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Full text of "I tempi, la vita: i costumi, gli amici"

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V7^ 




lUIGI ANTONIO VILLARI 




won, GLI illCI 

LE PROSE E POESIE SCELIE 

Di 
FRANCESCO SAVE RIO ARABIA 



(Stndio sulla NapoU lettt^rarla dal 1880 al ISftO) 



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SUCCESSORI LE MONNIEI 



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LUIGI ANTONIO VILLARI 





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I. CLI AWCI 



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DI 



FRANCESCO SAVERIO ARABIA 



(Stadio sulla Napoli letterarla dal 1820 al 1860) 



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FIRENZE 
SUCX}ESSORI LE MONNIER 

1903 




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I TEMPI, LA YITA, I COM, GU AMlGi 

IK PBOSK K POESIK SCKITK 



DI 



FRANCESCO SAVERIO ARABIA 



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LUIGI ANTONIO VILLARI 



I TiPL Li WL I mm, Gil 




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DI 



FRANCESCO SAVERIO ARABIA 



(Studio snlla Napoli letteraria dal 1820 al 1860) 




FIRENZE 
SUCCESSORI LE MONNIER 

1903. 



ProprietI Lkttbkabia 



Pntto, Tip. Sum. Vettri. 



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DELLO 8TE880 AUTORE 



Le stoiialle dello Zoppo — Pitigliano, Paggi, 1898. 

■emorle dl Ollvlero Ollverio — Catania, Gian- 
notta, 1900. 



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1 



Al Prof. FRANCESCO CIMMINO 



la jpromisi, amico diletto, dedicarvi questo libro, 
e tengo la mia promessa. Certo Voi ne avete il 
diritto per avere^ primo di tutti^ commemorato de- 
gnamente Francesco Saverio Arabia in quella stessa 
Accademia Pentaniana di cui egli era il socio let- 
teratopiii antico: Voi ne siete stato il degno successore 
ed egli, che tanto vi amava e stimava, ne sarebbe, 
se il sapesse, ben lieto, poich6 in Voi 6 pari la luce 
e la vena di gentile poesia, supremo amore della sua 
vita intemerata, Voi vi compiaceste annunziare, con 
benevoli parole, V incarico che il defunto mi dava, 
incitandomi cosl a porre anche maggior cura al- 
V opera mia di modesto raccoglitore, Perd, se fossi 
riuscito inferior e alV impresa, sarete buon testimone 
della religione onde mi vi accinsi. 

E ora poche parole di cliiarimento a Voi e ai 

leitori. Questo volume contiene gli scritti migliori, 

1 



— 10 — 
in prosa e in verso, delV Arabia, quelli cioi nei 
quail il suo ingegno, la sua cuUura e la sua per- 
sonalitd meglio si rivelano. La scelta fio svhordinato 
a criteri speciali che non sfuggiranno al lettore in- 
telligente, II volume non contiene n^ le Monografie 
givL ridiche, percM non erano del mio compito, nd le 
scene Tommaso Campanella, di cui avanzano moUi 
esemplari, e riporta uno solo de' racconti Sorrento, 
perche di essi d recentissima la pubhlicazione. Chi 
sa che a tempo opportuno, le forze hastandomi e la 
vita, io non riproduca anche questi aUri nobili do- 
cumenti. Per ora mi ^ sembrato doveroso attenermi 
alle sue norme, di cui qualche traccia, per una roc- 
colta da fare^ esisteva fra le sue carte, Hopoi nar- 
rata di lui con la maggiore veridicitd e, dove non 
era il ca^o di essere serio e grave, non ho schivato 
quel dir libero e spigliato, che egli predUigeva, Con- 
sigliere di cassazione, accademico, senatore, fu tanto 
alieno da ogni dotta boria, che sarebbe stato un fargli 
tor to, trattare di lui con retorico orpeUo. JS ami 
ho cercato talvolta di farlo parlare, sia ricordando 
i miei colloqui con lui, sia trascrivendo brani di un 
libriccino in cui egli soleva prender nota di quanto 
gli aweniva giomalmente, e inserendo frammenti 



- 11 — 

di dbbozzi stioi che, per awentura, si riferivano at 
diversi periodi della sua carriera : e questi sempre 
81 troveranno virgolati o scritti di altro carattere. 
Cosl, o io m' inganno, sard piii somigliante il ritratto 
del calavrese spirito hizzarro, e a Voi e a qtmnti 
ebhero la ventura di awicinarlo, sorriderd forse 
V illusione di averlo accanto. 

Quanta alV opera sua civile e Utteraria, non mi i 
parso inutile studiarla alquanto kirgamente nei tempi 
che furono suoi e propria come egli desiderava. 

State sano, collega e aTnico, e serbatevi al mio 
affetto e al decoro delle letter e. 

AflF.mo V.tro 

L. A. ViLLARI 



1 



UQ. COM. 
LIBERMA 
SEPrtMBERmS 
17636 



mCORDI DI E. S. ARABIA 

e dei suoi tempi 



I. 



Poco lungi da Pozzuoli, fra i monti Tifati e i colli 
Leucogei, sorge la modesta dimora, verso cui m'in- 
cammino con la mamma, in un caldo giomo di luglio, 
e che, sitnata a cavaliere di una eolllnetta, in gnisa 
da dominare le terre svariate e il mare estesisgimo, ha 
quasi 1' aspetto, punto arcigno, di un piccolo castello... 
borghese. 11 podere che la cinge dHntorno scende giii 
fino alia polverosa^ ma bella via de^Bagnoli, che fra le 
vie k, una specie di anfibio, percM quasi ogni invemo^ 
il mare che la hagna vi salta sopra e V inonda. E cib 
con qualche fastidio de* viandanti, ma a gran diletto degli 
ingegneri ed appaltatori, percM porta seco la necessitd 
di riparare, di gittare scogli a difesa ; e quelle pietre 
che restano tali pel mare e case pe' pesci, senza nessun 
miracolOf si fanno per quei signori pane, e quotidiano 
ancora. Dalla parte di settentrione il podere confina con 
una vecchia strada^ che fecero un tempo i romani^ che 
si congiungeva alia via Appia, saliva dal lago di Agnano^ 



- 14 — 

t 

a Pozzuoli, e di Id per Gaeia e Roma^ sparsa ancora 
dl rottami, di ponti, di sepohreti^ di mura a fdbhrica 
reticolare^ de^ quali V avevano ornata gli antichi^ e di 
burronij solchi e sassij ortiche e spine di cui h obhligata 
ai moderni^ che lascAatala in abbandono, le hanno creato 
il privilegio di essere argomento degli studi storici di chi 
scrivercL il martirologio degli asim, che ogni anno muo- 
iono da vend a trenta ne* predpizi di essa strada. 
Ma che si ha a fare ^ gli asini pagano il fio di voter 
andare per la via piu breve^ senza temere di bagnarsi 
d* inverno e di arrostirsi al soUeone ; la strada paga il 
fio di non aver quel continuo bisogno di rlpar azioni, una 
volta che fosse rifatta, e perd divenuta invisa agli ap- 
paltatori^ rimarrd com^ ^ chi sa fino a qttando. 

Ma qui, lasciato il presente storico, debbo dire che, 
essendo passati molti anni da quelle cui mi riferisco, 
per aver io fatto piu lunga dimora in quel luoghi, la 
strada, a lode della Provincia di Napoli, 6 stata poi 
restaurata, h bellissima e desta Pammirazione di tutti ; 
e, quel che piu importa, vi si va in carrozza. Un bel 
viale, con viti a diritta e a sinistra, che s^intrecciano 
nel mezzo a pergola^ conduce dalla suUodata strada alia 
magione non men lodata ; ma noi, lungi dall' inoltrarci, 
ci fermeremo un tantinello per respirare, stanchi come 
siamo e grondanti sudore per la lunga salita da Ba- 
gnoli, fatta con pericolo di precipitare in un burrone, 
seguiti da Peppeniello e dalla graziosa Annina (ahim^ 
morta poi nel fiore), che recano le nostre valigie, e da 
due cani di opposto sesso, Passariello e Salarda^ che 
ci fanno festa, con tan to di lingua fuori. 

— Oh, eccoli qui, Augusta, Gigino... — e ci viene in- 
contro il commendatore (seguito da Benigno il camerier 
toscano), lunghetto e segaligno, abbastanza diritto, la 



— 15 — 

faccina fra bonaria e sarcastica circondata dalla bar- 
betta alia Marniani, e sorridendo. 

— Ecco i grandi viaggiatori ! e volevo mandarvi 
gli asini, nossignore ! Augusta, venite sopra, dove vi 
aspetta vostra sorella; tu, Gigino, vieni a vedere i 
cavalli. 

Si sente un grande abbaiare di cani d' ogni specie. 
— Zitti ! ma no, andiamo a veder il luogo dove avrei 
messa la tomba del povero Fox (il cane morto V inverno 
innanzi, carissimo al suo padrone) se non fosse finito 
all' Ospedale, dove quel minchioni di veterinari.... 
prima i cavalli, se vuoi, anche perch6 debbo dire una 
parola al cocchiere, il quale, come diceva Don Carlo 
Troya.... Ma che mincbioneria di non voler gli asini, 
(5CC0vi ora sudati, trafelati, disperati.... 

Siamo giunti nella scuderia e il Comm. parla al coc- 
chiere, che risponde borbottando. 

— Che minchione ! a proposito debbo farti vedere la 
lapide, c' 6 pure tuo padre.... Ma sali e levati prima 
di dosso la camicia, che deve essere peggio del la veste 
di Nesso, e quel vestito che pare un materasso I — 
Saliamo, mi chiudo in camera e presto sono all' ordine, 
saluto la buona signora, che 6 raia Zia, e raggiungo 
1' ospite, sdraiato su un divano, con un opuscolo fra le 
mani. 

— Bene, sei pronto. Sto leggendo una cosa di Vera. 
Mi ricordo quando all' Accademia Reale, parlando del 
cattolicesimo, disse che 6 da meno del protestantesimo 
col solito argomento, cioh che Hegel o i suoi piesani erano 
protestanU, Che i protestanii adorano Dio in wpirito e 

noi nelV immagine^ cheperbi prussiani hanno vinto 

La voce, un po' per imitare Vera, un po' per naturale 



— 16 — 

attitudine, acquista un falsetto indefinibile — Ma^ gran- 
disidmo minchione^ hisognerebbe trame che qiiando furono 
vinti, non erano protestanii, o il protestantesimo non 
aveva la virtit che ebbe net 1870! Capisco anch^io che 
fra not c' ^ un p6* di forma pagana^ una certa propen- 
sione al simboU)^ all' immagine, che qualche volta fa male, 
ma dunque non si deve nulla alia natura fantasiosa di 
popoU 7n€ridionali f La religione ? ma anche per esempio 
V amore covrC ^ concepito ed inteso in Italia o Spagna, ^ 
concepito ed inteso a Berlino o a Londra f Ma tutto, caro 
Gigino, per mostrare sempre che noi non siamo buoni 
a uiente e gli stranieri a tutto. E simili castronerie 
debbono sentirsi da un Vera, da un De Meis, ingegni 
preclari di cui ci fossero molti ! Non rispondi ? So che 
anche tu parteggi per i pastori, perch^ hanno la barba 
e la moglie, spesso piu d'una. 

— Oh, quanto a questo, i preti, senza barba, danno 
loro de'punti. 

— Gi^, ma capirai... lascia stare i pretacci, e va a 
fare una buona confessione. Oh, mi ricordo quando fe ci 
gli esami di catechismo col canonico Ferrigni, che gi& 
era, in commissione, rimasto entusiasta di un mio la- 
voro sul Romagnosi ! Dissi essere essenziale un vivo 
pentimento dei peccati eommessi. — Ma come ! grido 
il canonico — questo solo ! — e il proposito di non 
commetterne piu ve lo siete scordato ? — Ma, caro e 
riverito canonico, mi pare chiaro che il pentimento im- 
plica logicamente il proposito ecc... Via, Gigino, fac- 
ciamo un poco di colezione... un cantuccio di cacio, uif 
pezzetto di pane, del vino.... prendi. 

— Un momento, i piatti — dice la signora, entrando. 

— Ma che piatti ! Del resto se ne parler^ poi, vieni 
a vedere la lapide. 



— 17 — 

Masticando, attraversiamo le stanze e ci troviamo 
nella terrazza di quella maritale. lo, che gik avevo 
dato una capatina all' altra, cerco delineare dentro di 
me, e non certo per la prima volta, il panorama bel- 
lissimo che si gode dalla casa. II capo di PosUlipo e il 
coUe che lo segue^ sparso di case e terminato in fine dal 
Vesuvio e dal castello di SanV Eremo^ Nisida, Capri, 
Ischia^ Procida^ Miseno, Baia, PozzuoH, la vaUe de^ Ba- 
gnoli, i bianchi colli ov* h la Solfatara, V alto monte 
de* Camaldoli di Napoli compongono un quadro tanto 
piii svariato di verde^ di case^ di t?2c, di montij d' isole 
che solo guardando dildsHntende percM iromani amaxmno 
tanto questi luoghi, Bisogna avere non veduto, ma stu- 
diato quel mare e quei tramonti per sapere di che pro- 
digiosa ricchezza di colori V acqua, di che luce, diquali 
tinte sa rivestirsi il cielo. A sera poi tutto V ampio seno 
«' illuniina e diventa come vivo de* Jumi delle case e dei 
fart. Penso al godimento che avrei provato, ma il com- 
mendatore, commosso a sua volta, mi tocca il braccio: 
— Bene, ora guarda la lapide. — Mi volgo, 6 pic- 
cola, ma gra^iosa. Nel momento che scrivo, le parole 
non fatte impiombare, a stento si leggono : ma allora 
a chiare note dicevano : 

Nella pace di questo luogo sereno 

i nomi a lux cari e venerati di 

Basilio Puoti— Carlo Troya — Giuseppe 

Marini Serra — Michele e Sa VERIO 

Baldacchini — Maria Giuseppa Guacci 

Paolo Emilio Imbriani — Giuseppe Pisanelli 

Vincenzo Villari — Giovanni Manna 

volle ricordati Francesco Saverio Arabia. 



— 18 — 

Mi spunta una lacrima, che trova eco negli occhietti 
cilestrini delPospite gentile. 

— Ma scendiamo in giardino per vedere il posto che 
che avevo scelto per il povero Fox. Ti ricordi che me- 
ravigliosa bestia ! Ho pensato talvolta che doveva avere 
un'anima. Oh povero Don Nicola Pichiani, eri il proto- 
tipo dei cani ! — Certo che ivi Fox avrebbe dormito 
sonni ben tranquilli, e glielo dico ! 

— Vuol dire che ci metter6 ZuzCi (la cagnolina che 
da poco si era procurata !) ma per ora falla campare. 

Risalendo in casa, troviamo le signore che mangiano 
e bevono, comodamente assise. 

— Evviva ! — esclama il commendatore — mi fate 
ricordare di quel povero Imbriani, quando venne qui. 
Era nella sua camera e noi qua ^angiavamo de' pe- 
peroni. Egli entra all'improvviso, esclamando : Non in- 
vitato ai peperoni io vengo. Ma, signore mie, vi ricor- 
date che oggi 6 festa e c'6 la messa ? tj vero che i 
Sacri Canoni dicono sine grave incomodo..., 

— Ma noi siamo apparecchiate per andare. 

— Fortunatamente c'6 messa alia chiesetta, qui vi- 
cino. E fate presto, che Padre Lodovico non aspetta voi. 

Guarda le persiane e esclama : 

— Non c'e che dire, bisogna farlerldipingere. Benignol 
Benigno viene : 

— La mi 'omandi. 

— Hai sempre quel tuo grosso pennello, che Miche- 
langelo non avrebbe sdegnato? 

— Si'uro, 6 di \k. 

— Bene, quando vai a Napoli, compra della tinta 
verde o paonazza, che dipingiamo queste persiane. 

— Non dubiti, sar& servito. Bisognino fa trottare 
la vecchia. 



— lo- 
ll commendatore mormora un motto alia cameriera 
che entra e va ia camera sua a prendere il cappello e la 
canna, retaggio delPamico Don Taddeo Camera, e ser- 
bato aceanto a un fucile storico.... perche non fu mai 
caricato. lo intanto pensavo che iron era poco aver dato 
quell'incarico a Benigno. Ma alle lastre mancanti o rotte, 
a qualche parato pendente e al lastrico rose e via, non 
ci pensava il padrone ? Tutto ha di primitivo in questa 
casa e se la zia non provvedesse lei ! Ma i piattl di 
mille colori sono stati scelti dal commendatore veh, che 
vuol essere inteso di tutto e trova ridicolo tutto cio che 
sa di lusso, eleganza o simmetria. Libri per ogni dove, 
per disperazione della signora, anche fra le ampoUe e i 
bicchieri, anche sui divanetti sdruciti, comodo asilo ad 
uomini e cani. Ma una nota cosi caratteristica, cosi 
speciale, cosi Arabica, domina da per tutto e rende ge- 
niale e simpatico, nella sua rusticity e ne' suoi con- 
trasti, quanto Pocchio mira. Si sente che ci abita un 
uomo un po' strano, di gusti semibarbari ma semplici e 
schietti, un filosofo artista. 

Siamo tutti ali'ordine, ma ecco che si annunzia Pa- 
squale Morra, il colono di Agnano, storto e con tanto 
di naso, dalla gran faccia tosta e dal cervello sottile. 

— Giusto adesso doveva venire questo minchione... 
Oh, caro Pasquale, entra e fa presto, che dobbiamo an- 
dare a messa. Hai portato danaro? 

— Niente, signor Commendatore, sono venuto per 
quella soffitta che... 

Morra, che ha una voce ingratissima, comincia un'an- 
tifona suirannata cattiva, suUa poca fertilita del terreno, 
sui guai dei contadini eec. e poi sulla impossibility di 
pagare, ma sulla necessity di rifazione delle travi ecc. 

— Insomnia, ?ion hai portato niente? Veh che!.... 



— 20 — 

basta, me lo porterai un'altra volta, ma non ti sognare 
di parlar piu di soflRtta. Se piove nella casa, poco male, 
non sei un prineipe del sangne.... 

— Ma ci bagniamo, signer commendatore. 

— Aspetta — e torna con un bicchierino verde pieno 
di rosolio. — Tieni, e vedremo poi per queste travi... ma 
mando 11 mio muratore, e a questo patto I 

Pasqnale Morra, felicissimo di non aver pagato e della 
promessa avnta, liba deliziosamente, ringrazia, domanda 
se si vuol niente da lui e si accomiata. 

— Senti, rimandiamo quest'aflfkre delle travi a mi- 
glior tempo, non sono cadute finora e non cadranno 
neppure adesso.... se no.... 

Pasqnale Morra 6 gia lontano, sapendo che 6 neces- 
sario ritornare alia carica con calma, e intanto il com- 
mendatore, per consolarsi, ci dice fra le scale : 

— E dire che il marchese Puoti chiamava il fittaiuolo 
« il fedele » . Avete visto che fedelti ! Questo 6 ricco 
sfondolato : che minchione ! 

Giu, si accorge che le pietre ingombrano. 

— Luciella, Peppeniello, e che dobbiamo vivere...! — 
Fischia. Zuzu corre festosameute e lo segue. Le.fanno 
la corte non pochi ganimedi nazionali ed esteri e il 
commendatore 6 costretto ad alzar di tanto in tan to la 
canna per metter a dovere gli impertinenti. 

Fuori il commendatore ci ricorda che dirimpetto abita 
la bella Angiolella, sua contadina, e dice: 

— Le ronza intorno un certo Don Camillo e non vorrei 
che la cosa andasse a finire come per Francesca da Ri- 
mini. A proposito, il paetico della situazione era in 
Dante messo in due parole: « leggevamo soli, senz'al- 
cun sospetto » — « La bocca mi bacio tutto tremante » . 
Amore grande, ma che scoppia in un momenio ed ^ ca- 



— 21 — 

stigato in un momento. II Lanciotto di PeUico discute 
turn Pctolo^ mette la quistione, ^ un marito beWe avvi- 
sato. II Paolo ha tutto il eomodo di sapere come e perche 
e qtuznto Francesca abhia simpatia per lui e finisce uc- 
ciso come un asino, senz'altra novitd che queUa di vedere 
uno che fa il bravo che al caso sa irafiggere Francesca 
come un fringuello e se stesso come un heccafico quando 
il cuoco glHnfila in uno spiedo. 

Passano un giovanotto e una signorina, caracoUando 
a stento nel vlottolo, su due cavallini sardagnoli. 

— Voglio sperare che siano fratello e sorella, ma ne 
dubito. Come sapete, daipadri che non credevano sicure 
le loro figlie, se nan le tenevano chiuse come belve, s-i 
^ paffsato, per una progressione alquanto rapida, at pa- 
dri ed alle madri, che volentieri e senza uno scrupolo 
al mondOj le lasciano fra gli uomini vecchi o giovani 
che sieno ad udire e parlare di queUo che loro talenta. 
Con che han pensato i padri che esse saranno piii si- 
cure, percM la dimestichezza con gli uomini toglie il 
mistero aUHgnoto che ha tanta attrattiva, e ridotta la cosa 
a realid, scema quel desiderio vago ed ardente di una volia 
da una parte e dalValtra, Gli uomini potendo, quando che 
vogliono, vedere e conversare con le nostre figlie, 7ion pen- 
seranno ad arrampicarsi di notte su pe* tetti, e le nostre si- 
gnorine non saranno costreite a gittare dalle finestre scale 
di corde, per dir due parole a un uomo, co?i cui possono 
parlare quando vogliono, I padri si opposero al vero, 
salvo che la regola ebbe prodigiose e numerose eccezioni. 

— Con questo bel sistema, ragionano, d* altra parte 
le figlie, noi ci mariteremo piu presto alia barha de* papa, 
perche quando un uomo ^ sempre la a vederci, a udirci 
ragionare, a cantare ed a suonare, se non ^ un tronco 
al tutto, si innamorera ceriamente e quindi..,. 



— 22 — 

Ma se i padri dicendo Vopposto avean trovato la re- 
gola^ le figliuole per logica falUrono nel ragionamento e 
trovarono solo qualche rara eccezione^ percM infatti i 
loro pregi, certo grandissimi, sono sempre minori di 
quelli che la fantasia fingeva in una giovinetta, ap- 
pena qualche volta intraveduia, e che toglievasi arros- 
sendo al censor zio degli uomini, come talune gentili 
piante che nascondono i loro fiori al prime tecco delle 
tenebre. Checchh sia di cib^ certo h che le nostre fanciulle 
almeno di buono ne han cavato questo, che deW amore 
specialmente ragionane in guisa che farebbe spiritare 
Platone e Flotino, e far le creci a Messer Francesco 
Petrarca, ma che farebbe sciogliere in dolcezza il Bec- 
caria e tutti gli ecenemisti del monde. 

II qual discorso non fu fatto di un fiato com'6 scritto, 
ma a piii riprese e fra le interruzioni delle signore. 

I villani a frotte si avviano alia chiesa. lo, ripen- 
sando alia signorlna che c' h passata innanzi, fo os- 
servare : 

— Con che dolcezza andava il cavallino. Non mi 
pare quasi possibile che dalla sola leggerezza del peso 
si sia aceorto che lo monta una gentile giovinetta. 

— Dal peso e dalla mano, forse. Non dici male, lo 
non mi sono mai fitto in mente che le bestie non, abbiano 
un certo sentimento delta bellezza. Non si vede per eRem,- 
pie ogni giomo le capre lasciar Verba per affacciarsiin 
sulla rupe e girare lo sguardo alVorizzente f E il caval- 
lino^ quando esce di una vaUe e si trova in una bella 
strada aperta, circendata da amene campagne^ perch^ va 
pin ardito, appunta gli orecchi e trae piu abbondante il 
fiato dalle narif il perche nella campagna pin aperta 
vede piii erba^ direbbe un calunmatore. E perche fa lo 
stessOy rispondo to, alia vista del mare : forse che k uso 



— 23 — 

a mangiare neWacqua f Non mi dire pot che h per here 
per fare un bagno^ percM mi provi troppo. 

Ma eccoci, ben accalorati dal sole, alia chiesaola. 
II monaco non c' h ancora, e si aspetta un pezzetto, 
8tretti e pigiati. Una signora domauda al commenda- 
tore. — Qnesto monaco quando esce ? — Non so — ri- 
sponde — credo che faccia colazione. — Oh che dia- 
mine dice ! — 

.Finalmente ecco il padre Lodovico in paludamento, 
ma la messa procede lenta^ perch^ non h con ten to di 
niente. 

Cade una sedia con fracasso. Egli ripone il calice, 
si volta al pubblico e dice concitato : Ne usciremo vivi ? 
Suscipiat Dominus sacrtficium de manibus tuis,... ma 
quante volte debbo dirvi che cani e bambini non si 
conducono in chiesa ? ! — Celebrata la messa arringa 
il pubblico : Oggi vi narrer6 una conversione straor- 
dinaria, awenuta in persona di un miscredente duris- 
simo. A proposito, commendatore Arabia, voi avete do- 
vuto conoscerlo, Don Michele Solimene. 

— E volete imparare a me Don Michele Solimene, 
che quando si ficcava qualche cosa in capo, non c'era 
Cristi che gliela togliesse, intollerante e accattabrighe, 
ma dottissimo, che voleva uno spirito delle leggi se- 
condo le modeme idee, un contratto sociale a suo modo 
e uila scienza nuova pratica, ricca di perfettibilit&, o 
bestiality che si voglia? Non era un uomo cpmune, 
questo 6 certo... ne parleremo fnori chiesa. 

Padre Lodoyico, con grande compiacenza, rlpiglia la 
sua predica alquanto lunghetta, dalla quale si apprende 
che il Solimene per poco non si fece Gesuita. Inutile 
ag'giungere che nessuno ne seppe mai nulla. 

Uscendo di chiesa, il commendatore dice alia Signora 



— 24 — 

di cui sopra : Scherzai per il cafiPfe, Signora. — Oh, 
sMntende ! 

E si toma a casa, noi chiacchierando inter no8, il 
castellano con alcuni contadini, che gli chiedono con- 
sign legali. Egli si chiude in camera a scrivere diDi- 
ritto Penale, io prendo il Don Chisciotte, che 6 sempre 
a portata di mano. Dopo una mezz'oretta mi raggiunge. 

— Oh, leggi Cervantes ! io prendo Walter Scott. — 
Sono i due suoi autori favoriti. 

Non so a proposito di quale motto di Sancio Panza, 
io parlo di Autosuggestione. 

— Gi&, gii — e il falsetto si accentua — sugge- 
stione, autosuggestione, dietrosuggestione, dove diavolo 
sono andati a pescarle certe parole ? E tu, che non sei 
cretino addirittura, ti fermi su questeminchionerielQue- 
sto ^ come quando si parla di frenologia. 11 cranio che si 
presenta 6 di Garibaldi, I'altro di Napoleone Primo. Guar- 
date qua, guardate \k, questa protuberanza indica che 
Garibaldi doveva essere un grande eroe, invece questo 
bernoccolo che Napoleone doveva sortire un gran Ca- 
gliostro... Grazie della notizia. — Autosuggestione, mi fai 
ridere ! Per altro, mi ricordo quando ero alio studio di 
Peppino Marini-Serra, questi un giorno mi dice : Debbo 
trattare la tal quistione, 6 tutta teoretica, pensaci tu. Io 
mi affatico come un cavallo e Io scritto 6 pronto, una 
vera monografia. Marini-Serra la pubblica in un gior- 
nale col suo riverito nome. Applausi, congratulazioni, 
lodi pubbliche in Francia di Dalloz e compagnia. Ma- 
rini-Serra mi dice : Bisogna convenire che ho fatto un 
bel lavoro ! Ma questo, signori miei, in carrozza, stando 
con me solo... una cosa comoda la tua autosuggestione! 

C'ingolfiamo nella lettura, ma il commendatore, che 
6 stato gik troppo seduto, va a con tempi are il mare ! 



— 25 - 

— Ecco, una casa modesta, che non sia all'inglese, 
cio6 dove si abita per le scale salendo e scendendo, un 
poderetto, da desinare tanto che campi, quattro buoni 
libri, e sei re sulla terra. Ma oh ! qaesto Montespino ! 
che bellezza, altro che Bosforo ! eppoi la consolazione 
di non vedere il cavaliere.... che nan solo del Tadto, 
ma ha molto deUa luciditd di Cesar e e delta forza di 
SattusHo^ per udire tre testimoni spende non meno di 
dtie ore. Oh prodigioso istinto dei ministri del Regno 
Itdlico! dove e quando si h saputo scegUere con piii 
giudizio ! 

Id, che pure soffro di moto perpetuo^ gll sono ac- 
canto, ed egli : , 

— A proposito, ti ringrazip poi molto del libro di... 
che mi desti a leggere. Quante buffonerie ! senza dire 
dello stile fra il Marini e rAchillini ! con questo che 
I'assurdo e il paradossiale di quel signori era piu nella 
forma, e qui piu nei concetti. Avete fatto un bel progresso 
voi della nuova generazione ! E ne' filosofemi ! Oh che 
sapienza. Giuda Iscariotta che da circa duemila anm h 
pojtsato per traditore, diventa un grande intelletto e un 
gran cuore; e Gesit tenuto Dio da tanti milioni di uo- 
mini (e che uomini!) non era che un omidatiolo vol- 
gare.^ una specie di cerretano. 11 miracolo dei pani ci 
vuol molto a spiegarselo? aveva fatto apparecchiare i 
pani e i pesd prima, II cieco guarito non era deco, 
Laaaro non era morto, ma solo caduto in epUessia, e 
cosl di segmto, Fatto sta che per 1100 anni un numero 
infinito di uomini ha creduto il contrario e si k fatto 
crodfiggerCj shranare^ mozzare il capo ecc, per credere, 
E dopo 1700 anni queste corheUerie si sono dette, 
insegnate, professate, dimostrate, e pure ci ha ancora 
parecchi milioni che le credono, E questi parecchi mi- 

2 



— 26 — 

lioni vidono cgni giorno giocolieri cJie fanno miracoli 
che paiono piu grandi di questi, ivfaiti lalzano fra i 
leoni e le tigri isUgale^ ivgoiano le spade arroventate ecc. 
e pure non li chiamano con altro nome che di uoviini 
aatuti e di cerretani, — E i versi che scrivete ? metri cubi 
a non dir altro. E la psicologia ne' romanzi ! e questo 
mentre abbonda Pingegno, come si vede attraverso alle 
vostre aberrazioni. Ma, che ci fai ? ! 

Si va a tavola e il pranzo 6 gustosissimo, grazie 
alle cure della zia. II commendatore si compiace del 
peperoncini. Siamo circondati da cani e gatti, che la- 
vorano magnificamente di mandibole. E un qnadretto 
di genere graziosissimo e spira tanta serenity in quelle 
mura, che I'appetito cresce. 

Dopo, schiacciato un sonnellino, che le mosche non 
sono riuscite a turbare, e venuto il fresco, la zia e la 
mamma propongono una gita a San Gennaro. 

— Si 6 usciti stamane — dice il Commendatore — ergo 
bisogna uscire anche ora. Ma statevi in casa, che questa 

di affrontare una siepe, piena di sassi e di spine, non 
e un divertimento. 

— Ma — osserva mia madre — andremo sugli asini. 

— Gi&, che i coloni li hanno sempre a vostra di- 
sposizione ! Del resto la s' ingegni, come diceva Don 
Ferrante. 

— Chiameremo Peppeniello — osserva la zia. 

E le signore s'ingegnano cosi bene, che dopo poco 
gli asini sono alPordine, li montiamo e il Comm. ci 
lascia andare, borbottando. La gita a San Gennaro va 
bene, massime per Pincontro di Padre Diego, cosi forte 
in cronologia, da sostenere che nelPanno 1480 s'imbatt6 
nel Duca di Sandonato ! — e va anche meglio la gita 
a Pozzuoli per i gelati del sig. De Luca. Tornando, ci 



— 27 — 

•viene incoatro un terzo asino con sopra il Comm. che 
grida alia nostra pazzia, seguito da contadini con fiac- 
cole e cani abbaianti. 

A casa le signore giuocano e noi facciamo letture 
piu gravi, Guieciardini e simili. II Comm. parla di Ruf- 
fini e del Dottor Antonio, che per lui 6 il pii bel ro- 
manzo, guarda il panorama, esclamando : E quest! min- 
chioni vorrebbero negar Dio ! 

Tutti in letto, Morffeo propizio. 



n. 



L'uomo tipico che, forse con indiscrezione, abbiamo 
colto a quel modo nella intimity, era nato, alle ore 16 
del 24 marzo 1821, in Cosenza, da Panquale Arabia, che 
tenne onestamente gelosi uffizi nelle Poste del Regno di 
Napoli, e da Maria Teresa Fonzi, donna di delicato animo, 
che perdette nel 1858 e di cui non si ricordava mai 
senza commoversi. 

Del padre, morto nel 1870, rammentava V animo 
aperto e ardito, la discreta coltura, la facility a far 
versi improvvisi, specialmente in dialetto calabro, la 
valentia nel suonare la chitarra e la fama di gran 
cacciatore al cospetto del Signore. Era un fuoco ri- 
ves^o di corpo umano. Nel 1820 sfuggi per miracolo 
dalle mani delPIntendente De Mattheis, al quale disse 
in viso che, se intendeva che gV impiegati della posta 
in Cosenza faeessero le spie, si fosse rivolto ad altri. 

Nasceva Francesco Saverio primogenito di non breve 
famiglia. Lo seguirono Isabella, Luigi, Giuseppe, Tom- 
maso e Maria, de' quail diremo in seguito. 

Dimostr6 fin dalla fanciullezza svegliato ingegno e 
indole schietta e satirica, per la quale come ribellavasi 



— 28 — 

alle ipocrisie e falsity, cosi si piegava facilmente alio 
scherzo innocente e alia caricatara bonaria. Quality che, 
con I'acume, gli erano scese per li rami dalPavo Francesco 
Saverio Arabia, medico di valore, che sur un ciucarello 
girava le Calabrie, guarendo o ammazzando, secondo i 
casi, e facendo danari ; e di cui il Cotugno soleva dire : 
Avete in Calabria Don Ciccio SaveriOy e ricorrete a me f 
Onde forse pure la prediiezione del nipote per i somari, 
a proposito de' qnali un altro argnto Ciccio suo contem- 
poraneo, il sommo avvocato Correra, dieeva che il Con- 
sigliere Arabia se ne andava ciucciatim, 

Francesco nostro, piccolo, con un certo legittimo 
orgoglio de' suoi antenati, stati non briganti, ma cap! 
parte, e finiti modestamente a Dipignano, contrasse 
molta devozione per il Santo di Paola e per la calabra 
cucina, che, senza aver le finezze della francese, I'ac- 
quolina alia bocca la fa venire. Ma fra un boccone e 
Paltro, I'una e I'altra scappatella, certi lampi degli oc- 
chi^ti penetranti e qualche precoce ruga della fronte 
mostravano che il frugolo pensava e osservava, appa- 
recchiandosl ad afPermarsi aquilotto prosperante di tra 
1 boschi della Sila e le onde del Crati e del Busento ; 
privilegiata terra dove si manterr^ sempre viva la pura 
fiamma dell'ideale umaiio e vibrerd. sonora ne' secoli 
la settimontana squiUa risvegliairice della sapienza, di 
cui parlo il Campanella. In Calabria ti occorre incon- 
trare, perfino ne' contadini, e 1' Arabia si compiaceva 
a dirlo, de' filoetofi nati. La speculaziooe h innata nel- 
I'ingegno calabro e non senza ragione ivi naequero 
Telesio e Gravlna, Galluppi e Fiorentino. 

Nel liceo studi6, come allora si soleva, sopra tutto le 
lettere latine, e cominci6 a sorgere in Ini 1'amore alia 
poesia, nutrendosi, oltre che ne' classici, ne' poeti allora 



— 29 — 

in voga Pastore, Abrazzini, Taccone, Cardamone, Pa- 

turzo e altri, de? quali pregevoli componimenti si leg- 

g-ono nel primo volume de' Poeti e Rimatori Cala- 

hresi (Napoli, Pesole 1899) dell'egregio Giuseppe Falcone. 

Gil posero in mano non so quanti di quei trattati di 

Arte Poetica, volti al modesto soopo di creare miriadi 

di poeti. Lo narra I'Arabia stesso nell'edizione di Verai 

e Prose del 1854 : € A quindici anni mi ricordo che per 

istinto fanciuUesco io feci aggiungere dal legatore un 

A. al libro del Bisso, per guisa che sul suo dorso si leg- 

geva Abisso delta Votgar Poenia^ e non posso dimenti- 

care che questo pensiero mi venne, sebbene non ne in- 

tendessi molto il pereh6, quando vj. lessi fra le altre 

regole che a volere far bene le odi pindariche proprio 

come le faceva Pindaro, fe mestieri che il poeta simuli 

un grand*", estro » . 

Intanto CiccUlo non andava pel sottile e, non es- 
scndo ancora, per le barriere insuperabili, chi potesse 
fargli pensape ai paragoni, si contentava volentieri 
della vita un po* adamitica del suo natio loco e di quel 
certo che di selvaggio, di trascurato, e diciamolo pure 
di abietto, che per colpa de' tempi e degli uomini, ne 
era il carattere. Sentiva gih parlare di speranze, di 
liberty, di a v venire, ma erano come i sogni del prigio- 
niero. Che importa ! il sole splendeva intorno vividissimo 
e bastava ad abbellire le catapecchie e i volti smunti 
dalla fame, e c'era il compenso delle vergini forosette 
e della piCi certamente vergine Musa, che g\k gli ac- 
carezzava il capo piccioletto. 

Fu precoce, dicitur, anche nell'ammirazione del bello 
plastico. Nel collegio vollero dare delle rappresentazioni 
ed egli si compiacque a farla da Francesca da Rimini ; 
ma quando si udi chiamare dai condiscepoli « Donna 



— 30 — 

Franceschella », gliene pass6 la vog-lia e non ci fa verso 
di persuaderlo a continuare. 

Volgevano tempi, ne' quali, se da una parte impe- 
rava la retorica, dalP altra erano salde e genuine le 
fonti del sapere, e 11 nostro provinciale vi si abbevero 
a piene mani incoraggiato pure dal dotto avvocato Ce- 
sare Marini. Compi questi studi, ne' quali ebbe compa- 
gni, de' morti, IMnsigne giurista Focaracci, e de' vivi 
il comm. Francesco Muzzillo, col plauso di tutti, che 
gi^ lo salutavano il piu bravo, e specialmente di Fran- 
cesco Saverio Salfi, solenne maestro, che TArabia e il 
Muzzillo chiamo a sostituirli presso i piu giovani nel- 
Pinsegnamento delle lettere e della filosofia. Apertiglisi 
nuovi orizzonti, tan to gli si accese il desiderio di 
N.'ipoli, decantata come I'Eldorado, che, fomentato an- 
che dal bisogno, il quale spezza ogni indomita fierezza, 
vi si reco a vivere con altri student!, seguito poi dai 
fratelli, non so se accompagnato o seguito da una zia, 
donna di raro cuore. Aveva costei un si grande con- 
cetto del Tasso da render questo gran nome sinonimo 
di ogni genere di poesia, e quando il nipote dette fuori 
i primi versi, gli disse : Ho saputo che hai stampato un 
lasso. Peppino, invece, Paltro nipote, aveva tendenze- 
meno poetiche, e la Polizia presto se ne impensieri. 
Questo Peppino era un miracolo d'ingegno e di stra- 
nezza, e quel che seppe, tutto imparo da se. Alia testa 
di questa gioventu calabrese erano due egregi, alquanto 
piu innanzi negli anni, Francesco Morelli da Rogliano 
e Francesco Maria Scaglione. 

Non 6 intanto mia intenzione addentrarmi nella casa 
napolitana de' neo-studenti, in cui pare non abbon- 
dassero i cuscini, se i nostri giovinotti preferivano 
portarsi seco quelli del Teatro San Carlino, dove an- 



— 31 - 

davano a ricrearsi la sera. N6 faro Telenco degli altri 
mobili e utensili, fra i quali « una certa specie di vasi 
che si tenevano di e iiotte in camera con infinita offen- 
sione delle nari e bastavano a ogni uso > , come illustra 
il Ranieri nella sua Ginevra, appunto descrivendo una 
casa di studenti, e di cui un '/he simile, secondo nar- 
rava lo stesso Arabia, fu ad Altamura, prima o dopo 
il 1799, trovato sul capo di un busto di Ferdinando IV 
con questa scritta : A tal guerriero, tal cimiero. 

In compenso, in quelle case si era serviti dalla Zi 
Menica o dalla Zi Francesca, c' era allegria, abbon- 
dante, se pur grossolano, desinare, e, quando era il caso, 
vi si studiava meglio che non facciano oggi i decadenti 
ne' lore lascivi salottini. II nostro Ciccillo vi accoglieva 
alcuni volenterosi giovinetti per adusarli al culto del 
bello con la lettura sopra tutto, comentata, di Dante o 
dell'Ariosto. • 

Ma lasciamo parlare (con la giunta di qualche nostra 
noticina) 1' Arabia, che in una sua abbozzata Cronaca 
Napoletaiia dal 1820 at, I860, con la quale intendeva far 
emergere il rigoglio di vita e I'espandersi della coltura 
in quel periodo note vole, ci offre questa stupenda pit- 
tura, che trova riscontro in alcune pagine, posteriori 
sebbene edite da molto, del Settembrini e del De Sanctis. 

« Neir Ottobre delP anno 1842 io venni per la prima 
volta di Calabria in Napoli. L' aspetto dell' immensa 
citta, la vita quasi tumultuosa che vi corre e vi si agita, 
mi confase in mente il senso di quelle grandi bellezze 
di cui avea tanto udito a parlare. Ma i palagi, le chiese, 
i teatri mi pareano presso a poco quelli della natia Co- 
senza, ed avrei giurato che fra tanti cavalli non ce 
n' era uno che potesse stare al paragone di quelli che 
avea veduto col&. Egli 6 perch& V abbondanza real- 



— 32 - 

mente scema la bellezza delle cose, o perch6 la sensa- 
zione 6 di sua natura progressiva? 

« Piu che meraviglia ed ammirazione la vista di 
Napoli, come il Michel et dice che fa quella del mare 
.veduto la prima volta, mi facea un certo senso di paura.' 
Atomo impercettibile in tanto turbinio, sentiva nondi- 
meno di avere in me, chiaro, indelebile un segno che 
mi additasse, e non per fine di bene, e mi facesse di- 
scernere fra la folia. Una nota che scritta nel mio pas- 
saporto, sarebbe trascritta in molti e luridi registri, ed 
irraggiasse di una falsa luce la mia persona, gli abiti, 
i luoghi ov' io frequentava di giomo, e che di notte si 
venisse a posare sul mio stesso letto, per turbarmi i sogni. 

« Questa era la mia quality di studeute. Spaventato 
dalle storie tragiche che si narravano di student! mal 
sofTerti, perseguitati, sbandeggiati da Napoli, incarce- 
rati peggio, il mio povero padre avea pregato se si 
potesse avere il passaporto non come studioso, ma come 
ammalato che viene a farsi curare da medici della me- 
tropoli. Ma non ci fu verso di ottenerlo : d' altra parte 
sarebbe stato inutile : dopo un mese la polizia mi 
avrebbe colto in ilagranza di reato di studio, sarei per- 
seguitato, e ne avrebbero una buona ramanzina il Com- 
missario di Polizia ed il S.r Intend, della Provincia. 

« Fu dunque scritta la fatal parola nel passaporto ed 
a me parve me la scrivessero in fronte. Alia barriera, 
presa la carta e chiesto dove andassi ad alborgo, mi 
consegnarono una tessera con su un numero, con ordine 
di andare fra cinque giomi a ritirare il passaporto dalla 
Prefettura di Polizia. Processo verbale, con intervento 
di due onesti amici, che guarentivano la mia futura 
condotta, avvertimento del Commissario che egli mi 
terrebbe sempre in vista, badassi a non dargli noia con 



* » -— - V 

f 



— 33 — 

bazzicare cattivi compagni, obbedissi al Cancelliere in 
cio che rignardava la Carta di itoggiortio. 

«^ Era questo un permesso di dimorare per due mesl 
in Napoli, scorsi i due mesi si rinnovava merc6 il pa- 
gamento di 2 Carlini, e se nulla ci era sul vostro conto 
e il Cancelliere erasi fatto propizio con qualche salame 
o formaggio venuto di fuori, si era sicuro di avere il 
permesso per altri due mesi. Se non che, questo era 
pel potere laicale, ma la carta di soggiorno, anche a 
voler pagare i due carlini e regalare di mezzo maiale 
il Cancelliere, non si rinnovava di novella vita, senza 
il beneplacito del potere ecclesiastico. 

€ Val dire che s' ingiungeva alio studente di andare 
a santificare le feste nella Congregazione di Spirito. Se 
il Rettore di una di queste Congregazioni, che parec- 
chie ce n' erano, n6 si avea a penare nella scelta, non 
rilasciava alia fine del bimestre un certificato attestante 
1' esatta assistenza nella Chiesa, non si potea avere la 
carta di soggiorno. Quindi, per lo meno, obbligo di par- 
tire per la Provincia. 

« Andai dunque alia Congregazione ch' era nella 
Chiesa di S. Demetrio, m' iscrissi, ebbi un numero, mi 
pare 144, e ogni doinenica ed altre feste comandate, 
mi presentavo in chiesa, dava il mio numero ad uno 
scrivano di brutto aspetto e Iosco di un occhio, udiva 

a messa, diceva P uffizio, udiva un p6 di predica, e 
cosi gperava di star bene col trono e 1' altare. 

« Queste Congregazioni di Spirito per altro erano 
ordinate, e si vedea chiaramente, a far servire V altare 

al trono. 

« Le prediche, gli ammonimenti, le esortazioni, gli 

esercizi spiritual! aveano per vero fine d' inculcare nel- 

V animo dello studente, il rispetto all' autoriti, non di- 



— 34 - 

vina tanto, quanto umana, di mostrare i pericoli terri- 
bili d' iufrangere non tanto le leggi del Decalogo, 
quanto quelle delle Due Sicilie ; segnatamente quel 
capitolo delle Leggi Penali che prevede e punisce i 
reati contro la sicurezza interna dello Stato, le asso- 
ciazioni illecite, le resistenze alia forza pubblica e si- 
mil i. Accanto alia sciagura di uno studente, che per di- 
sgrazia facesse solo sospettare di essersi intinto di que- 
sta brutta pece, era dipinta con tinte d' idillio la vita 
beata di quel dabbene studioso, chepresala sua brava 
laurea se ne tornava dritto al paese a fare il medico 
o P avvocato, in pace con Dio e con gli uomini, senza 
pene e senza rimorsi, con la salute del corpo non cor- 
rotta dai vizii e con quella dell' animo non guasta 
dal commercio con uomini felloni, pericolosi, nemici di 
Dio e odiati, a ragione, dal Re. 

« Veramente queste cose non si spiattellavano cosi 
alP aperta, ma si dicevano con un' arte sottile per guisa 
che s' intendessero da Chi ne avesse bisogno e fosse in 
condizione di intendere la dottrina che si celava sotto 
il velame di parole, che prese alia lettera, avevano un 
significato owio e naturale, di mettere in guardia un 
giovane da pericoli che corre in una grande citt^, dove 
gli h perraesso di dimorare per due mesi. 

« Ed e giusto dire che quei sacerdoti, sebbene do- 
minati sempre dalP idea d' intondire e fiaccare le menti, 
pure si adoperavano con una dolcezza e gentilezza in- 
finita. Di studenti che stavauo in chiesa mostrando da 
un miglio che ci stavano per forza, che ridevano sul 
viso a qualche giovane predicatore che veniva li a fare 
le sue prime armi, lo distraevano, lo imbrogliavano, lo 
faceano smarrire, e poi lo fischiavano per essersi smar- 
rito, ce n' era parecchi. Ma non ricordo che alcuno 



-^ 35 — 

sia stato molestato dalla polizia per quello che aveva 
fatto in chiesa o perch^ il Ret to re ne avesse diretta- 
mente riferito, o perch6 avesse negate V attestato di as- 
sistenza. 

€ Capo della Congreg'az.e. di S. Demetrio era Mon.re 
Angelo Ant.o. Scotti, uomo dotto in lettere divine, let- 
tore di palinsesti, oratore non volgare (*) ricevuto e ri- 
spettato in Corte. E pure non e mai accadnto di non 
trovarlo in quell' umile Congregazione, ove recito al- 
cune Omelie a' giovani studenti, che poi pubblico per 
le stampe. V erano altri tre o quattro preti, tutti non 
egualmente dotti, ma egualmente buoni, e fra questi 
il figlio di un celebre giureconsulto, col quale rimasi 
amico fine alia sua morte. 

« Che diiferenza fra la Congregaz.e di Spirito e il 
Commissariato di Polizia. La mattina un sermoncino 
dello Scotti, condito di facezie e novelle, ragionare di 
poesia latina col prete mio amico, che era inline, (per- 
che non dovrei dirlo ?) un figlio del Consultore Ga.spare 
Capone, avere la carta dal Rettore, che ci diceva sorri- 
dendo di venire anche il dopo pranzo, a cui noi rispon- 
devamo si, ed era certo che non saremmo andati. E poi 
la sera portar quell a carta al Commessariato posto in 
una casaccia della bruttissima strada Corsea, con guar- 
die piu o meno ubbriache, chi all' impiedi, chi sdraiato 
sopra qualche pancaccia ; e poi un puzzo di fumo e di 
qualche altra cosa, e 1' ispettore burbero, e i ladri e le 
donne da conio e quel cancelliere che ti ammiccava 
con si buon garbo, per chiederti : n* son venuti altri 



(') II Banieri, con le sue Bolite esagerazioni, lo proclama in- 
vece « nel suo cupo fondo ateo dei piu scliifosi. » (V. la prefa- 
zione alia Ginevra citata). 



— 86 - 

di quei formaggl? In fondo era una stanza chiusa e 
sulPuscio vegliavano due guardie {feroci li chiamava 
il popolo) e niuno vi si aecostava senza paura. Era il 
covile del Commessario, e qualche volta lo studente vi 
era chiamato, e stato un pezzo in piede, ndiva una ra- 
manzina, che cominciava sempre con le parole ditjoi vera- 
mente non ho nulla in contrario^ ma,... e qui minaccie 
e promesse di farla finita una volta con questa classe 
perversa degli studenti. 

« I quali piu volte furono in massa sbandeggiati da 
Napoli, e qualche giovane che riusciva a venirci dovea 
firmare (incredibile ma vero e verisimile) un obbligo di 
non studiare. 

< Quando io, uscito dalla classe studentesca, avea 
cominciato a far Tavvocato o a dire di farlo, era in 
mia casa un giovane, mio largo parente, venuto per sa- 
lute, diceva il passaporto, ma in sostanza per ragio- 
ne di studii. Costui avea nella sua innocenza tanta 
fede nell' altezza della scienza, che ne faceva V unica 
misura del valore degli uomini. £ quando per via ti 
vedea salutare alcuno, immediatamente veniva la sua 
dimanda: questo signore 6 istruito ? Parlavi con uno : 
6 istruito questo signore ? vedevi un bel cavallo agglo- 
gato ad una carrozza, ed egli a dimandarti: ma il pa- 
drone di quel cavallo ^ un uomo istruito? 

« Pietro, ch6 cosi si chiamava, riuscl a stare in casa 
un tre o quattro mesi, ma infine trovato in ipsa perpe- 
trat'One facinoris^ cioh quando andava a studio, venne 
una lettera l)reve e chiarissima del Commessariato che 
gl' ingiungeva partisse pel suo paese fra cinque giorni. 

« 11 paese era il luogo, dove non ci era bisogno 
davvero di informarsi se qualcuno era istruito, sicchfe 
il povero giovane cominci6 a disperarsi ed a piangere. 



- 37 — 

c Andammo al Cancelliere cui, per caso, io avea reso 
un piccolo servigio in una causa che avea trattato. 

€ Lo trovammo naturalmente duro : P ordine non 
era suo, era venuto dall' alto, che poteva fare ? E Pie- 
tro a piangere : quel ch* io poteva fare 1' ho fatto, la 
Prefettura ha scritto parta fra tre giorni, il Commis- 
sario mi ha detto invece fra cinque ; io che so che odia 
restringenda sunt et favores amplfficandaf ho detto cin- 
que e non tre. Pietro, a udire il latino, lasci6 di pian- 
gere, e con tal voce che fu udita prima dal Cancel- 
liere mi dimando, ma questo signore 6 istruito? 

« Altro, risposi. E salutato il Cancelliere ci par- 
timmo. 

< Pietro passo due giorni in pianto, poi monto in 
coUera, caccio libri ed abiti in una cassa e parti riso- 
Into di andare a fare una rivoluzione nelle Calabrie. 
Invece vi prese moglie, e non chiese se era istruita, ma 
se avesse come ebbe, molti danari. — 

< Nondimeno questo ostracismo assoluto fu sapienza 
posteriore, quando i tempi parvero piu tor bid! . Bale- 
strati fra la Polizia e le Congregazioni, tenuti sospetti 
come si vuole, ma infine di studentl ce n' era molti. 

« Un barium e di buon senso economico avea fat to 
notare il danno che sarebbe venuto alia citt4 dalla 
mancanza di 112 mila perftone, che doveano alber- 
gare in qualche luogo, mangiare, here, vestirsi pa- 
gando a danari belli e sonanti. La polizia avrebbe vo- 
lentieri sorriso el lucro cessante di professori, librai e 
simile gente odiosa. Ma non le dava il cuore di soffrire 
le geremiadi de' piccoll industrianti di case, de' trattori, 
le lamentazioni de' sarti, de' calzolai, quelle pid ele- 
giache delle padrone di casa e delle loro fantesche, per 
cui lo stadente era non sempre seccatura, e sempre un 



- 88 - 

aiato e un polio che, di poco buona grazia talora, ma 
pure si lasciava sempre pelare e per benino. 

« Infine la polizia stessa ci avea il suo conto. Mo- 
ralmeute ci gnadagnava col mostrare ch' era buona a 
tenere a freno quella classe incorreggibile; materialmente 
c'erano, se non altro, le mancie agli uscieri, /"eroct, 9 so- 
pra tutto i salami i formaggi i fichi secchi ed altro che 
veniva dal fondo delle Puglie, dalle montagne di Ca- 
labria o di Abbruzzo per prendere quietamente la via 
dell a nota casa di quel caro Cancelliere. 

« Gik se la causa dell' oscurantismo e della prepo- 
tenza poteva avere una logica anche elementare, gli 
studeiiti si avrebbe dovuto desiderare di tenerli in Na- 
poli per la medesima ragione per cui si voleano man- 
dar via. 

« In una citti di 500 mila persone, con un eserci- 
to di 100 mila, un altro camuffato, ma anche pii!i av- 
verso di 200 mila almeno, potevano piu facilmente es- 
ser sorvegliati e tenuti a freno. Mentre a rimandarli sdc* 
gnati a casa, si correva P evidente pericolo di spandere 
il malcontento e il germe della rivoluzione nelle pro- 
vincie. — Infatti nel 184.8 fu la provincia che fece ir- 
ruzione nella capitale. 

« Tornando a quegli studenti che non ebbero V o- 
stracismo e il congedo da, Napoli n6 in italiano n6 in 
latino, oltre il Commessariato di Polizia e la Congre- 
gazione di Spirito, aveano gli studii privati e V Uni- 
versity. Di quest' ultima si fa presto a dire, che non 
entrava nella vita studentesca che come un ritrovo, un 
di piu, ma che nessuno si aspettava sul serio di farvi 
un corso di qualunque studio. Uomini cospicui non ne 
mancavano ; basti citare il Galluppi ed il Nicolini. Ma 
parea che molte cose si unissero per neutralizzare o 



— 39 — 

distnisfgerne V efficacia. — Innanzi tutto era libera, cio6 
nessuno avea I'obbligo di andarvi. — Poi le l^ezioni 
non potevano oltrepassare la mezz' ora. Un po' di tempo 
al professore per salire in cattedra, un po' per cavar 
di tasca la scatola del tabacco o trar su il moccichino, 
un po' per riandare la lezione precedente ed appiccarvi 
la nuova, e la mezz'bra era quasi che andata. Come 
prima scoceava e che un usciere si presentava iu sulla 
porta a ricordare con questo segno che il tempo di pii 
che prendeva era a danno del professore, che dovea 
succedere, il povero dottore era a chiudere i periodi in 
mezzo. Seguiva un picchiar di mani che noi si faceva 
suUe scranne e tutto era bello e finito. 

« Cosi avveniva che, per esempio, un professore di 
D.* Romano parlo per un intero anno del pignus. Son- 
nolenta trattazione illeggiadrita solo dalle tirate che il 
prelodato professore solea fare contro il Toullier, Del- 
vincourt e Duranton che allora erano fra gli scrittori 
franeesi piu in voga, e che pare non avessero ben com- 
preso questa spinosa ed astrusa materia de' pegni. 

« Oltre del tempo limitato per le lezioni, si pud ben 
dire che fra il fare o non fame affatto pel Governo era 
lo stesso. Ci era chi non facesse lezione, perche non 
avea scolari, ad esempio, il Prof. re di Storia Diploma- 
tica. Ci era chi per darsi una posa, assoldava un par 
di uditori e gli pagava, come il professore di lingua 
ebraica, che avea a' fianchi sempre un par di pretolini 
a cui insegnava la lingua della Scrittura, e dava qual- 
che cosa per compenso della noia. — 

« Se non che se P University dava poco, chiedeva 
anche poco. La cosa piu facile del mondo era di con- 
aeguirvi. gradi accademici. Trattavasi di tradurre in cat- 
tivo latino qualche articolo del Codice di cui era per- 



— 40 — 

messo avere con se il testo. Poi veniva una specie di 
esame orale, in cui i professor! erano risoluti di appro- 
vare a qualunque eosto. E la ragione era naturale : i 
professori eran pagati dal fondo delle lauree ; onde era 
necessario che tal fondo non venisse meno ; e poi uno 
studente laureato cessava di essere un pensiero e pro- 
babilmente andava via. 

— La vend! t a — ci dica qualche cosa della vendita — 

— La vendita 6 un atto.. 

— Bravo, un atto, un contratto, e che si fa con tale 
contratto ? 

— Ma si vende.. 

— Benissimo, si vende da una parte , si compera 
dall'altra. — E che obblighi ha il venditore? 

— D'intascare il danaro. 

— Ma molto bene ; naturalmente dopo aver conse- 
gnata la cosa venduta. — E che obblighi ha il compratore? 

— Di prendere la roba venduta. 

— Bene : ne pagher^ o prometter& il prezzo e poi 
prenderd, la cosa venduta. Si vede che ha studiato la 
materia. — La Commissione le fa i suoi complinienti : 
6 appro vato con otto punti — (II massimo era dieci). 

« Per altro coloro che voleano tener basso il livello 
della scienza per la paura che non ne uscisse il terri- 
bile spettro del liberalismo, faceano male i loro conti 
perch^ gli student! da questo inscgnamento pubblico 
che non insegnava nulla, erano spinti per questo stesso 
fatto ad accorrere agli studii prlvati. E qui la scena 
cambiava in tutto. Questi privati docenti era il meglio 
che vi fosse in Napoli, cosl per la scienza che per la 
morality e dignity di uomo (*). Alcuni erano pure pro- 

(*) E singolare che il Saredo nella sua coraggiosa e dolorosa 
Inchiesta, non abbia pensato, ahche lai, a oontrapporre, per verity 



— 41 — 

fessori alV University, ma come gli student! che aveano 
intomo erano appena un' ombra ben raeflchina de* molti 
che aveano nel loro studio privato, cosi la lezione di 
mez:2' ora che dettavano nell' aule universitarie era ap- 
pena un' eco lontana dell' eloquenza e dottrina del pro- 
prio studio. 

« Per le discipline del Diritto, a quei tempi tre 
aveano nome sopra gli altri. Roberto Savarese, dottis- 
simo in filosofia del diritto, che forse piu di ogni altro, 
avea levato lo studio e T interpretazione delle leggi 
dalla nuda storia, dalla istabile esegesi ad un concetto 
piu vasto ed ideale del diritto e della legge assoluta. 

« Cera il maestro mio Vincenzo Sartorio Clausi, 
peritissimo del diritto, ma piu che altro eloquente, di- 
citore de' piu chiari ed arguti ch' abbia mai udito, che 
illuminava, illeggiadriva con la sua parola qualunque piu 
astrusa e difficile dottrina. Era specialmente valentis- 
simo in D" Penal e — dopo il 1860 fu Proc. Gen. alia 



storica, qneste scuole private all'Universita. II quadro, che qui si fa 

della coltnra napolitana di allora, prova abbastanza quanto si a 

monca ed esagerata la pittura del Saredo. Certo a parte il sistema 

di governo e Toffesa ad ogni eduoazione civile — donde i naovi 

germi di oorrnzione aggiunti agli altri secolari — 6 innegabile 

che il Begno di Napoli va lodato per la retta amministrazione, 

per I'altezza e interezza della Mag^stratnra, tranne poohi esempi, 

e per la libert& del disciplinato insegnamento, che partorl ana 

pleiade di nomini illustri in ogni campo del sapere. Come si osa 

parlare di superfiolalit^ negli studi ginridici, se avemmo in 

gran nnxnero Ginreconsnlti dottissimi non segniti da altri e, fra 

essi, non ostante che 11 Diritto Pubblico e la Economia fossero 

avversi alle Autorita, Economisti e Pabblieisti di prim' or dine 1 

E, per quanto oggi la coltura sia piu diifusa, si pu6 forse dire 

che abbia gnadagnato per intensity, o dobbiamo rallegrarci che 

tatti slano Economisti nel senso di pretender 1' uno quel che 

r altro possiede? 

3 



— 42 - 

Corte Crim. di Catanzaro, e fini ancora non vecchio, 
Consigliere della C. di Cas. di Napoli. 

« C era Nicola Gigli, (*) che non era n6 filosofo nh 
eloquente, ma avea co8i vasto corredo di cognizioni pra- 
tiche, che il suo studio era aflPollatissimo, sebbene egli 
dovesse inoltre attendere alia magistratura ed alP nni- 
versit4, ove avea un posto di professore aggiunto di di- 
ritto Civile. Questi non erano soli, nh spregevoli gli al- 
tri, ma eran quelli che aveano piu nome, eche ins©^ 
gnavano tutta I'enciclopedia del Diritto. Di professori 
di materie speciali, non si pu6 lasciar nella penna il 
nome di P. S. Mancini, ingegno maraviglioso, che det- 
tava lezioni di ragion penale (*). 

<:< In questi studii di cul il meno aifoUato avea du- 
gento giovani e si arrivava fino ai 450 o piu, si trovava 
quel che in cosi grandi associazioni 6 immancabile: 



(») Piu volte, lodando io Nicola Gigli, mi fu risposto i Si, ma 
era un Borbonico ! La lode che qni gli fa 1' Arabia, mostri qnanto 
poco conto debba la gente sennata tenere di questi preconcetti, 
cho ban fatto il loro tempo. 

(^) Qui 1' Arabia intendeva far ceuno anche di quelli a cui i 
valentuomini citati erano succeduti e di parecchi che furon loro 
vicini o li seguirono, come dimostra una sua nota in margfine. 
— I nomi sui quali volea fermarsi a preferenza nel corso della 
narrazione erano i seguenti : Insegnanti — Puoti, Be Sanctis, So- 
dino, Malpioa, Emanuele Bocco, Sgrugli; Letterati — P. E. Im- 
briani, Leopardi e Banieri, i Baldacchini, i Volpicella, Campa- 
gna, Bulfa, Montrone, Mele, Laura Mancini Oliva, Del Be, Ge- 
noino, La Pulli, De Gesare, Settembrini, Alessandro Poerio, Oe- 
sare Dalbono ; Pubblicisti — Nicolini, Winspeare, BorrelU, MannA, 
Bob. Savarese; Avvocati e giureconsulti — Marini-Serra, Sta- 
race, Tarantini, Conforti, Ciancio, Buggiero; filosofi — Gal- 
luppi, Colecchi, Gatti, Palmieri, Gusani, Aiello ; Storicl — Troya, 
€oroia,yolpicelia, Di Gesare, Tomacelli; Militari — Blanc; Eoo- 
nomisti - Trinchera, Bianchini, Giacomo Savarese, Giccone, Baer. 



-<- 43 ~ ' • 

Pesempio d'emulazione. Spirito di associazione, non diro 
politica, ma nemmeno studentesca facea difetto ; o per- 
ch6 la polizia era riuscita a discreditare il titolo di stn- 
dente fra quelli stessi che lo portavano, o per naturale 
abborrenza di queste cost spiccate individuality meri- 
dionali a tutto che 6 comune a molti. 

« Ma la scienza si studiava. Ci era una chiara, una 
evidente tendenza piuttosto alPerudizione che alia dot- 
trina, si attingeva piu alle fonti storiche che alia ragion 
legale, ma queste stesse ricerche, il metodo, si erano in 
certo modo spiritualizzati^ la filpsofia del diritto, parte 
di un movimento filosofico assai pronunziato, era venuta 
in onore, e spandeva la sua luce. 

« Contribuiva a cio, che erano i soli studii permessi, 
sebbene permessi perchfe non se ne vedeva I'importanza 
politica, quando si vide o si sospett6, si sa che il go- 
vern© borbonico avea in con to dei suoi plii grandi ne- 
mici, appunto i mastri di scola, Un contadino chiedeva 
a Ferdinando II, grazia perch6 un suo figlio fosse allo- 
gato gratuitamente in un Seminario, di preti, si noti: 
— Sicuro, rispose il re, perch6 diventi un dottore ed io 
sia costretto a fargli dare due palle in fronte. E soleva 
dire che due cose ci erano di buono e di sicuro al mondo, 
la zappa.e la gibema. 

« Fatto 6 che la dottrina legale, la mcdicina, Parchi- 
tettura si ridevano di questi reali dispregi, e per virtu 
propria s' iniponevano anche nel regno delle Due Sicilie, 
e si facevano tollerare e portare a pazienza, covrendoU 
di sarcasmi, ma accettandone i servigi e con essi Pim- 
pero. Del resto, bisogna convenire che da quelle scuole 
si usciva, senza volerlo quasi, senza che il professore 
ne dicesse verbo, un accanito avversario di quella spe- 
cie di governo. Ma il solo parlare di diritto eterno, im- 



' - 44 - 

mutabile, il parlare di ragione e di legality, non era 
quanto bastava a fare odiare un sistema in cui diritto, 
ragione, legality erano negati flagrante m en te ad ogni 
momento? E si aggiunga che la contraddizione era 
fatta piu mostniosa dal paragone con le stesse leggi che 
pure erano in vigore. Se prima di spiccare un mandato di 
arresto, si fosse fitto in quel tempo quel che la Proce- 
dura Penale voleva si facesse, i napoletani, il piiii vili- 
peso popolo del mondo, avrebbero potuto non invidiare 
agV inglesi VHabeas Corpus e non cercare altra migliore 
guarentigia di liberty. 

€ Cosi si vivea lo studente di quel tempo. Co* piedi nel 
fango del Commissariato di Polizia, chiamatovi a forza, 
ma col capo irradiato dal sole della scienza, della dottrina. 
Nel momento stesso che saliva le vituperose scale de' Posti 
di guardici come un sospetto od un malfattore, sentiva 
crescere in cuore il sentimento della dignity e liberty ci- 
vile, che gli si faceva piu sacra all'aspetto de' vizi e delle 
gofiaggini, ch6 era piti goffa che viziosa, quella tirannide. 

♦ E c' era anche un altro sentimento, V amore. — 
L'amore studentesco partecipava ad un tempo delPidea- 
litA che lo studente trovava negli studi metafisici, este- 
tici, di arte, di poesia, e di un rlscontro nelle reality 
non liete sempre delta sua vita. Come due terzi almeno 
di loro eravamo in Napoll per chiedere dagli studii non 
gloria o nppagamento soltanto, ma il panem nostrum 
quotidianunif cosl 1' ideale dell' amore era una ragazza, 
bella certamente, buona, amorevole, poetica quanto si 
pu6 pensare, ma con questa prosa di un bel gruzzolo di 
denaro per dote. Tornare trionfante nel proprio paese 
con la laurea in saccoccia ed una di queste ragazze, 
era il sogno dorato de' piu modesti. I piu ghiotti pen- 
savano a rimanere con lei e per lei in Napoli. 



— 45 -- 

« Di qui quel guardare attomo, quel desiderio di dar 
negli occhi delle ragazze, quel cercare d'introdursi nelle 
case, quel piglio ardito, quel seguire nelle chiese, le 
letterine, le tentate corruzioni del domestic! e tutte 
quelle arti per le quali lo studente riusciva spaventoso 
ai buoni padri di famiglia....^ 

C'erano pure le spine, come si intende di leggieri, 
— aggiungo io — nella eterna forma delle delu- 
sion! che la vita riserba, ahim6 purtroppo e forse 
piu, alia balda giovinezza. Si entra nell' agono pieni 
di candore e di fiducia, senz' accorgersi che intorno 
ci si guarda come intrusi e che si affilano le armi, 
spesso in segreto e per chi ci sorride, meglio atte a 
combatterci. E la piu sorda e vigliacca, brutale, se 
abbiamo ingegno, 6 la livida invidia. « Avete voi 
mai conosciuto — scriveva Pasquale Villari nel suo 
celebre « Di chi la colpaf ossia la pace e la guerra», 
pubblicato la prima volta nel Politecnico di Milano nel 
settembre del 1866 — un paese dove la calunnia sia cosi 
potente e cosi avida, dove in cosi breve tempo si sia la- 
cerato un ugual numero di reputazioni onorate ? Si grida 
da per tutto che ci vogliono uomini nuovi, perch6 gli uo- 
mini vecchi sono gik consumati ; ma non appena si ve- 
done i segni di un qualehe giovine di vero ingegno che 
sorge, un mal volere, direi quasi, un odio infinito, si 
accumula contro di lui e lo circonda. La mediocrity ^ 
una potenza livellatrice, vorrebbe ridurre tutti gli uo- 
mini alia sua misura, odia il genio che non comprende, 
detesta V ingegno che distrugge V armonia della sua 
ambita uguaglianza. Essa ha i suoi idoli che solleva e 
che adora ; ma sono delle grandi mediocrity anch'essi, 
che le servono di strumento e, con una riputazione 
asnrpata, nascondono i bassi lini della moltitudine. Ed 



— 46 ~ 

ha in tutto cio una forza di associazione incredibile, 
una disciplina ed un istinto che le fa sempre riconoscere 
da lontano 11 nemico, contro cui tutti rivolgono contem- 
poraneamente i loro strali avvelenati. Molti e molti gio- 
vani io ho vednto abbandonarsi e cedere scoraggiati il 
terreno, innanzi a un nemico sconosciuto, invisibile, ep- 
pure cosi numeroso » . 

In tal guisa si laceravano i napolitani e, ahimfe, si 
lacerano ora, che il dilettanUsmo prende spesso il posto 
del sapere ; e con questa diflferenza, che allora i mi- 
gliori fra essi trovavano conforto ne' fratelli lontani ; 
oggi, salvo le debite eccezioni, con le belle antitesi di 
Nord e Sud^ frutto della conseguita unit& della patria ! 
le pietre ci colgono avanti e dietro, e fortunato puo dirsi 
chi non ne esce sforacchiato. 

Vero 6 che gl' italiani, come la storia insegna, fu- 
rono sempre gli stessi, e la incomparabile rimpianta 
amica Luigia CJodemo nel suo Svago a buona scuola, in 
cui si occupa del Veneto Letterario, ne chiariva la giu- 
sta ragione : 

c La mancanza d'invidia ^ virtu rarissima in un ita- 
liano, appunto in forza della sua poteute personality, 
nnita ad una certa pigrizia, ereditk funesta di genera- 
zioni a cui fu sconosciuto il sentimento di nazione, e 
quindi della propria dignity ; ognuno vuol essere qual- 
che cosa, urta e caccia indietro chi gli minaccia il 
posto a cui aspira. Nil adtnirari 6 la divisa di questi 
infelici ; o se ammirano 6 per ostentazione o per far 
dispetto. Si armano di mille esclusioni, travedono tutto, 
frantendono per la buona ragione che hanno un' idea 
in testa e che h tutto subordinato a quella. E pazienza 
fin che son giovani ! ma piu tardi ! Quelli che strisciano 
e rampano e insozzano di brutta bava anonima tutto 






— 47 — 

cio che spunta al tepore del sole, quelli non deb- 
bono attribuire altra origine alia cancrena che li atro- 
fizza, faori che uno sciagurato sentimento d'invidia, 
da cui non seppero guardarsi in priucipio » e che, biso- 
gna aggiungere, rimproverano poi ad altri I — Sicch6, 
durando le cose, ci consoleremo air idea che, combric- 
eole a parte, in Italia il mutuo scambio di lodi facili e 
non sentite, continaer^ fra molti a salvare lequinte, e 
lodi sincere saranno sempre qnelle che un fisico far 4 a 
imo storico, questi a un ostetrico, 1' ostetrico a un let- 
terato, il quale sar4 larghissimo con un matematico, 
e via. 

L' Arabia, per tornare a lui, entro coraggioso e te-, 
tragono in lizza^ corazzato dal sorriso, che al cadere 
del mondo sfida lo stesso Giove, e sicuro che nell* am- 
biente letterario-scientifico di allora, pettegolezzi, so- 
spetti, derisioni, invidie e ogni altro ingrediente umano, 
tutto si sarebbe attutlto innanzi alia sublime idea 
della patria da compiere, che affratellava menti e cuori. 
Noi siamo pii!i deboli^ non ostante la tanto maggiore 
facility di mezzi e di vita e i tanti nobili sforzi indivi- 
duali, perch6 non abbiamo una grande idea anche noi. 
Abbiamo invece molte piccole idee, e soventi da mani- 
comio. 

III. 

Primo pensiero del giovine Arabia fu, a Napoli, an- 
che per consiglio di valorosi, quello di frequentare le 
scuole piu in voga; e per il diritto si attenne al suo 
concittadino Vincenzo Sartorio Clausi, come ci narra 
pure il Muzzillo nell'elogio di lui; per le lettere non 
pose tempo in mezzo a farsi presentare al Marchese 
Basilio Puoti, signore assoluto tranne pochi dissidenti 



- 48 — 

e benemerito nell'educare la gioventu studiosa gratui- 
tamente. Lo dissero un pedante^ ma 11 Settcmbrini giusta- 
mente ammonisce che « la pedanteria 6 un santo rigorl- 
smo nella licenza » e quando si pensa che egU, come 
il De Sanctis pienamente riconosce, senza pronunziare 
mai la parola Italia, fa a Napoli il piu grande propu- 
gnatore di quelP incivilimento, per il quale quella santa 
parola divenne un nobile fatto, quando si pensa che 
egli, per impulso sommo di bont^ e di amore al bello, 
seppe raccogliere intorno a s6 quanto di piu eletto per 
intelligenza era nella generazione sorgente, all* ombra 
del sacro vessillo della lingua, noi ci sentiamo vinti da 
una profonda riverenza e, sospirando, deploriamo che 
di uomini simili sia troppa la penuria. 

Del Puoti molci hanno parlato, e con molta effica- 
cia il Fornari, il De Sanctis, il Settembrini, il Bonghi 
e P. Villari. Quest' ultimo 6 stato il piu severo, forse 
perch6 nella scuola del Puoti entr6 quando questa gi^ 
degenerava alquanto dal suo scopo primitivo, quando 
ingegni piu liberi, per naturale reazione, attraverso alle 
stesse strettoie loro imposte, scoprivano novelli orizzonti. 
E un fatto questo, a cui forse non si ^ posto mente 
abbastanza e che forma il maggior elogio del Puoti : 
i rivoluzionari, i riformatori sorsero e si formarono non 
fuori, ma nella sua scuola, e senza di lui non sarebbero 
forse nati, poich6 non certo capricciosamente il Gioberti 
scrisse che PItalia si sarebbe fatta, essendoci il Cesari 
nel settentrione e il Puoti nel mezzogiorno. Si sarebbe 
continuato, a parte qualche eccezione, chi sa quanto 
nelP abbandono e nella inerzia. La severa educazione 
che il Puoti soleva dare alle menti, le infrenava a 
tempo, in modo che, nutrite poi di succo e sangue, 
era loro impossibile correre all' impazzata, e un tal 



— 49 — 

freno avrei voluto trovare io pure al mio tempo. A 
cominciare dal De Sanctis e finire agli ultimi let- 
terati usciti da veri guerrieri armati di quel cavallo 
troiano, la dote principale 6 il ^en^o della misura. Que- 
sto si deve al Puoti, all' indirizzo del suo insegnamento. 
61i altri lo sopravanzarono, ma nelP afirontare quelle 
altezze e larghezze, che egli non avrebbe saputo addi- 
tar loro, rimase ad esso la virtu primitiva, e ormai, in- 
genita. Basilio Puoti va considerato come un graode 
iniziatore. Pose la prima pietra dell' edifizio, e chi non 
sa che I'additar la strada sia talvolta merito ben piu 
grande che percorrerla ? Slate italiani, state voi^ interi, 
donni di voi, e cominciate dalla lingua se volete es- 
sere armonici nella vita. Questo il suo monito, che, 
troppo ripetuto, stanc6 le orecehie, ma fu poco male, 
poich6 ci fu bene chi fece divenire damans in deserto 
quella voce, quando altre piu libere o sonore dovevano 
levarsi. La eco del verbo primiero stette ed 6 oggi am- 
monizione e rimprovero. Leggendo le poche cose lasciate 
dal Puoti il sue fine determinato, e quindi I'unit^ della 
sua coscienza di uomo e di educatore, appare manifesto 
e costante. Che c' importa che un tal summum ius sia 
presentato attraverso a uno stile un po' gonfio e uni- 
forme, con frasi e vocaboli poco usati, e diciamolo pure, 
con idee alquanto grette, esagerate poi anche da al- 
cuni discepoli ? Ness uno di noi oggi sognerebbe di se- 
guirlo, ma si ha il dovere di comprenderlo nei tempi 
in cui visse. I classiei erano stati obliati ed egli ricor- 
dava che da essi soli poteva venire il gusto e la po- 
tenza stessa del concepire. Bisognava essere assoluti, 
inesorabili, sgombrare il terreno dalle erbacce, perchfe il 
ricolto fosse prospero di nuovo, perchfe regnasse Tordine 
e con esso la interezza del dogma: gli scismi, le riforme 



— 50 — 

ad altri. Sapeva bene il Puoti diventar largo lui stesso, 
quando era il caso di onorare il merlto vero : additando 
peresempio aisuoigiovani il negletto Leopardi,facendosi, 
per il primo, editore a Napoli dei Promessi Sposi^ che pure 
segnavaiio una rivoluzione. E da pedante tutto cio ? — 
VesUi le armi e presentaimi alia hattaglia, egli dice, e 
)' uomo faeeto e semplice, in berretto e in veste da ca- 
mera, che il De Sanctis nelle sue memorie postume dice 
di aver trovato nello studio, era battagliero davvero ; 
aveva, come ricordo il Pabricatore in morte del Rodino, 
fatto undici duelli con gli ufficiali della Guardia Reale 
entrata iii Napoli nel 1811 alia testa degli Austriaci, 
capitanati dal Fremont. Combatteva perch6 sapeva di 
vincere. 

Ora pare poca cosa quella che io fo — diceva — 
ma verr4 il tempo che mi si render^ giustizia. E la 
giustizia gli fu resa dagli stessi contemporanei, allor- 
ch6, alia sua morte, i funer'ali rappresentarono la prima 
e pill grande dimostrazione politica. 

« La trista polizia borbonica — scrive PArabia in 
una pagina monca che trovo fra le sue carte — aveva 
per istinto subodorato il pericolo dell' introdurre e ma- 
g^ificare P italianit^ nella lingua e V amore ai classici. 
Ond' 6 che un poco per rispetto alia grande popolarit^ 
che il Puoti si era procacciata, un po' perch6 era un 
marchese, un po' perch^ proprio direttamente non sapeva 
che appunti trovajci, lo molesto poco, non che lo la- 
sciasse star quieto. Per averlo trovato, nel fare una 
versione dal greco inserita in una strenna, a dire che 
la concubina di un tale era piu puramente e classica- 
mente da chiamarsi con altro nome, fu mandato via 
dal Collegio Militare ove dirigeva gli studi, e poi lui, 
e forse piu i giovani della sua scuola tenuti d' occhio 



— 51 — 

ben bene. Pure non ei era uomo meno amico delle vio- 
Jenze, delle rivoluzioni plateali, e diceva sempre che a 
ndire una tragedia in cui era qualehe eongiura per 
uccidere un tiranno, i congiurati gli facevano piu ri- 
brezzo e paura di esso tiranno, fosse Caligola o Ti- 
berio o Nerone. » 

Come dunque c' era in lui piu dirittura di mente 
che il De Sanctis non mostri di credere, nelP inculcare 
che si leggessero, prima gli scrittori in istile piano, poi 
quelli di stile piu forte e poi quelli di stile fiorito, cosl 
c' era dirittura di animo nelP additare le vie della one- 
stk. Era il suo un metodo afiatto organico e perci6 di 
sua natura progressivo. Allorch6 si andava da lui, la 
prima prova era quella di far leggere qualehe pagina di 
scrittore italiano greco, o latino, e a taluno spiffer6 sul 
viso. € Vol non sapete leggere ». che si ha a chiamarlo 
pedante anche per questo? Raccomandava, per esempio, 
la topica, che h I'arte del raccorre e ordinare e signo- 
reggiare le idee che son proprie a ciascun argomento, 
percorrerle tutte come dice il Tommaseo, non solo le 
cause e gli efffetti, ma i simili ed i contrari, il piu e il 
meno, che ^ Parte magna del Lullo. Ma prima di lui 
aveva raccomandato altamente la topica Giambattista 
Vico in persona, e non fu detto pedante da nessuno. 
In quanto al resto, al modo d' insegnare del Puoti, 
alle sue fissazioni e esagerazioni, alle sue debolezze, 
di cui non seppe liberarsi anche quando il farlo era ne- 
cessario, anche quando il De Sanctis gli diceva che 
oramai il purismo aveva vinto, ed era errore voler stra- 
vincere j sono \k gli autorevoli scrittori citati, il Villari 
compreso, ad attestant che non furono mai a detrimento 
della bont& e delP affetto. « lo ti ho sempre voluto un 
gran bene » disse al De Sanctis poco prima di morire. 



— 52 - 

Mi place dunqne aggiungere con PArabia : .« La sua 
era una scuola assolutameate aristocratica, perch^ non 
si pagava, ma non vi si poteva entrare senza fare stud! 
preiiminari. Del resto qui cessava il privilegio. Quando 
egli giudicava che quel tale giovine, chiunque si fosse, 
era al caso di entrare nello studio di perfezionamento, 
la scuola, le sue braccia ed il suo cuore gli erano 
aperti. E che cuore ! (*) Cosl la rivoluzione che egli 
faceva senza avvedersene era anch'essa aristocratica. 
Eivoluzione di studi, di lingua e di gusto. Se questo 
poi menasse naturalmente alia rivoluzione politica, egli 
o non vi pens6, o piuttosto penso che questa che veniva 
da cosi alto, non dovesse mai riuscire a muover fra le 
barricate da una parte, le career! e i patiboli dalP al- 
tra. Diversamente pensava la polizia e di rimando la 
parte piO eletta e liberale, che era appunto composta 
dagli allievi di Puoti, i quali alle dichiarazioni e com- 
menti de' classici aggiungevano i loro molto piii precisi 
ed a' guai della lingua insozzata dai barbarism! o dal gu- 
sto corrotto, additavano che il rimedio buono e radi- 
cale era di mandar via i barbari d' Italia, stranieri o 
indigen! che fossero, e che a far questo era utile stu- 
diare il Cavalca e lo Specchio della vera penitenza del 
Passavanti ». 

I difetti del Puoti, che con un ingegno maggiore 
avrebbe reso piu ampia, non piu feconda la sua opera 
di amore, diro concludendo, furono di quelli che vanno 
strettamente unit! ai pregi e ne scaturiscono. Come 



^') Fra i tanti che lodano il Puoti per il sao gran caore 
ricordero Giuseppe Del Giudice, che nel suo bellissimo libro^ 
citato di qui a poco, Carlo Troya^ ecc, ne racconta le accoglienze 
liete, e che lo ohiamava CMappa/rUllo. Pag.89. 



— 63 — 

Shakespeare per la stessa vastit^ e ricchezza del suo 
genio straripa, come Tuomo di carattere diviene tal- 
volta dispotico, come V animo mite si lascia piegare alia 
debolezza, cosi il nostro Archimandrita della lingua di- 
venne un esagerato purista: non 6 ne da filosofi n^ da 
conoscitori degli uomini il fargliene colpa. 

Anziani della 8CUola del Puoti furono, fra gli altri, 
Cesare Dalbono, Leopoldo Rodin6, il Gasparrini, il Torelli, 
il Cappelli, il Pisanelli, i cui Passatempi di un* onesta 
brigata in tempo di colera, pubblicati nel 1837, sono 
una vera rarity bibliografica. Eletti, a citarne aleuni, 
furono il Gatti, TAiello, il Florio, il Capozzi, poi il De 
Sanctis, che, in principio, come attestavano i contem- 
poranei, era il piu accanito nel purismo, il Fornari, (') 
il Fabricatore, il Settembrini. 

Questi ultimi finirono per trovarsi ciascuno alia te- 
sta di una schiera di giovani ; i piu liberi preferirono 
il De Sanctis e passarono dal Puoti a lui, viceversa al- 
tri, anche di quelli che erano passati al De Sanctis, 
tornarono al Puoti e formarono la classe de^grammatici. 
II primo raaestrino della scuola del Puoti fu ilRodin6, 
dal quale gli stessi De Sanctis e P. Villari impararono 
11 latino e V italiano. Ma fra i primi e piu valenti al- 
lievi del Puoti non potrei dimenticare Pier Angelo Fio- 
rentino che, al pari del Lauzi^res, ando in Francia e 
vi lece fortuna, autore, fra I'altro, della Fisiologia del- 
Vavvocato. Anzi il Ricciardi rammenta nelle sue Me- 



(*) Kobillssimo elogio test^ consacrava allagrande anime di Yi- 
to Fornari, in occasione della morte compianta di lui ^neWA Rivista 
d* Italia, Francesco d'Oyidio: lavoro non senza importanza per 
lo studio deUo spirito del tempo. 



— 54 — 

morie autografe di un ribelle (^) che in una delle adu- 
nanze della Scuola, nelle quali primeggiavano il Dal- 
bono, il Eossi, 11 Roger, il Tarantini ecc, il Fioren- 
tino lesse al Marchese sul mostaccio alqnante sestine 
bernesche (vero capolavoro del genere, dice il Ricciardi), 
in cui era posto in canzone sotto il nome di Chichibio, 
E poich6 il Puoti soleva bero un po' grosso, non solo 
non intese 11 tranello, ma ne ando tutto in galloria al- 
I'udire gli applausi e gli scrosci di riso. Guai se avesse 
saputo il vero I Per lo meno 11 avrebbe chiamati porci- 
gliorU ! 

Se il De Sanctis s' innamor6 della professione di 
maestro, lo dovette, come racconta egli stesso, al Puoti, 
perch6 in principio se ne annoiava. Vorrei ricordare 
tutti i giovani che stettero poco o molto dal Puoti, ma 
non 6 possibile, c'era mezza Napoli : Antonio Mirabelli, 
Luigi Tosti, Eugenio RafiFaelli, Giuseppe Ricciardi, Ma- 
riano D'Ayala, Giovanni Manna, Giuseppe De Lucae via 
via, quasi tutti gli uomini che emersero nellescienze e nelle 
lettere. Fra i molti delle provincie non voglio tralasciare 
un vivo e un morto, il moltiforme ingegno abbruzzese di 
Niccola Castagna, e Leonardo Girardi di Petrella Ti- 
fernina, filologo e traduttore del Cantico dei Cantici. 
Avendo egli scritto, nel 1840, una lettera al Rodin6 sue 
maestro, questi la fece sentire al Puoti, che ne prese di 
lui lieta speranza, lo voile seco e soleva chiamarlo 
il caro Girardetto dei Gobbi, perch6 in quella lettera si 
narrava la storiella di due gobbi. 

Altro grazioso aneddoto 6 quello che nella sua con- 
ferenza Sui Poeti napolitani^ letta al Filologico di Na- 
poli, racconta Federico Persico, altro superstite di quel 



(>) Parigi, Stassin et Xavier, 1857 



— 55 — 

tempi, giurista, poeta e traduttore del Faust, t II Puoti, 
cosi tenero della puritA della lingua, aveva una curiosa 
abitudine. Frammischiava nel suo discorso, massime se 
Bi risealdava, delle — diremo cosi — interiezioni, attinte 
non gik agli scrittori del trecento, ma al piu volgare 
dialetto napolitano. In una di quelle accademie dunque, 
un giorno gli sfuggi di bocca una delle consuete escla- 
mazioni. iitirb subito gli occhi attorno e vide che tra 
gli astanti era una sua giovane alunna. « Scusami, Giu- 
seppina, — le disse — m' 6 scappata. Ma le donne 
sono un impaccio pei letterati e perci6 non ho preso 
moglie. » Era la Guacci, che fu delle prime allieve 
insieme alia Marianna Gaetani, e fu indi seguita dalla 
Irene Ricciardi poi Capecelatro, dalla Virginia PuUi 
poi Filotico, dalla Beatrice Oliva poi Mancini, dalla 
Angiolina Villari, sorella di Pasquale, che spos6 poi ii 
dotto e intemerato avv. Strigari, ecc. 

Eppure, fra gV infiniti che ebbero alimento e spinta 
dal Puoti, ho taciuto chi dovevo nominar prima, Mi- 
chele Melga, del quale Luigi Landolfi nel 2.o volume 
de'suoi Scritti Vari (*) ricorda che non solo fu discepolo 
del Puoti, ma voile perpetuare il benefizio di lui ; come 
awenne pure di Emanuele Rocco che, esempio da ri- 
cordare, seppe stare da s^ e si pose alia testa di un 
gruppo che voleva si scrivesse con propriety, ma spi- 
gliata (che poi , non era uguale in tuttij, anticipando, 
sebbene con criteri e fini troppo diversi, Topera del De 
Sanctis. 

Morto Saverio Costantino Amato, giovine assai pro- 
mettente, il Rocco ne raccolse pietosamente gli scritti, 
e poich6 allora si era piu lontani da certe esclusioni 



(«) Napoli, Tip. Gnerrera, 1886-87. 



— 56 — 

sistematichc, invito il Puoti a dettare delle epigrafi, 
che adornarono il volume. Col Rocco erano Doinenico 
Anzelmi, Rocco M. Bardare, Gaetano Parente, Raf- 
faele Colucci, Enrico Cossovich, il Sesto Giannini, Ste- 
fano Paladini, RafPaele Andreoli, Isidoro Tranchini e, 
dopo, il Coppola, il Caeca vone, il Rosati ecc, ma tntti 
egli vinse per la dottrina. Formarono un cenacolo e 
pubblicarono giornali, ma il Paladini, delicato e elegante 
poeta, se ne stacc6 presto e ando o torno al Puoti. Lo 
Anzelmi, il Cossovich, il Bardare, il Rocco stesso e al- 
tri ebbero il grave torto di amareggiare gli ultimi anni 
del Puoti, abbaiandogli alle calcagna. Eppure uno di 
essi confesso poi pubblicamente che Pesempio del Puoti 
fu utilissimo anche per loro ! Legati al Rocco erano 
pure due altri simpatici ingegni, dai quali chi scrive 
fu molto amato : Domenico Bolognese, scrittore sopra 
tutto di drammi e di tragedie, autore di celebri can- 
zonette Piedigrottesche (') i cui postumi Cajiti di Na- 
poll sono veri gioielli, fratello di quel Gennaro morto 
come Pergolese, che test6 in un suo volumino di Bric- 
ciche ci ricordava 0. Valio ; e, piu ancora, Carlo De Fer- 
rariis, felice verseggiatore e scrittore di faceti l)ozzetti. 
« Con questi (dice P Arabia) eravamo in guerra per la 
prosa, ma ci incontravamo nel terreno neutro della poe- 
sia », ma poi avvenne forse precisamente il contrario. 
« — Gli studi di legislazione — continua P Arabia — 
di medicina, d* ingegneria avevano per fine Putile, per- 
ehh di coloro che vi attendevano pochi erano che non ne 
aspettassero di migliorar le loro fortune non sempre lietis- 



(') V. il Piedigroita For Ever (Napoli Pierro 1901), interes- 
sante pnbblicazione di Salvatore Di Giacomo. 



- 57 — 

sime. Ma c'era un altro studio piu nobile perch^ volontario, 
plu geniale, piu gentile, che non al mestiere» mamenava 
all' arte ed alia gloria, ed era lo studio delle lettere, e se- 
gnatamente deUe lettere italiane. C erano du^, non dir6 
scuole, ma sistemi. Da una parte la facility inelegante dei 
giornalisti, dalP altra I'eleganza un po' grave de' puristi. 
I primi non formavano una scuola propriamente detta, 
ch6 non avevano principii comuni fra loro; in ciosoio 
di aceordo in quanto affettavano di dispregiare i pa- 
rolai e i frasaioli, e si dichiaravano anzi che della 
forma cultori del pensiero. I puristi fondarono una vera 
scuola, eon principii certi in fatto di lingua, di elo- 
cuzione, d' arte. La lingua volevano pura da barbari- 
sm! e neologismi purtroppo in grande uso, volevano 
rimenarla a' tempi aurei del parlare, a' trecentisti, ai 
ciDquecentisti. Altre Autorit& aceettavano qualche volta, 
lua appena. II Mult a renascentur quae jam cecidere, 
cadentque quae hunc sunt in onore vQcabula inten- 
devano appunto nel senso di ricondurre la lingua 
alle sue font! pure, eliminando le parole che non 
erano sostenute da altra autoriti che dalPuso vol- 
gare. Lo stile era I'abito, il decoro, il galateo, diro cosi, 
dello scrittore. Non trattavasi solo di dire per farsi in- 
tendere, ma di dir bene ed elegantemente per farsi in- 
tendere con piacere e diletto; non trattavasi di scrivere 
come si parla, ma di scrivere con certa arte, che, 
qualche volta riusciva all'artificio, ma era sempre lon- 
tana dair incuria e dalla negligenza. Un po' di contorto, 
di artifizioso, di manierato era quasi riehiesto da' gio- 
vani perch6 col tempo, andate via le frondi e il super- 
fluo, rimaneva il buono ed il bello che vi si trovava in 
germe. L'arte era qualche cosa di peregrino, d'ideale, 
di nobile, di sufSciente a s6 stessa, e sopra tutto una 

4 



— 58 - 

gentilezza. II genere era meno il grave e il forte, che 
il leggiadro e il terse. . » 

« Buono quanto la stessa bontd. — scrive del Puoti la 
sallodata Luigia Codemo, nelle sue Pagine FamHiari (*), 
a proposito di un suo viaggio a Napoli — vi aveva nei 
suoi modi una certa bruscheria, uu che di burbero, 
fatto apposta per awincere i cuori, perch6 d& la sicu- 
rezza d'un'anima aperta e leale. V'hanno, 6 vero, di 
quel 11 che simulano queste quality e vi nascondono 
r aridity loro e i brutti pensieri, ma tale non era il 
caso, e 11 Puoti si mostrava in tutta schiettezza. 
Gtik s' intende 1 suoi furori volti a chi peccasse in cose 
di lingua : e poveretto a chi lo contrariava ! Tntti 
<il Vesuvlo n' hanno un tantinetto in corpo ; ma pre- 
sto passa e non resta ombra di rancore ; ci6 che non 
vuol dir leggerezza, ma solidity di carattere nato al 
bene. Puoti nella figura ricordava Borghi (prima ma- 
niera), ossia da secolare. D suo bel parrucchino e col- 
petti analoghi, per assestarlo. Lindo e pulito nei ve- 
stire, manlera da gentiluomo del secolo scorso; e di 
lui si citavano grazlose avventure galanti : n6 questa 
nobilt& la perdeva mai, nemmeno quando per le erne 
rabble Hnguistiche usclva de' gangheri ; dico linguist!- 
che, giacch^ altre non ne conosceva quell^egregio, sempre 
sacrlficato, sempre tradito per la sua gran buona fede >. 

E piu giu : « Puoti e stato detto pedante, e come 
tale corbellato ; ma fu, lo credo, utillssimo. Certo 6 alio 
spirito di quella pura scuola che si formarono i Bon- 
ghi, 1 De Sanctis e gli altrl, che lungo sarebbe anno- 
verare. » — E 11 gludizio della inclita veneta h oramai, 
come si vede a piu segni, quello di tutta V Italia colta. 



(*) Treviso, Zoppelli, 1878. 






— 69 — 

I tradimenti, 6 vero, li voleva lui, il Marchese. Per 
esempio, Arabia nostro, non ostante la sua grande af- 
fezione, mai smentita, per il maestro e per la sua idea, 
o che vi fosse da lui ste«so mandato, entro nella scuola del 
De Sanctis. Questi a pag. 247 delframmento autobiografico 
{La giovinezza di F, De Sanctis C) lo cita con Cirillo di 
Trani e Paolo Kangian, chiamandoli altri valarosi, e 
dice che il nucleo di questi giovani si mantenne saldo 
insino a che dur6 la scuola. Co\k PArabia si trovo con 
Agostino Magliani, Diomede Marvasi, Liborio Meni- 
chini, Luigi La Vista, Enrico Cenni, Francesco Bax, 
Carlo Pavone, Pasquale Villari, il discepolo piii glorioso, 
Ferdinando Vercillo e altri, alcuni di lui piu giovani, 
e tutti in gran parte gik stati dal Puoti, capitanati dal 
simpaticissimo Camillo De Meis, rimasto a tutti diletto, 
e che divenne la vera anima della scuola. Ivi 1' Arabia, 
studiando e leggendo i capolavori italiani e stranieri vie- 
tati e udendo i piu alti e sublimi concetti dal la bocca del 
compagno e nuovo maestro, dovette alimentare la sua 
vena artistica e la sua attitudine alio scrivere arguto e 
semplice, il quale negli ultimi anni, in lui, che serbava 
ancora un innocente odio per gli ande con V infinito, 
giunse a tal punto di sprezzatura, che i critici toscani, 
nel lodare il Sorrefhto, scritto nello scorcio di sua vita, lo 
trovarono, come potrebbero far di noi, scadente nella for- 
ma ; e I'amico Acri da Bologna gli rimprover6 alcune 
piccole offese aUa puritd \ « lo leggo il francese per impa- 
rare I'italiano » soleva invece ripetere Cesare Dalbono, 
uno dei primi non solo, ma pii genial i e piu valenti disce- 
poli del Marchese, e voleva intendere che solo cosi pos- 
siamo spogliarci del grave paludaniento ereditato dagli 



(') Napoli, Morano 18S6, con prefazione di P. Yillari. 



— 60 — 

avi. II Dalbono, uomo di idee larghe e amico di ogni pro- 
gresso, meglio di ogni altro fuse e temper6 insieme le ten- 
denze e quality delle due scuole del Puoti e del De Sanctis, 
le quali, chi ben gnardi, erano destinate a correggersi 
e a compiersi a vieenda, e che 6 errore giudicare Puna 
dalPaltra divisa. La seuola del Puoti, faceva osservare 
C. Dalbono, ebbe tre periodi e il terzo 6 quelle in cui 
gli scolari si lasciarono indietro il maestro, la lettera- 
tura non rappresento piu un'arte di parole, ma divenne 
espressione di tutte le conoscenze umane. 

Quanto al De Sanctis, sarebbe qui portare nottole 
ad Atene il magnificare Topera sua, che mir6, piu aper- 
tamente, ben piu alto che a scrivere con correttezza : 
opera d' intelletto e di cuore, di civiltii e di sincerity, 
di rinnovamento filosofico critico e artistico. Egli, come 
giustamente not6 un altro calabrese e amico di Arabia, 
Bonaventura Zumbini, diede esempio di universality e di 
comprensivit& che n6 il Saint Beuve, n6 il Macau lay ave- 
vano dato; e aggiunge: « Non conosco scrittore che abbia 
avuto cosJ continuamente I'animo rivolto ai giovani del 
suo tempo. I giovani furono la luce della sua anima, il 
suo uni verso ». La critica del De Sanctis « singolare e ec- 
cezionalmente giovanile » fu una creazione del suo in- 
0egno e del suo cuore. Si pu6 talvolta nei giudizi da lui 
dissentire, mai negare che essi in lui discendono, oltre 
che da un alto e retto sentire, da priucipii sicuri e ge- 
neratori. II De Sanctis rester&. • Credere — conclude lo 
Zumbini — che i nuovi studi possano escludere i grandi 
criterit posti dal De Sanctis, e fare senza essi una 
migliore e piu compiuta critica, 6 un errore da menti 
anguste, sebbene, appunto per questo, molto difluso (*) » . 



(*) Diaoorsi ne* funerali. 



— 61 — 

« lo non esito pnnto ad affermare — aggiunge lo sto- 
rico dei Mille, Giacomo Oddo Bonafede, che a molti ma- 
lanni della patria nostra possa essere diga lo studio dei 
libri del De Sanctis, che sono govemati da vera filosofia 
italiana e nei quali il fatto e V idea procedono pari 
passo e sempre d'accordo. (') » 

II De Sanctis ebbe altra mente del Puoti, ma questa 
e il cuore gli farono in buona parte educati da lui. 
Egli si gnadagnd a ragione molti aderenti ; al tempo a 
cui ci riportiamo glieli procacciava il desiderio della gio- 
ventii di spastoiarsi dalle esagerazioni Puotiane, poichfe il 
soverchio aveva rotto il eoperchio e Pora di una sana rea- 
zlone suonava. « Al Puoti — scrive C. Dalbono comme- 
morando il Settembrini — rimaneva il rispetto, la ve« 
nerazione de' suoi discepoli, il culto di una virtu e di 
un amore che ricordato anche oggi, dopo tant' anni, ci 
chiama le lacrime sugli occhi, ma la sua scuola era 
finita ». Dopo il De Sanctis ebbe aderenti non solo per il 
suo passato, ma per la costante operosit4 e 11 costante 
amore, per la intemerata vita privata e politica, per la 
fama che aveva acquistata anche all'Estero coi suoi bel- 
lissimi lavori. Alia sua morte, seguita in tempi ben di- 
versi, ebbe un plebiscito poco minore a quello reso al 
suo Maestro e Mecenate, ma il suo cadavere implord a 
lungo una degna sepoltura, e poco Napoli ha fatto per 
onorarne la memoria. Solo gli ultimi discepoli gli innal- 
zarono un busto nella villa nazionale, e Avellino ha 
riparato con un monumento ai dolori che gli diede. Del 
Puoti come del De Sanctis (*) son pure i busti all' Uni- 



(*) Commemorazione di F; D. S. fatta all*assooiazione lettera- 
ria di Barletta il 27 gennaio 1894. 

{*} Intorno al De Sanctis pabblicai nella Rasaegna Napole- 
kma, fondata da Americo Be Gennaro ^errigni e redatta in gran 



- 62 — 

versit^ di Napoli. II gran nome del Puoti fa dato a xA 
piccolo vicolo. "^ 

IV. 

Ruggiero Bonghi, che, allevato da Saverio Baldac- 
chini, venne in fondo su da s6, giustamente osservava 
che quello che a Napoli precedette di dieci o piii anni 
jl 48, fu un tempo degno di essere ricordato agli italia- 
ni tutti. « Accanto al Puoti e al De Sanctis ^'egli scrisse 
nella commemorazione del secondo) che in diverso modo 
e misura rinnovavano lo studio della lingua e della let- 
teratura italiana, il Galluppi e il Colecchi, riproducendo 
presso di noi, non senza novit^ di pensiero, quello la 
scuola Scozzese, questi la Kantiana, restauravano lo 
studio della lilosofia, sgombrandolo dal sensismo volgare 
e superficial e, che P infestava prima di loro. » 

Eppure quanti, non dico il Colecchi, in tan to scadi- 
mento degli studi filosofici, conoscono il Galluppi, quanti 
sanno valutarlo sopra tutto come insigne psicologo, anzi 
precursore della psicologia, quando, con genio inaudito, 
dalla logica della mente cava la metafisica dello spirito? 
II Galluppi, a cui il biondo martire Luigi La Vista consa- 
cro una pagina commovente, che si trova nel volume 
Memorie e Scritti, (*) generosa azione del Villari, da molti 
fa studiato parzialmente ; una esposizione completa 
delle sue dottrine credo sarebbe oggi utilissima e po- 
trebbe formar tema di un concorso a premio. Dopo 



parte da Mario D'Amelio e da me, (Anno II., 1895) due notevoH 
articoli sul De Sanctis, uno del prof. Antonio Blzzuti, I'altro di 
Benedetto Croce, il piti oosciente illustratore e difensore del 
critico partenopeo. 

{') Firenze, Le-Monnier 1868. 



I 



— 63 — 

subimmo V influenza Hegeliana, a cui neppure i mag- 
giori rimasero estranei, e che fu utile al rinnova- 
mento della ideality, del pari che alia ginnastica del 
cervello, per poi precipitare nel positivismo a priori: 
ma i grandi da noi citati, e che camminavano, difife- 
renze a parte, di pari passo col Rosmini e col Gioberti, 
ben seppero dimostrare che nella terra di Vico non po- 
teva dimenticarsi il suo gran Vero, che, essendo il mondo 
civile stato fatto dagli uomini, se ne debbono ricercare i 
principii dentro le modificazioni della medesima mente 
mnana. Pero aborrenti da ogni nebulosity, piu veramente 
positivisti che i modemi, e non mai empirici nel senso 
volgare della parola (come oggi per andazzo e in odio 
alia metafisica anche presa nel senso pid serio) e sde- 
gnosi del ritener filosofia quella sola che si esplica nella 
formula. Ma oggi tutto si ^ risoluto, i misteri sono 
spariti, la coscienza rifatta (pare invece piu malata che 
mai) e la sapienza si e conquistata col semplice appa- 
garsi di un superficiale studio dei fatti immediati. Buon 
pro ci faccia. Ma se non h vero che V intelletto umano, 
per rivolgimento ciclico delle nuove dottrine, ritorni 
sempre alle antiche, quasi potesse in esso ravvisarsi 
P agitata inamovibilitA della tela di Penelope, 6 vero 
che esso torna sui propri passi per liberarsi del sover- 
chio e serbar solo il buono. Auguriamoci che la filosofia 
dell' awenire non sia quella di nessun' etk passata, n6 
tampoco della presente, ma di tutte quelle che P ap- 
parecchiarono. 

Nelle scienze come nelle lettere il movimento si ac- 
centuava. Col Vico rimesso in onore, furono studiati 
Romagnosi e Rossi e letti i piii grandi scrittori stra- 
nieri da Shakespeare a Cousin, e italiani fino al Leo- 
parii e al Giusti. Gik piu la gente colta non si conten- 



- 64 — 

tava de^lieruditi stampatori di classic!, fra i qua]i troneg- 
giava Gabriele De Stefano. Oltre alia falange Puotiana 
altri ingegni piu o meno anziani tenevano, con criteri 
diversi ma con eguale amore, il campo. Raffaele Libe- 
ratore filologo e Bernardo Qnaranta archeologo di fama 
europea ; il Marchese di Montrone, di cni test6 ha il- 
lustra to la vita e le opere 1' amico prof. Vitucci, Fran- 
cesco Bnffa e Giuseppe Campagna, altre illustrazioni 
calabresi, Giuseppe Del Re, Vincenzo Moreno tradut- ' 
tore in versi del Don Chisciotte, Alessandro Poerio, poeti; 
G. Salvetti, i Mastriani, il Ricci, G. B. Aiello, Stanislao 
Gatti, cultori di studi vari, e gli ultimi due, con Ste- 
fano Cusani, pifi che altro, filosofi. Fllosofi Semmola, 
Cangiano, Borrelli e De Grazia, che tent6 una nuova 
soluzione del problema genealogico delle idee. Eppoi 
Michele e Saverio Baldacchini, letterati e scienziati in- 
sieme, Costantino Margaris grecista, Raffaele Mas! pro- 
fessore di estetica e amico del Manzoni, che ci 6 stato 
con amore ricordato dal Conte Guglielmo Capitelli. II 
Marchese di Caccavone e Michele D' Urso, Q) scrittori di 
epigrammi, Giulio Genoino, poeta in vernacolo e filan- 
tropo ; eppoi V astronomo Macedonio Melloni, Scacchi, 
mineralogista; Ferdinando De Luca, geologo e geografo, 
Michele Tenore, botanico, Delle Chiaie, che occupo cat- 
tedra di scienze in Russia ; Nicolini, Borrelli stesso, Ca- 
pitelli, Agresti, Starace, Bianchini, De Augustinis, Tre- 
visani, Savarese, che fondo una scuola rimasta celebre, 
Ludovico Guarini, obliato, di cui V opera StiUa finanza 



(') Gome osempio classico, oi basti dal D'Urso rlportar questo, 
scritto per una casa dipinta in rosso appartenente a un nsuraio : 

Arroasisco fino ai tetti 
Di esser casa di Manetti. 



— 65 — 

del popdlo romano divenne alP Estero tanto celebre che 
fu ammesso fra gli Immortali di Francia ; e i sorgenti 
Mancini, Scialoja, Saliceti, Crisci, Ciccone, tutti giure- 
consulti e economisti ; e tutta una schiera, sempre fio- 
rente, di medici illustri. Molti altri vecchi e giovani 
abbiamo nominato o verremo nominando per inci- 
denza, che ne' diversi rami dello scibile facevano 
dimenticare qualche raglio di asino e i furori del 
povero Valentini, 11 quale osava dire alia sua bella : 
« T'amo fino al coltel ; sino a sbranarti il core e man- 
giarmi quelle tue viscere beate, che pur son mie ». Si 
obliavano, con questo, i drammi a forti tinte di Leo- 
poldo d'Avella e del Zanobi Caffareggi, uomini del resto 
non senza ingegno, e, meglio ancora, questi versi di 
Ingarriga : 

Eccliss' e' quando s' incontra 
Fra il sol la lun sovente, 
fra lun' la ter movente 
E scuror ne vien quaggiu. 

Ma il piu bello fa la parodia attribuita a Francesco 
Paolo Ruggiero, che scrisse «lei versi simili, troppo noti 
per aver bisogno di essere ripetuti, in occasione della 
morte di Maria Cristina. Fra V altro, si diceva al prin- 
cipe Francesco, figlio di Ferdinando II : 

Possa presto la fortuna 
Farti ascendere sul trono, 
E sari il piii gran dono 
Che puo farci il nostro Re, 



- 66 - 

vale a dire di crepare. II Ruggiero, di cui scrisse dot- 
tamente il prof. Stefano lannuzzi, mori piCi che ottan- 
teime nel 1881 e, oltre che di lodati lavori giuridici, e 
autore di opere letterarie pregiate. A proposito della 
causa Volpicella stampo delle facete lettere tra an far- 
macista di Montemurro e uno studente di legge dimo- 
rante a Napoli, che ebbero gran successo. 5 il Rug- 
giero, divenuto ministro nel 1848, offri all' Arabia di 
entrare nel Dicastero dslle Finanze, ma egli non voile. 
Ma c' era di meglio : non solo il nuraero degli stu- 
diosi era grande, ma essi si vedevano, sicomunicavano le 
loro idee, si riunivano, proprio quello che oggi non si 
fa, e non solo pe' frequenti Congress! Scientifici, che 
avevano uno scopo politico. Basti dire che ci furono, dal 
'33 a dopo il '50, molte case, nelle quali la ospitaliti 
serotina era praticata con signorile gentilezza, e dove 
il sen ti men to del buono e il senso del bello si coltiva- 
vano con pari ardore mediante periodici letterari ri- 
trovi. Nicola Nicolini, lodato dal Dalloz, dall'Ortolan ec, 
che innesto i piu belli e squisiti fiori della latina e della 
volgare letteratura sul vecchio tronco della giurispru- 
denza forense, si compiaceva di aver seco gli illustri 
stranieri che gli capitavano, e raccoglieva magistrati e 
avvocati e molti de' ricordati aomini di lettere, ed era 
loro largo di consigli e incoraggiamenti. Giuseppe Di 
Cesare, storico di Manfredi (a cui Giuseppe Del Giu- 
dice, nuovo e piu forte storico del nipote di Costama 
imperatricey ha or ora consacrata una monografia de- 
gna di entrambi) faceva della sua casa un vero 
tempio, a quel che ricorda il Castagna, che era del 
bel numero, in certe sue garbate Conversazioni Let- 
terarie stampate nella Rassegna Nazionaf^ di Firenze. 
E Ik, se vedevi molti de' meridionali giovani o di Qtk 



■■— - ■ — t 



- 67 ~ 

matura, fra i quali Simplicio Pappalettere e Antonio Mi- 
rabelli latinisti, Felice Bisazza, Nicola Sole e Pietro 
Paolo Parzanese poeti, Eaffaele D' Orfcensio, Angelo In- 
cagnoli, Giuseppe Gallotti, Francesco Palermo, Gabriele 
Sperdnti, Gaetano Valerian i, Sal va tore Morel li, scrittori 
vari e V ultimo difensore delle donne, e Francesco Paolo 
Bozzelli riuscito estetico meglio che politico, i fratelli 
Poerio, Luigi Blanc, francese solo di nome, il geologo 
Leopoldo Pilla, poi morto a Cur ta tone ecc. ; ci vedevi 
pure i piu insigni uomini di altre parti d' Italia a Na- 
poli convenuti, e fra essi Giovanni CoUeoni, autore del- 
V Is^mrdo, il Giusti, 11 Vannucci, G. B. Giuliani, e al- 
tri, il Melloni, di cui la dimora stabile a Napoli fu an- 
nunziata dalla Guacci in un articolo intitolato per di- 
strazione Melloni a Napoli, e se ne fecero le grasse 
risate. Eppoi il Rable, discepolo di B^ranger, e il giudice 
Lorieux e Carlo Lucas e il Valery. Eran queste riunioni 
ritenute ghibelline, laddove le altre in casa dell' altro 
grande storico Carlo Troya, cui pure il Del Giudice 
ha consacrato nn ampio e ricco libro ('), passavano 
per guelfe. Erano le serate Troya ae frequentate princi- 
palmente dal Padre Alfonso Capecelatro, ora Cardinale, 
Girolamo Sealamandr6, giurista e erudito, Salvatore De 
Renzi, non sai se piu storico o medico, Giuseppe Vacca, 
Vincenzo Niutta, Giuseppe Ferrigni, Gaetano Ventimi- 
glia, Nicola Rocco, Nicola Spaccapietra, Gennaro De 
Filippo, Emilio Pascale, e Vincenzo Villari, (*) uomini di 



(») Carlo Troya^ vita pubblica e privata, studi, opere^ con appen- 
dice di lettere inedite e altri docamenti — Napoli, Giannini, 1899. 
— laangnrandosi la lapide ai Troya il 20 sett, oorrente anno 
1901, egregio discorso oommemorativo ha letto 1' amioo prof. 
Michelangelo Sohipa. 

(>) Chi scrlTe conserva belle lettere del Troya al padre sno. 



vfr 



— 68 — 

legge, Antonio Nobile, astronomo e marito della Gaacci, 
Giulio Minervini, archeologo e Angelo Beatrice, filologo, 
il Trevisani e il Badolisani, dotti nelle leggi romane e 
nella economia, Marino Turchi, igienista, il Manna, che 
seppe scrivere, dopo il Ginstiniani, il miglior lavoro 
sul Foro Napoletano, e che V Amministrazione elevo a 
scienza ; il nostro Arabia, che andava tavolta anche in 
casa delP altro guelfo Nicolini, il quale lo chiam6 pub- 
blicamente « futura speranza d' Italia » ; talvolta An- 
tonio Eanieri, bench6 piii che ghibellino, e V angelico 
Alfonso Della Valle di Casanova : fra i piu giovani il 
Troy a stimo molto Enrico Pessina. 

In casa della vedova Giuseppe De Thomasis piu assi- 
dui erano Carlo Poerio e Saverio Barbarisi, il De Au- 
gustinis, Enrico Berardi, Giacoino Filioli, Diodato San- 
sone ecc. 

Le serate della Guacci, come ci apprende in un suo 
volume (*) la signora Cleofe Quaratino'Staurenghi, si 
chiamavano Sabatine, ed ella ricorda, oltre al Puoti e 
al Campagna, Paolo Emilio Imbriani, i Poerio, i Bal- 
dacchini, il D' Ayala, il Fabricatore, Cesare Dalbono, 
il nostro Arabia c altri, ai quali h bene aggiungere 
Pabate Selvaggi e il Piccinni, scrittore di bei versi napo- 
litani, ricordati dal Ricciardi. (^) In queste adunanze 
(che dal maggiore dei Poerio furono altamente lodate) 



(') Vita e Studi aulle opere di G. Ot. N. — Napoli, Tipo- 
grafia Trani 1892. 

(^) Qualcuno k citato pure neil' altro buon libro di Mariet- 
ta Tovini, Xa vitUf le opere, i tempi di Q. G. N. — Firenze, Tip. 
Barbara 1901. Biografia, sotto certi panti di vista, la migliore, 
forse, delle pubblicate finora, e interessante per tutto ci6 che 
riguarda, sopra tutto, le relazioni della poetessa coi latterati 
toscani. 



— 69 — 

— scrive la Staurenghi — € si ragionava solo di arte e 
si udiva spesso recitare dalla Guacci le sue poesie, si 
evitava di parlare di politica per non dare pretesto al 
Govemo d' intromettersi nelle loro riunioni e farle scio- 
gliere. Apertamente si evitava perfino di pronUnziare il 
dolce nome di patria. Fra quegli illustri si proponevano 
temi che si dovevano portare sciolti nella prossima riu- 
nione, dando cosi luogo a una nobile gara e formando 
d' un trattenimento amichevole uii agoue letterario » . 

— « Una sera — narra la Codemo nelle citate Pagine 
Familiari — a Capodimonte, dove come astronomo il sig. 
Nobile passava P estate, raccolti sulla Specola, alP aria 
aperta, egli ci fece osservare col telescopio Venere, il 
pianetH piu vicino alia terra ; ci spiego alcuni fenomeni 
e ci diede insomma una lezione di astronomia : la mo- 
glie lavorava, i bambini giocavano. Piu tardi soprag- 
giunsero gli abituali ospiti, tutti degni di lei : Capuano, 
D' Ayala, Florio, Arabia, Puoti, col suo bravo alunno 
Bruto Fabricatore, Poerio, il marchese Sauli » . 

In easa delPeloquente Barone Giuseppe Poerio anda- 
vano Staraee suo capo giovine e poi continuatore e bene- 
fattore, Capitelli, Savarese, Pisanelli, Bellelli, i fratelli 
D.r. Antonio juniore e Avvocati Luigi e Vincenzo Vil- 
lari, Saverio Mattel, nipote del celebre Mattel messo in 
berlina nel Socrate Immaginario. In casa di Antonio Sta- 
raee che, al pari di altri, attirava molto per la gran- 
diosa biblioteca, la quale non faceva quasi desiderare 
la Borbonica prosperante sotto la direzione del meravi- 
glioso Monsignor Giovanni Kossi, con gli ora citati e 
altri, dei begli umori quali il Ruggiero, il Caccavone, 
il D'Urso, Miehele Cimorelli, gran millantatore e scrit- 
tore di una Storia Letteraria, Guglielmo Palomba, Giu- 
seppe Marini-Serra, il sommo musicista Saverio Mer- 



— TO — 

cadante e altri. Delia magnanimity e cortesia del gran- 
de civil ista nel prestare i suoi libri testimoniarono lo 
Spaventa e il Pessina, come di quella nel largire soc- 
corsi ai liberali ed ai miseri Nicola Nisco, (il piu equo 
giudice storico di Ferdinando II) e pochi altri grati, cio6 
rari nantes in gurgite vasto, e della splendidezza dei suoi 
pranzi e delle sue cene il Raffaelli, che ancora prospera 
nonagenario, e quanti assaggiarono sopra tntto i pesci 
e i gelati che erano una speciality, di casa Starace (*). 

Altrove Pesempio era seguito piu modestamente. Cosi, 
a Capodimonte, in casa dell'avvocato Agostino Correale 
avresti trovato Nicola Gigli, F. S. Correra, V. Villari, 
Vincenzo De Monte, D. Bolognese, C. De Ferrariis e altri 
fra colte e gentili signore e signorine ; e, per tacer di 
altri ritrovi, persino le pubbliche bottegbe, come gia 
un di il Caff^ del Molo che dette nome a un giornale, 
si convertivano in salotti letterari. Per esempio Luigi 
Fabbri ne aveva aperta una di libri in via Toledo, sotto 
il palazzo del Nunzio, e ivi convenivano degPillustri di 
fuori, il Bisazza, il Presteri, PArrivabene, il Castiglia, 
il Muzzarelli, il D'Azeglio, il Brofferio, e oltre a pa- 
recchi de'citati nostri, Pasquale De Virgiliis, un For- 
nari, Ferdinando Petruccelli poi della Gattina, Carlo 
Tito Dalbono romanziere di vivissima fantasia ecc. 

La colta scrittrice Virginia Dalbono, moglie di Carlo 
Tito, nel suo II libro del cuore (') narra di giterelle col 
marito in barca a Posillipo ecc. ♦ Un giorno vi trovai 
il bruno Saverio Costantino Amato dagli occhietti vi- 



(<) Quando tma via di Napoli porter&, finalmente, il nome di 
Antonio Starace ? il Foro riparer& una buona vo]ta ai torti verso 
di Lui ? 

(«) Napoli, NobUe 1868. 



* 

— 71 — 

spi, Pier Angelo Fiorentino dai grandi baffi, Lorenzo 
Borsini tabaccaio letterato, Giulio Manssier commer- 
ciante, e Diomede, non greco amator di eavalli, ma svi- 
scerato e ricco amadore di donne ». II Borsini scrisse 
un poema intitolato L' Asino e, nel 1837 un Viaggio 
Sentimentale al Camposanto Colerico. C. T. Dalbono, 
fratello di Cesare, faceva parte di nna scbiera affatto op- 
posta a quella di cestui e eonobbe gli uomini piu illu- 
stri di Earopa e molti ne spinse a visitare Napoli, fra 
i quali Walter Scott. La madre Adelaide Dalbono fu 
pure poetessa e arnica della Taddei, della Dionigi, della 
Saluzzo, e fa cantata dallo Sterbini, dal Moreno, dal 
Pistolesi, dal Boberti ecc. 

Ma la casa che potette dirsi veramente la Regia 
della cultura napolitana fu quella di Giuseppe Ferrigni, 
avvocato, magistrate, pubblicista di gran pregio, che 
per le doti sue e de' suoi attirava, riunendoli in ter- 
rene neutro, si pu6 dire tutti i visitatori delle altre 
case, e con essi molti altri che non le frequentavano ; 
e fu mirabile anello di congiunziene, perch6 st rinse in un 
nucleo le vive forze. Cognate del Ranieri, le secendo nel 
prestar cure affettuosissime a Giacomo Leopardi e apri 
il sue salotto principalmente per farlo conoscere e am- 
mirare, soddisfacendo da una parte alia curiosity e all 'in- 
teresse che egli suscitava, cercando di vincere dall'altra 
la prevenzione e la gelesia larvata, prodotta fors'anchc 
dal senso di stupore che ingenerava quella nueva gran- 
de e libera arte; e per il quale sense, forse, nonostante 
che il Leopardi si leggesse da tutti, fu si poco in- 
teso, che se il Eanieri, come ha mestrate anche le Zum- 
bini, non avesse pubblicate nel Progresso un elogio di 
lui, la sua morte sarebbe passata senza altra comme- 
morazione che una tardiva canzone della Guacci ! Si 



— 72 — 

ammirava Leopard! per la forma, ma se ne criticava 
il coutenuto, perch6 non si vedeva ancora in lui, quel 
che fu, 1' Job, come ben disse il Carducci, delP ^ra 
nova, il precursore de'dolori della nostra malata gene- 
razione. II Ferrigni ospito nella sua villetta ai Ca- 
maldoli di Torre del Greco il povero Solitario, dove 
questi penso e scrisse la Ginestra e il Tramonto deUa 
Luna, Col& e a Napoli Enrichetta Ferrigni-Ranieri con 
le tenere melodie di Nina pazza per amove e della Ser- 
va Padrona cercava soUevare 1* accasciato animo del 
poeta. Nelle serotine riunioni il cantore di Silvia e di 
NerinOj il crespo capo appoggiato a un cuscino del di- 
vano su cui sedeva, e gli occhi assorti, pallido, taci- 
turno, recava nell' ambiente una nota malinconica e- 
vaga. Cesare Dalbono, in una lettera, narrando di un 
ballo da lui diretto in presenza del Poeta, che si di- 
verti, accenna alia infermiera di lui, Paolina Ranieri, 
e la dice « una simpatia di prima forza ». 11 Leopardi 
lodo il Dalbono che si affannava a c far andar bene le 
ragazze > nella danza, e parlo a lungo col Troya. C era 
quella sera in casa del Ferrigni il raeglio di Napoli. 
Pero fra gli uomini illustri che capitavano in quel Pan- 

teon vivente (') ricordiamo il celebre improvvisatore Giu- 
seppe Regaldi, Silvio Pellico, che inculcava a tutti 

€ la volont^ di Dio, » Panofka, insigne archeologo, Pe- 
pin giureconsulto, il conte Jacopo Graberg de Hemso 
ecc. eppoi il Bianchini, PUUoa, Pier Silvestro Leopardi, 
Andrea De Angel i, Raffaele Conforti, il valoroso Ga- 
briele Pepe, Camillo Guerra pittore, Tito Angelini scul- 



(*) Non ricordato, come dovrabbe essere, da una pnbblioa 
lapide. Ma lode sincera spetta a chi ha pensato a dare, almeno, 
al Vico Nettuno a Chiaia, 11 nome eletto di Giuseppe Ferrigni. 



I 



— 73 — 

tore, del quale cosl bene serissero il Ranieri e 11 di- 
vino Domenico Morelli ; e Carlo Mele, che era chia- 
mato Carlino per distinguerlo da Carlone Troya, Luigi 
Dragonetti e i fratelli Eomano, il RafTaelli, il Conte 
Milano e, del sesso gentile, Margherita D^Altemps, Elisa 
Liberatore, Irene Bicciardi, la Nicoletta Bianchini, oltre 
alia Gaacci ecc. 

Fin dal 1895 chi scrive, rammaricato che il nome 
del Ferrigni fosse solo ricordato nei libri di qualche con- 
temporaneo, detto un' ampia notizia di lui (') ed ^ lieto 
che la sua modesta fatica, con la quale mir6 solo a una 
bnon'azione, sia stata coronata di onorevoli citazioni, che 
altri vi abbia attinto a piene manl ecc. Cosl la bella me- 
moria del Ferrigni 6 tornata in onore e si sono registrati 
fatti degni di ricordanza, che forse, appunto per essere 
troppo noti, non trovavano ancora, come suole avvenire, 
chi 11 raccomandasse in tutto alia posterity. Delle case 
Ferrigni-Ranieri assiduo visitatore, F. S. Arabia strinse 
ivi piu saldi i vincoli di amicizia con la pleiade napo- 
litana^ come giustamente fu chiamata dalla veneta Co- 
demo : pleiade, di cui non abbiamo voluto ricordare solo 
i capitani, ma anche i gregarii, de' quali V opera non 
h meno utile per essere piu umile; anche perch6 talvolta 
sembra umile a chi non la conosce e valuta. 

Ma dove ecome si espandeva questa colturanapolitana? 
Nei giomali e neller strenne. De* giornali, naturalmente, 
c'erano seri e leggeri, e i primi degni di una ricordanza 
assai maggiore di quella che hanno avuto per la deplo- 
revole incuria nostra. Quando non si fosse pubblicato 
che il Progresso^ il monumento esistlSrebbe. II Progresso 



(}) Bifitampata nei volume : L. A. Yillari, A Trent* anniy 
Trani, Vecohi, 1896. 

5 



— 74 — 

fondato da Giuseppe Bieeiardi col consiglio e Pincorag- 
giamento del Ferrigni e di altri, h la pietra di paragone 
della coltura snddetta. Q) Vi compaiono i nomi piu egregi 
e vi sono trattati i piu svariati e gravi argomenti cou 
senno, competenza e larghezza di vedute. Giurispm- 
denza, Filosofia> Letteratura, Scenza, Arte, tutto vi 6 
illustrato. Studiarlo, notomizzarlo vorrebbe dire svisce- 
rare lo spirito di quell'epoea e innalzare la povera Na- 
poll al livello che le spetta nella storia civile d'ltalia. 
Si tocca allora con mano che, per quanto, nel campo 
pratico, si tendeva a specializzare (mi si perdoni il ver- 
bo Don bello), in qnello teoretico, assai prima che si 
predicasse, si era ottenuta una certa sintesi scientifica, 
la quale trovava 11 suo fondamento nella gran face 
dellMdeale a ciii tutti miravano nelle astrazioni e nelle 
ricerche. Onde il carattere di quella coltura doveva es- 
sere per forza morale e civile. La letteratura rispecchia 
la coscienza popolare e questa cre6 la letteratura an- 
cor prima della filosofia, per quanto ne dica il D' Alam- 
bert, che vuole dalla filosofia siensi prese le mosse. 
Altro grave giomale era il Museo di scenze e let- 
terCf che ben gareggia col Progresso per la ricchezza 
delle materie e la importanza de' nomi. A tutto ci6 che 
6 frivolo vien dato il bando in queste due serie rivist*? 
e in altre nate contemporaneamente o dopo, quali gli 
Annali Civili, le Ore soliiarie del Mancini, la Temi Na- 
poletana del Trevisani e del De Augustinis, se mal non 
ricordo, e VOnmhus del Torelli, piu vari e il secondo 



(') II piemontese Senatore Giovanni Faldella, stndiosissimo 
delle cose patrie, ne fece nel fascicolo 16 Agosto 1901 della Nuo- 
va Antologia^ onorata menzione, parlando di Roma e Kapoli 
nella preparazione Mazziniatia del 1846. 



- 75 - 

degenerato. I primi non lasciavano molto desiderare 
VAntologia, il Crepuscolo e il Politecnico e altri severi 
giomali e esercitarono nel Mezzogiomo la stessa in- 
fluenza benefica che quelli nella Media e Alta Italia. 
Yi si 8Corge una generazione ardita, plena di fede, 
a eoi se luanca, non per sna colpa, la coscienza na- 
zionale, non manca il desiderio di acqnistarla mediante 
lo studio e la meditazione, pensando, scrivendo ed 
amando, almeno, italianamente. Intere famiglie si die- 
dero alle lettere, i Poerio, i Oapocci, i Lauria, gl'Im- 
brianiy i Dalbono, i Baldacchini per esempio, e questo ^ 
segno di eoltura sparsa, che vuol dire (ripetlamolo) ci- 
vilt^, poicM il genio 6 semplicemente un fenomeno. II 
contenuto nazionale, il mondo interiore, la profonda 
visione del reale e via verranno dopo (se ci sieno o no 
era, ai posteri 1' ardua sentenza). Allora si era ideali- 
st! , dotti, eruditi, eleganti, credent! in Dio, e se non 
c'erano aspirazioni varie e vaste come oggi (anche di 
queste diranno i posteri) erano circoscritte e concrete. 
Altri giomali erano II GlobOy II LuciferOy V Indi- 
"pendente, il Giomale delle Due Sicilie, letterari e semi- 
politic!, e politici affatto (specialmente ne' liberi mesi del 
1848), farono U Tempo fondato da Carlo Troya con 
I'aiuto del Bon^hi, de' due Baldacchini, e del due Spa- 
venti, di cui Lettere Scritti e Documenti (i^a,]^o\ij Morano 
1898), pubblicati dal Croce, sono un monumento di sa- 
pienza e di rettitudine ; II Nazionale, assai battagliero, 
I' Arlecchino che fn, come disse il Massari « I'arma del 
ridicolo messa a servizio di un'idea santa e generosa » (*). 



(*) II famoso L. M, N, O, delV Arlecchino oascondeva il Lan- 
xi^res, il Helifliirgo, tm Nicolini, Orgitano, redattori. Caricatu- 
risti erano Cesare Carlo Gallotti, Consigliere della Corte dei Contl 



- 76 — 

Ad essi, dopo il '50, si aggiunse lo Spettatore Napole^ 
tano dell'Arabia, come vedremo, che partecipava in- 
sieme della serietA. e della geniality dei diversi giornali 
citati. II Nostro collabor6 a parecchi, dette loro sopra 
tutto terse poesie e qualche prosa. Piu spesso inserl sue 
cose nelle strenne, tan to da meritare il titolo di Don 
Ciccillo deUe Strenne, mentre il sno amico Carluccio fa 
battezzato con quello di De Ferrariis lo strennaitiolo. 
Le strenne abbonda^irano e prendevano i nomi di 
Iride, Sirena, Zeffiro, Menestrello, Vesuvio, Mergellina 
Eco, Fiore ecc. Si somigliavano tutte, sebbene diver- 
samente stampate : raccolte di scritti in versi e in prosa, 
con qualche buona vignetta, e "ne uscivano a Natale, 
a Capodanno, a Pasqua. Qui T uniformitd;, che sfugge 
ne' giornali, si palesa. Infatti, se in questi Tattenzione 
6 attirata prlncipalmente dalle dissertazioni filosofiche, 
storiche e giuridiche, nelle strenne s'incontrano brevi 
prose di argomento vario dallo stesso stile e dalla 
stessa intonazione, e gran copia di poesie piu o meno 
armoniose, eleganti o graziose, ma che dicono su per 
giu le stesse cose, lamentano copertamente lo stato 
presente, anelano all' avvenire e dipingono 1' amore 
puro ed etereo (se non fluidico), qualche caso infe- 



ora a riposo, da non oonfondere col defunto fratello Giullo Cesare 
letterato e giomalista, e il pittore Mattel : Q-allotti inspiratore, 
Mattel eseoutore. L. M. N. O. e G, M. essdndo riuniti ana volta 
a banchetto, con 1' intervento del collaboratore Luigi Coppola e 
di altri, fra nn buon bicchiere di Posillipo e un gelato di Don- 
zelli, Lf cio^ Lansi^res, improvviso versi maocheronici, e c' era 
questa quartina: 

Di Oallotti e di Mattei 

Non parlano i versi mei 

Perclii mi fa paura 

La lor caricatura. 



— 77 — 

lice, la virti di una donzella o Teroismo di un gio- 
vine, la monacazione di nn vergine o di nna vergine, 
descrivono con felicity an paesaggio ecc. Di rado 
assorgono a vera drammaticit&, quasi mai al vero 
comico, bench6 ariegfifino la caricatura e lo scherzo; 
ma niente di vivo, di profondo, di originate. Se ne abas6 
molto di queste strenne, cui per altro non sono certo 
superiori i nnmeri unici present!; parvero talora eser- 
citazioni retoriche e sfoghi di vanity, ma tradacevano 
in fondo la tendenza a stringersi insieme moralmente, 
ad afifratellarsi neiridea, nella speranza e nella fede. 
Poveri padri nostri ! rimproverare loro la forma del la 
vita, pretendere da essi quel che di meglio si fa oggi^ 
^ una vera stoltezza, quando essi yivevano intensa- 
mente e nobilmente la vita che era loro dato di vivere, e 
quando noi giovani, potendo viver meglio, diamo talvolta 
appena segno di una parvenza clorotica e incolora di vita I 
Del resto lo stesso Arabia scriveva nello Spettatore delle 
strenne di allora: « Comunque in esse non sia certo il me- 
glio che sappian fare gli autori de' componimenti che vi 
sono, pure se ne potrebbero di certo trarre due cose: la 
prima che messe a f route di siroili raccolte che si stam- 
pano a Roma, a Firenze, a Milano, a Torino, a Venezia, 
le nostre reggono benissimo al paragone, se pure non 
vincono: la seconda che se un di questi libri si fosse 
stampato cinquanta anni fa, preso quello che ci fosse 
state meglio, sarebbe vinto da ci6 che ora ci ^ di peggio » . 
Comunque sia, quello che dicemmo era 11 carattere 
della poesia di allora, e forse si deve a questo che nessun 
componimento di quelPepoca sia veramente restato, an- 
corchfe taluno abbia grandi pregi e si legga sempre con 
diletto. II De Sanctis nelle sue Lezioni su la letteratura 
Italiana nel Secolo XIX, raccolte da Francesco Torraca 



— 78 — 

e pubblicate dairamico B. Croce, (^apoli, Morano 1897), 
ha espresso bonariamente <ie* giudizi, che a un osser* 
vatore superficiale potrebbero anco apparire parziali e 
esagerati. Eppure, se si considerano con la debita atten- 
zione, la verity di gran parte di essi si fa palese. Noi 
siamo meno disposti a concedergli che il Grossi si a stato 
poco sincero, anzi che 11 Padula debba dirsi poeta man- 
cato: perch^ mentre sentiamo che Pautore delP Oreo affa- 
sciner& chiunque si trover^ a leggere 1 suoi canti, detti 
ariosteschi dallo stesso De Sanctis, sentiamo pure che I'o- 
pera sua ^ monca^ parziale, le manca I'afflato divino che 
snol rendere immortale la produzione poetica. La raccoU 
ta delle poesie del Padula stupisce e ammalia per la leg- 
giadria bizzarra, ma si vede piu volte che c'6 del ricer- 
cato, del voluto, e che Pautore pel primo ride della sua 
Musa, scherzandoci come con una fraschetta. Cosl, men^ 
tre vediamo che al Sole, il De Sanctis giustamente rico- 
nosce molte bellezze, dobbiamo pur convenire che a lui 
spesso fa difetto la inspirazione. Le Poesie del Sole fu- 
rono ripubblicate dal Le-Monnier nel 1896 a cura dello 
Zumbini^ che vi premise una succosa e bella prefazione. 
Si 6 voluto troviire lo Zumbini in contradizione del De 
Sanctis, ma la contradizione, chi ben guardi, non b che 
apparente. Lo Zumbini ha giudicato il Sole innanzi a 
se stesso e negli studi da lui fatti e nei tempi da lui 
vissuti, nell' ambiente morale in cui la sua Musa si 
svolse ; il De Sanctis lo ha considerato, come sempre 
soleva, ancor pi{i in relazione coi grandi poeti, Pha 
subordinato agli alti fini della grande arte, ed 6 na- 
turale che le condizioni sieno alquanto diverse. Ma 
si ponga il paragone fra le lodi assolute, perch^ non 
parallele, dello Zumbini, e le relative del De Sanctis, 
e si vedr^ che la differenza scompare. 



— 79 - 

Noi ci inchiniamo alia geniale figura del De Sanctis, 
* ma la larghezza di vednte dello Zumbini non ci ^ meno 
aceetta. Egli pensa giustamente che anche in arte bi- 
sogna ammettere le gradazioni e che, procedendo per 
via di esclusioni, converrebbe dare il bando a chiunqae 
non ha raggiunto Testrema cima del Parnaso. II Sole 
fa bnon poeta e non fe degno della nuova genera- 
zione negarne il merito in omaggio alia leggenda che 
lo dipinge reazionario, perch6 scrisse de' versi, ne' quali, 
in fondo, del Borboni si loda solo Carlo III, dopo di 
aveme scritto altri in di verso senso ('); ma del fallo, se 
ci fu, e del rimproveri che n' ebbe, si accoro tanto 
da morime ! Ora io ammetto che s' innalzi un altare, 
come il De Sanctis ha fatto, al calabrese Domenico 
Manro, illibatissimo patriota, autore della bella novella 
Enrico, pnbblicata a Zarigo nel 1845, ultimo fiore della 
calabra poesia di allora, poiche dopo comparve solo VAn- 
sdmo e Sofia deH'Arcuri, e il fiore appassi. Ma a quelli 
che piu del Mauro, di cui poi il De Sanctis non cita 
on sol verso! ban lasciato vestigia, cerchiamo di essere 
rimnneratori: al Sole, al Padula, al Poerio, alia Guacci, 
a Saverio Baldacchini. 

Se il Sole non avesse scritto che il Canto al mare 
lonio^ lodato dallo Zanella e a cui s'inspiro V Aleardi, 
un onorato posto giS, gli spetterebbe nella Storia Lucana 
e nella letteratura del risorgimento italiano ; ma i suoi 
Fensieri sul foro penale NapoUtano e molte altre poesie 
sono gemme, se non sempre incastonate con pari mae- 



(*) Forse che una simile aocusa nocque alia Plmentel, e ha 
nooiato a P. S. Mancini e alia Guacci ? Se i Borboni tante volte 
alimentarono illusioni ! Ma trasportiamooi nei tempi, per Giovo 
Capitolino ! 



— 80 - 

stria, splendent! di luce non menzognera. Una vera 
sintesi di tutte le sue idee, dice lo Zumbini, ^ in questa 
Apostrofe al sno paese, che riportiamo a saggio del suo 
poetare : 

Come sei bell a 
Terra de' forti, or che distende il cielo 
Un manto azzurro su le tue montagne, 
E nel suo riso la recente luna 
I taoi bo8chi inargenta ! A me diletta 
Bide ogni itala zolla : eppur le tue 
Aure bebbi vagendo, e nel tuo seno 
Dormono i padri miei. Tatto a te diede 
Clemente il cielo : le montagne e i marl, 
I vulcani e le nevi, il fosco abete 
E Taureo pomo oriental, franati 
BruUi dirupi ed ondulati piani 
Hicchi d'alberi e d'acque e di verzure, 
E pampinosl poggi, e lauri, e tutto ! 
Ed i tuoi figli, rispondenti al suolo, 
Ne la battaglia eroi, soavi al canto, 
E atti al grave meditar profondo. 

Vincenzo Padula, di cui sopra abbiamo accennato, 
e Gioacehino Salfi, fratello delP eroico Vincenzo morto 
ne) 1844, quegli facendo il maestro di scuola, quest! 
col violino, s'ingegnarono, durante la procellosa giovi- 
nezza, a campar la vita. Chi scrive conobbe il Padula 
vecchio accanto a un altro egregio maestro di scuola, 
Antonio Eacioppi, filologo e latinista, che a quei tempi, 
poco dopo, fu uno de' fondatori del Gioimale dei gio' 
vanetii dove, se pure non fu nel Polioroma Pittoresco, 



— 81 — 

illastr6 le donne di Shakespeare. II Padala, uomo strano 
® peggio se vuoi, rivel6 ne' suoi scritti il suo carattere 
e sopra tutto nella Protqgea, II Bonghi lo disse ingegno 
paradossale, ma oh di quale ingegno gli era stata ge- 
nerosa la Natura ! Le sue cose, sparse in giornali del 
tempo, quali II Calabrese^ fondato nel 1840 da Saverio 
Vitari, (dove il nostro Arabia pubblic6 pure qaalche pa- 
ginetta), II Viaggiatore fondato nello stesso anno dal 
Mauro, che primo fece conoscere Schlegel in Italia e 
pubblic6 forti articoli sulla Mec^^a del Ventignano; il 
Palazzo di CristdUo fondato nel 1856 da Luigi Orgitano 
ecc. vennero poi raccolte dallo stesso autore in un vo- 
lume di Prose Giornalistiche edite a Napoli nel 1878 
per Androsi. Delle poesie, il Valentino fu pubblicato a 
Palermo nel lo45, mentre moriva il Selvaggi, altro va- 
loroso poeta calabrese, autore del poemetto II vecchio 
anacoreta. Nella Sambucina dello stesso Padula 6 la 
descrizione di un sapplizio e dell'opera di un boia, cosi 
meravigliosamente esposta da far credere che P autore 
s'intendesse del mestiere ! Le Poesie furono pubblicate 
dal Morano nel 1894 per cura del desiderato mio Vin- 
.cenzo lulia, che del Poeta scrisse da par suo. 

Grazia, colorito, vivacit^i e, sopra tutto^ bellezza e 
novit& d'immagini risplendono ne' versi del Padula. 

Verseggiatore originate e pittore smagliante, tutto 
sapeva dir bene. Non gli manco del poeta che la co- 
scienza ! L* Oreo fu niapprima pubblicato nel Telesio 
dallo stesso Ch. lulia. Vi fa, qua e 1&, veramente pen- 
sare alPAriosto per la magia dei trovati e dello stile. 
Rimandiamo i lettori alle leggiadre ottave che, per fat- 
tura, sono forse quanto di piu bello ha quel poemetto in 
vario metro, non ancora tutto pubblicato che io sappia, 
e citiamo queste quartine in cui 6 ritratta Ciriegina : 



1 



— 82 — 

E Ciriegina giunse a quindici anni 
Nutrita, non dl latte, ma di brina, 
Che le farfalle recano sui vanni, 
E che Porco coglieale ogni mattina. 

Ella succhiava i calici dei fiori, 
Degli alberi le lacrime fragrant! ; 
Bevea delPalba i tiepidi vapori 
E de la sera I'aure mormoranti. 

La faecia fresca, pafifutella e para 
II colore tenea della ciliegia, 
Di cui met& s' imbianca^ no^ matura, 
E d'un vivo rossor I'altra si fregia. 

Un mazzetto credea veder di rose 
Annodato da due nastri vermigli 
Chi vedea quelle due labbra amorose, 
Onde pare che Tape il mel si pigli. 

Valeggia il riso, come una farfalla ; 
Come un profumo I'alito ne uscia, 
Come querulo rivo, che si avvalla 
Kompere la parola se ne udla. 

La camagione sua come un velluto 
Fremere si sentia sotto del tatto ; 
Mandar come la seta un suono arguto, 
Parea la spuma che si smaglia a un tratto. 

Un'aura, che rapito avea ai fiori 
Mille fragranze, e la freschezza ai rivi, 
Al crepuscolo i tepidi colori, 
La morbidezza ai nuvoletti estivi, 



— 83 — 

Un 61 l'entr6 nel seno, e il sen gonfiossi, 
Poi in due globi gemelli si divise; 
Bnote ebumee del carro, in cui locossi 
Amor sul fascio de'suoi dardi, e rise. 

Egli ce la fa vedere, e povero Oreo, quandoCirie- 
gina gli mesce il caff6, dondolandosi tutta e tenendo 
ad arco le dita : 

Piego il bel collo mentre gli porg^ 
La tazza e un punto del bel sen mostr6. 



All' Oreo, abbagliato, cade di mano 11 cucchiarino : 



A raccoglierlo tosto ella si china 
Arco facendo de la docil vita ; 
Larga quanto un anel la cinturina 
Mostrando, e nuda la gamba tornita. 

Rizzossi capriolando e la beltade 
De' fianchi in curvo flu t to tremolo ; 
Bi mano all'orco allor la tazza cade, 
Ed in mille frammenti si spezzo. 

H Padula 6 ricco di espedienti per rendere vari e 
attraenti i suoi componimenti. Udite, per esempio, que- 
sto canto di Ciriegina: 

Oh. perch6 il calice 
D'un bel fiorello 
Non s'apre e n' esce 
Vago donzello? 



f^ ' 



— 84 — 

Nudo, e di brina 
Tutto stillante 
-Figlio dell'aura, 
Figlio del Sol ? 

Potrei tenerm^lo 
In dito e in bocca, 
Or su la cuffia, 
Or su la rocca, 

Or tra la fina 

Treccia fragrante, 
Sul guancial soffice, 
Sotto il lenznol. 

Ciriegina, poeticamente, parla chiaro. II povero 
Oreo va in giro a chieder notizie di lei, perduta che 
Paveva. 

Sul capo gli pendea in gabbia chiuso 
Un di sua preda e dono un cardellino, 
Ch'educato da lei con gentil uso 
Scordato il prisco aveva vivere alpino, 

Con Pali aperte e col rostro dischiuso 
Su I'omer le volava alabastrino; 
Di lei nel pugno prendea Pesca, e ardito 
Mordeale il labbro, e il provocante dito. 

Ed ora egli lo guarda, e addolorato 
Poich6 il vide celare il eapo bello 
Sott'esso Pali immoto e rabbufPato, 
Si commosse, e grido: povero augello, 



— 85 — 

Piangi tu pur, te pure ella ha lasciato ! 
Soli or restammo in questo triste ostello; 
Deh, par la, parla, buona cardellina, 
Dammi novelle tu di Ciriegina. 

SciorJn6 un'ala, distese il collo 
Tre volte attorno si raggiro ; 
Gol pi6 grattossi la pinta testa, 
Quindi il cardello cosi canto. 

Ziv6, ziv6, zivfe 
La giovine non c'fe, 
Tutta pensosa ier sera 
Pianse, ma quando ahim6 
La notte era piu nera 
Partissi zipep^. 
Ij'amante la seguio, 
Zicolio, Zicolio. 

Amava essa gli augelli, 
Araava udir ziv6 ; 
Ma li volea piu belli, 
Piu grossi assai di me ; 
E or pago ha il suo desio 
E fan tra lor : Ziv6, titirri, Zio ! 

Riusciva bene nell'armonia imitativa e la voile 
spesso e talvolta ne abuso. Nel Telaio descrive una gio- 
vinetta che ci lavora e la corte che egli le fa. Pog- 
giato al subbio, vorrebbe st^cchiarla, divorarla. La ma- 
dre ^ lontana, ed egli dice a Maria : 



i 



— 86 — 

Quanto son vaghe quelle tne manine, . 
Quanto 6 vaga la lor mobility ! 
MaDi di fate, mani di regine, 
Ed ella fece tncche^ trcuxhej tra! 

Ella arrossisce e il poeta seguita a mirarla, indi- 
screto, finch^, scorto Pondnlare del seno, agginnge: 

Piegati nn poco pin, piegati o bella, 
Perch* io possa mirar tanta belt&: 
Sull' incnde del core amor martella 
E vi fa sopra tricche^ tracche, tra. 

Per rendersela propizia, adopera le piii strane im- 
magini : 

Ahimd vorrei mutarmi in pavimento 
Per sentirmi sul petto or qna or 1& 
Danzar leggiero quel tuo pi6 d'argento 
E farvi un dolce tricche, traccJie, tra. 

E in fine, si dichiara apertamente : 

Tessere un'ampia tela alPinfinito 
Bella vorrei con te, solo con sola; 
Sarian trama i sospiri, e lian I'ordito 
Mille sorrisi senza una parola. 

Che bella tela, che leggiadra tela 
giovinetta mia, qnella B&rk ! 
Potr& comprarsi a lume di candela, 
Ed ella fece tricchef trac^ tra. 

Dopo tutto, chi sa, Pultima parola snl Padnla, il 
piu umano dei poeti di quel tempo, non ^ stata detta 



1 



i 



— 87 — 

ancora e i contemporanei non sono i giudici migliori. 
Forse an dl non parr& troppo stndiarlo in relazione di 
alcuni degli odiemi poeti francesi di eccezione, che egli 
sembra aver preceduti. Certo egli sarebbe salito a pin 
grande altezza se avesse avuto favorevoli i tempi, Pam- 
biente, le condizioni, e anche il carat tere e il tempe- 
ramento fisico Q), 

Alessandro Poerio fa poeta civile di voli sovente 
alti, come fu sempre cittadino di fede antica. Amico 
del Leopardi, ne bewe V aura di greca giovinezza, e 
pnr rimanendogli molto al disotto, ha un sno proprio 
modo di poetare, che a volte innamora e trascina. Bieordo 
di aver letto una sua poesia, AW Oceano, che sono do- 
lente di non saper dove trovare e da non confondere 
con quella Al mare che 6 nel volume pubblicato dal 
D' Ayala nel 1852 pe' tipi Le-Monnier. Di una gio- 
vinetta inglese caduta nel Tevere dice che: 

Non fur di giovinezza 
Piu rugiadose mai, n^ piu odorate 
Membra, n6 forme di schietta Bellezza 
A piu secreta leggiadrla sposate. 
Ella si nacque del Tamigi in riva, 
Ma d' Italia Pamor come Natura 
NelPalma le fioriva. 

Oh quanto le giovava error col fiume^ accompagnar 



(*) Gioaochlno Tortora, nel Fo\. 6, anno II del Verziero letter a- 
riOf giomale Acerrano diretto da Odoardo Valio, in nn grazloso ar- 
ticolo, Vinceruo Fadula prafeaeore, narrd il metodo onrioso e ori- 
ginale delle iezionl del Padnla. 



— 88 — 

le sponde, ma ahim^ troppo si abbandono all' infido 
flutto, 

E niino veloee 
E il bel corpo con Pacque si confuse ; 
Gli occhi alzarsi e le braccia, usci la voce, 
Ma il flutto e il mondo sovra lei si chiuse: 
E muto il suo perir fu d'ogni traccia. 

Questa 6 vera poesia. Certo che nel Padula e nel 
Poerio, cosi diversi, non c'6 solo armonia e imitazione 
de' classici come negli altri. Non fao mai dimenticato 
che 11 rimpianto letterato lombardo Giovanni Bizzi, 
quando gli presentai il volume del Poerio che non 
conosceva, ne fu maravigliato, dolendosi che si poco 
conto tenga ciascuna regione italiana de' prodotti let- 
terari dell'altra. 

Maria Giuseppa Guacci, morta quasi contempora- 
neamente al Poerio, nel 1848, fu robusta scrittrice di 
versi, e alcuni suoi canti, pubblicati dalla stamperia del- 
P Iride, meritano di essere paragonati a quelli delle piu 
insigni poetesse italiane de' tempi andati. II suo ele- 
gante canto L^ultima ora di Saffo ha una cosi profonda 
e dolce malinconia, che il Settembrini lo disse superiore 
a quello del Leopardi. Esagerazione senza dubbio, e lo 
diciamo anche noi non soltanto perch^ si tratta del Leo- 
pardi. Fa difetto nella lira della Guacci, che ebbe animo 
piuttosto virile, il sentimento che piu a donna ra^fo s'ap- 
prende, I'amore ; e pero tanto piu place quel che di 
tenero 6 in questo canto, benchfe anche qui trabocchi 
il misticismo e, quel che 6 piu, il misticismo cristiano, 
singolare in una poetessa pagana. SafTo muore aspi- 
rando al cielo ! Tuttavia la.situazione 6 salvata da quel 



— Hd -^ 

certo che di soavcmente indefinito che 6 iicUe aspira- 
zioni siderali del la morente. Bella 6, per screna plasti- 
citii, la descrizidne iniziale del carme, ehe mostra il 
contrasto della natura con Panimo di SaflTo e prepara 
il lettore a veder questo vinta da quella : 

Tatto sereno dichiiiava il giorno 
E dal trepido cielo ad una ad una 
Disfavillavan le maggiori stelle. 
Un solenne silenzio, e quel la mesta 
Arcana volutti che si raccoglie 
Intorno al core ed a'sensi si apprende, 
In su la vespertina ora pietosa 
La terra e il cielo innaniornva. Ardea 
Di vive rose Pultimo occidente, 
E lo spccchiato maro in verm igl lava, 
Che a onda a onda con Incidc spume 
Sotto il sasso leucadio si frangeva. 
Siccomc fra la egualc ombra notturua 
Tarda e dolente in vista, erge la faceia 
La solitaria luna a I'oriente, 
Quando varco di qualche giorno il mezzo 
Del consueto cerchio, e spande un raggio 
Dirittamente al cor de gl' infeliei ; 
Cosi per la montagna arida e bruna 
Una donna mestissima salla 
Bianco veatita e ne' grandi occhi accesa 
D'una fiamma potente. Avea disciolte 
A Paura il bruno crin ; su I'ampia fronte 
L'onorata corona verdeggiava 
Che a Polimpico agon cantando cinse; 

6 



— 90 - 

E del collo pendea sul manco lato 

Un'aurea lira. II vigoroso passo 

Studiava pur come salisse al cielo. 

Giunta al sommo sostava; e intorno intorno 

Movendo gli occhi, al mare interminato, 

A 1' infinito firmamento, apria 

Un riso beatissimo d'amore ; 

£, involontai'ia quasi, a poco a poco 

Dolce tentava le dormenti corde 

De la sua lira, ed al soave arpeggio 

Disposava la voce armoniosa. 

£d ecco il canto: 

Salve, pallida sera, e tu silente 
Misterioso ciel ; salve, sereno 
Mar, che fai letto al chiaro sol cadente 

De I'azurro tuo seno! 

E vol, splendide fiamme de lia notte, 
Eterne fonti d-armonia, salvete! 
Presto verran le mie catene rotte, 

E scemero chi siete ! 

QuelP indomato desiderio antico 
Che in me sovente nov'abito veste 
Seco mi tira si, ch' io m'afifatico 

Verso I'aura celeste. 

Un immortale amor mi sar4 duce, 
QuelP immortale amor che a s6 mi chiama ; 
Certo, ov' 6 pid bellezza, ov'6 piu luce 

i il loco ove piu s*ama. 



r • 



- DL - 

Te rivcdro lassii, tc mio gentile, 
Te leggiadra cagion d'ogni niia guerra : 
Dopo tanto dolor fia cosa vile 

11 rivederci in terra. 

Interrotta dal sacerdofce di Apollo, che vuol re- 
carle conforto e le domanda de'suoi casi, risponde: 

Oh padre, ogni conforto umano 
Mi abbandono. Questa deserta vita 
Ch' io forse porto ad immaturo fine, 
Mi fu soave un giorno... Ahi non potria 
Lontananza ne tempo n6 fortana 
Annebiar ne la mente innamorata 
La ricordanza del perduto bene. 
Ultimo raggio del tempo felice ! 
Per6 dolce mi fia, poi che tu il chiedi, 
11 riandar con V ultime parole 
Li' amara ^toria de le pene mie. 

Tntto il racconto e pieno di poesia, di dolcezza, di 
fuoco purissimo. 

La presentazione del garzone, che doveva torle dal 
cnore la pace, 6 semplicc e toccante : 

Uno fra tanti io vidi 
Cho, bello in volto d' ansiosa spemo 
Leggiadramente bellicoso, in at to 
Di vincitor su gli emuli sospesi 
Ergea la nobilissima persona. 
Rimaser gli occhi miei fissi ed attenti 
A qnel vivace aspetto ; e gli altri sensi 
Tutti assopiro 



— 92 — 

Si insignori di lei, da quel giorno, un soave pen- 
sier, Ella canta : 

lo riamata amai! 
Le luminose faatasime passate, 
n promesso avvenir misterioso, 
Tutto s' accolse in quel celeste obietto. 



A lui ripetea 
* 

Gon secreto diletto : io t' amo io t' amo ! 
N6 per volger d'et& n6 di ventura 
De la mia fiamma scemer& favilla ! 

Chiude il racconto del triste suo dualismo, dicendo: 

Io sento 
Una virtu che abbraccia ogni creato; 
Questa h mio nume. 

E inneggia alio spirito misterioso che la invade : 

Spirto misterioso, o tu che inform! 
Queste immense bellezze, a me tl svela! 
Se d'affetto in affetto mi trasformi 

T' apri e m' inciela ! 

Solo in pensar di te 1' anima abbonda, 
Di maraviglia e di vigor vestita, 
E dilacera il vel che la circonda 

Ne 1' egra vita. 



h'^lr 



— 93 — 

Amore, amor, tu sei, che da le fasce 
Mi desti il canto ond' io famosa audai, 
E quanto V Universo alberga e pasce 

Fiorendo amai! 

Ne la tua vasta luce si raccoglie 
Ogni dolcezza, ogni armonia d' afPetto, 
Si che, levando il cor, tutte rnie voglie 

Trovan ricetto. 

Oh date il passo ! oh ch'io tra Ponda viva 
Rav Volga e chiuda la persona stanca ; 
E r alma moti a quell' eterna riva 

Vogliosa e franca. 

Addio, terra natale, ove sovente, 
Tenera fanciuUetta, io mi assidea, 
E le candide rose e V erba olente 

Sola intessea ! 

Addio, superbo agon desiderato, 
Ove il mio verso in aer si librava, 
E fremea U circo, e tuono d' iuvocato 

Plauso scoppiava ! 

Ahi ! non la folta climpica palestra 
Ove m' inghirlandai d' eterna fronda, 
Ma splender^ V amor che mi balestra 

In mezzo a V onda ! 

Meco verr^ questo negletto verso 
Col sospiroso desiderio mio ; 
Quanto or suona di me, cadr^ sommerso 

In cupo obblio. 



-- i>l - 

Forsc 1' iudiigatrico ctA I'utura 
Udr^ d' ingiusta fama aura perennc ; 
Forsc dirA : Costei per fiamma iinpura 

Incesa venne. 

Ma voi, sercno stello, e tu falcata 
Luna, che tretnolar fai la marina, 
Accogliete, di luce innamorata, 

La pellcgTina ! 

Cost cantando, ne 1' avido flutto 
Precipito. D' unanime spavento 
LevosHi un grido fra' sacri ministri, 
Che cerchio intorno le faceano, assort! 
Ne la dolcezza del sue canto. Alcuno 
Non porse il capo, alcuno al biancheggiante 
Mar non intese ; e di lontan loutano 
Uno sncUetto pin 1* acqua roinpea, 
Ove agitar di piumc e lampi d' armi 
Veduto avresti ! La commossa schiuma 
Mandava quasi un gcinito soave, 
Che facea tremar V aura e 'Sin da 1' imo 
Eimescolar la consapevol onda ! 

Nelle ottave La villa di Camaldoli (del giureconsulto 
Francesco Ricciardi, emulo della gloria di RafPaelli pa- 
dre\ albergo dclla sua arnica Irene, cosi dipinge la 
casa • 

La nobil casa 11 sereno aer fende 
Sola fra le campagne spazlose ; 
Verdeggia un fitto bosco a manca e scende 
Di frondi inteste e porporine rose ; 



- 95 - 

Ch6 un si tenero fior qui s' erge e stende 
Tra spessi rami le braccia amorose, 
E il bel coperto, di rose novelle 
Ricco, somiglia un ciel ricco di stelle. 

Qui P eterno multiplice amaranto 
Riluce tutto di color di foco; 
Porta d' Iride accesa il nome e il manto 
Sul verde grembo V odorato croco ; 
Spiega le acute foglie il molle acanto 
Che a la inventrice fantasia die* loco 
E in greco lido alle colonno inconte 
Inghirlandava la marmorea fronte. 

La vita della Guacci fu tutta un gemito. 

lo vo chiamando invan le rime e i versi 
Dolce conforto a' miei lunghi martiri ; 
Non sa V anima mia se non dolersi, 
E si disface in lacrime e sospiri. 

Si sono, in questi ultimi tempi, pubblicati libri e 
opuscoli intorno a lei, ma il miglior omaggio sarebbe 
nn' edizione completa delle sue poesie. Allora solo il 
giusto lamento che movea V amico R. M. Vulcano sar& 
smentito, allora solo la povera poetessa sar& appagata 
nella sua aspirazione : 

Allor Napoli mia, che quasi a vile 
M' ebbe ale an tempo e quasi a s6 neraica, 



— 96 — 

Ricorder& del mio povero stile 

In cui posi ogni afFetto, o^ni fatlca (^). 

Saverio Baldacchini, natura squisitamente signorile 
c invaghita del bello, della grandezza e della lingua 
d' Italia, vissuto fino al 1876, pubblico parecchi volumi 
dal titolo Erato^ Polinniaj VIdeale ed ebbe il merito di 
tradurre egregiamente molte gemme di poeti stranieri. 
Ma versi originali bellissimi, fra tanti altri, sono cer- 
tamente questi del Canto fie Muse ed i Cieli: 

Oh triste 6 questa etade, in cui chiamato 
Fui sulla terra ! Obblio, profondo obbllo 
Vince i cori e le menti, a cui fur tolte 
Le rimembranze piu soavi. Ah dunque 
Sparve a i vedovi sguardi ogni gentile 
• Dolce imago d' amor ? la sacra sparve 
Fonte d* Egeria, e gli splendor! e P ombre 
Del Lazio antico? ahi quei ricurvi liti 
De le Sirenc d'inattese nebbie 
Si copriro e con lor d' Euna i bei campi, 
Biondeggianti di spighe ! Oh il vago eliso 
De la Tessala Tempe ; e Imetto, fido 



(*) La sigaora Marianaa SchiUing-Cavalieri mi ha cortese- 
mente mandato a leggere il manoscritto (che, per aitro, pocj 
aggiungerebbe ai lavori citati) di un suo Ricordo di Giuseppinm 
Guaccif nel quale, se h scarsezza di notizie sui tempi, lo spirito di 
qmesti ^ ben rappresentato. Molto lodevole, e talvolta originale, 
n' 6 pure la oritiea, e il carattere della donna, oltre che sui versi , 
^ studiato su memorie e carteggi inediti di lei, de'quali alcuni 
diodero pure materia alia Tovini, e, prima, a uno studio di Pa- 
squale Papa, pubblicato nella Rioista Contemporanea dell' infati- 
cabile De Gubernatis, Vol. I pag. 416. 



— 97 — 

De Tapi albergo, io piii noii raffiguro 

Ne 1' achea terra, invidiata un tempo 

Per fragranze di citiso e di mirto I 

Ne la convalie de Tllisso, or mcsta, 

Piu non si frange tra le bianche pietre 

La piccioP oiida ehe, ad udir soave, 

Del bellissimo Fedro il pi6 lainbia ! 

Inaridissi : e il platano, che tanto 

Era de I'ospitali ombre cortese 

A chi d' amore a ragionar sedea 

Col bellissimo Fedro in sul meriggio, 

Piu a r aure estive i suoi rami non stende ! 

Molta parte di Greeia, 6 ver, si tolse 

A i duri imperi d'Ottomano, e lunge 

Da lei disparver le lunate insegne ; 

Ma di Pelope ahi piu non son le sedi 

La ragion de la bellezza, il dolce 

De le Cariti ostello ! E a 1' armonie 

Di voi, sovrane Intelligenze, muto 

E r idioma suo ; pero che in esso 

Piu di lonio non spirano gli olezzi, 

E de' Dorii magnanimi nol regge 

L' austero ritmo che a virtiu suade. 

E si potrebbero citare versi di altro metro, massime 
del genere lirico, ma un eccessivo idealismo tolse al 
Baldaccbini di commuovere piu intensamente. Ei spesso 
molce, e educa, di rado scuote. 

Paolo Emilio Imbriani ebbe, sopra altri poeti del 
tempo, il vanto di non aver infarcito i suoi canti di emi- 
stichi del Petrarca e di Dante. Una piu sana e larga 



— 98 — 

imitazione ^ in lai, ed ei se ne giova per dettar versi 
poderosi per forma e per contenato, quest' ultimo pieno 
di pensiero. Abbiamo di lui un bel volume del Fibreno, 
Napoli, 1863. Nel canto Iginia, dice: 

Non e forza quaggiu misteriosa 
Come V amore : immensa brace accoglie 
E d' un nulla si appaga. In mente ha fermo . 
Di farla sua ; voglia o non voglia, al suo 
Prepotente desire, al disperato 
Affetto uopo 6 che ceda : umana salma 
Conflagrar debbe a tanto incendio anch' essa, 
Poi che indarno nel cielo e per la vasta 
Universa materia ad amor vero 
Contender vuolsi.... 

In quelli A Teresa I : 

Felice P uom, che la vergogna umana 
Vide e nego ; che senz' afifanni e torte 
Ambagi, ebbe diritto al ver suo viso 

. E come in sua natural sede, il core 
Fuor della Terra colloc6 : cotanto 
Una fiducia di lassu lo vinse ! 
Ne la piu lieta gioventii lo trasse 
Tra i fioriti verzieri e le tepenti 
Convalli, ove alle molli aure le nere 
Treccie incomposte Volutti dispiega 
E a vil mensa V anima nutrica. 

Carducciano quasi 6 questo sonetto a Nina Siciliana : 



— 99 — 

Bello di giovinezza e leggiadria 

Scese a' fonti d' Imera un trovatore (') 
Dalle terre toscane, ed ogni core 
Inebbri6 d' afifanni e d' armonia. 

Egli cantava, come arcana e pia 

Rifulge ai mesti la virtii d' amorc, 
E come dell a sua donna il valore 
Ogni pid rude ingegno ingentilia. 

E mentre da la sua bocca movea 

L'alterna onda de' carmi, in me il tremante 
Sguardo, inspirato e cupido, ei volgea. 

Ahi Dio ! com' arse il cor da quellMstante, 
Come io sola in altrui tutto vivea 
Trepida, insana, avventurosa ^amante ! 

La nota soggettiva poi h nelP Imbriani sempre sin 
cera e pero calda. Nell' Espiazione^ dice : 

Qui mi nutro di pace ; e a larghi sorsi 
, Bevo 1' obblio della sciagura indegna, 
Che noi stirpe di forti al fango addisse. 

ne Lo scoramento : 

Gloria, amor, patria, o voi tremendi affetti 
E necesssari, ormai lasciaste solo — 
Solo e per sempre — V affannato core ! 



(') Dante da M:»jano. 






— 100 — 

Bujo verno di mar tragge a furore 
La vita mia, senz' arte e senza polo : 
Cos), mano di Dio, tu mi saetti ! 

Tuttavia quest' alta poesia 6 piu fatta per destare 
ammirazione che piacere. L'Imbriani scrisse monografie 
dottissime, fra le quali magistrale I'orazione inaugurale 
universitaria Delia deter minazione dello Stato nella So- 
cietd antica» 

Giuseppe Campagna che, per la sua anzianita avrei 
dovuto nominar prima, autore di tragedie e di poesie va- 
rie, pubblicate a Cosenza dal Migliaccio e da altri, fu il 
piu abile fabbro di versi, ma di niuno come di lui pote 
dirsi che il suo contenuto era povero. La idolatria del la 
bella forma, il dir bene le cose, il descrivere egregia- 
mente gli pareva bastasse. Ecco come danteggia a me- 
raviglia nel suo Abate Gioacchino : 

• 

. Col& dove selvaggia h la campagna 
DelP alpestre Calabria al cielo innalza 
Maestosa la fronte una montagna. 

Sgorga dal grembo di quell' erta balza 
11 biondo Crati, e alia suggetta valle 
Tra sasso e sasso ruinando sbalza. 

Al monte adombra le sublimi spalle 
Un bosco spaventevole, segnato 
Da solitario fatieoso calle, 

Che all' antro mena ove alberg6 celato 
*-:. '\ « II calavrese Abate Gioacchino 
,!•!'•- « Di spirito profetico dotato*. 



— 101 — 

Egli al ciel fiso e con la mente chino 
Al suol con le ginocchia in questa grotta 
Mirava V alto provvedep divino. 

E, del futuro la caligin rotta 
Aver parea d' ogni futura cosa 
Per ignota virtu 1* animo dotto. 

Forse ahi ! piu d' una lacrima pietosa 
Sparse, a qualche maligna et^ pcnsando 
Che ormai nelP avvenir sen giace ascosa. 

Durava assai stenti e vigilie, e quando 
Pel bosco gia la penitente vita 
Con selvatiche frutte alimentando, 

Ogni fiera piu barbara ed ardita 
Faceasi umana e timida alln vista 
Di quel santo fatidico eremita. 

Tunica lo cingea sprezzata e trista, 
Nudo il pi6, nudo il capo, e lungo il petto 
Scendea bianca la barba in doppia lista ! 

Impresso avea negli atti e nell' aspetto 
Un celeste visibile linguaggio 
Cbe per gli occhi parlava all' intelletto. 

E dietro a lui danteggiarono gli altri e, fra cssi, « 
forse meglio perch^ con maggiore affetto, il nostro Ara- 
bia nel suo Gherardo de^ Binieri, Del Campagna si po- 
trebbero riportare torniti sonetti, fra i quali qualcuno 
in cui il pensiero si snoda con facility, la frase 6 lim- 



— 102 — 

pida, adeguata la parola, c nondimeno si ottiene, come 
notarono 11 Persico e altri, nn ragionamento cstctico, 
teologico o filosofico, non una poesia. Ma 11 Campagna, 
coltissimo, insleme al Montrone, che fa 11 plu dotto 
nella metrica e 11 piii largo conoscitore del poeti ita- 
liani di ogni tempo, si da cog-lierne, dandogli nuova 
fragranza, 11 plu bol fiore; al Unffa, 1 cul sonetti alia 
moglie, classic! per forma e affettuosamente carozze- 
voli nel contenuto, fanno pensare a Berardiuo Rota •_"? 
e al Cappelli, antore applaudito della novella In terza 
rima Im. hella di Camarda, che ha su per giu gU ste5<si 
pregi e gli stessi difetti delle altre novelle di qui*! 
tempo, splendidamentc edita dalla Tipografia del Clas- 
sic! Italian! nel lt<57; 11 Campagna, dicevo, fu 11 piu 
generoso Mecenate de' migliorl poeti nostri, la Guacci, 
il Pocrlo, 11 Baldacchinl. 

Rlcorderemo ancora Pasquale De Virgil i is, Byron 
mancato, che cvoco, non senza magnlloquenza, ne' suoi 
drarami, le figure romane, e pretose di imitare Shake- 
speare ; Giuseppe Florio, lo cui canzoni la Codciuo 
dice eteree; Leopoldo Tarantini assai piu forte nel foro, 
detto il poeta delle aremarie per la dolcezza loro ; G:i- 
briele Quattromani, cbe scrissc con pari garbo in lin- 
gua latina e in dialetto napolitano ; Paltro calabro Bia- 
gio Miraglia (da non confondere col frenologo a sua 
volta autore di tragedie), che canto donnc e briganti 
con eguale ardore, e le prime, per esempio, cos! : 



E quando io rivedro negli oliveti 
Vagar le donzellette a cento a cento, 
In abito succinte, e <?e' piu lieti 
Color! ornate, e colle chiome al vento? 



— 103 — 

Chiuso nelP ombra de' forti pineti 
Da nn'alta balza le miravo attento 
Finch^ Nftbio e Melampo irrequieti 
Slanciavansi nel basso in un momento. 

Cogliean per terra le cadnte olive, 
E del loro gentil canto di amore, 
Suonavano del Neto ambo le rive. 

Clome passando mi balzava il core! 
Eran, da presso, ritrosette e schive; 
Dicean lontano : addio, bel cacciatore ! 

E pure roolto bizzarro del Miraglia il Canto di una 
fandivlla fra le cime di un mandorh. Egli la vede iner- 
picarsi leggera : 

Stese le brace! a candide, 
Le nere chiome sparte, 
Piegandosi, librandosi 
In questa e in quella parte, 
11 m&ndorlo agitava, 
Mentre cosl cantava. 

Ed ecco nn largo saggio del canto : 

lo sono del bosco 1' ignota fanciulla^ 
D' un arbore arnica ml ho fatto la culla, 
E lene agitarlo mi place cosi: j 

Mi place ondulare — cnllata in un mare | 

Un mare di luce che viene col di. 



^^ 104 — 

Di questo bel mandorlo il fiore diletto 
Mi bacia le chiome, le gote ed il petto, 
E mormora il vento parole d' amor ; 
Ma invano sul volto — lo zeffiro ascolto^ 
Quel dolce susurro non penetra il cor. 

Soave soave, bell' arbore mia, 
A manca ed a destra, con dolce armonia, 
I rami sospingo, mi spiego con te : 
Se al vento ingannata mi fossi affidata 
Oh Dio ! mi trarrebbe per 1' acre con s6. 

Tu sei lo mio nido che agli uomini e ascoso, 
lo son la colomba che in te mi riposo : 
Piu bella dimora la terra non ha. 
In mezzo al tuo verde — quest' alma non pcrde 
La santa innocenza, la cara beltA. 

Aneora : Pietro Giannone, da non confondere n6, cer- 
tamcnte, col celebre storico, n6 con 1' omonimo pocta 
modenese, a cui il Giusti dedic6 La terra del morti. 
Calabrese anche lui, nella Lauretta ritrae le espressioni 
e le amarezze del basso popolo. Dopo il fallo, la gio- 
vane aspetta ansiosa 1' amante. Ode il mandoliuo : 

« E desso — fra se dice — oh gioia h desso ! 
Balza, ma, trepidando che si desti 
La madro sua, reprime il fiato stesso, 
E a scompiglio inducesi le vesti. 

Oh come ^ hello quel tremore, e come 
Quel disordine 6 bel dei vestimenti. 



— 105 — 

Scinto il segreto sen, scinte le chiome, 
Nude le piante, gli omeri potenti. 

Del pi6, che tardi muta al buio i pass!, 
Gnida si fa la mano avanti sporta ; 
Or animosa avanza, or dubbia stassi 
E braneicando alfin tenta la porta. 



Giova qui far notare che il sentimento della natura 
e della vita, anche attraverso alle arcadiche romaHti- 
cherie del tempo, non fu smarrito mai interamente dai 
calabresi. 

Ancora : Aehille Do Lauzieres, che aiido a tentoni, 
cercando ogni genere, dal gaio al tragico, ma scrisse 
meglio in prosa ; Cesare Malpica, sbrigliato romantico, 
lode vole piuttosto per le opere di viaggi ; Giuseppe 
Massa cui non sempre rispondeva la voce arnica e 
franca ; Gioacchino Ponta, dolce e flebile; A. M. Eicci, 
corretto ma senza genio ; Tito Benci dotato di molta 
facility : Vincenzo De Ritis, alquanto astruso : il Prin- 
cipe di Teora, imitatore di Pindemonte : Marco D'A- 
rienzo, e altri di etk divers a, ma tutti contemporanei. 
Finalmente Pietro Paolo Parzanese di Ariano in Puglia, 
« il buono e mite poeta del villaggio » come lo chiama 
graziosamente il De Sanctis, le cui popolari poesie fu- 
rono adottate a lungo anche nelle scuolo. Dalla FUa-^ 
trice trascrivo anch' io questi versi, che la fanciulla 
canta, filando : 

Dote non ho n^ panni 
E pur vo farmi sposa ; 
Passati son tre anni 






— 106 - 

Che la mia man iion posa. 
Ma il tempo via sen va, 
E il caro di verrh . 
Che tan to 11 cor sospira, 
:i Filatoio, gira, gira. 

!:^ La vecchia madre in letto 

!■•% 

v^ Mi si inferm6 due mesi 

E tutto un gruzzoletto 
Di soldi per lei spesi. 
Che fa? doppio lavoro 
Mandato mi ha il Signore, 
Ai buoni figli ei ^lira ! 
Filatoio gira, gira. 

1' Un giorno un bel damino 

Mi ofFerse stoffe ed oro.... 
« Va in 1&, giovinettino 
Mi basta a me il lavoro > 
Filo, se il sole usci, 
Filo al cader del di, 
Come Dio vuol, si tira, 

Filatoio, gira, gira. 

E forse c*era altri che non ricordo: ma tinisco con 
la Irene Riceiardi-Capecelatro,i cui versi raccolti dal fra- 
tello Giuseppe pel tipi della StamperiadelVaglionel 1867^ 
eantano con gentilezza soggetti sacri e domestici ; e 
Laura Beatrice Oliva Mancini, nella quale il De Sanctis 
trova una chiarezza e una sincerity che non era in 
altri, e ne riporta de' versi al marl to illustre che ne 
fan fede. Molti altri, pur non facendo professione di 
poeti, poetavano, e bene : Michele Baldacchini, D. Men- 




- 1G7 — 

tone, il Cusani, I'Aiello, il Gatti, chc maneggiava ogre- 
giamente lo sciolto, per eseinpiO) e altri, perflno Eoberto 
Savarese con la Isolina, dove appare quasi verista^ come 
qnando descrive la malattia : 

Dispare, fe ver, quella sanguigna bava : 
Ma col mancar del sangne, in lei non manca 
L' affanno, che piu fero il petto aggrava 
E la rende piu debole e piu stanca. 
II medico ritorna, osserva e lava 
L^ accolta linfa sua spumosa e bianca, 
Parte Pacqua ne scioglie, e parte al fondo 
Trae (feral segno) V insolubil pondo. 

Segni caratteristici di inconscia reazione e delle ten- 
denze che dovevano poi svilupparsi ai tempi nostri. 

Francesco Saverio Arabia stette con tutti questi e 
di alcuni, come abbiamo visto e vcdremo, fu intimo. 
Luigi Indelli, ora alto magistrato a Firenze, che test^ in 
uii sue discorso sul rimpianto casertano Federico Quer- 
cia (1) altro valoroso letterato di quelPepoca vissuto fino 
a qualcbe anno fa, ha parlato lungamente di quelle scuole, 
pubblicava fin dal 1858 nel giornale II NomcuJe uno stu- 
dio sui poeti napolitani e dell'Arabia diceva: * Al Baldac- 
cbini, al Campagna, alPImbriani, e al Cappelli tien dietro 
una schiera di altri poeti liricipiugiovani, che in tante 
guise diverse seguitano le orme or dell' uno, or dell'al- 
tro. Fra questi, e anche conosciuto da piu lungo tempo, 
e Francesco Saverio Arabia, elegante e gentil poeta, 



(♦) Importanti notizie si trovano pure negli soritti pubbli- 
cati, I'rer commemorare il Querela, da Quglielino Oapitellineir/to- 
lialllustraia di Fiieazee da Baffaeie Dj Cesare in f'legrea di Napoli. 



— 108 — 

diverse raccolte hn meseo a stampa, e va merita- 
ite appo noi tenato in inoltA stima. Belli stndi ha 

fatto suUa poesia italiana, e aon solo il suo dettato 
L una perfetta e anzi venusta italianitjk, ma il sno 
\o, in generale, possiede quell' intiino e squlsito ma- 
ero Che solo ai acqnista con la lunga e severa pra- 

dell'alta letteratura. II che spesso gli rende ag&- 
I dir concetti con certe forme nell' istesso tempo nno- 
ime e della pii sottile osservanza delle grazie ita- 
e. Qaanto alle tendenze razionali della sua poesia, 
le pare che con alciine modiflcazioni il sno ideale 
.scontra con qnello del Baldacchini, senonch^ foree ei 

guarda il mondo della storia col medesimo prisma 
lico del primo, ma vi passa su con uno aguardo pit 
e • Sella lode e ginsta, speciattnente per cio che ri- 
rda le grasie e il paragoue ultimo col Baldacchini. 
[n generate nella poesia di qnel tempo ci era da fare 
. timpinzata di fiori, piante, stelle, lana, sole, luce, 
BEce sorrumane e intangibili e via; ma spesso i 
ni si levarano e spirava un sofBo di arte vera. Oggi 
pare manca qneato so£Bo, ma non mancano neppnre 
ipetisioni e sono di altro genere e la rimpinzata k 
.^rsa, ma, ae ben guardi, piu grossolana e perO piA 
Igesta, n6, sov«nt«, meuo arcadica. Con buona pace 
forti. 



L'ATmbia. sorr«tto dal Campagna e incoraggiato dal 
itrone, comincio a poetare tin dal 1842, e fra i primi 
li che scrisse. fterono alcone belle teniae ad Armodio 
>«tort>, (hitelto di Bnito, per una storia di Giovanni 
wida al cospetUt di Papa Niccold UI da Ini disc- 



— 109 ~ 

gnata. II Comm. Ciaramelli) amico e protettore de' fratelli 
Arabia, voile che si leg^essero in sua casa alia pre- 
seuza dei piu insigni letterati del tempo. L' Arabia, per 
vcrecondia, non seppe trovar la forza di farlo. E allora, 
incoraggiato dal Puoti, sorse Bruto e 11 lesse lui, e tutti 
salutarono 1' Arabia poeta. Grato al Ciaramelli, PArabia 
gli dedicava poi le sue ottave al Vico. 

La prima raccolta di versi che dell' Arabia si abbia 
e del 1816 per la stamperia De Marco. Sono traduzioni 
de' Saluii, qualche inno, stanze e sopra tutto terzine, 
e r imitazione de' classici vi 6 palese. Ma non manca 
un ccrto contenuto filosofico e intimo. Nel canto AUa 
mia patria ricorda la sua Calabria : 

E ognor mi stanno a la mente stampati 
Que' colli sparsi d' eternal verzura, 
Quegli altissimi monti al ciel levati 
Dove nel proprio orror bella 6 natura. 
E odo ancora il morraorar del Crati, 
E il veggio per la florida pianura 
Ansioso trarre e spumeggiante al mare 
Siccome peregrin che vuol tornare. 

Oh ! dove ruinaste ore beate 
Di gioie fanciullesche e di tripudi? 
Voi di trascorsi, voi notti vegliate 
Vacando al culto di gentili studi ? 
E voi lodi primiere conquistate 
•Ne' d'onor corsi faticosi ludi? 
E dove tu con 1' amor tuo sparisti 
Che al mio primo sospir V ali vestisti ? 



.it w •< 

--J 



— 110 — 

Ma piu mi pange e nondimcn gradito 
M' k degli amici 11 rimembrar P affetto, 
Ch6, 86 da loro io fui, lasso, parti to, 
A loro h il cor da dolci nodi stretto. 
E tal cor da natura bo io sortito 
Cbe tntto, e sempre, ^ ad amar costretto, 
Si cb' h in un tempo d' ogni suo dolore 
£ d' ogni gioia sua cagione amore ! 

(»ttave, mi pare, tenuto con to del gcnere in vogn, 
piene di schiettezza e teneramente a£fettuose. II libretto 
6 dedicato, con lettera, al Puoti, per provare col ftitto 
non esser vero che « A voi non vanno a sangue n6 i 
versi n6 chi gli fa, come colui cbe tutto inteso alia 
prosa ed a' prosatori, a questo solo vorreste che i gio- 
vani voltassero 1' animo >, come taluno sosteneva; anzi 
per provare « quanto mal s'appongano coloro che vanno 
spacciando che nella vostra scuola 6 dato bando alle 
Muse ». II Puoti ne ando in visibilio e con lui altri. 
Ne furono inviate copie anche fuori di Napoli, e 11 gio- 
vine si guadagno la benevolenza e V amicizia di lette- 
rati giovani e vecchi, quali a Palenno Giuseppe De 
Spuches Q) poi sempre a lui aflfezionato, e a Bologna 
Giovanni Marchetti, di cui Prosper© Viani, scrivendo a 
Ralfaele Liberatore, diceva che « V Italia si gloria di 



(') Nel numero 8 do! giornale La Favilla (I gennaio 1857) il De 
Spacbes affermava che I'elevatezza, rarmonia e la greca eleganza 
di alcuni componimenti delV Arabia c non ebbe esempio, prima 
del Carme sulle Grazie del Foscolo e dei versi del Leopardi e del 
Mamiani » e oltre alia profundity iilosoiica ecc, ne loda « Io 
splendore della forma estrlnseca, cbe regge a qualunqae cenanra ». 

— Iiitorno al de Spuches vedi 1' Elogio di Ugo Antonio Amioo, 

-Balermo, Tip. Giornale di Sicilia, 1886. 



— Ill — 

avere nel M. an poeta che tenga viva la grazia, la leg- 
giadria, la nobilt& delP antico poetare > . Anche Teren- 
zio Mamiani e Gino Capponi farono larghi al giovine 
di consigli, e al secondo, per gratitadine, P Arabia de- 
dic6 poi il Gherardo. E, a proposito di dediche, 6 bene 
rammentare fin d'ora che, quando egli pubblico la prima 
volta r Orellina, nel 1849, in una nnova raccolta edita 
dalla Stamperia del Vaglio, la dedic6 a Saverio Balda- 
chin!, che tanto V amava ; poi la dedica tolse, e 11 Bal- 
dacchini gliene mosse rimprovero con questo delicatis- 
simo sonetto : 

Quando in giornl di lutto a iioi cantavi 

I casi de la povera Orellina, 

Tu 11 suo nome gentile al mio sposavi 
E i] lido a te plaudia di Mergellina. 

Un' altra volta su le tue soavi 
Rime la fronte mia stanca s' inchina ; 
Ma '1 mio nome non leggo. Ahi cancel lavi 

II nome d' un, che a valli oggi dechina. 

Dimmi (cosi le Muse abbianti in cura) 
Perch6 il mio nome un doloroso esigiio 
Soffre? qual colpa mia? qual mia sventura? 

Non ch' io mi adiri : tanto entro tua nota 
Dolcezza 6 accolta ch' io ne meravlglio, 
Ne piu sdegno esser puo che mi percuota. 

L'Arabia rispose con un sonetto, che sventurata- 
mente non si e trovato. Ricordo che diceva che da quel 
nome troppa luce veniva alia poverella e ch' ella fu co- 
stretta a togliere dalle chiome 



— 112 — 
ma non dal core (il cor lo serba e cole) 

quell *unico fiore; e certamente finiva, non so perch6, cosi : 

Ma poca fiamma si scosto dal sole 
Che di s6 veste il monte e la marina. 

I giorni di lutto sono quelli del 1848. Come pure 
in quel torno, e quando era ricominciata la tirannide, 
scrisse i bei canti Eugenio che non poterono veder la 
luce, secondo ricorda lui stesso in margine, se non dopo, 
e trasformati, ciofe nel 1856, ne amando correggerli, 
piu li riprodusse. I>q\V Eugenio ha test^ parlato degna- 
mente, air Accademia Pontaniana, il Consigliere Ba- 
rone Nicola Cianci Sanseverino, sicch^ porterei vasi a 
Samo, dicendone altro. Eppoi i iettori li troveranno qui, 
poichfe dopo lo studio del Cianci mi ^ parso di poter 
contradire al desiderio di Arabia che fossero esclusi, e 
i Iettori vedranno da s6 se sieno o no esagerate le lodi 
che il Cianci fa al suo maestro, come lo chiama, e di 
cui la imitazione, ma non mai servile, si scorge nel 
volume Rimembranze del Cianci,* pubblicato dal Gia- 
chetti di Prato nel 1892 ; dove son notevoli i canti Le 
ravine di Pesto, dedicato all' Arabia che aveva gi^ bre- 
vemente trattato lo stesso tema, il Muzio Rossis Amalfi, 
e L'Appenino Lucano, DeWEugenio aggiungero dunque 
solo che pare T Arabia abbia voluto alquanto rivelare 
nel protagonista 1' animo suo qual fu negli anni gio- 
vamili, oppresso e insieme confortato da quella profonda 
e soave malinconia che, persistendo in altri carmi scritti 
contemporaneamente o dopo, gli merito il nome di Leo- 
pardi cristiano. Al quale stato di animo egli alluse in 
ccrte terzine, di cui diamo questo saggio : 



— 113 — 

II destin di mia vita ^ duro tanto 
Che per lung' nso ^ fatto in me natura 
Aver in gnerra il core, e gli occhi in pianto. 

Se alcuna rara volta mi fignra 
Un' immagin di ben la fantasia, 
Pill d' un lampo ehe fugge ella non dura. 

Ch6 tosto avvien che in fondo all' alma mia 
Si susciti un areano sentimento, 
Ch' ogni ombra di gioir quinci disvia. 

Ed io ritorno a la mestizia, e sento 
L' affannoso pensier ehe il fren riprende 
Del seguace intelletto in un momento. 

Si pensa ai precursor! di Dante. E il Prudenzano scrisse 
che alcune canzoni gli parevano veramente non inde- 
gne del Cigno Recanatese. Paragoni che si spiegano, 
pensando sempre all' imperfetto giudizio che si recava 
allora di questi, all' ombra delle teorie scolastiche, e per 
una certa aura Leopardiana che qua e 1^ c' 6, e mi 
basti additare VEUsa che ne palesa una certa imitazione. 
Intanto nelle Prose di Saverio Baldacchini, uscite 
dalla Stamperia del Vaglio nel 1873, si trova uno scritto, 
La Storia di Eugenio in cui I'A. ritrae il tipo di un 
giovane di singolare natura, che s' incontra alquanto 
col protagonista dell' Arabia, si da far credere, o che 
1 'Arabia attingesse dal Baldacchini, o questi da quegli, 
e meglio che tutti e due abbiano avuto presente una 
dolce figura vissuta prima o durante il 1848, epocain 
cui e il componimento del Baldacchini e i versi dell'A- 
rabia furono scritti. In certi punti par quasi che il 
Baldacchini voglia dipingere s6 stesso ; altrove, forse 



-114 — 

per caso, che voglia dipinger V ainico suo, sopra tutto 
quanto scrive : « Delia sua fama Engenio non troppo si 
cura. Ma si duole quando quella sua idea, della quale 
egli 6 superstizioso adoratore, troppo gli vieue vituperata. 
L' onore di quella sua idea gli ^ a euore piii che quell o 
dclla sua Dulcinea non fosse al nobile cavaliere della 
Mancia. ...E da udirlo proprio e da vederlo(tanto eloquente 
diviene e si infiamma nel volto) quando si adira contro 
taluni metodi, coi qustli secondo lui non si giunger& 
raai a spiegare quel senso che ci ruba a noi raedesimi 
e ci costringe ad essere poeti e artisti » . Quanto al sor- 
riso di Eugenio, che nasoonde di molte lacrime, esso sem- 
bra piu del Baldacchini che dell 'Arabia, sebbene anche 
sul labbro di questi spuntasse, come abbiamo intrave- 
duto, ai primi disinganni, per poi acquistare, come suol 
avvenire, una lisonomia piu caustica e troppo Aristo- 
fanesca, secondo ebbe a dirgli, in ccrta occasione, il 
Baldacchini stesso. 

Ma queiridea T Arabia I'ebbe e la serbo fino agli ultimi 
giorni e fu per essa che gli parve talvolta di non veder 
piu nulla di buono in cio che si facesse da altri ; come 
conservo costantemcnte il biasimo alia scuola psicologica 
€ la quale il generale ed astratto pone in luogo del- 
I'universale e del concreto» senza pensar che questo 
rimprovero sarebbe stato ritorto contro, e che al con- 
creto ci si sarebbe arrivati anche troppo. Del resto psi- 
cologia ce n'era piu che non si voglia ne' versi del 
Baldacchini e delP Arabia, se pure iniziale ed empirica, 
e ce n'era ben da fare al '48, come c'era ben da s Bo- 
rare sorrisi, non essendo permesso il pianto ! 

Notata la singolare coincidenza de' due lavori, che in 
fondo non hanno niente di comune, non 6 inutile avvertire 
quel che ho tralasciato ; che questo birboncello di Eu- 



— 115 — 

genio, ciofe, fedele alia sua bizzarria, giunse a quell a un 
po' ardita di mutar sesso, trasformandosi in quel che 
c ora da un' Eugenia (se pur non ella uscl dal costato 
di lui) novella senza firma pubblicata nel primo qua- 
derno, gennaio 1849, che non pot6 uscire dalla stamperia, 
dell a CivUtd Italiana, accanto aun lavorodellostesso Ara- 
bia sul Thiers, e dedicata alia memoria di Alessandro 
Poerio: ne mi pare da dubi tare che sia sua per lo stile 
e per le note in margine di sua mano. Vi si parla ardita- 
m'^.ntc di liberty, e bisogna dire, come si vede pure dalla 
miriade di bozze disformi, che i tentativi furono parec- 
chi ; e quella persistenza del nome in mauifestazioni 
varie, 6 un segno che deve avere il suo significato. 
Eugenia prima e Eugenio dopo nacquero dallo stcsso 
amplesso, ancorehfe, in omaggio al vario che 6 proprio 
della natura, non si somiglino. 

Certo che in quel periodo infelice V A. molto amo e 
soffn e ne' contrast! degl: afFetti e della vita ri tern pro 
la sua fibra, riuscendo a vincere I'abbandono snervanto 
che minacciava di abbatterlo. E se da un lato tocco 
con mano il tradimento di un amico che aveva benefi- 
cato, dall'altro trovo, a dime una, nell'altro amico Fran- 
cesco Antonio Casella, bella e rara anima di giurista, 
di letterato e di uomo, la grande e squisita delicatezza, 
per la quale, quando I'amico suo era fra gli attendibili, 
lo faceva uscir seco, perch6, vedendolo in compagnia 
di uomo caro alle Autorit^, lo rispettassero. Ma questo 
awenne qualche anno dopo. 

Gik fin dal 1846 Francesco Saverio era stato rag- 
giunto in Napoli dal fratello Tommaso, giovine ardente 
che si era subito schierato fra i liberali, amicissimo 
sopra tutto degli Spaventa, e che con la baldanza tutta 
giovanile si esponeva a seri pericoli. « Francesco Sa- 



- 116 — 

vcrio — scrive il Cimmino — chc aveva un esatto con- 
cetto del la situazione di quel tempo e una visione chia- 
rissima de' probabili eventi politici, tempero accorta- 
mente i bollori del fratello. * E quando poi, piu tardi 
per incarico e preghiera di Comitati segreti cui il fra- 
tello aveva aderito, si reco egli stesso in provineia per 
apparecchiare gli animi al grande avvento della Patria, 
gii mostro eoi fatti che, se P audacia 6 degli eroi, la 
prudenza 6 dei vincitori. Ma di questo e di altra nep- 
pure negli anni alti meno mai vanto, come mai ne 
meno delle opere di caritS, fatte, nelle quali voleva che 
I'una mano non sapesse dell'altra. 

Ma quale bella figura fu pure Tommaso ! io ne ri- 
cordo la testa leonina e i modi onesti, Tamore air arte 
e alia patria serbati fino all'ultimo respiro ; alia patria 
che, negli ultimi anni di sua vita, quando era ammalato 
di spirito e di corpo, gli parve quasi, dopo i tristi fatti 
bancarii, vedere in pericolo; sicch6 d'altro non parlava 
e mori sopraffatto da quella idea, e il piu bel fiore che 
si possa, anche oggi, deporre sulla sua tomba 6 il ri- 
cordo di quel trepido esclusivo geloso affetto all' unita 
d'ltalia sua ! — NelPUniversita, dove il fratello erasi g'lh. 
laureato, Tommaso fu un vero tribuno. Non era dimo- 
strazione che non lo avesse a capo, e questo bastava ad 
attirargli i fulmini, e le minaccie, le persecuzioni, il 
mesetto di carcere non gli mancarono. Eppure ben 
tardi si accorsero che egli era de' piu pericolosi e al- 
lora solo lo espulsero e rimandarono in Calabria. Alcuni 
aneddoti della vita di Tommaso, che tan to si lega a 
quella di Francesco Saverio, basteranno a mostrare 
come dagli eletti studi, a cui lo educavano il fratello, 
il De Sanctis e il Savarese, egli, lungi dallo smetterla, 
accentuasse la sua azione battagliera che lo menava a 



— 117 - 

far parte di congiure e che si palesava liberamentc 
nelle occasioni. Si trovava una volta, in casa di un suo 
amico, presso cui erasi rifugiato un liberale perse- 
guitato. I tre discorrevano fra loro, quando si udi pic- 
chiare alia porta. Al padron di casa tremaron sotto le 
gambe ed era in grande agitazione, temendo pure che 
PArabia potesse parlare. Invece questi ando al ricer- 
cato e, aperta la finestra, vi sail, ve lo trascin6 e gli 
disse: Se ^ la polizia, ti trasporto meco. Erano invece 
altri amici. 

Un'altra volta, nel cafPfe De Angelis, ritrovo di pa- 
triotti, ebbe prova che uno che gli era accanto tradiva 
]a causa. Acceso di santa ira, gli tir6 in faccia la cio- 
tola del cafPe, stigmatizzandone ad alta voce I'infamia. 
Ma di Tommaso, morto nel 1896 a Roma da Consi- 
gliere di St«,to, diremo ancora in seguito. Certo 6 cho 
questo fratello — pur essendo carissimi gli altri, Giuseppe 
che riuscl avvocato insigne del foro cosentino, e Lui- 
gi, ingegnere c matematico di valore, rimasto lunga- 
mente a lui vicino — di Francesco Saverio fu allora 
il compagno piix intimo e dolce, e questi potette in ^certo 
modo dirlo creatura sua. Cosi nel caro sodalizio e fra 
le ansie e le speranze dell a patria e i sacrifizi di una 
vita poco agiata, circondato da egregie persone, prima 
e dopo il fatale 15 maggio, Francesco Saverio diedi', 
esempio di vita incorrotta, a cui erano premio ba- 
stante la estimazione del valorosi, i fidati colloqui nello 
ease che gik ricordai e piu in quella del Ranieri, dove, 
come si ^ accennato, era assiduissimo, attirato da 11a 
cordiality e bizzarria di Antonio e di Paolina, non meno 
che dagli atti pietosi che vedeva compiere a quest' ul- 
tima, con I'aiuto del fratello, nella piu aurea semplicit^. 
Raccontava, a questo proposito, quel che vide loro fare 



- 118 — 

a pro delPAiello prima, del Fredianipai (i) e un aneddoto 
assai commovente di certa Suora. 

N6 abbagliavano i' Arabia i trionfi precoci, come 
quello che ebbe in una pubblica adunanza alia lettura 
delle sue ottave Stior Clotilde, rimaste inedite fino 
al 1857 e solo allora pubblica te n&W Antologia con de- 
dica ad Anna Maria Villari, sorella di Vincenzo, e mo* 
glie allora del Marini-Serra. Quelle ottave fecero pian- 
gere le donne convenute e largo plauso ebbero dagli 
uomini, ma le ultime vennero dall'Autore interamente 
rifatte. — Vita veramente intellettuale e faticosa, per- 
ch6 le occupazioni delP Arabia non si limitavano alio 
letterarie. Gi& egli esercitava, come sappiamo, con di- 
screto successo la professione di avvocato civile ; poi, 
attirato ancor piu dagli studi di Diritto Fenale, che 
gli permisero di mettere in luce, nel 1847, la prima 
edizione della sua Opera encomiata dal Nicolini, dal 
Mancini, dal Manna, dal Pisanelli e dal Pessina — 
e indi di aprire una scuola di Diritto Penale, che trovo 
riscontro e fu contemporanea a quella di Diritto Civile 
di Raffaele Fioretti — entro nello studio forense del 
suddetto Marini-Serra, aquila della parola, donde si 
usciva provetto, come dimostrarono L. Tarantini, F. 
Casella, G. DeFalco, F. La Francesca e, piu di tutti, 
Enrico Pessina ; e dove gli stessi Federico Castriota e 
RafFaele Conforti trovarono alimento. 

L' Arabia lavorava col Marini-Serra e lavoro nel suo 
studio anche alia celebre causa dell'ZJmYa Italiana, in 
cui, fra gli altri, furono in pericolo, e donde uscirono 
condannati, i suoi amici Poerio, Pica, Settembrini, Pi- 



(*) v. pure la Commemorazione del Banieri, letta alia Por- 
taniana nelLa tornata lo Marzo 1S91 dal Brof. Pasquals TurielK . 




— 119 — 



ronti ecc. E, non pago, aveva freqoenti conferenze con 
Yftlentnomini snoi pari sulle piu gravi qnistioni della 
eriminalit4, e fra essi Giuseppe Aurelio Lauria, Gio- 
vanni Chiaia e Angelo Santangelo, amici non della Ven- 
tura e tatti e tre nutriti di molte lettere. Venn to a Na^ 
poli non so quale giureconsulto straniero, gli fu pre- 
sentato T Arabia, e quegli domandogli se fosse mai figlio 
deirautore del Trattato di Diritto Penale ! 

n 15 maggio quante figure e quante cose ci rlcorda I 
Ferdinando II, Peccheneda e la Polizia, la sublime 
Protesta del Settembrini, il parlamento presieduto dal- 
P illustre Domenico Capitelli, gli Svizzeri, i borboniani, 
le barricate, il saccheggio, Santilli e La Vista barba- 
ramente trucidati e Morbillo annegato in un pozzo ad 
espiazione de' falli di sue zio commessario. E, prima, il 
Duca Proto di Maddaloni, scrittore drammatico e epi- 
grammatico, poi borbonico e elericale, che girava in 
carrozza da nolo, svestendosi a poco a poco e gridando: 
Popolo, non mi resta da darti che la camicia ! e Carlo 
Poerio, che dai balconi della casa di Vincenzo Villari 
a via Toledo 306, una delle prime ad essere saccheg- 
giate, esclamava : « Viva il Re, ma costituzionnle e non 
altrimenti ! » e, dopo, Michele Viscusi, che saliva su una 
botte, predicando per le piazze la liberty. Na vulimmo 
— gli gridarono i pescatori di Santa Lucia, irritati — 
ed egli : E io a vado apurid a nauta parta, (^) E, con 
tutto questo, intrighi, finzioni, rappresaglie, vendette, e 
sostanze immolate in un campo e nell'altro in omaggio 
a un principio, e neir un campo e nell'altro eroismi da 
far inorgoglire e vergogne da far inorridire della spe- 



(*) Del Yisonsi vedi i Bioordi scritti da Amilcare Lauria, 
eairatti dalla Kuova Antologia. 



— 120 — 

cie umana, tratti di fraterna carit4 e nera ingratltudine, 
vili spionaggi e asili pietosi, e virtu e vizi di ogni ge- 
nere. E, al disopra di tutto, immacolati nomi di patrioti 
cinti di un' aureola : Tupputi, Mignogna, Cagnazzi Zup- 
petta, Castromediano, Ferretti, Abatemarco, Giannatta- 
sio, Massari, D'Afflitto, Brienza, Piria, e tanti altri (*) 
gik ricordati, dei quali alcuni appartcnenti alia schiera 
dei martiri, di cui 6 morto or ora forse T ultimo, cio6 
lo storico Nisco : e Pavvocheria penale napolitana scrive 
un*altra pagina bellissima, difendendoli in massa. In po- 
che ore quanti avvenimenti ! Lo stato di assedio, brutale 
formola moderna di guerra, applicato (e cosiresempio non 
fosse stato pernicioso) a cose civili ; la guardia cittadina, 
tuttoch6 dichiarata fedele, disciolta ; la Camera stroz- 
zata ; creata una commissione investigatrice, bandito il 
disarmo, la sola stampa rimasta ancora libera ! — Puo 
dirsi veramente che il '48 passo come una bufera. Prima 
le grida universali di gioia, poi i gemiti de' feriti e dei 
moribondi: contrasto tradotto in magiche note dal mae- 
stro Ernesto Maria Coop. 

Che giornate, che notti ! ogni narrazione 6 inferiore 
al vero, la confusione de' fatti, per il loro troppo ra- 
pido avvicendarsi, ben grande, e forse mai sar^ intera- 
mente diradata. Una viva pittura fu fatta dal Massari 
nei suoi Casi di Napoli^ ripubblicati anni fa, e* tacero 
di altre opere note, per accennare a un bel libro in 
cui quegli avvenimenti si trovano illustrati, le Memorie 



(') N& bisogna dimenticare le donne, fra le qnali Antonietta 
De Pace, cui Beniamino Maroiano ha consacrato il bello e rioco 
libro Delia vita e dei fatti di A. De P. — Napoli, Plerro, 1901. — 
Gonsulta pure del compianto Brienza i due libri II Martirologio 
della Lucania e La mia croce^ editi a Potenza dalVUnione Luoana. 



— 121 — 

di Mariano d*Ayala e del suo tempo Q) scritte dal figlio 
Michelangelo, dove h gran copia di notizie galTepoca 
che precedette e su quella ehe segui il 1818, con giu- 
dizi illnminati e sereni, a parte qualche lacuna e ine- 
sattezza. 

Le morti qnasi suceedanee del Montrone, di Alessan- 
dro Poerio e della Guacci furono spine acutissime al 
cuore dell' Arabia, che vieppiii si chiuse nel suo mondo 
interiore, in quella malinconia da cui sgorgarono i suoi 
versi piu soavi. Alia inclita indimenticabile sua arnica 
Guacci, egli intanto dedic6 il sonetto che qui si ripro- 
duce, e che finisce con la stupenda epica terzina : 

Verr4 il sereno, ma dell'urna in grembo, 
Con te solo venia Porror f rattan to 
Di questo che il precede orrido nembo ! 



VI 



E scgui la piu stolida reazlone che si possa imma* 
ginare con soprusi d'ogni genere e proibizioni ridicole 
di portare la barba, di scrivere eziatidio ecc. ecc. scioc- 
chezze con le quali, piu che con altro, quel governo 
si perdette. 

A quelli de' valentuomini che rimasero in Napoli la 
vita fu resa dura dal sospetto e dalla mancanza delle 
piu care amicizic, poich6 gli uomini migliori si trova- 
vano negli ergastoli, nelle careen, o banditi dal regno, 
qnalcnno nascosto in provincia o in campagna. Yenuti 
meno parecchi de' ritrovi, non altro rimaneva ehe chiu- 
dersi in casa e studiare, dedicarsi interamente ^Ue pro- 



(>) Edit. Frr.tolli Bocca 1886. 

8 



►s. »>*« «» 



— 122 — 

fessioni e agli uffizi. Cosi fece 1' Arabia e i dodici anni 
dal '48 al '60 furono per lui fecondi di belle meditazioni 
e di piu eletti studi, fra le cure del foro, ove seguiva 
sempre il Marini-Serra, e quelle della sua scuola di Di- 
ritto Penale, che ando acquistando sempre piu voga e 
favore. Pubblic6 in poco tempo tre raccolte di poesie, 
due delle quali edite, per i torchi del Migliaccio, a^ 
Salerno, dove si recava di tanto in tanto a vedere 
quel fratelli Alfonso e Francesco Linguiti, che furono 
anch' essi tanto decoro delle lettere, e de' quali il mi- 
glior elogio, dopo la morte compianta, fu scritto dal 
dcgno loro diseepolo Giuseppe Olivieri autore a sua 
volta di eleganti scritture. Dal '54 al '58 le cure poe- 
tiche dell' Arabia furono continue, molte cose antiche 
rife.<te e lim6, altre nuove ne scrisse, e le raccolte in- 
fioro sempre di pregiate prose, spesso polemiche. Certo 
se fosse stato nelle intenzioni dell' autore riprodurre 
tutto quello che usci dalla sua penna, molte altre 
poesie si troverebbero qui inserite, e fra le altre, qual- 
cuna che, se non in tutto perfetta, ha qua e Ik cose 
veramente belle, sopra tutto dal punto di vista estetieo. 
Le Tre Verging per esempio, che egli ci presenta. 

Eran tre belle vergini, e d' ognuna 
Tenea le membra il sonno allor che folte 
Fa le ten^bre la sparita luna. 



Matilde, a cui piu poche primavere 
Avevan sorriso, la sua mano bianca 
Tien fra le anella del suo crine nere : 

E su vi posa la gentile manca 



— 123 — 

Guancia, mentre la man compagna cade 
Col nudo braccio su le coltri stanca. 

Entro un mondo di luce e di beltade 
S'avvolge la fanciuUa, e quanto mira 
Biso ^ a la vaga spensierata etade. 

Croce facendo de le bianche braccia 
£ guardia al puro sen, tranquilla e cheta 
Posa Giselda su '1 guancial la faccia. 

II velo de le palpebre di seta 
Al tutto di suoi graiidi occhi il lodato 
Gentil cilcstro trasparir non vieta. 

Non una fuoj: del petti ne dorato 
Ciocca si svolse del sue crine biondo, 
Cosi che 1' ale sopra lei librato 

Par che non abbia il sonno, ma un profondo 
Casto silenzio, che gradito amante 
Per sua la voile, e la rapi va al mondo. 



Resta Laura, lapiu umana, cui allude il poeta nelle 
terzine tralasciate, che non dalle feste n6 dai cenobi 
6 attirata, ma da un amico giovinetto e 

. . . Lui, lui sempre ovunque ellar ravvisa. 

Sempre il gentile, il radiante foco, 
Che da le sue vive pupille scende 
Per V amorosa non diventa fioco. 



— 124 — 

Che ne dicono i raffiuati di oggi, di cui taluni cre- 
dono di far cosa nuova? 

II male h nel convenzionalismo che sorge dove meno 
si aspetta. C'6, per esempio, almeno per gli spiritaalisti, 
idea piii vera, e in ogni caso attraente, delP amore 
senza confine in cui s' insempra, come dice Dante, il 
caduco amor terreno? Ma qnando questo concetto spanta 
ad ogni passo ed 6 cucinato in tutte le salse, diventa 
un luogo comune. Ed ecco perch6 io non voglio tur- 
bare la soddisfazione estetica del iettore con la chiusa 
di queste Tre Vergini, 

P. C. UUoa, nella sua opera Penseis et Souvenirs 
Sur la litt^rature contemporaine du Royauine de Naples 
edito a Ginevra dallo Cherboliez nel 1859, pari a del- 
1' Arabia e dice che V Eugenio « est une nouvelle qui 
a je ne sais quoi d' intime, et de myst^rieux comme 
I'eau qui coule sans mormure. Les vers sont beaux quoi- 
que souvent d'une trop grande simplicity » Al trove gU 
riconosce « une extreme sensibility k T accord si n6ces- 
saire entre le rhythme et la pens^e, une imitation na- 
turelle des classiques et une etonnant fertility d' ima- 
ges » . E riporta alcune oltave ai Camaldoli, dove gli par: 

piu casto spiri 

Ogni profumo, e tai sembran le piante, 
Quasi il silenzio che qui regna, aveese 
Fatto pensose e meditanti anch' esse. 

Ivi h bello vedere ; 

. . . quelli ch' eran monti, or basse valli 
Piegar correndo umilemente al mare, 
E qui riso di campi, e \k cristalli 
Di laghi al sol purissimo brillare. 



— 125 — 

Ma quel che pin attira il poeta h la grpn pace che, 
^li arrideva inoltrando ove : 



L' orizzonte piu s' apre, una chiarezza 
Maggior corre per tutto, ed il vicino 
Bosco selvaggio odor spande, ed olezza 
Pill soave e gentil per la silvestra 
Sicpe, il timo col nardo e la ginestra. 

Onde, entusiasmato, prorompe in questa apostrofe : 

O tu, de'mondi eterei auspice, e sola 
Custode e diva, o santa poesia, 
S' unqua al sonar di tua viva parola 
Reverente tremo P anima mia, 
A lei die a te perennemente vola 
E cosa altra non cerca e non disia, 
Dischiudi ognora le beate soglie 
De la ragion che la tua luce accoglie. 

Riso d' amore e riso di speranza, 
E confidente ardir di giovinezza, 
Tutto rovini, e il mondo arida stanza 
Si porga al core, che riguarda, e sprezza. 
Solo che del tuo crin P alma fraganza, 
Sol che degli occhi tuoi la lucentezza 
A me sia data, o santa, e ognor con viva 
Fcde e amor lungo, venerata diva. 

Non si puo esitare a trovar lodevoli i versicitati, ma 
questo rimbombante saluto alia Musa mi pare risenta 
troppo della speciale convenzione accademica del tempo. 



— 126 — 

Ci riserbiamo di aecennare un giudizio sincero e 
spassionato sulla poesia delP Arabia, e a proposito di essa, 
in uno degli ultimi capitoli ; certo che egli aveva le 
doti a lui attribuite dall' Ulloa. Vorremmo qui, intanto, 
ofPrire un quadro complete della sua vita nel periodo 
in cui siamo giunti in relazione eon P accennata ferti- 
lity poetica ; ma pur troppo n6 di essa n6 della prece- 
dente avanzano document!, forse perch6, in momenti dif- 
ficili e pericolosi, distrutti. Non una lettera, non un ri- 
cordo fra le sue carte. Solo in una lettera di D. Bolo- 
gnese a V. Villari, che possediamo, c' 6 un cenno di una 
riunione, tenuta nel '55 in casa di Saverio Rendina per 
leggere la Isabella di Firenze di Francesco Vicoli, e 
Carlo Tito Dalbono Q) vi condusse pure « F. S. Arabia, a 
cui ha precedentemente presentato il Rendina. Questi 
ha letto anche qualche fraramento del suo Vecchio 
del lagOj che manifesta un' ardente fantasia. Ci siamo 
divertiti e mi duole che non ci siate venuti Voi, e Pe- 
trella, che aspettavamo (') ». 



(') Lo sorittore di losafat e delle Tradizioni italiane compo- 
neva e pubblicava in quel periodo il suo romanzo Livia degli 
Annibaldi, a proposito del quale 1' Arabia scrisse a an. colto 
amico toscano : « Noi non abbiamo nessuno da contraporre se- 
riamente al Manzoni e al D'Azegiio e ai vostri Niccolini, Guer- 
razzi e Giusti, se non forse al Niccolini, in parto, Q-abriele Bos- 
setti; ma la nostra varia e vast a produzione merita di essere pid 
conosciuta da voialtri, che avete gusto e sano giudizio. > La let- 
tera parla di due altri grandi meridionali, Alessio Simmaco 
Mazzocchi e Giovanni Meli e mi duole di non poterla riportare. 

C') A proposito deir autore della lone e delle Precauzioni e 
bene ricordare al Niceforo, sorittore dell' ingene roso libro (che 
imparai a stigmatizzare da un marchigiano !) L* Italia barbara 
contemporanea — doveaccanto a tristi verita sono molte bugie e, 
come direbbe TArabia, « minchionerie », anzi « cojonerie » per 



— 127 — 

Certo che la fama delP Arabia cresceva, e ne 6 segno 
evidente il ringhiare di qualche botolo fra le molti lodi 
nei giornali rimasti, come dalle strenne e dai libri ap- 
pare la crescente popolarit^. Alia quale, non meno che 
alia stima universale, dovette nel 1850 la sua nomina a 
socio delP Accademia Pontaniana, seguito soltanto dopo 
cinque anni, e per sua proposta, dalP amico diletto Vito 
Fomari, che pure con VArte del dire e altri lavori, aurei 
per quel tempo, si era afFermato fra i dotti. Gik I'Arabia 
era socio della Cosentina, della Florimentana, della Pa- 
normitana ecc, ma la nomina alia Pontaniana (ora abbel- 
lita dal sorriso della Duchessa d'Andria Carafa e dalla 
fama di Matilde Serao) corono Popera. Non c'6 certo biso- 
gno di ricordare, a proposito della Pontaniana, il Panor- 
mita e Giovanni Gioviano e poi Pietro Summonte, che la 
fondarono e le diedero lustro. Piuttosto 6 bene rinverdire 



nsare la parola piu efficace del Cardinal d' Esto — che nel se- 
colo XVIII i piu grandi maestri di musica farono quasi tutti 
napolitani e che napolitani sono stati Del XIX i migliori pit,- 
tori d' Italia. Poich6 i Vanvitelli e gli Alvino e il siculo luvara 
di cni tanto si glovo Torino, rappresentano eccezloni, avesse 
almeno parlato della sola architettura ! Ma T affermazione che 
ritalia meridionale manchi dl vero sense musicale e pittorico 
(O Bellini e Morelli ove siete? o pubblico del San Carlo ri- 
patato per tanto tempo il piu intelligente, o popolo orecchlsta 
musico e cantore, o compianto Mioeli, o povero Tosti, o infe- 
lice Michetti, andate a riporvi, e voi ombre di Salvator Bosa e 
di Laca « fa j^^i^sto » dormite tranquille !) fa il paio con I'altra 
che i costumi sieno piu corrotti nel Sud che nel Nord. Quasi 
nel prime, accanto a una plebe per necessita di cose corrotfca, 
ma, no, non cattiva e di cosi facile contentatura ! non s' incontri 
una borghesia in gran parte nel seno delle famiglio castigatis- 
sime : e nel secondo, a parte le tante eccezioni, 1' adulterio, a 
non dir altro, non sia elevate a sistema ! Oh come diversamente 



— 128 — 

la memoria del fatto nobilissimo che essa rivisse nel 
principio del secolo nostro per opera di Tioinini quali 
Vlncenzo Coco, Giustino Fortunate, Vincenzo Flauti, 
Francesco Lauria, il Nicolini, Domenico Sansone, Luigi 
Sementini e altri, i quali vl fecero entrare gli altri ilJu- 
stri Di Cesare, Signorelli, il Duca di Ventignano, F. M. 
Avellino, Agostino Gervasio, Domenico Forges Davan- 
zati, F. P. Tucci ecc, che ben presto ne rialzarono le 
sorti. E fra le pagine piii gloriose, oltre a quelle di ge- 
nerosi aiuti dati dagli stessi soci, 6 certamente V altra 
di avere unaninamente respinto, nel 1854, 1' uffizio go- 
vernativo coJ quale le si ingiungeva di cassare dal- 
1' elenco il D'Ondes Reggio, lo Scialoia il Mancini, Plm- 
briani, il Muzzarelli e Vincenzo Lanza, soci ordinari e 
corrispondenti, perch^ o emigrati politic! o condannati. 



giudicava la povera Napoli il grande spirlto di Camillo Cavour 
e com' egli sapeva scoprire delle nostra piaghe le reali cagioni, 
non dimenticando mai che i sacri silenzi di Pitagora, I'eroismo 
di Masaniello e di Tiberio Carafa, 11 soliloquio di Brnno, le divlna- 
zioni del Delia Porta, la luce del Vico, Pardiiaento giuridico del 
Filangieri, il vero storico e civile del Giannone, il Sacro Begio 
Consiglio, V Istituto Clinico, la Fabbrica di Capodimonte e altre 
instituzioni gravi e pietose, e altre glorie al Niceforo mezzo 
meridionale ! sconosciute, fra le quali il martirio delle grandi 
figure del 1799, bastano a riabilitare, so non gli errori dei governi, 
r ignavia e i vizi di nn popolo troppo e sempre malmenato e 
tradito ! Ma finche i meridionali non avranno acquistato la di- 
gnita di s^ stessi, e i milanesi non si saranno couvinti che Na- 
poli appartlene loro non meno di Milano, e gli italiani tutti 
che perfln Peretola e un lembo benedetto di terra italica, finche 
non sapremo onorarci e oompatirci a vicenda, la coscienza na- 
zionale sara una illusione ; e lo spirito immacolato di Gabriele 
Pope (e r altro non meno fiero di Guglielmo !) fremer^ di ncn 
poter ricacciare in gola, come un di le straniere, le fraterne con- 
tumelie ! 



— 129 — 

L'Accademia, per dimostrare aneora nna volta la sua in- 
dipendenza, non passo anzi a nnove elezioni, e qaando 
alcani di que! valentuomini tomarono a Napoli, ritrova- 
rono i loro posti e li rioccuparono fra gli applausi dei col- 
leghi, segno che anche nella calanniata Napoli si sente e 
si rispetta, piu che non paia, lo spirito di solidariet& tra 
i cultori del sapere. Quando PArabia vi entr6, I'Acca- 
demia prosperava sotto la presidenza del Genoino, e pa- 
recchi de' componimenti oontennti in questa raccolta vi 
lesse col plauso di lui e de' colleghi. II primo presi- 
dente del la rinnovata Aceademia fu lo storico Coco, an- 
tore del Saggio Storico e del Platone in Italia ; V ultimo 
e stato lo storico Bartolomeo Capasso, (pur commemorato 
da Giuseppe del Giudice), autore de La insurrezione pu- 
gliese e la conquista Nomia7inae della Historia Diploma- r <^ - ^^ 
tica Regni Siciliae, uomo di gran sapere e di anima candi- *■ -'-^ 
dissiraa che, col Minieri Eiccio, il Volpicella, il Camera e * *- / ^ -h\ 
altri, mantenne alta la tradizione delle ricerche storiche 
tra noi. L' Arabia serb6 fino all' ultimo il suo affetto alia 
Pontaniana e, vecchio, mando e fece leggere da altri 
le sue memorie. 

Ma se P Arabia, con altri molti, con la dignity della 
vita, la temperanza civile e il costante amore alia pa- 
tria sventurata, fu esempio dure vole che anche sotto la 
mala signoria si possono esercitare le piu sante cariti 
della esistenza ; seppe pure, con altri pochi, mostrare 
che fra esse santissima 6 quella che si rivolge a pro de- 
gli altri. Egli fu esemplare nel giovare ai giovani, nel gui- 
darli, consigliarli e spianar loro la via ; e quale inten- 
sity e costanza ponesse in cio P ha ben potuto speri- 
mentare chi scrive e gliene serberi vivissima gratitu- 
dine. Fra i nomi di coloro ai quali fece amorevolmente 
da mentore, anche quando le appareuze poterono mo- 



— 130 -^ 

strarlo aspro, basti ricordarne quattro Q) ahim^ morti in- 
nanzi sera e che egli molto pianse come molto li aveva 
amati.Il primo e il piu illustre 6 Vincenzo Baffi, anch'egli 
calabrese, entrato presto nell' agone poetico e con molto 
successo, i cui versi sono notevoli sopra tutto perl'ar- 
monia, e che ricordano, talvolta, ora il Baldacchini e 
ora il Carcano, altri suoi benevoli consiglieri. 
Valga questo esempio : 

Addio fanciulla, cui le chiomc amore 
De le piu vaghe adorna itale rose, 
Che a me, nel duolo de la patria, ascose 
Gioie infondesti nel diserto core ; 

Dolce fanciulla, addio. Te lo splendore 
Invita de le feste armoniose 
E me richiama il duolo alle pensose 
Veglie romite de le tacit e ore. 

Addio : ma se avverr^ che a' canti e a' balli 
Schiva t' involi, ed in arcana e pia 
Estasi accolta, i limpidi occhi avvalli ; 

Pensa al lontano amico : i lieti giorni 
Dona al mondo infedel ; purche tu mia, 
Sol mia ne V ora del dolor ritorni. 



(*) E sarebbero piu, Vincenzo Tarantini, p. e, in morte del 
quale, poetando, dlceva : 

E la memoria vostra, 

Giovani liori non aperti, e spenti, 
E un pensiero d'amor rotto dal fato, 
Per r universa vita, entro il cui seno 
Foglia non move o leve aura non venta 
Inosservata 



— 131 — 

II Baffi, morto nel 1881, salutava I'Arabia maestro e 
god^ per lungo tempo la sua confidenza, senza che il 
protettore avesse certamente potuto immaginare che il 
protetto V avrebbe di non pochi anni preceduto nella 
tOQiba ! 

II secondo fu Eduardo Castellano, soave poeta per mu- 
sica, che, liberato dal carcere politico, venne assalito da 
una lenta e incurabile InfermitA di petto che a venti- 
quattro anni di etk lo uccise, e durante la quale non 
trovo conforto che nella dolce e fida amicizia del suo 
Federico Persico, il quale nella Conferenza al Filologico 
gii citata ne fece pure gentile commemorazione. L'Ara- 
rabia lo lodo, lo incoraggi6, e forse fece di piu a giu- 
dicare da un sonetto che il Castellano gli dedico nel 1849 
nella Strenna // SolitariOj in segno di costante ricono- 
scenza. 

II terzo fu Salvatore Russo, il piu caro forse, che a 
dir di una epigrafe del Fornari nel volto e nei costumi 
ritraeva una modesUa angelica^ e del quale il Melga, nella 
necrologiadata fuori nel 1852, ricorda che sventdratamen- 
te si era abbattuto in alcuni « che menando gran rumore 
a quel giorni, erano corrompitori del retto pensarc e dello 
scrivere con garbo italiano. Ma ei non duro gran pezza 
a seguitare le orme di costoro; perocch6 la ventura gli 
fece trovare in Francesco Saverlo Arabia, giovane di 
specchiati costumi e di politissime lettere ornato, e i)oco 
appresso, in un altro valentissimo uomo, due amore- 
voli amici, che si diedero per tempo a consigliarlo cd 
ebberlo in breve rifatto al tutto di gusto. Delia qual cosa 
fino all' ultimo voile, specialmente al primo, chiamarsi 
debitore, confessandogli nella breve lettera onde, come 
a maestro, gli indirizza il tomettino de' suoi versi, 
come quegli era stato colui che avevagli disuggellato 



— 132 — 

g\i occhi alle infinite bellezze della Divina Commedia. 
Salvatore, clie erasi avveduto quanto i consigli del 
suo amico gli avevano giovato, per meglio rifarsi di 
lingua, prese ad usare alia scuola, ond' era poeo innanzi 
lo stesso Arabia uscito, nnica in Napoli allora ; quella 
di Basilic Puoti ». 

L' Arabia, nel fatale 1852, raccolse V ultimo respiro 
del Russo, che aveva egregiamente tradotto 11 CHstiano 
del Lamartine, e a cui paiono accomodarsi gli ultimi 
versi che egli aveva resi cosi : 

. . . Vol piangete, ed io gik nella sacra 
Tazza ho bevuto d' ogni mal I' obblio ; 
E inebbriata V anima trapassa 
II limitare delP empirea sede. 

Fu presso P Arabia che il Russo conobbe la Giannina 
Milli e il Paladini, e questi e altri gli ornarouo gentil- 
mente di fieri poetici il precoce sepolcro. 

Finalmente il quarto fu Antonio Piccirilli, vissuto 
dal 1839 al 1862, pittore di due grandi tele II Savona- 
rola 6 La morte di Socrate e scrittore del dramma ap- 
plaudito in tutta Italia e lodato dal Mafi'ei e dal Frul- 
lani, Ernanude De Deo. Di lui si hanno due volumetti 
postumi di prose e versi giovanili, e a lui il Dall'Ongaro 
diceva : 

Tu che la penna al par tratti e '1 pennello, 
Vate e pittor t' inspira al vero e al bello : 
Sii poeta se pingi, e sii pittore, 
Sciogliendo all' aure le armonie del core. 

Spirito libero e ardente, egli si ribellava alle regole, 
alle norme prestabilite, rifugg'iva dalle fisime delle scuole. 



— 133 — 

L' Arabia gli scriveva epistole, in fondo affettuose, ma 
molto acri, per condnrlo a studi ordinnti e progressivi. 
Gli criticava gli scritci, che del resto erano ancor lungi 
dalla perfezione, ma il giovine amico nicchlava pur rin- 
graziandolo. E mori da ribelle come era vissuto, ma 
1 'Arabia lo pianse e quando parlava di lui, dopo aver- 
gli rogalato del minchione, conclude va con un fine sor- 
riso : Era nu piccerillo gmosao. 

Ma giA, di dispute letterarie Francesco Saverio ne 
aveva bene in casa, senza bisogno di cercarne fuori. 
Ck)l caro fratello Tommaso non eran d'accordo in tutto, 
poich6 se Francesco doveva finire col cedere al De San- 
ctis nella prosa, non gli cedeva ancora interamente 
in questa, e tanto meno nella poesia, e a Tommaso, 
che ripeteva i canoni del coraune maestro e amico suo, 
rispondeva senz'altro che non poteva aversi a sicura 
guida ch£ non aveva mai scritto un sol verso, ac- 
cusa fatta al De Sanctis anche dal Eicciardi nella 
prefazione ai versi della sorella Irene ; ma il De San- 
ctis pochi, ma semplici e sehietti, versi, li scrisse. Ne 
sappiamo se fu per qneste discordie, o per essere stato 
suo discepolo, j perch6 ne conosceva I'umore, che il 
De Sanctis, innegnando nel 1872-73 intorno ai poeti napo- 
litani, di tutti parlo tranne dell' Arabia, che pure gli 
aveva dedicato il NettunOy e non ostante che scrivessc- 
di altriviventi e persino del Baffi, valente discepolo 
deir Arabia. Se pure, stimandolo plu degli altri, como 
qualcuno crede, non ne tacque per una di quelle 
singolari' reazioni della natura umana che, come egli 
Btesso diceva, la rendono cosl strana ; o piuttosto lo 
dimentic6 per distrazione. Certo che il Padula gli si 
presento da s^, sfidandolo quasi a parlar di lui. 

A Francesco Saverio, che voleva il verso bello di per s6 



— 134 — 

e per intuizioue intima, di andatura classica, e che si limi- 
tasse a cantare alcuni sentimenti riposti delP animo, e 
quasi quel che d' ideale ha 11 pensiero, mostrando bensi il 
vero, raa attraverso un vclo tessuto dall'arte ; Tommaso 
contrapponeva un verso piii libero e sciolto, inspirato da 
ci6 che gli ferveva intorno, animato bensi da spirito pa- 
triottico per 11 tempo che correva, ma che esprlmesse 
al vivo le passioni. Ma, a giudicare dai lavori di Tom- 
maso che sono a starapa, egli non riusci ad essere che 
un romantico, e pero in fondo era meno lontano dal fra- 
tello di quel che credessero. Poich^ non si potrebbe con 
esattezza affermare che Francesco Saverio fosse addi- 
rittura e sempre un clas&ico, e piuttosto che contempc- 
rasse con acume i principal! canon! de' classic! con 
qualche innovazione del romantic!, aborrendo quanto di 
eccessivo e di teatrale 6 in quest!. Infatti egli non si 
contenta solo e sempre che la forma sia castigata, cerca 
pure d! spiritualizzarla alquanto, non la rende solo e 
sempre fine, ma talvolta anche mezzo per produrre 
impression! e sentimenti ; ma! al punto, per altro, 
d! snaturare Faffetto rendendolo veemente fin da prin- 
cipio, sostituendo al plastico il lirico. Si sente 1' in- 
flusso del poet! fino al Leopardi !ncluso,*e c'6 la prova 
che il romanticismo a Napol! giunse stanco e perj 
dette in eccessi, o si adagio, come in lui, sulle forme 
classiche. Ma lo stesso Tommaso non varco 1 limiti del 
giusto, se non che, vuol per diverso indirlzzo di studi, 
vuo! per le diverse esigenze del teatro, IMnfluenza del 
Manzoni e dell' Hugo 6 in lui evidente. Quell'andatura 
placida e serena che Francesco Saverio non perde nelle 
cose piu calde, 6 sostituita in Tommaso da una mag- 
giore evidenza rappresentativa e forza di espressione 
che, piu che da teorie estetiche, muovono dal concetto 



Tin" 



— 135 — 

della vita, e anche da un piii sentito spirito civile. Ma 
son baleni, e in luogo del sen ti men tali smo idilliaco del 
fratello, t' incontri nelP idealismo fantastico. Erance- 
seo Saverio doveva tener duro, anche perch6, co- 
me ha ricordato 11 Cianci Sanseverino, se devest al 
Campagna il ritorno in onore fra i poeti napolitani 
della terzina dantesca, si deve al Baldacchini e all'A- 
rabia principalmente il ritorno alia maesti e freschezza 
del numero, in grazia del quale si affermarono sopra tutto 
nello sciolto, che il Campagna e la Guacci usarono di 
rado « forse — aggiunge il Cianci — per non meritare 
il rimprovero del Baretti, che tan to si adira contro 
quelli che in dispregio chiama versiscioltai ». 

Ora chi non sa che lo sciolto, meglio di ogni altra 
forma di verso, si presta alia variety delle armonie e 
a un ben inteso magistero musicale ? Ma quando Fran- 
cesco Saverio vide che Tommaso non lo mancggiava 
poi male e lo alternava benissimo con gli altri metri, 
e che le differenze accennate erano in lui sostenute dal 
bisogno del ricambio di sentiment! immediati di affetti 
vissuti, che ^ proprio della forma drammatica, lo lascio 
in pace. Dopo tutto Tommaso non partecipava alle au- 
dacie dell'amico Padula, n6, per quanto lettore di Sha- 
kespeare, ai grandi contrast! di questi, che il fratello 
ammirava solo in quanto che, da to il genio del divino 
William, alia invocata pura bellezza era almeno sosti- 
tuito il sublime e il meraviglioso. Del resto gli intenti 
dei due fratelli erano cosi comuni, che mentre France- 
sco Saverio dava lezioni di.diritto, Tommaso continuava 
a studiarlo alacremente sotto la direzione de'valenti Luigi 
Capuano e Filippo De Blasio ; e insieme ppi i due fra- 
telli pensarono al modo di fecondare il pensiero ci- 
vile senza dar troppo nelPocchio. 



— 136 — 

Fu nel 1854 chc pubblicarono lo Spettatore Napoleta- 
no. Con graudi sforzi ottennero che il giomale avess^^e una 
cronaca politica che, quantunque ridotta dalla Censara 
preventiva, fra riga e riga qualche raggio di luce lo 
matidava. Collaboratori, fra gli altri, del giornale furono^ 
il Manna, il Pessina, il Baldacchini, 11 Magliani, il Man- 
cini. Qualcuno dei lavori di Ciccillo si trova qui ristam- 
pato. Fra quell! di Tommasino 6 lodevole uno studio su la 
Lirica ifaliana, dove, fra Paltro, quasi rispondendo al 
fratello, accenna al giusto concetto che I'essenza delParte 
^ nelPindividuazionedelP idea, in modo che, se non con- 
sista certaroente nel dir le cose, non basti rivelare nep- 
pure Paffetto come un'astrazione, un bisogno della mente. 
poich^ in tal caso la poesiasiperde inunavaga generalita: 
e si avranno, puta caso, de' versi puliti ed eleganti, ma 
che, pur ammirandoli, si leggono senza commuoversi, 
senza trovarvi poesia. — Nel 1857 pubblicarono una 
Strenna dello Spettatore con versi del Baldacchini, Baffi, 
Cenni, Sabino Lofifredo, ora Consigliere di Cassazione a 
Napoli, Angelo Santangelo e degli stessi Arabia ; e 
con prose del Manna e del duca Tomacelli, e due de- 
licate riduzioni, una di GSethe fatta dal Persico, Paltra 
di Longfellow, fatta dal Paladini. 

Altri giornali del tempo erano il Diorama^ il NoonadCy il 
Palazzo di cristallo o il Poliorama Pittortsco gi& citati, e 
c'erapure il Giamhattista Vico inspirato dal Conte di 
Siracusa, dotta e ricca ri vista. Molte notizie in proposito 
si trovano in quella vera miniera che h 11 noto libro 
di Kaffaele De Ccsare, La fine di un RegnOy di Memor^ 
edito dal Lapi a Citt& di Castello. NeJ Secolo XIX 
altro giornale, fu notevole, egli scrive, « una polemiea 
letteraria fra Federico Querela e Francesco Saverio Ara- 
bia, a proposito di alcuni versi di quest'ultimo, dal Qucr- 



- 137 — 

cia criticati, per il che TArabia montd in bizza. Q) Ma 
questa polemica abbastanza vivace, non fini in duello, 
come I'altra fra Luigi Indelli e Camillo Caracciolo a 
proposito di un sonetto di qnest'altimo... La polizia vo- 
leva esiliare i com batten ti a Malta, ma Ferdinando IP, 
rassiciirato cho i due pennaruli non si erano battuti 
per causa politica. ne rise e li lasci6 tranquilli >. II 
Quercia non solo trovava troppo limitata la poesia del- 
PArabia, ma le negava ogni personality, dicendola solo 
frutto di studi. Sentenza, che se, da un certo pun to di 
vista, poteva avere del vero, era poi certamente esage- 
rata, e di cui la condanna 6 nelle poesie del Quercia, 
valorosQ come' dicemmo, ma non fatto per poetare, mentre 
alP Arabia un buon posto nel Parnaso Partenopeo non lo 
toglie nessuno. 

Non 6 caro agli Dei Pindaro solo. 

. Erano notevoli, fra gli altri scritti dei giornali an- 
zidctti e di altri, quelli di valenti di ambo i sessi cho non 
abbiamo forse nominati : Adelaide Cbiulli, Ada Beuini, 



(') II Be Cesare non scende a partioolari, ma a mo place ri- 
cordare ohe 1' Arabia, fra I'altro, chiedeva al Qaercia il c Di- 
ploma » della sua « dittatura » e all' aifermazione di Ini die di 
qaanto noocia la imitazione de' Glassioi 6 esempio grandissimo 
il Tasso, che 8capit6 tanto nel rimutare la Qerusalemme nella 
Conquistata^ risponde parergli cbe « il ripudio che egli fece della 
prima non gli fa cojisigliato tanto dall' imitare Qreci o Latin i 
qnaoto dalle grida <i dallo scalpore dei criticl, gente stata al- 
Varte sempre esiziale, anohe qoando era molto meno balorda 
che ora non 6 »: Essero « la imitazione ragionevole condizione 
assolnta in ogni letteratura gi& formata, e non potersi scrivere 
poesia, e tanto meno parlarne, senza averne I'abito, val dire 
senza aver stndiato moltissimo in qnei Classioi » da cui il Q. 
pretendeva < non essere stata gaasta » la propria spontaneeta. 
{Giornale dei giornali napoletani^ anno II, 21 Gingno 1866 . 

9 



— 138 - 

EnricheCta Sava, Carolina D'Auria, Adelaide Folli^ro, 
Carolina Bonucci, Mariannina Spada, Maria Lettieri, El- 
vira Giampietro, Giovannina Papa; eDomenico Trotta, 
Giuseppe Minaei, Giovanni Panz6ra« OUavio Serena, 
Carlo Barbieri, Ginlio Salciti, Vacaro Matonti, Luigi Cas- 
sitti, Carlo Cammarota, Luigi Coppola, Carlo Tortora 
Bray da Gaetano Bernardi ecc. Fra le prime emerge vano 
per sieriet& di studi la Chinlli e la Folliero; i second! 
erano, piu che altro, ingegni facili e versatili, quasi 
tutti amici di Tommasino, c^^ Ciccio Saverio se la faceva 
coi maggiori. 

Infaticabili i due fratelli e desiderosi del meglio, vol- 
gevano sempre I'animo a cose piu gravi. .E mentre Fran- 
cesco apparecchiava la 2. edizione de' suoi Principn di 
Diritie Pendle, che gik era sembrato rappresentasse 
un'alta reazione alle utilitarie dottrine del Bentham, 
Tommaso maturava il suo programma di riforma del 
teatro. In fondo non si riproducevano oramai che com- 
medie e drammi stranieri. Gli autori cittadini, che ave- 
vano scritto prima, scoraggiati abband(mavaiK> la sees*. 
Era opera di risveglio intellettuale e morale produrre 
lavori originally e I'Arabia voile, arditamente, che fosse 
anche opera patriottica. Esordi col Francesco Fermccij 
ma fu impossibile ottenerne la rappresentazione e la 
stampa, compose allora una Piccarda Donatio ma la 
Censura consent! solo che si stampasse ('). Non si stanc6 
e scrisse la Saifo. Narrasi che quando ne giunse I'an- 
nunzio a Ferdinando II, egli dicesse maliziosalnente 
che dovevasi piu temere di questa femmina che del 



(') La secpuda edizione riveduta h del 1838. Salerno, Migliac- 
cio. Belle sopra tutto le scene di amore, ohe alamo dolenti non 
poter riportare, ma dove vibra il pensiero h vigoria non comune, 



— 139 — 

Fermcci ; co^ come, ammirando alVEsposizione gVIto- 
fwdasti del Morelli, disse a bassa voce al g^ande pittore 
che Ik c'era un pensiero politico 8-fiiggito ag]f altri, ma 
poich6 lo sapevano solamente loro due, non c'erada im- 
pensierirsene. (*) Ma la Censura questa volta voile bevere 
an po' all'ingrosso e, datosi il lasso di qualche cassatnra, 
permise la recita Safica. Impresario del teatro del Flo- 
rentini e direttore della compagnia era Adamo Albert! 
e aveva artisti come la Sadwoscki, 11 Maieroni, il Bozsso 
e 11 brillante Taddei, a tacere de* valenti giovani Monti, 
Vestri, Marchionni ecc. Oltre ai drammi francesi, rap- 
presentava opere pregevoH italiane del D'Aste, del Ma- 
renco, del Gherardo del Testa, del Fortis, del Giacometti, 
del Castelvetro, di Gigi Albert! e del Ferrari, e le tragedie 
di Alfieri. Gil parve bello che an napolitano volesse 
ritentare I'arringo e fa largo d'incoraggiamento all'Ara- 
bia. Saffo ebbe an saccesso strepitoso, fa an vero av- 
venimento e si ripetette per dodici sere, ma alia tredi- 
cesima la Polizia, aecortasi del tranello, proibi la rap- 
presentazione. La sera della prima Tommaso sedeva 
perplesso nel sao caff6 De Angel is, qaando vennero a 



cbe xnnove dal concetto inforiuatore di tntto il lavoro, essere le 
intestine lotte la causa del mali tutti d' Italia. 

Quarampio torrente, 

egli dice, 

che preoipita giii dalle nevose 

Alpi, e prati devasta, arbori e campi, 

la discordia civil cosi distrugge 

ogni bel fior delV italo giardlno. {Sc^tna terzaj 

(*) L' anedotto fa raccontato dal Morelli stesso — ahim^ ra- 
pito all' Italia dt cai Lni e Verdi erano le piu fulgide gemme — 
nel gno scritto La pittura a Napoli e FiUp^jo Palizsi, riprodotto 
in Napoli NdbilUsima. 



— 140 - 

chiamarlo perch^ il pubblico, fra applausi fragorosi, ue 
esigeva la presenza. 

Qaella tragedia dest6 molte polemiche. Ne scrissero 
i critici ritenuti piu autorevoli: il Qaercia, I'Indelli, il 
Torelli, Floriano del Zio. Risorgevano le vecchie qui- 
stioni letterarie sulP unit4 di tempo e di luogo ecc. 
ecc. II poeta non solo vi ritraeva V infelicissima e 
divina donna, ma la rendeva ancora incita trice del 
gnerrieri combattenti contro i barbari invasori della 
Grecia. Memor dice Tommaso fra i giovani piii tnfiani- 
mati di libertd^ ricorda 11 trionfo del dramma e ag- 
giunge : « La Saffo, piu che una riproduzione del per- 
sonagglo convenzionale, era un lavoro con allusioni 
politiche, che iJ pubblico afferrava a volo e copriva 
di applausi. Soscitava naturalmente le ire del recoricl 
e del pedanti. Critici e poeti affilarono le penneo in- 
vocarono le muse per quella Saffo, Enrico Pessina ne 
scrisse nelP Iride un articolo apologetico. Col Pessina 
poleraizz6 vivacemente, nella Rondinella^ Vincenzo Pe- 
tra, indomabile brontolone, ma Don Enrico gli scara- 
vent6, in risposta, un articolo di sei colonne e lo ridusse 
al silenzio » . Era il Petra mosso, a quanto pare, anche 
da invidia. La polemica fu ristampata a parte sotto 
il titolo di Guerra Safflca e giunse fino in Francia, 
dove trovo eco. 

Incoraggiato, P Alberti riprodusse i drammi di altri let- 
terati napolitani e ne fece scrivere di nuovi. Cosl ebbero 
successo piu o meno duraturo pregevoli lavori del Duca 
Proto che desto furore con la Gaspara Stampa^ di 
Pietro Laviano Tito, di Michele Cuciniello, di Dome- 
nico Bolognese, che col Noema o Im figlia di Caino 
super6 tutti. « Un successo piii clamoroso, un entusia- 
smo teatrale piu deciso di quello prodotto da questa 



— 141 — 

tragcdia non 6 a nostra notizia. Eompere a mezzo il 
gesto, la parola, un movimento le cento volte, sono 
prove di avvenimento piCi che straordinario, nnico » 
scrisse nell' Omnibus Vincenzo Torelli, preludendo ai 
suecessi del fig-lio Achille. Si pensi duQque se fu be- 
nefiea la iniziativa di Tommaso Arabia ! Francesco Sa- 
verio era licto de' trionfi del fratello e mlrava solo a 
ottenere che non si ponesse troppo in mostra, e raddop- 
pio la sua vigilanza qnando lo vide atnmesso nel Co- 
mi tato deirOrdine con De Filippo, Nisco, De Vincenzi, 
Pessina, Spaventa e altri (•^). Dal canto suo, continuava a 
frequentare gli antichi amici Baldaccbini, Fabricatore, 
Antonio Galasso, filosofo di merito, Fortunato Miletto 
avvocato e patriota, Ranieri, Ferrigni che riapriva i suoi 
saloni, Marini-Serra che iniziava una nuova gioventu 
con a capo Eduardo Ruffa, e Tarantini, che in sua casa 
aecoglieva avvocati e letterati, e de' primi sopra tutto 
Tito Cacace, Emilio Civita, Correra, Castellano, e de' se- 
condi Nicola Sole, Don RafFaele Sacco, grazioso poeta 
dialcttale, Nicola Caeca vone ecc. 

Qualche volta andava a trattenersi all'Istituto Bor- 
selli, dove insegnavano suo fratello Tommaso, il Persico, 
il Vitelli e I'ottimo Pepere ora professore di diritto al- 
rUniversita. Siamo agli albori del 1860 e un anno prima 
I'Arabia aveva sposato, coronando le aspirazioni sue, 
una donna pia e buona, che doveva essergli compagna 
aflPettuosa e deferente, la signora Marianna Martini ve- 
dova Grandinetti. Divenne piii intimo del fratello di 



(') 11 Cemitato aveva un giornaletto olandestino, BolUttino 
del C. dHVO. destinato a corannicare le notizie della giierra ai 
liberali, ova coi citati collaboravano Pietro Lacava, Aristide Fa- 
bricatore occ. FranoescQ Morano, poi insigne oculista, era fra i 
distribatori. 



— 142 — 

lei, Giuseppe, uomo patriarcale, e dimorarono in santa 
pAee gran parte dell' anno fra Meta e Sorrento, a cui, 
rivoigendod, cantava nell'anacreontiea del tempo: 

£ anchMo mirai la splendida 
Verdezza de' tuoi clivi, 
Bevvi I'aura ehe mormora 
Fra i cedri, fra gli ulivi, 
E anch'io mi piacqui, immemore 
D'ogni terreno evento, 
Bella, gentil Sorrento 
Fra r ombre tue posar. 

Amiche di silenzii 
Ombre perenni e grate, 
Ove evocai dei giovani 
Anni le forme amate, 
Ove piu dolci e liberi 
Canti il poeta impetra 
£ s'alza infino a Petra 
Del saggio il meditar. 

E vidi anch'io ripetersi 
Ne la gentil pupilla 
De le tue figlie, Pumido 
Azzarro, ehe sfavilla 
Su per quel puro. tren^ulo 
Mar ehe ti vedi innante, 
Che ti sorride amante, 
Che ti sospira al pi6^ 



£ ivi lo trovo il grande voo-Ttfiov J^p della libectil 






— 143 — 

italiana, e 11 sno spirito fine potette cogliere, godendone, 
eoi sacri entusiasmi, la nota comica del contrasto, fra 
il passato morente e I'awenire incalzante, in nn piccolo 
luogo. 

VII 

Un altro napolitano e compagno delP Arabia, il Pa- 
dre Luigi Tosti, che fu abate di Montecassino, ne' suoi 
Scrifti Vari edit! nel 1870 presso la Badia, ha queste so- 
lenni parole, che i prelati di Boma dovrebbero ben medita* 
re: « Se la nostra civile rigenerazione fosse stato 11 f rut to 
di ana idea, di nn sistema, sarebbc cosa da diplomatici, sa- 
rebbe nn fatto circoscritto dai confini del nostro paese ; la 
sua fama morirebbe snlle caduche pagine delle gazzette, 
non arriverebbe a penetrare la nniversale coscienza. 
Ma essa ha soUevato gli animi di tutto il mondo civile, 
tutti sperano, tntti temono con noi, tutti ci gnardano. 
Qoalche fibra del cuore dell' Umanitd. 6 toccata. Chi 
danqne ha introdotto questa nostra Italia nella univer- 
sale coscienza ? quegli solo che ne ha le chiavi : il Cri- 
sto ». II fatidico anno 1860 si avanzo predetto dai sapienti, 
cantato dai poeti, salutato con gioia dai popoli, cui 
Pignoto sorrideva, aspettato e benedetto da tutti. Tutti, 
diciamolo pure, si illusero; e, dimenticando che Punione 
di tanti Stati in un solo non poteva essere senza grandi 
spostamenti, che la liberty esige sacri fizi, e che quando 
un fatto si 6 iucarnato nella realty,, non risponde raai 
alle aspirazioni e, per lo meno, apre il campo ad altre 
aspirazioni ; si sogn6 un regno di pace e di fratellanza 
universale, che forse solamente in plenitudine temporum^ 
per usare le parole di Cristo, sara possibile suUa terra. 

Ideologi per necessity, 1 nostri padri non seppero 
immaginare che un lungo perlodo di transizione si ren- 



— 144 — 

deva inevitabile, e disUlusi dalla leggereziza nei costumi 
e negli'studi, dalla caccia agli impieghi, dallo spcrpero 
del pubblico denaro e dal trionfo della camorra, pen- 
sarono che si stava meglio quando si stava x>^ggio. Spetta 
a noi giovaiii di mostrar loro che i grand! mali, da cui 
i non piccoli benefizi sembrano avviliti, e la prcsente 
stanchezza morale dopo tanto operare, non sono che un 
fatto inevitabile e passeggero nella storia di un popolo 
risorto come TAraba Fenice dalle ceneri del suo sepolcro. 

In ogni modo Pentrata di Garibaldi e poi di Vittorio 
Emanuele in Napoli senza colpo ferire, dopo secoli di 
ignominiosa servitii, parve e fa opera provvidenziale. 

Una commissione di eletti cittadini, che furono il mar- 
chese D'Afflitto, il principe Pignatelli Strongoli, il Duca 
di Melissano, il Conte Dentice, il Marchese di Bella, 
Edoardo Pandola, Giuseppe Colonna, Giuseppe Vacca, 
Generale De Sauget, Michele Persico, Luigi Settem- 
brini, Gaetano Lapegna, Antonio Ranieri, Giuseppe 
Ferrigni, Marino Turchi e due donne, le Sorelle Enri- 
chetta Ferrigni e Paolina Ranieri, ando a Grottamare a 
recare al Re le aspirazioni della liberty e le primizie 
del plebiscito ; come gi^ un' altra commissione compo- 
sta de' precedent! e, con essi, di Francesco De Sanctis, 
Saverio Baldacchini, Ruggero Bonghi, Mariano D'Ayala, 
Stanislao Gatt! (\), Raffaele Conforti, Ferdinand© Pala- 
sciano e altri aveva solennemente salutato al suo enirare 
Garibaldi. E i due grandi intesero che que! cittadini erano 
veramente interpret! della coscienza universale. Anche 
oggi la Monarchia resta il pi^ sicuro palladio della unit^, 



(') Di cui — non 6 tardi dirlo ora — quel fine spirito del D' Ovi- 
dio ha notato che rappresento, in altra luisura,. una crltica non 
meno concreta e psicologica di quello tanto lodato nel De Sanctis. 



— 145 - 

tnttoch6 non pochi s' ingegnino qualche volta di scredi- 
tarla, facendo desiderare altri ordini. Nod potevano allora 
mancare le pubblicazioni letterarie, e fra le altre, fu 
notevole VOmaggio Parienopeo al Re Galantuomo pub- 
biicato da Gaetano Galdi, ornato di un ritratto di Vit- 
torio Emanuele e di uno di Garibaldi, nel quale sono 
versi e prose, dedicati airuno e alPaltro, di Giuseppe 
Lazzaro, M. Baldacchini, Laura Mancini, Stefano Pa- 
ladini, Luigi Indelli, Federico Quercia, Giannina Milli, 
Carlo Massimissa PresterA, Francesco Proto, S. Baldac- 
chini, C. T. Dalbono, Pietro Sterbini e Rosa Massa. 
L^ Arabia vi pubblico la sua canzone A Vittorio Ema- 
nuele Be d' Italia, dove sono versi virili come quest! : 

Altera sorge 

L'onnipossente idea : 
Nulla resiste, nel tuo petto un solo 
Amor, ne la tua mente un sol pensiero, 
Che ti rende d'ardir bello e di fede, 
E innanzi a te I'antico fa to cede. 

Per I'italica terra 
Risuona il disiato inno di guerra, 
Suona rinno di guerra, e dove il grido 
Pill s'alza, e dove 6 piCi il ferir mortale, 
Ove il fumo 6 piu spesso, t 

Tu sei, guerrier fatale. 
Tengon I'ardor del nobile cavallo, 
Innamorato del periglio anch'esso, 
Invano i piu valenti. 
Palpitan essi, e Italia tutta trema. 
Ma tu baldo prosegui, e consacrato 



— 146 — 

■ 

Da i'ira d'nna gente, 

Espiator sovrano 

De' re, che al gran delitto 

Congiurar de l*italica rovina. 

Ferrea d' I tali a ^ la corona, e franco 

II tuo piede cammina 

Fra le stragi a pigliarla. In cor giurasti 

Ch'altra tu non riayrai 

Che quella fatta del tuo proprio ferro, 

In giro torto 11 dl che 11 sol fia splenda, 

£ non trovl tra noi straniera tenda. 

Ed egregio fra tntti, 
Invitto t'accompagna an cavaliero 
Per cui il valor antico^ 
Che favola ne parve, or sembra vero. 
Quanta h I'ira che sbalza 
Com'onda chiusa, in quel suo petto audace 
Contro il nefando barbaro straniero 
Che a' nostri danni venne, 
Tanta 6 la viva face 
D'amor, che per te sente il generoso. 
Ove vol siate, le temute penne 
La vittoria rivolge, altro non s'ode 
^ Che un suonar d'inni di cittadi e ville, 
Un benedir di millc lingue e mille. 

E 11 poeta, rievocando le memorie passate, continua: 



La nobile tua mano 
Per eccelsa che sia, 



— 147 - 

Piu eccelsa ancor diventa 

Quando, prima, Titalico voler 

Scuote dal ferreo sonno ove dormla 

E grida contro la straniera rabbia ; 

Gome chiedea pregando 

Del dolor sn la sabbia, 

II cantor dl Valchiusa 

Piu de la patria che di Laura amante : 

Con le sue braccia gloriose e sante,- 

Scherno contro la rea 

Barbarica onda, an di spaldi e ripari 

Michelangelo alzava. 

Fu vano ! E lungi, dietro i monti e i mari, 

La sua 'alata vittoria il vol piegava. 

Ma Tuom cui desse il cielo 

L'opera rinnovar di quel divino, 

A qual fine piu nobile e piu degno 

Puo la mano adoprar, porre Tingegno? 

Manca a questo, come ad altrl componimenti, una 
maggiore sobriety e quella eguaglianza mai turbata 
di magistrale altezza, che 6 sola de' grand 1 poeti, di 
quelli cio6 che, possedendo tutte le quality unite in- 
sieme, soli salgono a fama duratura ; onde avvienc an- 
che qui, che piu si gusta a leggerne de' brani, che 
iutero. La canzone finisce, mi pare efficacemente, cos) ; 

Sorgi, re delPidea, 

Ecco al tuo soglio luminoso intorno 

Non cuori falsi, e teste 

Per vilti prone, ma levate fronti, 

Sguardi ove brilla carit^ del loco 



- 148 — 

A tutti noi natale, caritade 

Che imracDSurata abbraccia. 

Tutti gli oppress!, della terra intera. 

A Tom bra del tuo trono, ecco il fecondo 

Di luce e d'armouia regno soave, 

Eipiglia gik sul mondo 

Per sempre una, invincibile, disciolta, 

La gran gente latina un'altra volta. 

E se I'augurio non si 6 finora avverato, certo la 
colpa non 6 del povero poeta ! 

Soleva V A rabia ripetere che mai gioia piii pura 
aveva egli provato nella sua vita, mai si era sentito 
cosi stretto agli uomini da nobili vincoli e mai I'esistenza 
gii parve, prima e dopo di ailora, tanto da benedire. 
N6, chi sa come ogni vera contentezza sia quella 
soiamente che 6 divisa dalle persone cui ci uniscono 
i piu cari legami, penserA che fosse per lui poco con- 
forto aver concordi in questi sacri affetti la virtuosa 
moglie, e i fratelli Tommaso, che vedeva ascendere alia 
carriera prefettizia, e Luigi, che anche lui con lo studio, 
I'insegnamento e la interezza della vita, aveva nel campo 
delle scienze conquistato un posto egregio, prepararsi 
ad entrare quale ingegnere geografo nello Stato Mag- 
giore. 

Tommaso aveva gik da parecchi mesi fondata VOpi- 
nione Nazionale, unitaria e cavourriana non meno del 
Nazionale fondato dal loro amico Bonghi, e entrambi quei 
fogli avevan combattuto a viso aperto i Borboni e Vltalia 
altro giornale politico ligio a Liborio Romano e d'idee 
incerte e barcamenanti. 

Mazzini, venuto franoi,con le sue generose impruden- 



— 149 — 

ze comprometteva, forse,l'unitA. Tommaso prese a inveirc 
contro i repubblicani c<m fbrvore, e pubblico una lettera 
rnolto elevata di Giorgio Pallavicino, che lo esortava 
ad allontanarsi ) ctii Mazzini rispose con la seguentc, 
della quale ci place abbellire questo lavoro, poiche non 
Pabbiamo trovata fra le opere del grande agitatore, e 
forse si riproduce per la prima volta. 

« Al Signor Tommaso Arabia, Direttore dell' Opi- 
nione Nazionale. 

S'ElIa vorr& compiacersi di pubblicare la mir. rispo- 
sta alia lettera del Signor G. Pallavicino, contenuta 
nel numero del 4 ottobre, io le saro veramente grato. 

dev. 
Giuseppe Mazzini 

« Al Sig.r Giorgio Pallavicino 

Credo d' essere generoso d* anima, e per questo ri- 
spondo alia vostra del 3, che oggi soltanto ieggo nella 
Opinione Nazionale con un rifiuto. S'io non dovessi cedere 
che al mio primo impulse ed alia stanchezza delPanimo, 
partirei dalla terra ch'io calco per ridurmi dove la li- 
berty delle opinioni ^ sacra ad ogni uomo, dove la lealt;i 
dell'onesto non 6 posta in dubbio, dove chi ha operato 
e patito pel paese non crede debito suo di dire al fra- 
tello che ha egli pure operato e patito : partite. Voi 
non date ragione della vostra proposta fuorche I'afiFer- 
mazione ch'io anche non volendo, divido, Io vi daro le 
ragioni del mio rifiuto. Io rifiuto perch6 non mi sento 
colpevole, n6 artefice di pericoli al paese n6 macchinatore 
di disegni che possano tornargli funesti e mi parrebbe 
di confessarmi tale, cedendo : — perchfe italiano in terra 
italiana riconquistata a libera vita, credo di dovcr rap- 



— 160 — 

presentare e sostenere in me il diritto ehe ogni italiano 
ha di yivere nella propria patria quand'ei non ne offende 
le leggi e il dovere di non soggiacere ad un ostracismo 
non meritato : — perch^ dopo avere contribuito a edu- 
care per quant'era in me il popolo d'ltalia al sacrificio, 
mi par tempo di edncarlo coll'esempio alia cosciensa 
della dignity umana troppo sovente violata e alia mas- 
sima dimenticata da quel che sMntitolano predicatori di 
Concordia e moderazione : che non si fonda la propria 
liberty senza rispettare Taltrui : — perch^ mi parrebbc, 
esiliandomi volontario, di fare offesa a) mio paese che 
non pa6 senza disonorarsi agPocchi di tntta Europa 
farsi reo di tirannide, al Ee che non puo temere d'un 
individuo senza dichiararsi debole e mal fermo nel- 
1'amore dei sndditi, agli nomini di parte vostra che non 
possono irri tarsi della presenza di un uomo dichiarato 
da essi a ogni tanto solo e abbandonato da tutto quanto 
il paese senza smentirsi : — perch6 il desiderio vicne, 
non come voi credete dal paese che pensa lavora e 
combatte intorno alle insegne di Garibaldi, ma dal 
Ministero Torinese, verso il quale non ho debito alcuno 
e che io credo funesto airUnit& della Patria ; da faccen- 
dieri e gazzettieri senza coscienza d^onore e di moralitii 
nazionale, senza culto fuorch^ verso il potere esistcntc 
qual che esso sia, e ch'io per conseguenza disprezzo ; 
e dal volgo dei ereduli inoperosi che giurano senz'altro 
esame sulla parola di ogni potente e chMo, per conse- 
guenza, compiango — : — finalmente, perch* io, 'scen- 
dendo, ebbi dichiarazione finora non revocata dal Dit- 
tatore di queste terre ch'io era libero in terra di liberi. 
II piu grande dei sacrifici che io potessi mai compiere 
io Pho cotnpiuto, quando interrompendo, per amorc al- 
V VLuitk e alia concordia civile, V apostolato dclfa mia 



- 151 — / 

fede, diehiarai ch'io accettava, non per riverenza a mi- 
nisteii o a monarchi, ma alia maggioranza — illusa o 
DO poco monta — del popolo italiano, la monarehia, 
pronto a cooperare con essa, purch^ fosse fondatrice del- 
I'lmit^, e che se mai mi sentissi nn giorno vincolato 
daVla coscienza a risollevare la nostra vecchia bandiera, 
io lo annnnzierei lealmente anzitntto e pubblicamente, 
ad amici e nemici. Non posso compiere altri saerafizi 
spontaneo. 8e gli uomini leali come vol siete creaono 
alia mia parola, debito loro 6 di adoperarsi eonvincere, 
non me, ma gli avversi a me, che la via d'intolleranza 
per essi ealeata h il solo fomite d' anarchia esistente in 
oggi. Se non credono a un uomo che da trent'anni 
combatte come puo per la Nazione, che ha insegnato 
a balbettare il nome di anit& a' suoi accusatori e che 
non ha mai mentito ad anima viva, tal sia di loro. 
L'ingratitudine degli nomini non 6 ragione perchd io 
debba soggiacere volontariamente alia loro ingiustizia 
e saneirla. 

Vostro con sens! di stinub 
Napoli 6 ottobre. (firmato) Gins. Mazzini. » 

Era mosso solo dalPonest^ della forte coscienza, o 
anche da orgoglio? Lo sa Coin! che solo penetra nel- 
I'anima dell'uomo. Certo che diceva alte verity e le 
dlceva con schiettezza di altri tempi : e intanto si do- 
vette a Tommaso Arabia una si esplicita dichiarazione 
e Paverla provocata per opera del Pallavicino. 

Ma altra nobile palestra di patriottismo, come gik 
nel 1848, offriva la Guardia Nazionale ricostituita, vera 
guardia civica di libertl^ e di civil t&, del I a quale si rise 
sol perchd ne facevano parte uomini tutt'altro che ar- 
migeri, e cbe certo dopo non ebbe piu ragione di es- 



— 152 — 

sere, ma che nondimeno, in momenti procellosi, rap- 
presentava la guarentigia dell'ordine e rarmonia delie 
idee. Se la toga cedette alle armi, fu prova di spirito 
civile, che merita ricordo. Francesco Saverio Arabia 
ci lascio un'argnta memoria del fatto in queste parole da 
lui dettate in morte di Luigi Lando]fi : 

« Del ricordi dolcissimi lasciatimi da un amico come 
Luigi Landoifi, il solo che non si vela di un senso di 
mestizia per la sua perdita, ma vive ancora sorridente 
e sorriso, ^ quello di essere stati commilitoni in una 
campagna.... militare. Militare? Proprio e nel vero senso 
della parola. Nel primo decreto dittatoriale che pubblico 
Garibaldi,appena entrato in Napoli in Settembre del 1860, 
si leggono nominati Luogotenenti della guardia uazionalc 
I'avv. Luigi Landolfi e Taw. Francesco Saverio Arabia*. 
Chi avesse informato il Generale del valore guenreseo e 
dello stato di servizio bellico di questi due avvocati, ri- 
marr& ne' misteri della storia, e porgerA certamente ma- 
teria alle future esercitazioni de'dotti ed alle indagini de- 
gli eruditi. Fatto 6 che accettammo subito e di gran cuore 
il mandato, e ce ne crcdemmo molto onorati. La Guardia 
Nazionale, riunita cosi in fretta fra i giovani piu volen- 
terosi, non si puo dire che era istituita, armata e di- 
sciplinata regolarmente. Per tutto distintivo una placca 
di ottone al cappello di qualunque foggia fosse ; per 
tirma, era un fucile, che per avere in punta una baio- 
netta, poteva ad un bisogno, servire come lancia co« 
sacca od abissina, ma quanto a far fuoco non ci era 
da pensare nemmeno, anche' a gettarlo carico in una 
fornace di vetriera. De* graduati, chi non aveva po- 
tuto procacciarsi una sciabola di qualunque modello^. 
od una daga, si dovea contentare di uno stocco chiuso in 
un bastone, da cui si cavava fuori pe' bisogni e le 



— 153 — 

esigenze del comando, e per distintivo, una fascia ad 
armacollo eoi benedetti eolori Italian! . Landolfi ed o 
I'ayemmo lavorato dalle mani della sua signora Irene 
Valla, donna di cui poche simili ho conosciuto per 
intelletto gentile, istruzione, modestia e virtu vera, II 
corpo di guardia avenimo nel convento di Sant' An- 
tonio a Tarsia, 11 servizio piu importante era Pan- 
dare per la citt&, a tutela del buon ordine. Se questo 
non era fatto con vera precisione militare, non per6 si 
ha dire, come ne corse la calunnia, che il comandante 
di uno di quest! manipoli, giunto al largo di San Fer- 
dinando, invece di per fianco sinistrOj dicesse a' suoi 
militi, con voce e tuono di comando : voltate per Chiaia. 
Certo si marciava come si poteva, ma 11 fine che voleasi 
conseguire si ottenne. Ed era non altro che il buon or- 
dine in mezzo alia rivoluzione, anzi in mezzo agli ele- 
ment! eontrari che vi bollivano dentro. Per le vie erano 
piu migliaia di soldati e militari borbonici, che se erano 
rimasti sbalorditi e vinti dal sopraciglio e dalla fama 
di un eroe, cio non li impediva di riders! di no!, delle 
noBtre armi e del nostro scarso numero. Era un rigoglio 
di popolino sbrigliato, di donne beffarde e linguacciute 
che trovavano strano che si pretendesse ordine e ri- 
spetto alle leggi, al modo antico, che credevano rove- 
sciato per sempre ; e ci guardavano e tenevano in conto 
disurrogati agli antichi birri e poliziotti. Cio non ostante 
I'ordine fu mantenuto. — Sta a vedere che questo av- 
venne per qualche pattuglia comandata da qualche 
legale o da qualche medico. — Non solo per questo 
arguto critico, che allora succhiavate il latte dalle mam- 
melle della nutrice e che ora sedete a mensa imbandita 
ed a minestra scudellata, non solo per questo, ma anche 
per questo, fra 1' altro. Imperocch^ quelle pattuglie, 

10 



— 154 — 

avevano un'arma anche piu efficace, in quel caso, del la 
cattiva che si recavano in mano, ed era I'autorit^ mo- 
rale del cittadino che, in momenti di pericolo, scende 
a difendere, a tutelare I'ordine e la sicurezza della pa- 
tria sua. E quanto pii!i grande h il contrasto dell' abi- 
tudine, quanto riesce piu nuovo vederlo con le armi in 
manO) quanto meno militarmente comanda, marcia e 
simili, di tanto cresce quelP autorit^, perch6 argomenta 
I'abnegazione ed il sacriiizio, che sempre ispirano ri- 
spetto. Quando Luigi Landolfi procedeva co' suoi militi, 
trov6 parecchi che ne risero e ne fecero le beffe, ma 
trovo pure moltissimi che lo guardavano ammirando e 
ne' cui ocelli commossi rideva la gratitudine. Per co- 
storo, noi guadagnammo la medaglia del valore militare, 
e piu certaniente quella del civile decretataci dalla pub- 
blica opinione, ed anche dalla nostra propria coscienza. 
II che, modestia a parte, non la fece men cara ». 

Nellebozze del precedente scritto sono altri graziosi cen- 
niche mostrano com'egli pensasse illustrare ancor piu que- 
sta pagina di storiacontemporanea. Adesempioquestidue: 

« Alba fdgnanda lapillo quella in cui dovetti far 
infliggere una puuizione a un mi lite che aveva il torto 
di saperne pii!i del Luogotenente. Dopo andammo insieme 
a mangiare strozzapreti ». 

« L'alto Foro in caserma. Incontro Don Vincenzo 
Yillari da Capitano Relatore e con tanto di dciabola. 
Non mi sarei immaginato che, piccolo com' 6, stesse 
cosi bene in divisa militare». II Villari, avendo per 
moglie una sorella della sua seconda moglie, gli di- 
venne, alcuni anni dopo, cognato. 

Ma chi vuol avere un' idea delle scenette comiche 
del '60 legga ifsuo Sorrento. L' Arabia fu in quel periodo 
Decurione e fra quelli che con raaggior zelo ricevettero 



— 155 — 

il Plebiscito. A provare poi quanto I'anirao suodicitta- 
dino andasse superbo de' trionfi patrii faremo un salt© 
-al '70-71 per lepfgere quel che dice ne' suoi Diurnali, 
CTii allusi iiella prefazione : 

Al 20 settembre 1870 scrive : « Entrata delPesercito 
italiano in Roma ! ho siempre pensato che si dovesse 
lasciare al Papa almcno la citt^ di Roma 

stabilita per luogo santo, 

U' siede il successor del maggior Piero. 

Basta: vedremo quel che accadr^, e faccia Chi ne 
«a piu di noi — Forse h anche un fatto che rappresenta 
3a piu g'raude conquista del secolo e la riabilitazione 
•della S tori a ». 

Tan to pill, aggiun«]^o io, che era da gran tempo di- 
yennta invece luogo diabolico. 

Al 9 luglio 1871 (domenica) « Al Congresso {Inter- 
nazionale MariUimo) che si chiude scentificamente. Poi 
a Capodimonte ad un pranzo di circa 300 persone nel 
Palazzo Reale. II Consiglio Provinciale lo d^ a'compo- 
nenti il Congresso. Cosa magnifica: il simile non avevo 
mai veduto. Quel palazzo, quel palco, quel la gente: 
pensarc che dove, a tempo de' Borboni, noi altri libe- 
rali non avrcmmo potuto entrare nemmeno ncl cortile, 
ora eravanio in forma pubblica a pranzo nella salaove 
si ballava, giravamo a nostra posta per tutte quelle 
stanzc, con aria c quasi diritt9 di padrone, parlavamo 
d' Italia, di liberty, faeevamo brindisi e cio in compagnia 
deir inviato di Russia, di Prussia, d' Inghilterra, era 
qualche cosa che ti scoteva il petto ed anche un poco.,.. 
innmidiva gli occhi. La sera torno nella carrozza di 
Vinccnzino Villari, con lui e Francesco Paolo Ruggiero. 



— 156 — 

Altra rimembranza : Buggiero ministro costituzionale 
borbonico il '48, perseguitato, venuto in odio ai borbonici 
ed ai liberali ! Ora deputato ed al banchetto de' liberali 
nelPex Reggia Borbonica ! » 

E queste e altre quisquiglie uon sembreranuo inutill 
ai seguaci del metodo storlco per lo studio e la oono- 
scenza deiruomo. 

Ma 6 tempo di tomare alia vita scientifica dell' A- 
rabia. La liberty gli preparava una vittoria, di cui ogni 
piu schivo e onesto uomo sarebbe andato a buon dirit- 
to superbo. Era mestieri sostituire alia Society Reale 
Borbonica una Society Reale Nazionale, libera e auto- 
noma, composta di tre accademie, una di Lettere e 
Belle Arti, una di Scienze Morali e Politiche, una di 
Scienze Flsiche e Matematiche, e chiamarvi gli uomini 
pid eminent!, quell! che con opere insigni avessero pro- 
vato !1 loro valore e la loro attitudine a rappresentare 
il sapere clttadino. L' Arabia fu de' prescelti per P Ac- 
cademia di scienze morali e politichei Insieme a Paolo- 
Emilio Imbriani, Enrico Pessina, Giuseppe Pisanelli, 
Nicola Rocco, Francesco Trinchera, Augusto Vera, Paolo* 
Emilio Tulelli, Francesco De Sanctis, Vincenzo Lomo- 
naco, Michele Baldacchini e Giovanni Manna. In se- 
guito, per morti avvenute, vientrarono Ruggiero Bonghi, 
Luigi Settembrini, che gik faceva parte dell' Accade- 
mia di Lettere, Nicola De Crescenzio, Antonio Ciccone^ 
Antonio Tari, Bertrando Spaventa, Francesco Fioren- 
tino, Luigi Capuano, Francesco Pepere, Giuseppe Po- 
lignani, e in seguito Silvio Spaventa, Vittorio Imbriani,. 
Luigi Miraglia, Federico Persico, Luigi Amabile, Fi- 
lippo Masci, Pasquale Turiello, Alessandro Chiappelli,. 
Raffaele Mariano, Donato laia, Francesco D' Ovidio,. 
Giuseppe Mirabelli, Giovanni Bovio, Emanuele Gian- 



— 157 — 

tureo, Carlo Fadda e qualche altro che ho potuto di- 
menticare : qnanto di meglio ha avnto Napoli nelle let- 
tere e scienze, se si pensa agli illustri soci delle altre 
-due Accademie, (*) e bastano a dimostrare quale consesso 
sia questa Society Reale. E, per quel che riguarda la sola 
Accademia di scienze moral! e politiche, sia pennesso, 
^nza essere tacciato di prolissit&, ricordare alqnanto la 
sua opera proficua, la quale non consiste solo nella lettura 
di dotte memorie da parte de*soci, ma ancora in utili 
concorsi a premio eontinuamente banditi e nella discus- 
«ione de' problemi piu vitali, ad esempio, negli ultimi tem- 
pi, sulla istmzione secondaria classica e sulla riforma del 
Senato, e in entrambe P Arabia ebbelarga parte. Ma le me- 
morie, pubblicate negli atti e a parte, sono monnmento di 
indagini squisite e dottissime in ogni campo dello scibile, 
e mi basti ricordare del De Sanctis i migliori saggi cri- 
tic], di M. Baldacchini il Campanella^ del Lomonaco Dante 
giureconsulto^ del Mariano BuddUmo e CristianesimOj 
del Masei La psicologia del comico, del Vera II Cristia- 
nesimo e il Giuramento, dell' Imbriani Delia Siracusa 
di Paolo EegiOy del Capuano Delia Universitd di Na- 
poli, del Turiello Dello Spiritismo in Italia, del Chiap- 



(<) Yoglio alcuni, dell* una e dell' altra, ricordare a titolo di 
onore ; gli soienziati oio6, fisioi, chimici, botanici, mineralog^isti 
eco. : Emanaele Fergola, Sebastiano De Lnoa, Ernesto Capocoi, 
Gnglielmo Guiscardi, Giovanni GnsRone, Annibale De Gasparis, 
Aohille Costa, Gaetano Licopolij Emilio Yillari, Luigi Pinto, 
Agostino Oglialoro, Bassani eoc; gli storici De Blasiis, Nioola Gor- 
eia, Capecelatro ; i pittori e scnltori Balzico, Fllippo Falizzi, An- 
tonio Call, Giuseppe Manoinelll, Gabriele Smargiassi ; gli archeo- 
logi Giuseppe Fiorelli, Giulio Miner vini, De Petra, Sogliano, Ga- 
lante, ecc; gli architetti Breglia, Travaglini, Michele Ruggiero ; 
i letterati e eruditi Miohele Kerbaker, Cocuhia, Zumbini eco. 



— 158 — 

pelli Del Socialismo, del D' Ovidio Note Etimologiche^ 
del Pepere SulV origine del feudo^ del laia Sulla So- 
miglianza ndla scuola positivista e la identitd della po* 
litica nuova, del Miraglia Delle persone incorporali neUa 
FUosofia del diritto, del Bonghi Di Appio Erdonio, dello 
Spaventa Sulla dottrina di Hegel, e via via ; con che 
non si 6 data che una pallida idea. Innumerevoli soncv 
le memorie lette dalP Arabia e tutte edite dalla Ti- 
pografia dell' University ; raccolte in volume, sareb- 
bero la miglior misura della dottrina sua cooipren- 
siva, coerente, organica, del suo senno e acume. Esia 
che tratti Della prerogativa parlamentare, o Delta in- 
compatibilitd di alcuni concetti di ragione penale, o 
Del Codice penale italiano, o Del Giurl come Istituzione 
politica, o Del puhhlico mini^tero, o Della prerogativa 
parlamentare, o Del supremo magistrato, o Delle Leggi 
sidle sevizie alle bestie, o Della magistratura e la sua 
indipendenzay o Del Diritto di punire secondo la scuola 
positivay o Dei principii del Diritto Puhhlico, o Delia 
Punihilita dello stranierOj o Del Matrimonio Ecclesia- 
stico ecc. egli porta in ciascuno argomento la stessa com- 
petenza, la stessa arguzia satirica, lo stessoaraore del vero. 
Ma alcuni de' suddetti lavori furono da lui scritti 
negli ultimi tempi e a noi invece preme tornare al Xd6Q 
e seguenti per i grandi progress! che I'Arabia vi fece 
nella sua carriera. Gli uomini piu illustri della rivolu- 
zione erano stati testimoni del suo disinteressato affetto 
alia causa, del suo disdegno di ogni accordo col pas- 
sato governo, delPopera sua sapiente e indefessa a pro 
delle libere istituzioni. II suo ingegno, la sua coltora 
erano cosl noti e apprezzati, che al Pisanelli, anima 
nobilissima e giusto rimuneratore, parve dovere di amico^ 
di cittadino e di uomo pubblico chiamarlo in magistra- 



— 159 — 

tura. E fu tosto nominato Procuratore Generale del Re 
presso la Corte Criminale di Salerno, dove a lui riusei 
grato toruare per la simpatia a quella eitt& e i baoni amici 
che vi aveva. Ivi lesse i^l 1861 un dotto discorso Sul 
Codice penale Sardo ; e indl a poco venne traslocato 
nella stessa carica a Benevento, dove pure lasci6 vivo 
ricordo di s6 e dove lesse altro discorso sui Giurati. 
Non pass6 11 '63 e venne mandato, sempre nella stessa 
carica, a Napoli, finchfe nel 1868 fu promosso a Sosti- 
tuto Procuratore Generale della Corte di Appello, dove 
11 Besoconto dell' Amministrazione della Giustizia nel 
1869 fu memorabile non meno delP altro dato nel 1873. 
Inutile dire che queste cariche furono accompagnate 
da croci cavalleresche e commende, fino al gran cor- 
done, inspgne che nel caso suo erano piu meritate 
dal valore che dall' altezza del posto. E al valore, non 
al posto, dovette nel 1866 la nomina a componente la 
commissione per il Codice Penale coi chiarissimi Man- 
cini, Carrara, Lucchini, Brusa, Tolomei, Eula, Pessina, 
Canonico, Impellomene ecc. L' anno dopo fece parte 
della sottocommissione e in seguito di tutte le altre com- 
missioni per il codice stesso al '74, al '77, al '78, al 
'88 ecc, recandosi suecessivamente a Firenze e a Eoma. 
Negli Atti di quelle Commissioni il suo giudizio appare 
sempre temperato e illuminato ; e, non pago, le sue 
proposte egli illustr6 con moltissimi opuscoli e articoli 
nelle piu importanti riviste scientifiche. II suo nome 
resta legato al nuovo Codice Penale, nel quale per al- 
tro molti error! che sono da deplorare, si sarebbero scan- 
sati se avessero tenuto maggior conto delle sue osser- 
vazioni. Cosi la nuova Italia dette modo all' onorando 
uomo di rendersi utile alia cosa pubblica e non gli fu 
avara di quel premio che gli era per ogni verso dovuto. 



— 160 — 

Monito a quelli che, volendo volare e non salire, accu- 
sano la Patria di sconoscente. 

Ma alle gioie domestiche dell' Arabia abbiamo ap« 
pena accennato e pur troppo ci occorre dire che esse 
furono turbate nel 1868 dalfa morte della diletta sua 
MarianniDa. E proprio dl chl molto ama, riamare, e, 
a riparare alia solitudine che gli pesava, Panno dopo 
spos6 la gentile Palmira Gallotti, compagna sua dolce 
fino agli ultimi anni. Quanto piangesse Mariannina si 
vede da un intero quademo a lei consacrato, in cui 
sono passate a rassegna, giomo per giomo, le fksi della 
malattia di lei, poi la morte, e dove egli tradusse i suoi 
sentiment i con schiettezza antica. Ne stacchiamo qualche 
brano perch6 si veda quanta delicatezza era nel fondo 
del suo animo e come sentisse gli alfetti domestici. 

« Mercoledl. Aspettando che vengano a torla via, 
ricevo gli amici, tutti piangenti. Com' 6 possibile che 
una virtCi oosi modesta abbia diffaso tanto il suo ^plen- 
dore, che io credevo fosse manifesto a me solo ! Com*^ 
che tutti sanno quanto era buona e come era buona? 
Questo che io credevo fosse una gioia di cui io solo co- 
noscessi 11 valore, era invece una corona di gloria che 
splendeva sul mio capo e sulla sua casa !... II tempo e 
sereno, mi pare perch6 ella deve scendere sotterra. 

16 La notte terribile che io passo m'^ ad un 

tratto confortata da un pensiero : parmi che chiusa 
com'6 nella terra, in quell' an golo separato e santifica- 
to da lei, sia piu mia, perch6 io solo vi penetro col 
pensiero e con I'affetto ! 

« 19 Esco per la prima volta. Vado all'Acca- 

demia. Dolore di tutti i colleghi, specialmente Baldac- 
chini e Pisanelli. Riesco con Tulelli, al quale chiedo 
se crede, come filosofo, alia vita futura. Mi risponde di 



— 161 — 

si, e mi dice che il piu grande argomento 6 questo, 
che la vita presente non avrebbe scope. Ricordo a que- 
sto proposito alcune mie canzoni, dove dico lo stesso. 
Ma h veramente possibile che quelle mani che han 
tante volte spezzato il pane ai poveri, che qaella sua 
carit^ cosi operosa, cosl incessante, che quella sua 
vampa d'affetto che si volgeva a quanto le era d'in- 
tomo, avessero ad asser cose che finiscono sotto un 
po' di terra ed al tocco di un'angina ? Non voglio, non 
posso crederlo. E sii lodata tu religione dl Cristo, che 
inMmponi di non crederlo. » 

» 23. Piu awenente donna di lei non credo si possa 
trovare, perch6 aveva Tavvenenza dell'anima. E certo 
quel che di fanciullesco^ d'innocente, senza essere goffo 
e volgare, che in lei trasparivain alcuni momenti, era 
cosa divina in donna madre di figli. 

9 24: € II diamante a cento faccette: ho let to una 
volta una novella orientale cosi intitolata ed eila era 
un diamante che aveva cento faccette... » 

£ rif& tutta la loro esistenza^ i soavi soggiorni a 
Meta e a Sorrento, a Castellammare, tutto ne' minimi 
particolari, e qua e 1^ son considerazioni fini e profonde. 
Poi va a Firenze, e ogni giorno scrive alia morta e, 
nella prima lettera, scusa cosl la sua idea : c Gome ti 
promisi ti scrivo da Firenze {*). Che fa che tu non leggi 
con gli occhi queste lettere? Basta bene che, scriven- 
dole, io pensi a te, e non mi riesca impossibile questo 



(*) Sempre ai napolitani fu confortatrice genorosa la bella 
6 benedetta Firenze. Anzi il Baldacchini {Prose citato, vol. 1, pag. 
180) nota ohe « grande h stata sempre e notabilo la conformity 
degli studi nella felice Toscana e in queste nostre contrade, spe- 
cialmente a oominciare dal quattordicesimo secolo ». E ricorda 
Tamore di Boberto al Petrarca, e Boccaccio che tanta parte di 



— 162 — 

Bdggidrno, ricordandomi del tempo felice in cui io pas- 
sava i momenti serivendoti o rileggendo le tue care 
lettere. Senza che, io tengo per certo che tu mi ascolti 
6 mi rispondi per quelle vie misteriose di cui avrebbe 
diritto di ridere solo chi giunse a togliere il velo a 
tutti i misteri. Io non ci son giunto, n6 vorrei. » 

E in un altra : 

« leri al giorno vidi la Milli, che aveva saputo 
della nostra disgrazia dal Canonico Masi. TVIi chiese 
perch6 non fossi andato ad abitare nella casa dove, a 
Firenze, sono stato sempre, ed. avendole risposto che 
non mi darebbe il cuore di farlo, parve non m*inten- 
desse bene. Pure una donna, una poetessa avrebbe do- 
vuto tanto intendermi da non chiedermelo neppure. A 
me poi non fa niente che altri non m'intenda e quanto 
questo legame, che la morte non ha potato spegnere 
fra noi, resta piu segreto, tanto ml riesce piu caro e 
sacro. » E si domanda : « E egli possibile che il dolore 
abbia una memoria, e direi quasi, una sensibility a 
s6 ? « Ricorre San Giuseppe, ed egli ricorda i Giuseppe 
che Io hanno amato, la Guacci, Marini-Serra, Florio, Del 
He ecc. La sogna in diversi modi e la sceglie a unica 
consigliera. Qua e 1^, fra le notizie del giorno, i la- 
men ti e le parole affettuose, fa capolino il pensatore. 
« Sto leggendo le memorie di Madame Du Barry. Tutta 
questa notte ho benedetto all'ombra di Marat e com- 



saa vita trascorse presso gli Angioini : indi Napoli gareggi6 con 
Firenze e la bella scaola del Pontano e del Sannazzaro -riusoiva 
panto inferiore a quella di Lorenzo e del foliziano. » E nel seoolo 
Bcorso, aggiungo io, Firenze diede a noi 11 piu sapiente de'legi- 
slatori nel Tanucci, e oggi, noi napolitani abbiamo date nel Yil- 
lari il maggiore storico a Firenze. 



— 163 — 

pagni. Non ci voleva scossa meiio rigida ed aspra di 
qnella dell a rivoluzione francese per spazzare le stalle 
di quelle Corti e di quella soeieta. Mariannina mia, 
qnanto tu eri lontana dal pensare anche a una Ma- 
dama Du Barry o Main tenon o Pompadour e quanto 
la nostra povera casetta era di versa da uno di quegli 
Mhifosi lupanari dorati ! Eppure PuraanitA era retta da 
quegli uomini e li chiama ancora grandi, immortali ecc. 
Qui si potrebbe fare un argomento ad hominem, Dalla 
rivoluzione francese in poi i costumi sono molto mi- 
gliorati, non c'6 che dire, almeno si osserva il si non 
caste, caute, che h ben qualche cosa. Com'6 dunque 
che quel sig-nori che lodano i bei tempi d'innocenza 
anteriore alP83, spiegano questo fatto ? Sarebbe per 
awentura vero che ne' prfncipii della rivoluzione non 
ci sia quel male che dicono, o che per caso inesplica- 
bile i principii puri menassero a Versailles e i non 
pnri ai tempi attuali, producendo eflFetti al tut to diversi 
de' naturali ? » 

E da Firenze passa a Venezia e non sono meno 
belle le lettere che scrive col^. 

E anche dopo aver sposato la Palmira, talvolta si 
rivolse alia sua morta come ad una santa protettrice. 
Le anime volgari non lo intenderebbero, si bene le 
nobili e gentili. 



VIH 



Ora mi si consentano alcune idee a proposito della 
produzione dell' Arabia, piii generali che particolari e 
con una spiccafta tendenza a un sano e ben inteso ec- 
cletismo, per il quale trovo lode vole, salvo che fosse piu 



— 164 - 

disciplinata, e riuscisse a dare una intima fisonomia alia 
produzione patria, Todiema liberty di scrivere. (*) Quali 
sieno le idee dell* Arabia non ^ mestieri che io ripeta, per- 
ch6 egli le palesa ampiamente negli seritti che pubblico; 
anzi mi sono stadiato di dar loro il maggior posto che 
potevo in questo volume, anche se alquanto senili, perch6 
non sono mai senza utility gli insegnamenti di chi ha 
veramente studiato, perch6 le opposizioni sono utilissime 
alPequilibrio degli ingegni, perchfe quel che ieri o oggi 
fu dichiarato di poco conto, pu6 domani riapparire fecondo 
e perch6, finalmente, Tizio potr& trovarci quest'errore, 
Caio queiraltro, ma tutti dovranno convenire che del 
vero e del buono c' 6, sia pure con le debite restrizioni 
e da certi punti di vista. 

Niun dubbio che il gasto ci appaia immediatamente 
del tutto relativo. Tal cosa che per altri ^ bella, ^ per 
noi brutta e viceversa ; e pu6 dirsi lo stesso del grande 
e del piccolo, del la chiarezza e della oscuritd. ecc. Di- 
peude dalla lente che si porta e un po' pure dagli oc- 
chi che si hanno. Tut ta via poichd il giudizio ^ formato 
dalla maggioranza e questa, bene o male, si afferma 
in un da to senso, e seeondo certe innegabili, direi, realty 
ideali, deve dedursene che il meglio ^ quello che ^ ap- 
plaudito dai piu, ben inteso dalle persone sane e colte, 
perch6 non 6 sempre dato alia folia discernere con cri- 
terio. Anzi quando impera la folia, place appunto quel 
che merita meno. 016 posto 6 innegabile che i dotti, 
bench^ abbiano ciascuno lor tendenze e teorie, nel di- 



(') PossoQo parere qulstioni oziose, percli^ risolute : ma tro- 
vano 11 loro posto naturale in un volume che contiene soritti 
critici contro la modernita; oltre ohe risolute non sono poi al 
punto che non tomino, per I'altema vicenda del gnsti e la di- 
versita delle menti, a pullulare. 



— 165 — 

menticare che ogni forma letteraria, come og-ni reli- 
giosa, 6 preparazione all'altra e tI ha corsi e ricorsi 
ancbe nella vita del pensiero, sono, in fatto, piu larghi 
nella pratica che non promettano. C'd stato e c'^ chi grida 
contro 11 classicismo, ma tutti poi ammirano le tante 
e squisite opere d*arte che gli dobbiamo, fra le quali 
alcune banno 11 suggello della immortality, e conven- 
gono che costituisce il fondamento della vera coltura. 
Aitri grida contro il romanticismo, ma poi riconosce 
I'alto merito de' Promessi Sposi^ ammira le opere del 
Hu^o, le poesie del Manzoni, e trova molto, se non tutto,. 
hello anche in alcnni de'suoi se^aci. Guai a pronunziare 
con taluni la parola verismo, e qui la coerenza ^ piu 
facile a rin venire, perch^ si ammanta di pudicizia ; ma 
a conti fatti, se li trovi in un momento favorevole, ti 
concedono, eom'6 seguito a me, che, dopotutto, si puo- 
trovare del buono anche ne'naturalisti e realis^j, e che 
Zola, nato da Balzac, non ^ da prendere affatto a gabbo. 
C'fe cbi si scalmana a predicare che la forma 6 niente 
poco, il meno, e il piu, se non il tutto, h nel pensiero ; 
ma non ci negher^ poi che ci sono scritture vissute 
solo e unicamente per I'aurea forma. Viceversa altri so- 
stiene che, non dico la forma nel senso ampio ed arti- 
stico, ma nel piu ristretto, ciofe di propriety e di eleganza, 
e condizione »ine qua non perch^ un' opera sia buona 
e piaccia ; ma lo conduco poi a con venire che c' 6 chi 
si sottrae in buona parte anche a questa regola. Esempio 
fra noi 11 Goldoni, a dirne una. Che pi^? togliete la 
prima edizione de' drammi Shakesperiani fatta dal Ru- 
Bconi, e ditemi com'fe che, non ostante quello scempio 
d'ogni lingua e d'ogni stile e infiue d'ogni forma (a cui 
poi ben riparo nelle edizioni seguenti V illustre tra- 
dutlx)re) il gran tragico inglese, che era quasi ignoto 



- 166 — 

a gran parte del pubblico italiano, il quale aveva eon- 
tro di lui de'preconcetti, se ne innamoro, ne comprese le 
bellezze supreme e gli concesse la importanza che me- 
ritava! E a proposito di Shakespeare, PArabia scrive 
senz'altro che lo st ratio 6 solo de' mediocri, quasi potes- 
sero dirsi tali, a nominare due soli, Heine e P6e. E com'* 
che critici non senza autoritd, ne hanno, e con fon^ft- 
mento almeno apparente, accusato Pautore di i?e Lear 
e di Amleto ? Le scene piii potenti, piu vere, realmente 
e artisticamente^ delPimmenso trageda furono e sono tut- 
tora (da clorotiche scrittrici di versi e di prosa sopra- 
tutto) tacciate di inverosimiglianza, di esagerazione ecc 
E perche, se non per I'errore di scindere gli elementi 
delParte cadendo nella unilateralit^ ; e per Pabito a vo- 
ler tutto subordinare a regole fisse, che 6 verarnente 
de' mediocri, e alia portata della propria corta veduta? 
Se Giuseppe Kicciardi, uno de*letterati del periodo di cut 
ci occupiamo, non fosse stato imbevuto anche ahime fuori 
della scuola, delle pastoie de'purjgti, e de'classici e dei 
romantici insieme e delle tante controverse teorie cui ac- 
cennammo di scorcio, delle tre unitd, di prima e dopo, 
di mezzo e fitie, di si pud e non si pud ; e se avesse 
avuto piu sviluppato il senso della osservazione, avrebbe 
egli osato di serivere che lo Shakespeare dipinge Pumana 
natura con falsi colori, spesso dk nel ridicolo, special^ 
mente nelPatto 4** del Macbeth, h sempre di una lungaff- 
gine, anzi prolissiid noiosa, talvolta e sconvenevole, che 
Patto 4" del Giulio Cesare (quel capolavoro !) ^ indegno 
delPautore, che BrutoeCassio svillaneggiano co?w« due 
facchini, che nelP ultimo atto di Amleto c'6 ]a,piil strana 
mistura del genere comico e tragino e basta ricordare la 
scena de'beccamorti, inutile^ irfsulsa, indegnissima; che, 
finalmente, il Ee Lear [!) 6 cosi pieno di sdpitezze e d^itir 



— 167 - 

coerenze che non pare scritto da chi pure nell' OteUo^ 
m^^AwZeto e nel Macbeth ha dato prova, qua e 14 (qual 
^azia, Sant'Antonio !) di genio meraviglioso ! {*) E que- 
sto giudizio, anche oggi che lo Shakespeare 6 venerato 
qual Dio, io sento ripetere magari eon I'autorit^ di Vol- 
taire, che rimase cosi indietro con la Zaira, a mezza 
voce, da chi non sa fare astrazione dal ciarpame seicen- 
tistico per ammirare il resto come quanto di piu pro- 
fondo, alto bello e vero sia stato concepito ; tanto i po- 
veri temono i ricchi, tanto i piccoli invidiano i grandi, 
tanto la bassa pianura si spaventa delle cime del 
monti ! Che piu, un valentuomo, I'argutissimo autore 
dellMWegrra Filologia, il P. Mauro Ricci, disse che il me- 
glio nello stravagante ('') Shakespeare sono i soggetti (non 
suoi, per lo piu, si noti) e pero ridusse i drnmmi di lu 
a novelle. Bastavano tanto Bandello e gli altri ! 

Senza dunque recare altri esempi e esaminare la 
qnistione da altri punti di vista, mi sembra da conclu- 
dere che tutto il male nasce dall'aver voluto frazionare 
I'arte e chiuderla in cancelli e barriere che essa, libera 
e alterna viatrice del mondo, non pu6 avere ; in regole 
ecanoni a priori^ (*) cui i veri ingegni sfuggono sempre, 
e a cui vien meno, senz'accorgersene, persino chi li 



(') Bicciardi, Opere scelte^ Napoli, Stamperia del Fibreno 1867, 
vol. 10. Ben diversamente, nelle Prose citate, sorive dello Shake- 
8i>eare il Baldacchini, cbe trova per altro il modo di dame me- 
rito alle « aure cattoliche > ! ! 

(*) Epiteto che, pare impossibile, gli affibia pure Leone Tol- 
stoi : ma da qnal pulpito ! 

(*) Si legga con discrezione, poich^ con oio non s'intende 
davvero negare tntto oio che dai greoi era ricbiesto sotto il com.- 

plessivo t6 TCps^OV, e a cui solo le menti scapigliate e incolte 

amano sottrarsi. 



— 1G8 — 

professa, come 1* Arabia, che negli nitimi anni di sua 
vita, quando, come egli diceva in un bel verso : 

adulto r ingegno ^ piii pudico, 

mentre scriveva contro il verisimo (parola gi& priva 
di senso) e ripeteva senz'altro che, a volere il vera 
reale, si cade nello sconcio a segno che un autpre po- 
tr^ accompagnare un personaggio, anche con licenza 
par]ando, a licet ; egli poi nel suo Sorrento ci fa assi- 
stere all'entrata di un consigliere nel dolce loco, dove si 
va « non raai per prendere qualche cosa, e invece si 
va sempre per lasciarne qualcuna. » Eppure 1 'Arabia 
poteva fame a meno, ma ci fu condotto dallo stesso 
procedere del racconto, che h cosa leggera e spigliata^ 
e uso di quel diritto per il quale Shakespeare introduce 
nel Pericle un lupanare, e Taide nello inferno, Dante^ 
che fa far « del cul trombetta » senza che la sua sinceritiy 
la mia ci vietino di stamparlo. (*) Dunque anche il lubrico 
puo essere elemento di arte? Earamente si, in quanta 
6 e puo essere comico. c 11 piacere — Tinsegna il Ma- 
sci — deriva da questo, che la sua rappresentazione 
strappa i veli che la convenzione o la falsa delicatezza. 
che del naturale si vergogna, getta su quelle che di 
naturale 6 legato all'uomo. La comicit^ sua ^ diretta- 
mente proporzionale alPabitudine di demolirlo. Si in- 
tende pero che essa non pu6 sussistere che entro una 
certa misura. (*) » L'errore invece de'veristi, ai quail bi- 



(') Ma sono, si ^ detto, « le macchie del Sole » O, di grasia, 
perch^ le ha il Sole le macchie, e ohi oi dice che potrebbe non 
averle? E piii facile, oari, che siate piccini voi a pretendere ch» 
Dante, per dipingere cose e persone deir lufdrno, ricorresse ad 
immagini slderali! 

(^) La Psicologia del Comico , gik citata. 



— 169 - 

sogna tener conto di una inevitabile reazione al belare 
di tanti lustri, era di voler fare della porcheria piii sfac- 
ciata un elemento essenziale e .comprensivo delParte, 
quasi la realty fosse tutta nel su^diciume e quasi senza 
trasfigurazione potesse poi essere poesia ; come de' ro- 
mantici fn errore ii sostituire 11 vacuo e il nebuloso, 
Vapriorij I'apparente, al concreto, in una parola il pro- 
cesso ideale astratto alio storico e positivo (*). 

L'arte — si dice — 6 uel bello, e niun dubbio che 
vi sia. Ma dir che 6 solo nel bello, val tanto quanto dire 
che la vita ^ solo nel bello, poich^ P arte non ^ certo 
solo la vita, ma ^ e deve essere nella vita : fuori di lei 
non le ^ dato rappresentare, senza cadere nel falso, che 
le astrazioni della mente e le sue aspirazioni alPinfinito. 

Quello h pii!i bello e piu vero — si dice ancora — 
che piu si avviciui al bello e al vero assoluti. Ma quali 
sono il bello e 11 vero assoluti? Noi, per bocca di San 
Paolo, non li conosciamo che in enigma e sotto un velo. 
Come dunque possiamo afferrarli nelle cose, se ci ^ dato 
solo intravederli attraverso di esse ? 

Nella fusione del bello e del brutto, del bene e del 



{*) Stigmatiszando la tarba nbbriaca del pseudo-lmitatorl 
del Manzoni, h notevole che il Baldaochini ascisBe in qnesta pro- 
fexia : « Se non saran fatti tacere a tempo, io per me temo forte 
che non si igrni a una poesia tutta scarmigliata e lasciva ». £ 
a che ci fara tornare la turba d' imitator! che oggi vorrebbe im- 
porci altre falserighe? — Nota pure che a chi esagerasse i de- 
merit! dei romantioi earebbe facile opporre i loro alti merlti ci- 
vill. < II classicismo — ci rioorda opportunamente lo ecrittore e 
patriotta messinege Baffaele VilUri — mori sulle labbra di G. B. 
Niccolini e la scuola romantica, della quale 1 Governi ebbero 
tanta panra, inizid e compl la rivoluzione politica. Le nuove idee 
ebbero bisogno di forma nanva, 11 sermon priaco fa rispettato, 
ma li congiunsero »cuola e vita ». 

11 



— 170 -~ 

male quaggiii, 6 tale un equilibrio, tale uno seopo prov- 
videnziale, che per quanto puo ai buoni sorridere solo 
il primo, per quanto V interno delP uomo superiore si 
ribelli al secondo, cade nel vuoto chiuiique pretende far 
astrazione dalPuno e dall'altro. Assodato insomma che 
Parte non h tutta nel reale (che se no tutti, copiando, 
sarebbero artisti), non vien meno per questo che debba 
essere fondata nel reale, unico e solo ideale, il quale 
^ anche di pii!i nature. Infatti lo stoeso mondo di Iky se 
c'6, e una realty, gli spiriti stessi sono qualcosa di 
concreto, e cio che d' inaudibile e di inafferrabile a 
pinge la fantasia, non 6 che un effetto della lontananza, 
un riverbero della luce : ma la luce 6 un fatto, non 
una immagine : la medesima ideality non ^ che una 
fisima se non risponde alia realty. # L*effetto vero della 
be]lezza — scrive PArabia — 6 certo godimento sereno, 
spirituale, che non i nervi, ma tocca il cuore e solleva 
la mente oltre il mondo in qualche cosa di etereo». 
D'accordo che la bellezza possa produrre questo effetto, 
ma che dove non si ottenga un tale effetto trascendente 
non possa essere bellezza, h una negazione della natura. 
Non diversamente i raflSnati di oggi pretendono che non 
possa essere bellezza fuori di certi sforzi cerebrali e 
psichici a base di suggestioni. 

« L'oggetto delParte — scrive con molta sagacia 
Augusto Vera nel suo saggio A?nore e Filosofia — non 
h n6 il bello, n6 il brutto, ma ainbedue armoniosainente 
e in varie guise e proporzioni contemperati. L' opera 
d'arte 6 Punit4 di codesti due elem«nti, i quali secondo 
le diverse forme delP arte, piu o meno vi concorrono. 
Ed 6 tanto pii perfetta e delPanimo tanto piu profon- 
damente sMmpossessa, quanto piu codesti due element! 
vi sono strettamente accoppiati. Quindl le tempeste, gli 



— 171 — 

incendi, la guerra, gli eccidi e quanto vien cornpreso 
nel nome di passione costituiscono, non meno de' loro 
contrari, la materia e V obietto dell' arte. Togliete ad 
Achilla r indomita natura e V ira implacabile, e non 
avrete piu n6 Achillo, n6 1' lliade. Togliete e Pastuzia 
e la sete smodata di reguare e gli ardori incestuosi e 
gli odi fratricidi e il destino crudele e inesorabile, e 
rantilercte, anzi cancellerete Parte greca. E i modem! 
compresero meglio forse degli antichi che Peccellenza 
eil trionfo dell'arte risiedono ne' contrast!. Cosi il nostro 
sommo poeta pone P inferno accanto al paradiso e fa 
del primo, non nieno del secondo, oggetto del suo canto. 
E coQ quelP intuito profondo che ha dclParte e delle 
cose, ci rappresenta P inferno come parte della divina 
podestade non solo, ma altresi del divo amore. 

« E codes ta dottrina dant€».sca si perpetua e rin novella 
in forme diverse no' capolavori delP arte modcrna, nel 
Paradiso Perdvto, per esempio, e nel Fausto. E il sommo 
fra i dramniatici moderni, lo Shakespeare, puo chia- 
marsi il poeta dei contrast!. Perch6 il vasto e inesau- 
ribiie suo genio non sembra ad altro in ten to che ad 
afferrare c concentrare le opposizioni e svolgcre attra- 
verso P urto delle varie forze onde si compongono la 
natura umana e Puniverso, le situazioni e i carat- 
teri .... (') » . 

A che dunque dividersi in scuple (se pur questa non 
6 anche una necessity de' contrast! e dei ricorsi) quando si 
vede che i sommi sono a volta a volta classic! e romantic!, 
veristi e siinbolisti c quant'altro si vuole? Dot! cssenziali 
solo la sinceritd e la misura^ la quale e anche relativa 
enon consiste nel non dire una tal cosa, ma nel diria 



{^).Sa(jgi Filosofici — Napoli, Morano 1883, 



— 172 — 

solo a tempo e a luogo e a dovere, e nelP irraggiare 
della luce delP ingegno^ donde P arte emanai P opera 
propria. 

« Non ignoro — continua il Vera — che talani 
non potendo negare che il brutto costituisce un elemento 
delParte, credono di spiegarlo, dicendo o che il brutto 
non 6 accolto nell'arte che quanto si tra^iforma in bello, 
o che non v'interviene come elemento essenziale e po- 
sitivo, ma solo per dar maggior risalto al bello. Vane 
sottigliezze e distinzioni. 

« Se il brutto, non so per quale procedimento, in 
bello puo cambiarsii esso non ^ piili 11 brutto, e in realty, 
il brutto non esiste. 'Se Mefistofele non puo formare sog- 
getto e materia all' arte che a condizione di farsi bello, 
non solo Mefistofele non 6 piu brutto, ma cessa di essere 
Mefistofele. 

« Dire poi che il brutto interviene nell'opera d'arte 
soltanto per maggior risalto alia bellezza toma in fondo 
a nulla dire. L' opera d'arte 6 un tutto indivisibile ; e 
piu fe una, e piu perfetta. Quindi se il brutto 6 al pari 
del bello parte di codesta unit^, poco monta che vi 
sia per porre in rilievo il bello, o per qualsivoglia altro 
fine. Baster^ che vi sia e vi debba essere perch6 formi 
un elemento essenziale delParte quanto il bello. L'opera 
d'arte 6 come il corpo, questo consta di due parti, dello 
scheletro e del suo involucro, i quali sono uniti in sif- 
fatta guisa che togliendo Puno si toglie Paltro. 

Onde in qualunque modo si ragioni intorno al loro 
rapporto, al loro scope ed alle loro fnnzioni, non si 
far& che P uno sia meno essenziale delP altro, poich^ 
il corpo 6 r unit& e, a dir cosi, la risultante di am- 
bedue ». 

Altra quistione 6 se P arte debba essere edsenzial- 



— 173 ^ 

mente morale. lo rispondo senz'altro che si ; ma deve 
esser una morale inerente, insita, che scaturisca dalla 
Natnra stessa, com'd delle cose ! Chi pretende ficcarcela 
fa opera vana e stucchevole. IjA morale nelParte dei 
sommi non ebbe mai altro carattere chequello di una 
sanzione inesorabile, fu sempre un elemento, parte 
stessa della materia artistica ('). 

Ma, a parte tutto cio, che 6 vero in generale, non 
pno dirsi dunque che si faccia cosl e non si dica che 
questo o quelP altro, (*) poich^ tutto 6 nel modo onde si 
la 6 si dice, e si pu6 fare in modo diversissimo, e dir 
cose diversissime, e piacere egualmente, e non ^ affare 
solo di forma, ma di forma e contenuto insieme, e non 
di quella forma o di quel contenuto, poich^ si riesce a 
piacere con una forma grave, come con una spigliata, 
estetica o meno, con nn contenuto serio e protbndo 
come con uno leggero, imitando Tiirto o Caio, e assai 
meglio non imitando nessuno. 

Shakespeare e Racine, Rembrandt e Correggio, In- 
glers e Delacroix, Rossini e Wagner, Hugo e Lamartine, 
Balzac e la Sand, Manzoni e Leopardi, Wodsworth e 



{*) Osservazioni acntiBsime soll'essenza dell'arte, la sua mo- 
Talit& eco. sono nella conferenza del ch. Francesco Bernardini. 
La moralitd del teatro — Chieti, tip. Bicci 1903. Egregiamente 
anche Mario Pile neli'opera Estetica Paicologica (Milano 1892) e 
neU'opuscolo Varte come /attore della evoluzione sociale, 

(*) « Tutto ci6 non ha piu senso. Qaanto 6 in natnra ha di- 
ritto d'essere nello spirito, tutto cio che vive ha diritto d' inte- 
reisare. Con qnesta condizione che, come la natura interessa 
perohi da vita, ooii lo spirito pn6 interessare qnando imita la 
natnra, qnando da vita organioa all") sue creazioni >. (De Sanctis, 
Lezioni citate). 



— 174 — 

Heine, Sterne e Zola, Flaubert e Tolstoi, Carducci e Mal- 
Iarm6, Ibsen e Witman possono destare eguale entu- 
siasmo pur essendo agli antipodi, poich6 I'arte vera 
non incarna lo spirito di un dato periodo, non discende 
in tutto da principii stabiliti dalP uomo, ma pur rive- 
lando personali teudenze, emana dalla coscienza stessa 
del creato e dell'uomo ed 6 rivelatrice delPanima e della 
vita uni versa. Con che non si esclude che ogni lettera- 
tura possa, particolarmente, avere un suo spiccato ca- 
rattere e che quello della italiana ^ nella precisa e netta 
ideality ereditata dalP arte latina. Ma 1' accademia 6 
finita ; il tnale del realismo sparira, resterd il bene della 
riforma — come afPermo solennemente per la pittura 
il Morelli. 

II vagare dalPuno all'altro eccesso, dalle rigidezze 

< 

classiche alle astruserie romantiche fu determinate, nella 
scuola napolitana, da quella povertd di contenuto cost 
giustamente rimproverata dal De Sanctis ; ma niuno 
potrebbe negare senza ingiustizia che, in grazia del suo 
amore al terso, al levigato, al limpido e alia bellezza 
ideale, i migliori suoi rappresentanti ci hanuo dato dei 
saggi che, per quel che essi hanno voluto essere, me- 
ritano, se non glorificazione, lode sincera e potranno 
dar nel genio a chi sa intendere e apprezzare. Ed 6, 
per quello stesso carattere di universality, per il quale^ 
per esempio, abbiamo desiderato che i dissidonti, al- 
Tombra di un severo esame, confessassero quanto di 
buono e di bello ^ nella poesia D'Annunziana ; che era 
esortiamo quell i che voglion dare il bando ai piu degli 
scrittori del nostro risorgimento, di fare attenzione alle 
cose che pubblichiamo delPArabia, astraendo dalle sue 
opinioni, ove non paressero giuste, per con venire con 
noi che c'6 del buono e del bello. Chi fa terzine come 



— 175 — 

quelle del Gherardo e ottave come quelle A Vioo^ ma- 
neggia lo sciolto come in AileUo e altrove, chi sa racchiu- 
dere nella sua poesia « affetti e speranze, dolori e eonforti, 
descrizioni ed allusioni bellissime » come disse di lui 
il Prudenzano, « e cerca lo spirituale nel sensibile e 
sparge su tutto un afiPetto uguale indeterminato » per 
usare le parole del Tommasco, potr4 non appagare 
tutte le esigenze, iiia non va confuso nella folia deVer- 
saioli. 

Abbiate presente 11 fine che si propone, I'ideale cui 
mira, e converrete che, se talvolta si restringe in limiti 
angusti, o si perde in astrattezze, o si lega volontaria- 
mente al carro delle pastoie scolastiche, o ha versi 
prosaici, o che suonano e non creano e ci lascian freddi; 
sa pure talvolta soUevarsi alle alte sfere dell'arte, esco- 
gita sensazioni remote, attinge alia pura fonte del 
bello, si afferma, con sempliciti di mezzi, esteta fine, 
e trova inaspettatamente la frase e la parola che, rive- 
lando un pensiero o un sentimento, ne suggellano 
ridea prima e paiono esse stesse un prodotto della na- 
tura. Certo nella canzone A Nettuno^ come nell' altra 
Al mare^ in Orellina e in altri canti sei vinto da un'onda 
di armonia e di dolcez/a che ti suade e che spesso si 
accompagna a una non comune profbndit^ di concetto, 
la quale si sposa a una originale e bizzarra leggiadria 
nelle Tentazioni di SanV Antonio, Altrove (nfe voglio in- 
dicar le gemme a chi sapri trovarle) descrizioni brevi 
ma eflScaci di marine, di monti, come di avvenimenti, 
dimes trano in lui il sense pittorico. Le sen ten ze che 
innesta con maestria sono sempre elevate, anche nuove, 
e denotano una non comune esperienza di parte della 
vita esteriore e interiore, e talora compiono a un tratto 
lo sforzo. di un nostro assiduo e antico pensiero non 



— 170 — 

ben determinato. Esempio i versi al Baffi ; e nel Cam- 
paneUa : 

Sacra 
E la tomba de' giovani. Vi gira 
Piu lieto il cielo intorno e '1 suo profumo 
Pill grato il nardo vi diffonde. Vinta 
Da morte giovinezza, a la nemica 
Non lascia intera la vittoria, e siede 
Sovra il diletto avel mesta, ma eterna. 

E in Orellhia: 

E non more 
Cara fanciuUa, mai non muor cbi vive 
Ne la memoria di color che lascia 
A Testrema partita 

L'onnipossente morte 
Solo ha un rival ne Tuni verso, amore. 

I versi poveri dUnspirazione sono abbastanza com- 
pensati da que Hi che dimostrano una feconda e vera 
vena poetica, e in quelli ne'quali piu impera il classi- 
cismo h a volta un vigore e un magistero che fanno 
pensare ai maggiori. Esempio la breve canzone A Pesto, 
le terzine che ricordano il Monti, e le ottave. Rimanendo 
poeta classico puro, egli avrebbe signoreggiato in tempo 
piu propizio : ma la nostra letteratura poetica di questo 
secolo, dopo i sommi, non 6 cosi ricca che sia facile tro- 
vargli molti che lo superino. Un po' la mano sulla co- 
scienza e concluderemo che non c' e poi molto molto 
di meglio ai giorni nostri ('). 



(') Nella sua Conferenza oitata sai poeti napolitani il Per- 
sico osservava in proposito: « Gosa resta dei poeti da me ricor- 



— 177 — 

L 'Arabia inclinava piu che poco al concetto del- 

Tarte per I'arte ed era irrevocabile nella sua idea di 

perfetta plasticity nella forma. Ma voleva plastico anche 

il contenuto, non perch^ secondo lui esso faccia Tarte, 

ma perchfe fuori del plastico non vedeva arte. L'arte, pur 

ingentilendo, non ha veramente per lui come scopo il 
bene ; ma essendo il bene anche bello, anzi il solo bello, 

ne vien di conseguenza che del bene essa s' immede- 
simi, e non puo quindi raggiungersi il bello fuori del 
bene. In cio sta la diiferenza coi decadenti modemi, 
de' quali alcuni, i simbolisti, vogliono I'arte estranea 
al concepimento dell'idea in s6 e rivelata mediante una 
forma sensibile ma soggetta, con uno stile tipico e 
complesso che palesi i fenomeni in parvenze ; altri, gli 
esteti, si contentano di dire, come 1' Arabia, che scopo 
dell'arte ^ la pura bellezza, ma aggiungono che questa 
bellezza sta da s^, h essa stessa una pura e semplice 
creazione delPartista, che ne trova gli elementi intorno, 
e non ha niente che fare con la bellezza morale. Quindi, 
a non dir altro, le piu audaci perversioni del senso si 
prestano benissimo, e meglio di ogni altra cosa, idea- 
lizzate che sieno dall' arte e rese seducenti dai suol 
lenocinii, al fine richiesto. 



cUiti della prima met^ di questo seoolo? in cbe relazione atanno 
con qnelli del tempo nostro? banno pregi ohe durano? Massimo 
neUe rime della Guaooi, del Baldacchini, del Baffl, la venasta ed 
eleganza delle forme rimane ammirabile sempre. Se se ne eocet- 
taa il Cardacci, cbi pone tanta cara nella forma, chi 6 cost 
artista da non trasandare nulla nella fnttura del versi, nella 
ginntara delle quartine e delle terzine di an sonetto, nella pro- 
prieta delle immagtni e degli epiteti, nello sviluppo inflne cbe 
il pensiero prende nella parola ? lo mi fo lecito di rammentare 
ai giorani che la forma 6 parte integrale della poesia. Non co- 
nosoo nessun poeta grande cbe I'abbia cattiva o negletta ». 



— 178 — 

Questi son veri corruttori e, a parte il poco che c'6 
di vero anche nella loro teoria, ognuno vede quanto 
avesse 1' Arabia ragione di biasimarli, bench6 poi, co- 
stretto dal tan to che aveva di comune con essi, (*) a 
subirli quando per esempio riescono a rappresentarti 
come il D'Annunzio, assai felicemente, un usignuolo che 
canta, o a descriverti un rosaio, nel che, combattendolo, 
lo diceva a ragione maestro. E evidente, intanto, che 
r Arabia sentisse il bene, per lui non necessario ma 
inereute al hello, quanto i moderni esteti il lascivo 
non indispensabile ma passibile di bellezza ; ma se la 
seconda dottrina suppone una mal larvata, e nella sua 
manifestazione, evidente, corruttela ; la prima fa dubi- 
tare che quel bene non resti campato in aria come qual- 
cosa di aereo e impalpabile, non concrete e reale, che se 
no non sarebbe spiegabile, nella vita quotidiana, la volga- 
rit^ peggio di molti poeti idealisti. Cosl avviene, come 
ben disse il De Sanctis, quando alia filosofia si sostituisce 
il filosofismo, al sentimento il sentimentalismo. Sicch6 si 
torn a sempre al vero, invano manomesso, che sol chi ha 
un adeguato concetto dei contrasti della Natura, sa, 
attra verso ad essi adagiarsi in una relativa armonia di 
realty e di ideality, di pensiero e di vita. Ma, per finirla, 
per quanto si sia moderati o progressisti, in parte o in 
tutto, h evidente che Parte dell' Arabia, se pur deficiente 
dal pun to di vista della visione delle cose, 6 un'arte 
eletta, e in qualche raro momento raggiungendo quella 
serenity che a noi sorride a baleni, come un bene per- 



(*) Anche qui opportunamente osserva il Persico che la poe> 
sia h come la religione, in modo che se il cnlto esteriore si tiene 
come snfficiente e si scompagna da quelle dello spirito, gli oriz- 
zonti delPeterno e delP infinite »i rimpiccoliscono, o 11 poeta cade, 
le sue ali battono a terra. 



— 179 — 

duto, par quasi un*aflfermazione dello spirito disciolto 
dal corpo che lo incatena. E questa che a molti sembra 
illusione, non perde, anche ad esser tale, nulla della sua 
▼©rit^, avendo le immagini la loro importanza nel mondo 
della psiche, e puo a qualche spirito fine e solitario sor- 
ridere piu che la viva dipintura delle passioni che ci di- 
struggono. Come egli scrisse di Cesare Dalbono, ne'suoi 
scrittl il lettore « non trover^ mai inalberato, puo 
esser certo, lo sconsolato e nero vessillo deilo scetticismo 
e dello sconforto, e non ombra di cio che sia men che 
onesto o gentile », e mai essi riusciranno « ad accre- 
scere, in questa povera vita, la corruzione e i dolori, 
ma a suscitare sempre un senso di conforto, di riposo, 
di amorevolezza, che consola del male e fortifica nel 
bene > (*) con di piu, in entrambi, quella leggiera punta 
caiistica, che h un simpatico correttivo. AH' Arabia non 
venne mai meno la sua purissima ideality, fe ad essa 
che egli dovette la sua morte serena, e da essa scaturi 
quella costante luce di poesia, per la quale nel 1877, 
gik innanzi negli anni, pot6 rifare e pubblicare il suo 
Campanella^ dedicandolo alia memoria del diletto P. E. 
Imbriani ; e intorno a cui il figlio di questi, Vittorio, gli 
scriveva la seguente lettera, che riporto a titolo di va- 
riety, e perch6 conferma la dottrina e la bizzarria del- 
Tautore di Fame Usurpate. 

2, X, 80 
Pomigliano d'Arco. 

€ Mio illustre Amico, 

Se non avete ricevuta I'anno scorso la partecipa- 
zione della nascita di Paolo Emilio II, puo darsi che 



{') V. la sua Prefazione al volame Scritii Varii di Ceaare Dal- 
bono — Firenze, Lemonnier 1890. 



— 180 — 

la posta Tabbia smarrita e pud darsi anche (sebbene 
mi paia difficile) ch'io nella fretta credessi averyela 
spedita, pur ommettendo di cio fare. Ad ogni modo, 
del non averla ricevuta voi, duolmi, e, se non Pho 
mandata io, yi chieggo scusa ora d*ana mancanza, che 
non ^ stata eerto volontaria ed intenzionale. £, come 
^atissimo vi fai della dedica delle vostre scene Cam- 
panellesche alia memoria di mio padre, cosl vi rimarro 
riconoscente della lapide posta nel vostro casino (dove ? 
avrei pur caro saperlo) in cni ricordate anche lui. — 
Certo sar& meglio, cbe mandiate ogni cosa direttamente 
alPantologo od antologista, ch'^ il 

Ch.mo Signer G. L. Patuzzi 

S* Niccdd 

Vbrona 

Io vi trascrivo, a buon con to, due brani delle sue 
lettere che indicano con quali intenzioni egli si sia 
messo all'opera. 

« Devo avvertirla, che il volume non puo contenere 
« poesie, che, per quanto belle e morali, turbino Panima 
« de' giovani e specie delle fanciulle con qualche idea 
« o amorosa, o partigiana, o irreligiosa od anche troppo 
« clericale». « LMdea, che m'6venuta, difar penetrare, con 
« le debite cautele, un soffio d* arte modema e contempo- 
« ranea nelle scuole credo fermamente sia buona. Certo, 
« i ginnast ed i licei debbono avere per fine principale 
<i Passimilazione della coltura Classica, pure ^ male, che 
« alio stesso modo, che s'insegna poco o nulla di storia 
« moderna, si faccia credere in certo modo, che, dopo 
« il grande Lombardo altri poeti non ci siano, se non 
« PAleardi, il Zanella e qualche altro (*). II guaio ^ mag- 



(*) Infatti il Patazzi, nel volume pubblicato indi a poco 
dal Draker, inseri una poesia dell' Arabia. 



— 181 — 

« giore nelle scuole e specie ne'coUegi donneschi. A mo 
« tocco di vedere qualche scartafaccio di versi, dettati 
« alle fanciulie e troval pochi componimenti baoni o al- 
« meno yersi di giusta misura, fra molte cosuccie, tratte 
« dai giornaletti illustrati, di quelle eosucce, che ii mio 
« CatuUo chiamerebbe cacata charta » . 

« AflPretto coVoti la stampa del vostro volume di 
versi. lo come vi diss! avevo notate alcune negligenze 
piccolissime di forma nelle scene Campanellesche, che a 
voi nulla coster^ di fare sparire. Per esempio : 

pag. 34. Da quai ciecTie ritorte « misteriose " 
» 35. Degli omicidi con VaUor ^glorioso » 
> 71, Da le « region » de Vassoluto, dove 
» 73. Surga la « scienza » e sfolgori 
» 86. « Annunziate » vi prego a la Duchessa 
ecc. ecc, 
€ Ora, s'io non erro, in tutte le parole, che ho dop- 
piamente sottolineato, la dieresi h d'obbligo e quindi a 
pronunziar bene que^ versi, cosi come sono adesso^ 
sarebber di dodici od otto sillabe, 

pag. 76. Eletto ingegno, gi^ impart al mondo 
n tuo nome 
qtielPimpari, per insegni^ apprendi, mi pare un napole- 
tanismo poco felice. 

pag. 88. C'Tie per Madrid partiran fra breve 
bisognerebbe scriver Madridde o Madrile, come pur 
facevano, senno il verso avrebbe dieci sole sillabe. 

« Nelle magniloquenti strofe poste in bocca alia 
filosoiia pag. 71 e seg. mi pare anche neo quel neb- 
bia sdrucciolo. Benissimo nidio e solio. In solio, da 
solium, I'i ^ vocale ed ha valor di sillaba, salvo che 
non s'elida in mezzo al verso. Ma nebbia 6 da nebilla 
(come vecchia da vetula) fognando Tu, addoppiado il b 



— 182 — 

e quindi trasformando Velle in una j. h'i di nebbia 6 
consonante : s'avrebbe a scriver propriamente nebbja e 
similmente piu da plus, orecchja da auricula, pjovano 
da plebs e via discorrendo. E come non potrebbe mai 
farsi di piU un disillabo, cosi neppure di nebbia un 
trisillabo. (*) 

« Veramente, ora, a queste inezie i piii non badano: 
ma Vpi, fortunatamonte, solete appartarvi da' piu. lo 
mi rodevo, notando esse minuzie nel leggervi : e m'ero 
proposto di richiamarci su Tattenzion vostra, e non ho 
mai osato. Ora mi son fatto coraggio, perch6 proprio 
voglio che mi abbiate per amico. 

VlTTORIO ImB RIANT. » 

Bella sincerity, sebbene un po' pedantesca, poichft 
si trattava fors'anche di errori di stanipa. L' imparare 
per insegnare, per esempio, se pure non affatto proprio, 
non 6 un napoletanismo, poich6 ha esempi classici, il 
Cecchi e il Berni fra gli altri ; e Puso e I'arbitrio di si- 
gnificato ne fu notato nel greco da Ascanio Persio. 



(') Francesco D' Ovidio nella saa memorla Diereai e Sijt0- 
rest nella proaodia italiana^ dove tratta rargoxnento con I'alta ma*- 
stria che quasi solo possiede (e mi permetto anche di non essei* 
in tutto con lui) argatamente scrive: « Vittorio Imbriani, a f lurta 
di batterci sopra, fece si che non ci si possa* ormai voiger 1* 
mente senza pensar prima di tutto a lui. Come Pietro Lombardo 
passo ai poster! col soprannome di maestro delle sentenze, cosial 
noBtro povero Vittorio si sarebbe potuto applicare quello di mae- 
stro della dieresi. Stndiando un antico poeta e tartassandone nno 
moderoo subito guardava li; felicissimo se poteva scoprire in 
quello una conferma alle norme da lui formulate, in questo vaam 
contravvenzione da multare. D'aver trovato u]i tale strumenio 
di tortura per gli scrittori odierni, era contento come se avi 
.inventato una nuova ghigliottina a vapore....* 



— 183 — 

Quanto al Campanelia, uopo h ricordarnc la sem- 
plice e libera orditura, la quale non 6 soiiza merito da 
parte di chi tanto in teoria teneva alle regole, perch6 
si ribella alle decantate unit^ e trae 11 suo pregio mag- 
giore dal procedere in forma tutta sua. E un lavoro 
filosofico sotto una forma drammatica speciale, in cni 
se mamea I'unit^ apparente, non manca pero quella 
profonda del concetto, che si traduce in un ri^roroflo 
senso storico. Idealizzato il fatto della congiura, pa& 
dirsi che il lavoro sia un tentativo originale, la bizzar- 
ria di un ingegno poderoso, che 6 riuscito a dar forma 
e vita a una idea filosofica, impersonandola nella figura 
del Campanella, e ad una aspirazione politica nobilis- 
sima rappresentata dal popoio. Altri potrebbe osser- 
vare che qui V Arabia pecchi un po' di lirismo, esage- 
rando certe forme alia Niccolini e alia Manzoni ; ma 
egli stesso av\^erte di aver voluto solo « servirsi del 
dialogo e dei mezzi delParte scenica... usando di quella 
liberty che, strana per il teatro, puo riuscire innocen- 
tissima in un libro. » G'^ qualcosa di voluto, quel 
Giambattista Sanseverino non che non abbia un certo 
fondo storico, ma sembra ficcato per forza. L'amore di 
Alberto per Costanza espresso con versi di rara bellezza 
6 troppo trascendentale e troppo facilmente se ne ap- 
paga Costanza. Goethe era un classico e Margherita una 
fanciuUa ideale, ma quando la seconda h all'arcolaio, 
il primo le fa dir senz'altro che vorrebbe abbracciare 
e baciare il suo Faust. Abbondano le immagini leg- 
giadre e piene d'evidenza, e tal fiata c'6 vera magni- 
loquenza. Qualche costrutto alfierano o foscoliano non 
guasta. Eppoi ^ lettura che innalza dal fango, ricrea. 
« Questa povera creta — nulla ha che valga, salvo il 
sovrumano — desio ehe a te la spinge, amor superno » 



— U4 — 



^ra mefaliaca, ma nuinm il ooie. H piraso Ik ^e- 
HOB pochi lo disKflV yiwfe, Ba ia Tcriii. ^ Ae 
emo Uggiai, appaitcsFrano al labfaioiie che a 
aiTD^ nn dirino clie niHi gti ipctla 

E il ea|K&r^ poo finiie. fiMcndo notaie ai o ia «na 
TOita qiuuita differenza cona dall'Aiabia poeta all'J^im- 
Ina proeaiore. fl quale, come si Tcdia anclie daDe praae 
len^.-ttf aLe reccnd, scriTeTa, sa per giiu cm Tivadtii 
e semplscisa grande ; e hob che la poena bob sia andie 
scorrerote, ma in pfosa > certo che il easo e diroso) de(- 
lava quasi come gena la penna^ senza i pfeeonc^ti che 
liDiv>iio d'altri saoi eontempofaBei. Xoo bmjso di peie- 
grino e nulla di vasto* ma nna grazia. Bn'argiua fiBexaa 
tntie $ne, una modesda speciaie cob la quale cela quasi 
il profoado. e qna e la lampi inafrpenatL Lo trariaiBO in- 
tero^ I'Wmo rince lo sorittoie e sol che bob tiatti af]gD- 
menti in cni la lingua batta^ £& innamoiare cob la sua 
srhiettezza. Del resto. andie le cose pin ostidie dice in nn 
sno modo clier nel pongeie. dimte. Ad emapio, pariando 
della sencrfa pQt^iti▼a : c Le leligToni sono atafie e sono 
mtte fiJse. ha scrino nldmamenle nn tale profiBaaoie 
pnbblico, s'intende) e non sono die il piodoao di nn 
certo aUnngamento del cerrdletto. To£to il quale, ae si 
pud^ non rimane che la sola religione della nainra e 
delle foTBR naniralL Cioe Tmecaie ed adoiafe il modo 
come si digerisee il cibo. gli eIRem natniali die pro- 
duce dopo digeritOy il modo o^me il iieio nasce^ esce 
dall^utero e simili. II ehiaro della teoriea del prafessore 
sullodaco e che le religi<Kii Tengmio da qnel pralnnga- 
mento. Questo e eridente. Quel che rimane nn poeo 
nell*ombra ^ fl perche ed H come e per opera non diea 
di ehi, ma di che, in tutti gli uomini nasee fl pndnn- 
gamentOy e qulndi la religimie. Dico in tntd, peic h fe 



— 18j — 

anche lo stesso autore dell a scoperta confessa che una 
volta era credente ; e come poi avvenga che in alcuni 
il prolungamento cada o si scorci in modo che si libe- 
rano da ogni religione, tranne, ^ inteso, qnella della 

natnra e del senso. » « Ella, illustrissimo signor 

giudice (potrebbe ben dire un colpevole al magidtrato 
che sta per condannarlo; farebbe meglio a toccarsi an 
po' il proprio capo, o se lo faccia osservare dal profes- 
sore Lombroso. E se per case, molto probabile, lo tro- 
ver& conformato come il mio, f&vk opera degua e civile 
di venirne meco alia prigione od al nosocomio, perche 
non ci h ragione alcana per ritenere che prima o poi 
ella non ruberA, uccider^, o simili, come ho fatto io. 
Anzi ci 6 la certezza che lo fara, posto che il farlo o 
astenersene non ^ opera saa, ma degli elementi chi- 
mici di ci6 che ha sotto il cranio, e qnesti sono come 
qnelli che nel mio han prodotto 11 delitto. » E, allu- 
dendo al lottiamo per la vita de' positivisti, che di- 
cono di aver lo stesso diritto a chiuder altri dentro o ad 
appiccarlo, che ha an pesce piu grande a divorare 
il piccolo : « Infatti a qnesto argomento non si pao re- 
plicare. Resta a vedere solo se ^ an argomento, o an 
fatto bratale e di brati della peggiore specie... Che an 
lupo mangi an agnello per fame, s'intende, ma a con- 
cepire che lo divori per la conservazione e salate del 
consorzio degli altri lapi, bisogna che an nomo sia 
stato per molto tempo agli ospedali. » E sta bene, fin- 
che colpisce alia radice certe stortare ed esagerazioni, 
finch^ combatte ad oltranza e nobilmente I'esoso mate- 
rialismo; ma negare ci6 che di baono, non pare in 
diritto penale, ma in filosofia, ha avato il positivismo 
nel metodo, e scappare a solo sentir pronnnziare i nomi 
di Littr^ e di Spencer ; negare qaanto la scienza spe- 

12 



— 186 — 

rimentale, gloria d'ltalia, ha risoluto e talvc^ta con cer- 
tezza matematica, non ^ un altro eccesso? (*) 

Ma si considerino i diversi lati dellMngegno del- 
PArabia : la ideality poetica, la dialettica scientifica e 
la facility narrativa, si gaardi come sapeva passare dal 
serio al faceto, dalPastruso al naturale, e si concluderii 
che non aveva torto il De Meis di « invidiarne P inge- 
gno ». Per me il fatto che non gli sfuggiva mal il lato 
ridicolo delle cose, 6 prova sovrana. 



IX 



Dire ora delP Arabia criminalista importerebbe, da 
parte mia, invadere nn campo a me estraneo. Tuttavia 
qualcosa accennerd dello spirito delle sue dottrine, le 
quali gik feci intravedere, con un rapido esame sopra 
tutto delP opera Principii del Diritto Penale applicati 
al Codice Italiano (Napoli, Tip. della Regia Univer- 
sity 1891) ('), che 6 quasi rifazione delPaltra gi4 ac- 
cennata e ormai utile solo dal lato dottrinario, e 
della quale si occuparono uomini competentissimi. II 



(') Ben altra larghezza d'idee, uopo k convenime, dimostra 
il Pessina nel sno volume di Discorsi Inaugurali (Napoli, Tip. 
Gianciui 1899), fra i quali notevolissimo quello intitolato : II Na^ 
luraliamo e le acienze giuridiche^ ancorch^ segnino pure una « xiobil« 
protesta * contro « la perturbazione intellettuale, che ha invaso 
il dominio delle scienze morali e minacoia la vita sociale ne* suoi 
pid saldi fondamenti ». 

(}) Tanto questa che Topera del fratello Tommaso, La Nuotfa 
Italia e la 8ua c»8tituzione (Napoli, Margliieri 1S74) sono contri- 
buti notevoUssimi al nuovo diritto private e pubblico d'ltalia e 
prova solenne che i due Arabia dopo aver coxitribuito a far 
la patria, si esercitarono a contribuire con vero slancio a rsn- 
derla forte e civile. 



— 187 — 

nuovo Codiee Penale, appena vide la luce, fu se- 
guito ed ancbe preceduto da infiniti commenti tutti in 
groflsi voltuni e pore ^ti cost facilinente. II perch^ e 
qnesto, che trannc poche nobili eccezioni, si tratto quasi 
sempre di raccolte del verbal! delle discussion!, di re- 
lazioni alia Camera e al Senate, di cui furono stam- 
pati almeno un dieci volumi in folio, nel quarto di se- 
colo della gestione del nuovo codiee. Naturalmente que- 
sto lavoro di forbici, che talvolta ha messo insieme 
brani in contradizione fra loro, non basta punto a spie- 
gare il nuovo codiee, massime in quello in cui ha vo- 
lute riuscire nuovo e diverso dagli antichi, ora aboliti. 
L'Arabia mostra ben altra ponderazione. Tan to 6 vero 
che egli non va intorno al nuovo codiee sempre col tu- 
ribolo deirincenso, come fanno in massima parte gli 
altri : ne tace quando gli pare che esso sia migliore 
degli altri, n6 tace quando gli pare che, per allonta- 
narsi senza ragione dalle dottrine ricevute, sia difet- 
toso e pericoloso. Cosi, per esempio, non si persuade 
dei vantaggi del sisteraa penale di fare di un pezzo 
una pena che dura da tre giorni a ventiquattro anni 
per una sola specie di delitti con un sol nome. Infatti 
non rispondc al fine educative un codiee il quale ban- 
disce che il ladro di un pane, per fame, ed un parri- 
cida, sono rei di delitti che hanno un sol nome e che 
sono puniti con la stessa pena, quantunque ci sia la 
differenza di giorni a anni. Ma, questa e altre acutis- 
sime osservazioni trovano il loro fulcro nell'applicazione 
che PArabia fa de' principii della penality a tutte le 
moteric del codiee, interpretando con esse quale 6 o do- 
vrebbe ess are il sense di ogni articolo. Cosi egli in 500 
pagine da un vero trattate teerico-pratico di diritto pe- 
nale, che risponde pienamente all' alto scopo cui deve 



— X88 — 

tendere ogni ben intesa legislazione. Perc^h^ egli ha 

perfettamente ragione quando afferma che « Pantorit^. 

h del principii e della scienza, che solo pao rischiarar 

la via e rimenare 11 vario del casi special! alia sola 

po^sibile unit^ del vero » c che 6 molto pericoloso ap- 

poggiarsi unicamente alia letterale applicazione della 

legge. Ad essere sinceri questo metodo, che disconosce 

lo studio sintetico del diritto e lo scambia col consul* 

tare gl'indici del volumi, urta neUa variety inevitabile 

della soluzione data dai giudicati. E poi, come si spiega 

che si possa cadere in errore nellMnterpretare una di- 

sposizione legislativa ed invece non si possa errare 

nella interpretazione che la giurisprudenza ne ha fatta? 

Nella mente del nostri predecessori le dottrine degli 

antichi erano passate in sncco e sangue, onde gran- 

dissima era Tautorita dei giureconsulti, e chi giungeva 

a noverar copia maggiore di dottrine conserzienti al 

suo assunto, poteva con tare sul buon successo della 

sua tesi. Quindi sul proprio predominava il senso altrui 

e la potenza della ragione cedeva il posto all' au tori t&. 

Oggi, e ne 6 nata grande superficiality negli studi, si 

cade nell'eccesso contrario, o meglio in un medesimo 

eccesso, perch6 se I'autoriti non 6 piu delle dottrine, 

6 dei giudicati; tempo sarebbe che, finita la reazione^ 

si togliesse una via di mezzo, con benefizio della scienza 

e della pratica. II libro dunque non h solo utile a in- 

tendere rettamente il Codice, ma 6 anche un buon av- 

viamento a correggerlo in cio che ha di difettoso, il 

che, come 6 noto, si 6 dovuto poi riconoscere ne'fatti. 

Fu questo in ten to che meno T Arabia a difiRondersi in 

question! politiche e morali che eccedono la pura trat- 

tazione del diritto penale ed 6 qui che, attraverso alle 

indagini paxienti e coscenziose, una sottile ironia, che 



— 189 — 

talvolta si muta in vero umore, aggiunge fascino ed 
efficacia. Niuno meglio di lui sa certamente dimostrare 
che gli errori giuridici scaturiscono quasi sempre da 
«rrori morali, che il venir meno a certe verity incon- 
cusse nel campo astratto 6 a scapito della stessa vita 
civile. Tuttavia egli esagera sul conto della scfiola po- 
«itiva, cui se debbono rimproverarsi delle deplorevoli 
abberrazioni, fe vera ingiustizia negare il contribute di 
pratici studi e di sagaci osservazioni. Ed 6 certamente 
troppo il dire cbe essa « per eonseguenza legittima 
delle sue premesse dovrebbe importare I'abolizione di 
tutti i codici penali. » 

II lavoro dell' Arabia 6 diviso in due parti e in 30 
capitoli. Nella prima parte, che abbraccia i primi XVII 
capitoli, sono svolti tutti i principii scientifici del di- 
ritto penale e i principii generali del Codice, avendosi 
riguardo alle varie opinioni manifestate nel determi- 
Bare la fiscalit^ della pena e il fondamento iilosofico 
del diritto di punire. L'autore fa poi una speciale, pro- 
fonda e diffusa trattazione, sia dal lato storico sia dal 
lato teoretico, del problema della penality nei sistemi 
della giustizia assoluta. Importante 6 ivi la confuta- 
zione delle teorie positiviste particolarmente per cio 
che concerne I'antropologia criminale e il fondamento 
di essa, in rapporto alia negazione del libero arbitrio, 
dell'esistenza psicologica del quale Pautore 6 sosteni- 
tore profondamente convinto. Quindi dedica un capi- 
tolo alle ricerche della storia del diritto penale, pas- 
sando dalla piu antica epoca di Roma attraverso al 
Medio Evo fino ai giorni nostri e al nuovo Codice Pe- 
nale, del quale, come accennammo, le note principali 
second© lui consistono nelle tendenze a mitigar le pene, 
nel tener conto degli ultimi pronunziati della scienza 



1 



— 190 — 

e delle legislazioni, e nel rendere piu comprensive e 
sintetiche tutte le disposizioni ; e quando la lode slm- 
poae, non 6 avaro. Quindi d^ un rapido sguardo al 
contenuto, alia natura restrittiva, airestensione e al va- 
lore nel tempo e nello spazio della legge penale. E si 
trattiene a parlare del reati, della lore entitji giuridica 
e della loro ben varia natiira, discutendo intorno alia 
tripartizione di essi, che prima si nsava in alcuni eo- 
dici penali, e intorno alia bipartizione, che si trovava 
nel toseano e venne adottata nel Codice nuovo, tro- 
vando preferibile il primo sistema. Analizzati partita- 
men te la natura, Tufficio giuridico e morale della pena, 
I'autore con molta competenza svolge le dottrine rela- 
tive alia parte psicologica del reato, occupandosi in 
prima della inimputabilitk assoluta che ha luogo per 
errore delPintelligenza o per constringimento ; trattando 
di questi due stati delPanimo con profondita di vedute, 
come fa pure nel discorrere delle minoranti e delle scu- 
santi. Di tanti capitoli distinti sono oggetto la mate- 
ria del tentativo, della correit^ e complicity, non che 
della reiterazione della recidiva e della estinzione del- 
Tazione penale e delle condanne ; e cosl ha t ermine la 
prima parte. 

Ne' seguenti 13 capitoli 6 trattata la parte spe- 
ciale della dottrina e delle disposizioni del codice pe- 
nale. Con spirito di liberty e amore dell'ordine P au- 
to re studia i delitti contro la sicurezza dello stato, fa- 
cendo su di essi acute e prudenti censure. E lo stesso 
fa trattando dei delitti contro la liberty, contro I'am- 
ministrazione pubblica e contro quella della giustizia. 
Svolge poi con giustissime considerazioni la materia del 
falso in moneta, non senza riguardo alle esigenze ed 
alle dottrine dell'economia pubblica, e del falso in iscrit- 



— 191 — 

tura, avendo present i le dottrine del Codice Civile per 
quanto concerne la forza probante di certi atti. 

Si occupa poi, in un articolo a parte, de' delitti 
contro la incolumit^ pubblica, che hanno acquistata 
nna importanza grandissima per la maggior facility 
che si ha, merc6 I'uso di materie esplodenti, devia- 
menti di treni ferroviari, rotture di argini e simiglianti 
mezzi, di distniggere innumerevole quantity di persone 
e di recare danni incalcolabili alle propriety pubbliche 
e private. Svolto davvero magistralmente 6 I'argomento 
dei delitti contro il buon costume e Pordine delle fa- 
miglie. 

In quattro capitoli I'Arabia discute tutto ci6 che 
riguarda la materia dei reati contro le persone e la pro- 
priety. E vero che sono le due specie di reati, che me- 
glio si trovano svolte nel codice vigente ; ma fe vero 
pure che essendo i reati che con maggior frequenza 
si commettono, meritano di essere meglio onosciuti in 
tutti i lore estremi e nei loro elementi costitutivi, par- 
ticolarmente dai magistrati ed avvocati e, nelP ultimo 
capitolo, che 6 il 30."* si tratta ampiamente delle con- 
travvenzioni, mostrandovisi I'importanza di molte di- 
sposizioni, facendosi riserve su altre, con fine critica e 
profonde vedute. 

Insomma, come ha provato il Cianci Sanseverino, 
tan to la parte ideologica che la psicologica, come quella 
di classificazione sono ugualmente bene svolte, ed ^ 
da ammirare specialmente la formologia, sono notevoli 
le osservazioni filologiche, che tan to concorrono alia 
esatta interpret azione della legge. Valga di esempio la 
critica che egli muove alia parola vilipendere delPart. 
126, che male fu adoperata nel senso d'ingiuria e di 
oltraggio al Senato, alia Camera e alle istituzioni co- 



- 192 — 

stituzionali dello Stato. AU'uopo giustamente fa notare i 
pericoli, che s'incorrono nel trovare nomi nnovi a con- 
cetti anticbi ; perch6 il diritto penale, non essendo una 
scienza nuova, ha la sua lingua ed il suo vocabolario 
da un pezzo ed a volerlo mutare senza buone ragioni, 
puo francarne la pena il considerare che in tal modo 
il verbo legislative puo non essere bene inteso, ed in 
ogni -case s'incontra il bisogno di ricominciare una ese- 
g'esi nuova sul valore e significato della voce novella 
non senza pericolo di perturbamenti. — Pregio singo- 
lare a dir tutto, 6, di non turbare il giudizio con la va- 
riety e il numero de' casi pratici, ma con lo spirito 
della legge e richiamando talvolta la mente alia legge. 
Nessuno articolo manca deU'opportuno comento e qual- 
cuno 6 completo sia dal lato storico che dal razionale. 
E, a dinotare la rigorosa concisione di parole e di con- 
cetto, con cui francamente Tautore esamina le vane 
quistioni che sorgono nella pratica forense, valga exem- 
pli gratia questo brano, che concerne la prescrizione 
dopo condanne contumaciali, per cui ben gravi e fre- 
quenti furono i casi nei quali le nostre Corti di Assisie, 
scambiando stranamente la prescrizione della pena con 
quella dell'azion penale, dichiararono la estinzione di 
questa, malgrado la intervenuta condanna : « Le con- 
danne in con turn acia — dice 1' Arabia — potendo esser 
rivocate ai sensi delPArt. 623 e seguenti del Cod. Proc. 
Pen. 6 natural cosa che se la prescrizione non 6 inte- 
ramente decorsa, 6 interrotta dal fatto stesso, che an- 
nuUa la condanna. Ma si noti che in tal caso la pre- 
scrizione, che puo essere compiuta, 6 sempre quella che 
ha il piu lungo termine della pena, non quello del- 
I'azione, perch6 questo era cessato con la sentenza an* 
che contumaciale. E questo ^ il solo caso in cui s'in- 



— 193 — 

terrompe la prescrizione della pena. » In altri termini, 
aggiunge il Cianci, con la presentazione e con Parre- 
sto del condannato in contumacia, ha luogo la inver- 
sione della prescrizione, cio6 a quella della pena suc- 
cede Pazione. 

E non essendo possibile additare altri punti, che 
pnr sarebbero degni di attenzione per i lamp! di genio 
dell' A. riportiamo piuttosto e per intero le lacune che 
il Cianci nota neH'opera, perch6 sempre piu il lettore 
cui interessa se ne faccia un concetto adeguato ; e lo 
facciamo anche perch^ vi e chiarito non senza efficacia 
quanto si 6 opposto in principio intorno al delitto pro- 
gressive. 

« Solo avremmo desiderato piu larghe osservazioni 
intorno alia teorica dei delitti continui. Spesso nell'ap- 
plicazione delle leggi penali si scorge la necessity di 
sapere in che consista il concorso sostanziale dei reati 
in unico contesto di azioni, e come distinguendosi il 
concorso reale dal concorso formate si abbia in cio stesso 
il criterio della diflPerenza caratteristica dei reati istan- 
tauei, complessi, permanent!, abituali e progressivi. 

« Non di rado nel foro, con grave oltraggio dei 
principii di diritto ritiensi la continuity dei reati di 
sangue, che, al dire dell'Haus, sono perfettamente istan- 
tanei ; e come tali possono dar luogo a reiterazione e 
non a continuazione, integrandosi essi col fatto mede- 
simo della ferita o della percossa. 

« Non meno importante ai fini penali puo riuscire 
la diflferenza tra i reati continui ed i coUettivi, o suc- 
cessivi, che si ripetono anche quando siano divisi dalla 
successione di tempo o di luogo. Veramente in questi 
vi ha un succedersi di fatti distinti e separati della 
stessa specie ed apparteneuti alio stesso titolo delittuoso, 



— 1)4 — 

perch6 connessi dalla unicit^ del disegno e del fine e 
perch6 dipendenti da una 8ola determinazione, come 
nello adulterio, e nella eospirazione contro lo Stato. AI 
contrario il delitto continuato, come Tassociazione di 
malfattori nel tine di delinquere contro le persone e la 
propriety, si prolunga senza intemizione, appena il 
fatto costitutivo della reitk sia compinto. 

« Ed ora che siamo sii tale argomento, diremo pure 
che per la nuova disposizione dell 'art. 79 del cod. pen. 
Tegregio autore avrebbe reso gran servigio a coloro, 
che cercano un libro d*istituzioni o di elementi di di- 
ritto penale, se avesse posto, come gik fa detto, la di- 
stinzione fra i delitti complessi, permanenti, fra gli 
abituali, i progressivi ed i success! vi. Siffatta distin- 
zione non 6 priva d'importanza in rapporto all'appli- 
cazione della pena, che deve quasi stabilire la misura 
del reato, se si ponga mente che i complessi apparten- 
gono a titoli diversi coUegati insieme dal rapporto di 
mezzo ed efPetto. 

« Gli abituali poi come i successivi hanno questo 
di comune, che gli uni e gli altri attaccano in tempo 
e luogo di verso una legge medesima ; ma gli abituali 
si distinguono dai successivi, perch6 non sono eflfetto 
di special i determinazioni, come singole attuazioni, del 
reo disegno o della risoluzione criminosa ; ed invece 
consistono nell'abitudine di commettere certi fatti ri- 
prensibili ; cosi il prestare rifugio o somministrazioni 
di vettovaglie a bande sediziose, giusta Tart. 132 cod. 
pen. cosi Pabuso deiraltrui credulity, giusta I'art. 459, 
cosl I'esercizio della questua e simili. 

« Infine, il delitto progressivo puo esser raflSgu- 
rato da una progressiva lesione in delitto della stessa 
specie, come la minaccia a via di fatto, che trascorra 



— 195 — 

in ferimento, di guisa che I'Dltimo fatto rappresenti 
Tapice della delinqnenza, non potendo a tale ipotesi 
attagliarsi Part. 78 del cod. pen. in cui 6 preveduto un 
fatto iinico, che viola diverse disposizioni di legge. 

tt Tutte queste distinzioni non importano certamente 
una semplice diversity di nomenclatura ; giacche ser- 
vono a misurare, come si disse, la diversa penality a 
fatti, i quali a primo sguardo potrebbero parere della 
stessa indole. 

« Infine, di riscontro alia ipotesi del reato complesso 
che ha luogo allorch6 un delitto 6 posto come mezzo ad un 
altro delitto, avremmo desiderato che Pegregio autore, 
con la solita perspicuity di concetto c di forma, avesse 
parlato piu largamente della ipotesi delPart. 77 del nuovo 
eodice, messo in riscontro alia connessit^ di cui h pro- 
posito nelPart. 21 cod. proc. pen. Imperocch6 spesso av- 
viene che un reato sia commesso per procurarsi i 
mezzi a commetterne altri, a facilitarne la esecuzione 
ed assicurarne la impunity, senza che sembrassero tut- 
t'uno nella coscienza del colpevole ed in quella che 
dices! obbiettivit^ del delitto ; quantunque i diversi ma- 
lefici siano stretti da un legame logico, per la forza 
causale che li unisce fra loro. 

« A queate considerazioni ci richiamano gli stessi 
pregi del libro, che nelle materie test6 accennate de- 
stano quasi il desidecio, che Pautore, con la elegante 
semplicit^ del suo stile, se ne fosse piu largamente oc- 
cupato. 

« Checch6 sia di cio, e senza indagare da quali 
ragioni fu trattenuto a non far pago questo desiderio 
del leggitore, egli 6 certo che il libro dalla prima al- 
I'ultima pagina, 6 ricco di quel criterii, che giovano 
mirabilmente ad aiutare la patria giurisprudenza, edu- 



— 196 — 

cando le giovani menti ad una critica obbiettiva, storica 
e razionale, che tan to puo riuscire efficace alPincre- 
mento di questi studii, nei quali il valoroso antore, sin 
dalla metd. di questo secolo, ha grande autorit4 e riscuote 
sincere plauso fra noi. » 

In ogni minimo opuscolo che tratti di Diritto Penale, 
1' Arabia fonda le sue dottrine sulla vasta base e morale 
che sorge dal trovare alia giustizia un valore assoluto, 
non determinato dalle contingenze del fatto, del concreto, 
ma che anzi ^ principio che sovrasta ad ogni realty. 
Pero quel di Dante... « le cose tutte quante hanno or- 
dine fra loro » diventa per lui, filosofo e giurista, il fon- 
damento del diritto, e in (juesto fondamento esse raggiun- 
gono la loro finality e la Society vi attua al possibile la 
sua legge suprema. 

E tanto basti delPArabia penalista, ben noto ai 
dotti come uno dei piu forti sostenitori della scuola clas- 
sica che Napoli abbia avuto dopo lo Zuppetta e il Pessina. 



L'ultimo ventennio della vita di FranciBSco Saverio 
Arabia fa un continuo esercizio di attivit^ e di studi 
nel campo elevato e insieme modesto in cui aveva sa- 
puto serbarsi. La cltt4 voile aifidargli molteplici e ono- 
revoli incarichi e, quando gli parve di poterli tenere 
con decoro e benefizio altrui, fu lieto di accettarli. Eu 
per piu anni consigliere Provinciale, membro della 
Giunta Amministrativa, componente 11 Consiglio Diret- 
tivo degli Educandati ecc. Promosso a consigliere della 
Corte di Cassazione, il passare dietro sua domanda, dal 
Pubblico Ministero alia magistratura giudicante, fu 
per lui sacrifizio che gli cost6 anche parte di pensione, 



— 197 — 

ma a cui si presto per giovare a nn collega, come per 
giovare a un amico rinunzio al posto di Segretario del- 
PAccademia di scienze morali e politiche, di cai fu an- 
che presidente e poi tesoriere. Qual magistrato, ovun- 
qae sedette, fu sereno, imparziale e ineorruttibile. Gii 
piaceva mescere seria jocis anche nei momenti piii seri 
dell'alta funzione, e le sue requisitorie, come le sue re- 
lazioni, non Jo dipingono diverso da quel che egli, per 
esempio, si affermava, nelle lettere familiari. Mai invido 
dei coUeghi e sempre del decoro di essi tenerissimo, si 
senti stretto di piu viva amicizia a quell i che avevano 
con lui parentela di studi e di idee. Giovanni Masucci, 
fra gli altri, di cui avendolo avuto ospite, scriveva 
nel taccuino : « Ore intellettuali e deliziose quali si 
possono passare con un uomo d'ingegno e galantuomo 
come il Masucci. > 

Eppoi il venerando Casella, il vecchio amico e com- 
pagno La Francesca, Napoletani, Pirro de Luca, Angelo 
Abatemarco, Luciano Lomonaco, CioIIaro, Santamaria, 
Ciampa, Giacomo Winspeare, Loffredo divenuto autore 
della Storia di Barletta, La Volpe e qualche altro di cui 
ora non mi sovviene. Stando in seduta, si dirigevano con 
alcuni di essi, bigliettini con versi scherzosi ed 6 un pec- 
cato che non si conservino. E versi berneschi ne scriveva 
ad ogni occasione, ve n' ha moiti fra' suoi manoscritti, o 
li mand6 in giro. Durante il Colera del '84 ne mand6 a 
Cesare Dalbono e questo carissimo uomo gli rispose con 
altri versi, de' quali mi place riportare un saggio : 

Non ti bastaron dunque il tempo e gli anni 
A farti ripudiar la poesia ; 
Ti lagni sempre de' mortali afiPanni, 

E questo in faccia mia. 



- 198 — 

Hai largo il censo, piena la cantina, 
Lieta una moglie ti saltella iatorno, 
Terre a Castellammare e a ^lonte iSpina, 

Comprl una casa al giorno; 

» Poi, senza troppo tormentar lo scrigno, 
Hai governante, segretario, cuoco, 
Servo, cocchiere, il morbido Benigno, 

E ci6 ti sembra poco. 

E continua nella esagerata enumerazione: ma poicM 
le lamentazioni deH'amico erano state 5«ociali, egli rin- 
cara la dose, ed fe curioso vedere i due vecchi, uno aper- 
tamente, I'altro fingendo di rimproverarlo, farsi lauda- 
tores temporis acti. 

A che lagnarsi, gli dice, non 6 fatta PItalia? 

Va via, che mi faresti indispettire 
Perch6 1 'Italia tu la conti poco; 
lo certe cose non le vo' sentire 

Nemmen per gioco. 
L'hai voluta e I'avesti 

E continua la nenia sui corrotti costumi, suUa leg- 
gerezza dominante ecc. 

Volea la gioventu colta e studiosa, 
Un che studiasse Parte, uno la scienza ; 
Tutti studiano tutto, e in ogni cosa 

Eccoti la licenza. 



— 199 — 
e assai fine 6 quest'altra : 

Mi dolsi anch'io ne' dolci anni primieri 
De' troppi cavalier conti e baroni ; 
Possiam dirci contenti : i cavalieri 

Oggi siam pochi e buoni ! 

E un pessimismo dolce e rassegnato, proprio di un 
umorista vero, quale il Dalbono si afferma sopra tutto 
nella prosa. Avevano tan to sognata perfetta questa 
patria, che la disiUusione fu un fatto naturale. Ma, 
come scrisse lo stesso Dalbono « Non vuol dire che se 
godiamo di rammentare i tempi passati, noi siamo poco 
contenti del presente, che pure ha raolto di buono. Si 
comprende bene che bisogna staccarlo da quello che 
ci 6 di male, che ci 6 sempre, e dapertutto, e in tutti i 

tempi, e in tutti i luoghi vuol dire anzi che se allora 

si faceva qualche cosa di bene in un certo modo, oggi 
si fa in un altro » e conclude che pero bisogna essere 
sempre contenti del presente, anche perch6 gli pare 
che « il ricominciar da capo sarebbe una noi a, e che 
qnesta vita, fatta cosi, per una volta sola possa bastare. » 

Quanto ad epigrammi 1 'Arabia non aveva bisogno 
di scriverne, perch6 gli fiorivan spontanei sul labbro, 
erano la vera manifcstazione del suo spirito e quasi la 
forma della mente. Ad esempio di certi Succhi di Sa- 
pienza di un calabrese afTermd che erano veri succhi di 
pomodoro, e dopo aver lodato con altri un lavoro di 
Eugenic Raffaelli sulla Jgiene Legislativa^ disse all'au- 
tore : « Avevamo gii una femmina, la legislazione ; tu 
vuoi aggiungerne un'altra, Pigiene. » E epigrammatica 
era la forma de' suoi pensieri piu sentiti. Invitato a 
scrivere per Vincenzo Bellini, detto questa strofa : 



— 200 — 

Quando di cio, che I'alma arte de' suoiii 
E possa e sappia, non sark piu norma 
La divina tua Norma, 
S'udri per tutto un triste inno selvagpgio, 
Che false voci e corde 
Al deforme alzeranno ed al discorde. 

II suo odio era la musica tedesca, che in veriti, 
conosceva poco, e per6 in parte la calunniava. L'amico 
Tari, il geniale professore di estetica, invano ten to di per- 
suaderlo. Le discussioni, anzi le polemiche erano gran 
parte della sua vita ed egli ne faceva volentieri a voce ed 
in iscritto. Molte volte rimaneva scosso da cio che altri 
gli diceva, ma non lo confessava di leggieri ; 6 che egli 
era ten ace per natura, ma la tenacia era carattere, unit^ 
di coscienza. Pareva recasse in tutte le cose una grande 
leggerezza, ed era invece serieti, perch^ con essa riusciva 
a fare le cose serie. Voleva renderle sempre piacevoli, 
ecco tutto, e che non si dimenticasse il lato debole che 
hanno, di essere imperfette e caduche, questo poi il se- 
greto. Pero la sua conversazione era ricca di aneddoti, di 
piacevolezze, di punture, e non si esauriva mai ; pareva 
superficiale a chi non Tavesse seguita con attenzione, sol 
perch6 nascondeva, per abito innato, cio che aveva di sa- 
piente. E conversari graziosi ebbe con molti e degni di 
lui, e vorrei poterli ricordar tutti. Quando nno aveva sco- 
vato che facesse al caso suo, non lo lasciava piu. Per 
lungo tempo, per esempio, frequento un piccolo cafiP6 solo 
perchfe vi andava I'insigne scienziato Tito Livio De San- 
ctis, e da che quest! mori, non esisteva piu per lui quel 
caff6 ! Lo ricordo in casa nostra, in compagnia di altre 
persone rispettabili, fra le quail il pittore Smargiassi, il 
Bolognese, il Correra, il Giannattasio, il Pisanelli, il La 



— 201 — 

Cecilia, r Imbriani padre, Cecidio Bonanni, Paolo San- 
chez, tradutfcore di Seneca, e che fa discepolo di Giu- 
stino Quadrari e di Cataldo lannelli, e Antonio Spi- 
nelli, il Morisani eec; come in casa delPaltro illustre 
seienziato Francesco Del Giudice, dove motteggi^va con 
uomini seriissimi quali il Trudi, I'altro niatematico Pa- 
dula, il Panceri, il Turchiarulo, traduttore di Savigny, il 
Trinchera, quell' ^rrufPonedMngegno che era Parcheologo 
D'Ambra, il Masdea, il Betocchi, il Chiaia e altri profes- 
sori dell' Istituto Tecnico. Nel taccuino narra di serate 
in casa Marvasi e si compiace sopra tutto di trovarci il 
gran clinico Tommasi e il pittore Altamura . Degli amici^ 
oltre ai fratelli Dalbono e il loro figliuolo e nipote Edu- 
ardo, il pittore di genio, che gli vissero parecchi anni 
accanto, prediligcva il Cenni, filosofo come Ini aborrente 
dai nuovi sistemi, innamorato del Vico ; il Bonghi, del 
quale fra le altre letterine mi piace riportare questa as- 
sai curiosa, a proposito di abbonati che aveva procurato 
alia traduzione di Platone: 

Caro Arabia 

« Domenica. 

Poich^ mi hai trovato cinque platonici e una pla- 
tonica, cerca di moltiplicarli. 

Aff.o tuo Bonghi. » 

Amava il Pepere, il Pessina, il Conforti, il Vacca, il 
Cosenza, il Grimaldi, il Borgnini, TAlianelli, Monsignor 
Mirabelli e piu ancora il fratello Giuseppe, (1' uno del- 
1' altro degnissimi), 1' unico forse cui risparmiava, ma- 
gari parlandone con altri, anche i suoi motti ; i dotti 
avvocati Perez Navarre te padre e Greco, F. S. Pomo- 
doro, il Cianci, Eduardo Cimorelli, ora deputato, suo 
diletto discepolo ; gli altri due deputati Pietro Rosano e 

13 



— 202 - 

Gaspare Colosimo, che sposarono le sue care figliastre, 
Francesca e Tommasina, e che tante prove gli han dato 
di riverenza, d'interessamento e di affetto ; Giuseppe 
Martini e Cesare Carlo Gallotti ricordati, fratello Tuno 
della prima e I'altro del la seconda moglie ; e Taltro 
Martini, nipote del primo, Emiddio, ora direttore della 
nostra Biblloteea Nazionale. Un culto ebbe sempre per 
la Duchessa Ravaschieri, alia cui opera per Pinfanzia 
abbandonata consacro 11 suo /Sorrento^ come scrisse bei 
versi, nell'albo della Casa, sulla morta Lina-, e fu amico 
pure della Fanny Zampiui-Salazar la benemerita diret- 
trice della Italian Review. Fra i giovani predilesse 
Francesco Cimmino e Augusto Mastrolilli. Ma nrn 
credo amasse altri quanto P. E. Imbriani e V. Vil- 
lari, morti a poea dlstanza nel 1877, e non saprei se plan- 
gesse piu il cattedratico o il giureconsulto. E del prinio 
il 5 Febbraio scrive nel taccuino : « Esequie dlrabriani. 
Fovero amico ! Quanto godd quel pochi giorni che passo 
al Leucog^o, non tanto pel luogo, che tanto gli piacque, 
quanto per Pamorevolezza con cui fu accolto. — Mi ric- 
sce cosi nuovo e gradito che si abbia cura di un povero 
vecchio — ripeteva » . Del secondo il 21 : « Vado fino 
a casa Villari con I'animo straordin»riamente inquieto 
e presago di sciagure.... Quel povero infelice alle 11 li2 
ha cessato di sofiFrire ed 6 andato, son certo, in luogo 
ove ha trovato un misrlior premio alle sue virtu — Ad- 
dio !.... Povere creature, in me avranno sempre l^arfRKtto 
di un padre per la cara e buona memoria che ml lascia 
il loro. » E in fine dell'anno 1877 scrive : « Kingraziv 
Die del bene che mi ha fatto, De' mall quel che pi& mi 
ha afflitto ^ stato la morte d'Imbriani e di YiHari. > 
Tutta la bont^ dell'animo suo nfnlge in queste note. 
De' lontani, oh quanti coi quali era in corrispoQ- 



— 203 — 

denza ! Cos! si fossero trovate le lettere, di cui parla 
il taceuino, delPavellinese Enrico Capozzi, e della poe- 
tessa siciliana Turrisi Colonna ehe farebbero andar in 
soUuchero I'amieo Guardione ! e, riferendomi airultimo 
ventennio, accennero fra i lontani e i vicini, a Da vide 
Andreotti, autore della Storia del Cosentitii, a Vincenzo 
lulia, ai latinisti Guaneiali, Vitrioli, Cirino, Perrone, ('), 
a Filippo Ambrosoli, che gli mando da Firenze una 
graziosa epigrafe per il suo secondo matrimonio; al 
Principe di Belmonte, a Giulio Carcano, a Remigio Del 
Grosso cosi lodato dal Settembrini, alio stesso autone 
deile JRicordanze^ al Padre Curci, al col to e elegante 
Cav. Giuseppe de Vio, al Mancini, al Magliani, al Za- 

nardelli, al De Meis, che lo chiamava « Ciccillo mio » e 
polemizzava con lui su Hegel ; P Acri, per il quale, ap- 

prezzandone le vedute comuni, avevauna stima immensa^ 
il Ranicri, che, poco prima di morire, gli scriveva di 
avere pianto nel rileggere i suoi versi al Di Deo e gli 
raccomandava di propugnare V abolizione della pena di 
mortc. « Se le cose si scaldano, voi non negherete le 
vostre sante parole al santo tenia. » Ricordo pure I'ar- 
guto e scettico solitario di Capri Achille Pomarici, Mi- 
cheJe De Chiara di Aversa, serittore ipercattolico, il buon 
arciprcte albancse Argondizza, e la eini liana Marchesa 
De Plattis (lolanda)^ di cui ammirava la squisitezza ar- 
tistica. Ma lontano e vicino aveva amici dappoco, coi 
quali trattava diversamente e li prendeva come an- 
davan prcsi. « Non 6 detto poi che tutti debbano scO' 
prire P America » diceva. 



(*) Fin dai giovani anni si tenne stretto ai latinisti, tanto 
da freqaentare 11 Segaino e 11 Ciampittl, alutando C. Dalbono 
neUa tradazione della Elegia scrltta in morte di quest' ultimo da 
Smidio Cappelll. 



— 204 — 

La sua superficie era un po' ingrata, si affermava 
un pessimista, appunto perche era un grande otti- 
mista 6 amava tutto e tutti, gli uomini, le piante e 
gli animali ! Gli muore nel 1887 un cavallino e scrive: 
« Giunto a stento sotto la grotta di Pozzuoli 6 morto, 
Piu liero dolore che ne ho avuto non si puo pensare : 
eonfortato dal solo pensiero che I'ho assistito ed aiutata 
fino alPultimo. Povera bestia, mi ha s^rvito per circa 
19 anni. Erano a lei legate molte mie memorie e non 
dimentico mai che servi qualche volta il mio povera 
padre. Addio, buono e caro e sempre benedetto anima- 
Inccio. Non mi saluterai piu quando verro nella stalla 
e come quando mi distingue vi nelle folle. Tu mi amavi^ 
ma io ho pianto come un fanciullo alia notlzia della 
tua morte, e piango scrivendo ora. » 

Muore nel 1898 la famosa Pechina e scrive : 

« Vado all'Accademia col gran dolore di vedere 
quella cagnolina Zuzii, moribonda. Al ritorno la trovo 
morta. Non ho avuto mai un animaletto piu afiPezionato e 
piu bello. Ho pianto, ha pianto mia moglie, Benigno e 
Adele, I'orfana figlia PepeUa lamentandosi per tutta la. 
casa. Unico conforto che Pabbiamo assistita nella sua 
lunga malattia come meglio non si poteva, e che la 
morte I'ha liberata da uno spasimo continuo. La mando 
a seppellire a Montespino. » 

Ma ahi i soavi colloqui spiritual! con gli amici che 
avevano lasciato la terra, chi li puo dire? « La morte 
— diceva — spiritual izza : erano ottimi, oggi mi ap- 
paiono santi, quali forse saranno. » Intuizioni in cui ri- 
velava Pintimo sentimento, appannato dalla invincibile 
tendenza a motteggiare. Ma i forti e i buoni lo ama- 
vano, perche sapevano che egli era il burbero benefico 
e che le persone egli le amava a modo suo, le avrebbe 



— 205 — 

volute perfette, ma come pareva a lui, secondo an suo 
tipo mentale, e s'irritava quando le vedeva venir meno 
al suo ideale. In suo abbozzato romanzo trovo un certo 
Don Paolo Fringuelli, che egli dipinge cosi : « Era 
uno di que' cervelli sottili, che veggono il pelo nel- 
I'uovo non solo, ma di ogni pelo fanno una trave e di- 
vcntano puntigliosi, incontentabili e fastidiosi ad altri, 
i'omunque stpessOy anei quasi sempre, avessero ragione. 
Non allato, ma in fondo ad ogni veritA,, ci 6 un errore, 
perche il vero, essendo semplice, non si puo mica no- 
tomizzare e pur troppo il povero spirito umano si deve 
contentare di quelio che puo. » II tormentare per cor- 
r^g'gere era un suo diletto. La sua mente era fabbri- 
cata in maniera che, di prime acchito, egli scorgeva di 
ciascuna cosa il lato scadoite, manchevole, e su quelio 
si sofifermava con amara volutti, con lo sdegno e col 
rirapianto che gli destava tutto cio che ai suoi occhi 
aveva Pimpronta fatale della limitazione. Ho assistito — 
serisse negli ultimi di di sua vita — alia potazione 
delle viti. Oh se gli uomini potessero potarsi di tutto 
il cattivo. » L'agilitli del suo ingegno gli faceva com- 
prendere che non c' h bianco cui non possa contrap- 
porsi il nero. G\k dissi che lo si udiva biasimare per- 
sone e libri che poi lodava ; e, chi ben guardi, il suo 
giudizio non nasceva in tutto da quelio scrupolo nella 
ricerca delle mende, inevitabili dalPumana natura, che 
il Manno col loco fra i vizi de* letterati, insetti, secondo 
lui, che si dilettano a forare le frutta piu saporose e 
mature. Erano nell' Arabia contradizioni e bizzarie, e 
forse non erano, perchfe egli partiva sempre da un 
pun to di vista tutto suo, idcologo costante. Era un idea- 
lista perfetto c le sue bizze e stranezze, le sue innocent! 
pcrsecuzioni, i suoi disdegni e gli abbandoni erano frutto 



— 206 — 

del contrasto, del dissidio, del dispregio della volgaritft 
che gli si parava innanzi ad ognl pi6 sospinto, semi-umo- 
rista, ancorch^ non palese, e con tutto che non avesse 
letto mai Heine. Piangeva senza troppo saperlo sul 
fango che era negll altri e... in lui, e riusciva ristretto 
nelle idee per paura del bratto e del laido. Ma non 
era astioso al panto del suo grande concittadino 
Gravina. 

Fra una pagina dl diritto penale e una di critica let- 
teraria, una sentenza e una poesia giocosa, una lettera 
pungente e una scappatina a Quisisana, dove lo rag- 
giungevano i suoi bravi e amati nipoti Antonio e Guido, 
figli di Tommaso, lo colse la nomina a senatore nel 
1892 e nel 1895 il coUocamento a riposo col titolo e 
grado di presidente di Corte di Appello. E al Senato si 
reco poehe volte, ma in quelle poche fu ammirato il 
suo giudizio e il senatore fu integro modesto e nemico 
delle vanitA, e delle ingerenze illecite, come erano stati 
lo scienziato, I'uomo di lettere e il magistrato. Ogni 
suo atto era inspirato da retti propositi. Onesto, ammi- 
rava Ponesti dove la trovava, era inesorabile con la 
disonestA e gli pareva che il dividere chiaramente dalle 
opere degli uomini il male dal bene fosse condizione 
sine qua non di progresso, I'umiliare quelli che sono 
privatim degeneres, in puhhlicum exiiiosi, doveroso. I 
paroloni di oggi lo trovavano assai scettico, poich6, per 
temperamento fisico e morale, era condotto alia mode- 
razione. Parlando, nella Relazione all' Accademia di 
scienze nel 1879, dell'ingegno del Pisanelli, disse : 

« Questo suo ingegno, o signori, non diro ch*era 
grande ; imperocch6 al livello in cui Tet^ ha posto gli 
uomini, niente c'e di piccolo, tutto si dice grande e 
straordinariamente meraviglioso. Dir6 solo che dagli* 



— 207 ~ 

studi molti che aveva sempre fatti in patria e in esilio, 
in triste e prospera fortuna, aveva aequistato quella 
dote e perfezione che 6 la temperanza. » 

Avere una spiccata fisonomia e saperla conservare, 
serbarsi ligio a una linea di condotta che si sia trac- 
ciata a noi medesimi, credere di aver trovato il vero, 
e tenersene pago, senza perderlo di vista giammai, 6 
quality di animo virile, se pure alquanto pavido, e poco 
importa esser chiamato rigido, quando si puo gridare 
come la sua arnica Guacci : 

Narra che in via di triboli gremita 
Intemerata e nitida portai 
La veste de la mia povera vita ; 

e qual vita povera non fe ? 

Pubblicando, nel 1882, una raccolta di versi e prose 
sotto il titolo Ricordt di Letteratura, dove incluse pure 
i bei canti Adello il Viggianese^ che pero qui non si ri- 
portano per lasciar posto nWEugenio meno noto, scri- 
veva : « Di che avvenne che in quel tempi era in uso 
nn certo galateo letterario, pel quale, niuno, scrivendo, 
poteva fare a meno di mostrare d'essere stato a scuola, 
cominciando da quella della grammatica, della proso- 
dia, della lingua, fino all'arte di scrivere ; ed anche a 
scuola di morality e di viver civile. Se da cio venne 
che nella forma esterna fu un po' soverchio di vernice 
rettorica, come per dispregio le si 6detto, era almeno 
una rettorica pulita, un po' fastidiosa, ma non scan- 
dalosa e sguaitamente turpe e villana. » II pensiero 
che tanti secoli di dolori ci hanno umanizzati al punto 
da invitarci a uno studio spietato di noi stcssi, che ci 
costringe a gettar via molti veli, non gli sorgeva ne 



— 208 — 

lo appagava. Era convinto ed 6 naturale che non ce- 
desse di un palmo. E non cedette e divenne parziale, 
si lascio vincere dal preconcetto in modo da non voler 
leggere e udire neppur quello che era da leggere e 
ammirare. Similmente, in politica, non intese che ri- 
manere alle idee di quarant' anni fa 6 schierarsi inco- 
sciaraente con coloro che quelle nobili idee allora av- 
versavano ! (') 

Certo che, in arte, formandosi ognuno una propria 
particolare idea dei carat teri, della bellezza e della 
perfezione, ne avviene necessariamente che niuno possa 
mai nutrire stima e rispetto per colui che vede at- 
taccato a contrarie massime e ad opposti principii. 
E male di tutti i tempi e anche oggi c'6 chi, vedendo 
altri inoltrarsi nelle lettere per vie diverse da quelle 



(^) L'odierno moto ascensionale delle classi lavoratrici, che 
genera e fa in molti aocarezzare utopie, si pii6, per esempio, d'al- 
tra parte, biasimare in tatto ed irridere senza leggerezza e sonza 
jiccomnnarsi ai nobili che, in altri tempi, pretendevano impedire 
1' ascensione borghese ? Sempre per6 dintingnendo, col Guerrazzi, 
fra popolo e plebe indegna, che alle vere aggiunge le fnte piaghe 
per urlare e accattare. II primo 6 : 

. . . . il grande e maestoso fiume 

che volge il cor so al mare: 
il ghiacciaio.... bianco e silonte 

che leva al riel la fronte, 
e a poco a poco, inesorabilmente 

spacca e sommuove il monte, 



il batter senza tregna, coi pessnti 

martelli il vivo masso 
a poco a poco disgregando, ansanti 

le vertebre del sasso : 

come canta Ada Negri. La seconda, ho paura, oi vorranno se- 
coli di secoli per dirozzarla e, per lo meno, sarA sempre soste- 
nuta dair esercito immortale dei fannuUoni, ricchi e poveri che 
sieno ! 



— 209 — 

<jhe crede le uniche buone, ogni suo pregio agli occhl 
<ii lui svanisce e iion vi scorge che bmttezze e difetti. 
Orazio odiava Plauto perchfe non sa come lui mante- 
nersi nel lepido e satirico, in a cade nella scurrility ; Plu- 
tareo, essendo d' indole modesto e moderato, trova bia- 
simevoH e insopportabili la veemenza e la liberty di 
Aristofaue ; e venendo giu giu gli esempi potrebbero 
moltiplicarsi. Pero PArabia, piuttosto che esercitarsi 
troppo a criticare e a deridere, faceva bene a non leg- 
gere. Innamorato de* suoi classici e di pochi altri scrit- 
tori stranieri, la grande poesia di Schelley, di Swin- 
burne, di Tennyson, di Ulhand, della Browning e di 
altri illustri tedeschi e inglesi ecc, de' quali ultimi cono- 
scendo la lingua, niuno avrebbe potuto gustare meglio 
(e A che comincio a tradurre la Golden Legend del 
Longfellow), gli rimase ignota ; come in fondo quella 
dello stcsso Carducci, classico quant' altro mai, che pure 
ha cosl meravigliosamente innestato il bello antico alia 
ragione moderna, il profumo della prisca poesia alle 
audacie nuo\ e. E quando di qualcuno de' citati e di 
altri insigni — ricordo fra gl'italiani il Rapisardi — e 
di alcuni finissimi verseggiatori francesi, qualcosa gli 
passava sotto gli occhi, ne rimaneva trasognato e ma- 
nitestava con calore la sua ammirazione per conclu- 

dere : ma e qui la sua « bellezza eterea. » E se 

s'insistcva, diceva malinconicamente che oramai era 
fatto vecchio e voleva esser lasciato coi suoi gusti e ri- 
peteva un adagio del Troya, che 1' uomo d' ingegno 
cio6, non 6 che un uomo allorch6 nasce, adulto puo 
diventare un dio, finisce sempre un asino invecchiando. 
N6 altri de' piu forti prosatori odierni lo trovarono me- 
glio disposti, Tolstoi e Ibsen per esempio trattava da 
pazzi... e fu troppo. Ma non fu male, vivaddio, che ri- 



— 210 — 

maneBse del tutto estraneo alia fungaia di poeti, spe- 
ciaJmente, che getto la lira Italiana nel fango, a pro- 
posito della quale ben disse il-Nencioni, non sospetto, 
che gl'insetti di alcova avevan preso yoce umana, e 
die tuttora pullula corrompendo tutto. A questa am- 
morbante cloaca, ormai per grazia di Dio prossima a 
chiudcrsi, da cui scatnriscono solo il lurido e il barocco, 
e veramente salutare reazione la schietta e pura pro- 
duzione dell' Arabia, che spira un'aura greca e f a pea- 
sare al trecento. Resta solo da riconoscere con pari fran- 
chezza la importanza delle evoluzioni dell'arte, pene- 
trandone il senso, scoprendo la parte di avvenire che 
in s^v contengono, senza violenze faziose e arbitrii di 
sette, ma senza neppure bigotterle tradizionali^ senza 
sottintesi e paure, conservando il buono, ma neH'inno- 
vare. Una intuizione sincera della modernity ci porrk 
anzi in grado di valutar meglio l*opera del passato in 
relazione coi fenomeni e le esigenze present!, che fanno 
logicamente sostituire altre predilezioni a quelle che eb- 
bero i nostri padrl. Necessario 6 solo che la nuova ge- 
nerazione acquisti una larga e verace coscienza di s^ 
e che lo spirito di essa, airombra di un nuovo ideale 
etico, segni la rinascenza dell'arte. 

Ma la vita passa cosi rapidamente, che ci appare 
come veduta di sogno notturno. 

Francesco Saverio Arabia vide sparire, I'uno dopo 
I'altro, i fratelli Giuseppe, da cui il vivente nipote 
Andrea, e Tommaso, e la sorella Maria moglie del 
Cav. lannotti, sicch6 sopravvivono ora solo Luigi e 
Isabella, vedova del Sig. Davino ; e presto approssi- 
marsi, e con calma, la stessa sua dipartita. £i passo 
gli ultimi mesi suoi sempre nello studio e nella me- 
ditazione, aspirando al raggiungimento di quelle ca- 



, wt 



-- 211 — 

stc speranze che aveva sempre vagheggiato. Uii uomo 
che a 78 anni continua a scrivere di giurisprudenza e 
di letteratura con senno e vigoria di pensieri, 6 senza 
dubbio un fenomeno. Chi legge il Sorrento resta stnpito 
di quella gnovinezza di spirito e vena gaia. Parve un 
addio alia terra quel libriccino, Paddio di chi, lascian- 
dola, vuole impriraere di s6 V ultima orma. II vivo 
sentiniento della natura, Tamore del bello, V ingenua 
freschezza del sentimento laseiano neiranimo una pace 
inalterabile. Nella raorte della giovinetta Emilia, cosi 
soavemente calata nel realc-, par quasi di sentire Pan- 
nanzio della sua, che segui, coi conforti religiosi, nel 
di 5 Luglio 1899, fra le braccia della sua virtuosa Pal- 
mira, la quale da allora non ha avuto piu gioia, e a cui 
egli ha dato, anche morendo, provadi fiducia e di afiPetto. 
Pareva dormisse, e, sognando, dicesse alle cose : 

...ho conosciuto 
una piu grande e disiabil cosa 
che possedervi. 

Lie esequi^ il giorno dopo riuscirono solenni, vi con- 
corse quanto Napoli aveva di piu eletto, e i principali 
discorsi pronunziati innanzi al feretro si troveranno q'li 
in appendice. 

D'ogni parte giunsero telegrammi, e degni di men- 
zione sono quelli del Presidente il Consiglio do' Mini- 
stri e del Sindaco di Cosenza. Questa Atene delle Cala- 
brie che, quand'egli vi torno, tanta festa gli fece, ha 
ora il debito sacro di onorarlo, o ponendo una lapide 
sulla casa in cui nacque, o intitolando del suo nome una 
strada, o ornando di un bus to di lui quel piccolo tem- 
pio che 6 il giardiuo pubblico, per far pago, almeno in 



— 212 — 

parte, il voto che egli espresse negli ispirati magnifici 
versi del Ritorno. Avrebbe avuto ben diritto a essere se- 
polto, a Napoli, nel recinto degli uomini illustri, ma 
risponde tanto alia sua vita la lapide dignitosa e mo- 
■desta che la moglie gli ha posto nella Congregazlone no- 
biliare de'Bianchi. Con pietoso pensiero ella ha voluto 
<;he fossero invitati valenti letterati a scrivere la epi- 
^rafe, e tutti fecero del loro meglio, ma ella scelse giu- 
«tamente questa eloquente di Niecola Castagna, che ri- 
sponde al sentimcnto intimo di lei : 

SOTTO QUESTA CROCE 
FORTEZZADEGLISTANCHI 

RIPOSA 
VIANDANTE ALLA PATRIA 

Francesco Saverlo Arabia 

CRIMINALISTA UOMO DI LETTERE SENATORS 

E QUI LE PIE OSS A 

NELLA QUIETE SOLENNE DELLA MORTE 

GLIELE COMPOSERO IN PACE 

LE LAGRIME SUPERSTITI 

DELLA VEDOVA MOGLIE 

PALMIRA GALLOTTI 

MDCCCXXI — MDCCCLXXXIX. 

Con che, o spirito egregio e avido di luce, o sa- 
cerdote della lettitudine, io ho adempito, certo im- 
perfettamente, ma col cuore che ora piu di prima mi 
conosci e con quella sincerita che tu amavi, al de- 
siderio tuo. Sia che tu sii ancora peregrinante o ti 
sia stata concessa la corona della gloria (poich^ h 
in me, come era in te, la fede neUa sopravvivenza), 
sotto le grandi ale di quella misericordia di cui tutti 



■•> E. * 



— 213 — 

abbiamo bisogno come del pane, tu ben sai che le opi- 
nioni sono sogni, gli atti nostri giuocki di fanciuUi^ per« 
chfe rappresentano il prodotto di quel relativo che tan to 
ti pesava, vitci fallax et umbraiica, vita ipsa est mors — 
ma eterna solo 6 la virtii. E in quel « Gigino mio », 
che mi dicesti dal tuo letto di dolore, Tultima volta che 
ti vidi, condensa, te ne prego, iutero il trepido e ge- 
loso affetto che mi portasti, e duri in te come unapre- 
ghiera per me, che mi dibatto fra le ambagi delPesilio; 
dal quale pure non e lecito astrarre, se non purgandosi 
dalle passion i che ci tormentano. 

Cercola, Novembre 1901. 

L. A. ViLLARl 

j^X)X)IZI03sri C) 



Pag. 29 — riga 1-2 — Fra i primi poeti che fecero- 
impressione al giovinetto Arabia il Cianci, nella citata 
memoria Eugenio, Canti del senatore F, S, Arabia ecc.y 
ci ricorda a ragione gli altri due calabri Francesco Sa- 
verio De Rogati e Gaspare Molle. 

Pag. 48 — da riga 3 7 in poi. — Prima del Puoti 
non si studiava che latino e lo scrivere era una me- 
scolanza di questo e di francese e di dialetto. Qualcuuo 
solo e da se si fermava sui classici : nella scuola era 
una desolazione. Coloro, intanto, che, ingannati dai 
motti e dalle giuste critiche del De Sanctis, o dalla prima 
pittura (Pref. agli scritti del La Vista) un po' troppo 
fosca di P. Villari, giudicassero che il De Sanctis ab- 
bia rinnegato in tutto il Puoti, leggano meglio i lavori 

(0 Polch6 il laroro mi ^ erescinto lira mano, ho pcn- 
Mita nan esuere inutile^ aimeno per i poehi stiidioiii del 
peri«da di eai nerivo^ ffecondarla con neliiarimentl e 11-^ 
InairaBioni. 



— 214 — 

in cui ne parla, sappiano meglio vagliare lodi e ap- 
punti, e vedranno che anzi al sno scritto U ultimo dei 
puristi si deve in parte la presente popolarit^ del Puoti; 
e non dimenticbino che, in niorte del marchese, scrisse 
queste recise parole : « Vivono ancora i suoi pensieri, le 
sue lezioni, vive I'opera sua: e se egli 6 vero, come tutti 
diciamo, se egli 6 vero che la sua memoria rimarri 
sempre viva nel nostro cuore, qui tutti giuriamo di eK- 

sere concordi a mantener viva quest'opera Noi la 

continueremo tutti : a quest 'opera volgeremo i nostri 
sfurzi comuni : a questa nobile opera di scrivere nel la 
nostra bellissima lingua con verity ed amore, con quel- 
I'amore di cui egli 6 stato ai nostri giorni si raro esem- 
pio, con quella verity della quale egli era sopra ogni 
cosa amantissimo. » [Nuovi Saggi Critici^ Napoli Mora- 
no, 1879, pag. 817, e si avverta che non I'avrebbe ri- 
stampato, se avesse mutato opinione). V. pure, a quest o 
proposito, ropuscolo di Salvatore Sacerdoti, La vita e 
le opere di Francesco De Scnictis, (Firenze, Tip. Bar- 
bera, 188(5). 

In piu luoghi di tutti i suoi scritti il De Sanctis 
afFerma senz'altro che I'opera del Puoti lascio vestigia 
indistruttibili. A pag. 54 delle citate Ijezioni di Ijette- 
ratura ecc. dice addirittura che tenne alto il vessillo 
del PROGRESSu letterario. 11 mirabile equilibrio men- 
tale menava sempre il De Sanctis a guardar le que- 
stion! da tutti i lati, pot6 sbagliare talvolta, nelle appli- 
cazioni, come tutti sbagliamo, ma meho, lo ripetiamo, 
di quanto si puo credere a una lettura, superficiale dei 
suoi giudizi, che vanno considerati in relazione i'uno 
dall'altro; e valga per tutto. Egli tanto riconobbe che 
il metodo del Puoti, almeno in teoria, come educazione 
fondamentale^ aveva del buono, che nelle memorie (pa- 
gina b07) e altrove aflferma che il disprezzo di ogni cn- 
none in nome del genio gli faceva nausea, non meno 
che al Marchese, sebbene in sostanza, come dice a ra- 



— 215 — 

gione il Villari, finisse per serbar di lui meno d'bgui 
altro discepolo, e in bene e in male. Pero alia cruda 
frase del Villari stesso che il purismo fu una specie 
di « interregno tenebroso fra due periodi dell a nostra 
sorgente letteratura » mi sia leeito opporre, adattan- 
domela, la frase solenne di San Paolo, e dire che il 
purismo fu « un pedagogo per condurre lo anime a 
Cristo. » Saverio Baldacchini nelle sue Prone qui e al- 
tro ve citate, pag. 304, vol. 2. nell'elogio del Puoti, lo 
difende dalle accuse e dice che parecchi luoghi delle 
sue orazioni dimostrano quanto sapesse talvolta riuseire 
efficace e nudrito sopra tutto di vigore e rilievo;eche 
am6 tan to ne'provetti una ragionevole liberta, da non 
no tare neppure le mende di scrittori che eccellessero 
per altri e reali pregi, per csempio il Gioberti (e che 
colpa aveva dunque se nella scuola di certi discepoli 
troppo zelanti, come dice il Villari, a solo nominare il 
Gioberti si era dichiarato di gusto corrotto ?), sicche e 
alquanto esagerato dirlo, come lo storico del Savona- 
rola n»illa pf^fazione al fratnmento autohllografivo^ « nc- 
mico di tutta la letteratura moderna », percW*, dopo 
tutto, non si poteva pretendere che alia sua eXk e col 
suo indirizzo innamoraase d' un tratto degli scrittori 
stranieri, che appena cominciavano ad essere gustiiti! 
— Nelle terzine in morte del Puoti, I'^rabia dice fra 
r altro : 

Ti seguitfli fiso ed intento, quando 
Quell'arcano legame, che costringe 
La parola e '1 pensier, givi mostrando. 

E come, ove piu viva si dipinge 
De Pjonor del natio loco la vanipa, 
PHl d«l materno dir Tc-ifetto stringe \ 

E come Tesser suo, I'avita stampa 
Perde ogni terra con la sua favella, 
E il fato eterno incontro a lei s'accanipa. 



— 216 — 

Concetto che fii espresso pure da un altro disce- 
polo, il mite e pio Giuseppe Florio, in questo sonetto i 

Padre, d' intorno al tuo funereo letto 
Quauti son figli tuoi raccolti stanno, 
E a lor sul muto e lagrimoso aspetto 
Segnata 6 Porma dell* interno affanno. 

Ma del pa trio sermon guasto ed infetto 
Da strana lue fede costor qui fanno 
Che tu primo fra noi con fei*rao petto 
Scuoter tentasti la vergogna e il danno. 

Ringentilito 1' italo idloma. 
Pur delP itale menti alzarsi or osa 
Su' propri vanni la virtu non doma. 

Per6 I'opra tua santa or generosa 
Per cittadina carit& si noma, 
Ch6 parola e pensier sono una cosa. 

Ora di una tale unione intima della parola e del 
pensiero fu evoluzione naturale la forma contenutOy 
(considerando quest'ultimo come un dato del problema 
artistico) del De Sanctis, conthiuatore e fecondatore di 
chi lo aveva alhnentato. 

Pag. 49 - Da riga 8 a riga 30 e segg. — Dove 6- 
stampato « rimase ad esHO la virtd primitiva... » l^^ggi : 
ad essi ecc. » — Che il Puoti, sia pure troppoamodo 
suo, tendesse a guarire I'insegnamento e le letterc dai 
mali che li infestavano, e prova, cosi nel discorso ini- 
ziale al Libriccino Delia maniera di shidlare la lingva 
e la letteratura itaUana (Napoli, t.\V Insegna di Aldo 
Manuzzi), come nel trattato che segue, nei quali non 
manca qualche lampo fra le idee dragoniane ; e in en- 
trambi, si noti, loda raolto il Manzoni per la spontaneeta^ 
mentre, come attesta il De Sanctis nel Framnienfo e 
altrove, accusava il Guerrazzi di afTettazinne. 

Nel primo discorso, p. e. a carte XXX e XXXI si 
scaglia contro coloro che infarcivano (o oggi che tlirebbeV> 



- 217 - 

le menti fanciuUesche di cog'nizioni inutili e indio^este, 
e con un garbo e una giustezza ammirevoli.Nell'altro, a 
tacera del resto, fia sugyel cli'ogni uomo sganni la pa- 
gina 127, dove parlando della poesia esclama: . « que- 
st! nostri tempi di ben altro ban mestieri, che di anacre 
ontiche e di sonetti, dove si lodi le gote di Filiide e le 
trecce di Licori ; ed a souoterc e destare le nienti degli 
italiani, e' e bisogno di una nuova e pii^i forte lirica » . 
Questo non vuol dire « essere nemico della poesia » 
come si lascia scappare anche 11 De Sanctis a pag. 96 
delle Lezioni, 

•Pag. 50, riga 10. Non nel discorso del Fabricatore, 
ma in quello di Carlo Maria Tallarigo, in morte del 
Rodino, ^ la notizia dei duelli del Puoti. 

]^ag. 53 riga 26 — La Flsiologia delV Avvocato di P. 

A. Fiorentino fu pubblicata, con spropositi tipog*raficl 

iin ntiUa introduzione ! nella BlbUoteca Uvurititica del 

Perino, curata da G. Petrai, N." 34. E una operetta plena 

di arguti e riposti sali, che fa perdonare qualche lungag- 

gine ; e se I'avesse conosciuta, avrebbe certaniente de- 

stato P attenzione di Tullo Massarani nella sua pode- 

rosa opera, pubblicata di fresco, Storia e Flsiologia del- 

Varte di ridere (vol. 3, Milano, Hoepli». E credo pure 

che se 1' onorando upmo avesse ricordato il Socrate 

Ijninaginario di G. B. Lorenzi e dell' A bate Galiani qui 

citato a pag. 69, che fu pubblicato nella Biblioteca Uni- 

n^rsale del Sonzogno con un saggio critico deH'aniico 

Prof. M. Scherillo, lo avrebbe cscluso dal novero di 

quelle opere bufife napolitane che il Galiani stesso di- 

ceva deplorevoli « per un delirante disordine d' intrec- 

cio, di linzioni inverosimili e di assurdit^ ! », pag. 201 

vol. 3. della citata Arte dl ridere ; come una piu larga 

conoscenza, che non sarebbe giusto pretendere da lui, 

della letteratura dialettale napolitana, lo avrebbe ivi e 

alt rove reso un po' meno severo ne'suoi giudizi. 

Fag. 54, riga 22.— Di Leonardo Girardi merita di 

U 



— 218 ~ 

esser letto e meditate il ricco volume Poesie e Prose^ 
(Cairipobasso, Tip. Colitti 1888). La citata sua tradu- 
zione del tantico 6, a parer mio, superiore a quella del 
Sole e di altri. 

Id. riga 32. — V. del Persico il bel volumetto di 
versi, Folia, Bologna, Zanichelli, MDCCCLXXIX. II 
Faicst fu edito dal Fibreno, 1861 — Finissimo mi sem- 
bra del P. questo IdiUio alia Poliziano : 

donzellette 
Leggiadre e schiette 
Dove n'andate, con ghirlande in mano? 
Vegnam dal monte 
Ne andiamo al Fonte, 
Ove battezza un bambolo il Piovatio. 

Portiamgli in dono 
Questi ehe sono 

I fior piu cari delle nostre aiuole : 
Siam poverelle 
' Contadinelle, 
E la ricchezza ce la manda il Sole. 

Ecco di rose 
Vaghe, odorose, • 

Ho fatto un mazzolin pel nuovo nato : 
Fior di Bellezza 
E di dolcezza 
E P allegria del mio povero stato. 

Ve' i gentilini 
Miei gelsomini, 

Che ho colti questa mane alia fenestra : 
Col lor candore 
Dicono al core 
Quanto esprimer non sa lingua silvestra. 

Brune viole 
Reco alia prole 
Che se ue viene a lacrimar con noi, 



— 219 — 

Misera sono, 

E il pianto io dono : 

Anche il pianto, credete, ha i gaudi suoi ! 

Pag. 56, da riga 1 a 13 — II volume deirAraato, 
edito dalla Tip. De Marco nel 1838, ^ preceduto da una 
notizia scritta dall'autore del trattato Dello scetticismo, 
ciofe Miehele Baldacchini. L' azione del Rocco fu tan to 
piii generosa e lodevole, in quanto che egli non si mo* 
stro neppure. Dell'Amato il nome e i vcrsi sono spesso 
rieordati >iei romanzi popolari di Francesco Mastriani, 
che gli serbava un culto che aveva del feticismo. Voglio 
riportare la epigrafe iniziale del Puoti fuel la cui scuola 
Costantino alquanto era stato), perch^, non potrebbe 
essere piu semplice e bella : 

TU CHB LBGGI QUBSTI VRRST B QUBSTB PROSE 

NON OBBLIARB CHE 8AVBRI0 CoSTANTINO AMATO 

IL QUALE LE COMPOSE 

CBSSO DI VI VERB ALL* ETA DI VENTI ANNI 

GLI AMICI CHB LB RACCOLSBRO 

ED ORA LB DANNO IN LUCE 

VOLLBRO SOLO M08TRARE LA BONTA DEL SUO ANIMO 

B QUANTA GLORIA 

SB A LUI POSSE PIU LUNGAMENTB BASTATA LA VITA 

AVRBBBB KG LI ACCRESCIUTO 

A QUESTA NOSTRA CHIARISSIMA P ATRIA. 

Non sono, spesso, piu affettate le epigrafi del For- 
nari e del Bovio, ancorch6 quelle di quest' ultimo piu 
scultorie ? — Confr. il mio volume A trenfannl^ pag. 24 
nota, per un aneddoto del Rocco. Del Bardare, di C. 
Dalbono e di altri parlo pure in un volumino di Lrftere 
€ Artfj Napoll, Pierro, 1891, il lacrimato amico Vincenzo 
Pennetti. — Ho paura che due erano i Bardare, perch^ 
li vedo sottoscritti ora L. Emanuele e ora Rocco M ! 

Id. da riga 1^ a riga 21. — / Canti di Napoli del 



— 220 — 

Bolognese furono pubblicati a Napoli dalla Tip. De 
Falco, 1882. Sono tutto un inno alia sua Napoli, che 
per lui 6 

Suprema 

Gemma, che adorna 1' italo diadema. 

Si scaglia cosi contro 1 siioi nemici: 

Oh ! chi non rende a questa terra omaggio 
Un'anima sort! rozza e volgare; 
Guarda 11 suol popol, dentro i rai gli brilla 
E gli arde in sen la prometea scintilla ! 

Mai abbia chi di questo suol la messe 
Irta veder vorria di bronchi e spine ; 
Chi gli vorria strappar, se lo potesse, 
Fino il sorriso delle sue colline. 
Stolti, natura alia sirena intesse 
Di fior perenni una ghirlanda al crine ; 
Piu P invidia dell'uomo in giu Tadima, 
E piu il soffio di Dio I'erge e sublima. 

Ad un' amica straniera dice : 

Con te vagando in mare 
SuU 'agile barchetta, 
Come gentil m'appare 
La Patria mia diletta ! 

Sirena ognun T appella, 
Onore ognun le fa, 
Napoli 6 la piu bella 
De r itale citt4. 



e finisce : 



Ma tu rivolgi il viso 
A si ridente scena, 






- 221 - 

Non sembra un paradise 
La mia gentil Sirena ? 
Di Chiaia e Mergellina 
Lido piu bel non v'ha. 
Napoli 6 la regina • 

Deir itale citt^ ! 

E raccoglie dalla bocca del popolo motti e versi, c 
di loro forma poetica o ne detta parafrasi ; per esempio : 

La montagna de Somma maretare 
Se vole, ei vo'Salierno pe marito, 
Napole la mmasciata va a portare, 

Castiellamare approva lo partito. 

* 

* * 

L' auciello che pizzica la fica 
Chella se magna e tene mente a 1' ate ; 
Piirzi la nenna, quanno se marita, 

Penza sempe a lo primmo nammorato : 

* 

* * 

Fenesta vascia e patrona crude! a, 
Quanta suspire m'aje fatto let tare ! 
M' arde sto core comme a na cannela, 
Bella quando te sen to annomenare 

Oje piglia la sperienza da la neve, 
La neve 6 fredda e se fa maniare; 
E tu comme si tanto aspra e crudela ? 
Mori me vide e noil me vuo' ajutare ! 

e, con effusione tutta napolitana, cantale belle ragazze: 

La ricciutella mia mostra ridendo 
Tutto I'avorio de' minuti denti, 
Poi nel duolo le lagrime scorrendo 
Perle si fan negli occhi suoi lucenti ; 
Ma nel riso o nel pianto ^. sempre bella 
La ricciutella mia — la ricciutella. 



Passava a queste gentilissime leggerezze dagli au- 



1 



2^ 



steri drammi Giuseppina Buonaparte e Michelangelo 
Buonarroti (Napoli, De AngelisJ, L'Ape Drammatica) 
che, per altro, hanno piu pregi letterari, storici e pa- 
triottici, che te^trali. Ma del Bolognese erano sopra 
tutto adorabili rentiisiasmo in bella antitesi con la mi- 
tezza, I'onesta e la belt^ delPanima. Ne scrisse un riu- 
scito profile Federico Verdinois ed e peccato che non si 
trovi nel suo Pro fill Napoletanl di Picche (Napoli, Mo- 
rano) piu volte ristampati. — Del De Ferrariis v. le 
Prose Varie, (Napoli, Tip. Rocco, 1876), grosso volume 
preceduto da una acuta prefazione dello stesso Ema- 
nuele Rocco, il quale nota opportunamente che le va- 
rieta, bizzarrie e amenitd del D. F. (che meco lodava lo 
indimenticabile lombardo Antonio Ghislanzoni) appar- 
tengono a un genere non ancora ben definito e del quale 
gli inglesi prima, poi i francesi, e finalmente gl'italiani, 
col Gozzi in cima, diedero esempio. 

Pag. 61, riga 6. — Cerca, oltre ai citati, i giudizi 
dello stesso Zumbini e del D'Ovidio ne' loro Saggi pub- 
blicati dal Lemonnier e dal Morano, di Nicola Marselli, 
nel suo GV Italianl del Mezzogiorno (Nuova Antologia, 5 
febbraio 1884), e di altri autorevoli scrittori, fra i quali 
il De Meis, il Martini, il Carducci, se pure non sempre 
benevoli. Notevole 6 pure Topera di Pio Ferrieri, jPranc€«co 
De Sanctis e la Critica letteraria (Milano, Hoepli, 1988). 
Ma per quel che riguarda il contenuto ideale delP illu- 
stre scrittore, niuno forse, a parte qualche piccola esa- 
gerazione, Pha cosi bene imbroccata come il prof. Raf- 
faele Mariano nel suo Discorso commemorativo per la 
inagarazione del Monumento nel cortile dell' Universita 
(Napoli, 1890). Giova ricordare che quel busto fu do- 
nato dal compianto Giuseppe De Luca. 

Pag. 6 4, da riga 1 a 10 — Si badi che ivi riassumo uii 
periodo, ravvicinando persone anche lontane. II Salvetti 
p. e, traduttore di Gans, mori giovanissimo. Non h da. 
obliare il Conte Antonio Papadopoli di Venezia, che ve- 



— 223 ~ 

nuto a Napoli, diede incremento alia nostra coltura, 
spalleggiaudo il Puoti e incoraggiando i giovani. Vedi 
del Baldacchini nelle Prose. (Pag. 313, vol. 2') le splen- 
dide pagine a lui consacrate, non saprei se piu belle per 
calore di affetto o per sentimento peregrino. — Tan to il 
Don Chisciotte che il Galateo degli Avvocati (citato pure 
dal veneto Domenico (liuriati nelP opera Come si fa Vav- 
vocato Livorno, Giusti 1897) del Moreno sono editi a Na- 
poli nel 1843. II M. era, per quanto brutto uomo, altret- 
tanto elegante dicitore. 

Pag. 66 - riga 15 — Fra le prime case in cui 1' Arabia 
venne accolto, come ricorda F. Cimmino nella sua Com- 
memorazione alia Pontaniana, fu quella della ricordata 
Contessa Marianna Gaetani, dove anzi conobbe il Nico- 
lini, il Malpica, il Montrone, il Puoti stesso e Cesare 
Dalbono, il quale, in una graziosa paginetta scritta nel 
nostro albo, dice : « II secondn album fu quello della 
Principessa di Ottaiano, Marianna Gaetani, ed io ci 
scrissi una sera dopo aver ballato, e mi ricordo che bal- 
lavo male ». 

Pag. 67 — riga 2 — Di Felice Bisazza il Castagna e 
io pubblicammo un volumetto di Poesie (Napoli, Valle 
1887), che non si trovano nella grande edizione di Mes- 
sina 1875. 

Pag. 68 — riga 10 — Si 6 accusato il Ranieri di sco- 
noscenza verso il Troya, perch6 ne confuto con una 
certa dnrezza, sebbene indirettamente, le opinioni mani- 
festate intorno alia prima origine del potere temporale, 
nella sua Storia d' Italia dal 7' al IX secolo (Opere di A. 
Ranieri, Guigoni 1862, e c'6 pure la Ginevra o VOrfana 
della Nunziata) : il Troya, che molto aveva fatto per il 
Ranieri e per il Leopardi, se ne dispiacque e non voile 
piu vederlo. II Ranieri cerc6 in tutti i modi di riguada- 
gname la stima e preg6, fra gli altri, P Arabia di ren- 
derglielo benevolo. L' Arabia ne parlo al Troya con ca- 
lore, ma il venerando autore del Codice Diplomatico dal 



- S24 - 

MLXVIII al MCCXXIV cortesemente si rifiuto. Non 
passo un meseedegli ando all' Arabia per dirgli cheaveva 
fatto pace col Ranieri e che lo perdonasbc tan to se non era 
avvenuto per mezzo suo. Al che TArabia, ringrazinn- 
dolo, che gli bastava si fosse ottenuto lo scopo. Qncs to il 
fatto genuino che io tenni dalla bocca dell 'Arabia. 

Pag. 71 — riga 6 — UAsino 6 edito a Malta nel 1847, 
il Viaggio a Napoli dal Fibreno 1837. A proposito della 
figlia del Borsini, morta di colera al Cairo e di cio che il 
padre ne scrisse, il De Sanctis {Scritti Critici con pref. e 
postille di V. Imbriani, Morano 1886, pag. 110 e 111) 
scrive : « To mi sou domandato attonito : 6 ben Ini ? La 
sventura dunque ha potato agghiacciare il riso di Lo- 
renzo Horsini ? La natura sembrava averlo privilegiato 
di un'anima serena: pareva nato a ridere ed a far ridere. 
E la fortuna ha avvelenato il dono della natura ; la sua 
cetra e rivolta in pianto e in voce di dolore la sua lira. 
Povero Lorenzo ! ti ho letto un pezzo incredulo ; sta a 
vedere, diceva, che gli scapper^ qualche facezia, e si 
riveler^ I'uomo antico. Oh tu sei ben mutato ; tu piangi, 
tu invochi la morte! Tu dei ben sospirare come io, a quel 
tempi felici, quell'avvenire ancora intero, quella giovi- 
nezza cosi speranzosa. . . noi non sapevamo ancora che 
fosse infortunio ». Come e squisitamente bello ! 

Id. — riga 33 — Non so resistere alia tentazione di 
trascrivere quolla parte della canzone della Guacci (che 
il De Sanctis dice, nelle Lezioni, « ingegno eminente su- 
gli altri », ma poi non la giudica dalle cose migliori) al 
Leopardi, in cui e un fatidico vaticinio, che segna la 
condanna delPItalia divisa e il trionfo della unita : 

Ne te di sculti marmi o di ghirlande 
Onorera la prona Italia nostra, 
Ad altri numi che a virtute avvezza. 
Ahi ben un giorno alPAlighier pregavi, 
Perch6 Popre santissime degli avi 



K" ■*'^ 



— 225 — 

Fossero a noi rinnovatrice orezza. 
A te le rime libere e soavf 

Fian monumento eterno 

Oh dal labbro materno 

Le apprenda il pargoletto, e la fiorita 

Guancia eolori d'animosa vita ! 

Pur come a la notturna e donnente ombra 
Succede Palba e il bianco cielo indora 
E armonioso a lei succede il sole 
E al cieco verno che la terra ingombra 
Quella stagion canora 
Coronata di vergini viole, 
Cosi la verity succeder suole 
A I'ampia notte de' terreni inganni, 
E destinata col venir degli anni 
Di barriera mortal mai non si duole : 
Tale, o gentil, che dopo tanti affanni, 
Posi in riva al Tirreno, 
Se mai giorno sereno 
Vedra I'ltalia, allor piu chiaro assai 
Da le ceneri tue risorgerai. 

Voto espresso pure nella bella canzone del Poerio, 
che e nel volume citato, e nelPaltra di lui riprodotta da 
A. De Gennaro Ferrigni nella memoria pontaniana 
Leapardi e Poerio. Due poeti come la Guacci e il Poerio, 
e un critico come De Sanctis, tre anime immacolate so- 
pra tutto : il Leopardi fu ben compensato ! 

Pag. 75 — riga 10 — Per la famiglia Lauria con- 
sulta il mio Don Ciccio Lauria, ricordi di vita napolitana 
Trani vecchi 1897 — Id. nota — Intendi che il Gallotti 6 
statoConsigliere della Corte de'Conti del Regno d'ltalia. 

Pag. 77 — riga 28 — E mutatis mutandis, era il ca- 
rattere della poesia napolitana de' secoli anteriori, nella 
quale splendono solo il Tasso, il Sannazzaro, il M irini, 
il Di Costanzo, il Rota, il Tansillo e qualche altro, e fra 



i 



— 226 — 

le donne Vittoria Colonna, la Sanseverino e la Cimino, a 
quanto ora ricordo : alludo, per quel carattere, ai Pelle- 
grino, Marchese, Rossi, Manfredi, Di Palma, Sersale, 
Egizio, Vitale, Gentile, Pansuti ecc. celebrati, come av- 
viene, ai loro tempi. 

Pag. 79, da riga 1 a 20 - II l)e Sanctis stesso 
esprime il medesimo concetto, quando dice che i me- 
diocri e i minori vanno tenuti anche in conto perchfe 
rappresentano il linito nell'infinito delParte. Ma cosi 
non la intendono i burbanzosi usi a stimar solo s6 
stessi. Per essi 6 abito disprezzare e forti e mediocri o 
meno, sopra tutto se modesti; quasi i secondi non fossero 
il maggior numero e non portassero anch'essi la loro pie- 
truzza, non dico, come fe indiscusso, nel campo deireru- 
dizione, ma anche in quello delP arte. Skahespeare 
trasse VAmleto da una cronaca danese scritta da un 
oscuro, il FatLst ebbe padri e nonni piu o meno piccoli, 
il Barbiere di Siviglia fu preceduto da non pochi altri 
barbieri, che appena sapevano maneggiare il rasoio ; 
e via via una parola, un verso, un tentativo del primo 
venuto furono talvolta il seme di cose non periture. Ma 
i burbanzosi son ripagati ad usura. •— Per Nicola Sole 6 
chiaro che il De Sanctis non gli avrebbe consacrato du£ 
intere lezmii se non ne fosse valuta la pena. Egli ne 
scopre i lati deboli e m anche voli per concludere che 
i difetti non sono suoi, ma della scuola, e chi sa quanto 
fosse parco di lodi, dar^ la debita importanza alle af- 
fermazioni che il movimento scentifico ha nel Sole una 
ripercussio7ie iwn senza importanza, degna di essere stiir 
diata (pag. 174), che nel canto al mare Jonio il gruppo 
storico-pittorico presenta una scena stupendamente co- 
struita (pag. 178). E aggiunge che vi sono versi degni 
di rimanere e chiama un altro frammento brano di 
nuova e vera poesia. Si consulti pure il citato vol. dello 
Zumbini. — Deploro poi di aver scritto che di Domenico 
Mauro il De Sanctis non cita un sol vbrso, perch6 



- 227 - 

anzi ne cita parecchi e altri ne ri porta il Croce nelle 
sue accurate note, alle quali rimando il lettore per le 
notizie biografiche e bibliograflche sui poeti e scrittori 
cui ho potuto solamente accennare, come per i calabri 
e bene consultare V opuscolo dell' Julia, II Selvaggi 
e la calabra poesia, Cosenza, Migliaccio 1878. Ma anche 
a riconoscere, come io riconosco, ne'versi del suUodato 
Mauro i pregi special! che il De Sanctis loro attribuisce, 
non mi sembra che basti a concludere, come egli fa, 
che fosse quasi il miglior poeta del tempo. E pure da 
osservare che dalle Lezioni del D. S. risulta chiaro I'in- 
tento di confessare il difetto della coltura di allora (^) 
per far emergere quel che ha di buono; lo dice e ridice, 
e lo ripete a proposito del De Virgiliis. 

Pag*. 81 da riga (3 a riga 10 — Delle Tragedie di 
Cesare della Valle Duca di Ventignano cito 1 'edizione 
di Napoli, Tramater 1830, per coinodo del lettori che 
amassero leggere e studiare la Medea. — Nel Calabrese 
anno F n." 20 h uno scritto delP Arabia, I pregiudizi, in 
cui dimostra com'essi, pur deplorevoli in parte, hanno il 
loro lato buono e come sia esagerazione trovar tutto in 
essi da biasimare. Nota in proposito — ed 6 giusto anche 

(') Gio6 vuota immaginazione, vaoto sentimento. « Nell'alta 
Italia — scrive — era un tiuovo contenuto, anzi carattere proprio 
della letteratura italiana era che, mentre cadeva il vaoto for- 
malismo arcadico e seicentistloo, sorgeva an contenuto patriottioo 
e civile che doveva ridare sanita e vita. Ma quel contenuto nel 
mezzogiomo non trov6 oonsistenza, la quale pure ^ vita ; trov6 
debole eco, fu accettato in tutte le sue contradizioni. Byron e 
Leo par di, Lamartine e Manzonl, Guerrazzi e Mazzini, Giusti e 
Gioberti si trovano insieme. Boba cosi diversa e jncapaoe di 
ooesione, 6 debole apparenza senza forza... » Ma con oi6 il D. S. 
stesso. non nega che quei nostri padri avevano cominoiato dal here 
alle pure fonti del bello, e si potrebbe anche osservare che la 
fusione nasce precisamente dai discordi eiementi; se non che il 
male fu appuuto che da nol non era spontanea, si sovrapponeva 
soltanto al vecchio edifizio. Ad altri lo studiare come ci6 non 
escludesse la larghezza delle cognizioni e il risveglio filosofico 
rioonosciuti dall'acuto critico. 



— 228 - 

in arte — : « Lo spirito umano, neirindefesso operare 
suo, non sa tener la via di mezzo, ma invece dall'uno si 
spinge all'altro estremo; e cosl per quella ragione onde 
prima raccoglie ed osserva fino alio scrupolo quello che 
I'uso ab anfico ha in certo modo sanzionato, per la stessa 
ragione, qnando I'epoca della reazione sar^ giunta, con- 
fonder4 tutto, bene o male che si fosse, biasimera ogni 
cosa, e il meno che ricorderi allora sari la logica e la 
discrezione » 

Pag. 84 — Nella prima quartina del Padula il verso 
deve essere: 

Scordato il prisco avea vivere alpino. 

Pag. 88 — riga 11 — L'accennata poesia del Poerio 
Al mare era un sonetto, di cui non posso ricordare la 
prima quartina, e che, credo, fu ripubblicato da V. Im- 
briani con varianti che lo rendevano piu bello. 



Piu si venne quest 'alma aprendo al Vero, 
Piu sempre la distesa ampia de Tacque 
Con lungo sguardo contemplar rai piacque 
Liberamente come proprio impero. 

Quando con piu furor dentro flagella 
L' infest a cur a che non puo posare 
Finch'6 lo spirto a mortal corpo unito, 

Te solo io cerco ; e la mortal procella 
Kacqueta in parte la tua vista, o mare, 
Sola imago quaggiu delPinfinito. 

Oh se la memoria avesse meno utero, ricorderei 
pure la Preghiera di Re Perdinando a un Crodfisso del 
Volpe, che I'Arabia ripeteva, una delle piu belle satire 
corse in quel tempo manoscritte, e non so se da nessuno 
raccolta. — Nota in ultimo, che Giovanni Rizzi viveva 
in Lombardia, ma era trentino e se ne vantava. 

Pag. 102 — riga 10 — C'6 un piccolo qui pro quo 
perch6 il Baldacchini fu anzi lui Mecenate del Cappelli, 






— 229 — 

come questi ricorda nella dedica alia Bella di Camarda ; 
ma nelle Prose il B. trova generosamente esagerata la 
gratitudine di lui. — Di Saverio scrisse pregiati Cenni 
Biografid il Conte Francesco Bonazzi. 

Pag. 105 — Sono notevoli fra i poeti anche gli abruz- 
zesi G. V. Pelliciotti e L. Dorrucci e Cesare De Horatiis, 
di eui le Poesie Postume sono state or ora raccolte da 
Nicola Campolieti con pref. del D'Ovidio (Milano, Guidi, 
1901). — V. per altri poeti ancora, la citata opera del- 
PUlloa. O perch^ un ingegno sereno non fa per la let- 
teratiira napolitana contemporanea quel che PU. fece 
allora, senza bisogno di lodar tutti come lui, anzi aste- 
nendosi da qualunque giudizio, e solo per lasciar 
traccia sicura cio che si fa oggi ? 

Pag. 106 — II Nisco nella sua conferenza II movi- 
mento letter ario artistico ed industriale del Napoletano 
negli ultimi trentasei aiini del Regno dei Borhoni (Napoli 
Morano, 1887) esalta del Parzanese la canzone a Na- 
poli, cui il poeta rivolge questa apostrofe : 

Addio ; su te dall'aere 
Piovano le rugiade, 
Sarai ognor bellissima 
Fra I'itale contrade. 
Ma se non fia che luca 
Raggio di patrio amor, 
Napoli ! il sole educa 
Pel tuo sepolcro i fior. 

E, paragonando il presente, alia rondine, che in suo 
cammino vedeva la patria nostra allora oppressa e de- 
solata, faceva can tare : 

Qual fosse morta le membra ha immote, 
Sraarrito il fiore di sua belt^ ; 
Ma ormai dal lungo sonno si scuote : 
Se Dio Taiuta, risorger^. 



— 230 — 

Eppoi, che il Parzanese avesse, aU'oecasione, piu 
nerbo che non creda il De Sanctis, sta a provarlo que- 
sto sonetto : 

Irpinia 

Stettero un di, per queste baize irpine 

I vecchi Padri, come rocce immoti, 

Ed al rostro dell'Aquile la tine 

Offerser petti a liberty devoti : 
Bruni nel volto, col diffuso crine 

Traeano a morte dagl'antri remoti ; 

E quelle, che inducean, pelli ferine 

Sanguinose lasciarono a' nepoti. 
Pur la tremenda erediti, negletta, 

Impreco su* degeneri protervi, 

Pari al sangne oltraggiato, alta vendetta. 
Cosi Irpinia perd6 fermezza e nervi, 

Ed or tra'cenci, d'un tiranno aspetta 

Un pan che sfami gli affamati servi. 

Altro che canti popolari, versi da albo e rime sa- 
cre, messe innanzi da Nicola Susanna per difendere il 
prete poeta nella prefazione al volumetto di Poesie Ine- 
dite del Parzanese (Napoli, Ijibreria Scientifica 1884), 
da cui ho tratto il sonetto. 

Pag. 107 — Commoventi sono le pagine che I'illu- 
stre lombardo Cesare Correnti consacroaStefano Cusani. 
V. le Opere del Correnti raocolte da T. Massarani, Roma. 
Forzani e c, volumi 5. —A scusa del suo realismo in 
pieno idealismo, il Savarese allegava «resempio degli 
antichi e dei moderni poeti, che non reputarono mai 
estraneo alPufficio della poesia la descrizione delle piu 
violente passioni ed eziandio dei piu atroci delitti, pur- 
ch6 da essi potesse risultare quella profonda commo- 
zione dell'animo che 6 il solo fine deWarte in siffatto 
genere di componimenti. Ora, che altra cosa sono le 
passioni, se non le infermit^ degli organi del pensiero 



1 



>- 231 — 

e della sensibility? E per quali ragioni dovrebbero le arti 
imitatrici essere limitate ai mali di questi soltanto e non 
potrebbero descrivere quelli che afiiiggono le altre parti 
del corpo ? » Aggiunge, che poich6 Tuomo non 6 stato 
messo in nn paradiso, non si possono trasandare i mali 
anche fisici che lo tormentano senza commettere il pitl 
grave de'falli^ cio6 cadere nel falso, e « senza mancare 
al solo fine delVartey che sta nella imitazione della na- 
tura » // Egli poi dice che dal rendere poetico e commo- 
vente un fenomeno come quello che dipingeva, poteva 
venime ammaestramento alia commiserazione deU'altrui 
miseria, sicch^ « coloro su cui sifPatte sventure verranno 
a piombare non saranno piu I'oggetto delForrore e dello 
schifo universale, ma troveranno nella piet^ de' loro 
simili un conforto, lieve, ma pur Punico nei mali irrepa- 
rabili. V. il volumetto Commemorazione di giureconsulti 
Napolitani, 5marzo 1882, pubblicato dal Giornale Napo- 
letano della domenica, C'6 pure una bella lettera scritta 
dal Savarese, per rifiutare la cattedra di Diritto, nel 
1860, al ministro e chimico Rafaele Piria, cognato di 
un altro illustre napoletano, il generale Enrico Cosenz. 
— La cultura letteraria del Savarese emerge anche dal 
volume di Scritti Foretisi (Napoli, Margheri 1875), pub- 
blicato dal Cenni e dal Persico. 

Pag. 108 — riga 14 — E singolare che in teoria il 
Baldacchini propugnava il reale piu delPArabia e ci 
teneva. Parlando del Richter a pag. 413 vol. 2 delle 
Prose dice : «Non credo che si abbia a sopp rimer la lotta 
e che jl torbido delle passioni umane non abbia a com- 
parir pun to fuora. L'uomo 6 Pobbietto delParte : or chi 
mel rappresenta solo in alcune sue parti e mutilo, troppo 
si allontana dal vero». E altrove ripete lo stesso, ma 
nelParte sua, intanto, lotta ce n'^ pochissima. 

Pag. 112 — riga 3-4 — II gentile concetto de' due 
bei versi finali delPArabia, ripensandoci, emerge chia- 
ramente, 



— 232 — 

Pag. 113 — riga 13 — V. Manuale della Storia delta 
letteratura Italiana di Francesco Sallf continuato firw 
ai nostn giorni da Francesco Priidenzarw — Napoli, 
Eossi Romano 1863, pag. 90 doll'appendice. — II giu- 
dizio pare sia cavato dal De Spuches. 

Pag. 119 riga 20 e seg. — Niuno vorri negare al Go- 
verno Borbonico, come a qualunque altro, il diritio di 
difendersi, ma a che vale quando manca la bonta della 
causa e Pidea 6 matura? — Ecco, intanto, come mio 
padre, in data 26 maggio 1848, (e il tenore 6 giustifi- 
cato dal momento) scriveva del saccheggio al suo amico 
Vincenzo Salvagnoli in Toscana: « Grazie a Dio siam 
sani e salvi. Penna non pud dire lo scempio dellc 
nostre masserizie, carte, danaro, e insomma ogni cosa. 
Dove prender non potevano, o incendiarono o insudi- 
ciarono o malmenarono. II bottino fu grasso pero che 
molti erano gli oggetti preziosi e di una delle mie so- 
relle completo il corredo. Per non dilungarmi sappiate 
che perfino han mozzo la testa a un busto in gesso di 
mio avo, il quale simile saccheggio ebbe a soffrire 
nel 1799. Serie sono state le perdite ; ma che sarebbe 
di noi intervenuto se non ci fossimo trovati procul 
negotiisf Nulla Staraee ha sofferto ed era fiaba la 
distruzione della biblioteca. Questa giornata passer^ 
forse gloriosa, ma adesso vince Ponta. L' indegno di- 
sastro non saprei se debbesi piu alia imprudenza e 
inettezza dei patrioti o alia malafede del governo at- 
tribuire. L' a v venire decider^ ; ma io sempre 'piu son 
lieto di non entrar nella politica, in un paese dove 
tutto degenera e, per vie torte che agli uomini integri 
repugnano, vanno a galla i sostenitori del capestro 
e gli arruffapopoli » . Giudizio che concorda con quello 
di Carlo Poerio in una lettera a Raffaele Poerio, che 6 
nel volume Alessandro Poerio a Venezia (Napoli, Mo- 
rano) di Vittorio Imbriani ; dove sono biasimati cosi 
quelli che innalzarono le barricate come gli eccessi gik 



f?^^\ 



— 233 — 



preparati dell'esercito. V. pure il Ferdinando IP del 
Nisco. Ai saccheggi, subiti tan to da mo padre che dal 
mio bisavo Antonio Villari seniore, allude il nostro Ara- 
bia in uno scherzo poetico, che egli diresse a mia madre^ 
quando, in uno sgombero, capito sotto al ritratto di 
Jui un gruppo, in biscuit della fabbrica di Capodimonte^ 
raprcscntante Ferdinando IV e Francesco F bambino : 

Fui medico, sapete, 

Che non ebbe I'eguale, 

Amai pero ]a patria, 

E fui un liberale. 

II Cardinale Ruffo, 

Per poco, con Cirillo 

Non mandommi al mercato 

Per esservi impiccato. 
£ un'altra maledetta 

Orda, nel quarantotto, 

Per postuma vendetta, 

Voile disperso e rotto 

II gesso ove ritratto 

lo stava, quieto e pago 

Nella dolce armonia 

Della famiglia mia. 
Sopra dipinta tela, 

Altra immago ^ rimasa, 

E in onorato loco 

Pende di nostra casa. 

Voialtri I'ammirate, 

L'ammirano gli amici 

A cui fece la storia 

Sacra la mia memoria. 
Ma che girovvi in mente 

Cara nipote, quando 

Sotto I'immagin mia, 

Poneste un Ferdinando 

15 



— 234 — 

Quarto, da cui per poco 
Salvai la Sanfelice 
Da la cruda agonia 
Con sublime bugia ? 

Vero 6 che mi sta a' piedi 
Ed io mi son provato 
Di stenderli dal quadro 
Fin sopra il capo odiato. 
Ma non ci son riuscito, 
II chiodo 6 troppo in alto, 
Sempre intero lo veggio 
E sopportar lo deggio. 

Percio vi prego e supplico 
Di toglier la molestia 
A un dottore d'avere 

I 

Per vicino una bestia. 
E a un cittadino libero 
Qttal fui, e son, vogliate 
Sia di non star concesso 
A un tiranno da press^. 



Ma il Villari fu medico cousulente di Ferdinand© IV 
e lo abbandono so^ dopo 1 fatti del '99 : siech^ h da 
credere che dal set'timo cielo, donde P Arabia lo fece 
scrivere, e dall'alto del quadro, guardasse con occhio 
piu indulgente 'alio spirito purgante sottoposto. — La 
splendida dife^n del Marini-Serra nella causa delPUniti 
Italiana fu pubblicata nel vol. IIP delle sue Allegcmicni 
Scelte (Napoli, Qe Angelis 1869). 

Pag. 120 — riga 8 — L'Abatemarco citato h Dome- 
nico, non Gabriele; Giannattasio 6 Domenico,mio padrino 
di battesimo, poi magistrato, che esule in Londra»fino 
al '60, insegno Pitaliano, per vivere, a niiolti lords e miss. 
Per Mignogna v. il libro di Pupino Carbonelli : Nicola 
Mignogna nella storia delV UnUd, d* Italia (Napoli Mo- 



— 235 — 

rano 1889) Del Duca di Castromediano c'h un volume 
di Memorie^ non saprei ora da chi edito. 

Pag. 122 — Nella seconda terzina deir Arabia dove 
e stampato: 

Avevan sat^riso, la sua mano bianca ecc. 
si legga AVBAN sorriso ecc. — Di Alfonso Lingnit: basti 
ricordare il volume di versi Armonie (Salerno, Stab. 
Tip.Nazionale MDCCCLXXIV), che^Tautore invioall'A. 
coil queista dedica : A F. S. Arabia cui le Muse allattar 
piu ch'altri ». 

Pag. 124 -- riga 12 — Oltre alPUUoa, accenna al- 
r Arabia Marc Monnier nella sua opera Ultalie est-elle 
la terre des morts f (Hachette 1860, pag. XVI), chia- 
mandolo « formiste 84vhre tt contenu ». 

Pag. 126 (*) — Del Rossetti citato in questa nota 
basti ricordare i celeberrimi versi all' Austria: 

£ fino a quando, svergognata putta, 

Fia che sul mondo il tuo fetor si spanda ? 
Vecchia cancrena di Germania tutta, 

Austria esecranda! 
E te la terra tuttavia sostiene, 

Che spargi il fumo ad offuscar le menti, 
Fucina infame, ove si fan catene 

Per tante genti ! 



« Per determinazione di principio e iarghezza d'idee 
— scrive il Carducci — egli avanza e il Berchet ed il 
Giusti » . 

Id. (^) — Buon correttivo al libro del Niceforo 6 
quello del nostro F. S. Nitti, Nord e Sud (Torino, Rotlx). 
Meriterebbe di essere ristampato un aureo opuscolo che 
Enrico Cenni lanei6 nel 1877 per laTipografia dei Classic! 
'Italiani, Risposta a talune singolaH accuse mosse dal 
Piccolo contro i Napoletani. « Nel campo della specula- 
zione, cio6 delle idee — egli nota — tre e non piu pos- 



— 236 - 

mno essere i momenti dello spirito umano, al quale tutti 
riconoscono almeno due movenze o facolti intellettuali : 
la fede e la ragione. O la fede soverchia e soprafP^ la 
ragione ; o la ragione si pone come autonoma, e d& la 
sfratto alia fede ; o la fede e la ragione 8i porgono la- 
mano, ed amichevolmente si accordano. Oltre questi tre- 
momenti, non ve ne ha altro possibilc. La storia eon- 
ferma la logica; e mostra dippiu come questi tre mo- 
menti, queste tre stazloni dello spirito, che abbracciano* 
secoli, si sono succeduti nell'ordine suddettp. 11 primo- 
momento comprende il periodo comunemente detto della- 
scolastica; il secondo quello della fllosofia autonoma 
del 1500, protratto nei suoi rivoli ancora sino ai dl 
correnti ; il terzo ricominciato a spuntar nel passato- 
seeolo, che dee compiere il suo corso. Ora egli h un 
fat to storico, che a capo di questi tre momcQti capitali 
dello spirito umano si trovano per I'appunto tre napo- 
letani : S. Tommaso, Giordano Bruno e il Vico. Spetta- 
colo affatto straordinario che i duci massimi del pen- 
siero dell' um an genere siano stati plasma ti coUa creta 
stessa di un popolo.... cui si vuol negare la ideality »! — 
Giova anche ricordare che Terenzio Mamiani nel suo 
D*un nuovo diritto europeo (Italia 1860), dedicandolo al 
Popolo delle due SicUie, gli dice : « Rinascete, dunque, 
animosi e perseveranti alia liberty e alia gloria, pi- 
gliando norma e consiglio dai vostri concittadini del- 
Palta e media Italia, i quali sebbene oggi vi precedono- 
in alcun esercizio delle virtu pubbliche, nullamono si 
persuadono ogni di piu, che in vol soli sta la potenza 
di compiere e di accertare per sempre Popera trava- 
gliosa, Popera del risorgimento Ipro e della comune 

indipendenza » « A voi non occorre di temere piu 

che un solo nemico, 11 quale vi bisogna combattere a. 
morte, ed ^ la non perfetta fiducia in voi stessi.... Dopo- 
aver praticato ogni mezzo e posto mano ad ogni par- 
tito piu scellerato afiine di depravarvi, ora v'insultanc^ 



^F » 



- 237 — 

e aecnsabo dell'opera loro medesima e tentano di ra- 
pirvi il conforto nnico che rimane agl' infelici e con- 
culcatl, qtiello di non meritare il proprio infortuniOi 
Rispondete a codesti censori falsi ed inverecondi, che 
un popolo pieno di corruttela non vede ingombre e sti- 
pate le carceri di migliaia di suoi cittadini, i quali 
antepongono ogni miseria al volenteroso e muto ser- 
vaggio, e in mezzo agli spasimi delle torture e nella 
poverty delPesilio non iscemano d'una dramma e d'un 
atomo V amore ardente e la carit^ operosa inverso la 
patria loro».... Eidetevi di coloro, i quali pensano di 
aceverare voi daU'Europa e piii dall' Italia...., e che 
mentre la muraglia del I a Cina 6 forata da cento parti, 
«perano di tramutare il mezzogiorno del bel paese in un 
piccino Impero CeleBte j> e avrebbe detto meglio nella 
Beozia o nella Vand^a. 

Pag. 132 — riga 17 — In uno de' sonetti dedicati 
dair Arabia al Russo sono carat tens tiche le due quartine: 

Era cosa a veder gentile e bell a 

La speme, I'ansia del commosso petto, 
Quando de Parte la prima fiammella 
Raggio nel cor di questo mio diletto. 

Lucevan gli occhi suoi come la stella 
Tan to vi si pingea Pinterno aflfetto, 
Mentre rapito sol vivea di quella 
E^tasi nova il nobile intelletto. 

• 

Pag. 133 — da riga 9 in poi. — A proposito dei 
pochi versi del De Sanctis (si allude sopra tut to a quelli 
intitolati La pngione^ opuscolo pubblicato dal Morano) 
il Ferrieri, nel volume citato, nella nota a pag. 256, ri- 
porta alcune traduzioni di lui dal tedesco (oh quanto 
inferrori ad altre identiche delPamico Zardo I), le quali 
provanoche si puoessereottimocritico e pessimo poeta. — 
Forse fe avventata P ipotesi che il De Sanctis tacesse 



— 238 — 

appositamente delP Arabia, ma mi si h affacciata alia 
mente nel pensare che si vedevano spessissimo, che no- 
mina tutti, perfino quelli che non facevano speciale pro- 
fessione di poeti, e allude particolarmente ai calabresi ; 
e al ricordo di un aneddoto che mi racconto Cesare 
Dalbono. De Sanctis e Dalbono parlavano fra loro non 
so di che, e a un pun to De Sanctis cito un verso, ag- 
giungendo : «come dice....* e qui il nome'di un gran 
poeta italiano. « - Cio6 ^ gli rispose Dalbono — questi 
6 Arabia * — « Ma che Arabia »! Allora Dalbono, che 
aveva sorprendente memoria, gli recito.Pintero brano- 
e gli disse il titolo della poesia, al che De Sanctis con 
la sua bella sincerity : « Sai che non 6 la prima volt a 
che questo mi succede, e col solo Arabia. E singolare». 
Camillo De Meis poi, mi pare di vederlo, una sera nella- 
sua casa di via S. Stefano a Bologna, mi racconto che,. 
a prOposito di non so quale fatto, De Sanctis gli disse i 
€ Arabia non riuscirai a persuaderlo: ha troppo talento ! » 
N^ db se c'era una punta dMronia. lutanto nel suo tac- 
cuino Arabia nota : « Vedo il prof. De Sanctis all' Acca- 
demia e si discute su Zola, a cui ha dedieato tin pane- 
girico. AUorch^ un uomo al fondtimenio di Dante 
aggiunge un naso fine per fiutare il vento che mena,. 
la sua fortuna 6 fatta ». In una lettera deir Arabia a 
B. Croce, che debbo alia bont4 di questi, il Senatore, a 
proposito della memoria del Croce Francesco De Sanctis 
e i stwi critici recenti, gli scrisse che egli fu amico e 
ammiratore del De Sanctis e del suo ingegno superiore 
fino alPultimo, che nella sua scuola stette pochissimo 
(abbiamo vis to che il D. S. nel Frammento Autobiogra- 
fico fa intendere molto) e che lo segui finchfe propugna 
il principo puro e semplice dell'indipendenza dell' arte ; 
ma quando questo principio allargd al punto di sosti- 
tuirvi il criterio del contenuto, del vero, delPutile ecc*. 
passando alia critica positiva e materialistica delle font! 
o dell'evoluzione, non furono piCi d'accordo. Egli dice- 



— 239 — 

conseguenza di quelPerrore i giudizi fallaci. « Con que* 
sto criterio riesce a mettere fra i dannati Monti e nel 
limbo Grossi e in paradiso Padula e Mauro » . Conclude 
che non basta nel far Parte o parlarne il sillogismo 
dell'intelletto, vasto e profondo che sia, ecc. A me 
sembra che 1' Arabia esageri e impiccolisca il concetto 
del De Sanctis, da questi manifestato e spiegato in piu- 
parti e, sinteticamente, in una nota alio scritto Setteni- 
brini e i suoi critici (Nuovi Saggi Critici pag. 239). II 
lettore consalti e vedrA che non si poteva con maggior 
padronanza proclamare un'alta verity. Ma, infine, anche 
la verity ha talvolta le gambe storte, e pero — sia pure 
senza sottoscrivere in tutto ai ragionati entusiasml 
dello Zumbini — PArabia non ha torto di dire che il 
De Sanctis, vinto da una giustificata antipatia per 
il Monti^ fu un po'ingiusto col pocta della Basvilliana, (il 
quale ^ poi assai piO di un cesellatore), dimenticando 
troppo, per amore della sua tesi, che ci ha scrittori in 
cui la forma veramente vive di bellezza propria e esclu- 
siva. Quanto al Padula, gi& dissi che mi parve equa- 
mente giudicato dal De Sanctis, e per il Mauro forse 
si lascio davvero un tantino trasportare dall'amicizia, 
che del resto il forte calabrese meritava, per quanto 
non meritava le turpi contumelie che gli stampo con- 
tro Vittorio Imbriani ! — In ogni modo, con questi pic- 
coli dissensi, si puo spiegare da una parte perch6 il 
De Sanctis, non potendo esserecon P Arabia meno schietto 
e severo che con gli altri, non volesse esporsi a sentir 
chiamata « idraulica » anche la sua critica, come per 
certe immagini prese dalle acque P Arabia chiamo quella 
del Querela ; e dalPaltra, perch6 quando il prof. Ferdi- 
nando Flores prego P Arabia, a nome della vedova De 
Sanctis, di pari are innanzi al feretro delPillustre uomo, 
quegli si scusasse, adducendo la poca convenienza di 
confatare, come pur doveva in coflCienzs, in tale occa- 
sione, le dottrinedeP maestro. 



— 240 — 

Pag. 138 — rjga 4 — Ottavio Serena, ora Cousigliete 
di Stato, era amico di entrambi i fratelli Arabia, e per la 
monacazione della sorella di lui Baffaella, Francesco 
Saverio scrisse bei versi inseriti nella raccolta del 1868. 

Pag. 139. — riga 10-11 — Mi si fa osservare che 
Monti, Vestri e Marchionni gi^ non erano piu giorani. 

Pag. 144 — Nota — II proto con un « quello tanto 
lodato » attribuito alia parola critiga ha fatto qui 11 con- ■ 
trario di Tiresia — Del Gatti v. i due volumi Scrttti Vart 
di filosofia e letteratura, Napoli Stamperia Nazionale *61, 
che manifestano una soda coltura. Del suo competitore 
Aiello V. fra Taltro, Discorsi di storia e letteratura (Na- 
poli, tip. dell'Ancora 1845). Gli uni e gli altri assai ef- 
ficaci per giudicare delle idee dominanti e de* contra- 
sti che producevano. 

Pag. 148 — riga 29 — Consulta le Memorie Poli- 
tiche di Liborio Romano, ripubblicate dal nipote Giu- 
seppe Romano, Napoli, tip. Giannini 1899. II vol. 6 
preccduto da una ponderata prefazione del Bovio e 
tanto quest! , che il Bernardini nella Ri vista Politica e 
Letteraria di Roma, dimostrano che dal libro la memoria 
del Romano esce purgata. L' attenta lettura conferma 
in parte questo giudizio, ma sar& per questo corretta 
una opinione formata ? 

Pag. 154 — riga 32 — V. il Saggio di storia civile 
del Mn nicipio Napoletano di Roberto Guiscardi — Na- 
poli, T;p. Vitale 1862. 

Pag. 155 — riga 5 — Le ragioni filosofiche e sto- 
riche della caduta del potere temporale sono profonda- 
mente studiate nell'opera del rimpianto beneventano 
Prof. Geremia Fiore, Tia geiiesi della Chiesa (Napoli, 
Perrotti 1879). 

Pag. 167 — Nelle Opere Scelte non fe compreso il 
trattatello Delle bruttezze di Dante, che spiega come il 
Rtcciarii potesse poi non intendere Shakespeare piu di 
Samuele Pepys, che chiamd Romeo e Giulietta « la peg- 



V "T- 



— 241 — 

giore dello tragedie » « insipido e ridicolo » il Sogno 
d^una notte di estate e « cosa mediocre » VOtello! 

Pag. 174 — riga 13 — II concetto del Morelli 6 
reso piu completo, a questo modo, da Eduardo Dal bono 
Bella sua Ckymmerrwrcizicym appunto del Morelli, letta 
a.ll*Accademia Pontaniana : « !fe da conchiudere che, 
sia qualunque la legge in voga, nell'arte resta sempre 
il valore personale, con qualunque forma ed in qualun- 
que tempo. Sieno i Settecentisti, sieno gll Imperialist!, 
«ieno i Roman tici, sieno i neo Anglo-Egizi e Italo-Giap- 
ponesi, in qualsiasi manifestazione restano quell i cui 
h data la scintiUa, il potere, I'amore, la sapienza ». Che 
^ quanto ho detto io per la letteratura. 

Pag. 180 — riga 1-2 — Infatti PArabia nella pref. 
ai Ricordi di Letteratura dice, non credersi in debito 
di giustificare il diseppellimento de'suoi frammenti e 
non esser la cosa di per s6 illecita, « n6 secondo Tan- 
tica morale, anch'essa fuori moda, e nemmeno secondo 
la nuovissima trovata spiegata e riassunta dal Littre 
€ dallo Spencer » . E in una lettera a me diretta : « Se 
poi vuoi diventare un sapientone, apri ambo le braccia 
a Littre e a Spencer, anzi fatti chimico e fisico per 
giungere, mediante il metodo sperimentale, a saper che 
nulla sai y> . (^) Ricordo che, per tutta risposta, gli mandai 
le Incursioiii edEscursioni del Conte Rarignani (Verona, 
Druker) e Topuscolo del defunto Cons. Fiocca. L'antica 
filosofla e Vonorevole Bovio (Roma Forzani), che lo fecero 
andare in visibilio. 

Pag. 186 — riga 17 — Delia prima edizione del 
Principii del Diritto Penale dell' Arabia, I'Ulloa, nel 
libro citato, dice che 6 « une veritable th^rapeudique 
des doctrines penales » . 



(*) Certo anche il metodo sperimentale fa cecca quando pre- 
tende uscire dal sao ambito, trascurando elemeati esaenziali, 
quale p. e. la intaiziorw. 



— 242 — 

Pag. 197 — riga 19-23 -— Dove 6 stampato « Luciano 
Lomonaco, Ciollaro » deve dire : Lomonaco, Luciano 
CiOLLARO... — Fra gli scherzi poetici delP Arabia, che po- 
trebbero formare una raccolta a parte, uno tra i piu cau- 
stici 6 quello intitolato La nuova casa delta Procura Ge- 
nerale della Corte di Appello, Ne riporto queste due ottave: 

II Vicer6 Toledo, uno straniero, 
Quand'era il regno a lo stranier soggetto, 
Ebbe, fra molti strani, il buon pensiero 
Di dare ai Tribunal! un solo tetto. 
E scelto ed imbiancato il vecchio e nero 
Castello Capuano, a questo effetto, 
Poscia che arcem in curiam mutavit 
In perpetuo justitiae dedicavit. 

Non vide che nel tempio, fra i devoti, 
Celatamente era un profano entrato, 
Che anzi comparia fra i sacerdoti, 
Merc^ una toga, che s'avea rubato. 
Onde a emendare de' tempi remoti 
L'error, che tanto danno avea portato, 
Quando in Italia il nuovo lume fulse, ' 
Da] tempio 11 tristo usurpator si espulse. 

Cio6 il P. M. che quivi 

in gran mistero 

Or de' process! prende egli v!sione 
£ del carcere fa plana la via, 
F!nch'ei stesso non v'entra.... e cosi sia. 
Pag. 200 — riga 30 — Del dotto Correra abbiamo 
un opuscolo di Versi Inediti raccolti da L. M. D. C. (Na- 
pol! Priore 1895)! qual!, senon altro,giovano a ricostruire 
la caratteristica figura del grande forense, che ebbe 
molto del Cnpasso e del Valletta. Fra gli altri 6 note vole 
uno scherzo ad Eugenio Eaffaelli, che comincia cosi : 

II quarantesimo anno fi sparito 
Da che tu, Eugenio, fosti marito. 




— 243 - 

Prosit, ^ma torpido troppo sei stftto 
Se in mezzo secolo nulla ci hat da to. 

II matrimonio 6 un gran lavoro, 
Fu dato agli uotnini per bel ristoro. 

Per te fu inutile tanta fatlca 
Senza mai mingere una formica. 

Del Correra giurista V editore Pierro comincia a. 
pubblicare le erudite cose. — Per V. Villari vedi i 
Frammenti giuridici e Osservazionl al Codice. (Firenze^ 
Bocca 1891), Dissertazioni Giuridiche e Forensi di A.. 
Starace e V. Villari (Napoli Pierro — 1897-98) ^ La La- 
pide a V, Villan (Trani, Vecchi, 1895.) 

Pag. 201 — riga da 5 a 12 — Tra le persone che 
incontrava in casa del Giudice era pure il bizzarro e 
lepido ' Antonio De Lerma di Castelmezzano, autore^ 
fra Paltro, di un volumetto, Corbellerie StoH('X)'Coniichey 
raccolta di versi di occasione che venne ftiori per pa- 
recchi anni di seguito ; e con lui, il buon D'Ambra,^ 
Mons. De Cristoforo, e il Chiaia, egregio poeta a sua 
volta, r Arabia si dilettava sopra tutto a trattenersi. 

Del D'Ambra posseggo certi versi inediti, ne'quali 
si lagna di essere stato messo in disparte: 



E ver, se grazia vuolsi 
Chi resta in casa pecca, 
Onde nulla raccolsi 
Senza andare alia Mecca. 



Di Saverio Altamura 6 utile per la storia delParte 
il volumetto Vita e Arte, Napoli, Tocco, 1896. Anche il 
Toma ha lasciato un opuscolo di ricordi intimi e artistici. 

Id. — riga 15 — Di Enrico Cenni, che era soffre i 
dolori di non lieve malattia, mi place aggiungere, a 



— 244 - 

compimento di questa breve storia civile di Napoli, che 
^ stato nno degli uotnini piu dotti e che abbiano amato 
il sapere per il sapere, nulla mat chiedendo. Avvocato 
valoroso e giureconsulto di antica stainpa, pochi hanno 
potato emularlo nella conoscenza del DIritto Feudale. 
Filosofo, compl i suoi studl appunto nel periodo dal 1848 
al 1860, quando ciod il Galluppi e la sua scuola svolge- 
vano la dottrinadelCartesio,che poi fu combattuta, anche 
prima che cominciasse in Italia il mote piu assorbente 
verso la filosofia tedesca. Delle sue opere giuridiche basti 
ricordare gli Studi di diritto pubblico (Napoli, Marghieri 
1876) che hanno una notevole appendice sui giureconsulti 
napoletani del secolo XVIII ; delle opere filosofiche, 
quella intitolata Considei^azioni sulV Italia a proposito 
del Gottardo (Firenze, C'ellini, 1884) che 6 un* Appendice 
al Primato del Gioberti, in cui si delinea la mjssione 
deiritalia dall'origine fino ai giorni nostri ; e Paltra, 
Delia libertd considerata in sh stessa^ in relazione al di- 
ritto, alia storia, alia societa moderna e al progresso 
delVumanitd (Napoli, Giannini, 1891). Nella prima sono 
passati a rassegna tutti i piCi grandi sistemi di scienza 
prima da' piu antichi fino agli ultimi come Hartman, 
Boscowich, Schopenhauer, Spencer, Darwin ecc, fa- 
cendo emergere, in una magistrale esposizione, le dot- 
trine del Vico ; nella seconda 6 una minuta e larga 
critica del sistema delPHobbes in relazione con quello 
dello Spinoza, del Kant, del Rousseau ecc. Abbiamo 
pure del Cenni un volumetto di Versi (Napoli, stam- 
peria del Vaglio 1850), nel quale sono delle terzine, La 
Villa, intitolate all' Arabia, e le altre II Vero dedicate 
alia memoria di Alessandro Marini, che 

NON COMPIUTO 111 QUINTO LUSTRO 
, STRAORDINARIA MATURITA D' INOBGNO 
E MARAVIGLIOSA DOTTRINA B IN FILOSOFIA BD IN DIRITTO 
ACCOPPIAVA A BONTA D'ANIMO 8BNZA PARI, 



f- ■' 



— 245 — 

al quale^ quasi contemporaneamente, PArabia dedicava 
VAdelU). 

Id. — riga 26 — Fra le opere di Monsignor Mira- 
belli, oltre ai comenti ai Clas&ici e al poema La Pe- 
treidey fe notevole quella intitolata tStoria del pefmero 
romano da Romolo a Costaniino (Napoli Tip. della 
Unione 1879) vol. 3. — Di Giuseppe Mirabelli, poi, 6 
in corso di stampa la dotta cominemorazione letta dni 
Senatore aw. Salvatore Fusco al Circolo Giuridico di 
Napoli. 

Pag. 203 — riga 10 — Per Bemigio Del Gros80, in- 
signe professore di meceanica e poeta didascalico, v. la 
Prefazione del Settembrini iielle Poesie di lui pubblicate 
dal Morano, e il mio volume A TrenVanni pag. 433. 

Pag. 206 — riga 7 — V. il mio libretto Dd Go- 
verno Civile di Roma di G. V. Gravina^ Firenze, Col- 
lini 1886. Per V inaugurazione di un busto a Rogiano- 
fa pubblicato un importante opuscolo dalla Tip. del- 
I'Avanguardia di Cosenza. Lo studio migliore resta 
forse quello del Balsano dato fuori dal benemerito Julia. 
Non credo di aver ricordato, per notizie intorno alle 
scnole napolitane, i bei lavori del Prof. Girolamo Nisio^ 
fra i quali V ultimo, La scuola pedagogica modema na- 
poletana e il secondo congresso pedagogico nazionafe (Na- 
poli, Tip. Trani 1901), in cui sono giustissimi apprezza- 
menti sul Puoti. — A pag. 232, riga 2, dove 6 stam- 
pato Francesco SaUf si legga Francesco Salfi. 

Portici, aprile 1902. 

L. A. V. 



IT- 



POESIB E PROSE 

k 



POESIE (*) 



(*) Abbiamo scclto proprlo quelle che ci sono sem- 
brate le migliori c piu squisite, viioi per la forma, vuoi 
per la felice rivelazione del sincero concetto metafisico 
imperante. Chi amasse vedere le altre tralasciate per 
piu ragioni, consult! i volumetti citati nella nostra in- 
troduzione. Giova far no tare che il gii lodato — e ora 
anche rimpianto ! — Giuseppe Falcone, nel secondo vo- 
lume deH'operU Poeti e Rimatori Calahri (Napoli, Pe- 
sole 1902), uscito or ora dai torchi, consacra belle pa- 
^ine ai fratelli Arabia, e di Francesco Saverio ricorda, 
fra V altro, che pubblic6 versi nelP Epoca fondata dal 
De Cristiifoix), e che fra le sue poesie di occasione 6 
notevole un capitolo in terza rima intitolato Le Tre Fc- 
ritd, (se por non le seambia con le Tre Vergini da me 
.citate) inserito nella strenna MergelUna del 1858; che 
fa pure valente epigrafista ecc. 11 tratto suo piu bello 
«ssere stato guello di continuar le visit e amichevoli a 
Carlo Troy a quando questi era tenuto d* occhio dalla 
polizia, e di accompagnarne, con pochi altri, la salma 
al cimitero : come di Tommaso, cui la nativa Monto- 
leone pur dovrcbbe onore, 1' avere, dopq V attentato di 



— 248 — 

Agesilao Milano, facilitato la fuga dal regno ad Antonio 
Nocito ed a Battista Falcone, voluti complici di lui. — ^ 
Fra i poeti rimatori calabri contemporanei sono intanto 
degni dl attenzione Saverio Albo, Michele Capalbo, Mi> 
chele Bello, Vincenzo luiia, Saverio Vitari, Giovanni 
Cristiani, Alfonso Azzinniari, (i cui versi vennero pie- 
tosamcnte raccolti da Da vide De Seta nel volume II 
Cigno delle Calabrie^ Napoli, Stamperia del Vaglio 1885) 
e sopratutti Nicola Eomano, di cui a ragione 11 Fal- 
cone riporta 11 canto dei briganti nel Marco Berardi^ 
canto che h ben di verso da quell i non meno preziosi 
dello Schiller e del Mauro, e che comincia cosi : 

Beviamo compagni, beviamo Toblio 
Del nostro destino, del mondo e di Dio ; 
E quando ci annoia Tusato licore 
Di sangue fumante colmiamo il bicchier ; 
11 vino rinnova la vita che langue, 
Rimescola il sangue — soUeva il pensier. 

8u baize inaccesse, tra brune foreste, 
Al rombo dei tuoni, tra nevi e tempeste^ 
£ bella la vita : sul fosco cammino 
Lasciando vestigi di sangue e d'orror; 
N6 i giorni che furono, n6 1 di che verranno 
Eimorso ed affanno — ci destan nel cor 

Originalissimo poeta fti pure Filippo Greco, morto 
nel fiore degli anni. Le tre figlh di Be Sonno 6 una 
specie di ballata^ nella forma air intutto nuova, che 
costa di 19 strofe : 

Una volta un giovinetto 
Un figliuolo di conte a cavallo 
Dietro al cervo per diletto 



— 249 — 

Dietro al cervo correva le valli. 

'Era, il giomo de' sepolti, 

Le campane suonavano a morte, 

E via d&Ui per le valli 

Questo figlio di Conte a cavallo. 

Che, per associazione d' idee, fa pensare a La Preo etla 
Uocisaf componimento ben diverse diYincenzo Selvaggi. 
E nna fanciolki i^he/ morta la sua pec(nrella, riempie 
de'suoi lamenti i boschi cireostanti : 



f 



Farfantinelia 

Ove sei tu? 
Farfantinelia 

Non vive piftl 
Dolce qua!' Eco 

L*ud(ft belar; 
Come I'a^retta 

Solea danzar ; 
Befia bellisBima 
Bfanca qual brina 
Era la povera 
Mia Farfantina. 



Oh questi ealabresi ! 

A proposito di quanto fa detto a pag. 29, ^ utile 
pur aeeennare ohe dai vecchi quaderni dell* Arabia ri- 
snltano i snoi studi siigli antichl poeti calabri, dai greci 
e latini ai dialettali, tutti illnstrati ne' due volumi del 
Falcone. 



16 



— 250 - 



A DANTE (») 



O tu che questa terra e con la mente 
Abbracciasti de' morti il trino regno, 
Se quel chMo t'ebbi lungo affetto ardente 
Di alcuna grazia mi ti rende degno, 

Prego, non piu che a meta rilucente 
Scorgi la vela del seguace ingegno, 
Ma che largo mi sie tu solamente 
Di quel che avesti in vita alto disdegno. 

Del quale armata I'anima, al nefando 
Che mi cresce d' intomo orrido lezzo 
Si tolga, di ben altro innamorando. 

£ ret& vil di cui m'aggiro in mezzo, 
Anzi a la qual si prostra altri piaggiando, 
lo ricambii di schemo e di disprezzo. 



(*) Di qnesto •onetto feoe onorata menEione Staxiislao D* 
Chiara nel buo pregerold libro Dante e la Calabria (Gosenia, 
Aprea, ISM). 



E? ^:: •■ 



— 251 — 



A PILATO 



Non per iniqni tuoi disegni pravi, 
Ma de lo sdegno altrui per vil timore, 
Ta preda al cieco popolar furore 
L'intemerato giudto abbandonavi. 

Par tn almeno innocente ti gridavi 
Del sacro sangue, e ben credevi in c<H«e 
Che cosi de la sua morte 1' orrore 
Sovra il fremente popolo gittavi. 

Simili a te, ben moiti ai povereUo 
Tolgono, per altrui voleri insani, 
Giudici iniquf, il tetto e il campicello. 

£ peggiori di te, con fier sembiante 
Oridan giustizia, e non osan le mani 
Lavare almen di chi gli sforza innante. 



252 -- 




IN MORTE 

DI 

MARIA GIUSEPPINA GUACCI 



Quel tuo vivido ingegno, che vagava 
Ognor fra le armonie de Puniverso 
E da.ogni cosa bella deriyava 
Quell *onda pura di ispirato verso ; 

E quel cor dove ogni virtCi brillava, 
Come raggio in eristal nitido e terso, 
Piu cruda che non suol, morte fiaceava ; 
E invidXando da la terra ha sperso. 

sventurata ! e tu gli occhi serrasti 
A la vigilia di quel dl che tan to 
A Pinfelice tua patria pregasti. 

Verri il sereno, ma de Purna in grembo, 
Con te solo venia Porror frattanto 
Di questo che il precede orrido nembo. 



— 253 — 



A UNA GIOVINETTA 



Qaando la mente, al duol non anco ayvezza, 
Da' facili estri innebriata, ascese 
A' sorrisi di luce e di bellezaa 
Mondi, Pamor quivi da prima apprese. 

L'arte pdi yenne, e di maggior chiarezza 
Om6 I'alto concetto, e a me lo rese 
Sublime si, che quinci una vaghezza 
Sola tutta la mia vita comprese: 

Di trovar cosa che di tanto amore 
Yenisse in questo cieco aer parlando 
Degne parole al disioso core. 

Credei vana la speme, ma nel seno 
Oome risorse, o giovlnetta, quando 
Tidi de' tuoi cilestri occhi U sereno ! 



■ g-jT ui4.t ,, J. ■• 



— 254 — 



MATTINO 



Sovra aereo terrazzo, che s'alzava 
Alto fra 1 tetti intorno, umil Bosella, 
Mattutina leggiadra io ti mirava 
Ne le yesti neglette ancor plu bella. 

II cilestro del del che t^ammantava, 
Come un raggio pingeva intorno a quell& 
Vaga tua forma, e indietro svolazzava 
Di capei qualche cioeca al fren rubella. 

Gli occhi 11 sol ti feiia de la mattina, 
Ed ombra de la man tu lor facendo, 
Guardavi i colli, i campi e la marina. 

E fuor del viso, il tuo spirito amante 
Rapito a lo spettacolo stupendo 
Parea, n^ tn di cosa altra cnrante. 



SERA 



Poi al vanir de I'ora misterioBa 
Che il cielo s'oma della prima Stella, 
Su la tacita soglia poverella 
E tu suoli seder tatta pensosa. 

La lene de la sera aura odorosa 
Invano del tao crin bacia le anella, 
Terra e cielo per te non han favella, 
Voce non han che a te scenda amorosa. 

Una secreta immagine do rata, 
Sol vagheggi, e s*affida al suo splendore 
Dolentemente Palma innamorata : 

Pensi a Parcana volatt& d'un core 
Che al tao risponde, e pensi a V ignorata 
Tua giovinezza vedova d'amore. 









— 256 — S 



n 



— 256 — 



A MERGEliLINA 



Ed ancor te rprrido verno fiede 
Evsfiora e.stmgge, Mergellina mia. 
Squallida intorno 6 la campagna, e siede 
Sola, diserta Padorata via. 

Impetuosa ti si rompe al piede 
X.'onda <^he si leggera ivi lambia; 
N^ il sol che scarso e nubiloso incede, 
Ti ricolma di vita e d'armonia. 

AJ}! cosi, dunque, mentre il ciel, la terra 
Bi«0J94uce uno spirito immortale 
^A -tnnvagliarsi con perpetua guerra ; 

In mezzo * al daro rinrtar, si spezza 
Qiiesto d*altro aer degno, questo frale, 
Qiiesto povero fior de la bellezza ! 



— 257 — 



PRIMAVERA 



A sciorre il cieco verno, ecco ne yieni, 
O canora stagioB, che o^i alma invito ; 
£, di luce pomposa redimito, 
Schiari le notti, i giomi rassereni. 

E in ogni petto pin larga rimeni 
Con la speranza e con I'amor la vita : 
Toma Tazznrro al ciel, toma, vestita 
Di porpora la rosa, a' campi ameni. 

Mentre, d' incenso a guisa, per la pura 
Aria d*odori un dolce alito invia 
A Dio la grata, Tiunile natura. 

Oh, ma quando, a cessar questa et& fera, 
Qual per la terra, che ritomi fia 
Per itala virtu la primavera? 



— 258 — 



IL RITORNO. 



Dopo lungo disio, pure una volta 
Eiapro alfine i miei occhl a la festa 
D'un tuo mattino, o patria. Ed il tuo sole 
Che col primo suo raggio trXonfante 
Lambe i miei tetti, giubilando accolgo, 
Come un amico novamente visto. 
E a voi, colli sereni, ed a le vostre 
Aeree vette d*arbori vestite, 
Corre Tocchio bramoso, e i noti lochi 
Cerco, e ripeto i nomi noti. Un giorno 
Felice no, ma di minori affanni 
Esperta, qui correa di sogno in sogno 
La inia vergine etk: non chMo lamenti 
La caduta speranza, ahi tante volte 
Maggior del vero la trovai ! ma certo 
Divina cosa 6 quell 'et& ridente 
Di fanciuUezza incoronata. II core 
Tan to r invade un amoroso affetto 
A rimembrarla, onde s'educa e cresce 
Carit^ del natio loco immortale. 
lo vi rividi, e ancor dentro mi suona 
La soave dolcezza, e le pupille 
Roride mi si fanno, io vi rividi, 
Compagni de la mia vita serena, 



— 259 — 

Qui non muto tempo o sventura. Un solo 
Non obbliommi, e a me de' vostri aspettl 
Un sol novo non giunse: sovra i labbri 
Le parole d'amor mi ritrovai 
Quali nn tempo noi usammo ; e fra I'altcrno 
Chieder dl voi, ridir di me, stringendo 
Le amiche destre per placer tremanti, 
lo rivissi una volta. E splender vidi, 
Dopo tanti anni, di verace aflfetto 
Una iiamma gentile, assai diversa 
Da la bngiarda cortesia che al trove 
Bisponde al petto mio vago d'amore, 
Come a la man di musico soave 
Una falsa e discorde arpa risponde. 

Passato fe un di sereno, ed a' balconi 
Di questo albergo ov' io nacqui m'assido. 
Udia poc'anzi, al deelinar del cielo, 
Col garrir de le passere loquaci, 
Lo strido de la rondlne che torna, 
Lieta del cibo ritrovato, a' figli. 
Ora 6 silenzioj 6 notte : e la melode 
Usata spande Tusignolo, e, dove 
Son piu folte le piante, ulula il gufo 
Un di sgomento al mio Jjetto fanciullo. 
Di questo cielb, ad altro tempo, io tutto 
Kicercava I'aspetto, e le lontane 
Nubi seguiva, del venture giorno 
Vago di preveder le sorti, e come 
Nol salntato avria, dagl' intermessi 
Studii, vaganti per campagne e ville. 
Di questa luna il raggio, mi rimembra^ 
Sovente salutai con le romane. 



— 260 — 

Con le greche e V italiche armonie 

Cui s'edncava la novella mente 

Ne le pudiche scuole. Ignaro, ahi troppo, 

Che a deguir questa si gentil vagbesza, 

Avrei poi dietro la faggente luce 

De I'arte tutta disfiorata questa 

Hia debil vita, e lango il fatieoso 

Calle della scienza, avroi una volta 

A le font! del dubbio anco bevuto ! 

Altro tempo : or su questo poggio trovo 

L'arido vero, e tu posi tranquilla 

Sotto i miei piedi, o patria, e splendor veggio 

Da le fenestre i queti lumi, e intomo 

La pace che le bianche all dlstende. 

Or le tue sorti, o mia materna terra, 

Medita i! petto mio, medita, e in esso 

Di suoi affetti il primier sempre, Tamore, 

L'amor di te ragiona, e sovrabbonda. 

D'una belt4 che a poche alme si svela 
Nel suo vergine aspetto, e quale splende 
Ne' volti de le tue figlle, di vezzi 
Schive e di femminili arti, set bella. 
Come a regina col Busento il Cratl 
II pi^ ti lambe umilemente, e rompe 
Contro le rocce tue Ponda famosa. 
L'onda, che poi da te movendo, riga 
II pian di verde sfolgorante. £ stende 
Le azzurre vette TAppennino, e intorno 
Ti circonda amoroso, qual se voglia 
Difendere a gli altrui sguardi te bella, 
Te sua sposa romita ; e, dove spesso 
Orrido altero sorge, a' sette colli 



J 



— 261 — 

Con cui ti abbraccia, si fa piu gentile, 
£ s' incorona di lieta verzura, 
£ di gelsi e d'uUvi e di yigneti, 
£ la ghirlanda de la storia il crine 
T^orna e il fa sacro, e de' taoi vanti antichi 
Fa seme onde di nuovi escono ognora 
Vital! germi... ah no, povera sei, 
Povera e siedi in isventura ! io piango, 
E non di gioia, or io piango di sdegno, 
E di piet& di te, di te che posi 
Si come stanca, e taci : e maledico 
A questo d'ogni bella opera avverso 
GeniQ crudel che t'occupa e ti serra 
Fra Porribili sue spire, e distrugge 
Qaei santi germi, onde poi dure spine 
Sorgon dove fiorir potea la rosa ! 
Ed in quei petti Io sgomeqto, e'l tristo 
Disperare del ben spande, ed al giogo 
De V ignoranza quelle menti danna 
Dove il raggio di Dio scese piu puro ! 

Di profami olezzante e fresca e lieve 
Viene I'aura de' iponti. Entro il mio crine 
S'agita, e par che nova forza aggiunga 
A I'egro corpo e a Pegra anima. Io levo 
Gli occhi e rimiro il ciel, libro ove scritte 
Di Dio le glorie sono, e dentro Talma 
Mi ragiona una voce, e par che dica : 
In quel t'affida. Ed io spero, ed io prego 
Per te, natal mia terra, ed il suo braccio 
Su chi ti danna a questa ria catena 
Di sciagure e d' infamie, umile invoco. 
Oh ! troppo grave h questa ferrca dura 



L. 



— 262 — 

]lN[ecessit& del male; e gV intelletti* 

Oosa diviua, troppo premc e springe 

11 nodo che a la polvere li sposa. 

Pur dove, d'opre generose e belle 

Ispirator, di Dio, Palito seese, 

Karo 6 si spegna la semenza santa, 

E torca al tutto i snoi occhi I'Etemo. 

£ gih di mille immagini gen till, 

Dl mille care rimembranse tue 

L'aer nottumo, o mia patria, si veste^ 

Ond' io sorgendo, e superbendo dice : 

BifiorirA l'al[6r, I'eti corrotta 

Fia volgH a meglio. Intanto tu t'appaga 

De )a piet4 che in ogni alma tu desti 

Dove de' tuoi dolor' giunse la fa ma. 

Miserevole aspetto anco a' felicl 

Ha la sciaura de la gloria, il braccio 

Che la prostra TeHtremo, unico abbatte 

De I'orgoglio de I'uom schermo e dlfesa. 

Voi gli estremi pensier', gli ultimi avrete 
Affetti del cor mio, mura dilette, 
A cui commosso or io stendo le mani, 
Io passeggier pel loco dove vissi, 
E vivo col disio. Tu questi voti 
Accogli, o patria, e questo canto accogli 
De Perrante tuo figlio. Un dl, so cessi 
Di vagar da te lunge questo ingrato 
Questo genio crudel che m'affatica, 
Aggirarmi per sempre mi vedrai 
De' tuoi platani a Tombra. E forse allora 
Non come questo fuggitivo e breve 
Mi fia dato un gentil carme sacrarti,- 



— 263 — 

Che le memorie tue belle ricordi, 

£ saluti ispirato le mature 

Nove speranze. E ta, terra mia dolce, 

Alfin di tomba riposata, bella 

Di cittadina laade, al tao poeta 

Cortese e al tuo 6gliuol certo sarai. 



— 264 — 



EMANUELE DI DEO 



giovinetto, e come a' dolei e cari 
Conforti de la tua vita novella, 
A la speranza vergine, a' tuoi giomi 
Su cui gi& ride, intraveduto, amore, 
Come guardar potest!, e, cosi grande 
Disio ti strinse di morir, sprezsarli 
Come osavi cotanto? In qnali scole 
Ne imparasti Tesempio, o genereio? 
Nulla ti vinse : non le bionde anelln 
De la chioma gen til ch*orride farsi 
Dovean del sangue tno; non chiuder g\i occhi 
Per sempre a Talma lucei a to <mi.V» 
Ebbrezza del mattino, allor che trema 
L'aer notturno e di color di foco 
L'oriente si tinge. E te non mosse 
Amor di cari al tno prossimo scempio 
Disperati e piangenti: amor nessuno 
A la terra ti strinse, il giovin petto 
Poscia ch'accolto avear 1' immenso amore 
De la patria iafelice, edr era grande. 
Era da questo am<^ fatto sublime. 

E a Tegro padre, che tremante e rotto 
Bitl dolor, da le lagrime perenni, 
Stringeva al seno il tuo diletto capo, 



— 265 — 

E di piet& pregavati ed II cenno 
Dal tiranno prescritto a tc chiedea. 

— No rispondevi, wo, morir val mcglio 
Che render vile rimplorata vita. 

Tel giuro, o padre mio» morir m'e nulla: 

Ma 11 tuo dolor, e che tu pianga e pianga 

Per me la cara, angelica soave... 

O madre, o madre, e di quai punte il core 

Hai trafitto per me, che pur cotanto 

T' amo, ti adoro ! L'aride pareti 

De la carcere, sal, tolgono 11 riso 

A ogni gioTane fronte, ma ancor I'alma. 

Rendon canuta e sapiente. Guarda, 

Padre, la vita, e se lasciarla io deggia 

Con lagrime. Una trista, sconsolata 

Vicenda di sciagure ov'^ fa tale 

Ch' io giovinetto cada, e cadan meeo 

Tanti per senno, per valor, virtude, 

E per etk piii venerandi e sacri. 

Di morire con lor, di porre il mio 

Trilustre nome ove gli eterni loro 

Saranno scritti, un merto solo m'offre 

Pietoso il fatto, disdegnar la vita 

Per non chinare a I'oppressor la fronte. — 

— E verr& tempo che un poeta, fioco 
Ma araorevole molto, intorno al mio 
Solo sepolcro, fra cotanti illustri, 
So8pender& di suoi carmi una mesta 
Ghirlanda: o sia che imparl troppo e' stimi 
II poco verso a dir degli altri, o sacra 
Pid d'ogni altra per lui la tomba fia 

Di chi vi scese ancora biondo. Vinta 
Da morte giovinezza, a la nemica 



17 



— 266 — 

Non lascia intera la vittoria e siede 

Sovra il diletto avel mesta, ma etema — (*) 

£ moristi, ma pure in quanti petti 
In quai nobili petti altero nacqne 
L'esempio tno! Quando sar& che cessi 
A questa terra tna natale il peso 
Del dolor che un destine inesorato 
Le Impone a pena^ e poi le scrive a colpa, 
III ogni loco sorgeranno altari 
A' caduti per essa, e al tuo corona 
Fari perenne, pin che a ogni altro, e sacro 
L^avr^ la nova gioventu riscossa 
Del giovin sangue tuo vindice fatta. 




(') Versi come vedemmo, ripetuti nel Campanella (V.) 



— 267 .- 



ALESSANDRO POERIO 



Era UQ poeta, a cui pii!i che il sorriso 
Di cielo o mar sereno, o il viro lampo 
De la luce diffusa, od i romiti 
Sacri silenzi de le notti, b il puro 
Polgorar di due cerule pupille, 
Levate da le pagine ch' ei scrisse, 
E affise in lui fra maraviglia e amore; 
Pid che V eterne fantasie e le forme 
Ch' egli ama tanto, che de V alta lorD 
Bellezza cerca, bench^ indarno, il mondo 
Donarne e tramutarlo in paradiso ; 
Piu degli estri e del suon caro del carine, 
A lui, che 1' aura de la vita bewe 
In una bella ma infelice, e forse 
Per questo appunto a' generosi amata 
Terra, piu forte, piu di tutte cose, 
Piu d' ogni affetto, era la patria in cima 
A' suoi pensieri, era la patria in core. 

E come l]|ellp era pur esso 11 mondo, 
Che vivea ne la mente innamorata 
Di quel giovin poeta ! Oh tanto hello 
Che dove di quel mondo anco una parte 
Fosse a' mortali consentita, dura 
Importabile cosa 11 morir fora. 
Distribuita egualmente la luce 



1 



— 268 — 

Viva de la scienza e de T amore 

Soendea sa V orbe, e in vincol santo tatti 

Annodava gli umani. Era an 1' altare, 

Era uno il culto. I popoli content! 

A le sedi lor poste, ma dischiusi 

I popolari e gli ospitali tetti 

A Testraneo, cui chiami in grembo a loro 

Fa to Q vaghezza. Oiu per sempre i cmdi 

Brandi omieidi, giu gli spaldi alteri 

Da le cime de' monti. Unica guerra 

A la polvere, a la sorda, a 1' insensata 

Materia che ne cinge, onde s' affini, 

Proceda anchVella, e spirital divenga 

Qnanto 1*6 dato. Unica guerra al tristo 

Error che capo sppra T alme siede, 

1^ .che sarga sereno, laminoso 

Infino a Dio 1' umano senno. Tatti 

Siano. fratelli 1 popoli divisi, 

N^ primato fra lor, pur. che innocente^ 

Non sia piu,.mai che gli divida. Cada , 

Pur la .corona de la sua diletta 

Term, e suoni gentile ed mspirato 

Pw tutto il carme, come qui suonava 

Sa' labbri del cantor del trino regno. 

Dlplnga Ifi suiQ vergini lo Scita 

Come qui ft 1' angel d' Urbino, e a' maimi, 

Oome Canova, infonda yita e seittD ^ 

E beHeMa il Lappone^ e, come w tempo 

Michelangiolit^ il Stigto alzi gigante 

Un Vaticano. Infino V aura e il sole 

D' Italia s|)iri in ogni parte e splenda. 

Ed il gelo pcdar si sciolga, e il foco 

Si tempri, il t'oco de Tassidua vampa 



— 269 — 

Ch' arde la rena de' desert! . Tutte 

Le pianore si covranp di massif 

Di vjgne e d' olivetiy, e i prati 

D' anoenti paghi a lor pastura e pingui. 

A ogni nota d'amor nota risponda 

Fida d' amore ; cada ogni disio ' 

Vile o crudele, e un sol ne viva, il solo 

Desidero del ciel, cfi* h gik s) presso. 

O poeta, o ^ntil spirto amoroso, 
Tivi in questo inno, in questo eterno sogno 
Eiglio della tua mente, e non ti ealga 
Del vero mondo, ove il tuo corpo vive, 
Da segreti dolor distmtto, come 
Pior di tiepide piagge in mezzo al gelo. 
— tl codardia — risponde ; e dove fiera 
Ferve una guerra in cui, levata in piede, 
Pugna la nobil sua patria, egli corre. 
Oorre, combatte, e daglMniqui ferri 
De lo straniero trucidato, more ; 
Pensando il di di pace a tutte genti, 
Ohe della patria i martiri iian sacra 
Memoria si, ma inimitabil fatta. 



1 



— 270 



A VINCENZO BAFFI 
Nel 8tu> AJJbo 



In queste carte le memorie accogli 
De gli amici diletti : e la gentile i 

Mano dell 'arte che ogni gen til cosa 
Piu eterea rende, a' carl pegni aggiunge | 

Indeldbile forma. Opera 6 questa 
Ingegnosa d'amor, quando non sia 
faggevol costume, o cieco vezzo 
D'alma perduta in yauit&, qual certo 
Non h la tua, dove si pura alberga 
Fiamma d*affbtti, e nobU disio 
Di egregie cose, o mio diletto amico. 
Ma perch6 torna tanto dolce al core 
Del sospeso mortal Questa speranza 
Di viver ne Paltrui memoria, e questo 
Popolar le tacenti ore tranquille, 
In cui s*accoglie nel pensier, di tante 
Care di amici immagini sorrise? 
Perch6 piu che il dispregio e la superba 
Parola de lo sdegno, il cor paventa 
L'oblio? L'oblio, che pure a tutte cose 
Sovrasta indeclinabile e fatale ! 
Ricorditi di me, non obbliarmi, 
La giovan^ta lacrimosa dice 



- 271 - 

Al garzon che si parte. Ed ei pe' campi 
Del mar son ante altra noi> porta speme 
Che di vivere in lei sempre, pensiero 
Vagheggiato e perenne, ultimo quando 
Su le negre pnpille 11 sonno posa, 
Primo allor che de I'alba a lei la nova 
Vita in petto il divin lume raccende. 
Che volutti, clie viver danque fe questo 
Ne la mente di an altro, e qual soave 
Legame fa cosl dolci i coUoqui - 
De I'anime sorelle? A te, che in seno 
Cotanta d'amist^ fiamma alimenti, 
Aperto ^ bene an si gentil mistero. 
Altro io non dico. Misero chi aspetta 
Che ram6r gli si apprenda e gli si sreli : 
Ch6 parola no' 1 dice, ancor che sia 
L'onnipossente italica parola. 
Io qai scrivo il mio nome, e si ti prego 
Di CIO di cai nel cor grande mi parla 
Un'immota speranza, ch'io non cada 
Da la taa mente, e che perpetuo dari 
Questo de Palme nostre altemo affetto, 
Unica nota che di ciel ragiona 
Fra le miserie de' sortiti al plant o. 



— 272 — 



UN CASTELLO 



Oh come siedi maestosamente 
Sopra quell 'ermo colle, in su le tue 
Proprie rovine I miserevol quanto 
£ quanto grande appari, o monumento 
Dl lunghe etk remote! La sventura, 
La vecchiezza ti sfiora; e il tempo edace, 
Che senza requie struggeti, che spazza 
J^a tua polvere, almen t'imprime in fronte 
Tutto 11 solenne error di sua possanza. 
]i^d io, me ritogliendo a TinquYeto 
Ozio della cittade, io qui m'assido ^ 
Anzi a le tue rovine, e muto e sofo 
Te rimirando, in grembo de Tarcana 
Volutti del pensiero, unico sense 
A mia vita deserta, io m' abbandono. 
E di entrambe le man fatto sostegno 
A la faccia inchinata, e velo a gli occhi. 
Oh quante volte, io penso, il sole aperto 
Ti salut6, ti rivesti di luce, 
Mentre dal colle sottoposto alzava 
Un nugolo di polve, che lucente 
Ti s'avvolgea d'intorno! E quante volte 
Con le tue forti mura dirompesti 
L'urto de' venti e Pinfernal bufera 
Che rugghiando fra tuoi merli passava 
L'eco movendo! Intorno i campi, i boschi 



— 273 - 

Di messi rivestivansi e di cbiome, 
E di chiome spogliavansi e di messi, 
Ha saldo stavi tu, rigido immoto 
A variar di tempi, e quale il fato 
In mezzo a Tonda degli umani eventi. 

10 penso a gli anni che sul capo tuo 
Passar, giovane quando alto levavi 
Lie tue merlate torri, e su le mura 
•S^adiva a sera il risonante passo 
De le vigili scolte : a gli anni penso 
Che sopra te seduto in isventura 
Gravi e lenti passaro : ed a quegli anni 
Che la cima vedran de la montagna 
Sparsa ancor di tuoi sassi; e a qnelli ancora 
Ch'orma piu non sar^ per cui discerna 

11 viandante il loco ove sorgevi ; 
E a la mente smarrita mi balena 
L'infinito, e I'abisso imperscrntato 
Del concetto di Dio. Meta sublime 

Che Talma, ancor da la mortal sua fascia, 

Cupidamente cerca, e la cui luce 

Le avvampa Tali temerarie, e solo 

Fa piu intenso il desio che morte appaga ! 

E questa pace che qui regna, m' em pie 
D'una gioia solenne, arcanamente 
Inspira trice di pensier soavi. 
Questo silenzio altissimo, che rompe 
Solo il cavo metal che, la cervice 
Movendo, scote da Popposto giogo 
La semplicetta capra, e questo puro 
Aer cilestro e profumato, e questo 
Vario aspetto di ciel, di mar, di campi, 
Par che sgombrino il peso de la vita, 



-. 274 — 

E vestano all a I'alma ond'ella s'alza 
Su le nebbie del senso, e tutta beve 
L'arcana volutt^ che Pinnamora 
Di s6 medesma, allor ch'ella intravede 

I ventari suoi fati, e sente intanto 
Be la nativa sua grandezza germe. 
E come il suon de la citt& suggetta 
Che qui si tace, o giugne fioco, e more, 
A cotal guisa qui, dinanzi a tanta 

Di natura grandezza, il suon discords 
Di superbe dottrine, di famosi 
Sogni o delirii qui si tace, e muore. 
£ dal fondo de Tanima disciolta 
Da* torbidi pensier, sfa villa irivitto 
Un ineffabil dolce sentimento 
Che Paffida di speme. Ed ella sente, 
Sente che questa poca vita 6 solo 

II primo giorno di sua vera vita, 

E questo mondo, dove ognor fanciulla 
S'avvolve e gira, 6 come un'ombra leve 
D'altri mondi di luce, ove, fiorita 
D'eterna gioventu, vivr& per sempre. 

Ben s*io potessi, oh come volentieri 
Evocherei da quelle mura antiche 
L'ombra di lor, ch'edse albergaron vivi 
E ricoprono estinti. Ahi ! forse dure 
Storie di sangue, d'ire irrevocate, 
Di tristi accorgimenti, e d'odii cupi 
E di tiranni udrei : popoli iiiermi 
Trucidati, spogliati, e chi di pig]io 
Dava nel sangue e ne Paver, del dritto, 
Del santo dritto, far schermo e difesa. 



— 275 - 

E poi spietato al timoroso gregge 
Che, la civil compagine disciolta, 
Supplice a lui d'intorno s'accogliea, 
Giogo imporre di ferro, e di vergogna ! 
Ma pure udrei d'egregi fatti, udrei 
Di religion che sfolgorante sorge 
E per Poppresso accampa, e lo francheggia : 
Udrei di grandi e forti anime accese 
D'affetti parentevoli, d'eterno 
Amor, di fede intemerata ; udrei 
''Di belle morti e generose, scelte 
Antiposte a rinfamia : di sublimi 
Virtu piu belle quanto piu fra il lezzo 
Sorge vano romite, insalutate. 
Ben questo udrei, pero che forti tempi 
Erano quelli quando tu levavi 
Le tup merlate torri, e su le mura 
S'adiva a sera il risonante passo 
De le vigili scolte. II duro braccio 
Che le cose premea, Talme lasciava 
Libere almeno, ed esse a la sventura 
Gli affetti lor tempravano, e, piegate 
Sovra s6 stesse, si vestian di forti 
E generosi sensi. Un sovrumano 
Un prowido poter tut to pen^tra^ 
E a Dio le genti riconduce : pugna 
Indefesso col mal, pugna con I'uomo, 
E de I'uomo e del male ancor s'aita 
A compier sua vittoria, e a far che al bene, 
Al vero, al bello, indivisibU fiamma, 
Qual cosa a lor piu infesta, e qoal piu credi 
Che spegnerli dovria, porga alimento. 



— 276 — 

Su quelle to'rri aeree, fra que' merli 
Giunti a rovina, tacitarue, e quete 
Lungo restive armon5fose notti, 
Assai ventier fanclulle. I lunghi veli 
Fra I'aer bruno biane}ieggiaiiti, il raggio 
De le stelle che leve innamorato 
Sopra di lor piovendo, risplendea 
Su le gemtae del petto, e su' monili, 
Eterea cosa le. rendeano : e a gli ocehi 
Del passeggler che lunge le mirava, 
Yestian sembianza di dorati arcani 
Fantasmi, e quai 'fingersi suol I'accesa 
InnebrYata fantasia ne gli estri 
Di giovane poeta. E le gentili 
L& eogliean la dolcezza de le notti, 
Ed ispiravan Talme in dolci e miri 
Pensier di pace, ond'eran spesso altrui 
Dispensiere e^ministre. E fra le turbe 
A guerra mosse, e fra gli acciari entrando 
E fra il sangue e le morti, baldanzose, 
Attutavan gli sdegni, e da le mani 
Toglieano i brandi esizYali, pace 
Inducendo, suadendo, e pace alfine 
Ottenendo, ch6 dove amor favella, 
Tace lo sdegno e I'ira cade. E quaiido 
Trafelato da I'opere diurne, 
Da la caccia, dal correre, riedeva 
II sire del castoUo, e seco i fieri 
Ospiti suoi, elle parean fra loro, 
Oara aspettata vista. Ed il leggiadro 
Portamento, il parlar dolce, e la pace 
Di que* sereni volti, i fieri spirti 
Venian molcendo arcanamente. L^alma 



, — 277 — 

Inerte, immota fra 11 sudor, la polve 

E I'opere sdegnose, onde nel giomo 

SMnnebriava il Benso, dispandea 

L*ali al novello incanto^ e a dolci affettl 

Abbandonata, divenia gentile 

A poco a poco. A cotal guisa amore 

Era maestro, amor di gentilezza ; 

E il giogo antico indegno che premea 

Sopra il men forte sesso, a cotal guisa 

Oadea fiaccato, ed onor primo, e eulto 

Irrevocato e primo e* s*ebbe, quando 

Tu vetusto castello, alto levavi 

Le tue merlate torri, e su le mura , 

S'udiva a sera il risonante passo 

De le vigili scolte. 

Ancora spesso 
Su per I'erta diflScile che scorge 
A quelle mura, il trovator traeva 
Baldo, e gioioso, come que' ch'aspetta 
Grata accoglienza dove giunga. Presto 
Se ne spandea la fama, e ne la ricca 
Sala arrivato, come prima quivi 
L'arpa fedel posava, era d'intorno 
Un accorrer sollecito di donne, 
Di donzelli, di servi, e in mezzo a loro 
L'irto sire sedeva, e la sua donna. 
Ed egli, oh come allor sublime e bello 
A I'opra si ponea ! le bianche dita 
Gi& toccano le corde, il rilucente 
Estatico occhio al cielo appunta, il Yiso 
Un rossor lleve grinvermiglia : uu tratto 
Discorreva la tenera melode, 
Come leve farfalla che le pinte 



1 



— 278 — 

Ali portono intorno, a nulla segno 

Certo mirando; indi s'udia la voce 

DiBciogliersi in soavi onde canore, 

E su I'arguto labbro era una forte 

D'antico cavalier tremenda impresa, 

O lin'opera gentil di cortesia, 

O pietosa d'amor storhk dolente, 

Che 11 rossor sa le guance, e poi chiamava 

Le lacriaM ne' grandi occhi lucent! 

De le fanciulle, che dMntorno a lui 

Porgean gli orccchi al suon de la sua voce, 

L'una a I'altra appoggiata. Ed e'gioiva. 

Salve, del canto arte divina, un tempo 

Ooloro a cui di 'g\k ministri il santo 

Ver d'armonia vestito, e vai educando 

Ancora giovinetta, a gentilezza ; 

Te vedranno spiegar tutta la pompa 

Di tuo divo potere. E regnerai, 

Pin che gli umani cor risponderanno 

De la bellezza al raggio avvivatore, 

Unica gloria, unica invidia a questa 

Terra del fato vittima, e del fato 

Sprezzatrice magnanima, e sdegnosa. 

Perch6 nel petto mi si desta un dolce 
Pensier d'amore, mentrein cima a questa . 
Aerea rupe, Tanima m' invade 
Una di ciel vaghezza, ontle ogni cosa 
Che il mondo piu desia, m'appare un'ombra? 
Amor, tu solo a nostra alma sei vita. 
Solo e divino senso ; e piu s'innalza 
Su la terrena polve, ella piu crede, 
£ piu credendo ell'ama ! Oh dove sei 



i 



t". 



— 279 — 

Col vergine tuo vplto, e con le lunghe 
Gentilissime pilpebre, che velo . 
Fanno alle vaghe tue brune pupille, 
O giovinetta ? ov'6 il soave incanto 
Dc I'angeliche note ch'amor detta 
Ed onest^ governa? ove il profumo, 
Ove la luce che diffondi, e tutta 
Ti riv^ste Tarmonica persona ? 
Vieni, e mira dal mio fiaiico cotes to 
Di campagnc sorriso, ove si versa 
Tanta di i&ol dovizia ; e quelle brevi 
Terre qua c J4 disseminate, e il cupo 
Eterno verdeggiar di quegli ulivi, 
E quei gioghi scoscesi, e quelle nude, 
Kipide baize, e quel limpido fiume 
Che la valle quetissima feco^da, 
E tortuosamente 11 mar ricerca. 
II mar, che queto e piui del cielo azzurro, 
Bacia leve la terra, e in una parte 
Bruno djventa a Tombra che vi spande- 
Quella montagna, a la cui cima i^ede 
Una chiesetta, che la breve crtce 
Nel sereno del ciel leva e <ffpinge. 
E, mentre tanta di natltra pompa 
A Pestatiche tue vsig^e pupille 
Si dispiega soleane, e su^ la fronte 
Ti risplende ^ Panima la luce 
"Che al Meco di bellezza si ravviva, 
E \m vita rassembra ti ribocchi 
Bal concitato. petto, a^queste ancora 
Dlserte mura e desolate guarda. 
Qui.son royine di trascorse etadi, 
Uk solch^^e n\e09i ed alberi, conforfeo 



— 280 — 

D*etA venture. Siede qui la morte, 
Colk la vita. Qui il passato piange 
Con sue fosche memorie, ed il futuio 
Con la Incida speme ivi sorride I 
Vedi cosi Peterno de le cose 
Avvicendarsi, e di natura il senno... 
Ma grave di pensier mostri la bianca 
Fronte ; ed alfin tu ti dilegui, o pura 
Visione d'amor, tu ti dilegui 
Per I'etra lueidissimo, che assorbe 
Innamorato le tue dive forme, 
£ solo io resto, e in abbandono ! 

Addio, 
Dunque, o vecchio caste] lo^ io parto, un'alta 
Portando in cor piet& di te, che siedi 
Su questo colle, in su le tue rovine, 
Sospiroso del tempo in che levavi 
Le tue merlate torri, e sa le mura 
S'udiva a sera il risonante passo 
De le vigili scolte. Or rado incontra 
Che umana voce da le tue latebre 
Desti r eco solinga, usa soltanto 
A rispondere a* venti : orride, sole 
Stan le relique tue, nido ed asilo 
Di bruni corvi, e paurosi guti 
Che la pura del sol luce ferisce, 
Come del ver )a fiaccola gli umani 
Imparl ingegni I il cardo, il duro spino^ ' 
E I'ortica ti cresce a pi6 de' muri 
Che Pellera riveste : rigoglioso 
Es telle il capo da* crepacci il bieco - 
Caprifico, e si spande, e cresce, e vince. 
E le pietre diasolvonsi, ed il'vento 



— 281 — 

Ke inibianca intorno la campagaa. Invano 
Jl 8uperbo signer ponea la salda 
Marmorea impresa : ella ben resta al muro 
Ove pria stava, ma dannata a certa 
Imminente rovina ! E la memoria, 
Pur la memoria tua cadr^, n6 fia 
Che passeggier le tue mura piii vegga 
E d'un pensier le degni, o d'un sospiro, 



18 



— 282 -- 



I FIORI 



Noa si spesso a le gemme, onde il sereno 
Petto, ed il crine, e le gentili dita 
Orna, si volge giovinetta sposa 
Di lor bellezza innebriata, come, 
Sempre che puo, la mia stanca pupilla 
A voi si gira sorridente, a voi 
O di natura gentilezza, o vaghi 
Fiori odorati. AUor ch'a prima vera 
Rigogliosi tornar vi veggio e belli, 
Con queir arcano spirito che a vita 
L'i spente cose toraa, io vi saluto, 
Innocenti primizie e cari doni, 
Onde n' e largo P anno giovinetto. 
N6 mi turba il pensier del crudo verno 
E de r irte bufere, onde a nou molto 
L' anno medesmo attristera la terra. 
Come in gioviiie et^, quando fiorisce 
L' anima nostra, non avvieu che il tempo 
Si prevegga che quel dolce sereno 
Per tempesta fatal subito imbruni ! 
Io vi saluto, e tutta quanta bevo 
Quella soave volutt^ che spira 
Da quel raggio ineffabil di bellezza, 
Che immacolato e puro in voi sorride, 
Come raggio di sole in cristallina 
Innamorata Unfa. Oh perch^ mai 



r- \^ 



— 283 — 

L' irrequ'ieta fantasia de 1' uomo 
Pereniieraente infaticata, corse 
Dove di te, diva bellezza, splende 
Qualche lueida immago ? E tu che allumi 
Tan to di te disio ne' nostri petti, 
Che di tanto sperar, di temer tanto 
E cagione ne sei di tanto afPanno ; 
Perche t' involi tu ? come ritrosa 
Vergine schiva cUe si eel a, e lascia 
L' incanto de le sue forme gentili 
Ne la inente che trepida le g-uarda? 

Ne di cosa quag\<^iu la (lual non sia 
Peritura in brev^ ora, come questi 
Cespi che il sole gik crescendo strugge, 
Par che tu goda, o fuggitiva. Tanto 
Di tuo loco natio vaga, disdegni, 
Peregrina celeste, altro soggiorno. 
Ben fu gia tempo, o questo e il piu sublime 
Splendido sogno de V umane menti, 
Che in viso, o qual tu sei, a P uom fu dato 
Con serene pupille rimirarti, 
Quando voi pur, fiori odorati, vaghi 
Ed immortali vestivate i campi 
Luminosi de PEden. Ora a morte 
Sacri, come ogrii cosa, nel gentile 
Animo che di voi cura, inducece 
Con P amor la pieta di vostra breve 
Fragile vita, o poverelli. E pure 
L' onnipossente scnno io benedico, 
Chi 5 fragil si, ma ben cara onorata 
Questa vita vi fe, che con la mano 
Che tauti mondi fece, e lor di^ campo 



— 284 — 

L' infinite del firmaraento, ancora 

Con quella man degno scolpir le vostre 

Forme gentili. E di color dipinse 

Le vostre brevi foglie, ed a la terra 

Aggiunse forza e amor, perch6 qua'figli 

Prediletti vi nudra, al sole il raggio 

Perch^ v' inbianchi, a zeffiro benigne 

Aure che vi careggi, e la rugiada 

Mando che vi disseti, e V odorato 

Nembo v' infuse che spandete intorno 

E forse, ascose a 1' intelletto nostro 

Altre vi di^ virtuti, altri e sublimi 

Uffizi foste ad adempier sortiti. 

Poi che a nlun venne veduta intera 

L' armonia che in amor tutte congiunge 

Misteriosa le create cose 

E le annoda fra loro. II ciel, la terra 

E r acque e 1' erbe e gli animali e gli astri 

Una vita si vivono, e son parti 

Di solo un tutto, in sommo a cui sublime, 

E grande ancor de la miseria sua, 

Sta P uomo, e inaccessibile lontano 

Sopra il creato e sopra P uomo Iddio. 

N6 per lo mar de P essere si gira 

Cosa creata, che a compir P idea 

Del Supremo Fattor nata non sia. 

Come n6 cor da 6 piccola ne suono 

In ben temprata lira, il qual talora 

Non conferisca a P armonia che n' esce. 

Quanti ha colori il sole allor che splende 
In pura fonte che si strinse in gelo, 
Quanti n' ha V iri qualor vaga stende 
Lucido 1 ' arco fra la terra e il cielo, 



Vi- 



— 285 — 

E qtlanti n' ha il vapor ch' in alto ascende^ 
Prima che notte spieghi il bmno velo ; 
Tanti voi ne mostratCj o di natura 
Piu gen til, piu mirabile fattnra. 

Or bianchi, or verdi, or porporini, or persij 
Sanguigni azzurri ed amaranti e gialli, 
Or tinti in un d' assai color divers!, 
Qual di candide perle e di coralli ; 
Si come gemme de la terra, spersi 
Per monti per pianure e per convalli, 
Innamorate col vago sorriso 
II mondo del valor del paradiso. 

Sul verde stelo il giglio alto s' estolle, 
Ed il can dido calice dispiega : 
Pallida fra le siepi appi6 del colle 
La v'foletta ad ogni aura si spi^ga : 
Col turchino giacinto umido e moUe 
Bianco e vermiglio il gelsomin si lega, 
E mentre al sol 1' anemone fiammeggia, 
S6 stesso il vario tulipan vagheggia. 

Qual fra le spine cresce, e qual sul piano, 
Ov' a zeffiro aperta 6 la campagna : 
Quale in ripido sta loco montano, 
Qual dove mormorando il rio si lagna : 
Qual s' asconde cosi che il seno arcano 
Grimperla la rugiada e non lo bagna, 
E qual, campato dritto in su lo stelo, 
Arditamente leva il volto al cielo. 

Diserto alcun di voi si vive e solo, 
Qual se d' arcano amor fosse piagato, 
E cosi cresce infin che a P ermo suolo 
Cade miseramente inonorato. 



— 286 - 

Altri nascono iiniti in vago stuolo, 

D'un sol color tutto vestendo il prato, 

E contro al turbo, in Jolce amplesso avvinti, 

Resiston tutti, o cagg-ion tutti ostinti. 

Ne disvelare io g\h, vo' le amorose 
Vostre fiarame ed i fervidi desiri, 
Poi che V amor che informa tutte cose 
Avvien che pur ne' vostri petti spiri: 
E tacero le gioie a tutti ascose, 
Gli arcani tacero vostri sospiri, 
Che la molle aura prende, e per lo piano 
Porta fedele a lor segno lontano. 

Per chi spandete Voi questa flagranza, 
Questo incenso perenne ? A cui giovate 
Quando per baize inospiti e per boschi, 
O riarsi dal sole, o sterminati 
Da la procella che vi schianta, e intorno 
Ne' vorticosi turbini vi gira, 
Vi morite diserti ? E se a 1' altar e 
Di Dio, vago olocausto, non v' aduna 
Mano pietosa, o pe' funerei campi 
A temprarne 1' orror voi non sorgo te, 
se in festoni ed in vaghe ghirlande 
Non pendete da' lati de la via 
Onde, fra accese fiaceole, al novollo 
Marital tetto g*iovinetta traggo ; 
A che venire a vita ? a che si grande 
Di belt& poropa, ondo sul breve stelo 
In piu picciol di voi siedo piu adorno 
Che re non fu giammai che piu splendesse 
II suo manto regale ? Inutil ftisto 
Par di natura al trove ahi troppo a vara ! 
Se pur non fosse che altro senno in voi 




— 287 ~ 

Si delizia, e di voi prende g-overno, 
Altro sguardo che il nostro a voi si gira, 
Altro sorriso vi rallegra, ed altro 
Amor vi nudre, altr'alito vi cresce ! 
Certo, fra noi, in quel mondo che vive 
Fuor de' sensi mortali, di colori 
Di profumi diver.si e di bellezze 
Dolci virtu fioriscono, ed ignote 
Passan sovente e inonorate. Ed hanno 
E sole e turbo e vento che le strugge 
Miser amen te. Pur non va perdu ta 
La beata lor luce, e in lor si speech! a 
E si compiace in suo secreto Iddio. 



— 28g 



(JTAMBATTISTA VICO 



Preparate il canlrain: da Palta sede 
Ecco vien di Sofia novella prole. 
Grave ha la fronte Candida, ed incede 
Cftme pronta a parlarne alte parole'. 
Oh spargete've aceenna il sahto piede 
E rose e gigli & morbide violei : 
te tii^ pndico itigegno innamorato^ 
Godi^ ch6 di rapirla al ciel t'6 dato. 

Prima, poich6 subitamente il core 
Di carit^ di patria a te s'accese, 
Ch'amor di patria e sempre il primo amore 
Onde Palme, a la tua pari, son prese ; 
Di sno prisco sermon t'ainti, e tuore 
Traggi Pantieo suo senno palese : 
Non ch^ ne copra Ponte nove sue, 
Ma a fin che frema a rimembrar qual fue ! 

Poscia di verity quel lume ascoso, 
Che penetrando informa I'uni verso, 
Dov'ogni ingegno appuntasi voglioso, 
E dov'6 I'occhio de' celesti immerso ; 
In Dio vedevi accendersi, e bramoso 
A Dio, come a sua spera, ognor converso : 
Onde chi il cerca, oltre il sublime fonte, 
N'ha guerra atroce al sen, tenebre al fronte. 



— 289 — 

Ed il ver figlio a 1' inspirata mentf*. 
i'ra illustri inganni gia traviato errando^ 
AUor che tu, cui tanto si consente, 
Meta veil is ti al peregrin posando : 
Poi che in nddo d'anlor soavemente 
P<^r tiia virtu si venne disposando 
A lei che nai'ra le cessate cose, 
E guai^da a quelle nel future ascose. 

E quei, che ne I'oblio giacean gittati^ 
Muti al tutto di senso e di faVoJla, 
Miti, fa vole, leggi e carmi e vati, 
Onde Pantica et^ tutta s'abbellfi; 
Libro apparir, da' secoli passati 
Fatto a dottrina de Tet^ novella, 
Dove a cifre indelebili sta scritto 
Quel ch' a Tuom fu, quel che sarA, prescritto 

Tu primo vi leggesti: e I'alte cose 
Mentre allegravi di novella vita, 
Kifulser mi lie veritati ascose 
A la trepida tua mente stupita: 
Ch'una de Paltra in cor disio ti pose, 
E ti fu scala a I'ardua salita, 
D'onde vedesti, col saver profondo, 
Quanto a veder non surse mai secondo. 

Di \k girasti il guardo ; e de Pumano 
Germe, sotto il velame del passato, 
Le sorti prime vedesti e Parcano 
Cammin de I'orme sue vere segnato, 
E si com' ei fnnciullo a mano a mano 
A Dio s'avvicino per quanto 6 dato, 



— 290 — 

JE la sommessa al scnso obbliquaraente 
Come reina surse alteramente. 

Ed il misterioso acceso foco 
A gli uomini nel petto ed a legenti, 
Che mai per tempo non diventa fioco, 
Ed educa a la gloria ed a' portenti, 
Tramutarsi e cangiar di loco in loeo 
Scorgi fra Ponda de gli umani eveiiti, 
Che tutto muta qui con vece eterna, 
Ed una gloria con I'altra s'al tenia. 

Poi, come piu la mente tua s' india, 
Con profetica voce alto riveli : 
Che tale ancor d'ogni altra etk saria, 
Bench6 s'asconda nel futnro e cell. 
Beatissima te, gente, cui fia 
Che si grande del ciel grazia si sveli, 
Che sortita a la gloria, ovunque passi, 
L'orma perenne e luminosa lassi. 

Ma di te, grande, poi ch' invitta corse 
L' innamorata fantasia vivace 
Anco a region piu somma, il divo scorse 
Provveder che ad ognuno occulto giace : 
II qual 1' et^ presente e le trascorse 
E I'uomo e il mondo governar si piace 
Con soave amorosa eterna legge, 
Che il ben spira propizia, il mal corregge. 

E, trascendendo gli argomenti umani, 
Anzi I'umana volont^ vincendo, 
Spesso s* aita de gli error piu immani 
11 sublime a compire ordin stupendo. 



— 291 — 

Ed i curvi desiri ed i bon' v^•lni 

Al retto, al vero ben va rivolg-endo : 

E, contento di s6, di s^. s' appaga, 

W dal pietoso oprar giammai si smaga. 

Di tai siiblimi vision' pascevi, 
O venturoso, i di, le notti tnc, 
Onde di tanto spazio trascorrevi 
L' impari et^ ch'avversa si ti fuo. 
Ne men cara per6: che ben vedevi 
Quanto era cieca de le luci sue : 
E quanto quei che siede in isventura, 
Anco un dono del ciel spcsso non cura. 

E a te che fece mai 1' indegno oblio 
Ove il libro immortal per poco giacque? 
Che la miseria, che I'aifanno rio, 
Quaggiu fatale a ognun ch' a gloria nacque ? 
Te respinse la terra, e, vol to a Dio, 
Di lui, e solo, il tuo pensier si piacque, 
E nel silenzio de V ignota stanza, 
Educasti Pallor ch' ogni altro avanza. 

Ma, quando I'angiol de la vita alfine 
Abbandonava il tuo corpo mortale, 
E I'anima sciogliea le peregrine 
Ali a la gioia del riso immortale, 
E muti, in pianto, le pupille chine, 
Udian dal labro tuo Pestremo vale, 
Sol gli orbati figliuoi, di cui PafPetto 
Ti s'aceoglieva nel morente aspetto; 

Oh, se uno sguardo avesse soorto allora 
Nel futuro da nebbia atra iuvoluto. 



1 



feiccome, dopo la novissiiria dra, 
Fulgido, etemo sarebbe vissuto 
L'alto tao grido, e come inai nonfora 
Fioco per tempo o per ignavia muto; 
Nel tuo morir veduto avria Stupita 
La gente il liasc^r d' un' eterna vita; 



i>? 



— 293 — 



LE MIE MEMORIE. 



Imbruna il cielo, ombra mag^ior distende 
Su la valle suggetta la collina : 
Mentre di luce tremola s'accende 
La Stella che sovrasta a la marina: 
E in ugni alma iin pensier tristo discende 
A contemplar la subita ruina 
Del di che volve mestamente a sera, 
E che si lieto a Talba e splendido era. 

Spesso in quest' ora col pensier io torno 
Al tempo hello de la vita mia: 
Riedo a V alba serena di mio giorno, 
Che volse innanzi tempo a sera ria. 
Oh venite, giratemi d' intorno, 
Rideste da V accesa fantasia, 
Voi de r et^ mia prima ricordanze, 
Voi do rati desiri, e voi speranze. 

L' alma che langue ormai stanca avvilita 
Al soffio atro del ver ch' empie sua vela, 
In voi senta una volta anco la vita, 
Senta quel bene arcano al quale anela : 
0, rimirando almen franca ed ardita 
A la speme che fugge, e le si cela, 
Rompa ringanno che rimane, e, sciolta, 
Del futuro disperi anco una volta. 

Ahi ! non cosi, per lunga prova amara, 
In quel tempo ch' or penso io non dicea : 
Quando la vita semplice ed ignara 



- 294 — 

In grembo del future anzi vivca. 

Ed a' giuochj, a le teste, ed a la cara 

Coinpagnia de' fanciulli me togliea, 

E solingo e contento mi librava 

Per un mondo che in mio pensier portava. 

E rapia Tore al sonno, e ad ogni bene, 
Per correre quel mar d' ogni dolcezza. 
Eran vivaci fantasie serene, 
Immagin tutte amore e gentilezza, 
Erano dolci gaudii, e dolci pene, 
Che un' arcana accendean celeste ebbrezza, 
Senza speme era pago il desir mio, 
N6 la speranza avea certo desio. 

Laigo, abbondante a' semplici pensieri 
Alimento porgean fole e novelle 
Di g'iganti, di maghi, e cavalieri, 
E di streghe, e di fate, e di donzelle, 
D'incantati palagi, e.mostri fieri, 
Di romiti rinchiusi in erme celle, 
Di boschi spaveutevoli, di strane 
Larve, fantasme, e region' lontane. 

Onde Panima ancor vergine e pura 
De r ideal bellezza innamorava, 
E ne I'immenso tuo libro, o nature, 
Gli sguardi ricercandone girava. 
E per la gioia altrui, ptir la sventura, 
Godeva primamente, e palpitava. 
E la notte e le stelle, e 11 giorno e il sole, 
Per lei dolcezza aveano, avean parole. 
Oh ! con qual cuore io te vedeva, o mjiggio, 
Addurne prima vera armonifosa, 
Voi sciolti al fine dal brumale oltraggio, 
Campi, onde move intorno aura odorona ; 



— 295 — 

Ove del sole trifonfante il raggio 
Pomposamente si riversa, e posa ; 
E voi fiori, che a gli arbori rapia 
II vento, e tutta ne spargea la via. 

E, quando poi vedea su per lo cielo 
I iiugoli addensarsi, e la procella, 
E stender cupo e tenebroso velo 
Che I'etra avvolve ed ogni cosa bella ; 
Vedea la punta de 1' ignito telo 
Romper la negra nube, e, di novella 
Luce il trepido fosco aer cerchiando, 
Scxioter le ease, e gli arbori rugghiando ; 

a distesa cader pioggia sonante, 
da' termini suoi valico il liume, 
Od il bosco commosso e sibilante, 
Od i venti pugnar con preste piume ; 
L'alma sorgeva, e a meraviglie tante 
Disfa villa va di piii vivo lume, 
E, in quel solenne orror tutta rapita, 
Sentia piii larga correre la vita. 

Poi ne' queti silenzT de la ssora 
Cento vaghi fantasimi ridenti 
Mi creava la mente, che leggera 
La terra discorreva e i firmamenti. 
L' anima mia mi fu musa primiera, 
L' arte drizzo, corresse i voli ardenti : 
A un' alta speme il desiderio afiissi, 
E tutto poi nel poco verso io vissi : 

Nel poco verso, al quale ebbe for tuna, 
In si brev'ora, dispiumato I'ali ! 
E spesso, allor che piii notte era bruna, 
K posava la terra e gli animali, 
Fugginnni il sonno, ed al chiaror d' alcuuij^ 



— 296 - 

Lampa chc ardea fra i queti penetrali, 
Nel silenzio interrotto in ogni parte, 
L' irrompente armonia ritrassi in carte. 

Che, movendo da te, come a diletto 
Segno, tornava dal disio portata, 
A te, che apristi al rnio trepido petto 
La region d' amore interminata : 
A te che prima al culto de V aifetto 
M' avesti 1' alma vergine oducata, 
Che con un detto, con un guardo solo 
Donavi ai miei pensier si largo voio. 

Oh benedetta queir et^ ridente, 
Che ancora pensa V anima e disia, 
Quando, di tutta tua belt^ splendente, 
Mi discendevi ne la fantasia ; 
Che si libra va abbandonatamente 
In quel vago splendor che la rapia, 
E il mondo, e il correr non vedea de P ore, 
Perduta appresso a bei sogni d' amore ; 

quando a sera, a la finestra fiso, 
Ch'una lampada opposta illuminava, 
Restando m' era di vedere avviso 
Di te I'ombra che 1^ si disegnava: 
Chino il petto gentile e il caro viso 
Su I'opra a cui la man lesta vacava, 
E la quiete, che intorno ti sedea, 
Pill arcana . e disi'abile ti tea ! 

E una fiamma d' amor possente e viva 
Mi scendeva nel core innebrlato, 
Che in un concento, in un afiPetto univa 
E V eterno abbracciava ed il creato : 
A quel riso universo io benediva 
A cui fatto pareami e destinato 



— :.'97 — 

E Tuoino c gli animai, T erba e la pietra, 
Quanto la luce ammanta e cerchia Tetra. 

Oh tempo, oh come tn fuggisti! e, quando 
-La speme incomincio coglier le vele, 
E il giovinetto cor maravigliando 
Trovo ringanno gelido e crudelo, 
A la fuggente luce dolorando, 
Gridai, e piansi, e in mie lunghe querele 
Venuto a notfe inaspettata e scura, 
II destin maledissi, e la natura. 

Ma a poco poi, come cadendo venne 
Di tanti affetti 1' irrompente plena, 
L' alma racconsolata apri le penne 
A piu tranquilla e queta aria serena: 
£ 11 duol che la prostro, poi la sostenne 
Ch6 le aggiunse vigore e nova lena, 
Onde, tolta a' con ten ti de V amore, 

Si f6 come una vita del dolore. 
Si ch'ora il freddo ver solo m' alletta 
E ad altra meta ho gik fermo il desio. 
Addio, estasi pure, benedetta 
Consolatrice arte de' carmi, addio : 
La tua luce gentil, gid si diletta, 
Muta e fioca or si gira al petto mio ; 
Al petto mio che forse avea natura 
Formato sol per questa luce pura. 

lo ti lascio, ma il core un' inflnita 
Per te pietA mi stringe, e vivo sdegno : 
Veggendoti da tal turba tradita, 
Che pone ad avvilirti opra ed ingegno. 
E a questa terra ove tu cuna e vita, 
Ed onor' primi, e gloria Jivesti e regno; 

19 



— 293 — 

Laceran dispietati a parte a parte, 
Unica gloria, unico scampo, T arte. 

Non fra Torge, le crapule, ed il vile 
Piacer, che servo affrena V intelletto ; 
Ma fra studii, ed in animo gentile 
Spnnta del bello il germe benedetto. 
£ questo ^ pianta tenera ed umile, 
Che cnstodir si vuol con santo afiPetto ; 
E Partista al divin suo ministero 
Deve conforme ogni atto, ogni pensiero. 

Oh ! va divina arte de* car mi qnando 
Pine fia posto a Titala rovina, 
E le genti verrannosi educando 
A bella caritade cittadina ; 
AUor ti leverai, verrai spiegando 
Le tue insegne dal monte a la marina, 
£], tomando il costume antico e santo, 
Tomer ji, de 1' antico emiQo, un canto. 

II qual saluterd. V alba foriera 
Di novo giorno, e la matnra speme ; 
L'udr& la balda gioventu guerriera, 
Lo stanco vecchierel che 1' etk preme ; 
L' udranao i fanciiQlin che vanno a schiera ; 
Con gli nomini V udran le donne insieme ; 
E domerem Testrana invidia stolta. 
Con la virtu, con 1' arte, un*altra volta! 

Di queste cose, in su M cader del giorno, 
Bagionando mi va la fantasia, 
Quando in quell'ora col pensier io tomo 
Al tempo bello de la vita mia : 
Siccome quegli a cui molt^ore intorno 
Risono d*una festa I'armonia, 
Che porta ancor ne' fervidi pensieri 
E suoni, e cauti, e donne, e cavalieri. 



- 299 



SUOR CLOTILDE (i) 



Udian le monachelle intente e quete, 
£ lor diceva da I'altare il prete: 

« Soventi volte udii narrar V istoria 
l)i SHOT Clotilde, e a vol 01 la ridico, 
A Yostro ammonimento, ed a memoria 
t>i quel che possa nn cor forte e pudico. 
£d anco a vostra emulazione e gloria, 
Pcro che il fatto non 6 BM>lto antico ; 
Ma, qnanclo a luce questo secol venne, 
Presso a Cfiiiwwai ifc in Calabria, avvenne. 

Costei nel moaister, dove vestita 
B^era del sacro vel de le sorelle 
Di Chiara, si vivea tutta rapita 
In neditar le cose eteme e belle. 
£rfl una prece tutta la sua vita, 
Un tender, come fuoco, inver le stelle, 
E pregio univa a V alma schietta e pura 
Di gentilesca e assai vaga figura. 

Quand^ecco dalla Francia si disserra 
Un torbo nembo greve di ruina, 
£ gid da V Alpe vdr la nostra Terra 



(*) Fa ristampata in Boma nella ttrenaa il FUodrammatioo, 
Scritta jBsat prima del 1800, non 6 il oaso di ien^ervl alltuioni alle 
Icggi italiane avverfiye delle sooleii religiose. 



— 300 -^ 

Fra spaventosi turbini cammina. 
A V uomo V uomo, Satana fea guerra 
A Cristo e de la Chiesa a la dottrina ; 
Si ch' ove vincitor giungevan gli empii^ 
Cadean distrutti e monasteri e tempi! . 

E quel dov' ella i di vivea beati, 
Ne la remota sua natia contrada, 
Assiepa di ribald! e di soldati 
Ebbri di sangue un' impura masnada i 
Contro monache imbelli e inermi frati 
Poi che vergogna d' abbassar la spada 
Coloro non avean, che pur ne' campi 
Del piu nobil valor mandavan lampk 

Esterrefatte, inorrid!te, vanno 
Le fuggitive vergini cercando 
Qual piu ascoso ricetto trovar sanno, 
E piu lontan dal tumulto nefando. 
Ma, mentre in preci e in lagrime si stanna 
Imperioso a lor si fa comando 
D' uscir dal loco, in mezzo alia battaglia 
De' m!l!ti schierat! e a la plebaglia : 

Che gik guarda V uscita, e folta e spessa^ 
Fra risa e scherni di vederle attende. 
In tal fiera distretta, 1' Abbadessa, 
Con pio consiglio, quanti puo distende 
E veli e negre tuniche sovr' essa 
Ogni suora su '1 cui volto risplende 
Beltade e gioventu, che vuol ritolte. 
A' guard! audaci de le turbe stolte. 

IVfa, quando voile asconder labell^zza 
Di suor Clotilde, vide eh' era vano : 



— 301 - 

Come s' altri del giorno la chiare/za 
Disegnasse offascar con la sua mauo. 
Poi, la fama a diflPonderla era avvezza, 
E pien n' era ogni loco piu lontano, 
Si che, comunque fossesi celata, 
Saria tosto, e da ognun, raffigurata. 

E frattanto Clotilde h appunto quella, 
Che d'esser vista piii s' affanna e geme. 
£, ispirata d' un tratto, la procella 
Periso cansar che d' intorno le freme, 
Col suo celarsi in una impervia cella, 
!>' onde fuggir poscia non vista ha speme 
E si ch' anco le suore ricercarla 
Per molto tempo, senza gia trovarla. 

Come usciro le vergini, fu il loco 
Tutto occupato da' profani, e canti 
Inverecondi e risa ed*urla in poco 
Successero a le preci in coro oranti. 
Suceesse il suono de le trombe roco 
E de'tamburi a gli organ! inneggianti, 
A'sacri riti oscenit^ di balli, 
t su gli altar' prendean I'esca i cavalli. 

La povera rinchiusa V infernale 
Baccano udia, fosse la notte o il giorno. 
Trema pensando che una porta frale 
E sol fra lei e il lezzo ch' ha d' intorno : 
Come V augello che, raccolte V ale 
Bu'lnido, aspetta il sol che fa ritorno, 
Tremando, mentre giu cade la pioggia, 
E la notte a^balen diventa roggia. 

Eran piu di passati, e, maraviglja, 
t)a r erma eel la si diflfonde fuore 



— 302 — 

Un lume, che la notte rassomiglia 

II dl, ma 11 dl del sol vince il chiarore« 

Lo stupendo spettacolo consiglia 

D' aprir 1' ignota porta, ed ahi dolore, 

Tutta del lume prodigioso bella, 

Ma spenta vi trovd,r la verginella ! 

Non altrimenti d* un gentile, vago 
Animal, che nomato 6 1' ermellino ; 
Che de'candidi suoi velli 6 si vago, 
Che, quando pure ha il eacciator vicino, 
Anzi cheentrar nel fango, si tien pago 
Di sostar, perigliando, in suo cammino. 
Di fango il eacciator, che vuol pigliarlo, 
L' accerchia, e quegli muor, pria di toccarlo ; 

Prescelto ella piuttosto avea morire 
Per stento e per digiun, ne P erma muda, 
Che esporsi viva allc sfrenato ardire 
Di quella turba di pietade ignuda : 
E, morendo, un esempio alto oflFerire 
A chi fia che nel vel, per Dio, si chiuda, 
Di quanta forza il crisma sacro ^ fonte, 
Quanto suggella una virginea fronto. 

Parmi vederla, con la man tremante, 
Schiuder, la notte, P uscio alcuna volta, 
E, sporto il capo, fuor metter le piante, 
Ma, da novo timor vinta, dar volta. 
S' imbianca intanto il suo gentil sembiantOi 
Piu si fa intorno la ten^bra folta, 
E la stringe, e su gli occhi omai le siede, 
Ma il ciel spunta fra'ibuio, ed ella il vede. 

Era distesa sopra il pavimento, 
Come chi a sonno placido dichina : 
Avea giunte le palme sopra il mento. 



•' 1^.: 



— 303 — 

E r una e T altra mano alabastrina 
Un rosario cingeva, a cui d' argento 
Sospesa era un' immagine divina 
De la madonna, che le posa ancora 
Su la bocca, che ancor la bacia, e adora. 

E di mistiche rose una ghirlanda 
Di mirabil candor su'l capo avea, 
Che par che luce ed un profumo spanda^ 
Qual non fu mai sopra la terra rea. 
A prodigio si novo, air ammiranda 
Vista che innanzi a lor si dischiudea, 
Anco i soldati miscredenti, tocchi 
Arretrano, poi cadon sui ginocchi. 

E fu chiamato il vescovo ; e quel venne 
Menando d' ogni parte sacerdoti : 
E, con lagrime, un bel sermone tenne 
A gli accorsi da' luoghi piu remoti. 
II sacro corpo,-con pompa solenne, 
Era numero infinito di devoti, 
Fu nel prossimo tempio indi porta to, 
Ove ancor posa bello, immacolato. 

E de* soldati, con esemplo raro, 
La chiesa a ripurgar ciascun si pone. 
Poscia con umilt^ grande, imploraro 
D' aver parte alia sacra processione. 
La bara su le spalle si recaro, 
Piangendo tutti, per contrizione, 
Poi che a tutti Clotilde avea dal cielo 
Sgombrato de V error funesto il velo » . 

Udian le monachelle intente e que to 
E da V altar pianger vedeale il prete. 



L 



— 301 



LA STATE 



Ferve la state : su la terra e 1' onde, 
Per V etra aperto il sol ampio si svolve ; 
L' invitto raggio a cui nulla s' aseonde, 
Tutto pen^tra ed in se stesso avvolve. 
Grave per 1' aer denso si diffonde 
Come nna nube (Ji lucente polve, 
Che pigra e lenta, i piani, la can^pagna 
Ingombra, i tetti, i colli e la montagna. 

Per soverchio rigoglio, appar sospesa 
"La. vigor ia dell' uni versa vita. 
Sopra il mietuto campo, appo la stesa 
Messe, ricade stanca, illanguidita 
De r avaro cultor la mano intesa 
A la mercede lungamente ambita ; 
Fronda d' arbor non move, erba non piega, 
Ne uccello il canto armonioso spiega. 

Lnce, per tutto luce, ove si stende 
Non altro puo veder 1' occhio abbagliato : 
II bianco del sen tier calpesto splende, 
Splende il verde degli arbori e del prato. 
L' acqua cbe chiara da la rupe scende 
Ripinge indietro il raggio innamorato, 
E par d'un rio di foco arda le penne, 
Del bianco cigno che a nuotar ci venne. 
D' improvviso, ecco rugghia il tuono, e cinge 



— 305 — 

Tenebra e buio V ultimo orizzonte : 

II lume imbianca, langue, e gik si tinge 

La valle, il piano, la coUina, il raonte 

Di color fosco : levasi e sospinge 

Le foglie il vento, e con turbata fronte 

Contro V arida arena il mar s* appresta 

La furia a rinnovar de la tempesta. 

Cosl talor su 1' infinito riso 
De la novella etk de la speranza 
Si spande del dolor 1' ombra, e improvviso 
II soverchio rigoglio e la fidanza 
Vergine scuote. Ma non dura : e al viso 
Giovanil torna il gaudio e la baldanza, 
E il primo duol di s6 tant' orma lassa, 
Quanto d' estate turbine che passa. 



■^ 



/I 



- 306 — 



IL VERNO 



A sommo 6 il verno, ed a la terra il cielo 
Raro disvela il suo limpido aspetto : 
II breve di s' awolge in tristo velo 
D' oscure nebbie : gonfio il rivoletto, 
Che appena gik movea de' fior lo stelo, 
Balza qaal fiume fuor del picciol letto, 
Mentre da 1' aer minaccioso e greve, 
A larghe falde giu scende la neve. 

.Si che vestita di candido ammanto 
La campagna d' intorno si rimira ; 
Bianco 6 ogni tetto, su cui fosco intanto 
Si svolve il fumo de' cammini e gira; 
Borea gi^ vinse ogni rival, cotanto 
Tutto superbo e turbinoso spira, 
E degli arbor, che grave il gelo opprime, 
Investe e scuote le pesanti cime. 

Gli uccelletti raminghi, a poeo a poco, 
Come il grande bisogno gli ammaestra, 
Sgombro di neve ricercando nn loco, 
Posan sul davanzal de la fenestra. 
La pasterella fila appresso al foco, 
Mentre al canto il pastor quivi si addestra, 
E r agne e le glovenche entro le stalle, 
Pensano a' paschi de la nota valle. 



S'i, 



— 307 - 

Ecco cessa la neve, e vivo e altero 
Del sole un raggio vincitor risplende, 
Che r ampio gelo, rotto V aer nero, 
Come limpido speglio avviva e accende. 
Tatto s'allegra, ma pero P impero 
Aspro il fatale e reo verno non rende. 
Arde, ma scarso refrigerio e poco 
Porge a le fredde membra il divo foco. 

Cos! qaando de P uomo il crine inbianca , 
A Parido pensier spesso piu ignita 
Riappar la speme, e P affannata e stanca 
Alma ancor beve a P estasi infinita. 
Ma di star ferma a tant' altezza manca 
Ormai la possa a la cadente vita, 
£ cessa to il disio, piu strazio adduce 
Che gioia il tocco de P eterea luce. 



308 — 



SARA (') 



— Vieni deh vieni, a Paura 
Dolce de' miei mattini, 
Vieni al mio sol che illamina 
I colli, i miei giardini, 
Ove le messi ondeggiano, 
Come un tranquillo mar. 

Ove, al tramonto, vergini 
Si spandono i profumi, 
Ov'6 il verde perpetuo, 
Ov'hanno rose i dumi, 
Ove di note angel iche 
E melodia il parlar. 

Vieni, le spose ausoniche 
T'accoglieran sorella : 

Madre benign a 6 Italia i 

Ad ogni cosa bella. j 

Ed e maestro a ogni anima 
Di cortesia il dolor — 

— Vago 6 mirar i viridi 
Giardini tuoi, le rose, 



(*) Fu pabblicata la prima volta nel 2^ Yolame, xni pare, del- 
1' opera Leggende e Ballate preceduto da un disoorao di Gialio Car- 
cano, e di oui non so ora ricordar 1' editore. (V). 



— 309 -^ 

Vago il tuo sol, ehe illumina, 

Awiva tutte cose, 

Ma la natal mia patria, 

Plu d'ogui terra ho in cor — 

— Patria a due cor che s' amano 
E ovunque splende Iddio : 
Questo desir di vivere 

Nel loco tuo natio, 

Amor non vince o tempera ? — 

— No, che no '1 vince amor — 



Si parte 11 giovinetto, 
Valica I'acqua e i monti, 
Sempre portando in petto 
L'immagine gentil 

Di lei, che il crudo verno 
Del norte suo natio 
Piu amo del mite, eterno 
Nostro sereno april. 

Pensa la bianca mano 
Sporta di pace in pegno, 
Pensa il chinar che invano 
Fece degli occhi al suol. 

In cui piu de I'usato 
Splendea il gentil cilestro, 
Quando Taddio iu dato, 
Con un sospiro a vol. 

Pe* clivii suoi la sera 
Quetissima si spande, 



— 310 — 

La luna argentea, intera 
Sorge fra 11 monte e il mar. 

E in lui risorge amore, 
E a.Borea gli occhi volge; 
Oltraggio al suo dolore 
La mite aura gli par. 

A Borea in tan to splende 
Tutto un castel di faci, 
. Canti di nozze reude 
1/eeo ehe si desto. 

Bella, gen til, pudica, 
I vecchi atrii, le sale, 
Poi ehe una fata arnica, 
Oortesemente entix>. 

Ah Sara ! Ma di festa 
Se corre un sense intorno, 
Ella, sol'ella mesta 
Tacita ognora sta. 

Salvo ehe I'occhio appunta 
Per Taer fosco, e guarda 
Quando la luna spun t a 
Pallida e fioca, e va 

Solinga pe' viali 
Del solitario parco, 
Ove dibatte L'ali 
Qualche nottumo augel : 

dal veron la greve 
Nebbia veder si place 



— 311 — 

Che s'alea leve !eve 
Dal vicin lago al ciel, 

E tutta la campagna 
In negro man to avvolve, 
E di sua veste bagna 
II profamato vel. 



— Son pnr quest! gli italic! roseti, 

01! aranci, le viole, 
Quest! i turgidi gels! ed i vigneti, 

G)i orti che bacia 11 sole. 

A no! tutto sorride, ma !1 tno viso 

Oh nulla, nulla desta, 
Nel soave splendor d! questo eliso, 

Tu sei, quaPeri, mesta. 

E pur solo un disio mi aprivi, o Sara, 

Dolce, diletta sposa, 
Di veder questa terra ond'eri ignara, 

E pur tan to amorosa. 

Andiam, dicesti^ ov'^ la tiepid'ora 

Grentile di profami, 
Ove 11 prato di verde h lieto ognora, 

Ove hanno rose ! dnmi. 

Ove la mease al vento, che la scote, 

Ondeggia, come il flutto, 
Ove il parlar h melodia di note, 

Ove gentile 6 tutto. 

Splendon le stelle; e il lor lume soave 
Su la tua fronte batte, 



— 312 - 

E tu siedi incurante in preda al grave 
Pensier che ti combatte. 

Oh se sapessi come bello appare 

II tuo gentil sembiante, 
Com'6 soave in tanta quiete amare 

Chi ti risponde amante ! — 



Ella cerca : meriggi lucenti, 
Lune qnete e tranquille non cura, 
N6 su l*alba le stelle cadenti ; 

Non rovine di templi, non mura 
Di sepolcri vetusti, non via 
Ove Porma degli avi ancor dura ; 

Non le cento cittadi onde uscia 
A la gloria un novello, gagliardo 
Popol folto che Italia nudria. 

Con dolor de lo sposo lo sguardo 
Sempre mesta la mira, incurante, 
Fra il sorriso del piano lombardo, 

Infra i fiori del suolo che a Dante 
Di6 la vita ela diva canzone, 
E onde I'arte levossi gigante. 

Come in preda a segreta tenzone, 
Ella passa fra i marmi ove Tonda 
Bompe I'Adria, e ruggiva il leone ; 

Ove lambe a la Kbma seconda, 
A I'eterna ; del Tebro il cammino 
Di due glorie superba la sponda ; 



— 313 — 

Ove s'aprono, senza confino, 
Gli splendori di Napoli; e altera 
Pronte leva il selvoso Appennino ; 

Ove il sole a le fonti d'linera 
Vibra lampi e schiarata risplende 
Da le fiamme de I'Etna la sera. 

Anzi i marmi, le tele stupende, 
Fredda resta. Vederli che vale, 
Quando 11 core, che solo gl'intende, 

Tace, chiuso in affauno mortale? 



— Allor che dal Franco lasciati al Britanno, 
Qual merce che inutil divenne a Pavaro, 
Allor che de 1' Anglo previder Pinganno, 
Che il patto fermato s'appresta a smentir, 

Di Napoli i forti, che accoglie Vigliena, 
Innanzi che docili al giogo de I'onta 
II capo, e le braccia a la dura catena 
OflFrire de' vinti, ginraron morir. 

Un nembo di palle mortifere batte 

I merli guardati, volgenti a rovina, 

II fero drappello feroce combatte, 

L& il numero pugna, qua fede e valor. 

Minacce a minacce oppongon furenti, 
Le spade a le spade, percossa a percossa ; 
Feriti piii forti feriscono, e spenti 
Percuoter, ferire minacciano ancor. 

La pugna abbandona piagato, e nel loco 
Che piu de la rocca nel chiuso si cela, 



— 314 — 

Scuotendo una viva fiammella di foco, 
Un giovin guerriero tembil poso. 

Respinta una schiera, un'altra piu incalza, 
Del sacro drappello gik vano ^ Pardire ; 
II crudo nemico sul muro gik balza, 
Qual flntto su* campi che I'argin spezzo. 

Ed ecco de* prodi chi ancora non cade, 
Fremendo a quel giovin d'intorno s'accoglie. 
Gli fanno ghirlanda, dichinan le spade 

4 

Al suoio, gli sguardi rivolgono al ciel ; 

£d egli la folgor che ascosa si giace 
Nei loco guardato, d'un tratto sprigiona, 
Sereno a la polve stendendo la face, 
Qual vergin che stende la mano al sno vel. 

Un lampo ed un tuono : e in aria sospinti 
I merli cadenti, le mura ancor salde. 
Chi vive e chi vince, i morti ed i vinti 
Un duro sepolcro di pietre copri. — 

Commosso viandante tal storia narrava 
A Sara, che guarda le sparse r ovine, 
E il nome del giovin, che in aria mandava 
L'invitto Vigliena, la misera udl. 

Ed i veroni e Tampie 
Sale del suo castel Sara rivide ; 

E, la speranza inutile 
Gittata, al disperar quasi sorride. 

Entro il suo core an mistico 
Culto si leva. Oh com'6 gentil cosa 




I 



i 



Amare una memoria, 
Amar chi in grembo de la terra posa ! 

Ogni altro afPetto pallido 
Tramonta, e al tocco de l'et&, dichina, 

Ogni ora qui che volgesi 
A I'amante fedel ti ravvicina. 

Povera Sara ! il cerulo 
Occhio immobile affisa a Torizzonte, 

Giu, giu, Ih dove termina 
La pianura ed il colle alza la fronte. 

n parco solitario 
Sola percorre, e P ombre piu conserte. 

Cerca. Che cerchi misera ? 
Afuto fe il viale e I'ombre son diserte. 

Ma non per lei, che popola 
Gli spazii d'una imraagine adorata^ 

Unica e sempre varia, 
Xel suo sublime amor solo immutata. 

Altre pianuro splendide, 
Altri colli sereni, altri viali 

Ella or vede con Tanimo 
Meglio che non mirar gli occhi mortali. 

Vede i cli\i che scendono 
Di tre diversi marl a la pura onda, 

E le cento d 'Italia 
Citt&, che tan to sol lieto circonda. 

Le frequent! di popolo 
Strade, ed i lochi solitarii e queti. 



— 316 — 

II rigoglio de' pampini, 
Degli aranci le fila e dei vigneti. 

Le tele, i marmi celebri 
Ad uno ad uno col pensier saluta, 

I monumenti, i tempU, 
Le meraviglie innanzi a cui fa muta. 

Di che si pente e affannasi, 
Come tal che passo freddo e villano 

Presso un amico, un intimo, 
Che sorridendo gli stendea la mano. 

E a le rideste immagini 
Trova sempre un pensier soave accanto r 

In quelle sedi splendide 
Visse un petto fedel che Pam6 tanto ! 

Come una lieve, un'aurea 
Nube la tolse a ogni terreno evento, 

In lei tacque il succedersi 
Del duol fatale a I'inno del contento. 

E vaga ed immutabile 
La CO verse de Pale una mestizia 

Che le teneva I'anima 
Se non lieta, non vaga di letizia. 

Cosl visse : ma fervido 
Cor non fu mai che piu sotto straniero 

Cielo, amasse Tltalia 
Di pill pensoso affetto e di piu vero. 




RTt 



317 ~ 



LE TENTAZIONI DI S. ANTONIO 



I. 



Nel deserto Sant' Antonio 
Quando stanco si nascose, 
Fa tentato dal dimonio 
Con immagini amorose. 
Vide donne belle e giovani 
Stargli incontro, stargli a' fianchi, 
Occhi neri, chiome fulgide, 
Vaghe bocche, seni bianchi. 

Una, pian piano, la man posava 
"Sul vecchio libro che gli 6 davante ; 
E i logorati fogli voltava 
CJol roseo dito di qua, di Ik. 

Una piu ardita, su lo scannetto 
Ov' ei sedeva, salita in pife, 
L*estrema punta del suo berretto 
Presa, scherzando, tirava a s6. 

Chi ride, chi balla, con atti giulivi, 
dhi posa e lo guarda, chi quasi s'asconde, 
■Chi timida il lampo de' guardi furtivi 
Gli volge, cui giugne \aghezza il pudor. 

Tentenna, ma vince, e un tizzo infocato 
Ritolto al cammino, irato, salvato, 
H diavolo insegue, che fugge smarrito, 
E torna la pace nc I'antro romito. 



— 818 — 

Dopo secoli tnolti, egli era frate 
In Italia, lasciato il romitorio, 
Ch6 cosi la divina Potestate 
Voile ch'egli scontasse il purgatorio. 
Rinacque: con arbitrio e facultate 
Di peccar nuovamente, e il monitorio 
Che piu trovato non avria mercede. 
(Ma questo in vita lo sapea per fede). 

Snidato dal convento, non per questo 
Prese fogge e costumi da Zerbino, 
Ma habitu retento, in un modesto 
Si ridusse a solingo* quarterino. 
Del nuovo stato non lieto, n6 meeto, 
Se non lascio delP officio il latino, 
In vulgare leggea libri e giornali 
Non atei, ma nemmeno clericali. 

Entr6 infine nel campo di un progresso 
Moderato^ e v*entr6 senza paura. 
L' Italia unita avrebbe in un amplesso 
Abbracciato di gioia immensa e pura. 
Se non che tema Passaliva spesso 
Di Roma al Papa tolta, con iattura 
Del temporale, pur diceva, dentro 
Di s6 securo: in questo io poi non c'entro. 

Ma il diavolo, che anch'esso 6 perfettibile^ 
Con gli anni avea acquistato esperienza. 
E visto che non era piu possibile, 
Ne lo stato attuale de la scienza, 
Tentarlo al modo antico, Pebbe presto 
Mutato in altro, che parea piu onesto. 

Ne Puna si come ne Paltra vita, 
Certa vaghezza de le cose belle 
Tenne ognor Talma del buon eremita. 






— 319 — 

Fulgor di soli, splendori di stelle, 
Verde di colli, cilestro di mare, 
Per V aer queto voci di donzelle 

Suouanti in melodie linipide e chiare, 
Acqua di laghi in cui speech iasi il monte^ 
Facean le corde del sue cor vibrare. 

Di qui passo, come su age vol ponte, 
A Tarte: lesse versi, lesse prose, 
E ne trovo di buone e piCi d' impronte. 

Ammiro quadri e statue in varie poge, 
Vestite e nude. II nemico sperava 
Trarlo fino a' romanzi e a le nascose 

Insidie del teatro. E non distava 
Molto : ma un caso venne e I'ambita esca 
Da' denti d' improwiso gli levava. 

Un trattato di Estetica tedesca 
Che lesse il frate, con lungo comento, 
Opro il prodigio che dal capo gli esca 

L' idea d'ogni bellezza e il sentimento. (^) 

A I'alemanno ogni malanno 
Mandando Satana, penso mutare 
Anco una volta il modo di tentare. 

E gli mando dinanzi una figura 
Di donna ardita dagli atti procaci, 
Superba e altera piu che creatura. 

Tu credi, disse, esser fra i roiei seguaci, 
E pur me liberty fra le ritorte 
Stringi de' veechi error! in cui ti giaci. 

Ma io sone infinita e son per sorte 
Una e indivisa : o mi pavenfa il vile 
Intera, o intera mi conosce il forte. 



(*) Questo puo essere (V.) 



— B23 — 

Ove un termine e posto a farmi uuiile, 
lo fuggo al tutto. Se di me ti cale, 
Lascia il costnme di dottor sot tile, 

Lascia i dico e i distinguo^ e drizza Tale 
Del libero pensier sovra ogni cosa, 
Ch' hai creduto finor giogo fat ale. 

Lascia agli affetti il freno, e a Toperosa 
Vita che ne' suoi giri ti trascina, 
Gedi, e la segui senza tema e posa. 

Legge o che sia rumana o la divina, 
Come vi piacque dire, sagrifizio, 
Astinenza ed ogni altra peregrina 

Virtu non 6 che limite, che vizio. 

Guarda le lane, ond*era cinto, 
La dura corda, ond' era awinto, 
Vede il cipigHo del guardYano, 
Ode il comando del sagrestano, 
E il frate dice : in fin perch6 
Da tanti vincoli legato ho il pife ? 

Costei fantastica: un certo termine 
E necessario, lo so pur bene. 
Cosa infinita ad un brev' atomo 
Quale noi siarao non si conviene. 
Ma quaP^ il limite vero o fittizio? 
Ov* 6 che il bene divtmta vizio ? 

Abbraccia Satana la rea liceuza 
Che con parvenza di liberty, 
Astuta il monaco avea tentato 
Si ch' era entrato nel dubbio gi&. 

Stretti pel giubilo intorno ballano, 
II ciel s'annuvola, le terre tremano 
Ove che stampino I'orma del pi6. 



— 321 — 

li'una e di augello grifagno e fiero, 
L'altra di sangne segna il sentiero. 

Ma Satana che vuol battere caldo 
II ferro e far cader chi pur si muove, 
A Popra torna pertinace e baldo. 

Era un coro di voci 
Di diverse favelle e varia gente ; 
Fra lor discordi, ma legate insieme 
Da I'aflFetto possente 
D'una superbia che non ha confine. 
Una narra che i cieli, 
Ha percorso e gli spazii interminati, 
Ove trovansi i soli 
Come gli atom! in sabbia. 
Un'altra ne' recessi piii celati 
Penetr6 della terra. 
Altra vide quante abbia 
E giunture e fibrille, 
E come viva ognuno 
De' mille insetti e mille 
Ch'abitan d'acq'ia in una goccia sola. 
Altra a cessare la vetusta fola 
D'un Dio che vuole e crea, 
Col pensiero immortale, 
Quasi a la sera delle cose tutte, 
Eiffe Tarduo cammino ed ha trovato 
Delle cose il primissimo natale ; 
E con occhio securo 
L' ineluttabil segna 
Di ogni cosa futuro. 
Ma che vengan da' cieli o dagli abissi, 
O che scrutino i soli, 



- 322 — 

de I'acqua gV insetti, 

O che cerchin le fonti de la vita, 

Ne portan tutte la feral novella 

Che tutto e nulla, tutto si dissolve 

In polve, polve, polve. 

Polve che sempre muore e sempre nasee, 

De P infinite sue forme diverse 

Stupenda, infaticata 

Sola au trice, ma ignara, incosciente ; 

Fin che non sia spazzata 

Da I'ala indeclinabile del niente. 

Spaventato, confuso il buon romito 
E' ch' aveva il diavolo in orrore, 
Ma che sempre 1' inferno preferito 
Avrebbe al nulla, resta in gra^ terrore, 
Lo stuol di sue speranze, redimito 
Di tanta luce, si dilegua, e fuore 
Dagii occhi vengon due goece di pianto, 
Che da la barba gli scendon sal manto. 

Vede I'abisso in cui sta per entrare, 
Ma una forza invisibile lo caccia, 
O almen gli sembra, e in quel profondo mare 
Di vorticose tenebre 1' impaccia. 
Per uso, piu che per voglia, a pregare 
Ricorre, fra le due pal me la faccia, 
E Dio invoco ; ma a quel nome superno, 
Gli sembra udire un gran rider di scherno. 

Vinto piegava V intelletto: solo 
Ancor batteagli il core. E fuor del core 
Qualche incerto bagliore 
Qual di Stella filante, 
Qualche sprazzo di luce. Alquanto stetto 



^ 323 — 

Taciturno, dimesso. Indi d'un tratto 

Levo la fronte, gli occhi in alto affisse, 

E, si SOD polve, disse, 

Queste misere cami 

Ch' io tocco e un giorno toccher& la morte. 

Ma il pensiero intangibile, TafPetto 

Impalpabile, eterno, fe polve anch' esso ? 

N^ gli sar^ concesso 

Neppar, si come a la suggetta creta, 

Mover sol per passar di forma in forma ! ('*) 

E gittero de 1' intelletto mio 

La corona, e la gloria del mio core, 

11 tuo nome, mio Dio? 

— Se til non fossi, chi I'avria insegnato 

Questo ineffabil nome ? 

So che mia mente non raggiunge mai 

Di to I'essenza, il quando, il dove, il come, 

Ma vede meglio questa cieca fede 

Che te rinnega, e per arcano, immense, 

Ineluttabii uopo, assente e crede 

A' sofismi piu immani, 

A fole di sognanti e cerretani ? 

Alto mistero 6 il tuo ; ma intorno splende 

Perch' io creda ed adori, un infinito 

Universe di luce, 



(*) L. A. inclinava, come si vede pure da.IV Eugenia, all'ldea pla- 
tonioa della rincarnazione, sostenuta anche dai primi padri della 
Chiesa, e ohe oggl forma il cardiue delle dottrine del « moderno 
spiritualiamo > o spiritismo che si voglia. E se questa nuova 
soienza raggiunger& il fine desiderate, queste battaglie dell' A. a 
pro della vita dello spyrlto, che si combatte, perchS si riconO' 
see anche da quelli che mostrano negarlo, non saranno state in* 
damo. (V). 



D' amor uii luii verso, 

In cui spera il pcnsicro 

Trepido si, ma won nel nulla immerso. 

Ma a questo spirto fiero 

Uccisor di s6 stesso, che tramonta 

In etemo tra tenebre gelate 

Da lui stesso create, 

Non io m' inchiner6. Superbo, altero 

Del poco che di te vede la mente, 

Del molto che il cor sente. 

— Senza una meta luminosa e bella 
€h' io, tuo soldato, a me dinanzi veggio, 
A che questo disio ch'entro il mio petto 
Ineluttabil vive 
Del migliore e perfetto ? 
Che giova al fango esser piu puro o meno, 
Sotto il pi6 che 11 calpesta ? 
Perchfe questo disio 

A I'uomo solo? A che fra il male e il bene 
Esser sospeso, quando il vile insetto 
E ogni animal piu bruto, <*) in sua natura 
Impeccabile, corre ove lo mena 



(*) Ma gli avversari possono rlspondere che non h stato nn 
iiloBofo moderno a dubitare se lo spirito dell' nomo ascenda e 
<lu6llo delle bestie discenda, e che se alia materia si concede 
-di svilupparsi fino a dare nna certa intelligenza agli animali, 
non deve sembrar assardo che possa continnarsi a svihippare in 
forme superiori. Mentre si puo chindere a costoro la boooa, fa- 
-cendo balenare 1' idea^ panto antiscientifioa, che tutta la natara 
possa avere un riscontro, nn'altra faccia. Si noti per altro nel 
Penaieri Sjmrsi, in fine, la differenza che V A. fa tra intelUgeoza 
« ragione. (V.) 



— 326 — 

La sua vita fatale 

Che gli preclude il male? 

Questa sublime ancor che perigliosa 

Liberti che mi desti, 

^ suggello di tua mano amorosa. 

II pi6 presso agli abissi, ma la fronte 

Sento per lei levata al cielo, e fonte 

£ a Panima commossa, 

La coscienza d'essere il suo fato 

Opra del suo volere e de la possa. 

In questo io son beato, 

Libero sono, e sento 

Che quanto piu la fronte 

Libera a te s' inchioa. 

Tan to piiLi di tua luce s'arrubina. — 

Un fosco bagliore di lampo lontano 
Appare su' monti, sorvola sul piano, 
Travalica il mar. 

E Tangiol del male lo spirito rio 
Che incalza alia fuga il nome di Dio 
Che. ascolta invocar. 



326 — 



A GAETANO ANGRISANI 



Perche, cessata la diurna vampa, 

Si fa piu cupo il flutto, 
La terra imbruna, e mesto e grave accampa 

II silenzio per tutto ; 
Perch^, al raorir de la piu tarda state, 

Si partono gli augelli, 
Ne si fan liete Parbori spogliate 

Di rami e fior no veil i ; 
Saran per questo del tramonto gli ostri 

Privi d'ogni dolcezza 
O del vemo le brine a gli occhi nostri 

Nude d'ogni bellezza? 
Si, dolce amico, questo, che ti esclude 

Ogni gioia del core, 
E su la nobil tua fronte si chiude, 

Vel d'eterno dolore, 
Per la memoria del rimpianto, amato 

Genitor, che partia, 
Lasciandoti deserto e desolato 

Su questa terra ria, 
E gentikzza anch'esso; e, santo e beUo 

Se ti fiamma nel petto, 
Kon io spento il vorrei, non io fratello 

Qual ti sono d'aifetto. 



— 327 — 



ALLA LUCE 



E te da prima il trepidante verso, 
Luce diffusa, cercheri ; te, vita, 
Ornamento ed amor de V universo ; 

Te, che sei madre a questa alta infinita 
Bellezza che mi raggia ne la mente, 
Ne la mente che in lei vive rapita. 

lo vo' pensando allor che nel silente 
Caosse pura tu scendevi e bella, 
II disegno a compir de V alta Mente, 
Di quale e' sfolgor6 gioia novella ; 
Con qual trepido, immenso amor bevea 
La prodigiosa tua prima fiammella ! 

La qual conscia ed invitta sospignea 
I confusi elementi a P armonia, 
E officio e lofto a ciaschedun ponea : 

E fra il disordin V ordine venia 
Ammirabil creando, e ad ogni cosa 
Faccndo nota la virtu natia. 

Ond* e che ancora viva ed operosa 
Queirarcano tu sei legame alterno, 
Che lo spirto e la polvere disposa. 

Onde per gli astri tutti che il superno 
Emispero fiammando a cerehio gira 
Ti diffuse, di te vago, V Eterno. 



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- 328 — 

E per tutto dov' occhio o mente mira, 
Quasi deir uui verso anima, il divo 
Possente tuo splendor penetra e spira. 

Or a pomposa, e, come immenso rivo^ 
Saettata dal sol vieni, ed accendi 
Oi gioventu, di festa un senso vivo ; 

Or chiusa in fiamma luminosa splendi, 
Ora in foggia di tremolo baleno 
II tenebrato cielo alliimi e fendi ; 

Or cupa serpi de la terra in seno, 
Ed or per le lat^bre del vulcano 
Ti sgombri il varco, e voli al ciel serene ; 

E per tutto, ove brilla il tuo sovrano 
Provvido raggio, corre, oh maraviglia, 
D' amor, di gioia un sentimento arcano. 

Cosa divina ! e tua vezzosa figlia 
E questa, onde natura si compiace, 
D' erbe diverse e d' arbori famiglia : 

E si ti sente e t' ama d' un verace 
Immenso amor, che tanto piu V accende^ 
Quanto piu si riscalda a la tua face. 

Pero spiega le foglie, i rami stende 
II tuo bacio a libar puro e divino, 
In che tanta dolcezza ella comprende. 

E qual di loro vide il suo mattino 
In basso e scuro loco, dove appena 
Penetra qualche raggio peregrino; 

Tanto si allunga la diserta e pena, 
Che, fuor de 1' aer tenebroso uscita, 
Beve dei raggi tuoi tutta la plena, 

E con i raggi tuoi beve la vita : 
E quando, al novo di come relna 
Fiammi da I' astro ov' hai sede gradita^ 




— 329 — 

Palpi ta tremolando la marina, 
E V onda sua con sabito rigoglio 
SMnnalza e investe la rena vicina. 

£ la conchiglia al sommo de lo scoglid 
Tragge a mirarti, e a la tua face para 
Capida Bcalda il rlsplendente scoglio. 

Cosa divina ! e tutti di natura 
S' avylvan gli animali alia tua vista, 
Che di vigor gli colma e rassicura. 

E qual, che il divo tuo lume contrista, 
Uso ^ fnggirti, maledetto e solo 
Passa )a vita sua raminga e trista : 

E ^hXuso ne le viscere del suolo, 
O dove 6 notte piii deserta e lenta, 
Sfoga piangendo 1' indiviso duolo. 

Ogni cosa, ove tu brilli, diventa 
Gentile e vaga fuor di ogni costume, 
Come se Dio piii da vicino senta. 

Fu bene un raggio di tuo divo lume, 
Che, in due raccolto augeliche pupille, 
Vestf al perenne mio sospir le piume. 

Tan to dolci splendean, tan to tranquille^ 
Tale un' alma gentil ne trasparia, 
Tante d' amore ne partian faville ! 

Ma quanta e tua virtu solo poria 
Eidirlo que' che, ne la vista ofifeso, 
Invan vederti (misero !) disia ; 

quel che, su le piume egro prosteso, 
Va de la notte numerando 1' ore, 
De r atra notte onde sopporta il peso ; 

E aspetta e chiama il tuo divo splendore, 
Che pare abbia gentil virtu, possente, 
D' acquetar ogni .affanno, ogni dolore ; 

8i 



~ 330 — 



O quel che, presso a morte, con languente 
Occhio ancor di te cerca, e non ha posa 
Fin non V appunta al tuo raggio fnggente. 

Onde r antica gente gloriosa, 
Da la qual noi venimmo, a' morti loro 
Tal davan di pietii prova amorosa : 

Che raccoite quell' ossa che un di foro 
Di tanta vita accese, ed induriro 
II pa trio a coltivar sacra to alloro, 

Perch6 lor fosse de la morte il diro 
Sonno men grave, e ne la tomba dtessa 
Di vita sfavillasse alcuno spiro ; 

Voleanvi dentro una fiammella messa, 
Che una ]ampa nudria, del muto loco 
A sgombrar la ten^bra orrida e spessa. 

E si credean che quanto ivi quel fioco 
Raggio allumasse^ il morto corpo tanto 
L' orma sentisse del divino foco ; 

E che piu del fun^bre estremo canto 
Fossi a gli estinti, e ben piii grata ancora 
De la rugiada de le tombe, il pianto ! 

Non sapendo che forse, ed in quelFora, 
Era ascesa quell* alma inviluppata 
In loco tal dove tu splendi ognora, 

E del qual vivi sempre innamorata : 
Si che sublime inverso a quel ti stai 
Dinttamente ognor volta e levata. 

N6 violenza, che ti torca, mai 
A lasciarlo ti sforza e ti riduce, 
Ch6 fremi, e \h sorgendo invitta vai. 

E se ti specchi in quell' immensa Luce, 
Che, mentre tutto 1' universo accende, 
Piu viva, come in sua sede riluce, 

Nel ciel, che piu de la sua gloria prende. 




3J1 



IN FRONTE AD UNA PICCOLA EDIZIONE 
DELLA DIVINA COMMEDIA 



a me piii caro che non fa mai dono 
Di Ion tana fanciulla a giovinetto, 
Quando nel primo amor rapiti sono : 

Posa, divino libro, in su '1 mio petto, 
Posa per sempre, a mia vita raminga 
Solo conforto ed al tradito afPetto. 

E dove che la mia barca sospinga 
L'empia fortuna, e tu meco ne vieni, 
Ch' 10 t'abbia ognora, e su le labbra stringa. 

Ch' io t'abbia meco ne' di lunghi pieni 
Bi tristezza, e mi sii lume e conforto, 
Come per notte lucidi sereni ; 

E in que' torbidi istanti, che par morto 
B'ogni ultima speranza ogni barlume, 
£ nostra vita un mar che non ha porto ; 

E quando I'inspirata alma le piume 
Leva oltre i sensl, e d'innalzarsi aspira 
A I'alta meta de Teterno Lume. 



— 332 — 

Ch'io t'abbia meco ne Tamor, ne I'ira^ 
Ne' lampi de le mie giQie e del riso, 
E quando invitto il duolo entro mi spira; 

Qaando Vingegno in pensier gravi h fiso^ 
Quando disciolgo il poco e mesto verso, 
Coi Tali, da te date, altri ha reciso. 

Vagliami il lungo amor che a te converso 
Tenne sempre il mio core, a far ch'io viva 
Di te che scrivi fondo a I'universo, 

E, allor che giunto a non temuta riva, 
3pegner4 morte le pupille mie, 
E dar& il volo a Palma fuggitiva ; 

Prego che ancor tu ne la tomba sie 
Caro compagno, e sa lo spento core 
Ti posin mani reverenti e pie. 

Qik in terra altri che t' ami di pin amor& 
N^ mai trovar, ne gik temer tu puoi 
De' morti regni a te novo Torrore ! 

Sopra la terra che ci copre, i suoi 
Alti misteri compir^ la vita 
Senza mai posa Infaticata, e poi 

Queti saremo : i secoli Tordita 
Voce rimeneran, gioie ed affanni 
Intesseranno lor tela infinita, 

E noi queti sarem: se pur con gli anni 
Non confonda ed in foggia altra natura 
Nostra materia a viver novo danni. 



- 833 — 

Poi quando il giomo de I'ira ventura, 
H disperse de Tuom cenere mato 
Ripiglier& sua came e sua figura, 

L'estremo ci darem caro saluto, 
E nel seno di Dio, di chi ti scrisse 
II grande io cercher6 spin to arguto, 

Che tan to da la polve alto s'afSsse. 



- 334 — 



IL POETA 



Mentre sa pel tranqaillo etra movea^ 
Entro una chiesa tacita la luna 
Pe' vetri pinti un suo raggio mettea. 

E fra i sepolcri che quel luogo adnna 
Passando, diradava la solenne 
Notte che fosca intorno a lor s'imbruna. 

Da prima ne rimmago a batter venne 
D'uu superbo guerriero effiglato 
Sovra la pietra che gik morto il tenne. 

Lunga la spada dal sinistro lato, . 
Lo scudo avea, I'usbersro, Pelmo e il piede 
Sopra trofeo di vinte armi posato. 

Pur quivi poco il mite raggio fiede, 
Ed oltre varca lievemente, e posa 
Dove sporger dal muro alto si vede 

Un ministro di Temi, polverosa 
A cui giu pe' larghi omeri discende 
La chioma e Tampia toga sinuosa. 

Da la sinistra una scritta gli pende 
Di supplici preghiere, e la sorella 
Mano a un volume non aperto stende. 



— 335 — 

Ma ancor quel marmo poco il raggio abbella 
Di sua chiarezza, e passa ove scolpita 
E un'imniago gentil di verginella, 

Che par rimpianga piu de Talma vita 
La dolcezza del giovane pensiero, 
Cui si eterea ridea speme infinita. 

Quivi piu a lungo si soflferma in vero 
II peregrine lume, e il vago volto 
Accende di splendor vivo ed intero : 

Lambe la f route Candida ed il folto 
Volume de le trecce, e come a pia 
Prece le mani giunte e '1 labbro sciolto. 

Ma di \k pure alfin si dipartia, 
E venue in loco che guardava spento 
Un giovin capo sacro a poesia. 

Una corona che nou teme vento, 
Non teme tempo, era scolpita sola 
Con una lira sopra il monumento. 

Non insegna superba, non parola 
Dicea di sua sciagura, ma di fiori 
Eravi copia, onde il profumo vola. 

Quivi, raggiando piu vivi splendori, 
Que to quel lume, e stette infin che intorno 
Tutte fuggian le tenebre, e di fuori 

Vi saettava il rinnovato giorno. 



— sm — 



IN MORTE 

DI CARLO GUACCI 



Fra i piu vividi ingegni in cui pudico 
Si mise un senso de le cose belle, 
Alto d' amore un senso, ebbi un amico. 

Ed in quelPora che di poche stelle 
8' ingemma 11 cielo, e piu sonanti I'acque 
Corron, piegando I'erbe tenerelle, 

Unit! insieme errar spesso ci piacque 
Pe* queti clivi ; ed il fuggente sole 
Salutar col latin carme, che nacque 

In seno a lui, che a la romulea prole 
Canto gli alti parenti, e di si grande 
Subbietto ingegno pari ebbe e parole. 

Or conserte di salici ghirlande 
S' incurvan tetre su quel mio gentile, 
Per cui n6 stella o sol piu luce spande. 

Poca di sopra gli si chiude e umile 
Terra, poi che gelato il verno scese • 
De la sua vita ad escurar 1' aprile ! 

Pur I'obblio che ti cinse, oh non ti rese 
Men caro a me, n6 men I'anima vede 
L'anima tua, come solea, palese : 

Anzi piu dritto a te corre ; ed a fede 
Piu grande ti si lega ora I'aflFetto, 
In cui tempo o vicenda altra non fiede. 




- 337 — 

E par che pigli qualitade e aspetto 
Di santo e eterno, dal solenne, eterno 
Loco a cui tu sollevi or T intelletto. 

E sia principio questo novo alterno 
D' amor coUoquio di qitel novo amore, 
Ch' arde pin pnro in loco altro superno, 

E in cni si qneta col pensiero il core. 



^ 



-^ 308 — 



NETTUNO 

PIANETA 

(preveduto e poi scoverto da Leverrier) 



D'una lampada nova 
L' universe, di Dio tempio, s' accende. 
E de Petereo calle 
Una novella via trice trova 
II guardo che si volge a Temispero. 
Gii d'ali armato un vigile pensiero 
Da solitaria cella 

L'occhio precesse, e d'una a I'altra Stella 
Lei giunse, e salut6 trepidamente, 
Avvolta ancor nel vergine secrete ! 
Or va superbo e lie to 
Di te medesmo, o di terrena fascia^ 
Pensier, parto divino. La mortale 
Tua spoglia si tu sprezzi, e si distend! 
Per Pinfinito Pala infaticata, 
Che il corto sense lascia 
Fra la polve e la nebbia a le parti ime. 
Come grande e sublime 
Fai tu nostra natura, 
Tu conferto, tu gloria una lasciata 
A Pumana sciagura ! 

Ma perch6 poi non segui? Or che Pintento 
Sguarde umano v'ascese, 
Pero che mai comprese 
D 'esto novo portente ? 



— 339 — 

Donde venne, che fa, fino a qual'ora 
Agg*iagner&, ricchezza al firmamento ? 
E queiramor che in nn nodo lo stringe 
A gli altri mondi, e tutti senza posa 
Per quelle azzurre vie li gira e spinge, 
Ch'e mai? qual cerca met a, 
D'onde sua forza attinge? 

Qui silenzio, qui tenebre. Qui rompe, 
gelosa natura, a' piedi tuoi 
Di nostre menti fervide la foga. 
Qui fanciulli si am noi : 
E saldo resta il desiderio intenso, 
£ ia brama inquieta, 
Che di saper n'asseta ! 
Ma pur questa medesima vaghezza, 
Piu forte a Palme di piu forti tempre, 
Fede a noi fa che sempre 
Non fu cosi nostra veduta corta, 
Che deirinclita sua prima grandezza 
L'anima i germi porta. 
Certo, ne tu del curvo 
Etra correvi i campi interminati, 

nova maraviglia, 

Sol per girarti senza fine intorno 

A questa poca riva, 

Che al fin col suo piu acuto occhio far riva, 

N6, com^ a noi, stagion lunga difese 

1 tuoi queti splendor! 

E '1 peregrin© aspetto ad altri mondi, 
E forse a piu felici abitatori ! 

Quale a giovine amante 
Spontanea si rivela 



— 340 — 

La rispondenza del gentile affetto, 

Di che ne Palma anela 

Sorge una fede che sta viva e sola, 

Non da sguardo sorretta o da parola ; . 

Ck>tale al giovinetto 

Mondo, se bene non espressa, innante 

Quell' alt a balend legge d'amore 

Che tutto stringe I'uni verso e lega. 

Si che n6 foglia piega 

N6 fior sorge o si more, 

N6 del raar bacia il lido una sola onda, 

Che ad un arcano fin non corrisponda. 

Pero a Teti fiorita 

De le gentili illusion! belle 

A voi, lucide stelle, 

Senso fu dato e vita ; 

Quando credute foste de le sorti 

De* mortal! pensose, 

E a Tuman germe a v verse od amorose. 

Si "che da' vostri aspetti, 

A lui^go studio segno, 

E speranze piovevano e timori, 

E culto aveste di celesti onori. 

E noi, se avvolve e preme 
L'anima stanca il turbine del duolo, 
A voi luci tranquille 
Disiose di requie o tregua o speme, 
Kivolgiamo ancor noi nostre pupille, 
Come, non so : ma al vostro casto lume 
Si risveglia I'acume 
Ingenito de I'alma, ed essa splende 
Come ridesta vampa. 



— 341 — 

A la prima canzon che g\i venia 

In su Targute labbra il giovin vate, 

A la prima armonia 

II musico gentile : a le sorrise 

Speranze prime, a' fervidi sospiri 

Giovinetti e donzelle 

Nel cni trepido seno amor si mtse, 

Ebber presenti voi, limpide stelle, 

E i silenzii interrotti, 

E I'aer profumato de le notti. • 

Or tu de Tetra novo 
Tacito viator, per la serena 
Dolcezza de le notti accenderai 
La tna vergine luce, 
Peregrinando com' amor ti mena. 
Questa riva terrena 
Avrem presto lasciato 
Noi che pria te mirammo, e tu sarai. 
L'una appo I'altra, si com'onde al lido, 
Contro la morte e' 1 fato 
Romperanno le genti, e tu sarai. 
Fra il senso e la ragione, 
Fra I'umano intelletto e la natura 
Ferveri la tenzone 
Eterna, lacrimata, e tu sarai, 
Peregrino celeste, d'una nova 
Lampada iUuminando Puniverso, 
Tempio di Die sublime ; 
Di noi de le valli ime 
A le tue fiamme, e del tuo fine arcano 
Alsolenne mistero 
In van chiamando ognor guardo e pensiero. 



'"■ a 



342 



PESTO 



Pesto, poi ch'a la fine 
La vindice afiFricana ira ti giunse, 
Ond*or di te sol resta, 
Venerande ruine, 

Pochi avanzi iudifesi a la tempesta ; 
Una trtrba mal viva 
Che beve Taizni di codardi tempi, 
Senza ne pianto, n6 piet&, s'avvolge 
Per la tacita piaggia abbandonata, 
Che un di lieta t'accolse, o sventurata, 

E chiede : ove le rose 
Di doppia prima vera indicio e dono, 
Ove i teatri sono, 
E le feste e le vergini vezzose? 
Ove Torgie e i conviti 
Di barbarico lusso sfolgoranti, 
E di suoni la molle aura ripiena ? 
Dove, o Pesto , dov'6 la tua Sirena V 

Ma chi chiede, ov'e il senno, ove la sauta 
Carit^ cittadina 

Che t'avvampava in petto, o generosa 
Quando invitta sorgevi, 
Ed a campar da subita ruina 
La minacciata maest^ latina,, 



— 343 — 

Braccio e core ponevi 

Contro Annibale infesto, 

Che primo le non tocche Alpi passava 

E a la fatale Roma approssimava ? 

E noil rimembra alcun ratto partirsi, 
E le tue spade declinar veloce 
Alarico feroce, 

Mentre superbo trionfando giva ! 
Che, poi da te fuggiva, 
Forse per ira e per dolor, soggiacque 
A Testrema sciagura, 
Dove confondon Tacque 
II Crati ed il Busento appi6 d'un colle, 
Di sopra il quale estoUe 
Le mal domate mura 
Ls patria mia, che, anch'essa un di famosa, 
Or su la gloria, che passo, riposa. 

Cosi, povera Pes to, 
Appresso a dura e sanguinosa morte, 
Tu pace, or mira sorte ! 
Per calnnnia d'ignava turba e stolta. 
Pace non hai sepolta. 









^ 

1 1 



344 — 



IL MAKE 



Non move aura di vento : 
II ciel ride sereno e il curvo calle 
U giovinetto di sale contento : 
Ed il monte, la valle, 
II pian possiede altissima quiete, 
Tu sol, tu sol che chiedi, 
Che fremi, e rugghi, e spingi I'inquiete 
Spume a P arena, che incalzando fiediV 

Cosl, se la fiorita 
Speme de'giovaui anni, 
E co' fatali inganni, 
Cadde il vago mistero de la vita ; 
Fni la pompa e 11 sorriso di natura 
L*anima inerte, muta resta e sente 
S^ tolta del create a Parmouia. 
E mentre corre sua diserta via 
Dolentissimamente : 
Non curata, di nulla essa non cura, 
Ma fremendo s'invola 
Ad ogni car a illusion ridente, 
Preda a Pinvitto duol che la tempesta, 
El che a riso d'amor, sguardo o parola, 
Rigido, immoto resta; 

TJn'assidua vaghezza indi, una brama 
Che cessi de la vita il tristo sen so 



— 345 — 

E s'abbia pace I'alma a morte in grembo, 
Onde il perpetuo nembo 
^Che la sospinge dov'amor la chiama, 
Resti una volta da Tinvitte prove : 
E quel, che per I'immenso 
Etra sostiene e volve i mondi in giro, 
Potere arcan, che tutto informa e move, 
Le vesta Tali a piu tranquilla stanza, 
Dove taccia il desiro, 
N^ sia Tamaro scherno di speranza. 

Di qua, di 14 condutto, 
Erra inquieto quanto di terreno 
Su te galleggia, interminato flutto, 
Ludibrio a* venti, a le procelle gioco : 
Ma come del tuo seno 
I reeessi tu gli apri, e a poco a poco 
Discende a Pime valli ; 
Fra le perle e i coralli, 
Trova la requie sospirata appieno. 
E quanto in sd rigira 
L'immenso mar de Tessere e comprende, 
Una possa fatal, che si fa velo 
Or di foco, or di gelo, 
Ed or d'amore, or d'ira, 
Saetta indeclinabile, ed offende : 
N6 mai ri trova posa, 
N6 mai miglior ventura o pi{i seconda, 
Infino a che amorosa 
D'obblio si chiuda sul suo capo I'onda. 



29 



in 



— 346 — 



LISA 



De le tue trecce brune, 
De la Candida tua fronte serena, 
De la luce de' tuoi occhi, e di quella 
Persona che non fu cosa terrena, 
Lisa, il rimembrar seguemi; e ancora 
M'accende ed innamora. 
Molto da te mi parte 
Aer frapposto, e lunghi 
Anni passar' che a'miei occhi sparisti. 
Rivederti non spero. 

N6, strano a dir, n6 lo vorrei, che in parte 
Scemerebbe Tincanto del pensiero, 
Che mi ti pinge inn ante 
Lieta, gentile, amante, 
Ispiratrice e bella 
Ognor qual'eri in quell'eta novella. 

Tale io t'adoro ancora, 
E tale io so che tu sparita sei. 
N6 per tempo che passi, e questi miei 
Anni incresciosi e tragga 
La sconfortata giovlnezza mia, 
N6 per cadere o sorger di speranza, 
Ti vede men I'accesa fantasia. 
Immutabile, eterna ivi tu splendi, 
E il trepido intelletto 



- 347 — 

Ne la luce che accendi 

S^afflsa e queta, e levasi e sospira 

L'alma che obblia quanto la terra gira. 

E una pianta gentile 
Del sole innamorata ; 
Che, per goder la luce disiata, 
Sul drittissimo stelo 
A qual parte del cielo 
D'onde ch*ella afa villi, si rivolve. 
E quando muore al fin Pocciduo raggio, 
Le tremole fiammelle 
Di tutte Taltre stelle, 
Che ritrova la terra in suo viaggio, 
JUute son di dolcezza a la diserta 
Che il giorno che previen co' voti affretta, 
Ahi ! ma quel raggio torna 
Sovra I'amante fiore ; 
Ma tu, mio sol, non torni a I'ansio core. 

Spesso la colnia luna 
Surta da dietro il monte a mezzo il cielo, 
Su la marina scende, 
Ed una riga tremola v'accende : 
La qual rompe talora 
Qualche barchctta bruna 
Che attraversando move, 
E quivi io miro, e poi dovunque piove 
La notturna dolcezza piu romita, 
Solo e pensoso seggio. 
Tutto d'intorno come prima io veggio, 
Ma, come spoglia e priva 
Arpa di corde, non risponde I'alma 
Al tocco di bellezza rediviva. 



- 348 — 

Si come a' dl quando ci amammo. In petto, 

E ne Parido spirto, or del pr'^sente 

Siede la noncuranza, e si mi preme 

Una doglia incresciosa, * 

Per cui non che la speme, 

Fino il disio disprezzo ed ognl cosa. 

Ove sei tu, dove cercarti? forse 
Per le vie romorose 
Ove s^aduna la belt 4 frequente ? 
Pe' lucidi teatri, o per le sale 
Ove P agile pi6 movevi a danze, 
Con di gemme la fronte rilueente, 
Con Toneste sembianze 
De lo splendor de Tanima suffuse? 
lo diserto t'ho chiesto a prima vera 
Allora che torna a vita 
Ogni altra cosa bella, 
lo t*ho chiesta al silenzio, a T infinita 
Cerchia del cielo, a I'etere, a la luce, 
Ma sempre queirincanto sovrumano, 
Sempre ho cercato invano. 

E ne la queta e sola 
Mia cameretta ritornando a sera, 
Non piu, si come un tempo ebbi costume, 
Sovra breve volume, 
Noto quantunque volte 11 giorno andato, 
Tu mi festi beato 
d' amoroso sguardo, o di parola. 
Ma se nel giorno a' miei occhi s*offerse 
Vergine chiusa e sola, 
Da la qual trasparia 
Come un'immago di tue dive forme, 





— 349 — 

A quella io penso ; e come un'armoiiia 

Che svolve al toccar di man maestra, 

Le ricordanze care, 

Che fan la vita mia, 

Mi si sveglian ne I'alma, ed io ritorno 

Al mio sereno giorno. 

E Tanima ti vede. 
Oh si, ti vede allora ! e sempre, quando 
S'innalza sovra 1 sensi. 
Fra 1 cantiei e gFincensi, 
Onde risuona il tempio del Signore, 
Quando, di pensier vergine, saluta 
Al mattutino albore, 
Di rose roriente imporporato, 
£ quando o spera o prega : 
Tu mi luci da lato, 
Ed io certo ti miro, 
E tremando fcK)spiro : 
E in petto mi si desta, io non so come, 
De le celesti cose una vaghezza, 
E dolce e lene intanto 
Come un disio di pianto. 



— 350 



ORELLINA 



Di giovinezza a' molli usi, a le danze, 
A' sommessi colloquii, ove fra il riso 
Schermo al vergin pudor, pria le fanciulle 
Fra di loro favellano d'amore, 
Costei si tolse disdegnando. E pure 
Era nel fiore di sua vita, e il raggio 
Di sovrana belt^ che in lei rideva, 
De' cupidi garzoni era sospiro. 
Ed ella incoscia o noii curante sola 
Parea di tanta sua virtu, sopita 
In lei detto tu avresti la gentile, 
Indelebil vaghezza in petto a donna, 
Di piacer, d'educar Palme a la santa 
Religion d'amore. A I'alma sua 
S'apprese altra vaghezza, altro disio, 
Altra cura perenne : e forte, intera 
Occupolla una brama interrainata 
Di sapienza. Questa sola al cielo, 
Questa al mondo chiedea, chiedeva a dure 
Lunghe vigilie in meditar trascorse 
Assai sudate carte. Le gentili 
Sue guance, il petto disfiorava il molto 
Aifaticarsi, e il suo fervido spirto, 
Vago ognor di trascendere la terra, 
Ne la bella persona che il serrava 



- a5i - 

L'orme imprimeva de V interna lotta, 
£ sfolgorava da le grandi sue 
Negre pupille. Qual si sparge intorno 
Per aperta campagna il queto lame 
De la luna, che par quasi d'un bianco 
Velo la vesta lievemente, tali 
Apparivan le sue vaghe sembianze 
Vestite d*una pallida bianchezza, 
Che a' piu esperti e gen till occhi, le fea 
Grentilissime e care, e arcanamente 
Disiabili piii. Pure, a mirarla, 
Indefinito in cor scendeati affetto, 
Ghe a piet4 ti sforzava. Ahi tan to grave, 
Tanto importabil par sovra una bella 
(iiovanil fronte del pensiero il solco ! 
Tu miravi e tacevi. Ma se mai 
In su le argute sue labbra improvviso 
Qualche affetto poneva alati detti, 
Che pronti scaturian si come vena 
D'alpestre roccia, e ch'ella il consueto 
Rompea silenzio e' 1 conversar co' suoi 
Carl pensier' soltanto ; era un soave 
Fascino che traea seco la tua 
Mente stupita ad altro aer sereno, 
E ti agitava il petto. E allor d*un poco 
Rossor le si tinge vano le gote. 
Ma poi tosto cessava, e la romita 
Cameretta ed i suoi libri e le carte 
Piu a lungo la vedeano, ed i viali 
Taciti del giardinOf inviolata 
£ fida stanza a queruli usignuoli, 
Che la dolcezza di lor canto intorno 
Diffondevano a sera, e a' figliuoletti 



— 352 r- 

Stanti appiattati ne la siepe, e ancora 
Implumi, inconscii d' imparar, di quelle 
Note canore ivan mostrando Parte. 
E cosl ta, diva anuonia, ne I'alma 
Del poeta, noveUa ancor, consegni 
I tuoi germi diyini, ond'egli poi 
Appreso il canto, appena sa egli stesso 
Oredersi padre di si dolce cosa. 

A cotal goisa si vivea colei, 
Misera men quanto piu sola. E questo 
Incontra sempre a quell'anime egregie 
Che dentro lor si creano arcano un mondo 
Di alti pensier', d' immagini, di forme 
A questo mondo ignote : a quella pura 
Visione ideal solo per poco 
Che sottentri, e I'oflhischi, il rude, il freddo 
Aspetto de le cose, disdegnando 
G-ittan da lor V immane orrido peso, 
E con piu brama e con piu amore a quella 
Ineffabil dolcezza, a quella vita 
Misteriosa tornano : del vulgo, 
Che non le intende e spregia, sprez'/atriei. 

Fama ^ che non avea neppure il terzo 
Lustro varcato di sua vita, e forte 
Innamoro di Carlo un giovanetto 
De gl' innocenti suoi giuoehi compagno. 
Non che venisse per alcun veduto 
II loro amor, che non parea potesse 
In cotali novelle anime entrare. 
Ma quando morfce, innanzi tempo cruda, 
Rapi a la terra, a' genitor' diserti 



— 353 — 

Colui, che gik dc' due beni supremi 
Di nostra vita, giovinezza e amore, 
A goder comlnciava ; ella cotanto 
Amarlssimamente lacrimonne, 
Tanto dolente e disperata parve ; 
Che Parcano gen til, stato qualche anno 
Chiuso ad ognuno, alfin venne palese, 
E fu compianto il sue dolor. D'allora 
L'anima sua che I'anima sorella 
Avea perdu to, non curante venne 
Di ogni terrena cosa, rifuggendo 
Al meditar, cosi solo parea 
Che potesse soffrir I'orfana vita. 

Era una notte, una stellata, pur a, 
Soavissima notte. La serena 
Pace rompeva la canzon lontana 
Del passeggier, che riprendea sua via 
II taoito villaggio attraversando. 
Vivo da' vetri de la sua fenestra 
II Ixune trasparia de la lucerna 
Sola compagna a le sue veglie. Notte 
Ancor non venne che di quella lampa 
Non rischiarasse il solitario lume. 
Ala di vento non move le frondc 
De Tattiguo giardino, e qua tu vedi 
Una pallida luce^ attraversata 
Da' rami, piover su' viali, o trarre 
Da qualche foglia vivlde scintille ; 
E Ik gravi tenebre ininterrotte 
E taciturne, fra le quai danzando 
Le lucciole pingean come una rete 
Di rilucenti fila. Era quell'ora 



— 351 — 

Tanto cara a colui ch^ama, e uel qiieto 
Posar de la natura, in 96 rivolve 
Gli amorosi pensieri, a cui del giorno 
La romorosa plena assai gran parte 
Toglie di loro virginal bellezza, 
Ch'ama 11 silenzio. Di sue trecce brune 
Alcuna cipcca Indocile o sprezzata 
Discende In su i volumi ov'ella pasee 
L'avido, inquieto spirto, e la gentile 
Candidissima mano a la gentile 
A la Candida sua fronte ^ sostegno. 

Alfin gli occhi lev6, li affisse al lume 
Che tacito splendeva, e a cui d' intorno 
Una lieve farfalla svolazzando 
Le brevi ali abbruciava. E parea fisa 
Ella a mirar quel lume, e la fatale 
Vaghezza arcana che spingeavi incontro 
L' Innamorata creatura. Quivi 
Ha le pupille, e palpebra non batte. 
Ma lo spirito suo non meno vaga 
Angelica farfalla, oltre traseorse 
La terra, e vola a piu rlposto segno 
Vogliosamente. E qual se gik vicina 
Cosa gran tempo disiata indamo 
A glugner fosse, 11 suo sguardo s'appunta, 
Splende, e la fronte si cor ruga, e' 1 seno 
Or cresce or scema piu veloce . . . Invano ! 
A la cupida mente la cercata 
Idea fuggi, s'ascose, a somiglianza 
Di face posta da fanciuUa amante 
In su '1 verone a notte alta, ch'or splende 
£ a I'amato garzon pari a di speme 



, -x- 



— 355 — 

E d'armonie secrete, ed ora a lui 
Che a quella volta move, la nasconde 
L*arbore o il eolle. Sconfortata, mesta 
Indietro sul sedil poggia, ed in viso 
Le si dipinge lo sgomento : 11 vago 
Corpo prostrate, abbandonato, rende 
Immagln de la mente non men lassa, 
Sconfortata non men ! Cosi in silenzio 
Qualche momento el la resto. 

Quand' ecco 
Come il chiaror de I'alba a poco a poco 
Da I'oriente salutato innoltra, 
La queta stanza una tranquilla e nova 
Luce par ciie penfetri, e si difiFonda, 
E da la luce radiante emerga 
Un giovinetto viso, redimito 
Di pill vivo splendor. Celeste cosa 
Era, o a lei parve, una celeste cosa 
Che de Palta inefiPabile bcllezza 
Che arde lassu, sol par ritenga ancora 
Qaanto basti a discernerla da tutte 
Forme terrene, e quanto umano sguardo 
Possa mirare ; e non tremar confuso 
E sbigottito . . . Carlo ! la donzella 
Sclamo con voce trepidante, e tosto 
Snrs?, ed a lui s'avvicinava, come 
Lo stupore, il disio la spinge; ma 
Cessa quinci improvviso, un gel per Tossa 
Le scorre, e immobil si rimane e muta. 
— Orellina, parld poi la stupenda 
Forma celeste, e mai fu piu soave 
Itala melodia di quella voce, 
Orellina, son io, perche paventi? 



^ 



— 356 — 

Non mi conosci piu, non mi ami ? — A queste 
Soavi note ella seniissi ii core 
Binfrancato e lo spirto : violent© 
In sen le divamp6 I'antico affetto, 
E gravi gli occhi le si fer di pianto. 
Soggionse poi trepidamente — Sei, 
Veramente tu sei, tu che sotterra 
lo piansi estinto, o ch' io vaneggio ? 

Sono 
Ben quel che amasti, il tuo Carlo son io ; 
Non mi senti nel cor? 

Dunque io discesi, 
Discesi nel sepolcro, orrida troppo 
M'appari^ra la morte. . . or troppo dolce. 
Dove siam noi ? che ne circonda ? 

Morta 
Non sei tu morta, ma per inusate 
Arcane vie I'amor ch' io t'ebbi immenso 
Qui rimcDa, o fanciulla. 

Ah ! m'ami ancora, 

M'ami, e qui torni, e ancor vivi ! Nel petto 

« 

E ne lo stanco mio pensier ben sempre 
Io t'ebbi vivo, o mio Carlo. 

E non more, 
Cara fanciulla, mai non muor chi vive 
Ne la memoria di color che lascia 
A I'estrema partita, e teco io vissi 
E ognor vivro. L'onnipossente morte 
Solo ha un rival ne I'uni verso, amore. 

Amor ! quant' io chi mai I'intese ? quanto 
Quanto ho sofPerto ah se sapessi, o caro ! 
Da quel di ch'io ti vidi egro, giacente 
L' ultima volta, e che I'estremo sguardo 



— 357 — 

Noi ricambiammo, e ch' io fanciulla fea 
Al pjanto forza, che tornommi in core, 
Quanto ho sofiferto! Vedi, (e qui la destra 
Candidissima man sporse) rimira 
Com'ella 6 scama, 11 mio sgnardo sovente 
A lei si afttsa, ed io chiara vi leggo 
Impressa Porma de la morte. 

Taci 
Nod affannarti^ o sventurata, assai 
Fnr le lacrime tue : troppo t' in vase 
La iiamma de Tamor. M'asrolta... 

Oh come, 
Come quelle gentili e quelle vaghe 
Tue forme or veste un non so che divino 
Che dal primier concetto le trasmuta, 
Ma non cosi che il cor non le conosca ! 
Stupisco ancor di rivederti. In vero 
Io ti veggio, o non forse 6 dolce sogno ? 
Come ritorni tu? Vivrai tu meco 
Infin che questa mia vita diserta 
E raminga consumi? Oh, credi, immenso, 
Ineffabil dolore, e tal che troppo 
L'umana forza vince, 6 Tavvampare 
D'amor senza speranza. 

Or tu da quell! 
Occhi ch'io tanto amai, tergi I'usate 
Lacrime e m'odi. Gik per pochi istanti 
Qui restarmi poss' io. Ma come io venni 
E per qual via, n6 a te ridire io posso, 
N6 comprenderlo tu. Mente terrena 
Non pen^tra i segreti de la morte. 
Sol ti bastl saper che qui m^adduce 



1 



— 358 — 

Amor, pieta del tuo lungo dolore. 
Dunque tu sal... 

Tutto, ogni tuo pensiero 
Fu a me palese. Se di donna am ore 
Potesse alcun render felice, niuno 
Fu piii amato di me, Grazie immortali 
lo ten rendo, o fanciulla, e un immortale 
Premio n'avrai : scrivilo in cor. Ma troppo, 
Troppo tu amasti, e pianto hai troppo, e'l lungo 
Dolor ne Palma un certo orgoglio induce 
Oiid'ella sorge, e temeraria a Dio 
Chiede ragion di quello strazio, chiede 
Per cui diletto ella 6 a soffrir dannata, 
Per qual legge o destino. E tu, tu ancora 
Sciogliesti 11 freno al tuo spirito audace, 
E contro Dio ti sei levata, e cerchi, 
Insolubile nodo a vostra mente, 
Sciorre I'arcano del doldr. Tu pensi 
A questo spesso, e piangi e piii lo spirto 
L' impaziente tuo spirito aifanni. 
Oh parlami di amor, Carlo, d'amore, 
Unico ben ch' io conoscessi. 

Chiedi, 
Tu chiedi amor, tu dunque speri ancora, 
Preghi ancora, o diletta? Oh se piu intero 
Quel sacro foco custodito avessi, 
E la mia morte dolorata meno ! 
T'avria quel puro amor che oltre la tomba 
Sua rispondenza sa trovar, maggiore 
Fatta di te, del fato. Ancor ti fora 
Schiuso dinanti il vago calle ameno , 
De le felici illusion! : sogni 
Al senso umano, al core, a 1' intelletto 



— 359 — 

Vere gioie e divine. Ora t'affanna 
L'aer cieco del loco ove scendesti 
Da tanta altezza. E dove che ti volga, 
Dove che miri, uno sconforto in core 
Aecogli, e il mondo che tu vedi solo 
Attra verso il dolor, con la veduta 
Corta de' sensi, a te par muto, spoglio 
D'ogni armonia che de la vita lieve 
Renda il peso agli spiriti. 

Profonda 
Inconsolata notte innanzi agli occhi 
Mi siede sempre, e a me suona una voce 
Che a noi stirpe caduta indica il pi an to, 
E infelice sarai, grida. 

N^ alcuna 
PietA suprema vedi ? 

A me non fu gge 
L'amorosa virtu che si riversa 
Per )o creato, e il sol di viva luce 
Fa superbo e di stelle il firmamento, 
E a Puom dona Pamore e la speranza ; 
E mentre gira tanti monti, il verme 
Nudre de ]a concbiglia in grembo a I'onda, 
Ed al tosato agnel manda la brina. 
Questa io veggio, e I'adoro. Ah I ma se penso 
A quell' ardente nostro amor tradito, 
A quella speme dileguata, e al novo 
Immenso ben che promettea Taccesa 
Mente rapita, allora io piango, e... 

Allora 
Tu disperi e bestemmi. 

Oh Carlo, Carlo ! 
Se gik novella legge a te non toglie 



— 360 — 

Memoria di quel primi anni felici 

Che ci amammo, ben sai s'io qui nel core 

Ho ragion di dolermi. lo spesso torno 

Col mio pen^iero a quell' et& beata 

Di dolci sogni, e mi rimembra molte 

Cose che fur di caldi voti segno 

A I'alma ardente, giovinetta, e che ora 

O disdegno, o non euro. Ma quel bene 

Che prometteami amor bh'era si grande, 

Ch'era si dolee in suo vago secreto, 

Quelle ancora rimpiango, e meraviglio 

Come potea ne I'anima novella 

Entrarne il germe ch'6 sublime cosa. 

Oh come piano a me dinanzi il calle 

De la vita s'apriva I Innamorando 

Di te, ne Palma mi discese immenso 

Un sentimento che ogni cosa bella 

Abbracciava, ammirava. Era un incenso, 

Era un inno perenne che innalzava 

Al ciel Tanima mia cui OAcean eco 

Le cose tutte quante innamorate. 

L*immagin tua ne I'alma, e innanzi agli occhi 

Sempre, il tuo nome suUe labbra sempre. 

Ed al mio Taccoppiava, e avrei giurato 

Che unit! in ciel cosi giunti gli avesse 

L'angelo che governa i casti amori 

De gli uomini. Li scrissi in ogni cosa 

Che a me fosse piu cara: in sa i volumi 

OvMo leggeva, in su i muri di mia 

Stanza romita, in sul tergo di tutte 

Le immagini di santi in ch'io sperava. 

Li scolpii con la punta de I'industre 

Ago su* lini ch' io porta va al coUo .... 



— 361 — 

Til sorridi ! ^ 

Ma tu non pianger, \eggio 3 

Apparir su le tue negre pupille "^ 

Una lacrima : via, s6gaita, e tatta 
Or del turgido cor versa la plena. 

Assai gran cose apprende Palma amando, 
Poehe ridir puo il labbro : la favella, 
L'italiana ancor diva favella, 
Resta da meno a qnell'altezza. Ogni atto, 
Ogni eenno che fosse, 6 un'armonia 
Per I'anima che amor leva di terra, 
Una soave spiritale ebbrezza, 
Che ridir non si puote. Era una sera 
Pnrissima di state, e di conserva 
A gentil compagnia, Taer cercando 
Profumato de' campi e la dolcezza 
De la notte, sovra agili cavalli 
Uscimmo. Che rammento I Avanti ogni altro 
Noi due prendemmo il queto calle, muti, 
Ma di amor riboccanti. E dove larga 
E dritta si facea la bella via, . 
Corri, Orellina, mi dicesti, e tosto 
Si slanciarono i due cavalli ardenti, 
Calpestando il terren volenterosi. 
Fu una dolcezza inusitata : intorno 
Mi s*avvolgeva I'aer mosso e fresco, 
E baciavami in viso, c ne gli orecchi 
Soavemente susurrava : a dritta 
Ed a mauca correano arbori e case 
Dal raggio de la luna illuminati ; 
E le siepi ed i termini de' campi 
Si movean, si drizzavano, ed anch'essi 

23 



— 362 - 

Correano, e SDi)ra lor correaii le stjlle. 
Tutto era moto, tutto vita, ed io 
Trepida, assunta in dolee estasi, intesi 
Su la terra levarrai. (> Carlo, o earo 
Di mia infanzia compagno sventurato, 
Una vita di duol gih non agguaglia 
Quell' istante sublime che, la mia 
Mano stringendo a le tue labbra, appena 
Gesso la foga de' corsieri, io t'amo, 
Dicesti, io t'amo. Ah soffri ch'io rammenti 
Queste dolcezze, g\h le ho in mente scritte, 
Ma niun da me ne udJ parola. II libro 
Son di mia vita, e sol vi legge Iddio, 
II cui sguardo non teme... Odi di amore 
Meraviglioso eifetto ; a Timprovviso 
Spesso m'avvenne di sentir per tutta 
La persona un tremor, le vene e i polsi 
Battean piii forte, ed il color del viso 
Si dileguava, e non sapea ragione. 
Quando ecco tu mi ti facevi innante, 
N6 ti aspettava io gi4, n6 avea speranza 
Di quivi rinvenirti ; e pure il core, 
II cor ti presentiva. Ah tu sovente 
In quegP istanti ne la tua stringesti 
Questa mia mano, e sai come tremava. 



E da gli occhi inchinati, e dal vermiglio 
Onde vestiansi le tue gote, tutto 
L'amor tuo giubilando io raccoglioa, 
Infelice fanciuUa. 

E tu m'amasti, 
Assai m'amasti. Questo solo bene, 
Questo sol bene a me concosse il cielo 



— 363 - 

Pereh6 piu amaro poi sopra mi fosse 

II dolore che gik fiero incalzava 

Noi sprovveduti, noi con ten ti, noi 

Felici piu che non consente il fato 

A natura mortal. Profonda notte 

Al mattin sottentro ch' era si bello, 

Ne altro io m'ebbi clie una tomba e il mio 

Disperato dolor sempre presente ! 

Bimmi, Orellina, e a te nuUo conforto 
Fu del passato amor la rimembranza ? — 

Oh nulla, nulla : strazio invece, o orrendo 
Strazio mi fu. 

N6 piu giovotti il lungo 
Meditar su' volumi ove I'umana 
Scienza apprendi? 

La scienza umana 
A chi col cor dispera solamente 
Insegna disperar con la ragione. 
A cio solo giovommi. 

E tu vorresti 
Mai non avermi amato? a te piu lieta 
Saria corsa la vita, e la speranza 
E il gaudio da la cuna infin la tomba 
T'avrian sorriso affettuosi, oome 
A chi giovane muor la madre e '1 padre. 
E questo lungo meditar perenne 
Onde sconforto traggi, e il tuo disfiori 
Intellctto voglioso e '1 fragil corpo ; 
Perch6 da te lungi noi getti, come 
Inutil, vana e pur soma si grande? 
Percli^ taci, perchfe guardi confusa 
La terra, e perisi ? Forse, or te n'avvedi, 



— 364 — 

Ne Tonda del dolor che t'avvolgea 

Trovava Talma un sentimento arcano 

E sublime, e sentiasi ancor piu viva 

Sostenendo perenne tin'aspra guerra? 

Ma dtinque a che questo perpetiio schemo, 

chi Pordisce a noi ? chi questa eterna 

Vece di giole che la mente finge, 

Che promette la speme, e vieta il fato, 

E di mail presenti e non temuti, 

Che, come oppoHti mari esercitati 

Da opposti venti, affirontansi, e la breve 

Navicella de Tuom che sn vi corre 

Di qua di Ik balestrano, infin scenda 

Ne gli abissi del nulla ? A questo, a questo 

Dubbio rist6 la mia mente, e fu sorda 

E fu muta de gli uomini la scienza, 

Che scongiurando interrogai. 

La vostra 
Scienza 6 sol fra oscure nebbie, un'alta 
Nuvola posta di rincontro al sole 
Del primo vero. I suoi raggi di foco 
L' investono, V indorano, ma franco 
Sguardo si vuole a scemerli, e il dolore, 
poverella, il tuo sguardo falsava. 
Questa terra che voi nudre, e quest'aequa 
Che 1' ingbirlanda^ e questa pura e bella 
Luce che tutta la ricinge, un tempo 
Eran tra lor confuse, e 1' una a Taltra 
La nativa virtu tarpava. In lunga 
Guerra, cui il fato presiedeva, ognuna 
Si travaglio, rivendico le sue 
Doti, e libera surse. E salda venne 
La terra, e si covrl d'arbori e fiori, 



— 365 — 

D mare il fiotto contro al lido ruppe, 

E la luce nel ciel ritorno bell a. 

Ed il nascoso spirito che ognora 

A Tordine spigneale, trionfante, 

Invitto surse, e vi passeggia sopra 

Dominator sereno, infin ehe gli occhi 

Da la fattura sua non torca Iddio, 

E questa pera. Ma lo spirto vostro 

Ancor combat te con la polvc, e dura 

Guerra piu acerba, quanto piu sublime 

il la meta cui mira. £ guarda a un mondo 

Ideal che rispleade sovra questo 

Qual su la terra il sole, e dove intero 

Il concetto di Dio si fa palese. 

Dove Panime tutte raffinate 

Ne le lotte terrene, avranno vita 

Di liber t&, di luce, e dove eterno 

n riso seder^ su le beate 

Immortali tue labbra, o giovinetta. 

Oh tu non vedi che, se questa poca 

Riva terrena sol bastasse a Talto 

Fato deU' uom, non da Parbitrio vostro, 

Ma informate sarian Popere umane 

Da quella forza che ogni cosa spinge, 

Dove intellettual luce non brilli, 

Inconscia al tin che I'e proposto ? Voi 

Liberi siete, c si che niun v'offende 

Piu di colui che Jibert^ vi turba. 

Questo diritto, questa gloria vostra, 

Ed a ragion, chiamatc. Or veramente 

II mondo armato incontro a voi s'accampa 

E Popre vostre rompe : il i)cnsier solo 

Libero egli 6 ; n6 freno soffre : il mondo 



— 366 — 

Ove cgli viv^. c dimquc assai diverse 
Di questa poca riva ovc nasccste. 
Ch& ove nebbia di senso iioii offusehi 
De Palma il lame, questo mondo ognora 
Splende dinanzi a' vostri occhi. L\-imore 
Tu provasti, Orellina; e chi una volta 
Amo, nel petto la speranza accolse. 
In queirestasi danque de la speme, 
E tu tralucer non vedesti un senso 
D' infinite, di eterno ? O ver terrena 
Cosa a te parve la gentile arcana 
Voluttade del piangere? Che in terra 
Possa quetarsi credi tu l*ardente 
Vaghezza di saper ehe t'innamora? 
Se gik non pensi che a te sola il plan to 
E ad altri il riso riserbo natura. 
Vedi tu gioia? 

Gioia ! il mio dolore 
Men de I'altrui m'afiPanna. 

E creder puoi ' 
Che quell'eterno Amor che il sol di luce, 
Che fe' vago di stelle il firmamento, 
E a Tuom dono I'amore e la speranza; 
Che, mentre gira tanti monti, il verme 
Nudre de la conehiglia in grembo a I'onda^ 
Creder tu puoi che non potea, o non voile 
Felice far quest' uom, questo vivente 
Inno a la sua onnipotenza? Certo 
Senza mistero e senza alcun disegno 
D* infinito consiglio, e' non avviene 
Che in voi la polve tanto possa. A voi 
Creature di un giorno, a Voi difesa 
E I'armonia che i mondi per Petereo 



i 



- ce? - 

Vano giranti e V universe regge. 

Pur sovra il sense il pensier vostro sorge, 

E sicuro vi parla e vi ragiona 

Di quelle leggi, e, ahcor che non le seerna, 

Ne divina Tarcano. A cotal guisa 

Musica nota, che non sa de Taltre, 

N6 di s6 stessa, e del dolce diletto 

Che move, sol sa che risuona e passa. 

N6 vi 6 dato pero sciorre P arcane 

Mistero del dolor. Ma V universo, 

Le cose tutte quante hanno voce 

Che a portarlo v' incuora e vi con sola. 

Leva il guardo, Orellina, allor che spiega 

Stellata notte il velo, e guarda intorno 

Di che innumeri mondi ampio riluce 

H firmamento : numera, se puoi, 

Quelle tremole fiamme, e a quelle aggiugni 

L'altre che il vostro certo occhio non vede, 

Remote s) che per venirne a voi 

La luce velocissima ben molti 

Anni viaggiar dovria per gl' intentati 

Call! del iirmamento peregrina. 

Levati da la terra, alza lo sguardo, 

Trascendi il senso, e mira e abbraccia tanto 

Spazio e cotanti immensi mondi, a cui 

Picciola Stella il vostro sole appare. 

Poi su I'ale de' tempi a poco a poco 

Numera gli anni che passaro, e gli anni 

Che poi verranno, ed a' secoli aggiungi 

I secoli, ed allor che t'arde in mente 

De I'alta infinitudine 1' idea ; 

E tu rimira poi cotesta breve 

Invoglia che ti covre ; e a quell'ampiezza 



— 368 — 

A quelle moli agguagliala ; ed i giorni, 
I corti 61 del tuo vivere a quella 
Eterniti compara. Oh la tua vita 
Appariratti un pun to, una leve onda 
Su per lo mar de Pessere fuggente. 
E tu, nata a fruir del giorno eterno, 
Richiedi a Dio perch6 quest! moment i 
Di dolor ti destina? Osi dolerti 
Che grave troppo t'6 la spoglia frale 
Che sul mattin t'avvolse, o peritura 
Innanzl al vespro, e quando a te celeste 
Crisalide saran Pali cresciute? 
Alza lo sguardo, e mira : il ciel la terra 
Narran di Dio la gloria, e attestan Pal to 
Provvido senno che le voile paghe. 
Un solo grido di dolor s' innalza 
Da P universo, ed 6 P uomo che il manda, 
L'uomo davanti a' cui lumi risplende 
E raggia sempre il meglio e Parmonia 
Ed il vero ed il bello ! E nondimeno 
Sol lui dal suo fine supremo esclude 
Una possa che cieca lo travaglia, 
E fra il peggio ed il mal senza mai possa 
Lo balestra. Ma pur questo caduto 
L'opra 6 maggior de Palto Fabbro, a lui 
Eiserba il giorno eterno, a lui i fiammaiiti 
Mondi di luce, a lui goder di quella 
Soavit4, che una speranza arcana 
In terra vi promette. Erra chi crede 
Che il ciel cominci oltre la terra, il cielo 
Vi splende innanzi, e non si fugge a Palma 
Che vestita di corpo, il corpo sprezza, 
E loca quivi Pamor suo. Qual mai 



HP ^ 



- 369 — 

tempo o spAzio fu maggior che Pala 
Del pensier pronta non passasse? Un tempo 
Sar4 che cessi questa guerra dura 
Ch'esser perpetna e irrevocata vieta 
Giustizia e amor. Qaesta tua vaga spoglia, 
ChMo tanto amai, si discioir^ ; nel grembo 
Di Dio che g\k le sue braccia ti s ten do, 
Misurerai gli alti consigli, e allora 
Vedrai per qual misteriosa legge 
Qaal da la spina vien fuori la rosa, 
Arbore 6 il mal che dh. per frutto il bene. 
A portare il dolor, per ora basti 
A te pensar, che, se mai fosse in terra 
Felice 1' uom, non mirerebbe a V alta 
Sua patria a cui fu destinato, e dura, 
Importabil saria cosa la morte ; 
Ch'ei la virtu di vostre anime ajSina, 
E v' induce un gentil senso, una vaga 
Sublime aura di cielo... II viso tuo 
Par s'accenda, sarai se non beata 
Certo men trista ancor in questa poca 
Riva deserta, e bacerai la mano 
Ch'ora ti afPanna, per levarti un tempo 
Superba in cima a 1' uni verso. 

Carlo, 
Se questo lungo duol, che, come il turbo 
L'arida paglia, m' ha girato avvolto 
Senza mai requie, s* io creder potessi 
Che sua mercede divenuta a gli occhi 
Di Dio, a' tuoi fossi piu accetta, il fato 
Benedirei che ruppe Pamor nostro, 
N6 in vano sparse crederei cotante 
E lacrime e sospir'. 



- 370 — 

L'onda che corre 
Ha il mar che la ricetta, il peregrino 
Raggio secondo la sua stella, il vento 
L' immensity de I'aere ove si queta, 
L' incenso corre al ciel, la spenta foglia 
Che d'autunno dal suo ramo si leva, 
Torna a la terra, e ogni creata cosa 
Ha un punto indeclinabile prescritto 
Dov'ella va, dove continuo corre. 
Pensi solo il sospir ch'esce da Talma, 
Non abbia loco dove posi, e il voto 
Insensato I'accolga ? E' corre a Dio, 
A cui stilla non ^ di plan to ignota 
Che versa il giusto e Tinnocente. E voi, 
Voi lo sentite. Quando mai piu franca 
S'alza dal vostro labbro )a preghiera 
Se non dopo le lac rime? V'affida 
Quel dolor, vi sublima, e giova spesso 
A puri conservar, vivi ed eterni 
Gli umani aifetti, che si fan piii belli 
Al santo suo tocco divino. II nostro 
Amor che tu rammenti, estinto fora 
Da die la mia sposando a la tua sorte, 
Innanellata io ti traeva a Tara, 
E si stringean le mie labbra a la tua 
Candida fronte. Una speranza e amore, 
Che appagata si muor. S'ora tu piangi, 
Tu mi ami ancora, e nel continuo puro 
Olocausto del tuo gentile affetto, 
Certo tu trovi una verace gioia, 
Poi che tu piangi, e nondimen dicesti 
Che ti dorrebbe non avermi amato. 
Ah ! ma che resta in questo abisso, in questo 



— 371 — 

Nudo deserto ! E qual sarA conforto 
A lo spirto prostrato ed a V inferma 
Mente, che in tanta tencbria vacilla 
Incerta e cade? 

Due conforti immensi, 
Porre al ben far 1' ins^egno, e poi sperare. 
Quest! ricordi or io ti lascio, addio, 
Parto, Orelliiia, mia fanciuUa. 

* Parti ! 
N6 torni piu, mio Carlo? Io dun que resto 
Perpetuamente abbandonata, o caro 
Del mio pensier compagno ! E partir puol 
E lasciarmi cosi senza la spenie 
Di rivtderti piu? 

Ci rivedremo 
Ad altro aer piu bello. 

Ah m'odi, ancora 
Un breve istante; quando a me I'estrema 
Ora sar& suonata, e che lo spirto 
L' ignoto calle de 1' ignota vita 
Comincer^, deh vieni allor, deh vieni 
Guida amorosa ! Come dolce allora 
La morte apparirammi ! 

Addio. 

Ma senti... 
Carlo mio Carlo, anco un momento, ancora 
Una parola, e poi... 

Volea piu dire, 
Volea le braccia stendere, pregare, 
Piangere ancor ; ma, come del novello 
Sole un poco di raggio si fu messo 
Per gli spiragli del balcone, sola 
Ritrovossi, e tremo, disvenne e cadde. 



1 



~ 372 — 

Poi la sua vita parve piu serena, 

Piiti rassegnata parve ; entro a le negre 

Rilucenti pupille, era una pace, 

Una speranza nova. E quando a notte 

Ne la solinga cameretta Tore 

Meditando passava ove fu Torma 

De la celeste vision, vedea 

Di quando in quando splendere, e fuggire 

Yaghe scintille*, e udia si come un eco 

Di lontana melode, ed un profumo 

Divino il circostante aer mandava. 

E la sua man non fu mai vista chiusa 

Al poverello ; e male alcun non era 

Che, medica pietosa, ella non fosse' 

Presta a lenir come poteva. E quando 

Morte la giunse alfin, giovane ancora, 

Errava su le sue labbra gentili 

Un soave sorriso, ed indistinte 

Amorose parole, che rivolte 

Pareano a qualche arcano angelo, solo 

A' moribondi lumi manifesto. 



— 373 — 



GHERARDO DE' RINIERI 



I. 



Lunghesso il lido dove la tirrena 
Onda la spiaggia calabra famosa 
A baciar viene, come amor la mena, 

E una picciola terra, la qual posa 
A mezzo una montagna, che con I' ime 
Falde, leve scendendo, al mar si sposa. 

Qninci da presso miransi le cime 
Degli appennini monti alto levarsi, 
Qaai bruUe e nnde^ quai di paschi opime. 

4^1tre di nebbia incoronate starsi, 
Altre miri di contro a la cilestra 
Volta, pure e serene dfsegnarsi. 

Or di pini e di faggi la silvestra 
Falda s' adombra, ed or s' adorna solo 
D^alcuna rara felce o di ginestra : 



1 



— 374 — 

Di sopra a cui si libra ognora a volo 
Qualche r apace augel, che poi giulivo 
Piomba, stridendo, su la preda al suolo. 

E pur talvolta il pacifico ulivo 
La sua geutil verdezza al gelo immota 
Giugne a V orror del loco tristo e schivo ; 

Come talor da sua stanza remota, 
Al suon del turbo che le mura fiede, 
Giugne una vergin la sua dolce nota. 

Chi alquanto fuor di quell a terra il piede 
Porta, ritrova una fiorita valle, 
Dove tacitaraente un ermo siede ; 

Che al mar la fronte, ed ha volte le spalle 
A la montagna: e lungo 1' odorato, 
Che quivi mena, tortuoso calle, 

Un marmo sorge, dove immaginato 
E un veglio venerabile a I'aspetto, 
Col cappuccio in su '1 capo arrovesciato. 

Lunga gli scende la barba su '1 petto, 
E par che, come segno ognor gradito, 
L'eremo guardi con paterno aflFetto. 

Eitrae quel marmo un grande, ch* ebbe^ unito 
Quante son le virtuti in una sola, 
Ch' ei predicando ando di lito in lito. 

Carit^ fu V altissima parola 
Che dal labbro pioveagli, e 1' ovre sante 
Ben fur di carit^ sublime scola : 



— 375 — 

Come allora che innanzi a re Ferrante (') 
Ruppe r obolo ofFerto, onde colava, 
Per mirabil virtili, sangue stillante ; 

E ch' egli alto al superbo annunzi'ava, 
Al superbo che n' ebbe irti i capelli, 
E per novo terror tutto tremava, 

Di vecjove diserte e poverelli 
Quello esser sangue, che su lui chiedea 
Di Die r alto giudicio ed i flagelli! 



(') Qaanrlo fa pabblicata la prima volt a que^ta novolla, 
sotto la censura preventiva, il revisore, ch'era un degno Gano- 
nico del Duomo, si trovo, a qaesto verso, ia nn. bell' impaccio. 
Da ana parte gli pareva di non poter negare il prodlgio, scritto 
e proclamato nelle biografie del Santo , e dall'altra gli sembrava 
mancar di rispetto a Ferrante d'Aragona, che era in ogni modo 
un re nnto e coronato. Miracolo si e grande, ma an tantino ri- 
voluzionario. II bnon Canonico si raccomando all'aatore : vedes- 
se di spnntare nna delle dae punte del dilemma che lo stringe- 
vano con gna non pooa noia. E questi, volendo che il libriccino 
pur vedesse la luce, trovo il mezzo termine di dire il fat to e non 
nominare Ferrante, onde il verso fa : 

« Si come allor che d'an temato innante > 

Congratalamenti, ringraziamenti del bnon Canonico, che 
sapeva benissimo ohe se egli avea facolta di rivedere, ci era pure 
chi rivedeva e censurava lui. 

Ora Don vi ^ censara preventiva, e sta bene. Ma il pubblico, 
e segnatamente i padri di famiglia, i maestri, le maestre, tutti 
gli npmini serii in morale, in letteratura, non dovrebbero fare nn 
po' di censura posteriore almeno ai libri immorali, atei, a tutte 
quelle opere di arte che corrompono i costumi, 11 gusto e le tra- 
dizioni del Galateo sociale e letterario ? Pare che si ed ^ certo 
che s i far&, ma 6 necessario che la malattia faccia il suo corso, 
prima che vanga la orisi saUitare. 



W') 



\^ 



— 376 — 

E quando ampi paesi percorrea, 
ome 11 portava di ben far vaghezza, 
In che tutta Peccelsa anima avea ; 

Con la virtu che spetra ogni durezza, 
Carit^ ripetea, n^ mai fu lingua 
A generar piu meravlglie awezza. 

Onde per ogni gente ed ogni lingua 
Di Francesco e di Paola, ov' egli nacque^ 
N'and6 tal fama che non fia s'estingua. 

E tanto della sua patria si piacque, 
Che assai che 1' amor suo pegni lascioUe 
Quando al ciel void V alma, e *1 corpo giacque. 

E tu qui vedi, ov' ei pregando voile, (}) 
Limpida d' acqua uscir vena feconda, 
Ed impinguar ]e pria sterili zolle. 



(') S. Francesco di Paola 6 an ganto civile, vale a dire di 
quelli che la cliiesa ha posto sugli altari e lo stato dovrebbe scri- 
vere fra gli uomini illastri benefattori deli'umanita. Maraviglia 
i pensare come nn povero ed oscuro fraticello, vivente in fondo 
della Calabria, senza lettere, senza parentadi, senza forza^ riu- 
scisse a fondare an ordine rigorosissimo, e molti monasteri, oentro 
in qael tempo di civilt& e dottrina. £ poohi saprebbero credere 
come la sua fama giangesse fino a Loigi XI di Franoia che lo 
voile a Parigi, se sotto ognano di qaei miraooli dispatabili ohe 
gli si attribaiscono, non si vedesse on'opera amanitaria e bene- 
fica natarale e non disputabile. Ov^egli piantava on sno baste- 
ne, dlcesi, zampillaya Tacqaa. Fatto 6 che le campagne ciroo- 
stanti a' laoghi ov'egli ergeva monasteri, erano ben ooltivate ed 
inaffiate da acque, che saranno venate su per miracoli soprannatu- 
rail, ma che per altro egli con pradenza umana faceva condarre 
a belli e baoni aqaedotti, fabbricati con tatte le regole e eh* 



^..^ 



— 377 — 

Arbori U di frutto eterno e fronda, 
E'il bordone si venera e il mantello, 
Su cui tutta del mar valic6 I'onda. 

E infin, d' ogni altro piCi solenne e bello, 
Le edifico su prossima coUina 
Questo di penitenti umile ostello. 

Dove, co' piedi a V orme sue, caminioa 
Ampia famiglia, e, come pud, a la luce 
Di cotanto alto esempio s' arrubina. 



ancor fanno il loro ufficio. Due fratelli dividendosi un oampo, 
dispntavaxM) a ohi dovesse appartenere un albero, e pogto mano 
alle coltella erano snl panto dl venire al sang^ue. S. Franoesoo 
aocoraa, e col suo bastone, divise I'albero in due, e ne spinge le 
due met^ ciascnna in una delle parti del campo. Si puo non cre- 
dere a questO; ma ^ di sicuro che mise pace fra quel sdeg^osi, 
molto verissimili, ed impedi che si trucidassero a vicenda, forse 
oon persuaderli ad atterrare I'albero e dividersene il tronco. II 
che non gar& stato un prodigio, ma in ogni caso un'opera.buona 
cbe poi parve prodigiosa. 

Del resto in fatto di fede, e di fede non qucierens intellectum 
di S. Anselmo, ma di uua fede molto pii!t umile e rlmessa, l'et& 
nostra, per incredibile che possa sembrare, ne ha molta. Le si 
conceda di dirsi che k giunta al vertice, e rimane volentieri a 
znezza strada, e si rassegna a non snpere piii che tanto. Fur che 
si ammetta, per modo di dire, che cellule, fluidi, nervi, cervello, 
fosforo che si tendono, svolgono, e combinano, possono creare, 
fmttificare la coscienza ed il pensiero ; del come ci6 avvenga 
alcnni vi diranno di saperlo, altri che ne sono in dubbio, e molti 
ancora che non lo sanno. Quale poi sia il movente ed il fine di 
tutto questo lavorio che comincia da' succhi gastrici e termina 
all* Divina Comedia, nessuno lo sa, ncESuno i»e ceroa, e pur 
tntti han fede. 

24 



L 



378 



Da la parte ove primo il di riluce, 
La queta chiostra ha un aspro bosco e folto, 
CJui riga fiumicel, che al mare adduce 

Su le povere linfe un vario e molto 
Stuolo di frondi, che stagione o vento 
Da' vedovati rami abbia disciolto. 

Di quivi trarre il veglio avea talento 
Spesso, e dopo le diurne opre, al poco 
Lume di stelle, era a pregarvi in ten to. 

E la fama dicea ch' egli in quel loco, 
Per fede e carit^ vedea tai cose, 
Quail a vedere il lume nostro 6 fioco. 

Onde di quel ricetto alta si pose 
In cor d* ognuno reverenza, ed era, 
Come si fa de le sublime cose, 

Con quella f6 ch' ogni prodigio avvera, 
Tenuto santo : tale esso spandea 
Armonia di quiete e di preghiera. 

Era tempo che il sol di molto avea 
Varcato in mezzo degli eterei calli, 
Che le rote di fiamma al mar volgea, 

E i vapor che s' alzavan da le valli 
Gia colorando con la luce ignita 
Del color de le rose e de' coralli ; 

Quando improvviso innanzi a V eremita 
Appresentossi un cavaliere armato, 
Non ancor giunto al mezzo de la vita. 



— 379 — 

Da ben lungo cammino affaticato 
Pareva ; e, come prima il santo scorse, 
A pi6 gli cadde inginocchion prostrate. 

E la man ch' amorevole ei gli porse 
A su levarlo, V una e V altra volta 
Prima bacio, che in piedi al fin risorse. 

Levo le luci lacrimose, e sciolta 
La tremola parola : Ah tu, per Dio, 
Padre, gli disse, in carit^ m' ascolta. 

M' ascolta tu, nel qual tan to fido io, 
Che spero da te sol triegua a V edace 
Guerra che chiudo qui nel petto mio. 

Ed il veglio amorevole : Se pace 
Brami, chiedila a Dio, che su i piii frali 
Petti disccnder piti spesso si piace. 

E penitenza sai che le mortali 
Macchie de 1' alma monda, e sai che ognora 
Al giudicio divin rompe gli strali. 

E quegli : padre, il duol ch' entro m' accora 
Certo h pentir de* miei falli ; ma il fa to 
Che mi trasse a peccar piu mi martora. 

Io che un' alma ebbi in sorte, che abbracciato 
Avrebbe quanto 1' uni verso gira. 
In un voto d' amore interminato, 

Io dal sangue abborente, e da la dira 
Discordia, a mal mio grado, da gli ardenti 
Voti d'amor fui spinto al sangue e a 1' ira : 
E come avvenne udrai, se udir consenti. 



380 — 



II 



Dette queste ed altre umili parole, 
n novello arrivato si tacea, 
Qnal chi s'appresta a sermon lungo suole. 

Ed il frate benigno V adducea 
A an' atnpia pietra, d'ellera gremita, 
Di seggio in forma, e presso gli sedea, 

Aspettando che il dnol da cni impedita 
Parea sua voce, rimettesse al fine, 
Con quel silenzio che a parlare invita. 

E quegli incomincid : Di quai rovine 
Fu la sfrenata ambizion cagione, 
E le misere gare eittadine, 

Padre, tu sai, e sai ch' ora a tenzone 
Venner due stranii regi e de 1' av verse, 
Ire malnate ^ nostra terra agone. 

Questo fra noi le piaghe antiche aperse, 
Ch6 col Heguire o V una o V altra parte, 
II proprio maltalento ognun coverse. 

E in questo i loro accorgimenti e V arte 
Usata intanto opravan gli stranieri, 
Bramando entrambi nostre posse sparte. 

Gherardo fa il mio nome, e de^ Binieri 
La mia famiglia fu, che a Spagna unita 
Erasi, e vi ponea braccia e pensieri. 



— 381 — 

Me poco luiige di potenza a vita 
Quella, forte non men degli Adelardi, 
S* era per Francia e contro noi chiarita. 

E qiiando la vittoria a gli stendardi 
Si di Gonsalvo arrise, che mal fido 
Parve per gloria di Fernando a' guardi ; 

Come eroi com.battendo Alfredo e Guido 
Di questa gente, tra le franche squadre 
Morir, levando per la Francia il grido. 

Onde rimase a lor diserto padre, 
Ad Ugo, solo una fanciulla bionda 
Figlia d* Alfredo, ed orba gik di madre. 

Or pensa tu qnanto nel veglio abbonda 
Amor per questa erede unica, e quello 
Come e in qual guisa V orfana seconda. 

A la custodia del paterno ostello 
Me giovinetto avean solo lasciato 
E I'uno e r altro mio maggior fratello. 

Essi in campo pugnavano, c soldato 
Avean vassalli e servi, e '1 lor valore 
Da Gonsalvo e da tutti era lodato. 

Or dei saper come mi vinse amore 
Di costei, per la qual tutt' altro affetto 
Creduto avrei poter accorre in core. 

Avvenne un di, cb' io m' inoltrai, soletto 
Cacciando, e, ignaro del confin, le piante 
Nel terren d' Ugo misi, e tosto strctto 



Fui per sua g'ente a coniparirgli avante. 
Ma il veglio, in cui V etade e la sventura 
L' ira avea domo e 1' aninio arrogante, 

A onore anzi m* accoglie, e m' assiciira : 
£ cosi bevvi la prima dolcezza 
Di mirar quella diva creatura. 

Saliva 11 limitar di giovinezza 
Appena, e in fronte e intorno le ridea 
Una soavitit di gentilezza. 

Tacita appresso a 1' avolo sedea, 
£ dagli umani detti IMspirata 
Faecia, a guardarmi, di rossor tingea. 

Come n' ebbi d' allor Talma piagata, 
L' alma che nacque ad una vita nova 
D' estasi, di speranze, e popolaca 

Di desiri e di sogni, in cui le giova 
Immergersi cosl che non 6 cosa 
Piu cara in fino allor che piu la mova ; 

£ come io feci a aprirle T amorosa 
Anima, e con qual gioia immensa e pura, 
In lei scoversi eguale fiamma ascosa ; 

Saria a ridirla lunga storia, e dura 
In questo punto a me, cui fra sue braccia 
Or tiene il disinganno e la sventura. 

Ci amammo in fine ; se bene non taccia 
De Tantico livor de gli avi fiero 
In me il sospetto, e ad or ad or m' agghiaccia. 



r^-- 



— 383 — 

N^ pero tacqui a la fanciulla il vero, 
Ne' segreti colloqui, che permette 
Una sua fida ancella e T aer nero. 

Ma ginra ella piangendo e mi promette 
Di far che V avo assenta ; onde il voglioso 
Mio core a la speranza ancor cedette. 

N6 molto tempo gik restai dubbioso, 
Anzi parea che il ciel mi favorisse 
£iu quanto sperar io stesso era oso. 

Un servo venne un giomo, ed, Ugo, disse, 
Ugo ti chiede e prega in cortesia 
Che tu a lui venga, prima ch'ei morisse. 

E lacrimoso di narrar seguia 
Come il prode guerrier, cedendo a morte, 
Era al confin de la terrena via. 

Corsi al castello dubitando forte, 
Trovai donna e donzelli lagrimando, 
E mesti i servi in su le meste porte. 

E la faccia del veglio venerando 
Di pallor tinta vidi, e come greve, 
Affannoso veniva respirando. 

E secondo che spira, piu di neve 
Bianca la barba, che gli scende al petto, 
Or slnnalza or s'abbassa leve leve. 

Caduta inginocchioni appresso al letto 
La nipote gen til con sovrumano, 
Con disperato un impeto d'affetto, 



— 384 — 

Strfngea del vecchio la tremola mano 
A le labbra sue smorte, e la baciava 
Piangendo si ch'ogni conforto 6 vano. 

Or pensa se 11 mio cor si straziava; 
Ma 11 veglio sollev6 la moribonda 
Fronte, e rivolto in verso me parlava : 

Gherardo, ecco chMo gik misera frcnda 
Torno a la terra, dal mio ramo, il sole 
Poi che mi venne meno e Panra e I'onda. 

£ le mie case stan diserte e sole, 
N^ conforta Porecchio del morente 
Veglio la voce de la dolce prole. 

Per6 tu gnarda, apprendi, e etemamente 
Maledici le cieche ire fraterne 
Che fan la patria tna grama e dolente: 

E panrose a me fan le sapeme 
Vie per le quai si giugne innanzi a Lni 
Che tut to pesa e giudica e disceme. 

Avversi sempre e fieri i maggior tui, 
giovinetto, io m*ebbi, e sempre infesto 
Incontro a loro, ed io meno non fui. 

Ma ora ch'a Io sgaardo manifesto 
M'^ il mio peccato, e il vostro mutuo amore, 
(E accenno la donzella) io voglio questo, 

Questo del mio deserto unico fiore, - 
Lasciar fra le tae mani, e vo' che sia 
Esso suggel che spcnga ogni rancore. 



— 385 — 

Cosi dicendo, surse un po*, la mia 
Mano a la mano trepida congiunse 
De la donzella, e tosto impallidia 

Piu forte, in guisa, de I'affetto il punse 
La plena ! e a la nipote : henedetta..., 
A dire incomincio, ma a dir noii giunse. 

lo vo^ parlar, ma non mi viene detta 
Una parola, tanto mi martella 
J>entro piet4, che mi ha la gola stretta. 

Quanto io lo piansi e quanto I'orfanella, 
Meglio pensar tu puoi, padre pietoso, 
Che dir potrebbe mai la mia favella, 

Su I'amor nostro pria lie to e gioioso, 
Un velo di mestizia indi si pinse, 
Che 11 facea piii gentile e piu pensoso. 

Ella tanto il dolor I'alma le vinse, 
Che di an anno, con sue nozze, la mia 
Felicitade ad indugiar mi strinse. 

Una a me suora taciturna e pia, 
Le adduco ne le mura desolate, 
Che abbandonar non vuol de Tanno pria. 

Ed io mi parto, a guardia, lor lasciate 
Genti mie fide, e vado a' miei fratelli 
Era le squadre dal gran duce guidate. 

Con gran festa ed amor mi aceolgon quelli, 
E al duce m'appresentano, e lor moito 
Di mia ventura 6 forza ch'io favelli. 



- 336 — 

Ma come vider che, Pingegno volto 
A pace, io detestava e guerra ed armi, 
Ne riser prima, e poi : codardo e stolto 

Cominciar essi, e lor soci, a chiamarmi. 
OndMo voglio, si forte mi sdegnai, 
Di lor non meno in guerra addimostrarmi. 

Qnesta fu prima origine de' guai ; 
Ch'io non dovea da la mia sposa amata 
Per cosa al mondo dipartirmi mai ! 

A questo pun to la faccia adombrata 
Fra le palme chino, tacque un momento, 
Qual se la leua gli fosse mancata. 

£ Teremita ad ascoltarlo intento 
Stava, quasi del duol che lo martora 
Pi^i di quel che dicea, leggesse drento. 

£ giunta era frattanto la mesta ora 
Che il gioruo se n'andava, e qualche Stella 
L'etra di gik col vivo lume indora. 

Venendo scura, divenia men bella 
La terra intorno, e su le spiagge algose 
Pill risonante il mare urta e flagella. 

Tutte quante si stan mute le cose, 
Come se giunte a la temuta, estrema 
Sera, piangano il sol che si naseose. 

A la tranquilla region suprema 
D'onde Talma piovea luce leggera 
Su la marina che s'aceende e tr<'.ma ; 




— 3S7 — 

Giunte le palme in atto di preghicra, 
Levate avea le luci I'ereinita, 
SI come quegli fa che prega e spera y 

£ s'alza a Dio da la terrena vita. 

III. 

Poi I'altro seguito : Pur finalmente 
Ebbe termin la guerr^, al Garigliano 
Poi che fu rotta la francesca gente ; 

Che avea rimesso da I'orgoglio insano 
Gi4 fin d'allor che i Tredici a Quarato 
Lasciar' sconfitti il sanguinoso piano : 

E provsr' come sempre I'oltraggiato 
Italo onore al brando italo torni 
La possa da cui fu Torbe domato. 

Finita era la guerra, e in pochi giorni 
Del nostro sangue a prezzo, ahi dura sorte ! 
Di lauro trionfal lieti ed adorni, 

GPiberici vessilli da ogni forte 
Loco sain tan I'aere, e godiam not, 
Stolti ch^ ogni orma di straniero fe morte. 

E pur frattanto i lunghi giorni suoi 
L'anno promesso ad indugiar, finia, 
E pensar ben com'io I'aspetti puoi. 

Onde inverso il castello per la via 
Che Taffetto e '1 pensier gik percorrea, 
Tut to securo in mio segreto gia. 



1 



- 388 — 

Moriva il giorno, piu lunga scendea 
L'ombra da' monti, e cupamente mesta 
Notte gik le sue foBche ali spandea. 

Parte di ciel chiudeva una funesta 
Nube, e scendendo, come pria toccava 
De le montagne la pii altera cresta, 

Rapidissima in giu precipitava, 
E pria d'esse le spalle, e poscia in breve 
L*ime falde e il pian tutto occupava. 

Fatto era I'aer caloroso e greve ; 
Bugghiar da lunge il tuon s'udia, e il vehto 
Cacciando in alto la polvere leve, 

Di qak di \k scorreva in un momento : 
E al suo passar le chiome ad una ad una 
Chinavano le quercie e fean lamento. 

Luce di stella per lo ciel nessuna ; 
E volta innanzi tempo a Poccidente, 
La tern pes ta a fuggir, parea la luna. 

A questo orror non io poneva mente, 
lo vapito ed assorto in un pensiero, 
Che tutto intorno mi pingea ridente. 

Le briglie abbandonando al mio destriero, 
A lui la scelta, a lui fidai la cura 
Di ritrovar fra quell 'ombre il sentiero. 

Quando mi fiede su per I'aria oscura, 
E dove sembra piu selvaggio il loco, 
Rumor di colpi e un grido di paura. 



-- 389 — 

Spingo il cavallo incontanente, e al fioco 
Lame, discemo appena un che da due 
Si difendea, cedendo a poco a poco. 

Ed immobil disteso un po* piu giue, 
Giaceva un altro, che per fermo, morto 
Da' primi colpi da me uditi fue. 

Com'ebbi questo dubbiamente scorto, 
Traggo la spada, e corro, e i due feroci 
Assalitori investo, e gli sconforto 

Si con Taspetto, e co* colpi, e le voci, 
Che da Toffese cessano, ed al trove 
Esterrefatti faggono veloci. 

Ben I' altro dietro a lor subito move, 
Alto furiando, siccome 11 portava 
L'ira accesa che tutto lo commuove: 

Ma 11 buio e '1 bosco i passi gli intricava; 
Si che in brev'ora al loco dov'io era, 
E con la spada in man rotta, tornava. 

Chiunque sii, cortese, a te mia vera 
Gratitudin consacro, ch6 scampato 
lo son per te da ignobil morte e fera ; 

Mi disse, e poi la man m'ebbe pigliato, 
E la stringe cosi, che aperto rende 
Tutto in quel modo I'animo suo grato, 

Si come io voglio, ed e* le groppe ascende 
Del mio cavallo, e in tanto a grand! e rari 
Sprazzi la piova trattenuta scende. 




— 390 — 

II mio cavallo, traendo per le nari 
Piu aperte il fiato, par, che cerchi anch 'esso 
Un loco che da quella ne ripari. 

Noi gnardavam cercando, e ove piu spesso 
Sorgeva il bosco, una Ion tana luce 
Scovrimrao, e poi disparve, e poi lunghenso 

II guazzoso sentier che ne conduce, 
La rivedemmo piu vicina e ignita, 
Come Stella che altrui per notte 6 duce. 

Un solitario Ik vivea sua vita, 
Guardando, e avendo in cura una chicsetta, 
Divotamente tacita e romita, 

Ch'era sacra a la Vergin benedetta, 
E che, pero che in quel loco era posta, 
La Madonna venia de i boschi detta. 

Quivi dal camminar faceramo sosta, 
L'eremita n'accoglie, e al focolare 
Ch'arde vicino, qualche cibo accosta. 

Allor Testraneo cavalier narrare 
Incomineio siccome a tradimento 
S'era veduto ad un tratto assaltare 

Da tre ladroni, ch*ebber prima spento 
II buon cavallo, e a lui ch'uno ne uccise, 
Gik vano era il valore e I'ardimento, 

Quando fortuna inopinata arrise, 
Poi ch'io sorvenni a trarlo di periglio, 
E seguito, del Conte di Molise 



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— 391 — 

A dir siccome egli era Obizzo il figlio, 
Che per Francia la sua spada, e del padre 
Militate, avea Tarte ed il consiglio. 

Ed or tornava da le vint*i squadre 
Chiamato in fretta a le paterne soglie, 
A cose piu gioconde e piii leggiadre. 

Ch6 per lu: presta ha una gentile moglie, 
Con dote isfolgorata, il genitore, 
E vuol che tosto rendasi a sue voglie. 



cavalier, diss'io lungo livore 
Ha diviso la mia da tua famiglia 
lo de' Einieri son fratel minore. 



Ma, se vecchio livor non ti consiglia 
Piu che nostra amist^ test^ formata, 
E di fortuna non prevista figlia, 

Non io mi tiro indietro, e la donata 
Man che stringesti, d' amieizia pegno, 
A ristringer la tua sempre 6 parata. 

Ed io, rispose, de la vita indegno 
Ohe mi salvasti fora, se obliassi, 
Anche un momento, che da te la tegno. 

Ogni iniquo e ogni vecchio sdegno passi, 
Poi che a coprir d' amore un' ovra Iddio 
Ti spinse inconscio a seguitar miei passi. 

Che importa a noi se tu per Spagna, ed io 
Per Francia ho combattuto ? in te un fratello, 
Un sal va tore, un italo vegg' io. 



- 392 — 

Oh si, r abitator de 1' ermo ostello, 
Riprese oh si v' amate : che altro a nui, 
Fuori che un mutuo amor, fa ilmondobello? 

Amatevi, e giuratelo a Colui. 
E noi guardando ov' egli ne accennava, 
Scovrimmo uu Cristo, e restammo ambedui 

Cosi che fiso V un V altro guatava. 
Sentendo ognun I'altis^ima dottrina 
Che nuovamente a noi Dio comandava ; 

E ci giurammo amor . . . ma repentina 
AUago la celletta in quell' istante 
Una vampa di luce porporina: 

In cui io vidi, o parvemi, il sembiante 
Del Dio, che nel morir parlo perdono, 
Quasi composto a sdegno e sfavillante. 

E la folgor cadendo con gran tuono, 
Sul tempietto vicin percosse in loco 
Lit dove 11 sacro bronzo era, ed un suono 

Ne trasse come doloroso e roco, 
Un suon che poscia lamentosamente 
Si dilegu6 per I'aere a poco a poco: 

Mentre ognor piu s' udia cupo il torrente 

Ne la valle mugghiare, ed a distesa 
Biversarsi la piova alta e stridente. 

L' alma d' ognuno ne fu tocca e offesa ; 
Ma piu non vi badammo, e in ragionari 
Dolci la mente in breve volta e intesa, 



T^ 



— 393 — 

Passavam V ore : ed io dissi che al pari 
A mie nozze n' andaVa, e tutta intera 
Narrai la storia de'miei casi rari. 

£ promette ciascun che la mogliera 
Avria condotta a V altra, onde fra quelle 
Fosse uguale amistd che fra noi s' era, 

E dir loro i perigli e le procelle 
Di quella notte, e per qual fiero evento, 
S' eran fatte le nostre alme sorelle : 

Anzi condurle proprio ove il cimento 
Co' malandrini egli ebbe, e al loco ov*ora 
Ricoverati n' eravamo a stento. 

Alfine, ei disse, un dubbio 6 che m' accora 
Di cui tu sciolto sei, che la mia sposa 
Di vista e m' 6 di nome ignota ancora. 

Chi sa se fia cosi buona e vezzosa 
Qual' io la penso ! . . . E su le affaticate 
Membra frattanto il sonno scende e posa. 

Ma come le tenfebre ebbe fugate 
II novo sol, sorgemmo, e con anelo 
Desio, I'ereme mura abbandonate, 

Dal chiuso uscimmo a rivedere il cielo, 
II ciel che sgombro di notturni orrori 
Era, e nessun ne 1' orizzonte velo. 

Rinnovellati arbori e prati e fiori 
Di piu vivi color pareano, ed era 
Per tutto un senso di selvaggi odori. 

96 



— 394 — 

Dal bagnito terren come leggera 
Nuvola bianca s'alza in qualche parte 
U vapor che ritorna a la sua spera. 

E tra le frondi ancora umlde, sparte 
Dal nembo, gll uccelletti al novo raggio, 
Opera van content! ogni lor arte. 

Si ripigliammo noi nostro vlaggio 
Securamente, come ohi si appresta 
A goder dolce dopo lungo oltraggio. 

E godevam di quel eenso di festa 
D'inSnito, di riso, onde disciolta 
Natura dal timor, sembra si vesta. 

Poi che iterata 1' una e P altra volta 
Fu con Obizzo la giurata fede 
Ci accommiatammo, e ognun prese sua volta. 

Non al mio tetto io gik rivolsi il piede, 
Ma cercai nel castel de gli Adelardi 
Quella a cui sempre il mio pensiero riede. 

Infin giungo, e si mostra esso a' miei sguardi^ 
Ma muto e silenzioso, e si mi pare 
Che a disccrnermi troppo orraai si tardi. 

Giungo, ed io provo... ma chi puo narrare 
Quel ch'io provai, allor che, a tarde piante, 
Innanzi a me solo un mio servo appare ; 

II qual mi dice afflitto e lagrimante 
Come colei, la mia Giulia adorata, 
Invan col^ P avrei cerca piii avante ? 



- 396 — 

Poi che la mia ventura inaspettata 
II Conte di Molise mal sofPrendo, 
Di \h per forza avea quella levata. 

E menato di mie genti un orrendo 
Strazio, e la mia sorella dal periglio 
Era caoipata, a gran pen a, fuggeudo. 

E come il Conte avea fatto consiglio 
Di sposar V innocente a me rapita 
A Obizzo, iin sue diletto unico figiio : 

Poi che mentre essa tenerella, e in vita 
Era ancora il suo padre, avean fra loro, 
Dicea, gik Talleanza stabilita. 

Che romper non potea con tal disdoro 
Di sfe, de la sua parte, d'un cadente 
Vecchio fl capriccio, o cupidigia d' oro 



D' un giovinetto di vulgare gente, 
Simili a cui contava egli ben mille 
Fra la plebe al suo cenno obbediente. 



lo restai freddo, immote le pupille, 
E sentia sol di gelido sudore 
Rigarmi 1' una e I'altra gota stille. 

Fin che vinccndo gelosia e furore 
Prorupper dal mio petto, qual di grembo 
De la materna negra nube fuore, 

Fra la terra ed il ciel, prorompe il iiembo. 



, TV 



— adfi — 



IV. 



E a lo stanco caval ritorno, e quello 
A furia caccio per la via che mena 
De Tabborrito e reo Conte al castello. 

N6 dal mio pazzo delirar m* affrena 
Di quel fido la voce, od il pensiero 
De' miei, che di me vivono in ^an pena. 

Tutta la notte e poi quasi 1' intero 
Giorno vegnente, ognor con voglie pronte, 
Tengo e divoro il piu breve sentiero. 

Siede il castello a cavalier a un monte, 
Tutto di brune torricelle adorno, 
E il varco v'apre un sol ferrate ponte. 

Di \h. il crudo signor scovria d' intorno 
La suggetta campagna oppressa e doma, 
Che pur gi& vide assai piu chiaro giorno. 

Ch6 terra de' Sanniti ancor si noma, 
DiSanniti da cui torno respinta, 
Insanguiuata Taquila di Boma. 

E ancor de Toste fra i lor lacci avvinta, 
E di Erennio ti parla, e de 1' altera 
Vendetta onde fu in fin battuta e vinta. 

Come far puoi ragione, altra e piu fiera 
Istoria allora io rivolgeva in mente, 
E piu nuova sciagura in petto m*era. 



— 397 — 

Fermaimi ; e feci a Obizzo primamento 
Ohe ignoto un cavalier di Ini chiedeva 
Significar per un de la sua gente. 

A pi6 del monte intanto io rimanea 
Fermo di torgli la donata vita, 
S'orma di tradimento in lui scorgea. 

Intanto gnardo, e sovra la tnrrita 
Bocca, ri volte al di che vien mancando, 
Una donzella veggo a un'altra unita. 

E bramose, parea che a quando a quando 
Per la campagna intorno un qualche effetto 
Arcano le spingesse ad ir guardando. 

Del manco braccio 11 sen de Taltra stretto, 
L* una mi par che inchine 11 vago mento 
De I'altra su I'amico e fido petto. 

E indietro insieme innamorato 11 vento 

I veil spinge, e par che prenda gioco 
De le anella di lor fronti ornaraento. 

Io la conobbi, era ella una, e di foco 
Tutto m'accesi, e ad un pun to gelai, 
E venne il lunie de la vita fioco. 

Eld il viso e le due palnie drizzai 
A quella parte, e : Giulia, o vita mia, 
Dunque a me tolta in ver fosti ? sclamai. 

Ma invano ! e solo intanto mi lambia 

II cavallo la man, si come fosse 
Oonscio del duol che dcntro mi feria. 




— B98 — 

Quando improvviso tutto si riscosse, 
Ed a me giunse il suon de le ferrate 
Onne d'altro destrier verso noi mosse. 

Mi vede Obizzo, e tosto d*umiltate 
Vela la fronte ed 1 sembianti snoi, 
£d a me le parole incominciate 

Troncando, disse : Quel che dir mi vuoi, 
Gherardo, intendo; taci, a che dir cosa 
Che dir siccome ed io sen to non puoi? 

Ma ascolta : sal che in cerca di una sposa 
Io qui venia, ma non pensava almeno 
Disperata trovarla e lacrimosa, 

. Perch^ rapita ad altri, ed ancor meno 
Ch' ella fosse di te, che I'ami tanto, 
Di te, felice, riamato appieno. 

Or io ti giuro, per Chi solo e santo, 
Che il saper questo a me d'ira cagione 
Ed ^ stata cagione ancor di pianto. 

Ben sei crudel se pen si qual tenzone 
In me Tamor ch'io t'ho grande, da un late, 
E sua bellezza senza paragone 

Da I'altro, e di mio padre Tostinato 
Cenno che mia la vuole, hanno in me acceso, 
E non ti duoli del mio tristo fato. 

Ma non per ch' io ti sia danno, difeso 
M'hai tu la vita, anzi se fai tu meco 
A fidanza, vedrai come ti ho offeso. 



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— 399 ^ 

Obizzo, io dissi, un disperato e cieco 
Del lume de la raente in me tu vedi, 
In me che in cor quant' e 1' inferno reco. 

Salvami dal furore, e poi mi chiedi 
Quante vite tu vuoi; rendi la luce 
A gli occhi miei, ed io saro a* tuoi piedi. 

Rendila, e tosto, o quel che qui m' adduce 
Disperato dolor, se cavaliero 
Sei, se di onore in te senso riluce, 

Appaga, e Impugna Parme, ch^ il pensiero 
Di un rival vivo, mentre io ancor mi doglio, 
M'6 tal tormento ch'6 il morir men fiero. 

De V obbligo che m'hai, tutto ti scioglio. 
Ma non pensar pero che di noi due 
Non fia che V un resti di vita spoglio. 

Rimetti un poco da le furie tue, 
Rispose ; che poss' io se il genitore 
La tien costretta fra le genti sue? 

I miei disdegni, i miei preghi e il dolore 
Non valser: credi tu che i) padre mio 
Or ceder voglia a te per sol timore? 

Forza 6 che in me tutto t'aflfidi, ed io 
A torla aiuto ti saro, se al foco 
Per6 resisterai del tuo disio; 

E tornerai di notte in questo loco 
Dopo tre giorni, che per me vorrei 
A disporre ogni cosa a poco a poco. 



— 400 — 

La man gli presi e la strinsi a' miei 
Labbri, e amico chiamandolo e fratello, 
Dunque, gli dissi, mi ricorda a loi; 

Dille che solo yenni al tuo castello, 
E che per sua cagion s' uopo ^ morire 
Pur cento volte, fiami sempre bello: 

Che la vita per me non ha desire, 
Non ha speranza; e ancor, che si rammenti 
De Pavo suo quand' era in sul morire. 

Dille... ma Paltro m' interruppe : senti, 
Quando tornato tu sarai, rimira 
Quella fenestra, ch'^ la sua, e splendent! 

Se \k vedrai due faci, e tu ti aggira 
Da presso al ponte, e aspetta; ^ quello il segno, 
Che te far& felice, e sol lo Pira 

Affrontero di mio padre e lo sdegno : 
Ch6 vorrd dir che arrise la fortuna 
Si che ho condotto a fine il mio disegno. 

Addio. La via ripresi a Paria bnuia, 
Ma lento e pensieroso, e certo avviene 
Che il pi6 dubbio soffermi, e che piu dl una 

Volta rimiri dove ogni mio bene 
Lasciava, combattuto d'ogni intorno, 
D'amor, di gelosia, di affanno e spene. 

Quando finiva il terzo lungo giomo, 
Di Rizier mio fratello, e in compagnia 
D'altri, col corpo ov'era Palma io torno. 



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— 401 — 

A pi^ de la montagna e fuor la via 
N'appiattammo, aspettando che sal vetro 
II doppio lume alfin comparso sia. 

Ed a grande fatica ^ ch' lo impetro 
Che sia rindugio da Bizier sofferto, 
Ch'egli a forza volea dar volta indietro; 

Ed armati i vassalli, a viso aperto 
Domandar la fancluUa al rapitore, 
E quel mode dicea vile o mal certo. 

Pur io, di lei temendo, al reo furore 
Del Conte esposta, 11 tenni; in fin rairamtno 
De le due faci 11 gemino splendor e. 

Onde tacitamente ci accostammo 
L& dove il ferreo ponte era, e calato 
Questo ed aperto al varco rimirammo. 

Parve buon segno, e non traeva fiato 
Nessuno, ed io tut to a guardare intento, 
Salvo che il cor battea piu concitato. 

Quando d'armi e di faci in un momento 
Ne vedemmo accerchiati; il perch^ chiaro 
Parve a tutti 1' inganno e'l tradimento. 

Ma i nostri non pero si sconfortaro; 
E, guidati dal mio fiero fratello, 
A difender la vita s' apprestaro. 

E pero che di giu verso il castello 
Folto un cerchio di armati ne serrava, 
Su per lo ponte e' ne rivolse a quello 



— 402 — 

Audacemente : pnr 1^ ne incontrava 
Un'altra folta schiera, onde il pugnare 
Terribil d'ambe parti incominciava. 

Rizier fa quindi il ponte rialzare, 
Perch6 a soccorso di color che serra 
Quei di fuor non potesser arrivare. 

In picciol campo piu cruda la guerra 
Venne, e ogni colpo fere, e vien cruenta 
Di morti ingombra la contesa terra. 

Quando dinanzi a me si rappresenta 
Obizzo; ondMo gridando : Ah traditore ! 
Me gli fo incontro, e con la violenta 

Spada r investo si che in mezzo al core 
Ferito, un poco si sostiene a pena, 
Vacilla, cade, ii^pallidisce e muore. 

E morto lui, come superba piena 
Di torrente che cio che incontra abbatte, 
N^ cosa h che la ferma e la raffrena, 

La nostra geute che si ben combatte 
Ne le stanze si caccia ardita e fiera, 
Ove le avverse srenti eran ritratte. 



&' 



Tutti io precedo, e pervenimmo ov'era 
II conte, e la sua donna, Alda nomata, 
Pure in cotanto orror sdegnosa e altera. 

Afflitta, esterrefatta, scarmigliata 
Tutta piangente e pallida, con ella, 
Ritrovo alfin la mia Giulia adorata. 



— 403 — 

E a lei Eizieri: Orsu, disse, favella, 
Giolia, tu sei co' traditori ancora ? 
Perch6 quel segno 1^ veggio? ed in quella 

La fenestra accenno, dove tuttora 
Le due lampe splendevano, che noi 
Non eondusser per poco a 1' ultima ora. 

La poverella, soUevando 1 suoi 
Occhi, guatommi, e motto non profferse, 
Quasi dicesse : E tu cio creder puoi ? 

Ed Alda a me : Gherardo, in ver t'offerse 
Ben di te degna una consorte il fa to, 
Che divenir eontessa non sofiFerse, 

E scelse esser tua moglie, onde obliato 
II nobil sangue, donde ella discese, 
Fosse e il pregio da' suoi padri redato ! 

Costei, se non che questa man difese 
L'ovra, quel segno avria tolto, ed invano 
Eran le reti che per noi fur tese. 

N6 di lei n6 di Obizzo che la mano 
Ognor ne ricuso tu dei dolerti, 
Tanto 6 cortesc il mio figliuolo e umano, 

E se non fosse che noi fummo esperti 
De 1' inganno che gian taciti ordendo, 
Costei gi^ lieta fora in braccio averti. 

Oh Dio, che ascolto ! io dissi inorridendo ; 
Dunque innocente Obizzo era, ed ucciso, 
Ed io r ho ucciso 1... L'uccidesti? orrendo 






— 404 — 

Esclamo il padre, e allor turbossi in viso, 
E' che, la spada in man, stava ne Patto 
Di pria morir che al tutto esser conquiso. 

Da le luei fiaramo, volea... ma ratto 
Esce, nh alcano lo trattien, del figlio 
Oercando, quasi ancor da dubbio tratto. 

Lingua non mo8se, nb mano, n^ ciglio 
La donna, che impietrava, e da I'aspetto 
Fuggille ogni alterezza, ogni vermiglio. 

Ah, che facesti, o sciagurato, un petto, 
Esclamo Giulia^ traflggesti e un core 
A te legato col piu puro affetto ! 

E, come la spingea pieti e dolore, 
A la donna miserrima, piangente 
Si volge, e si Tabbraccia con amore. 

Ma questa intanto scuotesi repente : 
Dunque 11 mio figlio 6 morto, ed in te alcuna 
Speme, diceami, pur rimane in mente? 

E traendo un pugnal, prende con una 
Man la fanciullu, e vigorosa e presta 
A s& la tragge per la chioma bruna. 

Ed a me che correa disse : T'arresta, 
O ch'io ferisco... Ed io si mi fermai 
Come talor si ferma la tempesta. 

Me reo gridando, la crudel pregai 
Che ferito anzi avesse il petto mio, 
Di me che del figliuol la vedovai, 



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9 - 



— 405 — 

E la vergine ancora : Or tu, per Dio, 
Lasciami, e per piet& deh, le dicea, 
Lasciami, non ferir, che V ho fatto io ? 

Con nn ghigno d' inferno rispondea 
Ella a le nostre smanie, e ognor piu stretta 
Per le vesti in sul petto la tenea 

Con la man manca, e la crudel vendetta 
Col pensier prevenendo pregustava, 
Come chi cosa assai bramata aspetta. 

n mio furor frattanto non trovava 
Piu modo, e gik mi slancio, ed ahi ferire 
In quel pun to la misera mirava. 

Quel ch'indi awenne io non potrei ridire 
Sol mi rimembra una confusa scena, 
Dove eran fiamme e sangue e morti ed ire. 

Ch6, il conte, come vide la terrena 
Spoglia del suo figliuol gik morta in tutto, 
A la vendetta pensa e il pianto afPrena. 

E dal tremendo suo furor condutto, 
Per sotterranea via sol nota a lui, 
A' suoi eh'eran di fuor si fu ridutto. 

E quinci a la magion de'padri sui 
Appicca il foco, onde col figlio spento 
Arda I'avita casa, e tutti nui. 

Onde forza ci fu nuovo cimento 
Per sottrarci a la fiamma che gik ardea, 
rispondeva crepitando al vento. 



— 406 — 

Con P una mano il corpo io sostenea 
De la vergine estinta, e con la spada 
Ne Taltra fra le morti mi facea, 

A uscir di loco si fiero, la strada ; 
E uscimmo iufin^ ma ne la mischia atroce. 
Non so come il gentil corpo mi cada. 

No '1 so, ch'io non vedea, n6 udia piii voce. 



Posto avea fine al suo parlar colui, 
E sommesso piangendo si taceva, 
E I'eremita ancor tacea con lui ; 

Poscia amorevolmente gli ponea 
Su la spalla la mano, e sollevati 
Gli oechi un momento al ciel, figlio dicea, 

Prendi conforto ormai : son grandi stati 
I tuoi dolor, ma Iddio pietoso voile 
Che sian solo essi pena a' tuoi peccati. 

In fra i quali 6 maggior Paver sa telle, 
In empia guerra, ingiustamente fiero, 
De Pinfelice tua patria le zolle 

Di sangue a te fraterno, uno straniero 
Aiutando, perch^ sia ognor piu fermo 
Per ovra vostra il suo non giusto impero. 

Ma dimmi, che pensier poi Pinfermo 
Animo ricettasti, e al fiero state 
Per che mode trovar sapesti schermo ? . 



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— 407 — 

E il penitente : Cieco e disperato 
Mi parto a furia, e per la prima via 
Corre il destrier da* miei sproni incitato. 

E corre sempre, e giunto ove finia 
II battuto eammin, siepi n6 fossi 
N6 fiami ponno far ch'esso si stia. 

Ch'io stringo, e i fianchi egli ha di sangue rossi; 
E seguendo cosi, di un alto loco, 
Cieco, con me cieco non men, gittossi. 

E mori quivi, e quivi anche per poco 

10 non lasciai la mia misera vita, 
Che avrei gittato come lieve gioeo. 

M'assisi a terra, e in mia doglia infinita 

11 di ch'io nacqui, il mondo, la natura, 
E maledissi Iddio con empia ardita 

Lingua, e tutto al furor, si come a dura 
Necessity, mi diedi, entro la mente 
Fatal credendo il vizio e la sciagura. 

Ed empio nel dolor venn'io credente 
Ne Pamore, ed a tanto lunga speme 
Successe un disperar cupo e fremente ; 

Che I'alma avvolve tutta quanta e preme, 
Che mentre mi travaglia, m'6 cagione 
D'una feroce dilettanza iusieme. 

Oh come mi parea che al ver consuone 
Ogni udita bestemmia, e che spietato 
Buio cingeami il core e la ragione ! 



— 408 — 

Tntto diserto mi parea, spezzato 
Per me quel nodo, che poave unio 
In un vincol d'amor I'uomo al creato. 

Che per Puomo il creato 6 scala a Dio, 
E lontano da lui tratto ad errare 
Da una furia crudel sentivami io. 

Volsi gli occhi, a la riva era del mare, 
Ed un navilio a Poriente volto 
Cominciava le vele a dispiegare. 

Vi salgo, e poco non vi penso o molto, 
E vado, sempre di mie pene ascose 
Non per mutar di cielo o d'aer sciolto. ' 

E vidi Ik di molte e nuove cose 
Ed usi e costumanze, e vidi assai 
Ampie terre e citt& maravigliose. 

A le spalle Alessandria mi lasciai, 
"EA il Nilo ed il Cairo, ed il Deserto 
Tutto di Babilonia valicai. 

Quante volte non piansi io piu diserto 
A mirar quella landa interminata, 
Dove ogni verde strugge il sole aperto, 

Io che a quel modo avea I'alma spogliata 
D'ogni fiore di verde di speranza, 
£ dal vampo del duolo esercitata ! 

Passai Damasco, e poi m'elessi a stanza 
Grerusalemme, a cui splendido van to 
Ed h martiro in un la rimembranza. 



— 409 — 

lo vidi il loco ove sediito in pianto, 
Profeto Cristo a lei sorda il ferale 
Giogo, che ancora 1'6 grave eotanto : 

Vidi I'orto ove orando da mortale 
Ansia fu preso, e il loco dove disse 
A' discepoli suoi I'liltimo vale : 

Dove la turba rea lo maledisse 
E il corono di spine, e il monte ascesi 
Funereo dove I'uorao un Dio trafisse. 

Infine io prima 14 sti^gerini intesi 
Da pentimento il core, ed ebbe modo 
La* mia furia in female, e a Dio mi resi : 

Non si che in menCe non m*avessi un modo 
Pur sempre, ed era, che se a me di lei 
Non si faceva ingiustamente frodo, 

Scevri da vizio e colpa i giorni miei 
Sariano scorsi, ed a' tuoi piedi scorto 
Da pentir, si come ora, io non sarei. 

Iddio perch6 cid voile ? E, altero sorto 
II veglio : E chi sei tu che il suo consiglio 
Cerchi, n6 temi I'intelletto corto 

E il cerchi dando nel sangue di piglio, 
E de gli affetti tuoi ne la tempesta ? 
Disse sdegnoso, e poi piu calmo: Figlio, 

Riprese, ascolta : questa rea funesta 
Catena di sciagura indeclinata, 
Che de I'uom pesa su la curva testa, 

25 



— 410 — 

Iddio non fece che rinterminata 
Misericordia del padre sovrano 
Con^entir non potea. che la malnata 

Pianta del vizio cosi alligni, e vano 
Venga il poter de la virtude, infino 
Ch'ella serva rassembri ed ei sovrano. 

Di che ne I'uom che al natural divlno 
Abito virtuoso ostacol vede 
Porsi come da un cieeo empio destino, 

Una cura inquieta il petto siede, 
Uno sconforto, ondVgli lasso, anelo 
Per questa vallc dolorando incede. 

Iddio non fece il mal, ma a questo e stelo 
Di nostra libertfi I'^rbore istessa, 
Donde rampoUan le virtu che al cielo 

Alzan la poca polvere dfmessa 
Che ne veste, ed a cul di farsi degna 
Cosi da Die fu ffrazia alta concessa. 



b' 



Vincere il peggio che nel mondo regna 
Quasi, h la meta a cui mena il battuto 
Sentier dove di Cristo alta e Tinsegna. 

Cosi disse, e colui : Padre, venuto 
A te son io, qui le ginocchia ho inchine, 
Or tu duce mi sii, consiglio, aiuto. 

Ed 6' : Non pur, ma de la storia il fine 
Da me tu udrai, perch6 tu veggia quanto 
II tuo furor crescesse le rovine. 



— 411 — 

Come ! Interruppe il cavaliero ; e tan to 
Sapresti?.. E il veglio: Cio che m' hai narrato 
A me novo non giunse, anzi il mio pianto 

E la mia prece ognor t'ha seguitato 
Ove che fosti, ed io che il ciel cortese 
Sapea t'avrebbe un giorno a me guidato, 

A la vergin, che tu senza difese 
Come estinta lasciasti, il colpo fiero 
Dei saper che la vita non offese 

Si che perisse al tutto, io passaggiero 
Per quel lochi, ed in quel tempo mi gia, 
E alcuni istanza d'irne a lei mi fero. 

cte la sua innocenza o che la mia 
Prece che al cielo alzai iinpetro grazia, 
Certo del crudo colpo ella guaria, 

Ma di pianger continue non 6 sazia 
pi te chiedendo, il suo pensier gentile 
Dietro agli erranti tuoi passi si spazia. 

Visse tre anni, ed ognor piii sottile 
Veniva il filo di sua vita grama, 
Sin che il di primo del trascorso aprile, 

Volse Ik dove ha pace chi ben ama; 
Ma sempre dal pensiero combattuta 
Di tej cui non piu le giunse fama. 

E nel superbo Conte non s'attuta 
Pentimento giammai, ma fatta dui*a 
Gli fu la vita a "rande odio venuta : 



— 412 — 

E iDonaco si rese, e in queste mura 
In penitenzia visse, e rumiMde 
Gl'infioro la temuta sepoltura. 

Or vedi come Iddio per varie strade 
I traviati a la sua legge mena, 
E porge Talta sua mano a chi cade ! 

U vecchio tacque, e intanto la serena 
Notte era giunta a meezo, e avea spiegato 
Di sue bellezze Tinfinita plena. 

Di vista in vista 11 ciel s*era allamato, 
E fatto an solo di tanti astri il raggio, 
Leve piovea sal mondo addormentatp. 

Tacitamente in sao queto viaggio 
La colma luna in mezzo a Tetra posa 
Senza di nubi invidiose oltraggio. 

E d'ogni intorno era gioconda cosa 
L'apparir monti e campi, arbori e fronde 
Vestiti de la lace ragiadosa : 

Mentre per Taer qaeto si diffonde 
Una pace che par solenne spiri, 
E il cielo e'l mare, ed occapi le sponde, 

E che soavi aleggiano i sospiri 
D'ana aaretta leggiera e moUe, come 
8e a raccoglier profumi intorno girl. 

Sal monastero a cai di6 vita e nome 
L'eccelso Santo« gittan I'ombra oscura 
De rirto bosco le silenti chiome 



— 413 — 

Non si pero ch'or qua or \k le mnra 
Biancheggiar non si veggano, ed al cielo 
Sorger la croco che le guarda e cura. 

£ mentre 11 veglio, da pietoso zelo 
Piu forte preso, piu fervide alzava 
Preei dal petto concitato al cielo 

E che I'altro con lui pure pregava, 
Dal vlcino ceuobio, ecco s'udla, 
Or si, or no, come I'aura porta va, 

Leve leve venirne I'armonia 
Del salmeggiar, che vi facea frattanto 
La vigil turba penitente e pia. 

Una dolce armonia celeste tanto 
Che ripeter parea ch'ogni delitto 
Cancella Iddio, sol che gli segua 11 pianto. 

• 

Di che, Gherardo quasi meno afflitto 

Parea dal peso de la sua sventura; 
Onde sursero entrambi, e quinci dritto 
Ricoveraro a le ridenti mnra. 



414 



EUGENIC 



CAXTI 



I. 



Salve, Tirreno, d' ogni mar piu azzurro : 
Come suave a te vol^esi il guardo 
Da'vitiferi poggi e da'roseti 
Di Vomero, cui tanto ininterrotto 
Silenzio regna, e luce alma incorona ! 
Di qua, ti veggio di Sorrento a' lidi, 
Sacri a ogni italo cor lidi famosi, 
A' colli d'Eehia, e di Miseno a' sassi 
Le ghirlanrlo arrivar delle tue spume, 
E di \k ti dispiegbi immenso ed ampio 
Senza confine. Ch cosl parmi spesso, 
Che da la polve V alma s* alzi, e attinga 
Qualche cosa d' etereo, sovrumano, 
Che poi lontana e si nasconde in Dio. 
Innamorato ti ricerca il guardo, ^ 

E de la tua varia bellezza coglie 
I mutabili aspetti. E tu sei vago 
C che la brezza del mattino, olente 
De' profumi del melo e de 1' arancio, 
Increspi P on da pellegrina, e sposi 
Le feconde di sua luce correnti 
A le correnti tue V italo sole ; 
C che ti giaci come stanco a molle 
Sonno fidato, e culli il tremolante 



— 415 - 

Raggio di luna, che dal lido guarda 

La fanciuUa d* amor presa, e sospira. 

Piede di bella vergine non trova 

Piu morbidi tappeti in ricche tiale, 

Che piu molle del tao fondo P arena 

Al pi6 non sia di chi cerca i soavi 

Tuoi lavacri. E di lei non cosi spesso 

Si colora e si pinge il vago volto 

De la vicenda de 1' interno afiFetto, 

Che piu spesso i tuoi campi il ciel non vesta 

Specchiato in te, de'suoi color piu belli. 

Salve, Tirreno, d' ogni mar piu azzurro : 

Non d' altro earme che di quel che move 

Dal levc tuo gorgoglio, e non d' incanto 

Altro che del tuo riso e de I'aspetto 

De' circostanti colli, onde gittata 

L'ombra vela le tue linfe serene, 

Innamorando il passeggier venia, 

Come sono la fama, ond'ebber vita, 

Ne le feconde fantasie, col canto 

Fascinatrici e a le vaganti prore 

Esiziali le Sirene. II guardo 

Spazia su per li tuoi mobili campi, 

E da questi si volge il curvo lido, 

A Tisole famose, ed un'antica 

Storia mi vien su' labbri, una dolente 

Storia, che dice che se tu piu azzurro 

Sei fra tutte I'ausoniche marine, 

Non sei pero piu fido. Ma che monta? 

Non per te solo, ovunque splende un raggio 

D'alma bellezza, egli 6 fatal che presso 

Vi sia sciagura e morte. E questa, vaga 

Di luce, storia io ridiro, che a noi, 



— 416 - 

Sacerdoti de Parte (eterea, santa 

Fanciulla, che del pih tocca la terra, 

Ma Yolge ognor Pocchio e la fronte al cielo) 

Se pur nel mondo de le pure forme 

Ch'evochiamo dal cielo, il secol sozzo 

Mai puo viver rapito, oh basta a noi 

Popolarlo, e sicuri ivi posarci, 

Ivi menar la vita, e a Dlo che il diede, 

Non riportar muto e infecondo il dono 

Del carme avvlator d' alme e lucenti 

Immagini di vita e d^armonia. 

Guari non lang>i dal Misenio capo, 
Siede in quel mare un'isola beata, 
Per sotterraneo fuoco a la vicina 
Terra divelta un tempo, ond'ebbe nome 
Procida. Ancora i suoi massi di spume 
Bianchi, protende a la piu salda term, 
Qual se Pantico amor per Talma madrc 
Ne Porfana vivesse. E mira intorno 
Quelle che a lei surgon compagne forse 
Di sciaguxa e d'esilio : Enaria ricca 
Di salubri lavacri, e preso al lido 
Nisida umile, ed a LucuUo cara 
Megaride, e di tufo ardua e di rocce 
Capri pid lunge, per Tiberio, infame. 
Da Procida con Paura del mattino, 
Con umil vela move una leggera 
Navicella, e la prora ha volto a Baia 
Voluttuosa. Valica il profondo 
E cupo flutto, che in sospetto ognora 
Sembra non turbi il suo regno Pavversa 
Possa del foco da cui I'ebbe. L'aura 



- 417 - 

Fra il vago crin sospira a giovinetta 

Che pensosa vi siede, e la conchiglia 

Balda^ secura avanza, come bianco 

Cigno, e, a vederla di lontano, come 

Piccola nube, che Pazzurro cielo 

NaTiga, e passa d*una stella a Taltra. 

Che cerca ella che si s'affida a breve 

Fragil sostegna, e solitaria corre 

Le vie del mare ? A qual faro s'appunta 

L'occhio a la sponda che pur sempre guarda? 

Bicetto un giorno a pii romiti, ed ora 

Da la mano del tempo e da la mano 

Struggitrice de Tuom lacero sorge 

In vetta a un coUe an edifizio. A brani 

Caggion le mura eui riveste il muschio 

E Tellera distorta. Intorno a loro 

Siede il silenzio, e spira alto il profumo 

De la gialla ginestra, e del soave 

Timo odorato. Al lido come giugne, 

La giovinetta ascende 11 coUe, e tiene 

La soglia di quelPermo; ove di alcuno 

Novello tetto le cadenti mura 

Schermo si fanno ancor. Varca le meste 

Fila de gli archi abbondanti e soli. 

Vaga com '6, per neri occhi lucenti, 

Per bianca, aperta fronts e di coral I o 

Labbra amorose, il suo viso risplendc 

D^un segreto pensier, che vi si pinge 

Piu vivo ad or ad or, qual de le nubi, 

Vaganti incontro al sole, si dipinge 

L'ombra su per quel mar ch'ora s'allieta, 

Or, come fatto pensieroso, imbruna. 

Giovine e bella, fra le sciolte pietre, 



\ 



— 418 — 

L'angiol rassembra che dc I'ala covre 
Le rovine, e su lor diffonde il mesto 
Spirito che le informa e le fa sacre. 

Ella cosi precede, e giunge in parte 
Ove vestigi appaion di vivente 
Abitator de le rovine. Or quale, 
E da qual genio preso, uom quivi osava 
Porre sua stanza ? Rigida nel seno 
Anima e cupa fantasia, sol vaghe 
Di selvagge bellezze, egli aver debbe. 
E veramente a lui de I'intelletto, 
Misero, il lume era offuscato ! Un baldo 
Giovine egli era, ed a sua mente Iddio 
Aggiunto ed ali aveva, onde secura 
Spaziar per le vie dell' infinito 
Quanto 6 dato a mortale, e un cor ciie forte 
Batteva'al tocco d'ogni bello aflfetto, 
E magnanimo senso. Oh ma piu riulo 
Contro quel core e queiringegno il mondo 
L'irresistibil suo flutto sospinse 
Torbido e procelloso e la gentile 
De la vita fianimella, combattuta 
Da la nebbia terrena, s'ecclissava ! 
Nulla, che a Tuom non si a fa tale in questa 
Chiostra, sciagura piu feroce il punse, 
Salvo la tempra del suo proprio core 
Riboccante d'affetto, ed a tempesta 
Mosso da ogni aura, e da ogni esterna cosa ; 
Onde per troppo di vigor la mente 
Ruppe ogni freno, e de le cose indietro 
II piu usato concetto si lasciava. 
Forse di cose altre piu eteree vaga, 



— 419 — 

Ciipida, ardeiite, taiito alto si spinse, 

Che ritornar non seppe e d'onde mosse 

Dimentico! Misero Eugenio: mite 

A te forse piu mite era la toraba 

Se il fior de' tuoi begli auni escluso avcsse 

Per sempre da la luce, e sii la polve 

Spenta si fosse eterno ed immutato, 

II silenzio seduto ! Oh che ti giova 

Se ad ora ad ora ti ritorna in mente 

II sereno, e dal correre veloce 

II tuo sangue rist5,? Nulla: t'assale 

De rinfelice tuo stato, piu fiera 

D'ogni dolor, la conoscenza, e muto 

In pianto siedi ogrior freme-ndo. A nulla 

Cede in grandezza la sventiira sua, 

E niun altro dolore al suo s'agguaglia. 

Solo costei gli consentiva il ciclo 

Solo conforto, ma sublime e grandc. 

Come la sua sciagura. Ella sol conscia 

De rei^ser suo, del loco oVegli scelse 

Abitar, dove una virtu segreta 

Alquanto molce sue ferite ; viene 

A iui secura, e sfida la beffarda 

Lingua del volgo, e di mistero covre 

Un'opra di piet^ tanta. Costei 

D'inusitato amor Tama per ccrto, 

Ch'ella tutto oblio per questo amore, 

Cui manca la speranza: la speranza 

Che sovente d'amor vcstc le forme, 

E sempre aggiugne un non so che terreno 

A sua belta celestiale. Or mentre 

Tu, donzella, soffermi al limitare, 

Ed il lume de' grandi occhi rivolgi 



- 420 — 

A Pinfelice, e a lui dolce sorridi, 

10 ridiro de' vostri egregi petti 
Come nacqne Pamore, e si seoverse 
La celata armonia de' due sospiri. . 

Cadean le fronde che I'autuniio scioglie, 
E vaghezza di campi e di qniete 

11 gik pensoso Eugenio a la vicina 
Isola addusse. L4 godea su' colli 
Vagar soHngo, in conipagnia de' suoi 
Pensieri solo, e in compagnia di Dio 
Oh'empie le solitudini. Vagando, 

Di queiradusta terra da' Flagrei 
Campi divelta, le maeerie e i sassi 
Che un di fur foco, esaminava. E poi 
Di lor mutato aspetto e de I'etema 
Vieenda de le cose, e de le morte 
Stagioni ripensava, e del faturo 
Cui r animata sua polve cornea. 
Di sovra un alto masso, agevol, piano 
Da un lato, e che da altro a V improvviso 
A valle scoscendea cupa, con V alma 
Plena di tai mesti pensier, trovossi. 
Eist^. Fremendo rivolse lo sguardo 
Al supposto burron. dove selvagge 
Ortiche e spine contendeano il campo 
A' cardi agresti. Alto silenzio 6 intorno : 
Sol del prossimo mare il suono giunge, 
Come Ion tana di notturni cori 
Grave armonia. Non move ala di vento 
Ed egli guarda e pensa ; ed il pensiero 
A poco a poco tinges i di tetro 
Color, si come le funeree bende 



— 421 — 

D' un colore feral tingon la stanza 

Lieta altra volta, di persona spenta. 

E' gxiarda e pensa, e d' improwiso irrompe 

Entro il suo petto, inusitato, strano 

Un desiderio di morire, ardente 

Una vaghezza di veder P estrema 

Sorte dell' uomo. In su le labbra accese 

Un sinistro sorriso erra, un tremore 

Lieve per la persona, il piede h a Torlo^ 

Sibila il sangue negli orecchi, il gnardo 

Vacilla, e dnbbio se voler o caso, 

E' cade, e piu non vide, e non intese. 

Sol quando, scosso il rio torpor, la mei^te 

Dopo lungo smarrir tornava, vide 

A se d' intorno d' nomini, di donne 

Una confusa scena. I moribondi 

Lumi rinchiuse un' altra volta ; e giacque,. 

Grave di se negli ospiti pietosi 

Dolor destando. Ma non guari andava, 

Che r indomito spirto e giovinezza 

II sospetto bandivano, e colui 

Gi& caro a chi il mir6 gik caro a quanti 

Gli ebber piet4, ritolto al fine a morte 

Pareva, ed era. Del ferito in petto 

La vita rifluiva, e con la vica, 

Che cara ritornavagli, possente 

Un grato affetto a chi salvoUa, e ancora 

Piu segreto, piu dolce, misterioso 

Altro pensier. Ne le ^olinghe notti 

Che presso al letto dell'infermo or una^ 

Ora vegghiava un' altra donna, grave 

D' anni e di senno, a lui venne veduta 

Una gentil donzella, che pietosa 



— 422 — 

Di lui prendea contezza. In mano ardente 
Una lucerna avea ; questa il.suo raggio 
Sopra il volto gentile sospingendo, 
Vi spandeva un color. vagodi rosa, 
Una lace, che tatti disvelando 

I vezzi di quel volto g\i accrescea 
Leggiadramente. Ella disparve: il giorno 
Venne, e gii P egro in suo pensier la vide, 
Ma pur con gli occhi ricercoUa in vano. 
Torno la notte, ella torn6, richiese 

Di lui, che moto non facea, 8opito, 
Ammaliato : lo guardo, disparve. 
E quando poscia alfin 1' egro le notti 
Solo passava, ahi che non eran esse 
Di queir arcana vision piu belle. 
Sparita elP era, fuor che in una mente 
Che la seguiva, e a s^. medcsina ognora 
La ricordava in mille guise, e forse 
Del ver presaga, divinava come 

II giovinetto ancor era gran parte 
De' pensieri de V altra. Alt a una notte 
Era, e 1' infermo, cui nel giorno andato 
Piu gran dolor offeso avea, la vide 
Leggerissiina entrare, e a lui, che preso 
Credea da sonno, approssimar. Si scosse 
Egli, e in man della vergin vacillando, 
La lucerna fiammo. Partia ma amore 
Ormai cresciuto, ormai grande, la tenne. 
— Deh ferma, egli dicealo^ angel pietoso, 
Ne gik voler che di mia vita, tua, 

Poi che tu sola la salvasti, io debba 
Dolermi, . . m' ami, o sol piet^ ti stringe 
Di me? Chi dirti quanto i3 t' amo, quanto 



— 423 - 

10 ti adoro potria ! Damtni ch* io vegga 
A luce del di quel tuo celeste 

Viso, ch' io ascolti di tua voce il suono, 
Dimmi, dimmi il tuo nome. — Trepidando 
Ella nomossi, e si partia, ma il vago 
Rossor del viso e lo splendor degli oechi, 
Pur che vclatl da ie lunghe e vaghe 
Palpebre al suol ri volte, assai de Talma 
Di lei parlaro al giovine. E quel punto 
Gli vinse entrambi, onde quel vivo amore 
Contro cui 1' arme la sventura ruppe. 

— Aspettata e sospiro a Tansio petto, 
80I0 sospiro e refrigerio, giungi 
Sempre Evelina ! — Ella quel vago viso 
Pallido e quelle chiome discon volte 
E quegli occhi fiso terieramcnte ; 
Poi la sua mano sporse, e quei baciolla 
Come cosa sacrata. — Oh perch6 spcsso 
Indugi tanto? prosegui, lontana 
Quando tu sei nel mio cieco descrto, 
Non 6 cosa che luca, ove non fosse 
L'immagine di te sompre adorata — 

11 mar mi tenne, e la bufera assai, 
Come mirasti, rispondea la bella, 

A questi giorni infuriava. E quegli : 
E te trattieno il mar? te quando un' opra, 
Un' opra com pi di cotanto amore? 
II mare ! ardisci, e fotse innamorato 
II flutto al toeco del gen.til tuo piede 
Ti sosterr^, ti porter^ si come 
Facile, erbosa via. Se tanto m' ami, 
Se cosl bella sei, le leggi avver.^e 



— 424 — 

A natura mortal per t*i non sono — 

I vagbi occhi nel suo vol to levava 
Malinconicameote sorridendo, 

La fkncinlla. £ colui : m' odi, pietoso 

Angelo mio, non so come, ma forte 

Un sentimento di morir mi preme 

L' alma ^ piu giorni. E indeprecata certo 

La morte a me non ginnge : oh gentil cosa 

Viver soltanto nel pensier devoto 

Di chi t' ama, e giacer dove le chiome 

De' salici ricurvi ombra perenne 

Fanno, e la croce che li gnarda, indice 

II 'silenzio a chi passa e la preghiera. 
Te gik lasciar non posso : arcana fede 
Mi dice che d' amor anco piu forte 

Jo t* amer6 sotterra, che a la sciolta 

Alma benigna fia che doni Iddio 

Aggirarsi .invisibile da presso 

A lor ch' ella ama. Pur, m'odi, mi grava 

Lasciar queste diffuso, glorioso 

Raggio di luce che si spande intorno. 

Odio, abborro le tenebre e il gelato 

Lor tocco, o sol qaesto mi grava. . . Ascolta: 

Come del monte su la cima ieri 

Sedeva, al giorno giovinetto intento, 

Trepidante, ferita e del gentile 

Suo sangue asperse le candide piume, 

A pi^ mi ca^de una colomba. Meco 

Qui la recai, dal cacciator selvaggio 

Salvandola : gemente, addolorata 

La,,poverella a la vicina morte 

Forse fremea, ma dove «inpio del sole 

Batteva il raggio, ella era ferma, e gli occhi 






- 42> — 

Socchiusi da la sertca palp^.hra, 

Fisi sempre tener godea nel lumc. 

Come se fosse di mirarlo vaga, 

N6 d* altro Ic calesse. E quando alfine 

Al tramonto levaronsi le cime 

De' monti, e a gli occhi le velaro il sole, 

D'ogni aiuto diserta, spaventata 

Agirossi un momento, e cadde morta — 

E a tai parole, fra le manl it viso 
Chino piangendo 1' infelice. Molli 

Gli occhi ella pure si senti di pianto, 

Gli si fece d'appresso e il capo amato 

Gli ricinse del braccio, il ciel guardando, 

Carezzevole poi, disse : via, sgombra 

Questi torvi pensier : sorgi, la vita 

Non la morte t' aspetta, o tu il piu degno 

De la vita, tii am ante, riamato 

Qnant' altri non fu mai. Non sono io teco? 

Non sai che morte contro amor non vale? 

Vieni, quel prego che sdegnar ti fece 

Altra volta, quel mio prego ti mova. 

Questa solinga stanza, e questi lochi 

Dispogliati deh lascia ; il mar frapposto 

Non sia tra noi. Ritorna a te, ritorna 

Agli uomini : soave alle piu grandi 

Alme h la solitudine, ma per Puomo 

Una gentile, una beata ebbrezza 

Ha il coUoquio de 1 ' uomo, e balza il core 

Quando la mano la fidata stringe 

Man de 1' amico. Eugenio mio, deh vieni 1 — 

Tacque un momento, poi cupo e' rispose 

Alteramente : a me ch6 parli ancora 

2& 






— 426 — 

D' uoniini tu ? tel dissi, il moiido intero 
Non odio gia, perch6 disprezzo : dove 
Piu lo pregiassi*^ T odioroi. Venirne 
Teco ! dove? perch^? Beii ora ilveggio 
Di me sei stanca finalmente, ed anzi 
Mai non m'amasti tu. Vanne, piu assai 
Che non lice ad un uomo io sciagurato 
In te posi d* amor. — Tacque cio detto, 
E la fanciuUa tacque. Acerba cosa 
Sapea, per uso, 1' affrontar quei sdegni 
Improvvisi di lui. Conscia che sempre, 
E piu di ogni parola, orna due belle 
Labbra il silenzio, tacque. Infin che 1' oua ' 
Che cadeva, sforzandola, ella surse, 
E taciturna e mesta al suo cammino 
Mosse, ma lenta e dubbia, e su la soglia 
Giunta, si volse, ed incontro de V egro 
Gli occhi che la seguivano. Piu innanzi 
Pur ella proseguia, quando colui, 
Evelina, chiamolla e poi piangendo. 
Addio, le disse, o mia Evelina, addio ! 

II. 

Come torna la rondine al lasciato 
Nido, torno la giovinetta : oh tutto 
Perdona, obblia, la vergine amorosa, 
Quando lo spirto disi'ando ognora 
S' aflfisa a quella meta, che il destino 
Inesoraio fa ognor piii lontana. 
Di gioventii P ebbrezza, ed il festante 
Inno de la speranza d' una grave 
Tinta si veste a la sospesa. In preda 
Al perenne pensier ch' oceupa il seno, 



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W^' 



- 427 — 

'Nel sospiro che vola al caro segno 

L^alma coimncttc, e eosa altra non cura. 

Uso le trecoe luciclc rannoda, 

E al nivco collo Ic lihirlande g-ira, 

Uso piu che vaghezza, e iie le feste 

Splendide e ne' conviti, ove d' intoriio 

Ferve la gioia romorosa, belli 

D'una riinessa umida luce, gli occhi 

Avvalla, c la gentil sua fronte inchina. 

Lieto per tut to si dilfonde il ri>o 

De la mattina ; a rumile uavigiio 

L'aiira spiia propizia, la fnnchilla 

Conipie Piisati) viaggio, e ne la stanza 

Arriva deiraniante. Ma la stanza 

E deserta. Col cor dubbio, lo sgiiardo 

Ascesa Terta di sublime loco 

Onde largo s'apriva la campagna, 

Ella giro piu volte. II loco solo, 

Solenne e il dubbio le mettean ne 1' alma 

Uno sconfortQ, vago ed un timore 

Indefinito. Ne le vote mura 

Per lo meglio, ritorna, e .sospirando 

Rivolse gli occhi al ciel, fervidamente 

Preg6. Nel core le rinacque tosto 

La fidanza che ha in Dio, chi, come Dio 

Voile, gli altrui dolori e la sbattuta 

Inferma nostra umanitA, consola. 

Attese piu sercna, e come gli occhi 

Volgea all'intorno, le venne veduto 

Un libro, e in esso de la man del caro 

Giovine la scrittura. Oh quante volte 

Ne' recessi di sua stanza odoral.i 

Quella scrittura ave^. . pe .no soavc 



- 428 — 

D'amor veduta. Del garzone il libro 
Scritti carmi mostrava : a lui la musa 
Fu larga un tempo di armonie gentili, 
Di numeri soavi. Ma agli affettl 
Bollenti di quel core, e de la mente 
A' troppo larghi voli, il suo gentile 
Giogo impor non pot6 Parte ed il fato 
Bieco e villan discese dell'arcista 
Fra il concetto e la mano, e ruppe Popra. 
Ma tutto chc da lui viene, riveste 
Per Tamante fanciulla una divina 
Vaghezza, ond'ella palpitando, intenta, 
Gli occhi e la mente al libro volse. Fila 
A ordir tele di tristi, di dogliose 
Istorie, monche e scarmigliate, rotti 
V'eran sospir del core, o voli audaci 
Dc la mente rapitn. Ah se Pamore^ 
Se la sciagura non t'unisse ormai 
Con Parmonia d'una medesma cosa, 
A quel diserto, opra gen til per certo 
La tua non fora, o giovinetta: Parte 
Ha suoi mister! , e suo pudor Partista, 
£ de Passidua faticosa lotta 
Ch'ei dura, a rivestir di vaghe forme 
LUntellette bellezze, agli occhi altroi 
Egli i vestigi di mostrar disdegna! . 
Ed elia legge e si colora in viso 
E il cor le batte piu forte nel seno, 
Che del suo proprio nome oh cento volte 
Vide piene le pagine adorate. 

« Corre pe' campi splendid i 
La nova primavera: 



— 4^ — 

lu su I'aiuole levano 
I fior la fronte altera ; 
E il povero mio core 
Toriia a quei di d'amore. 

Quando vedeati al Jimpido 
Homper di bel mattino, 
AvvoJgerti pe' roridi 
Viali del giardino, 
E ad or ad or gelosc 
Celarti a me le rose. 

E come invano stringere 
Cercavan elle in grembo 
Fra le geiitili porpore, 
11 profumato nembo, 
Che Indocile fuggia 
E si spandea per via ; 

Cosi da i'alme trcpide 
Invan tenuto e stretto, 
Fuor riboccava indomito 
Be' nostri cor Paffetto, 
Soavc, ind.efinita, 
Gioia di nostra vita. 

Ah come Jievi, rapidi, 
(^uei di, come fuggiro : 
Quelle speranze limpidc 
Oh come inaridiro 
Al vento e a la buft^ra 
Di non prevista sera. 

Lascia, deh lascia.a Pinvido 
Fato me solo bcgno. 
Del tuo sospir perpeiuo 
Nicnte, Evelina, e degno, 



^ 431 — 

lo ])orir6 : ritnrna 

Til lictn, I'tMiic .;i,-^i?rnn, 

Ad ;illegi<ir(' i roricU 
Viali del giardiao, 
Toiiia con raliiia a' linipidi 
Pensior del tuo mattino, 
Favclln <'on )e ro-e 
I)i [rioie altrc nascose. 

E come quelle, ino;enua 
Questo cammin fatale 
Compi, tenendo al termine 
Ferme de I'alma Tale, 
Fin chc non rnuor, rinasce 
Fuor le terrene fasce ». 
Letta I'ultima nota appona, e pria 
Che svolta le si fosse entro de I'alma 
La dolcezza ch'avea per lei quel carme, 
Ella surse affannosa. Ormai spavento, 
Vero spavento la possiede, e finge 
Casi e sciagure. Rinti-aeciarlo dove, 
Come potea? Portar piu innanzi 11 grave 
Indugio non comporta il trepidante 
Inquieto pensiero. II seno batte, 
S' infiammano le gote, e a la diserta 
Treman le vene c i polsi. Ansia di nuovo 
Ascesa Perta, rimiro d' intorno. 
Invano: sempre invano. II disioso 
Orecchio le feria solo 11 romore 
Del sonaglio che scuotono dal collo 
I giovenchi lontani, e non risponde 
Al battere del sue petto affannato 
Cosa nessuna. Si diffonde e regna 
Un crudele silenzio ed una pace 



;».»r 



— 431 — 

Spaventevole a lei. Meno farebbe 

Lo scroscio della folg'ore, o del vento, 

De la tempesta il suono. II sole il raggio 

Diritto vibra a mezzo il gionio, e lieve 

Un' aura solitaria agita alquanto 

I pampini e I'erbette. 11 mar le spume 

Innoltra piu sul lido, e la lucente 

Arena allaga, e su levando move 

La navicella che vi posa, mezzo 

Tra Pacqua e lido. Innauzi agli occhi immoti 

Impietrati di lei, spesso ronzando 

Passan gi' insetti, e poi per tutto e morte, 

E profonda quiete. Sol due vaghi 

Dae selvatichi augelli attraversando 

L' aer venivan con leggere penne. 

Splenderne incontro al sole gli amorosi 

Colli essa vide, ed un istante giunse 

Al viso suo 1' aer piu fresco, spinto 

Da Tali loro, allor che a lei da presso 

Passaron rapidissimi fnggendo, 

L' uno appo 1* altro. Fuor d' una vicina 

Selv^etta usciti a 4a montagna incontro 

Forme Pall tenevano, ed in breve 

L' ebbero aggiunta, e si celaro in quella. 

Oh avventurosi, ella sclamo, beati, 

Cui non ritiene il pi6 grave la terra, 

Non il monte frapposto, ma del vostro 

Pensier quasi piu ratto il vol vi porta 

Ove il disio vi chiama. Oh avessi io 1' ale, 

Fossi colomba anch'io! — Piu lunghe intanto 

Venivan I'ombre e la speranza sua 

Al cade re del giorno doloroso, 

Venia mancando al tutto. Al ciel le palme 



— 432 - 

Disperata levo, poi ripiegando 
Abbandonatamente ambo le brace ia, 
Ampio le venne taor da^li occhi il pianto. 

Egli frattanto lunge errava, e molto 
De ]a campagna avea corso, n^ meta 
N6 fine avendo. E come entro uno speglio 
Fugacissime appaion le danzanti 
Coppie, che V una 1' altra segue, e passa ; 
Cos! veloci ne 1' incerta mente 
SMncalzavan le immagini. Di fermo 
Solo ha un pensier, lasciar p^r sempre il suo 
Loco diletto. Ed Evelina? Aneh'ella 
Lasciarla,. aneh'ella. Solo^ in compagnia 
De la sventura sola, andr4 cercando 
Altre piagge. Cosi, sorge, e si parte. 
Innoltra per alquante ore, seegliendo 
La campagna piu sola e del cammino 
Impervio supenindo a gran fatica 
I triboli e gPintoppi, ognor piu lieto, 
Innebriato, Alto pen^tra un bosco 
D'antiche piante, e fra i rovoti, i cardi, 
I pampini ammucchiati e' s'apre 11 callc ; 
Quando iraprovviso alto romor, cui I'eco 
Rimanda, rompe la solenne quiete. 
Gulzza il baleno, e dal mortale plombo 
Ferito, trascinandosi a fatica 
Un uomo giugne a lui da presso, e muoro : 
E balzan fuori da le siepi in piede 
Arditi molti, e di rincontro un' altra 
Avversa schiera si appalesa, assai 
Di numero maggior. Fiera s'appicca 
Fra lor la guerra, e i rimandati colpi 



— 433 — 

Intronan Pacre, e sibilando, dove 

In petto umano noii ferisca, spicca 

Rami, straccia le faglie de ie piaiite 

La mortifera pall a. 11 fuino s'alza, 

Come sdegnoso su le cimc antiche 

De' cerri, e Tire pazzu e la sfrenata 

Sete di sangue de la terra lascia. 

De Testinto ehe a pi6 giaceagli I'arme 

Eugenio prende, e quasi la vendetta 

£* redato ne avesse, acerbo pugna 

Pe' suoi compagni, contro a chi ferillo. 

Pngna : felice, esilarato in mezzo 

A la zuffa piu accesa egli s'aggira, 

Par la, conforta, aceorre or col consiglio, 

Ora col braecio, si che quasi duce 

Dhien senza saperlo. Gik I'avversa 

Gente scemata si ristringe, cede, 

E a poco a poco I'orrido di sangue 

Terreno lascia. La vittoria 6 nostra 

Egli sclamo.,. ma subito di niano 

L'arme gli cadde, e fra gli accorsi grati 

Sconosciuti compagni, eg'li ristette 

Innorridendo, con ambo le mani 

Fra i capegli cacciate ! Ovc son io ? 

Che feci, e voi chi siete ? e la quel morti, 

Chi son quel morti, e chi gli uccise? o quale 

Fu *la cagion di cosi rea battaglia ? 

Alto maravigliaro i sorvenuti, 

Ch6 contezza del suo stato primiero 

Non era in loro, nb sapean che il caldo 

De la zuffa, prodigio! a lui I'intera 

Eagion donava, e qual da I'alma sua 

Cadeva a un tratto tenebrosa benda. 



' 



- 434 — 

Giovine procle, e valoroso, disse 
Per la mano pigliandolo cortese, 
Tal che capo dogli altri era a vedcrlo, 
Giovine prode, chi tu sia, I'aiuto 
Volontario del tuo braccio, che tanto 
Ne giovo, no ti lega eternaniente 
N6 fra le spine o sopra arido terreno . 
Cadde T opra cortese. Ne la pugna 
Ne vedesti: chi pugna a qiiesto modb, 
Pensa che amar non sa tiepido e scarso. 
Or de' nostri tu sei ; qual sia 1' arcana 
Cagion che a nostro pro ti spinse, certo 
Ne puoi sperar che resti ascosa 1' opra, 
N6 che 1' obblii V a v verso ed il crudele 
Comun nemico — Ma chi siete voi ? 
Chi son quel morti*? — Non lo vedi V sgherri].. 
E noi banditi — Cielo ! ed io per voi 
Ho combattuto? — Ne il pentir ti giova, 
N6 cortesia sarcbbe, ed ove not! 
Di ciascuno ti fossero i dolenti 
Casi . . . ma vieni, qui indugiar piu a lungo 
Non si vuol, che il periglio e al par funesto 
E a chi codardo il teme, c a chi lo cerca 
Temerario ; per or, vleni — Seguillo 
Come ignorando ancora, entro la mente 
Tanti a folia gli sursero pensieri, 
Tanti nel core aflfetti cgli provava, • 
Di se medesmo rivolgendo il lungo 
Vaneggiamento. Orrido abisso in cui 
Splendean solo due stelle, due gentili 
Occhi d' una pietosa giovinetta. 

Siedimi incontro, qui dove piu batte 
Questo raggio di luna, ed io la sola 



- -^35 — 

Stoi'ia di iiic ti narrero : vedrai 

Come so veil te UDa fatale, cieca 

Possa al delitto 1' uom spfnge, c al rimorso 

Ed al pentir, che P alma impmg«, e padre 

II piu nobile amor, il piu gentile 

Parentevole affetto, e come ^ ingiusto 

L' uom che il delitto sol guarda e condanna 

Cosi disse Roberto allor che fiesta 

Fecero al hingo camminar posando 

A pi6 de' cerri antiqiii, ove piu sola 

E la foresta. E inteuto Eugenio udiva. 

« Come si volge V uno a 1' altro fiore, 
Ne la stagion che i rami turge e infrouda, 
A chieder rispondenza al vivo amore, 
Che un' ignota virtude in lor fcconda ; 
Pari entrambi in belt^ ne lo splendore, 
Di giovinezza limpida e gioconda, 
L' una a 1* altra si volsero inspirate 
D' Enrico e Amina 1' alme iunamorate. 

Cosl che quando sopra lor poi venne 
L' ora Crista e fatal che le divise, 
Mentre che aprivan le secure penne, 
A le gioie del mutuo amor sorrise ; 
Se Puna cadde, 1' altra ahi, non sostenne 
L' orfana vita ed il dolor V ancise, 
Cli6 oscurossi per sempre a lei din ante 
De V avvenir la luce sfolgorante. 

II genitor di lei, come lo spinge 
Cupidigia nascosta, de la mano 
Di lei vil patto, anzi mercato, stringe 
Con tal di nome e piu di cor villano. 
Pensa di qual color le si dipinge 



— 436 — 

II volto, e come al cnido annunzio c. strano ; 
Tremo la poverella, entro il cui petto 
Oiugnea lo atrazio prima del sospetto. 

Pria del sospetto, ch6 veder leggera 
Nube sopra il gentil lor paradiso 
Mai lor non consent! la santa, intera 
Speme che de la ffe teneva il riso. 
Credeansi in ciel li'gati : e da la tVia 
Sorte de 1' iiomo ognun di lor diviso, 
E mover soli per novella via, 
Creature d' amore e d' armonia. 

Ella prego, ripianse, e al padre irato 
Non naseose 1' a nor che da fHn'»iulla 
Ne r anima innocente ebbe educato, 
<juasi CO' pensier primi de la cuUa. 
N6 il suo crudele affanno e non eel a to 
Piu che non fe' nel genitore, sulla 
Alma ebbe forza del villano sposo, 
Muta a ogni affctto bello e generoso. 

Sopra un giardin che molti arbori avea, 
S' apriva la fenestra de la stanza 
Dove ^mina le notti e i di piagnea 
L' oscurato splendor di sua speranza. 
Fra gli arbor' come la notte rcudea 
Scure le cose, il mio fratel s'avanza, 
E di \k con la vista o la parola 
Di lei, r esiglio in cui vivea consola. 

Spesso era il lume sol che trasparia 
Fuor da' vetri, e di quel pure s' appaga. 
Ma spesso, oh gioia ! ella al veron venia, 
Del mister, del periglio an cor piu vaga : 
E si dicean de la sventura ria 
Che le innocent! anime loro impiaga, 



r 



— 4iJt - 

Al poco raggio de la luiia arnica, 
Mesta, com'essi, trepida e pudica. 

— Ritirati, amor mio, scura 6 la notte^ 
E fresco il vento nel tuo crin sospira — 
Addio — n: al ciel rivolge ella interrotte 
Preci dal pianto, e i lucenti occhi gira. 
Egli air addio tornava pur... ma rotte 
Gli son le voci da un fremito d' ira, 
E pria dl trar la spada, in un momento 
Cade per molti fieri colpi spento. 

Alto un grido levo la giovinetta, 
Che lungo su pel queto aer si stese. 
Pol, come il duol terribile saetta, 
Cadde, imbianco, le mani ambo prostese 
Sul terren freddo de la sua stanzetta, 
E lunga pezza non piCi vide o intese. 
Meglio se allor correa 1' anima bella, 
Al ciel, seguendo T anima sorella! 

Non r ostinato amante e non 1' avaro 
Genitor vince il sovruman dolore. 
Egli sposa la vuole, an cor che ignaro 
Non si a che mai regnar non puo in quel core. 
Amor non 6, ma disir cieco, raro 
Senso d' invidia a chi di vita fuore 
Anco gli pare assai piu avventurato, 
Se di lei ne la mente h vivo, 6 amato ! 

Apparecchiate son le nozze e il rito, 
La ghirlanda, la veste rilucente, 
II genitor promettc al riverito 
Suo comando la figlia obbediente. 
lo, con P odio nel petto seppellito, 
Ch6 tenni a stento V ira mia fremente ; 
Pisegno disfogarla allora appunto 
Che il mlo nemico sia a le nozze giunto. 



— 438 — 

« 

Pien di tale pehsier, cupo in agguato 
Veglio aspettando dal nativo ostello 
La nova donna meni il fortunato 
Sposo gioiendo al talamo novello : 
Quando agitarsi veggo in ogni lato 
Fiaccole, e di famigli ampio drappello 
Correr di su, di giu per ogni via 
Come in cerca di cosa che sparia. 

Ed ecco d' improvviso, da la manca 
Mano, dal chiuso del feral giardirio, 
Veggo aerea avanzarsi, bianca, bianea, 
Come un' ombra e passar di me vicino : 
Dritto incedeva, supcrando franca 
or intoppi de la notte e del cammino 
Inusitati, ch6 la notte roggia 
Era di lampi e or ri bile di pioggia. 

Ella corre, io la seguito e la face 
Del balen or la mostra, or me la toglie. 
Fuor d' una chiesa un campicello giace 
Che estinti corpi fra sue glebe accoglie, 
Ivi le invendicate ossa hanno pace 
Del frattjl mio da le terrene doglie ; 
Ch6 a lui morto di ferro, e dinegata 
Una tomba piu mite e piu sagrata. 

Quivi ella giunge, e il facil inuro ascende, 
E cade su la pietra sanguinosa. 
Me una solenne meraviglia rende 
Muto, e la guardo come santa cosa. 
Ella piange, e ogni lagrima che seende 
Dagli occhi suoi, su 1' alina dolorosa 
Mi piomba si, che i tremoli ginocchi 
Piego, ed il pianto ancor mi vien su gli occhi. 

Su gli occhi infino allor aridi : 1' ira 



— 439 — 

Poi che piu del dolor m'avea conquiso. 

Dirti non so se dentro piu mi spira 

La pietade del mio gerrnano ucciso, 

Che a la vendetta ognor mi chiama e tira, 

la pict^ di lei, di quel reciso 

Fior ch'io vedea cliinar stanco cd affranto, 

Sopra una tomba a me cara cotanto. 

Ed ecco giunse la turba inseguente : 
K^ Taltezza sublime del dolore 
Ella levossi, eon Tocchio lucente 
Ormai di pianto no, ma di furore. 
D'onde era ferma non si mosse niente, 
E CO' pie' su I'ucciso, I'uccisore 
Guardo cosi che a lui parvo, cred'io, 
L'angel ministro du Pira di LUo. 

S'arretrar' tutti e stettero, c ristava 
Anco uu momento lo sposo abborrito, 
Ma tosto si riscosse, e s'appressava, 
E quasi egli era di tocoarla ardito. 
Dirti quale nel mio cor si passava 
Turbo di varii aifetti indcfiuito, 
Non so, ne come I'ira in queiristante" 
Altr'uom mi leoe di' quel cli'ero avante. 

Fino a I'elsa nel petio a lui la spada 
Caccio e lo sdegno e in me tan to gai»liardo. 
Che credo che a Tacciar mcdisnio vada 
Parte del foco, de la fiamnia cnd'ardo. 
Fulminc parve quando Tampia tstrada 
S'apri improvviso in seno del codardo, 
Che cade estinto, e del roo sangue Tossa, 
Bagna de la sua vittima e la fosta ». 

Come ebbe detto, la selvaggia fronte, 
Selvaggia ma d'amor quasi sul)lime, 



rr> 



— 440 — 

Radiante, gen til fatta, inchinava 
Fra le mani e a le man facea sostegno 
De' ginocch). Correa su' brunivolti 
Degrintenti compagni la fnvilla 
De la pietade, e ancor che spesso udito 
Avean la storia che lor diede a capo 
L^animoso Roberto, le commosse 
Anime spcnsierate in una grave 
Mestizia si accoglievano, e gentile 
Era il silenzio su* lor labbri. Saldo, 
Grande, improvviso d'amistd, legnme 
Eugenio strinse a I'infelice. L'alma 
Amantissima sua qiiando le cadde 
La feral benda , che teneala vota 
Prigioniera, e I'amor di tutte guise 
Avida corse, e generosa e cara 
Ebbe la destra che da pria si mosse 
A stringere la sua: non cerco d'altro. 
Ma pur su tutti i suoi pensieri, come 
Stella fra orror di cieca notte, sorge 
II pensier d'Evelina. Ora egli vede 
L'ansia, I'ambascia di cotauti giorni 
Che aspettarlo dovette ella, e il rimorso 
Ora e il dubbio suH'anima gli piomba. 
Sorge, s' inurba, e la citti attraversa, 
Le vie per notte solitarie e quete : 
E in riva al mare una barchetta sale 
E a Procida s' indrizza. Al mattutino 
Primo chiarore imbiancano le stelle, 
E r aria quasi tremolando esulta, 
Mentre lontano a T occidente ancora 
Imperio tien la fuggitiva luna. 
Varca la navicella il flutto, e innanzi 



-> 441 — 

L' anima arclente a 1' isola che appena ^ 

Scovron gli sguardi, giunse. Ormai t' affretta 

Nocchier, ch^ guard! fuor del remo vive 

Scintille scaturir? Ma il lido 6 aggiunto, 

Vi balza quegli arditamente e corre. 

De r amata fanciuUa alto stupore 

Si dipinse nel viso a rivederlo, 

Ma la gioia fugollo in tin momento^ 

Evelina, esclamajido il giovinetto 

Disse, mi vedi . . . ma, come sei smorta. 

Come pallida sei ! forse . . . pur gnarda 

^k)n guarito, tanciulla. Or che mai dirti 

Che posso io dirti di che sento in core, 

diletta ? Tu bella, tu felice, 
Tu con intero 1' avenire, tutto 
Lasciavi, tutto, un sol voto accogliendo 
Ne r anima gentile, un amor solo, 
Senza pari nel mondo, ch6 n^ gioia 
Avea Tih speme. Oh come fai sublime 
Questo misero uman germe, o soave 
Creatura d' amor, come sei pura, 
Come sei grande, come alto ti leva 
Questa. corona di gentile affetto 
Cui r estasi 1' amore e la pietade 
Presto la pura sua dolcezza. Volgi 
Quegli occhi, e in viso ti raccendi? Godi 

1 sensi a udir che gratitudin detta. 
Che altro aver puoi da me? Pur se ti basta 
L' esser riamata come donna al mondo 
Altra non fu giammai, credi che al solo 
A r unico amor tuo risponde un altro 
Unico e solo anch' easo. Un altro amore 
Sol perituro quando il cor tremante 

27 



— 442 — 

Che lo raccoglie queter^ per sempre. ~ 
Non risponde colei, ma gli occhi gravi 
Di trattenuto pianto, a' suoi rivolge. 
Impetuosa degli affetti loro 
La piena scaturiva, e la parola 
Soyerchiata, interdetta in su le labbra 
Tremanti si moria. Godete, belle 
Anime generose, amore h meta 
Degna di voi, ch6 11 giungnervi 6 tal lode 
Che costa pianto, e breri inni ha di gioia. 

Ma poco andava^ e la gentil fiammella 
De r intelletta impallidia di nuovo 
A r infelice. Come amor lo sprona, 
Ricerca di Roberto, ed ode come 
Combattuto, disfatto ed in oscura 
Prigion gittato, in breve uscirne e* deve 
Per salire al patibolo. Egli corre, 
E' non sospetto, per fortuna, giugne 
A soccorrer 1' amico, almen di quanto 
Agli infelici 6 sempre don supremo, 
Di pietade. L' estreme ore tremende 
Gli confort6 ; 1' ultimo val ne intese. 
Vide, si vide del reciso capo 
L' angoscia estrema, e cosi forte il vinse 
Piet&, terror, che vaneggiando, in breve 
Sopra r antico eremo loco e' torna. 

III. 

Era un bel di sereno, e lieve sopra 
L* azzurro flutto, con amor veduta, 
Spunta la fida navicella, e tocco 
Non ha 1' arena ancor quasi del lido. 




— 443 — 

Che a la gentile condottiera accorse 

Engenio. Non pari 6, sebben la prima 

Volt a tornasse a rimirarla, dopo 

II fiero even to. Non parlo, le prese 

La bianca mano, e i colli circostanti 

Additando, lassu, disse, \k sopra, 

Molto ho a dirti, o faneiuUa, e sento il core 

Oonfio cosi, che m* 6 mestier di luce, 

D' aria, di monti. Vieni. — Aperta innanzi, 

Come del monte guadagnar la cima, 

Agli occhi loro aifascinati immensa 

Una scena sublime era, dove acque 

E lidi e campi e monti e strade e selvo 

Vedeansi, e mura di citt^, di ville. 

Sovrasta a tutto la nebbla leggera 

De la mattina, in mezzo a cui piu den so 

Nereggia il fumo de' caramini. Suono 

Non si ascolta, d'intorno. A fci stupenda 

Ignota vista, la fanciulla un grido 

Alzo commossa, e quel con un sorriso 

Mirandola, prendea del suo stupore 

Diletto e gioia. Poi le venne presso, 

E con la manca la sua destra presa, 

Mentre con I'altra le aceennava, mira, 

Le disse mira e in Dio credi, e ti prostr?i. 

<}uanta beM, quanta profusa intorno 

Provvidenza superna, e provvidenza 

D'umano senno. Oh perche mai su tan to 

Sorriso di natura orrida e nera 

Si proictta la grave ombra del duolo 

Che I'orgoglio de 1' uora semina in terra? 

Pure, Evelina, quella terra adorna 

Meno quel raggio di bolt^ sovrana, 



r*! 



- 4-U — 

Che la ghirlanda de la storia sua. 
Odimi attenta : parlero di fatti 
De' padri nostri, alza la meute, e questa 
Povera etade obblia. Vedi, ove aneora 
Non batte 11 sole, in mezzo a' campi queta 
Qnella breve onda, e poi piu in \k di case 
Un ammasso e di vie ? quivi e Linterno. 
Linterno, scampo, asilo ultimo al grandc 
Domator di Cartago, che Ih voile 
Le grandi ossa sepolte, e Pimmortale 
Epi gramma di Ik vibro a Tin grata 
Patria. Col^ del suo tramonto Pore 
Fredde e meste passava, e mirti e ulivi 
Di sua mano educati, un di piu verde 
Fecer quel suolo dove vote canne 
Ora stridono al vento. Oh che raai valse 
Se il suo sepolcro poi fu sacro, e sacra 
La cittfl venne ? ^ulla. A quel sepolcro 
Livio venne a prostrarsi. Avea la guancia 
Molle di plan to il generoso, e poi 
Che muto stette alquanto, appi6 del marmo 
Assiso, molte ed inspirate scrisse 
Pagine eterne, a Pombra ancor sdegnata 
Pace cosi pregando, e venia a Roma. 

E tu scaduta g\k di tua grandezza 
Mesta guardavi dal vicino monte 
A quella tomba, o Cum a. J]ri tu allora 
Sposa che ormai lascia le pompe e i vezzi 
Di gioventu, poi che severo in petto 
L'amor di proJe le si mise. Antico 
Ormai t'era quel tempo, c solo incerta 
La fama ne vivea, quando a I'errante 



''5 



Calcidico navii»lio .una colomba 

Lattea, salvo che gli occhi e il rostro e i piedi 

Eran corallo, dl segno volando 

II tuo loco natal. Povera Cuma 

Obbliata per sempre ! oh non ti valse 

Dal fatidico speco a le mortali 

Sorti vegliante, e del libro de'fati 

Esperta la Sibil! a. II tempio cadde, 

Cadde il tripode e il rito, e cadde il nuuie 

Ond'era plena I'infelice. Tristo 

Quel mortal cui piu gran favilla il cielo 

Di suo foco concesse : il duolo e il pianto 

Scendon con quel la, e I'impari, fu^ace 

Creta si scioglie dolorando. Mira, 

Evelina, cola dove piu scuro 

S'apre del monte il lembo, e tuttavia 

Spira silenzio e sacro orror: 1^ stette 

Colei, Ik scrisse i mistici volumi, 

L& il passato leggea, leggea il dimani 

L'inspirata. D'amor presa e consunta, 

Erofile ebbe nome, ivi si accolse, 

E dal petto di duol turgido, un inno 

Disperato levo, che de' celesti 

Ebbe possa attutar lo sdegno alfine. 

Spari I'amor; volse del nume a' riti 

L'alma, che, chiusa a le mortali cure, 

Un sentimento di sublimi cose 

Occupo tutta. Ella vivea ne' campi 

Infiniti, e i consigli imperscrutati 

Meditava, e degli uomini a la folle 

Superba vanity piangeva. Oh certo 

D'altro nome mesticri el la non ebbe 

A scernere il futuro. K qual fu raai 



— 446 — 

ft 

Profet.i di miscrie e di sciagure 

Che non fosse verace V E da cio iiiossa, 

Non che la vita per ordine lungo 

Di secoli bastata, alfin di noia 

Importabil Ic fosse, ella chiedeva, 

Come 6 fama, il morir, si come sola 

Grazia cercata. Assai vissuta ell 'era 

Ne' campi del pensier dove s'invecchia 

In brevi ore; vissuta, ell'era troppo 

A'dolori, agli affanni, a' propri fati 

Tristi, e a* comuni. E quando 11 sol mandava 

II primo raggio, in ginocchion levata, 

D^ sacro nume, ella pregava, a questa 

Sacerdotessa tua, che i tuoi misteri 

E il tempio, e Tare e del tuo nome il culto 

Tanto onor6, solo compenso, e solo 

Dono degno di un Dio, dona il morire! 

Or meglio guarda ov'io ti aceenno, e mira 
L'onda di un lago, che squallido e nero 
Iinpaluda fra i giunchi, e vi si asconde. 
Quello ^ Averno famoso: il circostante 
Aer non scosse mai piuma d'augello 
N6 pesce mai le putri linfe. Quivi 
Folta selva di sue chiome silenti 
Vestiva i colli prossimi, e romito 
Un tempio circondava a la reina 
Sacro del buio regno e quincl il varco 
8i schiuse Enea per gPinfernali lochi 
A cercar 1 'ombre degli estinti e il cenno 
Onde fur d'Alba i padri, e Talte mura 
Stetter di Roma. Ma di liete ville 
Erano ricchi i tuoi lidi, o fecondo 



^ 



j 



— 447 — 

Lucrino, ond'or poca stagnante e morta 
Acqua fa fede. E le coUine, liete 
Di perenne adorezza, entro a le nere 
Acqne gli ulivi ed i ricurvi salci 
Chinavano cosi belle e soavi, 
Che soggiorno piu degno de'beati 
Altro non parve; onde colk 1 perenni 
Degli Elisi giardini ed i mirtetl 
De le disciolte e pure anime albergo. 
Ma la terra non ha loco, non sasso, 
Che di tristi memorie ahi non favelli ! 
Tu di albergo a sfrenate orge, ed a molli 
Giuochi ed a canti fescennini, dove 
Distemperata fra 1«^ infide braccia * 
Del diletto moria Taustera e santa 
Virtu latina, non bugiardo grido 
T'avesti o Baia. A te venian pudicho 
Penelopi, e dal tuo tocco corrette 
Elene infide si partian le spose. 
E de le ville splendide sostegni 
I marmi, contendeano il loco a T acque 
Che sospinte sparivano. Godete 
De' tiepidi lavacri e de le dolci 
Notti e de' di sereni e del gentile 
Aer che move di profumi olente, 
figli di Quirino : e il mondo al vostro 
Senno e braccio commesso, e abbandonate 
La gran causa de 1' uomo. II favor suo 
Eivorr^ Dio, che g'lk vi 6 sopra, e presto. 

Oh tutto cade, oh tutto assorbe, incalza 
La morta polve adunque ! E fia che muoia 
Per sempre anch' eeso in ombra eterna, e in questa 



Terra, p^^rdata in Tanica, I'altero 
Santo nome latino? O, mia fancluiia ! 

10 Yidi fronde di novelle viti 
Aprirfli picciolette incontro al sole, 

E in breve ritomar morte a !a terra; 
Baldi e novi aiigelietti il nido ascoso 
LaAciar pieni di vita, de lo piute 
Penne la venn^ta portando intomo, 
E poi eon g\\ anni, qaerali a V estrema 
Ora inchinar agonizzanti. £ questa 
Arteflce natara onnipossente 
A noi scadati nei sepolcri ]' ossa 
Serbo grandi degli avi, v, iie le tombe 
Ch' ella scavo iie' precipizii, e ehiuse 
Con lave, V una sovrappasta a J' nltra, 
D' argilla e terra, le reliquie ascose 
Di distrutti animai, che il nostro sole 
Piu non ritrova, in cui grandc la vita 
Era, quant' eran le lor forme graudi. 
Impetuo.so de' vulcani 11 foco 
Erompeva, ed 1 rnari immensi flutti 
Aveano e suoni orrendi, e le selvagge 
Selve lunga spandean I'ombra a* sopposti 
Piani inarati, regno ampio de' venti. 
Qaella vita manco, piccioli, iufermi 
Petti sortimmo noi, spento si giacque 

11 flotterraneo foco, il mar rislrinse 
Domo suoi flutti, n6 la quercia a'alza 
Tanto e si spande, che de V ombra sua 
Abbia a 1' ardor conforto il poco greggc. 
Fino il lume del sole e de le stelle 

Pill pallido si gira. Or chi mi dice 
Che mentre tutto per vecchiozza cade, 
Questo uman germe per voeehiezza sorge? 



^ 



— 449 — 

Tace, ed il viso di rossor dipinto, 
E il guardo sfolgprante in fra le palmo 
Cela, ma il cor forte gli batte, e in piede 
Mai si regge : s' assise ove i suoi rami 
Un castagno splegava, indi 1' usato 
Pallor ritorna e cresce, e par che langua 
La pupilla sua azzurra, e non fa motto. 
Spa vent a ta la vergine, commossa, 
Al suo periglio accorse, incontro al core 
Poso Tamato capo, e fra le palme 
Sentl tremar la man che gli stringea. 
E gi^ colui del sent i men to fuori 
Direst i, se nn sorriso almo e leggero 
Non appuntasse i suoi labbri ; risposta 
Unica e sola a lei, fin che la vita 
Ridesta non torno, come lucerna 
Cui V olio scarso una pietosa )nano 
Rinnovella in quel punto che oscurata 
Parea per sempre. Gi^ il periglio cessa : 
L' aer de' monti, il sole, il fervido estro 
E il dolore e la foga del pensiero, 
Le inferme membra scossero per poco. 
II viso si rianima, ed il lampo 
Degli occhi suoi si riaccende. — M' ami, 
Evelina? fu sua prima parola. 
S'io t'amo! ella rispose, ed in quei pochi 
Accenti tutta si chiudea di a more 
Una storia infinita e di sventure. 
Ma il giorno intanto se n' andava : il cielo 
Ella guarda, e ne' suoi gli occhi amorosi 
Fisando, vedi, disse, il cielo imbruna, 
Lasciarti deggio. Se piet^ ti move 
Di me, di te, fa ch' io di piu lasciarti 



.f,4S 



- 450 — 

Non sia forzata, e il mar non si frapponga 
Dopo brevi ore, fra di noi. Che il flutto 
Rivalichi ogni di sol per vederti 
Non euro, Eugenie mio, ma 1' ore eterne 
Che lontano mi sei, non puoi tu dunque 
Fra noi veuendo, abbreviar? Perdona, 
Non sdegnarti — Sdegilarmi ? egli risponde, 
Anzi a te lo prometto. Un'altra volta 
Vieni per rae, noi torneremo insieme 
A la terra ove vivi — E sopra gli occhi 
Gli brillaron le lagrime, e col sfuardo 
Piu che col labbro, a la diletta arnica 
Grazie rendfe. Giuliva intanto al lido 
La fanciulla si volge, e giunge al suo 
Picciol naviglio. S* allontana il lido. 
Ma i lor guardi s' incontrano fcuttora, 
Sono ancora vicini, e quando ormai 
Gli confonde il frapposto aer, la mano 
De la gentil, movendo un bianco lino, 
Pria di sparir ridisse ancora : addio. 

E non aveva il sol del novo giorno 
Vibrato il primo raggio, e non ancora 
Deste dal sonno, aveau lor bianche stelle 
Le margherite aperte, e la socchiusa 
Calendula le sue pupille d' oro, 
Che a r am ante torno la giovinetta. 
Lieta torno, con la speranza in core 
Fidando ne la sua promessa. Ah, poco 
Era bastato a cancellar da T egra 
Mente e promesse e il rimembrarne istesso* 
Mesto gik non trovollo, anzi a vederla, 



— 451 - 

Gli balenar di gioia le pupille, 

Ed incontro le surge; ma di girne 

Seco motto non feee. Ella comprese, 

E tacque, tempo aspettando o parola 

Propizia a ricordargli — Amor ne lega, 

Dolce Evelina mia, ne lega amore, 

Egli disse in solenne atto, un possente 

Amor che finiri quando le nostre 

Vite morte saranno. Ma ricordi, 

mia gentile, dove, ed in qual tempo, 

Cominciammo ad amarci ? — L' amor nostro 

Ebbe inizio, rispose giubilando 

Segretamente in core la donzella, 

Ne la mia patria, 1^ dov' io condurti 

Voglio e venir tu promettesti. Vieni ? 

Ed e' — fanciulla ! E credi che la prima 

Volta la vita qui spirammo? Oh forte 

Indomabile tempera a 1' umano 

Spirto fu data. La polve che il veste, 

Muta al mover d' ogni aura, e corre a morte 

Per la eerchia del vano aer dispersa. 

Ma piu altera n* emerge la farfalla 

Gloriosa e color piu belli spiega. 

Allor che qui la prima volta il queto 

Lume de' tuoi gentili occhi yolgesti 

A' miei nel core non sentisti un senso 

Qual di dolcezza non ignota? e I'almo 

A vicenda cosi 1' una ne T altra 

Non si gittar fidenti, e come corre 

L' una amica a 1' amplesso disiato 

De r altra che rivede? A pochi eletti 

Spirit! invero 6 il rimembrar concesso 

De la vita trascorsa, ed un possente 



- 4b2 - 

Intelletto a scovrir questa vicenda 

Ci nacque dove dell' lonio mare 

Batte r onda la spiaggia. irfa ove I'alma 

O per estasi sacre o violenta 

Lotta col senso, levasi, e s' inciela, 

Vede la scorsa e la futura vita. 

Dl che talor s' appuntano al sorriso 

De r egro i labbri, che i suoi cari in pianto 

Presso a morte lamentano. Le vite 

Che noi vivemmo, e i nostri araori antichi 

Or vo' ridirti, e in cor tu sentirai 

Come destarsi un suon dolce di cara, 

Di fuggita, ma non nova melodc. 

Spenta e sepolta, e si che piii non resta 
Di lei rovina, o di rovina 1* orma 
Giace fra il braco de 1' Eufrate e il limo 
Di Baldassarre la citti sovrana. 
Veggio un popol che vien dall' aquilone 
Figlia di Babilonia. I suoi crudeli 
Eserciti di ferro irti, soduti 
Sovra arniati cavalli, in lor cammino 
Suonano, come mar ch'agita i flutti. 
S'avanzano, a' tuoi danni congiurati, 
Figlia di Babilonia, che ti specchi 
Ne le grand! acque. E sboccano si come 
II lion da le ripe del Giordano 
Contro le chiuse dal pastore. Incalza 
L'un messo I'altro ; la eitt4 fu presa 
Da I'imo al sommo, languono i g'uerrieri 
Tuoi figli sgominati, e di rovina 
Si leva un grido. II foco arde, e la perla, 
La gloria de* Caldei cade, n6 fia 



- 453 — 

Che le sue mura sorgeran di iitiovo : 

L'arabo errante le sue negre tende 

Non ardir4 rizzarvi, i serpi il nido, 

Stanza v'avran le belve, e de' palagi 

Fra le pareti rovinate, a sera 

Saran lament! di funerei augelli — 

Una voce fatidica tuonava 

Queste note tremendo. E il popol venne 

Fiero da I'aquilone, ed arse il foeo 

La gloria de' Caldei, n6 le disciolte 

Sue mura piu risorsero di nuovo : 

L'arabo errante le sue negre tende 

Piu non ardi rizzarvi, i serpi il nido 

V'ebber stanza le belve, e de' palagi 

Fra le pareti rovinate, a sera 

Furon lamenti di funerei augelli ! 

Ma pria che colta da sterminio fosse, 

Era pur vaga e gloriosa e forte 

La citti di Nabucco. In grembo accolta 

Avea Pegizia sapienza e I'oro 

De I'Asia tutta e de' Fenicii Farti. 

La cerchia de le sue forti muraglie, 

Con le cento di bronzo altere porte, 

I suoi figli vegliavano, in sembiante 

D'angioli de le pugne, e da gli spaldi 

Alteri, a Paura dispiegava e al sole 

La sua bandiera trionfata, dove 

Che I'aura venta o il sol vibra suoi raggi. 

Ivi ci amammo primamente. Un puro 

Di riso radian te amor fu il nostro, 

Ch6 fanciuUe le nostre anime nove. 

Pel giovinetto mondo in lieta guisa 

Ivan danzando. L'anime e la terra 



— 454 — 

Sentiano ancora de la mano il tocco, 
Che le formo : la vita riboccante 
Empieva di sua calda onda la muta 
Materia, e grintelletti e i cori a Dio 
Eran piu presso. E lo sentian, che, come 
Artista a I'opra che formava amando, 
Dava I'ultime cure, e tutto spesso 
Che dal divo concetto uscia discorde, 
Implacabil nel sno sdegno, rompea. 
E ruom tremendo gl'innalzava altari, 
Templi sublimi de le cut rovine, 
Dopo secoli ancor, tanto si covre 
Di spazio, che non fan vive cittadi. 
Templi ch'avean di porfido colonne, 
Mura d*argento, e capole di gemme, 
Si come soli rilucenti, adorne. 
Vaghi giardini rigogliosi, in .alto 
Su' terrazzi sospesi, orti e boschetti 
Dichinanti a Tazzurra acqua del fiume, 
Furon del nostro amor primo la stanza. 
Quali notti, Evelina, irradiate 
Da le giovani stelle, in su gli alteri 
Palagi e gli ardui ponti e le tranquille 
Onde versanti il lor lume sereno ; 
Quali giorni passammo ! Un inno parve 
l^a nostra vita, e noi morimmo, come 
Interrotta armonia, quando piu versa 
Di sue note piu limpide la piena. 

Un'altra volta amor ne giunse in Roma. 
Non piu fanciuUo, ritrovammo il moudo 
Uomo gia fatto in tutta la gagliarda 
Sua possa. Iddio lunge era, o si velava 



— 455 — 

D^oceani impenetrabili di luce, 

Quasi aspettando di veder fin dove 

A se stesse affidate avrebber corso 

Le sciolte umane menti. E I'uomo orbato 

Di tanto aiuto, si ristrinse a I'altro, 

Misur6 le sue forze, e ne I'aringo 

Audace atleta si slancio. Vezzosa, 

Ma severa bellezza era la tua 

A quel tempo : su' tuoi labbri di raro 

Splendeva il riso allor che ne la bianca 

Stola, che gli orli avea d'oro, raccolta, 

Grave e solerte tra le pronte ancelle, 

E sotto il guardo de^ penati Numi, 

Vacavi al tesser de le bianche lano. 

Ma la nobile fronte rilucea 

Di pensiero e d'ardir, lucea del casto 

AfiFetto che nel cor puro avvarapavca. 

Ci amammo, ma sul nostro era ancho un altro 

Piu grande amor, I'amor di Roma. E quando 

Dagli assalti di Bi:enno il Campidoglio, 

Ultimo asilo, difendendo, il ferro 

Mi si ruppe, e ferito io vacillava ; 

Accorresti sollecita, e d'un'altra 

Spada I'elsa porgendomi, a la pugna, 

Mi reggevi di nuovo. Ed io pugnni, 

E il nemico respinsi, ma la vita 

Da me fuggia. Tu non piangesti : chiiiso 

Nel viril petto il duol crudo, ma vinto 

Da un*altra angoscia piu crudele, il fiero 

Periglio e il danno de Tamata terra. 

Sol quando pari a un Dio, d*ira sublime 

Venne Camillo, e le bilancie e sperse 

I vergognosi patti, e torn 6 Ron»a, 



-^^, 



— 456 — 

In te irruppe il dolor del morir mio 

Smisurato, e la tua vedova vita 

Si chiuse in breve sconfortata e trista. 

Poi qui nascemmo a rimirar la stanca 
Ultima luce. Su linfermo mondo 
Tornava Iddio, non a temprarne il baldo 
Ardimento di nova giovinezza, 
Ma pietoso a sorreggerne il cadente 
Fianco senile, e le dimesse fronti 
A la terra inchinate. E poi che intorno 
L'uom mirando, de' snoi padri non trova 
Che rovine e rovine, c in lui gik 6 doma 
Da Tet^ la speranza, e da I'aspetto 
Arido de le cose, ultimo albergo, 
E riposato al soflferir conforto, 
Di fior la tomba gli si adorna, e bella 
Una figlia di Dio sorge fra i marmi 
Sepolcrali e le croci, e addita il cielo. 
Cos! ci amiamo. II nostrp amor gentile, 
poverella, sol cagion di angoscia 
E di dolor ne fu, ma ncl dimesso 
Lume degli occhi tuoi che imperla il pianto, 
E una scgreta, un'inefFabil fede 
Che un di fia pago quest' amor che muove 
Sovra la terra peregrino, e come 
Disdegnoso di questo infermo giorno, 
A I'alba guarda di un'eterno die. 
Nulla a te non sovvien de' primi nostri 
Amori, nulla? — Ch'io ricordi, nulla, 
Rispondea la pensosa, ma se chiude 
Un vel la rimembranza del passato, 
Questo che dici del futuro, il sento, 



— 457 — 

Eugenio mio. Sento che t'amo come 
Pill fortemente amar Panima possa, 
E pur sento, prevedo quasi, un tempo, 
Un aitro loco, dove amarti ^ dato 
Anche meglio... Ma intanto, vedi, il sole 
Alto 6 suU'orizzonte, a me promessa 
Facesti di venir meco, 11 rimembri 
Certo, e mancar gia non vorrai — Non io •, 
Dam mi sol questo giorno, o mia diletta, 
A salutar questi miei amati lochi 
Che mi fur di lor queta ombra cortesi. 
Poveri lochi, resteranno ancora 
Piu solitari ! E questi fior soavi, 
Questi fior ch'educai con tanta cura, 
Inariditi languiran — Ch'io senta 
Un'altra fiata solo il lor profumo, 
E come in sul crepuscolo diffonde 
Gli odor piu grati una mia spessa e vaga 
Siepe di gelsomini. Una gentile 
Seppi virtu di quella crocea pianta, 
Guardala, altera de I'aiuola in mezzo, 
Che al par di me, da le tenebre abborre, 
Si che non pure si corruga e asconde 
Quando vien notte, ma se nube passa 
Che al bel raggio del di di batter vieta 
Su le rancie sue foglie, ella si chiude. 
Mirala — E mentre e' la mirava ; ed ella 
Pur la mirava, a compiacerlo, il vago 
Fior, di repente le sue foglie chiuse. 
A Porizzonte levar gli occhi, e cupa 
Ampia una nube il mar tenea d'un lato. 
Da Paltro il sommo raggiungea del monte. 
Se ancor fossimo in Roma, o mia gentile, 



^ll 



- 458 — 

Egli le disse, sorridendo, un tristo 

Presagio tolto tu ne avresti, e a' Numi 

A sconginrarlo, sacrifizi e voti 

E vittime ofiFriresti — Al cielo sempre 

Ben si ricorse, rispondea la mesta, 

E mestamente s'avviava al mare. 

Dunque, a dimani — Oh si, la destra in pegno 

Eccoti, accinto troveraimi e presto 

A segairti . . . Tu piangi. — lo . . . Non so come, 

N6 perch^ ; de Tusato anche piii forte 

Mi strazia il petto abbandonarti, meco 

Deh vieni, Eugenio : torneremo insieme 

A salntar questi tuoi lochi, vieni, 

Vieni ! . . Ho nel core, e d*una donna il core 

Non fallisce, una voce che mi sforza 

A trarti or meco. Non vorrai, tu m'ami 

Tanto, sforzarmi al piangere, a partirmi, 

Desolata . . . gi^ il mar, vedi, si turba, 

Debile donna io sono : a te da presso, 

E per te, piu che d'uomo in petto io sento 

Forza e coraggio, ma da te lontana 

Io donna torno e timida, Taiuto 

Del tuo braccio a lottar con la tempesta 

Tu negherai a chi tanto t'ha amato, 

Ad Evelina tua? — Ma via, fanciulla, 

Un p6 di nebbia e il presto corrugarsi 

D'una povera foglia in cor ti mise 

Gii lo spavento. Di che temi ? presto, 

E per viver per sempre insieme uniti, 

Ci rivedremo. II mar ti sente, t'ama 

Questa queta e soave onda tirrena 

D'ogni altra onda piu azzurra. E non da' soli 

Nudi lochi, e da' flor ch'ebbi educate, 



— 459 - 

E meatier che commiato io tolga ancora 
Dai fantasmi di luce, da 1' arcane 
Immagini d'amor che al suo ricetto 
Spande intorno il poeta, e che non vede 
Occhio d'altri giammai, n^ il suo le mira 
Se non lo sacra a cosi eccelsa vista 
Silenzio e solitudine. A dimani 
Dunque, la destra ancor donami, e addio — 

Ella il lido raggiunge, e la barchetta 
Innoltra balda, e Ponda vince. Ed egli 
Immobile dair alto la rimira, 
Poi scosso intorno si rivolge, e come 
L* aora e il silenzio de la sera tutto 
Occupando venia, ne la commossa 
Alma di lui si stese d' improvviso 
Un'ombra, un dubbio, uno sconforto arcano, 
Un pentimento. E giu scese, ed il lido 
In breve aggiunse, e verso il muto flutto 
Stese le braccia di preghiera in atto, 
E piu volte chiam6, ma Tumil vela 
Piu non si scorge. Al nuotator d'Abido 
Un tratto pensa, poi V ardir gli cade, 
Ed a Teremo ostello il pi6 rivolge. 
Eremo ostello, ove non trova i cari 
Suoi fantasimi usati, e in van gli evoca. 

Viene il profumo del mattino: il sole 
Dietro le rupi del Vesevo iiscendo, 
Batre su la marina e la rugiada 
Onde i prati ed i campi e le ricurve 
Fronde, e i pampini son moUi, soUeva, 
Torna a vita ogni cosa, e col lucente 



— 460 — 

Manto ricovre il giovinetto giorno 
De' mortal! T angosce. E tu sorgevi, 
Eugenic, 1' occhio a la marina volto, 
Apparecchiato a la partenza, tanto 
Da lei cercata e disiata in vano, 
E una breve rieerchi arnica vela. 

L' una su V altra s'accavallan V onde 
Blanche di spume, e'l pescator la negra 
Barchetta al lido rassicura : al riso 
Del ciel tu guardi, e come in te sorride 
La speme ed il pensier, non vedi il crudo 
Furor de 1' onda, e si rieerchi ognora 
L' apparir de la nota navicella. 
Ma indarno V occhio stanchi, essa non parve, 
II dS per te lunghissimo trascorse, 
E stagion venne che imbrunia la sera, 
E un pallido color vestia le cose. 
Esci di speme di vederla, il mare 
Occupa V ombra, e P isola diletta 
Vi si celo, come nel leve velo 
Vergin pudica. Gi& incresciosa e mesta 
Passa una notte, senza argentei sogni^ 
Senza pensier pel tuo core diserto. 

Torna V altro mattino : redimito 
De la porapa miglior de' raggi suoi, 
Come sposo dal suo talamo, move 
Brillante il sole. Ogni piu lieve nube 
Spazzato ha Borea : impetuoso in tan to 
S' agita^ e in suo furor piega le querce 
E i cerri, e fa di passeggier diserte 
Le strade. Fuman piu frequent! i tetti 
De' campestri abituri, a cu! si volge 



— 461 - 

Invidiando il pastorel lontano. 

£ il pescator la povera barchetta 

Piu dentro il lido tira e rassicura. 

Ma te vento non turba, e presso al lido 

Infelice, t' assidi, e guardi, guard! 

Con le smanie nel petto, e sovra gli occhi 

Stravolti 11 pianto. Misero! gik oscura 

L'orientfe, degli arbori nel cupo 

Presso a 1* amata il tortore s* ascose, 

£ su le bianche arene taciturna 

Batte la luna. Ed incresciosa passa 

Un* altra notte, senza argentei sogni, 

Senza pensier pel tuo core diserto. 

Riede il mattino, e sol V annunzia un bianco 
Cbiaror, ma 11 sole non appare: spesse, 
Negre viaggian le nubi il fosco cielo, 
£ al tristo presentir de la procella 
L' aer trepida e freme. Alto lamento 
Manda la valle, e'l cacciator su P uscio 
Rist4 sospeso : il mar rugge, pur sempre, 
£ i fiutti leva disdegnoso e fiero, 
Come potente in ira. Oh come balza 
Quel negro pun to sovra V onde : scheggia 
Forse di nave, da la furia altera 
Dilacerata del fremente fiotto ! 
Ah, fra il suono del vento il grido, sembra, 
Si sollev6 del naufrago : V orrendo 
Grido che vince ogni altro suono, e solo 
Domina la tempesta. Un altro giorno 
N6 la nave verrA. Gi4 non lo speri, 
Infelice, e dal tuo petto bollente 
Si leva il flutto non sdegnoso meno^ 



— 462 -^ 

E ancor tu fremi. Ed incresciosa g-iunge 
Gi& per fatta spaventevol notte. 

Molte cose penso, pianse diserto, 
Sconfortato, assai pianse, e finalmente 
II debile intelletto a tanto affanno 
Imparl, al tutto s* ofFusco. Tradito, 
Abbandonato si cred^, soverchia 
L' ira nel core al rio sospetto, e sempre 
Trova un pensicr, che sovra gli altri sorge, 
Ella stancossi alline ; ella tradimmi ! 
Cupo sed6 sovra il terren fin 1' ora 
Che fa fioche le lampadi, e rischiara 
De le montagne il capo : allor e' sorge, 
Quasi tranquillo, altero. E nuovamente 
Al suo soggiorno addio diceva, e 11 fato 
Ripetea questa volta, addio per sempre. 
Per la montagna discoscesa innoltra 
II giorno intero e non si avvede, e stanco 
Ancor non 6 : squallida, e morta Intorno 
Ritrova la campagna. Ah de la nova 
Primavera il sorriso e 1 ' armonia 
Ei non vedr&. Troppo infelice venne, 
L' unico amor perdu to, e gik la vita 
Sostener senza amore aleun non puote, 
N^ potendo vorrebbe. II sole il raggio 
Occiduo gi^ volgeva, ed egli al lido 
Senza saperlo, nuovamente giunto, 
Riguarda ancora a V isola diletta, 
E nuovo pianto il suo petto consola. 
Infelice! quel lido avea V impronta 
De la procella che passo. Ammucchiate 
Alghe e spume covrivanlo, n^ ancora 



— 463 — 

Del pescator la breve navicella 
S' assecura lasciarlo. Un fiero strido 
D' augel vorace lui riscuote, e il vede, 
Con segreto terror, presso al suo capo 
In brevi giri avvolgersi, guardando 
Disioso la terra. Oh cielo oh cielo ! 
Mira, ed un corpo esanime gittato 
Quivi da T omicida onda ravvisa. 
Guarda, discerne, era ella, che a V amore 
Alfin donato avea T ultima prova. 
Avea gittato il vivere. Infeliee, 
Quanto meglio per te s' ella infedele 
Fosse stata dal tuo pensier tenuta 
Eternamente!... no, perdeF chi si ama 
E per amor ch' ella ti porti, 6 immen80 
Infinito dolor, ma tal dolore 
Che non dispera, non affanna e prostra, 
Come per vizio perderla. Suprema 
Sciagura a V uomo il disperar de 1' uomo 
De la virtude, e de V affetto. E' pianse 
Su quel corpo prostrato, e in questo pianto 
L' ultimo di sua vita atto raccoglie 
Del suo poeta il carme. Altro di lui 
Piu non si seppe; n^ gli usati locbi 
II rividero piu ; forse fremendo 
Dolorando mori, forse il doldre 
Purificato awicinollo a Dio 
Tanto piu presso, quant* era piu «grande. 
Awicinollo a Dio la ricordanza 
De r infinito amor di quella pia 
FanciuUa, che mostr6 come de Tuomo 
Gli afi^etti piii gentili, hanno altra fonte 
Onde traggon la vita, ed altra meta 
Che le gioie mondane e faggitive. 



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GIUNTE E CORREZIONI 

alle « F*oesie > 



Pag. 248 — riga 6 — Alfonso Azzinniari — leggi: 

Alfonso AZZINNARI. 

Pag. 250 — Le noticine senza firma sono dell'autore, 
quelle con la indicazione V. del compilatore. In quests 
nota, intanto, fu per errore omessa la* indicazione F. 

Pag. 255 — Nel primo verso, dove dice « ...alva- 
nir deU' ora misteriosa » , correggi : al venir ecc ; e 
nel penultimo dove dice : « Che al tuo risponde » , cor- 
reggi RI8P0NDA. 

Pag. 258 — riga 18 — « Tanto V invade, ecc. » — 
leggi : Tanto f invade. 

Pag. 265 — verso 24 : « Pietoso il fatto disdegnar 
la vita » correggi : pietoso il fato ecc. 

Pag. 267 — Risulta, sopra tutto dai nobili studi di 
Angelo De Gubernatis, che Alessandro Manzoni era in- 
namorato del Poerio come poeta, non meno che come 
cittadino, esule elettissimo degli elettj esuli napoletani 
che serbavano viva la fiammella dell' ideale patrio fra 
la gente piu a v versa, e mar tire invitto. — I versi del 
Poerio e quelli delF Arabia dimostrano, con forza e pro- 
porzioni diverse, che il senso poetico ha piu d*un punto 
di contatto col senso mistico, rivelatore del misterioso 
e del fatale. Nell' Arabia la vecchia e comune idea teo- 
logica si sposa al sillogismo sempre giovine e vero deUa 
purificazione della materia median te la spirituality 
dell' anima, esistente come entity reale ; ed esso 6 che 
lo salva spesso dal convenzionalismo del tempo e gli 
d4 una nota personale. 

Pag. 286 — Le leggiadre ottave dell' Arabia fan 



— 465 - 

sovvenire de' celebri versi del Tommas^o nella poesia 
A giovinetta die va sposa net Brasile : 

E il molto fior ch' estolle 
Le odorate coroUe 
Sui fuggenti cristalli; 
E in bianchi, in persi, in gialli, 
Ed in color di rose 



E in tirso, in ondeggiante 
Nastro, in raceni, in gai 
Festoni, in lunghe spire 
Conserti i fior venire 



Pag. 286 — verso 31 « // suo man to regale » leggi: 
IN suo manto regale, 

Pag. 317 — A proposito di queste Tentazioni di 
Sant' Antonio, ricordo ehe menai V Arabia a con venire 
che niuno, forse, neppure Byron e Milton, hanno sa- 
puto rendere co8i al vivo 1' orrore della dannazione di 
uno spirito che si ritiene perduto per sempre come il 
Marlowe nella sublime ultima scena del suo La tra- 
gica storia del Dott. FaustOy che mi duole di non poter 
riportare. II forte lavoro, anteriore e, sotto I'aspetto 
umano, superiore a quello del Goethe, 6 stato egregia- 
mente tradotto dal Dott. Eugenio Turiello (Napoli, Tip. 
Golia 1898. 

Pag. 463 — A proposito dei tre poemetti, che ap- 
partengono al genere allora in voga, non h inutile co- 
noscere il giudizio che di esso genere faceva il Nen- 
cioni in una lettera a me diretta ; « Bei versi, bei 
brani, nobili pensieri, ma nell'argomento si somigliavano 
tutti come nello svolgiraento e negli episodi, il racconto 
spesso annulla il dramma, il discorso 1' azione, langue 
V effetto e il piii delle volte ne esci gelato ». 

— A qualche altra piccola menda proweda il let- 
tore. V. 



-:f 



PROSE (1) 



TOMMASO CAMPANELLA C) 

Tommaso Campanella iiacque, com' e uoto, in Stilo, 
piccola citti di Calabria nel settembre dell 'anno 1568. 
Giunto agli anni quindici o poco oltre di et&, entr6 in 
un monastero di Frati di S. Donienico. In Cosenza ab- 
braccio le dottrine di Bernardino Telesio, che combat- 
teva a tutta oltranza Aristotile. Sto per dire che se il 
Telesio avesse invece rivolto la sua dialettica contro 
Platone o altro qualunque, che avesse avuto quel re- 
gno anzi quel culto che allora avea lo Stagirita, Cam- 
panella sempre si sarebbe messo vicino al Telesio per 
rindole impaziente e prepotente del suo spirito, e per 
V ^tk che avea piu bisogno di demolire che di creare. 
Se pure chi scuote ed abbatte gik con solo questo non 
crei qualche cosa. A ventidue anni and6 in Napoli, 
dove comincio a levar fama di s6 piu di quanto era 
mestieri a viver tranquillo. Nel 1589 va in Roma; Panno 
dopo in Firenze, poi a Venezia, poi a Padova, poi torna 
a Roma; e nel 1599, non si sa se volontario o costretto, 
si riduce in Stilo sua patria. Da poco vi era giunto, 
quando per essergli imputato di aver preso parte a 



(') Delle niolte, tutte belle per chiarezza, sobrietA, e dottrina, 
diamo quelle che ci 6 riuscito rintracciare e che oi Bono parse 
piti importanti. (V) 

(") Poi premessa, con osservazioni riguardanti il dranima, 
alle Scene Campanellesche. Tommauo Campanella, .Scene Tip. 
delta Regia L'niversita 1877). — (V.) 



e6V 



pi 









- 468 - 

fe|:^ quella specie di soUevazione che allora ebbe luogo con- 

j^V tro il Governo Spagnuolo, fu imprigionato piu volte e 

^5 crudelmente sottoposto alia tortura, cacciato nel fondo 

fl{'\ di una carcere nel Castello Nuovo di Napoli, donde non 

esci prima del maggio 1626, ciofe dopo 26 anni. Pagato 

|i questo tributo a discolpa dell' eccellenza dellMngegno, 

|< alia potest^ laicale, restava a fare i conti con P eccle- 

1^. siastica che V imputava di eresia. Sicch6 va in Homa, 

e dinanzi al Tribunale dell'Inquisizione gli riesce pur- 
garsi da quest a accusa, aiutato in questo, piu che da 
altro, da che in quel tempo la Corte Eomana gaardava 
bieco la Corte Spagnuola, ed egli era una vittima di 
questa. Infatti trovandosi, non ostante Passoluzione, o 
credendosi poco sicuro in Roma, nell'ottobre del 16B4 
ripara in Francia, dove visse gli ultimi anni aceoito 
bene, amato, riverito, e dove mori a' 21 maggio del 1639. 
Ebbe egli parte in quella cospirazione? Anzi, que- 
sta cospirazione ei fu, o fu un pretesto al Governo spa- 
gnuolo per torturare, uccidere e spaventare? Comin- 
ciamo dal porre in mezzo cosa non revocata in dubbio 
da alcuno, cio6 che il reggimento de' Vicer^ della Spa- 
gna nel reame di Napoli avea fat to il necessario e al 
di Ik del necessario per tirarsi addosso l*odio di tutti. 
Questo che gik rende probabile la congiura, non si nega, 
n6 fino agli ultimi tempi si 6 negato che una cospira- 
zione ci fu, di cui furono gran parte gli ecclesiastici, 
e fra questi il Campanella. A citare due soli storici, 
Pietro Giannone (') che vide gli atti del processo, se 
ne mostro persuaso. Ma come non era proprio innamo- 
rato di preti e frati, gonfio, magnified, pose in tanta 
sinistra luce il fine che costoro si proponevano, che rese 
poco credibile il fatto. Campanella o no, governo spa- 
gnuolo nazionale, giusto o tirannico, pel difensore 
de' dritti della societA, a fronte della chiesa, non ci avea 




<«) Storia Civ. 



— 469 — 

che frati che insorgessero contro lo stato. Ma tolte via 
le esagerazioni, restano, per disgrazia, i fatti veri, nar- 
rati dallo storico, delle incarcerazioni, delle morti, delle 
torture, di molti contro i quali e difficile supporre che il 
govemo avesse una particolare inimicizia. 

Carlo Botta (') mise in novella luce non P amputa- 
zione, ma il fatto imputato che ritenne come vero. Quanto 
questo, come I'illustre istorico trovo spesso che fosse 
materia da celiarvi sopra la rivoluzione francese, il Di- 
rettorio, Napoleone e 1' iliade delle sue guerre, Cam- 
panella puo aver pazienza. Ma per rispetto alia cosa, 
appunto perch6 il Botta narra fatti che a lui sembrano 
non pure strani ma quasi incredibili, appunto perch6 
narrandoli si riduce a chiedere che razza di frate fosse 
il Campanella, si deve credere che le prove di fatto 
da lui esaminate, riuscissero a convincerlo. Non puo 
supporsi che alcuno si crei un problema per chiarire 
il mondo che non sa scioglierlo e che vi resti impa- 
niar.0 dentro. 

Precede, accompagna e segue costoro, una legione 
di storici, di cronisti, di cercatori di notizie antiche, 
de' quali alcuni tengono pel no, altri pel si, ed altri 
negano ed aifermano nel tempo stesso, perch6 si con- 
tentano di sparger il dubbio. Ma 6 nondimeno a notare 
che in tutti pre vale I'avviso che quella congiura fosse 
un'opera assolutamente ribalda e vergognosa, sicche 
gli amici del Campanella cercano di difendernelo, come 
da una vergogna, come i nemici facevano per V istessa 
ragione, prova di convincernelo . 

A citare un'esempio, Vito Capialbi pubblica in Na- 
poli nel 1845 alcuni Documenti inediti circa la valuta 
Hhellione di Frate Tommaso Campanella, che o/fre, de- 
dica e cmisagra al VII Congresso degli Scienziati ita- 
liani. Capialbi era degli amici del Campanella, a se- 



(') :storia d'ltal. 



L^-. 



— 470 — 

gno che, come racconta, andato a Stilo, nel 1812, con 
un letterato francese, baciarono religiosamente la so- 
glia di una casa, solo perche dugento quarantaquattro 
anni dietro, vi era nato quel sapiente « al quale niuno 
» negherA rnai di avere annunziato molti brillanti dogmi 
» nelle filosofiche ed economiche discipline, propri a con- 
» durre Tumanita al suo fine e migliorarne le istitu- 
» zioni sociali, gia da' modemi nella massima parte 
» adottati, di ^ver prej<enfito il bisogno del Cattolicismo, 
» di cui fu iiistancabile difensore ». 

Ma appunto per questo il buon Capialbi dichiara 
che « saranno esauditi i suoi voti, se qualche valente 
» scrittore servendosi di queste nuove pubblicazioni, 
^ potesse confortare Tombra del tilosofo Stilese, pur- 
» gandola dalle tremende hnputazioni di cui lo macchin- 
» rono i suoi coiitemporanei » . 

Ora a me sembra che fino a quando resteri lode- 
vole e da compiangere anzi che da biasimare anche 
r imprudenza di chi cerca liberare la sua patria da 
un giogo aborrito, la cosa dovrebbe essere appunto a I 
contrario, e gli amici e i nemici del Campanella do- 
vrebbero scambiarsi le parti. Ma la logica degli uni o 
degli altri, quando si trova, in queste ricerche, a duro 
partito di dover combattere i fatti, e di necessity che 
zoppichi. 

Infatti la nuova pubblicazione del Capialbi e di 
nn manoscritto « autografo consegnato da Fr. Tooimaso 
» prigione nel Castello nuovo di Napoli al suo discepolo 
» (Jiambattista Contestabile, perche con esso alia mano, 
» potesse, di unita al celebre avvocato Giovannantonio 
» Pari si, informare i Reggenti del Collaterale Consiglio 
» a difesa dell'autore ». Piu altri estratti di Ricordi e 
Cronache manoscritte di alcuni contemporanei che in- 
formano com'essi non credono Campanella autore di 
quella congiura, e lo dicono calunniato, ma con nes- 
suna o con qualche assai meschina argomentazionc 



— 471 — 

Sicch6 1 ' importante e solo il primo scritto, che il Ca- 
pialbi dice « essere tal quale fu disteso di proprio pu- 
gno dal perseguitato filosofo >». 

Or data V autenticiti dello scritto, se in esse il 
Campanella nega di aver avuto parte a quella cospi- 
razione, se ne dovr^ diinque inferire che cosi fa da 
vero? La conclusione sarebbe, mi sembra, alquanto 
sollecita. Imperocch^ non fosse mestieri essere un pro- 
fondo pensatore per prevedere che se sopra il solo so- 
spetto e le prove non certe, taluno 6 preso, torturato 
acerbamente piii volte e gittato in fondo a una car- 
cere, con un po' di confessione di giunta, si andava 
dritto alle giaculatorie spagnuole di avere il capo raozzo, 
di esser fatto a brani o di essere appiccato per la gola, 
donee moriatur o hiiinia e.ius a corpore xegrfgetur, come, 
a fuggire qualunque equivoco, scrivevasi nelle sen- 
tenze di allora. II povero Fr. Tommaso che liloSofo era, 
ma che dall' altczze dclla metatisica si vedea tirato 
gill alia tremenda realty degli aculei, delle ruote, delle 
corde, della fame, delle carceri sotterranee, e udiva 
che molti erano gik stati morti de mandafo regio, cio6 
presto e senza nemmeno quelPombra di processo che 
allora facevasi, s' ingegno naturalmente di non render 
peggiore il caso suo con V opera propria. Se non con- 
fessava per evitare o cessare tormenti spaventevoli, 
r avrebbe poi fatto per darsi il piacere d' informarne 
i membri del Collaterale Consiglio V Senza che, pensiamo 
che gioconda figura avrebbe fatto il celebre avvocato 
Giambattista Parisi a presentarsi a quei signori per 
difendere il Campanella con una confessione scritta di 
proprio pugno del perseguitato filosofo, Campanella nego 
perch6 voile almeno tentare di conservarsi vivo. E fece 
bene, ch6 un sagriflzio inutile piu che del suo corpo, 
del suo ingegno sarebbe stato troppo meschino per un 
uomo d' intelletto. 

E lo scritto ha qualche importanza pe' fatti cho 



':«j 



— 472 - 

allega, per leragioni che svolge ? Se ne giudichi da' due 
primi period! che vogliono provare come e perch^ fa 
data al Campanella V accnsa di cui vuol difendersi. 
Narrato come Fr. Tommaso reduce in patria nel 1598 
s' adopero a motter pace fra la citt4 di Nic astro ed il 
suo Vescovo, che si era fuggito a Roma, lasciando la 
cittd interdetta, soggiunge che « dispiacque assai a D. 
» Luigi Xarava, avvocato fiscale, seomuaicato tre anni 
» avanti dal Vescovo di Mileto; e perseverante, e man- 
» tenitor delle brighe, desioso che tutti fossero interdetti, 
» e scomunicati come lui per sua discolpa appresso il Re, 
» et pur ci era scomunicato il Principe deilo Sciglio el 
» governator del Pizzo, et altri baroni, et officiali » . 

« Alii 15 di agosto poi esso Campanella ando a Stilo 
» sua patria, dove il Vescovo di Milito era venuto a 
» processar un Arciprete di Stignano, et Campanella 
» ando con lui fino a Jeraci e dispiaque assai alii of- 
» ficiali scomunicati che havesse dato consulta di canoni 
» e ragioni al Vicario di Nicastro et al Vescovo di Milito 
» per aiuto delle giurisdittioni ». 

Da questo, e solo per questo venne, secondo il ma- 
noscritto, la calunnia delle imputazioni, la ferocia delle 
morti, delle torture date, de' testimoni corrotti, e via 
discorrendo. Or chi sa dire perche quel D. Luigi Xai-ava 
fosse cosi smanioso di discolparsi appresso al Re della 
scomunica in cui era incorso, quando da queste poche 
linee, che si son trascritte, si ha una intera citt4 Ni- 
castro, interdetta, scomunicato esso Xarava, scomuni- 
cato il Principe dello Sciglio (o di Scilla) scomunicato 
il governatore del Pizzo, scomunicati altri baroni ed 
altra categoria di officiali egualmente scomunicati ? Ma 
se era un'anatema quasi generale, il Re non avea nes- 
suna ragione di portarne il broncio segnatamente al 
suo avvocato fiscale. Infatti costui e per questo, e forse 
perch6 sapeva che, dato pure che una tal cosa fosse 
^iunta a Madrid ed all' orecchio di un Re che si curava 



— 473 — 

tan to delle faccende del suo regno, come Filippo III, 
hon dovea sembrar gran fallo anzi lode, che egli fosse 
scorn unicato per materia di giuii^dittioni^ ch' era il 
punto controverso fra le due potest^ civile ed eeclesia- 
stica, se ne stette sodo, e quel ch'6 peggio, perseverante 
pet' tre anni. Come gli venne d* un tratto il diabolico 
pensiero di scolparsi con un ordito spaventoso di falsity, 
che potevano, scoverte, produrgli ben altro male che 
gl'interdetti del Vescovo ? II che era tanto piu facile in 
quanto lo Xarava non era infine che un semplice avvo- 
cato fiscale, mentre era governatore della Provincia D. 
Alonso De Roxas, che, secondo il manoscritto, era nemico 
di Xarava, e difese sempre gPimputati della congiura. 

Quella difesa non pure poggia sopra un supposto 
tanto facile a svanire, ma un giudice malizioso potrebbe 
anzi da essa trarre, contrariamente a quanto spertxva il 
Capialbi, buoni argomenti a ribadir P accusa (dico in 
senso giuridico) fatta a Campanella. Vi si legge, per 
prima cosa, ch' egli era in mezzo a dar consigli ed aiuti 
e consulte di canoni e di ragioni a' Vescovi, e sempre 
intorno a quella sospetta materia delle giarisdizioni. 
Certo i Vescovi di canoni doveano saperne, od almeno 
non mancava nel proprio clero chi ne sapesse per loro^ 
Perch^ dunque aver ricorso a lui monaco, misero frati- 
cellOj com'egli si chiama, o soffrire che s' inframmettcsse 
in quelle controversie, che aveano in germe un' oppo- 
sizione politiea? Forse perch6 il misero fraticello avea 
piu dottrina ed ingegno degli altri ? Ma chi pone il sua 
sapere al servizio del clero, quando 6 in lotta col governo 
laicale, non di con questo una prova molto evidente 
del grande amore che ha verso il governo, n6 allora si 
chiariva cosi uno sviscerato amico della Spagna, come 
vuole dare ad intendere che fosse nel manoscritto. 

Vi si legge : « Poco avanti erano stati in convento di 
» Stilo Mauritio Rinaldi, e M. Antonio Contestabile per 
» trattar la pace tra Carnelevari et Contestabile: et Fra 

30 



— 474 — 

» Dionisio essendo di passaggio inter venne a questi trat- 
» tati e strins3 amicizia con Mauritio, o tratto di uscirein 
» carapagna e dimandavano il Campanella ; essi e molti 
» altri di quella cometa di Calabria, et terremoti, et se- 
» gnali della rinuovatione e li dimandavano se venia ro- 
» vina alia provineia come parea da ponente secondo il 
» corso della cometa : (come proprio venne Carlo Spinello, 
» che la travaglio) che cosa aveano da fare; e lui diceva 
» mettersi sulle montagne con le armi, come feeero li' 
» Venetiani nelle laeune quando venne Attila, et li Spa- 
» gnoli in Asturia, quando intraro li Mori in Ispagna, 
» e questo dicea per modo di ragionamento e mischiava 
« li seg'ni del giudizio universale col particolare della 
» provincia, secondo s' usa, et ognuno pensava a cose 
» nove, e sparlavano in diverse guise ». 

Da cio e chiaro almeno che un gran p^irlare egli 
avea fatto di mutazioni imminenti, di segni di profe- 
zie, di comete, cose tutte che aecennavano a quel ri- 
volgimento politico che era nella mente di tutti. Disse 
aver cavato questo da parecchi autori profani e sacri, 
S.a Brigida, Dionisio Cartusiano, D. Serafino da Fermo, 
P ab. loachino ed altri. Non so se egli vi credesse da vero, 
non ostante che a cio persuaderebbe la comune credenza 
in quel tempo nelPastrologia e il suo libro dei 18 Articoli 
profetaii de eventlbus praesentis saeculi, certo e che con- 
fidava di farvi credere gli altri, non esclusi i Gesuiti, 
» che e quanto dire : « II Sauces, Fiscale, leggesi nel 
» manoscritto, finse che per curiositli desiderava sapere 
» in che profetie fondava questi suoi detti, e li fece 
» scrivere dal suo notario dettando il Campanella molti 
» articoli profetaii*: li quali esso Sauces port6 a'Gesu- 
» iti et ad altri e molti di quelli dissero che Campanella 
» haveva ragione che non eran finte per ribellare. Pero 
» li mando molti Gesuiti e Theologi Spagnuoli a di- 
» sputare. Li quali si divisero, altri dicendo che diceva 
» bene, altri che no » (*;. 

(') § 21. 



— 475 - 

Dichiaro che di questi libri citati dal Campauella 
appena ho veduto una volta quelle delle profezie che si 
attribuisce alPab. Gioacchino, e che leggendolo mi parve 
<5he sarebbe 

« Di spirito profetico dotato 

non chi lo scrisse, ma chi giunse ad intenderne verbo. 
Non di meno stento a credere che S.««- Briorida e I' Ab. 
Oioacchino, Dionisio Cartusiano e D. Serafino da Fermo 
consigliassero, nei loro scritti, di uscire in cdmpagna e 
^nettersi su le montagne con le arnii^ quando sarebbe 
comparsa in Italia una cometa da ponente. Perche se 
i Veneziani scamparono nelle lagune al venire di At- 
tila e gli Spagnuoli in Asturia all' irrompere de' Mori, 
Attila e Mori poteano fuggirsi x;on Pandarne altrove, e 
le armi poteano esser buoiie contro di loro. Ma la co- 
meta sovrasta al piano come alle montagne, e delle ar- 
mi non ha punto paura. Salvo se, come interpetrava 
Campauella, la co&ieta non avcsse a prender la forma 
di Carlo Spinelio v^enuto appunto a travagliare la pro- 
vincia, ed al quale si riferivano i presagi fatti e sparsi 
fra il popolo. 

Per poco intendente di latino che fosse quol D. Lu- 
igi Xarava, a segno da tradurre de portentoso adventu 
locustarum^ per venuta di fuste (o barche) di Turchi, 
pote nondimeno come fiscale ch' egli era, aver tanto di 
malizia, da farsi il seguente dilemma. Frate Tommaso 
■crede in questi segni e* presagi, cd 6 probal)ilissimo che 
cospiri, perchfe 'Chi 6 che non voglia prender p.irte ad 
un rivolgimcnto politico, quando lo sa predetto da* profeti 
e lo vede scritto negli astri ? non vi aggiusta fede, 
B perch6 dice il contrario, ae non per indurre altri ad 
operare, fondandosi sulP autorit^ della sua parola, quel 
rivolgimento, che puo molto bene avvenire, anche che 
non si trovi innanzi predetto, ne anuunziato per vie so- 
prannaturali ? 



r^^ 



— 476 — 

Lo scrittore, preconizzato e desiderate da Capialbi^ 
voile essere il prof. Alessandro D' Ancona, in un sua 
Discorso, anzi libro da cui fa preeedere la pubblicazione 
di talune opere del Campanella. (M H D' Ancona, pen- 
sando al solito, che quella congiura fosse una macchia 
della quale fa ingiuriosamente insozzata la fama di 
questo illustre Italiano (') non pure nego risolutamente 
che egli vi avesse preso parte, ma asseri che tutto- 
proprio fosse una favola inventata per perdere il Cam- 
panella, i pochi seguaci, e qualche nemico dei giudici 
processanti (*). / 

Per venire ad una conclusione cosi netta e preeisa^ 
il D' Ancona, 6 mestieri dirlo, non pure si parte da 
premesse molto deboli, ma spesso dk a'fatti piu accer- 
tati una forza probante che non ist4 con la logica. It 
che sarebbe maraviglioso in un uomo che con tanto 
amore si vede aver ricerco i non pochi volumi del 
filosofo calabrese e i moltissimi che intorno a lui sonosi 
scritti. Ma tutto si spiega agevolmente col suo desiderio 
di tor via la macchia dalla fama del suo autore. 

E innanzi tutto al D' Ancona non potea sfuggire 
la dimanda piu naturale che gli si puo fare, cio6 per 
quali cagioni avesse dovuto altri concepire tanto odio 
contro il Campanella, da calunniarlo a quel modo. Di 
queste cagioni ne annovera due. Le sue opinion! poll- 
tiche manifestate che non potevano piacere alia Spagna 
e l3 antiaristoteliche che non garbavano a' frati, e i) 
con to che taluni de* giudici processanti trovavano nel- 
I'ordine quella calunnia per spacciarsi di alcuni loro> 
nemici. 

Che Campanella dovesse dispiacere a' governanti 
spagnuoli 6, per verity, cosa evidente. Basterebbe per 



(«) ToWno 1854. 
(«) p. 149. 
(•) p. 60. 



~ 477 — 

qiiesto il coasiderare una sola delle massime che il D'An- 
cona ha raccolto, in prova, da' suoi scritti. P. e. « si- 
» gnoreggia per natura chi precede per virtCi : serve per 
» natura chi manca di virtu : dove si fa il contrario 6 
y> dominie violento^ ovvero «la 80vranit4 vera appar- 
» tiene a Dio : Puomo ^ sovrauo condizionato seguendo 
» la regola che gli ha posto 11 creatore » ovvero « per 
» la forza regna solo 11 re degli animal i, « o i fonda- 
» menti di sovranitA non possono essere che virtu, sa- 
» pienza, ed amore ec. (*) » . 

Se da cio si vuole inferire che Spagna dovesse guar- 
dare con sospetto al Campanella, I'illazione 6 giuBta, ma 
io chieggo in grazia : ed il Campanella come dovea alia 
sua volta guardare il Governo spagnuolo ? Tanto h : si 
ammette che il Campanella era tale che non stava con- 
tento « alie pure scienze delPideale, anzi veniva via via 
» traendo i raggi da quel primo foco ; ed uno di questi 
» dovea formar la politica, o scienza di govemar gli 
» uomini, secondo ragione» (^) lo si cogJie in flagranza 
di annunziar inassime che sono appunto la condanna 
del Governo spagnuolo, si concede che questo ahbia 
dovuto sdegnarsene, ma di Campanella si conclude che, 
pronunziate quelle massime, se ne dimentica, o le ri- 
tiene per buone solo negli ordini speculativi del sovra- 
sensibile. Anzi riraaneuno sviscerato amico della Spagna, 
e chi ne dubita, puo leggere a chiarirsene la sua Mo- 
narchia Spagnuola, il proemio sXVAteismo trionfato e 
quella sua Difesa, pubblicata dal Capialbi, che altri si 
place meglio chiamare una semplice narrazione. II 
D'Ancona trova credibile, e I'incredibile sarebbe appunto 
il contrario, che il filosofo fra i suoi amici e discepoli 
delineasse la gik concepita Utopia della Ctttd del Sole^ 
ma sempre come aspirazione ad un governo filosofico, 



(') lb. p. 89, 90. 

n p. 8'j- 



— 478 — 

da verificarsi in tempo lontano, e quindi chiama stiipidi 
o iniqui i giufiici che « un discorso il quale chiaramente 
« si riferiva a tempo remotissimo, traevano a parlare 
di cose allora succedentisi ('). Stupidi ed iniqui saranna 
stati i gludici, ch6 il fatto della congiura pno, in logica 
legale, star raolto bene insieme con la poca sagacia o 
poca rettitudine di quel giudici, che doveano punire il 
provato, non il supposto. Ma noi crederemo anch'ora che 
Campanella parlasse proprio di tempo lontanissiino, ei 
che si credea nato a debellar'», tie mali estremi^ di cui 
primo la tirannidef E crederemo che il lume che egli 
avea acceso, mentre fulH stavano al buioj era, come dice 
il D'Ancona, non altro che una metafora per aceennare 
al suo inuovamento scientifico ? Le sue parole dicono 
ben altro, ch6 quel lume, interruppe, fugando la notte, 
le gioie del bestiale son no in cui erano quelli che ra- 
pivano gli onori. rapivano la roha, rapivano il aangue, si 
faceano mariti di ogni sesso e schernivano gVinfelici (*). 
Costoro, pare a me, anche poeticamente parlando, sona 
tutt'altro che Aristotelici o Platonici, e farebbe ridere 
chi gli credesse facili a spaventare per un lume acceso 
nelle lontane regioni della scienza ideale. Dunque, se 
Spagrna odiava il Campanella e questi per conseguenza 
la Spagna, se egli non vivea sempre nelPidee, ma 
guardandosi attorno, si condoleva e sdegnava de' mali 
troppo veri della sua patria, questo non diro gi^ che 
dimostri uhiaro, ma che almeno rende molto probabile 
e la congiura e il suo parteciparvi. Quel che n' esce 
provato 6 che quel mostrarsi caldo partigiano del Go- 
verno spagnuolo non fu per 1' infelice filosofo che un 
mezzo trovato di poi a far cessare le torture della lunga 
prigionia, e che ora sarebbe molto maravigliato di noi 
altri che vogliamo crederlo alia lettera. senza vedere 



(') p. 93. 

v') Camp. Poeflto Ganz. l.» 



— 479 — 

questa sua intenzione, che si vede e si pu6 toccar con 
le mani. 

Xarava e i frati inventarono la congiura per per- 
dere il Campanella. Delia poca verosimilo cagione che 
avesse avuto lo Xarava a far qnesto, ho toccato di 
sopra. Venghiamo a* frati. Uno scriitore della cui ami- 
cizia mi onoro, Michele Baldacchini, osservo prima che 
se i frati perseguitavano il Campanella, il Giannone non 
dovea credere che gli si unissero poi nclla congiura. 
Anzi 6 da tenere appunto il contrario, aggiunge D'An- 
cona, cio6 che i frati si fossero uniti a' governanti a 
danno del filosofo, inventando la congiura, solo per 
fargli dispetto. 

Per verity, in quella sua Difesa,' Campanella si 
duole de' frati, e, dopo lo Xarava, pone per primo fab- 
bro del processo, un frate Cornelio da Nizza, corrom- 
pitore di testimoni a suo danno, non bastandogli Pesser 
briccone da s6 solo. Questi frati Paveano in odio, perch6 
egli era uomo t alieno di ambitione... et rinunzio di 
y> esser lettore e maestro anchora, e pur a tutti inse- 
» gnava sempre, come homo dedicatissirao sempre alia 
» virtu, e per sua affetione verso la sapienza fu piii 
» volte tenuto per homo che fosse impossibile a saper 
» tanto, e fu travagliato da' frati suoi » . Sta bene : ma 
i frati non formavano allora un tutto cosi bene unito 
da essere proprio il contrario di cio che suppose PArio- 
sto, che allogo la discordia in casa loro. Di frati che 
avessero in uggia il Campanella, ce n'era pur troppi, e 
non accade nemmeno dirlo. Quando lo si vede vecchio, 
infermo, logorato da 27 anni di pene, esulare in Francia 
e quivi pigliarsela col Gassendi e con tutti i sapienti 
di quella contrada a lui ospitale (^) pensate se giovane 
e rigoglioso, dovea mandarla buona a quel lettori o 
maestri nel cui numero (creda chi vuole per modestia) 



(') Lettera del Da Peirese. 



^^»- 



— 4€0 — 

non avea mai voluto entrare, e che non sapevano altro 
che un po' di scolastica scucita e slombata. Ma perspie- 
gare com'egli, rinunziando ad esser maestro, pure in- 
segnava a tuttf, h da credere che ci fossero tra i frati, e 
tra i giovani special mente, di quell I che ritoltisi alle 
seuole ordinarie, preferissero il suo insegnamento e 
quindi la sua amicizia a quella degli altri. Aneora si 
potrebbe dire che il trovarsi in di>.cordia intorno ad 
Aristotile, non era una ragione ben decisiva perche i 
frati non potessero trovarsi di accordo con lui nel con- 
giurare contro un Governo che pesava su tutti egual- 
mente. E si potrebbe infine dire che se pure la cosa non 
stava cosi, pot6 crederlo Campanella ed errare ; come 
infatti errarono ed erreranno novantanove su cento di 
coloro che si proposero o si proporraano di operare un 
rivolgimento politico di quella importanza. Chi non sa 
che nelle congiure politiche, o in qualunque irnpresa, 
il pericolo piu grande 6 appunto che ti vengan meno 
quelli sopra cui piu conti, se gi^ non ti si rivolgono 
contro ? 

Per rispetto poi a cio che si dice che taluni de' giu- 
dici processanti avessero un proprio vantaggio nel far 
comparir vera la congiura, certamente 6 possibile che 
fosse cosi, ma si noti che costoro, il Sauces o il Morano, 
vennero dopo, quando gi^ la congiura era tanto sven- 
tata che gV imputati erano in carcere. Questo appunto 
si raccoglie da uii luogo della Difesa, citato dal D' An- 
cona (^). Sicch6 6 credibile trovassero prove false contro 
qualcuno che volevano perdere, non gi4 che inventas- 
sero tutta la congiura, creando il delitto e I'autore nel 
tempo stesso. 

Questo per rispondere alia prima dimanda che viene 
dall'assertire del D' Ancona, cioe perche e da chi tanto 
odio verso il Campanella. Ma per toccare qualcuDO 

(») p. 131. 



— 4S1 - 

de* punti piu importanti della sua critica storica, disa- 
miniamone uno de' piu controversi. 

Campanella chiamo in suo aiuto i Turchi ? Avean 
bisogno, chiede il D'Ancona, i Turchi per sbarcare in 
Calabria, di esservi chiamati da altri? No, risponde, 
perch6 ci eran venuti altre volte, ci vennero di poi, ed 
■eran potenti, e non avean bisogno delPaiuto di un po- 
vero frate ('). Fatto 6 che i Turchi se sbarcarono in Ca- 
labria parecchie volte, non ci rimasero nessuna, e per 
buone ragioni, cio6 perch^ n'erano respinti. Ora chi 
scende in una terra nemica, si diri cho non ha bisogno 
di chi ve lo chiama e gli promette che invece la tro- 
ver4 arnica ed ospitale? Ma poi kc il Turco non avea 
bisogno di quei congiurati, pot6 bene avvenire che aves- 
sero essi necessity di fidare nel Turco. No, ripiglia il 
D'Ancona, non v'era a quei tempi nessuno che deside- 
rasse V amicizia degli Ottomani, o se ci era, erano solo 
i Principi, guidati dalla ragione di Stato. E qui ram- 
menta Francesco di Francia, la Repubblica di Venezia, 
i Baroni Napoletani nella famosa congiura, Alfonso di 
Aragona, e fino Papa Paolo IV che li chiamarono in 
aiuto e gli vollero per ainici ("). Ora i Baroni napole- 
tani non eran principi, e pure avean le istesse ragioni 
che avrebbe avuto il Campanella per chiamarli, perch6 
<;hi si pone in una cospirazione politica, fa presto ad 
acquistare le necessity e i bisogni di un uomo pubblico 
€ puo avere la sua ragion politica cho lo sforzi e lo 
spinga, anche contro la sua coscienza individuale. Dun- 
que Campanella e i suoi frati trattando col Turco vo- 
leano mutar religione ? Non crederemo questo del Cam- 
panella, come non lo crediamo degli altri Principi 
italiani, delle Repubbliche e del Papa, che per allearsi 
col Turco non si tenevano in necessity di divenir mu- 
sulmani. 



(*) p. 120. 
(«) p. 123. 



Kt' 



• -J 



t 



— 482 — 

Conclude il D' Ancona: « Non insistiamo piii oltre 
» su qiiesta ridicolissima intrusione del Tureo, tanto 
» piu che quasi nessuno al di d' oggi vi crede, non o- 
» stante le ire del Giannone e del Botta. Pero ci fece 
» non poca maraviglia legger queste parole in un grave 
» vivente istorico, non italiano ma narratore di cose 
» italiane (') ». E cita le parole di A. de Saavedra Duca 
di Rivas che dice netto che Campanella tratto co' Turchj. 
Ma quel che riesce piii maraviglioso 6 che il D'Ancona^ 
qui appone una nota, e la nota dice: il Libri cosi lo 
difende: « On c'est r^crie beaucoup contre cette idee d'ap- 
peler les Turcs pour casser Jes Espagnols; mais mal- 
heureusement 1' Italic est depuis trois siecles dans un 
tel etat! que presque toutes les tentatives daffranchis- 
sement ont eu pour base le secours d* autres etrangers 
pour chasser les oppresseurs... Cette accusation a paru 
denuee de fondement k quelques ecrivains; mais en con- 
siderant la mani6re dont il fut traits, il est difficile de 
ne pas voir en lui un martyr de 1' independance ita- 
lienne ». 

Siccli6 al D'Ancona per dimostrare che nessuno 
quasi ora piu crede agli accordi presi col Turco, vieu 
fattto di citare due storici recentissimi che vi credono 
entrambi. 

Altro argomento a non credere alia congiura. Se i 
congiurati erano tanti di numero perch6 non si oppo- 
sero con le armi alio Spinelli ? Perch^, rispondesi anche^ 
moltissimi cospiratori possono disperdersi innanzi alia 
forza e alia autoriti di un Governo. Oh si che questn sarft. 
stata cosa nuova ! Perch6 non erano forse quanti il pro- 
cesHO ne enumera. Ma allora il processo 6 falso ? Nes- 
sun dice che 6 vero in tutto. Ma un processo falso pu6 
bene avere una base vera, un' obbiettivo reale che non 
raggiunge: « Se il Signore, dice Campanella, non fosse 

(*) p. 120. 



— 483 — 

» con noi, forse i tormenti ci avrebbero inghiottito vivo. 
» Cio non pertanto asserisco non posseder essi contro 
» me tanto che basti, a mio giudicio, alia mia punizione. 
» Niuno ingiustamente patisce, ma molti ingiiistamente 
» operano » . Queste parole suonano chiaro quel cho dissi 
di sopra che i suoi giudici operavano male a punirlo, 
non perche egli fosse innocente di cio che gli appo- 
nevano, ma perche veramente mancavano le prove, e 
quel che non 6 provato in giudizio gli e come se non 
fosse. Altrimenti come starebbe insieme la giustizia della 
sua punizione e 1' ingiustizia dei giudici che 1' inflig- 
gevano ? Mi ricordoa questo proposito, lugiusta vendetta 
giustamnnte punita, e V uscire di un atto cose diverse di 

Dante (*)• 

In conclusione, questo fatto della congiura e della 
parte che vi ebbe Frate Tommaso, in coloro che senza 
opinioni preeoncette hanno esaminato la cosa, ha finito 
col divenire innegabile {^). Capialbi cita fra quelli che 
negano Miehele Baldacchini, che primo fra noi e piu 
esattamente scrisse del filosofo calabrese. Ma non 6 punto 
vero che egli nega. Combatte il Giannone a cui con 
buona logica e g'iudizio rimprovera le esagerazioui che 
non mai si scompagnano da' grandi processi, e che una 
storico di quella gravity non dovea facilmente accogliere, 
e raette innanzi alcuni suoi dubbi. Come sarebbe, a 
dime alcuni, la poca probability che vescovi, frati e 
preti avessero potuto mettersi in un moto sovvertitore 
non pure del . g-overno, ma della religione, e questo in 
uno de'paesi piCi cattolici di Europa (*). 

A qual proposito si vuole osservare che nella Difesa 
del Campanella, piu volte citata, e pubblicata dopo il 



(*) Parad. VII. 

{}) Fra i piii recenti e autorevoli va ricordato Bertrando spa- 
vcnta. 

C) Vita di Campanella. 



1 



— 484 — 

libro del Baldacchini, si allega un fatto che rende 
scusabile I'errore del Giannone. Ed ^ che molti de- 
gl'imputati e CampaneJla istesso dettero colore di eresie 
a cio che loro s' imputava, per sfugorire la giurisdizione 
civile ed esser piuttosto giudicati dalla ecclesiastica, che 
a ragione temevano meno. « E (Campanella) allego 11 
» predetti Santi ed Astrologhi et il Cardinale Bellarmino. 
» E poi disse che qnando pur fosser false le profezie sue, 
* questa noii era confessione di ribellare, ma di falsificare 
» la Theologia et appartiene al S. Officio non a loro (*). 
Dubita il Baldacchini se il Campanella in meno di 
un anno dacche era tomato a Stilo pot6 farsi capo di 
Una vasta cospirazione, nella quale erano popoli baroni 
e vescovi, dubita della procedura di quel tempi, delle 
confessioni estorte ne' tormenti, ma non di meno si vede 
tratto dalla gravezza de' fatti a concludere. « Ne dice 
» interamente falsa I'accusa di meditata ribellione per- 
» ciocche troppo pubblicamente il governo puui quelli 
» che ne pot6 trovare colpevoli, ne queste cose mai 
> vanno senza un qualche fondamento di verity im- 
» maginate. Ne tampoco dico che il Campanella per 
» inconsiderato desiderio di novit^ non vi accedesse. 
» Bene dico ed afiFermo che ei non ne fu primo autore, 
» com' egli ebbe a replica re piu volte in Francia a' suoi 
» amici quando poteva confessare il tutto senza peri- 
» colo. Pero non gli si debbono imputare tutte le gravi 
» conseguenze del fatto, nel quale fa involto, si, ma non 
» ebbe n6 potere n6 spazio di regolare a suo modo.Chfe se 
» mai si giungesse per via d'indubitate prove a dimo- 
» strare che egli con banditi e con turchi cercasse in 
» Calabria di stabilir la repubblica, allora bisognerebbe 
» addirittura spacclarlo per matto. Pure egli matto non 
» fa; i suoi libri bastantemente lo provano » (*). 

Se non che, un uomo dell' ingegno del Campanella 

» 

(') Vit I di Campanellfl. 
(»; t 21. 



— 485 — 

pare a me non vada misurato alia stregua comurie del 
buon senso, del probabiie, del regolare e delP ordinario. 
Altrimenti, lasciando stare la cospirazione, si potrebbe 
trovare degli argomenti raolti e non in altro che nei 
suoi scritti, a ritenerlo per un uomo abbastanza strano. 

« In primis prometto subito rivelare non solo per 
le divine scritture e Dottori Santi, ma per esperienza, 
in Cielo esser presenti li segnali ultimi della morte del 
mondo, quali a S. Gregorio parvero vicini nel mutamento 
del sue tempo, e mostrar cinque miracoli stupondi al 
senso di tutte le nazioni evidentissimi in tutta la natura, 
in cielo e in terra, e far di modo che gP infedeli cor^ 
rano in fretta (fretta necessaria, perch6 se era venuta 
la fine del mondo, non v' era tempo da perdere) alia fede 
di Christo ecc. 

2. Scoprir tutta una setta, o congiura di Principi 
Teologi Filosofi et Astronomi, fatta contro FEvangelo, 
perchfe siano colti come ladro di notte, la quale subito 
che 6 seoverta si estingue ecc. 

11. Andare in Germania e convertire alia fede cat- 
tolica due almeno de' Principi potentati, lasciando qua 
cinque parenti per ostaggi, e tornar fra 15 mesi con 
I'ambasciator di pace al Papa, e mostrare come io per 
grazia di Dio posso questo fare. 

15. Fai'e una nuova astronomia perche il cielo 6 
tutto mutato ecc. 

17. Fabbricare una citt^ al Re salubre assai ed ine- 
spugnabile, di tal artificio che mirandola solamente, 
s' imparino in quella tntte le scenze historicamente. 

21. Far che li soldati adoperino ambo le mani senza 
tener briglia, e con facility guidar il cavallo per ogni 
verso meglio che li Tartar! , e molti altri secreti » . 

Chi leggesse queste cose dimanderebbe da quale 
pazzo ed a quale pazzo furono scritte. E pure le scrisse 
Campanella e le scrisse al Papa in sua giustificazione ! (^), 

(') Memoriale al Papa. 



— 486 — 

In ultimo, iin documento di recente scoverto pone, a 
creder mio, il suggello a questa disputa. Ed h la de- 
nuncia che faceva di qnella congiura un Giambattista 
Sanseverino, scoverta per case fra talune carte da un 
inio egregio amico (*). In questa e detto nettamente 
non pure della congiura, ma che il Campanella n'era il 
principale promotore. Sanseverino, spontaneo denun- 
ziante, con la giunta di tre testimoni, crederemo de- 
nunziasse poggiando interamente sul falso, e fra tanti 
scegliesse un povpro fraticeih di Stilo, contro il quale 
non 6 provato che avesse alcuna inimicizia ? Ed ^ a 
notare che questa denunzia fu sporta non alio Xarava 
in Nicastro, che non si creda concerto fra loro, ma in 
Catanzaro agli Auditor! Annibale Dauco e Vincenzo De 
Lega. 

Da tut to cio puo raccogliersi, mi pare, almen questo 
che una cospirazione vi fu, che Campanella dove pro- 
babiln[iente prendervi parte, e che una volta ch'egli vi 
si fosse immischiato, la fama in cui era e la piu grande 
in cui venno dopo, magnlficarono naturalmente I'opera 
sua a segno da ritenerlo autore di tutto (*\ I grandi 
Uomini non rappresentano ma precedono il loro secolo, 
ma il loro secolo non si rassegna a passare senza pre- 
tendere di c.-sere rappresentato e diffinito da'suoi grandi 
uomini. 1875 



(*; II Comm. Firro del Laca, che la dono al Baldacchiai, e 
da costui fa donata alia Pontaniana. 

(2) Dopo la grave opera dell' Amablle sul Campanella I'ar- 
gomento 6 risoluto. Notevole pare fra gli ultimi sorittl fu una 
memoria del Prof. Mariano (V). 



487 



RELAZIONE STORICA 

DEL 

TREMUOTO DI BASILICATA 

NELL 'anno 1851 (^). 



I. 

Qiiella parte di Basil icata, antica Lucauia, che con- 
fina a levante con la Capitanata e con la Terra di Bari, 
^ forse una delle piu felici regioni del reame delle due 
Sicilie : certo e la piu fertile e vistosa di tutta quella 
provincia. Chi vi giunge da Napoli vede come la via 
ch'egli tiene, superate le rigide c selvaggie giogaie che 
si levano da Campagna di Eboli a Muro, riesce sopra 
colline piu agevoli e basse, dove il bosco ha termine, 
€ dove riappaiono i solchi e il verde delle biade. Le 
quali colline, succedeudo alle piu alte creste deH'Ap- 
pennino, ne ritengono la freschezza e serenity dell 'acre, 
mentre che d'altra parte i tiepidi fiati del puglicse piano 
ne temperano il rigore, e vi spandono la vegetazione e 
ia vita. Non ci 6 albero che curvo sotto il peso dei suoi 
frutti non allieti qua e col A, quelle campagne, che pero 
gli ulivi e le viti vestono quasi interamente. E queste, 
attelate in lunghi'filari, e sorrette da un triangolo di 
bianche canne che levano in alto le cime, reudono, a 
vederle di lontano, come un'immagine di numerosi eser- 
citi schierati in battaglia. Cosi sono sulle alture, cosl 
declinano giu per le falde sino alPultima valle, dove 



(*) Ali'Aoeademia Poutoniana« il 14 dicembre corrente anno. 



- 4&8 — 

trovano quasi sempre un'acqua limpida, che sii rompe 
correndo fra le ghiaie e i sassi. 

Fra queste ridenti colline levasi alto e smisurato il 
Vulture : molto noto per antiche tradizioni, e venuto 
ora anche in maergior fama per la presente sciagura. 
Dall 'estreraa sua vetta si puo segnare il limite di ben 
cinque provincie, de' due Principati, della Capitanata^ 
della Terra di Bari , della provincia di Lecce ; e rac- 
cogJiendo lo sguardo, si vede Melfi a settentrione, Ion- 
tana circa quattro miglia ; in direzione di essa, Ascoli ; 
e dove si confonde la vista, scorgesi, quando I'aria 6 
serena, qualche cosa di bianco, che sono le mura di 
Foggia. A levante, e sopra una coUina piu bassa, siede 
RapoUa, lontana di tre miglia ; piu lunge Venosa ; a 
greco Barile e Rionero, il primo di tre, il secondo di 
due miglia e mezzo discosto; poi Ripacandida e Lavello, 
ultima Canosa. A levante sono i piani di Atella, e que- 
sta citt^ ; a ponente si veggono Galitri sull'Ofanto, che 
da questa parte e termine del monte ; poi Monte verde, 
Carbonara, Candela. Dal lato che guarda settentrione 
ed oriente, la montagna, a vederla da Melfi, mostra 
quel medesimo pendio, che poi si converte in piano, 
che si vede nel Vesuvio di Napoli da quella parte ov'esso 
ha Somma, e la medesima pompa e rigoglio di vegeta- 
zione. Di qua il confine 6 segnato dalla Melfia, e da 
piccoli torrenti senza nome, i quali tutti mettono capo 
neirOfanto, che, com '6 detto, cerchia il monte dalla 
parte di ponente, mentre il fiume di Atella lo termina 
a mezzogiorno. 

n. 

Le colline su cui seggono Melfi e RapoUa con al- 
tre circostanti sono tagliate dalla montagna principale 
da valli ora profonde, or mezzo ricolme. Nondimeno la 
quality del terreno, simile in tutto, e di formazione vul- 



— 489 — 

canica, sembra indieare o che un tempo tutte queste 
coUino addossate al Vulture facevano un monte solo, o 
veramente che erano tante bocche piii basse di un vul- 
cano smisurato, che a sua volta le eovriva ad ora ad 
ora di lava. 

L'altezza massiraa del Vulture ^ di 4123 piedi dal 
livello del mare ; e la piii alta delle minori coUine, 
quella sopra cui siede Mel ft. si leva di 1600 piedi. Guar- 
dato il monte da Venosa, vi si veggono otto punte tor- 
reggiare a diverse altezze, con una che sovrasta a tutte. 
Fino piu oltre dalla met&, si covre di vigne e di ulivi, 
a due terzi allignano i castagni, piu sopra sorgono 
faggi, querce ed aceri, poi il terreno 6 nudo, popolato 
in qualche parte di felci, e sparso di erbt, fra le quali 
si notano il timo, il serpillo, la Valeriana, il rapontico 
e Telleboro. 

Dalla parte occidentnle, queste rupi tagliate a picco 
scendono quasi tan to, quanto d'altra parte la montagna 
sorge, e girando chiudono in mezzo un piano con la for- 
ma visibile di un mezzo cono rovesciato. In questo piano 
sono due laghi : uno dette Logo padre^ ch6 rade ie rupi 
ftovraetanti, e che ha mezzo miglio di circonferenza e 
palmi 100 di fondo ; I'altro a ponente, lontano pochi 
passi dal primo, con un miglio di circuito e 60 palmi di 
profondit/i detto Lago flglio, perch6 sebbene il doppio 
piu largo del primo, nondimeno P acqua da quelle si 
travasa in questo. Ed appunto questa piannri chiusa 
fra le rupi, com*6 detto, quasi interamente, salvo che 
da una parte, credesi fosse stata il cratere dell' antico 
vulcano. In tal -mode il Vulture avrebbe avuto un cra- 
tere largo piu di dieci miglia, e sarebbe state uno dei 
piu grandi e formidabili vulcani del mondo. Che esso 
poi sia state un vulcano lo mostra la quality del suolo 
visibilmente vulcanico, le rupi di lava, i macigni e le 
pietre concotte, le acque minerali che sgorgano in va- 
rie parti della montagna e de' circostanti luoghi. Oltre 

31 






■J'Ci 



— 490 



f*'- ^ 

i: 

?.'i' 



che, in qnalche parte s' incontrano cam pi di pietre cho 
rendono un odore solforoso, e tutto il saolo e sparso di 
spume, vetrificazioni e sulfuri di ferro. Aggiugni una 
tradizione costante tenuta viva da' rumori sotterranei 
che si sentono ad ora ad ora, e che i pastori attribui- 
scono quando al Vulture, quando al Vesuvio di Napoli : 
il che dimostra una inveterata opinione di qualche cosa 
che fosse di comune fra questi due monti. 



III. 



^-y. 






A piedi della falda occidentale con le basi al lido 
del Lago padre^ 6 un convent o di eappuccini, ditto 
Monticchio, da MonHculus^ piccolo paesello che sorgeva 
dalla parte opposta del lago. Esso 6 appoggiato in modo 
alia rupe, che fa spavento a guardare quel massi smi- 
surati di lava che gli si )evano sopra quasi orizzontal- 
mente, e per modo, che della chiesa una met?\, quella 
ov' 6 I'altaie maggiore, 6 incavata nella rupe stessa. 
Sulla lingua di terra che divide i due laghi sono al- 
cuni avanzi di mura. Ivi era un' antica Badia, che avea 
sotto la sua dependenza un monastero di donne detto da 
prima S. Giovanni Vulturane^e^ e poi S. A?igelo, o S. 
Michele in Vulfu. Rovinati, non si sa come, Badia e 
Monastero, surse, ov'era T ultimo, questo convento di 
Monticchio, la cui chiesa intitolata a S. Michele, fu be- 
nedetta da papa Niccol6 II, che vi si condusse dopo 
sciolto il concilio di Melfi. 

Ma del Vulture fecero pure menzione gli storici e 
i poeti latini, e non potrebbesi cio dimenticare scriven- 
done. Livio narra come Annibale a Canne, trovandosi 
a f route delle legion i romane : Bomanis in meHdiem, 
Poenis in septemtrionem versis, ventus quem Vvltui^num 
incolae regionis vacant, adversus romanas cohortes miUio 
pulvere in ipsa hora volvendo , prospectum ademit. Canne 
6 a greco del Vulture, ed il vento precipitandosi dalle 



— 491 - 

sue giogaie, tra versa il piano sottoposto, levandone 
nembi di polvere, che ben potevano giungere a Canne 
« combattere per I'ardito capitano cartaginese. 

Orazio narra di un sogno che il prese alle falde del 
Vulture, che in quel tempo dovea essere folto di boschi, 
in cui viveano gli orsi e gran quantity di rettili vele^ 
uosi, poich^ il poeta si crede salvo solo per una mara- 
vigliosa provvidenza delle Muse, che vegliavano a cu- 
stodia del loro giovane alunno. 

IV, 

Tale fe il Vulture. Cos! sono disseminate nelle sue 
circostanze le citt^ scosse dall' ultimo tremuoto. E con 
Taver detto che al nome di questo monte si lega la 
memoria di questa tanta sciagura, ho io voluto aceen- 
nare alia opinione divulgata che del tremuoto istesso 
fossero, stati cagione i suoi fuochi sotterranei non an- 
cora spenti. Delia veritfi della quale sentenza, altri forse 
potr^ meglio giudicare. Certo 6 che il terreno vulca- 
nico fa con piu violenza sbattuto. Ma certo 6 pure che 
altre region! del regno in altri tempi andarono a soq- 
quadro senza che vi fosse ombra di simile sospetto. In 
quel luoghi e con la fama e la presenza del Vulture 
«ra natural cosa che si andasse formando in molti que- 
sta opinione : ch6, quando gli uomini, come il Vico in- 
segno, delle cose lontane e non conosciute non possono 
farsi alcuna idea, le stimano dalle cose loro note e pre- 
senti. 

Onde anche V Humboldt, dopo aver detto che il 
fenomeno di sentirsi il suolo scosso per parecchi giorni 
continuamente (e 1^ e avvenuto per mesi) non 6 mai 
stato che in luoghi remoti da vuleani, soggiunge : 
« Comunemente il popolo 6 solito di ascrivere i grandi 
« fenomeni a cause particolari, piuttosto che soUevarsi 
« ad ide«i general!, in guisa che dovunque si sentdno 



— 492 — 

« luugo tempo i terrestri commovimenti, si teme la for^ 
« mazione di un nuovo vulcano ». 

V. 

La state deiranno 1851 fu, in questi Inogbi ora de-^ 
scritti, note vole per istraordinaria mancanza di acqua^ 
sendo che dalla meti del marzo piogge abbondanti non 
erano cadute. E fu osservato che, quando pure qualche 
volta scarsamente pioveva, 11 eielo contro il solito di 
quel luoghi, dove I'atmosfera suole restar torbida per 
molti giorni, rasserenava subito, n6 fu mai udito 11 tuona 
o prima, o dopo il cadere di queste piccole piogge. Delle 
quali una del di 25 di giugno fu seguita per la prima 
volta da una leggera scossa di tremuoto orizzontale 
da tramontana a mezzod), intorno alle ore 2 di notte 
italiane. 

Di forti tremuoti passati non si aveva notizia se 
non debole ed incerta per correre di pareechi secoli. Di- 
cesi di uno che nel 1456 distrusse appunto i paesi ora 
abbattuti, ed altri prossimi. Piu fresea 6 la ricordanza 
di un altro tremuoto nel 1694, secondo si raccoglie, fra 
6ltri documenti, da una lapide posta nel campanile di 
Eapolla, ov' 6 detto che quel campanile smosso e gua- 
sto dal tremuoto del 1694 erasi fatto riparare dal ve- 
scovo Luigi Bovio. 

Cosi correva il giorno 14 di agosto, ed erano l& 
ore 19 e 10 minuti d' Italia, quando dalla parte di set- 
ten trione a mezzogiorno fu avvertita una piccola aura 
di vento piuttosto caldo, accompagnata da una spezie 
di forte rombo, che poco ne' luoghi abitati, fu distin- 
tamente inteso da coloro che si trovavano in sulle strade 
pe' campi. De' quali non manca chi dice di aver pure 
veduto come una nube bianca salire dalla parte di Pu- 
glia radendo il suolo, ed uno fra gli altri narra che^ 
investita da questa nube una giumenta ch'egli caval- 



— 493 — 

<5ava, si fermo ad un tratto e spaventossi, come se da- 
vanti le si fosse aperto improvviso un precipizio. Ora 
il tremuoto accorapag-nd questa corrente di aria, o roinbo 
o nube, per concorde detto di tutti, ciaseuno secondo 
che intese o vide 1' una di queste cose. E dur6 venti 
secondi circa, con moto da prima verticale, cio6 spin- 
gendo da sotto in sopra, poi con moto orizzontale, spin- 
gendo da settentrione a mezzogiorno. 

II centro dell'urto fu, a non poterne dubitare, Melfi; 
poi Barile, RapoUa in seguito, poi Rionero, Venosa, Ri- 
pacandida, Lavello, Canosa, Monteverde, Carbonara, 
€andela, Atella, Ascoli, secondo che erano piu o meno 
lontane da Melfi, furono piu 6 meno urtate e scosse. 
E sempre con questa particolariti, che piu soifrirono i 
paesi posti in alto, e di essi sempre piu quella parte 
che h sulle alture. Del resto la terra tremo fino al con- 
fine degli Abruzzi, fino a quello dell a Calabria, fino al 
capo di Lecce. 

VI. 

E qui venne una di quelle scene di orrore pur 
troppo frequenti in queste nostre regioni. L'ora del tempo 
che ritenea nelle case la gente piu agiata e civile, la 
violenza subitanea e non punto sospettata della scia- 
gura, concorsero a crescerla e farla piu esiziale. Morti 
dalle rovine furono molti, ma i piu finirono soSbcati 
dalla polvere, o raggiunti da' muri delle case cadenti 
lungo le vie cercate a scampo. I non morti gridavano 
al soccorso : non pero a tutti, per la polvere o pel luogo 
profondo ov' erano rovinati, era fatta facolt^ di gridare, 
o gridaiido riuscivano a farsi udire al di fuori. Cosi, 
fra gli altri, avvenne ad un frate de' Minori Osservanti 
-del convent© di S. Maria della Provvidenza in Rapolla, 
che, rimasto ferito sotto le macerie di una parte del 
monastero, per quanto si sforzasse, non riusci a prof- 
ferir voce, in guisa che cosi sepolto fu raggiunto dalla 



^ 



— 4:94 - 

seconda scossa, che, agitando e rimovendo le rovine, 
gli fu cagione non isperata di scampo. 

Questo secondo scuotimentosopravvenne circa un'ora 
dopo, non cosi lungo come il primo, poich6 non arriva 
a durare piu di cinque seeondi, ma pari in violenza, e 
che parve e fu piu esiziale delPaltro. II prirao avea 
cominciato, il secondo fini di disquilibnne i muri che 
appena si re.rgevano, riscosse i mjil fermi fondamenti, 
riallargo le feuditure. 

I fuggnti da' capi delle pericolose vie, vedevano 
compiersi la rovina delle loro case : felici quelli che non 
avevano ad inorridire a vederle prccipitare ed ammuc- 
chiarsi sopra i loro cari panmti ! Vedevano ruinare 1© 
chiese, ingonibrarsi rli maceric i luoghi piu noti, dond© 
nembi di polvere sorgevano, e si avanzavano minac- 
ciosi. N6 si creda che di uomini perirono pochi in que- 
sta seconda scossa. Ce n'erano di quelli che non ancora 
avevano potuto distrigarsi dalle rovine ; altri, che mal 
si direbbero avari od imprudenti, che attendevano a 
trar faori dalle case rovinate quello che aveano di piu 
caro, e altri che generosamente ingegnavansi di por- 
ger soccorso a' sepolti. Dalla quale opera pietosa non 
pero si rimasero e vi continuarono alacremente fino ad 
una terza scossa che avvenne, molto piu leggiera pera 
alle ore '22, e fino al buio della sera, allorquando si ri- 
dussero nella campagna prossima. In tale subuglio e 
rimescolamento accresceva torrore e pietfi il gridare 
delle bestie. I cavalli, rotte le cavezze, uscivano bian- 
chi di polvere e sanguinosi dalle stalle cadute, i cani 
vagavano stupidi e sgomentati per le vie, i polli si strin- 
gevano insieme quasi lamentandosi sommessamente. 

VII. 

La scossa verticale stritolo in modo orribile i muri 
e le fondamenta degli edifizii ; onde avvenne che quelli 
restati in piede si trovarouo come se fossero posti in 



— 495 — 

modo -da non poterne fare capitale alcuno. Si son ve- 
dute colonne rotte nel mezzo, o dove aveano la base o 
il capitello, senza che pero fossero cadute ; ed una, se- 
condo si diceva, fu per modo capovolta, che si rinvenne 
impiantata col capitello proprio nel luogo ove era la 
base. I piu grossi macigni furono divisi per lo mezzo; 
uno speeialmente sotto il castello di Melfi se ne vede 
che pare che un fulmine lo avesse percosso. II che ag- 
giunto a qualche buco rinvenuto ne' muri come se vi 
fosse passata una palla di cannone ; aggiunto al ve- 
dersi i ferri de' balconi stritolati e distorti, seuza esser 
tocchi da fabbriche cadenti, fe' venire molti nella opi- 
nione di una corrente elettrica che scappata via dalle 
fenditure della terra si fosse precipitata al di fuori con 
moto parallelo alia interna. Ma, senza supporre un fatto 
che la scienza non saprebbe ammettere, e' pare che 
questi fenomeni possano piii facilmente spiegarsi con 
la sola forza del movimento verticale del tremuoto. 

Nfe manca chi dice di aver veduto una luce che 
nelPatto del tremare entrava a sbalzi nelle camere. Ma 
6 facile V intendere che questo potea essere effetto della 
luce ordinaria ch'entrava per le nuove vie che le apri- 
vano le aperture dei muri, e che in quel mom en to ter- 
ribile, massime a chi si trovava nel buio, dove sembrare 
una cosa nuova ed insolita. 

II movimento orizzontale poi slancio i massi interi 
di fabbrica, i muri a una distanza cbe sembra incre- 
dibile. Basti il dire che della bassa chiesetta del Cam- 
posanto di Melfi, posta in luogo piano, i massi di fab- 
brica si veggono proiettati ad una lontananza di meglio 
di 10 palmi. In campagna furono vedute delle case ru- 
rali cadere prima quelle che erano piu a settentrione, e 
con tale regolaritA, e costanza fu questo fatto osservato, 
che non puo attribuirsi al caso o alia quality delle fab- 
briche e parve cosi che il tremuoto non fosse stato simul- 
taneo, ma progressivo in quella direzione indicata. 






^ 



496 — 



VIII. 



Orribile giorno era stato quelle del 14 agosto, piu 
orribile notte si appressava. Grinl'elici abitatori di quelle 
citt4 partivansi dolorosi, semivesiiti dalle case rovinate, 
lasciaadosi seppelliti parenti, amici, bestiami, e ricolti, 
prezzo di lunghe e stentate fatiche. Andavano a rac- 
forsi in una aperta campagna col dolore neU' animo, 
con nessuna speranza di ritorno. La maggior parte non 
si lamentavano, guardavansi in viso fatti stupidi di 
spavento e di dolore. Solo i piu arditi abbraeciavansi 
a rivedersi, e raccontavano le prodigiose guise dello 
scampo, poi quelle miserandi delle morti, delle ferite 
vedute, i danni delle cose, de' pubblici edifizii, delle 
chiese. 

Accampati cosi all'aperto, volgevano gli oechi alle 
distrutte terre, mentre da ora in ora erano spaventati 
da nuovi scuotimenti, preceduti ed annunziati dalle 
voci degli animali che aveano con loro, seguiti dal ro- 
more di tegole e pietre che rovinando si accatastavano 
o erano sbalzati in sulle vie. Vedere non potevasi nulla: 
quel tristo suono, e la polvere solo giungevano. E cosi 
passarono la dolorosa notte in continui timori non qual- 
che scotimento aprisse voragini nella terra, e questa 
li ingoiasse. 

Al tornare del giorno, rividero i danni del di pas- 
sato, che parvero loro piu grandi, videro quelli nuovi^ 
succeduti nella notte. Tetti sfondati, macerie ammuc- 
chiate nelle corti, nelle vie, nelle piazze : mura rotte e 
cadenti, archi che si alzavano sulle rovine e sostenevano 
nionti di rovine: canti di edifizi, che pareadovesserosfidare 
ii tempo, divelti a massa e gittati lontano ; travi mezzo 
sepolte, mezzo sporgenti da* rottami, o stranamente in- 
crociate come erano venute giu ; i pezzi delle masse* 
rizie e degli arnesi rotti e sparsi intorno, e sotto que- 
sta immensa rovina, parenti amici o morti, o peggio 



- 497 - 

<5he morti. E in mezzo a questo sconquasso, come i luo- 
ghi rovinati, sinotavano,fcriomeno straordinarioospesso 
inesplicabile, quelli restati illesi ; qualche casetta delle 
piu umili cho ora Icvava 1' io^noto capo, le fontane e 
tutti gli edifizii posti in prossimit^ deU'acqua, che ovun- 
que non furono punto tocchi. 

Si comlncio a rauovere da una terra all'altra, cia- 
scuno magnificando il proprio danno. Quelli de' luoghi 
rimasti balvi accorrevano o tratti da cnriosirA,, o dal piu 
lodevole desiderio di porgere aiiito. Giunti, rimanevano 
iramoti e stupefatti a guards re l' incred.ibile rovina. I 
<:ontadini ed i pastori accorsi narravano le rovine della 
campagiia, descrivevano frane che avevano ingombrato 
i luoghi bavSsi, alberi avvicinntisi fra di loro, intrecciate 
le cime, o scesi giu con la terra dalle alture. 

IX. 

La prima cosa intanto si nttese a dissotterrare i 
«epolti. Questo chiedeva la pietA, pubblica, questo i con- 
giunti piangendo, ch6 ognuno aveva speranza di sal- 
varli. Ma questo non era agevole a farsi, che le mura 
in bilico minacciavano di precipitare sopra chi si fosse 
avvicinato. Pure vinse la caritS. e Pamore, e cosl ven- 
ner fuori morti non solo, ma feriti, ed illesi ancora. 

I primi trovavansi per la maggior parte in attitu- 
dine di voler fuggire; e se ne vedea di quelli che un 
passo di piu avrebbe salvi, altri morti appunto per aver 
dato un passo dal luogo ove rimanendo non avrebbero 
che corso il pericolo. Quelli che la speranza di salvezza 
non avea mosso a fuggire, si erano abbracciati, e cosi 
•stavano morti. Tanto egli ^ vero che 1' uomo non sa 
opporre altro argomento alia ferrea necessity, della morte, 
€he il rifaggir nell'amore ! Nondimeno il tremuoto non 
cessava ; ci era, e ci ebbe pure per molto tempo dopo, 
■alcuno a cui sembrava che la terra fra I'uno e Taltro 



m'^A 



■• y 



'J, I ■ 



— 498 



"«!1 









scuotiraento non riraanesse pero salda, ma tremasse 
sordamente di continuo. 

In campagna adagiarono, come meglio venne loro 
trovato, sotto capanne o casette ingiuncate di frasche, 
o coperte di qualche pezzo di tavola, dove i piii pati- 
rono disagio anche di un po' di strame a posarvi le 
membra aifaticate e rotte dagli stenti, e dall' interno 
rodimento deH'animo. Altri cercarono alcune grotte na- 
turalmente incavate iiel tufo, che s' ijicontrano spesso- 
in quei monti, e delle quali si usa a conservarvi il 
vino. 

Cos! vissero tutti indistintamente per sei o sette di. 
Se non che sopra Melti, Barile e Rionero, due giorni 
dopo la 8 Ventura, «i ri verso con gran furia una ster- 
minata quantity, di gragnuola, che diserto il ricolto e^ 
sospinsc quegli infelici a ricoverare sotto gli avanzi ca^ 
denti de' tetti restati in piede. Del resto il cielo ritorno 
sereno. II Vulture non die segno di movimento, sebbene 
air immaginare di alcuni, alia credulitil degli altri pa- 
resse di udire e vedervi insoliti romori sotterranei, ca- 
verne aperte e fumiganti, e simili spaventevoli mara- 
viglie. Le acque de* laghi di Monticchio non si alzarono 
in aria gittando a gran distanza pietre e pesci morti, 
come fu detto, anzi come qualcuno scrisse, ma solo 
neU'atto del tremuoto quella specialmente del Lago pa- 
dre^ gontiossi, cosa naturalissima, e straripo, gettando 
lunghe ondate sul lido. 

Ma in questi casi il racconto di tali meraviglie 6 
inevitabile : ch6 le menti, sopraffatte dalla grandozza 
della sciagura di necessity corrono alio straordinario ed 
all' insolito. Ed anche le raenti non vulgari v' inchinano 
per poco, come poi sogliono espiare quel momento di 
credulita col passare ad uno scetticismo, cagione non 
meno feconda di errori. 



4j9 — 



X. 



Le acque correnti non alterarono punto il loro eorso, 
Ho detto altrove che illese restarono le fontaiie, i mu- 
lini e in generale i fabbricati vicini alle acque. Le sor-. 
give gonfiando intorbidarono, qualcuna spari, altre ne 
apparvero nuove per lo piu a poca distanza dalle prime, 
ed alcune spari te, dopo qualche tempo ricominciarono 
a venir fuori. Cosl fa delle sorgenti dclle acque mine-r 
rail, e riesaminate vi si trovarono i medesimi elemeuti 
chimici ond'erano coiiiposte. II perche 6 da credere che 
quelP interrompere del loro corso sia venuto solo dal 
guasto degl' interni canali conduttori, che a poco a poco 
le acque ebbero forza di riaprire novellamente. 

Kicomparse le piogge dopo il tremuoto, il tuono si 
fece udire di nuovo, ma rendea un suono cupo e piu 
volte inteiTotto, quasi simile a quello che sollevano da 
un luogo chiuso fra monti un gran numero di cavalli, 
Ed in seguito fu osservato ehe quando dopo alcuni giorni 
di sereno veuiva la pioggia, quel punto era quasi sem^ 
pre segnato da una lieve scossa. Poich^ fino alia met^ 
di ottobre di raro passavano le 24 ore, senza che il tre- 
muoto si facesse udire almeno una volta. 

Cosi tanto terribil danno scese improvviso su quelle 
citt^, e di liete e prosperosech'eranole ebbe fatte spet- 
tacolo di miseria e di dolore. II quale non era consolato, 
ma, per uno di quegli arcani del cuore umano, quasi 
cresciuto dalla straordinaria fecondit^ di quelle eam- 
pagne : come se il pensiero corresse a tanti che vittime 
di quel flagello, godere piu non potevano di quel frutti, 
o quasi a niuno non calesse di goderne, caduti.quei fo^ 
colari ove li consumavano nella pienezza della pace, h 
nel godimento de' domestici affetti. Senza che^ il pen- 
siero sbalordisee innanzi all'abisso del consiglio di quel 
Dio, che di una niano spandeva tanto spavento, e del' 
Paltra tanta copia e larghezza di beni. 



)ra diro de' particolari di ciaBJun lurjgo, e prima 

uLFI 

lucsta bella ed istonci* cittft 6 posta a cavaliere 
a collina che si eloia fino ad un terzo del Vul- 
Dit,esi la fondassero i Normanni, ma piu coma- 
iite SI crede edificota da alcatie famiglie romane, 
erso I anno 304 partitesi da Costantinopoli, ov'era 
tic di>ll imperj a quei tempi, ivi fermarono stanza. 
Ml rifirsce fra jli altrL Ottavio Beltrano nel suo 
nario Stonco aeguendo la Cronaca Amalfitana ri- 
ta dal Muratori la qiiale aggiunge comn poi que- 
^mant partitisi anche dt lA, fondarono la celebre 
ft co--i detta quasi a Melfi. Non poro manca chi 
ne che ci6 sia falso e che la Melfi di cui parla 
niiaca sia slata altra citt& diverga da queata. Quale 
li si latte opinioni sia la vera, egli 6 certo che, se 
non fa fondata dai Normanni, fu da loro levata 
ma e prosciuta di raura e di uomini. I Normanni 
01 J U tolsero ajfl imperntori greti, e Rainulfo 

di A\ crsa Guglielino figliaolo di Taneredi ed 
piincipi nel l!)41 divisa fra di loro la Paglia, po- 
stiii/n in Melh mesaa quasi nel centro del regno 
ngo abbondante e buoiio a fortiflcarvjsi. 
'apa Niccolft II nel 1059 vi tenne un primo con- 
linito il quale Aii 1 m\(>stitura del regno di Pa- 
e Calabria a Roberto Guiscardo, cho da sua parte 

fedelti alia Santa "-ede 
In secondo coneiho vi tenne Alessandro II nel- 
1067 secondo nfensce il Muratori, ed un terzo 
famoso Ti adun6 il ponteftce Urbano II nel 1039. 
lesto fu giurata la tregna detta di Dio, per to- 

le private inLimci/ e fia i baroni della Puglia, e 
ntilato il pnmo disegtio delle Crociate, e conchiusa 
'a onntro gl infedeli la qunle fu poi pubblicata 
0^> a Cl( r iiont In qua ito flil.i dJs^ipHna ecclesia- 



— 501 — 

stica, si stabilirono in questo concilio canoni gravissimi 
e fulminaronsi pene contro i simoniaci e simili. E un 
quarto concilio convoc6 in Melfi nel 1101 papa Pasqua- 
le II, e perch6 nulla mancasse, I'antipapa Anacleto vi 
tenne anch'egli un conciliabolo nel 1139. 

Cosi prediletta da' principi normanni e da' papi, Melfi 
si muni di forti mura, di un castello, di una cattedrale 
famosa. Di la Federico 11 di Svezia, col consiglio troppo 
mal rimeritato di Pier delle Vigne, nel 1231, convocati 
ibaronia general p*irlamento, pubblico quelle sue leggi, 
che segnano un'era cosi notevole nella storia delle no- 
stre civili istituzioni. Nel l'H8 da Giovanna I fu Melft 
donata col titolo di Contea a Niccolo Acciaiolo, e so- 
stenne un lungo assedio allorquando Ludovico d' Un- 
gheria scese a vendicare 1' ucciso fratello Andrea. 

Giovanna II don6 Melfl a Sergianni Caracciolo. Un 
Giovanni Caracciolo, ribellatosi a Carlo V per non so 
che torto avuto, passo alia parte de' Francesi, e Melfi, 
assediata nel 1528 dal terribile capitano di Francesco I, 
Lautrec, e caduta in poter suo per un tradimento che 
ancora non 6 obbliato, ebbe a portare tutto lo sdegno 
del crudo vincitore, che passo a fil di spada treniila 
cittadini, e la cittk distrusse con V incendio, Del qual 
fatto credesi vedere anche oggi la ricordanza in una 
spezie di popolare cerimonia che si fa in ogni anno nel 
mese di maggio. Lungo sarebbe a dire le vicende di 
questa citt4 in quel rimescolarsi di fortune e d'ambi' 
zioni di principi nostrani e stranieri. Accennero solo, 
come cosa da non potersi trasandare, che nel suo ca- 
stello fu macchinata quella famosa congiura de' baroni 
del regno contro Ferrante d'Aragona, la quale cosi stre- 
nuamente narro il napoletano Sallustio, Camillo Porzio, 
Infine da Carlo V, che ricuperolla, ebbe Melfi il piu 
degno sign ore che possa vantare altra terra, sendo che 
fu donata al genovese Andrea Doria, i cui discendenti 
posseggono anche oggidi Pantico castello. 



^• 



I 



— C02 — 

XII. 

Melfi ora 6 citti vescovile, che conta meglio di die- 
cimila abitanti, capitals del distretto, a cai d^ il nome 
nella provincia di Basilicata. Vi si veggono gli avanzi 
del muro che la cingeva, e de* bastion! e delle torri 
ond'era fortificato. Questo inuro finisce in due porta, 
una a mezzogiorno detta VenosiJia^ I'altra verso occi- 
dente detta del BagnOj forse perch^ uscendo da questa, 
e scendendo giu al piede dell a coUina, irovansi due 
belle fontane, le cui acque si raccolgono in larghe va- 
sche. Sopra la porta Venosina 6 la cattedrale col sue 
campanile, ricordato come una raeraviglia dai cronisti, 
ed accosto alia chiesa il palagio vescovile editizio grave 
e magnifico. In esso 6 una sala molto ampia detta la 
sala de' concilii, nelle pareti della quale leggevansi, 
fino a poco tempo addiotro, scritti gli atti de' concilii 
di Melti. Al sommo della cittc^, salendo dalla porta del 
Bagno e girando a stanca, torreggia il castello, stanza 
de' principi normanni, di Federigo, e de* leudatarii di 
Melti. Chiesa ed episcopio op(»re di Ruggiero, il cnstello 
di Roberto Guiscardo, delle cui munificenze parlano ad 
ogni pi6 sospinto quei luoghi. 

II terribiie urto del tremuoto scosse piu fortemente 
Melfi. Muro in piede non vi lascio se non rotto, e stante 
piii che per propria forza, pe' monti di macerie che si 
ammucchiavano a sorreggerlo d'ambe le parti. Caddero 
ventidue chiese, il terzo superiore del campanile della 
cattedrale. e cadendo ruppe e sfondo le vacillanti volte 
della chiesa istessa, sopra la quale avea invece da tanti 
anni gittato la sua pacifica ombra. Sarebbe difficile a 
trovare fra i monumenti di quel tempo un altro che 
abbia forme piu svelte e graziose di quel campanile, 
ornato di finestroni ed archi della piu bella architettura 
gotica che si possa pensare. Fortiina ciie lo fonditure 
delP interno della chiesa non passarono a guastarne ii 



— 503 — 

prospetto, anzi fu salva auche la soffitta dclla nave ])rin- 
cipale tutta vaga d'incisioni e d' intarijiature dorate di 
gran pregio. 

11 palazzo vescovile in gran parte sprofond6: quella 
restata in piede minaccia intera rovina. Era una pieti 
non scevra di terrore pensare che forse poteano da uno 
airaltro momento disparire quelle vaste aule che avean 
sostenuto tanti pontefici e prelati, e intorno a'muri 
delle quali i vescovi di Melfi e di RapoUa aveano fatto 
dipingere le armi e le iusegne loro, a memoria che essi 
credevano imperitura. 

Ruino, si aperse Hformatamente, dove rimase in 
piedi, il castollo. Que* monumcnto di tante nobili ri- 
cordanze, guasto e ridotto in gran par te alle vulgari 
proporzioni e scompartimenti di una casa comune, giA 
parlavasi di abbaridonarlo a' guli ed a* pipistrelll, poi- 
ch6 a volerlo tornare agli usi di una fatloria o di un 
granaio, la spesa veramente supererebbe T utile! Spro- 
fondo la carcere con la morte di diciotto prigioni : gli 
altri salvaronsi a stento. Liberi di fuggire, prct'erirono 
con bello esenipio di moderazione, di restare, di adope- 
rarsi a sgombrar le macerie per cavarne i morti o mo- 
ribondi. Giu dalla chiesa di S. Agostino, pros>o alia 
quale in alto erano le prigioni, fino alia porta che di- 
cono del Bagiw^ la' rovina era la maggiore di tutta la 
citti, la piu orribile che si possa pensare. Basti che le 
macerie sopra le quali si camminava g'iugnevano fin 
dove erano una volta le linestre delle piu alte case. 
Ruino il seminario, un convento di S. Chiara, uno di 
Padri ri format i. 

Morirono, si crede, fino a 1003 ; piu furono i feriti 
e i malconci. II danno intero delle fabbriche non era 
ancor valuta to ; ma puo farsene questa ragione ; che a 
Rapolla con perizia di architetti fu trovato ascendere a 
ducati 33401 quello delle case, a ducati 12000 quelle 
delle chiese, e quello delle case di campagna a du- 



— 504 — 

cati 3592. Ora Melfi 6 di due terzi almeno piu grande 
di Ranolla, poich^ questa non conta molto piu di 3000 
abitanti, quando Melfi ne ha meglio di 10000. Senza che, 
a proporzioni eguali, il dan no di Melfi sarebbe sempre 
il doppio piu grande. 

XIII. 

Le guise delle morti dolorose e tembili, le^ guise di 
scampo 6 salvezza non isperate e straordinarie, sarebbe 
lungo a ridirle. Dir6 solo di un fanciullo a nome Vin- 
ceazo Fareolo di etk di anni quattro, trovato vivo sotto 
le rovine dopo non meno di sei giorni. Richiesto che 
avesse fatto in quel tempo, rispondeva di essere stato 
airoscuro, che la madre cadutagli vicino lo avea chia- 
mato per qualche tempo, poi vide ch'erasi messa a dor- 
mire, e poi non piu la vide : forse per alcuna nuova 
scossa che rimescolo le rovine. Disse di non aver patito 
fame o sete, perchfe trovatosi presso una cesta di aranee 
di quelle si era nudrito. Meno arventurato fu un far- 
macista, che, rimanendo vivo sotto monti di macerie^ 
picchi6 col pestello nel mortaio di bronzo, e i colpi si 
udivano al di sopra distintamente ; ma dopo poco ces- 
sarono, e si trov6 glk morto. Fra i morti, ritrovati la 
maggior parte in attitudine di fuggire, fu notato il caso 
di una madre rinvenuta in ginocchioni, e col corpo 
sporto sul cadavere del piccolo figliuolo, a cui invana 
Pamor raaterno facea quella disperata difesa. Un*altra 
morta a breve distanza dal giovane marito, che la ti- 
rava per una mano, sorreggea con Paltra un bambino 
di presso a un due anni, in sul volto del quale avea 
gittato un fazzoletto bianco, con Pevidente pensiero di 
guarentirlo della polvere. Unico danno che quella infe- 
felico pensava sovrast.isse al figliuolo, e del quale anche 
in quelle spavento facea prova di difenderlo I 

Cosi qucbta illustre e gentile citti resto quasi di- 



- 505 - 

strutta : d' illeso ora non le avanza piu nulla, salvo il 
nome e la gloria, che la sventura fa sempre piu bella 
e piu grande. 



XIV. 



Pari e forse piu disgraziato di Melfi fu Barilb. 
Delia sua origine non si manca di far dispute: ma 6 
certo che i suoi abitatori sono albanesi, e che conferma 
]a tradizione, che narra come una colonia venuta da 
Scutari, intorno al 1448, pose stanza in un borgo di 
Melfi. Partitisi, o mandati via da Melfi, non si sa certo 
perch6, chiesero ed ebbero dal Comune di Rapolla il 
luogo dove edificarono il presente Barile, cosl detto, da 
che in quel luogo folto di castagni. si soleva costruire 
i barili di questo legno. Rapolla. dicesi, avesse conser- 
vato sopra gli ospiti alcuni dritti di vassallaggio, che 
ricordano la barbaric de' tempi, in prezzo dell'asilo loro 
conceduto. Quando cio avvenisse, non ho potuto trovare. 
Certo Barile fin dal 1581 era gik cresciuto di case e di 
edifizii, abbandonate le povere grotte ov'e a credere ri- 
coverarono i primi abitatori, e di cui si vede un'imma- 
gine in una contrada detta ancora iSciitari. Ci ha chi 
dice che anche prima di quel tempo, cio6 nel 1534, 
siasi accresciuto di un'altra colonia, e che un'altra ne 
venne dopo da Maina, o da altro luogo dell' Albania. II 
rito della Chiesa greca vi fu in uso fino alia met^ del 
secolo XVIII, nel qual tempo prevalse il latino, si che 
ora il dialetto albanese 6 V unica credits che gli abi- 
tanti di Barile conservano della antica patria. 

Ora Barile, messo in mezzo a vistose campagne, 
dalle falde del Vulture, in luogo d'aria salubre e per- 
fetta, capoluogo di circondario, conta piu di 4000 abi- 
tanti. De' quali 112 schiaccio il tremuoto sotto le pietre, 
80 feri e rese malconci. Caddero tre chiese, cadde un 
vasto orfanotrofio. O fosse la strettezza delle vie che 

32 



— 506 — 

crescesse le rovine, o la ppg^ior costru 
briche, ehi avea pur veduto i piu dan 
di MelS, fnorridiva aconsldcrar lo Rteir 
Barite, massime nella parte plu eleval 
altro, passerfi Inngo tempo prima ch 
spazzare le vie di quegl' ingombri di pit 

XV. 

Rapolla, tPrza fra cotanta sventi 
antica di MelR, e luolti aifermano fossi 
dotta a fottezza, dove in tempo di gu 
poneano in sicuro Ic donne e i faneiulli 
forte, vcdendovisi ancora I'antica cinta 
parte pit! alta, I'anticci castello. Prima 
cesi fosse unita a qaella di Melfi, il che av 
Rapolla ebbe vescovato proprio, e fin di 
Gregorio VII trovasi nelle bolle menzion 
di qaesta diocesi, ehe certo non dov6 ■ 
che di lA fu mandato al vescovato di ] 

Nel 12j3, ribellatasi a Galvano Lan 
fredi, da cui era possedata, ripresa, a 
fUoco. II piu lungo doininio vl tenne 
raceiolo, che perdutala, forse per fellor 
desimo Giovanni che perd6 Melfi, fu di 
a Filiberto Chalon principe d' Oranges. 

Eovinarono in Rapolla la chiesa ( 
nella parte piu alta della cilti, e fondi 
pare da una iscrizione, nel 1209. Tre i 
rono quasi distrulte : una rest6 affatto 
rovini del tulto la chiesa e il conventc 
servant!, posto fnori la cittfi a cavaliere 
Una, ed in generale tutta quella parte 
tura. Alquanto sopra la chiesa del Cr< 
cnlmine della collina comincia a decli 
terra, e nella voragine ncesero lino ai 



— 507 — 

dico Pietro Dardes con alquanti feriti, cui prestava pie- 
tosamente I'opera sua. 

U danno delle fabbriche di Rapolla e sno tenimento, 
si 6 detto altrove ; de' suoi 3230 abitanti 37 morirono, 
40 farono feriti. Fra. i cast maravigliosi di scampo ci- 
tasi quello di una donna, che, trovandosi ad una fine- 
stra, cadde col muro istesso da un^altezza di circa venti 
piedi, senza altro male che ferirsi non gravemente ad 
un braccio ; e il caso di un bambino trovato vivo dope 
-due giorni sot to la propria cull a, che capo vol ta gli avea 
fatto scudo. Delle morti narrasi quella di una donna, 
a nome Grazia Pallaria^ che sul punto di partorire 
Avea mandato per la levatriee< quando la casa rovinoUe 
sopra. Disotterrata e mcssa sur una bara, a capo di 
qualche ora, il feto con maraviglia di tutti usci dal 
corpo della madre, sebbene gi^ privo di vita. 

XVI. 

KiON£3RO fu quarta a soffrire. L' industria de' suoi 
Abitatori, gente fattiva ed usa a' commerci, la fertiliti 
del circostante suolo, Paveano in breve (che non conta 
pill di un secolo e mezzo) elevata a citti capoluogo di 
circondario, belld di vie e di palagi, fiorita di 13 mila 
abitanti. L' urto del tremuoto la scosse e guasto tutta. 
Come sempre, piu gravemente investi i luoghi piu ele- 
vati, e quivi le case furono gittate al suolo, e aperte 
in modo che si attende a spianarle. Cosi piu danneg- 
giata fu la contrada che dicono del Morti, e quella che 
le sorge incontro ov' 6 la chiesa principale. Due chiese 
ed un piccola convento, ospizio de' monaci di Montic- 
chio, screpolarono e caddero in gran parte. Morti dalle 
rovine furono 64. 



r I 



— 508 — 

XVII. 

Vbnosa, patria di Orazio, non fu ultima ad essere 
sbattuta \ anzi io son di credere dovesse la sua minor 
rovina alPessere posta in piano, alia breve altezza delle 
sue case, rimerabranze romane, alle vie larghe, all'ec- 
cellente quality della fabbrica. Se Pesser patria del poetsu 
non oscurasse tutte le altre, Venosa ^ citt^ piena di 
memorie latine. L& sono gli avanzi di un magnifico an- 
fiteatro, Ik quelli della via Appia, 1^ aquedotti romani 
portano ancora da lungi quelle acque ove bevvero i 
cavalli del temerario console Terenzio Varrone, che a. 
Venosa riparo dopo la rotta di Canne, che pure non gli 
avea a;ncor domo il grande animo. N6 pero Venosa fa 
trasandata ne' tempi posteriori. Fuori le mura 6 una 
chiesa intitolata alia Trinity e quivi dorme il valoroso- 
Dragone, e Koberto Guiscardo. Dirimpetto in un' urnet 
di pietra sta Aberada moglie di lui, e vi 6 scolpito il 
seguente distico : 

Guiscardi conjux Aberada hac conditur arca^ 
Sigenitum quaeres hunc Canusinum habet, 

Questa chiesa^ surta ov'era un tempio sacro al dio Imene, 
fu da Bonifazio VIII conceduta a' cavalieri di Malta, i 
quali aveano destinato di tramutarla in altro e piu ma- 
gnifico tempio, del quale veggonsi quivi presso parte 
delle mura di cinta, e fin le colonne che doveano reg- 
gere la navata principale. Mura e colonne di pietre bel- 
lissime intagliate con gusto e squisitezza di disegno, e 
scolpite qua e 1^ della croce deirordine. Anche quel 
massi il tremuoto scosse, strappo dalle mura ov'erano 
incastrati, ed alcuni gitto nelle prossime vigne. Ruind 
in Venosa quasi intero il seminario, fu gravemente tocco 
il palazzo vescovile, le case tutte quale piu quale meno 
coverte di fenditure. Due morirono, non pochi furono 
feriti. 



— 509 — 

Ascoli, Ripacandida, Atella, Candela, Lavello, Ca- 
Bosa, e quante erano case di campagna nelle loro cir- 
-costanze furono variamente, ma tutte non poco, dan- 
iieggiate,e con danno tale, che ben sarebbesembrato gra- 
vissimo, se la rovina spaventevole di Melli non ne avesse 
distolto Pattenzione, e coverto il doloroso sentimento. 

Questi furono gli effetti piu grand! di quel tremuoto, 
che pur troppo segner^ un tempo memorabile nella lunga 
€ dolorosa storia di que' flagelli che scendono sul capo 
orgoglioso dell'uomo a fiaccarne la superbia, e prostrarlo 
nel cordoglio e nel dolor e. 

XVIII. 

Per altro I'animo, alia narrazione di questi fatti 
spaventato e dolente, trova conforto nel pensare che, 
pari alia grandezza della sciagura, surse grande e ma- 
g'nanima la piet^ degli uomini. I raorti non mancarono 
almeno di sepoltura, non di pianto, non di preci so- 
lenni. I feriti ebbero chi gli curasse, chi attendesse 
pietosamente a vegliarli e soccorrerli. Gli orfani, glMn- 
digenti trovarono di che consolarsi in tanta sciagura : 
ch6 loro non manc6 n6 tetto che gli raccogliesse, n6 
danaro, e, quel che 6 piu, amore e carit4, veramente 
grande ed evangel ica. 

E qui potrei, e vorrei dir fatti e nomi degni di non 
essere mai diraenticati. Ma la loro stessa moltitudine 
ne rende malagevole la ricordanza, a non voler correre 
11 pericolo di lasciarne alcuni nella penna, che pure 
potrebbero essere i piu meritevoli. Senza che, la carit^ 
«i compiace del segreto, e sta con ten ta a cio solo, che 
Iddio prenda nota de' suoi fatti. Diro solo quello che 
oggimai 6 noto ad ognuno, come il Pontefice, il Re (^) 



(') Ristampando questo scritto, I'A. annotava : che 1' essere 
egli ora avverso, come allora, a Ferdinando II, noo toglieva che 
d.ovesse prima e dopo rlcoaoscere I'opera saa piotosa e provvida. 
Sara giustizia ! 



— 510 — 

il Governo, le Provincie, i Comuni, te pnbbl 
ministrazioni, i maeecrati, I'eBeroito, fecero a 
privati citcadiai in profonder danaro, cure, solli 
Cosl le dolorose ferite potranno in breve a 
farmftco cbe umanamente 6 possibile. Marav 
poi a vedere che forza misteriosa ed hideclinnl 
m m del luogo che lo vide na^c 
a le macerie delle distrutlx 

p n ancora cessato il moleslc 

d te cot dileguato, ed imposait 

ospetto che il Vulture co" si 
so sola cagione di tanta roviii 

po egljo possouo, attendono a 

es mestico, vicino al qualu do 

un ri e speusieruti. 

se d parte I'orgoglio dell'umani: 

es fi sventura, quandosivede risorgere 

quedta JDgenita e maravigliosa 
ta n q fede salda nelja vittoria, 1' uoi 

am a Dio, ^ode di sentirsi dominat 

n d genze delta infesta materia. 



511 -' 



NECROL.OGIA 

GiULio Gbnoino — Parole dette ndle sue esequie il d\ 9 

Aprile 1856. 



E' mi parrebbe vana, e presso che temeraria opera, 
il rompere, o egregi uditori, il doloroso silenzio che re- 
gna in questo luogo per tutti noi solenne, se io il fa- 
cessi con animo o di esprimere il dolore vostro, o di 
accrescerlo col farvi misurare la grave perdita che noi 
abbiam fatto. Niuno che qui sia vorrebbe coucedere al- 
trui Tessere interprete del suo grande e sincero cordo- 
glio, di cui ogni parola sarebbe debile e scarso segno ; 
niuno che qui sia puo ignorare quaP 6 il danno della 
perdita di questo uomo benemerito. 

Ma quando una gloria pura e benefica si spegne 
fra le generazioni, che ne han rifevuto lustro e decoro, 
elleno hanno il debito di soffermarsi nel loro cammino 
per notare Palto e generoso esempio ne'fasti della storia. 
E la storia non mai piu securamente riposa che sopra 
i giudizi delle menti rese pure, come in questo punto, 
dai dolore e dall'aspetto della morte. 

E di Giulio Genoino il giudizio che noi tutti por- 
tammo, che i piu lontani avvenire formeranno ^ tale, 
che il nostro accorrere in folia a rendergli questo ul- 
timo omaggio scerne e separa assai visibilmente dalle 
bugiarde roostre che I'adulazione suol fare, dalle vane 
e vote pratiche di una nuda cortesia. 

In lui la provvidenza benigna acooppio a forte e 
gentile natura d' ingegno un animo mite ed aman- 
tissimo. Onde come le sue opere di uomo, le opere di 



- 512 — 

arte, per le quali tutti noi tanto lo ammirammo, fu- 
rono iniianzi tutto opere d'amore, inspirate piu che da 
vaghezza di bello, dal sentimento del buono edel retto. 
Nella sua lunga vita egli fu testimone di tre diverse 
vicende delle napoletane lettere. Giovinetto ebbo ve- 
duto quella maschia e nobile generazione di nostri avi, 
che cbiusi da poco tempo gli oechi del Vieo, ne avea 
ereditato 1' altezza de' concepimenti, la vastit^ della 
dottrina- Le quali cose, per nota speciale di quei tem- 
pi, che a ci6 la portasse natarale mitezza d^gli ani- 
rai, o particolare genio del luogo, ella sapeva ren- 
der soavi e comuni vestendole di eleganti facezie od in- 
dorandole di arguzie urban issime. Vide il Genoino al 
sopraggiungere de' forestieri dominatori sperperarsi o 
tralignare, con la sapienza, la nobilt^ dell'arte nostra, 
e poi in quest' ultimo tempo di sua vita, risorgere e 
mandare piu vivi e piu lontani i suoi raggi. 

Ed egli, sopravvissuto a questi mutamenti, e restate 
fido e costante amico quale fu agli uomini, all'arte an- 
cora, feee dl unire, e mirabilmente unl, Peleganza, la 
gentilezza e V arguzia che avea appreso nelle prime sue 
scuole, aU'alto, al nohile, al serio di quelle che si vide 
intorno quaud'era gia mituro di anni. Di qui quella 
amena festivity sua, di qui il comico, il rimanere forse 
I'unico, ma grande amico del napoletano dialetto, ed il 
levarsi insieme al lirico de'suoi piu gravi e severi 
componimenti. 

Ma puredaquesto splendere, impallidire e risorgere 
che eg-li vide del lume della bellezza, egli trasse una 
grande, una nobile dottrina. Vide che la bellezza puo 
alcuaa volta impallidire e spegnersi, ma che vi 6 un' al- 
tra fiaccola piu sfolgorante e piu pura che non muta 
per vicenda di tempi, che quando gli altri uomini chiu- 
dano gli occhi a non vederla, sa pure illuminare il cuore 
e la mente in cui arde, e renderli beati della sua luce. 
E questa 6 la fiaccola del vero e del buono. Gli 6 pero 



— 513 — 

che in lui I'arte fu manifestazione, istrumento deH'araore 
^randissimo che avea per tutto ci6 che era bene mo- 
rale, e gentilezza di virtu. Grande 6 percerto un alto 
e potente iiigegno, una viva e disciolta fantasia che 
concepisce ed attua opere maravigliose, in cui Parte, 
come sdegnosa di altro ufiicio, pone s6 per fine unico 
a 86 mede.sima ; ma piu benefico, piu amorcvole, piu 
umano ne riesce un ingegno che IMngenita nobilt^ sua 
volge per amore a servire al bene ed alia virtu, che 
piegasi e si tien pago e con ten to a consegiiare savi e 
salutari ammaestramenti, con le forme dol bello, negli 
animi di giovinetti e di fanriuUe, che ammonisce senza 
superbia o disdegno, corregge col rlso e rompe volonta- 
riamente la punta troppo acuta deU'epigramma. 

N6 questa forza delPamore del bene, che in lui in- 
spire r artista, venne meno nella vita dell' uomo, del 
cristiano, dell'amico. De'buoni e delle opere buone niu- 
no fu di lui piu largo, piu amorevole, piii sincero lo- 
datore. A fare ilbene consigliere incessante, caldissimo 
€ direi santamente importuno. Non ci era via che la- 
sciasse intentata: prima quella del proprio esempio, ed 
ove le forze non gli bastavano, volgevasi a piu potonti 
di lui : pregava, pregava assai piu fervorosamente che 
non avrebbe fatto la vedova e il poverello di cui di- 
chiaravasi avvocato, pregava con la voce, pregava con 
gli scritti, e per tal modo che il pregato sorrideva, com- 
movevasi e donava. 

Cos! compiva infine air ultimo la benefica destina- 
zione che la provvidenza gli aveva scritto in su la 
fronte, di essere autore, promotorc, poeta delle opere 
buone, di operare a procacciarle i lunghl anni che gli 
faron concessi, la tenacita del volere e fino le nobili 
ispirazioni dell' arte. 

Tale, voi tutti, o Signorl, il vedeste, tale molti di 
voi Phanno udito a dire dai padri vostri, tale lo mostre- 
rete ai vostri figliuoli o nepoti, e con parole assai piii 



- 514 - 

efficaci di queste raie poche e disadorne, nelle quali per 
certo non ho inteso di compendiare una cosi lunga e 
santa vita, poiche penso che le civili virtu di un uomo, 
come questo che noi lamentiamo perduto, possono solo 
esser degnaraente narrate dalle sue proprie opere, e 
scritte nel cuore di chi il conobbe, e nel libro di Dio. 

NoTA. — Del Grenoino lesse pure un elogio airAcoademia 
Pontaniana Carlo De Ferrariis, I'assidao collaboratore di Verita e 
Bugie, dove oomparve spesso anche I'altro popolare strennifero 
Franceaco Kubino. A pruposito delle vicende del Genoino, un 
beU'umore (chi dice 11 fine Duoa Proto, chi 1' acre Caccavone 
padre e cUi, con piu probabilita, il caustico D'Urso) gli consacro 
questo epigramuia . 

Giulio fu prete e gli manco 1' altai e, 
Fa dilettante senza dilettare, 
Scrisse commedie e gli manc6 la scenii. 
Era poeta e gli manco la vena: 
E ora per vari.ar di sorte cieca 
Bibliotecario senza biblioteca, 
alludendo nlla su.i nomina fatta prima che fosse a posto la bi- 
blioteo-i in cui lo si coUocava. 

In rasa, poi, di una ragguardevolissima signorina napoli- 
tana, ove il Genoino seralmente recavasi, egli chiese da bere. 
Quando il snrvo riportava via il bii5chi«re, dopo bevuto il (xe- 
noino, la signorina ne tracanno gli avanzi. Di che 11 Genoino 
assai lusingato, racconto I'avventura coi seguenti ottonarii : 

Bevvi, e poi gentil donzella 
Mise 11 labbro nel biccbiere, 
E fu detto che la bella 
ISi bevesse il mio pensiere. 

Ma nel volto ognun mi lesse 
Che folice appieu sarei, 
Se il pensier bevuto avesse 
Che mi parla ognor di lei. 
I quali versi provocarono dal terribile Caccavone la seguente 
rid^iOdta : 

Cid vuol dir che amica sorte 
Alia bella voile dar 
Uno stomaco si forte 
Da noil farla vomitar, 

Che chi beve, o Giulio mio, 
La tua bava e 11 tuo pensier, 
Doppio emetico, per Dio, 
Trova in fondo del bicchier. V. 



515 



COMMEMORAZIONE DI GIUSEPPE POLIGNANI (») 



Giuseppe Polignani nato in Monopoli, e tornatovi 
dopo lunga assenza, a morirvi nell' Agosto del 1882, 
dopo 59 anni di et^, fu dei nostri socii solo negli ultimi 
di sua onesta, laboriosa, e, per ogiii verso, intCQierata 
vita. Accettato ben volentieri per la grande ainicizia 
che ci lego per tanto tempo, di commem*rarlo, io non 
intendo nh tessere, e nemmeno accennare un elogio di 
lui. Questo, secondo il pietoso costume di presso che 
tutte le Accademie, 6 gentile e mesto dovere di chi sa.Tk 
nominato in 8uo luogo. Senza che, il lodare oggi ^ cosa 
resa ditficilissima appunto dalle lodi smisurate di che 
si 6 cosl lar;»hi verso qualunque persona di cui si dica, 
o cosa di cui si parli. 11 che per altro non toglie che 
al facile lodare non# si contrapponga con la stessa faci- 
lity il biasimo fino alia calunnia, secondo che la per- 
sona o la cosa 6 guardata da punti diversi, e per ra- 
gioni egoistiche, partigiane e punto etiche e vere^ 

II Polignani, a dime qualchc cosa, dal lato scien- 
tifico dove le esagerazioni presto si scovrono e sono in 
ogni laogo difftcili, nel seno di questa Accademia, im- 
possibili ; fu un giureconsulto, che per nota speciale 
predilesse, sopra ogni altro, lo studio del Diritto Romano. 

Ora questo studio, questa predilezione 6 tal cosa 
che io penso possa aversi a criterio sicuro per giU' 
dicare delP ingegno di chi si rivolge agli studi delle 



(') AH' aocade-iiiti di Sclenze Tnorali e politiche il 28 gen-* 
naio ItibS. 



Bcien/e j,iundii,he Stndiare il Diritto Romano per 
meglio inteiidLre le leggi attuali, e HOprattutto per 
usarne in una controversia giudiziaria, h proprio dei 
medicn,ri studiarlo e diveiiirne ammiratore per quello 
che H, aenza soi^ondi fini ; averlo in conto di tutla una 
Btupenda seienza nata e svolta mirabilmente, il cui 
studio ben potrebbe occupare tutta la vita di un uomo 
e I TttiMti del '!uo ingegno, h indlaio di mente egre- 
gia e molto al di sopra delle comuni. 

Qiicsto dice a chinre note la sCoi-ia : non si 6 con- 
qnistnta fama di gran giureperito, se iion col chiarirsi 
esimio romanista. 

Ma qua! fu la nota speeiale degli stadii del PoU- 
gnani, qual metodo tenne e ncllo scrivcre e nell'inse- 
gnare Pandette nella Universiti, come fece per 18 anni ? 
Ogniuio sa come nacque e progredl dal risorgimento 
in poi lo scudio delle leggi romane. Dalla gtossa, pura 
nota filologjca, rivolta piu cbe ad altro, a fermare il 
testo, si passo al comsnio, che senza uscire, almeno 
nei priiiii tempi, dalla parola, si volse a ribadlre i testi, 
concordarii, o far che si spiegliino 1' uno con 1' altro. 
II comento allargandosi, piii che opera di erudizione, 
divcnto in progresso, critica storica ; e dalla storia, 
r interpretazione di fllologica, passa a divenire fitosoflca 
razionale, col risorgere del diritto naturale. 

^a questi diversi studi, o mcglio metodi di studio, 
che tatti tcndono alio stes.^o fine, la ricostruzione del 
pensiero giuridico romano, mentre non potean comin- 
ciare e progredire che a quel modo, pure ei tennero gli 
uni per avversi o eontrarii agll altri. Tanto che, for- 
mate due scuole, di quelli che si fermavano alia inter- 
pretazione logica, ma letterale de' testi, e di quelli che 
movendo, ctime oredevano, da un principio al tutto 
astratto, volevano con csso non pure interpretare, ma 
corrpgg,'>r(i il testo, si giun^e ad una vera guerra di 
polcmiehe, nnn aneora tei-minata. Quelli che si dice- 



J 



r^_T "^^ 



— 517 — 

vano pratici, per cui nulla potea eAservi al di 1^ delle 
conclusioni del Diritto Romano, aveano in dispregio, i 
letterati, gli umanisti, come gli dieevano, cio6 i giure- 
consulti filosofi, quell i che col ius naturale voleano giu- 
dieare e correggere occorrendo il ius scriptum, e questi 
alia loro volta scrivevano come il Fabro, trattati de erro- 
ribus pragmaticorii'ni et interpretum juris. In Cristiano 
Tomasio, nel Savigny, nel Carmignani puo meglio leg- 
gersl la storia di questa guerra. Ma questa era nel 
metodo degli studii, ma nella cosa studiata cioe nella 
legislazione romana, la distinzione fra il his civile ed 
il naturale era di sola forma, di statute, di giurisdizione, 
non di contenuto e di fondo. Ne il ius civile e la giu- 
risprudenza pratica si reputavano fuori o contro la na- 
tura e la ragione, nfe il ius naturale o razionale rinne- 
gava s6 stesso in quanto e perch^ diventato logge po- 
sitiva. Anzi la meta del progresso di questo secondo non 
6, n6 puo, n6 vuoP essere che quella di divenir legge 
positiva e realty concreta. 

Se cosi non fosse stato, e quella legislazione, anzi 
quel corpo di dottrine avesse dovuto solo regolare i 
rapporti fra gli uomini in vista della sola utilita poli- 
tica, non s' intenderebbe donde le sia venuto quel mi- 
rabile sentiment© e percezione di rettitudine, di equity, 
che ne ha fatto un monumento. N6 s' intenderebbe come 
movendo da' rozzi precetti delle XII Tavole, sia giunto 
fino a far legge del concetto ideale della giustizia, scri- 
vendo i titoli de justitia et jure. 

E d* altra parte, questo diritto naturale o razionale, 
dove starebbe, su che si fonderebbe, se credeva non 
trovar luogo in una scienza difinita humanarwni divi- 
narumque rerum notitiaf 

Da cio venne che quando, dopo la secolare pole- 
mica, la scuola filosofica vinse in Grozio, le due scuole 
si ricomposero a concordia in Vico, il quale dichiaro 
— lurisprudentia universa, tintrus ex partibus coalescitf 



— 518 — 

philosophia, historia, et quadam propria arte juris ad 
fojcta accomodandi, N6 piu splendida prova di cio che 
feee egli stesso poteva addiirne. Nessuno piu di lui 
seppe trdrre dagli studi filologici e storici principii piu 
ideal! e nessuno studid storia e gkcrisprudenza movendo 
da una raetafisica piu pura ed alta. 

Nondlmeno se i due motodi finfrono per di venire 
parti integrant! di un solo, non per questo fu tolto che 
negr ingegni non si manifestasse un po' di predilezione 
per I'utio per 1' altro. Anche a' nostri tempi la ban- 
diera della scuola speculativa 6 alquanto diversa da 
quella della storica, propriamente detta. 

II Polignani predilesse 1' esegesi e V interpretazione 
da prima tcstunle e storica. Per lui il Diritto Romano 
era libro corapiuto, statua finita che la barbarie soprag*- 
giunta avea potuto chiudere o sotterrare, non strac- 
ciare o render monca. Quindi necessity innanzi tutto, 
di legger b^rne il libro, di riguardare attentamentc e 
da tutti i lati la atatua. La natura del suo ingegno 
*poco inelinato alle astrattezze da una parte, dalP altra 
lo tennero in questa scuola i suoi lnnghi e non mai 
intermessi studii delle fonti e de' testi. 

Nelle leggi romane, cio6 in quelK collezione di 
leggi, di responsi di giureconsulti, di sentenze mira- 
bilmente espresse in una lingua che par nata per essere 
quella del diritto, chi ne fa lo studio di tutta la sua 
vita, finisce per trovare che non solo vi ha concetti di 
profonda sapienza giuridica, ma che sono espressi in 
certa forma elegante ed estetica, che ne fa quasi un'opera 
di arte. 

E questo, o perch^ si era piu vicini a quell* et4 
in cui,*come noto il Vico, legislatore o istitutore di ci- 
yili ordinamenti e poeta fossero lo stesso, onde la lin- 
gua poetica fu la propria della religionc c delle leggi, 
perche invecchiando la lingua, i giureconsulti latinl 
ne conservano la purezza primitiva con la custodia delle 



— 519 — 

formole ; siccbe 1g leggi ebbero fino n tardi il nome di 
carmina. Certo ^. che, per esempio, il viare omnilyus 
patet di Ulpiano, oltre all' essere V esatta e giusta enun- 
ciazione di un principio di dritto pubblico ; come frase, 
come immagine ha un valore estetico, di cui 6 lecito 
divenire ammiratore, anche senza V importanza del 
con ten u to. 

A me, nella mia giovinezza, fa compagno nello 
studio del Puoti, un ingegno elettisaimo, che gik ha 
lasciato qualche orma di s6, ma ben altre ne avebbe, 
se gli elvetici sgherri di tirannide borbcnica non lo aves- 
sero il 15 Maggio 1848 ucciso proprio dove ora, a ri- 
benedire il luogo nefasto, sorge la statua di Carlo 
Poerio. (*) 

Luigi La Vista avea 1' animo vol to specialmente 
alle cose dell' arte, ed a quelli de' suoi amici che g\k 
studiavano diritto, soleva dire ch' egli mai non si sa- 
rebbe piegato aU'aridezza di tall studii. Ma pure pel 
bisogno di scegliere una professione, dov6 acconcior- 
visi. Cosa prodigiosa ! Come prima ebbe a leggere De 
regulis jttns od altro titolo de' piu eleganti del Diritto 
Romano, interrotti tutti gli altri studii, divenne non 
ammiratore, ma addirittura entusiasta del Di^esto; e 
plu che per altro, per quel pregio di forma, di arte, 
che prendono quel concetti giuridici cosi elaborati, finiti 
e profondi ; poichfe V arte 6 appunto 1' essenza intima 
ed ultima delle cose. 

Ora questa parte, diro cosi estetica, del Diritto Ro- 
mano 6 naturale che si disveli maggiormente a chi, 
come Polignani, ne ha fatto piii lunghi studii, ed ha 
avuto piu tempo e modo da innamorarne. Quindi piu 
che di cercare principii astratti, o criteri assoluti di 
storia, che spesso riescono a vuoto, egli era tutto in- 



(*) E, Bulla casa, una iaplde espiratoria al giovine martire 



venosino (V.) 



•J 



^v^ 



— 520 — 

teho a] la lezione, ricostitazione e confronto dei testi, 
sicuro com' era, cfae quel che pareva dubbio gli era 
perch6 male interpretato o male letto. 

Qaindi non pure qnalnnque sentenza, ma qualnn- 
que arvcrbio od altra particella del discorso era per 
lui importante, e in vero spesso la parte di risposta di 
una dottrina e, nel Diritto Romano, in una frase od in 
una parola. Innanzi di venire alia critica, egli volea 
es^er sicuro di ledger bene nel gran volume. Che nii 
giureconsulto deir etk delF Oro avesse potato errare 
difficilmente s' induce va a credere, e quando le parole 
aveano un equivoco manifesto, anzi che venir subito 
alia facile conclusione che vi fosse errore, o nel testo 
o nel concetto, se il testo era sicuro, cercava spiegarlo 
con altri, ma si guardava bene dal toccarlo. 

Ricordo che per avere io scritto che in quel luoga 
di Ulpiano ove dice in maleficiis ratihahitio mandato 
aequiparatur , dovesse credersi vi fosse un wow, restate 
nella penna di chi primo ne fece copia ; il Polignani, 
ne levo il rumor grande, e in una nota alia sua Mono- 
grafia della Ratihabition chiese con quale diritto atten- 
tavo sacrilegamente ad un testo non controverso. N6 
mi ottenne grazia V intenzione di difendere tllpiano 
dalP aver detto cosa che pare ed 6 sempre stata assurda, 
n6 mi valse an che una ragione che avrebbe dovuto 
aver piu peso nelP animo suo, cio6 che un rectius che 
vi era, rimanesse un comparative senza il suo termine, 
poich6 1' una e V altra sentenza direbbero lo stesso, cio6 
che tanto nelle cose di diritto civile, qnanto ne' male- 
fici, 1* appro varle vale come aver dato ad eseguirle. A 
lui pareva vi fosse altro modo come giustificare la sen- 
tenza di Ulpiano, tenendo fermo il testo. 

Con questo metodo e con questi intendimenti, stu- 
di6 molto e scrisse poco. Poco, ma bene. Disamina 
esatta e diligente del testo innanzi tutto, interpreta- 
zione storica della dottrina, cavata dalle fonti piu au- 



- 521 — 

tentiche, vita e svolgimento che ebbe ne' diversi pe- 
riod! romani e posteriori, ed infine della sua significa- 
zione ed importanza giuridica nelle legislazioni attuali. 

La sua critica, per quanto vasta e profonda, non 
lo meno mai ad ipotesi assurde od anche arrischiate, 
a conclusioni smentite da' piu certi document! storici. 
Della sua erudizione, che fu grandissima, non si servi 
mai per vanity, e molto meno per chiarire quello che 
6 evidente, e tacere ov* 6 il dubbio ed il difficile. 

Cosl proced6 nel compilare la sua Sinopsi delle Pan- 
dette, complesso del Diritto Romano in una sintesi ra- 
zionale, cosi nella monografia della Ratihabition in cui 
raccolse le fonti del Diritto Romano e i responsi de' giu- 
reconsulti sulla forza retroattiva ; cosi nelle opere mi- 
nori, come sul matrimonio ecclesiastico, 1' Emptio tollit 
locatum ed altre. 

11 punto da cui invariabilmente movea era il diritto 
fatto legge o dottrina, che ha autorit^ di legge nelle 
sentcnze di quel mirabili giureconsulti. Per lui quel 
che 6 6 stato nel concreto e nel fatto, ha sempre una 
parte dottrinale, razionale, senza cui non poteva essere 
e che pero va sempre cercata ed esaminata. 

Quanto di verso dal vulgare andazzo di condannar 
tutto, di voler tutto innovare a nome e con 1' autoriti 
di qualche sofisma, vecchio quanto il mondo, raosso 
sempre dalla stessa passione, e che pretende esser ra- 
gione, dopo rinnegato con Dio ogni principio assoluto 
vuol dirsi giustizia, dopo rinnegata la morale, pro- 
gresso, quando sarebbe un torn are alia vita piu selvag- 
gia non che vi sia stata, ma che si possa pensare I 

Ero sul punto di chiudere questo cenno del Poli- 
gnani, quando un altro nostro socio, Viiicenzo Lomonaco^ 
consigliere della Corte di Cassazione, mancava all' Ac- 

83 



■^ 



— 522 — 



cademia, alia retta ammiiiistrazione del I a giustizia ed 
a quegli stessi studil di diritto, forti e siiiceri, che ab- 
biam lodato nel Polignani. A me 6 sembrato non po- 
tere nel dir dell' uno, non accennare almeno alia grave 
perdita dell'altro. E non per T Accademia, che la me- 
mosia ne ha troppo recente, e non prima di ieri sospese 
la sua Tornata ordinaria in segno di lutto e di onoranza ; 
ma poich^ sono in questo doloroso ufficio di lamentare 
i caduti, non mi dk il cuore di tacere, al cospetto del 
pubblico, della morte del Lomonaco, che ho sempre 
tanto amato e rispettato, come quello che di poco in 
etA, ma di molto mi ptecedeva nell* ingegno ed in va- 
ria e soprattutto classica dottrina. Giureconsulto pro- 
fondo, noto in Enropa specialmente per 1' opera Studi 
Storici sui Principii della lef/islaziane^ (') magistrato di 
rara integrity, padre famiglia esemplare, e pero nei 
figliuoli fortunato, mori di eta presso a 72 anni, com- 
pianto da tutti. E si che a dime queste poche parole 
mi ha sforzato quasi anche il desiderio di rendere grazie, 
e 1' Accademia e la corte di Cassazione son certo mi 
consentiranno di farlo anche in loro noma, a quegli 
egregi giovani della nostra University, che per sponta- 
neo ossequio alia scienza vollero, con la bandiera, se- 
guire le esequie del venerando vecchio, caduto al ter- 
mine di quel cammino che essi cominciano. E questo 
solo fatto basterebbe a dimostrare che cominciano assai 
bene. 



(') Di cui il Mittermaier in Germania e il Mancini in Itnlia 
fecero ana larga esposizione. (Y.) 



I 

i 



- 523 - 



INNANZI AL PBRBTRO DI 

PAOLO EMILIO TULELLI 
29 genn, 1S84 



Ed eccoci a piang'ere la perdita di un altro egregio 
uomo, di un filosofo che manca alia scienza, di un onesto 
cittadino di cui 6 vedovata la patria. 

Paolo Em. Tulelli, nato nel 1811 in Zagarese della 
mia nativa Calabria, dopo 72 anni di vita incolpabile, 
ora 6 qui reso cadavere da breve quanto terribile morbo. 

Egli visse la sua vita scientifica fra quella insigne 
genera zione d'uomini illustri che fu in Napoli dal 1830 
al 1848. La quale non ostante I'odio per ogni coltura, 
che in quel tempo era sistema e legge di cieco govemo, 
tenne imperturbata la sua via, e giunse in luogb dove 
^ ancora quella piu avventurata che venne dopo, libera 
com '6 e sciolta d'ogni impaccio. (*j 

Le quality piii spiccate della mente del Tulelli che 
tutta e sempre tenne volta agli studi filosofici, furon due, 
la temperanza dell'ingegno nelPindagare, I'amore ela 
fede nelle verity che gli vennero trovate. Abborrente da 
ogni eccesso di speculazione, da ogni forma sofistica^ 
da ogni paradosso, quando gli parve scorgere il limite 
della ragione umana, non per questo si cred^ stretto a 
rinnegarla, od a costringerla ad andar vagando fra 
astrazioni impotenti a creare, per quanto buone invece 
a spegnere. 



'^*; E del tatto vero poi questo ? nel momento in cui scrivo 
questa nota, anche pnliticamente, auspice Vittorio Emanuele III, 
P Italia assnrge a bea altre fortune. — Agosto 1902. (V.) 



<rzr*, 



-A.?-. 



^ 524 — 

Vide il limite, ma vide pure che questo gli era se- 
nate dall'istesso intelletto, che appunto quando rico- 
nosce e misura la propria forza, dk prova di sua nobile 
ed infinita natiira. Poich^ una chiara cognizione di 
quelle che 6 al di qua del termine importa una specie 
dMstintiva, spontanea e quasi divina intuizione di clo- 
che trascende il termine segnato. 

Dire piu particolarmente delle sue dottrine filosofiche 
io non potrei farlo e massime neiransia di questo sa- 
premo e doloroso momento. Dir6 solo quel ch'6 note a 
tutti, che nato e vissuto nella scuola del Galluppi, non 
l'obli6 dopo morto, ma ne tenne venerata e sempre sacra 
la memoria. Con riverenza di discepolo, afifetto di arnica 
e piet^ di superstite, ne scrisse, e pubblic6 del filosofo 
alcuni scritti inediti, leggendolinelPAccademiadi scienze 
morali e politiche. Gli autori suoi prediletti, dopo il Gal- 
luppi, furono i due luminari di quel tempo il Kosmini 
ed il Gioberti. 

Di qui quel costante ricongiungersi di tutte le sue 
indagini, e de' suoi studii a quel principii di filosofia 
spirituale, veggente in Dio, credente nell'ideale e nel- 
Tinfinito. Tutta la non breve sua vita spese nell'inse- 
gn amen to. In tempo in cui Pinsegnare era quasi sino- 
nimo di cospirare e ne porta va i pericoli, Pinsegna- 
mento privato ebbe egli larghissimo in questa insigne 
citt&, ove la dottrina sana e I'integriti della vita gli 
facevano accorrere intorno i giovani delle piu onorevoll 
famiglie. 

Ed appena le condizioni della patria rinnovellata^ 
rimisero la sublime funzione delPinsegnamen to fra le 
piu nobili e di maggior decoro cittadino, fu chiamato- 
neirUniversitA degli studi a professore di Etica. 

Quando la morale ed il suo principio sommo, la li- 
berty nel volere, vennero bistrattati e rinnegati da un 
bieco filosofismo, fu gran bene trovare nel Tulelli un 
difensore intelligente, valoroso dei sani principii. I sinceri 



— 525 — 

cercatori del vero, i dubbiosi, ma di buona fede, bene 
ebbero a ventura aver fra mani gli ultimi suoi scritti 
intorno alle scuole della morale. 

Qiiella tal temperanza dell'ingegno vi spande una 
eerta serenity di ragionamento, di cortesia nella critica, 
•di dirittura nella dialettica, per cui la dottrina profonda 
^ resa facile e consolante. 

Per lui, il principio morale ha un fondamento proprio 
€d ontologico, e Pimperativo gli viene dalla sua ideality, 
che 6 al di sopra di ogni contingenza deirindividualismo. 

E questa base sicura fatta al dovere non fu per lui 
una vana esercitazione dialettica, un argomento di va- 
nity di dotta boria, ma invece egli le crebbe forza ed 
autorit^ col fame un faro alia propria vita tanto sem- 
plieemente operosa, serenamente onesta e beneiica. 

Ai moltissimi suoi discepoli, con Tesempio piu che 
con teoricbe smentite dal fatto, insegn6 ad amare di 
sincero amore questa diletta patria italiana, a filo- 
sofare senza pregiudizii, ma anche senza temeriti, e 
ricordando sopratutto che la ragione, sovrana in tutt'al- 
tro, dee sostare alia soglia del tempio, come le onde libe- 
rissime dell'oceano si rompono e si umiliano al piede 
della montagna. 

Egli stesso, filosofo, resto cristiano ed unto sacerdote 
non vergo^no dell 'Evangel o. 

lo non ho mai creduto che in questi]solenni momenti 
si possa, per adulazione, mentire. So invece che ben si 
pu6 per affettuoso dolore eceedere, ed in buona fede, 
nel lodare. Ma quando in pochi e rotti accenti, delle 
tue virtu, o Paolo Em. Tulelli, io non ho ricordato che 
una delle quality del tuo ingegno e la modestia della 
tua vita, son sicuro che quanti ti conobbero troveranno 
che ho detto assai meno del vero, come confido che del- 
Paver detto poco mi scuseranno col comunc dolore della 
tua perdita. 



— 626 - 



DEI ROMANZI INGLESI 



A vedere il gran numero degli autori di romanzi 
inglesi e la prodigiosa loro fecondit^, qualcuno potrebbe 
indursi a credere che si fosse trovato il segreto di mol- 
tiplicare queste opere per mezzo di alcuna delle mac- 
chine di cui cola si fa tanto uso. Bulwer, lames, 
Marryat, Lever, Dickens, Disraeli che sono i piii in 
nome, sono ciascuno autori di tanti romanzi, raeconti 
e simili, da disgradarne il fecondissimo Walter Scott. 
Bastivi che lino al terzo o quarto romanzo, almeno in 
tre volurai, un autore non si crede ordinariamente nel 
diritto di lasciar I'anonimo col quale quasi tutti inco- 
minciano. E dite poi che il secolo non h artistico, se 
nel paese piu positivo e ca-lcolatore del mondo, le opere 
di arte pigliano tanto campo e si succedono con sif- 
fatta rapidita ! Ma h poi veramente Tarte che presiede 
a questo perpetuo lavorio delle penne, e de' torchi, e 
quegli scrittori sentono la sublimit^, la dignity, ma nel 
tempo medesimo il pudore delP artista sempre dubbioso 
delP opera sua, che muore desiderando che diasi alle 
fiamme I'Eneide, o corr'^ggendo e rimutando i versi 
deirOrlando Furioso ? A me pare che altro 6 lo scrivere 
un libro con Pintendimeuto di occupar Pozio di an let- 
tore, altro guardare piu in alto ove si affisavano Virgilio 
e TAriosto ; altro che un lettore chiegga di un libro 
che lo diverta, I'occupi, lo distragga, ed anche gl'in- 
segni qualche cosa, altro che vi cerchi dentro il bello 
artistico propriamente, che gi^ non 6 fatto per esser 
cerco e gustato da tutti. Nel primo caso, sto per dire. 



- 527 — 

Parte non ci entra punto, vi h solo uii artifizio mec- 
canico ordinato a tener desta la cariosity, a scuotere 
col maraviglioso, e che si contenta di quella commo- 
zione che s' ingenera dall'urto di certi efifetti, per 
opera naturale ; che esce da' fatti finti appxmto come 
uscirebbe da' reali. Ond'6 che il romanziere ha tanto 
diritto di andar superbo di questo che dicono efifetto, 
quanto un tale che venendovi a raccontare che vostro 
padre ha corso disgrazia, si tenesse per quAlche cosa 
perch^ vi vede piangere. Non ^ gik che tiitti i moderni 
romauzieri inglesi debbano esh'er giudicati a questo 
modo, ma gli 6 bene alia maggior parte che puo farsi 
rimprovero di comporre i loro libri con si poca coscienza, 
e col solo inteudimento di toccare queste corde volgari 
per dir cosi, del cuore umano, ed occupare solo le menti 
inette a sollevarsi alio splendore della vera bellezza. 

Come i francesi per le grisette, e le donnine disoccu- 
pate, molti degPinglesi scrivono i loro romanzi per quella 
parte del pubblico, che legge per non aver meglio da 
fare, per fuggir Pozio, per uso, per moda. Ed in nes- 
suna parte un di questi romanzi 6 meglio allogato che 
come appendice di un Giornale. 11 gentleman dopo la sua 
colezione di burro e th6, legge la gazzetta, poi il ro- 
manzo, gazzetta della fantasia, alia quale non chiede 
altro che un po'di diversione dalla vita reale, un modo 
come passare, come perdere il tempo. 

Questa colluvie sterminata e sempre crescente di 
racconti, puo andar divisa in due spezie : di quelli che 
fermansi alia vita intima, privata, e di quelli chetrat- 
tano di argomenti istorici. De' primi non solo leggendone 
uno dei diciannove o venti di un medesimo autore, voi 
sapete presso a poco il contenuto degli altri che non 
avete letto, dico in quanto alle parti general; , ma let- 
tone uno di un solo autore, potete ben credere di aver 
letto quasi quelli di tutti gli altri. Siete quasi sicuro di 
trovar sempre il tipo di una vecchia signora madre di 



una belliasima figlia, o zia di una ve 

Vive ordiiiariamente in una easa di 

qual casa dal tetto alia can tin a h me 

riate ad aver pratica, a non isman 

eaprete quanto 6 lungo e largo i! pan 

e gli alberi e i viali che vi sono, e i 

vi abitano. Un amieo di un nipote o 

flig-nora, tornanti dairarmata o da u 

vicino. delta cui casa, cavalli e groi 

Hppieno informati, s'innamora della 

ma per timore di non esser accetto, < 

convenienze, chiude in se I'amore S 
che la miss ama un altro. Nel qual c 

bare la pace di lei, il fervido ma gene 

anai gli amori del rivale, compone 1( 
trimonio, regala lei di un vezzo di c 
all'altare, e quando gli sposi rientra: 
uccide, parte per le Indie. 8e si atti< 
partito, torna dopo certo tempo, e trovi 
glia, che la sua sposa 6 orribilmente ar 
e queati di lei; intanloB poco apoco e 
re, ed egli, egli che I'avea accompagn 
compagna alia fossa, ripigliandosi (. 
che d'ora in poi porterS sempre seco in un vlaggio che 
il roedico gli consiglia di fare, come solo rimedio alia 
sua sdupata salute. Altra volta S un veechio lord, cho 
vive nel castello dei suoi maggiori, circondato da cavalli 
e da cani eon un solo pensiero nella monte, ed un ri- 
morso nel cuore. II pensiejo della propria digniti, della 
paria ereditaria ; il rimorso di avere con brutt« arti 
usurpato questa paria che di dritto sccndeva a' ligli di 
un sno fratello, da lui odiato perchfe autore del crimen- 
lese di essersi sposato ad una giovinetta di non nobi- 
lissima famiglia in Francia o in Italia. Ma erco che ap- 
punto riceve una lettera nella quale un pedante ehe ac- 
compagna I'unico flglio di sua signoria, il quale viaggia 



— 529 — 

sul continente, lo informa come cestui si f^ invaghito 
di una tale, e ricusa di tornare e pare non vi sia ri- 
medio. II lord vede in cio la mano di Dio : e cade 
pericolosamente ammalato. II figlio torna, ode dal padre 
che egli non 6 il vero erede dell a nobilissiina casa, si 
•di le mani ne' capegli, e sposa una cugina, unica su- 
perstite de' iigli dcllo zio, lasciando gli amori della 
forestiera, con che si giunge all'opoteosi del romanzo 
inglese : il sacrificare I'amore al dovere. Infatti questa 
^ Pidea capitale, il tine a cui ordinnriamente si mira : 
gli eroi di questi romanzi sono gli eroi del dovere, il 
che 6 certamente buona, ma per disgrazia troppo fredda 
e pallida cosa per divenire poesia ed ideale. Altre volte 
infine, dopo avervi trattenuto per poco nea^l'intrighi di 
un amore poco felice, di un'ambizione non satisfatta, 
I'autore che si cela sotto il nome dell'eroe, vi piglia seco 
•e vi conduce a viaggiare per tutte le parti del mondo, 
dandovi con to e ragione di tut to che ha veduto, os- 
servato ed inteso. 

Questo 6 pel contenuto : lo stile poi, o il tono, per 
dir cosi delle scritture, non 6 fatto per sollevarsi molto 
dalla terra : I'amicizia 6 dipinta co' debiti colori della 
cortesia, I'amore appena con quelli delFamicizia, il 
vizio 6 trattato aspramente, ma senza gradazione : la 
stessa cura, la stessa prolissiti, la stessa tinta adoperata 
a dipingervi un omicida, serve a mostrarvi una inco- 
moda vicina che s'impaccia de' fatti di un'altra. Vero 
6 che quando I'autore ha ingegno, e la fretta non 
lo spinge, s'incontrano alcune scene che possono dirsi 
belle, particolari ben delineati, contornati, finiti, gentili, 
ma il tutto, la macchina, Tinsierae del dipinto /'vizio 
comune in parte anche a* grandissimi scrittori di colA,) 
6 cosi gofifamente congegnato ed unito, che ftnita la 
lettura, si resta maravigliato all'ineoerenza di quel 
particolari, che pure seducevano, ma che in quel pun to 
vi sfumano dalla mente, e vi laseiano la fantasia im- 



^ 



— 530 — 

mobile e il cuore freddo. Ed 6 pur vero che di raro 
avviene che chi ne abbia bisogno, non ne tragga dei 
sani ammonimenti di morale, de' buoni consigli a go- 
vernarsi con prudenza nelle faccende pratiche, mate- 
riali della vita, ch6 questa ^ poi la parte pregevole che 
i romanzi inglesi hanno sopra quelli che si scrivono 
altrove, segnatamente in Francia ; ma la morale si puo 
certo impararla meglio in un Catechismo o in nn Trat- 
tato di Etiea, ed e da sperare che gli uomini non si 
riducano al punto di andarla a pescare ne' Romanzi. 

Ma la mancanza del fondo, il non saper avvolgere 
gli avvenimenti, n6 alzarsi a concepire qualche eosa 
che sia al di \k del comune, che non fosse la storia 
fredda di fatti volgarissimi della vita, produce anche 
un altro danno : una tendenza dello scrittore a stam- 
pare ogni minuzia in un pelago di parole, o a fer- 
marsi di tan to in tan to per narrarvi di certi suoi tro- 
vati di psicologia, o di osservazioni cosi peregrine e 
profonde sul cuore umano, che non ci e paziente ed 
importer ri to leggitore di romanzi che non chiuda per 
disperazione il libro, e non si dia per vinto.(*) 

Al chp conferisce potentemente anche un altro vizio. 
Queste zie e nipoti, madri e figlie, lordi, ainanti, cavalll, 
cani, case, campagne sono sempre fitti in una nebbia 
densissima, e pero fredda, di formole da cui Tautore 
si guarda bene di farli uscire, sotto pena di violata 
civilti nazionale. Fate conto che un terzo del romanzo 
6 ordinato a dirvi p. e. che il nobile lord scrisse cinque 
o sei volte una lettera a sua moglie, che era in altra 
parte della casa, per dirle che non si sarebbero incontrati 
alia colezione, o altra simile importantissima faccenda : 
queste lettere saprete sempre che sono scritte dallo studio 
library, che il nobil signore vi entro appunto per scri- 



{*) Anche qni non h chi non veda I'esagerazione e V escloai- 
vismo del sennato e arguto critico. (V.) 



— 531 - 

verle, e I'autore spinge la cortesia fino ad informarvi 
che se gli occorse di dir qualche cosa a un domestico, 
prima ebbe a suonare un campanello per chiamarlo. E 
se i vostri personaggl vanno a pranzo^ voi saprete che 
pranzano nel tinello, saprefce che prima di far questo 
sono iti a vestirsi ne' loro gabinetti, dressing-room^ che 
dopo il desinare, son passati nel salotto, draining room, 
e di 1^ a dormire nella stanza da letto^ che non credeste 
che dormono sulla nuda terra. Se un tale sta per essere 
ncciso, e un domestico ne vuole avvisare la madre o il 
padre, voi saprete prima tutto intero il formulario che 
si usa quando un domestico pari a al padrone o alia 
padrona, e due pcrsone se si avessero a dire quello di 
piu importante che potete immaginare, se si dovessero 
tagliar la gola e siano venuti da due appositi poll per 
questo, resteranno a bocca aperta finch6 I'autore non 
cerca di un terzo che gli presenti, e non possa scrivere 
che regular introdution was made! Questa atmosfera 
in cui si muovono le figure 6 assolutamente noiosissima 
pe' lettori stranieri, e fo ragione che deve essere cosi 
ancora per gl'inglesi, che vivendoci dentro nella vita 
reale, amerebbero credMo, di uscirne un poco quando leg- 
gono i romanzi, e sanno quasi sempre, senza che Pautore 
si scomodi a dirlo, che la lettera si scrive dallo studio, 
che ei dorme nel letto, e che a voler chiamare un do- 
mestico, si usa il suono di un campanello. 

Avendolo allogato fra i piu feeondi romanzieri, 6 
giustizia che si dica che il Dickens non puo esser con- 
fuso nella folia di costoro. Per verity la copia, sopra 
tutto la minutezza, (*) che potrebbe evitare, in lui non 
sono di ostacolo alle rare quality del suo ingegno ed 
alia forza della fantasia. Dickens ^ un artista sommo 



(*) L' A. won ppnsa che questa e qualita essenzialo dell'umo- 
riata, il quale, a non dir altro, fra lo cose grandissime e 
superlative e le picsolissime e imterlative scofH'e sempre rintima 
nesso, rintimo legume che hanno realmeute in Datura (Y.) 



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— 632 — 

nel vt».ro si^j^nificato della parola. Non ci 6 cosa per 
piccola ed insignificante che non acqaisti sotto la sua 
penna un prestigio, una movenza, una luce mirabile, 
che 6 appunto quello che I'artista aggiunge di s6, di in- 
dividuale alia materia delParte sua, che pe' romanzi 6 
il fatto. Questo splendore della forma, essendo dell'arte, 
che non s'impara, che ^ il suggello che segna il pre- 
destinato fra la moltitudine, 6 in lui sostenuta da una 
anima Candida, gen^rosa, che si leva come un'aquila 
e spazia pe' mondi di luce che la fantasia dischiude. 
Sapete che uno de' vezzi del secolo sono le mal income, 
o il disperare della virtu, e il dolersi della comune in- 
felicity degli uomini. Leggete Dickens e troverete che 
la virtu ^ viva, palpitante, sfolgorante, che ncl mondo 6 
pure il bene, che la felicity del farlo 6 immensa, reale, che 
sta alia porta, nell' interno della casa, della camera di voi 
che, chiusi gli occhi a non vederla, vi dolete che sia fug- 
gita dal mondo. Chi acquista pratica degli scritti di 
questo aurore, raro 6 che reeandosi un suo libro nelle 
mani, non rassereni la fronte, e non atteggi i labbri 
ad un sorriso festevole, imperocch^ egli ha inteso, certo 
a quel modo che il vero artista sente per istinto, per 
I'abito dell'arte, che questa specie di racconti intimi 

I non possono reggere che quando ritraggano comica- 

niente quella parte di vita, che per esser sotto gii occhi 

|< di tucti, mal si piegherebbe ad una forma piu severa. 

||' Dite agli uomini che quel che avviene loro nella vita 

t> ordinari^ h commedia, e vi crederanno, e si disporranno 

a riderne con voi, ma se voi annunziate loro la tragedia, 
ne avrete per risposta che sono gik anuoiati dal male 
vero e reale, senza che togliate la briga di aggiungervi 
il fin to, e che quando han bisogno del tragico lo vanno 
a cercare in quel fatti grandi ed universali, che en- 
trano nel dominio della storia de' popoli, non nelle fug- 
gevoli tradizioni de' penetrali delle famiglie. 









% ■ 



— 533 — 

Dalla folia dovrebbc pure sceverarsi Disraeli, che 
per altro Ta meglio allogato fra i romanzieri storici. 

I quali per verity sono alquanto piii accurati degU 
altri, ed hanno delFopera loro un piii alto concetto. Pero i 
caratteri storici sono ben delineati e mantenuti, il colore, 
la tinta locale, come dices!, quasi serapre studiata bene, 
e vera. Ma sempre per altro la bellezza de' particolari 
supera di molto quel la dellinsieme del quadro, il che 
h quasi una nota speciale dell'arte inglese. Son poi 
audacissimi nell'affrontare quegli argomenti che gik 
per la realty istorica sono cosi grandi e noti d«a spau- 
rire il poeta chevi si voglia accostare con la finzione, 
e da far facilmente degenerare i suoi sforzi impoteuti 
nel ridicolo. Quando Pargomento ha di per se una tal 
grandezza reale, e intorno qnella anche maggiore che 
vi ha aggiunto la fantasia del lettore, voi non potete 
non urtare in qualche opinione da lui preconcetta, re- 
sterete al di sotto di quel che egli si attende, perderete 
la liberty di artista. Altra cosa che pure fa sorridere 
gli 6 il vedere il carattere inglese porre se siesso come 
il tipo, Pideale, il perfetto sempre e in qualunque luogo. 
Jnfatti per qual luogo o in qual tempo del mondo siate 
col racconto, la parte nobile, I'eroica 6, per misterioso 
destino della provvidenza romanzesca, assognata in 
sorte ad un inglese. Quel guerriero piu valoroso di ogni 
altro, quel sapiente tanto al di sopra di quelli che sono 
1^ Versailles intorno a Luigi XIV, quell a giovinetta che 
vince tutte in bellezza e virtu, sono inglesi. E se siete 
in Roma e ci trovate un tale che insegna la politica a 
Machiavelli, l' astuzia a Borgia, disprezza gli Orsini e 
i Colonna, e si fa amare da tutte le donne, fate pur 
ragione che egli 6 un inglese. 

Quanto poi a* giudizi intorno agli ntranieri, in ge- 
nerale sono meno estremi di quelli de' francesi, meno 
egoisti de' tedeschi. La Francia e PItalia son per or- 
dinario i paesi nelle cui storie amano di vagare. H 



- 634 - 

francese i giudicnto secondo la diversa 
gua : noi abbiamo diversa fortuna: le deli 
piannre, de' monti, delle c'Mk, del mare 
laoa e delle stelle sono il luogo comat 
Bcrittori di qnella tiobil nazione. GH ood 
e modern!, noti ed ignoti, da alcuni son 
da altri, ma per veriti piu rari, nell'ini 
Btoro il piu infaticato a gittarvici e teni 
I'onorevole Tdward Lyton Bulvjer. Coir 
Romani da lui stigmatizzati nel suo Gli t 
Pompti. Niente ci k di piu lepidodel veden 
Bincera e profonda che traspare dall'arrn] 
dellQ siile di questo scrittore, di pnter 
disdire all'uinanit& qnel giudizio di grn 
politica, che da 'JO secoli ha porCato di 
polo ! Poi passa al medio evo, e la stor 
Rienzo ridotto alle misere proporzioiii < 
agitatoro di meeting di I/mdra, k it libr 
gnerA le goffagiiii, le ^toltizic, le int'ain 
dell'Italia di quel tempo. Se desiderate 
amorevole dagl'ltaliani viventi, Icggete 
Maltravers, e il seguito Alice. 

Ma intine, a eoll^otar^'i di tutto, saj 
fl Bulwer non 6 Demmeno Unto cortest^ 
propria patria, la quale se fosse a meU 
viziosa cum' cgli dipinge in quel suo 
terra e gl'ingleai, basterebbe da vero p 
vi 6 Dato se ne rallegrasse. 

A conchludere infine, il romanzo Id 
Iranue poche eccezioni, 6 divenuto di q 
letteratnra cbe, bisogna par dirlo, svels 
vi danno opera piii il mestiere dello set 
che il sentimento, I'ablto dell'arte e la i 
deil'artista : cokc, se volete, utili, ma di 
non S che requisito secoiidario r f'rtuii 
noi ancora, a saziare la stoUa avidiiA 



— 535 - 

non altro cercano dalParte che un passateinpo nell'ozio, 

inetti a vedere I'infinito stadio che divide Tautore di 

venti trenta di coteste storie indigeste da colui che 

solo scrisse i Promessi Sposi, o anche dalPimmortale 

autore dell'Ivanohe, 6 forza, di tradurre, e tradurre dal 

francese, e dalPinglese, dobbiamo non che lamentarci 

di poverty, prenderne lieto augurio, ch^ ci6 vuol dire 

che presso noi il seiitimento vero, nobile ed alto del- 

I'arte vive ancora, ed allontana i profani drJ suo tempio. 

1856. 



— 536 



LEGGI DI PROTEZIONE ALLE BESTIE 



Niuno ignora le antiche ed accademiche discussioni 
sul diritto degli uomini ad uccidere gli altri animali. 
Per quanto antico sia il discuterne, piii antico si trover^ 
sempre 1' uso di uccidere le bestie, cibarsi delle loro 
carni, e vestirsi delle loro lane. 

E le bestie, alia lor volta, ban dovuto risolvere la 
controversia nel modo stesso, perch6 non solo Tuna 
uccide e mangia 1' altra, ma quando possono, non hanno 
difficolti di uccidere e mangiare anche gli uomini. 
Sebbene bisogna render loro la giustlzia di convenire 
che ]k dove poche sono le belve divoratrici di uomini, 
moltissimi e quasi tutti sono gli uomini divoratori di 
bestie. 

Di queste bestiuole, fa dire Gualtiero Scott ad una gio- 
vane quacquera richiesta come le desse il cuore di far 
uccidere alcuni polli cui pure amava e curava tan to, 
di queste bestiole tale 6 la legge delP esistenza : debbono 
morire, ma ignorano V istante in cui la morte le colpir4, 
e somministrando ad esse cio di cui abbisognano, fin 
che sono in vita, cooperiamo alia loro felicity per quanto 
permettono le condizioni sotto cui ricevettero la vita. 
Ma io non penso cosi, rispondeva il giovane, che aveva 
fatta la dimanda, n6 sapr6 mai darmi ad intendere che 
le galline e le anitre concederebbero la tesi. 

Ed 6 ben probabile : ma gli uomini, legalmente par- 
lando, possono sostenere di essere a fronte delle bestie 
in caso di costringimento e di doverle uccidere per le- 
gittima difesa. Lasciundo stare il costringimento che 



— 537 — 

pu6 venire dal fatto, non ben certo, che senza la carne 
di taluni animali bruti, gli uomini non potrebbero vi- 
vere, e lasciando anche da parte i casi rari qui, altrove 
purtroppo frequent!, di difesa contro belve che sono in 
istato permanentedi guerra eon g\i uomini, e facile vedere 
quali sarebbero le conseguenze, se ci astenessimo asso- 
lutamente dall' uccidere gli altri animali. Questi fareb- 
bero presto, crescendo smisuratamente, ad invadere la 
terra, ridurla cosi alio stato selvaggio, divorandosi fra 
di loro, dopo aver divorato gli uomini o reso loro im- 
possfbile, in altro modo, la vita. 

Ma non ^ di ci6 di cui voglio parlare. Da quest* uso, 
da questo diritto di uccidere le bes'tie, 1* uomo, il che 
per loro lode, di raro avviene negli altri animali, ha 
cavato come corollario che s'6 lecito il piu, cio6 1' uc- 
cidere, 6 lecito anche il meno, cioe lo straziarli ed in- 
crudelire in qualunque modo contro di loro : iiLS utendi 
et ab utendi. 

L' argomentazione ^ crudelc, vigliacca e falsa per 
giunta. E piu che inumano seviziare e torturar per 
libidine esseri sensibili come noi, per lo piu innocenti 
e che da parte loro ci rimeritano con tanto aflfetto, e ci 
procacciano tanti comodi ; 6 vigliacco perch6 per lo piu 
si volge contro esseri impotenti a difendersi, e che ren- 
dono piu odioso P abuso dell' animal ragionevole col 
contrapposto della raansuetudine e pazienza con cui sof- 
frono ogni maniera di oltraggi. E logicamente falso, 
perch6 se la necessity giustifica 1' uccidere le bestie, del 
seviziarle senza ragione non ci ^ necessity alcuna. 

Contro le sevizie agli animali bruti, i legislator! 
penali ban creduto di dover levare la voce e vietarle, e 
punirle. Una siffatta sanzione penale giova, piu che non 
si pensa, alP educazione morale e giuridica di un po- 
polo, poich6 dair infierire barbaramente contro animali, 
che sebbene collocati in un grado inferiore, sentono 
come noi, ban notizia certa della loro fisica costituzione 

di 



- 538 — 

e come noi soffrono il dolore e temonola morte, si passa 
di leggier! alle offese verso gli iiomini. Giova questa 
sanzione peimle alta pubblica ecouomia, perchg la dol- 
cezza e la cura verso le bestie conserva ed acuresce le 
loro forze, B quiodi i vantaggi che gli uomiiii possouo 
ritrarnc, quando invece le sevizie iie abbreviano la vita 
e la sciupano. 

In un giorno dcU' anno 1853, su per la strada di Na- 
poli che dal Museo meua a CapodimonCe, vidi salire un 
i:arro sopraccarico di legna, tirato da un inulo e da un 
cavallo, Eracadutaun po'di pioggia, ch' eracominciata 
ad auciugare, il che avea fatto la via sdrucciolevole, 
difficile anche per gli uoiniiii, sicch6 tra per questo, e 
per 1' enorine peso, le bestie non riusciviino a guada- 
gnarc I' erta. II conduttore, posto piede a terra, con nn 
grosso scudiscio, ed un sclvaggio quasi ignudo, con un 
legno preso dal carico, li tenipestavano di colpi. L'or- 
rido spettacolo di qnei carnefici accanati contro le in- 
felici beetle, era fatto piii tristo dagii sforzi che queste 
facevano per vincere la diflicolti del terreno, sotto qnella 
tempesta di battiture. Avea qualche cosa di nobile, di 
generosn e direi di magnanimo quel loro appoggiare i 
petti alle correggie con una volenti ed uno sforzo che 
stirava i loro muscoli e faceva uscire spesso e caldo il 
fiato dalle aperte narici. Ma che ? la pietra liscia, le- 
vigata, unta, di una specie di sapone fatto di acqua e 
polvere, reiideva vani i loro sforzi : il piede fcrrato meaao 
con tanta fatica innanzi, sdmcciolava e tornava oud'e- 
rasi mosao. I due masnadieri ansavano e siidavsno an- 
ch'essi per la fatica; ad intervalli qualche volta uno era a 
raantenere una ruota, 1' alCro sempre a gferzare le bestie 
con grida che andavauo al cielo, o meglio, all' inferno, 
od raprecaz on e beste uiic. Degli astanti, che molti 
ve erano essuno s a diva far capire ai due scimu- 
nit che CO la met^ d q el tempo perdutocia mot&di 
qnella forza adoperata a fustigare le due bestie, il carro 



— 539 — 

avrebbesi potuto scemar di peso e cosi esser portato su 
facilmente. Gi4 non ci era 1' uso, ma poi non sarebbe 
stata eosa sicura voler far inteiidere la ragione a gente 
<50si fuori di senno. Continuando le battiture, il cavallo, 
come piu generoso, ten to uno sforzo supremo, e si spin- 
se cosi forte innanzi, che le tirelle si schiantarono o si 
ruppero ad un tratto, e P infelice animale, gittando un 
rovescio di sangue dalla bocca, cadde Ik per 14 morto- 
II cametice che lo avea ucciso, non si tosto lo vide a 
terra immerso nel sangue e con gli occhi vitrei, che 
fli caceio le manl nei capegli, e ruppe a piangere, chia- 
mando S. Antonio, ed a chinarsi sullo spento animale 
« palparlo, e lamentarsi ch' era rovinato, appunto come 
se di quella morte, egli fosse al tutto innocente ! 

DalP av(»,r preveduto e pun i to V uccisione degli ani- 
mal! altrui per la semplice ragione del danno al pro- 
prietario, si passo a punire piu moralmente le sevizie 
inntili alle bcstie anche proprie, e non ci 6 alcuno de- 
;gli ultimi Codici Penali di Europa, in cui questo non 
si vegga almeno annoverato fra le contravvenzioni di 
polizia. La legge dunque non manca, ma non per questo 
gli effetti sono i medesimi fra i diversi paesl, appunto 
perche la sola legge non basta. 

In Italia sogliamo spesso, fra gli altri esempii, citare 
quello deir Inghilterra, e certo per noi quasi nuovi alia 
vita pubblica, 6 gran sussidio lo specchiarsi in quel 
popolo che da piu antico tempo ha inalberato e conser- 
vato intatto il vessillo della liberty, e dalla liberty ha 
tratto argomento di splendore e potenza al di fuori, di 
pace e benessere inter no. 

Ma a volere che queste citazioni siano proficue, 6 me- 
«tieri sian fatte a proposito, cio6 non paragonando cose 
aI tutto diverse, facendosi irigannare alia sola simiglian- 
za de'nomi, ma sopra tutto tenendo conto delP indole 
€ del carattere. 



— 540 ~ 

Altrove la legge governa la vita, in quel gran paese 
^11 h iuvece la vita che fa la legge: altrove le istitu- 
^ioni s' impongono a' costumi, Ik dai cpstumi nasce V i- 
stituzione e spesso vive senza forma e nome speciale, » 
non per qucsto ha manco di efiScacia e di forza. 

Intorno a questo panto del prevedere e punire le cm- 
delt4 agli animali bruti, in Inghil terra fa fatta nel 184^ 
ana legge. La qaale comincia dal citare tutte le leggi 
sallo stesso argomento che Phan preceduta, cio6 ana di 
Gaglielmo IV ed an' altra della stessa regina Vittoria^ 
e le dichiara rivocate, non senza spiegare che rimangono 
in vigore pe'fatti che prevedevano, e che si fossero com- 
messi prima della legge attuale: 

Seguono le disposizioni della legge, che tradott^ 
saonano in qaesto modo : 

1.* Si ordina che se alcana persona dal tempo ed in 
segaito alia pabblicazione di qaesta legge, batte, mal- 
tratta, spinge a corsa precipitosa, abasa o tortara, owero 
cagiona o procara che sia cradelmente battato. maltrat- 
tato, spinto a corsa prec'pitosa, abusato o torturato al- 
cano animale, ciascano di essi e per ciascana offesa sia 
responsabile e paghi ana malta non eccedente 5 lire. 

2.** E si ordina che ogni persona che opera nella di- 
rezione di qaalche luogo col fine di far combattere o 
battere alcan toro, orso, cane, gallo od altra specie di 
animale^ sia di natara domestica o selvaggia, o permette 
o presta il laogo ove qaesto possa farsi, sarii respon- 
sabile di malta non eccedente 5 lire, per ogni giorno che 
agisca nella direzione di an tal luogo, o permetta a 
presti il luogo da servire all' uso suddetto. 

Resta inoltre stabilito che ogni persona che riceve mo- 
neta per parte di altri in qaalche luogo tenuto od asa- 
to per alcuno de'fin: detti di sopra, si debba stimare 
come il conduttore di esso luogo ; ed ognuno che avr& 
in qualunque modo incoraggiato aiutato od assistito 
all' uccisione, combattimento o alie battiture di qaalche 



— 541 — 

toro, orso, cane, gallo od altro animale come sopra, 
«ar& dichiarato colpevole e pagherJt una mnlta non ec- 
eedente 5 lire per ciascnna offesa. 

3.® E resta ordinate che se alciino erudelmente bat- 
tendo, maltratfcando, spingendo a corsa, abusando dl 
qualche bestia o torturandola, faccia danno od ingiuria 
al detto animale, o cagioni con cio danno od ingiuria 
a persona o propriety, ciascuno di tali colpevoli convin- 
to di tali offese, pagher^ al proprietario delP animale 
(se il colpevole non ne sia egli il proprietario) od Alia 
persona che soffrir& il danno o V ingiuria come sopra, 
per compenso, quella somma, non eccedente lire 10, che 
ssiTh accettata e determinata dal giudice del luogo ove 
tali persone Haranno dichiarate colpevoli. Eimane an- 
che stabilito che il pagamento di tale compenso, od il 
carcere a cui si potesse essere condannato per non pa- 
gumento di esso, non dovrA impedire od in altra manie- 
ra pregiudicare la punizione di cui tali persone od il 
proprietario dell' animale possono essere responsabili per 
a,ver battuto, maltrattato od abusato del detto animale : 
resta pure stabilito che cio che di sopra 6 detto non potri 
impedire il procedimento per azione contro siffatto colpe- 
vole, mandanti di siffatto colpevole, laddove I'ammon- 
tare del danno od ingiuria ecceda la somma preveduta 
in questa legge. 

Nel V § si prevede il caso di coloro che chiudono, 
o permettono che altri chiuda in qualche luogo una 
bestia, senza lasciarle una sufiicente quantity di cibo e 
di acqua. Pena 20 scellini. E nel VI 6 detto che ove 
taluno sappia che qualche bestia 6 rinchiusa in un luogo 
6 che per dodici ore almeno sia lasciata senza cibo ed 
itcqua, abbia il diritto di penetrare, in quel luogo e 
provvederla del cibo ed acqua sufficient^ e tante volte 
finch^ ce ne sari bisogno, a spese del padrone, e senza 
che costui potesse moles tarlo per esser penetrato in quel 
luogo. 



— 542 — 



II VU fino alP XI § trattano di colore che fan profes- 
sione dl uccidere cavalli od altro bestiame, che debbono 
provvedere di cibo le bestie fiiich^ non siano uccise, noa 
possono adoperarle a lavori, debbono tenerne registro, 
ed 6 detto che chi 6 licenziato per uccidere cavalli, non. 
possa fame traffico, n6 prender parte qualunque in una. 
com pra vend! ta di detti animali. 

Nel § XII 6 preveduto e punito il conrlurre o traspor- 
tare animali in maniera o posizione da cagionare loro 
una pena o 8oflferenza non n?cessaria. 

I seguenti articoli trattano del procedimento, e nel 
XXIII si scrive la formola del verbale che il giudic« 
dee compil;ire quando qualche persona col pe vole di 
aver violato la detta legge gli e presentata; si stabilises 
il giudice compctente, il diritto ad appellare e simili. 

In fine il § ultimo ha un dizionaretto del modo come si 
debbono intendere alcune parole adoperate nella legge, 
come giudice di pace, costabile, casa di correzione, ani- 
mali: si spie;^a che quel che si dice in singolare vale 
anche pel caso in cui piu coramettessero 1' istesso fallo, 
e quel che dicesi del gencre mascolino s' intende anche 
del femminile, e che la legge puo esser corretta ed 
eraendata da altra legge futura. 

Ognun vede quanto questa forma di legge 6 discorde 
da tutte quelle che soglionsi scrivere nel continente 
europeo. Discorde, e che, come forma, rimane loro molto 
indietro, pcrchfe si dilunga e si confonde in particolari 
e manca di siutesi. In Italia od in Francia, sebbene 
non siasi, a mio giudizio, mai raggiunta la mirabile sem- 
plicit^ delle formole del Diritto Romano, tutta questa 
legge si sarebbe rinchiusa in uno o due articoli di pochi 
versi : e sarebbe stata piu chiara ed avrebbe compreso 
tutte le ipotesi, seuza per questo dar campo a soprusi 
od esagerate interpretazioni del giudice o dei giurepe- 
riti, volendo appunto evitarle. 

Infatti nel Codice Penale si legge : » Cadono in con- 



— 513 — 

travvenzione colore che in luoghi pubblici incrudeliscono 
contro animali domestici » . In tino dei Progetti del Co- 
dice Penale ^ scritto : Chiunque in luogo pubblico in- 
crudelisce contro animali domestici per sola malvagit^ 
o capriccio, o per costringerli a fatiche eccessive, 6 pu- 
nito con multa da 50 a 100 lire » : 

E cio puo . bastare : il resto che nella legge inglese 
vi 6 dippiu, si trova o nelle regole generali nella stessa 
legge penale, come quel che risguarda i complici, o in 
altre leggi come p. es. nel Codice Civile il diritto ad 
essere rimborsato del prezzo per chi abbia dato cibo 
ad un animale altrui. 

II giudice 6 lasciato libero come dev'essere, nel dif- 
finire quali fatti costituiscano crudeltA e sevizie alle be- 
stie, pt-Tchfe 6 impossibile di poterli tutti prevedere. ^ 
lasciato libero di dare al nome di animali o di bestie 
il significato che hanno nella lingua e nell'uso comune, 
senza che la legge, come fa V inglese, debba spiegare 
che sotto nome di animali s' intendono il cavallo, la 
cavalla, il cavallo castrato, il toro, il bove, la vacca, 
la giovenca, il giovenco, il vitello, il mulo, V asino, la 
pecora, I'agnello, il porco, il porcastro, la troia, la ca- 
pra, il cane, il gatto ecc. 

Infatti a che serve questa enumerazione, se vi si 
aggiungono le parole : ed ogni altro animale dome- 
stico ? con che s' intendono tutti gli altri non annove- 
rati? 

II rimanente si suppone sia gi^ chiarito dalla giu- 
reprudenza, che 6 Parte d' inter pretare la legge con I'in- 
telletto, non col solo dizionario. E per quanto p. e. 
gli avvocati e i causidici italiani e francesi siano sottili 
e cercatori di sfuggite e tragetti per evitare aMoro 
clienti le pene in cui fossero incorsi, 6 cosa certa che 
nessuno si 6 mai avvisato di sostenere che quello che ^ 
scritto in genere mascolino non riguardi le donne, o 
quello che 6 del to in numero singolare non si debba 



— 544 — 

intendere pel plurale. I giudlci e gli siessi avvocati, non 
ostante la soleuniU del luogo, non terrebbero le risa. 

Ma la legge inglese che col suo stile, e il diziona- 
rio, e la forma tassativa ed assoluta pretende di aver 
non definito, ma descritta tutta la materia ginridica che 
si propone, d^ naturalmente luogo ad una interpreta- 
zione stretta e pedantesca, che 6 fonte d' ingiustizie, 
8otto pretesto di favorire la liberty. Con questo sistema 
e facile immaginare vero quel che si dice essere avve- 
nuto in Inghilterra, che stabilita una tassa per le vet- 
ture a due ruote ed una piu grave per quelle- a quat- 
tro, ci fu chi fece le vetture con tre rote e con sei, e 
che pretendcva non dover pagare alcuna tassa, perch6 
infatti la legge prevedeva le sole ipotesi delle due o 
delle quattro ruote. 

E gV inglesi non possono vantare nemmeno di a vera 
avuto innanzi tutti n6 il concetto r\h la legge. E nota 
che nel Deuteronomio e nel libro dei Proverbii 6 in- 
giunto Taver cura della vita delle bostie e fino da equi- 
librare il loro lavoro alle loro forze. Principio anche pm 
antico nelle Indie. Presso i Romani e nel Medio Evo, di- 
venuti schiavi gli uomini o attaccati alia gleba o vas- 
salli, doveasi naturalmente non badare agli animal i 
bruti se non in quanto e per quanto la loro cura con- 
feriva a crescere i comodi e il diletto de' loro superbi 
signori. Certo il cavallo di Caracalla fu trattato con piu 
risguardi de' Senator!, ed i cani e i colombi di un si- 
gnore feudale erano bene altrimenti nudriti ed avuti in 
cura, che non gli uomini che avevano la sventura di 
n a see re nelle sue terre. 

In Aristotile, in Senofonte, Plinio e Varrone si leg- 
gono i precetti sul modo di conservare la salute alle 
bestie, ma unicamente per riguardo ai maggiori van- 
taggi che se ne poteano ottenere neir agricoltura. 

Ne' tempi moderni P Istituto di Francia nel 1802 



1 



— 545 — 

fa il primo a porre la qnestione ne* veri termini, met- 
tendo a concorso la test « fino a qual punto i barbari 
» trattamenti esercitati sugli aniraali interessino la mo- 
* rale pubblica e se vi fosse la convenienza di emanare 
» legg^i proibitive » 

Prima del 1824, la proposta di una simile legge fu 
respinta con irrisioni e sarcasm! dallo stesso Parlamento 
inglese ; nel 1839 ne fu pubblicata una nel Wuttem- 
berg, nel 1850 una a Parigi, nel 1849 in Inghilterra 
-quella di cui ho parlato ; e poi divulgatosi il principio, 
vi furono congress! internazionali delle society protet- 
trici di Dresda nel 1860, ad Amburgo nel 1862, a Vien- 
na nel 1864, a Parigi nel 1867, a Zurigo nel 1869. 

Sicch6 se e cosa certa che le bestie che vivono in 
Inghilterra sono molto piu fortunate di quelle che vivono 
altrove, biaogna trovarne la ragione non nella legge, 
ma in qualche altra cosa. 

Fra no*i la leggo 6 buona, ma rimane spesso let- 
tera morta. 

Perch^ non 6 aiutata, costituita e fatta forte dal 
sentimento pubblico e d»lla pubblica opinione, perch6 
la legge risponde si ad un bisogno, ma sentito da po- 
-chi, e quest! pochi non hanno I'abitudine di fidare nella 
legge, di chiederne appoggio, di averla come parte della 
vita e dei costumi. Troverai facilmente chi scosso ed 
inorridito dello spettacolo di queste sevizie, si rivolge 
personalmente contro gli autori di esse, anche a rischio 
-e pericolo evidente, ma niuno pensa alia legge, niuno 
crede e suppone di potersene armare. 

II vero, r importante, il solo efficace mezzo di im- 
pedire i mal trattamenti delle bestie 6 invece quello di 
creare o meglio di svolgere nelP uomo il sentimento 
per cui vegga e conosca che 6 male esser crudele con- 
tro queste creature innocent! , male che si rivolge in- 
fine dei conti contro I'uomo stesso, rendendolo incurante 
del dolore e delle ofiPese che cagiona ad altr! esseri, fa- 



X.*' 



— 546 — 

cendogli perdere le dolcezze ed il conforto grandlssimo 
e veramente uraano di esser misericordioso ed amore- 
vole co*deboli. 

II punire, si sa bene, 6 potente mezzo di eduea- 
zione, corregge il colpevole e quell i che veggono lo 
esempio della pena. Ma la punizione del colpevole sup- 
pone il danno gik avvenuto, e Pesempio della pena 
non puo mai essere cosi universale, cosi continue, 
cosl efficace come I'educazione sparsa ed inculcata per 
tutti i mezzi. Senza che, chi non sa che ci 6 piu me- 
rito morale a non fare per proprio abborrimento il male, 
anzi che a non farlo pertimore di pagare una multa? 
Quando si rimane alia sola sanzione legale 6 a temere 
che passeranno degli anni, prima che un gentiluomo 
in Italia creda menomata la sua stima anche per es- 
sere stato condannato a pagare una multa per sevizie 
ad un animale. Se occorre, ne rideri co*suoi amici co- 
me di una facezia. Ma in Inghilterra, ov'6 la sanzione 
dell'opinione e del sentimento pubblico, un gentiluomo 
prima di far correre il suo cavallo, misureri lo spazio 
che deve valicare, perch^ sa che se eccede la misura 
ragionevole, se il correre si converte in sevizia verso 
il cavallo, ci 6 chi lo denunzia al pubblico, che s«5 non 
con la pena legale, ne lo punisce con la sua disistima, 
che si ha per qualche cosa di piu grave. 

Al che si aggiunge che spesso le sevizie agli ani- 
mali non vengono da decisa crudelti, che si puo pu- 
nire, ma da ignoranza o da negligenza, che non pos- 
8ono esser tolte che dalla sistematica educazione. 

Dell'operosa ed efficace caritA e concorso del pub- 
blico a quest 'opera buona presso quel gran popolo, non 
6 a parlare, e non rimane neir Inghilterra, ma si 
spande pel rnondo. A mo' di esempio, quando si seppe 
che in Francia taluni medici o veterinarii od altro che 
si fossero, avevano introdotto il sistema della vivisezione, 
cio6 di aprire il corpo di un animale vivo per sorpren- 



n*v 



— 547 — 

dervi proprio la vita nelle sue funzioni, la Society spedl 
due suoi raembri alP imperatore Napoleone con pre- 
ghiera, accolta umanamente, di far cessare questa bar- 
baric, inculcando a quel signori che per quanto faces- 
sero, era irapossibile che ranimalc vivis'tzionato^ non si 
presentasse a' loro ocehi gi& morto. Sicch6 il torgli in 
questo modo e per questo fine la vita era inutile e 
quindi crudele. 

Nell* ultima guerra franco germanica, perch6 i ca- 
valli feriti non avessero a soffrir molto, la Society In- 
glese, oltre all' averne scritto a' Comitati di Francia 
e di Germania, indirizzo note ai groverni belligeranti, 
perehfe quel nobili animali, quando non era possibile 
curarli, fossero tolti alle inutlli sofferenze eon dar loro 
morte, ultima prova di amorevolezza che loro si potesse 
eoncedere. 

Probabilmente queste note o non eran necessarie, 
o forse sono rimaste inesaudite nel tumulto della guer- 
ra, ma bastano a certificare come Pocchio della Society 
veglia sempre ed ovunque fisso alia degna meta che 
si ha proposto. 

Or tutto cio vuol dire che se le bestie in Inghil- 
terra son trattate meglio di quelle di altri luoghi non 
si debbe n6 alia legge, e nemmeno alia formazione 
delle society protettrici, perch6 leggi e societA. sono an- 
che alt rove, ma alia maggiore solerzia, al piu efficace 
concorso che le society inglesi prestano alia legge. 

Pero 6 da sperare che in Italia vogliano presto 
stabilirsi altre Society protettrici delle bestie, come gii 
n'6 una in Firenze. 

Non mancano gli auspicii favorevoli. Si leggeva 
nelPOpinione del 23 febbraio 1873. « Tanto giovedi che 
oggici siamo imbattuti in alcune guardie munieipali che 
comperavano degli aranci e de' mazzi di fiori (era di 
camevale) su cui sono spietatamente legati per le 
zampette alcuni uccellini. Abbiamo tenuto dietro ad esse 



— 548 — 

ed abbiam veduto che uscendo dal Corso scioglievano 
le zampette a quelle povere bestioline e le restituivano 
alia liberty dando ad esse il volo. La curiosity ci spinse 
a conoscere se il cuore delle gnardie fosse stato cosi 
tenero da spingerle a questo atto di prodigality. Ne in- 
ter rogam mo quindi una, e questa ci rispose che ave- 
vano avuto tale ordine dall'assessore Troiani, il quale 
trovava molto sconveniente che si lasciassero sofiFrire 
quel poveri uccellini per trastuUo di pochi sfaccendati » . 
E per6 io a nome delle bestie, protesto fin da ora 
che il costituirsi delle society, co' loro regolamenti, con 
mezzi anche idonei, non basta a proteggere. Ci vuole cio 
che rende vivo tutto, che fa operose tutte le leggi, profi- 
cue tutte le carit&, benefiche tutte le istituzioni, V amore. 

Questo fu scritto nel 1874. Dopo, in tutta Italia 
Bursero society protettrici di bestie, e specialmente la 
Sociefa Zoofila Napoletana^ alia quale mi onoro di ap- 
partenere, che non piccoli titoli ha gi^ alia gratitudine 
degli animali irragionevoli, e ne avrebbe anche piu 
verso i ragionevoli, se questi sapessero vederli ('). 
1882. 

(') LA TASS/V SUI CANI 



Valg^a come appandice qa»*st.'i finis«ima lettera cbe I'A. fa- 
ceva inserire nel No 9 settembre 1889 nel g^iomale Roma di Na- 
poll (V.) 

AL CUIARO PROF. LuiOI PaLMIURI 

III mo amicOy 

E rero, come mi dioe nella sua cortese lettera, ohe la Society 
eooTila non ha avuto nessuna parte alia tassa sui cani, ma ebbe la 
poca prudenza di discuterne e di pubblicare la disoassione) da 
cui sorgeva almeno il dabbio che i cani potessero essere mate- 
ria tassabile. Or come i cercatori di queste materie aono sempre 
vigilantissimi e tutti pieni di an satito ed inestinguibile zelo di 
trovarne, coai era <la prevedoro clie il nostro Municipio, clie certo 
ha dato prove di essere iu questo fra i piu solerti, avrebbe vo- 



- 549 - 

lentieri preso roocneione di tassare i cam'. E per rRgioni non 
l>ure eoonomiohe, ma per pubblica 8icarezza,per iglene ed ancha 
per deoenza della oitt&, eoc. 

Ma i cani non pagano, perch^ nou usuno di aver danari, od 
altri valori ohe at aooettano nelle pubblicha casae, pagano i loro 
padroni. Di queati, dae terzi ai troya, quanto a nnmerare, prea* 
^* a poco nella oondizione medeaima de'loro cani. Un altro terzo 
noD vaole pagare, ma non pao non voter pagare finoh^ ha cani; 
dunque la tassa per queati ultlmi innocent! animali si rlsolve in 
ecatombe, eaterminio, distruzione. 11 che non parendorai addirxt-^ 
tura coaa molto zoofila, mi acoadde di dolermi che la Society 
aveaae tocoato qneata pedina. 

Ma ad ogni modo, io aono tanto onorato di appartenere alia 
benemerita Societlt in parola ed ho tanto antico e profondo ri- 
apetto del ano illustre preaidente, ohe avro aempre come un fa- 
vore aingolariaaimo che voleaae continaarmi ad avermi fra i snot 
component!. 

La taasii canina 6 bella e decretata. C 6 il relative regola* 
mento, che, come tutti i regolamenti, a' inteude poco a leggerlo. 
Ma 8ar& spiegato e commentato a faria di verbal! e di multe« 
La atrage dei cani 6 incominciata ed eseguita in modo da far le- 
V|tre le grida di orrore. L' Erode che I'ha premeditata, ha di meno 
deir altrOf che queato non dlcuva che gl* innocent! ^rano ! auoi 
amici, come dicono gli uomini dei cani. Che una volta atanziata 
la taaaa, avease a toglierai aarebbe un caao nuovo ed inaudito. 
Pare quindi inutile parlarne ancora. Nondimeno, non ao tener-> 
mi dal dire, po!eh6 m! ci trovo, ohe qiieata tasaa economic.-imente 
vana, inutile, vessatoria, 6 aopratutto molto immorule. 

Deireconomia 6 appena da parlarne. 

Che coaa pu6 dare una ta-saa, che ha per conaegaensta la qaaai 
totale diatruzione della materia taaaata? 

1 cani non aono, od almeno non sembrano, cosi neoesaari ed 
utilii eome i cavalli ed i mull. Chi ha il capriccio o la neceasitd. 
di avere un cavallo con una vettura, paga non pure lataasa gra- 
viauima che vi 6 atabilita, ma ai aobbarca alia quaai infinite an- 
gberie, aoprua! • aoprattaaae che Taccomipagnano. Potrei dirna 
qualche coaa particolarmenta, ma informino quant! ai trovano 
nel caao. Ma i povcri cani, di cui^ a rigore, ai pu6 fare a meno, 
aono belli e condannati. 

E queato ai vuole, diranno i lodatori della taaaa, perch^ qne- 
ata 6 appunto volta a cesaare e iconginrare, con diminuire il nu« 
mero dei cani, il pericolo dei cani idrofobi, ohe mordono per le 
vie gli altri animali e 11 fanno morire dalle pi£i orribili delle 
mprti. 

L'argomento h bello, ma le riapoate aono molte e faciliaaime. 



lutto. vi» osservRto oho qnoati perii^oli di oani idrofobl, 
pens, in Napoli, di ana a due casi in an anno, a non in 
0. 1 psricoli too cresuiuCi amianrittameiiCs da eh-, M. Pa- 
■Itri in nUre eiUh i'EvT'.fn, I11.0 ^roveto il riniedm giciico 
■e dulls rnbbia. Orn Uon ci « mne che non mnrdn. e aon 
Dbe morda elm nan >ia idrofobo. Oosn nnturntiaeima : 
]aelU ohe faroDo mnraioati pel oanI nan maoiima d'idro- 
voletns dare il marito al niioTo limedio troyato, biaogna 
r regola che il cues ern idrofobo. Per do ne'cnsi qnoti- 

.mpre almeno eotpHtn d' idrofabfa. Non h piii :>mme98a 

zo. |>erch4 DiolnatHto. battuto, o tormentnto in altro ma- 

1 dne, sin roa'eijueito pericalo, di cui nessuno puA ne- 



;i, a dovB per diagraai^. mostrino >eana d' idn>to*iia, 

.atiaaime. oltie nl prendere gli aoimaU vngnnt;. 11 che 
be da nn altro pericolo, ohe la tasaa Inacia intero. Qoe- 



o che 1^ iatinto di qi 
I, auello di BllonI 



> beoedcio delln 



gifia dfllla taaaa 6 poi la aaa ingiuatizia sd immoralitik 
hto ha il Munioipio, o alCri. dl privare, in ana oittii, U 

i un cana? Che diriUa di porra iinaKuirdiH mLiai.-tpala 
:oo ed il cano die lo giiida ? CU 1 ai.iito di a'plfooaro e 
qiiella corrente di benerolenin, di aimpntin I'm dne ctsk- 



- 651 — 

tare, ad nna delle quali fn impbsta dall' istinto. ma che per I'al- 
tra piu nobile, e sceita, ^ indizio d' indole mite, benevola, buona? 
Ne ahbiamo molte di queste nature incLioate a benevolenza, cbe 
dobbiamo affaticaroi a distraggerne gliindizii e oonvertirli a male? 

Yolgerli al male, dioo, e pensatamente. Qrando il povero a 
oni si misura il yitto quotidiano e non si assicura per poco cha 
sia, di cul si trova ohe faocia male ad aver figliuoli, male a di- 
vertirsi in qnalanquo modo, che non sia quello clie non puo te- 
nere, cioe le feste, i conviti, i teatri de'ricchi, a cui il bisogno, 
xnalOf e, secondo il poeta, ierribile persuasore dei mali, esaspera 
1' indole, indarisoe il caore, quando questo diseredato si vede in- 
▼idiato anche 1' innocente diletto delle carezze di un cane, di- 
venta addirittnra nna belva. Non discendAra da una scimia, ma 
mostra obiaro di tornare al lupo od all'orso. 

E non pure gli si toglie 11 cane, ma si ohblica ad ucciderlo, 
a scacciarlo dalla casa ove ^ nat-o e dove pur sempre torna con 
lo stesso affetto, finch^ non 6 spento. Che mar<ivi^-lia poi ohe 
quest' uomo, dopo siifatta lezione, faccia agli uomini quel che ha 
fatto al cane, al compagno della sua vita, al contaneo dei suoi 
fanciuUi con cui ha diviso i giuochi od anche i dolori ? 

A un rivendltore di libri vecchi, chiesi un giorno perch^, lui 
cosl misero, come pareva, tenesse un cagnolino, cioe una spesa 
per lui soverchia. Mi di6 questa risposta, che mi fece arrossira 
della mia goffa dimanda : lo non ho moglie, ^gli, frateili, amioi, 

« 

nessuno. II giorno sto qui al vento, al sole ed all*) intemperie; 
di sera albergo in un bugigattolo, dove nnn ^ aitra luce che di 
nn poco di lueignolo, e quella molto piii grata, degli occhi di 
questo cane. Gli sguardi e le carezze di questa btfstiolina fanno 
la mia consolazione nella diserta vita che vivo, j^ppunto perch6 
^ il solo conforto che mi 6 dato ; k il solo e^sere vivonte che mi 
ama, che non mi dispregia, che si cura di me. 11 pine h scarso, 
ma diventa piti abbondante, appunto perch6 diviso con chi si ama 
e da cui si h riamato. 

Ahime! a quest'ora la valanga della sapienza ef^onomica, am- 
ministrativa, igienica, preventiva, tenera del decoro della oittk, 
sar& piombata a rompere la pace di quel due sventurati. Se il 
cane non ^ morto, son siouro che il rivendltore siasi partite da 
Napoli, coQ un sacco di libri suUe spalle, e in esse il cane, a 
salvarlo da una possibile razzia, sara partito per San Pietro a 
Patierno o per Villariooa, o per qualunque altro comune ove sia 
nn Municipio meoo illuminate, ma i cui consiglieri abbiano pel 
popolo povero una parte di quella gprandissima carit& e benevo- 
lenza, che gli altri volentieri promettono di avere, ma ohe •piii fa- 
cilmente dimenticano. 

Gradisca tanti saluti dal suo devotissimo 

Fkancssco Sav. Arabia. 



ALCUNE BIBLIOGRAFIE. 



V^ELTBO Ai.LBOORico db' "Ghibbllini cott altre 
;ritlure intorno alia Divina Commedia ('). 



1 ci 6 Btato forse, altro tempo in cui Dante si 
tudiato con piu grande amorp, cd fnt«so plA 

araente di queato in eui vivianio, Sebbene poco 
sua morte i primi ingegni dpi aeeolo si volsero 
a,rnrlo e fnrne comeiiCi, e pubbliche scuole si 
alia spnsizione del divino poema, sebbene nello 
tecolo per esempio dell'Alfieri sopra tutto, gli 
anteschi ebbero virtfi da rinsangainare e render 
nobile la letteratara divenuta falsa e floca, pare 
a delta vera npoteosi di Dante ^ il tempo nostro. 
sarebbe bcllo ricercare le cagioni, guardame 
ti maravigliosi ■■.he gi& sono, e che dovranno se- 
dn restringendoci a notare il fatto, 6 ben si 
le se nel suo secolo Dante fu tenuto in gran 
;i6 veniva principalmente dalla fama ancor viva 
(10, e dei fatti in cui ebbe grandis^ima parte. 
!i1legorie, que' nomi, qnegli avvenimenti, quelle 
mi che leggevansi nella Divina Commedia aveano 



udi dtiDt»<etat aocb 


B N.poli, 


ohe mero 


il Filolo 


Dcmio Allghieri - n 


on pure pi 


11 qualla o 


t\k Kolloia 


nm-tva il De S..nc 




ttBr« al l- 


«pit»l1i (V. 


rlf. ,o:,fe^a-.t e,:il 


di 'i«.:,W 


naO-piteV. 


(L.ioi.u 



— 553 — 

allora un valore di attualit4, di storia contemporanea 
che natural men te fa quel particolare, a cui piu si ri- 
volsero gli animi. Onde io direi che quelle fu il tempo 
degli studi storici intorno al poema. L'Alfieri e il Fo- 
scolo e il Monti non disdegnarono per veriti la storia, 
ma nella Divina Com media guardarono piu al valor 
letterario e poetico, si che Dante fu studiato come mae- 
stro di poesia, di forme, fu invocato a dare aiuto e vi- 
gore a una letteratura caduta, a rides tare I'arte che 
era giu di strada per lo strano obblio, che di lui erasi 
fatto nel secolo precedente. II perch6 potrebbe dirsi che 
allora la Divina Com media fu oggetto di studii lette- 
rari o artistici. 

Nel secol presente, grande sua lode, sonosi ad un 
punto ridestati e quasi congiunti i diversi studii, ag- 
giuntosene un altro. Ora Dante si medita attesamente 
(* pel lato della storia, e per quello dell'arte, e per 
quello del concetto e del pensiero, che non alia sola 
Divina Commedia, nia si ^ chiesto a tutte le sue opere 
rieercate con amore, con pazienza invitta, ma non mai 
meglio compensata. In Francia e in Germania, in In- 
ghilterra e in Icalia, nelle scuole d'arte piu opposte, nei 
sistemi di filosofia piu contrarii, 6 una chiara predile- 
zione, una tendenza manifesta pel grande poeta. Chi 
ne cerca il pensiero, chi ne invoca Pautorit^, chi stu- 
dia la storia delPuomo e de'suoi tempi, e dippiu, quel 
che altrove non cosi chiaramente appare, nel suo paese 
natio la letteratura odierna nella parte piu nobile, piu 
eletta, s'informa e piglia quality e colore da lui. Molti 
sono i libri ed importantissimi venuti fuori in questi 
tempi in Italia, che dimostrano che qui gli studi dan- 
teschi non sono (come sarebbe gran vergogna che fos- 
sero) da meno de' grandi ed ihtensi che si fanno al- 
trove, di che non ci puo essere piu lieto e piu avveu- 
turato segno. 

Questo libro del Veltro allegorico de' Ghibellini, che 

B6 




— 554 - 

pubblicasi dal medesimo chiarissimo Autore dopo I'al- 
tro del Veltro alleg\:)rico di Dante, ha per avventura il 
soggelto di quest'ultiiuo, ma migliorato per quanto 
trenta anni di studi e di ricerche e di riprove abbiano 
potuto operare. Trattasi in apparenza di sapere il nome 
di colui ehe Dante designava nel I*' canto delPinferno 
sotto il simbolo di un Veltro, che dovea venire a far 
morire di doglia la lupa, una delle tre infeste fiere da 
lui incontrate, dovea cacciarla di villa in villa, ridurla 
nelP inferno ; di colui che non ciberebbesi di terra e di 
peltro, ma sarebbe tutto sapienza amore e virtude, e di 
nazione tra Feltro e Feltro. Di saper questo nome trat- 
tasi in apparenza, in fondo la ricerca 6 della storia della 
parte piii intima, piii viva, piu eletta della mente e del 
cuore di Dante, cio6 nel suo concetto sopra le sorti della 
sua patria da cui non visse un momento lontano con 
I'amore : quali erano in cio i pensieri di una cosi grande 
mente, e in qual grande mortale si appuntavano le spe- 
ranze e gli affetti di quell'anima sublime. 

Anche che il libro non servisse che per rispondere 
a questo dubbio, basterebbe tan to a dargii una grande 
importanz.i. Ma questa ricerca, come era da pre vedersi, 
e buona occasione a svolgere la storia di tutto quel tempo, 
di cio che avvenne di piu grande, di cio che circon- 
dava il poeta sovrano, ed e utile ad intendere raoltis- 
simi luoghi del poema, che altrimenti si rimarrebbero 
oscuri e freddi come un bel dipinto nelPombra. Poiche 
in Dante piu che in altro qualunque, la propria indi- 
viduality trasfondesi, anzi giganteggia in ogni parte e 
del poema e delle altre sue opere, e di questa indivi- 
dualita cosi alta, cosi tenera, cosi nobile e cosispicca- 
tamente rilevata, era grande, anzi forse unica parte, 
il sentire politico, per guisa che ad intenderlo la sto- 
ria e la miglior liaccola, ed in questo a preferenza un 
comento a Dante differisce da quello che si fa a qua, 
lunque altro poeta. 



- 555 - 

Chi era dunque quel Veltro, profetizzato apporta- 
tore di salute JEdPumile Italia? Ricercar si deve di 
quest 'uomo, prima ancora di por mente alPallegoria (se 
qui ce n'e alcuna).o altrimenti si rimarrebbe a' primi 
versi del poema in un dubbio di tanto rilievo. Ed a 
cio si attese da' tempi del Boccaccio e di Dante mede- 
simo, fino alPautore del Veltro. Ed ecco le piu famose 
opinioni. 

Questo Veltro, si 6 detto, 6 Gesu Cristo, signor no- 
stro, il quale venendo Pultimo dl del giudizio finale dai 
cieli o dalle nuvole fdetti feltri non sobene perch6) di- 
scaccer^ il vizio (la lupa) dal mondo. Di tale opinione 
si rise, ed a buon dritto, il Boccaccio ; « A niun par- 
tito mi piace, egli diceva : perciocch^ quandoquel tempo 
verrA, sarA, il cielo nuovo, e la terra nuova, e non sa- 
ranno piu \iomini, nci quali questo vizio (vedi avarizia) 
o alcnno altro ahbia ad aver luogo, e la venuta di Cri- 
Mto non sarA. allora salute ne d'ltalia, n6 di altra parte ; 
perocch^ solo la giustizia avrA, luogo, e alia misericordia 
sard posto silenzio. » Pure questa opinione 6 difesa an- 
cora da Dionigi Strocehi e dal Cav. De Cesare, onde 
I'Autore del Veltro, aggiunge che 6 ben poca lode per 
Cristo il dirlo dispregiatore de* beni mondani, e dotato 
di sapienza amore e virtu, e il porgli per solo avver- 
sario la lupa, cio6 un solo de' tanti vizi del mondo. 
Che se Cristo verrA, alia fine del mondo, il concetto di 
Dante si ridurrebbe a dire che la lupa finir4 col mondo 
e con la razza umana. Grande scoperta, egli esclama, 
e magnifica rivelazione di sconosciuta veritA. ! Ma come 
ella si accorderebbe con la speranza di salvare sola- 
mentc Pumile Italia, ed anzi la sola Roma ? Gran cosa 
invero da metterla in mostra, che la lupa finirA, con la 
fine del mondo, e bella speranza per chi doveva esser 
salvato dal Veltro ! No, egli conehiude, Dante non apr'i 
una cosi gran bocca per dir queste inezie, nel bel prin- 
cipio del suo Poema. 



^ 



— 556 — 

Altri tenne il Veltro essere stato il pontefice Bene- 
detto XI, che mando un suo Cardinale a Prato per ri- 
condurre gli esuli Bianchi a casa, che volea far guerra 
a Filippo il Bello di Francia, che era nato tra feltro e 
feltro, cio6 fra le lane monastiche deirOrdine de' Pre- 
dicatori che avea indossate, e le primitive che avea ve- 
st! te, essendo nato da un raandriano di pecore. Alia 
quale opinione tenuta ora dal Betti e da altri, osta 
dice PA. la storia, la quale iiiesorabilmente afferma che 
il Pontefice mori in Luglio del 1304, onde a supporre in 
Dante la seria speranza di esser salvato, coti gli altri 
esuli e I'ltalia, da un morto, come era quel Papa nel 
1308, quando fu pubblicato I'lnferno, gli 6 scambiarlo 
cgn peggio che con Lapo Salterello, che non avrebl)© 
detto SI ridicola cosa. 

Al marchese Azzolino parvc il Veltro non essere altr 
che Dante, che per mezzo della Divina Commedia, libro 
che sarebbe andato di villa in villa, avrebbe fugato la 
lupa, cio6 il vizio dal mondo, e ricondotto a civilti gli 
uomini tutti. Sta bene, risponde I'A. ma quest'opera di 
civilt4, poteva Dante crederlapossibile, senza che prima 
il suo libro lo riconducesse a casa, e che in Firenze si 
facesse questa per lui si necessaria giustizia ? Poteva 
credere possibile una si grande opera d'incivilimento, 
senza la vittoria e il braccio di un Capitano che le 
desse principio ? D'altra parte come e il libro e il Ca- 
pitano potevano essere gli autori di questa nuova ci- 
vilt^, ammessa la dottrina delle allegoric polisense, qui 
puo intendersi delPuno e dell'altro, e non vi e ragione 
di restringersi solo ad uno. Vada dunque la Divina 
Commedia e renda civile il mondo, resta sempre che si 
cerchi chi era V uomo, il Capitano, che era almeno 
compreso anch'esso sotto il simbolo del Veltro. 

Escluse in tal modo le altre, restano le due pin di 
battute opinioni ; Puna che qucsto principe fosse Can- 
Grande della Scala, tenuta da Dino Compagni, da Ni- 



- m ~ 

Colo Villani, e difesa dal Tommaseo, e I'altra che fosse 
Uguccione della Faggiuola, che ^ quella propugnata 
dal ch. A. II quale in questo libro, a por termine al 
modo come la controversia 6 stata finora agitata, to- 
glie, con ardimento storico che sarebbe temerity in ogni 
altro, a sostenere questa tesi : h certo che sotto quel 
Veltro nascondevasi il norae di un qualche gran prin- 
cipe o capitano di quei tempi, perocch^ Paver detto 
Dante che nelle sue scritture dovesse sempre cercarsi 
il senso allegorico, ci6 non importa che egli ne abbia 
escluso, o abbia potuto escludere il letterale o lo sto- 
rico. II Veltro dunque sar^ un simbolo allegorico di 
Dante poeta, ma e certo il nome di un uomo dal quale 
Dante uomo ed esule aspettava di essere ricondotto in 
patria. Ora Uguccione della Faggiuola 6 quel tale Ca- 
pitano in cui piu spera^^ano, in cui solo speravano i 
Ghibellini di quel tempo, dunque 6 da credere che in 
lui sperasse anche Dante, e a lui accennasse con quei 
misteriosi versi, supponendo che egli fosse ragionevole 
e vedesse cio che vedevano gli altri suoi compagni. 
Che se cosi non fosse, e Dante avesse sperato in altri, 
lal sia di lui, ma il certo b che Tuomo aspettato, il Vel- 
tro dei Ghibellini, era Uguccione. II che spiega il mu- 
tato titolo, e Passunto piu vasto del nuovo libro del 
Veltro allegorico de' Ghibellini, di quello del Veltro al- 
legorico di Dante. 

In questa dimostra/ione per verita^ fusa I'altra che 
Dante non pot6 intendere che il Faggiolano, poich^ 
qual sarebbe stata Popera di lui, e qual sarebbe egli 
paruto a* suoi con tern poranei, se lasciando la comune 
credenza di tutti, si fosse rivolto a dire che egli aspet- 
tava salute o da un uomo oscuro e strano, di verso da 
Uguccione, o peggio da un ideale vestito del simbolo 
di un Veltro, che era tutt' altro di che facea mestieri 
jn mezzo a quel parteggiare continuo, a quelPaccen- 
dersi e impallidire di speranze comuni, a quegli sde- 



"^ 



— 558 ~ 

gni vivi ed altieri, a quelle guerre, a quelle condanne 
pur troppo reali e present!? 

Che questo liberatore aspettato non fosse Can della 

« 

Scala, dimostra Tautore cod molte e gravi prove. Che 
avea cgli fatto prima del 1308, tempo in cui fu pubbli- 
cato r Inferno V Egli non era che un fanciullo, poich6 
Dante istesso parlando di lui nel XVII del Paradiso, e 
fingendo di parlare nell'anno 300, gli assegna nove 
anni, egli dunque, nato nel 12 >1, alia pubblicazione 
della prima Cantica non avea che 17 anni, e 12 quando 
Dante vidolo la prima volta in Verona nel 1302 in casa 
di suo zio Bartolomeo della Scala (il gran Lombardo). 
Di lui il poeta non penso se non nel 1316, quando ri- 
covero in casa sua in compagnia di Uguccione ramico 
della sua giovinezza, I'infelice ma valoroso vincitore di 
Montecatini, che pagava Tospitaliti dello Scaligero con 
opere di valore e di afFetto. N6 i costui gesti dopo del 
1308 furon tali che avrebbero giustificato la predizione 
e le speranze del Poeta. Poiche tali non sono n6 Paver 
mandato nel 1313 dugento cavalli ad Arrigo VII che 
volgevasi contro Roberio di Napoli, spada e scudo dei 
Guelfi, cavalli, che furono disfatti anche prima di giun- 
gere al campo imperiale, n6 Paver assalito ed ucciso i 
soldati padovani nel Giugno del 1314, quando predavano 
il sobborgo di Vicenza, non vera battaglia ma strage, 
e non I'assedio posto a Trevigi nel 1318 quando s'ebbe 
il pomposo, ma per lui vano titolo di Capitano Gene- 
rale di Lombardia. Egli attendeva invece a tener corte 
bandita, e magnificenze di tornei, pe' quali, piu che 
per Parmi, venne in fama altrui ed in uggia a' Ghi- 
bellini, se in lui ponevano speranza. Infatti Dante ospite 
dello zio, ospite su'», nel XVII del Paradiso non lo fa 
lodare da Cacciaguida che per le sue magnificenze, e 
i beneficl fatti al poeta, ma le altre non sono che dub- 
bie o molto pallide lodi. Quando per lo contrario la nota 
di neghittoao e poco curante delle loro sorti, che gli 



— 559 — 

era data da' Ghibellini, puo trasparire dal XVII del 
Purgatorio, in cui il poeta finge di aver udito da nno 
de' pigri fra cui trovavasi, che egli fu abate del Mo- 
nastero di S. Zeno, e che presto sarebbe mancato a' vivl 
Alberto della Scala, che avea impost© a que' monaci 
per Abate un suo figliuolo zoppo e non nato legitti- 
mamente. Ora perch^ il pigro avrebbe rimproverato 
questa colpa ad Alberto della Scala, se non pel segreto 
fine di riprendere la pigrizia di Can della Scala ? E se 
Dante avesse inteso nel Veltro di design are lo Scali- 
gero, avrebbe egli stesso in seguito fatto doloroso espe- 
rimento deiramore e della virtu di quel predestinato. 
Che gik non si creda che quell'ospitalit^ifu sempre cor- 
tese, o che 11 pane altrui non fosse stato dal poeta tro- 
vato assai amaro. II Petrarca racconta di una domanda 
fatta dallo Scaligero a Dante, allorch^ traendo in mezzo 
un suo istrione, lo richiese come avveniva che quel 
pazzo piacesse a tutti, quando un sapiente come era 
I'Alighieri, rincrescesse all' universale. Al che il poeta 
argutamente rispose, che cio era perch6 ognuno ama 
il suo simile. Fatto e vero, massime se si considera che 
gik Dante avea potuto avere scritto e mostratogli il 
XA/II del Paradiso, onde non pot6 torne le lodi che di 
lui avea detto, o almeno verisimile tanto da esser nar- 
rato e dato dal Petrarca come vero. 

Piu grandi, piu copiose, e tali che tutte non si 
puo nemmeno accennarle, sono le prove volte a dimo- 
strare, che Ugaccione della Faggiuola fu quel Capitano 
di cui Dante intese ragionare. Comincia I'A. a difen- 
derlo dalle colpe che Dino Compagni e il Tommaseo gli 
appongono per mostrare che in lui non poteasi aver 
fidanza dal poeta. Queste colpe cercate con molta sot- 
tigliezza, sono ribattute dall'A. fermandosi solo a quelle 
che precessero il 1308, tempo della pubblicazione del- 
Plnferno. La causa per verity non voleva un difensore 
meno intelligente ed amorevole, essendo che intelli^en- 



0m: ' 



u-v 



— 560 — 



*■;■• 



t'j- 



it': 



tissimi e assai solerti sonosi mostrati gli accusatori del 
povero Ug'o. Bastivi che si 6 giunto a trarre argomento 
contro di lui dalle sue stesse immagini, che si veggono 
in qualche luogo dipinte, e che rivelano come parve al 
Giiazzeri, un animo brutto e feroce. Sicch^/ I'A. si crede 
iiel debito di allegare I'aiitorit^ del Mussato, che come 
tcstimone oculare aflferma che il Faggiolano ebbe anzi 
una allegra faccia, siccome di non orrida figura lo, di- 
pinse il guelfo Orgagna nel Camposanto di Pisa. La 
vita e i fatti di Ugo prima del 1308, le sue imprese 
dopo quel tempo che parvero giustificare la predizione 
di Dante, segretamente la gran battaglia e vittoria di 
Montecatini, le sue peregrinazioni in compagnia del 
poeta, dopo che fu a torto discacciato da' Pisani, e 
cento altre prove sono raccolte ed ordinate a persua- 
dere i piu schivi. Dirle tutte non si puo : bastimi ac- 
ceunare di una. La data della pubblicazione dell'In- 
ferno serve, come si 6 veduto, a spandere molta luce 
sulla controversia. Or qucsta data del 1308, oltre al- 
I'essere dimostrata da varii ed importanti fatti che si leg- 
gono nel poema, 6 dichiarata da una lettera, oramai 
divenuta famosa, di un Frate Ilario raonaco del mona- 
stero del Corvo, scritta nelPOttobre del 1308 ad Uguc- 
cione della Faggiuola. Narra costui che disponendosi 
Dante ad andarne alle parti di oltremonti, passando 
per quel monastero, di6 ad esso Frate Ilario un pic- 
ciol libretto, dicendo : questa 6 una parte delFopera che 
tu forse non avrai veduto, io vado oltremonti : talia 
vobis rmonumenta reliquio^ ut mei memoriam firmtis te- 
nuatio. II monaco strettosi amorosamente al seno il li- 
bro, come volea la fama che gli era giunta delPautore, 
apertolo di poi, ebbe a far le meraviglie che fosse scritto 
in volgare, si che il poeta, dettogli che avea comin- 
ciato a scriverlo in latino, ma che per le condizioni 
dell'et^ erasi risoluto di dettarlo in italiano, lo prego 
che dovesse arricchire quella sua opera di alquante 



~ 561 - 

chiose, e cosi annotata trasmettere ad Ugo della Fag- 
glola, a cui anco dicesse che, se mai fosse vago della 
seconda parte dell'opera, ne facesse ricerca presso il 
Marchese Morel lo Malaspina, e della terza presso Fe- 
derico Re di Sicilia, a' quali tre egli, fra tutti, volea 
detta opera oflferire. Ognun vede quanta luce questa 
lettera sparge suUa controversia del Veltro. Chi altro 
poteva essere quel gran capitano, se non Tamico del 
poeta, se non uno del tre da lui prescelti in tutta I'lta- 
lia, cui ofFerire la prima delle tre sue immortali canti- 
che? Ed ognuno intende, come a schivare questa luce, 
non siasi mancato di dichiarare apogrifa e falsa una 
simile lettera. II Wite, c il professore Centofanti falsa 
la dichiarano, il Repetti, e il Muzzi ne muovono dubbi, 
il Balbo, il Marchetti, il Baldacchini e I'A. ne difen- 
dono la veracity. Ed in vero laseiando gli altri argo- 
menti, chi puo darsi a credere che neiranimo di un 
falsario sia tanta poesia ed afiPetto da fingere quel par- 
ticolari cosi belli e pietosi ? Chi sapesse fingere a quel 
modo non avrebbe anche I'ingegno di conoscere che 
dalla sua finzione potrebbe ritrarne piu lode, che dal 
vero ? 

Prima de' documenti, de' quali non pochi nuovi, 
nel libro 6 un discorso sopra alcune pretensioni di essere 
di sangue latino ricordate da Dante. E' pare che il poeta 
tenesse questo per una gran lode negli uomini non pure, 
ma che anche una terra latina preferisse ad un'altra 
che tale non fosse, onde il suo poema fu come una 
grande incarnazione del concetto latino, al che fareb- 
bero bene a pensare taluni moderni. 

Cosi ha termine il libro delPA. del Veltro, (^) il cui 
nome a gran fatica mi lascio nella penna, rispettando 
il debil velo deiranonimo da lui tenuto, che non basta 
certo a nasconderlo a' piu : libro pieno di bella, di utile, 
di nostra storia, che tutti farebbero bene di leggere e 

(») Cioe Carlo Troya (F.) 



— 562 — 

meditare. lo, egli dice, non scrivo comenti sulla Divina 
Commedia, non cerco se non alcuni nvvenimenti spet- 
tanti alia storia, umile ufficio, ma neci'ssario. Non umile 
uffizio ed assai necessario in ogni tempo, ma plu ora 
che la critica ha qualche cosa di cosl nebuloso e stra- 
vagante, e il vezzo de' facilii sistemi, delle teoriche, 
delle formole e cosi grande e mcna tanta strage dei 
fatti e delle dottrine, che si vuole ad ogni costo fer- 
marlo dal correre alia cieca ed allMmpazzata. 

Segue a' documenti una vita inedita di Uguecione 
scritta dall'Ab. Silvano Razzi, un diseorso di Saverio 
Baldacchini sugli studi danteschi, in difesa della verity 
della lettera di Fr. Ilario, bella dotta e nobile scrittura, 
e una nuova esposizione e vera, della dottrina che si 
aseonde nell'VItl e IX canto dell'Inferno, di Michelan- 
gelo Caetani. 



La Bella di Camarda, Novella Abruzzese di Emidio 

Cappelli. Napolif dalla stamperia dei Classici 
Latini. 



Da alcuni versi di Niccolini che Tegregio Autore ha 
posto in fronte alia sua novella, si raccoglie lo scopo, 
ch'egli ebbe nel dettarla : 

» Pera anche il nome de' superb! , e note 
» Si6n le mute virtu del volgo oppresso. 

E veramente la semplicissima tela del fatto che v'6 
narrato, e la modesta ed umile quality de' personaggi 
che ne sono gli attori, non esce da questo fine che il 
poeta si avea proposto. Questo fatto non diro io, pi- 
giato e soflFbcato in pochi detti di fredda prosa, come con 
poco sentimento di arte si usa di fare, convinto come 
sono che di un lavoro poetico non si pu6 far compendio 



— 56.1 — 

e separare la forma dal contenuto, sendo che la poesia 
noil V. in altro apfmnto chc in qnesta forraa data al 
concetto. Diro invece che Tingogno no to e da gran 
tempo ammirato del Cappelli poteva di leggier! elevarsi 
a concepire qualche finzione che piu di questa si to- 
gliesse alle vie ordinarie, qualche piu nuovo carattere, 
un fatto che avvolgendosi e spiegandosi con maggior 
artifizio, mostrasse piu parti fantastiche e poetiche. Con 
che sarebbeai piu satisfatto al gusto di chi, uso agli 
strani av\"olgimenti de' romanzi francesi, ed allemira- 
colose catastrofi de' drammi moderni, confonde (come 
ogni volgo e d'ogni tempo) il bello col difficile, che non 
che esser semprc, rare volte son la medesima eosa. Ma 
se Tegregio A. ha voluto torre ad argomento una sto- 
ria sempliee e poco avviluppata, niuno potrebbe far- 
gliene una colpa, con cio pero che n'avesse fatto poe- 
sia, e trovata una forma conveniente. Ora a me pare 
che la tempra medesima del suo ingegno e gli studi e 
gli semplari con cui egli si ha format© e lavorato lo 
stile e la maniera, non son fatti per piegarsi a dire 
della povera Margherita, e de' modesti e quasi comuni 
incident! di un suo amore. Donde fe venuto che la no- 
biltft, la grandezza e la squisita, e pero alquanto va- 
nitosa eleganza dello stile, contrasta qualche volta con 
PumiltA, della favola : egl! 6 come se I'umile fanciulla 
di Camarda si fosse vestita di abiti e di sfoggi di una 
regina, da' quali certo le sue schiette bellezze sareb- 
bero piu sepolte che rilevate. E questo, se egli 6 vero, 
rende ragione del perchfe a molti gli episodi di questa 
novella riescono piu belli del fatto principale. Non per- 
che, a mio giudizio, siano ess! episodii piu elegant! e 
piu squisitamente finiti, ma tali appaiono perch6 in ess! 
I'altexza del subbietto risponde e non contrasta all'al- 
tezza della forma. E di quest! luoghi di tutta beJlezza 
ce ne ha molti. e i lettor! piu ne troveranno quanto 
piu volte si faranno a rileggere il librc, e quanta mag- 



^ 5e4 - 

«:iorc sar& Tattitudine loro in cc 
cerCe squisitezze e veneri d'immfl, 
pur troppo, non aono da' inorterni 
fr« gli altri e pur riescono i vers 
ha termine il 1° Canto, e s<i altri 
quel Fabio non serve gran fatto n 
scioglimento della storia, ninno rr 
dannarlo quando legge la bellis: 
luogo ove avvenne la sua morte. 
ultimo, che fuor di dubbio 6 soav< 
ne' piu mitinti panieolari 6 senipi 
d'tmrnag-ini, purezza di diseguo e 
Se ne giudichi da qnesti versi. 

• Qual tenera colomba, cl 
Consorte piagne, cui I'ingo) 
Di grifagno sparvier I'ebbe 

E tutto il dl dal solitario 
Del natio monte geme, ignt 
De rimminente buo mortal 

Ignara si che gj4 I'appos 
La tasta, il cacciatore a la 
n bnffio ferro, per ferirla, ( 

E giik scoppia la vampa ii 
E gi& in men che no '1 diss 
Grandin di piombo ferilore 

PiA il volo clla non tenta, e sanguinos 
E g'lk per diaperar fatca secura, 
Sul pi an la morte ad aspettar si posa. 



Quale aatuto cerviero, a cui sovente 
Sorta su I'agil pi6 la timidetta 
Damma, aseiutto lascifi I'ingordo dentc, 

A I'usata fontana alfin I'aspetta 
Celatamente, e incontro a lei che china 
E gift so I'onde, in nn balen si getta; 



- 565 - 

E con Tacute zaane a lei meschina 
II coUo preme, e a la rimota cava 
Sanguinosa e tremante la trascina. 

Resta che a nome de' cultori delle buone lettere, 
si preghi il ch. A. di non voler, com'e' dice, rimanersi 
ormai dallo scrivere, ma di contortarsi al lavoro dal- 
I'esempio degnissimo del Baldacchini, a cui egli intitola 
la Novella, e che tutti onorano come il piu avventuroso 
ed anche fecondo cultore de' buoni studi, e del gen til 
poetare ; il che nella condizione a cui sonosi per taluni 
ridotte le lettere e Parte oggidi, h piu che di arte 
un'opera di civilt^ e di patrio decoro a cui tutti deb- 
bono concorrere. 



Carlo Guelfi, Bomanzo di Virginia Fulli Filotico. 

F'ire/tze Lemonnier. 

Un libro di un nostro concittadino che si pubblica 
nel rimanente d'ltalia, e per la prima volta'e pe' tipi 
del Lemonnier, 6 tal fatto che merita esse solo d'esser 
notato. Imperocch^ noi, con sopportazione de' pochi e 
buoni, facciamo ogni piu sincera e faticosa opera per 
spargere intorno a noi, e fra I'uno e Taltro le piu fitte, 
e palpabili tenebre che si puo. Non 6 poi maraviglia se 
nel resto d' Italia ci si crede buoni, se volete, in fatto 
di filosofia e di legislazione, ma di lettere presso che 
barbari. II che riseppi, fra molti altri, da Silvio Pellico, 
e poi da quelPanima candidissima del P. Frediani ; i 
quali per alcro ebbero entrambi a maravigliare dell'in- 
ganno in cui erauo, quando si furono accorti che qui, 
oltre a parecchi che valgono bene alcune celebrity to- 
scane e lombarde, trovarono come diceano, tutta una 
scuola bella e formata, che sosteneva ed irraggiavadella 
sua luce fino i piu mediocri. 



•> «l 



- 566 - 

Dicasi dunque qualche cosa di questo Carlo Guelfi, 
che a me pare uno de' libri piu belli che siano usciti 
dalle penne di napoletani scriltori, e di cui la critica 
avrebbe meglio dovuto occuparsi da un pezzo, se non 
fosse tutta intenta a far le vag-lie d'ogni raeschino cu- 
citore di frasi rimaie, ahe le si stringe a' fianchi, e le 
si raccomanda a mani glunte. 

Che e il fatto, la tela di questo Komanzo ? Legge- 
telo. Parvi se uao vi dicesse che la tela della Divina 
Commedia h un vmgg'io che il poeta finge di fare nel- 
rinferno, nol Purgatofio e nel Paradiso, che vi darebt)e 
un'idea della cosa? Un tale disse che i Promessi Sposi 
del Manzoni non erano altro in sostanza che la narra- 
zione del come cominciarono, progredirono o giunsero 
al loro termine gli amori di due villani del Milanese. 
E non sono altro in verity ; come un quadro del Raf 
faello non 6 poi che una tela. Questo Carlo Guelfi 6 un 
giovane che nasce innamorato delle arti, la malvagia 
fortuna lo caccia fra i triboli e le arene di studii a lui 
ingrati, egli innamora piu sempre delParte, innamora 
di una fafcciuUa da cui non puo essere amato, e com- 
battuto da questi due aflfetti infelici, muore miscramente. 
Questo e il fatto, ma questo non 6 il Romanzo, come 
la tela non 6 il dipinto. 

Nondimeno cio basta a mostrare che non si tratta 
di un Romanzo storico, ma di un lavoro tutto di fan- 
tasia, che si svolge in mezzo alia vita contemporanea 
e descrive costumi, usanze, gioie, dolori che c'incontra 
di vedere pur troppo nella realty. 

Ora per dire qualche cosa dell 'indole generale di 
simili la7ori, a me pare che essi siano piu perfetti 
quanto piu si accostano al ridicolo ed alia satira, anzi 
che al patetico ed al sublime. La commedia si puo, anzi 
si dee fare di cio che ci circonda, di cio che vediamo, 
ma la tragedia grave e solenne ha mestieri di sventure 
a cui il tempo medesimo aggiunse solennit^, e toglien- 



- 56? — 

dole da particolari delle famiglie e degli uomini, fece 
s venture dell a storia e deiruomo. 

Da cio viene una prima e suprema difficolt^ che 
I'Autrice dovea vincere, poich6 quando, come nel Carlo 
Guelfi, noi siamo condotti a passar subito dal riso sparso 
su la parte comica della vita, che vi e dipinta, all'ele- 
gia ed alia descrizione di dolori, che, pur troppo, ognuno 
di noi ha provato o veduto, 6 mestieri di una gran po- 
tenza di immagini e di colorito perch6 tu possa trovar 
diletto nel veder ritratti in modo fantastico quegli af- 
fetti, che ancora ti scuotono realmente le fibre del cuore, 
e t: oceupano la mente. 

Questa diiBficolt^, inerente al subbietto che s' ebbe 
scelto, Peg. Autrice ha cresciuto, mettendo una specie 
di simiglianza nelle situazioni dei suoi personaggi, e 
degli eventi. L'amore infelice di Carlo Guelfi per la 
Emilia Albinelli non 6 solo. Emilia alia sua volta ama 
infelicemente Carlo Ginosa. Filomena nnch'ella ama 
infelicemente Guglielmo. La figlia del Capitano Corvo 
ama infelicemente, ed 6 tradita. 

Ognuno vede da cio che il Romanzo avrebbe una 
uniformity, che riuscirebbe noiosa, senza un'arte gran- 
dissima, che la facesse sparire. In fatti si pu6 dire che 
tutti quest i amori che si aggruppano e s'incrociano nella 
tela del Romanzo sono con si fino arlifizio dipinti, che 
Puno non rassomiglia all'altro, c tutti pigliano se non 
essenza, almeno apparenza diversa dalle diverse quality 
de' subbietti. 

L'amore di Carlo Guelfi e delPEmilia 6 un amore 
alto, inspirato piu dalla mente quasi che dal cuore, in- 
gentilito daU'educazionc, dalla pratica del mondo. Quelle 
della Filomena 6 l'amore quale concepisce e sente una 
donnetta del popolo, che irrompe con forza selvaggia, 
e riesce poetico, per la sua sola energia. Emilia ama 
I'arte, le bellezze naturali, sa essere buona figlia, fe- 



— 568 — 

dele amante, eccellente arnica ; Filomena non vive che 
pel suo amore. 

All 'aver dovuto afProntare, e vincere, queste diffi- 
calti, si vuole aggiungere a lode dell'A. Paverlo fat to 
senza aver rioorso a quegli artifizi raeccanici di sorpren- 
dere con Tinaspettato delle situazioni, col maraviglioso 
anzi strano ed incredibile annodarsi e svolgersi degli 
eventi. Artifizi di quel taiiti dalle cui officine si fab- 
brica in Francia ed in Inghilterra, una cosi sterna inata 
colluvie di romanzi, volti solo a conquistare le mentl 
e paseer gli ozii degli sfaccendati. Che se per questo 
il libro non riuscir^ accetto a uiolti, TA. se mai non 
se Paspettava, non dee dolersene, e pigliarne ammira- 
zione, quando il gusto de' piu 6 cosi sconciamente fal- 
sa to e corrotto. Come non c'6 un' arte, cosi non ci puo 
essere una critica popolare, che vada per le vie e pei 
trivii. 

Ma chi legge il suo libro, della semplicit4 delPin- 
treccio, e del prevedere fin dalle prime pagine quale sari 
lo scioglimento e la fine de' punti piu gravi del dramma, 
facilmente si consola con I'evidenza e la grazia con cui 
son designati e descritti i particolari, con certa sottlle 
notomia degli afFetti, con I'abbondanza, forse anche so- 
verchia, di pensieri nuovi e generosi, e con le verieri 
dello stile e della lingua, che sono come Pimpronta che 
le opere destinate a durare, e che dureranno, discerne 
dallo efimere e periture. 

I caratteri son veri e ben sostenuti, ma non per 
questo tutti riescono a un modo perfetti. In Carlo Guelfi 
si vorrebbe un po' piu di ardimento e di risoluzione ; 
ch6 un ingegno fatto per IMdeale e per la bellezza sa 
ordinariamente rompere le indegne fascie, che lo legano 
alia polvere. Se pure non e stata la/mente dell'A. di 
mostrare a quale estremo puo condurre un'educazione 
malvagia, che spegne appunto anche questa ingenita 
forza degPingegni piii privilegiati. 



— 569 — 

NelPEmilia alcuno potrebbe desiderare che a tante 
sue belle virtu, a^glungesse anche un po' di prudenza, 
a non lasciare che Pinfelice giovane, ingannato dalla 
sua amicizia, innamorasse tanto di lei, che non poteva 
riamarlo, e che pure non potea non accorgersi di quel 
suo amore. Filomena 6 poi un carat te re perfetto, nuovo, 
grazioso e poetico, soprammodo, Degli altri che sono 
meno rilevati, dieo che il D. Francesco Saverio mi rie- 
sce alquanto inverisiraile. Di avvocati cosi stupidi e 
barbari non ci sono per verity molti esempi. Egli 6 piut- 
tosto un cnriale, uno scrivano del vecchio Foro, a cui 
non 6 credibile il padre di Carlo Guelfi avesse voluto 
affidare I'educazione del figliuolo. Senza che, 6 perico- 
loso spargere il ridicolo sopra certi caratteri, e trovar 
poi tali avvenimenti, che in qualche modo rendono giu- 
sto cio che si biasima. D. Francesco Saverio, umana- 
mente e non poeticamente parlando, faceva bene d'in- 
terdiro al Guelfi I'andare in casa Albinelli, e D^^a Giro- 
lama, sua degna consorte, faceva benissimo a togliere 
alia figliuola Filomena il modo di scrivere letterine amo- 
rose, poich6 appunto da quelle visite vennero le scia- 
gure del povero giovane, e da una di tai lettere fatta 
scrivere a una sua amica, comincio la storia dolorosa 
del disperato dolore della fanciuUa. 

Infine, quando trattasi di dipinger uomini e donne 
gentili, che nobilmente pensano e nobilmente operano, 
I'A. si vede, 6 in casa sua, e descrivecon verita e leg* 
giadria : quando sono in iscena i tristi, o i ridicoli, di 
cui ella non ha potuto udirne che per fama, o crearii con 
la fantasia, parmi, se non m'inganno, cho sforza un 
poco gli atteggiamenti, e carica le tinte. Escluso il Ca- 
pitano Corvo, che fe un avaro di nuovo conio, in cui 
I'avarizia quasi 6 cagione di virtu, senza saperlo. Egli 
prega per la buona salute dei suoi debitori, e vorrebbe 
vedere tutto il mondo fiorente di sanity e prosperoso> 



86 



— 570 — 

salTo che avesse ricorso alle sue usure, e pagasse al 
tempo debito. 

Un'altra cosa voglio dire, a chiudere queste poche 
osservazioni in contrario, cio^ che in un lungo raceonto 
PA. avrebbe dovuto tralasciare di descrivere fino i piu 
rainuti particolari, com'ella ha fatto, senza lasciar nulla 
da supplire al lettore. I pettegolezzi p. e. di D^j* Giro- 
lama riescono alquanto sazievoli, perche troppo volgari, 
e quel piangere della nudrice di Carlo Guelfi, dopo la 
costui morte, viene in punto che Panimo se ne stanca, 
caduto una volta il personaggio che tutto Poccupava. 
Un pcco di maggior sobriety nel ritrarre queste parti 
discordant!, questi caratteri destinati a vivere e mo- 
strarsi nelle ombre del quadro, avrebbe anche piu il- 
leggiadrito, c fatto piu serrato, e pero piu euergico, il 
raceonto. 

E per chiudere con le lodi, il che fo assai piu vo- 
lenticri, aggiungero a quelle dette di sopra, che seb- 
bene io sia con coloro che tengono Parte fine a se me- 
desiiiia, uondimeno in lavori di questa fatta, stimo che 
il fine morale non sia Pultimo. Ed in questo romanzo 
e sparsa dalla prima alPultima pagina un'aura di mo- 
rality, di rettitudine, un sentir generoso, uno spirito di 
carit^, che consola e serena Panimo, e spesso sospinge 
gli occhi al pianto. E noi napoletani ci troviamo un 
certo sentimento di dignity patria, che si manifesta col 
rilevare taluni punti di nostra storia, e quel che ci 6 
di lodevole e bello nei nostri costumi, pur troppo ob- 
bliato e dissimulato da chi cerca solo dei nostri vizii. 
II che fa che il libro, oltre alPessere una bella, 6 an- 
che una buona opera, ch'e qualche cosa di piu im- 
portante. 



- 571 



La Prim aver a. Prose e versi di autrici italiane vi- 
venti per cura del Cav, Gaetano Nobile. Na- 
poll 1856. 

L'editore e le gentilissime donne che ci regalano 
di questa raccolta, fatta per augurio della Pasqua di 
Rose, pare che in quanto al tempo, I'abbiano scelto con 
pill sottfle intendimento che non si fa d'ordinario. In- 
fatti una raccolta di canti, massime di donne, vien me- 
glio fuori co' soli risorti e I'aure intiepidite della Pri- 
ma vera, che fra le tempeste, ed il rigido cielo del Ca- 
podanno. La stagione in cui ogni animale d'amar si 
riconsiglia, 6 quella dell'ispirazione, e della vita. Nel 
dire vii questa raccolta, ne parleremo francamente, pa^ 
rendoci che niente ci ha di piu incivile con le donne 
che s'inframmettono di prose e di versi, del trattarle 
con quei risguardi che si userebbero verso un fanciullo 
con cui la critica non saprebbe usare del suo rigore. 
EUeno disdegnano, ed a ragione, questo esser tenute da 
meno, onde ci pare che la piu fiorita cortesia 6 trat- 
tarle da eguali, nelPalta ragione dell'arte e della cri- 
tica ove sparisce ogni differenza di sesso. 

Diciamo dunque della Priniavera. Sono da prima 
due introduzioni delPeditore, il Cav. Nobile, una in 
carattere corsivo che precede, un'altra in carattere tondo 
che segue I'Indice. Perch6 siano due, e di carattere di- 
verso, e che Puna preceda, Taltra segua I'Indice, non 
sappiamo. Del resto arabedue dicono le importanti cose 
che sono in tutte le introduzioni, fra le altre, ci si fa 
sapere che il libretto intitolasi la Primaveray per intel- 
ligenza di chi non avesse letto o inteso la coperta o il 
frontispizio. Ma il Cav. Nobile non h una autrice vi- 
vente, onde basti di lui come scrittore ; come editore 
gli facciamo le dovute lodi della nitida ed elegante edi- 



— 572 — 

zione, a cui per altro uii po' di Errata Corriye in fine 
non avrebbe fatto male. 

Tncominciasi co' fasti della Rosa — di Adelaide 
Amendoliti Chiulli. La quale loda la Prima vera, loda 
la rosa, regina fra le odorifere produzioni della natura; 
la rosa che fiorisce per tutta la terra, al soffio dell'Aqui- 
lone e a quello di Ostro, nei climi piii diversi. Per ve- 
rity la rosa e il fiore per eccellenza ; il piu bello, il piu 
soave ed amoroso de' fiori, e noi ringraziamo di cuore 
la signora Chiulli di averlo ricordato a raolti che da 
poco in qua non vi pensano, ma ci pare che unagen- 
tilissima donna che scrive del piu gentile de' fiori, 
avrebbe potuto dime qualche cosa di piu delicato e pe- 
regrino delle notizie che si troverebbero in qualunque 
dizionario di Botanica. 

Alia mia lira — 6 un'ode di Mariannina Spada di 
Nioola ; che ne fa sapere come questa lira uu di fu Vin- 
canto, il conforio e il riii franco alls sue pene^ raa che 
ora non j)iu le scende a ricercare il cuore dolce armo- 
nia. E questo e credibile, perche I'ode ci par molto tra- 
seurata, anche nella sua forma piu esterna. Della me- 
desima auirice sono pure Due Sonetti Giuditta a rime 
obbligate, ed un altro per V [mmacolnto conccpimento^ che 
sobbene a rime non date, non e pero migliore del prinio. 

Luigia Codemo scrive una leggiadra e gentil poe- 
sia a Rosa Bertolan per un costei dipinto della Vergine 
addolorata : scrive un'ode pel ritorno de' suoi genitori 
da Parigi, che ci place assai meno, cominciando dalla 
prima strofa in cui non hanno troppo bel viso quel 
genii del ritorno, che debbono condurre illesa la madre 
sovra il caldo core della figliuola, come sopra un tappeto. 

Maria Lottieri d' Aquino scrive un'ode debole al- 
quanto e comune nella eruzione del Vesuvio del 1855. 

Di Cornelia Codemo, venuta g\k in bella fama per 
altre sue poesie, e per lavori filologici, sono nel libro 
tre componimenti, primo, il sepolcro di una madre. Quat- 




- bid - 

tro orfani faneiulli si conducono al sepolcro della ma- 
dre, che il piu grandicello incorona di un serto di fiori 
e poi lamenta la morte di lei. Trattandosi di un fan- 
ciullo che non ancora 6 oltre il primo lustro, natural- 
men te sarebbe stato mancare alle regole della verisi- 
miglianza a mettergli suUe labbra cose piu gravi e re - 
condite di quelle che si convengono alPetd sua. Ma per 
disgrazia i seinplici affetti di un fanciullo non si levano 
nc' casi ordinarii, come questo, fino all 'altezza dell 'arte 
e della poesia. La ballata Maria la suicida entra anche 
piu chiaramente in quella specie di plebee e goffe stor- 
piature che soglionsi addimandare con superba mode- 
stia poesie popolarL Delle quali il vizio spesso non 6 
nel soggetto, ma nel modo di trattarlo, cioe nella forma," 
che per noi 6 essenza dell'arte. Certo una donna che 
si uccide puo diventarc poetica, ma quando di lei non 
ci si dice altro se non che ad uccidersi uso di un ac- 
cesio bracero^ che si stese sul molle divaiio, e di con tro 
al verone, che non voile piu schiudere, tutto questo ci 
puo far compassione, ma altro 6 la compassione che sen- 
tiamo come uomini, altro il sentimento di bello che ci 
dovrebbe ispirare un 'opera d'arte. II che 6 I'inganno 
perpetuo de' poeti popolari suddetti. 

Altro suono, ed altra nobilt^ di poesia ha Pode della 
medesima autrice, una carsa sul mare tra Sarzana e 
Pisa, che 6 delle migliori cose del libro. 

Anna Peace loda il silenzio della solitudine, lo loda, 
e promette in fine di consacrargli un canto. II perche, 
tenendo che le sei stanze presenti non siano un canto, 
ma la promessa di un canto, non ne parleremo, aspet- 
tando che I'egregia autrice tenga la sua parola. 

Erminia Frascani nel principio della sua visione ne 
minaccia di una di quelle tante noie di poeti che scri- 
vono solo per informare il pubblico della grave profonda 
ed irrimediabile infelicity loro. Ma Torizzonte rischiara, 
Pautriee ha una visione, svanita la quale, rasciuga il 



— 674 — 

piaiitD, e proCesta di cantarp, e vivci 
^<i lion che ne' Pensteri del Tratnonl 
ntestiKia, eiccome dice in alquante sti 
iK-ro un po' di lima maggiore. 

Un dialogo frn an Misantropo, \» 
gpy.zii rtella ch. Virginia Pnlli Filolic 
bin una dello piu leggiadre ed import) 
enlta. Per veriti b niestieri di grand' 
derc nel rettorico e nel pesante a cu 
scrivere conducono facilmente. D far 
cctti astratti, e dar loro favella e mo 
sa ognuno, un vezzo specialo del 5 
abuso ehe se ne feee (ch& I'abusarne 6 
in cerlo dispregio. Del resto I'egregia 
causare e vincern quest! pericoli, e v 
della materia, o per Taiiiena festivity 
lorito e dello siile, il dinlogo leggosi 
ciamo solo ehe la FoUia ci par trop 
Hua pari, e che vi 6 certo lusso di fr 
belle Kono alcuna volta t^overchie. Dii 

A Battistina Cenasco diciaino che 
nell 'oi-a deWeccidio innamorano di un 

di piu potremo faie noi altri ehe non 
quelle (.he avesscro la cortosin di am 

Nina Pietrasanta derive da Milan 
alcune strote non prive di affetto, mi 
poco colore poetico, anzi con qualehe 

L'ineognito di Sorrento soiio alcu' 
seppina Cimino, di cui h pure il Sonettt 
Seliyione. Scaiize e Sonetto dimoatran 
nella scelta dell'argomento, poichfe qu 
e altri che il Tasso, onde non e mnrav 
ne sin stata vinta. 

II valore e I'iiierzia, stanze di Ca 
che potrehbero dirsi belle se fnssero p 



— 575 — 

che volta non riuscissero nel prosaico, come awiene 
segnatamente nella 3'^ di esse. 

Un saluto delle rondini prosa di Errichetta Sava. 
Ma queste rondini per verity son divenute un poco mo- 
leste dacch^ il Grossi ne mise in onore la favella^ che 
per vero non e il miglior pregio che hanno. Meglio 
Dante che i loro canti disse tristi laL 

Giannina Milli scrive alquante gentili strofette ad 
una far f alia nel mese di Novembre. Da lei cosi facile 
verseggiatrice avremmo aspettato qualche piii impor- 
tante dono. 

Malanconia: sciolti di A. I. il cielo disperda il tri- 
sto augurio che questa gentile (se le lettere iniziali non 
nascondono un nome di uomo) fa a so medesima. Trat- 
tasi non altro ehe di morire fra poco e di esser sepolta, 
e maledire al profano, 

Di cui la destra invereconda, audace 
A cogliervi verr^, fiori innocenti, 
AUorcM nati dal mio cor sarete, 
Caldo ancora d'amor per lui che solo 
Aniar sapr4 fin sotto il freddo avello. 

Eh no : il morire per amore 6 disusato da un pezzo 
e poi la signora A. I. avrebbe qualche cosa di meglio 
da fare al mondo, cM in questi versi ci ^ bene qual- 
che calore e movimento, che possono molto farci spe- 
rare di lei. 

Pianfo delV Amicizia a Zo6 M. di Adelaide Folliero- 
Palmieri. Chi pianga in queste strofette alia Metastasio, 
chi sia il pianto, e perch^ si pianga nqn s'intende troppo 
bene. Ma non e necessario che si entri ne' segreti pen- 
sieri di due amiche come debbono essere la S.^ Folliero 
e la Zo6 M. Basta s'intendano fra loro. 

Vorfnrw e la Cieca di Elvina Giampieri, ve lo dice 
il titolo, son versi che andrebbero confusi con quel tanti 
noiosissimi in cui le orfane e le cieche si lamentano di 



- 576 - 



1^.' 



Oi^^ 



lor sorte, se iioh fosse un gentil concetto che h chiiiso 
i^ come una perla appunto nell*iiltima strofetta. Seguono 

della medesima due Stornelli. Anche questi stornelli, 
come le rondini, sarebbe tempo che ne portassero le ali 
dove \ ogliono, purche sia lontano dal monte ove stanno 
le muse, alia cui aria non son fatti per respirare. 

/'/ canto a' mesfi di Giovannina Papa. II dolore 
quando non viene da una cagione grande, nobile o 
alineno siraordiuaria, o non sia espresso con gran ma- 
gistero di forme e d'immagini, non fa poesia, e riesce 
in un vano lamento, che passa come tutti i lament! del 
mondo, e non 6 uiaraviglia che gli altri non lo com- 
prendano. Noi ammiriamo veramente I'attitudine di que- 
sta egregia nostra concittadina, uia appunto per questo 
si vorrebbe vedero ne'suoi componimenti un po' di scuola 
piu severa ed elegante. 

L'Anima Stanca e un'ode cui segue una risposta 
della medesima autrice L. G. Qui 6 pure il dolore del- 
I'animo, ma trndotto in immagini se non nuove, certo 
belle e poetiche. 

Carolina d^Auria scrive una novella nella quale gli 
S uomini che ne amrairano la semplicit^ dello stile e la 

buona lingua, desidererebbero che tutto cio non fosse 
ordinato a riraprovero del loro sesso. 

Una gentile ode piena d'immagini, d'afifetto e di 
inovenza 6 quella della Luisa Amalia Paladini pe' due 
Qug,dn di Sebastiano Onestini, tan to che a giudizio no- 
stro 6 la migliore delle poesie della raccolta. 

II PugnaU 6 una Prosa di Carolina Bonucci, in cui 
si narra di un caso molto inverisimile e strano. 

Ad illtcsti^e perso7iaggio. Terzine finora inedite della 
Guacci. Non sappiamo quanto sia bello disotterrare un 
componimento che I'autore medesimo avea condannato 
all'obblio, e pubblicarlo dopo la sua morte. Una buona 
prova di questa indiscreta testimonianzad'afifetto verso 
gPillustri estinti si e fatta col pubblicare ]l'Epistolario 



i^, 



»!>.' 



— bfi — 

del Leopardi» in cui soiio alcune lettere di cui Pautore 
certo non avit*b')o mai permesso la pubblicazione. E se 
la morte fa sacra la volenti di chi ^ sotterra, per- 
ch6 non rispettarla nella seelta delPcpere d'ingegno, 
dove la seelta appunto e opera di gusto, e per6 impor- 
tantissima ? Queste terzine della Guacci non sono delle 
migliori che detto; e per questo, e forse per I'argomento 
doveano lasciarsi ov'erano. S'intende che anche come 
sono, 11 libro ne acquista pregio, in a questo non giu- 
stifica Pirriverente indiscrezione. 

Chiude la raccolta una Commedia di Massimina 
Fantastic! Rosellini. Diciam pure con franch«'zza che 
da una sua pari avremmo aspettato qualcbe cosa di 
molto meglio che questa commedia non 6. Anche per- 
ch6 la Fantastici con gran giudizio, nell 'universale con- 
fusione in cui ban gittato il Teatro talune teoriche di 
estetica, e certi esempii perniciosamente imitati, si e 
attenuta alia Commedia, the 6 dramma la cui autenti- 
cit^ 6 contestata e fatta certa da Menandro a Goldoni. 

Pure il fatto semplicissimo che 6 I'argomento delle 
sue Corse, e il modo di avvolgerlo e scioglierlo non ci 
pare che facciano commedia. N6 il dialogo stesso 6 vivo 
ed animato, ne la lingua una delle piu difficili cose in 
questi lavori, 6 migliore di quella che si usa comune- 
mente, non certo con grande edificazione di coloro che 
ne vivono teneri e passionati. 

1855-57 



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578 



IL VESCOVO DI SORRENTO 

(racconto) (^) 



I. 

In Sorrento 6 memoria di un Vescovo, di cui si rac- 
contano fatti e detti, che certo non saran tutti veri, ma 
che anche a supporli inventati, non si potrebbero attri- 
buire se non ad un iiomo di alti spirit! cdi gran cuore. 
Resse il vescovato per piu anni, e mori prima deJla met4 
di questo secolo. Sicch6 vide e fu parte di tutta quella 
lunga faccenda della rivoluzione, ed 6 «ia credere che 
agrinsegnamenti del vangelo si aggiunse, a renderlo 
semplice e schietto, I'aria deraocratica, che, anche senza 
volerlo, si respirava in quel tempo. Monsignor Papa, 
ch6 tal nome ebbe, entr6 per dir vero, nella sua di- 
gnity per una via alquanto simoniaca. Perocchfe si narra 
che fu eletto per i suoi meriti da prima, ma anche un 
po' per opera di una monaca potentissima, che a lul 
si confessava quando mori il suo predecessore. Eletto, 
non uso la solita ipocrisia del rifiuto per esser costretto 
ad accettare. Andato prima in Nicastro in Calabria, pas- 
s6 poi alia sede piu cospicua di Sorrento. E vi giunse 
con la gran salmeria di una piccola valigia magra e 
sciupata, e col numeroso seguito di un suo domestico, 
vecchio brontolone, stizzoso, fornito di un gran naso di- 
ritto e di gambe alquanto torte, che rispoudeva al pro- 
saico nome di Nicola. lo non so veramente, nh la tra- 



(') V. il citato volumeito Sorrento, NaiJoU, Tip. dell' Univer- 
sity 1899. (V.) 



I 



— 579 - 

dizione lo dice, se Nicola sapesse leggere, e se, sapendo, 
si dilettasse di nna lettura cosi profana come quella del- 
VOrlando Farioso. Certo 6 che quando Monsignore ebbe 
accommiatato in fretta i dignitarii piu solenni del clero, 
che erano venuti a t'argli onore, Nicola si volse in an- 
ticamera ad una moltitudine di servidori, cucinieri, staf- 
fieri, palafrenieri che avevano servito il Vescovo prede- 
cessore, e li congedo con quel due versi delP Ariosto : 

« Id mastro, io balia, io Je saro sergente 
« In tutti i suoi bisogni : addio brigata. 

Muto solo il ie in gli per rispetto alia diversity di 
sesso fra il voscovo Papa e Dora lice. 

Restati soli i due, percorsero il vasto palagio ; entro 
del quale il Vescovo poi ch'ebbe scelta una stanzetta 
per s6 ed un'altra pel suo seguace, tenne a costui presso 
a poco, il seguente discorso: 

— E'pare che I'abituale broncio che vostra signoria 
si credeva in diritto di tenerrai in Calabria, sia ora anzi 
che scemato, cresciuto, sebbene noi, per non parlarc 
della reverenza dovuta alia nostra digniti, abbiamo 
qualche antica ragione per pretendere da lei giustamente 
anche un po' di gratitudine. Conciossiacch^... 

iMa qui la faccia di Nicola di ombrosa ed accigliata 
divcnne proprio e tanto plena di spavento, che il Ve- 
scovo n'ebbe piet4, e muto stile. — Io veggo, Niccolo, 
che tu Thai sempro con me, perchA sebbene per la gra- 
zia di Dio, il volere di santa Chiesa, e I'intercessione 
di qualche divota persona, io sia giunto ad cssere epi- 
scopu^ surrentinus, pure non lascio di vivere economi- 
camente. Hai tor to, ma forse nemmeno io ho ragione 
di non essermi prima spiegato bene. Io ho buon con- 
cetto del tuo ingegno e del tuo buon cuore, che puo 
molto bene tener luogo dell'ingegno, pure non credo 
che sapresti dirmi proprio che cosa pensi sia un Vescovo. 
Non rispondere ch6 daresti in qualche grosso spropo- 



V 



-*^ 



— 580 — 

sito ; un Vescovo, oltre la sua parte di pastorespirituaU? 
tlelle aniine, iiel resto, nelle temporality, come diciamo 
noi altri, non e che un negotiorum gestor^ o per dir me- 
gllo a te che non sai di latino, un fattore della sua 
chiesa e dei poveri. La chiesa sorrentina, parlo della 
materiale, della religiosa e altro discorso, si trova i)er 
fortuna solidamente costruita, e finch^ sta in piede, sta 
bene, a meno di non temere del malocchio, che, spirito 
cristiano a parte, tu forse ben t'apponi a non ritener 
pregiudizio ('). Ma se minacciasse rovina, e non ci fosse 
altro modo a sostenerla, io le farei puntello dei miei 
omeri, e son certo che tu, non ostante lo stato equivoco 
delle tue gambe, faresti altrettanto. Si trova riccaraente 
dotata di arrcdi sacri, di campane e campanelli buoni 
a chiamare e qualche volta ad assordare i fedeli, ce n'6 
piu del bisogno, sicch6 per questa parte, si puo dormir 
sicuri. 

Resta I'altro nostro padrone, il povero. Sai tu di 
chi sono le rendite de' poderi, e fino i mobili di questo 
palazzo, i quali faro subito vendere ? De' poveri. Sic- 
ch6, amico mio, ti esorto e scongiuro a pensarei sopra 
e considerare che io e tu non possiamo, senza renderci 
colpevoli di violato deposito, togliere piu di quanto ci 
6 strettamente necessario per vivere. Vita non molto 
lieta e ricca vivemmo finora, ma d'ora in poi voglio 
che viviarao anche piu strettamente, perche se siamo 
cresciuti in dignity, sono anche cresciuti i nostri doveri. 

— Buono ! sal to su Nicola : e come si farebbe a 
vivere piu strettamente, se h sempre una quaresima ? 

— Quaresima e rigorosissima, amico. Ed in questo 
mi troverai, te lo prevengo, come uno scoglio durissimo 
ed angoloso, e non punto disposto a soifrire le tue or- 
dinarie opposizioni, che meglio ,si direbbero ribellioni. 
Tu sai donde venghiamo, e sai... ma non ne parliamo 
oltre. 



(*) Si noti che I'A. credeva fermamente nella iettatura (V.) 



— 581 - 

II. 

A spiegare la reticenza del Vescovo, ed il perch^ 
dello spaveiito di Nicola al primo coiiciossiacclie, si 6 
mestieri di iin poco di storia. 

A' tempi in cui il Papa era a Nicastro, Francesco 
Nicola De Mattheis era Intondente, o come ora direnimo 
Prefetto della Provincia in Calabria. P»ire che pensasse 
di salire piu alto, e non trovo mezzo piii onesto ed ef- 
ficace che di ordire una vasta processura, dar Inogo ad 
un giudizio orribile in cui trc oneste persone furono 
condannate e mandate alia morte, dieci a* ferri, e tutti 
naturalmente per delitti politic! (\'. Oltro questo vittime, 
ci furono testimoni imprigionnti, costretti a spergiurare, 
torturati, e morti nellc torture. Il tejnpo ora propizio, 
perch^ era intorno al 1823, vale a dire quando ancora 
il governo era spaveritato dalla rivolu'/ione, la pin pa- 
cifica rivoluzione del mondo, del 1821. Mm pure il caso 
fece troppo riunore, ed il Dc Matthois In si»lto[)osto a«l 
un giiidizio. Sicche la storia di tutte queste birberie, 
piio cavnrsi auto.ntica dalla n^quisitoria del Pubblico Mi- 
nistero, e da' documenti in essa citati. 

II I'rocuratore Gencrale Giuseppe Celentano, seb- 
bene avevsse alle spalle il rinforzo di grandi autorit^, 
e di uomini di provetta tele, che deponevano contro il 
reo ed aveano aiutato a condiirlo in giudizio, pure te- 
meva, ed a buou dritto, che esso giudizio non fosse che 
una iliuaione. Ond'6 che prese le sue precauzioni ora- 
torie, fra cui qnella di stampare, prima di declamare, 
le sue conclusioni, peri*h6 non gliele scambiassero in 
mano. 



(*) Oondannati a'lti moite furono Franoepco Monaco, Gincinto 
l)-* lea-o, Luigi Do PascaJe. Condannsiti a' ferri: Raffaele Rende, 
Alessio, Antonio, Finnceoco, Rosario, Domenico Bernrdelli, Ga- 
spare Sposato, Antonio Aiigotti, Carmine Mur.ica, o il panoco 
Giuseppe Feriara. 

f 



*, 



- 582 — 

Comincio con una storia breve di cio che i Calabresi 
avean fatto nel 1799, 1806, 1815, 1820 per provare la 
loro costante fedeltA. al loro legittimo sovrano, nel che 
ci era di vero appunto il rovescio della medaglia, e con- 
cluse : « E veramente terreni tanto favoriti dalla na- 
» tura nel fisico e nel morale doveano possedere la 
» prima virtu sociale, quale si 6 la fedelt& al natio Gro- 
» verno » . Trovato quindi che i terreni hanno virtu so- 
ciale^ e che questa h determinata dalla loro natura mo- 
rale, narra che tranne un procedere qualche volta 
iniquo, impetuoso, crudele, la condotta d«l De Mattheis 
dal Settembre del 1821 fino al Giu<?no del 22 fu tolle- 
rabile. Ma dal 1" Luglio 1822 il suci riscaldamento s'in- 
comincib a sviluppare, e corse precipitoso di eccesso in 
eccesso. Sotto il pr(»t?sto, che pare anche al Celentano 
verisimile, di cssersi nelle tre Calabrie, con I'intelligenza 
della provincia di Salerno e di Najioli, introdotta una 
nnova sctta, detta de' Cavalieri Europei riformati, riferi 
al governo esserci una cospirazione generale per la di- 
struzione delle monarchic e di tutte le famiglie regnanti 
di Europa. 

Del modo come fu fatto il processo, e delle sevizie 
usate, meglio 6 non dir nulla. Chi ne ha voglia, puo 
trovarle narrate per filo e per segno, co' nomi propri 
de' torturati, con la descrizione delle particolari torture, 
nelle conclusion! del buon Celentano. Una cosa fu sole 
pill atroce del processo, il modo come fu fatto il giu- 
di/lo, violandosi le piu elementari forme di logica e di 
umanit^, tanto che il povero Celentano, enumerati i 
fatti non provati, ma pure ritenuti come tali dalla Com- 
missione Militare, che emano lasentenza,esclama«chinn- 
» que per poco vi si voglia profondare, potra osservarvi 
» pensieri, non fatti, e neppur detti : ma de' pensieri 
> e giudice sol tanto Iddio » 

E sta bene ; ma voi a p. 109, ditc, egregio signer 
Celentano, cosa verissima, eioe che 11 procedere del De 




- 583 — 

Mattheis cosi scandolosamente feroce richiamo subito Pat- 
tenzione delle autorit^ di quelle contrade : che il primo 
a riferirne fu Paustriaco Tenente Colonnello Barone 
Wolzer, ehe per verity scrisse a' 3 Marzo 1823, che il 
De Mattheis era maturo per la casa de' matti. Com '6 
dunque che il govcrno, messo sulPavviso non pure dal 
grido di tanti infolici, ma da rapporti delle autorit^ in- 
digene e forastiere, fece proaunziare il giudizio a' 24 
Marzo, ed eseguire il 25 la sentenza ? • 

For^e per quosto argomento, piu che per altro, av- 
venne che mentre il.Celentano concionando, poggiandosi 
a fatti chiari come la luee, fiiii col chiedere la pena di 
morte per De Mattheis ed i siioi complici De Gattis e 
d'Alessandro, la Corte giudicatrice nmndo fonnnlmentc 
assoluti d'Alessandro, De Gattis e il De Mattheis. La- 
sciando al povero Celeutano di fare da s^ il comento a 
quelle sue proprie parole, con cui ebbe ad esordir* : 
« Sotto il Tuo reggimento soltanto, o (le.nno iiipote <li 
» Carlo III, augusto figlio di Ferdinando I, potca vc- 
» (lersi, e si vedr^, die alia voce irresistibile della Giu- 
» stizia, sostenuta dalla tremenda voce della Divinity, 
» la Politica stessa divento nuita ». 

Potea vedersi, ma non si viile. E noi tornando a 
cose piu innociniti, cioe a Sorronto, ed al suo Vescovo, 
diremo che aneh'egli fu tra i pietosi ehe ebbero il co- 
raggio civile di smascherarc quella perfidia. Scrivea 
fra le altre cose, che quel calunniatori I'avean presa 
pure contro ,« buoni Ecclesiastici attaccati a S. M. ed 
esatti nella Religione C.ittolica » i quali come testimonii 
furon vittime del furore e della ingiustizia, perch^ si 
preteudeva che avessero detto cio che loro non costava. 
E questo tirare in mezzo, fra i calunniati, anche gli 
ecclesiastici, non era senza fine in quel tempi d'ipocri- 
sia. Non giovo, ed il povero Vescovo se ne spavento 
per modo che non gli parve vero di vedersi tramutato 
nella piu quieta sede di Sorrento, traendosi dietro quel 



- 584 - 

Nicola, il quale pare fosse un vecchio peccatore, brut- 
tato della pece settaria, e Tavesse scampata per mira- 
colo, rifugiandosi sotto le aii della Chiesa. Certamente 
il miglior mezzo di tenerlo a tVeno era un cenno qua- 
lunque a quei fatti, che se erano ua ricordo moles to 
del passato, non cessavano di essere un pericolo pre- 
sente. 

III. 

Nicola, lasciato il prelato alle prese col suo bre- 
viario, usci sopra un terrazzo a sfog-arc il suo pessimo 
umore, ed a confortarsi con l' antica speranza che col 
tempo la cosa andasse me^^lio. Ma nem^neno questa 
volta la indovino. II Vescovo fu presto circondato, as- 
sediato, stretto da una moltitudine d' indig-enti delFuno 
e delPaltro se«*so. A'quali donava letteralmcnte tutto cio 
che avoa. E come fece il primo giorno, fece Pultimo, sic- 
che ridusse il povero Nicola, a tale, che a volergli dare 
il vero suo nome avrebbesi dovuto chiamarlo Giobbe. 

Nella diocesi 6 una chiesa detta di S. Agnello: una 
graziosa chiesetta, di buono stile, con mediocri quadri 
ed un campanile allato. Nel campanile e ricacciata, 
quasi per non averne che fare altrove, una stanzuccia 
a cui le campane in moto danno il capogiro. Di sotto 
in un angolo della scala, 6 una specie di canile, che 
ha questa eomoditA., che servendosi di uno <legli scalini 
come di capezzale, si possono allun;rnre i piedi, quasi 
seiiza toccarenel muro di rincontm. Quando il Vescovo 
volea predicare, per parecchi giorni, come soleva in 
quella chiesa, si ritirava nella detta stanzuccia, e Nicola 
nel canile. II prelato la mattina scentleva in chiesa, 
svegliava il sagrestano, faceva aprir la porta alia gente 
che accorreva, prima di muovere alle faccende campe- 
stri : diceva messa e due parole alia buona. E, di sera, 
al lume di una magra lucerna, detto I'uffizio, scambiava 
qualche motto col suo burbero amico. 



— 585 — 

— Niccolo, mi pare che tu mangi qaalche cosa. 

— Ed ora le porter6 da cenare : non si spaventi, 
un pane, un'insalata ed un biechier di vino, cM a stare 
appollaiati qui sopra come due gufi senza un po'di vino, 
io correrei rischio di vedere le mie gambe piu torte, ed 
ella di perder la voce che le abbisogna per la predica. 

— Quanto alio star qui, e non preferire, come 6 
tuo consiglio, la comoda casa del curato, dovresti capire 
se non fossi cosl ottuso di mente, che io lo fo per dare 
il buon esempio, com'6 mio debito, ad esso curato. 

— Se ne cura molto. 

— Come lo sai tu, vecchio calunniatore ? Ad ogni 
modo, basta bene ch'io faccia il mio dovere. II curato 
6 anch'egli tenuto a soccorrere a' poveri, il cui pane 
lA cui insalata ed il cui vino tu mi poni innanzi proprio 
come se fossero cosa tua e mia. 

Fatto 6 che quel curato, in casa del quale 6 fama 
che Nicola, prevaricando, facesse di furto qualche pasto 
succulento e saporito, gli avea insegnato di rispondere 
per logica: Monsignore, povero 6 chi abbisogna del soc- 
corso altrui, per non aver nulla, ed essere inabile a 
procacciarselo. Che noi non abbiamo la croce di un 
quattrino di nostra propriety 6 fuor di dubbio ; se poi 
a lei il suo mestiere di prelato ed a me quello di sue 
domestico non ha a fruttar nulla, n6 possiamo fame 
altro, ne viene che noi siamo poveri, e che per6 quel 
pane ed insalata e vino sono nostri, appunto in virtu 
di quello stesso ragionamento per cui ella sostiene che 
sono de' poveri. 

Dice anche la fama che quel degno curato che te- 
neva un poco al servite domino in laetitia giungesse 
anche a dire che infine la carit4, come ogni altra cosa, 
vuole essere acqua, non diluvio, che quella del Vescovo 
gli pareva avere un po*della monomania e che, per la 
legge degli estremi, era anche un tantino viziosa e 
poco umile. 

87 



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1 



— 586 — 

Date ragione a chi vi pare che V abbia. 

Diciamo solo che per essere uomo divoto e carita- 
tevole il Vescovo non era un volgare picchiapetto, che 
anzi aveva il suo spirito e ne f^ mostra in parecchie 
occasion!. 

IV. 

Sorrento, eitta, com '6 no to, antica, si gloria va fra 
gli altri suoi vanti, di avere un Seggio o sedile chiuso^ 
notate bene, di gentiluomini antichissimi, fastidiosi ab- 
bastanza, ma sopratutto nobilissimi. A costoro forse 
si deve, non si sa per quale impresa, se in una lapide 
che stava a sommo di una delle porte, si dichiarava la 
citt^ fidelitatis exemplum, e se i repubblicani dell' 89, 
per averla, dovettero espugnarla a furia di buoni colpi 
di cannone. La porta, che non era un brut to ornamento, 
ora 6 tolta via, pel faceto pretesto che non era piu 
buona a nulla, e con la porta il testimonio scritto della 
fedelt^. 

II Seggio, che a miglior ragione avrebbe dovuto 
subire il fato della porta, sta ancora in piede, o per 
Tantica reverenza, o perch^ se n'6 fatto una specie di 
museo di pietre e mezze colonne antiche. 

Questi signori nobili aveano naturalmente i loro 
privilegi e fra questi uno che, per verita, non era dei 
piu tristi. Quando il Vescovo dicea messa solenne nel 
duomo, si eoUocavano presso alPaltare sei enormi seg- 
gioloni, coverti di seta a damasco rosso, con intagli e 
dorature pompose se non eleganti. In questi sedevano 
per giro, sei nobili, in abito di gala, inamidati, tirati 
ed accigliati come potete pensare. Ed a chiarire il volgo 
che proprio innanzi a Dio essi erano di una natura 
molto di versa, come erano certo innanzi agli uomini, 
aveano il diritto privilegiato di stare col cappeUo in capo. 

Al buon Vescovo la vista di quel messeri, seduti in 
coro, con quel cappellacci fin suUe ciglia, toccava proprio 



», 



— 587 — 

i nervi. Sicch^ comincio per bel modo a volerli persua- 
dere che smettessero da queste prepotenze. Bastar bene 
fossero i primi a servirsi delle carni dei pesci delle frutta 
che venivano in mercato, e guai alPignobile che si fosse 
ardito, pagando il suo, a prevenirli, ma in chiesa nella 
casa del Dio dinmilti, essere tutti eguali, sedere in di- 
sparte in sedie curuli, cospicue, passi pure, ma starvi a 
capo coperto, era una specie di millanteria, di bravata, 
che per giunta faceva ridere. Insinuazioni indirette e 
preghiere dirette restarono inutili. Figuratevi : cedere un 
privilegio antichissimo ! II Vescovo pose mano a cio che 
credeva piii eflficace, ed una lite in tutte forme fu in- 
tentata presso i Tribunali laici ed ecclesiastici. Ma i 
giudici delle due giurisdizioni, sebbene ordinariamente 
d'accordo come galli addestrati a combattere e posti a 
fronte, present! le galline, per questa volta, per questa 
unica volta, convennero nella medesima sentenza, cio6 
che il Vescovo avesse torto. Sicch6, non se ne usciva, 
non dire la messa, o avere sugli occhi lo stecco di 
quel sei cappelli che ora piCi che mai si calcavano vit- 
toriosi ed ironici sulle sei teste vuote di tutto, salvo che 
di ostinazione, de' gentiluomini. 

Pensandovi su, venne al Vescovo una buona idea. 
II privilegio portava che i nobili aveano bene il diritto 
di tenere il capo coperto, ma solo quando il Vescovo 
tenesse anch'egli la sua mitra in capo. Come questi se 
la toglieva, ed essi doveano torre il c«ppello. E ne'giu- 
dizii trattati questo punto era stato molto ben discusso 
e gli avvocati del Vescovo avean detto chiaro che se 
gli venisse fatto di provare che i suoi avversarii erano 
stati un minuto secondo col cappello, mentre egli era 
senza mitra, la causa era bel la e guadagnata. Ma non 
si pot6 provare, ed il prelato stesso fu il primo a con ve- 
nire che per questa parte il privilegio era invulnera- 
bile. Sicch^ i gentiluomini restarono avvisati dell'im- 
portanza giuridica dell a cosa, e non prima il prete 



^ 



— 588 — 

assistente alzava le mani verso la mitra per toglierla, 
eh'essi aveuno gik levato il cappello, n6 lo rimettevano se 
la mitra non era di nuovo ben ferma sul capo vescovile. 
Un giorno di messa solenne, pontificale, i seniori 
eran gik ritti e piu incappellati che mai presso i loro 
segg"!? e vi si adagiarono appena il Vescovo si assise 
sul suo. Come 1' organo comincio a suonare ed i primi 
cantici a levarsi, il prelato disse al prete, maestro di 
cerimonie, che gli era vicino, che per quella volta di- 
menticasse il rituale e la rubrica, per quanto risguar- 
dava la mitra, e gliela togliesse e la riponesse in capo 
toiies qtwties gliene facesse cenno, senza curarsi di altro : 
e dove per avveutura ne divenisse stanco, avfer facolt^ 
di farsi surrogare in tale ufficio da un altro. Ed ecco 
il prelato che come il Giove omerico, accenna col so- 
pracciglio, e la mitra gli 6 tolta di capo, e con la mitra 
vengono giu i sei cappelli, non senza maraviglia dei 
loro proprietarii: dopo un minuto, la mitra e di nuovo 
inalberata splendida e raggiante sul capo del Vescovo 
e i cappelli si rilevano anch'essi. Non passano due secon- 
di, e la scena si rinnova ; ed a far breve, per due ore 
circa che duro la messa, mitra e cappelli furono levati 
e rimessi almeno un dugento volte. Con questo, che al 
prelato il levare e riporre della mitra, non costava che 
una lieve inclinazione di capo, laddove i gentiluomini 
che avcano ad adoperare le propric mani, e che dippiu 
stavano in sospetto non il Vescovo volesse, coglieudoli 
in fallo, procacciarsi quella tal prova e tornarea'tribu- 
nali, ebbero a sostenere una vera tor tura. Aggiungi che 
i cappelli poggiavano sopra parrucche lunghissime, 
terminanti a' lati in larghi riccioni, e dalP occipite in 
un lungo codino, il tutto pettinato e sparso per bene 
di polvere di Cipro, come per conservare il privilegio 
doveano essere anche in quel tempo che le parrucche 
erano andate giu di moda. Ora ogni levare e riporre di 
cappello dava una scossa all' edifizio. Di che awe- 



— 589 — 

niva che la polvere si alzava, e fatto un nembetto in- 
torno agli occhi, ricadeva siigli abiti; i capelli uscivano 
dal loro sesto, i ricci sgomitolati pendevano sulle guan- 
ce, anzi ad uno accadde che nel togUersi in fretta il 
cappelio, la parrucca tirata gli si arrovescio addirittura 
sul capo, ed il codino dalla nuca gli ricoraparve in 
fronte a foggia di corno. 

SiccM per quella inattina almeno, i gentiluomini 
tornarono a casa poco coutenti del loro privilegio. 

Non passarono due giorni e fii lo stesso, ed anche 
peggio in altra messa. La mitra e i cappelli fecero 1« 
loro evoluzioni in alto ed in basso, con la medesima 
frequenza, gli stessi fastidi e la giunta delia visibile 
soddisfazione del popolo, che avea compreso e teneva 
natnralmente dalla parte del Vescovo. 

— Monsignore, sal to su un prete piu scrupoloso 
degli altri, el la lo far^ a fin di bene, ma le dico, per- 
doni, che tutto questo non mi place pun to.. 

— Che cosa non vi place, figliuolo ? 

— Ma questo convertire la casa di Dio in campo 
di lotte un poco... 

— Un poco che? 

— Non serie. 

— Non serie c anche poco : se diceste ridicole ad- 
dirittura, direste meglio. Lo so, e me ne duole, ma non 
6 mia colpa. E forse cosa seria il privilegio de' nobili ? 
E come lo difendono in modo ridicolo, se io per combat- 
tere il ridicolo fo ridere, dove non si dovrebbe, vi 
sono sforzato. E il caso dell' abi/ssus abyssiim invocat. 

Corrieri furono spediti a Napoli per chiedere che si 
avesse a fare agli avvocati de' gentiluomini. Risposero 
tenessero fermo : s' ingegnassero come potevano, ma 
guardassero bene che la era una trappola in cui volea 
tirarli il clero : parere strano che sei rampoUi di nobi- 
lissime famiglie dovessero sbracciarsi come facchini e 
sconciare le loro parrucche, per mantenere un loro di- 
ritto, ma pure la cosa star proprio in tali termini. 



— 590 — 

Sicch6, dircte, non potendo vincerla, si contenta- 
rono di ndire la messa, come og'iii altro cristiano? Li 
eonoflcereste poco , preferirono, per conservare illeso il 
privilegio, almeno nelP astrattezza del diritto, di non 
andare in chiesa alia messa solenne. 

0)8i il Vescovo non vide pin i loro cappelli, ma fa 
anche privo deH'onore della loro presenza, di che gV in- 
crebbe moltissimo. 

V. 

Narrasi che in una delle notti che il povero Vescovo 
era intento alle sue orazioni, o per avere la mente troppo 
elevata, o lo stomaco troppo vnoto, ebbe come a dire 
una visione, come ne avean sempre prima gli uomini 
pii e devoti. Vide una donna grande, non bella, ma 
molto imbellettata, di forme massicce, e di un piglio fra 
il serio e Taccigliato. Al collo avea un nastro che le 
tenea sospesa sul petto una borsa, che discernevasi 
piena di danaro. In una mano avea una zappa od altro 
istrumento da rimuovere la terra, nell'altra come un 
fiore, ma invece di fiore non era che una piccola kn- 
cora di nave. E fuori da certe ampie scarselle, le usci- 
vano a centinaia carte monetate e lettere di cambio di 
ogni colore e dimensione. II prelato non le avea ancora 
chiesto chi fosse, che costei gli disse — lo sono una 
scienza importantissima, anzi la sola importante di que- 
sti tempi, I'Economia politica o sociale che ti piaccia 
chiamarmi, e mi propongo il car itate vole e solo civile 
uflficio di arricchire gli stati, merce la soluzione di certi 
problem! intorno a' quali veramente mi aflFatico indarno 
da' tempi di Aristotile a questa parte. Intanto ho a do- 
Icrmi al tutto di te, e sono vcnuta ad ammonirtene. 
Come ti entra in capo, prete stolido, di sciupare tutto 
quel che hai co' poveri ? Sai tu bene quel che ne de- 
riva? Cresci I'ozio, distogli la gente dal lavoro, chichi 
pu6 avere di che vivere senza lavorare, non se ne cura 



— 591 — 

punto : scemi cosi I'opera del la produzione e fai eontro 
alle mie leggi. 

— Signora no, rispose il Vescovo, perche se io dono 
a' poveri, non vuol gik dire che lo fo ad occhi chiusi : 
ci guardo molto bene, perche capisco anch'io che a soc- 
correre dove non 6 bisogno, si lascia di soccorrere dov'6. 
Spero che le verity che state pescando da 'tempi di Ari- 
stotile, non siano tutte cosi fresche e peregrine. Avreste 
per caso un rimedio come restituire la vista agli orbi, 
le gambe o le braccia a chi le ha monche ? Sapreste 
dirmi a qual lavoro puo applicarsi un bambino orfano 
di padre e madre? E senza questo, potreste dirmi di 
grazia come si fa a trovar lavoro conveniente e lucra- 
tivo a chi ne ha voglia ? 

— A quest 'ultima cosa sto pensando, ma ancora 
non mi ci raccapezzo bene. 

— E quali cose infine avete trovato ? 

— Certi sistemi e regole, che tu non puoi intendere. 
Ma, prete testardo ed incredulo, giacch^ ti si deve dire 
il perche di tutto, sappi che io non guardo che a due 
cose : al prodotto ed alia consumazione. Se si consuma 
pill di quanto si produce, 6 miseria, come 6 ricchezza 
il contrario. 

— Grammerc6 di quest'altra sottile e profonda sen- 
tenza. 

— Sicch6 de' tuoi ciechi o storpii non ho che fame, 
se nulla producono. Fonda, se vuoi, un ospedale, e 
cacciaveli deatro perch6 vivano o muoiano come possono, 
ma la tua 6 una piet^ ipocrita e dannosa, perch6 con- 
suma i capitali. E il capitale, sappilo, 6 per me cosa 
sacra, trovato tale in tutti i celebri sistemi che ho pro- 
vato, sia nel fisiocratico, sia nel commerciale o mer- 
cantile che vuoi dire. Senza che^ non lo sapete voi altri 
preti, che solete dire che senza danaro non si canta 
messa? Ora anche nella tua testa di zucca puo facilmente 
entrare che un capitale mangiato ^ un capitale per- 



t 



'■\ 



^ 592 - 

duto. Lascia che di questi inutili muoiano tre, qiiattro, 
venti trenta mila air anno, e vedrai se gli altri tro- 
ve ranno lavoro. 

— Quanto a farli inorire, poi, non mi dA. il cuore. 

— II cuore? che cosa 6 il cuore, e che ha vedere 
con la ricchezza nazionale? Non so chi mi tiene che 
con questa zappa... 

Ma a dir questo, come se avesse visto qualche 
cosa di spa vente vole, la donna volto le spalle ed ando 
via. E il prelato, fattosi a vedere di che la si era spa- 
ventata, vide una vaga fanciuUa, tutta raggiante di 
luce, che avea scritto in petto, a lettere di oro, Carita. 
La fanciuUa aperte le braccia, volea abbracciarlo, ma 
Monsignore, essendo bellissima, dubito non fosse una 
tentazione per indurlo a consentimento di peccato.Sicch6 
fece uno sforzo per fuggire, e la visione ebbe termine. 

VI 

Un giorno il buon Vescovo era in chiesa, e sedeva 
nel confessionale. Tutta modesta, compunta, con il dolore 
de' peccati che le si leggeva sul viso, per altro bellis- 
simo, ombrato da un velo nero che vi scendea dal capo, 
una giovinetta s'inginocchio umilmente ad uno degli 
sportelli. Quando il Vescovo pot6 accommiatare una vec- 
chia pinzocchera ch'era dall' altro, e che lo seccava coi 
suoi scrupoli, si volse, per udire, attra verso la fitta rete 
di rame, la giovinetta. Se non che costei, in luogo d'in- 
cominciare dal confiteor, gli disse proprio, senza pream- 
boli : Monsignore, io non son venuta per confessarmi a 
lei, com'^ solito, ma per darle una preghiera. 

— Preghiera a me? E questo 6 luogo di parlarvi 
d 'altro che di penitenza ? 

' — Capisco, ma non ci ho rimedio. Ella Monsignore, 
conosce certamente il figliuolo del signor.... Enrico, quel 
giovane non brutto certamente, anzi... e poi che dicono 
tanto istruito... e cosi gentile. 



— 593 — 

— II che vuol dire, che non solo si ha a parlare 
qui di cose estranee al luogo, ma anche della dottrina 
e gentilezza del signor Enrico? 

— Spieghero subito. Monsignore, sopporti un poco a 
pazienza. El J a ha a sapere che con questo giovane, non 
so se dico chiaro, ci vogliamo... nn gran bene. 

— Altro che chiaro ! 

— E mi ha fatto richiedere a mio padre, ma questi 
non ha voluto, perch6 dice ch'egli per nascita non 6 
mio eguale. Ci6 non ostante, noi continuiamo ad amarci. 

— Figiiuola cara, 6 poi sicura dello stato del suo 
cervellino ? Le pare che in qualunque luogo, ma qui se- 
gnatamente, siano queste fandonie da venire a dir su 
al confessore, ed al Vescovo per giunta ? 

— Perdoni, Monsignore, e non mi rimproveri, 
perch^ se potesse vedermi, devo aver la faccia di fuoco, 
e sto quasi per is venire. 

— Non ci mancherebbe altro. In fine, mi puo fare 
il piacere di spiegarmi che ci entro io in queste fac- 
cende? ('on suo padre non parlo, perch^ so che 6 un 
testardo, e poi mi porta il broncio per quella faccenda 
de' cappelli in chiesa. 

— Ecco, le diro subito. Questo mio.... questo povero 
giovane 6 segno ad una calunnia balorda e bestiale, e 
mi si dice che questo piu che altro, ha invelenito Panimo 
di mio padre, che non puo sopportare che alcuno lo no- 
mini in sua presenza. Dicono che ^ un carbonaro. 

— Un che? 

— Un carbonaro, uno che fa o vende carboni; ca- 
lunnia pretta, perch6 e.sicuro che non ha mai toccato 
un carbone, e basterebbe guardare a quelle sue mani 
cosi bianche, cosi pulite. 

— Non sa quel che dice, cara mia : altro che car- 
bone: qui si tratta di una cosa orribile. 

— Cosi dev' essere, perch6 questo povero giovane 6 
ricercato da' birri, e va fuggendo, non per altro che per 



— 594 — 

essere un carbonaro. Fuggi di qua, fuggi di 1^ con gli 
sgherri a' fianchi, non trovava requie, finch6, la sua 
buona Stella, o meglio la prowidenza gli si 6 fatta in- 
nanzi sotto le forme di Nicola il suo domestico. 

— Di Nicola il mio domestico ? 

— Appunto. Pare, non so come, si conoscessero, anzi 
fossero stati insieme, come ha mandato a dirmi, in an 
luogo ove si vende quel maledetto carbone. 

— Parli piu sottovoce per carit^. E che ha fatto 
Nicola per lui ? 

— Lo ha salvato : lo ha messo in luogo sicuro. 

— Dove? 

— Nell a casa di vostra Signoria reverendissima. Ed 
io son venuta e per prevenirla, a risparmiarle la sor- 
presa, e per pregarla che voglia in mio nome dirgli.... 

Ma il Vescovo s'era levato su, come spin to da una 
molla, e senza dirle nulla, Pavea con poca galanteria, 
lasciata li a bocca aperta, egli che con le donne era sem- 
pre gentilissimo. 

Attra versa la chiesa, sale, senza punta gravity, le 
scale dell'Episcopio, si caccia neUa sua camera, scuote 
con mano quasi febbrile un campanello, e comincia a 
passeggiare in su e in giu, levardo di tan to in tan to oc- 
chi e mani al cielo. 

Piano piano, quasi sorridente, dignitoso, con la piu 
innocente faccia del mondo, salvo che il naso era un 
po'piu rosso del soli to e le gambe parevano alquanto piu 
torte, si presenta Nicola. 

— Monsignore ha suonato ? 

— Dimmi un po, vecchio reprobo, cbe ^ quel che 
mi si dice che tu hai qui, in casa mia, accolto un reo 
di stato? 

— Che reo di stato : un povero giovaiie a cui i se- 
gugi della polizia davano la caccia. 

— E non capisci, testardo, cospiratore ostinato ed 
incorreggibile, che io sono gik abbastanza in pericolo 



— 595 — 

per tenermi in casa un vecchio settario come tu sei, che 
ne tiri dietro un altro? 

— La colpa, se colpa ci 6, e tutta di vossignoria. 

— Come sarebbe a dire ? 

— Ma non mi ha sempre insegnato che i giuramenti 
bisogna rispettarli ? Non mi ha detto, e quel ch'6 piu, 
fatto vedere con centomila esempii, che bisogna soccor- 
rere gli sventurati? Questo giovane 6 sventurato, ap- 
partiene, ne son sicuro, perch6 fra noi abbiamo segnali 
e parole di riconoscimento, ad un partito politico in cui 
io sono, ed i cui seguaci io ho giurato soleunemente di 
soccorrere ed aiutare. 

— Guarda chi ha a parlare di politica e di partito. 

— E perch6 non sono uomo forse io ? 

— E dov' fe questo bel mobile, dove I'hai cacciato ? 

— Oh, molto vicino. 

Nicola exit: rientra dopo un momento menandosi 
dietro un giovane a cui Dio, secondo i credenti, o la 
natura secondo gli atei, avean fatto dono della piu sim- 
patica, franca e ridente faccia che si possa pensare. 

— Monsignore, Pamico qui mi ha detto ch'ella, per 
la sua benefica carit^, notissima a tutto il mondo, 6 
contenta di darmi un po' di ricovero. Senza questo esser 
quasi chiamato da lei come mi ha assicurato V amico 
(il quale intanto chinava gli occhi modestamente a con- 
templare il pavimento) non sarei venuto a darle disturbo. 

— Io veramente non ho saputo di questo fatto 
che ora appunto da una giovinetta nel confessionaLi. 

— La mia Carolina ! 

— Se Io avessi saputo prima, vi avrei forse detto 
che qui non siete piu sicuro di al trove, e che espormi 
a finirc come il vescovo di Vico Equense impiccato, se 
non Io sapetc, per causa politica, e questo per colpa 
vostra e del vostro amico, posso subirlo, ma non esserne 
con ten to. 

— Quando e cosi, vado via subito. Meglio la car- 



i 



- 5S6 — 
cere che il porre & pericolouna perso 

— Non vi dico qnesto : sono ben 
velo, ecredevo mi conosceste quanto I 
spettarDB an istante. Ma come, perchj 
in corpo questa smania settaria? che 
abbiate a penuire alia politica, roi un g 
siete piu bambino che nomo, che siel 
ginnta gik innamorato ? 

It giovane osservo che le parole era 
pinttosto alta, ma la faccia del bnou ( 
adegrno, era atteggiata a commiserazio 
rispose — Monaignore illuatrissimo, ' 
Cristo ed osservante del auo Vangelo, 
crede che 6 opera piu meritoria poltrire 
vitu, che desiderare la Ince per tntti : 
del viver libero e civile. 

— Fatemi il piacere di tagliar ne 
scorsi. Certo che qui non siete al sicui 
vostro pericolo non mi agita pin di qu( 
Questa sera quesCo vostro amico, questo C 
equivoche, vi condorrA alia chiesa del 
i mouti ; scrivero al parroco, che 6 ana 
sona perch6 vi alberghi, vi nasconda c 
e vedro intanto che si puo fare per p 
spetto. Anche avessi a correre il perico 
dere un cospiralore terribiie e perico 
in questo del mio domestico, che per j 
riascilo neromeno nell' antica e perpeti 
contro le vivande ed il huon vino, che 
tnto conquistare. Entrate qui n-sUa mie 
il luogo piu sicuro. Questa sera andre 
volete un libro... ma a proposito, avete 

— Ne ho, monsignore, ma non la 
dell'offerta. 

Quando veune la sera, al giovane 



- 697 — 

voile baciargli la mano, il buon prete gitto le braccia 
al collo e lo benedisse. Ma non valsero rimostranze : voile 
per forza che mettesse in capo un cappello a nicchio e 
sulle spalle nn cappotto da prete che, se non era Punico 
che avesse il Vescovo, era certamente ben vecchio. 

Nicola accompagno, torno e si chiuse nella sua 
stanzetta con una gran paura. II mattino seguente fu 
chiamato piu presto del solito. 

Ci siamo, disse. In fatti trovo 11 Vescovo che si di- 
spone va a scendere in chiesa e che con faccia travolta 
gli disse, anzi gli grido queste formidabili parole — Ni- 
colo, ieri mi hai dato modo di fare una buona opera. In 
compenso, ti coneedo diuiani che e Domenica, di fareun 
buon pranzo e here il doppio del vino ordinario. E se 
mai per cospirazione contro lo stato t'avranno un gior- 
no ad appiccare, ti proraetto fin da ora che preghero 
per la tua anima nel santo sacrifizio della messa. 

ATnen^ rispose il povero Nicola. 



— 598 — 



UN'ALTRA PAZZIA E NON KARA. {^) 

(BOZZBTTO) 

Verso Pimbrunire di un bel giorno di state, Fede- 
rico, un giovane de'piu eleganti che vi fossero, si avvici- 
nava al portone di una casa della strada Santa Lucia. 
E chiesto il portiere se era visibile il signor Cristofaro 
ed udito di si, col cuore che batteva; e le gambe che 
non stavano molto salde, faceva il durissimo calle delle 
scale. Quivi abitava Chiarina, una giovinetta di cui 
viveva amantissirao, il che gli avrebbe infiorato ed il- 
legiadrito molto le scale, ma abitava pure uno zio di 
lei, a cui s'avea a pari are, il che gliele faceva duris- 
sime, pel dubbio in cui era dell'umore del vecchio. 
Giunse infine, ed era aspettato ; un domestico muto 
come un ghiro, lo introdusse nello studio del signore, 
che presto sarebbe venuto. Lo studio era una piccola 
cameretta, quasi tutta ingombrata da una enorme ta- 
vola, che spariva anch'ella sotto mucchi di libri, di 
carte, di calaraai giovani e vecchi, veteran! ed in ser- 
vizio. D. Cristofaro era medico. Federico comincio a 
vedere qualche cosa di bianco sopra un armadio : guarda 
bene, erano due teschi di uomo. N'ebbe un po'di ribrez- 
zo, e gli parve curioso che si avesse a parlare di ma- 
trimonio in una camera si lugubre. Dopo qualche mo- 
mento, ode una ricercata di note sul pianoforte in una 
stanza vicina, e questa volta gli balzo il cuore, perch6 
capi che usciva dalle mani di Chiarina. Come il suono 
gli veniva dalle spalle, si volse per vedere se ci era 
qualche porta. Che porta ! lA appunto, ritto, bianco mi- 
naccioso, vicino, sul suo capo quasi era un lungo 



(^) Mi pare basti a provare quanta disposizione 1*A. avrebbe 
avuto alia novella e al romanzo (V.) 



— 5d9 — 

scheletro di uomo : e come una voce terribile impose 
silenzio a chi suonava, Federico avrebbe g^iurato che 
I'avesse mandata lo scheletro, il quale ora pareva di- 
grignasse i denti, e volesse soUevare il suo braccio di 
osso a schernirlo. Gli occhi ci'.estri e i capelli biondi 
e la fronte e la bocca sorridente di Chiarina erano per 
tramontare, ed egli per uscir dalla stanza, e dire che 
sarebbe tornato altra volta, di giorno almeno, quando 
la porta si apri, ed il dot tore comparve. Burbero e dif- 
ficile, come se I'aspettava il giovane, in quel pun to 
sarebbe stato il benvenuto, ma D. Cristofaro era anzi 
un vecchietto piacevole, franco, di modi aperti, sebbene 
non mancasse di certa scaltrezza. — Sicch^, signor 
mio, come si ha ad intendere la cosa eh? 6 vera una sola 
delle infinite proteste, che avete fatto a mia nipote e 
che io ho dovuto durare Peroica pazienza di leggere ? 
Avete voi Fintenzione di sposarla da vero ? 

— L'intenzione, la amania ardente volete dire : e 
se ella fosse qui... 

— Ma ella non 6 qui : questa 6 I'ora in cui suole 
studiar musica, ogni sora capite, ma io, perch6 il no- 
stro colloquio procedesse piu tranquillamente, le ho 
detto che andasse in camera sua, ella ed una diavola 
di sua cameriera. 

— Dicevo che se fosse qui, potrebbe dire da quanto 
tempo... 

— Voi fate le volte del li one sotto queste finestre ? 
questo potrei dirlo anch'io un poco, ma questo non 
mette nulla in essere. Sappiate, signor mio, che io 
sono suo zio, e suo tutorc ancora, che egli e a me che 
voi avete a rispondere, e che io ho il dovere dal sau- 
gue e dalle leggi di esaminar bene il pro ed il contra 
prima di decider nulla. 

— Io credevo aveste gi«^ esaminato. 

— Sig-nor no : ho bene raccolto cosl alcune inda- 
gini sommarie, ed in fretta, come a dire, so con qualche 



^ 



— 600 — 

precisione la vostra et&, le compagnie con etd bazzi- 
cate, i luoghi che frequeatate, i libri che leggete, quel 
che scrivete, quante volte siete stato infermo, le me- 
dele e i medici che vi haniio guarito, i domestici che 
avete tenuto.... 

— Sapete tutto questo? 

— Quanto spendete al giorno, ed in che, quel che 
asate mangiare, a che ora andate a letto, quando ne 
usoite, chi 6 il vostro sarto, il calzolaio, chi vi rade 
la barba... 

— E chiamate queste delle sommarie inform azioni, 
prese cosi in fretta ! Ma se vi giuro che sapete de' fatti 
miei piu che non ne sappia io stesso ? 

— Questo era il mio dovere, amico caro. 

— Sia pure : ma infine dacch6 sapete tutte queste 
cose, che ne ho a conchiudere? 

— Che naturalmente ci sono non pochi dubbi, che 
con vostra licenza, vi esporro. In primis, di voi mi 
spiace il continuo aggirarvi che fate ne' caff^, un per- 
di tempo... 

— Io ci vado per leggere i giornali. 

— I giornali si leggono in casa, e il denaro che 
gittate ne' cafiPfe vi puo molto piu utilmente servire a 
comprare 1 detti giornali, che sempre son buoni a qual- 
che cosa. Avanti : e che risponderete del vostro peren- 
ne, indomabile vezzo, anzi pazzia, di andar adocchiando 
questa e quella, e scriver letterine dichiarandovi inna- 
morato matto di tutte le giovani che vi son capitate 
davanti ? 

— Rispondo che 6 una solenne bugia di qualche 
malevolo. Non nego che ho scritto letterine, ma in fine 
non sono state piu di due o tre al mese, quando dovete 
convenire che ho veduto sempre assai piu di due o tre 
donne, non so come dire: epistolobili. Sicch6 facendo 
il con to, questi amoretti, tutti cosa leggiera, platonica, 

non sono stati in vita mia piu di un c«ntinaio. 



— 601 — 

— Bagattelle I 

— Ma appunto perche sono stati tanti, ed hanno 
durato cosi poco, intendete che erano fuochi di paglia. 

— Quel che non intendo 6 come dovrei fare ad as- 
sicurarmi che I'amore che dite di avere per mia nipote, 
non sia anch'esso una cosa leggiera, platonica, od un 
fumo di paglia. 

— L'amor mio per Chiarina ! Ma D. Cristofaro, non 
sono qui, innanzi a voi, in questa stanza, che 6 piu, 
per chiedervela in moglie ? o vi han pur detto che io 
ho sposato tutte le donne che ho trovato per via ? 

— Via, questo 6 in certo modo convincente. Ma 
dopo questa vaghezza di amor platonico, o di paglia 
come voi dite, ci 6 altro, che da vero, se ne avro piu 
certe notizie, e sono appunto queste quelle che aspetto, 
mi vieta in coscienza di concedervi la mano di mia 
nipote, che, in parentesi, vi prego di non chiamare Chir.- 
rina, cosi come se vi fosse da vero moglie da un pezzo. 

— Che 6 quest 'altro ? 

— Eh, amico mio, qui poi mi troverete uno scoglio, 
un monte di metallo. Mi han detto che voi leggete ro- 
manzi, e quello che e piu scandaloso, versi, e quel che 
poi sarebbe orribile, che vi siete provato a fame ? 

— D. Cristofaro, sign or Zio, ch6 gik vi ho come 
caie* • • 

— Non ci 6 Zio che tenga : se sapro che avete 
letto romanzi, vi terro in prova tanti anni per quanti 
di questi sciagurati libri avete veduto ; se sapro che 
avete scritto un solo sonetto, anche di quattordici versi, 
cere ate vi una moglie dove volete. 

— Dio mio, come siete crudele ! vi confessero il 
vero : romanzi ne ho letto, non posso negarlo, ma di- 
sgraziatamente son tanti che se voleste farci aspettare 
altrettanti anni, bisognerebbe che voi, vostra nipote ed 
io vivessimo tre volte quanto Matusalemme. — Quel 
che posso promettervi e di non leggerne piu mai. Versi 

88 



— 602 — 

poi non ne ho fatto, e posso vantarmene, e voi per- 
derete il tempo cercando su questa materia. Eccovi la 
verity, come ad un confessore. 

— Via, dunque, per ora vi dico cosi in generale, 
che forse un tempo propendero ad acconsentire... 

— Quanto ve ne son grato ! 

— Lasciatemi la mano : mi par giusto che voi veg- 
giate qualche volta intanto raia nipote, che, con licenza 
della modestia vostra, parmi non vi odia... Verrete qui 
i Giovedi e le Domeniche a quest'ora ; se io non sono 
in casa^ aspetterete in questa stanza... 

— Non si potrebbe in un'altra? 

— No, in questa. Se io ci sono, o quando io ritomo 
me presente vedrete un poco colei. Giovedi prossimo 
vi presentero. Per ora, buona sera. 

Surse, e spinse in fretta la porta, per togliersi pro- 
babilmente alle espressioni di grazia del felice amante. 
Ma forse ebbe a pentirsene, perch6 la porta aperta cosi 
improvvisamente lascio vedere i contorni di due vesti 
color di rosa, che non erano state soUecite di dileguarsi 
dietro Pimposte della stanza seguente, il che avrebbe 
potuto indurre nell'ospite il sospetto, lontanissimo dal 
vero per altro, che hi rilegazione di Chiarina e della 
sua cameriera in una stanza molto remota, avea potuto 
non esser cosi fedelmente osservata. 

Pensate se a Federico non pareva mille anni di 
raccontare Pesito felice di quel coUoquio da lui tanto 
temuto. Nell'empito della gioia abbraccio Eugenio, il 
primo amico che g*li si paro innanzi, il quale uditolo, 
di6 in un gran sospiro, e voltati gli occhi pietosamente 
al cielo/te beato ! gli disse, a me invece tocca.... ma 
lasciamo stare questi discorsi, non voglio intorbidare 
la tua felicity. 

— Che ci 6, amico mio ? disse il felice Federico, 
che era tanto lieto, che gli pareva poter i non dare di 
letizia tutto il mondo, sei anche tu innamorato, e forse 
men fortunato di meV 



— 603 — 

— Anzi, infelicissimo. Amo, come al mondo non 
si ^ mai amato, ed ella... ella mi odia ! 

— Possibile ! chi 6 ? vediamo, confidati a me, sappi 
che io son ben pratico di queste faceende : pensa, ho 
fatto stare a segno D. Cristofaro, un dottore con due 
tescht ed uno scheletro in camera. 

— Basta, poi ti diro, ti preghero di aiuto, ma son 
ben certo che non ne caveremo nulla, nulla. 



II 



A capo di tre o quattro giorni, il dottor D. Cristo- 
fai-o con la sua vezzosa nipote Chiarina dagli occhi 
azzurri e dai capegli biondi, erasi condotto a far visita 
a un suo amico D. Ambrogio padre di una Beatrice, 
giovinetta bellissima, per occhi neri e grandi, e certe 
labbra di corallo, che erano una maraviglia. I due vec- 
chi erano a ragionare del tempo, della malattia del- 
Tuva, del colera, e di simili altri giocondi argomenti; 
le due donzelle erano presso una finestra, che rispon- 
deva in un giardino, nel cui mezzo era una vaschetta 
con alcuni bei cigni che vi nuotavano dentro. 

Gli occhi azzurri di Chiarina e i neri di Beatrice 
guardavano per verity quel cigni, ma i loro pensieri 
e il loro discorso erano altrove. — Sicch6 a tuo Zio la 
cosa and6 a sangue, mi pare ? 

— Almeno, ma poi chi sa ! 

— E tu non vi metti nulla del tuo, non gli fai un 
po di ressa se egli ti pi ace. 

— Io non ho detto che mi place : certamente un 
marito bisogna pigliarlo, e non si puo aspettare che ti 
scenda dal cielo. 

— Infine, Io sposeresti, senza esserne per altro 
matta di amore, e n' hai ragione, perchfe per esser 
matta d' amore io credo bisogna esser matta di senno. 

— Beatrice mia, confesso che se io fossi uomo mi 



■^ 



— 604 — 



lascierei facilmente prendere a quel tuol occhi cos) 
vezzosi, senza sospettar pun to che tn hai un'opinione 
cosi prosaica intorno all'amore. 

— Vedi, ti diro un segreto. Tre giomi dietro vidi 
in istrada un giovine che mi ronzava intorno, e mi 
seguito fino all' uscio di casa, poi lo rividi 11 di se- 
guente sotto le finestre, sicch6 mi parve che avesse 
qualche pensiero, e gik io, io Pamo quasi, e veggo- 
bene che se egli mi richiedesse a mio padre, non me 
x^e starei cosl fredda, come tu fai. 

— Ah capisco... ma che cosa 6 questa? un uomo 
che scavalca il muro del giardino, fosse un ladro ! 

— Vieni, sta cheta, e celiamoci qui dietro al muro: 
credi che i ladri vengano di giorno ? 

— Ah, mi par di conoscere il galantuomo. 

II quale era non altri che il nostro amico Federico, 
che sceso nel giardino si avanzava guardingo e cauto 
fra gli alberi fin sotto la finestra che era poco alta dal 
suolo. Quivi giunto, gitto nella stanza una letterina, 
che fu raccolta dalla Beatrice, mentre Chiarina fattasi 
dopo un po' di esitare innanzi, si presento agli sguardi 
stupefatti, addolorati^ inorriditi del fuggitivo. 11 quale 
capl a volo ch'era necessaria una spiegazione, e torno 
sotto la finestra. 

— Benissimo, signor mio, questa, se non vado er- 
rata, 6 la c^ntododicesima lettera, perch6 100 confes- 
saste a mio Zio di averle scritte ad altre, a me 11 e 
questa 112. 

— Amor mio, vi supplico di non giudicarmi prima 
di udirmi — fece il povero diavolo da sotto la finestra, 
quella lettera non 6 mia. Sapete bene il carattere. 

— Queste fandonie andate a ricantarle a chi le 
crede, e fate presto perch^ gid non so chi mi tiene che 
non fo accorrere mio Zio e il padrone di casa. 

— Chiarina, idolo mio, (D. Federico era della scuola 
di Metastasio) mi dorrebbe di essere scoverto dal vostro 



— 605 - 

rispettabile Zio in questa posizione un po* dnbbia, ma 
per amor del vero, e per togliervi ogni sospetto, se 6 
necessario, verr6 io medesimo a chiarire la cosa. 

La risposta della sdegnata fancixilla fa il vol tarsi a 
Beatrice, e dirle : chiama dunque tno padre, e mio Zio. 
— Per carit&, non fare scandali, Chiarina: fa quella 
di Beatrice, e I'arrampicarsi sul muro, e balzare nella 
stanza risolntamente, quella di Federico. 11 che sgo- 
mento per modo le due fanciulle, che sarebbero fuggite 
a cercar aiuto a' due vecchi, se questi, udito il diverbio, 
non fossero accorsi. A D. Cristofaro che guardava con 
occhi pieni di furore, e a D. Ambrogio che parea piii 
maravigliato che altro, egli la prima cosa striscio una 
profonda reverenza, poi rivoltosi al primo, — signor 
Zio, gli disse, lo son qui a difendermi da vostra nipote 
che mi accusa di avere scritta la centododicesima let- 
tera alia figlia di questo rispettabilissimo Signore : 

— A mia figlia ! 

— La lettera 6 qui : vedete un po* se h mio ca- 
rattere. Vero 6 che io I'ho recata, ma fu per far piacere 
ad un mio amico cosi buon giovane, quanto timido, ed 
amante disperato di questa signorina. 

— Non so per altro, se avete pensato, padron mio, 
che in questo mestiere che cominciate con tanta leg- 
giadria, si corre il rischio di ricevere delle buone ba- 
stonate, sclam6 Tinfuriato padre. 

— Amico mio, non andar in furia, lascia che io trovi 
il bandolo di questa matassa, rispose il dottore, ed in- 
forcatosi gli occhiali con la gravita e prudenza di un 
giudice, la prima cosa, lesse la lettera. 

— Poi si volse a Beatrice : conoscete voi questo 
signor Eugenio... ma puo ben essere che non lo cono- 
sciate : vi siete almeno avveduta di un giovine che per 
la strada vi ha guardata, seguito, datovi in fine segni 
di esser preso d'amore per voi? 

— Che diamine dite, D. Cristofaro ? mia figlia, Bea- 
trice, accorgersi di queste cose ! 



^ 



— 606 — 



— Si, me ne sono avveduta, rispose Beatrice, con 
qualche meraviglia del pap&. 

— Udite : esclamo Federieo. 

— Eh sono scuse, 6 un nome finto, ripigliava Ohia- 
rina. 

— Se credete questo, il mio amico h \k sotto il 
muro del giardino, che aspetta, posso chiamarlo. 

— Chiamatelo, dissero ad una voce Zio e nipote. 

— Ma no, fermate, in casa mia 

— Ma se uno vuol chiedervi vostra figlia, mi pare 
in casa yostra debba venire, D. Ambrogio: vediamo 
an po' di che si tratta, in fine potrebbe essere nn buon 
partite, e gik non vi nego che questa sua timidezza, 
e Taffidarsi ad altri per mandar quella lettera, mi sem- 
bra di buon augurio. 

Tirato piu che condotto veniva in tan to Eugenio, 
che non avea potuto resistere alia foga del suo amico. 

— Eccovi lui in persona : di un poco, Eugenio, 
non b tua quella lettera, e scritta a cotesta signorina? 

— E mia, rispose con voce cupa ed a stento. 

— Guardate, dunque, Chiarina, che voi non siete 
molto caritatevole. 

Chiarina sorrise, D. Ambrogio si fe'piu scuro in viso, 
Beatrice piu lieta, e D. Cristofaro comincio a ridere di 
cuore, poi da uomo di mondo, e che intendeva quel che 
da lui aspettavasi, e si sentiva eguale alia situazione, 
direbbe un estetico, — qui, disse, non ci ^ da confon- 
dersi, mi pare, e da far quei visi alluugati. Chiariamo 
la cosa, voi sig. Eugenio, poich^ tale 6 il vostr<» nome, 
dite in questa lettera, di essere spaventosamente inna- 
morato di Beatrice, e vi delete che ella sia rigorosa con 
voi. Ma, amico mio, una giovinetta, come le nostre 
sono, non dee essere molto inchinevole a scambiar cenni 
e lettere, molto meno con chi non dimostri la sua onesta 
intenzione, indirizzandosi al padre, od alio zio, quando 
sia tutore ; onde non ve 1' avete a tenere per male. 



- 607 — 

Vedremo, esamineremo, e se la cosa puo andare, n^ il 
mio amico e cosi irragionevole, ii6 Beatrice cosi crada 
poi, o non 6 una donna come le altre. 

— Questo signore, salto su Federico, puo rendere 
felice qualunque donna : giovane, di bello aspetto, come 
vedete, di ottima salute, e quel che pel mondo e anche 
di piu, ricco. — A queste parole Eugenio irapallidi. 

— A meraviglia : quando^ con licenza vostra, D. 
Amb^ogio, io avr6 presa qualche contezza di lui... 

— Ob frugate pure, come vi pare signor Zio. 

— Spero che voi assentirete, non 6 vero? (D. Am- 
brogio accenno di si, ma non di buon umore) E tu, 
Beatrice, non mi farai fanciullaggini , ch6 ho 1' onore 
di dirti, i mariti non stanno legati a coppie al largo 
Oastello, intendi. 

— Ma io, rispose timidamente la povera Beatrice, 
non ho mai espresso la mi a opinione in contrario al 
signore. Se Io veggo, si puo dire, la prima volta ! 

— Non le credete, urlo con tuono tragico Eugenio, 
non le credete : ella mi odia, gik me ne ha dato piu 
di un segno, e questa piet^ ipocrita che finge di sen- 
tire ora per me, h quello appunto che piu mi strazia ! 
Voi, mi odiate, signorina. 

— Vi assicuro di no. 

— Voi mentite. 

— Padron mio, e' mi pare che infine anche a far 
questo non s'abbia il 'gran torto mia figlia. Chi siete voi 
e perch6 avrebbe dovuto uscir pazza pel primo che le 
fa due smorfie e che'poteva benissimo essere un vaga- 
bondo ? Hai fatto bene, Beatrice, figlia mia, e te ne lodo. 

— Un momento, sclamava D. Cristofaro prendendo 
per le braccia V amico. — Ma tu sei matto, dieeva Fe- 
derico cercando di trattenere Eugenio che facea prova 
di liberarsi da lui per andarsene, mentre Beatrice con 
gli occhi gonti, si stringeva a Chiarina maravigliata e 
confusa. 



■^m 



— 608 ~ 

I 

i 

— Mi odia, odiami donna crudele, avrai il content o j 
di aver formata 1' infelicity perpetua di un uomo che 
ti adorava ! 

III. 

- E gill per le scale. Non eran passati pochi minuti, 
che si udi in istrada un grande strepito di voci, di 
minacce, di grida di orrore e di compassione. Federico 
accorse presago di qualche sventura, e trovo veramente 
di che dolersi, poich^ mentre il giovane suo amico, fiii- 
gendo una gran furia, o veramente infuriato usciva dal 
portone, era state invest! to, gittato, e pesto ben bene 
in una gamba da una carrozza che trovavasi 1^ ap- 
punto a passare. L' amico D. Cristofafro, i domestici, 
i vicini gli furono attorno : anche D. Ambrogio scese, 
e prego fosse porta to in casa sua.. SuUe scale erano 
le due donzelle a cui Federico crudelissimamente, ecco, 
— disse, — a che si conduce un uomo per amor vostro, 
ingrate che siete ! Beatrice non rispose. La tenera Chia- 
rina ruppe in un gran pianto. Adagiato il ferito sopra 
un letto, D. Cristofaro come dottore comincio ad esami- 
nar la ferita, a spedire al farmacista, a far fasce di 
tela e simili. 

— Oredete che io restero zoppo? chiese il ferito. 

— Ohibo, 6 poca cosa, oltre il dolore son certo ne 
uscirete salvo. 

— Posso esser portato a casa mia ? 

— Punto : non dovete muovervi di qui. 

— Non pensate a nulla, non pensate a nulla, ri- 
spose lo spaventato piu che intenerito D. Ambrogio : 
qui siete in casa vostra, cio6 starete come in casa vo- 
stra: non vi mancher^ niente. 

La cura infatti procedeva benissimo, e a capo di 
tre o quattro giorni, egli era in via di guarirsi perfet • 
tamente. 



J 



- 609 — 

IV. 

— Eugenio, amico mio, il caso tuo ^ stranissimo, 
e, se vuoi che te lo dica, 6 un caso disperato. Ma que- 
sta ^ pazzia, pazzia bella e buona. Desiderate di non 
essere amato, e dolersi di non essere infelice I Pure se 
hai questo desiderio di trovare una donna che non vo- 
glia saperne un' iota di te, e ti dia cosl il comodo di 
fare il Petrarca o il D. Ohisciotte, fa con to che fino a 
quando avrai danari, e quella fisonomia, non ne tro- 
verai una. 

— Federico, ora che ti ho aperto il mio cuore, abbi 
piet^ di me. Ti ho ben detto che questo non 6 capriccio, 
ma che io ho preciso bisogno, per certi disegni miei, 
di una donna ingrata, superba, maligna, di che una 
volta ci era tanta abbondanza: mi dici ora che sono 
difficili a trovare, e sta bene, ma ti prego, contentati 
di quanto ti ho detto, e non voler sapere piu oltre. Per 
parlarti proprio, come si dice col cuore in mano, io sono 
stanco di sentirmi dire che sono un uomo beato. Vorrei 
un poco d' infelicity. E cosi gentile P essere oggetto 
alia compassione degli uomini ! tutti i grand! uomini 
sono stati infelicissimi : non ci 6 cosa piu plebea, piu 
goffa, delP udirti dire : beato te, e simili bale. Io penso 
aTasso, a Leopardi, a lacopo Ortis, a tanti illustri sven- 
turati, e mi si 6 fitto in mente questo pensiero, voglio 
essere compianto. Ho sperato di restar zoppo per quel- 
r urto, ma che vuoi ? ne son uscito illeso. Ho sperato 
d' indurre Beatrice ad odiarmi a furia di dispetti, ed 
ella anzi a farmi le proteste di un amore senza limiti. 
Ora sono in tue mani : non riderti di me, ma salvami. 

— Ma non ti pare che questo appunto sia una 
gran miseria, lo spasimare per esser misero ? 

— Si, ma non 6 poetica, anzi, se si sapesse, capi- 
sco che ne diverrei ridicolo. 

— Senti, ho pensato qualche rimedio : a te g\k non 



^ 



— 610 — 

preme che costei, la damache vai cercando non possa 
proprio assolutamente amarti? 

— No, anzi lo cerco. 

— Ebbene rivol^ti a Chiarina. 

— A Chiarina ! 

— Appunto : questa ti dar4 tutte le disperazioni 
che YiLoi, perch^ essendo pazzamente innamorata di 
me, intend! 

— Capisco : qual lame ! ma come fare! a dirle, a 
scriverle ? 

— il facilissimo, manda la lettera per Carlotta la sua 
cameriera, ^ una donna che non dir^ di no, te Tassicuro. 

— Tu noB ne avrai gelosia, amico mio? 

— Ti pare, ma se io ti consiglio. 

— Abbracciami. 

Si abbracciarono, e si divisero, non senza che Fe- 
derico ridesse di cuore della pazzia dell^ amico. 

n quale intanto scrisse la piu innamorata lettera 
che si fosse mai fatta, confessando se essere nell' inferno, 
perch6 sapeva presso a poco, anzi con certezza, la sua 
sorte : non poter vivere senza 1* amore di essa Chia* 
rina, e sapere che Chiarina non poteva amarlo, percio 
combattuto dair amore da una parte e dall' amicizia 
sacra, dall* altra^ aver fatto proposito di partire^ di uc- 
cidersi, e questa lettera scrivere solo perch^ ella sa- 
pesse almeno qual tempesta avea suscitato in un cuore 
cosl amante, e cosl disgraziato. 

Ed avuto la cameriera, la prego portasse quella let- 
tera alia sua padrona. Carlotta promise e porto la lettera, 
ma sospetto ch' era una preghiera a Chiarina perch^ 
avesse cercato di comporre la cosa con Beatrice. Sicch^ 
le parve bene, come donna espertissima che era, di cor- 
rere a casa la Beatrice a raccontarle di questo suo so- 
spetto. Ella era certa che la lettera era scritta appunto 
per quel fine, altrimenti, dicevale, gli avrei risposto 
io per le rime ; proporre ad una mia pari di portar 
lettere in segreto alia mia padroncina.... misericordia. 



— 611 — 

— Cosl credo anch'io, Carlotta mia, rispondeva Bea- 
trice, io non so che mi fare per persuadere quest* uomo 
che non mi 6 punto disaggradevole come egli pensa ! 

— Ma se io fossi voi, farei una cosa semplicissima, 
gli scriverei addirittura al povero giovane qualmente 
voi gli volete bene, 1' amate, e cosi tutto sarebbe detto. 

— Ah si. 

— Eh, pensa te il gran caso che sarebbe : fate una 
volta a modo mio : oggi appunto debbo recargli la ri- 
sposta della mia padrona, che consolazione sarebbe 
per lui se al ricevere la lettera di costei, che dirk di 
certo com* ella far^ ogni opera per renderlo contento, 
avesse anche un verso vostro con cui Io chiarite che 
il caso ^ fatto? 

— Ma Carlotta, il mio decoro, mio padre... se egli 
mi avesse scritto almeno 

— Ah se state su questi puntigli, ma voi non vi 
mari terete mai. Del resto io dico cosi per 1' amore che 
vi porto, ma poi fate come vi torna meglio. 

V. 

Quando si approssimava 1' ora designata che Euge- 
uio aspettava la risposta di Chiarina, egli a disegno 
avea fatto venire in sua casa alquanti de* suoi amici, 
con animo di mostrar loro la lettera che Io gittava nel- 
r abisso de' dolori, e partirsi per Roma come non po- 
tendo reggere all' idea di vivere in un luogo ove un 
altro dovesse esser felice di cio che a lui era negato, 
perchfe sapeva che quella si sarebbe scusata col dire 
che avea in cuore un altro. Gli amici vennero e men- 
tre erano a fumare un sigaro, ed a trovar tante fonti 
di felicity pel loro amico per quanti oggetti erano nella 
casa, il letto, le sedie, i libri, e simili, Eugenio con 
certa aria solenne, da qui a poco, disse, e sar& deciso 
se io saro il piu fortunato o il piu infelice degli uomini ! 
Aspettate un momento, attendo certa lettera. 



— 612 • 

La letterA non si fece aspettare, che tosto entro la 
Carlotta, e gli amici ebbero appena il tempo di appiat- 
tarsi, come egli gli prego, in un gabinetto vicino. 

— Hai la risposta? 

— Eccola, ma prima che la leggiate, ho a dirvi che 
ho per Yoi altra cosa piu preziosa assai, quest* altra let- 
terina di chl voi intendete : I'ho indotta a scrivervi^ che 
altro pu6 fare la poverina per persuadervi che vi ama ? 

— Ho inteso : addio, ri8ponder6 : per voi fatemi il 
piacere di gradir qneste, e le diede alquante monete, 
facendo di tatto per mandarla subito via. 

Ma gli amici che aveano adito, nscirono ridendo, 
e facendo le loro grandi allegrezze del buon esito della 
faccenda. Ma se non poteva essere altrimenti! se sei 
Tnomo piu avventurato del mondo ! 

— Ma non capite, cameflci, che non ^ in quella, 
ma in quest' altra lettera il segreto della mia sorte fa- 
tura ? Parvi che io non sapessi che quell* altra mi ama, . 
ed aspettassi che me lo scrivesse? Io amo Chiarina, e 
di lei 6 quel foglio 11. 

— L' amante del tuo amico ? 

— Ma in questo caso ^ bene non parlarne, perch6 
mi pare che giunga appunto. — Infatti Federico allora 
entrava. 

— Ebbene, si voglio confessarlo innanzi a tutti : 
Federico, io ho tradito la tua amicizia, un amore mag- 
gior di me stesso mi vi ha spinto : io amo Chiarina, 
le ho scritto, e questa ^ la sua risposta che non ho 
aperto. Se ella, com* 6 da credere, mi respinge con 
orrore, io n* andrd al trove a piangere suUa mia sven- 
tura, • • • se • t • 

— Ogni altra ipotesi 6 impossibile ; ma se non fosse, 
capisci bene che uno di noi sarebbe soverchio nel mondo, 
rispose con una alterigia e un sangue freddo Federico, 
che proprio gli faceva onore. — Apri la lettera. 

— No, no, fecero gli amici. 



- 618 — 

— Apri la lettera. 

— L' aperse e lesse : « Signer mio, quel che mi 
avete scritto, vi assicuro, mi ha fatto non poca mera- 
viglia. Venite subito a trovarmi : mio Zio 6 uomo dab- 
bene. Quanto all' amico vostro, non credo mi ami tanto 
da uscirne pazzo, ed io in og-ni con to sarei infelice se 
vol o aveste a partire da Napoli, una cosi bella cittd? 
o peargio ad uccidervi por cagion mi a, come dite. Sic- 
ch6 prima che vi conduciate a questi estremi, sappiate 
che t&rk quanto puo per voi la vostra obbligatissima 
serva, Chiarina. » 

— Corpo del demonio, sclamo Federigo, colpendo di 
un gran pugno la tavola sopra la quale dalle mani 
dello stupidito Eugenio era caduta la lettera. — Per un 
pezzo restarono tutti muti, chi per lo stupore del fatto, 
chi per lo stupore di vedere quel due che si guar- 
davano in viso come allocchi — Donna iniqua, razza di 
viperel ricominci6 il povero Federico, il quale nel bol- 
lore dello sdegno sciorino ogni cosa, come quella era una 
finzione, che per altro avea chiarito V animo di questa 
signorina, con tanta sua roeraviglia. 

— Hai fatto con assai poca prudunza, rispose uuo 
dei tre, non sapevi che costui 6 V uomo piu felice del 
mondo ! 

— E se vuole essere assolutamente sventurato, 
gV insegnero io : sposati da vero a cotesta civetta, te 
ne dar^ qwanto basti. Sposala, te ne prego, ti giuro 
che r amore che le porta va se n' 6 andato in fumo. 

Eugenio rispose a tutto cio p.irtendo per Roma. 
Gli amici lo accompagnarono fino alia diligenza ridendo, 
e Federico sposo la Beatrice, lasciando che Chiarina 
si facesse gluoco doll' amore di qualche altro cosl cru- 
delraente, come avea fatto del suo, e come mai non 
si sarebbe aspettato dalla ingenuity di quel suo viso 
con gli occhi azzurri e capolli biondi. 

1854. 



— 614 — 



SAN VITALE 
ALLA TOMBA DI G. LEOPARDI 



* Innanzi tutto, mi par bene dichiarare che io nel 
mondo non fui il mio omonimo, beato anch' esso, che 
il 1112 fondo il monastero di Savigny, a cni die' la 
regola di San Benedetto, che allora, 6 da credere, non 
era scritta solo a danno delle carte, come la trovd Dante 
dugento anni dopo. Io fui soldato e poi martire in Ra- 
venna neU'anno 62 dell'era cristiana. II che vs, detto 
per ispiegare come le chiese di S. Vitale che si trovano 
a Roma, a Milano ed in altre parti, farono a me de- 
dicate solo per essere italiano e piu antico, ma non 
piu santo dell'altro ; che io le visito spesso e le veglio 
amorosamente, specie in tempo di tribolazione ed an- 
gustie. E tempo di tribolazione e grande era nel 1837 
in Fuorigrotta presso Napoli,. ov'6 una mia chiesa, ed 
io ci era venuto per confortare in ispirito le vittime che 
mieteva a migliaia an nuovo e terribile flagello, il co- 
lera. Ed ecco la sera del dl 15 del mese di giugno, veggo 
ginngere, a notte alta, tre carrozze,delleqnalianaportaTa 
una cassa mortuaria. Con la mia vista sopraimatarale, 
anche senza leggere Io scritto che vi era, incontanente 
intesi e fui certo che in quella cassa era hi sal ma di 
Giacomo Leopard! , che si veniva a seppellire nella chiesa 
per Topera pietosa del suo amico Antonio Ranieri ; e 
maravigliai come questi avesse potato vincere le dif- 
ficolt& che ci erano, perch^ per cagione deirepidemia, 
nessun corpo morto era lecito accogliere nelle chiese, 
ma tutti venivano senza distinzione orribilmente git- 
tati in una fossa al cimitero, confusi e destinati a im- 
pntridire nella calce. 



- (i15 — 

« In un angolo del portico della chiesa, dove fu 
sotterrata la salma, dopo qualche tempo, sempre per 
opera del medesimo Banieri, snrse un bel monumento 
di scelto marmo, disegnato da un celebre ingegnere. 
Una lapide chiusa in adorna cornice, poggia sovra un 
basamento, sormontato da un triangolo di stile pura- 
mente classico. Sulla lapide h scolpita una iscrizione di 
Pietro Giordani, e non mancano i simboli dello studio 
e delPeterno, la lucerna ardente, la civetta cbe veglia, 
la farfallla ; ed in alto e intorno, rami di lauro e di 
querela. 

« A me riu8ci gradito questo tramonto di un grande 
in Napoli, nell'ossequio de' Napoletani e fra le braccia 
di amici a tutta prova, cbe gli confortarono gli ultimi 
anni della travagliata vita, e questo riparare del suo 
corpo all'ombra della mia chiesa. II titolo di questa 
non potevo cederglielo, percbfe propriamente non fu 
de'beati n6 de'santi del cattolicismo, ma ho ben con- 
sentito cbe la spaziosa piazza cbe le sta innanzi e Tam- 
pia via cbe venendo da Napoli attra versa la cittadina, 
e cbe erano dette piazza e strada S. Vitale, togliessero il 
nome di piazza e strada Giacomo Leopardi. 

« Questo da parte di un santo riuscirii strano a 
taluno per le opinioni antireligiose deU'efltinto, ma io 
vidi che la massima sua infelicity era quella di non 
conoscer se stosso e la sua propria grandezza. 

« Si diceva vittima di una natura madrigna cbe 
impone il dolore universale, vittima del 

« brutto 
Poter che ascoso a coniun daiino luipera; 

credeva nella infinita vaiiita del tutto, ma in tanta de- 
solazione non chiese uiai a se stesso dondc e come gli 
brillo nell'anima quella sfolgorante idea di una bel- 
lezza, che aminiro nell' universe d.il sole e le stelie 
aUa foglia di rosa ed a'cespi delle ginestre. E quando 



^ 



— 616 — 



con Parte in cui spese tutta la vita, voile evocare e 
seppe aggiungere altre forme di bellezza a quelle tante 
che pure intuiva non perfette, perch6 la sua possente 
immaginazione non rimase contenta ? Intravvedeva una 
bellezza piii grande ancora? e quella fiamma di amor di 
patria per cui sempre cant6 gli eroi che le aveano date 
il sangue ed incitava 1 suoi concittadini a combattere 
per la loro ; e quella sudata virtude, sovrastante al fem- 
minile ozio, che ammiro nel vincitore del gioco del pal- 
lone, certo erano qualcosa di vivo neir infinita vanity 
del tutto, e non potevano sorgere in un animo dominato 
da un cieco potere. E nella sera delle umane cose, se mai 
gli fosse balenata I'idea di un potere alto e veggente, 
avrebbe salutata I'aurora di un giorno eterno. 

« Nessuno, caro e grande infeliee, iu di te piu vi- 
cino a quel Dio, che non volevi nominare con le labbra, 
ma al quale saliva di continuo I'anima tua. E la morte 
ti parve bella, perch6 prevedevi dovesse abbatter quella 
siepe al di \k della quale intravedevi I'infinito. 

« Cosi si visse per qualche tempo, ma fu breve. Am- 
miratori postumi del Leopardi sursero a stuoli, e mossi 
da invidia e da altra piu rea cagione, frugando attorno 
per notizie, per lettere o male interpretate o magari 
false, inducendo, deducendo od inventando, si ado- 
perarono a turbare quella commovente memoria delle 
intime ed affettuose corrispondenze, gik note a tut to 
il mondo, fra Ranieri e Leopardi. Si dicevano, e si di- 
cono, critici mossi dalPamor dell'arte, ma veramente 
i piu eran mossi dal desiderio di legare, in qualche 
mode, il loro nome a quello di un grande e venire cosi 
in fama. E si slanciarono contro il Ranieri e giunsero 
fino a concludere che la peggior sciagura delle tante che 
si ebbe il Leopardi fu di essersi incontrato con lui. 

€ Ora la tempra d' animo di questo benedetto Ra- 
nieri lo portava ad esagerare tutto. Amore, odio, ira, 
disprezzo non aveano misura. Aggettivi non usavasenon 



— 617 — 

in grado superlative. La sua Ginevra 6 la piu infelice e 
sventurata orfana di quante ne furono e saranno al mon- 
do. Lo stabilimento delPAnnunziata, ove visse, una bol- 
gia peggiore assai di una di quelle deW Inferno di Dante. 
In una bellissima scrittura, Frate Rocco che doveva 
servire ad educate i giovanetti degli Asili, sostiene, 
fra altro, con gran serieti, che agli uomini non 6 le- 
cito uceidere le bestie e mangiarne le carni. Sicch6 
quando si vide punzecchiato, offeso in cio che avea di 
piu caro e santo, nel suo affetto per Leopardi, che con 
quello alia sorella Paolina, era il piu grande e nobile 
che avesse avuto, surse alia riscossa con tutta la vio- 
lenza della sua natura. E scrisse un libro Sette anni 
di sodalizio^ in cui non attacco la memoria del suo vero 
Leopardi, ma di queUo foggiato da'maligni che se ne 
facevano arma per ingiuriarlo e diffamarlo. 

« Questo libro fu una sciagura, perch^ quel botoli 
andavano meglio confutati col silenzio e col dispregio. 
Ed infatti, sbollito il primo impeto, Ranierise ne pentl, 
cerco di sopprimere quante copie pote averne, e niuno 
piu lo ricordava. 

«c Ma approssimandosi 11 centenario della nascita 
del gran poeta e volendone fare onoranza, fu trovato 
bello, equo e civile di disseppellire la trista polemica : 
far insorgere la memoria di un morto da piu di cin- 
quant'anni contro quella di un morto da dieci. AUe 
vecchie malignazioni si aggiunsero le nuove, (') le an- 



(') Fra le quaii che avesse involatl i manoscritti del Poeta, 
laddove li aveva solo e gelosamente custoditi. Fa vera stoUezza, 
inoltre, accusare il Banieri, seg^ace della souola estetica e li^io 
ai voleri del Leopardi piu estetioo di lai, per non aver dato faori 
11 Zibaldone^ tanto piii che niostr6 talvolta intenzione di oavarne 
11 meglio; ma questo non esclude che, seaache degPingegni pooo 
piu che medioori — oggi che gl'intenti sono mutati — piace arer 
minute notizie — la pubblioaeione Integra del detto Zihaldone sia 
stata, da certi punti di vista, utile e lodevolissima. H nostro 

39 




— 618 — 

tiche bugie ricomparvero in altra veste, si fomnila- 
rono altre falsity contro Eanieri ed alle lamenta- 
zioni delle sciagure del Lebpardi fa aggiunta quella di 
esser sepolto in luogo non degno, cio6 nella mia chiesa 
di Fuorigrotta. 

« Ora, quando il console Paolino, dopo aver mar- 
tirizzato mia moglie Valeria e due miei figli, mi gett6 
a morire in una profonda fossa dopo i tormenti dell*a- 
culeo, ne tolse a pretesto I'avere io seppellito col debito 
onore, il corpo di sant'Ursicino, altro martire. II che 
vuol dire che vidi con parti colare simpatia che il Ra- 
nieri avesse, con sopravvivente cariU ed amore, sepolto 
la salma del suo amico nella mia chiesa, imitando Po- 
pera mia, e mi rincrebbe non poco che anche kii o la 
sua memoria fosse gittata in una fossa per punirlo di 
aver coUocata la tomba del suo amico in luogo repu- 
tato sconveniente. 

« Certo ^ che Giacomo Leopardi poteva sortire una 
tomba pill degna di lui. — E quaP 6 il bene che esclude 
11 meglio, anche in fatto di sepoltura? I Re egiziani 
si costruirono a sepolcro le Piramidi^ 1' imperatore A- 
driano in Roma una mole, che si converti in una for- 
tezza, ma pure avrebbero potuto avere qualcosa di piu 
grande e solenne. 

<i Delia Tomba del Leopardi si sono lamentate due 
cose, la prima il luogo ov'^ posta, cio^ la mia chiesa, 
e poi la poca cura che se ne aveva, profanandola con- 
tinuamente. La chiesa ^ stata definita : chiesolina 
rustica, campestre^ silvesire^ posta in una vile borgata, 
airingresso di una grotta, con accanto una latrina e le 



Zumbini I'ha fatto, meglio di ogni altro, rilevare. in quella stessa 
Nuova Antologia che pubblio6 qnestonobile e grazioslssimo scritto 
dell* Arabia, e V ha largaxnente dixnostrato nel suo forte prime 
volume di Studi tul Leopardi^ or ora pubblicato dal Barbara. — 
Quanto alle relaziox>i tra Leopardi e Banieri, tempo verr& clie 
saranno ben altrimenti chiarite (V). 



- 619 — 

rotaie di un tramvia, che raffumica e la scuote conti- 
nnamente. La chiesa scossa S(juote il monumento, questo 
la cassa, e la cassa le gloriose ossa che vi son dentro. 

« Per la poca custodia e la conseguente profana- 
zione si e allegato che vi si trovo scritto con la ma- 
tita la terribile ingiuria caro Leopardi. Ora 6 a notare 
che nelPanno 1880, il Ranieri, anche dopo scritto ii libro 
del sodalizio, continuando sempre la sua opera pietosa, 
segreg6 la tomba merc6 una terrata a maggior conser- 
vazione del monumento con.sensiente Alessandro Morra 
porroco, Sicch6, merc6 questo riparo, non si pote giun- 
gere alia tomba n6 per s«irivervi ingiurie, ne per im- 
brattarla o profanarla in altra guisa. A nie parve ve- 
ramente che il parroco Morra non avesse un diritto 
certo di acconsentire che un buon terzo del portico 
fosse tolto alPuso del pubblico ; ma via, trattandosi di 
Leopardi, non gliene feci colpa. Anche perche e un 
mezzo di provare in modo ineluttabile, che le profana- 
zioni da venti anni a questa parte erano semplicemente 
impossibili, perche la ferrata 6 sempre la, e pu6 vederla 
chi vuole. N^ i fatti smentiscono meno solennemente 
le altre accuse. Dov'6, dov' 6 stata niai questa latrina 
aperta suUa pubblica via che il municipio di Na- 
poli, di cui Fuorigrotta e una frazione, avrebbe per- 
messo ? La grotta che unisce il villaggio alia citt4 gran- 
de, 6 vera, ma 6 un 'opera monumentale, edificata dai 
Romani ne' tempi di Agrippa, gloriosa per la sua an- 
tichiti, cantata dallo Btesso Leopardi perche ha sopra il 
colle di Posillipo ove la tomba port di Virgilio un^amo- 
rosa fede, E ci 6 certo anche quella del Sannazzaro gen- 
tile poet a napoletano. 

« Sta a vedere che nel secolo de'cammini sotterra- 
nei, de' trafori delle pi(i alte montagne, delle continue 
costruzioni sotto il suolo, si ha a dire, in ingiuria della 
mia chiesa, che vi mette capo una strada scavata dal 
genero di Augusto ! 



-^ 



— 620 — 

« Ed il tram via ? Innanzi tutto, Ranieri che non 
era profeta n6 figlio di profeta, non poteva, nel 1837, 
prevedere che dopo circa altri anni cinquanta, si sareb- 
bero allocate alia distanza di un metro e mezzo dalla 
chiesa e dalla tomba le rotaie per una locomotiva. E 
pur prevedendo, non aveva molto campo da scegliere. 
La ridicola esagerazione del fumo e dello scotimento va 
davvero in fumo, col considerare che il tram via corre 
molto piu presso alle case che trova nel venire da Na- 
poli ed alle moltissime che dalla mia chiesa vanno a 
Bagnoli, e pure nessuna ebbe a soffrire dal fumo o dallo 
scotimento. Ed infine, a meno di voler situare le dette 
rotaie proprio nel mezzo dell a via ch^ mena a Pozzuoli, 
ingombrandola bravamente, non c*era che farle correre 
pel marciapiedi, cio6 accosto alia chiesa ed alia tomba. 

« La borgata, la boscaglia e la selva in cui sareb- 
be la chiesetta, si ^ proclamata piu trista del natio 
borgo selvaggio da cui Leopardi fug^, e non voile tor- 
narvi. Fuorigrotta 6 una frazione del municipio napo- 
letano, che ci manda il suo vice sindaco, ci tiene le sue 
guardie municipali e campestri, ha strade lunghe e 
larghe e ci vive una popolazione di circa 30,000 abitanti. 
Ma di costoro nessuno quasi sa chi era G. Leopardi. fc 
possibile, ma sanno chi era io: e vedendolo sepolto, per 
eccezione nella mia chiesa, facilmente lo tengono per 
nn santo che, per me e per loro, 6 piu di un poeta, 
con permesso. 

La chiesetta 6 agreste^ campestre^ rustica, e chi ne 
ha piu ne metta di dispregiativi. 

Ma a non voler esser cieco, non si pu6 negare che 
ha innanzi un vestibolo o portico, a cui si sale per sei 
gradini dal suolo, che se credi al vocabolarlo, non so- 
gliono avere le chiese piccole, ma le grandi. Misura 
nell' inter no metri trenta e piu di lunghezza ed 6 larga 
la metd.. II frontispizio 6 di un disegno corre tto, se non 
altro, che da poco ^ state rifatto, migliorandolo. Ove 



— 621 — 

prima era una sola apertura nel triangolo con cui ter- 
mina, ora sono sei finestroni alti e larghi, che inqua- 
drano perfettamente e fan no ordine col res to della faccia- 
ta. Con tutto cio I'indegniti del luogo ov'6 posta la tomba 
del Leopard! fu affermata con tanta asseveranza che il 
Parlamento, il Municipio di Napoli, i Comitati per le 
onoranze ed anche una dottissima Reale Accademia, 
composta fra gli altri di archeologi, dichiararono di voler 
accorrere al riparo, miuacciando di trasportare il mo- 
numento in altro luogo, e tutto questo credendo in una 
cloaca che non c'6, n6 mai c' 6 stata, nella profanazione 
della tomba impossibile da venti anni a questa parte, 
nel fumo e nello scotimeiito della locomotiva, che non 
faa fatto n6 pu6 fare alcun danno. 

« Facciano pure. lo non ho nessuna fiducia negli 
ingegneri moderni, temo che a voler ingrandire, come 
si dice, il portico, ne faranno una cosa deforme, e che 
la tomba situata in altro luogo, ci guadagner^ di non 
essere piu reduta ed onorata specialmenle da' forestieri 
che movendo per Pozzuoli, Baia, Cuma, a visitare le 
antichit^, ora debbono, anche non volendo, coniinciare 
da questa gloria contemporanea (*). 

« E ad onore della mia chiesa, e per riscattarla 
daUa maldicenza, flnisco con un aneddoto storico. 

« Nelle parti ove il soggiorno di noi beati confina 
col limbo mi sono scontrato qualche volta in un Dome- 
iiico Antonio Perrino, che visse in Napoli intorno al 
1692, il quale, buon'anima del resto, penso di scrivere 
la storia dei Vicer6 che felicitarono il regno dal tem- 
po di Ferdinando 11 Cattolico fino al 1675. E come gli 
parve che quel flagelli di Dio fossero invece stati tutti 
uomini grandi, legislator! insigni, guerrieri valorosi, 



(I) La toznbA, come si sa, k rimastAdove stava, il migliorarla 
« abbellirla 6 stata opera civile che nulla toglie al Banieri, 
e quauto ai dipinti bastl rioordare che furono ideati dal Morelli 
« eseguiti dal Vetri. (V). 




- 622 — 

niente ladri, niente sangainaxi n6 violent!, intitolo il 
sno libro Teatro eroico e politico del Governo de' Vicerh 
del Regno di Napoli. 

€ H libro dedlco alPillustrissimo don Francesco Bo- 
navides, Davila e Corella conte di Santo Stefano, mar- 
chese di Las Navas, conte di Ceuceotagna del Visco, ed 
altri cinque o sei titoli, che in quel tempo era Vieer6 
6 luogotenente generale del Regno. La dedica, di otto 
pagine, comincia col dire a quel signore, in istile del 
piu puro seicentismo « A* ritratti che pendono nella 
regia sala del vostro palazzo, potete di leggieri fame 
il confronto de' volti, e ravvisatili tutti per dessi lasciare 
agli altrui sopraccigli Tammirare il vostro dominio, che 
fa vbhidirsi dal passato ed obbliga a rendere con le sue 
mani le proprie sue rapine alia morte. Chi vive come 
voi, tra pochissimi all' eternitS., distende senza confini 
di luogo e di tempo la monarchia del suo scettro » . 

« La storia ed il ritratto di ognuno di questi Vi- 
cer6 t sempre un' enumerazione dellegrandi opere da 
costoro compiute a mantenere ed accrescere la prospe- 
rity del Reame. Per esempio, Don Pietro di Toledo intro- 
dusse I'uso del donativi da farsi ogni tanti anni a Sua 
Maest^, e cosi, riporta il Perrino, nell' anno 1555 fa 
fatto un donativo di 150 000 ducati per la guerra di 
Tunisi, e nel ritorno dalla spedizione I'lmperatore, pas- 
sando per Napoli, ebbe il dono d'un altro milione e 
mezzo. Nel 1538 gli si donarono 300 000 ducati, e nel- 
Panno seguente altri ducati 200 000 oltre 25 000, per le 
pia?ielle delV imperatrice. Nel 1641 e 1645 altri 800 000 
ducati, ed altri 600 000 per le fasce di Carlo, primo- 
genito delParciduca Filippo principe delle Spagne. Con 
questi ed altri donativi, il Perrino tira la somn^a di 5 
milioni 185 ducati. Ponendo mente che ogni ducato, che 
era varrebbe lire 4, 25, allora ne valeva molto piu, 
non si puo cho lodare la benigniti e munificenza di 
quel degno Vicere, e di quelli che lo seguirono. 



— 623 — 

« Ora scrive il Perrino che al tempo della morte di 
Filippo IV re delle Spagne, annujiziata da una cometa 
ed avvenuta nel settembre del 1765 per una febbre con 
uscita di corpo, era Vicer6 in Napoli don Pasqualed'A-. 
ragona, cardinale del titolo di S. Balbina, primate delle 
Spagne, cancelliere maggiore di Castiglia eec. Ma avendo 
il morto re scritto nel suo testamento che il prelodato 
cardinale faeesse parte di una Giunta di Stato presso 
la Eegina reggente, e questa I'avea di piii nominato 
arcivescovo di Toledo, gli fu forza partire per la Spagna. 
La stagione non correva propizia al viaggiare, si che 
il cardinale si soffermo alquanto ed avutesi intanto le 
boUe del Papa, voile farsi consacrare arcivescovo di To- 
ledo. Chi sa de'costumi di quel tempo puo farsi un' idesu 
della superbia, della boria di un cardinale che lascia un 
Vicereame per andarne a regnare nella chiesa di Tole- 
do, ed a viceregnare per tutta la Spagna, imposto da un 
Re alia sua vedova. Percio 6 da credere al Perrino che 
narra la pompa e la magnificenza di quella consacra- 
zione. Vi ebber parte Parcivescovo di Otranto, i vescovi 
f di Pozzuoli, Monopoli ed Aversa ; vi fu gran concorso 
di nobili, di ministri ed una gran folia di popolo accorso 
a servire Sua Eminenza in cost festevole congiuntura. 

€ Ma dove avvenne questa grande solennit^ ? II 
dove, ve lo dice una iscrizione che fu murata in questa 
mia chiesa di Fuorigrotta. 

« fe un po' lunga, anche a non riferirla tutta, ma 
non so resistere al desiderio di ricordarla : 

D. 0. M. 

Quisquis augustam cernis divoVitali dicatam aeccle- 
siam I augustiorem nunc venerare, dum est ipsa maior, 
quod in ea Pasqual Tit S. Balbinae presbiter | Car- 
dinal Aragonius | suprema Philippi IV regis munifi- 
cent ia Status I bellique tutricis Marian nae reginae con- 
siliarius | neap, regni prorex | faustissimus mox, e 



•f 



— 624 — 

general! totius hispaniae in rebus | fidei praeposito 
archiepiscopus tflentanus; et | major regnorum castel- 
lane cancellarius* | solemni ritu saeras infolas hie | 
ecceperit | adsistendibus, ecc. 

«c Ecco qnar^ stata dal 1666 la chiesetta agreste, 
campestrey rustica, posta in una vile borgata, che per 
altro si ban conteso rarcivescovo di Napoli e quelle di 
Pozzuoli. Eppure nelle relazioni al Senate ed alia Ca- 
mera, per innalzare, e degnamente certo, a monumento 
nazionale la tomba del Leopard! , negli innumerevoli 
scritti pel prossimo centenario, si 6 proclamato I'essere 
la tomba posta in luogo indegno. Del resto, come la 
Provvidenza usa di far scaturire il bene dal male, dalle 
malignazioni contro la mia chiesa, 6 venuto che di re- 
cente, per la festa del centenario leopardiano, questa^ 
diventata proprio una bella vasta e gentile chiesa, e 
che mi ha Paria di una cattedrale. E gik ogni anno, 
ma specialmente in questo, vi 6 state un gran concorso 
di gente ad appendere corone al monumento del gran 
poeta. Cos! la sventura postuma di un sepolcro ineguale 
■alia sua fa ma, sarebbe almeno riparata. . 

« Bimarrebbe quella degli ultimi anni passati in 
Napoli e fra i Napoletani. Ma questa e yecehia calun- 
nia, ed oramai diventata assurda dope la pubblicazione 
di documenti autentici, da cui h chiaro che i soli amici 
che ebbe negli ultimi anni furono napoletani: Colletta, 
Poerio edil suo Ranieri e la buona sorella Paolina. 

« Chi non sa ne persuade, creda pure come vuole; 
soltanto pensi che non 6 far onore al gran poeta 
mostrarlo in contraddizione per quel che concerne Na- 
poli e i Napoletani, che par di biasimare in una lettera 
scritta per dire il contrario del suo pensiero, e per sue 
ragioni, e loda poi in molte altre, e conferma le lodi 
col fatto di esserci rimasto per oltre tre aitni e Ano alia 
sua morte. Un Leopardi, quale lo ban foggiato, nemico 



1 



— 625 — 

« dispregiatore de' Napoletani, che lo aveano accolto, 
onorato e fra cui avea trovato uomini a cui parlare e 
da cui essere inteso, non moBtrerebbe solo poca gratitu- 
dine, ma nel sue pensiero domlnante di una patria de- 
caduta deirantico amore alia liberty, e che gli pareva 
giuuta alia sera delle umane cose, si mostrerebbe stra- 
namente ignaro che nell'anno in cui egli nacque, fa 
in Napoli una Eepubblica che mand6 molti e gloriosi 
figli a morire per la patria e la liberty in gaerra o 
per mano di carnefice : avrebbe dimenticato o non 
saputo che nel 1821 risurse qui questa idea della 
patria libera e fu a£Pogata nel sangue col soccorso di 
arm! straniere, e, se gli fosse bastata la vita, avrebbe 
potuto vederla risorgere e cadere nel 1848, ed inflne 
sorgere e diventare vittoriosa e gloriosa nel 1860. Vai, 
dormi in pace una volta all'ombra della mia chiesa, 
grande infelice, e non temere che ti raggiungano altre 
ingiurie e sevizie. Ci sono io che veglio ». 

Pare che in cielo, come nelle Camere, nei congressi 
ed altre pubbliche adunanze non si parli poco. Ma sa- 
pendo che questo suo dire non sarebbesi raccolto dagli 
i3tenogra6, san Vitale ha ottenuto che sia in modo so- 
yrannaturale impresso nella memoria di 

Francesco Saverio Arabia. 
1898. 



1 



— 626 — 



STUDII ED ISTRUZIONE PUBBLICA 

NOTE CRITICHB (^) 



A teller <lietro alle leggi, a'regolamenti, circolari, 
consign, commissioni poste per correggere la legge fon- 
damentale per la pubblica istruzione in Italia, ci vor- 
rebbe addirittura un insegnamento ad hoc, tan to la ma- 
teria 6 vasta, intricata, contraddittoria, e si avrebbe ad 
istituire una laurea da decretare a chi ben sapesse, od 
almeno sapesse il meno male che si puo, la scienza 
della legislazione sugli studii. 

Questo commuoversi perpetuamente degli ordina- 
menti della pubblica istruzione, questo oramai sistema 
di not! trovar pace, e dar volta ogni anno, ogni mese a 
riforme e mutamenti, vuol dire chiaro che le cose non 
si trovano ove dovrebbero naturalmente e razionalmente 
trov.'irsi, e pero non possono, secondo la sentenza del 
Vico, adagiarvisi e durare. 

In Italia, intorno al piu semplice argomento 6 uso 
di fare tre o quattro testi di leggi, ognuno accompa- 
gnato deir inevitabile regolamento, che dovrebbe avere 
per fine di ehiarire la legge, renderne piu facile I'ap- 
plicazione, ma che in vero, pur troppo, spesso riesce a 
farla meno comprendere, anzi a distruggerla contrad- 
dicendo. 

Quando la confusione 6 al colmo, allora per uscirne 
una volta, si scrive la legge od il regolamento diffini- 
tivamente, e vi si appone il sigillo di testo umco. Nulla 

{^\ Abbozzate g tioti limate, ma I'A. teneva molto alia loro 
inserzione. Trattandosi in generale di idee fondamontali, mi pare 
ginsto sottoscrivore, ch6 talvolta I'A. ha ragione da vendere, au- 
corchfe tal'altra o esagori, o mostri di viver troppo nel passato. Nota 
pure che piii d' uno degli inconvenienti lameiitati dall' A. h state 
era eliminato (V.) 



— 627 -- 

impedisce che questo non veuga a sua volta a far desi- 
derare un altro testo, perch^ nulla fa fede che nel te- 
ste dichiarato unico e solo non si siano lasciati gli er- 
rori de* primi. All' inferma, poich^ che sia inferma, 
nessuno nega, non sono mancati per verity i medici. 

Qualunque Ministro della Pubblica Istruzione entra 
nel suo ministero con un disegno bello e formato,che deve 
riparare a tutto. Ognuno per altro scende dalPalto seg- 
gio, senza concludere nulla, salvo forse a fare una dia- 
gnosi piu ferale della malattia, ed a curarne in qualche 
modo i fenomeni, servendosi di mezzi riusciti finora ineffi- 
caci. Tali 11 rimaneggiaraento de'programmi, I'accorrere 
a qualche inconveniente o sul tempo degli esami, o sul 
modo come quest! si fanno, che sono i punti in cui di- 
scenti ed insegnanti sono in quasi perpetuo, e certa- 
tamente immancabile stato di ostilit^, e con aumentare 
la dose de' rimedii comuni, o con accrescere, scemare 
permutare le facolti a chi a questi rimedii sopraintende. 

E non son pochi : Consiglio superiore di amministra- 
zione, Consigli scolastici provinciali, Provveditori di stu- 
dii, e piu numerosi, un vero esercito mobile, di Ispet- 
tori di vario genere, grado e funzioni, che vigila per 
accorrere ove il bisogno lo chieda, o il Regolamento lo 
vuole a data prestabilita, affinch6 i vigilanti non fossero 
sorpresi, e tutto proceda col piu bello accordo. 

Questi rimedi, con le circolari, le inchieste, le com- 
mission!, le istruzinni straordinarie e simili, ogni mi- 
nistro conviene, e quanto 6 piu competente piu volen- 
tieri, non giovano che come palliativi. A curare la raa- 
lattia nella sua sede, occorrono riforme radicali, trovare 
organism! aflfatto nuovi, e questi sono quell! che promette 
di presentare al Parlamento, e che ordinariamente non 
propone, perch6 non ne ha il tempo. 

* 

Se 6 vero, od almeno probabile, che di lontano si 
guarda con maggiore serenity, non puo sembrare teme- 



1 



628 



rario troppo se chi non ha Toaore di aver parte alPistru- 
zione pubblica, pretenda di gaardarci un po'piu adden- 
tro e con piii imparzialit^ che non si sia fatto finora 
da qiielli che per ragioni d' ufficio sono tratti piii a cu- 
rare i fenomeni, gli accidenti, anzi che guardare alls 
cause prime ed alia sopjtanza del malessere, di questo 
ramo cosi importante della istruzione pubblica. Anche 
perch6 I'estraneo puo bene ingannarsi nel proporre ri- 
forme piu o meno radical!, ma non 6 tenuto da nes- 
sun rispetto umano di oflfendere interessi personal! di 
colleghi e di amici. 

L'origine vera del riuscire la pubblica istruzione in 
Italia, insuificiente, confusa, vaga, ineducativa, sta, se- 
condo mi pare in due vizi organic! . 

1. Una pretenzione all'enciclopedia di tutte le scien- 
ze ed art! possibil! deir insegnamento pubblico. 

2. II modo strano d' interpretaro quella che dices! 
liberty della sciei^za, ammettendola larghissima e sconfi- 
nata nelP insegnamento pubblico, dove non dovrebbe, ed 
invece seem aria, distruggerla addirittura nell* insegna- 
mento privato ove ha solo ragione di essere, istituendo 
cosi del sapere scientifico ed artistico una specie di 
monopolio, come quello de' cosi detti generi di priva- 
tiva. Singolare : che quanto piu si allarga il campo di 
quel che si deve sapere, di tanto si restringe, accen- 
tra e soflPoca il numero di quell! che insegnano. 

Lasciamo le scuole elementari ed il ginnasio e pren- 
diamo il Liceo da cui si passa all' University. 

Che vi si insegna d' ufficio ? Non altro che il latino, 
il greco, 1* italiano, la filosofia, la matematica, le scienze 
natural!, la fisica, la storia. 

Se v! par molto, non vi venga in mente di atte- 
nuarne la gravitd, col supporre che di tutte queste belle 
cose, che giovinetti da 15 a' 18 anni debbono imparare 
in poco tempo, si voglia solo una certa cognizione cosi 
superficiale e quasi un' idea generale — Nient'afifatto; 



— 629 — 

e per verity, sarebbe un tempo perduto. II latino oltre 
la storia Romana si dee sapere fino ad intendere e tra- 
durre Cicerone, Tacito, Orazio, ecc. e da scrivere con la 
lingua di costoro nelle versioni dall'italiano nel latino. 
Nel greco oltre la storia si ha ad arrivare a Senofonte, 
Tueidide, Omero e Platone. Con I'italiano, oltre la lin- 
gua, Parte poetica, 6 compresa la storia letteraria dal 300 
a Leopardi. La filosofia si ha ad insegnare ed imparare 
nella logica, psicologia, etica. La matematica compren- 
de P algebra, la geometria piana e solida, la trigono- 
metria. Le scienze natural!, la fisiologia, la botanica, la 
mineralogia, la fisida: la chimica, la meccanica, Tacu- 
stica, V elettricit^, V ottica, la meteorologia, la teorica 
del calore. Inline la storia civile e politica si ha a sa- 
pere da' tempi di Odoacre fino al giorno degli esami. 

E tutta questa enciclopedica sapienza si dee ingo- 
iare e digerire in tre anni, ognuno de* quali si riduce 
ad otto o nove mesi, che il rimanente 6 assorbito dal 
tempo degli esami, dalle ferie ordinarie e straordinarie, 
dalle feste cosi profane, come religiose, per quanto sem- 
bri per queste ultime, strano e fuor di luogo, bandito 
una volta 11 catechismo. 

Che questo non sia possibile, lo confessano quasi tutti, 
non esclusi i ministri pro tempore : possibile, anzi facile 
lo predicano invece i maestri diversi, pronti a dimo- 
strare che non si puo fare a meno delPopera sua e del- 
Tapprendere profondamente appunto ed a preferenza 
quello che egli insegna. 

I rimedi al male, ventilati ne furono molti, appli- 
catl di buoni e radical! nessuno, promessi infiniti. Ma, 
lo ripetiamo, pochi adoperati e poco efiQcaci, altri ad- 
dirittura assurdi, quale sarebbe di lasciare la disciplina, 
ma di non renderne obbligatorio Pesame, come p. e. si 
6 proposto pel greco e per la matematica. 

Ci 6 bisogno di una gran buona fede e di una piu 
grande immaginativa per supporre che i giovani so- 



— 630 — 

prafPatti dallo studio di tante materie, di cui hanno a 
render con to, vorranno sobbarcarsi ad imparare anche 
quelle delle quali non avranno a subire gli esami. Ma di 
queste ingenuity ramministrazione italiana ne ha molte; 
tan to che quasi pare siano un sistema della sua vita. 
Del rimanente, quando pure si venisse a togliere qual- 
ehe materia, non si mancherebbe di supplirla con 
altra. Ci 6 ehi. gi4. voFeira aggiungere ]o studio dello 
inglese, lingua parlata da un terzo del mondo, ed an- 
che il ministro Baccelli ne'frequenti discorsi che fa sul- 
I'argomento, disse che sarebbe pur necessario aggiun- 
gere lo studio del tedesco, lingua dottissima e di un 
popolo, nostro alleato, politicamente. Si scuso di non 
averlo fatto finora per manco di mezzi pecuniarii. 

Un altro pannicello caldo sopra la piaga 6 il molti- 
plieare gli esami di ripai*azione che chieggono, a grandi 
grida e spesso con tumulti e sedizioni, i giovani ripro- 
vati in qualche materia. Ed infatti coloro che nel lu- 
glio non sapevano di greco o di matematica, p. e. sono 
ammessi nelP ottobre, con la solita ingenuita, a provare 
che in due mesi hanno imparato quel che legalmente 
era constatato che non sapessero prima. 

E pure si dira, se non tutti almeno buona parte di 
quel giovani superano la prova degli esami, dunque 
non v' 6 ingombro, che non possa vincersi con buona 
volont&. 

E vero, e se nessuno riuscisse alia prova, non v' e 
cieco che non vedesse 1' assurdo di un metodo che rie- 
sce alP impossibile. Ma Pessere approvato in una disci- 
plina, non significa sempre il saperne : P approvazione 
viene spesso per conoscenza indigesta, e direi mecca- 
nica non della lingua o della scienza di cui si tratta, 
o per recente ed urgente opera di quel tali ripetitori 
privati, che non 6 raro che siano appunto essi chiamati 
ad esaminare, o per indulgenza e quasi piet^. Ma non 
h infrequente che tre o quattro mesi dopo 1' esame, il 



— 631 — 

giovan^ non ricorda piu nulla di quanto fittiziamente gli 
si era messo in capo o sulla lingua; non sappia, p. e. non 
dico intendere, ma nemmeno leggere una parola greca. 
Questo confessano molti, e proverebbero quasi tutti. Ed 
infine il riportare vittoria negli esami pu6 essere il por- 
tato di un semplice accidente, quando non si voglia 
dire di una frode. 

Con questa istruzione (non dico educazione perch^ 
Peducare h al tutto sbandito dall' insegnamento pub- 
blico) confusa, superficiale, di necessity insufficiente, ed 
in fatto di sapere val meglio ignorare addirittura, che 
avere idee storte e confuse, i giovani, quando riescono 
a conquistare quella tale licenza, passano alP univer- 
sity, dove si presume che non rifaranno quegli studi, 
ma solo si condurranno ad una piu alta perfezione, e 
dove invece accade purtroppo che naufragher^ anche 
quel poco che impararono. 

Che si ha a fare dunque? Bisogna lasciare che ci pensi 
chi h bene innanzi nella moderna pedagogia, che leva 
piu la voce, quando piii il concreto e la realty la con- 
traddice. Quel che dice il sense comune, per loro 6 inutile: 
la scienza, e la pedagogia si tiene per tale^ altri 6 gran 
pezza che si vergogna delle volgaritA del senno anche 
de' matti, ma che non sono iniziati. La logica umana 
direbbe che poich6 I'enciclopedia dal dover saper tutto 
ha menati alia innegabile conseguenza, di non saper 
nulla, ch6 tanto 6 Paver di tutto un' idea falsa o una 
ombra vana, 6 mestieri restringere T insegnamento a 
quel che si possa imparare bene; se si debba farsi col 
togliere addirittura qualche disdplina o con limitame 
lo studio fino ad un certo punto, 6 quello che poi pos- 
sono decidere e puo meglio decidere chi sovraintende 
a queste scuole, che a tor to si chiamano secondarie, ma 
che in relti costituiscono tutta la base ed il nucleo 
delP educazione letteraria di un giovane italiano, che 



— 632 — 

crede d* imparare, uscendo dal liceo, cio che non sa, se- 
gnatamente nelle lingue^ o cio a cui non sia almena 
fortemente iniziato, ma non P imparer^ e non lo sapr& 
niai, aJmeno dal pubblico insegnamento. 

Ed un'altra cosa direbbe, ma sempre invano il buon. 
senso. Direbbe che in queste scuole elementari e gin- 
nasiali e di Liceo 6 un vizio radicale che si oppone ad 
ogni vero e solido progrcsso, ed appunto la mancanza 
di ed^icazione. Non educano, cio6 non pongono a base 
di cio che insegnano altro che le contingenze, o, come 
meglio dicono, le lotte per la vita materiale, e sola 
finality comune agli uomini ed a' bruti. 

Ora che anche il sapere non rende gli uomini buoni 
e felici fe cosa chiara. Puo renderli piu potenti, 6 vero, 
ma il potere importa anche la prepotenza, la forza puo- 
condurre alia violenza ed il limite fra queste coee, quan- 
do non si faccia capo ad alcun che sia sopra di esse 
o le ordini e regoli, non ^ facile trovare, o trovato, 
non ^ certo che si esegua. Dato la finality del vivere 
materiale, come la materia non basta a saziare tutti ed 
in egual modo, come pretende il socialismo, comunista 
collettivista che sia, quale appetito vorr^ rispettare un 
limite posto dalla speculazione di un dotto o di un pro- 
fessore di naturalismo, che, sciolta la belva, comiiicia a 
temere per la sua stessa pelle? 

Ma anche noi educhiamo, ma al viver libero al pa- 
triottismo, alia gloria, alia perfezione del valor perso- 
sonale : abbiamo i giardini d' infanzia, gli asili infan- 
tili, le scuole elementari, diiirne e notturne, le scuole 
di ginnastica ed infine insegnamento elementare e se- 
condario che muovono appunto di questi criterii, e peg- 
gia sopra queste idee belle e grandi, e sopratutto pro- 
gressive. 

Ce ne manca una, e basta a g^astar tutto, ed 6 che 
non c'^ liberty, vera, ove non sia rispetto alle liberty, 
degli altri, ed anche ad una piu grande, che sovra- 



^ 



— 633 - 

sta tutte, di quella del principio del sovrannaturale (*) 
che dee essere riconosciuto libero di mantenere Tor- 
dine morale, come riconosciuto . o no, mantiene 1* or- 
dine fisico del mondo e dell' uni verso. 

La statistica de'minorenni informa chi vuole del gran 
progresso che ha fatto Teducazione civile, libera da pre- 
giudizii, fatta da maestri che tengano a dichiararsi so- 
pratutto atei, a mostrare che sono con la corrente del 
secolo, e da maestre educate alle scuole ove, fra altre 
liberty, s' insegna e si pone, come un assioma della 
scienza, la comunione delle donne. 

Vi si potrebbe trovare, oltre che ne son pieni i gior- 
nali casi frequentissimi in cui P educazione che rin- 
nega qualunque autoritA,, anche quella del sangue, co- 
mune a' bruti, da' piu grandi cetacei a' piu piccoli in- 
setti, conduce ad uccidere, freddamente, a 12 o 14 anni 
d'et^, il padre o la madre, che non secondano, o non 
potevano secondarli ne' loro capricci ; che gli usciti da 
queste scuole, anzi da'soli asili infantili, per un non- 
nulla, si accoltellano fra loro, salvo a rivolgersi in Con- 
cordia contro I'agente della forza pubblica, che volesse 
impedirli, o di qualche innocente che avesse solo la 
buona intenzione di dividere la briga. E delle attitu- 
dini personali avute dalle lezioni di ginnastica, servirsi 
per scalare i muri delle case a fine di oltraggiare o ru- 
bare chi v'e dentro. 

Gli e pero che quel tale senso comune, vorrebbe 
suggerire che nelle scuole primarie, pi badasse un poco, 
per dirla con parole pagane, affine di scandalizzare 
meno i filosofi positivisti, al a lave prindpium. Se non 
che, Virgilio, ricordava questo alle Muse e pare essere 
fuori di luogo dirlo ad insegnanti, che con le Muse 
non hanno nulla di comune (*). 



(') Che meglio va detto soprasensibile (V)- 
(*) II Cav. Cassone, Proveditore degli stadi, che nomino per- 
chfe morto, e che fu marito della oh. Giannina Milli, piemontese 

40 



- 634 - 



DBLLB UNIVHRSITA 



L' University non pu6 fare a meno dell'eneiclopedia, 
perch6 perfezione o cownamento de^li studii Don po- 
trebbe essere, se vi mancasse una sola disciplina. Ma 
se I'era necessaria e la voile per se questa scienza uni- 
versale, non pretese che fosse predicata a tutti, e che 
ogni singolo discente desse prova di averla tutta stu- 
diata. L' insegnamento universitario 6 diviso in Sezioni 
Facolt^ come le chiamano, ognuna delle quali ha un 
genere di disciplina speciale ; ed un diploma o laurea 
pel giovane che ne segue i corsi e ne passa gli esami, 
con che 6 riconosciuto dottore in giurisprudenza, od in 
medicina, od ingegneria ed abilitato al pubblico eser- 
cizio di esse. Libero al giovnne di correre Parringo, di 
conseguire lauree, quante sono le facolt^, ma non ha 
Pobbligo che per una sola. Per trovare le attinenze che 
questa puo avere per le scienze che sono cura delle 
alt re facolti, si presume basti al giovane quel che ne 
ha appreso nel Liceo. 

Un insegnamento che pure era nella legge Casati fu 
tolto, quello della Teologia naturale, in grazia alia fi- 
losofia positiva, sperimentale, panteistica o materialists 
che si dica, la quale come si sa gonfia ora le vele del 
secolo morente Q), 



puro sangue, e quindi tutt'altro che codino e retrograde, mi cU6 
a leggere, doloroso e scaudalizzato, una lettera ricevu4;a da un 
maestro elecnentare, ove ora scritt « che i giovanetti della Bua 
scuola non avrebbero mai tratto buon profitto dalle sue grand! 
e profonde lezioni : se prima non dimenticavano in tutto il Pa- 
ter Nosttr. 

NoTA — Asino veramente e sozzo questo professore che non 
sapeva scorgere nel Pater Noster la piu alta e pura morale; ma, 
d'altra parte, merita il nome d' insegnamento religiose quello 
che, in generale, 6 impartito dnll' ignorante olero cattolico, e non 
si deve ad esso la reazione eccessiva che i'A. lamenta? (V.) 

(*) Ma che ora h in decadenza, combattuta e avversata da 
serie e salutari correnti spiritualiste (V.) 



— 635 — 

Cio nondimeno, contro i pochi, scarsi e quel che ^ 
peggio velenosi frutti dell'insegnameiito universitario (') 
si grida dall'oriente e daH'occidente, 6 il tema obbli- 
gato di una lunga ed annua condone del Parlamento, 
e quello di cui piu si occupa la stampa, su cui si scri- 
vono gran numero di libri, infinite di opuscoli, nessuno 
dissimulando che il male ci 6 ; lo dicono i professori, 
ne levano alte grida gli studiosi e ne fanno tumulti e 
sedizioni, che il rettore e il consiglio accademico non 
sanno e non possono sedare altrimenti che promettendo 
e facendo, ministro annuente, continui strappi alia legge 
ed ai regolamenti. 

Che r infermit4 ci sia non 6 un dubbio al mondo, 
n6 i medici mancano, ma non sono di accordo sulla 
diagnosi, e quindi su'rimedii. 

E chi puo dire quanti se ne sono proposti ! 

Oominciando da quello eroico pel governo italiano, 
cio6 di distruggere, abolire, sopprimere con la scusa e 
la figura di unificare, di localizzare il male, curan- 
dosi poco se con questo lo fa piu intenso. Le Univer- 
sity minori sono gi^ minacciate, il che 6 gik piu di 
una mezza soppressione •, anzi moralmente 6 intera. 
Queste university minori, nel senso che ban piu pochi 
studenti, ch6 dire che scientificamente un' university h 
diversa dalle altre, quando tutte sono il portato di una 
sola legge, e uno sproposito che solo puo venir fuori 
da'criteri cbe governano la pubblica istruzione italiana. 

Trattandosi di cosa cosi eventuale e dubbia dell 'an- 
nua concorrenza di giovani studiosi, pu6 riuscire fa- 
cile ad un ministro andare intorno con le force, e 
tagliare i nervi di quelle rimaste in vita, finch^ gli 
studii universitarii non siano ridotti ad un paio di 
grandi centri, aspettando I'aurora del felice giorno in 
cui tutto si riduca a Roma, sotto le ali del ministero. 



(*) 11 D'Ovidio ha dimostrato fino all'evidenza che questi 
Tutti non sono sempre cosi scarsi e velenosi come si predica (V.) 



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"^ 



— 636 - 

Tagliare i nervi veramente 6 uccidere, e stentato e 

doloroso, piu che altro. Ma questo non si dice gesuiti- 

camente alle university nasciture: vivano pure, coMoro 

mezzi, se ne hanno. Ma 6 certo che non gli hanno; 

onde i professor!, ehe non han modo di arrolarsi nel- 

Tesercito centrale, ed i gibvani che non ne hanno per 

raggiungere i due, tre, o I'unico focolare di luce uni- 

versitaria, rimarranno con un branco di mosche in mano; 

dovranno rinunziare a prendere uno stato nel mondo. 

A questo non si badi : forse che il Ministero di Grazia 

e Giastizia, non unifica, cio6 non taglia, sopprime, pre- 

ture, tribunali, magistrati supremi, senza punto preoc- 

cuparsi se con questo si amministra la giustizia, o si 

toglie a <thi non ha modo, nh danaro, n^ comodo da 

valicare la distanza che niu lo separa dal suo giudice 

naturale, garantitogli dallo Statuto, d' invocarne i 

provvedimenti ? ! 

* 
* * 

Giunti per ultimo risultamento dell a diagnosi e del 
rimedio alia felice conclusione che Tinfermo non puo 
far nulla di meglio che morire, non ci 6 nessuna te- 
menza, anche per un profano, a studiarne ancora il 
caso, infine, anche uno sproposito si puo dire, se in 
buona fede. 

Ora a me pare che cio che radicalmente vizia e 
rende presso che inutile, anzi dannoso, 1' insegnamento 
universitario, cosi come e ora fra noi, non e solo il male. 
gik segnalato, come il gran numero de' professor! e 
delle materie che 6 forza insegnino od almeno si vuole 
che insegnino, ma il modo di sceglierli, non sempre 
secondo le norme stabilite, ma creandoli, come per es. 
promuovere per felegrafo un professore, pel merito di 
avere in sette lezioni provato 1' inesistenza di Dio, cio6 
provata solo e benissimo P ignoranza o la malafede di 
esso lodato professore •, o la mancanza del mezzo efficace 



— 637 - 

di sorvegliarli e guardare se insegnano, e sopratutto che 
tempo 6 fatto loro dall'orario delP University per spez- 
zare il pane di loro dottrina a' giovani, ed a questi 
di nudrirsene. In quanto a' giovani studiosi 6 lamen- 
tata la poca voglia di studiare, e V indisciplina giunse 
fino a fatti provveduti nel Cod. penale che ne 6 il fe- 
nomeno e la conclusione, e la poca rassec;nazionea pa- 
gare le 'tasse universitarie, che vanno sempre piu in 
alto, in perfetto parallellismo di quelle ognora crescent! 
dell'erario, dello Stato, della Pro v. e del Comune. 

Questi son mali, ma la radice sta piu in fondo di 
quanto finora si 6 cercato. 

A me pare che i vizii dell' insegnamento universi- 
tario sono : 

F Con r enciclopedia, avere voluto il monopolio 
della scienza e dell' insegnamento. 

2« Aver confuso la liberty della speculazione scien- 
tifica con quella dell' insegnamento, introducendo cosl 
in questo elementi discordant!, che confondono e con 
la contraddizione annuUano nelle menti de' giovani quel 
po' di vero o di certo che potessero avere imparato. 

3^ Avere male, e specialmente, in quanto al tempo, 
distribuita e regolata la materia dell' istruzione, con la 
esagerazione del veramente necessario ed utile. 

Che rUniversit^ degli studii debba comprendere 
tutto lo scibile, cio6 essere da vero, come dice il nome, 
universita di studii^ 6 giusto, ragionevole, indispensa- 
bile. Ma cio non importa che debba far monopolio di tutto 
V insegnamento, come quello che fa PErario de'Sali e 
Tabacchi, e minaccia di fare degli alcool e dei fiammi- 
feri. L' accentrare in s6 P insegnamento intero, importa 
per prima cosa, far rimanere quello ufficiale col diritto 
si di controllare, e giudicare delP insegnamento privato, 
ma levandosi la noia di avere in questo, un controllo, 
un paragone, un' opposizione possibile, che come quella 
che si fa ne' Parlamenti potesse giovare, qualche volta^ 



^ -II 



— 638 — 

a valutare Tessenza da pin di esso dell' insegnamento 
ufficiale. 

II Settembrini, che non avea certo ragione di lo- 
darsi delle istituzioni napoletane ed invece aspettava 
con quella fiducia, che allora era grande e sicura, ogni 
bene da quelle dell'Alta Italia, come vide approssimarsi 
1 'University della Legge Casati, se ne turbo, se ne spa- 
vent6 addirittura, e levo la sua voce come al soli to 
plena di buon senso e di senso liberale. A fronte della 
semplicit^ e bont^ dell' organismo di quel pubblico in- 
segnamento, da cui egli ed i suoi contemporanei erano 
stati educati, ed a cui avevan collaborato, vide avan- 
zarsi una University di studii, composta di professori 
ordinarii, straordinarii, incaricati, o comandati^ di dot- 
tori ecc. tutti reelutati a prova di esami, fatti con pro- 
grammi ufficiali, che dovevano insegnare, secondo i 
programmi prestabiliti ; che non riconosce per degni 
aspiranti alle lauree che quel giovani, che han fatto gli 
studii ne' corsi dell' University, col metodo di tempo, 
di giorni, e fino di ore scritto nella legge e nel rego- 
lamento e che avrebbero naturalmente pagato le tasse 
scolastiche, di gi^ gravi, ma facilmente da prevedere 
che sarebbero mano mano diventate piu pesanti, e fino 
a formulare, come si 6 fatto di recente, il bel precetto 
che chi vuole IMnsegnamento se lo ha a pagare. 

E questa university voiiva armata delle facolt^, del 
Consiglio Accademico in cui si uniscono: sopra questo 
Consiglio 6 un altro superiore, e in cima alia piramide 
il Ministro, col suo stato maggiore di Ispettori, di Oa- 
pidivisione, o fissi o viaggianti, ma tutti, non escluso 
esso Ministro, si hanno a muovere ne' limiti a ciascuno 
segnati dal regolamento, e procedendo sempre ne'modi 
che il regolamento predefinisce. 

II Settembrini paragonava quest 'organico universita- 
rio con quello che era in Napoli di una sempiiciti mira- 
bile, che lasciava plena liberty alio studente di studiare 



— 639 — 

dove volesse o potesse, si veramente che si presentasse 
agli esami e fosse approvato : nel qiial caso pagava la 
lieve tassa che era stabilita secondo il grado accade- 
mico a cui aspirava. Quindi non obbligo di seriversi a 
corsi per tale o tale tempo, nh pero di assistere a que- 
sta od a quella cattedra. Sicch6 pare che il concetto e 
1' ideale dell* university non fosse tan to quella d' inse- 
gnare, quanto quello di sapere se si era imparato quanto 
occorreva perch6 lo stato riconoscesse, e questo 6 certo 
suo diritto, se si aveva Pattitudine alia professione a 
cui si aspirava. 

Ma qui potrebbe dirsi, cio era nel fine di quel go- 
verno, che non voleva V istruzione pubblica, anzi ne 
temeva, e per6 si contentava che ce ne fosse un'ombra, 
tanto per convenienza. E pure anche che a questo in- 
tendeva da vero, in quelle scuole s'imparava non solo, 
ma la liberta dell' insegnamento, che vi era in fondo, 
produceva il progresso della scienza, e come ogni li- 
berty 6 figlia di una e madre di un' altra, progredi ma- 
ravigliosamente I'aspirazione alia liberty civile e poli- 
tica. Di che si videro gli effetti nella rivoluzione che ci 
ha dato una patria italiana. 

Quella University, non che volere il monopolio dello 
scibile e deir insegnabile, ne lasciava facolt^ al corpo 
di privati insegnanti, che con I'universit^ non avevano 
altro legame che quello di essere forniti di una laurea, 
anzi da una licenza nella disciplina, in cui era espres- 
samente detto dagli esaminatori all'esaminato, declaru- 
mus te doctoreniy cio6 hai balia di far P ftvvocato, 
P ingegnere, il medico, ed anche quella d' insegnare 
giurisprudenza, ingegneria, medicina. 

Ed a questo corpo d'insegnanti privati andavano qua- 
si tutti i giovani che volevano imparare qualche cosa. 
All' University n6 i professori promettevano di fare un 
corso completo delle materie che insegnavano, n6 i gio- 
vani se Paspettavano. NelP University si presume va si 



— 640 — 



potesse apprendere quelle di piii perfezionato che si 
trova nella dottrina comune, che si udisse a parlare di 
nuove ricerche, di nuove speculazioni o su tutte ed an- 
che sopra un solo ramo della scienza. Neile 20 o 25 le- 
zioni da me tidite in un intero anno universitario, il 
Nicolini, che avrebbe dovuto per finzione di legge det- 
tare un corso intero di Diritto e Proc. Penale, non parlo 
che della prova generica o specifica de' reati, ed anche 
di queste disse poco di positivo e d' utile, ma molto 
della loro filologia antica e nuova e delle attenenze che 
avevano, delle quali compose una idea delPanalisi e delle 
aintesi, di cui scrisse e stampo un libro, che piii che 
probabilmente niuno ha letto. Per questo accadeva che 
potendo i professori universitarii insegnare anche par- 
ticolarmente in casa loro, questa era accozzata di stu- 
denti volontarii e paganti per seguire il corso intero 
della disciplina, quando nella cattedra universitaria, il 
medesimo professore dettava le sue piu profonde nie- 
tafisiche e insieme microscopiche lucubrazioni intorno 
una sola particella della stessa materia. Alle quali astru- 
sit^ o sottigliezze se il prof, privato avesse avuto ri- 
corso, trascurando di dare nelPanno una adeguata idea 
ed una pratica spiegata delP intera materia, dopo un 
mese avrebbe veduto levarsi dalla scuola ad uno ad uno 
tutti gli studiosi, come in autunno le foglie dal ramo. 

I veri insegnanti privati eran quelli che non erano 
in nulla legati con V insegnamento pubblico, anzi ne 
eran tenuti lontani per sospetto di liberalismo, sospetto 
a cui in quel beati tempi bastava, senz'altro, 1' essere 
eccellente in qualche disciplina, sicch6 costoro eran trat- 
ti a meglio studiare la scienza e piu profondamente eo- 
municarla a' giovani, oltre che dalPamore di essa, da 
questa specie di santa gara in cui si trovano a fronte 
de' professori pubblici. 

Ed anche da un'altra ragione men nobile, ma naturale 
in questo mondaccio ova 6 lotta per la vita materiale del- 



~ 641 — 

Tinteresse economico. Lo studente che pagava diretta- 
mente, non per via deiresattore delle tasse, il maestro, 
intendeva che questo fosse il piu dotto il piu diligente 
ed il piu atto ad insegnare di quanti ve ne fossero. Non 
trovandolo tale, non vi andava, se si fosse ingannato, 
rimediava subito col piantarlo. 

Scelto una volta il professore, e non determinato da 
nessuna legge, sorgeva fra loro una necessity di amici- 
zia rispettosa, di consuetudini affettuose, di colloquii 
sulla scienza fatti senza la vampa, spesso diseccante, 
della pubblicit^, e che spesso riescono utilissimi. Ognuno 
puo sapere che una parola detta, una spiegazione data 
in un coUoquio particolare, puo spesso fare aprire gli 
occhi ad una verity, o ad un piu sano modo d' inten- 
derla, che non fanno molti discorsi di accigliata e com- 
passata lezione cattedratica. 

* 

* * 

E gli scioperi, i tumulti, le minaccie a mano ar- 
mata, i fischi al Bonghi, gli oltraggi al Oarducci, le 
fughe di porta in porta fino a trovare un provvido na- 
scondiglio ad una finestra salvatrice de' poveri Rettori 
inseguiti da chi ne vuole fare vivisezione col bisturi 
anatomico, e le percosse e legnate a quelli che non vo- 
gliono scioperare, ed il fuoco appiccato alle panche delle 
cattedre e le ribellioni, anzi le proteste di diritti vio- 
lati contro la forza pubblica accorsa a por fine aH'osce- 
no baccano, in quel tempi erano impossibili, e non av- 
vennero mai (^). A cui non piaceva il maestro, aveva il 
modo semplicissimo di lasciarlo ; e gli agitatori, i viventi 
nel disordine difficilmente persuadevano gli altri non 
solo a perdere il tempo, ma, quel ch' 6 piu, il danaro 
pagato. 



(*) Sjirebbe piii equo dire che erano per forza assai minori 
e assumevano altra fisonomia (V.) 



— 642 — 



Tutto questo ordinamento di stndii, che libero con- 
correva alia liberty dell a scienza, che Tedacava a vi- 
vere nella liberty delle cose, senza il vago ed il fitti- 
zio di un insegnamento disciplinare fatto a programmi 
prestabiliti, cadde il giorno in cni runiy^rsiti voile 
farlo entrare nel sno monopolio. 

Che dato I'assurdo ed illiberale proposito di non am- 
mettere agli esami universitari che gli studenti che 
hanno seguito i corsi^ si volesse riconoscere, se noa in 
tntti, almeno in taluni privati docenti, che 1' insegna- 
mento da loro dato si dovesse reputare come quello 
dell' University e valere a' giovani per essere ammessi 
agli esami, potrebbe pure a prima vista essere ragione- 
vole. Ma non 6 cosi, perch6 gik si viola il vitale princi- 
pio della liberty d' insegnamento, che il Settembrini di- 
ceva eon vera intnizione perch6 ne aveva le prove, che 
erasi rifagiata in questo insegnamento privato, al quale 
fu facile nascondere agli occhi sospettosi ma poco veg- 
genti dell'odiosa polizia di quel tempi, la libertii delle 
dottrine e le conseguenze che si potevano dedurre da 
certi principii. 

Ogni idea di eguaglianza fra i due insegnamenti h 
distrutta moralmente quando il privato docente non puo 
insegnare, se non dopo ottenutane licenza dal professore 
pubblico, ed aver corso innanzi al corpo accademico uni- 
versitario un esame, come ogni altro studente, o come 
quello che egli stesso subi una volta e che gli dava la 
ora negata facolt^ d' insegnare. Posto chi esamina e chi 
h esaminato, la superiority morale del primo 6 sottintesa. 

Ma quando poi si voile che i privati docenti non 
dovessero insegnare altrove che fra le mura dell* Uni- 
versity, seguendo Tordine delle materie secondo i pro- 
grammi universitarii, 1' insegnamento privato fu anche 
materialmente distrutto. I giovani non trovarono pin 
altri metodi da imparare che quelli dell'Universiti, non 
ebbero piu da scegliere, da far confronti e quindi nes- 
son incentive a studiare piia volentieri. 



— 643 — 

E gli inseg'nanti, chiaminsi dottori aggregati, (bello 
a proposito di dottori quell' aggregato^ che viene da 
gregge), professor! pareggiati, e qualunque altro titolo 
si dia loro, certo che non souo veri professori, come 
i piibblici, seggono in un gradino piu basso, ove non 
6 la liberty deir insegnamento privato n6 1' autoritA 
del pubblico. Sono in uno di quegli siati o partiti di 
mezzo, che, secondo il Macchiavelli, non sono buoni a 
nulla. Posto conquistato non con molti anni di studio 
e d' insegnamento dato con liberty ed a chi liberamente 
voleva, ma con assai facility accessibile a tutti perch6 
prodotto di requisiti e prove prestabilite, regolamentari, 
per cui sol che lo voglia, ogni studente, un meee dopo la 
laurea^puo aspirare ed ottenere il diploma da pareggiato. 

Compt r opera distruggitrice materiale, se volete, 
ma non per questo meno dannosa, di aver i professori 
accettato e TUniversita ammesso che di questo inse- 
gnamento non si dovessero rimunerare i professori di- 
rettamente dagli studiosi, ma fossero pagati alia fine di 
ogni anno, per tante p. e. 25 lire, per quanti student! 
si fossero iscritti a' loro corsi. S'intende bene che cosi 
a' giovani fu piu age vole di dare una feima anche ad 
un professore, che potevano non udire, anzi che pa- 
garne uno mese per mese direttamente, ed a' profes- 
sori sopratutto fu piu facile raccogliere firme, che si 
possono dare per pura compiacenza, anzi che stillarsi 
il cervello e sgolarsi in far buone lezioni che fossero 
rimunerate, appunto perch6 buone. 

Vediamo ora P utile che ha cavato 1' University dal 
monopolio. 

Nessuno: anzi 1' insegnamento pubblico 6 scaduto, 
per questo incameramento del privato, dairautoritA che 
dovrebbe avere ; 6 stranamente diventato confuso e 
contraddittorio, perch^ tolta la liberty d' insegnamento 
dove doveva o poteva stare, si 6 voluta nell'insegna- 
mento pubblico, dove non puo e non deve essere. 

Dacch6 per uno di questi fatal! ricorsi del material!- 



- 644 - 

smo, per fortuna, tanto piu corti, quanto paiono piu 
intensi, lo stato moderno, a volere essere legittimamente 
laico, fa chiainato ateo, e da questo con una breve 
ma necessaria conseguepza, asino ; e come non vi 6 
religion^, non dev*esserci scienza sociale, riconosciuta, 
protetta, promossa dal potere governativo. 

Paradosso, anzi assurdo a due faccie. Come nessuno, 
nessuna raccolta di uomini puo reggere senza religione, 
cio^ su qualcosa che sia sopra alia vita materiale, ed 
appunto percio possa regolarne Tessenza e la finalitii, 
cosi nessun governo si pu6 emancipare dalla scienza. 
Questa impossibility si tocca con mano, quando ^ que- 
stione di scienza applicata agli usi ed utility della vita. 
Forse che un governo qualunque, non ha bisogno di 
sapere se gl' ingegneri che gli costruiscono le fortezze 
e le navi da guerra, o fanno ferrovie ponti e strade 
per suo conto, conoscono il proprio mestiere? Non gli 
importa nulla di sapere se i medici che curano Teser- 
cito sono ne' pubblici ospedali, sappiano o no di 
medicina ? GP importa poco per esempio se seguano 
il metodo omiopatico o Tallopatico? Importa poco alio 
Stato se i magistrati che applicano le leggi le sap- 
piano interpretare, o se invece le -rinneghino movendo 
da principii perfettamente contrarii ? Che fa alio Stato 
che un tribunale applichi bene il Codice Civile, ed 
un altro dichiari la propriety un furto ? che ci sia un 
tribunale penale che creda che il reo si debba punire 
perch6 il delitto 6 il portato del suo libero arbitrio, 
e per questo appunto la pena 6 legittima, ed un altro 
giudice o procuratore del Re ehe professi le dottrine 
positive delPessenza della volont^, della liberty tolta da 
un fatalismo a cui non si puo resistere, sicch6 Pessere 
colpevole o no, sia puro caso ? 

Lo Stato, come ogni altra persona, dee prendere il 
sno partito ed adottare una delle contrarie opinion!. 
Dunque dee avere una scienza, che gli serva di crite- 
rio ne' concorsi che indice per pubblici servlzi, scuole 



— 645 ~ 

che esso istituisce e paga, e che s' insegni nelle scuole 
pubbliehe, quindi abbia ragione di pretendere che non 
vi si insegni dicendo e contraddicendo, sot to lo specioso 
pretesto della liberty della seienza. Delle dottrine ed 
opinioni contrarie ^> di sicuro si debba tener conto per 
procedere, perch^ nessuna verity e tale, se non si rimuo- 
vono le obbiezioni che vi si fanno. Ma a voler fare 
fondamento di seienza la contraddizione ed a volerla 
insegnare, si finisco con distruggere tutto. Oltre la con- 
fusione che s' in genera in quelli che ancora sono sul 
limitare di quel che dicevasi terapio del sapere, e che 
invece sarebbe un campo pieno di tumnlto e di voci 
anzi di grida discordanti. 

Gi4 questo concetto della stampa libera anche nel- 
P insegnamento ufficiale avea prodotto i suoi e^etti, fin 
da quando si erano moltiplicati professor! e cattedre per 
una sola materia sotto di verso nome. Si prenda la fa- 
colt^ di giurisprudenza, vi h un professore pel D. Pen. 
ed uno pel Civile, ve n'6 un altro di filosofia del Diritto, 
un'altro di Enciclopedia del Diritto, un altro di Storia del 
Diritto ecc. Ora 6 evidente che il professore di Diritto 
Penale non pu6 inseg-narlo senza muovere dal principio 
del diritto di punire, stabilendo che sia reato e che 
sia pena, il loro fondainento razionale ed il loro processo 
storico. Ma questo 6 appunto la filosofia e la storia di*l 
Diritto penale. Se non che il professore di filosofia del 
Diritto e quello dell 'Enciclopedia, della Storia, possono 
avere un'opinione diametralmente opposta : tenere p. e. 
con la scuola detta positiva che il delinquente sia tale 
perch6 cosi nato, e che pero il delitto viene da cause 
al tutto a lui estranee, Tatavismo, I'eredit^, la confor- 
mazione del corpo, e fino I'atmosfera in cui vive ( ) sic- 
ch6 a rigor di logica la pena 6 un sopruso, una tiran- 
nia, di cui i raoderni non sarebbero meno colpevoli che 
non fu Tiberio e Torquemada. 



(') Coeffioienti se non altro, innegabili (V.) 



— 646 — 

A che gioverebbe al professore di Diritto Civile di 
cercare il fondamento razionale, e lo svolgimento sto- 
rico della paternity e della filiazione, e quello in g'ene- 
rale della propriety, se il professore di filosofia, che pao 
ben essere up soeialista, insegna invece la comunione 
delle donne, la liberty dei connubi, distniggendo ogni 
legame di famiglia, e proclamasse Tabolizione della pro- 
priety individuale? 

Tutto questo insegnamento pubblico in base alia in- 
tangibile lihertd della scienza, scende nel capo dei gio- 
vani non come una dottrina, ma come una contradi- 
zione, che se non li lascia al tutto scettici, li pone in 
qualcosa anche piu difficile, cio6 di valutare e sceg-liere 
fra le due opinion!, cio6 di saperne piu de'loro maestri. 

II che, non potendo essere, si appigliano a qnella 
che piu loro sembra facile ad intendere e soprattntto 
piu place vole al senso. Venendo dalle atee scuole ele- 
raentari, ginnasiali e liceali, ove hanno imparato che 
la vita 6 una lotta pel benessere materiale e bestiale, 
faranno presto a trovare la verity in quelle dottrine che 
promettono un utile piu vicino. 

Or questa liberty d' insegnamento che fa nascere la 
contraddizione fra i professori officios! titolar! ed ordi- 
narii di una stessa university, si pens! un poco quanto 
debba crescere, aggregando e monopolizzando, cioe co- 
me si 6 fatto, distruggendo V insegnamento private. Al- 
lora il prof, poniamo di Penality, poteva avere inse- 
gnante in contrario quello di filosofia, enciclopedia e 
storia del D. P. ma ora ha tutto il quasi sterminato nu- 
mero di docenti privati. La liberty della scienza, che 
veramente dovrebbe stare presso gV insegnanti fuori 
delPuniversiti, innanzi ad una scienza ufficiale, cio^ a 
tutti quelli che credono la vera e su cui fonda V edu- 
cazione de' piu, pu6 discordare nel metodo d' insegnar- 
lo, ma non ha nessun diritto di essere riconosciuta of- 
ficialmente nelle conseguenze che se ne traggono, e non 
tenere di esse nessun conto e riprovare negli esami 



— 647 — 

pubblici quel giovani che ci vengono portandovi idee 
che sono assurditi e paradossi pei P University. 

Cosi il falso principio della liberty deirinsegnamento, 
anche ufficiale, ne produce la coafusione e la nullity, e 
lo stato che crede non avere bisogno di una scienza 
propria, non farebbe altro, logicamente parlando, che 
promulgare il principio che tanto 6 non averne nessuna. 

« Se non mi credi, pon mente alia spiga » disse 
Dante, cio6 guardinsi gli effetti di questa liberty. Ove 
sono scienze esatte applicabili immediatamente e quin- 
di universalinente ed officialmente amraesse, come la 
medicina e tutte le scienze fisiche e matematiche, se 
non si vede progresso, non si trova neppure che se ne 
sia distrutta Pessenza (*'. L^ i cerretani sono pure pos- 
sibili, ma i banditori di paradossi che tagliano ab imis 
fundamentis sono impossibili. 

Nelle scienze invece che poggiano sopra un princi- 
pio che non si tocca con le mani, che si dice morale 
appunto per distinguerlo dalla materia, i paradossi non 
"solo sono possibili, ma necessarii a chi non ha altro 
modo di distinguersi e venire in fama. E chi saprebbe 
il nome di quel professore, se non gliene avessero fatto 
uno la franchezza di cio che insegna, ed anche le te- 
nebre in cui avvolge e nasoonde il paradosso, in guisa 
da renderlo inconfutabile, e percio piu creduto ed am- 
mirato a faccia aperta da' semplici? Nel Parlamento, nei 
Oonsigli provineiali o municipali, in tutte le assemblee 
deliberative, si vede chiaro che coloro che si dicono ra- 
dicali, progressisti ad oltranza, non si sarebbero mai 
distinti per ingegno, eloquenza, e patriottismo da tutti 
gli altri, se non desse loro nome e fama appunto il com- 
battere per sistema ogni principio, ogni legge, ogni isti- 
tuzione su cui fonda la vita civile e politica del popolo, 
che tradiscono mentre si arrogano di rappresentarlo. 
1898. 

{*) Meno male ; ma il loro progresso, specie delle scitnze flsi- 
che, 6 invece grandissimo (V.) 



PEEFAZIONE 
AL VoLOMBTTo POESIE m F. S. 
Napoli, Sfamperia del Vaglic 
1849 {') 



Sono molti i qiiali stimano tempo ed 
\o scrivere in fronte ad un libro di versi 
piu o meno lungo, nel quale si venga die 
tendimenlo che si ebbe, ed i modi che si 
tarli. questo iatendimento e quest! mod 
son recati in atto, e riusciti a bene, e 
mestieri esporli, che giA si vegjtono ; o nt 
iiuporta sapere quel che era nella mente ' 
di un libro, quando esso libro non ne moi 
Oltre chn poi il peggior danno ehe in que 
venire o a chi ecrive o a chi legge, 6, nell 
tro, un giudizio falso in opera di Jettere, 
giudizii uraani fi il piii ordinario ed ancor 
cente. Pure io non ho potuto acconciarmi 
sentenza, sebbens I'avessi molto desidera 
mente 6 gran fastidio il raglonar di cose tanto astruse 
e contrastate quanto son quelle che risguardano I'arte, 
e fare il processo alia mente, che nel comporre segae 
la foga del pensiero e dell'atfetto, e le ragioui di easo 
hii in certo modo connaturate per I'abito ed indistinte. 

magli" chi«risee le iil" 

Bcritto Peaa'tri e note di critica premesai all' edisione roait 
'rose, Salerno, Miullacoio 185i. — Tutte le quiBtioni sBtetioiis 
itate dair A, in qussti eoriWi, Bi trovann rinsaldate, chiaritu 
onfutftlB di proposito a di Booroio, in una pregevole opert it- 
tie. Eitetica come Sciema deW Eip'eiaione e Linguittiea G«"- 
* di BBQodetto CrooB - Palarmo, Kemo SHndrou, o.lit. (V). 



- 649 — 

Ma a me 6 paruto che, se ognuno il quale, dk in 
luce alcuna opera di arte stimasse suo debito di sporre 
i principii onde mosse ed i modi tenuti, che il concetto 
dell' arte isfcessa, con vedersene la diflScolti, si alzerebbe 
di tanto, quanto bisognerebbe ad indurre un certo sgo- 
mento, che ritenesse dal corrervi cosi inconsideratamen- 
te, e dal giudicarue ancora con si facile sprezzaturaC. E 
quel ch'6 piu, se i grandi avessero cosi fatto sgomento, 
sarebbero ormai fermi certi principii, da loro posti e pro- 
pugnati con quella autorit^ che vince ogni altra, quella 
del fatto. Da ultimo, puo bene avvenireche taluna^bbia 
giusto concetto deU'arte, e faccia cattiva pruova quando 
va a porlo in atto ; onde un libro di pessime poesie 
puo esser pceceduto da una buona critica, che 6 ben 
qualche cosa. E questo perch^ non di tutto il magistero 
dell-arte si puo render ragione, o si puo avere norma 
e regola : ma quella parte di essa che 6 intuitiva, chi 
non I'abbia avuta da natura, non vi sopperisce con 
I'artificio ; onde tale che sa bene, non riesce per questo 
a far bene. Perci6, richiesto di dar fuori questi versi , 
sebbene a questi studii mi abbian gik da qualche tem- 
po tolto le cure del Foro, diro nondimeno alcuna cosa 
delle norme ch'io tenni nel comporli, le quali per certo 
ove buone elle fossero, non perderebbero nulla della 
loro giustezza, quando si vegga la poca utility ch^ io 
n'ho tratto a seguirle. 

Poesia 6 descrizione di quel fatti interni delPanimo 
o della natura esteriore, che manifestati per mezzo della 
parola in certa forma artistica, siano atti a suscitare 
I'idea della bellezza, o del sublime. Or come si fa a 
scernere e raccogliere questi fatti, 6 quella parte ap- 
punto che non si puo n6 dire, n6 insegnare n^ sottO' 
porla a regole. Ma avviene il contrario dell'altra parte 
che riguarda la forma artistica da dare a que' tali fatti 
e sotto la quale comprendesi cosi la natura del fatto 
per rispetto al sentimento che dee eccitare, come la 

41 



\^l' 



— 653 - 



1 



veste esteriore onde si covre. Or questa parte che fe 
sempre grandissima, acquista, a parer mio, un' impor- 
tanza anche maggiore in certi teinpi, per guisa che 
I'avere una diritta idea di essa 6 condizion necessaria 
e diro unica, a ben riuscire. 

Chi si faccia a meditare la storia di qualunque let- 
teratura quand* essa ha certe condizioni per le quali 
puo dirsi gi^ fatta e forma ta, scorge ch' essa nacqne 
e progredi per tre distinti periodi, o tempi che gli vo- 
gliam dire. Nel primo, sendo ancora la natura esteriore 
un campo vergine e non colto, e le fantasie degli no- 
mini vivacissime, queste predominano sul sentimento 
interno, ed alia poesia danno una tendenza tutta obbiet- 
tiva ed esterna, ed al semplice artificio del ritmo una 
Importanza quasi assoluta. E sorge allora quella poesia 
prima semplice e spontanea, la cui indole principale 
^ che prende e si aiuta di tutti gU element! fau- 
tastici che le avviene di trovare, e sMnforma delle in- 
dividuality e dei particolari della vita esterna, senza 
grande scelta o giudizio. Ritrae i primordii della civilti 
quando essa sorge, quando tutto 6 necessariamente con- 
fuso, quando la vita privata ha ancora un valor mas- 
simo, e I'esperfenza del passato non sorge a gittare la 
sua ombra mesta e fredda suUa luce della speranza 
awenire. 

Nel secondo periodo Tistinto dell' arte sorge mlste- 
riosaraente, sceglie, misura a giusto modo i voli della 
fantasia libera e vaga, ed interviene quando 6 gik e- 
ducato e raffinato I'interno sentimento, il quale par che 
piu cresca, quanto minor campo la natura esterna porge 
alia fantasia, come se esso, che 6 il senso dello spirito, 
acquisti maggior comprensione ed intensity, quanto piu 
decresce quel senso che comprende ed abbraccia la ma- 
teria. E poi il pensiero nazionale svolto gik e grande per 
le comuni vicende e gli anni, prende forma ed entnt 
ancora ne' lavori delParte, a cui imprime quel snggello 



— 651 — 

di cittadinanza che gli rende proprii e distiuti. Qui pure 
il concetto dell'arte suole essere indistinto e non ben 
determinato : ma g\k la mano obbedisce per arcana ar- 
monia ad un principio, segiiita una norma, guarda ad 
un fine piu alto che non 6 il semplice diletto della for- 
ma, il fantastico e V intellettivo, I'idea e la sua veste 
infine si compenetrano, e prendono unit^. Allora la 
letteratura 6 formata, e le ban dato compimento quegli 
artisti sovrani che diconsi i classic! i quali, levandola 
da' particolari della vita individuale, I'innalzano a ri- 
trarre il genio, il costume, i dolori e le speranze della 
terra ove sorge. 

Viene da ultimo t^n terzo periodo, nel quale perchfe 
gli animi si volgono alio splendore di quelle poetiche 
bellezze gi^ attuate ne' canti de' classic!, sorge 11 de- 
siderio ed il bisogno della imitazione. Questa imitazione 
^ necessaria, perch6 n6 chi serive n^ chi legge si puo 
disvezzare d.-.l trovar belle certe forme a cui fu educate, 
ne essa pero pon freno ed inceppa gPingegni, anzi gli 
aiuta, e ne feconda e svolge la naturale attitudine. 
Perch6 imitare, in questo senso, non 6 altro che fare 
secondo certi medesimi principii, lavorare con I'ani- 
mo stei^o de' grandi che ci ban preceduto ; ma P i- 
deale, scopo dell'arte, e lospettacolo dell' universe, for- 
ma onde essa lo veste, sono infiniti e liberi ad ognuno. 

Molt! poi intendono falsamente questa imitazione 
per quella vil servitu, che sta solo contenta a sfiorare 
i concetti e le frasi d'un classico, e quest! sono i pedanti. 
Molt! che ne hanno il medesimo concetto, non se ne 
contentano ; nel che ban ragione ; e per cansarla, si 
slanciano nel falso, nel gonfio e nello strano, nel che 
ban torto. Ad udirne alcuni, tutto il mistero sta nel dir 
cose nuove, ed in modi nuovi. Veramente nuovi riescono, 
se non che dal nuovo al bello ci ha pure qualche diffe- 
renza. Onde I'esser brutta e deforme una cosa nuova 
non 6 poi spettacolo gran fatto nuovo a vedersi. 



— 652 — 



Presso di noi, il primo di questi period! pno rl- 
guardarsi compreso negli anni che pnisarono dal mille 
fino a' tempi di Dante. Non I'imitazione de' Provenzali 
come parve ad alcuno, ma le proprie condizioni di una 
letteratura che comincia, furon cagione che trovasi in 
que' primi tempi quella nuda e spesso arida combina- 
zione di rime e di ritmi, quell'esser quasi con ten to alia 
forma materiale del verso e quel vagare della fantasia 
ed appigliarsi a quanto prima incontra. II secondo pe- 
riodo abbraccia tutto il trecento, il terzo comincia dal 
secolo XVI, compresovi il Poliziano. Vero 6 che anche 
ne'rimatori che precessero il 309 trovasi talvolta qualche 
getto di poesia vera e sentita, e lo slancio di nn sen- 
timento vivo edenergieo vestito d'immagini bellissime. 
Ma cio non distrugge il gik detto, perch6 quelle diife- 
renze trovansi nelle cose, non gik che s'abbiano a de- 
terminare esattamente col lunario alia mano. 

Ora dalPavvicinarsi o discostarsi della necessaria. 
imitazione a quel periodo di mezzo, che h il perfetto, 
nasce Peccellenza o il decadimento dell'arte. E poich6 
6 di necessity che Pamor del nuovo guidi alio strano 
i mediocri ingegni, e che poi il buon gusto e I'abitu- 
dine, trionfando, rimenino la letteratura a que' prin- 
cipii veri, 6 necessario ch'essa abbia una spezie di eorso 
e ricorso in cui splende, cade, e risorge. 

Infatti la nostra fu buona o degenero secondo si 
avvicino a' classici, o se ne venne allontanando. Dante 
6 il classico per eccellenza, come colui che raccolse in 
quel suo mirabile poema tutte le forme, e tutti i possi- 
bili generi di forme, e ne rivestl gli elementi tutti della 
italiana nazionalit^. Ora da che altro eran mossi i 
secentisti, che dal desiderio di aprirsi una via novella? 
Pero il secolo del Marini e delPAchillini ebbe termine 
ed espressione nelle Lettere Virgiliane del Bettinelli, ed 
il rinnovamento della letteratura del secolo dell'Alfieri 
del Foscolo, e del Parini ebbe inizio dalla difesa che 
fe' di Dante quel pulito e leggiadro ingegno del Grozxi. 



— 653 — 

Ed oltre di questo fat to, che 6 gik molto, chi voglia 
vedere quanto si vada errato a vol^r creare, o rialzare 
una letteratura caduta, usando di altri aiuti che diri- 
menarla a' suoi classic!, pu6 vederlo da queste due 
pruove. Del poema romanzesco era il germe, come di 
ogni altro genere di poesia, nella Dlvina Commedia. 
Quel che pero non vi si poteva trovare, gli e quello 
spirito di paganesimo, che ora in forma di epicureismo, 
era di scetticismo, sozzava quel poemi. Or, sebbene 
ingegni peregrini e svegliatissimi avesser coltivato e 
messo su questo elemento, e fra gli altri, non raeno 
che PAriosto, poeta quant'altri maisommo; pure esse 
perch^ affatto naovo, e contrario all 'indole gi^ formata 
della nostra letteratura, cadde, come ogni cosa che 
trovasi fuor di suo stato naturale, che non vi si adagia 
n6 dura. E gli Arcadi, intesi a ritrarre il secolo] dalle 
gonfiezze in cui era trascorso, fallirono il segno; ap- 
punto perch6 essi guardaron solo alia gretta imitazione 
della forma esteriore del Petrarca, ed impresero a ri- 
porre in essere I'egloga che mal si addiceva all'indole 
artificiosa e spirituale della letteratura novella. Nondi- 
meno, erra secondo io mi avviso, chi non vede in que- 
gli sforzi un principio buono, ed un primo indizio del 
buon gusto. Ccrto, per dime un esempio, il candore e 
la semplicit^ del Metastasio venne da quella scuola, 
come da quella il vuoto che talvolta vi si trova, e Pa- 
ver diviso la lingua in parole cantabili e non cantabili. 

Di questi tempi in cui viviamo, e prima che il tur- 
bine politico trascinasse seco ogni altro studio, si era 
divisi in due. A guardare i buoni, e fra questi ce n'ha 
de'grandi, si vede il fare de' primi maestri, e, come 
forse non mai altra volta, risorta bella e limpida la 
squisita gentilezza dell'arte italiana. Ma, a guardare 
altri, e piu numerosi, si sarebbe tentato di credere che 
Parte sia in un cammino di decadenza. Di che sono 
due ben chiari indizii. II primo, che gik si 6 trascorso 



— 654 — 

nel gonfio e nel falso, n6 piu ne meno che non sifece 
nel secento, anzi con tanto maggior danno del buon 
gnsto, quanto 6 maggiore I'artifizio che vi si adopera. 
Non voglio citare esempii, ma chi ha pratica di certi 
poeti moderni, m'intende. I quali nondimeno sono letti 
e riletti ; ed io mi stupirei se cosi non fosse, perch6 il me- 
diocre piu agevolmente piace a'mediocri e i medioefi son 
pure i molti ; ma la poesia nonch6 esser popolare e vagar 
per le piazze e per le vie come tengono alcuni, 6 anzi 
la cosa piu aristocratica e privilegiata del mondo, onde 
i molti non se ne intendono. L'altro segno 6 il gran 
battagliare e le sottili speculazioni che fanno i critici, o 
quelli che per tali vogliono esser tenuti. Indizio non 
dubbio di decadenza dell'arte ; ch6, quando sorgono i 
grandi artisti, rapiseono a sh gli animi, e gli sforzano 
con I'esempio a seguitarli. Onde non ci 6 tempo di por 
mente agli specula tori, e costoro si tacciono, come quelli 
che non vogliono punto esporre i loro trovati a rompere 
nell'esempio contrario del fatto, n6 han campo di apporre 
ad un autore che vive e sente que* sottili intendimenti 
e que' fini riposti, e quelle nor me artistiche che oppon- 
gono a' morti. 

Non ci 6 cosa piu dilettevole del vedere con che 
lunghi e bei ragionamenti, con che disinvoltura, e nel 
tempo stesso con che falsity di idee, ti parlano costoro 
dell'arte, che essi mai non conobbero, n6 conosceran 
mai. E, come ti discutono, a mo di esempio, del fine 
vero e riposto di essa arte, e di cio ch'ella debba pro- 
cacciare, e chi lo trova nell'insegnare al popolo il vero, 
chi la morale, chi la gentilezza, senza sospettar punto 
che essa ha per fine s6 stessa, onde assegnarle altro 
uffizio 6 abbassarla e distruggere ; e che non ogni vero 
puo esser rivestito delle splendide forme artistiche, 
pereh6 non ogni vero 6 hello, e che se I'arte giugne a 
render migliori gli uomini ed ingentilirli, cio non vuol 
dire che ella 6 ordinata a questo fine, avendolo di co- 



— 655 — 

mune con ogni trattato di etica, e con tante altre cose 
ancora. Poi trovato il fine, vengono le regole intorno 
a' modi da tenere per asseguirlo ; quindi la poesia che 
cammina col secolo e cangia con le mode, la poesia che 
dee scendere lcI popolo, la poesia che dee copiare a 
puntino la natura, prendendo percio quanto ci ha di 
atroce, di schifoso, di lurido, e di malvagio nel mondo, 
ed altre disquisizioni e regole che producono pure i 
loro bei frutti, ch6 sbalordiscono e volgono a male non 
pochi bttoni ingegni. Per me ho sempre temuto pe'cri- 
tici di professione, da che trovai il piu grande di loro, 
11 Gravina, andar tutto in dolcezza per 1 'Italia Liberata 
del Trissino. 

Ora, per tornare al proposito, e dar fine a questa 
avvertenza, che mi e cresciuta fra le mani piu di quanto 
potea prevedere, dico che a chi scrive 6 mesti^ri ora piu 
che mai tener fermo, e non farsi prendere all'amore 
del nuovo, e sviar cosi dalla tradizione e daU' esempio 
de' nostri grandi (^). E questo sonomi io ingegnato di 



(*) In uno scritto inedito reoente, di quolli soartati perch6 
VI si ricanta in milla forme la stessa canzone, V A. non del tutto 
a torto, ribadisoe che la smania del nnovo porta a non di- 
stingaere » il poco nnovo, originale bello, dal molto naov o e ori- 
ginale brutto. Or I'artista che non distingue non ha il senso del 
I'arte sua. E questa smania del nuovo, dello strano, questo conato 
verso un sublime falso, a scapito della venust^ ^ un ricorso quasi 
costante dell'impallidire diro del concetto artistico. In una societa 
adulta, in una letteratura p. e. come I'italiana, non piii adulta 
xna antica, e che si lega e rannoda ad un' altra anche piii anti- 
ca ed indigena, certi tipi e certe forme d'arte sono di necessity 
formate e riaffermate. Quella che dices! scuola, che efondata*dalla 
tradizione, che alcuni dicono necessita artistlca creata dai co- 
stumi e fino dal cliraa, dalla terra, dal modo di vivere di un 
paese, questa rimqne salda e inalterata. Gl' imitatori di foorgie 
forestiere ed esotiohe possono per an poco adombrarla: ma ^ 
nuvola che passa. Mentre dura si comincia dal confondere il 
bello ool difficile e si prosegue a riusoire nel deforms, nello 
8trampalat<<> e nel goffo, servondosi sempre di concettuzzi, di an- 
titesi che non hanno altro di ossere brutti e rigettati dal senso 



— 656 — 

fare, vestire quanti la mente puo raecogliere spettacoli 
del mondo esterno de' quali puo usar Tarte, e quanto 
dett6 dentro Paffetto grande e vero, di immagini e di 
forme sensibill e vive, e queste atteggiando a luce con 
la splendidezza dello stile, e 1' eleganze della lingua, 
seguitando le orme di coloro eheposero le fondameuta 
di nostra letteratura. Ch'io abbia aggiunto ove mirava n6 
altri crederA, ne io ho mai creduto. Ma, se non si puo 
far bene, se almeno chi scrive s'ingegnasse di non far 
male c corrompere, potrebbeglisi mandar buono P ardi- 
mento dello scrivere. Contro il quale si ode spesso a 
gridare certi dispregiatori di quanto non riesce a ma- 
teriale utility, coonestando la loro avversione col pre- 
testo che 1' Italia ha veramente troppa copia di grandi 
scrittori e poeti senza che ci sia bisogno di altri. II che 
6 ben vero ; ma gli e pur vero che a questo tempio 
dell'arte o^ni secolo dee apportar la sua pietra, pereh6 
ogni secolo, oltre la comune erediti, pascesi e nutrisce 
di quel ch'esso produce. 

L'arte 6 per noi italiani essenza di nostra vita ci- 
vile, che essa preparo, attuo, compi I'incivilimento no- 
stro ; e come la vita 6 cosa presente e rinnovellasi og-ni 
momento, cosi I'arte ha bisogno di esser tenuta sempre 
viva. Ch6 quando per poco ella si rimanesse o potesse 
cadere, e noi senz'altro saremmo barbari. 



oomune. Per qualohe tempo il volgo ammlra ed applande, per- 
cli^ il gusto oorrotto e falsato dogli attori 6 argomento e oagtone 
del gusto falsato degli spettatori, ma non va molto e torna la 
fede nella vera bellezza,...* Ora per quel che rigaarda la na- 
zionalitk dell'arte io ho gia detto a pag. 174 che bisogna rico- 
noscere a ogni letteratura un suo spiccato carattere, ma mi 
pare anohe evidente che convenga riconoscere i mutati bisog^ni 
dell^Umaoit^, che nella letteratura si rispecchiano. Oggi che le 
nazioni sempre piu si stringono e si oompenetrano, negare olie 
l*arte debba inevitabilmente tendere a ana certa aniversalita, d 
puerile ed assurdo. (V). 



657 - 



Dl UNA NUOVA SPIBGAZIONE 
DEL 

VERISMO NELL' ARTE 



I. 

Quelli che tan to parlano, da poco in qua, di un 
verismo o realismo che lo chiamino, nell' arte, assumono 
che questa, per esser perfetta, anzi per essere 1* arte, 
debba al tutto (*) lasciar da banda quelle che finora 
si 6 detto esserne anzi V essenza, cio6 V ideaU. 

E che 6 questo ideale ? Definirlo non 6 tanto facile, 
quanto il parlarne ; meglio pu6 dirsi che s' intuisca e 
si senta. Al di sopra di ogni cosa sensibile, ci 6 la sua 
idea: pure questa non 6 T ideale, di cui si parla, ma 
V ideale 6 il tipo della cosa, e pure della sua idea, ma 
concepita piii perfetta, piu compiuta, e nell* arte, essen- 
zialmente piu bella. Donde venga, e come questa im- 
magine di bellezza tipica, che nessuna forma reale ha, 
tutta almeno, in s6, ogni metafisica ve lo spiega a suo 
modo. E se n' ^. fatta una scienza detta Estetica, che 
per cercame 1' origine, dimentica per via il concetto 
della bellezza, e riesce a fare smarrire quello dell'arte 
e della sua finality. 

Certa cosa 6 che a vedere come 1' ideale st^mpre si 
contrappone alia realty ; a vedere come gli si fa guerra 
a nome del vero, dev' essere qualche cosa di diverso 



(') Niuno ^he abbia aenno lo dice. £ppoi la lotta dell' idea- 
lisxno e del realismo neir arte darera sempre, porch6 ^ 1* espres- 
sione della vita, e iner<inte al daalismo dello spirito e della ma- 
teria nell' ecouomia dell' uni verso (V.) 



\ 



— 658 — 



dal fatto, dal concrete, dalle cose materialiaTanto di- 
ve rso, che almeno finora, si 6 tenuto che a trovarlo, 
non basti un' attenta osservazione sia della ragione, sia 
de' sensi, ma ci voglia qualche altra cosa di pin spi- 
rituale, di piii sottile, che gli antichi dissero addirit- 
tura Xiime, e poi fii dctta estro, inspirazione, entu- 
siasmo, c fino acqua del Castalio fonte ed aura del 
Parnaso : acqua ed aura supposte sempre di avere al- 
cune quality diverse da tutte altre acque ed aure, che 
sono in natura. 

Questa scuola, se h una scuola, di coloro, che non 
cercano per 1' arte altra belle:?za che quella delle vere 
e reali forme delle cose, vantano sopratutto di esser 
nuovi ed originali, di aver trovato nuovi criterii di ope- 
rare e di giudicare. Ora essi possono dire tre cose, delle 
quali due son vere, ma non mica nuove, anzi una h 
antica quanto 1' arte istessa, e 1' altra 6 vecchia quanto 
la storia dell' arte. 

Ne dicono una terza, che nemmeno 6 nuova, ma 
fe un errore, che dove potesse, e fortunatamente non 
puo, ammettersi, e ritenersi come vero, distruggerebbe 
addirittura I'arte, falsandone Tufiieio, e facendone una 
cosa al tutto superflua. 

La prima delle cose vere, e non nuove, 6 che nes- 
sun ideale puo di venire oggetto dell' arte, se non s' in- 
carna in una forma reale. E s' intende bene ; anzi la 
differenza fra V idea e 1' ideale 6 appunto questa che 
r ideale 6 sempre incarnato in una forma reale. 

Se non che, questo e tutt' altro che nuovo. Ci 6 
stata mai una pittura, senza forme reali, o una poesia^ 
senza immagini reali, o una musica, senza suoni reali ? 
Ci ^. ideale piii di DIo? Si trova tanto poco col sense, 
che quelli che di senso vivono, lo han piu volte rin- 
negato, o come, con tanta burocratica eleganza, si fe 
detto di recente, destituito. Ma quelli che ci han ere- 
duto ed han cercato rappresentarlo artisticamente, han 



— 659 — 

dovuto attribuirgli una forma reale. II Dio deTagani 
era Giove, Apollo, Giunone, Venere, cio6, formalmente 
nomini e donne. Ed a rappresentare il Dio de'Cristiani, 
che pur si dice, ed 6 puro spirito, nota il poeta : 

« la scrittura condiscende 
A vostra facultate, e piedi e mano 
Attribuisce a Dio, ed altro intende ». 

E Michelangelo nella cappella Sistina, si contento 
di scrivere il verso della Genesi ove dicesi che Iddio 
divise la luce dalle tenebre ? A fare opera d' arte invece, 
lo dipinse col corpo di un vero uomo, con mani, piedi, 
barba e veste ancora, che si caccia con le braccia in- 
nanti fra la luce e le tenebre, e manda Puna radiante 
a diritta, 1' altra ammassa in nugoloni neri a manca. 

Ed anche il vero, il bello morale che si puo ben 
concepire con P intelletto come assoluto, in arte 6 ben 
forza che si unisca e s' incarni nel contingente e nel 
fatto. — Non fare altrui quel che non vorresti ti si fa- 
cesse — rimane una verity, un* ideality di giustizia, 
una norma sapiente del vivere civile, e perch6 supre- 
mamente vera, sar^ pure supremamente bella ; ma non 
per questo 6 opera dell' arte. Per esser tale, 6 mestieri 
che questo principio di giustizia ci si mostri in atto di 
persone giuste ed abborrenti dal far male. L' amore, 
r odio, la piet^ e simili, che si possono concepire e dif- 
finire dalPintelligenza artisticamente, non possono essere 
senza amanti, inimici, persone amore voli e pie. Impe- 
rocch6 la forma plastiea non h uu attributo, 6 di es- 
senza nelP oper^ dell' arte. 

L' altra cosa vera che potrebbero dire i veristi, 6 
che certe forme che han pure risposto a'fini dell' arte, 
possano col tempo, riuscire inadatte, per guisa che fac- 
cia mestieri trovarne altre nel campo, sempre inesausto, 
della realty. Tali sarebbero, con le antiche mitologie, 
le immagini che miravano piu al maraviglioso che alia 
pura e serena bellezza. 



— «*»> — 



^i*-*-. : VA^i- eh*»- s.'ia '♦^c*: 



nra, Ir^ Ir^ilfA ♦tx*^» *j!rniri^ p»i»> 'iira sazK r 
oo'.r^ !ir.o *I X:rLi, '^-^l^ -i^-iTci *I nr5> ^t— *; 

^ <r?^ ^p<SK> riapiocd '-!/:■ a' •la->ii o a' Ian«t^=.ii 4-^1 
••^T^ria fi**^^ df^l.a loord!' o 'i-rl ses-po e ^inil.. c^-"* 
<.r>i '-^.zjPt ora soso diT^:iia:e f^mie vaf5» d: eonieniiiD 

di aniii colli, si €8a«iriiee in uno :?p«c;rfi:o quel che 
;ri: fa iTrn^r^ !a ^.ztira df eLI ri ri^iiarcia. 

Pao aTTenire, e aTTena:«> di neees^ca ^^nesiro ma- 
tare di t:p: e dl forme t^slH. che ri^ponde all'eTolsizioiie 
del a#fri::ineiiu> artist :eo de' pop^^li. ed a qiLello ddl^ 
1^^1:4 d' :.la vita, ma ^|ae>to non ^aclnde. ans snppone 
r Hiea>f. c dice solo che iiielle forme non vabero m 
ra;r;riangerIo in tutco come ii*^a si rAgghuigen mai. 

L' arte «tara sempre in questo intoito del finito che 
slar^ i confini. per compn^ndere qaanto pod dell' infi- 
nito. a-fpirando. ma non p^tendo mai conse^nire, di 
eoufondervisu Ove quesro a^-venisse, Faite finirebbe : 
ma «enza lo »forzo. P a^pirazione della realta e del ha- 
tnrale ver^o 1' ideale. V arte non sarelibe ancor nata. 

Ml nondimen^. qa^sto non e T ultimo concetto del 
veri«»rjio, non e cio che, come ho detto, ammesso, distmg^- 
gerchYf^ Tarte. II veri.smo, come vorrebbesi ora inten- 
derlo, importa una rlprodozione quanto pin esatta tanto 
mi^rliore della materia, del sensibile, qnale che si fosse, 
•^nz' altro. • 

S^fcondo questa critlca, p. e., ci sarebbe nn' arte 
fortanati.^sima, fra le altre, per an trorato infallibile 
a ritrarre con un' esattezza che non si pao ma^giore, 
il vero ed il reale. Un fotografo potrebbe gnardare con 
diHpregio rjuanti Giotti, RafTaelli e Michelangeli forono 
al mondo. 



— 661 — 

Kimane per altro il fatto che il pittore, piu verista 
e realista che ci possa essere, e che piu se ne vanti^ 
tiene ad oltraggio V essere non che posposto, parago- 
nato ad un fotografo. 

L' arte che usa della parola, per rispondere al prin- 
cipio della nuova critica, basta riproduca il vero, il fatto 
sensibile. E cosi ha fatto pur troppo in gran parte ; 
perch6 gli autori della critica sono ad un tempo gli 
scrittori ; anzi la critica h stata trovata per coonestare 
le opere di questa arte appunto. 

II Eomanzo ed il Dramma, forme quasi universali 
deir arte nuova, non escono da taluni argomenti, ahim6 ! 
ben veri e reali; T adulterio, il duello, il suicidio. Alia 
qual triade deliziosa, si 6 dapoco agariunto, per opera 
sovratutto de' francesi, precursori feracissimi in ogni 
corruzione, V assassinio, con gli esilaranti episodi del- 
r opera del giudice istruttore per raggiungere il reo, 
e del conseguente giudizio nella Corte di Assise, fondo 
o paesaggio del quadro trovato di cosi pura e serena 
bellezza, che si puo esser sicuro di averli sempre negli 
ultimi capitoli del Romanzo, e nel 5" atto del Dramma. 

Questi effetti, la spiga^ per dirla con Dante, di tali 
concetti dell* arte, dovrebbero bastare a mostrare a chi 
volesse intenderlo, che il vero dell' arte, non 6 il comune, 
ma che questa ha una verity sua propria, poich6 6 una 
seconda creazione nello spirito, che, come direbbe un 
filosofo eghelliano, supera, epero nega la naturale, anzi 
che imitarla perfettamente. 

A voler ragionare un poco, qui si potrebbe in 
primo luogo dire che se bastasse la nuda riproduzione 
co'mezzi deH'arte, per prima cosa, Tarte perderebbe la 
sua finality, che 6 la bellezza, la sovrana assoluta bel- 
lezza di cui essa 6 manifestazione, e che non si trova 
mai tutta nella realty. Anzi in questa, oltre le cose 
che si dicono e sono realmente belle, ci 6 11 brutto, il 
deforme, e peggio, il volgare. II brutto ed il deforme 



— 662 — 

possono formare oggetto di arte, in quanto hanno un 
contrario bello, di cui, col paragone suscitano Tidea. (*) 
II goffo, il vulgare, P indifferente, rimangono materia 
sorda a rispondere agli sforzi dell' arte, perch6 non 
contrastano a tipi artistic! . 

E si potrebbe, in secondo luogo, dimandare, a che 
serve quest' arte nuda ed inconsciente riproduzione di 
quel ch' 6 in natura, e perch^ dobbiamo amare ed am- 
mirare la copia, quando si ha 1' originale ? Non sarebbe 
il caso di chi, potendo a sua posta, innamorare di una 
bella donna ed ottenerla, preferisse di far vezzi e moine 
ad un suo ritratto ? 

Ed in terzo luogo, si potrebbe chiedere chi ha ve- 
duto gli originali naturali dell' Apollo del Belvedere, 
del la Venere, ed anche chi ha conosciuto un matte cod 
graziosamente stravagante come D. Chisciotte, o una 
birba come Jago, o un pauroso come D. Abbondio?(*) 

« Al di lA, dice uno scrittore napoletano indegna- 
mente obbliato (•), delle cose percepite da' sensi e dalla 

(^) A questo oanone, esposto anche altrove dalL'A. e debita 
risposta rosservazione del Vera a pag. 170 e seg. (V.) 

(5) C 6 naturalmente del vero, ma crede I'A. che sa non ri- 
traessero 1' idea di tipi esistenti o che potrebbero esistere, sareb- 
bero riusciti immortali? L'arte, not6 il De Sanctis, ^ Tindividao 
e la persona, e piii vi scostate dair individuo, piu scorporate, e 
piu vi allontanate dall'arte. Ogni creatura artistica e viva quando 
ha trovato V ideale, direi, reale di s6 stessa. (V.) 

(^) Cio^ Qatti. — Mi sia lecito protestare contro questa abosata 
paroia obliato (adoperata pur da me a pag. 54 parlando del Guarini), 
massime so preceduta dall' « ingiustamente *, per indicare ohe 
uno scrittore non ^ piu popolare ; quasi popolari potess ero es- 
sere i molti. Ma 1' esperienza prova che i valorosi sono sempre 
letti e consul tati, anche se non grandi. Esempio fra gli scrittori 
di cui ci occupiamo, la Guacci, che a tacere di quanti la loda- 
rono in morte, or dall' Ardito, dall' Antona Traversi, dal Pasdera, 
da Virginia Fornari, da L. A. Trotta, che ne ha pubblioato 
una lettera inedita con bel comento, fine ai molti studi gi& citati 
che intorno a lei sono usciti (e, si noti, di penne non napoiitaue) 
ha tuttora una corona di illustrator!. Pure ancora, quando si 
scrive di lei, k di rito dirla « ingiustamente obliata >. (V.) 



— 663 — 

coscienza, lo spirito cerca la vera realty, la sostanza 
€ Tessenza della natura e di esso spirito ; cerca quel 
principio che, conservando la sua uniti assoluta, ed 
eternamente rimanendosi seco, si manifesta nel tempo 
« nello spazlo, per mezzo di tutte le esistenze reali. 
Ora r azione di questa forza universale edi quest' anima 
che avviva P universo 6 I'oggetto delle rappresenta- 
zioni deir arte. (J^uindi 6 che, non trovandosi il bello 
che neir anima sostanzialmente, e nelle forme solo per 
accidente, ne viene che 1' arte nel ritrarre le forme ma- 
teriali, non si arresta a queste ». 

Ohi non concepisce, come si puo, quel principio 
assoluto, quell' anima che awiva V universo, come non 
puo spiegare nient' altro, non riesce a spiegare e con- 
cepire 1' arte. 

E pure gli stessi veristi piu decisi, per quanta vo- 
glia n'abbiano, non riescono a ritrarre i loro soggetti 
cosi come veramente sono^ ma anche nel grado loro, 
cercano rilevarne le forme reali. Date a tre buoni pit- 
tori, dice il Toppfer, il mandato di ritrarre un asino in 
mezzo ad un campo. I tre ritratti, nelle linee princi- 
pal!, riprodurranno fedelmente T asino reale. Ma nel- 

V insieme di ognuno vi sar^ sempre qualche cosa per 
cui Tuna riproduzione si distinguer^ dair altra, ed 6 
cio che ciascun pittore, anche senza volerlo, tratto dal- 

V abito dell' arte sua, vf avri aggiunto di proprio. E 
questo appunto 6 cio che non si troverebbe nelle ripro- 
duzioni di due fotografi, forniti pure di macchine eguali, 
le cui riproduzioni al tutto material! perci6 non son 
opera d' arte. 

Veramente, a prima vista, sembra che certe opere 
d' arte che ritraggono quanto 6 possibile il vero, come 
la pittura di un viso umano, e di un animale, di una 
selva, di un pezzo di mare, od in poesia la descrizion© 
di una notte stellata o di una tempesta, o certe scene 
e figure al tutto intime de' romanzi, non abbiano altra 



— 664 — 

finalita e preg'io che la pnra, e qaanto pm perfetta, 
tanto piu efficace, rlproduzione della natnra. Tatte 
qneste cose par che siano taoto addentro ed essenzial- 
mente nel concreto e nel particolare, che non si puo 
pensare come mirino al g'enerale ed al soyrasensibile. 
II loro jrregio pare stia, piu che in altro, in snperare 
il difficile nel la plastica piu esterna. 

Pure non 6 cosi, se diletta vedere ritratto al natu- 
rale il viso di un uomo, egli 6 perch^ vi traspare 1' im- 
materiale del suo animo : al di fuori della pace di una 
notte serena e deir orrore di una notte tempestosa an- 
che descritte bene, ci e V idea di una pace ben piu 
grande, ben piu continua, e piu sovrannaturale dilet- 
tosa. Sulla tempesta, ci e la forza che la muove, quella 
che se ne serve per fini piu alti di queUi che si pos- 
sano vedere, o si veggono ora. £ ben possibile, anzi 
avviene spesso, che questo non si vegga, ma e certo che 
si sente, senza percepirlo. Dove non si puo sentire, per- 
che veramente non ci h, manca la condizione essenziale 
della bellezza, V arte non fa nulla, anche che imiti per- 
fettamente, come quel pittore che ritrasse cosi al natu- 
rale una cosa schifosa, che faceva peritare di toccarla 
con mano ; o V autore verista di quel sonetto,.sul suo 
svegliarsi la mattina, che dopo le mirabili cose di avere 
steso le gambe, soUevate le braccia e suonato il cam- 
panello, conchiude con la sublime e poetica immagine 
di aver detto al suo cameriere : 

Prendimi un po' quel paio di calzoni. Q) 

IL 

Da poco in qua, questa dottrina del t)erismOj nel 
senso cattivo ed al tutto falso, che ho detto, ha avuto 
due nuove, non diro giustificazioni, ma spleghe : 1* una 



'1 



(*) Inutile ricordare che 1' eccesBo delle teorie, che 1*A. com- 
batte«con altro eocesso, ricade ai delirii di un ventannio f. (V.> 



— 665 — 

a nome della scienza in genere ; V altra a nome della 
storia, e, quel che meno si aspettava, della politica. 

La critica per vero 6 avvezza a questi procedimenti; 
quando perde di vista la vera essenza delP arte, ne 
cerca invece V origine di fatto. Ci 6 ora tutta una 
scuola che non si occupa d' altro che di questo : da 
quali fonti Ariosto, o Tasso, Monti o Manzoni han ca- 
Tato r idea, le immagini ed anche lo stile, di quel che 
hanno scritto. Altri si crede in debito di ricostruire la 
persona dello scrittore ne* suoi particolari fisici, e giu- 
dicare cosi delle opere. Ei dicono p. e. nel tale anno 
Leopardi era piu disperato, e scrisse il Consalvo. Nel tal 
altro, si trovava meglio in salute ed in umore, e scrisse 
11 Eisorgimento. II che, in verity, non dice nulla, per- 
ch6, in un caso o nell' altro, poteva fare una cosa 
brutta o bella, e essi non dicono se 6 bella o brutta, 
ma stimano dica tutto, spieghi tutto e che non si puo 
pensare una critica piu giudiziosa e sottile. 

Cosi si dice del verismo. La scienza che oggimai 
ha fatto tan to cammino, rende incompatibile ed assurda 
un'arte che contraddica alle verity da essa trovate. 
Posto che il sole 6 immobile, non e . assurdo il dire che 
sale o scende, e peggio, che sia tirato da cavalli ? Di- 
mostrato anatomicamente, che non ci sia n^ anima n^ 
spirito, riescono ridicoli, anzi che far arte, quegli amori 
platonici, ideali, aerei degli uomini e delle donne : arte 
sari quella che ridurr^ queste fantasie al vero, che d 
il desiderio che sentono a vicenda delP unione de' loro 
corpi. Come, messo in sodo che non ci 6 altra legge 
morale che V utile, va via la generosity, il sagrifizio, 
]' eroismo che non sia volto a procacciare qualche cosa 
materialmente buona. 

Ma qui, innanzi tutto, si vuol notare che il dar di 
cozzo in questa scienza, e sentirne il peso ed il con- 
trasto, non accade in tutte le arti. Anzi alcune se ne 
giovano. Chi puo negare che lo studio, pogniamo del- 

42 



— 666 — 

r anatomia, non giovi ad an pittore o ad nno scultore 
per mettere al loro vero Inogo i moscoli, i nenri e le 
altre diverse parti di ana fignra ? D* altra parte pren- 
diamo, a mo' d' esempio, la mosica. Come faranno i tro- 
Y^ti piu mara^igliosi della fisica e di altre scienze na- 
torali, per far gaerra ad ana melodia ? La mosica non 
afiferma n^ che il sole si maove, ne che si maoYe la 
terra ; ed ^ difficilissimo trovare in ana intera orchestra 
ana conferma od ana coufatazione del darvinismo, o 
della creazione e del libero arbitrio. Sicch^ tatta la 
controversia risgnarda la sola poesia, come qaella che 
parla, e parlando pao contraddire o rifermare an prin- 
cipio od ana conclasione scientifica. 

Or qai si dimanda. Questa scienza h nata ieri, o h 
coeva deir arte ? Se 6 coeva, come pare, perchfe danque 
non V ha spenta, ed invece hanno convissato insieme ? 
Gli 6, si puo dire, perch6 ora la scienza ha progredito. 
Avr& progredito nelle dimostrazioni, ma nel fondo, pw 
qael che pao rigaardare V arte, 6 ben la medesima cosa. 
Qaal 6 la pia grande che si dice altima scoverta ? 1' aomo 
fango, nato dal limo, e per opera del limo ? (*), Tuomo 
cervello, la materia eterna, V evolazione incosciente e 
pare caasa di tatto? Dimostrarle meglio si pao, nut 
in quanto alle cose, sono vecchissime. Ci sta pii di 
freddo ateismo e di bratale materialismo in Lacrezio, 
che pare 6 an poeta, che in tatti i trattati de' profes- 
sor! di filosofia positiva. Com' 6 danqae che la scienza 
di Anassagora, Prot agora, Epicaro pao stare non pure 
con Orazio e Lacrezio, ma anche con Virgil io, e che 
ha tanta ideality, che di costai s' 6 fatto qaasi an pro- 
feta del cristianesimo ? Come 6 avvenato che i tempi in 
cai la scienza progrediva tanto e da vero, col Galileo, 
son pare qaelli pia splendidi dell' arte italiana? 



(*) Inutile ricordare anoora una volta che questo materiali- 
emo gretto 6 bell'e tramontato (V.) 



— ■ - »r 



— 667 — 

Egli e perche la vera arte ha di comune con la 
scienza molte cose, sicch6, non che contraddirsi, si aiu- 
tano a vieenda. E fra queste, principaliHsima 6 che an- 
che la scienza ha il suo ideale, e questo 6 infinito, e 
pero non si potr^ mai raggiungere. 

Una legge naturale, scoverta, che riduce ad uniti 
diversi fenomeni, apre alia mente il concetto dell' infi- 
nito e deH'assoluto. Ma per questo si sar^ detta P ul- 
tima parola, svelato al tutto il mistero, 1' essenza delle 
cose di cui tratta ? La mezzana, la superficiale scienza 
crede di esservi gianta, la vera, la profouda, sa e con- 
ferma che ogni mistero svelato mette capo ad un altro, 

« 

ed ogni scoverta fa travedere 1' ipotesi di un'altrapiu 

grande e piu riposta. (') 

II mistero, 1' ancora incompreso 6 il divino, e vi 

toccano la scienza e Tarte. Se lo svelassero tutto, la 

scienza non potrebbe piu progredire, e 1' arte sarebbe 

dtstrutta. Quel che disse il Petrarca che alP ora del 

tramonto 

. . . il di nostro vola 
A gente, che di \k forse 1' aspetta, 

fa poesia, per quel forse. Togliete quel dubbio con la 
dimostrazione che per certo il giorno, quando ha ter- 
mine nel nostro emisfero, comincia nelP altro, e la 
scienza non avr& altro che vederci, e quel bel verso 
rimane spoglio del suo poetico particolare; e se non 
cade al tutto, gli 6 per le altre immagini del dl che 
vola^ e della gente che lo aspetta. Ci 6 pur troppo una 
scienza che distrugge o, meglio, tende a distruggere 
1' arte, ma non 6 la vera, 6 quella che distrugge V arte 
e s*5 stessa. 

Oltre la scientifica, si fe voluto dare del realismo 
attuale, un' altra spiegazionc che si puo dire politica. 
L' arte antica, si 6 detto, considerava 1' uomo nelle som- 
mit^ ; era non 1' uomo, ma 1' eroe, cio6 non P uomo 

(*; Benissimo (V). 



b 



— 668 — 

com' 6 realmente, ma come dovrebbe esserc. Percid era 
essenzialmente monarchica, aristooratica. L*arte nuova 
invece si 6 ripiegata neir imitare la natura nella sua 
indifFerenza morale, nel trionfo delle moltitudini suirin- 
dividuo, della folia sull'eroe, del relativo suirassoluto, 
e quindi 6 essenzialmente democratica. Come le scienze 
ultimo attribuiscono il governo del mondo agli atomi, 
e le istituzioni degli stati alle moltitudini, V arte deve 
fare lo stesso, eio6 non uscire da quello ehe la natura 
le ofPre ; dal vero, dal reale, come si trova. La lette- 
ratura ha quindi, seguendo questo corso universale, 
mutato il suo ideale, nfe poteva essere diversamente. 

Or se con cio vuoldirsi che' entrata la scienza in 
questo periodo di materialismo, ricorrente nella sua 
storia, e quindi decaduta, abbia con cio tratto seco la 
decadenza dell' arte, non ci 6 che opporre. 

Ogni poema adombra una metafisica, si ^ detto, e 
quindi non vi e arte ove almeno il sentimento del so- 
vrasensibile b caduto. 

Ma inteso ci6 che di sopra si h riferito, nel senso 
che questa sia una evoluzione necessaria dell' arte, h 
storicamente ed in ragione estetica. 

Ma forse che negli antichi poemi mancava la mol- 
titudine ? In Omero, accanto ad Achille, non vi h Peser- 
cito greco ? Tutta la spedizione h condotta da Agamen- 
none, ma non ^ fatta da un popolo intero di re, e cit- 
tadini, che vendicano un oltraggio fatto alP intero 
paese? Ed accanto a Priamo, ed Ettore, non vi 6 il 
popolo trojano ? E i cori delle Trojane greche non sono 
il popolo ? E nella Divina Commedia, non ricorre quasi 
in ogni canto, Firenze, comune, popolo ? 

Quindi la moltitudine, i piccoli, gli atomi possoao 
benissimo essere 1' oggetto dell' arte come gli eroi ed 
i grandi ; con ci6 per altro, che divengano eroi e grandi 
alia loro volta, cio6 ideali. 

Percio come non 6 il progre^o della scienza in 



— 669 — 

generale, che fa guerra all' arte, non h nemmeno la 
tendenza o politica o scientifica che scende nel popolo 
de' fenomeni. 

Quel che distrugge 1' arte 6 il preaderii, tali quali 
si trovano, dal senso, senza nemmeno scelta del senso, 
come sono nella loro vulgarity, in altri termini senza 
nn* aspirazione all' ideale, che solo potrebbe dare il cri- 
terio della scelta fra il bello ed il brutto, o il sempli- 
cemente comune e volgare. 

Ecco due autori di romanzi, il Flaubert ed il Dikens. 
— II primo scrive un libro, in cui 6 quanto verismo 
volete ; vi si predica, com' 6 naturale, il disprezzo de- 
gli uoraini e della loro ragione, della morale, della 
€arit& e di ogni fede. E questo oramai ^ facile, ma 
artisticamente dice egli stesso, che intendeva produrre 
tale impressione di fatica e di noia, che leggendolo si 
possa dire scritto per un cretino. Cosa naturalissima, 
perch6 il yero qualche volta 6 piii che noioso. (*) 

E pare ci sia riuscito perfettamente, supposto sem- 
pre che cretini e non cretini vogliano leggere un libro 
per averne noia e disgusto. 

Si guardi, d' altra parte, uno de' quasi innumere- 
voli racconti del Dikens. II fondo 6 un realismo per- 
fetto, appunto degl' infinitamente piceoli : fanciulli de- 
relitti, donniccicole del volgo, operai poveri, ammalati, 
storpii, ed anche qualche povera bestiolina. Tutti co- 
storo si muovono in un mondo di piceoli incidenti, di 
contrasti quasi comuni, hanno efifetti, speranze umili 
come il loro stato, e cosi son tratti a combattere quella 



(') Questa 6 la maggiore esagorazione che sia in questo 
scritto, non privo per altro di atili e belle considerazioni ; poioh6 
chi ha letto il fortissimo romanzo Madame Bouary sa come quel 
disgasto sia piu salutare che non si creda, trattandosi della rap- 
presentazione di un tipo che h il prodotto inevitablle di tutto an 
ambiente, ma non vi si predica il disprezzo della virtti. Anzi la 
triste fine della vlziosa protagonista, dimostrando a che meni il 
prevaricare, pud piattosto allontanare dall' imitarla (Y.) 



r-* 



— 670 — 

che dicesi lotta, per T esistenza piu semplice che si possa 
immaginare. (*) 

Ma tutte queste piccole e quasi valgari reality sa, 
tanto lo scrittore innalzare e sublimare ; da queste pie- 
tre che si incontrano col piede, sa cavare tali scintille 
di luce ; che meraviglia come quelle loro piccole virtu 
pure son cagione di eflfetti grandi e belli. Ti accade. 
d' innamorare di uno zoppo, di trovar deliziosa T aria 
di una stamberga o di un ospedale ; un bottegaio, o 
on maestro di scuola, un marina io ti appaiono sotto 
la luce che non li mostra certamente come il battagliero 
eroe classico, o il burbero eroe romantico, ma piu sim- 
patici : sicch6 al contrario di quel che avviene nel pes- 
simismo ove mena la scienza atea, e 1' arte senza ideale, 
la vita, nel Dikens, 6 plena di bellezza e di felicity » 
che ci pare abbiamo sotto mano, e non sappiamo ve- 
dere. II vizio, che ci 6 pure, 6 scusato quanto si puo ; 
fino la pena 6 misericordiosa, ed il dolore 6 sempre com- 
pianto. (') 

E questa 6 1' arte, la civile, P ispirata, la bella arte : 
quella che sempre esalta, solleva la materia, di cui si 
serve, ad una luce intellettuale, alia quale ogni anima 
tende per inevitabile, divina forza. (') 

1887. 



(*} Questa nuova e giusta lode al Dikens ^ tanto piu notevole 
in quanto che TA. parlando della poesia popolare nella sua raccolta 
del 1854, dioeva che < dal rimescolare la melma delle offlcine si 
ginnge solo a render ridicola la oosa plti seria del mondo, eioe 
U dolore . ! (V.) 

(>) Quindi non diventa ridioolo. E va tutto benissimo, ma 
perche, se non per esser gi^ fuori deir idealismo vuoto ? (V.) 

{*) Alta e vera etica che ogni anima onesta deve sentire come 
ToneBtissimo Autore (V.) 



r 



— 671 — 



VERSIONI DALL' INGLESE 

CON COMBNTO CrITICO. 



Agli Accademici Pontaniaai, 

Rovistando fra vecchie carte, mi vennero trovate 
alcune version! di odi dall* inglese di Tommaso Moore. 
Raffrontatele con 1' originale, mi parve valesse la pena 
di rivederle e finirle. Ed ho pensato di offrirle a voi, 
illnstri colleghi, quasi a cessare la mia contumacia che 
dura da un pezzo in questa Accademia, che io tanto 
venero. Ed alle odi che sono brevissime, aggiungo un 
cenno suUa poesia e la critica piu recente che spero 
non vi riuscir^, lungo. 

I. 

L' ultima ROSA 

Sola a fiorir rimasta, ecco la rosa 

Ultima nella state. 
Tutte appassite caddero sue belle 

Compagne innamorate. 
Altro fiore n6 calice da presso 

A lei sorger non miri, 
Ohe le porpore sue rifletta, e mandi 

Per sospiri sospiri. 
Non io ti lascero sopra lo stelo 

Sola a penar la vita. 
Cadder le tue compagne un di si vaghe, 

V&, sii con loro unita. 
Pero pietoso le tue foglie spar go 

Sul terreno dell' orto, 



fl 



— 672 — 

Ove caduto ogni altro fiore giace, 

Senza profumo e morto. 
Cosl presto potessi anch* io cadere 

Quaiido amistade more, 
E ad una ad una, cadono le gemme, I 

Dal serto delP amore, 
Qaando 1 petti fedeli ed amorosi 

Son gik fuggiti via, 
Oh, chi solingo questo ingrato e iiero 

Mondo abitar vorria ? 

II. 

PRIMO AMORE 

Ah, son passati i di che una lucente 

Belt^ teneami il core : 
Quando perenne era la vita un sogno 

D' amor, sempre d' amore, 

La speme or pu6 risorgere 

E piu sereni giungere 
Giorni, sorrisi da piu miti soli, ^ 

Ma la vita non ha cosa piu dolce | 

Del sogno giovanile deir amore. ^ 

Oh la vita non ha cosa piii dolce { 

Del sogno giovanile delP amore. 
E se il poeta a maggior fama saiga, 

La gioventu caduta, 
Si che il sapiente che bieco il guardava, 

Or col riso il saluta ; 

Mai non potr4 nel culmine 

Delia cresciuta gloria, 
Una gioia trovar che quella valga 
DelP istante che il primo susurrava 

Motto d' amore a la donna adorata, 
Che, chiusa a ogni altro, al norae sue la vi de 

Sorridergli dl rosa imporporata. 



— 673 — 

Oh! Pimmagin che in noi scolpisce il primo 

Amor, non mai si perde: 
Sempre, star& della mente che cade, 

Nel sito ancora verde. 

Fu profumo che in aria 

Nato a pena, dileguasi. 
Fu luce che a risplender piii non torn a 

Sul fiume della vita. 
Oh! luce che a risplender piu non torna 

Sul fiame della vita. 

Til. 

LA VIATRICB 

Ella di ricche e rare gemme, e adorna, 
D' uuo splendid© anel d'oro, movea. 

Ma sua belti piu che le rare gemme 
Piu dell' anello fulgido, splendea. 

— Donna, non temi si soletta e bella, 
Muover per queste perigliose strade? 

Han cosi freddo il cor d'Irlanda i figli 
Che P oro, non li tenta o la beltade ? — 

— No, cavalier, nessun de' figli a questa 
Terra m' offender^, lo porto in core. 

La bellezza aman essi, aman le gemme, 
Ma la virtu piu pregiano e P onore — 

Innoltra : e per la verde isola tutta, 
II vergin viso splende e il passo incede 

Securo. Oh benedetta sia la donna 
Che nelP onore delP Irlanda ha fede ! 

IV. 

A MARIA 

Se per poco dal tuo mesto sorriso, 

Volgo, luna, lo sguardo ad altre stelle, 



n 



— 674 — 

Ben io le veggo in lor gloria remota, 

Arder solinghe e di fulgor piu belle. 

Ma assai lontana posa 

Ogni Stella orgogliosa, 
Ne raggio a me di suo foco discende. 

Piu dolce 6 la leggera 

Luce della tua spera, 
Ch6 si vicina ne sorride e splende. 

Cosi, piu luminosi occhi lasciando 
De' tuoi, se a me sarai fida, o Maria, 

Amero sempre 11 dolce lume blando, 
Che scende sulle case e sulla via. 

Caduto 6 il di, fra nebbia e pioggia oscura, 

Ma la notte ch' h al mezzo^ irradiata, 
Sopra i pallidi fior brilla si come 

La speme sulla fronte addolorata, 

E dico, mentre il viso 

Del vago astro ravviso 
Scender mite alia cheta onda del fiume, 

La luna i raggi ha volti 

Sopra ruscelli molti, 
Ma ogni ruscel vede una luna sola. 

E tal si volge amor nostra fortuna. 

Tu molti amanti vedi innanzi a te, 
Mentre che nell* intero orbe, soP una, 

Una sola Maria vive per me. 

V. 

IL TROVATORB 

II giovin trovatore ito 6 alia guerra, 
E fra i molti gik cadde. Di suo padre 

Avea cinto la spada, e la sonora 
Arpa fedele ancor gli era da presso. 



i. 



— 675 — 

Salve, patria, gentil terra del canto, 
II poeta ^errier sclamava, mesta 

Se posi suUa polvere e V inter o 
Mondo t' abbandonava e ti tradia, 

Splenda ancora una spada in tua difesa, 
E suoni un' arpa alle tue lodi intesa. 

E cadde ; ma P altera alma non strinse. 

Catena di nemico ; e la diletta 

Arpa non piu sono; perch6 le corde 

Tutte strappate egli ne voile, e disse : 
— Eran pe' forti i tuoi canti, e non sanno 
Del selvaggio suonar fra I'onta e il danno — 

Queste odi, per quanto abbiano perduto nella versione, 
mi paiono getti di una poesia bella, gentile, piena di 
sentimento e ricca d' immagini. Nondimeno 6 certo che 
a molti non debban piaeere, perch6 il Moore, come 
tanti altri vissuti gloriosi fin pochi anni dietro, sono di- 
chiarati morti, sepolti e senza speranza di resurrezione. 
I delitti di questi sciagurati sono molti da vero, secondo 
i giudici, ma e pur certo che le sentenze non sono, come 
si dice nel Foro, ben motivate, perch6 appunto manca 
od 6 falso od almeno incerto il criterio della condanna. 

A discolparmi di aver fatto opera inutile o peggio, 
scandalosa, tradueendo quelle odi, ho voluto entrare 
un poco nella disamina della nuova critica artistica. II 
che, per quanto si faccia in breve, 6 sempre noiosa fac- 
Tenda ; sicchfe consiglio quel nostri socii, se vogliono 
conservare il diletto che avranno potuto avere dalla let- 
tura delle odi, di andar via portandone intero il senti- 
mento, senza offuscarlo co' raziocinii e le disquisizioni 
critiche, ordinate da tempo immemorabile a gittare acqua 
e spandere fumo sul fuoco sacro acceso dall'arte. 

La prima ed esseuziale ragione dell' ostracismo dato 
a quel poeti 6 questa. Ogni poema suppone una meta- 
fisica, anzi ogni opera di arte muove da qualche cosa 



— 676 



^ 



che non ^ la realty pura e rozza, ma tende ed aspira 
a qualche cosa che vi sta al disopra, che si dice piu 
comunemente ideale. 

Ora la fllosofia non dico dominante ma, certo quella 
che fa piu rumore e piu si aforza d' imporsi, per quanto 
piu sente che il suo regno h stato e sar& sempre efimero, 
^ tutta materialistica, e vuole aver aimuUata ogni cosa 
al di Ik di ci6 che si apprende da' sensi. Percio 1' arte 
dovea diventar vera, naturale, positiva od altro titolo 
che le si sia dato. In altri termini, non deve uscire dalla 
realty, come si trova in natura, hella o deforme, e non 
ha ^altro fine che di ricopiarla, quanto pifi si pu6 per- 
fettamente. 

Guerra dunque alle antiche scuole, che hau divic^o in 
classiche e romantiche, senza saper ben dire in che dif- 
feriscano vcramente, ma pur notando in entrambe la 
nota difettosa di voler aggiungere il fantastico alia 
realty. 

Quel verso 

L' arido rero che de* vati ^ tomba 

fu appunto capo vol to in quest* altro: 

L'arido vero che de'vati 6 cuUa. 

II fatto ^ che le due sentenze che sembrano con- 
traddittorie, in fondo si accordano. II vero, il reale, il 
naturale 6 certo 11 fondamento delP arte, ma esso solo 
non basta se manca la forma artistica, che lo eleva alia 
bellezza, vi aggiunge 1' ideale e lo splendore. 

L' inganno sta nel credere che qualunque realty, per 
vulgare o deforme che sia, possa essere oggetto del- 
r arte e trasformarsi in bellezza. (*) Se questo fosse, 
nessuna differenza fra il vero e il bello; Tispirazione si 
confonderebbe col raziocinio, il sentimento con V in- 

(*) L'errorti ^ inveoe di credere ohe debba trasformarsi as- 
solatameatd ii bellezza per essere parte dell' arte. (Y) 



— 677 — 

telligenza, il piacere eatetico col diletto sensual e, e Par- 
te non avrebbe altra finality che quella di raggiungere 
nn tecnicismo significante ed inutile. 

Ed infatti un estetico moderno 6 venuto a questa con- 
clusione, che nessuna arte 6 piu perfetta di una foto- 
grafia, che ritrae la natura tale quar ^, senza che Tarti- 
sta ne tolga o vi aggiunga nulla. 

Ma invece P arte 6 stata e sar& sempre tanto al di 
sopra del suo contenuto reale, che puo anche fame a 
meno. E cos! si ammira ad un tempo ed un poeta che co- 
miucia dal divino, dalla religione, dalla fede ed uno 
che canta il dubbio, anzi I'infinita vanity del tutto. (*) 

Perche Parte ha vita, leggi e finaliti proprie, 6 di 
sua natura fantastica ed ideale, non le basta P utile, il 
dilettevole, non h legata alia materia^ ma fatta per su- 
blimarla e per aggiungervi P ideale, che produce quel 
sentimento particolare, che 6 piu del vero, e che gli 
antichi dicevano che ci era a percepirlo un altro senso 
misterioso. 

Dove sono in natura gli Angeli caduti e le Peri di 
Moore? dove le fate, i deraoni e fino quegli animali 
fantastic! (*) e quegli ornati, caprice! rabeschi, che non 
dicono assolutamente nulla, e pure si dispongono e scol- 
piscono per ornamento, e riescono tanto belli che Raf- 
faeUo 1! copiava con amore da' ruderi delle antiche case 
di Roma ? Chi ha fatto da un fosso pieno di acqua come 
si puo trovare in natura, un vaso etrusco od un' anfora 
greca o romana ? 

Veramente P arte, senza un' intima base col reale, par 
cosa superflua. Ma pure non ci ^ uomo, non ci ^ popolo 
che abbia saputo fame a meno ; non ci 6 et& in cui 



{*) Appanto perohi, ancli« idealizzati daU'arte, restano con- 
ienuti real! (V.) 

( >) Ma forsa il reala asolude del tutto 1' ideale e il fantastioo 
non 4 eMO pure un elemento di arte ? Chi V ha detto ? (V.) 



— 678 — 

r istinto di cercare la bellezza non si trovi vivo. II piu 
selvaggio che si possa pensare, anche prima che parli, 
suona o canta a modo suo, e quasi prima di vestirsi, 
cerca gli ornaraenti. 

Bellissimo quel luogo del Re Lear, quando alle sna- 
turate figiie, che gli avean tolto la met& de' cento se- 
guaci che si avea riservato nel ceder loro il regno, e 
volcano indurlo a contentarsi diunsolo poich6 un solo 
bastava a' suo bisogni : — Non parlate di necessity, 
rispose, i piu vili mendicant! han pure qualche cosa di 
soverchio, fra le pochissime che posseggono. Non date 
alia natura pi^ di quanto ad essa 6 necessario, e la 
vita dell' uomo diventa vile, come quella delle bestie. 
Forse che questi gioielli che portate vi sono imposti 
dalla necessity di nudrirvi o tenervi caldo, quando non 
nudriscono, e non fanno n6 caldo nh freddo ? — (*) 

Or a questo desiderio, questo istinto di cercare qualche 
cosa, che movendo dal vero e dal reale, li sorpassi e 
vi aggiunga come una nuova creazione di immagini, 
di affetti, di sentimenti, rimane distrutto, quando al- 
r artista si toglie V acre soprannaturale, il mondo ul- 
tra sensibile in cui vive, e gli si fa la legge di non 
uscire dal vero, e di non cercare nella reality altro che 
non vi sia, che non si vegga o si tocchi con mano (*), 
che non sia prodotto dalP esperienza. 

11 falsato concetto deir arte ridotto alia realty o ad 
una riproduzione di essa, senza anima, n^ spirito, si 
vede piu chiaro nelP indirizzo della critica moderna. La 
quale non cerca i suoi criterii da altro che dal natu- 
rale, o come dicono dal positivo. Un' opera d' arte, af- 
fermano, non si intende, o solo si intende quando se ne 
cercano le fonti storiche, e 1' opera dell' artista a ben 
giudicarne, si convien rifarla, ponendosi in luogo del- 

(*) Divina sentenza, ma I'A. Tapplica troppo largamente (V.) 
O D' accordo con V aatore che chi questo dicesse afferme- 
rebbe cosa non giusta. (V.) 



— 679 — 

r artista, e cercando le condizioni fisiche in cui si tro- 
vava. Cosi si scovre p. e. che 11 Leopardi neil* anno, nel 
mese tale, era piu del soli to annoiato dalle sue infer- 
jnitk e da altro che ne acorescevano V umor nero, e 
scrisse il Gonsalvo. Ma nel tal altro mese, si trovava 
in migliori condizioni di galute, e scrisse il Risorgi- 
mento. 

Non vi avvisate di chiedere quali poi sono i pregi ar- 
tistic! de' due componimenti, e se Leopardi in quelle 
medesime condizioni della sua vita umana, non potes- 
se scrivere due belle, o due brutte poesie, od almeno 
una buona od una cattiva, perch6 vi si risponder^ che 
questo 6 inutite e vano saperlo. 

E vi si manderA, alia dottrina dello Spencer che Tarte 
non 6 altro che un mezzo di smaltire V esuberanza di 
forze che si accumula negli organismi validi, una gin- 
nastica intellettuale non buona a nulla, ma utile come 
esercizio di forza di tensions, 

pure, poich6 da qualche tempo riceviamo lezioni 
di arte poetica dalla Norvegia, dalla Scandinavia e da 
altri luoghi nordici, vi si manderi al russo Tolstoi, che 
di recente si 6 pronunziato sulla necessity di tagliare 
oramai tutto quel superfluo ingombro dalla forma nel- 
r arte e ridurla alia pretta e materiale espressione del 
contenuto. 

Ognun vede che, sparito il concetto delP arte, e se- 
polto in questo modo il senso estetico, il povero Tom. 
Moore, con molti altri della prim<i met& del secolo cor- 
rente, non puo piacere, e si deve contentare della se- 
poltura (*) Sebbene con certa speranza di resurrezione; 
poich6 questo senso estetico puo per poco rimanere 
adombrato, ma in s6 6 immortale. 

Or questo avere, per cosl dire, sotto mano il conte- 



xt Ma k una esagerazione. (V.) 



— 680 - 

nuto di un' opera d' arte, e prenderlo dalla realty che 
si mostra quaP ^ a tutti, ha ispirato il desiderio di di- 
stinguersi alnieno nella forma. (^) Ma questo trovar 
forme ed immagini nuove non b mica cosa facile, anzi 
11 desiderio del nuovo men a spesso al falso, alio stra- 
vagante, alP assurdo. 

Perci6 i nuovi poeti veristi riescono a peggio di qu^o 
che dicesi seicentismo, che 6 appunto cio che dovreb- 
bero piu abborrire. E cosi le nuvole sono dette vacche 
del cielo, e pettine il raggio del sole che entra nel loro 
capo arruffato. 

Ma dippiu, come all' arte verista 6 piu facile trovare 
il suo soggetto nel vero, p. e. basta volgersi attorno 
per scovrire sempre nuove varianti dell'adulterio, del 
suicidio e de' delitti d