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Full text of "La battaglia di Benevento: storia del secolo XIII. Aggiuntovi un discorso sopra le condizioni ..."

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'TJun^LCn^* 



A. 



BATTAGLIA DI BENEVENTO 

STORIA DEL SECOLO Xni 



BCBITTA DAL DOTTOBB 



F. D. GUERRAZZI 



La piesente ojm ì poiU sotlo la tulQla della piiprielà htiararìa. Quindi 
i pioprieiaii di ena igiranno energicameaie cduiid i coutiaSaiuri delia 
insdEsima. Ogni primo nloine di oanun'opeia gira udì» a questa di- 
cbiaraiione la Erma di H. Gnifroni gsiante della Società editiice delle 
opere del Enerrani. 



IaJL 



BÀTndLU DI BlilYMTO 



STORIA DEL SECOLO XHI 

SCBITTil DAL DOTTORE 

F D GUERRAZZI 



AGenjRTovi ra discorso 

Hipia Is cosditìcmi Mh odisina latieiaima in lidia 



Io lon Manfredi 

Ncpote di Goatania Imperalrlc*. 
DANTE. 



LIVORNO 

POLieRAFIA ITALIANA 
1849 



Iva 



Harvard .■ulle(?e Library 
July 1, if 14. 

Bequeei of 
Cteorgina Lovre:"' T'utna 

V / ■ i ■■ 






ALLA NOBILE DONNA 

ANGELICA BARTOLOMEI 

NATA PALLI 



AUoraquando nelle serate lunghissime d' in- 
verno io alteroava seco, rispettabile Signora, i se- 
guenti ragionamenti senza studio come senza ira e 
cosi proprio secondo che scaturivano dal cuore, io 
non pensava certo che potessero un giorno formare 
soggetto di stampa. Ma l' uomo trama e la fortuna 
tesse; ond'é che offerendomisì il destro di pubblicarli 
io non ho voluto farlo senza intitolarli all' onorato 
iuo nome , parendomi giustizia renderle in parte 
quello che le appartiene per diritto di legittima pro- 
prietà. 

Ora mi sembra che nostro malgrado noi concor- 

ffSSimO in questo, PÌnA pi^lp |g iimwT»» jptfgro vnlgnnft 
^ ^ nft ì P infniininainnn HiiniiH pnTa^ e qUBUtO CÌÒ Sia 

^ave danno per certo non importa discorrere, dac- 
ché a dimostrare non pure la utilità ms la necessità 



: 



6 Disconso 

([elle umane lettere (ali e tanti iiomini vi si alTatl- 
cassero attorno, che volendo aggiungervi parola avrei 
più elle (li altro ecnibiaiiza di colui che s' ingegnasse 
sospingere al mare le acque dì un fiume. I tempi 
nostri poionnii assai somiglievoli all' uHizio rii questa 
settimana santa, ove al cessare di ogni salmo spen- 
(jono un Uinie finché non vengano le tenebre, e allora 

j incomincia il turi>ÌnÌo drlle cieche percosse. 

Però, come riesce agevole avvertire lo efTetto, 
non potremmo con pari facilità indicare le cause di 
simile decadenza. 

Id vero dei molti fatti che occorrono atta niente 
come radice di tonto male, se noi vi posiamo sopra il 
pensiero troviamo che tanto potrehliero essere quanto 
OHCQra non essere. 

1^. ,, Cagione di decadenza ci sembrò la poca prole- 
zione, anzi lo abbandono, od anche meglio il diiiprozzo 
compartito alle lettere umane; ma consideravamo poi 
che nt abbandono, né disprezzo , né persecuzione 
erano bastate mai n trattenere gli altissimi intelletti, 
a compire le iK'Ile opere per le quali salirono a tanta 
riooniBBza: e per tacere degli altri, imperciocché 
delle «venture dei nostri grandi ranno attorno grossi 
libri stampati , Dante non rivelava la sua visione 
esule, condannato al fuoco e costretto a mendicare 
la vita a frusto u frusto ? Campanella non conce- 
piva pnwc e versi e utopie di umana felicità nello 
squallore di una prigionia più che trilustre? Con* 
dorcel mentre deliberava uccidersi per fuggire al 




' inSCOKGO 7 

patibolo, noD sogoava sogni di umana perfezione fino 
al punto di presagire la i[nraoGtolil& a noi atomi 
per un minuto animati? Voltaire sopra ì muri del 
carcere segnò i Tersi della Enricheide, e Torquato 
rinchiuso come colpevole e matto scrìveva nobilis- 
sime carte tutte piene di filosofia. 

Cagione di decadenza ci parve il poco o il nes- 
sun costrutto che i letterati ricavano dalle onorande 
loro fatiche ; ma per quanto me ne giungesse noti- 
zia né Omero mai né Dante ritrassero copia di beni 
dai canti divini. Milton, e fu fortunato, vendè trenta 
ghinee il Paradiso perduto, e ai giorni nostri Carlo 
Botte. Tito Livio della Italia moderna , si ridusse 
a pagare lo speziale dei farmachi somministrati alla 
inferma consorte con tante copie della Guerra ame- 
ricana a TBi^uaf^io^i pese di carta. Giuseppe Parìni 
si lagna che il si lodato verso non giovi ad appre- 
^srgli un vii cocchio che basti a ridurre incolume 
a casa, lui ofieso nelle gambe da dolorosa malattia, 
per mezzo del furore della t^npesta e peggio ancora 
con un grido del cuore, che io per me stupisco di 
vedere espresso in versi, egli esclamava: 

» La mia povera madre non ha pane 
» Tanto che basti, ed io non ho danari 
» Da mantenerla fino alla domane. » 

e nonostante nessuna forza al mondo poteva dissua- 
dere cotesto ostinato amatore della sua musa dallo 



S orscoRso 

educare cim sommo studio mi lauro nel sao povero 
l«tto e appendervi romne. K per altra parte le lar- 
ghe mercedi non fruttarono sempre egregie opere 
d'ingegno; e di questo io non ndduco esempio oltre 
quello (lei quattordici uiilu scudi aD'Aclilllini pel fa- 
moso sonetto: « Sudate fuochi a liquefar metalli ». 
Aggiungi che gli scrittori forse noa hanno moì ri- 
cavalo dalle opere loro una qualche mercede come 
ai tempi che corrono. In Kruncia e nella Inghilterra 
retribuiscono assoi le opere d' ingegno, e se ciò non 
nuoce, neppure niì semhra che giovi, conciossiachè 
senza offesa di alcuno a me paia vedere come molti 
svegliati talenti avrebbero provveduto meglio alla 
fama se meno t'ossero stati premurosi di accumulare 
pecunia. I librai d' Italia insomma, quantunque non 
senza gemito grande, pure qualche cosa si lasciano 
adesso ca-scnre di mano, sottile è veto, insulTicientc 
per vivere, ma non pertanto bastevole a non fare 
morire. 1 librai nostri conoscono come I' adipe torni 
nemica al talento e non vogliono fare quello che 
nelle sacre Carte si minaccia : 



. , . . il cor l' ingrasso 

Perchè dramma non v' entri d' intelletto. 



t Cagione di decadenza dicono le menti volle ai 
subiti guadagni, alle mercature, alle strade ferrate» 
alle macchine a vapore, allo speculare sopra il pre- 
stito pubblico, e simili altri mercimoniì siSalti. Ma 



I 



OISCOItM I 

jo di ^ra7.ia domnndo: e Ì ptidrì nnslrì n<in <l«v»no 
opera coulinu» al commercio? ISod erano gì' Italiani 
pressoché gli unici nVigoEtanli e haiichieri dei tempi 
di mezzo? £ a f^ìorni nostri qiial popolo mai può 
vantarsi più trsdicante del britanna e <itial popolo 
moderno più di quello si onora di noliilissimi scrit- 
tori? Anzi Roger», Roscoc, Lewis, Cuinpbcll furono 
mercanti o sono, e Scott, giudice di pace, si Ttvcva 
in intima corrisponden/.a di poesia con linfrido Davy, 
fisico sommo, prrso quegli [cosa singolare a narrarsi) 
dalla passione di curare i liom^hi, questi di pescare 
i salamoni. £ poi chi dice che nelle strade ferrate 
e nel vapore non occorre poesia ? Considerate il fu- 
turo. La \icenda del mondo di nuovo e in nuovo 
modo si alterna. Il commercio asialico, quasi smar- 
rito pel mediterraneo, vi torna con auspici migliori. 
L' uomo pcTCorrc i mari e i deserti a pori della roii- 
dinc. Alessandria, Tiro e Sidone resui^citano dalle 
•ntiche rovine come forti ristorati dal sonno. Ve- 
nezia con la sua cintura d'Ì5ole, simile a cigno cir* 
condato dalla piumata famiglia, torna a specchiarsi 
superba per le adriatiche lagune. La Provvidenza re- 
slituisec alla Italia e alla Crucia le lorone che in 
parte volenti e in parte repugnanti deposero già 
tempo dalle auguste loro l'ronli. E spingendo oltre 
lo sguardo ecco l'uomo rovesciare le bamere con le 
quali un mal genio volle im popolo divìso dall' nl- 
Iro; ecco sparire gli spazi, mescolarsi le nazioni, 
le lìngue confondersi e nascerne una nuova ampis* 



J 



IO WSCOBS.) 

sima e accomodala a tulle le nccessilà fisiche e 
morali del continuo rinascenti : astii e p,nn .soppri- 
mersi, nessuno piii geloso tldlc contrade uUrui, im- 
perciocché in brevi giorni il Lappone o il Samoiedo 
piirt venire o beverc la tepida aura che muove dalle 
nostre colline, a scaldarsi le membra irri^iidìle ai 
ra^i del nostro sole: le antichi; societfi disfarsi e 
con esse lejl^i, instituli , religioni e costumi come 
le cose che vediamo talvolta menare seco la piena 
di un fiume, e sorgere nuove capacita e attitudini 
per diventare tulli una fainij^liu sola. U magnetismo 
elettricismo ci si presenta sempre come trovato di 
empirico, e ditTida Ì dubitativi, ma (arsv anche a lui 
apparecchiano i tempi magniliche sorti. Intanto il 
fulmine ìmprìgionuto, la vita per breve momento 
restituita al defunta... quasi orma mossa oltre Ìl 
tremendo liniilare della eternità I ~ e la favella per 
molle miglia trasmessa cnn prestezza magi^inrc della 
luce paioniid cose e sono da esaltare la fantasia di 
qualsivoglia prosatore o poeta e dar soggetto a qua- 
lunque pili alta .scrilfura. li neppure le scienze pos- 
sono reputarsi ragionevolmente cagione di decadenza, 
concìossiacliè chi non troverebbe più adattato argo- 
mento di poesia nelle stupende ricerche del Cuvier 
che non in tutte le composizioni dell' Arcadia di buona 
memoria 'f Rammenlo una lidia Orazione «mi so se 
tetta favellala all' improvviso dall'Arago alla ca- 
mera dei Deputati di Francia, per dimostrare come 
le scieinc valgano a suscitare maravigliosamente i 



DtKMM i I 

'niDli più sublimi (iella po^i«_ejJcIla eloquenza, ove 
racconta come un cerio retore ledesse ad £ulen> 
una drscrizioue della oiiiii|>nten7.a di Dio rnn povere 
gonllezKe del suo matto cervello, della (|n)>le cosa 
inriiKtidito Eulero lo inlerroinpevu dicendogli : <* E 
pensate voi che le fantasie vostre eìeno pitì grandi 
della verità? Narrate lo inGnilo numero delle stelle, 
il moto loro maravlj^lioso, i mondi sparsi ronie una 
sabbia luminosa davanti al Trono dell'Eterno; dite 
della turo ttrandcEza, e della immensa distanza; di- 
chiamte come vi ubhiano stelle che da mille anni 
potreblwro essem scumjmrse e l'ultimo rajtgio tra- 
mandalo da loro non giunto per am-he a ferire la 
vista di noi altri uomini quantunque la luce per- 
onrra migliaia e uii{)liaia di le^hc per minuto se- 
condo l • 

Forse e senza forse causa schifai^ didreadenxa 
sembra che possa cstimai-si il gUj rrtalisinQ nel modo 
rbe ai giorni nostri noi lo vediamo esercitato dn 
taluni in Italia. Potrebbe sostenersi nnchc meglio 
coni* egli sia non causa ma CdnseUiienzn. Perù prin- 
cipio od effetto mi pare bruita e turpe piafjn della 
nostra letteratura. Francesco Trollnpi) con argulissi- 
mo trovato osserva che la Provvirieiua comparti ai 
liornali 1' odore nauseunlc di cui li sentiamo ^avi 
per prevenire i lettori contro le brulle cose che in 
essi si conteni^ono non altramente né con pensiero 
diverso da quello pel quale dava il fragore ai ser- 
penti a HHiaglio onde la gente se ne guardasse e 



J 



12 , DISCORSO 

stesse lontana. Io non sono davvero di quelli ch^ 
pensana doversi annoverare la critica fra le Muse, 
nonostante io la reverisco, r confesso che giova. Ma 
qnal' é la crìtica di cui intendo discorrere io ? Di 
quella pserciUln do unniini valorosi e prudenti, che 
il fiore dello iiitellello adoperarono in comporre opere 
egregie. Onesti che di sé porsero tanto buon saggio 
e non altri giunti in cotesla parte della vita, ove 
la mente desiderosa di rìpiisnrsi aborre dalla nonci- 
tazione che nasce dal creare, questi, dico, possono 
dare opero al più facile lavoro di esominare le crea- 
zioni altrui, La molta esperienza, 1' animo pacato, 
la gloria conseguita, la coscieoKii delle fatiche sof- 
ferte e delle diflieoltà superate, e poi 1' onesto esila- 
re dei propri] gindizli. la convenienza, il decoro e 
soprattutto il pudore che mai non SÌ scompagna 
dalla vera sapienza come b stella mattutina precede 
sempre il pianeta della vita e molle altre condizioni 
che troppo ci tornerebbe lungo discorrere, ci som- 
ministrano sicurissimo pegno che gli avvertimenti 
loro sarebbero mossi dal scuso dell' onesto e del 
bello. E certo per insegnare bellezza essi non an- 
drebbero a far tesoro dei difetti del brullo, e ne 
farebbero mostra con intento maligno. voi, fab- 
bricanti delle regole che conducono al bello, ditemi 
se quando nn maestro di disegno intende insegnare 
il nudo ai suoi scolari forse presenti loro un gobbo 
od uno sciancato ì E vw, come volete conoscere il 
bello e additarlo altrui se sembra che non abbiate 1 

■L -_„J 



DKCfinso (3 

sortito altro senso tranne quello dd laido e del 
sozzo ? Le cose belle s insef^nano con modi ìn^enai 
e COD esempii di bello. Ala se pince a Dìo, e sia 
detto in lode del vero, io vrdo ttiVi che trattano lo 
jtenna a cni molto meglio sdirebbe tratiare il remo, 
con la modestin di tm cavadenti . e la coscienza 
di e qui il paragone mi manca, impercioc- 
ché io temerei cuiiuiiettere ingiusliziu grande assu- 
mendo per subbietto di paragone una cosa qualun- 
que, c<Hiie(rc)ié schifosamente miserabile e lurida- 
mente codarda, costituirsi Draconi, e Soloni, e dalle 
loro solTìltc rome IVlnisè dall' alto del Monte Sinai 
promulgnre leff|ji soprn I* rsgioiti del bello e del 
grande eh' essi furuno condannali u non conoscer 
^mmai ; ma da costoro poco danno può uscire , 
dacché, sebbene al ragno possa talora venir fatto 
vdare con la sua tela te chiome de) Giove di Fidia, 
egli si rimarrà pur sempre un insetto tiranno delle 
mosche soltanlo ; il peggio sta in quanto io sono per 
esporre. 

Trsgcdi laureati di sibili, autori erpetici dì o- 
pera rientrata, per la quale nessuno stampatore ac- 
consentlTare le porti dì Lucina, poeti che non col- 

(sero in Pìndo altro che ortica, fìlnsoQ Tantastici che 
non seppero né riigiunare né immaginare, esimile al- 
tra genia mettono in società latrati e livore e stu- 
I pida presunzione, e menano uno schioma2r.o tanto 
disonesto quanto imbecille; ed anche dì loro non 
è da curai-ci. Succedono ! pedanti , i quali ar- 



I 



L 



i 



A k DISCORSO 

/ mali con una corazza di punti e di virgole, brandendo 
[ una copula e cavalcanti un dittongo, ravellano pa- 
\ role da far piangere gli angioli: neppure di loro 
vuoisi prendere pensiero. Vengono dopo ì mediocri, 
( Dio nella sua misericordift ci salvi dai mediocri,) 
rena molta e fastidiosa eh' entra per gli occhi e li 
fa dolere; neve abbondante e ghiaccia che intiriz- 
zisce il cuore. A costoro par bello vagheggiare il 
proprio nome stampato quando anche fosse sopra 
un avviso di partenza di battello a vapore, o sopra 
una sentenza graduatoria. Cotesti non si potendo in- 
nalzare fino all'altezza degli ingegni eccellenti, pre- 
sumono abbassarli fino a loro, edessi pure compon- 
gono arnesi per tagliare, limare e inverniciare quan- 
to reputano unicamente bello. Gì' ingegni supremi 
essi aborrono non altramente che se altrettanti Gorne- 
lii Siila si fossgro, e chi passa il regolo pena di morte 
come a Remo per avere saltato le mura di Roma, lo per 
me penso vedere questa guerra della mediocrità con- 
tro la su|»eriontà in molti institutì promossi ai giorni 
nostri sotto sembianza di carità, ma temendo rin- 
crescere a troppi forza è che mi taccia sopra que- 
sto argomento; solo mi conforto considerando comein 
verun secojo mai vissero più splendide altezze delle 
quali basti pel mio assunto ricordare Napoleone e By- 
ron: ~ ed anche da questi poco male ne viene. Subeii- 
triBo coloro che ingegno hanno e non poco, ma semio 
punto: vani, presuntuosi e superbi, dominati dal de- 
monio dì correread ogni costo super te bocche degli 



DISCORSO fS 

uomini, invidiano Erostrato ctie bruciò il tempio dì 
Diana. Non sacerdoti me piuttosto masnadieri delle 
lettere paionmi costoro : violenti e brutali tn li vedi 
avventarsi contro nobili ingegni come i grassatori 
costumano sopra le pubbliche vie contro i dovizion 
viandanti. Chi siete voi ." Quali sono le opere vo- 
stre f Chi vi conosce ? Chi vi conoscerà ? Certo ìd- 
cresciosi siete e molto come un vento importuno 
che muove dal deserto e passa via; ma chi ricorda 
il vento dell' anno, del mese, e del giorno passato? 
Declinale la faccia svergognati e rispettate gii uo- 
mini di cui gli errori formerebbero per voi la gloria 
più grande che mai vi sia lecito sperare. Avete voi 
più sapienza di lutto un popolo.' Si contiene in voi 
la sapienza dei tempi ? Operate io vi dico, operate 
e assumerete alcun poco di verecondia e di modestia. 
Ecco qua l' arco di Ulisse, provate a tenderlo con 
le vostre braccia paralitiche. Vi pare egli un bel 
che notare i difetti di una opera grande? Chi non 
conosce come ogni cosa ne abbia ? Davvero vi aspet- 
ta la gloria di Colombo per questo. Se voi infiamma 
il sacro amore del bello, questo cercate, questo in- 
segnate piuttosto pregate che dall'alto discenda 
in voi virtù che vi renda capaci a ricercarlo e a 
impararlo. Dove l' opera meriti oblio a che tanta 
ira maligna ? Pensate voi che il tempo non distrug- 
gerà cotesta povera opera con la falce con la quale 
miete popoli e imperii come l'erba del campo? E 
il tempo precipitò in Lete anche le ottime cose. 



IG DISCORSI) 

Ond" è dunque Unta via ? Perchè e come siffalln 
coDcitazioue contro I' opera dì un minuto che il vo- 
stro biasimo farà per avventura durarne duo V Per- 
ché uccidete un morto? E la vostra cessura e l'o- 
pera l'ciisurutu porìt-nnno in un medesimo punto 
come Rita Cristina, <itipl mnstro umano a due ti'Me. 
E dove poi la opera sia tale che abbia Tnrza da col- ) 
locarsi sopra le spalle del tempo e coslrinj^erlo a 1 
portarla per qualcbe spazio di secolo e a che mon- . 
terranno le parole vostre? Allora voi, come è pia ■ 
probabile, vìvrete la vita dello insetto, breve e no- j 
iosa, o durerete nome di scherno. Nel collegio dei ' 
magnanimi voi starete come Tersile neìl' assemblea 
degli eroi di Omero, lo, comunque mi senta poco 
aipprmdc ^Mla mit^ilogia, riporrei nonostante volen- ; 
lìerissimo tra il coro delle Muse, accrescendone il 
numero, la Modestia, piuttosloché la Critica, imper- i 
ciocché udii come Socr«te, fìlosotb e scultore, ve- 
lasse anche le Grazie, il quale esempio lio veduto ; 
ai giorni nostri imiluto dal tinelli, e penso che ahbiu 
.to bene. Le Crnsie del Canova balenanti iiitde 
rito di lor bellezza, io non dirìi che mi paiano j 
mele femmine, ma certo neppur vergini eDecjH 
|iiutlosta mi appariscono sei^uncì della Venere ter- 
rena che non delta celeste. 11 Barelli guastò molti 
e luolU continuerà « guastare, perort^hó i traviati 
non considerino come i tempi del Barelli procedes- 
sero troppo diversi dai nostri, e forse quel Suo seri- ■ 
vere acerbo o tollerabile od elTicace allora, suona i 



M 



PRIXIRSO IT 

adesso grossolano t: brutale. Fero e^li era vecchio, 
dotto per litnglii studi, ed aveva già Colto bello ac- 
«laisto di lama , onde qualche cosa {tli si poteva 
concedere, e nonostanlc frustando lo stile altrui trop- 
po spe$JM> egli adopera imitto limo di fi-asì e di 
parole non italiane, nò belle; rgli_ biasima Dante, 
ej^li lacera Qoldoni, e leva a cielo Meta$(asio; e i 
posteri non hanno approvato il suo {giudizio ; efìi 
gillaiii inucchip con |(li scrittori di quisquilie Muran- 
tori e Aludt'i. venerali adcjiso come maestri solenni 
di erudizione e di storia; per la quo! cosa vejl^ano 
i discreti come sia a^jevole andare errati, e le opi- 
nioni loro proponffano come conviene a modo di 
dubbio, e non pi^r via di formule dn disgradarne 
quelle delle Dodici Tavole. Sommi puntcfici in fatto 
ili lettere non si danno; e per questi a me piace e 
^Dva concludere come Gci-emia cnncludeva le sue 
lamentazioni, meglio ancora citando quanto in<icgna 
a\ proposito Beniamino Franklin ni^dln sua vita: a Oon- 
II servai sempre l'ubittidine di esprimermi con mode- 
« sta diftìdenza e di non adoperare mai per una pro- 
* posizione che poteva essere impugnata le parole 
« certamente, indul>itatantente, o qualunque altra 
K che potesse farmi credere troppo tenero della mia 
V opinione. Io piuttosto diceva: suppongo, mi sembra 
•I che questa cosa sia cusì ]H>r la tale o tale altra 
1 ragione, oppure la cosa sta cosi s' io non m' in- 
<i ganuo ». E prego a leggere di cotesla pagina fino 
il punto in cui conclude citando il verso del Pope: 



1 8 DISCORDO 

« for want of modesti} iswantofsensey» perchè man- 
canza di modestia è mancanza di senno ». 

Ora avanzano gli altri a cui più specialmente 
io mi rivolgo, e sono quelli che non protervi, non 
inverecondi, ma ingegnosi e buoni pure si lascia- 
rono abbindolare per soverchia facilità di costume 
dai tristi cottimanti dijgiomale- Oti di loro certo 
mi duole I Quantunque la mala compagnia non giun- 
ga a pervertirvi il cuore e lo ingegno, però io vedo 
ogni giorno rimettere dei modi ingegnui ; non an- 
che procedono le vostre parole meretricie affatto 
e nonostante incomincia a venir meno il bel can- 
dore , già il limo del trivio le contamina , già le 
appassiscono il fumo e il miasma vinoso della ta- 
verna: non sono nere ancora e il bianco muore. 
sconsigliati , voi mietete il vostro grano in erba , 
fiori voi cogliete non frulli. Cost retti ogn i giorno 
a concepire e a produrre, le vostre creazioni di 
un' ora durano la vita di jin minuto, piìi spesso na- 
scono morte. Il vostro pensiero nelle continue ema- 
nazioni si spossa come le membra dell' etico si dis- 
fanno pei quotidiani sudori; io vedo uscire dalle 
vostre menti cose superbe, vane, snervate, mal con- 
nesse, e viete, e mille volte ripetute, che, se i gior- 
nali non fossero, voi le fareste gravi, profonde, du- 
rature, e come di onore a voi cosi di conforto e 
di gloria alla patria che in voi confida. Senza grande 
fatica di vita nulla concessero gì' Immortali a noi 
uomini. Le vostre carte effimere paionmi responsi del- 



dibCorsd 49 

la Sibilla scrìtti sopra le foglie che il Tento disperde 

e nessuno raccoglie. Guaritevi dalla febbre di volere 
ogni giorno intorno agli orecchi il ronzio della fama; 
voofidate il nome vostro non all' ale dello insetto ma 
a quelle dell'aquila; che s'è bello ottenere ono- 
ranza dai contemporanei, divino è poi conseguirla 
dai posteri. Imitate il Gran Cancelliere d'Inghilterra 
il quale rivelando i suoi concetti presagiva che gli 
uomini non lo avrebbero compreso se non se dopo 
lungo spazio di secolo. Gonseiatevi del difetto di os- 
sequio immediato, imperciocché se mancheranno ai 
vostri altari quotidiani sacrifici ed incensi, non per 
<]uesto sarete defraudati della laude meritata j così 
racconta £liano, se la mente non erra, come certi 
popoli avendo cessato d' ìmmmolare vittime sopra 
l'ara di Augusto, la natura, quasi riparando al 
fallo degli uomini, vi facesse crescere un lauro 
trionfale. Insomma per amore vostro, per amore 
della patria comune, io vi esorto , onorandissimi 
gùffanifa separarvi dalla compagnia malvagia e 
inetta, a ritemprarvi nel santuario dell'anima, e a 
impiegare lo ingegno in opere grandi e generose. 

Conosco una generazione di uomini che crede 
ai beni jel giornalis mo e lo va encomiando come 
fugiada fecondatrice e potente dì vitalità; io per 
me non gli nego un moto e una vita , ma quella 
che si manifesta nel corpo di un eroe dopo la sua 
morte ; — vita di ver mi. Per vivere non basta muo- 
verci, sibbenc bisogna camminare con passi liberi 



nicr. 

mt 



So discoubO 

e franchi, e con li-sla k-vatu verso il cielo, patria 
(liiiua dell' iinmo. Ouc^to mìo giudizio perù non sì 
cslcode a ([uei giornali che si prupnnflono dilToiiderc 
a tenuissinio prezzo cognizioni iilitì di scieni*, com- 
mercio, iiidiislrie, lettere ed arti, e anche a quelli 
che esercitano la critica sopra la opera altrui pur- 
ché muova da persona onesto, grave, illustre, co- 
me io diceva nelle pagine antecedenti, e sia vere- 
conda, gonerosii e gentile indagatrice di ogni ma- 
niera di hello. 

Ma senza dilungarmi più oltre sopra iiuestu ar- 
ento, tutle le cause discorse qui sopra e le ol- 
We ancora taciute ognuna per so o insieme raccolte, 
io per me penso che possano come non possano 
generare la decadenza fatale; imperciocché senza 
saperne la ragione vera abbiamo veduto le scienze 
e le lettere peregrinare dui Caldei per gli Etruschi, 
Ira i Romani, fra i Greci, Ìd mezzo ai Sarucitii e 
cosi in giro per te varie contrade del globo, esenxa 
saperne del pari la ragione vera ora nacque un su- 
blime ingegno nella Gi-ecia, (ale altra in Italia, ora 
nella Geriiianift, adesso nella Inghilterra, e poi la 
Haluru sì riposa per qualche secolo come spossata 
dal parlo prodigioso. Di quesii ingegni soblimì la 
Italia fu fecouda meglio di qualunque altra (erra; 
ai giorni nostri sembra i-snurita, ma forse nel so 
greto del destino rifu le forze per generare quaU'h« 
altro giunte del pensiero. Cosi sia. ?tel buio e nel 
freddo della mezzanotte consoliamoci nella speranza 



DISCOHSO SI 

fella luce e del calore dell'alba, dacché la vita delle 
naziniii noti si consuma come la vils dell'uomo, 
pel quale la gioventù jmssa irrevocabile , e la esi- 
stenu rotta in mimiti, correndo alla morie misura 
il tempo della snn durata, ma si rinmiova come le 
staf^ioni di im anno che non lia mai fine. 

Favellando perà di decadenza io ho inteso ac- 
cennare a decadenza ìmiiiìncnlc non presente, poi- 
ché pel tempo che corre vivono ed operano tali 
ingegni da illustrare qualunque tempo più splen- 
dido della italiana lelteralura. Vive in Ix>mb{irdÌB 
Henznni, nobile ingegno, quantunque io non so per- 
chè volontario si taccia. Vive quel caro Grossi, ma 
la !ii*n mutata in protocollo spaventa con questo la 
sua Musa che lo ama tanto, come con la vista del 
capo della Corine. Pellico vive come lampoda al 
mancare dell' alimento, ed altri pur vivono non in- 
capaci certo, ma per quello cbe sembro poco vo- 
^iflsì di fare ; però mi giova crederò che 1' appa- 
renza in' iuganni, e che nella quiete e nella medi- 
lazionc apparecchino opere di lunga Iena e non fo- 
^ie di giornale. Niccolini vive, e non solo vìve ma 
giunto in quella {larte della età dove il comune de- 
^i uomini raccoglie le vele, scende nuovo Entello 
nella arena e combatte, e tale ne manda raggi di 
luce splendidissima che ci lascia incerti se per noi 
ti debba il suo mattino al suo vespero o piuttosto 
questo B quello preferire. Potesse in lui non tra- 
inontare la vita conte non tramonta 1' anima / £ 



J 



2t iiiMoneo 

vive Ira noi Giusti, dì cui le Inlibra sanno sniri- 
(Icrc il più soIUIl' sorriso di Talia, e iJi-orompcrc 
nella vocp poderosa con la quale Nemesi spavento i' 
malvagi; e degli altri forza è che taecìa però clie 
Iriippn 5aiTbIic liinftii 1' ur^oint'nlo. e questo solo ci 
hosli rhe per ora almeno in leltcre. scienze ed arti 
possiamo rcj^cre il paragone eonc|iiatunqite altro po- 
polo incivilito. ^ I 
/ Oltre però il naturale diretto , riuello die a 
parere mio deve riuscire nocivo, massimamente alle 
conilÌKioni della nostra letteratura, è ia inccrtesKa 
nella quale 5i giace non solo inlornn agli scopi, non 
solo intorno ui mezzi dell'arte, ma perfino intorno 
alla lingua. 

Alcuni che si eliiamano puristi, hanno ehiuso 
il vocolùluriu dello lingua come ai tempi del Doge 
Pietro Grundenigo chiusero ìn Venezia il Gran Con- 
siglio, e da nuove parole aborriscono non altra- 
mente che se viperino sangue si fossero, altri al» 
r opposta , secondo il costume dei llomani , ospiti 
larghissimi di ogni maniera di Tfumi stranieri nel 
Panteon oi nuovi vucuholi spalancano gli usci. La 
lingua parlata troppo si dilunga dalla scritta, e la 
distanza diventa qnolidiananienle maggiore. Noi pen- 
diamo sempre duhliiJ se la parola che stiamo per 
adoperare sia o non sia di buona lega, ed il pen- 
siero aspetta fremendo ohe noi abbiamo esaminato 
prima se la veste con la quale anelo prorompere 
sia veramente italiana. E intanto mentre apparec- 



A 



DISCORSO 93 

chiamo la veslo, il pensiero etereo per eccellenza 
si è dileguato, e troppo spesso ci avviene di vestire 
cadaveri. Ai tempi del Metostasio correva lamento 
che la nostra lingua eletta si riducesse a pocbe mi- 
gliaia di vocaboli: adesso invece di ampliarla taluni 
scrittori l'banno maggiormente ristretta. Da una 
parie la linguajarlata Riversa daila scritta, per coi 
è Terza che noi ci traduciamo, dall'altra il giro 
breve delle parole dentro le quali si svolge il pen- 
siero, rendono la condizione dello scrittore presso 
a poco simile a quella di s. Simone lo stilita, il 
quale visse non so quanti anni in cima al capitello 
<ti aoa colonna. 

E discrepanze non meno gravi ci turbano in- 
torno ai mezzi dell' arte. Una volta procedevano più 
procellose, oggidì sì presentano più temperate e non 
pertanto funestissime sempre. Io non vorrei prof- 
ferire nemmeno i nomi di classici e dì romantici, 
dacché per sé stessi non signigcbino nulla e l' ac- 
cettazione data ai medesimi noi la trovammo spes- 
so incompleta , confusa e di mela fede a seconda 
d«lle passioni dei faziosi , — ma insomma quelli 
die reputavano bella unicamente la forma adope- 
rata dai Greci e dai Latini, conobbero alla fine che 
rasi rinnuovano il caso di Merlino il savio. Mago, 
di cui lo spirito vivo era stato confinato dentro a 
un sepolcro, egregio invero per materia e per la- 
voro — ma tuttavia sepolcro. Per via di una quisOo- 
ne apparentemente frivola, uomini generosi si tro- 



varotm avviinpiwtti con qnantcì d' immobile o di 
retrogrado immaginarono i nemici di Dio e delta 
iimanìlA; si vei'{,'ognarono, e a farli rilcnlarc con- 
tribuirono potenlemenle i grandi ingegni ntodemL 
lufioito sono le vie che conducono »l bello, im> 
nicnsi i colori dì questa iridi- che si rìnniiova per- 
petuamente, e di vero perchè non dovrebbe essere 
cosi? Il pensiero eterno, pellegrino che si arrìsdiia 
per i più disperati sentieri, per lande ghiacciate, 
per ardenti deserti, o come mai non dovrebbe ì 
sanduli logorare e le vesti ? E poi la fantasia si stan- 
cherà piuttosto II imms^nare che la natura di prò- 
durre cose nuove, e quindi nuove sensazioni, nuore 
passioni, nuovi intenti, nuovo voglie, e lutto nuo- 
vo. E' vi fu un tcjnpo in cui ancora io diceva col 
predicatore : u Quelb che fu sarà e nulla dì nuovo 
t sotto il sole B. Adesso il minuto che nasce mi 
sembra diverso da quello che muore, imperciocché 
non credo più che cadano «ridi e segregati come i gra- 
ni d«lla sabbia dell' orologio a polvere, ma ogni mi- 
nuto porli seco tutta la esperienza dei secoli Ira- 
passati e liilla la speranza dei secoli avvenire. 

Nonostante dei convertiti alcuni non procedono 
oflatto sinceri, e molli di rassomigliano agli anti- 
chi cristiani, i ijuali, non sentendosi hi virtù d'in- 
contrare il martirio con atti esterni, acconsentivono 
ai riti dei pagani ed agli altari dei Numi presen- 
tavano incensi, ond' ebbero nome di tnrificati. Quc- 
sUjrpinanlici turiOcati profferiscono parole oblique, 



DIBCOU* S& 

Flindizii incerti , e quondo rendono lode ȓ sommi 
■viosli'i contemporanei > lo fanno con un <:erlo niul 
4^rbo, «d un non so che di omaro si nteiicnla nella 
«tolcezia delia [uirola, cb« il bìnsinio a cui bene in- 
cende rie$cirebi>e meno acerbo delia lode. >è questo 
«rvlene fih per astio, per doppiesza di animo o per 
bassa voj^lìa, ma si peri' amore che l'uomoports 
alle antiche nbitudini, comunque iicmi trisle e gra- 
vose, inipercioechè ia nostra natura ci persuada ad 
aiTezionurci alle cose in proporzione dei truvof^i, del- 
le cure , e dei dolori che et costano; onde bene a 
proposito Kyron ci racconta che il priflioin'ero di Chil- 
loi} abbandonava il suo carcere co» un sospiro. . . . 
Ola rio, lasciamo i mezzi dell' arte. Gli uomini 
alla 6ne Intenderanno come diverse strado menino 
a Corinlo, e come ÌL4m>I1u tiaQ..3Ìasi-«Mimto-oelle 
fonne grecale Ialina, e coma lutto in cotcsta forma 
n on sìa bello, quello che j^randeiincnte importa si è 
eb« anche intomo agli scopi dell' arte dura penosa 
discordia. Questa ricerca più che non si crede vii 
coDgiunta con quella della forma, ed io consideran- 
dola separata esporrò come alcuni ammantarono la 
Musa di paludamento sacerdotale, sopra le palpebre 
le posero lacrime perenni, e su le labbra sospiri. 
Delle mani un turibolo, e la educarono a salmodiare, 
B la costrinsero a .starsi gemifle$.sa davanti una ba- 
ra. . . Povera Musai ella sì gioconda e a^ caro, a»- 
suefalta a increspare in compagnia di Zelliro la su- 
perficie limpidissima dei laghi, ella ibe trascorreva 




11 




26 . DISCO uso 

sopra le roso senza piej^nrne le cime, dia che sfol- 
goravo scilutu soprii un rfiggici di solo, ella che araa- 
va tanto immergersi nel chiiiroro della luna-... ella 
col ca|)u piegato su 1' omero, le moni incrociate mop- 
mora il /'epro/*Mii(I(s, e dice: «Pazienza, pazicniui. 
Dìo diede. Dio tolse, sia fatta la volutila del Si- 
gnore ». 



Apollo tonsurato 
Insegna il canto ferniot 



Allri fra le chiome della Musa una volta aUl- 
lant! ambrosia intrecciano k serpi di Tisifone, il 
petto le agitano co' furori delle Eumcnidi, le arma- 
no il braccio co' llagelli di nemesi. La Mnsa fatta 
Pitonessa si contorce e spuma sotto la forza del 
Dio che lu invade, ed ora piange disperatamente, 
ora mugghia di sdegno, le divine e le terreuE? cose 
maledice, tutte le ceneri rimescola, tutti i sepol- 
cri scoperchia, e giura che in coteste ceneri lia pur 
du trovarsi una fovilla , che in t[Uolche sepoltura 
le verrà pur fatto d' imbattersi nella se|>olta viva, 
e dove mai la rinvenga non si ricrede per nessun 
s^to dì corruzione >'hc la guaiitì; ma ecco, vede- 
tela, le si accosta smaniosa, e la chiama a nome 
e r accarezza con dolce favella, e la invila a sve- 
gliarsi perché 1' ora è larda e le sue sorelle, che 
da gran tempo si posero in cammino, di lungo tratto 
la precorsero nel fatale sentiero. Quando poi vede 



tornorte vano il tanto afToticarsi, allora le caccia 
le mani entro t capelli, e la sqtias^ e la strascina 
per la polvore. i' itirumi note la vihiix-ra, la cal- 
pesta, la lacera e vuol che viya, e pur che le possa 
dire: Surge ci «»i6ii/o, la Musa con pronte voglie. 
|)artcci[)a r yvvolloio, e le viscere eternamente di- 
vorale ili Proiiieleo. 

L'omini incliti jjer ingrj^no stonno da quella par- 
te e da questa, ed io non so per qiiule influsso di 
stelle maligne il numero abbondi piuttosto nella pri- 
ma clic nella seconda , e le tenore menti incerte 
cui seguitare sì sgomentano : vetietcU dublii sopra 
i& lin^^ u», duMiL anprfl-i.-mejai dell' aiiel ftwpHrì 
filli dell'arte nel crAcir^^hio delle diverse vie»! con- 
sumano u studiare quol sia la liunna strada, e in- 
tanto perdono il vigore che li rende l'runchi a per- 
correrla.' Per causa del timore d'incamminarsi male 
jiei-dono le cause del cammino, 

fl^eLccQUUiZf^&tonco più che altrove s' incon- 
troQO^ìsqprdanlì i pareri. Un uomo dell' nmlciziu 
del quale, nnoranda StiEnora, amltedne noi andiamo 
superbi, e che tcnghiomo in parie di fnilello mag- 
giore sia per senno, sìa per esiierien^a e per fama, 
dissente da noi sopra molti parlicolnri relativi a 
questa maniera dì composizioni. E prima di tutto 
disapprova la lìngua dacché Iji prosa pudica a lui 
sembra cosa nuova e mm Iella. Davvero auchc a 
me suona cosiflntla prosa olire ogni credere fosli- 
diirsissimn quando viene adoperata a modo di tu- 




J 



ss Disconso 

micia vesle per ciioprìrt la povertà dei concclli, e 
imilli mi occorsero di quelli elic ujjuali a Clilarco, 
ad Anfìcrate, ad Effesin e a^li allri presi a dileggio 
da Dionisio Longino n da Dioniso di Aiìcarnasso, 
cui purend» essere invasi da divino ispiramento 
non danno in furore mo in baie. Qnel tumideggiare 
è pure la inrrescevole cosa, e sovente accade che 
mentre pensano toccare la cima del sublime, altro 
non fanno che gonfiare le gole , e dovrebbero sa- 
pere elle Minerva gittnva lontano da sé il flauto 
vedendo come nel suonarlo le si ffonfiassero te gote. 
Ma qui, come altrove, non bisogna apporre all'arie 
Il vizio dell' uomo. INcI secolo passato i critici ave- 
vano bandito la crociata addosso ai versi sciolti in 
odio del Trissino, il quale non lì seppe comporre 
se non se acquosi e sciapili, e del Frugoni che li 
volle fare gonfi e vuoti, e del Cesarotti che lì dettft 
fragorosi e ridondanti, e adesso poiché Parini e Al- 
fieri e Foscolo impressero loro evidenKa, forza, 
concisione e vaghez»», obi negherd ch'essi costi- 
Uiìscano forma nobilissima di poL'sia}* Io per me 
voleotieri mi unisco a quelli che pensano non es- 
sere troppe le pieghe che si danno al bel manto 
della nostra favella, molto più che parmi breve la 
distanza che separo il verso sciolto dalla prosa poe* 
tica, avendo am:he questa il suo ritmo e la sua ar- 
monia, li come iu non credo punto la prosa poe- 
tica forma bÌB8Ìm«vole, cosi penso ancora nnn essere 
nnova. Molle prose dell'Allighieri ci compariscono 



HicofiM 94 

leltatt! con mt-larore ordite e tropi e trnslati die 
si addii'otio alia forma poetica, e le descritioiu che 
incoiiiinciano le giornate del Dccatiierone io non sa- 
prei ben distinguere qual torma si avessero, se non 
clic la poetica prr vccelli-nui : uè qui ccssuno gli 
esempli, e s<: 1' umore di brevità non mi dissuades- 
se, mi sarebtie agevole addurnc altri dei varii se- 
coli tempi della nostra letteratura. Per le quoti 
cose io pregherei che non si avesse a riprendere 
la prosa ))orlìca, ma tà coloro che »e fanno tanto 
aspro governo. 

Intorno poi allu strstaiixa temouo il ramniuto 
storico di Irisls coiHjtìi(|nÌa ulta storia ; credono che 
ne alteri la tisonomia. e paventano che, uso com'i) 
a mescere il vero col falso per amore di una tavola 
vana , noo ci faccia smarrire il commino che con- 
duce atin utile verità, cosicché la storia , solenne 
generatrice di politica e di lilosolìa, si avvezzi a 
fondare i suoi ragionamenti sopra iuunaginazioni 
bugiarde e quindi trarre conseguenze fallaci lA dove 
meglio si manifesta la necessità del vero. Questa 
accusa non mi seiuhra vera, prima di Itilto percliè 
gli uomini gravi dando opera alla rilosufia e alla 
polilica non eserciteranno per certo la intelligenza 
loro sopra racconti o romanzi, e poi sen^a die per 
me si adoiM-ri qiic-l linguo}fgio sibillino o piuttosto 
ila sciarade che mettono in uso i nostri critici sac- 
centi per parere profondi . e ragionando cosi alla 
casalina io domondo se i poemi epici e le Irage- 



i 



30 niMonso 

die e i drammi partoriscano tutti questi mal 
Se si, io mi tocfìo t do vinta lu cousa. Se no, al- 
lora neanche il roman/ji storico merita tanta ac- 
cusa. Né mi si opponilo tra il poema epico e il 
riMiianzn correre divario grondissimo, imperfioceln' 
questo potrebbe per avventura darsi in quanto alla 
_di({niliì, ma non in quanto ai niezKÌ co' quali queste 
^ due cotii[)osÌ7aonÌ vendano condotte. Il romanzo sto- 
rico come procede nella sua composizione? Prende 
pfr arfloiiicnlo un fatto pubblico o privato: nnimu 
i persona^^i che vi partecipano, dà loro moto, af- 
fetli, liii^^uag^io, sembianza e perfino vesti ([iiali 
essi ebbero veramente o poterono avere verosimil- 
mente. Oreste, Agamennone, Clitennestra e Medea, 
io voglio che mi soppiiiLe dire se ravcllassero , opu- 
rassero, e si trovassero ai casi per lo appunto co- 
me gli antichi o i moderni travedi immaginarono. 
Obi é elle lo sa? Chi \n può sapere? Noi credia- 
mo che cotesti personali di cui ci sono note sol- 
tanto le vicende supreme in cotesto modo ragionas- 
sero: noi crediamo i cosi esposti riie condussero alla 
catastrorc finale che noi solo conosciamo in lalc o in 
\talc altro modo iivrcnissero; e quella favello e quei 
casi noi crediamo in Sofocle, in Eschilo, in Euri* 
pide. in Seneca, quanlunquc in Voltaire, in Alfieri, 
in Piiccolint. in Vgntignnno noi li troviamo diversi. 
Clic Sf il rouianziero entra nel regno della sto- 
ria come l'asino nei giuochi oUmpici scnmpiglìandQ 
ogni cosa, la colpa è dello asino e non dell' oHc. 



A 



DiBCOsao 3 1 

- Che se il romanziero si perde io troppo lunghe 

e rastidiose descrizioni di sembianze, di vesti e di luo- 

^ì, oncfae questo fastìdio si attribuisca al poco ìa^e- 

gpo dello scrittore e non dell' arte. 

Che se il romanziero invece d'immaginare epi- 
sodi! e personaggi ) quali giovino a dimostrare me- 
^io il fatto principale o renderlo più vario, più 
cnrioso e più bello, si proponga lo sviluppo di due 
azioDi ugualmente principali, di cui una vera, l'al- 
tra fantastica e divida in due la sua favola e gua- 
^i i' arte, 1' arte non ha colpa e il vìzio è del- 
l' uomo. 

Quantunque i discreti hanno da considerare 
<Ae al poeta drammatico soccorrono n>olti uomini e 
le irti loro, mentre al romgjijiero tocea a /ormare 
' J.g gj person aggi cgaandoMU -dal- cervello, egli ha 
da architettare le fabbriche, egli ornare le sale, egli 
dipingere boschi, e cielo e stagioni e fiumi e navi; 
^ deve dare a bere, mangiare, dormire e vesti- 
t a tutte le creature della sua fantasia. Nei poe- 
mi epici-«d ogiH-pié.^aspintp non.c'ìmbattiamo noi 
ÌD ipoUposij. proSQpogiltifie. simUitudini, descrizioni 
e simili , ora dunque perché siflktte cose saranno 
«là„laà5ìfi„e,J>ia&Ì!08tfi..ael.romanzo? Nel romanzo 
pw s' insinua un altro elemento a renderlo più com- 
pleto ed è il buono umore per chi sa esporlo. Que- 
sto elemento rigettano da sé sdegnosamente i poe- 
mi epici e la tragedia, come idalghi spagnuoli pau- 
fotì di contaminare la nobiltà del loro sangue; lo 



/ 



é'' 



1 

'^y DMCORSO 

accolgono invece come animii i poemi eroi-comici. 
Il romanzo e i drammi ricevono il buono nmore 
non come forma esclusiva, né lo rigettano come 
plebeo, impernìoccliè queste due composizioni non 
aderiscano a forma prefìnita ma si modellino so- 
ypra la vita umana. 11 romaniiero in certo modo é 
' panteista, tutto reputa buono e dicevole, purché 
sia in natura e se riesce colpa è di quelli che 
lo adoperano con mal garbo. Egli ritratta gli uo- 
mini quali vivono e sentono e non quali li ha fatti 
M' arte con certe sue regole statuarie. E se alcuno 
dicesse : ma a che giova la descrizione del grotte- 
sco, del tristo e dello scellerato? A che giova? 
Giova a farvi conoscere la umanità : giova a farvi 
conoscere te malattie che la travagliano onde si 
possano con opportuni rimediì curarle. £ badate 
bene a quello che io dico : se le lettere devono 
tornare utili agli uomini devono ancora coraggiosa- 
mente imprendere tutto quanto è capace a parto- 
rire un simile effetto, e non spaventarsi a perdere 
[un poco di lindezza, e trattare ulcere e piaghe; se 
poi vogliono durare o diventare cose da museo, irei- 
pagliate e messe in iscaffali, si ostinino a ripro- 
durre una formula consumata. |La formula deve 
sempre contenere le passioni e la s8(»eBMt dei i«mpi; 
quando i tempi superano i confini allora conviene 
dilatarla, ed oggi le passioni e le smanie del sa- 
pere mi paiono immense. 

Ma qui mi fermo perchè mi sento sospingere 



MBCOKBO 33 

verso (juei iravolt ragionatori che » tanto aborro, 
« non mi voglio avviluppare senza filo pei laberìnti 
dei ngi(Hiamenti e non ragionamenti, consideraEioni 
e limitazioni, restrizioni, amptiaziooi dì tutti coloro 
che io baUezzerei per legislatori delle cose di que- 
sto mondo e di queir altro con lo inchiostro in cui 
taOiiDO la penna. £ poi mi fermo perchè chi la oro- 
logi deve badare che le lancette segnino 1' ora giu- 
sta senza arrovellarsi a dire quali e quante ruote 
egli adopri. Le prefazioni alle òpere d' immagina- 
liooe mi paiono paracadute , come troppo spesso le 
"po* a cui vanno aggiunte sono palloni volanti. E 
«si parodiando servatis servcmdis la risposta di Sci- 
pioDe accusato di peculato mi fosse concesso escla- 
mare: a Invece di perdere tempo a confutare le ozio- 
ità di coloro che si affibbiano la giornea di critici 
perchè scrittori non possono né sanno essere, en- 
diimo a dettare una qualche bella storia o a im- 
wsginare un romanzo! » 

Ora venendo a ragionare un pocolino di me ,- 
"la prestamente e con quella velocità con la quale 
toccando a caso un tizzo infuocato ritiriamo la mano, 
^ che non reputo cosa giusta avermi classato, 
siccome hanno fatto capo o coda , fra i desola torì 
jti gen ^e umano. Prima di tutto il genere umano ha 
lene altro a pensare che tenere dietro alle mie povere 
fantasie, né egli vorrebbe dare del capo nei muri per 
'snto piccola cosa come sono le mie parole, e final- 
ttiente perchè 1' accusa mi sembra falsa del tutto. 

GUERBÀ^I ^ 



3Ì DISCORSO 

Quando yogliamo giudicare un libro, giustizia 
impoDe che l' esame deva fondarsi sopra il suo in- 
sieme, non già sopra una qualche parte staccata : 
più ancora, nei componimenti drammatici non biso- 
gna credere che Te panile- postg'Sgpr&'TTabbpi fli 
un persona^io contengano la espressione della fede 
dello scrittore. Questo sarebbe errore a un~pìinto 
e ingiustìzia. L' anima umana procede più spesso 
che noi non supponiamo per via di contrasto e dal 
vagheggiare che uomo faccia di tristi spettacoli, an- 
ziché trarre la conseguenza di ' feroce talento, beae 
spesso si dilunga meno dal vero colui che pensa 
derivare simile disposizione dalla veemente impres- 
sione che gli atti di ferocia o di perfidia fecero 
sopra un' anima troppo sensibile , e viceversa, eoa 
la storia della letteratura ci narra come Bernardino 
di S. Pierre, tanto tenero scrittore, fosse uomo 
acerbo anzi che no, e Anna Radiclifie e Maturìn, 
immaginatori di orribili cose, ingegni miti e piacevoli. 

Crebillon, quel truce compositore di tragedie, 
fu tenerissimo alla moglie e la pianse vedovo scon- 
solato per ben cinquant' anni. . . . Non vi pare ella 
cosa più che mortai quasi divina piangere cinquan- 
ta anni la consorte defunta / E tanto abbondò in 
Crebillon il tesoro di amore che dopo averlo sparso 
a piene mani sopra la famiglia, i parenti e gli amici, 
gliene avanzando pur sempre lo prodigava ai cani 
e ai gatti. 1 cani e gatti in casa del Tragedo furono 
più numerosi dei personaggi nelle sue tragedie, im- 



fiKCOUBO 36 

perciocché si narra eh' egli dod ne ospitasse mai 
meno di una ventina; e il dabbene uomo andava 
I raccoglierli per le vie, nel proprio mantello li bv- 
nlnppava per ischermirli dal freddo, e con tanta 
canti li cnstodiva, che poco più poteva adoperarne 
S. Vincenzo di Paola ai pargoli ridotti a miseria 
uguale. — Un moderno scrittore di Francia, celebre 
pei suoi terrìlùli drammi capaci da fare sconciare 
le doDoe incinte, tale fu visto usare amorosa cura 
Terso la sua dama che, venuto espressamente in I- 
(Blia per fare acquisto d' impressioni, giunto a Pisa 
dichiarò non poter andare più avanti , ì fati co- 
stringerlo a tornarsene in Francia perchè la sua 
signora più cfae non potesse sopportare si trovava 
molestata dalle... zanzare ! — E questo fatto io le 
iisstcuro per vero perchè Io so di certo, e lo so di 
certo perchè me lo diceva quel molto- terribile com- 
I>ositore di drammi; — e tanto basti. 

Io ho creduto e credo che la Provvidenza abbia 
stabilito che 1' uomo non deva essere mai lieto per 
delitto, e che né senno, né prestanza, né splendore 
di trono, né santità di scopo varranno a rendere ac- 
cetto il colpevole a Dio. la fatalità gli si avvinghia 
alla vita come i~ serpenti di Laocoonte; ogni cosa 
eh' ei tocchi si appassisce; ogni fortuna che a lui 
si aggiunge precipita ; ogni esistenza rovina, li'of- 
lérta di Caino si componga pure delle più pingui 
spighe del campo sarà maladetta, e questo mio con- 
cetto io manifestava scrivendo. 



H DISCORSO 

A. me parve che i popoli, i qnali fecero getto 
della propria virtù, meritino i flagelli di cui la ProT- 
videnza lì percuote ; ma che non sia sotto simile 
pretesto concesso al cittadino fuggire traragtio in be- 
nefizio dei suo paese , e che se adoperarsi per la ' 
patria quando sorge grande e avventurosa frutta 
glorìSj la carità dei suoi condotti in fondo della nit- 
seria sia degna di venerazioue, e tanto pia lurahioss, 
aspetti questi incliti spiriti una corona nei cieli 
quanto pili manchi toro ogni premio terreno; e que- 
sto mio concetto manifestava scrivendo. 

E trapassando alle domestiche storie i talanù 
tnaccfaiaEi repugnante il coniuge e con infamia mag- 
giore-lui consentente funestissimo seme di fatti sov- 
versivi r umano consorzio , mi studiai con intonto 
più eflicace di quello che persuade Tantalo nell' £- 
neide ad ammonire i dannati ad esclamare a mia 
posta : Discite jusliliam monili .... £ questo con- 
cetto io manifestava scrivendo. 

Altre più cose credo non disperanti ma severe, 
e cosi Dio mi assentisse il senno come mi dava il 
cuore di manifestarle strappando dalla piaga le ben- 
de che vi fasciarono attorno la ipocrisia e la viltà 
senza curarmi delle strida del dolore, o delle im- 
precazioni dei malvagi afBnchè gli uomini imparas- 
sero a medicare non a dissimulare le piaghe. 

Ma ormai fia a me più bello cessare che pro- 
seguire. 11 tema è lungo né i tempi corrono propizìl 
ai Geremia. Ella, rispettabile Signora, di spirito man- 



M3C0BG0 37 

suda e di ogni soave consiglio sostenitrice lenerìs- 
sima, non partecipa interi ì miei sentimenti, lo lo 
so, uè me ne adonto. Sìa dubbio od ossequio io as- 
9iii propendo a rispettare le convinzioni altrui. Tri- 
stano' Shandy, racconta Lorenzo Sterne, non volle 
uccidere neppure la mosca cbe lo infastidiva , ma 
schiusa la-finestra la cacciò via dicendo: « Va, 
« creatura, il nwndo è largo assai per bastare a 
« Doi due senza darci molestia ». Pensi un po' V. 
S. con quanto maggiore obbligo noi dobbiamo com- 
portarci ugualmente per le opinioni degli uomini 
che nrai occupano spazio, e si spandono per un mon- 
do sènza confine. 

Uà se per avventura io non posso sperare la 
sua adesione intera ai miei sentimenti , io, mercé 
sua, confido che mi vorrà conservare intera la sua 
lienevolenza. 

^i lei nobile Signora 

LKuriio, 1 Aprile 1845. 

AITiiianaHuinut Amitiy 
F. D. tì. 



L4 

BATTAGLIA DI BENEVENTO 



CAPITOLO PRIMO 



Gli ocdà iDflimnwll , e pregni 
SI lagrimevol riso ; 
Roca sonar la voce, e le parola 
Con subiU soiplrl ; 
SUre iaquielo, uidare 
Frettoloso, e volturi 1 
Spesso, qoBsi altri il ehlaml, 
Son cerlisslmo segno 
Di un antico furore. 

CinACX^ Tragedia onfiM. 



È mai vissuta creatura tiiuana, che sollevando 
'^ pupille al cielo d' Italia abbia negato essere que- 
sto il più puro serenp che mai rallegrasse il sor- 
fiso iji Dio ? ~ È mai vissuta creatura umana, che 
allevando le pupille al cielo d'Italia allorché il figlio 
Pi'imogenito della Natura lo veste della pompa dei 
Suoi raggi non abbia sentito suscitarsi la mente pei 
S''iiidi che non sono più, di cui il nome è rimasto 
"all'anima come armonia di arpa che cessò di esser 
•ceca ? - Quali braccia non si protesero a quell'astro 
<)' vita, mentre abbandonando alla notte il dominio 
ilei cielo, dai confini dell' oceano, lo saluta con ^li 
ultimi raggi, e non implorarono, che rimanesse nella 
Sua celeste dimora ?- Ma s'egli parli con la sera 
tornò col mattino, e vide i secoli dileguarsi nella 



40 LÀ GATTIGLIA 

eternitè, le generazioni incalzarsi nella tomba, e la 
vicenda infinita delle virtù, e dei delitti. Breve fu 
la sua luce sopra 1' onore d' Italia ; lunga su! do- 
lore, e su r onta. Ahimè ! io non avrei creduto 
giammai che i popoli potessero morire della morte 
degl' individui. — £ su quale occhio non ispnnta la 
lagrima, allorché la mesta luce della luna e delle 
stelle sogguarda dall' alto i campì silenziosi della 
terra ì Voce di celeste armonìa suona dal rotearsi 
delle stelle pel cielo, voce dì sempiterno cauto ; e 
quantunque per troppa distanza non percuota 1' orec- 
chio del figlio della terra, pure gì' inspira ud senso 
secreto, una invincibile pletè, che destandogli nella 
anima le rimembranze tristamente soavi lo sforza 
al pianto (i). Bello sei, o cielo d'Italia, sia che la 
notte od il giorno ti allegri, e veramente opera dì 
Dio! La eterna Sapienza che governa il creato con- 
cesse questo bel cielo alla Italia, onde le fosse 
splendido testimonio nei suoi giorni di gloria. 

E la terra ! ~ Ogni zolla contiene la cenere del 
cuore dì un eroe. I nostri passi sono su la polvere 
dei grandi.... dì noi, più meritevoli di essere op- 
pressi dalla polvere 1 Solo lo -straniero conosce le 
nostre storie, e pieno di reverenza teme mutare di 
passo senza sentire sollevarsi dalla terra una voce 
che gridi : codardo , perchè calpesti un valorom ? 
Ma va' pur franco, straniero, che ogni avanzo di 
vita è bene spento sul limitare della morte, che 
questo è un tramonto senza crepuscolo ; né dai se- 
polcri esce grido di trapassato, dove non ve lo ponga 

(1) Qaesta ò opinione di Pìttagora. 



DI BENEVENTO il 

il velore , o ta pietà dei Ttventi. Agli avviliti, Ife 
lonibe offrono la stanza del cadavere srormato, piut- 
tosto che 1' altare de' magnanimi sensi ; la mente 
trascorre al lezzo pìuttostochè alla gloria : « noi sia- 
luo da gran tempo teli , che non osiamo popolare 
tjli avelli co' sublimi fantasmi della grandezza. A 
ebe mai sorgerebbero le forme venerate dei padri? 
Forse a vedere di qual condanna vada fulminala 
1» schiatta loro infelice T Forse a conoscere , che 
ooD vive cuore italiano che palpiti per le glorie 
'aliane? Risparmiateci, o padri, questo amaro cor- 
io^Vur. risparmiateci, o padri, la rampogna delle vo- 
stre sembianze; la morte è convenevole spazio tra 
Mi. — Possano questi secoli non essere rammentati 
D^lla storiai Possano i posteri lasciarci il retaggio, 
t^tie solo aneliamo.... t'oblio! 

Per chi sono quei frutti ? La terra non cura 
saperlo: ella li presenta liberale a chiunque stende 
'n mano per raccoglierli. Una spada di fuoco fu 
posta a guardia dell' Eden ; e i padri peccatori, ed 
i figli innocenti ne perderono la speranza della vi- 

^ Se in voi non è ardimento di battaglia 

maledetto colui che manderà il gemito della viltà.... 
abbiatevi almeno quello che può avere di grande il 
*iluperio.... soffrite muti. 

Io racconto una storia di delitti, delitti atroci j"" 
t crudeli, quali uomini scellerati che hanno in odio | 
il Creatore e la creatura, possono commettere: quali) 
ippena si stimerebbe che vi fosse orecchio da in- 
tenderli non che anima da divisarli, e braccio da 
^uirlì. Né alcuno mi accusi eh' io mi proponga 
■Iterrire anziché ammaestrare la gente. Lieve cosa 



iì ha DATTUGLIi 

è il dello, ma lo perula della . sopicnza non vola 
sovente «Ini labbro degli iinmini. Medili prima chi 
tale si avvisa accusarnii snpra le vicende dei secoli; 
mediti sopra il cuore degli iioniini e veda la storia 
dei (generosi essere fnlta pL-i {{eiu-rosì. Di niun soi^ 
riso va lieto lo aspetto della virtù; suo solo com- 
penso t> In (llorta: - oltissiitio e primo veramente 
tra i conforti elle furomi lasciati alla decaduti 
schiatta di Adamo 1 Mn altissimo e primo pei cuori 
gentili rlic sanno amarla, vivere per essa, e per 
essa morire. Laddove il vizio abbia inaridito le 
menti, e le anime siono appnssite dalla costumanza 
del male, che sono essi jniii i fantasmi della gloria? 
Nomi di scherno, sojj^ctti di riso. Più veemente 
fbrza si injole che non è la voce della virtù. Lo 
aspello delle rovine del misfatto può commuovere 
que)jli spiriti, nessuna altra cosa tn può. La sola 
voce tremenda dell' Arcangelo spezza le lapide e sn- 
scita i trapassali dal letarifo della morte... 

È ]' ultimo grado del crepuscolo; un rag^ 
mestissimo si dilTondc lungo i lidi Rorenti dì Na- 
poli, le vello dei monti Tifata, Vesuvio, e degli 
Appennini che lo ricingonn da un lato, ardono di 
luce vermìglia, che a mano a mano degradando nelle 
montagne più lontane sì smarrisce nel buio della 
notte sorve)^nenIe, come il tempo si confonde nella 
eternilù. Soave è il venticello della sera, che ora 
sommuove a rii>re di ala la marina, ora lambisca 
1' alilo odoroso del melaranrio, dell' aloè, e dì ogni 
)HÙ doviiiosa pianta dell' orientale vegetoxìone; che 
allegra le roste di Po.iilipo, e di Mer;jellinn, e quasi 
per vaghezza ne circonda il passeggero, e lo so- 




J 



ni BrNRrcNio i3 

spinge at ciclo come un trilmlo che offre la terra 
q1 suo Crciiturc. Dolce suona il ennlo della seri% 
col quale il vassallo si annuncia da lontano alla stia 
faittij^lia; dolce 1' inno del salnlo clic il pescatore 
iodiriiEza alla luna sorgente dai monti opposti, men- 
tre co" remi percuote a misura Ik onde del ({olfo di 
Napoli. Bella è la tua terra, o rdicc contrada, bella 
quanto il paradiso terrestre uei primi giorni della 
exeaKione. 

Ha sotto una volta del castello capuano, splen- 
dida diiitoru del (Ve Muiirredi, clu' mena aì giardini 
reali, un giovane insensibile n tanta inajinifirenza 
della natura, traccia sopra la sabbia disordinati se- 
gni con la punta della spada. Hello e maestoso si 
presenta 1' aspettn, biondissimi i capL'Ili divisi su la 
Tronte fili pendono giù per le spalle; il volto per 
ogni parte leggiadro; ma i suoi grandi occhi azzurri 
spesso si av^-olgnno ferocemente sotto le ciglia ab- 
bassate, spesso si (issiino inuuohili , e in diversa' 
direzione per la intensit>^ del pensiero, come se o»- 
servassero alcuna cosa al di Ifi di questo mimdo. 
Sopra la sua fronte (ita un segno che non vide mai 
la fronte della giovinezza. Onal cosa può avere im- 
pressa «[uella improEila degli anni su la testa di colui 
che ne vide trascoiTere venti sollant»? L'amarezza 
dcir anima miniera gli anni sul volto del travaglialo, 
e quel segno sta sopra il suo capo come la corona 
del dolore. 

Sciagurato I Non carezza materna acquietò mai 
il suo pianto; non bacìo di padre lo rallegrò nei 
giorni della infanzia; egli non conobbe padre, né 
madre. Sta uella vita come una pianta nel deserto. — 



i 



L 



ti tA BlLTTMIUA 

RicfTcn lu sua memoria , e vi trova la sniiluditó 
tlrir ìntcUellt) : solu luiitaiio lontano iilcuiic riiiieni* 
braii£« dì saDgue-... n» concise . ma uscuro per 
Illudo clie invano si sforza richìamorle più spccial- 
meiile al pensiero. La sua nnima é ordente i{uaoto 
il sole soltn il quale t-^li nacque; la sua nascita 
lo oirannu: un senso segreto di (Cyndorza Io Ira- 
vaglio, anela una cosa che neppure k^U conoso.* ; 
vorrebbe con uno sj^uardo penetrare nei niisterL 
della creazione, voiTeltbe con un ntolo dominsn- 1 
popoli della terra, vorrebbe essere un Dio con gli 
allributi dell' nomo, o vd uomo con la scienza, e 
la Folgore di Dio. Ma 1' alla fnntasia, considerando 
il suo misern stalo, sviene nello ardore della im- 
magline; il sua cuore allora ò straniato dall' ui^^ 
scia, e sente tutto il tormento del delirio dell" an*- 
bizìonc. Forse questo iuoco avrebbe do tiran letup» 
consumato la sorgente delia vita, dove una forniu di 
celesti sembianze non gli sorgesse nell' anima, e ne 
acquietasse alcuna volta le tempeste. Certo quello ò 
un amore disperata, e ben degno di Ini. Il solo pCD- 
siero, se gli uomini polesscru conoscere il pensiero, 
sarebbe punito. Uno scudiero osa sollevare lo sguar- 
do alla figlia de' re ? Quali sono lo sue speranM T 
Gonlida , la vergine del sangue svevo piegherà il 
cuore Sno a luì? Conosce i pericoli, pensa ai tor- 
menti cbe sono per occorrergli? Egli ama. e dispe* 
rutainente ama. 

Ma i suoi sguardi do luo^o tempo insensìbili 
a quanto di più .solenne gli prolTeriva la natura, 
sì aflissano a un tratto su la magione del figlio di 
Federico. Il cautcllo espilano era veraiuenlc una 



_J 



Òl BEHETeRTO iS 

«lintora d» re ; ma. se per la mole era qiiale la cree- 

tora, memore esser par te del Creatore, può ìnima- 

^inare, per la sua fortezza era pur quale il tiranno 

veli' agonia della paura può eleggere ; con ciò sìa 

che Guglielmo U THsto della stirpe normanna , a 

difesa della propria vita lo fabbricasse. Mura gros- 

Nssime, frequenti torrioni, cavalieri, baloardi, e tutti 

^i accorgimenti che l' arte nel dodicesimo secolo 

consigliava erano stati adoperati per assicurare il 

liranno, tremante; ma invano/ — Dove la vendetta 

degli nomini manchi, veglia il giudizio di Dio : egli 

moriva, e non di- ferro ; ma la sua stirpe fu spenta. 

Il tremo fondato dal valore di Roberto Guiscardo , 

« dal conte Ruggiero, cadde sotto la eterna giu- 

^im che i delitti di Guglielmo I fece scontare allo 

sventurato Guglielmo figlio di Tancredi conte di 

Lecce, 

Federigo II volle rendere più lieto il castello, 
allorché condusse a Napoli Niccola Pisano, il più 
Brande artefice del suo secolo, e gli commise la cura 
di adornarlo. Ma il g^nio dell' architetto piegò suo 
: iDalgrado alla vista dello edilizio che migliorava, 
e i suoi provvedimenli non fecero che aumentarne 
l'orrore. —Non così diversamente 1' armonico tro- 
vatore se nel silenzio della notte si avvisa cantare 
Ia canzone giocosa, gli sfuggono suo malgrado me- 
stissime note, e finisce con' la ballata del dolore. 
La luna, .che tutta lieta di trascorrere i cieli 
non cara se in terra sia maladetto o benedetto il 
suo raggio, e Io diffonde sul volto dell'amante che 
«celerà col desio 1' ora del colloquio di amore, e 
sul volto dell' assassino che si slancio dalla tene- 



16 U BATTtGUA 

bra, stende il colpo, e ritorna nella tenebra, manda 
la sua luce sul castello capuano. Le parti illunu- 
nate di questo edifizio sembrano anche più grondi 
pel contrasto delle ombre in cui le altre parti sodo 
sepolte. Alcuni torrioni paiono non avere fondamento 
sopra la terra, e starsi cosi sospesi per 1' aria, al- 
tri mezzo rovinati : e presentano alla fantasia unO' 
di quei castelli che i romanzieri descrivono nelle 
loro leggende, dove gli spiriti maligni si ragunano 
a celebrare il nefando sabbato, e a inebbriarsi di 
sangue. La calda immaginazione dell'osservatore può 
vedere avvolgersi per quelle rovine lo spettro di 
Guglielmo il Malvagio condannato a visitare la cass 
da lui eretta, abitata da stirpe non sua, e può sen- 
tire il singulto dell'ira, o della coscienza, cfa'ei 
manda nella disperazione dell' anima. 

Tal' era lo edifizio, che il giovine considerava. 
Poiché l'ebbe con lentissimi sguardi, e più volte 
misurato, scosse la testa, e parlò. « L'opara della 
tirannide è grande quanto 1' opera della generosi- 
tà.... La paura ha dato il suo sublime, come Io ha 
dato la pompa.... Il buono, e il tristo produssero 
parimente le maraviglie del volgo, che sono la com- 
passione della debolezza umana per coloro che ha» 
core, — Santa Maria 1 Cosa egli è mai questo castel- 
lo ? Cosa i tesori che trovò Manfredi in Lucerla ? 
Cosa la potenza di Federigo Barbarossa e di Federi- 
go II? Essi non poterono conquistare l' Italia; .que- 
gli fu arrestato da mura di creta e di paglia; que- 
sti disfatto da gente, dalle quali si allontanava per 
non vederne la morte (1). £ poi cosa sarebbe lo 
(fi 11 Barbarossa oel 417S fu costretto a levare l'aege- 



DI BENEVENTO 47 

impero d' Italia ? Cosa quello del Mondo ? Potresti 
essere il più grande dì tutti ì mortali, ma pur sem- 
pre mortele; il più forte tra gli uomini : — ma chi - 
vanta net braccio la forza del turbine? Il più sa- 
pienle dei figli della terra : — ma chi ha l' intelletto 
dei figli del cielo? Pure l'anima mia potrebbe que- 
sto sentimento che mi travaglia la vita obliare, o 
almeno lenire dove potessi posare la testa sul se- 
no.'... di cui? Non l' bo io nominata? Non sono i 

passi d'uomo questi che si allontanano ?— No 

loHo è tranquillo. Fino tremare di nominarla! 
Capuano / io sarei contento delle tue mura. so- 
glio del mio re, comunque angusto, mi giungeresti 
lien grato, dova io mi vi potessi sedere con quella 
che è donna dei miei pensieri! Io ho amato sem- 
pre il trono, perchè mi sento nato per quello : ora 
poi questo desiderio è diventato un furore, perchè 
io altro modo che sul trono non si può vivere con 
là... né se si potesse il vorrei.... Ma io sono uno 
oscuro... nudritoper pietà in casa non mia, costretto 
a servire con una mente da dominare,... non cono- 
peo padre, né madre.... e devo tremare di cono- 
scerli perchè forse il mio nascimento va macchia- 
lo con una nota d' infamia ». 

E qui tacque: un pallore mortale gli sì diffuse 
pel volto ; stette immobile con intensissimi sguardi, 
f con la bocca mezzo aperta, come colui che è tor- 
nio d'Alessandria delta della Paglia per la ragione esposta. 
L'esercito di Federigo fu disfallo nel 1248 dai Parmigiani , 
mentre egli sicuro del conquisto di Parma si allontanava dal 
campo per aollazzarsi alla caccia de! Falcone. — Vedremo 
la Beguìto questi fatti. 



(8 DI BGNevcMTo 

mentato da sete angosciosa ; ^ù per le sue guance 
gli scorrevaDO grosse stille di sudore che gli scaturì' 
Vano freqijenti dalla fronte, quasi sprennute dal cer- 
vello compresso dall'angustia: dopo alcun poco- il 
sangue tornò impetuoso per modo a infiammargli 
la faccia, che te vene inturgidite j e ì muscoli di- 
latati parcano doversi spezzare alla violenza del 
moto; allora tutto il suo corpo si agitò convulso, 
e si pose ambe le mani sul capo quasi per impedire 
che sì rompesse. Uno stato tanto miserabile non 
poteva prolungarsi più oltre, ed egli cadde gemendo 
sopra UH banco di pietra. 

«. Ohi questo non può durare, (dopo lunga ora 
riprendeva in fievole accento, ) non può durare; ne 
durerà. — Poiché la morte è certa, proviamo morire 
con ardimento, e svegliamoci. — Con ardimento / Ma 
questo potrebbe fruttare 1' onta del rifiuto, e men- 
tre stimava morire da generoso, sarò sprezzato dal- 
l' orgoglio, e forse vilipeso come stolto. Santa Ma- 
ria ! Che vita è questa dove la pratica dì una virtù 
produce il frutto del delitto , e la pratica del de- 
litto la mercede della virtù ? Chi è i! sapiente che 
ne ammaestra n distinguere l'uno dall'altra? Chi 
quegli che ne insegna in che cosa consistano ? Il 
delitto di questo secolo è stato, e sarò il delitto 
dei secoli futuri ? Una virtù che mi nuoce é sem- 
pre virtù.' Devo praticarla a mio danno? Dove ha 
scritto la natura le sue leggi? — Nel cuore? Io vi 
sovrappongo la mano, ma egli palpita al sussulto 
delle passioni. _ Che serve meditare sopra la ne- 
cessità? 11 meglio è subirla e starci a vedere quello 
che ne avviene. Così farò ». 



TU BENEVENTO 49 

1 Dunque sono io tanto sventurato? La mia 
memoria non può ricordare nulla cbe vaglia a lu- 
^D^re con le gaie illusioni un' anima lacerata da 
tante angoscie reali! — Ohi bello è il regno delle 
iminagini, (na le sue lusinghe sono quelle del ser- 
pente; queste finirono col peccalo, quelle finiscono 
coir inaridire la mente che vi si abbandona. -Pure 
il giorno che il suo genitore assunse la corona dei 
K, ella lasciava cadere ai miei piedi In (jrimpa che 
le cìngeva la persona : io la raccolsi .... e meco 
Irìonfò nel torneo.. .. ed ora mi posa sul cuore, 
e sarà la compagna della mia vita, e mi coprirà la 
faccia nella fossa. — E il giorno del torneo ? Que- 
sto è il sorriso dei miei anni passati. Oscuro don- 
zello, ricoperto di maglia, coi colori della figlia di 
Manfredi mi confusi tra i superbì baroni e famosi 
Mpilani, ed osai giovanetto giostrare di lancia coi 
maestri dell' arte , con cavalieri incliti per mille 
prove, e vinsi. Rimaneva il prode conte Giordano 
dì Angalone, e cadde rovesciato sopra la polvere. 
Egli ne dette la colpa alla cinghia della sella, ma 
cadde. —Io mi nascosi, egli ebbe il premio della gio- 
stra, dacché il vero vincitore non si presentava ; 
uè io lo invidiai, che mi parca avere più alto pre- 
mio couseguìlo che il suo non era, —1' amore della 
%ia del re. — E il giorno vegnente ? Ohi non di- 
menticherò mai il giorno dodicesimo di Agosto. Io 
le guidai il bianco palafreno: —ella in salendo pose 
Is sua nella mia mano .... e tremò .... ed io pure 
tremai, ed arrossii. — Ma ed ella arrossì 7 Io non 
osai sollevare gli sguardi. Oh.' quella fu gioia, e. . . 
forse fallace. Chi sa che il velo non cadesse per 

GUEHBAZZI i 



60 l* BATTAGUa 

caso ? Chi mi assicura che il suo tremore oon ve- 
nisse da pericolo di caduta? o piuttosto da sdegno 
del mio tento ardimento ? Il sangue svevo- è super- 
bo : ma se orgoglio facesse grandezza, io pure sarei 
sangue di Federigo. — E quando ella inchinandosi 
dalla sua altezza m' interrogasse: Chi sei? — Cbi 
sono ? — Un ignoto a me stesso, e ad altrui ; un re- 
spinto per colpa materna dal seno dello stesso ge- 
nitore, un monumento vivente del peccato, un' onta 
a me, una vergogna ai miei, chiunque voi siate 
che mi donaste una vita che non avrei accettata 
giammai, dove si potesse rifiutare di nascere, grandi 
devono essere stati i vostri peccati perchè atroce 
è la pena che ne porto ! » 

-Cosi parlava il travagliato, alternando una vi- 
cenda di dolore e di gioia , allorché la natura lo 
sovvenne con la stanchezza, e il bisogno del riposo 
lo costrinse a sedersi. Le sue labbra presero ad ar- 
ticolare le note di una mesta ballata, e la mente 
seguace dell' armonia sì deliziò nei concenti divini, 
nati e custoditi sotto il cielo d' Italia. — AH' anima 
confortata si affacciò quindi il suono delle imprese 
guerresche : egli lo cominciava leggero leggero ; a 
mano a mano cresceva; finalmente si sollevò al punto, 
in cui si ode quando il nemico si riversa suU' ini- 
mico : allora trascorse nei giorni della gloria, senU 
l'alito della fama, sorse, tolse la spada, e nobil- 
mente avvolto nel mantello camminò nell' orgoglio 
della mente sollevata fino al pensiero dell' Onnipo- 
tente Distruggitore. 



CAPITOLO li. 



rMgalilla vii' fra 
Tulli lorrliD, lutU gioia; li (ioti 
Plrnt In meito volle nel ^14 fclloa 
Smlii^ru dt'lli ilU. —Emo ij lui lnl[o 
DL lanU gioii alinlo II nn''>< Hllnlo 
Al |"lniu aiMitii diri Jvlor. 

FnuNcK-HU OA RiiiiMt, Tna*^u. 



Perchè uno tomba prodigio di Riarmi peregrini 
' dell'arie, copre le cera-ri di tale chcnon si co- 
■ essere slato vivo, tranne pel moiitiiiiento delta 
morie 1 — Pereliè forme celesti , dclìcuti ooo- 
lorni. Icf!gerez7,a dì Ic^t^iadrìssimo corpo vestono l'n- 
delia fcmminn ? Perchè ci f stato dato un 
che balza a qm-llo s^embioiiKC. uiiu Gbrn che 
fi raccapriccia a questo bellissimo spettacolo di'lla 
ertazione ? Piessunn animale ha potuto contribuire 
1 formare il corpo dello femmina, 1 colori dell' uc- 
ctllodi paradiso, della farfalla dì Cosinitra iwn pos- 
snao paragonarsi a gran traltn con i[uei di>inì che 
imporporano le guancia di'Ua beltpEZa. La gauella 
non ha 1' occhio della donna; le pietre preziose non 
Mlano di quella luce, e i poeti, per assoniiglinrli 
> qualche cosa di convenevole, hanno dovutu ricnr- 
Rre al lirmumento. Ma nessun rettile, quantunque 
ichìGMo , fu eccettuato a dar parte nella composi- 
liine della vita che agita i moti delle sue membra; 
A^ rettile, meno Io scorpione, che cinto intorito 
■hi fuoco volge in sé stesso il dardo velenoso , e 
Jtnnxisainente si uccide. Tu sei bella, o creatura. 




62 LA B ATTÌGUA 

ma la tua bellezza porta una impronta tenebrosa: 
tu sei figlia di un sublime pensiero , ma decaduta 
come Lucifero ; i tuoi raggi sono quelli di un sole 
che tramonta; la tua bellezza è il nostro tormento. 
Noi audiamo affannosi in traccia di quella innocenza 
cbe Eva lasciava nell' Eden, e questo è il più fiero 
travaglio del cuor nostro. Ma il tuo cuore egual- 
mente fu condannato a spezzarsi per la nostra ìd- 
costanza. Forse tu dovresti essere maladetta, perchè^ 
la prima a peccare; ma il serpente abitanelle lue fi- 
bre sensibili: la curiosità genera la sapienu; in te 
generava il peccato : — Tu schiudesti la vìa dei de- 
litti, noi vi ti abbiamo superato. . . figli della 
polvere, non vi maledite, ma abbiate misericordia 
tra voi I 

Nelle sale del castello capuano vive una crea- 
tura divina nelle forme, divina nell' anima; ella te- 
neva la faccia adagiata sopra un origliere , e ^ì 
sguardi dimessi; una bellezza maestosa compariva per 
tutto il suo aspetto. Molte damigelle le stavano attorno, 
e tacite tacite facevano voto che sollevasse gli sguar- 
di, i quali sollevati non potevano sostenere, perchè 
la luce cosiffatta ne uscisse che svelava un'anima 
di fuoco; un' anima, che non sì sarebbe mai creduto 
avessero potuto reggere quelle sue membra delicate. 
Ella era leggiadra quanto la madre degli uomioi 
che il divino Ghibertì eiiigiava sorgente dalla carne 
di Adamo, e sorretta dagli Angioli riporre in pegno 
di amore la sua mano nella mano dì Dìo. Certo 
ella non pareva figlia di nozze mortali; forse i con- 
uubii dei figli di Dio allorché sentirono amore per 
le belle Sglie dì Caino 1' avrebbero potuta genera- 



DI BENEVENTO 53 

re, ma lo spirito dell' Eterno non benedisse quei 
nuffilajlgi, perchè esse nacquero nel peccato onde 
ne vennero i Giganti e Nembrod il feroce cacciatore 
il cospetto di Dio. 

Invano si cercherebbe voci nelle favelle della 
terra che valessero a ritrarre quella immajfine di 
belU; e sarebbe più facile suscitare la luce dalle 
lenebre, e dare anima ai figli d' Italia. . . . 

Dopo lungo tempo si leva dal suo seggio, e si 
•fece verso il balcone; era il suo passo leggiero, come 
Tento che folleggia tra le rose, o come incenso che 
s' innalza alla Divinità: 1' onda delle vesti venti- 
lando spargeva odorosa fragranza: non era mesta, 
né liete, ma nella calma solenne della considerazio- 
oe, allorché il lampo del pensiero balena sopra gli 
svrenimenti dei secoli, allorché l'orecchig del Genio 
intende 1' arcana armonia del creato, e il suo occhio 
Bnge nel cielo i figli della sublime immaginazione. 

Fattasi al balcone soprastette a considerare il 
firmamento e sospirò; quindi rivolta alla damigella 
che le stava al fianco fece suonare una voce, quale 
«rtamente e quella di Elou , V angiolo che canta 
l'inno dei cieli innanzi al trono d' Jehova (i). 

« Vedi, Gismonda, come è bello il firmamento/ 
Anche quando la religione non ce lo avesse inse- 
gnato, la mente nostra lo torrebbe per la dimora 
ii Dio. - Ohi piacesse a lui chiamarmi presto alla 
Sua pace ! » 

1 Nobile Yole , il Signore è sapiente in ogni 
opera sua, egli solo conosce il bene e il male, noi 

(t) Klopstock HesEiade, 



Si L* BATTAGLIA 

dobbiamo aspettare adorando i decreti della sua 
giustizia. » 

« Guardimi il cielo dal mormorare contro il 
mio Creatore; ma i voti di un' afflitta non possono 
giungere disgrati inaauzi al suo trono. » 

«. Mio dolce donna, sta a voi innalzare a Dìo 
i voti degli alSitti? A voi, figlia del re Manfredi, 
sorella della Regina di Arragona, nepote dei Federi- 
ghi ? A voi, sangue della casa dì Svevia, posta dalla 
fortuna nel più allo grado che mente mortale possa 
desiderare ? La vostra vita si proluuga avanti a voi 
come un sentiero di fiori ; i nostri giorni sono nu- 
merati dal piacere : voi desio di ogni prode cava- 
liere, voi sospiro di ogni trovatore ; voi amore di 
tutti, non avete a temere le sciagure che travasa- 
no la più parte della schiatta dì Adamo, u 

K Pure io sono tale che ormai più nulla resta 
a temere fuorché 1' ira di Dio. » 

«ET ira sua non verrà , eh' eì tempra ì ri- 
gori del freddo all' agnello tosato, e versa il balsamo 
sopra le piaghe del doloroso. » 

« Gismonda, la nostra casa venne respìnta dalla 
comunione dei Fedeli fino dal Concilio dì Lione, 
dove, malgrado la difesa dì Taddeo da Suessa, In- 
nocenzo scomunicò Federigo. Certo noi non patìanno 
difetto degli uffici della Chiesa, ma il pontefice Cle- 
mente ha tolto appunto motivo da questo per con- 
fermare r anatema contro di noi. Egli ha sciolto i 
vassalli dal sacramento di fedeltà, e senza questo 
erano assai ì traditori : egli cerca pel mondo an 
nemi(;o del sangue nostro, e senza questo erano 
assai coloro che anelano un trono. La fortuna non 



DI BENEVENTO 55 

ha concesso che Riccardo di Cornovaglia accettasse 
la nostra corona ofiertagli da tale che non sa ac- 
i^istarla per sé, e la dona altrui ; né che Edmondo 
(T Inghilterra abbia potuto muovere le anni contro 
il noi; ma al nemico vigilante di rado il tempo non 
porge la occasione, e Clemente è tal uomo da non 
lasciarla fuggire. » ' 

M Figlia di Manfredi , - il nemico non ba mai 
vedute le spalle del vostro genitore : se non avremo 
la pace avremo la vittoria. » 

« j4mùn, Gismonda, amen. Ma vedi quella co- 
mela lassù neir orizzonte, cbe sorgendo da oriente 
percorre il cielo verso occidente, e si ferma sopra 
^ noi (1)? Hai tu inteso quello cbe ne dicono gli 
«strologhi? Ella è certo segno di morte dei re, e 
(li tramutamento d' imperì. Io stimo non essere per- 
sona al mondo che sappia sostenere la sciagura senza 
Saliere quanto la figlia di Manfredi: — ma la scia- 
i^n, comunque tu la sopporti, è pur sempre scin- 
|ara. » 

a Né io vo' porre in dubbio la influenza delle 
^ie; ma per gli eSettì comparsi fino ad ore sopra 
la terra, parmt che ne possiate andare piuttosto lieta 
che mesta. La cometa apparve di agosto e Urbano IV 
wwiva di novembre. » 

« Ma la cometa non è per anche scomparsa. 

(() Questa cometa apparve nel!' agosto dei 1264, e si 
fece vedere fino a novembre. AI momento in coi si pone 
•jnesta scena ella era scomparsa, perchè cessò di farsi vede- 
n la notte appunto nella quale mori Urbano tV; ma farla 
rioiaDere soli' orìzr.oote qualche mese di più non è cosa che 
oiariiì osservazione,- almeno m un romanzo. 



56 LA BATTiGUA 

Credilo, Gisraontla, un gran re deve morire, e Cariò 
di Angiò è conte di Provenza soltanto. » 

« Ed egli sarà re prima di entrare nel regno. 
La sua strada non deve essere per Roma? Quivi 
riceverà certamente la corona, e la benedizione^ e 
possa questa giovare alla sua anima, come quella 
che non fregerà mai la sua fronte. » 

H Oh / se i baroni del regno fossero fedeli 
come sono potenti, la corona di Manfredi non circon- 
derebbe mai le tempie dì Carlo: — ma qui i tradi- 
tori sono infiniti, e sembrano pianta naturale a 
questa terra, e a questo cielo. Molti sono i nemici 
di mio padre, che egli nel percorrere la via del trono 
vinse, e perdonò; ma il perdono non sana la piaga 
dell' orgoglio ferito, né toglie 1' odio, perocché non 
v' è cosa al mondo che tanto avvilisca quanto i! 
perdono del nemico; e questi al primo grido di ri- 
bellione vedrai riparare allo stendardo dei gigli, e 
combattere con quel furore che solo possono dare 
i rimorsi del tradimento. Pure non questi soli sa- 
ranno i nemici; vi sono uomini pei quali 1' altrui 
felicità è una spina , sempre tristi per la inrtdia 
che gii tribola ; guai se osi manifestare il sorriso 
della tua gioia innanzi il cospetto loro .'essi ti no- 
tano, t' inseguono , né ti lasciano mai , finché con 
molti anni di ambascia tu non abbia scontata la gioia 
di un momento: — il pianto è la loro armonia, 1' urlo 
della disperazione il diletto; e il cuor loro non sus- 
sulta tranne alla vista delle rovine. E gli amici ? 
essi sono molti nel tempo felice: né in ciò io accusa 
gli uomini, no : la natura ha posto nel nostro cuore 
una voce che grida, sii felice solo ; né essi sono spie- 



DE BENEVENTO 87 

Isti , potrhe è Mio il suivyrc I' amico . inu ilov« 
non kl concedano i casi tu non devi amare 1' ami- 
co [liù di (|iielli) che nmì tp NtesHO. — E tii, mia ililetla 
Cìsm'Hidn, che meco tosti nudrìta e cresciuta, e che 
vincolo di scnnibicvoie niiiore mpco ti unisce la 
iterna corrispondi-nza, tu stessa a cui adi-sso seirn 
^unn triiliii il iJiso^io. Ìl \itn|iL'i-io, o la morie ri- 
spetloiil iloveniii oblia luloiiarLi por sempre, tu pure 
un ^inrnn mi dimenticherai, n 

tiii^inoiidu vinla dal dolore non rispose; chinò la 
tesia, i: ^n>ssc lacrime le ricorsero o^li occhi; li 
Ajcehìiise r aQ'dttiosa \ìcv nasconderle alla vista di 
Vole, ma In natura noi soH'erse: tornò n sollevarli 
Verso la stia donna, e non vedendola commossa, la 
passione gUtnta oj^ni freno proruppe. Un sìnghioz- 
^ivt rre<|uentc dinioslriiva i|unnto grande fosse stata 
I offesa per la gentil damijiellu. 

Voli! la soj[f!uardò, e soggiunse: a. Ella è cosi... 
l'tiorao s'oflonde al detto di (jiiclln che deve pra- 
licsre col fatto. Un senso arcano e generoso, cui 
non sappiamo da (inni parte ci venga, ne ommac- 
*lrs che divìdere l' ìnforlimin con 1" amico é liene, 
■M la natura noi consente, che ella ne lia confor- 
'"ulì in giiisn, che il nostro più fiero nemico sia il 
Pitimentn, e più possono in noi gli .strazii dell'an* 
jOScio che non le lusinghe dell' amore... Ella è cosi; 
Jrt io voglio accusartene, o mia dolce Gìsmonda ; 
" fallo proviene da più olla cosa che non sei tu. 
'jH è che osi contrastare al grido della natura? 
M non siamo da tanto, né io vorrei da te più di 
quello che puoi darmi. Gìsmonda, mia cara Gì- 
smonda] su alcuna cosa ti ho mai fatto dì grato; 



ss Li simciU 

se ta mia memarin è tale clic possa diletlarc la Ina 
inente, Ì4> li iircgo, elle allon|uii[>ilo in questo stessa 
castello la voce del nuovo signi>rc lì i-bianierù a 
stare appresso alla sua consorte, od alla tiglia (pm* 
clic tu sei il più nuljjl sangue del re^noj ; se mai 
avvenga che QCt;ieciile dalla vittoria rigettino le pre- 
Uhiere dej^Ii inleliei, e itali' altezza in aii le pose 
la fortuna, srliivìim chinare al gemito die si sol- 
leva dalla polvere, rammenta loro ch'esse pure 
sono polvere, nmlaliili! coso essere tu fortuna, e 
soggiungi: era il sangue dì Svevia quanto quello di 
Francia fumaso ; era la figlia di nianfredi anch'essa 
illustre, e pure il Trovatore e il Menestrello non 
avevano canzone che tanto la dilettasse quanto le 
parole interrotte, e le lajirinie dell' infelice confor- 
talo. E se il mio nome vurrà a vincere l'orgoglio 
dei cuori, e, dulia via della superliia dirizzare te 
avventurose sul sentiero del paradiso, sarft questo 
il gaudio più (H-oiondo die (iinnga all' anima mia, 
dovunque piaccia al mio Creatore collocarla. £ 
quando poi la nubil consorte, e la tì^lia de) Conte 
avessero un cuore che palpila alle miserie dell'uDia- 
niltk, e sorridessero del mio sorriso, allora amale, 
Gismonda , amale come mi amasti; non turbarle 
giammai col racconto delle mie triste vicende, né 
col mio nome sinìnuire una gioia che il Signore 
non mi ha voluto concedere, e che a loro, sicanne 
B più merikvoli, ha compartita. Ma quando lon- 
tana da tutti , ridotta nella tua segreta canicretla 
[Httrui lilieramenle trattenerti nella memoria degli 
anni che furono, ohi allora, mia cara Gismondo , 
allora donami un sospiro.... un pensiero.... una la- 



rìnin.... Cerio i« nnutsci-i-ii qm-lla lugnina, e con 
11)3 )ai;rinia li ri^poiidtirù. •< 

Qui si rintase la beli» addolorala, e inesla- 
iiiente volgendo i^li .«sfEuardi. vide liiltele.siii' dami- 
gelle coiifust' di viT»l;«)liiu, e la ^i-nlilc Giiimonda in 
tale slato da non polcre più intendere Innlo liìspi;- 
mtc {(«mie. Tacque; im ItiiiSo silenzio si sparse 
)M.T In sala; i doppieri iiianduronn min |)nllida luce 
su quelle donzelle uUe^^iato in senibtiinxu di pianin: 
— pareaiio slutuo d' illustre urtelìee destinate ad oi^ 
narc le (oiulii; dei putenti. 

YdIC) poiché liin^iamente stetto pensosa, si scosse 
a un tratto, corse, si tolse in braccio Gìsmondu , 
e con amore materno la conlVtrtava, e col sun pro- 
prio lino le sue lagrime n^ciugava : quindi con pia- 
CO'ole voce riprese: 

«Oh! non pioujìerL', Gismondn, non pianffere. 
Malaugurata colei clic sforza al {jìantn lu faccia della 
l>ellexza. — Santa Vergine E la mia miseria è più 
grande della mia animo, e mi conviene trasfonderla 
in altrui. — liindrc dc^li ofllitlt ! profonde sono le 
mie nmare7^e — haslino. Io sono innocente, ma si 
destinalo cb' io iicva Ìl calice delle pene, non con- 
sumi meco i giorni della sua gioventù <|tiesta cara 

donzella Sia la mia causa separala dalla stia, io 

sola soffrirò per lei, pe' miei parenti, per tutti. » 

Gtsinunda si rimese dal piangere, e chiamando 
su i lalibri il sorrisa, comunque una lagrima le 
lrenu>las$4! tuttavia tra le lunghe palpebre, corri* 
Spose air abbraeciumentu della nubile Yolc, e in 
atto soave le disvc: 

« Voi non mi affliggete, né poteie affliggere ne»- 



suno, voi sckia min j^ioìa, iimco « 4Ìlel(A nniica mia. 
Quando nnchr ìa sortt; uvcssc pt>!ilo tra nni In sp»- 
zio che piissu tra il vassallo e il buronc, le anime 
nostre nvri'Micru mentilo lo scambievole desiderio. 
Comuii(]ui' {iciisiutt* (li me, io vi amo, Yole, vi amo, 
qumiln si i)U(i amare cosa terrena dopo Dio, e i 
suoi Santi. M.i per qiinnto amore portate alla (iran 
Donna del cielo, i^nlinatu quel vostro tlispL-rato do- 
lore.... Oh ! se snpcslf (juale amarezza mi Irava- 
glin qui <k-ntro [ ei] accennava il seno ) nel vedere a 
poco n poco inaridire la fonte della vostra vita, Ìl 
Gore della vostra giovinezza appassire, e le floride 
guance impullidire. e qnc' Ijuftli ocelli oscurarsi.... 
certo lienigna come siete vi provereste u non up* 
portarmi tanto sconlorto. Ohi i| vostro dolore, COD- 
cedele che ve lo dica Gismonda, non muove da cosa 
chi- si tema , ma da cosa che da luogo tempo e 
avvenuta. Il conte di Provenza non si partiva per 
anche ila Marsi^tlin ; né egli è perenna da temersi 
poi tanto, sebbene il Vaticano In benedica, e lo armi 
contro di noi ; e dove fosse da temersi, il perìcolo 
non avvenuti! vuoh^ fiTuiezza di cuore, non pianto^ 
che questo torna inutile prima che la sventura ac- 
cada, dopo, ridicolo e codardo. La figlia del re Mai>> 
fredi non è tale.... Da più alta cagione che questa 
non * , iragjjono orìgine colesti furori : una cosa 
che ormai non istà più in potere della ragione e 
del tempo, frenare un sentimento profondo invano 
represso, forse... n 

« Gismonda! [riprese Yolc, foltosi pel volto, 
e pel seno tultn vermii;Iia) vì sonn cose che Tamico 
non pui) dire oll'amico, che ricercarle in ogni modo 




Di BENEVENTO '61 

è indiscretezza e crudeltà , ma nei sovrani è un 
delitto. Hanno i regnanti arcani che non possono 
svelare a persona, perchè a noi più che al rima- 
nente degli uomini dette il cielo un senso squisito 
dì dignità. Al conte Ruggero, e itila sua nobile 
consorte, assediati sul monte Etna, rimase un solo 
mantello reale; essi non pertanto non mostrarono 
tsi loro nudità, ma ora l'uno, ora l'altra si fecero 
Vedere in pubblico sempre vestiti del manto che non 
può onestamente tralasciare 1' altezza del sangue. 
— Se il mio segreto fosse stato da svelarsi, a te 
pili che ad altrui avrei voluto manifestarlo; ma da 
che mi piacque non dirtelo, guardati bene dal cer- 
care di saperlo. Ti basti questo, che dove la mia 
destra lo rivelasse alla mia sinistra, io vorrei su- 
bito mozzarla. » 

La damigella le stette dinanzi sbigottita, come 
quella 'che non aveva mai inteso tanto acerbo rim- 
provero. Yole gravemente aggiungeva : 

« Porgimi un velo , Gismonda , sento il biso- 
gno di un' aere più puro. — Voi tutte restate, Gi- 
smonda sola mi accompagni nel giardino. » 

Gismonda corse ad eseguire il comando; ma 
infusa , mal sapendo cosa sì facesse , tolse quel 
Telo stesso che assunse Yole, allorché si seppe in 
wrte la morte di Gorradino, e" glielo porse senza 
sollevare gli sguardi. 

Lo vide Yole, e mesta sorrise ; poi premendo 
Ic^ermente il braccio a Gismonda : <■ Accetto 1' au- 
gurio, le disse , che mi viene dalla eletta del cuo- 
re. ))_E tolto il velo se ne ingombra la persona, 
e s' incammina ai giardini reali. 



ei 1.4 Un*GUA ^1 

GisiRoiida, sollevati fi\\ occhi, sì accori^ aR 
r errore, (^ella un grillo sommesso, e se^^ue la so 
donna asdugandosi col dorso delle mani le pupil' 
lacrimose. 

PuU'vano avere di venti passi appena (rapa 

sala la porla, allorclic le damigello, (pittando quel 

mentila seuibinnza di all1i/,ione, si mossero fesUN 

qua e ih per In sala, allernando mille lieti ra^i 

namenli. Adelasia di Andatone, damtt^elln dì foni 

.ieggiadrc e. di cuore vano, soppruiendo al siki br* 

eio quello d' Isolda Cavclla, sorridendo le disM 

K In verità, Isolda, io non ho mai in mia vi 

spianto siccome o^gi; neppure allorehn la min z 

iiCODleSKa Serena, di ^lorioìin memoria, nelle lungi 

fam d' inverno , mi poneva nella sala del i;aslel 

di Campobasso presso il focolare dei suoi me, 

^ori. " 

• R Oh! per me poi, so^jiiunse Isolda, sento d 
il pionto ristora; non si onora egli come im segi 
di euor tt-nero? fucilo oh' e iiello per l'anima, 
deve essere aoehc pel corpo n. £ così dicendo 
sciolse dal braccio di Adelasia, e preso ima tersi 
sima lastra di iir^^ento si pose tutta maniero^ 
mirarvi dentro la sua immatttno. fl 

« Domine, falla trista ( j^uardandolu dietro 
scuotendo il capo, disse iVIatelda d' Arena antica d 
niigelia ). Da che il pìi'^ scioperato menestrello tf 
mai venisse in corto le cantava i suoi occhi la^ 
mosi non avcie paragone in rieli . o in terra , 
credo che per cavarne una lagrima li esporrebl) 
non che ad altro, al fimio di 7.olfa » 
, « £ dovete sapere, (so^innse spedita spa^ 



PI BEAEVENTO 63 

una inagra , lun^, di brutte sembianze, chiamata 
Andolina Benincasa, ) e dovete sapere die in quei 
tempi Isolds piangeva, quand' anche la prendeva va- 
gheiza di ridere, e la cagione la sa il medico sa- 
. racÌDo Sidì Abdallah che la guarì dalla fistola. » 
« Andolina, sono cose queste da tenersi lunga- 
mente celate ad amiche quali siamo noi; per poco 
sta eh'- io non mi corrucci con voi [ riprese sorri- 
liendo Adelasia ); ma di grazia rammentate, Matelda, 
la canzone del menestrello : il caso merita bene di 
sapersi intero. » 

« Non so (rispose Matelda) perchè non soglio 
■ faticarmi la mente col ritener tanto tristi versi 
quanto furono qnelti del menestrello : pure provia- 
iM». E qui poneva l' indice alla fronte, e chinava 
. la testa in atto di riunire tutta l' anima in una 
sola facoltà. Finalmente dopo aver cominciato, de- 
sistito e ripreso da cinque e più volte: « Eccol 
giunse ella ) diceva così : 

Brillano silenziose in ciel le stelle 

Di benigno splendor. 

Ma le tue luci ancor 

firillan più belle. 
E se suffuse di pietose sitile. 

Rimira il Trovator 

Le gaie del tuo amor 

Beile pupille. 
BrìlUn pur luminose in ciel le stelle 

Di benigno splendor. 

Che le tue luci ancor 

Brillan più belle.... 



6Ì lA BATTiGLU 

Isolda, che intenta a vaghe^arsi il volto non 
aveva fin qui posto orecchio a queste parole che si 
mormoravano a breve distanza da lei, appena rico- 
vrati i sensi dalla vanità che la occupava, udì que- 
gli ultimi versi, e subito dubitò delle betFei onde 
fattasi presso Matelda con un suo rìso di dispetto 
le domandò: «Madonna, se Dio vi aiuti, perchè 
per vostra ventura avete udito i Trovatori del se- 
colo passato, vorrestemi dire, la mercè vostra, se 
valorosi quanto i moderni si fossero t » 

o lo tengo per fermo ( rispose tutta stizzosa 
Matelda), quantunque per la età non li abbia potuti u- 
dire, che i moderni Trovatori sieno tanto al di sotto 
degli antichi nella gaia sciettza, quanto le moderne 
gentildonne sono al di sopra le antiche in iscortesìa ». 

« E voi ci offrite prova vivente della differen- 
za , Matelda ( riprendeva Isolda, ed era per aggiun- 
gere , allorché Adelasia , temendo non venissero a 
brutte parole, troncò quel ragionamento dicendo)»: 

« E la povera Gismonda ! (e sospirò } Davvero 
che ricava la bella mercede del suo grande affetto. » 

« Non istette mal cosi bene a sposa un gioiello, 
siccome a lei il rimprovero d" Yole » — soggiunse 
Matelda, cui forse tornò grato trovare altro sog- 
getto che dilungasse 1' attenzione delle circostanti 
dal proposilo dei suoi annL 

H Ella ha voluto regnar sola nel cuore della 
nostra signora [disse Andolina); ella ha voluto vin- 
cerne tutte per soverchiarci, perchè sebbene in volto 
modesta, credetemelo, è superba quanto 1' Angiolo 
delle tenebre. Ha scosso l'albero, ora mangi il frutto 
che n'è caduto. » 



DI nCKÉVEKTO SS 

«"Sanfa NimFa>'S' ella (': siiptrba [disse Isolda) 
io per me ciedo lu sua superbia uguale olla sua 
^nilA. Se le propoiielc forc alcuna cnsa, cilu vi ri- 
ipondf ne terrò mnttn a Yole; se In ricereale per- 
chè si nlBìgga, ed ella perchè Yole è aflIiUa; e Yole 
«ni[ppc, e sempre Yole, ostentando cosi tener pro- 
[ositn di lei, siccome dì sorella, di amica, anziché 
di sovrana, o padrona. » 

u II inat viene dalla radice ( rispose Adelasia), 
nf posso darmi poce come costei abbia stella per 
ffl'orila la nostra signora. Guardimi Dio da sparlare 
•li tale amico <\na\e mi è GismondHj ma per me la 
"piito la più insipida gentildonna del rognn. Pel 
«njiue poi credo die il nostro vulgo bene il suo, 
Motelda. n 

"Sant'Agata benedetta I che dite mai, Adela- 
sia! Io ho inteso le mille volle narrare dal inar- 
tatse Pier Corrado mio nonno, di buona memoria, 
'sCainiglia dì Gìsmonda discendere do linea bastarda 
ilella casa normanna, cioè, se non erro, da Clumcii- 
ttt eontcssa di Catanzaro , figlia illejjittiina del re 
Ruggiero : e valga il vero, comunque ella vanti la 
•"ipTMa normanna , voi potrete osservare le fasce 
KlM e bianche in campo d' oro lrameiC7.ate dalla 

'a della bastardìgia; ma il nostro, Adelasia, ma 
mìo, Adelasia... ohi il mio mi scorre nelle vene 
purissimo quanto quello del re. I miei antenati di 
Sicilia hanno trasmesso oì loro nepolt la mi^rtsa 
it\ monte di argento e del lìon d' oro in campo al- 
iano, gloriosa, coni' essi la riceverono dai lum on- 
Initlt di Arragona; poiché giova che sappiale. Ade- 
luio, la ranii^ia Arena derivare doli' Arragona. w 



66 u BvrTAGUA 

Tutto questo discorso Tu velocemente portato da Ma- 
telda, alla quale la gran voglia dì mordere altrui, 
e di esaltare sé stessa fece obliare, che il marchese 
Pier Corrado suo nonno , di buona memoria , era 
da ben IrenV anni defunto, come ne faceva fedeli 
suo fastoso sepolcro nella cattedrale di Palermo. 

Ed ecco che queste frivole, abbandonato affatto 
il soggetto di Gismonda, si lanciarono impetuose a 
favellare di fasce nere in campo di argento, e di 
sbarre di argento in campo nero, e di Lumi ram- 
panti e di Fanfere passanti, e scudi, e sopporti, e 
corone. Matelda poi, siccome quella che sentiva as- 
sai addentro nella scienza del Blasone, fece mara- 
vigliare le compagne col dare la spiegazione dell'ar- 
me Bonaccolta che fa fascia rossa, e testa di porco 
nera tenente sul grifo croce rossa in campo di ar- 
gento (i). 

Appena ebbe finita Matelda la sua dimostrazio- 
ne, che tutte le compagne le furono attorno, tanto 
ella piacque, onde narrasse loro qualche bel fatto 
antico. Matelda fece lungamente sembiante di ricu- 
sare: alia line, mostrandosi vinta dalle istanze loro, 
parlava. 

« Ma che credete voi, che io abbia per le vene 
storie in vece di sangue? Io faccio conto avervene 
fino adesso conlate ben mille e la vostra sete cresce 
a proporzione che vi porgo da bere. Che fare adun- 
que? Ripetere le antiche tornerebbe in vostro fa- 

(1) Per la verità di queste armi vedi il Teatro dille 
Famiglie Sicule, 3 voi. in Tol. di Mungo» Gomme Ddatore 
dell' ordine di Cristo. 



DI BENEVENTO 67 

i(idin, e min; n»ri-arne di nuove nnn riesce cosi 
agpvolr, poichi- laiitL- no furono dolli; : pure (e qui 
sollevi^ la persona in alto conteffnoso], pure fidala 
>lia cortesia vostra , mie leUf^unliP e lielle ascnlia- 
Iriri, non dubiterò pormi in piLigu, sicuro i^lic U 
bciiignuiizn delh; vostra stcllv mi ditnostrtirannu U 
porlo (love possa ricovrarc la tIeMe navicellii 'lei 
luio ingL-|((no. » Dopo questo proemio, tenuto per un 
Mpo di opera di eloquenau , Matelda soprastelte ol- 
qunnlo pensosa, e dopo breve ora, voljlendo gli occhi 
Btlurno, coì-1 presi! a ravellare. 

a E dovete supere , donne mie care , che nei 
'empi nei minli VMmira Aurtrliuno re((nava su Roma, 
(loade aspramente perseguitava i Tedelì di Cristo . 
no certo Solino Prefetto dei soldati reggeva a suo 
nome la Sicilia, ed aveva tolto a diinorare nella 
Conca d' oro, la hclla Palermo, sopra tutte le oltre 
città dell' Isola fclicissiina e bella. Or questo Pre- 
fetto non diverso dal suo feroce sijjnore, anzi sifeonie 
iciiervi suule tutloiiorno accadere, adatto a lui so- 
laijliante, con frequenti rapine, e feroci martirii 
alTrtHà il punto della VLtndetta di Dio, il quale, 
'iuamuiiquc paia venir tardi, piacendo ullu sua mi- 
«rifordia dar U-mpo al pecctitore ailìnchè si rav- 
^'^a, pur nouoslaiile giunse inaspettato e tremendo, 
Slavasi dunque una sera il crudcb Solino seduto 
*W una lofEj^ia del suo iralaiezo a rimirare il sole 
indente. Una turba di uomini e di donne gli dimo- 
n>a attorno cantando, suonando e a mano a mano 
'upiosa mente bevendo preziosissimi vini, die quivi 
itevB fatto jmliandire. alforclié di repente rizzatosi 
in (Mctli lutto smorto nel viso, tolto pel braccio un 



u HTT*nuà 

suo paggio che gli stavn vicino : — Vedi, Ijamprì^ 
gli disse, l'ultimo ra^^o dd sole? Questa svn è 
saiiguinuso; che Allah e il suo Prorirta ci guardino; 
ma questo raggio, piutlostocliù un addio. scnil>ra 
una uiuladir.imiL>.... guarda fisso..-, fisso.... egli spa- 
rìva.... egli non bn parlalo.... ma una voce, che 
non è entrala per lìli orecchi, ha detto al mio cuore 
eh' io non vedrò più i raggi del sole. — Menti-e quel 
tristo, compunto dullu coscienza, in questo luodo 
purlova, e susurrava IwissanitMile scellerate preghi^ 
re, nel meit/.o della ciltù franò con orrihile roraore 
gran parto del terreno, e da quella rovina s'innalxi 
nn densissima e fetidissimo Turno, il quale grada- 
Ismenln diradandosi lasciò vedere un mostro che la 
gente ha poi chiamato il Gran Dìamlu di Sicilia, 
le sembianze dui quale erano queste. Set palmi era 
alli>, ed aveva la testa tutta calva, se non che Hi 
la nuca uu po' dì (iclarac ispido: dalla fronte gli 
scappavano due corna, a somiglianza di quelle dea 
capri ritorte: delle due broccia uno ero lunghiìsi- 
mo oltre il ginocchio, l'altro cortissimo sopra il 
Gonco; le mani avevo come orso, la lesla larjU 
quanto le spalle, e queste lucide come uno specchio: 
la faccia pendeva all' umano, se non che per m 
solo oechio vedeva e per una sola narice Gulava: 
dalla eintcìla in giù era coperto, stnndo seduto so- 
pra un carro di quattro mote guidato dn due fieri 
lioni (iavanli. e sospinto da due orsi di dietro. Or 
questo spaventevole animale sì mosse pianontrnte 
per la città scintillando dagli occhi faville di fuocfli, 
e tanta ne fu la paura, ehe molte donne si SCOD- 
eiorono, altre tramortirono, e tutti insieme uomini 




ivanu al tetiipto fle^I'Idoli implorando 
con prejjhiere iiialadellp. Mn queste cose il 
non vedendo, o non ciirnndo. dappoi clic 
^b^c rii'crrala tulla la cillù, (giunse alle porte del 
pilBUio di Solino, dove tafSlinla un' nreciiiia a un 
lione, scrisse con quel sangue su per im muro M. 
ti. M. P. V. U. Le quali lettere non sapendosi da 
ntisiin ssvio intrrpctrare. una donna non mai più 
disili comparve e nlTi^rmò poterlo Pure, dove Solino 
niojtrassc cuore di udire. Solino , ipiantiiaque non 
avesse membro che j^li slesae fermo, prej^ò anzi, 
cbfi volesse dimnslrarjjli lo scritto : al quale elle 
psrij: « Solimano. Aszael [A] ti viene sopro, peroc- 
ché le lettere significano: la tua morte non sarà 
morie, ma principio di vita di dolore. Ora poi, che 
itetelo ti è chiuso, ti conforto a disperarli e o 
■noriru n. Cosi favellando proruppe in altissime risa, 
,e disparve. Solino cadde tramortito per terra, e in- 
nnguinandosi la bocca e la fronte, rimase osccna- 
mcate deturpalo nel volto. Sorse il mattino, ma il 
m^o del sole non ralle^rii la terra, il fumo si era 
<li9iiso per l' orizzonte c vi slava immobile come 
una tenda. Il mostro però non si vedeva; ftiln si 
udiva il Rifinito dei tìoni, e il bramire de;^li orsi. 
In quel (giorno d' ira e di vendette non «n uccello 
fu visto pel cielo, ma lutti paurosi si rimasero nel 
nMo a tutelare sotto 1' ale i fijiliuolelti loro; non 
un» Gi-ra percorse la foresta, chft il senso del tfr- 
W» fu più forte di (juello della fame ; Ì cani a te- 
st* bassa, a coda dimessa vagavano incerti qua e 

|() Azzflcl) angelo della morte presso ì Maometiaol, 



70 lA BATf ACtU 

)d in traccia <!i-Ì solili abìliirì , » se quelli (rorif 
vaao cliitisi, niaiiijsvano tanto lamentosi ululati, 
che nessun uomo, |)«r qiuinto crudele, fili sscoltara 
senza pietA. Hinnnvavnnn i cillnitini le prcjìtiicre; 
ai loro Iiloli le più care prezifKsitA profli^rivanoie 
\i furono Ioli che per phcArli le rene delle mani 
di'i piedi si spgftvann . e quel snn^iir scorrente 
presentavano in «bliiziniie. Venula la (ine di quel 
terribile i^iomn In nuvola nera comincia a tuonare 
per modo che lodieva 1' udire, 1' atmosfera apparve 
tutta infiammala e uflemleva il vedere, nri fetore 
intensissimo tolse l'odoralo, poi la (erra messe 
vento rombnndo, e un terremoto scosse la citte. 
Si che lo più parie ddlc case minarono , e rae^io 
di centomila cittadini perirono. Il muslro adesso 
apparve su la piazza di contro al palazzo dì So> 
lino. Il suo s.iluardo dapprima sprnlo. si accese, b 
proporzìont; che t|uel flaiIcHo della natura cresceva, 
e alloratiuundo vide le sparse viscere dei tanti ini- 
sei-amente schiacciati, e 1' orrore delle rovine, di- 
venuto oiTatto di fuoco, mandò una scintilla, la quale 
appresasi di subito iil palazzo di Solino suscita in 
im momento tale incendio che i legni, e i l'erri non 
solo, ma le pietre stcst^e infiammate si liquefaci* 
vano. Il mostro sì precipitò tra le fiamme, e di II 
u poco rovinando tutte le pareli del palazzo, ri- 
iniuie in piede una sola stanza dove Solino steso 
sopra un letto si diiiutteva disperatamente contra 
il mostro, che jippnnlellatejJli le rti'ioc'hia sul petto 
con atroce fompiaccnzu lo slrungolavn (1). » 

(0 C"^^''! fi][>eri^t'7.ÌuiiH del chan diavolo si miinticne 
anrhc ogei in Sicilia. V. Pnhrmo Sticra. Inveges. T. 2 in fbl. 




DI BENEVENTO 71 

A queste parole era la novella di Matelda; le 
liamigelle disposte in circolo stavano tutte intente 
al suo volto, raostraodo per gli occhi smarriti, e 
per la pallida faccia la paura che occupava le anime 
loro, allorché le porte della sala si schiusero fra- 
gorose; r aria ventando con impeto spense ogni 
lume; un' alta voce si fece udire, e il mutare dei 
passi pesanti, e uno strisciare di vesti sul pavi- 
.nwnlo. 

Un subito terrore percorse veloce per le vene di 
tulle le damigelle, e 1' uria afferrando strettamente 
l' altra pel braccio, o per la veste, sospinte dalla 
medesima paura, si volsero al luogo donde usciva 
il romore gittando un altissimo grido. 

£ qui, infastidito di avvolgermi in tanta brut* 
Iwia d' invidia, di vanità e di superstizione, abban- 
dono volenteroso il soggetto. Turpi, o frivoli sono 
le passioni di femmina, ma altri sia U Cam delle 
loro vergogne (i), siccome altri 1' adulatore. Vago 
di manifestare quel poco di bene che. occorre nello 
girilo loro, lascio la infinita sozzura all' ira^ al 
ilisprezzo, od alla compassione degli uomini. 

(i) Ckam pater CKanaan cum vidissel verenda patri» 
«"' ttn nudata, nuntiavil duoius fratriHs suis forai. 
Gen. e. )0. 



CAPITOLO III. 



U MaUIn luditu Ini Mitpir^H. 

Suo toódila d'4lMi>tt 11 B«(W onitiiiii> 
DI iiiiia I' an[ina dhrtcn It^tH 
AiiKir. ts ■»!■. IO Incme Mnl); 
Diintplln iciirrr, lm»lr AnuiK. 
AiiHt.MO, TngUtia. 



Uf^ 



Cosa è mai U tremito dilettoso che sorpre 
il corpo e \a mente nll' aspetto ftclla bifllw 
— Farse 1' anima nasce ilbposta a sentirai cow 
muovere per tutto (niello che é I»eIlo? Forse B 
prìncipìu divino dell' uomo ^odc vaghr^iare qus^* 
giù inltu quello die .sembra di Dio? Ma pcreh* 
dunque il pensiero non si esalta alla vista dei deli? 
Perchè scor^inmn tranquilli il torrente della luce' 
Perché se pinta di ctmsorle, o di amico non C 
compunge, non mandiamo sospiro elio aspetto de' 
pianeta della notte? — Cosa ha mai In terra d< 
agguagliare alla grandezza dei cieli? Ahi non è 1'*' 
nima che si sublima alle fornie della beltà; non' 
il pensiero divino che si esalta olla emanazione de 
Padre delle cose perrette, ma è il l'urore di ui> 
turpe voluttà fjuello che ci turba, è l' idea di a 
sozzo piacere (luella che ti stringe il cuore, e ' 
rapisce la voce. Uomo, In puoi rsscrc solo con»* 
uientemenle paragonalo al Tango dal quale nascesti 
amaro frutto della scienza del bene e del matt 
tu ci hai tolto perfino le illusioni che potesser 
muovere ds rqagnaniniitd le sensazioni del cuor 



^g W BFAF.VESIO 73 

^Rj8 ({ioia dell' intelleHo suscitala da un islonte 
csallazioni', dove non [rovi cnsa teak che la 
antenjia dura pi^co. Colui che travsfilia le animo 
ninortali troppn |ìrofandamcnte conosee tntli i nindi 
elln pena jicr non lasciarla lunjfo tt-nipo in una 
tedesima an^tscis; perocobé allora o questa ango- 
cia diverrebbe natura per forza di prepotente alii- 
adlne, o si; talo da nuii potersi durun-, la morte 
lomrebbc veloce sopra le tracce di quello ; onde 
1 Tonnenlatore che allontana (|uantD più può la 
Morte della sua vittima, conoscendo il travat^lio 
lonsister meno nella intensità quanto nella duralo, 
ta|^kcilo a variarle Ìl moda di supplizio airmcht; 
Hvi si aliilui o non vì saccninbu. Arìiuano (1), 
lllorchÈ si avvisa porderi; lo sventurato viandante, 
non Io aggrava di subilo con tutta la for^a della 
SUI potenza, ma a quando a quando fjli mostra 
Ira le frasche della foresta ima luce, o auscìla una 

■■ di gente vicina airincht> it suo cuore si apra 
^leranza, che poi gli faccia più amaro lo scon- 
torto della tenebra, e della quiete spaventosa che 
precede la tempesta. Stanco finalmente ìl mal Genio 
<li questo giuoco spietato, appresta l' ultimo danno, 
*lo scherno più feroce. — V abituro dej^li uomini 

»di pochi passi dal viandante, ^ià il suo spi- 
si rallegra nel piacere del calore che renderà 
'' moto alle sue membra irrigidite, e nel ristoro 
«I cibo; ma tra luì, e V abituro è aperta una 
voragine... .egli dirizza il guardo alla luce, uè ba- 
Jk alla vìa... la terra gli monca sotto i piedi 

J[\ì] ArimauQ gonio del malo prosso i Persìaaì, siccoms 
ance il priucìpio del bene. 




7J U BtTTAail 

precipita alzaitdo urla disperale, alle quali fanou 
ec» le risa di Arimane, ohe sporfiendo la testa dal* 
r orlo del preripizin, ^de vedere su quniile roccbe 
perfìotendo lasn'rh viscere, e sangue prima che ji*c-. 
eia Incerato nel fondo. 

1 fantusmi della gleria aveano abbandonato il 
jiiovane scudici-o (loslo a iluardia dei ^ai^Jni reali: 
ad ora ad ora cupanicnle gemeva, ed esclamava: 
n anibÌ£Ìoi}e I o amore < » 

All' ultimo pronunziare che Tecc quesf» seo- 
tenzQ, un k-fi(ieris$iinu muto lo trasse a sollevare 
gli occhi da terra, e... non sai-ebbc qncsla iin'illa* 

sioRC della sua mente di fuoco ? Ko. .. una fonna 

lej^giadra più che fantasia può immaginare, e poe- 
sia descrivere, ]^li stava dinanzi la sua persona, erx 
tutta avvolta in un tniijto velo nero chiamato grimpti 
chea qtici (giorni le beile siciliane atlopcravauo per 
cingersi collo e seno, e parte del corpo, facendo 
più lieto la bellezza col suo migliore ornamento, 
— il pudore. Mortale la dimostravano il venti- 
lar delie vesti, che iveinva tulli i cari contorni di 
quel corpo (lelii'alo. ma il passo lei{j^i<;ro che appena 
piegava le faglie calpestate, poneva il ris^juardanle 
in forse, se più che alle terrene appartenesse alle 
spirituali sostanze. — Il fanta.?tico poeta l'avrebbe 
detta il Genio della malinconìa, che scende tacita* 
mente nella notte a mormorare in busse voci un 
lamento, per non isvegliarr ■ fìj^li della terra ora 
solo telici : ora, perche oppressi da cosa che asso- 
miglia alla morte. 

La vcrfiine del sanj'ue svcvo, ignara da cui 
movesse quel ,s<)spÌro, si volse al luogo donde era 




ni nrst\T,sre 78 

nsdto per consolar I' afflitto; -pcrchA in t|ii.il cosa 
mai cnnsìslprelibe la i^entilez-za del cuori', si; il grìdo- 
(lellfl Eniserin fosse invano nscoltnlu? 

ir Santa Mnrìn dello s;iflSÌnio! [ diss' ella, cn-" 
traiido sotto la vrtitu che i rngf^i della Iniia non rì- 
scliinravano] i tuoi devoti sono più di quelli che 
Toprebbono, e dovreliliero essere. — Chi geme (jiii 
Jenlro? l'aria.... se ^ei uno sventurato, sappi che 
nnsuiio si dipartiva senza conforto dal cospetto della 
figlio del re MiinlVedi. n 

Ln risposta lii indarno lungomenle iiS|>ettnln , 
i labbri dello scudiero non si prestarono all' usato 
i^cio, ma tremarono, e il solilo della morte parve 
fStingiicrfSli Io fiamma della vita. 

M Parla ( riprendeva Yole ), non è mica nn vano 
desio quello che mi soUeeita n conoscere le tue sven- 
tare. Se in me non fosse potere da consdlarli, non 
svrei la crudeltà di domandare i tuoi palimentì ; 
jwrchè sebbene la curiosità ostenti la favella della 
onipossione, io per me aborro colui che pretende 
Cftnnsccre il caorc dell' uomo per lo indolente pin- 
uBre (li conoscerlo. In li snllecito a parlare ; ae i 
W mali possono consolarsi, tu avrai conforto da 
Yolc; dove io non basti, aspettalo dal tempo ; se 
"Cppur questo giova, aspoltalo...)) 

a Dalla morte [ » ((rido lo scudiero. 

Oual fu il senso sej^reto d' Volc a questa voce, 
* > questa sentenza ? E' fu tal senso che favella 
ifflina non può riferire: la qual cosa crederemmo 
P'*1*, se mancando Ì mudi di sif^nificarlo non ci 
lò^ stalo- coni|»)irtÌto un cuore da sentirlo. K il 
Wllo» ,\h! le tenebre le coprivano il volto, ma 



B-76 IX BATTiCUl B 

I cerio fu (judlo dell' uomo che dal tempo preeìpìlfl 
|. neir inrinito. I 

I Un Ìun)(o silenzio seguiva; alfine Yole in Ton 

I ifiterrolU* continuavo: ■ 

I a Dalb Religione, — Rogiero, —dall' csenifiUj 

I della pazienza del Signore, n H 

1 « Pazienza!— E sempre pazienza! S' cpaToitìff 

I nati a soiTriri^, perché non ci fu data un'nnino pii 
f forte a sostenere; o perché fummo tolti dal fango^ 
che non sente di essere calpestato, «Ila fonila che 
fremo per la gravezza dell' njjprRSsione? » 

K Prufuiiili sono i misteri del Creatore.... spe- 
rate.... [ cieli annunziano la gloria di Dio, »l egli 
non tiuù fare a menu di essere giusta;.... mantenete 
la vita, non perchè ella sia un bene, ma perché la 
morie è un* ìtielfaliile dolore, u 

« Mn solo.... Spenta la vita dell' anima, che 
è la speranza, la distruzione del corpo $e^c ne» 
cessa riamente, e con infinito dolore. Or lutto sta 
lidia Bcclla di sopportarla sparso per lungo spaxio di 
vita. di concentrarlo in un punto, e morire. Gl«^ 
dimi il cielo dal vituperare colui al quale la natih 
ra non ha dato la costanza di vedersi brillare I« 
punta del pugnale sul cuore con lo stesso sorriso 
che allri accoglie 1' aspetto della bellezza; — ma nep- 
pure ehi 1» può, .sta biasimata La via di colui rtie 
Sta in cima al monte e alla pianura ; altri stende 
il corpo sul pendio, e trasvoln al termine del sen- 
tiero, altri vi perviene movendo il piede in brevi 
passi, tentando prima il iuoi^o, rìlracndusi. e nuo- 
vamente provando. Chi di costoro vuoisi lodare , 
chi riprendere? Nessuno: quegli fu ardito, questi 



PI BESRvr.sto - 77 

niitn: — ma la vìa di amMue era alla pì»nura . 
d ambedue la fornirono. » 

n R<^er(>, li: vnslrc parolt: paiono qnflle del 
crpeote. » 

u l'rincipessa , non so $c fosse scellprula tu 
ravcltn del seri)pnte, ma per certo fu vera. » 

« No.,,, fu sccllcrnla, e fallace. Non promise-, 
egli dì farci ugnali a Dio? Infelici traditi! Noi ab-' 
bìatno imparato un duro mistero, che la nostra men- 
ti! non è capace a Siipcrc. AlrocisNÌma scienza .' E 
lalla nudità ilella mente oseremo sulk^van; la fronte 
ribelle fino al Creatore ? Ma dì ciò hasli , che ali 
C"ore indurato ^lifvr rosa ributtare o|ìnì arf^nmento 
di salute, e lo spinto i\e\ male raj;iona più fiottile 
di quello del bene, Ìl quale é piuttosto lieto delta 
$iia gioia che valente a dimostrarla. Sia che la morte 
leva soccurrerc il disperato, ditemi, sapete voi quale 
aia ìl momento in rtii la speranza vìen menot» 
I o Allorché le cose presenti appaiono passate, 
e le passate presenti; allorché divisando la tua 'via 
I oriente li trovi a settentrione; allorché ^ì\ occhi 
rvedono senza lagrime le rovine del vulcano, e la 
Uioia ilei prati in primavera; allorché la ninno di 
Kittti si alta contro di le, e la tua mano si alza 
contro dì tutti (I), e il saluto di tuo padre lì suona 
tome una mala(IÌ7.ìorie, e quello dei tigli come una 
rampogna; e il labbro volendo proll'erire una pre- 
jghicra mormora una bestemmi», e i cieli nessuna 
lira cosa presentano fuorché una vOtla della terra 



[i)... (erng homo mannii tjui cantra tmaìus et maiiur 
iCONfra eum. God. c. 16. 



7B , LA BATT1IHJ4 

che il caso ha fabbricato, e che il caso può distro^ 
gere.... ovvero la eterna dimora del forte signore del 
fulmine.... 

«Santa Vergìnei Voi bestemmiate... » 
a lo dico che allora manca la speranza. » 
« Cotesta è la vita del dannato ; né in cosi 
misero stato voi siete caduto, Rogiero. J^e vostre 
parole sono scese nell' anima mia, voi sarete eoa- 
solato. » 

Che! Avreste voi intese tutte le mie parolel 
Oh ! non vi badate, esse fnrono profferite dal de- 
lirio.... La ragione in quel punto era morta.... Ma 
vivaddio! si addice a cortese donzella porgere orec- 
chio alle parole di un delirante? 

« Io trapassando nient' altro ho inteso profferire 
che, amore.... 

« Amorel sì... poiché lo intendeste... ma dispe- 
rato amore:... e non solo;... e pure di per sé stesso 
potente a consumare ogni anima che ardisce nu- 
drirlo. Un amore, il cui pensiero è un fremito, la 
conoscenza un delitto, la rivelazione una pena... » 
« Ma questi sono gli attributi del misfattol » 
« Gli uomini lo direbbero tale, perchè il de- 
litto non sia delitto, se non per essere perseguitato 
con le pene ; egli però in sé stesso non è colpevole, 
ma alto... » 

a Rogiero, il Trovatore canta spesso su Tarpi, 
che amore può molto più che noi non possiamo; 
non è la prima volta che la bellezza e il potere 
hanno coronato il valore; né vi ha spazio si am- 
pio tra due amanti, che il buon cavaliero non possa 
percorrerlo con la spada. » 



DI DtlttVEMT) l9 

n Sìa : tnn iiL'ssiinn dama mi ha cinto la Spada; 
nian baroiiu mi hit stn^tlu ^ìi sproni ; il ferro del 
Olia re non ha toccato la mia fronti;; nò la sua 
voce mi ha ammesso all'ordine della cjivallL'rlQ. — 
Iti sono un oscuro donzelli' che porto spuda per or- 
namento, non per arnese di (guerra, e la mia mono, 
«sa n tenere la briglia del pnllafreno ili femmina, 
non sa rome si tratti la liincia. » 

a Voi dite il fulso, Ko^icro;... pensate che non 
vi rieoiKiscesse Vole iil-1 tonioamcnto della Sala 
f'tnle (t] il giorno della incuruiiuì^ioiii! di suo pa- 
irtl Non porinvale ì miei colori, la (/rim/tn cele- 
ste clic smarrii il giorno innanr.i ' Voli'nter()sa vi 
Bvrei posto sul cupo il premio della vittoria, ma 
mostri furono soltanto gli oppluusi delle dame del 
torneo. i> 

u Fui... si, fui; ma qual for^a mortale poteva 
^ccrc r uomo che portava la divisa della Gglia di 
Manl'rcJi? Ecco: ella mi posa sul cuore, ed ella 
SEBlirù i suoi pulpiti, TmcIiÈ palpiti saranno in lui. 
Io la porlo meno (ler vincere le battaglie terrene, 
elle quelle del nemirn infernale : perdonimi Diol ma 
IO non la cambierci con la grinipa miracntosu di 
^' A^ita (2). Io combattei, e la idea di combattere 
per voi mi era sullicienlc guiderdone; né io avrei 
speralo giammai che a voi sì manifestasse. Ora tanta 
^oia mi apportano le vostre parole, che ogni scon- 



(1) Sai-4 vcbde luogo closlinnlo ai toinei in Pstermo. V. 
'iivc(e». Pili. Sa. i. 1. 

ili Gn[n|>n miracolofn di S. Agata, la cui solavisiafecQ 
"Sljfa la lava infuocala dell' Etoo che niinncciava Palermo. 
*"' Inveges. 



l'orto della passata mia vitn mi fnnm) interamoffi 
oMiare. — Perché mai non mi degnaste di «no sguar- 
do ? Perché tenevate sempre dimesso la fronte' — 
Il f^iorno oppresso io toccai la vostra mano... ella 
tremava... Vi olTuiideste forse del mìo ardimento di 
correr lancia, ornato dei vostri colori, co' piii pre- 
stanti baroni del re^no 1 

a A ilnma di alto sangue non fu mai dicro- 
to il trionfo della propria diviso. Ma se quivi 
era la vostra donna, e vi conobbe , il suo cuore 
certamente die sangue in vedervi coinballerc jw 
altra.-.. ^M 

« Oh! ella v'era, né le spiacque.... » 
« V'era dunqnel (gridò Vole ponendosi una mano 
alla fronte) Oh s" ella v'era e non le spiacqne, voi 
siete un nmunle mal corrisposto. Afanifestatc chi sìb. 
Voi già foste mio cavaliere, e il dovere più prezioso 
dì dama cortese è quello di aver cura dei giorni 
di colui che gli ha esposti per onorarla. — l'arlnte 
Rogicro, io vi giuro sopra la fede del sangue di 
Svcvia, per quanto sta in me, di farvi andare con- 
tento. 

o Spirilo dei male, oh! come tentano feroci te 
tue lusinghe su lo terrai... » 

« Che mornmrnte, Rogiero? Forse vi riesca 
importunai Sprezzate le mie promesse? V infastt 
disce la mìa voce? Ohi vogliate perdonarmi, e *l« 
tribuirlo a un forte amore e soverchio, che porto 
per.,., tulli gr infelici a. Cosi parlava Vole, e que- 
ste ullimu parole le uscivano appena distinte dalle 
labbra: mesta, abbattuta già movevo il piede pei 
abbandonare quel luogo, allorché lìogicra. come uo- 



RIO al quale il destino abbia rapilo il .senno , 1« 
ftn<lA incDfilro, e sema nessun rispclto afltrrmtala 
viciletileiiicule |>cl braccio, la trasse fuori dell'orco 
al r^^io (Iella luna: quivi, ffi-ttando per la (<!rra 
\t oblia, si scoperse la fronte, vi appose per forza 
la mano di Yulc , e poicttù alquanto ve 1' ebbe fcr- 
iimlo, in tronche parole le disse: «Che parvi, 
Iole, della Ironie mia? n 

« Ohe tutti i Santi del Paradiso vi guantÌno< 
(Tif|n9e U5iliindu la ti;ì1ia di Manfredi ] ella è freddo, 
Wiue il luarni» di un sepolcro a. 

t Deve fsSLTlo. — Odimi , divina fsnciulla, 
odila parola di tale che saprfi punirsi di avere 
IHirlato. — Io spesso nel fervore dclk mie pre- 
mere, nella rabbia delle mie maludìzioni, ho sol- 
lei'ato un votu. clit' finn a qui non è stato mai 
^nudilo. Datuniì, griitui, né supevu a cui, dammi 
«n laomenlo di giuiu. e poi lascerò la vita. — Ora, 
'ia Ventura , -sia destino, questo mnmcnlo è ve- 
"Wo; qncito nionienlo è pa!>salo; ne in me e eo- 
^nia per aspettarlo di nuovo Innftaniente , e 
forse indamo, nel su[)|>li/io della viln, — dmcL'di 
ODO sfc^o di parole, e di lagnine al nioribundo; 
**» non ti blTenderanno, e qtiitndo anche li oflen- 
•lesscro, la mia morte non hasterà alla espiazione? 

" Rogicrol...-» 

a Yole, sai tu da quanto teniiio Ìo porto la 
Ino imnia^ino nel cunrc'' — EU" vi slava prima 
■iti palpilo... prima del nusciinenlo ; imperciocché 
|irirae di vederli li amava. Nel cammino della vita 
Ilo minilo le belle figlie dc^li uomini, ed ho volto 
1 occhio alla terra accorgundoini che venivano da 



i 



ss LI BATTAGLIA 

essa. Ho veduto 1' altera nell' orgoglio delle sqe 
forme, e non ho desiato. Ho veduto il rossore del- 
la timida amorosa, e non ho sospirato... e dicevtt 
a me stesso : cuore dì bronzo non v' è grazia di 
amore che possa commuoverti ? — Ma una imm»- 
^ine di bellezza turbava pur troppo il mio spirito, 
né io r aveva tolta da sembianze mortali.... forse 
mi si affacciò alla mente, allorché 1' anima risto- 
rata dal riposa torna agli ulficì delta vitOi e i 
suoi sogni sono rìdenti come le rose dell' aorora. 
Io anelava angoscioso dietro la figlia della mia fan- 
tasia, e sovente nel delirio della passione le indi- 
rizzava parole, e: forma divina le diceva, esisti 
tu veramente ? Obi non sparirmi sul primo roggio 
del sole che sorge. Io per te ricuserei alla sua luce. 
Vieni, celeste pellegrina, o silfide, o ^nomo (i) , o 
angiolo, demone, a far lieti i giorni della mia vita, 

e allora Rogiero sospirerà di amore. — Yole 

un giorno ti vidi... Troni del cielo/ le tue sembian- 
ze erano quelle della immagine della mia fantasia. — > 

« Rogiero, ( disse Voie sollevando maestosa- 
mente il suo corpo,) sono parole queste che un sei^ 
vo fedele deve tenere alla figlia del suo signore? 
Può la nepote della imperatrice Gostanza conve- 
nietemeote ascoltarle ?» 

« Hon so, principessa, se a voi stia bene ascol- 
tarle, ma sapeva bene che in me era delitto prof- 
ferirle. — » 



(I] Silfidi spiriti dell'aria, Gnoini della lerra, come le 
Ondine dell'acqua, e le Salamandre del fuoco. Hilotogia ca- 
balistica. V. Dizionario Infernale. 



m ni m'.NKviitiTO 83 

« Abbiatevi il mio perdono..., vìvete,... jmiKie 
Y amor vostro in più uvvcnliirosa donzella, e che 
(inssa corrispondervi; me obl)lialc ». E questo disse 
ton voce solTocaln; poi so^iiinse con maggiore 
aiiiurcua: u Rogiero, tant» corre distanza in que- 
llo nKndo tra noi, che non potete .sperare di 
essermi iinìtu in nessun' nitro lungo che in cielo, 
«love, tolta ogni molesta distinzione, siamo tutti 
I «giull ncir amore di un Solo. » 

« Quello non ignorava, e perù senza speranza 
I fi amava ; scuta speranza i miei interni tormenti 
I ri apriva. È vero che amore può mollo più che 
I noi non possiamo ; ma è vero ben anco che vi sono 
I dulenie che non possiamo percorrere ; e voi orgo- 
I ^Vtà, balzati dalla ingiustizia o dal caso sui troni 
I Ma terra, stimate avere onnrputenle impero sopra 
I It aoime immortali. Miserabili ! e non sapete eh» 
I ("Miìiiia ha tali ferite che nessuna potenza al mondo 
I »»!e a sanare? — Dovrei forse accusarti dì pre- 
I mnzione, per avere volnlo conoscere un male che 
I inn istava in tuo potere di volgere iu bene, e farli 

■ Hotìre che sei polvere..., coronata si, ma polvere? 

■ Sn: vogliati l'animo cortese e la lusinga del potere, 
I (hu troppo li fa baldanzosa, e più vogliali l'essere 
Bmlisposto da gran tempo alla morte, e aiTollo dispe- 
Vnin, Tareami morire con un peso sull' anima 

■ l'unendo celato il mio amore; ora, poiché I' ho 
Wollito svelare, panni clie poserà sopra di me più 
•'tf^era la terra nel sepolcro. — Yole, la religione, 
A « il cuore amuiaesirauo di una seconda vita più 
Burevole; la mente abbandonata u temerorìi pe»- 
Biieri la nega. Comunque ciò sia, quello cbe ora 



J 



ti dQiiion<I<'>, con la prf||ihicra più profimtltMl^H 
mia aiiiiuii luci-rala, o far^ lieto lo spirito se sopraH 
vive .-iHa mia morie , o il solo istante ddlo mU 
purleriza dalle cose viventi : — un suspiru ti chieda^ 
un solo sospiro. Il tempo non ha vflocilA da mì»' 
rnrne la durata, ma ef^li è una eternila di contente 
per <:nliii al quak- s' invi^ ; fi ({nandn, sposa felicd 
di un polcnlc della terra, vedrai le spoglie dHlq 
vinte uuieioni al pie del tuo trono, eie sollevata d 
tanlo groiidfiKu, che dopo Dio 1' uomo volga a 14 
le sue pre^iierc. e i suoi voti, e il tuo sposo 11 
diiuinerà 1" elulta dtl cuore . e li dirà per le averi 
ontate le sin; iL'iiipia di alloro, per te arqni!^t4 
i! iiiiiggior prcinio che la gloria può eoncedere al 
r uomo, e nel tuo nome aver cornhattulo, e nq| 
tuo nome aver vinto.... Oh/ allora ti ricorra ali! 
niente il pensiero del povero Hot^iero che li «nW 
tanto... e di' sospirando: c^W mi amava cosi; — ] 
tu pianj^erai, e alla storia dtlla mia feroce sveB 
tura forse pianfierJi anche il tuo maftnnniiiio con 
sorte, — pinnjioranno tulli. — Nessuna allra ^ioi' 
è in questa vita tranne In speranza di un sepoleti 
la|rimnlo... Vote, 1' ora ilolb mia dipartenza t\ ar 
rivata, pn-;^a pi-r un' anima che possa, di cui 
ultimi pensieri non possono esser di Dio... n 

Pallido come quello che è slrascinato a) 
bolo, nia l'ermo nel suo liero talento, Ko)Jieru| 
il ptij^nale e feee atto di rompersi it seno. 

Porse non aveva Yole soppwlalo Tm 
|HÙ grave batlafflia, die femmina al mondo v< 
e possa sostenere? Doveva ella resistere anche > 
()uestn ultima prova, e dovendolo, lo poteva? l* 



tn BfKETrNTo SS 

(ione rrprpssa pniruiipe inipetuosn. imperciocchc 
L|iassìuiii leiifìono disila nnliira del ftiui-o, e la bella 
Diorata, u j^iiisa di l'urente, mal sapendo cnga si 
esse, si fiilti) ni cullo di Rogiei-o, pnnfndrt il suo 
W\to Ira il piif^nalt- « Ìl seno di qiirllo. Pnre catl 
vrioie fu r allo. chVgli non si-ppu di tanliì traHe- 
ncre ìl colpo, che a lei non ìsccndpsso su Iti deslrn 
spaila, stracciasse le vesti, e la pelle iievemeiile 
sBotasse. Ma il |>ugnale Mddc, e rìma<itrro ablirao 
CÌBli; il cuore dell'uno palpitò sul cuore dell' al- 
tro... lo lii^riiiie loro scesero confuse... le gttancie, 
i loliliei si toccarono, — e il primo bacio di amore 
fu 4 lo, 

lo |)er rae riuando considero le sorli umane, 
tredo elle la j^ioia sia nn tremendo delitto, pcroc- 
ehù la ved'» tanto gravemente punita: onde per 
>iucir umore che porto ai miei compagni di mala* 
'lltiitne, se alcun» ne incontro che adesso per animo. 
"per cosa ac(|iitstata si dica l'elice, io mando una 
Ftìliiieru dalle interne mie visrerc a\ (Ireatorr dei 
bliiiine, e lo supplico che si definì nella sua pieift 
i' incenerirlo, e spari^erne In pulvcre ai quattro 
Wnli della terra, onde 1' nomo conosca clic putì 
iKirire felice... 

Ha perchè si rìman^otio lultavia abbracciati'.* 
Oh: v' è una ^ioia in questa terra, che due aTiianti 
ctilano possa, non che superare, iiilungliare j;;li 
otómcciamenti loro? Dov'è 1' orgofflio del san((iie? 
IM'C la paura della pena? Essi non hanno più da 
lemcre, o da desiderare. Onesto diletto trascorse, 
Bi; t()rner& più. Il tempo che es.ii hanno obbliato , 

si rimane dal percorrere lo sua durata, e con- 



J 



ss U DATTtClU 

fondeixlo con le ore [missìiIv quella breve dolcenn, 
mena velocissimo le f^eiUure che devono mltoe- 
hrare In rioiniiente lor vita. 

\m rej^ina Elenn, sposa dì Manfredi, beiiik 
jK-r In noliillÀ «lei sii<>,»mgtK', (che discendevo dai 
Comneui di Epiro,] u1[|iianto orgogliosa , era nnn- 
dinieno afTetluosissima madre. Una figlia, ed mi 
figlio avevano rallegrato ilsiionialrimonio. Gostunu, 
sua fii^liastra avuta da Manfredi dalla sua prima 
moglie Bcalrice di Savoia, portava di già corow 
reole, essendosi unita con l'it-ro figlia di Gianna, 
potente re di Arrugona; rinianeanic però in gbm 
Vole e Manrredino veazosissinto fanciullo, speranza 
dei padre, nulo appena di dieei anni; ma la sua 
lenerezjia ero per Vole, che considerava infelice, 
nò mai. per quanto s' ingegnasse, poteva trarla it) 
queirostinatoalihattìmento. Le sue seinltianze adesai 
erano maestose, una volta fnmno leji^^iadre quaitli) 
quelle della sua figlia Vole: se nonché un (pniu 
tie/r> lii fìielcntcììttin, rome dice il buon PelHof, 
difluso per tutta la persona di questa, faceu ià. che 
la gente piulluslo o^ilollo di reverenza che di dcsi^ 
rio la riputasse. Oraduuque in questa stessa sera la 
regina seduta a canto il letticcinolo di Manfrediao, 
poiché rl)he scorto clic Ìl sonno era disceso su gli 
occhi dtiUu iinvjCL-nza, si alzò diligentemente, e sof- 
fermalusi u eoiisiderarc la pare che spirava èA 
volto di quel raro angioletto, senti spuntarsi una 
lagrima; allora curvò leggiera leggiera la persona, 
e datogli un bacio nella fronte gli sussurrò sopra 
queste parole: « Dio sa, se pure te amo, o dolce 
figliuol mio, mu i tuoi sonni sono quelli del felice 



pielii cidi' KltTiH» ronroJcrlì 1iin|EDiiii.nilc 
nnì'.» Quindi lusciuloln in ciisliMlia di iilcune 
ilnniifielle, volse itila cnmerji <Iclln sua tlilcltn Vole. 

Giiinla chi* fu. npi-rsc l'uspinlc, il vi-nto che 
fnffiiwa nel corriilnrc filiel« scelse di mano, e lo 
percosse con impelo alla pnn'te. I linpiiieri «Iella 
slama tutti mi un ptinlo sì spt'nsoro. ella nondi- 
oiiaio avanzò; f sebbene ucute slrido la percotcs- 
no, avvisandosi di quello che era, senza Imborsi 
"lilBe alle eircnstnnli : « K t|tii In mia iìjjlin Vole? n 
Htlelda, riconosciula lu vnce, rispn.se tutta airmi- 
nou: a Santa Oliva di Palermo/ siete voi regina? 
Voi ci avete fatta la più grande paura che mai 
^ ilota al mondo. » 

<i Ualelda ( soggiunse gravemente la reflìna 
Elenn ] non Ru la vostra paura, ma di mia fijglis 
in vi 1)0 fatto domanda. » 

■ Regina, i- ut-I giardino.» 

" Rimanetevi con Dio, dnmijlRlle, e mostratevi 
''I divenire di più forte spirito, perchè sappiate la 
plurit essere presentissimo segno di animo non 

Coiii Elena , senx' altra irnmpagnia'. lasciando 
qurfle codarde a rassicurarsi del terrore, e a do- 
lasi del consej^uito rimprovero, mosse al i;iardinu 
tuie, dove, poiché alquanto si fu aggirata, orrorsc 
■liCismonda, la quale, assorta nel pensiero degli 
>illìmi cosi, non le badò, se non dopo che \' ebi)e 
fsr ben Ire volle chiamota. A lei domandava dij 
Me, e vedutala nuslu, volle sapcmn la causa, 
«aiwciutala confortò la gentile damigella. Quindi 
"nite si mossero a ricercar Vule. 



1 



Avvicinundosi alln ^raii porla che c^nducera 
roori iIrI i^iurdiiio , si offerse alla %isla loro imi 
ioom dislesa sull'erbn: arcnrreTsno aSannosc. » 
Dio etemo.' Vok in quella al)ban(lon.ila ^^n^l>w^ 
vano. Elena, vi^dcndolc la reste stracciata e inlri^ 
di ssiifiue, ripiitomloU morta, con orrenda nn^irtt 
le si gettò addosso ci-rcniido lu parte del cunrn prr 
sentir se itutleva.... egli dehulrnenlc si . nin fan 
battcvii, allora t^iiardò h rrrìla, coboWm; essere 1^ 
gicra, e sospirò, 

V (iismonda, corri alla fontana, e |>orla lut 
po' di acqua. » — Gtsmonds partiva. 

Elcna postosi a sediTc su l' erba si recò in 
greiiiln> la figlia , Ui scinse , e le sopi-iippose un 
mano alla fmnie, piclosamenle riguardandola. Ella 
aveva j^li ocrhi diiust, i- nondimeno era bella. It 
luna lu vestiva di ima luce modesta, e parea fioiJeK 
d' illuminare quel volto, gentil quanto il suo ra^o 
medesimo, o Povera fifilia! » — ad ora ad ora lU- 
ceva singhiozzando; ma allorchc il pianto le ingioia* 
brù gli ocrhi pei- modo, che più non potesse eiio- 
teniplare quel volto, li volse «1 cielo, e parìò. 

u Accettate, o Si^^nore, questo sacrificio dì la- 
ferirne; egli deriva da un' aniniA proronrianienle ad- 
dolorata. Oh I dalla nascila di questa infelice figliuola 
no» ho avuto più un' ora di Itene, — l^overa Yole. 
pur troppo tu fosli j^eneratu nella sventura;... nm.. .. 
Dio onnipotente / se voi sapeste che sia per una 
madre vedere qneste f^uanen, su le quali non s' e- 
rono per anco sbi>ccìate le rose della gto^'ancxxa , 
ora a un traltii impallidirsi , cosa queste membra 
non ancora arrivate all' ìncrcmenlo loro, a poco a 



/. 



m BGiiEvr.Mo 89 

diffarsi , non mi (ilTannrrpstc cosi. — Covmi 
moscenh; / La .sua animn min coikucc il peccalo , 
li pure lina peno orribile lo lurba, un svcretA tnr> 
Blo II! avvclfiiii la vita, ttil ella non piii'i allnn- 
bnre, tib cutioscrrc, piTcht* Dìu apiiaia mÌ»tcrÌogo 
ikI suoi stessi tni'menlì. K piptA questa eli raj^iinai'e 
tote |p prficellc dell' inverno per allt-rrare nn fio- 
retto , Icslt apparso sul pralo'.' (Ij Tua é questa 
carne, —quc5t' snirua tuo: ma crcasli tu forse per 
godere I' atroce rfirilto tli distrufl^erc? — Toglilelo 
K li piace, ina deh! non provarla con tanto dura 
liallagiia.... Elens! sciagurata reclinai tu hai ardilo 
mormorare dell' Eterno.,., lo? — Siflnorp, le mie pene 
Mno ben mirandi.... pcrdunalemi. L' an|to<!eia accieca 
la mente: per<lonate «d una madre, che Uelamenlc 
ilTolibe in questo punto la vita. an7ÌehL* |«an]^ere 
*"! sepolcro dei propri! figlinoli, n 

In questo Gisniondu a niaiù CUrve, n ^uisB di 
'Mxo, ifiuni^eva dallti roiiUiixi; ma la fretta fece $i, 
™* appena poebe stille di acqua vi si eonservnsse- 
•tt queste nondimeno spruzzale sul volto d' Vole 
«hhem virtù di rilornnrin alla vila. Aprivala ver* 
(\ot languida meni e gli sguardi, e tratto un fluinilo 
■iQioaDdà : 

« Dove sono ? » 
t Nel grembo di tua madre. t> 
u Oh 1 non vi l'ossi mai uscita,' •• >> 
" Clw ? respingi il grembo che li ha portata... 
il seno che ti die il latte? Santa Maria! anche a 

Hi lìicttm Dio..: Sviiifiiid /•tminn ti6i vìdetur si ca- 
numerii me : tt ojipTimai mt ojius maimm tnariim. Jol>. 

f»p. io. 



90 LA BATTAGLU 

questo era rìserbata la regina Elena ?.... Ah! le mìe 
anibascie si Tanno maggiori della mia pazienza. >- 
Così dicendo lasciava di sostenere la figlia, e, Is^i- 
raando disperatamente, cadeva. 

« Gismonda I ( disse allora Yole' a questa da- 
migella, che sola era rimasta a sorreggerla ) perchè 
mi ha lasciato mia madre ? Le diventarono forse 
troppo gravoso incarico le memiii'a di sua figlia ? 
Ah I io incresco a tutti, e a me stessa.... Chi è che 
piange? Gismonda dimmi chi piange?"» 

« La madre vostra. » 

a Perchè ? » 

" Voi avete desiderato di non averla avuta per 
madre. • 

« lo ho detto questo?.... lo? ( esclamò Tole, 
e il rimorso dell'anima gentile le ricondusse su le 
guance i colori del pudore ) Sciagurata ! Oh U' ot- 
tima delle madri , non vogliate piangere a quelle 
cose che ho detto, ma piangete piuttosto per quello 
spìrito che mi costringe a dirle. — Certo il mio cuore 
non vi assente.... ma una forza feroce mi agita le 
ossa e il sangue. Io vi amo, mia madre, vi amo 
di queir amore stesso col quale voi amate me: - 
prescrivete; ogni qualunque prova, e sia pure quanto 
si voglia dolorosa , incontrerò lieta per amor vo- 
stro. Io non vi olTro la vita, che il togliermela sa- 
rebbe il più grande benefizio che il cielo e gli uomini 
mi potessero fare ; ma cessate di piangere per ca- 
gione mia.... cessate, od io muoio di affanno ai vo- 
stri piedi. » 

H Io sono lieta, Yoie, ( disse la regina, abbrac- 
ciando la figlia, ed amorosa baciandola, ) ma tu, via. 



BI BENEVENTO 91 

cessa di darmi tanta atllizione. Parla... dimmi qual 
COSI mai tanto duramente ti molesta .'— Qui nei 
mio cuore deponi il tuo segreto... nel cuore di tua 
madre, che darebbe la vita per vederti felice. La 
taa sorella lo è gih, e quando tu pure lo sarai, il 
giorno della mia morte sarà il più avventuroso di 
tutta la mia vita. » 

ti Gostanza (rispose Yole con accento solenne) 
è, e si manterrà lungamente felice. AI cielo piac- 
que separare la causa della figlia di Beatrice di 
Savoia, dalla causa della figlia di Klena di Epiro. 
So me... su noi pesa un atroce destino. Noi mor- 
riìioo illagrimati, giaceremo insepolti, monumento 
di pietà, d' invidia e di ferocia. A che vi affannate, 
mia madre, per ricercare nel mio spirito la ca- 
gione del dolore? Sollevategli sguardi; —la causa 
della nostra disperazione scintilla nel cielo... » 

Elena sollevò gli sguardi all' orizzonte, e vide, 
d gli parve vedere la cometa scuotere minacciosa 
i suoi raggi. Non ne sostenne l'aspetto, ma riab- 
bassata la faccia passò il suo braccio in quello dì 
^ole, e mestamente silenziosa prese a incamminarsi 
verso il castello. Le seguitava Gismonda mormo- 
fMdo a bassa voce una preghiera pel riposo delle 
Bue dilette signore. 



CAPITOLO IV. 



Cbe \eaii, aalmo mio, cbe pur pnoiUT 
Accogli ogni lus Ibru illa TcndelU, 
E co» fk i\ lausUttA, e nuova, 
Cbe quella elade l' abborrlsca, e l'dtn 
Che venir dee creder U pos&ai «^>bUmh- 
Sono innoceuU 1 Aghi Sleoo,— mdd 
Figli di (radìlore. 

Obbeccbb, Tragedia ontte 



Nella parte occìdeotale del castello del conte 
di Caserta era uoa cameretta remota nella quale 
nessuno, per quanto fosse ardito, osava di pene- 
trare. I servi, allorchL' nella notte faceva biso^ 
per alcuna faccenda passarvi vicino, commetterano 
alla sorte la scelta di quello che doveva andare; 
né questi apprendeva mai il suo nome senza impalli- 
dire ; e sebbene si raccomandasse al suo Santo prò* 
lettore , e si munisse col segno santissimo della 
fede, pur tuttavia s'incamiviinava sempre tutto pau- 
roso, senza volger la testa, a passi accelerati, mor- 
morando un esorcismo. Già non accadeva senza forte 
ragione , imperciocché la tradizione portasse come 
che quivi fosse stato commesso «n molto terribile 
delitto; e spesso vi udivano pianti, gemiti, ed urli 
disperate. V era perfino gente della famiglia cbe 
giurava su l'Evangelo aver veduto uno spettro di 
donna con un pugnale liri seno, dal quale sgorgava 
un vivissimo sangue, farglisi incontro, e dimandargli 
con voce lamentevole « Il mio figlio? Il mio figlio? » 
Insomma al naturale orrore del luogo, si aggiun- 



{itTsno le fantastiche paure di inenli siiper8tÌBÌose 
f ignoranti. 

Era questi! camera internamente po<!i>|>iii lunffn 
4idivci passi, altri-ltsnli alto e Urffx ; (wrlelta mente 
tuliirn. Le parali, il suHìtlo, il sulaiti, lutti coperti 
di nero. In essa non occorrevano suppellettili di 
ttrlii iilciinn. ni: sedie, né lo%'oln. che altro; solo 
uni lampniln involta in un vrlo nero appesa al sof* 
Btto Irislumente la illnminnva. IVaccia dì lulrone 
mn ajipfiriva. In una parete si redeva un taber- 
nncMo simile in tutto a quelli i-hr, con troppo (^ 
Dcrale denominazione, soglionsi o^Ì ^tonio chiiK 
«are gotici . e questo pur npro, qnnnliinquese di 
marmo odi Ic^no non abhin consorMito la cronurii. 
Ut se del tabernacolo ijolico avevo la (Avola spot- 
(«Ile dal muro, sostenuta da mensole traforate a 
fO((IÌBnii , le colonne a spirale, contro ogni redola 
Ji architettura sovereltiamenlc sottili, e il fronto- 
ne protratto in angolo acuti», frastoglinto di ornati, 
*Ott' altro sodo o cornice posato sui capitelli delle 
ti^lonne, non aveva pen") in sé Santo, o Madonna, 
''Rome nei tuheniacoti gotici anche ojigi giorno 
issfrviamo. I." aspetto «li (jnesla camera facevo sufK 
Ptvio destinalo ad ()tIÌ7.io di oratorio, benché non 
*■ (Kìcernessc a cui (osse cniisncrat». 

Li presso il Idliernucolo slava immobile un no- 
"'Odi pci-sona più alta della comune; una cappa di 
pimap oscuro cinta strottniiiente alla vita lo ve- 
stita. Il suo sembiante... uh! il suo si:mbianle era 
We, che chi lo mirava per nps.«una altro cosa sa- 
peva più supplicare r Ktcrnii, se non per ottpnure 
M\» sua piet& la diiiienlicun7.a di quel volto. La 



gi r.* nATTiRi-i* 

sensazione che abitava la )fviile »lla sua visU 
puù ridirsi, e\\e per via di [)oro]gone, assomi^lion* 
dolti a qui'Uii che suscita nel cuore dell'uoiiKi so* 
speso sopra 1' abisso delle acque I* urlo salvatìcn 
del iiiosli'u marino. 1 colori della nialatlta, e detti 
paura |4li starano su la Tronte : le guance aveva 
piìiaciate, il labbro luniìdo e acceso. Nessuna sci»- 
lilla, che occenniisse la vita, balenava nei suoi oc- 
chi inravati, coperti di un velo, intenti, fOiìnccinti. 
Anjìeii del paradiso I Papevuno quelli di un vam- 
piro (I). Lu !>ua inniiobililà , e le membra obban* 
donale a sé slesse facevano riputarli) un morto , 
rosi iissato in piedi lun^o la parete, per indurre a 
peniten/,11 con tanln spaventoso spettacolo cliiun(|iie 
sì fosse volto n pregare là dentro [S); ma fncendo- 
se^li ossai da vicino, vivo lo munircstavuni) il ^ruvi; 
respiro, e Ìl tremolare del labbro superiore in^ì^ 
vido airannoso. ^H 

Poiché lungamente stette cosi senzu dar qua» 
se^ni) di vilo, prese n camminare per la slama, 
nm r anima assorta in ben altri pensieri non di- 
rigeva quei moli. Il suo corpo ere lo stesso che ab- 
iHsmo descrìtto qui sopra, se nou che si movevo: 
ina i suoi passi non avevano oggetto nessuno. Ora 
andava direttamente fino alla parete, dove peroo- 

(1^ Superfllìiìonc die anche oggidì eeisle in Unglicria , 
in Moldavia ecc. vce. e apucialroenlo in Grecia. Crudono 
che il corpo di uno scomunicato e^cii dalla tona a succbìare 
il «anguD dei vivi. Il Doli, l'olldori descrivendo gli ecciti dì 
un vampiro «lieo: a die vaJe^iio su la pelle come uu r ajt-, 
gio «li pi<iS3bo cho grnvitasee sema peoetrare. < ^H 

fi] Coslama siciliano. V. Plndecaonie. . ^^H 



Uttdo SÌ ritraeva, ora fEiunto alla melft (ii-llo ca- 
mera piegìava a destra, o a sinislru ; Sfiesso anche 
te circolo ai agjfirava. lo ho veduto il sonnsnibolo. 
Ilo veduto il nmninco, ma non v' è cosa al mondo 
tlie possa uguagliare 1' orrorf clic ispirava costui. 

Con gli occhi sempre fissi al sollìtlo, si volse 
8 un trailo verso il lalii-nmcolo: hrancuinndo per 
Io interno, pervenne n Irnvarp un bottone appena visi- 
Hle, lo spinse, e si luanifL-stn una apertura dalla quale 
InsK nua cassetta nt-ra soltiluiente ornala di lavori 
di argento. Kiwrcondosi poi sotto te vesti, rin- 
^^av una chiave: la auet mano adesso divenuta 
•Wi di misura tremante, citò assai Icmpo prima 
ili Irovare il serrarne: trovatolo, applicò In chiave, 
'i «cliiiise, e Is cassetta aperta Inscio vedere un 
If^diio ([ninno politissimo, con estremo dili|ìenza 
iiiiiitrvalo. Lo prese costui con ambedue k- inani, 
''• pnslolo sulln Invota del tahernaiolo, lasciò con 
fliirn percosso cadérsi prostralo innunzì di quello. 
lenendo la l'accia sempre volta al soflitlo, e lo hruc- 
^ ioerociate in atto di preghiera. É 

lira certamente trapassala un' oro eh' ci stavo 
'» questa posizione, quando, ntibussalo il capo . si 
"ti» a riguardare rissuiuente il teschio. I stmi oo- 
'''" prirna velati ardevano adesso di lcrril)ilc luce; 
licnlosto sì Tecero rossi, scintillanti; ma non ver- 
'Sfono lagrima : forse la sua disperazione aveva 
Giurilo anche questo ultimo conforlu dello scio- 
frirn. Le sue liiLlra uueluvaiìu proferire parola, 
■Xb non potevano mandar fuori che urlo indistinte. 
Ni sin |>orniesso il detto, questa era l' ora del- 
' wagaiio dell'anima. Comnio£Ìuni tanto profondo. 



come fl|^nì allra cosa fuori di Datura, non sono dì 
luD^u durata; simile perù all'ura^aDO, bsciaoo 
dove passano tracce indelebili, e le sembianze aOìitlo 
tramutate. Oucst' uomo etti* dsppriitia poteva para* 
gonarsi ad un morto, rirbianinto per forza dì i»* 
gromansia ad alcuno ullicio della vita, adesso era 
divenuto lutto molo , e tulio velocità. II volto gii 
cosi pallido 8Ì vedeva acceso di colore febbrile; 
le mentbra, d' immobili fatte convulse, in direni 
atti del contìnui) lit abitavano , bcnchj! non ardiSM 
alzarsi davunlì quel teschio che sembrava adorar*. 

Né passò molto cbo quei suni urli indistinti s 
accostarono n (|iiiilcbe cosa ebe jiarvc favella uma- 
na : allora, se almno avesse avuto corn|!^io <1Ì ptjr- 
g«rc orCfChio, avi-ebbe ricavalo queste parole; 

« Ecco I — qui stavano qui'llc labbia die tanl» 
soavemente sorridevano,,, ora lu nudi: mascelle pa^ 
che ridano tuttavia.. .. si ma del riso del ser- 
pente, allorché delusa la madre dcjjli uomini Ia 
inlese condannata con tulle le future ;^eneration> 
^alla morte. — Qui li mesti occhi.,., e pur belli...* 
Qui la bianca fronte, e le floride guancf. — Or che 
rimane di tanta bellezza ? Nude ossa... In parie pìvk 
vaga del corpo iu celere dissoluzione si « consumata.. • 
le ossa rimanjiono... le ossnrimonfiono... Icoseo com* 
spaventoso leNtimonio di mnrte...Oh.'perpielft di inc.-- 
per pietà di te, perchè non fingesti.'... L'anima niiai^e' 
meorrcndainenle truva|;lial3. Giaccio sopra un lott^^ 
di fuoco, dal quale non posso levarmi, e .sul quali! 
malgrado ogni tnrmrntn di questo vita, e la etera 
dannazione, tornerei a giaceriui... frutto amar 
di una vendetta non i>cr anche compila I lo nof^ 



or aemivmo WT 

osso più oiTcrire al cielo, cho da gran tempo è 
hinso per me, non 1' anima , non lo Intcllrltn ormai 
liii che a mi'zzo [lonliito.... ma io consentirei ad es- 
erc ptcrDanicnUi tiasptirlato dai venti della terra, 
percosso dall' onda procellosa contro le roccic tìA 
Dare, trabalzato per secoli e setoli ncjiji abissi del 
aos, arso ad ogni istante dal fuoco del ciclo, lor- 
nentato con tutte le angoscìe, die una mente umana 
I infernale puù ìimnnginare, purché potessi conse* 
uirt! la intera vendetta.... Allo spirilo che alber- 
ava in (|ucs[a lesta <;iun^eranno funeste tali nn- 
elle.... Oh! questa è nuova pena, e ad un punto 
uovo inctlunitnto per me ». 

Mentre cf^i così tra se fantasticava, fu aperto 
liannmenle 1' u5cto della camera, ed entrò un uomo 
InviziosH mente abbifSHoto. il quale, postosi inosser- 
vato al fianco del gcnullessn, stelle senza profferire 
parola ad «srollure il discorso che abbiamo riferito. 

Dicono i mae-slri dell" arte, rhe la esatta de- 
^rtKioue dulie sembianze, e delle vesti dì un perso- 
naggio, la qiial cosa chiamano con magniloquensa 
festjmpedalp., prosopn^ralia, giovi maravigliosamente 
a procacciare attenzione al raceonlo. ISoi non suppia- 
j»o quanto questo possa esser vero ; mu siccome i 
maestri iiierilano sempre rispetto, cosi non eiittia- 
1110 tm momento di descrivere il nuovo personaggio, 
protestando, che se ad iilciino non andasse a' versi, 
vof^lia attribuirne la colpa ai maestri, che me la ia* 
segnarono. 

!l nuovo personaffgio dunque che. come io di- 
ceva , entrò tacilo, e, per cosi dire , furtivo nel- 
b stanza dove 1' allro si lamentava , poteva es- 
Ucr.iiri*/ri, Unii, rti ììtaev. 1 



sere ire brnrtiii alto, forse menù, che più: di corpo 
gracile piT noUiru. e fullo msflj^iornienle tale dalU 
Bbittiilìni! del vizio. Forse ej^li non contala molti 
anni; pure accennava e,isere da un buon tempo ar- 
rivato a quel piintn nel qitnie l'uoirio non poiendn 
più sorgere, é t'orKn che declini. La sua lesta , su 
la fronte un po' calvn, andava non so se ornala, i> 
deturpata dn radi rapelli rossi e dislesi , o^uno 
dei quali pareva sorjfere a bello stndio in diversa 
direzione dui suo vicino, offrendo in lu\l<* la ìmm»- 
ginv di quel «apo, che un moderno poeta con tanta 
evidenza di espressione assomif^liava 



K 



« Ad nn campo di biada 0(t matura 

« INel cui mez^zo passala è la tempesta (1). 



Né mai teneva il volto iCT-at» quando si tro- 
vava al cospetto di altro nomo ; solo di tanto in 
tanto alla sfuggila lo guardava per traverso, e dì 
subito, quasi timoroso che i suoi piccoli occhi gri^i 
non disvelassero ì pensieri della sua niente. ^M riab- 
bassava. I lalibri sEri'ttanienle chiusi avrebbero detto, 
a chiunque si l'osse alcun poco dilettalo a constile» 
rare le umane sembianze, lui essere un uomo Ir^ 
manto, che non ^li sru^j^isse suo rnulifrado tal pa> 
rola che potesse in certa rovin;i precipitarlo. Vero 
è però che una passione, che e^gli non sapeva fre- 
nare, (glieli costringeva talvolta ad allungarsi verso 
le orecchie, e le guance a picj^arsi in molle minu- 
tissimo rughe; allora egli sembrava sorridere, Che 



Moniì. 



Ili ttcKevene 

lutti i Santi del cielo ci salvino da quel sorriso l 
Parlava tnnlo, ed amaro ;^ e poiché la trunquìllìtà 
Mia sua anima era da gran tempo distrutta, go- 
deva d' immenso piacere a distnijWere 1" altrui. Se 
in quel punto l' angiolo delle tenebre avesse amato 
comparire nel inondo con Torme a lui convenevoli, 
ccrtamcutc non poteva ìinmoginnme più triiìto di 
quelle del conte di Cerru. 

Il suo abbigliamento consisteva in una soprav- 
veste di velluto verde doviziosamente ricamata di 
ar^nto , e foderata di vaio , lunga fino al ginoo 
dtio, e dalle parti sotto il fianco divìsa; una pre- 
ziosa cintura, in mezzo alla quale stava effigiata l'a- 
quìln del re Manfredi tutta di nrf{ento sopra uno 
smalto edeste , gliela strìngeva alla vita ; sul 
petto era nuovamente aperta , e le maniche non 
oltrepassavano la piegatura del braccii). La aot- 
tovesta poi tessuta di seta, varia di molti colo- 
ri, e ornata d'infiniti bolLoni di argento, ovcva 
le laanichc strette , o lunghe fino al polso. Opera 
di ricamo meravi((liosa a vedersi era la tela che 
gì' ingombrava gran parte del petto e delle spalle, 
l^nu roba di piinno cremisino ^IÌ fasciava stretta- 
mente le coscie e le fjjirolie sottili. Le scarpe erano 
pur rosse, appuntalissimr, cinte sul grosso con un 
bottone di argento. Questo era a un dipresso il suo 
abbi^iamento, quuntumiue molte cose per umore 
di brevità tralasciamo , come la berretta, a foggia 
di corona imperiale, ornata di belle piume; lu ca- 
tenella d' oro che gli teneva appeso sul petto un 
ricco medaglione; e ìu spudn lunghissima con t' elsa 
a modo di croce, secondo il costume di coloro che 



i 



100 lA lATTAbU* 

n qiie' tempi pnssiivaiio in Terrasanta, ì quali lu usa- 
vano ia questo modu, affinciu> utili' ora (lellu pa"- 
gliiiTO, la spada confitta sopra la sabhia pre sento mio 
il seguo della Me, gl'iucitasse alia rouquìsta della 
patria del Redentore, die volle, per la salute nostra 
morirò su quello iatruuicntn di pena. 

Il genuflesso, volgendo la testa, vide sopra di 
sé quest' uomo, clip lieln del suo mìsero stalo Don 
aveva potuto frenare il riso schifoso, di cui abbiamo 
l'alio menzione; gli corse involontariamente la man» 
alla fronte, e cominciò il segno della fedp, che poi 
invano si sforzò di compire : allora dinirsse la 
fronte, e mormorò... forse una preghiera; — n» 
certo ella In detta con l'amarezza della bcslemmii. 
Dì li n poco rialzando il volto s' incontrava nuo- 
vamente in colui, che la suo compassione in oes- 
suno altro modo sapeva nianirestarc fucrchì^ co! 
sorriso; ud egli dì nuovo si volate e guardò il (eseliio... 
poi lui... e poi il teschio, e nuovamente lui, né 
quel riso cessava... Ali* iinprovviso balzalo in piedi 
lo afferrò per la gola, e beslialmente feroce lo 
atterrò, gli pose le ginocchia sul pelto, e fece alto 
di stranfjolarlo. Ora la vita del conte di Cerna era 
giunta al suo line, dove non lo avesse sovvenuto 
il caso. Il tescliio, mosso dalla sua caduta, balzava 
a Lerra mandando un rumore che par^c un grido 
lamentoso, e rotolava fino su gli occhi dell' uomo 
che Io teneva per la gola ; questi , dinienlico di 
ogni altra cosa, lasciava la presa , correva ane- 
lante a raccoglierlo, lo guardava attentamente per 
vedere se si fosse in alcuna parto anmiaccato, e 
veloce come im lampo nella cassetta, e quindi 




J 




ut lEMtVEItlo tOl 

nel tabernacolo lo riitoneva. Intanto il conte di 
Cena rilevatosi si ajfigiustava le vesti scomposte, 
mostraudo su la fronte livida la imura di'l [kis- 
sato pericolo. 

« Conte <li Caserta (dopo alcun tempo disse 
il conte di Cerra sccoslfindosi all' uscio della ca- 
mera) dilenit di firazia, che cosa furete ai vostri 
nemici se tale vi comportate con gli amici e fedeli 
servitori vostri ? » 

<( Anselmo [rispose il conte di Caserta) vi ho 
detto io Torse che dilc^tulc la mia miseria, scher- 
DÌtite il mio dolore o mi suscitiate nell'anima unn 
ira più profond.1 dei miei rimorsi? Doletevi con voi 
stesso, perocché conoscete quali passioni imper- 
versino ([na dentro... Da Inngo tempo ardano... ma 
il cuore non ò per anco lutto ccnure...» 

a Prendetevela con la natura, conte dì Caserta, 
che mi ordimi in modo da ridere, dove «Itrì piange, 
lyia ella è poi cosa da compiangersi questa, vedervi 
tutte le notli tormentarvi innanzi un teschio ina- 
nimalo, che non può Rentirt; le vostre bestemmie, 
o le vostro preghiere ; né può maledirvi, né per- 
donarvi? lo ve r ho già dotto le mille volte, e Tel 
ripeto adesso : voi ne perderete 1" intelletto ». 

« E forse un bene conservare 1 intelletto? e 
forse un male il perderlo? Il rimorso vive con 
lui: e perduto, gli sopravvive. Un giorno l'aveva 
intero, capace di tutto comprendere, né tui meno 
sventurato; ora io l' ho più rhc a mezzo perduto, 
né sono più felice per questo ». 

« Ma via, concedete una volta che io vi tolga 
dagli occhi qncU' ossame, che di giorno in giorno 



(03 lA Kin&CLU 

vi dimimiisce-la regione. — l'ensnle alfine che Tu 
il capo ri! una (lonnn, che trarli il klto nutritale, 
K portò nel suo seno...» 

a Taci, per I' «moro elio hai piT la %'ìla.... 
taci: il tuo nffioio contro r|iiestn crealiira terminò 
col colpo che le tolse la vitn, lo ti Im comniidato 
essere ìì sno nssassino, non gìiV Ìl suo detrattore. 
— Bustul — Io r ho punita come colpevole, on 
aiiio fingermela innocente ». 

u Allorché do giovanetto studiava le le^i nella 
universiliV di Federigo, intesi, conte, che chi vuoti 

M più, (leve necesHtirìamente volere anche il metto. 

■I deste il diritto di ricercare nelle sue viscere, e 
rorri'te negarmi adesso quello di ricercare nella 
sun faina? " — Il cunle di Caserta si accostò alla 
parete accennando cadere, lo sostenne snhito il 
conte di Cerca che a^ginnsc : „ Ohf di ciò dunque 
non si faccia più parola. Messere, se alcuna cosa 
può in voi la preghiera di un fedele servitore vostro, 
ahhandonatc questi luoghi spaventosi, date alla terra 
quello che è della terra, — le reliquie dei morti. 
Voi sapete se adesso si più che nioi importi starci 
vigilanli, e avere il senno ben rello... In questo 
modo operando, i vostri disegni di vendetta contro 
colui, temo forte non sieno per finire eoi diventare 
voi stesso folle ». 

,, Ah !— Molto vi preme la mia vendetta? Mollo 
la conservazione del mio intelletto!' Gran mercè.'... 
gran mercè I Cerra, Ìo ve 1' ho detto più volle , 
siete sottile e frudolento, quanto lo spirito del ma- 
le ; pure gli accorgi] ncn lì voslrì sono inutili con 
ine : io da gran teiii|)o vi conosco, deponete la lii- 



DI MlIkTCnO fl>3 

sÌD^a à' ingannarmi ; non vi d«(e eUiiIÌd di {Hirlure 

on tonlurlc. Voi leiiicic che io perda il senno, a 

temete per me ? Lrt ^^plciidore di vostra casa cru 

lecadulo, e i tempi presenti non concedevano sol- 

vnrsì co» puhliliclie , o con private virtù ! Vw 

lon pcrtonto la riptinestc nell' aulico splcndoif. — 

lo vi ho fatto gran cumerlini^o del regno, e ricco, . 

e polente ; — tristo lo eraviUe j^iù troppo per non 

osorc iiicolpanni sfacciatamente delie vostre sceU 

Uera^ini. Voi temete eli' io perda il senno, e lo 

leiuetc per me ? E nessuna cura vi stringi! , che 

io, nella piena deli'aflunno, sveli con un solo detto 

I cosa, per lo qnnle le nostre teste cadrebbero 

Botto la scure del carnefici;? E m-ssitna, cli'io dn 

enulo soggetto di loinpussiime e di riso, non abbia 

liù Tacaltà di disporre in favor vostro di quei beni, 

fche adesso non posso più lasciare al mio fìllio , 

jierchè voi gli avete porlulo la morte lln col* 

idenlro dove la natura hu posto Ìl luogo acconcio 

inir opera disila vita ? ,, 

„ Conte, che vi giova affannarvi a conoscere 
ìl cuore dell' uomo t Forse i vostri dubbi sono 
*eri, forse ancbe falsi, t prudeiua questa logo- 
rare la ragione e il tempo in tale arie, della quale 
li) dublrio t il frnlto meno amaro ? Dio non volle 
lessero conosciuto dagli uomini, e si avvolse eoi 
iCieli profondi. Volete voi penetrare i cicli , e in- 
[Tesiigawi ì pensieri di Dìo ? e volendolo. Io po- 
lirete [!)? La natura non lia voluto che 11 cuor 

(tj FonUait vfttigia lìti cominelienilas?... Kscel- 
Hior «*t calo et luid facUt, profundior inferito tt Uitde 



mi lA UTthGUA 

nostro fnssR iiianiri-slo. e [u ha avvolto tlonlro un 
viluppo (li iissn e <ii cnriiLv Qualunque più tt'uK- 
rnrìo |)L>nsìcro della vostra aniaia immortale potii 
mai, coitlc (li Caserta, tra)Hi5s»re questo ri|iaro di 
CTi'la? CuTiteiilatevi dunque delle opere, e non vi 
c-iiriitc dei sentimenti. Tutto questo discorso ia ho 
voluto tenervi, ondi; [luu ^\h abbiate di lue ubn 
niiglioiT opinione, ma perché voi ne abbiale una 
minore di voi quando saprete che il vostro O^liuolo 
« vivo ,,. 

Il conte di Caserta divenne pallido come la 
morie, vacillò, e stette lungo tempo pensoso; poi 
si f«ce a lenti passi verso il Cerro , lo pr«»c p«l 
braccio con la sìnislrn, e con la deslrn fili fece 
tale otto, che la favella, quel nobile attributo che 
distingue 1' uomo da o^ni altro animale , sembrò 
([nasi sde(^ni.tsn di profferire, Il conte di Cerro, per 
qunnto visìbilmente si sforzasse, non potè di tanto 
reprimere quel suo rìso, che due o tre volte non 
gì' increspasse ia faccia ; nondimeno si contenne, e 
parlò : 

„ E che, Caserta?— Temete voi cosi presto es- 
sere ridivenuto padre ? Non avete voi detto ch'egli 
è fiijlio vostro ? Or dite, via, che io 1' ho spentn 
nelle vìscere materne, e che la injiordij^ìif di ac- 
quistare conduce i moti dell'anima mia? Presun- 
tuoso che siete, rinunziale alla conoscenza del 
cuore umano „. 

„ Kffli vive! Tu lo hai detto... dunque tu mi 
hai tradito ? Va, Anselmo, vìi per 1' amore di Dio, 
uccidilo avanti che lu notte spariscs... prevaliti di 
queste ore di notte che avanzano... c^li... egli v 



DI nacnKxift 148 

tin roomiracnto di pcccalu. . . egli non è mio figlio... 
non è mio fi^^lio. . . bisogna che tmioia ■. 

a Bisogna clic vivo, conte <li Caserta ». 

• Ricusa Anselmo di Ture il sicario? Lo cono- 
scerò , lo ucciderò io sU-stiu in quesla inedesiiwi 
notte,,. — E cosi dicendo si precipitava verso la 
porta : gli si parò davanti il conte di Cerra . e gli 
disse ad alta vocn : 

■ È necessario che mi nscoltiate ». 

Qnì cominciava tra loro mi \clocisstrao winvcr- 
snre in tanto bossc parole, che appena si sarìenu 
potnte snitirc alla di.stani'.a di quattro, o sci pnsà; 
ma frc([ncntì e fi'roci tTiuio i gesti, tcrrìhìli i vol- 
ti, romorosi i giiiromonti. AlGnc, parve tutto con- 
venuto tra loro: allora il conte di Cerna, giubi- 
laitdo, con quella sua orrìbile contorsione di volto 
domandò : 

« Mcsscrt, che parveno dì questo mio ritrovato?» 

m E' panni cosa ( rispose il Caserta ) che le età 
presenti e le fulnrc malediranno ; — cosa che il 
narratore d«Ì casi aniiehi schiverò rì[»orrc «ella 
saa cronaca come troppa favolosa; — cosa insom- 
ma che lo stesso Lucifero non uvrehlie pnuilo im- 
maginiirc maggiore nella sua stessa potenu del 
male. Il tradimento, e il parricidio commesso per 
amore dì vendicare il padre, era un pensiero de- 
gno di meditarlo il Orra ». 

« E di ascoltarlo il Cascrla ■. 

OofHt queste jiarole il conte di Caserta accennò 
ad Ansclmii di andare. 

Questi curvala la persona in atto ossequioso 
partiva. 



u 



CAPITOLO V. 



[<ir dtr Nilura. i: vera , 
La llnpu |>»rrliii «irra 
A ])ilpi>r di-l lììtar rU oc«uIU touli 

aia i'*(Uii«lo limali c<hj l'udopr*. 
Clin nnn gli niiinir»lii. >ni) g;li (Marie. 
K brìi io tu rli' h r<illD 
CliJ uilrjir rL'rdv viiliv U vfic« l'alma 
Ci.KDi-ATUA. Tra'jedta del canlMll 



E se la vilo fu un hene. percliè mai ci viene 
tolU/ — E su la vita Tu un mule, percliemai n'è 
slutfl concfSsuV — OU ' 1' ora della morie « una 
iiielTabile uiigosciii. lo, che per felice disposizioite 
dello naturo, posso scnzo dolore, e senza ^oia (guar- 
dare la coiilcsu della dislriizitiiie e dello esistenza, 
ho considerato 1' uomo spento col ferro: egli aveva 
i cnpelli ritti... le pupille tcirrihili... In bocca in 
atto di prollerire una minaccia... tutte le membra 
disposte a disperata dirrso. Ho congideralo 1' uomo 
spento coir arme da ftinco, i suoi occhi erano lan- 
guidi... il volto ab))atlulo. come quuilo di uno este- 
nuato da lun^i) iravajflio. Finalmente ho conside- 
rato lu l'orza ddlu malattia mortale sul giovane, e 
sul provetto: iu ([uello la vita lottò con vigore 
proporzionalo «Ile sue forze, egli ulUmi suoi istanti 
furono atrocemente dolorosi; in ()uesto. il cui alito 
svrehlie a mala peua potuto muovere una piuiita, 
e Appannare un cristallo accostatogli alla bocca, la 
morte pai-ve inipci-vcrsarc meno furiosa, anzi ca- 




ni ucncvfXTO 107 

lare lieve ì'teve la mano ghiacciala a strin^crftli il 
cuore. — Sia e nello sjk-oIo [ter ferro . e nello 
fpento per riioco, nel giovane, e n«) vecchio... in 
lotti ho osservalo il gravoso nRannarsi dcll'a^Dia... 
Il ravvolgersi degli occhi desiderosi (Iella luce... il 
brivido ccli-rissimo a fior tli |ielle precursore della 
cesseEione del niotu... I» fivossu ìaqrìnm distillala 
dal cervello goceinre giù per la gumiciii illividita... 
tutte le membra contrarsi... raccuglicro coH'ultiinn 
anelito in un sol puiiln la vita, e, con nn so.spÌro 
Il cuore ha finito di ballere, la elcrna itnmnbilitau 
inceppa le fibre ;-^ruDmo è divenuto tulio ma- 
leria. — Oh! è amoro, i amaro il punto della dì- 
slruzionc doli» vita. 

£ pure più amaro parve a Rogìcro quello in 
cui, ascottando i passi di persona che si dirìgeva 
alla sua volta, e la voce che di mono in mano si 
approssimava, fu costretto di sciogliersi dnlle brac- 
cia dì colei che tanto avcvn amato sema .speran- 
za. . . Dio eterno ,' Kra la di lei fronte ghiacciata... 
le memhra irrigidite ; né di per sé stessa poteva 
reggersi in piedi: — e la bocca? un alilo legge- 
rissimo annunzinva la vita. — I pa.s.'ii e le voci 
si fanno ad ogni momento più vicine. — IVodugerA 
Rogiero sa V erba del prato, o la sostcrrfl sempre 
stringendosela al seno.' Veramente sorchliH la forte 
pro%'a di nmore abbandonarla cosi fuori di sé a 
persona scono.<iciuta / Ma l' averla Ira le braccia é 
un misfulto. — ^(■ la infamia del misfatto , oi il 
dolore di'lla pena rìciisorcblic Rogiero, purché gli 
fosse concesso ripurlii nelle inani delle sue darni- 
^llc, o di stia iimdre. — \ir improvviso la stia 



i 



108 Li BATIAGLIt 

mente, più citi' dui molli unni, ammaestrata dulie 
molte scelli-rali'zzi- degli uomini, rÌeorr<> al peo^c* 
ro, che invìiliulo si solleva il bel giglio, vedo il 
rettile schifoso iinelunte di contaminare quella in- 
teiiiernlLi cundidcszu, onde! il malignare della raiza 
del fango , un senso generoso lo esalta, vince la 
presente passione, adagia Yole sul terreno, cUim 
verso di In i suoi sguardi, ginnge le mani, si volje 
al cielo, e fugge senza mandare un sospiro. 

Certo noti si vuole dubitare, che in ogni case 
queir addio sarebbe stato muto, perché la passio* 
ne loro non era tale da esprimersi eoa parole; 
pure se Yole fosse stata in se, avrebbe veduto un 
cosifl'atto sguardo, che poi invano avreblte potuto 
cancellare dalla memoria; uno sguardo che sig- 
lava il desiderio di cose che 1' nomo non può con- 
seguire, r irremovibile giuramento di non cedere 
per casi, o per tempi alla stabilita proposta, e 1» 
coscienza di vivere senza speranza , e senza s[)«- 
ranza morire. Fu senza dubbio nasconderle ijue! 
guardo una profonda pietà : egli avrebbe ai'celernU 
la perdita delia ragione, alla quale la misera tT» 
condannata fino dal suo nascimento. 

Intanto Rogiero ripostosi a guardia sotto la vvl- 
la. non poteva condurre la mente a pensare Mpn 
i casi avvenuti, perocché questa insolTcreute di Ir^ 
no, trascorrendoti nuovamente, amava avvolgersi 
per quelle sensazioni. 

In questo modo dimorando , intese il ronwre 
di xin passo che pareva avvici narse^ti: [«jrse I' oret* 
chio, e allorché fu tempo doinandò ad alla voce: 
« Chi è che passa ? « 



^V DI REKncno (09 

^^ Clic S. Germano vi aiuti l ( ris|)usi> un tioiuo 
sciubiamu* piuttosto dure, di aspetto vi|^roso , 
Ito coperto dì piastre e maglie di ferro , come 
lavano portare gli uomini d' arme del re Msn- 
•di ) Buotitt guardia, Rogiero >. 

■ Oh; siete voi. Roberto ?( disse Rogiero rl- 
inoscciido la voce) Qual diavolo vi porto in que* 
i luoghi a ({uesta ora ? » 

P^ Voi stesso ». 
• Gran nicrc<y a?la eorlcsia vostra, Rohcrlo : 
i antico qual siete voi, giunj^e opportuno a tutte 
I vn, spezialmente poi a quelle della guardia ■. 

■ Rogiero, io ho le molle cose a dirvi ■, 

■ E<i io, come vedete , luogo e paziento di a- 
loltarle; parlale " — disse Rogiero facendo aspetto di 
HI voler porgere grande attenzione a quello che 
lava per dirgli 1' uomo di arme, e cootìnuondo a 
bss«|f(iare. 

I « Giovane! [ parlò cupamente Roberto, ponen- 
HÌ q sedere ] io posso con uno sola parola rendervi 
nrnobile per più lungo tempo che voi non vorre- 
te; però accostatevi, sedetemi quia canto, e sopra 
Dito parliamo basso che nessuno ci senta >. 

Rogiero non sapendo il perché , senza alcuna 
fìa rispondere obbediva ; l* uomo di orme conti- 
^ra cosi: 

^fm Rogiero, avete voi ripensalo a quello che nel 
ttì« scorso vi predisse 1' astrologo Saracino Ben 
lusscin? • 

' ■ Sjmta Rusalio / Codeste sono vanìtù; io le bo 
l&tto dimenticale ». . 

tSe voi le credevate vanititi perchè le avcd' 



HO U CtTTttEl.lH 

ascoltale ì Voi nveU- inlerrujjato le stelle, ed esst 
vi.hannn risposto 1» verità, voi 1' avete diiiienliuts. 
ma vi è inle che la rammenta per voi ». 

« Manco male: [ifir'ini che parlasse del Su- 
tjUtarifi " 

•* Appunto, voi siete unto sotto questa costcl- 
lationc, e il vostro orosco/w porto, che dovrete Irò* 
va;ìtinrvi in liingtii viaggi. Furono ancora consultale 
le vostre mani; perchè, cosa dice Ìl sapiente re Sa- 
lomone ? La iunghessa thila vita é imita sua dtttro, 
te ricchessc e ta ijhria ndla sua sinistra {[]. L'a^ 
te manifestò la ruga delta graiiiìcssa vermiglia, 
e profonda : ma la ruga della cita comparve a nn 
tratto interrotta, e fece andar pensoso T nstroh^, 
chejjna morte violenta innanzi tempo.. ..> 

■ KiibiTlo, ( disse Kogiero, aliandosi con im- 
pazienza, ] e egli forse vostro pensiero atterrirmi f 
Che serve che mi tentiate l'anima? 0|^imai dovre- 
ste sapere che il mio volto non impallidisce al pe- 
ricolo ". 

• Giovane I è vero quello che dile , ma "i 
siete troppo impetuoso » — rispose Roberto costrin- 
gendolo a sedersi di nuovo, e (iiiiiidi riabbassand» 
ta voce le domandò : 

« Conoscete voi il padre vostro ? » 

■ lo ? — no ». 

« Sapete voi chi vi ha salvata io vita .' • 
e lo ignoro quando mai siu slata in pericolo »< 
— « Lo fu ». 

(^J Loai/ifada rfiVrtiut *» drxtera ejv» ft in tlai'tf* 
rJH» liivitine tt gloria. 



fri mr-TE-Mo 



IH 



« "E voi lo sapete forse ? E porche i»n me im; 
ivcle falla parola prima d' ora? » 

« Perchè la ooUe vicn« a cacciar la luce dal 
ìrjuam«nto ? » 

■ Voi invece di rispostami Tale .una miova do- 
manda, Roberto ■. 

« l'erchè la notte viene a cacciar la luce dal 
■miamento? » 

" Perchè!.... Perchè la legge della natura ve 
la costringe». 

< £ me costrinse la fona de^li uomini potenti 
Iquanlu lucifero ». 

I ■ Ma ora, se vi si concede, ditemi chi ì- mio 
Wdre, che fa, quale è il suo stalo? Fu per suo 
[volere, o per quello altrui che mi lasciò fino a 
iquesto momento languire nulla oscuriu?— Roberto 
>ncn rispondevi) parola. Allora Rogicro, quasi su]^ 
.|jlichevotc, riprendeva: « l'ariate, Rolwrly, parlale; 
fil vostro silenzio è cnirtelc •. 
f * Voi mi fate tante domande, alle quali rispon- 
derò due sole cose. Vostro padre vive, ma è presso 
ni morire. Il vostro stato vi sarò manifesto in que- 
sta notte ». 

1" a Dove ? in qual luogo t Ecuo , Ìo sono tultn 
pronto a seguirvi ». 

« Andiamo * disse Roberto; e R(»berto levandosi 
moveva già il passo per andare, quando a un trailo 
ìstette, e parlò : 

No... adesso è impossibile, nonpos-so; femiate- 
i qui, Roberto , Gnchè l(i mia guardia sia linila.... 
più manca a finirle. .. altrimcnli non |>olrei, sema 
loaocarc al mio re, e dar sospetto di iradlinento. 



> Sospetto! — In verità voi dovete tradirlo: in- 
nanzi che posM questa notte, desìJerosu di ven- 
detta, vi porrete o capo dei traditori di colui, che 
ora custoditi^ dai tradimenti, ed il fine di ujpii ope- 
razione di vostra vilii sarù la niurle di Maiifrrdi *. 

« Kibflldol allontanati, o la mia lancia Tara co- 
noscenza col tuo sangue : tu vuoi iiigannariiiì e 
tradirmi , — cftdardo.' — ed io che era giù presso a 
darmi per vinto.../ Allontanati ». 

(( Tradirvi io? ìnjionnarvi ioT (senza punto com- 
muoversi so^ìfinnge l'uomo d'arme) Il bel soletto 
che siete voi per incannarvi I Giovane, non presu- 
mete tanto di voi stesso. La oscuritfk, la miseria, 
ir nulla in cui giacete più che l'in^ej^no vostro, vi 
salvano doli' essere soggetto A' Inganno, lo lio for* 
nÌLa la nii:i commissione presso dì Voi ; solo u)i piace 
rammi^ntarvi , che quando si diUìda di un uomo» 
non conviene dirglielo cosi nperlanieotc ; poiché i 
momenti della vita di vostro padre sono numera- 
ti.... e in questo punto medesimo è orinai troppo 
tardi il muoverci. — Buona notte, n 

« Fermatevi: in nome del Santo Sepolcro, con- 
cedete un momento. ... Io non ho da conservare 
r onore de' miei maggiori., perché non appartengo a 
nessuna Tamiglia... non ho che il mio; uta quello mi 
è caro come se mi fosse stato trasmesso du RoIrtIo 
Guiscardo, o da Enrico 1' Uccellutore ; — ma mio 
padre muore, dite voi; e se non lo vedo adesw, 
noi rivedrò mai più, r riniapn') nelle tenebre den- 
tro le quali son nato. . . Ma il mio onore, il iui<i 
onore I Roberto, deh! per pictÀ non vogliale ingan- 
narmi 




HI BtcneveKTD 113 

« Povera otiinia , sui tu veraim'nle che rosa 
tàa onore, che cosa infantia? (proruppe Koberlo) 
jctta uno sguardo sopra i haruni dvlla corti; di Man- 
fredi; essi sono grandi, perchè i loro padri tradi- 
rono Gtiglieliiio il Noniiannn: i loro figli sì man- 
lerranno in grandezza nella curie dell' Angioino, 
percliè Iradinmno Manfredi io Svcvo a. 

« Ahi qiipsla è. uin dura verità ». 

« Ne appri'iiderelc lien ultrc, Rngiero, nd cani- 
niino d«lla vita. Ma or vìa venite, se volete : atTrrt- 
tandovi, potrete tornare «e vuìete , e se vi parrà, 
esseit- piuttosto schiavo di un liniiiiio clic vendicalo» 
ro (li un padre ». E tale dicendo Roberto caunnìnava. 

Kogiero stnvH tuttavia esitanti", ed nra portava 
i suoi sguardi su V aslii clie doveva uliliandonare, 
oro su l'uomo di arme che si allontunavu. « E vi 
6 un destinol (tinahtiente proruppe) noi tutti go- 
verna un destino. Invano li adnprcrai teoerti a si- 
nistra, tu li troverai a destra, se cosi scritto è nei 
cieli; e da che la resistenza non giova, il meglio 
é lasciarmi ire ciecamente nelle braccio della sorte 
che governa i miei giorni». E gittava l'asta, e 
risoluto, come colui ch'era ormai disposto di utTron- 
tarc ogni più dura occasione , si pose dietro alla 
sua scorto , e I» raggiunse alla uscita della viMts. 

« Rolierto, (disse Kogìero in andando,) avete 
inai ascottato la parola di Dio? u 

« Ortomcnte ». 

n Avete mai pensato al premio di nduì che ven- 
d6il sangue di Cristo per pochi agostari (Ij ? » 

!(} Moneta d'oto coiiìkU da l'cdurigo It.... aveva da uu 




t 



ut I* BATriULU 

« Ccrtaiiienle. — Il rapcstrn in questa vìl«, i 
la eterna duniiuzioiic nell'altra... Me se io non mi 
inganno voi dubitale della mia Tede ]>ur sempre, 
Rogiero; ed io vi dico, ohe nessun inleressc nni 
stringe onde voi mi seguirle, die la mia commis- 
sione è iìnita con 1' ambasciata ette vi tio fotta, i-bc 
voi siete signore di rimanervi, perchè non ho, uè 
voj^lio impiegare i mezzi di coslrinf|ervi ». 

« Oh! SI, ponete innonzi alla lantasia arcesa 
un oggetto che vaglia a concitare potententente la 
principale passione dell'anima, e poi dite in DOi 
essere libero arbitrio di non seguitarla, in noi fona 
da ributtare ogni I\isinga. Questa sentenza panni 
uno scherno feroce che voi facciate alla nustra na- 
tura ». 

•I Dunque abbiatemi maggiore fiducia, scudiero: 
forse al mondo non v' e più lealtà V » 

Mentre così tra loro favellavano , si 01*300 di 
alcuni passi snoslati dalla vòlta, dì sotto alla qua- 
le, sul finire delle parole di Roberto, parve uscire, 
ed usci certo una voce che disse : n mm v' é più 
lealtà ». 

<[ Croce di Dio! (gridò Roberto indietreggiando 
per lo spavento, e facendosi il segno della salute] 
avete senlitn, Rogiero? Queste sono illusioni del 
demonio; che Santa Rosalia ci aiulil » _E poi 
continuava in debole suono :—« Mi maraviglio, 
come cento allre volle nelle quali a ragione mi sa- 
rebbe stata diretta nna parola di rimprovero^ non 
abbia sentito mai nulla, ed ora si faccia sentire, 

lato l'aquila imperiate, dall'altro rirnmngine doli 'imperai ore: 
coiUva circa uno zecchino e un c^nartcì. 



HI «KKF.VtNIU 



*n 



<[ui alzava la voce ) ehv nessuno [)u<^ dirmi 
ci UD traditore. 

E )a voce rispnn<leva: « sei un tradilorc v. I 

« Questo è iiiù di 4)iieilo che io possa sopporta- 
re ! uonio, o diMtionìo, tu ne nienti per la gola ». 

E la voce; « mentì per la giilu ». 

L' ucMno d'arme calò la visiera, trasse la spa- 

ke avvoltosi il mantello intorno ni liracrin sini- 
fcce atto dì avvenlarsi sotto la vùlta. Roi^iero, 
the ragiunevolinentc non aveva per anche deposto 
Ogni diibliìo SII la fede di quell' noma, stette ad 08-, 
Krvarlo con dilit(enzu; viàe. il subilo terrore, Gglìo' 
Iella trista coscienza, e vie pia sempre esitò; ma 
^ando poi si accorsi; che il sentimento dell'onore, 
finta la superstiziosa paura , gli poneva iu mano 

CI spada, e lo concitava a degna vendettn , depo- 
lo ogni altro sospetto, stabili aflìdar^lisi intero; 
nnde, sapendo per iisn, da che rjnclla voce deri- 
Insse, fattosi incontro a Roberto con viso ridente 
^i disse: 

« Rimanetevi, buona lancia, ogni vostra ini-. 
fctsa contro l'ente dal quale uscì quella voce^ 
Mrebbe alTatto impossibile n. 

« Onesto è ciò che vedremo » — rispondeva 
Roberto, duramente respìngendo lUigiero, e sempre 
Hn alto di avventarsi. 

« Rimanetevi, rimanetevi; non vi siete accorto 
di'i l'eoo.^ Non ha egli ripetuto il fine dei vostri 
diicorsit Con chi vorreste combattere se la voce 
( uscita da voi ? » 

■ San Giorf^io! lo credo che abbiale ragione, 
jpro (disse Ri^rto; e iu (luesla TaLlo boccudA 



116 1.1 BaTIACUA 

ridiTi! si ascUijjava la fronte siidanlL' per la paura I, 
Ma come dite il proverbio 7 lu nuUirn uon si vìact; 
camala dalla porta , ti tnrncrfi dalla finestra *, 
Dopo questi^ parulc fallo sik-nzio. quasi tciiics» 
unii giun;{crt; a U'nipo. si ài-Uc n riacquistare eoa 
passi veloci il tempii cliu aveva eonsiiiualo Ì» (liscom 
Hogiero osservò eh" ejfli non dimeno curava di pren- 
der); la via più ruiiiota, piuttosto clic la più corta; 
e sovente, come liuioroso di smarrirsi, si soffermava, 
ed esaminato ìl luogo faceva un segnale, ch«, ripe- 
tutù subito di disianza in distanza, si propsgan 
fino a tal punto, che 1' orecchio a mala pena h) 
udisse. Cosi camminarono lunjjamente , allorché 
Roberto soffermatosi si volse n Kogiero, e parli: 

■ Scudiero, vi fidale di me'f » 

« Roberto mio, concedete che ve Io dica wl 
cuore su le labbra : la vostra domanda e falla in 
tal tempo, e in tal luogo da dare piuttosto sospetto 
che sicurezza, lì poi voi dovreste veder bene, clw 
qualunque fossero i miei sentimenti, adesso mi COI^ 
viene dire, che mi fido ■. 

■ Creilo che voi abbiate ragione, — SccoA^i 
mi permetterete che io vi bendi gli occhi ». 

■ Falcio. Io non ho motivo dì temere di voi. 
?{on vi ho lutto mnì male; e per me, comunque sii 
grande la scellera^'jìine umana, non crederò niAÌ clu 
giunga a porre le mani nel sanj^ue iuiioc«nte ». 

« Il vostro cuore è meglio della vostra lingua. 
IS'on siete voi che avclu promosso poc'anzi l'esempio 
di Giuda? Povero giovancf (continuava cou voce 
conuiH>ssa) voglia Dio luantenervi in tali sentimenti, 
cume a uk perdonare dì e&scrc stalo una prova in 




Trtnlram ■. Oi'psla «Iliinu («irli* Ji'I suo discorso fu 
Bp|>ei)a ntormoratu, l- parve ct^iiR' slruppata di bocca 
tn queir nrc«no poloni che lis la buona coscienxa 
k>pra In scdlorolii. Yen) è però che l' opira cbe 
adesso Y occupava non doveva essere di sani^ue, 
Unpemoci'hè il suo volto era sicuro, la voce iVrma, 
De le menibrn f^tl tremavano, come suole avvenire 
Ira la petite delia suii faltii, allorché si apparcc* 
Ehisno a commettere un dolitt». 

Intanto Ko|iiero, Ijcndnti' gli occhi, pose il suo 
braccio sotto quello di Rohprto, il ((naie con amorosa 
diligenza lo condusse per un cammino tortuoso, e 
diverso. Percorsi circa cinquecento passi, fu Tatto 
fermare. La fluida dette un se||nu, batlcudo le mani: 
oliera fu abbassato un ponte, che, per quant' arte 
avessero adoperala a nasconderne il remore, Ro^icro 
intese nondimeno catare, ha guida lo invìlavii a pru- 
M^uire il cammino, ed egli, passando sul ponte, lo 
tenti lastricato di pie're, come la strada che aveva 
fino a quel punto percorsa , e questo certamente a 
bella ^osta, onde la genie bendala che vi passava 
Bopra ,'iOO se ne accorgesse. Rogicro poi . sia che 
fosse dalla natura di più squisiti sensi dotato, sia che 
qualche trascuranza fosse avvenuta nel calarlo, si 
kccorse benìssimo del ponte, ma non ne fece scin- 
'bianza e andò innan^ti. 

Così dopo oh' egli ebbe con tn6nite precanztoni 
trapassato un numero niaravifElioso di corridori e di 
Binere, intese una voce diversa da quella del suo 
iduttore, che in suono as.soluto fi\\ disse : 

• Potete to^iervi la benda •>. <* 

Obbediva, e lo sguardo tornato al suo ulTicin sì 




MS U «tTrtCLU 

toIkc ctiriosn mente attorno per conoscere ìl luoga 
Questo [>crò non ìtu singolare in niilta ; preHentava 
una vastissima stanza Tobltrìcala a v61ta, in parte 
iliuniinaln (In una lampada, che gettando tlilln b 
luce ìM>pra Kogicru, teneva quasi all' tuscuru due 
uomini seilutisi ad una tavola posta a qualche 
distanza da lui. Rogicru guardando se la sita scorti 
lo avesse atibnndonato, $i accorse cb« su I' entrare 
di quello stnnzn se n' ora partita. Pose pertanto ogn) 
sita attenzione ai due piTKonn;£^Ì rimasti. Le vesti 
loro erano semplici ; nulla accennava in essi altntii 
di sanjluc, od opulenza di stato; ni altra cosa era 
osservabile in loro, se non che il volto quasi tutto 
coperto di un drnppo nero. 

Quegli, che, pui- quanto SÌ potava conoscere, 
aveva maggiore autorilA. si levò da sedere, e stMt 
lu mano versta Uogiero in alto di favellare; njA ti 
adoperò ìnvunu di articolare parala, ohe un subito 
tremilo gV invase la persona, e rìe&dde su la smiis 
dalla quale si era levato. Allora ìl secondo, qu»si 
volesse prevalersi del suo turliaiuenlo, dì i^ubilo fo- 
minciò : ' r 

« Le molle cautele odoperate nella vostra Te- 
nuta, o Rogiero, devono servir meno o diuioslroni 
lu nostra ditlidcnzu per voi, che l'altezza del peri- 
colo in din noi Uitli adesso ci ritn>vÌamo. Non ti 
prenda poi nessuna maraviglia di questo mio ra- 
gionamento , poiché avanti che sta, tiiolto vi sari 
chiaro di per sé slesso. Intanto persuadetevi Itene 
di ciò, che dove il fallo, il quale siamo per ìsvo 
larvi. Tosse maniresto a chi ha il potere della spada. 
le nostre teste certamente cadrebbero, ma la vostra 



hH) sarebbe salva. Nò cit» diciamo por atterrirvi ; 
e voi foste stato capace di passioni codarde , ora 
toii sareste chìaiiialci ad intendere un sejtreto che 
«ssuiio ci costringe .1 farvi supere. È luni(o tempo 
ihe noi vi osservili mn, l misteri più riposti del vo> 
irò cuore sono stati da noi conosciuti. !Sni sap- 
liamo tutto... n^ alriinn rosa ci è occorso dì scor- 
Rre in voi, che maj^nanima e j^encrnsa non t'osse. 
ero é però che noi avremmo desiderato tenervi 
lir oscuro di tutto, fiaohè cessato ogni perìcolo, 
ivresle pututii ruccogliere nn lietissimo l'rutlo. E 
|uesto, non già per poca slima, ma sì pel grnndc 
tmurc i:he ahhiamo per voi. Ma ora che, siccomaJ 
usscniamo tolto giumo uvvenire, se la prudenz-tu 
onliace, la fortuna tesse, secondo 1' antico prover- 
Uo, e però non piacque ai cieli disporre quello, che 
l'uomo aveva proposto. La morie vicina, ed ahimè 1 
ttvppo certa di nn personagi^io principalissimn im- 
ppffnato in fjuesto negozio, rende vano ogni nostro 
<IÌsej^, e ci coslringe a (|iicllo che abhorrivamo 
liire n. 

11 iSon sarebbe forse mio podre questo mori- 
bondo.^» domandò tutto agitato Kogiern. 

X Calnialevi... i vostri casi domandano un cuore 
Ebe senta, una mauo che operi, un volto che dis- 
simuli. Dilcmi, couuscele voi le vicende della casa 
di Svcvia? » 

II La casa di Sveviu! La storia di ([ucsta Ta- 
miglia mi K riescila st^n-a lo altre piacevole e grata ; 
«>• ijiiautiai(|ue non siasi accumulalo Md mio capo 
wi nifìllo avvolgerai di anni, pure non v' i casa in 
Italia di cut non conosca V origine, e la storia... » 



(30 LÀ BATTieuik 

« Voi dunque rammetitcrctc . Rogìcro , che nti- 
inerosi furono un (Eiorno i Agli dell' imperatore Fede- 
rijjo II, e ranimenlerrte pure suo prìmogenilo essere 
stalo Enrico, eletto re di Lnmagno, vivpntu il pad», 
ora volgarmente conosciuto eoi nome di £nrìco lo 
Seiatieato, perchè la malignità degli uomini non i 
soddisfatta della sventura degli oppres.s!, ma li de- 
sideri! ancora o ridicoli, « infami. O«eslo infelice 
pruicìpe, di non troppo fermo volere fornito, e della 
nostra religione amatore caldissimo, concitato (se 
la fama è vera) dalle istanze di Gregorio IX, e da 
quelle dei molli nemici di suo padre, stimò far cosa 
grato all'Eterno, sottraendo l'impero di Lama^ 
al dominio di un respinto dalla comunione dei Fé* 
deli, qua)' era Federigo li. Ahi I che, guasto do 
malvagi consigli, non conobbe abborrirc Dio le guem 
purrioide, e la sua nialadizione abitare nella caia 
dell' empio , che osò nella scclleraggine del cuore 
sollevare la mano contro 1' autore dei suoi giorni 
Appenn conobbe Federigo l'amara novella, abban* 
donata la ilalia, valica celerissimo l'Adriatico e per-, 
viene a Vormazia, La genie stavo adesso spaventala 
a vedere ehi primo dei due, il padre o il figlio, 
avrebbe osato di trarre In spada. L'eterna pietA non 
consentiva che anco questo vituperio si registrasse 
nella voluminosa storia d<'gli umani misfuttì. A D» 
non piacque indorare il cuore di-I figlio: —pallido, 
sbigottito, meno timoroso della pena che sconfortato 
dal rimorso, co' pie nudi. In lesta rasa, vestito dì 
sacco, col capestro al cullo, tenendo una erme, 
venne u Vormazia; traver.tò, non curante gli schei^ 
ni. una folla di ;;ente che aveva atterrìln cimi la 




-_-J 




DI nMCVKMu 4SI 

5ua colpa , « dis[ienta monte piaitjtvticlo si t^^tlù a 
niisei'icoriiin ai piedi «lei suo f^entlorc e lui scon- 
giurò, non a rispArniiarflIi ìl cssli]^, che tropp» 
sentirli nverlo merilato la siis SKelleranM, ina si 
a volerlo bpnc(liri>, e avanti la sua morti; ricliia- 
mare col dolce nome di tiglio. Invono l'ori^n^flio of- 
feso procuravo sdeplnariit, invano la tradita nutoritft 
paterna mantenctrsi severa, la laj^rima sf^orf^ova da- 
f^i orchi dì Federigo, «d il stio vmotp sentiva tutta 
la verità di <iut'IIa sentenza, che la fiinia e lifflin del 
dolore. Scendeva dal trunu , iil coli» del figlio le 
braccia amorosamente gettava, e lui jier f^li occhi, 
fer la fronte , e su la bocca baciando , col nome di 
SHo figlio diletto 11 chiamare ritornava. Oh! vera 
pact' sarebbe siala quella, e perdono durevole. Ma 
Ira le bestie feroci che la nntiirn ha formolo, vÌ%'ono, 
n Roflìero, e sventuratamente trop|ii, tali uomini ni 
i|uali r appetto del cielo sereno è un gemilo; che 
si nudrooo di veleno e di fiele, e rinunzìerebbero vo- 
lentieri aj^li af!i, alla vita, e a Dio sle.sso, per deii- 
aiarsi nello spettacolo di un uomo die sospira dal 
prufondo della mii^eria, e sorridere e (|uei singulti; 
c nrentre furono concesse così strette facollù per gio- 
re, più di quelli che non si vorrebbero abliìamo 
mezzi per nuocere. Visse, e vive, o Roftiero, quel 
figlio del peccato, che suscitando ad of^ni momento 
siis[K"tti nel cuore di Federigo , ed ogni più incolpa- 
I l^c azione di Enrico volgendo in delitto, di mille 
V Insidie e d'infiniti delatori circondandolo, ora con la 
.1 calunnia, ora con In compassione.... Ma che mi 
-I IrnU^ni;» io più a svoI<;ere nd uno od uno tutti gli 
il accov^imenti delta inl'iuuia ì Essi sono più di quelli 
M d'iHNujt, Hiifl. di Beuev. ') 



I 

iJ 



f?8 U. B.tTTACI-U 

chr si possnno numerare, e che l'onestà puù in* 
tendere. I<a siiu perfiilia fa ingommo lanto avventu- 
rosa, che Federij^o fieramente infellonito contro il 
suo sangue, quel mule arrivato figliuolo ^decaduto dal 
Irono di Ijaniiigna cltiarisse, e il lui stesso lo ironse- 
goassfi, onde in qualche carcere della Puglia col 
patte del dofoit?, e con l' ncfitia tMl' angoscia {gli («• 
cesse cunsiiiiDirc in rimanente sua vita, ^é stelle 
mollo che fu annunziata a Federigo la nioric di Es- 
rico, il tinaie, riaprendo il cuore alla pietà paltrna, 
senti tanto amaro cordoglio del suo soverchio rigore, 
che chiusosi in una stanza si era ormai aflatto di- 
sposto a lasciarsi morire di fame, se non che i arai 
pili fedeli cortigiani a firan pena, favellandogli allra- 
verso la |)orta , poterono indurlo a por giù quel ftero 
proposito, e a ristorarsi di eilio. II rammarico i\ 
Federigo non era tale però do rimanersi letatu: una 
epìstola imperiale dettata dall' illustre segretario 
Piero delle Vigne, e spedita al clero siciliano, diceva: 
Per quanto tp-ande possa eisere la colpa dei figli, 
non diminuisce in nulla l amarczsa che la nafrtrA 
fa smlin ai genilori nel punto della loro vtorle (I) ; 
e però ordinava che di magnificile esequie si onoras- 
se, slimando così compensare con la vanità dulU 
pompa nn' anima che aveva condannata a loaridirsi 
nell'onta. Ma Enrico viveva: Federigo e il suo fe- 
roce consigliere erano stati delusi... » 

■ Viv'egli Enrico lo Sciancato? » gridò Rogier% 
che ascoltando attentamente questo racconto non 
pati' reprimere un moto di maraviglia. 

K Troppo duro sarebbe, o figlino) uiio, lo stala 
(Il P/lriih Vinm- F.pint. /iier. 1. 



DI BENETeilTD -IS3 

nostro quafl^iù, se lu pìi-lil profonda rhi- ne re^c 
non ci fosse stala cortese <lì alcuno di qii^li spì- 
riti compassionevoli nati a temprare i mìsfiitli, pei 
(|uati di ffìorno in jfiorno la nostra stirpo scellL'rata 
aumenta il tesoro della VL-iidett» di Dio. Una dì que- 
ste anime ben nate pose la Provvidenza ol lato del 
consigliere di Federigo, e volle die in lui ogni sua 
Tede riponesse: a questo furono gli atroci misteri 
s>-et8li. a questo fu dal consigliere imposto clic si 
Irasferisse in l'nglia, quivi col laccio, eoi ferro, 
in qualunque altro modo s' ingegnasse di spengere 
Enrico, e poi in tutta fretta ne recnsse in corte la 
nuova. Partiva il messo, con la nuova delta morto 
ili Enrico tornava, ma Enrico era stato salvalo ». 
« Ohi che possa essere il primo ad annunziarlo 
a Manfredi; certo, gran gioia sarà quella del re a 
tanto grata novella n interruppe Rogicro. 

« E il Aglio pure dell' infelice Enrico (conti- 
naava senza hodargli 1' nomo misterioso) da crudele 
ambizione perseguitato, fu sottratto alla morte, sur- 
roj^amlo in sua vece il cadavere di altro fanciullo 
defunto per naturale malattìa n. 

u E vive egli ? ■> domandò Rogìero. 
« Vive ». 
I «Perche dunque no» palesarlo a Manfredi?» 

I « Perchè il tradire 1" innocenza frutta il di- 

I tprezxo de^li uomini, e l' ira di Dio ■>. 
I « Manfredi lo restituirebbe in reale condizione ■. 
I ■ Manfredi lo ucciderebbe prima che se ne sa- 
I fesse parola, per risparmiarsi anche la spesa dei 
I umerali ». 
I "A chiunque voi siate, (rispose con terribile 



IZ4 hk UXTUGUI 

voce Rogicro, ( cbe cosi iiienn che oiicslo fuvrtlale 
del mio re, fafcto solenne prolc-sln cho non ni; tol^ 
Tcndctla In i|upsto Ihpi^o perche non weli' TMlitodi 
armi convpnienli. Nniidijni'nn fino do questo punto 
dichiai'o voi essere mentitore, cavaliere sleale, e 
me pronto a Misilencre con spada, lancia, e puguole, 
n a piedi o a cavallo, a primo transitiì, o a Mtd 
oUranza (1) Ìl re Manfredi di Svi-viu il più virluca» 
si}inorc di tutla la crtatianilè ••. 

« Acci-tlo la sfìda , e sostituìseo tm camphue ». 

« Si avanzi il campione (disse Ro^eiH] iFMDda 
la spada) : chi sarù m»i costui? » 

« Ouanlnnque in cavalleria non sìa lecito do- 
mandare il nome del cavaliere, voglio non pertanto 
soddisfarvi, c^li è il figlio di Enrico, il uepote dì 
Manfredi ». 

« Dov' e egli? 

« In questa stanza ». 

« Io non lo vedo... Sarebbe forse quel rostro 
componilo silenzioso, che si vanta figliuolo di Enrico? ■ 

•■ Non nusce egli da tanfo illustre origine ». 

" Dunque? > disse Rogiero guardandosi atloraOb 

« Dunque siete voi stesso o, 

■ io nepote dell'imperatore Federigo! (gridi 
lutto stupefattu Rogicru, e la spada gli cadeva daHa 
mano tremante] Ma perche... (dopo riprendeva a 
fatica qnasi anelando} ma perchè non jrak-sarmeto 
innanzi? Perché invece di sospettare tanto vilniente 
del re Manfredi, non manifestargli l' esser mìo? il 
tempo ha torse calmato l'odio, ae pure il re b 

(I) Modi cuvallcTCSctii nnticlii, c(|nivalenti ai randerni 
« t*tmo sangue, ulikrao «angue >. V. tamt«s del Duelto. 






ha mai sentito pel suo Tratcllo Eorin), ed c^li mi 
avrcbl>c accollo con quell" amore col qiial« si nc- 
colgono i più cari parenti... > 

« Il tempo consiiinn il cuore che odia , ma 
l'odio... ohi l'odio non cessa neppure col palpito 
del cuore. — Egli scende nei sepolcri, ed agita per- 
fino la polvere dei morti. Ki(li è la sola passione 
immortale concessa ud un' anima costretta dentro 
spoglie mortali. Ma ora non è proposito di odio, si 
tratta di una cruda, fredda e calcolata ambiz-ione ■. 

Benché la mente di Kogiero fosse da gran teilH 
pò assuefatta a veementi comrao7.ioni, pure non potè 
dì tanto sopportare quelle che riferimmo senza che 
la sua le^ta si smarrisse. Gli si affacciarono agli 
occbi dei globi di luce; gli oggetti circostanti |>ar> 
VITO volgerglisì attorno; un indefinibile spossamento 
gr invase la persona, e suo malgrado lo costrinse ad 
ahbandwiarsi. 

L' uomo che gli aveva fin qui favellato stava 
immobile a rigtiardnrln, come se dal suo stalo an- 
goscioso ricavasse argomento di piacere ; ma quegli 
die era rimasto taciturno balzò premuroso dalla 
sedia, lo sostenne cadente , gli fu cortese dì ogni 
soccorso, e quando lo conobbe tornato in sé, con voce 
soffocata gli domandò; 

1 Vi sentile confortato? " 

« Oh! non è nulla, rispose Rogiero, assoluta- 
mente nulla (ed ostentando sictirezza, allontanava 
le braccia di Ini ) : un breve disordine qui nella 
mpdtc... ma ora è tutto passato », 

■ Ei mi rifiuta' » disse con suono, che più che 
» *occ umana rassomigliava al bramilo diunafic- 

a- 



d 



I 



ra, quel silenzioso, e a pnsM lenti ritornava ni suo 
luogo. 

■ Rogiero, nosli-o pensiero, prima dì fuv«lliirTÌ, 
era condiirvi presso vostro pailrc. Vitramcnl* s»- 
rcbbe compassione cclarvi-lu : v^\i è avanzo di Iste 
una vita, che l'ira, e lo fotlia hanno laceralo a 
vicenda; e questo avallilo adesso sta nel dominio 
della morte. Pensale dunque qual fiero spettacolo 
voi dovrete sostenere. — Lo stato di debolezza in 
cui adesso vi scorgo, mi fo grandcracnlf temere 
per la prova olla quale siete chiamato. — l>ehl st 
non volete subirla, sta in voi. La vista di un pa> 
dre moribondo è più angosciosa di quello che un 
onore umano possa sofl'rire «. Tulio questo discorso 
fu fatto dal primo favellatore, il quale ad ogni pe- 
riodo si soffermava, quasi per godere della impres- 
sione dolorosa che faceva nel cuore di Kogiero. 

H Tacete, uomo spietato, riprese questi: sete 
vostre parole sono da voi proferite per gioire del 
mio afTanoo, ia vostra perfidia non è cosa ntorlale; 
se per consolazione di un' anima afllitta , siete il 
meno destro confoptatore di quanti sieno stati «1 
mondo- Tacete, ve ne prego. Por troppo io cono- 
sco che cosa sìa questo I lo era nato per amare, 
e per quanto si fossero moltiplicale al mio guardo 
le cose che si aoiano , esse non avrebbero potuto 
esaurire giammai quell'immenso alTetto che io trassi 
al mio nascimento. E pure io non conobbi padre, 
né madre, né consorte, n^ amiro ni quale indtrti- 
zsre il riesio dell'anima mia. Qnesln fuoco, non 
trovando modo a sviluppnrsi, ha consuintitu il prin- 
cìpio clie d(tvcva nlimcularlo. lira rimasta una sola 



t-i Bcn;tv.vio " fSI 

scintìtin, e questa tieve briliure per mi momento, 
cniiic la meteora <lell.i notte, e inoriic... Mtioia, 
ina brilli. Sento che in questa notte io devo af- 
Tstto nintarmi, SL'nto avvicinarsi un tormento finora 
ìnndito; già mi si abbrìvidiscnno le carni, le vi- 
scere mi si dirompono , e questi non sono che i 
travagli della immof^inazione fioitnnto.... frovìanin 
fin dove )' nomo può patirò, e il dentino [)er5(^giii- 
tare: proviamo che sia la voce ili un padre su 
r anima dei lìglii>, comunque voce di padre mori- 
bondo ■. 

Agitato da profonda passione . mosse contro 
cotesti uomini che ^li stavano davanti , e licnchè 
ticssse, parve ntioBCciarti, dove non lo avessero 
celerameiite condotto all' oggetto del suo desiderio. 
Quei due sì levarono tosto, ed avcnifngli fatto «cnno 
(li rimanere un pocoj s incamminarono alla estre- 
mità della stanza oppusta all' uscio pel quale era 
entralo Ro^iero. Per vili uir dì loro parlava allo 
orscchio tieir altro. 

« Io da qui innanzi, conte di Caserta, amo 
avere la vosti'a approvoxione. Che parvi dunque del 
mio operalo ? » 

« Guarda se la misericordia ui Dio è grande !-.. 
Pare yoi siete pia infame che egli non sìa mise- 
ticordioso •■ 

« E si che le mie parole furono di religione, e 
^ virtù ». 

■ Tanto è vero, dorsi momento in cui Satana 
tìa cosi terribile, come quello in cui si veste da 
santo ». 



I?S 1.4 B4TTAC1U 

u Trop|in grazia » ( i-Ìs|H)6e sùrridenilo il coote 
della Cerva ); e cavala una chiave, schiuse un» 
portici-Ila assicurata da forti sbarre di ferro. Ctò 
fatto vi sporse il capo e chiamò: Gisfredo, Gisfre- 
do ? — Dopo poco tempo comparve una testa , poi 
le Spalle e il petto di un uomo , come quando « 
salisce una scala. Il conte della Cerra f^li si fece 
air orecchio, lo domandò di alcuna cosa, alla quale 
»vendQ ef^ti risposto con un cenno del capo a.fkt' 
mativamente, si volse a Rogicro, e disse : « Potete 
avanzarvi », 

Accorse Rogìero, e, sensa esitare, si cacci* 
giù per una scaletta strettissima. I due conti g]i 
tenevano dietro : Gisfredo lo precedeva facendogli 
lume con una taoteroa, che aveva recata. Egli poi, 
per quanto studio vi ponesse, non potO conoscere 
ne anche chi fosse questo Gisfredo, perché il suo 
volto era, come quello degli altri, ricoperto dì un 
drappo ; ma dall' afferrarlo eh' ei fece alcuna voli» 
air improvviso, come fingendo di cadere, dal suo 
volgersi rattissimo e sospettoso, dallo smarrimeolo 
delle pupille, eh" ei gli osservò attraverso i fori del 
drappo, allorché gli prese la mano, e quasi per 
caso gliela pose su la guardia del suo pugnale, si 
accorse esser costui un uomo di frode, anziché di 
aperta violenza. 



CAPITOLO VI. 



■ • L'ila Ir-rufc 

r->rm II mniutu iwuinli', e b nuniiril 
Drilli). La dui) iIi'|,'1I KvI Inungoliiiti 

"vniliii) la liiRludIili: 1 t-«ilrl l' Iiuaiiu 
t^illlTala eoi (onsuc, e orimi li terr> 
MIT» frutto iiiHi di. 



Li' ordine di questa nostra narrazione vuole, 
er noi si esponga un prospetto dei casi della 
miglia di Svevia, nei secoli deriniosecondo e de- 
moterzo, ha nostra mano si aceosta trcmflndu a 
trgar queste carte, imperciocché i fatti dei fe- 
lci, che vissero in cotesti tempi infelici , sicito 
rìtlì col snnijue ; né occorra patjìna ili storia, ch« 
m gridi un delitto. Chiunque ricusasse prestar 
le a quanto andremo narrando, sappia, che nnn 
[{uirehbe un sano consiglio, avendolo noi raccolto 
I antichi e du moderni storiografi. Per questo 
rè manifesto come 1' uomo solo posto dal caso in 
M società, a' patti della quale non è intervenuto, 
mlora si avvisi scostarsene, rivendicando pnrte 
f diritti pe' quali fu conformato, si tiri addosso 
guerra di tutti ■ suoi simili ; i quali, non per- 
le la sua azione era essenztal menti; una colpa , 
K perché: apporta lon* nocumento, lo condannano 
A' onta e alla morte, a nome di una legge costì- 
lìta dai più torti. Al punto stes.io vedremo le 
■i di proporzionata forza tra loro , da iics- 



430 U BlTTUUk 

suno altra Ic^e costrette, tranne dalla giustizia H 
Dìo, muoversi intere l' una allo rovina ilell'allra; 
la debolf innocente odililarsi ai posteri con nomi 
di scherno, 1' avventurosa c^lpevulc strascinare il 
mondo n fare omaggio al suo splendido deEilto , e 
r uomo, nato per essere scellerato o stolto , nulla 
curando il snnguc fraterno che gli -basita le piante, 
nulla 11! i)SSi\ insqtolte , applaudirla nella ('bbniil 
del cuore con quelle stesso voci che innalza alla 
divinila : »iide la mente del lettore sarà percossa 
itu quella massima, ehe sembra assurda, e pure è 
verìtJk: lo stesso delitto che manda un uomo al 
peliboln, rendere illustri le nazioni nella mcnioria 
de' posteri. 

Vedremo nel girare dei tempi quanto lun^ «a 
la sventura tra noi, e breve la gioia, [leroccliè ri- 
caveremo un' altra dura senlenzu : essere il male 
iioslrn proprio rctaj^gìo, e stoltamente aOìdursi co* 
lui, che ogni speranza di contento ripone in altro 
luogo che in ciclo. Si vedrù dui seno della tiran- 
nide nascere la licenza , e dal seuo della liceou 
nascere la tirannide; e i popoli del continuo trav^ 
aliarsi in traccia di una libertà, che , conseguita , 
non hanno saputo poi mantenere, come quella che 
richiede 1' esercizio di tali virtii. che essi pratica» 
rono. non giò per libera elezione , ma per paura 
d' imminente pericolo ; onde trarremo motivo di te- 
nere per vero il detto di quel filosofo : nessuno 
ente vivere al mondo più codardo Ut lui, che opera 
il bene per la sola paura del male. Finalmente ve- 
dremo lo schifoso spettacolo di «na nazioitc Tinto, 
e pasciuta d' obbrobrio, che solo si dimostra viva 




M lEKKvrNTO 



I3t 




ffin' le vili <iiicrete coiUro i suoi upprcssòrì, ù ptr 
Ile più viliitiviilii- contro cliiutiiiiK' tn U'i lenta con 
opera di mano, o di consij^lio, sor|fcr« dalla melma 
dell' anima sua ; nuKioiii^ nuda di vìrlù prupne. e 
di altrui ; doviziosa de' ^ izj di tnlta la terra; gon- 
fia di or)^o);Iio per una j^Ioria antica, che forma la 
ira più sanf^uinosit di vituperio moderno ; su- 
di tali ^esle, imprese da nomini, die avreb- 
bero rollilo non l'arie, qualora avessero soputo che 
dovevano essere 8r;|oniento di petulanza , anziché 
di rampogna a tanti misernhili, ridicoli, e scelle- 
rati ncpoli. —Ohi diill'alto delle rupi, inutile schermo 
ai fiacchi che non -sanno roulendere ro' petti, dal 
profondo de' mari che li circondnno, dalle foreste, 
dai campi... da tutto il crealo, maladlzione r .<ivcn- 
tara su te. vilissìma schiatta, che non sai vivere, 
né ardisci morire. Possa consumarti il fuoco del ciclo; 
i padri , i figli, e i figli dei tigli, poiché la goccia 
nera del cuore (I) dislilla di generazione in gene- 
razione ne diminuisce per tempo. La pianta della 
iiifamiu sì è abbarbicala intorno l' albero della vila, 
e ne ha guaste le più profonde radici. Gli unni si 
portano la vita, che è lo ìnlonaco del sepolcro, e 
illoM rimane de' trapassati la fuma ; — ma ([ual 
ftnaj Chi più vive è più scellerato , e le colpe 

(I) u tira la nallc, ed io giaceva a cielo ccoporlo Ira 

1 dae collino, allorcliè vidi venirmi innanzi Cabride ili nom- 
• ^agnia di un altro spirilo celeste. I due mortali si curva- 

< rooo sopra di me: V uno mi apri 11 petto, l'altro mi svelse 
' il cuore, lo promÈ Ira lo tiiBni. e fece uscire In nocci» 

< «Q*, ossia il peccalo originalo, e In npo.'^e al «no luogo. 
' fj'iofl a opef aliene non mi iteiip dolore», Coti Mnomedu. 



I.IS LA BJlTTiCLU 

che si porlann alla Tossa stannn in pro|>orriam de> 
gli anni vissuti. 

Di quR dal Reno, tra la Franco»!*, la Bavien 
e 1u vallo dell' Eno, njìnce un paese nominalo Svevb. 
Corre Tania che ne^li unlrrtii lempi Tossi- regno, ou 
successivi Tn linealo ; Tmalincntf ne! secolo scorM 
perde anche ijiicsta prerofSnfivn. l.a cnsa d" Auslrii 
e di Vittenilcr^.1 se ne divisero il suolo : né OM 
s' incontra più prìncipe in Germania clic sssum 
il tiloln di duca di Svevìa. 

Fiei secoli di cui ulibiami) impreso a trotUm 
viveva una feroce ^nerra civile, caj^onata dalk Ta- 
zioni f^iielTn e {lliì Iteli ina. Si riunivnnu i ({uelfi SDlle 
le bandiere dei dticliì di Baviera, stipile delle case 
di Hannover, di Brunswicli, e di Modena; i ^à- 
bellini sì ernno posti a cai» i ducili di Svevia, e 
cosi sì chiomavano do! castello di GìMìnt^. cheiii»- 
Mi duchi possedevano nella diocesi di AuRbiir)^. 

Corrado 111 dì HolienstalTen, siiccrtduto « Lo!*- 
rio HI, dopo un {gloriosissimo reifno di quattordici 
anni, sentendosi nel ^^i>2 soprntìf^'imto dal male di 
morte a Kaniherj^a, chiomati a sk i principali baroni 
dell' impero, consi((!iava, lui morto, «lecessero re 
il suo nepole Federigo, e diceva loro: ■ l' Atm- 
re della patria doversi ad o^ni aBelto privato sd- 
teporre , principnlmenle da colnrn che tn Provvi- 
denza chiama ni re}[|^inienlo dei popoli, e però egli, 
sel>l>enc fornifo di fijili, amare meglio che Tosscm 
con la pace dei fedeli tciteschì privati baroni, che 
Con !u guerra regnanti: Ìl sito nepntc Federi)}», 
come quello che, pel tnntrìmnnio dì Tederigo il Gutr- 
vili ili Srcria con Gindilta ft^lìn di Enrico di Un- 



riera, riunivn il sangue delle due ramiglte tnìrai* 
che, affidargli di pace , non raeuo che di vigoroso 
^verno, perocch' eftli (jucrreg^ianilo in Palestina {i) 
lo avesse sempre veduto al suo fianco far prove di 
prode e valente cavaliere. Questa orazione di Cor- 
rado troviamo presso molti storici celebrata come 
uno pei pochi Taftì che onorano la nostra .specie, 
lìiiardimi Dio dal calunniare la memoria di tanto 
benigno imperatore; ma potè ben anche essere pre- 
videnza di uomo avveduto, che volle fare sembiante 
di donare ()uello, che non era in suo potere impe- 
dire: imperciocché In impero fosse elettivo, ne il suo 
llglidolo presentasse quei vnnln^^i, che sembravano 
derivare dalla elezione di Federigo. 

, Gli elettori deli' impero convenuti a Francforl 
m flcnernle assemhlcti, trovando i voli del defunto 
Corrado conformi ai desiderii loro, elessero re dei 
romani Federigo , dal bel colore d' oro dei suoi 
capelli denominato Barbarossa. 

Quanto poi s' ingannassero intorno alla indole 
mite di Federigo, lo videro nel giorno della sua in- 
coronazionfi a Rntisbonn, dove supplicato a j^ra7.\arc 
certo liarone, auperbamcnte rispose: « per rendere 
Mvera giustizia srcondo le lcj(gi, non i^ià per per- 
donare i C(dpevoli sono stato eletto sovrano ». Al 
plinto sle.sso per non isfiduciare gU cletlori, che tanta 
speranza di pace in lui avevano riposto, dichiarava 
ersi rimettere alla decisione della dieta di Go- 
nza intorno la lite del ducalo di Baviera, altual- 
alc pendente tra lui ed 'Enrico il Lione, duca di 

l| Corrado connbftltò in Pal^siina ad islìgRxiono ài S. 

'lo con l.iiitii VII [|i [-'rancu. 

CcKKH.uxi, Bntl. di HcHiiv. 14 






Sassonia. La dieta ì^i rese sentenza contraria, ed 
et^li parve ncquietarsi, Iìik'IiCi nei siicrc&sivi teii^ii, 
(^npilolojili il (kstro, spogliò Enrico di (>||1dì sao pu»- 
st-ssn, r, dichiaratolo traditore, lo pose al banda 
dello inipern. 

Nessuno imperatore Tu più vafif) dì guerra, pMr 
cupido, pili presuntuoso di Ini, E^ili voleva l" i(i>- 
pero roinnno, (jiial' era snllo Aiijjusto, iTMitiiirc; e^ 
r Armenia, In Siria, 1' Etiopia, I' Egitto, non che 
Italia, PYnncia e Inghilterra sottomettere. Vero è 
però che timto grandiosi concetti finirono in uni 
lunga guerra, all' ultimo per lui st-enturata, in V- 
talia; ed in alcune scorrerie piuttosto da ladrone, 
che da impcrtilore, in Arnicma. 

IQcntre che Pcdurigo dimorava a Coslonza, Al- 
bernando Alamanno e maestro Omobuono, ciltadìni 
lodiijinni, trovandosi colà, a casa, od a consiglio . 
tolte ili mano due croci, siccome correva il costarne 
dei snppliconli, si fecero a visitare Federigo, e pi«> 
tosamentc gli esposero i danni dclln patria turo, ca- 
gionali dall' orgogliosa Milano, la quale, per le con- 
cessioni degli imperatori Ottoni reggendosi fino dal 
950 a libero rcggintento, era salita in tanta gran- 
dezza, che (li ogni costìtii/ione imperiale non curante 
sprezzante, a nuli' altro intendeva, che ad ingran- 
dirsi, sommcttcìiito le circostanti cittft. 

Queste coso, sebbene per nulla conlribiiisgen> 
sopra le determinazioni di Federigo, M'mni dispnslA 
a colare in Italia dal punt) del suo ineor.tii.imento, 
valsero nondimeno a sempre più eccitarlo, vedendo 
di poter trarre profitto dalla divisione delle ciltA 
italiche. Onindi i- che, quasi per teninro gli animi. 





H M U3CVEKI0 131» 

Bntlò SìcIktìo suo segretario a Milano (wr intimare 
K i l^ilit^iaai iw^li antichi dirilli si risturassero. 

per r&ccoglìerf il Fodero, il iUantùmatioo. e la 
orala, (Dnlribiitioni usuali pel passo ilpi^l'iinpera- 
ri consistenti , la prima nelle dcrrnte neccssarìv 

suo mantcnirmiito, o a <)uello det suo seguilo ; 

seconda nella provvisione defili «Iberghi: nel rjat- 
mento lici ponti e delle strade la terta. 

Sicherìa presentatosi al consiglio di Milano 

kte la sua commissione, e mostrò le lettere. I 
Resi in risposta gliele strapporono di mano, e 
sua presenui ingiuriosamente le calpestarono. Si- 
lerio, fuggendo a precipizio, scninpava a mala pena 
villi. I Lodigiani adi'sso, considerando 1' aiuto lon- 
DO, e i Milanesi vicino, spedironn un» ctiiuve di 
a Federigo, perchè sì atTrellnsse. I Milanesi 
rimente, conoscendo di avere mal fatto, uiaiida- 
iDo alt' imperatore una coppa d' oro piena di da- 
ito, la quale non venne accettala. 

Volgeva r Otlolire del Ii5i, allorché Federigo 
n numeroso seguito di baroni, tra i quali era 

Bbile il suo stesso emulo Enrico il Lione, lutti 
|ti di Wllissimc armature, e dì magnifiche otofle, 
K per la vulle dì Trento in Italia. Questa coni- 
gnia, poiché ebbe fatta alcuna dimora .sopra le 
re del lago di Gnrtlu, si condiifse diirlliimente 
li prati di Koncaj^lia, dove pi^r antìcn nnicuotu- 
ne si tenevano le diete nazionali. Qui Federigo 
:collavu con piacere ìnGnito le stumbìevoli atiuse 
Ile ciltà ilaliihe, in ìspecic iguclle cotilru Milano; 
ipn^ooclié partendosi di Germania non ave.'se 
D risoluto se Milano, o Pavia avrehW distrutLo; 



Ì3& LA BtTTlCUA 

e solo in Roncaglia si decideva contro Mttaao. 
conte ([lidia ohe sembrala iluvcri^li [)Ìù lun;iaiiicnti- 
rcsister*. Poneva line al congresso, e ooniundnvi 
ai consoli milanesi Olierlo dell' Orlo e Gt^rnrdo Ni- 
grò, che luì e il suo eserrilo guidassero a ?ìovur«- 
I consoli, du buoni cittadini, tenevano questi invi- 
lenti [)iù clic polcvnno lontani dalln patria loro, e 
per sentieri piultosto malagevoli li conducerBiHh 
riputando doversi in breve tempo fornire il cam- 
mino. Attraversava la fortuna i fjcnerosi disegni : 
le piofi^e dirotte guastarono lanlo le strade, chela 
TCllovaglia cominciò a mancare. Kedei-igo, die 
aveva dato qnella iiicombenM ni Milanesi, onde 
far nascere un appicco per romperla, non 6 Ji 
dirsi se si mostrasse cruccialo per questo aed* 
dente. Cacciava dal suo campo i mÌlanL-si.: lecsiu* 
pa^ne loro mandava a sacco, i ponti sul Tieino 
ardeva, Rosa, Trecate, Galliate e Mummia, nobi- 
lissimi castelli, sovvertiva. Tentarono i Milanesi 
placarlo con preghiere e con doni, nin furono sem- 
pre duramente ribntlutì; dalle quali cose inasprilij 
attribuendo a colpa dei consoli quello che si di- 
partivo dal mal talento di Federigo, insorsero pieni 
d' ira contro di loro, e od Oberlo dell' Orto fcw 
dalle fondamenta rovinarono la casa. La qua! uss 
dimostra far del bene ai tuoi simili, il più <lelle 
volte, essere un delitto che vuoisi con molto dolo- 
rosa pena scontare! 

Federigo, per adempire i desiderii di Guglielmo 
marchese di Monlerralo, muove contro Asti e Chierù 
Trovatele vuote dì abitatori, la prima ahlutlc, la 
ificronda incendia ; poi contro Tnrlnna. Prelesto della 



I DI BKNCTEIrTO 137 

Bii«rra cruuo le itiffìiirii; cuininesse dai Toiluncsi 
tontn> Pavia; cu^tonc vera la lujla con Milano. 
ffr(i|tpa lunga sarrblxr la narrazione, fitinntiinqtic 
bàena di lagriiue, della f^ucrra di estcrminio da loru 
llirepostanmanuart- ili fede vitso Milana Da levante, 
ponente e tramontana duramente asseiliati, si difv- 
[scro; alia vistn dei pniprìi concittudìni prigionieri, 
|d|l tarbaru nemico inipìccnli, non |>ie|I(irono;. jht 
^Bantadue giorni dalle murò i nemici rcs)JÌnserii; 
rie mine fatte alla rocca Rubea, per vi» di con- 
trammiue resero vane: finalmente consumali i cibi, 
e le acque, che andavano ad attingere i'tiorì della 
titU, con pece, zolfo, ed altre iniraoitdeizc dall'as- 
tedinlore guastate, si arreseriK Prometteva Fede- 
rigo lasciarla minila ; avutala, comandava ai Pavesi 
lu distruggessero. I cittadini sotto rigido cielo, in 
rigido stngione andavano pìi^tosamcnte tapinando. Il 
loro venerabile Abate di Bagnolo, mediatore del trat- 
tato, afililto per tanto tradimento, si lasciava mo- 
rire di aOìtnno. 

Federigo, ricevuta la corona reale a Pavia , 
B* indirizza a Roma. Adriano IV, in <pjel tempo 
surrogalo ad Anastngio IV, romìncinva il sua pmiti- 
lìcalo con un atto di rigore: trovando apertamente 
contraria ad ogni suo comando o consiglio lu città 
éi Roma, per le prediche di Arnaldo da Brescia, 
la scomunicavo. I Romani, per liberarsi dallo inter- 
detto, pregarono Arnaldo volesse in (|nalche parte 
allontanarsi. Questi , cedendo ai tempi, si ripara- 
va in Otlriioii . castello dei conlì di Campania. 
4driano lo voleva morto, e dì vero egli non era 
uomo da lasciarsi vivo: dì anima ordente, di ma- 



a 
I 



LA lAttACUA 

"schia eloquenza dotato, nel sembiante, e più mI 
vosltimi, severo, innamorato deiraiilica liberti, che 
i suoi conlL'iiiporanci non sapevano, ne Tolirvano 
conoscere; dojKt avere a scoi lato a Pariftì le lettoni 
del famoso Pietro Ahcliirdu, si delle prima in tn- 
scio, poi in Boma a deelaiiiare contro i costumi 
dei ehìerici. in [|uci tempi infelici pur troppo, t 
con gemilo degli stessi romani poiiteGci trali^nnti; 
predicava gli ecclesiastici non dovessero possedere 
beni terreni, non temporale dominio, non averi» 
rileiiiito S. Pietro e S. Lino, orni proibito espre!> 
sametite Gesù Cristo; le citazioni di Tito Livio 
mesceva con quelle dell'Evangelio; Camniìlb e Sci* 
pione, con S. Pietro e S. Paolo ; sacro, e profano^ 
ugni Cosa a rifascio. Di questo, poco o nulla ìi 
curavano i popoli; ma qunndo, rnpito alla conside- 
razione delle cose future, profetava \rnaldu risoti 
gercbbe dalle rovine il Campidoglio ; risorgerebbero 
il aenno, e 11 valore romano; l'augusto senato, tor* 
rore e riverenza delie nazioni, risorgerebbe, si solle- 
vavano a marnviglioso concita mento, e già scnibran 
loro vedere innalzarsi pel cielo V aquila lemulo 
a) vittorioso suo volo: di Papa, di cardinali, di 
Chiesa non era più proposito; consoli, iribtnii e 
senato occupavano le menti di tutti. A queste rose, 
di per sé sole sulScienlì « condannare Arnaldo, sì 
aggiunsero alcune massime, meno che rette, sol 
mistero delia Trinild, forse attìnte dal suo maestro 
Abelardo, che fu nel 11 IO condannalo nel conci- 
lio di Soissons ad abbruciare di propria man» il 
libro da luì composto intorno questa divina malt'- 
ria. Il coneilio lalerancnse II, tenuto sotto Inno- 



L DI nvncvexTO 139 

Bdiìo II, lo dichiarava eretico, e come scnmii- 
fflntg Io condannnvn Arnaldo si ripara a Costanza, 
perseguita tn da S. BiTnnrdn fugge u Zurigo, dov'eb- 
be per alcun tenipn stanza e vita sicure. — Ma 
I per In esilio di Arnaldo non avevano fine le tiirbolcHM 
rromant'. Innoci;nzio [|, dopo essersi invuno ado- 
peratr) a quiclarlo, ne moriva di alTannn. Lucio 
yjl, restilo debili iiliiti ponlitìcali, mentre vnole sa- 
PHre al i'ain|iÌ(lri^5lio, collo alla tpnipia da un sasso/ 
(flilemiscraiuenle anima /.znto. Eugenio 111 è costret- 
to a fiifiisire. e lascio alla l'covviden^a prendersi 
Cura della Chiesa, polcliè vedo esser vano ogni 
iowh) terreno. Nel pontificato di F.ngenio fu ricliìa- 
WBlO Aruiildd a Roma, dove stette fino ali 155 
Mtnpre vegliando alla grandezza dì un popolo, 
dtflinato dai cieli a non essere più gronde. Adriano 
adesso lo chiedeva a FeJerij^o; questi, clic deside- 
rata essere coronato dal Papa, arresta il barone, 
pruso cui si riparava Arnaldo, e lo costrln^ a 
conwgnarKli quel male arrivato. Cinto da nuinc- 
f»a milizia si incamminava Arnaldo a Roma per 
ntnvere, come un niall'allore , la pena sul luogo del 
■lulilto. S' innalza il rogo, si sottopone la fiamma... 
"esce... jfli av\ampn le vesti... gli abbrucia le 
piante... É don' è il fiopoh che Jntaldo voleva 
far ijrandeì — Il fuoco gli consuma il corpo; i 
*iioi occhi, disperati di umano soccifrso , si nflìs- 
*nna al firmamento: il linnamento non si muove, 
fjliè fatto cadavere... polvere... E dop' é iJ po/wto 
^he Jnialih voleva ffw grande^ — Si ragiina lo 
i^eneri.-, si dispenle al vento: il popolo accorre, urla, 
"■W«Diazxa, e vuole salvarlo. — Oh! come burlevole 



r 



snrestì, unuina ratxa, se tu uon facessi cosi sovcile 
piangere ! 

Federigo, andando a Tìlcrbo, incontra il poa- 
lefice Adriano nei campi dì Sulrì. Ero costume che 
i rei^naoli iocontraiidu il pontefice gli si pi-oslrasie- 
TO. gli baciassero il piede, {{li tenessero la slaOà, 
e la Chinea per lo spazio di nove passi romani gli 
conducessero. Lo Svcvo sdegnando cotesti ceriiuoDÌf, 
si Ta iinlitnmente incontro ad Adriano, che lo n- 
spingf, e )(IÌ nej^ il bacto della pace. I cardinal 
spaventati (ancona a Civita-Castellana: una aperti 
rottura sembrava imminente, allorché Federigo, 
mosso dall' esempio di Lotario II, sì dispone CiK 
a Nepi quello che aveva ricusato a Sutri , e età 
pacificoto col Papa s* incamminano insieme alU 
Volta di Roma. È Fama che Federij^o, nell' eseguire 
queste cerimonie, sbagliasse staflu; la qual cosa e> 
eend<^li ratta osservare da un ramigliarc del Paft. 
rispondesse: eh' e^IJ non aveva mai fatto lo stat 
fiere, volendo con questo mordere la bassa nasciti 
di papa Adriano, come se non fosse maggior glorii 
di piccolo farsi potente, che nato grande mantenersi 
in- graudeua. 

Mentre cosi si avvicinavano a Roma, ecco occor- 
rere a Federigo uun magnifica ambasciala del scihIa 
e del popolo romani, che ammessa alla sua prcsetm 
cosi cominciava: « Gran re, noi, di slranicro àie 
eravate, vi abbiamo sollevato all' onore di essere 
cittadino e principe nostro » : e così continuavano, 
fino ad esporre per patti della sua incorouaziono 
il pagiimentu di cinquemila libbre di oro, e la con- 
cessione al senato di reggersi come meglio gli pia- 




Ul DUEVE.'TO Ul 

'cd('rÌ((o a mala pena conlcneiKlosi, tutto in- 
tt» ne\ volili rispoiiilcvu: « Roma oiuni gran 
£ PonviTtitit in nudo iiomv ; voi nii'utitc-, se 
afliTmorc nie psspfc vostro prìncipe jcr di'- 
ili-IIu vosliM vulutilà: CarloiiiagDO e Ottone vi 
vinto con le anni, ed io sono vostro i-nvraHo 
per legittima possessione.... partite ». 

Gìnnlo imianti Roma si attendò ftiorì delte 
iDuro -. dipoi , per consif^lio del pontefice , mandali 
innan» mille c^ivolicri nd occupare la ciltA leonino, 
e il ponte sotto il cnstt'llo di S. Anfiiolo. andò n S, 
Pietro, dovt dalli: maiù del l'npa rirev^ s«;ttro. spudu 
l'corona, applaudendo l'armoLn. Compitila U cerìmo- 
'iÌB. tornava al rampo. I Komnni. rnf^imalisi al cam- 
pidoglio, risolvono non solfrirc tanto nianireslo di- 
iftvun, as.<ialtano la cillù leonina, e quanti tcde- 
*clii vi trovano uccidono. S' ingaggia nnu terribile 
liiUaijliu duvunli S. jVn^ialo. 1 immuni coiutmllono 
bacamento lino u notte ; allora con la perdita di 
■Dille e dugento uomini sono respinti. 1 Tedeschi 
tirò, non estimandosi sicuri, si riliruno a Tivoli , 
dove Alessandro assolve i soldati, dichiarando: JVon 
men deiitfu versare il saiiriiie per moiiiaipre i 
principi; ma vendetta dei àirìtti dell' iinpeiy}- Fe- 
dfrigo lascia il pontefice a Tivoli, e volte le armi 
contro Spoleli, divenutagli nemica per la prigionia 
'li Guido Guen-a, e pel rifiuto di certo fodvr», lu 
^ncc, la saccheggia e In incendia. Ormai in (jtiusta 
'mprvsu le cose gli andavano a seconda, e di certo 
^i sarchbc ventilo futto di conquistare il regno di 
Sipoli, dove i suoi baroni, che sì erano ohbligoli 
P*r due Biuii , volendo tornarsene a rasa , no» lo 



i 



142 U BATT1GI.U 

avessero costretto a congelarli in Ancona. E|(IÌ poi 
traversando la RomafEiiu eon modciita <:oinpa(|nii . 
alquiinto tempo dopo lì seguitava. Giunto a TeroM, 
pnicliù questa città (godeva il privilvji^io dì non ilarf 
il imsso alle armate imperiali, gli apprestavano uà 
ponte su r Adi^e. Il ponte fu dai Veronesi fabliri* 
calo con questo intendimento, clie quando ^' iai- 
penali fossero in parte passati, col gettare zattere 
cariche di terra nella corrente superiore del bum, 
si rompesse, e, cosi divisi , potessero a^cvidiiiunle 
trucidarti. Ma 1' inganno loraò in capo agli in^an- 
natoi-i: perchè i Tedeschi, duramente iacalzati datb 
gente del contado, passando a precipizio scamparono; 
(jr inseguenti rimasero rotti, ed una parte di qocsU, 
Senza poterli soccorrere, stette sopra una riva, do» 
lente spettatrice dello scempio che si faceva sofHv 
r altra dei suoi inrcUcì compagni- 
Questa é la prima spedizione di Federi^ ìi 
Italia, narrala diligentemente da Ottone FrisingM, 
tìglio di Leopoldo di Austria. Ben altre sui, sebbene 
con maggiore brevità, ne verremo esponendo Intlc 
piene di casi scellerati. Ora 1' ordine della narr»- 
zione ci porta a contare le vicende del ream« di 
Napoli. 

1 Normanni (1] divenuti cristiani , dopo il coih 
qulslo della Neustria, grandemente si dilettarono di 
sanie pelIegrinu7.ioni; e visitata da prima Geruia- 
Iciumc, passavano in Puglia, dove adorati i santuari 
del monte Gargano e del monte Cassino, se ne tor- 
navano in patria. IVcl ^016 cento di questi normanni 

{%) ' Norlli-meo » uomini SeUflnlrlonali.o ScandiMTi. 



M DIMVUTO H\ 

Ho pPT Salerno, aUora |ovenui(o dM duca 

[aituaru Ili, videru (on maraviglia una mnsnada 
SirncÌDÌ sbarcare sul lido, meRere a contribu- 
ine la città, r a$pottundo il Irihtilo, darsi a l>on- 
btt&re Irascu rateimi' ute sul lido: molto più stupì- 
po poi, allorché ì Salernitani, invece di appnreo 
larsi a romballpre, prepararono le eose richiestp, 
ide sentf^ndosi punti di verflo^na ppr loro, uscirono 
Ma città, si gettarono addosso at SnrAcint, e molti 
teidendone, mslrinspro ì rimanenti alla fvjta. Pens!!>i 
iati aeeoglienxe facesse loro Guarnnro. Voleva ad 
^ì costo ritenerti, ma riliutaruno; promellerano 
le ^li avreMiero mandati alcuni compagni, e rio* 
Olente ref^ulati si congedava un. Giunti in patria, 
bellezza di q«e?lo nostro suolo esaltando, ^li ori 
le sete ricevute in dono mostrando, e sopra ogni 
Ira cosa facendo ({usUre le frutta, che seco ave- 
IPO recato, invogliarono gran parte {!) dei concìl- 
lini toro a passare in Puglia. Di (]ui la conquista 
rnianna del regno di Nopoti : vennevi primo Dren- 
ilo c<in poca forlunn ; vennevi con migliore nel 
SS Tancredi di Altavilla coi sunì dodici figliuoli, 
nendoiii ora sotto il comando di un duca . ora 
Ilo quello di un altro vendendo il pr(vi)rìo braccio, 
r r indelioliincnlo di tulli pervennero a lai grado 
Blenda, che pupa Leone l\, timoroso pe' suoi 
|m«DUiai, predicò la Crociata contro di loro. Il 

(11 1 Setleulrionall sono avldiniml dei frulli de! mi>m>- 
>tiic. Si narra clic IrAìsero dal fondo della SL-.nodinavia i 
■unim 8 Costa otiiiopoU, vantando loro il 9ii|)or« dei fichi; 
M^a Iji^a islandese si dice tullavia FjkcivKitMA [desido- 
Jo 4»' fichi ) per ego^nre nrdoiilemenlo una tosa. 



t 



ponteifce, quanlimiiiic sovveniilo da Tedeschi, Greri. 
Campani e Pugliesi, ilisl'aUo alla Imtlaglia di CÌt> 
tella, combattuta il IH giu^o 4053, cadde nelle 
mani di Unfrido braccio di ferro conte di Puglia, 
priinoj^eiiìto di Tancredi di Altavilla. Le molle eop 
tcsle fidnprate dal conte Uiufrido ol pontefice, di 
nemico eh' egli era , ^liel resero lanto beDevnlo e 
amico, che potè indurlo a inveslirlo, a nome di S. 
Pietro, delle presentì e delle Tutiire conquij'te, pro- 
nieltendagli in cambio un censo annuale di olloniill 
once d" oro. Morto Uiifrìdo, succedeva Roberto il 
Guiacardo. Le conquiste di questo eroe ftiroitu lanl*. 
e tanto niaravigliose, che gli antichi cronisti volinti. 
puiltosto che al mio vnlnre, atLrihuirle a miraco- 
lo {\). — La morte lo colse a CeTnlonis nel luglio 
del -1083, allorché si apprestava ad occupare la 
Grecia. Lasciò due figli, Kogiero gran conte di Pu- 
glia, e Itociuondo: questi contesero ilei principato, 
finché la guerra delle crociale aprendo vastissimo 
campo all' ambizione di Boemondu, passò in Si>ri«. 
(love sottomesse e tenne Antiochia. Rogiero, rimasto 
tranqnillo possessore del retagj^io paterno, muore < 
Mei ito nel luglio dei HOI; gli succede Gnglicltno. 
che, morto anch' eglia Salerno nel 1)27 suaia prole, 
lascia tutti i suoi slati a Rogiero II, suo cugina, 
figlio di Kogiero l, il quale, vivendo il (riiiscnnlo. 
aveva conquistalo la Sicilia. Questo Rogiero 11 fu 
ili mano, e più di consiglio valoroso; per concejtsioDC 

(\\ Dicono clie Cristo se gli presentasse denlra iin^ ^ 
resta sullo Io forme Hi un poieio lolibroso, ed ettfodo sirt" 
cari tiiievol mento rnccollo da qnol principe, i^li Av^tv por (■ 
conipcnM In fimìa di essere felice in o^ni sua ìmprnM. 



nt BENKYtNTO tiS 

ell'antipopa .\j)aclctt> llassuusc Coruna reale rp^dn 
I riciipcrn il regno <li qiiu dal Faro sotto Lotario II; 
bcc |irigìonÌcr» papa Innocenzio 11, e lo costrìnse 
1 coarunmrgli la inveslitiirn del rt;gno di Sicilia; 
naliiicnle dopo una lunga e gliiriosfi vita, mori a 
'alermu nel iehhi'iiio di?l 1155, lasciando Giigliel- 
no I, detto il malvaijù), regnante ai tempi del Bar- 
nrossa. 

Full regno di Guglielmo, non tanto per le forie 
!egli esterni nemici, (juanlo per le interne rìvolu* 
tioni, lutto sconvolto. Haione, uomo oscuro di Bari, 
nll a tanta altezza di potere sti 1' animo del re, 
the nessuna cosa, per quanto grande ella fosse, da 
litri fuorché da lui si amininistrnva. La petulanza 
di questo ministro si manifesta dalla domanda ch'ei 
fece ai fruii di monte Cassìnn, ullinchè registrassero 
sopra il Inrn libro dei Deftinti (dove soliimente si 
telavano papi , imperatori, re, ec. ) la morte dei 
tuoi geuilori : « ì monaci, perocché raduluiìone sia 
listo male di tutti ì tempi, scrivevano sul libro: 
Curassa maler lUadii Alagm Jdmtrati Jdmira- 
Utrum obiti FU. K. Juyux. Et Leo pater Jdmirati 
^dmiralorum nhiit fi. l. Sept. — Ora non rima- 
lendoglì più nulla a desiderare, come ministro e 
ide ammiraglio degli ammiragli, sollevi') lo mente 
l^ù alti disegni. Tentò e vinse l'onestà delia rc- 
«. 1 primi gradi delia miliziu al suo fratello, e 
suo figlio concesse. Sìtnone suo nipote crei!> i^ran 
iscalco; mediante il matrimonio di sua figlia 
rò farsi partigiano Mario Bonella cavaliere di 
Ui&sinm seguita nel regno. Ordinò anche pratì- 
con Alcssondn), perchè ad esempio di papa Zac- 
Gt'Er.s.iiì'.i, Unti, ifi Bitncv. 1 1 



116 14 KiTTiaU 

cheria, ctw rimosse Cliilderico dal tro»o di Francia, 
drponrssi; Giiglii'lnio, e lui in sua v«ce costituisse. 
Ak'jsaiiilro, conoscpndo la ninlvngìtà di Maìone, ri- 
buttò il (raltalo. INon per questa si rimosse I' aiu- 
iiiirufìliu, che 3iizì, Ponsìd«raiKlo itomt; fossero di 
grave impedimento n' suoi disp^^ni Rnlit>rto conte di 
Loritello, Simone conte di Piiliciistro . e Robert} 
|irincipc di Ciipiiu, si^^nori ripulutissìiai, e parenti 
del re, si accostò ad Ugone arcivescovo di Palermu. 
nomo anelic egli uvido di dominio, ed accìecatoio 
con iuliuilc promesse, gli seopcrst* i suoi segreti 
pensieri, e lo indusse a giurare, che in ogni fo^ 
luna, per 4|uantu fosse stalo in lui, lo avrebbe so- 
stenuto. liiUinlu il ru Guglielmo stava eliiuSD nel 
Suo putuTizo di Palermo, sospettoso della t^ dio 
eurrcva vuce avi-sseru slrclla n suo danno gì' ìnf 
peratori Federij^n Barbarossa, ed limnnuele Coinno 
m; dubitava della Tede dei suoi baroni; dubitava 
dei suoi parenti ; dì si> medesimo dubitava. Maionc 
conobbe essere ^unto il lempo dì rovinare gli odiali 
nemici, rhe con altrettanto odio lo ricambiavano- 
Cominciò da Roberto di Capua, che in ()ucl torno 
dimorava » Sorrento; da prima lo mostra qiiarttuino 
pericoloso ;Llla pace del re({no; vedendo clic le pa- 
role trovavano Imiero nell'animi) di Guglielmo, lo 
Rceusa di anibÌKÌose niaechinazìoni , finalfnente di 
9(rgri'te intelligence col nemico. Si spediscono genti 
«d aiTcstarlo. Roberto, avvertilo in buon puittoy *Ì 
parie di Puglia . e con molli seguaci ripara neijli 
AbruzEÌ. KiiTiimcvanu i €onlì Simone e. Roberto. 
Maione focr insorgere una rissa tra le milizie co- 
mandate dal Cancelliere Asclctlino. e quelle drl 



conte Simone; descrisse qiid linnulto rome gli par- 
Tc; a^iimse l'sserc il coiitf.- cagione ili quei <lt> 
sturbi, ronj^iurorc ìitsiciue col conte Koherto in prò 
del principe dì Capiia : appose IcIUti;, c messi Talsì 
per modo, tlic il re l'atto nrreslnre Simone, senza 

rrc ascoltnrlo, In conHnnnnvn a perpetiin prii^iorlia. 
Gmvissiinii fu la Ìn<lÌ^'n37.ione ilei popoli per 
cosi gravo ntk-ulalo: c)^|ìimni non potendo pili sop- 
portare la tirannide di Maione, e iti Guglielmo, pro- 
ruppero iti manifcsla rivolta. Si videro a un punto 
la Calabria, la l'uglia, e la Terra di Luvoro ardere 
di crudelissima guerra. II conte Kobcrto vinw: Ta- 
to; sovvenuto da Emanuole ComnenD superò Bari. 
Brindisi ; — tutta la Puglia sossopra- Né iiteglio 
andavano le cose in Terra di Lavoro, che quÌTÌ infu- 
riava il prìncipe di Capua. Nei Piacentini , menu 
Amalfi, Naitnii e Palermo, o^ni altra città era venuta 
in mano di Riccardo dell' Aquila conte di Fondi. Il 
conte di Rupe Canina aveva sottomesso tutto il cou- 
taAo di Alile. 

Guj^lielmo, logorando negliitlosamentc ìa vita 
f nel suo palazzo, tulle queste cose ignorava , clic con 
j moitu avvedutezza gliele nascondeva Maione. Si ma- 
I nifesla Gnalineutc ta rivolta in i'tilernio: allora Uu- 
|gIìelmo, conosciuto il pericolo, si mostra al popolo, 
'ed acquieta il tunmlto: Butera occupala dai ribelli 
[ricu|tiTa. Simone sprigiona, appresta un' annata, o 
{valica il Faro. Maione fu ad un punto maravigliato 
e atterrito da cosi repenliuo nuitamento, e da che 
non gli fu possibile sopire quel subito ardore, stimò 
rae^ki seguirlo. Guglielmo, continuando il suo cam- 
mino, conipe^ia, ed espugna Brindisi, fuga il priii- 



mino, calli 



f4C 1.1 nimcut 

cipe di Copna, dislrufl^e ¥ltrì, prende Ttrant», 

duramente asseiHando Benevento , co9lrin}Se jn^ 

B Adriano IV, prinripnla faiilnrc ili quelle «nmr»)!!», 

" K concedere vanta^iosissime condizioni di pscF. Ij 

baroni ribetli, disperati di poter rcsislcn;, ccn-aa 
B BnUite. I conlt Roderlo, dì Rupe Canina , ed alni 
" riparano in Liomhardia. Riiherlo prìncipe di Caimi 
mentre vuol passar» il Gariglian», tradii» dal t^iii 
Riccardo dell'Aquila, che col secondo Iradimnittf 
fugge la pena del primo e consegue la infainì:> <^i 
«inibedue, e «widolto a Palermo, dove crudelm.ii! 
abixacinato perde la vita. 

Ma il terrore, dove non sin da milìzie peritu-' 
nenlì conservata, non vale a frenare i popoli ri- 
■jKlIanti. Tornato appena Guglielmo a^li ozi! del 
Heostrilo di Palermo, la Tuglia imprende a tuniultiKire' 
Hdì nuovo. I\1ai<inc slìniò bene niiiniinre Mario BoDelIo, 
■ s comporre que' moli. Questi, parte per l'odio 
l^relo che portava all' ammiraglio, il qnnle, yoleih' 
doto ad «((ni costo per gciifro. gli ultraversava ìt 
DOZEC con Clemenza contessa di Catanzaro, da lii 
ardentemente .imala : pnrle pei discorsi di Rogiem 
da Martorauo cavaliere dì molla riputazione, s coa- 
giuró vo' suoi nemici, ed anzi promise loro di uc- 
ciderla Inlanlo Maionc, stimando giunto il Icnijn 
di mandare ad esecuzione le cose concepite, sì con- 
sigliava con l'arcivescovo; sì accordarono su la 
morte del re, su la tutela dei figli dissentirono. U 
pretendeva 1' ammirafilio : Ugone, conoscendo la sua 
perfidia, non voleva concederla : cominciarono scam- 
hievolmenle a d{)U'rsi ; poi vennero ad acci-lie pi- 
role, alla fine partirono nemici. L" arcivescovo e 




M KESCVEICtO Ii9 

iwelenali^. Tornava il BoiitJlo, e assicurnva Maìuue 
essei*» le cose di Piigliu alTult» quìctuU^ : saputa la 
contesa dell' ar(!Ìvesi-avo con rnmmiraglin, si fa a 
Irovnro 1" oreivescovo fjiacfule Jit leUo, dal quale 
intesa la traiiiu di Maione, sempre più si ronfertiia 
nel proponimento di ucciderlo. Oro V ammiraglio, 
Tcdoudu ciic il lossico omminislralo ad Ufionc non 
faceva friiUo, timoroso dell' esito, presone seco uno 
|HÙ violento, andò con lieta faccia a trovarlo: gli 
favella doUrcniente. protesta volergli ritornare ainìcu, 
scapitarne uiuliedue in quella contesa, pensasse a 
sanare, a lui più cbe ad altro stare a cuore la sua 
saluti! ; avergli perciò recalo un suo medican>ento, 
che per certo lo avrebbe tornato da morte a vita. 
L'arcivescovo, conosciuta la perfidia, si scusò con 
arte, e chiomati^ il vescovo di Messìnn, mandò ad 
avvisare il IJoiiello come I' fiiniuìnij^lio si trovasse 
in rasa sua. Maione, ricambiate niolLe. parole di 
amore con Ug'ine, partivu; lu notte era oscura, né 
alcuno del seguito dell' ammiraglio temeva d' insi- 
die ; giunto che Tu alla chiesa di Sant'Agata, il Bo- 
nello. fattoglìsi addosso, gridava: « Sei morto, tra- 
ditore, adultero del mio re ». Parava 1' assalilo Ìl 
primo colpo ; ma dal secondo mùrtsimcnte trafitto 
cadeva. Mentre però l'ammiraglio di morte sangui- 
noM sr^ra la puhblic» strada fmiva , quasi fosse 
eonsiglio di-Ila Provvidenza. 1' arcivescovo da fiere 
convulsioni travagliato, iu meuo ad atroci dolori 
dì viscere spirava 1* anima. 

Il Roiiellu fugge da Palermo. Il re udito il 
casn, senti gravissimo sdegno per la morte del suo 
iavorito, nwllo maggiore la regiua. Alla fine Gu- 



^lielmo, c-onosciiila la perGilia <li Maionr, fra i le* 
fiori del ([iiale Iti IroviUu uni» rnrona rrale, diitmi 
in corti! il Bonello, e lo ritorna in sita graiìi. 
Ma r odio della regina vp((liava conlro di lui , e 
ad un re sospeltnso ó facile cosa pcrsuailere essere 
traditore un potente ed ardito corligiam). 11 Bo- 
nello, Qccorlnsì del leiìipornle, inaccliinci tuta nuovi 
congiura, e vi trae il conte Simone, e Tancredi Ji 
Lecce, parenti del re, lenatì per suo comando a 
]l|iiisn di |irÌgìonìeri con molti .litri principali baroni 
dell' Isola. Ciò fiilto nccorre n Mistretto 8iio ca- 
stello, per provvederlo dì orme, e di vettovaglie ■ 
onde in caso di fortuna contraria gli fosse aperlii 
una vìa di salute. Mentre che qui dimorava, un 
discorso imprudente, da un tal soldato, partecipe 
del negozio, lenulo al suo compagno., costrìnse i 
congiurati a prccipìtavL' gì' indugi. 11 Gavarrettis 
custode del conte Simone e di Tancredi, siMrondo 
il convenuto li toglie di prigione, e cpiestì seguiti 
da molti s,' incammiuaun alle slonze del re. Sedeva 
tranquillamente Guglielmo ragionando con Enrio) 
Arìstippo : alla vista di Simone e di Tancredi , 
$<legnato porche senza suo ordine gli Conipurìsseio 
innan/.i, prese a minacciare, poi a l'uggire ; nu preslo 
raggiunto con le spade nude dal conte dì Lesina < 
e da Roberto Bovense , uomini feroci, dissero di 
levargli la vita, e lo facevano, ma Riccardo Man* 
dra li raltcnne, e provvide alta salvezza del re 
trasportandolo prontamente in prigione. Allora . 
secondo V oidine della congiuro, cavato fuori dd 
palouo Rogiero, primogenito di Gugliclnto. lo fe* 
cero cavalcare per la città, e lo salutarono re. In 



J 



r DI BR.tbvsyra 4Sf 

ifueslo GualLierì Arriiliacono di CeflVilù andava espo- 
nendo i 4i:litti di (iiij^lJL'lmn, e roiifcirlava con la 
I speraitza delle virlù di Knjlifiro: il popolo applau' 
diva '■ Ma il Bonetlo non sì vedeva : senza un ron- 
venii-nle sussidio di annali non si ricova frullo 
dalle congiure ; partiva Tancredi «d alTrclIarlo- 
Ormai erano trapassati tre liiorni , né il Uonello, 
, né Tancredi comparivano. Uumnatdo arcivescovo di 
I Salerno, Roberto arcivescovo di Me^Niiia, 1' eletto 
' di Siracusa, e il vest^ovo di Mezzara, sia perchè 
in questa mutazione avessero perduto^ sin che in 
una nuova sperassero actiuisturc. sì dettero a per- 
suadere ai Paicrniitani spriijionassero il re : lo 
sprijìionarono. 1 congiurali, dalla velocità dei moti 
smarriti e confusi, ahbandonano Palermo. Gugliel- 
mo, Irasciirrendii armato le vie della città, vede 
farglisi incontro Rogicro, amabile ed owenenlu 
fiiovanetto, sua gioia nel tempo passato, ora tutto 
f^iubilantc per la ricuperata libertà del padre: preso 
da profondo dispetto non riconosce in lui il fifilìo, 
mii il nemico, the volle strappargli la corona e la 
vìlt: lo percuote nel pptto; il giovane spira l'ani- 
ma senza mandare tin gemito : lì poptAn applau- 
diva ! Guglielmo , avvedutosi del misfatto, deposta 
U Teste reale, mettendo dolorosi guai, come se 
avesse perduto 1" intelletto, schiuse le porte del 
palazzo , chiunque passava traeva dentro : e mna- 
rantenfe piangendo gli raccontava In stia disav- 
ventura. Fra tanto dolore domestico fu posta ìa 
oblio ugni pubblicii vicenda. 11 Bonvllo un' altra 
volta perdonato, congiuravii mi' altra volta. Richie- 
sto dal re di una si)Ìegnr.ionc intorno alla sua con- 



(SS u otrTtuiJt 

dulia, rispoDiIcva sii|>ort)Ci. Il resi artnnva ; vinti 
i rilielli, parie uccideva, parte bandiva : il BnneUo 
rìnctiiuso in oscurissima prii^ione. poiché ebbe gli 
occhi abbacinati, e i nervi sopra i liiliwni recisi, 
pian^ìendo il duro destino, di vilissinia iiiurlu ter- 
iniiiftva la vita. I rimanenti giorni del re Guglielma 
t'iirono imo alternare di rìliellioni, di ferro e dì 
veleno, he due estorsioni, con le t|liali anttuitinta 
i sudditi, sono più spaventose che credibili. Li 
sua crudeltà Tu tale, rhe non sì sbramasse mk 
pru i nemici fatti cadaveri ; a brani, n brani, sa 
per la pubblica piazza, a vista dì popolo, li facevi 
nipttrrp dai morsi di aRaniati mastini : e iJ pepala 
aiijilfiitAiva] — Nel f IGO, la morte pose fine sili 
sua esistenza che, e per luì e per gli altri , era 
stata un flagolln. 

Molti d^i fatti (|ui esposti succedevano coolent- 
pornneaniente » (jiielli che ora siamo per racco)»- 
tare; ma a noi piacque separarli, si perche possoM 
5tare divisi, sì perchè riuniti rappresentano un i|iia* 
dro molto meglio importante. Torniamo adeiiso a 
parlare di Federigo. Andava quesli forte cruccioao 
contro papa Adriano per la pace conclusa co» 
Guglielmo 1; era il Papa adirato contro l'ederigo 
per r arresto dell' arcivescovo di I/indon. Questi 
semi di mula intelligenza proruppero in manifesti 
discordili, allorché Adriano nmnilul«j{lì sue lellcrfi 
dopo averlo gravemente ammonito, scriveva: « Rsm* 
mentftssc bene ch'egli Icnovo 1' impero come w 
beneficio della Chiesa n ; — la qual parola signilìciH 
feudo. A questo motivo, sebbene di per aè stri» 
sulGcìentc. sì aj^ìunse la notizia che Adriano avei* 



Talto (iiimn^r*. soin-Ji \c pareli del iHilnzio di LoIl-- 
rnno, Lulurio 11 geniifl*-5sn innaiixi Alessandro II, 
tenendo le mani dicIro qncH»! del Pontefice con sotto 
r iscrieionc: 



Rex venìt nule foros-jnrans priiis urbis honores 
osi homo fit Pupue-siiinit quo dante cnronam [I). 



1« qual coSB stava a dimostrare vtvaallaijgio. Fe- 
derigo, insoflerentt; dì tnnlp inj^iiirìe, cala pel Friuli 
un' altra vollu in Kulin, passa su quel dì brcjicia, 
dove pubblica una disciplina per 1' esercito (S), e 
cita i Milanesi. Comparsi li dotnundu. perché abbiano 
riposta Tortona, soltumcssa Loiiiellina, i ponti su 
r Adda e sul Ticino rìrabbricati. I Miliincsi, non 
potendo con le armi, sì difendevano co» le parole: 
<n si ascoltavano, e si ponevano ni bando dell'iin- 
Federigo avanzandosi, è respinto al ponte di 
Cassano, Ladislao re di Boemia valica l' Adda a 
Comaltano; i Milanesi ritirnndnsi abbandonano Ìl 
ponte; i Tedeschi incuUuiidu superano ì cartelli di 
Trer-zo e Mele^nano, e pervenf^uno sul contado di 
Lodi. Olii Tu che Uberto dti Rutena, Mimando con 
on stibilo assalto superare Milano, partiva con mille 

(i; Giunge It re innunii le porle puranda dap|irlniagll 
«mori di Hata». (|ui[i<ll diviene vahììm.ui del Papa, per la 
C«i concessione a.iiume la corona- 
ci) Ls disciplina doli' esercilo. della la pace dm. Prik- 
ti»K, t ilivi*a in vetiln-iualiro articoli ; si legge in Badevico 
Frisi ii^-on , elio foguilB il racconio (li Oltono Fri»ingen, Fm 
la alUc dit|io«!xioni é noiabile la quarta, nella c[un1e s) or- 
'>iil: Cile un soldato liovato del vino possa beversolo libera- 
"Xute.nM gli ò proiliilo di speziare il toso. 



<St LA aiTUCLU 

cavulrcri alla volta dì questa cittò. — Non uno ili 
loro sopravvisse a iccarc la novella della strage 
degli altri. Fcderiflo muove con tutto I' esercita 
contro Milano; considerando difficile 1' assedio, 5t^ 
bilisce il blocco. Divifle in sette corpi i' esercito, 
e li pone a guardia delle sette porte della cìtU. I 
MiUneiii sortono, e rompono il corpo di Corradi 
conte Pulatino ; ma sovvenuto a tempo da LadisIaD 
di Boemin. li ributta con perdita. Invano con iTi'ic" 
vainn: (juaronta milanesi contro un esercito dicenti)- 
mila uomini difesero un arco antico posto inmeu» 
del campo, invano tentarono i cilladinì nuove ^r- 
tite e alcune ne trassero ad avventuroso Bite. Milano 
è costretto a piegare. Guido conte di Blaudiirta, 
mediatore per la pace, conclude il 7 seltembct 
\im un trattalo nel quale sì conveniva, cbe i Mila- 
nesi cedessero le Rcfjalk, 9,000 marchi di argenti! 
e r>00 oslng?;" consegnassero; Federigo all'incontri) 
lo facoltà di governarsi a modo loro concedeva, 
del solo giuramento di fedeltà sì contentava. Ci6 
fatto l'u nuovamente convocata per San Marco un» 
dieta a Roncaglia. V intervenivano Bulgaro t 
Martino, scolari d' Irncrio, rcpulatissiini giurccon* 
suiti invitati da Federigo. Disputarono se l'impe- 
ratore t'osse padrone del mondo. Negò Bulgaro, 
uiri;nnA Martino. Si rocconla che l'orazione di Ma^ 
tino piacesse tanto a Federigo, die sceso da cavallo 
glielo oUVisse in dono, per lo che Bulgaro con un 
hiiliccio latino dicesse ; Jmisi (quum , jjr«pitr 
a&iuum (perdei il cavallo per difendere il gius(o|- 
Bartolo^ quell' ft<]iiila dei giureconsulti antichi e 
uioderni, giunse nei tempi posteriori a qualificai 



m icimeno (SS 

■CO rhiiiiKiiin si fosse avvisnlo sostenere una 
iverSH .sfnlcDZii. La qtinl cosa sta a dimostrare, 
lel Dizionario dei lejjisti, cresta suonare per gewe- 
milà: tonto i vrro the of|nÌ arti! ha ì suoi tcr- 
roini propri!, o comp oggi iliciuiiin ivcnici ! Conse- 
guenza <Ii iiiieslo dieta fu, che Federigo rivendì- 
ctsse le Regalie [1), e sì allribuisse ìl diritto di 
mandare vicari nelle cillà lombarde per governarlo 
6 piacer suo. Malgrado i patti, poco tempo ìnnaniì 
«ncliisi con Milano, non volle eccettuarla dalla deci- 
sione della dieta; mandava un vicario a regfjerla ; 
questi tutto lotto di battiture (ili tornava in breve 
cacriato a vituperio dalla città. Federigo, convocata 
tiiin dieta ad Aiilimaco, iiieltc i Milanesi al bando 
dell'impero. I Milanesi si nniscDiio ai Creniaschi, 
ed Apparecchiano le ditese. L' imperatore assedia 
Crema. Diremo noi la nefanda slraj^c commessa da 
Federigo di quanti prigioni gli venivano in mano? 
Biremo come facesse appendere vivi moltissimi 
ostaggi rremascbi intorno ad una torre pur muo- 
verla sicura contro la città, e come i padri di 

(I) Se ad alcuno piacesse sapere rlie sona questa Ke- 
galio può vederlo net Lib. V dei Feudi , Juvo si dice cbe 
(OnsiHono nello AuM«KDie, Ancakie, Tabancarie, Coupon, Ti> 
U)M ce. Clic Sieno poi qiii>sle Aumamiif. gliel direiino cliia* 
Ilo 1 giureconaulli. Iloaenlhall (Traci. Fevd.) alTerma 
una ccrls gabella di arnionLl; euMIo dopo aggiunge, 
W potrebbero intendere audio per falibriihe d' armi. 
Caìacio (de ftuil.J con la sics^n sicurezi;i s'"''^' P^"" Ar- 
Dindio intendersi gli iiQir.i degli sppsrìlori, o siono iibii'rì, 
de" k-tiflli poBt«riori ei ì> moeso dietro ii questo, 
fecondo Ir svia coscienza. Qui *i cbe (■ cas» 
li osdamaro Dhcite ivsnusn monili.... i. 



T.* IlilTTtCLM 

cotesli infelici, l'ermi di salvare la patria, orlaodo 
disperalamentp, lancinssero sassi, ed armi per res{>in- 
gerla con la morte della propria prole? La tom 
_ fii bene coslrvtla a indietreggiare, ma Inricla di 
y sparse cervella, e dì sangue, — ma maledetta ^r 
generosi parricidi... Diremo come tanti afoni t<H^ 
nassero vani, e comi' fosse tradita, arsa, dislrutti? 
Pio, esponiamo, se non più glorioso, meno bgri* 
mevolc faltu alle anni italiane. Correva il 9 Ap- 

tslo i IGO, aliorcliè Federigo sapendo che 1 MiLtoeiv 
si erano messi in campagna, accorse a guerre^- 
^giarli con Novaresi, Pavesi, Comaschi, ed altri infi- 
niti. La furUma gli fu di tanto cortese che gli venne 
(alto di circondarli : ormai pareva non putesseru 
sfuggire r universale esterminio. 1 Milanesi, nulli 
per questo caso sbigotlilì, divise in due le milizie 
attendono baflaglia. Federigo cominciava un lìirii> 
gissimo assalto; le masnade romana e orientile. 
duramente percosse, piegano e fuggono ; egli l( 
incalza, gingne al earrOLcio, ne uccide di propria 
■ mano i bovi, e rapisce il gonfalone. Intanto per 
B olirà porle lu seconda ala inìlanpse. vinti i nemici. 
B lornavosi al campo. Udita la nuova del carrocci". 
I tutta baldanzosa per 111 fresca vittoria, si preci- 
pila sul vincente Federigo ; i|iiesli lungamente ticn 
_ fermo; aifme, sopraiTatto du inesistibilu impeto, » 
B volge in vergognosa Tnga, lasciando arme, e pri- 
f^oni. 

Se un pari numero di snidali avesse per am- 

|_tie(lue le parti cumbuttulo anche in seguilo, e soio 

stata contesa di valore , Ir prodezza italiiin<^ 

rrebbc certamente prevalsa: inn nel surressiv" 



i 




R- iOO.OOO tedeschi scesi doli* Alpi in soccorsi 
l' iinpiTutorc. In riposcn» in caiidìxionp di scor- 
II MUutKSc. Orribile fu il (fiiasto che caj^io- 
tà a qtianli pnluvii Tjir ]ìriginnieri le ninni 
cidcva; finiiliiienU; dnijii infiniti- ci-udellit turnnva 
ili asscdiuri! Milano. Di 11 u poro le provvisioni'. 
pM cIr' non se m; poli-sscro, o non se ne vok-ssero 
tìimirc, iniincuruno in questn ciltA. Chiesero Ì Mila- 
Beiidi venire ai palli ; rispondeva Fedm'iflo, non vo- 
lerli ricevere die a discrezione. I nnhili si dispo- 
ìinvno piuttostD a morire; la plebe si animiilinù, 
't li coslrinse a cedere. Qui coniincln la pielnsn ro- 
vina di Miliino, (li cui lu detenzione volenlieri e- 
É^^Teinmo , se molle gravissime rose non ri riina- 
en) a raccontare. Fu il dìrocconienta dì Milano 
alo da inani italiane ; né più crndeitnenle avreb> 
ibern l'alto fili slessi niMoiei. Questa era In carilfi della 
Mria nei nostri padri! Né eiò dim per dimostrare 
kbe Boi siamo migliori; ma (tgsÌ non furono meno 
filtrati di noi — iniqui lutti. Ormai il governo 
•li Federigo rttiseivo increscioso olla più parte delle 
tótli lombarde; nessuna poteva sperare di resistere 
*ila^ unite snrelibe stata cosa da tentarsi, e la ten- 
^Wono. Prima Verona ne fece proposta; Padova, 
licpnzo, Treviso acconsentirono seconde; poco do- 
tw Venezia. Federìi^o, cb'cra tornato in Lama^na 
• cacone di una sommossa, viene nuovamente in 
Italia, ma adesso per valle Camonica onde evitare 
|i Veronesi. Seguiva un congresso nel monastero di 
Santo Jacopo in l'ontìda , tra Milano e Berflamo, 
i^Te 0.1 abitanti della Marco di Verona convengono 
Ctu Blantovani, Cremonesi, Bresciani, Bergamaschi, 
kMCU, Ball- ili ISfHn-, • 13 



^^^ueiku 



luR l.it RAOiALU 

Ferraresi e MiluiiRsi, e ({iurano non posorc le (rrni 
finche non aliliiaiio i jiorilitti ilirìiti ricuperati. Ft- 
derido evilando questa iiiipravvisa terapesla ni 
Roma, in parte \a inccnJta, poi iiiimvc per Kapoll 
La p^^le £li diatrii^ge 1' esercito : u ^uìm di fog 
giaeco passu per Lucca, e s' incammina a Pontn 
inMi, (ti <.'iti ^1i uliitati>n ^1t si (ippon^'ino, e iHÌiUf 
ciano arrestarlo : sovvenuto dal niaritiese Mal3S{H0 
giunge a salvarsi in Lauiafl"!*- !'>) i^g^. direnili 
ili ì^iorno in iCiiirno piit loniiidabile, falibriea In 
contado di Pavia, e quello del roiile di Monforte 
nel confluente del Tanaro e della Borniida, sopì 
un terreno limaccioso e arrendevole, unacillfld 
in nuore dì Alessandro poutelìce chìumano Alesai 
drin. Federi)» ollrcinodo sdcffiioso per questi avv 
nìnienli. non polendo venire in persona, mandò p 
reprimere la rìbelliune il suo vicario Cristiano! 
civeseovo di Maienza; questi, dopo alcuni fattici 
si vorrebbero raccontare se avessero (piella spec 
di caru{igio che mostra il ladrone su h pubbli 
via, stringeva d'assedio Ancona, I Vcnexiani, t 
paratisi dalla lega lombarda, si uniscono a Crbll 
no. e i'assullano dal lato del mare. Gli Anon 
talli adesso si uiosinirono veri eredi delle gioì 
passale, e degni fialidi sangue latino: assaliti, t6 
nero fermo: Jissalitori respinsero, In una sorti 
ruppero il nemico con si latto impeto tlie, t'u( 
alla dirotta, lasciò in loro potere una torre j 
questa macchina, quantunque di legno, fortissl! 
e tutta piena di armati che facevano sembianza 
volerla difendere lino all' uUinio san^^uc. Ognui 
dubitava: quel pericolo eerto atterriva lutti; ts p 




pirlf iliceva lascìurla stiiiT. Stiimsra, valorosn )<en- 
lildonna, vergognando dL-lln villi\ loro, senin iiiel- 
]et trmpa trsmmezzo. prtno iin liunne, si scaglia 
i liillo rorsii verso la torre, vi piun^r, vi np|iicra 
il fuoco, né prima si parie che, aiiseitiiUi un altissi- 
m incendio, conosce di li a poco sar& rìdutla in 
ceuFfp. Tiinlo vulorc fu per essere iniluriio a ca- 
(jioiie del dìffUo di vctiovaglie: mancate le cose 
convenienli a cibarsi mnn;iiiirono cuoio, scIiìì'okì ani- 
sitli, e sozzure: lilialmente finirono anche queste 
I Iiijoni, che sono sempre i pochi, diuirssa la fjiccia 
sspcllcino r ultimo momento: i tristi, temici 'Iella 
rilu quanto più meritano lo morte, sì sollevano, 
jcbiamiizzano , e lesta a chi si oppone: di subilo 
urge un vecchio cieco che, ringraziando il cielo 
ftr averlo privato della luce, onde non vedere que- 
sto giorno di avvilimento e d' inlaiiiin, rim[)rovera 
tbi parla di reifl, gli dispera del [M-rdono nemico, 
dimostra loro potersi salvare tn città; resistessero, 
i i|iifsto non avergli riserlmli il Signore, conforto 
ùci miseri, riparatore della sciagura; in Ini coiili- 
<bs«crn, in lui che infrange (I) ì denti al liooe, e 
lojlie il veleno al serpente, l.a piche taceva :Ì più 
prudenti prevalendosi del tempo radunano quanto 
dinaro più possono, ne coricano una harca, che, 
jttìdota da gente esperta eri ardita, possa a salva-' 
liento per le galere veiieKÌane, giunge a Guglielmo 
Mapclieselln, capo dei gtielfi di Ferrara , e lo sol- 
'i^i'ib di oiTrettarst al soccorso. Intanto lu Taine 
<lìveDtava incomportabile in Ancona. L'scivu una 

di Fiaale Dio.... dente» eafulorum Uomm coittrilì 



4C0 u pftmaii 

nohilp donna tlaltn r<isa dj ciTla vicina , dov' 
stata a rìrcrcarr invunn un po' di pnne fier wst» 
tarsi, « potere nndrìrv col http un hambinello che à 
recava in bracci» : citfli era rigoglioso e bello; stivi 
assopito col capo inoDn nenie &ppfi|!^ìato alla 5|alll 
della madre, che con pirtji lo so^gitnrdava. Si ?n- 
j^llcrà (jiitir ìiinocento. m* IrorixA nel sunAftwali- 
nictilo che vaglia a nmlrirlol — I {lassi della maèt 
iiOi>o tardi e nial sicuri : all' riiipi'ovvìso Inciani^it !i 
qualche cosa che le si (wne Ira i piedi... era un sci- 
dato che gìaecva sNnito dalla fame : cHs lo scuot;, t 
gli dice: a Da molli giorni io mangio cuoio bollilo,' 
il latte ò presso a. ninnciire al mio rantolino; diluii 
non pi;rtnnto, e .se nelli; mie poppe trovi di che *^ll^ 
vartì, confortati per In difesa della patria n. Innala 
i pesanti occhi il asoldato, vede la gentildonna, la ytt- 
gogna gli riconduce il vermiglio sul volto, e sostieni 
quel corpo estenualo; sorgt\ si lancia contro i nf- 
mici, alquanti ne riceìde, e cade tralitb) sul campL 

(liiglÌÉlmo Marrbeselln ro* danari di Ancona rt- 
gunula genie n vrtlovajìlie , arriva a Falcognnra, 
quattro miglia distonte dalla città assediata. Si rcr- 
ma, e tjunndn (*■ sopra}!gi«nta la nollc ordina ai sni- 
dati, suspend?iu> uno o più lumi alle lance, e $ifl 
oltre grillando: gli Anconitani rispondono : Cristiani) 
atterrito fugge su le montagne picene, poi pel ib^ 
calo di Spoleti. 1 Veneziani n lor posta si riliranij. 
Ancona k liberata. 

Federigo, nell* Ottobre del 1174, abbandonala 
J>nmagna. per la parte del monti- Ceiiisio. paggìnnjje 
il Huo vicario Cristiano; in passando arde Susi, 
riccnpa Asti , e viene ad assediare AtessAndria. U 



^B DI BCNEVE^tQ 141' 

Htdì questa città meriterebbe una ben liin^a cIl*- 
PPuni' : e' fu un l'atto dì arine da celebrarsi quunt» 
isluiHiue altro antico, o ninderiio; perchè, a tlir vero, 
btieuo fii' Italiani ili que' tempi fossero scellerati, 
ire era lon> più facile Jiioslrarsi maiiiianitni, che 
quei d' o^i mostrarsi non vili. Alessandria, di- 
U da un' aitine di terra male assndntn, ributtando 
imperatore, mostrò nuovamente coiul- Ìl petto di 
lUdini disposti n morire sia il miglior baluardo 
ir la tutela di un popolo. Federigo ricorse al tra- 
menio , niu non ne ricavò altro che 1' infamia, 
impre ributtato, .scioglie dopo quattro mesi 1' as- 
dio, e si ritira a Pavia. Nel nuovo anno 1176, 
lan arcivescovo di Msgdebur|^o, Filippo arcìve- 
di Colonia, e molli altri prelali vendono con 
rojiissimi eserciti pei Crii^ioni, e per Chiavenna 
soccorso di'ir imperatore. IVel 'Ì9 Maggio si com- 
ic la battaglia di Legnano. (Questa terra, posta 
r Olona e il Ticino, luiij^o la via che mena al 
ijio ma^ijiore, occuparono i IVlìlancsi, come quella 
olTre ottime situazioni per la difesa, e per uf- 
ralcre ba non lontane vastissime pianure dove si 
HUtono sipiegare numerose in)IÌ;6Ìe. Federiffo sì al- 
04ò a Cariate, piccolo borgo, lontniin circa un 
nttwi mij^lio da FujEnono, nel quale sorjìevn un an- 
Bw nionuslero fabbricalo dalla rcj^ina Teodolinda 
•li Minto memoria, Comhnllevano co' Milanesi, Bre- 
[Kiani, Piacentini, Novaresi, Lodigiani e Vercellesi ; 
fui Tcdescbi i Comawhì. i Pavesi, e il marchese di 
Miiiiferrato. Sul far del ^ionio 700 cavalieri lom- 
••Jr^i iiwssero contro F«i]erÌgo; questi monda n in- 
OHilriirlì 500 dei suoi; sì comincia la bollartlia : ctuii- 



iSt LA littACU» 

batlcvast rnuii'a mente per ambedue le pflrti. 
Tedeschi erano in (|uel lcm|)0 i migliori cavslitri 
del mondo, r gì' Italiani pieni di ardire per Ih ciiisa 
difesa. NontliinfMio i Tedesclii . per nuovi rinforu. 
sempre crescenti, rumpmo gì* Itnlinni. e gii mellflno 
in f'iigfi. Ora i vitloriosi, invece ili storsi rannoditi 
Bii aspettare le rìtnanerlì forze nemiche, sì dannn 
ad inseguire ì vinti , ed iiicontivite per via nlnmc 
schiere bresciane, quelle piirimenLi pereiiolnno , f 
disperdono. L' imperatore sebbene biasimasse tpiel^ 
1" intempestivo inseguire, volendosi nondimeno pre- 
valere dello s;iomenlo che le prime mosse uveviiun 
gettato nelle file lombarde, earicu col grosso deifuitì 
la compagnia del carroccio; questd al primo inipflft 
scompigliala si piega, quasi fuggendo; Federigo in- 
calza, ed è giù presso ad impadronirsi dtl gonfalo- 
ne. Allora la ronipagnia della morie, composta tì 
900 giovani e nobili cavalieri, tulli legali eòi ^u* 
mento di vincere o morire, che formava lo sehlert 
di riscossa, visto quell'estremo raso, si gett» ila 
cavallo, si prostra, invoca il nome di Dio, dei Santi 
Pietro ed Ambrogio, ripete ad ulta voce il ginn* 
mento, e si precipita nella ruffa. Federigo respinto 
da quella dui-a cnricn, torna all' assalto; iiuovamentf 
ributtalo, si volge ai suoi per inanimirli: ma (|ue!li 
gcornti, esitano, e si perdono, la furia dei rovinum 
iiemi'i gli sfonda, Federigo stesso rovesciato A» M- 
vallo è con perìcolo di vita tratolto nelln fugo. U 
battaglia si converte in miserabile strage di ^entfl 
sbandata. Molti furono i morti sul campo, molti»' 
siinì i sommersi nel Ticino. Ai Gmiaschi, siccdiH 
trudilori, non si dettero ì quartieri, e a mala ptm 




DI BC-IEVC-ITO 103 

Tedeschi. Venne in potere dei Lombarilì il tesoro 
eriale, lo wuiln, il veicsillo, la rmce, e la Istieìa 
'Federigo medesimo; per più f^iorni iHin sì ebbe 
Mova di lui. La imperatrice rìniosla » Como lo 
ipimse per morto, p si vesti a lutto. 

Federigo non [lerlunlo vivea: fntln prij^ioniero 
Bresciani, si traveste da mendico, e ricompare 
Wflvia con 1' onta di una disfatta sni volto. Freme 
tniperbn nel doversi dir vinto ; nin i rasi più po- 
di lui Io eostrin^no a mandare a Kmiin 
inilissiintori per la pace, tanto adesso da Ini leal- 
nifiitc doiniuiduta. quanto poc anzi perlidamente con- 
clusa Con Ezzelino padre del Teroce Ezzelino da Ilo- 
^Do, ed Ansc'liim padre di Biioso da Dnara a nome 
la le^a lombarda. Sì convenne un congresso in 
dognu; poi si mulo in Venezia, a putto che non 
Intervenisse lo imperatore se non a pace lermata. 
(niaistrì noit si accordavano; invece di pai'e si 
Dponevu una tregua di l^ anni pel Papa e pel 
idi Sicilia, di 6 per la lec^a lombarda. Federigo 
QBiida avvicinarsi al hiort" del consfrcsso . e ol- 
ttft stesso, senza nessuna risposta aspettare, la- 
Kìotn Pomposa, villa nel contado di Ravenna, }{inn;^e 
» ChioKza. Parte dei Veneziani tuinnllmindo chiede 
che sia ammessi! in cittrt; il Papa, e i leijali sicì- 
linni sostenjfoiio doversi slare ai patii : accetti la 
^as e h rutificbi, altrimenti si allonlani ; se ai 
(ladini piucessc riceverlo, lo ricevessero ; ma essi 
psflirebbero nel punto stesso, protestando contro la 
"Wnifestu infrazione del diritto delle genti. Alla (ine 
fftlcrijSo per mezzo del conte Enrico Dessnn accetta 
In tregua il 6 luglio H77, Allora mandato a pren- 



1 



444 ■-« e*TT4CUA ^^^1 

iure (1 Cliinzta dal senato veuczìiiDo, fu oa^f 
Sebustiiino Zinnì condotto a jlraude onoreiita xpi 
la piaiza ili Sjin Marco, dove incontrato il paaU 
ficc, secondo quello chn narrano fSli antichi cronijll 
toltasi la jiorpora imperiale dalle spalle I» stvse pi 
terra, e quindi prostratosi ri ciirvi'i in ntto di hacìn 
il piede al papa Alcs-sniidro, die ponendoglielo imo 
sul collo, esclama: Super asiiiilein , et basilMV 
ambulavi ctc. Alle quali parole Federigo rìspOK 
Aim libi *('(( Petra ; — e il papa di nuovo: £gDIU 
vicarius Peiri. Questa istoria . comunque si Tei! 
tuttora con IipIIÌssÌiik- pilture eiii>tiata sti le pan 
della sala j^runde del consiglio dì Vviieila, vii 
repulutii dai niixlerni storìograti una Tavola, sn 
pcrr» che ne nlibìuno espostele ca((iuni, almeno | 
quanto mi sìa riuscito di poter ricercare. Pasaan] 
^li anni della tregua senza che accadesse ratto i 
gno di memoria , e giù si avvicinava il tempo 
riassumere le offese, allorché l'edcri^o , ormai < 
speralo di fiu-e buon frullo in Italiu. •■ indotto (h 
istante del tìiflio Enrico Vita convertire la tref 
in pace durevole, niandi^ al coni^lresso di Placai 
Co^IIgIdio vescovo di Asti. Enrico, Teodoricoi 
Rodolfo per trallnre ì' accordo. Questi cuuvenii 
dei preliminari, e invitarono i deputali delle rep 
bliche lomliarde alla dieta di Costanza. Consen 
il libro della pace di Costanza su la fine del cai 
dell' imperalore Giustiniano rome monumento i 
portantissimo, non pure per avere lunifninL-ntc 
{^olali i diritti delle ((t-nti in Italia, quanto per 
mostrare l' indote del Barbarnssa. Costretto a 
Vuoi far sembianza di donare; e con or^o^ifl 




Tliilirpbbc alla vìUorin. wiici-Jt cose chi; fli^iicim si 
riccrraat «lai vinti. Lii prudenza ilei Loinlinrdi chia- 
raaipnte si iiinnifesta in questa nccasÌDiie, impercioc» 
die, )t>>i;o ciiranilo la petulanza in iili') $lile ain- 
plloso, i^uardnrgnn ni loro intL'res5Ì , e lasciarono 
cb'ei sì stb^asKc. il proemio della pace di Costanza 
lilIfi'Almente volgarizzato dice: >< La biuil^na ed in- 
u linila serciiiU della ìjiipcrinle clemenza etibi; sem- 
I |ire in vostumc di re^^ere i popoli con largheziA 
li di favore, e di grazi» per mijdo, che sebbene dct^ 
« ki, e possa eoii rigida severilà punire i delitti, 
_!, pui'e ama piiitlosto governare l' iniptiro romano 
Lcon la propizia lrunquil)i[ti della pace, e con pie- 
osi iitTetli di misericordia chìnmarc la insolenza 
lei ribelli alla dovuta fede, ed all' ossequii) d! do- 
ila leallft ce. ». Dopo tanto pomposo iuci>mineia- 
Dto l' imperatore cedfi ttitic te rajaliv, i contadi, 
rilti acquistali per prescrizione, quelli di levare 
citi, adbrzare le mura, rendere ijiuslizia; annulla 
Confische dei beni , e le in feii da'si uni in danno 
! città; approva che sollevandosi qualche dÌNputa 
l'Ini e un popolo, il vescovo decida; promette non 
horare tnnlo Inngumente in una cittft da farle 
siu. I Lombardi convengono dì ricorrere ad un 
vicario, o polMtà per 1" appello delle cause 
ri di 25 lire (1); si obhlif^ann n mrrisponilerc del 
0, del mamiomitico, e della ;>»rnru; patteggiano' 
'innovare ogni dieci anni il giuramento di fedellà. 
Cosi, dopo il sagriiìzio di oltre un milione di 
tomlni ili selle diverse imprese, finivano i disej^ni 

(I) La lira milanese ra;gui>^1iava a puca più di lire tei- 
"ni» loscane. 

il* ■ 



anilnxiasi tli Federigo in Il.-iliu. Bla quel sSff^ 
rito non pollava ilitnirc in riposo: nulla ciir< 
gli anni, nrmaì divenuti molti, nulla i disnpi e i 
(lericolì, appenn fiiunstf novi-llii in Decidenti', the 
Snladino aveva presa Gerusalemme > che.', toltala 
crore, con 90,000 combattenti traversil l'Ungherii, 
In Ihil^Inria, la Ort^cla . e ^innta in Sorin, mrntre 
inlpinle n fnni|iiislnrfl le terre sn^gette ni Salndino, 
liafEnandofiì m-l Tinnie Salcf ossìvTero Cidnn, dove 
anche Alessandro sluttc per perdere la vita , mise- 
ramente unnei^avu. Allrì scnsse, che Tu fatto HD- 
negare ; niu la prova del delitto sta in mano & 
colui che piK^ seEiiprv punirlo. Questa è la ere- 
ciata, eli" es[)utìnò Tolcinaitle, nella quale interven- 
nero Filippa il lionùo re di Francia , e Iticcarilo 
Pianlaijcnelo re d' Inghilterra, insieme n mollissinii 
barimi di tutla Cristianità . esposta con tanta » 
picnza di storia dal chiarissimo Giialtici 



CAPITOLO vir. 



• l'ntii^i It cut ili nt^ir.-iii» sMr me lalibll 
1 !■' iinjKTJitor iti Komji fvAeiii^^ 
Kliicht eonciulJl il' ililii» 
I NIlBiiril. clii' ^'e|■ libili (iurLi! 
lairdlo iiuKio 1)11 liaiiiio. 
r. vili' iri.-iiiiì Ilio ri'lniu'o, e I tuoi 
Ti!c|piclil iluiiirn al car i<-alo(ia ulTanno* 
Si[firiiMe»ii ibi TrovaloTf Sordello 
in morti; iJi Scr Blaoaito. 



io 



l'uragano, Ìl fulmine, il terremolo lem- 
segni dello sdegno di Dio; ma piti <tcl 
!o, dpi fulmine, e dell' uragano Ilagelln ter- 
a re SL'ellerato. Qualorn 1' derno Modern- 
I lo condannasse a Itrcvìssiraa vita, pnrreblfc 
fr tener più il paltò che strinse con Noè, 
promise, d' ora Ìd avanti non avrebbe più 
la terra, perchè In schiatla timann ere- 
i perfidia , e il pensiero della sua fan- 
t è mila al male [)]. 
se la vita è breve, Inn^a dura la infamia : 
^ti contenderemo la memoria dei potenti 
t alla dimenticanza; e scenderemo nei se- 
i ne turberemo le ceneri. La corona che 
pi tesela schifosi è un insulto per loro, 
iena per noi. La spada logorala dagli anni 
lor fianco senza taglio, e senza punta; — 



'tntux, ft cogit'ìtio hnmaiii eordis, in malvm 
%t ai ndoltaceiilin: non iijitvr fcrcutiam ani- 
imt, tien. e. s. 




16$ LI ktrtMiUi 

— q(it>l Ih'uccÌo tanto Iri'i'ìbìle non yuò )hù (ictcio- 
(erri... il vprme lo bii tiiilo/ E uoì slrappìan'i 
iiii[iuneinente ni lem|>ì, e alla terra, qucinoiiù. 
i* gli niidriaiiin dì obbrobri» ; e gli trjiiiifliu)Ì«M 
a^lì noni ruluri. Allorché la mia voi:e saré dhnn- 
licata, sorfja una mfnte più calila, che ravvivici 
disprfiiio questa memoria dì delitto, e possa il 
Kcccil» the trascorre consegnarla ni secolo rbe ^a» 
gè, come un deposito che un nnitcn ndida all'amio). 
onde la disperuiìone arda lenta, lenta, » ^occiriiK 
fuocste lo spirito del malvagio, e conosca la morlt 
essergli stntn battesimo di malndìzìone per In vHai^ 
terminabile dell' anima. 

$e ad alcuni) dei nostri lettori si Tosse susci- 
tato «n pensiero di amore per Enrico VII, cbt 
poc'anzi abbiamo veduto sollecitare il padrealla pace, 
sappiti, questi- considerazioni essere siale falle \fft 
luì. nessuno sìa cosi sloltii da credere the un allo 
(gentile derivi necessariamente da un animo gen- 
tile. La pài parie di niii pratica una virtù, perni 
non acquista In una colpa, e commeltc una cotjQ, 
perchè non acquista in nna virtù ; né Io Sfàrìlo 
per questo sì rnnilia In nnllu, ch'egli rimane f 
sempre tristo o maligno, come la natura n la ol» 
c«£Ìone ce lo hanno dato. Se Enrico YIT amò I) 
pace, fu perchp II padre jlli aveva promesso hcsét 
(mmpnfino del potere, né questo sperava conse^irt; 
dove non avesse fine lo guerra. Federigo eonnde- 
rondo che non avrelilie mal otlenulo con le anni 
un dominio in llalia, tentò ottenerlo con le prati- 
che, e fece tenere proposito a Guglielmo 11 di Sa- 
poli, santissimo re, detto il Bmm, se voles&e con 



■ III nrcM^VKSTO rfi9 

cedere III suo 7ia Gnstuiuu, RfiVia ikisUiuiu tli'l re Itni^ie- 
n, nii Enrico suo bf^lin. Guglieiiiio non avendo proli; 
consenle al Iraltnlo. Nel 1 18-1 « l'omo clic seijuisscrn in 
Mìlntioqucrsti siiutisuli (Ij , si-dendo su lu ciilircda dì S. 
l'iclru Lrliuuu 111 ; ed è pur fama, che Enrico ollru i 
diritti sul remilo di Napoli, ricevesse in dote 150 so- 
lfori corichi d' oro, di vusellatiiu di ui-^cnln, vcsLi, 
sciamili, yrisi (forse vaj] ed altre preziose uwsserizii!. 
Di qui a qualche unno morto Giiglielnio il Buono, 
scblipiie il rejjno cadcss(r a Gostuiiza, i Siciliani, 
coiuiiurlaud» gravcmenle la straniera dominazione, 
•^binniarono re Tancredi, ironie di Lecce, e prin- 

[(1 Gii antichi Crfinisli cspongonn li storia divorsom ernie, 
narrane, come Ennco reduce di Soria aodond') ■ ItocnH 
nel M'J6, souo il poniilicato di Celesiino tll.irovò la Cbio- 
(B ia discordia con Tancrodi conto di Lecce , fullu ro di 
Puglia di Sicilin dal volere dei baroni, onrle per loi-fli il 
«gno conveiii-ige col Papa di rapire Gostnnia, Tiglìa dnl ro 
Rogiero, dnl comeiuo di S. Sulvnioro a Piilermp, dov' nrn 
monaca conascralii. e prendersela in moglie. Got^ian;^». ag- 
fiuoBonn, quando sposò l'imperatore «veva circa GOanm, etl 
Udendo di li a poco injjravidota. eicconie nessuno lo crc- 
dorg. Hlliircbò si »en(i vicina u partorire, fece tenderv un 
paJiglniiie au In pÌM/.n di Jo*i, nollii qiial cUli [irnsriilo- 
mcnie n ritrovino, e mondaro nn biiniiii, chnqiial diinna vo- 
lewo, nntla»9B a vederla: comò puro clic in Palermn si mo- 
■trù Kcmpro cai seuo «coperto, onde la gente ne vedesse 
illare il Une. Noli' Jirca di porfido pOGU nel duomo di 
ilQrffio, dentro la q\ialu ripofono lo sue ceneri, fi luggo 
una {trilione conforme a tulle quelle cose che abbiamo liu 
qui riferiln. 11 Mugoos nel Teatro delle famiglie siciliane nar- 
ra il modo tenuto per rapirla, e rammenia i nomi di coloro 
cbe conduKficfo quota impresa: nondimeno aiuioderui seni- 
tari È piaciuto nairore divccssmento l'avvoiiiurfi, come ab- 
liiatno «f^poUo. 



^1 



1 



170 U BATTlOUi 

cipc Ji Tftranto, lìfllin illfji^ittimo di RojSiero docJ 
di Puglia. Enrico VII, disposto a voler rictipersrt 
i suoi diritti, implora il soccorso doi Pisani- e dri 
Genovesi, proiiiellendo loro aiiiplissinii prinl^i, si 
avanza dal lato diCepperano, ed occupa tutta Tem 
dì Lavoro lino a Napoli, il quale tiene renilo (kt 
Tancredi, Una terribile epidemia distrugge 1* estr- 
cito tedesco, che. eostretlo ad abbandonare il regni 
fug^e a Genova. Riccardo conte di Acerra ri 
pera Terra di Lavoro. La imperatrice Gostan: 
che posando su la fede dei Salernilanì si rimi)*' 
a Salerno, è dai cittadini consegnata a Tancredi. 
Questi, conieucmo di cuore niagnanirao, la rimonda 
ad Enrico senza riseallo; dulia qnal corlesia, l'oihC 
l'osse in seguito ricompensalo, vedremo tra jioct^ 
Rogiero primogenito di Tancredi, sua consolaiìcnc 
e conforto, dopo avere condolto a moglie In'Hf, 
figlia d'Isacco .\ngelo imperatore di Co.«i!antinopo!i, 
moriva. Tancredi soprappreso da acerbissima doiilifl 
io seguitava nel sepolcro, lasciando Sibilla moglie; 
Guglielmo, Albinia e Mandonia figli suoi. En 
VII, saputa la morie del valoroso principe, e 
mina celerissimo contro il regno, e per qw 
volta gli viene fatto di conquistarlo. La regina i\\ 
■in ripara co' figli nel caslello di Calalalicllola, 
<[ue' tempi stimato insuperabile. Enrico le fa 
porre dì uscire, e nella conlea di Lecce, pnffl» 
signoria del suu nwrito, restituirla. Accetta la svei 
Itiratii: di li a poco, ceco come Enrico ademp 
i polli promessi: Gu;iliclmo fece abhiiciiiarfe 
vare dei geniluli, sì die presto se ne moriv^i; Sii 
Ha, Albinia e Mandonia mandò in carcere nei Gri* 



.Hi< «•■ I 



^^P^p DI DnnrNTo l7f 

^■TOra si nianifestava il suo ferow t;ilpnto : 
^ft premiere tutti coloro che avevano )iarle}i^ialo 
Iper Tancredi, ordinò cbe sul capo loro si ponessero 
Inrone dì ferro iiiltuKate, e con tliiotli roventi vi 
d conficcassero. Riccardo conte di Acerra . co- 
pulo in suo potere , fu strascinolo a cndii di 
cavillili, poi appiccntn pei plrdi; né mal, finché 
vijsf qiipl criidrle. consentì che si riniovessc dal 
putilmb. Margarito {grande ammiraglio ebbe f(M occhi 
ilivclli, i jjenilali recisi- Ai Genovesi e ai Pisani 

tsnio Ifl cose promesse non mantenne, ma hen 
e della lor buona lede sclicrnl. Poi, come se 
pire contro i vivi Tosse poco, volse il suorurore 
mi morti. Fatti diseppellire icnda\en dìTan- 
cudì e di Roj|Ìcro, strappò loro con rulihia la corona 
'Mie dal capo. Le sue cnidellfi e rapine di tanto 
*i oanientamiui, che il Papa j(li spedi im l>e){alo 
per l'arie cessare ; efi\\ poi non pure non le ce.s- 
nva, ma anzi le accrel)l)e; e, con infinilo dolore 
^ei Pak'riiiitaiii, tulli i tesori dei defunti re. i 
''ssi (l'oro, e di argento, le tavole, le lellicre dello 
stesso metallo^ i panni tessuti di seta, dì porpora, 
^ di oro con infinite altre preziosìlù mandi'j in 
Germania. In questo lo arrivava la mano della 
roorli!; fatto odioso ai sudditi, ed alla sua stessa 
iioglie Gostanza, si narra che, per veleno da lei 
"Wdesinia propinatogli, morisse in Messina il 28 
™lcnibre 1197. Rimasta Gostanza assoluta regina 
"•andò deputali al pontefice, uiHnclió consentisse, 
'■is it cfliiuvcre dell' imperatore si sotterrasse ìu 
aeralo, e la investitura del regno al suo figliuolo 
f'ederitìo concedesse. Rispose Ci-leslino. la sepoltura 




1 



17! Lt BikTItCtIt 

in sacrato ad Enrico no» concederebN-, st i>riiiiJi 
non si sifdUisfucessc a Kiccardo Plantaijeiuii} iti 
denaro cslnvto, allorché ramingo pei suoi dominìì 
lo avc%'o tiiiito vilmente iniprìf^ioitato: la ìmegliliin 
a Fi'dcrigo nun ricuserebbe dove pa^sse mille n^B^ 
dii di argento (J) ai cardinali. Volendo Goslara 
Bdfiiipirn la priiuii condizioiK;. e riputando clws»- 
rebbe stato un l'are JOjjiuria alla memoria del dcfuolu 
marito restituire direttamente il danaro a Riccarda, 
come cosa rubata, si avvisò, clie col dare nU'A- 
bate cisterceuse trecento marchi di artjenlo, l'iif- 
Tare sarebbe enni|iosto; ma 1' abbate ricusò, dicenilu. 
non potere oflrire su 1' altare di Cristo aline oWa- 
zioni che quelle monde di of^ni nequizia luuanS' 
Finalmente sì trovò modo di far .seppellire Enrico 
dentrn im'arca di porfido nel duomo di PaleroWi 
dove nltualniente aspetta il f^iudiz-io di DÌO. ftf 
la seconda coudiiioue tutto fu in breve dccoidd- 
d«to, e Federigo ricevè la investitura del regna 
Cosi ridotte in buono stato le cose del re^no, DU- 
riva Gostanza il 25 ^iovembre 1 198 lasciando con 
poco retto consiglio Innocenzio 111, crealo pontefice 
in queir onno medesimo, tutore del figlio Federigo, 
assegnatoteli, perchè non ricusasse, 1' annuale pen- 
sione di 50,000 lari (2). 

Noi non islarcrao a narrare come odoprWf 
Innocenzio la sua qualità di padre pel pupilla ff" 
derigo, por togliergli una gran parte dei feudi dr 
nati do Knrico VII ni suoi cavalieri, protestando 

{*] li marco, secondo il Davanzali, vblcva ecadi G5 *" 

noto. 
(S] Il uri ainallìlano vakta grana 13, 



ni CENEviarto 173 

formare parte delle donazioni di Carloms^aio e della 
contessa IVlulelda: iiou cuiiii: dofin unn rotta di Miir- 
eovnldn tt^desco. che pretendeva sottomettere la Si- 
cilia, supponesse un lestaiiientn di Enrico VII, nel 
quale, tra le ullie disposizioni, si ordinava al li^to 
JPederi|2o riconoscesse il reame d«lla Chiesa, ed alla 
Chiesi!, lui morto senza figli, rirndp.sse.: non come, 
incapace a difendere il rejino dai tedeschi, cliia- 
niasse con poca prudenza Gualtieri di ilrenna, ma- 
nto di Albinia, fif^lìa Hi Tancreilt liberala dalla peì- 
l^onr di Kiirico, il quale avrebbe certamente spo- 
gliala del refìn» il i^iovanctto Foderi{{o. se ima 
irre mediali k- piaga , ricevuta in un l'otto d' arme 
^^lo Saino contro Ìl conte Diopoldo, non 0ì avesse 
^^ts la vita; né pure narreremo come l'ilippo, zio 
di Federigo, invece di sostenere le parti del nipote 
in Gernianin, se ne facesse ineoronare imperatore 
a Magoi)/.a , mentre un altro partito coronava Ot- 
tone, duca di Aquilania, in A(|uis^rana : no» come 
Filippo, aiutato do Filippo re di Francia, fn^tfosse 
Ottone da Colonia, sovvenuto da Riccardo re d'In- 
gbillerra, « come di li a poco assassinato dal si- 
^nor<>- di Witellaspach , al quale tradiva la pro- 
messa di dargli in moglie ^ua lifflia, lasciasse Ot- 
tone iiocitico (assessore dell' impero: solo raceon- 
terenio che il papa, di cui continuo dÌsef{no era 
impedire la riunione del rcitno di Napoli a^li Slati 
dei^r imper.iluri germanici , consenti , in danno di 
Federigo, col trattalo di Spira, a coronare Oilone 
in Roma. Scendeva ijncsti per la volle di Trento 
in Italia, assumeva la corona reale a Milano, In 
imperlale a Roma ; ma ffiunto al sommo della sua 






ITI LA UTTUtU 

ditìnitA, sfoprenijosi avverso al pmtpficr. nc}SÒ op- 
ilcrp il pairìiiionio della conlessa Mattlda, e sì n\« 
alla conquista ddlii Sicilia. Innocenzin, non avenia 
ariiit, nJoperó le scomuniche, e lauto erano ttli 
mezzi potenti a quei teni[H, che gli arcivescmi ti 
Ma^nnzn, di Treverì. e Turinjtìo, il re dì Boemia, 
il dura di Baviera, con molli allri baroni dril'im- 
pero, di siibiln ribellnlisi strinsero Irjttt con Filip- 
po AujtiiMo ranlro Ollonr, e riuniti u B.inibrrf^ 
lo dichinniruno decaduto dall' impero, e Federigo in 
suo lu«((o siirrof^arono. Ottone , ublmndonftto o^ 
disegno in Italia . lorna velocissimo in Lam,ijn3. 
Veramente Innneenzio non avrebbe voluto che Fp- 
derif^o si mtisrolassf nelle coso dell' impero; ma 
adesso non fili si presentnva persona migliore per 
opporln ad Uttoni? , e nelle cose di questo monda 
lene spesso non si fa come si vuole, ma come si 
può; certo poi questo fu caso unico di vedere i 
Ghibellini prendere le parli della Chiesa, e farle con- 
tro i Giielti. 

Intanto Federigo lasciato ^apoli si perla s 
Genova, poi ad Aquìsgrana, dove Io confermarlo 
re dei Romani. In questo Ottone, muovendo contro 
Filippo Auf[usto di Francia , pervenne al ponte ii 
BoHvine, Ira Lilla e Toiiruay, dove il 27 Luglio ISj-t 
toccò In memorabile rotta, per la quale disperando 
di più risprjiere si ritirò a\ castello di Harìiurgo ■ 
pìanjlere le sue colpe, e logorare tra le penilenxc l> 
viUi. Innocenziu percosso da ^ruvisMuia malattia si 
moriva : fu ejlli uomo di molla dottrina , delle cose 
ledali intendente profondo, cupido di re^no. Il $w 
pDnliBcato va famoso pel fundamenlo che dette alla 



I DI BEHEVEMIO t75 

Inquisizione; imperciocché sebbenn il trihunnlc del 
Sftnin Oflicio, propria mente drlto, coininei sollo In- 
nocpn/io IV, pure fu Innorrnzìo IH clic commise 
t S. Domenico di Gu7.iiian predicasse conlm gli Al- 
■|jde3i, e con Of^ni sfnrzn .si inj^eflnaRse n ilislriij2|ìi>rlì. 
V Erano gli Alt>igcsi unii setta di Mnnirhei fiiif- 
Jiti ilali' AsJa perle persecuzioni de((r imperatori 
Greci , e ricovrati in UniJusdocQ presso il conte 
Raimfindo ili Tolosfi : si chiamarono anche con di- 
Tersa denominazione Paterini, da Poti (soffrire), 
^U dìstin^ui'rli dai myrlirì dt'Iln Chiesa rattolicn. 
Hnsislevn r cresiii loro ne! credere l'csislenM di 
Hfe principii. r uno buono. 1' nitro tristo. Attribui- 
Ubo ni primo Ìl TestninciUo nuovo, ni secondo Ìl 
^Bvhio: nejiavano la discesa corporale del Salva- 
He su la terra; credevano gli uomini anjsìoli dc- 
Hiuli, che dovevano tornare tin giorno alla ^l<>- 
W antica; righettavano le ìndul|!cn7,c, ìl purjiulo- 
™, p i miracoli, non meno che I« Irammtanxn- 
sìiip, il culto delht VL-rgine, In dannazione dei fan- 
''"lli morti senza bnltcsiino. S. Domenico, per con- 
^ijlio del pontefice, recatosi alla Gnllia Jinrbone.se, 
'uwilii contro essi una Crociata, concedendo quelle 
"Wilesime ìndulgen7.e che solevano darsi n coloro 
^fw passarono a combattere in Terra Santa. 

San Domenico, sovvenuto dal conte Simone da 
Monforlf, scorre ì contadi di Tolo-sa . Albi. Car- 
•^ussnoa, ed incendia (leziers; (inalmcntc. seguendo 
" Suo cammino , rade in potere degli Atbì^esi , i 
Inaligli domandano sp lemn In morte: « Io temere 
'" morie! ( rispondfVii Sun Domenico) io leinere la 
morte per la fede , per la (Jloi-la dì Cristo , e della 



L 



176 U UTTACLU 

Santa Chiesa ronums? ^UI) mi uccìdete a tnt 
vi pre^, ma a poco a poco mutilate ciusdì 
dei miei membri, e mostrateli ai iiitet occhi, 
s^lrappate anclie questi, e lasciate eoisi il mio 
Ìd mille parti pianto, Molarsi dentru il suo sa 
finché ^uiii^a il puulo di'llu morte », Gli Albigesl< 
losciaroiio in libertà. 

Iniiucciizio Don poiit mai ollenere da Fedi 
die decretasse la pena di morte coiitru quL-sti. cil 
tri eretici, siccome Amuldisti, Gazariec. — Onorio 
suo successore \alsc però ad uUeiicrIa. come si ril^ 
va dalla costituzione tlac edtciali conservata nelt> 
dice Giustiiitaiieo. A noi duole non poter più s lun^ 
seguitare la storia degli All>Ì^si. ehp il nostro sc^ 
{{etto ci preme, onde nuli' altro possiamo fare di !«► 
glio, clic rimandare il letture all'opera che l'irln» 
dese Matliurin con tanta (m-za d' immagÌDazioue W 
composto intorno le loro vicende. 

Onorio III. conrormandosi in tutto alla politica 
d' Innocciizio, c-'iilava a conceilere la corona imperiale 
a Federigo; noitdiioeno costretta poneva per eoo- 
dmoni, die il regno delle Sicilie al suo figliuolo 
Enrico cedesse, la coulea di Fondi alla Chiesa re- 
stituisse, egli a militare in l'alestioa trapassasse. 
Federigo prometteva tutto, perché a promettere nm 
si scapita nulla; ma ricevuta In corona imperiale, 
se ne andò in Pujilia, dove, vinti i coutr di Aquila, 
di Caserta, Tricacìco, e Sanseverino, aequìelù il re- 
gno, vi promosse le arti e le lettere, institui uni- 
versità; e multe altre cose si per la pace, sì per 
la guerra lodevoli condusse a buun (ine. ti pupa 
che non voleva venire ad un'aperta rottura con Fede- 



ri^, f ti' allromle lo U'ti»!va vicino, si avvisò, per 
mandarlo in Palcslìna, di dnrjfli in isposa Yale. fi- 
glia di Giovanni di Rrifinna , ercdf dvl re^no di 
Crrusiilcmmc. L' iniperalorc , die poco Icmpo in- 
ntnzi aveva perduta Ir prima inot^lie Gostanza di 
ATragnna, tolse ben volentieri Yole , che fancìnlla 
le^iidriwiima era; ed ripprestato imo flotta s'in- 
cammini!! col IiBn[iravio di Tiiriii^jia alla conquista 
di CeruNAlemme Tolto Setleml>re 1^27, — Oiiahin- 
'liif però ne fosse la causa . di II n pochi giorni 
^Ltlle le poto . tornasi in Caliibria , prorogando la 
impresa all' amin venturo. 

Era morto il prudente Onorio, rd in sno luo- 
p sedeva Gre^orii) IX dei oonli di Sl^na, siccome 
Innnrenzio HI , il quale fcrtt- sdegnatti del rilomo 
di federico, senza né pure citarlo, lo scomunicò 
lei Scltenibre di cjucir anno inedesìnin 1227. Fé* 
ivriffi, per nicnlo sbigottito, appella da questa sen- 
Icntn ni concilio, ordina continuarsi nei suol stati 
?li uffici divini, lascia al (ioverno del regno il suo 
Woccpo Giovanni Brienna. e si rpcfi a Toleniaide. 
Witti manda legali al papa, oflìnehè si placasse; 
inejii rispose, insli^ando il Brienna a ribellatali 
'I rejfno. Federigo, t'aita In pace to! Soldano, toma 
'1 Hfllia, vince il Brienna e il suo esercito, distinto 
'"I nome di ChiaDeaiijvato da quello dì Federi^, 
'l'I' 8i chiamavo Crvcextgnalo. 11 papa i- costrcHo 
' ricomunicarlo. 

Le citlù lombarde erano gìft decadute do quelle 
"*lù clic le avevano unìle nella gloriosa lego contro 
■ Rarbarossa. Cornine io rono le contese cittadine tra 
""fcili e iwpolo, aprendo così la via al primo am- 



in 



LA BATItlUM 



Iiìkìoso ch(! vMc occu|)(irIo. Già fino d* ora \tìm 
ciUutliiii reggevonn In pulm loro a modo <1Ì lim- 
ili, siccome i Signori da Ramano, da Cuiuiiiinn, ib 
Eslc, da Doara, e Pt'luvicino : iri lircvc la stcìsn Mi- 
luiiD vedremo cadiTU soLlo il dominio dei Signori 
della Torre. Iniprcvidcnli però del pericolo virm 
temevnno il lontano, undi- i di'pnlolì dì BologUi 
Piarenia, Milano, e dì altre rnjjjtuurdevoli ciUà, «ìir 
({imnrono ndla cliìrsa di sati Zutioiit: dì AIusìo sa qild 
di ManlovQ, e quivi slubilìroiio la seconda Lego lum- 
barda per 13 anni. Intarlo Knrico, soUectlalu, coiuR 
por^e i« lama , dal Papa e dai Ijoiiiliardi, si ribel- 
lava a silo padre. Come iiuesta virenda avesse £iif 
vedemmo al Capilido V. Ormai Federigo, non ^ 
tendi) pili coinporlaro il inanil'eKto disprezio, cbci 
Milanesi facevano della sua autorità, dichitriì \on 
la (liierra. La iiiìniila descrizione delle cose partii))- 
lari dì (jueslo impresa vorrebbe altra est««8Ìone Ji 
(juella propostami nel presente capitolo: nnrrerti 
fatti principali sollaiito^ e da prima la hatla^^li^^ 
Corteuuova , nella qoale eliiicrn i Milanesi tinailo- 
lorosa sconfitta. Tornava ncll' Agosto 1237 Fede- 
rigo di Lamagna, condiiroiido seco 2,000 cavullw 
tedeschi: giunto che fu a Verona occorse in IO,©!)" 
Saraceni, ed aggiuntili al suo esercito entrò sid con- 
tado di Brescia. I Milanesi con la genie dellj If^» 
si posero subito in cannnino, e andaronu ad incoD' 
trarlo sull'Oglìo. Bellissima era la :tituazione pre»s> 
per modo che Federigo, non volendo assaltarli f' 
tantn suo manifesto svanlaggio, s' ingegna di inrttà 
ffuori, valicando il fiume a Montecorvo, e S|Mirg«i»J 
la fama di andarjiene a svernare a Cremona, f^ 



■^ DI lIKKVVEITD 179 

Hmu Jdl^ajCanno ({li nvvcrsarìi, ch«, sliii)aii<lo )k>- 
WtoléggiBrmente (luDiii.-fi^iai'*- per quella cuiirusioiiL- 
chc iiii-na scmi»re seco una rìlirata . si dcttom od 
tucguirln. Pfrvciiiili a C'jrlcniiuvn, invece «li fu(J- 
|enle, Irovarunu T esercito imperiale schierali) in 
online (li liattai^lia : di tornare indietro nun era piti 
tmipit; e" ili inr;slieri coinlm Ucre. Ma ilifiurdinati , 
eccome avviene a chi insegue Iroppu iiibiile della 
vlltnriu, mu slnnclii dal Inivuffliosu cammino, Turoiio 
«Hmllntì, e dispersi. Solu la compuituta della morte 
Itnne Cenui) all' urto dellu cavalleria tedesca, e con , 
valore iniidilo n-ssi: Gni> a m>llL', difendundu il car- 
TOCcio, uè si ritrasse priiiiu di averlo spagliato di 
itjni suo ornamento. Più del jlionin fu siinrt"'H'isa 
lo niitte, iinperciocclie i l'nggiasclii nnn potendo sal- 
Viirji pel contado creiiiasco, rimontarono 1' Ogiio , 
t si ilispersero per quello di Berj^aino: molli rifiniti 
•tal disagio caddero morii per vio; molli per quei 
Cfnlieri puluilosi, o tentando tragelture il fiume, si 
^iiiner^eru : moltissimi dal Bertfanj ascili sollevali 
•Mnlro di loro furono uccìsi. Tra per la liultafflia, 
^ per lu fuf^a, mcjylio di 5,000 uomini perii-ono; 
irebbero morti lutti . se Paiiano dellu Torre, si- 
gnore di Valsiissiiia, non jijli avesse rnccolli, e qnc- 
^ fu il prinripio dei della Torre in Milano. Pietro 
''«polo. Idilli del doge di Venezia, podestà, impri- 
jionato da Federigo è do lui indegnuinenle fallo de- 
'ipilarc in Pui^lia, su la torre di Tranì posta lungo 
U rlra del mare, afiinché la flotta veneziana, che 
PN- quelli; spingiiic vrleggiuva , lo poteSin: vedere. 
Seguiva l'assedio di Brescia, nel quale sì rinnuova- 
'""o tutte le barbarie adoperale dal Barburossa nel- 



ISO LL nAirjicui 

lo assedio i]i Crema ; ms Federi)^ non ptìlé supc* 
rarlfl, * ^\\ ronvennc rìtirflrsi a Cremona siniza am 
nulla «rqutslalo. I Veneiìani , tntli sdegoosi dclb 
morte del Tiepolo. prespro partr alla iiega, il fapi 
Grpf^win non solo si univa contro Fedendo , tu 
ben antlic lo scomunicava. AlInrB non si conobbe 
piti freno ; intese rinipcratore a sollrvorr fM Stali 
del pnpa , il papa a sollevare ([uelli di-lT imperatort- 
Federì^o pi'rò pih potente in armi, meillio ÌsItvìIiì 
nell' arte di lusinj^are le passioni, superali ^li osla- 
coli, va a Roma. I Romani gli si dimostrano fato- 
revoli, il ponlelice è ormai disperalo. Mcntr* t^ 
tnltn dolente stava ad aspettare (ili ultimi danni, ^i 
sorf^e in mente un pensiero, dal <ii)i>le nacque li 
sua salvezKa ; si voI)te al Valicano, to)^lie le leste & 
S. Pietro e di San Paolo, le porla in processione per 
tulta la città . rimettendo a quei Snntì In cura é 
difenderla : se ne cojnnio5sero i Romani, di nemici 
die gli erano sì convertirono subito in caldi difen- 
sori, e presa la croce, si dettero a combattere Fe- 
drrifSo, i) qwnle sc^ltbene facesse tra crudelissimi lor^ 
menti morire quanti cntcesiAnati gì' capitavano io 
mano, pure non potè superali* Roma, e sdt^nosi)^ 
f avvilito, si ridusse nei suoi dominii di Puglia. 

Gregorio pnpn, rimesso della presente paura» 
volge lu mente a rose maj^j^iorì; convoca fvr l'aDM 
seguente un concilio a San Giovanni Lalerano . e 
manda lettere circolari a tutti i vescovi della Crì- 
stiunilà, aflìnrhc- intervenissero. Federigo adesso te- 
mendo che il suo credilo non si diminuisse ìu Lonv- 
l»ardÌH, vi tornò con buono esercito, e dopo di avere 
ad avventuroso fine condotto alcune imprese, «ssedia 



H m BEKtVCNTO tSI 

nenia. Qui fu rhe mancai ^ti i danari messe in 
corso motielc ili ctiuiu , lu quali in sl>|1uì1o . con 
rni'o cseiiipto ili fede, riscosse pc\ prczzu di un a- 
goslani l'uita, sensa ii|i|)(ii'tai'e il minimo scapilo 
ai piissessorì. Guglit;liiio Llbhriachi. nniitii raggilo dei 
Cciiovfsi, imbarcava i prelalì francesi riunitisi in 
Wza air nggelto di portarsi al cimcili». l't-deriga 
Bndu toslo il figlio En/.» colla flotta siciliana per 
Bfc;iarNÌ a quella dei Pisani, capitanata du Uiiolind 
Bumcchei-iui dei Sisiuondi, e muoversi contro )u 
Genovese. S' incontravano il o Ma{!^i(> I2'ÌI le due 
innale neiniclie tra il Gìglio , e la l\lelr>ri(i . e ne 
«ifiiiva una fiera battaglia, nella quale ì Genovesi 
(urnnu (lisfatli, ed i-hliero -19 galere prese, e o cae- 
cinli' u l'ondo. 1 prelati si mandarono nelle prigioni 
a Foglia dove si racconlo che fossero legali con 
«trae di argento. Kicclnssima acquistarono In preda: 
* la fonia racconta che t Pisani, e i Siciliani si 
^videssLTO a mot^jiiu il danaro. Come se poi questa 
'n^iiirid l'osse poca, tanlo si .iditperó l'ederiso. che 
ftcv Hliellare alla Chiesa Giovanni Colonna cardinale 
^i Sonta Prassede, il quale condusse seco nella ri- 
bolla i castelli (li Colonna, Lagosla, Palestina, Mon- 
''f:ello, e più altri. Gregorio IX, pronl'ondomente an- 
justiuto ncir animo, non potendo più comportiiro 
io acerbo dolore, moriva. Ora non 6 ria dirsi n 
mi punto si sollevasse la superbia dell imperatore. 
" Collegio dei cardinali di 6 soli individui si com- 
[""leva. Celestino IV nominalo pontefice visse H8 
^rni ; dopo lui la Chiesa stette per ben due anni 
'Scurite. InsolTribili erano, ed obbrobriose le minae- 
*'. e le villanie che adoperava Federij^n contro il 
Gl'uhu^i, Ball, di Beiiev. 13 



^al 



IHÌ u iiiTri«U4 

r»iisfs-<io (lei porporali: odasi im po' con quali p- 
rolc li salutasse : « A voi figli di Uelial, a voi fi^i 
a dì ^rein. a VOI ^^rf^e di perdizione indirinoti 
<t jKirola , a voi ri^ipevnlì di n^ni umano scoDVot 
u gimeiilo, pii^trn di scandalo di tutto 1' Universo >. 
Jiè undA iiutllo rh« la percos-tc il inmtato ({35tt|ìo: 
nel 2-1 Giugno del l'il^ ('Ir^^^rvano papa SiiiibaMn 
del Kiesco, cardinale di San Lorenzo in Lucina, col 
noni« i' Innoceniio IV. Ap|>en-i Federigo Io seppe, 
che volto ai stioi cnrtij^ani àìase loro: a Dì questi 
elexione noi abbiamo disavanzato assai, iniperriiK> 
che cDSltii che i'i fti amico cardinale ci sarà opniicn 
pontcDce ». Volendo però se fosse stato possibile 
iiell' antica amicìzia conllnunre. mandai suoi Ifjfali 
ad Inoocenzio pi^r prnporfili il inatrininnio di un» 
sua nipote con Corrado tiglio dell' imperatore, porche 
dal priiteidilere i l»nibar<li desistesse, ed il Le^lo 
che coiitt'U ili lui prediciiva la Oncint.1 ricbiainasse. 
Si coadusKro queste praticli« ora più, ora nuM 
lentamente finn al i!^'i4, nel quale anno, quan^ 
sembrava che fossero vicini a concludere, Innoces- 
2Ìo, nvTcrtilo che i Frnn;(ipani trattnvano di rendere 
a Feileri^i» le IWrtezze rhe tenevano ni colosseo, s 
traveste dii solJato, fugjie da Homo, s'imbarca a 
Sulri, e ripara in Genova sua patria. Se Pederig» 
congiurava contro il Papn, (]UC5li dal canto suo noa 
se tir stava. Diccsi. the fosse scoperta in quell'ann" 
slesso 'ina cospinirinne ordita dai frali minori wn- 
Iro la vita dell' imperatore, e die In più parte dì 
lon) ne avessero le inani tagliati-, e la lesta recisi. 
U Papa , disposto di procedere affatto nemico 
nxili'o di Federi^, convora un concilio a Lione per 




B1 ltE^rv<^t(l I8S 

la feslft di San Giovanni. Ni-l 28 Giugno del I2i5, 
ne fu li'nuin lu [tvima sessione nel convcnlo di Son 
Giusto, DSsislendovi liO vescovi. Cominciò Innn- 
cenib esponviido i muli dello Cliici^a ; lu Russia , 
It Polonia, e parte della Unfflieriu ilui Tartari de- 
TislBte, Gerusalemme presa dai Carlsinienì, CosCan- 
tlnopnli dai Vataci inìnncciala: tnltì questi mali at- 
trìhiisce a Federìflo: di spergiuro, di eni[iietfi e di 
eruia.lo accusa. Tad(I<;u da Suessa, l^ei^ato inijie- 
riale, vedendo ìl cancelliere Piero delle Vi^ne non 
levarsi a difendere il suo signore, sorge arditoiiionle, 
wusn Federijjo, e Io dimostra prontissimo a coni- ' 
Mtere contro i^l'inredcli. Innoceuzìo chiede sicurtà. 
Tuddro nomina i re di Francia e d' InfihiUerra: ti 
P)ipa li ricusa, Nella seconda sessione 'i'oddeii con 
apprcalola oronione difende Federij^u, ijualilìca per 
pirte del suo signore menzuj^nero ìl vescovo di Ca- 
tania, che ripeteva le accuse del pontefice . ed on- 
"wiiia the 1" imperatore è per cuuipariii^ dì per sé 
•lesso al concilio. Il Papa vuole pronunziare la seu- 
'cnzii; gli amhasciatori inj^lese e francesi? lo eoslrin- 
("ici a concedere le prnroiJhe per 12 fiiorni. Tad- 
■Im tentali gli animi dei cardinali, e trovatili tulli 
prevenuti in favore d' Innncenzio, avvisa Federigo, 
*llR sì era uian7.ato fino a Torino, che non sì af-' 
"lichi di andare più oltre: essere la causa sua og- 
S'nmi terminuta. Sortfeva il giorno -17 dì Ln^lio, e 
'"' giorno si apriva la terza sessione, Sì "presen- 
'"^fl Taddeo protestando incompleto Ìl numero dei 
*McfivÌ, e pereió dove fosse pronunziala la senten- 
'"• IÌdo di allora frapjuiuevn opiietUi a più completo 
**lci!io. Ciò nondimeno rilmttale Innoccnzìo le prò- 



4S4 LA DArrucut ^^^| 

teste, pronunzia la sentenza coplro Federigo em: 
inhknk vassalln drlla Chiesa , viiilnlorc ilei polli 
giurati, sacrilego, eretico, e finalmente chiuden 
coti : « r4<)Ì dunque che sebbene indegni li-niann 
luort» del nostro Signore Gesù Cristo, Pioì, tuì fu- 
rono volte le panile di San Pietro Apostolo, IritW 
gufilo che avrete- legalo sop-a la terra sarà iegatn 
in cielo. ^t)ì, coi rardtnali nostri Trott'lli, e il M 
ero sinodn deli tieni mnm. essersi questo principe rcSf 
Ìnde)ino dell' impero, degli onori, e delle dignitti 
Dio pei suoi inisrslli Io rc'ipin^e, né soflre cKéi 
dico più imperalore. Noi miinifcsliaino olla genlC' 
siccome è legato dai suoi peccati, respinto do Die 
privalo dal Signore di ogni dìgnitfi, e di qnesle CM 
anche con In presente sentenza lo priviam» : qudl 
che gli sono lenuli per giuramento scioglinino, ani 
per nostra nutorilà di più oltre obliedirgli vietioim 
non pure come iiil imper;ilùre, ma henanche in qui 
lunque modo preti^ndesse obbedienza, e I' unalmi 
nostro fino dì adesso decretiamo contro loro che ì 
qnulunque modo, e sotto qualunque prelesto lu SOI 
venissero ce. ». 

Pronuiiiciala la sentenza, ì cardinali rovesci! 
rono le candele, the tenevano accese, in alto di e» 
trazione : Taddeo da Suesso fuggi dal concilio, pc 
ciiolendosi il petto, ed esclamando : s Giorno i'ìl 
V quello! giorno di sventura e di sangue! d Gìinij 
la novella a Federigo, che furiosamente levatosi i 
pie gridi! : u Chi è questo papa che mi ha ribu. 
lato dal suo sinodo ? Chi è colui che vuole In 
cure la mia corona su la mio lesta ì Chi è oot 
elle Io può? Dove Simo i miei giwelli? Presto 



! PrestOr* 



^^^ ni KEXEVrMrt IBS 

Falerni ì miei gioielli ». Glifi! R-caviiiiu ; «pt-rts iiim 
tossctla, dove teneva diverse corone, ne tolse tatù 
t se III pose in copn dicendo: Oh! ella non è per 
tDcIie perduta; né Papa, né sinodo me 1' hnnnu 
telta, né me In terranno setiza che sangue ne 
colli n. 

,*- Dopo questa sentenzn Feilcrt^'o non «lihe più 
un'ora dì Wne. Innon^niìo spedi lettere circolari 
per ribellari^li In Sicilin : tentò farlo morire per 
ooa confluirà ordita dai lìi^li del f;ran itiiistmere 
Moro, dai San Severino, p dai Fasnnelln : anitiitn 
a vuoto ni>n si rimase, e istìfiò Pirro delle Vlj^np, 
rimaste) trascinsto in corte dopo il concilio, ad ani- 
niinistrar^li il veleno, Giaceva Federigo le^;lerineiilc 
smmulnto, allorché Piero si dispose all' opera di 
lierfidia ; Tettasi allu camera dove era riniporutore. 
Il) conrortó a liere cerio lifjuore eonipostti da un 
lito medico, e f|li alTermava, che ne sarebbe tosto 
jOBrito. Federigo di tulio gifli consapevole assentiva: 
S'Utilo che vide il medico, si volse a Piero e gli 
•"sse: « Piero, e (jueslit la bevanda ctie l'amico 
porge all' amico otiimulato ? » Poi con aspetto feroce 
wdinuva al medico gli desse la laxza : questi pau- 
fwi) (iella vita Unge dì sdrucciolare, cade, e la ro- 
vescia per terra: poco gli giova il consiglio, lo 
"parso liquore hi verificato per veleno, ond' egli 
" ebbe la testa mozza. Piero poi, privato degli oe- 
™ii e rinchiuso in un monaslero, dà del capo nel 
"•tipo, e miseromenle finisce i suoi giorni. 

Fcrterijio, considerando sollevarglisi ollorno tanti 
^lii, timoroso di sé , chiedeva la pace. San Ltiirfi 
' U regina Bianca inlcrccdevono. Innoeei;)iio prr 

la- 




1 



qiipsln volla non rk'U&); ma per oomlìzioni (jipact 
(trdinnva , ohe riiii|>ei'u di Gvniuinia cAna-dcue 9 
Corrado; il re^ di Napoli ad Enrico, fntrtnili' 
suoi Bjili; ed C(lli si recasse a Geriisalcmiiif. B»- 
Ire che qiicsli; cose si volgi'vano, giunse 1s dowUi 
in corte della riiicllione di l'arma. Federigo, nw» 
ofliii altra l'uru da pnrle. intese co» tiitt't l' Rninio 
rìcti[iererla. l-'ll' era una iniporlantissima cìllA per 
lui, perchè apriva coninnicsziom' con Verona, Gff- 
mania, e t}i Stali di Kz^cHìno dn Romano, potenlt 
capo dei {jjiìhfllini in I^MnlHirdia. Accoi'Su con ufloi 
sno sforzo, la cinffe di soldati, procura che sirno 
itili^eiitfinentc ilunrdali' le %ie onde nessuni w« 
potesse entrure, od uscire; |wi ionnleato un ceppo 
sopra un monticeli» poca dislunte dalla ciltjt, qiiiti 
ordina che giornalmente a visla de^li assediati sicn» 
"recise le leste dì quattro ciUudini parmigiani. 

Sebbene (essendola storia dei fl|^IÌ di Adamo,» 
vcn)(a neoessnrìaincntc, e con infinito nostro dolon 
« raccontare una scric dì delìlli. a Dio non pi«6" 
eia, che per noi sieno treliitr le poiché azioni dH 
possono tarli onorali. 1 Pavesi , che noi vedeiunv 
costanti, ostinali odiatori dei guelfi, non sostennero 
tanto scempili, e nutiiicurono all' imperatore, fi" 
cessassi; , altramente si purtìrebbero, imperciocdtf 
essi erano ventiti a Far da soldati, non ijt& da caT' 
nelìci. 

L' imperatore, i|uasi per anticipare quello d" 
aveva in mente di esp^iuirc, ordinò chp si l'nbbf 
casse una cillù. allii quale pose n!>mc A iHorin, pC' 
trasportarvi, quando che fosse, la fienle di ParB" 
espn^Iniiln, ed intanto disegnava dì prendervi i i)(ia<' 



DI RF.MVF.nO 



)JI7 



neri dn inverno. Cornava ii ;:iflmo diciottesiinn di 
'rbbraio 1248, allurcliè i Puriiti^iuni, avendo soputo 
sltt Federigo si era allontanato con assui gnite per 
lìacciart' col falconn, si disposero a U'nlurc una di- 
Kpei'HU surtila. Nun fu por qucsla volLu la fortuna 
conlrnria ai (generosi. GÌ' imperiali assaliti all' int- 
pmiviso, dopo lefl^iera resistenza si danno allo fuga, 
D^ si'iiue ima strage inlinita. Taddeo da Suessa, e 
il marchese Lancia caddero morti sul campo, len- 
tfindo ritenere i ruf^iiilìvì ; un inestimabile tesorn 
adde in potere dei vincitori, e la stessa corona iiii- 
pcriale: Federi^ ritornava adesso tutto umile ad 

pU-are l;i pace con Innocenzio, oifrendo passare 
in lorrn santa: non si ascoltava. Allora vide ijiicllo 
che doveva considerare innanzi, cioè, che lino a 
Innln che ei fosse stato perdente, il pupa non si 
crebbe pietraio n meno severi consìfjli. Si volse 
dnnqae in Toscana , ed inasprito pei recenti disa- 
stri, ne usci 'iitto sanguinoso di nefandi omicìdii. 
Sttperato il costello dì Capraia, dov' crono riparati 

IO parte di };uellì, tutti fece annegiirc ; al solo 
'fingane Buoiidelniontì per odioso privilegio [esti- 
ma fargli favore} ordinò che si strappassero gli 
Wchi, e si gettasse nelle prij^ioni di Puglia. Ma 
pni che di ogni misfatto dovesse ininiediatamentc 
pugiire la peiin, pocu tempo dopo ii suo figlio Knzo 
'uiiihaltcndo a Fossalln contro i Bolognesi 111 vinto 
6 Taito prigioniero; né mai in segnilo per prego, 
^ Iter minaccia , dal Connine di Bologna Insciali» 
Pirliri>, e realiuenle Iratliilo, visse 22 anni in quella 
^Ui. Federigo, tentato itn nuovo motivo per la pa- 
^ e nuovamente respìnto, se ne andò in Puglia 



488 LA unuiuk 

a macchinare nuove imprese, ed a preparan 
allorché la morte lo giunse a Ferentiao il i3 
cembre Ì250. Innocenzio cosi anounzìava al n 
do la sua morte : « Si rallegrino i cieli , esuli 
terra, che il fulmine, di cui Dio da gran tei 
ci minacciara, si è convertito con la morte di 
uomo in freschi seffiri, ed in lìmpide rugiade 




Se il faslidio dì colui che hn percorso queste 

è stalo la nietù di ([uello che ho ovulo io 

ompiiarle , non dubito punto, che il sopra- 

epigrafe dovesse essere rnn maggiore con- 
ni» colloc'ulo innanzi il capitolo settimo. Però, 
fatto .sta come ho drttii. faccio ()tii solenne 
ita, tiIGni'hè i veriii citati si abbiano ad nijni 

1 di ragione ( per dirla co* legali ) come sn- 
;i ut luu)to mi;nzional». Se questo e|ii^rai'e poi 
> DO valevole u scus<trmi , Ì0 per vtto Jire 
fedo ra{l,ÌOflC del contrario ; perchè se giovò 
rtoeto, come non dovrebbe j(Ìovare anche a 
Alcuno forse opporrà , eh* egli vi si trovò co- 
dalla cronaca di Turpino, e probabilmenle 
tbe rigettati que' raccouti, laddove fosse dipeso 

sua volontà. Ma ogni uomo, per quanto sia 
Ito a lc^<;r poco, conosce, che la Inion'anima 
arcivescovo Turpino aveva altro in testa rhe 
re novelle, e che quell' umore bizzarro del- 
osto gli attribuiva di giorno cii'i che sognava 
ille. £ di vero se cosi non fosse stato, come 
inenzQ del cardinale Ippolito da Esle dopo aver 

il divino Poema lo avrebbe interrogato dicen- J 

m J 



190 "'^ ' «ATTACLt* 

do, Messcr liodnvico,* da dove ovete cavalo ttnl^ 
fratcherie ? Onnionda che svelò n un punln il 
beli' ingegni) drl eardìnole, e fu la sniii ricoiiijKiiM 
che messer Lodovico pìcevpsse dalla iniitiiGa'ilis* 
sima, e li bersi issi mn casa tl't^ste. Ma qnund'uiiciie 
queste ragioni non mi ((iovossero , non si CKdt 
mica ch'in nnn ne iililtia in pronto itinlle alln. ! 
tutte (Iravissinie. Coirei jillegnre per la prima quelli 
che parnii, ed è la prineipale di o^ni nltra, — Il 
piacere mio ; poi per la seconda, ohe la [iremit 
generazione ha 1' anima assetato di tulli inie'lii'ri 
che si dislìngnono col nome di File, e di Slarit. 
Won ho detto subito Storie, perchè in of^gi non t 
il libro che fa il titolo, ma il titolo il libro; esbH 
ria ormai non sappiamo più cosa ella sia. m|n' 
zia di (itic lanli volumi di latti riravali aH'imiw»-, 
zata da opere ollramontaue , e oltramarine , tm 
connessi, male esposti , e pejljiio narrati : voiiiBdl 
che la stessa ifinoranza guastano, facendola Ìnf>'< 
pace di moi'più istruirsi, e itresimUiosa di alcuna 
cognizioni disordinate. Bencdelt» sta sempre ijiii'H* 
nudil.'i della nu'ntp che cerca, e può uccomiumcnl' 
imparare ; maledetta 1' ignoranza presuntuosa, e cM 
la fomenta. — Ai tempi di Hlìsaliclta regina d' lif 
ghillerra costumavano le dame agjlìrarsi per le fi*^ 



J 



con un (unito strascico di seta ; oggigiurno \e li"' 
me vanno in processione pel mondo coti uno sinH 
scico sperticalo A' ignoranza : ojini tempo b è"1 
suoi andazzi! Elisabetta con ima le^ge «ufilitariA' 
ridusse ^li strascichi di seta a due sole bra«Ha>j 
ma l' ignoranza .si ride delle leg^i , e dei Icgól*^ 
tori, fl salta quanto vuol saltare, e urla 



) quul4 



»l RUEtEM» (SI 

'«ole urtare, che non v' è prigione che la tenga, 
lè birro che la leghi. Con fori ia nuoci dunque con la 
iferanza che questa sin la soln pinga con In quale 
l Dio piace di toccare l'Uolia; coniorliamoci, dico, 
che anche qunflifiù un mar rtissn[l) nspclti il bru- 
lichio di?lle caimlltUe tellfrttrie, che si nvventano 
Hill buona messe, e fanno duro gnvernn dei nostri 
Campi l'ctrUmati; conl'ortinuioci cUc 1' acre di questo 
Ciein relirc, lanlo benigno alle imprese gentili, sia 
nortirero alle piante parniiile, che ci minnccìano. 
Ai vecchi . chi- ptT esser fondo del secolo passato 
Vanii!) tulli scliilosi di posatura, e camminano curvi 
40II0 le slnltrizc del nuovo, le ignortinzi' dell' on- 
llcti, e le presunzioni di ambedue i secoli, ormai 
ininaccìii la malattia, o, più giovevole , la morie. 
Sa non liiUÌ tra i vecchi così, e dei giovani quasi 
trjsuno : castissimi nell'animo, di quel senso che 
ti Mililiuia alle immagini del bello dotati , amano 
iluliliiire una gara di grandezza, e di gloria; amano 
t»rcitarsi nelle lodevoli imprese, e mantenere \a- 
l*tb il sacro deposito del sapere, che i nostri grandi 
'vi ci hanno tramandato. Onore 1 onore at magna- 
Dinii che vìvono nelle visioni della ìuimorlslÌt&: il 
fudco della scienza è rome quello di Vesta, scarso. 
Oh eterno, e conservato da inani pudiche. 

« Ordiniamo che Corrado eletto re dei Romani, 
•Tede del regno di Genisalemme, rliletlissimo fi^liuol 
llSlro, ci succeda nell' impero, ed in qualunque 
>ltro dominio in qualsivoglia modo acquistato, por- 
fi^ Peci! flore venlnm «fi Occidente vehementitsi- 
*•• tic. arreptitta ioeuslain projeeìt in mare ruòrum. 
m e. la. 



ticulnrmenle nel regno ili Sirtlb. A lui, morloanJ 
Ejtli. vogliamo succeda Enrico fl^jliuol nostro, fiu 
queslo, morto pur« seozt fij^li, succed* Maafrttfl 
noslro figliuolo. Dintumnilo il oieutovato Comlr] 
iu Lama^na, od in altro hiogo fuori del itìa>.\ 
Munfredi faccia le sue veci in Italia, e S])ecialiiitiik| 
in Sicilia, dumlogli pieui^siina potcsIA di fare tillli| 
quei provvedimenti clic ]>aln?ium<> far noi, okbi| 
ronccdcrc lem', cukIcIIÌ. feudi, dignilt), pareiiltli| 
ec. ec., meno ^li antichi demmtii del re^nOk ti] 
abbiano Corrado ed Enrico, o credi loro, le fo»' 
che ovrfi fatte per rate, e confermale, liei», o» 
cediamo e vonrennìnmo al sopraddetto ÌManfr^dì 3 
principato dì Taranto, di Porto Rosito fitto sili 
sorgente de! fiume Hrandaiio, non meno che le tt»- 
tee di Montrscuglioso, Tricarìco e Gravina. le<iMN 
da Kari si estendono fino a Piilinui-o, e dn Palinut' 
fino a Porto Rosilo. Gli concediamo inoltre Io ceo* 
tea di Monte Sant' Angiolo con ogni lilolo, motti 
diritto, borghi, terre, castelli, vallate e pcrtìm-nxc. tt 
Oj^ni olirà pi>.<<sessinne dallo tiiaestù nostra conccsaHL 
nell'inipero lo confermiamo, purché di queste rico^ 
8ca Corrado per suo «orraiio nujìiwe ec. (1) ». 

Questa era la volontà dell' imperatore, come 
si rileva dalle sue tavole tejitamentarie riferite di 
alcimi diligenti storici, ma tale non era quella fi 
papa Innocenzio. Abbiamo veduto come la politici 
dei suoi antecessori consistesse tulla neirinj|ie<lìn 
che l'imperatore di Lam<ìgna avesse dominio >■ 
Itolìa, e poiché non potè attraversare, che per ntnt* 

(1) Teilnmtntuiit Friditrkì r.lc. p. ì. et patsim. 



del m&trìinonio <]i Gostaiua con Enrico U lasn di 
SrcTÌ5 otlciiessc il regno di Napoli, ogni pensiero 
della cwtc romana fu volto ad impedire clip si 
corii^nli (tasse in ninno dell' imperalore. Innocenzio 
BOLI aveva nitro .sentieri .1 sejjnire. Quel polente 
rdìco vicino che vnlendo li dislrti^e, torna i>iu 
pericolosi) dot nemico che puoi conibaltfre con in- 
certa forlunu. Innoci-n/jo, eh' era uomo avveduto, 
t delle emc dei mondo inlendenlissìmo, accese le 
Rupi [li^ic dei buritiiì napoliliint. Ognuno di qiicsli, spe- 
ronilo di farsi sijinore .issoltilo, ron l'antica lusiii)^a 
della lìberlA andava sollevando Ì popoli, ti diceva 
doversi trucidare il tiranno, e purgare il regno. 
dui l)orbari. Manfredi dal canto suo sollecitava i 
popoli a rimanersi fedeli, gli onori e le gioie della 
lealtà esponeva, i suoi nemici, ribelli appellava. 
Sodo Ì nomi di ribelle e di (iranno nello rivolte 
di per sé stessi senza signitirato, e senza rappre- 
sentanza morale nella menlc dei popoli, ed appellano 
I> loro spiegazione dall' esito delle battaglie. Allora 
vedendo gì' ìmprlgiima menti, j^li esilii, le teste ta- 
riate, e confine su pei pali, per queir antica fra-: 
Wiania, clic corre nei loro cervelli tra pena e 
delitto, senza cercare più oltre danno il torlo a ehi 
t vinto. Il nome di riprovazione rimane a colui 
clit ha dovuto rrdcre, 1" altro ha purilicato la sua 
Uifuni'ta nella vittoria. Vìnse Manfredi e fu (|insto; 

* bsfoni vinti e però scellerati. Alla morte dall'Im- 
peratore, il regno da un lato all' altro si ribellò, 

* Manfredi in meno di un annoio ricompose in pace, ed 
*5«tl«flte le cillù di Napoli e di Capua, tulle le 8ott&- 
*ÌSe. Fu quest'eroe liglio naturale di Federigo e di 

GueHRAUi, Utili, di Benit: M 



t9{ 



t.k BSTIICIIX 



una marcitela Loncin di Lombardia, ma, coilfl 
ricsTH dal 5110 tcsiutiivnto, avanti di oiorìre legit' 
limato. Bellissimo di corpo, di biondi capi'lli. di 
occhi azzurri, coni« tutti gli altri della famiglia di 
Svcvin, fra la sua persona titaeslosn, il portamenti) 
gentile, di coslimii liberale e cortese : sorti ih 
natura in(?e{ìno mnravi(^IÌnso conciossiacliè sape» 
poetare a modo dei trovatori, suonare, e ne«s«iiil 
de^li adornanieiili cavallereschi ignora: del pari 
che suo padre Fedenjio parlù speditamente diverse 
■inique, e fu intendente di cose naturali, come si rile- 
va dai libri su la Caccia che dì lui ci rimangooo: 
cupamente ambizioso, stimò Oj^ni mezzo, purché 
conducente al suo scopo, lodevole; capace di cal- 
colare ogni delitto, e commetterlo, e celarne 3 
rimorso; simulatore, e dissimulatore doslrìssirno, 
sprczzatore degli uomini, e di Dio, nel mentre che 
con istrano contrasto si mostrò sempre umanoi 
magnanimo, i^ [tcrdonature generoso. La sua eoiiH 
. fu t^rande, ma tenebrosu ; nessun uomo al mondo 
ha mai tanto somigliato a Lucifero, allorché ribel' 
landò parte del cielo al suo tremendo sif^nore, ut 
portò la fronte in sempiterno solcula dalla folgpR 
divina. 

Corrado si apparecchiava a visitare il re^ 
di Sieilin, che il suo aii|£ustn jienitore soleva clrilr 
mnre preziosa eredità: imbarcatosi a Porto Navnoft 
all' estremità del Golfo Adriatico su le flotte pisani 
e sicilinna, giunse felit-emente sul principisre del- 
r unno 1252 a Sìponto in Capitanata. Gli occotw 
Manfredi con magnifica comitiva, e fattegli le *• 
mostrazioni del più mscerato amore fraterno ]fli 



m rFSF-vr\ro 



195 



mim) le Ìiii|»rcse esef^uìte, t perìcoli superali, e 
m AÌ\Ìp,vni!i f,\\ espose le presenti coiidixioiii iIpI 
10. Corrado rispose dovergli {frazie iiifìnite , lo 
|ò a volerlo sovvenire co' suoi consigli, ed a non 
partirsi giuiuniaì dui suo Duiico. Cosi in buona con- 
tordio andarono diippriiua le cose. Si cainindava 
inlflnto nd intruprendere la liuerra. Corrado, aiulato 
' da Manfredi e dai Sarucini, occupava in breve 
^Aquino, Snessa e San Germano j non dissimile da 
iPcderigo .suo padre, rij^idiiinenU* si conduceva coi 
|llnli,gli rifiniva con (gravose imposizioni, e con atroci 
)torincall f^Ii trucidava. Manfredi poi mostrava coin- 
plissionarli, spesso intercedeva per loro, più spesso 
li Irnlut^ova, tulli dei suoi danari sovveniva ; già 
:<peT lo innanzi que' suoi modi cortesi toccarono i 
Tuori dei Siciliani, né poco conlrihuirono a sedarne 
li tumulti; ora poi, posti a contrasto con quelli dì 
Corrado, tutti lo imploravano come il loro prolet- 
'"re, e santissimo principe lo dicevano, e che fosse 
iditenulo il loro re desideravano. Corrado, eh" era 
^i natura sospclloso, s'ìngetosi ben tosto di Mnn- 
j'Ni, e cominciò a temerlo troppo polente, onde 
(prese s spofiliarlo dei feudi, limitnrlo nei suoi ottri- 
l'™lì. e cosi in ogni modo umiliarlo, e avvilirlo. Man- 
iffedi supportava tutto cou lieto vollo, né se ne mo- 
l'trava cruccialo; anzi in proporzione dei torti ricevuti 
ipTL'va raddoppiare di ardore per sovvenirlo. Capuft 
I Stfetta di assedio cedeva adesso a Corrado, che levato 
frullilo il campo mosse contro di Napoli. Questa ciltù 
flenne lungamente; alla fine .soverchiala da troppo 
["'aggior numero di forze nemidie si arrese. Corrado 
Ifittercitò atti dì rabbi», atterrò le mura, condannò 



I9« 



[« iiirrau.M 



fErnn parie (lii'citlodini olla morte, la univrrsiu 
stitnita da Federi)^ rìioosse, e trasportò a SAloiin : 
Manfredi era sempre li a spargere bnlsanio su \t 
ferile cajiionale da Corrado, e n pmdijSar consnlit- 
linne, e STissidii: sniibnivono il (Senio del beneefl 
l^enio del iiihIc che si rnssern uniti & pprcorrire li 
faccia della terra. 

Il ^rido <li't;IÌ offesi >apii!itani (giunse fino al 
Innocenzio IV, the considcranda se un potente rser> 
cito si fos-sc i»rcst'nlalo alle frontiere del rt^n». 
avrebbe potuto ugevoliiioiilc sultmiteltcrl», tirando 
partito du quelli umori , spedi il suo segretaria 
maestro Alhcrlo da Parma ia Inghillerrn per farne 
proposta lì Kictardo tonte dì Oornova^lia, fratelU 
di Enrico III. Riccardo ricusò ìt partito, scusan- 
dosi col dire. Ini esMTe t'iMtello d' Isabella tillimi 
moglie iti Federigo, ma in fritti poiché nudrìn 
ambi/jusi disegni su 1' impero. Enrico 111 allori 
solU'intó IniiocirriKiu u concederlo a suo (ìglìo Ed- 
mondo, e di breve fu ronctuso il partito, qnantlll^ 
t|ue, come vedremo in appresso , non fosse man* 
dato mai ad esecuzione. 

Gìitnflevamt intanto novelle dell'impero a Cor^ 
rado, per le (|unli sentendo come Guglielnio dì 
Olanda s\ fosse ribellato, conobbe e.<iiirr|(li di nify 
stieri confermare con ia propria presenza la fe^ 
vacillante dei baroni tedeschi. Alìbaudonaiido la Si- 
cilia temeva di Manfredi, intdto più temeva di En- 
rico giovanetto dì belle speranze , lascialo dal pu- 
tire ricco d" infinito tesoro , preposto al jìoverm 
dell' Isole, al quale egli doveva cedere il regno A 
GeniSulemme, o 1' Arelatense. Troppi, come ognini 



H^ DI BKMTKMO 197 

mi. erano i vantaggi die i-csuUuvrro <luUa sua 
morte, perclwi Corrado lo lasciasse vivori.'. Enrico 
cbiuiiDto a Melli periva; Corrado /tn^? si-iitirne im- 
mensi) dnlorv, e Maiifri^'di finse Ùi crederlo. 

Orinai |>roato a [lartirsi piT Lamagna (ìorro- 
ilo, la ma;£^ior parie dei baroni aveva raccolto a 
Lavello col pretesto di inugnificlic fcstu, ma tn so- 
iloniu per ispiarne Ì sentìrnenli, e spenderli lutti 
■11' occasione. Trapassarono le h$le, v Tu iinlNin- 
iHlo r ultimo hanchttlo : sedeva Manfredi in fao- 
dfl a Corrado, e con molte parole ora cortesi , 
WS amorose Io lusingava ; all' improvviso si levò 
w piedi, e voltosi verso un donzello ssracino (tli 
disse: « Ali Hajlgì, pel Profeta che. hai vmlala , 
tOT^m] di (|nel buon vino cui qualo rcdcrigo so- 
kva propinare alla salute di sua casa. » Il Sara- 
tino ji\i porse un fiasco di arjlento. Manfredi n'empì 
una injxa, [ la suti era jiia piena ) e la olfrl a Coi"- 
radu esclamando : « Alla salvezza di Svevia , al- 
'' A(|uila nera in campo A' oro. n — « E all'Aquila 
* ur^cnlo in campo azzurro. » rispose Corrado, e 
presa la lazza, vi accoslù le labbra, e spt'ditamentc 
« VTiolò. Manfredi era rimasto con la sua all.i ma- 
no, e |0i occhi scn/.a sua volontà stavamo fitti sul 
^lo di Corrado; quando questi ebbe posala la 
'ttza, pi^H accostò preoipitosttniente alla bocca la 
*". quasi per nascondervi il volto, e la bevve ad 
"& Irntlo. Poi ostentando una i^ioia smoderata chiese 
"1 liuto, ma iieir accordarlo spezzò le corde ; — 
J^tò r istrunienlo, e si pose a cantarcf; la sua voce 
|Ban)^lica, ma confondeva i suoni, disordinava 
^ nutrica, 1' anima iu somma era lontana da |ire- 



<9S U DlTTJtCUi 

titarst a cotesti ufTici. Finìvu la festa, ed offimi 
si ritirava al riposo. ManCrtidi |mrc aniln a Irortn 
il suo ietto, ma s' egli vi trovasse riposo è qurilt 
che io non posso accertare. Kon erano molle oit 
eh' ci \i giaceva , allorclic una voce traverss \i 
porta gridò : « Messere il Principe , sveglialeii . 
accorrete, 1' impepatorc si miiope.' » Manfredi b»l- 
jcato da letto si pone ima muglia di ferro sottok 
vosli, ed esce precipiloso. Giungeva at li-Ito del nw 
rihondo... il volto di questo, lìvido perla presente 
nialatlia, più livido pi>r la ricordanza elei «nioi mi* 
sfatti, era veramente terrìbile. Sporgevi) le labbra 
tulle annerite come un assetato; i rapelli aven 
ritti, grondava sudore. Manfredi sì abbandonò sol 
letto percuotendosi il seno, piangendo dirotto, e ad 
oro ad ora esdumando : n Oh 1 signor mio, eh' è 
questo mai ! » — • Manfredi, (rispose a gran b.- 
ticn il giarentc,) io muoio, e Dio sa come ! abbi... 
almeno... pielà di mìo figlio. Manfredi/... » Trastt 
un anelito, cadde riverso sul ^uiiiiciale. e .spìrù. 
Un uomo che non aveva mostrato dolon? M 
gioia, ma si era rimasto sempre allato dell' int- 
peralore, immobile come la statua di un Sautfl. 
trasse da parte Manfredi, e con parole tranquille 
gli dis.se: o Mes,sere il principe, è necessario pJW* 
vi'dere : volcle voi assumere il haliato del re- 
gno .^ » ^ o lo dominare , luarcbese Bertoldo! (ri- 
spondeva Mimfredì ] Oh I sono sazio, ma sazio assai 
delle cose della terra... lo vu' passiire la rìnu- 
nente mia vita a piangere il mìo fratello. » — « Bai 
pensato, principe : in »>' miei Tedeschi soslemìta 
Sicilia le ragioni di Corradino, • soggiunse Ber 



M BCKETrtUTO 



tn 



Ho. ■ Vi aiuti Dio nella impressa, n — a Ainen » 
Hbk )' llochciiherg, e si allontanò. 
H- Si SDSpcUò suhilo di veleno, ma ora b nessun» 
nniava il dirlo. Il imjìi^ìn sunicino, che solo non 
■v»a interesse n celarlo, non fti più visto in corte, 
e cos) Dio t(li abbia salvata 1' anima nell' altro 
mondo, coni' egli cert-imente in questo pertlt la 
vita, Tentò il niarrhe.nt; Bertnliio tli lloclienberg 
Gon quella improvvisa domanda di penetrare la 
mente dì Mnnrredi, ma (jiiestl era più destro a 
telare, che non il marchese a conoscere. Aveva 
Bertoldo un senso sicuro di fEiudicare ftli uomini 
pensando sempre allo peggio ; Monl'rcdi il genio 
della molignilfl. 11 marchese poteva essere appena 
ionahalo all' onore di primo istrumciilo dei misle- 
rioii disegni del priniipc di Taranto. 

L' HochenberjiJ' siccome balio di Corradino , 
spedi aiiibaseialori al i'onttiCcc per implorare per- 
<lono. Rispondeva Innncentio, volere prima dì tutto 
tsser messM in possesso dei regno, giudicherebbe 
«lipoi (inai dritti! potesse avervi Corradino. Non si 
BCveltavano quei palli , le pratiche per la pacA 
unuvainente si rompevano, la g-ierrn ricominciava. 
Inniitiiiizio , poste da parie le protTertc l'ulte pel 
tempo passato ud Enrico d' Inghilterra, si consigliò 

ÉXiitquÌ»tare pur si^ ìl re^no di Sicilia. A questo 
Ilo pertanto raccolse in Anagni '.e milizie delle 
BtpuLbliche lombarde, e toscane, quel'e della Marca 
m Ancona, e più altre. Al punto sleiso istigava i 
Mroni del regno alta ribellione : ed ii. questo fa- 
'*''it buon /rullo, perchè Manfredi o 1' ululava , « 
"Oli r impedivo. Bertoldo truvolto dallo necessiti 




31)0 LA BAmCUi 

(l«Ì casi, considerando non essere ormai in «io pò- 
riTC Ai scdiirc qncllf sommosse, propose n M»ij- 
frcdi di cedergli il balUUo. Il prìncipe Gnsi' da primi 
riViisare. ed ora lon qiicsls, ora con qiL'Ila scoti 
Lii)d»vu schermendosi; alla fine accettò, a condi- 
KJonc che il marchese f^li cedesse i tesori di Cor- 
ratio, e ondasse in Puglia a raf(unare un'armate 
Bcrluld" toltosi da dosso quel ^rave peso di ili- 
Tendere il ref^no, e dì mostrarsi la prima persona 
contrarin np,V interessi del Papa , non pure non 
tenne i patti , ma si manifostù avwrso a Maufrcdi. 
Conobbe il principe la disperala condizione, e ì'tt- 
rortì commessi) ApW essersi arfit/nto a quofll' inoe- 
fllnnti spiriti de' Napolitani; nw opponendo la froie 
alla l'rodc prevenne Bertoldo : finse fare volool*- 
rianiente quello a cui tra /loco sarebbe sialo co- 
stretto, e andò n Ceppernoo ad umiliarsi al Pon- 
tefice. Narrasi che giungrs.SL' perfino a teuer^li ìi 
palafreno per la brijilia , quando valicò il Giri- 
glia no. 

L' operato di Mjinfredi non poteva durare: *gli 
lo aveva tatto per sospendere ì casi presenti . t*- 
pendo che da coso nasce coxa, e il temjMt ia jo- 
verna, e per dare n divedere all' Hocbenbergchf 
penetrava i shoJ disegni, e poteva renderli vbm. 
Infatti il niaiThesp pensando che sottomettersi ades- 
so dopo IVIauf'cdi , non ^\\ avrebbe frullato motta 
utile, stimò meKlìo mantenersi nemico , ed aspH- 
tare l' occafione di vendere a caro prezzo la sua 
resa. L' occasione non tardò mollo a venire. Ve- 
deva Manfredi la pelulanza dei fuorusciti napole- 
tani Morra d' A([uÌno, San Severino , che seco lai 




JPBI 

t 



DI BKK&VKMO 201 

bbitiv«no in corte del Papa, e con destrezza ma- 
mìgliosa dissimulava , v gli oltraggi riccvuli al- 
tamiìiite nell'nnimo imprimeva, divisando ben« di 
vtndicnrsene un giorno. Intanto Uimello di Anglo- 
ne, suo capitolo nemico, oltcìiula dui Pii|>a la in- 
veMilui'u di una parti; del principato di Tarunlu , 
per lo slrada dì Atesina sì incuniminiiva n prcn- 
(krue possesso. MonlVcdì in ipiel j^toni» nu-desitno, 
avendo saputo che 1' Huiheiilierg con I' esercito si 
AnirinavA , mosse da Teano per andare ad ab- 
Iwcmrsi cnn lui. Volle la fortuna che per vìa .«'im- 
biiUi-sse in Sonello , che tutlo ()rt<ogliflSo si avan- 
uva lenendo la mano dritta àt;\ cammino. Man- 
fredi scongiurava i compagni , aiìinché adesso lo 
baciassero stare, non sarebbe mancato tempo a 
/Paroe vendetta ; luo essi risposero, che non avrcb- 
i^onscnLito giammai che sì Tacesse un tanto spro- 
ni fìjgiiuolo dell'imperatore Federigo. Le due compa- 
_ ile si accostavano, né quella di Boncllo sembrava vo- 
lessi.' cetfere; allora Marino Capece, uomo dì natura 
ivvfintiila ed amii-ìssimn dì Manfredi, trascorse col 
suo iJestrierO, e pcrcotendo con hi mazza l'errala 
W ^fllle dì Uonello; « Scendi, schiavo, (gli disse,) 
' fa oma^^io al figlio del tuo re ». Que^^to fu il 
affinale delhi bullagtia: si messe mano elle spade, 
c !Ì Cominciò a menare. Il principe , da che non 
'Veva potuto impedire che accadesse quel fallo, si 
sliiilii) ehe riuscisse felice, e da franco cavaliere 
'PWtosi con iiici'cdibile luna addosso al Boncllo, lo 
afferra al cimiero, gli scioglie la barhuta, che gli 
^il'endcva la lesta, o cof pugnale gli sega la gola : 
' '^Oatpagni di Jtonello visjo quel caso fuggono a 

11* 



I 



itti u HAmcuA 

precipìzio. La nuova giunse tosto in corte <lei 
il qiiair, infellonita per In morte d' Anglone. sfwA 
gente a persi-^uitnr 1' uccisore. Manfredi stinianftNt 
nini sicuro nll' B])ertu, co' suoi fedeli si rirnifiònd 
custelU) dell' Aci'rra . dove rimase alquanti giorni- 
Bertoldo, visto Munl'redi in disjftraxia del Papn, ^S 
si fbcc sniiitn nemico, e con tutto il suo eserfilo 
ad Innoceiizio sì vend^. Il marchese Lancia av\erll 
il suo nepote Mnnrredi, aHinchè sj partisse dell'A- 
cerra. Manlredì adesso ramingo e profugo era ve* 
nuto in parie che non avevu più terreno che Io 
sostenesse. Sperava di ripararsi in Lucerà, raa taf 
che (|nestii cilts lenevono in poter loro ì nemici: 
nondimeno nessuno altro rifugio si preiwntava, e 
in ogni caso era (orza tentare; ma torrenti, moo* 
tsgne. e nemici prima di pervenirvi si Trapponev»- 
no. Chi avrebbe voluto correre tanto manifesto 
pericolo, e dividere con lui la presente sventtiri' 
Corrado e Morino Gapecc, singolare «semjMa é 
amore fraterno e dì leoItA, risposero, stesse pur di 
buon' animo , eh' essi come pratici dj quc' dirupi 
speravano in Dio di condurlo a buon salvamento. — 

Si posero in via Le cose andarono sul prìnapio 

Il scciinda; (ino a MagHauu non incontrarono ani- 
ma vivente. Giunti ìn questo borgo trovano um 
colonna dell' esercito dì Bertoldo, che vi sì era fer- 
mata con online di chiudere le vìe di salute a 
Manfredi. Si accorgono i fuggitivi dell' imminrole 
pericolo, e si danno a traversare Ìl bcirgo con molta 
accortezza. Giù erano press» ad uscirne conawdi- 
iurosù successo, ailarcUè iutupparono ìn un duppio 
filare di carri posto a capo del cammino : i soliUti 



Di BCKEfEKTO ÌÙ3 

lascintivì a giinrilia dornsiiitarono chi (asse: b più 
parie ilei seguito di Msnrrodi, stimandosi perduta, 
trasse le spndc gridando : n Svevia! Srevìal Sìamn 
qui per punirvi, IradìUirì ». Si venne n un duro 
aflroiilu nel (|uale il cusu, più clic; la prodezza, di- 
spensò i Colpi. Munfri-di, i Cnpece, ed alrnni altri 
rimasli addit-lro, nlTr^ltundo i cnvallì giunsero sul 
luo^o, e videro che i loro coinpaf[nÌ, fiurunicntc 
assalendo, t;d ì nemici ritirandoNi, avevano lasciato 
lil>vro il passt): al punto stesso sentirono un mor- 
morio lontano di f^eiite che si alTaccunduva per ve- 
nire in soixorso della j^uardia dei curri : una quan- 
tità di fuochi erravano qua e là pel borgo; poco 
più che tardassero erano irriiiiediahilineiitc chiusi 
nel mezzo. Mnnfredi, quantunque conoscesse la 
morte imminente, spinse il destriero per soccorrere 
i suoi, ma Corrado Capecc lo rnttenne e (ili disse: 
«Voi vi perdete, principe, e quelli non salvate; 
Furono valorosi, ma imprudenti... spo'^iiamo 
Ita lagrima sul destino loro , e partiamo ". Toc- 

Ejn» allora di sproni, e quanto più poterono te- 
sì allontanarono. Traversarono nei giorni Se- 
^ nli pLT Bisucea, per Bimio , e per Guardia dei 
[Lombardi, e lenendo il sentiero più alpestro ginn* 
«ero sul Tare della notte a vista di Atropalda, ca- 
'stello dei Capere. 

I « BuiardoI n ^ridù Marino, che precorse Man- 
Tredi sotto il castello. Fu sentito un cigolio di chia- 
vacci, tm aprire d'imposte, tm montare di bale- 
Blra, e una voce tuonante che domandò: <i Chi vi- 
m? »„ ■ Viva Svevia e San Gennaro: cala il ponte 
Raiardu, son Murino. » ^ 



$01 t-K tKrtkOAIi 

Fu calato il ponte , e quando MnnfrrrfT 
posto il pie su la sortita, i due fratelli Capere sce- 
sero dn cavallo, gli si proslrarono alle slnlTc. edi* 
sero: 'Messere il principe, siete in casu vostra. • 
— Se la forUuia non mi i^ nemica, spero di poteri 
dlrp le strsse parole a Napoli nel Castello o^ 
piiano I). 

Le moj!li dei Capece ron dimnesca le^ìadria 
cero al prol'ugo Manfredi quelle! accoglienze ctit 
seppero maggiori; egli volle che sedessero alla tim 
mensa insicm<i ai loro mariti, e quindi dimcnticniidn 
le passale e le pri'senli sventure, si tnoslró tanlo 
gaio e scherzoso, che quelle gentildonne, vcdenilelo 
in segnilo spessissìiiie volte a corte, alTerniaroiiO, 
eh' ei non fu mai tanto giuUo quanto in quella nollt 
di pericolo. Alla mattina, Manfredi, salutale Ie<lf 
me, ed ingrossata la scorta di alcani cavalieri Gl'Ili 
gente dei Capece, si dipartiva. Giunse a Melfi, ilio 
gli chiuse le porle; Ascoli segui 1' esempio, ed uc 
cise per ilinnta Ìl governatore, che gli sì niantle- 
stava devoto. Un uomo meno magnantnH> si sarei»- 
he dato per vinto. Manfredi più che mai fcrn» 
contro la fortuna si volse a Venosa, che rispell* 
samente lo raccolse. 

Era Lucerla dei Sarocini in podestà del mare 
di Iloclienhcrg. il qualu vi aveva lasciiito a gfffd 
narla MaixhisUi con ordine di tenerne sempre chiù 
le porte. Marchisio eseguiva i comandi del suOl 
^nore, ma non gli volse il consìglio. 

Manfredi, lasciata a Veuo.sa la scorta, tolsi' 
ì due fedeli Cnpecc e il maestro di cnceia di 
dcrigo, e si dispose a partire per Lucerìo; scoi 



^^^B ni tiL»u:vi»To MS 

Iteni^Po^iH. La iiotle lo aoprafij((iiinìic sulpii- 
Irars di ijiiolla sterminala piaiuira, che anche o(|- 
ji^orno chtumaiio TavuUere della l'iujtia; Jl cii-ln 
uinacnav» hitrrascji, ma il priiK-ipc di Taranto non 
ira uumo da arrestarsi per la paura di un cielo 
ariiflto: —si avfln7.n; le tenebre mnnentnno; il vento 
TBScc impetuoso; — di tnnlo in laiilo tirasse j^occie 
iì pio^iu gli bajinavano il volto. All' improvviso 
Ms6 il vento; tutto fu un profondo silenzio : per 
[Uella soliludlne nessuna altra cosa SÌ ascoltava, ine- 

M' nllernare dei passi dei cavalli, — Venne un 
to. poi un tunno, e dietro uno scroscio Irrrìbile 
li grandine: il vento the aveva cessato quasi ninslran- 
fl Ji non volere essere il primo ad allnccare la bot- 
l^ia con gli altri elementi, tornò ad imperversare 
eUielo. 1 baleni si succedevano con tanlu rapidità 
B sembrare un incendio continuato. Spesso i cavalli 
Bliarono indietro spaventati, i cavalieri, romunijue 
n a vedere la morte, si facevano il sejfno dì sa- 
ilf, e si raccomandavano a Dio, perocché lo spet- 
>colo dell» natura sronvotla atterrisca assai più 
HI' aspetto della morte. Qual fu in queir oru l'a- 
iflia di Manfredi ? Se i suoi compaj^ni avessero po- 
ito fissarlo iit volto avrebbero conosciuto dalla penosa 
imlraiinnc dpi muscoli, dafjli occhi smarriti, dal 
Inibiante disfallo, che nel suo cuore palesava una 
"Upesta più fiera di quella che sovverliva in quel 
iQto e cielo e terra. Ma essi erano troppo paurosi 
T Ib propria lor vita, onde fare coteste osserva- 
bili, e la voce di Manfredi non tri;inavn, anici ora 
'' incora^giva, ora con c|ualche bel motto jlVi ral- 
l^ava. Disse un antico filosofo, non so con (juanta 



k. 



SOB I.A BtTTxGUA 

convenienza di senno, i-lw 1" uomo onetto in fffliitf 
della miseria e cosa doglia defili Dei; io per mi: 
penso, che un ((rande scetterato. il quale senta lutlo 
r inferno del rimorso, e sollevi la fronte haldanifa 
e serena , sin il pia maravi^lioso spettucijlo M\t 
umana natura. — Cosi camminarono una Uingti n- 
Sì squarciò 1' orizzonte rovesciando sojira la ter» 
un torrente di fuoco, le case più lontane ne fumiw 
illuminate; Riccardo maestro di caccia esclamò: n Co- 
ragj^io, coraggio , cavalieri , ecco qui presso il ri- 
covero. T> 

n Ouule ? » domandarono tutti. 

n Non avete veduto la casetta, che vi sta iW 
manco lato a breve disianza ? Venilemi dielru ctw 
ne conosco la via : la fece fabbricare pi*r nmioJ»' 
della caccia la maestà deli iniperalor Federijio 1°)' 
6tP0 siiinore «. 

« Riccardo, (urlò involontariamente Manfredi 
per amore del tuo Dio non mi condurre a quella 
casa >. 

" E dove volete passare la nottata, messure il 
principe? che San Gennaro vi aiuti , sentite eh* 
^runiliiic è questa? venite, venite •. 

Manfredi senza agj^iun^crc parola f\\ tenne dif 
Irò: allorché fu per passare lo porta della casu ppW 
pel braccio Corrado Cnpece per evitare di cader* 

« Principe, male v' incolse V » 

a. Nulla, Corrado, ho posto il piede in W"'' 
E si avanzò. 

Riccardo frufiando ciisi al buio rinvenne .ile"'" 
fasci di Ic^na. gli (lispo,«e sul focolare, trasse d»"' 
tasche il fucile , e suscitò un bel fuoco. 



f III BGKGV&Xro Sll7 

« Questa è ttnn fifiinnia veramente reale! » 
isse sorridendo Manrrcdi. 

■ Ohi ne abbinmo fatti di lieti i di questi fuo- 
hi, messeri! il principe.... quelli si che erano tRm- 
I !,,., figuratevi, r iillima volta eh' eWii l'onore di 
OTvirc la niaesifl dell' i[npcnil«re vostro padre, lo 
idi in questa nu'de»iiiua stanza... mi par proprio 
i averlo iiiiitin2Ì gli occhi.... li a canto a voi....» 

• E' parvi da durare questo tempi) !f » ìiiler- 
«ppc Miinfredi. 

u Mcsscr si (riprendeva Kiceardo). Sicché, 
toni' io vi diceva, slava in questa stanza, e vi si 
lotrebbe trovare anche adesso.,., e perchè no? E- 
li mori giovane, ini ricordo, {giungeva appena a 56 
nni.,.. e vivo to, grazie ni cielo, chi: ne ho GO, e 
cmo un vaasnilo, poteva ben vìver egli che ne ovca 
6, ed era il più polente signore di tntln In cri- 
(lianitA; ma si disse allora che lo ftvvelenarono.,. 
>b! quando poi c'entra il veleno si muore anche 
eli' etJi del re Corrado.,,." 

• Santa Vergine! questo è un fulininu ! » disse 
:anfredi segnandosi. 

« Messer si.... (soggiunse lliceardo). Knccon- 
ano molti, e 1' ho inleso sovente dalla propria Imicco 
li mio padre, hiiona memoria, rhe ranniicnlnndo 1Ì 
oorti dopo la mezza notte soflliono talvolta appa- 
ine.. .. ma io non ho paura.... io.... E perché dovrei 
iverne?.... per quanto è stato in me l' ho servito 
iidclnieute in vita e in morte. Quantunque cotn- 
irendessi benissimo che la preghiera di un pover' 
uomo come sou Ìo, possa poco o nulla giovare alla 
grande anima di un imperatore, pure per quello 



die può valere le ho dello, e le dico In niìi m* 
Kiuncella- Insomma, se ora rompnrisse in mniu^ 
noi, io non avi-et paura.... no, non vvrci |iitura,... 
( e lutlo liiiioro») si giurdsTa d' intorno } h voi in» 
SITI- il prinoipc .* D 

Muofredi non poteva più sopportare i|utllt 
parole, si fece ullii porta, guardò il cielo, ^diit 
tnó i compagini e disse loro : ■ Mi pare cbe i 
metta al buono n. 

o Cerlanifnli! si melli* ul buono [rispose Hif- 
cardo); Irn tara ora non cade più pio^ia... n» 
vedete come si è mutato il vento!... come tirtH 
di lim^o que' nugolnni neri neri. — Va temprili 
va verso Napoli... pazienza I I& vi sono tanti buri. 
Santi, che ne avranno cura ; ina <\m non c'è ftét 
the possa scongiurarli!. Guardate in \h. niessereB 
principe, come fa chiaro. Oh! nn nhbiamo a^vlt 
ben' altre di tjuestii nottate eoo I' augusta sereaii 
di vostro...» 

• E' sarebbe bene, Ricconlo. che voi and 
con un po' di strame, se ne lrovali% aUriHienli oJ 
mio inAnlcllo. ad asciugare i cavalli ■ 

o Parvi, messere il prinrìpe'f II vostro monld* 
lo, del più bel venie cootftrmo , che io abbi» 
visto al mondo! il mio Ta più al caso di quelle po- 
vere bestie... ehi hanno fatto un bel fare,., e 
il mio mantello è più asciutto del vostro, m' in^ 
però con questo». E cosi dicendo Riccardo «nU 
per quello che gli aveva t-omandato il suo si^tK^f- 

Monfrcdi accostandosi ai Capece, che se ot 
stavano intorno al fuoco: a l'rodi cavalieri, e dilet- 
tissimi amici miei, disse loro, io veoj|;D a to^ìervi 



^^Bl pirrolo cmiforln ili iisciiidnrvi le vesti: vriletA 
^Prri ^iin<f!ign!i a S(;^mi!ire. lu l'uiiuiiu del profugo! 
ri poco torn«remD a cavalcare » . | 

Il Principe noi siaiiin pronti a Inscinr*» la vita 
ler roi... le spose, e i tigli abbiamo di gì,'i lasciati ». 

a In per me spero che il cielo mi sari se- 
condo, se Don altro per potere rìstomre dei sof- 
Terti danni voi generosi, e fedeli amiri miei » . 

« Servire un cavaliere cortese come voi siete 
4 dì per sé solo una grande ricnmpensn. I nostri 
nomi, prìncipe, passeranno ormai nella memoria 
dei posteri nniti con indisRohiliile nllpunita, saranno 
le vostre azioni le lodi nostre, e le nostre opere 
\t vostre lodi ; una gloria perenne ricadrà su noi 
tolti, né i Trovatori canteranno di Manfredi senr-s 
the il nome dei Capcce si trovi in qualche stanza 
della loro ballata n. 

Manfredi gli abbracciò, e continuò seco loro 
a conversare finché udirono venire Riccardo che 
Coniava : J 

« In scila. In setta, cavalieri armati, I 

Che r araldo dell' arme ha dato il segno; 
Stanno le vostre dame agli steccali. 
Un scudo d' oro di vittoria è il pegno ». 

Allora si levarono Inttì : Il cielo era in parte 
*reno: salirono i destrieri, e sì riposero invia. 

Sorgeva un bel giorno: gran parie dei Sara- 
^11 erano riuniti sopra le mura dì Luceria a enn- 
**« il Jaié della IS'nbe mattutina, allorquando vì- 
wro di lontano venire per la pianura quattro 



310 u Bimcut 

cavalitTÌ aniinti di tulle arme. Gianti rbf roma» 
a tirn di bak'slra tre si rimaglerò, ed uno sì ataaiò 
a tesla s(:o]>iTta in segno di sicurezza, aliando li 
m&nn senza jluaDto per denotare la pucr. 

< Pel capo di mio padre, panni Manrredìi 
Ifrid6 un Saracino. 

a È la morte rhe ti percuota ( rispose n 
altro). Chi sa io naal giarte si trova adesso il nosti* 
dolce sij^nore. n 

Il Possa ('ssiTriiì dello selle \olte cane, t ma* 
ladelta Ui tniu fiL'itiTuzioiie, se quegli non eillij;^ 
di Federigo » rispose un terzo. 

« Perchi!: huì bcvulo Ì1 xanguc iMla vite. Om- 
sein? ISon lo aveva dello il profeta ehe il vìi» 
ammala il cuore, e ci fa simili allo stollo? 

■ ilaha Musah, perchè diri che sono ebbro? 
£ pcrcbi^t accusi dei danni della tua veccbiciia IL 
l'oinpu^no cbu vede meglio di le? Guarda benti 
non (tislingui l' a()iiila d' argenlo sul cimiero appe- 
so all' arcione? » 

« Àrsullah! SI certo, è un' aquila quella.-. 
/4rmllah 1 È Manfredi davvero ». 

Manfredi, Manfredi, suonarono a un trattok 
mura: Manfredi, Manfredi, risposero i Saracini 
rimasti nei quartieri, e prendevano 1' arme, e aecoi» 
revnno. Eccoli dilrllosijtfnorc, eccoti nostro principt 
che viene a soddisfare i nostri desiderii. e a ripr 
sarsi su la nostra lealtà: ch'egli entri, ch*^ 
entri prima che il governatore se ne accorga, jjri*' 
davano tulli. 

Manfredi era giunto sotto le mura: un sar** 
eino gli accennò un canale pel quale scolava 



DI BENCVENTO SII 

dclln cittft; it principe si jietla da cavillo 
si apiiresla a cncniarsi j(iù pel c-oinlol(o; —noi 
iffrono gli speltalori, sì rnnnn alle porte, le scuo- 
(DO, le percuotono; — f^\ì arpioni afili urti con- 
inuati lasciano la presa e le imposte, trnendosi 
llelro uua spaventosa rovina, cadono a terra. Mar- 
hisìo, che gif) si era nnnulo per contraslart- Man- 
i, vedendolo avanzarsi tutto minaccioso, mu- 
consiglio, gli s' iuginocchia, e gli fa omad^io 
a suo signore sovrano. 
L* acquisto di Liiceria mulù i destini di Man» 
fndi; vi trovava infiniti tesori, i quali, dilTusi con 

Éalma, gli produssero in breve un forte par- 
, perdio in ogni t4!mpo il danaro è stato la prima 
provvisione per la guerra, e in ogni tempo si sono 
trovali uomini i quali hanno messo 1' anima all'i»- 
(Onlfl pel maijf}it}re, e miijlitire fifjìrcHte. Ora il Pon- 
tefice spedivo a tutta IVctta un esercito sotto t 
comandi del cardinale dì Santo Eustachio per op- 
primere Manfredi sul principio di quelle grandezze; 
j'i teneva dietro Bertoldo. Manfredi sì mostrava 
ipparccchiato a cnndiattcrli. Il marchese di llochcn- 
'•erj^ seguendo sempre quella sua doppia natura, 
manda un messo fidato a tenere segrete pruiicbc 
i' accordo col principe di Taranto. Kispose questi! 
fhc volentieri Io raccoglierebbe nella sua alleanza ; 
flVfrto sempre tenuto per caro friitello, ed amico: 
conoscere egli di troppo la prepotenza dei casi per 
Voler far carico a Bertoldo della sua passata con- 
•Jolta. Il marchese non andò piil oltre, e stimò 
were con molta accortes-ta provveduto alle cose 
"if, perche, se vinceva Manfredi, ei gli era ainiro 




SIS l.A aiTTACI-IlL 

sej^reto, se Innocenzio, ei ^li ern amico nuiiiri 
Intanto, supponendo il ncniico fidente di iguclledì 
mostrazioni, incanì mÌDn va molte coIoiid« del au 
esercito, sotto lu condotlu del suo pMlelio Oddo.! 
prendere pnsiziunt: sul conludo di Luccm: il ll^ 
mico però stava all' cria, e avuta nolìzia del falli 
si pone iirditamente in Lampufina, mmpe Oddo t 
lo incniza lino a Canosa ; poi lusi'intol» così (Hit- 
concio in parte che non più si possa riunire ol |roìw 
dell' urinata, si fa contro Bertolilo, il ifusle, dop» 
due ore dì ostinato combattimento coslretlo a c^ 
dere, fuiJtSe più che di passo verso Napoli co\ C4^ 
dioale Legalo. 

Questo capitolo ormai troppo voluminoso ci »■ 
stringe a tralasciare il racconto dì ima serie di fìC- 
cole perfidie o di piccoli l'atti d' arme, <)iin$Ì tutti 
tra loro somiglievoli, pei ([uali Manfredi, snttu il 
pontiiìcalo di Alessandro iV, vinti gli esterni t 
gl'interni nemici riconquistò tulio il regno di Uà- 
poli. Più i^rnvo coso e degno di memoria, è quelli) 
sul quuie Manfredi di vicario giunse a fursì nomi- 
nare sovrana del regno di Napoli , e qui lasciala 
Wiccotò lamsilla scrittore GhibelUtio, è dì iin-i-tiT' 
appigliarci a Giovanni Villani dì fasiime <^\.i:ll>'- 
Karra dunque costui, « che Manfredi vedendosi i" 
n ùìlntn. ed in gloria, si pensò essere re di Sicilia, 
u e di Puglia ; e perchè ciò gli venisse fatto, si 
(( recò ad amici con doni e promesse i mngijinrì 
" baroni del regno, e sapendo come del re Con/iilo 
■ MIO fratello era rimasto un figliuolo rhiainuU 
" Corrudino, il quale per dritta ragione doveru <** 
H Suro crede del reame di Sicilia e di Puglia, pcnw 



J 



DI nnincno H% 

fìvdolenU matieiA per esser re. Additali tutti 
i baroni propose loro cosa si dovesse fare di-lIa 
signoria, perocché egli aresse novelle come il 
suo nipote Corradino fosse gravenieiile ammalato, 
e da non potere mai reggere il pi-so di uit re- 
cito. I baroni coosigliurono clic mandasse suoi 
imbascintnri in Lnntn^na per snpere delln Mato 
dì CnrrAilino ; e se fosse niorln, od infermo, fino 
d" oUora protestavano volere Manfredi per re loro. 
A ciò si accorda Manfredi come colui che aveva 
lutto fintamente ordinato, e mandi^ amhasciatorì 
nCorradlmie alla madre con ricchi presenti , e 
grandi prolTerte ; i quali (|iuiili che furono in 
tsvcvia trovarono elle la madre del garzone, Eli- 
jabella di Baviera, come donna di gran cuore 
ti avveduta, gli facea buona guardia, tenendolo 
ctinfuso con diversi fanciulli di sua etit vestiti 
I lutti ad un modo; e detti auihascìalori doman- 
dando di Corradino, Elisabetta, temendo dì Man- 
fredi, mostrA loro in iscnmbio un altro di delti 
fanciulli dicendo: (fucxti é flesso. Gli ambascia- 
lori gli fecero grande riverenza, e presentandogli 
doni. Ira i quali confetti avvelenali , il garzone 
ne prese e incontanente mori ; onde credendo 
aver morto Corradino si partirono subito di La- 
niugna, e giunti a Vinegia fecero fare alla loro 
galera vele di panno nero, e lutti ^li arredi neri, 
ed eglino medesimi si vestirono e bruno; ed ar- 
rivali in Puglia , fome gli aveva ammaestrati 
Manfredi, fecero sembiante di i|ron dolore, e ri- 
ferirono la morte di Corradino. Manfredi finse 
fran pianto, e a grido dei suoi amici, e di lutto 



3U LA UTTAU.U ^1 

a. il popolo fu eletlo re di Sicilia, e u HonroaHI 
<i fi'ce coronare gU anni Ai Crt!«to ^258. » i 

Elisabetta siipiilc queste cose mandò ambascia 
tori a Mnnrn'di pi-r farjjli supere clie Corradìno \>j 
veva, i: che il suo rcla^^to era stalo usurpalo; ri« 
spondevQ questi dicendo : u Dal trono non 
scendere se non che morii ; slessc sicura eli' eilo 
coiisen crebbe per Corradino, ed anzi gli niandoW 
il fanciullo eh' ei Io avrebbe nelle palerne virU 
ammaestrnlo. » 

GÌ' islrumenti eletti dal Cielo per operari' li 
rovina di Manfredi furono Urbano IV nativo 
Troyes, patriarca di (lerusalemme , successo iiw 
ponlifietilo ad Alcssandm, e Clemente IV cardlotlE 
di ISorbono, eletto Papa nel mese di febbrai» 1!65. 
Il primo di questi pontefici avendo mandalo in Frale 
eia Maestro Alibertn, suo noterò, per olferirc la co- 
rona a Sun Luigi, n' ebbe in risposta che alla con- 
clusione del (rallato si opponeva la investiturnpM 
lo addielro fatta a Edmondo d' Inghilterra, ond'e^ 
spedi Londra Bartolomnieo i'ignaltelli arcivMCOvo 
di Cosenza per farvi renunziare Eurico IH. Il " 
impegnato in una Sioci"''* pericolosa contro ifuiù 
baroni, lusingato dall' arcivescovo con la spcran»! 
di soccorsi, che non ebbe mai, cesse olla sua m 
lonlft. Allora il Pignutlelli tornò in Francia, f col 
beneplacito di San Luigi propose la inveslitura'lel 
regno di Napoli a Carlo di Angli, meno la Tcri^ 
di Lavoro , le isole adiacenti, e la vallata di 6W" 
do, che la Santa Sede voleva ritenersi. Carlo riS*: 
tondo la proposta, dichiara che non sarebbe t^ 
acceltare giammai il re^nn cosi srnozzir-atp; iaià^. 



J 



DI bem:vento 815 

la Chiesa, come avean fatto i Normanni, la città, 

il contado di Benevento, non meno ctie 8,000 
ttce d' oro per anno. Clemente IV, assunto nuo- 
aniente alla Cattedra di san Pietro, mostrandosi 
apprima esitante, piega alle pretensioni di Carlo, 

rimanda in Francia 1' arcivescovo di Cosenza con 
ettere pontificali a Simone Cardinale di Santa Ce- 
ilia perchè congiuntamente sollecitino la esecuzione 
leir impresa e confortino San Luigi a sovvenirla 
eoi suoi sussidii. 1 fatti che avvennero dopo ap- 
partengono all'epoca che deve percorrere quest'opera. 



CAPITOUÌ IX. 



Oh! pcri'clii' almma 1 
Limiti il> I.Cl iiiiit iiiiiiilu] Hnr 
lill |tl«ii|ii-ri* l'aiiliuntini iiu xin 
L*nr« iLoliriuiii àoì «lulor tuta ', 
R ai1i.'ii>o IniKMil nlU d •!>: bla» 

CoNTN di Cahmauo: 



1 



Erono guinli a pie della scola. 11 corridore )['■ 
parìva in |ioite illuminulo dn min Iure lontano. Si 
appressavano : giunsero ad un vestibolo separali) 
ilnlla prigione con ispessi cnncelli. L' anima, e ^ 
ocelli di Rojjiero percorsero in un baleno la seou 
che si oDeriv». Vide un uomo quasi sppolto ìduh' 
sedia: le sue membra non erano del tutto niiii'' 
feste, imperciocché fosse volto altrove il ra^ 
(Ivlla laiiipadu ; pure sembrava pallido, e vecchio; 
i capelli Aveva tulli bianchi, teneva gli oc«hi ehla- 
si, pnreva volesse assuefarli a morire. — Li iloTinll 
stava un tavolino; sovra esso una lazza, etuiO* 
c'iGsso. A canto della scdio per terra giaceva odi 
lunj^a huecliellu Uitta inlaccala, e le tiicclie, Iw» 
ch(^ lu più porte re^ìolari, ad ora ad ora più prò 
fonde. Cotcsta fu opera dì dolore, — Allorchèfiu^ 
r infelice fu rinchiuso , lo prese vaghcz/.» di •f' 
noverare i giorni delta sua prigionia, oudc row 
scere la durala di un tempo dcKlinaln a solfriifi 
1! deliziarsi nella speranza che questo tempo aoils^ 
a decrescere: forse anche Udente di giorni fefi*^' 



M ni[!IIVKytD 



timo doverne ricavare argciuviilo dì ^iob. qualora 
p Altare condizioni potesse pnrnjfonnrc ron Ir pre- 
lentL Adesso (gtielV raperà giaceva in Lerro ncfjletta. — 
\» speranza clic siede ultima al (-n|)(,>zzale del ino 
pboodo, e si mostra ai suoi ncclii , qtiand' anclu: 
^ dullu nebbia dello morte non giungono )iiù a 
mere le care spmbinnze dei parenti , e degli 
Imìci. . . la slessa speranza aveva abhandunulo quel 
^lore. Quando gli anni accumula ndosegli sopra la 
kslB mutarono in bianchi i suoi biondi capelli > 
|)on più r onima e le carni gli tremarono ni suono 
Cb( faceva la porta vol^entlosi sopra i cardini, né 
fii tocco sul serrarne che la sbarrava, slimò 
jfa la mano pietosa, che doveva ricondurlo a 
della faccia del cielo. — Disperato ^iltò via 
istnimcnto, che insegnandogli a (lislingufire 
ano, glielo rendeva più insopportabile, e più 
j ; amò considerarlo come una (;ran ginrnatu 
Ka|lÌo, dì cui la notte doveva trovare nella 
w, — E di vero la luce non iscompartiva i suoi 
l^i. Dal punto in eh" ei fu posto in carcere 
|lon aveva più veduto 1' aspetto dell" orÌMonte, n(> 
pure dalle inferriate : — e poiché il suo ((iornn era 
lencbra , doveva immaginarsi la sua morie nel 
pie. Divenuto alTatto insensibile, stette come cosa 
Bitniniala ad aspettare il niomenlo dall'ordine delle 
f»K destinato alla sua estinzione. Almeno ^li l'o.<<se 
Filmato il coraggio di por line a tanto conipasaio- 
csislenza ! Questo pensiero, che vuole per 
ba esecuzione tutte le potenze dell'anima , ^1Ì 
W in mente, allorché avvilito dalla sventura ri- 
'trcd invano nelle passioni dei tempi Irascor»! nn 
GirniiAm, Ball, dì Bmcv. lo 



^^UlTHl 



avanza cììc valesse a restituire le rnenibra 
rleratnli , variando Torma alla sua malcria. 
sospiro, non vrtce Eamcnlosa gli usciva «lai lo 
quello ch(r dal proiondo dell' amarezza , o dal 
rorc dell' ìrn potea dirsi, aveva detto inilinrili 
stille ; — ^li rimaneva it silenzio , ed ejilt trt 
mnlo rnme un sepolcro. GII anni In avevano 
fntlo ranrellatu dalla rimemtirnnza de^li nomini 
Per lui nìuD |!emìlo, ne95unn i>aroIa di snu 
se talora il sno nome si nfFiiccinvn al 
dell' antico servilore, ehe seduto a ranto al fi 
narrava le (glorie della casa diSvevia ai vali 
all' nllra gente della rumigli», sì (fiiardnva ht'. 
chiamarlo sul labbro, perché ricordava un 
vole di tal delitto, che atterrisce lo stesso Luci! 
se pure ve lo chiamava, lo proATcriva in 
sustirro... alla sfuggita... come quello di un te- 
nato. Per Ini vìvo non si aveva né pure «jiHlt 
scarso alTett» che si conserva pei morti I 

Distese a gran fulica la d(;slra: -- eli' era {«r»- 
litica: i^iunfieva quasi a sovrapporla al tavolino qun- 
do tornò a pen7.olarj;li: — sopraslava alquanto tempou 
poi la riiiHiovevn..,. hraneoi a odo strinse il crociSsft 
e se lo recò alla liocca in atto dì here ; non 3* 
tendo il refrigerio dell' umore aperse spovcnUB 
^li occhi , e vista la immagine del Redentore la 
rimesse con impazìensa sopra In tavola niorranRJi- 
do tra i denti : a Cristo , io srdo di sete I « 
Gbeninva la tazza , e bevendo In-amoso lasciiri 
gocciare giù pel mento e pel pi-tto 1' acqua, ne si 
ne mostrava inraslidito: - estinta la sete, dette ui 
(!emito, e ricaarle immobile nel primiero torpore-- 



I rimaneva che la parie schi- 



'^nomo ormai non 
la dei hi5ogni I 

i Ville Rpgi«ri) questo spctlocolo di avvilìmcnlo e 
tuiseria, e soprappnsK mano n ninno su gli occhi, sli- 
indo insuilicienle a sfii^ìrlo la sola pialle destinata 
irclsrll — Si appoj^iò ad unn colonna, e quando 
He ordinare chi; si-hiinlessero Ìl cancello, la sua 
tea non potè esprimere nessunii parnla: Y atto 
la mano valse per dimostrare la sua volontA. 

Si schiudeva il canecllo. — Il vecchio scoti per- 
Dtersi le j^inocchia, stese la mano per conoscere 
B fosse: le sue dita s' inconlrnrona in una lunj(a 
pellatura. a Farmi la testa di un uonm > disse, 
tornò nella consueta sua ineriia.... Ma la sua 
too non cadde a penzolare di nuovo, e In senti 
Slrelta a rimanersi in un luogo, scaldarsela, ba- 
iarsela ; - fossero lagrime ? Porse 1' orecchio e 
rvegli sentir cosa ohe dn aniii, e anni non uvea 
lito più mai. — ìl sìnìiulln del pianto. 

I.a Damma dello spirito era spenta, pure egli 
m em divenuto allatto ghiacciato : unlc$!gerissijno 
ilore di rosa pallida gli ricorse su per le guance, 
le pupille apparvero per un moment» meno ap- 
mnatc di prima. 

«E Sono lagrime queste ?( diceva affannoso ). lo 
9 consumato da f(ran tempo le mìe. Le ho sparso 
^ ìrn, di amore, dì tenerezza, di rabbia- — Ora, se 
cielo ini ridonasse le lagrime , vorrei spargerle 
impre di pÌL'là. perché il pianta piti accetto al Oon- 
irtatore degli sventurati, sia quello della piet&, e 
Hve.... » 

« NoD ritirate lu roano dal mio capo.... non 



k 



vojìliale lasciormi sul rnmmino (Velia vile s«Ì^» 
vosira benedizione » — solTocato dai singulti dìct^ 
Rogiero. fl 

Enrico non ri^o^e nulla. Rosero alzo il vtd 
e lo vide immobile come s« non avesse intesa ■ 
sue parole, gli scusse le^ermente In mano e il 
plico: a Bencdizinne I bene-dizione! » H 

K Benedizione! benedizione I [rtspofie Knrifl 
come se fosse stalo un eco, e dopo) quusla f tlfl 
parola di <inioi-e. Gli uomiui lassù ( ed aYiaxa 11 
mano ) l' adoperano pion^^eiido. Il passato trasnìtn 
senza seguito per lu mia memoria ; un alternare 6j 
caligine, e di luce mi occupa l' intelletto... niapll 
mi,... e cerio anrh' io Tiii lietiedelto Ira i4lr iioiiiM 
— Io non posso ricordarmelo adesso.... i»a fu idB 
sfinimento d' iuiiiiensa passione.... Ahi l)ei)edisM 
mio padre questa testa, che aveva macrhin'ito 'I 
disegno dì levargli la vita ». E qui si dava dei puOy 
nella fronte, e pregava, e bestemmiava tutto fl 
loroso. H 

Lo rattenne Roj^iero, e gli ripeteva all' wW 
chio: u £ questa benedizione parta per voi, stM 
suo perdono al eospctto di Dio, ed ogni peccolifl 
è sialo rimesso ", V 

« Vakherio . Valclierìo, è una spada ipif^ 
che mi coceìale tra mano? — t! forse con la sp 
d» alla mono che il figlio deve incontrare il ìcbD 
del ."iuo genitore? — Si addicono eoteste parole'^ 
nn areidineono di Santa Madre Chiesa? Sono p»* 
rolc del demonio. ... via ... . vio, in nome di Dw 
non tentarmi. —Il Papa? Sei un menlilore, il p»* 
dre dei fedeli non può voler un parricidio. —OW 




^^^^P DI BENEVENTO tH 

m^ìilende hclln cotesla copnna rcfllei . . . come 
iperbal... L'ami? Se T uino .' — Ebbene, ella sì 
inserva per te in Munzu dai tuoi k'ali Milanesi... 
n bndn, Ira tu e (juclla corona si truinincttf! una 
La ... — Si spciif^u. Misericordia .... misericor- 
B, io sono t'ontrito qui nel profondo. . . CbH gio- 
I f un pinisìcTo canceliiTù una cnliiii ? Ma e il 
^o pL'rOiino / — Cile ^iova? 1/ opera del malvojjio 
aò esser nini tolta dalla fienerositù di un buono? 
la io ho soflerto tanto / Quante» è che soffro I » 
ui si Imbava d' intorno e non giotendo trovare 
nello che cercava sot^t^itince: « Il tempo ha con- 
fato r arnese che mi serviva n dislin}{uerio, ed 
> tìto ancora 1 l'nre ho detto di perdonare tutto 
^ttj, anche n Manfredi . . . ' 
mkt MunlVedi I . ..n 

™ • Chi nominava Manfredi 7 Tarete Ìl suo no- 
ne Dcr pietà. . . piuttosto ponetemi alla tortura... 
Kiciatcmi ^li occhi ... ma non chiamate Mai>> 
. . . e(|li è un nome che stpÈte lungamente nel 
cuore unito con dcsiderii di sangue; — ora Ìl 
giorno della vendetta è passato perche è sopra^jgluD- 

It qnello della morte Clii lo avrebbe detto? Il 

Wi> sorriso era il sorriso della innocenza, una ((ioia 
puro gli stnnlillava da^li occhi... le parole soavi... 
Bfficcvano tutti il più gentile darnij^ello d'Italia: 
^ffsospiro delle vergini, egli invidia di trovatori 
C cavalieri, gemma più bella del diadema di Fe- 
Wrigit. — Il sno volto appariva di angiolo; il suo 
^(ire... Ali.' il suo cuore non ha paragone... il 
vincolo di (jiieir uninm n quel corpo fu una colpa 
^ Un errore. — Sete feroce di dominio' Manfredi, 

18' 




S2Ì U BAI II BLU 

hnt cinto il sorto bramato? Senti via come jm 
Sopra la tvsla , ullorchè invece dì gioielli hi U 
maWÌKtone di un' uniiim clispi-rala, e la coi>d«inD 
della (£Ìu.slizIa di Dio ...» 

o Oh! pndrc! mio...» interruppe Rogiero. 

« E' fu un li'tiipo, ( coDliniiò il rarceralA ft 
Dcndnsi la destra sul petto, ) tu un tempo che i 
questa voce sentiva uno fomento indefinito fò 
dentro, che avrei anteposto a tntte le gioie della 
terra. Ora non senio piiì nulla, — sono morto, - 
non ho pasxiniir , tr^nnp per 1' act^uo che spe^t 
la SL'tc cìv: mi lon^iiimn la f^ola >. 

E qui hrnncolavn in tracria della tazza. —Iir- 
gicro balzò in piedi, la prese, gliela accostò allt 
labbra, i; S()ll(;vutcigii Ìl capo I' aiutava n bere. H 
vecchio non ripugnanlc, nt- consenziente, sejiuitati 
l'impulso: rnu quando apL'rti ^li sguarili potè GssaR 
Rogiern ||Ìttò un deboli? .•itrida, fece aMo di alleo* 
tonarlo da aé, e tra stupido e maravigliato » 
clamò : 

. « Manfredi ! o 

Questa esclnniszìone non fu di tanto bos» 
mente pronuuziata die non percolesse gli orecchi 
di rolnro ch'erano rimasti ai cancelli: uno In 
essi contorse la persona, come n cosa molesta, t 
mandò un eupu sospiro. 

Il vecchio riprendeva a stento: « Ma lo vedi, 
Manfredi, dove mi ha condotto cotesta tua ambi- 
zione . . . vedi lo abisso della miseria in cui pnò 
cadere un anima immortale, e se hai viscere di 
pietà gemi ... Ah / tu non puoi essere Manfredi... 
no... egli era di ijiicsta tua etji quando ccsisai di 



vederlo. Gli Anni, e 1' angoscia hanno prostrato il 
uiio Corpo più di quello rh<7 si doveva, ma anche 
i soli anni mm scorrono invano sopra la creatura 
■l«&tinata u morire. Sci forse su» figlio? Che vuoi? 
In te mm i; delitto , p«rr te non ho mai nudrito 
odio, ma nnn posso midriro amore; levali, e con- 
fbrtnti: è mollo tempo che ho perdonato a tuo pa- 
irt , e nell'ora stPssa del mio furore io non 1» 
nmlndctlo i^iumuiai i li^li, e i nipoti di coloro che 
nii lianno anffnslìnlo. Levati. ... e digli che sia 
felice, e tu pure lo sii . . . S« la voce dell' uomo 
cht' parla dai confini della vita può ottenere gra- 
li» al vostro cospi-lto, — in compenso dei tanti mali 
paliti vi prego ad odempirc qneMa mia volonlft..,. 
*f|'livllite le iriie ossa accanto a qut-lle di Federi- 
go- del padre mio... senza ornamento Je vi piu- 
w, senza corona, quantunque concederla ad un 
cadavere non possa tornarvi ìn danno. , , mi l'asta 
« iloriDtrgli al Ganco ». 

« Ascollutcnii per amore di Cristol qnestc la- 
crime che vi bagnano la mano sono del vostro 
%lio Rogiero ». 

La mente di Enrico, come se avesse fatto uno 
•fofio a favellare da senno, ricadde sni vanef^iare 
*<! immaginando dì tenere discorso con la sua sposa 
H\k di Leopoldo arciduca di Austria detto il glo- 
fWiO, riprendeva cosi: 

<> Agnc-to, elle ha che pianitje il (if^liuol nostro? 
I^orksolulo, eh' ej^li forma la delizia della mia vita,.- 
Maulo bello quel suo risol Coni" hai tu cuore di 
furio piangere T Consolalo, Aguesa, consolalo. UÌ 
qnal piacere godri Federigo quando gli porrai su 



Ifa 






I 



211 ÌA KATTiCLU 

le braccia qiieslu caro pai^klto.... E perchè dot 
ne ^xlrà e^li ? iii>n ti- suo aepoteY — Di chi 6 quel 
sepolcro (li porfido? Mi si-nilira 1' arme di Svevi»- 
fatti in li cbe. Dio ti aiuti, tu mi pari la luce- 
Federigo I.... gloria air anima sua, gloria a chic 
morto combatlfndn in Terra Santa... No... oa.. éFe- 
deri^ 11.... e^tli iiioriva dunque, ni al capezzale del 
Ietto si rÌL'oriiava di me I ^'nn ho più padre , t 8 

figlio.' Agne»)-... di)ve sei Ìta?Agncsa il figlio. 

« Egli muore di alTanno ai vostri piedi p. 
Egli '/-Chi?.... » 
« Il vostro figlia ». 

Enrico prese con ambedue le mani il 
di Rogiero, v lo guardò fiso fiso, e luufjo 
poi disse: 

u Certo qitfl tuo parmi semliiante dì un te- 
potè di Federigo: ma se voruinetite tu sei il fìglìusl 
mio, a che venisti si lardi ? — Ti ho chiamalo aoDÌ 
e anni , come in un deserto dì tunipo. — Io nea 
posso lasciarti altro tranne un retaggio di »-eiitun. 
— Ogni aifctto di padre è morto nel mio cuore...- 
il nome stesso suona per me una rimembraniui di 
cosa lontana, obbliata, corne la faccia del compa^ 
della miseria nel giorno dell' orgoglio. Se venitti 
a vedere quanto sia schiroso il fine di una creatura 
avvilita, allontonati, te lo comando. — Se ti condaM 
la pìetè , adoprali di uccidermi.... non Irentare.... 
di uccidermi: abbi misericordiu dì me.... lo softo 
patimenti atroci in ([uest' ora, nella quale erro » 
speso Ira la morte, e la vita.... patimenti, pei qiuli 
diventa un parricidio il riliuto di troncare i gionU 
di un padre. Tu poi assicurali, né temere che Dii 




DI txsEVtyn ^^M 

chieda raf^ione della mU nnima. - L» primo pre- 
derà die fnrù innniìi^i al suo trono sarft jkt te , 
« mi liberasti dn lanlo dolore, e gli din» che non 
punÌKra , perchè fu 1' nniore elle lì CDiidussc la 
uno; che perdoni coni' Ìo ho perdonato: che se poi 
Sapienza divina vuole l« sue giustizie, non sopra 

te si H^firavì, ma sopra colui rhe costrinse un 
lio u dare la più altu prova di alletto al suo ge- 
Iwe — tnicidaiidolo ». 

K abbnndonnto il capo sopra la spalla manca 

Rogicro, KÌn||Eliiozxavo senza pianto. Rollerò pie- 
samcnte e^claniuva: 

Oh ! ((uesla sì eh' è una inelliihile angoscia! n 
■« Ma se veramente sei carne della farne mia, 
■iprese il truvagliolo Enrico con impeto. ) se quel- 

tli cui [e inrnntili carezze calmavano le tenipcstei 
1 mio spirito feroce, salvati.... i tuoi nemici sono 
jnirro^i, e potenti. Non sai che ogni lor gioia sta 
(Ila tua morte, ogni lor paura nella tua vita ? — 
ilvati.... che essi l' inseguono con la foga dei -se- 
tg) sopra la pesta del cervo. — Ahimè ! Io credeva 
m avere altri all'anni a durare; ma essi sono in- 
rminahilì quanto l' eternità: non darmi amplesso, 
! bacio; — il tempo che vi consumeresti potrebbe 
uscirti Tatale; più di questi mi tornerà caro sapere 
le tu sei salvo. Là in Palestina pel .<iepolrro del 
edentore potrai morire della morte dei valorosi, 
rendi...- questa reliquia valga a rammentarmi quat- 
te volta nelle tue orazioni; prega per 1* uomo che 
ffrl tutte le amarezze che si possono sop|)ortare 

questa terra , prega per un padre colpevole e 
enfurato, ma allontanati per 1' amore che hai per 



^ 




236 LA lATTACUl ^H 

la vita, allontanati. — Chi sa che la Ina venula^H 
«lentro non sia un tradimento ! Chi sa che non vo- 
fjliano Tarci morire insieme I Hai tu inteso inuot-tre 
i ferri del caucello ? È fiuita.... é finita.... hun» 
chiusa la porta, e per sem|ire.... obi gli uMt 
gì' iniqui!.... » 

Sorf!eva in pirdì; la forza che doveva 
ncr^li anche per (juiilche ora la vita, piirve riui 
per cousiimarsi in un punto: le sue guancie sii 
cero vermiglie di un rossore fpbljrile . affcm'i 
braccio di Rogiero, e lo spinse violentemente vitM 
la porta; — masse spedito il primo passo, — miiló 9 
secondo.... al terzo Rogiero senti ahbRndonflr,ii: il 
misero linrico stramazzò bocconi sul pavimento, U 
giovine si affrettava a soccorrerlo; dai rnncelli le 
tre persone misteriose accorsero al medesimo iifOci» 
— lo sollevarono: — aveva la bocca e le mascelli! ri- 
gale di sangue, il naso pesto, -- la fronte livida, (li 
occhi fuori dell'orbita, — gli posero la mano su ' 
polsi.... Lo sforzo della immaginazione in quelle niiiin- 
Ì)ra prossime al dlsfacimenlu, e la pereossn lo aT^ 
vano tollo dal numero dei viventi. 

Un iniinenso furore occupò V animo di Ro^lOT. 
si dette per la stanza a ricercare chiamando pie- 
tosamente suo padre, e lui scongiurava a rispro- 
dergli, e a non abbandonarlo si tosto tra le niwi 
dei suoi nemici. Sovente prorompeva iu terribili mi- 
liftccie, e I' atto de] corpo sì univa cosi violent«> 
cotesto impeto, che j circostanti a main pena b 
potevano ritenere; - gli strascinava <[na e lA dar»* 
mente percuotendoli tra loro. Ora la esasperatiOOt 
di Rogiero giunge al sommo; lo invade un irroi* 



hile desiderio di morte, lenta spacciarsi da coloro 

e Io tengono, correre verso la parete , e darvi 

Atro col capo: it disegno non gli vie ne fatto che 

IIKIA, giunge al muro, ma non può uscire dalle 

lanì dei circostanti cIil- adopi-anu ogni sforzo per 

llontonarvelo; —l'urto della testa, benclié non sia 

Ulto da levargli la vita, vale pen^ a farlo cadere 

pivn di sentimento nelle braccia di chi lo sorrcg» 

ri dintorno. 
II tempo che Rogiero doveva ve^tiinre a guardia 
Idei j^inrdinì del Re Manfredi era trascorso. Il niae- 
JAro degli scudieri seguitato da ([usltro di questi 
i' incamminava alla gran porta del giardino per ri- 
Imre ilogiero dalla guardia, e sostituì r^'ene un al- 
itai; — non lo vedevano: — lo chiamavano; — nes- 
rispondeva. Avesse disertato il suo re? « Im- 
ile , impossibile , » disse !t maestro degli 

jfri, ed in questa inciampava nell' alabarda che 

Rogiero in partendo aveva giltato per terra. 

Benché l'urto del piede gli apportasse nn co- 
cente dolore, pure il maestro lo sollevò soiTinndo 
iMin mandare una vnce, timoroso che gli scudieri 
Si'nrJiindo per quella parte vedessero nell'alabarda 
ibhfliidnnnta una trnpiio presta mentita a quanto egli 
aveva affermato; ma poco gli valse, che al volgere 
lucila lanterna la punta forbita mandò un raggio, e 
^Qlli ad ui> punto gridarono: ■ L' alabarda^ I' ultt- 
tiirdal » 

« Certo [rispose crollando la testa Ìl maestn)}, 
* l' alabarda .. non ho che opporre : ella non t- un 
■acconto, al quale si possa dire non ci credo.-.- è 
'"alriianla. —Santi Magi di Colonia.' siamo giunti 




328 {.A BATTA ni IJI V 

a lui tritipo. in che 1' aver fede in allrui d 
Unto stullu, (iiianto l' ingannare 6 scellerata I 

Cosi dicendo, pnrte slixxoso . jKtrtc cunw 
raddoppiò te j^uardie , s' incamminò alle scudoì 
né <|iiivi f^lt occorsp vedere il ravallo di Ro^ei 
quindi scelti alcuni scudieri, comniiiitf loro dì i 
darne in tracris a tutta rrclta, e di non rompti 
gli dinanzi finche non tic avessero avuta novella. 

Rollerà ricuperava il senno ; un intenso dal 
f^li Tasi-inva la fronte; ì suoi occhi s' ìncontran 
in un Unni: che gli ardeva clnvunti, — gli ri 
presti! II lente , come se gli Tussero Siati ferii' 
mandava In nascondessero; allora si riprovi 
nerli aperti , e si accorse di non essere pi _ 
stanza di prima, nin adagialo sur un letto ma^ìl 
e quel misterioso che sì poto aveva favellalo, t 
correrlo con tanto aflcttunsa premura, che nieg^Ì< 
non no avrcbhe dimostrala una madre; ond« 3f]i( 
tornato in sé gli udì {n'uferire queste parole ; 

n Benedetto sia Dio, che tinalmenlc s' i, 
venuto •». 

Rogiero, presa baldanza, si gettò giù dal 
e sforzandosi di parlare disse: >< Or dun<|ue!> 

■ Or dunque [replicò il conte della Cerra) 
pianto è da femmina.... Domani provvederenK 
inibalsaniare Ìl corpo del patire vostro, — confor 
tcvi di questo, eh' egli sarj; snil'ragato di (tiesse 
non portare invidia a nessun' altra anima crìllk 
che mai uscisse, od uscirà fuori di <|(ie4to nwiv 
e che le sue ossa, più presto che per noi SÌ poi 
saranno trasportale a Monreale , alBnchè ripoa 
accanto a quelle di Federigo. — In quanto a iril 






[>lfle Tnre un sofrificio del voslro rrfao, e della 
tvostra Ycndctln oli' uomo che vi Ita ucciso il geni- 
re.... a 

a Un di noi due , avanti che sia mollo , deve 
|inorii-c di ferro » gridò concitalo Rogicro. 

« Forse ambedue ( disse tra sé il parlante, e 
ai soggiunse a voce alla ]. Avvertite bene, Rogiem; 
[le signorie nuove si dislruggono più agovolmenle 
{delle antiche, imperciocché a queste la consueltidì- 
|ne, quando pure manchi l'amore, dia una tal ron- 
^Icnza d'inerzia diiticile ad ablialtcrsi; nelk nuove, 
per ntm aver tempo di mellcrc rodici, sia per 
riuscire sempre minori dell' aspettativa di chi le 
desidera, qucsU difficoltà non è tonta. — Carlo conte 
a Provenza si apparecchia a muovere ostilmente 
Wnlro questo regno. ^ S' invili a venire, — si aiuti 
1 consumarsi con Manfredi — facciamo che lo su- 
peri, B quando lo nhbia vinto, gettiamoci addosso 
del conte indebidilo dalla sua slessa vittoria ». 

■ Ebbene / ■ disse Rogicro. 

" Ebbene ; si spedisca un messo fedele a ma- 
"'felare a Carlo quanto ho fino adesso esposto: — 
queste sono credenxiali soltoscrille dai maggiori ba- 
wni del regno ; ormai faccio conto che Cario sia 
'Dlralo in Monferrato: un rostro messo che si af- 
freliasse potrebbe incontrarli) in Lombardia. Dove 
^imbattesse in qualche cavuUaia dì Ghibellini, que- 
^ altre sono lettere per Buoso da Dosra, che il 
lascerebbe passare. — Ma questo è gelosissimo nego- 
^'^; dipende dalla leallfi di un messo la vita dì 
"iiÉliaia di fedeli servitori vostri ». 

■ Al Cielo non piaccia che dove gli altri af- 
Gi'(ma*at, fin», rfi Ueiitr. tG 



1 



I 



330 U BkTriGlU 

fronlano i pericoli (ler ine, io H«p«rnii lo foliM, _ 
Porgete... io stesso Io recherò... » 

« A Carlo d' Angiò? voi stesso cosi nnirtialutol* 

•( Noa iDODtn... porgete. In (fucsie iettere si 
dà contezza dell' esser mi" ? » 

■ Credemmo ben rullo nasconderlo. — Sdk- 
ste troppo presiosn ostaggio nelle mani del conte '> 

« Sto Itene. — Voi, ditemi, chi siete * 

« loì — » 

» Voi. Pogntc fiducia per fiducia, » 

« Principe, elle iiiipurla a voi di sapere tU 
siamo T 9 

« Sentile : un citraulo di vicende mì In 
a tal fine elV è sliil» sempre il mio abhorrinii 
forse potrei resisteri^Ii: -— non voglio, mi 
voi. mi abbandono intieramente nelle vostre brai 
eia : e eia non (^\'-i perché voi non possiate es»at 
Irotlitori, ma perchè ([unlora del vostro Iradiinefl 
me ne derivi lo morte, io la (ip-iidern. Tutto qtW" 
sto stu a dinioslriirvi che in qualunque caso ?("<- 
sano gettarmi i vo.<itri disegni non dirò mai nult^ 
contro di vni, perchè voi non mi pnlele far ilannn. 
Ora poi vi domando tm solo allo di fidticiii, e nù 
chiedete che m' importa conoscervi? — Certo nulli» 
ma a voi che cosa importa celarvi? » ^ 

« Se stesse a me, io di già vi avrei svnV 
il mio nome, — ma noi siamo molti . legati di 
comune giuramento a non manifestarci « persona: " 
voi vedete che senza il consenso di tulli io wo 
potrei,.- la sicurezza loro...* 

B Mu e non potrei rompere la cera, e la Ì^È 
che sigilla ipiesto fitglio. e leggerne T... ■ H 




^1 Voi noi fòrestc ; e |k»Ì...d 

M Non vi Iroverei il vostro; v' intendo. Sia 
mie volete. Ordinale che mi conducano fuori; lio 
iiogno di conrortaniii all' aria fresca u. 

• Dove ci rivedremo ì n 
Ihi A San Germano •. 

■ A San Germano ». 

Ciò detto il conte della Ccrra, fatto un se- 
hIc, chiamò r uoii>o d' arme Roberto, che Io 
indusse fuori ron quelle stesse cautele che aveva 
doptrate per introdurlo. 

Uscito che fu della stanza, il Cerra scosse {>el 
Taccio il conte di Caserta assorto in cui>i pensieri, 
^i disse : 

« A che pcnsnte, messere? » 

• Penso a quanto lo avrei amato Se liti foSsc 
lat" concesso per figlio ». 

■ Egli è santa dubbio un gentil damigello ; 
■xninfuta ì bei giorni della giovinezza di Manfredi >. 

« Pur Iroppii, pur troppo si assaniìgHu a Man- 
tiV. » gridò il Caserta, e levatosi ìmpelanso 
etto lontana la sedia, e per una delle porte si 
llontanò, 

1 Ahi (giubilando nella pienezza del suo feroce 
lOTlso, disse il conte della Ccrra) Y ho punto su 
I piaga w, E dopo stelle lungaTiieiite a considerare 
luoj^o pel quale si era dileguato; aliatine riprese: 
* « Imbevile t le mentì come questa (e si toc- 
iTa la fronte) non sonn nate a soffrire; — se ì 
loi disegni, cornecrhé stultì, gioveranno ni miei, 
aiuterò, altrimenti con un bel proslranni, ed un 
[liorc domandar perdono, lo pongo sotto la prò- 




J 



Sii U B*TT*CLU 

tezionr di una Torcn, me soUo quella del troDO d. 
— E, gettando per torni il drappo clic ^li Morirà 
il volto, usci per una pori» diversa da qnella per 
la quale si era dìparlìto il Caserta. 

Rogiero intanto in compagnia di Ruberto cam- 
minava con la benda su f^li occhi: — ^li pam 
adesso percorrere un scntifm diverso, né s'ingmmò; 
arrivato a capo di una strada gli fu tolta la benda, 
e con immenso piacere vide il suo destriero ledalo 
al battente di una porta mezzo in rovina. Quesfa 
l'u I' unica gioia che avesse in quelfs notte memo- 
rabile; gli si accostava, e amorosamente pslpcj' 
glandolo diceva : 

• Allah, Allah, tu dunque non hai derelitto il 
tuo signore. Io mi appresto a ramingare per la fac- 
cia della terra, vuoi tu essere il mio compagno, e 
il mio amico? — Bada eh" io sono infelice — •■ 
Il nobile animale, quasi volesse corrispondere alla 
fede che in luì riponeva il cavaliere, spiccò «n lan- 
cio, e sollevando tutto brioso la testa dinioslrù la 
sua passione con un sonoro nitrito. Rogiero riprese 

• Ciò non t' importa. Allah! e nella liolA e 
neir avversa fortuna non sono meno il tuo diletto 
padrone. — Ohi gli uomini... gli uomini hanno la 
r«cult& di calcolare dove vada a rovesciarsi lateiur 
pesta, V cansarsi ; dove sta per piegare la forlima 
e tradirti, e questa lor facoltà si chiama ragione!* 

Profei'ile queste parole pose ima mano su 
r arcione, e senza toccare stnrTa saltò leggerissimo 
in sella, quindi miHosì a Ruberto, eh' era rimasta 
immobile a considerarlu, gli stese la destra diceado: 

" Roberto, io temo forte che noi non ci rn*- 



01 BiMKvrmo 233 

dremo se non che ndla valle di Giosarat; ma se 
mai nlcuna altra volta ri riscontrassimo su ifiicsta 
W&a, sovvengavi, ed in pure lo rlcorderi), «lie vi 
ho stretto la mano, come ad un amico . nell' ora 
della mia dipartenza ■ 

Rottprto si stnvft rnpnmente mesto, nlr.ò la de- 
stra per istringerc quella di Roj^icro , e quando 
senti toocitrscla , nn siibiln Irrmore (!T invase la 
(wrsona. abbandonò il capo in atto anj^oscioso so- 
pra la mano che gli aveva offerto Rogicro, — v'im- 
presse un bacio, e lascìù cadervi una laf(rima. 

n Cli'é questo, Roberto? voi mi avete bagnato 
ìt mano, n 

« Possa quel Dio ( replicava Roberto levando 
gli occhi al cielo, e di subito riponendoli et terra) 
po$sa quel Dio che dovrebbe vegliare sopra la in- 
nocniza accompagnarvi per la vìa. » — Cosi Cavcl- 
anilo si allontanava, ma di tratto iu tratto vol- 
geva la testa, e il passo, — stava, — proseguiva 
cammino: — erano i suoi occhi pieni di InffHnir, 
e di sangue ; — respirava affannoso. — Cerio in 
^nel momento si agitava nella sua anima una Te- 
rocc battaglia. Qual poi delle due, o la buona, o 
la trista passione vincesse, questo è quello che non 
diremo per ora ; ciò che possiamo dire si è, che 
la vittoria si fece maniCcsln con una orribile im- 
precazione unita ud un ijeslo di rabbia , e ad un 
fuggire alla dirotta verso il castello. 

Il pensiero dei casi avvenuti non permetteva a 
Kni^Iero di pon-c gran niente a quanto ftli passava 
»ll' occhio; — si partiva anch' c(|li sospirando; ai 

trovava all' aperta canipn)$na. perchtS dopo l'ossc- 

46' 



J 



Ì3i IX tUTTtCLlA 

dio ili Corrado In Svc\'o, Napnii non aveva più mu- 
ra ; — lasciò le rwlini sul collo del cavallo, e 
chinato lo testa si ubbonilonò a dolori>se medili- 
zioni, senza punto badare dove lo trasportasse. 

Il deslriero in balia dì se stesso sr^uiva l'ìslitc 
to, che in (loosli animali comunemente osscrviainu, 
di tornarsene al luogo della loro dimora, e di certa 
vi avrebbe Irasportnlo llogiero, se a caso aombraudi) 
per una pietra clie gli si parò su la via, non avene 
dato uno sbalzo all' indietro, però che questi si 
risi^ossc e vide con maraviglia e spavento ewr 
presso al castello Capuano : — fu il primo molo 
quello di allontanarsi quanto più potesse veloce, "" 
ma si fermò. La luna non era per anche tramon- 
tala, i SHoi ultimi raggi .percuotevano languiil»- 
mcnte $u le invetriate del castellu varie d' infiniti 
colori ; i suoi occhi le percorsero tulte^ e si fe^ 
niarono sopra una. Si levò ritto sopra le stafTe. 
stese ambedue le braccia, e. n j/ddìo » dissecai 
incredibile sforzo, e ricadde ; allora con ambedue 
gli sproni feri i fianchi del suo buon destriero ch^ 
conosciuta la impazienza del suo signore, si dette 
con incredibile impeto a divorare In via; di U » 
poco si nascose nelle tenebre, e nella polvere sol- 
levata: — ora le sole pedate si ascoltano da lon> 
tADo ; — sono divenute lievissime, — confuse, " 
non s' intendono più : — tulle le cose ricadoDO nd 
primitivo silenzio. 

Chi é che vorrebbe maDÌfestare i pensieri ^i 
iineir anima di fuoco espressi con la sola paro!) 
(Icir addio, chi volendolo lo potrebbe? Non fm' 
bel cielo, che gli svelava dinanzi tulU I tesori 



della creazione, che s' indiriztò quel Usncw senti- 
mento; 1' addokiralo non bada se sì mostri più 
dolce, più rt^do il cielo, percliè le sue interne 
ao^oAcie sono niJifljgiori di quelle cbc possono de- 
rivargli dalle stagioni e dai climi. Non fu al tor- 
rente che. spesso aflacciato da una rupe, considerò 
balzare di roccia in roccia, frao^^rsi in candidis- 
sima spuma, — difTondersi in miniilissiiiii sprus- 
ai, — nascondersi giù per la bruna vallata; — ri- 
comparire Gont« una striscia di argento su la pia» 
nura, — e finalmente confondersi lontano lontano; 
onde alia sua mente rkorseru le idee «olenni della 
murte, della eterniti, di Dio. Koa fu ai campi dove 
tolto il cappello al ((cneraso falcone, lo vide con 
gioia infinitn nlTaccendarsi per 1' orizzonte in lar- 
ghissime ruote, desioso di preda: non alla foresta 
di cui il frastuoDM , quando i cavntli , i cani e ì 
cavalieri persegui lavano il rabbioso cignale, g]ì suo- 
nava gradilo all' orecchio, quanto .il «aluto del- 
l' amico ; — non alla patria, che egli non aveva 
più patria.., — non alle dolci case paterne, che le 
am'irDse rimembranze di queste stanno unite ai.sor» 
rìso, e alle carezze che sì diffusero sopra la nostra 
culla, Kia che chiudessimo gli occhi al sonno, sia 
che gli riaprissimo alla luce. Quell' oddio fu alla 
bella addolorata che gli dette Ìl primo pegno di 
•more, ponendo il proprio corpo tra il suo cuore, 
e il suo pugnale. V armonia della voce , e della 
pipnionn. quel su» sguardo divino , — 1' ambrosia 
del bacio. — il brivido di tutte le membra al tatto 
loisttfrioso gli passarono per la mente come Im- 
tnagiui luminose. La spcranta gli I>alei>ò sull'ani- 



33C ).* ■«nteuA 

ma; non giA come un raf^lonaniento , mi per vti 
a' inim»)^i nazione. Parvcgli vedere »m gran cor- 
leggio di cnvalicri abhigliafi da giorno solcimf, — 
odili! un suono incessante di S(|iiillc, e di Iroinbe; 
gli sì alTuciù ull' accesa fantusÌB la cn|>i>ella ddb 
Santa t'ergine Incofonata, t Sarerduti, ed il rito 
nuziale ; Yole aveva la corona di sposa, raccotn- 
pagnava iVlanfredi; — si accostarono all' altare - 
si cominciavano le cerimonie; eli' erano presso ci* 
Cftmpinle : — Un crocifissn illuminato da mille ceri 
stava in mezzo del sacrario... Rogiero alzò gli oc- 
chi al stio volto... Dio «terno.' aveva la fronte li- 
vida, — la hoccii ini^an^iitnnta, — gli occhi fnori 
dell'orbita : — era il volto del tradito suo padre. 
Cadde la speranza, insorse lo sconforto, e lo tra- 
sportò dentro una tenclira profonda: — intese jli 
sguardi, e vide un corpo lucido dì fioco chiarore; 
a mano a mano si approssimava ; aveva la fronlo 
livida, la hocca insanguinata... senti il tocco di tini 
ninno, poi il ferro di un pugnale, — il ferro, eli 
mano erano freddi ugualnienle. — Una forza ny 
vinosa lo strascinò verso una parte ; gli alzò 1» 
destra già armata dì siile, e gliela spinse a hasso: ~ 
nn gemito sommesso si fece sentire ; — la stanM 
fu un Irulto illurainnla... dal seno aperto di M»n" 
fredi sgorgavano rivi dì sangue : attraverso il 
corpo giaceva aliljandonala una cara crealurn, " 
Il fianco di quella giacente era pure sanguinosi ^ 
il Tolto più the di assonnala pareva di morta. Ra- 
glerò non potè sostenere più oltre le forme della su» 
immaginazione , e ricadde sopra la scila ; allofn 
fu the, quasi por fuggire si stesso, spronò dar»- 



w iemveuto 837 

lente il destriero. Il destriero Tugge e non si ar- 
[rcsta, — il suo corpo grunda sudore, ma egli morirà 
di fatica prima di non corrispoudere al volerò del 
suo padrone. Rogiero , Rogiero, a cbe cosa giova 
ta fugo ? Sia che tu corra, sh che tu posi , la 
disperazione ti sta confitta nell' anima. 



CAPITOLO X. 



Alinm duirli, 
S« Iniquo t uri lua cuar, lerbir l'ttttnij 
H<l>nIon dctt" 'Vi noilri. 

GlUVAMNt HI GINCALA, TVOMN* 



La landa era lunga; ta notte era baia. Il 
vallo correva a precipizio, che, comunque avvi 
a conoscere ì pensieri del suo signore ed cseguirl 
pure questi gli teneva sempre gli sproni fitti mi 
fianchi, né se ne a\-vedeva: trast-orse quella lan- 
da ~ poi un altra, e un'altra ancoro; saltò roac- 
chie e fossati, valiciì riviere, immergendovisi den- 
tro fino alla testa : (grondava il suo corpo sudort 
e sangue, né per anche si rimaneva. Quel cono 
imperversato avrebbe a certa rovina condotto ca- 
vallo e cavaliere, se la ventura non avesse sovve- 
nuti ambedue di pronto soccorso. Un uomo moih 
tato sopra un ronicino, clic se ne andava anche e^i 
così fuori di mano a quell'ora, vista la furio,» 
mise a tutta briglia dietro Rogiero gridando: 

« Signor cavaliere, siguor cavaliere, per amor* 
di Dio, fermatevi: al confine di questa pianura^ 
la riviera profonda — signor cavaliere, fcrmalcvi' 
v'annegherete di certo j». 

Kogierd non udiva quei gridi, e spronando, « 
Spronando sì avvicinava alla morte. Quell'uomo, 
benché cavalcasse un roneino dì trista apparai», 
ora animandolo con la voce, ora stiniolaniMo 



ni nrtiKvrxTO 839 

le permase, pale, stbbisne a folicn, raggiti U)!erlo e 
diluii (li nuovo: 

|p « Signor cavaliere, voi volete morire ni) ogni 
lotto, per quello eli' in vedo: al fine ilella pianura 
corre il torrente. . . sentile il fracasso elle mena 
ià lontano: deb! non vogliate perdere così l'ani- 
ma e il corpo, uccidetevi almeno in parte, dove 
tui prete possa farvi l' esequie .... Intcnriele rlie 
lieo, signor cavaliere? » E qui preso per la bri- 
glia il eavallo di Uniiiero ìo fermò. Questi , (ra- 
spando allo improvviso dal moto alla quiete. SÌ 
JDVcniie, guardò attorno, messe una mano alla 
kronte, e disse : 

«Dove sono? — Chi sei.*» 
a Sono un povero cristiancllo , clic vado di 
ascio in uscio accattando la vita per 1' amore di 
Dio, mi sono trovato sul vostro cuiumiuo, ho ve- 
duto al barlume il vostra pericolo, e mi sono af> 
rrcllalo ad avvertirvi, che qui presso corre il tor- 
rente. Voi mi sembrale agitato, signor cavalfcrc; 
se non siete di quelli, che rinnegano Cristo per un 
agoslaro, perche cosi volge il costume, ed amate 
Tare tm po' di bene in questa vita per averne un 
mollo in queir altra, io pregherò S. Filippello e S. 
Gennaro per la pace dell' anima vostra, e per quella 
dei vostri morti. 

« Allontanati, e ringrazia i tuoi Santi, ch'io non 
ti tolga la vita in ricompensa dì avere salvato fa ininn. 
« Signor cavaliere, non mi cacciale con tanta 
rillania : se la vostra legge v' insegna ad amare Ìl 
nemico, come potrete odiare chi vi ha dato sno* 
norsn? » 



210 u Bànieiu 

« Te r ho io crhii'Sti) <iii«l luo soccorsa .» Se 
non mi hai lusciato morire è sef^o cbe li toman 
più eh' io vivessi : e se il tuo cervello non ha fello 
questo pensiero, lo ha fatto il tuo cuore, lo, coi 
ol buio , non posso vedere le tue sembianze , un 
tu devi certamente essere uno scellerato : — non 11 
chiami uomo ? > 

u Voi aggiungelo alla mia miseria l'oppressio- 
ne del vostro avvilimento. Oh! non così i cavi* 
lieri del tempo passalo! » 

H (Jomol — io non li dispreziEO perchè li vedo 
iiiiscrabiU-, ma perché sei della famiglia de^li a»- 
minì> e vo'chc tu sappi, il mio dispreizo per est) 
cominciare dn me n. 

a Mu dagli uomini non avete avuto lavila?* 

"La vital — Ti pare forse un dono la vita? 
Sia: — ma io non l'ho chiesta, e non ne devo es- 
ser grato. Una vita, desltnata a finire con la morie. 
a IraVBgliorsi con le maialile del corpo, con le 
alDixioni dello spirito, sempre assalila dui l>is<.'^DÌ. 
sempre minacciala dagli elementi... e egli un dorw 
quesla vita? » 

u Ma l'amor della madre, la e aritfi dei parenti,.' 

a Non li conosco, non ho obbligo con nessu- 
no: — posso odiare senza rimorso, e vivo odionJC' 
Vattene dunque nella tua mal' ora, e possa incon- 
trarli nna morte cento volte peggiore di quella dallJ 
quale tu mi hai liberato ». 

« signor cavaliere, non parlate cosi, vi scon- 
giuro pel Santo Scpolci-o. Da che voi non lolelt 
darmi neppure una burba [\) di elemosina, soVT^ 
[1} Moiiela sarofina di pr«to m*>C\ tila. 



M unvtno H i 

rtìli^ini almeno della vostra compU)^niu fino all'usciri! 
da qiicsla rontrada : sappiate di' cllu va , jier le 
)(uerre delta Santo S«de col r« Manrredi, tutta pii>na 
flit' intorno dì ladri, <; di gentil dì itiain alVarc; non 
ini nr^ule (|iie»ta corti-sìa , cIil- vi possano esseri; 
sempre benigni ^li occhi della vostro dama. » 

« Io non vo' compagnia : sd sei deliole, perette 
U mclli in pericolo ? La vita deve nudrirsi col do- 
lore: perchè vuoi sfuflftire h tua parte, o perché 
pretendi cHr un altro la consumi con te ? lo penso 
a me. Qtiuluru lu tua salvezza dipendesse da un 
moto della mìa mano, da un cenno dei miei oc- 
chi — non In sperare : i tuoi loriiienti furanno le 
mìe gioie, perchè conoscerò che non sono iiialadetlo 
solo. — Non sai che il pianto della disperazione 
scende come rntiiada di l'oiilorln all' anima dii^pe- 
rala ^ Or via allontanati: se insisti a voler essere 
mio compsftno, il mio pugnale mi furA sola — 
L' uomo non è couipnjinìu conveniente all' nonio — 
pili tosto il sprprnle del dcir^crto n. l'rol'erile qne- 
ste parole sì uUuiitimò. tiiunse alla riviera, né Iro- 
vontlo barca du pussarlu, sì tli'tlc liin^n la riva a 
seguitarne la corrente , sperando riiiv«?«irc un 
ponte. 

Venne il mat4Ìno. Spuntava il pitmetn nella 
inaeslA dei suoi ra^i, e spargeva il calore, e In In- 
tu sopra tutte le cose: le acque del fiume pnre- 
vinn rallegrarsi dì rivcdirt^ il sole, e il sole le 
«eque dpi fìnnie : tremolavano (lursle nfiìtalc dal 
Vi-nlo nialtiilìno, (indio vi diUbndeva i suoi raf^gi: 
^ quindi ne usutva un lirìllare lucido, spesso, In- 
fessanle, veloce, che gli occhi non potevano soste- 
UtiOLiiixxi, JiaH. ili ilcttri: ^^ 




S42 iit t*TTJU:i.U 

nere, ed ern pur vat!o a vedersi : — |>ar<!va la |ioÌa 
di due amici, che si abltracciano dopo molli anni 
di trascorsi pericoli, e di lontanoiizn. ìjo caraiife- 
gnu era tutta un' nnnoEiia di tinte vai-ìsie, di cinto 
e di odnri — il tiii'^'l" ilclla tialural Fors« v'è un'ora 
(tei giorno nella quale la terra ci si mostra quale 
era nri primi tempi della creazione, avanti che i 
nostri padri peccassero , e questa è certainenle 
qnclla in cui il sole ritornn ad ilUmiinnrla. Iddio 
nella sua sniiienzn la delle in premio al rassejinntn, 
il quale sor^e coli' alba per eseffnire la condaniis 
del troraglio, che percuote la discendenza di Adir 
mo; più tosto in ricompensa del suo sialo, per 
che r operoso sia povero, e Ìl suo vegliare col sor- 
ger del sole è per colui, che non lo vide ^iuninui. 
se non quando comincia a declinare. Venne il ma* 
zogiorno — il bel mezzogiorno nei sereni di esiste. 
Cosa occorre quaggiù che valga l'azzurro dei cicli! 
L* flccliio della bellezza, ci ha detto un gentile poeta, 
addita In ^la, che al cict cenuliice [l], ma non ptii 
assomigliarlo. — La ma'eslj) del cielo si maitniGca 
sola come l'onnijKilenxa del suo Creatore. La steli* 
della vita, tutta rigogliosa di giovanezza, gode il- 
luminare quella vòlta divina., e quella v<!ìlta oStt 
un campo sterminato alla pompa dei suoi ra^gi:' 
belle ambedue amano parteciparsi la lora beltà. 
iiglio della terrai in quell' ora di conforto non ab* 
bassare il guardo a tua madre che ti sostiene :^b' 



(11 Genlil 



Nel 



donna 
muover 0«ì voBlri 
mi mostra U 



OftglO 

occhi UH dolco lumo 
rtie al elei coniluc?. 



t>iniiiitK\. Oli/. 9. 




EDI BturvE^tro SI3 

ini hanno s|)ft)^li«to i rampi Acì frulli del sii- 
lor<^ prr mniilrncrr ima ìilii di sti^it», t.- ili nii- 
irria — non volgere lo sftimrdn a Ina mudre die 
i siislirni'. o I' illiisìoiie svuinsre: — (icnlo fi^i 
lei firmariicnlo, il Croaturi! li Im coiifoniialu jtcr 
[tiesto. 

Snlute, sniulc, o sole, che susciti, e circoscrivi 
e vile; salute, o fonte di ifcneraziuiie. e di morte! 
fu bai veduto con questi stessi nfif^i il luogo del 
issciniento , e la tomba dei nostri iirimi parenti ; 
Q vedrai quella di-gli ultimi nepoli: le nazioni com- 
arvero dinanzi a te come le acque del torrente , 
orae r arena dol deserfo. Gli uomini ti hanno ma- 
•dctto, e tu non hai cessato di spargere le henc- 
izìoni della luce sopra di loro; li hanno offerto 
icensì e prej^iiiere, come a un Dio, e lu non hai 
uinentato i limi fuochi — sempre ((rande, sempre 
(nmutabile nella tua lumia. Spesso una nuvoletta , 
iglia di vapore terreno, ingombrò quelle viMtp de- 
tinnte u lo solo, e tu la vestisti di tale eandide/zn, 
ihe parve la fronte della innocenza: ma ella si an- 
eri, come l'ingrato, e mosse guerra ai tuoi rajigi — 
sereno fu spento, ma per noi — la procella fremè, 
ne sopra le nostre leste — il fulmine era sotto di 
e, e la tua luce, sempre bella ed elerns, rìse della 
ma tenebrosa vita di un' ora. 

Saranno dunque eterni i tuoi rag^ ? Donde 
Nesli Ig lue fiamme? Come le mantieni t Snprav- 
m-crai all' ultimo dei viventi ? Sci per te, od una 
orza li costringe ad essere? No: — Adoriamo — 
!gli * lucido, e caloroso. 

Venne il crepuscolo della ser^, il quale tulio 



che screziato con piti fSran numero di colori di quello 
dcllu mattina, nonitfrtitnto disceiHle (rbtjiiiieiilt? ni^ 
sto. Un rafj^^to di oro e di |)orpora inriumrna qvtì 
conUni, dove pure die ti ci«lo inrhiiiaiidasi si uai- 
sca all' oceano; ma f|iiel raggio è di cosa trapussala, 
ed Ile r impronta ddla Mia decadenza: — sembn 
la fuma dì ini (joti-nte, eli«, cutimiKjue scompari» 
dalla faceiii dei mundii, al>liia depusitulu la su» iM- 
iiKirio aelld istiH-ia, e come [iiiù m«glÌo si rlnnoti 
con essa nei secoli fiiluri. Questa a^oitis tra lu Iikc 
e le tenebre ò solenne quanto qut'llu Ira la tils r 
la morte; ella si unisce a Itilló ci^ che v'édisF- 
rettiioso nel nostro cuore: abbandona 1' oprrniu ìl 
travaglio, il filosofo In ntcdilazione, iwr lasciare !'»• 
nima in balia ilei suoi iiialinconici svntiincnti. Q» 
sta ora è la prova dei cuori sensibili : se un ncinin 
trovasse il suo nemico, e lo dimandasse di ptrdonn. 
questi, (pianlunquc capaci^ di ritorunro nelin notte 
ai proponimenti dì vcndctln. « ad espfìnirli, non pò- 
treb)>e ritmsiirlo adesso. — Infelice colui, che vodt 
il jjiorno che muore se«M seolimc piclò! —mille 
voile pili infelice dì quello, die può vedere il gìor» 
cbe nasce senza sentirne s!le|lrezui ! 
t , Tutta qucila maravigliosa vicenda della nalurt 
si era operntn innanzi f(IÌ occhi di Rollerò, Ìl qiial^ 
rorneccht!: no» vi ponesse mente, no sentiva il' in- 
flussi : ijn perversarono t suoi pensieri In tnaltini 
l't-roL'ì, erano odes$i> pieni di mesliiia. Il suo eavatlo 
da ([iinlche leinpo catnminava a stento ncll' intmo 
di una (presta ; Rogiero si guardò ottono per r^ 
di-re alcuno abituro di cristiani, ma il suo occtiio 
si sniurri iniititinenle Ira le froodr: lese rorvcrhio- 



tu BENEVBKTO lt^ 

da p«r tulio silenzio , meno il stisurro misleriom 
;j)c fonuu gli allieri , quUDlunque ugllati da poo) 
miito. Scese, si sentiva il roi-po indebotilo ; tolse il 
morso al cavallo, che tutto lieto witpl, come st dti- 
irc ogni travajtlio pul suo signore fosse un dovew. 
la cessuzione di questo travaglio merìtitsse Ir sub 
Ticonoscenzr». Rogicro lo palpò con nfl'cllo, e quando 
ponendogli una mano sul liaitcn, lo Afnll (^romiitnso 
di sangue rappreso, e dare unn scossa )e|igiera per 
In puntura di-lla piu^a inusprttu. dimenticando ogni 
altro suo alTauno, proruppe In voce lamentevole: 
« Allah I mio Imon destriero 1 vedi die cosa sì ri- 
cava dall'uomo scempio per Io sciagura! Ahunè! 
comportarci con T emiro, come Tareiumo co' più 
crudeli nrmiri è segno manifesto di mente auima- 
lata » — E sollevò gli sguardi n! firmamento e mor- 
morò. Dipoi lutto armato tome era, si stese sul 
terreno, facendosi guanciate dclln rottila. La stan- 
chezza era motta; dn prima la sua mente si fissò 
in un pensiero: di li a poco una serie infinita gli 
sì avvolse per la testa; essi erano in [irincipio di- 
stinti, ma spesso interrotti, e sitcccduti da nitri 
disordinati, e senza seguilo, diventarono finalmente 
confusi: gli occhi aggravali, lento lento si chiusero, 
e Rogicpo si addormentò. 

Riiiiuse alquanto lenipo iu quello slato, allor- 
ché uno schiamazzo di risa, di bestemmie, e dì 
male parole, come usa fare la gente delia plebe, 
lutto ad un trailo lo risvef^liò. A breve distanza 
dn lui, tra te frn.srhe delta boscngiin, vide un gran 
ftiofo, e inuanzì u quello uomini di fiero aspetto. 

tulli coperti di arnw, che tripudiavano in orribile 

IT 



wT 



344 L* lunuau 

maiiieni : senti pure, allorché ([«ci loro stridi in* 
fertiali si ditnin divano, uitn voce piaiij{enle lamen- 
tarsi, e a <|DL'lla voce rispnnilrrc con risa stiHxle- 
rate eil ini^iiiric. \ai \nù parie clr<ili tininiiiì iti (|iil>I 
tempo sì sarebbe l'utUi il srgnu iloUu KolutL>, e Fug- 
gendo, «miL" se mille diuviJi la rac<;iflssc, avrebbe 
)i|iiinili) (ii iiver veiiiilo il Sabbato — le usmie 
lre.«clie (ielle .itrc^lie al Iuiik- della luna — il tie* 
monio in formu di caprone nero nceoglierc le adit- 
rnEioiii della cotujreija — scamiure un iMnilitno — 
oiferire il suo cuore stii)|fuinoso supra 1' altare ilelhi 
messa di eseeruzione, celebrata con 1' OìSIÌu iier*; 
fì simili altri errori, di cui la bunnu ^onle d'og- 
i scliernisce 1' nnlica, come se l'osse sicura, clic 
vonienttf non riderà di lei per le slollezze ifcJle 
<|iKili va ingombra. Kogìeri) sguainala la spada, slu- 
diendo il passo, si aecoslò al luogo dello spcIUcolo; 
di lieve ciHiobbe coni' essi fosscrn niusnudierì, nn 
uon cosi subito si accorse della cugioDR della lant 
gioia. Osservando metallo, gli viene fallo di vederf 
uti uomo, che dalln voce, sebbene alterala per la 
presente paura, e pel piatilo, gli parve quel den». 
che la luaUina lo aveva richiesto delln sua comparii- 
Le sue vesti crono verauicnlc da povero: portavouiK 
gonnella grigia con un sarrocchino ornato di conchi- 
glie. coiMC correva l'us.inKa di coloro, che tornatano 
di Terra Santa ; poteva avere cin(|iiaiita anni , d* 
corpo sottile, (1 sembrava dover essere deslrissiniD; 
il volli) pallido, luKo increspalo di ni^hc; |ì)i occhi 
iarossati, all'intorno lividi, ma la pupilla nerissnifc 
« Nota bene, pcrcltc io (1) non vo' che tu credt, 
(t) Siimiamo bens avvertire il Lallor», cb'4 un nun** 



Ht^tm ti iiaiaino TÌItania, e tu stesso ti perniado, 

pie è bfne che tu muoin. Ti .-ibbiaiiin frugato <la 

la|io ai piedi, e non li nltliianto trovata immagine 

lì Sunto, ne onmn» di M.idonnn, ma sì questa 

orsa pi(!na <li a^oslnri lucidi e. nuovi, die è uo 

iaccro a vedeHi : (lueslo fi}à, cuiiic pfnsì, toma 

iH'gliu per noi ; nin tu vedi tiene come non sia 

lurce di pclle^Irini ci;lcsta : <; poniamo anche che. 

com« Imi potuto, topinandu pc) mondo, rao^ 

oglicrli tutti nuovi, e di uno stesso anno'/ Uun- 

[quc non sei ud pelleii^rino. RÌmiii'ri;b)ic a vederCj 

sei ladro, o spinne ; ma rispurmierù questa^ 

licercft. perchè in o^ni raso bisoj^na dui tu nmuta: 

K sei ladro, come pare, la gdosin di mestiere, il 

timore di vedere l' arte in mano di ti-oppi, adesso 

che gli afTiiri si fanno scarsissimi, ci consijjlianond 

■mmszzarti : se spia, il piucrre della veudi-ltu, la 

«rtezin che lu non ci nuocerai più in avvenire ci 

consi^iano parimente ad amm»uarti. Lo carità, 

fralel mio, è pure la grande virtù, ma ho inteso 

•urente ohe, per esser perfetta, deve cominciare da 

»t stesso; ora la tua carità procede alTalto opposto 

iltl mia ; tu sei delwle, ed io sono Torte; tu fug> 

|ivi> ed io ti ho raggiunto ; dunque ti uccido. Che 

parti, so di logica io? » 

Questo discorso fu tenuto Ait un masnadìero, 
'he geml)rava avere una certa preminenza su gli 
litri: egli compariva dì bd sembiunlc, giovane, e 
^nde: il suo viso, dui nie/zo in su, pd soprao 
''jlin nero, quasi sempre ugijrullatu, lu froulu ru- 

••«0 cVia parìa, uno (.W ira poco vedremo punito di mari- 
••to ftaMijo. I 



2fS I-* BlTT*OUk 

gosH, gli occhi iiiÌRaccciix>1i, sì mostrava ■verniui^nlt 
(pmliile ; dal mi'Zito iti giù. la hucca %crniiglij, 
siMHprc ridente, lieta di cAndidistsìnii denti lo dino- 
tavi! anianto dello sdierzo, e della ^ioio ; ero in 
somma il suo volto una cnntraddizìuue, e la ma 
anima ancoro più : indole unica tra noi ch'io uso 
posso con sommo mtoraitiiiiarico prosentara a lon|) 
in questa storia, comt^ (|nello, clu; dovè picare ad 
immaturo destino. Al fine delle sue parole, i or- 
costanti urlarono n coro : 

R Ila riigìonc, DreugoUo, ha ragione ». 

Il mal capitato pellegrino, quando conol)l>c dipo* 
tpr essere inteso, sì gettò ai piedi del niasnodienv * 
'( tipi cavaliere (gli disse) non vogliate porre le 
ninni nel sangue innocente, che so che fareste troppo 
ccato. lo vi giuro alla croce di Dio, che oonsoiu 
ladro, né spia. Quegli agostari, gli ho avuti dauD 
liarone di Chieti, die mi albergò una notte pei 
carità nel suo castello, e mi commise racarli al- 
l' Abbate di Montecassino, alTinchè ne Tosse della 
tanto bene, secondo la sua intenzione. Intesi din 
pel vicinalo coin' egli in sua gioventii avesse OHD' 
messo di molti omicidi, e di altre male opere. ^ 
ora che sentiva con la vecchiewa avvicinarsi I» 
morte, il pentimento gli aveva toccato il cuorr. ' 
gli si era messa addosso una subila paurA dd 
demonio... e voi, signor cavaliere, non temete' 
demonio? » 

« Si temono esse le vecchie amicizie? ■ 

« Dell via ! non olìendete il povero, di* c^l' 
è protetto dal Signore; lasciatemi pel mio camniiiw. 
b pregherò quanto più posso per voi.... non fieU 



I PI BKnevcjTTn 3i!l 

\vn' attinifl crisfinna? perché volete pentere la mìa, 
Icbe vi e sorella in OrisloT n 
I a IS'erj*) minorem [ rispose il inaiisadiere ). Prima 
Hi tultu, [icrcliù il tuo ui-ji^umeitlu camiitiiiiisiie, si 
prorrebbe dimostrare che tu ne ubili una. Ma via 
boniamolo coiuu pruvuto: o tu 1' hai buoim , o tu 
E' hai Irisla; se buona, co^a ha questa vita> che ti 
Lìaccia '! £IIa e una (rama di anguscie , il mondo 
Sina fossa di lìure , né <i te solo sareblii; coiiccssu 
rauularo la tua $pi;cip; questa opera si diparle da ms- 
\no divina, e noi non possiamo farf altro tranne che 
[piangerla. Godi dunque di accostarti al principio di 
nutitR le pcrrezioni, fEodi di ondare quanto più puoi 
treVoce a j^odL're il retu^gio della gioia , cIil- il tuo 
jSignorv li ha promesso. So é trista , lo scellerato 
fila strt-llo un euntrallo con la innooen/.a ; questa 
Lgli ba venduti) il delitto, quegli le ha promesso il 
[prezzo della peua, ed io me ne faccio il suo esat- 
[tore n. 

L • E chi vi ha dato ([Ufaln diritto soprn lu min 
hrìta 1 » 

f n La forza. E pensi tu che quando mi avran- 

I DO preso, e secondo i costumi del paese u ar«o, n 
[ impiccato, o «otterrAto vivo a nome delle leggi, per 
I volere di un polenlc Dei Gratitt. con una sentenza 
I fatta IH nome iti Dio, ante», avranno in sostanza 
miglior diritto che questo f — IjD forza, fratello, f» 
I tao votilo che sia come 1' Kva di tutti i dirilti n. 
I lì qui i masHodieri, Bno a quel punto intcnlis- 
jsilllì alla disputa, gridarono a gola spiegata: 
I a Bravo il nostro dottore t « un vulcnle non» 

I Onngollo ■>. 



350 tJk lUTTAajt 

a Obi signor mìo, voi siete troppo suvio ms 
tilro (li argomeutazionì, perchè un povero accsltunt 
possa venire in contp;)a con voi: io vi scon^iaro|Mr 
r anima di vostro padre, s' è morto.... » 

n Questo è quello , che non so ucppur 
Pover" ucmio/ E mi ricordo, ctic mi voleva 
assai ; gli dicevano tutti che io era il ritratto vi- 
rente di madoiinu ErinL-llin/i. eh' egli av«va corsi* 
niente amato madonna mia madre. Fcccmì appren- 
dere grammatica; ed il maestro, che ne trwn 
grosso salario, gli andata susurrando alle oreccliie 
il bello ingegno di <[nel vostro garzone, messere 1 
E' mi pare di vederlo giudice della ragione civìl*. 
e chi 80, anche governatore, e se la Tortuna Io [lorta 
forse gran ginstizicre, o protonotarro della eornnn. 
1] huon nomo pieno di quesli pensieri, datimi librìi 
danari e palafreno, con molte lagrime, e raccomaih 
dazioni, di larmì valoroso ùi jure, mi accomoda con 
un mercante suo amico, rlie partivo per BolojIRI, 
e mi mandò allo studio. Di li u due mesi, venduti 
libri, e palafreno, mi tornai a casa in Tarselto; 
composi una mia novelletta, messere la cr«dè, e 
aspettava il nuovo anno per rimandarmi a Bologoi. 
Intanto Ìo, se non aveva* imparato lo jus, avea iah 
paralo tra gli scolari lutti ì vizi che furono, soiWj 
e potranno essere, e più. Aveva bisogno dì danari, 
e questi mi forniva assai sottilmente mio padre, 
perchè la vecchiezza stiol venire con l' avarizia: mi 
cadde in mente di rubarglieli, osservai dove tenesse 
il forziere; mi accorsi che stava riposto tn una ca- 
meretta in c{ipo della scala: mi provvidi di srncii 
ed una bella notte mi apprestai all' opera, 



B m BEjiEvtixro S5( 

l^erolnipnle l' uscio e In cassa : tutto era aniiato 
L dovi'rc, e gii toccava it daiiuru. <; ^ih In pren- 
nrs, e.... ma ciò Tacendo con poco senno, e meno 
Kcauzionc, loscinì nniinrne tin ptij^no per tenu ; 
v'nnnctc cudutc mandnrono un suono, che mi a b- 
Erìvidl di spavento ; alcune dì queste ruzzolando 
niuoliindo trovarono 1' uscio upi'rlo, e sì cacciarono 
hù per le scale; oj^ui balzo, elle facevano su j fira- 
Hni, tra i>er me una stoccata pei' mezzo del cuore: 
riinasi nn momento incerto, come colui che si sente 
bconrortalo dalla pnnrn e dalla vergOjSna, e questo 
momento fn che mi perde. Mio padre, udito il ro- 
■nore, amando più della vita ìl danaro, eh' e^fli chia- 
tahvù sua secondo snnijuc, venne a precipizio alla 
mia volte: quando io volli i'u£;gire me Io trovai in- 
paliti al cammino; egli mi aiTen-à alla gola, e strin- 
ava di buona mano. Intanto la fante strepitava 
|« aiuto, misericordia, al ladro, al ladro 1 » Ormai 
tonrcvunii vedere ^Ìunt;;crc tutto ÌI vicinato co' lumi, 
ucoltare i loro rimproveri, quelli del padre; un' 
M90 insopportabile di avvilimento mi si aggrava- 
va sul capo ; delti in questo pensiero una .scossa 
violenta, mio padre cadde riverso , la scala gli era 
pile spalle, vi precipiti), io dietro; egli percosse su 
IO pietra, io sopra lui: mi alzai, gli passai sopra 

il petto, fuggii le mani, ed il viso aveva imbrat- 

lato di sangue: sicché vedi che amore pel padre 
■É sUtu il mio .' ÌVIn io non credei die ne dovesse 
jKnre un tanto danno, vi giuro, che io noi credei. 
|Voi tutti avreste l'atto lo stesso, compagni, non i 
tgiì vero? Uitemi in nome dì Dio, non avreste fatto 
to stesso? Onal vita, o quale affetto (luè aver prrzaj 



23? 



U KtTTUm 



npìi occhi (kl loilra in paragone della cosa rnjiila^ 
E poi e' entrava l' onore , perchè, se ini ricocdn 
bene, dacché si trntta di cnsa lontana, io en il 
quel tempi onorato u. 

£ cosi parlando rise, ma «li un votai riso tfik 
mato i;hc i^li mori a fior di laMiro: nÈ i compi^ 
npplandìronn, perchè tra lorn convennero che il dclt* 
non siionnvn nrgutt>: ma in sostanza, perché Tu Ir^iffi 
8c«Ueruto per chiunque ubbia viscere di uniaiiiti 
Drcngnlto si passò due o tre volle la mano sub 
Ironie, quasi per cacciarne quella Ìmnia;ìine, e quia* 
di riprese a ruvellare: 

n Or vìa, pellegrino, perchè sei ostinalo a HI 
volerli persuadere che la tua morte é un btati 
cosa per la quale soltanto meriteresti morire, n> 
diamo se potrò rendertene desiJeroso ctd nwJ» 
con che intendo appreslnrlcla. Vd' dunifue che la 
sappi, ehe essendo io stato a shidio, amo darti 
nnn morte latina. La ((liirtosa serenili dell' iIH(^^ 
rntor Federigo , che il demonio faccia pare ali* 
sue osso, tra ^li oltri sitoi ritrovati invenlA h 
pena del prnpn'j'jinafc An propago, propa'jinis, tif 
vuol dire germo,^lio : questa, come vedrai, è iW 
morte curiosa, perchè si Ta un buco ptr lem 
profondo quanto hi sei alto, e pii'i; poi li fi adatlinm» 
capovolto, — poi terra sopra: che partene, non è «11» 
questa uno immaginazione veramente in^gnosa? « 

« Si, propii^ginìainolo, propa^il^iniamolo, ■ in*- 
Inrono quei l'croci, e si posero tulli di concerto a 
cavar terra. 

« Oh ! Santa Verjtine , assistetemi vnl ' * 
« esrlamft il pellegrino smarrito dalla paura. 



^V 111 B(!tE VISTO ^H 

ffi Vi'p^ftjinali, via ( gli disse Drengrtllo ) appW 
echiati a morire di Imona f^raxìa ; anzi IÌ godi 
I piacere dfHa vemletla : tu cosi ppopft|(i(Ìnnt(v 
rnioglierai : dal seme drUn spia di'vc nascere di 
pto il loglio della rorca: e lu lusinga queste ul- 
pe ore colln spcrnnza , che un giorno o 1' altro 
remo frutti del tuo albero. ■ 
. (n iVon mi ticcidete, magniGco eavalìero, non 
I Dccidele, pi-l vnstro battesimo, per la benedi- 
nne dì Dio e di'i Sunti; tenetemi per vostro tante; 
90 come si governa un cavultn, avrò amore ai 
:tri, e a voi, vi servirò fedelmente. Oh I libe- 
enii , sijlnore, da iiuesto affanno , la morte è 
!tppo grave dofure ». E intanto piangeva e sin- 
liozzava interrotto. 

« Chi li ha detto, che sia iin dolorp? Tu non 
} mai morto per saperlo; un' altra volta potrò 
bderti, ma per qu.!sta non posso darti fede, o 

« Oli ! si, eh" ella è doloriisa ; vedete come 
uno al solo sentirla nominare'^ e voi pure teme- 
ste se vi foste vicino: perche avremmo noi que- 
> istinto di vita , se la morte non fosse ango- 
losa ?» E qui tornava a singhiozzare , e a pre- 
ire con disperale parole. 

ÌÈjp Deb! non piangere, fratello, tu mi mnovi a 
fissione: vedi, anche Federigo il glorioso im- 
iratore, eh' era mollo maggior uomo che non sei 
\ è morta; anche lonocenzio, il sapiente Pontc- 
!e ; ed io, io pure, nato di messer Tafo di An- 
■euccio, che tcni'va banco di cambio nella eiltA di 

rii, e di madonna Krmellina di maestra Gen- 
io pure, che ho a|ipri'sii lo JHs civile e la ra- 
t;iii.iiini/.i, Hall, ili Itnìfv. ' '8 




SBi (■* BATTI CLU 

gione canonica nello studio di Boloj^na, bvUo, gio- 
vane e forlfi sono ilcslinato a morii-* {V,. Nascia- 
mo tulli con questo patto, ella i; una condixiooe 
«me (/un N'Jii. 1' (.'U'rnitiì ci concede alctinì anni <Ìi 
vita; non piiinjijL'ri! sopru la tua svcnliini; o ^Ih 
gi, e ) ianiferò luco sopra la iioslra schiatta itft- 
lice — Avete Irsla la Tossii » 

il pellejlrino, che «lai suono pietoso cotonate 
era stato profcrilo il precedente discorso, sì wn- 
tiva alquonto rassicurato, non è da dirsi qual ri- 
manesse quando ne intese la chiusa, e mollo meno 
è da dirsi quando udì ripetere attorno: 

» È lesta, è lesta .' » 

I masnadieri gli si fecero addosso, e^Ii proto 
di schermirsi, nienava calci, mordeva chiunque ^ti 
si accostava: preso, più d" una volta usci loro* 
mano; i muscoli del suo volto erano in convul- 
sione, urlava da spiritato, volj^eva qua e lù velo- 
cemente ^li sjluardì atterriti, taceva f^lì sforxi drilli 
dispera/.ione: alfine (tiunsero a tenerlo, lo capirti- 
tiirnno, i suoi stridi divennero se non più Torti |"iù 
feroci, lo accostarono alla fossa. 

« j^rnn madre di Dìo, aiutatemi voi/(fl- 
cevn per via con noimiraliile celerità) San G«Hl* 
no/ SantuErinof San Filippello d' Argiro! Angeli 
ed Arcangeli abbiate pietfi dell' anima mia ! Santi 
martiri, e confessori... » 

« Manco male, via (interruppe Dnu)gotlo)> 

[(] Qoesio di^cor.to è afTiitlo Kimilis a ijuello ctu truo* 
Achilte a Licaone ni-l 21 !.. ddf Iliadi-. Io jier me uni' 
tha non vi »tn [iRriipna. la quale piulloatij ihc «picd anD 
voglia riputarlo comico. 



H BCTETESTO VIS 

!tc non va a (iiortc pi^rsuuso, uIid^do ci va |wntì- 
lo : sentile conte cunla le litanie ilei Santi ^ n 
I tt iten AvMo! ben dotta! » ron mi tnnmlto di 
ptsa esclaman)no quej^li i-inpi, e già erano Rimiti 
itis fossa. Il male arrivato faceva Ìnvanr> incre- 
dibili cenali ; ormai avevano Ìiitro<lutto il capo . 
bjini speranza sembrava perduta. All'improvviso si 
fanno sentire tre suoni dì corno ; i masnadieri 
jluUi spaventali lo lasciano cadere, e senza punto 
liadarc a ciò che fosse per succedere di lui, tiilte 
iPgiuino le sue ormi, sotto ^li ordini di Urengotto 
bi dispongono in atto di ricevere qualche gran per- 
bmaggio. 

B Si volgevano tutti or qna, or là incerti donde 
[Sarebbe per comparire ; impercìoceliè la selva snr- 
'^sse Colla, e il ronzìo delle fronde ne celasse il 
cammino. Di subito vidi; ]to}Eiero scaturire dalla 
tenebra', e svelare innanzi al chiarore tutta la 
■toestà delle sue forme un uomo ili menibrn fii- 
URitescbe ; era vestito come li rimanenti masna- 
dieri, se non die aveva ili più un corsaletto di 
piastra di ferro, diligentemente forliito, il corno al 
fianco^ e una piuma al berretto. La fiamma ri- 
fletteva sopia il suo sembiante una luce veriniglia, 
e quei suoi Irulli rortcniciite protumeiati, il so> 
praccifjlio irsuto, l'occhio sauf^uijjno lo dimostra- 
vano sottoposto al dominio di feroci passioni, nien- 
Irc che la testa elevata, la fronte ampia, acuta 
uejili aujìoli delle tempie, il mento un po' ritorto 
air insù, le labbra strettamente compresse lo di- 
cevano di irremovibile volonlS, e nato a domi- 
nare. Ouel suo volto sebbene severo non aveva 



256 lA n AH acuì 

nulla ili spnvcnttvolc, unsi ispirava a chi lo arcsw 
fissato un senso <|j fiducia, cosa che sempre ti 
osservo nulle scinbiaDZc di quegli uomini, che sono 
di anima e di cnrpo sicuri, Lo 5«guitavatM(|mt- 
Iro iiinsiiadieri, che conduwvano una qiianlilié 
muli, a qael che pareva, carichi di derrate. Al* 
lorqiiando si furono avanzati, il condottieri ^uor«U 
ttilti i compajjni, e con modo signorile cortesemente 
disse loro : 

• Salute, n • 

« Addio, condottiero ■ rì.>iposero i m-isnailieri 

„ Ecco, che Dio non vuole Ir distruzione 
di chi r olTende : noi abbinino conquistato di eht 
provvedere assai tempo al bisogno — al bisogno che 
ci mette 1' arme alla mano contro i nostri fratelli *. 

Conquistato ! ( esclama uno dei quattro «^ 
mali che avevano seguito il condottiero ] conquistai 
Fotevemo in vero, e di leggieri conquistarlo , na 
voi l'avete voluto coniprare in tante buone moatìs 
d' oro di Fcderij^o II. » 

« £ non pare ella una conquista, BeUrnmo? 
— Con r oro , più che col ferro in o^Ì si vin« 
il mondo , e per un lungo tempo, del quale tua 
vedo la Due, ancora si vincerà ». 

a Won so che dire su questo ( rispose Bellrs- 
mo), ma potevano certamente essere lutti ^ìspfl^ 
miuti ». 

« Gli avete spesi voi? Vene ho io chiesto la 
vostra parte? Oh.' non agflraviiimo di grazia la no- 
stra mano su T infelice, oppresso dal caso e dn^i 
nomini: insegniamo olla socielA, che ri ha ributtalo 
dal suo Beno, che siamo migliori dì lei — eh' «fi 



EVESfO 



iiiutli'ìgna ili figliuoli amorosi. Di vero io |M)teva Ip- 
Te a quei poveri vassalli Ir robe che nieirnvoDu al 
nercato, sen/a lasciar loro il (Iimnro per prezio; ms 
otresti, Beltrayin, cibarti di quelle vettovaglie, seii- 
pcDsare al pianto ch« susciterebbe il duro csat- 
ore del haroiie, allorché andasse in giro a racco- 
gliere il livello, ed essi do» avessero a paj^arlo per 
cagione nostra? No, no; il pane rubato al povero 
non conforta 1' anima, ne il corpo. K stasera tornati 
latti l'eslosi alle loro famiglie rncronferaniio: cinque 
cavalieri ci occorsero per via, noi fuj^immo, la- 
sciando le robe per salvare la vita; essi potevano 
toglierle, ma ci richiamarono, e le vollero pni^are 
eoo più profitto, che se fossimo andati lino al mer- 
cato: e ijuando preliberanno, iu vado sicuro, che 
ri rammenteranno nelle loro orazioni , e ■ nostri 
nomi saliranno al cielo con quelli dei Santi.. .. si 
con quelli dei Santi, e Dio sentendoci esaltali odia 
bocca dei suoi etetti ci fluanicra nella sua mise- 
ricordia, ci vedrà infelici, e l'orse ci turrà da questa 
▼ila angosciosa per noi, spaventevole agli altri: Iddio 
è pietoso nelle opere sue. 

« Jmen o disse sotto voce Urengotlo. 
« Perchè dici ante», Drengotto? » lo interroga 
un masnadiero. che {i,li stava più prossimo. 

« Perché la prodica è finita: f^Ìò la sua tìiie. 
si sa, dove essere un cordone, o alla vìtn, o alla 
gola n. 

« Drengotlo 'i » chiamù il condottiero. 

Il chiamato usci di fila, e presentatosi baldan- 
EOSO innanxi di lui rispose: 

o Àdtttm, ntessere ». _ 



« Renflctcmi conto della ^ornala ». 

« Ella è cosa di poco momento, messer Gh 
iibliinmn corso, e ricordo tutto il giorno daHi 
alla rieiern, ma non si r presentato sanidDO, itf 
cristiano: loniovaniu dunque versa sera a mimi vaole 
a casa, ullorcliè i cani lìulando e abbnijiodo si snnn 
lanciali entro uu muccliìonc, e noi dietro loro: quni 
abbiamo veduto, cbo avevano addentato una beslìi 
di pellcj^rino, che f^IacR le in terra; jiinmo subilo 
accorsi a liberarlo, perchè im poco più clic la^ 
dossinio , lo sjìartivano do buoni - rratclli a ugnali 
porcioni tra loro «. 

o Ben fallo ». 

a Alcuni di nostra compagnia volevano cliel» 
lasciassimo andare; ma noi per la pienezza del Fa- 
lere, che ci nvete delegato, ci siamo opposti, e 
biamo detto: vediamo se il buon pellegrino 
in dosso rclitpiic e corone: peccatori come sUin^ 
non ardiremo porre le mani sopra le sante 
questo va bene; ma se hanno argento, oro, opil 
truzze dattorno, noi le prenderemo, perchè cllea 
sono vanitfi. e noi siamo in questo censori di< 
sluini. Dopo questo ci mctti-mm» a frugarlo, i- 
rabilt visu I niun Santo si annidava su coslui, 
([uesla borsa piena di agoslari d" oro ». 

■M ifloriusissimo barone, per 1' onore della *_ 
stra famiglia, per la pace dei vostri defimli, 
Vfltenii (la quel feroce, che e nei delti, p ni'Ilei 
pere sembra essere il priningunito del denionirK l'i- 
dete, cbe mi ha preparata la buea \>er prt^tiiggÌDor- 
mi 11, Cosi interruppe il pellegrino che, asoillal" 
il jiarlare soave del condoUicro, sì era levai" *" 



DI SEnvc^ru 



«8« 



f gtnocclita, e a ([iiesto iiiixlo, strascinandosi, rc- 
|to finn ai pieili di liti. I masnadieri nrl vederlo 
Hnparìre in cotesto alto, con la panra dell» morte 
il riso, imbrattato dì Inngo (■ di polvere, prorup- 
[ro in alti* rìsa, le quali furono tosto represse dal 
inbiante del rìgido condottiero. 

« Alzati ( disse Ghino), 1" uomo dee prostrarsi 
In Dìvinilù soltaiilo ( e scioltegli le ninni sniìi^iimse}: 
i litwro ». Pili quasi pfr evitare le solite Torinnle 
' rin^'aziatneiito, sempre ìntitili per 1' uomo sa- 
KDle, che coni>S('e la f^ratiluilino del liRiielicnto dall' c- 
ffessioncdel ^olto. si volse a Dren(^>lto. edimiandó: 

H É ejjli heii vero ci»i che sc-iito dire di voi? n 
, u Messer si ». 

Ipk Perché volevate Tar que-ito? » 
^a Ohi non ora nulla: iiiuavamc cosi avere un 
tr eiietapio del come Federigo ìmpL-ralort! faceva 
Mrire i nostri (»]lleghi, quando gli capitavano tra 

IBQO ». 

a Avete trasgredito una It^i^j^e della nostra cont- 
\^9, Yoi meritate una pena ». 

« Chi ha l'otto rodeste Ieft(i,mes8ere .' i> 

a La nostro lìbera volontà ». 
\ « E chi Ila l'atto il carro lo può disfare. Tutto 
fcria in questo mondo, rili. lìngue, costtinii, cielo 
lerra, e non dovrft mutare un codice di assassini, 
ito dopo cena col Incchiere nlla mano? » 
I « Chi è che vuol imilurlo qui ? [ t(ridù Ghino 
Di tale una voce che strinse i cuori dei suoi com- 
igni, girando certi occhi all' intorno, che lece ab- 
UMire tutti quelli nei quali s'incontrarono), chi 
1^ vuol initlarln qui ? La nostra piccola società 



SCO 

procede ilivcrita <lnlla grande, che ciniiprcndi: la Vk- 
sia raniiglin il<>f;li uomini: qui unti sna» p:itlì bÌ quali 
non inlerveiììstr, non promesse die vnì no» alibinto 
fallo (giuralo, non (""(ij^i, se n^n prima da voi (oii- 
^amentr discuii.se, e con pienezza di von^nso votslt. 
Voi lutti sietj> parliti inaila i^run società, pcrrlir udii- 
sic, sivvcru oflemleslc i suui statuti; ma ìiilrne- 
nendo in un' altra, {{li statuti, e le costituzioni tm 
erano niente meno neressnrii?: nessuna rettitoiliDl 
d' ordine senza lo^i, nessuna durata di scambieTolt 
fnitellunza. Le le^igi discusse e {{iuratc non iti ro> 
]f(liono toccare cosi di K>(!jiicri, e mai, se fosse jk»- 
sibile ; altramente uperundo si darebbe una IrisU 
opinione delta umana sapienza, e della eterDagiusttiÀ 
accennando, con tanta inulabilitfi dì provvediiiienli. 
non darsi bene in questo inondo, o co93 dispvmti 
essere conseguirlo. Stiamo lontani daj^li uomini «a 
tali atti, che un giorno, richiamati tra loro , dm 
adontiamo (li alzare la testa, e dire: — voi foste ^ 
scellerati , quando persegnitastc 1' innocenza. ISt^ 
suno vive Ini noi the nel segreto del sno cuore non 
palpiti alle care ricordanze di padre , di figlio, di 
parente, di omiio; nessuno che non sospiri le caie 
paterne, e i dolci cuslelli: forse i nostri occhi DW 
vedranno il giorno de! perdono, ma noi non cesùinu 
di sospirare quel giorno. Tutto è le^o nel crcilA 
ed ordine stabilito: lo stesso Onnipotente sì sdIIo- 
poneva alle leggi, senza le quali né egli sarebbe. 
Ite noi saremmo; la bontà, la misericordia, «d altri 
assai sono li suoi attributi, né e^i pui> allont^nani 
da questo sentiero, che la sua sapienza ha slaliìlìtó 
peiToiTcre lino dal principio dei secoli >». 



^P a Non mi pariate di leggi ( tirlù $rÌicrn«ailo 
hreDgotlu\ iies^siino può mefilio persuadervi, clic non 
pmo Ir^, quanto noliii rhe ne ha fatto lo Klu>lÌo. Se 
la nostra natura le avesse volute, ce le :i'vrci>1>e 
Hate . e senza scritto tra mezzo saremmo twoni , 
lanip«s^onevoli e i^usli: ma noi siamn al contrario 
noturalmcntR tristi . iniziasti e crudeli. Russie nel 
nostro cuore una ralbia amorosa di noi, la quale ci 
brida iurcssontemcnte — Primo mibU la gioia altrui 
e un Attentalo alla tua, perchè ti toj^lie una porzione 
bel retaggio al quale tu aneli; ognuno.si fa c^'ntro del 
Krealo , il nvondo è il suo circolo . gli interessi di 
■ulti i viventi wno i ro^i che si devono eonccn- 
ftrare in lui, e questo è rprtn: non parlo arjìuto io? 
bccormno nelle società degli uomini, persone che 
kf^gono tutto il vantag:(io di tali condizioni, che 
■.iion furono mai convenute, o furono, ma con prìo- 
Ripii diversi, o pure in un momento di ehbrezKa , 
Eeonie noi abbiamo fatto le nostre; eh' esse si stu- 
uìuo di conser\-arle , sta bene , ci va del proprio 
prantaggio, e anche io farei lo stcsjK> in quel ca5o. 
tL' uomo, che trova alla sua azione, resa manifesta, 
NO intoppo di una forca, non muta seiitimcuto, na- 
Isconde 1' azione, e quindi ne nasce quella guerra 
■perpetua di furti , d' inganni e di frodi , din non 
■pure non sì punisce, ma si loda dicendo: — costui 
HirtKiretle nccor(fliiieu(e alle cose sue. Chi pìVi nemìcn 
[alla soeietA di un noni» che prende moglie? e pure 
Ut matrimonio dicesi essere un prineipio essenziale 
Idi questa socielA: vedete contraddizione ! c^ni lìglio 
Icbo gli nasce gli somministra un motivo di guerra 
fdi più contro i suoi »mili; vorrebbe che essi soli 



SC2 L* BtTTiCUI 

foBMTO fclk'i , lo cerca a. prezzo della ì'cMeìth uni* 
versale; e poiché pare che non sia slata conuem 
una stiminn di bem' capace a soddisfare lutti , al 
nnche uim volontà da soddisfarsi, |>cr ogni arvts* 
tnruso devono vivere cento nel fonilo della miserii: 
quej^li ori, (\ueì vnsi preziosi, quei (.-ibi apprestali 
per pompa, non per bisogno, sopra la mensa del 
ricco, non vi starebbero , se negli inBniti ricnveri 
del povero non vi l'osse pane da sfamarsi, né mM- 
zinu da bere, ni- letto du riposare, lo per me votw, 
cliL- zillonjliaiido si celebra un matrimonio, la chiea 
fosse parata a lutto, e le campane suonassero a nur* 
to, comi? si usa fare nelle pubbliche calamita : - 
un matrimonio imoce più agli uomini tli due de- 
litti.... 

« Dìslrugj^ì dunque, scellerato, distruftJì, co- 
testa é l« proprietà del demouio: nella sua etvriùU 
di dolore egli ama le rovine, e i mutehi di cada- 
veri; essi sono il suo trono, dove reg;»» torniCDliO' 
do, e schernendo le anime che si sono afGdate a 
lui; nm egli è immortale, e vive per propria cntiU: 
tu atomo, miscuglio d' imbecillita e di creta , {lìù 
fragile in mano dell' Eterno, che paglia sotto il fieii 
dell'elefante, come giungerai a questa potenu <ti 
niair ? come schiverai la guerra di lutti contro di 
te ì Ti sarA data la caccia comi; alla fiera del liosoh 
e tu morrai coli' angoscia di essere una nicmorii 
dì esecrazione e di stoltezza per quelli che vcrranna 
Ma poniamo chp tu vi giunga: cosa avrai fatto, quan- 
do avrai dìi^trntli) ? come sopporterai la tua csiston»!' 
corno l'aspide drl rimorso rhe ti roderà le nscert. 
non udrai più voc<r nel mondo: ma conte sTiijj^rai 



[quolla dcth tua onstienza f Sarai come l' uragano 
Bel deserto, vivrni solo, morirai solo, — Oli stollo,' 
ma non conosci tutto le amarezze ilell» solitudine, 
■ possa Dio non fnrlrlc conosrer mai ». 
f « E v' ^ un provurbio, messere, che dice: me- 
glio soli, clic mule nc(x)[iipagniiti: ed i proverbi sono 
cose da tenersi in conio, perdio*, siccome ho tiiiìlo 
nello studio 3 Uolofjiia, si^uìficuno probatuut verlmm, 
parola approvata dalla esperienza dei secoli, e dal 
consenso dc^lì uomini: ma. e poi, t|Ucllo che uvete 
detto rii^uarda il seguito; allora provvederemo oi 
casi nostri, intanto ci giova vivere, come vìviamo». 
« Ahi scellerato ! E come puoi giovarli del 
sangue del fiacco che piange^ Qual dìk'lto o ciual uii- 
Ic puoi ritrovare a spegnere barliuromentc chi ti 
ringe le ginoccbiu . e iiuplora la tua pietà ? ~ 
lensa che un giorno dovrai essere giudicato «. 

K Che volete? ogni uomo ha le sue opinioni, 
d io ho questa. B' visse un popolo nctl' unLichilà, 
loinc lui dicevano i mìei maestri, che Pnceva ino- 
rirc per compassione i mal Tatti di corpo, e si trova 
chi lo loda; or come, 'uccidendo io i uial disposti 
cuore, che è molto peggìor cosa, potrei essere 
iasimato? L'jmtìchità è una gran madre dì utili 
■inmaestramcnti, messere n. 

« li chi sei tu, che pretendi scrutinare i peii- 
tàeri dell' uomo, e vuoi iissuiiicre la più portentosa 
qualilA del Signore ? Se veramente cotesti sono i 
luoi sentimenti, tu meriti piuttosto che rigioni , 
lU^nalate. Questo ti basti , che il debole non Tu 
Itti trucidalo, tranne dal vile: la storia del lionc 
I San f^Iarco, or sono pochi anni, che salvò a 



IGi U DkrT«4LIA 

Fiorenza il bambino Orlaniluccìn , t' inse^ 
il forte .<ii pnlo.si nia;!niiniitto (1). » 

' « Con ijiieslo mi pare, che vogliale ttcciai 
di vile, e voi mi <lite cosa senza sifinìficutn; in 
ilirò mieshì, e .ivn-mo JclUi una iiiL-nio:^» 
una stoltezza per unu ». 

[[ Drcngiitto '■ » 

fl Eli via I j^etliamiKiiicsla sopravvesl» fàis- 
(ù; non ci conviene: no» vedete ehi; soniliriamo 1 
cjemoiiin in abito di erciniln ? jCnnnliamoci nella t» 
stra nudità, ella è schifosa, ma noi abbiatnu ninrt 
da sosluncrln: diciamo aperta im-nlc che siamo s«l- 
leralt, elie giova celarlo? Imito nessuno ci cr«à 
Ecco qit) —siti onore, sin pena, ognuno di ni^ì purti 
il segno di Caino sopra lo fronte : avi-ete un bd 
tirarvi il berretto su gli occhi, il segno sfoml^riìl 
piiniio, e si farà vedere; ovvero accadrà di voi copk 
(li (|iiell3 donna, che per celarsi il volto si post !• 
gonnella in mpo, e mostrò nudo il di sntlo. SÌjW 
almeno sinceri poiché col fingere non possiamo if 
gannarei ; rinunziatno all'apparenza di una >irtil> 
dalia quale non ricaviamo altro fruito che lo sch(^ 
no. — L" essere cosi pienamente ribaldi si-nzu V 



[I] Intornn al )!!60 fii presctnlBto al Coinuno dil 
un bel lione, al quale avevano posto nome S. Miirco, 
facovuno guardare in \'\ia.i3. di S. Giovanni; ««cito [wr ! 
guardia di gabbie, e va[;ando |ii>r la ciIlà,8zianBà in i 
Michole un ranci iiUo pò «[limo di un [ale ucciso a tradir 
la madre, cacciando aculii»imi Wridi, ei prostrò innnnti* 
liona. tlio severamome giiardaiala, le restituì il Hijli": tU'"' | 
croscialo vendici" 1' anima do! padre <i Io cliiumsio Ùit>* 
duccio del Liono. Villani Lib. G.C. "ì^. 



^ ni BEMEVEino MS 

jploi'nare più che far àa onesti con la leg|{c : 
i primo stato sci sempre sicuri), perchè ti (|iiar- 
! nel secondo ti aflìiii, e sei infiannalm ed allora 
W ti rimane? il pianto/ — il conforto dell' imbe- 
lle. Io scommetterei , messcr Ghino , questa mia 
nSa di Damasco, che voi, voi stosso , con tutta 
[ vostra generosità, se il papa, o Manfredi vi prò- 
letlesse un feudo a condizione di tradirci, scde» 
p baleno dì esitanza ci vendereste tutti, come manzi 
t beccaio: anima e corpo ». 

a Dreni^olto ! n ^rtdij Ghino, e la sua mano 
icorsc al puijnalc. Ma quello sciagurato, seguendo 
iaia trista loquacità, aj^^iungeva: 
I • Ma noi vi guardi;)iiio, perchè non abbiamo 
) Voi migliore opinione di quella, che, se voi siete 
ivin, dovete avere di noi: por ciò ognuno faccia 
Iiell» che gli aggrada; stiamo uniti tinche possia- 
lOi qnando non potremo pii1, a ci losceremo, o ci 
■kj^erenio, come meglio ci tornerà, Intanto !a- 
mci propagginare il nostro pellei^rino. Liberta 
I Rzioni! viva la libertà! ■ 

« Lilìertà di azioni! » gridarono alcuni fero- 
Cmcnte. E si muovevano per prendere il pelle- 
fìlK»; ma questi a\endo veduto i masnarlieri in- 
nii nella contesa, avea collo il tempo, curvato la 
Wsona , strisciato cautamente dietro di loro , e 
Atosi a gambe, così che adesso poteva aver fatto 
l*DÌ cammino. Rimasti delusi volevano dare la via 
I cani, frugare la foresta, rinvenirlo ad t>gni co- 
lo e propagginarlo. Ghino, seguitato dalla più parto 
M $uo), caro la spada, e gridò: 
lo lo impedisco. » 

tCtiFunuKi, Batl. iti lìrnitv. 19 




LA nitTT«m» 
« Lascittteci fare, o ctw vi ijcciJer«no, > nf- 
inrono i vompaiEni di Drenato. 

« Uè uccidere? vili liMdi (girandosi atlonn 

mirabili nenie la spada esclami Ghinn 1, nllu yron ! » 

« Allt provai » e gì* venivano «I sanJSue. Al- 

lorclié Ureiirtollo sì fece ìnnunti jfrirfnndo : 

Il Pace ! pace 1 Signcwi , udìle «n (meo 
prima, (Jhino. come vedete, noi abbiamo dw 
verse opinioni : colle parole ikmi ci possiamo cmh 
porre, che polrenimo dire e dire fino ni j^ionioild 
Giudizio, ot(niinu pei-sistcrobbe nella sua ; e puflo 
ancora «be nno giungesse a s»'ul)terc V oltni. rio 
andrebbe troppo per le lunj^be: finiamoln dunque 
co! pugnale. INon fneciamo come i polenti M* 
terra , i quali quando , hanno nlcurc altare è 
slrigare tra loro, coslriniinn'» il grcjjgo degli ""■ 
mini ad ainitiazznrsi nUegrnmente a nome MU 
(floria, senjia saperne il perchè; riteniamo ìwbì 
quesli , c\k ci sostcrreblnTo volenterosi . né wn- 
diamo VBiie le sperante del cameficr, che farchl» 
(Iran piiinlo se si uccìdessero tra loro: Ira noi 
sorse la rissa, si finisca tra noi; aHidiamoci »' 
jliudizin di Dio. » 

o E Din li Ila eondinmato; h mia spada no» 
hu Miai dato colpo in filili» ". 

Il O«eslo so ancor io, nv credete, in 
eli' io voglia un duello con voi; altra fona *■ 
vostra, altra nrle iipUc anni, che non è la mìa; 1* 
avete trnttnto fino lini primi anni spada e lanri*- 
io codice e eommenli: faecisioo in modo che niiW 
di noi abbia vanlajjgio ; poniamo in terra i nf^" 
pugnali, allonlaniamoci cento jassi, voi da nna pr!«| 



Foa un' altro: datò il sef^nn, nomino corrn a rac- 
{liere il suo; chi prima giunge, ferisca; che par- 
ie? » 

« l iita«nu(licri si tnfqiieri>. Ghino, riposta la 
■dji, trasse il pugnale, e iiiosliandolD luccicante 
Drenfi<)tl(i, ^li disse: 

n l/> vuoi ? Ppnsn fhi' hn rafUiiinlo it rnpriolo 
corso- e Dio mi porrà l'ale ai piedi, perchè è 
aS9. sua ■. 

■ Tonto meglio per voi Che volete? i nosfrì 
mpajtui aspettavano di veduru prupa^f^tnalo it pel- 
[rino, egli t'uggiva per corion vostra , una festa 
BOjìna pur farla ». 

• Sia fuUa la tuu volontà, e Ìl tuo sangue r»- 
ida sopra la tua testa. ■ 

Dopo questo Ghino sì raccolse un nionientu , 
i scuotendo lu fronte, gìtlò il pugnale con Liitla 
Wt, che (ùù di nvur» l' internò nel terreno, quindi 
le spalle fece sembiante d' incamminarsi al 
'tuogo, Drengotlo spiava questo momento; si 
enta rallissimo, e gìft ficcava ron orrìliile perfi- 
il sno pugnale nel fianco di Ghino, ollorquando 
la lama di spaila si vide comparire di dietro ad 
1 ulbero, e percuotere con lanla furia it braccio 
Ì| Assassino , che la sua mano cadde a terra 
TOS. La mano ionizzò sallellandn, e lasciò andare 
pu|nale, poi si aperse, e si richiuse celcremenle. 
me se tentasse afferrarlo di nuovo, e stette assai 
■U innanzi di quìplarr^ t|iicl molo. Il ferito i^ittù 
intrido acutissimo, rimase un momento in piedi, 
lalincnte cadde svenuto. Ghino vol)^ lu lesta, CO- 
BI con un solo sguardo il raso, ed esclama: 



3(8 U UATTICLU 

« Vìve un Dio che panisce il tradimrRtoI 
I masnadieri, maravigliati e atterriti, piegar 
la faccia a terra, « dissero Ira i dt-nti quasi fa' 
tono: a vive un Dio », 

Ct)rac poi Borierò ei fosse rinaaslo immoiiili 
nell'Bvvcutura del povero pellegrino, e dì cosi i 
vevfltc aiuto sovvem:?se il capo dei masnadieri i 
riesce diiScile a spiegarsi, qualora si voglia 
intente a quello che dice il buon Lavater intorna 
}0i cSicttì delle flsonomic : Occorrono di qne' sem- 
bianti, dice egli, che al primo aspetto diventano il 
piacere dei tuoi occhi, la gioia del tuo cuore, uè 
punto ti persuadi , che da te non siano stati più 
visti, anxi ti senti suscitare nell' anima un afTeltt 
confuso, che si assomiglia a qualche tontaita iM- 
moria di «more, e ti diletti a ingannare te stesso, 
e a credere che sieno gli amici della tua infaniìl. 
i quali, sebbene scomparsi da anni ed anni, lì lascia- 
rono nondimeno un lungo desiderio di loro; quindi 
il moto irresistibile dì congiungerti a quelli, e chia- 
marli a parte delle tue gioie, o dei tuoi alianni, clie 
è così bello sfogare nel cuore di un amico: mtr 
Ire all' opposto ne occorrono tuli altri di cui lo 
aspetto t' inspira un senso di allontana mento, ett 
i tuoi oa-hi si incontrano con gli occhi loro, tu 
sei costretto ad abbassarli, e se la tua bocca vuole 
indirizzare loro un discorso, te parole non ti escono 
intere, ma smozzicate, o stento , per modo che * 
un fastidio a sentirli; per quanto ti studi non f!iun- 
gcrai a vincere questo naturale sgomento ; l'orse lo 
tua ragione potrà persuaderti a non odiarli, — nw 
r amore non è passione che possa comandarsi 




m' rkmlvkato Sr>0 

'Dtùina nostra. — £d oltre a qu«sta cat^iunr, jipr se 
iU'Sj^u iKitcnlissima e naturale, tu- coiicwseru ulcuiie 
Ure olle (litoti forse non pensò il med^^inio Ro* 
|iero, nio che tiitlavoltn poterono contribuire al suo 
itto senxa eli" d vi ponttasi; mcnlo: e sono, rlic Ìl 
»so del |ielle^rÌiio si operò a qualche distanza dal 
ove ejiili stava aiipiattalo, e i masnadieri erano 
concordi a propa^innrlo, però che muoversi 
illa sua diresa era lo stesso che non salvar Ini, e 
rder si', stesso: il fallo di Ghino arrndevn forse 
(lue passi discosto, e la piii parte dei masnodieri 
rìsululi a prolc^ere il capo lo aflittarouo. che il col- 
po nuli pure non si sarebbe punito, in;i suzi lodato. 
Comunque ci'i fosse, Kogiero considerando adesso 
la inipossiliilitfi di celarsi, si Irussc dui nascondi- 
^io, e si avanxò verso Ghino. Quel suo eoniparìre 
improvviso, la ricca arinalura dì rho c(5ii andava 
coperto, e il bel soioljiaute^ ^li davano «ria di San 
Giori^iti, che ha abbattuto il dragone; e per San 
Giorgio, e per T Arcaogìolo Michele lo avrebbero 
•dorato quelle menti superstii^iose del masnadieri, 
le Ghino facendogUsi innanzi con lieta acco}^lÌenza, 
Iion gli avesse stretta la mano, dicendo: , 

« lo vi devo la vita, bel cavaliere n. m 

i\c atj^iunsc parola; ma il modo con che que- 
ste poche furono espresse dimostrarono a Rojiiero, 
che aveva trovato un amico, uno che avrebbe dato 
i suoi averi, la sua vita, il suo onore per vederlo 
felìct:; gli dimostrarono insomma tutti quei scnli- 
mcnti, che favelli» al mondo non si vanta di poter 
proferire, e quando anco potesse, il cuore sdei^nc- 
rebbe ado|»'are, perchè la prò onda passione sia mu* 

la* 



210 



U niiTTkUJit 



ta, ed un ringraziamento loquace nella lesta dì dn 
lo pronunzia serva a sdebitarlo della metà dell'ob- 
bligo. 

Queste TÌL^nde si adapcraraiio in brerissimi 
istanti ; però Ghino, saluluto Rogtero, si volse si- 
bilo Q Drcngotto, ed aiutò i compagni ad allscriAr^i 
nlla meglio le arterie tronche, ed impedire reci- 
sione del sangue, che ormai troppo aveva perilula 
quell'empio. Lo tolsero in appresso quattro oiasn»- 
dieri su le braccia, e s' incamminarono soavcmenlt 
alla capanna : Ghino gli sorreggeva la testa, frr 
vìa, il ferito sì rinvenne, e alzando gli occhi a^ 
gravali vide il condottiero, al quale con voce nuv 
zo spenta parlò: 

« L' uomo curioso che siete, messere! Orchi 
credete voi fare con questa apparente pielfi? voi 
non dovete, né potete sentirne per me: non bui" 
tentato dì uccidervi? — e a tradimento, direlilx'fi' 
gli stolti. Cosa significa questo tradimento? Toinii 
oHenileste, io dovca vendicarmi; apertamente n«i 
avrei potuto, e sarebbe stato un a^iungere il danno 
air oli roggio — Io tentoi rome meglio potevo; u"" 
sono riuscito — pazienza! £11' era una lite tra niii 
il caso r ha decìsa contro di me, né io me ne t(* 
fanno più del medico, che vede morto l'animnliilo. 
il giureconsulto perduta la causa: andate sii, 
cotesta vostra compassione mi insulta. Cossèant 
mano di meno? la natura ne ha preveduto il cM 
perché, altnmiento, a qual fine ce ne avrebbe ella 
date duc'i* Poiché siamo nati pev morire, meglio 
gìovB andarcene a poco a poco, ette tutto a ui 
tratto; cosi ci avvezKÌnnio; — intanto mi é modi 



^^Hp DI BEXEVKtnO 871 

» m«no — poi un piede . . , «lUBlcheduno ilovcva 
e le spese della festa, sono toccale a me — pazieu- 
[ Già le scommesse mi sano state sempre fatali, n 
Ghino si apprestava a consolarlo, ma egli era 
aduto in isvenimcnto. Giunti che furono alla so- 
ia della capanna, il condottiero chiamato Beltra> 
ttli comandò averne cura, e to pre^ò che per 
F^amore lo vegliasse; lo avrebbe ricompensalo 
appresso ; ìnlanto se 1' ammalatn si a^ravava 
idasse a S. Qnirico, e dicesse all' abbate, chenics- 
r Ghino mandava per lui , eh' egli sarebbe cer- 
tnente venuto; finalmente rivoltosi alla masnada 
>e lo aveva sc[(uÌtato, parlò con voce solenne bre- 
ssimo discorso : 

a Siovi d' esempio Drengotto, io perdono i col- 
ivoli ». 

Ciò detto, ricusata ogni altra compagnia, cam- 
Sdò verso la sua dimora, pregando gentilmente Ko- 
ero a volervi accettare l'ospinìo per quella nottata, 
lattiero, non che accettare il prego, avrebbe pre- 
ito egli stesso, tanto era il diletto che ricavava 
'Un presenza di Ghino, e più il bisogna che sentiva 
riKtorarsì. Andò pertanto volenteroso con lui. e 
miSifro dentro a certi intricati viottoli della fo- 
sifl, pei quali ogni uomo che non ne fosse stato 
'Ji pratico -siirebbesi certamente smarrito. Lascia- 
gli andare, che Ghino ne conosce In via, e menerà 
ritlo il suo compagno allo albergo : noi anderemo 
rfar fine al capitolo, e alla vita di Drengotto. 

I masnadieri, ItceuKiati da Ghino, si dispersero 
à qna, chi Iji con diversi pensieri, ma tutti pro- 
idi; Ilo noi li diremo. 



L 



ut iniKf 

illnl 



aT$ U UTTUI.U 

l qitatti-it i'h« sostenevano Orcnf[ottu V 
mnu sui It^Uu; bcllramo in alto di clistiia MM» 
si coiupu^ni: 

a Avrete voi cuore di lasciarlo solo 

« Non ci stai tu? (imo di loro rispose) «j 
faremmo ooi per (ulta U notte.'» 

H Giuoctieremo a zara ' so;tgiiinse Bel 

n Si' cosi e, rimango. » 

« Gos) io, ed io > risposero gli altri. 

Ma Beltramo, che aveva un atomo di iimiiii 
più di loro, osservò che Drenjtotto era svoiiulo, i 
qual cosa essi risposero che dormiva; ed allotuii 
che ej(li fosse interna mente perstinso che l>ren|V 
dormisse, ma facendosi inganno con cotesti A 
mozione dei compagni, pose un pò* d' accordo I 
la sua unitim e quL'llo che stava per lare, e Ini 
i tre dadi di lasca : 

« Manca il vino 1 ■ 

Uno dei compagni, che avnva infinita impani 
za ili cominciare il giuoco, rispose: 

a Guardale SU questa tavola, non vedetelo 
Drengollo se ne trovi molto ben provveduto? ' 
dare a pigliarlo nelli; nostre capanne si logorerei 
troppo gran tempo; togliamo di (|iiesto. se Drengi 
vivrà glielo pagheremo, o rìnictleremo, come vo^ 
se morrà, lo avremo bevuto sen&a pagare l'odio 
il che. tramuta in greco (■!) owco 1' aceto, comedi 
il poeta. 

I masnadieri risera al motto, e tolti ì 
del vino, ed alcune candele, si disposero in 

tt) Ottimo vino elio Fa in llalin, « coti si eldai 
die neoue da mnuiiuoli prìmicramcnlff vonuii dt Orai 



I 



I 



Ur, 



L«v. 



])avimenti) danda [H-ìncipin alla partila. Avevano 
itto da Kci giri di giuoco, e bevuto altretlaiiU Sa- 
lili di vino, allorché una voce, che pareva uscisse 
li Sotto terra, chiama: 
« BcHrnmo? n 

<. Ti sci svegliato, Dren^olto ? Sodo da te , — 
j'ioiio <|i)esto tiro mi viene la mano — getto i dadi 
Sono da le- ■ 
« Beltramo? » 

■ Kcoomi — sono testo — dammi i dadi — bel 

'•> 1 si'l e quattro dieci, e tre tredici — segna, 

l'^gnazzo — la partila non è ancora perduta». Poi 

M^Vaiugt iu piedi andò al letto del ferito, Ìl quale 

"Vi disse; 

u Beltramo, Wntre io era svenuto.... > 
a. Come ! non eri addormentato ? » esclamò Bcl- 
XTBmo facendo le maraviglie. 

H Mentre era svenuto (continuò, senza badar- 
gli, Drengotto] sia eh' io facessi alcun moto, sia che 
la fascia.... » 

o Tre, tre ! sto per uno » urlò un masnadiero. 
B Tocca a te a gittare, Beltramo, stanno per uno». 
• Per uno I E come è andata qncsta T — Un 
momento Urt'ngotlo, fiitto ì dadi. e.... » 

« La fascia era mal messa, e il sangue..-. » 
Beltramo che aveva l'alto «n passo tornò indietro: 
« Il sangue? (ripete sbadatamente, e sog^innse^ 
^nazzo tira per me, che ora non posso ». 

Il sanguL' del mio corpo è quasi che lutto 
^ito dalle vene lacerate, ed io mi muoio: — 
Ji ' n E si scoperse — miserabile spettacolo ! — dì- 
lazzava dentro un lago di sanf^ue. 



i7i u •trrtCLu 

■ Tredici I — 11» vinlo — abbiamo vinto. Si 
tramo — cinque de pcrdoi» ». 

a Segna al muro, a scanso di lìti...- Vt 
ginc gloriosa! Perchè non in liai cliiarnalo prìi 
Drengotto?» disse Beltramo, e si aDacceniifta 
sciargli la ferita ». 

a. Sta bene/ (rispose Drengotto sorridendo) 
rermati che ogni tua opera o^^imai sarebbe f 
ta. — In ti ho cliioiiiato per fare il mio li-slauie: 
nuncupativo; e voi pure, compagni, acooislalevi 
ascoltale le mìe ultime disposizioni ». 

1 masuudieri, che avevano finito il giitoto, 
senza Jl quarto andavano malamente innanù, 
sero, e ojliuino col bicchiere alla mano s' iiicammii 
verso il ferito, yuesli vedutili pronti «d osoJUirl' 
incominciò: 

«Invocato, etc, eie. Considerando essernii »' 
Cina la morte, che forma la conclusione della viln, 
di mente sanissimo, cioè, come sono slato seinpni 
lascio da prima l'anima a chi di ragione, e 
corpo, poiché non ha pelle che poiisa gÌovai-vÌ, tul 
iulieru alla pianura. Ilem Inscio le mie armi t 
mie vesti e chi primo le piglieri. — llem il a 
danaro a voi altri <|tinttro. onde Tacciate dìnw. 
ne diciate voi stessi.... tante partite a Kara. —tt 
o Voi, il vino che leitgo in serbo nella capnnii 
perche- possiate pa&sare allefframenlc que&ta noi 
e la seguente se ve ne avonxa.... » 

■ Oh! l'iibbiaiiio già preso » esclamarono tal 
Dunque cassi il notaro questo legato ■ dii 

il moribondo ridendo. 

« Quindi insliluisco erede nella unìversilè ^ 



DI DRNKVCNTO 



275 



debili Bellramo dì Tafo, clw mi ha fatto 
ilo amorosa guardia in questa uUiina malat- 
. ». 

* Ohi niente, niente, Dren^tto, tu in questo 
avresti fallo lo slesso ». 
Credo che sì, Beltramo ; solo ti prego di una 
e ti seongitiro a non rirnitarlit alla nostra 
amicizia : — quando porteranno a seppellire 
mio cadavere, cereherai In mia mano che deve 
re riuiQSla là in mezzo ni hosco, e ti adopru- 
fai di ponnela accanto, in modo dìp subito la possa 
rovare; però che quando 1' arcungiolo ci chiaraerft 
quel giudi/Zio — ch'io non ho mai avuto — possa 
rcscnlarmi «lei primi, e sapere subito il mio bene, 
il mio male ; altramente, come vedi, chi sa ove 
iavolo me la caccerebbero, e quanln tempo dovrei 
tifare per rinvenirla! v E qui rise: ma quel suo 
so fu r uUimo, che 1' ajlonla In sorprese. Le sue 
ibbra tremolavano increspate, i suoi denti battc- 
hiQ frajiorosi — ell'era un» espressione infernale: 
1 palpebre parimente si aprivano e si richiudeva- 
I» con quella VE^Iocìtè , eoo cui vediamo sruoEcre 
■ale alili farfalla nuovamente presa : il perìodo 
rlla conndsione fu di poca durata, a mano u ma- 
t divenne più debole , cessò , — e della creatura 
mf so la creta. 

I masnadieri che circondavano il letto col bir- 
liere alla mano, vedutolo spirare, se lo Rccosta- 
)no alla borea dicendo: u Anche questa è finita. 
>8lla salute dell' anima sua » e lo vuotarono: poi 
tperto il cadavere tornarono a giuocnrsi a zara i 
mari del morto. 



k 



<:\P1T0L0 XI. 



.... Il Incf di nomco. ili cui 
Pn I* oin^ crsndr r lir-IU nul ^lU 
AIk I Provtnralj cho ttr uanirn lui 
^uii hjkiiiio rì(i>i o prrù mi] '-^iki^im 
*>>iii1 ti li ilaiiiin drl ben (gir iium, 

Kjlmcinclo UrrlifiiifiIrrtT t dù ^fec 
Ittimiru pr^TioIui iilollc r lunarini 

K |iok II m{<(icr !<! pEkrok Llta 
K JlnKiiid^r TiKlnDi^ a quella («vii 
Che gli a[tcgn<> ii-'Ilt ' dn(piiP(H«*W 

Iricll jinrlitii f>(>vf<rti r vliitloi 
K u II iTiunil» u|icu>r LI rur tb' 
ncjiilifuiiil» 4114 vIU * (nitlit I 

Kntt III loda. * p\t» lo Imlrrrlilit. 



Tornato àa Santo Jacopo di Galizia un 
romeo (1), Iraeva Terso sera V inreniio ftanoi i 
If vie di Miirsiglìn . come colui dir sembravi i 
t^nunfo dci^li anni e dat lungo csmmitiv, in 
di un Saiodochio (9), dove polcr riposare per ■ 
notte le nienilira. Poiché eblie percorso molle cS 
trade della città , si fennò innsn/.ì uno $plFD£d'> 
palazzo, dal quale partiva una ^ran luce ed tiD u' 
monioHO concerto di suoni e di canti : vedeva W" 
Irarc ed uscire dame e cavalieri dovìzlosamcote jl"" 
bi^liati; vedeva scudieri alTaeccnclarsi, maggiorilMli 
scorrere (Hia e là con le mazze di arjiento, perehù 

[)) Romei erano propriameniB i pellegnai che indi»»' 
no > noma. 

(Syl goDodochi ( (|ii.iiido ve n'orano) cmoo luoghi ("Blf 
rotarmenie desiìnati ail nllìor^-aro i pftllegrinl. 



PI DExrVEsro 277 

Uo procedesse in buon ordini», e sinìscak-iii . e 
nli ili su, di ii,ìit per le scalt'. portare in presiosis- 
idi vasi squisiti rìiil'resclii, ttiUo in somma aeccn- 
iva cheiinn grnn testa si hcp.vn \h (lenirò. Il romeo 
accostò ad un uomo del popolo, radunato uvaiili 
porta, e inossagti grauosa domanda, seppe co- 
le il palazzo npparlcnesse a monsignore Kaimondo 
crlinghiero eonte di Provenza. Corredo in (lufl 
■topo altissimi!) rìnoinQn7.i!i per tutta cristinnìlfi di 
lieslo conte Raimondo , sì penile egli nascesse dì 
entile lignujfgio, avendo comune 1' origine con la 
ua d' Arragoiia e con quella del cesile di Tolosa, 

I perchè si fosse eijjnore discreto molto, valoroso, 
wtesc, grande operatore di cose onorate. Si ripo- 
savano alla sun corte tutti i prodi cavalieri di Pro- 
«nia, di Francia e di Catalogna, non meno che i 

ii valenti trovatori , che avessero fama a quei 

mpi : ed ejtlì stesso assai dilettavasi di correre 

nel torneo, e cantare la cannone d' amore in 

ad un bel cerchio di giovani dame. 

11 romeo disegnò di far prova della cortesia 

conte, e senza altro pensare si cacciò ardila- 

nella corte. Marnvigliaronsi i cavalieri, che 

un mendico avesse tanto di audacia da penetrare 

II mezzo a loro, ed ognuno di essi scliifavalo, e 
tì coihc pauroso che le sue vesti di seta non s'im- 
■•rattassero, toccando quelle del povero pellegrino, 
■^1 parte si, ritrucva : ne segui quindi, che, invece 
«i farlo olibrobrioso, come era il pensiero di loro, lo 
'sollassero. imperciocché egli camniiuava; ttilto .lolo 
"1 mezzo a due ale di dame, e cavolieri, i quali 
liuntuiiquc si fossero cosi disposti per disprezzo. 

GuEHBuu, Dalt. di Bciicv. 30 




978 i.k B^intcìu 

piire il conc«l(o mal lalcnlo non muniruslaTaiio al é 

foori, <! quella pnu:izigne crn rlspi'Uoiia. 

Il conte Raimondo, che, per goderv di tin sola 
sguardo In festa . s' t-ra messo a sedere scipm nt 
luogo olcvulo u guisa di trono, apprestatogli nclli 
pnrtc priiicipulv della sala , appena vide il romn 
che si aviinzavii, scese, « andandogli ineoDtro ^ 
fere gratu nccojìlieitza, dicendo: 

t Bel pellegrino, voi siete il molto ben venuto 
in nostni (rotte; disponete a modo ^oMro di liitlo 
tjtiello die vi iìg;^ra(b , perchè intendiamo clic ne 
siate come signore e pndrone ». 

« Monsi^iiui" conte, ora vedo che la fanu. pCf 
quanto die» della vostra ulta cortesia, non può (»tii 
dire, die le voei al paragone non vengano meno. I* 
m' era qui recalo per fnrnr esperimento, e vedm 
se neir ora della pompa avreste sdegnalo di vol^ra 
il guardo ai servo di Dio, stanco daflji anni e tra* 
vagliato dal cammino: ma voi, conte, uvele laSCttlO 
r orgoglio ai cuori codardi, the se lo hanno Ifllt» 
per signore, i quali per quanto siano circoinijli 
di ossa <- ili carne, noi potranno mai celare all'uc- 
chio dcli'Klcrno ». E qui girò severamente lu factit 
ai circnstanli cavalieri, che troppo erano cnrti)|ÌanÌ 
per obbussare la loro, e che gliela mostrarono ih 
un punto air altro tutta ridente. 11 buon rnmro, 
disdegnando le lusinghe, si come innanzi il disprri* 
20, continuò favellando al conte Raimondo : 

■ Voi non vergognaste di adempire le sperain* 
del povero, die aveva posto in voi fede: voi jl" 
pmffcrislc quello di che abbisognava, senza (*i*8 
ve lo chiedesse, però che colui, che vede il hi»'' 



là 



ni DEI»EVF,1T0 279 

ii8p«lta la richiesta .' quiiKi sì npparecchia a 
!garc; e vui sart-te riiiiiini:r;ili.t in questa vita e 
(joell' altra, con voi saranno le benedizioni del 
gnorc, l'i vi magiiiDchiTà sopro i vostri cnmil , 
I glorilìcher& sDpru ì vostri Demtci, e il vostro 
jme si conserverà nei niiioti, come l'odore delia 
lirrti kì conserva, dopo che il fuoco ne ha consuma- 
I il granello ». 

Stupirono i cavalieri e le dame a sentire il pcl- 
^rino favellare tanto liiscrclaincnle, e lo t^^nncro 
ir valenti! uomo. Il conte nnìniondo, tutto lieto, 
in graziose parole g^li rispondeva : 

« Noi vi aljbiamo obbligo infinito, hcl pellegri- 
0, per la fede che avete posta nella nostra corle- 
Ì8, edibene per cosa che nnn valf^a la pena di ram- 
MDtare ; che troppo gran torto noi foremmo, non 
iciamo ai nMtri fmlolli di cavalleria , ma ai no-. 
Iri meno agiati vassalli, sospettando che avrebbero 
:hìu5<! le porte ol buon romeo ». 

• Won l'alto ma Ìl modo, Monsi(!nor conte, 
fince lo spirilo, e v' é Iole che nega in sì benigna 
iiianiera, che (u l'ami più di tale altro che viìla- 
Mmenle li dona ». 

Allora il conte Raimondo , b'Ito per mano il 
ptllegrino, lo condusse nei più riposti appartamen- 
ti, e fattolo ristorare di cibo e di bevanda, veden- 
lolo stanco non volle per quello sera trattenerlo' 
1" più lunghi discorsi , ma comandalo che gli sì 
Matasse una fresca cameretta, quivi lo lasciò a 
■nre e ritornò alla festa. 
■ Alla manina sorgendo il Conte per tempissimo 
'^cò in un suo giardino non solo per meditare 




2S0 U BATTACMt 

ù Dintte quieta nj^lì arTiu-i dcllii signoria in 
tempo minai'ciatii ili i^iierru Aa\ Conte dì Tnli 
qiinntn per raccoglie re alcun*: iiiima^iiii su l'ai 
onde ubbellire certa cobola {ì) che disegnava 
dare alla dama dei suoi pensieri. Vagando cima II 
inlernnto nelli' siht idei: iwoorse nel pellegrino 
quale, levatosi iinch' eitli di liuon' or» s' era porMS' 
colà per salutare il St)(nore col primo n0o 
sole nascente: questi, dopo i debiti ossequi, 
dò al Conte per qunl raf^ione fosse in vista tni 
Kaimondn sehlipne per natura assai circosiielto, 
fu luiila lu fidiicin, che su quei subito rìpode 
pellegrino, che punto non dubitò di aprirf(ti 1* oniiw 
suo; e il pellegrino lo sovvenne di tali snvi 
fjli, che u Kuijiiondo pnrve dovere non che non 
vilare 1' impreca col conte di Tolosa, desiilerarli, 
qualora a^-esse seco si actorlo e valente consi^lieK- 
Gli disse pertanto, eli' ei non ^li avrebbe mai (( 
forzo di rimanere, e che anzi era in sua faeoll 
slare e 1' andare, lua se nulla poteva presso di 
il suo prego , ei )o confortava a reslare. Se 
mondo sì sentiva innamorato delle virtù del pelle- 
grino . il pellegrino non lo era incno di quelle & 
Raimondo, onde in breve si trovarono d' accordo: 
né slette molto che diventò il romeo di Of^i c«a 
dello Slnlo guidatore e maestro. E)ili sì iiianteoM 
in ubilo reli}ìioso e con la i^na industria seppe (M 
in modo che il Conte, lenendo sempre la meiicsiai 
corte, accrebbe ili più di due terzi il proprio tttaw 
onde quando accadde la guerra col Conte di Tobw 

(11 CODOLA presso i1>rovcnis)t era un compoi 
uro 




DI BEtrevewio MI 

eh' ora il magitiurc del mondo avendo soll^) so 
tuttordìcì CiKilì) a cagione di confini , si per la 
orlcKia dì iVuiiuuiido, sì pel ('onsiglio tic) rame» , 
I pel molto tesoro, t;inti i-avalicri e Itaroni inililii- 
ono 5olto le bandicri; di Provenza, clic il Onte di 
blosa sì ebbe la pejit^io. 

Oro nvvcnni- , clic il i-onle Raimondo avesse quat- 
to figliuole grandi lU marito sen7.n più, e sìccniue 
noie la maf^ior parte dei padri, desiderasse maritarle 
prodi e potenti sì|3nori, e forlp rej^ìne e impera- 
rtci, se potesse; ma nun jilli veniva Tatto d' imraa- 
loarft la vìa, die il suo tesoro non bastava a dare 
! tutte In dote àa rej^inn: il bimn romeo lo cou- 
i>rt6 a non prendersi pensiero di questo; ovrclibe 
rm'reduti) egli. E prima marìtii la luog^iore a Luì- 
ii IX di Francia con inultìssiinn dote; per la qual 
usa essendo ripreso dui Conte rispose: « lasciatemi 
are. Monsignore, che essendo maritala bene la pri- 
ma ooii ;iran costo, mariterete le altre con minore, 
1 cagione del si» parentado ". E il l'atto accadile, 
conte egli aveva preveduto: imperciocché Eduardo 
■Il d' lni(liiilerra , per essere cognato del Re di 
Vraneio , tolse la seconda eoo minor dote , ed in 
■appresso Riccardo di CornovagUa, suo fratello, e- 
Ictto Re dei Romani , la tcrzfi. Rimaneva in casa 
la quarta, ed Ìl roiiiro disse a Raimondo: •> questa 
daremo ad un uomo valoroso che vi sia in luogo 
di figliuolo, e vi succeda m^Ua signoria »: ed assen- 
tendo il Conte , egli la sposava n Carlo d' An^^ó . 
'rateilo del Re Lui)4Ì di Francia , alViirmando che 
rebi» divenuto il ratigfiiore, e il migliore signore 
niomlo. I 

so* J 



Dupii tnnti anni di k'altà i; di servitù, U m»- 
letletlQ invidia, ]m'sU' dolle torli cie\ inonilu, comin- 
ciò a stisiirrare nlln orecchie <1Ì Raimondo, BVfrlo 
tradito il romeo , e di o^ni suo tesoro spoglinlO- 
ISon du%'3 v$\\ rode du jirtiDa a quelle inali|i>ìtl, 
ma ripeliiti'igli 0|^i, dimani, e sempre, gli venne in 
pensiero di domandare conio al romeo di ogni sul 
opi-rumiie: (|iicsti come colui che stavascne pnr- 
vedtilo, mostrò la scrilLurn, dette fanone dì tutlA 
e chiesi? commiato. Il Conte, giarendofili aver nul 
fallo, l'on limili scuse si difendeva, e a grande 1* 
stanza Io pregava u non volerlo abbandonare on 
che lauta parte di vita avevano insieme traseorSK 
aiQ il pellcj^rino troncò quelle parole, dicendn: 

■ No, i>Ionsìgnore Raimondo, dividiamoci adeao 
ohe siamo amici; sarà la iioslra separazione pur 
troppo fiiiiara, ma ognuno di noi lascerà all' ulM 
tal rimembranza, clic vulenlierì si compìaceri tì- 
chiamare alla mente: forse aspettando non io p 
Iremmo più. Voi siete vecchio, e la %'ecchiezza vicnt 
con le infermità del corpo, ed il sospetto dello spi- 
rito: — forse è questo un vìzio degli unni, for» i 
frutto della esperienza che ha veduto {{li uontloi 
più pronti Q ingannare, che ad esser leali; in o^i 
Hiodo il -sospetto è il compagno della vccchìcua, e 
piaccjise al cielo che fosse il solo. Questo vostro 
improvviso domundormi ragione del mio operalo i 
quantunque di per voi stesso avreste potuto conii- 
dersre che di umile condizione vi ho posto in f/nnit 
signoria, mi fa conoscere che la vo-stra ct& non w 
esente dalla comune dilTidenKa, o per ps,scrsi Spon* 
taueainenlc suscitata nel vostro spirilo, o per tf n 



iiUriii. Presoiilemente. la Dio mercè, ho potuto chia- 
rirvi (li <]uello clic mi awlo. rkhìi'slu; l'ursu in ni- 
tro tempo noi potrei, perchi> .se mancano talora le 
prove per conviiiceri! il delìtlo, possono anche niun- 
care per dimoslrarc l' innocenza, ed allora mi pu- 
nireste e fareste mal' opera , e tale che il vostro 
onore fino adesso purissimo ne sentirebbe irrime- 
diabile danno: provvediamo dunque lin che vi è 
tempo flila mia $icnreKi:a e allo fama vostra; tanto 
la morie verrebbe a separarci per (orza, raccìamolo 
volontariamenle. EU' è una parola di dolore , ma 
pur bisogno proferirla, — l'addio! Possano essere 
ti vostri rimanenti giorni traniiuilli e gloriosi; pos- 
sano coloro rhc mi hanno allontanato da voi ser- 
virvi con quella lenità, con che v' ho servito io. 
Povero venni in questa roriR, povero voglio partirmi; 
la tasca e il bordone , eh' io ho conservalo come 
dono prezioso della miseria, pel quale io mi reputo 
ricco, e sopra le ricchezze, saranno la mia veste; 
le mie gambe, come che inferme, il palafreno: — 
addio. Di quello che mi sarei n)erìtatn in guider- 
done dei miei servigi, fate del bene ai poverelli di 
Cristo. Addio, mio bel signore — addio — ci rive- 
dremo nel Paradiso ». 

Né per quanto il Conte con preghiere e con 
lagrime s' in^'-^nasse di ritenerlo, potè pervenire 
a farlo restare. Partiva il pellegrino in abito di- 
messo, portando seco 1' amore e il desiderio di 
lutti ; Raimondo co' suoi vassalli lo seguitava tra- 
endo dolorosi guai: giunto alia porta della città il 
pellegrino abbracciò il Cobite, lo bacìo in bocca, 
loisc nuovamente commisto, e lo raccomandi!) a 




281 ti UTKCtrt 

Dio ; con Lutti i rimonenli quelle dipnrlcnze ni» 
polù Tore, per<V alzala la mano lì twtKMlissp, d 
e^linn riceverouo <niella hvtieilizitinr pnislrali, ft^ 
nwndo profuniluiiiciite, pÌuti^>iKlo e .sin^hinxianiln, 
come se ad o^ntiuo di loro fi>&sc mnrt» il pire 
n la m«dr«. Cosi, come era veimio il pcllr^ìo* 
se iic parli, né mai si seppe chi t'osse, n do\t w- 
(lussr. se non che la pli'i i^arte <li quelli che il ri* 
dero e fili parlarono tenne per fermo che rosse n 
santo. 

Non sopravvisse mollo il Conte ItainKtndo «Hi 
partenza M pellejiinno, per la morie di lui ti 
ProvcncB venne fwtlo il potere dui siio ^en 
Carlo. 

JSftrqiic «juesf uomo nel -1290 da Lwi^i VDI 
n da Bianca di Cartiglia ; come fi)lUo di Franta 
ebk' in sorte la Ontea d' Animili e la siilnorì» di 
Fulc»cchìpri ; come sposo di Itcatrìcc la ProTCìin. 
la Linrfuadoca e parte del l'iemonle. Quale htx 
di pi-rsonii e di costume Irovianto con molto Iti 
garho narrato da un istorici} del medesimo »• 
eolo (1), chtì nlihiamo preso per guida di qiMJlo 
rapitolo: savio, magnanimo, di alti intcndimcoti, f 
severo, sicuro nelle a^-vcrsìtà, veritiero Ìn<^ni fn>- 
messa, poco parlante, mollo operante, non riJf» 
elle lejtgprmontc, e di rado, liir^o del sm-, ciipiJp 
dell' altrui. Trovolorl, Giullari, Menestrelli, ed ^ 
tra gente sullazzevole non tenne in prejfio , ••» 
sprezzò; molto vegliava, e soleva dire che i\ìimM 
meno si dormiva meno si moriva : In sguardo ittr 
feroce ; {Jrande di persona, nerl>orulo e di eoUlf 

[i] Gin. Vlilani. I,. ». c.9\. 



oIìtÌ)^ ; del rimanente religioso , e , per quanta 
paò essere un soldato, dalibene. 

Condotto nel 1250 da S. Luij;! al conquisto 
di Gerusnlemmc, cadde, insieme col fratello e la 
principale Haroniu di Francia, io potere degl'Infe* 
Odi presso Uamiala. Uscito dalla pnifionia se ne 
«ndò in Provenza, dove ehlie a sostenere molte 
ctmlese co' suoi vassalli, J diritti dei quatì voleva 
anmtllore, e Tarsi senza restrizione nessuna asso- 
luto signore. 

Olii (» che gli fliiinsc l' elezione di Urtano, 
portatafili dnl Cardiiinlc Simone di Tours; e dopo 
averne tenuto proposito col Re di Francia . col 
I Conte di Artois , e con quello di Lanson suoi fra- 
itelli, i quali per levarsi dattorno quel!' uomo ai»> 
bizioso lo aiiimnrono alla impreso, e gli proiTeraero 
sussidio d'arme e di doniiro, rispose essere appn- 
receliiato di mettersi alla ventura in onore di Dio 
taMetla Santa Ghiusu romana. 
' Se mollo la naturale cnpidigìa lo stimolava 'a 
quell'acquiMo, non meno ve lo stimolarono le vivis- 
sime isinnze delta sua moglie Beatrice, la quale, per 
radunare tesoro, impegnò tolti ì suol gioielli , il elio 
.forma il più {^ran sagriiizio, che donna al mondo 
HasB mai lare. Per quello che narrano lo crona- 
TK del tempo, la cajjione di questa caldezza di 
Beatrice fu che poco iimanzi, essendo convenuta a 
Parigi insieme con le altre sorelle a celebrare «ella 
corte del suo cognato la Pasqua di Natale , assi- 
stendo con esse loro il dì dell' Eplfama iilla festa 
dei Re, ehe i Monarchi di Francia usavano solen- 
irc nella Chiesa di S. Dionigi, 1' avevano Talta 



2B6 tA BAtTJkOJk J 

sedere un grado pia basso, imjwrcìoccliv ella noli 
portava corona reale. Infinite, e forse no» tutted 
narrarsi, furono le arti odojwrate da ([uesta ivam 
Bnibieiosa per chiamare allu sua fazione il Gotr 
della Cavalleria francese. Erano in ijnci giorni ilue 
potentissimi ercitanmnti a ìm|)rvndi;rc la pitta, 
la cortesia defili uuinini d'arme, per la qtialv eti-^ 
mavano che riohìusti di fare alcuna impresa ySì 
V amifre d' tiiiu dama no» polessera sema biasind 
ricusare, e Io spirito di [lelÌ]^Ìone. Ambedue quM 
sti vennero messi in opera, il primo da Bestrìcd 
il secondo dai Legali del Papa, che ondavano m 
dicandn ppr Francia la crociata contro Manfrfdit 
e proniellevaiio la remissione dei peccati e le slciffi 
iniUilj^enzp, come se fossero andati a couiltatlere in 
PalcKtimi. Per quelli poi che poco tenevano in 
conto II' lusinghe della femmina e le indul^enu 
della Chiesa (e questi narra la cronaca, ciie (* 
sero i pio} l'aviilila di grossi stipendi fu valevrfì 
a riunirli sotto lo stendardo di Carlo. Alle quili 
co-se tutte, se voglia unìr.si la nalurale Ta^bedi 
delle munii francesi di veder novità, non si mi- 
ravij^Iioriiuno i lellorì se il suo esercito ascendf*» 
a ()0,0(X> uomini tra covaltcri, balestrieri e faoli 
di ujiJni sorte. 

La morte avvenuta di Urbano IV e lo so- 
stituzione al Pontificato di Clemente IV. non |wt< , 
non inlerruppe In pratica, nio 1' affrellò; che ^u^ 
sti era viissiilto di Carlo, e xeisntissimo soAtedui 
tore delle suu parti. Costui ebbe da prima iim^^| 
e figliuoli, e fu tenuto in prej^io di valoroso ^i^ 
reconsuUo : morta);li la moglie si rende cbcrico ^ 



surccssivamciitc Vfs«ovo di Pois, Cnrdi- 
e di Narb-Miu, Lcgsto ia tiigÌiÌl(i:iT/i , p final- 
Btc Pontefice. Bflrtoloiiieo Pii^naltclli, Arcivesco- 
vi Cosenza, vassallo e nemico ili Manfredi, spe- 
ù. a i^ran fretta in Frovenxn, unitosi a Simone 
feinaìe dì Santa Cicilia andavo eccitando Carlo 
tnlnrc in Italia. 

, Manfredi alla novella di tanti andamenti non 
Imarriva, ma carne uomo di gran cuore e tna- 
uninio si ap|)areccliiù a ben ricevere il nemico. 
nudissima fu la cura che pose da lato di terra 
custodire i passi, all'orzando Cepperano, San Cer- 
ano, e mettendo scello presidio in Benevento; per 
lire le sue galere unite a quelle dei Pisani e 
a Genovesi, che sommavano in tutte a meglio dì 
tanta, lo rendevano sicuro. I^ forze del Ke di 
Ito Francia, non elle (]uellR di «n Conte, pare- 
mo insnllìcienti a potergli fare danno; pure tanto 
mo fallaci gli umani disegni, che e per mare, e 
T terra fu con mirabile agevolezza abbattuto , 
ccomc andremo narrando nel processo di questa 
Win. 

Ora Carlo , considerando di quanto grande 
imento sarebbe stata la sua presenza in Italia , 
la ventura non presentare pili d' una volta l'oc- 
»ione, a malgrado di molti che Io sconsiglia- 
no, si dispose di montare sopra le galere, e au- 
re quanto più presto potesse a Roma : sapeva 
egli, che Manfredi fac(^va guardare tutta la 
laggia runiana, né ignorava essere le sue galere 
pena un quarto di quelle del suo nciiiico; non- 
icno crealo luogolcncntc per 1' esercito di terra 




i 



£88 LA MTTiCUA 

Guido da Monforte, ed a luì raccomandate 
tessa Beatrice, affidato in quel suo dello, e 
sissimo soleva proferire, 6uono itudio vince 
luna , salito in nave comandò volgessero 
Terso la desiderata Italia. 



CAPITOLO XII. 



Cyll 1» i>Iilllila 11 volto, e gli ocdIiI Urti, 
E in tulli ijll itili, r iiinviiiicnll tuoi 

Dnl lurfllill >i"|ilù rhu <l''i;'iiriiiinii. 

MAauMNt, tragtilia mlka. 



Vrnitc, ed:ra||pi,Ì9Ì3nio le glorie (lolla creazione 
'nlliiin! sponde JeU' oceano, lino, ej^li riposa 
u quielc del liiine ; nessun vento osa turbare 
uà azzurra superfìcie, nessuna onda fieincre 
gli scogli : — sembra «no specchio nel quale 
rmamento goda riricllere i suoi tesori. L' oc- 
1 dell'uomo si sprofonda lontsnQ lontano incerca 
in confìne che la licbolezjia della sua cciurorma- 
lu hu impresso nella sua vista, ma die l'oceano 

ho conoscuitri giammai : lo sguarito sì perde 
ra la moltiludine tifile nctiuc , e Tinnlmenlc è 
retto ili abbassarsi alla lerrn, mentre lo .spì- 

frcnic all' idea che la creta non sia capace dì 
eacrc la cnnlmiiiliizione drgli elementi, — sic* 
le appiiTilo r anima temeraria die ardisce di 
•r penetrare dentro la nuvola che circonda il 
io deirOnnipolenle, dopo iin lungo travagliarsi 
ibisso in abisso nel mondo intcllctlunle sviene, 
irchiata dalla grandezza della immagine, logora 
J nieditaiione, vinta dalla cerlez-za ehc l'Eterno 

pud esser compreso dalla forma destinala ii 
ire. Questi è il riposo dell' oceano: e pure Ìl 
irta della vita e della luce pare ciie gli si oo 
j trcmaudo, come il sup|)lichevole al trono del 
or^ — le fiù volte pallido e senza raggio, ed 
Gei.nRAm, Ball. Hi Beiiev. 31 



9M l\ tlTTt«,U 

egli lo assorbe nclli> sttTaiinnlo suo seno imd aV 
tramenle che la terra riceve ta creatura dÌTeniìfa 
fiatlnverc. 

Mi quando il cunitilo delle acque, ruriatnlo 
iinpcrvcrsulo, qunsi che fosse ansioso di ricupersK 
l'aDtico dominio [però clic la terra emerse dal pro- 
fondo del mnre ui comando di Dìo (I)] si precijùta 
a (lamellare i confini del mondo, dove trova l'insili»- 
rabìlc ardine, e il solo de;^no di sonimellcrc U m 
spaventosa potenea — la parola di-t Creatore. Ar 
lo respinge indietro: ma quando rotolandosi ptr 
l'ampiezza del suo spazio travolge il navijllio che l»* 
contra nel corso fatale (onde il nocchiero disperatoti 
ogni umano sovvcnimcnlo guarda il ciclo, rd il cielo 
^1i si mostra minaccioso] i'^Vi non ha più scampo, it 
flutto che vede a^jilom'erarsida lunjìì deve eseguire li 
sentenza dì morte che la nalnrn ha pronunzialo con- 
tro dì lui, allora Ira i pensieri della vita fulnra s'io- 
sinua tristamente la rimembranza della sua f«l» 
gliuola che gli strazia le viscere; — e i figli? _B 
la moglie? — dorme ella? — traverso lo slridote 
dei denti. Tra il niugjjilo del mnre parie sentire fi 
suo nome sospiralo nel delirio di una orribile aff 
Ititi, balza atterrila, corre al lido, e non iscoi^ 
ehe flutti sommossi e ciclo ottenebrato; — che Dio 
faccia pace all'animo del naufrago, ma dnve>-a il* 
dare il terribile elemento col peso dei Gfiliuoli su' 
cuore? — quando tutto è sronvoltn, quando Hill" 
è paura, e terrore, — felice quel sicuro che ^ 

(1) C<ingr>!gfn(ur (n/imn qiife , sui cotto stint i" '«•• 
«H«Hi e* tippareat. Aninx. Geo. e, (, 



m BENEVENTO MI 

lazìarc sn l'tiltmm lido ddln terra, e sorridere, di 
uel sorrìso col quulc sì accolgono i più cari iiniit-i. Bl- 
onda che dopo aver somiiiprso mille navigli, viene a 
lezzArsi tra le scnj^liere della sjiinf^gia 1 — felice chi 
il fragore del Itiono e ncH'iirlo salvHtieo dei mostri 
larini può sentire nna dolce oriiiunìa, tina voce dì 
more, simile a quellu clieacquii!tó i dolori della sua 
inciullwzal — iHa più avventuroso colui, che nel- 
'ora della procella commesse il sua corpo ai flutti a> 
ÌMÌI — lo pregavano gli spettatori pei Santi, e per 
I Vergine a non osarlo, ma egli sprezzando i consìgli 
ella paura si compiacque vedersi sospeso su gli a- 
itssi, \a descrizione dei quali fa ahbrìvidire niigliaja 
i gente: certo egli sembrava un atomo vagante 
tT la luce ; conobbe il pericolo di essere ad D}{ni 
uontento dislatlo, mirò In faccia della morte, né ìm- 
lollid); e in ricompensa fu la sua anima purificata 
i ben molle passioni del fango^ di hen nu'lle umailc 
[□liecillilà; apprese — potere dirsi felice colui, che 
lOn teme la estinzione della vita, — e re del do- 
)re, scoperse cose che né egli sa dire, né altri 
otrchlic comprendere, ma di cui la rimembranza 
ili rimase nella niente come un pe^no di l'ulura 
rAndez^a : — ora quell'ardito sollevato sopra la 
OKimilA d' una andata si scorgeva più allo della 
erro, scoprendo il lido lontano, e Ì compagni; ora 
precipitato giù nel profondo ammirava le acqup so- 
verchianti circondarlo a modo di muraglia, e le 
caie loro ripiej^arsi spumanti , sibilando come ser- 
panti sul copo d'una furia: — ina egli pur vinse, 
e quando gli fu a grado tornò salvo alla riva. — 
^ questo solo sia concesso narrare dell' oceano; 



39Z U BATTACUH 

slcntla la sua mano sul mare come su roltarei 
Signore, e dica : io tono dPijm di le. — Vtnlll 
«d adi>i'ian)o le glorie della crea/Jonc su \e spoD 
dell' oceano. 

la li auto di (lucll'alTetto cot quale ì miei 
telli distoUe-ua vagheggiano il sembiante della I 
mina; ìo (lodo al suono dei tuoi fluiti, al tuoi 
so e alla lun Icmpcsu : Ubero (iiii> dal [iriucipio < 
creazione , nessun potcolc ti ha potuto dar 
nessuno auibisios» nò per lusinjta, uè \m' ftni» wl* 
toiueltcrti ; — In vicenda degli unni e delle > 
giont è nulla per le: ifticl liarharo sovraDnìlji 
volle importi caleiie è un monumento di scli 
nella storta, — le catene sono falle per gli uonif 

Tu immenso, tu forte, perchè il caos 
qua, ed acqua rilnrner>'l. In qui-t punto la 
riverrà a SfC^ncrsi nella sua antica dimori; 
funco Itio nemico sarA supertitn, e la villiiHa 
nimzinta a) mondo con In sua rovina : non 
slelk-, né luna, né ciclo, né terra — esulterai I 
trionfo della distruzione, nella solitudine dello I 
immensìt^'i : però inenlrc in me dura spirilo dìi 
mi dilitni!» su !" estreme tue sponde, e ndomj 
l^lnrie delia creniinne nella potenza dcll'Oce 

CoH'iiOfinun del cuore clic agogna una co 
Carlo da tre giorni percorre 1' oceano. Spesso 
dendo a mensa, o giuocando a sracchi, quando nidi 
se l'aspeltuno i compagni si alza da tavola, as 
&ipra la coperla, aguzza gli occhi da setlcnlrifl 
ed escluma con voce tra spaventala e gioiosi: 



{l) Some. 



4M 

Italia quel! 

^o, Mnnsignore, eli' è una niivnin n qual- 

gli rispnndp, e Cario lorna n desirternre, 

ÌMÌ senibìonte incammina si Ih <lnv« sì ei'a 

IO. 

^imai im nomo, per ([aantn in fondo iklla 
t»za. adtrvoImrntÉ cnmprcnilc: — il Indro o iion 
si-nlimento venmn, quando si npprcslu a fare 
^n della roba nlfriii, a se ptir l' lia, essere in 
[siinilt a (nn'Ilo del nmtjiiislalorc. V«ro è be- 
)« (jupsli s' ÌMi!i'i;iiii ili ornnro il suo fatto co! 
'tosi fantasmi della j^oria ; ma il belletto che 
[ccortì liaiiiio trovato per mnj^tfirnre il delitto 
'Orli', cÌK hanno pimitn nH debole, — il nome 
^''80. chiamando nei molli gesto, impresa, con- 
^sia qnclin che nei poclit appRllarono fnrlo, non 
l«ieta la coscienza . « ciò che logli altrui , sia 
0, sia mollo, sia con migliaia ili armati, o con 
Sola mano, od (■ mal»; per lutti, o non e male 
k Veruno. La pena si nssoniiglin a una insegna. 
Ile tanto più si dipinge dì rosso quanto meno 1' al- 
ìrgo é agiato e il vino Imono: ella * una marca 
le da secoli e secoli inganna e continuerà ad in- 
nnarc la gente, per c-«i si toglie per buona una 
Kpcc che non è Ifile. (Considera il mondo, e (fo- 
rai r origine delle pene nella prepotenza, piti lo- 
ì che m-lla ragione. Ho scritto ijuL-sti pensieri non 
i perchè Curio avesse ìl più lieve rimorso a ca- 
rne del gran furto clic slava per commettere, ma 
rchè qui mi si sono aftacciati alla mente. Quello 
e adcs5o agitava l'anima del Conte era la idea 
LfDolto perìcolo, unito ad un senso ningnnniuioj 



S9( Lt fiiTTlCl.tl 

cbe Id faceva cupido d" imprese pericolose. SI Tulio 
miscuglio di vecchie abitudini e di nuove sensazioni 
noD può agevolmente descriversi: egli non era un 
desiderio di fuga, e pure un princìpio di paura che 
gli abbrividiva le carni; non un desiderio di prcci- 
|H(arc lu contesa, e nondimeno Carlo, ogniqualvall^ 
sentiva dirsi, come fosse una nuvola 1' o^g<.'tlo die 
supponeva Italia, sospirava il' aflanno: — la trepida 
e^tanza di un' anima grande tra il tempo del di- 
segno e quello della esecuzione; — esitanza che o^ 
io, né i miei lettori abbiamo provalo giammai, Im- 
perciocché le anime nostre vennero al niondo pie* 
gate in xcssanlaiiuallresimo (1), 

Carlo agìtavasi inquieto, né i Baroni che a»M 
prescelto a compagni vulevano mollo ad acquietarlo. 
Essi avevano coinhatlulo ul suo fianco in Pak-stlna 
ed in Provenza, erano tatuosi per mille prove, itu 
rigidi come il ferro che gli vestiva; — faccic ìgnolff 
al snrriso, nessun' altra cosa fuorché la spada e U 
iaatta d' arme conoscevano , e nella spada conù- 
Steva a quei tempi la educazione del nobile; fom 
avrebbero potuto narrare le imprese trascorse, e 
col racconto dei superati pencoli ÌounìniÌrsÌ a beo 
sostenere il sovrastante; ma quando 1' anima aneli 
SII I' el.sa della spadn, di rado si trova chi nnrri. 
e più di rado cbi ascolti istorie del vecchio teinp*- 
1 nostri Uaroni al più leggiero scompiglio baliavaiK 
coir arme alla mano, stimando csstrrc assalili; ai \tf 
quanto si fossero trovati delusi rimcitcvanu io euiU 
del loro sospetto. 

(1) <Jues(o è il ptCì piccolo ronHATO clie abliia fln qoÌ ri- 
CM-uto an libro; almcDO cosi mi lia dello II libralo. 



^m ni BK.NKveino S9S 

P 11 Maeslro delta navr, provenzale dal viso ru- 
Iricoudo e dai capelli riccluli . ern un piiicitvolont! 
Sftissimn intendenti; del %'ii>o, gi-iiii parligiuno di quel- 
lo di S€taiiij)j)^iin; dui rimanente istruito a cantore 
»u[ liuto otto () dieci canzoni du lavenui, e (trutico 
U quanti fEìuraiiioiiti correvnno iii quei tempi per 
le bocche dei fedeli: ma poiché laddove compariva 
quel viso severo dì Carlo la gaia cnnsone cadeva 
io Livenimento, e la lieatemmia peggio che mai, es- 
sendo il Conte rcli;iÌoso, o sinmlando esserlo, tnlta 
É scienza del Maestro si ridiiceva a niente, ed ejjli 
ira colà come un uomo morto; rimanevagli il fa- 
vellare sul vino, ma come avere il coragilio di le* 
nenie discorgo con un Prineipi-, che beveva acqua? 
il maestro era aDatto disperato. 

Così un profondo silenzio, solo interrotto dal 
rumore dei remi o del vento Trementc per entro le 
Vele, occupava la galera. Il quarto giorno di navi- 
gazione su r ora di nona, Carlo sentendosi traspor- 
Ì4to con molto maggiore velocità che nei tre pre- 
:;edenti, se ne andò a passeggiare sopra la coperta. 
Non vi trovava persona , meno il timoniere , che 
colla mano al timone e gli occhi intenti alla bus- 
sola (inveuzionc che i Francesi conlendonn al no- 
stro Gioia amallilano (1) poco tempo innanzi quel- 
r epoca adoperala nei vioggi di mare] pareva non 
avvertirlo nemmeno. Carlo con le braccia sotto le 
ascelle si messe a percorrere da poppa a prua; né, 
per quanto i suoi passi fossero fragorosi, che per 
antica usansa soleva sempre portar 1" arme, nt per 
fermarsi all' improvviso^dinanKi ni timoniere , nft 
\ì] V. Tiraboschi ctc. eto. 



Hll] V. Tiri 



SM lil Bt-rrACUA 

ptT battere con {ni[);izi(!iiza dol piede srnpra l' inti- 
voliiln. p(?rv<?nn<? niiii a fuiflli ulnare I<i lesta. Qnefli 
Vo9ìierva7ion(^, più e più volle ripettil«, lo r«»dml 
ciirirtso ili sapere cbi fosse: toriinlo iiidiclro s'it>i 
rnnlra nel Maestro, ehe eanlcirellrtiiiio sotto ntti 
(■■dirigeva tippiinlo nlla volìa del timoniere; odìIc»- 
bitamenle i-hinmn: 

<i Vassallo ?» e prose{fniva il coiumiiw. 
Il Maestro, covato il berretto, curvato la p*] 
,iiflnn in nUo ossequioso, j^li (enne dietro alla dr' 
Lstanzu di due o Ire passi, dicciulo: 
« Monsignore. » 

Carlo non rispnndcvn ; (iiunlu alla eslrmiiU 

delln (Salerà, tolinsi la destra di sotto l' ascrili. 

ESprl r indice e il pollice, e v' incbinò Ìl mmlt^' 

di.>ìtrnHii rln iiunvo penslpro. Il Mnrstro sì l'erdw. 

nel corpo curvo, il hcrretlo in mano, stn7.a ^)8^^^ 

Ire pnipfbrn, porevD percosso ila quella ta! uiolfll" 

ti», chi' i medici chinrnano Cataleiti, V ('ffclto liell» 

quale consiste nel far restare l'ammolalo nella jw 

eizione in cui venne sorpreso. 

« Vassallo? » 

« Monsijfnnre ■ 

e Sapresti tu dare conlczza, chi sia (I tioV' 
niere?" 

« Dirò, monsignore, [rispose il niaeslro, e 1 
cuore gli .li alliirgova, che adesso poteva scblo- 
denie la via alle parolf dn tanto tempo IrattennlRJ 

L'orse 



rqiiandd 



grido f«' 



Provenza che voi eravate dL-tcrminato all' Ìni|iTt<' 

di Napoli, e furono incoiiiincisti gli apparcocU 

.ima sera, il 15 Oltobrc, se mi ranmicnlo. Iw ! 



DI DE?IETCXTO M 7 

bandninnic a casa, prctuletido sn per In piazza di 
mia Gfininicva, m' hnbatlci in Mi-sscr Guaspur- 
ìno, gran mercimlc di panni franceschi, intrìnse> 
issimo min. e di più comparo, avendojfli tenuto 
il sdevo fonte un suo fii^liiioletlo, che «desso pntrft 
|werc do circa due anni, e se n voi ocradcsse mai 
vederlo. Monsignore, son certo che Io terreste 
st più Itel j^orzone del mondo...» 

u Dunque? interruppe Carlo, 

a Ditnijiie . come io vi diceva , Monsìj^oore , 
jaspnrrino tornava da Pisa per certe Sue bisogne, 
e cedutomi ilu lunlunit mi corse a braccia aperte 
incontro, gridando: Ohi oh! compare — Oh/ Gua- 
iparriiio , si«le voi? risposi io. — Ed egli: come 
stale.' Ed in: f|razie a Messere Dio non mai bene 
quanto ora; e voi? — Ed egli: eh r cosi.... ma ^li 
•nni coniincìaito a diventar tro|i[ii, hel compare mio. 
— lid io: chii andate voi pensando «gli anni J' la 
oiorle ci ha du cogliere vivi, compare. — Ed c^i; 
io vo' inlanlo, che abbiate In cortesia di venir nidO» 
fino a casa , dove sufl^erelc un cola! vino di To- 
scana, che un n\io amteo niereantc di Pisa mi ba 
tiltimamente donato; alTerinatidolo con giuramento 
vecchio di renio anni. — Cento anni! Domine, aiu- 
talo.' — W dunque, bel compare, che venite a far- 
ne la prova, — Veu^o di eerto io : e ondammo. 
Quivi si trovò in capo di scala dama Ginevra, che 
ci accolse con una leggiadrìa da (are. onore a qual- 
che grande imperatrice a rt-gina; e noi ricambiati 
in fretta eun essa lei alcuni sululi, ci ponemmo a 
tavola per tare il saggio del vino. E vi .'^o dire . 
Monsignore, eh' egli era del buono, ma del buono 



1 



in u iattaCux ■ 

da vero : io non snprei assicurarvi se avesse pc^ 
r appiinliito cento mini, che non gli vidi la feAié 
hotlcsiinn, ma oltiino e^W era per certo; qusst co- 
minciai a cri-dcre dentro me, la causa della Sciam- 
pagna pi-rdiitu: ma la Sctampagnu ^ loanturrà pur , 
sempre Sciunijtagna. fl 

Qnaiut petillt M 

Quanti bouidorute.... » M 

« Dunque ? <> guardandolo rcroceinmle, pM 
Carlo. ^M 

' Dunque.... come io diceva.... questo £ qmfl 
to, signor mio, rispase smarrito il Maestro , qui4 
che avesse perduti) il cammino) iVIonsignor sL... m 
ricordo che andò proprio in questo modo.... se ni 
pare un minuto!,... Vedete.... criminciamnto a vf 
□ire in disputa sul vino, e Guasparrino, ch« a' ( 
troppo bene provveduto, ne fece portare di mollfi 
sorte e tutte preziose, cominciammo a far brindisi: 
Evviva S. Dionigi! dissi io, e bevvi Bordò, — Ev* 
viva Mongioia! rispose Guasparriiio, e bevve A*^ 
gogna: —e poi. viva Sunlu Geuevìeva.' l' Orifi«* 
ma I e Luigi il aaiito t e voi Monsignore t e jwr v« 
tornammo alla solila disputa, eh' ei voleva ch'Io 
porlaini la xahile col vino Toscano dei cento •noi, 
ed io colla Sciampagna: alla fine ci accordammo cbe 
ognuno bevesse qual più gli piaceva, e così Tu latto. 
\lloru cmne portava il discorso, Guasparrino, ni 
domandù: è egli ben vero, bel compare, che tra 
poco il nostro SJguorc stia per andare al conqui^ 
di INapoli^ — Si bene. — £ voi, mio bel comjMrei 



t>l BF.SCVEMO S99 

eonduprele la voslm falera alla impresa ? — Si l>cne, 
perchè cosa ama il Provenzale? buona spada, buon 
vino e bella dama: ,ie muoio, falerni dire una mes- 
sa, Guasparrino, qui presso ol moiiasti-rc dei Cor- 
diglieri; se vivo, berremo a ritorno d«l vino «li 
Siciliu. — Compare, risposemi allora Guusparrino , 
ponete mente al mio discorso: voi sapete di' io sono 
troppo ricco mercante , e cogli anni giunto s tate 
età, che si ama più tosto che ragnnare nuovi danari 
al pericolo della vita, goderai tranquillamcnto li già 
radunali; però Quo da qualche anno aveva pensiero 
di smettere negozio e ritirare il capitale , se. non 
die mi ha sempre trattenuto il mandare spersa pel 
mondo tanta ^^ento che mancia il mio pane, non 
Meno clic alrnne faccende che aveva a Pisa, e a 
Firenze; ora poi queste faccende sono sbrigate, e mi 
Hiiuinc solo da accomodare la gente, noi potremmo, 
compare, farcì scambievolmente un piacere, -. Par- 
late, Guasparriao. — Io bo una bella galera nuova 
e tparvierata, e questa intendo donarvi con che 
promettiate di mantenere la ciurma, che mi piace- 
rai porvi sopra, a quei patti che fino a quelito mo- 
mento ho mantenuto io. — Gran mercé, Guasparrino; 
che la mia, quantunque ritinta di nuovo, eredo sia 
sorella delln barca, su la quale Ìl Patriarca Noè 
caricò le bestie — perche oUora non erano tante in 
questo mondo. — Or bene; e'inlendo inoltre di farvi 
un bel dono, pel quale potrete andare francamente 
dinanzi Monsignor Carlo nostro padrone, a dirgli: 
io ho ìl migliore Maestro, che possa conduivi a sal- 
vamento fino ad Ostia. —Ohi questo è troppo grande 
favore, mio gentil Guaspnrrinu: voi mi late, non 



J 



300 i-t e\rTici» 

dirn quanti) un amico possa fare a') Dinicfì, mn fià 
che pndre possu fare al !<uo figlio. E (|til mi nini 
per altbracctarlo; ma it)ciaiiipai nella (avola e ctéi^ 
e In Invola sopr»: Gtiasparrino rìdemlo » gola tpie> 
{(ala . per mnilo che aveva ^li oi-cliì lagrimnsi, « 
^11 si ptitcvono mutare quanti denti aveva in boMt, 
si lasciò radere riverso snpra In sedia, levando l( 
Ramile, ed egli e la sedin tutto a rìrascìo per lem: 
pure, come a Mcsscr Dio piac(|uc , ebbe salva li 
memoria , clic allDinicnte il riso convertivasi 'n 
pianto: accorse la uioj^lie e la faulesca col Imitt. 
ci raccolsero e ci menarono a IcHo. perchè in quelli 
ncvlte io dormii in casa di Guosparrino. Monsignor 
mio. » 

Ben pel Maestro, che Carlo fin da princlflo 
del siin discorso osservando im punto osenro f^ 
r estremo orizzonte, e riputandolo Italia, distratto 
da iiuo^o pensiero non gli porse più orecchio, cW 
nllrnmcntc ^Vi ovrelihi? dato tnl ricordo da nonJi- 
menlicorlo più mai nei suoi [giorni. Ora, rilonw'" 
flila prima inchiesta, ripeteva per la terra vollfl: 

<■ I)un(|ue? 11 

" Dunque, come io diceva. Monsignor Conte, 
olla mattina Giiasparrino entnito nella mia cameM^ 
mi prese per un piede , e ini tirò lauto, ch'io I 
svegliai. Oh t gjcle voi -- Sono, bel compare , 
«alevi, eh* è l alba dei tafani (I) - Oh! clic ora I 
egli? risposi sbadi-jliando e stirnndomi Icbraccin.' 
É passata terza di un buon pezzo. — Allori) 
alzili, salutai !a dama, e quando fui per usare. 

{I) Proverbio amico obo fignificu moxiogiorno. 



^^^V DI Dx:iET£>TO 30 1 

mPmiiio ini si lece all' or«r.cltio diceudn : di- 
ini culi' aiuto di Dio vi nianclcrri qw\ lui uoaiu 
nSD. — Che U9IUU a casa ? — Qucllu di-Ila ga- 
■8. ■— Ma clic! avi'lc k- IravcjigidL' stamiinc . 
mpav mio ? — Cunit; I dui) vi raiiiiiieiilatc d«>Uu 
tlcra che \otf,\to donarvi, e dulia iiruiiiessa... — Ali/ 
riamente s\ ; [xiisava die fosse slato un sogno: 
inque dimani ras|>i:tLoa casa. Ala ditemi, coinpar 
io» saprestemi voi dire che uomo e^li sia' 
JÉw I^tl eiìli ? segnilo Carlo. 
Hit Kd c^li mi n.^pose che non to napeva . e 
le... D Carlo a quel discurso sì stimò biirUto, e 
IrelU la desira iiiinafciò dì pcrctiotrro siil viso 
I Maestro, che alitila la persona fu^^i pav la scala 
irentolando, Tite'bku, t'oi'-Weii, ma Ira i denti, 
wchè sapeva, come laiìgi IX di Francia chiamato 
I Smtii avesse decretato la pena del tu^lii) della 
lagua col ferro rovente per tulli quelli cltc pro- 
iristtro queste parole. ■ 

u Oh vedclt- un po' che umore arahico è 
Hello dei si^noril gli ho dello acconcinmenle , p 
tiri ordine, tulio c\ò rh' io ne sapeva, ed in ri- 
oai^eosa per poco é sialo che nou mi pc^li la 
ItlU : oh, che ingcj^o bliuurro è quello di Mon- 
'^nor Cnrio I — Alcuno mi dirà eh' egli ha dui 
Biwieri per la lesta; — ma g\\ ho detto Ìo che 
<MrÌ in quesli gineprai ? ci sta egli per me T se 
I deve rifare 'oii me? » 

£ così parlando si era accostati) ad mi vaso. 
i quale mescìnlo un bicchiere di vino, se lo bev- 
■> chiudendo gli occhi, e a piccoli sorsi; pni. po- 
^klo con rabbia sopra la lavola, si asciugò col 



302 IX BiTT*CtH 

rovescÌA della mano le labbra, e con nn ff\ 
prorr«]>pe : 

« Troni^tigiamo anche questa I » 
Ed il Maestro, ajfgiiingc la cTODacn , era 
squisita sensibilità, perchè in capo al giorno avi 
ni«slieri di tranf^ugiarne ben molle. 

Intanto Carlo, che appena levata la ilestrj 
pentì dello atto villano , si rì|>osc a passeri 
ingegnandosi con ogni modo a fare alzar gli (xdrl 
al timoniere : ma sempre indarno : allora prtttl* 
consiglio di porglisi accanto, » dire in suono tlu 
non fosse domanda, e pure richiedesse l'altrui oon- 
uratimcnto : 

■ Bel tempo è questo ! ■ 

E il timoniere con gli occhi inlenti alla t>ii>' 
sola non risponde parola. Carlo eh' era d' ia^ 
toosa indole, come la più porle dei Francesi MM 
non si può più contenere, e direltamenle rìchifòi? 

'< (;he partene, timoniere, è egli questo «* 
bei tempo ? » 

« È. ' 

(1 E siimi tn che sìa per durare ? ■ 

« Chi is che manda la procella ? Chi il 
no? Puù la creatura conoscei'e i segreti di lassù'* 
e alzò il dito. 

■ Lodato il nome del Signorcl (risponde Cwlo. 
facendosi il segno della croce) ma credevamo. ^ 
scnKfl peccalo avresti potuto dirci, se il tempo* 
rebbe dimani buono o cattivo. ■ 

a Oggi é buono , però temete che dimani fi' 
Irislo. Tra la tcmpesla è la sppcanza del serena 'f* 
il sereno il timore della procella. Questo vento ci" 




m' ft;t!ccincnlc la galera a nonn, fvò Tarìa nau- 
Ofire n sùr». » 

ibi P(ol pcrrnott«uo i ssiili ieì Paradiso! ma le 
parole suonano amare. » 

« Devono o possono uscirne diverse dalla bocca 
il'uomo 7 ■ 

Kt Tn sci dunque infelice? » 
; E che 1 non Io sareste voi forse? » 
■ Lo speriamo. Quando il santo Padre ci avrà 
sul capo la corona di Sicilia, n l'avrà conquistala 
nostra spada, noi crediamo L'Ile saremo felici. •> 

« La speranza I Ella é una compagna inganna- 
Icc, rhf ri 5pinf(e su pel dirupo della vila. quando 
corpo si sente stanco e ì pÌL'di sanguinano dall' a- 
iro cammino. Voi siete uell' agonia dell'anima che 
Jcla per la cosa bramata, e questo è uno slato tor- 
ICDloso, pure Ìl solo meno umunt per noi. Ma 
uiDdn pervenuto al sommo, fC^ttcnite Io sguardo nel 

Éldo senza fine, e la vertigine della fortuna farft 
divi il piede e precipitare nell'obisso, dove non 
rovcrele voce che vi consoli, non occhio che vi pian- 
>, non eco che vi risponda, non speranza. ...» 
■ E tu hai provato questo.'' » 
u Là (dice il timoniere accennanda la parte 
Ilnlia) lA , in quella terra giace sepolta con un 
idoverc ojlnì mia contentezza : cominciò la mia 
ornala coli' alba della j^iola, presiedè al suojiie' 
,io il delitto, la rabbia ne dispera la notte ». 
Conosci tu dunque quella terra .' » 
a Se la conoscol vi nacqui ». 
< Tu nato in Italial E di, cU' è poi bella codesta 
rro quanto si va magiiiGcando all' intorno ? » 



ni 



u urr««UA 

■ Più che mente insazuibilv di piaceri pti^ ib^ 
(fere, più die ronlnstìco Trovuloro può ìmniai(ii»Tf: 
sp vi l'rescessero (ili nlbcri delln wii'iiza e delli vila 
sarebbe un errore? lamtnturci dell' antico esilio ilil 
paradiso terrestre ». 

a E H\i (loniini? ■> 

Le lal)t)ra del titutmierc tremano volnulo \t> 
ferire un gruppo d' idee , cbo impcluossiuentr {li 
sgcH'gano dal eer> elio ; esse però uull' uU ro \vmiM 
favellare die ititcrroltamente : 

* Feroci . . . feroci ». 

■ E III nulo in cntpstii terra, come iirdi$ci Jilo- 
pernre il cnn.si^U» e. la man» in suo danno? ^M 
conosci, (> disprezzi di qiial premio vuduna riiniiK» 
rati i traditori ? » 

H lo truditore! Voi «vele parlalo una stolli 
parola, conte di Augia; nm sin : — e \oì, at\o'a 
Frnncio, cnuif? vi maravigliale di un tr'idiim'DUN 

Carlo M sciii>te, sbratta le dgliu iu così 5pi- 
venlosu inuniiTii, die le pupille gli si nascondoM 
intiere, e prurumpc con una voce coiuuiossa: 

« Perchè niolctlici la nostra patria f h forK 
r inTami;! una piemia particolare alta nostra temi 
nn alLcro ■slcrniinatn die stendi? ì snoÌ ramit^ 
ndirosi sopra lutto 1' universo? Sia rigido il ciH* 
sia lenipt'ruto, (i;.zurro come in oriente, nuvulctt 
qiiunto in settentrione, né per ctiinn, né per otln 
si riuiarrfi dal crescere— le sue radici sono té 
cuore dfi viventi. Si, pur tn>)ipo la terra va e*- 
perla di scellerati e di traditi; ma tu prima ^ 
chiiiniarci colpevoli, dimostraci, rbe set innocculr: 
intunto sappi clic noi ti teniamo traditore e ti absf' 



nÓ. Se colpa vive nel mondo non è in nostra 
tee ; guarda , se 1' osi , il fiwdali»o di Francia ; 
kalorm i ttiM occhi possano sostenerne il bagliore, 

E, che non ha nmccbia •. 
L" avrà ». 
E allora possa essere slenninata la nostra 
ia, lolla dal numero delle cose che si ram- 
leiilano. Adesso se alcuna infiiuria molesta alla 
Ib avessimo solTerto Jalla nostra patria, ansi che 
icciarc il piii^rwle nelle sue viscere. Io coccercm- 
(1 nelle nostre. Se hai cosa che non puoi soppor- 
re, muori j altramente ama la vita, e sii un co- 
irdo, e uno scellerato ». 

« Conte, ( riprese il timoniere, tenendo le hrac- 
I COI) le pngna strette) conte, vpi parlate stolte 
role. Chi siete che volete farvi arbitro del bia- 
mo e della lode? Imparate, voi cui forse dcsti- 
inu i cieli a governare f^ran gente, che per le- 
TVi un grado seduto sopra le leste dei voslii Tra- 
ili , non per questo gli soverchiate col sapere; 
le siete debole, imbecille, come essi sono, e creta, 
ilo più prescnlnoso; imparate, dico, s' io amo la 
>la •. £ qui furiosamente sì apre la veste, e mo- 
ri a Carlo i fianchi recinti rfa un cilicio di ferro, 
ic vi aveva fatto un cerchio di piaglie, dalle quali 
llfivano alcune gocce di nero sangue, e marcioso. 
Brio balza indietro ntferrito, esclamando: 

Cotesto è un atroce supplizio ! ■ 
"b Or dunque ciedcte eh' io tema la morte? 
DO vedete che ognuna di quelle piaghe mi ha dato 
laggior dolore, di quello che abbisogni per l'estin- 
kine di un uomo? Ecco, la mìa vita trapassa per 

GuEiiBiiii, Ball, di Seiicv. 22 



t 



. 



SM u B\TT*C(.n 

vnm via di tormenti , die da iii« stesso mi sppre* 
sin, U lascio cotisniiiare nel!' aj^oscia; ma quando 
minaccia di spegnersi, mi adopro & suscitarla, fn-- 
che ella è nn de|)osito dì vendetta e di rabbia : 

H Che cusa dunque |iii6 farti tanto cnideleeo»" 
tro te «tesso, e contro il tuo luogo natale? Qnd 
rosa I! al mondo, elic [mjss» farti consenrare l'eri* 
ttenza malgrado la vergogna e il dolore? » 

Il timoniere non dic« parola. 

• (Ina niente in6ammnln [prosegue Carlo] dsV 
la malattia, o diilla passinue, una morta ragion, 
un' anima conturbata dal furore può solamente con- 
cepire codfsli disegiii ». 

« Carlo, ( con voce solToeala risponde il timo' 
niere) come siete fermo di cuore T soprapponetert 
una mano, e sentile se può re^ere ad nn rK- 
conto ». 

Noi abbiamo vedntn tnicidnre al nostro ftliK 
co i più Irali vassalli senza piangere, couh: Sta» 
ridere vedemmo posare sul nostro capu la coroni 
di Provenza n. 

(t Non basla b. 

« Noi siamo un uomo ; passioni sopniRoatU! 
cercale dai demoni, o dagli angioli: nondì 
prova ». 

■ Lo volete ? ». 

u. Pare che la nostra volontà non possa tnrt 
granile poicre sopra i moli del tuo cervello; — iwi ^ 
desideriamo >. 

a, Asci)ltate; e poiché il mal seme della m**' 
e del peccalo non può essere distmlto. voi che 
nato per reggerlo, traetene argomento di migliunfj 



01 nrtEtETio 307, 

Ilio certo che- non riuscirete nel vostro assunto, 
la questa è la via che il Signore ha tracciato ai 
etfnanti della tnrra. — Non lontano da Naftoli verso 
OKZuoln snrjKvano due nobilissimi l'rnRtRlli, t'abbrì- 
tti negli antichi tempi da due Baroni lonj^ahardi. 
llora quando Zotone venne appellato Duca di Bu- 
erenlo dal (glorioso Re Olari, che non conobbe al- 
ro confine ni suo re^no tranne il mare (1), Corri> 
a fama che qnei Baroni essendo per antica ami» 
Ixis come Tratelli, insolferenti di slarsrne da troppo 
[ran trullo di paese separnti, gli ediUcasscro così 
icini . che le prime pietre poste nei fondamenti 
osnTo Unte del sanflwe ili ambedue loro, e che im 
nTÌQ negromonte vi susurrasse sopra tali sconj^iuri, 
T* incidesse tali cnfcraHc (2) per cui i signori di 
pici castelli sarc^bbero slntì sempre stretti di scam- 
tievole amoro, lino al punto in cui uno di questi 
idiando il compagna per inganno, ne sarebbe stalo 
ucciso ci>n(ro vnloutà dell' omicida; ed allora, «(d^iun- 
[eva il vaticinio, i castelli sarebbero rimasti per 
KKO tempo in piedi, essendo clic l' incanto, fatto col 
Mnguc cavalo dalle vene in pegno di amicizia, do- 
rrrasi sciogliere col sangue versato per ira. Ahi! 
chft la profezia in parte avverata, doveva aver* in 

(1) Narrasi di Otnri, die nel 889 dopo la conqnisla del 
Sannio, dove fondo il diicotodiBcncvonlo, ino ltbìissp !a (Pala- 
tina lino a Beggio. ove cavalcando liuto aniinlu sul tid», vi«ui 
osa cntiinna nel iiiiirii, vi spcexiiisiiii il dosirt^ro. e la [lercotesse 
Con la lancia esdamando; quella dover esaereil termine della 
domina /.ione lumbarda. — V. Uiannone. 

[3j CxTP.iiAnn, carniluri magici. — V. nel Vecab. della 
Lfngua 



30S i.\ nxTtkan 

me compimento, che in me vedete lo sveDlurato si- 
gnore di uno di quei castelli, w 

« Voi, Cavaliere! » interruppe Carlo, focodo 
mostra di uno ossequio maiiifiore, che per imiaati 
DOn aveva praticalo col timoniere. 

e. Sono una creatura che deve morire, (rispofc 
questi tulio cruccioso) ponete menti? al raccoalo, 
irà prolerite parola; egli nou merita essere interrot- 
to da cosi abbiette osservazioni. 

■ Sapete voi come si sente 1' amicÌEÌ8 in lUlùt 
ove tutte le passioni tengono del calore del sole che 
la riscalda.^ l'amore di forma l'emminile è nulla ie 
paragone di lei: questo desio nato da vaglteEta di 
piacere, e nianteuuto dalla fragile beltà cbe ^li anai 
guastano, distruggono, si spegne nello stesso dUeiloi 
la ragione non presiede alla scelta, spesso anii'nt 
adonta; e se questo non avviene in breve ora , il 
tempo è infaUihile; con quello strumento mede^mo 
che incide la via della morte sopra Io froale dtlli 
dono», consuma le catene dell' anima ; )' intelletl) 
rimane liberalo dalla vergognosa servitij, — inalanti. 
e il pensiero dell' uomo dall' amore trapassa alli 
lombu, perchè ella da lunga pezzo Io chiama; e qnu* 
tunque non abbia posto mente alla chiamata, la sui 
persona sta ricurva verso la terra per abbracciarli 
di eterno abbracciamento; questa è la turpe ricendi 
di colui che arde la sua anima in olocausto aB) 
voluttà. L' amicizia procede diversa: sì «ma per 
questa con rurori-, ma non a cagione di Torma ìtf 
giadra, ma senza desio di dilelto; sta con tulle te 
buone passioni, e tulle pel suo influsso diventio» 
migliori; la donna, privata di sentimento suMitnr- 



^^^K DI DENf.VEHTO M9 

senlc amore o nullo; r aflello pe" genitori, pc' fra- 
\\\, ])(-r li parenti non può purngonnrsi con questo; 
oli la Natura o il caso li ha dflti, sono i geni- 
TÌ e i parenti: ^li amici, (lualiil cuore lì ha scelti; 
uaiido i capelli sono canuti e tutte le cosl^ si af- 
fticciano olla mente come immagine di rimemhranze 
ntone, \c guance, come che pallide, conserveranno 
empre un rossore, V occhio una lagrima al nome 
■elio amico assente o defunto: ha 1" amicìzia qual- 
Ebe cosa di sacro, quando, perdendosi nei misteri 
iella infanzia, due enti si trovano innamorali prima 
:hc conoscano amore, prima che la volontà eserciti 
suoi atlrihuli; ma la volonlù benedice quel nodo, 
ragione ne sorride; qual cosa si ncKherebtie allo 
mico? — la vita è stimata il dono più prezioso, che 
Divinità Taccia all' nomo, e pare credesl un po- 
rero sacritìzìo all' amicizia; — facollfi, comodi, pace 
Urelibe bassezza proUerire, — 1' onore non chiede , 
perchè si nudrc di questo: l' amico ti seguirà in 
Ogni sventura, ti sosterrà radente, (i rileverà cadu- 
to, sarà la Ina pompa nella gloria, sostegno nei dì- 
wstrì; piangerà al tuo pianto.... ora sono condan- 
nato a piangere solol » 

I E qui abbassa la Taccia, e per luogo tempo: 
^quando la rileva è sulTusa di lagrime, — gli occhi 
infiammati, come se avessero durato un qualche 
.'grande sforzo per farle sgorgare, — e tremante 
!|>rosegiie ; 

I » Io l'ebbi questo amico, — io l'amava, — e 
nnccisi I 

■H La faccia gli ricade sui petto, il suo respiro 
fmvcnta affannoso. 




no L4 BÀTTitLU 

In r hn (ralitto , t.- pure mio psdre mi ave- 
va comnndjilo di jiiiiarlo ; in l' lio tralillo , e \'ttn 
il ^rido del mio cuore, più forte di quello ili mio 
padre, mi costriof^eva s<l oinurlo I I nostri geoitiK 
ri , quando nascemmo, e' Ìiii(}».sL'ro t loro oimdì 
medesimi, [>tT<:hc lu morte dubitasse di avere ilo- 
minio SDpr^ 1' umiciziu delle nostre rumif^ltL-: lui^ 
vano clic i secoli luiiravi^liiili rìpulussero i F«)> 
cando e i Costanzo eterni tra i mortali per volm 
di Dio, onde fossero esempio perenne di <|ueMo i«- 
l)ile affello. Bevemmo nella medesima tazza, rìf> 
ssmmo nel niedesimn Ietto, furono i D«!>lri stii£, 
e i nostri solliixzi comnni, e iresccinmo $tii|ion 
dei;li uomini, e benedetti dal Signore. Quando i no- 
stri padri morirono, le ultime loro parole furono 
preghiere e consigli , per conservare lo scaniliie- 
vole atretto, ed aggiungevano, esser ([uesla li (wr- 
zione pili preziosa del retaggio che ci lascÌ4V8no. 
I nostri campi non ebbero conlìne, i nostri arineali 
confusi ; volonlieri ci saremmo ridoni ad ablon 
un solo castello, ma per rispetto alle memorie fH* 
terne non volevamo fare l'altro deserto: coriv^ 
nimmo dimorare Alternamente ora 1' uno orn fai* 
tro, e cosi facemmo. Scorsero anni felici, di cui li 
rimembrnnza nell'angoscia pre.«ente è un torineolo 
piò feroce di quello cbe la vendetta possa desidfr 
rare al nemico. All' improvviso Berardo diveolt 
pensoso, spesso sì smarrisce per la foresta, lardi 
ritorna al cuslello, né per quanto siasi «Ifalkato, 
può gustare cibo o bevanda. ^ Tu soffri , nmio) 
mio, un giorno gli dissi, — ed cgU mi rispose, io 
amo : — gli domondava , qusl donna? — eri dm 




M BENETEICTI} 311 

santissima rancinlla, Tiglia di un povero Cavalìcrr , 
chf abitava forse due niijilia dislante dai nostri 
cs-Melli- I ciiiH-i dei (^invanì s'erano accesi dì scam- 
bievole oinore, desideravano dirselo, più desidc- 
TBvann renderlo sacro con U religione, ma nmt 
osavano, — lunio erano verginali quelle dur anime 
inoocfitti ! Io fui <fUL-)Ìo che tentai la l'aneìuìla, lo, 
che la chiesi al padre, io, ehe apparecchiai la Te- 
sta « sollecilai il rìl»; oè pur nulla ne flivcnni 
geloso, che ben conosceva 1' affetto di moglie es- 
• Sere diverso da «luello di amico, e it cuore di Be- 
rardo restarmi pur sempre intero. Vi narrerò la 
^oia dei vassalli, il tripudio defiU sposi , 1' alle- 
grezza dei pareiili. Il l'niftore dei conviti? lo lascio 
«jueste cose come non inipurtaiili al mio assunto ; 
(ascio ancora i bei giorni che tennero dietro a co- 
testo casow e narro quelli A' ira e di sangue. -- La 
biella aposa ehbe vagliezza di accompagnarci alla 
«accia , noi la menammo ; e desiderosi «li predi 
tanto ci nvvolgi-uimo per la selva, che ornifli di- 
TCntava unpossibile di poter giungere avanti ve- 
spro al Ctislellu. Uscimmo dalla foresta, e ci iii- 
cainiiunainmo verso una casa, che compariva da 
lontano in mezzo della pianura, — arrivammo, - 
on Cavaliere in modo cortese e' invila a entrare, 
io lo guardo in Taccia, e sento turbarmi da non 
ioai più sentito egomenlo, che poi a prova ho co- 
nosciuto essere un miscuglio d' odio, di disprezzo 
e di fastidio : volgo il cavallo ^icr Tuggire colui 
che aveva suscitato nella mia anima la sensazione 
del rettile velenoso; mi ralliene Berardo, e mi Tor- 
U a seguirlo : ejitro in quella casa tremando, prty 



1 






312 u mttuuji 

saf^ii (li qualche gran dnnnn ; ìl raTaliere nù lo^ 
rìd(% quel sorriso mi strnzìa te viscere; aUu» 
lo sguardo per non vederlo, non jMirto, rleu» Il 
cibo, finflo un subito male, « anVolto lo partem; 
[ler via di (ratto in tratto giro la lesta sosiwfton 
comò se alcuno m'inseguisse, e prorompo ÌBvoei 
di tninacfia : Berardo, e Messincllu .stimano rti'i» 
oliljia jicrdut'iìl Sfililo. Pussanoalcuni giorni nei quift 
non vedendo, né ramincntandoil fatale Cavaliere, li 
cnlinn torna o serenarmi lo spirito. Una sera, nnolre 
cavalcava a diporto, senio solicvaniiisi in mente nnir- 
resistibile desiderio di tornare alcastcllo; spronoJp»* 
cipizio il destriero, arrivo, e vedo un carnllo leiktP 
nella corte ; ascendo le scale, - un cavaliere Tavellm 
domesticamente con Messinelta, la teneva stretta ftr 
mano: ella era pallida, e sembrava .spaventala <Ii 
trovarsi sola con queir uomo; al rumore dei mia 
possi cosini si volge — troni del cielo t io vedo l'o- 
spite spaventoso. Egli si leva subitamente, mi «- 
ne incontro, rni saluta, e mi porge la ma»o, — li 
mia non si mosse, pareami averla incatenato fui 
fianco, le parole che favellai furono poche ed otoh 
re: accortosi, ch'egli era il mal gradilo U in- 
Irò, tolse licenza e se ne andò. Kinianemmo lo ' 
Messinella, con gli occhi bassi senza osare di pn)- 
ferire accento intorno al cavaliere ; pareva elle •■ 
vesse sopra la persona una malia che ci oflaici* 
nasse, o- la naturale proprietà di quei serpenti, ti* 
fanno col fiato !or>.> cadere privi di senlimenk- 
Venne Berardo al castello, fu apprestata la rem), 
ma r allrgrezita per quella sera non istette alb 
mensa con noi. Da quel punto comincia l orrilulv 



DI BESETF.STO rH3 

ria. Rerardo tlivfota Incito e sospettoso, non 
le ccrrorc il mio nsfiptto, lo fugge; gli occhi di 
lessiiicllo appaiono spesso inliiimiuuii, e se bene 
liquiilvolla appena mi vede Aii lonlann mi corra 
icoiilro sorridendo per aMirncciarmi ; — ben sono 
medesime labbra che sorridonn , ma non è più 
ifllo il sorriso di prima, ben sono le medesime 
Docìa ehe mi cingono il collo, ma ora leggier- 
ite e subito cadono come se avessero troppo 
sto. Né il cavaliere Iralasciavn di visìlarcì, anzi 
proporzione che vedeva germogliure i semi di 
cordia veniva a godere dvll' opera eua. Un senso 
Segreto ini avvisata della sua venuta, però che io 
ritirava immobile in un canto della sala, so- 
riipponendo le mani sul pomo della spada, e lln> 
Ile dimorava, i miei sguardi stavano lissi .sopra la 
Taccia, ed egli ostentava di non badarci: spesso 
gli Taceva un leggiero oltraggio onde egli dìcea- 
cmi villania, e cosi aver cagione di dargli d' un 
ugnale nel petto; ma egli, »nzi che chiamarsene 
Teso, trovava per me scuse, che «od avrei volu- 
nè potuto propone. In questo modo si proee- 
ra lutti in silenzio, — silenzio di rancore e <ll 
oinaccia simile a quello che suol andare innanzi 
■gli sconvolgimenti della creazione. — Sorge il giorno 
che non doveva essere rischiarato dalla luee, non an- 
overato tra ipiellì dell'anno (!}; la Natura quasi con- 
ipvvole del inisTatto che doveva commettersi, ne 
fece il principio spaventoso; una nebbia grigia in- 
nibrava tutto l'orizzonte, il sole vi si avvolgeva 



(I) Non computetur in dieùvs anni, nec nwita-etw in 
tiivt. Job. 3. 




su U UTTkCLU 

dentro «onic uu fu)[giasa), ftuardnndo (rui'f mnile U 
teiTii : ullorctiò fui per uscire. U ti'm|icslA iiilovj 
riaiHlo mi coslrinsc a restare; — di' era per 
una peno, trovormi nel eastvllo dì Berardo, — i 
non poteva dimorarne lontano, — supi-ruva ogiì 
tormento quello di noti vederla A sera il cielo ii 
parte rì ri^Iiiaró; montai « ravallo, cor» al ca< 
slello di Uersrdo; entro, domando di lui, — nij 
rispondono, che fino dulia lualliuat a iml^q 
della piofl^ia si era allontanalo, nv ancora Ioav 
vano visto di ritorno al castello: vado olire, 
occorre Messinella con un sorrìso, che parve 
fiore sul volto di un miirto, ci obbracoianu e i 
poniamo o sedere; — io stava dì Taccia* lei. 
.|io lunga ora — Messinella. lo dico, voi noa 
contento. — Ella mi risponde con un pianto diroU 
poi si guarda all' inlonui e mi dice ; — IkI 
Iella, così da gran tempo soleva cliiumanui, 
sto Don è luogo, venite : — e qui si leva In 
mi prende per mano e mi conduce nella selva i 
Cina. Giunti in un luogo appartalo, io non 
interrtigorla; la povera (lon7.rlla alzò gli occhi 
Cielo e mi disse in lamentevole accento : un i 
hile segreta mi pesa sul cuore, o fratello, un 
greto che minaccia la mia vita, e che adesso vo^to^ 
deporre nel vostro seno, come il mio testamt» 
tcK — Itcrardo ha rcssuto di amarmi I — £ M 
pure, Messinella, gridai, ha cessalo di amare il 
vostro consorte, e si, che se parte del mio forpo 
lo avesse olFeso. 1' abbrucerei siihitooiente, prri'hé 
non guastasse il cuore eh' io devo consen'are i<fr 
lui. — Ed ecco, risposo Messinella aprendo le brtó* 



DI orNPcvtsto 315 

e, Ictdin Te<lo In mia Ìnn')ci<:nz8, eilli sa s'io soiin 
■H pur ùc\ pciisii-i'O, — ikfo lui llprnrdo è il mio 
iKire: quantunque io non gli alibi» «[lerla l'iinì* 
» mia, ella n' è così innaiuoratn, din non può 
(>poi'turi)C il dispn-zzo; qiiauOu Uernnlu sì trova 
'esenle io nascondo la mia aRIiziitne, ma Allorché 
[>n itii vede, pìunf{n, e pÌim;io... oh! mio bel rrnlrl- 
, voi non potrp.ste pensarf quanlR lagrime abbiano 
ersato ^li ocelli ilellu povera Messiuello : non an* 
era mollo, elio voi cnlrnndu nella corte di qnesto 
IStcllo mi troverete prostesa sul leltu di morte, 
sposta alla compassione, od alla ciirìusilA dei vas- 
nlli; in qiipsto punto, fratello, voi prendprelp per 
oano Berardo, lo condurrete dove giacerò cada- 
ere e gli direte : — ella è moria di amore per 
I... oh! s* egli verscr.'i una lagrima, se manderà 
>pÌro, io fino d' aia ^li perdono o^ni mia ap- 
: promelleleuiì, fratello, che lo farete: giù* 

Leinelo, non vogliate negare questo conforto ad 
povera addolorala. Dopo queste parole, U in- 

iTuppe un sinjJhioKzo convulso, e declinò la fao- 
soprs il mio sana ; io era commosso prolbnda- 
lente ; — no, bella infelice, esclamai, u te non 
morire; il rettile ha tentato di contaminare 

bel giglio, ma io lo calpesleró nella via; — il 
srpente che si è avventato al desinerò perchè si 
irda cavaliere e cavalli) (Ij, ma riiiinrrù inlranlo 
ella impresa dì perfidie. — E cosi fovellondo Le 
KSi con ambe le mani lu lesta e la bniìai in 
■onte. — All' improvviso ascolto uno strido acutis- 

(I) Coltéer in via, etrastei in semita morden* «nyu- 
u r^i vt eadat uicetttor ejus retro. Oen. 49, 



3(B A ntTTACLIA 

siino, uno stormire per le frasche della sAìì, H 
uno allontannrsi precipitoso; balw» stupefa tto, corro 
là dove m'ora sembrato che si Tosse parlilo il 
grido, nessuna traccia d' uomo mi si prcseiits iA\i 
vista. Torno a Mcssìnella che appoggiato il suoi 
mio braccio mi accenna di riprender la ria 
castello: di' era trista, abbattuta, appena mal 
i passi. Io pensava tra me di recarmi nel ^r 
appresso dì buon mattino da Berardo, e chicderjffi 
ragione della condotta strana verso il suo amico e 
la sua consorte. Inlunto giungiamo al castello; l's^ 
ccmpngno nella sala e prendo comoiiato; — aéén, 
mi dissf r infelice, rammentolevi di Mfssini'IU, h 
m' incammino col cuore chiuso, giunto alla porla, 
mi richiama un' altra volta, — poi un' altra, - 
sventurata! pareva che una voce segreta rarrte" 
lisse che non doveva vedermi più mai. lo parte: 
altbandonote le redini sul collo del tlestricro, CM 
le mani incrociale sul petto, percorro la via cbt 
mena □■ mio castello. Ad un tratto una voce jtr 
le tenebre dietro mi chiama — Gorello, GorclW- 
mi soffermo : la voce parcumi slrunicra, nondijM- 
no rispondo, — chic e che vuole colui che p«l» 
notte ha pronunziato il mio nome? — Gorello? 
ripete un cavaliere, e nel punto slesso mi si poi)* 
al fianco. Al chiarore incerto delle stelle lo rioo- 
nosco; aveva scoperta la lesta, ì capelli scompose 
la voce alterata: Berardo! sicle voi? che lutti Ì 

Santi vi aiutino. Sono, ma i santi mi baoao 

abbandonalo. — Non gli risposi, perchè ormai >»► 
va stabilito di tenergli nel giorno appresso il <'■' 
scorso intorno ai saoi nuovi costumi ulla preseoH 



r ni m:iizyt.NTo St7 

pi Messinella. Così taciturni cani min ianio fin dove 
b vìa egualiiiei)li; ilistuntc dni tioslri castelli sì 
pe^ in anf^oto : quivi stovn pinnlata una croce, 
ne i nostri vassalli chiamavano la Croce nera — 
pceDdete, mi grilla Berardo, e ni [iuuIq iiiciIésÌiik) 
Lnonta <lu cavallo. Io, che |>ongn ogni mio COD- 
lento in piacergli, bnlzo a terra; ed ei mi cnmanrla 
Iti sguainar» la spada. — V è forse persona che 
f insìdii la vita ì — Togliete la spada. In saprete 
■opo, ini dice. — La traggo tosto dal Todcro, e mi 
Bongo in atto di Perire. — Difenditi , grida Berur- 
■o e mi si g«tta addosso a corpo perduta. Atter- 
■ito dall' improvvisa ventura, non manco a me 
Itesso, e paro i colpi; tra il fragore dei ferri che 
à cozzavano orribilmente tre loro si udiva la mia 
foce gridanle: — che è questo, Bcrardol Delil mio 
lolce amico, mio diletto fratello, ahbassate la spa- 
da, ascoltatemi per 1' amore di Dio, in nome dei 
nostri morti genitori 1 — Non rammentarli, mi 
risponde terribilmente Berardo, tu ne sei diventato 
indegRo dal momento che ti facesti traditore. — 
'raditore io! Berardo, sospendete un sul» istante... 
iditemi.-. voi volete la vostra morte. — Mi ol- 
«iggi tuttora, mormorò tra Ì denti Berardo, ti 
irevali della tua destrezza per aggiungere al danno 
ulto — E raddoppiava i colpi : essi cadevano 
Spessi, ch'io non piiteì attendere ad altroché 
t difendermi. In quel buio, appeno scorgendo Be- 
rardo, aveva procurato di non ìsmarrire la punta 
della sua spada, sviarne lo percosse fino a stan- 
^carlo, che veramente io avevo molto maggior lena 
di lui : air improvviso In perdo; ringraziando Dio 



348 U uTTtcr.u 

di qiiestn caso, m' ìncaminiiio brsncolatido dm 
stavano i cuvMIi, prcferendn la taccia di vitt 
cordogli» di Irafig^er t' amico : col braccio 
S(iorjio la spada, — s'incontra in un corpa 
rt-dc e stramazza : — s' innalza un sospira — 
Berardo giaceva immerso nel proprio sanj^ue. Cedo 
la spada, e urlando ini curvo a terra : — kai 
vinto, mi dice Berardo, a me non è conces» pu- 
nirli, ma mi avanza anche qualche ora di vitt. S 
appnijji^ia al mio braccio, si rileva in piedi, e cu 
la Insi'iu die ^M reggeva la spada sì benda latp 
rito, — ella non era mortale; io avrei forse fy 
tiilo salvarlo, ma rimasi stupido Seno poter* pfc- 
ferire parola o stendere un passo. Rrt-ardo, i^l|»^ 
dito olla meglio che il sangue sgorgasse, perrltK 
a montare a cavallo e fujfge dal mio cospetto; n( 
io mi muovo. Oaiai si udivono appena lo li>w 
pedale del fufEgcnte destriero, quando mi rr 
e S)'na' altro [jensare salto sul mio, e gli con: 
l^li siwroni nei fianchi ; egli era bene veloce 
quanti cavalli portassero cavalieri in quel lei 
mn Berardo di troppo mi precedevo: io lo ' 
mo ma egli non ode, a non cura ris; 
mille Volle a rischio di andare col mìo ca' 
sossopra corro furiosamente, gift gli son prfssrv 
lo arrivo, — eì passa il ponte ; ripnngo durauit»- 
le con ambedue gli sproni il destriero tutto tn- 
retante, e affannoso so» giunto sotto il castello.— 
Berardo è ()ià trascorso, il ponte rialzato. Ora a» 
voce di pianto io cliiomavu a nome tutti i vantili 
perché calassero il ponte, — non rispondevano: ailo' 
perai le promesse, le mìnaccie, gli scoogitiri pe' Santi 



ni imitino 319 

pe' loro iii<»rlt, pe' loro \'\\\ , [>cv (iiielli che dovc- 

wnn miscorc , — non rispoD Jcvano ; — scesi , e mi 

detti ni) ajljfirArmi intnnio ni coRtello, corsi, ricorsi, 

- il muro era allo, il f-i^sn profiindo: — rifinito ilnlla 

flancbpua e dal conloi^lìo cado svenuto per terra; 

^nnto in slessi privo di sensi non sa: <)iie.sto sulo 

tonowo rhe sarebtie piir siala nna jirandi" piplA non 

fermi ritornare in me stesso! Avanti chp lo s^inardo 

fosse tornato all' usato iidìcio, nnj^ran splendore mi 

percosse la facoltà visiva , — un ronwo confuso dì 

Urli, di pianto, di femminili querele, e di latrati 

mi rintnma gli orecchi; nprn fili occhi.... CrisloI 

castollo di Bemrdo è in fìaninir. Sonzii che l'a* 

lima fosse consapevole dei mici moti, io mi trovo 

nM*7zo al fosso menando mani e piedi per gìnr»- 

ere all'altra riva; — la prendo, tento un Iiioi^ por 

rrampicarmi , — mi nj!(irappo , — sono giunto a 

netzo del mnrn, non trovo più olire dove mettere 

I piede, — rovino, lasciando su i sassi la pelle delle 

tiani del viso. — Clii potrà dire quante volte mi 

rrampicassi, <[uante cadessi? chi numerare le mie 

crcoxse e le mie ferite, chi il supplizio di?ir anima 

nìo? Orrìbilmente ansante, tutto sanj^uinoso, af- 

Brro alla fine un merlo: — quale io mi fossi ali" 

ispetto non dirò; basti solo, che nessuno mi rÌco> 

nVhe, e cn^dendomi il demonio suscitatore di co- 

esto incendio , futtj^tvanu urlando dispernlameiite 

iniscricordiu. Eccomi sul limitai-e del palazzo, egli 

tra lutto tma vampa , a quando a quando mentre 

it vento soffiava, se ne vedeva parte tuttora in piede: 

Dn trave infuocato rovinando, per poco stette che 

boa Olì schiacciasse sul limitare; — corro oltre, — 



i 



le scale vacitlono sotto i miei passi , — le ptttn 
scoppiaiiiio ttìì percuotono it corpo con isclte^e n- 
venti io cosi dura maniera, che un batcstrìere a» 
avrebbe potuto maggiore: traverso uuit sala , nd» 
a un corridore che conduceva alle Manze di il» 
sinclla: - appena mi vi affaccio, sproronds; - rip 
torno sopra i mìei passi, prendo pnr altre caraeriL 
cbe con diverso cammino menano alla starna ^ 
sidernla, spingo 1' usciale.... Orribile misfatto! lltt> 
sinclla supina, con le trecce sparse, le braccia aperlft 
f^iace sul pavimento Irufilta da cento colpi; -le 
sue ferite sono più atroci di quelle con le quali 
]' odio si compiace lacerare il coq>o nemico, (Ut 
erano studiale con salvatica ferociti: aveva gli ocdi 
divelti e rovesciali giù penzoloni per le f^uancr. b 
faccia tagliala in niiniilissìme rifatte, la gola aperU...* 
— Deb! non rammentiamo più oscene ferite, di coi 
[a rimembranza è un fremito di disperazione. Cki 
mi sorprende la solita immobilitò, rimango ti senu 
piangere, senza parlare come impietrato: — crolli li 
stanza, si aprono le pareli, e mostrano per le f(* 
sure r inferno : — 1' istinto della vila mi jpio(* 
fuori , — sprofonda con ispaveiitoso fracasso , e i> 
scorgo tra i vortici delle liamme e del fumo spfr 
rirmi il cadavere di Messinella. Un urlo di 
adesso si fa sentire in un corridore a sinistra; 
a quella vtìlla ; ~ cieco della mente e del corfOi 
percuotendo in tutti i muri, col seno aperto per pi* 
ferite , gestendo con le mani , come tm nsurn^ 
cerca la riva, errava Berardo. — Che hai tu fatto* 
gli grido. Hi non mi ascolta, e corre come il d^ 
slin<^ lo porta, dove il terreno rovinato gli appresi* 



DI BCKEVEMTO 3SI 

a morie sicura. — L* olTepro. - egli urla, più che 
ore fisico può fare iirlnri* uiiiutia crcuttira : in- 
idibilì sono i suoi sforzi per isvhicolarsi dalle mie 
iccia : forse sarebbe giunto a srii;^({ìrmi se non 
se stalo c|uasi vuoto di sangue. Me lo carico su 
spalle e mi pongo a corcare una uscita : — da 
He le parli fuoco: e bene sia. — andorenin insieme, 
troveranno le mìe ossa abbracciate alle sue; egli 
colpevole; ma innocente o scellerato, io 1' ama 
isnto r anima mia. Fermo in «lueslo pensiero, mi 
ra^o tm poco indietro, «piindi mi do a correrò 
capo basso , e m' ìinniert^o nelle fiamme: elleno 
I avviluppano intero; io le vedo scorrere ora sotto 
miei piedi, come onde trasportate dalla bufera , 
t ovvol^ersi in colonne spirali e circondennt di 
Irtissiitia morte ; — fuoco erano !e vesti , fuoco i 
pelli, la carne ìneotla, gli occhi per tanta luce 
Knuti cìciHii. Il dolore accelera il passo, il ter- 
ine dflle Gamme è vicino ; — un urlo acutissimo 
^ande all' intorno, ma io non vedo né odo più 
Wgt percbé stramaiuo come morto per terra. Ai- 
thè mi rinvenni vidi un Frate Benedettino, nn- 
famigliare dt casa, seduto accanto al mio letto: 
quale prima che iu parlassi mi fece cenno di ta- 
re, ma io non potei fare a meno di sospirare, — 
ranlu ? — Vive , rispose il Frate , ma voi tacete 
nome di Dio. -- >*on posso. Padre, io sento che 
rhe ore di vita mi rimatii^ono, volete ascoltare 
mio confessione T E il padre benedicendomi soj^- 
ingeva , - dite. A mano a mano ch'io progre- 
f» neir accusare le mie colpe, m'interrompeva 
una esclamazione di maraviglia , della quale 



GucitHAni, Ball, iti Hciuv. 



23 



iti u BimcuA 

non dava ragione , sìcconw timoroso di tnanifc' 
slure un segreto che doveva lenere celato. Rai- 
la la conressionc , tra allerrito « comnwsso od 
domandò : — e non avete da accusarci di nessuH 
altra cosuY ricercate bene la vostra memoria , x 
per avventura alcun fallo aveste dimenticato. ~B» 
detto tutto, e lulta verità, che non bo mai laentìl» 
in faccia degli nomini, pensate se \' oserei adan 
in faccia a Dio. — Diinr|iie, esclamò il Padre (tion- 
gendo le mani, dunque sono slati traditi / — Alien 
lo pregai, se potessi vedere il mio amico ìnauii 
di morire; ed egli mi contorto a starmi tranquilln 
— lo avrei veduto prima che fosse sera. Vennero »l- 
l'oru stuhilita quattro vassalli, e preso ognuno d'c^ 
iiii lomlto dellenzuolo, mi traspDrlaronos»avcaii 
nella stanza di Berardo; — e' incontrammo eoo 
grido: fui adagiato su di un letto, e ciò fatto il 
Padre ordinò che ognuno si ritraesse lo non ar* 
diva favellare. Berardo forse lo sdegnava, il Frate a- 
minció: - Figliuoli, voi, come sentite, stele prts» 
a passare, vi giova quindi partirvi da t])ieslo idod^ 
amici come vi siete vissuti; perdonatevi scamW^ 
volmentL-, e come vuole la legge di Cristo, Jicnl^ 
naie al peccatore che Im desiderato la vostra ■»'• 
le, pregate Dio, che voglia tocrargli il cuore, oJ* 
la sua anima sia salva; — voi siete stati traditi. - 
Frate, parlò con voce fiora Berardo, quando sathc 
fosse falso quello che mi disse Drogone, no« 1» i» 
visto costui con la scellerata Messinelta tradirmi 
nella foresta? — Che hai tu visto, sciagnrato, ty 
sposi, che mille volte con tuo piacere non Mk 
fatto alla tua propria presenza? Ora ini sì JWh 






■n orribile mìMcro, Come non ti sei accorto che 
lo siculo Cavaliere aniuva la ppvera Mcssinella, ed 
Hia , ed io morlalmcnte 1' odiavamo t Tu sei ca- 
kto nelle insidie del demonio, pglì lin perduto ooìj 
Bùi: Ohi io li contpiungo, Berardo, io ti com-l 
Kianj^! Il baci» vhe detti sopra la rrcmte dì Mes- 
bnclla fu puro come quello che si oflTrc su le reli- 
huìe dei Santi. — No, tu mi hai Irudito. e quando 
Eb non mi avessi, dimnii per pietft che nti hai tra- 
Hllo. — Bruci l'anima mia per tutta l' cternitA nei 
ormcnli , .come io non dirò inai di aver fatto 
} pensato cosa che fosse contraria all' onore del mìo 
Dinìco Berardo. Questa e la fede che dopo tanti anni 
li amore avevi riposta nel tuo Gorello? — Pensi 
dio le tue rampogne possiino aggiun;^ere un grano 
Illa tmmensilìi dell' alFanno che sente l'uccisore di 
Bna moglie, il distruttore del castello paterno? Ma 
hi non giureresti che sci innocente: — No ? Padre, 
Ivreste voi nessuna cosa di Santo su la persona? — 
fengo un pezzetto del lej^no della Santa Croce, che 
bn pcllejjrino di Gerusalemme con fraterna carità 
ni ha donoto, rispose il Frate, e aprendosi la veste 
■asse fuori la reliquia e me la ixirse: io la recai 
ievotainente alla bncea , e pieno di quel coraggio 
iliB dona la buona coscienza , con voce sonora c- 
lamai: — per quello Dio, die abbandonando il suo 
fono di gloria voile sostenere i|li oltraggi degli uo- 
mini per salvargli da morte eterna, pel sacratissi- 
mo sangue che versò sopra questo tronco benedetto, 
per la salvazione dell anima mìa, per quella dei 
miei defunti, per la fede di cavaliere che ho giuralo 
Innanzi al mio Ke quondo cinsi la spada, io Gorello 



3ìt U tKTTiaU 

Costanzo solcitncRirntc protesto e sncramento, illa 
Torcia di Dioc degli uomini che né in detto, m^ in ritla, 
né in pensiero lio mai tentato di guastare l' ooon 
del mio umico Berardo Foleando , e che di 0^ 
ìmpulaKÌone ed ncctisa sono pienamente innocaiI& 

— Niuii gemito, niuna parola per parie di Berardo. 

— Padre V^o ^\i si accosta, curva In testa, sovnj^ 
pone la sua alla taccia di luì; dipoi torsanilo ilU 
min volta chianw) i vassalli, ed ordina loro che mi 
riportino alla min stanza, lo prego il I-Vote a dm 
pennellere che dì lA nii riauiovano; non conio- 
lunilolo ej^li, lurido ehe non mi toiTchbcro senu b 
fiirza: il buon Padre invano si oQjitica a pera* 
dermi, chÈ più sempre mi ostino nel mio pcì^Md* 
mento; allora i vassalli si apprestano a farmi n> 
leni'.nj tento resistere, ma le mie forze erano spcole^ 
Sono Irasporlato: la rabliiu della Ìm]K)trnKa e illt' 
more pur troppo giusto che Berardo fosse niortoi 
irritarono talmente le mie afUìzìoni che caddi il 
deliquio. Poiché mi riehbi, vidi al mio cxpetah 
Fra Ugo, che subito prese a courortaruii con mtI 
detti, e beHi.s.simi esempi tolti con molla dottrin 
dagli Evangeli, ma elle non fruttavano nulla ti» 
aie, ormai disposta e morire. Scongiurai il Frale il 
nome di San Benedetto a dirmi se Iteranlo viveva; ti 
egli, mal polendo resistere olio scongiuro , mi racaM- 
lava come la piena del rimorso, più che le ferite, ovetK 
ucciso Berardo; allora lenlai sfasciare le mìe, né po- 
lendo, sorsi dal letto furente, per cercare la luortc.o 
dando del capo nella parete, o precipitandomi dalle fr 
neutre; fui raltentitn, e d'oi'a in avanti diligenlcmenti 
gitard^ilo: disposi di lasciarmi morire dì fame , ot per 




uanlo s" iiifie^iasseni, polevono mni riuscire a hr- 
ni Irangiijiìare cilio o bcvnnda : — era in me nnla 
ina smatiiu nMtiosa di marte. Ail un tratto ini si 
trcsenlò Ìl Miijìgtordomo del jiiÌo ciisIcIIo, Sf^oiticnlato 
Dome persona travagliala da ìi'reparabile sciagura; — 
loDsignore, Monsignore^ che fiemcasoémBÌacc-ndu- 
toal vostro castello!— voi non avete piii castello; sono 
Koiiti stamane cento uomini d'arme, che si sono faLli 
calare il ponte a nome del Re, ne hanno cacciato la 
vostra famiglia, e ne hanno preso possesso. —Gran 
qual niisfatto ho commesso perche tonto da- 
nte dclilia essere perscjJuilato ! — Ohi Monsi- 
^ore, a capo dei cavalieri era tale uomo, che per 
quanto si nascondesse il viso sono giunto a rico- 
noscere. — Chi? Dillo 1 — Quel cavaliere che vi fa- 
ceva l'amico, che veniva a prendervi sovcnle per 
indare insieme alla foresta, — quell'alto — Iirnno, 
che abita il palazzo della pianura, — Ih-ogoiic? — 
Monsignor si, Urogone. — Non dissi parola ; ina da 
quel punto feci un orribile gìnranienlo, che in ram- 
mentarlo mi si arricciano i capelli, né nii sia Icr- 
filira del corpo: promisi l'anima al demonio, 
rinunzia! al hatleshno ed agli altri sacromenti, so 
innanzi di morire mi avesse fatto vedere il cuore 
ilei traditore. Diventai più di qualunque codardo 
avaro della mia vita, e ben mi fu d' uopo confor- 
larmi, che due giorni appresso il fidato maggiordo- 
mo venne a dirmi, aver saputo da persona del ca- 
rtello, come mandassero gente per arreslarnii; co- 
me di omicidio proditorio mi avesse accusato 
Drogone alla corte di giustizia, come molli mici 
proprii vassalli avessero attestato contro di me, e 



tiS U UTTtCLU 

tiitiralo, rhe nello nette dell' incendin io gridari ad 
alla voce essere stata l'uccisore di Berardo; ii|- 
gluii||eTa cbe furono spedite le citazioni , a» im 
conscf^nate perche mi condannassero in contumatia; 
di lutto questo doversi incol[iare Drogone, che ptr 
essere creatura del conte delia Cerra gran Canla^ 
linj^o del regno poteva agevolmente tulle (inesteeow 
conseguire. Mi riparoi »eUa capanna di una g«^ 
din dei miei boschi, dove la pìetJi di nlcuaì tW- 
salii nmorosamente mi trasportò; invano fui rtcrr' 
culo dalla vendetta, clié la fedellili dei vassalli pre- 
valse con unico esempio alla rabbia dei nemid 
Giunsi a sanare, comechè in parie riiiianesn ll^ 
turpalo ; mi provai l'anni ; da prima mi parvw» 
insopportabile peso, a mano a mano, come per lo 
tempo passato, leggiere. Allora mandai carldli a 
diversi baroni perché mi comedessero il eamfo,t 
slìdai il traditore. Dmgone tacque, i baroni tisfo- 
sero scusandosi che non potevano Iciierc il cam/O. 
Maiidiii messo, lettere a Manfredi, nessun nits» 
tornò indietro, nessuna risposta. Cosi logorav* il 
mio tempo e la mìa anima. Una sera sui finire ili 
marzo la guardia venne ad avvisarmi che fu^sà. 
aver veduto molli armali sparsi pel |}f)5co, ed in- 
teso che mi cercavano; — mi aifrcllassi , un sol 
momento mi avrebbe condulto a cerla rovina. Fo^ 
gii, ma parendomi impoK<:ibile di sottrarmi alle ftr- 
quisÌ2Ìoni dei cavalieri, cbe mi sentiva alle sfuSt, 
dinsai aggrapparmi snprn »n albero: quivi pasaì 
la notte, —qual notte/ che Dio la faccia provar» 
soltanto al mio nemico Alla mattina tesi l'orec- 
chio, nessun romore ì\ìau\\>%^t V&.(orc8ta: teca 



^^^^^^H^^H ti DEAevc:cTO 
pn^vvMisenztt sapere dove ; che troppo mi jSra- 
■ava tornare alla casa di chi mi aveva caccialo: 
■ero è bene, che ciò facendo provvedeva alla mia 
Id alla sua sicurezza, ed il bisogno 1' aveva co- 
ltello; ma ad o^ni modo io era sialo cacciato, e 
HEe superbia o generosità, piuttosto che riparare 
Bvovamente in quel luogo, avrei scelto morire a 
fckl» scoperto: — seguiva li più intrigali sentieri > 
luardavami sospettoso all' intorno. — Quante volte 
fan legìiiero sussurro dt frondi agitate dal vento mi 
Ì!ce impnllidire il seminante I Quante il latrato dei 
feltri lontani.' — Parcvami essere una fiera, dì cui 

Illa caccia fosse convenuto il genere umano 

e in quel punto mi fossi incontralo in mio padre, 

9 avrei tenuto e trattato, come si trattano i più 
diuti nemici. Così coli' animo sollevato dalla paura 
el sovrastante pericolo, giunsi verso sera sopra le 
ìve del mare; egli era tranquillo, e pareva mi 
nvitasse a formi suo cittadina, da che su la terra 
lon aveva più da sperare; mi si pri?sentò come 
in amico che mi ollVissc salute e mi allettasse con 
k speranza di eventi uien tristi : spesso aveva ve- 
uto il mare , ma non mai con un sentimento di 
more, siccome questa volla. La fortuna mi tu di 
iato cortese, che dì li a poco scorsi con infinita 
jacere una saettio, che da Ischia andava a Pisa, 
osteggiando la riva: chiamai le genti, scongiurando 
«r V amore dei Santi, che seco loro mi occeltas- 

■■; il maestro, che nomo compassionevole era, 
■fftolse volentieri, ed io gli raccontai come fossi 

10 povero vassallo che per avere offeso involonta- 
•ianiente il signore era slato condannaV.» ».V\% n^k- 



k 



333 U BATTACIU 

|(he. Gli uomini ili ni«re rhe, per qn«nt« Ito 
servalo in seguilo, sono naturali nemici della I 
rnniiide. e per cnnseflufnxn grnndissinii eslin 
della lihcrlè, si appassionarono per me e te 
por fortunata la venlurn ili aver potuto soUf 
un uomo alla bnilale ferocia di un banane, 
vammo a Pisa con prospera naripztonc: qnivi.j 
sideroso di faniù vali'nlc nel)' arie di pei 
i mari, tolsi conimiolo da loro, e mi ecconciai! 
galere che navigavano a Tiro, a Tolemaide e '«i\ 
tre tcrri! di lavante. Dì ritomo a Fisa, co'i 
proeurulimi mandai sf^reU messi ad alcuni dei 
vassalli, alEudic ini chiurissero di tiò eli' era i 
venulo dopo la mia partenta. Intanto strinsi 
cizia con un certo Gna5pnrrìno marsigliese 
mereonlc, clic conosciutomi delle cose di mn 
spertissimo, mi propose di governare la sua gil^ 
Tornali i mesiti, seppi del mio castello essere: 
dui re Jilanfrcdì invertito Drogouc . Il quale 
opero del conte della Cerra, laulo sì era avoB 
in sua grazia clic lo avevo a(Httiuato aminir 
del regno; allora accetlaì la proposta del 
^liese, e da quei momento in poi una immola 
speranza ha lusingalo il mio cuore che uo 
l'altro potrei incontrarlo sul mnrc: —ohi 
ra - . . . sono cinque anni che vesto Ìl eilieio, 
circondu di terrìliili angosci» per sorridere alla 
le, come al mio lilieratorv. Se alla luia vendeltt^l 
sì unissero grinler(;ssi della terra che mi ha T^' 
dulo tuisceri^, l'orse il mìo nome ne avrebbe glorit 
uelle gcneroitioni l'uture; f'atalmenle sono di^unft ' 
£ mi Trulterd infamia; — che importa? forse velli ' 



^^f K HCnr.vK.<iTO 3S9 

He, che dispregiando \a loclr! e il biasimo che danno 
li timiiini, — e forse lalc che srriilinfindo impassi- 
le le azioni chitiinalc dolilU e quelle chiamate vir- 
, vedrÀ che ìl cara, non già il mio volt-re co- 
riofie il mio nome a comparire scl-IUtìiIo ndle 
ijgine <lella storia, onde egli non isdef^nerii di ma- 
f«slarla stia genie, e susnlare una lagrima, come 
»e tarila, sul mio feroce destino ■». 

Carlo iV Anjfiii, degno dì sentire altamente, a- 
rra ascoltato quel racconto con tanta attenzione, 
ic noi! s' era accorto, il sole avere già da buon 
mpo lascialo il nostro emisfero; perchè Gorello 
HI lo narrò cosi prestamente, come alibiamo fatto 
dì, ma con tante altre iiarticolaritA, che volon- 
cri tralasciammo per provvedere alla pazienza del 
ittorc: ora Carlo riunendo in un punto tutte le 
le scnsa7.ionì, levò gli occhi al cielo e mandò un 
nnito 'affannoso. 

Il cielo si era coperto in gran parte di un 
tintone nero,, che cresceva dalla porte di Levan- 
s; i) vento fatto impetuoso aveva gonfiato il mare 
er moda che Carlo vottosi al timoniere, parlò : 
« Farmi che avremo fortuna. ■ 
■ Si, Monsignore. La mia vita è una immagine 
i Innesta giornata, luce il mattino, tenehra a ve- 
ltro: questo giorno terminerà forse con la tcmpe* 
jU, — la mia vita non deve finire altramente. — Chi 
ti, che la procella che chiuderà questo giorno non 

fa destinota a dare compimento alla mia vita/ » 
« Nostra Donno di Reims disperda 1' augurio. 
non possiamo restituirvi la pace, ma in fede di 
valiere giuriamo che polendo vi faremo giustizia. ■ 




330 LJt BtTTtCLU 

« Gran mercè, Monsiiitnore: intanto rHinl 
che un balzo della falera non vi lanci, conte 
pratico, in more; stnte pur tranquillo, che ut 
tempo da potersi superare da forze timane, noi la 
supereremo. ■ 

a. IjO crediamo certamente; e più della (edtki 
dei nastri, ci dà pegno di questo la vostra vendetti. 
Gorello. » 

Dopo queste parole Carlo presa la roano dei 
timoniere, e olFettuosamente stringendogliela , 
giunse: 

■ Prendete conforto. Cavaliere, un nuovo tea 
e un nuovo amico possono sanare le piaghe 
tempo e icW amico passati. Addio. » 

a La buona notte. Monsignor Conte » rispw 
Gorello; e quando Carlo prese ad allontanarsi crollò 
la testa, e disse: ■ Miserabile! anch' egli appari» 
ne alla schiatta di coloro, che reputano un sorrì», 
od una carezza un presente del cielo^ un medica* 
mento per ogni malattia dell' anima: — miserabili 
Ma Cario ha creduto Tarmi Ìl maggior bene cbc fon» 
in suo potere.... lasciamo la presiinziooc, la b»* 
seua e la follia del presente, — rimarrà sempre uo 
pensiero di carità, e di questo merita gri 



CVPITOLO XIII. 



Il vidi iilpriiB — 

Coril I uccidalo It — 

Iten irtir lollv, e srllc rnlm «II' InibdlR 
Ti-MiiiinlL' cor lilla e (llUlu ho il .brindo, 
Vw uon ho iailii li luii luiii^ svtu. 

ORESTE, Tragedia. 



Boio d" ipferno : — non lembo di nuvola il- 
minato dalla luna, non tremolare di stella ; — 
pesti che il firmanieuto sia spento, e ìl fiotto del 
ire ne lamenti la morte. La jgalera dì Carlo d'Angiò 
rwirre IrobalKato dalla traversia senza direzione 
pra la superficie delle aciiue, di Hutto in flutto, 
litro una tenebra spaventosa, — come corpo lan- 
»lo per Io abisso dello spazio. Da per tulio sgo- 
Moi — Carlo geme abbattuto quanto il più Iri- 
) che sia su la galera, perchè la vita è ugual- 
mie cara a chi porta scettro e a chi maneggia 
remo, — né forse corre tra essi altra diversità 
e quella dell' istrumento che recano in ulano — 
fieno per 1' amore dell* esistenza: clii urlava, chi 
»VQ, chi pregava, chi bestemmiava; — e i Santi 
trovano spesso nell' occasione di dover restare 
Jperosì soccorrere una nave, però che nietft 
Ila ciurma li chiami, e metà li rinneghi, onde 
che mentre dimorano incerti a calcolare quale 
ile due parti preponderi, sopraggiungc un colpo 
mare che sommerge la nave, e tronco ogni qui- 
'oe ; — la qual cosa non avverrebbe di certo, 

di concorde preghiera tutti si volgessero ad 



332 LA nArTACtlt ■ 

implnrarc un aiuto die non può mai vfntr immI 
Il limoDÌere, facendo le veci del Mo^-slro. vVbn (Kl 
paura e di vino, visto quello universale sconrorbll 
gridavH da pnpfui : I 

« Fate Forza dì remi ; cliiiidete la vela, tt m 
voldc salvarvi; upertitc adesso che ne è U-mpo di W 
veto, altramente qui presso incontriamo la lirra, 1' 
e ne nndrcmn tutti perduti. » I' 

l)i questo discorso furono prese le sole pniviic V 
Qveoicnti alla presente situazione u qui MHI 
miriamo la terra — starno lutti ptfduS^^ 
sorti l'efletto contrario che si era proposta chiWl 
ave^a pronunziato. 1 

« Sioiìto iktAuIì » sussurrò scaiulìcvolmetlit j 
il vicino al vicino, ed abbassarono iasiejiie Ubcl 
eia livida per lo spavento. I 

Il Mucslro delia nave, nel volto del qnaktM 
paura non si era manifestata, come ne^li altri, ftrl 
via di pullidez/.a, ma con un tal colore che lenenl 
Ira il violetto ed il nero, si vedeva intento conWi 
mani su due vasi di terra per impedire, che C* 
zandosi in quei fieri scotinKnti si rompesseNp t 
con quanto aveva in cann» glridava : 

« Libeccio, libeccio, sono si fatti i modi 
suoli tenere co' tuoi buoni amici.' Or corrono *«■ 
quaranta anni clic frcqueiil» casa tua, né raaiquu- 
lo questa volto mi li sei mostralo cruccioso: lil» 
forse usalo villania.'' ho trolasciato un giorno di 
bere alla tua salute? E ini dovevi fare questa va- 
|{o||na appunto udessu clic ho promesso a UonA* 
gnor Conte di trasportarlo sano e salvo Uno ad Ostila 
Senti che scossai Domitte in tnijuloriutì%„. che reiU* 



P bl DREre^TO 333 

Avvoltato I — He vuoE lu fitte , a [jiiaiidu avrai 
Ito pcrcuutere quesli due vusì tra ìoru, i quali 
, pot l'Ile si conosvono sono vissuti da buoni fro- 
lli, e spezznre, e spenkre il mio buon vino, 
fa pensi «ver fatto ? nlmeno tu mi nvf ssi d«to 
pò di bevcrinelo... pozienenl Aspetta di grazia 
lO a dontuni, e quindi fu quello che vuoi... Di}- 
ine in maiius ttim cinnenth » urlìi il povero ftlucslro 

E ano sbalzi^ Icrribile della nave lece duramente 
tmaziare suit' inlavnlnto, e rovesciargli addosso 
asi con tanto amore guardali; onde è che lutto 
nanioso prendessi) a dire brontolando: a ah! libec- 

misleale e fellone, che pretendi? annegoreMon- 
tfnor Cnria? Non sai che egli nasce di famiglia 
^tica quanto la Ina, ed è il più nobile signore di 
Illa crtsliaiiilù? Si fanno esse queste cme nd im 
falcilo di un Re di Francia, di un Santo, ad un 
(mpioue di Saiilu Chiesa? Ah! vento, veuto, tu sei 
Ito ghibellino, la riprendi per Manfredi. Ohi Ira 
te e te è finita, ho strappalo paglia, potresti far 
jìracoli non ti perdonerò mai di avermi versato ìl 
Ino, e coudannnto a morire nell'acqua » 

j II timoniere vedendo che i» qnrl modo si anda- 

1 incontro a inevitabile rovina, chiamato un mari- 
^ro nel quale mollo si confidava, gli comandò iti 
(nere per poco il limone volto a destra, e seesc in 
liccio di Carlo che trovò col capo nascosto tra le 
tsni sopra «no inrola, travaglialo dall'angoscia di 
lomaco. 

I « Animo! (gli disse Gorello con voce sicura) al- 
lievi IHonsijJnore, e venite a con orlare la vostra 
perchè non vedo strodu dì poteri; uscire d'im- 




• 



8Si 1.1 MTTiOtI» 

paccio in questa maniera: chi si abbandona, CrìiU 
abbendons; e n morire e' è sempre tempo, » 

Oarlo pittila di vergogno linlza in piedi, prende 
pel braccio il timoaicre, e si fa oltre: all'improniii) 
percuote in un corpo disteso per terra in modo the 
se non era Gorello vi trabocca va sopra. 

u Chi sei ? n domtmdiì Carta 

u Ohi Monsignor Conte, son io { riqiose W- 
mentoso il Maestro ) che volete ? — più cerco di 
stare in piedi più il vento sì diverte a gettarnii 
per terni, — vedete gusti! alla tine hotoltoeo»- 
siglio di starmene cosi lungo e distoso; in quedn 
modo sarà finita la burla : — e sì vedete, ioBM 
me ne stava inoperoso qua dentro , ma intesden 
8 fare che non si sjierdessero le pronisiooi, pe^ 
che. Santa Vergine ! rosa ne gioverebbe esser siivi 
dal vento, se poi dimani non avessimo vino da Un, 
né biscotto da mangiare ? » 

Carlo, come ogni nomo immsgìnerft Taci! 
te, non istelte ad ascoltare il ciarliero, ma a 
senti eh' era desso, continuò il suo eamiiiirra , t 
venne la dove i remiganti, disperati di salute gia- 
cevano neghittosi lungo i banchi aspettando, cbi 
più chi meno rabbioso, la morte. 

« Amici (Carlo gridò ai galeotti ) io oon $> 
come genie quale voi siete, assueratla a IrarK 
la Vito sul mare, siasi cacciata addosso cosi fftsk 
paura. Siete voi femminette, che per nulla sì dl> 
sperano, come se Tosse sopro^iunla la line tó 
mondo ? Ver{{ogna / Ben altre tempeste abbiuM 
superalo, ben nitri perìcoli, e con I' oìulo primi 
di Dio, e poi di Santo Dionigi supcrcrc»» 



bere, , 



Iti DCMRTTXTO 339 

questo. Non vcdcle die lo negligenza voslro vi 
perde, e ch« cosi commettete un colpevole suici- 
éio ? Pensate che un j|iorno dovrete render conto 
di svere sprecato casi le nninie vostre. Difendete 
ta vostra vita , the da questo momento noi fac- 
ciamo libera; avvertite che se mollo dobbiamo fare 
per essa, moltissimo dobbiamo tentare per In con- 
fiervfizione della libertà che adesso vi abbiamo do- 
nato- » 

Amici 1 Carlo, qael fiero uomo", quell' orgo- 
glioso per mille memorie poterne ha chiamato col 
Qome di amici una moltitudine composta la più 
parte di gente comprata come bestie al mercato , 
di facinorosi condonnoli a far 8ervij|io al Prin- 
cipe pel danno che Ì delitti loro apportarono a spe- 
ciali famiglie: — pure Curio lo ha detto. Ohi quando 
la necessità u^uajjlia le schiatte di Adamo, e ta- 
cendo ogni distinzione diventano pari . io per me 
ini mnravìglio se il superbo dominatore non sia» 
caduto più basso. Libertà! Dio eterno 1 liberlàl 
questa promessa è uno scherno spietato. Ormai da 
secoli assai remoti i viventi sono divisi in due 
grandi classi, 1' una delle quali è destinata a co- 
mandare, ]' altra a servire, e la origine di questo 
ordine di cose vuoisi derivare dalla Natura , non 
^'è da un accozzamento di casi fortunosi. Ora in 
che consistesse questa libertà donata da Carlo a tal 
gente, che dove il danaro, o la pena non avesse 
sottoposto alla servitù non avrebbe mancalo di ri- 
durvela la miseria, noi per la verilA non sappia- 
mo. Ma la liberta è antica lusinga su la quale i 
viventi non sì sono ancora sgannali ; ella è una 



336 u n^TTjtCLU 

_ parola in su medesima priva di senso, conie l'oHih^ 
^rc, e tale altra, die tralasciamo di dire, perche 
gli uomini sono gi-losi dvll' apparenza ; — àatef 
moda alle diverse opinioni, e, camaleonte nurob. 
prende colore datali ometti che pii'i le sì avvici- 
nano: nel i796 venne in Italia vestita di nziurro 
»a cacciarne gli antichi dominatori; — ncllSUii 
tornò vestila di rosso per rcsliluirveli ; -- ancJK 
adesso in Francia si scbiamaxzA lil>crlà; liberi) in 
Iii^ilterra, e liberta in America , ognuna poi •!) 
queste libcrtn era, ed e sfTutto diversa dall'altra; 
spesso contraria. Bisognerebbe dunque cbe gli md*! 

Imini dÌRlingiiessero la libertà in {lolttica, come 
piante in botantcu, ulloi-u forse per litiertÀ ^tndfiitf 
per liberi* lanceolata, per lìberlft parw/ita, po-j 
trebbe darsi che in Lenti issi ino rfnaleUc cosa ; aài 
questo neijano fare, ed olTennano invece dover ««i 
■.sere unico, ed unìrorme: oro non essendo né &oÌ- 
B ca , né iiniibrnie presso nazione del mondo, Ann 
H ciaschcdiinn repuLQiido buona la sua, conie;^li anelk 
Idi Melchisedech giudeo (1), ne viene eh' ella siaO 
r iiiima;^iiie d' una mente ammalala dì giovJneiUr 
r istriimentu dell' accorto per suscitare i pofili 
■ e cosa die gli torni in vantaggio. Tutti questi dir 
scorsi però non impediranno mai die la liberti 
continui a suonare nome magico , come colei che 
per significuie nulla, ci é proscnlala sotto le fornir 
del mistero, e 1' uomo s' innamora di lutto fuorch* 
di quello che è vcritA, I sistemi che ho letto i* 
contrario intorno a questa materia mi sono taa- 
I brati sempre tanti di quei belli discorsi cbe co* 
(Il Boccac: Nov. 3, Gioì-. (. 



nriotw ccil se : se ipifigli tlava in eata »on H 
laccava le gambe, se. «/hpjIì iioh fmse fmvern sa- 
tblte ricco, e TÌa ravellniido. E' bisofSiiu ppovvcilerB 
il mondo conin «'■. ntni cuine dovri-libr pssito; ojini 
Uorn<i potrebl)*' allora farsi li numdo n suo modo , 
e ndattarvì deiitni quello vedute che mef^lio gif 
pìactssi'vtì. La ^Inililiidine r hctin virlù, chi lo iiej^a? 
l'amore pe' parenti, per gli umici chi lo ne^ia? e 
éella ^nt<' tiioderna noo s' i trovato il mn^^niricu 
nrolone di Filantropia ? Mn che Dìo v' ÌlliiiiiÌnÌ , 
tove sfHio le cose corrispomlenti n (jiiesli segni ? 
iTnrnmo pollilo credere che fosasro idee innate , 
iia dopo la {Fiierrn dì ilistruxione che mosse loro 
Cartesio mal sopremiiio ila qual parte cercarle. 

il mondo 6 da lungo tempo, secondo i diversi 
:oniputi, die vive in questa manlern, r. lungo tPnipo 
ancora vivrà : f}i stolti sono il retaggio dei furbi, 
i deboli dei l'orli; dchole/.za e; stoltezza, poiché 
sielir. e crescete, lasciiite governarvi dalla sapien;fa 
B dalla forza, fatevi merito dell' assenso, clrà tanto 
negando perderete la prova. 

« LiliertÀ ! ìilierlii ! » sì «di urlare per In ga- 
lera con tale una voce che prevalse sul fragore 
del mare imperversato — « l,ihertfi 1 n e si dettero 
a fare di braccia nei remi per allontanarsi dalla 
terra perieolosti. La galera, tagliando dì l'accia le 
Andate, perviene a fuggire il iLinno di rompere, e 
va incontro all'altro A' imbnllcrsì nei navigli che 
il Re Manfredi tiene limgo In costa: ma fnrse- an- 
che cs.ii sono shaltuti dalla bufera , e poi quel 
danno è incerto, mentre che questo sorebbe ine- 
vitabile, dunque vai meglio sfuggire il presente , 
Gvìnuua, Hali. Ji Dciut: ìi 



338 L* nATTACLIi 

air «Ilrw, se ocL-orn-, provvi-derenio ; cosi pMiara 
Carlo, e si-cuitdo i calcoli uinutii non può oe^rii 
a dovere. La catena di quelle vicende che non pul- 
siamo prevedere, uè allontanare. In quale noi cIiÌb- 
mcreiiio Fortuna, sì rise di que' raziocìnij, e fi- 
Sposo atTatto diverso do ciò che Monsifpiore II code 
Bveva disegnalo. 

Il vento, qtiosi fosse spossalo dallo sronooo- 
tinuo da un punto all' altro, sì rimase IraunàHit 
allora cominciò a bnlenara e a tuonare , poi un 
rovescio tra grandine e pio^ia : — in quella nude 
Carlo doveva solTrìre tutti i )rava};li di hr uoom 
che consumi! la viln per mare. Era trascorsa ipial- 
che ora che ondavano cosi, senra sa|>cr dove, v»- 
ganti pel mare, allorché ad un tratto la gAWa 
percuote aspramente iti un corpo che le ?i pirt 
davanti, e crolla in lanlo dura maniera che ptrc 
doversi srasciare. Si alza un grido — il ibrido della 
dispera^Jone ! che temerono di avere investilo Ìb 
uno scoglio; ma quando il grido cessò, clic tutu 
le cose hanno fine sìcno pur quanto vogliono liei* 
o affannose, ne ascolteranno un altro non raem 
terribile lì presso di loro — « È forse alcuna dellt 
nostre galere che sbattuta dalla tempesta ha coudo 
con noi ? » diceva una parte de' marinari ; -- altri 
■ no, è una galera genovese, l'abhìamo ricoimsciiria 
alla forma ; - altri a è siciliana » — altri, ollrt 
cosa, ma ì più conveni^'ano che fossero i nemicL 

■ / nemici .' i nemici I » urlano da anibedw 
!p galere; e se avessero potuto manifestare gli scatn- 
bicvolì desideri!, por quella notte sì san-libcro It* 
sciati stare. 



^M HI BCXETESrO 3M 

^P Carlo d' Atigiò, che fu Y(!rainGntc un valoroso 
Krnlicro, per nulla si coi iiin nove a quei gridi, e 
^bc muffita ni mo si dispone, da che non può fug- 
^>e la bullaglia, n uscirne vilttirinso. 

a Signori liaruni ( dice piacevolmente ai cir- 
coslanti Cjivatieri, che avevano di jjià l'arme nuda 
alla mono) la rorlunn nel chiamarci in Sicilia, ne 
teiuhra che non ci nbhia volulo invitare ad nn con- 
vito da nozze; ormai le tavole sono poste, e fn 
a mestieri mostrare huon viso a tutto (|iicllo che 
ci sarà apprestato. Se noi dubitassimo punto dì voi, 
faremmo adesso quello che costumarono ì capitani 
di lutti ì tempi, inanimirvi con le orazioni alla vi- 
cina battaglia; ma troppe volto ubbiiimo combattuto 
i medesimi fatti d'arme, e troppo spesso ci trovam- 
mo negli stessi pericoli perché ci sia concesso di 
credere che «na nostra parola vat^ja a darvi quella 
rictirozES che solo avrA &ne col palpito dei nostri 
cuori. » 

Giunto In do\e la ciurma di nuovo impaurita 
giacevasi in fondo della viitù -« Uomini, disse, se 
io voi fosse arbitrio di fuggire non vi conforterei 
a restare; la paura di morire griderà più forte della 
mia voce, ognuno faccia quello che può per sal- 
Tarsi la vita. » 

Questo strano discorso non dirò che infondesse 
un subito coraggio in quei vili, ma profferito da un 
«omo riputato come Carlo era, valse a dure loro 
una lieve speranza di salute, se avessero seguito a 
for quello che il conte faceva; ed in vero , se bene 
non con molto calore, sì dettero od imitarlo. 

Come ])oì Carlo si mostrasse cosi caldo di qiie- 



Sta ventura, ntenlrc Ìi)iianzi fu d* ug|>o c\k il ti* 
nioniere niidas»-' a suscitarla, m>ii 1^ maraviglia k 
cunsidcrìamo, ora trattarsi d' anni, in i^lii! cambten 
il suo mc&tii-n: : diuiui <li flutti infuriali ai ipiill 
non cru avvexxu; e ik>ì lo spasimo di stornato che 
aveva prostnilo of!nt sua. rDrnlift intcltcttiialc: ptr* 
che quantunque tutti si tiiii^cauo u dire clic Vtfà- 
ma ù ntnlto ningi^iorr cute ilei corpo, e più aoliik. 
nondimeno va subordinala all' influcniia di tutti |li 
umori di quello, — anclic a^lt esi-roincnti (Ij; oodt 
veggusi UD (io' quanto pre^uiiluosa fosse l'ereiàili 
Prisctllano clic sosteneva l' anime uuune cnaao^ 
zionì delift Oiviuilfi. 

« M yraffi I Rt grafici » si udiva luonare le 
voce di Carlo, ( ed erano t gi'affi cerU islroauoli 
uncinati coi quali t^ntavasi di accostare la (ialm 
nemica per venire a iiattaglia manesca ) e fuì>tU 
furono portati e messi in opera: qur!<li però nn 
liastarnno a tanto l)iso|<iio, perchè le galere ora » 
spinte si urtavano con multo perìcolo , ora dìviS 
furiosomenlo li stroppavano di mano a chi It lew 
VII, e seco loro li trasportavo nn: vi furono aiKhf 
di tuli che ostinandosi a nou lasciarli, rimasero i^ 
vati via di copertii, e sospesi ai manichi, per moia 
che quando le galere tornarono a cozzarsi, o lui* 
scrawcnle s' infransero, o non valendo loro le font 
di starvi lungo l«itipo attaccati. lasciarono cader» 
nel mare e quivi perirono. Carlo stringfudo la luoiu 
d' arme con un pie lev.ito sul parapetto della galeri, 
aspettava ansiosamente- it punto che all' avverstrii 
si accostasse, e allora mciiUTa colpi . clic di mi^ 
(1) V- Die. Filu»or. Alt. lificnenctni. 



idcvano in follo- Seffiii lavano I' esempio i coinpa- 
DÌ espertissimi nrch' essi nel nwnejigiiirc 1' ncccl- 
1, ed in breve oro raj^ìontirono ni nimiri non lieve 
anno cU morti e di feriti. Questi perA non si stnva- 
0, colpo con colpo canibinvano, e In haltagli» so- 
tenevano assai francamente. Tu avresti veduto le 
irt<! della galera ftrondunti di sangue, la cnperla 
parsa ili cervella infrante e di membra recise; pnrle 
ercossi cadevano bocconi spenzolati dalla nave, e 
poco a poco sdrucciolando, traboccavano nell' ac- 
iia; parte cadendo supini, le gambe di chi avan- 
va impacciando, facevano cb' essi pure nel mare 
irccipilasscro; alcuni sconciamente feriti fuggivano 
conllitto mettendo dolorosi lamenti, e chi gì* ìn- 
irava , non che rimanesse sbigottito da quello 
sto, cercava invece, puntando mani e piedi , di 
largo, ed esser dei primi ad uccidere, ad 

ucciso. 
Intanto nella pienezza dell' orrore infuriava 
pra le loro teste la procella; — ma la rabbia dc- 
i elementi sculcnati apparisce solenne, degna af- 
illo dcir attenzione di chi osserva; — sembrano 
iganli che non si possano distrugjierc, i quali sieno 
enuti nei compi del cielo meno per islidarst a 
rie, che per far prova del proprio vigore : ora 
irevsle questo, ora quello, finche stanchi della lottaJ 
i partono senza vittoria per ritornare quandoché' 
oro ne prenda va^^hezza a nuovo esperimento ; — 
lon cosi della rabbia degli nomini ; ogni atto dì 
wo è via di (iistriizioiie; piccoli e feroci, olTrono 
' immagine di un brulichio di formiche impazzite, 
utente a divorarsi intorno ad una zolla di terra; 

21* 




342 U RAITUCUi 

la morte clic vi tiene k-val» un pie snpra si rìiMine 
tiiaravif^liandn ti considerare quantu sin ìii igiwdi 
corpicciiiolì il Tuntrc di l'Slingtiui-si senza )' ofttt 
tma. ImbiM-ìlli iu (ulto, — andic i» quelle Ofcn 
che nella più parte dì loro cvcitun» il piuiiln, ti»* 
rìlano, da chi gode nello spettacolo della Icmpciti, 
iin riso di scherno. 

Quella battn}{1ia allu t^parlita non producevs ai- 
cimo baon Trutlo ; do oltre un' ora av^-icendarano 
colpi, molli evano gli uccisi per ambedue le pari 
aiii nessima faceva scmbiiinle dì vol^r cedere. 

Gorello che era tornato ni timone, mentre 
lendp\u ul suo iiffict», sente sollevarsi in e 
l'ulto pres(!nliinciit>^, i) quiilc di subito lo inlìai 
in (^iiisa che non potendosi contenere spicca 
lunciu. Gliiainiito a nome il marinar» o cui avm 
in quella medesiinn notte aflidato di tenere il suo 
luoj^o, ^li dù in fretta alcuni aminaeslramenlì iti 
come debba regolare il limone , e s' incanunint 
precipitoso sotlo la coperta. 

« Che fate voi cosi armato T » disse a) Mie- 
stm, che al chiarore di un lampione vide veaih 
solo incontro con l' accetta alla mano. 

« Che faccio ! dm l'accio I Clic si fa egli eoa 
UDO iiiascza d' arnie quando si combatte in coperti! 
lo vado a sbizzarrirmi con (jtiaUheduno lassù fKf 
che ho In maj^iore slizza eh' io abbia mai provaU 
liei mondo : tanto si deve morire in questa notlt: 
se me lo avessi potuto immaginarci — ma! dfl^ 
mela a gambe non posso, dunque scelgo di IìiiìtIj 
con una bella accettata nel capo, perché il pen- 
siero di restar' sommerso udì' acqua mi fa mnrìri^ 



^P DI BEKtVENTQ ÌÌ3 

n» lempn. E voi come avete lasciato il ti- 

« S' io me ne venni lasciai chi ne prendesse 
ira. Maestro; dite, vorrestemi voi dnpc colesta 
ÌSlcà acc«llJi t " 

l a Si certi», io prenderò (jnesf altra : ditemi 
; cortesin, adesso the disegimlc di Inmi:? » 
I « La holtiigliu <: Illudi), lu vìlloria ÌtiC4:i'ta : 
^lo così gravcmmle armalo non osa dare ud 
Ilo per giunjìere su la galera siciliana... d 

a Bene, n 
] n Io come pratico vo' tentare (|ucslo; spesso 

Ì somma delle co.'^e deriva dn tin subito ardire ; 
uomini sono pecore , dove I' uno va ^\i altri 
jBDO... M 
^fct Bene, u 

^t: Quando !io posto piede su lu galera, eoa 
|AÌuto di Dio coiilidu di mniUtnernii hinto, che 
|l viene dopo possa soccoiTermi, allrBnieiile hisO' 
ia morire. » 

« Eli io vo* esser con Voi — si certo, — così 
(tessi io darvi ( e qui abbassò il guardo pìctosa- 
ente dove i suoi vasi giacevano sprz/.ati ) nn bic- 
lerc di (jtiel vino, come senr.a diilibìn sani con 
1; — egli ci ristorerebbe il cuore.... ma! — ormai 
JBnils, quello che sì poteva soffrire ho sofferto; 
r quanto possa travaglìurvi il vostro cordoglio 
n giungerà mai ad uguagliare 1' amarezza ch'io 
nto : andiamo via ad insej(nare a Carlo come si 
(li sopra le galere nemiche. » 
I Ls vìa il discorso terminarono a un punto, 
f<nh6 se ciò mm fosse Mato, Dio sa lino a quando 



1 



3tl Lk BlTTXOUll 

avrel)l>e continualo a dire Goivllo visi» ìii un 1»^ 
lennre di occhio Ì3 coiiclizione ilcllc cose, gridìi il 
Maestro : 

« O'ia "Ja jioppa avremo migliore ventura, da 
questa parte le galere si urUiiiu più $]>cs!>o, ai vi 
n tanta vonrusione, onde ci sarjt tlatu operare come 
vorremo, e non come potremo; seguitemi. ■ 

Eccoli giunti sul luogo , eccoli indietrc^iare 
per meglio lanciarsi, eccoli spiccare il salto, On 
andate a negare che im destino incvitnbite si com- 
piaccia a farsi burla degli umani disegni ; il bi«» 
Maestro, clie ogni supplizio avreht>c preposto oU'if- 
fanno di sentirsi tullato nell' acqua, che tanto ^ 
liberato si era allestito a combattere, die arnside- 
rando la mote del suo corpo aveva spiccato tal sali* 
da disperare ■ più destri, mentre do posto supnh 
galera nemica tutta la pianta dtd piede, fatahncnlt 
percuote col tacco, che in quei giorni costuniavimo 
altissimi, fl riverso a gambe levate rovina nelle ac> 
que: grande fu il tonfo eh' ci fece, e gli spnizó 
salirono tino su le coperte delle galere; il mahrn- 
voto, giunto B capovoltarsi, sbuca con la testa dal* 
ÌL acque urlando da spiritato: 
I •( Arnault/ Gorello.' calatemi una fune, àn 
annego senza misericordia: — Aniault fu presto,* 
Maestro Armami serve di ecna ai pesci : — Ar- 
naultl Gorello! Gorello! Arnault! oli Dio I non 
mi rispondono: Monsignor conte lasciatn un po'tf 
menare T accetta, e venite a soccwrcrc il poTff» 
Maestro Annand; oli Monsignor conte .' — chi .* iCf 
s v(H, conte... né |ur egli vuole sentire: — btBi 
cortesìa cosi souinicrgere un'anima cristiana,-!»* 



DI Be^tVCitTO Siti 

ite M fossi pelle <Ii cane; - almeno si trovasse (|iii 

Kprclc o frale, ehc lu" uceoiiciosse alla meglio I » 
Un uuov» cftl|H> <li iiiart! lo spinge sotto, v lo 
Ile [icr motto spazio, cucciuntlogli in ({ola grande 
lantitù d' acqnii, che ìl |>uvi;ro Mucstra uu slcltc 
!r morire seiri «Uro; ma alla Bue turuò a galla 
in ^li occhi suDi^ui^ni (jdiisi fiiuri dell' orbita per 
. sfiii'KO del voiiiìtu tirluiidu: 

u OIiim<^.'clieuitiQro, ohimè! — aiuto 1 oh conte 
diavolalo / — ogni volta che ho trasportato halle 
panno, se mi accadeva traversia, gillava li: balle. 
mi salvava; e vch Monsif^nor conte, che non ho 
tttato, in così Tatti} modo meco vi comportate? ansi 
i tenete iti mare, e senza pif là consentite che an- 
ì^ii ? oh avessi io sempre portato panni /r«nccsc(iil 
If dirà il compare, cui aveva promesso recare 
no di Sicilia? — dirà che mi sono lasciato morire 
T non mantenere la promessa. Bella lìji^nra da 
inte, in verità non fareste un piacere col pe^no 
mano. » Ji multe altre cose aggiungeva parte 
herzose, parte disperate, che noi lasciamo come 
oppo prolisse; imperciocché gli venne fatto di ap- 
ijUarsi alle commettìttire delle tavole della sua 
ilera. e quivi assai tempo, con tanto maraviglinsa 
rxa attenersi, che vi lasciasse ia impronta dello 
ta. 

Gorello piii felice del suo compagno . almeno 
i salto, (jiun^e a salvamento sopra la galera si- 
lìana, e a prima i<innta dò con In ma?.za d' arme 
pra la testa di uno , che fjli sì para minaccioso 
natisi, che dui sommo dell' orecchio destro gliela 
ade traverso la guancia lin sotto il naso: un oc- 




aj( U DATTAa,l« 

chto dfìtio infelice schiua fuori dalla fronl>', )' allrv 
^li s' infossa; cade inundaDdo un geantu, nella ut- 
dilla nlza l(t niani per portarle alfa ferita, ma lun 
sono alla mela dell'alio, che la morie gli scioglie le 
mcmliro , ed egli percuote, su lo terra cadavere. 
Gorello lo calpesta, e passa, oè va mollo che $'!■• 
centra con un ffiovanelto , il <|nate , veduto qwl 
colpo, nadaVA per vendicarlo: meglio per lai MS 
si fosse mosso, o avesse avuto meno carit4> o pii 
val'^re, perchè mentre solleva In spada e grida: tri 
morto, Gorello tonto rabbioso gli mena dell' accdb 
nel ventre, che più di nie^za vi penetra, e quaniln 
la trasse a sé, gì' intestini si rovesciarono giù jm*> 
zqIodì per r anguinaia e per le cosce; il giovaiieHo 
urlando smanioso , raccolse con ambe le iimbI h 
vìscere, e sì dette a fuggire; andava veloce, ma li 
mortelo raggiunse in due passi, stramazza, e fa* 
nima Et parte pel luogo del premio, o della peai, 
pìangnidi) il fiitre della perdala tjiocenlà. 

Molle e più altre furono le ferite che delle Co* 
rello , le quali duo descrive lo scrittore , che ila 
presenti Tutti ci dù contezza; imporciocchè Ciuenilo 
egli in quella fierìssima notte alialo di Carlo, tua 
potè tutto vederle, in parte distratto nella proprii 
dìTesQ, in parte impedito dalle tenebre che di traili) 
iu tratto succedevano al bagliore dei lampi; egli 
si restringe a dire che Gorello non mutò pasio 
senza dar coIi)o , e a qucslo ci restringeremo «a* 
che noi. 

Ma poiché, aggiunge lostonco, i nostri tempi nM 
sono più (|nelli del huono Ke Arto, nei quali lef«le 
donavano gli scudi incontali perché Lane llolto vii»- 



^^K ni nr.Nf.vr.yro 317 

^K il Cai^k'llo (Iella Guarilra duloi-osa (I), Gorello 
^Pnva sangue ila molle parli (fel corpo, onde, 
Kntendosi scenisre la lena e crescere le pl^rcosse, 
Beata di porre le spalle al inai^iore albero della 
■Uera . e (juivi dìt'endcrsì , finché gli redigessero i 
ndsi ; gli venne fatto il disegno, e lì menando in 
Biro r accetta, potè ancoro per alcun tempo difcn- 
■srsi. Mentre i nemici lo circondano intenti a fi- 
Hìrlo, inciampa in un cadavere, e cade; 1' ovreb- 
iero adesso agevolmente posto in brani, se il cielu. 
he lo serbava a più atroce destino, non lo avesse 
Kcorso con mirabile caso: puntellando il pngno 
vpra la faccia del morto giunge a rilevarsi in gi- 
acchio ; ora un siciliano che j^li stava al fianco 
estro desideroso di trapassarlo, abbassa il braccio 
rmato di pugnale , e con esso la persona ; il 
trro male assestato lo coglie alla tempia, e di un 
Kglio poco profondo lo incide fmo alla mascella. 
,vete mai considerata la rabbia degli uomini ? Il 
•tio comune la poragona a quella della tigre; ciò 
n è gift perchè la ui^uagli, ma perchè tra le rab- 
<ie delle bestie non se ne trovi altra che le sì ac- 
sti, benché olla lontana, come quella della tij^re; 
r «omo è unico, proiondaTnente terrìbile in tutte 
e cose. 

Con rabbia si fatta che non ha paragone. Gorello 
Sitm il braccio del feritore, e glielo strìnge in guisa, 
die i tendini costretti non possono fare articolare 
a mano , poi glielo torce nel seno , e lo forM n 
érirsi ; 1' ucciso, chu uomo di vastissime membra 

[i) Questa è una bellissinia avventura narrata noi Cap. 
)S » seg. del raro libro della Tjlvolii To.-aiA. J 



m 

Il niTwl 
sub g 

cnnsidl 
.1 mÌS 



3(a - I-L UTTACU* ^M 

Lera, pionitra ndrlftsso a Gorplìn, lo copre rlrlln^ 
'pria |K-r!ìonii, v fa clic nuova meni e giucciii liiHn 
fer terra: questa ventura Tu operala In un puot 
C05Ì chi' un ullro rhi> t''n«va alzata utia acucIIa |m 
trucidare Gorello , «li pipna forz-i , la vii 
spalle del morto comiiagno. 

Inlnnln Garin , chi' dal momento in 
Gorello con tanta felice audacia lanciarsi su la g 
Icra nemica seni) pungersi d' Ira, dì vergognii, 
(le! nobili' (Icsiilcrio di porfterli soccorso, cnnsidi 
ranrlo che col modo liu là praticato non 
riuscilo in nulla, chiamò ari ulta voce: 

« Sire Gilles, andate, ed a^TCrtite d.i 
parte Mìchauv, Labrodèrie, e quanti altri potiti 
raccogliere in Trcttn, e ordinale loro die si rechii 
tosto qni presso di noi. » 

Sire Gilles si avvia velocissimo; Cari", rìtn 
ondosi un poco per essere meno impedito, sin» 
le nìni>opnle di l'erro, i l>rarciali, e gli scliinietl 
quindi torna ni suo posto. Accorrevano i Cavslia 
rhinmali, e il conte di Provenza cosi brevenKll 
li anmioniva ; fl 

Il Baroni, il liinontcrc della nostra ^liilerfll 
giit lanciato su la nemica con raro esempio éì II 
dimenio e di valore; ci siamo lasciati rapire Ul 
bella gloria, ma da che non ci è più dato di MI 
seguire la prima, acquistiamo almeno la scemi 
col dar soccorso al nostro prode fratello di anni* 

PmlTiTita q«e«Ia breve oraxtone fili sì realA 
sevo attorno; e quan.In venne il destro ad un ce* 
si laneiaronn tutti tiridnndo: * iVoiujiitia! ìHongMéi 
Come il destino volle, quantunque non sì fosin 



PR^Carto olIcggprEti, pervennero a salvamento 
kra il legno avversario. Quella massa di umiiiiii 
m tonti) impelo hslzata percosse d'irresistibile urto 
Kciliani, chf di subito indietref^jjiarnno: ripreso 
M^io, si spinseriì con miova ferocia su ì Fran- 
ti , che cominciarono a piegare, e cedendo, giun- 
wo in parte, ove poco più che fossero andati oltre 
pvavant) certissima morte nel mare. Di rado av- 
fcne che V uomo posto tra la difesa disperata, e 
I morte, non vinca la prova. I Francesi rirupe- 
irono, se bene a fatica , lo spazio perduto: tanta 
m la pressa, che non solo non potessero adope- 
te le nia£7.c d' arme per taglio, ma uè di punta. 
■ un urtarsi, uno spìngersi, e respingersi, piut- 
Blo che ordinata battaglia. Carlo, nomo ardito, 
kciando all' impro^-viso I' accetto, afferra il suo 
versarlo alla strozza, e stringe si duramente, che 
getta morto per terra : qualcheduno dei più forti 
li suoi compaj^ni ebbe lo stesso pensiero, e gli 
mne fatto, pcrchò i Siciliani non dubitavano di 
lesto mudo di combattere; qualche altro avendo 
pugnale 1' adoperò; allora ! nemici si ritirano , 
sentendosi la più parte feriti esitano a dare nuovo 
esito. Questo istante di dubbio decise la batta- 
la, imperciocché i Francesi avendo spazio da raa- 
eggiare le accette, in che erano valenti, li ridu.s- 
iro in breve a chiedere i quartieri, che per co- 
«ndo di Carlo furono prestamente concessi. 

Queste cose accadevano allorché Gorello, quasi 
ipollo Sotto la mole carnosa del suo nemico ucciso, 
Mnpò come per miracolo dalla morte. Quegli che 
(He il colpo, invece di pensare- a rinnuovarlo , 
G(JEMt*»i, Batt. ili Benev. .36 



SEMI U lATtACU* 

cheto cheto lasciò l' acc«Ua cnnrilta nel corp» ild 
morto, (! favorcudol» l'orahra si recò in altra parte 
per salvare la vita. 

Ciarlo, oltemita la Vittorio, (wr quella gpcòe 

■^i aflielto che hanno i valorosi Ira loro, come tt 

ITossc di o^iii altra oosn dintenltco, si dh con molU 

premura a chiamare Gorello. Gorello udita la nw 

risponde ; 

< Moiisifinortr, in cortesia sgonil>ratemi <lt fot 
sto morto, che tenta vendicare col suo peso la tìU 
che fiVì ho levala. » 

<;arlo getta da parte il MiJaverc, e porjW* 
la mano a Gorello l' aiuta ad nlzArsi. 

rt Siete voi ferito ? ■ 

n Si IVIonsifJnore, e in più parti, ma nnn VHf 
tnlmente spero. » 

<i Rin^ruziuto Dio e S. Martino di Tour*: Dt- 

siderate essere trasportalo sopra la i>oslra jlulersN 

• Desidero che si cerchi di Maestro Arnisni 

ef^li mi è stato compagno nella impresa , nu nw 

l" ho pili veduto al mio fianai. ■ 

Carlo ordinò rhe se ne Tacesse ricerca; jà 
vollosi ai Siciliani che se ne stavano prostrati dtM 
loro : 

, « Alzatevi, voi avete laltn quello che è e» 
ceduto od un uomo vivente di fare, voi non IW- 
rìlate questa nmiIia7.ione, e to)|^ Dio che noi t^ 
biaino pensiero dì darvelo ; la fortuna vi ha vinili 
ma noi prej^^ìumo la vostra prodczui e vi ammiria- 
mo ; se lutti i vostri rompagnì gomi|ìliano a vuì, 
ariinn è 1' opera allu quale ci ha ctiinuiulo il Va- 
ticani) ; ma degna d'un liglio di Francia ; cosi jj^»- 



DI DKNKVUMO 35 1 

glssima riuscirà In nasini %iHori», i- la sonifilU 
BM vcrgDgns. — Ora prucitriuiiio tli scuinparc 
Ile procella che tuttavia imperversa ; {guidateci 
Iti, che io Gdo nella lenllfi vo^ra, perchè ì valo- 
ri non l'urono mai traditori. Si chiami 1' Ammi- 



Cosi parlava Carlo, e Dio sa, che gli vedeva 
|;cuorc. con quanta simulazione. Quello che è certo, 
li non si sentiva ptinlo disposto di lasciarsi con- 
rre dai vinti, e giù aveva detto a Gorello • voi 
rete il Maestro ; ma come pratico delle cose del 
sndo sapeva, che quando non si può adoperare 
dKfidenEa armala, ( che è la meglio ) non ri- 
me otlro che 1' oslenlazione della sicurez/.a, ed 
folti quella sua mezza vittoria non lo poneva 
istato dì deporre ogni timore intorno 1' ordire 
'la forza dei nemici. 

a Ecco r Ammiraglio • grida la ciurma; e si 
Inno pel buio piìi persone che s' incamininanii 
la volta di Carlo. 

lo depongo ai vostri piedi la spada, [ravclla 
uomo soumiessnnienle] e vi prego, glorioso sì- 
ore, a ricevere I' omaggio della mia fedeltà. » 
111 questo un buleno rischiara la scena. Carlo, 
una mano sopra la spalla di Gorello, contornato 
molti Baroni, faceva atto che allo Aniinìruglio si 
Bliluissc la spada; questi tutto umile solleva lo 
eia per dimostrargli la propria riconoscenza, o 
Jllosto per fi n|{er gliela: a. Vendetta di Diot a urla 
iventosuiiicute Gorello, e con furia rovinante ru- 
ge il Conte. Un buio profondo succede al Ila- 
re: si ode un cadere, im rotolarsi sopra lo 



353 L* UTTiOlA 

intaròlato, iin gemere... sopra^ùtnge il lam|io 
spettacolo di delitto! Gorello con orrìbile bds) 
CDO le ginocchia ptintntc sul ventre dell' Ammir»- 
glb siciliana, lo tiene con la manca stretto ilii 
gola, e con la destra armata dì coltello gli squar- 
cia il petto dal lato del cuore. Torna ta lenebn. — 
nn susiirrn si diffonde su la ^lera; o^i uoiwa 
accosta al vicino, e vi si appiglia tremando: - t(ff> 
Da il lampo; — Gorello aperto il seno dell' Amat 
raglio, gli a^eva tratto il cuore, e con diabolici 
anelito vi soprapponeva le labbra, — per bacì»- 
lo, Q per divorarlo (I)? Gli atterrili spollatori uMfr 
dano un grido acutissimo, e 1' oscuriti cela vi 
suo prorondo il misfatto. Forse 1' Etemo slanco4i 
più sopportare, vibrò Ìl rulmine rovente dell' in 
a disperdere quel naviglio insanguinato. Colui àt 
non ha veduto, come noi abbiamo, scoppiarsi sf 
presso la folgore, non legga pitt oltre; ta sua animi. 
per quanto caldissima nell' immaginare, (noa f^ 
Irebbe mai concepire T arcano del terrore; cdkt 
che Io ha visto richiami alla mente la sensaiioM 
che provò in quel momento, e questa, più che It 
nostre parole, varrà a dimostrargli qual fosse il 
caso che descriviamo. La folgore percosse l'allicni. 
e parte n' arse, parte spezzò; poi in mille lingue 
infiammate si diffuse sopra la coperta, che appam 
ad uu trutlo allagata di fuoco; procedendo olirci 
divise in minutissime scintille, che, trovando intoppo 

[1] Il Tutto che qui al racconta non è unico nellu t(ar<> 
degli uomini. l.'ArchonoUt nel C. S. dolla eoa Storti ali 
FiLinuiìTiKni , narra va fatto eguaio ccmmono datl'OlaM)> 
cootro del suo mortale noiulco. 



jil loro cainiiiiiio Delle porti della ffaliir^, cdii im- 
peto mar»vi]£riogo In larerarono, lasciando apcrla 

la via air onde agitato: — nessuno Ira i viventi 
Mrebhe bastevole o soslcnerne il fetore opprintentc 
« lo strepito slratiantc; pensisi chò sìa per diventare 
«llrtrqiiando vi sì a^giunf^c 1u vainpu, che abbrtieia 
I capelli e la carne, e toglie nllatlo il vedere. Fran- 
cesi o Siciliani, gli uni su ^li altri troboecarono 

»rivi di senti mento. Ni> per noi sarà passala sotto 

ilenzìo la fine niirabilìssinoa di Gorello: il tron- 
cone dell' albero, rotto dalla veeincniLn della saetta, 

irccipitandu a basso lo colpisce o mezzo la vita. 
^i fiacca la spina de! dorso, e vi rimane iiniuuliile; 

* infelice, volendo sottrarsi alla intensità dell' ango- 
scia, stende le braccia in cerca di un oggeKo, do- 
ve potersi con le mani aggrappare e levare di sotto, 
raspando, raspando, le dita gli si stracciano inutil- 
mente; — su le tavole stanno impresse le tracce 
sangninose della impotenza disperata : pareva una 
scrpp che rotta nella schiena, agili la porte ante- 
riore del corpo, mentre la posteriore giil morta 
giace inviluppata nella polvere: quivi 1' agonia lo 
sorprese, quivi la morte, e In sna anima si esalò 
dolcemente sul cuore dello scellerato Drogoiie. 

La galera alibandonata empivasi d' acqua per 
cento fessure; la gente, per quanto sforzo vi avesse 
adoperato non sarebbe venuta a capo di salvarla; 
non potendo soccorrerla fu sentito gorgogliare, come 
Cosa che s* empie, dipoi barcollò un momento e si 
sommerse: i flutti, che sì erano aperti per acco- 
l^ierla nel profondo, si riunirono mormorando: ella 
aBìjndó non altramente che piombo in acque i;roa- 




35i LA BATTlfiUt 

se (1). Of^ni cosa scomparve, valoroso e codardo, 
giusto e colpevole; — la gloria dell' ocetuw prevalw 
nel fremilo della vittoria. 

Così le tracce del misfatto farono rimosse dalU 
vista degli uomini; ma dettate nel singulto delli 
agonia, ma scritte co) sangue dell' innoceole, stet- 
tero incancellabili nel volume etemo della giusti- 
zia di Dio. 



tiòut. EsoA. 1S. 



CAPITOLO XIV. 



signor 6r mi «nii<lrn tome (a 11 hiiorw 
BonttOf topri LI ilio ilruiinMilo ardili», 

Rlecrrsmlo oni il eriivc, «m r.noula. 



Lui fortunato! ne^li estri della megle divina 
ippe variare le corde dell' arpa, e piovere celeste 
fluita sopra i suoi versi immortali. Leggiadro co- 
le il se^o dell' alleanza di Dio , sclierzoso come 
I lìirralla sul prato, lieto, quanto Ìl saluto dell' a* 
iontc, guardò le cose terrene traverso la luce dell» 
la felice alleauza, libò il mele dai fiori, le piante 
ìtenose o per istinto singolare schivò, o sopra le 
10 labbra si tramutarono in dolcissimi succhi. — 
hìmè I chi privo dei conforti deli' immaginazione 
si ventre della madre fu abbandonato uell' ango- 
:ia dei mondo, e volgendosi agli anni delta sua in- 
Dzia non trova luogo dove il pensiero goda ripo- 
irst un istante, e la più parte delle notlt della sua 
illa giovinezza passò seduto su le fosse che chìu- 
H>o le generazioni della polvere per meditare in- 
rno alle sciagure, e intorno alle colpe, — e pianse 
. esser uomo, — e rise di essere mortale, — e ni 
n"pe sentimento di esser composto di creta, pose 
faccia nel fango invocando eterna la tenebra sul 
'cato per celarvi dentro la propria verj^ogna; — 
ile nacque non osi stendere la mano su 1' arpa 



3M f-^ lATTiout 

dell' «rmonifc — le corde si specMmiino wUo Ir Si* ' 
dita; quelle dd niisfnlto e del dolore sccomin^ 
ranno sollunlo la suo voce lugubre : — non Uuw 
di porta , ma cipresso niidrìto di lagrime smì b 
corona della sua testa , 1' odio della petite te ìut 
ricompensa, la esecrazione I' njiplausn, maledirl, ( 
snrA maledetto. 

anime innocenti che vagheggiate dal sorriio 
dell' RlRrno. trutte dalla lusinga dell'amore godete 
di aifaeciarvi olla vita, e tutte giubilo ititcnilete al 
tnm aurora di cui non vedrete mai il solCi ne te- 
dote alla Iniféra che vi minaccia alle spalle, vintr, 

— vivete nelle beate illusioni di un tempo che passa, 
non guardate queste mie carte, non le toccate chi 
grondano sangue ! — lu jiacc del mio cuore e é- 
strutto, ma io non amo distruggere la vostro; !>• 
sciatemi nella solitudine dei miei tormenti: — dw 
potrei darvi in i-iconipcusa della gioia perdnlaT — 
la scienza? — Adamo cibò il frutto Palale e sc\ni 
che doveva morire; — ecco la scicni^a dell' uon»! 

— Povera creta animata, come amari sono Ì gìor» 
che trascorri sopra la creta Inanimata.' 

E Yole/ — Vedetela, a passi lenti e tu* 
cammina pe' viali del giardino, le uosa una mono 
sul cuore , 1' altro le pende giù abbandonata pel 
fianco, il suo volto apparisce candido quanto il velo 
verginale che le ricopre il seno, ma solamente cui* 
dido : — Vergine benedetta 1 i suoi occhi splen- 
dono lucidi come i-etro; le palpebre immobili ptt 
così lungo spazio, clic ogni uonto che le avesse 
vedute sorcbbesi maravigliato come potessero t<uilo 
lungamente durare in quella situsKione : — la pu- 



DI IIKM.VIKTO 367 

pilla gelata. Che f^uartla la misera ? Nessuno og- 
getto di questa terra, he facoltù «lì quel senso scin- 
lirerclbcro morte o sospese , se non cbe u poco. 
a poco ima lagrima si formo nella cavili inferio- 
re, e sgoi'i;» con incerto cammino giù per Iiì guan- 
ce, quasi in testimonio dell'aflaiino che la sua ani- 
ma non ha potuto contenere. Do lontano la seguo- 
no cautamente Gisaiondo, e la Regina Elcna. l'ovcra 
infelice 1 air annuncio dell' avTentura di Rogiero 
cadde svenuta tra le hracciu materno, ed ecco 
come riturna alla vita. Ella pensò che avessero 
udito il loro colloquio di amore, temù che lo aves- 
sero ucciso , e le fibre dclìcute del suo cervello 
piagarono sotto il peso della angoscia : ora le vo- 
Iddo traverso 1' intelletto milli; riniemlir<iaze inter- 
rotte, in nessuna delle quali può fissare il pensiero; 
onde ne nasce una vicenda vertiginosa, un roteare 
confuso che la percuote con sensazione ili fastidio, 
simile quella di colui che s'ingegnasse con ogni sfor- 
zo di ritenere nelle mani alcuna cosa sdrucciolevole, 
né per quanto si ofFaticosse pervenisse mai a ri- 
tenerla : ora le Immagini dei suoi timori le appa- 
riscono come eventi che sì operino alla sua prc- 
BCDza , — urfri'Ua il passo, muta la via, ma né 
]>er accelerare di quello , uè per variare di questa 
può fuggire lo iuf^anno della sua mente traviala; — 
come talora premendo il cuore sul letto del nostro 
riposo, ne sembra tra i sogni dì vederci inseguiti 
da Un demonio indelìnilo e terribile, e di fuggire , 
e fufiìire, e od uh trotto stramazzore, ~ tenti ri- 
levarli, ma le membra sono fatte di piombo, non- 
dimeno li alzi su le ginocchia , prosegui la fuga 



u 



i 



3S6 U UTTUUl 

carponi, (inchiì toma a niancarli la lena, — e 1Ì 
rimani immobile come pietra , inUnto senli »llf 
spalle il fragore del denti, 1' ardore delle, nani 
inruocalc, e la pelle graffiata «inlta branca infem»- 
le, — lo natura non puA sostenere uno strnùod 
fatto, ti svegli impaurito, bagnato dì sudore sltmli 
le moni, conosci che fu soj^no, e un getuilo ili cm- 
torto ti si disciojilie dal profondo del petto : — il 
passalo è divenuto ona nebbia, il futuro una te- 
nebra ; rammenta un amore, un scmbinnlr. un |* 
ricolo, ma slegali, e senui seguito tra loro: ìfm 
idee, Come le nuvole del cielo, quando ìinpcn-tr- 
sano due venti conlrari, oro precipilunn da un iMo, 
ora si coEzano impetuose, né la procella clic iw ^ 
riva 6 DÌcnIc meno terribile di quella che Irav*- 
glia la testa dì Yole. — Che fa adesso l'anima, qiirili 
regina delle umane sensozìonì? Perchè rimane nelld 
creatura dìventota soggetto di pianto e di rìsoì 
Si mantiene ella lucida , o disordinata quanto il 
corpo in cui continua ad olbergare ? Non vuoltv* 
non può riprendere 1' impero su gli oi^ani rilielW- 
li .'' Perché più sublime dello creta a cui sta ubIIi 
si sottoiione a tulle le sue modificazioni ? Lo sdifr 
za non è giunta ancora, né forse giungere ■ ce- 
lare si fatti misteri ; ma la compassiono é Ino^ 
tempn che geme su questo av*ÌlÌnipnlo della ni«lni 
schiatta infelice. Non pertanto è bella, si av*olg* 
leggiadra per la notte, — come In luna nel Uni»»- 
mento; il pellegrino schiva i perìcoli della via. 
giunge a salvamento tra la sua famiglia, e mi U 
soglia si sofferma a benedire quel r.iggio benljjwc 
— quantunque spesso varìì tammìno, fth si diri^ 



^ 



^ DI iiKNrvKpiTO 389 

Ho piinlo determinalo, qualsivoglia oggello io che 
Kvven^n <li urtarla te .ti iiresenta come un osla- 
mo insupernbile, ontle tiilfa smaniosa si pone per 
illro sentiero; se il caso avessp fallo che per nessu- 
la pnrtc avesse potuto procedere liberamente, forse 
rebtie morta. Andando oltre, jiunso al luogo dove 
notte precedente l' aveva rinvenuta stia ma- 
ire : si fermò alquanto . si pose io ginocchio , SÌ 
guardò Dtlorno per ìspiare se alcuno la osservas- 
se, poi pianse Siminiesso ; ciò follo raccolse un 
inonticello di terra, si trasse di seno una croce dì 
pietre preziose , e ve la piantò sopra : — oh la 
preghiera di quella sventurata, ehe sospirava u munì 
giiiiile, era fervida e degna di essere ìntcsal — li- 
lialmente si levò e parve volesse tornare al castel- 
lo. La regina Elenu la precorse con un cuore, che 
se alcuna madre poserà l' occhio su questa nostra 
istoria potrai imuiaginiirc, perchè quei travasi pos- 
sono sentirsi, non raccontarsi. 

<( Ben sia ginnta [diceva la Ref(ina Elena ve- 
dendo Yole atTueciarsi su la porta della siila] hen 
Sìa giunta la figliunla del mio aifetto: [ e le corse 
iocontru , e la baciò in fronte) dove sei stata fino 
adesso, clic li ho chiamata tanto, e non mi hai 
risposto ? n 

a Egli è morto. > 

'i Chi? * 

« Kgli. » 

« il nome? » 

Vele non risponde parola. 

Ah Alalia mia i quaudo cesserai di slroziare 
anima della tua povera madre ? che ti ho mai 




] 



It 



I 



3M l^ BJtTTiCLU 

fatto , per<;l)è in questo moilo tu voglia rìcoinpei 
sarnii f non sono io che noi'e mesi ti ho pnrtaln 
nel seno 7 non io cho col mb latte li ho niitlril'>. 
e il pianto tifila tua fanciullezza acquietato! Sfo- 
gati qui nel mìo cuore, lutto farà per le, — tulH 
ptir che non ti veda infelice : — dove speri unt 
pietà più profonda dì quella di tua madie? ■ 

Yolc tace. 

• Tu vuoi la mia morte, lo vedo : ingi'Btn 
tu non lo (ironiottevi dì forti cosi insensibile , — 
no, tu non lo proiiicllevì ; eri una volta umaot, , 
timida, pietosa , — ora come ti sei mutala .' ptr | 
te si consumano nello spasimo i pochi giorni, che 
Dio mi aveva concesso, tu me li togli... tu... nu 
io non maledirò mai 1' ora del tuo nasciiitcìito. > 

o Io r ho maledetta. > mi 

« V hai t Dunque è finita pur mo ; io do^^ 
devo mostrarti più questo mio volto; — pcrdonniiw 
la colpa involnnlaria di averti dato la vita, coinè 
io ti perdono il fallo meditato di averla maledetta, 
Ut nelle mie stanze, nascosta ad ogni vivente, li- 
scerò logorarsi nella fame un corpo che ha geii»> 
rato figliuoli alla miseria. Da ft non vo' lagrimi, 
non preghiera, né devi darmela, perchè In aborrì 
quello che la naltira ha posto per vincolo di anann 
tra madre e figlia : — ma per gli affanni che mi 
hai fatto durare, per le pene passale, per lepre* 
senti... quando sarò morta, deh! ti scongiuro, fi- 
gliuola , non venire a rimproverare la tua viu 

alla mia polvere, — lasciala dormire in pace 

ossa delle mie ossa, non mi perseguitate in am 
dell' clernilà » 



^H|V m BENETEKTO 3BI 

^E (pii la regina Elcna si allontansvB. Volt'. 
lati (la fiera coiivolsioiic, stese 11* Iiraccia co'pu- 
i chiusi, e stira la persona, levandosi su l'estrc- 
• punir ilei piedi; il bianco defili ocelli orrlbil- 
!ntc <IÌIutnto non aveva più pupilla, clic (iiUu le 
era nascosto nel ciglio, — solo una reticella di 
ne sanguigne che lo srorzo nvcva fallo cnnipo- 
■e: era sua intenzione richiamare la madre, ma 
detto non potè uscire intero dalla gola incros- 
ta; — appena con istento inlìnila suonava come 
singulto. La Regina non comprese quell* acccn- 
e continuò il suo cammino; Volt: disperata di 
Icrc farsi intendere con la voce, ricorse alle 
ani; pure se le fu concesso stendere le braccia 
n potè articolare le dita e fare 1' allo clic richia- 
i( però che la convulsione gliele tenesse serrate 
tanto aspra maniera, che te ungine le si erano 
le in mezzo delle palme: ritentò con la voce — 
serabile racconto! cosi duramente le ritornò ro- 
inta nel petto che vi mormorò roca, confusa, 
flocata come il bramito d' una fiera, o come ei- 
lio di cosa che sì rompa : la tensione dei nervi 
converti in languidezza, le palpebre superiori 
viiiarono su le inferiori; — Gìsmonda la raccolse 
I le braccia. 

Dopo gron trotto di via Rogiero seguendo i 
iSsi della fidata sub scorta giunse all' albergo ; 
iperciocchc', n quel modo elio ci racconta Omero 
•\\e navi dì Achille e dì Aiace, le capanne di 
rengolto e di Ghino erano lontanissime 1' una 
iir altra, e situate, in segno della costanza dei 
ro signori, alla estremila di quella dei masna- 
GuEHnAtM, Ball, ii Baiti'. SG 



l 



3IS U UTTACLU 

dieri. Ir riiltì c^i sopra tutti i compsgm spre^ 
vono i jiericoU, il prinu) per In iiKlitfei'eitza 
bene e del male, prìi)CÌ|Kilc distintivo della mi 
ìndole, il seconda per una certa siciiri-zr.s tran- 
quilla, cbe suole accompagnare le anime veramcnlt 
grandi. Entravano; Chino, poiché ebbe suscitati) il 
fuoco, si nccoelA a Itogìero per aiutarlo a levsrri 
t' armatura, questi vergo^oEo ricusava; ma imi' 
stendo il cortes» albergatore, lasciò fare. Ghino a 
roano a mano i-be ne sfibbiava i pi>EEÌattvntorafnle 
li cunstderovu, v porte come buoni lodava, parir 
riprendeva di alcun difetto, mostrandosi io qiicìlo 
finissimo inlellijfpnte, e pratico molto. Rogiero gi- 
rando jili ocelli d' intorno la capanna vide uo'itìa 
lunghissima, che per e^er più alta della ponte 
era stata posta travcrsalmente tra i due angoli; 
mnroviglìando torto della grossezza di quella, cmM 
ja^o di sapere, domandò: 

« Cortese alber((atore, di grazia, è l'aslsM 
Artù cotfsla che consenate in quel rantol» 

» Vi fu un uomo in Italia chi> soleva lnl> 
tarla nella sua runoiiillpzza, come il pastore maDr|* 
già il vimu^ttro; p^li vinse con essa più di untor* 
neo, ed abbnttc più d' un cavaliere ia botla^ìi- 
Questa sola mi rimane del retaggio dei mìei padri, 
— ella 6 In liincin de] mio genitore: anche lo u 
tempo la pnlle^'jliai, — adesso comincia rd esser 
truppu gravt! per le mìe membra affralite. ■ 

« Che Dio vi aiuti.' affralitel Panni cbe At^* 
anni voi «un potete essere oltre i quarnnla ' 

« Sono I soli anni quelli che indeboliscono il 
corpo? 



tu BFM1IMT0 3611 

« È vero... ma in corlcsio, purché quel pen> 
tcp/'o bianco ne ctioprc 1u punta? » 

" Perché vi si conservi vermiglio un sungur, 

da più Diini vi sta sopra rappreso. 

In questo punto 5Ì fece udire t! Imnenlo di 
la remota campana clic suonnva per In prece che 
Crisllaiii sogliono ncll' ore della notte recilare 
T le anime dei loro morti; Ghino ne raccolse Ì 
echi concentrato, come l'annunzio d' un disastro 

reDulo, poi disse a Rogiero: 
« Bel Cavaliere, vi chiedo perdono se per un 
omento vi Inscio senza compagnia, perchè m' è 
rea recitare alcune mie orazioni, ■ 

« Chel avreste voi cosa per pregare, o per 
ngruKÌare il cielo? 

n Io nulla chiedo per me; qnahimpie ventura 
ì sia mandata o lieta, n trista, chino la fnceia 
ssegnato: ma io prego per la pace dei miei do* 
nti. * 

m E credete voi che possa loro giovare la 
Miìera dei vivi? » 

I- « I>o credo; e quando anche non giovasse a 
io, varrclihe per rammentarli a me. Un padre 
;clgo a tradimento vuoisi richiamare alla inemo- 
I almeno una volta al di. » 
* « Dite il vero; io pregherò con voi, benché 
r rammentare la morte di luio padre non r&> 
Iti necessaria la preghiera. » 

« Voi pure lo pìongcle defuntol ■ 
I « E ucciso co' niagitiori tormenti, che |M>ssano 
miugìnarsi da mente infernale. » 

Ve pnfitndU viamaoi » disse Ghino in^- 



nocchiando^ innanzi unn imma; 
vcntemcnle per lun^ tempo orò, tencnito celato I 
volto nelle moni. Quando si rilevò, i suoi fìcciii 
parvero lacrìinosi , ma U passione chr gli areta 
sTorxali dI pìuiito crii ormai lr«passatu air!m|iroi'- 
viso; come se h prejilitera fosse stala una pin-n- 
tesi, — tornando sopra 1' ullinio discorso domandi 
a Rogioro : 

u Lo avete voi vendicalo ? 

« No. n 

« Me ne duole. » 

u Nell'anno che viene, se mai ci surt 
incontrarci su tu terra, spero cbc potrò rispondervi 
in altra m<inierii. « 

a Amen, bel civnlierc. 

Se bene i nostri croi non sicno afTamati quinto 
quelli di Omero [I] per doverli, come e^U Ila fatto, 
metter tre volle a cena in una stessa sera, nondi- 
racno od ora o poi conviene pur« che ce U perni»* 
tuo. Ghino, imiKindttn la mensa, porse da lavarsi 
a K"|fiero, ed v^\i ancora ilota acqua alle mani (||i 
si assise di faccia. Le vivande non furom) molte 
né ricercalo ; uno gru arrostila linn dalla iniiltìni 
bastò u saziare anilieilite. Se ad alcuno dei noittt 
lettori non piacesse il cibo, incolpi i tempi dei qunli 
traltiuuiu. Il mondo da quel giorno in |>ol procede 
assai varialo in tulle le cose , Innlo piccole come 
grandi : ì falconi, gli sparvieri, i pnvont, i moscadi 
e simili, furono tenuti in (jran pregio ed imbanditi 
sn la mensa dei grandi signori; ora gli sprc^enrliW 

(I] Uì'tua e Dìomedo sodo gli croi nmarìd cho lanao so- 
«ra di tanlo appetito dsI 9 e io tlell" Iliade, 



L 



W DI GCXEVCMO 3CS 

■ più vile accattone, clic abbia inai limo^noto p«r 
femore di Di». Quelli) poi clic tncritn avvcrtimcnlo 
condissimo si è, che tutte le gcncrazioiti si sano 
Pccnr<tut<> nel ilitetlo di Inicunnarc di'l vino . coso 
me fa meno il suo eloi^io quanto (fuollo degli uo» 
■ini, i quali hnnno sempre amato di stolti diven- 
pre ul>riucliì, e viceversa per om»ta aoccitia »ae- 
mtloraììi. 

I Mentre cosi sedevano a mensa, Roj^iero venne 
m un pensiero, «tanto vi si inlei-nt) sopra, che di- 
menticando il manj^iurc rinuise immollile, Ghino poi- 
mti lunjiainente slette a considerarlo, ruppe alla fine 
B silenzio, e favellò: 

I « Bel Cavaliere , se la mìa domanda non vi 
Mesce indiscreta, vorrestemi dire a che pensate Con 
fetarande atlenzione ? n 
^F « Messer Ghino [ rispose Ro$(Ìero editando ) 

■olio volentieri vi compiacei-ei della richiesta, se 

nn temessi di divenire importuno. i> 

« Non vi rimanete per questo, dite pure fran- 

inente , che nessuna cosa può derivare da voi , 

w mollo non sia per piacermi. ■ 

<i lo pensava, come un f^enlilc barone qual voi 

i .sembrate possa dilettarsi di tale mestiere, che 
gente concorda a chiamare infame; e mi parava 

le voi nCM» fosle nato pnr questo ", 

« Voi avete indovinato (jinslo, — io non sono 
oto per questo; né punlo discardo con la gente a 

liantare il mio mcMlìere infame, quantunque co- 

isca, clic se o quest.i i^enle fosse detto, chi è senza 

ccato scagli la prima pietra, nessuno tra lei so- 

■bbe cosi grande inverecondo da osarlo: aborro i 

2«* 



3W lA ttmcua 

niasnadkri che mi circonilano, r ini vi trovo toilo 
neci'ssariamentc. La forluita mi aveva dato larghma 
di averi, e un nome illustre ; le mie tacolU san» 
converlite in miseria , il mio nome in obImOirii. 
Voi potete considerare in me uno schcrxrt della tot- 
tunn, e mL'^lio, uno avanzo delia persecuzione, A' 
io som» Ghino dì Tacco dei Granili di Siena (tj». 

« Voi Ghino di Tnccn, il famoso masnadiere t * 
esclani(\ Rogiero. levandosi in piedi. 

« Gliino di Tacco Monaldcschi dei Pecorai d» 
Torri tn : (senza (innlo commuoversi rispose Gliim) 
voi uvrele sentilo favellare di me strane c«>se: m 
che In |)lehe malta mi dipini;e come un gitole H 
terribile aspetto, di cucre senza pietA ; so che tt 
femmine ndoperano il mìo nome per ìspavenlsre i 
fanciulli, rnrfìli Klnr dieti. non nltramente ch'in 
fossi In tregenda, o la versiera, perché suoni salico 
quel detto, che gli uomini ([uundo perseguitano nsa 
sono conteuli di lare infelice il loro simile, ma li 
vogliono ini ani e : questo è il meno: -sparvi cliuf 
sia tale da curarmi del hiosimo e della Me?» 

« Io ho inteso rommenlarvì sovente, conte tfr 
valiere valoroso nelle armi , e piii d" uno si dote 
in mia presenza della necessiti che vi ha spinta i 
cosa che voi non amate di certo. » 

■ Sieno grazie a quei discreti. Nello slata di 
guerra in che io mi trovo contro la socieUk. al 



(1) Gìiino di Tacco non k inveniiono fania«cìca, tM a 
personaggio riforo*ainctilQ storico, cooa kl lettore potr>k ct- 
noscere, so gliciio premia vnig-heixA, dal Conienli di Veun- 
nulo da Imola e del Lanilino al G del-Purgalorlo, e dalti ^ 
i, Giorn. IO del Boccicelo, « dalla Storia di Gir^ano Gi{li- 



D()io seguitare più clw mi è possìbile il precetto 
di far del male meno che posso: se nel correr le 
strade incontro qunldie valente iiorao povero lo soe- 
Doro ; se scolaro, ^Vi dono donnrì, nnile sì compri 
libri , e gli raccomando a bene applicarsi , perdili 
omo il mio paese; ma il cbemo dovizioso, il nobile 
superbo devono pagiire il riscallo; mi huoito lolto 
tutto, brsoj^na puro che qualclicdiiiio mi mantenga: 
essi tentano ticcidcrmi, e Tanno il loro dovere; io 
no» gli uccido, ma ne ricavo danaro, e faccio il 
mìo; se vogliono la pace io sarò il primo a depo- 
nlare le armi: intanto se è vero che la ricclieuQ 
dei pochi Tuecia la miseria di molli, io giovo alla 
società quando anche la guerregjjio. 

a Certo molto perde Siena quando l'abbando- 
DDSte. » 

« Non l'abbaudonai, bel Cavaliere, ne fui cac- 
ciato. » 

■ Dunque non v' e più speranza che voi pos- 
siate lornare, buono e leale cittadino ? " 

■ Nessuna. L" ingiuria è maggiore del perdo- 
no. Piacevi ascollore la storia delle mie avicnlu- 
re V Ella non e lunga, selibenc terribile quanta al- 
tra mai sia avvenuta nel mondo. ■ 

« Io la terrò, messer Gliino, per la più alta 
cortesia con lo qwole mi obbiate onorato. » 

« Là su le sponde dell" Arbìa , ove Farinata 
degli liberti, il magnanimo Cavaliere, vinse IÌ suoi 
nemici, e la causa loro distinse dalla causa della 
patria, che quelli amò morti, questa polente, sol- 
leva le sue umili torricelle il mio castello di Tor- 
tila. Non lontano du noi giacciono li ricchi podc- 




ri. e i superbi caittelli di-i conti dì Santa Fior*,— 
orf;o)ili<wit ! clic ^nfl ili umsnv ricchezze stiimm 
non &IWrifnre virtù in {lOTero stato, et) 0|inÌ loro 
potere cliiiiostrano in Tar male , che questo rFpa- 
lano signoria ; esser ^ntite e cortese dcboletu. 
Tacco, mio fttArc. V uomo ctie giocolava con ()tjtl* 
l'asta \ii, liillo inteso a conseguire la fnma dì tir» 
tuoso Cflv.ilierc, quantunque assui minore in l>- 
collii (ki conti <U Santa Fiora, molto sì sttidiiva 
i soccorrere i miserelli del vicinato, riparare, i \at- 
ti , e ricondurre la pace laddove si era del lutto 
partita: quando gli veniva fatto passare pel bor^i 
sì udiva t<ridarc di Liocca in bocca, accorrtfte a vt- 
dere H Cavaliere; ed ecco un recarsi di donne «U* 
finestre, di uomini so gli sporti delle botteghe eoa 
la testa scnpf^rla, e di giovanetti che gli si afik 
lavano int^)rno per bucitirgli la mano ; egli non 
che essere inr&stidìto. di quella scena , assai le 
ne cumptnceva, e a qoale di quei fanciulli liallci't 
leggermente delle dita su le guance, e a qnalt 
altro spiegava sul capo la sua mano terrìbile ot- 
me branca di lione alla tutela dei propri C^Ì; 
spesso fu visto logrimarc di tenereira, più spesa» 
intesero dirgli : — siinori scudieri, perchè allni»- 
tannle da me quella genie? avete voi a male eitt 
mi vogliano bene? ■ ;Tal(ira 'sai tramonlarc del 
sole, vestito di un giuslacorc di pelle . sopra mi 
povero ronzino si mrtleva traverso la strada , e 
chhmque passava, u nome di Tacco da Turrita SMO 
padrone prctiava ad accettare pei" quella notte al- 
bera al castello; poi sé slesso per sij!norc godeva 



^M DI DEKKVENTO 369 

Snìrpstarsi, r 1' espile, se era povero, secondo il 
■0 fl^crt- niaiidava contfiit». ■ 
( Spesso è avvenuto che ì conti dì Sanla Fiora 
lelte»icro grflti corte e lu fycesssro liamlirenll'in- 
ìnio ; — vituperio ìrrcparabilel le tavole loro ri- 
hsero deserte, mentre in quei giorni medesimi 
bn mancarono ospiti a Torritu ; percliè dovete sa- 
erc. bel Cavaliere, die si vuole in donare un'arte 
dissima, che non può insegnarsi, ma viene dalla 
Stura, come la bellezza del corpo ; dnnanJo ud 
(tri, dimostri te pìii potente di lui (e qui Ghino 
aò il dito, onde Rogìero ponesse attenzione ) e gli 
amini mal volentieri perdonano qualunque specie 
1 superiorità ; il dono il più delle volte si parie 
Illa superbia del donante, e sì fondu su la uniillA 
el donato: quindi non fa maraviglia se così spcs- 
^ tu odi parlare d' ingratitudine con un retto con- 

■lìp, cbù il presente del signore più che lienefi- 
è obbrobrio per V umile: e per avere più or- 
Snlo di lui stima coniprvirgli 1' aninta a contanti: 
Oi'lta leggiadria, quel!' affabilità di riso, per le 
Duii la propria pieeiolezza non si sente , a non 
1 ramnientii, che su quel subito persuadono che 
fcceltando fai piocere a chi offre, e ricusando gli 

resti sconforto , onde per un senso cortese tu 
istrctto ad accfltare 1' altrui cortesìa , sono 
come io vi (liceva bel Cavaliei-e , da ummi- 

irsi, ma non da insegnarsi: Queste furono le 
irtù civili del mio genitore ; le niililari , — voi 
yete tolto la sua lancia per quella del l'avoloso 
larilo della regina Ginevra ; bastivi questo cbo 
(Da volta correndo lancia in campo chiuso nel lor- 






370 U BiIT*6U« 

DM del Inalale , che suole tenersi In 
quistò venli armalure ed oltrultanti cari 
non pure senza riscallo volle rcsttfuire ai cav). 
lieri, ma ti menò seco a ToitìIs, dove rna^init» 
niente onorali gli mantenne più jCiìorni, riman^m- 
dogli ai loro caslelli ^lii|iefatli della virili del tit- 
rone. I conti di Sonia Fiora non potemlo m.ii |n> 
vnlprfl in quelli csercizii cavallpn?schi , molili S 
aijnprrnronn presso il Comune di Siena, arBacht 
sì abolissero, ma sempre indarno, cUe i Snaei 
sono prodi di mano, e troppo amanti dì quei enm* 
bat limanti. Nei tempi corn>Ui nei qnati Yivi«iiu, 
l' emulazione anziché esser madre di virtù fU^ 
torisco odio ; né mio padre, gentile ron tulli (li 
altri, tenne modi assai soavi co' conti di SsdU 
Fiora, anzi o);nÌ volta che poterà Irovorsi oltr 
di arme con loro, sempre si ponci'a nella M> 
taglia contraria, e quivi dì tali colpì li percuottvt, 
ehe spesso li rimandò sì loro castelli versando foih 
gue dalla tfocca e dal naso. Sovente da più piccole ctiM 
derivarono ferocissime avventure, l' odio dei sl^Ddri 
si trasfuse nei vassalli, i quali spesso incentrandosi fd 
campi vennero prima a parole di minaccia . jwi il'( 
ferite, ed nj^lì omicidìì; i Baroni reputarono uoiIiit* 
ne dell' onor loro dove con le proprie armi oow^ 
$08teuesseru , ed ecco come ruppero in manir«ili 
gnerra in seno di un piie;e che vanta liberta A 
slato. e (governo di rrpulihlica. Mio padre, quanluo- 
qtie di nomini e di averi fosse molto dì sotlo^ tuA 
bene con la su» virtù si schermiva, che i conti, 
considerando inutile la forxa manifesta, ricoriM» 
al tradimento, lo non mi ricordo, che forse di quii- 



■:^t^ 



DI RKNCVenTO 371 

rn nniii ero nalo, della nollc terribile nella quale 
l perfido vassallo, posln a t^tiardia dclln porla del 
ftrtcllo, messe denlro la i^Ptite dei conti di Siinta 
1ora> sil<^ n>nscrvo tiim riiiieinbi'iinza confusa di 
onxelle scarmiglio le accoiTcnti (jua e \& come os- 
esse, e dì tina donna che pallida mi prese tra le 
HC braccia e mi trasporlo per moli i sentieri tene- 
irosi alla presenza di un nomo tutto armalo di ferro, 
he fece intinite cnrexze a me ed a lei. Povera ma- 
ire mia! pensate con qual cuore uno cosi ftinude 
jenlildnnna fuggisse scalza, in camicia, col liglio in 
lOilo dalle case saccheggiate del suo nobile consorte, 
nccrla s' egli vìvesse, peruiic al subito rumore, ero 
orso ad armarsi e a ferire. Mi lianno raccontato 
B mille volte i più vccclii dei miei vassalli , clic 
mio padre in i]uella notte lece prove incredibili da 
Komparire al confronln le favolose imprese dei Ca- 
Iralieri della Tavola Rotonda; e die dove i nemici 
non fossero siali troppi. Dio sa dove sarebbe andata 
k finire: incalzalo da tutte parli non si riirjisse, so 
irinia non seppe i figli, la moglie e i più frddi vas- 
alli suoi giunti a salvamento in luogo sicuro. £[ 
n r uomo anndlo che mi raccolse alla rampaj^na, 
che io, se bene «so a vederlo ogni giorno , non 
otfii riconoscere, tanto era mutato pel trevnglio del 
lorpo p dello spirito. Mi Iiimn'i pur raccnnlatn cbe 
juaniunquc non avesse piaghe mortali su la pcr- 
ona, tanti però erano ì tagli e le seortieuliire, cbe 
ungo tempo stelle senza poter vestire armatura. 
Qui nella mia mente occorre una lacuna, e mi ri- 
Cordo sollanlo di essere sluto condotto in un castello 
da {(nella donna chfrmi uvc>'n salvato, dove trovnm- 



J7S Lt DATriu.u 

ino una lidia signora vestila t!i nero, od an ^"^ ■■ 
che conoltlii ili appresso pc) rnppcllann del r:i 
essi ci accolsero cortesemoDle; e dopo che mia m>* 
dre cblw favHloUi in spfireto, piansero tanto , c^ 
non avrei mai credulo die creatura al inondo po- 
tesse piangere si fattamente il danno di altra ero- 
Inra. Mia madre tutte le sere mi ronduccva i* n 
luogo oscuro ove ardeva una sola lampada ìiuuhì 
alla immagine del Redentore, e quivi pre^viuw 
assai COI) la sìgnoru del cartello o col <;Appe)lan«t 
poi mi iiienavu al mio letto, e prima eh' io pn»* 
dessi sonno molle cose mi diceva di cavalieri an- 
tichi operate con prodezza di mano e con pidA é 
consiglio. Una sera non la vidi comparire , la se 
gtienlc nemmeno, ne domandai alla signora, ed ella 
non mi rispose: senza sapere il perché, io mi poli 
a piangere dirotto, il cappollano si asciugava le b* 
crime dietro la sedia di madonna, che pareva pia 
crucciosa del min pianto che della morte di ni 
inrelic'c cugnutn. A cui apporticni; quel linslone d 
lungo? (lomnnduì un giorno alla dama, veilencloaf- 
'pesa r usLa paterna nella saia del caslcllu. Eli* ^ 
la lancia di Yoslro padre. — K quella camicia innn- 
guinata? È la camicia di vostro padre. — Perch* 
on viene a vedermi ? gli sono forse mal gradii*' 
Orlano , ei vi amava più della sttix vita . lui i 
suoi nemici lo hanno Irucidato. — Oh Dìo! ilorr 
sono eglino questi traditori ? come si chiamano tsn, 
signora? — Figlio del tradìlo, voi lo saprete qnattdi 
potrete vendicarvi. — O mia liclla signora, e quiiiiti 
lo potrò io^ — Quando maneggerete (|ueir asta, 
come la haccbella che adesso tenete uelle mani- ' 



WKÒ come nel mio spirilo entrarono le idee di y^^^* 

Iclta e «li morte prima rhe snpi'ssi coniv possa of* 

iendersi un »oiuo. Da quel punto in poi nessuno 

litro (ksidiri*» nii sì avvolse per la mente tranne 

(uctlo di Tanni rotnisto per manejijiÌBre i|ueir asta; 

' alba mi trovava nel bcisco, il sole mi vi liisciava; 

n iireve diventai tio forte cacciatore: quando tra- 

elnnte di fatica io giungeva al castello portando su 

e spalle il cinghiale, morto per la mia lancia, la 

lignora mi occorreva con lieto viso e mi l>acìava; 

K priva di preda il cammino era deserto, ed io mi 

nascondeva nella parie più remota a fremere su la 

ia rabbia. Spesso nella notte allorchù tutto attorno 

iCeva, me ne anilava sospettoso, come ladro, al 

10^0 dove stava apportata la lancia, e prendcn- 

la pel calcio, mi analicuvo a sollevarla; incredi- 

li erano gli sforai che vi adoperava , |»on«a le 

■ni in tutti i modi, slringeva, scuoteva, ma tutto 

nealn non mpnava a nulla , che ella con la sua 

DinubilitJi pareva schernire la mia debolezza; final- 

lenle tolta di equilìbrio cadeva con alto fragore , 

d io celerissimo mi confondeva nella tenebra per 

on essere collo in queir otto vergognoso: olla mat- , 

na mi si presentava nella medesima situaiione , I 

omc se tornasse a sfidarmi. Venne il momento In 

vi contraendo ì muscoli coi denlì slrellt. gli occhi 

[pnfiati. l'aflerroi con ambe le mani, e giunsi asolle- 

parla: — l'hai sollevata, gridò la voce della signor», 

ibc alt' improvviso mi percosse la spalla; orfano, tra 

un anno e un giorno saprai quello che sì vuole da 

'. Fu imbandito uno splendido banchetto, le bandiere 

enlolarono sopra le torri del cnstelln, e le trombe 

Gunuu»!, Ha(f di Hotcv. 27 




i 



i 



374 u HiTT4nuji 

9iiftnitr(iiK> dulia matlJna atta sera per celekiirc ti 
Trsln ik'llu lancia solk'vata. — Possa il giorno. —n 
fa il nMW, — r unno sì compie ; a mezza notte «•• 
to lurcarc \a foHa delln min camera, ei) una voet 
cIh' ^i-ida : — pcnrliè (lormi? il figlio del Iradilot 
r tìn della conoscenza è arrivata, la si)^rB del 
ni.slello mi pÌ){IÌH per man», i-Ila tremava conw!»* 
^lia, e mi conduce alla cnppL-lla : su 1' alture slavi 
nn libm aperto e la camicia insanguinai» ; la ha» 
eia era nella iniii dt-stra. — Quella v la caiaìiii 
che retìì tuo pntlrt* nel ^orno delia sua nHirle; 
quel sangue di cui è tinta è Sunjltie dì tao padre; 
cavatopli dalle vane a tradimento dai suoi ncmid; 
giura, li;^lio del tradito, 9opra i santi Kvangelicbe 
lo vendicherai. — Appoggiai l'asta all'altare, e ba^ 
tendo ctm ambi- le mani sul lil>n>, urlai: — lo ^o> 
ro. — La stgtiura mi si gettò al colto, e pianse, e 
rÌ9F, e mi baciò Torscnnata. _ Anima sicura, wn 
figlio del mio tradito rruli^llo, asrolta chi sei — Qu! 
mi narrava gran parte delle rose che già vw sa- 
pete, ed aggiunse:— la donna che ti menava h 
sera alla eappclta era tua madre; ella viveva me- 
co, come può vivere la moglie del profugo dì cui 
la te^la è messa a prezzo: nna sera im VAjSaHn 
vestilo a lutto giunse al mio castello, e domatxM A 
vedermi : _ che nuove vassallo ? ^lì richiesi »tl<«^ 

che poso il piede nella sala Madonna , vi f'irlo 

parole del vostro fratello, ma l'ultime. — IHtte.— 
Avanti di perdere la testa sotto la scure, moIrt^ 
gnor Tncco (■.hinmnlomi a sé mi ordinava: quoiiibi 
sarò morlo fa di levarmi la camicia , e inlfn^h 
più che potrai nel mio sangue; poi prendi b nib 



[ M BrARVcnro !t7S 

'oncia, e VA con questi' cnso a Radkofanì da ini» 
tHin-lla, iiiiidontia Guulilrado , intendi lieiw , — inìu 
sorella, la mia sposa iiiorìn'libe all' annuiiii», — le 
liraì : madonna , qurstn è il rcta)f^Ìo die rostro 
Iratcllo niaiidu al suo fidliimlo Ghino, v vi racco- 
[Unda per quanlu avcsUi <:aru il sno amore in viti, 
t aitiate la {micc della stia anima in liKU'tc, cho 
lulla Tacciate sa{>erc al fanciullo dei sum casi fin- 
tile giunto a conveniente etè possa inanefl^iare que- 
sta lancia; allora f\i svelerete chi sia, e ^li farete 
[iurarc su 1' Evangelo di vendicarlo. Della sua ino- 
pie non TÌ parla; — questa speranza ha rt-^o meno 
amara l'ora dol suo assassinio. — L'annuncio non 
Ri potè tanto eclare, che non ]{iun^essc alle orcc- 
Ebie di tua madre; venne nella mia camera pLT 
saperne la verità, io non negai, né aflcrinai , eliti 
Eoddc .... ora giace — sepolta — qui — sotto i tuoi 
liedi. Tuo putire bandito dal contado di Siena sì 
Mette alla strada; incatenato net »Htno venne in 
haano dei Farisei; le sue parole conunos-sero i cil- 
lladini, t'oi'se era salva; ma il Heninrasa di Ar«- 
uo, ([iudicc criminali' di Siena , ne vendè la vita , 
C i conti di Santa Fiora sltorsarolio il preczo del 
sangue: ejjli e morto sul patiholo, dico — sul pa- 
tibolo; — sia il tuo odio contro Ì conti, — se hai 
Dcir anima i[unlche cosa più dell' odio , pel Bunin- 
cftss; — quelli erano aoUchi nemici, questi un co- 
dardo tremante che trafficò l'anima dell' innocente 
««'fiorini: ora e^li tiene 1' ofiìdo di Senatore a Ro- 
iUa, h fortuna ti oiFre un Inolia splendido )ier lo 
Ycniletla; da questo momento non puoi pili alber- 

rnel naio castello; giù di un'ora è trascorsa 
^ 



376 lA lATTiCU* 

lo mezza notte, il cielo è tetnprstoso, cua amili, 
e vattene: Ìl solo scf^no pel qtmic ti abbasserniiM 
il ponte dì Radicofaoi è .la testa di BenincaM.— 
Mii^ la prucclla. ma non la intasi ; in compa^ 
de' mici pensieri cavulcBÌ per le usurpate mie tem. 
Videro la camicia insanguinata, videro il fi^iodd 
buon cavniiere, che trattava 1* usta patema, e tulli 
i vassalli mi prorersero aiuto; m: scelsi ipiatlT> 
cento, e veloci <|uauto la mia impazienza, ghii> 
({emnio a Roma , — Homa il jirande scbeletnx - 
Sbmo u pie del Catnpìiloglio , — pareamì udire Jo 
quelle luagniGcbe rovine gemere gli spettri roou- 
oi, — per mi mumento dimenticai la mia vendelU. 
— per un momento : — lasciai i nfiici compagni : e 
ascesi tutto solo le scale. — Un uomo di bassa su- 
tura, dì colore cadaverico , smunto , cresputo ftt 
la fronte e per lo guance sfogliava un gran voln* 
me con mano paralìtica : nel primo vederlo mi saH 
tii percosso dal ribrezzo che produce la cosa sebi- 
fosa dalla quale ti allontani per non imbrattarli il 
calzare; questo ribrezzo mi ha poi sempre accom- 
pagnato allorché si è offerta ai miei occhi ffUtU 
di legge : infatti ella è schiuma .dei vizi uniani 
venditori di parole senza senno, venali quanto l'a- 
nima di Giuda , Tondano V arte loro nelle discor- 
die dì uomo e uomo, spesso di Tratellu u fratclb^ 
di padre e dì figlio; imprudenti senza paragott 
scoprono con mani profane le vergogne della no- 
stra schiatta, vì suscitano la rabbia di avere, tv 
seminano, come i denti del serpente, la inassiiiM: 
non darsi al niondo gentile passone, che valga al 
cnofrontr) dì un pezzo d'oro coniato: tronfi por 



ti BEUtVEXin 377 

tino fuipiTi-, come V ebbro pei vìnn inj^ìalo, gobbi 
lel trsvagliosu mestiere di svolgere libri e dì con* 
nidore 1' in(cl)ctto cbe la iiufiira avna loro cono- 
lortito, ordinalo. Ire stoltezze <1" i}i(noranti che lian- 
scritto innanzi <ÌÌ loro, ranno per essi una rajìione; 
:hi più hn ^•is&a In memoriu ili queste stoltdzxe è 
liù ri|HitBto , come lo tignola la quale più rode , piiì 
approfonda: oh! avessero tulli una tcsln sola... 
t aceuslui al banco di quel niiscrahile; e^^li ulxd 
faccia e strinse {(li occhi per meglio vedermi , 
:he la lettura ftlieii aveva iiidi^>olttÌ — CI» siete ^ 
osa volete? mi diee con voce strillante: — spac- 
tevì, che ho da finire molte facrendfi ([Resta 
tnattina. — Mn^niRco Senatore, rispnsi appressan- 
domi sempre più al banco, la mia è piccola cosa, 
e du sbrigarsi in un solo muiuciito. — I\iin venite 
più oltre, eh" egli è offesa Tarsi lantn vicino al Si>- 
nalore. — Io non gli badava , e continuimdo il 
pusso e il discorso: — voi mi dovete un debito. ~" 
Qual debito? voi siete Tolle, «llcntlanate quel pax* 
Ko, spingetelo fuori, cacciaU-lu prigione. ~ Tu sei 
un folle, che credesti esser salvo quando vendenti 
H' incoc^ntc, tu mi devi la vita di mio padm. — In 
(qocsto, io me gli era avventato addosso, e lo aveva 
iMrelto alla gola con tale furore, che gli occhi gli 
(scoppiavano dalla fronte, e le sue labbra ballm- 
(BÌeiiti mormoravunf) — mlvum fac «ptritum meum 
ftd io gli sussurrava all' orecchio: — dannazione , 
Mannazione. Poi trassi il cattello , e seguendo 'h 
Hmpront» violenta delle mie dita, gli segai il capo 
le lo afferrai pe radi capelli che aveva su la fronte 
fcon la gioia dell' «mante che siringe la mano della 



378 LA b&TTULU 

rBnchiUu desisi))- Intanto crii uccor-;» nssai | 
scnzu sroufortsrmi mi volto, stendo il bracci» I 
strando il pufbao e il toUello insanguinali, e f^ 
loro : Cristiani, fa voto a Dio, che a quale si tf 
pone al mio cammino, tu do dì «[uesto oollHIo 
[wr mw-ro del cuore. Pare che il sembionle iw*- 
rispondesse a) detto, perchè si ritirnroiM eliì qai 
chi ìtt, mormorando come il mare quando il TNrio 
cessn. Mi accolsero i miei rnssallì con alte stridi 
di aliejlrezEa , io conficcai la testa del Deninca» 
su In Inncin di mio padre, e dato ordine clic flUh 
naswrn lietamente le trombe, me ne uscii di Rotai 
traversando imu immensa quantità di popolo al> 
tcrrita per cosi ^ave ardimento. — Guardia/ gu»^ 
dia I obbassa il ponte. — Chi è di là del li» 
so che vuole entrare a questa ora? — Abbassili 
ponte che sono Ghina ~ Messere, voi sapete l'of- 
dine di madonna; avete il segno? — Miserabile.' 
ti pare che vorrei comparirle avanti senza esKk - 
Posso il ponte, volo alle stanze di madonna Gu^ 
drada, e non v'era; corro alla cappella^ e ^iìtit 
ijontano me l'annunzia ta sua voce salrae|g[aDt<: 
entrai per una porticella allato di'll'allarv, e vidi 
madonna inginocchiata ai balaustri, intenta a left- 
gerc la sua orazione : un debole lume di una soli 
candeletta la illuuiinava , e a canto olla caodeli 

Ì potei osservare una disciplina: al cigolio che Ucr 
.la porta volflendosi sa gli arpioni, al ruooore dti 
miei passi, levò gli occhi, che assuefatti alla luce 
non poterono scorgere nella oscurità; io camiitiiiovi 
lentamente senza prurerirc parola ergendo il 
braceio con la testa ilei Bciiincasa : usdaiHM « 



DI BENEVEltTO ìli 

proporzione clic mi avvicinava alla luce vide iin 
Duetto indistiiito, - una tt-sta di imnio sospesa por 
l'aria, — il volto del Benincasal allora esclamai: —il 
se^no fu portato, il ponte fu abbassato. — Ben fu ab» 
bussato, rispose la dama, e chiuse tranquillamente 
il libro, prese la camlclo. e l'aliala innanzi ai mìei 
occhi sì |Ktsc fissa fissa a giiard<irnii. Poiché si fn 
accertata eh' era il suo nepole, divenne a «a tratto 
Tcrmiglia, di 11 a poco bianco, fece prova di so- 
fltenvrsi al balaustro, ma le forze le mancarono, e 
priva di conoscenza cadde nelle mìe braccia. — Da 
quel (giorno tutti mi hanno dichiaralo la guerra , 
ed io assai lietamente mi difendo da tulli. La sa- 
vio «lama mori, e m' istituiva suo erede: ell.i te- 
neva Itadicofani dalla Chiesa, Ìo lo tengo da nes- 
suno, e non corrispondo vassallaggio, né omaggio, 
— vengano a cacciarmi se vogliano. I conti di Saula 
Fiora più di una volta hanno avuto le tempie rotte, 
i castelli arsi, i poderi guasti: alla line lasciata 
le campagna sì sonn riparati nelle mura di Siena, 
io ve lì ho chiusi in confinn; se osassero romper- 
lo, pena ~ la morte. Le mie imprese non sono 
da raccontarsi ; — figurale^ cosa può fare im po- 
vero masnadiero 1 se però non furono ìlluslri non 
fnrono né anco crudeli. Il bene mi è conteso, la 
gloria vietala, ciò che mi sì concede sperare con- 
NAtc in essere meno aborrito. Ora poi mi ha preso 
vaghezza dì nccoslarmi al Regno, perchè amo Man- 
fredi, e {[uatitnnque ci non lo sappia ha in me un 
amico che lo sosterrà finché l'anìnm gli basii, n 
« Santa Maria .' voi amate Manfredi ? ■ 
« E perché non dovrei amarlo ? non sono i 



3H ^ uti&cut 

suoi co^loiiii quali la stessa invidia nnti 

enieudorc ? 

« Mole accorto che 8kl«. v^U e il {« 
cite illunitiii il st>l«! uccisure del s\to fl 
mortale nt-mico mio. ■ E in questo punlo 
|lt narrò le com avvenute, quello cbe 
otMTarr. e alla ine delle sue panale inta 

u Che pan'rne; i f0i uuftio da nra«rsi 

« Voi arelB ra^ioDe di odiarlo , se 
esjiostc Simo ben vere, lo italiano vedo in 
un mio fratello valofoso, e sapiente, che ai 
lia, e Tiinl farla grande, però nnn posso» 
odiarlo: f|uiindo anche non fosse tale, ma 
ro, avaro e rapate, ben io vorrei dnr 
ciarlo eon le nostre proprie ama, non 
altrui ; ci viene da tempi assai remoti 
del cane , che rartco di vespi stavasi 
senza iiattcr palpelirn, perché, rome egli 
chi lo intCTTogAt quelle omui erano 
gnc, né ^ì davano fastidio, mentre se | 
mosso sarebbero }inpr«(^iunlc altre assetai 
gere ciò che vi lasciavano le prime. > | 

« Dovrri dunque rinuntiare nlla mìa T( 
pcrclié i suoi interessi stantia uniti a quel) 
Ita T intanto muoia egli, all' armi stranìei 
vederenio. ■ i 

« Distruggere gli stranieri non riesce 
vote come chiamarli, e voi onn speranza 
apportate al vostro paese un danno eertii 

« Disperisi 1' anima di mìo padrel Lo 
voi fatto? « 

• Cavaliere, io non vo' dirmi più 



1 



DI BENEVEirrO 381 

più tristo , non so quello che nel caso vostro avrei 
operato; ringrazio la ventura che vendicandomi 
DOCqui a pochi uomini. ■ 

* Questa vostra risposta è simile alla spinta 
data al naufrago che cerca la riva. > 

« Ma! [rispose Gino celando la faccia] potrei 
darvi r anima non il consiglio. » 

« Voi mi abborrite? » 

« Io vi compiango. In ogni caso rammetatevi 
eh' io vado lieto di dovervi la vita. » 

Allora si levò e andarono a riposare. Alta 
mattina Rogiero tolto commiato dal suo ospite, che 
assai doloroso Io vide partire, proseguiva la via. 



CAPITOLO XV. 



K«ilartlFl« icnriilloT tlalnBH" 

Mri>i niiiiBii. 1^ liuti hcH cbUrl I iDiwlìia rrint, 

PirlrU I HII^'IUII,!. IlalM. Acile 

<irld>i |>rliiitriiiiiii'nlr; IlaUa. Ilalia 
Dii n;i»^iiii li-^n rlnlunanil» attcgrl 
Tulli I* tiluiJiiuiiu. 



Ecco le Alpi Quanti sono i secnli che H 

incoronano la cima? — U tempo li confonde no 
suoi misteri. — Di quelli che i popoli ronoscoM. 
alcuni appaiono luminosi quanto la gemma id 
diadema del potente, — altri foschi di luce ssn* 
guij;;na, come 1' ultimo raffilo del sole che uiuort, 
— altri tenebrosi dì terribile osuritd. — Da qotl* 
le rupi abbrustolate dal fulmine 1' Aquila romuu 
i((uiirdi'i le nazioni della terra, e spiccondo il voi» 
al suo wrso fatale, precorse con lo spavento Jì 
provìncia in provincia, di parte di mondo in parie 
di mondi) la vìlturin delle Icj^ioni iiiiinorlalL — 
Gli alti destini di Annibale le upporturono li lo* 
lorosa conoscenza, che poteva essere vinta ; pure, 
finclii; le virtù palrie le composeri» il nido slHtf 
coir Alpi terrore dei popoli. — Quando constimolo 
dagli unni e dai vizi 1' impero dei Cesari giacque 
sotto il peso della propria grandezza, ablìaiMloDA 
la .superba quel cadavere di ftloria, lasciando allo 
lilormo dei corvi scltcntrionali cibnrsi di morie 



K^ DI ntnevKWTO 3*3 , 

etlqiilp. — Venne Carlo Mo^no, ma 1' Aquila era 
iij^gila, il nido fredda, ed ci lo disperse. ~ Il 
^io di un iero capitano erra fremendo per que- 
lli spaventosi dirupi. Ora le sufi rirti'i, i swn vi- 
li, le sue ossa dormono nella tornbn (1). — non 
Mraviamo la mano sul grandt' che è morto; — 
inamlo la sua cenere sarà affatto fredda proniiR- 
icranuo ì posteri il tremendo giudizio. 

Che volle fare la Natura, quando con lo or- 
ore delle nevi, le rovine della valanga^ la bufera 
HI* uragano, lo spavento della solitudine, i dirupi, 
torrenti ci ricinse delle Alpi ? Pensavo ellu che 
isserò succiente schermo alla rabbia degli uomini ? 
ion ci-a meglio stillare nel cuore loro un pensiero 
pace? Avrefclte la perversità della creta superato 
previdenza della Natura ? Quelle nevi, quelle rupi 
irono vinte da tali, che nulla curando abbando* 
ore le care consorti e Ì parenti, sgorgarono ral>- 
riosi su (jucsle nostre contrade, simiU a fiumi di 
ava infuocata: — qui oppressero, — qui sì slrappa- 
ono dalle mani sau|!uinose la preda, — qui cud- 
lero; ora bagna la pioggia , ed agita il vento le 
oro ossa insepolte senza onore di fama, senza com- 
lìanto. Miseri ingannali, che giubilando accorreste 
otto lo stendardo del feroce, che vi chiamò con 
a gloria, perchè vi avrebbe allonlunuto il disprezzo; 
cenile, e vedete qua! sia gloria la vostra. Servi 
rergognosi di un solo, traditi in vita, come derisi 
n morte, cadeste vittime innanzi 1' idolo della spada 

fi) liìdimi Clerici proplietite mitiimi vìtia, virlules. 
Dita hit itìitdeia comittiescere coepere. EinwITìo Ui Ugo 



3S( L* KkTTMItti 

che avete «dorata Essi ci oppressero; essi numni^ 
rono tra noi U pane clc/f «iii/)io, bevvero ti eùio ié 
violealo (1); adcss» sono morti, esecriamolL... no.... 
le antiche ingiijrie furonn vendicale. È i^lì uDaro 
il ris.) dello scherno sul labbro del vincitore* Assi! 
lun^aiuenle i nostri padri fecero gustarlo allnii . 
ora (gustiamolo noi ; — il tempo ò giusto riporalorc 
dei torti: — assai liingainenle durainiiio sccllcrtli; 
se avessimo continuato ad essere Torti lo esreoHDi 
tuttora: ci mancò 1' anima e la forila, altri ha prv-- 
valsci; —che giova il |jiinento7 In nome di Dio wn 
niarmnriamo di nessuno, o mormoriamo di noi, che 
primi ad olTeiidere ci uddoriiienlunimo sicuri (ul 
lello della nostra fama: l'ofTc.^ non dormiva ptr^ 
chi) passava le notti a vigilare con la vvndclla, il 
sonno fu^f^iva fremendo da quelle iiuplucabili; — 4 
nostro svo}|liarci le c-alcne ci suonarono da tulle le 
membra, — onta ul male accorto che dormi sul \t- 
ricolo. — Che giova mostrare il lembo laceraUit 
Ogni uomo ti belfu, nessuno ti aiuta. Anche la c^ 
pressione ha la sua granileiza; sta il rispetto (oi 
vinti, come la paura co' vincitori; solleva la lesi*, 
cammina sicuro: cosi se vivi senza onore, niorìnii 
senea infamia, e sarai degno che 1' Eterno trami nel* 
r arcano dei secoli ai tuoi tardi ncpotì un aìiw* 
manto di gloria. 

Sul declivio delle Alpi, dal lato di Francia, 
ascende con ioGnito anelito una gente desiderosa di 
pervenire alla cima. I sentieri rolli e precjpitoà, 

(2J Comedml pantta iniiptitati*, tt m'hum impittalil 
bìblint. Trov. 4- 



DI BElftVItKTO 385 

[)Bricolo <!ei passi, I' oiigii5lia dei luoghi non per- 
elteml» di cnnservarc gli ordini , l' esercito di 
rio cammina sbandalo a drappellelti di venti o 
Ih ptTSoiH". inlenti a procacciare piiiUosto Io pro- 
pria, clii* la cuiniine sulveszn. Guida da Monfortc 
Luogotenente generale, Roberto conlc di Fiandra , 
il conlc di Vandaniini! , Piero di Bilmont. il Con- 
tatabUe Giles LeJinin, Mìrnpoix il IHaliscalo, (lu- 
l^lielmn )o Stcndardrt, ed altri capitani, abbandonate 
le insef^ne , circondano una leltijla nella quale la 
contessa Itcatrice viene truspurlata da due robusti 
montanari, i quali di tanto in tanto, riDniti dalla 
Pnlivii, la trasmettono a portare ad altri, che pre- 
stamente subentrano. L' aria sniTia jf^elata, alpestre 
si dirompe la via, ogni passo clie mutano è segnato 
di una goccia di sudore che la stanchezza distilla 
dalla loro fronte; sjiesso si fermano sollevando ^li 
sguardi per vedere quando i^iun^a al termine i] ninn- 
Ir; ma questo, celando il superbo comignolo tra Ì ^ 
nuf^oloni grigi che quivi dimorano, come in seggio 
di gloria, accenna essere insuperabile a passo mor- 
tale , e ridersi dell' umana impotenza. Una volta 
ffrìdarono ; ma il grido risuonò cosi solvatico per 
quelle frane scoscese, tanto spaventoso uscì l' eco " 
da quei luoglii sconosciuti e terribili, clic non osa- 
rono rippterlo: j^li nccelli di rapina tiigginmn schia- 
mazzando dai nidi, i lupi si riunirono a torme, e 
vieto il branco più numeroso o pìiì feroce di loro, 
si nascosero prestamente giù per le macchie della 
bruna vallala. Superarono rocce, valicarono torren- 
ti, sgombrarono nevi, alberi , sassi e quanto altro 
si parava loro dinanzi, con rara costanza di suda- 
Gtii:iinA»i, Ball. Ji Bmev. 28 




J 



SM I.* BJkTTiCl.U 

da: pure di ora ia (Htu tu vedevi tin uoiuo Kuwile 
Iraendn a mala perni it respiro {jitUrsi cnrae 8(0- 
niCDto sul terreno e lasciare che i compafEni lo ftt- 
eeih>S3ero, e finché ^li ocelli potrvnno sefEuìUrli li 
allontanassero; quundo poi venivano a smarrirà prt 
le giravolte del monte, e il suo orcKchio non (dira 
pid voc« di nnimn vivente, e il suo s(iiiardo spiti*- 
va per lo spavento di quelle sjlitudini , baiure 
in piedi tutto trcnianle, e coinè meglio poteva oor- 
rondn rnj^iun^erli : io altro luogo un cavaUo 
sdrucciolando sul ciglione del dirupo strascina se- 
co il cavaitero , clic intento a studiare il pafio 
lo conduceva per le redini avvolte intorno al sw 
braccio; mal sapendo come salvarsi s' appiglia al 
più vicino, il quale n sua posta si appiglia ad uà 
altro, e questi u un altro ancora, — cosi toUì 
insieme in un fascio precipitano giù nel profondo; 
— uno strillo nculissiiuu sì fa sentire, poi segalta 
il silenzio mortale, perché il luogo ove percuoten- 
do si rompono si dilunga oltre l'udito dcll'uDiuo— 
Soldati di l'erro tutelali dal genio di un feroce Ca- 
pitano con molto ma^giurc pericolo in tempi piil 
recenti trapassarono il S. Bernardo, e lo Splu^; 
invano impedirono il loro cammino le artiglierìe) 
e gli ingomlm che le moderne guerre richiedono 
invano r uraliano delle Alpi, le nevi smosse, riw 
peto degli elen>piiti scatenati; vinsero e lasvlnroM 
esempio di tale impresa, che, finché 1" uomo stri 
composto di Cfirne non potrà superare gianintù 
onde il buono istorico [1] ebbe a dire, (juesli 0^ 
»trt fatti piuttosto da <jÌ3(miì, che da uomitiu m 
I*) Bolla Stona d' lulia, C. 20. 



DI ORMETEino 387 

f la bufèra, e le arliglieric imn imimcciurono l'c- 
:ÌU> iJcl l'imtf (li PmvL'tizo , iik-mIi'sìuk; |)crà l'u- 
rono le nevi |iericolose, le vie sdrucciolevoli, ìt 
roccie, i proci |)Ì7.iÌ, ^li scoiKii; ura. come nlloro, più 
di un solfhitn tciinci'iiicnte slretlo a) compagno eb- 
be vaghezza ili affacciarsi a conleniplarc 1' Inferno 
della ruvino, e tanta fu la paura che gli percosse 
lo spirito, che prestamente ritirandosi si fece il 
se^o della croce, e si i-accomandò a Dic^ ora co* 
me allora più di uno volgendosi alla Francia di- 
letta senti suscitarsi ncU' anima il pensiero dei figli 
diletti, e Eospin'i, maledicendo 1' ambizione dell'uo- 
mo che mena la gente da una terra perché si fini- 
sca in mi' altra. — Procedevano Iristanicnte in sii- 
fenzio, gunrdondosi sospettosi d' attorno per potersi 
scansare a tem|io se mai a qualche male accorto 
(osse venuto cadere; — erano i loro pensieri sal- 
vntici, spietoti, siccome vuole la ÌNatura, allorché 
r uomo è costretto dalla prepotente necessita a 
p?nsare a sé solo. — Ora camminando giungono 
in parte dove la montagna tagliala a perpendicolo 
non offre adito a chi va senza 1' ale; Ì precedenti 
incalzali dai susseguenti vi danno dentro Ì» molto 
sconcia maniera, indarno sospinti partecipano di ' 
mano in mano ai più remoli quella involontaria 
ìmntóbilila. — Kon v' erano sepolcri (2} in Fran- 
cia, che ci hanno condotto a morire sti le aperte 
montagne/ Dov« è il conte di Munfortef venga il 
conte, e ci riconduca a casa, — urlava la plebe 
Ìmper\'ersata. — Rilorniaiuo, grido il conte cruc- 

{t) Poriitannon eranl aepulchra ìa AEyipto, ideo 
tiilhti noi ut moreremtir in noliludinei' Esod, (n. 



$88 U UTTlcm 

cioso, fOìchè questo è il piacere vostri», ritomia- 
luo: f{ià (Ì« Ire giorni camminavamo t|ucElD vìa, 
fl^gimuì cravoino presso al termine, dove i ootlri 
amici <ii Monferrato ci hanno apprestato luo^ida 
riposare, cibo dn ristorarci: le vettovaglie che d 
riiiianj^ono »ervirnDno mala pena pel gioroo futa* 
ro, moriremo per istrada di fame e di freddu; — 
che imporla'.' rilorninmo. Forse adesso MonsigiNr 
Carlo tra jtli applausi di Roma ci attende, ci at> 
tende il Ponleliee snntissimo, ^Y Italiani ci «llen- 
dono; ma »ia per noi la S|MTanza loro tradita, fa 
per noi manifesta alla ^entc la nostra vill^: gii ì 
nostri padri condotti da (^arto iMaiìnu ((uesle \\ft 
stesse, fortiGcnte dagli uomini, difese da ima inltn 
nazione, superarono; — felice luil che i cicli ctiia* 
mavnno a condurre ì velorosi; noi, Qjlli noD il^ 
generi, fiig^iamoli; senza che alcuno ce le coDlenéfc 
torniamo in Francia tra i nostri fralclli che taoti 
pericoli con intidita coslania vincevano in Pale 
stina. ed una palma di splendidissima gloria con* 
seguivano; le insegne dalle nostro dame donateci, 
onorate di cosi illu.sLri iiiipresc, a restituire tor- 
niamo. Non io vi tornerò per certo, che temerà 
ogni «Linio chL' m'iniontrassc pervia, al suo conh 
pagno mi additasse , e gli dicesse, — qntsti é <]ael 
forte, che non seppe salire sul monte. Imiliaau) 
cosi il nostro virtuoso Signore che con venti ga- 
lere si messe in mare alla'venlura d' incontrarr 
le uttiinta dell' erelico Manfi'edi; co^ la data fede 
gli conserviamo. Ben è questa la vìa che condiiw 
alla iinniorlalità, qtieslo il modo pel quale acqui- 
steremo le sacrosante indul^^enec. che con tanla 



»l eEMRTE!tTO 389 

larfihe/jEa ci ha coiupurlilo il PnntoGco, lo scioj^Ii- 
mrnto <|uestn del voto che Tuccsle itllu [trcsenza 
dei suui Lej^at), allorquando prendeste lu croco; 
peiisnttf. voi adesso essere in faccia degli iiominì 
e di Dio. 11 nostro nome sia per divciilare elenio. 
che r inl'amia si prenderà cura dì conservorlo come 
un esempio di vergogna: — il (jiglìo d" oro ù mac- 
cbialo, r onore perduto; io cjui spezzo I» spada e 
jjiuro sn la Tede di Cavaliere di non portare più 
r armi: — andiamo incontro all' onla e alla dispc- 
razivnc, da che la gloria e la salvezza aborrite. - 
Queste cose disse Molitorie, ed altre molto 
ne a^iunse, parte delle quali come vane non 
ascoltarono, parte andarono perdute tra il rumore 
del vento e dtillu moltitudine. Ora stavano sul 
punto di volgere le spnlle, allorquando la contessa 
Beatrice, donna dì gran cuore , levatasi su la 
lettiga ordinò che i montanari salissero in pie- 
di sopra le selle dei cavalli , e quanto più 
potevano la sollevassero. In questa maniera giunsn 
Sul masso, che forse otto braccia era alto, e Ifi , 
come da un trono, toltasi il velo di testa si dette 
a sventolarlo in atto di gioia. — Viva la conlcssal 
viva )a dama t urlò ]n plebe fuori di se per la con- 
tentezza; — vivala contessa Beatrice ! e accorse con 
impelo maravigltusii a far prova di seguitarlo. Il più 
forte, aOcriaudo alle spalle il meno forte gli mon* 
tava addosso, e aiutandosi con le nifini e co' piedi 
saliva: molti sdrucciolavano, e nrin trovando luogo 
a posarsi si vedevano rotolare su le testo dei com- 
pagni fillameuli.- airollali : Ì saliti, mano, cintura, 
luucia, o che allro, a chi veniva dietro olferlvano, 

38' 



c cosi (iopo lunga ora, <:irca a dugento pervennew 
a solire quel greppo: ma ejjlt era un fruslornìo, 
UDO confusione, ima furia in non potersi ìmma^ 
nare maggiore. Quelli che si erano posti sotto a 
uno in p<Khi momenti Turono oppressi da rcHto ; 
sentendosi condotti a mal termine tentavano lib^ 
rarsl, ni potevano; inferociti dalla ri-sìslonza conun* 
ciarono a menare le mani , vedendo che non già- 
vavano, it ferro; 1 più ricini volevano bene scu* 
sorsi, e le percosse e te battiture contro quelli che 
dipingevano erano inlinite; nondimeno urlati da fili 
ncHi vedeva qncl caso gli traboccavano addosso, i 
sorvpgncnti n posta loro cadevano sa i cadati , e 
cosi tutti in innnte sossopra; molti chi col naso, 
quale con la testa rotta si rilevarono; nioHi aocbe 
non si rilevarono, che giacquero in terra radavcri. 
II conte Gui<la. considerando come da quella nuc 
niera di salire ne derivava più male che bene, o^ 
minciù a iirinrc che si riiiiancssero. ma non faceva 
frutto , onde comandò ai Cavalieri che lo circon- 
davano andassero a ributtare con la spada la plebe 
imparità. Così con la morte e le piafthe dì parw- 
rhi, jìiunsero ad ottenere un poco di quiete. Allor* 
fatte radunare pietre e terra sotto il masso, ani* 
mando con la voce e con 1' esempio ebb« in quattro 
ore fabbricato un sciilìero, pel quale, come che ino* 
lagcvolmcnlf, passarono cavalli, cavalieri, carriaggi 
carrette e quanto altro si recavano dietro. AUorcbé 
venne la notte la paura che fino a quel punto U 
aveva divìsi, li restrinse insieme e stettero immo* 
bili lA dove crono slati sopragi^iuntì. Sebbene H 
luogo che presentemente occupavano non avesse 



F DI BiNKVi^ro 381 

spericolo, nonditneno tanta era nella iniiiiafjinatìva 
loro 1' idea di rovine e di prucipìxii, ohe inni non 
osnrono nello tenebra non che mover passo , mu- 
tare di Ifllo. Sorse il niatlino: non proruino di piante, 
non conio di uccelli lo salularom^ per (iiieirerme 
balze; e pure le cime delle Alpi tintp <!i un vivace 
color rancio, che si disegnovani» per un orizzonte 
azzurro, oggi aflatlo sgombro di nuvole, era una 
cosa maestosa e al punto stesso teg^iiadra. Coli" a- 
nctito dell' anima vicina a conseguire l' oj(getto de- 
sideralo, i Francesi si pongono in cammino: da prinaa 
i passi loro mossero lenti come quelli che erano 
assiderati dal freddo; ma di lì a poco il moto scal- 
dando le membra li rese più destri a salire. Bello 
era a vedersi il brulichio di quella genie che sì 
alTrcttava, i lampi che mandavano gli elmi, l' aste, 
r armature dei cavalieri, le insegne abbandonate al 
vento, le vesti preziose; più bello a sentirsi le trom- 
be di tanto in tanto squillanti, le liete canzoni di 
guerra, le voci di gioia; pareva una riunione di 
Cavalieri per celebrare qualche giorno solenne, una 
festa più Tacile ad immaginarsi che a descriversi: 
{{■ungono al vertice; l' occhio, scintillante pel cupido 
penderò dell' acquisto , precipita per \e sottoposta 
campagne , e quanto gli è concesso si spazia nel 
lontano emisrero. A vero dire da quella parte non 
si scorge che un' alba d' Italia; ma tanti erano gli 
orrori che avevano trascorsi, fante le speranze, e 
le immagini nella Tantasia suscitate dagli altrui rac- 
conlamenti, che parve loro di contemplare il para- 
diso Ii'rreslre , quale V Eterno aveva posto per la 
creatura senza peccalo; onde sollevando le braccia 



Mi EiTiiffSeuS" 

al cielo fidarono — Italia! — Ilnlìa! — Questo ^ido 
si propaga giù i»er la valle, i più discnsti ripetono-IU- 
iio! —Adesso sì ch'era un affrettarsi, un afliirrcDdani 
ilsTvcro; la voce dei capitani mo si ascoltava, le p«^ 
cosse non si curavano ; urlando, spingendo. a4ape- 
randori mani e piedi ^are^iavano chi prinui (ijiiia- 
^>V3. Veramente la scesa non appariva mi^no affuh 
nosa della salila; ma chi, potendosi deliziare nella 
vista di cose leggiadre , vorrehbe attristarsi ncitt 
contemplazione dcUi: incresccvoli ? Vedevano cvttfi 
fiorenti, prati benedetti da) ciclo; quella era la mete 
del camm'tm : della via che vi condut^va non 5i 
curavano: là speravano cibo e riposo pel bist^ 
presente; Ih terre, riccbezx«, e quanto altro può 
rendere lieta la vita ; ormai se ne facevann signor^ 
avevano superato la Natura, degli uomini noni) 
davano pensiero. Sciagurati I là avrpbI»ero trovalo 
la tomba, se il destino ne avesse commessa la di- 
fesa ad «omini — o più valorosi, — o più coocordl, 
— o meno infami. 

Siccome andiamo convinti , cbe nessuno k^ 
gerS queste nostre carte , buone o triste cbt 
sieno , per imparare un trattalo di Geogra&i . 
cosi lo confortiamo a non maravigliarsi , se eoa 
un subito salto lra5portiamo i\ogÌpro do uoi 
foresta della Terra ili Lavoro alla Mirandola , e»- 
stello an tempo foi-tissimo di Romagna , il cbe 
forma bene parecchie centinaia di miglia. La ca- 
gione per lii quale s'era recato costi, fu ci» 
quivi correva fama dovesse passare 1* esercito di 
Carlo. Il nostro eroe in propory.ionc che si avti* 
cinavti, sentiva unii repugnanza, un aHanno di far» 



DI BCMveiiTO 393 

per morto che ogni giorno pia rallenlasseil 
cainniinn. Queliti voce di traditore sovente gli suo- 
nava all'orecchio, come un urlo di spavento, le pa- 
role di Gliino nncorn lo turbavano litrtemente : 
pensava tra sé : — con allo propnnì mento di su- 
perare i pericoli della terra e del cielo, di vendi- 
care il genitore, di riacquistare quello, che per nera 
perfidia mi venne tolto, mi sono messo da lungi a 
sostenere fatiche, sotto lo quali la più parte degli 
uomini avrebbe piegalo : stimava conseguire gran- 
dezza, e la mia. speranza mi si rivolse non pure 
in indiircrenza , ma ìn infamia. Eceo l'angoscia 
dell' anima condannata a sentire grandemente . e 
non trovare ne^li olisciti esterni che imhccillità, o 
delitto! Ghino, al quale aveva salvato la vita, o 
che per lu sua condizione doveva neccssurianienlc 
seguitare precelti poco scrupolosi di omstà. Io ave- 
va compianto; cosa avrebbero fatto coloro che non 
gli dovevano «hhligo alcuno e che facevano profes- 
sione di amare la patria, e praticare gli ammae- 
stramenti dell' onesto ? Un insopportabile peso gli 
gravava sul cuore. Cosi cento volte sellando il ca- 
vallo, ed altrettante riponendolo in istallasi trat- 
tenne due giorni alla Mirandola. Chiuso nella sua 
camera, con la fronte appoggiata alle ginocchia eì 
lamentava del suo Gero destino, e poiché quando 
se ne ha bisogno, buoni o cattivi, lutti ci racco- 
mandiamo a Dio, sovente implorava il Cielo ehe di' 
siglio lo sovvenisse. Nello seconda notte della 
a fermata, mentre volgendosi ora da questo, or 
da quel lato ìudebuUtu, invano si uETaticava a ebia-' 
mare il sonno sopra le sue palpebro, ecco un ru< 



J 



391 L* BiTTJkOtlt 

more di qualcbfl coso che debolmcntu si riiniiova. 
si r« sentirò per la Etaiizs. Rogicro sì ])oae in 
ascolto temendo ìngnnnarsi; accortosi che non era 
Tantasìma dello sua immaginazione , con voce si* 
cura domanda : 

a Chi è ? - 

Rìspondevasi in un suono Ooco , quasi Sfttf 
to conto se si dipartisse da cosa senza corpo: 

a Rammentatevi di vostro padre. > 

•t Chi sei che conosci il mio segreto f ( ({riM 
Borierò, hakondo a sedere sul letto] vieni anj^iolo. 
demonio, sarai il bcue accetto ; daiinni im om- 
siglio ; sin pure di perdizione o di salute, damai 
im consiglio; 1' unlmu mia no» può tonsìf|li«re tt 
sIessB.li 

Nessuno risposta, aettuno altro rumore. Ro- 
giero si abljaniluuù sul letto , e la serie dei fatti 
trascorsi gli si schierò davanti la mente , coott 
una scena terribile : quando sul linirv della nntlt 
UD sopore gli chiuse fili occhi afigruvati , i suoi 
sogni furono quali un cristiano può avere sul guu^ 
ciale della vendettn. 

La mattina levatosi pallido, disfatto, con ^i 
occhi sjHiventati, scese per |>agare V all>ergatore: 
appena ebbe posto il piede nella stanza, che su b 
porta di strada comparve uti uomo a\Tolto mI 
mantelln, al quale 1' albergatore prestamente inifi- 
rizzò la parola dicendo : 

(( Che Dio vi dia buon giorno. Maestro Lipfsc 
a quel che me ne pare voi avete corso tutta li 
IMlte, che nuove ci portate d' insù f 

a I Ghilwlllni si partono dal contado dì PariH 




\ 



hi HKnKTRKTO ~89S 

SACCO ; pci-cht^ r esercito del 

lite ha preso altra strada ; dicono che si avanzi 
Milnripse, porlnto ila quel penilenle da forca di 
napoleone dcUu Torre ; ma o di quft o di I& sono 
seminati i pruni pel suo cammino. » 

» chi e e e;;li che gli contrasti su quel dì 
Milano, non sono Otiìbcllini in que'paesi T n 

« E' ce ne ha dei bianchi e dei neri, mio bel 
Giacomino, poiché tutto od un modo il mondo non 
potrebbe ondare ; pure il marchese Pelavicino, con- 
sorti.' di Manfredi, sta sni contado di Pavia, Buoso 
da Diiern su quel di Cremona , e Mustino della 
Scala su quel di Verona, n\ che pensate se il la- 
sceranno passare senza ppdnjlj^io .' tal sin di loro- 
Che abbiamo, Giacomino, per Tare un pu' di cole- , 
£Ìonc da poveri f^hibellini ? » 

Kogiero, soddisfallo I' albergatore, premuroso 
di andare, quanto il fjiorno innanzi di rimanere , 
pose la sello al cavallo, e si allontanò ' dalla Mi- 
randola. Seppe per via che i Francesi , invece di 
fare lo strada di Asti a Parma, eh' era la retta , 
si avanzavano per la parie di Cremona, onde im- 
paziente di alTreltursi prese a cavalcare verso le 
sponde del Po. Giunto a Luzara, se bene il solo 
fosse alto, e lo barca pronta per traghettare jl 
fiume, lo sorprese la medesima esitanza , che lo 
aveva fermato allo Mirandola ; l'immagine del pa- 
dre erasi indebolita, e quel dubbio d' imprendere 
cosa abbominevole, e quella parola di traditore tor- 
nava a sconipigliorgli V anima. Nel silenzio della 
notte, sul letto solitario cercò invano di trovar 
cosa che lo acquietasse, e gli pareva di camminare 




3H Li lATtACLU 

tentoni in un luogo (rncbroso, pel quale {liù si t,i 
volava più si snuirriva. La tualUtiu quando u ri- 
OTcgliù, si avTÌdr ili avere una carta nella maM 
destra, onde ntiiravi^lialo del caso si accostiS slh 
finestrn , e ni burlumtì del crepuscolo lesse: — 
ramincnlalcvi di vostro padri'. 

Oucsla rimcmhranza produceva nel suo spirito 
un eflclto simile a quello di strappare il pnoao risi- 
le TeHIa , elio il sangue vi abbia sopra attaccato ; 
la passione vinceva su la rajiione, e più feroce che 
mai tornava ulU> antico proponimento. Passava il 
Po, giungeva a Cusnl Majlg,Ìore, a Rovora, né wU 
Iciilondo la corsa . si avvicinava a Cremona. En 
presso ad arrivare . il termine della via appariva 
vicino, e puro avrebbe voluto che si Tosse allool** 
nato; ne doinundava spesso a cui gli occorreva, e 
coloro che gli rlìcevano esser più poco lo spazio i 
percorrere, lasciuvu insalutali, enei suo cuore bfr 
stennniava ; quegli che gli aETerinavano rìmanerc 
ancora gran Initlo con viso ;jiocondo racconiandiTS 
Dio. Cosi dubbioso di uiidarc e di l4)n)arr, e lui- 
tavia strascinato oltre dalla Fataliti , pervenne un 
giorno avnnti l'ora di vespr» tra S. Daniele e Ci- 
cogolo, borghi non [iiolto discosti da Gremoita; a»> 
sorto nei suoi pensieri lasciava la cura al cavalla* 
di fare la vin; oli' improvviso mentre alza la faccil 
per considerare le belle case che gli si pre^entavaM 
traverso le frasche degli alberi, $i vedo circowltl* 
da unn ma!«nnda di venti e più cavalieri, il oon* 
dolticro dri qtiali gli comandava seguirlo. 

a Io vo' che sappiate ( gridò Rogiero traendo 
la spada, perche l'asta non poteva giovargli avenAt 



m BENEvEno 391 

troppo d' appresso ) io vo' che sappbte 

ano polenni traviare dal mio cainniino senza 
che sdoperi la forza, e sangue gli cosU. ■ 

n Cavaliere [ rispose il capitano ] a Dio non 
piaccia che noi vi usiamn violenza; il nostro signo- 
re Buoso da Dnera ci lia mandato incontro a voi, 
perchè vi scortassimo al luogo dove adesso 8Ì trova: 
piacciavi pertanto seguitarci, che noi non vogliamo 
far cosa che possa riuscirvi molesta. 

« E come il vostro signore ha avuto notizia 
dell' «sser mio ? ■ 

« Questo è ciò che potrete sapere da lui: non 
siete voi un Cavaliere napoletano t non avete let- 
tere da conscjinargli ? 

• Certamente le ho. » 

« Dunque venite che siete desiderato, d 

Rogiero se bene avesse per que' tempi una ma- 
niera di sentire particolare, nondimenu per la pro- 
pria sua indole, e per le avventure che gli erano 
accadute andava persuaso dovere esìstere un de- 
stino che regolava tutte le sue operaitioui, al quale 
poteva hene [ter qualche tempo contrastare, ma che 
in (ine o a buon grado, o a mal grado bisognava 
segntrc. Convinto da rjuesla opinione si lasciò con- 
durre senza resistenza da (juei cavalieri, che caval- 
cando a beir agio per non inriistidirlo. Io menarono 
a notte avanzata ad un castello che, per quello Bi 
poteva vedere così al buio, sembrava rortissimo. In- 
torno al castello erano tese assai tende, e da que- 
ste usciva mollitmlinc grande di soldati dirìgendosi 
a un punto deteraiinnto; una campanella martellava 
senza posa per riunirli, e e non molta distanza sì 
jUEHRAiii, Bau. di Benev. %\ 




39S i* RAITACI-IA 

udiTono chiamare le inwgnf. assegnare i posli, 
dare alcuni «>vorliinonli. P«rvennti alla porU, un* 
wnlincUa che con V nlaharda in ìspalla vi p«sr^ 
giava trav^'S'), rermanilnsi repentinamente domandA: 

u Ohi viva '.' 

« Villino i Ghibellini » rispose ÌI rnpilana. 

•r A[iprfssnl<^vi pel sr^no. n 

Il capitano si avanza, ^i susnrra nna pirola 
air orecchio, pnì si vnlge alla masnada ilicendn: 

a Fateci oltre. ■ 

Tni possa lidi) per nna visita hinffhissin)» riustit 
rono in un antico cortile: qui sotto Ì colonnati si 
vedevano mcvlti Cavalieri divertirsi quali a ^iocan 
a tavole, o znra, ciualì lieversi dei ^rundì bicchieri 
di vino, e l'ovellarL- e gestire in atto leroce; là tre© 
quattro sì provavano ad accordarsi per contare Doa 
cantone, ma alle prime parole alcuno tra loro non 
andava a dovere, ed e<:si da capo: qua diversi chiù 
dfvano gli occhi, e a poco a poco, lasciavano 
dersì In testa sul petto, riscossi ad un trotto 
riiilzovnno pi-r lasiiorln nuovamente cadere; la 
altri vinti airiitlo dal sonno, incrocicchiate le bmc 
su le tavole vi nnscimdevnuo In farcia, e riissavif»" 
in modo che ben di lontano se ne sentiva Ìl fri- 
gore; altri altra coso, che a dirlo tutte verrelihcr» 
meno i moccoli; in somma quei volti iiicKiio ilio- 
minali da una luce rossastra, quei gesti, quei »nt- 
fciODli minacciosi e diversi avrebliero foniilo nialt^ 
ria al Fiammingo di pitturo marovìgtiosa. 

Appena il pa[titnno fu veduto da quella genf 
che s' intese per tulle te parli «no $cluanuiL/,o J^ 
voci conftisc che dicevano: 



Ili tli^MiVENTO 390 

« Buona sera, — liene urrivulo, _ avde lutto 
eoi-cìs. Messere?— Lo hai tu preso il tuo nonio? 
— Piero, raccontateci. —Vieni qua che ti cedo il 
posl'L — Pipili, sareste il quarto, sirnza voi non si 
roniincia partila. -- To', Piero, bevi un bicchiere di 
vino che ne avrai -ben bisogno. » 

it Grazie 3Ialatoita, grazie Prentììimrte, j^ra/.ie, 
grazie signori , or ora sono Ha voi » gridava il con- 
dottiero del nostro eroe, diìitingncndo sul principio 
ognuno pel suo nouip, e soprannome, e all' uUiini; 
salutando tutti alla rinfusa, quasi per dare unii mi'n- 
tits a quel filosofo (I] die afTerinògU oggetti esterni 
rappresentarsi da prima nella mente umana indistinti, 
dipoi separali j^radalo mente, e comporsi cosi 1' csa- 
me mtalitko, che i aj^li antipodi del sm/e(ico, con 
cento altre coserelle tutte graziose che ci hanno 
incassato qui dentro ìl cervello nelle scuole, come 
gemme in anelli. 

Il capitano smontalo dn cavallo si oiTreltò con 
Rngiero, che mollo gli raccomandava ti suo \llah, 
alla parte del castello opposta da i[uella dove eiuno 
entrati., e come colui che voleva presto esser libero, 
levati ^li occhi osservò le superiori finestre, e \ido 
4uiTie: — ora polni bene andarvi da sé, pioferi uior- 
lunrando, e arrivala su la soglia di una porlicella 
;iggiiuise: 

<■ Bel Cavaliere, Messer Buoso,' come ho ve- 
duto dal chiarore del lume, veglia per certo nella 
sua stanza; voi potete liberamente .''enKa me andare 
a trovarlo; salite questa scala , che vi menerà ad 



(0 Condillao. Logica, in priiic. 



400 M DATItCU* 

una snla, dove fanno rapo tre corridori, metteUn 
pel primo a sinistro , in Tondo dc[ quale pieiiaDdo 
B destra troverete sci scalini , saliteli , e ahtiUle 
curii di non cadere, che il Sigimre vi ainli; allora 
vedrete in un' altra sala cinque porte , quelli di 
faccia è la jiorta della stnnza di Messer Buoso,— 
buona notte. » Appena terminalo il discorso , che 
proferì con portentosa celerità , sì allontanò per 
nnirsi ai compagni, che lo accolsero c<ir urli, rìta 
ed altri segni d' intemperante allegrezza. 

Rogttfru si pone per quella scaletta : ella en 
formata di mattoni [ler taglio ; il tempo ne aveva 
logorati gli angoli e la calcina, si che ìn quei Ini* 
chi entrasse più che mezzo il piede; mille volte i 
pericolo di battervi la Tuccia sopra, tentoni, oiutaif 
dosi più con le mani, che co' piedi, pervenne olb 
stanza dei tre corridori illuminata da un lumidm 
che parca spento, come disse con bella vivacità qi»d 
fiorentino bizzarro [2): qui giunto un improvviso 
tremore Io sopraggiunse, provò di andare inniiit», 
non poteva, inriiulro nò pure; appoggiò al mnni U 
spalla e la testa quasi fosse convcrtito in pietra. 
Wuove dubbiezze, nuove esitanze, — ancora un pasM, 
e tutto irreparabilmente perduto; — la sua inten- 
zione è bu(ma , ma si appoggia sopra mezzi parte 
vili, parte infami, tutti scellerati; se non giunge > 
compirla , chi vorrà credergli che il suo disegno 

[2J AI romor dnl Irscollo, 

Che rimbombi) dal leito al foddainnUt 
Comparve vk i.iTHicn cbe pjttu tram 
Si facea lume a acento. 
Sonetto del MiglioTUeti. barbiero 6orentino. 



DI UKAKVIlNr» 40 1 

tante generoso 7 — né sriiipre sarfuiiio tenebre cuirie 
in quel liiofto, _ né ìl tnidiiiicnto iiiidrÀ sempre ce- 
lato. Mentre a queste cose ponsandi) v.iìsUt si trnt- 
tean'Q, ecco un» mano leg^iermcnle premergli la 
testa, e una voec .sotnniejDia diri^li all' orecchio: -i 
a Raiiiincntatevi di vostro pndre. u 
« Snnta Maria I > esclamò Kogicra; e Tolf^en- 
dosi con molln (Tlerità vide o gli pnrve vedere uno 
spettro, che nel corridore «ppostn a quello in cui 
stava si allontanasse strascinanilo sul pavimento. 
Preso da vDj^licxzti di conoscere chi fosse ^li si cac- 
ciò dietro u tutta corsa; trapassò quel corridore , 
poi un altro, lo spettro ^li fu^^va a poca distanza 
davanti, e pure non intendeva suono di passi. Quan- 
tunque queste circoslanize fossero più die bastanti 
r un' anima di quei tempi, r forse anche dei no- 
ri, s credere soprannaturale cotesta apparizione, 
Itngiero non si lasciava sbigottire dalla paura; vero 
é bene che non sapeva couie spiegarla, tuttavia sì 
, bardava di attribuirla a cause superiori. Lo spet- 
tro fu^eodo e Rogicro ìnealMudo, pervennero in 
parte ove non era Innie: co^i ol primo fu concesso 
Sparire a tutto aiti»; Koii^iero brancolando, mentre 
a malgradt) dclli? tenebre vuol se^uilurlo, iiKianipa, 
e cade traverso di un k-lto; allora uon udendo, uè 
vedendo più nulla si avvisa di ritornare; parendo- 
gli di fare il medesimo cammino traversa due o Ire 
siaiiKe, neir ultima delle quali osserva scaturire UB 
,rsfl|^io di luce dalle fessuro dì un uscio: vi s' ìih 
. camuiion prestamente stimando che SÌ partisse dal 
' lume del capo scalo; giunge, opre e si Imva culro 
una sala vastissima : uno pìccola parte compariva 



u 



t. 




u unuuu 

lllummala, 1" altra si smarriva dentro una pwrfoBÒl 
oscurila: per quullo che si poteva vedere era oriula 
di belle lappeiMrie tiamminfihe rappresenlaiiU caceie, 
o Tatli d' arnie notissimi dei Paladini di Cario Bl»- 
grio e d« Cavalieri erranti del Re Arili ; a giuste 
distonie pareva che , comt- da un lato, dove««ro 
c^ere per tutta la sala disposte anlìcbe arniitare 
su dell' aste fitte dentro koccoU di pietra : le 60^ 
stre, trasparenti pei liinii del cortile, presentavate 
istorie tolte dal Testamento nuovo , figurale con 
vetri di mille colori. Queste cose che a noi itIUlt 
necessaria una ìiwtia pattina per dire, Kugiero os- 
servò tn un volgere dì nifuardo, né punto stette ■ 
considerarle, perchè a quei tempi erano cose co- 
munì. La sua attenzione pertanto più particolarinen- 
te si 1ÌS8D su due personali che stavano in (|»elti 
sala. Uno di (|uesti , di vesti e di sembianti^ una 
italiano, era un corriere francese; aveva un ftitib- 
Iwncell» giallo, fino poco più sopra al ginoochk), 
stretto alla vita con una larga striscia di cuoio nerVi 
dalla (juiilc pendeva il corno e scaturiva 1' inift- 
;inuliirn del pugnale; i calzoni emno della nM>deiÌ> 
Ilio stufVa che hi veste, e come essa accostanti alle 
membro; in piedi aveva usatti (I) rossi, con enti 
sproni da sventrare, più tosto che da incitare ca- 
valli; teneva In testa scoperta,! capelli della quak 
divisi su la Tronte, cadevano di qua e di Ut dnlle 
tempie sopra gli orecchi, e a poco a poco dìveatJ- 
vnno più hiHiìhi tanto che tinelli della nuca eoftìf- 
sero parto delle spalle; la faccia noti diceva nulla, 

(I) UsArro, caliere di cuoio usalo (iiopriamcnte |m> t/t 
valcare. Voc. Cr. 



^^^^ 1)1 OCNKVRNTO 103 

^Kera una parete imbìunrata. Ben altro compariva 
u secondo; sluva seduto davanti una tavola sopra 
la quale erano carie, e una spada; teneva In testa 
appogj^iata alla mano, e considerava meditando una 
lettera che pareva essergli giunta dì fresco; la fron- 
te aveva calva con la pelle tirala, se non che, su 
la fronte, due o tre righe profondamente tracciate; 
la faccia larga sopra le gote dove sono ^li ossi che 
1 notomisli chiamano sUjoinì , terminava smunta , 
appuntata , con la barba scomposta , eh' era una 
aconcezsQ a vedersi: pel rimanenle della persona , 
meno le manopole, compariva armato: questi, poi- 
ché lunga ora ebbe letto e meditato il foglio esclama: 

a Ottomila fiorini d'oro! — vendo anche l'a- 
nima. » 

Uopo questa infame empietà levò la faceta e 
gli occhi; — quali occhi 1 incavernali, scintillanti 
come quelli della volpe che ha ghermita la preda, 
— e vide Rogicro. 

u Chi siete? Chi vi ha condotto? Come avete 
penetrato nella mia camera ? n 

« Messere, io sono stalo qui (ratto per ordi- 
ne di un tale Buoso da Duera. » 

« Per ordine mio dunque : — ma perchè non 
siete passato per la porta principale , e scaturite 
cosi all' improvviso di camera mia ? ■ 

<( Che volete eh' io sappia di tutto questo , 
Messere T mi hanno lascialo senza scorta, ed io in 
questo luogo nuovo mi trovo qui , perchè non mi 
trovo altrove, a 

« Qualcuno ha trasgredito Ì miei ordini. — Sa- 
reste per avventura quel Cavaliere napolitano.. .7u 



iDi LH UIUCIU 

<c Sono, — la vostra ^ente mi lin fennalosul 
mniniinn, cnstrìn^t^rnlorni... 

« llisngnavu piirt- eh' to vi forzassi. pcrfUtv» 
avete lettore por me , che prol>abil mente dod ni 
avreste rernte ){i;ui)riiui. n 

n E chi \ì ha (letto. Messere?... » 

« Chi lo ha eletta poteva ben dìrln sen/n i'- 
ma di mentire. — Chi» niii vasi Piero il capitano che 
\i ha coniloltoi* ■ 

n SI, Piero.» 

■ Ed è rimnslo?.., n 

« S' io no» m' in^nno, giù nel cortile » ^Wh 
care e a bere co' compagni. " 

n I>eve es^er punito; —per le ^«ndi col^ 
serve il libro della mente, per le piccole hisofià 
prenderne notti, onde non ohliurle ; ~ uno veniielli 
perduta è un incito allo oltra^io. » E ({iii Dnoes 
trasse di seno alcune (avoli'tlc . sopra una deUe 
quali scrisse : — Ciipitano Piero mi drvo la pena di 
aver rotto il mio eoinandamento; — e riponendole 
sojilgìiinse : 

« Avanti che il mese finisco, in modo «perla 
n segreto la paglierS. Signor Cavaliere, vorrcslctoi 
p<irgere le lettere che avete per me? » 

a Eecnle, n 

■ Cavoh'ere [ disse Biiosn. poiché t'ebl»e lellf) 
io sento [ler qitpslc come jirnn nuniem,di l»rii(ii 
napoletani, inCasliditi dalla tirannide di UlaiitVnli . 
vi hanno ."ipedito con loro credenziali per ppuffiTire 
omn;<}fin al conte di Provenza ; giò a Dio non pÌK- 
r;ia che per me sia posto impedimento si giusti de- 
siderii di [|ncj valenti signori; dimani potrete se- 



gnTreTPvÒBfro c»nimino verso l'csprcilo francese, 
cbc troverete non ìufììf,\ di quii attendato alla cam- 
jiagoa. Devo avvertirai però che il conte non ac- 
conipa^na 1' esercito, ma troverete in sua vece la 
conlessa Beatrice e il luogotenente Guido da Mon- 
forle. 

« Vi chiedo perdono , Messpr Buoso , ma in 
cortesia vorreste rispondere ad una mia domanda?' 

■ Dite. Il 

« Non siete voi ghibellino ? » 

« Cosa è che vuol dir guelfo, cosa ghibellino? 
lo sono per me; del nome non mi curo più del co- 
lore della veste; in qualunque sembiante procaccio 
mia ventura. » 

a Ha voi fin qui non combatteste per la fa- 
KJone ghibellina, Messere? » 

« Io vi ripeto che ho combaltnto sempre per 
IDI': vero è però che 1' anno scorso sovvenni del 
mio aiuto il conte Giordano, che giunse per Man- 
fredi qua ili Lombardia con cinqueci'nto lance; quello 
che n' ebbi in guiderdone furono parole ora cortesi, 
ora anche minacciose; ad ogni uomo è lecito errare 
uno volla in sua vita, e felice chi può vantarsi di 
avere erralo una volta sola: oia sono stanco di pa- 
scermi di promesse, — e poi 1' elò comincia a farsi 
troppa, e bisogna pur pensare alla buona morte; né 
se altri si cura, mi curo ben io del perdono della 
Santa Chiesa, che troppo mi preme rimanere sciotto 
dalla scomunica, perché possano, quando che a Dio 
piaccia di chiamonui a se, seppellirmi in sacrato, n 

a. Messere , di grazia , se la richesta non vi 
riesce importuna, il cuore non vi dice nulla T n 



J 



40fi U ■ATTiCU* 

« Dove è «gli il lalo ilei cuore I Iv per mt 
credo di non averlo. La testa fu tutto, calcola lutto, 
il cu<M'e e' é per di più ; ruolsi freddezza ili ni- 
colo per Wn condurci pi'l moiiilo; col cuore sì (u* 
no cnnxnni dn innanioi'ati , tton ottimi dis«gDÌ ftt 
trapassare la vita. » 

. Ma Italia? » 

« Italia é qui, ( rispose Buosn toccandosi ti 
fronte ] narrano che vi fossero tempi net quili nart* 
voce ch'ella fosse altrove, ma io non li vidi, ot 
credo che sieno stati; nondimeno se possono esam. 
mi'iitre si aspettano, of^ni uomo si pon^ la maat 
alla fronte, e dica Italia è qui. • 

■ La fama I » 

a Oh la fama I è l' ombra del buon succerai: 
procura mantenerti felice, e gli nomini procurerai 
no di chiamarti glorioso. " 

« Pure fin qui non ho trovato lingua mortile 
che non conilnoni il tradimento. ■ 

a Da chi, e come? Tradimento, s' io uno m' 
inganno, stgnilica romper la fede; ora non v'è Me 
^e sia pìì) forte, né più ragionevole di qucll« die 
ogni uomo deve a »(>, perché di questa la Naturi 
ne ha stretto il contratto con tuli condizioni, àit 
non possono infrangersi: però quando lì fai daiM^ 
allora cotniiiptli Iruilimento, e tradimento irrcparA* 
bile, lo non ho mai operato cosa dannosa altniì 
'Che bevendoci e dormendoci sopra non abbia allitlo 
dimenticala: d' ullroiide il dolore che abbiami) ■?■ 
portato al nostro simile ci riiuane nelT anima, e»- 
me noa ricordanza, ma il bene che abbiamo fatto 
i noi come un sentimento. » 



r DI itCNEvenTo J07 

r « E questo sentimento è egli in sostanza fe- 
lice ? » 

" ■ Sijfnor Cavaliere, io ho altre cose a fare 
perchè possa frollenermì a scinglicre i vostri que- 
gli; se voi ^li avete promossi per conosceriiii , io 
^\h vi ho detto assai, onde se slete savio mi pos- 
siate cai>ire.: se per acquietare le vostre incertezze, 
jo ilevo hiasimare i miei amici di Nnpoti, <!lie lianno 
scclloin voi un messaggero cosi scrupoloso. Tenetevi 
pronto per dimani ; appena fa giorno io vi manderà 
insieme con questo francese al campo del conte per 
consegnare le vostre lettere, e se non vi grava anche 
una mia che preparerò avanti di andare a dormire. » 

n Voi ne siete il padrone. » 

■ Sergio, Gilberto, [chiamò Buoso, e tosto com- 
comparvero due valletti, ni quali ordinava) fate che 
questi mìei ospiti sieno hene alloggiati, vi raccoman- 
do che nulla manchi loro di quello che possono 
desiderare. Addio, signor Cavaliere, innanzi di par- 
tire spero di rivedervi, n 

Rogiero e il corriere francese si posero dietro 
agli oDiciosi valletti , che eoa molte candele alla 
mano andavano rischiarando il cammino : appena 
furono usciti dalla sala , la voce di Buoso si fece 
nuovamente sentire, che chiamava gridando: 

n Signor Cavaliere ? » 

Rogiero rifece i passi, e domandò: 
B « Cosa volete ? > 

~ « Signor Cavaliere, avete pratica co' fiorini dì 
oro ? » 

Rogiero si fece un po' rosso nel viso, e rispo- 
se che no. 



tAH U BkTTACtU 

Bn08o surrise, e traendo una borsa iissf. 

m Questa (■ troppo fCrande ver^o^nu per m 
Cavaliere come voi non coooscere i fiorini che !(m 
la piA bella moneta che sì batte per tutta ertiti»- 
nilà: v' è alcuRO che preferiKe gli agotlari ài i't- 
derido, e i^li nchifati dei Normanni, ma io per m 
terrò sempre pel huon fiorino d" oro che si batto 
a Fiorenzo. Ecco qua, vedete ( soggiunse preodeit- 
done uno e mostrandolo a Rogiero ) da un lalo il 
niello, dall' altro il battista, d' onde l' inrallibile pro- 
verbio — ornici lari o/oro , che hanno il santo o le- 
dere e li gigUo d oro. Or sono dodici anni eonia- 
cìarono a coniarsi dai mercanti fiorentini: 1' oro oc^ 
riva alla buntà di ventiquattro curati , si coittani) 
a venti soldi 1' uno , ed otto pesano un' oncia. — 
Vorrcstumi usare cortesia bel Cavaliere ? ■ 

« Parlate. » 

Dimani vedrete nel campo di Carlo sIfidarM 
certa quantità ad un corriere aflinchè me li porli; 
egli è un dono che vnol farmi la virtuosa conlena 
Beatrice, e eh' io non nii trovo in coso di rifiulare 
ora vi pregherei ad aver cura che fossero bene ot- 
tomila; se crescono lasciate slare, se non arrivano 
alla somma , avvertite la Contessa del difetto. Hi 
promettete di farlo ? » 

« Ve lo proraetlo ». 

« Gran mercè, cavaliere ». 

Ecco un' anima da appaiare con Gano di Ut- 
ganza, pensò Rogiero tra $i, — ed io? Il sonno mh 
iscese per quella notte su le sue stanche p^ 
pebre. 
« Che Dio vi conceda il buon giorno, bel cii|)* 



DI DEKEVEUrTO JOt 

D disse la ccHitessa Beatrice che ncll' uscire da 
lina camera ov' era slata a riposai-e , s' incontrò 
nel conte Guido di Monforte. Ella veniva frettolosn, 
e le vesti aveva scomposte pili che a nobile dama 
nou convenisse ; le sue donzelle le si traevano die- 
tro correndo, e andavano aggiustandole olla sfug- 
gita chi il velo, ohi la cintura e che altro. 

« Dama, che possiate esser lieta di lutto ([uello 
che desiderate; qual cosa vi affanaa. onde tanto 
smaniosa vi levate di letto? » 

«Cugino, è arrivato il corriere?» 

u Dama, non si è ancora veduto ». 

«Ci avesse (radilo il Duera? Trovasse pic- 
colo il premio ? Cugino , spedite gente per cono- 
ecerc ciò che né stato; fate offrire doppio premio 
a quel tristo , purché passiamo. Il Pelavicino non 
può lardare di caricarci alle spalle; se qucito av- 
venisse noi saremmo perduti. Affrettatevi, bel cu- 
gino, affretlatevi u. 

<( Dama, aspettiamo «.- 

n Al) ! Guido , Guido , questa vostra lentezza 
ci perderà: che temete? » 

« Che lemo io? Co.sì non mi avc8.se detto 
Carlo, conducimi ad ogni costo questo esercito in- 
tero, e non mi avesse posto da lato le paure fcm- 
iniDÌli , come io avrei di giù fugato il Duera, e 
volitalo rOglio; pejchè ì miei anni si sono con- 
sumali a rompere i nemici col ferro, ina non ho 
nisi appreso a cacciarli coli" oro : nondimeno, poi- 
ché piacque a Monsignor Carlo di mettermi per 
qnests via piena di pericoli, e vuota di onore, in 
devo aver cura del suo danaro, perchè raddoppian- 
UUKBHAzzi, Bau. ili Heiuv. 30 







Ito lA ■AtTtCU» 

do il prfizo (li Btioso iK>n in biastereblM a pagfirr 
la milizia fino a RorDu ». 

Ls contessa si apprestava a risponiUtrgli , t 
chi sa dove sarebbero andaU- a finire le panile, 
se «n donzella non ìosse entrato in quel piintn*»- 
nuiKÌando che il corriere coDdticcndo seco un li- 
tro uomo si scoicela cavalcarti verso la casa. 

« Oh signore, grao mercé ( esclamo la contessa. 
e corse alla finestra] si eerto edlì é desso... «■ 
nite a vedere cugino. . . . mn che hanno il restio 
che vengono si tardi quei loro ronzini ? Conte (' 
pare che abbiate {lurtecipato la vostra pigrtiia all' 
che alle bestie dell' arumta. Conte ponete cura é 
dare un' altra volta ai corrieri i luigliort cavtlfi 
dell' esercito .. . dilemi conte, in quanti giorni p> 
tremo giungere a R(ima 7 » 

« Contessa, ricevete con nuijgiore temperalo- 
za la lieta rurtuna. se volete con niinore rordo^in 
sentire 1' avversa. Voi non sapete cosa sia per re- 
care il corriere ». 

« Oh ! il cuore mi predice bene, fd egli «• 
mi ha ingannato ^ammai. Ecco quel vostro iiisof- 
portabile riso di scherno. Che volete, engìno, »* 
sono fatta cosi ; ricevere la lieta novella col viso 
stesso col quale si riceve la trista mi riesce iof 
possibile. Che potrete dire di me." La contessa ride 
se la ventura le cammina prosperevole, piange se 
contraria ; ma voi fate altramente nel vostro cuo- 
re? E per un po' di copertura, un po' di sfooo 
menate tanto vampo ; eh via 1 lasciate che s^r* 
ghino le lacrime quando vogliono sgorgare, e ri- 
dete quando vi prende desiderio dì ridere. Fono 



ni BEKETENTO tt I 

per dolermi ilelle avversità mi [)f rdo di animo vil- 
mente : e per quanto mi ha concesso )l cielo di 
senno e di forza , non mi adopero io a supc- 
rorlc? ■ 

« Contessa , questi che accompagno il nostro 
uomo è un cavaliere; non sarebbe bene che voi 
andusle ad acconciare più convenientemente il vostro 
ubbidì lame 11 Lo ? n 

u Conte di Monforte , noi vi preghiamo , che 
non vOjgIÌQte darvi mailgior cura di nuslru persona 
di quella che ci diamo noi (disse in atto disdegnoso 
lo contessa Realrice; e poi guardandosi attorno, e 
scorgendosi abbigliata da vero mono che onestamen- 
te, arrossì, sorrise, ed a|£giunse} Bel cugino, io 
vedo che quando avrete perduto quella vostra ru- 
videzza da soldato, diverrete nn discreto ina^ìor- 
doino della più ritrosa dama dui trenta (nini paa- 
Mlf "■ foi la stessa ambizione, che cosi scompo- 
sta r aven condotta in quella stanza, la lece uscire 
a comporsi, perchè la rabbia di comparire ornale, 
se in pochissime donne non è la prìtna passione , 
ella è però imntcdiatamente la seconda. 

Quando la contessa ricomparve nella sala, it 
corriere e Rogiero vi si affacciavano per altra parte- 
li corriere pose ginocchio a terra dicendo che la 
risposta l'aveva il suo compagno: la conlessa lo 
rilevò graziosamente; e con la solila promessa, che 
si sarebbe raniinenlala di lui, gli dette licenza. Al- 
lora Rogiero fatto un lieve saluto alla dama, le 
presemi) le lettere, le quali, come colei che non 
sapeva di leggere, le porse con bel conteso al Mon- 
forte, dicendogli con voce sommessa: 



I 

I 

I 

I 

I 



AlS 1.1 Hii-rrtcut 1 

■ Spicciatevi, Conte, che molto mi iH-cme M 
pere cosa elle rechino v. I 

li Moiiforte ei pose a le^re, ma non era «iJ 
che arrivato alla m«tù, che due o tre volle lo avetd 
inletTDtlo la Contessa doniandandolo : I 

« che dice?... o che porta? » I 

«Ma, Dnma, (parlò impazientito il Monrorter 
se voi non mi lasciale lecere, non ve lo dir<!i é 
qui a milk nnnì x>. E4 egli poi non era gran nuie* 
Siro in Icltcralura, e sapeva leggere a mala pena 
|)e' suoi bisogni, onde sovente mormorava tra denti: 

M Anche nello scrìtto si dimostra tristo coglili: 
rosKe qui il cappellano eli' è tanto valente a leggere 
di (|uesti scorbi!.., » Alla fine, come Dio volle, la 
les^e, e senza aspettare di esserne ricercato dbsc 
piunninLMitc alla Contessa : 

li II traditore acccttit il trattato, se bene, scrìva' 
per essersi preso curo di inundarvi un cavaliere !»• ,, 
|)nlìtano cbc vi recherii cosa più grata del pasfofl 
dell' Oglio, voi potresle 9iimcntar(£lì la somma. VF^ 
raccomanda poi, che arrivata a Roma, vogliate per 
vostra intercessione pacificarlo con la Chiesa, e ren- 
derlo partecipe delle sante Indulgenze proimcsse a 
chiunque prende la croce contro Manfredi. » 

■ Intorno la prima richiesta rlspunilcle. oonl^ 
che. volentieri vorreiiuno potergli in miglior mudo 
manifestare 1' animo nostro, mo che le presenti 
strettezze non cel permettono; aggiungete graniif 
essere il scitìzìo che ci rende, e la casa dì Froocia 
porre ogni sua gloria in dimostrarsi grata : per la 
seconda assicuratelo, che sarà nostro pensieri! M 
perarsi presso Papa Olemcnle, nllinchè lo rlbcnedie 



;« 



V lo abliia in luogi> <li tìglio; stia pur qiiU'Ui ili que- 
sto, che noi ne avremo cura come di un iiuslro 
fralello. » 

« Ali ' contessa, mi pnre tanto bella 1' unione 
dì Btioso col demonio , che sarelibe gran peccato 
Sturbarlo. » 

Dopo queste parole, la conlessa volilentlo la 
faccia « Kogiero, con donnesca leg^^iadrin j^li ilisse: 

«Bel cavaliere, noi ini elidiamo per questo let- 
lerc, ct'e voi ci siete apportatole di liete novelle, 
se possiate conservare sempre l'amore di vostro da- 
ma, vorreste voi favorircele 't o 

a Madama, quali esse sieno potrete sapere da 
queste carie, » 

Il Monforte, a cui furono trasmesse cominciò 
le^^ere con quella sua naturale freddezza, ma la 
proporzione che procedeva si aflVcttava abitando il 
capo a destra e a sinistra, brontolando indislinla- 
tnente le parole: quando fu giunto al termine lasciò 
la carta, e sollevando j^li occhi e te mani al cielo 
disse con un sospiro: 

« Sire Dio, noi avremo l'Ilalia senso colpo fe- 
rire! lo la reputava una terra di gloria,... n 

Così grande fu la vergogna dì Kogiero a que- 
sta esclamotìoiie, che sentendosi duramente strin- 
gere il cervello si appoggiò alla parete per non islro* 
mazzare per terra. 

a Che mormorate, conte?» 

« Questa terra è di chi se la piglia. • 

K Perchè, conte?» 

(t Perchè i traditori sono più dei fedeli, e l 
ma^j^ìori liarmii dì Manfredi ci chiamano liberatori 




Hi U UTTACLU 

tfl xotito, pcrvhè andiniiii* a libcrnrli del lura lirtiuw 
uJ inliJ'i, chi> cosi hÌ chiama colui vtu: vuoliiì In- 
dire. » 

a Ah I cugina, tanta è l'allegrezza che ini avete 
rfciitn, ctic pur (xko nno som venuta ineitn. Arri 
fiiKilim-nt(! la corona I anche io sturò salutata re^ 
noi non più dislinto dulie superbe sorelle conno 
sejjnn «lì iiblii-obrio /... potrò anch' ii» levare baldoD- 
zoss lu faccia/... anche ini... Codile MonTorte, no 
sembrai): dei mìci nemici, vi addolorate Torse ddle 
mìe (linic .' ■ 

u Madama, il vostro discfino era di const^iun 
una cinnnu. rovrete: ne siete lieta, sia henc: 3 
mìo era cinidiinc a Iniiin fine qualche impresa gì» 
riosa, od onoratamente nroHre; prevedo ormai che 
è un errore sperarlo In questa contrada, però mi 
dolgo, n 

a Generoso cordoglio, e ben degno di voi (diae 
la contessa slrin^^endo la mano al .Monfnrte) iiii 
godetene per cagione min , perchè voi non <fe*clO 
aiilifl^iervi di casa che mi piaccia. > 

ce Ah I mia bella cugina, s'io volessi nella piv- 
seulc vostra dolcezza stillare un amaro, che «* 
|H>trcstc (Itnienlicnre, vi direi, il traditore p«r Ir»- 
diniento the Taccia non mula di cuore, egli sta eoan 
una liera nella caveniii ad aspettare hi prcdn : la 
fii;;n<)ria di Carlo iiicrcsi^rfi eonie quella di Mn«- 
Predi è incresciuta, e ollura.... " 

li Oupsltf Vostre o,isen-aiÌoni -.lanno ([ili coioe 
il parlare di morte a mensa , come il vestire di 
bruno a nozze. i'À giunge tanto rara la ^ioÌa, lantfl 
soave che non nwv'xVa v*^V> *^ «s«wt \vAncbid«ta 



rim le vostre malinconie. l>orA assai amara pciigiii-e 
iti disastro qtmncto verrfij per ora stiamo lìeli, 
conte, (irovvederemo allora. Voi intanto, cavaliere, 
soppiuto che nessuna novella più grata di questa po- 
tevate portare alla contessa Beatrice : il» qui tnnanit! 
sar«lc con noi, spero che vorrete bene spesso alle- 
grarmi della vostra presenza. Intanto non gih per- 
chè in lo creda una ricompensa, ma per un .«e^no 
di gratitudine, porterete questo collare per mio umo- 
re, n E qui leviilusi una ricca catenella cnn le sue 
proprie mani la pose al collo ili Rogiero, che <i sen- 
tirne il suono sopra 1' armatura abbrividì e mor- 
mor» : 

n Ecco il delitto i consumato, il premio del 
tradimento è ricevuto, I' anima mi è stata impron- 
tata con r ìnferaiu, 1' intera eleruilA non vorrebbe 
a cassarla. » 

u li Monfarte, considerando quella smoderata 
vivezza delta Contessa, scolendo la testa sorrise a 
fior di labbra, e disse a voce bassa: 

« Ella è Dna valente donna, ma piiredoima.* 

Bentrire divertita da allro cura non punto ba- 
dando se r avesse o no rini^raziata Kogiero , lece 
recare il danaro, lo numerò e lo dette al corriere 
artinchc lo portasse al Duera. Il Monforte era sccsci 
fl ordinare che V esercito si muovesse , ma come 
savio provvide che stesse in punto, come se il ne- 
mico gli fosse di contro per assaltarlo. 

Buoso, ricevuto il danaro, sì chiuse in Cre- 
mona, facendo spar^iM-c ad arte la novella che i 
Francesi valicato Ìl fiume Serio ritornavano su quel 
di Milano per tentare il passo di tavwv*. \;«^)asL*ja 



416 U UTtACLM 

di CaHo lra|^«Uò sen^a contrasto 1' Ogiio, e » 
guendone U rorso |>ci'venn« sul Manlovnno tiene > 
lietamente ncoolln da Ludovico conte di San Bon- 
Tazio, si riptisó alquanto delle sofferte raticbi-. Ri- 
postosi ia caitiiiiino, valicava il Po sopra un ponte 
appri'jlalu^li dui Marchese OMzzo d'Esle, e si ntel- 
teva snnu e salvo por le terre di Romagna. On 
comincia in scric dei prosperrvoli eventi che lo 
condusse a sovvertire in pochi mesi la nobilissimi 
monntchia di ManTredi. Narrasi che il marchcK 
Uberto PeUviL'iiin, il quale. Jivuto av% isi> della via 
de' Francesi, sì era mossi) subitamente dalle mt 
jHisi'zioni di Pavia, ^iitii^cssc u Soucino poche «K 
dopo i! passo dei Francesi, (love considerando cont 
il savio maestro di guerra Guido da Monforle »ytsse 
alTorzato le rive opposto del lìunio, stimò bene 4Ì 
non se-<nilurlo, e pìi'no di mal talento sì a^iuote 
a Itiioso, in Cremona. Le parole che el)l>ero insih 
me questi due eundotlieri furono piene di amarczii. 
Se merito credenza la fama lontana, dicesi cbcgli 
profetesse il Pelnvìcino: — Buoso che tu con fra»- 
dnlonla ruvelln 1' iii^Cf^ni ricoprire il misfallo non 
istupisco, bui Commesso il più, puoi commettere il 
meno; ma se la tua parte è quella d' ingannarmi, 
la mia é dì non crederti, ben io potrei svelan 
alle genti la tua sleallJi, suscitarti contro la pttbe 
commossa , te e il tuo lignafij^io condurre a nu- 
serabìle eccidio; tol^a Dio, che per me sia aiuti 
la spada contro il mìo fratello dì anni , contro 
colui al «inai ho giurolo amicizia lino dai i»Ìeì piti 
teneri anni : tieni non per tanto riposto nella tu' 
nicnle, che col prezzo della patria venduta li sei 



in acMivurra 



V17 



Tentprata la rovina in questa vita, la dannaKÌone 
mir altra. 

Una niente degna di non esser mortale, che 
dalla sua prit^ionc di Tan^^o osò canci;|>ìi-e il dise- 
gno di guardare ìu Taccia I' Eterno e scrutarne 
l'arcana natura, distribuendo a sua vof^Iia i premi 
e le pene iia inchiodato giù nei ^eli inlernali (jtirl- 
Y anima maledetta [Ij; né come se la divina sa- 
pienza si fosse presa cura di adempire Ì1 vaticini» 
di Oltertu, il Une della vita di Buoso fu niente 
meno Icrrilfilc di quello che gli aveva predetto, 11 
popolo conosciuta la perRdìa, acceso di sdeffnn rn- 
vesCTÙ le SUL' case , distrusse il suo lii^naiii^io , — 
a lui concesse la vita. Strascinava Buoso Ìl capo 
grave dì avvilimento e di miseria per le vie della 
città di cui ero stato Signore, perché la i'rowi- 
denza per fare intero ìl supplìzi» gli aveva tolto 
Ift volontà dì trucidarsi : errava durante ìl giorno 
nella sua salvatìca solitudine, mormorando ralto 
ratio, come V iilrofobo, non curando gli urli , le 
contumelie, le percosse colle ijKali non cessavano 
perseguitarlo. Nella notte, quando In rabbia della 
fame ijli straziava le viscere., si appostava io un 
luogo oscuro, e tjuivi, copertosi il volto, sport^eva 
Ib mano, e domandava elemosina per amore dì 
* 

Va' via, rispose, e ciò clic tu vuoi conia _ 

Ha non tacer se lu di qua onlr'eschl, ^ 

Di i]ue' ch'ebbe la tingua or cosi pronta, ^ 

Ei pianga qui l'nrgenio <Joi Franceschi. ■ 

Io villi (lotrai dir, quol da Diiera fl 

Là dovn i peccatori slanno liescìn. fl 

Inferno, 33. H 





(tu ~^^^V U UTTAOIU 

Dio. von voce che studiava rendere diversa ; 
inniìlc Irritativo I non v' era persona che tolto i 
lo «coprisse : alcuno passava chiudendo il cuore, ' 
la borsa ; e in suono minaccioso dicevaglì: dìsp 
rati e muori : — «luesti erano i più pietosi / ro-l 
loro poi che possedevano la scienza diabolica di] 
avvilire le anime, e godevano dì conficcare a pia] 
ripcpsu il ferro nel. cuore, gli davano il soldo, e' 
col snido la imprecazione, onde il cibo si conver- 
tiva in vclt^no pel sangue infiammato drl paxiciile; 
e la bevanda era aceto e fiele sii' anima angosdua. 
Una sera , tremante, battendo i deiili pel rìbrew 
delift felibrc, si incammina ad un monastero, sft- 
rando che la pietii di quei frati lo avrebbe rac- 
colto t scese il primo e il secondo ((radino, levòU 
mano per battere, — ad un tratti» percuote la Ìk- 
eia contro la porta , e strisciando lungo il niiiiQ 
cade su i lErndini : — alla mattina il portinam U 
trovo freddo quanto la pietra sopra la quale fa- 
ceva disteso. Sottrassero i frati alle atroci vills&ie 
del volgo quegli avanzi della creatura, e IÌ sffpei- 
lirono nel chiostro. La carità della Keligione >al»c 
ad arrestare su le labbra 1' ingiuria , ma non illi 
potè reciliire preghiera : — non lo sparsero di •** 
qua benedetta; — la stessa compassione sospirai!) 
piacere su quella sepoltura infelice... 

Imprecheremo noi che in questo modo fini- 
scano lutti i traditori ? — Pio, — perchè il deà- 
derio che il mondo divenga deserto è peccato. 

Fine del Voluke pbiho. 



■ ■, J. " .' 




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BELOW NON.RECEIPT OF OVERDUE 
NOTICES DOES NOT EXEMPT THE 
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