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Full text of "I Reti"

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ASHMOLEAN MUSEUM 
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GIOVANNI AMENNONE OBERZINER 



I RETI 



IN RELAZIÓNE 



COGLI ANTICHI ABITATORI D'ITALIA 



Studi Stokici e Archeologici 



CON TRENTA TAVOLE LITOGRAFICHE E VARIE INCISIONI IN LEGNO 



ROMA 

TIPOGRAFIA INNOCENZO ARTERO 

PuiM Montcdtorto, 134-12$ 

188} 



4 



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A 

LUDOVICO E VALI REITHOFFER 

A 
GIULIO E MARIETTA BRUGGISSER 

IN SEGNO DI AFFETTO 



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INDICE. 



Prefazione , Pag, vii 

CKsrtOho Primo. — i. La provincia della Rczia ed il paese dei Reti. 
Quali fossero i suoi precisi confini al tempo della guerra retica e 
nell'epoca più antica. — 2. Divisione interna dei Reti. Diverse 
loro comunità e posto da queste occupato. — 3. Costituzione po- 
litica e civile dei Reti, le loro città principali. Verona, Feltre, 
Trenta Etimologia del nome Reti. L'agricoltura, il commercio e 
r industria dei popoli alpini nei tempi romani » i 

Capitolo Secondo. — i. Remota antichità dell'uomo in Europa. Le 
industrie litiche dell'epoca quaternaria e le caverne osafere dei 
vari perìodi nell' Inghilterra, nel Belgio, nella Francia, nella Spa- 
gna e nell'Iulia. Fine dell'età archeolitica e principio di qudla 
neolitica. — 2. Le grotte naturali e artificiali; i fondi di capanne. 
A quale popolo si possano attribuire. Gli Ibero-Liguri e la loro 
difiùsione in Italia. — 3. L'età della pietra nel paese dei Reti. » 31 

Capitolo Terzo. — i. La pura età del bronzo è rappresentata in Italia 
dalle terremare. Loro forma e diffusione. — 2. Le abitazioni la- 
custri neir Italia settentrionale. Gli Italici e la via da loro tenuta 
per scendere nella nostra penisola. — 3. I sepolcreti dell'età del 
bronzo. Crespellano nel Bolognese, Casinalbo nel Modenese, Pie- 
tole vecchio. Monte Lonato nel Mantovano, Bovolone e Pove- 
gliano Veronese » 71 

Capitolo Quarto. — i. Sviluppo ulteriore dell'arte nell'epoca del ferro 
avvenuto per opera degli Umbri, degli Euganei e dei Proto-Etru» 
schi. I bronzi figurati di Matrey e di Moritzing e loro relazione 
colla situla di Watsch nella Camiola, colle euganee, con quella 
della Certosa e collo specchio di Castelvetro. — 2. L'elmo di 
Oppeano, la dtula di Sesto Calende e quella di Trezzo. Collane 
anauniensi, fìbule e braccialetti rinvenuti nel paese dei RetL . . » in 



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VI 

Capitolo Quinto. — i. Le necropoli della prima età del ferro rinve- 
nute nel paese retico. Gruppo ligure. Golasecca, Villa Nessi, Ro- 
barello e Malgesso. Gruppo Italico. Civiglio, Zelbio, Carate La- 
rio, S. Maria di Vergosa, e Rondineto. — 2. Vadena nella valle 
dell'Adige. — 3. Gruppo euganeo. Sepolcreti del Bellunese e del 
Cadorino. Caverzano, Lozzo, Pozzale. Rotzo nei sette comuni 
del Vicentino » Pag. 133 

Capitolo Sesto. — i. Gli Etruschi nella regione alpina e i monu- 
menti da loro lasciati Le iscrizioni sepolcrali trovate nella parte 
occidentale del paese retico a Tresivio, a Sorei^o, a Davesco, 
ad Arano, a Stabbio, a Ligometto, a Vìganello, nell'Antro delle 
Gallerie ed in altri luoghi. — 2. Nella parte centrale e orientale 
a Bolzano, a Livinallongo, e a Verona. » 165 

Capitolo Settimo. — i. Oggetti di bronzo con iscrizioni reto^trusche 
trovate nella regione italiana alpina. La situla tridentina e varie 
interpretazioni date della sua iscrizione. — 2. La chiave di Dambel, 
dubbi intomo alla sua genuina antichità, confronto coU'iscrixione 
di Cembra e vera interpretazione di questa. — 3. Il donario di 
San Zeno nell'Anaunia. — 4. Le iscrizioni reto-etrusche di malsicura 
provenienza e quelle trovate nell'Europa settentrionale. ... » 181 

Capitolo Ottavo. — i. L'alfabeto retico in confronto coll'etrusco, 
coU'euganeo, col sabellico e col dorico; i segni runici non hanno 
relazione col nostro alfabeto. — 2. I monumenti architettonici 
della r^one alpina attribuiti agli Etruschi. Le monete preromane 
che avevano corso fra i Reti. — 3. Vari argomenti che confermano 
il dominio degli Etruschi sull'estremo lembo settentrionale d' Italia » 217 

Capitolo Nono. — i. Varie opinioni emesse intomo agli antichi abi- 
utori della regione alpina. Essa fu abitau unicamente dai Galli 
dagli Etruschi quivi cacciati al tempo di Tarquinio Prisco. Ra- 
gioni per le quali cade l'una e l'altra ipotesi. — 2. Gli Etruschi 
calarono in Italia pei monti tridentini ed i Reti sono i loro padri. 
— 3. Gli Etruschi vennero dal sud in tempi antichissimi. Varie 
altre opinioni tutte contrarie ai risultati archeologici. . . . , » 239 

Conclusione » 261 



Ekkata-Cokrigi. Ci pagina 48, linea 16, dopo U paroU : meritevole di notA che, si aggiunga : in alcune 
CA venie fr«ncesi di quest'epoca... 



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n Cluverio, lo Tschudi, il Guler, tutti quanti insomma nel XVI e 
nel XVn secolo parlarono dei Reti, non andarono più là della tra- 
dizione, e raccogliendo quelle notizie che lasciarono gli antichi in- 
tomo a questo popolo, correggendole a capriccio anche, dove loro 
tornava vantaggioso, ci diedero dei trattati d'un'impronta geografica 
e storica di qualche importanza. Ma per quanto concerne l'etnografia 
non si occuparono più che tanto, tutt'al più riferivano quelle poche 
parole che in tale riguardo scrissero gli storici romani dando a l'uno 
o all'altro di loro la preferenza qualora non andassero d'accordo. 

Ed è naturale che nella completa mancanza di monumenti così 
dovesse accadere; ma quando nel secolo decorso risorse lo studio 
delle antichità, che dalla seconda metà del secolo XVI in poi era an- 
dato sempre più decadendo, anche la questione etnografica dei Reti 
ebbe un impulso nuovo e potente per i lavori di Onofrio Panvinio, 
e del marchese Scipione Maffei. I quali però, come che portassero 
tanta luce in questioni fino alloca oscure o ritenute per insolubili, 
agirono alcuna volta arbitrariamente, il Mafiei in modo speciale, che 
per sostenere la verità di quel testo antico, che più s'accordava colle 
sue idee, tacciava tutti gli altri d'inesattezza, ed attribuendo ad er- 
rore degli amanuensi tutto quanto gli scrittori antichi dicevano a 



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vin 

sfavore della sua opinione, alcuni passi cambiava e sconvolgeva per 
tal maniera da tirarii tutti in appoggio del suo asserto. 

Allora quindi come in tutta la prima metà del nostro secolo era 
una idea che si imponeva e per quella si combatteva fino all'ultimo 
sangue, senza che né Tuna, né Taltra parte potesse poi cantare Pinno 
della vittoria. Né le ire campanilesche, né i villani improperi furono 
risparmiati, e mentre l'un partito sosteneva a spada tratta che gli 
antichi abitatori delle Alpi erano di orìgine etnisca, e che mai non 
si sovrapposero popoli di orìgine diversa, Taltro si piccava nell'asse- 
rìre che Etruschi non vennero mai ad abitare questi monti, dei quali 
unici ed invariati abitatori furono i Galli. E tutti due mentre da un 
lato dicevano cose vere, dall'altro non si perìtavano di propugnare 
delle imperdonabili assurdità. 

La questione s'ingarbugliò ancora più, quando venne esaminata da 
uomini, che erano potentemente dominati dal bellicoso spirito di na- 
zionalità o di municipio : che se di questo sono improntati gli scritti, 
del resto dottissimi, dello Stoffella e del conte Giovanelli, per quello 
certi dotti settentrionali, confondendo la serietà scientifica col van- 
taggio personale, suonarono ai quattro venti, che solo per vana boria 
di far parte fino da antichissimi tempi della glorìosa Italia, i popoli 
Alpini dell'Italia si predicavano di tosca origine, mentre in realtà i 
loro progenitori non erano che Germani discesi dalle Alpi in cerca 
di una terra migliore. 

E pure né il Cluverio né il Freret, né il Niebhur aveano in animo 
di fare gloriosi gli abitatori di quella estrema parte d'Italia, quando soste- 
nevano e non certo drittamente, che i progenitori del grande e potente 
popolo Toscano erano appunto i Reti che abitavano nelle Alpi, e se più 
tardo Ottofredo Mùller, il Mommsen ed il Corssen erano dello stesso pa- 
rere, non avranno voluto perciò essere di vantaggio ad alcuno; ma 
bensì avranno creduto che quell'opinione sia la più vicina alla verità. 

Tutti peccavano quindi di esclusivismo. 

Che certo gli Etruschi non furono né i primi né i più numerosi 
abitatori della regione alpina. Popoli di civiltà diverse occuparono 
prima di loro questi paesi, e quando i Galli scesero in Italia, un certo 
numero di essi si sovrappose ai Raseni. I quali però nelle civili e 
nelle religiose bisogne non perdettero mai la loro influenza, tanto 



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IX 

che moQumemi, che accennano ad un'età abbastanza recente, poste- 
riore alU venuta dei Galli, tradiscono pure sempre il carattere etrusco, 
e ci dichiarano che in ogni modo ebbe quel popolo in qualche tempo 
dominio in quasi tutta l'Italia settentrionale, fino alla grande catena 
al[»na che divide la nostra penisola dalla Germania. 

Né fu più piccolo Terrore di alcuni dotti, i quali pure ricono* 
scendo che gli Etruschi furono nella regione alpina, assegnavano loro 
un piccolissimo tratto di territorio, fuori del quale non vedevano 
altro che Galli: mentre altri gli stimavano assai più estesi di quello 
che non fossero in realtà. 

Di maniera che se il Quadrio credeva che Etruschi fossero stati 
solo gli abitatori della Valtellina, la quale per lui era la patria primi- 
tiva dei Raseni, ed il punto donde dal settentrione essi calarono in 
Italia, altri, come lo Steub, pretendevano dare ima eccessiva esten- 
sione al dominio de' Toschi nel settentrione, con ciò sia che non du- 
bitassero di assicurare che di quella stirpe erano tutti gli abitatori 
della provincia della Rezia fondata da Augusto. 

Fra tanta varietà di pareri altro non resta che esaminare da capo 
la questione. Nel che due sono principalmente le fonti alle quali 
possiamo ricorrere: gli scrittori antichi ed i monumenti. Degli an- 
tichi storici e geografi i prmcipali,- che parlino, benché con poche 
parole, dei Reti sono Livio, Plinio, Giustino, Strabone e Tolomeo, 

Strabone avvegnaché parli in più luoghi dei Reti, non fa mai cenno 
di che origine essi fossero, e Tolomeo che descriveva la terra os- 
servando le condizioni politiche e geografiche de'suoi tempi, nei quali 
la disposizione dei popoli era già quasi radicalmente cambiata nel- 
l'Italia settentrionale in confronto de'tempi primitivi, non ci può riu- 
scire di grande vantaggio nelle nostre ricerche. 

Qi scrittori latini che assai spesso accettarono come storia le fa- 
vole inventate dai Greci, per ciò che riguarda i Reti, non sono certo 
da trascurare, con ciò sia che Plinio, oltre die esser nato in questa 
stessa parte d'Italia settentrionale e perciò sia presumibile che abbia 
intomo ad essa idee alquanto precise, toglieva molto, per ciò che ri- 
guarda i primi abitatori, da Catone, che viveva tanti anni prima di 
lui. Ed anche Tito Livio, come Padovano, deve aver conosciuto molto 
bene questo paese, e quando ei dice, che i Reti, benché corrotta- 



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mente, parlavano il linguaggio degli Etruschi, sì esprime senza perita- 
zione, onde appare che era certo della verità che enunciava. 

Giustino, che commenta le storie di Truogo Pompeo, gallo di na- 
zione, incorse in vari errori, per ciò che riguarda la storia d'Italia, 
quando però la sua testimonianza s'accorda con quella dei sovraccennati 
scrittori, anche esso deve esser preso in considerazione. 

Alcuni dei moderni,- che si. occuparono dei Reti, fecero gran cal- 
colo di certi frammenti di Catone, di C Sempronio, di Beroso, di 
Mirsillo Lesbio e di Manetone, nei quali trovavano delle chiare te- 
stimonianze sulla etrusca origine degli Alpini. Ma già Onofrio Pan- 
vinio cotninciava dubitare sull'autenticità dei frammenti dei tre ultimi 
scrittori mentre accettava quelli di Catone e Sempronio. 

Dopo però gli studi di Peter e di Jordan e di altri filologi mo- 
derni, fri raflfermato che tutti quei frammenti stampati nel MDXXX 
senza il nome della città e dell' editore e ristampati a Lione dagli 
eredi del Grifio nel MDLX sono senza alcun dubbio apocrifi, e sa- 
ranno probabilmente quelli che Giovanni Nanni da Viterbo mise in 
voga per sostenere le sue idee orientaliste. 

Però, per quanto vaghe possano essere le testimonianze degli scrit- 
tori, non è che ci ingannino i monumenti. 

Di questi grande numero vennero in luce in questi ultimi decenni, 
e come che non siano sempre stati esplorati con metodo scientifico, 
nel loro complesso sono però tali da condurre a certe ed importanti 
conclusioni. Tanto che tutto ciò che gli studi paletnologia, che ebbero 
im sì potente impulso in Italia da pochi anni a questa parte, decisero 
per l'Italia settentrionale, va pure riferito al paese dei Reti, In fatti 
questo è talmente aperto ed unito, per cosi dire, colla pianura padana, 
che come in questa si manifestano distinte la varie civiltà della pietra, 
del bronzo e del ferro, cosi anche nel paese dei Reti, preso nel suo 
grande complesso, non si può a meno di avvertire questi passaggi, 
onde unendo insieme i risultati della palemologia, della storia, della 
tradizione e della filologia, cose tutte che vicendevolmente si sono 
d'aiuto, arriveremo a dare un quadro abbastanza completo delle an- 
tiche vicende della regione alpina. 

Il lavoro sarà quindi cosi costituito: si studieranno prima i Reti 
storicamente, e dietro le orme degli scrittori, delle iscrizioni e delle 



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XI 

tradizioni si fisseranno i loro più antichi confini ed il loro modo di 
vivere nei tempi storici. Ma poiché etnograficamente parlando i Reti 
non sono un popolo a sè^ che pe'suoi caratteri si distingua dagli 
altri che abitarono l'Italia nostra, ma sono il complesso di parecchie 
sovrapposizioni etniche che ricevettero il nome comune di Reti pro- 
babilmente solo nel tempo abbastanza tardo degli Etruschi, ci con- 
viene rintracciare queste varie civiltà nei monumenti. Pei quali ri- 
sulta che gli Ibero-Liguri della età neolitica, gli Italici di quella del 
bronzo, gli Umbri o gli Euganei, famiglie italiche della prima età 
del ferro, gli Etruschi, ed i Galli prima del dominio dei Romani 
presero stanza quivi successivamente e lasciarono impronte sicure 
della loro esistenza. E se fra tanta varietà di pareri, e ad onta delle 
innumerevoli difficoltà che mi si pararono dinanzi », mi fosse dato 
di aggiungere una sola scintilla alla chiara fiaccola della verità, sarebbe 
per me compenso più che bastevole alle mie fatiche. 



« Ringrazio i professori comm. G)mparetti, comm. Gennarelli, comm. Lignana, 
cav. Malfatti e comm. Pigorini per tutte le agevolezze che mi procurarono nella 
composizione di questo lavoro, non che il signor prof. Milani direttore del museo 
etrusco di Firenze, il signor Francesco Ambrosi, che mi facilitò lo studio delle an- 
tichità del civico museo di Trento, e il signor conte Emanuele Thuim e Monsi- 
gnor G. B. Zanella che mi permisero di esaminare le loro raccolte private di an- 
tichità. 




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CAPITOLO PRIMO. 



Sommario. — i. La provincia della Rezia ed il paese dei Reti. Quali fossero i suoi 
precisi confini al tempo della guerra retica e nell'epoca più antica. — 2. Divisione 
intema dei Reti. Diverse loro comunità e posto da queste occupato. — 3. Costi- 
tuzione politica e civile dei Reti, le loro città principali. Verona, Feltre, Trento. 
Etimologia del nome Reti. L'agricoltura, il commercio e l'industria dei popoli 
alpini nei tempi romani. 



I. 



Non intendo parlare della provincia della Rezia * instituita da Augusto 
Tanno 739 dopo la fondazione di Roma, ma si bene del paese abitato 
dai Reti posto di qua dalle Alpi nella Italia settentrionale. 

Il quale dove stesse, quali fossero i suoi limiti precisi, dalle notizie, 
che gli antichi scrittori ci lasciarono, non apparisce abbastanza chiaro. 
Che le opinioni loro sono assai diverse, e contradditorie potrebbero 
sembrare a chi non sapesse sceverare le notizie, che ad una età vanno 
riferite da quelle che si debbono attribuire a tempi posteriori. 

» È di questa che Tacito fa alcune volte menzione, e la « splendidissima Raetiae 
provinciae colonia » (German. 41) è la città di Augusta. Anche Strabone intende 
parlare di questa provincia nel libro VI, e. 292 e e. 313, ed i suoi confini sono chia- 
ramente descritti da Tolomeo, che così scrive nel libro II, cap. 12, § i : 

T9i? PaiT^a? ^ [iiv Sufffxix^ TiXfiupot, óp^Cexat tw t£ 'ASouXa ^pet, xal tTJ [jLetaSù 
Tu>v xs^xXGiv ToiJ Te *Ptqvou xolX TotJ Aavoup^ou tcotoijxou ^ 8è àpxxtx^ pipet xou 
Aavoup^ou %otOL\f.oZ t(Ì) aitò tOv tctjyGSv [xs/pi T^jc tou ATvou ixTp07c9S?, ^ 8' àvx 
ToXix^ «Xeupà aÒTiji t^Jì Atvw 7toTa[xii5, o5 iò voTtoitaTov Tcspa? iit^u (jLoTpag ^ Zè 
ànò {«^{jLpp{a; ToT? lvTei53rev òizìp t^v 'IxaX^av 'AXtc^oi; opeatv, Sv Tot (jìv Tipo? 
Tort^ Fpa^at? ÌTtiyjLi {xoìpa;. 

Vedi anche Tolomeo L. I, e. 16. Patercolo L. II. Svetonio in Aug. e. 21 ed in 
Tiberio e. 9. Vittore in Augusto. Eutropio Lib. VII. Claudiano, Solino e. XXIIII. 
Ammiano Marcellino, passim, ecc. Tra le opere moderne la più bella e più com- 
pleta intomo alla provincia della Rezia è quella di Pianta {Das alte Raetùtt ecc. 
Berlin 1872.) 



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2 

Di fatti, se prestiamo fede a coloro che parlarono della guerra retica, 
dovrebbero i Reti occupare una regione più ristretta e più settentrionale 
di quella che abitavano nei primissimi tempi. Strabone ', indicando il 
posto che i singoli popoli tenevano a quei tempi nell'Italia settentrionale 
e sopra di questa, dice che i Reti confinavano con quel tratto d'Italia, 
che è sopra Como e Verona, e che abitavano le radici delle Alpi. E scrive 
altrove * che i Reti ed i Norici occupavano la sommità delle Alpi e in- 
clinavano verso l'Italia, confinando cogli Insubri i primi, i secondi coi 
Carni e coi luoghi che stanno intomo ad Aquilea. Chiaramente poi 
egli distingue i Reti ed i Vennoni dai Tridentini, che egli pone in 
Italia (xqtTe'xovra t^v 'kaX^av) insieme coi Leponzi, cogli Stoni e con 
altri piccoli popoli; ma più esplicitamente di lui si esprime Dione 
Cassio ' nella narrazione della guerra retica. 



« Strab. \ 8. ot [xèv ouv *PatTO^ [jLe)^t t%^ 'IraX^a^ xa^i^xou<rt t9ì? 6uèp Oòtq- 

a Strab. a 204. ÓTrepxetvTat Se toiJ Kw\ìjo\j Tcpò; t^ pT^^lfl fwv "AX-Kitov I8po- 
{jtóvou xTj [iiv TPatToì xal Oùevvoivs; iitì t^v t^ xsxXi^Aevot, tVj 8è ArjTcovTtot xoà 
Tpt^evftvot, xa^ Xr^vot, xal iXXoc TzXtita jxtxpà I^t) xaxeyovTa t^v IxaX^av iv toT? 
irp^ff!ìrev xp^^®'? XTjtrrptxà xal SlTropo. 

Strab. Z 292. *PatTo^ Zi xal Ncopixoì i«4cP' '^^^ 'AXue^wv ÓTceppoXGJv àv{<j)(^oufft, 
ìLOLÌ itpò? T^v 'IxaX^av 7captv*uouatv, o\ jiiv 'Iverouppoi? <Tuvà7iTovTe?, ol Zi Ràpvot? 
xal ToT? i:ep^ 'AxuXrjiav )rwp(ot?. 

J Dione Cassio, Ist Rom.y Lib. LIIII, e. 22. Apoi3<Toc 8è iv tout<i), xaì Ttpepto? 
txSs lirpa^av. 'PaiToì olxoCvre; (jLEto^t* toT3 Te Nfa>p(xou xaì t9ì; FaXar^a?, irpòc 
Tflfl^j "AXirefft To^; Tcpò? tTj 'IraX^a, to^? TptSevT^vat?, t9ì? re FaXaTia? t9j? irpo- 
o^pou (j^^dt TToXXà xaTfiTpeyov xa^ Ix t9Ì; ItaX^a? àpitaYat; l7totoT3vTo, tou; re 
68(r> Twv ^Pwjxaiwv ^ xa^ tuSv ffufxjjtàj^wv aÙT(Sv Sta r^i? ^^ erspa? y^j? ^(ojasvou; 
iXu[iwt(vovTO, xal TatJra [jlìv xalduiQ^j "^w»)? toI; oux ivoit^vSot? TcotéTv iS^xouv, irSv 
8è Z\ TÒ àppev Twv &Xe<rxo[x&vo!)v, ou^ 8ti aò cpatv^fxsvov àXXà xal tò iv TaX; •^dui^idiyf 
ixt Twv Yuvaixcov, Sv [xavre^atc Ttaiv àveup^oxorce?, ^(p^eipov. St* ouv TavJra 6 'Au- 
YOUOTO? irptoTOv [iiv TÒv Apotkrov Itc' aùrou; l7ce{jL<|;e* xal è? toÙ? TcpoaitavnQffavToL? 
ot aùxGiv irepì xà TptSevxTva ^pr; 8ià TOt^ewv ÌTpe<|;ocTo, <§)<rrs xal xijxà; (jrpaTTjYtxàc 
iul TouTcj) Xap^v. Inetta Zi ineS^ tTJ; [liv 'IxotX^a? àirexpouff^mjaav t9ì Sé 8^ Fa- 
XaT^qt xal 5i; Ive'xetvTO, xòv Ti^epiov TcpoaaTteVretXev, l^paX^vxe? ouv i? x^v X'^P*^ 
TToXXay^^irev &[xa àfjLcp^xepot, aòxo^ xe xal Sta xCSv óico^rrpaxiQYwv xal 6 ^t Tips'pto? 
xai Sta x7,; X({jlw)C tcXo^oi; xofxtff^s^^ àic^ xe xouxou xaxeitXvjSav aùxoù; à? éxàoroK 
(Tfip(ot auji.p.tYvuvxe?, TOU< xe àel I? X.*^*^ àcptxvou[«vou; oO yaXeir©;, Sxe Sieoita?- 
[jievaic TQ^C Suvàfiefft ^(it>[Aevou;, xaxeipyàdavxo, xal xoù^ Xotiroùg àa^eve^repou; 
xe £x xouxou, xal à^rujjLoxe'pou; Ysvofxsvou? sTXov. iireSìQ xe licoXuàvSpouv xal iS^xouv 
xt vecoxepi^v, x^ xt xpàxtaxov, xal xò TiXitrxov x9|? ^Xtx^a? auxwv ì$tqy*Y®^> xaxaXi- 
:r^vx«? xoaouxou? oaot x^v [iiv yojpav oIxsTv txavo^, veoyfjUSaat Zi x' àSuvàxoi i^dav. 



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3 

I Reti, egli dice, stanno fra il Norico e la Gallia presso le Alpi, 
che contornano l'Italia e si chiamano Tridentine, icpò? -cor? "AXite^n, 
xaTi; :rpèc x^ IxaX^x, to^c XpiSevr^voti;. Ma per vie meglio chiarire la cosa 
sarà prezzo dell'opera tener dietro a tutta la narrazione di Dione ed 
esaminare quei punti che spettano al nostro argomento. 

Narra egli adunque, come quei popoli assai di frequente devasta- 
vano ì paesi vicini, traendo seco copiosa preda dall'Italia, e di ciò 
non contenti, assalivano i Romani ed i loro soci, che per le loro 
terre viaggiavano, ed uccidevano tutti i maschi per fino quelli che 
ancora erano nel ventre della madre, giacché per certe loro divina- 
zioni arrivavano a sapere di che genere sarebbe per essere il bam- 
bino che aveva a nascere. Per togliere tanto danno Augusto mandò 
Druso con un esercito, il quale sconfisse i Reti, che gli erano venuti 
incontro presso le Alpi Tridentine « 7tpoa7cavTif,(TavTà? o! aÒTwv ^epl xot 
TptSevTfTva ^pvj ». Ma siccome que' popoli cacciati d'Italia, pur non de- 
sistevano di danneggiare la Gallia, fu spedito col fratello anche Ti- 
berio. I Reti furono in più parti assaliti, e perchè dovettero dividere 
in più frazioni il loro esercito, e perchè furono grandemente spa- 
ventati alla vista delle navi che Tiberio conduceva sul lago di Co- 
stanza, furono totalmente sconfitti. 

Da questa narrazione si ricava che a quel tempo i Reti si esten- 
devano a mezzogiorno fino alle Alpi Tridentine. Ci conviene però 
indagare dove fossero queste Alpi, con ciò sia che per quello che 
ci lasciarono detto gli antichi potrebbe ingenerarsi qualche confusione. 

Athesis ex Tridentinis Alpibus, dice Plinio ', e giacché l'Adige na- 
sce al valico di Reschen, parrebbe che Tridentine egli chiamasse quelle 
Alpi che dall'Oetzthaler Femer e forse anco dal Brenner si estendono 
fino alla pianura padana. 

Ma, se l'opiniofte di Arduino e di Pitispo ci piace piuttosto seguire, 
si dovrebbe conchiudere che Tridentine erano quelle formanti la ca- 
tena centrale alpina e che tuttodì sono chiamate Retiche, giacché il 
primo dica: Alpes Tridentmae Raeticae appellantur, ed il secondo: 
Alpes Raeticae appellatae fuerunt Tridentinae. 

Coloro degli scrittori, che parlarono della guerra cimbrica, narrano 

« Plin. HisL Nat, Lib. Ili, i6, Ediz. Detlefsen. 



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4 

come Catulo fosse sconfitto dopo che i Cimbri aveano occupate le 
Alpi Tridentine (Tridentinas Alpes — Ampelio cap. XLV), per le 
quali intendevano certo le montagne inteme dell'odierno Trentino, 
dove appunto si sj, che Q. Catulo proconsole fu dai Cimbri messo 
in fuga. Fatto avvenuto « in saltu tridentino » secondo Frontino ', 
e Lucio Opimio (e. XXII), « apud Athesim flumen » come dice 
Valerio Massimo *, e Floro 5 intendendo forse per monti tridentini, 
quelli che costeggiano a mezzodì le valli Venosta e dell' Eisak, scrive 
come i Cimbri precipitatisi dai monti tridentini portarono in Italia 
lo sterminio t Tridentinis jugis in Italiam provoluti, veluti mina 
descenderunt ». Da tutto ciò si deduce che Tridentini si chiama- 
vano tanto i monti che formano la catena centrale alpina in quella 
parte che sta nel presente Tirolo, e divide geograficamente l'Italia 
dall'Austria, come la catena meridionale dall'Ortles fino al lago di 
Garda, e certo anche quella parte di Alpi meridionali, che dal 
monte Baldo s'estendono sino alla vedretta Marmolata, con ciò sia 
che ancora oggi Alpi tridentine quelle si denominano ; e colli e monti 
tridentini erano chiamati quelli che sono racchiusi fra queste catene. 
Quali erano dimque le Alpi presso le quali Dmso mise in fuga i Reti? 
Quale territorio di qua dalle Alpi possedeva quel popolo che incli- 
nava verso l'Italia? 

Da ogni dubbio ci toglie Plinio, che riporta il trofeo innalzato in 
onore di Augusto dopo la guerra retica, dove sono nominati tutti 
i piccoli popoli vinti e soggiogati in quella congiuntura: 

« Imp. Caesari divi filio Aug. pont. max. imp. XIIII, tr. pot. XVII, 
S. P. Q. R., quod eius ductu auspiciisque gentes Alpinae omnes quae 
a mari supero ad inferum pertmebant sub imperium P. R. sunt re- 
dactae. Gentes Alpinae devictae. Tnumpilini, Camunni, Venostes Ven- 
nonetes, Isarchi, Breuni, Genaunes, Focunates, Vindelicomm gentes 
quattuor, Consuanetes, Rucinates, Licates, Catenates, Ambisontes, Ru- 
gusci, Suanetes, Calucones, Brixentes, Leponti, Uberi, Nantuates, Se- 
duni, Veragri, Salassi, Acitavoncs, MeduUi, Ucenni, Caturiges, Bri- 
giani, Sogionti, Brodionti, Nemaloni, Edenates, Esubiani, Veamini, 

» Frokt. Stratag. Lib. IV, e. i, $ 3- 
* Valer. Maxim. Memorab, III, 8, 4. 
j Floro. Lib. Ili, e. 3. 



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5 

Gallitae, TriuUati, Ecdini, Vcrgunni, Eguituri, Nematuri, Oratelli, Ne- 
rusi, Velauni, Suettri. Non sunt adiectae Cottianae civitates XV, quac 
non fuerunt hostiles, item adtributae municipiis lege Pompeia. » 

Di tutti questi popoli, i Venosti e gli Isarci sono i più meridio- 
nali in quella parte che è sopra al Trentino, mentre più a setten- 
trione sarebbero i Breuni ed i Genauni. Giacché si pongano i primi 
intomo al Brenner deducendo ciò da un passo degli Atti di S. Cor- 
biniano \ da due versi di Venanzio Fortunato * e da un passo di 
Paolo Diacono 5: ed i Genauni nella valle Ridnaun presso Sterzing. 
Se quindi i Venosti, che abitavano nella vai Venosta, e gli Isarci, che 
erano nella valle dell'Eisack (Isarcus), erano dei Reti vinti da Druso 
i più meridionali, le Alpi che conterminano a mezzodì queste due 
vallate, sono quelle che Dione chiama Tridentine, e presso le quali 
Druso sconfisse i Reti. E ciò è confermato dall'Itinerario d'Antonino, 
che « pons Drusi » appella un luogo sul fiume Eisack, dove ora è 
Bolzano \ precisando quasi il posto dove Druso pose gli accampa- 
menti: ed Albinovano ^^ decantando in un' elegia a Livia la vittoria 

» Ad. s» Corb. In ipso autem itinere Romam pergendo, cum ad Breunos pervenit. 
Ed altrove si parla di un « civis Breonensium plebis ». E Breones sono pure chia- 
mati in una lettera di Teodorico a Servato comandante delle Rezie « si revera man- 
dpia eius Breones irrationabilìter cognoveris abstulisse, qui militaribus officiis assueti, 
civilitatem premere dicuntur armati, et ob hoc iustitiae parere dispiciunt. . .*» (Cas- 
siODORius, Var. I, I i) donde appare che non avevano ancora perduta l'antica possanza. 

* Venanzio Fortunato in una lettera a Gregorio di Tours (Op. I, p. 2) nomina 
Breonìo presso Tlnn, e nella vita di S. Martino, Lib. IV, dice : 
Si v'acat ire viam, neque te Boiarius obstat 
Qua vicina sedent Breonum loca, perge per Alpem. 

3 Paul Diac. De gest Lang. L. IL e. XIII .... perque Aguntum castrum, Dra- 
vumque et Byrrum fluvios, ac Briones et Augustam civitatem, iter fuisse describit. 
— G10RNANDE, (De reb. Gel, e. 36) fra le genti che prestarono aiuto ad Ezio con- 
tro Attila nomina gli Ibrioni ce Ibriones, quondam milites Romani » che sono senza 
dubbio i Breuni di cui parliamo. 

4 In carte antiche si chiamano turris Drusi e praesidium Tiberii due torri, che, 
in mezzo ad altre antiche rovine si innalzano a Bolzano. Qjieste si vorrebbero, e 
non senza probabilità, far salire fino al tempo della sconfitta dei Reti (Cf. Planta, 
Dos alte Raetien,p2Lg, 123. Berlin 1872). 

s Albinov. I, 385. Rhenus et alpinae valles, et sanguine nigro 

Decolor, infecta testis Isarcus aqua 
Lo Scaligero però l^ge: Iturgus, qualcun altro Itargus intendendo il Weter; esa- 



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del di lei figlio, ci descrive le onde dell'Isarco cambiate in sangue 
per la strage che il grande capitano fece dei Reti. 

Ma già vedo che mi s'oppongono coloro, i quali vorrebbero che 
i Genauni siano gli abitanti della valle di Non, e per tal modo molto 
più a mezzogiorno porrebbero i confini dei Reti nel tempo che fu- 
rono sottomessi dai figliastri d'Augusto. Per la vittoria dei quali cosi 
cantava Orazio nell'ode IV del libro IV: 

Videre Raetis bella sub Alpibus 
Drusum gerentem Vindelici. 

e nell'ode XTV del libro stesso, questo diceva in onore d'Augusto: 

Maxime principum 

Quem legis expertes latinae 
Vindelici didicere nuper 
Qjaid marte posses. Milite nam tuo 
Drusus Genaunosy implacidum genus, 
Breunosque veloces et arces 
Alpibus impositas tremendis 
Deiecit acer plus vice simplici 

Si credette che fossero gli Anauni queir t implacidum genus », 
ed il Quadrio * in tale proposito scriveva: « I Genauni detti in la- 
tino Anauni, Genauni e Naunes sono i- popoli della valle di Non 

posti di qua da Trento a gradi 46, minuti 9 di latitudine, che furono 
cosi nominati dal fiume Nauno (?) ossia Non (?). » E più fiero di lui, 
benché non sia forte di alcun più valido argomento^ il conte Vigilio 
Barbacovi * esclamava che : « i Naunes o Genaunes nominati nella 
iscrizione al trofeo e da Orazio altro non sono, né possono essere 
che i popoli della valle di Non, poiché i popoli della valle di Non 
furono sempre e in tutti i tempi chiamati in latino Naunes o Ge- 
naunes, e la valle fii sempre chiamata Naunia, o Anaunia. » È bensì 
vero che in qualche cattiva edizione di Plinio sì legge Naunes anzi 

minando il contesto appare tosto l'assurdità di questa lezione. Fa però d'uopo no- 
tare, che non tutti sono d'accordo nell'assegnare quest'ode ad Albinovano. In alcuni 
codici si attribuisce ad Ovidio, pare però che non appartenga né all'uno né all'altro 
di questi due poeti. 

» F. S. Quadrio. Dissertai. criL stor. intorno alla Reità di qua dalle Alpi, §ggi 
detta Valtellina, Milano, 1755. 

* Vigilio Barbacovi. Memorie storiche ecc. Trento, 1821. 



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7 
che Genaunes: tutti i manoscritti però sono d'accordo nel dare questa 
seconda lezione, della quale non è più lecito dubitare, dacché è con- 
fermata dalla iscrizione stessa di Torbia ^ 

E certo gli Anauni non furono sempre e in tutti i tempi chia- 
mati in latino Genaunes. 

La più antica memoria di questa valle la si vuol ritrovare nelle 
parole di Tolomeo *, che fra le città dei Becuni, ch'ei pone ad oc- 
cidente della Venezia, nomina Anonio od Anaunion, e chiaramente 
Anauni sono chiamati gli abitanti della valle di Non nella famosa 
uvola Qesiana, che contiene un editto di Claudio, emesso a Baia 
alle idi di Marzo dell'anno 46 dell'era nostra, essendo consoli Marco 
Giunio Silano e Quinto Sulpicio Camerino. In una tavola di bronzo 
dell'anno 341 d. Cr. « Emporio Naunitano » è chiamato quello degli 
Anauni, che Anannenses od Anabnenses sono detti da S. Agostino ^ 
nell'epistola, che dà la relazione del martirio dei tre santi chierici Si- 
sinio. Martirio ed Alessandro: e S. Vigilio in una lettera a S. Gio- 
vanni Crisostomo, dove descrive questa valle, le dà il nome d'Ana- 
gna ^, mentre Annonia 5 è denominata in un codice dei piccoli atti 
dei tre santi Anauniensi. 

Maggior conferma di ciò che si vuole dimostrare si ha dalla sopran- 
nominata tavola Clesiana trovata il 29 aprile dell'anno 1869. 

In essa cosi dice Claudio parlando de' Nauni, de' Tuliassi e dei Sin- 
duni : « Tam et si animadverto non nimium firmam id genus homi- 

I Cf. MoMMSEN. Corpus InscripU Lai, Voi. V, p. 905. 
* ToLOM. Geog, Lib. Ili, e. i, $ 32: 

Oòàvvia Xa jiS y^' 

Ka^fowca Xa y' K"^ T^' 

BpeTif)va Xa yo' jaS ^ S' 

'Avwvtov (^ 'Avauvtov) Xa ^^ [jlS ^ 

3 S. AuGUST. Epist. 139, 2. 

4 Negli atti di S. Vigilio (BoUand. die XXV L Inni) cives Anagnenses sono detti 
i Nauni, e la valle, in caso obliquo, Anagnen (cum quibus non multo post ingressus 
civitatem Anagnen) ed Anagnam (arreptoque itinere cum uno suorum diaconorum 
Anagnam petebat), 

s Negli Actahreviora dei } 5a;i/( ^miuniiM^f (Ex. Cod. Ms.drthusiaeGamnicensi) 
» dice: « Eo tempore vallis Annonia, eo forte quod satis abundet annona, tota idolis 
dedita fuit, et r^a dicebatur ». 



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num habere civitatis romanae originem, tamen cum longa usurpatione 
in possesionem eius fuisse dicatur et ita permixtutn cum Tridentinis 
ut diduci ab is sine gravi splendi (di) municipi iniuria non possit, pa- 
tior eos in eo iure, in quo cssq se existimaverunt, permanere beneficio 
meo, eo quidem libentius, quod plerique ex eo genere hominum etiam 
militare in praetorio meo dicuntur, quidam vero ordines quoque du- 
xisse, non nulli allecti in decurias Romae res indicare ». 

Come mai avrebbe potuto dire quell'imperatore, che i Nanni non 
hanno un'origine molto sicura della cittadinanza romana, se fossero 
stati soggiogati da Druso? E certo Claudio non se lo sarebbe dimen- 
ticato, come colui che rammenta il fatto di piccola importanza per 
se stesso delle lotte fra i Comensi ed i Bergalei, avvenute al tempo 
di suo zio Tiberio. E perchè quivi si dice che gli Anauni per lunga 
usurpazione godevano il diritto di cittadinanza romana, e molti di 
loro militavano nel pretorio dell' imperatore, altri furono condottieri 
di truppe, ed altri ancora raccolti nelle decurie in Roma giudicavano 
le cause, è tolto fuori di controversia che essi fossero quei Genauni, 
che furono soggiogati da Druso soltanto 6i anni prima dell'emissione 
di questo decreto. 

Quindi i Genauni nominati nel trofeo di Augusto non sono gli abi- 
tanti della Anannia. Né meno sono essi gli abitatori della valle di Ge- 
nova, piccolo territorio, che sta presso il Sarca superiore, come volle 
alcuno ', con ciò sia che militino a sfavore di queste opinioni le stesse 
ragioni che valevano per i Nanni, giacché se essi erano già sotto il do- 
minio romano al tempo della guerra retica, quanto più non Io do- 
vranno essere stati gli abitatori della valle di Genova, che è di tanto 
più a mezzogiorno della valle di Non? Oltre di che quella vallata 
é talmente selvaggia ed infruttuosa che é quasi priva di abitanti al 
giorno d'oggi, come avrebbe quindi potuto nutrire in tempi tanto lon- 
tani il numeroso e valente popolo dei Genauni? Che se a queste sem- 
plici circostanze non si volesse attribuire tanto valore, si dovrà pure 
concederlo alle parole di Strabone ^, che insieme coi Vindelici e coi 

« I. G. CuKo. VorgeschicììU %nns, Leipzig, 1878. La stessa cosa è ripetuta in 
molti altri libri recenti. 

* Strab. a 206. 0? 8 è Oòiv8oXi)co\ xal Nwpwto^ t^v Ixto; 7:apo>pn«v xaTtyouat 
rh itXeov [XExà Bpeuvwv xaì Fevauvwv, riBr) touTwv 'IXXupiwv. 



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9 

Norìci pone i Breuni ed i Genauni sui declivi della grande catena 
centrale alpina^ ascrìvendo gli uni e gli altri alla famiglia Illirìca. 

Resta per tal modo stabilito, che i confini meridionali dei Reti, 
subito prima della guerra retica, in quella parte che è sopra il Tren- 
tino, erano quelli da noi dianzi stabiliti. 

Più vicini che a Trento erano in quel tempo i Reti a Bergamo e 
Brescia, perciocché i Camunni abitanti della valle Camonica, ed i 
Trumplini, cioè queUi di Val Trompia, sono mentovati nell'iscrizione 
di Torbia: e qumdi tosto si doveano restringere più a settentrione, 
giacché Como era compreso nell'Italia, ed i Reti abitavano sopra quella 
città alle radici delle Alpi. 

In quale tempo i Reti siano stati ristretti a tali confini non é ben 
certo, in ogni modo però prima della guerra Cimbrica, perché in 
quel tempo il Trentino era senza dubbio in possesso dei Romani. In 
tempi più antichi i Reti occupavano assai più vasto territorio, a pre- 
cisare il quale ci valgono le asserzioni degli antichi scrittori. 

Plinio, " enumerando le città da Augusto comprese nella decima 
regione italica, dice che i Trentini, i Feltrini ed i Beruensi abita- 
vano città fondate dai Reti, ed aggiungendo egli che Verona fu fab- 
bricata dai Reti e dagli Euganei, ci fa capire che ambedue quei po- 
poli contribuirono alla fondazione o airincremento di quella città. E 
che i Reti si estendevano fino a questo punto verso mezzogiorno 
é pure confermato dalla circostanza, che retici si chiamavano, secondo 
Plinio, * e Marziale, ^ i vini veronesi: e dall'altra ancora più convin- 
cente che fra gli Arusnati, abitanti della valle Pollicella, vigevano le 
retiche sacre cerimonie, sacra raetica, come vedremo di poi. 

I Camunni e i Leponzi sono detti da Strabone ^ di origine re- 
tica. Benché i primi siano gli abitanti della valle Camonica, pare non 
pertanto che in tempi antichissimi fossero assai più estesi e Como 
fosse la loro città principale, di modo che infino li si sarebbero estesi 

« Plin. Lib. nr, 19. Fertini et Tridentini et Beruenses Raetica oppida, Raetorum 
et Euganeorum Verona. 

» Plin. Lib. XIII, i. Ante eum raeticìs prior mensa erat et uvis Veronensium. 
Libro XIIU, 6. In Veronensi itera Raetica vina Falemis tantum posthabita a Virgilio. 

5 Martial. Lib. XIV, Ep. 100. Si non ignota est docti tibi terra Catulli — Potasti 
testa raetica vina mea. 

4 Strab. Lib. IV, e. 8. 



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IO 

i Reti. Difatti nomi simili si rinvengono nel Trentino, come per 
esempio: Comano villaggio e bagno rinomato nelle Giudicarle, Co- 
masine, villaggio della valle di Non sulla destra sponda del fiume Noce, 
e la punta Camucina nella valle di Sole. 

I Leponzi stavano ai piedi delle Alpi Lépontine, che dal monte 
Rosa si estendono sino al Reno posteriore, e costoro segnano Te- 
stremo limite occidentale dei Reti, giacché più a ponente di essi non si 
nomina dagli scrittori alcun altro popolo ascritto alla nazione dei Reti. 

È bensì vero che Plinio ' mette i Camunni ed i Trumplini negli 
Euganei e dice che Catone credeva che i Leponzi fossero Taurisci: 
ma in quanto ai Camunni ed ai Trumplini è facile accorgersi che 
egli non intendeva che ne' primi tempi e sempre fossero Euganei, 
ma sì bene da qual momento che quel popolo venne a stabilirsi in 
queste valli, e si sovrappose ai loro antichi abitatori, dopo che dai 
Veneti fu cacciato dall'estremo angolo orientale dell'Italia. Per quello 
che riguarda i Leponzi non farà meraviglia che Catone li dica Tau- 
risci, gente probabilmente Ligure, perciocché i Liguri vennero in 
realtà ad abitare in antichissimi tempi nel paese dei Reti, come ve- 
dremo nel corso di questo lavoro. Del resto Plinio non dà la cosa 
come sicura, ma come una semplice supposizione di Catone : « Cato 
arbitratur i, e quanto vaghe fossero le notizie che si aveano intorno 
ai Leponzi si deduce da quello che narra lo stesso autore, * donde 
si ricava, che non tutti erano dell'opinione di Catone, giacché altri 
deducono l'origine di questo popolo interpretando il loro greco nome, 
e credano che questa gente, volendo tener dietro al viaggio di Ercole, 
arrivata alle Alpi dovette colà prendere stanza per esserlesi intirizzite 
le gambe a cagione del gran freddo. 

Assai volentieri si dava ai nomi una greca interpretazione come a 
quello degli Euganei ' e degli Orobi, dei quali Catone * vorrebbe che 
fossero le città di Como e di Bergamo. 



"o" 



» Plin. Lib. Ili, 20. Ex his (Euganeis) Triumpilini... dein Camunni... Leopontios et 
Salassos Tauriscae gentis idem Cato arbitratur. 

* Plin. Lib. III. 20. Ceteri fere Lepontios relictos ex comitatu Herculìs, interpreta- 
tione graeci nominis credunt, praeustis in transitu Alpium nive membris. 

5 Plin. Lib. Ili, 134. 

4 Catone in Plinto, Lib. Ili, 124. 



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II 
In tal modo siamo arrivati al punto di poter precisare i confini più 
antichi del paese dei Reti, giacché abbiamo potuto rinvenire gli estrerai 
limiti nei quattro punti principali. 

A settentrione formavano confine le Alpi Lepontine e le Retiche, ad 
oriente le Alpi Tridentine e parte delle Gamiche, ad occidente le 
Alpi Lepontine dal monte Rosa fino al Gottardo, mentre a mezzo- 
giorno una vera linea di separazione non c'era, ma finivano i Reti 
dove terminano gli ultimi declivi delle Alpi. 



n. 



Plinio, parlando dei Reti ', dice che erano divisi in molte comunità, 
« omnes in multas civitates divisi », e per vero di molte di queste pos- 
siamo precisare il luogo dietro la scorta degli antichi geografi e delle 
iscrizioni. 

E per cominciare a mezzodì ci si presenta prima la comunità degli 
Arusnati, i quali abiuvano nella valle Pollicella, come tre lapidi * rin- 
venute a Fumane ne fanno fede, ed essi appartengono senza dubbio ai 
Reti, per ciò che ci venga ciò confermato da un'iscrizione latina ri- 
trovata colà, nella quale 5 si dice che uno degli Ottavi, famiglia nu- 
merosa in que' luoghi, era pontefice de' sacri retici « pontifex sacro- 
rum reaticorum t . Gli Arusnati aveano delle particolari deità, che non 
hanno nessuna relazione colle galliche, anzi, come notò già il Momm- 
sen, erano tali che rivelano la retica origine di questo popolo. Esse 
sarebbero il dio Cuslanus ed il Jupiter Felvennis ed altre, pel culto 
delle quali c'erano delle corporazioni sacerdotali, «fanorum curato- 
res, e flamines » simili a quelle che si trovano in altre parti del paese 
dei Reti. 

I Plin. Lib. Ili, 20. 

» MoMMS. Corpus InscripL Lai, Voi. V, 2, n. 3915, n. 3926, n. 3928. 

3 MOMMS. Op. Cit. — P. OCTAVIO. P. F. VeRECUNDO — POKTIF. SaCR. RaET. — 

Capito. Patrvvs. 



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12 

Vicini agli Arusnati erano i Benacensì, i quali abitavano sulla sponda 
occidentale del Lago di Garda presso Toscolano. Gli storici non fanno 
alcuna menzione di loro, pare non ostante che fossero soggetti alla 
stessa sorte dei Trumplini, giacché insieme con essi sono nominati 
ih un'iscrizione di Brescia. A somiglianza de'loro vicini portano nomi, 
riferiti nelle iscrizioni, che appalesano la loro appartenenza ai Reti. 

Pure al di là del Benaco nella valle superiore del fiume Chiese 
erano i Sabini di Val Sabbia ', dai quali si passa tosto verso occidente 
ai Trumplini ed ai Camunni, dei quali abbiamo qualche notizia più 
circostanziata che non dei popoli, che prima abbiamo menzionati. 

I Trumplini abitavano la valle superiore del fiume Mella e furono 
variamente chiamati, perchè, mentre le iscrizioni li nominano Trum- 
plini, Trumpilini sono detti da Plinio, e Trumpli nella tavola Teo- 
dosiana. Pare che coi loro vicini siano stati ostili ai Romani, perchè, 
vinti, furono, secondo il diritto di guerra, venduti coi loro campi * 
ed aggregati più tardi al municipio di Brescia ', quando probabil- 
mente per opera di Druso furono sottomessi insieme cogli altri po- 
poli alpini. Altro di loro non sappiamo se non che si nomina nelle 
iscrizioni una coorte di Trumplini, cohors Trumplinorum, della quale 
sotto r impero di Augusto era prefetto uno Stazio, « princeps Trum- 
plinorum ». Ad occidente di essi nella valle Camonica formata dal 
fiume Oglio erano i Camunni, che da Strabone -♦ sono messi fra i 
Reti, da Plinio negli Euganei 5. E probabilmente ambedue aveano ra- 
gione, con ciò sia che i Reti fossero in fino li esteri, come la iscri- 
zione retica di Cividate ed i nomi dei sacerdoti e soldati, rammen- 
tati nelle lapidi, ci attestano, e prima di loto gli Euganei presero 
colà loro stanza, quando cacciati dai Veneti, vennero ad occupare 
la regione che è tra il lago di Garda ed il lago di Como. H nome 
degli abitanti di Val Camonica è variamente scritto nell'antichità, 
per ciò che Camunni siano chiamati in un'iscrizione ^, Camuni in 



« MoMMS. Corp. Inscr, ìat. Voi. V, 4893, dove è nominato un princeps Sabinorum. 
* Plin. O. c. Lib. Ili, 20, Trumpilini, venalis cum agrìs suis populus. 

3 MoMMs. O. e. Voi. V, 4310 e Plinio, Lib. Ili, 20, 21. 

4 Strab. a 206. 

$ Plin. Lib. Ili, 20. Euganeae gentìs. 

^ MoMMS. Corp, Inscr. Voi. V, 2, n. 4957. 



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13 

altre, né meno varia è la dizione degli scrittori, che troviamo Ca- 
munni negli esemplari più corretti di Plinio, Ka[X[iouvtot in Dione, in 
Strabone Ra[wt>vot, in alcuni codici però abbiamo KafwuXot, e Camuli 
in pochi esemplari di Plinio, la quale ultima forma si potrebbe cre- 
dere una scorrezione dei copisti se non fosse confermata dall'iscri- 
zione di un'antica moneta: Camulo invicto : Camuli *. Fra tante va- 
rietà però il nome di Camunni è quello che più frequentemente si 
incontra. 

Sull'autorità di Dione » nell'anno 738 di Roma, sotto il consolato 
di Lucio Domizio e Publio Scipione, essi si collegarono coi Vennoni 
loro vicini, ed invasero il territorio dell'impero. Fu mandato contro 
di loro Publio Silio, che li battè e li sottomise. Pare però che 
tosto tornassero alle antiche ostilità, perchè fra i popoli alpini sot- 
tomessi al tempo della guerra retica sono compresi anche i Gimunni 
come ci attesta il trofeo di Augusto. Dopo questo tempo furono com- 
presi nella tribù Quirina, come si deduce da nove iscrizioni trovate 
in quei paesi, nelle quali sono promiscuamente chiamati ora civitas, 
ora res-publica, della quale il piccolo centro deve essere stato il vil- 
laggio di Cividate, -come il nome (civitas), ed il maggior numero di 
lapidi colà scoperte ci fanno supporre. 

La parte occidentale del paese dei Reti occupavano, come di già 
dicemmo, i Leponzi da Strabone chiamati Ay,7r<^vTtot, da Tolomeo At- 
irovTiot Vedemmo anche, come per la solita vaghezza di indovinare 
Torigine dei popoli dall'etimologia del nome, narri Plinio che molti 
scrittori, a differenza di Catone che li faceva di famiglia Taurisca, 
credevano che cosi fossero chiamati, perchè seguendo essi il cam- 
mino di Ercole, dovettero abbandonarlo (XetTt^v) e fermarsi quivi a 
cagione del gran freddo. A tale favola non prestava però fede Stra- 
bone, che indubbiamente pone i Leponzi fra i Reti; e non importa 
che in un altro luogo egli stesso faccia chiara distinzione fra i Le- 
ponzi, gli Stoeni ed i Tridentini che pone in Italia, ed i Reti che 
esclude da questa regione: giacché mentre nell'un caso intendeva 



« Ottavio Rossi. Museo di *Brescia, 

» Dione, Lib. LIV, 20. xal yàp KajiiiJiouvtot xal Oùftvvcot, 'AXTiijìtà ye'vr), SicXa re 



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parlar.e di distinzione politica^ nell'altro parlava della origine, come 
ben si deduce dalla parola 9>6Xou, che adopera in questo luogo: toótou 
S' et<n ToiJ ^Xou Atitt^vtioi xaì Ka|jtouvot '. 

Dissi che i Leponzi erano il popolo più occidentale dei Reti; ma 
fin dove precisamente si estendessero gli antichi geografi non lascia- 
rono scritto. Che Plinio * pone i Leponzi Uberi sul declivio meri- 
dionale delle Alpi, ove nasce il Rodano, Cesare 5 ove nasce il fiume 
Reno, e Strabone ^ li mette sopra la città di Como, ma considerando 
che fino a' giorni nostri Lepontine si chiamano quelle Alpi, che dal 
Monte Rosa si estendono fino al Reno posteriore, apparisce chiaro 
che ad oriente ed a mezzodì di quello abitavano i Leponzi. E non 
importa che Ammiano Marcellino ^ dica che il Reno scorre impe- 
tuoso per la terra dei Leponzi, perchè le sue parole non sono con- 
fermate da alcun'altra antica autorità. 

I Leponzi erano divisi in parecchie comunità: di fatti Plinio no- 
mina gli Uberi, che erano presso le scaturigini del Rodano, ed Am- 
miano Marcellino ^ e Sidonio Apollinare 7, fenno menzione di popoli 
Canini l'uno, di campi del Cane l'altro, posti nel paese dei Leponzi, e 
dove questi precisamente fossero si può dedurre da Gregorio di Tours *, 
che li pone intomo alla città di Bellinzona. Nella tavola teodosiana 
sono in questo tratto di paese posti anche i Mesiati, nella valle for- 
mata dal fiume Mesa, che sbocca nel Ticino. 

Luogo principale dei Leponzi era la città di Oscela, oggi detta 
Domodossola, a torto da Tolomeo posta nelle Alpi Cozie. E questo 
è quanto dei Leponzi giunse infino a noi. 

« Il Cluverio, credendo di trovare contraddizione in Strabone, cercava di conci- 
liare i due passi corrigendo il primo in questo modo: uTtepxeevTai Zi tou Kcófxou .... 
t9Ì [/à^ A7)7:ovTtot TatTO^, t9ì Zi 0Ù€vv<«)V8?, lizì t' Iw xexXt[jLevot ot TptSevTTvot, 
xa^ ^T^vot. Dopo quello che abbiamo detto non fa più d*uopo tale correzione. 

a Plin. Lib. Ili, 20. Lepontiorum, qui Uberi vocantur fontem Rhodani eodem Al- 
pium tractu. 

? Caes. De belìo Gali, IIII. Rhenus oritur ex Lepontios, qui Alpeis incolunt, 

4 Strab. 1. e. 

$ Amm. Marc. Rerum gest, ecc. Lib. XV. 

^ Amm. Marcell. 1. e. 

7 SrooNius Apoll. Carm. V. 

s Greg. Turon. L. X, e. III. Oio autem dux ad BiHtionem, huius urbis castrum 
in campis situm Caninis, importune adscendens..... mortuus est. 



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Più diflScile è lo stabilire quali popoli fossero nella part^ setten- 
trionale del paese dei Reti, che noi abbiamo impreso ad esaminare, 
perciocché gli antichi geografi, per le varie vicende che subì la parte 
settentrionale di questo e per essere stata poi in parte compresa nella 
provincia della Rezia, a diflferenza della parte meridionale, ci nomi- 
nano promiscuamente coloro che abitavano di qua dalle Alpi con 
quelli che erano al di là, e nulla hanno che fare colle nostre ricerche. 
Pure riferendo quello che con certezza sappiamo, e ciò che per pro- 
babili ipotesi si venne a stabilire, diremo come a settentrione dalla 
parte d'occidente erano i Leponzi, come poco fa abbiamo veduto. 
Seguivano poi gli abitanti della Valtellina, dove secondo ogni pro- 
babilità abitavano i Vennoni. Essi erano chiamati Ou/vv<x>vec da Stra- 
bone, Outwfovci; da Tolomeo, Ouswtot da Dione e da Plinio Vennonetes 
e Vennonenses. Si credette da qualcuno che non fossero Reti perchè 
da Dione sono coi Camunni separatamente nominati da quelli, e 
cosi pure da Strabone; ciò non toglie però che il nome Reti fosse 
a loro esteso e fossero poi distinti da questi per la ragione stessa 
per cui furono da loro separati i Leponzi, gli Stoni e i Tridentini. 
I Vennoni sono bensì aggregati ai Reti da Tolomeo ', che pone i Ca- 
luconi ed i Vennoni nel mezzo dei Reti, e da Plinio ' quando dice 
che dei Reti erano i Vennonensi ed i Saruneti quelli che abitavano 
presso le fonti del Reno. Donde si deduce che ben a ragione il Cel- 
lario stabili la sede loro nella Valtellina, ed è solo un capriccio quello 
del Cluverio, che di là li fa passare nella Val Venosta, come se il 
nome Vennonetes s'addicesse più a questa valle che non alla Valtel- 
lina: dico un capriccio del Cluverio, perciocché neUa Venosta 3 abi- 
tavano i Venosti separatamente nominati accanto ai Vennoneti nel 
trofeo delle Alpi, mentre questi ultimi secondo la testimonianza di 
Strabone abitavano sopra la città di Como. 

I Ptolom. Geog. Uh. II. 

* Plin. Ili, 20. Raetorum Vennonenses Sarunetesque ortus Rheni amnis accolunt. 

3 In carte del medio evo questa valle è chiamata Venusta: P. E. cosi è detta 
nell'atto di donazione fatta da Ottone I a Vittore vescovo di G>ira nel 967 : « quandam 
terram quae dicitur mortuorum et sine heredibus hactenus regni nostri pertinen- 
tem et coniacentem in G>mitatu Retie in vallibus Venuste et Ignadine.... » (Mohr. 
G>d. l, n. 63). E in un documento del 931 è scritto: « in pago Venusta, comitatu 
Berthold! » (Hormayr, Op. I, pag. 332). 



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i6 

Più oscura è l'abitazione dei Saruneti, che, essendo posti da taluno " 
per la rassomiglianza del nome a Sarganz, da altri * a Zemetz nella 
Engadina, ammettendo che invece di Rheni debbasi leggere in Plinio 
Aeni, sono in ogni modo sui declivi settentrionali della catena cen- 
trale Alpina. 

Accanto ai Vennoni verso nord est erano i Venosti nella valle Ve- 
nosta formata dall'Adige superiore, e quindi probabilmente i Genuani 
ed i Breuni presso il Brenner, dei quali abbiamo esposto già prima 
quelle scarse notizie che intomo a loro ci fu dato raccorre. 

1 più orientali de' Reti sopra gli Arusnati erano in Valsugana gli 
Ausuganei o Medoaci nominati da Strabone 5, ed i Feltrini, che abi- 
tavano intomo alla città di Feltre \ A settentrione di essi erano i 
Simbri $ nella valle dell' Avisio, dei quali ci fa ricordare l'odiemo 
borgo di Cembra, e passati gli Isarci che occupavano la valle del- 
TEisack, e furono cogli altri popoli alpini sottomessi al tempo di 
Augusto, mi pare di dover porre ì tanto controversi Bemensi i quali 
potrebbero essere stati intomo a Pieve di Cadore. Essi sono nomi- 
nati in Plinio, il quale dava alla loro città, insieme con quelle dei 
Trentini e dei Feltrini, retica origine, ed il loro nome si rinviene 
ancora in tre antiche lapidi, una delle quali ^, ritrovata in Feltre, è 
fatta in onore di C. Firmio, che fra le altre cariche avea quella di ' 
centurione dei Beruensi. I quali si confusero coi Bellunesi, essendo 
che Stefano Bizantino e Snida fanno menzione della città di Beruno 
Bimnio posta in Italia fra i Norici. È però certo che questa città 
non è Belluno, si bene Vamno, che da tutte le antiche tavole iti- 
nerarie e da Tolomeo (Où^povov) è messa nel Norico presso Cilleia ; 
e Plinio 7 stesso faceva chiara distinzione fra Bemensi e Bellunesi, 
che nomina subito appresso come posti nella Venezia. E danno mag- 

« TscHUDi. De prisca ac vera Alpina Rhaetia tee», Basileae 1560 e 1588. 

2 Quadrio. Op. cit. 

3 Strab. 1. e. 

4 Plin. in, 2a 

5 Strab. 1. e. 

^ C. Firmio C. F. — Menen. RunNO — Eq. Pub. Lauren. Lau. — Dec. Flamik. 
Patrono — Collegiorum Fabr. — Cent. Dendr. Feltriae — Item. Que Be- 

RUENS — COLLEG. FaBER AlTINATIUM — PATRONO. 

7 Plin. Ili, 20. Venetorum autem Acelum^Patavium, Opitergium,Velunum,Viccntia. 



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17 
giore appoggio a quanto asseriamo i fasti consolari », ed altre iscri- 
zioni, donde si ricava che Berua, non già Birunum o Virunum era 
detta la città de' Beruensi, di modo che si deve escludere non solo 
Belluno, ma quel Viruno ancora delle tavole itinerarie e di Tolomeo, 
che a torto il Cluverio confondendo con Berua pose colà ove oggi è 
la città di Volkermarkt nella Carinzia. Dissi a torto, giacché egli pure 
escludendo Belluno non faceva distinzione fra Berua e Varuno, mentre 
Plinio * mette i Beruensi fra i Reti e Viruno annovera fra le città 
dei Norici. 

Scipione Maffei invece credeva che Breunenses anzi che Beruenses 
si dovesse leggere in Plinio, e che essi fossero i Breuni stessi di 
Orazio e del trofeo di Augusto. A tale congettura però s'oppongono 
tutti i buoni testi di Plinio, e deve cadere insieme con quella non 
più fortunata, che, di Beruenses e Veruenses facendo una stessa cosa, 
poneva Berua ove oggi è Vervò nell'Anaunia: ma dacché colà fu tro- 
vata una iscrizione 5 ove sono nominati i castellani Vervasses, con- 
vien credere che cosi e non Beruensi erano detti gli antichi abitatori 
di quel villaggio. 

Esaminati per tal modo i piccoli popoli conosciuti, che contorna- 
vano il paese dei Reti, passeremo a parlare di quelli che abitavano 
neH'intemo di esso. 

Sopra i Sabini erano prima gli Alutrenses ^ forse in vai di Lcdro, 
quindi i Tublinati, dove é il lago ed il castello Toblino 5, che in- 
sieme coi vicini Benacensi, Sabini e Trumplini, furono ascritti al mu- 
nicipio di Brescia. Lungo l'Adige, intomo alla città di Trento, si tro- 
vano i Tridentini da Strabone posti in Italia insieme coi Leponzi e 
cogli Stoni. I quali ultimi si discusse già molto dove fossero situati. 
Plinio ^ parlando degli Euganei, dice che loro luogo principale era 
Stono dove saranno stati gli Stoeni, che, secondo l'epitome al libro LXII 

I Fea, Fast, cons, tav. la, n. 36. 

> Plin. vii, 24. Opida Noricorum, Virunum Celeia, Teumia, Aguntum, Viana ecc. 

5 MoMMs. C. I, V, 5059. 

4 Plin. Lib. Ili, e. 19 (2}). Dein quos scrupolose diccre non attineat, Aluntrenses, 
Asseriates. 

s MoMMS. O, e V. 500$. 

^ Plin. Lib. Ili, e. 20, praestantesque genere Euganeos, inde tracto nomine, caput 
eorum Stonos. 



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i8 

di Livio ', furono sottomessi dal console Quinto Marcio. E benché sìa 
dubbio se debbasi leggere in tal maniera, e manoscritti antichi so- 
stengono questa lezione, oppure con alcuni testi Samos o con qual- 
che manoscritto Stinos, donde TOrosio * cavò il nome Tricastrinos, 
pare non ostante che Stoenos sia la retta lezione: il che è confer- 
mato da un frammento dei fasti capitolini dove sono queste parole 
incise: « Q. Marcius. Q. F. Rex. Procos. A. DCX. III. N. Dee. 
De Liguribus Stoenis ». Perchè da Plinio siano essi detti Euganei, e 
Liguri da Stefano Bizantino ' e dai fasti capitolini, lo vedremo allora 
quando si parlerà de' vari popoli antichi che vennero ad abitare in 
questo paese. Li metto non per tanto fra i Reti perchè sotto tale co- 
mune denominazione sono da Strabone compresi tutti i popoli, in 
ispecie gli Euganei, che abitavano sulle ultime propagini delle Alpi, e 
mette gli Stoni accanto ai Leponzi ed ai Tridentini, i primi de' quali 
furono poco di poi da lui stesso detti di famiglia retica. 

Il Cluverio pose gli Stoni intomo al paese di Storo nella valle di 
Condino bagnata dal Chiese nell'odierno Trentino, altri intomo a 
Stenico grossa borgata nella valle del Sarca, ed i dotti modemi non 
akerarono né l'una né l'altra ipotesi, convinti che tutte e due po- 
tessero esser vere. Una delle comunità più importanti dei Reti è 
senza dubbio quella degli Anauni, ossia degli abitanti della valle di 
Non. Le prime notizie che abbiamo intorno ad essi vagano nel campo 
dell'incertezza, con ciò sia che si voglia quivi porre la gente dei Be- 
cuni, nominati da Tolomeo ad occidente dei Veneti, ed a quella si 
ascrivano quattro prmcipali località, Vannia Carraca, Bretena (Brez) 
Anonio (Nan). Importanti sono le lapidi, che ricordano quanto fosse 
sviluppato questo popolo neUe sacre e nelle civili bisogne. Il culto di 
Satumo era ivi diflfuso assai vastamente e sono celebri ancora le lo- 
calità di Cles pei suoi campi neri, ov'era il tempio di quel dio, guar- 
dato dai « curatores Saturni », il paesetto di Romeno, ove quei sa- 
cerdoti erano detti Lumennones, il colle dei Sadomi, che ci fa 
avvertiti col suo nome, che là vigeva quel culto, ed il villaggio di 
S. Zeno, dove i tre santi chierici Sisinio, Martirio ed Alessandro, 

« Livio. Ep. LXn, Q, Marcius cos. Stoenos gentem alpinam expugnavit. 

2 Oros. Lib. V, e. 14. 

5 Steph-Biz. 2t^vo; irAt? AuYipwv. 



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19 
per aver predicato contro quel nume, ebbero a scontare il fio colla 
morte il di 29 maggio dell'anno 397 dell'era volgare. In questa valle 
ancora è viva la ricordanza di quella classica antichità confusa con 
gemali leggende, ed il villano indica con religioso rispetto il castello di 
Qoz (Clautium), ove la figlia di Livia fu da suo padre Augusto re- 
legata per le oscene tresche con Ovidio Nasone. Molti degli Anauni 
militavano nel pretorio degli imperatori romani, dei quali erano be- 
nemeriti pei vari servigi loro prestati, e perciò Claudio concesse loro 
nell'anno 46 dell'era nostra la cittadinanza romana ascrivendoli al mu- 
nicipio di Trento, e ritenendo per legalmente fatto tutto ciò che prima, 
quasi fossero cittadini romani, aveano eseguito, giacché se non per legge 
per lungo abuso si consideravano già prima come fomiti di tale diritto. 

All'anno 341 si riferisce una tavola di bronzo, nella quale si fa 
menzione d'un emporio Naunitano, per la quale si addimostra quanto 
iosse industre e commerciale ancora in tempi antichi questa popola- 
zione. Verso il 400 gli Anauni furono convertiti alla fede cristiana. 

Al tempo dell'impero romano l'Anaunia era l'ultima valle che ap- 
partenesse all'Italia verso settentrione, mentre furono ascritti alla pro- 
vincia della Rezia i Venosti. Nessuna antica notizia abbiamo di questa 
comunità, se non che per essere essi nominati nel trofeo di Augusto, 
si deduce che furono soggiogati insieme cogli altri alpini dai figliastri 
di quell'imperatore. 

Molte altre comunità sono nominate dagli scrittori, però è ancora 
dubbia la loro situazione. Nella tavola clesiana si parla dei Bergalei, 
come di quelli che senza posa aveano a questionare coi Comaschi; 
né é improbabile che essi siano gli abitatori della valle Bregaglia, po- 
polosa e fertile ancora ai giorni nostri, infatti Bergallia essa é chia- 
mata in documenti del medio evo " Nel trofeo di Augusto sonò ram- 
mentati i Brixenti, che secondo Tolomeo sono i più settentrionali 
(àpxT/xwrepa) dei Reti. Di essi fa ricordare il presente nome di Brix nel 
Tirolo, se pure non si debbano ritenere per gli stessi Briganti (BpiYolvTcoi) 
di Strabone (IV, 6) e porre col Pianta * presso Bregenz (Brigantium) 
nel Vorarlberg. 

I In un diploma di Ottone III (988) e in un altro di Enrico II (1005) si dice : 
« Bergalliam vallem cum castello et decimali ecclesia » (Mohr. Cod. I, n. 69, n. 74). 
* Planta. Dos alU Raetien, s. 46. Berlin 1872. 



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io 

Plinio e Strabonc fanno pure menzione dei Suaniti e dei Rigusci, 
le città dei quali sono dette da Tolomeo le più meridionali (voTiwTspa) 
mentre ci dice che le città mediane sono quelle dei Caluconi e Vennoni. 
I più valenti dei Reti erano secondo Strabone » i Rucanti ed i Cotuanti, 
intorno al posto abitato dai quali popoli furono emesse assai varie ipo- 
tesi * che troppo lungo sarebbe il rammentare tutte. Basti qui accennare 
che senza dubbio vanno posti al di là delle Alpi centrali in quella re- 
gione che formò dopo Augusto la provincia della Rezia, gli Etuati di 
Strabone % i Nantuati di Cesare * e di Plinio 5, i Tulingi ^, i Mesauci, i 
Viturigi, ed i Dulcibini 7. Non ben certa, quantunque di qua dalle Alpi, 
è la situazione dei Tuliassi, dei Sinduni *, dei Focunati, dei Catenati e 
di moltissime altre piccole comunità rammentate nel trofeo delle Alpi. 

« Svràb. IV, 206. kaiAcÓTaTOi .... tS>v 8è TatTGiv 'Pouxdtvnoi xaì Kotouìutoc. 

3 Quanto siano disparate le opinioni emesse intorno al luogo abitato da queste 
tribù si può vedere da quanto qui esponiamo. I Suaniti sono posti dal Cluverìo in 
principio della Valle Camonica intorno al villaggio Zean forse anticamente detto 
Suana; dal Quadrio in Valtellina presso Tantico Assoviuno o Assiuno ora Moni- 
stero; dal Zeuss fra le origini del Reno e il lago di G>mo; dal Barth nella bassa 
Valle deirinn. I Rigusci dal Cluverio sono messi nella Valle di Sole; dal Quadrio 
presso Ruasco in Valtellina. I Caluconi mette il Cluverio nell'Engadina; il Quadrio 
in Val di Calanca nella Mesolcina o presso Colico al capo Lario; il Zeuss crede che 
senza dubbio siano tedeschi spinti nella Rezia dalle r^oni occidentali. I Rucanti 
secondo il Lazio erano intorno a Reichnav; secondo lo Spercher in Valle Rhetigoia 
ora Pretigov; per lo Tschudi eper il Qjiadrio dovrebbero piuttosto essere stati presso 
il Ruchemberg. I Cotuanti sono messi dal Lazio a Koetting; e lo Tschudi e lo Spercher 
leggendo Corvanti anzi che Cotuanti nel testo di Plinio, li pcmgono fra Coirà ed 
i confini della Bregaglia e dell'Engadina. Credette alcimo che i Catenati del trofeo 
d'Augusto fossero la stessa cosa dei Clautinatii di Strabone. Harduin opina che nel 
testo di Plinio ci sia scorrezione e debbasi piuttosto leggere Clattenates, il Quadrio 
invece, pure ammettendo che in antiche carte è nominato un paese Catenata presso 
Dubino, corrispondente all'odierno Munistero, suppone che Clavennates debbasi leg- 
gere in Plinio, i quali sarebbero stati presso Chiavenna. L'una e l'altra ipotesi è ab- 
battuta dall'iscrizione di Turbia. Dei Licati che erano probabilmente presso il Lech 
(Licus) paria Strabone, IV, 6. xaì itAei? aurCiv BpiYdtvrtov x%\ K«|jlP^ouvov, xclì 
^ tOv AixaTT^cov ^oi^tp àxpÓTcoXt? Aa[it.aa{a: e Tolomeo, II, 13. xal Tcop* rèv 
A^xiov itOTajjiòv AtJtàTiot. 

3 Strab. Lib. IV. T^v 8' M Ttf TPr)vw TrpSroi tGSv àTràvTcov oTxouat AItouxtoi . . . 

4 Caes. De belìo Gali Lib. IV, e. io. 
$ Plin. Lib. Ili, e. 20. 

« Caes. O. c. Lib. I, e. 5, 25, 28, 29. 

7 Tacit, Passim e Tolomeo. 

« Cf. MoMMS. C. Ittscr. Voi. V, ed illustraz. della tavola Clesiana. 



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it 



ni. 



In che modo sì governassero i Reti nel tempo della loro indipen- 
denza non ci è ben noto. Pare tuttavia che ogni singola comunità vi- 
vesse una vita indipendente, finché tutte furono sottomesse dai Ro- 
mani, e vennero da loro fomite di maggiori o minori diritti, secondo 
che per la loro posizione o per la loro renitenza nel lasciarsi sog- 
giogare potevano esser loro accordati. Solo una piccola parte di questo 
paese fu aggregata alla Rezia, e quando quella vasta provincia fu di- 
visa in due parti, il che avvenne assai tardo, le comunità più setten- 
trionali fececero parte della prima Rezia, che avca il suo centro nella 
città di Curia. Parlo dei Venosti e dei popoli più settentrionali posti 
presso la catena centrale alpina, mentre verso mezzodì si stendeva tanto 
poco quella provincia, che è assai probabile \ che gli Isarci non fossero 
in essa compresi, e che i suoi confini fossero presso Partschins e Seben 
(Sublavione), che erano due stazioni di pubblicani. Le altre comunità 
furono dai Romani aggregate ai finitimi municipi % dei quali erano 
Brescia, Bergamo, Como, Verona, Trento e Feltre i principali. DeUe 
tre ultime di queste città la fondazione è in generale attribuita ai Reti. 

Verona debbe la sua origine, secondo la testimonianza di Plinio ', ai 
Red ed agli Euganei. Difatti monumenti con iscrizioni euganee fu- 
rono colà trovati, la quale cosa, aggiunta alle altre circostanze da noi 
già addotte per dimostrare fin dove i Reti in tempi antichi si esten- 
devano, ci h fede della verità delle parole di Plinio. Alcuni fatti però 
pare che si oppongano a questa asserzione. 

Truogo Pompeo in Giustino, annoverando le città fondate dai Galli, 
ascrive a quel popolo anche Verona, e Livio ^ ci narra come alla 

« \edi MoMMSEM. Atti deWAccad, di Berlino, a. 1862, pag. 514. — Notitia dignù 
tatuM. — EuGiPPO. Vita Severi, pag. 15. Boecking. Annot. pag 444. 

2 Plik. Lib. Ili, e. 20, fìnitimis adtributi municipis. 

1 Plin. Lib. in, e. 20. 

4 Liv. Hist. Lib. V. Alia subinde manus Cenomanonim, Elitovio duce, vestigia 
priorum secuta, eodem saltu, favente Belloveso, cum transcendissent Alpes, ubi nunc 
Brìxia ac Verona urbes sunt, locum tenuere Lebui, considunt 



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2a 

prima invasione gallica, tenne dietro una seconda di Cenomani condotti 
da Elitovio, i quali si posero ove prima erano i Lebui, cioè presso le 
città di Brescia e di Verona. Catullo * chiama la prima di queste due 
città, che, secondo alcuni era fondata dai GaUi, cara madre della sua 
Verona e ciò conferma Tolomeo quando quest'ultima pone fra i GaUi 
Cenomani. Scipione Maflfei, che voleva sostenere che Galli in Verona 
non furono mai, corregge a modo suo tutti questi passi, qualificando al- 
cuni come spuri. Ma non fa certo mestieri abbattere tutto ciò per soste- 
nere il detto di Plinio, il quale ha grandissima autorità, come colui che 
in questo stesso paese era nato, e per ciò che riguarda le antiche origini 
si valeva di Catone, assai più antico di lui ed in queste cose ben dotto. 

Euganei e Reti possono essere stati in Verona, vennero quindi i 
Galli, i quali avranno ingrandita e viemaggiormente sviluppata la città. 
Questi Galli sono i Cenomani venuti in Italia con Elitovio non già 
i Sennoni come credettero alcuni, ingannati da certi testi di Livio, 
che dicevano che i Sennoni presero stanza tra il fiume Chienti e l'A- 
dige, anzi che secondo la buona lezione, tra il Chienti e l'Esino '. 

Cneo Pompeo, padre del grande Pompeo, condusse a Verona una 
colonia 5 nell'anno 665 di Roma, e nell'anno 705 insieme cogli altri 
Transpadani fii questa città innalzata a municipio, che al tempo di 
Augusto fii ascritto alla tribù Poblilia. 

Verona era ne* tempi antichi una delle più splendide città dell'Italia 
settentrionale, e se anche la grandezza de' monumenti ivi trovati, seb- 
bene l'arena sua, che è una delle più belle che infino a noi siano giunte, 
non ci avvertissero di ciò, si dovrebbe pur convenire che grande e 
sontuosa città ella fu per quello che ne dissero concordemente gli 
antichi scrittori. Che grande, a differenza delle città vicine, la chia- 
marono Strabone * e Marziale 5, e se ciò anche non fosse, non sa- 

' Catull. Carm, LXVIII. Briscia Veronae mater amata meae. 
» Liv. Hist Lib. V. Cum Sennones recentissimi advenarum ab Ufente flumine 
usque ad Aesim fìnes habuere. 
$ Paneg. Constanti: AscAjff. Pediana comment. ad orat. Cic. contra L. Pis. 
4 Strab. e. 6. irXyjafov Zi ìlolì Oòi^pcov , xaì a&ry) icA;< \u'^ihi iXaTTOu? le 
TOUTwv Bpi^iQc %%\ MivTOja, xotì Ptqyiov XOtX RwjAOV. 
$ Mart. Lib. XIIII, ep. CXCV. 

Tantum magna suo dabet Verona Catullo. 
Quantum parva suo Mantua Vergìlio. 



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23 

rebbe la sua gloria menomamente scemata, con ciò sìa che non pic- 
colo numero di eminenti ingegni ella abbia dato all'antica civiltà, dei 
quali ci basti rammentare il poeta dell'amore, C. Valerio Catullo. 

Di assai minore importanza, benché attribuita ai Reti \ è la città di 
Feltre. Della sua storia antica assai poco ci è noto, né si saprebbe 
se al grado di municipio sia stata elevata, se non ce lo facesse du- 
bitare un'iscrizione, nella quale si nomina l'ordine dei Feltrini. Fatti 
di grande importanza in essa non avvennero, se pure non si voglia 
mettere fra essi la venuta in questa città dell'imperatore Decio, il che 
accadde l'anno 250 della nostra era. 

Trento, importante per la sua strategica posizione, fa ben presto 
presa di mira dagli abitatori di queste montagne per ridurla a luogo 
forte, che servisse di propugnacolo contro le scorrerie dei popoli vi- 
cini. Ella fa fabbricata e fortificata dai Reti, se dobbiamo prestare 
fede alle parole di Plinio \ Quando i Galli vennero in Italia sotto 
la condotta di Elitovio, sembra che una corrente di loro siano ve- 
nuti ad occupare il Trentino, ed abbiano ingrandita e fornita di nuove 
fortificazioni la città, giacché in tale modo pare che vadano intese 
le parole di Giustino 5 dove dice, che i Galli Cenomani fondarono 
Milano, Como, Brescia, Verona, Bergamo, Trento, e Vicenza, con 
ciò sia che con certezza alcune di queste esistevano già prima che 
i Galli scendessero nella nostra penisola. 

Quantunque la città di Trento avesse si vetusta origine, la sua 
importanza incomincia solo a manifestarsi al tempo dell'imperatore 
Augusto. Prima d'allora la città non é menomamente rammentata 
dagli scrittori, che parlarono dei grandi fatti, che ebbero luogo nel 
Trentino. Il quale fu certo aggregato all'impero romano prima della 
guerra Cimbrica, che fa combattuta in questi monti \ che inacces- 
sibili e mal sicuri sarebbero stati ai Romani, se già qualche tempo 

« Plin. Nat hist. Uh. Ili, e. 20. 

* Plin. Lib. Ili, e. 20. 

5 lusT. HisL Lib. XX, e. V. 

4 Per ragioni mie particolari, che alFuopo esporrò, resto sempre nella opinione 
che i Cimbri siano calati per la valle dell'Adige, non ostante l'ultima bella dis- 
sertazione del De Vitt sui Cimbri, dove li farebbe calare per la Valle della Toce. 
(De Vitt. Dissertazione sui Cimbri e sulla via tenuta da essi per calare in Italia, 
11 Ediz. Milano). 



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M 

prima non se ne fossero appropriati e ben non gli avessero esplo- 
rati. Con tutto ciò poco buon successo ebbe quella spedizione. Di 
essa parlarono parecchi scrittori antichi, la descrizione più circostan- 
ziata però è quella che ci dà Plutarco nella vita di Mario ". 

Il proconsole Quinto Catulo vedendo, che, se avesse aspettato i 
Cimbri presso i gioghi delle Alpi, avrebbe dovuto dividere in più 
parti il suo esercito e l'avrebbe quindi reso meno forte, si consigliò 
d'aspettare il nemico ad un luogo fortificato presso il fiume Adige % 
certo non molto lungi da Trento, per quanto si può dedurre da 
Floro, da Valerio Massimo, e da altri che di questa guerra si oc- 
cuparono. Colà il proconsole divise in due parti l'esercito, disponendo 
una metà sulla sinistra, un' altra sulla destra sponda del fiume, giac- 
ché per mezzo di un ponte avea resa facile la comunicazione fra le 
due parti dell'esercito. Intanto i barbari con precipizio calavano dai 
monti dando prova d'infinito valore e robustezza, e dovendo pas- 
sare il fiume, riempirono l'alveo di tronchi schiantati e d'immensi 
macigni \ che, trasportati in parte dalla corrente, andavano a percuo- 
tere e ad abbattere i sostegni del ponte costruito dai Romani. I quali 
furono talmente spaventati per tale evento e per la fama delle pro- 
dezze dei Cimbri, che si dettero a precipitosa fuga, e Catulo per 
dare a questa l'apparenza di regolare ritirata, si mise alla testa dei 
fuggenti e li condusse nella pianura del Po. I barbari assalirono il 
forte, che era sull'altra sponda dell'Adige, e dopo averlo preso, am- 
mirarono il valore di que' Romani che l'aveano difeso, e vennero 
con loro a patti giurando su d'un toro di bronzo, che seco aveano 
portato. Si sparsero poi per il paese e lo saccheggiarono, finché scon- 
fitti da Mario ai campi Raudi nella pianura padana, perdettero, va- 
lorosamente combattendo, la vita. 

Quando la città di Trento fosse diventata municipio non é ben 
certo. In ogni modo a tale stato si alzò prima dell'Impero di Clau- 
dio, con ciò sia che per essere chiamata da quell'imperatore « splen- 
dido municipio » conviene che lo fosse già da qualche tempo. Anzi 

« Plut. In vita Marti, 138. 
» Liv. Epit. Lib. LXVIII. 

3 Floro. Lib. m. Ombri Atfaesim fluvium non ponte, nec navibus, sed iagesm 
Silva transiluere. 



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2$ 

fin dal tempo di Augusto, che Trento, fra le città della decima re- 
gione italica, avea ascritto alla tribù Papiria, intesero i Romani a 
fabbricare qui delle fortificazioni ed a restaurare quelle già prima 
costruite, quale sarebbe il famoso forte sulla Verucca. Allorché i po- 
poli alpini per opera di Druso e Tiberio furono sottomessi, fu sta- 
bilita in Trento, per ordine di Augusto, nel 731 di Roma, una le- 
gione (Momms. C. L 5025), non è però certo il tempo, nel quale 
fii ivi una colonia dedotta, che è nominata in iscrizioni anteriori al 
tempo dell'imperatore Severo. La città, ascritta sempre all'Italia », 
venne ricevendo sempre maggiore importanza, per ciò che per la via 
che d' Italia per la Valle dell'Adige conduceva nella Rezia % e per 
quella ' che da Oderzo (Opitergium) menava a Trento, continuo era 
il passaggio e facile la comunicazione col settentrione e col mezzodì ^, 
cosi che era favorito in certa qual maniera lo sviluppo intellettuale 
della tridentina cittadinanza. E le supposte tracce d'un anfiteatro, ed 

« Phlegon Tralliakus (Mùller Fragm. Hist. graec). irepì 0au[i.a<T(cov - Fuv^ dica 
icAe(i)< TptSevTOu t^Jc 'IxaX^a^ àicsxuYìTtv ^cpei; Ì9^aipa>(uvou(, ÒTcaTcU^vTcov iv 
Twjiiyi AojUTiavou Ka{flrapo< tò Ivatov xal IleTtXtou 'Pou^ou tò SeuTspov, iv 'ASriQ- 
vai? àvapx,i*< oiov)?. — Ptolom. Geog, Lib. IH. 

a Via della Val dell* Adige. Tab. Peutingeriana : Augusta Vindelicum — Ad no- 
vas — Advodiaco — Coveliacas — Tartcno XX — Scarbia XI — Vctonina XVIII 
Matreio XVIU — Vepiteno XX — Sublavione XXXV — Ponte Drusi XIU — 
Tredente XL — Samis XX — Vennum XXIIII — Verona XVIII. 

La via stessa così è sanata nell* Itinerarium Provinciarum Antonini Augusti: 

Itera a Baucia Vendelicum. 

Verona. M. P. CCLXXII sic — Abuzato M. P. XXXVI — Parthano M. P. XXX 

— Veldudena M. P. XXX — Vipiteno M. P. XXXVI — Sublavione. M. P. XXXII 

— Endidei M. P. XXIIII — Tridento. M. P. XXUII - Ad Palatium M. P. XXUII 
Verona. M. P. XXXVI. 

3 Via di Vabugana secondo l'Itinerario di Antonino: 

Ab Vbitergio — Tridento. M. P. CX sic. — Ad Cepasias M. P. XXVIII — 
Feltria M. P. XXVIU — Ausugo. M. P. XXX. — Tridento M. P. XXXQU. 

4 Anche Timperatore Costanzo passò di qua, nelFoccasione che gli Svevi, i Quadi 
e i Sarmati devastavano le vicine regioni: « Cupiens itaquc augustissima omnium 
sede morari diutius imperator, ut otio puriorc frueretur, et voluptate, adsiduis nun- 
tiis terrebatur et certis, indicantibus Suebos Raetias incursare, Quadosque Valeriam, 
et Sarmatas, latrocinandi peritissimum genus, superiorem Moesiam et secunda, po- 
pularì Pannoniam: quibus percitus tricensimo postquam ingressus est die quartum 
KaL lunias ab urbe profectus per Tridentum iter in lUyricum fesdnavit » (Amm. 
Marcell. Rer. gesU Lib. XVI, io, 20). 



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2(> 

i numerosi avanzi di altre antichità ne fanno testimonianza di ciò; 
oltre di che qualche ingegno illustre ancora in tempi antichi ebbe 
quivi nascimento, quale sarebbe Pesto o Festino da Trento che, 
sebbene nato di umile condizione, per testimonianza di Ammiano 
Marcellino » sali in Roma ad alti onori, e fu proconsole dell'Asia e 
scrittore di qualche importanza se, come vogliono il Valesio (in Amm. 
Marceli. XXIX, 2, 22) e il Wagner (Phil. 38, 375), questo è lo stesso 
Pesto Rufo (Rufio Sesto?) che compose il breviarium rerum gesta- 
rum populi romani *. Se Caio Valerio Mariano valente magistrato e 
di varie cariche insignito, fpsse Trentino, come volle dimostrare il 
Giovanelli, non è ben certo, come che in Trento abbia conseguito 
vari onori. 

Si credette già da Harduin ^ da Pitisco + dal Cluverio e dopo da 
molti altri, che Trento sia la capitale di tutta la Rezia, e che perciò 
da essa avessero preso nome le Alpi centrali, che promiscuamente 
retiche erano dette e tridentine. Se questi dotti per capitale inten- 
devano la città principale de' Reti, forse aveano ragione ; se invece 
con ciò volevano dire, che Trento esercitava una specie di ege- 
monia sulle comunità e sulle altre città retiche non colpirono certo 
nel segno. Quale fosse stata la costituzione politica dei Reti nei 
tempi più remoti non lo sappiamo, però si può dire quasi con cer- 
tezza che un corpo unito, una provincia a sé, retta da una costitu- 

« Amm. Marcell. Lib. XXIX, 2, 22. Festus (alias Festinus) quidam Tridentinus 
ultimi sanguinis et ignoti, in nexum germanitatis a Maximino dilectus ut sodalis et 
contogatus, decernentibus fatis ad orientem transgressus est, ibique administrata 
Syria magisterioque memoriae peracto, bona lenitudinis et reverentia reiiquit esem- 
pla, unde regere Asiam proconsulari potestate esorsus, velificatione tranquilla, ut 
aiunt, ferebatur ad gloriam ». Ma volendo poi imitare Massimino che avversando i 
buoni s'innalzava ad alte cariche, anche Festo commise in Asia crudeltà d'ogni 
maniera, perdendo per tal modo il buon nome che da principio si era guadagnato. 

2 Infatti ambedue vissero sotto Valente, al quale lo scrittore dedica il suo bre- 
viario, e magister memoriae è detto Rufo Festo nell'intestazione del Gxlice Bam- 
berghese « Breviarum Festi, v. e. magister memoriae ». Onde è probabile che il 
Festo tridentino di Ammiano Marcellino e Festo Rufo scrittore siano Io stesso per- 
sonaggio, che a torto, come bene dice il Mommsen (CIL, 6, p. 103), si trovava 
identità fra il nostro Rufo Festo con Rufo Festo Avieno. 

3 Harduin. Alpes Tridentinae Raeticae appellantur a capite Raetiae Tridente. 

4 PiTisc. Alpes Raeticae appellatae fuerunt Tridentinae a capite totius Raetiae 
Tridento. 



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27 

zione politica e sociale uniforme essi non erano; né alla guerra si 
presentavano tutti; ma ogni comunità avea i suoi interessi speciali, 
era indipendente dalle altre, tanto che vediamo i Camunni ed Ven- 
noneti muover guerra ai Romani senza che le altre comunità venis- 
sero loro in aiuto, e nello stesso modo questionare Bergalei e Co- 
maschi senza Tintervento dei vicini. Perciò accadde che non tutti 
furono soggetti alle stesse politiche vicende e furono dai Romani 
sottomessi in tempi diversi, tanto diversi che, mentre i Tridentmi e 
gli Anauni e le comunità contermini già prima dei tempi della guerra 
cimbrica erano in possesso dei Romani, i Camunni, i Trumplini ed 
i Venosti si piegarono al giogo di Roma solo al tempo di Augusto. 
Onde nei geografi antichi troviamo una grande incertezza quando 
volevano stabilire a quale famiglia appartenessero queste comimità o 
tribù, e quantunque tutte avessero presso a poco le istesse istituzioni 
religiose e civili, non pensarono mai o accennarono confusamente, 
che tutte dovessero essere comprese sotto un nome comune, nome 
imposto probabilmente a queste genti solo al tempo dell'emigrazione 
etrusca, dove in sostanza i Reti non erano che il miscuglio di vari 
popoli sovrappostisi, e poi mischiatisi come più innanzi vedremo. 

n nome « Reti » si trova assai per tempo rammentato dagli scrit- 
tori * e dalle antiche iscrizioni, mentre è solo al tempo di Augusto 
che apparisce il nome « Raetia » quale denominazione di quella vasta 
provincia posta a settentrione dell'Italia. Sulla origine e sul signifi- 
cato di tale nome si fecero varie ipotesi, delle quali accenneremo le 
principali : 

Catone, Plinio e Giustino dissero che Reti si chiamavano questi 
popoli da Reto etrusco loro duce. Per quanto non sia improbabile 
che un popolo assuma il nome del suo capitano, pare non ostante 
che tale cosa sia stata inventata per la rassomiglianza appunto del 
nome Reti, colla parola greca ^esro?, che indica condottiero. Si vedrà 
però più tardi come veramente una famiglia « Reta » esisteva, e se 
sia probabile che da quella sia venuto il nome del popolo. 

Beroso, o meglio chi pubblicò i falsi suoi frammenti, credeva che 
il nome Rezia derivasse dal semitico Arezia (haharez), con ciò sia 

» PoLiB. XXXIV, IO, Cat. Plik. Liv. Strabon. IV, ecc. 



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28 

che i Reti al pari degli Etruschi considerassero la terra come sacra 
loro progenitrice. Ben più strana è l'etimologia che ne dà Cassio- 
doro % per il quale cosi chiamaronsi quei paesi, perchè figuravano 
quali reti tese contro i popoli barbari e contro le fiere. 

Isidoro % meno poetico di lui, affermava che tale nome fii tolto 
dal Reno, giacché appunto presso quel fiume era la regione della 
Rezia. Fa d'uopo però considerare, che mentre Rhenus è scritto colla 
f aspirata e coli' e lunga, Raetia è scritto colla r semplice e col dit- 
tongo ai (Raitia) od ae in latino. Non pertanto di tale parere fu pure 
Gabriele Rosa ' ai giorni nostri, il quale osservando come nelle Alpi 
retiche c'è « una quantità di rigagnoli colla radice re o ri, dalla ra- 
dice greca ^m.,.. onde il rivus latino, il rio italiano, il rtnnen tedesco, 
il reuma, il Reno elvetico e bolognese, la renna », conclude che 
perciò sarà stato imposto dai forestieri al paese il nome generale di 
Reti. 

Il Loescher ^ invece crede che da rati siasi formato tale nome, e 
giacché reit presso gli Svizzeri ed i Grigioni, reut presso i Norici 
indica regione montuosa, cosi per lui il nome Reti significa abitatori 
delle montagne. 

Il Niebuhr ed O. Mùller vedono in Reti una modificazione del 
nome Rasena, perciocché la terminazione etrusca ena si latinizzi in 
iuSy cosi che Rasena in bocca latina dovea suonare Ratius. Ed iden- 
tità tra il nome Reti o Raseni vedeva pure ultimamente il Corssen 5, 
il quale credeva che l'un nome non fosse che un ulteriore sviluppo 
dell'altro nel modo seguente: 



rat 



Rat-ia Rat-io 

Ratinas Raitia Raitis 

Ratnas L. Raitia Gr. *PatTo( 

Rasnas L. Raetia L. Raeti 

> Cassiod. Var, VII, 4. Non immerito sic appellatas (Raetias)esse iudicamus, quando 
contra feras, et agrestissimas gentes, velut quaedam plagarum obstacula disponuntur. 

2 IsiD. Lib. XIV, e. 4. Rhaetia quod sit iuxta Rhenum. 

3 G. Rosa. Arch, stor, iL XVIII, p. 240. 

4 Lett. celt. presso Wachter. gloss. voce Ries. 

s W. Corssen. Veber die Sprache der Etrusker. Ldpzzig, 1874. 



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Altri dotti invece non trovano alcuna analogia fra questi due nomi 
e danno varie altre etimologie, fra le quali si distingue, se non per 
akro, per la sua stravaganza quella del Cuno \ che facendo derivare 
il nome Reti dall'antica radice irlandese « rad » ne deduce la parola 
tedesca « die Redenden » cioè : i parlanti. 

I Reti erano un popolo assai guerresco, e di fortezze erano muniti 
quando i Romani ebbero a sottometterli *. Ciò non ostante si applica- 
vano anche a qualche industria ed all'allevamento del bestiame. Essi 
commerciavano in grande quantità la cera o resina purificata per far 
candele \ ed assai ricercato era pure il retico miele. Gli animali che 
più si possedevano erano cavalli e capre \ e la natura del suolo era 
talmente varia nei diversi punti del paese, che mentre in certe parti 
crescevano larici di straordinaria grandezza, dei quali uno della lun- 
ghezza di cento e venti piedi fu, sotto Tiberio, trasportato in Roma 
per la costruzione di un ponte 5, sui declivi dei monti dei Reti alli- 
gnava il vino retico tanto prediletto alla corte di Augusto ^, e tale 
che Virgilio 7 non poteva posporlo che al Falerno, e meritò le lodi 
di Catone *, di Plinio 9, di Strabone *°, e di Marziale. Si contese assai 
fieramente per decidere dove questo vino si facesse, e le opinioni erano 
discrepanti, che Scipione Maffei lo poneva accanto a Verona, il Qua- 



' CUHO. Op. cit. 

» Orazio. Lib. IV, Od. XIV, Velleio Pateroolo L. Il, Procopius. 'De 'Beilo 
get, II, 28. S. Vigilio in una lettera a S. Giov. Crisost. dove descrive TApaunia, parla 
di «castellis undique positis ». 

5 Strab. iyii Si x%\ 7:iTTou(XYia ^au[it,a(rrà. 

4 Strab. IV, 6. titTtou? à^p^ov? xaì pua?. 

$ Plin. Hist, nat. XVÌ, 39. Tiberius Caesar concremato ponte namachiario larices 
ad restituendum caedi in Raetia iussit. — È certo che qui Plinio intende parlare 
di quel tratto di paese dei Reti, che formò poi la Raetia prima : i portentosi larici 
della quale potè vedere Tiberio stesso, allorché, insieme con Druso, sconfisse i Reti. 

^ SvET. in Aug, Caes. Vini quoque natura parcissimus erat, et maxime delcctatus 
est raetico. 

7 Verg. Georg. II, 9$... Et quo te cannine dicam — Raetica? nec cellis ideo con- 
tende Falemis. 

* Servius ad Verg. Geog, II, 95. [Raeticam] uvam Cato praecipue laudat in libris 
quos scripsit ad fìlium. 

9 Plin. Lib. XIV, e. 4. Martial. Lib. XIV, ep. 100. 

«o Strab. IV, 6. Z yt Taixixòc oìvo; tGSv iv toT? 'iTaXixoT? Ì7tatvou[jL£vwv oòx 
à7roX£i7re<j5rat SoxGSv iv toT^ toutwv u7tope(at? y^^^^*^' 



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30 

drio nella Valtellina, Clemente Baroni ad Isera nella vai Lagarina, 
il conte Barbacovi, il conte Giovannelli e molti altri nelle vicinanze 
di Trento. Né io saprei a quale di queste opinioni attenermi, anzi 
mi pare probabile che tutti abbiano ragione, con ciò sia che tutti 
questi luoghi siano tra i Reti e da tutti forse si trasportava il vino 
nella capitale del mondo. E col vino una nuova maniera di conser- 
varlo perchè prima tenevanlo i Romani in vasi di terra, e dai Reti, per 
asserzione di Plinio ', appresero a custodirlo in botti e barili. Simil- 
mente è noto * aver avuto i Reti un proprio aratro, il quale fu usato 
per secoli e s'usa ancora in certe parti del Tirolo, mentre in altre 
prevalse l'aratro siciliano antico, in altre il romano 3. 

Tali sono i Reti come ci sono dati dalla storia; di quali varie fa- 
miglie etniche fossero costituiti ce lo dichiarano i monumenti. 

' Plin. Nat. hisU Lib. XIV, e. 21, circa Alpes ligneis vasis condunt, circulisque 
cingunt. 

^ » Plin. Op. e. Uh, XVHI, e. 18. 
* 3 BiDERMANN. DU l^momn, pag. 106. Graz, 1877. 



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CAPITOLO SECONDO. 



Sommario — i. Remota antichità dell'uomo in Europa. Le industrie litiche delFe- 
poca quaternaria e le caverne ossifere dei vari periodi nelFInghilterra, nel Belgio, 
nella Francia, nella Spagna e nelFItalia. Fine dell'età archeolitica e principio di 
quella neolitica. ^ 2. Le grotte naturali e artificiali; i fondi di capanne. A quale 
popolo si possano attribuire. Gli Ibero -Liguri e la loro diffusione in Italia. — 
3. L*età della pietra nel paese dei Reti. 



I. 



L'epoca beata di Saturno, nella quale l'uomo non legato da vincoli 
di nessuna legge, errante pe'campi, dove trovava le ghiande facile e 
prediletto suo nutrimento, non è un sogno degli antichi poeti, ma la 
paletnologia e l'andropologia comprovano quello che la tradizione co- 
priva d'un velo misterioso ed ideale. Pure non mancò fra gli antichi 
storici ' e poeti chi penetrasse con fine discernimento nel fondo della 
leggenda, e tutt'altro che imaginarsi i primi abitatori dell'Europa in 
uno stato di felice e d'invidiabile semplicità, Lucrezio * ce li descrive 
fieri e randagi a guisa delle bestie, privi d'ogni sentimento di moralità, 
ed ignari affatto del vivere consorziale e civile. 

E le vestigia dell' uomo risalgono in Europa ad una remota anti- 
chità; e benché non sia compito nostro il tener dietro filo per segno 
all'uomo europeo dal primo suo apparire nel nostro continente, non 
sarà tuttavia fuori di luogo l'accennare che le orme sue si vogliono 

" Sallustius. Catti 6. genus hominum agreste^ sine legibus, sine imperio liberum 
atquc solutum. — Vitruv. De Arcbitect, Lib. I, e. i. Homines veteri more, ut ferae, 
in silvis et speluncis et nemoribus nascebantur, ciboque agresti vescendo vitam 
exigebant. 
» LucRET. De natura rerum, v. 1282 -v. 1285. 

Arma antiqua, manus, ungues, dentesque fuerunt 
Et lapides et item sylvarum fragmina rami... 



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32 

di già ritrovare nel periodo terziario. Ella è però ben lungi questa 
dall'essere una questione intieramente definita; per ciò che se i ma- 
nufatti litici più volte esibiti ai dotti dall'abate Bourgeois provengono 
realmente dallo strato pliocenico, non è ancora ben raffermato se ossa 
lavorate risalgano fino a quella età. Poiché quelle trovate a Pouancé 
dall'abate Bourgeois ', a Chavagnes4es-Eaux dal Farge * a Monte Aperto 
nella provincia di Siena dal Capellini 5, quelle rinvenute dall'Issel * sul* 
colle del Vento presso Savona nella Liguria, dal Regazzoni 5 presso 
Brescia, non che le ossa scavate a CoUinella presso Castelnuovo della 
Misericordia nella Valle della Fine, ed altre dal Gastaldi ^ trovate nel 
Piemonte, che da bel principio si credevano incise con qualche istro- 
mento litico dalla mano dell'uomo, dopo un attento esame dei più 
dotti andropologi e paletnologi fu definito che quelle scalfitture non 
sono altro che le tracce lasciatevi dai denti di un balenothus o d'un 
pesce spada, onde non sono d'alcuno appoggio per la soluzione del 
problema se l'uomo fosse esistito durante l'epoca terziaria. Nella quale 
a dir vero le condizioni climatiche e telluriche erano favorevoli alla 
sussistenza della famiglia umana, senza che pare che s'avesse di già 
conoscenza del fuoco, elemento più che necessario alla vita, onde la 
fantasia di tutti i popoli primitivi compresa dei beneficii grandi che 
se ne traevano diede a quello un'origine quasi divina. Prometeo che 
seppe carpire al padre dei numi la sacra favilla, era venerato come 
protettore dell'umanità dai Greci non solò, ma dai popoli tutti Indo- 
Europei, che incarnavano in quel mito il portentoso ritrovamento della 
fiamma. 

Ma se dubbiosa è ancora l'esistenza dell'uomo terziario, non v'ha 
alcun dubbio che durante l'epoca quaternaria s'effettuasse il vero svi- 
luppo della razza umana, con ciò sia che, se i manufatti dell'epoca 
antecedente sono cosi piccoli, cosi rozzi da doversi a mala pena so- 
spettare che possano essere il prodotto d un essere ragionevole, quelli 

I Bourgeois. Compie rendu du congrés de PariSy 1867, pag. 74. 
» Farge. Bulsocgéol 7 septembre 187 1, p. 265 pi. II. 

3 Capellini. L'uomo pliocenico in Toscana 1875. -- Bull Istit. Boìogn. 25 nov. 1875. 
Atti della R. Accademia dei Linceiy 7 maggio 1876. voi. JIl, ser. lì. 

4 A. IssEL. Compte rendu du congrès de PariSy 1867, pag. 75. 

5 Sentinella Bresciana. Aprile 1880. — L'uomo preistorico nella prov. di Como. 1877. 
^ Gastaldi. Frammenti di paktn, ecc, 1877. 



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trovati nello strato supcriore al pliocenico sono eseguiti con certa cura 
e precisione e si vanno a mano a mano perfezionando per maniera che 
si arriva al punto che molte specie di armi e di utensili si fabbricavano 
di pietra con tale finitezza, che potevano servire a tutti gli usi, come 
armi cioè e come utensili domestici. Non è però tanto celere e proce- 
dente con ordine tale questo sviluppo, che il de Mortillet ' non potesse 
fare delle chiare divisioni; perciò che trovando insufficiente la sola 
divisione di età archeolitica, cioè della pietra rozzamente scheggiata, 
e di età neolitica, nella quale si levigavano gli utensili di pietra, ed ine- 
satte le suddivisioni fatte infino allora, schierò i manufatti dell'epoca 
quaternaria in quattro grandi categorie. 

Poiché, considerando come tipiche e progressivamente sviluppantesi 
le stazioni litiche di Chelles, di Moustier, di Solutré e della Madc- 
leine, distinse le epoche Cheléen, Moustérien, Solutréen e Magdalénien, 
nel che s'accordarono in massima i dotti di tutti i paesi. 

L'industria litica del primo di questi periodi si trovò quasi sempre 
in grandi strati alluvionali lungo le correnti dei fiumi, per lo che ap- 
pare che l'uomo non avea ancora una stabile dimora, o un giaciglio 
permanente; ma andava scorrazzando presso i corsi d'acqua, e trasse 
di qui forse origine la credenza degli antichi, che molti dei loro eroi 
fossero generati dai fiumi *. 

L'istrumento caratteristico della stazione di Chelles è di forma sem- 
plicissima di mandorla ritoccata rozzamente su ambedue le facce : alla 
base è più rotondeggiante e rigonfio, appuntito all'altra estremità, onde 
s'adatta egualmente bene per essere immanicato, come pure per es- 
sere impugnato e quindi adoperato quale arma di difesa, o quale uten- 
sile per raschiare e per attare i rami degli alberi ad uso di bastoni. 
La grandezza di tali selci, che la selce è la materia onde questi istru- 
menti più comunemente sono fatti, varia fra la lunghezza massima di 

'Mortillet. Musée préhistorique. Paris, 1880. — La préhistorique antiquité de 
'Thomme. Paris, 1883. — Di queste opere, di capitale importanza per chi si occupa di 
studi paletnologici, nonché di quella di Lartet e Christy ( Heliquiae tAquitanicae) e 
del MaUr. pour ThisU primiU de Vhomme^ mi sono molto valuto nella composizione 
di questo paragrafo. 

2 Omero (Jìiad, Lib. V, v. $35, v. 540) nomina Diocle figlio del fiume Alfco. ycvo? 
5'^v ix itoTajJLoTo - 'AXcpeiotJ, 8(Jt' sùpò \iti IluXitijv Sta Y*^^?^ ^ ^^^ ^i^ y^^^ 
V. 141, dice parlando di Pelagone: tòv 8' 'A^iò; sùpupes;jpo? - ye^votTO. 



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34 

m. 0.265 (Collezione di Boucher de Perthes) e la minima di metri 
0.064 (museo di Saint-Germaìn) ed il peso fra Kilogr. 1.640 e 39 gr. 
Ma, se dovunque questi oggetti vennero in luce, hanno costantemente 
la stessa forma, di maniera che è pressoché impossibile prendere ab- 
baglio sulla loro età, non è che egualmente siano diffusi in ogni pane 
del globo. Perciocché si trovarono bensì nell'India, nell'Asia centrale, 
nella Palestina, un esemplare ne avvisò il Lenormant ' a Megalopoli 
nell'Arcadia, alcuni pochi vennero in luce nella Germania, nell'Africa 
e nell'America settentrionale; ma dove in ispecial modo abbondano 
é nella parte occidentale d'Europa. 

In Italia tu segnalata l'esistenza di questo utensile presso Imola dallo 
Scarabelli, da Concezio Rosa * nella Valle della Vibrata, in ispecie nella 
contrada denominata Gabbiano nel comune di Corropoli, alcuni di essi 
furono trovati nella provincia di Chienti a Venosa nella Basilicata, a 
Perugia, nella stazione d'Abeto nel territorio di Norcia, sopra tutti 
poi si distingue l'esemplare trovato a Molise, 5 Kilom. a sud-ovest di 
Venafro illustrato dal Pigorini nel bullettino di paletnologia italiana 
(Anno 1876, p. 021, tav. IV). 

Nella Spagna si trovarono la massima parte a San Isidro nella val- 
lata del Manzanare, nel Portogallo presso Lisbona; ma più che mai 
numerosi vennero in luce nell'Inghilterra, dove diedero campo al- 
TEvans 3 di comporre il suo classico lavoro sull'età della pietra, e in 
modo speciale nella Francia dove non é vallata, per cosi dire, che non 
ne abbia dati in grande copia, tanto che la stazione di Saint-Acheul 
prima, quella di Chelles ultimamente furono scelte dal de Mortillet 
come quelle che doveano dare il nome a tutto il primo periodo del- 
l'epoca quaternaria. 

Ma, come che anche l'industria litica del periodo susseguente siasi 
rinvenuta in assai vari paesi, persino in Siria non lungi da Tiro, é 
pure sempre la Francia il paese che ne dette in più grande quantità. 
Infatti oltre che a Moustier nel comune di Peyzac (Dordogna), che 
all'epoca impose il nome, trovaronsi frequenti tali utensili ad Amiens, 
in molte località della vallata della Somma, nella grotta denominata 

« Lenormant. Revue archiologique. Voi. XV, 1867, pag. 18. 

» Gong. Rosa. Ricerche d'archeol preist. sulla valle della Vibrata, Firenze, 187 1. 

5 John Evans. The Ancient Storte Implements of great Britain. 1872. 



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35 
Grande-Chambre, nel bacino della Senna, nella Brettagna, nella Nor- 
mandia, ed in quasi tutti i bacini fluviali della Francia. 

Gli utensili di questo periodo sono due, il raschiatoio cioè^ e la 
punta. L'uno e l'altra, se non per la materia, si distinguono essenzial- 
mente per la forma e per la tecnica onde sono fatti dalle pietre del pe- 
riodo precedente, poiché a diflPerenza dell^istrumento di Chelles, quelli 
di Moustier sono ritoccati sopra una faccia sola, dove l\iltra è lasciata 
intatta quale risulta dopo essere staccata dalla madre-selce : oltre di che 
per essere fatti i ritocchi con ir.aggiore esattezza di quello che prima 
non si facesse, danno all'oggetto una certa grazia, la quale vie mag- 
giormente risulta per la minore pesantezza e pel diminuito volume. 
Infatti mentre le selci dell'epoca cheléen arrivano alla lunghezza mas- 
sima sovraindicata, la punta più lunga del secondo periodo esistente nel 
museo di Saint-Germain di Parigi non sorpassa i 152 millimetri, né 
59 di larghezza, mentre la più larga punta del periodo precedente rag- 
giunge i 119 millimetri. 

D'altra parte dei due istrumenti di Moustier, é la punta quella 
che per forma più s'avvicina alle selci del periodo precedente per la 
proporzionale lunghezza colla larghezza, se non che, mentre le ultime 
hanno la massima larghezza verso la base, quelle della seconda epoca 
l'hanno a metà della lunghezza in modo da assumere la forma di 
losanga allungata. Il raschiatoio per lo contrario é quasi tanto largo 
quanto é lungo, di maniera che il più grande di tali istrumentti del 
museo di Saint-Germain ha la larghezza di 126 millimetri su 170 di 
lunghezza. 

E non é questo il solo progresso fatto dall'uomo durante questo 
periodo, ma mentre da prima andava vagando, come abbiamo già 
notato, senza avere un punto fisso di dimora, comincia adesso a stan- 
ziarsi nelle caverne naturali formatesi gii prima durante l'epoca ter- 
ziaria, per lo che le industrie di quell'età si trovano in parte nei 
grandi strati alluvionali lungo le correnti fluviali, in parte nell'interno 
delle caverne. Le quali furono per assai lunga pezza l' unico asilo 
umano contro le intemperie e le bestie feroci, e siccome in tutto 
questo tempo avvennero dei considerevoli cambiamenti nella fauna, 
perciò accade, che non solo le selci lavorate, ma bensì anche le ossa, 
che si scavano nel suolo di questi covi sono un dato abbastanza si- 



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36 

curo per dedurre l'antichità delle stazioni umane. In base a queste 
osservazioni si fecero parecchie classificazioni delle caverne; a tutte 
sembrami però preferibile quella dell' Issel \ che dopo aver trovato 
inesatta quella del Lartet, che divideva le grotte a seconda che in 
esse si rinvennero le ossa dell'orso speleo, del mammut, del renne 
e del bisonte; ed avvicinandosi piuttosto al Dupont, crede conve- 
niente di fare queste tre suddivisioni cronologiche: 

I. Caverne con ossa di animali di specie estinte (elephas primi- 
genius, rinoceros tichorinus, hyena spelaea). 

n. Caverne con ossa di animali emigrati ora in altre regioni 
(rangifero, stambecco, camoscio, antilope saiga, uro, bisonte, mar- 
motta, spermofilo, lagomys). 

ni. Caverne con ossa di animali viventi, le quali in massima 
però si riferiscono tutte alla età neolitica. 

Avviene non ostante alcuna volta, che per la poca esperienza del- 
l'esploratore, o per causa di eventuali sconvolgimenti terrestri, si me- 
scolano le ossa dei vari strati in modo, che ne deriva non piccola 
confusione ; e non è raro il caso che per tali inconvenienti andarono 
errati uomini sotto ogni rispetto insigni, perciocché le industrie litiche 
di strati superiori si credettero accompagnate con ossa di animali, che 
giacevano assai più profondamente, oppure avanzi di animali viventi 
in epoche assai disparate si fecero ascendere tutti alla medesima età. 
Esempio parlante di codesta miscela di elementi vari, è la caverna 
di S. Teodoro in Sicilia, che s'interna nei declivi settentrionali del 
monte Fratello posto nella provincia di Messina, dove e' è una strana 
confusione di specie estinte e di quelle tuttora viventi; infatti ecco 
la lista che ci diede il barone Anca* delle ossa colà disseppellite: 
Hyena crocuta, ursus arctos, canis lupus, vulpes sp., porcospinus, 
lepus caniculus, elephas antiquus ; elephas afiricanus ; elephas armenia- 
cus; elephas meriodionalis, elephas militensis (?); hippopotamus sp., 
sus scrofa, equus asinus, equus caballus, bos 2 sp., cervus 2 sp. capra 
sp.; ovis sp.; onde è certo che esistevano parecchi strati, che forse 
dagli scavatori non furono presi in considerazione. Altre volte suc- 

1 Issel. Le caverne ossifere e i loro anU abitanti {Nuova antoh Voi. io, ser. II, 
p. 328, Voi. II, ser. U, p. 265). 

2 ^uìlet, soc. geol Frane. 1860. — Paletnologia sicula. Palermo, 1866. 



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. 37 
cede che tali sconvolgimenti s'eflFettuarono in tempi antichi per cause 
varie ; siasi però quale si voglia la cagione di ciò, questo è certo 
che contemporanee non devono essere le ossa estratte dalla caverna 
presso Kessingland in Inghilterra, dove riscontransi avanzi dell'hippo- 
potamus maior, del rinoceros leptorìnus, dell'elephas meridionalis, an- 
tiquus e primigenius, accanto a quelle del cervus elephas e del cervus 
capreolus, né minore confusione è nella stazione di Saint-Prest in 
Francia: non ostante ciò deve essere accordata a queste caverne tutta 
la possibile antichità, il che devesi pure aflfermare per la grotta di 
Vence nelle Alpi marittime, per quella di Baume nel Giura, non che 
per la caverna di Pont-Newyds in Inghilterra. A questo periodo più 
antico della storia delle caverne vanno ascritte la caverna detta l'Arma 
de Tale in Liguria, e quella di Cola presso Petrella nell'Italia me- 
ridionale; ma la regione d'Italia nella quale relativamente abbondano 
è senza dubbio la Sicilia, dove non è circondario per cosi dire, che 
non possegga delle caverne con resti di animali estinti o emigrati. 
Fra Qsse vanno distinte la caverna di S. Ciro illustrata dall'Hoffinann, 
e le grotte divella e Biliemi dove erano ossa di 2 sp. d'hippopota- 
mus, dell'elephas antiquus, del sus, bos, cervus, ursus, canis, e del felis: 
nella grotta di Maccagnone * si scoprirono quattro strati, nel primo 
dei quali erano avanzi di hippopotamus Pentlandi, nel secondo, costi- 
tuito d'argilla rossastra, insieme con ossa di molti ruminanti erano 
quelle di felis spelaea, nel terzo erano ossa di iena e di ippopotamo, 
nel quarto finalmente ossa di elephas antiquus. La stessa disposizione 
era presso a poco anche nella caverna di Carburanceli sopra Ca- 
rini % nel quarto ed ultimo strato della quale, fra ossa di vari animali, 
era il dente di latte di un elephas antiquus. Ma se tutte queste ca- 
verne sono d'importanza grandissima per lo zoologo, non è che of- 
frano tutte qualche particolarità per la paletnologia, per ciò che l'uomo, 
costretto dal continuo abbassamento della temperatura a cercarsi un 
ricovero, dove fosse riparato dai freddi venti, e dalle intemperie du- 
rante la notte, deve aver sostenuto da prima una vera lotta colle 
fiere che tenevano stanza in quelle grotte, per impossessarsi di quel 



' Falconer. Journal geog. soc. London, 1859. 

* G. G. Gemellar©. SuUa grotta di Carburanceli, Palermo, 1866. 



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38 

ricovero, e colà difendersi alla sua volta dagli animali, che grandi e 
feroci intestavano l'Europa. Ond'è, che prima che l'uomo riuscisse 
completamente vincitore in questa accanita lotta per l'esistenza, passò 
del tempo assai, nel quale si andavano già modificando e perfezio- 
nando vie più gli istrumenti di pietra, o se si trovano delle caverne 
dove s'incontri l'industria del periodo di Moustier nel suo tipo ori- 
ginale, non è però che siano cosi numerose come quelle che conten- 
gono oggetti dei periodi susseguenti. 

Nell'Inghilterra è nota per questo riguardo la Kent's Hole presso 
Torquay nel Devonshire, illustrata prima da Pengelly e da Vivian, 
e più tardi da Mac-Enery, per gli studi dei quali è già universal- 
mente palese, che nello strato inferiore, il quale è diviso dai supe- 
riori da una forte crosta di stalagmite, si rinvennero selci del periodo 
moustérien abbastanza abbondantemente, il che avvenne anche nella 
caverna di Wokey e nelle cavità Robin Hole e Church Hole " della 
caverna di Creswell. Ma senza dubbio di gran lunga le più impor- 
tanti per questo riguardo sono le caverne della valle della Molignée 
presso Montaigle, e quelle della valle della Lesse nel Belgio, tutte 
magistralmente illustrate dal Dupont. Per estensione e bella costru- 
zione primeggia la Trou de l'Erable, la quale è bene asciutta ed 
ariosa, e per due larghe aperture riceve abbondante luce, e certo per 
tutte queste sue buone qualità hi abitata assai lungamente, il che 
come nella Trou Magrite a Pont-à-Lesse, e la Trou de la Haulette 
ci attestano i quattro strati ossiferi, che vi si trovarono, senza che 
c'erano resti di focolari ed utensili di pietra del tipo di* Moustier. 
De' quali furono pure rinvenuti nella caverna del mammut ^ presso 
Cracovia scoperta nell'anno 1873. Essa è situata nella vallata prin- 
cipale di Wierszchow, e s'apre all'altezza di m. 16,80 dal fondo della 
valle; eseguiti degli scavi nell'interno lungo m. 19, e largo m. 13, 
si avvertirono parecchi strati, il più profondo dei quali conteneva 
ossa di mammut, ed avanzi di orso speleo, di lupo volpe, di cervo 
e di capriolo insieme con armi del secondo periodo dell'epoca qua- 
ternaria. 



« W. BoYD. Dawkins. Dù Hòhìe und die Ureinwohner Europas. Heidelberg, 1876. 
a T. Za'wiskAj Rtcherches Archéologique en Pologtu. V^arszawa, 1874. 



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Ì9 
Di minore importanza sono le caverne della Gallizia \ colà chia- 
mato « Pokucie » le quali però in parte per non essere convenien- 
temente studiate, in parte perchè sconvolte in tempi relativamente 
recenti, non hanno dato risultati sufficienti per condurre ad una qual- 
siasi conclusione. 

L'industria litica del periodo solutréen,'come che proceda da quella 
dell'epoca antecedente, è pure assai più varia e perfetta, per ciò che 
la punta assume la forma graziosa di foglia di alloro, ed al raschiatoio 
si sostituisce il grattatoio, più leggero e più assai finamente lavorato 
di quello : oltre di che compaiono ora per la prima volta nuove forme 
di utensili, fra i quali si distingue la punta con un'aletta, che per la 
sua forma potrebbesi paragonare ad un coltello dove la lama eccede 
in larghezza in confronto del manico. H grattatoio non è sempre ri- 
toccato da una sola parte come il raschiatoio, ma ad ambedue le 
estremità è diligentemente lavorato in modo da offrire due piccoli 
semicerchi taglienti, onde è probabile che non si immanicasse, op- 
pure che lo si fornisse di manico in maniera, che tutti e due i tagli 
potessero essere usufruiti. Sebbene nella stazione di Solutré posta nel 
Màconais, ed in quella parimente importante di Laugerie-Haute nel 
comune di Tayac siano venuti in luce degli utensili di osso, i quali 
danno a divedere, che già in questo periodo l'uomo erasi elevato ad 
una coltura più assai sviluppata di quello che prima non tosse, pure 
il vero svolgimento di questa nuova industria ha luogo nell'ultimo 
periodo paletnologico dell'epoca quaternaria, che prese il nome dalla 
caverna de la Madleine. 

Insieme col semplice e col doppio grattatoio si rinvennero dei mortai, 
per lo più di roccia granitoide o di quarzite, i quali servivano proba- 
bilmente per macinare il colore, col quale gli abitatori di quelle ca- 
verne si tingevano la pelle, nel che, come in tutti gli altri costumi, 
somiglierebbero ad alcune famiglie moderne di Australiani, che si 
trovano ancora in quel grado incipiente di civiltà, nel quale si tro- 
vavano gli Europei durante questo periodo. Nel quale più che di pietra 
abbondano gli utensili di osso, per ciò che di tale materia si face- 



« A. KoHN und D/ E. Mehlis. Materiaìen %ur Vorgeschichte des Mmschm in òstUchen 
Europa, Iena, 1879. 



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40 

vano aghi colla cruna adatti per cucire le pelli, fiocine e parecchi 
altri attrezzi fatti con corno di renne, poiché appunto il renne è Ta- 
nimale che più abbonda nelle caverne di questo periodo, tanto che 
da questo tolse il Dupont il nome per contrassegnare tutte le sta- 
zioni di codesta età. 

Stazioni, che abbondano più che mai nella Francia; ma che tro- 
vavansi abbastanza frequenti anche in altri paesi. Anzi quasi tutte le 
caverne delle quali fino qui abbiamo fatto menzione, negli strati su- 
periori contenevano industrie del periodo màgdalénien; ciò avverasi 
infatti nella Kent's Hole, nella caverna di Creswell, non che nelle 
numerose grotte del Belgio e nella caverna del Mammut nella Po- 
lonia, dove nello strato archeologico superiore, che è a soli 25 cen- 
timetri sotto la terra vegetale, si trovarono delle ceneri, ossa di renne, 
di orso speleo, di cavallo e di cervo insieme con utensili dell'epoca 
màgdalénien: ma numero maggiore di oggetti di questo periodo si 
rinvennero nella caverna di Wierszchow posta a non molta distanza 
da quella del Mammut. Colà dopo uno strato dell*età neolitica, al 
quale forse appartengono i tre crani dolicocefali, ed i tre mesocefali 
ivi scavati, ne seguì un secondo con oggetti ed ossa tutte riferentesi 
a quest'ultimo periodo quaternario. Al quale vanno pure ascritte pa- 
recchie caverne dell'Italia, come che quivi non siasi ancora accer- 
tata l'esistenza delle ossa di renne, in ispecie alcune del Veronese, 6 
per il Botti*' anche la grotta del diavolo, che s'inoltra nella punta 
Ristola al capo di Leuca, se non che, per alcuni caratteri degli og- 
getti colà trovati, io inclinerei piuttosto ad ascriverla alle grotte del- 
l'età neolitica, tanto più che nello strato più profondo si rinvennero 
delle stoviglie grossolane, le quali non si trovano mai in stazioni del- 
l'epoca archeolitica. 

Non ostante ancora già in quella l'uomo avea fatto dei grandi passi 
nella civiltà, e, sebbene vestisse semplicemente di pelli di animali, e, 
come i selvaggi d'oggidì, si ornasse con povere collane fatte con denti 
di animali o con conchiglia, delle quali erano gli avanzi nella Trou 
Magritc ed altrove, sul tramonto dell'epoca solatréen comincia a dare 
dei saggi di arte figurata. Ma il vero sviluppo di questa, per quanto 

« N. Botti, La grotta del diavolo, ecc. Bologna, 1871. 



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41 
poteva essere concesso all'uomo nelle condizioni nelle quali si tro- 
vava, avvenne nel periodo susseguente. Nel Belgio si trova una fa- 
lange di renne forata ad uso di fischietto, ed in una delle cavità di 
Creswell, insieme con punteruoli ed aghi di osso, si rinvenne un pezzo 
di costola arrotondata e levigata, con sopra inciso, come che rozza- 
mente, Timagine di un cavallo, anzi la figura stessa dell'uomo trovasi 
abbozzata su di un corno di renne estratto dalle caverne del Belgio, 
e rappresentazioni varie souo segnate sopra ossa della caverna di Eyziez, 
ed in quella di Périgord nei Pirenei. Per le quali incisioni s'adope- 
rava un apposito stiletto di pietra, per ciò che l'arte figurativa era 
di già talmente avanzata, che si eseguivano dei piccoli lavori di sebi- 
tura, i quali forse in ordine cronologico sono da preporsi alle rappre- 
sentazioni incise, per cui nel periodo magdalénien in questo riguardò 
si giunse a tanto da fare dei manichi di pugnali che rappresentano 
un mammut o un renne (museo di Saint-Germain) e delle statuette 
imitanti la figura umana. 

Con tutto ciò dai pochi avanzi rimastici di quella primitiva civiltà 
non si potrebbe ben definire quale era in tutti i suoi minuti parti- 
colari la vita di quei cavernicoli, se non ci fosse d'aiuto il confronto 
con popoH, che al giorno d'oggi si trovano in condizioni pressoché 
identiche a quelle, in cui erano gli Europei in un'epoca tanto lontana 
da noi. Poiché é certo che la caccia é ancora sempre in questo pe- 
riodo il precipuo mezzo di sussistenza, e quando le armi di pietra 
per la loro imperfezione non erano sufficienti per atterrare i più grandi 
animali, l'uomo si deve essere valuto di ceni congegni e tranelli, ca- 
dendo nei quali trovavano la loro rovina i grandi mammiferi, che an- 
cora numerosi andavano vagando pei boschi. Per ciò appunto l'uomo, 
non ancora pastore, agricoltore ancor meno, deve aver condotto una 
vita relativamente vagante, sebbene incominciasse forse a costituirsi 
in famiglie, dalle quali in tempi assai posteriori si sviluppò la società. 
Ma per ora erano ancora troppo limitati i bisogni dell'umanità, perché 
un individuo sentisse la necessità d'essere circondato da gente nume- 
rosa, che gli fosse d'appoggio nelle sue difficoltà; ma fornito di una 
spensieratezza infantile alla stessa guisa degli Australiani d'oggidì, 
quando fuori della sua caverna avea sbranato i grandi animali uccisi, 
e ne avea rotte le ossa per estrarre il midollo, del quale era ghiotto, 



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42 

e che gli abbisognava per conciare le pelli, non deve essersi curato 
più che tanto di tutto ciò che spetta al vivere comodo e civile. 

A ciò parrebbe a tutta prima opporsi la circostanza che in alcune 
caverne di questo periodo si trovarono dei bastoni di corno di cervo 
vagamente incisi, i quali benché siano lungi dal rassomigliare gli scettri 
ornati d'auree borchie degli eroi d'Omero, furono pur creduti dal 
Lartet emblemi di comando, onde converrebbe acconsentire che una 
certa società siasi di già costituita, nella quale i più anziani forse 
godevano qualche sovranità, ma mi sembra che a ragione il Pigorini 
siasi in varie contingenze opposto a questo enunciato, frutto della fer- 
vida fantasia del sovrallodato paletnologo francese, poiché quegli at- 
trezzi incisi possono aver servito benissimo per guidare i cavalli, o 
per parecchi altri usi, che ora sarebbe ben diflScile il determinare. 
Infatti, finché la caccia é la principale occupazione dell'uomo, finché 
la terra e gli animali sono come l'aria e Inacqua Ubera possessione di 
tutti, è difficile che succedano degli assembramenti, nei quali fa 
d'uopo che uno comandi e giudichi nelle controversie. Ciò avverrà 
bensì allora quando si comincia a fare distinzione di mio e di tuo, 
quando cioè la pastorizia e l'agricoltura saranno esercitate; ma questo 
avviene più tardi, nell'età neolitica. 

L'umanità continua bensì anche allora a vivere nelle caverne, ma 
si ingentiliscono un poco i costumi, e sebbene domini allora la triste 
piaga dell'antropofagia, pure si comincia ad avere qualche cura dei 
defunti. Sono tempi turbolenti, pieni di lotte, se pure ciò si può de- 
durre dalle fratture dei crani umani trovati; ma questo appunto ci 
addimostra, che cominciavano i cavernicoli ad unirsi in gruppi per op- 
porsi alla invadente voracità dei vicini. 

E se dei periodi trascorsi non restano che traccie appena sensibili 
nella tradizione, lo stesso non può dirsi di questo secondo gran pe- 
riodo dell'età della pietra, nella quale gli utensili litici venivano più 
finamente lavorati ed anche levigati. Che non isfuggi agli antichi sto- 
rici ', che i primitivi abitatori d'Italia di costumi ancora barbari isi 
valevano delle spelonche quali dimore, senza che il costume di sep- 



« DiOD. SicuL. Lib. IV e V. — Plim. Nat. Hist, Lib. V, e. $7, specus erant prò 
domibus. — ViTRUv. De architect. Lib. I, e. i. 



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43 
pellire i trapassati nelle caverne si protrasse fino in tempi storici,- ed 
è universalmente noto il contratto che fece Abramo con Efron Hitteo 
(Genesi^ cap. XXIII) per ottenere il campo e la grotta di Macpela 
per seppellirvi la moglie ed in seguito tutta la sua famiglia. 

Fu forse il ricordo tradizionale di queste dimore nei cavi dei monti, 
che creò nella fantasia del popolo un esercito di folletti, di streghe, e 
di altri esseri malefici, che passano ancora la notte trescando nelle 
foreste, o nelle profonde fenditure delle roccie alpine. Ed anche la 
poesia primitiva, che sgorga naturale dalla mente del popolo, amava 
ritrarre i fieri costumi dei cavernicoli, idealizzandoli coU'unione di 
mille fatti strani e di avventure romanzesche. 

I Lestrigoni e Polifemo, e tutta la congrega dei pigmei e dei gi- 
ganti, che vivendo dei prodotti della pastorizia, pure si davano al- 
l'andropofagia, quando era loro concesso, più presto che una semplice 
creazione di Omero, erano la poetizzazione di un fatto vero, ingran- 
dito nei particolari pel lungo correre degli anni. 

I cavernicoli aveano certo ambedue gli occhi, né raggiunsero per 
vero la colossale altezza dei monocoli pastori della Sicilia ; pur tut- 
tavia circondati da pericoli incessanti, in continua lotta colle bestie 
feroci e cogli uomini vicini, non potevano a meno di sviluppare le 
ossa e i muscoli in maniera straordinaria, come deducesi appunto 
dagli scheletri scavati nella caverna dei Balzi Rossi ed in quella di 
Cro Magnon. Questa robustezza, dalla fantasia poetica resa ancora 
più formidabile, passò nella tradizione, e di continue lotte di colos- 
sali centauri e lapiti, e di guerre dei giganti contro la stessa divi- 
nità è piena la mitologia antica; e Nestore si compiaceva di ram- 
mentare gli uomini della sua giovinezza, grandi e robusti assai più 
che non fossero al tempo di Ettore e di Diomede, che pure lancia- 
vano con tutta agilità dei sassi, che due uomini del tempo di Omero 
non sarebbero pur stati capaci di alzare (Iliade^ Lib. V e VIE). 

Per questo riguardo vanno pure prese in considerazione le parole 
del Genesi (cap. VI), secondo il quale avanti il diluvio « i giganti 
erano in su la terra e furono anche da poi ». E subito dopo sog- 
giunge: « Coloro son quegli uomini possenti, i quali già anticamente 
erano uomini famosi ». Per le loro nequizie Iddio si penti d'averli 
creati e li volle distruggere per mezzo del diluvio. E un certo qual 



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44 

diluvio venne davvero anche in Europa ; con ciò sia che la mite 
temperatura del primo periodo dell'epoca quaternaria andò sempre più 
irrigidendosi per maniera che gli ultimi periodi trascorsero in tempi 
di gelo e di freddo eccezionale. Ma quando i ghiacciai e le nevi co- 
minciarono a disciogliersi in causa del caldo, che più guadagnava di 
intensità, successe un cataclisma terrestre: i ghiacciai cominciarono 
a disciogliersi, le acque con precipizio grande si versarono nelle valli, 
.traendo seco degli immani massi di roccie staccatisi al liquefarsi 
delle nevi, onde l'uomo, colpito da tale fenomeno, ne fece passare 
la ricordanza ai posteri, ricordanza che, coperta più tardi d'una veste 
poetica, restò pur sempre viva nelle antiche mitologie di quasi tutti 
i popoli. 



n. 



Nell'età neolitica furono quindi abitazione dell'uomo le caverne 
naturali, 1$ grotte artificiali, ed i fondi di capanne; e sebbene tro- 
vinsi contemporaneamente tutti e tre questi diversi generi di dimore 
a seconda che per l'uno o per l'altro si mostrava propizia la natura 
del suolo, si può non ostante ritenere per certo, che gradatamente 
soltanto si giunse al perfezionamento del ricovero umano. Nel tempo 
stesso che ciò avveniva anche l'industria faceva un passo innanzi, per 
ciò che dagli utensili di pietra rozza si passa a quelli di pietra le- 
vigata, ed anche allo stabile uso delle stoviglie, che prima poco o 
nulla erano conosciute. E non solo per la qualità del lavoro notasi 
questo grande avanzamento nella coltura: ma bensì anco per il mag- 
gior numero di utensili, che venivano fabbricati, poiché oltre alcuni 
di quelli già in uso presso i cavernicoli antecedenti, rinvengonsi 
ora specialmente i rombi, i semirombi, i nuclei, i percursori, le lame 
di coltelli, le seghe, e di pietra levigata trovansi le accette, i tra- 
pani lisciatoi, le macine e qualche altro manufatto di poca impor- 
tanza o d'uso incerto. Ma quelle che, come già dicemmo, distinguono 
essenzialmente l'età neolitica dall'archeolitica sono le stoviglie: e questo 



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è strano, che mentre nella susseguente età del bronzo, tsst sono 
rozzamente fatte, e di un impasto grossolano, nelle grotte di questo 
ultimo periodo litico, si trovano vasi di una perfetta costruzione, e 
per tal modo ornati, che più non si potrebbe desiderare, come che 
fra mezzo ve ne siano pure alcuni di lavoro imperfetto assai e com- 
posti d'un'argilla nerastra e sabbiosa. Anzi non è, si può dire, ca- 
verna di questo tempo, che non dia esempio di codesto miscuglio, 
onde si può esso ritenere per una delle caratteristiche più spiccate 
dell'epoca neolitica. 

Grotte artificiali e fondi di capanne vennero in luce in varie parti 
dell'Europa occidentale, non che in molte regioni dell'Italia, prima 
però d'esaminare i diversi gruppi di queste ci fermeremo a descri- 
vere, seguendo le traccie del Chierici ' , la loro forma ed il modo 
col quale venivano costruite. 

Le grotte constano di due parti distinte, dell'ingresso cioè e della 
grotta stessa. Questa, completamente sotterranea, ha l'apertura a fior 
del suolo, per la quale s'entra in un piccolo spazio della forma di 
vaso, dal quale per due o tre gradini sventra nel locale principale. 
Esso è fatto a guisa di forno colla volta rotondeggiante, e con istudio 
grande è scavato nel masso, onde appare che l'uomo si dava oramai 
pensiero non solo di ciò che gli potesse giovare, ma benanco della 
forma estema. 

L'apertura chiudevasi per lo più colla sovrapposizione d'una grande 
pietra ; ma ciò non accadeva per quelle grotte, che, invece di essere 
scavate sotto il suolo, sono eseguite nel fianco di una roccia. Queste 
differiscono assai per la forma, poiché non sono costituite di due 
parti l'una all'altra superiore, ma l'ingresso s'apre in una parete al- 
quanto alto dal fondo della grotta, di modo che dava un adito piut- 
tosto difficile, poiché l'entrante dovea introdurre prima le gambe e 
cosi calarsi a ritroso nella cavità, la quale veniva illuminata da un 
foro o più praticati sopra l'ingresso. Da una cavità per un piccolo 
foro passavasi alle volte in un'altra piccola grotta illuminata nella 
stessa guisa della caverna principale, la quale non é dovunque di 
forma circolare, per ciò che alcuna volta assuma forme svariate a 

» Chierici. Gli Iberici in grotte artificiali ecc. (Bull di Paletti, Ital Vili, 1882, p. i). 



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seconda che la rupe si prestava meglio per Tuna forma o per Taltra, 
Ingresso e cavità sono due parti distinte pur anco nei fondi di capanne, 
i quali venivano scavati in luoghi aperti. Il primo avea la forma d'un 
piccolo pozzo dal quale per un foro laterale si penetrava nella capanna. 

Una parte che certo non poteva durare a lungo, e perciò ne' re- 
centi scavi non si rinviene, è il coperto. Ma, per ciò che Vitruvio ' 
lasciò scritto intomo alle capanne dei Frigi, si ricava che deve es- 
sere stato fatto di canne palustri e di paglia legata in modo da for- 
mare un cappello o un tumulo che s'innalzi sopra il suolo. Nell'isola 
della Pianosa oltre le grotte ci sono altre costruzioni di maggior 
mole composte d'un profondo pozzo circondato da pareti, e sopra da 
una gran volta, nella quale s'aprono l'ingresso, e parecchi fori desti- 
nati ad illuminare l'edificio. 

Come le caverne naturali, cosi tutte queste costnizioni dell'ultimo 
periodo dell'età della pietra, venivano in parte adoperate quali abita- 
zioni dell'uomo, in parte come sepolcri, ma non è raro il caso che 
la grotta stessa, o la medesima capanna servisse per Tuno e l'altro 
scopo, di maniera che le ossa dell'uomo si trovino commiste con 
quelle degli animali, che al troglodita servivano di pasto, e sebbene 
sia ormai chiaro, che l'andròpofagia si praticava in quell' età, non 
ostante alcuna volta i dotti, tratti in errore da questa miscela, diedero 
a quella un valore maggiore forse di quello che in realtà le si do- 
veva attribuire. 

Caverne dell'età neolitica s'incontrano frequenti nell'Europa occi- 
dentale in ispecie, come che qualche esempio di cssq non manchi 
nemmeno nell'Europa orientale, dove va nuovamente rammentata la 
grotta di Wierszchow, nella quale lo strato superiore conteneva ap- 
punto manufatti di pietra levigata. I quali però abbondano assai più 
nelle regioni occidentali, anzi nella penisola Iberica stessa, che scar- 
seggia tanto di monumenti dell'età archeolitica, si rinvennero nume- 
rose caverne di quest'ultimo periodo litico. Infatti, è ben nota la ca- 
verna di Palmella nel Portogallo illustrata dal Mortillet % senza che, 

I ViTRiA'. O. c. Lib. I, e. 1. Insuper autem stipites ìnter se religantes, metas effi- 
ciunt, quas arundinibus et stramentis tegentes exagerant super habitationes maximos 
grumos e terra, 

- MoRTiti^ET. Maiér, pour VhisU primiL de rhomme. Paris, 1878. 



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per non parlare della stazione umana di Licéa presso Barcarena ', 
industrie dell'età neolitica uscirono in grande copia dai dolmen, specie 
da quelli che stanno intorno a Bellas *. Nella Spagna, avvegnaché si 
conoscano per gli studi del Lartet le grotte poste accanto a Torre- 
cilla de Caraeros nella vecchia Castilia, per quelli di Santuola le ca- 
verne d'Altamira neirAyutamentq de Camargo, non che la Cueva 
de Dima nella provincia dei Baschi, studiata da lagor, tengono pure 
un posto eminente le caverne scritte, specie la cueva de los Letre- 
ros, quelle di Carchena e la Batanera, illustrate già da Don Manuel 
de Gòngora y Martinez '. 

L'Inghilterra, il Belgio e la Francia, tanto teconde di stazioni del- 
l'età archeolitica, non vanno prive di quelle dell'epoca neolitica, che 
anzi nell'ultimo di questi paesi vennero in luce a Campigny e a Chassey 
de' fondi di capanne, che del resto non si incontrano tanto facilmente 
fuori d'Italia. 

Dove stazioni neolitiche furono trovate in numero considerevole 
nel continente non solo, ma pur anco nelle isole: e sono certo d'im- 
portanza grande le caverne dei Balzi Rossi presso Ventimiglia, illu- 
strate dal Riviere, e quella delle Arene Candide nel Finalese, illu- 
strata dall'Issel, per ciò che si rinvenne colà una sì grande quantità 
d'oggetti, e si scoprirono circostanze tali, che quelle sole sono pres- 
soché sufficienti per darci un quadro completo della vita umana du- 
rante quel periodo. Nel quale, come che l'uomo viva in mezzo a 
pericoli grandi per le lotte che continuamente gli conveniva soste- 
nere con gli animali non solo, ma pur anco contro l'uomo, pure 
colla società che cominciava a formarsi, e coU'arte incipiente s' in- 
trodusse pure il rispetto pei defunti, che si seppellivano in grotte 
speciali, ornati dei monili più preziosi, ed accompagnati dagli oggetti, 
che il trapassato avea prediletto durante la vita. 

In una caverna de'Balzi Rossi si trovarono i cadaveri distesi, col 
capo poggiato sopra alcune pietre quasi in atto di dolce riposo, e 

« Carlos Ribeiro. Noticia de àlgunas estagoes e monumentos prehistoricos, Li- 
sboa, 1878. 

» C. Ribeiro. Noticia ecc. Lisboa, 1880. 

3 Don Manuel de Gòngora y Martinez. Antiqùedades prehistoricos de Andc^- 
lucia, Madrid, 1868. 



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certo furono deposti con tutti i loro ornamenti e colle vesti fatte di 
pelli di animali, per ciò che, esaminata col microscopio la terra, si 
trovarono gli avanzi dei peli insieme colle conchiglie, che formavano 
le collane e i braccialetti. E non è questo singolare, che in tempi 
ne' quali praticavasi Tandropofagia, si avesse qualsiasi ribrezzo de'ca- 
daveri umani, per lo che non fa meraviglia se la caverna stessa servi 
in qualche luogo di abitazione e di sepolcro. Ciò avverasi in ispecial 
modo nella caverna delle Arene Candide in Liguria dove cogli avanzi 
del pasto, e con altri attrezzi, che accennano alla lunga dimora del- 
l'uomo, trovaronsi quattordici tombe col respettivo cadavere, il quale 
anzi che disteso ponevasi seduto, oppure adagiato sul fianco sinistro, 
colle mani sotto la testa, e colle ginocchia piegate di maniera, che 
le tibie s'avvicinavano alla cassa toracica. 

Una incassatura di pietre copriva, come che incompletamente, il 
cadavere, quando questo era di un adulto, se di bambino deponevasi 
senza riparo alcuno. Ed è questo meritevole di nota che alcuni crani 
erano privi d'un pezzo d'osso, levato evidentemente con un trapano, 
e il foro lasciatovi si copriva col pezzo di qualche altro cranio, il che 
facevasi forse per guarire da qualche malattia, o per altre ragioni a 
noi incognite. 

Oramai l'uomo benché sia sempre eminentemente cacciatore, co- 
mincia a darsi alla pastorizia e un poco anche all'agricoltura, se pure 
ciò possano attestare le macine rinvenute in quasi tutte le caverne di 
quest'età. Le quali furono abitate a lungo, tanto che in alcune riscon- 
trasi già qualche traccia del bronzo, onde appare che quegli abita" 
tori erano già venuti a contatto colla gente nuova velluta dal setten- 
trione col nuovo ritrovato di quel metallo. Ciò avverasi per la ca- 
verna detta Tana della Mussina, esplorata dal Chierici \ la quale è 
posta presso le origini del torrente Lodola, fra l'Enza e la Secchia, 
per la caverna del Fame * posta a 1 1 chilometri da Bologna sul tor- 
rente Zena, per quella di Frasassi nel Fabrianese 5, e per altre che 
troppo lungo sarebbe il rammentare. 

Non vanno però trascurate le importanti scoperte fatte da Concezio 

« G. Chierici. Una Caverna del Reggiano. Reggio deirEmilia, 1872. 
» E. Brizio. La Grotta del Farne, Bologna, 1882. 
5 Mem, R. Accad. dei Lincei, VoL V, pag. 20. 



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Rosa ' nella Valle della Vibrata. Egli trovò nel monte Civitella del 
Tronto non meno di quarantacinque caverne, delle quali quelle abi- 
tate erano rivolte a mezzogiorno ; fra tutte però sì distinguono in modo 
speciale la caverna di Salomone e la caverna di Sant'Angelo ora ri- 
dotta ad uso di chiesuola dedicata a S. Michele Arcangelo. 

La prima di queste ha un'apertura di metri 6, la quale s'estende 
in tutta la larghezza della caverna, la profondità è di metri 9 e l'al- 
tezza nel mezzo di metri 7. Benché le stoviglie siano assai rozze fatte a 
mano e quasi sempre crude, pure alcuni oggetti di pietra ci assicu- 
rano che siamo al tempo della pietra pulita, ed un pezzo d'arenaria 
della forqja di un ovoide schiacciato, che secondo il Rosa avrebbe ser- 
vito da macina, ci dà a vedere che gli abitatori di queste caverne co- 
minciavano ad essere agricoltori. 

Di gran lunga più importante e per la grandezza e per gli oggetti 
trovativi è la caverna di Sant'Angelo. Per un ingresso alto metri 2 
e largo 1,20 si passa in un andito della lunghezza di m. 17, il quale 
mette nella caverna principale lunga m. 29,50, larga dagli otto ai tre- 
dici metri, ed alta nel punto più eminente 30 metri. Da questa si 
passa in una seconda caverna detta grotta oscura, nella quale s'aprono 
due aperture, che mettono in due piccole grotte, che contenevano, oltre 
molti ossami di pecora, bue e maiale, gli avanzi di un focolare e delle 
stoviglie, alcune delle quali ornate a grafEti che accennano alla età 
del bronzo. 

Non è meno ricca di tali caverne la Sicilia dove l'età neolitica è 
rappresentata su larga scala, e sono già universalmente note le sue 
grotte per gli studi del Salinas e del Von Andrian \ Quest'ultimo 
distingue quattro gruppi di grotte, cioè il gruppo della Madonia, 
quello delPintcrno dell'isola, l'orientale ed il meridionale. Apparten- 
gono al primo gruppo, la grotta Puleri, la grotta Gerace, e quelle 
assai più importanti di Villafrati (Porcospina, Buffa I, Buffa II), dalle 
quali s'ebbero abbondanti manufatti litici consistenti in dieci coltelli, 
in un'accetta di quarzite e parecchie lance e frecce di ossidiana, ed 
uno scalpello di pietra pulita. Quello però che più merita la nostra 

> CoNCEzio Rosa. O. c 

» F. Von Andrian. Pràhìstorische Studien aus Sicilien, Berlin, 1878. 



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attenzione sono le terre cotte, le quali, come avviene di solito in 
stazioni di quell'età, sono assai varie, e miste, le rosse, grossolane, 
e poco o punto cotte, con quelle fine, inverniciate, fomite di orna- 
menti impressi, consistenti in fascie formanti denti dì lupo, o linee 
parallele punteggiate, oppure tre o quattro linee parallele racchiuse 
fra due linee punteggiate. E mi fermo a notare tutti questi parti- 
colari, poiché si riproducono tali disegni di frequenti nei vasi retici 
della prima età del ferro, e allora i vasi siciliani ci saranno di guida 
per rintracciare Torigine delFomamentazione geometrica di quelli delle 
nostre necropoli. La fauna di questi gruppi di grotte è la seguente: 
Cervus elaphas (gr. Gerace), Cervus sp. (Buffa II), Sus scrpfa ferus 
(Gerace), Sus scrofa (BuflFa II), Capra (Gerace e BuflFa II), Bos taurus 
(ibid), Equus caballus (B. II), Histrix cristata (B. II), Lepus cuci- 
nulus (B, II), Lepus tlmidus (B. II), Canis vulpes (B. II), Canis fa- 
miliaris (B, II), Felis catus ferus (B. II), Erinaceus europaeus (B. II), 
Testudo (B. II, Gerace), 

Degli altri gruppi il principale è quello del sud, nel quale si di- 
stinguono la grotta di S. Elia, quelle di Siracusa, pel grande numero 
di oggetti litici e di vasi bellissimi che diedero alla luce, e per la 
particolarità che da una di queste , cioè dalla grotta meridionale dei 
Molinari, uscirono ossa di elefante ; per altri riguardi è importante assai 
la grotta Lazzaro. La sua fauna si distingue da quella della Buffa II 
solo per la mancanza di qualche specie; è assai più ricca però questa 
grotta per la grande varietà dei vasi che conteneva. 

Ancora qui trovasi il solito miscuglio di terrecotte, pure si distin- 
guono i vasi fini e ben cotti per gli ornamenti, i quali, sul fondo 
rossastro naturale della terracotta, invece d'essere incisi, sono colorati 
di nero, probabilmente con ocra, che qui anche, come nelle caverne 
della Liguria, trovasi in abbondanza. 

Benché non cosi numerose come nella Sicilia, sono non pertanto 
d'importanza somma le grotte della Sardegna ' colà chiamate domos 
de lanas (case di fate), e più a settentrione i pozzi della Pianosa e' 
dell'isola Palmaria *, che tutti si appalesano dell'età neolitica. La quale, 

I P. Mantovani. Grotte sepolcrali delTetà della pietra in Sardegna. {'Bull, di paletn. 
ital II, 1876, p. 197). 
« Regaglia. Sui depositi androp. nella cav, delPis. Palmaria. Firenze, 1876. 



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avvegnaché sia rappresentata abbastanza bene nella G)rsica \ trovasi 
solo sparsa qui e colà, senza che finora alcuna grotta o centro prin- 
cipale d'abitazione siasi manifestato alle ricerche degli investigatori. 
E fu solo nel 1871 che il Locard * trovò per la prima volta nella 
valle della Toga presso Bastia ossa umane associate con molti resti 
di lagomys corsicanus, che poteva colà esistere soltanto durante il 
periodo glaciale. 

Non cosi equabilmente sparsi per tutta T Italia, come che nu- 
merosi, sono i fondi di capanne, de' quali infin qui trovaronsi sei 
centri principali, e tutti sul versante orientale dell'Appennino, dove 
i luoghi per natura più aperti, ed i fiumi anticamente scorrenti in 
modo da formare diverse ramificazioni, davano agio a costruzioni 
di tale sorta. Finché l'uomo visse nelle caverne un masso di pietra 
od alcuni rami d'alberi, che chiudevano l'apertura della grotta, erano 
sufficienti per guarantirlo dagli assalti delle fiere, ma costretto a vi- 
vere in posti poco montuosi e poco adatti alla costruzione delle grotte, 
dovette trovare un riparo nelle acque, che tomo tomo giravano alle 
abitazioni, rendendo per tal maniera difficile l'accesso tanto agli ani- 
mali, come pure ai nemici. 

H gruppo più settentrionale di tali costruzioni fu trovato nell'anno 
187 1 nella provincia di Brescia ^ e precisamente in un campo detto 
Castellaccio, situato sulla destra sponda del Me Ila, circa un chilometro 
prima che metta foce nell'Oglio, Le buche sono larghe da m. 1,20 
a 3, lunghe dai 2 agli 8,50 e profonde da m. 0,24 a m. 0,30, ed 
erano piene di depositi di terra nerastra e untuosa, sotto la quale si 
rinvennero molti frantumi di stoviglie ed industrie litiche, fra le 
quali si notano trenta piccoli coltelli, e molti rifiuti di lavorazione. 
Benché manchino afiatto le pietre levigate, appartiene senza dubbio 
questa stazione all'età neolitica come ci accertano le stoviglie, le quali, 
come nelle grotte, offrono una strana miscela di cocci grossolani im- 
pastati con pietmzze di quarzo triturate, ed altri di fina argilla di 

« Mattei. Ètud. sur le prem. hahit, de ìa Corse. Paris, 1877. — Pigorini. No- 
tiiie paktn. della Corsica. (B. P. L III). 

* Locard. Note sur les hréch osseus. des envir. de Bastia. Lyon, 1873. 

3 Pigorini. Fondi di capanne deltetà della pietra nella prov. di Brescia. (B. P. I. 
187$, p. 172). 



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S2 

un colore nerastro, sulla quale nessun'ornamento era inciso o colo- 
rato, se si eccettui uno, sul quale erano tirate poche linee paralelle. 

I vasi, fomiti di esili anse arcuate, pare che abbiano avuto la forma 
di tronco di cono rovesciato, dove le labbra non sorpassavano lo 
spessore delle pareti. Le punte di lancia e le freccie mancano tanto 
qui come nei fondi di capanne del Reggiano. I quali più assai di 
quelli di Brescia sono conosciuti per le dotte investigazioni del Chie- 
rici ', che li descrisse minutamente. 

Questi furono trovati in cinque posti distinti, cioè a Campeggine, 
a Calemo, ad Albinea, a Rivaltella e a Castelnuovo di sotto, anzi 
nel primo di questi, e precisamente in una locaUtà chiamata la Razza, 
a due chilometri dalla via Emilia, sono tanto numerosi da far sup- 
porre al sovraccennato paletnologo, che sia qui stato anticamente un 
grande villaggio, il quale forse era in comunicazione colle altre sta- 
zioni. Ed alcune fonti che ancora rimangono ed il piccolo lago di 
Campeggine danno a divedere che anticamente alcuni rami dell'Enza 
s'insinuavano serpeggianti fra le collinette sulle quali erano costruiti 
i fondi di capanne. In essi si riscontrarono i seguenti strati: I. Hu- 
mus: centim. 40; II. Argilla gialla ombrata, compatta centim. 50; 
in. Sabbia argillosa, verdognola con calcinelli; IV. Sabbia argillosa 
bianca, macchiata, umida centim. 30; V. Sabbia magra bagnata e 
sciolta cent. 30; VI. Alla profondità di m. 1,80 della ghiaia minuta. Lo 
stesso ordine pare sia stato anche- nelle altre località, specialmente a 
Calemo, dove sotto la terra coltivata, depositata lì probabilmente, in 
tempi posteriori a quelli ne' quali i fondi di capanne furono fatti, « si 
distinguono due parti: una inferiore, perfettamente nera e disegnata 
a sezione di cono rovesciato, sorge dal fondo del canale, dove un 
po' d'acqua formava il livello, intorno a 20 centimetri: l'altra piut- 
tosto ombrata che nera, mischiata a terreno giallo e di limiti irre- 
golari e sfumati, sale fino a 80 centimetri, dove una linea continuata 
orizzontale distingue due terreni egualmente argillosi, ma di colore 
diverso: giallo rossigno il più basso, l'altro giallo pallido, e dello 



> G. Chierici. Le antichità preromane ecc. — Annuario scienti f, X, p. 209, Xf, 
p. 164. — L* Italia centr. 1874, n. 149-50. — Buìlet. di paletn. ital I, p. loi, IH, 
p. I. — De Mortillet. Le terrem, du ReggiannaiSy p. 6. 



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Sì 
spessore di mezzo millimetro, sul quale compie i due metri dell'al- 
tezza del piano di campagna la terra smossa dalla coltivazione s> ^ 

Le numerose industrie litiche uscite da queste località consistono 
in nuclei, percussori, accette, lame da coltelli, trincetti, trapani, rombi 
e varie altre di minore importanza. Fra le stoviglie si distinguono 
alcune per finezza, coMabbri assottigliati come quelli di Castellacelo; 
e le anse « tutte verticali e attaccate al corpo non all'orlo del vaso, 
hanno nel sommo un tabercolo t. Gli ornamenti sono semplici a 
denti di lupo o a linee parallele, una ciottola è notevole perchè 
« d'argilla cruda nera, e quasi untuosa, ricorda il buchero della To- 
scana », ed è ornata di si eleganti ramificazioni che sembravano al 
Chierici figurare « il calice aperto del fiore sbocciato ». 

Simili alle stazioni antecedentemente descritte sono quelle di For- 
migine e di Cà del Diavolo, non che quelle di Castellacelo e Ro- 
teglia nelllmolese, alle quali è sovrapposta una terramara, per nu- 
mero però sono tutte superate dai fondi di capanne della valle della 
Vibrata. Concezio Rosa* fino dall'anno 1872 avea scoperto duecento 
e tre fondi di capanne di forma per lo più ovale, dell'apertura dei 
quali variava il diametro fra 2 e 4 metri. Ad essi erano aderenti 
delle oSìcine dell'età neolitica, ira le quali diedero gran numero di 
oggetti quella della Scendella nel comune di S. Omero^ sulla destra 
del fiume Vibrata, e quella di Casone, che è discosta 200 metri 
circa dalla sponda dello stesso fiume; né vanno dimenticate quelle 
di Ripoli, Ferrari e di Mindoli. I tondi di capanne della Vibrata non 
sono certo tutti contemporaneamente costruiti, poiché mentre i più 
appartengono esclusivamente all'età neolitica, qualcuno va a congiun- 
gersi coU'età del bronzo, ed oltre tutti gli altri oggetti caratteristici 
dei fondi di capanne si rinvennero « frammenti di anse a coma, 
molto somiglianti ad alcune estratte dalle terremare dell'Emilia ». 
Anzi assai a lungo devono essere durati i fondi di capanne nella 
valle della Vibrata, dove esistevano ancora quando pei popoli più 
civili era stato introdotto non solo il bronzo, ma pur anco il ferro. 

» Chierici. *B. P, I. È bene notare una volta per sempre, che le parole comprese 
fra due virgolette s'intendono riportate dairultima opera citata. 

* C. Rosa. Nuove scoperte preistor. fatte nella valle della Vibrata e comunicate alla 
Soc. itah di Androp. e di etnolog, 1872. — Cenno dei recenti scavi ecc, 1872. 



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Infatti il Rosa afferma di avere trovate « di quelle riferibili alla prima 

epoca del ferro nelle contrade Delfico, Rovigliano e Mindolì ». 

I fondi di capanne più meridionali dell'Italia sono finora quelli 
esplorati dal Nicolucci ' nella Capitanata, e quantunque corra tanta 
distanza fra l'uno e l'altro centro di queste costruzioni, è pure cosi 
uniforme, salvo piccole varietà, lo sviluppo che presentano sia per 
quello che concerne le armi, come pure le stoviglie, che probabil- 
mente anche nel modo di seppellire i trapassati avranno seguito lo 
stesso sistema. 

Soltanto a Campeggine nel Reggiano ebbe il Chierici * la fortuna 
di scoprire il rito funebre di quella gente, che con fatica grande, a 
cagione della mancanza d'istrumenti metallici, si scavava una buca 
nel suolo della capanna, in modo da arrivare fino alla profondità di 
cinque metri circa dall'apertura dell'abitazione, e li deposti in vasi 
coperti da una ciottola i resti del morto, si riempiva il vano ese- 
guito in maniera che, fatta la sezione verticale, appare sopra la ca- 
panna, e sotto il deposito mortuario. 

La fauna delle capanne non differisce molto da quelle che abbiamo 
osservato nelle grotte della Sicilia. Infatti ecco gli animali de' quali 
si trovarono i resti nei fondi di capanne del Reggiano: Cervus ela- 
phas L. Hircus aegagrius, Ovis aries, Bos primigenius (Rut) Bos bra- 
chyceros (Rùtimeyer), Sus scrofa antiquus (Canestrini), Sus scrofa 
ferus, L. Castor fiber Linné, un uccello, l'unio (conchiglie d'acqua 
dolce) e una meleagrina margaritifera (conchiglie marine). 

Lo Strobel , studiò attentamente questa fauna 5 e ne dedusse in 
quali condizioni telluriche, e con quali costumi vivesse l'uomo di 
questa età. Il quale professava la pastorizia e fors'anco l'agricoltura, 
ma quello di cui massimamente viveva era senza dubbio la caccia. 
Gli animali uccisi venivano infilati in un palo e si giravano al fuoco, 
finché raggiungevano una certa cottura; mangiate le carni, si spez- 
zavano le ossa e se ne estraeva il midollo, del quale erano ghiotti 



« Nicolucci. Ricerche preistoriche dei dintorni del lago di Lesina. Napoli, 1878. 
* G. Chierici. Capanne sepolcrali deWetà della pietra, (*B, P. /. V. 1879, pag. 97). 
3 Strobel. ^van^i animali dei fondi di capanne nel Reggiano, (fi, P, L III, p. 45 
e p. 65). 



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ancora gli abitatori delle capanne, e in parte se ne servivano per 
preparare le pelli degli animali. 

Egli è certo che sarebbe impossibile cosa l'indovinare quale era 
in tutti i suoi panicolari la vita di questi lontani abitatori dell'Italia, 
se in ciò non ci fosse di grande aiuto l'etnologia. E come l'uomo 
adulto non potrebbe in verun modo divinare come sia arrivato a muo- 
vere i primi passi e ad articolare il dolce nome dei genitori, se non 
avesse avanti gli occhi l'esempio parlante d'altri bambini, cosi per noi 
la civiltà incipiente e bambina affatto d'alcuni abitatori dell'Oceania, 
e d'altri pochi paesi del mondo è chiaro specchio di quello che ope- 
rarono i primi abitatori dell'Europa. La mente umana è cosi fatta, 
che date certe circostanze, per quella tale facoltà psichica, che Gio- 
vanni Battista Vico denominò scienza divina, non può a meno di arri- 
vare a uno stabilito risultato; e sebbene le condizioni climatiche non 
abbiano permesso all'uomo dell'età litica in Europa d'usare il costume 
quasi adamitico dei popoli della Polinesia e della Papuana, era non 
pertanto identico il modo col quale le armi venivano fabbricate e 
quindi immanicate. Cacciatore per eccellenza è l'odierno selvaggio, 
il quale con una maestria e fermezza straordinaria colpisce col svio 
bumerang un uccello a distanza grandissima, dedito in ispecial modo 
alla caccia era pure l'antico abitatore delle caverne e delle capanne, 
e come questo s'. abbandonava alcuna volta all' andropofagia , cosi 
qualche tribù barbarica, considera la carne umana come il pasto più 
eccellente che gli si possa ammanire. Non per tanto il selvaggio ar- 
rivato a qualche civiltà ha un culto speciale pei defunti e nella tu- 
mulazione osserva dc'riti speciali e delle funebri cerimonie. Avanzi 
del banchetto funebre sono chiaramente visibili nei pozzi sepolcrali 
di San Paolo d'Enza ; e quelle caverne, dove il cadavere sta nel mezzo 
circondato ad ima qualche distanza da confusi resti d'ahri cadaveri, 
che sono probabilmente quelli degli inimici uccisi in onore del de- 
funto, ci fanno ricordare il costume dei tempi eroici, ner quali in- 
sieme col morto duce si abbruciava un certo numero di nemici. 

Infatti Achille ', per placare l'animo dell'amico, sgozzò dodici giovani 
troiani, i quali furono abbruciati sulla pira stessa di Patroclo intorno 

« Omero. Iliad, Uh. XXIII. 



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56 

intorno, ma ad una certa distanza, perchè a quel contatto non si 
conturbasse nell'orco l'animo dell'eroe. 

Per il naturale evoluzionismo umano certi speciali costumi de'ca- 
vernicoli e degli abitatori dei fondi di capanne condurrebbero diflS- 
cilmente a qualche risuhato circa rorigine di questo popolo. Ma, fatto 
l'esame degli scheletri, si dovette giungere dagli andropologi al risultato, 
che gli abitatori d'Italia dell'età neolitica non sono punto diversi dai ca- 
vernicoli dell'età neolitica degli altri paesi d'Europa, ed il Pigorini ' dopo 
avere osservato che la tecnica delle stoviglie ed il modo di riporre i 
defunti delle grotte di quell'ultimo periodo litico corrispondeva a quello 
dei monumenti megalitici, propose ultimamente il problema se sia 
probabile che si tratti di ramificazioni del popolo stesso. Il quale 
era senza dubbio di razza brachicefala per quanto risulta dallo studio 
de'crani degli abitatori delle caverne. « L'occipite in questi crani, dice 
il Nicolucci *, è poco o nulla proeminente ed è privo di tubercolo o 
protuberanza, onde il profilo della calvaria è cosi disposto, che la linea, 
che lo segna, innalzatavi gradatamente dalla fronte della sezione posta 
fra le protuberanze parietali, declina quivi rapidamente per discendere, 
quasi in linea retta, sull'osso occipitale. La base del cranio è larga, 
soprattutto fra i meati uditori, e la faccia lo è egualmente in corri- 
spondenza della larghezza della calvaria ». Onde risulta che i primi 
abitatori d'Italia corrisponderebbero pel loro tipo, ai Liguri odierni. 
Infatti i Liguri ed i Siculi ^, rami della famiglia Iberica, per la testi- 
monianza concorde degli antichi scrittori furono i primi abitatori del- 
l'Italia 4. E sebbene in tempi storici troviamo i Liguri ristretti in un 
angusto angolo occidentale della penisola, ed i Siculi nell'isola della 
Sicilia, c'è un abbondante numero di testimonianze per farci ricordare, 
che aveano già occupata tutta l'Italia, dove lasciarono le tracce della 
loro esistenza; anzi pare che il primo nucleo di Roma sia stato for- 
mato dai Siculi, i quali furono cacciati dai Liguri e questi alla loro 



« Pigorini. Buìl di paletti. itaL 1883. 

* Nicolucci. La stirpe Ligure in Italia ni tempi anticìn e ne* moderni. Napoli, 1864. 

3 FiLisTO Siracusano in Dionisio d*^licarnasso. I, 32 e Silio Italico, XIV, 37 
e seg., chiamano i Siculi fratelli dei Liguri. 

4 Anche Eliano, Var, hist. Lib. IX, io, e Licofrone, Cassandra^ v. 1357, dicono 
che Mar, primo uomo italiano, era Ligure. 



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57 
volta dai Sacrani ', e gli storici più accreditati ritengono appunto 
che la chiara tribù dei Luceres non fosse che una propagine di Li- 
guri antichi. Del resto si citano anche molti nomi di luoghi sparsi 
per tutta l'Italia, come quelli che avrebbero un'origine ligure % e fa- 
rebbero chiara testimonianza della vasta area già occupata da quella 
gente. La quale conservò per lungo andare l'uso di abitare in caverne, 
come osserva Poseidònio in Diodoro Siculo ^, e perchè sua precipua 
occupazione era la caccia, acquistò una forza e un ardire tale, che 
senza tema alcuna sopra piccole scafe non si peritavano di lanciarsi in 
alto mare per provvedere alle loro bisogna. 

L'origine di questo popolo, ancora che i dotti abbiano fatto delle 
diligenti ricerche, non è ben conosciuta. Il Nicolucci pel confronto 
dei crani venne alla importante conclusione, che i. Liguri erano di 
ra2Qca turaniana, in stretta parentela col ceppo finnico, e quindi non 
molto dissimili dai Turchi e Maggiari d'oggidì, mentre non ci sarebbe 
relazione alcuna cogli abitatori delle isole Canarie e della Libia. Poiché 
dall'Atlantide o dalla Libia facevansi venire da alcuni dotti i primi 
abitatori della nostra penisola ; e per vero parecchi fatti verrebbero in 
sostegno dell'origine libica dei Liguri. Poiché oltre che esistere qualche 
relazione fra i nomi Libi, Lebui, Levi Liguri, A^y^s; in parentela pon- 
gonsi i due popoli dai miti. Infatti Fetonte, il quale era nato sulle 
sponde del Nilo, era parente ed amico di Cicno re dei Liguri \ il 
quale pianse a si amare lacrime la morte del figlio del Sole, che gli 
Dei, mossi a pietà, lo cambiarono in un cigno. Che se il viaggio di 
Ercole dall'Africa in Ispagna, e dalle Gallie in Italia indica l'emigra- 

» Valerio Flacco in Pesto, s. v. Sacrani p; 320. Ed. Mùller. — Serv. ad nAe- 
luid, XI. 317. UH (Siculi) à Liguribus pulsi sunt, Ligures a Sacranis , Sacrani ab 
Aboriginibus. 

* Ilva (Elba) — Ilvates villaggio ligure. — Cimelle presso Nizza e Mons Cimi- 
nius e Cemenelum — Sabata laguna sulla costa ligure e lacus Sabatinus oggi detto 
lago Bracciano neirEtruria — In Liguria erano gli Albici, Alba Augusta, Albium 
Intemelium, Albium Ingaunum, Alba docilia, Alba Pompeia, presso il Tanaro, che 
fanno ricordare Tantica Alba longa. Cf. Helbig. Die Itaìiker in der Poebene. Leip- 
zig, 1879. 5 ni. Ligurer und Kelten. 

3 DioDOR. SicuL. "Bibl. Uh. IV, 20; V, 39. 

4 Verg. tAeneid. X, Non ego te Ligurum dux fortissime bello — Transierim 
Cycne.... — Ovid. tetani, II, 367.... Proles Steneleia Cycnus — Nam Ligurum 
populus et magnas rcxerat u.bes. — Hygini. Pah, 154. — Pausakias, «-/^^Z. e. 30. 



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58 

zione di qualche popolo verso questi paesi, anche per questo rapporto 
dovrebbesi riscontrare l'origine africana dei primi abitatori dell'Europa. 
Anzi i Leponzi, tribù probabilmente Ligure, condotti da quell'eroe, 
si fermarono ai piedi delle Alpi come dianzi vedemmo. Con tutto 
ciò questo supposto dovrebbe cadere davanti alla importante osserva- 
zione, che ì crani dei Libi non hanno somiglianza alcuna con quelli 
dei Liguri, se non fosse manchevole il confronto, perciocché né i 
Libi presenti, né quelli di età abbastanza remote sono gli indigeni di 
quel paese dove per alcuni monumenti trovati si chiari essere stata 
da prima una gente turannica parlante quindi una lingua aglutinante. 
Il passaggio dall'Africa all'Europa non si sarebbe forse potuto effet- 
tuare, quantunque, non corra grande distanza dalla spiaggia africana 
alla spagnuola, da gente primitiva e quindi ignara della navigazione, 
ma come é assai probabile che in epoca remota il nostro continente 
sia stato unico all'Africa, cosi non é impossibile che gente libica abbia 
percorsa quella strada per portarsi in Europa. 

La conchiglia di meleagrina margaritifera trovata in un fondo di 
capanna di Campeggine accennerebbe a gente venuta o dalle rive del 
Mar Rosso o dall'oceano Indiano dove quella conchiglia si trova; ma 
inclmo a credere collo Strobel, che sia stata portata in Italia dal po- 
polo delle palafitte e da quello in qualche modo sia passato agli abi- 
tatori del fondo di capanne. 

Ma quando bene non avesse sussistenza alcuna l'ipotesi che fa ve- 
nire dall'Africa i Liguri, questo é certo, che il centro principale di 
questi popoli é all'occidente, e in ciò vanno i dotti d'accordo, nello 
asserire che i Liguri e i Siculi siano due rami della famiglia Iberica '. 
Quale fosse la lingua di questi primi abitatori d'Italia non si potrebbe 
che indovinare, pure se ella era d'un popolo luraniano, deve essere 
stata una lingua aglutinante. Anzi non pochi supposero che il miste- 
rioso parlare de'Baschi sia l'avanzo di questa lingua primitiva. Difatti 
la sua struttura é talmente strana che colpi non solo i dotti dei tempi 



I Ciò sarebbe confermato dal tipo stesso dei Liguri, quale ci è dato dalle meda- 
glie. Secondo il Nicolucd sarebbe il seguente : « mediocre statura, di adusta e va- 
lida complessione. Capelli neri lunghi o tagliati, pelo ricciuto, colore bruno delle 
carni, viso più quadrato che tondo, arcate sopracigliari proeminenti ». 



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59 
nostri, ma anche per l'addietro era considerata di un'antichità si re- 
mota, che il concilio di Salamanca lanciò la scomunica contro coloro, 
che non credessero, che il basco era la lingua parlata nel paradiso 
terrestre. 



in. 



1 Liguri, come in tutto il resto d'Italia, s'estesero quindi anche 
nella pianura padana e nel paese dei Reti. Infatti, secondo la testi- 
monianza di Metrodoro Scepsio in Plinio ', i Liguri chiamarono Bo- 
denco quel fiume che poi i Celti nomarono Po; e come voglionsi 
riferire alla stessa radice Bondeno nei dintorni di Ferrara, di Man- 
tova, di Brescello e di Comacchio, cosi accennerebbero alla loro 
ligure origine i nomi seguenti del paese retico: Bodengo presso Chia- 
venna, Bonden, casale del comune di Revò nell'Anaunia, Bondo, vil- 
laggio del distretto di Tione, Bondone, villaggio del distretto di Con- 
dino, Bondone, monte, che si eleva presso Trento, Bondiana, paese 
del distretto di Male, e Bondino, monte ergentesi fra Nago e Torbole. 

Le molte Albe dei Liguri fanno rammentare Alba, villaggio posto 
in fondo alla valle di Fassa sulla sinistra dell'Avìsio, Albano, antica 
rovina d'un castello situato sopra il villaggio di Mori, Albaredo paese 
del comune di Vallarsa, Albiano presso l'Avisio, Albola (Albola di 
mezzo e Albola di sotto) villaggio che non molto dista da Riva. Che 
se sono veramente radici liguri, asta, var, tar, car, come fu propu- 
gnato da alcuno ', potrebbonsi addurre quale prova dell'esistenza di 
questo popolo nel Trentino i nomi seguenti: Aste, Astico, Cima 
d'Asta, Carano, Caren, Cares, Caresallo, Cariselo, Carnalez, Carobi, 
Carpaneda, Carzano, Varano, Varena, Varignano, Varolo, Varrone, 
nome d'un torrente e di due piccoli villaggi. 

Del resto anche gli antichi scrittori ci lasciarono qualche testi* 

> Plin. Ili, 20. Ligunim lingua amnem (Padum) Bodinco vocari, quod ^ignifìcat 
fundo carentem. 

2 E. Celesia. Deir antichissimo idioma dei Liguri. Genova, 1863. 



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6o 

monianza dell'esistenza del Liguri nella regione alpina, dove, oltre 
che abitare gli Stoeni, chiamati Liguri dai fasti capitoUni e da Ste- 
fano Bizantino, erano anche i Levi Liguri ' nel posto dove sorsero 
Verona e Brescia, la quale forse fu perciò chiamata da Catullo Cycnea 
specula, onde non mi parrebbe strano, che là dove chiama Brescia 
cara madre della sua Verona, non intendesse già dire che i Galli 
furono i fondatori dell'una e dell'altra città, come molti hanno opi- 
nato, ma invece ne attribuisse l'origine al popolo ligure. 

Senza che è ancora oggi diffuso in vari paesi alpini il tipo bra- 
chicefalo proprio dei Liguri, ed il Baer * potè raccogliere molti 
crani di simil genere nei dintorni dì Coirà. Non ostante a tutte 
queste testimonianze non si potrebbe prestare che una fede molto 
limitata, quando non venissero in loro appoggio anche i monumenti. 

Avvegnaché non siano molto numerose in Italia le stazioni del- 
l'età archeolitica, pure nella estrema parte meridionale del paese dei 
Reti si danno tracce abbastanza sicure della esistenza di quella età. 
Non è però che tutte quelle stazioni, che a tutta prima si volevano 
fare ascendere a qiiella, debbansi realmente ritenere per anteriori al- 
l'epoca neolitica, per ciò che la grotta alla Fontana degli Amma- 
lati, e la grotta del tufo, che sembrano tenere molto di antichità, non 
si possano protrarre più in là dell'epoca degli animali viventi; anzi 
la grotta stessa del Buco dell'Orso, nella provincia di Como, e la 
grotta di Velo nel Veronese, che volevansi abitate già al tempo del- 
l'orso speleo, del quale si rinvennero le ossa in quelle caverne donde 
prese appunto il nome una di esse; ora è certo che non furono abi- 
tate l'una innanzi al primo apparire dei metalli, con ciò sia che le 
intaccature fatte in quelle ossa non si potevano ottenere altrimenti 
che col metallo ^ , e nella età neolitica l'altra ^ ; poiché tali sono le 
industrie litiche ivi trovate, dove le ossa erano in uno strato più 
profondo e solo sconvolto in tempi posteriori. 



I Liv. Ab. urh, cond. V, 35; XXXII f, 37. 

» Baer. Ueber den Schàdeìhau der Retischen Rottianen (Bull de TAcad, de S. Pé- 
tersburg, 1859^. 

3 Strobel. Bull di paktn. it. IV, 1878. 

4 G. Omboni. Su^H oggetti preist. provenienti da una delle caverne di Velo nel Ve- 
ronese (Att. del R. Ist Ven, di se, lett. e arti. Serie V, voi. I). 



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6r 

Non pertanto sono di una remota antichità, non anteriore certo 
al periodo solutréen, le quattro stazioni di Cà de Per, Cengio Cam- 
postrin, Covalo Campana e Fontanelle tutte poste nel comune di 
S. Anna d'Alfaedo in quel di Verona, delle quali annunziò la sco- 
perta al congresso geografico di Venezia Stefano de' Stefano * . E fu 
scoperta importante davvero; non solo perchè dallo studio delle selci 
colà trovate si deduce che quelle stazioni furono abitate per lungo 
tempo, nel quale si modificarono considerevolmente le industrie umane; 
ma ben anco perchè vennero in luce delle selci di forme tanto strane, 
che tali non ritrovaronsi finora in alcun'altra antica stazione europea. 
Per ciò che alcune sono foggiate a croci, altre a stelle, i raggi delle 
quali sono talvolta cosi disposti da far sospettare che abbiasi voluto 
eseguire una figura umana, altri invece figurano degli arponcini e 
piccole fiocine, e altre forme svariate, che troppo lungo qui sarebbe 
il rammentar tutte, tanto più che tutte queste cose saranno illustrate 
fra breve da chi ha la scenza e il diritto di rendere queste scoperte 
di pubblica ragione. 

Ma se queste stazioni si abitarono in tempi antichi, si abbando- 
narono però assai tardo, come ci attestano i cocci di rozzo impasto 
ivi scavati, e le ossa miste a carboni, fra le quali si distinsero quelle 
del piccolo bue delle torbiere, del cignale, del cervo e quelle di pic- 
coli ruminanti. 

Lo stesso devesi pur dire della stazione di Rivole, posta 24 chi- 
lometri a settentrione di Verona, poiché mentre per la forma di al- 
cune selci colà scoperte, non si ascriverebbe che alla età neolitica, 
per quella di altre molte, e per la foggia delle abitazioni non do- 
vrebbesi ritenere meno antica del periodo solutréen o magdalènien. 
Infatti sotto alle stazioni litiche dei Campetti e dello Spiazzo « nel 
lato orientale della Rocca, al di sopra delle rupi, che* come altissima 
muraglia a piombo, si ergono dalle onde impetuose della destra 
dell'Adige, vedesi un piccolo scaglione della larghezza di soli do- 
dici metri. Di fronte a questo un ciglione di rocce, diretto da nord 
a sud, sporge in modo dall'ossatura della Rocca, da formare dei 
ripiani sotto roccia, donde si può prospettare la valle dell'Adige 

} S. de' Stefani. AtL del R, Ut. Veneto ecc., 1881. 



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62 

ed il forte Chiusa, ripari conosciuti col nome di Covoli della 
Rocca '. » 

La Rocca di Rivole è nel distretto di Caprino veronese e le an- 
tichità si scoprirono ivi in tre speciali località, cioè al Regnano, ai 
Campetti ed allo Spiazzo della Rocca. La prima di queste è posta ad 
oriente presso la base della Rocca, e vi sono dei ciglioni artificiali 
con incavi nella roccia della lunghezza di 30 metri circa, e della lar- 
ghezza dai 2 agli 8 metri. In un punto furono dal Pellegrini avvertiti 
i seguenti strati: 

!• Frammenti rocciosi calcarei con ciottoli di granito. Strato 
dello spessore vario da m. i, 50 a 30 centimetri. 

2** Terreno siliceo calcareo di colore nerastro untuoso al tatto. 
Contiene materie organiche animali e prodotti deirindustria umana, 
come punte di lancia, giavelotti, coltellini, un ascia levigata, rifiuti 
di selce e pezzi di stoviglie. Spessore da m. i a 70 centimetri. 

y Limo di colore rossigno cinereo. 
Nello strato archeologico di questa località predomina il tipo ovale 
dei giavelotti, ed i coltelli sono di forma grossolana. 

I Campetti sono in « un piccolo contrafforte, formatosi nell'atto del 
sollevamento della Rocca, verso il suo terzo superiore volto ad est. » 
Oggetti litici e aVànzi animali si trovarono nel terreno rimescolato 
dalla coltivazione, ma nel luogo detto moraria si rinvennero i se- 
guenti strati ancora intatti: 

!• Frana di vario spessore. 

2^ Terreno siliceo annerito da sostanze organiche carbonizzate, 
misto con ciottoli e frammenti calcarei. Ci sono armi e nuclei di 
selce abbastanza frequenti; vi predominano le forme ovolari e trian- 
golari ad alette laterali dove le fecce sono fatte con molti e minuti 
ritocchi. Questo strato contiene ancora cocci grossolani con semplici 
ornamenti a zig-zag, ed ha lo spessore vario da i metro a 75 
centimetri, 

3® Letto di ghiaia. 

« G. Pellegrini. Officina preistorica a Rivole Veronese, Verona, 1875. — CC anche 
'Bull, di Paletn. ital. À. 1, 1875, p. 142. — Pellegrini. Paktn. veronese nel giornale 
di Verona V^idige, 1874, n. 271, e U Accademia di agricoltura, xArti e Commercio 
di Verona^ A. 1874, n. 12. 



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63 
La stessa successione di strati trovasi pure allo Spiazzo, distinguesi 
non ostante lo strato mediano per ciò che, oltre che contenere i so- 
liti cocci, nuclei, ad utensili litici, presenta alcune lame e punte di 
una lavorazione speciale e d'una grandezza maggiore di quelle sco- 
perte nelle altre località. Ma quello che più importa è uno scheletro 
umano scavato alla profondità di 65 centimetri. Esso era accoccolato 
e presentava tutti i caratteri di un'alta antichità, onde non si può 
sospettare che trattisi d*un seppellimento fatto in tempi posteriori agli 
altri avanzi archeologici. Per la piccola sua dimensione e la finezza delle 
ossa si arguisce, che il popolo che abitò già la Rocca di Rivole, era 
d'una statura men che mediana, e per tutte le circostanze che cir- 
condano quello scheletro e molti altri che più tardo colà si scava- 
rono ', si può facilmente indovinare quale fosse il suo modo di vivere. 
Abitatore di quelli incavi di rupi sostentava la vita commerciando 
le selci che lavorava dopo averle estratte dalle roccie circonvicine; 
l'agricoltura e la pastorizia erano probabilmente a lui ignote, se le 
ossa di animali ivi trovate potessero essere ferma prova di ciò. In- 
fatti avvegnaché ossa del bue, del cervo, del capriolo, del camoscio 
del montone e del cignale si trovassero e in istato rozzo e lavorate 
in quelle stazioni, pure nessuno di questi animali pare che fosse allo 
Slato domestico, onde resulta che la caccia era ancora sempre la prin- 
cipale occupazione di quella gente. Che se fosse vera l'esistenza delle 
ossa del renne, che il Pellegrini dubbiosamente crede essere state 
ivi raccolte, ed io ritengo il fatto pressoché per impossibile, avreb- 
bero queste stazioni una importanza assai maggiore di quello che 
a tutta prima loro non si attribuirebbe, poiché sarebbe quivi l'unico 
posto in Italia donde vennero in luce le ossa di quell'animale. Ma 
quando bene il renne ivi in realtà non fosse, per le forme speciali 
di certi utensili, conviene protrarre l'età di questi depositi, come già 
dicemmo, fino agli ultimi periodi dell'epoca quaternaria, come che 
contengano delle patenti tracce che quei luoghi furono abitati anche 
nell'età neolitica, alla quale appartengono pure le stazioni litiche di 
Chieve di Negrar, quelle di Bovolone e tutte le altre fin qui scoperte 
nel paese dei Reti. 

» G. P. Martin ATI. Sloria della paletn. veronese. Verona, 1076. 



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64 

La grotta alla Fontana degli Ammalati trovasi in Val Canna non 
lungi da Varese, ed è situata sulle pendici di un monte, ai piedi del 
quale « scorre un'acqua perenne » '. La sua apertura, di un metro 
circa d'estensione, è rivolta verso settentrione e « per discendere nel- 
l'interno sul battuto, dall'ingresso si deve fare un salto di circa metri 
1,50. » La grotta « è bene illuminata fino a 5, o 6 m. dalla bocca, 
poi si volge a destra per altri 4 m. circa, con curva marcata, restrin- 
gendosi fino a terminare ad angolo acuto. A cagione della curva la 
luce del giorno non giunge al fondo. A qualche metro dall'ingresso, 
a mano sinistra, uno stretto canale, pel quale occorre strisciare più 
che carponi, perfettamente sdraiati, scende in altra camera di poca 
ampiezza, completamente oscura ed umida tutta decorata da stalatiti 
e stalagmiti. » 

A tre metri circa dall'ingresso in una rientranza della parete fu tro- 
vato il focolare, e praticato colà uno scavo si trovarono i seguenti 
strati : 

tf) 35 cent, sotto l'attuale suolo si rinvennero dei carboni, l'o- 
mero destro ed altre ossa d'un carnivoro (lupo ?) porzione di zanna 
ed ossa di sus (cinghiale?). 

i) 50 cent, di terreno senza alcun avanzo antico. 
e) Abbondantissimi carboni untuosi al tatto come stratificati. Ossa 
di sus (specie domestica ?) di bue (?) un esemplare di cardium edule: 
tre punteruoli di osso, due colla cruna « sono fatti colla fibula di qual- 
che grossa specie di uccello » uno nel posto ove dovrebbe essere 
la cruna ha delle intaccature e « mostra sul lato estemo delle strie 
oblique, come raschiature. » 

La mancanza di stoviglie e d'industrie litiche in questa caverna rende 
difficile la soluzione, in quale età essa possa essere stata scelta dal- 
l'uomo come abitazione, né gli avanzi del cardium edule ci possono es- 
sere di grande aiuto in questa ricerca, poiché mentre per una parte 
farebbe risalire all'età quaternaria l'abitatore della caverma, dall'altra, 
come fa bene osservare lo Strobel, anche i terremaricoli si servivano 
di quella conchiglia quale ornamento. 



» Castelfranco. Grotta alla Fontana degli Ammalati (Bull di Paletn, ital. III. 

1877, pag. in)- 



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6J 
Di minore importanza e non molto ben conosciute sono la grotta 
del Tufo in Valganna, l'antro delle Gallerie presso Induno nel Vare- 
sino, ed il Buco dell'orso, già prima rammentato; egli è però certo 
che queste stazioni non furono abitate che in tempi relativamente re- 
centi, per ciò che l'ultima di queste non sia anteriore all'epoca del 
bronzo, né più in là si potrebbe protrarre l'abitatore dell'antro delle 
Gallerie, dove fu trovata un'iscrizione preromana incisa nella parete 
con una punta metallica. 

Anche nel Trentino l'età neolitica è rappresentata abbastanza ab- 
bondantemente, mentre dell' epoca archeolitìca non s'ebbero fino ad 
ora che poche tracce e malsicure. Oggetti litici di forme varie s'eb- 
bero da molte località, che troppo lungo ed inutile sarebbe il ram- 
mentare tutte, dopo che pei diligenti studi di altri' furono esposte 
tutte le più minute particolarità che ad essi si riferiscono. Senza che 
non si può certo fare grande calcolo di oggetti sporadici, i quali pos- 
sono essere tutto al più la traccia per fere delle più accurate e scien- 
tifiche esplorazioni. Non pertanto non è certo un fatto privo d'impor- 
tanza che a Lovere nella valle di Non siano venuti in luce quarantadue 
coltelli di pietra focaia a sezione triangolare e che presso il lago di 
Padergnone siansi trovati quattordici coltelli di selce, di due dei quali 
è data la figura ai numeri 4 e 5 della tavola I, dove sono pure dise- 
gnati un coltellino lungo 6 centimetri trovato sul colle di Pressano 
presso Lavis (tav. I, n. i), una piccola lama a sezione trapezia (n. 3) 
trovata presso Trento ed un coltellino di selce a doppio taglio * lungo 
45 cent, rinvenuto in una torbiera sul monte Rondone presso Trento 
(n. 2). Le punte di freccia figurate ai numeri 8 e 1 1 della tavola stessa, 
vennero in luce non lungi da Trento, e la sega arcuata di selce gial- 
lastra (n. 6) lunga 12 centimetri e larga circa 2, si trovò presso Pa- 
dergnone, e al lago Toblino la punta di freccia di selce grigio azzurra 
(n. io) lunga centimetri 6,5 e larga centimetri 2,5. 



> P. Orsi. La staitene litica del Colombo di ^ori e Vetà della pietra nel Trentino. 
CBull dipaktn, it.'A, Vili, n. 7-12, 1882). — D^li oggetti litici esistenti nel museo 
di Trento parlarono TAmbrosi. (Oggetti preist Trentini ecc, B, P, 1, II, n. 8), ed 
il Panizza (Sui primi abitatori del Trentino. 4rch. Tren. A. I, fase. I, 1882. 

* Cf. Strobel. Tracce delTuomo della pietra tagUata nel TrenHno, (Adige di Verona. 
Anno 1867). 

s 



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66 

Egli è certo che tutti questi oggetti non solo non sono più an- 
tichi dell'età neolitica, ma spettano ad un periodo molto avanzato 
di questa, anzi, e per la forma loro, e per i luoghi dove furono tro- 
vati, fanno sospettare che non vadano più in là del tempo delle abi- 
tazioni lacustri, quando già il bronzo cominciava ed introdursi in 
Italia; All'epoca stessa debbonsi probabilmente ascrivere tutti gli og- 
getti di pietra levigata disegnati nella tavola II dove sono posti (n. i 
a 4) quattro di otto nuclei trovati a Monte Brione sulla destra del 
Sarca, donde si staccarono di un solo colpo le lame, un'ascia di dio- 
rite verdastra lunga centim. 15, larga circa 3.7 trovata a Romarzollo 
(n. 6) nella valle del Sarca, e un'altra ascia (n. 5) di serpentino nero, 
lunga 9 centim. larga 5 al massimo, trovata a Dambel nella valle del 
Noce. Sono senza dubbio dell'età del bronzo i due frammenti di sto- 
viglie grigiastre d'una com-posizione grossolana (n. 9 e io) scavati a 
Pradaglia presso la foce del Leno, e le due fusaiuole di corno di cervo 
una trovata ad Ospedaletto nella Valsugana (n. 7) 1' altra a Levico. 
Quest'ultima è assai pregievole per la sua bella lavorazione, poiché 
una faccia è liscia e tutta segnata di circoletti concentrici al foro e 
tale che a mala pena si distinguerebbe da certe fusaiuole dell'Oceania, 
che trovansi nel museo preistorico di Roma. 

È pure un fatto singolare che abbondino nel Trentino le ascie di 
pietra levigata con foro, però anche questa circostanza è di assai tenue 
valore, con ciò sia che non si possano esse ascrivere alla gente stan- 
ziale, come dimostrò bene il Chierici ' ; ma piuttosto pare che « rap- 
presentino un'invasione temporanea militare sul principio della nostra 
età del ferro ». Ma se nessuna conclusione non è lecito dedurre da 
tutto ciò, pure l'esistenza dell'uomo nel Trentino durante l'età neolitica 
è incontestabilmente provata da alcune stazioni che qua e là vennero 
in luce. 

Dai pozzi glaciali di Vezzano e precisamente ai Poieti insieme con 
parecchie ossa si estrassero vasi d'una pasta e composizione ben di- 
versa da quella delle palafitte. Uno di essi (tav. XXVIII, n. i), che è 
cogli altri frammenti nel civico museo di Trento, è "dell'altezza di 



> G. Chierici. Speciali forme delT ascia di pietra levigata in Italia (B. P, L VII, 
p. I e p. 33). 



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centimetri 32, il suo diametro alla bocca e alla base di centim. 12 e 
nel punto dove più si espande, il che avviene un po' sopra la metà, 
assumendo la forma di due tronchi di cono uniti alla base, è di cen- 
tim. 23. L'argilla è rossastra, e le pareti sono piuttosto sottili e gli 
orli non eccedono la grossezza delle pareti, non c'è ansa alcuna, ma vi 
sono dei bitorzoletti, che ne fanno le veci. L'Orsi assicura di avere 
ivi raccolto « qualche selce lavorata » (O. e. p. 43), onde non s'ha 
dubbio che colà abbia cercato un ricovero l'uomo prima che cono- 
scesse l'uso dei metalli. Più certi segni dell'età della pietra trovò 
l'Orsi alla Buca di Adamo presso la Pieve di Lizzana, dove avverti 
« le tracce di antiche abitazioni davanti la buca di un'ampia caverna 
e di un covolo tutto ingombrato di materiale ». Ed il professore 
Giovanni de' Cobelli scopri presso Pomarolo una stazione litica,- e colà 
praticata ima fossa di circa io metri di lunghezza, i di larghezza, e 3 
di profondità, potè discernere i seguenti strati : 

1. Tufo calcareo trasportato dalle vicine sorgenti calcaree con 
parti terrose: dello spessore di 2 metri. 

2. Strato di 75 centim. composto di sostanze nere, untuose for- 
mate da sostanze organiche carbonizzate. Gjntiene avanzi di industrie 
litiche e cocci « formati di una pasta assai grossolana mescolata a gra- 
nelli di quarzo ed altri minerali ' » dello spessore medio di 19 mil- 
limetri, ed un pezzo di corno di cervo. 

3. Strato di ghiaie alluvionali. 

Più che altrove però sicuri indizi dell'uomo litoplida trovò l'Orsi 
nella stazione del' Colombo nella piccola valle di LopjHO, che congiunge 
le Giudicarie colla Val Lagarina. Intorno ad un piccolo colle che si 
stacca dalle ultime propagini del mónte BalJo fra i paesi di Mori e 
di Sano erano già state trovate molte antichità, onde egli fece degli 
scavi sistematici praticando delle trincee perpendicolari al fianco del 
colle da nord a sud, nei quali sì manifestarono sotto al suolo coltivato 
vari strati uno dei quali, formato di un terreno nero, untuoso, con- 
teneva parecchi oggetti antichi, e l'altro diede indizi di focolai. Ma 
più fecondo che mai fu lo scavo fatto alla bocca di una caverna, che 

« Cobelli. In una lettera all*Orsi. (Cf. La 5te^. Utica ecc.). 



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68 

si apre nel lato settentrionale del colle, dove s'avvertirono parecchi 
strati succedentisi dal sopra in giù nel modo seguente: 

I* terreno cinereo misto di frammenti di roccia e di stalatiti 
cadute dalla volta. 

^ strato dello spessore vario da m. 0,08 a m. 0,15 formato ày 
un duro impasto di carboni, cenere e pietruzze. 

In due posti c'erano due grandi lastre poggiate su grossi ciottoli 
le quali servivano probabilmente da focolai. 

3® impasto simile al precedente, ma meno duro. 

4® terreno cinereo come nel primo strato; vi si trovarono due 
crani d'adolescente ed ossa umane, che per essere coperte da una 
crosta stalagmitica accennano ad un'alta antichità. 

5® terreno calcareo vergine. 

L'ingresso alto meno di un metro ha la larghezza varia fra m, 5 
e m. 8,80 e conduce nella piccola caverna di forma irregolare, col 
suolò ondulato e roccioso, solo in un'punto c'era uno strato dai 70 
a' 35 centimetri, nel quale misti con cocci, sassi e ciottoli erano i 
frammenti di crani ed ossa umane coperte da grosse pietre. 

In tutti questi scavi furono trovati un'ascia di giadeite e 148 og- 
getti di selce, cioè, cinque frecce, due giavellotti, nove seghe arcuate, 
cinque seghe diritte, quattro frammenti di seghe, tre raschiatoi, due 
lame rettangolari, due lame ritoccate in testa, settantasei coltelli, sette 
punteruoli, sei trapani, ventuna scheggie usate e sei nuclei. I moltis- 
simi cocci trovati danno un'idea della ceramica al tempo di questi 
cavernicoli. I vasi, come in generale in tutte le caverne dell'età neo- 
litica, sono variamenti fatti o d'una composizione fina o grossolana 
a seconda della loro grandezza: sono cotti al forno od a fuoco libero, 
ed ornati per lo più a cordoncini disposti a denti di lupo o a sezioni 
semicircolari. Il loro colore è per lo più bruno, raramente rosso o 
nero. Delle anse ci sono svariatissime forme, va però menzionata 
l'ansa cornuta^ il trovamento della quale oflfre campo all'Orsi di ab- 
battere l'opinione di Pigorini, che credendola una derivazione del- 
l'ansa lunata propria delle abitazioni palustri e delle terrefnare, non 
la faceva andare più in là della prima età del ferro. Io però credo, 
che sebbene sbagli il Pigorini nel fare si poco antica questa foggia 



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é9 

di ansa, d'altra parte non si possa ancora assolutamente affermare 
che Tansa lunata sia posteriore alla cornuta, con ciò sia che io sia 
d'opinione, che i cavernicoli siano bensì anteriori al tempo delle pa- 
lafitte, ma poiché queste ultime sono il prodotto di un popolo dif- 
ferente, conviene pur credere, che i trogloditi non siansi, tutto ad 
un tratto, assimilati a quello, che anzi alcuni di loro vissero una vita 
tutta propria fino all'epoca del ferro, come vedremo. Può quindi 
esser probabile che i cavernicoli del Colombo venuti a contatto coi 
nuovi venuti abbiano cercato in qualche modo d'imitare le loro in- 
dustrie semplificandone la forma. Ciò deve in certo qual modo es- 
sere avvenuto anche nel Bolognese, poiché nella grotta del Fame 
si rinvenne im'ansa lunata. 

E che quello che io dico non é una mìa fantasia lo prova chia- 
ramente la fauna della stazione di Loppio, la quale non differisce 
molto da quella delle palafitte dell'Italia settentrionale. 

Infatti gli animali, dei quali si trovarono le ossa o lavorate o allo 
stato naturale, in questo luogo, sono i seguenti: Canis famiUaris maior. * 
Can. Canis. fam. minor. Can. Ursus arctos. — Bos agilis Can. — 
Bos elatior. Can; Capra hircus. Lìn; Ovis aries, L.; Cervus capreolus, L.; 
Cervus elaphas, L.; Sus scrofa antiquus. Can; Sus scrofa ferus, Rùt; 
Equus caballus, L.;Equus asinus,L.; Lepus timidus. Arvicola campestris. 
— Valve di unio reniformis. 

Per essere stati trovati in uno strato profondo ed intatto della ca- 
verna gli avanzi di almeno tre scheletri umani, giustamente arguisce 
l'Orsi, che prima di servire quale luogo di dimora, anche questa ca- 
verna, come molte akre d'Italia, abbia fatto l'ufficio di tomba, E forse 
le grandi lastre che coprivano quei resti, formavano in origine una 
incassatura, dove ponevasi di consueto il cadavere rannicchiato, come 
si vede nella caverna delle Arene Candide nella Liguria. Stiasi però 
la cosa come si vuole per ciò che riguarda la caverna del Colombo, 
egli é certo, e qui mi giova farlo osservare, che anche allora quando 
il defimto si seppelliva fuori delle caverne, si poneva pure accotcolato 
in un recinto di lastre verticali, coperte da una o più pietre disposte 
orizzontalmente. 

E per non uscire dal Trentino, abbiamo quivi tre esempi di tale 
genere di sepolture, a Rovereto, presso Galliano, e nel comune di 



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70 

Pederzano presso Pomarolo ' . Nella prima di queste località si tro- 
varono due sepolcri fatti nel modo superiormente descritto, lunghi 
un metro e larghi cinquanta centimetri. Gli scheletri vi stavano ran- 
nicchiati, e presso il capo di ciascuno era una bella ascia di cloro- 
melanite. Meno sicure notizie si hanno intomo ad alcune tombe 
trovate tra Beseno e Galliano; solo si sa che gli scheletri si stavano 
accoccolati, ed ognuno avea infisse nel collo due ascie, se cosi si 
debbono interpetrare i « due sassi verde-scuri, lisciati » dei quali si 
parlava-all'Orsì quando della scoperta non rimaneva più alcuna traccia. 
E due ascie di cloromelanite sulle spalle avea lo scheletro rannic- 
chiato trovato in una tomba nella terza delle sovraccennate località. 
Questa era lunga m. 1,50 e larga m. 1,00, ed era formata da quattro 
lastre laterali disposte verticalmente e da una grande pietra che ser- 
viva di coperchio. 

Onde se qualche dubbio poteva pur sorgere, se anche nella re- 
gione alpina, come in tutto il resto d'Italia, fossero stati abitatori du- 
rante Tetà neolitica, dopo questa importante scoperta non v'ha più 
luogo a dubitare: così che dove si voglia indagare i diversi strati 
emici, e le varie fasi di coltura che concorsero a formare la civiltà 
dei tempi storici, conviene incominciare dall'età della pietra. 



> Questi tre importanti trovamenti sono descritti per la prima volta dall'Orsi 
nel suo bel lavoro sulla stazione del Colombo. 



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CAPITOLO TERZO, 



Sommario. — i. La pura età del bronzo è rappresentata in Italia dalle terremare. 
Loro forma e diffusione. — 2. Le abitazioni lacustri delPItalia settentrionale. Gli 
Italici e la via da loro tenuta per scendere nella nostra penisola. *- 3. 1 sepol- 
creti dell'età del bronzo. Crespellano nel Bolognese, Casinalbo nel Modenese, 
Pietole vecchio, Monte Lonato nel Mantovano, Bovolone e Povegliano veronese. 



Le terremare e le abitazioni lacustri segnano un avanzamento con- 
siderevole nella coltura un)ana, il quale benché sia l'effetto della so- 
vrapposizione di nuova gente venuta, come vedremo in appresso, 
non fu per nulla istantaneo; ma fra Tetà dei fondi di capanne e queste 
nuove costruzioni corre un periodo di transizione, al quale si po- 
trebbero ascrivere i pozzi sepolcrali di S. Polo d'Enza, nonché il 
sepolcro della fornace di Santilario ', dei quali parlarono dottamente 
il Chierici e lo Strobel nel bullettino di paletnologia italiana. Del 
resto, avvegna che il bronzo sia il distintivo principale di questa età, 
la sua difiusione fu per tal modo lenta, che incontransi alcune pa- 
lafitte, nelle quali lo strato inferiore consta unicamente di industrie 
litiche, avvalorando per tal maniera l'asserto, che l'umana civiltà 
procede a passi lenti, e senza notevoli salti, purché da cause esterne 
non sia perturbato il naturale suo avanzamento. 

Le terremare, alla stessa guisa dei Kjoekkenmoedding della Dani- 
marca, si presentano come grandi tumuli o monticelli, di modo che 
qualcuno fu trovato da'signorotti del medio evo come luogo adatto 
per fabbricarvi sopra un castello, donde assaltare l'inerme passaggero. 
La terra onde constano queste elevazioni viene adoperata dai con- 

» "Bull di Pàle^. ital IV, (1878) pag. 41. 



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ladini deirEmilia per ingrassare i campi, e perchè è d'un colore ne- 
rastro per la meschianza di carboni, credettero alcuni che fossero 
antichi ustrini o cimiteri; ma l'assoluta mancanza di ossa umane, e 
di oggetti che rivelino un rito qualunque religioso fece dichiarare 
già nel 1862 al Pigorini ed allo Strobel, che queste protuberanze 
non erano altro che il mondezzaio d'una antica abitazione che colà 
esisteva ', e questo pronunziato fu pienamente comprovato dalle nu- 
merose scoperte che si fecero dappoi, per le quali e la forma stessa 
delle terremare e tutti i più piccoli particolari ad esse riferentisi 
vennero in luce con ogni precisione. 

Ogni terramara, generalmente parlando, constava di tre parti di- 
stinte, della palafitta cioè, dell'argine e della fossa; e la palafitta alla 
sua volta era pur essa composta di tre parti, dei pali, dell'assito e 
delle capanne. 

I pali della maniera diCastione, che è la più bella e la più com- 
pletamente studiata di quante finora vennero in luce in Italia, e che 
ci serve di norma in questa particolareggiata descrizione delle ter- 
ramare, sono della lunghezza varia fra i due e i tre metri, e del dia- 
metro di dodici o più fino a diciotto centimetri. Essi venivano ap- 
puntati ad una estremità mediante uno strumento poco tagliente, col 
quale si ottenevano delle piccole scheggie, che furono trovate fra 
gli altri avanzi del deposito, ed infissi nel terreno argilloso più o meno, 
a seconda della loro lunghezza, con ripetute percussioni sulla testa 
dei pali stessi. I quali probabilmente erano allineati, come appare dalle 
loro tracce rimaste in alcune terremare, non sempre però si mette- 
vano alla stessa distanza, che mentre alcune volte lo spazio che in- 
tercede fra un palo e l'altro è di soli cinquanta centimetri, qualche 
altra arriva fino a due metri, formando in tale maniera come una 
selva irregolare di tronchi, sopra i quali posavano le travi. 

Esse sono della lunghezza di due o tre metri e si disponevano o 
poggiandole semplicemente sulle teste dei pali, nei quali talora c'è 
una scanalatura per vie meglio fermare la trave, o incastrandovele 

» L. Pigorini e P. Strobel. Le terramare deirEmilia, nella memoria: Nuovi 
cenni sugli oggetti di aita antichità delF Italia di B. Gastaldi. Torino, 1862. — Questa 
idea fu nuovamente propugnata dagli stessi autori nel lavoro : Le terremare e le pa- 
lafitte del Parmense, Seconda relazione. Milano, 1864. 



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73 
per mezzo di un foro quadrato o d'una intaccatura praticata neUa 
testa o nel corpo della trave, e cosi assodate si mettevano in modo 
da formare^ insieme con alcune traverse, un reticolato, sul quale si 
ponevano le assi non fermate da chiodi o da vimini^ ma dal peso 
dei sovrapposto pavimento formato probabilmente coUa terra argil- 
lososabbiosa, che era al fondo della terramara. 

Sopra si fiabbricavano le capanne, intomo aUa forma delle quali 
non si potrebbero fare che delle vaghe supposizioni, perocché fino 
ad ora solo pochi e incerti avanzi di esse furono trovati, il che fa- 
rebbe conchiudere che non erano di una costruzione massiccia, ma 
erano fatte bensì di legno intonacato d'argilla, e coperte di stoppa 
o di paglia, come appunto quelle delle palafitte elvetiche, o come le 
case dei Celti o degli Iberici quali ce le descrivono Strabone e Vi- 
truvio; anzi, se veramente sono rimasugli di una capanna, come 
crede il Qiierici * , quelli rinvenuti nella mariera della Torretta, sa- 
rebbe accertata la somma semplicità della loro costruzione. Più nu- 
merose tracce si rinvennero dei focolai in pezzi d'argilla bruciacchiata, 
e tizzoni consumati in parte dal fuoco, che insieme colle immondizie 
e colle ossa spolpate, quando erano inservibili, venivano gettati nel 
sottostante spazio da ima botola esistente nel suolo della capanna. 

La palafitta tutt'intomo era cinta « da ima serie di gabbioni in- 
nestati l'uno coU'altro, formati con travi, e riempiti d'argilla, di rami 
d'albero ecc * », i quali si poggiavano all'argine fatto con pali oriz- 
zontalmente disposti l'uno sopra l'altro a guisa di muro, tenuto forte 
verso i gabbioni da pali obliqui, infitti ad una estremità nel suolo, 
e coU'altra poggiati all'argine. 

Onde è evidente « che le costruzioni di legno erano cinte da un 
ammasso di terreno naturale del sottosuolo, rafforzato da traverse e 
da pali, a cui conviene il nome di arginatura ». 

Le immondizie che per le botole si buttavano di sotto, insieme 
con molti frantumi di vasi e di altri utensili, per l'acqua piovana e 
quella versatavi dall'uomo, si disponevano a strati che ora assai di- 

« G. Chierici. Antich, prerom. nella prov, di Reggio neJFEmilia. Reggio neirEmi- 
lia, 187 1. 

* L. PiGORiNi. Terramara délfetà del bronco situata in Castione de Marchesi, 
Roma, 1883. 



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74 

stinti si vedono nel praticare delle sezioni verticali in quei monticelli; 
ciò non accadeva in tutte le palafitte, ed è di fatti naturale che in 
quelle piantate su qualche declivio l'acqua scorresse alla china, anzi 
che fermarsi ed agire sulla disposizione delle immondezze. Delle quali, 
allorché era tutto pieno io spazio vuoto, invece di abbandonare quel 
luogo, si distruggeva col fuoco la vecchia palafitta e se ne ripiantava 
un'altra sopra la prima, e cosi di seguito, in modo che tre diverse 
palafitte Tuna all'altra sovrapposte si riscontrano in vari luoghi, e 
dove r uomo dei primi strati era ancora in un periodo , nel quale 
il metallo si conosce bensì, ma non è molto diffuso, i suoi succes- 
sori, ai quali appartengono gli ultimi strati, sono in piena età del 
bronzo. Il che indicherebbe che per lunghi e lunghi anni si conti- 
nuava ad abitare nel luogo stesso, ed ancora quando per un incendio 
casuale, tutte queste misere abitazioni umane si consumavano quasi 
intieramente, per quell'ingenito amore al luogo natio, si rifaceva la 
nuova palafitta sopra i consumati rimasugli della prima. 

Le stoviglie dell'epoca del bronzo sono ben lungi dal raggiungere 
la finitezza di quelle dell'epoca neolitica; ma in generale sono fatte 
a mano con una pasta grossolana e cotte a fuoco libero, ond'è che 
il loro colore è cenerino o rossigno, né arriva mai ad avere il bel 
colore nero splendente delle terrecotie delle caverne e dei fondi di 
capanne. Dalle quali si distinguono ancora e per la forma e per gli 
ornati. Non pochi vasi ofirono la figura di una sfera tronca nel punto 
dove s'apre la bocca ', non sempre però il fondo é cosi rotondeggiante 
all'esterno, che anzi non di rado é piano, o convesso con rialzo al- 
l'interno. Ma il più grande numero di vasi é della forma di cono 
tronco o di due tronchi di cono uniti alla base : e gli orli non sono 
punto ingrossati, ma sono dello spessore stesso del vaso, il quale era 
pure fornito di anse semicircolari e semi elittiche « applicate verti- 
calmente ora con una estremità all'orlo e coU'altra alla parete, ora 
con entrambe a questa * », che sono alcuna volta sostituite da protu- 
beranze, o semplicemente da un foro sotto l'orlo, pel quale passavasi 
una funicella. Quello però che é caratteristico delle terremare italiane 



> Troyok. Ahitatiotts ìacustres, ecc, Lausanne, 1862. 
' PiGORiNi e Strobel. Seconda Relaz. 



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75 
è l'ansa lunata, che si manifestò abbastanza diflfusamente a Castione 
non solo ma pur anco a Castellazzo nel Mantovano e in più altre 
mariere della pianura padana. 

Le terrecotte della età del bronzo portano ornati quali si conven- 
gono alla rozzezza loro generale, onde accade che, eliminate assolu- 
tamente le figure umane o di qualunque animale, sono ornate all'e- 
sterno e talora anche nell'interno di figure geometriche formate da 
, cordoncini o pallottoline rilevate e variamente disposte, o da impres- 
sioni semisferiche, che si perfezionavano alcuna volta fino a dare una 
specie di intarsiatura, quali sarebbero quelle esibite dal Keller ', dove 
in -un giro di circoletti ci sono ancora gli avanzi ossidati di anellini 
di bronzo. 

Ma la terra cotta non era l'unica materia, colla quale si fabbrica- 
vano i vasi: poiché se ne danno anche di pietra oliare e di legno, 
e benché questi si trovino in piccola quantità, non di meno oggetti 
di legno si rinvennero abbastanza frequenti nello strato inferiore uli- 
ginoso delle mariere, in ispecie di quella di Castione * de' Marchesi. 
Dove, oltre i pezzi di cucchiara, di scodella, di pala, vennero in luce 
un punteruolo con capocchia, un fiiso, un lisciatoio, parecchi manichi 
e cavicchi; ma quelli che più attirano la nostra attenzione sono tre 
utensili di legno bellamente ornati : il primo di essi é un bastone di 
comando, che ha qualche analogia con un altro 5, che venne scavato 
nella stazione Moeringen in Svizzera e fu illustrato dal Von Cross. 
Quello di Castione, lungo 40 centimetri e del diametro massimo di 
centim. 2,5, termina alle due estremità con due capocchie, ed é tutto 
ornato con fascie di disegni geometrici adenti di lupo, a mandorla 
o rombi in forma di stelle, a ramificazioni varie ; né minore varietà 
di disegno offrono gli altri due oggetti qualificati dallo Strobel l'uno 
per una bacchetta di comando, l'altro per un manico. 

E biette, conii, assicelle varie, e spatole ritenute per attrezzi di fi- 
guli, ed altre simili cose furono trovate nelle terremare, e perfino 
avanzi di canestri di vimini, e corde fatte col libro dalla vitalba e 



« Keller. PfahlbauUn, Quinta Relaz. fig. 22. 

a Strobel. Oggetti di legno della mariera di Castione (B. P. /. IV). 

) 'Kfsultat des recherches exécutées dans Ics lacs de la Suisse occid, Zùrich, 1876. 



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76 

cordicelle di lino, tutte le quali cose ci attestano che ì primi abita- 
tori di quelle mariere aveano di già percorso i primi gradini della 
civiltà, e per quello che concerne i costumi ed il modo di vestirsi, 
con abiti intessuti di filamenti vegetali e perfino per l'usanza di abitare 
sopra palafitte, ci si mostrano arrivati a tale sviluppo, al quale sono 
oggi i Taitiani, colla sola differenza, che mentre questi sono an- 
cora nella età della pietra, quelli segnano in Italia il puro periodo del 
bronzo. 

Non tanto però che negli strati inferiori delle terremare, e in special 
modo delle abitazioni lacustri, non si trovino predominanti, anzi qual- 
che volta esclusivamente rappresentanti oggetti dell'età neolitica, come 
accade p, e. a Fimon; ma riserbandomi di parlare più estesamente 
delle abitazioni lacustri nel seguente paragrafo, qui mi basti accennare 
i principali oggetti di pietra levigata, estratti dalle mariere, che sono 
i seguenti: Fusaiuole, dischetti di arenaria forati nel centro, infrantoi, 
macine a mano, lisciatoi, seghe di selce, coltelli, punte di freccie di 
selce di colore vario e di forma o di triangolo col margine poste- 
riore rientrante ad angolo, o con due alette, o lanceolata, e schegge 
molte furono trovate a Sant'Ilario d'Enza fatte ad arte per servirsene 
quale arma di difesa. 

Fra la pietra ed il bronzo dovrebbe esserci l'epoca del rame, per- 
chè alcun salto non si manifestasse nel processo naturale delle cose. 
Infatti alcuni popoli barbari si trovano appunto in questo grado di 
civiltà, e nell'epoca antica credette di trovarla il de Pulszky nell' Un- 
gheria, dove furono rinvenute moltissime ascie e picconi di puro rame. 
Per ciò che concerne Tltalia però non si può sinora asseverare, che 
tale epoca di transizione abbia avuto luogo, poiché come osservò il 
Pigorini al congresso di Budapest, quelle poche ascie di rame, che si 
trovarono nella nostra penisola, non sono sufficiente prova del predo- 
minio completo di quel metallo prima dell' apparizione del bronzo. 
Per il quale gli utensili e le armi si fecero con maggiore facilità non 
solo, ma pur anco più maneggiabili di quello che non erano nell'epoca 
neolitica. Perocché molte delle armi di bronzo non sono altro, se- 
condo l'Evans \ che l'imitazione di quelle che antecedentemente si 

» I. Evans. I/age du brottie, Paris, 1882. 



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77 
fabbricavano di pietra, e mentre da princìpio aveano una forma sem- 
plicissima, vennero mano mano modificandosi in maniera da non po- 
tervi più intravedere la forma tipica, dalla quale procedettero tutte 
le varie foggie, che s'effettuarono dappoi. Di tutto questo è chiaro 
esempio il celt , che è V istrumento più diffuso e più caratteristico 
dell'età del bronzo. E per vero l'ascia piatta, che cronologicamente 
sarebbe, secondo TEvans, la prima forma di celt, non è gran fatto 
diversa da ungasela di pietra levigata, della quale la maggior gros- 
sezza devesi ascrivere alla diversa materia in cui doveasi lavorare. Ed 
è forse a cagione della sua grande semplicità, poiché consta di due 
Éicce liscie un po' convesse, che la troviamo assai per tempo diffusa 
nell'Asia non solo , ma pur anco in Europa, dove abbondantemente 
si rinvenne, nella Danimarca, nella Svezia, nella Francia, in Austria, 
in Ungheria, nell'Italia e nelle isole dell'Arcipelago ; ad Hissarlik ne 
constatò l'esistenza lo Schlimann, ed altri dotti nella Babilonia e nel- 
l'India centrale. 

Ma mentre da prima i due lati correvano diritti un po'convergendo 
dalla testa al taglio, più tardi fecero una piccola rientranza semicir- 
colare ed il taglio si allungò vie maggiormente, di guisa che, aggiunti 
ai lati due piccoli rialzi colla minima altezza alle estremità, si ebbe 
la seconda specie di tali istrumenti, cioè l'ascia a coste marginali. 
Le quali, modificandosi sempre più, arrivano a tale da espandersi ec- 
cessivamente nel senso laterale a danno della lunghezza in modo da 
dare una terza specie di celt cioè l'ascia ad alette (tav. Ili, fig. 4), 
della quale è una modificazione secondaria il paalstab (tav. lU, fig. i), 
che s'ottiene ribattendo insieme le ali in modo da formare un pippio 
o beccuccio nel mezzo della principale faccia dell'ascia. Che se in- 
vece delle alette, per vie meglio immanicare l'ascia si praticava un 
foro più o meno circolare nella testa dell'istrumento, questo assumeva 
quella forma che il soprallodato archeologo chiama celt con can- 
noncino (tav. in, fig. 5). 

Intorno all' immanicatura delle ascie fu già parlato distesamente 
dallo Strobel ', dall'Evans * e da qualcun altro di modo che è afiatto 

» Strobel. Sul modo d*immanicare ed usare i paalslah e gli strumenti dello stesso 
tipo {"BulL di paletti, itah I, p. 7). 
* I. Evans. O. c. cap. VI. 



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inutile che io mi diffonda su questo particolare. Ma basti notare che a 
seconda della varietà dell'ascia, cosi relativamente vario era il modo di 
applicarla al manico, il che facevasi o legandovela con vimini o con cor- 
dicelle, o assodando vela con del bitume, o introducendo a dirittura il 
manico nel foro a ciò praticato nella testa dell'ascia. Cosi s'assodano 
generalmente al manico le ascie di* pietra presso i barbari odierni 
della Polinesia, dell'Oceania e di più altre regioni dove la civiltà non 
è ancora arrivata ad introdurre l'uso dei metalli, e le ascie stesse di 
metallo sono da certe tribù Africane per tal modo fomite di manico '. 
Ed è già universalmente noto quanta analogia corra fra i costumi 
dei selvaggi d'oggidì e quelli dei primitivi abitatori dell'Europa : oltre 
di che la lama in tal modo im manicata si trovò a Robenhausen \ né 
mancano nei principali musei dell'Europa esempi antichi di tale im- 
manicazione. Ma sotto tale riguardo è assai più perfetto il modo col 
quale i pugnali venivano fomiti di manico, poiché é manifesto come 
questi si fermavano mediante due o tre o più bullette di bronzo, che 
insieme assodavano la lama ed il manubrio, e sebbene pel lungo 
tempo distmggitore solo la prima ora si offra allo sguardo degli sca- 
vatori, non é però rarissimo il caso che qualche avanzo di legno o 
di osso si trovi fissato ancora alla testa del pugnale. Sono esempio 
chiaro di ciò un pugnale trovato in un padule a Galbally nella contea 
di Tyrone, e quelli trovati nella Scandinavia ' ed altrove, che tengono 
ancora avanzi del manico di osso bovino. È assai bello nel genere 
suo il pugnale rinvenuto in un tumulo a Brigmilston ^ che ha il ma- 
nico di comò di cervo fomito di trenta bullette ribattute ed ornato 
di semplici disegni punteggiati. 

G)lla stessa tecnica dei pugnali sono immanicate le spade, le quali 
però, mentre si trovano assai frequentemente in Scandinavia ed in Ir- 
landa, sono piuttosto rare in Italia, dove invece abbondano le punte 
di lancia e le punte di freccie di bronzo. 

Il Wilde che si occupò a preferenza degli oggetti di bronzo del- 



« I. LuBBOCK. Preh. Times, p. 29. 

* LiNDENSCHMiT. Hohen\, Samml (PI. XXIX, 4). 

3 Hallanos. Fornminnes. Fòrenings Aarskr. 1869, p. 89. 

4 ^ncient Wilts, Voi. I, p. 185, pi. XXIII. 



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l'Irlanda ', divise le punte di lancie in quattro categorie: Punte sem- 
plici a forma di foglia con cannoncino per ricevere il manico, punte 
lunghe e strette con due ansine di qua e di là del bossolo, punte con 
due fori nella lama stessa, e punte con scanalature laterali, alle quali 
r Evans aggiunse una quinta varietà di punte, nelle quali la base da 
ciascun lato della lama si prolunga in modo da formare delle promi- 
nenze o alette ad angolo retto od acuto col pippio. 

Queste sono le armi principali della età del bronzo, alla quale ap- 
partiene un altro infinito numero di piccoli oggetti, come scalpelli di 
varie foggie, sgorbie, martelli, mazze consistenti in un anello di bronzo, 
sulla cui faccia esterna s'innalzano delle punte a piramide, falcinole, 
lesine con manico di legno o di osso ed altrettali istrumenti neces- 
sari air uomo, che vive oramai in uno stato sociale abbastanza com- 
plesso, con ciò sia che ciascuna palafitta si possa riguardare come una 
piccola città od un villaggio difeso contro le scorrerie dei nemici o 
gli assalti delle fiere. 

Per quanto però in quelle misere abitazioni non dovessero essere 
fomiti di tutto il bisognevole per menare una vita non che molle, 
ma discretamente comoda, pure doveano prendersi gran pensiero di 
abbigliarsi e di acconciarsi i capelli. Infatti è ancor oggi principale 
cura dei popoli selvaggi quello di apparire il più che possono adorni, 
per lo che si tatuano i Taitiani, si tingono e si ungono altri popoli 
barbari, e si caricano per cosi dire d'ornamenti vari, in ispecie con 
orecchini alcuna volta colossali, con collane fatte di conchiglie o di 
denti di animali, e con braccialetti d'ogni genere. 

Nelle terremare gli ornamenti che ricorrono più di frequente sono 
gli aghi crinali, e se ne danno alcuni veramente considerevoli per 
la loro bellezza, e per la varietà della loro forma. La maggior parte 
hanno una capocchia all'estremità (tav. XII, fig. 13) o liscia o con 
ornati incisi, altri invece hanno il manubrio formato di tre o più 
anellini saldati insieme sullo stesso piano, in modo, da formare un 
triangolo od un quadrato. Notansi ancora degli spilli, qualche filo 
d'oro attorcigliato a spira, e delle rotelle di osso che, come pure le 
fiisaiuole, doveano aver formato delle grosse collane o braccialetti. 

» WxLDE. CataL ^us. R, I. kA. p. 495. 



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8o 

Che sì tacevano anche con denti di animali , con conchiglie o con 
pezzettini di ambra, l'esistenza della quale nelle terremare fu messa 
in dubbio ' fino al punto che il Pigorini * la trasse nel 1877 da strati 
intatti della terramara di Castione. 

Un ornamento della pura età del bronzo che si avverti nelle ma- 
riere italiane non solo, ma pur anco in tutta l'Europa è il doppio 
rasoio: di fatti oltre che nelle abitazioni lacustri della Svizzera ^ si 
trovò in qualche luogo in Germania e in Francia ^ , e di doppi rasoi 
d'una forma più semplice della cqmune trovati in Inghilterra, in 
Irlanda, nella Scozia parlano l'Evans ed il Wilde 5. 

Come l'età della pietra era stata divisa in vari periodi, si tentò di 
fere delle divisioni analoghe anche per l'età del bronzo. Gabriele de 
Moriellet, considerando come tipiche la stazione lacustre di Morges 
sul Lago di Ginevra, e la fonderìa di Lamaud nel Giura, distinse il 
periodo morgienne ed il lamaudienne ; il Chantre, spingendosi più in 
là, trovò conveniente fare queste tre suddivisioni : ripostigli, fonderie 
e stazioni (Trésors, Fonderies et Stations). Però, senza che io voglia 
contestare la verità di questo asserto, io temo molto che troppo di- 
videndo per avventura non si distrugga o non s'ingeneri confusione. 

Fonderie e depositi ve ne ha in Italia parecchi, ed il Pigorini ^ 
arrivò a noverarne in buon numero; ma questo è certo, che alcuni 
di questi appartengono incontestabilmente all'età del ferro: mentre 
« le terremare, come bene dice il Chierici ? , non solamente con- 
tengono oggetti tipici di questa età (del bronzo); ma sono il tipo 
dell'età stessa ». 

Pure SCHIO abitate da un popolo « tutto d'un getto, forte, gover- 
nato da leggi, tenace di tradizioni e la parte a lui dovuta 

nella Storia d'Italia ci è provata dalle costumanze superstiti delle pri- 

« "Bull di paktn, ito/. I, p. 25, p. 183 ; II, p. 29; III, p. 28. 
2 'Bull di paletti, iial. Ili, p. 199. — Pigorini. Terram. deìF età del bronco situata 
in Castione de' Marchesi ecr. Roma, 1883. 
J Keller. Die PfaJb. ecc, 5* Relaz. tav. XVI. 
4 Chantre. A gè du Br. i"'* partie, p. 76. 
$ Wilde. O. c. p. 549, fig. 453- 

6 Bull di pahtn. ital I, p. 37; II, p. 84. 

7 G. Chierici. La paletnol, ital, nel congresso di Budapest. (Bull, di paletn. ital. 
IV. p. 17). 



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8i 

mavere sacre, delle città quadrate, dei riti augurali, che ne accom- 
pagnano la fondazione, e dalle orientazioni cardinali e decumane degli 
agrimensori ». 

La fauna delle mariere è assai più complessa di quella dell'età 
neolitica, ed il numero abbastanza grande di animali domestici ci 
assicura, che trattasi d'un popolo, che si prende oramai grande cura 
dell'agricoltura, e pur anco al commercio, poiché solo mettendosi in 
relazione con lontane contrade poteva ottenere l'ambra e qualche altro 
articolo che in casa propria non avrebbe trovato. 

Ma per dare una più chiara idea delle condizioni zoologiche e fi- 
tologiche di quei tempi, esporrò qui un breve quadro » della fauna 
e della flora, quali si possono dedurre dagli avanzi reperiti nelle 
terremare. 

Fauna. 

Mammiferi domestici. 

Capra (Capra hircus. Lin.); Pecora (Ovis aries. Lin); Bue (Bos 
primigenius e brachyceros); Asino (Asinus Africanus. Sanson); Cavallo 
(Equus caballus L. M.); Porco (Sus scropha domeslicus C); Cane 
(Canis Éstmiliaris. L. e Canis familiaris palustris Rutim C. matris 
optimae). I mammiferi domestici delle mariere sono in generale più 
piccoli in confronto dei nostri. 

Mammiferi selvatici. 

Orso (Ursus arctos. L. M.); Volpe (Vulpes vulgaris. Brisson); Lupo 
(Lupus vulgaris. anct.); Lontra (Lutra vulgaris. Erxl.); Faina (Martes 
foina. L.); Gatto (Catus ferus auct?); Daino (Dama Platyceros); Renna 
(Tarandus rangifer auct?); Bufalo (Bubalus vulgaris auct.); Lepre 
(Lepus timidus. L.); Porcospino (Hystrix cristata L.); Cignale (Sus 
scrofa ferus. L.); Sus palustris; Rut. Cervo (Cervus elaphus. L.); 
Capriolo (Cervus capreolus. L.); Castoro (Castor fiber L.); Topo 
(Mus. P.). I mammiferi selvatici invece vennero mano mano dimi- 
nuendo di forma. 

« Tutto quello che si riferisce agli avanzi animali e botanici delle terremare fu 
dottamente illustrato dallo Strobel, che si occupò sempre a preferenza di ciò (Cf. 
PiGORiNi e Strobel, Il Relaz. — Strobel, Avanci prerom, raccolti nelle terremare e 
nelle palafitte delV Emilia. — BulletL di paletti, ital. — Arch. per VAntrop, e VEtnol, ecc.) 

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Uccellù 

Gallo o pollo (Gallus domesticus (Briss.)); Oca selvatica (Anser 
segetum); Anitra comune (prob. selvatica. Anas boschas. L.); Alocco 
(Olus vulgaris. Fleming); Cicogna (Ciconia alba Willughby); Airone 
(Ardea cinerea L.). 

Rettili. 

Tartaruga d'acqua (Emys lutaria Merrem). 

Batraci. 
Bufo (species?); Ululone (Bombinator igneus). 

"Pesci. 
Lucio (Esox lucius. L.). 

Insetti. 

Coleopteri — Cleonus sp. P. Sitophilus granarius. Lin, — Ime- 
nopteri — Cinips sp? — Dipteri — Somor.ya sp? (Musca Fallen 
pars); Pyrellia cadaverina Lin.? Antomya sp? Pyophila putris. Lin. 

Molluschi. 

Acquatici — Acefali: Pisidium sp ? M; Cyclas sp? P. Unio picto- 
rum var; Requienii Mich. — p : Unio sinuosa; Alasmodonta com- 
pressa Menke — p; Anodonta spc M — p; Gasteropodi: Paludina vi- 
vipara L; M — p; Paludina achatina Lam., M — p; Limnaeus sta- 
gnalis L. var. minor, M. — p ; Limaeus minutus Drap, P. — p. e. m ; 
Limnaeus pereger Muli, P. — p. e. m. 

Terrestri — Cyclostoma elegans Muli. — Achatina acicula MùU., 
M. — pc. m; Helix lucorum Muli, ra — pc. e. m; Helix nemoralis 
L., M. — p. var. etnisca Ziegl, M. — p. e. m; Helix neglecta. Drap, 
var. Ammonis Schm., P. — p. e. m ; Helix candidula Stud. — p. 
e. m. Helix obvoluta Muli. M, — e. m; Helix hispida L. var — 
p. e. m. — Helix strigella Drap., M. — p. e. m; Helix fructicum, 
Muli — p. Helix carthusianella Drap. — p. e. m; Zonites oliveto- 
rum. MùU. var. Leopoldianus Charp. — e. m; Zonites Draparnaudi 
Beck . p. e. m. 



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Flora 

Acotikdont. 

Funghi — Polyporus ignarius L. falso fungo da esca, Polyporus 
hirsutus Fries?; Dedalea quercina Pers. 
Muschi — Anomodon viricolus. Schimper; Neckera crispa Hedw. 

Monocotiledoni. 

Triricum vulgare, Villars, frumento, var. hybemum L. grano gen- 
tile: var turgidum L. grano duro; P. 

Dicotiledoni. 

MoNOCLAMiDi — G)rylus Avellana L« nocciuola comune. Quercus 
sessiliflora Smith, quercia. P. robur Lin rovere; Castanea vulgaris L, 
castagno P. Ulmus campestris L. olmo comune P. Polygonum lapa- 
thifolìum L. pcrsicaria; P; Euxolus viridis Moq. Tand; P; Euxolus vi- 
ndis Moq. Tand ? P. G)rolliflore: P; Echium vulgare L. erba rogna, 
Caliciflore; Sambucus nigra L. sambuco comune, P; G>rnus mas L. 
corniolo maschio; Malus communis Dee. melo; P; Rubus fruticosus 
L. rovo. P; Prunus insititia L. var. susino selvatico, spinosa L. pru- 
gnola, avium L, ciliegio selvatico: Faba vulgaris De Cand., fava ver- 
nereccia; Staphylea pinnata L., falso pistacchio. P; talamiflore, P; Vitis 
vinifera L. vite; Linum usitatissimum L. lino; Clematis vitalba L. 
vitulba. Amygdalus communis, Amandorla. 

E cosi esposti questi brevi cenni generali intorno alle mariere, ora 
altro non ci rimane a fare che, segnando la località e le circostanze 
più notevoli delle principali di esse^ e delle altre solo il nome della 
cittì o del borgo presso il quale si trovano, enumerare ad una ad una 
quelle che fino ad ora furono esplorate e studiate, cominciando a mez- 
zodì per terminare coU'estremo limite settentrionale della pianura pa- 
dana, dove, per la sovrabbondanza dei laghi,^i cambiano in abitazioni 
lacustri. Veramente questo è un ordine cronologicamente non rispon- 
dente al vero, perciocché, sebbene tutti questi avanzi d'una antichis- 
sima civiltà appartengano al popolo stesso, manifestano nonpertanto 
maggiore anzianità le mariere transpadane, per le quali resta chiarita 
la via tenuta da quella gente che giù dal settentrione si calò in Italia. 



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Ma perchè è nostro principale obbiettivo esaminare le prime vicende 
di quella parte di regione alpina, che fu abitata da uomini, che in tempi 
molto tardi assunsero il nome di Reti, e di vedere quale relazione ci 
sia fra essi e i popoli circonvicini, sarà giustificato pienamente questo 
nostro modo di procedere. 

Terreman cispadane. 

1. La marìera del Castellaccio presso Imola è la più meridionale 
di quante finora vennero in luce (cf. ScarabeUi. 5. P. /. Ili, p. 21 
— Chierici, B. P. I. HI, p. 24). Sotto la terramara sono avanzi che 
accennano ai fondi di capanna, e sopra la stessa si incontrano og- 
getti dell'età del ferro, come una fìbbia, un frammento di fibula, ed 
un coccio che porta graffite lettere preromane. Lo strato che forma la 
vera terramara è dello spessore di m. 1,80 ed è composto di cocci, 
di cenere, di carboni, e di ossa. Vanno presi in considerazione dei 
pezzi di coma cervine forati e un osso umano lavorato. 

2. La terramara di Pragatto (B. P. L VIL p. 138) è 14 chilo- 
metri ad occidente di Bologna e 5 ad oriente di Bazzano. « Ha le 
dimensioni di m. 200 X ni« ^So; il cumulo della potenza di metri 
2,00 •• Ci sono traccie dei pali e dell'assito e vi si rinvennero avanzi 
animali, stoviglie grosse e ornate, anse lunate ed oggetti di bronzo. 

3. Castiglione sulla destra del Panaro. Avea la forma di rettan- 
golo lungo m. 114 largo m. 64, e lo spessore di circa 3 metri. È in 
tutto simile alle altre terremare: vi si rinvennero « due spade di bronzo, 
una della lunghezza di centim. 67 e l'altra di centim. 52 illustrate da 
monsignor Cavedoni. 3 (Crespellani. Marne modenesi^ ecc.) 

4. La marìera di Busserò, presso Bazzano, dista 5 chilometri da 
Savignano. Vi si nota l'esistenza dei pali (Crespellani. O. e.) 

5. Fra il Panaro e la Samoggia è la terramara della Trinità 
Castelletto « sui colli Yignolesi sovra un altipiano di forma p^ralle- 
lepipeda rettangolare, della lunghezza di metri 114- e larghezza no 
e profondità 2 all'incirca ». 

6. A 700 m. circa dalla terramara precedente, verso ponente, è 
quella di Montebarello a settentrione di Castelvetro. Il massimo suo 
spessore era di m. 2,59 ed il suo diametro di m. 145. Sul lato di 



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8S 
ponente aveva « molte buche a forma di cono tronco, disposte con 
ordine le une presso le altre, profonde centim. 47, e del diametro alla 
bocca di I metro, al fondo di centimetri 45, e chiuse all'estremità 
con un selciato di ciottoli del vicino torrente Guerro ». Esse con- 
tenevano cenere, carboni, pezzi di stoviglie, ossa di animali, e con- 
chiglie. 

7. A settentrione della terraraara di Castiglione è quello di S. Ana- 
stasio sulla collinetta dello stesso nome posta a qualche distanza dalla 
destra sponda del Panaro. La terramara ha la forma di menisco con- 
vergente, il cui massimo spessore era di m. 3 e il diametro del cir- 
colo m. 164. 

8. Gaiano fra il torrente Tiepido e il torrente Nizzola è posta ad 
ovest di Castiglione lungo la strada che da Modena conduce a Pistoia. 

9. A settentrione della stessa fra i due summenzionati torrenti è 
la terramara di S. Pietro in Isola. 

10. Cà de' Monesi è a sud di Castelvetro fra il torrente Guerra e 
la Nizzola. 

11. La terramara di Gorzano (Coppi. Monogr. ed iconogr. delia 
terracimiteriak terramara di GofT^ano. Modena, 1871) è posta sotto 
ai ruderi dell'antico castello dei signori di Gorzano ed in vicinanza 
del piccolo paese di egual nome, che è situato al piede dei primi colli 
Modenesi del comune di Maranello i È circa 1 5 Kilom. a sud di Mo- 
dena. Da est ad ovest era estesa 70 metri^ da nord a sud da m. 90 
a 100. « La configurazione estema è simile ad un tronco di cono com- 
presso dall'est all'ovest, e perciò a base e sezione elissiodale col 
diametro maggiore diretto da N. a S. ed elevato in media soltanto 
m. 3,50 dal sottosuolo » ci sono traccie dei pali e fra gli oggetti soliti 
delle mariere italiane si rinvenne un pezzo di corno di cervo forato. 

12. Montale (Boni. La terram. del Montale') è estesa coli' argine 
9000 m. q. H Bonizzi (Ann. della Soc. dei Natur. in Modena^ VI, 
p. 308-324) la fa 900 m. q. più piccola, forse perchè non vi comprende 
l'argine. Anche in questa mariera venne alla luce un pezzo di corno di 
cervo forato. Nei pali « si nota una certa disposizione in linea retta. » 

13. Terramara di Formiggine. 

14. A. Casinalbo è una mariera della lunghezza di m. 200 e della 
larghezza di m. 100. 



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86 

15. Pradella presso Castelfranco (Mem. Acc. dei Lincei^ 1882). 

16. Larghe di Rastrellino nel comune di Gistelfranco neirEmilia. 
(Crespellani nel Muratori di Modena 1874 n. 30. — Un sepolcr. scop. 
presso Bai:(ano — Gozzadini. Note arch. — Foresti. Terram. di R(h 
strellino. Bologna, 1871-72). 

17. S. Ambrogio sulla sinistra del Panaro è posta 5 chilometri ad 
est di Modena, vicino alla foce del torrente Grizaga. Vi si osservarono 
avanzi della palafitta. 

18. Presso Cittanova ad occidente di Modena. 

19. Ad occidente di Gorzano e a sud-ovest di Sassuolo trovasi la 
mariera di S. Marco sulla sinistra del fiume Secchia. 

20. La terramara del Redù è presso al confine di Nonantola e ha 
Testensìone di mezzo ettaro. 

21. S. Lorenzo presso il Panaro. 

22. S. Cesario. 

23. Terramara di Pontenuovo. 

24. Alla mariera, che è presso Villaberza è sovrapposto uno strato 
dell'epoca del ferro. 

25. Roteglia è sulla sponda sinistra della Secchia (Chierici. Noti:i^. 
arch. 1874. Italia centrale anno XI. n. 149. Bull, di paletn. ital. III^ 
p. 169) nella provincia di Reggio dell'Emilia. Ha l'aspetto d'una col- 
lina « e poiché c'era su fabbricato il castello di Roteglia, da molto 
tempo distrutto, i paesani la chiamano la collina del castello ». Sulla 
sommità è la terramara in un campo rettangolare lungo metri 100 
largo 45, dove vennero in luce la palafitta e l'argine: sotto la mariera 
è del morone contenente oggetti tipici dei fondi di capanne. 

26. Castellarano. La terramara è su di una terrazza elevata da 25 
a 30 metri dalla presente sponda sinistra della Secchia. È attraver- 
sata per tutta la lunghezza dal Rio della Rocca, che sbocca nel Rio 
S. Valentino, tributario della Secchia. La sola parte che resta della 
terramara occupa lo spazio di m. 50 su 12 oppure 20 di larghezza, 
ed è circondata dal muro della rocca che s'innalza sopra la collina. 
L'argine fu distrutto: ma rimanevano trenta buche di pali ordinate 
in file orientate con un intervallo da i a 2 metri. 

Ecco i diversi strati avvertiti nella terramara: a) suolo del cortile 
della Rocca ; b) terramara ; e) argilla sabbiosa e nera colle buche dei 



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8? 
pali; d) ghiaia condotta dal fiume; e) muro e deposito dell'età del 
ferro; /) idem; onde appare che lo strato archeolc^ico fu sconvolto 
in tempi posteriori; g) parete d'un pozzo moderno. — « Gli strati 
della terramara nascono da monacelli, che indicano i punti di ca- 
duta delle immondizie dal palco sovrastante e da questi centri si 
espandono continuamente assottigliandosi, fondendosi, mischiandosi 
ai provenienti da altri cumuli ». 

27. La stazione di Monte Venera presso Pianzo ha grande ana- 
logia con quella di Roteglia. Ci sono tre strati, uno dell'età della 
pietra sotto la terramara, ed uno sopra dell'età del ferro. 

28. lano presso Scandiano. 

29. Terramara di Salvaterra sulla sinistra del fiume Secchia. 

30. Servirola a Sanpolo d'Enza. Nello strato più profondo ci sono 
antichità, che rammentano i fondi di capanna, dei quali ci sono gli 
indizi, ed un sepolcro dell'età della pietra. Segue la terramara, dove 
si vedono ancora le buche dei pali « distribuite in file dirette da E. 
ad O. con intervalli di i a 2 metri », finalmente è uno strato del- 
l'età del ferro. 

31. Mariera di Castello di Sanpolo vicino a Servirola. 

32. Arceto. 

33. Ad oriente di Arceto fra la Secchia e il torrente che v'in- 
fluisce. 

34. La mariera di Marmirolo è dell'epoca barbarica. 

35. A mezzogiorno di S. Pellegrino. 

36. A settentrione dello stesso luogo. 

37. S. Bartolomeo. 

38. La terramara di Montecchio è t nota per la sua forma a tumulo 
(onde chiamasi il Monte)^rettangolare e orientata di m. 250 X 160, 
colla lunghezza da N. a S. pel suo argine, la sua triplice palafitta e 
il deposito stratificato della pura età del bronzo, ch'empie il bacino 
collo spessore generalmente di un metro e mezzo ». Sotto lo strato 
dell'età del bronzo sono le buche dei pali e un sepolcro barbarico, 
ivi deposto in tempi molto più recenti dello strato superiore, sopra 
il quale ci sono oggetti dell'età del ferro. 

39. La mariera della Torretta è presso la via Emilia, sei chilo- 
metri da Reggio verso Parma, e occupa lo spazio di sei ettari, limi- 



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88 

tato da una parte dal torrente Quaresimo, dall'altra dal Rio di Ca- 
vriago. Sotto lo strato dì 60 centimetri formante la vera terramara 
è un metro di argilla sabbiosa, la quale trovasi pure alla superficie 
del deposito con uno spessore di m. 1,80. In quattro punti erano 
tracce di pali marciti, i quali « erano disposti in quadrato colla di- 
stanza fra loro di due metri e di tal maniera, che lo spazio com- 
preso veniva ad essere perfettamente orientato » (Chierici Una ca-^ 
panna delle terreni, ecc). Si trovarono anche pezzi di pavimento formato 
di una incrostazione di calce, e, quello che più importa, gli avanzi 
di una capanna, che probabilmente era sostenuta da quattro pali posti 
ai quattro angoli e rivestita di paglia e di canne. Due pietre fusi- 
formi, piantate con una punta nel suolo, servivano forse per difendere 
gli stipiti della porta; in fondo era il focolare. Sopra la terramara 
erano oggetti dell'età del ferro. 

40. La Montata presso Reggio. 

41. Bagnolo. 

42. A sud-ovest di Bagnolo. 

43. La terramara di S. Ilario d*Enza è nel fondo Romei. Sopra 
alla mariera ed estraneo ad essa era uno scheletro coi piedi volti a 
sud, ed altri scheletri con oggetti analoghi a quelli di Golasecca e di 
Villanova. Nel vero strato della età del bronzo si rinvennero molte 
anse lunate e pochi oggetti metallici, e sotto oggetti riferentisi alla 
età dei fondi di capanne, fra i quali il Chierici (5. P. L I) notò 
molti frammenti di vasi, ossa infrante, fusaiuole d'argilla, un ciottolo 
percussore ecc. « La terramara stessa poi non ha né la potenza» né 
l'impasto leggero, né la varietà dello strato che osservansi nelle co- 
muni dell'età del bronzo ». È dello spessore vario fra 15 e 40 cen- 
timetri. La parte che empie il sottosuolota taglio fresco è bigia e 
picchiettata di carboni di cocci e di ossa; la parte superiore é nera 
e vi si trovarono freccie di selce, una delle quali di una bellissima 
fattura. Si notarono le tracce dell'argine. 

44. Non lungi dalla precedente, presso S. Ilario d'Enza, é un'altra 
mariera denominata Fiastri, che presenta tutte le particolarità di quella 
del fondo Romei. 

45. A settentrione di Campeggine. 

46. A mezzodì dello stesso luogo. 



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89 

47' A^ occidente di Campeggine. 

48. A sud-est di Fodico. 

49. Fodico. Sopra alla terramara è uno strato contenente oggetti 
dell'età del ferro. Nelk mariera si trovò la matrice di un giavellotto 
di calcare marnoso. 

50. Terram. Balestri di Bressello. Dista circa i chilom. dal Po. 

51. Ad oriente di Traversetolo nella provincia di Parma. 

52. Ad occidente di Traversetolo. 

53. Torrechiara. 

54. M. Chiarugolo. 

55. Ad occidente di M. Chiarugolo verso il fiume Parma. 

56. A settentrione di Felino. 

57. A mezzo giorno di Montelopato. 

58. Non lungi da questa è un'altra mariera. 

59. Per gli studi di Pigorini e di Strobel si conchiuse che anche 
sotto la città di Parma esiste una terramara, della quale vennero in 
luce i pali e molti altri oggetti. (V. Pigorini e Strobel, seconda Re- 
lazione). È della lunghezza di metri 200 circa e della larghezza di 160 
non compreso l'argine. 

60. Felegara. 

61. Colecchio. 

62. Ad occidente di Parma. 

63. Presso la mariera precedente. 

64. Presso il fiume Recchio. 

65. Presso il fiume Parola, 

66. Casaroldo. È lontana da Parma circa 30 chilometri fra la vìa 
Emilia ed il Po. Ha tre ordini di strati, che indicano tre diversi 
perìodi di abitazione. In un lato vi si notano le tracce dell'argine, che 
circonda la collina. Ha l'estensione di 3 ettari. 

67. A nord-ovest di Parma. 

68. Casaltone. 

69. Scipione presso il fiume Stirone. 

70. Fra la Parola e lo Stirone. 

71. Castebovo. 

72. Castione dei Marchesi. È la più importante di tutte quante le 
mariere (Strobel e Pigorini, I e II Relaz. — B. P. L passim. — Pi- 



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90 

gorini. Terram. delVetà del bronco situata in CasHonc de' Marchesi. 
Roma 1883). Sta fra la terramara di Casaroldo e Borgo San Donnino, 
dal quale dista 6 chilometri. • Ha forma di monticello, colla massima 
elevazione di tre metri sui campi circostanti, e sopra di cui sorgono 
un antico monastero e la chiesa parrocchiale del luogo ». S'estende 
per 90 metri da nord-ovest a sud-est e da nord-est a nord-ovest ed 
ha lo spessore di metri 5,50. Il Pigorini fece una sezione verticale e 
vi avverti quattro strati diversi: a) strato superficiale metri 4,10 — 
metri 4,80 ; h) terremara superioFe « composta di due parti ben di- 
stinte, separate da una sottile linea nera ». La prima dello spessore 
di 10,20 m. composta di argilla e materie calcinate, ha uii colore 
scuro rossiccio, la seconda di metri 1,15 circa « ha tutti i caratteri 
della vera terramara »; e) terramara media, a Coyne la prima si com- 
pone di due strati distinti e diversi, separati da sottile linea nera », 
che hanno le stesse particolarità dei due precedenti, se non che il 
secondo oltre i carboni, i cocci ecc. conteneva avanzi di legni; d) ter- 
ramara infima dello spessore di metri 1,60. Contiene ancora maggiore 
quantità di oggetti di legno, la palafitta ben conservata, avanzi di travi 
e dell'assito. La palafitta era circondata dall'argine munito d'un contraf- 
forte, del quale si trovarono molti rimasugli, esternamente al quale 
girava la foss^. Dalle osservazioni fatte dal Pigorini risulta che bru- 
ciatasi la prima palafitta, ne fu costruita sopra una nuova, che alla 
sua volta fu pure distrutta da un incendio, fatto probabilmente a posta 
dagli abitanti quando il vuoto sotto dell'assito era ripieno di immon- 
dizie, e si vedeva la necessità di costruire una nuova palafitta. 

73. Bergamaschi. 

74. Separata. 

75. Castellazzo di Fontanellato. Questa mariera non va più in là del- 
l'epoca barbarica (B. P. /. 1883). 

76. Torricella sbl Po. 

Terremare transpadane. 

77. Terramara di Bella guarda distante da Viadana e dal Po circa 
9 chilometri. (A. Parazzi. Rele:(^, degli se. di Bellaguarda Noti^. degli se. 
d'ani, comm. alla R. Acc. dei Lincei. Aprile, 1881). 

78. Presso Sabbioneta. 



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91 
79- Non lungi dalla precedente. 

80. Cogozzo dista 120 m. dal Po ed è « quasi rimpetto alla ter- 
ram. Balestri di Brescello ». (Panizzi. B. P. I. VII, 1881, p. 182). 
Sopra la terramara è un terreno alluvionale m. 0,80 diviso in tre strati 
diversi, nell'ultimo dei quali sono cocci, ed avanzi romani. In questa 
marìera si trovano molti avanzi dell'argine, dei pali e dell'assito. 

81. Bellanda sulla destra dell'Osone, dove riceve il canale Seriola 
Piubega, è 14 chilometri a ponente di Mantova, e dista pure 14 chi- 
lom. dal Po nel comune di Gazzoldo. (Chierici. B. P. I. VII. 1881, 
p. 68). Sta su d'un monticello quadrato della lunghezza di circa i io 
m. e la marìera ha lo spessore di i m. « e poggia sul suolo natu- 
rale dell'argilla stessa dei campi » orizzontale con insignificabili di- 
suguaglianze. Strati: a) parte rimaneggiata dalla coltivazione, 20 cent.; 
V) di colore nerastro sparso di carboni, stoviglie, ossa spezzate, tre 
oggetti di bronzo; e) strato simile al precedente, ma « è più leggero, 
più fino e continuo » di colore per lo più cenerino. Vi si trova- 
rono gusci dell'unio, avanzi di legno, selci, uno spillone di bronzo, 
frecce d'osso, ecc. Si trovarono le buche ov'erano infissi i pali e grande 
parte dell'argine. 

82. Terramara di Villa Cappella sulla sinistra dell'Osone, è 5 chi- 
lometri a ponente di Gazzoldo. (Favalli e Portioli. Noti:(ie degli se. 
ttant. comm. alla R. Accad. dei Lincei 1879. Novembre, pag. 294). 

83. Mariera lungo la Molinella. 

84. Fra questa e il Tartaro a oriente di Roncaferraro. Vi si rin- 
vennero molti oggetti di pietra, uniti a utensili di bronzo. 

85. Non lungi da Nogara verso sud è una mariera dove fiirono 
trovati oggetti di pietra, di bronzo, e negli strati superiori anche di 
ferro. 

86. A mezzogiorno di Sanguineto è una terramara dove sono a 
preferenza oggetti di pietra. 

87-90. Fra Bigarello, la riva destra della Molinella e Roncoferraro 
sono quattro terremare, (Bigarello, Pomella, Casazza, S. Casciano), 
tre delle quali con puri oggetti di bronzo, una con qualche traccia 
di industria litica. 

91. E l'industria litica unitamente a quella dell'età del bronzo è 
pure rappresentata nella mariera di Dosso. 



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9Z 

92. A Susanno presso Talveo De Morta sulla sinistra della Moli- 
nelk v'è predominio deirindustria litica, 

93. Il che avviene pur anco nella raariera posta a sud di Sorga. 

94. De Morta nel Mantovano presso il rigagnolo dello stesso nome, 
non sarebbe stata secondo il Chierici (5. P. L IH., p. 102) un'abi- 
tazione in luogo asciutto, ma invece sarebbe stata costruita in un 
bacino artificiale. Gli oggetti quivi trovati, come che quivi non si 
trovasse nulla di bronzo, hanno grande analogia con quelli delle ter- 
ramare dell* Emilia, il che appare in ispecial modo dalle anse cor- 
nute, dalle stoviglie in genere, e pur anco dalle selci, che non escono 
dai tipi soliti a rinvenirsi nelle mariere tanto cispadane come trans- 
padane. 

95. Nell'Isola della Scala è una terramara, la quale pure s'appalesa 
dell'età del bronzo, sebbene non contenga alcun oggetto metallico. 

96. A sud di Bussolengo presso Verona ci sono oggetti di pietra, 
di bronzo e sopra alla terramara oggetti anche dell'età del ferro. 

97. Mariera di Volta. 

98. Monte della Pieve a sud-est di Cavriana (5. P. /. IV., p. 2). 

99. Fra Pontevico e Manerbio. 

100. Monticello a mezzogiorno di Chiari. 

loi. La terramara di Campo Chiavichetto presso Regona di Se- 
niga è nell'angolo formato dal Mella dove mette nell'Oglio. (Mari- 
noni: La terram, di Regona di Seniga. Milano 1874). Vi si rinven- 
nero molte industrie litiche, cocci di due specie, grossolani, non cotti 
al forno, ed altri di vasi fotti a mano bensì, ma di un impasto più 
fine. Fra le anse domina quella lunata, la quale insieme con parecchi 
oggetti di rame e di bronzo, che quivi vennero in luce, è chiara 
testimonianza dell'età, alla quale questa terramara va riferita. Fra i 
carboni e la cenere erano le ossa dei seguenti animali: Bos brachy- 
ceros, Rùt, Capra hircus, Rùt, Cervus elaphus, Linn, Cervus capreo- 
lus, Linn, Equus caballus, Linn, Sus scropha domestica, Linn. 

102. Cinque miglia più a settentrione di Regona di Seniga in un 
campo chiamato Castellaro è la terramara di Gottolengo, dove erano 
oggetti di pietra, d'argilla e di bronzo. Oltre le ossa di tutti gli ani- 
mali della terramara antecedente c'erano quelle dell'ovis aries. Linn. 
Onde conviene convenire che ambedue ascendano alla medesima età. 



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93 
Ed ora che tutte le particolarità riferentisi a ciascuna terramara fu- 
rono per noi esposte, e che fu osservato tutto quello che ih genere 
riguarda le mariere, non possiamo a meno di osservare alcune diver- 
sita che corrono fra le traspadane e cispadane. Le une e le altre sono 
così costituite, contengono oggetti di un*impronta si particolare, come 
sarebbe Tansa lunata e cornuta, che certo debbonsi ritenere come il 
prodotto di un medesimo popolo che di là e di qua dal Po si eifa 
esteso, lasciando dovunque le tracce delle sue abitazioni e dei suoi 
costumi singolari. Non è però che questa rassomiglianza sia cosi 
perfetta che non si possa notare qualche piccola diversità, perciocché 
mentre nelle terramare dell'Emilia sono relativamente abbondanti 
gli oggetti di bronzo, in quelle del Mantovano c'è piuttosto predo- 
minio dell'industria litica» onde appare che queste popolo a mano a 
mano che dal settentrione si spingeva verso mezzodì, andava sempre 
più sviluppando l'industria del bronzo, che conosceva bensì, ma poco 
se ne valeva quando prima era disceso in Italia. Quale questo po- 
polo sia, che via abbia tenuto per scendere nella nostra penisola, lo 
si potrà con più precisione definire dopo che avremo parlato delle 
torbiere e delle abitazioni lacustri della regione italiana alpina. 



n. 



Le abitazioni lacustri non sono semplicemente il prodòtto di una 
gente, della quale non giunsero a noi che scarse o incerte tradizioni 
storiche; ma in ogni tempo e dovunque si danno esempi di quelle 
costruzioni, perciocché, qualora l'uomo si trovi in un dato stadio di 
coltura e sia favorito da identiche condizioni locali, non può a meno 
di arrivare agli stessi risultati, avvegnaché non venga a contatto con 
gente di lui più civile. 

Infatti, in mezzo all'acque si fabbricano le loro abitazioni i Papous 
della Nuova Guinea, nonché i selvaggi delle isole Caroline, Borneo, 
Sumatra, Solo e di assai più luoghi dell'Oceania, dell'Africa e del- 
l'America. Ma per non uscire dall'Europa ci basti rammentare Babec 



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94 

e SoragHo presso G)stantinopoli, che, non ostante i continui contatti 
colla vicina città e con tutti i popoli dell'Oriente, diedero fino ai giorni 
nostri una prova patente che sopra palafitte si abitava non solo in 
tempi antichi, ma ancora sempre dove a ciò si prestasse la natura del 
luogo. Del resto in molte altre regioni del nostro continente si fa 
cenno dell'esistenza di tale modo di abitare sull'acqua in tempi rela* 
tivamente recenti, e per non parlare delle palafitte dei Marcomanni 
rappresentate sulla colonna Antonina, come cosa universalmente nota, 
ci basti rammentare quelle della Scozia dove si abitava sui laghi an- 
cora nel 1770; e nell'Irlanda dair848, nel quale anno Cinaedh signore 
di Cianachta-Breagh alla testa di una banda di mercenari, saccheggiò 
e distrusse il crannoge di Lagore nella contea di Meath, fino a che 
Hugh Boy O'Donnel si ritirò nel 1605 su di una palafitta di Nan- 
Duini per guarire da una ferita, è una continua serie di tradizioni 
riferentesi ad abitazioni lacustri *, nelle cronache di quel paese. 

La più gran parte di quelle però che rimontano all'età preistorica 
si rinvennero nei numerosi laghi del sistema alpino, e sebbene siano 
ben note le palafitte dei laghi dell'Austria, del Wùrtemberg, della Ba- 
viera e della Savoia, sono in ispecial modo importanti quelle della 
Svizzera. Dove non c'è lago, per cosi dire, nel quale non siano le 
traccie di due, tre, cinque ed anche più villaggi lacustri, anzi dalla 
famosa stazione di Robenhausen sul lago di Zurigo tolse il de Mor- 
tillet il nome di epoca robenhausiennty col quale viene da taluno, e 
certo a torto, designata tutta l'età neolitica ; e gli studi sulle palafitte 
iniziate da Keller, da lahn e seguiti da Troyon e da più altri insigni 
paletnologi, ebbero colà uno sviluppo tale, che inutilmente si cerche- 
rebbe altrove. 

Ma per non dipartirci dall'Italia, dove abitazioni lacustri abbastanza 
numerose vennero in luce dopo che per opera del Desor, del Mor- 
tillet e d^llo Stoppani se ne accertò l'esistenza nel lago di Varese % 
noteremo, che allo stato presente ci si rivelano sotto tre forme di- 



« WaTE. The Ulster Journal, n. 27. — 1859. 

2 MoRTiLLET. Habitations lacustres (T Italie nel giornale V Italie 6 maggio 1863. — 
A. Stoppani. Prima ricerca d'ahitaiioni lacustri ecc. (Atti della soc. ital, di sciente 
nat, tomo V., pag. 154- 16 3. Milano 1863.) — A. Stoppami. Rapporto sulle ricerche 
fatte nelle palafitte del lago di Varese, (Atti della soc, di se, nat. tomo V., p. 423-434). 



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95 
verse, o nelle torbiere, colà dove per agenti naturali sì prosciugò 
qualche laghetto, o sulle sponde dei laghi, quando l'acqua siasi riti- 
rata assumendo una superficie minore di quello che non aveva molti 
secoli la, o per entro il lago stesso, dove Tacqua contribuì alla con- 
servazione dei pali e degli altri materiali propri! di queste costru- 
zioni. 

Anche qui, come nelle terramare, la palafitta constava di tre parti, 
cioè dei pali, dell'assito e delle capanne, delle quali ultime però, come 
che siansi trovati considerevoli avanzi nelle stazioni della Svizzera, 
veruna o pure incalcolabili traccie si rinvennero da noi : tanto che 
non si potrebbero &re che delle vaghe supposizioni intorno alla forma 
di esse. I pali alla stessa guisa di quelli delle terramare si aguzzavano 
con un'accetta di jrietra o di bronzo, e venivano quindi infissi nel fondo 
del lago fino ad un certo punto, e per ottenere una maggiore soli- 
dità si circondavano con sassi, il che venne accertato dallo Stoppani 
per una palafitta nel lago di Pusiano. È difficile ora assicurare quale 
originariamente sia stata la lunghezza dei pali, poiché per la continua 
azione dell'acqua sono in gran parte consunti, egli è però certo che 
doveauo sopravanzare di tanto il pelo dell'acqua, di quanto questo 
s'innalza nel tempo di maggior piena, onde se alcuna volta il tavo- 
lato appariva a fior d'acqua, qualche altra invece s'allontanava in modo 
da rendere ostensibile buona parte dei pali. Fra un villaggio per tal 
modo costruito, e la riva c'era probabilmente un lungo assito soste- 
nuto da due o più file di pali, senza che quegli abitatori espertissimi 
nella navigazione, dall'uno all'altro villaggio e da questi alla sponda 
si spingevano colle loro piroghe, delle quali si trova qualche avanzo 
nelle torbiere del Comasco. 

Parlare partitamente di tutte le torbiere, che nella pianura padana 
diedero grande copia di oggetti della età del bronzo, sarebbe cosa 
più inutile che vantaggiosa, perocché allora quando si conoscano le 
particolarità di alcuna di esse^ si può facilmente farsi un'idea della 
costituzione di ciascuna di loro. Le quali sono altrettanto difiuse, specie 
negli ultimi declivi delle Alpi, quanto lo sono le abitazioni lacustri, 
anzi colà dove fino ad ora, non ostante le diligenti indagini dei dotti, 
non si potè avvertire alcuna abitazione dentro l'acqua, si rinvennero 
però numerose torbiere, che, come quelle di Mercurago, di Laveno, 



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di Mombello, di Cerro e di Brenne, che circondano il lago Maggiore ', 
danno a divedere che furono già stazioni di una antica popolazione. 

Più abbondanti sono tali torbiere presso Varese, dove si distin- 
guono quelle di Biandronno, di Brabbia, e di GaUarate, ma sopra tutte 
le più importanti sono quelle della Lagozza e della Lagozzetta. La 
prima di esse è circa un chilometro a nord-est di Besnate, ed ha preso 
il nome dalla forma singolare della località, perocché trovasi in « un 
bacino quasi circolare della superficie di pertiche metriche cinquanta 
circa, e circoscritto da collinette moreniche, sparse di ciottoli grani- 
tici, dioritici, gneissoidi, e serpentinosi » * dove pochi anni fa c'era 
ancora dell'acqua stagnante di circa due metri di altezza. Nel centro 
di questo bacino, un metro e mezzo sotto la torba, si trovarono le 
teste di numerosi pali di larice e di abete appuntati e infissi nella 
marna cretacea cinerea sottoposta alla torba e parecchie assi resinose, 
indizi certi che quivi era una antica abitazione sopra una palafitta,* 
il che venne comprovato ancora più dagli oggetti che si estrassero da 
questa torbiera, i quali sono di due specie d'argilla cioè e di pietra. 

I cocci sono in massima grossolani assai, fatti con una terra ne- 
rastra mista con granellini di quarzo, e formavano de' vasi « di rag- 
guardevole dimensione e con pareti grosse, dritte e raramente ven- 
tricose, fondo piatto, e superficie estema rossastra con incrostazioni 
carbonose ed altri indizi di esposizione alla fiamma » . Invece le sto- 
viglie più piccole sono d'una pasta più fina, ed eseguite con qualche 
diligenza, perocché la loro superficie esterna é nera e levigata, « le pa- 
reti sono sottili, gli orli ancor più assottigliati e spesso ripiegati dol- 
cemente all'esterno od anche con graziosa curva rientrante ». Nessun 
vaso è fornito di anse, che sono sostituite da bitorzoletti forati alla 
base, né abbondano gli ornamenti, che si riducono tutt'al più a qualche 
linea graffita. Meno frequenti fra la cenere e i carboni si trovarono 
gli oggetti litici, che sono di selce piromaca bianchiccia, cinerea o 
giallognola, e consistono in nuclei o coltellini, presso i quali erano 
dei grossi sassi di granito o gneis che servirono probabilmente da fo- 

» Gastaldi. Iconografia di alcuni ogg.ecc, Torino 1869. — Mw^mom. Nuovi avanii 
preistorici in Lombardia, Milano 1871. 

2 Regazzoni. Stax^ione preistorica della Lagosa (B. P. /. VI, p. 40) 1880, Cf, anche 
ptt//. di paUtn, ital. Anno VI, p. 50. 



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coiaio. Come che non cosi numerosi sono pure assai importanti gli 
oggetti rinvenuti nella vicina stazione della Lagozzetta ' dove vennero 
alla luce tre cuspidi di selce, il fondo d'un rozzo vaso d'argilla fatto 
a mano e indurito al sole, un recipiente di abete, e un grande ba- 
stone incurvato ad una estremità, nella quale sono incise con atte in- 
umile due teste di animali. 

Del gruppo varesino sono queste le torbiere più meridionali, dove 
la più settentrionale è quella di Val Cuvia o quella di Colico presso 
il lago di Como, mentre sono più a mezzodì le torbiere dì Bosisio 
e di Rc^eno, di Maggiolino, di Casletto nella Brianza, quella di Tor- 
biato al sud del lago d'Iseo, e quella posta in Val Brembilla. Presso 
il lago di Garda si trovano molte torbiere contenenti oggetti di an- 
tichi popoli, delle quali ci basti rammentare quelle di Marchetto, di 
Polada, di Fornaci, la torbiera detta Cascina fra S. Giorgio in Salici 
e Castelnuovo, quella di Saline detta la Conca nel comune di Lazise 
presso Colà. Anche nel Trentino, avvegnaché non siansi ancora fatte 
colà delle metodiche ricerche per le antichità di quest'epoca, esistono 
parecchie torbiere donde uscirono oggetti di selce e di bronzo, fra 
tutte però merita speciale attenzione quella di Fiavè nelle Giudicarle 
ricca di oggetti Utici e metallici, che finora andarono sparsi in pa- 
recchi musei e raccolte private, e fornita, come assicurasi, di una 
palafitta. 

Del resto oggetti dell'età del bronzo si trovarono moltissimi qua 
e colà sparsi nella Valle dell'Adige e nelle valli collaterali, alcuni dei 
quali esistenti nel civico museo di Trento, e in qualche raccolta 
privata, come che siano d'una importanza limitatissima e di nessun ap- 
poggio nelle indagini della più vetusta storia di queste valli, perchè 
oggetti sporadici, pure volli riportare nelle tavole HI e IV, solo per 
dare un saggio delle forme che più comunemente quivi si rinvengono. 

Egli è certo che non tutti i paalstab ivi raffigurati rimontaiio alla 
pura età del bronzo, perchè non vanno più in là della prima età del 
ferro quelli già pubblicati dall'Orsi *, i quali hanno incise delle lettere 
alfabetiche (tav. HI, n. io — n. 13) e quello di Albiano (n. 16) che 



> Buiktt, della Consulta archeologica. Anno IV, p. 16 e 17. Milano, 1B77. 
» P. Orsi. Un ripostiglio di hron:^i delfetà del ferro ecc. Rovereto, 1882. 



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porta impresse delle figure geometriche molto belle e che trovano ri- 
scontro perfetto in quelle di un altro paalstab, che è nel museo di 
Salisburgo \ perocché è manifesto che tale utensile usavasi ancora nei 
primi periodi dell'età del ferro; infatti una schiera di soldati rappre- 
sentati sulla situla della Certosa sono appunto figurati nell'atto di re- 
carsi alla guerra armati di elmo conico e di paalstab, senza che non 
si saprebbe spiegare come si trovino in alcuni di essi delle lettere 
preromane, che anzi in uno, che trovasi nel museo preistorico di 
Roma, è incisa una intera parola, ed uno del museo di Trento porta 
incisi lungo la costa dei segni, che possono essere tanto numerici, 
quanto alfabetici, e presso il bossolo un disegno, che rappresenta o 
un' àncora o un giglio. Il più occidentale dei laghi, che contengono 
palafitte e quello anche dove si scopri il maggior numero di stazioni 
è il Varesino, in quattro punti del quale s'avverti l'esistenza di quelle 
antiche abitazioni, presso Bodio, cioè, presso Cazzago Brabbia, all'I- 
solino od isola Camilla, e presso BardeUo. Già nel 1865 lo Stoppani ^ 
notava, che nel piccolo golfo sotto Bodio è una grande palafitta 
« che gira attorno ad un monticolo elittico, rilevato sul fondo del 
lago, simile ai molti, che si osservano nei laghi della Svizzera. » 
Questa però è una sola delle tre stazioni che si scoprirono in quella 
località e che presero il nome di Keller o del Gaggio, di Bodio o 
centrale, e di Desor o del Maresco. 

Molto estesa, e forse due sono le stazioni presso Cazzago, e due 
assai più importanti sono quelle dell'Isolino. La prima di queste è 
« a nord-est di Biandronno accosto all'Isolino di pertinenza Litta, e 
si diparte precisamente dalla punta nord-est dell'isola spingendosi in 
direzione sud. » La palafitta ha un'estensione di 200 metri su 30 
circa o 40 di larghezza, e si scorgono le consunte teste dei pali a 
circa m. 1,20 sotto il livello dell'acqua. Fra i pinoli furono trovate 
ossa di piccolo bue (bos brachyceros), rotte e parte intaccate con un 
istrumento tagliente, e molti vasi frantumati i quali sono d'un gros 
solano impasto misto con granellini di feldspato e di amfibola «e di 
cui si scorgono benissimo i cristalli di un verde cupo » a difie- 



> I. EVAMS. O. e. 

2 A. Stoppani. Vn'ma ricerca d'ahit, he, ecc. 



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renza dei vasi della Svizzera, dei quali l'argilla è mista a pezzettini 
di quarzo. 

Le stoviglie di Varese sono semplicissimamente ornate con linee 
oblique equidistanti e parallele, o con piccoli bottoncini rilevati, i 
quali qualche volta tengono luogo di ansa, se pure questa non è for- 
mata con « un' orecchia traforata per sospendere il vaso mediante 
una cordicella. » Una particolarità che distingue questi vasi da quelli 
delle palafitte della Svizzera è che questi hanno la base rotondeggiante 
e a mala pena si reggerebbero in piedi, mentre quelli della stazione 
dell'Isolino hanno una base piana, anzi uno di essi « si alza sovra 
imo zoccolo o piedistallo concavo, ossia a imbuto rovesciato, forma 
che il signor Desor notò come aflfatto eccezionale. » 

Furono continuati in varie epoche gli scavi ', pei quali si aumen- 
tarono assai gli oggetti litici, in ispecie di selce, ed a Cazzago Brabbia 
si rinvenne una specie di cuccialo di terra cotta ed un'ascia piatta 
di bronzo. All'isola Virginia * si trovarono nuovamente dei pali, assi 
orizzontali, arnesi di selce, stoviglie, ossa infrante e semi di varie 
piante, dei quali a suo luogo si terrà parola. 

Anche nel capo di Monate, come che prima esplorato, solo nel 
1864 lo Stoppani trovò due stazioni sulla sponda occidentale sotto 
Codrezzate, cioè quella detta del Sabbione e l'altra 4i Pozzolo. Sono 
a breve distanza l'una dall'altra, non però ugualmente grandi, che 
una ha l'estensione di m. 120 su 30 di larghezza, l'altra nemmeno 
la metà, « e ponno dirsi, piuttosto che palafitte, enormi mucchi di 

grossi ciottoli e di massi di pietra I pinoli però non vi mancano, 

sono di betula perfettamente conservati ^ ». — Nel 1876 il Castel- 
franco * scopri una terza stazione detta « dell'occhio », donde usci- 
rono, come dalle due precedenti, oggetti di selce, di terracotta e di 
bronzo. Non molto dissimile è la stazione rìpvenuta dallo stesso Ca- 



« I. Regazzoni. Vuomo preistor, nella prov. di Como. 

» I. REGAZZOin. Dei nuovi scavi delT Isola Virginia (B. P. L IV, 1880). — Ran- 
CHET e Regazzoki. Nuove scop, preist. air Isolino ( Atti della soc, ital. di se. nat. 
Voi. XXI). Milano" 1878. 

3 C. Marinoni. Le abita^, lacustri e gli avan-^i di umane industrie in Lombardia, 
Milano, 1868. 

4 Castelfranco. Le sta^. lacust, dei laghi di Monate e di Varano. Milano, 1878. 



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stelfranco nel Iago di Varano, dove trovò la palafitta in un cumulo 
di sassi detto delle Pioppette, e le teste dei pali in un altro am- 
masso di ciottoli. Pali più numerosi ed allineati, onde lo Stoppani 
credeva che fossero il sostegno di un ponte, che congiimgeva una 
stazione lacustre colla riva, furono trovati sopra il ponte a Malgrate 
presso la sponda destra del lago di Lecco, e avanzi di vere stazioni 
sono nei laghi di Annone e di Pusiano. Nell'ultimo specialmente, 
che, secondo lo Stoppani « si direbbe, principalmente sulla riva sud 
est, fatto espressamente per le costruzioni lacustri »: infatti presso 
risola dei cipressi si trovarono alcuni pali, alla profondità di m, 0,50 — 
m. i,so dal livello dell'acqua, i quali occupavano un'area di circa 
cinquanta passi, e sul lido dell'isola stessa si scoprirono molti oggetti 
di selce e di terracotta. 

Ma se in tutte le palafitte fino a qui menzionate c'è predominio 
di oggetti di pietra, mentre quelli di bronzo sono in minor numero, 
in quella invece del lago di Fimon nel Vicentino furono dal Lioy » 
avvertiti due strati diversi, uno contenente solamente industrie liti- 
che, l'altro con abbondanti oggetti di bronzo, e nel lago di Garda, 
come che mescolati, sono pure tali gli utensili trovati, che il Pigo- 
rini * potè dividerli in due categorie diverse, ponendo nella prima 
quelli che appartengpno alla età del bronzo, e quelli dell'età del ferro 
nella seconda, onde risulta, che se si cominciò ad abitare sopra l'acqua 
allora quando per la rarità del bronzo erano ancora in grande uso 
gli attrezzi di pietra, d'altra parte si continuò in qualche luogo a 
conservare quelle abitazioni fino ai primordi dell'età del ferro come 
avvenne nel lago di Garda. Intorno al quale sono abitazioni lacustri 
abbastanza numerose, dalle quali dal 1830 fino ai giorni nostri usci 
grande copia di anticliità che diedero campo al Sacken ' prima, quindi 
al Martmati ^ ed al Pigorini 5 di dettare delle preziose memorie in- 



« P. Lioy. Le abitai, lacustri del lago di Fimon. (Atti del J^ Istituto Veneto). 

* PiGORmi. Le abitaci, lacustri di Peschiera nel lago di Garda, {Atti della R, Ac- 
cad. dei Lincei^ 1877). 

5 Sacken. THe PfaW. in Gardasu. 

4 Martinati. Iklla paletn. in generale e delle sue primizie nel Veneto ecc. Padova, 
1865. — Storia della paletn. veronese, 

s Pigorini. Op. dì. 



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lof 

tomo a queste stazioni preistoriche. Esse per la più gran pa'rte sono 
fra Pacengo e Peschiera, ma di tutte di gran lunga la più impor- 
tante è quella che sta presso quest'ultima città. Ivi fino dal 1850 si 
era trovata la palafitta e per gli scavi seguenti si notarono sotto 
l'acqua del lago tre strati diflPerenti, uno di sabbia compatta, di un 
sedimento quasi torboso il secondo, nel quale sono gli oggetti me- 
tallici, le stoviglie ed i pali di quercia che alla punta sono rosi, e 
colla base sono infissi nel terzo strato formato da terreno argilloso. 
E numerosi pali sono pur anco nella stazione denominata il Porto 
di Pacengo, che occupa un estensione di m. 300 X 1 50, e in quella 
del Bor, nella quale i pali sono alla distanza Tuno dall'altro da i a 
2 metri ed occupano un'area di m. 400 X i50« Anche da qui " fu- 
rono estratti molti oggetti metallici di terracotta e di pietra, la mag- 
gior parte dei qudi, avvegnaché alcuni risalgano alla età del ferro, 
appartengono all'epoca del bronzo come ne fanno fede in i$pecie le 
ascie ad alette, e le anse cornute, e le anse lunate. Qui, come nella 
stazione palustre, che è dove il Mincio, uscito dal Lago di Garda, si 
divide in più rami, stazione importante e per i pali trovativi, e per 
gli altri oggetti di bronzo, di pietra, di ambra e di legno, credette 
il De Stefani * di avere estratto una grandissima quantità di noccioli 
d'ulivo; ma dopo un più attento esame trovò che la più gran parte 
di essi erano semi di corniolo (comus mas. Linn), come che alcuni 
fossero veramente di ulivo, della quale pianta furono trovate altre si- 
cure tracce nei depositi del Lago di Garda. 

Del resto sarebbe ben difficil cosa il dare un quadro completo 
della fauna e della flora delle abitazioni lacustri, perocché alcuna 
volta notarono bensì gli esploratori gli animali ai quali appartenevano 
le ossa trovate, ma per lo più si dimenticarono di notare la specie. 
Del resto ecco le piante delle quali infino qui si notò l'esistenza nelle 
abitazioni lacustri: vitis vinifera, triticum vulgare antiquorum (lago 



« A. Cavazzocca. Stagioni lacustri del Bor presso Paceno, ( Lettera al Pigorini. 
'B. P. L IV, p. loi). 

« St. De Stefani. DegU ogg, preist, raccolti nella sta^, delTetà del broncio scoperta 
nel Mincio presso Peschiera, Verona, i88a (Voi. LVII, ser. IF, fase. I dell'Accad. 
d*Agr. e Comm. di Verona). — / noccioli d'ulivo nel lago dt Garda, (Bull, di pa- 
ìetn, Ual. VII, 1882. 



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102 

Varese); secale cereale (lago di Garda); panicum miliaceum; rubus 
fructicosus; caryophillea (Var); corylus coluraa; corylus avellana: 
cornus mascula; sambucus nigra : fragaria elatior; rubus idaeus; carex 
spec; cyperacea; amaranthus blitum; verbena officinalis; spergola ar- 
vernensis; stellarla media; ranunculus bulbosus; chara spec; potamoge- 
ton perfoliatus (Garda). E gli avanzi animali trovati in queste sta- 
zioni, per quanto si può dedurre dalle scarse notizie fin qui avute 
sono i seguenti: ursus arctos; mustela sp?; canis sp?; canis vulpes; 
sus scropha palustris; castor fiber; ovis (?); cervus elaphus; cervu^ ca- 
preolus; capra hircus (palustris?); bos brachyceros (Var); equus ca- 
ballus; cypris; valvata piscinalis; vivipara vera; bytinia tentaculata» 
(Garda). 

Se si confronti la flora e la fauna delle abitazioni lacustri appare 
tosto la loro identità con quelle delle terremare, e quando pure si 
abbia riguardo che qualche pianta, come la secale cereale, che fu 
portata in Italia non prima dell'età del ferro, può appartenere allo 
strato più recente delle antichità estratte dalle palafitte, non offrirà 
alcuna difficoltà la soluzione del problema a quale popolo queste co- 
struzioni si debbano attribuire. 

Ogni qual volta ci si offriva l'occasione abbiamo fatto notare la 
somiglianza che corre fra le industrie delle abitazioni lacustri e quelle 
delle terremare, oltre di che nelle une e nelle altre vige il costume 
di abitare sopra palafitte, il che ci chiarisce che appartengono tutte 
ad un medesimo popolo, il quale costruiva le sue abitazioni dentro 
i laghi, e quando questi non c'erano, le faceva allo stesso modo al- 
l'asciutto circondandole di un argine o d'una fossa. 

Ma se la rassomiglianza vale completamente fra le abitazioni la- 
custri deiritalia settentrionale e le mariere transpadane, non è che 
qualche piccola diversità non ci sia nelle terremare cispadane, nelle 
quali a differenza delle altre predominano gli oggetti di bronzo. Onde 
è manifesto che il popolo stesso che venne in Italia possedendo bensì 
il bronzo, ma non in tale quantità da poter fare a meno degli utensili 
di pietra, e si fabbricò le abitazioni lacustri, mano mano che calava 
verso mezzogiorno sviluppava l'industria metallica in modo che ar- 
rivati nell'Emilia già quella avea il predominio sopra l'uso della selce. 
E sebbene tale avanzamento nella coltura proceda si lentamente, non 



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si può assolutanìente asserire che il popolo delle terreniaresia quello 
stesso che nei secoli addietro avea Tuso di abitare in caverne, e che 
visse in Italia durante Tetà neolitica; imperocché fra i costumi del- 
l'uno e dell'altro corrano tante e tali diversità da non poter ammet- 
tere con serietà una tale ipotesi. Infetti abitavano gli Ibero-Liguri in 
caverne, in capanne costruite su palafitte i terramaricoli ; ed allora 
quando pel naturale svolgimento della coltura i primi perfezionarono 
la forma delle loro case, costruirono bensì fondi di capanne; ma vere 
capanne giammai. Oltre di che essi inumavano i defunti e li seppelli- 
vano o nelle grotte o nei fondi di capanne, dove nell'età del bronzo 
i trapassati venivano per lo più abbruciati, e i loro resti si depone- 
vano in vasi di terra cotta, come fra breve si proverà distesamente. 
Di più erano bellissime le stoviglie dei cavernicoli ; grossolane e poco 
cotte quelle dell'età susseguente; come si spiegherebbe im tale re- 
gresso se non si trattasse che di un popolo solo ? Ma questa, è per 
me, la prova più convincente della diversità dei due popoli, che al- 
lora quando il popolo nuovo venne in Italia non si assimilò tutto a 
un tratto tutti i cavernicoli, che anzi alcuni di loro continuarono ad 
abitare nelle grotte, sebbene avessero già cominciato a conoscere e 
a servirsi del bronzo per il contatto e quindi per influenza dei nuovi 
venuti. 

Né sono questi Celti come da prima credevano lo Strobel e il 
Pigorini, perocché molte opposizioni si potrebbero fare a questa ipo- 
tesi, onde l'Helbig ' si attenne all'opinione di Chierici e di Hehn che 
i terramaricoli ritenevano per Italici, e questa convalidò con una serie 
di ben ponderiate ragioni. Nel che convenne ultimamente anche il 
Pigorini % anzi andando più in là egli crede che « non esista più 
quella separazione, che per lo addietro si ammetteva, fra Tetà del 
bronzo delle terremare e la prima età del ferro, quale si palesa nel 
gruppo delle antichità dette di Villanova, e che perciò queste ultime 
ci rappresentino un periodo più avanzato della primitiva civiltà umbra 
od italica ». 



« W. Helbig. 'Die Itaìtker in der Toébene, Leipzig, 1879. 
> L. Pigorini. Terramara delV età del hron:^o situala in Castione dei (Marchesi. 
Roma, 1883. 



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Infatti, come che gli Umbri ed i Latini pei loro monumenti ci si 
rivelino già progrediti alla prima età del ferro, hanno siffatte analogie 
coi terramaricoli, che non si possono ritenere se non che per una 
propagine di quelli, onde non è più luogo a dubitare intomo a questo 
problema; ma conviene ritenere che le abitazioni bcustri e le ter- 
remare sono opera degli Italici, che nell'età del bronzo calarono in 
Italia, Anzi è oramai tracciata anche la via che tennero per recard 
nella nostra penisola, perocché il Pigorini esaminando gli oggetti del- 
l' età del bronzo estratti dal lago di Garda , asseriva per una parte 
che sono quasi identici a quelli delle terremare dell'Emilia, ma dal- 
l'altra trovava qualche particolarità, che li ravvicinava a quelli che 
della medesima epoca si trovano nell'Ungheria e nella valle del Da- 
nubio. Per lo che è evidente che come la civiltà del bronzo dal- 
l'Asia si difiuse in Europa percorrendo quella grande valle, cosi i 
popoli che ne furono i latori tennero la stessa via, e per le valli col- 
laterali calarono i Greci primitivi nella penisola Ellenica, e gli Italici 
nella pianura padana. 



m. 



Ma non possiamo dire di conoscere completamente il popolo che 
nell'età del bronzo abitò la pianura padana, quando non lo si con* 
Sideri anche da un altro lato, cioè nelle sue necropoli, che sono la 
espressione più sincera del carattere che contraddistingue una data 
popolazione. Con quali cerimonie e con che funebre pompa abbiano 
gli antichi accompagnato i loro cari all'ultima loro dimora non è 
certo chi noi sappia; cerimonie e pompe che si protraggono fino ad 
una remota antichità; di maniera che, se nelle tombe di Micene si 
profondevano Toro e le armi di prezioso lavoro, anche i poveri li- 
toplidi non volevano mancare di riporre accanto al cadavere le armi 
e gli utensili che più erano cari al defunto quando viveva. Anzi al- 
cuni cavernicoli spingevano tant'oltre la religione pei trapassati, che 
dopo avere atteso per qualche misterioso rito la scamitura del ca- 



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davere, tingevano lo scheletro tutto di cinabro e cosi acconcio lo 
seppellivano, non dissimili molto per questo riguardo dagli odierni 
Taitiani, i quali depongono il morto sopra un palco appositamente 
costruito e li lo lasciano finché le carni sono sparite, durante il quale 
tempo il sacerdote, vestito dei suoi abiti rituali, attende il momento 
solenne nel quale il cadavere sia al punto da potere essere seppellito. 
Le tombe italiane dell'età del bronzo non ci danno indizio di que- 
sto funebre lusso, poiché insieme colle ceneri deponevasi poco nu- 
mero di armi e nulla più, per quanto si può dedurre dai pochi se- 
polcreti riferentisi a quell'età, che finora fiirono trovati, e sono quelli 
di Crespellano nel Bolognese, di Casinalbo nel Modenese, di Pietole 
vecchio e di Monte Lonato nel Mantovano, di Bovolone e di Po- 
vegliano veronese. Di tutti questi il principale, e queUo che senza 
dubbio ha i caratteri di maggiore antichità é il sepolcreto di Bovo- 
Ione nel distretto dell'Isola della Scala a mezzogiorno di Verona ' • 
Per il quale é resa manifesta la diversità che corre dai riti fiinebrì 
dei cavernicoli dell'età neolitica a quelli degli Italici. I quali alla inu- 
mazione sostituirono la combustione del cadavere, di cui raccoglie- 
vansi le ceneri e si depositavano in un vaso di terra cotta, accom- 
pagnandole con pochi o con nessuno degli oggetti, che servirono al 
defiinto durante la vita. Ma la differenza maggiore sta in ciò, che 
mentre prima non si avea un luogo speciale consacrato alla dimora 
dei resti funebri, perocché deponevansi gli scheletri o nella caverna 
stessa dove si abitava, o in ima grotta appositamente conservata, ora 
invece é stabilito un luogo comune dove gli abitatori d' una data 
estensione hanno il diritto o l'obbligo forse di depositare le ceneri 
dei loro parenti defunti. Ed é naturale la instituzione di queste ne- 
cropoli, e pienamente rispondente alle condizioni, nelle quali si tro- 
vavano gli Italici dell'età del bronzo, con ciò sia che dovendo vivere 
molte famiglie di loro sopra una stessa palafitta, e tutte essendo mosse 



> PiGORiKi. Escurs. paìetn. ndf Italia superiore. (AtH delia R* Accaà, ad Lincei. 
Voi. I, ser. )')• — ^«^- ^^ paJetn. Hai VI, p. 182. — V Arena giornale veronese, 1877; 
21 luglio. — Martinati presso BoKi. ^pp* sul museo civico di Modena negli 
anni 1875-76, pag. 22. — Stef. De Stefani. Sopra r antico sepolcreto di Bovolone, 
(Atti del R. Ist, Veneto di sciente, lettere ed arti. Tomo VII, ser. V, disp. Vili, Ve- 
nezia, 1880^1). 



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dagli stessi mteressi come in una società costituita, cosi doveasi tro- 
vare il modo pel quale anche dopo la morte si dovesse esplicare la 
idea della loro unione fraterna. 

Gli ossuari di Bovolone non diflFeriscono molto dalle stoviglie in 
genere delle palafitte, poiché sono anch'essi fatti di un'argilla grossa 
e quarzosa, il loro colore è rossastro, e sono tozzi e rigonfi per lo 
più e copeni da una ciotola capovolta. 

Essi si trovarono alla profondità varia da m. 1,50 a m. 0,85 « di- 
stribuiti verosimilmente in file parallele » » e circondati qualche volta 
dagli avanzi del rogo e da pezzi di ossa di animali, fra le quali il 
Martinati avverti uno spuntone di corno di capriolo. La circostanza 
però che alcuni scheletri erano deposti sulla nuda terra ci fa pensare 
ad un popolo incerto ancora fra l'un^ e l'altra maniera di seppelli- 
mento: con tutto ciò e la forma dei vasi, ed il modo con cui sono 
fatti, e Tessere menzionate dal Martinati due anse « affatto simili alle 
anse lunate o cornute comuni » fa attribuire questo sepolcreto al po- 
polo che nell'età del bronzo abitò nell'Italia settentrionale. I vasi sono 
affatto privi di anse, però hanno delle sporgenze o dei bitorzoli cosi 
disposti in un vaso che facevano supporre al Pigorini che si avesse 
voluto rappresentare una faccia umana. Un'altra circostanza degna di 
auenzione è questa notata dal De Stefani, che nella parte di ciascuno 
scheletro si rinvenne un ciottolo di quarzo; fatto singolare, del quale 
non si conosce il significato, ma che pure è ripetuto in età posteriori 
con qualche varietà, a modo d'esempio a Vadena, come a suo luogo 
vedremo. 

Della stessa età del sepolcreto di fiovolone è senza dubbio quello 
di Cavriana a mezzogiorno di Monte Lonato nel Basso Mantovano. 
Esso occupa lo spazio di circa 400 m. q. * e le tombe sono formate 
« da un cumulo di ciottoli disposti in circolo senza che, forse per 
essere stata guastata coi lavori agricoli, rimanesse traccia di coper- 
tura di sorta ». Nel mezzo di questo circolo erano parecchi vasi di 
un impasto grossolano fatto a mano, contenenti le ceneri, e coperti 
col fondo di un altro vaso. Anche qui come nella necropoli delTI- 



« Pigorini. *». P. /. VI, p. 182. 
a Pigorini. Escurs. paUtn, tee. 



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sola della Scala non si rinvennero oggetti accompagnati ai resti umani, 
se non si vogliano eccettuare parecchi sminuzzoli di bronzo ed un 
ago crinale. Tutte cose che hanno perfetto riscontro nelle terremare 
massime in quella di Gorzano se si tiene specialmente conto degli 
ornati a cordoncini rilevati e delle anse cornute. Avrebbe invece re- 
lazione colla terramara di Casinalbo, dalla quale dista circa 200 metri, 
il sepolcreto rinvenuto nel fondo Perales vicino alla villa Bonacini 
nel Modenese '• Anche li i vasi deposti sulla nuda terra assai vicini 
gli uni agli altri erano alla profondità varia dagli 80 ai 50 centimetri, 
e contenevano i resti calcinati del defimto. Erano coperti o da una 
ciotola o da una pietra, e per la forma e per il rozzo impasto fu- 
rono trovati dal Pigorini % che questo e quasi tutti i sepolcreti ita- 
liani dell'epoca del bronzo illustrò con quella vasta xiottrina che egli 
possiede, identici a quelli di Monte Lonato e di Bovolone. Un solo 
vaso si distingue dagli altri per la tazza che lo copriva, la quale è 
decorata di borchiette di bronzo. Onde il soprallodato paletnologo, 
pure ammettendo che i terramaricoli erano già si avanzati nella col- 
tura da poter eseguire questo lavoro, crede che questa ciotola ap- 
partenesse ad una gente che dalla età del bronzo scendeva « a toc- 
care pur quella, nella quale si diffondevano i primi elementi della 
nuova civiltà detta del ferro ». 

Della necropoli di Pietole poco o nulla si sa, poiché se ne fa ri- 
stretto cenno soltanto in una nota del buUettino di paletnologia italiana 
dietro notizia comunicata dal professore Attilio Portioli di Mantova. 

Pietole vecchio è nel comune di Quattroville nel Mantovano, e non 
lungi dal lago dello stesso nome si rinvenne il sepolcreto, ed a Pie- 
tole anche si « rinvennero ossuari mal cotti e rozzi, contenenti solo 
resti umani calcinati, chiusi nella bocca da un largo coccio o da una 
ciotola capovolta ». Notizie più estese si hanno intorno alla necropoli 
di Crespellano, la quale è della lunghezza di 40 metri e della lar- 
ghezza di m. 12. Essa è divisa in due strati: il superiore dai 60 ai 
70 centimetri è dell'epoca romana, il secondo strato rimonta all'e- 



« Cf. il Cittadino di Modena, 2 aprile 1880 e il Bull, di paìetn. itah Anno VI, 
1880, pag. 76. 
» Bull, di paletn. ital. Anno VI, p. 190. 



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poca della terramara di Pragatto che si stende li presso, ed i vasi 
sono disposti in file Tuna sopra Taltra in modo che quelli della su- 
periore s* insinuavano nel piccolo intervallo che correva fra vaso e 
vaso dell'inferiore, di guisa che fatto il taglio verticale, davano al 
Gozzadinì Tidea del « fondaco d'un vasaio, in cui stesse ammucchiata 
k sua merce » '. 

1 vasi sono come a Bovolone ed a Pietole vecchio coperti con 
tma ciotola capovolta sopra alla quale stava ritto « un ciottolo bi- 
slungo » per lo che per la rozza fabbricazione dei vasi, i quali sono 
fomiti degli stessi bitorzoli, come quelli di Bovolone, si crede con- 
veniente di ascrivere questo sepolcreto alla età del bronzo. Non tanto 
però che non vi si possa scoprire il primo passaggio alla età del 
ferro; non già perchè metallo alcuno sia stato ivi trovato, ma perchè 
qualche vaso si distingue dai più, che grossolanamente sono fregiati 
a rilievo, per la sua forma e per gli ornati più gentili, di modo che 
s'avvicina più al tipo di Bismantova che non a quello di Bovolone* 

Tuttavia non è questo il sepolcreto che più risenta l'influenza del- 
l'incipiente epoca del ferro, ma bensì quello di Povegliano illustrato 
dal Pellegrini *. Povegliano giace i6 chilometri a sud-ovest di Ve- 
rona nel distretto di Villafranca, e le antichità in discorso si rinven- 
nero nelle località di Gambaloni e Melonara di Gallina posta due 
chilometri a mezzodì di Povegliano, ed a Vignol della Gambisa a 
1 50 metri da Gambaloni. A 60 metri da quest'ultimo luogo furono 
scoperte delle tombe, « nascoste entro accumulazioni ghiaiose »; ma 
più importante è il cimitero di Gambaloni ove furono dissotterrate 
quattordici tombe, il quale presenta pressoché la forma di un rettan- 
golo, ed occupa nel suo assieme circa 240 metri quadrati; ma gli 
intervalli da tomba a tomba non erano, eguali, né queste erano per- 
fettamente allineate ». Alla profondità varia dai 50 centimetri ad ufi 
metro erano gli scheletri depositati sulla nuda terra; non seguivasi 
però cosi costantemente l'inumazione, che alcuna volta non trovinsi 
nelle tombe ossa umane calcinate unite a ceneri e carboni, indizio 

> G0ZZA.DINI. n sepolcr, di Cr espellano nel Bolognese, Bologna, 1881. — Pigorini. 
Bull di paletn. ital VII, 188 1, pag. 138. 

2 Pellegrini. T)i un sepolcreto preromano scoperto a TovegUano veronese. Verona, 
1878. — Cf. Bull di paletn, ital Anno III, p. 175-176. 



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certo che erasi fatta la combustione del cadavere. In tale caso po« 
nevansi per lo più i resti umani in vasi d'argilla i quali^ per quanto 
si può vedere dagli avanzi rimasti , sono d'una pasta grossolana e 
terrosa, quale in genere è quella di cui constano i vasi della età del 
bronzo. 

Q>me a Cumarola nel Modenese * dove pure trovaronsi scheletri 
deposti sulla nuda terra, ancora qui si depositarono accanto al defunto 
le armi e gli oggetti, de' quali si serviva già il trapassato, e questo 
è strano, che mentre per un lato non si potrebbe ammettere che 
questa necropoli risalga più in là del periodo di transizione fra il 
bronzo ed il ferro, dall'altro si sarebbe tentati ad ascriverle un'anti- 
chità molto maggiore, per ciò che esistano nel museo prei^orico di 
Roma una sega e tre lame silicee estratte dalle tombe di Povegliano 
unitamente ad oggetti di bronzo. Di sette pugnali cinque sono va- 
riamente formati, non ostante però tutte queste varietà, essi trovano 
perfetto riscontro in ahri trovati nelle palafitte del lago di Garda; 
tanto i pugnali come i coltelli pugnali e le lame di spade sono fusi 
tutti d'un pezzo, e quasi tutti hanno una costa mediana. Le spade 
sono a due taglienti ed, escluso il manico del quale non si trovò 
avanzo alcuno, eccedono sempre la lunghezza di 40 centimetri, e 
alla stessa maniera dei pugnali si allargano alla base in forma di lu- 
netta nella quale sono i fori, donde passavano le borchie che servi- 
vano a rassodarle al manico. Una di esse e per la buona conserva- 
zione e per la bellezza della sua forma, « può considerarsi uno dei bei 
prodotti dell'arte fusoria dell'età alla quale rimonta » * e somiglia assai 
ad una spada trovata nella torbiera di Oleggio Castello, illustrata dal 
Gastaldi '. Se poche quivi sono le armi, altrettanto scarseggiano gli 
oggetti di ornamento. Essi tutti si riducono a quattro rotelle forate 
nel mezzo di ambra rossa fiammante e ad alcuni aghi crinali. Essi 
sono di tre specie diverse. Alcuni, come gli aghi crinali più comuni, 
terminano con una capocchia, altri in suo luogo hanno due o tre 
cerchietti disposti verticalmente; ma due si distìnguono per la loro 



» Gastaldi, Nuovi cenni ecc. pag. 9-1 1 

* Pellegrini. Op. cit. 

3 Gastaldi. Iconografia di alcuni oggetti ecc., Tom. Vili, 2. 



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forma particolare e in fino qui non più mai veduta. Il loro manu- 
brio è delia forma d'un elissoide, alla base del quale sono due 
anelli, ed un anello è pure a ciascuna estremità del diametro minore ; 
Tago crinato termina da questa parte con una lammetta che ha un 
piccolo foro nel mezzo. Il gambo di uno di questi aghi è tutto or- 
nato di minutissimi circoletti, e di lineette gli anellini e i due archi 
dell' elissoide, ornamenti si microscopici e fatti con tale precbione^ 
che non possono essere altrimenti eseguiti che con una punta di ferro, 
ond'è che a tale necropoli non si può concedere tutta l'antichità quale 
si conviene ascrivere ai sepolcreti antecedentemente descritti. 

Non ostante tutti queste necropoli appartengono ad un medesimo 
popolo, il quale anche per la forma del cranio si distingue da quello 
della età neolitica, poiché mentre questo è di razza brachycefala, 
come abbiamo osservato, quello della età del bronzo, secondo le più 
attendibili scoperte andropologiche, sarebbe di razza dolicocefala, come 
era anche quello che nella prima età del ferro trovasi sparso in tutta 
l'Italia media e settentrionale. 



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CAPITOLO QUARTO. 



Sommario. «- i. Sviluppo ulteriore dell'arte nell'epoca del ferro avvenuto per opera 
degli Umbri, degli Euganei e dei Proto- Etruschi. I bronzi figurati di Matrey e di 
Moritzing e loro relazione colla situla di Watsch nella Carniola, colle euganee, 
con quella della Certosa e collo specchio di Castelvetro. — 2. L'elmo di Oppeano, 
la situla di Sesto Calende e quella di Trezzo. Collane anauniensi, fibule e brac- 
cialetti rinvenuti nel paese dei Reti. 



I. 



Nella prima età del ferro troviamo il prodotto di due civiltà di- 
verse nel paese dei Reti, Tuna più avanzata che dall'oriente si spinge 
verso Toccaso, più primitiva l'altra e più semplice, che dall'occidente 
si diflfonde per quasi tutta la pianura padana. Questo fenomeno sto- 
rico, che a tutta prima potrebbe sembrare inesplicabile, trova la sua 
soluzione quando lo si studi fino dalla sua origine, cioè nella età che 
immediatamente precedette a questa, onde ci conviene dare un ra- 
pido sguardo alle condizioni dell'Italia settentrionale durante codesto 
periodo. 

Abbiamo notato, ogni qualvolta ci era porta l'occasione, che in 
tutto il periodo del bronzo non era per niente sparita la caratteri- 
stica del popolo ibero-ligure che la precedette, come che in parte 
sia stata modificata, per ciò che come si trovano delle caverne, delle 
quali gli abitatori aveano conoscenza del bronzo, cosi ancora si ma- 
nifestano contemporaneamente due specie diverse di sepolture. Quelle 
degli Italici, che abbruciavano i morti e ne mettevano le ceneri in 
vasi di terra cotta, e quelle dei Liguri d'altra parte, che i defunti 
incombusti deponevano in tombe formate di quattro o più lastre pian- 
tate verticalmente nel suolo, e da una grande pietra orizzontale che 
teneva l'ufficio di coperchio. Cosi nella prima età del ferro, i mo- 



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112 

numenti della quale sono, secondo ogni probabilità, il prodotto della 
gente che già prima teneva l'Italia, si mantengono queste due diverse 
forme di tombe, non tanto però che in ciascuna di esse non siansi in- 
trodotte delle notevoli varietà; perocché i Liguri dell'età del ferro, che 
lasciarono i loro depositi mortuari a Golasecca, a Bismantova ed a 
Velleia, tennero bensì la stessa maniera di costruire la tomba, ma pel 
contatto colla nuova gente venuta, abbandonarono l'inumazione ed 
introdussero la cremazione del cadavere. 

Della famiglia italica due rami principalmente sorpassarono gli altri 
nella coltura, gli Umbri cioè e gli Euganei, le industrie dei quali si 
difiusero abbastanza considerevolmente nel paese dei Reti, prima che 
vi si propagassero quelle degli Etruschi. I quali pure a mio credere 
sono un ramo della famiglia italica, il quale in seguito di tempo as- 
sunse un carattere tutto proprio per i continui contatti coi popoli 
orientali ed in ispecie coi Fenici e Cartaginesi, e più tardi anche coi 
Greci; con che non intendo eliminare aflfatto la probabilità che, se- 
condo la narrazione di Erodoto, una piccola colonia di orientali abbia 
potuto prendere stanza fra gli Etruschi, contribuendo per tal modo 
a dare ad essi una impronta orientale. Onde chiamisi protoetrusca 
la civihà della prima età del ferro oppure umbra, credo che abbiasi 
in qualunque modo ragione, poiché i bucheri della Toscana, le urne 
a capanna del Lazio, e quelle quasi identiche trovate poco tempo fa 
a Corneto Tarquinia, unite ad oggetti evidentemente eguali ad altri 
attribuiti agli Euganei, danno chiaramente a divedere che come tutti 
vengono da un ceppo comune, cioè dai terramaricoli; cosi ci fu un 
tempo, nel quale, forse per influenza pelasgica, furono tutti soggetti 
allo stesso sviluppo. 

Ma per ristringermi ai soli monumenti del paese dei Reti dirò che 
monumenti di questa età vennero in luce ?ki parecchi luoghi, onde 
noi ci faremo ad esaminarli tutti incominciando con quelli impor- 
tantissimi di Matrey e di Moritzing. 

Il villaggio di Matrey giace sui declivi settentrionali del Bruner 
sulla sponda sinistra del fiumicello Sili. Esso è luogo molto antico con 
ciò sia che nella tavola Peutingerìana sia segnato fra Vipiteno (Ster- 
zing) e Vetonina (?) quale stazióne sulla grande via romana, che dal- 
l'Italia, attraverso la provincia della Rezia, conduceva nella Vindelicia. 



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"3 

Nel 1845 fu quivi dissotterrata una quantità di vasi di terra cotta 
di rozza costruzione, che non erano lavorati al tornio, nei quali non 
sì trovò né cenere, né ossa; e li presso si rinvennero degli anelli 
di rame, qualche fibula, e varii ornamenti di vetro e d'ambra gialla, 
quello però che più merita la nostra attenzione sono alcuni fram- 
menti di lamine di rame con disegni a rilievo e due manubrii (ta- 
vola VI, n. 2, n. 3), uno dei quali porta impresso in caratteri reto- 
etruschi la parola Kafises, la quale potrebbe indicare il nome del 
possessore o forse corrispondere al latino: capedo, cioè vaso da sa- 
crifizio. 

I frammenti figurati facevano probabilmente parte d'un solo og- 
getto, forse d'uno specchio o meglio d'un piatto manubrato, come 
amò chiamarlo il Giovanelli ' in causa delle figure, le quali anzi che 
incise sono rilevate per opera di martello. Le lamine disegnate al 
n. I e 2 della tavola V rappresentano due lunghe file di giovanetti, 
imberbi quelli della prima riga, quelli della seconda coperto il mento 
di prima lanugine. Tutti sono vestiti con una tunica assai stretta, 
che dal collo va fino sotto al ginocchio, ed il capo hanno coperto 
di un berretto schiacciato, piatto quasi, se non che quello dei più gio- 
vani sembra un poco rotondeggiante. 

D soprallodato archeologo, crede che questa sia una schiera di 
efebi od iniziati presenti ad una sacra o funebre cerimonia, né io 
saprei discostarmi per nessuna ragione da questa opinione, con ciò 
sia che l'atteggiamento di que' giovani sia appunto quale si conviene 
a chi é soggetto a qualche disciplina. 

II frammento n. i, tav. VI, appartiene forse ad vm secondo piatto, 
ed é costituito di due fascie, nella prima delle quali é rappresentata 
una lotta fra due pugilatori. I due combattenti sono completamente 
ignudi, ed hanno una armilla intorno al braccio sinistro, una fascia 
intomo al corpo fra il petto ed il ventre; ambedue le mani tengono 
armate di cesti fermati alla mano per mezzo di una striscia di cuoio. 
I pugili sono completamente rasi tanto sulla testa come sul mento, 

» C. B. GiovANNELLi. Le antichità Re^io-Etrusche scoperte presso ^atrey. Trento, 
184$. — Cf. MoMMSEN. Die N ordir, AJph. — Fabretti. Gloss, Itaì. — Corssen. 
O. e. — Giov. DA Schio. Inscri-^. e altri monum. Reto- Euganei, Padova, 185}. — 
Zannoki. La situìa della Certosa tee. 



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114 

e raso il mento portano pure le altre persone, che fanno probabil- 
mente la parte di giudice. Anche essi sono vestiti di quella toga 
senza falde orlata al fondo, colla quale erano vestiti gli efebi, questa 
de* giudici però è un po' meno stretta, come pure il loro berretto 
non è piatto come quello dei giovani, ma più ornato e rigonfio e 
terminante in punta, tutte cose che unite all'aspetto severo, alla viva 
attenzione che prestano al combattimento, ed alle solee che portano 
sotto i piedi, fanno vedere in loro più la qualità di giudici, che non 
di semplici spettatori, e giudicano a quale de' combattenti spetti il 
premio della pugna. Il quale se ne sta nel mezzo del campo e con- 
siste in un elmo con cresta e cimiero, in un'asta, in uno scudo ro- 
tondo, ed in un' ahra lancia più adorna della prima, che è un poco 
discosta dagli altri pegni della vittoria. 

Dopo il terzo giudice dalla parte destra c'è il frammento d' un 
animale, che sembra un becco per la barba che porta sotto la bocca 
e di questo è forse il completamento il frammento n. 3 della tavola V. . 
Né mi pare difficile lo stabilire che cosa abbia a fare quella bestia 
li accanto ai giudici, perchè trattandosi probabilmente di un combatti- 
mento funebre, terminati i giuochi si sarà passati ai sacrificii ed alle 
funebri libazioni. 

La seconda riga contiene due buoi, che quelli sono buoi e non lio- 
corni, come il Giovanelli credeva, quantunque abbiano un solo corno, 
giacché tutta la torma è di bue, animale che spesso in monumenti 
di quell'epoca o di tempi anche posteriori è disegnato con un corno 
solo, forse per ragioni di rito o meglio per l'imperfetta cognizione 
dell'artista. Subito poi segue un cervo, e sopra ciascun bue è dise- 
gnato uno strano uccello volante, che per la sua forma s'avvicina 
all'aquila, se non avesse le ali tutte sparse di circoletti; ma forse 
questi non hanno alcun significato, poiché di circoletti è pure ornato 
il corno dei buoi. Tutti questi animali sono quelli che più dagli an- 
tichi erano usati, per ricavarne funesto o cattivo augurio, esaminando 
de' buoi e cerbiatti le viscere, dell'aquila il volo, e difatti sono questi 
uccelli segnati nell'atto di volare, da destra a sinistra, segno di lieto 
augurio per gli antichi. 

I Cf. MiCALi. O. e. Tav. 98 e 114. 



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"5 

In questo frammento ci sono ancora segnati dei simboli de'quali 
non è conosciuto il significato. Essi consistono in un segno della forma 
di giglio posto sopra il cervo, un circolo sopra il bue di mezzo, due 
segni somiglianti alla coda d'una serpe, uno sopra la testa del detto bue, 
Taltro sopra la parte deretana: e nella fascia superiore due circoli 
concentrici dietro al pugilatore sinistro. Un segno identico a quello 
posto sopra il cervo è pure segnato nel frammento 4 della tavola V. 
L'importanza grande e la vetusta età di questi frammenti fu già fatta 
notare dal Giovanelli, e per vero la forma rozza della figura, che tra- 
disce un'ane bambina, e la foggia del vestire, che quelle tuniche ri- 
strette sono molto anteriori alla spaziosa toga romana non che quei 
berrettini schiacciati fanno pensare a tempi molto primitivi. 

Al che non osta che i pugili abbiano raso il mento e la testa, e 
che fra i doni ci sia un elmo crestato, con ciò sia die siasi già ab- 
bastanza chiaramente dimostrato ' che gli Etruschi in Italia si rasa- 
vano assai prima dell'anno 454 di Roma, avvegnaché affermi Var- 
rone % e dopo di lui Plinio ed altri scrittori, che solo in quell'anno 
P. Ticinio Mena condusse di Sicilia in Italia i barbieri. In quanto al- 
l'elmo crestato è facile sbrigarsene, perchè sebbene sia stato general- 
mente in uso dopo delle cassidi liscie, nelle solennità, e come raro 
premio della vittoria può essere stato usato anche prima. 

Ma perchè sia possibile farsi una chiara idea della età alla quale 
questi monumenti si debbano riferire , accennerò anche ad un' altra 
scoperta che può portare non poca luce sulla questione della quale 
ci occupiamo. 

Nell'anno 1844 alla distanza di circa tre ore di cammino da Ma- 
trey verso settentrione sul colle di Sonnenburg si trovò gran numero 
di olle cinerarie (tav. XXVII, fig. 2) fatte nella stessa maniera di 
quelle di Matrey colla differenza però che in quelle di Sonnenburg 
oltre alle ossa 'c'era in ognuna uno o due coltelli di rame con ma- 
nico. Essi erano di varia forma, altri parevano fatti per tagliare pian- 

« F. Bocchi neir opera di G. Gozzadiki, Di un sep, ttr, scoperto presso 'Bologna. 
Bologna 1855, pag. 41. 

^ Varr. De % % lib. Il, cap. 11. Omnino tonsores in Italia primura venisse 
ex. Sicilia dicunt past. R. C. an CCCCLIV ut scriptum in publico Ardeae in lit- 
tcris extat eosque adduxisse P. Ticinium Menanì. 



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ii6 

ticelle, altri per sviscerare le vittime, ed infine molti erano adattati 
per altri bisogni. 

E qui mi torna in acconcio riferire quello che di tale antichità 
pensava il conte Giovanelli, che le aveva viste e studiate : « Proba- 
bilmente, egli dice, era quello (deposito mortuario) di gente bensì 
oramai stanziata, come il gran numero di olle cinerarie consiglia a 
credere, ma poco pria ancor nomade. E certamente che quelle col- 
tella attate e proprie a cosi moltiplici usi, sembrar dee che appellino 
a una maniera di vivere ai bisogni di gente tuttavia errante in gran 
parte dell'anno, alla quale quell'arnese dovea riuscire una cosa delle 
più necessarie, e già perciò anche delle più care, che mai non di- 
mettonsi dall'individuo che le possiede, e laonde venivangli lasciate 
anche nella tomba i . Di qui l'illustre archeologo voleva dedurre che 
gli Etruschi sono venuti in Italia per questa via, ma poiché noi sap- 
piamo non solo quanto era esteso il commercio di quella gente, che 
per le vie principali fino da antichissimi tempi si spingeva fino alle 
coste del Baltico, per prendere l'ambra, come già dimostrò il Sa- 
dowsky in una memoria letta al congresso di Buda-Pest nell'anno 1877; 
ma pur anco che gli Italici dell' età del bronzo aveano conoscenza 
dell'ambra, che ottenevano da lontane regioni del settentrione, non 
ci farà meraviglia che monumenti italici della prima età del ferro si 
trovino sul declivio settentrionale delle Alpi, senza che perciò deb- 
bano di necessità indicare la via che qualche popolo abbia tenuto 
per recarsi nella nostra penisola. Oltre di che non si saprebbe come 
mai si possa trovare un monumento che ha perfetto riscontro con 
questo, anche nella Val Venosta. 

In un campo posto a sinistra sulla strada postale che da Bolzano 
conduce a Merano, fra Griez e Moritzing ai piedi del Tschegglberg 
furono trovati sotto una grande pietra nell'anno 1868 alcuni fram- 
menti di lamine ' di bronzo, che costituivano una cista, frammenti 
di varia grandezza che portano le seguenti figure battute a martello : 
I. Un cavallo in trotto (tav. VII, fig. i). Il ventre ha assai sot- 
tile e le giunture delle gambe di dietro sono significate con una esa- 



« Fl. Orgler. %Archàologischen NoHxen (Programm des K. K. Gymnasiums xj^ 'Bo- 
:^en, 1866- 1871). 



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117 
gerata sporgenza. La testa è legata mediante un nastro piegato in croce 
e dal morso sporge davanti e di dietro un archetto; onde è certo 
che anche in quell'epoca usavasi quella specie di freni, che frequenti 
si trovarono nelle terremare. Dalla bocca pende un ornamento o 
un piccolo sacco, il quale era forse destinato a contenere il cibo per 
Tanimale, la coda del quale è legata ed ornata di due pallottoline. 
Dietro è un uomo vestito d'una tunica stretta, che gli arriva fin sotto 
il ginocchio ; essa termina in una frangia ed è ornata da striscie che 
si incrociano. Il capo è coperto di un piccolo berretto semisferico 
ed un solo braccio è steso in avanti per tenere le redini. Segue un 
altro cavallo, del quale si vede solo il capo ed una gamba, con tutte 
le particolarità del primo, davanti al quale si vede la coda d'un altro 
che lo precede, sopra questa pane di coda c'è un ornamento od un 
simbolo costituito d'una palla circondata d'un giro di perline: sotto 
il cavallo di mezzo e' è un altro simbolo simile al primo, se non che 
oltre al giro di perline ci sono quattro palle disposte senza simetria. 

2. Due cavalli a pariglia (tav. VII, fig. 2) sono in tutto eguali 
a quello antecedentemente descritto, solo a questi mancano le re- 
ticelle pel cibo. Davanti c'è un uomo vestito come quello del primo 
frammento, la tunica però è più lunga e le striscie più frequenti. 

In una mano tiene un vaso od un secchio, nel quale forse, si sup- 
poneva ci fosse l'acqua per abbeverare i cavalli, ai quali il secchio 
è presentato. Segue un altro uomo che cammina in direzione opposta 
al primo, tutto chiuso nella tunica in modo che non si vedono le 
braccia. Sotto al cavallo c'è il solito simbolo composto d'una palla, 
d'un giro di perline e di sette palle simmetricamente disposte at- 
torno. Il piede dell'ultimo uomo è coperto dal frammento d'vm altro 
simbolo. 

3. Due cavalli a pariglia, uno ha la reticella alla bocca, l'altro 
no. Questi non hanno intomo al collo quelle due fettuccie che si 
vedono nei cavalli antecedentemente descritti, ed i nastri che ornano 
la testa sono legati in due giri paralleli anzi che a croce. Qui man- 
cano anche le due pallottoline alla coda. Sotto i cavalli c'è il solito 
simbolo d'una palla, circondata da un circolo di perline e da sei 
altre palle. Davanti alle teste ci sono tre palle disposte a triangolo, 
ciascuna circondata da un semigiro di perline (tav. VII, fig. 3). 



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ii8 

4. Il disegno è diviso in tre parti (tav. Vili, fig. 6). 

Nella parte superiore ci sono le due gambe anteriori ed una parte 
di testa di cavallo col sacco alla bocca. Seguono tre serie parallele 
di pallottoline e una linea di bullette che fermano le lamine della 
situla, viene quindi un uomo vestito conie gli antecedenti colle braccia 
sotto la tunica. La seconda parte è costituita da uno spazio liscio rac- 
chiuso fra due modanature, e nella terza è un uomo a cavallo. Il capo 
è coperto col solito berretto, il corpo è goflfamente disegnato. 

5. La parte anteriore (tav. VII, fig. 4) d'un animale quadrupede 
con due corna simili a due lancie: dalla bocca pende un cordone 
che termina con una palla. Davanti un corno ed un cervo tutto or- 
nato di perline. 

6. La testa ed un piede (tav. VII, fig. 5) d'un animale eguale 
al precedente. Segue un cervo con un lungo corno senza diramazioni; 
pure esso e la coda sono ornati di perline. 

7. Diversi frammenti di fascie di vario disegno. Meritano spe- 
ciale menzione quelli disegnati ai numeri 8, 14, 16, della tavola VII! 
giacché il primo ci ofire un singolare complesso di simboli, il se- 
condo ci dà una fascia aggiunta al vaso mediante chiodetti ribaditi, 
ed il terzo tiene attaccati ancora due frammenti di manichi. 

Il frammento 7 della tavola Vili era secondo ogni probabilità il 
coperchio della situla. Esso è assai più grosso delle altre lamine. Le 
figure sono disegnate con maggiore esattezza, che negli altri fram- 
menti e rappresentano un cocchio in forma di barca sostenuta da 
quattro ruote. Dentro vi sono tre personaggi che pel loro berretto 
ornato di strisele a differenza di quello liscio del cocchiere tradiscono 
il loro carattere sacerdotale o di magistrati. Il cocchio è tirato da un 
cavallo preceduto da un uomo vestito alla foggia degli efebi di Matrey. 
Avanti a lui procede di passo un altro cavallo. 

Il Gonze ' riusci a mettere insieme questi frammenti ed a ricosti- 
tuire la cista nella sua forma primitiva. Essa sarebbe cosi disposta: 
1° Labbro (tav. Vili, fig. 9); 2° una fascia con disegno a mandorle 
(Vili, 13); 30 una serie di uomini che guidano una pariglia (VII, 2, 3); 



> Gonze. Frammenti di un vaso di bronco trovati nel Tiroìo (AnnaL delVIsiit. di Corr, 
Arch, 1874). 



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119 
4** uno spazio liscio compreso fra due modanature (Vili, 6); j^ una 
serie di uomini a cavallo (VII, 6); é® si ripete la fascia liscia fra due 
modanature ; 'j^ è successivamente rappresentato un uomo che guida 
un cavallo (VII, i); 8^ serie di cervi (VII, 4, 5); 9® fascia con di- 
segni a gocciole (Vili, 12). 

Il piatto di Matrey e la situla di Moritzing sono due monumenti 
che si rassomigliano a meraviglia, in tutti e due infatti si scorge quello 
stento dell'arte, quella rozzezza, quella antica severità di costumi, che 
non si incontrano che in oggetti di un'arte ancora bambina. E non 
solo per la tecnica onde sono fatti si rassomigliano questi due oggetti, 
poiché in ambedue le figure e gli ornamenti sono eseguiti a sbalzo, 
ma è pur anco eguale la foggia del vestire degli efebi e dei giudici 
di Matrey e dei cavalieri di Moritzing. Gli uni e gli altri hanno quella 
stretta tunica senza falde, nell'uno e nell'altro monumento vedesi usato 
il berretto. schiacciato, senonchè è afiatto priva di ornamenti la tu- 
nica degli efebi di Matrey, mentre è semplicemente ornata di linee 
incrociate quella delle figure di Moritzing. 

Ma, come che si scorga questa esagerata semplicità del vestiario, 
ed il modo quasi fanciullesco di esprimere le figure, non sono questi 
monumenti il prodotto di un popolo che non abbia la menoma co- 
noscenza delle civiltà. Tutt'altro. È una gente che ha già un' idea 
della legge e dell'onore, e che sa dare il premio al vincitore; è una 
gente che ha una religione molto sviluppata, se pure sono iniziati i 
giovani rappresentati sulle lamine di Matrey; c'era di più un certo 
amore del lusso e dello sfarzo, a provarci la quale cosa^ se non ba- 
stassero i molti oggetti di ornamento, che risalgono a questa età e 
dovunque furono trovati, dovrebbe essere sufficiente il coperchio della 
situla di Moritzing (tav. Vili, fig. 7), sul quale è rappresentato un 
cocchio con un certo gusto e una certa finitezza; che se si può ap- 
puntare qualche imperfezione di disegno, come a modo d'esempio 
l'esagerata grandezza del naso nei giudici, è facile accorgersi che ciò 
è fatto con intenzione satirica. 

Però non è così completo il monumento di Matrey che ogni più 
piccolo particolare che su quello era rappresentato a noi sia noto : ma 
per farci un'idea di quello che manca, o di ciò che ancora a quei 
tempi si avrebbe potuto fare dobbiamo dare ristretto cenno di un 



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monumento trovato pochi mesi fa nella Carniola presso Watsch nel 
circolo di Littai '. La vallata della Sava, dove appunto trovasi questo 
luogo, era un'arteria commerciale che l'Italia superiore congiungeva 
colla Pannonia, ed era percorsa non solo dai Romani, ma ancora in- 
nanzi dagli Italici nella prima etàdelferro, del che sono chiara prova 
alcuni oggetti riferentisi a quest'età, i quali furono scavati in pa- 
recchi luoghi lungo quel fiume. Di gran lunga di tutti il più impor- 
tante però è quello di cui parliamo e consiste in una situla di bronzo 
alta centim. 24,5 del diametro all'apertura di centim. 20 e alla base 
di centim. 13; ha la capacità di litri 5,5 e pesa 62 decagrammi. Essa 
consta di due sottili lamine figurate a sbalzo ed unite con due file 
verticali di chiodetti ribaditi, col quale sistema sono pure attaccate 
al vaso le orecchiette, donde passano i gancini del manico a spirale 
benissimo conservato. La situla è divisa in quattro fasce, un liscia, 
le altre figurate, di queste la prima rappresenta: una passeggiata a 
cavallo e in cocchio, dove le figure sono cosi disposte procedendo 
da destra a sinistra : un uomo a cavallo vestito di corta tunica pun- 
teggiata e col capo coperto- del solito berrettino schiacciato, segue 
un cocchio della forma su per giù dei nostri barocci, colla differenza 
che questo qui ha le ruote piccole ed un solo timone: esso è gui- 
dato da un uomo vestito come l'antecedente cavaliere, e nel cocchio 
è un sacerdote o magistrato vestito di bianca tunica e coperto il capo 
di pileo. Nello spazio che intercede fra il cavallo e il cocchio è un 
segno simbolico. Un altro cocchio è innanzi a questo, ma di forma 
greca: è guadato come l'altro, e dietro in piedi è un secondo indi- 
viduo con berretto schiacciato. Nell'altra metà di questa zona sono 
due uomini a cavallo e due a piedi che guidano un cavallo: sopra 
i cavalli dei cavalieri è la solita coda simbolica, sopra gli altri due 
sono im' aquila volante da sinistra a destra, ed una rondine od un 
uccello qualunque. 

Le figure della seconda zona si possono dividere in due gruppi; 
il primo dei quali riproduce il combattimento di Matrey. Nel mezzo 
stanno i pugili ignudi, e fra loro il premio della vittoria che qui è 
di un solo elmo crestato su di un tripode : a sinistra sono due giu- 

» Karl Deschmann. Ein Kutistwerk alutruskischer metaìl - Technik (Mittheilungen 
der K. K. Cmlral-Commission. Wien, 1883). 



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121 

dici coperti di pileo, a destra un giudice e un servo con un bastone 
sulla spalla, e dietro un ariete sulla schiena del quale posa un uc- 
cello che tiene nel becco un oggetto indetefminabile. Il secondo gruppo 
rappresenta un banchetto. Una donna con abito bianco e col capo e 
col dorso coperto da un mantello punteggiato tiene in una mano una 
scodella, nell'altra un cucchiaio, che presenta alla bocca di un sacer- 
dote o magistrato che sta innanzi a lei seduto su di uno scanno. 
Segue un uomo col capo scoperto e raso, che porta una situla con 
una mano e coU'altra oflfre il cucchiaio ad un altro magistrato, che 
pur seduto sta suonando la zampogna; dietro allo scanno è un altro 
uomo con pileo che ascolta la musica. Un'altra donna con una coppa, 
ma senza cucchiaio, ofire da mangiare ad un sacerdote al quale tiene 
dietro un altro seduto anch'egU, e portante in mano lo scettro che 
nella parte superiore si biforca e termina in due teste di uccello. In 
fine è un braciere nel quale un servo dalla parte sinistra versa l'in- 
censo ed un altro a destra colla mano si allarga le nari per sentir 
meglio l'odore. 

La terza zona rappresenta un leone con una zampa di un animale 
in bocca, che insegue una schiera di cervi e caprioli fatti tutti come 
quelli di Moritzing. Sopra il leone è un segno simbolico e sulla schiena 
di due caprioli sta un uccelletto. 

Più vagamente ornate e ricche di maggior numero di figure sono 
la situla della Certosa, quella euganea della Villa Benvenuti, e lo spec- 
chio di Castelvetro: sono nonpertanto riferibili tutti all'epoca stessa 
dei bronzi figurati di Matrey e di Moritzing. Infatti non solo sono in 
essi gli ornati tutti eseguiti a sbalzo, non solo le due soprammenzio- 
nate situle sono come la cista di Moritzing composte di una lamina 
ripiegata e unita per mezzo di una serie di chiodetti ribaditi, ma e 
nella composizione stessa delle figure, e nel modo col quale sono ve- 
stite, e nelle scene che rappresentano trovasi perfetta rassomiglianza. 
Il combattimento dei pugili è pressoché egualmente riprodotto nella 
prima riga della situla euganea, dove pure sono ignudi i combat- 
tenti ed armati di cisti: se vi fosse il premio della vittoria non lo si 
può accertare, poiché per mala ventura in quel J)unto precisamente 
é rotta la situla: vi si ravvisano però i giudici, uno dei quali é solo 
indicato dall'ampio cappello e dall'abito tutto picchiettato di circoletti; 



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122 

un altro egualmente vestito, che pare seduto, ed il terzo con abito 
senza ornamenti, in piedi su di uno sgabello per meglio vedere, ten- 
gono in mano una tazza. Questi dalla parte sinistra: alla destra sta 
l'animale da sacrificarsi e quindi i soliti uccelli ed animali simbolici. 
Oltre i quali altri segni simbolici perfettamente eguali a quelli di Matrey 
e di Moritzing, sono sparsi su tutte due le situle delle quali si ragiona. 

Segnatamente poi in quella della Certosa, nella quale e* è una serie 
di guerrieri armati di elmi e lancie quali sono quelle che costitui- 
scono il premio dei pugillatori di Matrey, ci sono individui vestiti 
con tuniche strette e righettate come sono quelle di Moritzing, e 
sopra i buoi, che anche qui sono rappresentati con un solo corno, 
vola un uccello. Il quale nello specchio di Castelvetro, le figure rap- 
presentate nel quale hanno tanta analogia con quelle di Matrey, di- 
venta il motivo principale di tutta la composizione, poiché esso sta 
nel centro e dopo una fascia composta di una linea circolare a zig 
zag racchiusa fra due circoli punteggiati, vengono le figure di uomini 
e cavalli, ed i soliti simboli. 

Ma pur anco tutti i vasi euganei di bronzo trovati nel territorio 
Atestino e pubblicati dal Prosdocimi ' sono somiglianti molto a quelli 
fin qui da noi descritti. Infatti in uno di quelli è come a Moritzing 
rappresentata una serie di lepri ed animali dalla bocca dei quali pende 
un filo che termina in spira, e molte altre minute circostanze sono 
qui ripetute, onde non può nascere dubbio intomo alla identità del 
popolo che tutte queste cose produsse. 

E per non lasciare inosservata alcuna cosa, quando questa ci possa 
venire in aiuto per stabilire sempre meglio l'epoca e la gente, alla 
quale spettano tali monumenti, ci è d'uopo prendere in considerazione 
anche il carro rappresentato sul coperchio della situla di Moritzing. 
Dissi già che è della forma di una barca sostenuta da quattro ruote ; 
orbene, un simile carro di bronzo, in proporzioni piccolissime, si rin- 
venne a Corneto Tarquinia insieme coi vasi a capanne e cogli altri 
oggetti riferentisi al periodo italico, onde resta sempre più confer- 
mato che tutti questi oggetti sono il prodotto di popoli italici, in 
ispecie degli Euganei, degli Umbri e degli Etruschi primitivi. 

» Notizie degli scavi cParch. comunicate alla R. Acc, dei Lincei. Gennaio 1882. 



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123 

Che se qualcuno volesse opporre che sebbene di tali oggetti si tro- 
vino nel paese dei Reti, ciò non prova che tali popoli si estesero sino 
agli estremi confini settentrionali d'Italia, poiché a caso, o per ra- 
gioni commerciali quei bronzi figurati potrebbero essere stati ivi tra- 
sportati, ripeterò con pericolo anche di essere accusato di prolissità, 
che dovunque i descritti oggetti si trovarono e in ispecie a Matrcy 
c'erano moltissime tombe di carattere prettamente italico per lo che 
è pure necessario convenire che come gli Italici dell'epoca del bronzo 
erano stabilmente stanziati nel paese dei Reti, venendo dal setten- 
trione, cosi fino alle Alpi si diflfuse partendosi dal mezzodì la civiltà 
italica della prima età del ferro. 



U. 



L'elmo di Oppeano (tav. IX, n. i), la situla di Sesto Calende 
(tav. IX, n. 2) e quella di Trezzo formano una seconda serie di 
monumenti, che sebbene non siano certo meno antichi dei prece- 
denti, pure si distinguono da questi per il modo onde sono fatti e 
per la maggiore semplicità delle loro figure. 

Presso Oppeano % sulla sponda destra dell'Adige, non lungi da 
Verona, nel fondo Consolo detto la Montara a io centimetri di pro- 
fondità si trovarono un vaso di argilla (tav. XIV, fig. 14) parecchie 
fibule di bronzo ad arco semplice, a grandi coste, a spirale, a navicella 
(tav. XIV, fig. I, fig. 8), un ago crinale a globetti, un frammento di 
collana e una fusaiuola di terra cotta (fig. 13). A poca distanza dal 
luogo di questo trovamento, nel fondo degli eredi M. Carlotti, alla pro- 
fondità di im metro circa sotto la ghiaia ivi trasportata dall' Adige, 
che probabilmente una volta passava di 11, si rinvenne un elmo di 
bronzo caratteristico per la sua forma e per le figure impressevi. Esso 
è costituito di due lamine triangolari per mezzo di due file di bul- 



« PiGORiKi. Oggetti della prima età del ferro scoperti in Oppeano nel Veronesi 
(B. P. L IV, i878, p. 105;. 



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t24 

lette ribadite unite fra loro in modo da formare un cono alto cen- 
timetri 21, e dell'apertura di centim. 25, al cui vertice c'è una specie 
di bottone. Sulla faccia estema eseguite col punzone ci sono cinque 
fascie circolari composte di due o tre linee a quadrettini equidistanti, 
sopra i quali in tre fascie è una serie di denti di lupo: fra la terza 
e la quarta di queste fascie numerando dal vertice alla base, sono 
raffigurati cinque cavalli, ed un essere alato dal quale la testa e le 
gambe anteriori sono da uomo e la parte deretana da cavallo. 

Eguale è la tecnica onde è fatta la situla di Sesto Calende \ Essa 
era in una tomba trovata in un campo detto la Castiona, alla pro- 
fondità di circa un metro sotto uno strato di terreno coltivato ed un 
secondo composto di ciottoli alluvionali. 

La tomba era costituita da una fossa di forma elittica profonda 2 
metri circa, circondata da una parete di ciottoloni, ed oltre V urna 
cineraria e due piedi di coppe di terracotta, conteneva tali oggetti 
da far supporre che il defunto fosse un guerriero. Bravi infatti un 
morìone, o meglio una casside di bronzo della forma stessa di alcuni 
di quelli di Stiria, che avremo campo di osservare nel corso di questo 
lavoro. Vi si discosta però pel modo primitivo onde sono congiunte 
le lamine per mezzo di due file di borchiette, una che gira torno 
tomo orizzontalmente nel margine inferiore della collottola, l'altra 
che segna un semicerchio, che verticalmente verrebbe ad intersecare 
il circolo formato dalla prima di esse. 

Più giù erano frammenti di corazza e nel posto ove sarebbero stati 
gli stinchi se il morto fosse stato deposto intiero, trovaronsi i due 
schinieri, accompagnati dagli avanzi di ferro delle mote di una biga; 
per lo che non solo devesi arguire la condizione militare del morto, 
che più ci vien chiarita da una daga di ferro spezzata, da una lancia e 
da una punta di freccia ivi esistenti ; ma egli ci si manifesta di con- 
dizione abbastanza elevata come combattente dal cocchio, e fornito 
di oggetti abbastanza preziosi quale sarebbe la situla di bronzo, della 
quale si rinvennero i frantumi in una estremità della tomba. Ricosti- 
tuita avea l'altezza di 56 centimetri, il diametro della bocca m. 0,36 

J B. BioMDELLi. Di una tomba gallo-italica scoperta a Sesto Calende sul Ticino. Mi- 
lano, 1867. 



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125 

e quello della base ni, 0,21, cosi che viene ad avere la forma di un 
tronco di cono come le situle di Este e queUa della Certosa; si di- 
stingue però da quest'ultima per ciò che in vece di una sola lamina 
quella di Castiona ne ha due, unite per due serie di borchiette ri- 
badite. 

Le figure che l'adornano (tav. IX, n. 2) sono fatte parte a sbalzo 
e parte col punzone: della prima maniera sono i dischetti frapposti 
alla prima e alla seconda, e fra queste e la quarta fascia; della se- 
conda tutte le linee punteggiate, la serie di uccelli procedenti da destra 
a sinistra che formano la terza fascia, e le figure dell'ultima fascia 
che rappresentano : im cervo, una cerva col cerbiatto, due uomini in 
conversazione, un animale rampante, un individuo a cavallo, un uomo 
a piedi, un altro cervo e finalmente due altre figure umane. 

In un orto presso il borgo di Trezzo, sulla destra dell'Adda, fu tro- 
vata nel 1846 ad un metro circa di profondità una situla che per 
la tecnica trova un perfetto riscontro in quella di Sesto Calende. Se 
non che sono qui gli ornati tutti fatti a sbalzo, e assai più semplici 
che nella situla antecedente. Il vaso di Trezzo ha due manichi di 
bronzo « solcati in senso spirale da una linea incisa » ' ed è della 
forma di cono tronco capovolto, alto centim. 25 col diametro supe- 
riore di cent. 2i, l'inferiore di cent. 13,5 ed è ornato superiormente 
da una fascia formata da due linee di puntini che racchiudono una 
fila di circoletti fatti a rilievo, e nella parte inferiore da un' altra 
fascia più semplice composta di sole due linee punteggiate parallele. 
In mezzo a queste due fascie è una serie di animali che rappresen- 
tano cani che inseguono daini e cervi. Intorno al coperchio è ima 
fascia divisa in quattro sezioni da linee di punti a sbalzo, in ciascuna 
delle quali v'hanno due cerchi a piccoli circoli. Nel mezzo è un bot- 
tone su di im rialzo, sul quale « sono fissate due manette a filo di 
rame o di bronzo, che si intersecano ad angolo retto ». 

È fuori di dubbio che questa situla serviva da urna, poiché con- 
teneva delle ossa combuste, alle quali stavano unite una piccola situla 
di rame alu io centimetri circa, una collana in frammenti, pezzi di 
fibule e braccialetti, un' ascia di ferro, una cote di pietra, e tre pic- 

» Caimi. La situla di Treno (Bull della consulta arch. di Milano, Anno VI, p. 30). 



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126 

coli vasi in frantumi, i quali possono esserci di grande aiuto per de- 
finire l'età ed il popolo al quale debbesi ascrivere questa tomba. 

11 Biondelli, parlando della siiula di Sesto Calende, ed il Calmi, 
quando illustrò quella di Trezzo, manifestarono l'idea che tali oggetti 
appartengono ai Galli influenzati dal contatto coi popoli italici. In- 
fatti è senza dubbio italica la tecnica delle due situle, ed euganei in 
massima sono gli oggetti che accompagnavano Telmo di Oppeano, 
senza che il Biondelli stesso trovava che due vasi « rozzamente mo- 
dellati a mano » della forma di un bicchiere ornati a cordoni rile- 
vati trovano de' perfetti riscontri in vasi di tal genere rinvenuti a 
Villanova, necropoli italica della prima età del ferro. E sebbene il Ca- 
stelfranco * abbia notato che invece di due bicchieri sono due piedi di 
coppe, è pure certo che tutto quanto fu trovato nelle tombe nostre 
non appalesa la sola civiltà italica, ma c'è un altro elemento che chia- 
marono gallico i dotti sovraccitati, e noi riteniamo per ligure senza 
tema di errare. 

L'ossuario di Sesto Calende aho circa 35 centimetri è di una pasta 
nericcia ed ornato con disegni punteggiati a denti di lupo con rigon- 
fiamento quasi alla metà dell'altezza come sono i vasi della necropoli 
di Golasecca. Ed i tre vasi uniti alla situla di Trezzo erano fregiati 
« a triangoli alternati a graffiti con punta fina e leggiera », onde os- 
serva il Calmi, che « codesto modo di ornamentazione richiama esat- 
tamente quello che vedesi con tanta frequenza sui vasi nella necro- 
poli di Golasecca ». Ora, i vasi del primo periodo di Golasecca, al 
quale rassomigliano l'ossuario di Sesto Calende ed i tre vasetti di 
Trezzo, non si debbono altrimenti attribuire che ai Liguri della prima 
età del ferro, onde se elementi di due diverse civiltà si trovano nelle 
tombe delle quali parliamo, questi si debbono attribuire alla sovrap- 
posizione degli Italici ai Liguri, per lo che il carattere della civiltà di 
ambedue questi popoli si trova non di rado accumunata in monu- 
menti dell'Italia settentrionale. 

n Calmi fa osservare che molte tombe contenenti « vasi e bronzi 
in tutte esattamente eguali ai precedenti » si scavarono sull'altra riva 



2 Castelfranco. Due periodi della prima età del ferro nella necropoli di Golasecca 
(B. P. /. ir, 1876). 



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127 

del fiume, presso Castelletto, dove fra le altre cose si rinvenne una 
collana con pendagli di bronzo « i cui diversi elementi sono simili 
affatto a quelli di cui si compone la collana, che si trovò nella situla 
di Trezzo i. Queste parole mi richiamano alla memoria due bellis- 
sime collane trovate in Val- di Non, onde trovo conveniente l'intrat- 
tenermi alcun poco di quelle, poiché a mio credere sono dell'epoca 
stessa delle Tombe delle quali abbiamo parlato, o di poco se ne al- 
lontanano. 

Quali fossero le collane dei litoplidi in genere, sia di quelli che 
nei tempi anteistorici abitarono l'Europa, sia di quei selvaggi odierni 
che non conoscono ancora il metallo, l'abbiamo più volte accennato 
nel corso di questo lavoro. Una serie di denti di animali e di con- 
chiglie infilate in cordoncini fatti con filamenti vegetali sono il pre- 
diletto ornamento del collo dei selvaggi d'ogni paese, e nelle caverne 
e nelle palafitte dell'età preistorica si riscontrò lo stesso genere di or- 
namenti, ai quali come principale pendaglio uniscono alcuni Austra- 
liani un cranio umano riempito di sassolini, convertendolo in tale 
maniera in una specie di istrumento musicale, altri la pelle dissec- 
cata della testa di qualche nemico ucciso. 

Un altro genere di collane s'aggiunge al sovraccennato, nella pura 
età del bronzo, e sono quelle formate con un certo numero di pal- 
lottole o rotelle di osso o di terracotta comunemente denominate fu- 
saiuole, le quali l'una all'altra parallelamente disposte vengono a for- 
mare una superficie ispida a guisa di una spirale. 

È evidente che, quando nella prima età del ferro, per l'ulteriore 
sviluppo dell' industria del bronzo, anche gli ornamenti personali si 
fecero di metallo, da bel principio devonsi avere imitate le forme 
che già preesistevano. Infatti le collane più comuni di quell' epoca 
sono quelle a spirale fatte, benché con proporzioni modificate, a so- 
miglianza di quelle a rotelle. Onde non fa meraviglia se collane di 
tale genere si trovano già nelle palafitte di Peschiera, più numerose 
che mai nelle necropoli euganee, del Piceno, o di Cometo Tarqui- 
nia, ed un collare di simile fattura fu trovato a Cervetri \ Un fram- 
mento se ne trovò ad Oppeano, molti a Breonio veronese, alcuni nel 

» Mmumenti deìVIsU di Cor, oirch. Voi. X, tav. IV, i. 



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128 

Bellunese, ed in grande quantità uscirono dalla necropoli di Vadena 
nel Trentino; ma di questa si parlerà distesamente a suo luogo, 
mentre per ora ci occuperemo di quelle due rappresentate nella ta- 
vola X (fig. I e 2), delle quali, come che non si conosca, con tutta 
precisione il luogo del ritrovamento, egli è però certo che si rin- 
vennero nell'Anaunia, ed acquistate dal conte Giovanelli, passarono 
poi al civico museo di Trento. Esse rappresentano un colubro pie- 
gato in circolo, nella testa del quale è il foro, donde passando l'altra 
estremità ripiegata un po'a gancio la collana resta fermata. Ad una 
di esse è appeso un pendaglio dal quale si diparte una catenella fatta 
da una serie di piccoli anellini, interrotta ogni qual tratto da un 
anello più grande, dal quale pendono due bottoncini od uno solo 
formati da due lam inette piegate a collottola ed unite alla base. 

Non v'ha dubbio che pendagli di tale genere si trovarono in pa- 
recchie parti non solo dell'Italia settentrionale; ma pur anco nelle re- 
gioni meridionali, anzi nel Piceno e in ispecie nella necropoli di Car- 
pineto, nella provincia di Ascoli Piceno abbondano più che altrove. 
Del resto il pretto carattere italico di questi ornamenti risulta vie 
maggiormente dall'altro pendaglio sciolto (tav. X, fig. 3), il quale è 
fatto nello stesso modo del primo, se non che comincia con un di- 
schetto tutto lavorato a sbalzo, dal centro del quale pendono un glo- 
bulo ed una laminetta triangolare, che sono fermati in un anellino, 
il quale dietro alla piastra termina in una fibula, colla quale appun- 
tava$i questo ornamento al vestito o lo si congiungeva con qualche 
collana. Ora il dischetto e la laminetta triangolare per la tecnica 
loro si appalesano appunto di origine italica, e particolarmente eu- 
ganea, perocché e alla villa Benvenuti ed in molti altri posti del ter- 
ritorio Estense si trovarono oggetti in tutto a questi somiglianti. Af- 
fetto simile a questo è il pendaglio posto al numero 4 della tav. XI, 
e benché ofirano qualche varietà pure si debbono classificare nella 
stessa categoria ed ascrivere alla stessa età le catenelle 5 e 6 della 
tavola stessa, perocché quanta varietà di pendagli si trovi nella prima 
età del ferro lo provano i bellissimi di Villanova, quelli di Hallstath 
ed alcuni rinvenuti nella provincia bellunese. 

Qualche difficoltà a quello che asseriamo t^pone la fibula che con- 
giunge il pendaglio colla collana, imperciocché ^bule di tale forma. 



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129 

abbondano in tutta l'Europa settentrionale, specie nella Svezia e Nor- 
vegia, nella Danimarca, nello Schleswig ed altrove ; ed il Montelius ', 
rUndset % il Sadowski ', tutti quelli insomma che di queste si occupa- 
rono non si peritano di attribuiiie ai tempi romani. Infatti, per quanto 
si possa ammettere che nell'Italia siasi usato ima tale fìbula assai 
prima che per ragioni commerciali si diflFondesse verso settentrione, 
e difatti qualcuna di simili usci dalle palafitte del lago di Garda, non 
si può mai protrarle fino ai primi inizi della età del ferro. Non fa però 
d'uopo ammettere, come ben osservò il Gonze 4, che queste collane 
riteneva italiche, che e tale congiunzione sia originaria y*. Del resto 
quando si voglia indagare l'origine di queste fibule e pendagli, dei 
quali trovansi alcuni nel museo civico di Trento (tav. X, fig. 4-6) 
non mi pare improbabile che siano una derivazione della fibula a 
grandi o a piccole coste, delle quali una, rinvenuta nel Trentino, 
trovasi nel civico museo di Rovereto, ed un'altra, che è nel museo 
di Trento, è disegnata al n. 7 della medesima tavola. 

Il pendaglio n. 2 della tavola XI è evidentemente contemporaneo 
a tutti gli altri precedentemente descritti. Esso consta d'una lamina 
fusa e poi battuta ed incisa nei margini, nel mezzo è rilevata una 
testa fusa pur essa e sotto erano probabilmente due bottoni che poi 
si staccarono ed andarono smarriti. Da una parte e dall' altra sono 
appese due bulle, e sei bulle pendono pure dal margine inferiore del 
pendaglio, che è cosi ornato, che trova riscontro in qualche bronzo 
riportato dal Lindenschmidt ^ e dal Gonestabile \ e s'appalesa frutto 
di un'arte già avanzata, e tale che produsse pure la collana n. i della 
tavola XI. 

Essa consta di una lamina di bronzo, che alla metà si arrotonda 

" Oscar Montelius. Remains Front the Iron Age of Scandinavia, Stockholm, 1869. 
(Tav. IV). 

» I. Undset. Das erste ^Auftretm 'des Eisens in ^ord-Europa (Deutsche Ausgahe 
von I. Mestof. Hamburg, 1882). 

3 L N. von Sadowskl THe Handelsstrassen der Griechen und der Hdm&r (Deut- 
sche Ausgahe von A. Kohn) Iena, 1877. 

4 Gonze. Oggetti di brcm^p trovati nel Tiroìo meridionale (^Annali dell'Isl. di Corr. 
tArcheol 1877). 

5 Lindenschmidt. KAlterthùmer ecc. 

^ Gonestabile. 'Due dischi di bronco ecc. 



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130 

e si assottiglia a modo di spira, formando cosi dei cerchietti, ai quali 
sono attaccati con due anellini ventisei pendagli, onde non è inve- 
rosimile che l'origine di tale ornamento debbasi ricercare nelle col- 
lane primitive fatte con denti di lupo o con rostri di uccelli. D Gonze 
trova rassomiglianza fra questa collana ed una fibula proveniente dai 
monti di Matra e con una cintura pubblicata da Chantre ', ed alcuno 
non dubitò di dichiararla assolutamente gallica. Se ci fossero delle 
collane galliche identiche o molto simili alla nostra, non si potrebbe 
certo oppugnare una tale opinione; ma fino ad ora non mi consta 
una tal cosa, che anzi pendagli al tutto, simili a questi vennero in 
luce in grandissima quantità dalle necropoli del Piceno, pendagli as- 
sociati quasi sempre con altri a bulle quali sono quelle antecedente- 
mente descritte, onde io ritengo che pure italica sia la collana in que- 
stione, che se si avesse anche a trovare qualche analogia con qualche 
ornamento rinvenuto nella Gallia, non perciò conviene credere che 
tutto sia gallico quello che si scopre colà, perocché gli Italici aveano 
estesi commerci col settentrione, e se si trovano abbondanti i pro- 
dotti della loro industria nell'Europa settentrionale, possono anche 
averli diflfusi nella parte occidentale del nostro continente. 

Le armille scoperte nella regione alpina sono per la più gran parte 
semplici e piuttosto rozze. Alla tavola XIV, 15-24, ne sono esposte 
alcune esistenti nel civico museo di Trento. Si distingue per finezza 
di lavoro quella esposta al n. 20, non ostante anche quella è di una 
grande semplicità, come in genere sono tutte le armille italiche; ma 
barbarica è forse Tarmilla n. 17, come lo sono tutte quelle di tale 
tipo. Più belle, più varie, assai più numerose sono le fibule che in 
ogni parte del paese retico vennero in luce, e nella tavola XII, XIII, 
sono esposte alcune delle più caratteristiche che sono nel museo di 
Trento, quelle della tavola XIV furono trovate ad Oppeano. Fra queste 
sono in maggior numero quelle ad arco semplice, che vanno certo 
annoverate fra le più antiche, perocché se ne rinvennero parecchie 
di tal genere a Casalecchio, a Bismantova e njelle urne laziali. Non 
meno diffuse sono le fibule serpeggianti, che predominano in stazioni 
dell'Italia settentrionale specie in Gorizia, nel Bellunese, nel Vicentino 

I Chantre. Etud, paUtn. dans le bassin dn Rhone, I, p. 180. 



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131 
e nella necropoli di Golasecca; né rare sono le fibule a navicella, 
che trovaronsi più che altrove nel Comasco e sui colli Euganei; né 
ciò fa meraviglia, perchè appunto negli Euganei o negli Umbri è il 
centro donde queste fibule si difiiisero nellltalia. Non molte sono le 
fibule a grandi e a piccole coste, delle quali già diede un ragionato 
catalogo il Castelfranco nel bullettino di paletnologia italiana. 

Fra tutte le fibule da noi esposte vanno osservate per la loro forma sin- 
golare in particolar modo quelle esposte ai n. 2, 3 e 17 della tav. XIII, 
delle quali sarebbe inutile ogni descrizione, imperocché risulta chiaro 
dalla figura, la loro forma e grandezza. Né maggior numero di parole fa 
d'uopo ch'io spenda per parlare degli aghi crinali a. globetti che tro- 
varonsi in più gran parte nel Bellunese, sui colli Euganei, in Hallstatt 
e nell'Ungheria, onde pare che fossero uno speciale prodotto degli 
Euganei. Di quelli da noi esposti alla tav. XFV il num. 8 fii trovato 
ad Oppeano ', il 9 e il io nel Bellunese, e fiirono già pubblicati dal 
Leicht % il n. 1 1 non ancora per alcuno pubblicato, trovasi nel Museo 
di Trento. 

Meritano speciale attenzione i fermagli (tav. XII)^ poiché potreb- 
besi facilmente prendere abbaglio intomo alla loro età e provenienza. 
Non v'ha dubbio che i numeri i e 4 rimontino ai primi periodi del- 
l'età del ferro, né dubiterei ad ascriverne la loro fabbricazione agli 
Umbri, perciocché appunto nell' Umbria si rinvengono più frequen- 
temente che altrove, e nel museo di Perugia (gabinetto Guardabassi) 
ne potei ammirare alcuni affatto identici ai nostri. Ma qualche diffi- 
coltà potrebbe sorgere pei numeri 3, 5 e 7, e per vero fu già fatto 
osservare al Conze che alcuni di essi (fig. 5 e 7) potrebbero essere 
di origine medievale, ma, mentre d'origine langobarda è il fermaglio 
numero 6, ciò non si può certo dire del fermaglio numero 3, che 
senza dubbio é antichissimo, poiché trova perfetto riscontro in un 
altro di certo preromano, pubblicato ed illustrato dall'Helbig \ Per 
gli altri due rispondeva il Conze che appartengono « ad un periodo 

» PiGORiNi. Di alcuni oggetti trovati a Oppeano veronese (^. P. I). 

* Leicht. Studi e rapporti sul? età del hron:^o nel Bellunese ( Atti del R, Ist. Veneto 
Tomo I, ser. IV, disp. V, p. 893). 

3 IIelbig. Osserva:^, sulla provenienza della ornamenta:^, geometrica (t^{onum. ined. 
deirist, di Corr. arch, voi, X, tav. XXTV, i, 1875). 



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132 

di stile cosi detto orientalizzante, che in Italia ed altrove fece im- 
mediato seguito e fu spesso contemporaneo al periodo primitivo ». 
Infatti, lasciando pure insoluta la questione se questi due fermagli 
siano o no medievali, questo che dice il G>nze riguardo allo stile 
orientalizzante è verissimo, e basta considerare i bronzi figuranti, 
da noi dianzi descritti, per convincersi di questo orientalismo che 
mano mano s'insinua nella coltura e nell'arte italica, per modo da 
diventare poi quasi predominante. Che se quello ci potesse essere di 
guida nel determinare la maggiore o minore vetustà di quei monu- 
menti converrebbe concludere che più antiche sono le situle di Sesto 
Calende e di Trezzo e Telmo di Oppeano, dove maggiore orien- 
talismo e pei simboli e per gli animali alati rinviensi in quello di 
Matrey, di Moritzing, di Watsch, e in tutte le akre insomma da noi 
già menzionate. Se non che non è in ciò solo che i tre primi mo- 
numenti differiscono dagli altri, ma ben anco per la tecnica, onde non 
pare inverosimile che escano da un centro diverso di fabbricazione. 
E ciò sarebbe confermato dalla posizione stessa geografica, poiché 
vennero in luce più ad occidente i tre primi, nella parte orientale 
d'Italia tutti gli altri che rivelano l'influenza orientale. 



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CAPITOLO QUINTO. 



Sommàrio. — > i. Le necropoli della prima età del ferro rinvenutene! paese retico. 
Gruppo ligure. Golasecca, Villa Nessi, Robarello e Malgesso. Gruppo italico. Ci- 
viglio, Zelbio, Carate Lario, S. Maria di Vergosa e Rondineto. — 2. Vadena nella 
valle dell* Adige. — 3. Gruppo euganeo. Sepolcreti del Bellunese e del Cadorino. 
Caverzano, Lozzo, Pozzale. Rotzo nei sette comuni dei Vicentino. 



L 



Non è sì grande però il valore che hanno i monumenti figurati 
ed ornamentali da noi descritti per concludere quali popoli, quali di- 
verse civiltà siansi estese nella regione alpina, quanto è quello delle 
necropoli. Però che, se può darsi il caso che per semplici scambi 
commerciali qualche oggetto possa entrare in un paese abitato da 
gente diversa da quella che Tha fabbricato, se facilmente può acca- 
dere che s'assimilino pel continuo contatto i costumi di popo|i di 
orìgine differente, è pur sempre vero che i riti religiosi non si mutano 
a facilmente, né le costumanze e le cerimonie funebri sono cosi va- 
riabili come tutto quello che riguarda il vestiario e romamento della 
persona. Ond'è che se cosa c'è che porti impressa la caratteristica 
del popolo al quale appartiene, queste sono le necropoli. E fu solo 
per l'accurato studio di quelle che si potè alcuna volta giungere a 
fecondi risultati, ed avvertendo gli strati vari e le diverse maniere di 
seppellimento si giunse a tanto da ravvisare in quelle come in varie pa- 
gine di un libro tutta intiera la storia dell'antichità. 

Se si dà uno sguardo complessivo a tutti i sepolcreti del paese re- 
tico, mi pare che si possano dividere in tre grandi gruppi, ognuno 
dei quali segnerebbe un'epoca ed un popolo diverso, . cosi che non 
solo si può arguire che i Liguri, gli Italici ed i Galli ebbero quivi 
loro stanza, ma conviene pure persuadersi che non tutti erano quivi 



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134 

mescolati nel tempo stesso: ma l'uno all'altro successe, in modo da 
avere sui predecessori il predominio. Il che viemaggiormente appare 
da quelle necropoli, nelle quali due o più diverse civiltà sono rap- 
presentate, mentre che avviene non di rado che queste diversità non 
sono che il prodotto di un medesimo popolo che pel contatto con un 
altro si modifica, come avviene appunto in quella di Golasecca, la 
quale non solo, come le tombe di Bismantova e di Velleia, segna il 
più antico periodo dell'età del ferro nell'Italia settentrionale, ma è pur 
sempre una prova parlante del graduato sviluppo della civikà, onde 
il Castelfranco » trovò conveniente dividere le sue tombe in due pe- 
riodi, come qui appresso vedremo. 

La necropoli di Golasecca, non lungi dalla punta meridionale del 
Lago Maggiore s'estende su ambedue le sponde del Ticino, non però 
in egual modo, che sulla sinistra occupa maggiore spazio e li con 
traccie di abitazione fin dal 1876 il Castelfranco avverti quarantatre 
recinti di pietre sovrapposte senza cemento, e solo quattro sulla sponda 
sinistra, recinti che il sullodato archeologo ritiene contemporanei alle 
tombe, a differenza del Mortillet % che li credeva posteriori. 

Colà deponevasi l'urna cineraria o in una semplice buca scavata 
nella terra, o in un recinto fatto di ciottoli sovrapposti, e coperto con 
uno o più sassi; il quale recinto in altre tombe si perfeziona sempre più 
in modo da formare una incassatura o quadrata o poligonale for- 
mata da lastre di pietra disposte verticalmente, e coperta da parecchie 
lastre orizzontali, sopra le quali il più delle volte elevasi verticalmente 
un po' inclinata una pietra a guisa di stèla. Nel che appunto appare 
chiaro, secondo me, che ai Liguri devesi attribuire questa necropoli, 
perocché essi ancora nella età neolitica tenevano questo sistema di 
seppellimento, come più volte abbiamo fatto osservare, e sebbene 
prima usavano inumare il cadavere, non è aflfatto improbabile che 
dagli Italici abbiano appresa la cremazione e l'uso di deporre le ce- 
neri in urne di terracotta. Tanto più che qui le olle cinerarie sono 
si fattamente costruite, che inutilmente cercherebbonsi in necropoli 

» Castelfranco. Dm periodi della prima età del ferro nella necropoli di Golasecca 
(B. P, L II, 1876, pag. 87). 

* G. De Mortillet. Sépultures anciennes du Plateau de Somma {Revue Archéol 
lanvier 1866). ^ 



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prettamente italiche o galliche, specie quelle del primo periodo, che 
€ hanno il maggior diametro orizzontale verso la metà dell'altezza » 
ma pur anche quelle del secondo periodo, che, a detta del Castelfranco 
hanno « il maggior diametro orizzontale verso il collo », per ciò che 
le prime hanno di particolare gli ornamenti graffiti a denti di lupo, 
col vertice in basso e tutti riempiti di linee parallele, nei solchi for- 
mati dalle quali era uno smalto bianco, le seconde invece hanno per 
lo più nella parte superiore ornamenti a stralucido che alle volte sono 
divisi in zone da cordoncini rilevati. 

Le une e le altre però sono fatte senza tomo, ed in tutti e due i 
periodi sono i vasi all'esterno spalmati di un'argilla più fina levigata 
colla stecca, come che diflferenza ci sia in ciò che i primi sono di 
un'argilla più ordinaria, e contenente granellini di selce, dove è ben 
depurata l'argilla dei secondi. 

Non ostante non si può ammettere che solo pel naturale svolgi- 
mento della coltura sia successo questo cambiamento, perchè si av- 
verte un miglioramento quasi repentino nelle industrie, il che sarà 
certo avvenuto pel contatto con un' altra gente. Infatti anche negli 
oggetti di ornamento si ravvisa questa diflferenza fra i due periodi, 
con ciò sia che se trovansi nelle tombe più antiche le fibule di bronzo 
di forma semplice, o a sanguesuga, o a coste rilevate, gli aghi cri- 
nali ed i braccialetti, più rari diventano questi oggetti nel secondo 
periodo, che anzi in questo alcune forme di loro scompariscono af- 
fatto, 'così che se per un lato ci hi avanzamento nella coltura, per 
un'altra parte non si può a meno di notare un certo quale regresso. 

Nel territorio di Como sono molte necropoli che si debbono ri- 
ferire all'epoca di quella di Golasecca, non è però che in ognuna di 
esse si manifesti spiccato un solo carattere, tanto che tutte quelle 
variazioni etniche che la tradizione dice avvenute in questa parte di 
Italia settentrionale, sebbene non siano diverse da quelle che ebbero 
luogo altrove nel paese retico, pare non ostante che qui siano rap- 
presentate più chiaramente nei monumenti. Ma se ci sono dei sepol- 
creti che si possano a tutta prima qualificare per gallici, per italici 
o per liguri, altri se ne danno, nei quali è cosi commista la civiltà colla 
barbarie, sono cosi confuse le caratteristiche di una gente con quelle 
di un'altra del tutto diversa, che non apparisce ben chiaro a quale 



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popolo propriamente tali necropoli debbano venir riferite, poiché di 
tutti rimane traccia in esse. 

Con tutto ciò non è tanto grande la confusione che non si scorga 
a tutta prima rappresentato il primo periodo di Golasecca a Villa 
Nessi in valle di Vico, a Robarello, e in pane anche a Moncucco, 
dove in Malgesso e nei Merlotitt fa d'uopo riconoscere il carattere 
del secondo periodo. 

Nella necropoli di Villa Nessi * le urne sono chiuse in un recmto 
quadrato per lo più, formato di sassi sovrapposti Tuno all'altro senza 
cemento, e coperto con una rozza lastra di pietra. Il vaso cinerario 
era coperto da una coppa capovolta, e conteneva oltre alle ossa, fi- 
bule a navicella, a coste, ad arco semplice, armille e alcuni altri og* 
getti di bronzo, i quali alle volte trovavansi anche sparsi fuori del- 
l'urna. I vasi però non mi pare che per la loro forma sì possano 
riferire tutti ad un medesimo periodo, perocché mentre qualcimo 
come i più antichi di Golasecca, ha il massimo diametro orizzontale 
alla metà dell'altezza, ed é ornato con denti di lupo graffiti, altri mvece 
sono più rozzamente eseguiti ed hanno il massimo rigonfiamento 
nella metà inferiore, oppure sono di forma di tronco di cono rove- 
sciato, e d'una pasta e costruzione rozzissima, come che siano fatti al 
tomo, il che « devesi ammettere dietro diligente esame »• 

Meno importante, non per la qualità, ma pel numero dei vasi ar- 
rivati a noi, é la necropoli di S. Ambrogio Olona presso Rabarello, 
ma, sebbene la maggior parte di essi andarono smarriti per l'incuria 
degli scavatori, questo é importante che « i vasi sono pel colore, 
per patina, per disegni graffiti o segnati, e per torma, se non uguali, 
simili a quelli del Ticino ». 

Cosi che conviene arguire che questa necropoli, e tutte quelle da 
noi innanzi riferite sono il prodotto del medesimo popolo, che il Ga- 
rovaglio ed altri archeologi comaschi ritengono gallico, qualcun altro, 
e certo con più ragione, ligure; in ogni modo questo é certo che 
tutti questi sepolcreti sono i più antichi dell'età del ferro, e che ad 

« A. Garov AGLIO. Ultime scoperte delV epoca gallica a ^algessOy a lipbarello ed 
in Fai di Vico nella prov, di Como (Riv, Arch. delia prov, di Como, fase. II) — 
Ultime scoperte nella necropoli di Villa 'hLessi in Valle di Vico (Riv, Arch, della Prov, 
di Como, fase. III^. 



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U7 
essi segue un' altra serie di carattere diverso e senza dubbio italico, 
il che accade in ispecial modo a Civiglio e a Rondineto. 

Gviglio è un piccolo paese costituito da alcuni casali ^arsi qua 
e colà alla distanza di sei chilometri da Como. Fu nel casale detto 
Visigna che nel 1875 11 canonico Giuseppe Bernasconi fece la sco- 
perta di due tombe, le quali furono qualificate per galliche a tutta 
prima, benché tradissero, anzi mostrassero predominante Tane italica. 
In quell'anno furono trovati i seguenti oggetti: un vaso di terracotta 
modellato a mano ed ornato da vari cordoni rilevati, orizzontali e 
paralelli posti ad eguale distanza fra loro. 

Una brocca di rossa argilla cotta al forno e ricoperta poi di una 
vernice nera. Il labbro è « graziosamente ripiegato in forma di tre 
beccucci » e la sua forma è tale e che sente dell'arte etrusca più 
arcaica di quelli notati sotto il nome generico di vasi chiusini ». 

Un vaso simile al primo, ma più tozzo e assai più piccob. 

Un bicchiere della forma di cono tronco capovolto; nella^ parte in- 
feriore è liscio, nella metà superiore è tutto coperto di cordoncini 
rilevati gli imi accanto agli altri. 

Un vaso senza nessun rilievo, grande come il terzo, ma assai più 
rozzamente la\.'»rato di questo. Nei vasi oltre le ossa e la cenere fvh 
rono trovati oggetti di bronzo, cioè fibule, anelli^ armille, tre piccoli 
cestelli di varia e gentile forma, i quali si appendevano forse alle 
collane per ornamento. 

Una scoperta molto più importante fece ivi il signor Barelli nel- 
l'anno 1878, durante il quale egli trovò sette tombe formate da sei 
lastre di ardesia o di schisto micaceo disposte in modo, che una for- 
mava la base e quattro messe verticalmente facevano i lati, ed una 
il coperchio, il quale però c'era soltanto in quattro tombe. Le lastre 
non erano fermate con calce. 

Le tombe variavano per la loro posizione, per la forma e per la 
grandezza, giacché una era posta in direzione da occidente ad oriente, 
un'altra da sud-est a nord-est e cinque da nord a sud, e mentre al- 
cune avevano la forma di paralellopipedo, una era fatta a guisa di 
trapezio e due erano disposte in forma di romboide. La lunghezza 
variava fra m. 0,66 e 0,58, la larghezza fra 0,57 e 0,34, l'altezza fra 
0,44 e 0,30. 



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Entro le tombe furono trovati molti oggetti di figulina, di bronzo 
e di ferro. Per lo più in ogni tomba c'erano cinque o sei vasi, in 
alcuni dei quali erano le ossa combuste e la cenere. Fra gli oggetti 
trovati meritano attenzione i seguenti: Un'olla di terra rossa ben cotta, 
senza vernice, colla rigonfiatura a due terzi dell'altezza. Una ciotola, 
un orciuolo con ansa a nastro di terra rossa inverniciata. Alcuni bic- 
chieri eguali a quello trovato nel 1875. Tutti avevano la marca del 
figulo segnata con tre circoli concentrici, uno però, che è di terra 
rossa con vernice nera, si distingue perchè in luogo della solita 
marca ha graffiti due daini con sotto la leggenda in caratteri etruschi 
da destra a sinistra: F//m/. C'erano anche delle fibule in forma di 
navicella, quarantasette anelli, una piccola gamba di bronzo, ed un 
dischetto di ferro con orlo di rame dello spessore di due millimetri. 
Su d'una faccia nel mezzo c'è fortemente saldato un anello, e dal- 
l'altra parte v'era attaccata, forse a cagione dell'ossido, una fibula in 
forma di serpe '. 

Nel 1879 si continuarono gli scavi e furono trovate ancora otto 
tombe della forma stessa delle precedenti e disposte tutte in direzione 
da nord a sud. La più grande di esse conteneva sei vasi, la più pic- 
cola quattro e le altre cinque, i quali erano presso a poco della stessa 
qualità di quelli antecedentemente descritti, e contenevano piccoli og- 
getti di bronzo e di ferro; in uno c'era un ornamento di ambra 
rosea, « di forma conica, alto millimetri 1 3, largo alla base millimetri 
8. e forato pel lungo ». 

Tombe simili a quella di Ci viglio furono scoperte a Zelbio, a Carate 
Lario, a Montorfano, a S. Maria di Vergosa. Da esse uscirono come 
al solito oggetti di figulina, di bronzo e di ferro, che accennano ad 
un'arte già abbastanza avanzata e più perfetta di quella onde son fatti 
i vasi trovati nelle tombe di Moncucco e Golasecca. Delle nove tombe 
trovate nella selva detta la Maloeria, presso Zelbio poche cose abbiamo 
a dire, giacché i sei vasi che poterono essere conservati non si di- 
stinguono molto da quelli finora descritti, ma bensì fra le quattordici 
tombe di Carate Lario, le quali erano chiuse fra due muri paralleli. 



I Rkfista Archeologica della Prov, di Como, fascicolo 14, anno 1878, pag. 256 seg. 
— Notizie degli scavi di antichità comunicate alla R, Accademia dei Lincei, 1878, p. 32$. 



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si distinguono due perchè tagliate diagonalmente nell'interno da una 
lastra di ardesia, in modo da dividere il quadrato in due triangoli, 
ciascuno dei quali conteneva un vaso di argilla colle ossa, colle ce- 
neri e con qualche gingillo di bronzo e di ferro. Sopra tutti però 
si distingue un vaso trovato nel sepolcreto di S. Maria di Vergosa^ 
Esso è fatto a mano con terra nerastra ben cotta ed inverniciata di 
nero all'esterno e d'un rosso vivo nell'interno. La parte esterna è 
magnificamente copena di ornamenti « fatti ad impressione, o ruo- 
tella; ma qui e qua aiutati, corretti a mano libera ' ». 

Ma le scoperte più importanti, che ci attestano il predominio della 
coltura italica, sono quelle di Rondineto. 

Questo è il nome d'una villa del signor dottor Giovanni Antonio 
Galli posta nel comune di Breccia, non tanto lungi dalla città di 
Como. Ivi nel mettere a coltura un podere s'imbatterono i lavora- 
tori in oggetti antichi di varia forma, di modo che attirata l'atten- 
zione del proprietario, per sua cura si fecero degli scavi regolari, 
che diedero per resultato la scoperta d'un intiero villaggio composto 
di parecchie capanne, di grandi camere o tempietti, di tombe e di 
pozzi, le quali cose benché trovate in vari tempi, per non dilungarmi 
troppo descriverò unitamente, il che riesce necessario anche per vie 
meglio capire l'intiera distribuzione di queste costruzioni. 

Il villaggio era certo fortificato tutt'all'intomo, che ancora esistono 
sidla sommità del colle, sul quale è costruito^ gli avanzi di mura 
fatte con grandi massi, sovrapposti gli uni agli altri senza la frappo- 
sizione di cemento: da un altro lato invece la roccia è tagliata a 
picco, affine di rendere da quella parte impossibile l'entrata, mentre 
si poteva scendere solo per una stretta via incavata nel masso. Ras- 
sicurati cosi gli abitatori dalle scorrerie dei popoli vicini, non aveano 
bisogno di vivere agglomerati, e perciò costruivano le loro abita- 
zioni in un modo del tutto caratteristico, cosi che appare, che ogni 
famiglia voleva vivere a sé, padrona, per cosi dire, del suo piccolo 
regno costituito da una grande camera circondata da un certo nu- 
mero di capanne, e da alcune tombe. L'acqua necessaria per gli uo- 
mini e per abbeverare il bestiame raccoglievasi in certi pozzi, o con- 

« Riv, Archeol, della Prov, di Como, fase. 12, pag. ij. 



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ducevasi fra le capanne per mezzo di canali incavati nella roccia. Ad 
una certa distanza l'uno dall'altro, si incontrano gruppi di costruzione 
dovunque disposti nello stesso modo, di maniera che l'aspetto generale 
di quel luogo avrebbe dovuto rassomigliare ad una sterile landa inter- 
rotta qua e colà da qualche macchia. E certo dovrebbe produrre una 
assai triste impressione quel bogo se si potesse vedere nel suo stato 
primiero. Una vasta distesa ascendente, tutta, di roccia arenaria e di 
budinga, nella quale quegli antichi abitatori scavarono in p;g:te le loro 
dimore: ma coU'andare del tempo tutto scomparve, e li dove molti 
secoli addietro l'uomo a colpi di piccone procacciava per sé, pel suo 
bestiame e pe' suoi trapassati un riparo contro le intemperie, ora sì 
stende un alto e fertile strato di terra. Ma per meglio chiarire come 
quelle costruzicmi erano disposte, prenderemo in esame gruppo per 
gruppo seguendo la carta topografica pubblicata dal Barelli nella Ri- 
vista archeologica della provincia di G)mo e nelle notizie degli scavi 
di antichità della R. Accademia dei Lincei (anno 1878). 

La prima camera, che dal Barelli è chiamata la camera grande, è 
chiusa da quattro pareti, tre delle quali sono tagliate a picco nella 
roccia, mentre la quarta, cioè quella che è verso il declivio, è for- 
mata da due muri paralelli (G. G. nella tavola XII, n. 12) costituiti 
da grandi lastre di ardesia poste verticalmente. Essi, che s'innalzano 
più di un metro sono alla distanza di due metri fra loro e sono uniti 
per due chiavi fatte di grandi massi della forma di parallelopipedi, 
TultinK) dei quali, nella chiave (n) è sporgente e sostenuto da due altri 
disposti -verticalmente. Le due pareti laterali vanno gradatamente di- 
minuendo di altezza, poiché seguono il declivio del colle, mentre la 
parete più intema mantiene quasi costantemente l'altezza di metri 3,14. 
In quest'ultima alla distanza di metri 1,07 dall'angolo sinistro è in- 
cavata una nicchia semicircolare, (tav. XVI, n. i, a) che comincia 
all'altezza di centimetri 66 dal suolo e va fino alla sommità. Davanti 
a essa nel pavimento c'è un buco quadrilatero (tav. XVI, n. 2 f) nel 
quale si fissava forse il piede di una tavola o di qualche altro oggetto. 

Il sudo è largo metri 5,05 e lungo metri 8,71 ed è tutto circon- 
dato da un canaletto, che cinge anche i tre grandi massi quadrila- 
teri (i, e, d) che si elevano 6 centimetri sopra il suolo. Questi sono 
superiormente tutti frastagliati da piccoli canaletti, ed il masso (b) ha 



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un foro qnasi rotondo in quella parte che si avvicina alla parete di 
nord-est. All'esterno della camera, verso sud-ovest è incavato un sen- 
tieruzzo (u) che conduce all'ingresso presso il quale si vedono ancora 
le traccie di alcuni gradini. 

Scendendo un po'per là costa verso nord-ovest si incontrano altre 
trenta costruzioni simili a questa però assai più piccole, giacché hanno 
in media 3 metri di larghezza e 1,50 di profondità. Anche delle ca* 
panne la parte inferiore è incavata nel masso, e nel pavimento si 
trovarono de'canaletti che lo giravano attorno. La parete più intema 
è alta in media metri 1,50 e di fronte a questa verso il declivio si 
innalzava un muro a secco, del quale si trovarono gli avanzi in al- 
cune capanne. Da questa parte c'era l'ingresso e alle volte si trovano 
incavati alcuni gradini per renderlo più agevole. Tramezzo alle ca- 
panne si trovarono i residui d'un pozzo scavato per metri 0,50 nel 
masso in forma di circolo del diametro di 0,75. Intorno al foro si 
fecero dei ripiani e davanti un parapetto al quale si ascende per al- 
cuni gradini. Un canaletto, che è scavato in prossimità del pozzo 
serviva forse per versarvi l'acqua, e per abbeverare le bestie : anzi 
pare che l'acqua non sia mai mancata in questo recipiente, poiché 
ancora nel momento che tu scoperto si trovò nel fondo una piccola 
sorgente d'acqua. Un po'discosto dalle capaime si rinvenne un altro 
pozzo, il quale però sembra fatto in tempo posteriore come si può 
dedurre dalla forma più perfeua e dall'uso del cemento nel muric- 
ciuolo, che lo circonda, mentre tutte le altre costruzioni sono fatte 
a secco. Presso alle capanne si trovò una tomba di forma irregolar- 
mente circolare (tav. XVI, fig. 3). Essa é incavata in parte nel suolo, 
e limitata da grossi macigni quadrati uniti senza cemento. La tomba 
ha delle dimensioni considerevoli, poiché é della lunghezza di 2 metri, 
della larghezza di m. i e della altezza di 1,50, e nell'interno con- 
teneva una quantità di ossa umane e di pezzi di argilla, i quali do- 
vrebbero aver formato, secondo il Barelli *, non meno di trenu vasi. 
Alcuni di questi cocci erano inverniciati di rosso o di nero e porta- 
vano delle iscrizioni in caratteri italici e dei disegni finamente lavo- 
rati come in appresso vedremo. 

< Barelu. Riv. xArch. delia Prov, di Como, fase. 15. 



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Settanta passi circa lungi da queste costruzioni si trovò un'altra 
camera detta del Ronco, dal nome del terreno sotto il quale giaceva. 
La camera del Ronco ha la forma rettangolare e come la precedente è 
incavata nell'arenaria, e dalla parte che guarda il declivio sarà stata 
probabilmente chiusa da un muro. Essa ha la lunghezza di metri io, 
la larghezza di metri 5,50 e l'altezza meJia di 2,77, e dovea essere 
stata coperta da un tetto di embrici, dei quali si trovarono dei pezzi 
fra le altre macerie ed oggetti che riempivano la camera. Il pavi- 
mento è segnato all'intorno presso le pareti da un canale, che esce 
dalla camera nell'angolo a sinistra verso ovest, cioè dalla parte del 
declivio, dove si stende una spianata interrotta da un canaletto. Ac-. 
canto alla Camera del Ronco pare che ne sorgesse un'altra eguale, 
che fino ad ora credo che sia ancora inesplorata. Fra questa e la 
camera grande se ne trovò nel 1879 un'altra simile, la quale è de- 
gna di memoria, perchè conserva ancora il muro, che forma la pa- 
rete dalla parte del declivio, e quello che serve di continuazione alla 
parete sinistra, che è incavata nel vivo solo per la larghezza di cen- 
timetri 76, e quello ancora che è in continuazione della parte destra 
che è incavata ancora meno. I macigni che formano questi muri sono 
quadrilateri, assai bene uniti fra loro, ma senza cemento. Presso que- 
sta camera si trovarono tre larghi canali scavati nell' arenaria , una 
capanna, due fori rotondi che forse servivano quali serbatoi dell'ac- 
qua, e circa trentadue tombe. Otto di queste erano formate da muri 
fatti con grandi massi, uniti senza cemento, che s'innalzavano intomo 
ad una fossa scavata nell'arenaria, le altre basavano su d'uno strato 
di argilla ed erano formate di ciottoli sovrapposti in modo da costi- 
tuire un muro, sopra c'era un coperchio di argilla impastata con pezzi 
di vasi, il quale coperchio però in alcune era di ardesia o di granito, 
secondo la qualità della pietra della quale era fatta la tomba. La forma 
della quale era ora rotonda, ora rettangolare, ora oblunga, e nello 
intemo di tutte, oltre alle ossa combuste si trovò una grande quan- 
tità di frantumi di vasi e qualche oggetto di bronzo. 

Di gran lunga il più importante di questi gruppi di costruzioni è 
quello trovato nella selva detta hi Palazzuola posta a sessanta passi 
circa dalla camera del Ronco. Esso è costituito da una camera, da 
due capanne e da quindici tombe. La camera si distingue da quelle 



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precedentemente descritte, oltre che per la grandezza, che ha un'area 
di metri q. 117,61, per la sua forma speciale. Di fetti nella parete 
più intema si apre un varco (tav. XVII, fig. i) e continua l'incavò 
in maniera da formare una seconda camera più piccola dell'area di 
m. q. 13,12 (tav. XVII, fig. i) col pavimento di centim. 61 più ele- 
vato di quello della camera principale. Il quale è frastagliato da un 
canale, che corre ad angolo retto, e da altri più piccoli rigagnoli (e) 
che vanno a finire nel canale maggiore (5). 

La parete meridionale ad un certo punto si piega ad angolo retto, 
si stringe da sud a nord per poi subito continuare nella primiera di- 
rezione: ma ciò che più presenta di speciale è la fenditura (/) che 
in direzione obliqua dall'angolo orientale va sino al tetto. Quantunque 
essa losse una fessura che naturalmente divideva due strati di pu- 
dinga, pure fu accomodata e arrotondata alla stessa guisa di quella 
della camera grande. Li accanto nell'angolo ci sono due grossi sassi 
(J, e) che erano infissi nella pudinga, e perchè non si poterono le- 
vare si appianarono, affinchè servissero o di sedile di luogo di ap- 
poggio per qualche oggetto. Anche in questa camera si trovarono 
sul suolo fra gli altri oggetti degli embrici che formavano antica- 
mente il tetto. 

Le capanne sono in tutto eguali a quelle che circondano le altre 
camere, e fra le tombe una si distingue per la sua grandezza. Essa 
è di forma quadrangolare ed occupa un area di circa 6 m. q. 

La parte inferiore è scavata" nella pudinga, almeno quel tanto che ba- 
stasse per livellare il suolo: e le pareti in piccola parte sono inca- 
vate a picco e continuano formate di sassi calcarei e granitici rego- 
larmente disposti. La parete verso il monte si prolunga al di là della 
tomba in direzione meridionale e fiancheggia un sentiero che scende 
dal monte, e dopo esser stato interrotto da alcuni gradini scendeva 
all'apertura della tomba. La quale nel bel mezzo del suolo ha un 
buco considerevole formato forse dall'estrazione di un grosso macigno 
dalla pudinga (tav. XVII, fig. 4). 

Le altre tombe non erano tutte d'una forma e costruite collo stesso 
materiale, imperciocché alcune erano in parte scavate nella roccia e 
continuate con muricciuoli ben fabbricati, altre giacevano sulla sabbia 
argillosa ed aveano le pareti formate di ciottoli. Tutte erano copenc, 



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quelle che giacevano sulla roccia con lastre di ardesia, quelle che 
erano sullo strato di sabbia argillosa con un impasto di argilla e di 
frantumi di vasi, o con un coperchio £itto di sabbia mista con ar- 
giDa. Sopra ogni coperchio stava un oggetto, p. e. un cono, una pi- 
ramide, un parallelopipedo &tto della stessa sostanza del coperchio, 
sopra al quale si buttava uno strato di ciottoli per l'altezza di circa 
60 centimetri. Più lontano della Palazzuola in un luogo detto del 
Marche si trovò un certo numero di tombe e li presso una camera 
della forma di trapezio. Siccome però essa presenta tutte le partico- 
larità della camera grande, e le differenze sono di nessuna importanza, 
non mi fermerò a descriverla minutamente. Né tutte Taltre camere, 
che sono segnate nella carta topografica (tav. XV) ■ esaminerò sin- 
golarmente con ciò sia che s'assomiglmo tutte, e le già descrìtte sono 
più che sufficienti per dare un'adeguata idea del tutto. 

Credeva il Barelli che le camere avessero servito o per luogo di 
convegno per trattare gli affari comuni o piuttosto per tempio, ed 
allora il foro semicircolare che in quasi tutte queste costruzioni da 
una certa altezza dal suolo fende la parete fino al tetto, avrebbe ser- 
vito ai sacerdoti per comunicare i responsi degli Dei. 

A questa ipotesi però s^oppone la circostanza che si trovarono 
molte di queste camere ed assai vicine le une alle altre, mentre quando 
avessero servito allo scopo sopra indicato sarebbe bastata una sola o 
due al più. Piuttosto sembra probabile che questi siano stati i luoghi 
di abitazione ed il foro semicircolare non sarebbe altro che il ca- 
mino; di&tti in ciascuna camera insieme con materie carbonizzate 
si trovarono molti frantumi di stoviglie. Nelle capanne invece saranno 
state le bestie ed i servi, il che verrebbe comprovato da ciò che lo 
ultimo strato di terreno in esse racchiuso « era color nero, vischioso 
da crederlo composto in gran parte di escrementi animali » . 

> Spiegazione della tavola topografica del villaggio di Rondineto (tav. XV): 
A villa di Rondineto; 'B case masserìzie; C roccolo; D fonte della Moienca. i Gimera 
grande, capanne e sepolcri; 2 La palazzuola, capanne e sepolcri; 3 Camera di Ronco; 
4 Camera del Marche, sepolcri; 5 Capanna non esplorata; 6 Simile; 7 Roccia tagliata 
a picco; 8 Sepolcro cavato nella roccia; 9 Camera non esplorata; io Nicchie, sen- 
tieri. Canali nella roccia; 11 Simile; 12 Camera della Moienca; 13 Camera, sepol- 
creto romano; 14 Sepolcri preromani; 15 Indizi di un muro circolare; 16 Sepolcro 
della vigna di mez20. 



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Con ciò non voglio negare che qualche posto speciale per le adu- 
nanze non siavi stato. Anzi è probabile che quel grande recinto cir- 
colare racchiuso da muri, dei quali si trovarono le traccie segnate 
al n. 15 della tavola topografica, abbia servito a tale uopo. 

È stato osservato che, per la finitezza colla quale sono eseguiti i 
vasi ivi trovati, per il modo tutto speciale onde sono verniciati e pei 
disegni abbastanza eleganti che vi sono disegnati, non solo queste 
antichità si distinguono da quelle trovate in sepolcreti gallici e liguri, 
ma si avvicinano assai a quelle che sono indiscutibilmente ritenute 
per etrusche, e che quindi etruschi devono essere stati coloro che 
abitavano questo luogo. Difatti altri più validi argomenti possono 
venire in appoggio di questo asserto, il quale è in ispecial modo 
comprovato dalle fortificazioni che cingevano questo luogo, per ciò 
che appunto questo distingue essenzialmente gli Italici dai popoli ger- 
manici e dai Galli, i quali vivevano all'aperto od almeno in luoghi 
non cinti da mura. Ed il modo stesso col quale queste mura, come 
quelle che otturavano le capanne, erano costruite è tutto proprio dei 
Raseni, che nelle fabbriche loro adoperavano dei sassi in forma di 
dadi o di parallelepipedi. Di più quelle alcune iscrizioni che c'erano 
sui cocci quivi rinvenuti erano scritte in caratteri etruschi, da destra 
.a sinistra. Esse sono le seguenti: 

uls (Tav. XVm, n. i), tirisia (Tav. XVHI, n. 3), a (Tav. XVIII, 

n. IO), ....kul.... (Tav. XVIII, n. 2), ....Kla.... (Tav. XVIII, n. 4), thuki 
(Tav. XVUI, n. 3) ....ta.. (Tav. XIX, n. 1 3), pioiso (Riv. arch. Com. 
fas. 15, tav. Ili), al (R. A. C. 15, II), mmu(R. A. C. 15, II), aiopke 
(R. A. C. fas. 15, tav. II), ka (R. A. C. 15, H). 

V'hanno altri frammenti sui quali si scorge una sola lettera o due 
al più, come p. e. mi, i, u, t, m, e, e molte altre che per la forma 
loro singolare sono segnate nella tavola alfabetica (Tav. XXX). 

Parlare minutamente di tutti gli infiniti cocci, che furono trovati 
a Rondtneto sarebbe cosa interminabile non solo, ma pur anco sgra- 
devole, di alcuni però ci occorre far menzione per certe particola- 
rità e per la finezza del lavoro. 

Un'arte bambina ancora ed incerta è quella dei frammenti 9 e 12 
della tavola XII dove quelle bestie qualificate per daini, che hanno 
un globetto al posto di ogni piede, quegli uomini a cavallo, quegli 



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1 



146 

uccelli o piccioni che sono su certi piatti ci mostrano il primo ten- 
tativo dell'arte d'imitare gli esseri viventi. Negli altri frammenti c'è 
una tale gradazione dal disegno rozzo al più perfetto, dal più sem- 
plice al più graziosamente complicato (XII, 8, 14, i), che si vede 
chiaro che appartengono ad un popolo, che ha già percorso i primi 
gradini della civiltà, tanto che da quelle fascie che consistono in sem- 
plici linee parallele o disegnate a denti di lupo, si passa ad una serie 
di globetti, da questi alle serpentine e cosi via via finché si arriva a 
quegli eleganti disegni neri su fondo rosso o rossicci su fondo nero 
quali sono quelli esposti ai numeri 97, 98, 99 della tavola V, del 
fase. Il della Rivista archeologica della provincia di Como. 

La stessa gradazione dalla minima alla massima perfezione si scorge 
nella composizione e nella cottura dell'argilla, poiché mentre alcuni 
vasi sono d'una cottura perfetta e d'un colore rosso fiammante, altri 
sono nericci e di un'argilla mista con arena e d'una debole cottura. 

Oltre le terre cotte c'erano oggetti litici, lavorati abbastanza per- 
fettamente. Si trovarono dei coltelli, dei pugnali, delle accette, spim- 
toni, macine, fiisaiuole e molti altri utensili dì arenaria, di diaspro, 
di selce. Di metallo fiirono rinvenute poche cose, in ispecial modo 
fibule, anelli, una gamba di bronzo, ed una scure di ferro; di gran- 
dissima importanza sono però gli oggetti metallici trovati a Vigna di 
Mezzo, poiché essendo questo un podere a poca distanza da Rondi- 
neto possono essi appartenere allo stesso popolo che fatte aveva tutte 
queste costruzioni. Un contadino nel lavorare la terra s'imbattè ivi 
in una tomba nella quale trovossi un coltello di un solo pezzo della 
lunghezza di 35 centimetri, sulla lama del quale era incisa una 
greca; e due framm.enti di morso simili a quelli che furono trovati 
presso Bologna e dottamente furono illustrati dal conte Gozzadini *. 
Ma gli oggetti che più meritano attenzione sono i due seguenti, dei 
quali ci occorrerà di parlare in altro luogo di questo lavoro. 

L'orlo d'una situla che ha fissato il manico mediante jana serie 
di bullette ribadite (^Riv. Arch. della Prov. di Como^ fase. 13, HI). Ai 
due lati del maniglio ci sono due anelli, nei quali sono inchiusi due 
gingilli. 

I Gozzadini. De queìques tnors de chevaì. Bologna, 1878 



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147 

Un bastone formato da due verghe di metallo, che si intrecciano, 
verso la metà si separano e formano un vuoto ovale per ricongiun- 
gersi poi di nuovo. Ad una estremità il bastone termina in un anello, 
nel quale sono chiusi due gingilli simili a quelli che pendono dalla 
maniglia della cista, T altra estremità è biforcuta (^Riv. Arch. della 
Prov. di CotnOy fase. 1 3, tav. HI), ed il lavoro è tanto fino che ben 
a ragione sospettava il Barelli, che questo fosse «« un distintivo di 
qualche magistrato o sacerdote ». 

Oggetti che appartengono allo stesso popolo di Rondineto e Ci- 
viglio uscirono da una tomba trovata in una villa detta la Pruden- 
zìana in S. Agostino sobborgo di Como, dei quali non importa che 
parliamo distesamente, per la grande somiglianza che hanno colle anti- 
chità fin qui descritte. Le quali dicemmo appartenere agli Italici della 
prima età del ferro, ed in prova di questa asserzione fa d'uopo che 
produciamo alcuni confronti. 

Di muri a secco e di costruzioni simili a quelle di Rondineto non 
abbondano gli esempi in altre parti d'Italia, pure essi non sono cosi 
scarsi, che non si possa arrivare a qualche conclusione. Infatti sono 
ben note le costruzioni rettangolari e orientate di Marzabotto, fatte 
appunto con sassi sovrapposti senza cemento, il quale modo di fab- 
bricare è senza dubbio il primo tentativo di costruzioni murarie, ini- 
ziate dagli Italici della parte centrale d'Italia, e da quelli* diffuscsi 
verso settentrione. E sebbene si credesse da prima che questi piccoli 
edifizi fossero celle sepolcrali, oramai più nessuno crederebbe ciò, 
perocché è certo che essi « formano vere case, coperte forse in parte 
dal solo assito, ma in parte anche dalle tegole, che sono sparse in 
gran copia fi'a le muraglie » '. 

Capanne fabbricate nella stessa maniera di quelle di Rondineto 
furono trovate nello strato sovrastante ad alcune terremare, come a 
Sanpolo d'Enza, a Fodigo, a Castagneto, a Servirola e a Montecchio, 
in tutte le quali località trovaronsi i muri a secco non solo, ma sul 
pavimento come a Rondineto, cocci, carboni e un terreno nero, un- 
tuoso al tatto, che anzi sopra una delle sovraccennate mariere in una 



» G. Chierici. Stratificazioni coordinate delle tre età preistoriche, (B. P, L III, pa- 
gina 185 e seg.). 



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14» 

di tali capanne si rinvennero delle incrostazioni di argilla fatte alla 
stessa guisa di quelle che formavano il coperchio di alune tombe di 
Rondineto, onde conviene concludere che sono tutte il prodotto di 
un medesimo popolo che si estese fino alle Alpi e di lì diffuse la ci- 
viltà italica della prima età del ferro fino alle più lontane regioni del 
nostro continente. 



n. 



Nella parte centrale del paese dei Reti non sarebbero certo più 
scarse le necropoli riferentisi a questa età o ad altri tempi se la storia 
e i ritrovatori ne avessero sempre tenuto conto. Racconta infatti il 
Massarello nel diario del concilio tridentino che un giorno dell'anno 
1545 il principe di Trento condusse i legati a visitare la sua guar- 
daroba, dove fra altre cose importanti videro a un'infinità di vasi di 
vetro in diverse forme antique, et due d'essi grandi quanto un brocco 
d'acqua e li altri piccolini; dentro grandi erano ceneri et ossa ab- 
brucciate, quali vasi sono a questi giorni stati trovati in ima sepol- 
tura antica, che è stata scoperta in un horto del Ciurlet, cittadino 
trentino, dentro la città ». 

Nel nostro secolo vennero in luce alcuni sepolcreti dei quali ri- 
masero pochissime ed incerte notizie. Ad Ortesei piccolo villaggio 
della Valle di Gardena, e precisamente sul colle de Flam, furono 
dissotterrate parecchie urne, che, oltre le ossa combuste e la cenere 
contenevano delle fibule, armille ed anelli ornati di varie incisioni. 
Narrasi che siano colà state trovate anche delle spade, delle daghe 
a doppio taglio, delle lancie, due ferri colla punta un po' incurvata, 
una chiavetta, un dardo, e un pezzo d'ambra traforato. Anche presso 
Salorno si avvertirono quattro gran quadri di terra nera cimiteriale, 
circondati da muri a secco, e scoperte di simil genere si fecero ia 
varie altre parti; ma di tutte si hanno notizie scarse e malsicure, 
onde da tutto ciò non si potrebbe trarre alcuna utile conclusione. La 
necropoli più importante però, e della quale ci restano ancora nu- 
merosi avanzi, è quella di Vadena nella valle dell'Adige. 



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149 
Se la stazione romana militare di Foetibus, sia stata qui, come 
Torrebbe alcuno, non è ancora ben comprovato, pare però che quivi 
fosse nell'Adige un guado, e che perciò ricevesse tal nome questo 
villaggio (ad vadum), che è posto sui declivi orientali del Mittelberg, 
il quale s'innalza sulla destra sponda dell'Adige, tre chilometri a mez- 
zodì di Bolzan©. Non molto lungi di li è il podere Stadler di pro- 
prietà del conte Thunn, e colà ebbero luogo le scoperte archeolo- 
giche delle quali dobbiamo tener parola. Già da lungo tempo era 
attirata la curiosità dei contadini da un piccolo colle, tutto ricoperto 
di terra nericcia, fra la quale, casualmente scavando, furono trovati 
degli oggetti di ferro, e di bronzo, e dei frantumi di vasi di terra. 
Ma fa solo verso la metà del presente secolo che si incominciò a 
fare delle serie ricerche e si trovò che una quantità di urne e di an- 
tichissimi oggetti era colà seppellita, e che quello era un sepolcreto 
di una gente anticamente quivi stabilita. 

Sulla sommità del colle era una grande pietra quadrata, circondata 
da coltelli, cilindri d'argilla, e rottami di vasi, e credo che non abbia 
torto chi supponga ', che quello sia stato l'altare dove si scanna- 
vano le vittime, e fosse li presso s'innalzasse il rogo per abbruciare 
i cadaveri dei trapassati. Giù pel declivio del colle erano disposte le 
urne (tav. XX, n. i), le quali erano messe nella terra in varie ma- 
niere, n più delle volte si faceva una buca regolare, vi si mettevano 
le olle cinerarie insieme ad altri vasi ed a qualche altro oggetto e 
si chiudeva il tutto mediante una grande pietra di porfido, giacché 
appunto di porfido sono le roccie che circondano quei luoghi. Assai 
di frequente però, affinchè le urne non rimanessero schiacciate dal 
gran peso della pietra, si sottoponevano a sostegno di questa due 
grossi macigni, (tav. XXI, n. 1 1) fra i quali si disponevano le olle 
cinerarie e gli altri vasi quando la tomba appartenesse ad una fa- 
miglia, od un solo vaso quando era destinata per un individuo solo. 
Meno semplice di queste era la tomba, che a guisa di tumulo (ta- 
vola XXI, n. 12) s'innalzava verso la metà del colle. In essa alcune 
urne di varia forma e grandezza erano disposte le une presso le altre 



« Sackhk. Die raetisch-etrusliischen Graeher bei StadJÌJof naechst Kaltem in Tiroh 
{Mittheì, der. K, K, Central Commissione 1865, p. 191). 



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ISO 

e tutte erano ricoperte con materie carbonizzate, fra cui trovaronsi 
vari oggetti, come fibule, coltelli, e cilindri d'argilla ritenuti per 
spole da tessere; sopra c'era una s-pecie di volta formata da grossi 
macigni, posti accanto Tun l'altro senza essere uniti mediante la calcex 
dalla parte che prospettava l'oriente c'era l'apertura per la quale si 
introducevano le urne. 

Le pietre di porfido che coprivano le urne in genere erano tutte 
abbastanza regolarmente tagliate, e levigate in parte sulla superficie 
superiore; una sola però portava in caratteri etruschi, (tav. XX, n. 2, 
3, 4) un' iscrizione da destra a sinistra : Pnake. Fitamu. Lachem. 

Sulla pietra stessa dalla parte che era rivolta verso l'urna stavano 
impressi due segni, che variamente sono riportati dagli illustratori 
di questa iscrizione, e che in ogni modo non sono di grande im- 
portanza. 

La prima lettera della prima parola è senza dubbio un P, come 
avremo luogo di dimostrare parlando della statuetta di San Zeno, 
dove due volte ricorre questo segno. È da osservarsi poi che la forma 
dell'-^ dove la linea mediana che è di consueto orizzontale nell'alfabeto 
etrusco, e nei monumenti reto-etruschi invece parallela ad una delle 
aste verticali, viene a congiungersi qui formando un triangolo col- 
l'asta verticale destra. Nella terza parola ci sono due lettere contro- 
verse, l'ultima cioè e la terza. 

Il Sacken e qualche altro tenevano per un e il terzo segno e per 
un S l'ultimo; il Fabretti invece credeva che il primo avesse il va- 
lore del segno etrusco corrispondente capovolto, cioè di X e l'altro 
di Af . Ma nissun alfabeto né italico né greco ebbe mai alcun segno 
simile al nostro, per indicare il 0, bensì lo troviamo in una lamina 
di piombo di Volterra usato per Te nel significato di f è ado- 
perato nell'alfabeto falisco *. Però quando si osservi tutta intiera la 
parola, pare si debba convenire cof Fabretti, e che si debba leg- 
gere Lachem, ed allora avrebbe relazione questa parola col nome 
Lauchme o Lachumni, come più innanzi vedremo. Nient'altro d'im- 
portante c'è da osservare intomo alla grafia di questa iscrizione, giac- 
ché indecifrabile si può dire la prima lettera della parola scritta sul 

2 CoRssEK. Op. cit., Voi. I, p. 21. 



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151 

rovescio della lapide, ed il piccolo appendice annesso alla e della 
prima parola non è d'alcun peso per l'interpetrazione deiriscrizione, 
che va letta nel modo da noi dianzi indicato. 

Pnake è prenome nominativo mascolino singolare, al quale nel la- 
tino poi si aggiunse la desinenza s come in Cuinte (Quintus), Tite 
(Titus), Aule (Aules), Alce (Alcius) ed in nioltissimi altri. Fitamu 
sarebbe allora il nome, e certo non farà specie che il nominativo 
singolare maschile termini in u, con ciò sia che sia frequente nella 
lingua etrusca questa forma, che ha luogo per la caduta della desi- 
nenza n, cosi che Fitamu starebbe per Fitamun nello stesso modo 
come Caspu, Fulu, Afii, Mani, Masu, si diceva in luogo di Fulum, 
Afun, Marun, Masun. Lachem a tutta prima per la sua desinenza po- 
trebbe sembrare più un accusativo che un nominativo, ed allora non 
si saprebbe rendersi ragione di tale parola, che sta nel luogo ove di 
solito è il cognome, il quale dovrebbe stare al nominativo, per con- 
cordare colle due parole antecedenti. E nominativo egli è vet^mente 
giacché è noto che in etrusco le desinenze os ed us scompaiono 
quando precede un m, di modo che come Turm si scriveva per 
Turms, Turmus, cosi Lachem starebbe per Lachems, Lachemus. La 
radice di questa parola sta in relazione con quella di Lncumi, nello 
stesso modo come con questa sono legati i nomi Lauchme, Lauch- 
mcs, Lauchumes, Lachumni, Lachumnial, i quali tutti in origine de- 
notavano la regia autorità, e più tardi finirono per essere semplici 
cognomi di famiglie illustri, come altrove avremo luogo di notare. 

Le urne di Vadena ed i vasi in genere erano di argilla di vario 
colore, i più rossi, alcuni grigi, formati di una mescolanza di sabbia 
grossa e molto bianca, alcuni pochi infine erano neri, e tutti lavorati 
al tornio, benché usciti dalla mano di un figulo non tanto esperto. 
Alcuni pochi vasi erano verniciati di bianco o di una tinta grigia; 
hanno dei semplici ornamenti consistenti o in striscie punteggiate 
o ripiene, diritte alcime, altre a zig-zag, le quali per lo più circon- 
dano orizzontalmente il vaso, e più raramente sono tracciate in linea 
verticale. Espongo alla tavola XXII diversi frammenti di terre cotte 
notevoli per la varietà dei disegni che portano impressi, dei quali 
meritano speciale attenzione quelli segnati sui frammenti 8, 9, n 
e le graziose palmette del frammento con ansa al numero 14. Non 



-i 



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pareva da trascurarsi l'ansa segnata al numero 1 5, la quale è coperta 
d'una vernice bianca, ed il frammento numero io, nel quale i cor* 
doncini e l'altra pane del disegno sono rilevati. Per ciò che riguarda 
la forma e grandezza regna una grande varietà, poiché si danno dei 
vasi quasi cilindrici (tav. XXII. f. i, 5. Collez. del C. Thunn) altri che 
hanno l'apertura quadrata ed il fondo (fig. 2) rotondo, alcuni hanno 
la forma di due tronchi di cono uniti per la sezione (fig. 4). Il massimo 
rigonfiamento è per lo più nella metà superiore (fig. I2, 13). 

C'erano anche delle brocche con beccuccio (tav. XXII, 3), le 
quali, quasi tutte, come pure le urne, erano fomite di coperchi fatti 
a foggia di coppe o patere, su cui erano disegnati degli ornamenti 
semplici come quelli che si trovano sui vasi. Essi avevano per lo più 
dei manichi od almeno delle orecchie, alle quali doveva in origine 
essere attaccata una fune, che faceva le veci di manico. In ogni urna, 
oltre le ossa e la cenere dell'estinto si rinvenne un pezzo di pietra 
calcarea, che pel lungo tempo si è resa molle a guisa del gesso, ed 
essa deve essere stata certo ivi riposta per ragioni di rito, con ciò 
sia che non trovandosi in quei posti pietre calcaree, dovea quella 
gente procurarsele di lontano per riporle nel sepolcro. 

Sarebbe diffidi cosa il voler indagare quale significato attribuissero 
quegli antichi a questo pezzo di pietra, basta che ci accontentiamo 
di osservare, che non solo qui aveva luogo questa usanza, ma che 
anche nei sepolcri della necropoli di Bovolone presso Verona e di 
ahri luoghi dell'Etruria circumpadana, si trovarono dei ciottoli di 
quarzo, che forse aveano lo stesso significato delle pietre calcaree 
delle urne di Vadena. Nelle quali erano posti anche molti altri 
oggetti di bronzo, di ferro, d'argilla e di vetro, che denotavano il 
sesso e la condizione del trapassato, giacché saranno certo urne di 
donne quelle ove erano riposte delle fibule, degli aghi crinali, deHc 
spole d'argilla, ed ornamenti di vetro di vario colore, mentre i freni 
di cavallo, i coltelli ed ahri oggetti di difesa si saranno posti nel 
sepolcro de'maschi, e fra la terra e la cenere che li circondava. 

Gli oggetti trovati ' in Vadena, che da prima erano in Castel 3ru- 

« Alcuni di essi vidi presso monsignor Zanella di Trento, molti altri presso il 
signor conte Emanuele Thunn, per gli altri s^uirò la descrizione fatta dal Sulrer 
(O. e.) dal Conestabile e quella di Sacken (O. e). 



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153 
ghiere iiell'Anaunia, ora sono sparsi in diversi luoghi, poiché parte 
furono laesst nel museo del ginnasio di Bressanone» parte, che erano 
nella collezione di Moiìsignor G. B, Zanella, passarono testé al museo 
civico di Trento, la maggior parte però trovansi presso il conte Ema- 
nuele Thuno di Trento; noi di lutti ci contentiamo di segnalare i 
principali senza tener conto del luogo ove presentemente si trovano. 

a) Oggetti di pietra. La lapide di porfido colla iscrizione surrife- 
rita; coti da affilare i coltelli, le quali sono di pietra arenaria o di- 
lavagna: ciottoli di pietra calcarea, che si trovano in tutte le urne, 
e pochi vasi di pietra oliare. 

b) Di argilla, oltre le tombe, le brocche e gli altri vasi già de- 
scritti si trovano senipre . appaiati degli oggetti simili a spole da 
tessere, che sono sottili nel mezzo e più grossi alle due estremità ' 
(uv. XXI, u. io), 

r) Di osso erano alcuni pendagli, fra cui si distinguono quelli a 
torma qu^i di mandorla, più larghi nel mezzo, ed alle due estremità 
più ristretti (tav. XXI, n. 7). Sulle due faccie principali ci sono in- 
cisi degli ornamenti consistenti in circoli concentrici, in figure a man- 
dorla, ed in fascie di varia forma. 

d) Di krro ci sono alcune fibule, spilli ed uncini. Attirano l'at- 
tenzione specialmente certe falere equine del diametro di circa 0,08 
Dìetri, che sono tutte ricoperte di ornamenti punteggiati fatti a sbalzo. 
Nel centro hanno un forellino, pel quale passa una catenella, che ter- 
mina in una specie di cappello. Non meno importanti sono alcuni col- 
telli colla schiena convessa e colla punta ripiegata all'indentro, mentre 
all'altra estremità hamio un arpioncino che serviva per tener fìssa la 
bmina nel manico. Si trovano ancora delle seglie con forme speciali 
e dei chiodi e degli aghi con una grande cruna, ed altri oggetti di 
ornamento come anelli, catenelle, e molti utensili per lavorare la terra. 

e) Di bronzo furono trovati oggetti di graude importanza: Coltelli, 
detti rasoi^ a £brma di mezza luna eccessivamente larghi in confronto 
della lunghezza (tav. XXI^^ n. 9). Il tagUo é assai sottile, mentre 

< La fìg. IO della tav. XXI non è esattamente riprodotta, poiché questi oggetti 
di argilla terminano alle estremità con due superfici semisferiche; mentre non' ne 
vidi alcuno con quei cordoni e con quel bottone nel centro come li dà il Sacken 
nel suo lavoro intomo alla necropoli di Vadena. 



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154 

assai grossa è la schiena, presso la quale sono incisi dei semplici or- 
namenti. Essi hanno il manico molto corto e terminante in un piccolo 
anello od in un uncino ripiegato. Ce n'è alcuni colla lama più ri- 
stretta e di forma più poligonale che lunata; la maggior parte però 
sono della forma comune; due di questi, trovati in altfi luoghi del 
Trentino, sono presentemente nella collezione Giovanelli nel civico 
museo di Trento. Si danno anche degli uncini a spirale a forma di 
mezzaluna ricurvati da una parte -in modo da formare una piccola 
rientranza (tav. XXI, n. i). 

Le fibule per la maggior parte sono ad arco semplice; molte hanno 
racchiusi degli anelli, come quella di Oppeano, (tav. XVI, n. 2), 
altre sono fatte a guisa di serpente o ricurvate ad arco come è quella 
disegnata al n. 4 della tavola XXI, una della collezione del conte 
Thunn ha la forma di cavallino. In alcune sono incisi questi segni: 
VI (VI), XI, (TI), MI, (SI): in altre ci sono deprezzi disegni di 
animali, di cavalli, e serpenti, o sono gemmate di puntini fatti con 
pasta bianca e nera. 

Si trovarono anche aghi crinali col pomo d'osso ornato d'intarsi 
(tav. XXI, n. 3) e spilli con manubrio a spirale e di varie altre forme; 
alcuni terminano in un anello, i raggi del quale formano una croce 
(tav. XXI, n. 2), altri con due dischetti con ornamenti circolari e 
concentrici; braccialetti ed anelli di forme svariate, alcuni dei quali 
aveano ima croce sporgente nel posto dove di solito c'era la pietra 
(fig. 6), alcuni semplici, altri con ismalto; scatole con sopra incisi degli 
ornamenti; ferri e morsi da cavalli (tav. XXI, n. 4) ed alcuni anelli 
(tav. XXI, n. 8) con delle orecchie d'onde passavano forse delle cin- 
ghie di cuoio. Persino furono trovati dei cannoncelli, e dei cir- 
coletti congiunti mediante un archetto i quali hanno la forma di oc- 
chiali, delle piccole molle di bronzo e molti altri oggetti che troppo 
lungo sarebbe a descrivere minutamente. 

Non posso tare a meno però di menzionare una cista di rame, che, 
secondo il Conestabile fu trovata nel centro di un'olla insieme con 
catenelle dello stesso metallo. E per vero catenelle con appesi degli 
ornamenti a spirale (tav. XI, 7, 8, 9, io) trovati in Vadena, esistono 
tutt'ora nel museo di Trento ; e nella collezione del conte Thunn potei 
vepere molti frammenti di collane a spirale del tipo di quelle di Op- 



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155 

peano e di Breonio veronese, non che avanzi di manichi di situle, 
ad alcuni dei quali sono ancora unite le orecchielle, che erano con- 
giunte al vaso mediante bullette ribadite. Esiste pure una laminetta 
di bronzo che per la sua forma e grandezza potrebbe essere un aes 
grave. 

Coloro ' che parlarono della necropoli di Vadena la attribuirono 
generalmente agli Etruschi, qualcun altro invece credeva che non si 
potesse altrimenti ascrivere che ai Galli, perchè alcuni degli oggetti 
ivi trovati tradiscono appunto il carattere gallico. Egli è però certo 
che non tutto ciò che usci dalla necropoli di Vadena è il prodotto 
di un popolo solo, che anzi, se si esaminano un fo' attentamente 
quegli oggetti, si è costretti a ravvisare tre diverse civiltà, che suc- 
cessivamente si disuserò nella valle dell'Adige. E dico che ciò si può 
solo dedurre dagli oggetti già raccolti, perocché, quello scavo (ii ese- 
guito senza tenere menomamente nota se tutte le tombe erano alla 
medesima profondità, oppure se erano disposte in diversi strati, poiché 
Tunica circostanza stratigrafica notata é questa di nessun valore, che 
sopra erano sassi e cespugli, sotto la terra nera carbonizzata, che era 
sovr^posta alle tombe. 

Pure fu fin da principio notato che non sempre eguali erano i vasi 
di terracotta, ma' che alcuni, e precisamente i più grandi, erano di 
terra cruda di colore nerastro, altri di terra biancastra mista a sabbia 
e di una discreta cottura (tav. XXII, n. 12) ed infine la maggior parte 
erano di argilla ben cotta, di colore rosso mattone, ed ornati meglio 
degli antecedenti. Si riconobbero pure due diverse qualità di bronzo, 
giacché alcuni oggetti erano di un metallo lucente, rosso e pesante, 
altri invece di un bronzo giallo e poroso. E finalmente convalida vie- 
maggiormente il mio asserto l'asserzione del conte Conestabile, il 



» G. SuLZER. Dei dialetti comunemente cìnamati romanici. Trento, 1855. — G. Co- 
nestabile. Di alcune scoperte archeologiche avvenute dal 18 jo al 18 JJ mlfagro Tren- 
tino (D^onum. ed annali delF IsL di corr, archeologi Roma, 1856). — Sacken. Die 
reatisch-etruskischen Graeber bei Stadlhof naechst Kaltern in Tirol (Ì\Cittheil der 
K, K, Central Commission ^ur Erhaltung und Erforschung der Kunst und historichen 
Denhnale, Anno X, 1865, p. 191). Parlarono di Vadena anche alcuni periodici te- 
deschi, e non andrà molto che il mio amico Paolo Orsi darà di questa necropoli 
una estesa ed esatta descrizione. 



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quale dice che « gli oggetti di ferro raramente si trovano mescolati 
a quelli di bronzo o rame, e che perciò ove eran diverse olle, la più 
modesta generalmente distinguevasi dalle altre, non pur ne'propri or- 
nati, ma anche nel metallo e nella maggior rozzezza degli oggetti 
annessi ». 

La maggior parte degli oggetti sia metallici, sia di terracotta, tro- 
vano un perfetto riscontro in quelli della prima età del ferro e^ratti 
dalle palafitte del Garda, nonché in molti della necropoli di Villa- 
nova e anche di Hallstatt. Quindi il sepolcreto ài Vadena è d'im- 
portanza capitale anche per ciò che è Fanello di congiunzione fra 
questi due principali centri della prima età del ferro. La più gran 
copia dei cocci da me esaminati (tav. XXII, 8, 9, 11) e per la cot- 
tura e per gli ornamenti sono somiglianti assai a quelli della pala- 
fitta di Peschiera, con ciò sia che e negli uni e negli altri si scorga 
manifestamente quella primitiva e semplice ornamentazione geome- 
trica, incerta ancora e scorretta, quale è quella delle stoviglie della 
età del bronzo, ed anche di alcune siciliane dell'età neolitica, che ri- 
producono esattamente dei disegni che trovansi sui vasi di Vadena 
(tav. XXn, 6, 7). Anche oggetti ornamentali di bronzo delle pa- 
lafitte di Peschiera sono del tipo medesimo di alcuni di Vadena, ma 
per quello che concerne certe fibule, i coltelli lunati (rasoi), i morsi 
da cavallo, le mollette di bronzo, gli anellini appartenenti forse a fi- 
nimenti di cavalli (tav. XXI, n. 8) è evidente la somiglianza colla 
necropoli di Villanova, dove si trovarono pure, e anche li sempre 
appaiati quegli oggetti di argilla ingrossati alle estremità (n. io), 
mentre del sepolcreto di Stadler con quello di Hallstatt dichiarano la 
somiglianza gli av^uizi di situle, alcuni aghi crinali e gli ornamenti a 
spirale che si rinvennero abbastanza frequenti nella necropoli sum- 
menzionata (tav. XI, 7, 8, 9, io). 

Ma se abbondanti, anzi a preferenza rappresentati, sono gli oggetti 
italici della prima età del ferro, non è che sia esclusa I4 civiltà proto- 
etrusca, la quale, come che sia il prodotto di un ramo della stessa 
femiglia, come già dicemmo, pure si distingue in qualche partico- 
lare, ed a quella va riferita l'iscrizione già prima illustrata e qualche 
vaso (tav. XXII, 3) di forma e di impasto speciale. 

In minima quantità sono gli oggetti gallici, che consistono in poche 



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157 
cose d'ornamento, cioè in qualche ago crinale, in qualche fibula, 
fòrs'anco nelle falere equine, e siccome gli oggetti di ferro trova- 
ronsi più specialmente in vasi di rozza costruzione, egli è probabile 
che questi siano il prodotto dei Galli, che, come è manifesto, se* 
gnarono in Italia nella coltura più presto un regresso che un pro- 
gresso, e ai loro manufatti diedero una impronta tale che difficil- 
mtnte si scambierebbero con quelU degli antecedenti abitatori d'Italia. 



ni. 



Nella parte orientale dell'antico paese retico troviamo un terzo 
gruppo di sepolcreti, i quali, mentre sotto certi riguardi s'avvicinano 
a quello di Golasecca, d'altra parte invece se ne allontanano, pe- 
rocché per molte ragioni si scorge predominante Tinfluenza euganea« 
E questo miscuglio di due civiltà si riscontra in tutte le necropoli 
di questa parte di regione alpina, tanto in quelle del cadorino ' cioè 
come in quelle del bellunese, e dei sette comuni del Vicentino. 

Nel territorio di Cadore non lungi da Lozzo fu trovata una ne- 
cropoli,, che per l'importanza e varietà degli oggetti ivi scoperti, può 
stare a paro di quella dì Vadena. Anzi essa presenta deUe partico- 
larità tutte speciali per ciò che concerne la costruzione di certe tombe, 
si che fa mestieri, che ne diamo, benché più brevemente che sarà 
possibile, la descrizione, seguendo le notizie date dal signor Monti * 
nel giornale di quelli scavi. Già nell'anno 1852 scavando in un po- 
dere posto a nord-est di Lozzo per porre le fondamenta d'una fab- 
brica furono trovate antiche armi, elmi ed oggetti di rame e di fèrro, 
che poi andarono dispersi. Nell'anno 1881 il signor Barnabè maestro 
di scuola volle ritentare l'impresa e fece scavare in un suo campo 
posto li presso ove erano già stati trovati quelli oggetti, e le sue 

I G. Ghirardiki. Notizie degli scavi d*ant, comm. alla %. Accad, dei Lincei; feb- 
braio e marzo 1883. 

* Notizie degli scavi d^ antichità tee, della R. %Accad. dei Linc^. Anno 1881. — 
C. Ciani. Storia del popolo Cadorino^ 1852. 



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f> 



158 

speranze non andarono fallite. Difatti dopo uno strato di terreno ve- 
getale dello spessore di metri 1,50, nel quale non c'erano oggetti di 
qualche importanza si passò ad un terreno bruciato, in cui si tro- 
varono dei vasi fittili cinerari d*un colore nerastro, ricoperti da pic- 
cole lastre : essi erano tutti rotti pel peso del sovrapposto terreno, e 
contenevano fibule, anelli, orecchini, né mancavano li presso dei fran- 
tumi di vasi di metallo. Si passò poi ad uno strato di ghiaia prima 
fine, poi più grossa, dopo la quale venivano dei ciottoli, fra i quali 
e' era qualche ferro, ossa di animali, fra cui una grande mascella e 
dei denti, dopo di che alla profondità da 2,50 a 3 metri, si passava 
all'ultimo strato, il quale era il più importante di tutti. Quivi fra la 
terra erano collocate delle tombe, le quali erano formate da pezzi di 
ardesia o da altri sassi infissi in circoli nel terreno, oppure da una 
siepe di ciottoli sovrapposti senza interposizione di cemento. Queste 
tombe erano coperte da una, due o più lastre messe le une sopra le 
altre, e neU'interno oltre la cenere e le ossa combuste, c'erano anelli, 
fibule, aghi crinali, delle lucerne assai finamente lavorate, vasi fittili e 
vasi formati d'una lamina battuta e congiunta mediante bullette ri- 
badite. Sopra il coperchio c'erano dei sassi fra i quali, in dieci tombe 
circa, fra le settantasette che furono scoperte, erano infisse perpen- 
dicolarmente, od un po'inclinate, delle lastre di pietra, delle quali una 
sola portava un'iscrizione che è la seguente: 



•77 

m 
m 



LU 

X 



m 



Essa, come si vede, è disposta a bustrofedon, come sono molte 
iscrizioni euganee, colle quali ha della somiglianza anche per ciò che 
riguarda la punteggiatura, che è costituita da una lettera racchiusa 



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159 

fra due punti; ma mentre in altre iscrizioni tale lettera è vm t od 
un Sy qui troviamo un /, destinato a tale ufficio, il quale oltre che 
essere racchiuso fra due puntini è anche capovolto. Le lettere non 
presentano nulla di singolare fuori che la quarta della riga a sinistra, 
la quale potrebbe esser presa per un m come pure per un gruppetto 
composto d'un p e d'un /, quindi avremo: 

FÉ. ME. KRE. IPI. lAITHSITEISI. 

Quest'iscrizione si vede che è composta di nomi, i quali trovano 
dei corrispondenti fra gli Etruschi. Infatti potrebbesi interpetrare Fé 
per Vellus, Me per Mesne, Kre per Crespe, (Crispus) e forse Ipì ha 
lo stesso significato di Ipa che, secondo il Corssen indicherebbe oUa. 

Ma se per quest'iscrizione si manifesta patente il carattere italico, 
e precisamente euganeo, di questo sepolcreto, non tutti gli oggetti 
rinvenuti nelle tombe sono euganei, poiché alcuni sono tipici di Go- 
lasecca. Infatti fanno pensare a questa necropoli cinque fibule a grandi 
coste ivi trovate, nonché le fibule serpeggianti e a navicella; richia- 
mano invece alle necropoli Estensi, e precisamente a quelle che il 
Prosdocimi ' mise nel terzo periodo, cinque fermagli da cintura, i molti 
fi'ammenti di vasi, .di lamine di bronzo unite col solito sistema con 
chiodetti ribaditi, gli aghi crinali e gli altri oggetti d'ornamento. I 
vasi fittili, de' quali era uno in ogni tomba, come che siano rozzi, 
d'un impasto piuttosto grossolano, ed ornati assai semplicemente, pure 
non sono più antichi del terzo periodo di Este, il che conferma la 
loro forma stessa di tronco di cono rovesciato. 

Come a Vadena, anche qui si mescolò a questi antichi avanzi ita- 
lici, qualche oggetto gallico come, per esempio, due elmi e qualche 
arma, anzi non è improbabile che lo strato superiore composto di 
<( vasi cinerari crepolati o guasti » sia appunto un deposito mortuario 
gallico intieramente. 

Anche presso Pieve di Cadore ai piedi della collina Pecol furono 
trovate tre tombe contenenti oltre le ossa, alcuni oggetti metallici, ma 



> PROSDoaMi. Noti:(ie degli scavi ^ant. comunicate alla R, Accademia dei Lincei, 
Gennaio 1882. 



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i6o 

più importatiti sono quelle scoperte presso Pozzale dove si suppose 
che sia esistita una antica necropoli ', circondata da un muro, del 
quale sembra siansi trovate le tracce. E nel paesello stesso di P<wk- 
zate, nel cortile d'una casa, mentre sì stava scavando un pozzo, si 
imbatterono i lavoratori in antichi oggetti, dei quali dà la descrizione 
il signor Bamabei nel buUettino di corrispondenza archeologica (i88o)« 
« Sotto i grossi ciottoli, ei dice, che coprivano gli avanzi di un'urna 
cineraria si raccolse una spada di ferro ripiegata, un'altra in pezzi, 
frammenti di utensili di bronzo, uno dei quali appartenenti ad una 
situla. Li presso vasi fìttili con ossa combuste, in alcuni mcmete di 
bronzo imperiali • • Onde conviene attribuire un'età posteriore a questa 
secondo deposito. 

Appartenente al sepolcro più antico si trovò una pietra nericcia 
della lunghezza di settantotto centimetri e della larghezza media di 
quattordici, sulla quale era incisa un'iscrizione in caratteri etruschi. 
Essa è conjposta di due righe di parole, alcune delle quali sono state 
cancellate: una riga è divisa dall'altra per mezzo d'ima linea oriz- 
zontale. 



Anche questa iscrizione ha la forma di bostrofedoa, per il che si 
avvicina, come l'antecedente, alle iscrizioni euganee : non per la forma 
delle lettere però, giacché tutte sono simili a quelle dei monumenti 
del Trentino, tranne l'ottava lettera della seconda riga, che infino qui 
non abbiamo mai incontrata. Essa, che trovasi di frequenti in moou^ 
menti dell'Etruria è comunemente presa per un L^ e sebbene il Ga- 
murrini ' abbia dimostrato che in molti casi quel segno corrisponde al 
nostro M, ed il Mommsen 3 lo abbia preso per un O, nel caso nostro 
non può aver aitro valore che di L, come in appresso vedremo. 



« 'HjOtiiie degli scavi d'atiL contm. alla R, %Accad, dei Lincei^ 1880. 

2 GAMURRim* BidleU di Corr. ArcheoL 

3 Mommsen. Die nordetrusk. alphah. 



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i6t 
Ecco quindi la iscrizione trascritta in caratteri latini : 



RIURTHISl 
KEPEKATLRKTHPASSI . 



Kiunhisi può essere nominativo singolare femminile, formato dalla 
radice Kiurihi indicante la famiglia ed il si desinenza propria per 
indicare il femminile^ nello stesso modo come Alethnasi, Vetesi, Atru- 
nesi, Titesi, Calesi, Aulesi, Petrusi^ Sveitusi, Vuisi, sono costituiti 
dalla desinenza si e dalla radice Alethna» Vet-io, Atran-io, Tit-io, Calo, 
Aulo, Petro, Svelto, Vuio. D si corrisponde alla terminazione latina 
sia^ quindi Kiurtisi latinizzato suonerebbe Kiurtisia (Curtia?). 

Kepekatl contiene il nome della madre, giacché è abbreviato per 
Kepecathal nella stessa guisa . come Amthl sta per Amthal, Athl 
per Athal (Fab. 209), Rathl per Rathal (Fab, 5012), ed indica Ce- 
peca matre nata. 

Rkthpassi non trova alcun riscontro in altri nomi d'iscrizioni etrusche: 
siccome però mancano delle lettere chi sa in qual modo andava a 
terminare, si che è impossibile il dare a questa parola qualsiasi signi- 
ficato. Un frammento di pietra con traccie di una iscrizione etnisca fu 
trovato in Domos dal signor F. Galeazzi, frammento lungo metri 0,09 
e dell'altezza maggiore di metri 0,06. Esso conserva nello spazio di mil- 
limetri 55 avanzi d'una iscrizione « che spezzata a metà di ciascun 
rigo riesce assai difficile per non dire impossibile ad esser letta ». 

n sepokro, al quale apparteneva la lastra scritta da noi precedente- 
mente descritta era diviso in tre scompartimenti, nel primo erano 
spade, cuspidi di lance, ascie di ferro, perni e chiodi, de' quali oggetti 
alcuni somigliano a quelli della necropoli di Vìllanova, altri agli oggetti 
euganei di Este; nel secondo scompartimento erano punte, chiodi, 
frantumi di ferro, una tazzina di lamina di bronzo, due elmi di 
bronzo, collane e pezzetti di manichi di situle ; nel terzo finalmente 
erano avanzi di vasi di bronzo, nei quali erano anticamente ceneri 
ed ossa combuste. E sebbene gran parte degli oggetti ivi esistenti 
accennino alla coltura euganea od umbra, molti invece sono pretta- 
mente gallici, onde questa imponantissima tomba sarebbe di un'età 
relativamente recente. 



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l62 

Più importanti dei sepolcri di Cadore sono quelli del Bellunese, 
ira i quali si distinguono in primo luogo quelli di Caverzano, bor- 
gata discosta due chilometri da Belluno. Le tombe si trovano nel 
podere Font e in quello Zanussi Tuno dall'altro discosto 200 metri, 
ed erano costruite nella stessa guisa di quelle di Golasecca con lastre 
di pietra arenaria disposte in modo da formare un'incassatura. Tutte 
erano di forma quadrilatera e disposte di seguito Tuna all'altra nella 
direzione da oriente ad occidente, con un piccolo intervallo fra Tuna 
e l'altra, però accade alcuna volta che quattro o cinque si trovino 
insieme e tutte coperte con una pietra, sopra la quale, fra un mucchio 
di ciottoli fluviali, si innalza qualche volta una stela. 

Dentro le urne erano dei vasetti fittili della stessa foggia di quelli 
delle necropoli Estensi, ossa bruciate, pendagli di bronzo, e fibule per 
lo più ad arco semplice, del tipo specialmente di Villanova, e delle 
euganee del terzo periodo. Si distingue fra l'altre una fibula nella 
quale e Tarco è fatto d'un filo cilindrico, che s' ingrossa molto nel 
centro, e ornato quivi di tre pallottole sporgenti e di due anitrelle, 
una per lato, rivolte ambedue verso il centro » '. E quanto volentieri 
nella prima età del ferro si rappresentasse l' anitra negli ornamenti 
e nei manichi di situle, non è chi noi sappia, perchè di uli esempi 
si trovano frequenti a Villanova, a Cometo Tarquinia ed in assai 
più luoghi dell'Italia centrale. Ma non è questa la sola analogia che 
hanno queste tombe con altre italiche dell'età del ferro, perchè essa 
è vie maggiormente confermata da cinque fibule a navicella, da altre 
serpeggianti, da braccialetti, anelli, pendagli ed aghi crinali a glo- 
betti, per tutte le quali cose se si manifesta essere italica questa ne- 
cropoli, si addimostra più specialmente euganea, il che è confermato 
dai frammenti di circa dieci situle di bronzo, che ora sono nel museo 
di Belluno. Oltre le quali altri vasi di bronzo quivi si rinvennero 
ma grossolani e fusi. Ma non è che il solo elemento euganeo ed 
umbro quivi sia rappresentato: ma pur anco l'etrusco, e il gallico, 
l'esistenza del quale è provata da cene fibule di argento di tipo spe- 
ciale e da qualche oggetto di ferro. 

Che se tutte queste diverse civiltà si manifestano nella necropoli 

» Ghirardiki. Notti, degli scavi d'ani, comm. alla % %Acc, dri Lincei 1885. 



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16? 

del podere Zanussi, lo stesso accade pure sul colle detto Castellin 
sopra Fisterd e che s'innalza a destra dell'Ardo, e prospetta da vi- 
cino il luogo del territorio di CaTerzano denominato Font ». Colà 
furono dissotterrate cinque tombe eguali di costruzione alle prece- 
denti e contenenti situle di bronzo, parecchie fibule ed una guaina 
con raffigurati a sbalzo alcuni animali, da tutti i quali oggetti de* 
dusse il Ghirardìni che tre diverse civiltà sono quivi rappresentate, 
Teuganea cioè, Tetrusca e la gallica* Ma più che mai la prima di 
queste tre, il che accade pure nella necropoli di Rotzo nei sette co- 
muni del Vicentino. 

A Rotzo, già al principio del secolo passato furono scoperte molte 
tombe antiche contenenti degli oggetti assai importanti per la loro 
forma. Anche in questi ultimi tempi apparvero in quelle località, e 
precisamente nel posto detto del Bostel dei rimasugli di antiche co- 
struzioni formate da muri senza cemento, con un pavimento ribassato 
assai, nel mezzo del quale s'apriva un foro circolare profondo 0,70, 
ricoperto da una pietra. In esso c'erano delle ossa bruciate e della 
cenere ed insieme delle fibule, degli anelli di bronzo e di osso e aghi 
crinali. Ma quelle che più attiravano l'attenzione erano le stoviglie fatte 
a mano, alcune formate d'una terra nericcia mista con grossi grani 
di quarzo, altre d'una sostanza più fina, e i frammenti fittili, uno dei 
quali portava la seguente iscrizione: 

IX/\> >WvlX<l^NX> 

Non so se anche qui, come in quasi tutte le altre tombe di questo 
gruppo si debba riconoscere il prodotto di due civihà diverse, perchè 
i più minuti ragguagli di questo sepolcro non furono dati, credo tut- 
tavia che la diversa qualità delle stoviglie stia appunto a provare un 
periodo di transizione fra la coltura euganea od umbra o italica in 
genere e quella dei nuovi invasori venuti dalla Gallia. 



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CAPITOLO SESTO. 



Sommario: i. Gli Etruschi nella regione alpina e i monumenti da loro lasciati. 
Le iscrizioni sepolcrali trovate nelk parte occidentale del paese retko a Tresivio, 
a Sorengo, a Davesco» ad Arano, a Stabbio, a Ligometto, a THganello, nell'Antro 
della Gallerìa ed in altri luoghi. — 2. Nella parte centrale e orientale a Bolzano, 
a Livinallongo e a Verona. 



I. 



Ma, come che sia umbro od euganeo più specialmente il carattere 
delle necropoli per noi infin qui esaminate, abbiamo pur tuttavia 
scorto dovunque qualche cosa che ci attesta che già cominciava a 
diffondersi nel settentrione d'Italia la civiltà di ufi altro ramo della 
famiglia italica, che per la sua speciale posizione e pel contatto con 
altre genti venne quindi ad assumere un carattere del tutto particolare. 
Che se gli Etruschi si diffusero nella pianura padana e nella regione 
alpina, ciò deve essere di ceno awenutp in quel tempo quando non 
erasi ancora cosi imposta a loro la coltura orientale da travisare quasi 
quella che era il patrimonio dfii loro maggiori. Perocché, se monu- 
menti etruschi si trovano nelle pianure del Po, e nel paese dei Reti, 
tssi sono per lo più tali, che manifestano chiaramente che tutte le 
genti italiche aveano ancora un carattere uniforme o solo diverso 
per alcuni ed insignificanti particolari. 

Iscrizioni etnische di maggiore importanza di quelle infin qui esa- 
minate furono trovate in vari luoghi del paese dei Reti, delle quali 
conviene occuparci ora prendendo anche in considerazione gli oggetti 
sui quali esse erano impresse, incominciando con quelli trovati in 
diversi luoghi a settentrione di Como o in vicinanza di quella città. 

Di queste iscrizioni la più settentrionale fu trovata il 31 di marzo 
del 1871 a Tresivio, paesetto della Valtellina, nello scavare la terra 
per costruire le fondamenta di una casa. Essa è incisa su d'una pietra 



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i66 

lunga metri i, io e larga metri 0,69 circa» con uno spessore di cen- 
timetri 14, e fu trovata a 30 centimetri di profondità sotto il terreno 
coltivabile. Li attorno non fu trovato alcun altro oggetto antico, né 
alcuna traccia di tombe, onde il dottor Fossati, che corresse alcuni 
errori, nei quali incorse il Corssen nella dissertazione che dettò in- 
tomo a questa iscrizione, deduce che forse fu ivi trasportata da qualche 
scoscendimento della montagna sovrastante. 

Una &ccia della pietra non è menomamente lavorata e l'altra è 
grossolanamente lisciata collo scalpello. Su questa stanno impressi 
alcuni ornamenti come vedesi nella figura qui disegnata, e la iscri- 
zione etnisca scritta in due righe separate da una linea: 







Singolare è la prima lettera, ch% il Corssen prendeva per una Z: 
e siccome quesu è la sigla di un nome femminile ed il nome se- 
guente termina in a, supponeva che fosse un'iscrizione funebre rife- 
rentesi ad ima donna ed interpretava cosi: 

Z. ESIA. L. LEPATIAL. 
SEXTA ESIA. LARTIS FILIA. LEPALIA MATRE NATA. 



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i67 

In tal modo egli non taceva nessun calcolo degli altri disegni, che 
sono impressi sulla lapide, i quali secondo il Corssen stesso indica- 
vano benché rozzamente un guerriero. Però egli credeva che quella 
figura non avesse a fare nulla colla iscrizione, ed a ciò non s'op- 
posero né il Fabretti, né il Lattes; secondo il disegno più corretto 
del Fossati, però, quelle linee non indicherebbero già un guerriero; 
ma bensì un gruppo di armi come un elmo, una corazza ed infine 
quello strano istrumento biforcuto in cima, eguale a quello che fii 
trovato a Vigna di mezzo presso Rondineto, e che si supponeva es- 
sere emblema di poter civile o sacerdotale. E dacché non si può 
supporre che quei segni siano stati incisi molto dopo V iscrizione, 
poiché sono con questa proporzionalmente disposti, non é a credere 
che non abbiano alcun significato, e siano indipendenti affatto da essa. 

Se veramente sta la cosa cosi, dovrebbe essere questa 1* epigrafe 
per un maschio, non già per una femmina, difatti facendo de' piccoli 
cambiamenti, e discostandosi un po' dairinterpetrazione di Corssen, 
e pure senza allontanarsi punto dalle norme grammaticali della lingua 
etnisca, norme si profondamente studiate dall'illustre tedesco nella 
sua ultima opera intomo alla lingua degli Etruschi, avremo l' iscri- 
zione ridotta a questi termini: 

SEXTUS ESIA LARTIS F. LEPALIA M. NATUS. 

La Z e la lettera S assai di frequente si confondono, di modo 
che anche quivi potrebbe avere il significato di S cioè Sextus. Co- 
gnomi Etruschi poi terminanti in a quantunque si riferiscano ad un 
'maschio se ne danno parecchi anche in iscrizione bilingui: ' 

Lat. P. VOLUMNIUS. A. F. VIOLENS CAFATIA NATUS. 

Etr. PUF. VELIMNA. AU. CAHATIAL. 

Etr. ARTH. CANZNA VARKALISLA. 

Lat. ARUNS CANSINA VARNALIS (VARNAE FU-Il) UXORCULA NATUS. 

Etr. ATH. UNATA VARNAL. AR. 

Lat. M. OTACILFUS RUFUS. VARIA NATUS. 



« MoMMSEN. C&rp. I. Lat. I, 1392. — Ritschl. Prisc, Lat. tnon. epigr. LXXXIIL 
F. a. h. — Fabretti. GIcss. ital 



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i68 

£ qui potrebbe tornare in campo la questione se la prima ed uU 
tima lettera della seconda riga debba wemx presa per un M, il che 
il Gamarrini dimostrò doversi fare in alcune iscrizioni etruscbe, o per 
un O come voleva il Mommsen. 

Conviene però osservare che se alcune iscrizioni di Chiusi pos- 
sono dare ragione al primo, ed una iscrizione euganea al secondo, 
non si possono applicare le loro idee alle iscrizioni retiche, giacché 
non si verrebbe ad avere alcun significato.. 

In Sorengo presso Lugano nel canton Ticino si trovò nel 1850 
una iscrizione etnisca, incisa su d'una pietra angusta. Le parole sono 
incise entro una strana figura che forse ha qualche relazione colla 
qualità del defunto come poi vedremo. II disegno è semplicissimo: 
due linee parallele che divergono ad un'estremità, ed all'altra si re- 
stringono per poi terminare in un cerchio, nel quale sono segnati 
due punti, cosi che sembra che siasi voluto disegnare un bambina 
fasciato, del quale sarebbe il circolo la testa, e gli occhi i due punti: 
Fra le due linee quasi parallele sta un'iscrizione etnisca: 




/^ 



ÀMÀmmf 



La grafia presenta alcune singolarità, in ispecial modo conviene 
osservare la presenza dell'O, il quale è scritto più piccino delle altre 
lettere; VN formato d'una verticale e d'un semicerchio in alto, eia 
punteggiamra, che consiste in tre puntini l'uno sovrapposto all'altro, 
il che già trovammo in uno dei cocci di Rondineto. L'uso della vo- 
cale O accusa l'influenza euganea, o forse gallica, imperciocché ancor 
de'Galli era propria quella lettera. La divisione delle parole non offre 
nessuna difficoltà, giacché come abbiamo detto, é chiaramente se- 
gnata, di modo che scritta in caratteri nostri l'iscrisrione sarebbe: 

. PIVONEI. TEKIàLUI. LALA. 

Secondo il Corssen (O. e. I, 94^43) la terminazione ci equivale 
alla latina id la terminazione ui ad uia e Lala sarebbe nominativo 



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169 
singolare tetnminiie del prenome che in questo caso sarebbe irrego- 
larmente posposto. 

Ma se Lala sia prenome o quale altra cosa possa indicare quella 
parola lo vedremo dopo avere esaminate le due iscrizioni che qui 
appresso sì descriveranno. 

La trasduzione latina di quella di Soret^o è questa, secondo ilO>rssen: 

PIVONIA. DECIAE FJUA LALA. 

Non lungi dalla chiesa parrocchiale di Davesco si trovò nel 18 17 
una pietra rozza \ sulla quale sono incise due iscrizioni, ciascuna 
compresa fra due linee formanti la stessa figura, che vedemmo sulla 
pietra di Sorengo. Essa fu infissa nel muro ddla chiesa di Davesco. 
Anche in queste iscrizioni si rinvengono le stesse particolarità gra- 
fiche della precedente, cioè la vocale O in forma più piccola delle 
altre lettere, la N costituita da una verticale e da un semicircolo in 
alto, e la stessa divisione delle parole mediante tre punti disposti in 
linea verticale: 



r^ p¥^ixo(ii\imr 



La lettura e la traduzione di questa iscrizione è questa: 

L SLAKIAI. VERKALAI. PALA. 

cioè SnLAWAIA. VERGAE FILIA. PALA (CorsSeu). 

n. TISIUl. PIVOTIALUL PALA. 

cioè TISIUIA..PIVOTIAE FH-iA. PALA (Corssen). 

* Efsa fu edita da Hormeyr (ìFim seim Gtscbikt), da Mommssk (^ "ìlord etr. 
aìph,\ da Biondelli, da M. Momti che nella sua Storia di Como la dice trovata 
nel 1817, mentre il Fabbretti mette il suo scoprimento nel 1813 (Gì Ital), da 
CoKssEN, O. e. I, pog. 344, 



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170 

Anche in esse credeva il Corssen, che Pala fosse il prenome irre- 
golarmente spostato: ed avendo tanto Silaniaia figlia di Verga, come 
Tisivia figlia di Pivozia lo stesso prenome, credeva che fossero due 
parenti. 

Però io credo che tanto il Lala dell'iscrizione di Sorengo come 
il Pala delle due iscrizioni in questione indichino tutt'altro che il pre- 
nome, ed ambedue i nomi abbiano lo stesso significato. In primo 
luogo devesì osservare che il nome Lala non trovasi qui soltanto, ma 
in tante altre iscrizioni etrusche tanto del versante Adriatico come del 
versante Mediterraneo dell'Apennino, e che perciò se^ due individui 
portano lo stesso nome non si può perciò dedurre che siano in pa- 
rentela fra loro. Di più in tutte le iscrizioni funebri nelle quali ricorre 
questa parola è costantemente posta alla fine, come si può vedere 
da pochi esempi che qui produco: 

MI. suri. THANCHVILUS. TIT. LALUS. 

Questa iscrizione fii trovata da A. Zannoni ad Amoaldi presso 
Bologna. 

LARTH. PUMPER. PLAUTE. LAL. 

Iscrizione perugina pubblicata da G)nestabile e da Fabretti (Gì. hai. 
n. 1268). Come pure a Perugia fu trovata l'iscrizione seguente: 

L. VOLUMNI. LAL. THEONIUS. 

(Cf. Vermigl. Inscr. perug. pag. 23, n. 7, e Fabr. Gì. Ital. n. 2023). 

Potrei moltiplicare gli esempi, ma credo che questi bastino per di- 
mostrare che lala non è prenome ma indica piuttosto infante con 
ciò sia che in lingua greca XàXo<; indichi balbettante, ciarliero (XaXsai) 
ed in lingua latina lalo significa far la nanna, addormentarsi al canto 
della nutrice, come lallus indica appunto la nanna, le quali parole 
tutte s'avvicinano, alla parola sanscrita lata equivalente a bambolo. 
In conferma di ciò viene la figura d'un banibolo nelle fascie, che 
la figura deve certo indicare la condizione del morto, e come nella 



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171 
lapide di Tresivio il segno delle armi $igni6ca che il morto era di 
condizione guerriero; qui sta per indicare che i defunti erano bam- 
bini, cosi che le tre iscrizioni sarebbero: 

a) Pivonia bambina figlia di Decia. 
ìf) Silania bambina figlia di Verga. 
e) Tisivia bambina figlia di Pivozia. 

E traduco colla parola bambina non solo Lata, ma anche Pala, 
giacché in £avore di quest'ultima parola militino le stesse ragioni, che 
valevano per Lala. Difatti in parecchie iscrizioni trovasi posposta 
queUa parola come, per esempio, in questa trovata a Chiusi e pubbli- 
cata dal Fiorelli nelle notizie degli scavi d'antichità della R. Acca- 
demia dei Lincei: 

LARKNEL FELUAL. PALA. 

E come lala aveva relazione con aìaoc e lallo, pala trova un ri- 
scontro in luCTc ed in parvulus, senza che potrebbe darsi che qui 
come in qualche antica iscrizione dorica la L siasi scritta capovolta. 

Fra Neggio ed Arano fu trovata una lapide scritta in caratteri 
etruschi, che probabilmente conteneva incise le linee parallele quali 
sono sulle lapidi antecedenti. « Ma dagli scavatori (M. Monti, 5/. di 
Como) fa rotta in quattro pezzi. Serviva di coperchio ad un sepolcro, 
nel quale per altro non erano ossa. » Pare però che più di quattro 
fossero i fi-ammenti, ed alcuni siano andati perduti, giacché riunendo 
quei quattro editi dal Monti e da altri poi (Mommsen, Fabretti, 
G>rssen ecc.) non si riesce a completare Tiscrizione, della quale una 
parte consiste nella parola: 



kiòEa^ 



cioè MATIONA» che forse é nome di famiglia reto-etrusca ; un'altra 
piccola particella comprende le lettere ain, ed il terzo frammento 



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172 

contiene tre righe delle quaK le due prime sono ancora abbastanza 

leggibili: 




a) ANIVI, P. — h) TIONEI, P. 

La terza è assai più confusa e non si ricavano che le lettere . . on . . 
n quarto frammento contiene delle lettere assai rose e diflicili ad 
essere lette. Pare che contenga le lettere . . . . is . • • • nA (V. Fabr. 
I Gì. Hai.) 

Anche la lapide trovata nel casale di S. Pietro di Stabbio nell'anno 
1857 ^^^ porta un'iscrizione completa. La pietra di micaschisto è 
rozzamente contornata. « Le lettere vi sono poco profonde, di guisa 
che col tatto, il eh. signor Luigi Lavizzari di Mondrìsio potè rile* 
vare le deboli impronte dello scalpello per ravvivarle mediante il car- 
bone. » (Monti, O. e.) Le parole sono disposte in due righe nel modo 
seguente: 

I^Uovir'ox 

a) ELTOviNOs (ALCovmos- Corssen). 

b) AiTicoNETi (aniconeti - Fabretti). 

Per quanto sia difficile la lettura di questa iscrizione, pure è chiaro 
che le lettere sono dell'alfabeto etrusco. Però il Corssen non potè 
trovarvi traccia di formazione di nome o di qualche voce etnisca. E 
per vero il nome Eltovinos s'avvicina al nome gallico Elitovio, di guisa 
che si può quasi con certezza stabilire, che questa iscrizione fu fatta 
quando già i Galli avevano pieno predominio nell'Italia Settentrionale. 



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173 
Neil* anno 1876 si trovò a S. Pietro di Stabbio un' altra lapide " 
con iscrizione etnisca. La pietra è assai irregolare ed ha k lunghezza 
media di un metro e l'altezza media di quarantacinque centimetri. 
Essa faceva parte del coperchio d'una tomba, nella quale c'erano vasi, 
che, secondo, il Poggi, sembrano del tempo dell'occupazione romana, 
il che è testificato dalle fibule trovate nei vasi, le quali sembrano con- 
tenere dello zmco. L'iscrizione in due righe però va da destra a 
sinistra. 

La lettera S è scritta in tre varie maniere delle quali una sola si 
può chiamare veramente etnisca. VE tanto nella prima come nella 
seconda linea è inclinato verso destra a diflferenza delle altre lettere, 
del resto l'iscrizione è di facile lettura: 

COMONEOS 
UFOSn-EOS 

Komoneos è nominativo singolare maschile di nome di famiglia. 
È del tutto singolare la desinenza eos, non usata in alcun altro nome 
etrusco, se si eccettui il nome Arcentios scritto su d'una lamina di 
bronzo trovata in Cortona, dove l'uso dell'O è entrato per influenza 
latina. Qui Veos sta pel latino ius, di modo che tanto Komoneos come 
Vfbsileos o Varsileos, come legge il Castelfranco, sarebbero nomi 
indicanti la famiglia. 

^ COMONIUS 

UFOSILIUS 

n nome stesso e la terminazione in os si trovano in un'altra iscri- 
zione rinvenuta alla distanza di circa trecento passi da Stabbio verso 
Ligometto. La pietra su cui è incisa è lunga un metro e mezzo circa 
e larga mezzo metro, non però in ogni sua parte, perocché essendo 
rozza e di contomi disuguali cambia spesso di lunghezza e di larghezza. 

I Fn descrìtta dal signor Poggi nel BulUtHno M Corr, Arch, 1878,^ p. 2oa 



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174 

Nel mezzo della lapide cinereo-verdiccia di micaschisto è disegnato il 
solito £mtoccio sul quale è Tiscrizione composta di due parole separate 
da due puntini: 



^3ic.^-M)iM"in"^ 



/. 



Se è vero quello che prima abbiamo detto, cioè che la %ura in- 
cisa sul sepolcro abbia relazione colla qualità del morto, anche questo 
dovrebbe essere stato un bambino. Il che potrebbe trovare una con- 
ferma nella brevità colla quale sono dettate queste iscrizioni, giacché 
trattandosi d'infimti non faceva d'uopo indicare tutte quelle spiega- 
zioni che si usavano per le persone adulte. Di più tutte queste lapidi 
si trovarono presso l'abitato ed accanto non si rinvennero le traccie 
di necropoli, e questo è naturale, giacche gli Etruschi, come i Greci, 
seppellivano i bambini sotto la gronda della casa, mentre pei grandi 
designavano un luogo a parte. È da osservarsi la forma dell'M e 
dellW, e la vocale O, che oltre essere più piccola delle altre lettere 
come sempre la troviamo nelle iscrizioni occidentali, qui è come rac- 
chiusa nella lettera antecedente. Quindi avremo : 

MIKUCU. KOMONOS 
MINUCIUS. COMONUS 

In Viganello presso Lugano nella chiesa di S. Siro, c'è una pietra, 
che fa l'ufficio di gradino, sulla quale sono incise due linee parallele, 
congiunte all'estremità in modo da formare un piccolo cono, fra le 
quali v'è la seguente iscrizione etnisca: 



wwww 




Le due prime lettere sono scritte assai confusamente. La prima è 
un 5, del quale la gamba media è più del bisogno prolungata, la se- 
conda è un (7, nel quale anche è prolungata un'asta fino alla linea di 



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i75 
divisione, il terzo un N colla parte di sopra arrotondata come nelle 
iscrizioni di Davesco e di Arano. Di modo che avremo: 

SUNFLEI. MAK . . . 
SUNULIA. MAC... 

Meno chiara, sebbene scritta in caratteri etruschi, è l'inscrizione 
avvertita dal Bertini nell'Antro delle Gallerie, del quale a suo luogo ab- 
biamo parlato. Essa fu letta ed interpretata ' dal Lattes in questo modo: 

F. A . . . OR (da sinistra) limira (da destra) 

VELUS. A . . . TRIUS. LIMIRIA (maTRE NATUS) 

Anche a Carate Lario si scoperse nel 1874 una epigrafe etrusca, 
che era incisa in una pietra incassata in un muro a qualche metro 
sotto il terreno. Nell'estrarla dal muro si ruppe in un angolo, né più 
si trovò il pezzo staccato. « È in granito e tanto levigato che imita il 
marmo. Non ha che poche lettere » (M. Monti, Si. di Como). Più 
si procede verso mezzc^iomo, più rare diventano le iscrizioni etnische, 
e quei pochi frammenti che fu possibile raccorre tradiscono una pre- 
dominante influenza gallica od euganea. Tali sono quei piccoli fram- 
menti d'iscrizioni trovati a Cividale di Valcamonica, che ora si tro- 
vano nel museo di Brescia, e quelle alcune lettere incise in un marmo 
rinvenute a Sale di Marasino presso il Lago d' Iseo. Ma più che mai 
evidente si vede l'influenza gallica nel bilingue, che fu trovato ai 
piedi del campanile di Voltolino svdla riva occidentale del Benaco, pub- 
blicato dal Mommsen e da parecchi altri archeologi. 



n. 



Nell'anno 1868 fu trovato un importante oggetto con iscrizione 
etrusca, nel castello di Greifenstein, che è posto poco discosto da 
Bolzano sulla strada che conduce nella Val Venosta. Colà vennero 
alla luce parecchie antichità, fra le quali meritano menzione un an- 

« I. Regazzoni. L'Antro delle Gallerie, G)mo, 1878 (Estratto àitW Almanacco prò- 
vinciale^ 1878). 



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Ili 

ticbissimo elmo^ una fibula, dei coltelli, mdti frantumi di vasi d'ar- 
gilla e di metallo, dei quali è di speciale importanza la parte supe- 
riore di un vaso di bronzo ' cioè il collo ed il labbro rovesciato allo 
infuori in forma d'arco, sopra il quale è impressa la seguente iscri- 
zione: 







La forma delle lettere che sono assai sottilmente mcise, è piuttosto 
rozza, giacché il tratto contkiua di sovente dietro l'asta princtpate 
della lettera. Anche qui come nella iscrizione di Vadena è il P scrìtto 
a rovescio, del resto le lettere sono eguali a quelle delle altre iscri- 
ziooi della parte centrale del paese dei Reti, che a suo luogo esami- 
neremo. Scrìtta in caratteri nostri l'iscrizione sarebbe la seguente : 

PEVASNICHERIUPKUTIUnSACHFILIPIPERISNATI, 

la quale fu in tal modo divisa ed interpetrata dal G)rssen: 

PEVAS. NICHERI. UPICU. TIUTIS. ACHVILI. PIPERISNATI. — PEVAS. NIGERIA 
MATRE NATUS, OPICUS. TIUTIUS AQUILIA MATRE NATUS. PIPERISNATI. 

Sul monte Pore, presso il villaggio Gtrzonei, che è nella piccola 
valle di Livinallongo abiuta da una popolazione ladina, fu trovau nel 
1866 una pietra che portava due iscrizioni in caratteri etruschi. Il 

» W. CoRssEK, Op. cit. Voi. I ; e Fabretti, Ghss, It, 



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177 
monte Pore s'innalza 2000 metri sopra il livello del mare e la pietra 
in questione fu trovata tutta coperta di borraccina da un contadino a 
circa ottanta passi dal vertice in mezzo ad altri sassi, che secondo 
l'opinione del ritrovatore erano rotolati dalla cima del monte '• Sic- 
come da quella sommità si domina tutta la valle, arguiva TOrgler che 
lassù si fossero fatti i sacrificii, o che almeno quel luogo fosse stato 
sacro a qualche dio: stiasi però la cosa come si vuole, basti sapere 
che la pietra è arenaria dolomitica, d'un colore grigiastro ed ha l'al- 
tezza di metri 0,387 e la larghezza di metri 0,124. Sulle due faccie 
principali lisciate collo scalpello ci sono due iscrizioni etrusche (ta- 
vola XXV, n. 2, 3). 

Siccome la pietra è danneggiata alle due estremità, pare che qualche 
parte dell'iscrizione n. 3 sia andata smarrita; la perdita però deve 
essere d'una lettera o due al più, con ciò sia che il pezzo che manca 
non sia tanto grande. 

Una riga è divisa dall'altra mediante una linea, ed una linea sta 
sopra la prima metà della riga superiore. La principale particolarità 
però che presenu questa iscrizione è la forma du bustrofedon: 
dove termina la prima riga comincia la seconda, le lettere della 
quale sono capovolte. Singolare è la forma dell' N, che è costituita 
da due linee verticali parallele congiunte da una orizzontale, e la 
forma della K nella settima e nella ottava parola, se non che potrebbe 
credersi che quel segno vada unito all'asta precedente e debba leg- 
gersi una semplice K anzi che //f, giacché si trova già nell'ultima pa- 
rola la K nella sua solita forma. Questo però non è argomento ba- 
stevole per escludere affatto che quei due segni possano leggersi 
separatamente, perciocché anche l' N benché trovisi tre volte nella 
forma sovraccennata, compare poi nell'ultima parola nella sua solita 
forma. 

Altre particolarità di questa iscrizione sarebbero la F capovolta 
nella settima parola, l'ultima lettera che é assai più grande delle 
altre ed é racchiusa fra due parallele, e il puntino, che è in mezzo 
al penultimo 0, e quei due puntini che racchiudono una volta 
la 5 e due volte la /. Maniera questa di dividere le parole, che già 

> Orgler. Mittheilungen der K, K. Centr. Comm, XIII, lahi^ang, 1868. 



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V 



178 

vedemmo in un'altra iscrizione innanzi esaminata, e che è tutta propria 
delle iscrizioni euganee. Quantunque la lettera racchiusa fra i due 
puntini potrebbe dare un senso (p. e. S. Sextus, I. lacus) è più pro- 
babile che non servi che per semplice divisione delle parole, per la 
quale si trovano usate nelle iscrizioni euganee, non è perciò a dire, 
come fece il Corssen ', che euganea a dirittura sia ancor essa, giacché 
quella lettera che veniva presa per O è più probabilmente un e, 
di modo che l'iscrizione potrebbe venir letta nel modo seguente: 

NTH. TINE. MESNE, FTHFAKTH. . 
NISIKARIKTHI. S (?) 

Poiché evidentemente tutte queste parole non sono che una serie 
di nomi, é probabile che trattisi di un'iscrizione sepolcrale '. 

La prima parola non é completa: siccome però le lettere che man- 
cano non possono esser molte, può essere facilmente reintegrata pre- 
mettendo un Ar-nth, giacché questo è il più corto dei pochi nomi 
etruschi terminanti un nth, la quale terminazione trovasi solo nel no- 

« CoRSSEN. Op. cit. Voi. I. Berichtigungen und Nachtràge, 

i Anche il p. Tarquini supponeva che queste fossero iscrizioni sepolcrali, che ^li 
interpretava mediante la lingua ebraica. Egli non aveva visto l'originale e perciò 
cadde in qualche errore sia nella trascrizione come nella divisione delle iscrizioni; 
non pertanto, siccome questi suoi pensieri sono ancora inediti presso monsignor 
G. B. Zanella di Trento, credo di non fare cosa ingrata se qui trascrivo la inter- 
pretazione che egli dava nel 1870. 

a Le iscrizioni sembrano funebri. L'ultima sembra intiera, le altre due sono fram- 
menti. 

Inscrizione prima : nth. s. tine. i. meske. i. fthfaicthn 

Sono notabili i s^^i d'interpunzione, i quali consistono (oltre la lettera rovesciata) 
in due piccole linee poste da una banda e dall'altra della voce, che si vuol distin- 
guere dalle altre. Questi poi sono così frequenti che quasi tutte le voci riescono de- 
terminate, con questo di più, che essendo quasi tutte o monosillabi o dissillabe, non 
possono dar luogo ad equivoci. 

L'inscrizione dunque distinta nelle singole voci è la seguente: 

NTH " S. TINE l. ME SNE 

veehmenti commotione (in) heic intonuit Carmen-ferale Excussit Hostem 

(vcl hic pron.) (Exiltre fedi) 

I. F. THFA ICTH N * 

Carmen. (cum) mactatori se advolvit tremens 

(mACtatore) (se coniiinxit) 

« Il Van-cholem degli Ebrei è assai spesso dagli Etruschi, al pari d^li Araraei, 
oliato in Kamez. Qui però sospetto, che la forma etnisca abbia piuttosto il Isere 



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179 
minativo singolare di nomi maschili, cosi che Amth, Arunth potrà 
essere latinizzato in Aruns. Tine è nominativo singolare mascolino di 
un nome abbastanza frequente in iscrizioni ctrusche, e mentre Aruns 
sarebbe il prenome, che come tale appunto è sempre usata questa 
parola, Tine al pari di Tite, Aule, Cuinte sarebbe il nome del de- 
fimto, che può essere latinizzato in Tinus. 

Mesne è cognome che non si trova in nessuna altra iscrizione etrusca, 
s'avvicina però al Nesne che alcune volte ricorre (Fab., Gì. It. Nesna 
2027, Ness 2059). 

Le due ultime parole indicano probabilmente il nome ed il- co* 
gnome della madre; non so precisamente che mi debba dire della 
penultima, perchè manchevole di qualche lettera (forse d'un /): ma 
certo l'ultima è nome materno, con ciò sia che ricorra fra gli etruschi 
abbastanza frequente la terminazione thi in luogo di thial {Corssen, 
O. e. n, 621, 252), Ed allora tutta Tiscrizione potrebbesi tradurre nel 
seguente modo: 

ARUNS. TINUS. MESNUS, FUFETIA (fTFACTIA) NISICARICA MATRE NATUS. 

e me ne dà argomento Id scrittura difettiva, la quale nei monosillabi conviene di 
regola (presso gli Etruschi) col Isere, e non così facilmente col Kamez. 

* Notisi il tratto poetico. È assai più bello e terribile di quel bellissimo Virgi- 
liano : Et trepidae matres pressere ad pectora natos. 



:rizione seconda: ni. icarikthi. s. 






NI IKA RSK 


ITH 


S. 


Carmen lugubre afHixt ululamen est 


satis. 


Pax 


(tmuniquemqutf) 






Unzione terza: nicthkaprth. s. thri. 







XUI 

È notabile la piccola linea nel ventre dell'ultima Resch. Non essendo posta fuori 
della lettera, come accade nel precedente, e come vedesi nelle altre iscrizioni, sembra 
essere indizio che il detto Resch non deve dividersi dal precedente. Ciò posto ecco 
la spi^azione: 

NIKTH KA PRTH S. THRI 

Conjuncti erimus quemadmodum divisit hoc (mors *) habitaculum (est.) 

XLII 

capax quadraginta duorum 

* Il nominativo mors per sé evidente è lasciato con delicatezza, e si può aggiun- 
gere con proprietà — Cf Cant. i A. alias 2 — Osculetur me (sponsus) osculo 
oris sui. 



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i8o 

L'iscrizione che sta sull'altra faccia della pietra va letta e divisa 
nella seguente maniera : 

NIKTHKA. PRTH. S. THR... 
XLII 

il che verrebbe a dire: 

NICOSIA, PRUTESA, THRESA MATRE ORTA 
NATA ANNOS LVIII 

Nicosia (Nicu, nicusnal ) trovasi alcune volte in lapidi Perugine. 

prth. pruth. prutesa (Fab. G/. /. 7, 65) è nome di donna ricevuto per 
matrimonio, cosi che qui trattasi di una donna maritata. thr« è ab- 
breviato per thrama. thrasu. thresa. nel quale ultimo caso sarebbe 
ablativo indicante la madre. Al principio della seconda riga è visi- 
bile ancora la traccia d'una parola, forse ril, cioè gli anni, che sono 
indicati dal numero segnato nella seconda linea dell'iscrizione, il quale 
per gli etruschi aveva il valore di 58. 

Per compiere il novero delle iscrizioni sepolcrali dei Reti andreb- 
bero qui esammate quelle di Vadena di Lozzo, di Pozzale e di Rotzo, 
siccome però di quelle abbiamo parlato allora quando si studiavano i 
sepolcreti nei quali vennero alla luce, per non dividere quello che 
naturalmente deve stare imito, non ce ne occuperemo altrimenti; 
parleremo bensì deU' iscrizione di Verona. La quale benché sia ge- 
neralmente considerata come euganea, esamineremo non ostante e 
per amore di compiutezza e perchè ancora non siasi bene stabilito se 
siansi veramente da sceverarsi dalle etnische iscrizioni quelle rinve- 
nute nel dominio euganeo. 

Quella di cui parliamo è incisa sopra una piccola lamina di me- 
tallo che fu dissotterrata a poca distanza da Verona e fu riposta nel 
museo Moscardo. 

Fu primieramente pubblicata dal marchese Maffei e quindi dal 
Linzi (saggio II. 649, tav. XVI, n. 5), dal Mommsen, dal Fabretti 
e da alcuni altri che di tali studi si occuparono. 

Se devesi prendere per O la lettera A, come vorrebbe il Mommsen, 
cosi converrebbe leggere quésta iscrizione: 

THANINIOTHIKOREMIESHIISTHASOVAKHIKVEPISOKES 



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CAPITOLO SETTIMO. 



Sommario. — i. Oggetti di bronzo con iscrizioni reto-etrusche trovate nella regione 
italiana alpina. La situla tridentina e varie interpretazioni date della sua iscri- 
zione -» 2. La chiave di Dambel, dubbi intorno alla sua genuina antichità, con- 
fronto coiriscrìzione di Cembra e vera interpretazione di questa. — 3. Il donario 
di San Zeno nell' Anaunia. — 4. Le iscrizioni reto-etrusche di malsicura provenienza 
e quelle trovate nell'Europa settentrionale. 



Caratteri preromani simili a quelli delle iscrizioni fin qui esaminate 
sono usati anche in altre iscrizioni incise in oggetti metallici rinvenuti 
nel paese retico. Di questi monumenti, il primo, che faceva parte della 
collezione archeologica del conte Giovanelli e passò quindi al civico 
museo di Trento, fu trovato nell'anno 1828 dal villico Simone Ni- 
colodi sul colle Caslyr, che non lungi da Cembra s'innalza rotondo 
e domina la valle di Lases e quella dell'Avisio, impetuoso torrente, 
che lajnbe da un lato il sopraddetto colle. E mi fermo a descrivere 
queste particolarità perchè dei nomi, sia del torrente sia della valle, 
credettero alcuni trovare allusione nella iscrizione etnisca impressa 
in questo monumento. Il quale consiste in una situla di rame alta 
centimetri 28 non compreso il manico ed avente il massimo dia- 
metro di 30 centimetri. È costituita di due lamine unite fra loro 
mediante una serie di chiodetti ribaditi, anzi che per saldatura, ed 
in tal modo sono pure uniti il fondo al corpo del vaso, e le due 
croci che portano gli occhielli, ne' quali entrano i due ganci del 
manico. Per la forma assomiglia ad un tronco di cono capovolto, del 
quale la base sarebbe l'apertura, la sezione il fondo, colla sola dif- 
ferenza che presso l'apertura va restringendosi, s'allarga invece verso 
il fondo (tav. XXIII, n. i). 



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l82 

Sul labbro del vaso e sul manico ci sono queste parole disposte 
nelPordine seguente : 

Sul manico : /N4 M^^MA^ 
Sul labbro: V^ AY>J ^^ 

0Ì1AIXI1 V^MV>d 
\A^I\IAXVMMA^>I^<1> 

Se si confronta questa situla cogli altri vasi metallici venuti in luce 
nella regione alpina si tova una certa corrispondenza, per ciò che 
essi hanno un'impronta tutta propria, che mentre gli avvicina ai vasi 
italici della prima età del ferro, li dislingue però dai vasi che in altre 
parti d'Italia si trovano nell'epoca seguente. Di fatti quasi tutti i vasi 
retici hanno il rigonfiamento maggiore più vicino alla bocca, piut- 
tosto che alla metà del corpo del vaso, rigonfiamento, che invece di 
prendere quella forma rotonda quale si incontra nei vasi dell'Etruria 
centrale, finisce quasi ad angolo come si vede in alcuni dei vasi tro- 
vati a Vadena, ed in quelli di Dermulo * e di Crescin nell'Aqaunia 
(tav. XXIV n. I, 2, 3, 7, 8, 9, io, 11, 15). Anzi tanto era propria 
de' Reti e degli Euganei quella forma, che si perpetuò fino ai giorni 
nostri, e nel Trentino molte delle mezzine dell'acqua assomigliano 
affatto alla situla della quale parliamo^ 

Ma per non uscire dal campo dell'antichità ci basti rammentare la 
situla di bronzo, di Cassanego illustrata dal Leicht % non che l'esem- 
plare identico venuto in luce in Hallstadt e quello non meno im- 

« Dermulo è un piccolo villaggio sulla destra ^nda del Noce, colà il signore 
Ueberbacher, insieme con molti altri oggetti che furono scavati nel 1864 fece ac- 
quisto dei vasi sopraccennati che ora sono nel Museo dell* I. R. Ginnasio di Bolzana 
Crescin è un piccolo gruppo di case dove Tanno stesso furono trovati vari oggetti 
antichi, che subirono la stessa sorte dei primi (Cf. tav. XXIV, n. 1-12). 

* L. Guerra. Descrizione di un'urna cenerario ecc, Vicenza, 1807. *— M. Leicht. 
Studi e raffronti sulTetà del bronco nel Belhmesey negli Atti del R. Istit, VenHo. Tomo I, 
serie IV, Disp. V, p. 893, 



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18} 

portante di Caldaro (tav. XXIV, n. 20), che ora si trova nella colle- 
zione del conte Thunn di Trento '. 

Non è con ciò eh' io voglia dire che vasi metallici di altre forme 
non avessero i Reti, né che gli Etruschi centrali e circumpadani non 
facessero alcun vaso della forma di cono tronco. A ciò si opporrebbe 
il Éitto stesso, poiché in tutti i luoghi del Trentino, dove furono trovati 
i vasi in questione, se ne rinvennero altri di forme varie (tav. XXIV, 
n. 4, 5, 12) e nell'Etruria si facevano situle simili a quelle di Cembra, 
però dove li si trovano come un'eccezione, negli Euganei e nei Reti 
abbondano, però che qui si mantenne più costante il carattere di quella 
civiltà che nell'Italia centrale fu modificata per l' influenza orientale. 
Infatti oltre ai famosi cinerari di Este, alcuni dei quali hanno pur 
questo di comune colla secchia tridentina, che le lamine metalliche 
sono congiunte mediante quelle bullette ribadite, circostanza questa 
che si trova ripetuta anche nell'elmo trovato ad Oppeano, del quale 
a suo luogo abbiamo parlato, altri vasi di terra cotta furono qua e 
colà trovati nel paese dei Veneti, vasi che riproducono la forma stessa 
dei cinerari di bronzo da^noi esaminati. In questo però si discoste- 
rebbero i vasi euganei dalla situla retica, che i primi sono tutti fregiati 
di ornamenti o di figure di uomini o d'animali, mentre la seconda è 
aflatto liscia, se si tolga una sottilissima fascia incisa all'intorno sotto 
il labbro, il disegno della quale é semplicissimo come quello che é 
costituito da semplici linee verticali le une presso le altre. Ma per tor- 
nare al modo col quale la lamina è unita, conviene osservare che questo 
era molto usitato nella remota antichità; difatti altri esempi di ciò 
si danno in altri oggetti oltre ai sovraccennati, parte dei quali furono 
trovati nel paese dei Reti, parte nell'Etruria od in paesi che furono 
già abitati dal popolo toscano. E meritano qui speciale menzione una 
situla trovata a Corneto - Tarquinia, quella felsinea della Certosa 
pubblicata dallo Zannoni * e quella rinvenuta nella tomba euganea 
della villa Benvenuti 5; che anzi situle della forma e fattura della 

« Questa situla fu illustrata da P. Orsi (Vili. Annuario della Società degli Alpinisti 
Tridentini, 1882, p. 247). 

* Zankoni. Gli scavi della Certosa di 'Bologna, disp. $ e 6. Vedi anche Bullet, di 
Paletnologia ital. anno ó"* (1880) pag. 96* 

J bullet, di Paletnol, anno 6^ pag. 93. 



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i84 

tridentina sì trovarono in tutto il settentrione dell'Europa ' e perfino 
nell'Irlanda % onde appare l'esteso commercio che aveano gl'Italici di 
quel tempo, ma per non uscire dal paese dei Reti, oltre alla situla 
di Sesto Calende, già da noi esaminata, ed il labbro di una situla tro- 
vata a Vigna di Mezzo presso Rondineto, è chiaro esempio di tale 
modo di saldatura la situla di Caldaro e il frammento metallico tro- 
vato a Moritzing disegnato al numero 14 della tavola Vili, dove per 
tal modo appunto è unita la fascia al corpo del vaso. Nella stessa 
guisa erano unite a qualche oggetto le due strisce di bronzo Q'ovate 
a Breonio veronese 3 ove furono pure trovati alcuni pezzi di orlo di 
situle, nelle quali le orecchie sono fermate all'esterno mediante bul- 
lette di rame e di bronzo. Di ciò potrei moltiplicare gli esempi; ma 
basti per ora per quello che riguarda la saldatura, e passiamo a ciò 
che più importa, cioè alla iscrizione. 

Che fosse uso bastantemente divulgato fra gli Etruschi settentrio- 
nali di incidere delle iscrizioni sui manichi- e sulle labbra di certi 
vasi metallici ce lo addimostrano i due frammenti trovati a Moritzing 
esposti al numero 9 della tavola Vili. Il primo di essi è la parte di 
un labbro di situla, ma assai difficilmente si ricaverebbe, pur volen- 
dolo, il senso dei segni impressivi, imperciocché sono piccola parte 
d'una più lunga iscrizione; il secondo è un pezzo di manico, nel 
quale è due volte inciso il numero VI. Di gran lunga più importante 
per questo riguardo è un manico di bronzo (tav. XXIV, n. 13) rin- 
venuto nell'anno 1860 pure a Moritzing portante incisa una parola 
in caratteri etruschi da destra a sinistra. 

L'Orgler ♦, che primo la pubblicò, leggeva: Pichame, e lo Schneller 
leggendo la parola a rovescio, e da sinistra a destra, diceva che po- 
trebbe dire tanto: Lìchitnie come Lichiume. Seguendo questa seconda 
lezione si emisero due ipotesi circa il significato della parola, per la 
prima delle quali Lichitme equivarrebbe a legittime, il che starebbe 
a dire che quella è una misura legittima. Secondo l'altra conver- 
rebbe dividere la parola in due parti: Lichit. Me, dove lichit sarebbe 

« I. Undset. Op. cit. 
* I. Evans. Op. cit. 

3 Stefano de' Stefani. Ani del %IsL Veneto, Tomo VII, serie V, disp. X, 1 880-8 r. 

4 Programm der K, K, Gymnasium xu ^Bo^en, 1866. 



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i85 

seconda persona dell'imperativo plurale: lingite me, 'kt(yvi'^t \u (rèv oTvov) 
Noi non istaremo a ricercare se Tuna o Taltra di queste interpreta- 
zioni sia giusta, giacché è certo che l'iscrizione fu letta male dal- 
rOrgler, e peggio ancora dallo Schneller. H quale oltre che cadere 
negli errori dell'Orgler, che la terza lettera teneva per un x, la pe- 
nultima per un M, per ridurre l'iscrizione ad essere letta da sinistra 
a destra capovolgeva le tre ultime lettere, mentre le altre si adattano 
ad essere lette in qualsiasi posizione. 

D'altra parte credo che abbia ragione l'Orgler d'unire il quarto 
ed il quinto segno e di ricavarne un* Ay mentre potrebbero anche 
essere letti separatamente come fece lo Schneller. Ed essendo certo 
che la penultima lettera è un 5, la terza un T, avremo la parola : 
Pitase, la quale potrebbe aver relazione colla radice sanscrita pi (bi- 
bere), pitis, pitan e colle parole ^ ic^tric e potio (potare) dove il pò 
è certo secondario come ci dimostrano i verbi itl^aa e pitissare. Ma 
è già tempo di ritornare alla situla tridentina e di esaminare i vari 
modi coi quali l'iscrizione incisavi fu letta ed interpretata. 

Primo il conte Giovanelli dava nel 1839 questa spiegazione " : 
I Lavisemeli, 2 Velpsanu, 3 Rupinu Pixiave, 4 Csencut tinapse, 
5 Thelnafì Nucalinae. E questi, ei diceva, sono i nomi di coloro, ai 
quali il vaso apparteneva, dei quali l'iscrizione comprende le iniziali 
o parte dell'intiero, cosi che risulterebbero i nomi seguenti: 1 La- 
vinia, 2 Velia, 3 Rupinus (filius) Pixiave, 4 Csenius o Csenia e perciò 
Csenius o Csenia Catis (filius o filia) Trinapse, 5 Thelna o Thelenia 
Àsinus (filus) Uxalinae. « Tutte queste spiegazioni, diceva egli, io le 
scrivo timidamente, anzi dichiaro che que^a è una mera ipotesi e 
che non voglio in alcun modo piccarmi d'aver trovato la sicura in- 
terpretazione ». Però scriveva già nel 1833 Tlnghirami * che e i cinque 
versi scritti par che indichino vari nomi dei contribuenti alla spesa 
del donario », che donario appunto supponeva che fosse questo vaso. 

Ma il Giovanelli più tardi cambiò opinione ed accontentandosi di 

« B. Giovanelli. Ueber ein rhàtisches GefàsSy nel Ferdinandeum di Innshruck iS^g, 
« Alle diese Erklàrungen schrieb ich aber nur schQchternd hin, und ich erklàre fer- 
ner, dass ich alles nur auf ein Vielleicht gestellt haben will, und keinerwegs be- 
haupte das Wahre sicher gefunden zu haben «. 

* Fr. Ikghirami. Lettera a jGiovanelìiy 1835. 



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ì |8$ 

i interpretare solo la prima riga, nel 1S44 scriveva, che Lavis è il 

[ nome del fiume, che scorre accanto al colle Caslyr, e ritenendo che 

I Tultima leuera di Lavis fosse anche la prima della parola seguente, 

j deduceva il nome Semeli o Semele, che s'avvicina a Sembli o Sembri 

( e concludeva che questa prima epigrafe « contiene la donazione del 

I medesimo mistico vaso alla deità fluviale, con suo vocabolo pròprio 

dei luoghi dove nacque e dimora, nominato Lavis-Semblio o Sem- 
^ brio * ». E che Lavis stesse ad indicare il nome del fiume credeva pure 

I O. Mùller, il quale avendo veduto il disegno della situla presso Mi- 

I gliarini * attribuiva a gran fortuna che su' monumenti si trovassero i 

I nomi d^i luoghi nei quali venivano trovati. 

I Fin qui nessuno avea osato dare l'intiero senso di tutta l'iscrizione 

I ed aflmeijo si credeva che fossero solo i nomi dei donat<M-i del vaso. 

A ciò si opponeva nel 1846 Francesco Sav. Matzler \ il quale di- 
videva in tal modo le parole della iscrizione: i Lavis. è. me. loe, 
I 2 Velzanu, 3 Aupinu, pichia. fé. 4 Kuenckut. urina, ze. 5 Thel. na. 

I vinu. chali. nae. E ergendo egli che i dialetti ladini gli dessero k 

chiave per intendere queste parole, tràduceva cosi: i Lavis è mio luogo, 
2 Bolzano, 3 L'alpino prende fiducia, 4 Gent'orne sono. 5 Qie tale 
vino non cali mai. Nello stesso modo leggeva Giuseppe Sulzer ^ nel 
1847, 5^^^ ^^° conveniva che le parole dovessero interpretarsi tutte 
alU maniera del Matzler. E « chi non vede, egli scriveva, che l'iscri- 
■^ zione, la quale si trova su questo Ksencu (scenco misura o boccale) 

è una specie di ditirambo popolare, con cui l'alpigiano (aupinu) si 
} invita a pigliar coraggio (/i), oppure ad accendersi di firanco ardire 

ì (/^^) ^ ^u^i d^ Bacco prodigioso liquore ? Chi non riconosce nell'ul- 

tima strofa il solito voto, che gli antichi amavano si spesso segnar 
I sulle otri: Tale vino (finn) non venga mai meno? Egli è perciò, che 

chi pensasse di riferire le parole delle prime due strofette a Semele, 
{ madre di Bacco, che non a Lavis ed a Bolzano, avrebbe un appoggio 

I mitologico forse non lontano dal vero ». 

I i Giov ANELLI. Dà T(sVf ddVorig. dei pop, d'Italia ecc. Trento, 1844. 

2 ^rck, stor. 111, App. 
1 ì Messagg. Tirolese, 15 ottob. 1846. 

4 Suppl ai ^essagg. Tirolese 1846, n. 17. Dei dialetti comun. detti Hpmanici^ p. 22, 
! Trento, 18$$. 



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I87 
Nell'anno stesso però, Antonio Casati ' ritornava all'idea di Giova- 
ndli, che il primo verso si riferisse al fiume Lavis Sembrio diviniz-* 
zato, il secondo contenesse il nome del donatore del vaso, e confron- 
tando le altre parole o con vocaboli delle tavole Eugubine, o con parole 
greche e latine dava questa spiegazione : i Lavis SemeK. 2 Felpsanus. 
5 Vasculuni ad piandum dicavit. 4 Curialis aspersit. 5 Vitis vino 
mundo. E ciò, secondo lui, si riferiva alla triplice aspersione con vino 
mondo, cioè di vite non potata, che il sacerdote curiale faceva sul 
vaso per consacrarlo ad uso religioso. 

Giovanni da Schio ' e Giovannibattista Weber ) cercarono di nuovo 
nelle lingue ladine il fondamento di questa iscrizione, il primo dei 
quali leggeva nella prima riga Lavis Eseli, e considerando che Eli 
nelle lingue semitiche è parok indicante il principio del bene, ed 
Esar in lingua etnisca equivaleva a Dio come si ha. da Suetonio ^ e 
da Dione Cassio 5, concludeva che quella fosse un'invocazione al Dio 
Lavis. Il secondo versetto divideva in due parti: Vel, che interpretova 
per popolo o per ossia e Quano cioè acqua. Nella terza riga : Lupinu. 
Pixiave, ei scorgeva le due parole Lupini e bìsi (piselli) e dalla quarta: 
Velna, Vinu, Xalina, ricavava le parole vena e vino, lasciando libero 
di porre invece di xalina il nome di qualche altra piantagione. In 
modo strano leggeva l'ultimo versetto giacché ricavava un: luse. 
Nivu. T. Trinaque, dove luse equivarrebbe a iube, nivu a neve, X a 
cinquanta, ed in trinaque scorgeva Li seconda parte del numero. Cosi 
che « s' invocava il fiume Lavis perchè si gonfi delle sue nevi, o 
perchè invece si assottigli del loro umore, avendo di fluido troppo o 
nulla d'uopo i luppoli, i bisi, la vena, le viti e e con questa prov- 
videnza del suddetto nume acconciare in un modo o nell'altro la 
fertilità del paese ». 

Non meno strano era il modo di .leggere e la interpretazione del 
secondo, che divideva la iscrizione in tal modo : i Lavise Selin. 
2 Felpsanu. 3 Ab Pinu Picia Fé. 4 Cu Sen Cut Prinapsè. 5 Helva 

« Riv, Etiropea, 1847, (A. III). 

» G. DA Schio. Inscri:^, ed altri tSContim, Reto-Euganet. Padova, 18$}. 

3 G. Weber. Saggio suìV origine dei pop, Trentini, Trento, 1861. 

4 SuETON. in August, 

s Dio. Cass. Lib. XXXri. 



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i88 

Vinu Cali Na. E traduceva: Lavacro di Sileno. Una libazione! Dal 
pane pigliasi forza. G)n genio tutti celebrate le sacri annuali ceri- 
monie, n rosseggiante vino non cali no. Il merito però di avere pel 
primo fissato il giusto modo di leggere spetta a Teodoro Mommsen % 
che in tal modo riportava la tanto discussa iscrizione : i Lavise seli. 
2 velchanu. 3 rupinupitiave. 4 Ksenkuztrinache 5 Thelnavinutalina. 
Ed il Corssen ' finalmente, tranne qualche piccola variante, leggeva 
nel modo stesso, e ritornando alla prima ipotesi del Giovanelli, che 
tutte queste parole non fossero che i nomi di coloro che ofirivano il 
donarlo al sacro nume del fiume, le divideva in tal maniera: 



LAVIS 


ESELK 


FLUVn 


(dei) sacrum 


R. UPINU 


PITIA VE 


RAMTUS OPINUS 


PITIA MATRE NATUS VEU FILIUS 


VELCHANU. 




VELCANUS. 




THELN AVINU. 


TAUNA. 


TELINUS AVINUS. TALINA. MATRE NATUS. 


KU SENKUS. TRINACHE. 


cuRius SENECA TRiNACius (dederuut situlam), 



Si vede quindi ch^ quanti furono gli espositori di questa iscrizione, 
altrettanto diversi furono i modi di lettura e d'interpetrazione, il che 
è una prova delle grandi difficoltà che presenta e quindi della sua 
antichità. La quale del resto, è attestata anche dal modo col quale 
le due lamine sono unite per mezzo di quelle bullette anzi che per 
saldatura; e perchè manchi completamente il ferro, il quale è sosti- 
tuito dal piombo in quei punti dove il vaso avea maggior bisogno 
di solidità, come negli orli, si voleva farlo vecchio più di quattordici 
secoli avanti l'èra volgare, giacché solo verso quel tempo incominciò 
ad introdursi Tuso del ferro. 

Conviene però osservare, che avendo la situla di Cembra un uso 
religioso, come appresso vedremo, la mancanza di quel metallo po- 

« Mommsen. Die nordetrushischen Aìphabete, 

* Corssen. Ueber die Sprache der Elrusker, Leipzig, 1874, I, 921. 



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i89 
trebbesi attribuire a ragioni di rito religioso. Giacché tutti sanno che 
nelle cerimonie religiose sono i popoli stazionari, e per amore di 
questo conservativismo si trascurano le nuove comodità e la mag- 
giore razionalità. Di più quella grande parsimonia di vocali, quale 
si trova nelle più antiche iscrizioni, non appare nella nostra, dove e 
le aspirate s'incontrano abbastanza frequenti. Non ostante per le cir- 
costanze già prima notate e per la forma delle lettere, che più di 
quelle dell'altra Etruria s'avvicinano all'originario alfabeto dorico, non 
si può negare a questo monumento quella certa antichità, per la 
quale passò venerato fino ai giorni nostri. 

Prima però che noi veniamo ad esporre la nostra opinione circa 
il significato dell'iscrizione ci fa d'uopo esammare, benché sia d'in- 
certa autenticità, un altro monumento, sul quale é incisa un' iscri- 
zione simile a quella della situla, cioè la chiave di Dambel. 



n. 



Dambel é un piccolo villaggio dell' Anaunia, situato alla sinistra 
sponda della Novella, sul colle di Sadomi, in vetta al quale dicono 
che s'ergesse il maggior tempio di Saturno, che possedesse quella 
valle. Tutto ora é sparito di quell'antica grandezza, e se il bifolco 
nel lavorare la terra s'imbatte in qualche antichissimo femore, o nel- 
l'abbrustolito cranio dei suoi proavi, lo butta indispettito da parte 
quando non sia almeno uno di quegli avanzi metallici o una pentola 
rotta che gli porti il guadagno d'alcuni soldi vendendola a chi fa in- 
cetto di antichità, e colà dove si scannavano le vittime agli Dei pro- 
tettori, ora s'innalza la chiesa del villaggio. Dicesi che alcuni anni 
fa si disotterrarono delle pareti assai maestrevolmente ornate di pitture, 
che rappresentavano agoni, sacrifici e religiose festività : ma che tutto 
poi si ricoprì di macerie, e narrasi che una lapide ove era incisa 
una assai lunga iscrizione, fosse stata trovata, ma che poi sia subito 
stata infranta o nascosta sotterra, perché era scritta in caratteri in- 
decifrabili. 



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190 

Il di 20 Gennaio dell'anno 1870 fu colà scoperta una chiave assai 
importante e per la sua grandezza e per la ornata forma (tav« XXIX), 
e per la nobile composizione del metallo che è un bronzo di finis- 
sima lega. Essa è lunga 37 centimetri ed il suo manubrio è d'un 
disegno bizzarro e lavorato a guisa di cono (tav. XV, n. 6) se non 
che i Iati sono rotondeggianti, a cagione degli intemi fiorami, anzi 
che in linea retta. L' ingegno (tav. V, n. 5) è assai complicato ma 
non offre nulla di singolare in confronto delle solite nostre chiavi, 
ma bensì il corpo della chiave merita attenzione, giacché incomincia 
a forma ottaedrica, continua rotonda e termina a spira. Sopra cia- 
scuna faccia dell'ottaedro è una iscrizione in caratteri etruschi, scritta 
da destra verso sinistra. Le otto iscrizioni sono le seguenti: 

v'rA.T>(^1<J>;i 
11AIX-Ilv^nv 

A^vlAXVlim^J 

Le quali trascritte in caratteri nostri da sinistra a destra sarebbero: 
I Laviseselk. 2 Rthpelchanu. 3 Upinupptiape. 4 Ftinrsitl. 5 Li (r?) 
apinutalina. 6 Thikeurais. 7 Skuztrinache. 8 Lttfralsnu. C'è chi crede, 
e non senza fondate ragioni, che questa chiave sia una falsificazione 
moderna e che l'iscrizione non sia che una copia sbagliata pensata» 
mente di quella incisa sulla srtula tridentina. Infatti alcune ragioni 
vengono in appoggio di ciò. Dopo che fu ritrovata la chiave di 
Dambel, ne furono fabbricate akre tre quasi identiche, una delle 
quali fu acquistata dal museo di Monaco, un' altra da quello di Ro- 
vereto, e finalmente la terza credo che sia ancora presso il fabbri- 
catore. Onde pareva che non solo queste, ma anche quella di Dambel 
uscisse dalla stessa officina. 



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191 

Non sì può però dissimulare che la patina di quest*ulrinia sarebbe 
si ben &tta da ofirire tutti i caratteri di genuinità, senza che v'è ap- 
piccicata un'incrostazione terrea si dura e quasi pietrificata che a mala 
pena si crederebbe una fatturazione moderna. 

I criteri anistici nop sono più degli altri rassicuranti, perocché è 
bensì vero che il disegno del manubrio sembra più opera del rina- 
scimento che d*un*epoca più antica, ma d'altra parte non si può ne- 
gare che qualche cosa dì simile si trovi pur anco nei primi periodi 
dell'età del ferro, anzi ad Este, insieme con altri ornamenti euganei, 
si rinvenne un pendaglio di bronzo, il quale come che non lo ripro- 
duca esattamente, ha pure delle grandi analogie col manubrio della 
chiave, come si può veJere dalla figura 69 della. ta vola V pubblicata 
dal Prosdocimi nelle notizie degli scavi d'antichità comunicate alla 
R. Accademia dei Lincei (gennaio 1882). 

Innegabile è non ostante che analogia ci sia tra l'iscrizione della 
chiave e quella della situla, che come Lafiseselk è la prima parola 
della chiave, Lafiseselv è la prima della secchia, anzi perciò credette 
il Corssen di potere sciorre la piccola diversità nella lettera finale che 
Della situla sta invece di k. 

Pdchanu c'è nella seconda riga dell'iscrizione della chiave e Pel 
chanu nella seconda della situla: nell'una è Upinupptiape, nell'altra 
Aupinupitiafe ; Lnpinutalina nella prima, Thelnafinutalina nella se- 
conda, e mentre la secchia con maggior numero di vocali ha nella 
quinta riga Kusencuztrìnache, più stringatamente la chiave porta 
scritto: Skuztma/e. 

Nella grafia però la chiave presenta alcune particolarità, che la di- 
stinguono dalla situla. Poiché nella prima le due braccia del x sono 
congiunte mediante una orizzonule, allo stesso modo sono uniti i 
diversi tratti deli'n, e singolare è il nesso IN nella quarta, nella quinta 
e nella settima riga, come pure il nesso NA della quinta. Tutte le 
quali analogie e diversità fanno dubitare molto suU' autenticità del 
monumento. 

n padre Tarquini ' credeva che esso non fosse anteriore al secolo IV 



I Cf. Voce Cattolica di Trento. Anno 1870 n. 23 ed il Ms. del p. Tarquini intorno 
alla. chiave di Dambel, che trovasi presso il Monsignor GB. Zandla di Trento. 



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192 

dell'era volgare; anzi egli supponeva che fosse istrumento votivo 
posto nel tempio di Saturno in occasione della uccisione dei tre martiri 
anauniensi, avvenuta sotto l'imperio di Teodosio. Basato su tali pre- 
concetti, e ritenendo che la lingua etnisca avesse stretta relazione 
colle lingue semitiche, in ispecie coll'ebraica, dava questa spiegazione: 

Ad introducendum virum addictum igni in caveam Vulcani — Vivus 
aducatur ob perversitatem — Incidendo incide — Sceleratusest, sectam 
facit, blasphemavit — In aspectu eius ascendeutes limen paveant, vi- 
dentes hominem oblitus Eius praestare iubilatìonem retinenti ad cru* 
ciatum, tamquam hostem suum. 

Ma ammesso pure che la chiave fosse autentica come egli cercava 
di dimostrare, bisogna però osservare che Dambel è una buona ora 
di cammino discosto da San Zeno dove avvenne il martirio, e che set> 
bene dicano gli atti di quei tre santi che essi furono uccisi perchè 
avevano disturbati i pagani nel loro culto di Saturno, non ùl mica 
d'uopo credere che solo in Dambel avesse luogo questa superstizione: 
anzi in più assai e vicini luoghi si praticava come più avanti vedremo. 
Oltre a ciò sarebbe stata buona cosa che il padre Tarquini avesse 
portata alcuna ragione di questo suo modo d'interpretare, o per lo 
meno avesse divise le parole etrusche a modo suo e le avesse raf- 
frontate colle corrispondenti ebraiche, il che egli non fece. Ma basta 
ciò per farci dichiarare ^assolutamente falsa questa interpretazione, che 
non si può in alcun modo applicare questa traduzione alla situla tri- 
dentina in quelle parole che sono comuni, giacché riducendo la iscri- 
zione a quelle sole parole non avrebbe più alcun senso. E come il 
confronto delle due iscrizioni come che, lo ripeto, una possa essere 
falsificata, ci abilita a respingere la traduzione del Tarquini, per lo 
stesso modo tutte le traduzioni delle parole della situla possono ve- 
nire abbattute. Giacché non può essere una invocazione al fiume Lavis, 
affinchè benigno non devasti le campagne, né il nome Sembrio vi 
si può ritrovare, con ciò sia che tali parole non avrebbero più alcun 
significato su d'un oggetto trovato a Dambel che tanto è lungi dal 
fiume Lavis e da Cembra: e non può essere nemmeno uno stornello 
popolare dove si augura che il vino non venga mai meno, giacché 
sarebbe ridicolo tale discorso scritto su d'una chiave, e per le stesse 
ragioni cadrebbero tutte le altre interpretazioni. A tutta prima par- 



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193 
rebbe che non cosi facilmente potesse essere rigettata la spiegazione 
del Corssen, il quale traduceva in tal modo l'iscrizione della chiave: 

LAVIS ESELK 

FLUVII (dei) SACRUM 

LTH VELCHANU 

LARS VELCANUS 

UPINU PITIA FV 

OPINUS PITIA MATRE NATUS PUBLII FILIUS 

V. THINR SITL 

VELUS TINERUS SITTIA MATRES NATUS. 
LR. AVINU TALINA. 

LARS. AVINUS. TALINA MATRE NATUS 
THI. KEU. RAIS. 

TITUS. CEIUS. RAIUS 
SKUZ. TRINACHE 
SENECA. TRINACIUS 

LTH. TURAL SNU 

LARS. TURA MATRE NATUS SNUTIUS 

(CLAVEM DEDERUNT). 

E questi sarebbero i nomi di coloro che diedero il donarlo al sacro 
nume del fiume Lavis, nomi che più ancora si avvicineranno a quelli 
che donarono la situla quando prendasi per un E invece che per F 
Tultima lettera della terza riga e per un N la seconda della quinta, 
che il Fabretti prese per un / ed il Corssen per un R: co ne pure 
è certo che ^ è la prima lettera della seconda riga che il Corssen 
ed il Fabretti lessero per L. 

Né io voglio negare che sopra alcuni donari si ponesse il nome 
di colui che fa rfifferta, od il nome di parecchie persone quando il 
dono fosse prezioso e messo insieme per le offerte di più oblatori, 
non credo però che ciò si avveri nel caso nostro, perchè le stesse 
persone che donarono il vaso di Cembra avrebbero donato anche la 
chiave anauniense, che per il Corssen era senza dubbio autentica. Ma 
ammesso piire che quella chiave autentica non fosse o a caso sia 
stata trasportata a Dambel, mentre in origine si trovava nel tempio 



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194 

che forse ergevasi sul colle Caslyr, come è possibile che tante per- 
sone concorressero per donare un misero vaso di rame od una sem- 
plice chiave di bronzo? A tutto ciò s'aggiunga che le varietà grafiche 
che ci sono nella chiave a differenza della situla accennerebbero alla 
diversità di tempo, nel quale i due monumenti furono fatti, diversità 
che sarebbe vìemaggiormente provata da ciò, che nella chiave è so- 
stituito due volte VF da un P se pure il terzo segno della seconda 
riga non debbasi ritenere per un F mancante di una orizzontale, nella 
stessa guisa che l'ultimo segno della terza riga sta per un E. 

Perchè le medesime parole si trovano scritte sopra due monumenti 
diversi, trovati in luoghi assai discosti fra loro, fa d' uopo credere 
che quella sia una formola fissa, che si recitava alla presenza dei numi, 
o che si scriveva sugli oggetti, che a loro si dedicavano. Sarà stata 
formola rituale per lo che non dovrebbe fare meraviglia, se le pa- 
role della chiave sono tronche, e tali che senza V aiuto della situla, 
sarebbe stato impossibile ricomporre, imperciocché si avrà continuato 
a recitarle ancora quando la lingua per lo suo naturale sviluppo, e 
per l'influenza dei popoli gallici era notevolmente mutata. Di qui 
quella mancanza d'alcune vocali ed il cambiamento delle consonanti, 
giacché le parole si saranno troncate e mutate nello stesso modo come 
le donne del popolo oggidì smozzicano e falsano le parole latine delle 
loro preci. 

Ed io non ho certo in animo di esporre il senso intiero di tutta 
l'iscrizione, ma basterà per ora che si fìssi il significato di qualche 
parola, pel quale sì possa almeno comprendere la qualità di tutta la 
iscrizione, significato che resterà sempre valevole per la situla, quan- 
danche la chiave fosse falsificata. E per cominciare dalla prima riga 
io leggo e divido in tal maniera: Lafise selv. (selk.) Lafise non sta 
certo ad indicare il nome del fiume, il quale si chiama Avìsio non 
già Lavisio, e sebbene Lavis sia una grossa borgata posta alla sponda 
di detto fiume, non si può indurre di li che anche il fiume debba 
aver avuto lo stesso nome, giacché evidentemente Lavis é forma se- 
condaria fondata dell'articolo e del nome Avis. E considerando che 
molte correnti di acqua portano un nome simile a questo, conviene 
credere che esso sia un nome generico, indicante corso d'acqua, 
idea divinizzata più tardi col nome di Lavise. Il quale appunto è 



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195 
forma d'un nominativo o vocativo singolare come Tite \ Setre, Aufle, 
Tantle, Septle e come questi si latinizzano in Titus Setrius, Aufil- 
lius, Tantillius e Septilius, Lafise diventerà Lafisus o Lafisius. Chi 
sia Lafisio non saprei dire con sicurezza, però non credo che si 
vada tanto lungi dal vero se si suppone che sia questo un epiteto di 
quella divinità che i Romani chiamarono poi Saturnus. E perchè ri- 
tenevano i popoli italici che su d'una nave fosse a loro venuto Sa- 
turno, dopo che era stato scacciato da Giove; non è già inverosimile 
che a lui fossero dedicati molti fiumi, che nella poetica immagina- 
zione di quegli antichi erano forse stati solcati dalla nave che a loro 
portò quel Dio. Perciò in molti nomi di torrenti e fiumi si riscontra 
la radice di questo come in Lavinius o Lavinus antico nome di un 
fiume presso Modena, in Lavenza presso Massa, in Lavant influente 
della Drava in Carinzia, e per le correnti che accanto scorrevano 
presero il nome i luoghi: Lavis, Lavinium, Lautolae, Lugano, La- 
vagna, Lavetto, La vessi, e tanti altri. E questo Lafisio non indicava 
fors'altro che il sole emergente dall' acqua, giacché la radice « la » 
indica appunto splendore : difatti in sanscrito laukas equivale a luce, 
laucitas lucido, laucayat, laucitan, lucente, laucanam lucerna, e figu- 
rato per occhio, le quali parole derivano dalla radice del verbo laks, 
lauk, vedere, lucere. Di tale radice son pur molte parole greche: 
XatxTcdcq, Xa[i.7cpo;, XafjiTcp^TV);, Xà(ji77(i), XajxTcpuvo), XotjXTtTi^,;, che era un vaso 
ed un piedistallo, dove ne'tempi più antichi si mettevano le legne o 
le faci per rischiarare la stanza, né in minor numero sono queste 
parole nella lingua latina ed italiana: lampas, lampitudo, limpidus, 
lampyris, lampada, lanterna, lampo, lucerna, luce e moltissime altre, 
il che avverasi pure nel francese, nel tedesco e in tutte le altre lingue 
indo europee. Nella stessa maniera poi come da Saturno e da Giove 
vennero i nomi di persona Saturninus, lovinus, cosi anche Lavise da 
attributo divino passò a nome personale come ricavasi da una iscri- 
zione sepolcrale di Perugia, nella quale, benché un po' confusamente, 
sono incise le parole: Lavis cterthue \ e da una iscrizione latina 5 



« Cf. CoRssEK. O. e. Voi. Il, p. 342 e segg. 

» CoNESTABiLE. Iscrv^. Ttrug. S. I, L. IV, n. 642. 

3 MoMM. e. Inscrix^, V, 5023, Ora è presso monsignor G. B. Zanella. 



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196 

rinvenuta a mezz'ora discosto da Trento a Rovere della luna presso 
il fiume Adige: 

D. SATUR 

NO. 

L. LAVISNO. 

PATERNUS. 

V* d* X«« l^* Ma 

Dove Lavisno oltre che essere una strana e scorretta forma di no- 
minativo riferentesi a Patemus, potrebbe anche essere dativo riferen- 
tesi a Saturno. Che se la chiave fosse autentica, due altri argomenti 
verrebbero in appoggio del nostro asserto che Lavise sia un epiteto 
di Saturno, Tessere cioè stata trovata V iscrizione in luogo ove sor- 
geva appunto il tempio di quel dio, e Tessere essa incisa su d' una 
chiave, circostanza questa non indifferente per chi sappia come erano 
confusi nell'antichità Giano e Saturno e come ad ambedue s'attribuiva 
la chiave, colla quale aprivano e chiudevano Tanno. E con Giano 
non solo era confuso quel dio, ma con Giove ' ancora e più frequen- 
temente col sole % cosi che non sembrerà strano se nella parola 
Lafise che per noi racchiude il concetto di luce, ravvisiamo un appel- 
lativo di Saturno. Che nella nostra iscrizione è pur chiamato lucente, 
selv. la quale parola oltre che avere la stessa radice del greco «^o? 
trova nella lingua etnisca stessa una corrispondente nella parola e sel- 
vansl » (Fab. XXXIV, 1052) selvan (F. VI, 2.78) sei (F. 4014,3) 
selva (F. 92) tutte abbreviazioni della parola selvansl, che trovasi in 
un' iscrizione incisa in una statuetta di bronzo nel museo Vaticano 
(F. 2334), e che sembra significare splendente, come vuole il Cors* 
sen \ piuttosto che silvester come il Deeke ^ voleva ultimamente di- 

I Su d'un vaso era impressa questa arcaica epigrafe: lovi Sat. deivos quoi med 
mitat, nei ted endo cosmis virco sied asted noisi Ope Toitesiai pacarì vois. Vedi la 
spiegazione di Buecheler e di Iordan nel ^tiìktf. delflsL di Corr.arch. 1881, pag. i$8. 

» Dupuis. Orig, de tous ìes Cultes, Tom. IH, p. 710. 

} CoRssEN. O. e. I, p. 454. 

4 W. Deeke. Etrusk, Vorschung, Varie ragioni mi inducono a preferire Topinione 
di G)rssen, delle quali basti per ora che produca questa che cioè Tessere scrìtta 
questa parola sotto la statua d*un guerriero toglie la probabilità che si tratti d'un 
dio silvestre. 



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197 
mostrare, come che anche lui lo splendore veda significato in questa 
radice. Il selk della chiave sarebbe un'abbreviazione di selkvansel (sal- 
vanello) e l'introduzione di quella k non farebbe alcuna meraviglia, 
giacché sia frequente nella lingua etnisca questa introduzione d'una 
consonante estranea nel mezzo della parola (menervka, akmemnrun, 
memnle ecc.). 

Più chiara a tutta prima potrebbe sembrare la parole Felchanu nella 
seconda riga, per la rassomiglianza di quella colla latina Vulcanus o 
col nome Volcanom impresso su d'una moneta d'Aesemia sotto l'im- 
magine del dio del fuoco. Però, oltre le piccole diversità che cor- 
rono fra le due parole, questo s'oppone a tale identificazione, che la 
divinità, che più s'avvicinava al Vulcano dei Latini era costantemente 
chiamata Sethlans dagli Etruschi. Qui invece continuasi probabilmente 
a parlare di quella grande divinità splendente chiamata Lafisio, la 
quale era forse la principale pe' Reti e raccogliente in sé molti e vari 
attributi, che furono più tardi distribuiti fra varie divinità, e perciò, 
mentre prima ci pareva vedere delle analogie fra Lafisio e Saturno, 
ora ci conviene affermare che anche con Giove fu confuso quel dio. 
Di fatti, per testimonianza d'Esichio, Velchanos era detto Giove presso 
i Cretesi: reXyàvo;- ò Zsù< irapà Kp»)(j(v ' e EEAXAN02 stava impresso 
nelle monete dì Pesto, città di Creta, accanto all'immagine di Giove. 
E senza andare tanto lungi a cercare questo culto, sappiamo con cer- 
tezza che fra' Reti veneravasi un lupiter Pelvennis, pel quale gli 
Arusnati aveano dei sacerdoti speciali *. 

Anche di tutte le altre parole potrebbesi dare con maggiore o mi- 
nore sicurezza la interpretazione. Per evitare però il pericolo d'essere 
accusati di vagare con troppa facilità nel campo delle ipotesi, ci con- 
tenteremo osservare che alcune di queste parole trovano nella lingua 
greca un'esatta corrispondente. (Kus, ^ou; enku iyx\jo<ì) altre nella lingua 
etnisca stessa come sarebbero 0elna (0alna) e talina. Col quale nome 
designavano i Raseni la neXa^^a di Artemidoro 3, o Venere, che presie- 

» G)me in molti altri luoghi, presso Esichio, anche qui il gamma devesi prendere 
per digamma. Cf. Giove EsXydlvo; e f oracolo suo nell'antro Ideo, Dissertaz. del padre 
G. B. Secchi. Roma, 1840. 

* MoMMs. Corp, Inser. Voi. V. n. 

3 Lib. II, e. 3$. 



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198 

deva al germinare delle piante ed alla fecondazione degli animali '. 
Ed è facile comprendere per quale ragione possa essa entrare in una 
iscrizione diretta a Saturno, giacché la prece non si riferisce alla Ve- 
nere nata di Giove, ma a quella che dalla leggenda era detta figlia 
di Saturno. Imperocché Giove avendo tagliato al padre Saturno i te- 
sticoli, li buttò nel mare, e per l'unione di quel sangue colla schiuma 
delle onde nacque Venere che ebbe onorato tempio in Pafo, che colà, 
come Tacito scrive % si era rifuggita quella dea dopo essere stata 
partorita dal mare. 



m. 



Infatti per Saturno aveano gli antichi Reti una speciale venerazione. 
Tre iscrizioni a lui dedicate si trovarono in Trento : una in piazza 
del Duomo % Taltra a Pie di Castello * e la terza in Doss Trento ^: ed 
una quarta fu trovata presso la città in Villa Montagna ^: e che Sa- 
turno era principale deità trentina lo aflFermano i BoUandisti : anzi 
una statua onorevole era a lui innalzata se pure è vero queUo che 
dice un antico manoscritto intitolato: Trident. Episcopatus et Trincipaius 
descriptio, il quale narra 7 che essendo venuto santo Ermagora, suc- 
cessore di S. Marco apostolo, a predicare la fede di Cristo in Trento, 
trovò i cittadini perdutamente dati al culto di Saturno, del quale il 



» OviD. Fast. V, 89. — LucR. Lib. I. 

2 Tacit. Hist. Lib. II, e. 3. 

3 saturno — aug — sacrum — l. nonius — sabinus — v. s. l. m. 

4 d(eo) s(anto) saturno ex vot(o) cl(audius) victorinus sig(num) cum 

BASE PRO SAL(uTE) SUA s(ORUNaUE OMNIUM) l(aETUS) L(IBENS) M(ERITUS). 

$ I). S. — SATURNO — EX VOT — CL. VIC. TORNUS — SIC. CUM BASE — PRO SAL. SUA 
S. OMN. — L. L. M. — (MOMMS. C. /. Vol. V, 5021). 

6 MoMMS. C. /. Lai Voi. V, 5022. — (sa)turno — jul — justinianus — v. sol. 

7 Anno post Christum natum 73 circiter beatus Hemiagoras Patriarcha Aquile* 
iensis, divi Marci successor, Ecclesiam Tridentinam crexit, et Episcopatum instituit, 
incolis urbis ab idolatria statuae Saturni (cuius adhuc bustum marmoreum capite 
et pedibus obtruncatis in castro Tridenti proiectum conspicimus) avulsis. 



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199 
busto tronco senza capo e piedi trovavasi ancora al tempo di quel 
narratore nel castello di Trento. La stessa cosa conferma il Mariani, 
il quale assicura che tale busto fu trovato in piazza della Mostra e 
che gli serviva di base quella pietra quadra che tuttavia esiste davanti 
al castello del Buon Consiglio. 

Che questo culto fosse in voga anche nella valle delle Giudicarie 
ce lo dice un'iscrizione ' trovata in Cavedine e lo confermano tutti 
coloro che parlarono dell' introduzione della fede in quelle montagne, 
in ispecial modo Bartolomeo da Trento * domenicano vissuto nel se* 
colo decimoterzo, il quale racconta che S. Vigilio ruppe l'idolo di 
Saturno, che era collocato nel podere di un ricco uomo di quei paesi, 
la qual cosa è ripetuta da un'antichissima pergamena 3 esistente già 
nell'archivio vescovile di Trento e da un antico codice in pergamena 
della biblioteca capitolare di Verona ^. 

E questo culto non si esercitava solo nel Trentino, ma anche negli 
altri luoghi abitati dai Reti, il che ci provano due iscrizioni dedicate 
a Saturno trovate una 5 all'estremità meridionale del Trentino e l'altra * 
sui colli che circondano a nord-est la città di Verona: e Ridolfo notaio 
ci racconta nella sua piccola istoria che ad Edolo in Valcamonica ancora 
nell'anno 789 di Cristo si venerava « il simulacro di Saturno con 
grande concorso di popoli ». 

< D. s. SATURNO (MoMMS. Op. c. V, 5000). Ora è presso il conte Sizzo in Ravina, 
» Bart. Trid. in Vita S. Vig. ^s. — Saturni idolum in cuiusdam divitis praedio 
collocatum confregit et in Sarcam proiecit. 

3 In vallem Randene veniens ydolum Saturni, quod in quodam praedivitis praedio 
servabatur, proiecit in fluvium, qui dlcitur Sarcha, quod anxie ferentes rustici et 
agrestes homines, qui illud ydolum prò deo colebant, Vigilium lapidibus obruerunt 
tempore Honorii et Arcadii Imperatorum, Stilicone consule. 

4 Eo tempore maxima pars populi extra civitatem per rura adhuc diabolicis in- 
stitutis tenebantur adstricti ut muta idola et vana similacra ignea vel lapidea col lente s 
sacrificabant idolis. E dopo avere raccontato che Vigilio avea convertito al Cristia- 
nesimo molta gente, continua : unus ei restiterat locus in montaneis positus, qut 
religioni christìanae semper erat ad versus, rupibus bine atque il line preseptus ad- 
modum canalis de qua Huvius descendit. Nomen autem vallis Rendena. Servili! 
namque cuiusdam divitis predium erat. In quo diaboli simulacrum conflato aeris 
dispendium miserabile quod Saturni inferni proiectum venerantes — colebant ut deunt, 

5 saturno AUG — SACRUM — M. CASSIUS FIRMUS. — V. S. I.. M. 

^ SATURNO AUG SACR — P. FOSSTUS ZOSIMUS — VI. DIR AUGUST — FOSSIA SA- 
TURNIA — CONIUX - V. S. L. M. (MOMMSEN. O. c). 



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200 

Di più grande importanza e di numero maggiore sono i monu- 
menti di tale specie scoperti nell'Anaunia. Dove, oltre il femoso tempio 
di Dambel, alcune lapidi manifestanti tale culto furono trovate a 
Cles ', due a Romeno % e a San Zeno i tre santi martiri anauniensi 
Sisinio, Martirio ed Alessandro furono dai terrazzani uccisi perchè 
erano stati disturbati nel culto che essi prestavano a Saturno come 
ci dicono i Bollandisti negli atti del martirio di que' santi, donde si 
ricava pure che un tempio a quel dio era innalzato a San Zeno. 

Sebbene tutte le iscrizioni e testimonianze da noi fin qui prodotte 
si riferiscano ai tempi romani, siccome nel resto dltalia siano piut- 
tosto rare, pare, come ben dice il Mommsen ^ « che come in Africa, 
siasi anche in questi paesi, continuato sotto nome romano un an- 
tico e domestico culto ». 

I Sacerdoti di Saturno che in Romeno •* si chiamavano Lumennones, 
altrove ^ curaiores Saturni^ giravano di paese in paese^ sia per rac- 
cogliere in suo favore le frutta, sia per invocare il Dio che la cam- 
pagna produca feconda i suoi frutti. Questo si faceva con pompa grande, 
ed i sacerdoti vestiti di nero ed ornati di funebri fronde, percorre- 
vano i campi portando buon numero di faci, poiché era infernale il 
Dio che in tal modo volevano onorare ^. 



I SATURNO. SACR — L. PAPIRIUS. L. — OPUS — (V. S. L. M.); M. PROPE — 

RTius. FERTi — E. M. P. Q. F. SAT. — DON. p. v. (Orelli, 4915. Cf. tArchivìo Trtn^ 
tino, fase. I, pag. 138. — Mommsen. Corp. Inscript.) 

» Orelli 481 e Mommsi^^. C. /. V. 5, p. IL 

A tutto ciò potrebbesi aggiungere che a Vervò nella stessa Anaunia insieme cc^li 
altri pianeti, dei quali rimane ancora il piedistallo coiriscrìzione, vcneravasi pure 
Saturno. (Cf Momms. Corp. Ins. Voi. V, 5051-5056) e che iscrizioni sacre a Sa- 
turno furono trovate parecchie nella valle dell'Adige. (Momms. 5023 e 5024*. d. m. 

SATURNO AUGUS. SANCTISSIMO. L. SABINUS V. S. L. L. M.) 

3 T. Mommsen. Tavola Clesiana, 

4 In Romeno fu trovata questa iscrizione: 

D. SATURNO AUG. I. — LUMENNONES. ARVETUS. — MAXIMUS — RUFUS — QUA- 

DRATUS — FiRMiNUs: ccc. seguono gli ahri nomi, fra l'uno e l'altro dei quali è un'E 
capovolta. 

5 Iscrizione di Cles; imp. nerva — Traiano - caesare — aug. germ. — doc. 

P. MV. L. A — PIO MAXIMO I[ COS... P. Q. F. — CURATORES SATURNI — FUERUNT 
INFRASCRIPTI — OSSICINUS. LAE... — OSSiaNO... — V3. RISIME. — EVARISTUS. PANDI 
— S. SACONIANUS... — SALVIUS. C. MARIUS... — MAS PROBVS. CAV. — ALINO. BEDAIUS. 

^ Macrob. Satumalia, passim. 



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201 

Tutto ciò facevasi anche a San Zeno, come ci attestano gli atti del 
martino ' dei tre santi Anauniensi ed il martirologio d'Adone *; che 
anzi per rendere più terribile la cerimonia si fecevano dei canti mi- 
steriosi e delle urla « ululato Carmine diabolico ' » come scriveva 
S. Vigilio a S. Giovanni Crisostomo. 

Anzi furono trovati colà molti antichi oggetti che erano forse do- 
nari presentati a quel dio; fra essi va rammentato il piccolo trofeo 
metallico disegnato al n. 9 della tavola XXV, il quale si appalesa di 
un'epoca molto antica; e dal luogo stesso proviene una grossa lamina 
di rame tagliata in modo che i contomi segnano una figura umana, 
col capo coperto di pileo schiacciato quale è quello degli efebi di 
Matrey e di altre figure virili di quell'epoca. Questa strana figura è 
mancante in parte delle gambe, trovasi nella collezione del signor 
conte Emanuele Thunn. Colà si trovò pure « una lastra o superficie 
esagona con rigagnolo in mezzo e un foro in un de'lati estremi mi- 
nori, per il quale ricongiungonsi ad un anello pur di rame, che in- 
sieme univa scure, secespita e lungo coltello acuminato, il tutto dello 
stesso metallo ed evidentemente riferibile a sacrificj -♦. » Un paalstab, 
qualche fibula ed oggetti di minor importanza ^ vennero colà in luce, 
ma fra tutto si distingue una statuetta di bronzo trovata nel 1846. 

> VoJlandst. XXIX. Mai. Gli atti raccontano che ì contadini, « quodam ritu agro- 
rum spatia circumibapt, lvi(;tuo3Ì$ ornatibus et diversorum pecorum pompis. » 

2 Martir Adon. **- Secundum gentilitiam consuetudinem per quìnquennium cul- 
tura ruris sui diabolica pompa semina sua circumirent, luctuosis ornatibus coronati, 
Saturno vìctimas immoiaturì. 

3 VioiLn. Epistol ad Ioann, Crisost, — Racconta che quei tre giovani furono 
uccisi perchè non volevano prendere parte ai sacrifìci dei pagani, quando essi « lu- 
strale malum circa fines agrorum cuperent educere scena ferali, ac sata nascentia tam 
poterent quam foedarent, Christi quoque gemina calcaturi luctuosis ornatibus coro- 
nati, ululato Carmine ecc. » uccisero i giovani in conspectu Saturni. 

4 CoNESTABiLE. Di aìcutu Scoperte archeologiclie avvenute dal 18 so al 18 SS nelFagro 
Trentino, 

s Provenienti da questa località si trovano nel civico museo di Trento due Celt 
di ferro uno lungo e. 15, largo e. 11, l'altro lungo e 14 e largo e. 10,5, qualche 
stoviglia di tipo etrusco è nella collezione del conte Emanuele Thunn. UOrgler 
(Mittìmìungen der h k. centrai Commiss, ecc, tav. W) descrive parecchi oggetti quivi 
trovati e fra questi una cassa metallica dei primi tempi cristiani. Di epoca relati- 
vamente tarda è pure il sarcofago marmoreo colà scoperto (tav. XXV, n. 4) al 
quale fa riscontro un altro simile che trovasi a Levico, e quello che fu scavato 



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202 

Essa rappresenta un guerriero vestito di elmo, corazza, di cinto e 
di schinieri che difendono la gamba dal ginocchio fino al collo del 
piede, mentre restano inermi, oltre la faccia, le braccia, i piedi e la 
parte superiore della gamba. La mano destra è cadente lungo la coscia 
ed impugna un oggetto di forma indistinta, la sinistra si protende 
leggermente in avanti, e da un toro che ella ha, si deduce che qual- 
che oggetto teneva pure da quella parte. Non v'ha dubbio che questo 
sia lavoro di etrusco artefice, avvegnaché s'intraveda l'influenza greca. 
Di fatti l'elmo con quel grande cimiero ornato di strisele (tav. XXV, 
lì, 9) la corazza e gli schinieri, la forma in genere di tutta l'armatura 
è tale quale frequente si trova nelle statue etrusche. Di più anche 
qui come in tutti i lavori etruschi, si vede che è più pratico che 
artistico il popolo che lo eseguiva, e mentre questa figura nel suo 
complesso ha l'aspetto d'un 'opera perfetta, quando si voglia esaminare 
minutamente nelle sue parti, sì possono fiicilmente appuntare, come già 
fece il Corssen, gli occhi eccessivamente sporgenti, le braccia troppo 
lunghe e la forza de'muscoli non espressa in quelle giuste propor- 
zioni o in que'determinati luoghi, nel che andavano tanto famosi gli 
ellenici artisti. La base che porta la statuetta, che è alta metri 0,105, 
è rotonda ed ha un diametro di metri 0,026: nella parte anteriore 
ha un foro ed intomo al labbro porta la seguente iscrizione: 

inAhAW^AlMW<IVXA>l 

Il Sulzer credeva che questo fosse o un voto presentaro a qual- 
che divinità, oppure un monumento di qualche eroe, e dava due 
spiegazioni, una pelasgica, celtica l'altra. 

Seguendo l'elemento greco italico leggeva: Laxurusi, Dianae, Ada- 
nin(ae) e spiegava : Venatores, Dianae indomitae » (liberae, virgini): 

nella piazza della Mostra in Trento e che tuttora colà esiste (tav. XXV, n. $). In 
onta alle monete imperiali che vi erano dentro ci fu qualcuno che lo credette 
etrusco: infatti io non nego che questa forma di tombe fosse comunissima fra gli 
Etruschi, e non è centro antico di quella popolazione donde non siano uscite in 
grande copia, è però ^^almente certo che anche i Romani s'appropriarono questa 
forma di tombe, delle quali facevano ancora grandissimo uso i cristiani nei primi 
secoli deiréra volgare. 



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203 

scegliendo invece Telemento celtico: L'Axuru. Si. Dianus, Adanin 
cioè: Achurus est Dianus invictus: oppure: Achurus est Dianus avhe- 
runcator (avertens damna). 

Leggendo in tal modo egli prendeva la terza lettera per un ;c e 
soggiungeva che poteva però anche stare per un x oppure per ss 
(Assuru) od anche per st (Asturu). E sebbene già nel secolo passato 
il Buonarotti di Firenze \ il p. Gori % il Boarguet ' e lo Swinton \ 
trovarono che la lettera / si scriveva assai variamente, e dando al- 
l'asta orizzontale più o meno pendenza si arrivava perfino a dare 
a tutte e due le aste la medesima inclinazione, come abbiamo nel 
nostro caso, il Sulzer ed altri, che dei monumenti della Rezia si oc- 
cupavano, non dubitarono nemmeno che quello dovesse essere il 
giusto valore di quel segno. Anche il decimo segno il Sulzer trovava 
assai strano e tale che non si rinveniva nell'ordinario alfabeto etrusco, 
perciò egli lo riteneva per un d, giacché corrisponde ad un simile 
segno dell'alfabeto sannitico. Però senza andar tanto lontano colle 
ricerche, notarono già i sopraccennati etruscologi che anche nell'or- 
dinario alfabeto etrusco si invergeva qualche volta il /> e l'appendice 
superiore si volgeva a destra anzi che a sinistra. Stabilito cosi il va- 
lore delle singole lettere, ne viene che l' iscrizione va letta in tale 
modo : Laturusipianusapanin. Cosi leggeva anche ultimamente, e di^ 
scostandosi molto dal Sulzer, cosi divideva ed interpretava le parole 
il Corssen ^ 

LA. TURU. SIPIANUS. APAN IN 
LARS. TURIUS. SIPIANUS. OPUS. ID (dBDIT). 

Non si può negare però che ancora a questa interpretazione s'op- 
pone qualche difficoltà. E senza fermarci a cavillare su quel Turu, 
che il Corssen riteneva nome di famiglia in relazione col Turai 
(Tfralsnu) della chiave di Dambel, ci basti osservare che in nessun 

« Phil. Buomar. tAd monum, Etrusc, op, 'Dempst addii explicaU et conjecturae. 
Florentiae, 1726. 

2 Gori. V\€us. Etrusc, Fiienze,*i737. 

3 ÉoARGUET. Saggi di disserta:^, accad. di Cortona. Roma, 173$. 

4 I.^SwiNT. De primigen. Etr, alphah. disert. Oxon, 1746. 

5 CoRssuN. Ueher die Spracbe der Etr. Voi. I, pag. 955. 



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204 

altro caso nella lingua etrusca apatty sta per opus ed in per id. Trovasi 
bensì un nome genitivo singolare apas (Appiae) su d'un'uma peru- 
gina (Fab 1915) ed in altre apa, ap, api, apiadove sempre stava per 
Appia o nome proprio o nome di famiglia. Cosi pure Vin trovasi 
una sola volta in Etrusco su d'una lapide di Tarquini col significato 
di m, mentre che in sannitico oltre che avere questo significato è preso 
alcuna volta per enim (inim). Ma anche nella divisione delle parole mi 
sembra che non abbia colpito nel segno l'illustre filologo tedesco, onde 
l'interpretazione non poteva riuscire giusta, né bene fece il Fabretti che 
divideva le parole : Laturusi, pianus, apanin, nel che era però più vicino 
al vero, come che di nessuna di queste parole egli non sapesse dare il 
significato. Il quale si potrà più facilmente rinvenire quando dividasi 
la iscrizione nel modo seguente: 

LATURUS. SIPIANUS. APANIN. 

Nelle quali parole è indicato il prenome, il nome ed il cognome 
dell'oblatore, e la parola tece (posuit) è sottintesa come avviene di 
fi-equente in iscrizioni di simil genere. Sta a vedere però se tutti 
questi nomi per la loro struttura s'accordino colle regole generali 
della Kngua etrusca, e se trovino dei corrispondenti in altre iscrizioni. 

Laturu evidentemente è prenome nominativo singolare in U come 
Velu, Laru, Vetu, Lachu, Thanchvilu ed altri assai, ed ha stretta 
relazione col nome e cognome di famiglie etrusche, Larthur, Lar- 
thru, Larthurus (Fab. 1803 e 1807) e col latino Lartorius. Non farà 
certo meraviglia la mancanza della lettera % ed il cambiamento di 
TH in r, cose che frequentissimamente succedono negli antichi idiomi 
italici cosi die promiscuamente scrìve vasi Larth e Lart, Larthia e 
Lartia Akmemnrun e Akmemnun e cosi via discorrendo. Sipianus è 
nome nominativo in 5, forma non frequente ; ma che pure s'incontra 
specie nelle iscrizioni dell'Italia settentrionale dove trovansi al no- 
minativo Unfrus', Muthicus' ed altri, oltre che in iscrizioni italiche 
antiche appaiono alcuna volta i nomi Seppienus, Seppiesa, Sapina, 
Sapinal, Sapinias, e Sapius che è gentilizio romano. 

Più strana è la parola Apanin non per la sua radice, imperocché 
abbiamo prima già notato che frequentemente ricorre nel significato 
di Appia, Appius; ma bensì per la desinenza IN la quale non é 



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205 

tuttavia Sì strana che alcuna volta non ricorra al nominativo: prova 
ne sia il nome Sapin, il quale è bensì probabilmente un nome fem- 
minile (Sapini), nulla osta però che tale terminazione s'adatti anche 
a sostantivi mascolini, e che si debba ritenere TApanin per un'ab- 
breviazione di Apanine o Apaninu. In&tti non è raro il caso che si 
trovino i nomi Turan, Avun, Laran, Lalan, Mean, Thesan, per Tu- 
ranu, Avunu e cosi via, che anzi Alpan, Alpun ed Alpanu leggesi 
promiscuamente su specchi dell'Etruria; e che da Appius si facesse 
il derivato Appianus è chiaramente confermato da ciò che un paese 
della valle dell'Adige è nominato appunto Appiano (Epan) perchè di li 
passava l'antica via Appia '. 



IV. 



E cosi abbiamo esaminato tutte le principali iscrizioni etnische 
rinvenute nel paese dei Reti. Ma poiché si volle mettere queste in 
relazione con quelle trovate nella parte settentrionale ed orientale 
d'Europa, ci fe d'uopo dare un rapido sguardo ancora a quelle, per 

I Oltre i monumenti scritti da noi fin qui esaminati alcuni altri esistevano, dei 
quali non potei più avere nessuna notizia. Il Constabile p. e. parla di v una fìbula 
assai bella rinvenuta in Galliano sotto Trento, e dal cav. Spilzi d*Altaripa donata 
al museo Ferdinandeo d*Innsbruck ». Di una moneta etrusca trovata presso Pergine 
e donata a Scipione Maffei fanno parola molti archeologi trentini, ed il Weber così 
si esprime in questo proposito: a Nella pianura di Ciré si rinvennero molte mo- 
nete dei primi imperatori di Roma. Sopra un ameno colle che la fiancheggia si 
scoperse una tavoletta di bronzo, la quale rappresenta in basso rilievo un pugilla- 
tore ignudo, che appoggiato ad un*ara, sostiensi sul pie sinistro, e col destro preme 
la terra: ha il palladio in una mano, il pugnale nell'altra. Questo lavoro fu giu^ 
dicato etrusco da Scipione Maffei, il quale seppe carpirlo dalle mani del dotto 
Bartolomei per adomare il museo veronese, con una moneta pure etrusca trovata 
nella campagna di Pergine, che era fra le più rare della sua raccolta ». In tutto ciò 
presta poca fede però il Gozzoletti (Zecca di Trento); perocché fatte delle ricerche 
non riusci a trovare questi oggetti nel museo veronese. Aggiungo ancora, per non 
trascurare nessuna cosa, che sulla parete estema di una coppa del sepolcreto del 
Soldo presso Alzate in Brianza, il Castelfranco ravvisò in caratteri etruschi la parola 
viTiLios che corrisponde forse al nome latino: Vitelius. 



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2o6 

vedere se segnino veramente la via che gli Etruschi tennero per 
venire in Italia, come credettero molti, oppure debbansi ritenere di 
data posteriore a quelle d'Italia. Prima però d'accingerci a questa ras- 
segna esamineremo un importante oggetto, del quale essendo ignoto 
il luogo del suo ritrovamento, non seppimo quale altro posto meglio 
di questo gli convenisse. 

Di alcuni antichi anelli trovati nel paese dei Reti di gran lunga il 
più importante è quello pubblicato dal conte Giancarlo Conestabile ' 
negli Atti della R. Accademia dei Lincei. Benché non sappiasi dove 
esso venisse in luce, si trovò opportuno ascriverlo al paese dei Reti 
per la forma delle lettere che vi sono impresse. Questo anello che 
da un mercante di Venezia, il quale lungamente lo avea tenuto celato, 
passò nelle mani di un signore di Verona e di li nella collezione del 
marchese Carlo Strozzi di Firenze, è di argento e pesa grammi 56, 
ed il suo diametro è di 22 millimetri. Vi è montata una corniola 
dove è rozzamente inciso il sole tirato dalla sua quadriga. Il dio sta 
nel mezzo colle braccia aperte agitando i cavalli, due dei quali sem- 
brano andare a destra, due a sinistra voltando la faccia verso Apollo, 
« ma in fatto* il grossolano incisore intese rappresentare la quadriga 
al galoppo di fronte » Un lavoro non molto diverso da questo, è 
quello che trovasi inciso su d'un anello trovato a Moritzing (tav. XXIV, 
n. 17) e questa è nuova prova che a tale paese deve pure appane- 
nere l'anello di Firenze. Non dico con ciò che in ambedue siano per- 
fettamente eguali le rappresentanze, che mentre nell'uno c'è Apollo 
in quadriga, come dicemmo, (tav. XXIV n. 19), nel secondo è in- 
ciso un genio alato colla corona in testa. Ma in questo combinano, 
oltre alla maniera del lavoro^ che l'una o l'altra rappresentanza sta 
per indicare l'autorità regale ó sacerdotale di chi portava l'anello; 
autorità indicata nel primo dal sole, dallo splendore di Apollo, dalla 
corona nel secondo. Non è raro il caso di trovare fra i Reti degli 
anelli colla oietra liscia, e nelle urne di Vadena ce n'erano di quelli, 
nei quali, nel posto ove dovrebbe essere la pietra si innalza una croce, 
ogni estremità della quale termina in una piccola palla (tav. XXI, n. 6): 
ciò indica forse che non era tanto elevata l'autorità di chi li posse- 

» V/4//I della R, accademia dei Lincei, Anno CCLXXIV, (1876-77), Voi V. 



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J 



207 

deva, o che servivano di semplice ornamento muliebre: quest'argo-, 
mcntazione non sarebbe però valida per gli Etruschi, giacché la croce 
era segno santissimo per essi, tanto che per mezzo di quello segna- 
vano sul suolo i quattro punti cardinali, dietro i quali osservavano 
il volo degli uccelli nei primi tempi, e più tardi innalzavano il tempio, 
sul limitare del quale era pure incisa una croce. Del resto l'impor- 
tanza dell'anello di Firenze, non sta tanto nella immagine incisavi, 
quanto nelle parole che vi sono impresse. Le quali sono due; una 
di sei lettere a destra della corniola, scritta da destra a sinistra, l'altra 
di sette ed è anche scritta da destra a sinistra ; bisogna osservare però 
che per leggerla direttamente conviene capovolgere Panello in modo 
che in una parola l'estremità inferiore delle lettere riesce da quella 
parte dove è l'estremità superiore dell'altra, cosi che conviene leg- 
gere: LUKMEU VaLISIK. 

Poche cose abbiamo a dire intorno alla prima parola, che al pari 
di Lukumu, Lucumni e Laùchme, oltre che avere in sé il concetto 
di splendore, sta a significare la regia autorità \ e quando le Lucu- 
monie non esistevano più, rimase pure sempre questa parola quale 
nome o prenóme di individui appartenenti a quelle famiglie, che 
una volta avevano dominato. Più difficile riescirà l'interpretazione 
della parola Valisik, la quale non trova nella lingua etrusca una cor- 
rispondente come avea la prima. Che se si volesse supporre, che 
essa indichi un nome di famiglia, non si avrebbe alcun altro nome 
di Éa^miglia etrusca, che più s'avvicini a questo, fuori di Vaia, che 
si trova in due iscrizioni sepolcrali d'Etruria (Fabr. 2102, 2099). 
Ma più probabilmente questo è nome topico, il che ci fa sospettare 
la desinenza te (icus), che per influenza celtica sarà entrata nella lingua 
etrusca del settentrione d'Italia. La desinenza dico, e la radice stessa 
della parola. Difatti, « falae » dice Pesto ^, « dictae a falando quod apud 
Etruscos significat caelum » e di li fale furono dette le alte torri di 
guerra « falarica genus teli missile, quo utuntur ex falis, id est ex locis 
extructis, dimicantes » e dalla stessa radice vennero i nomi Falerii, 
Faliscus e Falasial ^ Nomi di luogo con questa radice si danno pa- 

» CoRssEN. Op. dt. Voi. I, pag. 250, $ 67. 

a Festus, pag. 88. 

3 G>RSSEN. Op. cit. pag. 501. 



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2o8. 

•recchi nel paese ov*erano i Reti », e Ira questi mi basti nominare Vales, 
monte di Flemme, e più a settentrione Vcls (Velisa) VeDis, Vellcs, 
Velse, Velsbergy Velzo presso il lago di Como e Valle presso Pieve di 
Gidore. 

La grafia presenta alcune singolarità, delle quali la principale è Tuso 
del digamma, che di solito è sostituito dall' F nelF iscrizioni dei Reti, 
né devesi lasciar passare inosservato, benché cosa di poca importanza, 
che é rovesciata Tultima lettera della prima parola. Il Fabretti oppo- 
neva al Conestabile, che nelle iscrizioni retiche non c'è un esempio 
d'un K di forma semicircolare e che perciò dovrebbesi unire quel 
segno coll'asta precedente, però oltre che aver luogo quel segno in 
iscrizioni euganee, trovasi anche nelle iscrizioni sepolcrali di Livinal- 
longo come abbiamo veduto, il che ci mostra che anche gli Etruschi 
retici usavano promiscuamente ambedue questi segni. 

Ma la lettera che più di tutte distingue questa iscrizione da quelle 
che fino qui abbiamo esaminato è TA colla sua fortna rotondeg* 
giante e più simile all'alfabeto proprio dell'Etruria, che non a quelK) 
dell'Italia settentrionale. Con tutto ciò e per il luogo dove fu lun- 
gamente nascosto questo prezioso oggetto, per la qualità del lavoro 
e per la strana forma della seconda parola, credo che non sia er- 
rato il giudizio del conte Conestabile, (ed a ciò non s'opposero né 
il Fabretti, né il Gamurrini), che questo anello provenga dal paese 
dei Reti. 

Ed ora si terrà parola di quegli oggetti con iscrizioni che furono 
trovati al di là delle Alpi fra i quali si distinguono per la loro im- 
portanza gli antichi oggetti di bronzo trovati nella Stiria *, dove pro- 
babilmente furono importati per ragioni commerciali. - 

« L. Steub. Zur RàtisJyen Ethnologie, p. 215. Stuttgart, 1854. 

» Cf. HoRBUYR. Wim^sdne Gesch, i>M^, I, 2, 143. — SteinbÙcheL. SUUrmàrkischtn 
ZdtscrifL Gratz, 1826, Heft 7. — Muchar. GescìnchU der Steiermark, Gratz, 1844, 
p. 331. — GiovAKELLi. Ant. re^io-etrtische, p. 47, tav. IL — Mommsek. Die nor. 
dftr. Alph, — Fabretti. Gì lu — Gonze. Òp. cit. — Sacken u. Kenner. CataU — 
MiCALi. MoMitm ined. — Pichlcr. DKitiheiì (Etrusk. V^U in Steitrmarck und KàrnUn) 
della quale relazione ci siamo in ispecial modo valuti nel trattare le antichità della 
Stiria e della Carinzia. — Non mi occupo di quei pochi oggetti con iscrizioni 
etnische trovati nella Transilvania, e nelle parti più settentrionali d'Europa, perocché 
è da tutti ammesso che vi furono importati dall' Italia per ragioni commerciali. 



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209 

Dipartendosi dalla croce di Oberrathen e cammiaando 500 passi 
circa per la strada che mena a Radkersburg, si arriva al podere di' 
Negau nel comune di SchSniagg. Colà nel 181 2 il contadino Giorgio 
Statscheg, arando il suo campo, alla profondità di un solco trovò al- 
cuni frammenti metallici. Sbavando un pò* più profondo trovò ven- 
ticinque elmi l'uno dentro l'altro, dei quali però solo diciassette 
furono conservati, ed ora dodici si trovano nell'I. R. Gabinetto di 
monete ed antichità di Vienna ' e cinque nel lohanneum di Gratz. 
Per la forma s'assomigliano quasi tutti: dodici sono tutti d'un pezzo, 
e nella parte anteriore, in senso verticale, sono un po' acuminati, 
alcuni hanno intorno all'orlo degli ornamenti impressi, consistenti in 
fogliette od in linee a zig-zag. 

Sebbene lo Steinhùchel tenga questi elmi di origine romana, pure 
il Giovanelli, il Mommsen, il Sacken, il Kenner, Alessandro Gonze e 
molti altri archeologi li giudicarono etruschi non solo per la forma, 
ma più di tutto per le iscrizioni, che sono impresse in alcuni di essi. 
Quella segnata sull'elmo 1089 della descrizione di Sacken e Kenner, 
è divisa in due parti. La prima va da destra a sinistra e le lettere 
sono leggermente graffite, in alcuni punti furono tirate delle linee 
inutili che furono poi corrette cancellandole: 

A questa ne segue un'altra, nella quale però le lettere sono pun- 
teggiate nel modo seguente: 






» UEvANs (VfAge du Bron\e) parlando di questi elmi cosi si esprìme : « On volt 
au musée de Salzbourg un beau casque sans rebord, mais avec une créte ornée et 
des jngulaires. Il a été trouvé, avec douze autres, à Matrey, entre Innsbruck et Bri- 
xen : tous sont maintenant à Vienne. Uun d'eux porte une inscription étrusque : 
selon Pline, « les andens habitants de Brixen venaient de rÉtruric ». È inutile no- 
tare tutte le inesattezze nelle quali egli cadde poiché sono tanto gravi che a tutta 
prima ognuno le può scorgere da sé. 



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210 

Nella parte interna deirelmo è punteggiato il numero V, se pure 
è un numero questo segno, il quale sta forse ad indicare la legione 
alla quale apparteneva il proprietario dell'elmo (tav. XXVI, n. i, n* 2). 
In un altro elmo (1090 di Sacken e Kenner) era incisa questa iscri- 
zione : 

Dalla parte opposta stanno incisi questi due numeri: XUXII XIIXII 
e neirinterno : XIIX e di fronte è ripetuto lo stesso numero XIIX, 
all'esterno presso il rialzo acuminato è scritto il segno y. 

Che i caratteri usati in queste iscrizioni siano etruschi, e precisa- 
mente simili ai retici, nessuno mise mai in dubbio. Sull'interpreta- 
zione però furono emesse varie idee, tanto che dallo Steinhuchel, 
che mette in relazione queste iscrizioni colla lingua latina si arriva 
fino a Kucharski, già professore dell'università di Varsavia, il quale 
tenta di spiegarle mediante la lingua slovena. 

Né io voglio entrare in minute disquisizioni, mi accontento di dire 
col Micali e col Giovanelli che forse quelle parole non indicano altro 
che il nome del possessore dell'elmo. Più brevi sono le iscrizioni 
incise sugli altri elmi di Stiria. Le quali a vero dire sono di poca im- 
portanza, giacché constano di poche lettere ed insignificanti; che 
sull'orlo dell'elmo 1094 di Vienna di circa ventinove o trenta lettere 
che v'erano impresse si arriva a distinguere solo quattro: e dei cinque 
elmi di Gratz la iscrizione più lunga é di cinque lettere, mentre le 
altre consistono in due o in una lettera al più. 

Altre particolarità non offrono questi elmi, se non che alcuni hanno 
nell'interno a destra ed a sinistra degli anellini per fermarvi proba- 
bilmente i guanciali, e nella parte esterna lungo il rialzo verticale 
hanno pure dei forellini, ai quali si legava una nappa oppure la 
criniera: 

Non è ancora ben stabilito se questi elmi siano stati fabbricati sul 
luogo dove vennero trovati oppure se siano arrivati nella Stiria in 
seguito ad una guerra o per via di traffico. 



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211 

Alcune circostanze però farebbero propendere per questa ultima 
ipotesi. In primo luogo Tessere stati trovati gli elmi l'uno dentro 
l'altro fa supporre che non trattisi degli avanzi di una guerra, né di 
un ripostiglio funebre, e siccome Negau è presso la strada romana 
che da Poetovio conduceva per Arrabona al fiume Raab, non è im- 
probabile che per quella via anche nella Stiria come in altre parti 
d'Europa siano stati trasportati i prodotti dell'industria italiana. Di 
qualche aiuto in questa ricerca ci può essere il confronto dell'analisi 
del metallo degli elmi con quella di altri oggetti rinvenuti in Italia. 

H prof. Reibenschn di Gratz analizzò chimicamente due elmi del 
lohanueum, ed ebbe il risultato seguente: 



87 47 rame 
12 25 stagno 



99 72 



86 69 rame 
13 18 stagno 

99 87 



n quale rapporto non si discosta molto da quello del bronzo di 
Villanova, di Marzabotto e della Certosa '. 



Villanova 

Rame 91 11 
Stagno 08 77 
Traccie di ferro 



^rofij^o fuso, 

Marzabotto 

9S 95 
04 07 
Traccie di ferro 
Piccole traccie di zinco 



Certosa 

8645 

6 70 

Piombo 6 85 



9988 


ICQ 00 
Bron:(p battuto. 


ICQ 00 


Rame 94 4 


91 32 


B3 754 


Stagno 0$ 


08 68 


16 246 


Traccie di ferro 


Piccole traccie di zinco 


Nessuna traccia di piombo 
di zinco. 



99 4 
Prof. PUCCWOTTI. 



100 00 



100 00 

Prof. Casali. 



< A. Zannoni. Sugli scavi della Certosa. Bologna, 1871, pag. 42. 



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212 

Fu fatta anche l'analisi di parecchie fibule e dell'aes rude trovato 
presso Bologna *, e le proporzioni della lega metallica non differi- 
scono di molto da quelle sopra esposte, cosi che converrebbe con- 
cludere che non nella Stiria, ma dagli Etruschi d'Italia furono fatti 
gli elmi di Negau. Giacché altri oggetti di bronzo parimente antichi 
furono trovati a Stretweg ed a Klein-Glein nella Stiria *, dei quali 
la lega metallica è rappresentata dalle seguenti cifre: 



Rame 


84 22 


92 SI 


Stagno 


6 08 


13 38 


Piombo 


01 


4 47 


Ferro 


S7 


— 


Nikel 


90 


— 


Arsenico 


41 


— 


Solfo 


II 


41 



Qualche traccia di cobalto ed antimonio. 

Egli è ben vero che non si sa bene se questi oggetti siano stati 
fabbricati veramente nella Stiria, però è tanto eguale la lega metallica 
degli elmi, cogli oggetti di bronzo di Bologna, che è ben giustificato 
il sospetto che quegli elmi non siano prodotto della industria sti- 
riana. E del resto monumenti che ci attestino con sicurezza che gli 
Etruschi furono quivi stabiliti non ne abbiamo, che sono troppo poca 
cosa le quattro lettere ricavate da una lunga e indecifrabile iscrizione 
probabilmente latina incisa su d*un macigno dello Stemberg nella 
parte occidentale della Koralpe, accanto ad un'iscrizione pure romana 
dedicata ad Ercole saxano od a Silvano. Né più chiare sono le lettere 
incise su di una delle rupi che menano allo Spitzelofen, che anzi 
quelle che più predominano sono ben lungi dall'essere etnische. 

Oggetti con iscrizioni etnische furono trovati anche nella Carinzia. 
In modo speciale feconda di antichità è la vallata superiore del fiume 
Gail; sul monte Gurina non lontano da Dellach si trovarono gli 
avanzi di un intiero villaggio e di molti preziosi oggetti, come sta- 



» G. GozzADiNi. Di un* antica necropoli a MarxàboHo, Bologna, 1875. — Di un 
sepolcreto etrusco scoperto presso Bologna^ 1855. 

» F. PiCHLER. Etrushsche Reste in Stdermark. Mittheil, 1880. 



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213 

tuette e lamine di bronzo con delle rappresentanze eseguite al modo 
stesso di quello di Matray, fra le quali si distinguono quelle im- 
presse sulla situla di bronzo, che fu già da noi descritta, o minuta- 
mente confrontata con altre dello stesso tempo in altro luogo di 
questo lavoro. Ora però ci limiteremo a fare menzione di due 
tavolette con iscrizioni etrusche, che ora si trovano nel Museo Ca- 
rinziano. La prima è una laminetta di bronzo alta 70 millimetri, 
larga 76 e pesante 15,405 grammi. Nel mezzo ha un buco rotondo in- 
tomo al quale c'è un giro di globuli rilevati, Itutta la lamina è cir- 
condata da un giro di questi globuli, accanto ai quali neirintemo sta 
l'iscrizione seguente: 



'MA^IMXI 



|v-x«X0<l>O 





X 
V 



L'altra lamina è un frammento alto 108 millimetri e largo 100: 
nella parte mtema ci sono incisi degli ornamenti, e lungo il lato 
superiore fra due piccole fascie c*è l'iscrizione: 



•)."10<1A^A>I- 



Anche presso Wurmlach sulla destra sponda del Gail si scoprì un 
masso calcareo schistoso formante una specie? di panchina alta circa 
mezzo metro, larga 2,50 m. e della massima lunghezza di 5,5 m. 
Sulla sua faccia orizzontale il Mommsen scopri, dietro indizio dei 
terrazzani, già nell'anno 1S57 ^^^ iscrizione etnisca di una linea di 
26 lettere circa. Nell'anno 1878 si osservarono altre due linee sopra 
a quella e ne fu preso il calco per il museo di Graf, il quale però 



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214 

non è esattamente riuscito. Ecco come il D/ Pichler recentemente 
esibisce questa iscrizione: 

"nn(5^ fi nA/9v 

Sulle altre faccie dello stesso masso altre sette iscrizioni erano im- 
presse, che qui esporremo in ordine senza diflFonderci nei particolari 
di ciascuna: 

<^>\ C>©'\ ^AX <?01l..v1<l<l'JI<IY1 



|fr\viy>i"?X\ 



x-^xlii| 



Quale significato abbiano tutte queste parole, e se tutte le lettere 
siano prettamente etrusche non fa d'uopo ch'io il ricerchi, questo 
solo mi basta osservare, che se qualche traccia della cultura italica 
rinviensi nella Carinzia, questo accade solo per quel tratto di paese 
che sta a mezzodì della Drava, e fino li possono veramente essersi 
estesi gli Euganei, che abitarono anticamente Tangolo dei Veneti. E 
dico che tutti i monumenti che accennine^ alla dimora degli Etruschi 
in questo paese furono trovati intorno al fiume Gail, imperciocché 
quelle poche iscrizioni trovate nella Carinzia settentrionale le quali 
si volevano dare per etrusche sono d'un carattere tanto dubbio, da 



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non poter condurre assolutamente a nessuna conclusione. E di fatti 
come si può dichiarare etnisca Tiscrizione, se pure si può chiamare 
cosi, riscrizione, dico, seguente? 







Essa era incisa su d'una delle impraticabili rupi del Frauenwandl 
e fu da prima scoperta da un vecchio contadino il 24 agosto 1879. 
Non lungi di li c'erano iscrizioni simili alla precedente e che etnische 
non sono in alcun modo, come si può vedere da quella qui esposta: 

Ed io non avrei certo prodotti questi graffiti fra le cose etrusche, 
se basato su queste, non sospettasse il Pichler, che sulle antichità 
della Carinzia scrisse un lungo ragionamento, che ivi avessero avuto 
gli Etruschi stabile dimora, perchè « qual cosa avrebbe avuto a fare 
il mercante etrusco ad una simile altezza ?» Ma non servono certo 
delle astruse speculazioni per convincersi che poco o nulla di etrusco 
comprendono quei segni, come prima abbiamo osservato. 



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CAPITOLO OTTAVO. 



Sommario. — i. L'alfabeto retico in confronto coli* etrusco, coll'euganeo, col sa- 
bellìco e col dorico; i segni runici non hanno relazione col nostro alfabeto. — 
2. 1 monumenti architettonici della regione alpina attribuiti agli Etruschi. Le mo- 
nete preromane che aveano corso fra ì Reti. — 3. Vari argomenti che confer- 
mano il dominio degli Etruschi sull'estremo lembo settentrionale d'Italia. 



Tutte le iscrizioni che fino qui abbiamo esaminate, per ciò che 
riguarda l'alfabeto si possono dividere in tre gruppi, il primo de'quali 
comprenderebbe le iscrizioni trovate nella parte centrale dei Reti, il 
secondo quelle della parte occidentale e 1' ultimo quelle della parte 
orientale. E sebbene tutte quante abbiano un carattere comune, pure 
si scorgono in alcune tali particolarità, che giustificano pienamente 
•questa divisione. Mentre infatti nelle iscrizioni del Trentino non si 
incontra mai la vocale O, questa invece è assai frequentemente usata 
in quelle della provincia di Como e del canton Ticino. Nelle quali 
VA costantemente ha raddoppiata Tasta sinistra a differenza delle prime 
dove è raddoppiata Tasta destra della stessa vocale. Le altre vocali 
sono regolarmente scritte tanto nella regione centrale, come nell'oc- 
cidentale, se però non vogliami considerare come irregolari la forma 
bistorta delT£ di Rondineto, la forma rotondeggiante dell'I/ di Stabbio, 
Arano e Ligometto, e quella singolare delTI/ di Viganello. Maggiore 
varietà c'è nella forma delle consonanti. 

La L ha quasi sempre la forma solita dell'alfabeto etrusco, . solo 
nelle iscrizioni di Tresivio e di Rondineto prende la forma di angolo 
a lati eguali simile ad un F rovesciato o piuttosto ad un lambda greco. 
La Af presenta grandi varietà: nelle iscrizioni deUa valle dell'Adige 
la troviamo di rado e nella forma comune dell'alfabeto etrusco, nelle 
iscrizioni occidentali invece è scritta in diverse maniere e tutte sin- 



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2l8 

goiari; lo stesso dicasi dellW come si può vedere dalla qui annessa 
tavola alfabetica. La R mantiene sempre la sua forma triangolare, tranne 
nelle iscrizioni di Davesco dove appare sotto la forma di un nostro 
P maiuscolo. Questo riguardo alle liquide. 

Le sibillanti ofirono le stesse varietà, imperciocché mentre nel Tren- 
tino non escono mai dalla forma puramente etnisca, nella provincia 
di Como invece la S prende figure svariatissime. La Z in tutto il 
dominio retico compare una sola volta nella iscrizione di Tresivio 
nella Valtellina. Le gutturali sono completamente eguali da una parte 
e dairaltra, si distingue solo la K di Rondineto per la sua forma con- 
torta a guisa dellT, ma è chiaro che essendo quelle lettere scritte su 
vasi adomi di disegni, il figulo s'ingegnava di uscire dalla forma co- 
mune e sbizzarriva il suo estro artistico anche nel modo di scrivere 
le lettere. 

Le altre consonanti non presentano delle grandi differenze, è solo 
a notare, che mentre nelle iscrizioni centrali ricorrono frequenti il x 
ed il e, la prima di queste non appare mai nelle iscrizioni occidentali 
ed il e lo troviamo una sola volta sui cocci di Rondineto. 

L'alfabeto retico orientale s'avvicina a quello occidentale, di fatti 
eguale è la forma delle lettere A^ 17, L, N. Non è con ciò che delle 
grandi diversità non ci siano fra questi due alfabeti, che nell'orientale 
manca completamente la vocale 0, come nell' alfabeto centrale, col 
quale altre lettere ha anche comuni come la Af e la N: mentre si 
discosta affatto nella forma della K e deir5. 

Sarebbe da dire qualche cosa anche dell'alfabeto etrusco dei monu- 
menti di Stiria e Carinzia, il quale benché s'avvicini al retico orien- 
tale ed occidentale, pure si discosta da questi due per la forma dell'^, 
della e, deirO, della P, della J?, della 5, della Te del x, avvicinan- 
dosi piuttosto all'alfabeto euganeo, ma per rendere maggiormente evi- 
denti le differenze che intercedono fra questi quattro alfabeti, gli 
esporremo tutti nel qui annesso prospetto (tav. XXX). 

La ragione per la quale nell'alfabeto degli Etruschi alpini si in-' 
contrano queste varietà si può facilmente indovinare. Imperciocché ab- 
biamo già prima osservato che gli Euganei cacciati dai Veneti si ri- 
fuggirono in quel territorio che sta fra il Lario ed il Benaco, ed 
essi appunto devono avere ivi introdotto l'uso della vocale O e di 



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ii9 
altre lettere di forma tutta euganea. La stessa influenza devono aver 
subito i Reti orientali, come coloro che confinavano col paese origi- 
nario degli Euganei, dove durò poi sempre anche dopo la venuta 
dei Veneti l'alfabeto di quelli antichi abitatori. Potrebbe altri sup- 
porre che da' Galli piuttosto che dagli Euganei siasi portato l'uso 
deirO nel territorio di Como, e per vero anche di quelli era propria 
questa vocale: credo non ostante preferibile la prima di queste due 
opinioni con ciò sia che i Galli furono pure nel Trentino, dove quella 
lettera non è menomamente adoperata nelle antiche iscrizioni. 

Si negò da taluni che l'alfabeto retico abbia alcuna relazione coll*alfa- 
beto etrusco. Non ostante crederei di perdere inutilmente il tempo se mi 
accingessi a confutare questa erronea opinione dopo che il Mommsen ' 
ed ultimamente anche il Corssen * e molti altri hanno luminosamente 
dimostrata la stretta relazione fra questi due alfabeti. Ma basta con- 
frontare il prospetto degli alfabeti retici, da noi prima esposti, coll'al- 
fabeto etrusco, per convincersi pienamente di quanto asseriamo. In- 
tatti il più gran numero di lettere si corrispondono perfettamente in 
tutti e due questi alfabeti. Che anzi anche le lettere d'una forma sin- 
golare trovano qualche corrispondenza nell'etrusco, di modo che anche 
per quel lato c'è piena analogia fra i due alfabeti. 

Credettero altri che ' l'alfabeto retico avesse assai più rassomiglianza 
colle lettere runiche anziché colle etrusche: ma per quanto fra quelle 
ci sia qualche segno che potrebbe confondersi con alcuna lettera del 
retico alfabeto, è da osservare che il più delle volte lo stesso segno 
è preso dagli antichi Germani con significato diverso di quello che 
valga per i Reti. Del resto non è punto maggiore la rassomiglianza 
delle lettere runiche coll'alfabeto retico di quello |che Io siano coU'e- 
trusco ed anche col romano. Infatti fra le varie opinioni che furono 
emesse intorno all'origine delle lettere runiche prevale ora quella del 
Bugge 4 e di altri illustri moderni 5 che ai Germani siano pervenute 
dai Romani al tempo degli imperatori per mezzo dei Celti. 

« Mommsen. Die nordetruskischm ^Alphab, ecc, 

* Corssen. W, Ueber die Sprache der Etrusker. Leipzig, 1874, I Band. 

3 Zacker. 'Das Runische xAlphàbeU 

4 S. Bugge. AhhandL d. Gesellsch der Wissenschaft in ChrisHania, 1875. 

s D. F. Dahn. Urgeschichte der germanischen und romanischen Kò/it«', Berlin, i88t. 



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220 

Ma affinchè più chiara risulti la diflPerenza che corre fra le lettere 
retiche e le runiche, ho dato il prospetto anche di queste ultime nella 
tavola alfabetica sopracitata. 

Donde appare che nemmeno quelle alcune lettere che non trovano 
nell'Etruria alcuna corrispondente, le quali si riducono all'^ di Cembra, 
al 0, al X ed allW di Dambel, alla N di Vigarello, Stabbio e Davesco, e. 
alla Af di queste due ultime località, dove la terza e la quarta delle 
lettere qui nominate non è ben certo se siano autentiche, non hanno 
alcuna corrispondenza colle lettere runiche di modo che possiamo senza 
alcun dubbio a3serire che l'alfabeto retico è in istretta parentela con 
quello dell'Etruria centrale e meridionale. E dissi in parentela e non 
eguale, con ciò sia che il retico abbia dei caratteri speciali, che per 
una parte l'avvicinano al dorico donde l'etrusco ebbe origine, per l'altra 
al sabellico, senza però confondersi con alcuno di questi. Per lo che 
possiamo venire a questa importantissima conseguenza, che gli oggetti 
di bronzo con iscrizioni etnische trovate nel paese dei Reti, oggetti 
che per la loro piccolezza si potrebbero credere trasportati colà dalla 
Etruria centrale o circumpadana, sono veramente fatti nel paese dove 
furono trovati e quindi anche questi si devono prendere in conside- 
razione quando si voglia provare che nel paese dei Reti abitarono 
degli Etruschi. 

La direzione della scrittura in generale è da destra a sinistra, nella 
parte orientale però della regione alpina quasi tutte le iscrizioni sono 
in forma di bustrofedon, il che accade senza dubbio per influenza 
euganea. Ed anche per questo riguardo s'allontana il retico dal vero 
etrusco e s'avvicina piuttosto al sabellico, col quale c'è analogia anche 
per le interpunzioni. 

Nelle iscrizioni della valle dell'Adige le parole non sono divise 
mediante alcun segno, se si eccettui l'iscrizione funebre di Vadena 
dove fra la prima e la seconda parola c'è una lineetta inclinata (/). 
Nella parte occidentale invece quasi tutte le iscrizioni sono divise 
da alcuni puntini, che nelle iscrizioni di Sorengo, Davesco, Arano e 
Viganello sono tre disposti in linea verticale (!) in quella di Stab- 
bio sono due ( : ), quattro disposti a quadrato in quella di Tresivio (: : ) 
e nel bilingue di Limone presso il lago di Garda le parole sono se- 
parate da cinque circoletti disposti in questa maniera ^0° 



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221 

Anche nella punteggiatura le iscrizioni orientali si distinguono dalle 
centrali e dalle occidentali, imperciocché in quelle le parole sono di- 
vise per mezzo di una lettera dell'alfabeto cioè di un' / o di un* S 
o di un'F, a destra ed a sinistra delle quali c'è un punto od una 
piccola linea verticale. Sul macigno di Livinallongo il termine della 
iscrizione sembra che sia indicato da un punto posto nel mezzo della 
penultima lettera. 

Nelle iscrizioni dell'Etruria centrale e della Campania la punteg- 
giatura più frequente consiste in due o tre punti disposti in linea 
orizzontale, mentre quattro punti o cinque disposti in quadrato, oppure 
una linea a zig zag ed una linea diritta sono interpunzioni latine. 
Non voglio con ciò dire che qualche rara volta non si trovino anche 
nellTEtruria, anzi in qualche iscrizione di quella regione le parole sono 
separate "da una lettera dell'alfabeto chiusa fra due punti (Fabr, Gloss. 
ItaL 1040 e I Suppkm.\ avvegnaché questo sia piuttosto una panico- 
larità degli Euganei. 

Si dubitò anche, pure ammettendo che l'alfabeto delle iscrizioni re- 
tiche sia etrusco, che tale sia la lingua in tsst usata. Di ciò però 
credo di aver parlato abbastanza chiaramente ed estesamente nell'esame 
dì ciascun monumento, dove vedemmo che tutti i nomi, tutte le 
forme di quelle iscrizioni si spiegano benissimo seguendo le norme 
generali che regolano la lingua degli Etruschi. Cosi che anche per 
questo riguardo possiamo ancora una volta e senza tema di venire 
smentiti, asserire che degli Etruschi furono già in quel paese che 
era abitato dai Reti di qua dalle Alpi, nel che si accordano piena- 
mente i monumenti colle testimonianze degli antichi scrittori. 



n. 



La fantasia degli storiografi non fu mai si poco fervida che non 
vedesse sempre qualche cosa di misterioso, un certo che di sovru- 
mano nelle prime vicende delle città, delle quali essi imprendevano 
a narrare le glorie. E come innumerevoli città dell'Italia nostra ri- 
petevano la loro origine dagli eroi fuggiaschi da Troia, o dai Greci 



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222 

vincitori, cosi non era sas30 per cosi dire, o monumento antico che 
non facessero ascendere a quella remota antichità. Cosi avvenne anche 
per le città del paese retico; e siccome gli storici antichi asserivano 
che i Reti erano progenie dei Raseni, i cronisti nostri non si peri- 
tavano d'ascrivere a quelli dei monumenti che in realtà erano di 
un' epoca assai più recente. 

Che Trento abbia posseduto delle fortificazioni fabbricate dagli Etru- 
schi, che quivi presero stanza, si credette dedurre dalle parole di 
Plinio ', il quale dicendo come ella hi fondata da'Reti, le dà la de- 
nominazione di oppidum cioè di luogo fonificato. Questa cosa fu più 
volte ripetuta dai cronisti trentini, ed il Mariani * nel secolo decimoset- 
timo scriveva che alcune delle torri, che a'suoi tempi esistevano e 
molte altre che già furono demolite, erano state fabbricate « da Reto 
capitan de' Toscani, che conquistando la Retia, si muni in questo 
passo per via di torri, quali hanno poi servito contro l'antiche fa- 
zioni, scorrerie de'barbari ed altri insulti, prima fossero fatte le mura 
della città ». Di fatti di antichissima architettura anteriore alla ro- 
mana, si crede essere la torre Verde al fiume Adige, cosi chiamata 
pel suo tetto ricoperto di tegole verdi. Nella sua sezione orizzontale 
presenta la figura di una semi ellisse, ed è assai forte la sua costru- 
zione, giacché le pietre sono ben compatte e tagliate a forma di pa- 
rallelepipedi, che vengono a comporre un regolare e solido bugnato, 
alla stessa guisa di alcuni monumenti che vengono attribuiti agli 
Etruschi 3. 

n tetto dev'essere fattura posteriore come tale è il pogginolo che 
prospetta il fiume, ed opera de'giorni nostri è la porta gotica, che 
deturpa quel monumento, mentre ne'passati tempi si entrava nella 
torre per mezzo di una porticina, che metteva sulle mura fabbricate 
al tempo di Teodorico re de' Goti. Né questo é argomento baste- 
vole per credere che la torre non sia anteriore alla fabbrica di quelle 
mura, giacché è assai probabile che già prima di que'tempi un muro 
abbia messo in congiunzione la torre col castello ora detto del Buon 

« Plin. Op. cit., Lib. HI, 20. 
a Mariani. Op. cit., pag. 179. 

3 Gius. Micali. Stor. degli Ant, Popoli Ital Volume III e Voi. IV., tav. LXII 
e LXXl. 



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223 

Consiglio, che forse faceva parte di quel castellum editum ad flutnen 
Aihesim di Livio \ presso il quale Q. Catulo proconsole si era posto 
per aspettare i Cimbri che giù dalle Alpi irrompevano in Italia, se 
pure è qui il posto dove quei barbari misero in rotta i Romani. So 
bene che tale mia opinione farà aggrottare le ciglia a coloro, i quali, 
poiché per tanto tempo e da solenni ingegni fii sostenuto, che il ca^ 
stellum editum consisteva nella sola Verruca, non vorranno lasciarsi 
persuadere di questa mia asserzione. Se però si consideri che la 
via che più probabilmente i Cimbri dovevano tenere per arrivare a 
Trento era sulla sinistra sponda del fiume, come più comoda di quella 
sulla destra, che per la troppa vicinanza del fiume alla roccia in 
certi punti dovea essere quasi impraticabile, e che Q. Catulo non 
voleva già trincerarsi in un luogo chiuso, quale sarebbe stata la sola 
parte destra del fiume, quasi per difendersi, ma si bene opporsi al- 
l'onda impetuosa de' barbari, e quindi li dovesse aspettare sulla via, 
che quasi di necessità dovevano tenere, svaniranno facihnente tutte 
le loro dubbiezze e scrupolosità. Che vie meglio vengono abbattute 
dalle parole di Plutarco \ il quale chiaramente dice che Catulo munì 
il fiume Adige « dall'una e dall'altra banda con forti trincee per im- 
pedire i passaggi, e vi fece un ponte per pot^r soccorrere quelli di 
là ». Ed in vero nello scavo del nuovo alveo dell'Adige furono tro- 
vati degli avanzi di un antichissimo muro, che il fiume probabilmente 
congiungeva colla Verruca. La quale era certo la parte più forte e 
principale di quel complesso di fortificazioni, e pare che 11 abbiano 
resistito i Romani contro i Cimbri anche dopo che Catulo col suo 
esercito avea abbandonata la posizione, tanto che meravigliati i bar- 
bari di tanto loro valore giurarono di non recare a que' difensori il 
ben che minimo oltraggio '. Pare però che col tempo siano andate 

> Liv. Epit. LXVIII. Cimbri repulso ab alpibus fugatoque Q. Catulo proconsule, 
qui fauces alpium obsederat et ad flumen Athesim castellum editum insederat re- 
liqueratque cum virtute sua explicita fugientem proconsulem exercitumque perse- 
cuti, in Italiam traiecissent, iunctis eiusdem Catuli et C. Marii exercitibus, proelio 
vieti sunt ab eis. 

» Plutarc. in Mario, 318 d. 

3 Plutarc. in Mario, 418 d. xaxafJx? (ó KàxXo?) $'«0;j6; si? Ttjv 'IxaXiav xal 
TÒv 'Axtfft&va icoTajiLÒv Xa^v Ttpò aOxou xxì cppa^xjxsvo; icpò? xà S a^^e < ixxrepo)- 
^ev id/upoT; ^apQcxo>{Aa(r(v I^Jsu^e tòv iropov, ok iTcìpori^tìV iIt] toT; Trtpav. 



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224 

in deperimento le costruzioni che lassù si trovavano, perchè Augusto 
ordinò a Sesto Appuleio » di prendersene cura e di restaurarle. Giac- 
ché non gli poteva sfuggire la grande importanza di quella rupe me- 
ravigliosa per la sua forma rotonda ed ergentesi a guisa di fungo 
quasi in mezzo ad un'isola, come dice Cassiodoro ^ che la descrisse 
minutamente, né luogo poteva trovarsi più adatto di quello per co- 
struirvi la rocca ed il tempio. Le tracce del quale pare abbiano sco- 
perto i signori Perini e Gentili nel mese di luglio dell'anno 1813 ^ 
Esso, che probabilmente era consacrato a Mercurio, giacché a quel 
Dio é dedicata un'iscrizione ^ latina trovata fra quelle macerie, per 
la sua forma si appalesa di costruzione romana, perché il penetrale 
era rotondo a guisa < dei presbiteri delle nostre chiese ^ », e la 
porta era rivolta ad occidente. Si credette non ostante che a quello 
ne preesistesse uno più antico, perchè fra gli altri marmi lavorati a 
liscio fu pure trovata una pietra arenaria portante una iscrizione che 
si supponeva etnisca: anzi si credeva che le tre ultime lettere cor- 
rispondessero « del tutto nella forma alle ultime d'una iscrizione pa- 
rimente etrusca intitolata a Mercurio riportata dall'immortale abate 



» Plutarc. L. c. 

» In Dos Trento si trovò quest'iscrizione: imp. caesar. divi. f. — augustus, 

COS. XI. TRIB, — POTESTATE. DEDIT. — M. APPULEIUS. SEX. T. LEG. — lUSSU. ElUS. 
FAC. CURAVIT. 

3 Cassiod. Senat. Var, Lib. lil, Epist. 48. Universis Gothis et Romanls circa Ve- 

rucam castellum consistentibus Theodoricus Rex Et ideo Leodifrido Sajani nostro 

praesenti delegavimus jussione, ut eius instantia in Veruca castello vobis domicilio 
construatis: quod a positìone sua congruum nomen accepit. Est enim in mediis campis 
tumulus saxeus in rotunditate consurgens, qui proceris lateribus silvis erasus, totus 
mons quasi una turris officitur, cuius ima graciliora sunt, quam cacumina, et in 
mollissimi fungi modo superius extenditur, cum inferiori parte tenuetur. Agger sine 
pugna, obsessio secura: ubi nec adversarius quicquam praesumat, nec inclusus ali- 
quid expavescat. Hunc Athesis, inter fluvios honorus, amoeni guigitis purìtate prae- 
terfluit, causam praestans muniminis et decoris : castrum pene in mundo singulare, 
tenens claustra provindae, quod ideo probatur magis esse praecipuum, quia feris 
gentibus constat obiectum. Hoc opinabile munimen, mirabilem securìtatem, cui de- 
siderium non sit habitare, quam vel estemos delectat invisere?.. . 

4 Giornale dd dipartimento delVaìto Adige. Anno 181 3, n. 61. 

s L'iscrizione romana di Mercuiio è la seguente: mercurio. — q.. iulius — 

AFRICANUS — V. S. L. M. —- 

^ Giornale del dipartimento delTalto Adige, num citato. 



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225 

Lanzi a pagina 346 del suo saggio di quella lingua'-». Ed il Mi- 
cali * tratto forse in errore da queste parole, asseriva che sethlans' 
era la parola etrusca incisa su quel frammento di pietra, e di qui 
deduceva che Vulcano era onorato di culto speciale nei nostri monti. 
Ma più tardo il Giovanelli, pur sempre credendo che fosse Etrusca 
riscrizione, assicurava che constava della parola MRCR cioè Mer- 
curio 3, per lo che bene osserx^ava Mommsen \ che non si vede 
dietro qual fondamento l'abbia stimata etrusca il soprallodato ar- 
cheologo. Ma pur troppo tutti questi dotti lavorarono molto di fan- 
tasia, perocché io esaminai la lapide che è murata nel Municipio 
vecchio di Trento, e ci vidi segnati alcuni segni confusi dai quali 
poco o nulla era da raccapezzare. Stiasi però la cosa come si vuole 
intorno a questa iscrizione, non istimo aflfatto improbabile, che il 
tempio romano sia stato fabbricato sulle rovine di uno più antico. 
Avanzi di quello più recente sarebbero quegli animali alati ^ ed altri 
marmorei ornamenti (tav. XXVII. n. i) adoperati più tardi per co- 
struire il tempio di S. Apollinare a Pie di Castello ^, quei fran- 
tumi di colonne che trovansi tuttodì nel civico municipio di Trento, 
ed altri marmorei ornamenti, dei quali ci dà il disegno il Frapporti 
nella sua Storia del Trentino. Potrebbesi opporre che se i Romani 
ricostruito avessero un tempio, già prima fabbricato dagli Etruschi, 

» Giornale del dipartimento dell'alto Adige, num. citato. 

2 MlCALI. Op. cit.. Voi. I. 

3 Giovanelli. Beitràge Jnr Tirol. IV, 38. Dei Re^i, p. 81. Iscri^. trentina ecc., 
pag. 99. 

4 Mommsen. Die nordetruskischen Alphah., pag. 219. 

5 Parlando di questo tempio così si esprimono le Mittheilungen der K. K. Cen- 
tral Commission :^ur Erforschung iind Erhaltung der Kunst und historischen Detikmah 
111, lahrg: « Diese Bruchstùcke sind so mannigfaltiger Art, dass es nicht scheint, 
als ob alle einem Gebàude entnommen wàren ». Questa varietà risulta probabil- 
mente da ciò, che parte appartenevano all'antico tempio etrusco; altri a quello ri- 
fabbricato al tempo di Augusto. 

6 Ben a ragione notò il Perini (Statistica del Trentino, Voi. II, Voce Trento), 
che questo tempio fu stimato più antico di quello che non sia in realtà, perchè 
fabbricato con pietre antiche portanti iscrizioni romane. Ed io credo che l'opinione 
del Mariani, che questo fosse stato già un tempio di Apollo, non abbia nissun altro 
fondamento che la rassomiglianza del nome di quel Dio con quello del santo al 
quale il tempio è dedicato. Con tutto ciò nelle Mittheilungen der K, K, Centr, Com- 
mission, si ripete nuovamente l'opinione del Mariani. 



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226 

avrebbero conservato le forme e le dimensioni dai primi esecutori 
prescelte; ed allora la porta dovrebbe essere rivolta a mezzodì e la 
forma del tempio sarebbe stata quadrata '. Conviene però osservare 
che solo nei primissimi tempi l'augure segnava la pars antica a mez- 
zogiorno e la postica a settentrione, mentre in tempi posteriori, come 
ci attesta Igino *, segnavasi l'ingresso a ponente, giacché in quella 
plaga del cielo aveano la loro residenza gli dei infausti, ai quali vol- 
tavasi il tergo durante il tempo della preghiera. Per quello poi che 
riguarda la rotondità del penetrale si può facilmente supporre, che 
essendo il tempio ricostruito al tempo di Augusto, quando Tarchi- 
tettura cominciava a prendere quelle forme rotondeggianti e gran- 
diose, non si abbia voluto seguire in questo particolare la semplice 
e severa maniera degli antichi Toscani. 

La Verruca, l'Adige, la torre verde, il castello del Buon Consiglio 
chiudono in linea retta tutta la valle e difendevano la città dalle scor- 
rerie dei piccoli popoli che dal settentrione si riversavano su queste 
nostre campagne. E l'utilità di tali fortificazioni non dovrebbe essere 
sfuggita agli Etruschi, che erano un popolo tanto pratico e si bene 
ammaestrato nelle militari discipline, tanto più che pel nome che an- 
ticamente portava questa rupe apparisce che era ben fortificata, im- 
perocché Catone chiamò appunto Verruca un luogo aspro e fortifi- 
cato 3, Cosi che non parrà più tanto ardita l'opinione che anche colà 
dove é ora il castello del Buon Consiglio sorgesse fino dal tempo di 
Catulo una fortificazione, mentre da alcuno non si voleva far rimon- 
tare che fino ad Augusto quel fortilizio, ed altri non andando nemmeno 
fino là, lo dicevano costruito al tempo di Cario Magno ^. Certo Augusto 
l'avrà fatto riattare forse sotto la direzione di quel Sesto Appuleio che 
dovea prendersi cura del castello sulla Verruca, anzi la torre rotonda 

I O. MuELLER. Die Etrusker, neu hearheiUt von W. Deeke, li, p. 136. 
* Hyginus apud Goes. pag. 153, nam antiqui architecti in ocddentem tempia 
spedare recte scripserunt. 

NiESSEN. Dos Templum, Berlino, 1869, p. 188. 

3 Gellius. Ili, 7, I. Verrucam... Cato lucum editum asperumque appellai. — Quin- 
tili anus. InsL or. Vin, 3, 48: ut saxea est verruca in summo mentis vertice. 

4 Mariani. O. c. pag. 163... Castel vecchio tiene molto d'antichità e fa credere 
d'essere stato fino al tempo dell'Imperatore Carlo Magno. — Però altrove (pag. 161) 
dice: La torre di Castel vecchio.... vi fu avanti la nascita di Christo. 



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227 

a tramontana porta ancora il nome di quell'imperatore. Dissi non ostante 
che forse uno ne sargeva in tempi remoti nello stesso luogo contro 
le scorrerie de'piccoU popoli alpini, perchè per l'appunto poveri, vi- 
vevano di queste loro guerricciuole depredando i popoli vicini, come 
ci narra Strabone % e combattendosi a vicenda, sebbene fossero tutti 
figli d'una stessa famiglia. Sulla Verruca furono trovati parecchi oggetti 
antichi \ ma ciò che più per ora ci interessa esaminare sono le mo- 
nete lassù dissotterrate, giacché per esse e per altre scoperte in di- 
versi luoghi della regione alpina ci è dato conoscere quali monete aves- 
sero corso nel paese dei Reti. Esse erano di quattro specie: le italiche, 
cioè, le marsigliesi, le macedoniche e quelle coniate dai Reti stessi. 
Qie oltre la moneta romana del tempo della repubblica, circolavano 
in questi paesi le monete italiche ', di varia specie, ce lo prova la cir- 
costanza che furono trovate in Dos Trento un sextans, un as, un 
trìens, un quadrans e un semis romani, ventidue aes gravi propri del- 
l'Italia media, un sextans dell'Umbria, ed un'uncia dell'Etruria, onde 
bene crede l'Orsi \ che questo ripostiglio, che forse era il tesoretto 
di un tempio, risalga « per lo meno al 200 a. C. » 

Poche cose abbiamo a dire intomo alla moneta macedonica ed alla 
marsigliese, della prima in ispecial modo, con ciò sia che di essa siano 
stati trovati solo pochi esemplari colla impronta di Alessandro m, 
Alessandro II, di Cassandro ed Antigono. La seconda invece era assai 

» Strab. Lib. IV, 204. 

2 NelFanho 1813 fu trovato in Dos Trento dai signori Gentili e Perini un orna* 
mento muliebre d'oro finissimo con ismalto. Giorn. del Dip, ddFatto Adige^ n. dt. — 
Nel 1866 i soldati nello scavare una fossa trovarono un paio di orecchini d'oro. Gli 
anelli del diametro di 3 centimetri erano di filo d'oro ornato di piccole pallottoline, 
da ciascun anello pendeva una mezza palla vuota di un grazioso lavoro di filagrana 
dov'erano incise lineee punti. Furono mandati a Vienna. Orgler, Mithdlungen ecc. III. 
I. Fu pure trovata una lamina metallica; nella sua sezione è grossa 4 millim. e pesa 
5 De. su di un lato mostra un disvino diligentemente condotto. Cf. Orgler, O. c. IH. 

Colà oltre alle monete di Augusto Druso, Tiberio, Claudio, Vespasiano, e Anto- 
nino fu trovato un peso romano di piombo del peso di 12,03 Kgr. coU'impronta di 
un maiale. Orgler, Op. cit. 

3 Monete della repubblica furono trovate in vari luoghi della valle dell'Adige p. e. 

a S. Michele in Eppan (Fundania, Procilia) a Tramin (Antonia, Claudia, Egnatuleia ) 

ed altre a Cortazza e ad Adrian. 

4 P. Orsi. Un gruppo di Aes gravi trovati a Trento (Arch. sìor, per Trieste^ V Istria e 
il Trentino. Voi. I, pag. 382). 



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228 

diffusa», e quasi predominante in tutia l'Italia settentrionale, tanto 
che i Reti stessi erano costretti a battere le loro monete a somi- 
glianza di quelle dei Marsiglia!. Che certo anche i popoli dellltalia 
settentrionale ebbero una propria moneta, che era regolata per lo 
più o dietro il sistema dei Romani o dietro quello di Marsiglia, però 
l'impronta facevasi a capriccio e vi s'inscriveva il nome del principe 
o della città dove la moneta veniva coniata. Un esempio di ciò ci 
offrono le cinque monete d*oro pubblicate da Mommsen * (tav. XXVII, 
2> 3> 4> 5> 6> 7> 8), colle iscrizioni in caratteri etruschi: prikou, kasilos, 
ASES, ULKOS, TiKOU, le quali probabilmente appartengono ai Salassi abi* 
tanti nella valle d'Aosta. Lo stesso si può dire di due monete di ar- 
gento, le quali benché portino la stessa impronta di quelle di Marsiglia, 
hanno non ostante una iscrizione etnisca e dietro ogni probabilità 
furono battute dai Reti. Dell'una il peso va da gr. 2,65 fino a gr. 2,33 
ed ha da una parte l'impronta del leone, fatto però tanto male che il 
Coltellini ) lo qualificava per « animale che sembra un mostro »: sopra 
c'è scritto PiRUKOs; dall'altra parte c'è una testa femminile, colle 
chiome fomite di vari ornamenti. Fu trovata la prima volta a Burwein 
nel canton dei Grigioni * nell'anno 1786, in un vaso di ferro entro al 
quale, oltre la moneta qui descritta, erano altre di oro, che andarono 
perdute. Altri esemplari turono trovati nel Trentino presso Brento- 
nico nel 1839, ^ quali, secondo quello che scriveva il e. Giovanelli 
al Migliarini, portavano l'iscrizione: pirok; cosi che essendo tutti stati 
trovati nel paese anticamente abitato dai Reti, è più probabile che 
a quel popolo appartenessero, come già prima abbiamo notato, piut- 
tosto che agli Etruschi od ai Galli transalpini, od a qualsiasi città 
della Spagna, come alcuni avrebbero voluto. 
Meno esemplari furono trovati della seconda, della quale il peso 

» Monete Marsaliotiche furono trovate in grande quantità nella r^onc di Berna, 
presso Ginevra, nel canton Vallese, presso G)mo, nel canton Ticino, nel canton dei 
Grigioni e nel Trentino a Castel Tesino in Valsugana, presso Brentonico, (circa 1000) 
a Trento, a Denno, a Nano, a Salomo, a Stenico e a Storo. 

« Mommsen. Die nordetr. Alphàb. 

3 Coltellini. Promemoria ossia congetture sopra una medaglia etnisca d'argento, 
trovata nel paese dei Grigioni. Perugia, 1790. 

4 I. A. Petrelli. Neuen Sammler fùr Bùnden lahrg, If, (1806), pag. 450. — 
Mommsen. Die nordetr, Alph, p. 203. 



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229 

varia fra gr. 2,45 e 2,18. Essa porta le stesse rozze figure dell' an- 
tecedente, se non che per esser tutti gli esemplari corrosi, è difficile 
dire con sicurezza la parola che vi sta impressa, che da Mommsen 
fìi letta per rutirio (tav. XXVII, n. 5). Un esemplare di questa usci 
da un'urna del sepolcreto del Soldo presso Alzate in Brianza '. 

E qui vorrei rammentare quella descritta dal Giovanelli nella sua 
zecca trentina, dove dice che tridentina devesi ritenere una moneta 
dall'Hunten messa fra le incerte, la quale da una parte ha il tridente 
colla iscrizione da destra a sinistra, « trdintm » (Tridentum) e sul 
rovescio un bue colla faccia umana, il che denota colonb venuta 
da lontano ad abitare queste terre, ma giacché non fii più ricordata 
dall'illustre archeologo nelle sue opere posteriori, dove gli sarebbe 
venuta in acconcio per sostenere il suo asserto che i Reti sono Etruschi, 
non so quanto calcolo si possa fare sovr'essa, tanto più che il Gaz- 
zoletti * dice di aver fatto intomo ad essa delle ricerche e che non 
gli riusci di trovarìa in alcun luogo. Non posso bensì lasciar» di £ire 
menzione di due pesi di forma eguale ; differiscono solo in ciò che uno 
porta due lettere, l'altro è perfettamente liscio. Il primo trovato nel 
tenere di Villamontagna presso Trento nell'anno 1861, ha forma di 
due sezioni di cono unite fra loro alla base (V. tav. XXVII, n. 9) 
di modo che assomiglia ad un piccolo botticello: ima faccia è liscia, 
sull'altra stanno rilevate in metallo bianco e splendente le lettere etrusche 
A F disposte da destra a sinistra. Il metallo è del perfettissimo bronzo 
o rame giallo ed il suo peso arriva a gr. 380. Pesi di tale genere 
e colle stesse lettere graffite si trovano parecchi nel museo Kirke- 
riano di peso e di grandezze svariatissime. 

Per quello che fin qui abbiamo detto, dobbiamo concludere che 
nel paese dei Reti avevano corso quattro diverse specie di monete: 
le italiche, le massaliotiche, le macedoniche e le retiche. Le quali 
ultime sono a noi arrivate in si poca quantità da non poter decidere 
dietro quale sistema era regolato il loro peso, questo solo sappiamo 
di certo, e per noi basta, che le iscrizioni si improntavano in ca- 
ratteri etruschi. 

' Castelfranco. Tombe gaUo-italicbe trovate al Soldo presso Aliate in 'Briania, 
(Bull di paletti, ital Voi. i). 
* A. Gazzoletti. 21ecca di Trento. Trento, 1858. 



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230 



m. 



E che nel paese dei Reti abitarono degli Etruschi ci affermano 
molti scrittori antichi. Infatti dice Livio \ che di tosca orìgine sono 
senza dubbio i popoli alpini, massime i Reti, che popolo tirrenico 
sono chiamati da Stefano Bizantino % e prole degli Etruschi da Plinio ' 
e da Giustino *. Altri invece senza nominare menomamente i Reti, 
danno non ostante a divedere che Raseni vennero ad occupare la 
regione alpina, il che affermano Catone 5, Dione Gissio *, Plutarco ?, 
Servio ^ ed altri, dove fanno parola del gran potere che ebbero gii 
gli Etruschi, i quali occuparono quasi tutta Tltalia, in ispecie la pia- 
nura padana fino alle Alpi. 

E per vero ci sono alcuni fatti che comprovano questo asserto. 
Alquanti nomi di luoghi e di fiumi, come che i più trovino corri- 
spondenza con denominazioni liguri, ed altri rivelino una orìgine 
italica o gallica, sono identici nel paese dei Reti e nell'Etrurìa, anzi 
lo stesso nome Reti trova un suo corrìspondente in Arezzo (Aretium), 
una delle principali città etnische, e già sede in antichissimi tempi 
di alcuni re di quella provincia K E come Resina, Helvia Resina, 



1 P. Liv. Ab. urh. cond, Ub. V, 33. Alpinis quoque ea gendbus haud dubie orìgo 
est, maxime Raetis. 

2 Stefh. Biz. Ep. *PaiTo^ Tu^^Kjvtxèv 2àvoc. 

3 Plin. HisL nat. Ili, 20. Thuscomm prolem Raetos arbitrantur a Gallis pulsos 
duce Raeto. 

4 lusT. Hist, XX, 5. Tusci quoque duce Raeto avitis sedibus amissis Alpes occu- 
pavere, et a nomine ducis gentes Raetorum condiderunt. 

s Cat. Orig, Frag, (£did. Peter) Serv. ad Aen. XI, 567. Licet (Metabus) Privernas 
esset, tamen, quia in Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat, generaliter in Meta- 
bum omnium odia ferebantur, nam pulsus fuerat a gente Volscorum, quae etiam 
ipsa Etruscorum potestate re^ebatur, quod Cato pienissime executus est. 

6 DioN. Cass. Bibl hisU XIV, 113. 

7 Plutarch. Vita CamilU, XVI. 

8 Serv. ad Aen, X, 145. Tuscos autem omnem paene Italiam subjugasse manife- 
stum est. 

> SiL. Ital. Punicorum L. IL Dempster. De Etruria regal II, e. $4, p. 220. 



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231 

Resia friulana, Rhaeticon, Rezziò ci fanno fede quanto esteso quivi 
fosse il popolo retico, d'altra parte il valico dì Reschen, presso il 
quale origina il fiume Adige, Rasen paese della Pusteria, Resinego 
e Rasani trovano un corrispondente in Raseno o Reseno supposto 
condottiero degli Etruschi. Dalla parola Toskeniu incisa in un mo- 
numento euganeo vorrebbesi dedurre che qualche parentela ebbe quel 
popolo col Toscano, le stesse relazioni dovrebbe quindi essere anche 
coi Reti giacché Toscana è casale nel comune di Mezzolombardo e 
Toskian trovasi nella provincia Bellunese, oltre di che sono nel paese 
retico i nomi Thusis (Tusci), Turis e Turano (Thyrrheni). Cosio, 
Volturnia, Strazzona e Brusio sono luoghi della Valtellina e Cosae 
è antica città dell'Etruria, Voltumus e Vohurnia sono un fiume e un 
castello nella Terra di Lavoro, Voltumus è il dio del Tevere, come 
neirEtruria trovasi Volturrena (Volaterrae) Stratonia e Perugia. Fa- 
cendo dei leggeri cambiamenti di pronuncia da Velhatri, Velatri (Vo- 
laterrae) s'arriva al nome di Feliria, e con minore sforzo di fantasia 
s'avvicina al nome di Verona quello della etnisca dea Feronia. Fra 
i popoli retici rammentati nel trofeo delle Alpi sono i Suaniti ed era 
Suana una delle importanti città dell' Etruria, cosi evidentemente 
etrusco è il nome dell'antica comunità degli Arusnati, con ciò sia che 
Aruns sia nome che assai frequentemente s'incontra in iscrizioni sepol- 
crali dell'Etruria ', e Aruns si chiamava quell'etrusco di Chiusi, che, 
secondo la leggenda, chiamò i Galli in Italia, per vendicarsi del lucu- 
mone, che gli avea sedotta la moglie *. Era cosa frequente nell'antichità 
il dare a luoghi il nome della divinità che in ispecial modo in quelli 
si venerava, di moJo che sia assai probabile che la valle di Lases 
tragga la sua denominazione dai lari, che promiscuamente lares o lases 
erano chiamati dagli Etruschi. Altri nomi retici, che rassomigliano a 
nomi etruschi potrei io produrre ', senza fare calcolo di tutti quelli, 

« Fabretti. GIoss, ItaJ. 2581. — Corssen. O. c. I, p. 269, II, 253, 329, 478, 549. 

« Liv. Hist. Lib. V. 

3 Non solo fra i Reti, ma nel Friuli ancora vorrebbesi trovare analogie di nomi 
coirantica Etruria, ed a Sutri, Formea, Ardea e Circe città toscane si contrappor- 
rebbero Sutrio, Formeaso, Arta e Cercivento nel canale di s. Pietro. - Cf. B. Cec- 
CHETTi. La Cernia antichità stor, negli Atti del % Ist, Veneto. Tomo II, serie IV, 
pag. 1249 e Michele Leicht. Nuove indagini sulle denomina:(^, territoriali friulane 
(Atti del % Ist, Veneto, L. XV, ser. Il, disp. II, pag. $57). 



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232 

nei quali Lodovico Stcub ' trovò pna etrusca radice, ma credo che 
bastino questi pochi per convincere che Raseno era il popolo che an- 
ticamente li denominò. Anzi vorrebbesi che fosse una reminiscenza 
delle genealogie femminili che erano in uso presso gli Etruschi i 
cognomi de Marta, de Tonia, de Maria, d'Antona, della Lucca che 
frequenti trovansi nel Friuli ; che se tale supposizione del Leicht * 
fosse vera, dovrebbe valere la stessa cosa pel Trentino, dove non 
di rado s'incontrano di tali cognomi, come: Dalla .Giacoma, Dalla 
Bona, Dalla Rosa, Dalla Fior, Dalla Piccola. Conviene però osser- 
vare che presso tutti i popoli quando non abbiano percorso gli ultimi 
gradini della civiltà i figli si ritenevano quale proprietà della donna e 
quindi di quella portavano il nome senza che anche alcuni popoli ci- 
vili ritennero lo stesso costume. 

La leggenda che correva intorno all'origine del nome degli Etruschi 
è la stessa clie riguarda quello dei Reti. Giacché gli uni, secondo 
Dionigi d'Alicamasso 5, credevano di avere ricevuto il nome da Ra- 
seno, che era uno de' loro condottieri, nello stesso modo crede vasi 
che gli altri si chiamassero Reti, da Reto loro duce. Che se fosse 
vera la notizia recataci dagli apocrifi frammenti di Beroso, cioè che 
i Reti veneravano Arezia cioè la terra loro sacra progenitrice, ci sa- 
rebbe anche per questo riguardo dell'analogia coi Raseni, che aveano 
un culto speciale per la terra madre, che essi chiamavano Razenua. 
La quale cosa sebbene trasmessaci da fonte impura, volli non ostante 
produrre, imperciocché non sia affatto priva di fondamento. In fatti 
racconta Tito Livio -♦, che avendo domandato i figli di Tarqùinio il 
Superbo all' oracolo di Delfi, a quale di loro la sorte avrebbe con- 
cesso di regnare dopo il padre loro, la pitia rispose: « A colui che 
primo bacerà la madre ». Il senso vero del quale enunciato capi solo 

» L. Steub. Ueber Urhtwohner Haeliens und ihren Zusammenhang mil dm Etruskern, 
Mùnchen, 1843. — Rhàtische Etnologie 1854. 

2 Leicht. M Studi e raffronti stilVetà del bron:^o nel 'Bellunese» (Atti del R, Ist, Ven, 
T. I S. IV, p. 876. 

3 DioNYs Halic. L. I. AÙTol [jt.£vTot<J(j»a<; aÙTO'j; h:h twv fiYcjAÓvojv Ttvò? *Pa^£va, 
TÒv auTÒv ixetvip Tp^TlOV óvofxxjoufft. 

4 Lrv. HisU Lib. I. Brutus alio ratus spectare pythiam vocem, velut si prolapsus 
cecidisset, terram osculo contingit scilicet quod ea communis maier omnium mor- 
talium esset. 



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233 

Bruto, che con loro si era recato al tempio di Apollo, e fingendo 
di cadere accidentalmente al suolo badò la terra , che è la madre 
comune di tutti i mortali. Ma comunque ciò sia fra le varie ipotesi 
emesse intorno airorigine del nome Reti, mi sembrano migliori quelle 
che mettono in relazione qnesto nome con quello de Rasenì, con che 
non voglio dire che siano stati i Raseni i primi od i più numerosi 
abitatori di queste montagne, che anzi ho già prima dimostrato il 
contrario, bensì furono essi uno dei popoli più culti, che quivi pre- 
sero stanza, e perciò nulla è più probabile che solo nel tempo del 
loro dominio siasi diffuso il nome Reti a molte comunità che prima 
vivevano una vita meno unita e meno civile. 

Anche coloro degli antichi, che seguendo l'opinione di Erodoto, 
facevano venire gli Etruschi dalla Lidia, tenevano come fratelli i Reti 
ed i Raseni, di modo che come Virgilio e Stazio chiamarono lidio 
il Tevere, cosi Catullo ' lidia denominò Tonda del Benaco. 

Della religione dei Reti poche notizie giunsero insino a noi, però 
da quel poco che dai monumenti ci è dato ricavare, si deduce che 
avea delle analogie con quella degli Etruschi. Giacché come essi aveano 
un complesso di sacre cerimonie alle quali aveano imposto il loro 
stesso nome, cioè le sacre tusculane cerimonie, cosi anche i Reti 
aveano i « sacra raetica » per eseguire i quali c*era un sodalizio di 
sacerdoti, che aveano a capo un pontefice. Anzi gli stessi sacri Tu- 
sculani si celebravano in Trento come si può dedurre dall'epigrafe 
dedicata a Caio Valerio Mariano \ si destramente interpretata da Gi- 
rolamo Tartarotti e dal conte Giovanelli. È ben vero che l'iscrizione 
è di tempi, nei quali i Romani già da lungo aveano occupato questo 
paese, e qualcuno potrebbe credere che C. Val. Mariano fosse sodale 
de' sacri Tusculani, come dice l'epigrafe, perchè quel culto e quel 
sodalizio era stato quivi introdotto da loro, conviene però conside- 
rare, che i Romani rispettavano le religioni ' di tutte le genti, che 
anzi al dire di S. Leone magno, Roma si appropriava le supersti- 

« Catulli. Carm. ad Sinnionem, Lydiae lacus undae. 

» Cf. MoMMSEN. C I, Voi. V. — Giovanelli. Un* iscri:^. del tempo degli Antonini, — 
Tartarotti. lUustraXj. del mon. ecc, 

3 Cicero prò Fiacco^ § i8: Sua cuique civitati religio est, nostra nobis. — Cf. 
Pesto e Minucio Felice, Octax', § 6. 



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234 

zioni altrui a omnium geniium serviebat erroribus ». Fa d'uopo 
quindi credere, che se i sacri Tusculani esistevano in Trento, ciò 
avveniva perchè tale era la religione antica dei suoi abitatori. Non 
per tanto di due cose ancora potrebbesi dubitare, se cioè C. Val. 
Mariano fosse sodale de' Tusculani di Roma anzi che di Trento, ed 
in secondo luogo se il nome che queste sacre cerimonie ponavano, 
derivi piuttosto, come vorrebbe il conte Carlo Martini ' da Tusculo 
che da Tusci, ed allora sarebbero romane e non etnische. 

Infatti nessun monumento venne fino ad ora in luce, il quale ci 
assicuri che i sacri Tusculani avessero luogo in Trento o nel paese 
dei Reti, una benché minima prova di ciò potrebbe però essere il 
nome di Toscolano villaggio situato sulla sponda occidentale del lago 
di Garda. Che se tusculanus è più presto aggettivo di Tusculum che 
di Tuscus, nessuno potrà mai negare che gran parte delle primitive 
istituzioni religiose di Roma, vi furono importate dagli Etruschi, per 
le quali anche Toscolo può avere ricevuto il nome. 

Era ancora fra' Reti molto diffuso il culto di Saturno, e con quali 
e quante solennità si eflfettuasse, e come molti templi a quel dio fu- 
rono innalzati l'ho già esposto in altro luogo di questo lavoro. Anche 
nell'Etruria % che Saturno è veramente divinità italica, si venerava 
con affetto speciale, perciocché scaccialo egli da Giove trovò cor- 
diale ospitalità in quella regione. Nella quale tutto era subordinato 
alla religione, di modo che ne' libri sacri era stabilito in quale modo 
dovesse dividersi l'esercito, come le città, le mura, le porte si co- 
struissero e si benedicessero \ poiché tanto erano già avanzati gli 
Etruschi nelle arti specie nella architettura da avere già delle forme 
proprie rituali, delle quali si valevano nella fabbricazione delle torri 
e dei castelli, pei quali si distinguevano essenzialmente dai Galli. 
E di castelli era ben fornito il paese dei Reti, poiché appunto ad 
castellum editum ^ presso Trento fu Catulo messo in fuga dai Cimbri, 



» C. Carlo Martini. Scrini di ^Archeologia tee, 

2 Cf. Macrob. Saturn, L. I, e. 8. — Inghirami. Mon. Etrusc. Voi. IH. — O. Mueller. 
Die Etrusker. — NoEl. des Vergere. VEtrurie et les Etnisques, V. I, p. 294. 

3 Festus. De signif. verhor. Ed. Mueller. 

4 Livio. L. c. 



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^35 

e le « arces Alpibus impositas tremendis ' » furono abbattute da Druso, 
dell'esistenza delle quali parlano pure Velleio Patercolo, ed altri scrittori 
latini, e nel 397 a S. Vigilio appariva tremendamente orrida TAnaunia 
coperta di folte selve e fornita di molti castelli come dice egli stesso 
in una lettera a S. Giovanni Crisostomo. 

Senza che si perpetuarono fino a' giorni nostri nelle arti certe 
panicolarità tutte proprie degli antichi Toscani, tanto che valentis- 
simi architetti * trovarono grande analogia fra il modo di costruire 
ed ornare le case nei paesi alpini e quello degli Etruschi. Che certo 
è una reminiscenza dell'atrium o cavaedium quello spazio vuoto pel 
quale girano le scale, illuminato per mezzo di un congegno di legno 
o di costruzione mista, pel quale la luce e l'aria penetrano obbliqua- 
mente come nel malkaf egiziano, congegno che s'innalza sopra il tetto 
delle case del Trentino e del canton Ticino. Dove appunto predo- 
mina una predilezione speciale per l'architettura ornamentale di legno, 
della quale erano maestri gli Etruschi, che, come s'usa ancora nei 
nostri monti, il mesodme del solaio tingevano con vari colori, e tutte 
le case fornivano della « pergula » di legno. 

E non è di poca importanza per quello che cerchiamo dimostrare 
la circostanza che, come su monumenti retici 3, cosi in iscrizioni del- 
TEtruria ricorra abbastanza frequente il prenome Raetus. E sebbene 
il lordan * trovi priva di fondamento l'ipotesi di Helbig, che il a ret » 
seguito dalla parola e hata » scritto su d'uno specchio trovato a Pre- 
neste, spiegava per Raetus, nessuno negò mai che il prenome Raetus 
portasse un Cabinius più volte rammentato su figuline rinvenute a 
Cales nella Campania. Gli antichi fasti di Roma ordinavano, e questo 
era assai probabilmente già prima praticato dagli Etruschi, che le 
famiglie illustri assumessero il nome del popolo, al quale eran legati 



1 HoRAT. L. m. od. XIV, all'Epist. I del Lib. II, v. 22-23, alludendo forse alla 
stessa vittoria dice: Arces montibus impositas. 
« GoT. Semper. 'Der Stiel Mùnchen, 1863 II, Band. $ i44 e § 158. 

3 In Tolmezzo fu trovata la seguente iscrizione: l. cominius. l. m. l — natira — 

L. L. L. pSiLOSTRATUS — F. SIBEI ET SUIS — L. L. L. CILO. — L. L. L. RHETUS. — 
L. L. L. PRINCEPS. — L. L. L. URBANA. — L L. CALATA. Cf LeICHT ( 4tH del % IsU 

Veneto, tom. XV, serie III, disp II, p. $85). 

4 H. Jordan. Kritìsche Beitràge xur GeschichU der Lateinischen Sprache, Berlin, 1879. 



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236 

o per vincoli di sangue o di ospitalità ' ; conviene quindi che siavi 
stata una stretta relazione fra i Reti ed i Raseni, giacché una delle 
primarie famiglie di Perugia portava il nome de* primi, ed ancora 
esistono le tombe di quella, portanti le iscrizioni * seguenti: 

1. la: rezu: titial: lars retius titiae (fil). 

2. AU REZU. ar: aulus. retius arri (fil.). 

3. LA. REZU. AUL, — LARS. RETIUS. AULI. (fil). 

4. LARTHL... S. VES... (re)tUS. — LARTIA... VESIA RETII (oResii) (uXOr). 

5. URNATI. REZUS*. — URINATIA RETII (uxor). 

6. (l)a. REZU. — LARS RETIUS. (o Resius). 

7. LARTHi: REZUi: AR. — LARTIA. RETIA (o Resia) ARRH (filia). 

8. AR. RESU. ALFIAL. — ARRIUS. RETIUS (o Resius) ALFIAE (filius). 
^ 9. (tIT)iA. REZUS\ — TITIA. RETII. (uXOr). 

IO. RETUI. ARZNIS. VINAL. SECH. — RETIA. ARTENIL (uxOf) E VIBIAE 
GENERE. 

Per quanto insino a qui siamo venuti esponendo si rivela il legame, 
che strettamente univa il popolo retico ed il toscano, anzi e' è chi 
crede che se si esaminasse ancora il dialetto trentino un pò* minuta- 
mente, per non dire delle parlate di Gardena 5, Badia e del Gtnton 
Grigione che per molti sono un avanzo dell'antico retico linguaggio, 
si troverebbero abbastanza frequenti le parole ^, che proprie dagli an- 
tichissimi italici dialetti, qui più che altrove si mantennero nella loro 
torma quasi primitiva. Sarebbe codesto un segno che abbastanza nu- 
merose vennero quivi a stabilirsi quelle genti, ed in numero tale, 
che per quanto popoli di stirpe diversa possano prima di loro avere 
occupato questi monti, per quanto i Galli abbiano invaso di poi ed 

» NiEBUHR. Roemisch. Gesch. B. I. 

2 Furono pubblicate dal Vermigliuoli e più correttamente nell'opera: Dei monu- 
menti di Perugia Etnisca e Romana del conte Giov. Carlo Connestabìle. del quale è 
pure la traduzione latina. Si trovano anche nel óloss. JtaL del Fabretti e nella 
opera di CuNO, Vorgeschichte Roms. 

3 Molti espressero quest'opinione alla quale aderisce anche il Niebuhr nella sua 
Storia romana. 

4 Cf. Bart. Malfatti. Degli idiomi parlati anticamente nel Trentino, Estratto dal 
Giornale di Filologia romanza, n. 2, pag. 56 scgg. 



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237 
occupata l'Italia settentrionale non si arrivò però mai a svellere in- 
tieramente l'antica favella o a modificare essenzialmente i costumi e 
la religione degli aviti numi, e a togliere quell'analogia che era fra 
questi alpignani e gli abitatori dell'Italia centrale, analogia che sotto 
certi riguardi dura tuttodì, di maniera che le stesse frasi, gli stessi 
proverbi, i medesimi graziosi modi di dire che si odono dalla bocca 
dei contadini della campagna di Firenze ci avviene non di rado di 
udire dagli abitatori delle Alpi tridentine, é lo stornello d'amore e la 
ballata, che canta la villana della montagna Pistoiese è la stessa che 
cantano le pastorelle delle nostre vallate. 

Onde appare che quei legami, che strettamente univano gli abita- 
tori di queste Alpi alla grande madre l'Italia, né per malignità degli 
uomini, né per lungo correre di secoli poterono essere sciolti. 



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CAPITOLO NONO. 



Sommario, i. — Varie opinioni emesse intorno agli antichi abiutori della r^one 
alpina. Essa fu abitata unicamente dai Galli: o dagli Etruschi quivi cacciati al tempo 
diTarquinio Prisco. Ragioni per le quali cade l'una e Taltra ipotesi. 2. — Gli Etruschi 
calarono in Italia pei monti tridentini ed i Reti sono i loro padri. 5. « Gli Etruschi 
vennero dal sud in tempi antichissimi. Varie altre opinioni tutte contrarie ai ri- 
sultati archeologici. 



E quando e donde vennero questi Eruschi ad abitare la regione 
alpina? A questa domanda sarebbe legato il problema intricatissimo 
dell'origine degli Etruschi, per isciogliere il quale farebbero d'uopo 
delle assai lunghe e non facili ricerche e tali che uscirebbero dal 
compito che fin da principio ci siamo proposto : ma per ora ci con- 
tenteremo di esaminare le opinioni varie emesse riguardo alla venuta 
degli Etruschi alpini e di vedere gli argomenti, coi quali si cerca di 
appoggiarle. Esse sono principalmente tre. 

La prima irebbe venire gli Etruschi fino alle Alpi al tempo di 
Tarquinio Prisco per essere ivi stati cacciati dai Galli, che sotto la 
condotta di Elitovio scesero in Italia: la seconda, ed è quella che ai 
giorni nostri è più universalmente accettata, ritiene i Reti non solo 
di Tosca origine, ma vorrebbe anzi che siano i padri di quella glo- 
riosa nazione che ebbe il suo massimo sviluppo avanti il dominio di 
Roma: finalmente la-^terza, che sebbene da pochi avvertita, pure non 
manca di validi appoggi, sostiene che gli Etruschi nel periodo del 
loro grande splendore per il naturale svolgimento delle loro forze, si 
sono estesi dal centro della penisola, loro sede primitiva, fino alle 
Alpi che dividono l'Italia nostra dalla Germania. 

Non posso però venire a parlare di queste, se prima non espongo 
gli argomenti coi quali taluni cercano dimostrare che Etruschi quivi 



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240 

non furono mai. E sebbene questa idea fosse già emessa nel secolo 
passato, in ispecial modo dal Roschmann \ che faceva gran calcolo 
delle parole di Zosimo * dove dice che i Reti ed i Norici sono legioni 
celtiche, ci basterà esaminare quello che in tale proposito scrisse l'a- 
bate StofFella \ con ciò sia che egli faccia la sintesi di tutto ciò che 
a sostegno della sua opinione fu scritto avanti di lui. 

Il Trentino non fu mai abitato da Reti, non da Etruschi; ma i primi 
popoli che l'abitarono furono i Galli Cenomani che vennero jn Italia 
sotto la condotta di Elitovio. a Molti sono che per un detto di Plinio 
credono d'origine retica i Trentini, e occupati intomo a questa bella 
idea dell'origine Etrusca (poiché i Reti si credono Etruschi cacciati 
nelle montagne da Galli) tutto quello che de'Reti si trova scritto ai 
Tridentini attribuiscono, e seguendo i voli della fantasia, chiamano 
Reto in persona a fondar Trento, e dichiarando per sinonimi Reti e 
Tridentini formano di Trento la capitale della Rezia, anche ne* primi 
secoli di Roma, benché di ciò alcuno antico non faccia, almeno fino 
al secondo secolo di Cristo, né chiara testimonianza, né oscuro cenno ». 
Ed ecco gli argomenti che egli proponeva per abbattere questo as- 
serto e per sostenere la sua opinione. 

Tito Livio dice che gli Etruschi, cacciati da quei Galli che disce- 
sero in Italia al tempo di Tarquinio Prisco, si rifuggirono ne'monti: 
e ma come poi credere che in questa occasione avessero origine i 
Trentini, se i Galli non s'avanzarono punto verso Brescia e Verona? 
e pure da soli territori di Brescia e di Verona possono essersi rifug- 
giti nei nostri monti gli Etruschi a meno che non si voglia loro far 
fere un lungo e strano giro per le montagne che sovrastano all'I- 
talia ». Solo nelle seguenti spedizioni dei GaUi Cenomani condotti 
da Elitovio dice Livio (Lib. V. 34-35) che i Galli si fecero avanti 
fino a Brescia ed a Verona, e in questa spedizione non si parla di 
Reti o di Etruschi rifuggitisi nelle montagne. 

%. 

' Roschmann. Geschichte von Tiroh Wien. 1792. 

» ZosiMi. HisU Lib. I, 52. %fà In ye NwptxoT? %%\ 'Pot^Toi?, otTcep hn\ KeXxtxx 

3 Illustrazione del monumento eretto dalla città di Trento al suo patrono Caio Va- 
lerio Mariano, opera postuma dell'ab. Gir. Tartarotti, supplito ecc., dalPabate Stof- 
FELLA, Rovereto, 1824. 



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241 

Per tal modo lo Stoflfella verrebbe non solo a negare l'origine retica 
dei Tridentini: ma ritiene anche come favolose le parole di Livio 
dove dice che i Reti sono propagine degli Etruschi, imperciocché 
nella prima spedizione gallica, avvenuta al tempo di Tarquinio Prisco 
senza tenere una via tortuosa ed impraticabile non potevano gli E- 
truschi arrivare nei nostri monti, e nella seconda spedizione condotta 
da Elitovio, nessuno (e nemmeno Livio) dice che quivi siansi degli 
Etruschi rifuggiti. 

Ma sembra a me che il passo di Livio sia stato erroneamente in- 
terpretato non solo dallo Stoffella, ma da quanti si occuparono di 
queste questioni fino a Guglielmo Corssen '. Lo storico romano, tut- 
t*altro che credere che gli Etruschi siansi quivi stabiliti in tale con- 
giuntura, dice chiaramente che fino da antichissimi tempi essi occupa- 
vano queste sedi « ante romanum imperium ». Ma la cosa non si può 
spiegare più chiaramente che riferendo per intero il passo di Livio ^. 
Dopo avere egli narrato che i Galli discesero in Italia e vennero alle 
mani cogli Etruschi, si crede in obbligo di far parola di questo po- 
polo potente, col quale i Galli ebbero a che fare. Il dominio de'Toschi, 
egli dice, prima che i Romani fossero sigborì d'Italia, era molto esteso 
per terra e per mare, ed il nome stesso del mare superiore e del- 
rinferìore, dai quali è cinta l'Italia a modo di isola, fa testimonianza 
della grande loro potenza, imperciocché le genti italiche chiamino 
l'uno Tosco dal comune nome del popolo, Adriatico l'altro da Adria 
colonia etnisca. I Greci li chiamano Tirreno e Adriatico. 

Gli Etruschi abiurono divisi in dodici città le terre estese fra questi 
due mari, ed erano prima di qua dall'Apennino, presso il mare infe- 

I W.Gjrssen. O. c. Voi. II, p. S90. 

a T. Livii Ilist. Lib. V. 33. Tuscorum ante romanum imperium late terra marique 

opes patuere, mari supero inferoque, quibus Italia insulae modo cingitur, quantum 

potuerìnt, nomina sunt argumento, quod alterum Tuscum communi vocabulo gentìs: 

alterum Adrìaticum mare ab Adria, Tuscorum colonia, vocavere Italicae gentes, 

Graeci eadem Thirrenum atque Adiiaticum vocant. li in utrumque mare vergentes, 

incoluere urbibus duodenis terras, prius cis Apenninum, ad inferum mare: postea trans 

Apenninum, totidem, quot capita orìginis erant, coloniis missts: quae trans Padum 

omnia loca, excepto Venetorum angulo, qui sinum circumcolunt maris, usque ad 

Alpes tenuere. Alpinis quoque ea gentibus band dubie origo est, maxime Raetis 

quos loca ipsa efTerarunt ne quid ex antiquo, praeter sonum- linguae, nec eum in- 

corruptum retinerent. 

16 



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242 

riore, di poi al di là giacché mandarono ivi altrettante colonie quante 
erano le città materne: e queste colonie tennero tuttii luoghi di là 
dal Po fino alle Alpi, eccettuato Tangolo dei Veneti, che abitano in- 
tomo al golfo del mare. 

Ed anche le genti alpine sono senza alcun dubbio d'origine etnisca 
massime i Reti, che dalla natura dei luoghi furono talmente inselva- 
tichiti che nessuna delle antiche instituzioni ritennero fuori che il suono 
della lingua, e nemmeno quello incorrotto. 

Quindi, secondo Livio, gli Etruschi non abitarono le Alpi per essere 
stati ivi cacciati dai Galli, ma giunsero fino li in antichissimi tempi 
per essersi mano mano estesi pel naturale svolgimento della loro 
potenza. 

E siccome lo Stoffella ritiene assurda questa occupazione solo pel 
tortuoso cammino che gli Etruschi avrebbero dovuto tenere, respinti 
dai Galli, tolto tale ostacolo, cade da per sé la sua argomentazione. 
È bensì Plinio, il quale dice, che i Reti sono prole degli Etruschi, 
i quali spinti dai Galli si rifuggirono, sotto la condotta di Reto, 
fino alle Alpi. Però osservò già il conte Giovanelli, che Plinio non 
voleva dar ciò come cosa certa, ma solo come opinione di certuni 
e perciò aggiunge un « arbitratur » quasi volesse dire che egli non 
era di tale parere. 

Giustino riferisce la cosa stessa e la dà anche per certa : se però 
si consideri che egli scriveva in tempi abbastanza tardi, e che Truogo 
scrittore che egli commentava era Gallo e perciò poco dotto delle 
cose italiche, non si farà grande oltraggio alla sua autorità, se in 
questo piccolo particolare non gli si presta fede, giacché delle forti 
ragioni fanno credere impossibile quasi tale peregrinazione degli Etru- 
schi come in altro luogt) vedremo. 

Né é difficile rispondere agli altri argomenti, che lo Stoflfella pro- 
poneva in appoggio della sua opinione. Che Strabone e Dione Cassio 
distinguano i Reti dai Trentini ponendo gli uni fuori d'Italia, dentro 
gli altri, non é ragione sufficiente per negare che i Trentini fossero 
nel paese dei Reti, imperciocché abbiamo già visto come Strabone 
e Dione parlano della divisione politica dei loro tempi o dei tempi 
della guerra retica. 

Ciò non pertanto Strabone stesso dopo avere esclusi i Reti dal 



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243 
ritaUa, ed avere asserito che in Italia erano i Leponzi, gli Stoni ed 
i Tridentini, dice che i Leponzi ed i Camuni sono di famiglia retica: 
TOUTou V MI ToT3 cpuXou xaì AiQK^vTtoi xaì KajAotivot. 

Quale cosa quindi più chiara di questa, che mentre il greco geo- 
grafo faceva prima una divisione politica, ora parla in senso etno- 
grafico ? 

Strabone dice che i Veneti confinavano coi Carni, coi Cenomani, 
coi Medoaci e coi Simbri. I Medoaci dice lo Stoffella, sono gli abi- 
tatori della Valsugana, i Simbri quelli della valle dell'Avisio dove ora 
è Cerabra. G}me potrebbero darsi mano questi popoli se i Triden- 
tini fi-apposti fossero Reti e non piuttosto essi stessi pane dei Ce- 
nomani? n Giovanelli appoggiato sull'opinione del Marchese Maffei 
e di altri combatte lo Stoffella coU'asserire che Insubri anzi che Simbri 
devesi leggere nel testo di Strabone. Ma lasciando pure il testo quale 
è, si può egualmente con facilità cavarsi d'impaccio. La valle del- 
TAvisio dove erano i Simbri e la Valsugana dove abitavano i Me- 
doaci, sono quelle che designa Strabone quale confine dei Veneti; 
ma siccome quelle due valli s'avvicinano in modo che dove finisce 
l'una quasi l'altra comincia, non fa d'uopo che in mezzo esistessero 
i Cenomani nel circondario di Trento. I Simbri ed i Medoaci erano 
piccoli popoli di famiglia retica, e quindi ecco come chiaro appa- 
risce Strabone. I Veneti confinavano coi Carni a settentrione, coi 
Reti (Simbri e Medoaci) ad occidente, e più a mezzogiorno coi Ce- 
nomani, che erano intomo a Cremona e presso il Po. E poi se ciò anche 
non fosse, chi vorrà mai dubitare che i Galli e senza dubbio i Galli 
Cenomani non siano andati anche nel Trentino? E perciò non si può 
mica negare che prima di loro altri popoli siano stati nello stesso 
paese. 

In tale maniera si può comprendere perchè anche Polibio dica 
che nelle Alpi abitavano dei Galli. 

Ed eccoci arrivati a Giustino ed a Tolomeo, i quali soli degli 
antichi dissero l'uno che Trento fu fondata dai Galli », l'altro che 



« lusT. Lib. XX, 5. (Galli) cum in Italiana vcnisscnt, sedibus Tuscos expulerunt 
et Mediolanum, Comum, Brixiam, Veronam, Verganum, Tridentum, Vicentiam 
condiderikit. 



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244 

ella è città dei Cenomani '. Ma nel mentre Giustino dice che i Galli 
fondarono quella città, aggiunge anche che in quel posto e' erano 
prima gli Etruschi : « Sedibus Tuscos expulerunt » : quantunque io 
non creda che i Galli abbiano fondata la città di Trento poiché era 
contro i loro costumi il venire a guisa di colonie a fabbricare città, 
e questo afferma anche lo Stoffella. Con ciò sia che Polibio dica 
chiaramente che abitavano in villaggi non cmti da mura, ma che vi- 
vevano assai semplicemente, ed ignari d'ogni lusso dormivano sulla 
nuda terra *. E la stessa cosa confermano Strabone ', Livio *, Ce- 
sare 5 e Tacito ^. Tolta cosi la più valevole fonte per coloro che i Ce- 
nomani fanno primi ed unici antichi abitatori del Trentino, non ri- 
mane che Tolomeo, i manoscritti del quale furono talmente manomessi 
dai trascrittori, che in certi luoghi non si sa quale era la vera opi- 
nione dell'antico geografo. Ma ammesso anche che il testo sia cor- 
retto, e Tolomeo ponga Trento fra le città dei Cenomani, è certo 
che egli intendeva parlare dei suoi tempi, nei quali i Galli avevano 
pieno dominio in quasi tutta l'Italia settentrionale, tanto è vero che 
mette fra le città galliche anche Mantova, che secondo Plinio (IH, 19) 
era l'unica reliquia degli Etruschi di là dal Po, « Tuscorum trans Pa- 
dum sola reliquia )». 

Aveva pienamente ragione lo Stoffella quando diceva che il culto 



' Ptolom. Geog. L. III. e. I, § 31. KevojjLavT)v, ai elTtv uTtò t^v OùeveT^otv: 
BepYoaovj ^^po? Aioyouvtìov .... Bpi|{a, KpstJiwva xoX(i)v^a, Oòì^po)va, MivTOUx, 
Tpi$£VTft ecc. 

2 PoLYB. Hist. (Ed. Lud. Dindorf ) H, 17. wxouv 8è xaxat )co)jxot? àTeiy/(rrou;, t9^; 
ÀotTc^i; ìcxTafJxeuYS? 4{JLOtpoi xa^effTwTs?. hiì ^ìp -eh dTtpaSoxott^v xtX xpsa (pay^v, 
in 8i |jL7)^iv àXXo irX^v ri tcoXcjjldcì xtX tì xxtì yewpYiav à(xx^v, àitXotJ? cT/ov 
Toù; pfou;, oW Ì7ti(rrTQ{jLifj;» iXXrj?, oute fs/vri? iixp' aÙToT? tÒ irxpdlTcav yiYvw- 
oojjLevT)?, Snap?^? Y* K*^^ èxx<rrot« ìqv 5rp£|jL|jLXTa xxì yjstdò? Sii tò ji^vx xxura 
xxTà irepi(rcx(iei? ^xS^w? Suvxa^ai iravray^i TrepixYetv xx^ [«^.(rrxva', xxtx rat? 
a6T(5v Tipox pwet?. irepì Si tì? iTxtps^x? \w^(Tzr^^ cntouSV i^oioOtro Sia tò xxl 
^pepwTXTov xfltì SuvaartÓTaTOv «tvxi Tcxp' xùtoT? TotJrov 8? àv nkthroui lytiv 
Sox^ Toù; !5repX7C8{K)VTX? xx^ <TU|jL7cspi^epojit4vou; auT^, 

3 Strab. V. 217. Ivioi Si xo}(jL7]Sòv otxouffi (secondo Aug. Meineke questo passo 
è interpolato). 

4Liv.XXXn. 30. 31. 33. 36. 

s Caes. De beilo gali IV. i, nomina « centum pagos » degli Svevi e IV. 22 
« pagos Morìnorum ». 
^ Tacit Anna!. IH 45. 48. 



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i 



24$ 
di Bergimo, che avea luogo in Arco, e quello di Cauto nell'Anaunia 
erano cose del tutto galliche, ed alcuni nomi di persone in iscrizioni 
romane trovate nel Trentino sono simili ad altri nomi di iscrizioni 
Bresciane, ma da ciò egli poteva solo dedurre che i Galli estesero 
il loro dominio anche nel Trentino, non già che essi siano stati i 
primi e gli unici abitatori di questi luoghi. 

La teoria dello Stoffella non ebbe né molti né illustri seguaci, poi- 
ché appartengono ad una categoria diversa coloro, che come il Fre- 
ret. Guido Ferrari, Iacopo Durandi, il Diefenbach ed il Betham, 
sostengono che gli Etruschi sono Celti venuti dal settentrione in 
lulia. 

Assai numerosi invece sono coloro, i quali seguendo la testimo- 
nianza di Plinio e di Giustino asseriscono che i Reti sono Etruschi 
cacciati dai Gatti nelle Alpi al tempo di Tarquinio Prisco. 

In fatti l'opinione che i Raseni traggano la loro origine da un po- 
polo semitico, sia questo Ebreo come volle Annio da Viterbo, se- 
guito da molti altri, od il Cananeo come diceva il marchese MafFei, 
oppure il Lidio come i più credevano appoggiati all'autorità di Ero- 
doto ' durò predominante fino alla seconda metà del secolo passato. 

Non potevasi dunque mettere in relazione i Reti coi Toschi, che 
all'asserzione di Livio non ponevasi dubbio alcuno, senonché facen- 
doli peregrinare dal mezzodì a settentrione, o meglio fuggire innanzi 
all'onda impetuosa dei Galli. E siccome questi fuggiaschi erano gui- 
dati da Reto, quando si fermarono nelle Alpi costituirono il popolo 
dei Reti. Di questa opinione sono anche a' giorni nostri tutti coloro 
che propugnano l'origine Lidica degli Etruschi, specialmente il Thiersch, 
Noèl des Vergers * ed il Dennys ', il quale in appoggio del suo as- 
serto citava i monumenti etruschi trovati nel Trentino, che secondo 
lui, sono il prodotto di un'arte già bene sviluppata, e quindi non an- 
teriore all'epoca di Tarquinio Prisco. Nello stesso modo facevano ve- 
nire gli Etruschi nelle Alpi tutti quelli che i Raseni dichiaravano di 
origine Pelasgica o di razza mista di Pelasgi e di Lidi. La quale idea 



« Erod. Hist, I. e. 94. 

a NoÉL DES Vergers. VEtrurU et ks Eirusques. 

3 Dekmys. The cities and cimeteries of Etruria. London, 1878. 



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246 

fu sostenuta dal Lanzi ' primieramente, e poi da molti altri fra i quali 
si distinguono in ispecial modo il Vermiglioli ' ed il Lepsius ^ 

Ma delle torti ragioni fanno credere impossibile che solo al tempo 
di Tarquinio Prisco siano venuti ad occupare la regione alpina. 

In primo luogo non è ammissibile, anzi è assolutamente falso che 
prima di quel tempo tutta la regione alpina sia stata priva di abi- 
tatori, mentre fino dai tempi antichissimi era abitata la pianura pa- 
dana. Anzi Polibio parla di incursioni e guerricciuole che i popoli 
Alpini facevano contro gli abitatori della pianura, quando appena i 
Galli cominciavano a scendere in Italia. E se cosi è, come potevano 
gli Etruschi, sbaragliati e vinti dai Galli, venire in un paese straniero 
ed impossessarsene in modo da dare a quello il nome del proprio 
condottiero? Se non furono capaci di salvare la patria loro contro i 
Galli è un assurdo il credere che abbiano potuto strappare la terra 
propria degli Alpini, i quali oltre che essere feroci per natura, tanto 
più dovevano essere stati animati dal pensiero che combattevano prò 
aris et focis. E perchè avrebbero dovuto questi Etruschi mettersi a 
si rischiosa impresa quando avrebbero potuto rivolgersi ai loro fra- 
telli dell'Etruria centrale, i quali certo non avrebbero loro negato ospi- 
talità e non sarebbero stati immemori della loro parentela? Giacché 
sappiamo da Tacito * che in tempi di molto posteriori perfino quelli 
di Sardi ottennero dagli Etruschi un decreto, nel quale si dichiarava 
che erano loro fratelli e perciò dovea a loro essere concesso il pri- 
vilegio, fra undici città asiatiche che il pretendevano, di edificare un 
tempio a Tiberio. 



" Lanzi. Saggio di ìing. Etr, 1789. 

a Vermigligli. Le ant. iscri:^^di Terug. I, Ed. 1804. 

3 Lepsius Ueber die Thyrrenischen Peksger ecc, 1842. 

4 Tacit. ^miri/. Lib. IV, e. $$. 



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247 



n. 



Perciò si venne nell'opinione che la primitiva sede degli Etruschi 
fosse l'Italia settentrionale, e già Filippo Cluverio mise in campo 
buon numero di argomenti per sostenere questo asserto : 

NeU' Italia centrale presso il mare Tirreno anticamente abitavano 
gli Umbri, come si deduce dalla testimonianza di Erodoto, di Mar- 
ciano di Eraclea, e meglio ancora da quella di Plinio », il quale dopo 
aver detto che al fiume Macra incomincia l'Etruria, racconta che li 
abitavano già gli Umbri, che furono cacciati dai Pelasgi e questi dai 
Lidi cioè dagli Etruschi. Soggiunge subito poi che dal fiume Om- 
brone s'estendeva parte dell'Umbria, che diede il nome al fiume 
stesso, e con Plinio concorderebbe Dionigi d'Alicamasso * dove dice 
che i Liguri confinavano cogli Umbri. E siccome il Cluverio, avendo 
prima sostenuta la verità della sentenza di Dionigio ', che gli Etruschi 
non sono già venuti dal di fuori ma sono indigeni d'Italia, non può 
a meno di concludere che se gli Umbri ne' primi tempi abitavano 
nell'Italia centrale, gli Etruschi che doveano pure contemporanea- 
mente esistere, non potevano essere stati che nell'Italia settentrionale. 

Ma c'è ancora di più. Le dodici città che formavano la confede- 
razione della vera Etruria non furono già fondate dai Raseni, bensì 
dai Pelasgi, i quali di Tessalia s'erano portati nella Lidia 'e di li 
sotto la condotta di Tarconte, constituito duce da Tirreno, come 
vuole Strabone, ma da Evandro, principal condottiero di tutti i Pe- 
lasgi, secondo altri , vennero nell'Italia, s' unirono agli Aborigeni ed 
insieme occuparono tutta l'Etruria centrale, che tenevano gli Umbri, 
e divisero il paese in dodici principati. Tutto ciò ricavasi da Dio- 

1 PuNius. Ili, 5. Etruria est ab arane Macra, ipsa mutatis saepe nominìbus. Um- 
bros inde exegere antiquitus Pelasgi, hos Lydi, a quorum rege Tyrrheni, mox a 

sacrifico ritu, lingua Graecorum Thusci sunt cognominati Hinc amnes Prille mox 

Umbro, navigiorum capax: et ab eo tractus Umbriae, portus Telamon. 

2 DioN. Hal. I, e. X, 30. "AXXoi [Xfiv AiyOuìv àTco^xou; (jiuSroXoYoudt aùroù; 
Yfivsd^at, Twv 6jjLOfo6vTwv 'OtApptxoT;. 

5 DioNYS. II AL. Antiq. lipm. I, 27. 



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248 

nigi ■ d'Alicarnasso, dal quale per di più apprendiamo che G)rtona 
fu fabbricata dagli Umbri anzi che dai Pelasgi o dai Raseni, e che 
le principali città dell'Etraria sono tutte fabbricate dai Pelasgi si de- 
duce dalla testimonianza di parecchi scrittori. Infatti Cere fu fondata 
da questi secondo Strabone, ed 'EXXijv^ot nAtv è chiamata da Plutarco 
nella vita di Camillo: ed anche Pisa e Perugia e perfino Tarquini, 
dice Giustino % ebbero greci costruttori Soltanto in tempi posteriori 
i Tirreni Etruschi vennero a mezzogiorno e si unirono ai Pelasgi, i 
quali non solo li sopportarono, ma gli uguagliarono in tutto a loro 
stessi per ciò che riguarda i diritti politici, e si confusero insieme 
in tal modo che finalmente i Tirreni credettero di aver fondate essi 
stessi le dodici città confederate. 

Lo stesso non si può dire delle città della pianura padana, giacché 
tutti gli scrittori sono concordi nell' attribuire la loro fondazione ai 
Tirreni, anzi fino da antichissimi tempi erano i Tirreni quivi stan- 
ziati come ci attestano Plutarco ^ e Diodoro Siculo ^. 

L'errore principale di tutta questa argomentazione non fa d'uopo che 
io lo indichi, con ciò sia che nessuno voglia ammettere a'nostri giorni 
l'autoctonismo di questo o quell'altro popolo antico della nostra pe- 
nisola. Di più dice il Cluverio che essendo abitata l'Italia centrale 
dagli Umbri, non poteva essere abitata anche dagli Etruschi, ed avea 
ragione. Ma questi stessi Umbri,, per testimonianza degli antichi scrit- 
tori, non solo dominarono in tutta l'Italia media; ma si estesero 
bensì neUa pianura padana fino alle Alpi, ed allora dove debbonsi 
porre gli Etruschi ? 

Con tutto ciò l'opinione del Quverio, s'eleva giganteggiante fra 
tutti gli spropositi che intomo agli Etruschi si divulgavano e si divul- 

« DiONYS. Hal. tAntiq, Rom. I, 20. I««.tx (iLoTpi tt? aùrwv où/ iXa//aTi(j, G>; ^ y^ 

Tsuou9(v iitì Toùc 'OjjL^ixoùc xxì TiAiv auTuiv eOSx^tjLOvx xat {uyxX7)v &^vo) Tcpoa- 
'Ttto^vrec fttpo^i Kp^TMva* tocutt) cppoupio» xocl itcìTCì/ (vomiti xaxàt tiov Oji^uctov 
)^«^|jL8voi, xaTedxsuaTtAevY) rt uk ^u{jix etvxi tcoXsjìlou &7ro/^u>vT(x>; xaì /(ópxv 

> lusT. XX. Sed et Pisae in Ligurìbus graecos auctores habent, et in Tuscis Tar- 
quinii a Thessalis et Spinetanis, Perusini quoque originem ab Acheis ducunt. 
J Plutarc. Vita CamilU, XVL 
4 DiODOR. SicuL. Bibl histor, Lib. XIV, cap. 1 1 3. 



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349 

garono per molto tempo di poi, e rimase quasi senza seguaci fino al ter- 
mine del secolo passato e al principio del secolo nostro, nel quale tempo 
fu di nuovo messa in campo dal Freret e da Bertoldo Niebhur e se- 
guita da una schiera non interrotta di illustri ingegni. Ma certo più 
non potevasi ammettere che gli Etruschi siano autoctoni, perciò il 
Niebhur, il quale credeva che gli Umbri e poi i Pelasgi e i Tirreni, 
che per lui forse erano lo stesso popolo, abbiano occupata l'Italia cen- 
trale, fa venire ì Raseni dal settentrione. E mentre il Cluverio am- 
metteva sempre che i Reti fossero Etruschi della pianura del Po 
cacciati dai Galli fra4e Alpi, il Niebhur invece diceva che i primi 
erano i Raseni che per i monti Tridentini calarono in Italia. Infatti, 
egli dice, l'asprezza della lingua etnisca dimostra che questo popolo 
discese dalle montagne, ed abitarono nelle Alpi da prima, si estesero 
poi nella pianura padana e solo nel tempo del massimo loro splen- 
dore passarono TApennino e tolsero agli Umbri qiòel paese, che poi 
divenne TEtruria centrale. E narrano le antiche storie ' che gli Etru- 
schi s'impadronirono di trecento città degli Umbri, e Plinio ' ci dice 
che Felsina era la capitale dell* Etruria. Allora si spiega facilmente 
come abbiano potuto gli Etruschi fuggenti innanzi ai Galli ricove- 
rarsi nel paese dei Reti, poiché trovarono colà i loro antichi parenti, 
i quali non avranno certo rifiutato loro l'ospitalità. 

Tutti gli argomenti che porta il Niebhur per sostenere il suo as- 
serto possono facilmente essere confutati. Gli Etruschi tolsero trecento 
città agli Umbri? Ma ciò possono aver tatto non solo venendo dal 
settentrione verso mezzodì, ma anche da sud venendo verso nord, 
anzi le parole dello stesso Plinio ' potrebbero fare inclinare a questa 
ultima opinione. Giacché egli dica che da Ancona andando verso set- 
tentrione c'è la Gallia togata nel posto ove anticamente abitavano i 
Siculi ed i Libumi; che furono cacciati di là dagli Umbri , questi 
dall'Etruria, alla quale si imposero finalmente i Galli. 



« Plim. Nat. Hist, Lib. Ili, 14 (19) Trecenta eorum oppida Tusci debellasse re- 
periutur. 

» Plin. Ili, 15 .... Bononia, Felsina vocitata cum princeps Etruriae esset. 

J Plin. Nat. Hist. Lib. Ili, 14. Ab Ancona Gallica ora incipit Togatae Galliae 
cognomine. Siculi et Libumi plurima eius tractus tenuere, in primis Palmensem, 
Praetutianum Hadrianumque agrum Umbri eos expulere, hos Etruria, hanc Galli. 



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25Q 

E qui Plinio non dice già Eruschi, ma Etruria quasi parlasse di uno 
stato già formato e che si estende fuori dei suoi confinL Né impona 
che dica che Felsina era capitale d'Etruria, poiché certo intendeva 
dell'Etruria nuova. Il che risulta chiarissimo quando si abbia riguardo 
al concetto generale di Plinio, il quale segue l'opinione di Erodoto, 
e per ciò chiama gli Etruschi ripetutamente Lidi, per lo che non 
possono essersi estesi, secondo lui, nell'Italia settentrionale se non 
che partendosi dal mezzodì. 

Tutte le circostanze addotte del Niebhur avrebbero servito di mag- 
giore conforto alla sua opinione quando egli avesse potuto dimostrare 
od almeno addurre qualche argomento pel quale si potesse credere che i 
Raseni vennero dal settentrione precisamente per i monti Triden- 
tini, e che i Reti sono veramente i progenitori degli Etruschi. Ma ciò 
egli non fece, bensì s'accinse a questa impresa il conte Benedetto 
Giovanelli ■: 

Dionisio d'Alicarnasso racconta che i Siculi furono messi in fuga 
dagli Aborigeni d'Italia, che dai Greci erano detti autoctoni. Essi per 
testimonianza di molti scrittori % erano appunto chiamati Aborigeni 
perché abitavano sui monti. Ma siccome Aborigeni e Raseni erano 
la stessa cosa, ne viene che i progenitori di questi sono i Reti, i quali 
abitavano appunto nei monti tridentini donde si diramarono per tutta 
l'Italia. Ragionando in tale maniera il Giovanelli cadeva in due gra- 
vissimi errori; in quello cioè di confondere gli Aborigeni coi Raseni, 
e nell'altro pel quale intendeva la parola monti in senso di Alpi. 
Poiché nessuno disse mai che questi Aborigeni fossero abitanti delle 
Alpi, ma dei monti in generale: anzi i primi abitatori del Lazio erano 
chiamati Aborigeni innanzi alla venuta dei Troiani 5, e solo quando ^ 



" B. Giovanelli. Trento città dei Re^i e Colonia %>mana ecc. Trento, 1825. — 
Dei %p^ ddf orìgine dei popoli d* Italia e d*una iscrì:^ione re:^ioetrusca, Trento, 1844. 

2 DioN. Halic. Lib. II. — AuREL. VicT. Hist, (Grut. p. 706.) — Valer. Flac. 
(c Aborigenes a cacuminibus montium dicti ». 

3 EusEBi. Chron, Lib. I. (Edid. Schòne.) Ante vero praelaudata tempora, none 
Latini, nunc Aborigenes vocabantur, itemque aliter aliis temporibus. — Eus. Exc, 
irpò Se ye xoZ 8y)Xw^£vto; '/i^6w\j IttixXtjv iTuyyavov, Tcoxè \IÀ^/ Aar^voi, 'koxÌ Zè 
'ApoptyTvg?. 

4 Catonis. Orìg, Frag. (Edid. Peter). (Seru. ad I Aen. 6.) Cato in originibus hoc 
dicit, cuius auctoritatem Sallustius sequitur in bello Catilinae. Primo Italiam te- 



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251 

parlano del territorio latino gli scrittori fanno cenno di quel popolo » 
e Livio ^ dice appunto che Enea venuto in Italia alle foci del Tevere^ 
trovò gli Aborigeni « qui tum ea tenebunt loca ». Del resto non è 
da poite grande importanza a questo che alcuni dicano che sui monti 
stava quella gente, poiché deducono ciò solo dalla etimologia del 
nome, o che con ciò volevano solo denotare che quel popolo me- 
nava una vita semplice e contadinesca, quantunque non nomade e co- 
noscessero già Tarte della guerra, come si ricava da Dionigi d*Ali- 
camasso presso Eusebio % il quale dice che abitando essi sui monti 
in certi villaggi non cinti di mura, sparsi qua e colà, cacciarono valoro- 
samente combattendo i Siculi, popolo barbaro ed indigeno (aù^rarevc'c), 
e racconta pure T^to Livio ^ che gli Aborigeni per respingere i Trojani 
condotti da Enea, uniti ed armati uscirono dalla città e dai loro campi. 
Anche altri popoli però furono chiamati Aborigeni, quando fossero 
creduti originari dal luogo stesso ove si trovavano, e deve essere 
stata questa credenza che indusse Ammiano Marcellino a nominare 
in tal modo i Celti della Gallia transalpina. 

Plinio, continua il Giovanelli, parlando degli Euganei li chiama 
d'illustre schiatta, e con ciò voleva significare che appartenevano ad 
un popolo grande e primitivo e lo stesso dice pure dei Leponzii, si 
che li fa compagni di Ercole stesso. Ma Strabone mette i Leponzii 
accanto agli Euganei Stoni ed ai Tridentini e dice per di più che 
questi popoli ne' passati tempi «e tenevano l'Italia » quindi anche essi 
devono aver fatto pane di un popolo grande e potente « ed al tempo 
di Strabone, ossia quello in cui scrivevano coloro, dai quali egli tolse 



nuisse quosdam, qnì appellabantur Aborìgenes, hos postea adventu Aeneae Phrìs- 
gibus iunctos Latinos uno nomine nuncupatos. (7. Prìsc. V, p. 668. P. 182. H.) Cato 
in I orìg^num: Agnini quera Volsci habuerunt carapestris, plenis Aboriginum fuit. 

« DiOHYS. Hal. L. II^ I. 

» Liv. Hist. I. 

5 EusEB. Chron. Lib. I. Post vero illa tempora Aborìgenes tenuere (quippe) qui 
multorum temporum bella (bellum) cum incolis gerentes (gerendo) capiunt, qui pri- 
mum in montibus vicos quosdam sine moenìbus, hic et illio sparsim incolebant. 
EusEB. Exc. y^ovco Si O^tepov 'Apopiy^ve; aut^i TcapaXocjxpàvou^/, ?coAe(jLco [ax/^io 
Toù? 1^0 vTa; à^eX^{Asvoi. 

4 Liv. Hist. Lib. I, I. Latinus rex Aborigenesque, qui tum ea tenebant loca, ad 
arcendam vim adversarium, armati ex urbe atque agris concurrunt. 



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252 

le cose sue, esisteva un'antichissima tradizione, che quelle genti Le- 
ponzie, Tridentine e Stonie con le loro finitime ne'tempi antichi al- 
cuna parte della italica penisola occupassero. » 

D dire che i Reti debbono essere d'illustre schiatta perchè nominati 
accanto agli Euganei che sono da Plinio detti di nobile stirpe, mi 
sembra un modo di ragionare un po' strano, in quanto poi a quella 
certa tradizione che deve essere esistita ai tempi di Strabone o prima, 
che quei nobili popoli abbiano posseduta l'Italia, io non la so rav- 
visare nelle parole del greco geografo. Egli non fa che stabilire il luogo 
dove quelle genti abitavano, e dice appunto che stavano in Italia (xaT£- 
•/ovra tV 'It(xX(«v) a diflferenza di altri piccoli popoli che erano di là 
dalle Alpi. Ed anche l'illustre nascimento che si vuole attribuire agli 
Euganei mi sembra che non abbia alcun valore, imperocché non sia 
che una delle solite sentenze cavate dall'etimologia del nome. 

E questi popoli discesero dai monti nostri e furono i padri dei nobili 
Etruschi, secondo il Giovanelli, per le seguenti ragioni: 

Catone ' in Plinio stimava che i Leponzi fossero una gente Tau- 
risca. Anche i Norici, dice Plinio, erano una volta chiamati Taurisci: 
ma siccome Strabone asserisce che i Norici erano di nazione retica, 
quindi anche i Reti sono Taurisci, cioè discendenti dai monti, perchè 
taar in lingua asiatica significa monte. Ed i Reti sono Etruschi perchè 
nobilissimi, e quindi abitatori primitivi d'Italia, sono detti dagli scrit- 
tori, e perchè i Tridentini, che sono chiamati da Plinio di retica 
origine, per testimonianza di Strabone, tenevano già l'Italia, e quindi 
si devono identificare coiRaseni che dominavano su tutta la penisola. 

Tutto il ragionamento si riduce quindi ad un sillogismo: I Le- 
ponzi ed i Norici sono Taurisci: ma essi sono detti anche Reti: quindi 
Reti e Taurisci sono la medesima gente. V errore di questo ragio- 
namento sta tutto in ciò, nell'avere cioè messe insieme le asserzioni 
di due diversi scrittori per cavarne una sola dedizione. Ma se Stra- 
bone dice che i Leponzi sono Reti e Plinio che sono Taurisci potrò 
dire non già che Reti e Taurisci sono due nomi riferentisi al me- 
desimo popolo, ma che i due scrittori aveano diversa opinione, e in 



« Plin. Nat. HisU Lib. II, 20. Praestantesque genere Euganei, inde traete no- 
mine, caput eorum Stonos. 



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253 

quanti punti non discordano gli antichi storici e geografi? E parlo 
solo dei Leponzi, poiché non è niente affatto vero che i Norici siano 
detti Reti da Strabone, e certo il Giovanelli deve essere stato tratto 
in errore da qualche cattivo testo o dalla traduzione latina, perchè 
le migliori edizioni ci danno questo passo in tal maniera: tourou 
(*PatTtxo^) 8* «Tal tou ^uXou As-Tc^mot %9.ì Ka[iiot>voc. ot 81 OùtvBoXixol xal No)- 
poLoì T^v ?xToc itapcópsiav xaTsyou^t. 

Riguardo a quella pretesa nobiltà ed antichità dei Reti perchè pa- 
renti degli Euganei, si che si fanno i padri stessi dei Raseni, ho 
detto già prima quanto fosse fondata. Alle stesse conclusioni veniva 
il Giovanelli dopo Tesame della situla di Cembra della quale noi 
già abbiamo parlato. E veramente dei caratteri denotanti una grande 
antichità ella ci presenta, cosi che l'illustre archeologo asseriva che 
certo essa ascende ad un'epoca anteriore alla venuta dei Galli in Italia, 
ai quali si vorrebbe attribuire la cacciata degli Etruschi in questi 
monti, e qui confermando le sue antecedenti idee soggiunge: in ogni 
modo gli Etruschi non furono quivi spinti dai Galli ; ma forse in an- 
tichissimi tempi dalle geriti venute dall'Asia. Ed anche Tlnghirami 
trovava che si poteva attribuire a questo vaso « tutta l'antichità che 
gli si può essere accordata » e non lo trovava meno vetusto « del 
si famoso sasso Maffeiano e del donarlo d'argento trovato in Chiusi 
parimenti reputato dei più antichi oggetti d'arte d'Etruria ». Ma ap- 
punto il trovare antichità tanto remota in oggetti rinvenuti in Chiusi 
ed in altri luoghi dell'Etruria propriamente detta, mi fa chiaro che 
se antichi sono i Reti, lo sono altrettanto gli Etruschi centrali, cosi 
che per quanto antica sia la situla del Giovanelli non è però tale che 
ci assicuri essere stati i Reti i padri della grande Tosca nazione. 
Né ciò si può dedurre dalle antichità scoperte a Matrey, poiché ab- 
biamo già dimostrato a che epoca si debbano riferire, e se nelle olle ci- 
nerarie di Sonnenburg si trovarono quei coltelli ad uncino dinotanti una 
gente € pòco pria ancor nomade » ciò non vuol già dire che essa sia 
venuta dal settentrione, anzi coltelli della stessa forma furono trovati 
nelle tombe di Marzabotto e di Villanova, le quali non accenneranno 



« Plik. Lib. III. Lepontios Tauriscae gentis Cato arbitratur — Quondam Taurisci 
appellati nunc Norici bis contermini Raeti. 



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254 

certo ad una gente nomade poco prima. Dopo il Giovanelli altri per 

diverse vìe tentarono arrivare allo stesso risultato. 

Lodovico Steub esaminava una grande quantità di nomi di luoghi 
della Rezia e vi ravvisava o una desinenza o una radice etnisca, però 
egli fu accusato, ed a ragione, di esagerare un po' troppo e di volere 
costringere tutti i nomi, anche quelli che sono ben lungi dal portare 
traccia della lingua etrusca ad essere prova di quello che sosteneva. 
U che se avesse anche trionfalmente dimostrato. Tunica deduzione che 
si sarebbe potuta cavare, sarebbe solo questa, che Etruschi abitarono 
nel paese de' Reti, non già che i Reti siano i padri degli Etruschi. 
Anche il Corssen, dopo avere con sicurezza dimostrato che la lingua 
etrusca era parlata nel paese fra il lago di Como ed il lago Mag- 
giore, nella Valtellina e nella regione fluviale dell'Adige fino alla Valle 
dell'Eisak, confermando così l'asserzione di Livio che i Reti parla- 
vano la lingua etnisca, non solo concludeva che quivi furono degli 
Etruschi, ma dichiarava « come ben fondata l'opinione di quelli 
storici, che considerano la Rezia come la più antica abitazione degli 
Etruschi, di cui noi abbiamo notizia ». Ed a dire ciò lo induceva il 
nome dei Reti che gli sembrava il più vicino alla primitiva radice 
rad donde venne il nome Raseni (Rasnas). Però quanto è vero che 
il nome Raeti più sembra vicino alla radice per la permanenza 
della dentale, altrettanto se ne allontana per il dittongamento àéVA: 
cosi che sono vicini quasi egualmente alla priniitiva radice ambedue 
quei nomi, e da tale ravvicinamento si può bensì dedurre che sono 
i Reti e gli Etruschi della stessa famiglia, e che qui nelle Alpi ven- 
nero a stabilirsi in tempi assai antichi, quando ancora il nome non 
aveva subito alcun cambiamento, non già che i primi siano i progeni- 
tori dei secondi. 

Ma Terrore originale di tutti questi dotti è uno solo, quello cioè 
di essersi affidati quasi esclusivamente alla tradizione: e siccome i testi 
antichi per poco che si trasformino sono presto tirati in appoggio 
delle proprie idee, così avvenne che per alcuni tutto etrusco era quello 
che preesisteva al dofiiinio dei Galli e dei Romani, e tutti i diversi 
nomi coi quali gli antichi scrittori designavano le diverse genti del- 
l'Italia non erano per essi che varianti dello stesso ed unico nome. 
Altri invece ravvisando in ogni singola tribù un popolo speciale, dif- 



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255 

ferente dagli altri moltiplicarono le antiche immigrazioni, e vi fab- 
bricarono intorno dei sistemi tutto speciali. 

U merito di aver saputo unire la tradizione colle recenti scoperte 
archeologiche in questa questione spetta principalmente a Wolfango 
Helbig. Egli studiò con molta attenzione i monumenti italiani e dopo 
aver ammesso che primi abitatori dell'Italia furono i Liguri ed i Siculi, 
ai quali tennero dietro gli Italici costruttori delle terremare, cadde in 
errore facendo venire una terza imigrazione dal settentrione cioè 
quella degli Etruschi, che per lui pure calarono in Italia pei monti 
Tridentini. 

È però si poco ben chiarita dai monumenti la sovrapposizione di 
questa nuova gente che THelbig stesso è costretto di confessare che 
avendo essi una coltura del tutto identica a quella degli Italici, i più 
antichi monumenti degli uni non si distinguono menomamente da 
quelli dei secondi. Perocché soltanto nel quinto secolo avanti Cristo 
pei continui contatti coi popoli orientali, gli Etruschi assunsero quella 
coltura per la quale si distìnguono da tutti gli altri abitatori della 
penisola. 



ni. 



E per ultimo mi rimane a parlare dell'opinione di coloro che dagli 
Etruschi fanno occupare la regione alpina nel tempo della massima 
loro potenza. 

Il conte Gian Carlo Conestabile al pari del Giovanelli trovava che 
i monumenti dei Reti sono assai più antichi del tempo di Tarquinio 
Prisco, e siccome egli inclinava a credere col Lepsius che gli Etru- 
schi non siano che Pelasgi venuti daUlllirio nell'Italia centrale, sup- 
poneva che essi siansi in processo di tempo talmente ingranditi da 
estendere il loro dominio in quasi tutta l'Italia fino alle Alpi. 

E per vero la testimonianza di Livio che prima abbiamo esami- 
nata tornerebbe in favore di questa opinione: la quale sarebbe per 



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256 

di più sostenuta da quello che dicono Plutarco » e Diodoro Siculo * 
che narrando la venuta in Italia dei Galli, riferiscono che tutta la 
pianura padana era occupata dagli Etruschi che si erano spinti fino 
alle Alpi. Ed anche Giustino, e Dionigio Periergeie (vers. 294 e segg.) 
come prima abbiamo notato, fanno cenno dell'esistenza dei Raseni in 
quasi tutto il territorio che fu poi occupato dai Galli. 

Né i monumenti etruschi trovati fuori d'Italia verso settentrione 
si oppongono certo a questa opinione, imperciocché abbiamo vi* 
sto, che essi non possono segnare la via che gli Etruschi tennero 
nel venire in Italia, perché sono il prodotto d'una cultura già avan- 
zata ed affatto estranea ad un popolo primitivo e nomade ancora. 
E poiché nessuno vorrà ammettere che questi settentrionali erranti 
abbiano seco portato l'alfabeto, bisogna concludere che esso nel paese 
dei Reti fìi portato dal mezzodì, ed in tempi assai antichi quando le 
forme delle lettere erano ancora vicine a quelle dell'originario alfa- 
beto dorico: e mentre nell'Etruria centrale vennero mano mano cam- 
biandosi, non CQsi nelle Alpi, dove per essere più difficile il contatto 
colla gente colta mantenne sempre la primitiva impronta. 

Come che dal settentrione si facessero venire gli Etruschi da chi 
li stima di stirpe Turannica % e' é però chi crede ^ che essi dalle 
estreme Indie si recassero nell'Arabia e di li nell'Egitto, donde par- 

» Plutarco. Vita CamiìlL XVI. 0\ V ijjLpaX^vTs? sO^ù; ixpxxouv t7j? ywp*^ 
?aTjv xò itaXatòv o\ Tuffy)vo\ xax^yo , à^rò tGiv "AXttswv 1% a|jt.^0Tepa? xot^,- 
xou^av Tx; 2raXx(wa?, w? xal touvoixx jjLxpTupsT rto X^y*?* ^^^ H"^^ T^P ^^p^'^v ^x- 
XxTTXv 'A8p(«v xaXoixxt aitò Tuf ^y)vtx9i5 itAsoi? 'A8p{a?, t^v Bè icpè? v^tov xsxXi- 
{isvriv ivTtxpu; Tuf^rjvix^v itiXocyo^, Iltox 8' iirti SevJp^^uToc «Bt»; xxì àpejiL- 
jAa^iv eupoTo; xa\ xxTxppuxo? itoTXjiioT^ Kaì irAtt? sT/tv 6xTa>xa{Bsxa xaXic xxì 
jjL€YxXa; xa^ xaT£(Txeva(r[Uva? icpò; te y£r^\f.(x,Ti<Tiuo}f epyaT xw? xa\ Tcpè; Siarav 
TtavirjYypixw;, à? 0! raXxxxt toì>; Tu^^tivoù; ixpxX^^vre? xùto^ x%ti(r/p^. 'AXXà 
ratira fiiv itcpi^^tJy) duyv^» Ttvi /p^vcj» itp^xcpov. 

* DiODORO Siculo. WR hist. XIV, 113. xxà' ov 8è xxipòv jiàXiarx 'Pi^Ytov £«0- 
X^pxci Atovuffio;, ol xxtoixouvtc; tx Tripav twv "AX^imov KéXt&I xà orivi ^leX- 
2r<^vTC? (MfdcXat; Buvx|«(it xxtìXx^vto T)\f |xiTa$ù ywpxv to\} t« *Ait«vv(vou xxl 
t65v "AXhcwv ^poiv, ixpxX^vTS^ to-j? xxToixotiVTX? Tuf ^y)vou;. toutou; S' £vtoi cpxoiv 
alte tGv £v Tu^^y)v(^ Sm^cxx it<^Xiwv XTtotXKJà^ivx. • ttvi; Si «j^atii niXatayoù; npò 
Twv TpoHxuiv ix 0&TTxX(a; ^Y^vTx; TÒv tó AsuxxX^covoc Y*^l**^^ xxTxxXuduòv 
ev TouTtj) Ti?) T<^7tci> xxTotxTjaai. 

3 I. Taylor. Etruscan l^earches, London, 1874. 

4 MoLON, Preistorici e conUmporanei in reìa^, al popolo Ligure, Milano, 1880. 



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257 
tirono divisi in due correnti; una per l'Albania, per T Illirio e per il 
Trentino calò dal settentrione in Italia, Taltra per mare si portò nella 
parte centrale della nostra penisola. 

Fra tanta varietà d* opinioni intomo ali* origine degli Etruschi, e 
perciò anche intomo alla via da loro tenuta per recarsi nella regione 
alpina, non porta maggiore chiarezza la craniologia, perocché siano 
discordi i dotti in questo riguardo, e quanti furono che il cranio 
raseno credettero brachicefalo, altrettanti s'argomentarono di provare 
che esso fosse dolicocefalo, anzi il Nìcolucci trovò che fra diciannove 
crani etruschi, dodici erano dolicocefali, e gli altri brachicefali, cosi 
che appare quanta sia l'incertezza ancora sulle vere qualità andropo- 
logiche di questo popolo misterioso. 

Ma se poco chiara era codesta questione per la discordanza degli 
antichi scrittori, più intralciata che mai e pressoché insolubile di- 
venne per le teorie stranissime e disparate emesse dai moderai in- 
dagatori dell'antichità. Nella imaginazione de'quali vedevasi già questo 
popolo singolare scendere vincitore dalle Alpi, e imporre ai primi 
abitatori d'Italia la sua novella civiltà e il culto alle sue patrie di- 
vinità; o pure espertissimo navigatore in tempi lontanissimi e primi- 
tivi lo si Éiceva solcare con grande numero di navi un mare inco- 
gnito ancora per lui e sbarcare in una terra straniera, e vincere e 
dominare la gente che prima pacificamente la possedeva. 

Però quando si voglia indagare la cosa con mente fredda e priva 
di preconcetti, né si voglia per semplice boria municipale far pas- 
sare gli Etruschi per le proprie campagne, come all'ombra del pa- 
trio campanile pretende ognuno che abbia riposato Annibale o Carlo 
Magno, si arriva a conclusioni sicure, il che appare chiaro solo al- 
lora quando si prendano in attento esame i monumenti. 

È manifesto per quello che già abbiamo esposto in questo lavoro 
che fra'primi abitatori d'Italia furono gli Ibero-Liguri, che occuparono 
la nostra penisola nell'età neolitica. A questi tennero dietro nell'età 
del bronzo gli Italici costruttori delle abitazioni lacustri e delle ter- 
remare, i quali si estesero in tutta la pianura padana, assimilandosi 
in parte gli antecedenti Liguri, confinandone molti lungo le rive del 
Tirreno, in ispecie nella Liguria. Ma adagio adagio gli Italici si dif- 
fondono anche nell'Italia media, si dividono in famiglie, ognuna 

«7 



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258 

delle quali, a seconda della sua diversa posizione, assume una coltura 
speciale, e pel contatto con popoli stranieri apprende Tuso del 
ferro, iniziando per tal maniera una nuova civiltà che dall'Italia cen- 
trale si diffonde in tutta la nostra penisola fino alle Alpi. Ora è certo 
che in quest'epoca ancora gli abitanti dell' Etruria e del Lazio non 
differiscono quasi punto dagli altri Italici, infatti le necropoli albane 
colle urne a capanna, e quelle di Cometo Tarquinia ultimamente sco- 
perte a Monterozzi con tutti gli oggetti che le accompagnano danno 
a divedere che sono il prodotto della stessa gente che contempora- 
neamente abitava l'Umbria, il paese degli Euganei e quello dei Reti, 
gente che per le sue speciali costumanze è ritenuta per la medesima 
che popolò l'Italia nell'età del bronzo. Infatti se gli scrittori antichi 
sono oscuri quando parlano degli Etruschi, non è però che alcuna 
voka non diano a divedere che li ritenevano pur essi come im po- 
polo imparentato coll'Umbro. Servio * anzi, che molto attinse da Ca- 
tone, dice chiaramente che l'Umbria è una parte dell'Etruria, e pro- 
miscuamente etnische e tirrene erano dette da Strabone, da Ste&no 
Bizantino e da altri antichi geografi le città degli Umbri. Né fa perciò 
meraviglia se ambedue questi popoli troviamo collegati nelle loro im- 
prese, come nella conquista della Campania \ e nella guerra contro 
Cuma \ che anzi se per caso vennero fra di loro a contesa, il vin- 
citore non cercò minimamente di distruggere il suo vicino, ma, come 
ci attesta Strabone, voleva solo avere una certa quale egemonia sopra 
di quello. 

E per molte altre particolarità s'appalesa che gli Umbri e gli Etruschi 
appartengono alla stessa famiglia. Infatti in parecchie città degli uni e 
degli altri usavasi contare gli anni dalla fondazione di quelle \ e come 
un Tarsinate Turskum è rammentato nelle tavole eugubine, una fa- 
miglia Umrana esisteva nell'Etruria, il che attesta un ipogeo chiusino, 



> ShRVius. Ad xAen, XII, v. 759. Umbria vero pars Tusciae. 

2 Plin. Lib. Ili, cap. 5. Hoc quoque certam humanae voluptatis tenuere... Um- 
bri, Tusci. 

3 DioNYS. Hallic. Lib. VII, e. 3. 

4 A Terni p. e. fu rinvenuta un'iscrizione nella quale appunto si contano gli anni 
dalla fondazione di quella città (anno post fnteramnam conditam DCCIIII); Io stesso 
è provato per altre città etnische. 



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259 
ed una famiglia Unibricia era in vai di Chiana, se un sigillo colà 
trovato coll'iscrizione : l. umbrici. ampliati, può essere prova di ciò. 
In ogni modo è certo che grande affinità deve essere stata fra la 
lingua umbra e la rasena, se nel quinto secolo ì Romani per par- 
lare cogli Umbri si valevano di un nunzio che avea conoscenza della 
lingua etnisca '. E per quanto i dotti siano andati a rintracciare la 
chiave per spiegare questa strana favella fra i Semiti, fra i Turanni 
e fra molti altri popoli lontani da noi, egli è certo che Tetrusco è 
un dialetto italico, il che si viene sempre più raffermando, e si sa- 
rebbe arrivati fin da molto tempo a proficue e sicure deduzioni, se 
per amore di novità, o per la vana ambizione di proporre dei nuovi 
sistemi, non si avesse vagato nelle tenebre senza trarre vantaggio 
alcuno. 

Oltre di che ambedue questi popoli aveano un carattere eminen- 
temente religioso e militare, ambedue orientavano le città, le cin- 
gevano di mura, e le consacravano con grande pompa sacerdotale 
dedicandole a qualche divinità; gli uni e gli altri erano dotati di una 
fine tattica militare e deUe fortificazioni si prendevano grande cura, 
onde gli Umbri prima, più tardo gli Etruschi riuscirono ad avere il 
predominio sopra tutta l'Italia. Ed ancora quando per la continua 
evoluzione delle cose umane caddero dal loro splendore e fiirono sot- 
tomessi dai Romani, unitamente venivano rimproverati nella loro mi- 
seria *, per ciò che quanto un popolo è più grande e potente altret- 
tanto viene deriso quando per sua mala ventura è costretto a ubbidire 
a chi era da meno di lui. 

Non ostante questa rassomiglianza fra la coltura e le condizioni 
religiose e sociali degli Etruschi e degli Umbri, c'è un tempo nel 
quale succede un cambiamento sostanziale nella civiltà rasena, la 
quale prende una forte tinta di orientalismo. Come si spiega questo 
fenomeno? Dipende forse da ciò che nel quinto secolo, nel quale 
appunto si esplica più che mai questo orientalismo, sia venuta qualche 
colonia semitica a stanziarsi nel paese dei Toschi? È egli questo 
cambiamento tanto istantaneo da dovere ammettere ciò? No certo: 



» Liv. Ab. urbe cond. Lib. IX. e. 30. 

» Catullus. Cam. XL. 21 Aut porcus Umber, aut obesus Etruscus 



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26o 

perocché ancora nel tempo nel quale predomina la cultura italica della 
prima età del ferro, si comincia a trovare nelle tombe qualche og- 
getto di provenienza orientale, come a modo d'esempio certi pu- 
gnali e piccole spade e alcuni oggetti d'ornamento, e trascorsero pa- 
recchi secoli prima che si difiFondesse tutta quella serie di oggetti 
orientali, specialmente assiri ed egiziani, che venivano importati dai 
Fenici di Girtagine. Parimente lento fu l'insinuarsi dell'arte greca, 
che si esplica nei vasi figurati e nelle pitture parietali delle grotte 
sepolcrali: perocché mentre alcune risentono ancora molto dell'arte 
orientale, altre se ne allontanano tanto da dimostrare tutta intiera 
l'impronta ellenica. 

Di maniera che resulta chiaro che l'Etrusco é un popolo pratico 
che assume in parte le costumanze del popolo che lo precedette, in 
modo speciale l'uso delle grotte sepolcrali proprio dei Liguri, e d'altro 
lato, per le estesissime sue relazioni commerciali, si procaccia tutto 
ciò che di meglio può avere dai popoli che vengono a contatto con 
lui, per lo che dovrebbesi paragonare coi moderni Inglesi, piuttosto 
che coi Chinesi, ai quali li rassomigliava il Mommsen, come a coloro 
che tutto prendono dagli altri, e nulla sanno inventare da sé, poiché 
è pure certo che i Raseni aveano da contrapporre alla coltura presa 
dai popoli stranieri una civiltà e costumanze proprie, che gli aflPra- 
tellavano a tutti gli altri abitatori della nostra penisola. 



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CONCLUSIONE. 



Due cose principalmente credo di aver messo in chiaro con questo 
mio lavoro: lo stato dei Reti cioè nei tempi storici, e le varie so- 
vrapposizioni etniche avvenute nella regione italiana alpina durante 
repoca preistorica. 

Per la prima parte furono di grande aiuto le iscrizioni latine e 
gli scrittori greci e romani, dietro la scorta dei quali si potè defi- 
nire che i confini più antichi di questo popolo, che a mezzodì si 
estendeva sino alla pianura padana, erano segnati dalle Alpi Lepon- 
tine, Retiche, e parte delle Gamiche. 

I Reti erano divisi in molte comunità, ciascuna delle qu^i avea 
il suo piccolo centro, ed era indipendente dalle altre, in modo che 
talora erano in guerra fra di loro, né tutte si univano nel caso di 
un pericolo estemo, laonde in tempi diversi furono sottomesse dai 
Romani. Era non ostante questo un popolo intelligente e laborioso, 
esercitava l'agricoltura ed un pò* anche il commercio, ed esplicava 
tutta l'attività e quelle buone e tristi qualità che erano il retaggio dei 
vari popoli che via via si seguirono e si mescolarono in questo paese. 

Del quale furono primi abitatori gli Ibero-Liguri nell'età neolitica, 
però che qui, come in tutto il resto dell' Europa occidentale, si tro- 
varono le caverne abitate da quell'antichissima gente che erasi sparsa 
per tutta lltalia, lasciando ovunque le tracce de'suoi particolari co- 
stumi, e vivendo una vita randagia e libera fino alla venuta degli 
Italici. 

Essi più culti assai del popolo che li precedette, introducono in 
Italia l'uso del bronzo, vivono in società sopra palafitte costruite al- 
l'asciutto (terremare) oppure dentro i laghi (abitazioni lacustri); a 
differenza dei Liguri, che erano eminentemente cacciatori, esercitano 
l'agricokura e cominciano a mettersi in relazioni commerciali con 



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262 

popoli abbastanza lontani. Ma quando la civiltà della prima età del 
ferro dal mezzodì $i diffonde in tutta la pianura padana e nella re- 
gione alpina, questa popolazione si divide in varie famiglie, ognuna 
delle quali per la sua speciale posizione e pel contatto coi popoli, 
coi quali scambiava le sue industrie, assume im carattere particolare, 
e sebbene gli Etruschi, gli Umbri, gli Euganei e gli altri Italici nella 
prima età del ferro non siano ancora tanto cambiati da non poter 
ravvisare la loro origine comune, pure siamo arrivati a tale che gli 
Umbri prima si distinguono per la loro civiltà e si impongono ai 
loro fratelli dell'Italia settentrionale, e più tardi gli Etruschi esten- 
dono la loro egemonia sopra la più gran parte della nostra penisola 
e quindi anche sopra la regione alpina. Però nella civiltà etnisca si 
ravvisano due periodi ben distinti. Per il primo questo popolo si appa- 
lesa fornito d'una civiltà identica quasi a quella dei Latini, degli Um- 
bri, e degli Euganei; ma in processo di tempo per le sue continue re- 
lazioni coi Fenici, in ispecie coi Cartaginesi, e più tardi coi Greci, 
modifica i suoi costumi, le sue industrie, fors'anco in parte il suo senti- 
mento religioso, di maniera che assunse un carattere cotanto speciale, 
che ancora alcuni degli antichi storici lo credettero iHi popolo parti- 
colare, al tutto differente dalle altre £imiglie Italiche, sulle quali ar- 
rivò ad estendere il suo dominio fino alle Alpi. 

Ma la venuta dei Galli da una parte, e dall' ahra Roma^ che di 
giorno in giorno aumentava il suo potere, fecero si che questo po- 
polo glorioso perdesse il suo potere sull'Italia, così che nella regione 
italiana alpina come in tutta la pianura padana, si possono chiara- 
mente ravvisare nei monumenti cinque diverse civiltà, quella dei Li- 
guri dell'età neolitica, degli Italici, dell'età del bronzo, alla quale 
tenne dietro quella della prima età del ferro iniziata specialmente, per 
influenza forse pelasgica, per opera degli Umbri e degli Euganei; gli 
Etruschi estesero colla loro egemonia i prodotti della loro industria 
anche nel paese dei Reti, dove si stanziarono anche i Galli prima 
che le aquile romane volassero trionfanti per tutta l'Italia. 



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