, però, non solo non disse d'a- 
verne ricevuti dal barbiere , ma protestò di non saper 
nemmeno se questo n' avesse avuti dal Padilla. 

Fu fatta sottoscrivere al Piazza questa deposizione, e 
spedilo subito l'auditore della Sanità a comunicarla al 
governatore, come riferisce il processo; e sicuramente a 
domandargli se consentirebbe, occorrendo, a consegnare 
all' autorità civile il Padilla, eh' era capitano di cavalle- 
ria, e si ritrovava all' ora all' esercito, nel Monferrato. Tor- 
nato l'auditore, e fatta subito confermar di nuovo la de- 
posizione al Piazza, s'andò di nuovo addosso all'infelice 
Mora. Il quale, ali" istanze per fargli dire che lui aveva 
promesso danari al commissario, e dettogli finalmerile 
chi fosse, rispose: non si trouarà mai in eterno: se io 
lo sapessi, lo direi, in conscienza mia. Si viene a un nuovo 
confronto, e si domanda al Piazza, se è vero che il Mora 
gli ha promessi danari, dichiarando che tutto ciò faceua 
d'ordine et commissione del Padiglia, figliolo del signor 
Castellano di Mi'ano. Il difensor del Padilla osserva, con 
gran ragione, che, « sotto pretesto di confronto, » fecero 
cosi conoscere al Mora » quello che si desideraua dicesse. » 
Infatti, senza queslo, o altro simil mezzo, non sarebbero 
certamente riusciti a fargli buttar fuori tiuel personaggio. 
La tortura poteva bensì renderlo bugiardo, ma non in- 
dovino. 

Il Piazza sostenne quel che aveva deposto. E voi vo- 
lete dir questo? esclamò il Mora. Si che lo voglio dire ^ 



394 STORIA 

che è la verità, replicò lo svcniurato impudenle : et sono 
a questo mal termine per voi, et sapete bene che mi diceste 
questo sopra l'uscio della bollerà. Il Mora che aveva forse 
sperato di poter, con l'aiuto del difensore, mettere in 
chiaro la sua innocenza , e ora prevedeva che nuove 
torture gli avrebbero estorta una nuova confessione, 
non ebbe nemmeno la forza d'opporre un'altra volta la 
verità alla bugia. Disse soltanto : patienlia ! per amor 
di voi, morirò. 

Infatti, rimandato subito il Piazza, intimano a lui, che 
dica hormai la verità; e appena ha risposto: Signore, 
la verità r ho detta; gli minacciano la tortura: il che si 
farà seìnjjre senza prcfiiuditio di quello che è conuitto , 
et confesso, et non altrimenti. Era una formola solita: 
ma r averla adoprata iti (jucsto caso fa vedere fmo a 
che segno la smania di condannare gli avesse privati 
della facoltà di riflettere. Come mai la confessione d'avere 
indotto il Piazza al delitto con la promessa de' danari 
che si avrcbbei'O dal Padilla. poteva non far pregiudizio 
alla confessione d'essersi lasciato indurre al delitto dal 
Piazza, per la speranza di guadagnar col preservativo? 

Messo alla tortura . confermò subilo lutto quello che 
aveva detto il commissario; ma non bastando (piesto ai 
giudici, disse che infatti il Padilki gli aveva proposto di 
fare un ontione da ongere le Porte et Cadenazzi, promes- 
sigli danari quanti ne volesse, datigliene quanti n'aveva 
voluti. 

Noi altri, che non abbiamo, nò linior d'unzioni, né 
furore contro untori, né altri furiosi da soddisfare, ve- 
diamo chiaramente, e senza fatiea , come sia venuta , e 
da che sia stala mossa una lai confessione. Ma , se ce 
ne fosse bisogno, n'abbiamo anche; la dichiarazione di 
chi l'aveva fatta. Tra le molte testimonianze che il di- 
fensor del Padilla potè raccogliere, c'è cpiella d'un ca- 
pitano Sebastiano Gorini, che si trovava, in quel tempo 
(non si sa per qual cagione) nelle slesse carceri, e che 
parlava spesso con un servitore dell'auditor della Sanità, 



DELLA COLO.NiNA INFAME. 395 

Stato messo per guaruia a quolT inff;lici\ neponc, così : 
« mi disse detto seruitoi'e, seiido se non {ai>i)cna) ail'lioi'a 
stalo detto Barbiere rimenato dall' esame: V. S. non sa 
clic il Barbiere m' ha detto adesso adesso, che nell'esame 
che ha fatto, ha dato fnori {buttato fuori) il Sig. Don 
Gioanni figliolo del Sig. Castellano? Et io, ciò sentendo, 
restai stupito, et li dissi: è vero questo? Et esso seruitore 
mi replicò che era vero ; ma che era anche vero che lui 
protestaua di non raccordarsi di non haucr forsi mai 
parlato con alcuno spagnolo, et che se li hauessero mo- 
strato detto Sig. Don Gioanni, non l'haurebbe nò an- 
che conosciuto. Et soggiongendo, esso seruitore, disse: 
io li dissi perchè dunque lo haueua dato fuori? et lui 
disse che l' haueua dato fuori per hauerlo sentito nomi- 
nare là, et che perciò rispondcua a tutto quello che 
sentiua , o che li veniua così in bocca. » Questo valse 
(e ne sia ringraziato il cielo) a favor del Padilla; ma 
vogliam noi credere che i giudici, i quali avevan messo, 
lasciato mettere per guardia al Mora un servitore di 
quell'auditor così attivo, così investigatore, non risapes- 
sero, se non tanto tempo dopo, e accidentalmente da un 
testimonio, quelle parole così verisimili, dette senza spe- 
ranza, un momento dopo quelle così strane che gli aveva 
estorte il dolore? 

E perchè, tra tante cose dell' altro mondo, parve strano 
anche ai giudici quella relazione tra il Itarbier milanese 
e il cavalier spagnolo, e domandarono chi c'era stalo 
di mezzo; alla prima disse ch'era stalo »«o f/t;'s?<ot fatto 
e vestito cosi e così. Ma incalzato a nominarlo, disse: 
Don Pietro di Saragoza. Questo almeno era un perso- 
naggio immaginario. 

Ne furon poi fatte (dopo il supplizio del Mora, s'in- 
tende) le più minute e ostinate ricerche. S'interrogarono 
soldati e ulìiziali, compreso il comandante slesso del ca- 
stello, don P'rancesco de Vargas, succeduto allora al pa- 
dre del Padilla: n(!ssuno l'aveva mai sentito nominare. 
Se non che si trovò (ìnalmenle, nelle carceri del Podestà, 



396 STORU 

un Pietro Vcrdcno, nativo di Saragozza, accii=?alo di furto. 
Costui, esaminalo, disse che in quel tempo era a Na- 
poli ; messo alla tortura, sostenne il suo detto ; e non si 
parlò più di don Pietro di Saragozza. 

Sempre incalzato da nuove domande, il Mora aggiunse 
che lui aveva poi fatta la proposta al commissario , il 
quale aveva anche lui avuto danari per questo, da non 
so chi. E cerio non lo sapeva; ma vollero saperlo i giu- 
dici. Lo sventurato, rimesso alla tortura, nominò pur 
troppo una persona reale, un Giulio Santruinetti , han- 
chiere: t il primo venuto in mente all'uomo che inven- 
tava per lo spasimo (1). » 

Il Piazza che aveva sempre detto di non aver ricevuto 
danari, interrogato di nuovo, disse subito di sì. (Il let- 
tore si rammenterà, forse meglio de' giudici, che, quando 
visitaron la casa di costui, denari .irlieni! trovarcm meno 
che al Mora, cioè punto.) Disse dnnipie d' averne avuti 
da un lianchiere; e non avendogli i giudici nominato il 
Sanguinetti, ne nominò lui un altro: Girolamo Turcone. 
E questo e quello e vari loro agenti furono arrestali , 
esaminati, messi allora alla tortura; ma, sl.indo fermi a 
negare, fnron tinahnenle l'itascuili 

n 21 di luglio, furono al Piazza e al Mora comunicati 
gli atti posteriori alla ripresa del processo, e dato un 
nuovo termine di due giorni a far le loro difese. L'uno 
e l'altro scelsero (piesta volta un difensore, col consiglio 
prohaliilinenle di (pielli ch'erano stali loro assegnali 
d'ulìzio. Il 23 dello stesso mese, fu arrestato il Padilla; 
cioè, come ò attcstato nelle sue difese, gli fu dello dal 
commissario generale della cavalleria, che, per ordine 
dello Spinola, dovesse andare a costituirsi prigioniero 
nel castello di Pomate; come fece. Il padre, e si rileva 
dalle difese medesime, fece istanza, per mezzo del .suo 
luogotenente, e del suo segretario, perchè si sospendesse 

(1) (luorum capila .... ftngcnli inler dolores gemilusque occurrero, 
Liv. XXIV, 5. 



DELLA COLONNA INFAME. 397 

l'esecuzione della sentenza contro il Piazza e il Mora, 
fin clic fossero stati confrontati con don Giovanni. Gli 
fu fatto rispondere « che non si poteua sospendere, per- 
chè il popolo esclamava » eccolo nominato una volta 

quel civiiim ardor prava jubentium ; la sola volta che si 
poteva senza confessare una vergognosa e atroce defe- 
renza, giacche si trattava dell' esecuzion d'un giudizio, 
non del giudizio medesimo. Ma cominciava allora sol- 
tanto a esclamare, il popolo? o allora soltanto comin- 
ciavano i giudici a far conto delle sue grida?.. . « ma 
che in ogni caso il signor don Francesco non si pigliasse 
fastidio, perchè gente infame, com'erano questi duoi , 
non potcuano col suo detto pregiudicare alla reputazione 
del signor Don Giovanni.» E il detto d'ognuno di que' 
due infami valse contro l'altro! E i giudici l'avevan 
tantf! volte chiamato verità! E nella sentenza medesima 
decretarono che, dopo l'intimazion di essa, fossero l'uno 
e l'altro tormentati di nuovo su ciò che riguardava i 
complici! E le loro deposizioni promossero torture, e 
quindi confessioni, e quindi supplizi; e se non hasta, 
anche supplizi senza confessioni ! 

« Et così, » conclude la deposizione del segretario 
suddetto, « tornassimo dal signor Castellano, et li faces- 
simo la relatione di quanl'era passalo; et lui non disse 
altro; ma restò mortificato; la qual mortificatione fu tale, 
che fra pochi giorni se ne morse. » 

Quell'infernale sentenza portava che, messi sur un 
carro, fossero condotti al luogo del sup[)lizlo; tanagliati 
con ferro rovente, per la strada; tagliata loro la mano 
destra, davanti alla bottega del Mora; spezzate l'ossa 
con la rota, e in quella intrecciati vivi, e alzati da terra; 
dopo sei ore, scannati ; lìruciati i cadaveri , e le ceneri 
buttate nel fiume: demolila la casa del Mora; sullo spa- 
zio di quella , eretta una colonna che si chiamasse in- 
fame; proibito in perpetuo di rifalibricare in quel luogo. 
E se qunlfhe co=:a potesse accrescer l'orrore, lo sdegno. 
la compassione, sarebbe il veder quo' disgraziati, dopo 



398 STORIA 

r intimazione d'una lai sentenza, confermare, anzi al- 
largare lo loro confessioni, e per la forza delle ca.nioni 
medesime che .orliele avevano eslorle. La speranza non 
ancora estinta di sfugp:ir la morte e nna tal morte, la 
violenza di tormenti, clie quella mostruosa sentenza fa- 
rebbe quasi chiamar leggieri, ma presenti e evitabili, li 
fecero, e ripeter le menzogne di prima, e nominar nuove 
persone. Così, con la loro impunità, e con la loro tor- 
tura, riuscivan que' giudici, non solo a fare atrocemente 
morir degF innocenti, ma, per quanto dipendeva da loro, 
a farli morir colpevoli. 

Nelle difese del Padilla, si trovano, ed è un sollievo, 
le proteste che fecero della loro e dciraltrui innocenza, 
appena furono allatto certi di dover morire , e di non 
dover più rispondere. Quel capitano citalo poco fa , de- 
pose che , (rx)vandosi vicino alla cappella dov' era stato 
messo il Piazza, lo senti che « strepi lana, et diceua che 
niorina al torto, et che era stato assassinalo sotto pro- 
messa, » e rifiutava il ministero di due cappuccini ve- 
nuti per disporlo a morir cristianamente. « Et in quanto 
a me,» sog/T;iun^^e, « m'accorgei che lui liaueua speranza 

che si dnuesse reirattare la sua causa et andai dal 

detto ('nmmissario , pensando di far atto di carità col 
persuaderlo a disporsi a ben morire in gralia di Dio; 
come in ellello posso dire che mi riusci ; poiché li i*adri 
non toccarono il punto che toccai io, qual fu che l'ac- 
certai di non hauer mai visto, nò sentito dire che il Se- 
nato retrattasse cause simili, dopo seguita la condanna... 
Finalmente tanto dissi, che s'acquietò. .. et doppo che fu 
acquietalo, di(>de alcuni sospiri, et poi disse come haueua 
dato fuori indebitamente molli innocenti. » Tanto lui, 
(pianto il iMora, fecero poi stendere dai religiosi che f^Vi 
assistevano una riirattazion formale dì tuth; l'accuse che 
la speranza o il dolore liIì avevano estorle. L'uno e l'altro 
sopportarono (pici lun^io supplizio, quella serie e varietà 
di supplizi, con una forza che, in uomini vinti tante 
volle dal timor della morte e dal dolore in uomini i 



DELLA COLONNA INFAMK. 309 

quali morivan vittime, non di qualche gran causa, ma 
d'un miserabile accidente, d'un errore sciocco, di facili 
e basse frodi; in uomini che, diventando infami, rima- 
nevano oscuri, e all' esecrazion pubblica non avevan da 
opporre altroché il sentimento d'un' innocenza volgare, 
non creduta, rinnegala tante volle da loro medesimi; in 
uomini (fa male il pensarci, ma si può egli non pensarci?) 
che avevano una famiglia, moglie, lìgliuoli, non si sa- 
prebbe intendere, se non si sapesse che fu rassegnazione: 
quel dono che, nell'ingiustizia degli uomini, fa veder 
la giustizia di Dio, e nelle pene, qualunque siano, la 
caparra, non solo del perdono, ma del premio. L'uno e 
l'altro non cossaron di dire, fino all'ultimo, fin sulla rota, 
che accetlavan la morte in pena de' peccati che avevan 
commessi davvero. Accettar quello che non si potrebbe 
rifiutare! parole che possono parer prive di senso a chi 
nelle cose guardi soltanto l'eltetto materiale: ma parole 
d'un senso chiaro e profondo per chi considera, o senza 
considerare intende, che ciò che in una deliberazione 
può esser più diffìcile, ed ò più importante, la persua- 
sion della mente, e il piegarsi della volontà, è ugual- 
mente difficile, ugudhnente importante, sia che l'elfello 
dipenda da esso, o no; nel consenso, come nella scella. 
Quelle proteste potevano atterrire la coscienza de' giu- 
dici ; potevano irritarla. Essi riusciron pur troppo a farle 
smentire in parte, nel modo che sarebbe stato il più de- 
cisivo, .se non fosse stato i\ più illusorio; cioè col far 
che accusassero se medesimi , molli che da quelle pro- 
teste erano stati così autorevolmente scolpati. Di quest'al- 
tri processi toccheremo soltanto, come abbiam detto, qual- 
cosa, e soltanto d'alcuni, per venire a quello del [Ridilla; 
cioè a quello che, come per l'imporlanza del reato è il 
principale, così, per la forma e per l' esilo, è la jìlelra 
del paragone per tutti gli altri. 



400 STORIA 



VI. 



I due arrotini, sciaguratamente nominati dal Pia/7.a e 
poi dal Mura, erano slati imprigionali fino dal TI di giu- 
gno; ma non fnroiiu mai confrontati, nò con l'uno né 
con Tallro, e neppure e<aminali , prima ck'lT esecuzione 
della sentenza, che fu il primo d'agosto. L'undici fu esa- 
minato il padre; il giorno dopo, messo alla tortura, col 
solito pretesto di contradizioni e d'inverisimiglianze, con- 
fessò, cioè inventò una storia, alterando, come il Piazza, 
un fatto vero. Fecero l'uno e l'altro come ipie' ragni, che 
atlaccano i capi del loro filo a qualcosa di solido, e poi 
lavoran per aria. Gli avevan trovata un' ampolla d' un 
sonnifero datogli, anzi composto in casa sua, dal Baruello 
suo amico; disse ch'era un onto per fare che moressero 
la (jcnte\ un estratto di rospi e di serpi, con certe pohtere 
che io non so che pohiere siano. Oltre il Baruello, no- 
minò come complice qualche altra persona di comune 
conoscenza . e per capo il Padilla. Avrehhero i giudici 
volulo attaccar questa storia a (pielia de' due che ave- 
vano assassinati, e far per ciò dire a costui, che aveva 
ricevuto da loro onta et danari. Se avesse negato sem- 
plicemente, avevan la tortura; ma la prevenne con que- 
sta singolare risposta: Sifinor no, che non è vero; ma se 
vù (late li tormenti perchè io neijhi questa particolarità, 
sarò forzalo a dire che è vero, benché non sij. Non pò- 
Icvan più, senza farsi troppo apertamente helTe della giu- 
stizia e dell'umaniu'i, adoprar come esperimento un mezzo 
del (piale eran cosi solennemente avvertiti che T elTetto 
sarei)!)!' certo. 

Imi condannato a quel medesimo supplizio; dopo l'in- 
timazion della sentenza, torturato, accusò un nuovo han- 
chiere, e altri; in cappella, e sul patiholo, ritrattò ogni 
cosa. 



DELLA COLONNA INFAME. 401 

Se di qiiosto disgraziato, il Piazza e il Mora avessero 
detto solamente che era un poco di buono, si vede da vari 
fatti che saltan fuori nel processo, che non l'avrebbero 
calunnialo. Caluruiiaron perù anche in questo , il suo 
figliuolo Gaspare; del qualo è bensì riferito un fallo, 
ma è riferito da lui, e in tali momenti, e con tal senti- 
mento, che ne risulta come una prova dell' innocenza e 
della rettitudine di tutta la sua vita. Ne' tormenti, in 
faccia alla morte, le sue parole furon tutte meglio che 
da uom forte; furon da martire. Non avendo potnio 
renderlo calunniator di se stesso, nò d'altri, lo condan- 
narono (non si vede con quali pretesti) come convinto; 
e dopo l'intiraazion della sentenza, l'interrogarono, come 
al solito, se aveva altri delitti, e chi erano i suoi com- 
pagni in quello per cui era stato condannato. Alla prima 
domanda rispose : io non ho fallo ne questo, ne altri de- 
Ulti; et moro perchè una volta diedi d'un piijno sopra 
d' un occhio ad uno, mosso dalla collera. Alla seconda : 
io non ho alcuni compaijni, perchè altendeuo a far li 
falli miei; et se non l' ho fallo, non ho neanche hauulo 
compafjni. Minacciatagli la tortura; disse: V. S. facci 
quello che iole, che non dirò mai quello che non ho fatto, 
né mai condannerò l'anima mia; et è mollo mecilio che 
patisca tre o quattro ore de tormenU, che andar nell' in- 
ferno a patire eternamente. Messo alla tortura, esclamò 
nel primo momento: ah, Siijnore f non ho fallo niente: 
sono assassinalo. Poi soggiunge : questi tormenti forni" 
ranno presto; et al mondo di là biso()na starui sempre. 
Furono accresciute le torture, di grado in grado, fino al- 
l' ultimo, e con le torture, l'istanze di dir la verità. 
Sempre rispose: Ilio fjià detta; votjHo saluar l' anima. 
Dico che non vojlio granar la coscienza mia : non ho 
fatto niente, 

Non si può qui far a meno di non pensare che se 
gli slessi sentimenti avessero dato al Piazza la slessa 
costanza, il povero Mora sarebbe l'imaslo tranquillo nella 
sua bottega, tra la sua famiglia, e, al i)ari di lui, quo- 

VOI,. II. i'' 



402 STORIA 

sto giovine ancor più degno (V ammirazione, clic di rom- 
passione, e tanl' altri innocenti non avrebbero nemmen 
potuto immaginarsi cbe spaventosa sorto sfuggivano. Lui 
medesimo, chi sa? Certo per condannarlo, non confesso, 
e su ([ue'soli indizi, e quando, non essendoci altre con- 
fessioni, il delitto slesso non era che una congettura, 
bisognava violare più svelatamente, più arditamente, ogni 
principio di giustizia, ogni prescrizion di legge. A ogni 
modo non potevano condannarlo a un più mostruoso 
supplizio; non potevano almeno farglielo solTrire in com- 
pagnia d'uno, guardando il quale dovesse dire ogni mo- 
mento a sé stesso: l'ho condotto qui io. Di tanti orrori 

fu cagione la debolezza che dico? l'accanimento, 

la perfìdia di coloro che, riguardamlo come una cala- 
mila, come una sconfìtta, il non trovar colpevoli, tenta- 
rono quella debolezza con una promessa illegale e fro- 
dolenla. 

Abbiam citato sopra l'atto solenne con cui una pro- 
messa simile fu fatta al nai-U(^llo, e abbiamo anche ac- 
cennato di voler far vedere il conto diverso che i giu- 
dici ne facevano. Per ciò principalmente racconlerem 
qui in succinto la storia anche di questo meschino. Ac- 
cusato in aria, come s'è visto prima dal Piazza d'es- 
sere un compagno del Mora, poi dal Mora d' essere un 
compagno del Piazza; poi dall'uno e dall'altro d'aver 
ricevuto danari per isparger V unguento composto dal 
Mora con certe porcherie e peggio (e prima avevan pro- 
testalo di non saper questo); poi dal Migliavacca, d'a- 
verne composto uno lui, con altre peggio che porcherie ; 
costituito reo di tutte ipiesle cose, come se ne facessero 
una, negò e sostenne bravamente i tormenti. Mentre 
pendeva la sua causa, un prete (che fu un altro de' te- 
stimoni fatti citar dal Padilla) , pregato da un parente 
di questo Baruello^ lo raccomandò a un fiscale del se- 
nato ; il quale venne poi a dirgli che il suo raccoman- 
dalo era sentenziato a morte, con tutta ([uelT aggiunta 
di carneficine: ma insieme, che, « il senato s'acconien- 



ì IELLA CdLONNÀ INFAME ^05 

laiLT (li procurarli da S. E. T impunità. » E incaricò il 
prole che anda:^sc a trovarlo, e vedesse di persuadtrlo a 
dir la verità : « poiché il Senato voi sapere il fondamento 
di questo negocio , e pensa di saperlo da lui. » Dopo 
averlo condannato! e dopo quelle esecuzioni! 

Il Baruello , sentita la crudele notizia , e la proposi- 
zione, disse: a faranno poi di me come hanno fatto del 
Commissario? » Avendogli il prete detto che la pro- 
messa gli pareva sincera, cominciò una storia : che un 
tale (il quale era morto) 1' aveva condotto dal barbiere ; 
e questo , alzato un telo del parato della stanza , che 
nascondeva un uscio , l' aveva introdotto in una gran 
sala, dov' eran molte persone a sedere, tra le quali il 
Padilla. Al prete, che non aveva l'impegno di trovar 
de' rei, parvero cosa strane ; sicché l' interruppe, avver- 
tendolo che badasse di Jion perdere il corpo e l' anima 
insieme; e se n'andò. Il Baruello accettò l'impunità, 
corresse la storia; e comparso l' undici di settembre da- 
vanti ai giudici, raccontò loro che un maestro di scherma 
(vivo pur troppo) gli aveva detto esservi una buona oc- 
casione di diventar ricchi, facendo un servizio al Padilla; 
e l'aveva poi condotto sulla piazza del castello, dov'era 
arrivato il Padilla medesimo con altri, e l' aveva subito 
invitalo ad essere uno di quelli che ungevano sotto i 
suoi ordirli per vendicar gì' insulti fatti a don Gonzalo 
de Cordova, nella sua partenza da. Milano ; e gli aveva 
dato danari, e un vasetto di quell'unto micidiale. Dire 
che in questa storia, della qual(; (pii ac/enniam soltanto 
il principio, ci fossero delle cose inverisimili, non sa- 
rebbe un parlar propriamente : era tutto un monte di 
stravaganze, come il lettore ha potuto vedere da questo 
solo saggio. Dell' inverisimigiianze però ce ne trovarono 
ancìie i giudici e, per di più, delle conlradizioni: per 
ciò, dopo varie interrogazioni, seguite da risposte che 
imbrogliavan la cosa sampre più, gli dissero, che si cspli- 
chi meglio, perchè si possa cauar cosa accertala da quello 
chp (lice. Allora, o fosse un suo ritrovalo per uscir d'im- 



404 STORIA 

piccio in qualunque maniera, o fosse un vero accesso 
di frenesia, che ce n' era abbastanza cagioni, si mise a 
tremare, a storcersi, a gridare : aiuto ! a voltolarsi per 
terra, a volersi nascondere sotto una tavola. Fu esor- 
cizzato, acquietato, stimolato a dire; e cominciò un'al- 
tra storia, nella quale fece entrare incantatori e circoli e 
parole magiche e il diavolo, eh' egli aveva riconosciuto 
per padrone. Per noi basta l' osservare eh' eran cose 
nuove; e che tra l'altre, ritrattò quello che aveva detto 
del vendicar l' ingiuria fatta a don Gonzalo, e asserì in 
vece che il fine del Padilla era dì farsi padrone di Mi- 
lano; e a lui promclleva di farlo uno de" primi. Dopo 
varie interrogazioni, fu chiuso l'esame, se pure merita 
un tal nome; e dopo ([uello, n'ebbe tre altri; ne" quali, 
essendogli detto che il tal suo asserto non era verisi- 
mile, che il tal altro non era credibile , o rispose che 
infatti, la prima volta non aveva detta la verità, o diede 
una spiegazione qualunque; e venendogli almen cinque 
volte buttata in faccia la deposizione del Migliavacca, in 
cui era accusato d'aver dato unguento da spargere ad 
altrettante persone delle quali, nella sua, non aveva par- 
lalo, rispose sempre die non era vero: o sempre i giu- 
dici passarono ad altro. Il lettore che si rammenta come 
alla prima inverisimiglianza che credettero bene di tro- 
var nella dciiosizione del Piazza, lo minacciarono di le- 
vargli r impunità ; come alla prima aggiunta che fece 
a quella deposizione, al primo fatto allegato dal Mora 
centra di lui, e da lui negalo, gliela levarono in elTetto, 
per non hauer della la rerilà intera, come haueiia prò- 
messo; vedrà ancor più. se ce n' è bisngrio, quanto ser- 
visse a coloro l'aver voluto piuttosto fare una giunteria 
al governatore, che chiedergli una facoltà , l' aver fatta 
una promessa in parole e di parole a quel Piazza, die 
doveva esser le primizie del sacrifizio offerto al furor 
popolare, e al loro. 

Vogliam dir forse che sarebbe stata cosa giusta di 
mantener quell'impunità? Dio liberi! sarebbe come dire 



DELLA COLONNA INFAME. 405 

che colui aveva deposto un fatto vero. Vogliam dir sol- 
tanto che fu violentemente ritirata, com'era stata il- 
lefjfalmente promessa; e che questo fu il mezzo di quello. 
Del resto, non possiamo se non ripetere che non pote- 
van far nulla di giusto nella strada che avevan presa, 
fuorché tornare indietro, fin ch'erano a tempo. Quel- 
l'impunità (lasciando da parte la mancanza de' poteri) 
non avevano avuto il diritto di venderla al Piazza, come 
il ladro non ha il diritto di dar la vita al viandante: 
ha il dovere di lasciargliela. Era un ingiusto supplemento 
a un'ingiusta tortura: l'una e l'altra volute, pensate, 
studiate dai giudici, piuttosto che far quello ch'era pre- 
scritto, non dico dalla ragione, dalla giustizia, dalla ca- 
rità, ma dalla legge: verficare il fatto, facendolo spie- 
gare alle due accusatrici, se pur la loro era accusa e 
non piuttosto congettura; lasciandolo spiegare all'impu- 
talo, se pur si poteva dire imputato; mettendo questo 
a confronto con quelle. 

L'esito dell'impunità promessa al Baruello non si 
potè vedere , perchè costui mori di peste il 18 di set- 
tembre, cioè il giorno dopo un confronto sostenuto im- 
pudentemente contro quel maestro di scherma, Carlo Ve- 
dano. Ma quando sentì avvicinarsi la sua fine, disse a un 
carcerato che l'assisteva , e che fu un altro de' testimoni 
fatti cilar dal Padilla: «fatemi a piacere di dire al Si- 
gnor Podestà, che tutti quelli che ho incolpati gli ho 
incolpati al torto ; et non è vero eh' io habbi chiapato 
danari dal figliuolo del Sig. Castellano . » . . io ho da 
morire di questa infermità : prego quelli che ho incol- 
pati al torlo mi perdonino: et di gralia ditelo al Sig. 
Podestà, se io ho d'andar salvo. Et io subito, » soggiun- 
ge il testimonio, » andai a riferire al Sig. Podestà, quello 
che il Baruello m'haueua detto. » 

Questa ritrattazione potè valere per il Padilla; ma il 
Vedano, il cpiale non era lìn allora stato nominato che 
dal solo Baruello, fu atrocemente tormentato, (luel gior- 
no medesimo. Seppe resistere ; e fu lasciato stare in (pri- 



406 STORIA 

gione, s'intende) fino alla metà di gennaio dell'anno se- 
guente. En, tra qiie' meschini, il solo che conoscesse dav- 
vero il PadiMa, per aver tirato ihie voHo di spada con 
lui, in castello; e si vede che questa circostanza tu (lucila 
che suggerì al Baruello di dargli una parte nella sua 
favola. Non l'aveva però accusato d'aver composto, nò 
sparso, nò distrihuito unguenti mortiferi: ma solamente 
d'essere stato di me/.zo tra lui e il Padilla. Non pote- 
van quindi i giudici condannar come convinto un tale 
imputato, senza pregiudicar la causa di quel signore; e 
questo fu prohnl)ilmente quello che lo salvò. Non fu in- 
terrogato di nuovo, se non dopo il primo esame del Pa- 
dilla: e Fassoluzion di questo tirò dietro la sua. 

Il Padilla. dal castello di Pizzighettone, dov'era stalo 
trasferito, fu condotto a Milano il 10 di gennaio del 1G31, 
e messo nelle carceri del capitano di giustizia. Fu esa- 
minato quel giorno medesimo; e .se ci fosse hisogno 
d'una pro\a di l'alto per esser certi che anche que' giu- 
dici potevano interrogar senza frodi, senza menzogne, 
senza violenze, non trovare inverisimiglianze dove non 
ce n'era, contentarsi di risposte ragionevoli, ammettere, 
anche in una causa d'unzioni venelìche, che un accu- 
salo potesse dir la verità, anche dicendo di no, si ve- 
dreltlie da ipieslo esame, e dagli altri due che furon 
falli al Padilla. 

I soli che avessero deposto d'essersi al»hoccati con lui. 
il .Mora e il Raruello, avevano anche indicati i tempi: il 
primo air incirca, il secondo più precisamente. Doman- 
daron dunque i giudici al l*adilla, quando fosse andato 
al campo: indicò il giorno; di dove fosse partito per 
andarci: da Milano; se a Milano fosse mai tornato in 
queir intervalli»: una volta sola, e c'era rimasto un giorno 
solo, che specilìcò ugualmente. Non concordava con nes- 
suna dell'epoche inventate dai due disgraziali. Allora 
gli dicono, senza minacce, con buona maniera, che si 
india a memoria se non si trovò in Mdano nel lai tempo, 
nel tal altro: risponde ogni volta d'i no, rapporlantlosi 



DELLA COLONNA LNFAME. 407 

sempre alla sua prima risposta. Vengono alle persone, e ai 
luoghi. Se aveva conosciuto un Fontana bombardiere: 
era il suocero del Vedano, e il Baruello l'aveva nomi- 
nato come uno di quelli che s' eran trovati al primo ab- 
boccamento. Jlisponde di sì. Se conosceva il Vedano: di 
sì egualmente. Se sa dove sia la Vetra de'Cilladini e 
r osteria de' sei ladri: era lì che il Mora aveva detto esser 
venuto il Padilla, condotto da don Pietro di Saragozza, 
a fargli la proposta d' avvelenar Milano. Rispose che non 
conosceva né la strada, né l'osteria neppur di nome. Gli 
domandano di don Pietro di Saragozza: questo non solo 
non lo conosceva, ma era impossibile che lo conoscesse. 
Gli domandano di certi due, vestili alla francese; d'un 
ceri' altro, vestito da prete: gente che il Baruello aveva 
detto esser venuti col Padilla all'abboccamento sulla 
piazza del castello. Non sa di chi gli si parli. 

Nel secondo esame, che fu l'ultimo di gennaio, gli 
domandan del Mora, del Migliavacca, del Baruello, d'ab- 
boccamenti avuti con loro, di danari dati, di promesse 
fatte: ma senza parlargli ancora della trama a cui tutto 
questo si riferiva. Risponde che non ha mai avuto che 
far con costoro, che non gli ha mai nemmen senlili no- 
minare; replica che non era a Milano in quo' diversi 
tfimpi. 

Dopo più di tre mesi , consumati in ricerche dalle 
quali, come doveva essere, non si cavò il minimo co- 
strutto, il senato decretò che il Padilla fosse costituito 
reo con la nai'raliva del fatto, pubblicatogli il processo, 
e datogli un termine alle difese. In esecuzione di que- 
st'ordine, fu chiamato ad un nuovo ed ultimo esame, il 
22 (li maggio. Dopo varie domande espresse, su tutti i 
capi d'accusa, alle quali rispose sempr(^ un no, e per 
lo più asciutto, vennero alla narrativa del fatto, cioè gli 
spiattellarono quella pazza novella, anzi quelle due. La 
prima, che lui costituto aveva detto al barbiere Mora, 
vicino airiiosfaria della delli sei ladri, che facesse un ou- 
tione .... et che douesse prender la della nnlinne. el au- 



408 STORIA 

ilar n hordecfare (impiastrare); e che, in ricompensa, gli 
aveva dalo mollo doppie; e don Pietro di Sarai^o/za , 
per suo ordine, aveva poi mandalo il dello barbiere a 
riscolere altri danari dai tali e lali banchieri. Ma (juesla 
è ragionevole in paragon dell'allra: che esso Sk/. Consti- 
tulo aveva fatto chiamar sulla pia/./.a del caslcllo Stefano 
Baniello, gli aveva dello: buon ijiorno, Siy. Bnrudlo: è 
mollo tempo clic desideriuio parhir con voi; e, dopo qual- 
che altro complimento, gli aveva dato venlicinipie du- 
catoni veneziani , e un vaso d'unguento, dicendogli 
ch'era di quello che si faceva in Milano, ma che non 
era perfetto , e l)isognava prendere dcUi ghezzi et zaiti 
(de' ramarri e de' rospi) et del vino bianco, emetter tulio 
in una pentola, et farla bollire a concio a concio (ada- 
gino adagino), acciò questi animali possino morire arrab- 
Inali. Che un prete, qual viene nominalo per Francese 
dal detto Barwllo , e era venuto in compagnia del co- 
slilulo, aveva fatto comparire uno in forma dliuomo, 
in Itabilo di Pantalone, e fattolo al Baruello riconoscere 
per suo signore; e, scomparso che fu, il Baruello aveva 
domandato al costituto chi era colui, e quello gli aveva 
risposto ch'era il diavolo; e che, un'altra volta, lui 
costituto aveva dati al Baruello degli altri danari, e pro- 
messogli di farlo tenente della sua compagnia, se l' avesse 
servito bene. 

A questo punto, il Verri (tanto un inlento sistematico 
può far travedere anche i più nobili ingegni, e anche 
dopo che haimo veduto) conclude cosi : t Tale è la serie 
del fatto deposto contro il figlio del castellano, la quale, 
sebbene smentita da tulle le altre persone esaminate 
(trattine i tre disgraziali Mora, Piazza e Baruello, che 
alla violenza della tortura sacrificarono ogni verità), 
servi di base a un vergognosissimo reato (1). » Ora, il 
lettore sa, e il Verri medesimo racconta che , di cpiesti 
tre, due fiiron mossi a mentire dalle lusinghe dell' im- 
punità, non dalla violenza della lortura. 

[{) Oss. § V, in line. 



DELLA COLONNA INFAME. 409 

'Sentita queirindegnissima filastrocca, il Padilla disse: 
di tutti questi huomini che V. S. mi ha nominato, io non 
conosco altro che il Fontana et il Teynone (era un so- 
prannome del Vedano); et tutto quello che V. S. ha 
detto che si legge iji Processo per bocca di costoro, è la 
maijgior falsità et mentita che si Irouasse mai al mondo; 
né è da credere che ini Cauagliero par mio hanesse, né 
trattato, né pensato anione tanto infame come è questa; 
et prego Dio et sua Santa Madre , se queste cose sono 
vere, che mi confondano adesso; et spero in Dio che farò 
conoscere la falsità di questi huomini, et che sarà palese 
al mondo tutto. 

Gli replicarono, per formalità e senza insistenza, che 
si risolvesse di dir la verità, e gì' intimarono il decreto 
del senato che lo costituiva reo d' aver composto e di- 
strihuito unguento venefico, e assoldato de' complici. Io 
mi merauiglio mollo, riprese, che il Senato sij venuto a 
resolultione così grande, vedendosi et trouandosi che que- 
sta è una mera impostura et falsità fatta non solo a me, 
ma alla Giustifia istessa. Come un huomo di mia qua- 
lità, che ho speso la vita in servitio di Sua Maestà , in 
diffesadi questo stato, nato da huomini che hanno fatto 
V istesso, haucuo io da fare , uè da pensar cosa che a 
loro, né a me portasse tanta nota ed infamia? et torna 
a dire che questo è falso, et è la più grande impostura 
che ad huomo sij mai stata fatta. 

Fa piacere il sentir l' innocenza sdegnata parlare un 
tal linguaggio; ma fa orrore il rammentarsi Tuinocenza, 
davanti a quegli uomini stessi, spaventata, confusa, di- 
sperata, bugiarda, calunniatrice ; l' innocenza imperter- 
rita, costante, veridica, e condannata ugualmente. 

Il Padilla fu assolto, non si sa quando per 1' appunto, 
ma sicuramente più d'un armo dopo, poiché l'ultime 
sue difese furono presentate nel maggio del 1G32. E, 
wrto, r assolverlo non fu grazia ; ma i giudici, s' avvi- 
dero che, con questo, dichiaravano essi medesimi ingiu- 
ste lutto le loro condanne? giacché non crederei che 

vf)i,. II. 18 



4hj storia 

ce ne siano state altre, dopo queir assoluzione. Ricono- 
scendo che il Padilla non aveva punto dato danari per 
pagar le sognate unzioni, si rammentaron degli uomini 
che avevan condannati per aver ricevuto danari da lui, 
per questo motivo? Si rammentarono d'aver detto al 
Mora che una tal cagione ha più del vensimile .... che 
non [è per hauer occasione di vendere, lui Constituto il 
suo elettuario, et il Commissario d' hauer modo di più 
lauorare ? Si rammentarono che , nell' esame seguente, 
persistendo lui a negarla, gli avevan detto che si trona 
pure essere la verità? Che avendola negata ancora, nel 
confronto col Piazza, gli avevan data la tortura, perchè 
la confessasse, e un' altra tortura, perchè la confessione 
estorta dalla prima diventasse valida? Che, d'allora in 
poi, tutto il processo era camminato su quella supposi- 
zione ? C'era stata espressa, sottintesa in tutte le loro 
interrogazioni, confermata in (ulte le risposte, come la 
cagione finalmente scoperta e riconosciuta, come la vera, 
l'unica cagion del delitto del Piazza, del Mora, e poi 
degli altri condannati'? Che la grida pubblicata, pochi 
giorni dopo il supplizio di quo' due primi, dal gran 
cancelliere, col parer del senato, li diceva « nrriuati a 
stato tale (T empietà, di tradir per danari la propria Pa- 
tria? » K vedendo finalmente svanir ipiella cagione (giac- 
ché nel processo non s' era mai fatto menzione d' altri 
danari che di quelli del Padilla), pensarono che del de- 
litto non rimanevano altri argomenti che confessioni, 
ottenute nella maniera che loro sapevano, e ritrattate tra 
i sacramenti e la morie? confessioni, prima in contradizion 
tra loro, o ormai scoperte in contradizion col fatto? As- 
solvendo insomma, come innocente, il capo, conobbero 
che avevan condannati, come complici, degl' innocenti ? 
Tutf altro, almeno per quel che comparve in pul)- 
blico : il monumento e la sentenza rimasero ; i padri 
di famiglia che la sentenza aveva condannati, rimasero 
infami ; i figli che aveva resi così atrocemente orfani , 
rimasero legalmente spogliati. E in quanto a quello che 



(lELI.A COLONNA INFAME. ili 

sia passato ne cuor de' giudici, chi può sapere a quali 
nuovi argomenti sia capace di resistere un inganno vo- 
lontario, e già agguerrito contro l'evidenza? E dico un 
inganno divenuto più caro e prezioso che mai ; giacché, 
se prima il riconoscerli innocenti era per que' giudici 
un perder l' occasione di condannare , ormai -sarebbe 
stato un trovarsi terribilmente colpevoli ; e le frodi, le 
violazioni della legge , che sapevano d' aver commesse, 
ma che volevan creder giustificate dalla scoperta di cosi 
empi e funesti malfattori, non solo sarebbero 'ricomparse 
nel loro nudo e laido aspetto di frodi e di violazioni 
della legge , ma sarebbero comparse come produttrici 
d' un orrendo assassinio. Un inganno finalmente, man- 
tenuto e fortificato da un' autorità sempre potente, ben- 
ché spesso fallace, e in quel caso stranamente illusoria, 
poiché in gran parte non era fondata che su (juella de' 
giudici medesimi: voglio dire l'autorità del pubblico 
che li proclamava sapienti, zelanti, forti, vendicatori e 
difensori deUa patria. 

La colonna infame fu atterrata nel 1778 ; nel 1803, 
fu sullo spazio rifabbricata una casa; e in (jueU' occa- 
sione, fu anche demolito il cavalcavia, di dove Cate- 
rina Rosa. 

L' infernal dea che alla veletta stava (1), 

intonò il grido della carnificina: sicché non c'è piij nulla 
che rammenti, né lo spaventoso effetto, né la miserabile 
causa. Allo sbocco di via della Yetra sul corso di porta 
Ticinese, la casa che fa cantonata, a sinistra di chi 
guarda dal corso medesimo, occupa lo spazio dov'era 
quella del povero Mora. 

Vediamo ora, se il lettore ha la bontà di seguirci in 
quest' ultima ricerca, come un giudizio temerario di co- 
lei, dopo aver tanto potuto sui triliunali, abbia, per loro 
mezzo, regnato anche ne' libri. 

(1) Caro, trad. dt ir Eneide, lib. VU. 



412 STOHIA 

VII. 



Tra i molti scrittori contemporanei all'avvenimento, 
scegliamo il solo che non sia oscuro, e che non n' ab- 
bia parlato a seconda allatto ilella credenza comune, Giu- 
seppe Ripamonti, già tante volte citalo. E ci par che possa 
essere un esempio curioso della tirannia che un'opinion 
dominante esercita spesso sulla parola di quelli di cui non 
ha potuto assoggettar la mente. Non solo non nega espres- 
samente la reità di quegl' infelici (ne, fino al Verri, ci 
fu chi lo facesse in uno scritto destinato al pubblico); ma 
pare più d' una volta che la voglia espressamente afferma- 
re: giacche, parlando del primo interrogatorio del Piazza, 
chi;ima « malizia» la sua, e « avvedutezza » (piella de' giu- 
dici; dico che, «con le molte contradizioni, palesava il 
delitto, nell'atto che voleva negarlo; » del Mora dice pa- 
rimenti, che, t fin che potò reggere alla tortura, negava, 
al solito di tutti i rei, e che finalmente raccontò la cosa 
com'era: erponiiH omnia ciim fide.* E nello stesso tem- 
po, cerca di fare intendere il contrario, accennando, ti- 
midamente e di fuga, qualche dubbio sulle circostanze 
più importanti ; dirigendo, con una parola, la riflession 
del lettore al punto giusto; mettendo in bocca a qualche 
impnl.ilo parole più atte a dimostrar la sua innocenza, 
di (pielle che aveva sapute trovar lui medesimo; rao- 
slrando finalmente quella campassione che non si prova 
se non per gì' innocenti. Parlando della caldaia trovata 
in casa del Mora, dice: «fece principalmente grand' im- 
pressione una cosa forse innocente e accidentale, del re- 
sto schifosa, e che poteva parer qualcosa di (piello che 
si cercava. » Parlando del primo confronto , dice che il 
Mora , « invocava la giustizia di Dio contro una frode , 
contro una maligna invenzione, contro un' insidia nella 
quale si poteva far cadere qualunque innocente. » Lo 



DELLA COLONNA INFAME. 413 

chiama « sventurato padre di famitrlia, che, senza saperlo, 
portava su queir infausto capo V infamia e la rovina sua 
e de' suoi. » Tutte le riflessioni che abbiamo esposte 
poco fa. e quelle di più che si posson fare, sulla con- 
tradizion manifesta tra 1' assoluzion del Padilla, e la con- 
danna defili altri, il Ripamonti le accenna con un voca- 
bolo : gli untori furon puniti ciò non ostante: nudores 
puniti tamen. i Quanto non dice queir avverbio o con- 
giunzione che sia ! E aggiunge : « la città sarebbe ri- 
masta inorridita di quella mostruosità di supplizi, se 
tutlo non fosse parso meno del delitto. t> 

Ma il luogo dove fa intender più chiaramente il suo 
sentimento , è dove protesta di non volerlo dire. Dopo 
aver raccontato vari casi di persone cadute in sospetto 
d'untori, senza che ne seguissero processi, «mi trovo,» 
dice, « a un passo diffìcile e p<TÌcoloso, a dover dichia- 
rare se , oltre quelli così a torto presi per untori . io 
credo che ci siano stati untori davvero Nò la diffi- 
coltà nasce dall'incertezza della cosa, ma dal non essermi 
lasciata la libertà di far quello che pur si pretende da 
ogni scrittore, cioè ch'esprima i suoi veri sentimenti. 
Che se io dicessi che non ci furono untori, che senza 
ragione si va a immaginar malizia degli uomini in ciò 
che fu punizion di Dio, si griderebbe subito che la sto- 
ria è empia, che V autore non rispetta un giudizio so- 
lenne. Tanto r opinion contraria è radicata nelle menti, 
e la plebe credula al solito, e la nobiltà superba son 
pronti a difenderla, come quello che possano aver di 
più caro e di più sacro. Mettersi in guerra con tanti , 
sarebbe un'impresa dura e inutile; e per ciò, senza ne- 
gare, nò affermare, nò pender più da una parte che dal- 
l'altra, mi ristringerò a riferir l'opinioni altrui (1). » Chi 
domandasse se non sarebbe stata cosa più ragionevole , 
com(> più facile, il non parlarne affatto, sappia che il 
Ripamonti era istoriografo della città: cioè uno di que- 

(1) Pag. 107, 108. 



414 STORIA 

gli uomini, ai quali, in qualche caso, può esser coman' 
dato e proibì lo di scriver la storia. 

Un altro istoriografo, ma in un campo più vasto, Ba- 
tista Nani , veneziano , che in questo caso non poteva 
esser condotto da nessun riguardo a dire il falso , fu 
condotto a crederlo dall'autorità d'un' iscrizione e d'un 
monumento. «Se ben veramente,» dice, « l'immagina- 
zione de' popoli , alterata dallo spavento, molte cose si 
figurava, ad ogni modo il delitto fu scoperto e punito, 
stando ancor in Milano l' iscrizioni e le memorie degli 
edifici abbattuti, dove que' mostri si congregavano (1). » 
Chi, non conoscendo altro di quello scrittore, prendesse 
questo ragionamento per misura del giudizio, s'ingan- 
nerebbe di molto. In varie ambascerie importanti, e in 
varie cariche domestiche, aveva avuto campo di conoscer 
gli uomini e le cose : e dà prova nella sua storia d'es- 
serci non volgarmente riuscito. Ma i giudizi criminali, 
e la povera gente, quand' è poca, non si riguardano come 
materia propriamente della storia ; sicché , non e' è da 
maravigliarsi che, occorrendo al Nani di parlare inci- 
denlemente di quel fatto, non ci guardasse tanto per la 
minuta. Se alcuno gli avesse citala un'altra colonna, e 
un'altra iscrizione di Milano, come prova d'una scon- 
fitta ricevuta da' veneziani (sconfitta tanto vera, quanto 
il delitto di qm' mostri), certo il Nani si sarebbe messo 
a ridei'c. 

Fa |)i(i mai'aviglia e più dispiacere il trovai" lo stt>sso 
argomento e gli stessi improperi, in uno scrino d'un 
uomo mollo più celebre, e cow gran ragione. Il Mura- 
tori, nel «Trattato del governo della peste, » dopo avere 
accennato diverse storie di quel genere, « ma nessun 
caso, » dice, « è jiiù rinomato di quel di Milano, ove nel 
contagio del 1G30, furono jìrese parecchie persone, che 
confessarono un si enorme delitto, e furono aspramente 



(1) .Nani, Historia veneta; parie I, lib. VUI. Venezia, Lnvisa, (7-20, 
pag. 473- 



DELLA COLONNA INFAME. 4Ì5 

giusliziule. Ne esiste tiitlavia (e l'ho vediiLa anch'io) la 
funesta memoria nella Colonna infame posta ov'era la 
casa di quegli inumani carnefici. Il perchè grande at- 
tcnzion ci vuole affinchè non si rinnovassero più simili 
esecrande scene. » E quello che, non toglie il dispiacere, 
ma lo muta, è il veder che la persuasione del Muratori 
non era cosi risoluta come queste sue parole. Ciiè, ve- 
nendo poi a discorrere (o si vede che è ciò che gli pre- 
me davvero) de' mali orribili che possono nascere dal 
figurarsi e dal credere tali cose senza fondamento, dice: 
a si giungi; ad imprigionar delle persone , e per forza 
di tormenti a cavar loro di bocca la confession di de- 
litti ch'eglino forse non avranno mai commesso, con 
far poi di loro un miserabile scempio sopra i pubblici 
patiboli.» Non par egli che voglia alludere ai nostri 
disgraziati? E quello che lo fa creder di più, è che at- 
tacca subilo con quelle parole che abhiam già citato 
nello scritto antecedente, e che, per esser poche, trascri- 
viam qui di nuovo: « Ho trovalo gente savia in Milano, 
che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era 
molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti 
velenosi, i quali si dissero sparsi per quella città, e fe- 
cero tanto strepilo nella peste del 1G30 (1). » Non si può, 
dico, fare a minio di non sospettare che il Muratori cre- 
desse piuttosto sciocche favole quelle che chiama » ese- 
crande scene, » e (ciò che è più grave) innocenti assas- 
sinati quelli che chiama « inumani carnefici. » Sarebbe 
uno di que' casi tristi e non rari, in cui nomini tuli' al- 
ti'o che inclinali a mentire, volendo levar la forza a qual- 
che errore pernicioso, e temendo di far peggio col com- 
batterlo di fronte, hanno creduto bene di dir prima la 
bugia, per poter poi insinuare la verità. 

Dopo il Mnratori, troviamo uno scrittore più rino- 
mato di lui come storico, e (ciò che in un fallo di que- 
sta sorte parrebbe dover rendere il suo giudizio i)iù de- 

(1) Lib. 1, cap. X. 



416 STORIA 

gno d'osservazione di qualunque altro) storico giurecon- 
sulto, e, rime dice di sé medesimo, « più giureconsulto 
che politico (1), » Pietro Giannone. Noi però non riferi- 
remo questo giudizio, perchè è troppo poco che l'ab- 
biam riferito: è quello del Nani che il lettore ha veduto 
poco fa, e che il Giannone ha copiato^ parola per parola, 
citando questa volta il suo autore appiè di pagina (2). 

Dico : questa volta ; perchè il copiarlo che ha fallo 
senza citarlo, è cosa degna d'esser notata, se, come credo, 
non lo fu ancora (3). Il racconto, per esempio, della sol- 
levazione della Catalogna, e della rivoluzione del Porto- 
gallo, nel IG'tO, è nella storia del Giannone, trascritto 
da quella del Nani, per più di sette pagine in 4.*^, con 
pochissime omissioni, o aggiunte, o variazioni, la più 
considerabile delle quali è d'aver diviso in capitoli e in 
capoversi un lesto che nello scritto originale andava tutto 
di seguito (4). Ma chi mai s'immaginerebbe che l'avvo- 
cato napoletano, dovendo raccontare altre sollevazioni, 
non di Barcellona, ne di Lisbona, ma quella di Palermo, 
del 1047, e quella di Napoli, contemporanea e più ce- 
lebre, per la singolarità e per l' importanza degli avve- 
nimenti, e per Masaniello, non trovasse da far meglio, 
né da far più che di prendere, non i materiali, ma la 
cosa beir e fatta, dall'opera del cavaliere e procurator di 
san Marco? Chi l'anderebbe a pensare soprattutto dojx) 
aver lette le parole con le quali il Giannone entra in quel 
racconto'? e son queste: « Gli avvenimenti iiil'clici di 



{{) Istoria Civile, eie. Introiluziono. 

(2) Istoria Civile, lib. XXXVI, rap. 2. 

(3) Il F.ilircpiii (Viuc lialoriim, elr., Petrus Jannunius) rila corno scrit- 
tori ilai «luali il Giannuno • ha jirt'so i passi iiiti'ri, invcci; rii ricorrere 
ai (Kicumeiiti originali, r soriza ronfi'ssarlo scliipllamcnte, il Costanzo, il 
Summonle, il Parrino , e principalmente il lUiftlerin. » Ma par rlifllcile 
che (la (|ue.sfullimo (he nun ahiiiam pntulo trovar rhi sia) prernla |iiù 
che dal Coslanzn, del quale, • Seal principio risponde il Due e il nuv.zo. » 
deve avere intarsiala mezza, a dir poco, la storia nella sua, e più che 
dal Parrino, del quale dovremo dir (jualcnsa or ora. 

(4) Giannone, Isl. Civ. lib. XXXVI, cap. V, e il primo capoverso del VI. 
— Nani, Hist. Yen., parte 1; liti. XI, pag. Col-GGI dell'edizione citata. 



DELLA COLONNA INFAME. 417 

queste rivoluzioni sono stati descritti da pii'i antori: al- 
cuni gli vollero (ir credile portentosi, e fuor del corso 
della natura: altri con troppo sottili niinu/.ic distraendo 
i leggitori, non ne fecero rettamente concepire le vere 
cagioni, i disegni, il proseguimento, ed il fine: noi per 
ciò, seguendo gli scrittori più serj e prudenti, gli ri- 
durremo alla lor giusta e naturai positura. » Eppure 
ognuno può vedere, facendo il confronto, come, subito 
dopo queste sue parole, il Gian none metta mano a quelle 
del Nani (1), frammischiandoci ogni tanto, e specialmente 
sul principio, qualcheduna delle sue, facendo qua e là 
qualche cambiamento , alle volte per necessità , e nella 
stessa maniera che uno, il qua! compri biancheria usata^ 
leva il segno dell' antico padrone, e ci mette il suo. Così, 
dove il veneziano dice : « in quel regno, » il napoletano 
sostituisce: « in questo regno; » dove il contemporaneo 
dice che vi « restano le fazioni quasi che intiere, i il 
postero, che vi « restavano ancora le reliquie delTanti- 
che fazioni. » È vero che, oltre queste piccole aggiunte 
variazioni, si trovano anche in quel lunghissimo squar- 
cio, come pezzi messi a rimendo, alcuni brani più estesi, 
che non son del Nani. Ma, cosa veramente da non cre- 
dersi, son presi da un altro quasi tutti, e quasi parola 
per parola : è roba di Domenico Parrino (2) , scrittore 



(1) Giannone, lib. XXXVII, cap. II, HI e IV. — Nani, parie II, lib. IV, 
pag. 146-157. 

(2) Teatro eroico e politico de' governi de' viceré del regno di Napoli, etc. 
Napoli, 1692, tom.2." ; Duca d'Arcos. 11 testo del Nani corre, con pochis- 
simi e minuti cambiamenti, come abbiam detto, per sette capoversi del 
Giannone, l'ultimo de' quali termina con le parole: <• si richiedevano, e 
per supplire altrove, e per difender il regno, grandissime provvisioni. » 
E lì entra il Parrino con le parole: • Il viceré duca d'Arcos, trovandosi 
angustiato dalla necessita del danaro, • e via via. paucis mutalis, al so- 
lito, per due capoversi, e per mezzo circa il si-guentc Dopo, ritorna il 
Nani, e va avanti, prima solo, per un bel pezzo, poi alternato , e , per 
dir cosi, a scacchi, col Parrino. E c'è lino de' periofli, messi insieme bene 
male, ma con pezzi dell'uno e dell'altro. Eccone un esempio: ■• Cosi 
in un momento s' estinse quell'incendio che minacciava l'eccidio al re- 
gno; e ciò che apportò maggior maraviglia, fu la subita mutazione de- 
gli animi, che dalle uccisioni, da' rancori e dagli odj passarono imman* 



418 STORIA 

(alla rovescia di moli' altri) oscuro, ma letto molto, e 
fors' anche più di quello che sperava lui medesimo, se, 
in Italia e fuori, è letta quanto lodata la « Storia civile 
del regno di Napoli, » che porta il nome di Pietro Gian- 
none. Che, senza allontanarci da que' due periodi di sto- 
ria de' quali s'è fatto qui menzione, se, dopo le solle- 
vazioni catalana e portoghest», il Giannone, trascrive dal 
Nani la caduta del favorito Olivares , trascrive poi dal 
Parrino il richiamo del duca di Medina viceré di Napoli, 
che ne fu la conseguenza , e i ritrovati di questo per 
cedere il più tardi che fosse possibile il posto al suc- 
cessore Enriquez de Cabrerà. Dal Parrino ugualmente, 
in gran parte, il governo di questo; e poi dall'uno e 
dall'altro, a intarsiatura, il governo d^'l duca d'Arcos , 
per tutto quel tempo che precedette le sollevazioni di 
Palermo e di Napoli, e come abbiam detto, il progresso 
e la fine di queste, sotto il governo di D. Giovanni d'Au- 
stria, e del conte d'O alle. Poi dal Parrino solo, sempre 
a lunghi pezzi, o a pezzellini frequenti, la spedizione di 
quel viceré contro Piombino e Portolongone ; poi il ten- 
tativo del duca di Guisa contro Napoli ; poi la peste 
del 163G. Poi dal Nani la pace de' Pirenei , e dal Par- 
rino una piccola appendice dove sono accennati gli ef- 
fetti di essa nel regno di Napoli (1). 

Voltaire, parlando, nel » Secolo di Luigi XIV, » de' 
tribunali istituiti da quel re in Metz e in Brisac, dopo 
la pace di Nimega, per decidere delle sue proprie pre- 
tensioni sopra territori di slati vicini , nomina , in una 



tinenlo a pianti di tenerezza, ed a teneri alibraeriamenli , senza distin- 
zione d'nmiri , o d' inimiei : (Parrino, tom. U, pape. 425) fuorché alcuni 
porid , i (|uali puidali dalia mala coscienza, si sottrassero colla fuga, 
tutti gli altri restituiti a' loro mestieri, malfdicendo le confusioni passato, 
abbracciarono con giubilo la quirte presente. ^ (Nani, parte li, lib. IV, 
p3ji.l57di'irediz. cit.) ("liannoric, lib. XXWil, cap. IV, s.-cundo capoverso, 
(t) V. Giannone. lib. XXX VI. cap. VI. e ultimo; tutto il lib. XXXVII, 
che ha .sette capitoli ; e il preambolo del lib. seg. — Nani, parte I, lib. XII, 
pag. 738; parte II, bb. Ili, IV; Vili. — Parrino, i. II, pag. i96 e seg. 
t. Ili, paR. 1 e seg. 



DELLA COLONNA INFAME. 419 

nota, il fiianiione con gran lode, com'era da aspettarsi, 
ma per fargli una critica. Ecco la traduzione di quella 
nota: « Giannone, cosi celebre per la sua utile storia 
di Napoli, dice che questi tribunali erano stabiliti a 
Tournay. Sbaglia frequentemente negli affari che non 
son del suo paese. Dice, per esempio, che, a Nimega, 
Luigi XIV fece la pace con la Svezia ; e in vece questa 
era sua alleata (1). » Ma, lasciando da parte la lode, la 
critica, in questo caso, non è dovuta al Giannone, il 
quale, come in tant' altri casi, non fece nemmen la fa- 
tica di sbagliare. È vero che nel libro dell'uomo «cosi 
celebre , » si leggono queste parole : « Seguì poscia la 
pace fra la Francia, la Svezia, l'Imperio e l'Imperado- 
re; » (nelle quali, del rimanente, non saprei se non ci 
sia ambiguità piuttosto che errore); e quest'altre: » Apri- 
rono poscia, » i francesi, « due tribunali, l'uno in Tour- 
nay, e l'altro in Metz; ed arrogandosi una giurisdizione 
non mai udita nel mondo sopra i principi jor vicini, fe- 
cero non solamente aggiudicare alla Francia, con titolo 
di dipendenze, tutto il paese che saltò loro in capriccio 
ne' confini della Fiandra e dell'Imperio, ma se ne po- 
sero in vif. di fatto in possessione, costringendo gli abi- 
tanti a riconoscere il re Cristianissimo per sovrano, pre- 
scrivendo termini, ed esercitando tutti quegli atli di si- 
gnoria che sono soliti i principi di praticare co' sudditi, b 
Ma son parole di quel povero ignorato Parrino (2), e 
non già stralciate da quel suo pezzo di storia, ma por- 
tate via insieme con esso: che spesso il Giannone. in- 
vece di star li a cogliere un frutto qua e uno là, leva 
V albero addirittura , e lo trapianta nel suo giardino. 
Tutta, si può dire, la relazion della pace di Nimega è 
presa dal Parrino; come in gran parte, e con molte omis- 
sioni, ma con poche aggiunte, il viceregno in Napoli del 



(1) Sièclp de Louis XIV: rliap. XVII. Pai\ de Ryswi.k, not. e. 

(2) Giannono, lil.. XXXIX. rnp. ultimi», pap. 4f.l p 4G3 d<'l t. IV, Na- 
poli. Niccolo Naso, 1723. — Pairim', t. Ili, pag. 533 e 567. 



420 STORIA 

marchese de los Veles, nel tempo del quale quella pace 
fu conclusa, e col quale il Parrino chiude la sua opera, 
V il Giannorie il penultimo libro della sua. E probabil- 
mente (stavo per dir di certo), chi si divertisse a farne 
il confronto intero, per tutto il periodo antecedente della 
dominazione spagnola in Napoli, con la quale comincia 
il lavoro del Parrino , troverel)be per tutto , quello i;he 
noi ahbiam trovato in varie parti, e, se non m'inganno, 
senza veder mai citato il nome di quel tanto saccheg- 
giato scrittore (1). Così dal Sarpi, senza citarlo punto, 
prende il Giannone molli brani, e tutta l'orditura d'una 
sua digressione (2); come mi fu fatto osservare da una 
dotta e gentile persona. E chi sa quali altri furti non 
osservali di costui potrebbe scoprire chi ne facesse ri- 
cerca; ma quel tanto che abbiam veduto d'un tal pren- 
dere da al (ri scrittori, non dico la scelta e l'ordine de' 
falli, non dico i giudizi, l'osservazioni, Io spirilo, ma le 
pagine, i capiloli, i libri, è sicuramente, in un autor 
famoso e lodato, quel che si dice un fenomeno. Sia stata, 
sterilità, o pigrizia di mente, fu cerlamentc rara, come 
fu raro il coraggio; ma unica la felicità di restare, an- 
che con tutto ciò (fin che resla). un grand'uomo. E que- 
sta circostanza, insieme con l'occasione che ce ne dava 
rargonienlo. ci faccia perdonare dal benigno lettore una 
digressione, hmga per dir la verità, in una parte acces- 
soria d' un piccolo scritto. 

Chi non conosce il fr.immciito del Parini sulla colonna 
infame? Ma clii non si niMr.ivigiiereblic di non vederne 
fatui menzione in (pieslo luogo? 

Ecco dunque i pochi versi di cjuel frammento , ne' 



(1) Fu poi citato spesso appiè di pagina di qualche edizione fatta dopo 
la morte del Giannone; ma il lettore che non ne sa altro, deve imma- 
gmarsi che sia rilato come testimonio de' fatti , non comi- autore del 
lesto. 

(2) Sarpi, riiscorso dell'origine, eie. dcH'Ufd/.io dell' iiKiuisizione; Opere 
varie, Heimstal (Venezia) t. 1, pag. 340. - Giannone, Isi. Civ. lib. XV, 
cap. ultimo. 



DELLA COLONNA INFAME. 421 

quali il celebre poeta fa pur troppo eco alla moUitudine 
e air iscrizione : 

Quandm, tr.i vili case e in mezzo a poche 
Hovin(3, i' vi<ii ignobil piazza aprirsi. 
Quivi romita una colonna sorge 
In fra l'erbe infeconde e i sassi e il lezzo, 
Ov' uom mai non penetra, però ch'imli 
Genio propizio all' insubre ciltade 
Ognun rimove, allo gridando: lungi, 
buoni ciltadin, lungi, die il suolo 
Miserabile infame non v'infetti (l). 

Era questa veramente l'opinion del Parini? Non si sa; 
e l'averla espressa, cosi afTermalivamente bensì, ma in 
versi, non ne sarebbe un argomento; percbò allora era 
massima ricevuta che i poeti avessero il privilegio di 
profittar di tutte le credenze, o vere, o false, le quali 
fossero atte a produrre un'impressione, o forte, o pia- 
cevole. Il privilegio! Mantenere e riscaldar gli uomini 
neir errore, un privilegio ! Ma a questo si rispondeva che 
un tal inconveniente non poteva nascere, perchè i poeti, 
nessun credeva che dicessero davvero. Non e' è da re- 
plicare: solo può parere strano che i poeti fossero con- 
tenti del permesso e del motivo. 

Venne finalmente Pietro Verri, il primo, dopo cento 
quarantasett'anni, che vide e disse chi erano stali i veri 
carnefici, il primo che richiese per degl' innocenti cosi 
barbaramente trucidati, e cosi stolidamente abborriti, una 
compassione, tanto più dovuta , quanto più tarda. Ma 
che? le sue i Osservazioni, » scritte nel 1777, non furon 
pubblicate che nel 180ì, con altre sue opere, edite e 
inedile, nella raccolta degli «Scrittori classici italiani 
d'economia politica.» E l'editore rende ragione di que- 
sto ritardo, nelle «Notizie» premesse all'opere suddette. 
«Si credette,» dice, «che l' estimazione del senato po- 
tesse restar macchiata dall'antica infamia. « Effetto co- 



(1) PROCUL . HINC . PROCUL . ERGO . DONI . CIVES 

NE . YOS . INFELIX . INFAME . SOLUM . COMMACIJLET. 



422 STORIA DELLA COLONNA INFAME. 

munissimo, a que' tempi , dello spirito di corpo, per il 
quale, ognuno, piuttosto die concedere die i suoi pre- 
decessori avessero fallato, faceva suoi anche gli spropo- 
siti che non aveva fatti. Ora un tale spirito non trove- 
rebbe l'occasion d'estendersi tanto nel passato, giacché, 
in quasi tutto il continente d'Europa, i corpi son di 
data recente, meno pochi, meno uno soprattutto, il (piale, 
non essendo stato istituito dagli uomini , non può es- 
sere ne abolito, né surrogato. Oltre di ciò^ questo spi- 
rito ù combattuto e indebolito più che mai dallo spirito 
d'inviJualilà: l'io si crede troppo ricco per accattar dal 
noi. E in questa parte, è un rimedio; Dio ci liberi di 
dire: in tutto. 

A ogni modo, Pietro Verri non era uomo da sacrili- 
care a un riguardo di quella sorte la manifestazione 
d'una verità resa importante dal credito in cui era l'er- 
rore, e più ancora dal fine a cui intendeva di farla ser- 
vire; ma c'era una circostanza per cui il riguardo di- 
veniva giusto. Il padre dell'illustre scrittore era presi- 
dente del senato. Così é avvenuto più volte, che anche 
le l)Uon(' ragioni abbian dato aiuto alle cattive, e che. 
per la forza dell'une e dell'altre, una verità, dopo aver 
tardato un bel pezzo a nascere, abbia dovuto rimanere 
per un altro pezzo nascosta. 



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U713 

P5 

1856 

t.2 



Manzoni, Alessandro 
I promessi sposi 



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