(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "La Calabria: rivista di letteratura popolare"

This is a digitai copy of a book that was preserved for generations on library shelves before it was carefully scanned by Google as part of a project 
to make the world's books discoverable online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subject 
to copyright or whose legai copyright term has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other marginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journey from the 
publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we bave taken steps to 
prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying. 

We also ask that you: 

+ Make non-commercial use of the file s We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commercial purposes. 

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attribution The Google "watermark" you see on each file is essential for informing people about this project and helping them find 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are responsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we can't offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
any where in the world. Copyright infringement liability can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's Information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps readers 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full text of this book on the web 



at |http : //books . google . com/ 




Informazioni su questo libro 

Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 
nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyright e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 
un libro che non è mai stato protetto dal copyright o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 
dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 
culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 
percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 

Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Google Ricerca Libri per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query automatizzate Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall' utilizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di farne un uso legale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed editori di raggiungere un pubblico piti ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 



nell'intero testo di questo libro da lhttp : //books . google . com 



isriìi'^ 



HARVARD COLLEGE 
LIBRARY 




FROM THE BBQUEST OP 

JOHN AMORY LOWELL 

CLASS OF x8i$ 







RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 1 — Ottobre 1896. 




r?i-^ 



MONTELEONE 

Tipografia Francesco Passafaro 
1896 






^ 




y 





Z^zo. ^ 



iV 




à-iidtC 










llfli 



I 



If 



^^ 



" yr. "^ 



^ 



I 



! 



* 



-^aajao J2E, - liT- X 



M^ 



f^<.ti^^tm'm^9?!^:2>m*Si^ 



LA CALABRIA } 




:g)^^- ; fe>^; g>K,^^ :gìxij *^^^^:j^^XT^S^<^;gj>^ fe>^^c?>^àt^x^£?^^.^^^^(!^^ ^^^mm 



W 



^11 RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 4» 



P 



MRETTORE 

XjVLlgri SxvLzzazxo 



III 



Monteieone di Calabria, Ottobre 1896. 



SOMMARIO. 
Appendice agli usi e costumi di Laureana di 
Borrello (6. B. Marzano) — Novellina greca di 
Roccaforte (L. Bruzzano) — Canti sacri di S. 
Gregorio Inferiore (G. Bonelli) — La notte 
di S. Giovanni (C. Bisogni) — Gami di Man- 
daradoni (il falegname). 

APPENDICE 

Agli usi e costunji di Laureana di Borrello 

{cont. V. N.XI. anno FUI) 

Alla puerpera i parenti, gli amici e le persone 
di casa, secondo la loro condizione, regalano pan 
di spagna, cioccolatte e galline, regali che, in casi 
analoghi, dalla famiglia della puerpera si debbo- 
no poi restituire alle famiglie dei donatori. 

Alla cerimonia del Battesimo, hi puerpera, stan- 
do a letto, fa sfoggio dei più preziosi adorna- 
menti; si fa pettinare come se dovesse andare a 
teatro e mette i suoi brillanti , i suoi ori alle 
orecchie, alla fronte, al collo, alle dita, alle brac- 
cia. S'invitano i parenti e gli amici per assistere 
alla Cerimonia del Bait^^simo, se questa si fa in 
casa, o pure per baciare il neonato dopo che ri- 
torna di chiesa. Dopo il battesimo la levatrice pas- 
sa in giro il neonato per farlo baciare agli astanti, 
e ciascuno di questi, nel baciarlo, destramente fa 
scivolare nella mano della levatrice una moneta 
d'argento; al battesimo non possono assistere i 
genitori. 

Quando nasce una femina, dai genitori e dalla 
famiglia non si dissimula un certo dispiacere, 
specialm nte se trattasi di famiglia di proletaria 
La figlia femina vuol dire eh' è necessaria una 
dote, e i genitori debbono pensare, a radunarla. 
Dice il proverbio : 



Abbonamento annuo 

Xjire 3. 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



a figghia nta fascia 
nei vo a doti nta cascia 

quindi il motto : la fimmana nesci ntra li cuva- 
li ; e l'altro : megghiu omu e cu n' anca zoppa; 
e finalmente il seguente proverbio, che sarebbe 
il colmo: 

minata chija porta 

davi nescl na figghia fimmana morta. 

quando nasce un maschio, la letizia è dipinta sul 
volto dei genitori e dei componenti della fami- 
glia : il maschietto, in fatti, è il continuatore 
della famiglia e con il suo lavoro si fa una po- 
sizione. 

Al battesimo assiste immancabilmente il pa- 
drino (cumpari o cummart) di persona o per pro- 
cura, il quale fa un legalo più ricco alla leva- 
trice, e se trattasi di famiglia agiata dee fare un 
presente, per lo più d'oggetii d'oro, anche alla 
puerpera ed al neonato. Quindi si passano i dol- 
ciumi e le confetture con i liquori; se trattasi 
poi di famiglia di contadini o d'altri operai si 
fa una passata di anici o vino. 

La levatrice quando va a chiesa per il batte- 
simo del neonato, se questo è maschio ne ada- 
gia il capo sul suo braccio destro, e sul sinistro 
s'è femina. 

Con il battesimo si stringono parentele spi- 
rituali, cioè il comparaggio non solo fra chi tie- 
ne al Sacro Fonte il neonato e questo e i pa- 
renti di questo, ma ancora con la levatrice, detta 



volgarmente Cummare ed anco con il Parroco 
che compisce la Cerimonia. Vi sono paesi, come 
Caridà, per esempio, in cui il Parroco per tal 
hiotivo è chiamato da tutti indistintamente cum- 
pari arciprevati. 

MATRIMONII 

Dopo che il fidanzato ha singatti la T^ita, è u- 
sanza, specialmente nelle famiglie agiate, che la 
fidanzata contraccr.mbii il dono allo T^ito con qual- 
che oggetto prezioso. Nella famiglia del volgo 
la z ta regala al fidanzato qualche camicia, qual- 
che berretto o un fazzoletto. 

Gli nmici invitati alla Celebrazione delle noz- 
ze sogliono fare dei doni alla sposa, in gioielli 
per lo più, e questi doni poi si debbono contro- 
camhiare quando qualcuno dei donatori o stretti 
congiunti di essi passano a matrimonio, perciò 
tali doni son detti volgarmente botte a rendere. 
Dopo la celebrazione del Matrimonio si fanno 
delle passate di dolciumi e rinfreschi. 

La sposa è ricevuta nella Casa dello Sposo 
dalla Suocera o dalla più anziana delle parenti : 
anche qui passata di dolci e rinfreschi. Trattan- 
dosi di gente del popolino , la sposa è accom- 
pagnata alla casa dello Sposo da un galantuomo, 
che a tal' uopo è invitato, quindi si passano le 
nacatole e il vino, poi si canta, si balla, si pran- 
za, si brinda e si tei mina la festa nell'ebrietà e 
nell'allegria. 

Nelle famiglie agiate, il pranzo di nozze av- 
viene o nella sera stessa delle nozze, ovvero nella 
prossima domenica o festa. 

Il popolino prende parte alla festa del Matri- 
monio, non invitato, concorrendo a folla nelle 
case delle due famiglie e nelle strade di transi- 
to, che si adornano d'archi, per ottenere un regalo 
dagli sposi. Che ^e la sposa venisse da altro pae- 
se, gli archi si moltiplicano nella strada del terri- 
torio e dal principio del paese fino alla casa dello 
Sposo, anzi si moltiplicano ad arbitrio e si ripe- 
tono ad ogni passo anche recati a mano, con 
r irreparabile condanna alle spese dei novelli co- 
niugi. 

Questa usanza ci viene dal medio-evo; poiché 
m quel tempo, era dritto esclusivo del iAiastro- 
giurato di fare rarco alla porta del paese e vie- 
tarne l'ingresso, frapponendo una bella coltre 
tenuta dai due lembi da due birri in uniforme. 
Lo sposo poneva mano alla borza per procurar- 
si l'ingresso ed allora la coltre s'alzava, e s'en- 
trava fra le grida di gioia egli applausi popolari. 



Alla prima domenica o festa si conduce alla 
messa la sposa pomposamente vestita, seguita da 
un codazzo di parenti d'ambo i sessi in due schie- 
re separate. Lo sposo tutto gingilli, e, se è ga- 
lantuomo, con la tuba, da il braccio alla sposa. 

Dopo qualche giorno del matrimonio i paren- 
ti e gli amici vanno a far visita agli sposi, i 
quali ofl^rono loro dolci e liquori. 

Gli sposi inoltre mandano a casa dei parenti 
e degli amici vassoi di dolci : quelli del popoli- 
no regalano una gallina al sindaco e le nacato- 
le ai padroni. 

( Continua ) 

G. B. Marsano 



Novellina greca di Roccaforte 



TESTO 

Ena viagj^io ihe ena pecararo. Pose ito me 
tanimaglia, posso mia nimera dhori ti am- 
blecai tessera animaglia pu ito spofìonda ena 
gadaro ja cindo crea. Ce ta nimaglia issa to 
Vermici, to Leuni, o Urso ce i Tigra. Ce to 
necrasce to vermici ce tu ipe: 

— Calose pecuraro, elaste; miriatemase 
to crea, ti se mande, si mero spaszommasto. 

Ma o pecuraro de nidhelo na pai, ja ti 
esciazeto andò Leuni ; ma to Leuni tu ipe : 

— Eia senza pagura, ti de se r^giszo. 
Cunnonda ti tu ipe to Leuni na pai, ti de to 

ninghiszi, ejavi ce to protino ediche ola ta 
ossa tu vermiciu, ce to vermici tu ipe: 

— Ego imrae cuntento, ce ito o Hristose 
pu ode sa sefere, ti, semande, simero ejenom- 
masto morci niorci. 

Ce cuntentespe to vermici. Doppu epiae ce 
ecospe ti cefali ce te sanche ce te sediche tu 
Leuniu ce ito ce to Leuni cuntentose. Poi 
ecospe to pleo tennaro ce to ediche ti tigra, ce 
to resto to ediche tursu ce oli i tesseri emi- 
nai cuntenti ce tu ipai : 

— Sa sarringrazieguome ce na ehite tos- 
suse angheluse esise ce Hristose pu sa se- 
stile; ti se mande, simero emise espaszommasto. 

Ce pecuraro ehoristi na pai ta fatti tu. Ce 
ipe to vermici : 

— Ca pecurarcse ma secarne tundo calo 
pu ma sesarvesde na mi spagurae, ce emise 
de tu donnume tipote ? 

Arrispundespe to Leuni ce to sipe: 



— Mane; crasceteto. 

Ce lo necrasciai, ce to Vermici tu ediche 
mia fteria ce tu ipe: 

— Tundi fteria epatiti cali, ce vre mi ti 
haise ce sa mehise bisogno, pia fteria sia he- 
ria che crasceme, ti ego su donno ajuto. 

To Leuni, i Tìgra ce o Ursose tu educai 
ena maddhi peratose ce tu ipae : 

— Tunda tria maddhia cratita cnh, ce sa 
troveguese asce bisogno, piannise lunda tria 
maddhia ce ma craszise, ti emise cumpare- 
guome ce su donnomo ajuto. 

pecuraroso ejavi ta fattitu, ce ta tessera 
animaglia agrica eminai eci sto crea pu etrogai. 

pecurarose, doppu tosso chero, tu epettoe 
sti cefali na pai sperto me to cosmo ce ipe 
tu ciurutu ce ti manastu : 

— Dotemu ti najo benedizioni, ti ego dhelo 
na pao sperto me to cosmo, li ego de dhelo 
pleo na camo tundi narM asce pecuraro. 

ciurise ce i mana tu ipai : 

— Ca ti paccia su epettoe ce dhelise na 
paise sperto? ce me pia cardia esu ma sa- 
sciaflchese? 

Jose to 5 ipe : 

— Tipote: dotemu ti najo benedizioni ti, 
ego eho na pae sperto ine lo cc^smo. 

Sa nivre o ciurise ce i mana ti de to son- 
nusi persuadespi, tu educai ti najo benedizioni 
ce tu ipai : 

— Egua eci pu o Hrislose na su doi pose é 
to meritosu. 

Ce pecurarose ehoristi ce embese porpa- 
tonda me te sosciese, ce eporpatie trise ime- 
rese senza na vri hrislianuse, ce asce tossi ti 
pina pu ihe, etroghe redicate asce horfa. Ste 
tesserese vradiese, doppu pu escotae, posso 
ansariaszi ena histro ce embese porpatonda 
ja ecindo lustro. Tosso neporpatie pu arrive- 
spe, ce pose arri vespe, posso dhori ena ma- 
gno spiti ce den ehorato canese; ma costrit- 
tose pu ito asce pina, ipe: 

— Ego sclapenno, ti tosso steco pedhenon- 
da asce pina. 

Ce esclapie apanu ce posso de nehorato ca- 
nese, ce embese jiregiionda ossu ascinde cam- 
marese a soi ivvri ticandi ja na fai; ma posso 
sevenni ossu asce mia cainmara, ce posso 
dhori mia magni caspedda ciumumeni asce 
ena magno crevatti, ce ecame ooraggio ce 
ejavi ce ti nenghie ce li nasciunniece tisipe: 



— Mi sciastise, ti ego imme hristianose ce 
1 fortunamu mefere ode tundi nora. 

Ecini tu ipe.- 

— Ca ti paise jireguonda ce irtese ode a- 
sciundo loco na mbeise asce tundo periculo, 
pu pose deleghete o ciurimmu, se troghi ? 

pecurarose tisipe : 

— Ja na harise, ja narte dommu ticandi 
na fao : armenu, a me fai o ciurissu, na pe- 
dhano hortatose. 

Ascindo spiti esteche enase Magose ce ihe 
ecindi caspedda pu ito dighateratu manabi. 
Ma ecini caspedda tu ediche ce efaghe. Dup- 
pu pu efaghe, tu ipe: 

— Ego arte se crifo a se soso scappespi 
Da mi se fai o ciurimmu. 

Ce to nevale ossu asce ena casciuni. Ti 
purri edelefti o Magose ce ipe ti dighaterostu: 

— Ego cunno hiauro asce crea tu hristianu! 

— I dighatera tu ipe ; 

— Ca ode pise etìdeguelo na erti ì to fer- 
rite esise osci otte. 

— Ego cunno hiavuro asce crea tu hri- 
stianu ! 

— Ane esise mu prometteguite ti esise de 
tu cannile tipote, ego sa lego. 



RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



*Eva viaggio el/t Sva pecuraro. TlGx; f^to |iè 
t' animaglia, |ifav f^|iipa Tcóaao 6(opeI \i è|i7iXé- 
xaai xèaaepa animaglia tcoO f^zo f^o^ipovzou; ?va 
Y^Sopo yiÀ xelv' to xpéa, xal t' animaglia -^^aav 
tò |jl£p|jl(yxi, tò leuni, 6 urso xal i^ xlypx. Kol 
TÒv Sxpo^e TÒ (xepiify^^ "^ "^oO 3l7ce* 

— KaXò^ pfcuraro, èXdiozv (lotptàaexé (io^ tò 
xpéa, 'ti, Sv 5è, aif^ixepo a^a^ójjiaaOe. 

Ma 6 pecuraro 5àv ffieXt va nifi^ yiatì èaxdc- 
^eTO in* TÒ leuni. Ma tò leuni to5 efice' 

— ""EXa senza pagura, 'ti Sé aè èyylt^tù. 
Kouovra^ 'ti toO ebze tò leuni va nirQy \i Sé 

TÒv tf^C^ei^ èytàpr] xal tò TiptoTecvò SSwxe 6Xa tì 
ossa ToO |i£p|ityxfoi), xal tò iiepiifyxt toO tlize' 

— ^Eyù) eiixai cuntento, xal fjfzo 6 XptoTÒ^ 
Tso^ (&8e ao^ Scpepe, 'ti, àv 8è, <Ji^[l^po èyevóiiaaOe 
merci morci. 

Kal cunlenleuae tò |iep{i/Y^^* I^oppu Smaae xal 
Sxcxpe T^ xe^aXii) xal Talg anche xal xal^ SStoxe 
ToO leuntou, xal ^to xal tò leuni cuntento^. Poi 
?xot|;e TÒ nXéo tennaro xal tò 55(oxe Tfj Tfypa xla 



4 



xò resto lò ISoxe t" utsod, xal 6Xot o! xlaaspoi 
l(ie{vaat cuiiteiiti xal toO dnaai- 

— Sdt^ nrrini,^iMzieao{is, xal va Sx^^^^ xóaaou^ 
dtYY^Xou^ èaelg xal 6 Xpcaxò^, tioO ao^ JoxetXe, 'xt, 
àv 5è, a/,|xe..o éiuT? èa^a^óiiaaOe. 

Kal 6 pecurm-o lyfiypioxri va tiìtq xà falli xou. 
Kal e^Tce xò jiepiifyxf 

— Cu 6 pt'curmo.s |i2^ ?xa(xe xoOv' xo xaXò, 
icoO (lo^ esjiveuas vi |i)) aTca^oDiie, xal é|iel€ 5è 
xoO 8a)vo|JLe xÌTzoxe ; 

Arrispmidt'uae xò loiini xal TÙ:q sJ.n&' 
- Ma vai* xpà^exé xo. 

Kal xòv èxpi^aat xal xò \itp[dyìa xoO èSu)xe pxa 
9X£pua x:xl xoO tlm' 

— Toóv' XT) 9xep6a xpixs: xt) xaX)) xal ^pè |x^ 
xi) X^^^? ^^^ ^^ P-' ^X^^^ bisogno, Tifaae x)] cpxe- 
póa '(; VX, y^i^ioL xal xp4^e |xe, 'xt èy*'^ ^^"^ Sàvto 
ajulo. 

Tò iouni, 1?^ xfypa xal 6 urso^ aoO èSwxaac ?va 
|iaXXl Tcapà x(0^ xal efe^af 

— ToOv' xa xp(a (jtoXXfa xpixs: xa xaXà xal aà 
troveguet^ aè bisogno, Trtàvvet^ xoOv' xa xpfa 
jtaXXfa xa |ia^ xpà^et;, 'xc éfxel^ cuinpi!r(^guo|ie 
xal aoO 5(I)vo|i£ ajnto. 

'0 pocurai'os èytà^T) xà falli xod xal xà x£a- 
aepa animaglia àypotxà èfieivaat èxel \ xò xpéa 
Tco") expwyaai. '0 |)HCiiraros doppo xóaao xatpò 
xoO àTràxoKJe '^ x)) x£cpaX^ va Tcàig speiio [xà xò 
x6a|io xal tli^ xoO xópou xou xal xf^ |iàva xou* 

— Aóxe [JLOU x^iv àyto l«enedizioni, 'xt iyw OéXco 
va Tcio) sperio |ià xò x6a|io, 'xt èyè 8è 6éX(o va 
xà|i(o xo6v' XT) arti 1^ pecuraro. 

*0 xópY)^ xal 1^ |xàva xoO etTiaat* 

— Ka zi paccia aoO JTcaxcoae xal 6éXet^ va 

TiàiQ sperto; xal |ià tcoIìz xopSfa èab va |i5^ è^a- 

(jrfixrjq 

*0 u£Ò€ xd)^ elrce. 

— TfTioxe- 56xe {lou x))v (2yto bf:nedizioni, 'xt 
lyd) ^x^ va 7cà(i) sperto; |iè xò x6a[io. 

Sàv 7)5pe 6 xópT)^ xal f^ |iava *xt 8è xò awvouat 
pessuadeuaet, xou èStóxaat xtjv (2yto benedizioni 
xal xoO elTcaat* 

— *Ex6a èxel tioO 6 Xptoxò^ va aoO Sioig tcoj^ 
ò xà merita aou. 

Kal 6 pecuraro^ Ix^P^^^ ^ 5|i6eac Tiopira- 
x(ovxa€ |iè xal^ ò^erat^, xal èTiopTràxTjae xpeT^ fj|ii- 
pat^ senza va ppf^ xP^^^^^'^j ^ ^5 tóaot] xi) 
TOlva TioO elxe, 5xp(oye redicale l\ yb^Kx. 'S xal; 
xéaaepat; ppaSelat;, doppu tcoO iaxóxaoe, Tcóaao 
ansariazt Sva lustro xal 5|ipeae TcopTwcxGvxa; ytà 
èxelV' xo lustro. Tóaaov iTzo^nixrpt tioO arrive- 
oae, xal Ttó); arriveuae, Tióaao Gope! gva inagno 



o-dxi xal 5àv iOipaxo xxvcli' (xà costritto; tcoO 
f,xo è5 Tierva, efe- 

— 'Eyo) oxaXa^afvcD, 'x: xdaao ax£x<o icxtOo^vov- 
xa; l\ Tielva. 

Kal loxaXipTQae ìttìvo) xal Tióaao 8àv èOwpaxo 
xavet;, xal Sjipeat yupevovxoc; Saato aà xelvat; xal^ 
caniniarati; Sv atóaiQ r^Opet xt xav xl ytà va 9àiQ. 
Ma tJLqqo èae^tvet 6aa(o aè [ifa caiiiiuara xal 
Ttóa^o OtopeT |ifa magni xa^lXXa xoi(xou|ì7^vt) aè 
?va magno xpe^^ixi, xal 5xa[jLS coraggio xal 
iyti^T) xal xìjv lyytae xal x>;v I^Twrjas xal x^j; 
erica* 

— M)] axtaaOj;, 'xt iyà el|xxt xpt^^^vò; ^^tl i^ 
fortuna [lou |i' S^epc (L52 -zo'jvr^v x>jV Spa. 

'Ex£tVy) TOO tlTZV 

— Ca li Tciet; yupeuovxa; xal ^pxe; (5)8c aè 
xo*v' xo loco va VP^^i^ ^^ xo V xo pericolo, 7ro5 
7i6); StaXIyexat 6 xupTj (lou, aè xptóyet ; 

— *0 jiecuraros xf;^ eiTce* 

— Ftà va x^pfoTi?, ytà (v) àpxt Zdq, |iou xt xov 
xl va (yid), armenu, àv |xè ^xet 6 xuprj aou, va 
TceOivo x^p'ci'co;* 

Sé xeTv' xo ajrfxt Jaxexe ^va»; Màyo; xal tlyt 
exsfv' XT) xatj/éXXa, tioO f^xo Guyaxépa xou |iovaxT^. 
Ma IxefvT] xatj/éXXa xoO èStoxe xal l^xye. Doppu 
Tiou J^aye, xou elTre* 

— 'Eyò) àpxt aà xpu^co, àv aà aiao) scappeuaet 
va |i^ aà (f ìtq 6 xupT) |iou. 

Kal xòv S^aXe 6aaa) a' iva cn sci uni. Ti) Tcpwt 
è8taXéx'CTì ò |AÌyo? xal e^Tce xf] Ouyaxepó; xou* 

— 'Eyw xouo) hiavuro l\ xp£a xoO xP^o'ctavoO ! 
*H Ouyaxépa xoO elTce* 

— Ca (5)8e tioTo; efideguexo va Jpxio ; xò cplpexe 
èael; l^iùvzt. 

— 'Eyo) xoóo) hiavuro è^ xp£a xo5 xp^^''^^^^^' 

— *Av èael^ (xoO prometteguexs ^xt èaeT^ 8è 
xoO xàwexe xfTwxe, èyù aa^ X£y(0. 



VERSIONE 

Una volta e' era un pecorajo. Essendo col 
gregge, un giorno vide litigare quattro ani- 
mali per la carne d'un asino, che avevano fatto 
a pezzi. Gli animali erano la Formica, il Leo- 
ne, r Orso e la Tigre. Lo chiamò la Formica 
e gli disse : 

— Buon pecorajo, venite a spartire questa 
carne; che, se no, oggi ci ammazziamo. 

Il pecorajo non voleva andare, perchè te- 
meva del Leone ; ma questo gli disse : 

— Vieni senza paura, che non ti tocco. 
Sentendo il Leone, che gli diceva di anda- 



re, e che non l'avrebbe toccato, andò e prima 
dette tutte !e ossa alla Formica, la quale gli 

disse : 

— Io son contenta ; è stato Cristo eh» ti 

ha mandato qui ; che, se no, oggi ci saremmo 
fatti a pezzi. 

E contentò la Formica. Poi tagliò la testa, 
le gambe, e le dette al Leone, che ne fu 
contento. Poi tagliò la carne più tenera e la 
dette alla Tigre, e il resto la dette all'Orso, 
6 tutti e quattro rimasero contenti e gli dis- 
sero : 

— Vi ringraziamo : possiate avere con voi 

tante angeli e Cristo che vi ha mandato ; che, 
se no, oggi ci saremmo ammazzati. 

11 pecorajo mosse per andare via. La For- 
mica disse : 

— Il pecorajo ci ha fatto tanto bene a non 
farci ammazzare, e noi non gli daremo niente ? 

Rispose il Leone : 

— Sì ; chiamatelo. 

E lo chiamarono, e la Formica gli dette 
un'ala e gli disse : 

— Quest'aia conservala bene, e bada a non 
perderla. Quando avrai bisogno, pigliala fra 
le mani, e chiamami, che io ti darò ajuto. 

Il Leone, la Tigre e l'Orso gli dettero 
ciascuno un pelo e gli dissero : 

— Questi tre peli conservali bene, e, quando 
avrai bisogno, pigliali e chiamaci, che noi 
compariremo e ti daremo ajuto. 

11 pecorajo andò pe' fatti suoi, e i quattro 
animali selvaggi rimasero li a mangiarsi la 
carne. Al pecorajo, »iopo tanto tempo, venne 
in testa di andare errando per il mondo, e 
disse al padre ed alla madre : 

— Datemi la santa benedizione, perchè 
voglio andare per il mondo e non voglio fare 
più i) mestiere di pecorajo. 

Il padre e la madre gli dissero : 

— Che pazzia ti é venuta a volere andare 
errando? e con che cuore ci vuoi lasciare ? 

II figlio soggiunse : 

— Niente ; datemi la santa benedizione, 
perchè io voglio andare errando per il mondo. 

Quando il padre e la madre videro di non 
poterlo persuadere, gli dettero la santa bene- 
dizione e gli dissero : 

— Va' ; che Dio ti rimuneri secondo il 
merito ! 

E il pecoraio parti, e prese a camminare 
per la montagna, e camminò tre giorni senza 



veder gente, e, per la lame che aveva, man- 
giava radici d'erba. Alla quarta sera, fattosi 
scuro, intravide un lume e si avviò a quella 
volta. Tanto camminò che arrivò, e, giuntovi, 
vide una bella casa, ove non vedevasi nes- 
suno. Costretto dalla fame, disse: 

— Io salgo, perchè sto morendo di fame. 
Sali, e, non vedendo -nessuno, cominciò a 

cercare per quelle camere, se potesse vedere 
qualche cosa da mangiare; ma, entrato in una 
camera, vide in un bel letto addormentata 
una bella fanciulla, e, fattosi coraggio, andò 
a toccarla, la svegliò e le disse: 

— Non temere; perchè io son cristiano, e 
la fortuna mi ha mandato qui a quest'ora. 

Quella rispose : 

— Che vai cercando, per venire qui, a que- 
sto luogo, incontro a questo pericolo, che, 
come ti vedrà mio padre, ti mangerà ? 

Il pecorajo soggiunse; 

— Per carità ! per ora dammi qualche cosa 
da mangiare, affinchè almeno, se mi mange- 
rà tuo padre, io muoja sazio. 

In quella casa abitava un Mago, che aveva 
una fanciulla , unica figlia. Quella gli dette 
mangiare. Dopo che mangiò, gli disse : 

— Io ora ti nascondo, per evitare che mio 
padre ti mangi. 

E lo mise dentro un cassone. La mattina 
tornò il Mago e disse alla figlia : 

— Io sento odore di carne umana ! 
• La figlia rispose: 

— Qui chi poteva venire ? l'odore lo por- 
tate voi di fuori. 

— Io sento odore di carne umana ! 

— Se voi mi promettete di non fargli nien- 
te, ve lo dirò. 

(continua) 



GANTI SAGRI 

DI S. Gregorio Inferiore 



{conlinuaz: v. n. prec.) 

Stamatina mi levu a la bon'ura, 
E pigghiu pe la via di Siminara, 
A Siminara ne' è na gra Signura, 
Madonna di li Povari si chiama; 
A cui nei cerca grazi nei ndi duna, 



Cui avi lu cori offisu nei lu sana, 
E jeu, Madonna, vi ndi cercu jna, 
L'anima mparadisu e vita sana. 

3^ 
Cara Madonna mia di Boncuzzigghiu, 
Cunsigghiatimi vui com'haju a fari, 
leu no nsacciu mu Tamu a vostru figghiu, 
Cu su ngnuranti e no lu sacciu amari. 
Quandu iu viju di pena mi pigghiu. 
Mi ndi spiaci assai di li soi caj. 
Na vota fu Crucifissu e mo esti gigghiu. 
Li santi pedi soi jamu a basari. 
Curriti tutti quanti, cristiani, 
A la Madonna mia di Boncuzzigghiu, 
Ca teni nu garompulu a li mani, 
Gioja, eh' è beju, garompulu e gigghiu, 

O bontà di paradisu 
No mborria mu v' haju oflSsu, 
Si v'avissi sempri amatu.... 
Smalidittu lu peccatu, 
leu no mbogghiu chiù peccari 
Cà a bui sulu vogghiu amari, 
Ed amari sempri chiù 
Crucilìssu meu Gesù. 

5" 
Stamatina, Gesù mcu, staju a h mira 
Pemmu ti ladu ssa divina cosa, 
L'arma mi nesci e lu cori mi spira, 
Dicendu acqua di ssa tua funtana; 
Ammindi, Gesù meu, di ss' acqua viva 
Comu nei ndasti a la Sammaritana. 

6^ 
Jeu mi ndinocchiu a ssa Santa Portella 
E mi cumpessu cu bui. Maria, 
Cu S. Giuvanni, ch'é frati carnali, 
E S. Giuseppi, è spusu di Maria. 
E jeu perdugnu a cui mi fici mali 
E bui, Signuri, perdunati a mia. 

r 

Gesù meu, jeu su a lu scuru 
Ca lu lumi s'astuiau, 
E mi trovu sula sula 
Pecchi nuju m'accumpagnau. 
Mi votu cu lia, o Crucifissu, 
Rismirandu chissi chiova 
Di li mani e di li pedi ; 
E ssa curuna di spini 
Chi pe mia volisii patiri. 
£ ssu latu spalancatu 



Mediami lu meu peccatu ; 
Mandami sonnu mu m'addormentu 
E cu tia, Spiritu Santu, 
Dunami lumi, dunami ulentu 
Mu mi staju di tia a lu cantu ; 
Si benissi lu meu nimicu 
Di mia fussi discacciatu. 
Gesù meu cani ed amatu. 

G. BoneUi 

LA NOTTE DI S. GIOVANNI 

SUPERSTIZIONI DEL MONTELEONESE 



La leggenda, più che la religione vera, è pa- 
trimonio esclusivo di ogni popolo, e in essa le 
menti volgari e credenti attingono il sostrato di 
una credenza superstiziosa, che non di rado ha 
un ceno fondamento di religiosità per i tempi e le 
persone cui vanno riferite. Il volgo è impressionabi- 
le e suggestionabile in sommo grado, e non può ac- 
cettare come dogma di fede indiscusso se non ciò 
che è capace di destare in sé il meraviglioso e il 
soprannaturale, eccitando la fantasia e l'immagina- 
zione, creando in tal modo credenze speciali che 
sono in immediato rapporto con l'esteriorità, della 
quale il pensiero tutto delle trasse viene invo- 
luto. Ciò che non è terreno, ciò che non col- 
pisce i sensi non è patrimonio del volgo. La Ma- 
donna e le Sante debbono essere giovani e belle, 
perchè esso nella donna non vede, non ammira 
e non ricerca che la giovinezza e l' avvenenza 
delle forme; S. Giorgio, S. Michele, S. Raffaele, 
S. Filippo sdìiacciano coi piedi e domano i mo- 
stri, perchè l'uomo deve essere forte. 

E cosi ci vengono tramandate intorno alla 
vita e alle opere di questi remoti personaggi, me- 
ravigliose leggende poco dissimili dagli splendidi 
miti della religione pagana. Ciò massimamente 
perchè il popolo, specialmente nelle nostre con- 
trade, che un tempo furono dominio dei Greci 
e i Greci stessi spesso superarono nel collettivi- 
smo delle manifestazioni psichiche , è per sua 
natura eminentemente pagano. 

É viva nelle menti volgari la credenza, che 
nel pieno della notte di S. Giovanni comparisca 
in cielo, messo a bilico sulla cima di un monte 
immaginario e lontano, una trave di fuoco, ad 
una estremità della quale sia seduta la giovane 
e bella Salomè, ed all'altra la lussuriosa madre 
di costei, l'Erodiadc. E mentre l'infuocata trave 



annaspa nella notte oscura, si odono i lagni di 
costoro che si rimproverano a vicenda il consi- 
glio e l'esecuzione della loro colpa, ad espiare 
la quale, da anni innumeri e per infiniti altri 
ancora son condannate a quel tormento. 

Ma la calda immaginazione del volgo crede 
ancora a qual cosa di più superstizioso che in 
questa notte di terrore aleggi nell'aria e giri per 
la terra. 

Sono in special modo le femminucce che a 
sera inoltrata, quando i rumori delle vie son 
cessati e il paese è immerso nel silenzio, si fan- 
no alle finestre o sull'uscio di casa, solette e col 
pensiero rivolto verso un'idea o un pensiero de- 
terminato, la buona soluzione del quale sta loro 
molto a cuore, e recitano a fior di labbra pre- 
ghiere perchè il loro desiderio sia presto e fe- 
licemente esaudito. La madre pensa il figliuolo 
che, lontano delle cure e dallo amore di lei, tra- 
scina una vita di lavoro e di stenti nella lonta: 
na America o attende alla difesa del suolo natio: 
la sposa, cui giace infermo il pargolo, prega per 
la di lui guarigione, la fidanzata ha la preghiera 
rivolta a Dio e il pensiero allo oggetto dei suoi 
sospiri e sogna una vita di amore e di felicità. 
E cosi tutte le buone comari, ognuna immersa 
nei proprii pensieri e nella preghiera, guardano 
con la mente un fine determinato e tutto ciò 
che succede intorno ad esse ha un' attinenza mas- 
sima ed una relazione immediata con i'idea cui 
si riferiscono, e i rumori uditi , le parole dei 
tardi passanti o dei vicini colte a volo , l' abba- 
iare ed il latrare del cane, il canto del cuculo, 
della civetta, dell'usignolo o di qualche rondine 
sprpresa, il pianto ed il riso scroscioso dei fan- 
ciulli, il volo di una farfalla notturna, lo sfolgo- 
rio d'una stella cadente, lo stridio del grillo, o 
del tarlo che rode, il vento che agita le impo- 
ste, le canzoni degli ubbriachi e dei nottambuli, 
il suono della chitarra o dell'organino, son cose 
tutte che in quella sera fermano l'attenzione della 
gente superstiziosa. 

Questi ordini di fatti ammettono una duplice 
divisione, quelli che impressionano l'udito e quelli 
che impressionano il senso della vista. Le sen- 
sibilità tattili , i fenomeni nervosi periferici e 
vasomotore, le impressioni olfattive vengono in 
seconda e in terza linea. 

Cosi il canto della civetta è segno di prossi- 
ma sventura, ed è da ritenersi come cattivo pre- 
sagio il pianto dei fanciulli o delle donne : vuol 



dire che tu piangerai. Cosi pure indica lagrime 
da versarsi l'acqua che dalle case vien gettata 
sulla pubblica via. Il cane che abbaia indica che 
c'è della gente che ti vuol male e sparla ed im- 
preca contro di te. I canti ed i suoni allegri in- 
dicano gioia prossima ad avverarsi, cosi pure il 
riso. 

L'olio che si versa, un cane o un gatto nero 
che passano indicano sventura. Colomba bianca 
e gridi di gioia e di festa, buona njuova da ri- 
cevere. Veder passare genie carica di spighe, de- 
nota abbondanza e ricchezza nella casa. 

E continuando su questa scala tutto ciò che 
si sente o si vede ha un attributo particolare 
che, o mette lo sconforto e il dolore nell'animo 
del credente o gli apre il cuore alla speranza 
e ad una felicità che non tarderanno a verifi- 
carsi. 

Ma un'altra costumanza non meno curiosa e 
caratteristica, che vien praticata nel giorno di S. 
Giovanni, nel nostro paese, è la pratica di fon- 
dere del piombo in un tegame, e quando il me- 
tallo è completamente liquido, riversarlo in un 
vaso pieno di acqua. 

Pel pronto rafiireddamento e l'immediato pas- 
saggio di esso dallo stato liquido al solido , il 
piombo assumerà delle forme svariatamente stra- 
ne che, raccolte e diligentemente osservate e stu- 
diate, daranno molto a pensare alla superstizione 
delle menti volgari ed ignoranti. 

E mentre la fanciulla, cui punge il desiderio 
d'un pronto imeneo, crede osservare in quelle 
strane figure il profilo d' un giovane che la sua 
fantasia vagheggia, o un anello da sposa, o un 
monile, le vechie, le ammalate, le infelici rav- 
visano, in quelle figure, segni di cattivo presa- 
gio, e la bigotta vi scorge attributi divini che la 
chiamano a Dio. 

Quest'ultima costumanza viene praticata dal 
volgo su vasta scala e non sembra esclusiva del 
solo Monteleonese. 

Monteleone, Ottobre 1896. 

Dott. C. Bisogni. 



Canti di Mandaradoni 



'N sigretu modu, figghiola, t'amai, 
'N sigretu modu facimu l'amuri, 
'N sigretu nta u mio pettu li portai 



8 



Lìgatu cu trìccentu chiavaturì. 

Li chiavuzzeji a mari li jettai, 

*ìi sereni modu tenia lu mio amurì: 

leu no lu di5si e no lu dicu mai, 

Mancu a la morti a lu mio cunfessurì. 



Caterina, catina di stu cori, 
Durci cuniortu di li miei martiri. 
Facci di 'nu ciardinu allegra-cori 
Di rosi quandu vannu a spanpinari; 
Occhi celesti, angelichi palori 
Di ssa buccuzza spandi, quandu arridi; 
Undi ti viju m'infiammi d'amuri, 
Stu cori non si po' licenziare 



Di Tura chi mirai la toi bellizza 
'Nu pacciu arriventai, 
No pigghiu abbentu e non haju sodizza 
Di Tura chi di tia mi annamurai. 
Ti pregu pe pietà, pe gentilizza. 
Non dari gustu a cui no nd'eppi mai. 
Bella, si non mi dai sta cuntentizza 
La nova ca morivi sentirai. 



La vita di li serpi e di scurzuna 
Nei pozza aviri cu ti maritau, 
Cà li dèzziru a tia cu non volivi, 
Mancu lu cori a cui ti desiau. 
Ti hannu datu a 'nu gattu paguni 
Chi appena 'na vota l'annu dici gnau. 
Pigghialu e mentilu ma 'nu gistuni, 
E dinci a li figjjhioli eh 'è bahhau. 



Bona sira, funtana d'amuri, 
Scocca d'alivi e graziusa parma, 
Cca nnanti nc'è lu vostru scrvituri. 
Chi alli ^razzii vostri si raccumanda; 
Diciii si nei feti stu fcvuri, 
Cà si no, si providi a n'atra vanda. 



Guarda bellizzi chi teni lu suli. 
Chi di nessunu si dassa guardari; 
A cui lu guarda 'n frunti nei mina 
E subitu si menti a lagrimari. 
Ti pregu, bella, u ti guardi l'onuri, 
Comu lu suli si guarda li raji. 



Garompolu, chi fai lu beju adduri, 
Ognunu vi desidera addurari; 
Vi desideru jeu momenti e uri. 
Ogni minutu cent'anni mi pari. 
Dunami 'nu sguardu all'ammucciuni. 
Mentri mpalisi no mi lu pòi dari; 
Ogni risguardu rinnova Tamuri, 
Saluumi quand'autru no pòi tari. 



O pumu russu e chinu d'alimenti, 
E attorniatu di galenteria; 
Mi lu mandasti a diri cu la genti 
Ca tu m'amavi e jeu no fu sapia; 
Mo chi lu sacciu mi staju abbertenti. 
Beni ti vogghiu cchiù chi ti volia. 



Guardavi all'ariu e rimirai li roti. 
Mi passa e mi passa u la voluntatì. 
Li cordi di l'amanti sugnu scioti 
E cchiù no su com'eraiiu lìgati; 
Su fetti li vindigni e li rappi 5u coti, 
leu non di vozzi mai scanchi dassatì. 



leu vinni mu vi cantu a la bon'ura, 
O facci d'una Dea, stilla Sirena, 
Pigsjhiastivu nu mari tu chi vi adura, 
Chinu di fantasia e di chimera; 
Vui nta lu pettu portati la luna 
E nta li mani 'na lucenti sfera. 
Sia lodatu ddeu ca vinni Tura 
Mu s'ungi lu stendardu e la bandera. 



Siti cchiù janea vui ca la farina, 

Cchiù acqua mentu e cchiù lu focu ajumaf 

Ma nta ssu pettu toi nc'è dui cuscina, 

Duvi riposa lu suli e la luna. 

Beatu cui vi vidi la matina, 

Cà cuntentu si staci 'na simana ; 

Ma jeu chi vi viju sira e matina 

Stu coriceju meu sempri vi brama. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 



Tiposrrafla — Francesco Passafaro 



"*.'^- . 





^'^^^^é^.S^^sS^^^Sj^^^,^^^y.é^,SQ^^^.^,.^iLs^^^^^>^^ 






"«^ 




^Ài 






RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRE T T A 



DA 



LUIGI BRU ZZANO 



Numero 2 — Dicembre 1896. 





MONTELEONE 

Tipografia Francesco Passafaro 
1896 





ìj^^^^^^:^;^^^^^;^;^^;^^;^s^^^^^^;;^^'^'^^^ 



^ 




5^P?i55 



vsMi'^ 



^ ék t. 



tali «a 



?» 






I 



>ì-: 



^) 






jOj'>^ g&o p [>■; ;igfr^ 'Op< ipjj-i<pjx ;glp<^^>^3 4/^ 



E 



-A.31T10 I3C ^ IsT. 2 



r^l 



i>c.r^>^^j<k<^>^:^. £X<g^>c^ ?j>r<a^K^ '^!^^^?^g:x;^ t;^^^ gx^.; j»x:5,ijt:j^r^>;>:^ :;^^>>;-:y?! ^tix;? g;K^ ^2x7^^^ 



LA CALABRIA } 



m 



iiyty :^-^<y ■■-r^: -^ g^^^rfà- *vye^^ìse>>gì>/>>ir^^x'c-* g>^^>::g^.-x-.";fe>r<g ■ifK:^;^>f7à:.^;^j gf>f^(gx^ g>j<^ g>^^ll 




i> 



'^;otD 



-|[j RIVISTA DI LETTFRATUeH POPOLARE « 

JIL 



Monteieone dì Calabria, Dicembre 1896 

■SOMMARIO. 
Un diploma greco tradotto in dialetto cala- 
brese nel secolo XIV (V. Capialbi). — Novel- 
lina greca di Roccaforte ( L. Bruzzano) . — 
Saggio di scherzi popolari sui nomi di persona 
^A. Julia). — Canti di Nocera Terinese (Il 
Falegname ). 

DIALETTO ANTICO 

Per coloro che avessero vaghezza di cono- 
scere come nel principio del XVI Secolo si 
parlava e si scriveva, anche adoperandolo 
negli aiti Notarili, il Dialetto Calabrese, ri- 
portiamo un diploma del 1212, tradotto 
dall' or igiìiale Greco in volgare da un tale 
Giovanni Calciofilo Milite Costantinopolitano, 
ed esistente in un rogito di Notar Luigi d'I- 
dario della Città di Gerace, del 4 Febbraio 
1501. 

n Diploma fu già riportalo dal Maurolico 
d,i Messina nel N" del 10 Giugno 1838, ed 
ivi iUustralo, per quanto si attiene alle no- 
tizie storiche delle nostre contrade, dal no- 
stro Concittadino Conte Vito Capialbi, di sem. 
pre felice e cara ricordanza per tutti i cul- 
tori della nostra patria storia. 

Tralasciando le notizie, che iUustrano il 
Diploma, crediamo non privo d'interesse 
riprodurre il lesto volgarizzato , che può 
dare un'idea del modo come si parlava e 
« scriveva U dialetto in quel tempo lontano. 

Lu sigillu fattu pe me Malgeriu de Altavilla, 
e datu a Te più migliuri Signuri Riccardu Ca' 
vahen de Fonte, e a li toi eredi e successuri in 
lu misi di Ottobru de la prima iuditioni de lu 



iJtHETTOE^K 



Abbonamento annuo 
Xjire 3- 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



principiu de lu mundu cinquemilia setticentu venti 
anni. Et però essendu io Malgeriu de Alta<rillaa 
la mia terra de Castelloveteru venistivu vui da 
me Signuri Riccardu, et me addomandastivu, che 
vi dovessivu recoglieri, et albergari in la mia 
predicta terra de Castelloveteru, et io avendu in- 
lisu la vostra petitioni, li quali aviti fattu a me, 
et fariti ogni di fidilmenti, et rialmenti, et per 
li supraditti causi, vi dò accittu, et confirmu ad 
Te, toi eredi et successuri in la ditta nostra 
terra de Castelloveteru la terza parti de unu feudu 
nominatu de Rivittoni, alias Sirharà, li quali fan- 
nu lu limitu de lu levanti iuxta lu Serruni de lu 
Signor Guglielmu Papiliuni, et de lu ponenti lu 
fiumi de Santu Giorgiu, et de la Tramuntana 
la via de Rusipulu, et de lu Mezojornu iuxta la 
terra de quelli de Revitoni. Item Tautri terri de 
novi moji in locu dittu Richi iuxta li terri de 
Stephanu Vassili, et Tautri terri boscusi de Pe- 
tru Rachi. Item Tautri terri de tri moji iuxta li 
terri de Riccardu de Oliva, et juxta ii terri de 
Messer Joanni Presterà. Item l'autri terri nomi- 
nati Juclisaia de moji quindici iuxta li terri de 
lu Munasterio de Santu Joanni. Item l'autri terri 
in locu dittu Santa Elena iuxta lu conduttu de 
Messer Leuni Astrameni. Item l'autri terri posti 
in la Serra dittu de Margariti iuxta li terri de 
Messer Michele, et la via pubblica, la quali scindi 
a pendinu. Item l'autri terri posti in locu dittu 
Stesti iuxta li terri di Donna Maria. Item l'antri 
con li ulivi, et antri alberi domiti, et casalini. 



10 



et vigna in locu dittu Stesti per esserne cosi de 
lu dittu feudu. Item a lu dittu loco Stesti una 
vigna de viti cinquecento iuxta la vigna de Ca- 
labro, et te donamu la Excaden'.ia de Stivanti, 
duvi sunnu, et si ritroverannu : ancora te do- 
namu questi villani, li quali sunnu, Leuni Vuc- 
chisanu, Cali Bruguli, et li soi figlioli, Vasili 
Lardea, con li soi figlioli, Andria Culle, Crigori 
Cancellar!, Papa Janni Pullari, et Leuni " de Cri- 
stofaru. Ma tu Signuri Riccardu toi eredi et suc- 
cessuri, quandu sariti ricercatu a li servizii de lu 
Serenissimu nostru Imperaturi ger serviri pressu 
de me, secundu la qualità de lu dittu feudu, sic- 
come l'autri Baruni de la ditta nos.ra terra, et 
perchè persunalniente jurasti guardari ad me et 
lealmenti, et servirmi debitamenti cu sullecitu 
dini per Te, toi eredi, et successuri ho fattu fari 
lu presenti sigillu de ci'. a sigìllatu per vostra cau- 
tela, et fcrmizza de li vostri eredi et successuri, 
secundu la consuetudini cu li nostri armi, li 
quali in tali usamu, et scriitu per manu di Pe- 
reu Notaru de la nostra terra Fallata, et tesiatu 
da li sub-scritti testimoni. 



Noiellina greca di Roccaforte 

(Continuazione e fine v. nunu precedente) 

TESTO 

magose tisipe : 

— Ego de tu canno tipote. 

1 dighatera tu ipe : 

— Ode irte enase magno giuvenose pu estra- 
mandefti me te osciese ceotuse ecapitespe node, 
ce arte ego idhela na to cratiome ja garzuni, ti 
emise diseome pasa prama. 

U magose tisipe ti mane. Otuse ecini ejavi 
ce tu anisce ce to nepire ambrose tu m^u. 

O magose pose to nivre ti ito magnose ce 
pahiosc, tu etralisti i cardia na to hi ; ma jati 
ito promettesponda ti dighaterostu ti detu canni 
tipote, de necame tipote, ma tu ipe : 

Esu ise magnose pedi; ego dhelo na stadhise 
medhemase ja garzuni. 

Ma o magose panda me ti brutta volontà nato 
fai. O pecurarose tu ipe tu magu : 

Ego canno pose esise dhelite. 
. Ce otuse emine eci me to mago ja garzuni. 

Ma o magose tu ipe : 



— Ma vre ti esu ehise na camise olese te 
duliese. 'i 

— Mane, gnuri. 

Ti protini nimera tu ediche ja dulia. Ihe to 
magazeni me tu carpuduse, pu issa o lu smim- 
menu siiari, cridhari, jermano, faci, ce tu ipe : 

— Fina a pospe esu ehise na horise ojo tundo 
carpo, pareo to sitari, pareo to cridhari ce pareo 
to jermano ce pareo ti taci, ce a nesu de ta 
teglionnise fino apospe, ego se trogo. 

O poverose pecurarose, pose acue ti ehina 
carni ecindi dulia, ce, ande cami, to troghi, em- 
bese clonda ce ipe : 

Ego tuti e niurtimose imera pu ehona szio. 
Ego de mi Isevenno proprio na camo dulia. 

Ce ti ne erre panda clonda ; ma sa nirte 
cuUazioni tu esinirte to fatto pu to sito miria- 
onda to crea ecino to tessero animaluccio ce tu 
issa dosonda ta tessera pramata ja sa ne pu 
troveguete asce bisogno na piai pasaena ascinda 
pramata, ce epiae ecino tu vermiciuceto necra- 
scc, ce tu cumparespe to vermici ce tu ipe : 

— O gnurimmu mu ediche na camo tunde 
duliese na horio olo tundo carpone, ce a nego 
de to horiszo apospe me troghi. 

To vermici tu ipe : 

Mi piastise asce còlara ti arte penseguo ego. 

Posso ecrasce ola ta vermicia ce posso asce 
dio orese tu borie olo to carpone. Otuse tu irte 
i cardia tu poverose pecurarose. Ti vradia sa 
nedelefti o magose, ejavi sto mahazeni ce tu ipe: 

— Ecamese ti dulia ? 

— Mane, gnuri. 
O magose ipe : 

— Tutose chi na è canese diavolose ; ti, se 
mande^ den isonneste na cami tundi dulia na 
bori olo tundo carpone pareo tona me taddho. 

Ce tu emavrine i cardia, jati ti vradia edarre 
ti canni to banchetto na fai to povero pecuraro. 
Tinapissu mera tu ipe : 

— Simero esu ehise na paise na mu ferise 
to lidhari tu trappitu pu troveguete sti tefto 
noscia. 

Tu ediche spisa, ce ehoristi clonda jati ipe : 

— Ego ti sonno feri lidhari manahommu ! 
a nefte ti nescappespa, simero de ti niscappeguo. 

San arrivespe eci pu ito to lidhari, epiae ta tria 
maddhia, pu tu issa dosonda i tigra, to leuni ce 
o ursose, ce tu ecrasce ce posso ecumparespai 
ce tu ipai : 

— Ti è pu dhelise asce emmase ? 



11 



— Ego dhelo a mu soite fudi na piro tundo 
lidhari sto irappito, ti, se mande, apospe me 
iroghi o magose. 

Ecinda iria animaluccia tu ipai : 

— Mi piastise asce colara, ti to lidhari arte 
to perrome emise ; ti pise canni calo, calo nameni. 

Epiasai to lidhari ce tuto epirai sto trappito. 
O pecurarose ta ringraziespe ecinda tria anima- 
luccia ce ta tria animaluccia tu ipai : 

— Sa ne pu ma ehi se bisogno, crascemase, 
ti emise su fudume asce cino pu emise sonnome. 

Ce ejavissa la fattitose, ce o pecurarose emine 
sto trappito. Ti vradia, sa nedelefti o magose, 
tu ipe : 

— To eferese to lidhari? 

— Mane. 

Ejavi o magose ce to ivre ce ipe manahostu : 

— Tutose ehi na è diavolose, de ne mai 
hristianose. 

Ti napissu mera, o magose tu ipe tu pecuraro : 

Esu ehise na valise tavlaci tu potamu na fe- 
rise to nero ode ambrose tu spiiiu ja na camo- 
me potistico olo tunJo mali. 

Ce tu ediche ti spisa. O pecurarose ehoristi 
clonda ce ipe manahostu : 

Ando carpo ce andò lidhari ti nescappespa ; 
arte asciundi prisi de tini scappeguo ! 

Ma ecrasce metapale ecinda tria animaglia ce 
tu ipai ; 

Ti pramane pu su accurregui ? 

— O magose mu ediche tordino ti eho na 
vaio li prisi andò potamo, na fero to nero ode 
na carni olo tundo mali potistico. 

— Mi pensespise tipote, ti arte penseguome 
emise. 

— Ejavissa andò potamo ce embeai me te 
grance cannonda avlaci ce epirai olo to nero tu 
pantanu eci. Ti vradia, sa nedelfti o magose, ce 
ivre olo to nero tu potamu eci, ipe manahostu : 

— O Hristo^ e re»u estile io diavolo ja garzuni ! 
Ce eflastime ti de tu esoi arriuscespi ni cami 

mia cali scialata. I dighateraiu ito osciu, o ma- 
gose essevi ossu. O pecurarose ce ta tria animaglia 
evaiai io nero ossu sto spiti ce ecliai te portese 
ce te fenesirese ce ejomosti to spili asce nero, 
ce o magose annejefii ce epedhflne, ce o pecu- 
rarose emine patrunise ascioli cindiroba ce edelef- 
tissa ìsmia me ti dighatera tu magu. Ta tria 
animaglia tu ipai. 

— Emise pame ta fatti mase; sta cala. 
Ecini eminai eci ce emise eminame ode. 



RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



*0 [iar(o<; xfj^ elizt' 

— 'Eycl) 5è xoO xàvvo) xfiwxe' 
*H OuYaxépa xoO elTce* 

— 'QSe f^pxe Sva^ magno; giuveno^TcoO èsira- 
mandéyxT] \lì xol; ò^cot; xal o&x(og ècapiteuaev 
65e, xotl àpxt èyù) f^OeXa va xò xpaxV^acDfie yià gar- 
zuni, 'xt é(iel$ disieo|ie Tcàoa 7cpà[jia. 

'0 ixiyos 'c^^; efTte \i |xa va(. 05x(og èxfifvr] è- 
Yti6y] xot xo'j àvot^e xal xòv ènfipt i\nzgò<; xo5 
|xÌYo^' *0 H-^Y^^j ^^^5 'còv Tjòps 'xc f^xo magnos 
xal Tca^ùo;, XO'J etra Hong i] x<xp5{a va xò (piig, (là 
Ytaxl fizo proni itie^ovxot; xfj 6uYaxep6; xou 'xt 8è 
xoO xàwet x(7iox£, 5àv Sxa|u xfTroxe, |jux xo5 elTce* 

— 'Eab efa>.t magnos TcatK* èY(J>5éX(0 va oxot- 
65e &òt [ieOof |xa; y^^ garzuni. 

Ma 6 |x4yos Tcxvia |ià x)) brutti volontà va xb 
cpàr]. *0 pecuraros xoO elTce xoO ixìyo^* 

— 'EyÒ) xàvvco nf£<; èoBl<; 6éXexe. 
Kal o&x(i>; l\uiyt èxel jià xò [làY© y^ garzuni. 
Ma 6 [lOYo; xoO tlTZE' 

— Ma Ppè 'x: eoi) l^ti^ va %i\iy; 5Xat; xal^ 

SouXfotCg TCOO iyù) GOO ScbwO). 

— Ma vai, gnuri. 
T)j 7tpa)xetv)jV f^jiipa xoj SScdxs y^ 5ouX(a' tly(9. 

xò mahazeni |ià xobg TcopTroóSou^, tcoO f^aa^y 5Xa 
*> a|U|Ji(iéva atxipc, xpiOàpc, jermano, cpax^ xal xo5 

— Fina àitó^l^e èob ly(ti(; va xwpf<^€ 5Xo xoOv* 
xo xopTtì), Tcopé^o) xò Gcxipt, Tcapé^o) xò xpi6àpt xal 
napé^w xò jermano xal Trapélo) x^ ^ox^, xal fiy 
èob 5è xà xeXetóvet^ fina àitó^^e, èY^ aè xp&rfiù. 

*0 poveros pecuraros, 7c©g àxouae 'xt lyti va 
x4|nQ èxelv' xr) SouXfoc, xal, Sv 5è xà|jLei, xò xp^Yet^ 
l(i6eae xXfòvxa^ xal efro* 

— ^Eyù xoóxT) efyat fj urtimos f^jilpa iroO èyà 
l^o) va ^i\<a. 'EycJ) 5èv 4ae6a(v(i) proprio va yuiyjù 
SouXfat 

Kal x))v Siiatpve Tiivxa xXfòvxx^, xal aàv ^Jptt 
a cullazioni xoO louvf^pxe xò fatto ttoO xà^ ijro 
lioiptàaovxo^ xò xp£a èxe(v<ov x6)v xeaaépoiv anima- 
luccio xal xoO f^aav Scóaovxag xà xéaoepa icpi(i,axa 
Ytà aàv elvot iioO troveguexat afe bisogno va lodcog 
Tcaaoiva è^ xelV* xa icpà(iaxa xal èirfaae èxetvo xo5 
(lepixtYxfou xod xoO elire* 

— *0 gnuri |AOU |ioO iScoxe va xa(uo xoóv* tette 
8ouX(at€ va x^^'^ ^^^ "^^^^^ "^^ xopTcòv, xal àv 
èY^S) 5fe xò x*«^^> àTió'J^e jiè xpc&YW 

Tò \up\ily%i xoO efjte* 

— Mi] TOooO^g è^ colara, 'xt àpxt penseguo) èY^' 



12 



IIóooo Sxpa^e 5Xa xà |iep|JÌY>tta xal Ttóaao aà 
Suo fipai^ TÒv èx^P^^'s ^^^ "^^ xapjióv. 05t(0^ xo5 
f^pte f^ xapSfa to5 povero pecuraro. T)j ppaSla aàv 
IStaXfxtT) 6 iiÌY^5, iyu67) '; :ò mngazcni xal loO 

— 'Exix\uq zì^ ZouXioc ; 

— Ma vxl, gnu ri. 

— ToOxo^ IX^t va è xaveTi; 8ti6oXo(;, 'xt, 5v 5à, 
8èv f^owvs elotìac va xìiay) xoóv' xrj 8ouX(a va x^^ 
8Xo xoOv* xo xapTTÒv uocpé^o) xò ?va (ià x' àXXo. 

Kal xoO l|Aaóptv£ t?^ xap5fa, ytaxl x)) ^paSfa IGopp e 
'xt xiwEi xò banchetto va cpiig xò povero pecuraro. 
Tt]V ÒTifooo) '(i£pa xoO SITO- 

— Sì'iiepo eoi) 5x^1^ và nir^Q và jioO «pépTi<; xò 
XtOàpt xo5 trappitou, tioO ti'Oveguexat 'g xéxoiov 
ò^ela. 

ToO S5{oxe spi sa xal èx^^^*^ xXwvxo^ yiazl elizs* 

— 'Eyw xf o(i)va) 9 épet XiGàpi [lovoxó^ |iou ! àv 
IX^à^ x)]v escappeuaa, o>,|A£po 5à xV scappeguo). 

Sàv arriveuoe èxcT twO f^xo xò XtSàpt, è-daat xà 
xp(a |juxXX(a ito5 xoO f^aav 5waovxa^ if) xfypa, xò 
leiini xal 6 ursos, xal xoìx; èxpoc^e xol Ttóaao ecum- 
pareuaaai xal xoO slTiaof 

— Tf è TioO eéXetc è? ijia? ; 

— 'Eyù 6éX(o àv jioO awvTjxe ^uGVjoei vi Tu/^po) 
xoOv' xo XtOàpt 'g xo trappito, 'xt, 5v Sé, àTcócpe jià 
xp(i)Yet 6 {liyo^. 

'Exelv' xa xp(a animaluccia xo"3 elTwcaf 

— M)) maoS-fj^ è^ colara, 'x: xò XiGipt àpxt xò 
7ca{pvop£ ifieTij, 'xt ttoIo^ xàwet xaXò xaXòv {livet. 

'ETitàoaot xò XtOàpt xal xoOxo è7C7'paat '$xò trap- 
pito. *0 pectiraros xà ringrazieuoe èxetv' xa xp(a 
animaluccia xal xà xp(a animaluccia xo5 tlnaoi' 

— Sàv è TtoO jio^ ìx^t^ bisogno, xpi^e |ia^, 'xt 
é(ie!i aoO ^uGou^ie è^ xelvo 7105 éful? awvo^ie. 

Kal lYtà6rjaav xà fatti xto^, xal è pecuraro^ 
?H£tve '^ xò trappito. T^ PpaSfa, oàv iStaX^x^r) 6 
|iàYO€, "coO e^'Tce- 

— Tò J(fepe^ xò XtOàpt; 

— Ma vaf. 

'EYtà6ir) 6 jiàyog xal xò rppt xal elTce |xovax6s xou- 

— T-Oxo€ IX^t và è 5tà6oXo€, 5èv elvat XP^- 
oxtovóg ! 

Tf^v bidoaiù '(i^P«j 6 |J^YO? "^oO efrc xo5 pe- 
curaro' 

— 'Eob 6xet€ và ^iXr^q x' aòXàxt xog TWxafioO 
và (plpig^ xò vepò iSe à|X7ipÒ5 xo^ aTitxfou ytà và 
xàjwo|jie Tcoxtaxtxò 5Xo xò |iiXt xol và xàna)|jie xrj- 
icoópta. 

Kal xoO gS<i)xe xi) spi sa. 



*0 pecuraro^ IxcopfoxiT) xXG)vxa^ xal tlizs jiovox^? 
xou- 

— 'Att' xò xapTcò xxl à::' xò XtOàpt x)]v escap- 
peuaa* àpit è? xouv* XY) prisi 5c x))v scappeguo ! 

Ma ?xpa$£ [iexaTràXat IxeTv' xa xpfa ani maglia 
xal zo^ etTroat* 

— Tt 7rpi|jLa e?vat ttoo ao^ occurreguet ; 

— *0 [liy^ H-o'J 25(i)X£ x' ordino 'xt ?x^ và 
piXo) x>j prisa àit" xo 7:oxa|iò, vi ^ipo) xò vepó &St 
va xijno 6X0 xoov' xo jiiXt «loxioxtxó. 

— M^ penseujr^; xfiioxe, 'xt àpxt penseguo|JLe 
Itieì;. 

^E^iièriaoLV àn xò 7roxa|xò xal èjxGlaaat (là xal^ 
grane e xàvvovxa^ aùXixt, xal lirV^paot 5Xo xò vapò 
xoQ 7roxa|io^J èxsl. Ttj ^paSta, aiv èStaXexxT) 6 [lifo^ 
xal TQups 5X0 xò vepò xoo 7Wxa|xoì) èxel, er7T:£ jio- 
vaxi^ xou* 

— '0 XP^^^^S P»^'^ ^^£tXe xò 81Ì60X0 Y^ig^nzuni! 
Kal èSXàa^Tjtie 'xt 5à xo'^ Jotoae arriusceuaet vi 

xijiY] (i/a xaXi) scialata. *H Guya-lpa xou 9jxo 5§(o, 
6 |XÌY^ lal6Tr] 6ooa). '0 pecuraro^ xalxi xpfa ani- 
maglia èéiXaat xò vepò Zaao) \ xò arrfxt xallxXef- 
aaot xal^ rópxat^ xal xal^ fencsirnt? xal lY^o|ió<rrr) 
xò oróxt i5 vepò, xal 6 ia^y^^ anneje<pxTj xal eizod- 
Oave, xal 6 pecuraro^ Ijxetve patruni^ è§ 8Xt) exefv' 
XT) roba xal è5taX£xT^<^av et^ {ifa {lè x^ Ouyaxlpa 
xo5 {làyo'^' 

Ti xpta animiglìa xOi eT::aa:* 

— "Ejiel^ 7ià{i£ xi fiuti (i3t$* sta xaXà. 
'ExeTvot è{ie(vaat Ixet xal IjieT^ l|jLefva{ie (!)5e. 



VERSIONE 

Il mago rispose: 

— Io non gli farò niente. 
La figlia r,oggiun5e : 

— Qui è venuto un bel giovane, che si è 
smarrito per le montagne ed è capitato qui ; ora 
io vorrei che lo tenghiamo per servo, perchè 
desideriamo ogni cosa. 

Il mago disse di si. Ella andò ad aprire al 
giovane e lo condusse innanzi al mago. Questi, 
come l'ebbe veduto cosi bello e grasso, senti il 
desiderio di mangiarselo; ma, perchè aveva pro- 
messo alla figlia che non gli avrebbe fatto nulla, 
non gli fece niente, ma gli disse : 

— Tu sei un bel giovane ; io voglio che tu 
stii con noi per servo. 

Ma il mago aveva sempre la brutta volontà di 
mengiarselo. Il pecorajo disse al mago : 

— Io faccio come volete voi. 



13 



E cosi rimase li col mago per Servo. Ma il 
mago gli disse : 

— Bada che tu dovrai fare tutù i servigi, che 
ti comanderò. 

— Si, padrone. 

Il primo giorno gli diede a fare un servigio : 
aveva il magazzino pieno di cereali, che erano 
un miscuglio di grano, orzo, lenticchia, e gli 
disse : 

— Fino a stasera tu dovrai separare tutti questi 
cereali, mettere a parte il grano, a parte T orzo 
e la lenticchia, e, se non finirai fino a stasera, 
ti mangerò. 

Il povero pecorajo, sentendo di dover fare quel 
servigio, perchè, altrim»;nii, il mago se lo man- 
gerebbe, si mise a piangere e disse : 

— Questo è Tultimo giorno che ho a vivere ! 
Io non ci riesco a fare questo servigio. 

E se la passava piangendo sempre ; ma, quan- 
do venne a colazione, si ricordò della divisione 
fitta ai quattro animalucci e delle quattro C05e, 
che gli avevano donato, affinchè, nelle occor- 
renze, ne pigliasse una. Prese quella della formi- 
ca, la chiamò, e, comparsa la formica, le disse : 

— Il mio padrone mi ha dato a fare questi 
servigi, a separare questi cereali, e, se non li 
separo, mi mangerà. 

La formica disse : 

— Non ti turbare, che ora ci penso io. 

Chiamò tutte le formiche, e, in due ore, se- 
parò quei cereali. Cosi tornò il coraggio al po- 
vero pecoraio. 

La sera, tornato il mago, andò al magazzino 
e gli disse : 

— Hai fatto il servigio? 

— Si, padrone. 
Il mago disse : 

— Costui dev'essese qualche diavolo ; che, se. 
no, non avrebbe potuto separare i cereali l'uno 
dall'altro. 

E gli venne meno il cuore, perchè credeva di 
far banchetto la sera, mangiandosi il pecorajo. Il 
giorno dopo, gli disse : 

— Oggi tu devi andare a pO!tarc la pietra 
del trappeto, che trovasi nei tal luogo. 

Gli dette i danari per la spesa, ed egli parti 
piangendo e disse: 

— Io non potrò portare la pietra da me solo! 
se jeri la scampai, oggi non la scamperò. 

Giunto là, dov'era la pietra, prese i tre peli, 
che gli avevan dato la tigre, il leone e l'orso, e 



li chiamò. Quelli comparvero e gli dissero : 

— Che vuoi da noi ? 

— Io voglio, se potete, che mi ajutiate a por- 
tar questa pietra al trappeto; r,e no, stasera il 
mago mi mangerà. 

Quei tre animalucci risposero: 

— Non ti affliggere, che ora porteremo noi 
la pietra; perchè chi fa bene aspetta bene. 

Presero la pietra e la portarono al trappeto. 
Il pecorajo li ringraziò, ed i tre animalucci gli 
dissero : 

— Quando hai bisogno, chiamaci, che noi ti 
ajuteremo in ciò che possiamo. 

E andarono pe' fatti loro, e il pecorajo rima- 
se nel trappeto. La sera, tornato il mago, gli 
disse ; 

— Hai portato la pietra? 

— Si. 

Andò il mago, la vide a disse fra sé : 

— Costui dev'essere qualche diavolo ! non è 
cristiano. 

Il giorno appresso, il mago disse al pecoraio : 

— Tu devi fare un solco presso al fiume, 
per condurre l'acqua qui, dinanzi alla casa, per 
irrigare tutta questa campagna e fare orti. 

E gli dette i danari per la spesa. Il pecorajo 
pzrti piangendo, e disse fra sé : 

— Dal fatto dei cereali e della pietra la scampai; 
ora da queuo dell'acqua non la scamperò. 

Ma chiamò di nuovo quei tre animalucci, i 
quali gli dissero : 

— Che ti occorre ? 

— Il mago mi ha comandato d' incanalare il 
fiume, di condurre l'acqua qui, per irrigare tutta 
questa campagna. 

— Non pensare a nulla, che ora ci pensiamo noi. 
Andati al fiume, presero a fare cogli artigli 

un canale, e condussero là tutta l'acqua del fiume. 
La sera, tornato il mago, vide tutta l'acqua del 
fiume li, e disse fra sé: 

— Ciisto mi ha mandato il diavolo per servo. 
E . bestemmiava, perchè non gli riusciva di 

fare una buona mangiata. 

La figlia era fuori, ed il mago andò dentro. H 
pecorajo ed i tre animali fecero entrare l'acqua 
nella casa, chiusero le porte, ed il mago si an- 
negò e mori, ed il pecorajo rimase padrone di 
tutta quella roba e tornò insieme colla figlia del 
mago. 

I tre animali gli dissero : 

— Noi andiamo pe' fatti nostri ; sta bene. 
Quelli rimasero là, e noi siamo rimasti qui. 



14 



Saggio di scherzi popolari 

SUI NOMI DI PERSONA 



Nella letteratura folk-lorica di Acri, trovo pa- 
recchi nomi di persona, oggetto di scherzi più 
O meno vivaci, più o meno curiosi ; e sapendo 
di &r cosa grata ai lettori della Calabria, ne 
mando un saggio al suo egregio direttore. 

Io credo che, se non tutti, almeno buona parte 
di questi scherzi, sieno frammenti di altrettante 
satire ; ma, per quanto io abbia dotnandato e cer- 
cato in paese, non mi è rinscito finora trovarne 
qualcuna. 



Maria Rosa sempri chìangi (piange), 
ca volia de chilli fungi ; 
*e chilli fungi nu' n'avia: 
Maria Rosa sempri chiangia. 

2. 



'Rj>sa'pitosay 
gallina verminosa, 
vieni sutta 'ssu cerasu (ciriegio), 
ca ti vasu. 



Rosa-mirminosa, 
nu' mi fari la cuntegnosa! 
Àza l'uocchi, e guardami menti ; 
£;immi stari 'n'ura cuntientu.... 



Tumasu, truòccula (picchia) e trasi,' 
veni la gatta e ti scippa (^strappa) hi nasu. 

5- 

Giuvanna, caca li panni, 
cacali tutti, 

ca jamu alla Curti (^cioè, ricorreremo alla Giu- 
stizia) 

6. 

lacintu culu pintu (butterato dal vajuolo), 
dammi 'u pani chi t'haju viniu : 
ti Thaju vintu a 'na rasella (cantuccio^, 
e ti cacciu li stentinella. 

7- 
Donna 'Ntoniu, affaccia affaccia, 
ca c'è 'n asinu chi si scuncia (scortica) 
ti ni pij (pigli) 'na pantacchia : 
Donnu 'Ntoni, aflaccia affaccia ! 



8. 
NapuUjuni cull'uovu allu cu...., 
fa spagnari li criaturi, 

9- 
Angialuy e frsii'Angialu, 
pija la gatta e frangiala (Sgraffiala) : 
mintela sup ' u Uettu 
e falla chiangiari. 

IO. 

Donna Sabella e 'ndindirindi, 
quannu camina, nun tocca 'n tei-ra ; 
poi si pija 'nu pocu de zirra (ira), 
pija la mamma e la jetu 'n terra ! 

1/ 

Tirituppiti, e statti cuntenta, 
'un ti pijari de malincunìa, 
ca la gatta de za (zìaj Vicenza 
s'à mangiatu la pisci mia. 

12. 

CicciUy stuta lu micci u (^lucignolo), 
veni la gatta e si pijad a Cicciu. 

Chin'è chissu chi veni ? 
Don Cicctllxx culla muglieri. 
Chin'è chissu ch'azzoppa (arriva) ? 
T)on Ciccillu culla carrozza. 

Acri (CosenT^a) Novembre iS^6 

race. Antonio Inlia 



Canti di Nocera Terinese 



Luci di l'occhi mie, si mi voi bene, 
Tu hai di fare comu dicu jeu: 
Cud aucra genti nu d' hai di praticari 
E speciarmeuti cu cui dicu jeu ; 
Mancu di l'acqua t' hai di fa tcccari,. 
Puru di l'acqua puortu gelusia ; 
Cà si voi acqua pi tinni lavati. 
Ti dugnu sangu di li veni mie; 
Si voi a luvaglia pi tinni stujari 
Lu velu li dugnu di lu cori miu,. 
E si voi ligna pi tinni allumari^ 
L'ossa li dugnu di sta vita mia- 



15 



Chiavuzza di stu cori fida, ferma, 
Dili Catella mia cchiù di la pai ma, 
Jeu t' haju amatu^comn petra ferma, 
Jeu criu ca ssii loi cori non m* inganna; 
Li genti tra di nui mentina guerra; 
Tenitilla cu mia, cu parrà parrà. 
Tannu ti lassù jeu, giujuzza mia, 
Quannu muortu nei sugnu sutta terra. 



Donna, chi hai ss'arragamatu piettu 

E d'oru lavuratu la bellizza ; 

Quannu ssu piettu jancu si sciuUazza 

Muoru di la propria cuntentizza. 

Vorrìa stari 'na notti nta si vrazza 

Pi vidiri chi su ssi cuntentizzi ; 

Chissà è la pena mia chi cchiù m'ammazza, 

Cà muoru e nu mi godu ssi bellizzi. 

>*< 

Statti, bella, sicura e duormi 'n paci, 
Cà stu mieu cori è dispostu pe tia, 
Cà t'amu e t'amerò sempri veraci 
O a lu luntanu, o a lu vicina sia; 
Cà strittu m' hai attaccatu a lu toi raci 
Cu 'na forti catina, anima mia. 
La luntananza nu sarà capaci 
Di mi potiri scordari di tia. 

>*< 

Arma di pietà, cerca chi bòi, 
Mentri cu ss' nocchi ncolirata stai ; 
Tu sai li mie segreti ed eu li toi, 
Si tinnì vugliu beni, tu lu sai, 
Cà si di tia veniri non si poti 
E no a ra casa toi, bella, lu sai; 
Spassa ssi quattru jorna comu pòi, 
Cà ncunu jornu cuntenta sarai. 



Cioja, di duvi veni tantu affettu. 
Chi no riposu né jornu, né notti ? 
Cà su mimoria mia va sempri spetta, 
N'ura non pudi aviri di cumportu ; 
Dimmillu, bella, si mi ami certu, 
Cà jeu pc tia mi sentu propriu muortu ; 
Cà si mi cerchi Tarma di lu piettu, 
Jeu mi la cacciu e ti la vegnu portu. 



Cuntra di la mia sorti mi lamientu. 
Mentri mi fici disperata tantu. 
Mi fici comu l'acqua cu lu ventu, 
Quannu nei penzu mi scappa lu chiantu, 
Nu d'ebbi n'ura di cunsulamientu, 
Comu li 'guali mie n'ebbiru tanta. 
Fortuna, tu chi sai la mia lamientu, 
Fammi muriri e no sufFriri tanta. 



Quannu nescivi jeu lu disperatu, 
Tuttu lu munnu pi pietà clangla, 
Cu chiggia fassa chi fuozi mpassatu 
Era tessutu di malincunia ; 
E chiggia naca chi fuozi annacatu, 
Era Ugnami virdi e nu dormia. 
Mi portaru a la chiesia a vattiari, 
E moriu la mammana pi la via; 
Cadiu 'na petra di lu campanaru, 
E si nud'era pi la genti, moria. 



A chista ruga nei spingiu lu suli, 
E ne' é na beggia ehi lu fa fermari ; 
Vi* quantu é graziusa di persuna ! 
Cui beggiu caminari chi sa fari ! 
Porta lu piettu comu 'nu panni, 
Stu cori mi l'ha fattu 'nnamurari. 
Segui, giojuzza mia, segui l'amurì, 
Cà stu cori mi hai di cuntentari. 



Chi occhi di diavulu chi avisii ! 
Tricentu ni facìsti annamurari ; 
Non su due occhi, no, su vangelisti. 
Si chiamanu ncatina-cri^iani. 
Scioglimi ssa maglia, ehi mi Scisti, 
O puramenti mi V hai fattu fari. 
Chi tinni vodi Éiri una Cristu, 
Chi n*ura senza mia nu pozza stari. 

B^gi^f stu miu cervellu quantu affina, 
Fingi di no t'amari e ti vo* beni. 
Tu sciorta ed eu ligaiu a na catina. 
Tu mpiammata d'amuri ed eu di peni; 
Si mi vói beni, mannamillu a diri 
Ci ped amuri toi su6Fru sti peni ; 
Statti costanti e manteni la fidi, 
S'è destinu di Diu lu tempu veni. 



16 



O faccia comu carta dilicata, 
Comu ti fici Dio tantu pulita ? 
Ti misi li bellizzi di la fata, 
L'occhi e li gigghi di la calamita ; 
Cu nui non c'è bisogno di mbasciata, 
Cà ndi liramu cu la calamita. 



^ Acula, chi nescista nta Milanu, 
É~nci nescisti pi mi dari pena, 
T' hai fatiu nu palazzu a la Romana, 
Lu rusignolu a cantari nei veni; 
Dintra a lu pieitu toi ne' è na fumana 
Chi l'acqua sempri frisca s'ammanteni, 
Si ndi vivi nu ciuncu, puru sana, 
A li cecati la vista nei veni. 



A chista rugn nc'è na vurpi mastra, 
Chi cu la cuda cerni la farina ; 
La sira cerni e la matina mpasta, 
E la lu pani senza lav.itina. 
Vorria sapiri : chi ni fa ssu pani ? 
Ch' è senza sali e senza lavatina ? 



A chisti loghi no cantai jeu mai, 
E mo nei cantu, cà nei siti vui : 
Na rosa e nu garompulu trovai. 
Dimmi q lali è lu beggiu di sti dui ; 
La rosa é beggia a primavera assai, 
Lu garompulu è beggiu e vali echini. 
Votati, lingua mia, cà ha' fattu arruri, 
Dici ca sugnu beggi tutti i dui. 



Girandu l'occhi attornu, miru e moru, 
Moru pe ti vidiri, amatu bene ; 
Bene, chi all'occhi mie sidi trisoru, 
Trisoru chi mi nutri e m'ammanteni ; 
Tra muniagni di nivi e virghi d'oru, 
D'oru sugnu li toi e li mie catene; 
Catene^ chi ligaru stu mio core; 
Core, come pòi staii a tanti pene ? 



Ti lamìenti di mia ? tu hai £ittu arruri, 

Ti devi di tia stessa lamentari; 

Si mi lamientu jeu nd' haju ragiuni. 



L'amuri di nsecretu non sai fari. 
Mo vai dicendu ca su tradituri, 
Mai è siatu cusi lu miu trattari: 
A chini puortu affettu e grandu amuri 
La fidiltà cu mia nei poi stampari. 



Fozi calamita lu toi 'nguentu 
Chi mi dunasti, giujuzza, a mangiari ; 
Pigghiu pi amari ad antri e mi ni pientu. 
Mi ni vaju a 'na parti a lagrimari. 
Giujuzza, t' haju amatu cu gra stentu, 
Volennu, no ti pozzu abbandunari, 
Jeu l'haju dittu già a li toi parenti 
Mu ti dunanu la doti e li dinari. 



Chissà finestra chi t' hai fattu fari 
Tenila aperta, nei voglio sagliri. 
Poveru amanti, duvita nehianari I 
Mi spagnu ca mi vegnu a dirrupari. 
Si mi dirrupu, lassami moiiri, 
Salta li mura toi mi fai atterrari ; 
Poi supra l'annu mi veni a vidiri. 
Mi clangi sutia vuei e no gridari. 



Nescivi cu la sciorta di jocari. 
Esseri annamuratn e cacciaturi; 
Jeu, quannu jocu, perdu li dinari, 
E, qnandu spam, fazzu mille arruri ; 
Dunca su spurtunatu ad ogni affari, 
A lu jocu, a la caccia ed ali'amuri : 
Mo cu l'omani vogliu annamurari. 
Cà li donni mi sugnu tradituri. 



Lu cori ad autra genti nei dunasti 
Pi pocu tempu ehi no mi vidisti ; 
Quannu mi nni ivi, mi vasasti, 
Dicisii : cori miu, va e torna presta. 
No fu vasu d'amari chi mi desti, 
Ma tn vasu di Juda e mi ttadisti. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 



Tipoizrrafla — Francesco Passafaro 






^V4^4^^^^^8»^Jffl^^^ffl^^yV-«rv'i^'^H^^'^W^igw^ 






€ 

4 



RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



^ 
^ 



DIRETTA 



« 




DA 




LUIGI BRUZZANO 



Numero 3 — Febbraio 1897. 



MONTELEONE 

Tipografia Francesco Passafaro 
1897 




^^^^^g^jy^^jg^^^l2|g^^^2^^^^2ll^^^^^^^^^ 



i 



I 
I 

< 




<w 



' ^^.<¥^i 



fi^^«P*^*»*^*^i^i^i^^i 



I ._^_. 






^, lltll ^ 



.s 



I 



I 

I 

p 
i 



« 



^-" 






.^33.xLo X2C. - isr. 3 



JL 



>;^ì-c>ìy»;<->^:-j-(riy<:^ax^^.jv>;g:a>»f?iK-rs-'- • y -. ..:f gi^rVf^^;.^r• ;->f:'. ^^x^? vìci» j:.^> .■x:^ .at^o» x..-y.X'»e>x<ìjy,$ai 



LA CALAB 




cv>^j ,eA>i^-> cvX^ ^^(^òy^k ^Xr» ìg:P»^:g>^<^>@^^g^>^C<>^g;a^@?<@^^ fi*<.^u^y5Cf 



Ifl 



>a£» fej^a^r>f^g5r?r*zr?g?z ^^^ r > ' ^ > ^ ^ 



^a 



#1 



Il RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



JilRETTOKK 



«I© 






Monteleone di Calabria, Febbraio 1897 

SOMMARIO. 
Uso di Corìgliano Calabro (A, Giulio Danesi) 
— Ointo sacro di Sant'Onofrio ("Antonietta Pi- 
legl) — Appendice agli usi e costumi di Lau- 
reana di Boi rollo (G. B. Marzano) — Canti 
provenzali di Guardia Piemontese ( G. B. Carne- 
vale) — Novellina Greca di Roccaforte f'Capiaibi 
e Bruzzano ) — Fiaba narrata da uno di Aman- 
tea ( A. G. Danesi. ; 



Uso di Corìgliano Calabro 

Uno strepito di grida, di gemiti, di pianti sa- 
liva dalla strada verso la mia stanza in un cal- 
do giorno di luglio, verso le quattordici ore. 
Fattomi alla finestra vidi sfilare sulla piazza di 
Corigliano Calabro un corteo funebre. La picco- 
la cassa indicava che dentro vi dovesse essere 
un cadavere di bambino. Seguiva una turba di 
donne e in mezzo nella fila anteriore una bella 
donna, con magnifici capelli neri ricci, spioven- 
ti alle spalle, col bianco viso contiatto e spar- 
so di lagrime, sostenuta per le braccia da due 
compagne, anch'esse come tutte, coi capelli sciol- 
ti dietro le spalle. Era una madre, che accompa- 
gnava il figliuolino al camposanto, disperata, tra 
le compagne piangenti e supplicanti. Tornai a 
Corigliano dopo due mesi. Scendeva dalla piazza 
verso le quindici ore un altro corteo luncbre. 
La cassa era grande e conteneva il cadavere d'u- 
uomo. Dietro andava un corteo di donne sca- 
pigliate e piangenti : nella fila anteriore occupava 
il mezzo, sostenuta da due compagne, una donna 
di mezza età coi capelli sciolti, come le altre, 



Abbonamento annuo 
Xjire 3- 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



piangente nel pronunziare parole d' affetto e di 
impianto verso Testin.o. Era una vedova. To*, 
esclamai, ecco qui le prefiche dei Romani, con 
la differenza che quelle erano prezzolate per pian 
gere nei funerali. 

Achilie Giulio Danesi. 

Prof, del R. Liceo di Monteleone 



CAUTO SACRO DI SAKT' ONOFRIO 



Brigita Santa ndinucchiuni stava 
Avanti nu Crucifissu chi ci.uigia, 
E cu na mani na torcia ajumava 
A natra nu suitu libru chi leghia: 
La Santa Passioni cuntemprava, 
N.i curuna di spini si mjntia. 

— Brigita, si di mia si' nnamurata, 
Certu ti dugnu chi t'haju promisu, 

Si tu ti penti e dassi lu peccatu, 

leu ti perdugnu di quantu m'hai offisu. 

— O Crucifissu meu, caru Signuri, 
Rivelami la Santa Passioni. 

Subitu lu Crucifissu rìspundiu, 
Subitu a Santa Brigita parrau; 
Nei cuntau li frageili chi patiu 
Di quandu luda e Marcu nei minau. 
Brigita catti nterra e siramoriu 
Lu soi pettu di lagrimi vagnau. 

— Ma jeu mi sperderò ci lu passatu 



18 



T'apru li porti di li Paradisa, 

Centu pugni a li labra m'hanuu datu 

Quand'eia airortu ligatu ed offisi»; 

E nta spini puger.ti fu mpasciatu. 

Avanti chi nesci spera maiuiina; (i) 

Centu poi m'abbaitiru a la catina, 

Di sangu mi spandenu li sudari; 

Mpedi no potia stari la matina, 

Pecchi era nigru chiù di nu carvuni, 

E pemmu parrà a mia Matri ndivina 

Ndeppi triccentu mila batiituri; 

E poi n'arrendu schiafFu mi minaru, 

Li vini di 11 testa s'abbundiru. (2) 

Poi mi levaru di Rodi a Pilatu 

Cu la Éicci ji nterra strascinuni, 

E quandu fummu a menza via stancai 

E nterra catti cu tutta la cruci; 

Li carni, li dinocchia mi scorciai (3) 

Ch'era troppu pisanti la mia cruci; 

E chija notti chi mi fragellaru 

Tri ossa di li spaj mi nesci u; 

Sulu na cosa mi spiaci assai 

Ca ghìa ciangendu li mia mitri duci.y 

Sta razioni ch'è di Santa Erigila 
Cui la sapi no la pò dassari; 
E cui la dici quaranta matini 
Peni di mpernu no ndi pò vidiri. 
Cui la d ci nchiesa cun sagrata {4) 
Ogni grazia chi cerei sarà data. 
Facimu pe nostru Gesù orazioni 
Mu ndi manda a locu di sarvazioni. 
E cui la dici tri boti lu jornu 
Va mparadisu cu Tangiali ntornu. 
E cui la dici tri boti la dia (^5) 
Va mparadisu cu matri Maria. 
E cui la dici tri boti la notti 
No mpó moriri mai di mala morti, 
E cui la dici sabato a dijunu 
Ndavi na quarantana di perdunu. 
E cui la sapi e no la dici 
Vaci nta na coddara cu la pici. 

Antonietta Pilegi 

NOTE — (i) Prima che spuntasse l'alba. (2) Si 
gonfiarono. (3) Scorticai. (4) In chiesa nel mo- 
mento della consacrazione. (5) Tre volte al giorno. 



Il Cavaliere sig. G. B. Marzano, condiscenderne 
alle mie premure, riprende la pubblicazione del- 
V Appendice agli usi e costumi di Laureana di to- 



rello, che per lutto aveva dovuto interrompere. 
Al dotto e modesto amico i miei ringraziamenti. 

L- B. 

APPENDICE 
Agli usi e costumi di Laureana di BorreHo 

(contìnna:(ione v. ft. /, anno IX) 
FUNERALI 

Avvenuta in una famiglia la morte di alcuno 
dei suoi componenti, immediatamente si spegne 
il fuoco, e per tre giorni continui non più s'ac- 
cende. Quest'è un'usanza che ci viene dai Ro- 
mani, i quali con le voci focus assiduus e fo- 
cus percnnis dinotavano casa felice e sen/,a lutto. 
Infatti Marziale, nel lib. X, 47 dice : 

Vifam qiiae facilini heafiorewy 
Incnndissime Martialis, haec sunti 
%es non parata labore^ sed relieta ; 
^N^nn ingratns at^er ; focus perennis. 

E Tibullo, nel Lib. I. elegia r**: 

Dum mcus assiduo luceat igne focus. 

E che presso il popolo il fuoco continui a 
rappresentare lo stesso concetto, si rileva dalle 
nostre usanze ; in fatti, nelle case civili, intomo 
al caminetto o braciere si adunano i parenti e 
gli amici in lieti conversari, si discorre di fac- 
cende domestiche e politiche ; nelle case dei 
popolani, poi, tutto si fa intorno al focolare, si 
mangia, si beve, si chiacchiera, si ristora dopo 
il lavoro. A ragione, quindi, in caso di morte, 
in segno di dolore, per tre gtorni non si accende 
fuoco e quello, che v'è, si spegne. Anche la Chiesa 
nel Venerdì Santo spegne le lampade. 

Al morto si ha la cura di chiudere imman- 
linenti gli occhi, perchè si crede che gli occhi 
aperti del defunto possaiìo richiamare a sé un 
altro membro della famiglia. 

Si gittano poscia dalla finestra gli avanzi delle 
medicine e l'acqua rimasta nelle brocche, poiché 
si crede che l'anima del defunto tuffata in essa 
non potrebbe altrimenti uscire di casa. Tale pre- 
giudizio é fondato sopr'un'altra antica credenza : 
in fatti, i Pagani ere levano che le anime spri- 
gionate appena dai corpi, assetate s'aggirassero 
fra le domestiche mura in cerca d'acqua, di cui 
s'aveva cura di riempire varii vasi; ora tutto al con- 
trario, per impedire che l'anima tuffata in quel 



19 



liquido rimanesse in casa, si girtano dalla finestra 
i liquidi, che si trovano. 

Tutti i parenti e gli amici accorrono alla casa 
del trapassato per assistere al lutto di tre giorni, 
come pure al settimo eJ al trigesimo dalla morte. 
Anche i nemici, in tale dolorosa circostanza, 
mettendo da parte le bizze personali, traggpno 
alla casa del defunto per rammaricarsi. 

Giunta l'ora del trasporto del cadavere, i paren- 
ti baciano il defunto e gli danno l'estremo vale, 
piangendo e strappandosi i capelli; e qui, non di 
rado, suole avvenire qualche scenetta comica, che 
poi non luo'u) opp >ruinamente si offre ai com- 
menti dei circoli e delle farmacie. Nei piagnistei, 
che si fanno dai parenti intorno al cadavere, 
finché s'esterna il proprio dolore, finché le pa- 
role d'estremo addio sgorgano naturalmente dal 
cuore, gli astanti ne restano grandemente im- 
pressionati ; ma quando, poi, dagli stessi parenti 
si vuole uscire dai limiti del naturale e si vuole 
assumere una parte tragica e teatrale, allora é 
un affar serio, perché difficilmente gli astanti 
possono frenare le risa. Onde v'é il detto : 

No nc'è $ponsali:^in sett:^a chianti^ 
Ni Juttu stn:^a arrisi 1 

Sulla porta o portone d'ingresso si ha la cura 
di mettere un panno nero, che poi si lascia 
in brandelli finché non si consumi. 

Le stanze, ove si tiene il lutto, sono quasi al 
buio, perché si socchiudono le imposte ; onde 
spesso avviene che cui \i entra, passando bru- 
scamente dalla luce quasi alle tenebri, non vede 
nulla, ed é costretto d'andar tentoni e quasi 
brancolando, come se si giocasse a mosca cieca ; 
e non di rado accade che alcuno vada a sedere 
sulle ginocchia di chi primo gli capita o su 
d'una sedia, sulla quale trovisi a caso un cap- 
pello, od altr'oggetto, destando il riso degl'in- 
tevenuti. 

Dai parenti o degli amici si suole apprestare 
il pranzo fijnebre, detto volgarmente ricunsulUy 
alla famiglia del defunto, per i primi tre giorni : 
ciò che rimane delle vivande dopo il pranzo, 
anche se queste fossero sovrabbondanti, dee ri- 
manere presso la famiglia del defunto medesimo, 
portando il costume che nulla dev'essere resti* 
tuito dopo entrato nella casa in lutto; se si 
fecesse altrimenti, si riterrebbe dì come cattivo 
aus:urio. 



Credesi comunemente di mandare un suffragio 
all'anima del trapassato con il suono delle cam- 
pane, ed il segrestano, secondo la condizione 
delle famiglie, fa del suo meglio per suonare il 
mortorio in tuon piagnucoloso ed a lungo. Dal 
suono delle campane si apprende se il morto sia 
maschio, femina, prete, bambino, agiato o povero : 
in fatji le famiglie agiate fanno suonare il mor- 
torio al duomo con tre ca m|»ane, le meno agiate 
con due, le povere con una : per ì bambini fino 
ai sett'anni, si fa uno scampannio lieto, quasi a 
storno, per gli uomini si fa precedere il mortorio 
da tre rintocchi, per le donne da due, peri preti 
da dodici, ed in fine, quando si ha la notizia della 
morte del Pontefice o del Re, é preceduto da 
cento rintocchi. Come si vede, in Laureana di 
Borrello il mortorio é una neciologia sommaria. 



Canti pTenzali di Gnardia Pinontese 

Diud a la cria tanti bellizzie. 
Crei che jautra cosa a pinsava pa; 
A primma cosa a t'a fait li triss 
E fili pi fili a ti li SA ragurnà; 
Poi a ti si fait tanta dilicatiss; 
A t'a fait bella e rimira; 
Dappoj k' sung compi li tue bellizzie; 
Lu stessu Diud a ne 'nammorà. 

Versione letterale 

Dio, che creò tante bellezze. 

Credo che altra cosa non pensava: 

La prima cosa ti fece le trecce, 

E fila per fila te le ricamò; 

Poi ti fece tanto delicata, 

Ti fece bella e ti ammirò; 

Dopo che furono compiute le tue bellezze. 

Lo stesso Dio se ne innamorò. 



Mama, chi nov me ti m'a purtà, 
Dingh a proppa tripp ti ma tignò; 
Su de na seg^ ti si' sittà, 
E ab priccol di mort ti m'a fait; 
Vuleru savere cum ti m'a fait; 
Curu vuis di mascj t'a javi: 
Siella binadit lu lait chi m'a duna, 
Surdà pi lu rei ti m'a crisciù. 



20 



Mamma, che nove mesi mi hai portato, 
Nella propria pancia mi hai tenuto; 
Su d'una sedia tu ti sedesti 
E con pericolo di morte mi hai partorito; 
Vorrei sapere perchè non mi hai strangolato, 
Quando voce di maschio hai sentilo; 
Sia benedetto il latte, che mi hai dato; 
Soldato per il re mi hai cresciuto. 



Signura, sitt mia, spera di sulegli, 
Ognungh i si disidra pi vi svirari; 
Lu vosir sitt Tè nu mperadure, 
Na gemma presiuss Tà a li mangh; 
Gli figli chi fare i sungh signeur, 
I sungh cavalieri di Marta e sinirali; 
Poi li mandè a li banchi di Ruma. 
Avunt a gli aballa lu murnu riali 



Signora, sposa mia, raggio di sole. 
Ognuno vi desidera ammirare; 
Il vostro sposo è un imperatore. 
Una gemma preziosa porta in mano; 
I figli, che farete, saranno signori. 
Saranno cavalieri e generali; 
Poi li manderete ai banchi di Roma. 
Dove brilla il fasto reale* 



Trei sungh li fest principali 

E trei se* voti, grandi signuri; 

Trei sung li culonni trionfali 

Ki manienèn vugli, trei prantungh; 

Poi a si dorbi cieli, terra e mari, 

Di li bellizzie n'avanzi lu sulegli 

Trei sé dan cieli lu triali 

Ki fazè lustru la nouta arrischiari. 



Tre sono le feste principali, 
E tre siete voi grandi signori; 
Tre sono le colonne trionfali, 
Che sostengono voi come puntelli; 
Poi s*apre cielo, terra e mare. 
Di bellezze ne avanzi il sole; 
Tre siete del cielo le tre stelle, 
Ghe fate luce e rischiarate la notte. 

G. B. Carnevale 



NOVELLINA GRECA DI ROCCAFORTE 



■'^-O.rp^liJ» 



TESTO 

Ena viaggio ihe cna previtero pu ipighe gh> 
reonda garzuni. Sti straia turiespe ena heraa pu 
ipighe ghireonda pairuni. O previtero tupe: 

— Ti pai ehireonda? 

— Pao ghireonda patruni. 

— Ce su dhelise nani medhenìu ? 

— Mane, gnuri. 

— Ma vre ti su canno ena patio. 

— Po dhelite, gnuri. 

— Esu elìise na zise pose zio ego, me ena 
bicchieri nero ce mia affetta spomi li nimera. 

— Gnuri, CSI zite ce ego de ? pò dhelite, canno* 
Ce ejavissa stj spiti. Pose artivcspai tupe: 

— Vre, Giustino, ego eho tri cascie jomate 
dineria; mia asce grisafi, ce mia asce argento, ce 

mia asce caramugna. 
Ce tuta edisce. 

— Ma tuta, tu ipe, ta afinnome ja ta bi- 
sogni, jati de scerome pò ma ferri o Hrisio. 

— Mane, gnuri, ti ne pensespeie cala. 

O Gustino li napisso mera ejavi siu forgiaru 
ce lupe: 

— Cametemu ena elidi na aniscio te tri ca- 
sce, ti sa donno deca pezzia. 

O forgiaru tu tacame, ce anisce te tri cascie 
ce epiae dineria, pu epajespe to forgiare ce 
tu eminai jacino , ce etroghe ce epinne alla 
facci tu previteru. 

Dio mere apissu o previtero lupe: 

— Po senguei. Gustino? 

— Cala, gnuri; ce esi ? 

— Ti dhelise? o tu sotu. 

Dio mere apissu tu irte mia grafi ce to nam- 
bitespai na pai ascena addho pajisi asce mia 
cummariiu. O previtero tupe tu Gustino: 

— Sceri ti su lego? ja tunde otiomere na 
sparagnespome ti naffetia tu spomiu jati san 
paome e ci, dene ehome biditto na tame. 

— Mane, gnuri; pò dhelite. 

O previtero esteche nistico ce o Gustino 
etroghe ce epinne. Sa nirte ecindi nimera pu 
ihai na horistu, tupe tu Gustino: 

— Ancropespcme apanu sti mula, jati ego de 
fideome na steco monahomniu e ci apanu. 

Gustino to anclopespe ce ehoristissa. Sa nar- 
rivespai sto portuni, i cummaritu ito horiston- 
da ja na pau na prandettusi, ce tu ipai: 



21 



— Sa parscinume to beri ; pettoete apanu^ 
ti emi ercommastu sirma. 

Pos epettoai apanu, o previtero esteche ja 
pedhani asce pina ce tu ipe tu Gustino: 

— Ode de dhorume tipoie ja na fame prita pu 

nartu: ehi Ugo alevri; sceri ti su lego? na ca- 

mome mia piituJdha; vale ce cameti esu. 

O Gustino tupe: 

De, gnuri; valete ce cameteti esi, ti ego sa 

vaddho to nero. 

Essevi o previtero na cami tin piituddha, 

san arrivcspai i ziti, ce den ihai pò na cami, 

jati den ihe chcro na plini ta heria, ce tava- 

le mesa stc anche ce efingesti ti ton epiae du- 

lurì. Pos epettoai npanu, erittissa na tu por- 

cìniu to heri. Arrispundespe Agostino ce to- 

sipe: 

— Mi to inghite , ti to nepiao duluri ce sa 
nerchete mesa anitto, to nasciafinni, ce poi tu 
sannite io saccoUenze. 

Cunda tunda loja, ecini de neplatespai pleo. 

Ti vradia o previtero de nisonne zii pleo asce 
pina, ce epensespe na gorai dio soldi roma- 
neddhi ce crazi ton Gustino ce tu ediche dio 
•grana ja na gorai to romaneddhi ce tu ipe: 

— Sceri pò sehi na cami? doppu pu ciu- 
mundo oli , dennise ena pizzo sto crevatissu 
-ce taddho stin cucina , ti ego pao romaneddhi 
romaneddi stin cucina , trogo asce cino pu 
dhoro , ce hortcnome ce poi su verro ciola 
esse. 

O Gustino o tuse e came. Doppu pu eciu- 
mudissa oli , o previtero ejavi stin cucina ce 
-embesc trogonda. O Gustino ti canni ? pianni 
to pizzo tu romaneddhi andò crevattindu, ce 
pai ce IO denni sto crevatti ti zita. 

O previtero, doppo pu ehortae, pianni tu 
grottu jomaiu asce faji, ce ehoristi romaneddhi 
romaneddhi. Invece pu ihe na pai sto crevatti 
tu Gustinu, ejavi sto crevatti ti zita. Pos arri- 
vespe, eghirespe na apotilisci ti faccia tu Gusti- 
nu na tu dui to faghi, ce apotilisce stangalo ti 
zita, ce eleghe: 

— Gustino, Gustino, inna to faghi. 

O colo ti zita, ossia ti cummari epordale, ce 
o previtero eharre ti fisiai o Gustino ce tu eleghe: 

— Mi fisi, ti è sprigo. 

Tria tessera viaggi; poi estizzesti o previtero 

ce tu etrispe to faghi sti faccia; inveci ito ston- 
Colo ti zita ce ampracchespe to crevatti. Poi 
asciunne o zito ce elordesti, ce essevi ^ cuddhi- 
zonda ti jinecastu, ti eharre ti ehesdhi ce ti sipe: 



— Iati otu canni? hiezzese sto crevatti. 

O previtero, cunda to discorso, essevi apicatu 
tu crevattiu. O zito ;ja na ivri ti prama è, atti 
to lumi ce dori to crevatti ancappammeno faghi. 
Pos canunai ce posdori to previtero apicatu 
cravattiu, tu leghi; 

— O e ti ciola tundo coraggio ihese? 

Pianni ena raddi o zito e accumensespe ta- 

vronda apano tu previieru ce io na apospasce. 
O previtero embese cuddhizonda: 

— Ola ja ton Gustino ! ola ja ton Gustino ! 
O Gustino etresce, to nepiae, ce to nanclope- 

spe apano stin mula ce horistissa ja to spiti. 
O previtero ipighe cuddhizonda: 

— Ola ja lon Gustino ! 

Pos arrivespe^ sto spiti, trehi ce crazzi ton 
notaro ja na tu cami ta hartia. Arrivespe o no- 
taro sto spili ce arotai to previtero. 

Ecino eleghe: 

— Ola ja ton Gustino ! 

O notaro canni ta hartia tu Gustino. Doppu 
o previtero apedhanc, ce o Gustino emine pa- 
truni asciolo, ce emi eminame senza tipote. 



RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



"Tlva viaggio etxe Sva TupeaSóxepo, tioO ÓTtf^y* 
YupeóovTo^ garzuni. 'S x^ oipàxa loO urteuae 
5va6éjia ttoD ÓTcfjYe yupcuovia^ patruni. *0 7tpea6u- 
xepp xoO elTce- 

— T( Tcàet yupeuovxo^; 

— nào) Y^peiovxo^ patruni. 

— Kal èob 6éXet€ v5pxTQ [lexaf jxou; 

— Ma vai, gnuri. 

— Ma ppè \i ao^j xàwo) 2va patto. 

— IKo^ OéXexe, gnuri. 

— 'Eoi) lytii va Z;tp^ 7tó)$ Z^ifù èyw |xè 5va 
biccheri vepò xal jxfa affetta tj^jil x)jv f^pipa. 

— Gnuri, èaer*; ^f^xe xal b^tb hi ; Ttó)^ OéXexe, 
xàwo). 

Kol èytàSTjaav '^ '^^ aróxt. Ilfi)^ arriveuaaat 
xoO 'uè* 

— Bpà, Gustino, èyd) 2xw xpel^ cascie ytojjui- 
xat^ 87)vépwc, p/a è^ XP^^^^ ^ V^ ^5 argento, 
xol (ifa è5 xaf^jioóvta. 

Kal xoO xà iSei^e. 

Ma xoOxa, xoO efTce, xà (icp(vo|jie y^ '^^ l^iso- 
gni, Ywt'tì 8è $épo|u TrG)^ p^ (fépvet 6 Xptoxó. 

— Ma voi, gnuri, x^v eponseuoexe xoXdc. 

*0 Gustino xi)V hidootù 'pipa èYtà6Y] '^ xoO 
forgiaroo xal xo5 eliie' 



22 



Kijicif [lO'j tva x}w£:5l va àvo{^a) xal; xpeT^ 
cascic, 'xt afi^ Sàvo) 8lxa pezzia. 

*0 forgiano xoO xà 'xapie xal àvot^e xalg xpeT^ 
cascie, xal è7r.aae SYjvIpwt, ttoo epajeuae x6 forgia- 
ro, xal toO e|i£tvaat '{t.à xelvo, xal Sxpcoye xal ?Tct- 
ve alla facci xoO TrpsoSuxépou. 

Aóo '{lipat^ 'oirfaao) 6 7rpea6ux€po xoO *ta" 

— Ilfi)^ senguet, Gustino; 

— KaXà, gnu ri. Kal lael;; 

— Tf BikeiQ ; oSxco^ o6xa);. 

Aóo '|iépat€ èmotrf xoO fjpxe [ita Ypotp^) xal xo5 
ambitcuaaa: vi ni-q a* Iva (2XXo pajisi aà [ita cum- 
mare xo^j. *0 7rpea6'jxepo xol *7t£ xoO Gustino* 

— SIpet x{ aoO XIyw; y^^ '^^^^ '^*-C ^^"^ 
'jjipat; va sparagneuaa)|ie x>jv affetta xoO ^iifou, 
Ytaxl aàv Ttiofie èxeT, 8èv Sx^iie biditto va «pifie. 

— Ma voi, gnuri* 7tó>€ OéXexe. 

*0 7rpea6'xeco Joxexe vtjoxixò, xal 6 Gustino 
lxp(i)Ye xal Eiuve. Sàv ijpxe lxe(v' xtjv i?|iipa iroO 
$Txaat va yiùp^^^^ "^^^ '^^ Gustino' 

— AxxpÓTieuaé (le àTiivo) '^ x)) yo"Xa, Y^txl 
ér(ù} 8à fideoiiat va axlxo) fiovaxi; Jaou ixeT ìttìvci). 

Gustino x6 axxpÓTreuoe xal tyiiùfla^rpay. Sàv 
arrivcuaaot '^ xò poriuni i^ cummarc xou fjxo 
X(op(a9ovxa€ Y^'* ^^ tc'y^^^ ^* TcovSpIcpxouat xal 
xoO ElTraaf 

— Sfi^ TTpoaxuvoOfjLe xò x^'p^ succumpare. Ila- 
xàasxs àTCcvco, 'x*. 1(12!^ Ipx4liaa6e o')p|ia. 

Ilffi^ èTtaxiaaai ìtiìvo), 6 7cpea66xepo ?axexe 
Ytà TieOicviQ il Tceivx xal xoD eiTie xoO Gustino* 

— *Q5s 5à 6a)po'>|X£ x^tcoxs y^^ ^^ ?V^ Tcpfxa 
7C0' vàpxouv; E^^^ ^-Y^ àXeupf Zépet x{ aoO XiYt»^; 
vi x4|i(i)p.e |jiia TOjxxoOXa* BxXe xal %i\u xt) Iou. 

*0 Gustino xoj eiTc:* 

— A^, gnuri, piXexe xal x^iiexé xt) lozXg , xt 
ÌY<5) <j3c€ piXXo) xò vepó. 

'Eo£Ctj 6 7;f£c6!x£fo va xip.T[i '^'j^ Trr^xxojXa, 
aàv arriveuaaat ol ziti xal 5èv £tx*^- '^C ^^ *^" 
|tr, Y^'^i 5èv efx£ xatpò va tùJjy^ toc x^P^^? ^^°^^ 
xàSaXe p.iaa \ xal^ anche xal èfingcoOr) 'x: xòv 
è^aae doluri. IICL^ iTtxx'laxoi àTcovo), If^t^ftr^av 
v3t xoO TTjooxDv/aouv xò x^P'- Arrispcrudcuae 6 
Gustino xal xG^ etJie- 

— M)) xbv àYT^'^'^^j *'^' "^^^ iTT^aas duluri, 
xal aiv Spx^'cstt (liaa v^x'ca, xòv è^ocxp'yei xal poi 
xoj xr/v£X£ xal accoglienze. 

Kouovxa<; xoOv' xa X^Yca, lx£lvot 5àv Ì7rXax£u- 
aaat tiX'o. Ttj ppa5:a 6 7r>£a3*jx£po 5cv T^atove ^ 'a£t 
7cX£o è^ Tieìva xal Epenstuaa va ^ycpiorj Suo soldi 
romaneddlii, xal xpijet xòv Gustino, xal xoO f5a)xe 
?óo grana va ^opior; xò rom.ncddhi xal xoj z:tz&' 



— Slp£t TU©; ly(ei va xà|nrj ; doppu tioO xa* 
(loOvxat 8Xot, tévtv; ?va pizzo \ x^v cucina, \ 
lyd) nhj) romaneddlii romaneddhi '; xf^v cucina, 
TpwYW i5 xelvo TioO 6(op(&, xal xopta(vo|iat xal poi 
aoi5 cpép(o xtóXa lai. 

*0 Gustino oBxa>; Ixa|jie. Doppu tzoI exa|x^ 
Orjaav 8Xot, 6 T)pea6uxepo l-^ii^ *; xijv cucina xd 
6|i6atae xporfovxag. *0 Gustino xf xiwet; mivei 
xò pizzo xoO romaneddhi in *xò xpe6ixxiv xou xad 
Tiiet xal xò 8£vet \ xò xp£66àxi xfj zita. ^0 iipe- 
a66xepo, doppu ttoO èxopxàoflrj, 7i:4vet zdb^ ypétìao^ 
Ytojidcxou^ è5 cpaYl xal è)({ùfio^ romaneddhi roma- 
neddhi. Inveci TToO eixe va tcìtq \ xò xpe66ixi xoS 
Gustino, èYtàBrj \ xò xpe66axt xTj zita. IlG; arri 
vcuae, lY'ipsuae vi 'TioxuXfqj xr^v faccia xoO Gustino 
va xoO 8(!kji] xò <paYl xal àTWxóXt^e xòv x^Xo x?j 

zita xocl SXeYe* 

— Gustino, Gustino, va xò ^oy^, 

*0 xOXo x^ zita, osia xfj cummari èiiópSen 
xal 6 7cp£a6uxepo EOa^^e 'xt qnxriet ò Gustino xal 

xoO SXeYe* 

— M)j (foaifl^ *xt è ^'uxpó. 

Tpfa xfaaspa viaggi, poi estizzeaOrj 6 iipf 
a6tixepo, xal xoO lxpt?J;e xò cpoYl \ xij faccia, in- 
veci f^xo *; xòv x©Xo xfj zita xal ampraccheuoe xò 
xpc66axi. 

Poi l&>7we 6 zito xal elordcoOr) xal Ia£6Tj 

xcoXuaovxo; x>3 Y^valxa xou, 'xt 6^appe 'xt iy(éa^ 
xal v7^i eIkv 

— Ttaxf oOxti)^ xiwet; x*&<Jat \ xò xpe664xt; 
*0 TO£a6uxepo, xo^'ovxa^ xò discurso, 2al6« 

àjCTjxixo) XOJ xpi66axtou. *0 zi io y^* va rfifQ x( 
7rpi|ia è ^TTcet xò lumi xal Owpel xò xpeSSàxt an- 
clappaii|ieva tpoY^. IlGS xavouviet, xal t^ Scope? 
••ò 7ipea6*jxe^o àTnjxixco xf£66axfou, xo^ XeYet* 

— cor .. \i xtóXa xo&v* xo coraggio etx^; 
Iltzvet ?va fa68l 6 zito xal accumenseuos 

xpa6a)vxa^ àie iva) xoO 7rp£6ux£pou xad xòv àTtóo^o^e. 
*0 7cpea6'jxe(y) l\i&Tpt xoXóaovxag* 

— "OXa Y'-à xòv Gustino ! 8Xa y^ xòv Gustino! 
*0 Gustino èxpe^e, xòv éróaae xal xòv acxxp6- 

neuae àie iva) \ xijv p-o'^Xa xal 'xa)pta6T]aav *(ià, xò 
ajrfxt. *0 TcpsaSuxepo óidjY^ xa)Xuaovxa^' 

— "OXa Y^ 'còv Gustino ! 

TlGx; arriveuae \ xò aiixi, xplx^t ^ xpà^^t 
xòv notaro Ytà vi xo^ xx|i7j xà xap^«. 

Arriveuae 6 notaio \ xò oTrfxt tua àpcoxdcet 
xò 7ipea6uxepo. 'Exelvo SXeYe* 

— *'OXa Y^ "còv Gustino ! 

*0 notaro xowet xà yxpiioL xoo Gustino. Dop- 
pu 6 7cpea6'jxepo àTuiOave, xa{ 6 Gustino Efietvt 
pairuni è^ IXo xal i\itli l|i£{vape senza xf^roxe. 



23 



VERSIONE 



— t>ft-^>r?O^V 



Una volta c'era un prete che andava in cerca 
d'un servo. Per via gl'incontro un uon^o, che 
andava in cerca di padrone. Il prete gli disse: 

— Che vai cercando? 

— Vado cercando padrone. 

— E lu vuoi venire con me? 

— Si, signore. 

— Ma vedi che ti faccio un [>aito. 

— Come volete, signore. 

— Tu hai a vivere, come vivo io, con un 
bicchiere d'acqua e con una fetta di pane al 
giorno. 

— Signore, voi vivete, ed io no? come vo- 
lete, faccio. 

E andarono a casa. Come giunsero, il prete 
gli disse: 

— Vedi, Agostino, io ho ire caise piene di 
danari, una d'oro, una d'argento e una di bronzo. 

E gliele mostrò. 

— Ma questi, soggiunse, li lasciamo per i no- 
stri bisogni, perchè non sappiamo a che stato ci 
ridurrà Dio. 

— Si, signore; l'avete pensato bene. 
Agostino, il giorno appresso, andò dal fabbro 

ferraio, e gli disse: 

— Fatemi una chiave, per aprire tre casse, 
che vi darò tre piastre. 

— Il fabbro gliela fece, ed Agostino apri le 
tre casse e prese del denaro, con cui pagò il 
fabbro, e glie ne rimasero, e mangiava e beveva 
alla barba del prete. Due giorni dopo, il prete 
gli disse: 

— Come ti senti, Agostino? 

— Bene, signore, E voi? 

— Che vuoi ? così cosi. Agostino. 

Due giorni dopo, gli venne una 'lettera, con 
cui l'invitarono che^ andasse ad un altro paese da 
una sua comare. Il prete disse ad Agostino: 

— Sai che ti dico ? per questi otto giorni 
risparmiamo la fetta di pane, perchè, seno, quan- 
do andremo là, non avremo desiderio di man- 
giare. 

— Si, signore; come volete. 

Il prete stette digiuno, ed Agostino mangiava 
e bevevi. Quando venne il giorno, che doveano 
partire, disse ad Agostino: 

— Legami sopra la mula, perchè io non posso 
reggermi da me li sopra. 

Agostino lo legò, e partirono. Quando arriva- 



rono al portone, la comare andava a maritarsi 
e gli dissero: 

— Vi baciamo la mano, signor compare; an- 
date sopra, che noi torneremo subito. 

Come furono sopra, il prete stava per morire 
dì lame e disse ad Agostino: 

— Qui non vediamo niente da mangiare pri- 
ma che tornino. C'è poca farina; sai che ti dico? 
facciamo una focaccia; metteti a farla tu. 

i— No, signore: mettetevi a farla ^oi, perchè 
io vi metterò l'acqua. 

Entrò il prete a fare la focaccia, quando arri- 
varono gli sposi, e non sapeva che fare, perchè 
non aveva tempo di lavarsi le mani, che nasco- 
se fra le gambe, fingendo d^essere stato preso 
da un dolore. Come gli sposi furono sopra, si 
avvicinarono per baciargli la mano. Agostino dis- 
se loro: 

— Non lo toccate, perchè lo prese il dolore, 
e, quando viene mezza notte, lo lascia, e poi gli 
farete le accoglienze. 

Sentendo queste parole, gli sposi non parlarono 
più. La sera, il prete non poteva reggersi per la 
fame, e pensò di comprare due soldi di spago; 
chiamò Agostino, e gli dette i soldi, per com. 
prare lo spa^o e gli disse: 

— Sai come hai a fare? dopo che saranno 
tutti addormentati, attaccherai un capo dello spa- 
go al tuo letto e l'altro alla cucina; perchè io 
andrò spago spago alla cucina, mangerò di quello 
che vedrò, e, saziatomi, ne porterò a te. 

Agostino cosi fece. Dopo che si coricarono 
lutti, ir prete andò in cucina e si mise a man- 
giare. Agostino che fa ? pi lia il capo dello spa- 
go dal suo letto, e va ad attaccarlo al letto della 
sposa. Il prete, dopo che tu sazio, colle mani 
piene di cibo, si mosse, tenendosi allo spago. 
Invece di andare al letto di Agostino, andò a 
quello della sposa. Come giunse, cercò di sco- 
prire la faccia di Agostino per dargli il mangiare, 
e, scoperta la sposa, dicea: 

— Agostino, Agostino, ecco da mangiare. 

Il preterito della sposa, ossia della comare, 
strombettava, ed il prete credeva che Agostino 
soffiasse, e dicea: ^ 

— Non soffiare, che già è freddo. 

Disse tre, quattro volte, poi si stizzò il prete 
e gli sbattè il cibo in faccia e imbrattò il letto. 
Lo sposo, svegliatosi, s'imbrattò, e prese a sgri- 
dare la moglie, dicendo: 

— Perchè fai cosi? sporchi il letto! 

Il prete, udendo queste parole, si nascose sotto 



24 



' W 



il letto. Lo Sjvosu, per vedere clic cosa fosse, ac- 
cese il lume e vide il letto imbiattato di cibo. 
Guardando, vide il prete sotto il letto e gli disse: 

— Pure questo coraggio avevi ? 

Prese un bastone e com.nciò a darne al pre- 
te che lo fini. 11 prete si mise a gridare: 

— Tutto per Agostino 1 tutto per Agostino ! 
Accorso Agostino, lo prese, e, postolo sulla 

mula, si avviarono per tornare a casa. Il prete 
andava gridando : 

— Tutto per Agostino ! 

Giunti a casa. Agostino corre e chiama il no- 
tajo per fare le carte. Giunse il notajo e inter- 
rogò il prete. Questo diceva : 

— Tutto per Agostino ! 

Il notajo fa le carte a favore di Agostino. Il 
prete poi mori, ed Agostino rimase padrone di 
tutto e noi restammo senza niente. 



:e^i-a.:o..a. 



^H/irrafa da uno di KAmantca 



Un gatto, ghermirò un topo, stava per divo- 
rarlo, quando un tale, che noi chiameremo Mar- 
tino, mosso a compassione, fugò il gatto, e li- 
berò la mal capitata bestiuola. 

Dopo alcuni giorni Martino si vide capitare 
in casa una bella ed elegante signora, che gli 
disse: 

— Io era trasformata nel corpo di quel topo, 
che tu hai liberato dalle zanne di quel gatto. Che 
vuoi tu in ricompensa? Parla, perchè sono una 
maga potente. — Martino rispose: fa ch'io possa 
leggere chiaro nel pensiero altrui. — Detto fatto, 
disse la maga, to' questo berretto: quando lo 
porrai in capo, saprai quel che altri pensa. — 
Martino era tutto contento, che non capiva nella 
pelle. Col suo bravo berretto in testa incontrò 
prima il suo avvocato, che immemore del pre- 
cetto di Tiberio di tosare, ma non di scorticare, 
gli succhiava i denari, come una mignatta il san- 
gue. Alle domande del come andasse una sua 
causa Martino si senti rispondere: — sei cosi 
gocciolone, che non t'accorgi che ti sto imbro- 
gliando da un pezzo ? Perderai certo. — Martino 
poco mancò che non rimanesse, come la moglie 
di Lot, allorché si rivolse; poi alla meglio ac- 
comodò col suo avversario la lite. Questa volta- 
gli andò bene. Ma incontrò un amico, che gli 



disse: — credi che io ti stimi ? Meno assai di 
una ciabatta. — E un altro: — t'invidio, e vorrei 
avere la tua ricchezza; — E un altro: — credi 
che ti voglia bene ? Vorrei vcdeni pendere da 
una forca a tirar calci al vento. — E un altro: 
— credi che ti sia grato pel bene fattomi ? Tut- 
t'altro. — Martino sospirava. La moglie gli disse 
sul muso : — Credi che ti ami ? Aspetto la 
tua morte, per sposare il mio amante, più gio- 
vane, e più bello di te. Martino sbuffava. Uno 
dei fi^li diceva ad un fratello. — quando papà sarà 
morto, vedrai come farò da padrone, perchè so- 
no il più grande. — Il povero Martino, ferito 
nel più vivo del cuore, scaraventò il berretta 
dannato al fuoco, dicendo: — Va iti malora; me- 
glio di te è vivere nclPini^anno. 

Achille Giulio Danesi 



NINNE - NANNE DI NICOTERA 



O sonno ngannaturi, nganna genti, 
Nganna lu figghiu meo eh* eni 'nnocenti 
oh ! oh oh ohu. 

O sonno, veni di Muntiliuni 

Cu naca d'oru e li cordi d'attuni. 

Oh... oh obli. 

O sonnu, veni a hjnuru d amenu, 
Lu figghiu besciu mcu mu s'addormenta. 

Oh.... ohu. 

O sonnu, veni a hjauru di rosa 

Lu hggh'u mu si curca e mu riposa 

Oh.... ohu. 

O sonnu, veni cu l'occhi di pisci, 
Lu fii^ghiu pimmu dormi e pimmu criscr 

Oh.... ohu. 

Venimi, sonnu, veni da a marina 
Lu figghiu besciu meu pemmu camina 

Oh.... ohu. 

O sonnu besciu di S. Raffaeli, 
Pemmu ti curchi e nommu cchiù ti levi ; 
O sonnu besciu, veni di la nuci, 
Dumani mu ti poi tanu la cruci; 
O sonnu besciu di mammaia cara, 
Dumani mu ti portanu la vara; 
E veni prestu e non guardari Tura, 
Mu ti portanu prestu aa seportura. 

Dii*ettore rcsp. Luigi Bruzzano 



Tipografia — Francesco Passafaro 



^ 






Qlv^ ^^£^^^ 



i ® 




^ 




^' 






RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 4 — Aprile 1897. 



MONTELEONE 

Tipografia Francesco Passafaro 
1897 



^ 





^^.£fe.^^>T' ^.|^.^^.j^^^^g|s,^^j:a,^jtjt jT^^^ 






Trr-.fRir»' 






2. ri/A 4* 



.^33.33.0 I2S:. - W. -4 



_f^Ì'^ 



LA CALABRIA ì 



f ^>x<?:e^^ ^>>^:^X(è'>!^>>^)^>fC'è'^;^A'^Lyi'c^ .^s$>^ g^x?;?fe>^^x@.<>^^^^ gy?^ 



^fó^i 






ii 



*|j RIVISTA DI LETTBHATDRA POPOLARE m 

III 



JilRETTORB 



ȏ^'^ 



Monteieone di Calabria Aprile 1897 

SOMMARIO 

Canti rossanesi (R. De Leonardis) — Novel- 
lina di Ajcllo (k. Giulio Danesi) — Canto alba- 
nese di Falconara ( F. Riggio ) — Appendice 
agli usi e costumi di Laureana di Borrello ( G. 
B. Marzano JLa notte dell' Annunziata (^C. Biso- 
gni) — Canti ed indovinelli di Vazzano (L. Fusci) 
Lutti e funerali ( G. De Giacomo ) — La po- 
tenza del denaro, novellina di Monteieone (^ il fa- 
legname ). 

CANTI ROSSANESI 

Suspiri ardenti, re lu pcttu esciti. 
Escili c.\ vi dugnu libertate : 
Davi lu bene miu jati chianciti, 
Chianciti a bassa vucia, e nun gridati. 
Po' si ppe' scioria chi nun la vidiii, 
Muri, porti e finestri spalancati ; 
Tannu, suspiri mii, vi rccoghjtì, 
Quannu la bona nova mi portati. 

Si fussa capitanu re su regnu, 
l'utti li mastri-rasci ammazzerria : 
Iddi chi fanu si crudeli 'ngegni, 
Fanu finestri ccù 'Ili gelusii. 
Finestra, si poiissa arrivari docu, 
Finestra, a pezzi a pezzi li farria, 
Finestra, chi ti via arsa du fjcu, 
Chi teni 'nchiusa lu confortu miu. 

Amatu bene miu, tra peni e stenti, 
Chissu è l'urtimn addiu chi vegnu a dari, 
Ch'aju saputu ca ppe' mmia turmenii, 
*Ppe' mniia ti fu privatu re parrari: 
Obbiriscili, si, lì tuoi parenti. 
Ma re l'affetiu miu nun ti scordar! ; 
Si pò* vo' amari su coru scuntentu. 
Fammi 'nzignu cull'occhi e nun parrari. 



Abbonamento annuo 

Xjire 3. 

Un numero separato L. i. 



^1^ 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



Chi rosa russa ch'è 'mmcnzu sa chiana,. 
Tantu ch'è bedda chi mi fa morire ! 
Si mi 'cci calu mi pungiu li mani, 
Si ci la lassù 'ncunu si la pija. 
Mi'cci vorrà calari chianu chianu 
' Pò' mma piari s.i rosa gentile : 
Capitata chi fussa alli mia mani, 
Strinta e ligata la tcgnu a ru sinu ! 

Quannu nascisti tu, rosa galante, 
Nascisti 'ntra ' na lampa luminente : 
Menzu stu pettu n' oceddu ci canta, 
E a ra cintura hai 'na nocca re argentu. 
Bedda, quannu ti vesti tutta quanta 
Trentatre uri lu sulu s'abbenia. 
Si va' a ra chiesa, fai 'ncriminari li santi, 
E quannu torni fai morire la gente. 

Quannu nascivi iu, scuro la luce, 
E la mia mamma scuntenta mi lice. 
Mi deze chiddu lattu ch'era duciu. 
Alla mia vita velenu si fice. 
Nascivi sutta l'urma re la nucia, 
E senza fari mali aju nimici. 
Chi sa nu jurnu m'appiccia la lue?, 
E mi li cacciu tutti si nimici ! 

Bedda, ti cantu e ti pozzu cantari, 
Chiù ci'nni vena, e chiù ci aju piaciri : 
lu lutti arreiu li fazzu votari, 
Ccu Ili lamenti e ccù Ili mia suspiri. 
Bedda, tu si' la mia, nun dubitare, 
Ch'a r'avutri mani nun ti fazzu jri, 



26 



i 



S'è destinatu du celu, 'un pò mancar! 
Re ni godiri 'nzemi, giojuzza mia. 

Dimmi lu si o lu no, dimmi chi speri, 
Dimmi lu si o lu no, chi devu fliri ? 
Dimmi lu si o lu no senza temere. 
Dimmi lu si o lu no senza tardari : 
Cà si mi dici no, cangiu penzeri. 
Ma si mi dici si, li voghjuamaii. 

Fu lu serpeniu e r'ebbe lu rigettu, 
E r'iu, l'amaru ! nun n'avetii mai ! 
Vaju a ru Icttu, mi curcu e m'asscitu. 
Mi dice lu linzolu : Tu chi r'hai ? 
Rcspunna la cuverta re lu lettu ; 
È faitu jurnu e tu nun dormi mai ! 
Respunna lu spruveru re lu lettu : 
Portaci a chi vo' bene e dormirai. 

Domani partirò, piacennu a Diu, 
E cuH'amici mi.i t'arreccummnu. 
Si partu ccu doluri lu sacciu iu, 
Lu snnu l'occhi mia chiantu chi fannu. 
Po' quannu arrivu allu paisu miu, 
' Na littira ti fazzu e ti la mannu. 
Intra ci mintu li penzeri mia, 
E' ppè sigillu stu coru ti mannu. 
Rossano 4 Aprile 1897 

Avv. R. de Leonardis 

CANTI IN PAGAMENTO 

{narrata dj, uno di A iella) 



Un contadino senza un soldo si presentò ad 
un oste, e gli domandò da mangiare a ufo. L'o- 
ste, tentennando il capo e torcendo il nife, diss: : 

— StìiT^a dinari non si canta missa. 

Si non l' unii la barca, non vara. 

Ma disse il conladino : 

— Sangn e dinari su forti a Cacciari. 

— Spendi carti^ ribatto 1' oste, e sedi 'niparu 

— Vedo, replicò il contadino, che li piace il 
nostro dialetto. Ascolta. Nelle mie saccocce, da 
tanto che non ho denari, possono far la tela i 
ragni : ma ho fame e 

Saccn vacanti non sta alìorditta. 

Facciamo un patto. Per pagamento del mio 
desinare avrai canzoni. 

— E se non mi piaceranno ? 

— Basta che te ne piaccia una. 



— Sarà difficile. Ma se nessuna me ne piacerà 
quindo mi pagherai ? 

Alla raccolta, sz avrò lavoro. 

L'oste imbandi, e il contadino si empi il buzzo; 
poi cantò: 

A chisti rughi viti snla nei siti 
China di balligli e oneUitali\ 
Tut/n In jnor/ìn regàmi faciti 
E poi cu la memoria li stampati; 
Stampatimilln a mia 'mi maccaturi, 
Ca vi In paga quanta meritati. 

L'oste disapprovava. 
E r altro : 

Quattrn cosi a In mundu non criditi, 
Chiaria di 'mbcrnu e nuvula d' estati. 
Amor di donna e carità di frati. 

L'oste era impassibile. 
E l'altro : 

Sentiti, amici mei, chista arroganza, 
Uatli e li modi di sta donna ria: 
Cerca fari Faninri per usanza, 
E l'occhi li risguarda a n'atra via. 
O donna, chi non hai perseveran:^a, 
Spe;;^^a stu lacci'i e scordati di mia : 
Non la fari p:ndiri s!a bilan:^a, 
Cà unn e V alrn cadi 'n gelusia. 

— Canzone di sdegno, disse Toste : non mi 
piace. — 

Vediamo quest* altra, disse il contadino : 

facci di 'na buffa untata all'ogghiu. 
Ti vai avantandu ca mora pe ttia ? 
Vatlindi a mari e lavati a 'nu scogghìu, 
Fattila 'na lavata di lissia. 
Si poi mi mandi a diri si ti vogghiu, 
Fogghiu'la mala Pasca mn tipigghia; 
Cà jocu arreda e è ^na ciuccia morta; 
Chija è ramanti chi mori pe ttia. 

Il contadino vedendo immobile l'oste, come 
madama Lot, mutata in sale, tracannò un bic- 
chiere di vino, e seguitò : 

Sì parti e si partin In dilicatn, 
Te mari si ndi jin, Dio mn l'ajuta ! 
Vorria pemmn In vijn a la mbarcata, 
Si chiju visn beìn si tramuta. 
Non si tramuta, no, eh' esti mporatu, 
E tennareju cchitl di la lattuca, 
E da lattuca ndi farria nsalata. 



27 



Mu udì vtangiann rre, principi e duca. 
L'oste s' appisolava, abbassando il capo. 

— Avete fatto segno d'approvare, disse forte 
il cantore. 

— No, rispose Y oste, svegliandosi : dormivo. 
Prosegui. — 

Il contadino ornai impazientitosi, seguitò : 

Nu jornu amava 'nn palumhu stranUy 
Cam mi Ut tenia nia In men sinu; 
Ln guvernava di In megghin rann, 
%Acqua frisca nei dava a In matinu. 
Nu jornu mi voiau di la mia marni, 
Mi parsi naceìu:^:in volantinn ; 
Affaccin a la finestra^ mn In chiamu : 
Pirn^ palunibn men, tornami 'n sinu ; 
Nei piaciru li parti ìnntani : 
Non vinni chiù cca mia mn ndi vidimn. 

Il contadino sentiva Y oste russare : trmcò un 
altro bicchiere, e, dopo avere scosso 1* oste, per 
destarlo, seguitò : 

facci di gnkOy cuccù di notli^ 
Ti mentisti li ca^i pe ca:(etti ; 
Btuttu biiocu di li Parguto ti^ 
Vulìvi puru tu mu fai nonetti ; 
3iCa si l'appura Apollu^ o anchi storti, 
É megghiu di 'na timpa mu ti jetti. 

— Questa si adatta a te, sentenziò l'oste.-^ 
Il contadino fremeva, e domandò : 

— Sei cristiano ? vuoi canti religiosi ? 

— In fatto di denari sono Ebreo. Prosegui, o 
paga; ma canti religiosi, ohibò! 

Il povero Apollo rustico cantò : 

Oguannu la muntagna hiuriu.,.. 

— Corna, tuonò Toste; la so; seguita. 
Auf! sbuffava il contadino, che riprese : 

Faciti largUy cà passa lu leuniy 
E di scappata va subra *na ciuccia ; 
^Nj>n havi denti, non havi scagliuni, 
E lu nasu nei curri a guccia a gur.cìa; 
Te gambi havi dui stanghi di trappitu : 
Chistu è Unni ; vi pari pnlitu ? 
L'oste aveva una [faccia di giorno piovoso, 
simile a notte, dice Omero, il contadino riprese: 

Cam cumpart, si voi mu ti 'mbitu, 
Menti la carni, cà ìu mentu lu spitu; 
Menti lu pani, cà lu nuu i mucatu, 
Menti lu vinu, cà lu meu i acitu. 



Il contadino sperava che Y oste ridesse ; il che 
sarebbe stato segno d* approvazione. 

L'oste era serio, come un contribuente, pagan- 
do le lasse. Disperato il cantore proruppe : 

Gnr:(a, chi stai d' arrelu, fatti avanti. 
Non nei vonnu caniuni, ma euntanti. 

— Bene, bene, gridò Tos. e : cosi mi piace, cosi. 

— Sci pagato, e sclamò il contadino esultante^ 

— Come ? come ? Hai detto che ci vogliona 
denari ; pagami 

— Hai approvato : basta. 

( Quadro ). 

Achille Giulio Danesi 



CANTO ALBANESE DI FALCONARA 

TESTO 

Duddczs e garesme ce jee ti, vis ! 
Pathcr pandehia per gkrua te ches ; 

Ce cuur te pee zsemra imme tas 
Mali mu mbiua, se ti patte fittes. 

Ti curt dajes ca spia ras! 
O miegkula terranne te rumbeih ; 

Nde gkiellct tende miir mos pas. 
Mali caga ti mos path fittes. 

VERSIONE 
Ridente fiore che sei tn, fanciulla ! 

Io sempre ho sperato averli per sposa j 
Da quando ti vidi, il cuore subito 

Si empi d' amore, ma tu non avesti pietà. 
Che tu, quando esci di casa, possa cadere l 

O che la nebbia ti possa fare sparire! 
Che tu non possa aver mai bene nella vita, 

E l'amore non abbia di te pietà! 

APPENDICE 
Agli usi e costumi di Laureana di Borello 

[Continuazione V. N. $ A. IX I 

Stimo dover qui rammentare alcune consuetu- 
dini, che han forza di legge presso le popolazioni 
del Mandamento, di cui ci occupiamo. 

Dopo la mietitura, chiunque può andare nel 
campo altrui a spigolare, come pure è lecito al 
pastore di condurre il gregge, od altro bestiame 
a pascolare nelle restoppie altrui ; e quando ciò 
non voglia permettere il proprietario del fondo, 
deve flire conficcare delle canne non ispogliate 
delle loro foglie nel suo campo ; è questo il se- 
gno che la restoppia di quel campo debba esse* 
re rispettata. 



28 



Dopo la vendemmia ad ognuno è lecito an- 
dare nella vigna altrui a raccogliere i racemi 
diraeniicati. 

Nel Comune di Caridi, dopo il di dei morti 
(2 Kov. ^ ognuno potri andare nel tondo altrui 
a raccogliere le castagne, rimaste sugli alberi, o 
che furono dimenticate a terra. 

Prima che gli alberi d' ulivo siano intorno 
intorno sarchiati (rampcìti){\), le ulive che ca- 
dono possono essere raccolte da chicchessia. A 
tale proposito ricordo alcuni versi in vernacolo: 
Li fimmani su' comn V oJivariy 
Sugnn di tulli prima di rampati. 

Le ulive, che cadono nel fondo altrui, si rac- 
colgono dal proprietario dell'albero, non dal pro- 
prietario del terreno, in cui le suddette ulive 
son cadute. Per contrario, le ghiande si raccol- 
gono dal proprietario del terreno, sul quale so- 
no cadute : onde il detto : /' aggbianda duvi ca- 
di-, r oliva di cui é. Se poi nei limili dei fondi 
vi siano alberi d'ulivo dell' uno e dell' altro pro- 
prietario, di guisa che difficile sarebbe determi- 
nare a quale dei due s' appartenessero le ulive 
cadute, ciascuno dei due proprietari raccoglierà 
le ulive che son cadute sul proprio terreno. 

Air inquilino, cui non si vuol fittare per l'an- 
no, che segue, la casa o un fabbricato qualun- 
que, si suol disdire la locazione nel m?se di Mag- 
gio ; al fitiuario, poi, d' un fondo si suol disdi- 
re nel mese di Agosto. Il congedo che loro si fa 
si dice sposcssn. 

Seguo ora a rammentare alcune altre costu- 
manze che sono state omesse. 

Chi uccide un lupo, suol portarlo a tutti i pa- 
droni di mandra per averne un premio. Al lupo 
si dà la caccia da più cacciatori armati, e talo- 
ra si prende al laccio con una catena di ferro a 
punte, ben conficcato nel terreno in quel luogo, 
per il quale suol passare il lupo, cercando la pre- 
da. Per r uccisione d' un lupo dall' autorità del 
Comune si soleva dare il premio di L. 21,25 
sui fondi comunali, di L. 25,50 per una lupa, 
di L. 34 se questa era gravida, di L. 12,75 per 
un lupicino e finalmente di L. -^,25 per ogni 
lattante preso nel covile. 

Un' altra usanza, eh' ebbe vigore in Laureana 
fino ai principii di questo secolo, merita d' es- 
sere ricordata. 11 Municipio, allora detto Univer- 
sità, aveva cura di far costruire un paio di sti- 
vali a mezza gamba; del quale poteva far uso 
chiunque dei Laureaneii doveva passare i fiumi 



Mesima o Metramo per anJare altrove. 

Il titolo di Don appartiene al cosi detto galan- 
tuomo, e distingue grindividui del ceto civile 
dalla classe dei maestri, dai contadini e dalla plebe. 
Vi aspira e V ottiene, dopo qualche contrasto, il 
v'.llano rifatto ( vaja:^:;^^ arriccutn ) e 1' artigiano, 
che divenuto agiato, lascia T arte. È un tilolo, 
che compete anche ai preti ; di guisa che se un 
contadino veste l'abito talare, acquista ipso iure 
il titolo di don, titolo, che poi gli rimane anche 
se non consegue gli ordini sacri ed anche se la- 
scia la veste di prete. 

or invitati ad un pranzo, alla fine di questo 
debbono mettere il tovagliuolo sulla tavola, alla 
rinfusa senza ripiegarlo ; ripiegandosi regolarmen- 
te il tovagliuolo, significher:bbe che per V avvenire 
non si vuole accettare altri inviti, e però sareb- 
be un'offesa, che si fi al padrone di casa. 

I capelli sono ritenuti come V ornamento mi- 
gliore dell' uomo libero : gli amanti si scambia- 
no un riccio di capelli in segno di reciproco af- 
fetto; i parenti di lontani pae:;i si scambiano 
una ciocca di capelli per affettuoso ricordo : la 
madre, la mo.Uie, il marito, i figli si strappano i 
capelli sulla bara dei loro cari, sacrificando la 
parte più stimata del loro ornamento e facen- 
done tributò d' olocausto all'oggetto più caro, Ji 

cui deplora la perdita. 

II giorno di S. Giov. Battista, chi ha in animo di 

divenir compare di persona, verso la quale pro- 
fessa stima od affetto, le nìanda un mazzolino di 
fiori ed un vassojo di dolciumi ; se questa accet- 
ta tale parentela spirituale ( t non v' è esempio 
che accada altrimenti) dopo cinque giorni, ai 29 
Giugno consacrato a S. Pietro e Paolo, dee ri- 
cambiare al primo il dono del mazzolino e dei 
dolci, e cosi il comparaggio é stretto. 

Cenando si tagliano la prima volta ie unghie 
ad un bambino o bambina, chi le taglia acquista 
la qualità di padrino e vicn chiamato compare 

o pure commare, se donna. 

I fanciulli, per farsi compari tra loro, soglio- 
no strapparsi scambievolmente un cappello e li 
annodano insieme, lenendosi per il mignolo. 

Nella sera antecedente adOgri santi, i fanciul- 
li sogliono mettere vicino al loro letto un panie- 
rino od un cestino vuoto, e la mattina seguen- 
te trovano in questi dei dolciumi, dalle frutta 
sacche, o dei soldi, che le buone madri hanno 
avuto la cura di riporvi, per far loro intendere 

che i Santi in tal modo han voluto premiarli 
della buona condotta. 



29 



La vigilia dell' Ascensione le donne si prov- 
vedono d' una cena erba, che nasce nei crepac- 
ci delle mura e fra gli scogli in luoghi umid', detta 
erba delV ascensimey e T appendono sorto qualche 
quadro, per vederla germogliare e fiorire dopo 
40 giorni, sebbene sia stata strappala dalla ter- 
ra e sia senza radici. 

Affinchè il liquido, che si versa in una cal- 
daia, non prenda il rame, vi s' immerge un pez- 
zo di ferro, che si lascia nella caldaia, finché non 
si tolga il liquido. 

Nella ricorrenza dell' onomastico dei fanciulli, 
si suol loro tirare le orecchie, per augurio. 

Nella sera di S. Martino, i calzolai si unisco- 
no a banchetto e bevono il vin nuovo e fanno 
fuochi di gioia. 

Chi vende vino al minuto suol mettere al som- 
mo della porta della sua bottega un ramo ver- 
de di quercia, di sambuco o d' olivo, detto vol- 
garmente frasca. 

La notte dell' Annunziata 

leggenda del Monteleonese 

É viva nella coscienza della nostra genie 
una serie di vaghe credenze che, nella fine 
squisitezza del gusto artistico, cheT impronta, 
e nella geniale intuizione del mito, par di sen- 
tire CDme un profumo: tanto esse sono delica- 
tamente sentimentali. 

l^rescegliendo per adesso una fra le più 

belle di queste credenzo fiorite su questa clas- 
sica terra, che fu una volta d' Ilipponium, 
dirò come è volgare credenza il ritenere la 
lìolte del 24 e 25 Marzo, sacra alla Annun- 
ciala, la festa della natura che già si sveglia 
alle miti auro primaverili in una rifioritura 
di nuovi incarnii di, cui si riveste la terra, la 
gran madre comune. 

La terra dal letargo jcmale si desta a nuova 
vita in una festa d' incanti, di luci, di colori, 
É la nuova stagione che già incomincia e si 
riverbera anche nelP animo di questo popolo 

forte. 
È volgare credenza che, in questa notte, 

-chiunque, senza preconcetti di sorta e sulla 

innocenza, si faccia a girare per la campagna, 

veda neir aria come un insolito chiarore, una 

luce morbida e delicata, e senta un pispiglio 

sommesso carezzevole di uccelli, e come 

un profumo arcano sollevarsi dalla terra 

involgere ogni cosa. 



Ed ancora un miraggio lontano di luci più 
vive nell'aria ed uno sfavillio più luminoso 
di stelle nel cielo additano un punto più re- 
molo nel lontano orizzonte, verso cui si volge 
rocchio e Tanimo deir ammiratore. 

E r incanto del fortunato viandante, in que- 
sta notte di dolcezza, è ancora aumentato se 
egli si avvicini agli alberi ad una sorgente. 

Gli uni, vicino ai fiori freschi, olezzanti 
vagamento colorati, hanno frutti maturi che 
lasciano in bocca un sapore mai gustato e un 
profumo insolito, e le sorgenti, i ruscelli, i 
rivi apprestano alle labbra del viandante, in 
vece che T acqua ordinaria, latte e vino; e 
sui letti dei torrenti e delle fiumare scorre 
olio purissimo. 

Ma r incanto non ha più luogo se il mor- 
tale, in questa notte di delizie e di dolcezze 
arcane, preavvisalo della cosa, lascia a bella 
posta il proprio abituro in cerca della strana, 
mai vista avventura. 

E^^^li sentirà, nel bujo della notte, il freddo 
della morte, e non troverà, per dissetarsi che 
la solita acqua, che gid attinse al mattino. 

Non frutti maturi sugli alberi, non vino nei 
ruscelli, non latte alle fjnti; egli ritornerà a 
casa sua punito della propria curiosità e tre- 
mante di freddo. 

Questo quanto racconta la credenza del po- 
polo, queito quanto ho creduto far noto a- 
gli studiosi della coscienza di esso. 

Dott. Carlo Bisogni 

CANTI SACRI 

DI VAZZAXO CALABRO 



A San Giuseppe 

Vifergini e pura la mairi di Diu, 
Cristu nta Ui sue ventri s'incarnau. 
Vieni li novi misi e si partiu, 
E San Giuseppi a Beitalemma andau; 
Pumpa non bozza la matri di Diu, 
Gimminau scaza nsina c'arrivau. 

S. Giuseppi nei dissa: o spusa mia, 
Anda sicura e non nei dubitari; 
Cà eoa canusciu na parienti mia, 
E eiandaiamu ea sinza tardari; 
Lu parienii nei dissa : Andati via, 
Cd li pezzicnti non ppuo?zu allogiari. 



30 



3- 

E tutti c'i;na vuci rispundiru : 
Va iatavindi, ca non cresta riparu. 
La porta ntra la facci nei chiudirii, 
Ed illi nivicandu caminaru; 
E da luntanu na grutta scoprirà, 
Ci_vozzi nu piezzu nsina c'arrivaru. 

A menza nnotta festa e giochi ficia, 
Vuozza nesciri Diu cialestramenti. 
Vuozza nesciri a chiji bassi luochi 
A mienzu lu ielu e Tanimali. 
Vuozza nesciri la bontà divina 
Pei mentiri Lucìfera 'n cantina. 

San Giuseppi, ch'està bella sta nuvina 
E la dicimu cu divuziuni; 
E per tia domani ci facimu a cumuniuni. 
Dispensa grazi e cunsulazioni. 



INDOVINELLI 

Supra a 'nu timpuni 
Nei staci 'nu giuvanuottu, 
Chi cu li brachi apieni 
Jctta li panietti. 

(il castagno) 

C està 'na cosa lunga e storta 
E baci gridando 

il fiume 

Està luongu quantu 'nu iravu 
E largu quantu 'nu crivu. 

// po:(;^o 
Dintra a n' uorturu e' està unu. 
Nei cali li cazuna 
E nei vidi i battagliuna. 

il granturco 

Un animali cu li corna 
E non està muntuni ; 
Havi la seja e non està ciucciu. 

la lumaca 
Havi a testa russa 
E vuommica jancu. 

la candela 
Haju 'nu zinzillu, 
Chi lu piglia chistu e chillu ; 



Chistu e chillu 1' havi pigghiatu 

In casa mia mi Y ha tornatu. 

// lievito 

Tiegnu dui utri chini 

Di una cosa janca, 

Li mientu testa sutta e non si abbucca. 

le mammelle 
Arriedi la porta 

Nei staci 'na barba di monacu 
Si arruoceola pe li cammari. 
Ngagghia eh* està ? 

la scopa 

LUTTI E FUNERALI 



To' — esclamò il Prof. Danesi, vedendo molte 
donne scarmigliate e piantemi, che seguivano- 
in Corigliano CalabiO, un cadavere — to' : eccO' 
qui le prefiche dei Romani. Però, in Corigliano, 
come dice il chiarissimo Danesi, quelle donne 
non sono prezzolate ; in Cetraro, in vece, molte 
donne accompagnano il feretro piangendo e strap- 
pandosi i capelli per essere pagate. Le famiglie 
dei così detti galantuomini, nelle occasioni di 
lutto, ordinano alle persone di servizio di notare 
bene le donne che piangono dietro il corteo 
funebre; e, quando dopo tre giorni, in famiglia 
non c'è più lutto e si possono riprendere i la- 
vori, lasciali per ricevere le condoglianze degli 
amici in stanze quasi al buio, le persone che 
hanno pianto vengono pagate con gli avanzi^ 
abbondantissimi, delle mense (cunsuli)^ imbandite 
dagli amici alle famiglie di lutto, oppure vengono 
pagate con cose di casa^ cioè con olio, fichi sec* 
ehi, abiti usati, o altro. 

Il popolo non paga, ma è grato alle persone 
che piangono dietro il cadavere. E senti dire: 
È morto Tal di Tale ; io devo accompagnare la 
salma, senza sciogliermi i capelli. Oppure : devo 
sciogliermi i capelli dietro quel morto, che cosi 
hanno fatto quelli di sua famiglia nei mici lutti r 
chisti su pitti^ chi si rennenu (queste son focacce 
che si rendono). 

A Corigliano le donne piangenti actompagnano 
il cadavere fino alla via, che mena al camposan- 
to, e poi ritornano nella casa d'onde è uscito il 
morto ; in Cetraro non si allontanano dal cada- 
vere, se non lo vedono sepellito, e ritornano, 
poscia, piangendo ancora, dietro una donna, che 
porta sul capo le covertine, con cui si suole 
covrire il catafalco. 



31 



E quelle covertine rimangono nelle stanze, ove 
le donne ricevono, per tre giorni, le visite di 
condoglianza. 

Non molto tempo dietro, le donne ricevevano 
Je visite, sedute su materassi, gittate per terra, e 
le persone che facevano le visite sedevano sulle 
sedie ; ora quest' uso si è smesso. 

A Malvito non si accompagnano, piangendo, i 
morti ; a S. Sosti, a Spezzano Albanese, a Fu- 
scaldo in prov. di Cosenza ; a Soveria Mannelli 
a Tiriolo, in prov. di Catanzaro ; a Stilo, a 
-Guardavalle, a Pazzano, a Bivongi in prov. di 
Reggio Cai. si piange solo dai parenti dietro il 
feretro. 

A Corigliano Calabro, come anche prima si 
faceva a Cetraro, a S. Sosti e a Malvito, quando 
muore un padre di famiglia, all'uscire il cadavere 
•ài casa, per ultimo ed estremo vale si sbattono, 
porte e finestre, e, spesso vetri e sportelli vanno 
in frantumi, ed il fracasso insieme con i gridi 
disperati assorda gli orecchi. A frenare la furia 
disperata di sbattere e sconquassare, accorrono 
parenti e amici , e s' impegnano lotte corpo a 
corpo ; a viva forza si trascinano le donne fu- 
ribonde, e, sedato alcun po' il tumulto, non 
mancano gli svenimenti, e le donne isteriche si 
contorcono, gridano, singhiozzano, tremano, le 
più forti hanno per quelle occasioni un dizio- 
narietto di parole dolci, rivolte all'estinto, che 
viene trasportato in chiesa, mentre le campane 

spandono per l'aria gravi rintocchi : don doo, 

don.... doo ! 

G. De Giacomo 



LA POTENZA DEL DENARO 



( Novellina popolare di Monteleone) 



Ne' era *na vota 'nu povaru vecchiarcju chi avia 
dui figghi masculi, chi li crisciu cu la maru- 
.cheja(i), li volia beni cchiù di 1' occhi soi, li 
crisciu grandi e grandijati (2). Quandu furu grandi 
li maritau ; nei dezzi tuttu chjiu chi avia, chi 
povareju restau a menzu 'na strata. Doppu chi 
furu a la casa loru, si scordaru di lu povaru pa- 
tri; paria ca no lu vittaru mai ; lu povareju mo- 
xia di la fami, non c'era cui mu nei apri la vuc- 



ca; si neuna vota jea ('^) ja li figghi, mancu lu 
parravanu, no li nori e nopuruli niputeji; mancu 
nei porgenu 'nu tozzulu di pani. V amaru non 
sapia che pricu (4^ mu pigghia, tuttu sciancatu, 
ca si nei minavi cu *nu mazzu di cucchiari, non 
ci ndi cadia una. Nchiana (5) 'nu jornu subra a 
'nu gnu ri, chi lu canuscia : 

— O gnuri meu, facitimi *nu pijaciri : mpru- 
statimi centu pezzi pe 'nu misi, cà jeu vi li tornu 
comu mi li dati, cà mancu li scangiu. 

— Si, mastru meu, ca ti li dugnu. 

Lu gnuri lu volia beni, cà era n' omu onestu; 
nei duna li dinari, e si li leva a la casa. Quandu 
seurau, si misi mu li cunia. Doppu chi li cun- 
lava, li minava di botta ntra 'na cascia; li tor- 
nava a pigghiari attempu attempu (6) e tornava 
a cuntari forti , chi facia 'nu scrusciu chi lu 
sentenu tutti. E fici daccussi pe 'nu misi. Dop- 
pu nei tornau lì dinari ja lu gnuri. Vaci (7) e 
si accatta dui càntari novi, li menti ntra la ca- 
scia, e ogni matina si cacava ja intra, e quandu 
furu chini, nei menti 'na carta subra, nei liga 
'na saguleja ntomu e li sigiji. Lu vicinatu, chi 
aviasentutu lu 'ntinnu (8) e lu scrusciu di lidi- 
nari, jiru (9^ e trovaru li figghi e nei dissaru 

— Viditi chiju patri vostru quantu è suraru ! 
(io) sciancatu, mori di la fami, ehavilipezzi 
di dudici carrini cu li tumana ! havi echini di 'nu 
misi chi eunta: stativi cuU'occhi aperti, cà, si 
mori, va trova cu si li pigghia. 

Quandu li figghi ntisaru daccussi, tutti si pre- 
jaru (iij. Lu primu vaci In figghiu randi(i2) 
e nei dici: 

— O patri meu, comu stati ? non aviti venu- 
tu a la casa mea ! 

— Ah ! figghiu ! duvi haju mu vaju, ed sugnu 
nuda e crudu ? 

— Aviti ragiuni. 

Chiama 'nu mastru custureri, nei fa fari la 
giacchetta, li cauzi (13), si lu leva a la casa, 
lu fa mu mangia e mu mbivi di lu bonu e di 
lu megghiu, e no lu dassava mu va echini di 
cca ;ocu ( 14). Vidi 'nu jornu lu frati pieciottu 
a lu randi: 

— Dimmi 'na cosa; a tia chi t'è ? patri. E a 
mia puru m'è patri. Li figghioli mei ciangino 

. ca vonnu lu nannu; mugghierima (15), dicendu 
misséri (16), mori; dunca 'nu jornu l'unu. 

E daccussi 'nu jornu pe figghiu mangiava e 
mbivia di lu bonu e di lu megghiu. 

— Anaa! (17) li dinari di lu gnuri ficiaru 



■jT^-^ 



Mqai^- 



32 



aflfetiu ! mò vaju bonu; no mmi manca nenti. 

Fici sta vita pe 'nu tri o quaitru misi; cadi 
malaiu moribundu e li figghi non si movenu du 
capizzu; chijii chi cercava, nei davanu. 

— Ah! ben* meu ! dicia lu vecchia; armena 
fazza 'na morti cuntenta; cà, si non facia chija 
pensata, potia moriri di la fami. Chiamatimi lu 
cumpessari c;\ vogghia ma mi campessa. 

— Megghiu lu notaru , patri meu. 

— Ah ! figghi; cà jeu chi haju ? chi lu vog- 

ghia lu notaru ? 

— Ah ! patri meu ; sempri è bonu, cà, si nno, 

dassati \\i guerra. Voliti mu ndi ammazzamu 
fiati cu frati ? 

•— Dunca chi boliti daccussi, chiamaiilu. 

Vaci lu notaru. 

— Seditivi, signuri notaru. — leu non bi 
'ncommudava; ma li figghi vòzzaru daccussi e 
daccussi sia. Viditi, noiaru; jeu haju chija cascia 
sula, e tuttu chiju chi potii accucchiari {18) è 
jà dintra, e tuttu lu pajisi vogghiu mu lu sapi. 
Dassu a pena di scumunica, appressu jornu dop- 
pu chi mora, pe 1' amuri meu , sta cascia mu 
la levanu avanti la chiazza, e lu bandituri mu 
jetta la bandu mu si ricogghinu tutti li agenti ; 
e quandu la fuja (i^^h randi, vogghiu mu apri- 
nu la cascia. Lu primu pugna vi lu pigghiati 
vui, notaru meu, cchiù randi e grossu chi po- 
titi, e poi li dui figghi mei spartinu uguali. 

— Bonu, patri meu ! pensali mu stati bonu. 

— Eh ! figghi mei ! jeu sugnu mortu. Abba- 

dali tantu vui quantu lu notaru mu faciti pc co- 

mu dissi; cà, si no, lu tcstamcntu è annuUatu e 

bi resta la scumunica. 

Lu notaru finiu di scrivari, si cogghiu la carta, 

e si ndi jiu, tuttu prejatu, n:u nei cunta tuttu a 

la mugghieri. 

— O maritu meu, pigghialu grossu cchiui ca 
poi, cà v'di ca ndi sta criscendu sta crijatureia (20). 

Fratantu lu vecchiu moriu. Lu levaru grandi 
e grandi jatu (21), finu quattru fimmani cu li 
vrascèri. Appressu jornu vaci lu noiaru, fa le- 
vari la cascia a menzu la chiazza; lu trumbetteri 
chi sonava e gridava : 

— Cu voli mu vidi lu trisoru di lu vecchiu! 
La casa di lu notaru era faccimprunti (22), e 

la mugghieri affacciata a la finestra, chi facia 
nsingu (23) mu lu pigghia grossu, e nei mu- 
strava la cotrareja (24J chi l'avia mbrazza. Nei 
era 'na fuia chi non finia mai; chini stava, cehiu 
si ndi ricogghia. Finai menti vinni Tura; si *mbi- 
cina lu notaru, e li figghi aprinu la cascia. Quan- 



du viitaru chiji càntari ncartati e sigijaii, cui spin- 
gia di 'na vanda e cui d'autra pcmmu vidi. Li 
gridati jenu a lu celu; si vota lu figghiu randi : 

— A bui, notaru; pigghiati lu pugnu vostru. 
Lu notaru si tirava li jidita (25) mu si £1 la 

mani randi; a mugghieri paria 'na paccia; fa- 
cendu nsinghi, non potia cchiui. Finarmenti fic- 
cau la mani, senza mu caccia la carta. Quandu, 
mbeci di dinari, 'misi 'na cosa moja, 1' erramu 
capisciu; si ficca li mani sutta lu cappottu e fuji. 
La mugghieri curri n:u l'arriva cu lu faddali (26) 
apertu : 

— Dammi eca mu li cuntu. 

— Te', mannaja V anima di mammata; pigghia 
lu vacili e fmimi 'na pignata di lissia, ca chiju 
vecchiu l'avia cu li figghi, e misi a mia ntra la 
menzu. 

Dassamu stari ad iju, chi si grattava li mani, 
e pigghiamu a li figghi. Quandu viitaru lu nota- 
ru fujiri, e l'adduri chi mandavanu li vasi, chiu- 
dinu la cascia lutti scornusi e scappanu, e tutta 
chija agenti cui gridava, cui arridia , e li fig- 
ghioli (27) appressu. A! boni cunti si ch.udiru 
dintra e nno nesciru cchiui pe lu scorna. 



(i) Pane masticato, con cui le madri cibano 
i bambini. (2) Con ogni sorta di cure (3) An- 
dava (^) Chi pricn mu pì%ghiu^ qual partito pi- 
gliare f5) Sale [(>) Adagia (7) Va. In alcune tor- 
me verbali monosillabiche si aggiunge una sil- 
laba, come in suguUy dngnu, slaju, staci^ sono, 
do, sto, sta. (8) Tintinnio. (<)) Andarono (io) 
Usurajo. (i i) Manifestarono gran gioja (^12^ Gran- 
de. Nella parola grande e grano si perde la g. 
(ij) Calzoni. Il gruppo /«?, d muta in an, (14^ 
Di cca jocuy un passu più in là. (15) Mia mo- 
glie. Gli aggettivi possessivi mio, tuo, suo mu» 
tario in ma^ tj^ sa, e s' incoi porano con alcuni 
nomi di parentela: patrima^ patrita; palrisa; mug" 
ghicrima^ mugghierila, nwggh'.ertsa ecc. (16) Suo- 
cero (17) Esclamazione di maraviglia. (18) Ra- 
dunare, ammassare. (19) Folla (20) Bambino, 
fanciullo (11) Con ogni sorta di pompa e di 
cure. ^22) Di rimpetto. (23J Segno. (2^ La 
bambina. (25) Le dita. (26) Grembiule. (27) 
Fanciulli. 



Direttore Resp. Luigi Bruzzano 



Tipografia Francesco Passafaro 



i 




■ì 



ti E) 



9 
I 



. ii. 



';^gPS!^^^^^ra^'^'^^^^^'^^^*''^3^j 






RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DÀ 



LUIGI BRUZZANO 








y 



f 



Numero 5 — Giugno 1897. 










'^..^■h_ 




MONI'ELEONK 

TrpoG RAFIA Francebco Fasica faro 

1897 



^^^gj^..^..^^^^^^ 



'f^' 



:^'^.r 






*^_^: 



m 





m\ 



s?»i^i^ l^^*^*^^^^^^^**^^*^^^^' 



•'■«Il^ 







sili! 



* CD 



^r^" 



III 



-^=03.0 I5C. -'itr- ST 



m?t^ 



LA CALABRIA } 



) 




^js^'Si RIVISTA DI LBTTERATDRA POPOLARE ^ 



Si 



JiTRETTOBK 



^3 



Monteieone di Calabria, Giugno 1897 



SOMMARIO. 

Echi primaverili (A. Julia). — Pioverbi 
Calabro -reggini (H». Mandalari ). Cnnto albanese 
di Spezzano (d. Fazio ^. — Appendice agli usi 
e costumi di Laureana di Borrello (G. B. Marzano) 
Usi funebii (A. G. Danesi) — Canti di S. Gre- 
gorio Inferiore (Qi. Bonelli j. 



ECHI PRIMAVERILI 

Son cessati i lavori, e i contadini ritornano in 
paese. 

Ecco le mura della graziosa Maria; ecco la sua 
finestra, ove incominciano a sbocciare i primi 
garofani. Che pace ne Taiia ! Come son grati 
questi lepori primaverili ! 

Un giovine montanaro, che ha nell'occhio le' 
fiamme della passione, e che da' compagni è ri- 
tenuto il più felice del villaggio, perchè ha sa- 
puto conquistare in breve tempo il cuore della 
bella Maria, canta, mentre si avvicina alla di- 
mora di lei : 

Màmmata mi 1' à dittu 1' atra (altra) sira : 

— 'E 'nnanii (d'avanti) 'a porta mia nun ci 
pass ari. 

— Ci passu pe 'la forti gelusia : 

'u beni è forti, e nun si pò scordari. 
M'è statu dittu — ed iu no, nu 'lu criju (credo), 
ca tu mi vu' pe' 'n àvutru (filtro) cangiari. 
Màmmata, chi nu \o', fa 'na pazzia : 
sempri chi passu 'e ccà, t'aju 'e guardar! ! 
V amante ha ragione : come dimenticarsi di 
tanu bellezza ? 

Nun haju, bella mia, chi modu fari 
chi mi pulissi scordari de tia! 
Q àju provatila e nu' lu puozzu (ari, 
ca cchiù s'avanza lu beni pe' tia.... 



Abbonamento anki."o 

I-iire 3- 

Un numero separato L. i. 



HF 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



(■1 

Vaju alla ghiesia pe* mi cumpiessari : 
cuntannu H peccata, iu piensu a tia! 
Vaju a la cas;i, pe' mi ni scordari : 
mi riscuordu de tutti, e no de tia!.,. 

Il paese echeggia di altre canzoni, e la notte 
si avanza. 

In una casetta solitaria, dorme forse a questa 
ora la fanciulla, sospiro di mille amanti, il fiore 
della gioja, come la chiamano — ed uno di essi, 
arditamente, canta sotto le sue finestre ; 

Intra 'ssu liettu tua vorrà dormiri, 
liettu ch'è ricamatu 'e rosi e juri; 
'i matarazzi de juri d'Aprili, 
*i lenzulicchi ricamati 'n uoru; 
'i cuvertelli de sita arancina, 
*i coscinella de vasinicola (basilico). 
'Un ti curcari sula, bella mia : 
àzati, ca ti dugnu lu miu cori! 

Inta 'ssu liettu 'e ricamati panni 

ci sta 'na varca cu tricientu 'minni: 

è 'na figliola de quattordici anni; 

calata de lu cielu^ 'n terra vinni. 

Sia benaditta chi li fozi (fuj mamma, 

e benaditta chi li dezi (diede) minna (latte) 1 

S'illa sapissi tutti li mia affanni, 

dicerra : — Intra 'ssi vrazza vcnitinni I... 

È un limpido mattino primaverile. La gente 
toma ai lavori campestri. Un'allegra brigate di 



34 



giovani si ferma presso le mura della rubiconda 
Giovanna, e la saluta : 

Esci lu Suli, ma nu' luci tantu, 
esci lu Suli quannu fa bontiempu. 
Luci lu piettu tua, eh' è ccussi jancu, 
intra ci tieni dua pumi d' argientu : 
chini li guarda, si fa certu santu, 
e chin' i tocca, morerà cuntentu.... 
'I vorrà vasari iu, povaru amanti, 
pe' campar! cient' anni allegramenti !... 

E continua, allietando i cuori : 

O rosa russa de 'ssa virdi spina, 

culonna de *ssa nobili funtana, 

quannu camini tu, lu Suìi 'ncrina (s' inchina^, 

e 'nchiari (^chiarisci) l'aria cchiù d"a tramuniana. 

Viatu chi ti vidi la matina : 

ni sta cuntientu tutta la simana ! 

Ed iu chi ti viju sira e matina, 

'e ti guardari nu *mi saziu mai.... 

Antonio lulia 



PROVERBI CALABRO- REGGINI 



In un Cod. della Bibl. nazionale di Napoli, 
(XIII, B, 95), che ho avuto agio di studiare molti 
anni or sono (1876), tra una Miscellama di mano- 
scritti autografi di Giuseppe Morisani e d* altri 
scrittori reggini del passato secolo, esiste una cu- 
riosa e preziosa • Raccolta di proverbi calabresi 
in lingua Reggiana colla tTadu:^ione e spiega:(ione 
italiana^. Di cotesta Raccolta è autore, o redat- 
tore, il « Pubblico Professore del reale Collegio 
^i %fgiio Calabria, socio della società economica di 
questa provincia^ don Federico Barilla del fu don Tob- 
bia y>y del quale non sodare ahre notizie biogra- 
fiche. Quando T Intendente di Reggio Nicola San- 
tangelo, in base alla Legge de' 30 maggio 1807, 
ottenne che in Reggio venisse aperto un real 
Collegio , insieme con altri insegnanti fu chiama- 
to nel 181 7 il Barilla per la cattedra di Retto- 
rica, sotto la direzione del decano don Giovan . 
ni Ramirez. (i) Questa Raccolta di proverbi é, in 
conseguenza, di questo secolo, e non può avere 
inspirazione, o raflfronto, in altri lavori paremio- 
grafici più antichi del dialetto: onde la sua im- 
portanza. Notevole la grafia tenuta dal compilato, 
re, e, più notevole ancora, il metodo tenuto nelle 
spiegazioni e nelle osservazioni delle sentenze 
popolari, n filologo può anche tener di conto le 



interpretazioni date dal Barilla a certe parole d 
dubbio significato. Il Barilla è adunque il più an- 
tico studioso del dialetto reggino. Il Conia, a 
parte la genialità, non die battesimo locale ai 
suoi versi; ma aria e spirito regionale. E tu 
contemporaneo al Barilla, autore di questa Rac- 
colta. 

La letteratura paremiografica calabrese non e 

scarsa. Siamo ora in grado di compilare V inven- 
tario più esatto e particolareggiato dei lavori più 
accurati su' nostri proverbi. Vincenzo Padula ha 
il merito d'esser primo nell'elenco: vedi ^ru- 
:^io, di Cosenza, dell'anno 1864: poi Raffaele 
Cardamone, nel periodico « La civiltà italiana jì 
del 1865 ; Mario Mandalari, nella « Scuola ita- 
licaii di Napoli, 1874 ; Luigi Stocchi, in una 
Strenna di Casirovillari, 1880; Vincenzo Pagano, 
nel « Propugnatele » di Bologna, 1880 ; Cario 
Maesinissa Presterà, nella « Calabria » dì Mon- 
teleonc, 1888; Vincenzo Severi i, nella pregiata 
Raccolta di proverbi moranesi, Castrovillari, Pati- 
tucci, 1889; Vito Capialbi, i'inìore, nella a Ca- 
labria » di Monteleone, 1889; Francesco Polito, 
nella stessa « Calabria » 1890; il dott. Diego 
Corso, nella stessa « Calabria » 1890; 6. B. Mar- 
zano nella pregiata Raccolta dei proverbi in uso 
nel mandamento di Laureana di Borrello, Monte- 
leone, Raho, 188^; e, finalmente, il benemerito 
Luigi Accattatis, in quella inesauribile miniera 
di notizie storiche, bibliografiche e filologiche, 
che si contiene nella prima parte del a Vocabo- 
lario del dialetto cai '^tese » Castrovillari, Patituc- 
ci, 1895. 

Tutti cotesti scritti hanno importanza speciale 
e singolare e mostrano, tra le altre cose, che in 
Calabria è ancor viva 1' osservazione sulla lingua 
e sulle tendenze del popolo. Non siamo certo 
stati estranei al gran bisogno de' tempi moder- 
ni, di venire in aiuto, con le nostre povere for- 
ze, alla scienza, portando anche noi modestamente 
le nostre povere legna al gran mucchio, raccolto 
da* più diligenti ed operosi scrittori e raccoglitori. 

Federigo Barilla inizia col presente scritto, che 
son lieto di poter presentare, />r/wa del 1830, quel 
movimento letterario, che è studio delle cose popo- 
lari, tra noi. É il primo scrittore per ragione di 
tempo. Ed ha pure de' meriti di qualche valore, 
come potrà vedere il lettore di questa Raccolta. 

La storia esterna Ji questo Codice è nota (2). 
Di esso era possessore molti anni or sono uno 
de* Fumati di Reggio, che, forse per dare a co- 
testa Miscellanea più ampia e migliore notorietà 



35 



credè di far bene a cederla, dopo compenso, alla 
Biblioteca nazionale di Napoli : ciò avvenne do- 
po il 1870 e prima del 1874. 

Avverto che pubblico tutto integralmente. Solo 
vi ho aggiunto il numero d' ordine progressivo, 
e qualche noterella di raffronto. 

Mario Mandalari 



RACCOLTA di scelti prcverbj calabresi 
in lingua reggiana colla traduzione 
e spiegazione italiana. 



I Francesi che negli passati tempi furono in 
queste contrade vi lasciarono un'infinità di voci 
che furono adottati da' calabresi. 

i) " Dormi patedda ch'arancia vigghia „ 

In italiano : Dormì, conchiglia, che il granchio 
veglia. Preso dall' istoria naturale della conchi- 
glia detta lanapenna da Plinio , che suol esse- 
re accompagnata da un picciol granchio che gli 
serve di custode avvenendola dei pericoli, detto 
da' Greci pinnofere o pinnafilace, che colla sles- 
sa divida le sue prede. È questa una frase mi- 
naccevole contro chi fece una cattiva azione 
(Avvertasi) che le due dd tagliate a traverso con 
una linea denotano che le stesse vanno pronun- 
ciate nella lingua calabrese come il d nella pro- 
nunzia inglese. 

2) (( Pueliy cacciaturi^ e pingi-sanii 

Sevipri li trovi poviri^ e pi:(^enti » 

Queste tre razze di persone sogliono perlop- 
più esser disgraziate. 

« ^Hjpn sen^a ventu lu vasceddu sferra 
Non sen:(afrevi lu tnaìatu sparra ». 

Italiano. Non senza vento il vascello corre; non 
senza febbre l'infermo delira. Nii fit, sine ratione 
sufficienti. 

j) « Cu troppa a stira a sgarra ». 
Ita). L'arco soverchio teso si rompe. Dal gre- 
co MeSrjv oyap — Ne quid nimis. {4) Cito rumpes ar* 
cum si semper tensum habueris. Pliv. (5J. 

4) € Cu avi lingua va fin a Roma ». 

Italiano: Scorta non manca a pcregrin, cne ha 
lingua. 

S) « iSieg^hia ci ì'ovu^ chi dumani a gaddina » 

M^lio oggi Tuovo, che diman la gallina. Me- 
glio il presente del futuro. Qui cito dat^ bis dai. (6) 



6) ff Ringraiiamu Dia, e lì bon erbi. 

Chi Megghiu di nui mangianu marbi ». 

Per vivere tranquillo bisogna guardare i peg- 
gior di noi. Respice retro. Est miser nernOy nisi 
comparatNs. 

7) « ^aura guarda vigna e non sipala » 

La paura, e non la siepe guarda la vigna — La 
miglior custodia viene apprestata dal timore. 

i) (r Cu non faci i fatti soi^ 

Cu na lanterna va circandu guai ». 

Non mancan disgiazie a coloro, che amano 
intrigarsi ne' fatti altrui. 

9^ (( Cerca u pilu nta ll^ova ». 

Cerca il pelo nell'uovo. ^Nj)dum in scirpo quae- 
rit. (7) Dicesi di coloro che cercano difetti ove 
non vi sono. 

io) (( Quanta tempii perdi cu v* à caccia^ 
Chiawandn la so cani : cuccia cuccia » 

Allude all'inutil consumo di tempo de' caccia- 
tori smodati. 

xj) « Amaru a cu sta a speran:(a d'airu.» 
Ital. Asino è ben chi di speranza vive. 
12) «Pr attica cui meggh' i tia e fanc' i spisi» 
Si deve procurare ad ogni costo la conversa- 
zion de' migliori. Combina con l'altro proverbio: 
« Ama un cori gentili e perdi l'anni, e cu vidda- 
ni non fari disigni ». 
1$) <( A la viddanu non ci fari mali ch'é piccatu. 
Non ci fari beni cV è perduto ». 

Allude alla connaturale ingratitudine de' con- 
tadini. 

14) « Dimmi cuccù vai, e ti dica chiddu chi fai ii . 

La società delle persone ci dà la cognizione 
del di loro carattere. 

ij) <r ^ensa, e fai non mi ti penti appoi ». 

Le nostre azioni deggion esser precedute sem* 
pre dalla riflessione. 

j6) a Ama un cori gentili, e perdi l'anni 
e cu viddani non fari disigni ». 

S' allude alla naturai rozzezza de' contadini 
poco o mal riconoscenti de* benefizi. Talvolta 
alla voce viddani si sostituisce quella di puttani^ 
ed allora il proverbio allude alla finzione indif- 
ferentismo fraudolenza apatia ed incostanza delle 
cortigiane. 

17) « Ama cu fama si vo aviri spassa 

Ch' amari cu non fama i kmpu persa». 



36 



Siccome è un dover di natura V amar coloro 
x:he ci amano, cosi è j;ran follia amar coloro che 
ci odiano e ci disprezzano. 

i8) m U bonu vino finf a fei:{ay 
U bonu pannu fin a pe:^:(a.Tii 

Le cose buone son tali fino alla fine. 

i^) « A gatta prescialora faci i gattareddi orbi ». 

La soverchia fretta non suol mai partorire co- 
se buone (8). 

20) « A gatta chi n'arriva u primuniy dici chi 

feti ». 

Non dum matura est^ nolo acerbam sumere. Disse 
all'uva la volpe di Fedro. È contro coloro, che 
mostran disprezzare le cose che non possono con- 
seguire. 

2/^ « [/ ìcttu^ e u focu, non dicinn mai : levati 

i ddocn ». 

Bisogna servirsi con moderazione del letto e 
del hioco. L'abuso di essi indebolisce la mac- 
china. 

22j «f Danci farti a cu a sapi fari ». 

Quisque in arte sua sapiens est. Dice il Savio. 
Contro i guastamestieri che vogliono far tutto 
senza riflettere che <r Non omnibus omnia^ nec 
omnia possumus omnes. » F/rj . 
23J <r Passàu ddu tempu chi' Verta filava, e faciva 
fusa comu cagnoleddi ». 

Corrisponde al latino : Fuimus Troes, Fuit 
Ilium. Virg. 

24) « Chiddu chi' veni di ruffa, raffa, si *n di va^ 

in buffa, baffa ». 
Corrisponde al latino : « ^ale parta, ma fé di- 
. labuntur » (9). 

25^ <r Chirica rasa, ricchi:(j^a di casa ». 

Proverbio nato ne* tempi in cui i preti, ed i 
.frati tormavano il sostentamento delle famiglie. 
26) ff Cu non duna a Cristu duna a fiscu ». 
Lat. Quod non accipit Chistus, rapit Fiscus. AU 
ciat. embl. 147. 

27) «r Lu fundacu^ In jocu e la bagascia ti fannu 
tri cu la bur:(a liscia. » 

Il gioco, il vino, e le donne son tre vizi che 
riducono l'uomo alla miseria. 
Quem damnosa Venus quem praeceps alea nudat. 

28) «r Falla comu voi sempri i cucuT^T^a. » 

É difficile migliorare ciocché naturalmente è 
cattivo. 



2^) €Comu nasci, accussi pasci.» 
Il toscano: Chi di gallina nasce, convien che 
razzoli. 

Lat: Transeuut cum semine mores 

30) «r Vacen:(ia nei voli a liburraschi.» 
o Tu ne cede malis sed contra andentior ito - Virg. 
« L'I meli non si mangia sen^a muschi. » 

Corrisponde al toscano: Non vi ha rosa senza 
spine. S'allude perloppiù alle traversie di Amo- 
re ed a quel dolce - amaro che nel suo Regno 
da ogni passo si assapora 

Simile all'altro < La carni va cu Fossu » 
Uhi vberibi tnber {io). Niì nisi labore paratur. (li) 

)i) Na vota runa, tocca a tutti. 

Si allude al perpetuo giro delle mondane vi- 
cende. Il Francese: 
Chacnn a son tour. 

^2) € U Sìgnitri non paga u sabatu » 

Dio non punisce subito i malvaggi. 

Sero molunt deontm molae, sed bene comminuunt. 

)) a Fa beni, e sperditi; fa mali e arricordati » 

Chi ben fa bene aspetti, chi mal fa male aspetti. 

}4^ « Palumba palumbedda 
Di la bucca pari bedda » 
Il buon nutrimento, è il principal cosmetico 
della bellezza. 

jf) « Puvertà non guasta jnla » 
La povertà non avvilisce un animo nobile. 
)6) « Ogni lignu cu so fumo » 

Ognuno ha i suoi difetti. 

Nemo sine crimine vìvit. (12) 

Unicuique dedit vitium natura creato. Properf. (13) 

a KAma l'ojfiicu cu vi:^:(iu soi » 

37) ir Com'è u ventu, menti a vila » 

òerviendum est tempori (i^. 

38) « ^Hjifn t'arrinesci Giorgi la bucata; 

La facisti cu la cinnari d'abruca » 

L abruca in lingua calabrese si chiama la pianta 
del Tamarisco. Tamarix myrica presso Virgilio: 
^Njon omnes arbusta juvant, humilesque myricce. Bue. 
(15) La cenere di una tal pianta é cosi cattiva per 
il bucato che lungi dal bianchire, macchia piutto- 
sto la biancheria. 

Si dice ad uomo raggiratore ed intrigante al- 
lorché non riesce ne' suoi pravi dis^ni. 

)^) iiì\Srvo campari sanii:(té sani:(;(u 
Dopn chi mangi arriposati un pe^:^u » 



37 



Checché se ne dica in contrario. Egli è vero 
che Tuomo è animale di assuefazione^ ma è fuor 
di dubbio che un pò di riposo dopo del cibo 
conferisca molto alla digestione da cui dipende 
la buona salute. 

40) a PredichCj e muluni vonn' essiri di stagiuni » 

È curioso il veder qui accoppiate le prediche 
coi melloni ! Il proverbio allude alla discreta op- 
portunità delle cose. Omnia ttmpus habent. Dice 
il Savio. 

41) <r Piccata ammuccialUy i men:(ti perdunalu » 

Ammuccìare vuol dire nascondere, a mmucciatu 
nascósto.. Sovente togliendosi lo scandolo, togliesi 
la reità della colpa, il proverbio allude al volgar 
detto. Si non caste, caute. 

42) « U munsignaru avi aviri bona mimoria » 
i^Ceudacem oportet esse memo rem (16). 

« Amuri quandu voli trova locu. » 

Omnia vincit Amorfi']). 

4J) <r T^ocu paloriy e vestiti di pannn non ficiru 

mai dannu » 

Si commenda con tal proverbio la sobrietà 
del parlare tanto inculcata dal nostro famoso Pit- 
tagora a' silenziosi suoi discepoli. 

Qui non novii tacere, nescit ìoqui. 

44) « La lingua n^av'ossu, e rumpi Fossu. » 

Mors et vita in manibus linguae. 

4S) * Cchiù atu i u munti, cchiù l carricu dinivi » 

Si trova in questo proverbio espresso il sen- 
timento di Orazio. Od. 

Saepius ventis agitatur ingtns. 
Ptnus et caelsae graviori casu 
Decidunt turres, feriuntque summos 
Fulmina montes. 

Ovvidio a tal proposito ebbe a dire 

Fortuna misserrima tuta. 

« 46) A ogni aceddu piaci u so nidu, m 

Corrisponde al Dulcis amor patriae. 
Felix qui propriis aevum transegit in auris. 
Ipsa dotnus puerum quem vidit ipsa senem. 

Federigli ^Barilia 

(Continua) 



NOTE 

i) Cfr: Guarna Logoteta, Notizie cronistoriche 
di Reggio Calabria, Ivi, D'Angelo, 1891, voi. 2^ 
pag. 21. 

2) Cfr: Mandalari, Note e documenti di storia 
reggina, Napoli, Festa, 1883, pag. io. 

3) Questo proverbio è di origine siciliana. In 
Catania, spesso, aggiungono: « Ca ssi pri ssorti 
ti cogghin, ti scorciu comn li cunigghia » 

(4) Cfr. Terenzio, ^Andr. 7, /, 54. 

(5) Non pare che sia, questo detto, di Pli- 
nio; ma di Fedro,^ Fab. Ili, 14, io. Abbiamo: 
Arcum intentio frangit, animuni rcmissio. Sentent. 
Caton, nel Thtlologus, 18 ^4, a pag. 684; Luciano, 
Dial: cortig. Ili, 3. In italiano: Chi troppo tira, 
la corda si strappa. Il sempre faticare non può 
durare. 

Cfr: Erodoto, 11, 173, « chi usa l'arco, 
quando occorre servirsene, lo tende, e quando 
se n' è servito, lo allenta, sapendo che sempre teso 
si rompe e non serve più a nulla ». 

(6) Petronio Arbitro ne! Satyrie. 77, disse 
Cito fit quod Dii volunt. Non so dire di chi sia 
il detto latino, registrato dal Barilla. 

(7) Cfr: Plauto, Meuaechmi, III, i, 22; Te- 
renzio, Andria, V, 4, 3<S, e Pesto, alla voce 
scirpus^ 

(8) La cagna frettolosa, dice il Vannucci, 
fece i cagnolini ciechi ad Atene, e in molti al- 
tri luoghi. Clr: Aristofane, Pace, 1079; Galeno, 
De semine, II, j; Frcytag, ^rab. Prov. voi II, 
pag. 91, n. 47. 

(9) Nevio in Cicerone, Philipp. II, 27. Ve- 
di anche i be' versi di Euripide nell* Elettra, versi 
^^^-944, tradu:(ione di F. ^ellotti. Salomone lasciò 
scritto: Nil proderunt thesauri impietati^. Prov.X, 2. 

(io) a significare, scrisse il Vannucci, che 
il fasto e la superbia vanno insieme con l'opu- 
lenza. Il detto è di Apulejo, Florid, IF, 18; cfr. 
P. Manuzio, Adagia, a pag. 428, Floreniiae, ISTS* 

(11) Nil sine magno Vita labore dedit mor- 
talibus. Orazio, Sat: j, 9, 5^. Cfr: anche Sofocle, 
Fragm, pag. SSS- 

(12) Dionisio Catone, Distich. /, /. 

(13) II, 22, 17. Opportunamente il Van. 
nucci (Prov. latini, voi. I, pag. 252) ricorda: 
Cratete filosofo cinico nativo di Tebe avea detto, 
che come non vi è melagrana in cui non trovisi 
qualche grano corrotto, cosi non è possibile tro- 
vare uomo senza difetti. Cfr: Diogene Laerzio 
VI, 8, ed Archita in Eliano, Var. Hist. X, 12. 

(14) Tibi nunc populo et scenae, ut dicitur, 
serviendum est. Cicerone, Epist. ad Brutum, i, 9. 



38 



Tommaso Buoni, citudino lucchese, scrisse nel 
Nuovo Thesoro de* Proverbi]' italiani (Venezia, 
Ciotti, 1604) che « si accomoda al tempo colui 
che sa vivere prudentemente secondo la qualità 
de tempi, che molte sono le sorti de gli tempi, 
come di pace, di guerra, di abbondanza, di ca- 
restia, di sospetto, di insidie et d'altri simili ». 
Pag. 178. 

(15) Nella IV ecloga. 

(16) Il detto è di Quintiliano, IV, 2, 91, 
ed è poi passato in tutte le lingue. 

(17) Vergilio, Ecìoga X, 6^, e C/m, 4)7, 
Museo, Ero e Leandro^ 200; anche i Tedeschi 
hanno lo stesso proverbio. Cfr: Vannucci, voi. /, 
pag. IJ2. 



I seguenti versi, che mi piace presentare ai 
lettori della Calabria come saggio del dialetto di 
Spezzano Albmesj, furono pubblicati nel Popolano 
di Corigliano Calabro. 

L. B. 

Per crushchiin Perendit f Anapuijit 
me te biljen e Nichiteze 



Cush ésht chejo vash e bucur 
Ce vien nca Cozz'iiszii, 
Ce ducchet mbiattu cngjèl 
I piot driitészii? 



oCo 



£sht gné ebardh fiutur 
Ce vien te dhen joon 
Gné Ijulje sat gj^n 
Ce Margarit idhoon ! 



o«o 



£sht edashura bilj 
Nichitesz, ésht e arbérish, 
Gne dit chesaj Italie 
Ljendore regjeresh 



oCo 



Andai, arbérèsh t^Italies, 
Chéntoni me haree 
Chéte e bucur szoogn 
Formadc pione xee. 



o«o 



Chéntoni, e chiot chéntea 
Preiveshiaari Arbéiis, 
E prasma dit, iprasmi 
Stermini té Turchis. 

oCo 

Té Shenderbeccut fiamuri 
.Nanni giacca ce uniir 
Me cricchien e Savojszé 
Cat jemi na fanmiir. 
090 

Arberia e Italia 
Paan mosse vet gne ree, 
Nder Ijip hjen bashch, 
Hjen bashch ndér haree. 

oCo 

Chéntoni, burra e trima, 
Chéntoni, vasha e gchraa; 
Chéntoni chéte szoogn 
Gè lin - szoot na dhaa 

Per il matrimonio del Prìncipe di Napoli 
colla figlia di Nichita 



Chi è questa bella giovinetta che viene dal 
Montenegro^ simile ad angelo pieno di splendore ? 

È una candida farfalla, che viene in questa 
terra in cerca d'un fiore che ha nome Margarital 

£ l'amata figlia di Nichita; è un'albanese, un 
giorno regina d'Italia. 

Perciò, Albanesi d'Italia, cantate con giojt 
questa bella e graziosa signora piena di decoro. 

Cantate! e sia il vostro canto l'avanguardia 
dell'Albania, l'ultimo esterminio della Turchia. 

Ora che il vessillo di Skanderbegh si uni alla 
Casa di Savoja, noi saren^o felici, 

Già l'Italia e l'Albania ebbero sempre un sol 
pensiero, e furono sempre insieme nella gioja e 
nel dolore. 

Cantate, giovani e vecchi; cantate, donne, e 
fanciulle, canute questa Signora, che Iddio ci ha 
mandata. 



39 



APPENDICE 

agli usi e costumi di Laureana di Borreilo 

( continuaz. V. n. 4, anno IX ) 

ALTRI PREGIUDIZII 

Di notte non sì dà in prestito il lievitOy né il 
buratto^ poiché, secondo la popolare credenza, 
potrebbe derivarne male al capo della famiglia, 
che li presta. 

Se innanzi alla casa di chi trovasi malato a 
letto, passa una processione, sia per una festa 
qualunque, sia per accompagnare un cadavere al 
Cimitero» i parenti del malato son solleciti a 
procurare che questi segga sul letto, finché la 
processione non sia passata; e ciò per allontanare 
il più infausto augurio. 

Chi si reca a fare una visita in una casa, ch'é 
in lutto, immediatamente dopo non deve andare 
in altre case di parenti o d'amici, ma o ritornare 
alla propria o pure passeggiare, altrimenti si fa- 
rebbe un catti\o augurio al parente o all'amico, 
cui si andrebbe a far visita. 

Molti e molti vanno a consultare le zingare, 
che sono di passaggio dal paese, specialmente in 
fatto d'amore; e queste, prendendo la mano del 
richiedente, ed osservandola, danno, per una te- 
nue mancia, i loro responsi, che sono per lo più 
favorevoli e quali il richiedente stesso speravali. 

Altri spiccia il segreto dei suoi sortilegi o 
incantesimi per legare i cani ed i lupi, cioè per non 
farli muovere, renderli muti ed istupiditi, proffe- 
rendo parole misteriose, che non si possono ad al- 
tri comunicare, perché perderebbero la loro virtù. 

Quando sentiamo prurito all'orecchio o un 
tintinnio, se questo avviene all'orecchio destro, é 
segno che si sparla di noi; onde il detto: a la 
ricchi destra^ ndi lag^hianu a iinestra; se, poi, al 
sinistro, é segno che qualcuno ci loda, onde il 
detto: a mani manca, omu nd*avanta. 

La farfalla, che s'introduce nella casa, s'è bianca 
o variopinti, annunzia cose liete; s'è di tinta fo- 
sca o nera, è nunzia di sciagura. 

Il moscone, che s'introduce nella casa, è nun- 
zio di sciagure, e perciò si corre ad ucciderlo: 
i] calabrone (lapuni nigru), anche nei campi, se 
si aggira intorno a noi o ci perseguita, è rite- 
nuto per infausto augurio. 

Il vento impetuoso ed improvviso annunzia 
utìa morte violenta o un omicidio. 

Se in una conversazione due sbadigliano nello 
•Stesso tempo, è segno che morranno nello stesso 
gionk>. 



Per preservare una casa dal fascino o dalla 
fattura, si suole inchiodare al sommo del portone 
un gufo con le ali aperte. 

Se si tagliano le ugne, di Venerdì, si ritiene 
che vengano alle dita le pipite: è credenza ancora 
che queste appariscano per le bugie che si dicono. 

Si crede pure che i tuoni guastino e rendano 
infeconde le uova nel nido della chioccia; ad ov- 
viare a tale inconveniente, quando incomincia a 
tuonare, si suol mettere nel nido una chiave, o 
un ferro qualunque. 

Chi vuole che un cane gli si affezioni, suol 
dare a questo un pezzo di pane spruzzato della 
sua saliva. 

Molti sogliono interrogare i fiori, specialmente 
la margherita e la rosa, per sapere se l'amato o 
l'amata corrisponde all'amore, il che fanno strap- 
pando un petalo della margherita o una foglia 
della rosa, a misura che si dice una di queste 
parole: /^/V^rt (^ I ] [poco], assai (assai), nenti 
(niente); la ;paroia, che corrisponde all'ultimo 
pelalo o foglia, che si strappa, è la risposia del 
fiore. Alcune volte, invece dei fiori si suole in- 
terrogare una felce. 

Altri, per vedere se riusciranno in un loro in- 
tento, in una loro impresa, o se l'amato o la 
amata corrisponde al loro amore, soifliono inter- 
rogare un giuoco di carte, che si fa a solo, e pe- 
rò è detto scUfario: se questo riesce, il tutto an- 
dà favorevole, il contrario avverrà, se il detto 
giuoco non potrà condursi a fine. 

A chi, per invidia di altrui fel'.iià, si lamenta 
mandando gemiti, come guaiti di cane ( il che 
nel vernacolo è detto fari 'u 'nguscivy fari 'u 
pigulu), si deve, di rimando, dire: supa di Ha, 
fora di la casa mia; cioè sopra di te, fuori della 
mia casa. Se non si profferiscono questi sacia- 
mentali parole, potremmo attirarci tutti i mali, 
che c'impreca, in cuor suo, quell'invidioso e 
malvagio. A chi, poi, emette di tali gemiti, senza 
un fine perverso , ma come sfogo del proprio 
dolore, suol dirsi: finisci ca m'atterri, finisci ca 
mi jettiy cioè: smetti, che mi seppellisci; smetti, che 
mi abbatti. 

L'assassino, che non assapora il sangue della 
vittima, leccando il coltello omicida, é credenza 
che rimanga sul luogo del commesso delitto e 
non possa fuggire; e però, primo pensiero del- 
Taccoltellatore è di leccare il coltello. 



( I ) TiVca, poco, un tantino, dal gr. |iix>tov do- 
rico }f,ix^c/K (Continua) 



40 



USI FUNEBRI 



Passa in Monteleone Calabro la processione 
delle confraternite, dei preti; la banda geme in 
melanconiche note ; s' avanza o portato a brac- 
cia, o sul carro, tratto da due cavalli bnrdati a 
lutto, il cadavere e ai quattro lati altrettante 
donne con in capo vasi di coccio vernicia- 
ti a nero con recipiente a due anse assotti- 
gliantisi in un piede, che poi si spiana a tondo 
piatto, presso a poco come calice. Quei vasi so- 
no anche adoperati nei giardini per fiori. Dentro 
arde l'incenso, che sparge il suo profumo. Le 
donne, che portano in capo quei vasi, sono pae- 
sane col costume solilo calabrese più o meno 
puro, con le cosi dette tovaglie in testa, ma nere. 
Quest'uso deirincenzo, da me osservato qui per 
la prima volta, mi ha fatto ricordare gli usi di 
Ebrei, di Greci, di Romani e d'altri popoli, che 
dei profumi usavano con l'idea di disinfettare, 
molto prima che si scoprissero e si chiamassero 
col nome moderno i microbi^ quando, al contrario 
di oggi, gli uomini erano grandi e le scienza 
piccina. Alcune sobrie citazioni. In Omero, I- 
Tade L. 24 II corpo di Patroclo è lavato ed unto 
di balsami odorati In Virgilio (Eneide L. VI. 225 ) 
sulla pira di Miseno... congesta cnmantur Ihurea 
dona, dapcSy fuso craferes olivo. 

Anche i pollinciores ungevano i cadaveri con 
amomo, giacinto, unguento di rose, poi, consu- 
mata la pira estinguevano il fuoco rimasto con 
vino. Cosi anche il sentimentale Tibullo, che tra- 
duco: 

Venga Neera, sciolto il lungo crine, 
E mesta pianga innanzi al rogo mio. 
Ma venga in un con la dolente madre; 
Questa il genero pianga, ella lo sposo. 
Invocati i mici mani e l'alma mia. 
Pria di licor sparse le mani pie, 
Quel che del corpo mio resterà, l'ossa 
Candide, scelgan, chiuse in nera veste 
E raccoltele sparganle d'annoso 
Lieo [vino). Con veli asciughino quei resti, 
Sicché li pongan in marmorea sede, 
E quanti manda la Pancata aromi 
E gli Arabi orientali e Assiria pingue 



Versino, e pianga chi ricorda noi. 
Cosi, tatto ossa, io voglio esser sepolta 

(Elegie L. IIL 2.U.26) 
Achille Giulio Danesi 



CANTI DI S. i}R£63RI0 IHFERIOBE 



Chi l'haju fattu, durci meu cumportu ? 
E beni jà U' ortu, e beni jà II' onu; 
C abbasci V occhi duvi ca mi vidi ? 
E beni jà 11' ortu, cà t' haju di diri. 
Si t' haju fattu 'ncuna cosa 'n tortu, 
E beni jà ll'ortu, e beni jà U'ortu, 
*N segretu modu mandamillu a diri, 
E beni jà ll'ortu, cà t'haju di diri. 
Ca cu na mani 'na spata ti portu, 
E beni jà IPortu, e beni jà ll'ortu; 
A n' atra 'nu pugnali mu mi uccidi; 
E beni jà U' ortu; cà t' haju di diri. 
Pigghia lu sangu meu, mentilu ngoitu, 
E beni jà ll'ortu, e beni jà ll'ortu, 
Levancillu a mia mamma mu lu vidi, 
E beni jà ll'ortu, cà t'haju di diri. 
— Chistu è lu sangu di toi figghiu mortiu 
E beni jà ll'ortu, e beni jà ll'ortu; 
Clangi, si boi mu clangi, e, si no, arridi, 
E beni jà ll'ortu, cà t'haju di diri. 

Si ti mariti, mandamillu a diri, 
Cucuzzi, cucuzzi, cucchiari e varrili; 
N'aneju d'oru ti vogghiu accaturi, 
Cucuzzi, cucuzzi, cucchiari, e varrili; 
leu ti lu mandu di trenta carrini, 
Cucuzzi, cucuzzi, cucchiari e varrili; 
Mu ti lu godi a si toi belli mani, 
Cucuzzi cucuzzi, varrili e cucchiari; 
Si poi senti la nova chi morivi, 
Cucuzzi, cucuzzi, cucchiari e varrili; 
Pigghia l'aneju meu, jettaiu a mari, 
Cucuzzi, cucuzzi varrili e cucchiari; 
lettalu 'mpundu chiù ca pozza jiri, 
Cucuzzi, cucuzzi, cucchiari e varrili; 
Chi nuju amanti lu pozza pigghia ri, 
Cuccuzzi, cucuzzi, varrili e cucchiari. 

G. Bonelli 

Direttore resp. Luigi Bruzzano 
Tipografìa -* Francesco Passafiiro 



'COL 



dac 4 




.^r z^^"^* >r,ij: jiCi^*.siiTt£{>r^j^: 



LTt^:> A^ii> i r ,^4^.1WL3UEL->41. 



MH^'Wfr» 




. ^ -^SS£2£^ 



f 





W^«^^«^^A*^j|^^^Jt^^-t^>-^^^J.^4^j^^^^^u«^^J4g^^^^JF'!i^^j^'S^^ 



'iiri 






RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 6 — Agosto 1897. 



MONTELEONE 

Tipografia Francesco Pashafaro 
1897 




hJSu^^j^^ ^'* .Jl» 



^^^'^'^-^^^-^^ 



gi»^«li..cf»^tfai. 



2^;^^^^^^^^^^^^^ 



^M^l* 



■?r 








i ^ 



€ 






i^SW535?SS5?559TS?SISS!!?5|S??S3!T5?SSS5?5S5&J**^^ 






M IMìTIMAiTAA 1<! ; i>!l/IH 



A T T 3 H I a 



( )y. A\c\ Miti I uji j A 



.TW^l iv!#tOrjA — it o»>\HìV 



^K03.! 



'?*^^ ^1 .*».^ 







*l* ^n 




iltb » 



^ g 






6 V ^^P^l jD^ip>op>aìp>-- :gM§^>^ ^ 
9 $ & 



j^-nno X^C, - ^T. 6 



Jf^l(^ 



LA CALABRIA } 




g^>^^s;<(^jti^^;^>^^g^^'^^<^g»^''^ ' 



4^Érivista di lettbratora popolare i 

IH 

Monteleone di Calabria^ Agosto 1897 



liIRBTTORB 



SOMMARIO 

Novellina di 'ruardia Piemontese (G.Be Giaco- 
mo ) — Proverbi calabro-reggini ( M. Mandalari) 
Canti di Spezzano Albanese (0. Pano ed A. Bi- 
booco ) — Appendice agli usi e costumi di Lau- 
reana di Borello (0. B. Marsano) — Canti po- 
polari di Paradisoni ( 0. 0. ). 

TRIDICINIELL 

Novellina valdese di guardia Piemontese 
( Circordario di Paola ) 

In jeggh a gli avia in jungh ca si chiamava 
Tridiciniell. L'era in giuvani curaggiù e spert, 
ma l'era pa fort. In guornu, ca V annava a 
faiigare, a ve pass ppe na mandra, a ve dire e furi : 

— Dunamov dù ricott. 

— Ki ti dunengh, sbintura nù, i vangh 
rispund: l'uorch, ogni matingh, a vengh e a si 
mang tutt, e a voli in animalia lu guornu. 

— Cum? a ve dire jell ; sé pa bungh a si la 
veise abi Tuorch ? ! Venumi lu matingh e si 
lo veire si 1 u fo piglia paure. Fasem sincanta 
mussarell e tappelisé donangh da stas ; poi fase 
in foss, jmballù di frasch e chirvelù di terr, e 
ni si vi encaricà pa. 

Abunsen la matingh apprè a ve anarc, e 
cure a ve rive l'uorch, a si ve chiave a zumpare 
su da foss chivert, e a criava : 

— Vengh, vengh essi, chi mi la veiu mi 
abi tu ! Cum fo tramola i sta terr, ensei fo tra- 
male a tu/ 

Poi a pigliavi ichi li muzzarell, a li scam- 
macciav dingh li mangh, e a criava : 

— love cum schiacc i sti pcire, ensei schiac- 
ciu a tu ! 



Abbonamento annuo 
luire 3. 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



L'uorch, abunsen, a si ve piglia paure, e 
a ve a dire : 

— Mi, essi, gli venu pa cciù; fasem amich 
e cumpaire. 

I si vangh fare amich, e tutt duj, i si ni 
vangh anare a la casa di l'uorch. La sera i van- 
gh mang e beure, e poi si vangh anare cogg. 

Tridiciniell ave piglie ina cuorda spagnola, 
chi gli era sutt a liet seu, e Ta ve chiav a la 
sim do kisingh, e jell a si a ve cogg abi la test 
dipindingh. A mesa neut Tuorch a si ve sum, 
a ve piglie la mass di sunt cantare, e, chianu» 
chianu, a si ve vicina a liet di Tridiciniell, a la 
ve jans e a ve mpacchiavi ina bott su di la test. 

Tridiciniell a ve crie : 

— La mi dispiai pa chi ti m' a rutt la test, 
cant la mi dispiaj chi ti m' a rutt lu sonn. 

L'uorch, paurù paurù, a si ni ve anare. 
La mating a ve dire: 

Cumpà, vulengh anare a caccia. 

— Si, a ve rispund Tridiciniell. 

I vangh anare dingh a buosch, in jungiden 
piss, e in jungh de naut. 

Tridicinell, malissiù, a ve fare ab in taravil- 
latte in purtù e na cersa, e dissu a gli ve chiave 
in pe lipp. Cure i si vangh sfrunt a ve a dire a 
l'uorch : 

— Cumpà, vulengh scummett chi lai ab 
in de in purtù e na cersa ? 

— Si, ave rispund. 



42 



A ve mene Tuorch; e a si ve stocch lu de ; 
a ve mene Tridiciniell su da purtù ca Pavia iait 
prim, e lu de' ave jintic. 

L'uorch a s' arrayiava ! A ve pi^lie a dire : 

— Cumpà, fassengh in' aura scummcsa : chi 
i fé anare la massarella mia mai arrass. 

— Si, a ve a dire Tridiciniell, a la a ve mene 
Tuorch la mazz di sunt caniara, e a la a ve fare 
anare in miglie arrass. Cure poi a Tavia mene 
Tridiciniell, ca la pura pa neanc i muore, si ve 
chiava a fare segni abi muccature. L'uorch a ve 
dire: 

— Chi Te chi fa sé ? 
A ve respund ; 

Fo segni e nchila barcha, chi i gli sa mare 
chi si allunianass. 

— Cum, a ve dire l'uorch, tant arrass la fase 
annare vu ? E cuie la massnrella mia i sa da 
perd, ti la duna 'pi vinta la scummessa, lessingh 
gli anare. 

Poi a puia pa resisi ciù di la ragg e a ve dire : 

— Cumpà, dissem cum ave fait p'averS 
tutt ista forz. 

Tridiciniell a ve a dire : 
— Mi so dir, ma vu a ve pa a dir a nungh. 
Mi e fait ina carcara di fiech, e in fos di jaigh, 
mi su tappa prim dingh a fiech, e poi dingh 
Taigh. 

L'uorch, ciuotu ciuotu, ensei a ve fare, e 
cum a si tapp dingh 1' aigh, a ve rest abi li 
dunt di fore, e Tridiciniell, riunì riunt, a si ve 
piglia tun gli bengh seù. 

VERSIONE 



Una volta ci era un giovine, che si chia- 
mava Tfidiciniello. Era un giovine coraggioso e 
svelto, ma non era forte. Un giorno, che andava 
a lavorare, passò presso una mandra, e disse ai 
mandriani : 

— Datemi due ricotte. 

— Che cosa possiamo darti ? sventurati noi, 
risposero ; V orco, ogni mattina viene e mangia 
tutto, e vuole un animale al giorno.... 

— Come, disse lui, non siete buoni a veder- 
vela con l' orco ?! Verrò io domattina e vi fa- 
rò vedere se lo metterò in timore. Fatemi cin- 
quanta mo:(p^areUe e gettatele dinanzi il recinto 
della mandria, scarai:^Of poi fatemi un fosso, riem- 
pitelo di frasche, covritelo di terra, e non ve ne 
incaricate. 



Veraniente, la mattina appresso andò, e, quan- 
do arrivò 1' orco, si mise a saltare sul fosso co- 
verto di terra, e gridava : 

— Vieni, vieni qua, che me la veggo io con 
te ! E pigliava !e monarelle e le schiacciava nelle 
mani, e gridava : 

— Vedi come schiaccio quelle pietre, cosi 
schiaccerò te. 

L' orco, veramente, ebbe paura, e disse : 

— Io qui non ci verrò più; facciamoci amici 
e compari. 

Si fecero amici e tutti e due se ne andarono 
in casa dell'orco. L^sera mangiarono e bevvero; 
poi si andarono a coricare. Tridiciniello pigliò 
una zucca spagnuola, che era sotto il suo letto 
e la mise sul guanciale, ed egli si caricò con la 
lesta sul lato opposto.. A mezza notte 1' orco si 
alzò, pigliò la sua mazza di cento cantaja, e, pia- 
no piano, si avvicinò al letto di Tridiciniello, e 
delle un colpo sulla zucca, credendo di averlo 
dato sulla testa. Tridicmiello, gridò: non mi di- 
spiace che m" hai rotto la testa, quanto mi di- 
spiace che mi hai rotto il sonno. U orco, pau- 
roso pauroso, se ne andò. La mattina disse : 

— Compare, vogliamo andare a caccia ? 

— Si, rispose Tridiciniello. 

Andarono in un bosco, uno da una parte e 
uno da un' altra. Tridiciniello, malizioso, fece con 
una trivella un buco in una quercia, e vi mise 
poi del muschio. Quando s' incontrarono, Tridi- 
ciniello disse ; 

Compare, vogliamo scommettere chi fa 
con un dito un buco in una quercia ? 

— Si, rispose. 

Batté r orco, e si lussò un dito; dette Tridi- 
ciniello sul buco che aveva pratticato prima, e 
il dito entrò. L' orco s' arrabbiava! Pigliò e disse: 

— Compare, facciamo un'altra scommessa : 
chi fa andare più lontano la mia mazzarella. 

— Si, rispose Iridicinicllo. 

Lanciò 1' orco la mazza di cento cantaja, e 
la fece andare un miglio lontana ; quando voleva 
lanciare Tridiciniello, che non poteva neanche 
moverla, si miie a far segni col fazzoletto. 

L' orco disse : 
Che cosa fiite ? 

EgH rispose : 

-r- Fo segni a quella barca, che é nel mate, 
perché si allontani. 

-^ Come, disse l'orco, tanto lontano la fa- 
rai arrivare tu ? E quando la mia mazza deve 



43 



perdersi, ti do per vinta la scommessa, lasciamo 
andare. 

Ma non poteva più resistere dalla rabbia e disse: 

Compare, ditemi come avete fatto per ave- 
re tanta forza ? 

Tridiciniello rispose : 

— Io ve lo dico, ma voi non dovete dir 
niente a nessuno: io ho fatto una fornace ed 
un fosso, mi sono giitato prima nella fornace 
accesa e poi nel fosso, ov' era acqua. V orco 
stupido stupido, cosi lece, e come si gettò nel 
fuoco, restò coi denti di fuori, e Tridiciniello, ri- 
dendo ridendo, s' impossessò dei suoi beni. 



'tjr':?jy'iJ^'S|Sf''^'ig"'eX5^'^^"^'*'^?''e^^^'^^ 



PROVERBII CALiJBRO REGGINI 



(Dal Cod XIII, B« 95, della Bibl: nazionale di Napoli, con 
note di SXCario '^Candalari, ) (*) 

47^ Valumba muta non pot' essiri sirvuta. 

Bisogna esprimere i propri bisogni per ri- 
scuotere servizio ed aiuto, fi) 

48) Cu lava a testa o sceccuy perdi a liscia 

Lat. Saturem lavare. Dicesi di persona che 
non conosce beneficio. (2) 

4^) Cu non sparagna du pedi e da gula, 

Si ndi va a molura. 
Son questi due interessanti articoli dell'eco- 
nomia domestica. ( 3 ) 

fo) Sparagna a lina — Finu ch'i china^ 
Quandu u fundu pari. 
Non e' è chi sparagnari. 

Un risparmio troppo tardi, riesce sempre 
inutile. ^4) 

"il) A pagghia a pagghiera^ a donna a lu- 

mera. 

Proverbio con cui si eccitano le donne a 
filare la sera allorché dopo la messe l'autunno 
comincia ad allungare le notti. ( 5 ) 

$2) Ni donna ni tila lustru di candila. 

Denota l'oculatezza ed attenzione, che.bisogna 
praticare per ben conoscere questi due oggetti 
onde non essere ingannato. 

jj) Lacrimi di cuccutriddu. 



{•) Vedi precedente N. $ 



Dicesi di uomo che affetta dispiacere di un 
mal che ha fatto a bella posta. (6) 

S4) Megghiu mòriri e dassàri. 

Chi campàri e disiàri. 
Meglio aver del superfluo che mancar del 
necessario. 

SS J U pecuraru cun mantn di sgarìato si 
ali pecuri no yssi, Feti sempri di quagghiàtu. 

L'abito non cambia i rozzi costumi che se- 
co porta una selvaggia educazione. 

5^ ) Avi centu facci comu a cipudda. 

Preso il paragone dai diversi involucri del- 
la cipolla, dicesi di uomo doppio e versipelle 

57 j U pl^^i f'ossu si mangia ti cchiù picciulu. 

Il forte opprimer suole il più debbole. 

38 ) T^isci d'acqua duci. 

Dicesi a persona di poco spirito. 

• 5^ ) / matti fannu i fatti. 

Le persone che credonsi stupide, riescono 
talora più attive. 

60 ) Cani ch'ahhaja assai^ muT^^jca pocu. 

Dicesi delle vane rodomontate, ovvero delle 
spampanate dei millantatori, 

61 ) Aria netta non avi paura di trona. 

Corrisponde al proverbio italiano; Piscia chia- 
ro e fatti beffe del medico. 

Hic murus aheneus esto 

Nil conscire sibi^ nulla pallescere culpa. 
Hor: Ep. i. 1. 61. 

62) Toniti forti com'a carruba. 

Preso dalla proprietà del carrubo, che pro- 
duce i frutti nel forte dei rami: e vai quanto di- 
re procedere con molta precauzione. 

^ì) Q^ctnd* a fica i fatta, cadi mia. 

Il tempo matura ogni cosa. 

64) Passu passu nei dissi u surici a nuci. 
Omnia labor vincit improbus. 

Virg. Georg. L 145. 
Tutto vincersi può colla fatica. 

6^)0 cavaddu mairu Ddiu manda muschi. ^ 

La cattiva sorte suole imperversare contro 
i disgraziati. 

66) U porcu niairu s'ansonna a ghianda. 
Corrisponde all' italiano; L'orso sogna pe- 



44 



re. Vale immaginarsi cosa, che si desideri som- 
mamente. 

Credunt qui amante et sibi svmnìa fingunU 

Virg. (7) 

6j) A Vespiru e nona non cantina pirsuna 
bona. 

Non è delle persone oneste il camminare a 
certe ore improprie. 

- 68) U pignataru menti a manica undi voli. 

Il vasaio appicca il manico ove più gli ag- 
grada. Si dice di colui, che vuol farsi ragione 
col dritto e col tono. 

6<)) %Avi u pilli dintray coma Vutri. 

Si di:e delle persone finte e vendicative. 

jo) Purceddi e figghioli 
comu i mpariy i trovi • 

La riuscita de' ragazzi dipende dalla loro 
educazione. » 

ji ) Cu voli anda^ 

e cu non voli, manda. 

L*as5istenza personale ci procura il più ef- 
ficace disimpegno negli affari. 

y2) Uocchiu du patruni ngrassa u cavaddu. 

U solo padrone è quello che s'interessa del 
buon governo delle bestie che gli appartengono. 

j}) Cu avi a pinna a manuy 
non si scrivi a inala pasca. 

Niuno è così stolto che non sappia trar 
profitto negli affari che maneggia. 

74) T tacca u sceccu undi voli u patruni (^SJ 

Checché ne avvenga bisogna eseguire gli 
ordini de' superiori. 

7/ ) Comu l'ovu chi cchiù sta o focu^ cchiù 
s'antosta. 

Dicesi di un malvagio, che vieppiù imper- 
versa nelle disgrazie. 

76 ) A cucchiara sapi i guai d' a pignata. 

I domestici son quei^ che sanno le angustie 
della famiglia. 

77 ) Tulici porta cu dormi cu i cani. 

Danno produce la conversazione de' scelle- 
rati. Cum perverso, perverteris. Il Savio. Si dili- 
gitis mcy mandata mea servate. 

78) Amuri voli fatti e non palori. 



Le opere sono i contrassegni sicuri di un 
verace amore. 

79) E fi l'amanti perdi In Ioch^ 
Scurdari non si pò* Vammi anticu. 

La variazione delle umane vicende non ab- 
batte la costanza di un amante fedele. 

80) U sa^iu non cndi d'jùnu. 
Il sazio non crede al digiuno. 

81) Fra Vituperiu parrà di santitati. 

Odi il pudico Senocrate d' Amor come ra- 
giona. Tasso. 

Lai: Clodius accusat moechos. (9) 

Federigo Barilla 



( Continua ) 



NOTE 



(i) Notevole il significato, generale del re- 
sto in tutta la Calabria, di Talumma per Donna 
amatay come ne' Proverbi di Salomone cfr: Ac- 
cattatis nel Dizionario. 

(2) Asini caput ne laves nitrOy Apo^tolio, 
XIV, s6. Ne' Prov. del Giusti: Chi lava il capo 
all'asino perde il ranno e il sapone. Quasi tutti 
i dialetti italiani hanno questo proverbio, che è 
registrato dal Duplessis, tri' proverbi francesi, 
dallo Hazlitt, tra' proverbi inglesi, e dal Wander, 
tra quelli tedeschi. In tal modo intende Van- 
nucci : « Niuno può dare ad altri ciò che la na- 
tura gli nega. » Ma questo significato mi pare, in 
verità, un po' monco. 

(5) Il concetto di questo proverbio mi paf 
novo, od originale. Che la gola possa essere ca- 
gione di danno, è nolo; ma, in riguardo alle 
scarpe ed alle calze, ornamento del piede, ri- 
chiesto dalle buone consuetudini sociali, questo 
proverbio va accettato con riserva. Sarà stato 
trovato da' contadini delle nostre campagne di 
Calabria, intorno a* quali cfr: Padula, nel Brucio. 

(4) Il Padula nel Bruzio registri, invece, 
quest' altro : Sparagna a farina quannu a tina i 
china; quannu u culacchiu pari, nu bisogna spa- 
ragnare E spiega: Risparmia la farina, quandp 
il tino n'è pieno. L'Accattatis registra quest'al- 
tro, bellissimo: Sparagnay donna fiiiay quannu h 
vutte i china; ed quannu ' u liettu ( fondo ) par$f 

nun ce* i echi sparagnare. In fondo, tutti dicono 
la stessa cosa. 

(5) Permetta il lettore che io accenni alla 
spiegazione, che ne ho data, nel Giorn. nap. di 



45 



Filos. e lettere, voi. Vili, dicembre 1878, p^. 406. 
Invece di donna il Barilla avrebbe dovuto scrivere 
fitnmana^ come dice il popolo reggino. 

(6) Toma a proposito quello che disse 
Otello: 

demone d* inferno! ove potesse 
Pianto di donna fecondar la terra^ 
Ogni stilla saria d'un cocodrillo 
Generatrice. 

Shakspeare, Otello^ 

IV, I, Carcano. 

(7) Veramente il verso di Vergilio è il se- 
guente : 

Credimus? An qui amant ipsi sibi somniafin- 
gunt. Ecl: VIII, 108, dove Servio nota: Quod 

par praverbium est locutus. 

(^8 ) Il Barilla ha scritto invece di sceccu, 
Fasinu, che non mi pare opportuno lasciar tale 
e quale. 

(9) Intorno alla priorità^ o precedenT^a^ di- 
questa Raccolta aggiungo la seguente osservazione. 

Anche in Sicilia credo che il più antico ten- 
tativo di raccogliere proverbi non vada più in là 
del 1846. Vincenzo Scarcella intitola a Luigi 
Mar:(aghi 28 proverbi siciliani. La lettera al Ma- 
zaghi ha la data di Messina 27 Luglio 1846. H 
raccoglitore è stato indotto alla pubblicazione di 
cotesti proverbi dal poeta Felice Bisazza sull'e- 
sempio di Niccolò Tommaseo, il quale aveva 
già pubblicato un manipolo di Proverbi corsi nel 
« Giornale euganeo di Scienze lettere ed arti » 
dell'anno 1845, alle pagine 161 e /07 (non ci- 
tato dal Pitrè nella diligente Bibliografia). 

Lo Scarcella ha poi pubblicato in ^Messina 
tutta la sua Raccolta, dalla tipografia Fiumara^ 
1846 ( 1 500 proverbi siciliani ), in parte ripro- 
dotta da Lionardo Vigo, Catania, GalAtola, 18 sj. 
Ma il primo tentativo, con la lettera al Marzaghl 
apparve nella <r Lanterna di V^essina » tip. UÀ- 
mico Arena, 1846, voi. L pag. 64. Neppure que- 
sto periodico vedo citato nella diligente e pre- 
giata Bibliografia del dott: Pitrè. 

GNEI COPIUE. 



Pee tg pestana, e dieli 

Me miir me dritte sol; 

Mu due me e bucur enzsa, 

Me dheun chieli mberoi, 

Ghentrova gjldh haree. 
Ma gne (javoom ce aghiera 

Me Uee nde craahmnua, 

Ce me vret, me skjier, me jossen 

Gtìidh curmiu, e per mua 

Ngje chee ti (jipissii. 
Guur me atta sii si dieli 

Me ruan ti, spelja ime. 

Me skjier scpirtin ezsemeren, 

Me merr ampnin time, 

Ti fareghe me Ije. 
E baardh si dieli e euzsa, 

Coilorm si trontofilje, 

Me ducche gne engjel chieli, 

Shelchien nter tier copìlje 

Si natten gne Ijinaar. 
Nde fialj cuur hapné ghricen 

E mua ti fiet pestana, 

Gne regj aghiera udihemi; 

Nench discerogn me prana 

Se tij, copi Ije, vet. 
Tij discerogn, tij vetmé 

Ce zsemerén me more; 

Vet aflTer tij, e dascer 

Copilje cucchiulore, 

Undihemi fanmiir, 
Nde caam te bieri, e bucur 

Erritur me scertime. 

Me miir me mart dechia, 

Ujosa i ter si brime. 

Pa tij ce rrogn e begn f 
zsemerzsè time engjéli 

Te speljies e bucurìs. 

Chi curum gjidh i Ijacossur 

Ngje rroj me jo, ma dis • 

Pa ty, formadhe vas. 
Rro poca, rro, i vettemi 

Ljevroomi gjelìes time. 

Me e bucur nter fé bucurat; 

Edascer zsemera ime. 

Per mua ti vet rro ! 

AD UNA GIOVINETTA 



Si trontofUje dhaiter 

E sctuun nde trual u rìgna 
Gjidh i Ijacossur, i nemur, 
Pa mas gneriì, se chigna 
Mbi dhee gne tjevrosii. 



Come un'appassita rosa, buttata al suolo, io 
vivevo nel mondo, misero ed aflSevolito, senza 
nessun sollievo. 

Vidi te poi, ed il sole mi aperse più fulgidi i 
suoi raggi: la luna mi sembrò più bella; il cielo 
e la terra mi colmarono di gioia. 



46 



Ma da quell'ora porto nel seno una ferita, 
che mi lacera e mi consuma la vita, senza che 
tu mi mostri un po' di compassione. 

E quando tu, o mia speranza, mi guardi con 
quei tuoi occchi lucenti come il sole, mi laceri 
il cuore e Tanima, mi rapisci la pace, nulla mi 
lasci. 

Candida come il sole e la luna, mi sembri un 
angelo celeste; risplendi fra tutte le altre gio- 
vinette come un lume nelfoscurità. 

Quando schiudi il labro alla parola e mi fa- 
velli, io mi sento un re: nulla allora io desidero 
fuor che te sola. 

Te sola desidero, te sola che mi rapisti il cuo- 
re; solo a te vicino, mia amata fanciulla rubi" 
conda, io mi sento felice. 

Se ti dovessi perdere, bella cresciuta co' miei 
sospiri, sarebbe meglio consumarmi a poco a 
poco e poi morire. Senza di te a che mi giove- 
rebbe la vita ? 

O angelo di speranza e di bellezza, questa 
mia misera vita non vivrebbe no, ma morrebbe 
senza di te, graziosa fanciulla. 

Vivi dunque, vivi, unico sollievo della mia 
esistenza, la più bella fra le belle; per me sola 
vivi, amato mio cuore I 

G. Fazio 



AENDERRIT E NUSSES 



Nde maalj Ijissi 

Screhej i Jjart 

E i gjeer, embina stissi 

Foljeen gne gkardulikje. 

Me criet tundulore — pìccinikje. 

>*< 
Kéjo eooj i me xce 
U rrii ndé veer. 
Ce zotti im me jee. 

Per te mua monostrofa nengk m'arreen 
E monostrofa zottin mee e ngkreen, 

>*< 
Bihej mbi dee 
Me fiettat t' umul, 
Ljulja e bukur, e ree, 
Hasdiit kisc maar ca KjleH, 
Dritten kaluar ca Dieli. 



Kejo 6ooj : u e scki'et 

Puxiin e hool jap, 

Ce gjiri scpriscen vet 

Per zottin, e kur munit kraht i sctie 

Kur monostrofa vien sat' mos l' bie. 

>*< 
Ti zoon ca gjiri 
Scprissci puxiin, 
Kendime t' arta sctiri, 
Kur malit ree té zeza balet vrenen 
E kur trupiit e KJ^lés me j'arrenen. 

>•< 
Ti, zot, me x^e 
Mbarrari Dielin, 
Kur diegk, Ijuljes e ree, 
Nd' i Ijodet gjela preja, 
E nde trupia vien ti kurmin ndeja. 



AGLI SPOSI 



Sul monte la quercia 

Slanciavasi in alto e i lunghi rami spandea, 

Nel cui mezzo in tessuto avea 

Il suo nido un cardellino 

Dalla testa rotonda e piccolina. 



Esso dicea : nella stagione estiva 
Riposo io all'ombra. 
Che il mio signore a me concede; 
Mercè sua l'uragano non mi tocca 
E l'uragano il mio signore più innalza. 



Nascea da terra 

Colle tumide foglie 

Il bel fiore novello, 

Avea dal cielo le bellezze preso, 

La bianca luce dal sol rapita 

Essa diceva: io mìsera 
Tramando solo al mio signore 
La sottil fraganza, che il mio seno sparge, 
E allor che la bufera a me s'appressa. 
Perchè io non cada, le braccia al tronco av- 

( vinchio 
>*< 
Ti;, signora, dal seno 
Spargi la tua fragranza; 
Aurei canti tu innalza, 
Se all'amor tuo la fronte nera nube oscura, 
E della vita la bufera a lui s'appressa, 



47 



Tu, signore, coll'ombra 

Trattieni i rai del sol cocente alla novella rosa; 

Se ella ha stanco il corpo, la riposi, 

E allor che la bufera s'avvicina, 

Concedi a suo sostegno il corpo tuo. 

A. Ribecco 

APPENDICE 

agli usi e costumi di Laureana di Borrello 

[ Continuazione V. N. 5 anno IX ] 



Quando lo stcss' oggeito ci cade più volte 

di mano è segno ch« qualche persona ci desidera. 

Se nella stanza d*un ammalato, si seme il 

niniore del tarlo, il solito tic tac, è segno che 

l'ammalato s'appresta a fare l'estremo viaggio. 

Regalare una forbice, un coltello, uno spil- 
lo, ancorché dimandato, è presagio che sta per 
rompersi l'amicizia fra il donante ed il donatario. 
Si ha il pregiudizio che quando alcuno sia 
stato baciato dalla madre di latte^ cioè dalla nu- 
trice, dimentichi tutto; onde, a qualcuno che dice : 
mi scordai^ si risponde : ti vasau la mamma di latti ? 
La rottura d'uno specchio, la rottura d'un 
lume sono di funesto presagio. Un mio amico, 
persona colta, cui ero andato a tar visita, in oc- 
casione della morte di sua madre, mi diceva ch'era 
quasi presago che una disgrazia lo avrebbe col- 
pito, poiché alquante sere innanzi, un lume ad 
olio mentre accendeva bene, s'era rotto senz'es- 
sere stato toccato. 

Per fare che alcuno rimanga di corta sta- 
tura, basta batterlo con una canna sul capo, 
quand'é fanciullo. 

Il giorno 13 e il 17 del mese é ritenuto 
per nefasto, ricordandoci il primo il nome di 
Giuda e il suo tradimento, e l'altro il numero 
della disgrazia, secondo i cabalisti ; onde chi 
scrive una lettera non mette mai per data il i j o il 
17, ma il giorno immediatamente innanzi o dopo* 
Se presso la casa, in cui v'é qualcuno gra- 
vemente ammalato, di notte tempo i cani ab- 
baiano, ovvero ululano a lungo, si trae cattivo 
promostico per l'ammalato, poiché si crede che i 
cani si fermino colà ad abbaiare, poiché fiutano 
il cadavere. 

Sull'apparizione dei morti nel sogno si hanno 
i seguenti prcgiudizii. Se l'apparizione avviene 
subito dopo l'avvenuta morte, è segno che il 



morto é a vanda bona^ cioè al Paradiso o, per 
lo meno, al purgatorio. Se il morto appare in 
sogno ad un ammalato e sta a piedi del letto, è 
segno che l'ammalato sarà vinto dalla malattia 
e morrà ; se, poi, l'apparizione avviene presso il 
capezzale dell'ammalato, é segno di guarigione. 
Sognare, che un tale sia mono, si crede di buon 
augurio, perché gli si accresceranno gli anni. 
Sognare, in fine ciriege o latte é buon segno, 
sognare carne é di cattivo presagio. 

Se una lucertola entra in casa é segno di 
buona fortuna ; se un grillo vi salta addosso é 
anche buon segno. 

Quando i monelli vanno a caccia di lucer- 
tole, spesso avviene che ai colpi di sassi o di 
verga, che tirano ad esse, se ne distacchi la coda, 
la quale, cosi distaccata, comincia a muoversi, 
per tujti i versi e senza posa ; il volgo crede 
che la coda della lucertola, agitandosi in quella 
guisa, mandi bestemmie ai monelli, che l'hanno 
amputato, e però, per neutralizzare 1' effetto di 
quelle bestemmie, si sogliono ripetere i se- 
guenti versi ; 

NonfiljeUy 

E mancu DdeUy 

Ma ja Verramu ludéu. 

Chi desidera che avvenga male al suo of- 
fensore, al suo nemico, deve andare in chiesa, 
inginocchiarsi prci;so il campanile, suonare le 
campane, tirandone le corde con i denti, e 

scoprirsi le mammelle e battere con il pugno la 
terra, imprecando. Eseguito ciò, si é ceni che 
le imprecazioni avranno il loro pieno effetto. 

Quando le legna in combustione, special- 
mente se con fiamma, crepitano, é segno che 
qualcuno mormora degli astanti. 

Nel primo Venerdì di Marzo si dà della 
scure sulla corteccia degli alberi, che non dan- 
no frutto, per costringerli a fruttificare, e per di 
vozione si mettono pietre sulla biforcazione dei 
rami degli alberi stessi. 

Quando un prete prende messa, o un par- 
roco prende possesso della Parrocchia, deve fare 
li rogagghi (i) nella chiesa, cioè gettare, entrando 
in chiesa, confetti e poi nella sagrestia e in ca- 
sa propria far regali di rosolio e dolci a tutti 
quelli, che gli si presenteranno per congratularsene. 

(continua) 

(i Rogagghi son detti i doni che fa alla gen- 
te del popolo chi prende moglie, il prete che 



48 



t 



I: 



divien Sacerdote, e generalmente i doni, che si 
£inno alla gente del popolo a Natale e a capo 
d' anno. Tale voce potrebbe derivare dal greco 
^a mercede, compenso, o pure dal lat. augu- 
ralia; proponderei piuttosto per quest' ultimo. 

(Continua) 6. B. MarzMd 



CANTI DI PARADISONI 



leu su mbitatu a tavula d'argentu, 
Duvi no mmi cridia ca agghju tantu ; 
Àgghjai quattru cosi a meu talemu, 
Zuccaru, cannella, sonu e cantu. 

>•< 
Nesciu la erba di li milli misi, 
Mazzu di gigli, garompula e rosi. 
Poi sette suli e sette paradisi ; 
Sugnu tutti li toi, schiocca di rosi. 

>*< 
Ora nesciu 'na stella, e mo straluci. 
Chi prima pocu scuru chi facia. 
Stella, chi di li stelli amati e duci, 
Non mi ammustrari tanta tirannia ; 
S'eu moru, mi rivolgiu senza cruci, 
Vaju a lu'mpiernu mediami tia ; 
Ma nesci, sparmala tu sa bella vuci, 
Cacciami di sti peni, anima mia. 

Centu voti lu jornu jeu tramutu, 
Sentendu su to' nomu ammeniugari; 
Capillu d'oru ed arburu hiurutu, 
Sutta Tarrami toi jeu vorria stari. 
Si avissi geniju, m'averia venuto, 
Pti tia mi menteria li pinni a Tali : 
Era amanti fidili e fu* tradutu; 
Povaru cori meu, com'hai di fari ? 

•«< 
Passau lu tempu chi ti amava tantu. 
Mi misi a milli rizichi pe tia j 
Mo t'amu, bella mia, tantu e non quanti^ 
Dezi l'amuri a cui piaci a mia. 
Mo si ti mentissaru a l'incanti^ 
leu 'nu tornisi no lu pagaria ; 

Si tu mi preghi cu lagrimi e chianti^ 
Si mi 'ncuruni, mancu ti vorria. 

>^ 
Vorria lu celu chi mi cuncedissi 
La bella, ch'amu jeu, nuju l'amassi ; 



Vorria chi mancu l'aria la vidissi, 
Mancu cu li vicini praticassi ; 
Vorria chi fussi fonti mu currissi 
E, quandu va mu mbivi, la baciassi. 

>*< 
Giuvani, chi cumpassi e cumpassiji, 
Duvi lu posi su pulitu pedi ? 
Duvi lu posi tu, la terra arridi, 
Guardandu sa pulitica chi levi. 

>*< 
Mi misi a la tua barca a navigarì. 
Tu mi 'mparasti lu mari modernu ; 
Nata, natandu mi jettasti a mari, 
E li fatighi mei su juti 'ndemu ; 
Mo chi li servi a tia su cumpessan ? 
Li patannostri toi su focu etemu ; 
Ca lu peccatu meu t'ha di girari, 
Mu si' la princìpissa di lu 'mpemu* 

leu rondinella diventar vorria 
Mu viju cu cui parri e cosa Éii: 
Di la toa stanza non mi movarria 
Pemmu sentu di mia cosa dirai. 

Quandu la barca mia sparmau li vili. 

Si misi ad atri mari a navigari ; 

lia pemmu trova li mari gentili 

Duvi lucinu l'argenti e li specchiali. 

Tu ti cridivi ca moru pe tia ; 

Cu tia, senza di tia si po' campari ; 

Cà si ndi vogghiu donni, nd'agghju miji; 

Non sugnu comu a tia piscia — Étddali» 

>*^ 
Nimicizia eterna e paci mai, 
Mentri la causa ndi nesciu di vui ; 
Scritta t'avia a stu cori e ti cassai, 
Di tali modu no nd'amanu echini. 
Guerra mentu pe sempri e paci mai. 
L'occhi ti cacciu, si mi guai di cchiui. 

>*^ 
É veru ca t'amai, non mi lu negu, 
Lu tantu amuri toi pe mia fu stiju ; 
Trovati n'atru amanti o megghiu o peju,. 
Ca pe mmia 'ntantu non mi gelusiju; 
Mo chi trovasti n'atru amuri peju. 
Peri di l'occhi mei, non mu ti viju. 



Direttore resp. Luigi BruTzano 
Tipografia — Francesco Passafaro 




2-ir2_ //, (- 



ìrt**rtm^^r*iin 



(i 



4 



» 
^ 



^ 



$ j 



'È 



? 



^p^?^^?^?^g?^^^'5'^i^?^^5*^«^'^'5'^'^^^^^^!5^^^ 







RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIOI BRUZZANO 



Numero 1 — Ottobre 1897. 



MONTELEONE 

Tipografia Francescx) Passafaro 
1897 




i^sSte/.gte.s^.gfe^<te..€te,,g^,gte,,gte,^,.steASte.s§^ 





1 >4^?^i^S535S55PSì?5SS5J^?5?5J^ 



k 



llfll 



III 



* © 





? 


Mrs 


ó 


(^rV: 


o 

l 


1 


1 


f 


?) 


X 


^^ 


f 


^è 


? 




b 




x 









1? 




:© 


e 


■0 




X 







f) 


S 




A 



^ li 



-A-3aja.o 221. - ÌT. 1 



- '«:x:. ^g^<s *y^^y '>' ' '^<^ 6^Tx:^rx^ «vx^^^^i '^^ 



?sl^ 



y^^a ^vK<y Cg>x?»^ ^^K<g ^^a<?s>^ *^>s.<9 g>>rrs^ >^:^;r •> g x??^ ^s>^ ®>^ s^^^ 



LA CALAB 



fe-x^fe^iìa: f^^j<^ ftv:^':^ è xTi? srK*' s:i>t(^ j^;^^ jg.>^g £>^<ijp>rfs:g:>^^j^ fc>^^-^ì> 




.<afc ^'^rir ■i-A' -gj jrarir g'.raj? JrSrìF^ 



- j^ JE> ? j r a^ fajgUPJ^Tjg g ^r 



^m 






♦^Ij RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 9 

III 



IiIRETTORE 

X^VLigri Sr-u-zzazio 



Monteieone di Calabria, Ottobre 1897 

SOMMARIO 
Novellina greca di Roccaforte (L. Bru77ano) 
Appendice agli usi e cosiunii di Laureana di Bo- 
reilo (G. B. Marzano) — Canti di Rossano ( R. 
Da Leonardis ) — Il Vocabolario calabrese ita- 
liano di L. Accattatis ( V. De Bartholomaeis. 

Il Granebio clie fa le ma d'oro 
NOVELLlNiJ GRECiJ DI ROCCiJFORTE 

TESTO 

Ena viaggio ihe ena fabricaturi, ce tutose 
ito pluso; ma tutose epiae mia malatia megali 
pu eicglioe olo posso nihe, ce sto urtimo epulie 
la ceramidid a panotie andò spiti, ce tutose ito 
prandemmenose ce ihe dio pedia arcinica. Mia 
nimera de nihe cammia speranza ce ipe : 

— Arte pianno ti scupeita ce pao a caccia 
a soso spasci cane puddhi na to ftio. 

Ma de niso e ivri tipote na sparespi ceecon- 
doferrc ja io spiti, ce pose econdoferre, posso 
dhori ena caridaci ce tu esparespe. Ma lundo ca- 
ridaci eppese ijiose, ce etresce ce to epiae. Pose 
ivre ti è ijiose, ipe: 

— To perro io podio na pesciusi. 

Pose arrivespe sto spiti, ediche to caridaci to 
pedio'^na pesciusi; la pedia to evaiai ossu asce 
mia cagiola. Ti purri, sa nejertissa, posso dho- 
rusi ena auguo pu to iio camonda to caridaci 
ce la pedia to ipai tu ciurutose li to caridaci 
ecamc ena augo ce luto edisciai. Po sto ivre o 
ciurise, ipe ; 

— Tundo auguo è asce grisafi, ce ciola tun- 
do caridaci ehi na è i furtunamase. 

Ecindo augo to epire ce to epulie ce epiae 



^1^ 



Abbonamento annuo 
I-lire 3- 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



. ■(: 

esce ducala, ce ecindo caridaci io sccanne ena 
ti vradia, ce e pianne escew ducala ti nimera, ce 
o fabbricaturi imera nimera metapale econdofere 
plusose pleo para li ito. 

Afinnome io fabbricaturi ce piannome ti ec* 
conda ihe ena custureri ce efeghe : 

— Ego de scero pose tutose o fabbricaturi se 
ito erionda sii povertà ce arte metapale e con- 
dofere plusose ! 

Ce to sepianne te spiese na ivri putte tu er- 
condo tossa dineria. Tosso ecame pu la aporese 
ti lundo caridaci tu canni ena auguo asce grisa- 
fi ti nimera ce to pulai ce pianni esce ducala. 
Tuiose o cusiurerise ihe tria pedia, dio arcinica 
ce mia diliei ce epensespe a soi cami na camu- 
si to matremO:»no me to nijo tu flibbricaturi ce 
me ti dighaterandu. Tosso nccame pu to ecum- 
binespai tundo matremogno; ma o custererise tu 
ipe tu fabbricaturi ti dheli na doi ja dota tu jutu 
lo caridaci. O frabbricaturise tu ipe mane. 

— Tu jumu lo donno; de to donno canenu 
scenu. 

Pose epirai io caridaci sto spiti tu custureri 
posso o cusiurerise ivre io caridaci, io canunie 
ce ivre ti sto petto ihe la grammata pu elegai 
ti pi troghi to caridaci, pi se troghi to misi cor- 
po l'ambrose, erchete mia nimera pu jenete ri- 
gase, pise troghi to misi corpo t' apissu, dhori 
mia bursa dineria ti purri sto porcilavadindu. 

O custurerise iscere meleti ce ivre ti sto pet- 
to tu caridaci ihe tu grammata pu elegai ti pise. 



2 



troghi to corpo tambrose erche-te mia nimera 
pu jenete rigase, ce pise troghi to corpo tapissu 
dhori mia bursa asce dineria ti pur ri sto porci- 
lavadindu, ce epensespe uà spasci to caridaci ce 
na to doi ton pedijondu na to tausi to narcini- 
co. Ma pose to espasce, to evale apanusti gra' 
viglia na ftisti ce essevi ossu sti stanza de scero 
ti na piai. Ce irtai sevennonda ta dio pedia tu 
fabbricaturi ce ivrai to caridaci apmu sti gravi- 
glia pu eftinneto; to epiasai ce to e fagai; to mi- 
si tambrose to eflighe o leddhese o megase , ta- 
pissu to efaghe o ceddhise. Sa necondofere o cu- 
sturerise ce de nivre to caridaci apanu sii gra- 
viglia, etavre ti cefali me ta tibia, doppu tundo 
fatto eminai andò matremogno. 

Arte plnteguome anda dio pedia tu fabbrica- 
turi. Ipai ta dia leddhidia: 

— Arte emise e home na pame porpoionda 
to cosmo. 

Ce ejavissa stu ciurutose ce tu i pai : 

— Ciuri, ehite na ma^doite ti najo benedi- 
zioni, ti emise dhelome na pame porpatonda me 
to cosmo. 

O ciurise to sipe : 
— Ca pose paite ta fattisa ce masasciafin- 
riite manahuse me ti manassase senza cane ? 
Ta pedia tu ipai : 

— Emise de dhelome na sciporeome tipote; 
dotemase ti najo benedizioni, ti emise ehome na 
pame porpatonda me to cosmo; a nesise de ma 
sti donnite, emise panda pame ta fattimnse. 

Cunnonda otuse o ciurise. to sediche tin ajo 
benedizioni, ce ehoristissa ce eml^i porpatonda. 
Sto proiino pajisi pu arrivespai, alloggespai asce 
mia locanda ce li vradia eciumidissa eci. Ti pur- 
ri sa nccamc niiiicra ce asciunnic o cedJhisc ce 
posso dhori mia busa jomaii dineria sto porci- 
lavari ipe tu leddhctu tu megalu : 

BIDDZIONE IN CARATTERI GRECI 

"Eva viaggio élyt ?va fabbricaturi xal toìjto^ 
fjTo TcXoOao^, jià toOto^ iTrfoe [lEa malattia \ufiXri 
TcoO IxéXeioe 5Xo róaaov tly(e xal \ xb uriimo ènoù- 
Xrpt za X£pa|ji(5ta àTcàvtoOe 'aii 'tò aTrfxt, xal xoOxo^ 
'Tcpocv5ep.|ji£vo^ xal elXe 5uo TZouZià àpaevtxà. M£av 
fjpipa 5àv dy(e xa|i|i6x speranza xal tlizt' 

— "Aptt màwo) -dj scupetta xal niuù a caccia 
5v aÓKJO) atpi^et xavè tiouXI va tò (pW^ao)* 

Mi 5èv f^acoae rj5pet xlnorct vi spareuoTg xal èxov. 
•có<pepe fià, tò aTrfxt, xal nGx; èxovxócpeps, róaao Ocopei 
Sva xaptSàxt xal xoO espareuae. Ma xoOv' xo xapt- 



Sàxt f^Tzmot òyib^ xal f^xpe^e xal xò èidoat. Ufi; 
Y)5pe *xt è ÒYtò^, eJro* 

— Tò TTafpvù) xfòv TwctSUov va Tcaf^ouat. 

nfi>c arriveuoe \ xò aTifxc, SScoxe xò xoptSàxt 
xwv TcaiScGv va Tiaf^ouaf xà Tcac5tà xò i6iXaat Icaiù 
oì pfa cagiola. T\ 7:pa)t, aàv lYÌpXT)aav, Tcóaoo 
6(!)po5at Iva aòyò ttoj xò f^xo xà|iovxa xò xaptSàxi, 
xò èlnoLOi xoj xupou xwg, 'xt xò xopcSix: ?xa|u Sva 
aòyò xal xoO xò èScf^oat. TiGx; xòv rfipt 6 xupr^^, 

— To'v^xo aò-^ò è I? yjfijaixpi xal xtóXa xoOv* 
xo xaptSàxt ly^jòi va è f^ fortuna jjwc^. 

'ExeTv* xo aóyò xò iTnrjpe xxl xò iTzoòXrpt xd 
èTitaac l^ ducata xal Ixelv' xo xaptSàxt xàc Jxowe 
Iva x)j ^paSta xal èidoc"^ l^ ducata xfjv f^pipa, xal 
6 fabricaturi T?^|iépav i?/pépa [lexaitàXai èxovx&pepe 
'^Xo^o<; TzXio Tcàpa xl f^xo. 

'A^ivoiu xò fabbricaturi xal màvojjte 'xt èxel 
XGvxà elyz Iva custureri xal JXeye' 

— 'Eyw 5à ^Ipo) T.G)^xo^TO(; 6 fabbricaturi f,xo 
6p70vxa^ \ xij povertà xal àpxt pexaTiàXat èxovxó- 
cpepe 7iXo":ao^ ! 

Kal x(jx; lirfave xalc; spiata vi r^5pe 7io06e xoO 2p- 
yoYzoLi xóaaa Srjvépta. Tóaao Sxape ttoO xò '|i;:6- 
peae 'xt xoOv' xo xaptSàxt xoO xàwet Iva a^Syò è? 
)^puaà9t xi;v f^plpa xal xò TcouXàct xat ictàvet f? 
ducata. ToOxo^ 6 cusiureris efxexpfa TratSià, Suo 
àpaevtxà xal pfa 6r^Xux^j Ttal epenseuae (3h/ gJkjtq 
xà[ji£t va xà|jLOuat xò mnircmogno |jLè xòv utò xoO 
fabricaturi xal pè x)j ftuyaxlpav xou. Téaaov Sxa|U 
TCoOxò ecumbeneuaaat xoOv' xo mnirimogno* pà 6 
custurcris xoO eiTie xoO frabicaturi 'it tìéXet va Sic<n 
ytà dota xoO utoO xou xò xaptSàxt. '0 frabicaturis 
xoO eiTte pà vat. 

— ToO ubo po'j xò 5 óvo), 5à xò Sàvw xavevoO 
Sévou, 

ll(b{ ÌTrf,paat xò xaptSàxt \ xò aiaxt xoO custu- 
reri, róaoo 6 custurcrig r;jpe xò xaptSàxt, xò xa- 
vouvrjae xal rj'jpe 'xt \ xò petto tlyt xà Ypàppaxa 
TtoO IXéyaat 'xt tzoIo xpioyet xò xaptSàxt, ttoTo xp(i>- 
Yet xò ptou corpo x^àpTcpò; Jp^exat pfav i^jjiipa 
TcoO Y^vexat p^^Y*?, ttoTo; xpwYet xò pfcTu corpo x'èria- 
ao), 6a>pel p(a bursa SYjvévta x^ 7cp(f)t *^ xò Ttpooxs- 
cpàXtv xou. 

*0 custureri^ ^<?£ps peXexv'^aet xal r^ifit 'xt *{ 
xò petto xoO xaptSàxt tVy^t xà Ypàpp^xa tioO èXÉY*- 
at 'xt Tcolo; xporfet xb corpo x'àp^pòg f^p^exat pfzv 
f^pipa TioO Y^vs*^*^ P^/T°^ ^ Tctolo^ xporfet xò corpo 
x'ÒTuaao), 9topel p(a bursa è? ST)vlpta x)) Tcpcot '^ x6 
7Cpoaxe(pàXtv xou xal epenseuae va otfà^tj xò xapt- 
Sàxt xal va xò SaxjTQ xfi)V TcatStGv xou va xò ^àouat 
x6>v apaevtxSv. Ma Ttìo^ xò 5a<pa$e, xò SGaXe à7;àvw 



»C x9) graviglia va ^oOfJ xal èaé6Y) 6aa(o '5 x^) 
stanza 8è 5'pw ^ va tziìoy;. Kal f pxaat èae6a(vov- 
xa; xà 56o TcotStà xo5 fabbricaturi xal 7)5paat x6 
xoptSàxt àTiàvo) \ x)) graviglia tcoO èqpW^vsxo, xò 
èmàaaat xal xò è^ày^^'^j '^^ V'^^ x*à|i7T:pòg xò S^a- 
yt 6 leddhes 6 {i^yo^, x^òidoata xò S^aye 6 xéX- 
Xt^. Sàv Ixovxó^epe 6 custurerig xal 8àv riGpe xò 
xopcSixt àTiàvo) '^ x)] graviglia, 5xpa6e x)) xe(paX^ 
|iè xà xecx^a. Doppu xoOv* xo fatto èpietvaat' ài: 'xo 
matremoj;no. "Apxt plateguo|ie àn *xa 56o iwctStà 
xoO fabbricaturi. ETTcaat xà 5óo leddhidia* 

— "Apxt IjieT^ ^X^P^ V* ^^F*^ 7rop7iaxC)via^ xò 
x6a{io. 

Ka{ èytàSrjaav '5 xo5 xópou xco^ xal xoO tlnxai' 

— K6pe, ly(eze va jiacj Sd&aexe x)jv ^yto bene- 
dizioni, 'xt é|uTiS 9cXo|jLe va ni\it TCopTiaxfòvxa^ jià xò 
xóa|iO. 

*0 x6p7)^ xi^ eiTcs* 

— Ca TiGx; Tiiexe xà fatti 00^ xal |i^ è^cpt- 
V€xe liovo^ob^ |ià x/j |iàva aa^ senza xav£; 

Tà TwctStà xoO elniac 

— *E|JieI; 5è eéXofie va '^THiicopéawjie xfTcoxe* 
8éxe |ia^ xl^v Srfio benedizioni, 'xt éjieli; ^X^l^ ^"^ 
icà|Jie TWpTcaxwvxa^ [xà xò xóajio* àv èaelg 8è \idfi 
xJ) Stavexe, épiel; itivxa 7tà(ie xà fatti (io^. 

Ko'jovxoi; (Xnax; 6 xuprj^, xùg g8cox6 x^v Srfio 
benedizioni, xal èx^opfoxTjaocv xal è|i6!aa^t TcopTwc- 
xfòvxa^. 'S xò TipcDxetvò pajisi tcoO arriveuaaat, al- 
loggeuaaat ah {da lucanda xal x^ ppa5(a èxot(nfj67j- 
aav èxel. 

T^ Tcpwt aàv ?xajiev f^jiépa xal I^^TWtjoe 6 xéX- 
Xt; xal Tcóaao Bope! |ifa bursa ytoixàxT) Sigvépta *€ 
xò ^poaxe<fàXtv xal eiTce xoO leddè xou jisYàXou* 

VERSI ONE LETTE RALE 

Una volta c'era un muratore ricco; ina, avuta 
una gran malattia, consumò tutto quanto aveva, 
e, infine, vendè le tegole del tetto; era ammo- 
gliato ed aveva due figli maschi. Un giorno non 
aveva alcuna speranza e disse: 

— Ora piglio il fucile e vado a caccia, se pos- 
so ammazzare qualche uccello ed arrostirlo. 

Ma non potè veder nulla e tornava a casa. 
Per via vide un granchio e gli sparò. Ma questo 
granchio cadde vivo; egli corse, lo prese, e, ve- 
dutolo vivo, disse: 

— Lo porto ai miei figliuoli per baloccarsi. 
Giunto a casa, lo diede ai figliuoli per giocare, 

ed essi lo chiusero in una piccola gabbia. La 

mattina, quando si svegliarono, videro un uovo 

otdal granchio, e dissero al padre che il gran- 



chio fece un uovo, e glielo mostrarono. Il padre' 
veduto l'uovo, disse: 

— Quest'uovo è d'oro, e questo granchio 
dev'essere la fortuna nostra. 

Portò a vendere quell'uovo e prese sei ducati^ 
e il granchio gliene faceva uno per sera, ed egli 
prendeva sei ducati al giorno, e diveniva giorno 
per giorno più ricco di prima. 

Lasciamo il muratore, e parliamo d'un sarto 
che Slava li vicino e diceva: 

— Io non so come questo muratore, venuta 
a povertà, ora nuovamente è tornato ricco ! 

E prese a spiare, per vedere donde gli venis- 
sero tante ricchezze. Tanto fece da sapere che 
questo granchio gli faceva un uovo d'oro al 
giorno, che lo vendeva e ricavava sei ducati. 
Questo sarto aveva tre figli, due maschi ed una 
femina, e pensò di poter far il matrimonio col 
figlio del muratore e colla sua figliuola. Tanto fece, 
che combinarono il matrimonio; ma il sarto 
disse al muratore che voleva ch'egli desse il 
granchio per dote al figlio. Il muratore disse si: 
A mio figlio lo do; non lo do ad uno 
estraneo. 

Portato il granchio a casa del sarto, questi 
guardò il granchio e vide che sotto il petto aveva 
delle lettere che dicevano: € chi mangia il gran- 
chio, e mangia il mezzo corpo d'avanti, un giorno 
diventerà re; chi mangia il mezzo corpo di die- 
tro, la mattina vedrà sotto il guanciale una bor- 
sa di danari. » 

Il sarto sapeva leggere, e vide che nel petto 
del granchio c'erano le lettere che dicevano: 
« chi mangia il corpo d'avanti, un giorno sarà 
re, e chi mangia il corpo di dietro, per ogni 
mattina vedrà una borsa di danari sotto il guan- 
ciale; )) e pensò di uccidere il granchio per darlo 
a mangiare ai suoi figliuoli maschi. Dopo che l'uc- 
cise, lo pose sulla graticola per cuocerlo e usci 
dalla stanza a fare non so che cosa. Entrarono 
i due figli del muratore, e, veduto il granchio 
sulla graticola, lo presero e se lo mangiarono ; 
il [mezzo corpo d'avanti il fratello maggiore, 
quello di dietro se Io mangiò il fratello minore. 
Quando tornò il sarto e non vide il granchio 
sulla graticola, battè la testa alle mura; dopo 
questo fatto scombinarono il matrimonio. Ora 
parliamo dei due figli del muratore. I due fratelli 
dissero: 

— Ora noi dobbiamo andare per il mondo. 
Andarono dal padre e gli dissero: ^ 



— Padre, dovete darci la santa benedizione, 
perchè vogliamo camminare per il mondo. 

Il padre rispose: 

— Come ve ne andate? mi lasciate solo con 
vostra madre «cnza nessuno ? 

I figli ripigliarono: 

— Noi non vogliamo saper nulla; dateci la 
santa benedizione, perchè vogliamo andar cam- 
minando per il mondo; se voi non ce la date, 
noi andremo ad ogni costo. 

II padre, udendo ciò, diede loro la santa be- 
nedizione; essi si accomiatarono e si misero in 
via. Al primo paese, ove giunsero, alloggiarono 
ad una locanda, e, la sera, dormirono là. La 
mattina, fatto giorno, si svegliò il fratello minore 
e vide una borsa piena di danari presso il guan- 
ciale, e disse al fratello maggiore: 

(Continua) 

APPENDICE 

agli usi e costumi dì Laureana di Borrello 

( continunz. V. n. 6, anno IX ) 



S. GREGORIO E IL SUO QUADRO 

Legge ndt Lturetnese 

Protettore di Laureana di Borrello era, in 
prima, S. Nicola di Bari, vescovo di Mira, che 
era pur protettore della Diocesi di Mileto; ma, 
in processo di tempo, piacque ai Laureanesi di 
sostituirlo, scegliendone un altro di loro gusto, 
^ questa scelta cadde appunto sul gran tauma- 
turgo S. Gregorio. 

Intorno a questo argomento corre presso quel 
popolo una leggenda, ricca d'episodii, ch'io ho 
appreso e raccolto da più di uno di quei citta- 
dini, e che ora, raffazzonata alla meglio, presen* 
to ai Lettori della Calabria. 

Come sopra dicevo, Laureana aveva, in altri 
tempi, per suo proteggitore S. Nicola di Bari, 
« si mantenne per lunghi anni a lui fedele, e 
forse oggi sarebbe ancora sotto la valida prote- 
zione di Lui, se non fosse intervenuto ciò che 
ora vado a narrare. 

Una notte ( la tradizione non indica Tanno, 
il mese ed il giorno ) [tre donne di Laureana, 
d'illibati costumi, pie, religiose, piuttosto innan- 
zi negli anni, e tutte e tre dal nome di Anna, 
fecero un sogno, si noti bene, non prima mezza- 
notte, nel qual tempo i sogni possono essere in- 



gannatori e fallaci, perchè prodotti sotto l'influ- 
enza del lavorio della digestione, ma vicino l'al- 
ba, nel qual tempo posson essere veridici; ed in ul 
sogno loro apparve un uomo, dalla barba bianca 
e con vescovili vesiimenia , il quale disse loro 
queste parole : « Io son Gregorio, vescovo di 
a Neucesarea di Ponto; figlie mie care, dite al 
€ vostro parroco ed al popolo ch'io voglio es- 
« sere Protettore di Laureana; che mi accolgano, 
« dunque, in tale qualità, ed io m' obbligo sol- 
€ lennemenie, ora per ogni qualunque tempo, e, 
€ se pur vuoisi, anche per pubblica isiromenio, 
<( di proteggere sempre questo diletto paese, tute- 
« la! lo e difenderlo Ja ogni pericolo ». Così 
disse e disparve. Le tre pie donne si svegliaro- 
no sbigottite, e del sogno fiuto non dissero ver- 
bo ad alcuno, poiché lo credevano una vana il- 
lusione dei sensi. 

Ma, una notte di mercoledì della prima setti- 
iiìana di Settembre, giorno appunto dedicato al 
predetto Taumaturgo, verso l'alba, alle medesi- 
me tre pie donne , mentre dormivano, apparve 
nuovamente il Santo, e, con voce imperiosa, co- 
mandò loro di palesare il sogno. La mattina, in 
fatti, tutte e tre palesarono al Parroco il sogno fatto, 
questi lo palesò al Clero ed al popolo, sicché, ovun- 
que, nel paese fu un gran pariare dell'accaduto ed 
un vario commentare. Ma, come spesso suol suc- 
cedere in tali rincontri, il popolo si scisse in due 
pareri; i più tenevano per S. Nicola, gli ahii ac- 
cordavano la preferenza a S. Gregorio. « Come ! 
a dicevano i primi , un forestiero , che non 
« conosciamo, un S. Gregorio qualunque, vuol 
€ far da padrone in casa nostra e vuol dare il 
» gambetto al nostro Santo Protettore, che pur 
« sempre ci ha voluto del bene e molte grazie 
a ci ha fatto, e noi ci prestiamo a questo tiro 
tt birbone? Mai! Mai !» — « Siete, proprio, 
(T dei parrucconi, rispondevano gli altri, sempre 
a ve ne state legati con le anticaglie, non amate le 
« novità ed il progresso ! quel S. Nicola non ha 
«r fatto mai nulla per Laureana, che ne facciamo, 
« dunque ? Barattiamolo pure per S. Gregorio, il 
€ quale, se non altro, si obbliga di proteggerci 
« da ogni pericolo, e noi potremo, nelle occa- 
« sioni, rammentargli i suoi obblighi e far va- 
« lere i nostri diritti )>. 

Ondeggiavano cosi i pareri nel popolo, sen- 
za venire ad una risoluzione diffinitiva, quando, 
per la terza volta, apparve il Santo in sogno al- 
le tre devote donne, ripetendo con voce, ancor 



più imperiosa, il comando. Allora a lutti par- 
ve questo un manifesto segno della volontà di- 
vina, ed ognuno, volendosi ad essa uniformare, 
volse bravamente le spalle al S. Nicola e sciolse 
il canto della vittoria a S. Gregorio. 
« * 

Ma era pure un necessario un Breve PonfificiOy 
per ottenere, secondo i sacri canoni, questo r/;flE«- 
gemtnt, ed, a tal uopo, il Parroco e varii zelanti 
cittadini Laureanesi si recarono a Mileto dal Ve- 
scovo, interessandolo grandemente d' impetrarlo 
della Curia Romana, senza indugio: ed, in fatti, 
il Breve fu sollecitamente ottenuto. Ma mancava 
il meglio: nel paese non v'era un'immagine qua- 
lunque di S. Gregorio, né un quadro, né una 
statua, ed intanto il popolo reclamava la festa 
per il 1/ Novembre! Far la festa senza l'imma- 
gine del Santo ?! non ern né pure da pensarsi ! 
Che fare dunque.? Vari altri Laureanesi si reca- 
rono immaniinenti a Messina e ne dettero la 
commissione ad un valente pittore di quella Città, 
con la preghiera, sopra tutto, di far presto. 

Il pittore ne accettò l'incarico e subito si pose 
all'opera, ma, per quanto ei studiasse e si arro- 
vellasse, non potè ritrarre sulla tela il volto del 
santo, secondo l'ideale che stavagli innanzi la 
mente; anzi, tutte le volte che tentava ritrarlo, 
n' usciva una cosa cosi grottesca , che sarebbe 
bastata, da sola, a fargli perdere quella reputazione, 
che, a forza di lavoro e di studio, s'era fin 'allora 
acquistata; onde, disperato di poter dipingere 
quel benedetto volto, pensò di farne a meno, 
dipingendo quant'altro rimaneva dell'opera com- 
messagli, e profondamente accorato, scriveva can- 
didamente ai Laureanesi: (r il quadro é tatto, il la- 
« voro non é da disprezzar&i, ma il santo è sen- 
«r za testa, perché non sono stato buono a far- 
« gliela; gliela faccia chi é più dì me fortunato ! » 
I Laureanesi ritenevano questa lettera come un 
tratto di spirito dell'artista; « che mattacchione d'un 
«r pittore, esclamavano, vorrebbe darla a bere a 
< noi! é mai da pensarsi che abbia dipinto il 
« santo senza testa ? » Intanto s'avvicinava il 
Novembre e la festa del novello Patrono, ed 
alcuni d'essi si recarono a Messina per aver la 
consegna del tanto desiderato quadro, ma colà 
giunti, trovarono il pittore addolorato ed avvilito, 
il quale ebbe a ripetere loro quanto aveva pre- 
cedentemente scritto nella lettera, e per vie più 
assicurarli di quanto diceva, li condusse al suo 
studio e, menatili innanzi al quadro, strappò la 



tela che lo copriva, ma, oh! portento, si vide il 
volto del santo bello e fatto, ed il lavoro in tutte 
le sue parti finamente terminato ! Si gridò allora 
al miracolo, e da tutti si disse che il volto del 
Santo era stato dipinto da mano divina! Immenso 
fu il giubilo dei Laureanesi, e specialmente del 
pittore, il quale, quantunque fosse stato assai ge- 
nerosamente compensato del suo lavoro, pure 
volle seguire i Laureanesi, per accompagnare il 

quadro miracoloso in Calabi ia. 

* * 

Frattanto s'era sparsa a Messina la notizia del 
quadro miracoloso, e saputosi ancora che questo 
gii era stato posto sopra una nave per essere 
trasportato in Calabria, il popolo si levò a ru- 
more, e sceso alla marina, spinse a mare quanti 
burchielli erano sul lido e, la mercè di validi 
rematori, volò a raggiungere la nave calabrese, 
per ritoglierle, con la forza, l'agognato quadro, 
che non doveva essere asportato dal sicolo suolo. 
La nave non aveva fino a quel momento levato 
le ancore, che attendeva la brezza della sera per 
sciogliere verso le coste calabresi, ed i nostri 
Laureanesi, che v'erano su', vedendo tanta gente 
venir furibonda verso di loro, e dimandare con 
parole minacciose e ad alte grida il quadro, si ten- 
nero per perduti, poiché ritenevano che a loro avria 
financo tolta la vita! E già i burchielli eran 
quasi per raggiungere la nave, quando, oh por- 
tento ! un vento impetuosissimo si scatena di 
repente, il quale mentre con forza irresistibile 
respinge al lido, come pula di trebbia, gli ardi- 
mentosi burchielli, gonfia pure nella direzione 
contraria [incredibile a dirsi !] le vele della na- 
ve, la quale lascia maestosamente le sicole plaghe, 
e, come ala di cigno, si dirige verso la Calabria. 

La notte era gii calata, la nave sempre più 
s'accostava ai lidi calabresi, ed i nostri viaggia- 
tori, dopo i recenti travagli e' le trepidazioni, cre- 
dendosi oramai sicuri, cullati dal lieve movimento 
dalle onde, s'erano abbandonati al sonno, quando 
il Pittore, a cui stavano tuttora presenti i fecti 
della giornata e specialmente il fallito assalto dei 
Messinesi, pensando che, per lui, era poco pa- 
triottico prestarsi a che il quadro miracoloso 
fosse tolto a Messina ed altrove fosse trasportato, 
avvicinatosi al timoniere , eh' era pure un Mes- 
sinese, sommessamente gli ordinò di volgere in- 
dietro la prora verso Messina, ed incuoravalo a 
farlo senza timore, che la notte era buja, ed i 



Laureanesi, già in braccio a Morfeo, non se ne 
sarebbero accorti. Ma, non appena il timoniere 
aveva cominciato a mettere in esecuzione quel 
disegno, il mare di repente si turba, un verno 
impetuoso solleva enormi cavalloni , ed alla luce 
livida dei fulmini, che solcano il cielo, vedevasi 
la fragile nave, or sobbalzala su liquide montagne, 
ed or adimata negli abissi ! Già eran rotte le 
vele, ed i miseri viaggiatori Laureanesi, destati, 
fin dal primo infuriare della tempesta, e di niente 
sospetrosi, si tenevano per perduti, ed attende- 
vano d'un momento all'altro d'essere ingojati dal 
mare, quando il pittore, compresa la cagione di 
questo istantaneo mutamento, voltosi al luogo 
ov'era la cassa, che racchiudeva il quadro, tutto 
piangente e percuotendosi il petto a Santo Taunia- 
« turgo, esclamò, mille volte mi pento di aver 
€ fatto il pensiero di ritogliervi a questi signori 
« e di donarvi a Messina; mi pento e vi domando 
«f perdono, ma abbiate ora pietà di noi ! )) Non 
ancora aveva terminato di profferire queste pa- 
role, che, cessati i venti e abbonacciatosi il mare, 
tutto fu in calma, e, dopo breve ora, s'approdò 

alla marina di Cacona. 

* * 

Giunti i nostri viaggiatori alla Catona, tolta 
dalla nave la cassa del quadro e depostala sopra 
un carro, s'avviarono per Laureana. Il viaggio 
durò due giorni: verso le prime ore della notte 
del secondo di, il carro percorreva la pianura 
detta di Cfl;7//)()Wfl/o,[iJ cinque chilometri ad ovest 
di Laureami, e quei cittadini ebbero a vedere 
in quell'ora, [ cosa sorprendente ! un raggio lumi- 
noso, che avanzavasi lentamente da Campomaìo 
verso il loro paese, e non sapendosene dare 
ragione, mossero incontro ad esso; e qual non 
fu la loro maraviglia nell'osservare che quel rag- 
gio precedeva il carro, portante il quadro del loro 
Protettore ? 

Il quadro con moka festa venne collocato 
nella Chiesa di S. M. degli Angioli di Laureana, 
nella Capppellu dedicata appunto al gran Tauma- 
turgo, ed è quello stesso, che anche oggi vcne- 
jasi nell'aU' ideila cappella. 

Varii anni fa, trovandomi in quella chiesa, 
precisamente a vedere quel quadro, che ha dato 
luogo alla leggenda sopra riferita, un mio amico, 
fervido credente, e che anzi credeva quel che do- 
veva e quel che non doveva credere, mi disse: 
« lo stile del volto di S. Gregorio apprende 
chiai amente agl'intenditori che il pennello di S. 



Luca vi abbia avuto la sua gran parte >. In £itti, 
presso quel popolo v'é la credenza che il volto 
del santo, che il pittore di Messina non avea 
potuto delineare, era stato disegnato e pitturato 
da S. Luca Evangelista. 
( continua ) 

G. B. Marzano 

(i) Campomaìo — Si è creduto finora che il 
nome di Campomaìo sia venuto alla pianura, sita 
a 5 chilomerri ad ovest di Laureana di Borrello 
da una sanguinosa battaglia ivi combattuusi, non 
si sa quando e da chi; ed a favorire tale creden- 
za la &ntasia popolare era stata già sollecita ad 
immaginare in quei luoghi il rinvenimento di 
scheletri umani, cori tutto quel che serve di con- 
tomo ad un cruento fatto d'armi. Nulla di tutto 
questo; la voce Campomaìo ha il significato più 
pacifico di questo mondo, poiché deriva dalle due 
parole greche ^(itco^ ("campo, estensione di ter- 
ra ) ed 6|xaXò^ ( piano^ in una xà|i7;o5 óiioXò^ 
estensione di terra piana, pianura; non altrimenti 
son detti Piani della Meìia la pianura sopra Pal- 
mi, dal gr. ójjLoXfa, pianura; Maìopino, una con- 
trada di Monterosso Calabro, da òjioXóg, piano, 
e 7dva5 tavola, tavola piana, pianura; Malopero, 
un'altra contrada di Monterosso Gal., da 6{ioc>ia, 
pianura e ròpocv di là, pianura di là; ma non at- 
tinge alla medesima fonte Meìia, contrada di Lau- 
reana di Borello, la quale, poiché non contiene 
alcuna estenzione piana, deriva dal gr. |iTjXfa, che 
vale pometo. 

CANTI ROSSANESI 



Luce re Tocchi mia, r.s|^cita, aspetta, 
Nun fari ca ti 'ncriscia Taspettari: 
Si 'ncunu t'addimmahnna si si' scheita. 
Dilli ca monachedda ti vo' fari. 
Tu nun lu vidi ca staju suggettu, 
I cosi a modo miu nun pozzu fari ! 
Ca staju a r'ura a r'ura eppo' mi jeitu, 
E dinira i vrazzi lui vegnu a posari ! 

Gioia, re duvi vinne taniu bene, 
Chi nun riposu né juruu né notte ? 
Ca la memoria mia va sempre sperta, 
N'ura nun poite aviri re cumporiu ? 
Si m' hiii re amari, diciamilu certu. 
Si no, bedda, 'ppé 'ttia vaju a ra morta 
T'aju promisu st'arma re su pettu, 
Dmimi duvi tu si' ca ti la portu. 



lu passu e spassu, vasciu Tocchi e passu 
'Ppe nun li dari scannulu e suspettu, 
Bedda, ca si 'un ti viju, iu tomu e passu, 
Vaju comu a navetta quannu tessa. 
Quannu ti criri ca ti sugnu arrassu, 
Sugnu a ra vesta tua e ti vegnu appressu. 

Suspiri ardenti, re lu pettu escili, 
Escili ca vi dugnu liberiate, 
Duvi la bedda mia jaii chianciti 
Faciiila moviri in pìetate. 
Suspiri ardenti, vui nun vi movili 
Si prima bona nova 'u' mi portali: 
Suspiri ardenti, vua ci lu diciti 
Ca n'arma senza coru ha ca lassatu. 

A laniu lempu che torniu sii lochi, 
Queiarc nun si pone la mia vita : 
Sempre girannu, la mia tesia rota, 
Vegnu a trovari a *itia, parma fiurita. 
Chisà nu jurnu e la mia sona rota 
Tu li gori re si'arma e r' iu sia vita. 

Brunetta, chi ti penninu si lazzi, 
Subbra la frunia si capiddi rizzi; 
lamu duvi lu 'rre ca ti la fazzu 
'Na curunedda e oru 'ppè si irizzi. 
Cima de rosi aiiaccaiu a 'nnu mazzu, 
Culonna lavuraia re beddizzi, 
Quannu mi guardi cu si'occhi m'ammazzi, 
lu sugnu 'nira iu tocu e lu m' attizzi ! 

Luce re Tocchi mia, quaniu si* bedda, 
Quaniu bedda ti tice la lortuna ! 
Ti fice si capiddi anedda anedda, 
'Menzu su peiiu lu sulu e la luna. 
Vasala 'n celu e ti va fa 'na cedda, 
Ca da ci troverai la tua fortuna. 

Vorrà chi jssi a 'mmare e m'annicassi, 
E chiù nova re mia nun si sapissa, 
E Tunna re lu maru mi poriassa, 
Subbra nu scogliu e mangia tu di pisci : 
E de lu feiu nuddu ci accostasse, 
Sulu lu benu miu chi mi chiancissa: 
Po' 'n capu Tanna mi resusciiassa. 
Chiù beddu chi nun era mi facissa. 

Si' beddu, ninnu miu, si' beddu tuitu, 
Bedda e' ra^ vucia e bedda é ra parola: 



Beddu é ru nasu, chiù bedda è ra vucca, 

Beddi su Tocchi cu ri cighj ancora. 

Pò re bontaie ni si' chinu tuttu, 

E de sapienza ni pò fari scola : 

E si girassi la Calabria tutta 

Nu beddu comu e 'ttia nun si 'cci trova. 

O rosa russa, culuriia e bedda, 

Iu lui lu primu amante chi i' amai ! 

T'amai ch'eri 'na piccola donzella, 

Iu, birdasceddu, mi 'nni 'nnamurai. 

Mò chi si fatta chiù ranna e chiù bedda, 

Tu va trovannu re mi abbannunari ! 

Rossano Settembre 1897 

Avv. R. De Leonardis 



L. AGCATTATIS 

Vocabolario calabrese italiano — Castrovillariy 
Pafitùcciy 1595 



La Calabria ha dato sin qui agli studi dia- 
lettologici un notevole contributo di fatti. Già 
Mario Mandalari, nel 1881, corredava la sua rac- 
colta di canti del popolo reggino di un sobrio, 
ma ben fatto, lessico delle voci reggine più dif- 
formi dal tipo italiano. NelT 86 pubblicò Cesare 
Morisani un vaca bolario del dialetto di Reggio, 
e nello stesso anno venne alla luce il più impor- 
tante lavoro sul calabrese, fatto dallo Scerbo; il 
quale, oltre all'offerire un ricco elenco di voci 
dialettali, studiava pure la fonetica e la morfo- 
logia del dialetto di Marcellinara. La Calabria 
possiede inoltre copiose raccolte di scritture dia- 
lettali, ove si può studiare non solamente il 
patrimonio lessicale del dialetto; ma si anche 
l'impiego, che se ne fa da' parlanti. Tali sono: 
la raccolta di poesie Calabre del Calvelli (Castro, 
villari ; i88i ) e del Cipriani ( Napoli, 1859)- 
ìl Saggio del Conia ( Napoli 1854 ), il poema 
sulla Passione del Gallucci ( Napoli, 18/9 ), 
la versione calabrese del Paradiso di Dante del 
Limarzi ( Castellammare di Siabia, 1874 ), la 
raccolta de' canti di Laureana del Marzano (Monte- 
leone, 1893 ), quella dei canti ^i Castrovillari 
del Pepe ( nelle mem. stor. dì Castrovillari, ivi, 
1880 ) le poesie in vernacolo cosentino del Piro 



8 



( Cosenza, 1872 ), e le canj^nni calavrisi dello 
Scarano ( Napoli, 1895 ). Insomma, ci è abba- 
stanza di materiale per chi voglia studiare scien- 
tificamente il calabrese, in tutte e tre le sue 
principali varietà ! 

A codesto materiale viene adesso ad aggiun- 
gersi questo importante contributo, che è il vo- 
cabolario dell' Accattatis, importante anche per- 
chè," fino a un certo seguo esso colma una la- 
cuna, facendoci conoscere un dialetto della zona 
meno nota della Calabria, quello di Aprigliano. 
E non meno de' glottologi, devono essere grati 
air a. gli studiosi della demopsicologia. Egli si 
è dato all'opera, con un amore ben singolare per 
le cose pairie, e ha raccolte, con una diligentis- 
sima operosità, una quantità considerevole di no- 
tizie intorno gli usi e costumi locali, ha ferma- 
to sulla carta tutto quello che gli è capitato di 
ascoltare di detti e proverbi, ninne-nanne e canti, 
motti, frasi, e quanto gli è venuto alla mano di 
notizie storiche e letterarie; insomma un vero 
tesoro. 

Se non che a un tal tesoro manca l'organi- 
smo e perciò l'accessibilità. Le notizie son dis- 
seminate per tutto il volume alla rinfusa, e mo- 
strano, che furono introdotte nel libro via via, 
che questo veniva avanzando verso la fine : vo- 
glio dire che a volte manca la ragione dell' ar- 
tkolo e a volte quella della citazione. L' articolo 
ha spesso l'aria di un pretesto perchè l'a. potes- 
se abbandonarsi alle sue divagazioni. Cosi Varticolo 
Accademia non doveva entrare in uiì lessico dia- 
lettale; ma l'a. se ne è servito per poter parla- 
re delle Accademie di Cosenza e di Monteleone. 
Chi sospetterebbe inoltre che del noto Lamento 
per la morte di don Enrico d'Aragona composto 
da Giovanni Maurclli, ripubblicato dal prof. E. 
Percopo n^WArch. Stor, Napol. (XllI, ijosegg.) 
si debba andare ad attinger notizia sotto la voce 
bona ? E simili esempi potrebbero irarsene a de- 
cine. 

Se pertanto mi fosse lecito di esprimere al- 
l'egregio a. un mio desiderio sarebbe questo. Egli 
ha promesso una seconda parte della sua opera: 
faccia in modo che in essa lutto il materiale di 
notizie, profuso caoticamente nella prima, venga 
reso più accessibile da un indice sistematico. Sarà 
COSI che r a. potrà rendere più meritamente ap- 
prezzata l opera sua. 

Il volume è grosso, anziché no. Ma bisogna 
convenire ch'esso, pur senza perdere alcuno dei 



pregi attuali, sarebbe potuto venire più esile e 
maneggevole, se l'a. non avesse aperte le porte 
a voci non di vera ed esclusiva proprietà cala- 
brese , o entrate nel calabiese attraverso il tra- 
mite letterario , e sogjjiaciute alle sole altera- 
zioni fonetiche, o addirittura italiane. Sono es- 
se calabresi voci come queste : abbaiare , ac- 
costare, accreditare, acqua, adunare, affidare, ( il cai. 
ha e r A. lo registra : affegare ), cacciare, calare 
campagna, cane, canna, cantare, capace, capitare, 
e, men che mai, canapi ? 

Nella dichiarazione di alcuni fatti, si desidera 
maggiore perspicuità. Cosi, per limitarmi a un 
solo esempio, sotto la voce ca' che, l' A. scrive: 
«alcuni scrittori l'unisifono alla parola che pre- 
« cede, scrivendo piensnca, piensica , fttorsica, 
<r invece di Viensu ca, piensi ca, fnorsi ca: Penso 
« che, pensi che, forse che t>. Ho il sospetto che 
qui r a. non abbia veduto bene. Qv.el ca, più 
tosto che l'equivalente di 'chi, sarà una particel- 
la epitetica, che troverebbe rispondenza con le 
forme baresi pien^eke, maneke " penso, mangio, 
comunicata dall'Abbaiescianni ( La Fonetica del 
dialetto barese, Bari, 1896 ), e non ancora spie- 
gate sufficientemente. Son fatti di molta impor- 
tanza, che esigono dichiarazione precisa. 

Non vorrei da quanto ho detto parer trop- 
po severo con l'a. Gli è che la pedanteria, in 
queste cose, non è mai eccessiva. 11 lavoro del- 
l'a, se non è addirittura ottimo , è certamente 
buono, che in fondo, se ha un difetto, questo è 
la soverchie^ abbondanza. 

Non so distaccarmi da questo soggetto sen- 
za aver manifestato un desiderio che con me 
hanno tutti quelli, ai quali sta a cuore lo studio 
della storia letteraria e della lingua italiana. 

La Calabria, in tatto di testi antichi, ci ha 
dato quasi nulla, tolta la carta rossanese deir8i2, 
ora irreperibile, e il lamento citato. E pure ar- 
chivi ecclesiastici, nobiliari e comunali non man- 
cano nella regione. Non sarà egli il caso, ora 
che conosciamo la Calabria moderna, che i dotti 
calabresi si mettano a frugare in cotesti archivi 
e ci facciano conoscere un po' anche l'antica ? 

Vincenzo de Bartholomaeis 



Direttore Resp. Luigi Bruzzano 



Tipografia — Francesco Passafaro 



^^rf^^irfi^^-^&^^^^'ife^^fe^l^f^H^s^^g^^ 





<5 



.^^^rt.^'^.p^^-.'^^.f^t^.^^^P^ '^ ^U^*fc^ JS^^ 






RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



Dà 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 2 — Dicemebe 1897. 






i 

6 



é 



i 



e 

^ 






: I 



4 

* 



MONTELEONE 

TiPooRATU Francesco Pàssafaro 
Ì897 






t.^^ 



4^ 




1^53 



'^^^^.^^>.^jt ^ > 



^^^^^S^^à^tó^^^^^^^^^^à^^^^M^ 









* © 



II 



^ 






C9 



■A -n . Ti o 2C - ^T. 2 



LA CALABRIA^ 







<^i 



?^g^gaE gfej!!5jw ggg jPj»g>* ^ yi ^aaay* i 



♦^H' RIVISTA DI LETTBRATORA POPOLARE « 

III 



Il IR ETTORE 



Monteleone di Calabria, Dcembre 1897 

SOMMARIO 
Novellina gieca di Roccaforte (L. Bruzzano) 
Canti di S. Costantino di Briatico(^R. Lombardi 
Satri'ani^ — Appendice agli usi e costumi di 
Laureana di Borello ( 6. B. Marzano ) — Canto 
di Spezzano Albanese (A. Ribacco. 



NOVELLINA GRECA 

( Continuazione v. n. precedente ) 



TESTO 

Dhorise ti masecame luti lucandera ? mu 
evale mia burza jomati dineria ito porcilavadi. 
Panda ma sepiae ja latruse. ' 

Tutose de niscere ti ito i furtunatu, pu tu 
cumpereguai ta dineria cadila purri. Pose essevi 
eci i lucandera, ti sipai: 

— Panda esu ma sepiaese ja latruse ce ma 
scvalese ta dineri i sto porcilavadi? 

I lucandera pleo ammastrammeni io sipe: 

— Ego è solilo ti ta dineria ta a finno pu 
enene. 

Ce epiae ti burza to dinerio i lucandera. Ti- 
oapisso purri^ mctapale dhori addili mia burza 
ti stesso ce ipai ta dio leddhidia. 

— Ode de stecome cala : è caglio na pame 
ta fattimase 

. Ce tisipai ti lucandera: 

— Esu jireguise na ma sanqueiespise; emise 
pame ta tattimase. 

I lucandera to sipe: 

— Ego è solito pu rifto pasa prama pu enene, 
senza cammia malizia. OJe sonn'ic stadhi ja 
posso dhelite senza cane timuri. 



Abbonamento annuo 

l-jire 3. 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



Ma 



ti 



Ce epiae ti naddlii burza asce dineria 
e cina tisipai : 

— De: camete to cunto na pajespome, 
ehome na horistume. 

I lucandera to secame to cunto; epajespiusa 
ce ehoristissa. Ti vradia [to sescotae asce mia 
oscia ce eciumidissa. Ti purri posso metapale 
dhori ti stesso burza asce dineria ce ipe o ced- 
dhise tu leddhetu : 

— I lucandera ciola ode irte ce ma sevale 
ta dineria ; ma arte de tisia donnome pleo ; a 
nerti ode, ehome na ti raddiome. 

I lucandera de niscere tipote, ma ito i furtunatu 
pu tu ta cumpareguc cadha purri. 

Ti napissu purri dhori addhi mia, ce otuse 
avvideftissa ti de nito i lucandera pu to sevadde 
la dineria, ma ito i furtunatu pu tuta cumpare- 
gue. Otuse ehoristissa ce embeai porpatonda; sa 
narrivespai asce mia meria pu ehoriszai dio stra- 
tese, ipe o leddhese o ceddhise: 

— Arte ode, leddhese, ehome na horiome, 
jati na pame ismia de cannome tipote; jafto eho- 
me ni horiome. 

O megase tu ipe: 

— Cannome pò dhclise. 

Otuse to ceddhi tu ediche ena maheri tu 
megalu ce tu ipe : 

— Tundo maheri ehise na to pirise medhesu, 
ce a tundo maheri è panda magno lucenti, jam- 
me mi pensespise tipote, li ego imme calose; 



10 



ma, a tundo maheri mutegui culuri, esu claspe- 
me, ti ego imme pedhammeno. 

O raegase tu ediche mia buttiglia jomati ne- 
ro ce tu ipe : 

— A tundo nero è panda chiaro, ja emmena 
mi pensespise tipote, ti ego imme calose; ma, 
an ivrese ti tundo nero antrubulegucte, esu cla- 
speme, ti ego imme pedhammenose. 

Otuse emiriastisa la dineria ce ehoristissa, 
enase ja ti mia strata ce o addhose ja ti naddhi. 

Arte plateguome andò mega. Porpa tonda por- 
patonda, arrivespe asce mia città, pu ito pedha- 
nonda o rigase ce te Consiglio ipe: 

— Emise ehome na camome otuse: ehome 
lundo picciuni ce tapetume, ce pino pai ce tu 
posegui apanu sti cefali, to cannome riga. 

Pose apetasai io picciuni ce ejavi ce eposespe 
apanu sti cefali ecinu. Otuse etresciai me te car 
rozzese ce me ti truppa ce me li musica ce ;to 
nepirai sto spili reali ce tb neforeai asce riga ce 
tu evaiai ti curuna ce ecumandegue asce riga. 

Arte plateguome andò ceddhi. Arrivespe asce 
mia città ce alloggespe asce mia lucanda, ce 
mpacci ti lucanda ihe ena spiti, pu ihe mia prin- 
cipissa manahi senza andrà, ce pose affacceguai 
sta barcugna oli ci dio, i principissa to narotie 
puttene, ce ecinose tisipe ti è scenose. Otuse 
simero navri epiasai fìlia ce i principissa tu ipe: 

— An eho tosso nonuri, elaste sto spitimmu 
ce diverteguommasto Ugo. 

Ecinose ti sipe : 

— To onuri è dicommu. 

Ce ejavi sto spiti ti principissa. Pose arrive- 
spe, ecamai mia cerimonia, ce poi i principissa 
tu ipe: 

— Peszome ligo sta hartia na spassespome 
to cherommasc. 

Ecinose tisipe mane, ce embeai peszonda. Ma 
i principissa panda tu eperre ce tu epire poddha 
dineria ce cadha mera li necannai peszonda ce 
panda i principissa eperre ce poddha. Ce i prin- 
cipissa ecanne megali maraviglia pu la ihe tossa 
dineria. Mia nimera pai mia maga sto spiti ti 
principissa ce ti leghi : 

— Gnura, sa sirte mia magni furtuna; tu 
perrite tossa dineria, ce ecinose panda chi. Ci- 
nose o scenose ehi mia vcrtù apanuiu, pu de tu 
tcglionnusi mai ta dineria; ehi ossone imiso pud- 
dhaci, pu ecindo puddhaci ehi ti verta, pu cadha 
purri dhori mia burza jomati dineria sto porcila- 
vadindu ce jafio de tu sonnu tcglioi mai la dineria. 



I principissa ti sipe ti magase: 

— Ce den chi mezzo na ti neho ego cindi 
virtù ? 

— Ehi to mezzo, a nesise camete pose ego 
sa lego. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



Oa>pel( xi p^ Sxa(u toùtt] lucandera ! |ioO S^oc- 
Xe ft&x burza yio[i,ixri Srjvépia \ xò npooxefoXàpi* 
icàvxa p,5tg èjdaat fià. lairou^/ 

ToOxo^ Sèv f^^epe \i f^xo i^ fortuna xou, luoO xoO 
icumparegunat xà Sr^vépia xaOà icpcot n(&g èaé^ 
èxel 1^ lacandera, xf^^ e&caof 

— nàvxa èàb (jui^ iirfaaeg ftà latroug xoi \kdi/Q 
SpaXe^ xà Sigvèpta \ xò TipooxecpoXàpt; 

*H lucandera nXéo ammaestrap,|i£vy] xà)^ el'^* 

— 'Eyò è solito 'xt xà Srjvépta xà'cptvco ttoO 
eZvoi thou,. 

Kol lidant x^ burza i©v 5y)vep£o)v i^ lucandera. 
Ti]v ÒTtfaao) izfiùX \iezaniXou, 6(opeI 2XXy] pia bur- 
za x^ stesso xol elTtoac xà Sóo leodhidia* 

— 'Q5e Sé oxéxoju xoXà* è xàXXto va Tcàjie xi 
&tti tio^. 

Kal xfjc eliwcat xf) lucandera* 

-. *£al> yupeóei^ va (lAg anquetevo^* é|i€l( icà(U 
xà fatti [ioc^. 

*H lucandera xd)^ eliie* 

— 'Ey(5) è solito TcoO pdrcco tóaa icpàpa ttoO 
elvoi elvoci, senza xapia malizia. ""QSe (ràvexe oxaSf] 
Yià Tcóaao 6éXexe senza xovè timuri. 

Kol lidoat xod x))v ìXXy] burza *eS Srjvifca. Ma 
èxelva xijc eticooi* 

— Aè* xàp^xe xò cunto va pajeuacotie, 'xi ^o- 
p.e va y(ù^(jxQ^\u. 

*H lucandera xàc 6xa{u xò cunto- èpajeóorjoov 
xod lxcop^<Tctjaav. Ti] Ppa8(à xà^ èoxòxoot oè \da 
ògelix xol èxot(nfj6eaav. T^ icpwt uóaao (lexaniXac 
Scope! x^ s:esso burza è$ S>jvépca xal elice 6 xéX- 
Xt^ xoO leddhè xou* 

— *H lucandera xtóXa (Me f^pxe xol p^ l^oXe 
xà Srjvépia' p.à dcpxt 5è xfj; xà 8a)V0(U izkio. *Av 
ijpxe iSe lxo\s£ va x^ pap8{aop.e. 

*H lucandera Sèv f^^ep® x^Tioxe* |ià ijxo i^ fortu- 
na xou TcoO xoj xà cumparegue xa6à Tcpwt. Tijv 
ÒTcfaao) 7tp(ot OcopeT àXXt] pZa, xol o&xo^ avvide^xi}- 
aav 'xt Sàv f^xo f^ lucandera ttoD xJ>^ J^aXXe xà 
Sif)vépta. uà ^0 i] fortuna xou iroO xoO xà cumpa- 
regue. 05x0); èy(jiù^<3vrpoc^ xol lp.péaaat iropTWcxfòv- 
xo^. Sàv arriveuaacrt oè \da pepfa toO iyiùfCixai 
Sóo axpJcxac^ thzt ó leddhè 6 xéXXc^* 



u 



— 'Apri (&&, leddhég, fy(o\U va y^tùp^^^V^ Y^*" 
il va 7dé|ie tl^ [ila Sé xàvvo|u xficoxe* ftk odiò 
IXO|u va x<opicra>(ie. 

*0 (iiyog ToO circe" 

— Kdcvvo|u tc©^ OéXet^. 

Qirzia^ xb xiXXt xoO ISowce ?va ji^x^pc toO (uyà^ 
Xou xol xoO eFice* 

— ToOv* xo (Aox^pc Sx^t^ va xò wf^pigc |ie6a{ aou, 
xfld, Sv xoOv' xo lAo^cpt è Tcàvxa magno lucenti, 
ftà i|jiè (i9) penseiKTjK 'rfTcoxe, *xt èycl) effiot xoXóg* 
Ma, Sv xoOv* xo jiax^pt muteguet culuri, lob xXaó- 
ae jjte, 'xt lyù cfiiot 7ue8afi[iivo. 

*0 |JiéY*€ 'to^ S6ù»ce |Ji^a buitiglia yto(iàTr) vepò 
xoà. xoO efice* 

— *Av xobv' xo vepò è idcvxa chiaro, ytà Ijii- 
va |i9j penseuo^ x^iroxe, 'xt lycb eljAOtt xoXó^* jià 
iv Tj6pY]c *xi xoOv' xo vepò anirubulegucxat, èob 
xXoóae |i€, 'xi èyà efiiat |u6a{i[iivo. 

Q&co)^ è{jioipiiax7]aav xà SYjvépca xol èx^^'^^^) 

Ivo^ Y^ "^ l^ oxpàxa xol 6 iXko^ y^ xijvàXXT]. 

*'Apxt plateguo|Jie àn* xo (jiya. IIopTcocxGìVxa^ 

«opiwcxGvxa^ arriveuae aè [da città, iioO ijxo ice- 

6a|i|x£vo 6 p5Jya< xol xò Cunsiglio efne* 

— T|ielc Sx^jte va xà|ji(i)|ie oBxw^" Sxo|Jie xoOv' 
xo picciuni xol x' iitexoOite, xol mvoG Tcàei xod 
xoO poseguei iicàvco 'g x4^ xefaX9), xò x£vvo|u p^a. 

nfi>( iTuexàaoai xò picciuni xal lycà^t) xol epo- 
seuae iicdcvo '^ x^ xe^aX^ Ixefvou. QOxco^ ixpé^oat 
|iè xol^ carrozzata xal |xè x9] truppa, xal jiè x9j 
musica xal xòv Ì7n'paat \ xò oirfxt reali xal xòv 
ifopéaaot é^ pf^ya xal xo') l^àXaoi x^ curuna xal 
scumandegue è? pfjya. 

"Apxi plateguo|jie ìtc' xò xIXXc. Arriveuae aè 
yl% citt:\xalalloggeuae aà \jI% lucanda, xol mpacci 
x5) lucanda efxe Sva aTrfxt, iroO efx^ id% princi- 
pissa jAOvax^ senza dSvSpot, xol itó^ affacceguaat \ 
za barcugna 8Xa x^ 5bo, i^ principissa xòv àp&- 
TTfJt icoOOev elvflct, xal Ixelvo^ xffi efro 'xt è ^évo^* 
fi&nog oiTjiJLepov aOpt èmiaaot ptX(a xal if^ principis- 
sa xoO thu' 

— *Av l^iù TÒooov onui i, éXaoxe \ xò oii^xt |iou 
xol diveneguoiiaaxe *Xfyo. 

'Exelvoc xfjc elice* 

— Tò onuri è Stx6 |iou. 

Kal èyttpT] \ xò aicfxt xfi principissa. Ilffi; ar- 
riveuae, 2xi|iaai jua cirimonia, xal poi i^ prin. 
cipissa xoO elice* 

— llaBiiù\u Xfyo \ xà y^apxla va spasseuawjie 
TÒ xoipó |ia(. 

•ExelVoc xf^c eri» fià voi, xal l|ip£aaat naf^ovra^. 
Ma 1^ principissa icivxa xoO liwttpve xol xoO 



iicfjpe icoXXà Bijvépta xal xaOà *jiipa xijv Ixàwaot 
iwf^ovxa^ xal icàvia ^J principissa Siwtpve xol 
mXki. 

Kal il principissa gxawe jjieyiXi) meraviglia ico5 
xà elxe xóaaa Srjvépta. Mfov fi[UpoL icdcet (ifa (làya 
*C xò airfxt x5) principissa xal x^ Xéyet* 

— Gnura, a3t^ f^pxe \d% magni fortuna* xof> 
icafpvexe xóaaa 8r)vépta xal Ixelvo^ idcvxa Ixet. 
KetVo^ 6 ^évo^ Ixet iifa vertù àicàvci) xou, ico5 Sé 
xoO xeXett&vouot mai xà Stjvépta* Sx^ SaatoOe ^JjJtóao 
icouXàxt, icoO IxelVo xò irouXàxt ly^ei x9j vertù itotJ 
xoftà itp<ot 0(i)pet \ìj[% burza yto|iàxT] Stjvépta ^^ xò 
icpooxe^aXàptv xou xal ytà aóxò Sé xoO ac&wouac 
xeXeutK7et mai xà Sif]vépta. 

TI principissa x^^ elue x^ (liya* 

— Kal Sèv 8xet mezzo va x^v I/ìù *ey(l) xetV* 
XT] vertù? 

— 'Ex*' ** mezzo, àv laetc xàjjiexe iriSg lyò 
afi^ Jiyci). 

VERSIONE 



— Vedi che cosa ci ha &tto questa locan- 
diera ! mi ha posto una borsa di danari al guan- 
ciale. Ci ha preso per ladri. 

Costui non sapeva che la sua fortuna gli fa- 
ceva comparire i danari ogni mattina. Entrata la 
locandiera, le dissero: 

— Tu ci hai preso per ladri e ci hai posto 
i danari sotto il guanciale ! 

La locandiera, assai scaltra, disse loro: 

— È solito che io lascio i danari ovunque 
sia. 

E si prese la borsa dei danai i la locandiera. 
Il giorno dopo, il giovane vede un'altra borsa 
eguale, e dissero i f rateili : 

— Qui non stiamo bene : è meglio che ce 
ne andiamo pe' fatti nostri. 

E dissero alla loncandiera: 

— Tu cerchi inquietarci; noi andiamo via. 
La locandiera rispose : 

— È solito che io getto le cose ovunque sia, 
senza malizia : voi potete stare quanto volete 
senza timore. 

E prese l'altra borsa di danari. Quelli risposero: 

— No ; fate il conto per pagarvi ; perchè 
vogliamo partire. 

La locandiera fece il conto; pagarono e par* 
tirono. La sera fece scuro pressp una montagna 
e si addormentarono. La mattina, vede la stessa 
borsa di danari, e il fratello minore disse all'altro: 



12 



— La locandiera è venula anche qui a met- 
terci i danari ; ma ora non glieli restituiremo 
più; se verrà, la batteremo. 

La locandiera non ne sapeva nulla^ ma era 
la fortuna che gli foceva ogni mattina apparire 
i danari. La mattina appresso, vide un'altra borsa 
€ cosi si avvidero che i:on era la locandiera, che 
poneva i danari, ma che la fortuna glieli faceva 
comparire. Si misero in via; quando giunsero 
ad un liiogo, dove si biforcavano due strade, 
disse il fratello minore : 

— Ora qui, fratello, dobbiamo separarci; per- 
chè, andando insieme, non faremo nulla; però 
separiamoci. 

Il maggiore gli rispose: 

— Facciamo come vuoi. 

Il piccolo diede un coltello al fratello mag- 
giore e disse: 

Questo coltello devi portarlo con te : se 

questo coltello sarà sempre bello e lucente, quanto 
a me non pensare a nulla, perchè starò bene: 
ma, se muta colore, tu mi piangerai, perchè 
sarò morto. 

Il fratello maggiore gli diede una bottiglia 
piena di acqua e disse : 

— Se quest'acqua sarà sempre chiara, di me 
non pensar nulla, che starò bene; ma se l'acqua 
la vedrai intorbidata, mi piangerai per morto. 

Spartirono i danari e partirono, Y uno per 
una strada e l'altro per l'altra. 

Ora parliamo del maggiore. Cammina, cam- 
mina, giunse ad una città, ov' era morto il re, 
e il Consiglio dei Ministri disse: 

— Noi facciamo così : dobbiamo dare il volo 
a questo piccione, e quello, sulla cui testa andrà 
a posare, lo faremo re. 

Volato il piccione, andò a posare sul capo di 
lui. Corsero colle carrozze, colla truppa, colla 
musica, e lo condussero al palazzo reale; lo ve- 
stirono da re, gli posero la corona, ed egli co- 
mandava da re. 

Ora parliamo del fratello minore. Giunse ad 
una città e alloggiò ad una locanda, dirimpetto 
alla quale e' era un palazzo abitato da una prin- 
cipessa, ch'era sola, senza marito, e, affacciatisi 
tutti e due ai balconi, gli domandò la principessa 
di dove fosse, e quello rispose d'esser forestiero. 
Facendo cosi oggi e dimani, contrassero amici- 
zia, e la principessa gli disse : 

— Se po5so aver tanto onore, venite a casa 
mia e ci divertiremo un poco. 



Quello rispose: 

— L' onore è mio. 

E andò a casa della principessa. Come giunse, 
fecero i convenevoli, e poi la principessa gli disse: 

— Giuochiamo un po'alle carte per ispassare 
il tempo. 

Quello disse di si e cominciarono a giuocare. 
Ma la principessa lo vinceva, e gli vinse molti 
danari, e, ogni giorno che se la facevano giuo- 
cando, sempre la principessa gliene portava via 
molti. Ella facevasi gran maraviglia che costui 
avesse tanti danari. Un giorno andò una maga a 
casa della principessa e le disse : 

— Signora, vi è venuta una gran fortuna: 
voi gli togliete tanti danari, ed egli sempre ne 
ha. Quel forestiero ha una virtù addosso, per la 
quale non gli finiscono mai i danari : ha dentro 
il corpo un mezzo pollastro, per il quale, ogni 
mattina, vede una borsa dì danari sotto il guan- 
ciale; per la qual cosa non gli finiscono mai. 

La principessa disse alla maga : 

— E non havvi mezzo per averla io quella 
virtù ? 

— Havvi il mezzo, se voi fate come vi dico io. 

(continua) 



CANTI POPOLARI 



DI 



s. aoBTj^i^rTX2>ra dii laTVL^vxao 



Avanti a sta porta tegnu na rosa , 
Nessunu mu la tocca, ch'è la mia; 
Si cc'è quarcuno, chi pretendi cosa, 
mu nesci fora e mu parrà cu mia. 

Smaleditti li jochi e li spassi 
Chi m'aiu pigghiatu, figghiola, cu ttìa; 
Smaledittu mu su' si jio t'amassi, 
Smaledittu mu su' si t'amarria. 
Megghiu a lu 'mpernu cu veleni e tassi 
Ca no, fìggiiola, a u paradisu cu ttia. 
Ma si a lu Paradisu ti arrivassi, 
Smaledittu inu su' si trasarria. 

O rosa russa, spompinata e bella, 
Jio fu' lu primu amuri, chi t'amai. 
T'amai comu 'na piccula dunzella, 
E picciotteju mindi annamurai. 
Mo* chi si' randi, ti facisti bella, 
Danci lu cori a cui promisu l'hai. 



13 



Si l'hai promisu ad atri dunancillu, 
Si l'hai promissu a mia, volimi beni; 
Volimi beni, cà boni ti vogghiu; 
Tenimi caru, cà non t'abbandugnu. 

Vitti la bella mia subbra 'na parma, 
Tutti li dattaleji si cogghia; 
A mia di 'nterra mi scasava Tarma 
Dicendo : quandu cala, anima mia ! 
AUura chi calau nc'era sua mamma; 
Non potti fari chiju chi volia. 

Li genti rhannu a nvidia ca nd'amamu; 
Ma nui mancu cu l'occhi ndi vidima ; 
Ma nui si nta la strata ndi 'ncuntramu, 
Cu' jancu e cu' russu ndi facimu. 
Lu jancu eni lu signu ca nd'amamu 
Lu russu ca di cori ndi volimu. 

'Nu jornu, ch'era u mio stu maccaturi, 
Ad atru nei lu viju pe' li mani. 
Stampatimillu a mia 'nu maccaturi, 
Ca vi lu pagu quantu vui voliti. 

Avanzi a sta ruga nc'è 'na gurpi mastra, 
Chi cu la cuda cerni la farina; 
Lu jornu a cerni e la notti la 'mpasta, 
Nommu ci duna lavatu a la vicina. 

Carompulu, chi fai stu bella adduri, 
-Genia ci facisti a stu mio cori; 
Si li fa sonnu addurmentati, amuri, 
Lu lettu eni consatu nta stu cori. 

Non passu cchiù di ccà, coma passava. 
Non fazzu cchiù li strati, chi facia, 
Jio persi la culonna, chi appoggiava, 
Duvi si riposava l'arma mia. 

Acula di Palermu, chi sprenduri ! 
Sprenduri pe' li quattro cantuneri! 
Facisti assiccari tu' funti d'amqri, 
E Tarca di Noè, chi l'anmanteni. 
Tu si' la rosa ed io su' lu hiuri. 
Tu si' lu spassu di li mei penseri. 

Raffaele Lombardi Satriani 



APPENDICE 
agli uei e costumi di Laureana di Borrelio 

(continuaz. v. n. i, anno X ) 

UNA CODA ALLA Leggenda Laureanese 



Dopo la pubblicazione della Leggenda Lau- 
f eanese, kttà nel precedente numero di questa 



Rivista, varii cittadini di Laureana m'han diretto, 
chi a voce e chi per lettera, alcune dimande 
sull'argomento. Alcuni mi han detto: potreste 
indicare approssimativamente il tempo, a cui si 
riferisce la leggenda? altri: chi era il Vescovo 
della Diocesi di Mileto e chi il Parroco di Lau- 
reana, dei quali in essa si fa cenno ? veramente 
nella leggenda si parla del rogito notarile stipo- 
lato con S. Gregorio, e, nell'affermativa, qual 
nome si fa del notajo stipolatore ? quale il con- 
tegno di S. Nicola pel it tiro birbone? altri, in 
fine : la leggenda fa menzione di fatti, nei quali 
si sia manifestata la protezione di S. Gregorio 
verso i Laureanesi ? 

Veramente, dopp l'articolo pubblicalo nel pas- 
sato numero, credevo d'essermela cavata brava- 
mente, ma non è stato cosi; come si vede, sia per 
mera curiosità, sia per avere quasi le prove sto- 
riche dei fatti, di cui si fa cenno nella leggenda, 
sia, in fine per rendere questa completa in tutte le 
sue parti, in modo che non lasci nulla a deside- 
rare, mi si è latto attorno un assedio formale di 
domande, mi s' è voluto con esse chiudere, direi 
quasi, in cerchio di ferro, non so se per coglier- 
mi in fallo. Ma la leggenda, signori miei, non è 
storia, ed io potrei togliermi d'imbarazzo con que- 
sta sola risposta; pur tuttavolta, per rendere un 
servigio ai gentili amici, cui preme, sul propo- 
sito, conoscere il netto delle cose, ho consultato 
i miei appunti, presi varii anni fa, ed ecco quel 
che \i ho trovato. 

Parroco di Laureana nel tempo, cui si riferi- 
sce la leggenda, era un tal Marando, uomo pio 
e d'esemplari costumi. Vescovo della Diocesi di 
Mileto era Mons. Marcello Filomarini, d'illustre 
famiglia napolitana, uomo dotto, di santa vita ed 
uno dei vescovi più benefici e liberali della Chiesa 
Miletesti. Or, riscontrando le Memorie per servire 
alla storia della Santa ChUsa Miletese di quel 
dott'uomo che fu il Conte Vito Capialbi, (i) 
trovo che Mons. Filomarini tu promosso alla 
cattedra Miletese nel 1734, ne prese possesso a 
5 Giugno I73S e fini di vivere a 13 Marzo 
1756; quindi, il tempo, cui si riferisce la leg- 
genda, dovrebbe essere certamente fra' 21 anni 
che corrono dal 1735 al 1756. 

Nella leggenda si parla certamente del rogito, 
, stipolato fra S. Gregorio ed i Laureanesi, nel 



14 



quale rogito, da una parte, il costituito S. Gre- 
gorio si obbliga di proteggere i Laureanesi da 
qualunque perìcolo; e dall'altra, (per i Laureanesi) 
i costituiti Sindaco del Comune ed il Parroco si 
obbligano di venerare l'altro costituito, qual Santo 
Patrono della loro Città. Si fa cenno pure del 
ootajo, ma dai miei appunti non appare chiara- 
mente se questi sìa lo stipolatore del contratto 
o pure il conservatore della scheda, che contiene 
il contratto medesimo; ad ogni modo, si fa il 
nome del notajo detto Pula e liga^ nomignolo 
certamente di qualche notajo di Laureana o dei 
luoghi vicini, ma che io non saprei determinare 
a chi fosse appartenuto. Il tutto, poi, si farebbe 
chiaro, consultando le schede dell' Archivio No- 
tarile di Palm«; ma Palme, come ognun sa, è 
fuori di questa Provincia, ed io non potrei ro- 
vistare quelle schede: lo faccia chi abbia più in- 
teresse di me. 

Quale il contegno di S. Nicola per il tiro 
birbone? contegno correttissimo; non adusato il 
gran santo ai pettegolezzi, 

altero e disdegnoso 
non si curò di lor; 

e se pure voglia pensarsi ch'egli abbia tenuto 
un po' il broncio, pel il tiro birbone^devc ezian- 
dio ritenersi che l'abbia smesso ben presto, poi- 
ché traitavasi di S. Gregorio, suo collega anche 
per la dignità vescovile, di cui fu rivestito nella 
sua vita terrena; l'incidente, dunque non ha do- 
vuto aver seguito, almeno la leggenda^ col suo 
silenzio, non ci autorizza a pensare altrimenti. 



* * 

4c 



Ed ora passiamo all'ultima dimanda, cioè, se 
nella kggenda si fa menzione di fatti, nei quali 
si sia manifestata la protezione di S. Gregorio a 
prò di Laureana e quali essi sieno. 

Sicuro; nella leggenda sta detto che S. Gre- 
gorio ha sempre eseguito fedelmente i patti dello 
stipulato, rendendo immune, mercè della valida 
sua protezione, il suo diletto paese da malattie 
contaggiosc e difendendolo dai terremoti, dalle 
tempeste, dai fulmini e da ogni altra jattura; anzi 
si assevera che, nei momenti d'angosciosa trepi- 
dazione per la Città, appena si ricorreva a Lui, 
dando principio alla sua diciassettena, ogni peri- 
colo si dileguava, quasi per incanto. E ciò sulle 
generali. Quelli, poi, i quali a me, che preparavo 
questi appunti, sono stati larghi di notizie, di 



chiose, di considerazioni, si sono presi anche la 
briga di dimostrarmi che S. Grej^orio s'è tenuto 
sempre in perfetta regola verso i suoi protetti, 
ed, all' uopo, m' han citato i seguenti fatti. 

Nel 1783, la Calabria Reggina fu quasi inte- 
ramente distrutta dai terremoti, ma Laureana, 
per singolare protezione del suo Patrono, fu uno 
dei pochi paesi della Piana che non ebbe a sof- 
frire in quell'anno nefasto. Io, veramente, riscon- 
trando la Statistica dei morti e del probabile danno 
arrecato alle proprietà calabresi dai terremoti del 
ijSji ho trovato che in Laureana, in quella di- 
savventura, s'ebbero a deplorare 58 morti, ed un 
danno alle proprietà dei cittadini per circa ducaci 
200,000; ma il mio informatore non ne volle 
sapere di tutto questo, e disse che quella Stati- 
stica dev'essere certamente inesatta ! Sia pure cosi. 

Nel 1840, il Choléra aveva invaso la Sicilia, 
e di là, passato a Reggio, s'era diffuso per buo- 
na parte della Provincia, fino a Rosarno e a Fe- 
roleto della Chiesa, spargendo il lutto e la de- 
solazione, e minacciava ancora d'invadere, da un 
momento all'altro, la trepidante Laureana. £ 
vero (questa è una considerazione deirinforma- 
torc ) che Laureana, in mille altri pericoli, era 
stata difesa e tutelata dalla Vergine del Carmine; 
ma, essendo allora la religione assai affievolita, 
la Vergine n'era sdegnata, e S. Gregorio, mercé 
delle sue preghiere e dei suoi meriti, placò lo 
sdegno della Vergine Madre, digui^acliè Laureana, 
sebbene vicinissima e quasi in immediato contatto 
con Rosarno e Feroleto, inietti dal terribile mor* 
bo, ne rimase illesa. 



* ♦ 

• 



Un altro fatto trovo cennnto nei mici ap- 
punti, e lo tolgo di peso e qui lo riferisco. 

Nel 1842 venne nominato Giudice Regio del 
Circondario di Laureana ( Circondario allora chia- 
nuvasi l'odierno Mandamento) un tal F., nobile 
e ricco gentiluomo di Siderno, ma di animo tur- 
bolento, proclive ai partiti, amante delle discordie 
cittadine. Era allora Sindaco del Comune quel 
distinto gentiluomo e galantuomo, che fu il Sig. 
Raffaele Marzano, ben amato dal paese, avuto in 
pregio dalle autorità; ma il Giudice F., traendo 
pretesto da un attestato di nascita, contenente 
forse qualche errore, ma in buona fede sotto- 
scritto dal Sindaco, istruì un Processo contro 
costui, e prese a perseguitarlo accanitamente. 



15 



turbandone la tranquillità e la pace domestica, 
n processo fini, come pur dovea, col non luogo 
a procedere^ ma fu la favilla che suscitò un 
grand'incendio, poiché il paese, da pacifico, che 
fin'allora era stato, si divise in due partiti, uno 
che spalleggiava il giudice, V altro che V avver- 
sava, e gli odii fra 1' uno e V altro erano cosi 
rinfocolali, che non v' era cittadino, che uscis- 
se di casa senz' armi, pronto ad usarle anche 
contro il parente e V amico, purché il partito, 
cui apparteneva, fosse prevalso. Altro che Guelfi 
e Ghibellini ! Questo stato di cose non poteva 
durare più a lungo: e però gli avversari di F., 
per eliminare la cagione di tanti disturbi, spedi- 
rono una commissione di cittadini a Napoli, per 
implorare dal Re il trasloco d'un uomo, si per- 
nicioso alla pubblica quiete; ed, in fatti, dopo 
lunga dimora in quella Città e per le aderenze 
del Sig. Francesco Carlizzi, medico di Corte, la 
commissione credeva già d*essere venuta a capo 
di mandar via il giudice, e n'attendeva la pub- 
blicazione del Decreto; ma, saputosi ciò dal Mi- 
nistro Santangelo e dal Generale N., ch'erano i 
sostenitori di F., il decreto non venne più fuori 
e tutto fu messo a tacere. Non è a dirsi l'alba- 
gia e la superbia, a cui montarono F.ed il suo 
partito per tale successo : gli arbitrii e le perse- 
cuzioni contro il partito avverso non ebbero più 
limite, le ire cittaoine, oltre ogni credere eccitate, 
minacciavano condurre a sanguinose collisioni, 
quando alcuni uomini di ordine di Laureana, non 
sapendo più a chi ricorrere, si presentarono ai 
Vescovo di Mileto, che allora era Fra Fincen:(0 
Maria Armentano^ e, dopo avergli fatto una de- 
scrizione fedele dei mali, che affliggevano la pa- 
tria loro, lo pregarono di volern' essere il salva- 
tore, d* interporsi presso la Maestà del Re, che 
quella jattura venisse allontanata, una buona volta, 
dal loro paese. Fu tocco il Vescovo da quelle 
preghiere, volse loro parole di conforto, promet- 
tendo il suo debole aiuto^ ed accommiatandoli 
disse; < soffrite con pazienza per altri pochi 
€ giorni, ma, arrivando a Laureana, date prin- 
€ cipio ad un solenne triduo al vostro miracoloso 
« Santo Protettore; egli benedirà i miei sforzi; 
9 egli vi consolerà ! » Si die, in fatti principio 
ai triduo, senza che il partito avverso ne sapes- 
se il perchè, ed ognuno pregava, sperava nel gran 
Santo taumaturgo e ne aspettava la grazia. Il 
Vescovo, da altra pane, non fu tardo a scrivere 
a Re Ferdinando II, d'informarlo dell'indole tur- 



bolenta del giudice F., dei soprusi di cui era 
autore e della posizione infelicissima creata a 
Laureana, e lo pregava di ridonare la pace a 
quest'afflitto paese, trasferendo altrove il giudice, 
più volte nominato. 

Una mattina. Re Ferdinando, presiedendo il 
Consiglio dei Ministri, si volse bruscamente a 
Santangelo e a indicatemi — disse — un cir- 
condario di 3» classe ». Il Santangelo, riscontrata 
un elenco, gli rispose: a Maestà, Poggiardo in 
Provincia di Cosenza » — (r Kbbene, riprese con 
severità il Re, si traslochi, immantinenti, il Giu- 
dice F. da Laureana a Poggiardo. 

Dopo la partenza di F., a Laureana tornò la 
antica calma, ed una commissione di Laureanesi 
fu sollecita di recarsi a Mileto per rendere sen- 
tite grazie al Vescovo di quanto in quella con- 
giuntura aveva, in favor loro, operato; ma quel 
degnissimo Prelato rispose loro: < ringraziate, 
<r piuttosto, il vostro Santo Protettore, che un 
(r povero fraticello, qua) 'io mi sono, non poteva 
« lottare con la potenza di Santangelo e di N. 
(f Ringraziate, dunque, ,S. Gregorio e che Dio 
9 vi benedica ! » 



* * 
* 



E cosi parmi d'a^-er soddisfatto, nel miglior 
modo che per me s'è potuto, la curiosità dei miei 
interrogatori, con questa cicalata, la quale, se è un 
po' lunghetta, ne ha pure per tutti i gusti; e di 
aver dato termine ancora alla coda, anzi al co- 
done, appiccicato allt Leggenda Laureanese^ San 
Gregorio e il suo Quadro^ pubblicata ^nel numero 
precedente di questa Rivista. 
(continua) 

6. B. Marzano 



(i) Altrove ho scritto ed ora ripeto e voi rei 
tornare a ripetere fino alla noja, che di questo 
uomo egregio nulla mai si dirà che se ne possa 
eguagliare il merito ed il valore. Non vi ha an- 
golo di questa vecchia Calabria, non v'ha data 
della sua storia, non v'ha monumento, che ne 
perpetui la memoria, ch'Egli non abbia ricercato, 
studiato, illustrato con un'eccezionale competen- 
za. Deploriamo che il nome del Conte Vito 
Capialbi ed il lavoro da Lui compiuto non sia 
noto ed appt ezzato come meriterebbe d' essere; 
deploriamo l'ingrato oblio di cui va rìmuiierato, 
il silenzio di cui si circonda, la negligenza con 



16 



CUI si sottrae al mondo studioso il risultato di 
tante ricerche, di così coscienziose investigazioni! 
Le opere pubblicate durante la sua vita son di- 
venute oramai delle vere rarità bibliografiche; 
quelle inedite, dopo la sua morte, non furono 
mai pubblicate e di quelle preparate da Lui stesso 
non se n'ebbe mai notizia ! E pure è questo un 
tesoro inesauribile di verità storiche, di revindi- 
cazioni, di documenti preziosi, che non dovrebbe 
essere più a lungo conteso alla legitima avidità 
degli studiosi, per la maggior gloria di chi sep- 
pe raccoglierlo, per il maggior lustro della Pa- 
tria nostra ! 



VULAUT ARBRESC 



Arbresc fukjisme, sgjohu ca gjumi e ngkreu, 
Rembare sivet ce sckeptnen si gjemmi 
Nde Ijuft, sctiri nde veend, scitiri te seu 
Ce kee re6 e vrej. 

E vrej se sceh si miza gjind, ce diin, 
Me maxeret e vieerr, vct sa t'scurbenen, 
Sa t'i calonen Dielit bukuriin, 
E jetts gjelen. 

Moti u nderrua e sot me truu scurben 
Ngeriu, ce do t'cumbissin mbrente kjerria 
E herés, emrin sa l'iveer per seen, 
T'ja scprsscin era. 

Jetta per drittén vet epiot hajsii, 
Sckeljkjen noera e ikkén mee se dritta, 
Noera kesctù pérpara c*ngk kaa gnerii 
E rrii Peréndesc. 

BuOtón noeret gjuba, e mos e biir. 
Ti sckruaj piot ndeer tenden dittrii, 
Te ket cmér Ili, e sckruaj: se jee i miir 
Té roc mbi see. 

Sckruaj se e' tendi Usissi e Akjiljen, 
Lisandri i madi, ce te Pclja u Ijee, 
Skandri e Bozzari, ce si skjott skeljkjcu 
Fukjisme Arbresc. 



TRADUZIONE 



Forte Albanese, ti sveglia dal sonno e sorgi, 
Degli occhi i rai, che guizzan qual fulmine nelle 
Battaglie, spingi ver la terra, i luoghi, che 
Ti fen cerchio e scruta. 

Scruta e vedrai come formica gente, che sanno, 
Le spade ap^>esc, intenti solo al lavoro. 
Per rapire al Sole la bellezza. 
All'universo la vita. 

Cambiato è il tempo, ed oggi colla mente lavora 
L'essere, cui piace posare sul carro del tempo 
Il nome, che vada pel mondo 
E lo sparga il vento. 

Per la luce l'universo di sorrisi è pieno. 
Più della luce splende e corre più il pensiero, 
Co^i che nulla ha questo innanzi a sé, 
E siede principe. 

Mostra il pensiero la lingua e non smarrirla. 
Scrivi tu pien d'onore il tuo giornale, (i) 
Che abbia il suo nome: Stella, e scrivi: 
Che ancor sei atto a vivere nel mondo. 

Scrivi; che è tuo Ulisse e Achille, 

Alessandro il grande, ch'ebbe luce a Fella, 

Scander, (2) Bozzari, che splende qual folgore 
Forte Albanese. 

Spezzano Albanese li 8 Luglio 1897 

Dottor Agostino Ribecco 



(i) Questi versi furono letti in occasione del 
i"" congresso linguistico Albaneseyienuto a Corigliano 
Calabi o l'Ottobre 95, in cui s'approvò la pro- 
posta della pubblicazione di un giornale albanese 
che ebbe nome: Stella degli Albanesi. 

(2) I personaggi nominati in quest'ultima quar- 
tina si ritengono, per recenti studi filologici e sto- 
rici, come Pelasgo - Albanesi, e non già, come 
li faceano credere i Greci, personaggi della loro 
razza. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 



Tipografia — Francesco Passafaro 



ffc^^ 



j>^.TLtJiL<ràik4^ .-v^^-kx jiuiL-Tuc*3urou;-JX4 .^^o^x:-jx< 



ì" 



l^tSM^ 




fm 



é' 






i 



i 



» 



i 
'3. 





IIIVISTA DI LEITK 




POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 3 - Febbraio 1898. 



MONTELEONE 

Tipografia Francesco Passaparo 
1898 



i 



i • 
f 



i 



« i 



« ■ 



I 




MjJk 



^><tH^P>c><Q'@P^>»c(pjO>» '<0;(6)>o ^tO >0>cch<<80>«h:<§)-"<<Q; 



:ù 



.A-naa-o 2C - 3^. 3 






? 



^ 



(S5WIS) 



LA CALABRIA ì 



W 






<IS$! 



g>K 



^S 



RIVISTA DI LETTER1ÌTDR& 









Mooteleone dì Calabria, Febbraio 1898 



SOMMARIO 

Novellina greca, continuazione e fine ( L. Bruz- 
zano) - Ipnosi o niaoia? (G. De Giacomo) — 
Vincenzo Ammira, poeta dialettale ( L. B. ). 



NOVELLINA GRECA 

( Continuazione, vedi n. precedente ) 



TESTO 

I principissa tisipc: 

— Ce petemu, ti ego to canno. 

— Avri state sto crevatti, ce fingestete ti iste 
arrustose: pose ecinose erchete, dispiaceguaie, ce 
esise tu leghite ti edlielete mia buttiglia jomaii 
nero andi tefto funtana, ti ecinose, ja tossi amuri 
pu ehi medesase, sa leghi ti pai ecinose ce sa 
stl ferri. Doppu pu ecinose pai, esise propareguite 
cna biccheri jomato crasi me ligo medicine. Pose 
ecinose arrivegui, erchete dromenose ce tu leghite 
Da pii ecindo biccheri asce crasi, ti. ecinose pò 
sto pinni, ascerai ce ascerai ecindo imiso pud- 
dhaci, pu chi li virtù. Esise canneté ti meterite 
ecinda asceramata, ce piannite ecindo imiso pud- 
dhaci ce to plinite ce poi to diavaszite, ce otuse, 
imbeci na ivri ecinose ta dinerria ti purri, ta 
dhorite esise. 

I principissa o:use ecame. Ti napissu purri, im- 
beci na ivri ta dineria ecinose, ta ivre i principissa. 
Ecinose emine poverose, ce irte pu epulie ola 
ta ruhatu ce poi ehoristi sperto me to cosmo. 
Pose eporpatc asce mia campagna, posso tu ur- 



zstrLO 



Abbonamento annuo 
Xjire 3- 

Uu numero separato L. i. 



^:r^ 



SI PUBBLICA 
OGNI D UE MESI 



lespai irise magne giuvenese ce Je tu eplatespai. 
Doppu pu epassespe, ipai ecinese i tnse. 

— È caglio na tu dosome ticandi ettunu tu 
sveniuratu. 

Arrispundespe i megali: 

— Mane; io craszome. 
Ce to necrasciai: 

— Calose hristianosc, condoferete, ti è na sa 
si pome. 

Ce to narotiai: 

— Iati pai porpatonda ? 

Ecinose to sipe ti pai porpatonda ja ti spor- 
tunandu. Ecinese issa trise fatese ce tu educai 
ena zogguari asce casbese me dio sacchettese, pu 
panda epianne dineria ce mai eteglionnai , ce 
mia stiabucca, ce ena cannistraci, pu sa nidhele 
na fai, efiiasze ti stiabucca ce tu ecumparegue 
asce ti ecricspe o cosmo apanu ascindi stiabucca 
ce ossu sto cannistraci. -% 

T fatese ehadissa ce ecinose emine; ito pe- 
dhimmenose asce pina ce epiae ce eftiae ti stia- 
bucca ce posso tu ecumparespe asce ti ecriespe 
o Hristose ce efaghe ce ipe: 

— Arte pao cala. 

Evale to grotto ossu ste sacchette, posso tu 
ecumparespai jomate dineria. Ce econdofere me- 
tapale sti stesso lucanda ce econdofere metapale 
me ti principissa, ma ecinose tipote iscere andò 
tradimento. 

Condoferri metapale i maga sti principissa ce 
tisipe: 



i 



1« 



— Arti ehi magna pramata ecinose o scenose: 
chi ena ogguari casbese, pu panda pianni (li- 
neria ce mai teglionnu, ce mìa stiabucca ce ena 
cannistraci, pu, sa dheli na fili, la ftiaszi apanu, 
siin davula, ce tu cunipa regni asce ti ecriespe 
o Hristose. 

Ce i principlssa ipe li magasc: 

Ce de nehi mezzo na tu ta soso piai ? 

— Ehi to mezzo a nesise camite pose ego sa 
lego. 

I principissa lisipe: 

— Ce pctcmu pose eho na camo. 
I maga lisipe: 

— Tu leghile ti dhelite na paiie a diverti- 
mento apaniì sii dhalassi. Ecinose sa leghi ti 
mane, ce paite sto tefto pantano na camite mia 
scialata, ce perrite tosse buttigliese asce crasi. 
Mia ti vaddhite ligo nopio. Pose troghiie, guad- 
dhite tunde buttigliese; ecinose de ferri lipoie 
ma eci guaddhi ti stiabucca ce - to cannistro ce 
tu cumparegui asce ti ehi me to cosmo. Pose 
troghiie, tu donnete na pii ascindi buttiglia, pu 
vaddhite to nopio; pose ecinose pinni, petti ape- 
dhammenose, esise tu piannite ta tria pramata 
ce feguite ce to nasciafinnite eci. 

I principissa otuse ecame; ma asce prescia de 
tu epiae para stiabucca ce to cannistro ce i ca- 
sbese tu eminai. Ecinose eciumidhi fino to na- 
pissu mera; sa nasci unnie, posso efani manahose 
senza stiabucca e senza cannistro ce ipe: 

^ Tradimento mu ecame i principissa ! 

Pose ito ascindo pantano, cstcche pedhenonda 
asce pina ce ipe: 

— Arte vosciao ligo ascindo horto. 

Pose edangae ascindo horto, addiventespega- 
darose. Pose ipighe voscionda, posso dhori mia 
sorta asce horto pose è to lahano ce edangae 
ce posso addiventespe hristianosc. Ce ipe: 

Ce ciola engalo tundo fatto; arte ti sto donno 
to cafè ti principissa. 

Posso dhori ti ercheto ena bastimento; evale 
ti zicchinia ce embese cannonda signo na to piai. 
Pose ivrai i marinari ti* ehi ena dhema, pu canni 
signo, ipai: 

^ Ecindo dhema canni signo; certo annajefti 
cane scilo ce ecinose csarvefti asce cindo pantano; 
pame ce to piannome. 

Pose arrivespai i marinari, tu ipai: 

— Ca pose ode? 
Ecinose to sipe: 

— Ode mefere i fortunamu, ce dhelo na me 



gualite sii riva ce na masciafichete. 

1 m.irinari oui<;e ecamai: to negualai sii riva. 

Ecinose epiae ce io sediche ena grotto dineria 
ce lus arringraziespe. Ma prita para na carni si- 
gno, ito delescionda ligo ascindo horto, pu ad- 
diveniespc gadarose, ce ligo asce cino pu addi- 
ventegue hristianose. Ejavi ascena cipo ce ehorae 
lighesc cicoriese ce tese esmisce me cmdo horio, 
pu addiveniegue gadarose; eforese asce ortolanose 
ce ejavi sii città ce ejavi apicatu tu spitiu ti prin- 
cipissa ce ecuddisze: 

— Pi dheli cicoriese! 

I principissa acue ce to necrasce. Ecinose epei- 
toe; pò ste sivre i principissa pu issa tosso ma- 
gnese asprese, evale mia sto stoma ce addiven- 
tespe gadara. Ecinose sirma ti sevalc to crapisti 
ce ti necatevae scale caiu. Pose ti nevaleosciu, 
ecavaddicespe ce ti nepire pu esiecai cannonda 
ena travaglio tu riga.Tin epire ascindo travaglio 
ce ri nefortonne duppio carrico ce ti setavre 
raddiese la posso isonne. I addhi tu elegai. 

— Iati ti cannise otuse ? 

Ecinose to seleghe jati tu piacegui. Dhoronda 
otuse i addhi arricurrespai tu riga ti ehi enapu 
travagliegui me mia gadara ce ti fortonni duppio 
carrico ce tini spaszi tavronda corpuse. Ce to 
necrasce o rigase ce tu ipe: 

— Iati ti cannise otuse ? 
Ecinose tu ipe: 

— Iati otuse ammeritegui. 

Plateguonda, agronie ti o rigase ene leddhetu 
ce tu ipe: 

— Dommu ta dineria pu su edica sto tefto loco 
O rigase tu ipe: 

— Pose plateguise? 

— Ca pose eho na platespo ? cannile javto ti 
de magroniszite ? ego de nimme e leddhessase ? 
Tuti dène i buttiglia, pu mu educhete sa neho- 
riame sto tefto loco? 

Pose o riga ivre ti buttiglia, erifti ce to ne- 
piae mesotte ce to nefilie, ce poi tu ecuntcspe 
taffari ti gadarase. O rigase tu ipe: 

— A su condoferi ta biji ce esu ti condofre* 
rìse metapale hristiani pose ito. 

Otuse ti sipe ti gadarasa ti andu condoferi ta 
biji, ti canni metapale principissa pose ito. I ga- 
dara tu ipe ti mane. 

Ti sediche asce cindaddho horto, ceefaghecc 
econdofere hristiani ce tisipe: 

— Esu mu ecamese, ma ego su ecama mia, 
pu de addhismoniese pleo. 



19 



Ocuse i principissu tu econdofere ola, fino io 
imiso puddhi. Poi o rigase to leddhendii io ne- 
came generali ti sarmata, ce ecini eniinai eci ce 
emise ode senza lipote. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



'H principissa xf^^ eiice. 

— Kal Tziie (ioi> \: t(ò) xò xivvo). 

— Aupt state \ zi xpe^pài: xal tìnge^xe 'xt 
eiaxe àppcoaxc;- tco.-^ Ixelvo^ 2pX,exac, dis{ i:icc*;ucxe 
xol èaet^ xoO Xlyexe \i BIXexe [ua buuigl'.a ytop-i- 
TT] Vcpò 'aii' x)] xéxo'.o tuntana, 'xc ixelvo^, y'à "cóa- 
OTj amuri tk>0 e^et [i86a( ao^, Xiyei 'v. tucel èxel- 
vo^ xal ai^ x/j cplppei. Doppu tcoO ^xcivo; tiJccI, 
èac!^ propareizuexs iva bicvhcri yio[iÌTO xpaal |i£ 
Wyw medicine, llfòg IxeTvog arrive<juei, Ip^exat 
5potJiivog, xal xoO Xéyexe va TtóoiQ èxelv' xo bicchieri 
è? xpaal, 'xi ixetvo^, Tcftg xò Tifvet, è^epàec xal è?£- 
pàet èArelv' xo :?,|iiao tto'jXìxi ttoD 5)(et x)j viriù. 
'EasJ; xivv£X£ 't: jiExafpexe ixelv' xa è^epi|xaxz xal 
Tuivsxe éxElv' xo f^(ji''ato TiouXixt xal xò ìiX'ivexe xal 
poi xò ota^i^sxc xal olixwg, imbcci va r/jp-(^ èxelvog 
xà Sr^vipta x>j Ttpot, xà Btopelxe èael;. 

*H principissa olixa)^ Sxa^e. Tyjv ÒTifoao) Tipcot, 
inveci va r^OpiQ xà 5r^vépta èxetvo^, xà Xjupe f^ prin- 
cipissa. 'Exelvo^ 2|i£tve poverose xal f^pxe TwoO lixoó- 
Xrpe ila xà poO^^a xou xal poi èxwptaxr] sperio 
(tè xò xóa(io. IIw^ éTcop7cxx£ a£.|i(a campagna, Ttóa- 
00 ToO urtcuoaac xpEl^ magne giuvenat^xxl 5àxoO 
epIaicuoaaL. Doppu tcoO £passeua£, EtTtaot èx£(ya:{ 

4 XpElg- 

— E xàXXcG va xoO tihaia^u xt xav xl aOxouvoO 
xoO sveniuratou. 

Arnspundeua£ fj (leyàXTj* 

— Ma vai* xò xpàJ^0(JL£. 
Kol xòv àxpà^aar 

KaXò^ XP'^*^'*'^^^? xGVX09ép£X£, 'xt è va ao^ el- 

Kal xòv àpcoxV^aaat' 

— Ftaxf 7ta£t TuopTiaxÉavxa^; 

'Ex£lVo^ xclg £t7C£ *xt 7rÌ£t TTopTiaxtovxaj ytà x)j 
spuiiunav xou. 'ExE^vat^ f^aav xpEtg (fàxat^ xal xoO 
iSàxaot ?va ^Euyàpt è§ xàp^at^ fiè o6o sacchetiat^ 
woO Tcivxa èTitaWc Sr^vlpta xal mai èx£X£ta)vaat xal 
|i(a siiabucca xal ?va cannistraxt, no^ oàv fj6£X£ va 
?iifl, i(px(a^£ xr^ siiabucca xal xoo ccumparegu£ 
^6 xt EcricuoE ó x6a|io ìtcìvo) aè x£tv* xtj siia- 
bucca xal òaao) *; xò cannisipaxt. 'Ht 9 xxat^ iyi- 
ftrjoav xal éx£tvo; Jp,£tV£- f^io TCEOa^ifAlvo; 1^ TTElva 
xad l7rfoca£ xal è^xtaoi x)] siiabucca xal ;i6aao xoO 



£Cumpareuoaat l^ xt ecrieuac 6 Xptoxò^, xolScpaye 
xal elTzt' 

— "Apxt niud xaXà. 

"EpaXfi lò ypóGo ioatù '<; xal^ sacchette, tcóooo 
xoO Ecumparcuoaot ytofiàxat^ Srjvlpta. Ka èxo^/x6- 
9£pe |i£xa7tiXat *^ x^ stesso lucanda xal Ixovxó^e- 
p£ (UxaTtàXat |iè x^ principissa, (là lx£tvos tCtioxc 
f^^eps ìtc' xò tradimento. Kovxo^IppEt jX£xa7iàXa: 1^ 
[liya *<; x^ principissa xal xf? zItze' 

— "Apxt lyti magna Kpi[ux.zoi. àxElvo; ó ^Ivo^. 
2xet 2va se^yàpt xip^a:^ tioO 7ci^/xa màvct Srjvé- 
pia xal mai x£X£t6vouv, xal- |Ji£a sàabucca xal Iva 
cannisxpaxt, ttoO, oàv BéXfit va ^àr, xà ^xtàCe: àTiivco 
's x)^v t a villa xal xoO cuinparegu£'. I? xt ccricuoe 
6 Xptoxó^. 

Kal 1^^ principissa tlize xf, (làya* 

— Kal 5àv ^x^t mezzo, va xoO xà gùoo) 7:taa£t; 
~ "Eyei xò mezzo, av lael^ xà|it)X£ 7io)? iyà 

aa^ Xéyo). 

*H principissa xì]? eItce' 

— Kal 7t£x£ (ioti Tifi)^ èxco va x'ijwo. 
*H |iàya xf,; £t7ce* 

— ToO X£y£xe 'xt BIXexe va nirjfZE a diverti- 
mento àTcivco \ x9) OaXàaoY]. 'ExeIvo; a/; X£yst 
'xt |ià vai, xal 7ià£X£ \ xò xixoto pantano va xi- 
|ji£xe |i(a scialata, xal Tiafpvexe xóoaat; buttigliai^ 
^l xpaof. Mfa x^ ^XX£X£ 'Xfyov oppio. Ilfò^ xp(&- 
y£X£, èx^àXXfixe xoóv' xat? buitigliat^- èxetvo^ 51 
(péppet xfTcoxe, (là Ixel Ix^dO^Xei x^ siiabucca xol 
xò cannisiro, xal xoj cumparegu£t è^ xt ?x^t |iè 
xò xóaiio, Tl(b^ xpa>yexc, xoO 5(i)V£X£ va ido'Q è^ 
x£(v' XT) buttiglia, TToO pàXXexe xòv opio. UGx; èxel- 
vo^ Tifvet, 7ié:px£t à7C£9a(i|jilvo{* Ia£t5 xoO 7itàvex« 
xà xpfa Trpàjiaxa xal 9£Óy£X£ xal xòv è^%<:pl>^exe èx€l. 

*H principissa oOxcog £xa|ie, [ìà è^ prescia 8è 
xoO Ì7rfaa£ Tcapà x9) siiabucca, xal xò cannisiro 
xal at xàp^a:^ xoO è|ie^vaat. 'Exfilvo^ èxotfirjWj fino 
XYjV ÒT^oat!) '|ilpa' aàv è^'j7rv7)ae, ttóooo Icpàvrj no- 
voxòc scn/.a siiabucca xal scn>:a cannisiro xal tliu* 

— Tradimento [loO Sxajjie f] principissa ! 
TlGx; v^xo ai ^xfiTv' xo pantano, I(JX£X£ TiatSafvovxo^ 
15 TTfilva xal £?7r£' 

— 'Apxt póoxo) 'X(yo è5 xelv' xo x^pxo. 

riò^ èSayxaofi è^ ^^v' xo X^P*^^? addivenieuoe 
yaSypo^. IIw; ÓTrtJyfi ^V^oovxa^ Tióaao Ocopel jite 
sorta è? X^P*^® ^^€ ^ '^^ XuyàvT] xal è6àyxao£ xol 
róaao addivenieuo£ yjfKTZur^ò^. 

Kal £te' 

— Kal xtóXa etvat. xotXà xoOv' xo fallo* àpxt 
xf^5 xò 5({)va) '5 xò xa^à xfj principissa. 

Ilóaao OcDpeT 'xt 2px£xat Iva bastimento, IxpaXe xij 



20 



x^tx^via xal Sjipsae xàvvovxa^ signo va xò 7c:à(T(i. 
Ilfò^ r^!ipaat oJ marinari 'xt e^ei ?va6e(iaixoj xàv- 
vet signo, elTcaat. 

— 'Exeìv' xo 6c|ia xawet signo* certo anncjc^xr) 
xavè 50X0 xal èxelvo^ esarvc^xT) aà xelv' xo pan- 
ia nu* 7ii(jie xal xò ixiàvo(ie. 

IIwì; auiveuaaai ot marinari, xoO etTwca'/ 

— Ca Tc(os (I)5e; 
'ExeTvo^ xw^ eiTie* 

— 'QSe (jl' Jcpepe f^ fortuna jiou, xal 6cXo) va 
|jià 'x^Xexe \ xf^ riva xal va (jl' à5a(pfvY)xe* 

Ot marinari oOxcd^ èxajjwtaf xòv èx^aXXaa: 'g 
x^^ riva. 'Exeivo^ ènioLCt xal xw; IScoxs Eva ypéOo 
Stjvépta xal xob^ arringrazieuae* Ma ;ipfxa Ttapàvà 
xàjiifl signo, riXO StaXf^ovxa^ 'Wyo i5 xelv' xo x^P^^ 
iioO addiventeuae ya^apo^, xal Xt^o 1^ xervo tcoO 
addivemegue yjpiazKxyòq, 'EytàpT] ;' Iva xfjTro xal 
dY^pacre Xfyac^ clcoriac^ xal xalg laiii^e |iè xelv 
xo X^p^^j TCoO addivcnieguc yaSipo^- i^Apxiot 1^ 
ortolano xal éycàpr] '5 x^ città xal è-^ii^ri àTnjxàxo) 
xoa aTiixfoD xfj principissa xal èxwXuae* 

— notò BéXet ciconai^; 

'H principissa &yjouoB xal xòv Èxpa^e. 'Exelvo^ 
ìtz&ziùoe, 'H principissa, Ttwg jxal^ 7)5pe itoO f^aov 
xóaao magnai^ àaTipatc, S^ocXe (lia 'g xò oxójia, xal 
addiventeuas yaSàpa. 'ExelVog aópfia xfjg IpaXe xò 
xaróoxpc A;al xi^v iyjxzéprfle scala xàx(o. Ilfò^ xyjv 
Ix^aXe ò^o), ecavaddhiceuae xal xijv ÌTzfipz tcoO 
èaxéxa^t xàvvovxa^ Eva travaglio xoO pif^ya. T)jv 
èirfipe aè xelv' xo travaglio xal x)jv èpópxove duppio 
carrico xal xfj^ Expa^ pa^Sfat^ ytà róaao f^awve. 
OS àXXot xoO èXéyaai- 

— Ftaxf xfi xàvvetg oOxa)^; 

'Exelvo; xò)^ EXeys ytaxl xoO piaceguet. 

6a)pC)vxa^ oBxco^ o£ dtXXot, arricurrei>aaat xoQ pi^- 
ya 'xc ly^ei Eva TtoO travaglieguet (lè (ifa ya5àpa 
xal XT) ^pxóvet duppio carrico xal x^v ocpà^et xpa- 
6fi)vxai corpou^. Kal xòv Exposé 6 pif^yo; xal xoO efrce* 

— Ftaxf xij xàwetc 06x0)5; 
'Exetvo^ xoO efce* 

— Ftaxl oBxco^ ammeriieguet. 
Plateguonda, ayvcipTfjoe 'xt 6 pi^yo^ elvot 6led- 

dheg xou xal xo6 efrce* 

— AÓ5 |iou 57]v£pta, toO ao5 Kcoxa *g xò xé- 
xoto loco. 

*0 pT^a^ xoO elice* 

— nC)^ plateguet^; 

— Ca iia^ ly^o va plateixjo); xàwexe ytà aòxò 'xt 
Sé |iè àyvcopf^exe; lyò 8èv eljjiat 6 Icddhe ao^; xo6- 
TTf) 8èv è 1^ buttiglia toO (io5 è&ixexe aàv èxa)pL 
aajjie '5 xò xixoto loco; 



HGx; 6 prja yjupe xij buttiglia, EppfcpxT] xal xòv 
iidoLGE \iE<jG)Bt xal xòv IcpfXtjae, xal poi xoù ecun- 
teuas x' affari xfj ya5àpa. *0 pr^yag xoO etire* 

— "^Av ao'j xovxo^épet xà biji xal lab xovxci*- 
^Ippet^ p,exaTcàXat y(jpi(rziayri izfbq f^xo. 

Ouxox; xf;^ er-KE xf^ yaSàpo^ 'xt av xà xovxopépiB 
xà biji, x)j xàvvet jiexaidcXat principissa tusx; ^(zo. 
*H yaSàpa xo j efne *xt \ìòl vat. 

TfiQ ES(ox£ 15 xety *x' àXXo x^p^o >^ Ecpoye 
xal Exovx6(pepe xP^^tav^j xal xfj^ tlize' 

- 'Eob [loo Exa^ie^, |jwt èyà aoO Exaiia (i(a, 
TCOO 5à aXrjGjiévet^ ttXIo. 

Ouxoc '^^ principissa xoD èxovxócpepe 8X0, fino 
xò i?j|ifoo ixo6Xt. 

Poi 6 pV^ya^ xò leddliev xou xòv Exa|xe gene- 
rali xf^g armata, xal Exetvot l{ufvaat ExeT xalEfielt 
(&5e senza xfeoxe. 

VERSIONE 



La principessa soggiunse : 

— Dimmelo, che io lo farò. 

— Dimani starete a letto, e fingerete d'essere 
ammalata. (Quando egli verrà, vi mostrerete do- 
lente, e gli direte di voler una bottiglia di ac- 
qua della tal fontana; ed egli, per il tanto amore 
che vi nutre, dirà d'andare lui stesso e ve la 
porterà. Dopo che andrà, preparerete un bicchiere 
di vino con un po' di medicina. Al ritorno, egli 
verrà sudato, e voi gli darete a bere quel bic- 
chiere di vino; egli, bevuto che l'avrà, vomiterà 
quel mezzo pollastro che ha quella tale virtù. 
Voi fingerete di spazzare quel vomito, prenderete 
quel mezzo pollastro, lo laverete e V ingojerete, 
e cosi la mattina, invece di vedere lui i danari, 
li vedrete voi. 

La principessa cosi fece. La mattina appresso, 
invece di vedere lui i danari, li vide la princi- 
pessa. Quello rimase povero; andò a vendere 
tutte le sue robe, e poi andò errando per il 
mondo. Giunto ad una campagna, l'incontrarono 
tre belle giovani, e non gli parlarono. Dopo che 
passò, dissero quelle tre: 

— È meglio che diamo qualche cosa a cote- 
sto sventurato. 

Rispose la grande; 

— Si; chiamiamelo. 
E lo chiamarono: 

— Buon uomo, tornate, che c'è da dirvi. 
E gli dimandarono: 

— Perchè vai camminando? 



21 



Egli rispose che andava camminando per sua 
sventura. 

Quelle erano tre Fate, e gli diedero un pajo 
di calzoni con due tasche, nelle quali pigliava 
sempre danari, che non finivano mai, un tova- 
gliuolo e un canestrino; quando voleva mangiare, 
distendeva il tovagliuolo, e sopra di esso e nel 
canestrino gli compariva ogni cosa, che creasse 
il mondo. Le Fate sparvero, ed egli rimase; 
era morto dalla fame, distese il tovagliuolo, e 
gli comparve ogni ben di Dio. Mangiò e disse: 

— Ora vado bene. 

Pose il pugno nelle tasche, e gli comparvero 
piene di danari. Tornò alla stessa locanda, e di 
nuovo andò dalla principessa; ma egli non sapeva 
nulla del tradimento. Tornò la maga dalla prin- 
cipessa e le disse: 

— Ora quel forestiero ha belle cose: ha un 
pajo di calzoni, nei quali piglia sempre danari, 
che non fiiniscono mai; un tovagliuolo ed un 
canestrino, che egli, quando vuol mangiare, mette 
sulla tavola e gli comparisce ogni ben di Dio. 

E la principessa disse alla maga: 

— E non c'è mezzo di poterglieli pigliare? 

— C'è il mezzo, se voi fate come vi dico io. 
La principessa soggiunse: 

— E dimmi come devo fate. 
La maga le disse: 

— Gli direte di volere andare a divertimento 
sui mare. Egli vi dirà di si, e andrete al tal 
pantano a divertirvi, e porterete tante bottiglie 
di vino. In una metterete un po' d'oppio. Man- 
giando, caverete le bottiglie; egli non porterà 
nulla; ma, li, caverà il tovagliuolo ed il canestro, 
e comparirà tutto ciò che v*è nel mondo. Mentre 
mangerete, gli darete a bere in quella bottiglia, 
dove avrete posto l'oppio; dopo ch'egli avrà be- 
vuto, cadrà morto, e voi prenderete le tre cose 

uggirete e lo lascerete 11. 

La principessa cosi fece, ma per la fretta non 
prese che il tovagliuolo ed il canestro, e i cal- 
zoni rimasero a lui. Quello dormi fino al giorno 
appresso; quando si svegliò, si vide solo, senza 
tovagliuolo e senza canestro e disse: 

— La principessa mi ha tatto il tradimento ! 
Mentre era in quel pantano, stava morendo di 

£ame e disse: 

— Ora mangio un po' di queircrba. 
Addentata quell'erba, diventò asino. Come an 

dava pascolando, vide una specie d'erba simile 
al cavolo, ne mangiò e divenne uomo, e disse: 



— Eppure è bello questo fatto; ora ne darò , 
nel caffè alla principessa. 

Vide venire una nave, si cavò la camicia e 
cominciò a far segno, perchè Io pigliassero. Come 
i marinari videro un uomo far segno, dissero: 

— Quell'uomo la segno; certo qualche legno 
naufragò, e quello si salvò nel pantano; andiamo 
a pigliarlo, 

Giunti i marinari, gli dissero: 

— Come qui ? 
Quello rispose: 

Qui mi ha portato la mia fortuna, e desidero 
che mi portiate alla riva e mi lasciate. 

I marinari così fecero; lo portarono alla riva, 
^gli diede loro un pugno di danari e li rin- 
graziò. Prima di far segno, aveva raccolto un 
po' di quell'erba, colla quale diventò asino, e un 
po' di quella, colla quale ritornò uomo. Andò 
in un orto, comprò poche cicorie e le mischiò 
con quell'erba, colla quale diventava asino; si ve- 
sti da ortolano, andò in città e sotto la casa del- 
la principessa gridava : 
— Chi vuole cicorie ? 

La principessa senti e lo chiamò. Quello sali, 
e come la principessa vide le cicorie tanto belle 
bianche, ne pose una alla bocca e diventò asina. 
Quello subito le pose la cavezza e la menò giù 
per le scale. Cacciatala fuori, cavalcò e la con- 
dusse dove stavano fecendo un lavoro al re. Me- 
natala a quel lavoro, le metteva doppio carico e le 
dava bastonate quante ne poteva. Gli altri gli 
dissero : 

— Perchè la tratti cosi? 

Egli diceva loro che cosi gli piaceva. Gli altri, 
vedendo ciò, riferirono al re che c'era uno, che 
lavorava con un'asina, caricandole doppia soma, 
e che la finiva di bastonate. Il re Io chiamò e 
gli disse: 

— Perchè fai così ? 
Quello rispose : 

— Perchè merita così. 

Parlando, riconobbe che il re era suo fratello 
e disse : 

— Dammi i danari che ti diedi nel tal luogo. 
Il re rispose : 

— Come parli? 

— Come devo parlare? fingete di non cono- 
scermi ? non sono io vostro fratello ? non é 
questa la bottiglia che mi deste, quando ci se- 
parammo liei tal luogo? 

Il re, veduta la bottiglia, l'abbracciò e lo baciò. 



22 



e (quello) narrò il fatto deirasina. Il re gli disse: 

— Se ti restituisce le tue cose, lu di nuovo 
la farai divenire donna com' era. 

Disse poi all'asina che, se gli restituisse gli 
oggetti, diverrebbe principessa, com'era. L'asina 
disse di sì. L'altro le diede a mangiare di quel- 
la altra erba, e, tornata donna, le disse : 

— Tu me r hai fatta ; ma io te ne ho fatta 
una, che non dimenticherai più. 

Cosi la principessa gli restituì tutto, anche il 
mezzo uccello. Poi il re fece generale dell' eser- 
cito il fratello ; quelli rimasero li, e noi siamo 
rimasti qui senza niente. 



IPNOSI MAGIA 



~.ag<>%<»i>aw.- 



Non volevo crederci, ma era pur vero. 

Sentivo dire : alcune persone della provincia 
di Cosenza sanno legare e ridurre all' impoten:(a 
i cani con alcune parole, biasciate a fior di lab- 
bra e con mistero sibillino. Sentivo dire: qua- 
lunque cane, appena si pronunziano le terribili 
parole, cade, e bisogna scioglierlo con altre parole 
se non si vuole for morire. Non credevo a queste, 
che io chiamavo fole; e però, volli assicurarmi. 
Andai in cerca di una persona, che avesse potuto 
farmi assistere ad un esperimento, e, pochi mesi 
fa, molto facilmente, la trovai : era una tale 
Nun:(iata Fitlipaldi, nata in Bonvicino e domici- 
liata in Malviio, ove tuttora vive, senza lavorare, 
che i suoi figli, dall'America benedetta, le man- 
dano danaro. 

Era una splendida giornata, ma io non attia- 
versavo sentieri floridi d'ubertà, né vedevo cri- 
stallini ruscelletti : camminavo insieme con la 
brutta donna, Nunziata ; e, dopo un'ora di cam- 
mino, fui in un podere guardalo da cani terri- 
bilmente fieri e famosi per le loro prodezze. Io 
sapevo davvero che quegli animali non conosce- 
vano che i loro padroni ; i quali, rozzi, infidi, 
quasi selvaggi, amici solo dei loro figli e delle 
loro mogli, cui, di tanto in tanto, regalano legnate 
e sorgozzoni, vivono in casupole in cima a una 
collina brulla che sorge in una forra, percossa, 
continuanuMite, dal vento di mare. Al nostro ap- 
parire due cani, sempre vigili, due grossi cani 
dal pelo ispido e ino, come pruni, presero la 
corsa verso di noi. La donna che camminava 
dinanzi a me, senza scomporsi, sicura del fatto 



suo, fece tre nodi a un cencio di fazzoletto, che 
aveva in tasca, e susurrò le terribili parole. Io, 
francamente, avevo paura ; ma vidi con mia me* 
raviglia che dapprima i cani rallentarono la corsa, 
poscia misero tra le gambe la coda e caddera 
per terra, come se un improvviso male li avesse 
assaliti. 

Posso assicurare, che con quei cani nessuno 
avrebbe potuto scherzare; ma io, alla presenza 
della donna, potei percuoterli, ed erano insensi- 
bili anche alle pietre che loro lanciavo. 

— Pensai tra me : è l'ipnotismo ; sono occhi 
terribili, come quelli di Van Amburgli, il celebre 
domatore di fiere, questi della brutta donna. 
Glielo dissi. Mi rispose: No; non è vero: sono 
le parole. Mi fece vedere che, anche a una certa 
distanza, da una camera a un' alira, sa legare i 
cani - i più fieri cani. 

Mi disse qualcuno, in Malvito; Nunziata, una 
volta, legò un mio cane, ma non me Io sciolse, 
e mori. 

É vero ? - chiesi io alla Nunziata. 

— No - mi rispose: - io lego i cani per non 
farmi mordere, non per ammazzarli. 

— E che cosa fanno i nodi al fazzoletto ? 

— Con un fazzoletto, con il mio grembiule, 
con una fune qualsiasi io lego i cani: sciolto il 
nodo, i cani sono anche sciolti. 

— E puoi dirmi le parole? 

— Non posso dir vele, ora; né le ho dette 
mai a nessuno, ahri però le sanno. 

Cosi mi disse e più niente. 

Dare la spiegazione ? 

Oh, lo studio del popolo con i suoi misteri! 

6. De Giacoma 



Vinc6iiso Ammira, poeta dialettale, nacque 
in Mimleleone il 2 Dicembie 1821, ed è morto 
il 5 del volgente mese di Febbrnjo, Noto in 
tutti i paesi della Calabria, egli avrebbe oc- 
quistaìo un nome in, tutta ritalia, se, meno 
travagliato dalla fortuna, avesse curato di 
scegliere e di pubblicare le sue migliori poesie^ 
che spesso , vivatueute richiestone, recitava 
a^li amici. 

Affinchè i lettori di questo periodico vedano 
che le mie parole non som) dettate da sólo 
affetto, ma da giusta estimazione del calore 
poetico dell'estinto aìnico, presento loro la se- 



23 



gtiente poesia, pubblicata, parecchi anni fa^ 
in una «trenna rf^W Avvenire Vibonese. 



LA PIPPA 



Gara, fidata campagna mia, 
Affummìcata pippa di crita, 
Tu di chist'anima gioia, allegria, 
Tu sai la storia di la mia vita, 
E nuju, nuju megghiu di tia 
Pe quant' è longa, quant' è pulita; 
Tu mi ajutavi quandu la musa 
Facia lu ngnocculu, trovava scusa. 



Di dudici anni mbucca ti misi, 
Mi piacisti, ti spissijai, 
Di jornu a jornu, di misi a misi, 
Gchiù ti gustava, cchiù mi ncarnai, 
Tantu, chi dintra, pe lu pagisi 
leu di fumari non ti dassai; 
E ! cinquantanni passaru iitantu 
Gomu nu sonnu. comu nu ncantu. 



Ngrijatu appena, rosi e bijoli 
'Tuttu lu mundu quandu campar! 
A li baggiani beji figghioli 
Gbiji li Ammani fannu mpacciari, 
Pacìa.lu spichissi, e crapijoli, 
A zichi zachi lu caminari, 
•N'arrisi a Tresa, n'occhiata a Rosa, 
Ghi bella vita, chi bella cosa ! 



E bota e gira, sempri fumandu, 
E dassa e pigghia, vogghiu, e no mbogghiu» 
Jia notti e jornu erramgando, 
Gridava patrima mu mi ricogghiu, 
E jeu na petra; spassi, cantandu. 
Ed a lu spissu quarch'autru mbrogghiu; 



E nfinu catti, m'annemurai; 

Oh chija brunda non scord u mai ! 



Pannizzijava, ciangia lu ventu, 
Cucuji, lampi, acqua, tronava, 
E ncappottatu mi stava attentu 
Comu nu lepru s'ija affacciava; 
Paria nu seculu ogni mumentu. 
Ogni minutu chi mai passava; 
E mpissicchiatu fermu a lu muru 
Sempri fumandu d'intra lu scuru. 



E doppu tantu friddu assaggiatu 
Sentia nu pissi chi mi chiamava; 
Sbattia lu cori, non n'avia hiatu, 
E mu rispundu non mi fidava; 
Mi sentia propriu comu ncantatu, 
Poi timitusu mi mbicinava, 
E pecchi tandu noi^ ncéra luna 
Fumava forti mu sindi adduna. 



Tu li palori di meli e latti. 
Li juramenti tutti sentisti, 
L'appuntamenti, stari a li patti. 
Mi tenia disculu, ccà tu ciangisti. 
Mentri facivi l'urtimi tratti 
Dì la vrigogna pe mia ch'avisti : 
Era jeu disculu t bcijizza mia, 
Cui mai scordar! si pò di tia ? 



Ghinu d'amuri d'intra a lu lettu 
Non potia dòrmari nuja mujica, 

Non ncera modu pemmu rigettu, 
Paria ca sugnu subbra a l'ardica; 
Lu bruttu sonnu pe mio dispettu 
Non mbolia scindari mu mi dà prica; 
T'inchia a la curma, t'appiccicava, 
E accussi subito mi addormentava. 



24 



Prima mu sona lu matutinu, 
Comu lu soli tu, mi rivig.liiava; 
Rocia la testa comu raulinu, 
Ponzava cosi chi mi scialava, 
Cani, viaggi, soni, festina. 
Palazzi, amuri, ricchizzi a lava ; 
E lu toi fumu, pippa antic^ria. 
Lì mei portava castej 'n aria. 



Tu senza fumu, senza labaccu, 
E jeu restava mestu e cuinpusu, 
Mpundu dì l'anima sentia lu smaccu 
Pecchi filava sempri a nu fusu; 
Mi vestia subitu, sbattia lu taccu, 
E ti dassava tutto stìzzusu; 
Ti cercu scusa, cui manca appara, 
Pippa mia bona, cumpagna cara. 



S'avia di buzzari china la testa, 
Mi II facivi mprima spumari 
Cu lu toi tartaru cuntra la pesta, 
Autru ca hjavuru d'erba di mari, 
Chi a^ivi d'intra, comu na bresta, 
E sentia frijari, ciangìuliari, 
Mentri pippava; chi fumu duci ! 
Pemmu lu lodu no n'àjn vuci ! 

Oh quantu voti, quandu ncignaru, 
Li patimenti mi cumportasti ! 
Tu ntra lu carciaru penusu, amuru. 
Tu pe lu siliu mi secutasti ; 
Si tutti Tautri si alluntanaru, 
Pecchi tingiulu di brutti mprasti, 
Sula mi fusti fidili e pia 
E cunzigghiera, pippuna mia, 



Verzu la sira quandu assulatu 
Sentia sonari l'adimaria 
E ogni ricordu di Ju passatu 
S'apprisentava davanti a mia, 
E chistu povaru cori ncajatu 
S'inchia di tennera malinconia, 



E ruppia a chiantu: ma Tasciucavi 
Cu lu toi fumu tantu suavi. 



O segretaria, cara cumpagna. 
Di la mia vita, di li prim'anni. 
Si a rimitorìo, villa o campagna 
Sugnu, si ncelu cu Petru e Gianni, 
Si miserabili, si ncappa magna, 
Dintra li giojì, dintra l'affanni, 
Comu mi fusti, cara mi stai, 
E t'amu sempri cchiù ca t'amai. 



Venendu a mora ri dintra la fossa 
Ti vogghiu accantu di mia curcata, 
E accussi queti sarra uno sfossa. 
Chi sballiu tantu fortuna ngrata 
Ntra la tempesta echiii scura e grossa, 
Senza rigettu di nsT jornala; 
Passanu l'anni, chiusu, scordatu, 
Dormu cuntentu, dorma mbijatu. 



Poi quandu sona cu gra spavenlu 
L'urtima vola la ritirala, 
E tutti currinu a nu mumentu 
Omanì o Ammani a la vajala. 
Finca li morti, chi riggìmento » 
Cui porta h'anca, cui na costala, 
leu cu tia mbucca cuniparu tandu. 
Né mi lamentu, né riccumandu. 



Cadi lu suli, cadi la luna. 
Li Sliji cadinu, penza fracassu ! 
L'aceji cianginu, l'acqua sbajuna, 
Li munti juntanu, sassu cu sassu 
Nsemi si pistanu, e ad una, ad una 
Li cerzi stimpano; si fa nu massu. 
Sbampa lu focu, tultu cunzuma. 
Cui ndeppi, ndeppi, chiù non si fuma. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 



Tipografia — Francesco Passafarc 





^aV4^4ir4W^-'^l^^ ' g^W^^feA»^"^'4^^^i^^'8^ 







A 



'^ 



RIVISTA DT LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 4 — Aprilr 1898. 





g/^gfe^sgfe/ •?» . 



MONTELEONE 

Tipografia Francesco Passafaro 
1898 



,^^. 



dA^^Swi 







« ^•^ * 



ffl 



ii<' 



» 



' ' Q I 







XT, -& 



ft^se^àfe^ ^ 



^if-- 



LA CA LABRI A-1i 



^1^ 



^|j' RIVISTA DI LETTERATORA POPOLARE 



DIRETTORE 



Monteleone di Calabria, Aprile 1898 

SOMMARIO 
Proverbi Calabro- reggini (F. Barilla) — Canti 
rossanesi ( B. De Leonardie ) — Alcune costu- 
manze e tradizioni di Mileio (G. Pardi) — Indo- 
vinelli e scongiuri di S. Sperato e Bagaladi ( P. 
Candela) — Canto di Spezzano Albanese (G. 
De Fazio ). 

Proverbi Calabro - reggini 

(Dal Cod. XIII, B, 95, della Bibl. nazionale di Napoli, con 
note di MARIO MANDALARI ) • 



82) Raccumanda 'a pecura 'o lupu. 
Lat: O praeclarum cusiodem ovium lupum. (i) 

83) U pisci feti d' a testa. 

I disordini traggon sovente V origine da' su- 
periori. (2) 

84 ) ^A vera nobirià su li costumi. 
La virtù sola è nobiltà verace. 
Nobiliias sola aique unica virtus (3) 

85) Cu mangia pocu, mangia assai. 
Chi vive sobriamente prolunga i suoi [giorni. 

Il [lapis philosophorum tanto ricercalo si può 
ritrovar solo nella temperanza. 

86) Cu mangia assaiy mangia pocu. 
L'intemperanza abbrevia i giorni. 
Plures occidit gula quam gladius. (4) 

87) Non ti rapi si non cu ti sapi (5) 

88) É coma Vogghiu a vàddara. 

Come Tolio all'ernia. Dicesi dell'applicazione 
di un rimedio tanto inutile ad un male, quanto 
sarebbe un' unzione di olio suU' ernia. 

89) Tanti nenti ammazzanu *w sceccu. 



* Vedi precedenti fascicoli di giugno ed agosto 1897, 



Abbonamento annuo 
I-jire 3- 

Uu numero separalo L. i , 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



I piccioli mali riescono talora fatali in forza 
dell'eccessiva di lor quantità. Come accade ad 
un asino, che resta oppresso sotto l'enorme peso 
di tante picciole cose, onde viene stracaricato. 

90) U poviru e 'u malatu 
No li cerca 'w parintatu. 

Ognuno si allontana da' sventurati. È il sen- 
timento di Ovidio : Tempora si fuerint nubila, 
solus eris. (6) 

91) Lw veru amicu e lu veru parenti 
è lu quatt}*u tari cu l'ali janchi. 

In caso di necessità poco capitale può farsi 
degli amici e de' parenti. Felice colui (che non 
ha bisogno deir altrui soccorso. (7) 

92) Menti pani 'e denti, 

Ch' appidittu si ndi mediti. 
L'italiano : L' appetito viene mangiando. (8) 

93) Cu si guarda, si sarva. 

Chi si guarda si Silva. La precauzione è la 
madre della sicurezza. (9) 

94^ Bisogna pinsàri mali pi aviri beni. 
La previdenza del male è l'origine del bene, (io) 

93) Non si canusci 'w beni si non si perdi. 
Non si conosce il bene se non si perde, (i i) 

96) Cu di mali veni a mbeni, 
Cu ddu mani si lu teni; 

Cu di beni veni a mali, 

nesci pacciu e non sapi chi ffari. (12) 

97) U lupu muta 'w pUu^ mxi\no 'u vizziu. 
I malvagi naturalmente non cambiano natu- 
ra (li) 



2i> 



98^ Cugnu d*'a stessa Ugnami. 
Cuneo dello stesso legno. Dicesi di un mal- 
vagio allorché ha che far con soggetto d ll'istesso 
carattere. Malo nodo, malus cuneus. [14J 
99] Cu tempu e ca pagghia 
si maturanu i nespuli. (15) 
Le cose hanno bisogno del tempo fisico. 
100) Quandu viditi nespuliy ciangiti^ 
cKè Vurtimu fruttu di la stati. 
IDI) Ginnaru siccu, massaru riccu. 
Prov. agronomo, che non stima vantaggiosi 
e proficua la pioggia in questo mese. 

102) La vera slagiuni: 

Natali "0 sìdi e Pasca "0 fucuni. 
Suole essere presagio di una stagione ubertosa 
buon tempo di dicembre e la pioggia di aprile 

103) Sant'Andrìa, lu bon massaru 

siminalu avìa. 
V attento agricoltore suol seminare le terre 
prima del 30 novembre. 

104) Na vota si gabba 'a vecchia. 

É difficile ingannare due volte una persona. 
105) Acqua d' agustu, ogghiu, meli e mustu 

Le piogge d' agosto son giovevoli agli olivi 
agli alveari ed alle vigne. 

106) Cavaddu vecchiu e càvulu hhiurutu: 
Quantu nei fai, tutVè pirdutu. 

Dicesi delle cose vecchie, cui si presta inutil- 
mente cura ed attenzione. Avvertasi che la voce 
hhiurutu, ital. fiorito^ si esprime con la pro- 
nunzia medesima del X greco. 

107) Cu sputa 'ncelu 'nfaccia nei veni. 
Prov. religioso: (Deus non irridetur. Discite 

justUiam etc. (16) 

108) Rragghiu d'asinu no rHva "ncelu. 
Le minacce degl'i mpotenti restano senza effetto. 

109) Ca faci zappuneddi, faci zappi. , 
Chi è infedel nel poco, lo sarà anche ne 

molto. Qui in modico infidelis est, in majori 
infidelis erit. 

no) Cortiu 'u cani d' 'u bucceri: 
lordu i sangu e mortu i fami. 
Dicesi di chi fuor det trapazzo niun profitto 
ricava da una carica od altro disimpegno, che 
dovria essere lucroso. 

Ili) Monaci e parrini: sentinci 

*a missa e dàssali jri. 

Proverbio, che avverte non intrigarsi con preti 

e co' frati fiiori de' semplici affari di religione. (17) 

112) Megghiu na vota arrussicàri, 

chi centu ngialiniri. 



Meglio arrossire una volta che impallidire 
cento; cioè, meglio è parlar francamente, vincendo 
o soffrendo il rossore una volta, che esporsi in- 
finite volte a soffrir delle amarezze a cagion di 
un intempestivo silenzio. ^18) 
113) Tutti di na ventri, 

non tutti di na menti. 
Allude al differente carattere de' fratelli. 
114) Si fingi pa-cciu pi non jiri * a guerra. 
Dicesi di chi fingesi stolto per evitare un 
danno. Preso dall'esempio di Ulisse presso Ome- 
ro. (19) 

Federigo Barilla 



(;) Proverbio di facile intelligenza e registrato 
in tutte le raccolte. Risponde a quello di Terenzio 
(Eunice. V, 1,16) " Ovem lupo committere,, 
nel quale il lupo diventa pastore, e la lattuga, 
come si dice del pari, si dà in guardia a' paperi 
Cfr: Cicerone, Filip. Ili, 11; Ovidio, De arte 
amandi, 11, 364. 

(2) D' origine greca. Celebre il motto volga- 
rizzato in latino: Piscis primum a capite 
foetet (cu: Apostolio, prov. greci, IX ^ 18, ed. 
Leutsch), ed il prov. italiano, registrato anche 
dal Giusti: Dal capo viene la tigna. Talvolta 
c'è dell'esagerazione; ma il proverbio ha una base 
storica, che la corruzione è sempre venula dallo 
alto e dalle classi dirigenti e prevalenti. 

(3) Giovenale, Vili, 20. Molti, in questo 
senso, i proverbi antichi. Ma più notevoli ;sono 
i proverbi moderni. Beniamino Franklin ripeteva: 
La noblesse est dans la vertu. Nei proverbi 
tedeschi la nobiltà senza virtù è paragonata a un 
guscio di noce senza polpa ; a un uovo senza 
torlo, a una lanterna senza lume: cfr: Wander, 
voi I, pag. 28, num. 9 e 10. 

(4) Propter crapulam multi obierunt. Ec- 
clesiastico, XXVII, 34. E il Pananti: 

Vuomo a forza di cibi succulenti 
Scava la tomba con i propri denti. 
Un nostro proverbio dice: Chi più mangia, 
meno mangia, ed anche: Poco vive chi troppo 
sparecchia, e Ne uccide più la gola che la 
spada: onde il Vannucci soggiunge: "Al dire 
degli Spagnuoli gli uccisi dalla cena sono più di 
quelli che guari Avicenna; Mas mata la cena 
qve curò Avicena: Collins, pag. 205. „ 

(5) Primi ladroni, i servitori, dei quali Seneca 
disse: Quot servi, tot hostes. Ed aggiunse: Non 
habemus illos hostes, sed facimus, cum in illos 



27 



^perbissimi, contumeliosissimi, crudelissimi su- 
mus. Epist: 41. 3. Il Profeta ebreo avea detto: 
Inimici hominis domestici eitcs. Nichea, VII^ 6. 

(6) Donec eris felix multos numerabis ami- 
COS. Trist: i, 9, 5. In italiano : Abbi pur 
fiorini, e troverai cugini; ed anche: Chi ha 
della roba^ ha de' parenti. Un adagio di 
Erasmo: Felicitas mtdtos habet amicos. Que- 
sto proverbio, ch'è tutto dire, V hanno pure in 
China: Chi ha del thè e del vino^ ha moltis- 
simi amici. 

(7) Ma chi è, domando io umilmente, colui 
che non ha bisogno dell* aiuto e del soccorso 
altrui ? Il Barilla, in verità, qui mi pare che caschi 
un pò nella retorica paremiografica. 

(8) Il proverbio è adoperato generalmente per 
indicare che tutto sta nel cominciare, e che quando 
s'è cominciato, difficilmente si smette. Cosa 
fatta^ capo ha. 

(9) Induce alla virtù della prudenza, che non 
è mai soverchia ; e, più che alla prudenza, mi 
pare induca a quel sospetto, che è proprio e ca- 
ratteristico de' popoli meridionali. 

(io) Intendi: Bisogna pensare anche alle con- 
seguenze dolorose di un fatto per essere in grado 
di evitarle, o scongiurarle. Ma di questo detto si 
fa uso esteso anche in Sicilia, donde mi pare 
sia partito. Non bisogna, però, -dimenticare che 
r animo forte e tranquillo nella sventura, riduce 
il male a metà: Bonus animus in mola re 
dimidium est mali; Plauto^ Pseudol. i, 5, 57. 

("li) Il testo del proverbio latino mi par que- 
sto : " Quam cara sint bona, homines carendo 
intelligunt. „ Ma non so dire di chi sia, né 
dove r abbia letto. E che il bene perduto dia 
grande dolore all' anima, può vedersi anche dal 
dantesco: " Nessun maggior dolore Che ricor- 
darsi del tempo felice Nella miseria; „ giacché, 
come scrisse Boezio : " In omni adversitate 
fortunae, infelicissimum genus infortunii est 
fuisse félicem. „ 

(12^ Nesctri pacciu per diventar matto^ è 
una frase viva e notevole, che mi par bene qui 
indicare. 

(i^) Molti proverbi, che derivano tutti dallo 
stesso adagio latino, invece di Lupo hanno Volpe: 
" Vulpes pilum mutata non mores. (Suetonio^ 
Vespasiano, 16). La Volpe perde il pelo, non 
il viziOf Serdonati. 

The fox may grow grey, but ncvcr good. 
EazlUt. 



Dar Fuchs Wird alter, aber nicht besscr 
Wander. 

Nella versione del Borghi^ il grande poeta 
greco ha detto: 

Non cangia mai terribile 
Leone, o volpe accorta, 
Queir indole che porta 
Dalla natura in cor. 

Pindaro, Olimp. XI. 20-23. 

(14) S. Hieronymi Opera, Parisiis, 1706, IV, 
2, pag. 649 : " inxta vvlgare proverbium maio 
arboris nodo malus cuneus requirendu^ est. „ 

(15) Indica questo proverbio la necessaria e 
feconda opera del tempo nel graduale perfezio- 
namento delle cose e delle istituzioni. In latino: 
Temporibìis servire decet\ omnia fert tempus. 
Ben altro significato ha : Tempori parere, tem- 
pori cedere, posto tra gli antichi precetti de' 
csavi, come nota il Vannucci, col se noscere, 
ol nihil nimis. Cfr: Cicerone, De Fini bus, III,e 
22; ed Epist. ad Famil. IV, 9. 

(16) Applicando questo motto alla vita pratica 
ed umana, Sofocle scrisse: " Cum principe 
non pugnandum „ Cfr: Elettra, 219, ed anche 
Euripide, Ecuba, 404. 

(17) Ed é un segno anche questo proverbio 
del buon senso del popolo. 

(18) In altri termini: il soverchio pudore non 
trascini a delitti. 

(19) É un ricordo del tempo mtico, quando 
si facevano tutti i tentativi umani e possibili per 
i&fuggire alla coscrizione militare. 

Mario Mandatari 



CANTI ROSSANESI 



Chiss' é ra matmau ch'iu ti laziu, 
Vcgnu ppc rallegrari a' ttia lu coru; 
Aza ra capa re lu tuo chiumazzu. 
Senti cantare a echi bene ti vole. 
Si' carrica re fiuri mazzi mazzi, 
Ordurusedda mia chiù de viola; 
lu ppc ramari a ttia su esciutu pazzu, 
Passu la vita mia comu Diu vole. 



Passavi re na strada mo fa n' annu, 
lettavi nu suspiru e ghje' ramingu; 
C'era na fighja re quattordici anni 
Chi 'm pettu m'ha scrivutu . senza pinna. 



^ 



Ti pregu, beJda, su piaciru fammi 
E duvi m'ha' scrivutu cassaminni. 
Teni sta mamma tua tantu tiranna, 
Chi sguall ni fa ghjri li disigni ! 

Tirinnina clii va' stu maru maru. 
Ferma quaniu ti dicu na parola; 
Vorrà scippar! na pinna re si'ali. 
Fari na littaredda allu miu amore; 
Tutta re sangue la vorrà attornari 
E ppc sigiddu ci mintu stu core. 

Duvi si' statu rannu bene miu ? 

Duvi si' statu ch'ha' tricatu tantu ? 

Su statu chjnu re malinconia, 

Ca si cci penzu mi vena ru chianti. 

Mo su benuiu, sia lodatu Diu, 

S' occhi mi stuju e mi passa ru chiantu. 

Ma na cosa ta dicu, ninnu miu: 

Nuu ti moviri chiù re lu miu cantu ! 

Idulu del mio core, idulu mio, 
Idulu del mio core a passu a par.su, 
Maravighja nun è ch'iu amu a ttia, 
Maravighja forria si nun t'amassa ; 
Cà t'amanu li peiri re la via, 
Li strati, ninna mia, duvi tu passi. 
N'atra cosa ti dicu, ninna mia 
Comu t'am'iu voghju chi m'amassi. 

Mo chi ti parti tu, miu caru bene, 
Nun ti scordari re lu propriu affettu. 
Pighja lu nnmu miu, mintila in carta, 
Cà iu pighju lu tuo, lu mintu ^n pettu. 
Tu quannu vo' a 'mmia, pija sa carta, 
lu quannu voghju a ttia, spaccu su pettu: 
L'airi si godunu su beddu ritrattu, 
E ni mmia resta sa cl'jaga a ru pettu. 

Ighju re quatcru pampini aracquatu, 
Ighju venutu re lu munnu novu, 
In chiù ti guardu e chiù beddu mi pari, 
E chiù ti parru, chiù mi trasi 'n core. 
Si' beddu, ninnu miu, nun c'è riparu. 
Si' bebbu e mi fo jri senza core. 
Quannu ti viju ccù r' avutri parrare, 
St' arma re gelusia s' affligge e mora. 

iu t'amu e tu mi fuj a miu dispettu, 
'Ncunu jurnu pe ttia mi trovu mortu, 
Senza feriti e senza stari a lettu, 



Tu sula si' la causa da mia morte. 
Vena ru aiedicu e spacca lu miu pettu, 
Chi scusa troverà re la mia morte? 
Re intra trova a ttia, gioia diletta, 
Anima senza Diu, ppe ttia su mortu! 

Raffaele De Leonardis 

ALCDIiE CDSTOMANZE E TRADIZIONI DI MILETO 



La città di Mileto, quantunque nessuno scrittore 
amico ne faccia menzione, vanta origini greche, 
anzi milesie, per V ideniità del nome con la 
nota città d' Asia e per la menzione, lasciataci 
da Plinio e da Seneca, delle numerose colonie 
che essa avrebbe fondato. È una leggenda topo- 
nomastica facilmente riconoscibile, perchè Mileto 
fondò molte colonie in Oriente, ma in Occidente 
si appagò di un semplice commercio di trasbor- 
do. (I) 

Certo si è che la nostra Mileto ebbe un pe- 
riodo di floridezza e di gloria quando Ruggero 
il Normanno, poi conquistatore e conte di Sicilia, 
la elesse per sua dimora, facendovi in seguito 
trasportare la sede del vescovato dalla vicina Vi- 
bona, semidisirutta e spopolata oramai. (2) 

È da noiare tuttavia che l'odierna Mileto non 
è anteriore al 1783, perchè il tremendo terremoto 
di quell'anno avendo minata l'antica città, ne lu 
ricostruita un' altra in un altopiano soleggiato 
distante circa due miglia dal sito della prima. (3) 
È una lunga strada rettilinea ed ampia, interse- 
cata da altre cinque egualmente dritte e larghe. 
A Nord e ad Est un semicerchio di colline po- 
polate di paeselli e di oliveti; a mezzogiorno una 
ampia e fertile valle chiusa dagli aspri gioghi 
dell' Apennino Calabro. 

Fra le costumanze di Mileto è degna di men- 
zione la seguente: che ciascuno debba far cono- 
scere dalle vesti la propria cond zione ( e dico 
debbUy perchè guai a chi si ponesse una foggia 
di vestire che 1' innalzasse un poco al di sopra 
del suo stato ! ) Le contadine portano una veste 



(i) E. PALs, St, deìla Sicilia e dilla ^agna Grecia ^ Palermo 
1894, voi. I, p. 517. 

(2) V. CAPIALBI, Memorie per servire alla storia della S. Chiesa 
!\CileU5e, Napoli 18$ 5. 

[$] D. TACCONE - GALLUCCi, Monografia della città e diocesi di 
MiUtOf Modena 1882, p. ^^^. 



29 



bleUy che chiaman la saia; le maestre, o sieno 
quelle che si danno all'arte del tessere, delle gon- 
nelle a colori, tutte uniformemente tessute a pic- 
coli quadri. Tante le une che T altre hanno in 
capo la tovaglia, bianca se fanciulle, a colori o 
nera se maritate. Le contadine, inoltre, portano 
un grembiale molto piccolo; alquanto più grande 
lo ha chi attende a cure domestiche ed a quelle 
dei campi insieme. Le maestre agiate, pur con- 
servando la tovaglia^ indossano abiti eleganti e 
di svariali colori; le figlie dei bottegai vestono 
secondo la mc»da, ma un pò più dimessamente 
delle figlie dei proprietari agiati, le quali, da giova- 
nette, coprono il capo con un fazzoletto, con uno 
sciallino passando a nozze. Le signore poi portano 
il cappello e vestono come da per tutto. .Final- 
mente alcune donne che frequentano la chiesa e 
conducono vita quasi monacale, si coprono il 
capo e ia parte superiore del corpo con un largo 
scialle. 

La tovaglia^ che è V indumento caratteristico 
delle donne calabresi, ha dato luogo in Mileto 
ad un'usanza un po' strana. Se un giovane, aman- 
do una fanciulla, riesce a strapparle di capo la 
tovaglia mentre ella si reca alla messa, la ragazza, 
qualora debba entrare in chiesa a capo scoperto, 
non troverà nessun altro che la sposi se non 
chi Vha insultata a quel modo : è costretta per- 
ciò a prenderlo per marito. Ma se trova una 
amica (già maritata s'intende), la quale le impresti 
la sua tovaglia^ allora il giovinotto deve rinun- 
ciare ad ogni speranza sulla ianciulla amata. 

* * 
La cerimonia della benedizione degli olivi e 

delle palme la domenica avanti Pasqua mi porse 
occasione di notare come ,le distinzioni sociali 
si mantengano a Mileto anche in chiesa; perchè 
a quella del vescovato vanno generalmente i si- 
gnori, i proprietari agiati, i bottegai, le donne 
loro e le contadine ben vestite e i contadini ele- 
ganti ; liientre i più poveri e mal vestiti tra 
questi uhìmi si recano piuttosto alle sacre funzioni 
in una chiesa più modesta, detta /a badia. Là cap- 
pelli, sciallini, fazzoletti, tovaglie candide, vesti 
di seta, di lana, abiti di vari colori, corpetti di 
contadine con piccole risvolte di seta gialla; qua 
soltanto tovaglie di dubbia bianchezza, abiti spor- 
dii, sdruciti, strappati, alcuni in brandelli addirit- 
tura. Là il Vescovo con V eccellentissimo Capitolo 
in cappe magne processionanti nella chiesa ele- 
gantemente restaurata tra una folla dì gente da 



bene, che portano graziosi panierini di palme 
intrecciate a disegni, adorne di fiori finti; qua un 
solo prete che benedice senza pompa la selva di 
olivi che stipa la chiesa, portata da mani callose 
di contadini, di fanciulle e fanciulli laceri. I quali, 
dopo la benedizione, fanno un grande baccano 
ed irrompono sul piazzale della chiesa cantando 
allegramente : 

Aliva, (i) aliveda. 

Oj ed otto (2) ammazzamu a viteda (3), 

E lu monacu si pila [4] 

Pè nu morzu [jj di candila, 

E si jetta du ftnò [6j. 

Chista è chiria laisò. [7] 
Canto di gioia pei la prossima festa di Pasqua, 
canto un pò sconnesso, come tutte le {cose dei 
bambini, ma non privo di freschezza e d'ironia. 

Alcune tradizioni di Mileto non mi sembrano 
indegne di essere riportate. Si narra che alla porta 
della Badia ci fosse una pietra di una bellezza 
maravigliosa, che i vecchi ricordano di aver sen- 
tito magnificare dai loro padri. Tale bellezza non 
impedi ai Miletesi di porla, per dispregio ( era 
stata tolta da un tempio pagano), come scalino 
alla loro vetusta chiesa. Sparì poi quando la Ba- 
dia rovinò per il terremoto del 1783. 

Per capire questa tradizione occorre sapere 
che la Badia tu eretta per la magnificenza del 
gran conte Ruggero, e che le colonne e molte 
pietre che l'adornavano vi furono trasportate 
dal tempio di Proserpina dell' abbandonata Vi- 
bona [8]. Una di tali colonne, di verde antico, 
fu comperata da un cardinale, nel secolo XVII, 
per 900 scudi d' oro [9]. 

Un'altra tradizione accenna ai molti terremoti 
che hanno sconvolta la terra. Si narra infatti che 
sotto una collina ci fosse una gran quantità di 
demoni, i quali di tanto in tanto la scuotevano e 
facevano ballare il terreno e sconquassarsi tutto 
e rovinare le case. 



[i] Ulivo- 

[a] Da oggi ad otto. 

[5] Si allude all'usanza di non mangiar carne per tutta la setti- 
mana santa. 

(4) Si strappa i capelli. 

(5) Per un pezzetto. 

(6) Tegolo sposuto sul tetto che serve da fumaiolo. 
{•j) Kyrie eleison. 

[8] G. BISOGNI, HippMii seu VihoiUs VaUntiae vel Montisleonig 
Mcurata bistorta^ Napoli 1710, p. 54. 
(9) Ivi, ivi. 



30 



Questa leggenda rappresenta fantasticamente lo 
spavento incusso nei Miletesi dai frequenti terre- 
moti. Infatti una commissione mandata da Napoli 
osservò che le acque perenni scorrenti nel seno 
della valle che divideva V antica Mileto dal vil- 
laggio di Paravati, aveano distrutto il falso piano 
esìstente tra quella e questo. Onde i terribili 
eflFeiti del terremoto. 

Un'altra tradizione riguarda la moglie del 
conte Ruggero^ divenuto in bocca del popolo 
re Ruggpvo, 

La regina aveva fatto costruire suntuosamente 
la chiesa della Badia mentre il re Ruggero era 
alla guerra. Questi mori. La regina voleva 
consacrare ad ogni costo la chiesa. Perciò, dovendo 
venire il Papa a trovare suo marito, gli andò 
incontro e gli disse (per timore che non volesse 
benedirla senza 11 consenso del re) che Ruggero 
lo aspettava in chiesa. Si recarono là, ma il Papa 
voleva vedere il re. La regina gli disse che 
era occupato, ma che sarebbe venuto dopo. Al- 
lora il Papa benedisse la chiesa. Poi se ne an- 
darono al palazzo reale. Il Papa vide tutto parato 
di nero e capì che il re era morto e che la 
regina lo aveva ingannato. Allora le disse che 
un serpente le avrebbe mangiato il cervello. La 
donna chiese la grazia che questo avvenisse dopo 
la sua morte e le fu accordata. Prima di morire 
si fece fare un gran sepolcro di marmo, cre- 
dendo che il serpente non ci sarebbe potuto en- 
trare; ma qualche tempo dopo vi furon veduti 
due buchi; uno più piccolo, per dove il serpe 
sarebbe entrato, ed uno più grande, per dove 
sarebbe uscito^ fattosi più grosso per aver man- 
giato il cervello della regina. 

Questa graziosa leggenda si fonda su dì alcuni 
fatti veramente storici : i) La dimora a Mileto, 
e la morte ivi avvenuta, della prima moglie d 
Ruggero Eremburga, sorella di Roberto abate di 
S. Eufemia di Nìcastro e poi primo vescovo di* 
Traina; %) il monumento in marmo della mede- 
sima rinvenuto realmente in Mileto, donde venne 
trasportato nel Museo Nazionale di Napoli nel 
1840; ft] 5) la venuta in Mileto di Urbano II 
per indurre il conte Ruggero a non punire i po- 
poli della Campania ribellatisi al principe Ric- 
cardo. [2] Nondimeno nella tradizione è confusa 
U prima moglie, Eremburga, con la seconda, 
Adelaide di Monferrato, essendo fatta sopravvi- 



vere al marito; ed è confusa con Ruggero mede- 
simo che fece egli stesso costruire la chiesa 
della Badia, forse per suggerimento della sposa 
Eremburga, la quale avrà vòlto lo sposo a sen- 
timenti di pietà, come già avean fatto Clotilde 
riguardo a Clodoveo re dei Franchi, Teodelinda 
ad Agilulfo^ re dei Longobardi, Berta ad Etel- 
berto re di Kent. (3) 

Infine, Y esser divenuti il conte e la contessa 
il re t la regina è tutto proprio dei racconti po- 
polari e conferisce al nostro grazia e freschezza. 
Monteleone Aprile 1898. 

Giuseppe Pardi 



(5) Questi cenni fuggevoli di avvenimenti Miletesi ci portano 
ad esprìmere il desiderio che la storia della città sia rì£itu da personi 
intelligente con Taiuto delle pergamene dell'archivio vescovile. Spe- 
riamo lo voglia fare, con quella valentia che gli è propria, il dotto 
Vescovo di Mileto, A. De Lorenzo, autore di pregevoli memorie 
storiche. 



INDOVINELLI E SCONGIURI 

( RACCOLTI A S. SPERATO E BAGALADI ) 



fi) Cfr. V, CÀPiALBi, Opuscoli^ Napoli 1840, voi. I. 
[a] MALàTERitA, CfCMoca, l, IV, cap. 26, 



NDIVINAGGHI (1) 

Ddudici pedi, tri coddhi e ^na testa, (2) 
Vannu sunandu la ziinbilitana; (3) 
Vanna pi strala e nuddhu i munestai 
Ddudici pedi, tri coddhi e 'na testa. 



(ij Indovinelli. (2) Due otri sopra un ad^ 
no, il tutto composto di dodici piedi^ tre colli 
ed un capo. (3) Rumore prodotto da otri 
quasi pieni di liquido^ in movimento. 



Ndìnguli ndranguli (1) iva sunandu, 
Triulu niru (2) nei iva d'appressu, 
E si non era pe anchi storti, (3) 
Ndingulr ndranguli iva a la morti. 



(1) Ndinguli ndranguli , la pecora, tenuto 
conto del suono che produce con la campana 
che suole portare. (2) Triulu niru, U lupo^ 
(3) Anchi storti, U cane. 



31 



Lu zucu di pastida e potrà cotta, (1) 
E ssu venutu cca p^ allucentari, 
Sugnu a li mani di 'na giuvinotta, 
Ch' appicca e poco mi faci squaggbiari. 



(i) Si riferisce al sapone, succhio della 
calce e della nocciola delV uliva, che a poco 
a poco vien disU tdto dalla giovane lavandaia. 



Su russu e su stizzusu, (1) 
Ma quandu vogghiu su amurusu, 
Senza arbiri e senza fluri 
Fazzu frutti i tutti i culuri, 



(1) Si riferisce ai mare. 

SCONGIURI 

Contro la civetta, il cui canto si crede di 
buono di cattivo augurio: 

Si ccanti pi beni, 

Mi nd' bai a bucca china i meli, 

Si ccanti pi mmali, 

Mi nd^ bai a bucca cbina i sali. 



Contro i serpi, per aizzarli o farli fuggire: 
U monacu ca monica 



// volgo crede che i rettili si scagliìio con- 
tro chi pronunzia: u monacu ca monica. 
Crede poi che fuggano, quando sentono pro- 
nunziare le seguenti parole : 

S. Paulu benidittu, 
Nta li mani tegnu scrittu 
U santu nomu di Gesù. 
Undi vaju eu non veniri tu. 



CONTRO LA JETTATURA 

Il volgo crede che, mettendo ed accendendo 
in una tegola ramoscelli d'ulivo e foglie di 
palma benedette, chi si espone al fumo, che 
se ne otterrà, vien liberato dalla iettatura. 



Per dare maggior forza a tale operazione, 
recita non pochi Pater nostri. Ave Maria e 
Gloria, pronunziando inoltre : 

Fora maloccbiu, 
Intra bon occbiu; 
Setti pani, setti pisci, 
E lu beni ni abbundisci. 

SCONGIURI 

(raccolti da una donna di Bagaladi, cono- 
sciuta comunemente col nome di magara) 

Contro il mal d* occhio. 

Nostru Signuri di lu Celu calau. 

Palma e Taliva a li mani calau, 

Supra r altari la benidiciu. 

Toccatura, torcitura, 

Maloccbiu, maluni, 

Tuttu mi va a mari: 

Nostru Signuri mi li fa sanari. 



Ti scungiuru, malu natu. 

Pi r altari cunsacratu. 

Pi lu nomi di Gesù, 

Undi sugnu eu non veniri cchiù. 



Erba erbanà, 
Sant' Antoni è ccà, 
Ti tagliu di li pedi. 
Ti tagliu di la gula, 
Vattindi a malura. 



Mia, dio, tria (1) 
Tessera, pende, esce 
Epta, octo, ennea, 
Nesci, Pisacò. 



Una, due, tre. 
Quattro, cinque, sei, 
Sette, otto, nove. 
Esci, mar occhio. 



8^ 



CONTRO L^ EMICRANIA 

Matinu in<itln(3ddbu mi levai, 
Supra a 'nu chianuddu mi ssettai ; 
Daviva *na fbntana, m'appuzzai e bivia; 
Passau la m^liditta di la mingrana, 
Mi àezzì a la testa e cadia; 
Piglia tri fbf^ii di stimpestana, 
Iettala a mare, ma cchiù la vidia. 



(1) ( Nota del direttore ) 
Questo scongiuro è greco^ e credo che sia 
stato importalo a Bagaladi da* paesi vicini 
del Maiidaiueuto di Bova. Eccone la riduzione 
in caratteri greci ; 

MfoÉ, S'io, Tp(a, 
Tiaatpx, névzz, 65, 
'ETTià, èxxù, èwéa, 
Nesci, Pisacò. 



CANTO DI SPEZZANO ALBijNESE 

ZONJES M. D. M. 



TESTO 

Ca velhea 
Ebool scpriscet 
Ekjtìscme harea, 
E inbìon ajérin, ce rii 
Rredhj ine drittssii. 



Sili priren 
Ca vien dritta, 
Nde mest biren 
Bucuriìs, ce jee 
Ehoisa vethee 



Zea ngjalet 

Ngkrehel nder hjel, 

E aceh malet 

Door me door si engjelj, 

Ce s' dhoon se flalia t' embelj. 



Eie zea nde dee 

Ca siit eheljkjur 

Mbi ekjescmes vethee, 

Kindron e bieerr, s^ diì 

Nde cat veer ndi kjel o ca l' rii. 



Kjndron escret, 
E trembnr driset 
Sc(3rton, pò nen«»ke fiet. 
Se scrpiscen kekje haree 
Ca siit kejo vethee. 



VERSIONE 

ALLA SIGNORA M. D. M. 



Dalla gentil persona sprigionasi la gioja 
sorridente, ed empie l'aere, che la circuisce, 
di luce. 



Volgonsi gli occhi ove la luce splende; per- 
donsi in mezzo al bello, che emana la deli- 
cata figura. 



L'alma risuscita, levasi al cielo, e vede gli 
amori simili a coro, come gli angeli, che non 
dicono che parole dolci. 



Rimane l'alma in terra, dagli occhi attratta, 
sulla sorridente figura; ricade e sta smarrita; 
non sa se riandare in cielo o rimanere. 



Rimane racchiusa, paurosa trema, sospira, 
ma non parla, poiché sparge tal gioja dagli 
occhi questa persona. 

Gaetano De Fazio. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 

Tipografia — Francesco Passa&ro 



t 



4. 



^'■* i -k 4-V:Xir.t lii^^ éT^jAM^kjt^^ éFxi ^a» : 



ii ^JJIMl^^ 



'tjfe'^'^ya' 







I 






ì 



> 

* 

& 



i 



La CÉMa 



RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



NuMKao i) — GiiciNO 1898. 




MONTKI,E0NE 

TlPOOBAKIA Prancksco Passafaro 
1858 



^^j^J^i^j^^^^^^^j^^^^^6j^^^^^^j^^^^^^i^^^ 



« 

4 
e 
4 

4 

i 

i 

s 






é 



l|à 



i 

i 

4 
i 

4 
4 
4 

4 





^i 



t 



'f 



I 



I 



^ 



ì 



'^*'*5T5?5S5BI!?5??5?5?5?535^ 



'^^^;ot'4 



>i^ 



[ To:o] ^ - B r^ ' JQjQjc-s ^-i e- O t-^^-KlQ, Q L . ^ %H jo Op ' = ' 'J O 0>^^>ìjO 0^-?HyQj ^ 



^^à 



i^, 



il 



Il * 



.&.Z1J3.0 3C - XT, 5 



• jB.^ì 



^>^^ÌO<ii^;>^^j^^ gj^^4; £><iji -^>^^ fiiAf g è>r<g A^>r:^ ^>^^^ gx^g>j<^ jm;>^ 



LA CALABRIA I» 



^.x^ gì^-::^ ■ x<ag .i>^4 -jxTg ^^^^ -^xa^ *>rg y^r^j) .-;x3? ^ym '!^ ^>^i ^i,<;j^ *;k<s .>>xg ^;^ >;x^^^^ 



4|{ RIVISTA DI LETTEBATDRA POPOLARE 






^isi»; 



Monteleone di Catabria, Giugno 1898 



SOMMARIO 

Alcune costumanze e tradizioni di Kic;isiro 
(G. Pardi) — Proverbi dì Spezzano Alb;incsc 
(G. Fazio) — Canti sacri di Villa S. Giovar.ni 
(Ermiriia De Maria) ~ Proverbi calabro-rcgì^iri 
(F. Earilla) — lichi de' ^campi (A, Julia) — 
Avviso, 



Alcune costumaijze e tradizioni di Nicaslro 



Al piedi delle colline, clic limitano a seitcn- 
trione le spiagge del golfo di S. Eufemia, a circa 
dodici chilometri dal Tirreno, si stende, pane 
in declivio e parte pianeggiante, h cittadella di 
Nicastro. Le sue memorie storielle cctìg^ non 
risalgono più in li delT epoca normanna^ nella 
quale la troviamo denominata (con iormazione 
grcco-launa alquanto strana^ forse dotta) ^eo - 
cdslnim, ossìa caste! nuovo,(i) Doveva essere allora 
ristretta a poche abitazioni aggroppate attorno al 
suo tortissimo castello, che sarà certamente stato 
tin valido propugnacolo contro le iJivasioni mus- 
sulmane, frequentissime su queste costiere estre- 
ma d*Italia, Roberto Guiscardo se ne impossessò 
e Nicasrro, nella pace, prosperò sotto i Normanni 
e gli Svevi, avendo la fortuna di rimaner addetta 
al re^iio demanio e, quindi, di non esser data in 
signoria a nessun barone. Restò tale sotto gli 
Angioini fino a Giovanna II, che la concesse in 
contea ad Octinio Caracciolo. Dai Caracciolo 
passò poi alla famiglia D* Aquino, che la tenne 
sotto la sua signoria sino al 1799* Quasi inte- 



AllBO\AME\TO ANNUO 

Xjire 3. 

Uu numero separalo L, i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



ramente rovinata dai terremoti del sec. XVII e 
XVIir, eccettuata la pane collinosa intorno al ca- 
stello perche elevata su solidi massi, per timore 
di nuovi sconvolgimenti rimase un informe am- 
masso di baracche di legno fino ai primi decenni 
di questo secolo^ in cui si cominciò a ricostruire 
con vie ampie e dritte^ con case uniformi ed 
alcune assai belle, (2) 






La popolazione di Nica^tro si compone per tre 
quinti di contadini; gii artigiani e le persone a* 
giace costituiscono gU altri due quinti. Caratteri- 
stica e bella nella sua semplicità è la foggia di 
vestire delle pacchiane (contadine), donne vigo- 
rose ed aitanti della persona, di occhi e di ca; ell^ 
ne rissi mi, dalla tinta molto iibb ronzata dal sole. 
Esse indossano sopra la lunga camicia un panno 
colorato, che scende loro da sotto le ascelle sin 
quasi ai piedi. Lo avvolgono, non commesso da 
nessuna cucitura, intorno al corpo e, tenendolo 
con una mano iernio sul petto, vt adattano sopra 
il busto che, stretto alla vita da lacci, impedisce 
al panno di muoversi; tuttavia questo si apre 
sotto al ginocchio, quando le pacchane cammi- 
nano, e lascia scorgere una striscia della camicia. 
Sulle spalle e sul petto, a coprire la pane non 
protetta dal busto, pongono un fazzoletto, che 
lascia scoperto dinanzi e di dietro ( dove è fis* 
sato e tenuto basso da una cordicella ) il collo 



3.i 



taurino e la camicia, so ito cui si disegnano i 
seni gcneralnnnte procaci, quando non emergono 
in parte. Indossano anche una gonna colorala, 
ma la tiran su dinanzi e la ravvolgono diciro a 
(orma, quasi, di coJa (cosi inlaui la cliirtniano). 
Cotnpleia il costuma la iral:2Ìonale tovaglia. Il 
panno, [x pane essenziale di siffatta foggia di ve- 
siirc, e pesante d'invcrnOj leggerissimo d'estate. 
Le fanciulle Io portano di colori vivaci, ma non 
rosso, poiché questo colore è riservato alte sole 
donne maritate, come a' le vedove è tJesnnaio \\ 
nero. Il busto e generalmeuie nero, di vclluio 
spesso; k\ si uniscono stille sp.ille, per medilo di 
lìasiri, maniche della medesimi stoffa. Il fazio- 
Jetto può essere bianco, neio^ dei più svariati 
colori, di cotone, di seta, ì:^c. La tovaglia ò 
sempre uera — A chi passeggi per le vie di Ni- 
casiro prescnia uno speaacolo fantastico, direi 
quasi orientale, quesi'agiiarsi iì\ paimi rosseggiami 
schiudemisi sopra le camicie bianche, quesi* on- 
deggiare di hwagHe nereggianti sui fazzoletti chiaii- 
rosso, nero e bianco si confondono, s'intrecciar o 
in un quadro sempre simile, ma seiìipre variato. 
« 

Le tradizioni storiche più notevoli di Nicasiio 
.si riferiscono al castello, validisnmo arnese di 
guerra in posizione quasi inespugnabile. Sorge 
infatti sur un masso elevato alla confluenza di 
due torrenti, nel cui letto scendono quasi a picco, 
dal hto set ttmt rionale ed orientale, le sue pareti 
naturali. La roLC^i poi, di cui si scorgono ancora 
gli avanzi di due torrioni e di una grossa mu- 
raglia di cinta, era fortissima e capace di nume, 
rosa guarnigione. Aveva una hirga cisterna per 
l'acqua ed un cammino coperEo che pei veniva, 
ad uni certa dìitan?ta dal castello, alle rive t!el 
torrente Cajine. l-edericu II, avendo osservala Li 
grande fortezza naturale ed artificiale del castello, 
che dicesi restauralo da sua madre Costanzj, (j) 
vi fece racchiudere e tener p.i^ioniero, dopo la 
ribellione, il figlio Enrico (^); ed ordinò che vi 
fossero custodite le rendite delle terre fiscali della 
Sicilia al dì qua del fui me Salso e della Cala* 
bria ()), OLCupato dai Tranccsi nelle spedizioni 
di Carlo Vili e di Luigi XII, sarebbe stato as- 
sediato e preso dal celebre capitano aragonese 
Consalvo di Cordova (6). Vi fu Carlo V, reduce 
dalla spedizione d'Algeri, il 5 ncvimbrc i;5j, 
come era comprovato da tin.t lipide fattavi ap- 
porre dal come Ferdinando Caracciolo in me- 
moria de! fon una LO avvenimento. 




Avendo espressa la mia ammirazione per lo 
aspetto fonniJabile della rocca ad un vecchio, al 
quale ne domandai notizie, egli mi rispose con 
orgoglio: « Si chiama Roccaforh! H si era forte ^ 
lo sanno 1 Saractì-i e Federico Barbar ossa n. 

Avendo io dato a dividere che non credeva 
ci fossero stati né i Saraceni né il Barharosia, 
il vecchietto mi raccontò che i Saraceni l'ave- 
vano assaltata più volte e eh: i paesani avev.in 
dovuto abbandonai re le loro case e rìtugiarsi 
jassù, per non essere massacrali. Ixderico Bir- 
ba rossa poi Taveva presa dopo un lungo assediu 
e ci era fermato parecchio tempo; anzi ima sua 
soreliu, san [a Amburg.i, aveva tal io costruire la 
vecchia chiesa di S. Maria della Veterana, che 
sorge sulla collina di fronte al castello, al di la 
del letto de! torrenie Canne, In questa cliiesa 
poi avrebbe detio la mess;i vm papa, di cui il 
vecchie io non ricordava il nome* 

La tradizione della venuta dei Saraceni a Ni- 
casiro (e Tusscdio posto al castello) quantunque 
non la confermino gli scorici, è molto verisimile 
per le frequenti incursioni fiite d.ii medesimi sui 
lidi della Calabri.1, specialmente dopo la conqui- 
sta della Sicilia. (È notevole il iano che a Ni- 
castro cliiamnno saraceni una specie di olivi). 

Quanto alla tradizione concernente il Barba- 
rossa è ceriamenie falsa; ma é tacile lo spiegare 
come sìa sorta, perchè fu certamente e dimorò 
a Kicastro il suo nipote ed onionimo Federico 
II. In quanti altri luoghi d'Italia questi è fta^o 
scambiato con V avo ! Il Barbarossa infatti ha 
colpito più tbrtemente la fantasia dei popoli iii- 
lici per le sue opere dt deva sezione ed, inoltre, 
b rimasto maggiormente impresso nella memoria 
loro a causa del suo noiue (7), 

Quau:o ulla memoria della pia principessa 
normanna Enibi^rga, di venuta per i strano accop- 
plameiKO santa e sorella di Federco B.irb.ì rossa, 
la memoria di lei e naturale in N^castro, dove 
ebbe possedimenti assieme con il tiaiello Riccar- 
do, figlio di Droaone d'Altavilla secondo conte 
di PugSia (S). Ilnibnrga infatti donò un vasto 
territorio al vescovo di Nicastro e fondò la cat- 
tedrnle della citt.'i. t naturale quindi sia rimast.i 
tradizionale la sua pietà sino a farla credere santa. 
Sapendosi poi che era sorella di un praicipe di 
Nicasiro, poiché tale era stato nella fantasia del 
popolo anche il Barbarossa, furono congiunti bis:- 
za rra mente in parentela i due personaggi sìonci. 

Quamtj al pon'xlice che avrebbe detto la messa 



'òli 



in S* Maria delKi Veterana (fonduta da Emb;iiga 
in iskrambìo della cattedrale, secondo la tradizione 
surriferita) dovrebbe essere Calisto II, di cui si 
racconta la venuta in parecclii luoghi della C:i- 
labria, corno narrammo altra volta riferendo al- 
cune Iegi;enJc di Mileto, 

Uni curiosa costumanza Nicastrese conferme- 
rebbe la cosa. Infatti, nella chiesa menzionata 
della Veterana e' è ogni anno gran concorso di 
popolo il giorno di Pasqua, per certe ÌnduÌ!;enze 
concedute a chi vi si rechi in quel di. Tale radu- 
nata e detta dal \oh^o fes fa dille cocclnare^ perche' 
$'\ appendono certe vecchie pergamene, divenute 
illei^gibili, su di alcuni pejzi di latta a forma di 
CLKcluai ( coccbiaic ^= cucchiai dal huino cochlìn- 
mm ), H Si é sempre ritenuto ( dice il Giu- 
liani ) che quelle pergamene siano le bolle 
delle indulgenze rilasciate da Papa Calisto in 
coniniemorazione di avere ufficiato in qi;el!a 
chiesa dimorando nel vicino castello». (9) 

Per di più sino a pochi anni fa si baciava con 
venerazione dai contadini una pietra, murata nel 
prospetto di una chiesetta sulla via di Sambìase, 
la quale avrebbe servito di appoggio a papa Ca- 
listo per salire a cavallo» 
^^_^__^__ G, Pardi 

( I ) La voce Xicaslro è f.uta derivare dal 
greco - bizantino Xeixscarpov, come Policastro de- 
riva da IIoÀ'JXxaTf'QV (Cfr, Zambellr, ^UxlczA/.r^/ixi, 
Atene 18(^4, p. 55; e Pellegrìnij II dìaìeliogre- 
va - Calabro di Horn^ Torino iSSo, p. ^53). 
Ma a noi, per la difficolta della contrazione di 
eo in ij sembra derivi piuttosto àA latino mc- 
dioevalc Nodi ■ cadi uni ( onde Noicastritm^ 
Nlcasit'ìfui ); a meno che XsixaaTfOV non sia 
passato actraverso ad una forma intermedia Ne(&)- 
xiorpov. 

(2) Ciì- P, Giuliani, Memoi*Ìe ùioridte della 
città di Nicadro, ivi 1894; G. A. Scaramuzzìno, 
Mem, is(. ì*tguardt-Uili la ciltà di yicaìsfro, 
ivi 1898. 

(3 ) GìulianK op, eli. p. 27. 

(4) Capecelatro, Moria di Napoli, ivi 1724, 
parte 2* i. 241. 

(i) Scaramuzziflo, oj). ciL p. 28, 

(6) Giuliani, op. clL p. 33. 

(7) Cir. G, Fard** Ut prcm e Vincendio di 
Ataelia per opera delle ìnilizie di Federico 
Barbarossa o di Federico U, Roma ^896. 

(8) Cfr, Giuliani, op. dL p- 24. 

(9) Giuliani op. ciL p. 26, 



PROVERBI ALBANESI 



Diali ncuch caa Ijesh e shet pjlj.tz, 

// dìatoh non ha lana e vende raperle, 

Dardha prapi b^shtin caa. 

Citi mal fa, casUgo a a peli L (1) 

Tra endi e dera mos ver doren. 
Ttu moglie e mar Ho non i/teilere il dtio. 

Si ésbt dilla ben C'^zikjìn. 

Oime è la capra fn il vffprHlo. 

Cush eia shpìin e mbrasit: ctt' e tnbiuiij me 
gjcniba. 
Citi ha fa ram vuota la rierApln di .^potc, 

lemi iijnìì nje shortie szoot, 

aiamo iaiil d' un colore, 

Nde opiìì szogcht njiuixin gmun t 
iSe iulU gli uccelli conoscefi^sero il grano! 

Cush caa peper shilc iide clijuuK 

nd pia ha pia ne mede, 

Fialjt jaan si gjershii, 
mcrr nje e viinne tri. 
Una parola tira t altra, (2) 

Cush ne neh caa Ijipissii per te nench mund 
Ijipisscn tierte. 
Chi voti ha pietà per ise non può averne 

(per gli altri. 

Bacca e vera be in triesen. 

Il pane ed il vino fanno la mensa. 

Al--* 

Derch e Ijèiìi 

mos e kjas nde shpiL 

Porco e forestiere 
noti farlo accodare a casa- 

Xoromeri vierr 
shpirti i bierr. 

Vedere e non toccare 
è cosa da crepare. 



m 



Cush ca.i bìslitin cashtic ircmbct se i ilheszet. 
Chi ha la coda di paglia ha panva che 

(pìgli fuoco, 

Cùr szelieìi mulitinrtj n\x] nnelit. 
Qnatidù s^ azsitffano i mugnai^ guarda la 

(farina, 

Cush iK-njhe ilo iv i' puthcu tlior si: i kjeibet 
fri ma. 
Chi iioiì raole biiviaì'li dice die gli pnjztt 

(il fiato, 

Cusli e bnar e buar, 
e cash e gjciti e muar. 

Quel che ì^ ^lalo, è sfalo^ 
e non se ne parli ph, (3) 

Cùr macia jicnch arvoon te xoromcrl ìhot f^c 
cslu irrcsIiLh. 
Quando il gallo non arriva al lardo^dict^ 

(eh' è rancido. 

Slicoi moti e' e isti mi: par. 

Passio il tempo che Beila filava. 

P(j:!u donr c'c pasha prcc:'. 
ilo bachilo la utano che arrei volalo tagliala ^ 

Si me do te pisha* 
Ciò che desideri a me, acveaga a te. 

Dcrku cùr iidcntit shcic coriinc. 
Il i/iajate, qanvlQ è sazl% rovescia il tniogoh. 

Mal jet za ber bLHicn sheshe, e sbcsliet bcheii maljc' 
/ atonll spessa divenlan piani ^ e i piani monti 

Nca gjc per te e CIil^isIuì per i;iid!, 
Ogniuio per so e Cristo p.^r Ifltl 

Nca gjelj cliOnion te massimari lìj. 
Ogni gallo canta al suo prAlaìo, 

Pulja e gjitoncsz ducchct me e miir. 

La palina della vicina sembra migliore. 

Me drit e pii drit bì>!iet nat; 
Me j^jelj e pà gjcìj béhet drit. 
Non mi fa uè caldo ne freddo. (4) 



Njeriut i Ijich 
priir cbrlurt e icli* 

AWuomù malvagio 
volta il tergo e faggio 

Dielì cbe sbee gbbrohom 

n sole riscalda chi vede, 

Cusb shprislirn fzjOmba, gjr^mba mbicdb. 
Chi semina spi/n\ raccoglie spi fi e. 

Gaetano Fazio 
KOTE DEL DIK ETTORE 



(i) Daida (Sipox) significa j^era, prnpa (r.^Ì7:%) 
dietro i bi SI bill (bio;r,v) coda^ caa (xf) ba; quin- 
di questo proverbio si traduce letteralmente: 
La pera ha hi coda dietro. 
(2) [/ cgiei^ia mio collaboraiorej credendo 
forse cbe unti capiscano la lingua nlbinese, non 
ha nemmeno creduto opportuno di darci la ver- 
sione letterale di questo proverbio, cbe sì deve 
tradurre nei modo seguetue : 

Le parole sono come le cdiege: 
ne prendi una, e ne vengono tre. 
(j) Tradii ione Icrteniic: 
Chi lo fece^ fece, e citi lo trovh^ p:g!i"K 
Corrisponde al nostro modo di dire: 
Cu fici, pei, e cn Irorau, piggìdaìf, 
(4) Ms Sph' I '% ?ph' hiytz vir, 

Credo anche necessario aggiungere In ver- 
sione letterale di questo proverbio a quella 
fattane d.tl mio egregio collaboratore: 

Con lame e senza lame si fa notte; 

Con gallo e sruz^a gallo si fa giorno. 



CanLi sacri di Villa S. Giovanni 



SANTA ROSOLIA E IL DI WO' O 



Sonda Rosa 'n penitenza, 
Lu demoni u jia e venia, 

E si misi in avvertenza : 
— Ti s;ilutu, o Rostdia, 
Ajii tanui caminatu 
Kta sti strali preci pi in sì ; 
Sugnu ancora stranuitatu 
Nta ci list' arburi frnndusi ; 



zA 



E tu sula a la strania, 

Comu hi^ o Rosulia ? 

Rosali 1, tj' sCLi vesLiLu 

Cu sti gemmi e sii rubini ; 

Ti lu manda lu to' zzitu 

Stu ndirizzu :ussi fmu. 

-" Ti se unsJi urti, o Satanasso, 

Pi stu santa CruciSssu \ 

Di mia vattindi arrassu, 

E va jèttnn nta V abissu. 

— Tu li cridi ca su dimoniu ? 
km mi cliiiimu don Guglielmu, - 
Cit adinu di Palermu. 

— Si ssi' veni cristijanu, ^ 
Veai aduraii a sta cruci; 
Suingitillu nta lu pettu, 
Grida foni ad aria vuci : 

€ Miu Sigiiurij miu Signurìj 
PcrdunaJ li me' arruri t. 

— E jeu chissà nun pozzu diri, 
Cà su demoLÙu ^n fé ma lì. 

PREGHIERA ALLO SPIRITO SANTO 



Spirita Santa meuj datimi lumi, 
Pcmmu C3nusciu lu me malu siatu, 
Pemmu mutu specie e costumi^ 
Scmpri ma staju cu Gesù L-^bbrazi^aiu : 
Ma pcnzu c'yjd offisu lu Signurì, 
Di cliidd* ara chi m' avi criaiu : 
Vu' siti patri d' ogni peccaturi, 
Perdunatimi n mia lu sceleratii» 
Crisiu SLidnu snngu pe' suduri^ 
-Quandu lu pigghiaru ci re era tu ; 
E lu pigghiaru cu catini e funi, 
E pura scazu lu hjann lia passata j 
E lu piirtaru lu malafatiuri : 
Ora no la vai ima cundannata. 
Nei nescia la sentenza a lu Sìgnuri, 
La cruci dì Cìrìneu nei hannu datu : 
Nostru Sìgnuri, chi nò la potia, 
Tutiu di sangii era allngaiu ; 
A la Vironica, chi nei aneuntrau pi via 
La bcllu vortu nei lasciau stampatu. 
Yilla S. Giovannij Giugno 1898, 



ERMINIA DE MAHJA 



O^OE^ 



Proverbi Calabro - reggini 



C Di! Cùd, Xm, n, 95 ótilÌA Bibl. miiomlc di N:ipoli, eoa 
note di MARIO MAN DA LARI ) * 



114) Phci eoUu e cavnl cruda. 
Secondo i precetti cucinariij la carne non deve 
essere troppo cotta per non rijseìre insipida; a! 
contrario del pesce, che bisogna sia ben cotto per 
abbracciar lo stomaco. (1) 

115) Nudila ti dici: Lavati a facci, 

chi pari cchih beddu. 
L'invidia è un vizio assai volgare e comune. (2) 

1 16) TuiU lodamt a giustizia, mx nudda 
a voli a so' casa, 

Virtus laudatur et alger. (3) 

117) Liti di lana crapina. 
Corrisponde al latino: Qaamtio de lana ca- 
prina, ed al greco: Quaestio de asini umhra, 
Dl:esi di una lite di poco momenio. (4) 

118) Si vo" gabbaci u vicinu^ ciircaii 
prestn e levali maiìniL 

L'alzarsi di buon mattino conferisce molto alta 
salute ed al disimpegno degli affati domestici. 

119) Ammigghiati^ muUnara, chi agad- 
dina si mangia u ^ranu. 

Detto che esona a fug^rire il sonno^ cagione 
della inazione e della miseria, 

120) Tantu va a ìancedda puzzu^ fi- 
na chi ddassa i manichi e u ^rnljitsliL 

Tanto taluno si espone al pericolo finche vi 
resta, QiuÌ aniat periculum, peri bit in ilio. (5) 

121) .1 ìancedda non poli ;f//v?jjd/7 
ca pelra. 

Il debole non può cozzar col forte, et cum 
potenti noli contendere. I! vase non yxb lottare 
con la pietra, (6) 

122) Ca mori pi fungi, nviuìi^ija cu cianf/i. 

Chi è cAJsa del suo nini, pianga so stesso* (7) 

123) Non è oru tuli a chiddu chi llucL 
U apparenza spesso inganna, 

124) Cu non ni moviy m mangianu i 
muschi. 

Bisogna fuggir Tincr^ia, madre dell'indigenza, 

I2>) U mper chili rrumpi u cuuerchiu. 
Il soverchio rompe Ìl covcrchio. Dal greco 
jjtE^T] (j) a^av. Ne quid nìmis* (8) 



• Vedi precedeniì fiscìcoli di giugviOj agosto 1S37, eJ aprile 1898 



I 



38 



126) U bon jornH^ (Ta maiina pari (9) 

127) squagghiàri (Ta nirU parinn i 
ptiéiirm. (io) 

128) Tempu di ihnpeMa^ ogni parlimi 
è porta, (li) 

129) Non dari o/fìciu a ccià u ddn~ 
manda (12) 

150) Cu Citmanda non stfda, 

131) Cu drigghia 'n m eaiHiddu^ non 
si chiama tnuzzii i sladda, (13) 

132) Ogni ianVannl e tanll nnsl.V acqua 
torna o .so^ pai sì. (14; 

133) Jioba i-ecehia ^nori a cam d' u 
pacciu. (ij) 

134) Coìnavi Vi faccia avi 'u cori, hai; 
Giiardn il volto e vedi il cuore- Ex vìsli cagno- 
sciuir vis. Il Savio, (16) 

135) Non sempri ridi a magghieri da 

latra. (17) 

Federigo Barilla 

(i) Forse perchè il pesce, se non e fresco, è 
cattivo, è perciò necessario che sia ben cotto* 
Plauto, Asili, r, 3,26: « Quasi piscis iiidem est 
amator lenae ; nequAm est, nisì reccns. » 

(2) Bisognava qui certo agt^iungere che è do- 
vere fare di tutto per poter bastare a sé stesso 
e provvedere a' propri bisogni col proprio la- 
voro. Come non bisogna mai sperare nell' aiuto 
degli altri, cosi non dobbiamo rifiatare 1* aiuto 
che altri ci chiede e desidera. Non mi pare, in 
conseguenza, che in questo motto si accenni 
air invidia^ come pure afferma il nostro Barilla- 
L'invidia non è un vizio comune* anzi è stato 
sempre un attributo del Diavolo: Salomone, 
II, 29; Matteo, Evang. XIII, 38-39. 

(3) Perchè, cona'è noto, '' Lis lìtcm gignit ^ 
FociUde, 74i ed anche: *' Litem parit lis, noxa 
item noxa ni parit ,, Anonimo^ in Tragicor- 
graecor: Fragm. pag, 162, onde: " Lites nior- 
tuae non sunc suscitandac j, Bindcr, pag. 133. 

(4) « Di questi mali della vita civile serbano 
ricordo i proverbi e ne accennano le cagioni e 
ì rimedi. In essi è il greco che litiga perchè un 
asino gli ha morto il cane : vi sono le contese 
di lana caprina e per la coda del gatto : etc. » 
Vaìinucel^ Prov. latini, 111,50. Intorno all*origine 
delia contesa^ che si riferisce all'ombra dell'asino, 
cfr: Bìf.onl^ Nuovo thesoro de' Proverbi italiani, 
Venezia, Ciotti, 1604, pag, 47. 

(s) « Q.^t tctigerit picem, inquinabitiir ab ea# 
Ecdesiadìco^ XIII, i. 



(6) ix QuiJ comniunicabit cacabus ad olbtn? 
quando enim se colliserint, confrìngctur ». iir- 
clesiastico, X\\\, 5. I Negri d'Haiti dicono: 
« Les oeufs ne doìvent pas entrer dans la danse 
àes pi erre s ; lievìie des deax mondes, maggio 
1852, pag. 775- <T Cum principe non pugnan- 
dum » SofììCÌe, Elettra, 219. 

(7) Questo mono probabilmente può essere 
un ricordo popolare della mone di don Enrico 
d'Aragona, figliuolo di re Ferrante, il quale nel 
me^e di novembre 1478 t< morse in terra nova 
delle pcrtincncìe de Calabria... per causa decerti 
fungi che mangiò 1. Nel noto Lamento in dij- 
letto calabrese, pubblicalo da! Pèrcopo, Arch, 
stor* per le prov. napoK 1S88, lo stesso jioeta 
Ioannc Maurellu non Sà dar parole di confono 
a a re don Ferrante de la riali casa de Ragona, »- 
« Vedendo cha la morte è naturale », onJc it 
Pèrcopo opportunamente annota, pag. 16, u A!- 
ìude alla morte avvenuta per i funghi velenosi». 

(8) Terenzio, Andr, I, r, 34. 

(9) Nessuna annotazione ha qui posto il Ba- 
rilla, che il motto é assai noto. Aggiungo però 
che in Calabria più facilmente si applica alle 
prime manifestazioni della vita giovanile e non 

alla motcreologia. 

(io) Vuol dire di non fidarsi troppo e dì an- 
dar con prudenza nel conceder fiducia, e credito, 
specialmente, a' trafficanti e commercianti. I bti- 
chi che essi fanno, e' debiti che hannoj si vedono 
dopo il fiillimento, o dopo la ioro morte. 

(11) Vuol dire che si ù come si può, nei 
tempi eccezionali* 

{12) Nel senso di dìgniui, o cariche, conferite 
dall'autorità ecclesiastiche, per evitar le simonìe. 

(15) Servire sé stesso, non è vergogna. 

(14) Invece di acqua ho trovato in altri pro- 
verbi calabresi : Ognanu; ed anche: Ognidunu, 
e mi par meglio espressa Tidea dei ritorno dopo 
tanti :tnni in patria di chi se nò allontanato. 
Altrimenti, non saprei flicii mente spiegarlo* 

(:j) Vuol dire che il pazzo soltanto non sa 
trarre profitto delle cose, che paiono in ut ili, 

(16J Ma, pur troppo^ anche a questo prover- 
bio non bisogna creder troppo per non fidar nelle 
apparenze e nelle sembianze delle cose e degli 



uomini 



(17) Perche non tutte le ciambelle riescona 
col buco e non ò possibile che tutte le furfan- 
terie rimangano impunite. 

Mario Mandalari 



39 



ECHI DE' CAMPI 



Son poclie casette, da' tegoli coverti di mu- 
schio, e addossate all^ laide di un monte. Fra 
quelle mura vivono bei tocchi dì m umani ne e 
giovani robusti, che f;mno a Un more, con tutta 
la vctmcnza, con tuua la passione dei ver* 
d'anni»,.. 

La campagna è frastagliala da tortuosi sen- 
tieri; alberi secolari j rotendono i loro rami ì;ì- 
gantescln; e qua e li vi fijrisce il melo ed il 
ciricgio. 

Nascosti fra le valli, 1 pagliai de' pastori, da 
hi porticina angusta, presso la quale it mastino, 
accovaccia;Oj guarda la greggia; mentre Io stanco 
mandriano - e perchè non lo dovrebbe? sogna, 
forse, ne la notte alta, il sorriso di qualche cin- 
gallegra boscaìòla. 



* *■ 



li paesaggio è de' più belli, de' più pittore- 
schi> Lontano lontano, il Pollino da le cime ne- 
vose^ le cui falde san disseminate di terre e ca- 
sali, che guardano il Tonio tranquillo; indi il 
Vallo ubertoso, dove il Craii scorre lenta mente: 
una scena di campi fertilissimi; rupi, vallij bur- 
ronii e più in qua i nostri monti, popolati di 
castagni e di querce.». 

Mai, come n questi luoghi, mi tornarono 
pm insistenti al pensiero le note maravigli ose di 
Virgilio; mar, come oggi, io sentii, al cospetto 
della campagna verdeggiante, tutta la poesia che 
emana, fresca, odorosa, da* libri della Georgka ! 
ff Hic segei t*s, il li e vcniunt felici us \x\\^^\ 
et arborei fetus alibi, atque ìniussa virescunt 

« gramina » 

Curvo, soito il peso de le si:e fatiche, pas~ 
sa, intanto, un montana io, clic n ti Ila sn, pò ve. 
rcitOj del mio latino, o meglio du' distici insLr 
perabiii del grande Poeta; egli, che vivf i gior- 
ni, i mesi, gli anni nel coltivare la terra, che 
lo dovrfi in qualche modo compensare de' suoi 
lavori ! Solo, ne' di festivi, it contadino riposa * 
e allora viene in paese ad ascoltare innanzi tulio 
la messa ed a sbrir;ar gli affari, a cui non ha 
potuto accudire nel tempo de le fatiche; e ter- 
mina la giornata, onorando, come si conviene, 
Taltro suo dio. Bacco».* 

Ma it di seguente, voi lo vedrete tutto assor- 



to nelle sue faccende campestri : Il vino lo h:^ 
reso più allegro, più torte - e già pregusta il 
sapore dellaltro, che berrà la ventura domenica., 

Virgilio - i! mio buon Virgilio - afferma che 
i villani della sua epoca erano felici, e non lo 
sapevano. Son felici del pari quelli di oggi ? 
Non lo credo. Aneli* essi hanno i loro dolori, 
le loro angoscic; anch'essi vivono di odi, di \\o* 
ie, di pettegole'^zi; anch'essi hanno un cuore, che 
li fa soffrire, che fa loro provare quanto sia cru- 
dele l'Amore; e sanno anche spesso, i nostri con- 
ladini, cosa voglia dir la.,„ fame !... 

n puie, vi si mostrano vegeti, vigorosi^ con- 
tenti della loro minestra, il più delle volte insi- 
pida; e non li credete, no, spensierati, 

Tutt'altro : essi debbono, da mane a sera! 
zappar la terra, scarsamente ricompensati da, 
ricchi Signori, che non li lasciano tranquilli un 
momento; debbono alimentare sé e la prole^ che 
ordinariamente cresce numerosa, e pensare, come 
del resto ognuno che voglia fare il propiio do- 
vere, ad mcirù onoraii dalle loro fatighe ! 

M Agricola incurvo rerrani dimovit aratro : 

(f hinc anni labor; bine patriam parvosqne nepoies 
it susiinet;hinc armenta boùm, meritosque iuven- 

[ cos; 
« nec rcquies, quin aut pomts exuberet annus, 
tf aut Ictu pccorum, aut Cerealis mergite culmi; 
« proventuque onoret sulcos, atque horrea vincat^>- 






E cosi pensando, viene il vespro, la mite la 
dolce ora del vespro. Cessano i lavori, e oi^nu- 
no ritorna al casolare; mentre, per quesit luoghi 
sileniij i giovani montanini faranno all'amore, o 
canteranno i loro freschi stornelli, echeggfantl 
per Taria tranquilla. 

E già uno di essi, invaghito della pensosa 
Maria, canta sotto la sua lineslra : 

Oh, quant'ù graziusu lu tua numi : 
riiaju sempri alla vucca ed alla memi ! 

'U riegnu scrittu ccu' liitari d'uoru 
intra 'nu quatru de perni lucenti.... 

*U puortu sigillatu ititra lu cori; 
alla mi morì a lu tiegnu priscntì; 

e l'urti ma parola, quamni niuoru, 
è lu tua numij stilla risbrianncnti !., (risplendente). 



40 



E 1.1 Mnria, infatti, è degnii di essere amata», 
E, con maggior passione, il giovine le dice, che 
sente parlur di lei, dovunque : 

'E \u sientu parmri [id iigne pani, 
ca de li belli in la prama puoi ti ! 

Li tLLt bellizzi sn' scrìtti alli cani, 
e si ni parrà pe' mari e pc' puoni* 

A li hcllizKi tua min ci sud arri; 
cnmu Din li ]'i dati, tu li puorti; 

Qiianna mi guardi, ki cori si sp.;rti; 
si nu' mi guardi, pu' mi sicnm muortu» 

E le r:.cconta come s'innamorò della sua bel* 
lezza; le alce che pensa ogni giorno a lei, e con- 
tinua : 

Vorrà lu Pairiternu a la mia menti^ 
pe' bidari s' 'u juornu picnsì a mia, 

'Nciein stannu li Santi, e 'n terra 'i genti, 
nlsciunu li vò beni cume mia: 

Ca si lu beni dura eiernamentij 
nu' mi la lari a mia 'ssa tirannia; 

dimmi si mi vu' beni veramcnti, 
'u mi fari morirì 'e gelusia !„. 






Oh, la pace de' monii I Com' e scbicuo lo 
amore, quassù, ne' campi! Primavera esulta^ 
brilla; scherzano tra le prime foglie sorridenr 
laure de la stagione novella - Cj con un senso 
di arcana mestizia j ripeto i versi di un gentil 
poela : (a) 

Arie, che Primavera, 
munifica sovrana, 
versa da 1' urne azzurre 
su la tristezza umana; 

date a le rame nude 
veste di gemme e fiori, 
date agli oscuri nidi 
gìoja di novi amori ; 

date agli afflitti pace, 
agi' infermi ristoro, 
arie giulive e pure, 
arie d'argento e d'oroF.. 
Acji, Aprile del '98. 

Antonio Julia 

(a) F. Gualdo. 



AVVISO 



Il nostro collaboratore ed amico, Cav. G. B, 
Marzano di questa citiù, con lodevole interesse, 
da più anni, alien ie ad istituire una TìibìhUca 
Caìahra, per commodit;\ degli studiosi di cose 
patrie e in onore della nostra regione, racco- 
gliendo opere ( libri, opuscoli eie.) di scrittori 
Calabresi antichi e moderni su fjualsi voglia ar- 
gomento, ed opere di scritcori^ anche non cala- 
bresi, ma che trattino in un modo qualtinquc 
delle Calabrie, e merco delle sue cure la nascente 
collezione accoglie gii nei suoi scaffali più di 
mille volumi. 

Noi preghiamo vivamente tutti ì buoni Cala- 
bresi di aiutare tale nobile impresa e cooperare^ 
con la loro cortesia e col loro patriottismo, al 
suo incremento, spedendo all'egregio collezioni- 
sta, in Monteleone di Calabria, le opere, come 
sopra indicale, delle quali non sìa loro grave 
dismette rsi, a prò della nascente Biblioteca Calabre . 

Ed un'altra preghiera volgiamo pure agli scrit- 
tori Calabresi viventi, perchè vogliano anch'essi 
spedirgli una copia, delle loro opere, le quali, 
oltre che saranno gelosamente conservate, si 
avranno ancora T opportunità d'essere maggior- 
mente conosciute per la loro diffusione. 

Dirigere libri ed opuscoli al Cav. G. B. Mar- 
zano, Monteleone di Calabria, 



Il canto di Spezzano Albanese, pubblicato nel 
numero precedente di questo periodico, fu scritto 
dal D/ Agostino Ribecco, a cui chiedo scusa di 
avere, per errore, segnato, invece del suo nome, 
quello del signor Gaetano Fazio. 




Tipografia — Francesco Passataro 



i. 



t 



»vr .^it.lkif lULi^d -\JC^ ^ tf .^UC.TkX.i3lC . Xit . kX >X Uk« X^_ lk<_ X^ ^^ ."^Lf / Vrf ■ 



M^^€^ji ^iL£\-^j[^?»ié:%g^ rkM 



^ojpet^' 




I 

> 



?^^^^??'^'§^^^^^^^'S^^^'^^^^^^'S^^''^^^^^^^^^^'^^| 



/*'l^ f'-? 1898 




3 





RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



SSocca ^rèxe^ = ^uri» 




Votfe aboDDement expire avec la présente livraisoD. 



Numero 6 — Agosto 1898. 



MONTELEONE 

Tipografia Francesco Passafaro 
1888 



j^j^^^^B^^ià^fi^^SsìSii^^SiMìS^^i^i&fiÈ'i^iiSii&iS^fcfi'fi^i^ 






i 
i 



i 
i 



i 
i 

i 

4 
4 
i 
i 
i 
4 
4 
4 
4 

* 

é 

4 
4 




■^^ 



W^ 



!?S5?5BIS5?5?5^^5???S^35SS?S5S?^ 




. ) 



» '^ tri 













àlk 






.^3a.Xld 



^>T. © 



:éìx^^ ,>^ gì^^>#jj^ìi ^:j<ì^ g>xa) g>^^!X<g ^ù^^>pi^^>^ i^^ g^^ ^>^m^ fe>^ gi>^ ■ >f ì^ ^ >^^ -^^^^ -^^^^: ^-'X^ 



m 



« 



<d 



f:s^ 



^ 




^ 



«1ÌT» 



LA CALABRIA ì 



fcvx.1:? s>>.-^i5 ^ì:ì^ i^l fzt^^g > >^ ' »>^^ $JX^ g; :?<^ T-;?^ y.^<%^^>fkgj jg>^ >>xg^ìi>ì<:<3i^.^^ tf»^j ^^^^ g:>^ 



^B» g'SK'JBgilgUb^r'jyj^ iJg'Jr.'^i 



ISfi. 



RIVISTA DI LETTEBATDRA POPOLARE 



DIRETTORK 



JIL 



«JlfiVS 



Monteleone di Calabria, Agosto 1898 

SOMMARIO 

Trad'zioni agiografiche della Calabria (G. Pardi) " 
Canti di Melicuccà ( C. Buccisani ) - Canto alba- 
nese di Falconara ( F. Riggio 6 L. Sruzzano ) - 
Ptoverbi di Spezzano Albanese (G. Fazio ) - Pro- 
^ verbi di S. Sperato ( P. Candela ) - Per un opu- 
scolo di G. Elicone ( L. Bruzzano ). 

Tradizioni agiografiche della Calabria 
I. 

S. LEOLUCA, PROTETTORE DI MONTELEONE. 



La vita di S. Leoluca, protettore di Monte- 
leone, è strettamente collegata alle vicende ge- 
nerali della Calabria nei secoli IX e X, ed al 
largo diffondersi in questa regione del monaci- 
smo basiliano, dal quale rampolla, germoglio no- 
vello di una pianta secolare, la dottrina profe- 
tica dell'abate Gioacchino. 

La Calabria era in qu:l tempo un paese in 
gran parte greco. Appane.inc all'impero bizan- 
tino sin dalla prima conquista di Belisario e ri- 
mase sotto il governo di ministri greci fino al- 
Tìnvasione normanna, perchè né vi si stabiliro- 
no i Longobardi né vi estesero la loro autorità 
i Carolingi. I Saraceni sressi, che \i fecero molte 
incursioni e ne occuparono vari luoghi, non riu- 
scirono a dominare tutta la contrada. « E in 
meno dì un anno nell'ottocento ottanta cinque 
per opera del valoroso Niceforo tutte le Calabrie 
tornarono sotto il governo imperiale. Nello stesso 
tempo l'imperatore Basilio il Macedone, affran- 
cati tremila schiavi, li mandò a ripopolare alcu- 
ne terre di Puglia e Calabria desolate nella guer- 
ra dei Musulmani; e cosi greco sangue si me- 



Abbonamento annuo 
ILiire 3. 

Uu numero separa:o L. i. 



^1^ 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



] 



scolò al calabrese, e la lingua grccr, già da gran 
tempo lingua ufficiale del paese, tu anche popo- 
lare, ed in greco si scrissero non pure gli atti 
pubblici, ma benanco le magre cronache, prin- 
cipalmente le agiografiche » (i). 

Anche la religione strinse vie più i legami 
della Calabria con i Bizantini, perchè, sin dalla 
scoppiare dell'eresia degli Iconoclasti, Leone Tlsau* 
rico sottrasse i vescova.i della Calabria alla giu- 
risdizione del Vescovo di Roma, ponendoli sotto 
quella del Patriarca di Costantinopoli. Ai mede- 
simi inoltre nel 968, venute ad aperta rottura 
la chiesa greca e la latina, fu imposto il rita 
greco; che alcuni, è vero, non accettarono, ma 
altri mantennero anche quando furon tornati, per 
il conquisto normanno, sotto la giurisdizione di 
Roma. La chiesa di Rossano, ad esempio, Jo 
conservò sino al 1460 (2). 

Propagarono la tradizione greca nella Cala- 
bria alcuni santi monaci basiliani fuggenti le per- 
secuzioni iconoclastiche o le armi saracene, ed 
attirati in questa contrada dai selvaggi silenzi delle 
montagne, dove era loro concesso di menare 
indisturbati una vita di austera penitenza, e donde 
potevano innalzarsi a visioni celestiali ed a prò- 



(i) F. Tocco, l'Eresia nel Medio Evo, Firen- 
ze 1884, pag. 388 sgg. Cfr. M. Amari, Scoria 
dei Musulmani in Sicilia, voi. I, Firenze 1845. 

(2) Cfr. Rodotà, Storia del rito greco in Italiay 
voi. I; Ughelli, Italia sacra^ voi. IX. 



42 



etici vanes^giameiiLÌ^ dalle vette inondate dì sole 
fé flagellate dai venti- 
si Leoluca apre quasi la serie di questi ve- 
nerandi monaci, tri cui si annovera Elia il gio- 
vane da Qstrogiovannì, riposatosi per breve las- 
so di tempo, sul vertice del monte S- Elia tra 
Palmi e Seminara, dalle amarezze della vita tra- 
vagliata. Dalla santità dei loro costumi non po- 
chi Calai resi furono attirati tra le file dei seve- 
ri anacoreti e si resero non meno celebri nella 
storia deirascetìsmo. Tale Elia da Reggio, de- 
nominato Speleou; tale S. Elia da Rossano, il 
più grande di codesti solitari mcditatori, dotali 
di spirito profetico come il loro diretto discen- 
dente, Tabjte Gioaccliino, a cui le sottigliezze 
della Scolastica resero più agile, ma meno alto 
forse e generoso l'intelletto, ' 

Sorge pertanto spontanea la domanda : Di 
questi anacoreti, che la Calabria ospitò numero- 
si nelle sue selve e nei saoi monasieri> che sa 
o che sicorda il popolo ? come ne serba la me- 
moria ed il culto ? • 

A queste domande ci siamo proposti di ri- 
spondere in una serie di articoli^ il primo dei 
quali concerne, come è naturale, S, Leoluca ve- 
nerato in questa città di Monteleone. 

Il popolo m^nteleonese * diciamolo subito - 
quanta proionda venerazione nutre per il suo pa- 
trono^ altrettanta profonda ignoranza ha dei fatti 
della vita di lui o dei miracolosi avvenimenti 
attribuitigli: ignora ch'egli nacque in Corlcoiie 
di Sicilia, imito di un matrimonio da lunghi 
anni sterile, come Isacco e Samuele; che venne 
ÌD Calabria fuggendo il terrore delle armi mu- 
sulmane e si fece religioso nel monastero basi- 
liano eretto presso le mura dclli loro città; che 
ne fu fatto abate e vi mori in odore di santità; 
che di lui son racLOntaii dagli scrinori agiogra- 
fici non pochi miracoli in quello compiuti (3)- 
Ignora tutto ciò, ma, in compenso, crede ter- 
missimamente che la protezione del santo abbia 
valso e varrà a preservare h città dai terremoti. 
E siffatta credenza ha certo qualche apparenza di 
veridicità. Di faitOj mentre più volte le Calabrie 
e la vicina Sicilia sono state sconvolte dal tre- 
mendo fenomeno , Monteleone ne ha sofferto 
danni molto minori delle vicine terre, grazie spe- 
cialmente alla solidità d^ massi, che formano il 
sostrato della parte alta della città» Pertanto S. 

(3) Cfr, le uife di S, Leoluca scritte dai P2- 
dri Perticarìj Falconi e Lombardi de' Satrlani. 



Leoluca deve presentarsi alla fantasia del popolo 
come un gigante benefico, che con le mani pos- 
senti sorregga in alto, quasi sospesa, la sua fé. 
dcle città, mentre intorno il suolo si scommuo- 
ve, trabalza, si squarcia, sMnabìssa. 

Durante l'ultimo terremoto che desolò la Ca* 
labrìa, non appena ne fu intesa la prima scossa^ 
k gente accorreva a frotte, seminuda e piangen- 
te, verso la chiesa dove si conserva la statua di 
argento del santo. 

Fu rattenuta a stento, dairirrompcre nel tem* 
pio, per la saggezza di taluni, i quali pensarono 
quale strage terribile avrebbe potuto avvenire di 
quella folla assiepata, se le mura del medesimo 
fossero crollate per Timpeto del terremoto. Ma 
fu rattenuta soltanto con il portare all'aperto la 
statua e col pernieitere di condurla in proces- 
sione per le vie della città, tra le grida^ i lamen- 
ti, i pianti di un'immensa lolla; spettacolo mise- 
rando di un'intera notte ! 

Una tradizione riguardante l'argentea effigie 
di S, Leoluca mostra come il popolo attribuisca 
a lui il potere di eccitare i terremoti, nonché di 
sedarli^ come i pagani attribuirono a Nettuno quel- 
lo di agitare a tempesta e di calmare T oceano. 
Dimostra, inoltre, in che cattivo concetto i vecchi 
Calabresi avessero gl'invasori francesi del tem- 
po di Napoleone^ dipinti dai loro preti come 
profanatori delle chiese e sovvertitori della re- 
ligione. 

Un generale francese - raccontano - venuto 
ad occupare Monteleone, avendo saputo che ci 
era in una chiesa una statua d'argento^ senza ri- 
guardo alcuno alla religione pensò di portaria 
via. Ma, non appena ebbe dato 1' ordine di to- 
glierla dal tempio, s'accorse che un terribile ter- 
remoto gli faceva trabalzare sotto i piedi il pa- 
vimento e squassava le mura della casa da lui 
abita tn; e, caso ben siranOj che tutto intorno 
suva quieto^ mentre la sua dimora era abban- 
donata in preda come ad un orribile convulsione. 
Tenta fuggire, ma il suolo continua a scommuo- 
versi sotto a' suoi piedi: capisce allora essere 
cagione del terremoto lo sdegno del santo per 
l'oltraggio fattogli, e quindi, invocando miseri- 
cordia, dimette il pensiero di toglierne 1* effigie 
alla pietà dei Montelconesi. 

II popolo attribuisce a S. Leoluca V essere 
stata Monteleone scampata dal colèra, che nel 
1S37 invase Cosenza e fece strage nella vicina 
Pizzo, e da quello del 1834, clie s'allargò per 



mm 



M 



molta pai te della Calabria Ulteriore. Onde i so- 
lenni rendimenti di grazie fatti al santo, per tale 
preservazione dal morbo, il 26 novembre del '37 
ed il 17 dicembre del '^4* 

S. Leolu<:a pe. tanto è, per i Monteleonesi, il 
salvatore dalla loro città dalle più tremende ca- 
lamità die abbiano desolata la Calabria; i lerre- 
moti ed il colèra, 

Lucca 20 luglio 1898. 

Giuseppe Pardi. 

CANTI DI MELICUCCÀ 



Bclla^ chi la bellizza tu cunfundi> 
Hjumi currenti chi li g razzi spandi, 
' Ta di bc!liz?a la Calabria abbundi , 
Bandcra chi cumpari ad ngni vandi, 
Ssu bianca peitu e ssi capilli brnndi 
Parinu huì pe 1Ì megghiu santi; 
Tu quandu giri e voti ss' occhi lundi. 
Trema la terra e In Suli cumandi. 

Tu ncsci comu stilla a grand'artìzza, 
Puntina di cristalln e cotica d* oru. 
Quandi! camini tu Ki celu mbizzn, 
Li petri di la via ddiventan* oru. 
Vali echi Ci nu capi 11 u di ssa t rizza» 
CJl no la spata di lu Turcu e Moru; 
Mbiatu cui si godi ssa bellizza, 
Si po' chiamari Rre d' ugni trisoru, 

O cagnolinu, chi la guardia fai 
Vanti la porta di la bella mia, 
Ti pregu nu favuri mi mi fai^ 
Mi fai lì* abbajj, quanJu vidi a mmia; 
Cà ihja affaccia a 1' abbaju chi fai: 
«Cu nei lu niinatu a la cagnola mia?j& 
O cagnolini! t' a r ringrazi u assai ; 
Cà cu r abbaju toì, vitti la Odia. 

Bella cu ssi capiiti 'ncannolati, 
Supra la testa comu li teniii ? 
Ti r ammeritarrissi *ncurunati 
Di petri prezziuii e margariti. 
La sira quand' 'a letta vi curciti. 
La luna fa la ninna e vui dormiti ; 
E la matina quandu vi levatij 
Li rraggi di lu suli trattcniti, 

O rosa rrussa e china d'alitnentt. 
China di pompa e di galantariaj 



Tu mi mandasti a diri cu li genti, 
Ca tu m* amavi ed cu no lu sa pia; 
Ma ora chi lu sacciu certamcnti. 
Ti vo^ghiu beni cchiù ca ti volia. 
Manda li cani e puru li strumenti; 
Mposessattilla chista vita mia. 

Sopra nu munti spampinau nu hjurij 
Ch'c lu rritratiu di ta tua bellizza. 
Tu fusti fatt' a mmanu di pitturi, 
Cu ngegnu d' ani e cu dìlìcaiizza. 
Bella chi no 'nei ^n de sutia lu suli, 
Mancu sutta la propria bellizza, 
È ditta sta canzuni a me' cumandu, 
VentUj levala tu duvi la mandu. 

O facci bianca cu ssi rìcci aitornu. 
Tu fusti nata mi mi fai mori ri; 
La notti mi fai pèrdari Iti sonnu, 
Lu jornu pacciandu mi fai iri; 
Se m' addormentn, tu mi veni 'nsonuu; 
Se m* arruscigghiu mi mcnt' a ciangìri;, 
Ssa facci spandi rosi notti e jornu. 
Ss' occhi su calamita chi mi tiri- 
Bella cchiù di lu suli rrisprcndentij 
E vera stilla chi nasct a levanti; 
Bella portati li perni a li denii^ 
Ed a ssh guta rrubbini e ddemanti» 
Quandu parrati vui, mm.igati 'a genti; 
Siti sirena senza fari 'ncanti; 
Ma tutti ssi bellizzi sunnu nenti, 
Se no s' unisci nu cori d' amanti. 

Gioia, la tua bellizza la pretendu ; 
E no la dart ad atri, ca m' incagnu; 
Comu na rosa 'n pcttu leu ti tcgnu^ 
Cu nessuna nializzia e nuhju *nganna. 
A la to' casa^ sallu, nò nei vegnu, 
Cà li toi genti la guardia fannu. 
Sentimi tu, coruzzu, e menti sennu, 
Cà cu lu tempu li cosi si fannu. 

Bella» chi di bellizza si nu ternu, 
Tu non amari ad atru, cà mi dannu. 
Stati! , giojuzza mia, cu cori fermu ; 
Cà chianu chianu li cosi si fannu; 
E pc dispettu di cu parrà a sdegnu, 
Tu à d* essari la mia prima di ll'anau* 
È ditta la canzuni a 11' aria nova, 
Vcntu, portala tu duvi si trova. 



Si' tanta bella chi mi fai moria ; 
No mi fjri ccliiù gralimi jeitari; 
Quandu li gu;udu, dassami godiri, ,vn 
Fammillu ciiistu cori sazzìari; 
Fammi QziDga cu V occhi e n' a r ridiri, 
Se cu la vucca no mi poi parrari- 
L' amuri non si fi senza paiiri 
E non sì godi senza peaiari, 

Quandu lu veru Ddeu signi ficau, 
Bella, pe fari a itia si confundiu; 
E lu pinnehju a li mani pigghiau 
E li setti bellizzi dipingi u; 
Subbitu di la seggia si levau. 
Villi la ma bellici e strainortiu : : 
E na VLici di li' aria calau; 
€ Bella, si' fatta pc mi t'ama Ddiu, i» 

Figghiola, fusti fatta cu la pinna. 
Fusti 'mpasLata di zzuccaru e manna; 
Uodì camini tu la terra ncinna, 
Si movinu li mura d* ugni vanda. 
La mamma cbi li dezzi latti e minna 
Ti li dezzi cu cori clu no 'nganna; 
leu no ti dezzi né latti e né minna. 
Ma ti vogghia ccbiù beni di to' mamma. 

Bella, cbi fra li belli bella sitt^ 
E dì li belli la parma portali; 
Belli su iV occhi comu calamiti, 
Li cori dt r amanti vi tirati. 
Se tirali lu meu, chi lu voliti? 
Su vosiru scrvu e vui mi cumandati; 
Li vostri modi su belli e cumpriti» 
Mancu 1' essari mei su maccriaii. 

Rruscigghia Tocchi toi, scusa l'ardiri, 
Se ni' 'o sounu li vegnu a disturbari : 
Amuri è duci e a ttia mi fa' ventri ; 
Se hai tu cori, poi considerar]. 
L' amuri non si fa sen^a pati ri ; 
E no si dormi, quandu s' avi amari. 
Ti lasciu nu rricordu, st' a senJri ; 
Amuri no nei nd' 6^ senza penari. 

Apposta vinai pe V nmurusanza, 
E li saluta comu si cumbcnì; 
Salutu ssa bellizza e ssa crianza, ^ 
E poi salutu ssi modi cbi leni. 
Se cchiù lardamu, ccbiù lu focu avanza : 
Su jornu dìsiatu e quandu veni ? 



Perchi voliti tiri sia tardanza? 

Se cchiù si tarda, xchiù si pati peni. 

Di picculinu sugnu passaggcru, 
Murii paisi vitti e città assai; 
Vitti donni di Spagna e di lu mperu, 
Di Napuli e di Rrnma ndi mirai; 
Ma se lu mundu lu girassi nteru, 
Bella simuli a vui non viderrai ; 
E se tu giri pe lu mundu 'nteru, 
Fidili com' a mmia non trovarrai. 

leu vaju a Rruma mi salutu a Ddeu; 
Perchi lu Papa vogghiu 'a cunfessari ; 
Pe mi nei dicu lu piccatu meu, 
Ca cu cchiù conni ieu fazzu V amuri. 
€ Vajti, figghiu, vi perduna Ddeu, 
« Ca per mia 'ntaniu siti perdunatu : 
« Ca se non fussi saniu Patri ieu, 
a Cchiù megghiu lu farria chissu piccatu. 

Carlo Buccisani 

CANTO ALBiJNESE DI FiJLCONiJRA 



TESTO 

Brid gne vas me gne mool, 
Me gne mool zucca rinne. 

— Ndoo duan, duan ti, vas, 
Se molen u cam let e mar. 

— Mola imnie smirrijet. 

Se est e mbed e sgaghjjct. 

— Ndoo duan, duan li, yas. 

Se chemben u cam tet te scheddi. 

— Chcmba imme nengk sclieddet. 
Se est je bardh e nzigjet. 

— Ndoo duan, duan ti, vas. 

Se messin u cara tet te stringogn. 

— Messi jim nengk siringonnet 
Se est i gool e raghejet. . 

— Ndoo duan, duau ti, vas. 
Se sisset u cam tet te ngas. 

— Sisset timme snghitijen 

Se Jan te vogda e me frighen. 

— Ndoo duan, duan ti, vas. 

Se doren u cam cet te stringogn. 

— Dora in\mc nengk siringonijet, 
Se me zaghen unazazet. 

— Ndoo duan, duan ti, vas. 

Se buzsen u cam tet te puihi. 

— Busa imme spudijet 



1^ l i *' 1 ^ 1 



m 



Se est ecukie e sbardijet. 
Me putha, puilia gne vas. 
Me je puih.1 drek nde buzs. 
Ak ce je chis te cukiezsen 
Sa me iiguki limezsen. 
Rum vrap nde dumethit 
Te me daign buzsezseUj 
Moi puru dummi me ju nguki^ 
Quegliet ce ntic potisìsin 
Ata puru ngukiesin^ 
Zoghjet ce atie potisesin 
Ata puru ngukiesin. 

EIDUZIOUE IN CARATTERI GRECI 

Bpie vjl pia?* ^ll vjè (laX, 
Mi vjè jiwX zucca ri nne, 

MtoXx tpfie a* pfpp:JET, 
Sé ?cFOt è p6à5 l a' X^X^'^- 
Noi) XoÌ3tVj Xoixv tì, pia^a, 
21 xlfibev oO xìji xe t£ (JxiXXt 
Kètib» V[Ji£ viyxe aAÉXXex 
Sé Iqì^ j£ 6ip5' I vCfxet. 
N5?] Xo^jaVj Xouov t1, picj^a, 
Si pioGLv Olì xiji te te crcptYY^j" 
Miaot jl[i V€Y^' oTpiYT^vveT, 
Si So^ L XoX £ lax^ex. 
NS^ XcKJzv, Xo^jov xlj pàa^a, 
Sé afeaei oO xàp te te y^^^- 
Siaosx t' rpp£ a' YxftteVj 

Sfe jàv t£ ^Y^'^ ^ (^^ 9P^X*^' 
N5)j XotwtVj XoósÉV ti, pia^a, 
SI Eópcv oti xàfi x£ t£ oxLYT^^J- 
Dòf 3£ r^ipi ^b(yC axptYYÌVLj£x, 
SI jj£ tax^ev oùvillJa^sx, 
N5?j Xo6aev, Xoiiav xì^ ^cj^a, 
Sé bo'j^£v otl xà^t ts te irobS*, 
Bou^ot !iJL|i£ a' 7roueiJ£t, 
Sfe 2a^x £ xcuxj£ e ogipStJEx, 

He jk TcouOac Spex vS£ p^t^, 
'Ax xi jè xtcF^ Lc xoùxJEi^ev 
Sfi |t£ Y^Q'^*' tTpeì^ev, 
Poipa ppàn v5è XG6[tex:x 
Te ne XilVj boùCeC^v, 
Mot puru Xoó^jit (le job Y^wi^t- 
KéXjetc xè avÀ TiOTtaea^tv 
'Axà puru YxoóxLEagtv; 
ZéYJexc xà àt:à iiotfa£o;iv 
'Ala puru Y^ilxtsa^tv. 



VERSIONE 



Scherzava una fanciulla con una mela, 
Con una mela dotcissima, 
Se scherzi, scherza, o baci dia, 
Perchè la mela ho a prenderti. 
La mia mela non sì prendcj * ' 

Perchè dolce, e non si mangia. 
Se tu scherzi, scherza, o fanciulla, 
Perchè il piede ho a calpestarti. 
Il mio piede non si calpesta, 
Perchè è bianco e si fa nero. 
Se tu scherzi, scherza, o fanciulla, 
Perchè il Sfno ho a stringerti. 
Il mio seno non sì stringe. 
Perchè delicato e si rompe. 
Se tu scherzi, scherza, o fonciuUa, 
Perchè ho a toccarti le mammelle. 
Le mie mammelle non sì toccano, 
Perchè sono piccole e si gonfiano. 
Se tu scherzi, scherza, o fanciulla, 
Perchè la mano ho a stringerti. 
La mia mano non si stringe, 
Perchè mi si rompono gli anelli. 
Se tu scherzi, scherza, o fanciulla. 
Perchè ho a baciarti il labbro- 
Il mio labbro non si bacia, 
Perchè rosso e si fa bianco. 
Baciai, baciai una fanciulla, 
La baciai proprio sul labbro. 
Aveva il labbro cosi rosso, 
Che si fece ro?;so anche il raio- 
Corsi difilato al fiume 
Per lavarmi il labbro. 
Ma pure il fiume divenne rosso; 
I cavalli, che ivi si abbeveravano. 
Anch'essi diventavano rossi; 
Gli uccelli che ivi si abbeveravano. 
Anch' essi diventavano rossi, 

PROVERBI ALBANESI 



( eontinuazjone, t. n« pnc.) 

Cush caa, haa. 
Chi ha, mangia. 

Cush te do miir, te do. 
Chi ti vuol bene^ ii vuole* 

Shiesa eree been shtrush. 
Scopa nuova fa rmnore. 



46 



Pesìicbu kjeibet ca chrict, 
n pesce puzza dalla testa. 

Picclnikji si shee ben. 

Il ragazzo come vede fa. 

Largu ca podhe:i (i) ime e nje peleemb 
tech e me emesz. 
Lontano da me e un palmo da mia madre. 

Neach aiund disli sa pcent bein tre kje. 
Non pvoi sapere quante paia fanno tre buoi, 

Deti me caa, me do. 

Il mare piii ne ha, pia ne vuole. 

Nench jaan arra sa trochljen. 

Non sempre quello che luce è oro. 

Tliesi i mbraszt nench riì shtuara. 
Sacco vuoto non sta fritto. 

Me mir veen sor, se puljen nesser. 
Meglio oggi Vuovo che dimani la gallina. 

Maljc me nialje iieiicfi cliukjaren- (2) 
Dice il proverbio che a incontrar si vanno 
Gii uomini spesso, e i monti fermi stanno. 

Pulja been veen e gjeijic i diegch bitha. 
La gallina fa Vuodo e al gallo brucia il culo, 

Cur shchèpien gjemon. 
Quando lampa tuona. 

Nde bitha chish rurrcs ithojin : szonja birbi 
Se il culo avesse denaro^ gli direbbero: 
don culo. 

Cur gjarperi esht e fiee, mos e gjit se 
nench te szee. 

Non toccare il serpe7ì(e quando dorme^ 
perxhè cosi non ti morde, 

Eshc e ihena e e kjena. 
È il detto e il fatto. 

Gadbìuri siel chashmc e gadhiuri e haa, 
L' asi?io porta la paglia e V asino se la 
mangia. 

Spezz.uio Albanese, io giugno 1898. 

Gaetano Faiio 



NOTE DEL DIRETTORE 

(t) Ca podhea ime, dal mio grembiule, 
dal lembo inferiore della mia veste. Ecco 
quanto dice il Camarda nell'Appendice alla sua 
Grammaiologia comparai.!, a pag, 8: TioSist^-éae^ 
gh. 7ro5ji-ja, il grembiule^ per alcuni (nell'al- 
banese sic. ) anche il lembo inferiore della veste 
donnesca, ci. gr. m. i^ TcoStà o iioBr^àj il grembiule' 

(2) Traduzione letterale : f/wnti con monti 
non $' incontrano. 

PROVERBI DI S- SPERATO 



U satuddu non cridl o ddìunn, 
// sa^io non crede al digiuno 

Non avi chi fari agnedu cn Cola, (lupo) 
Non ha che fare VinnocenU coU'asfuto* 

Pensa Marzu mi jctia a alvi, 
Pinsa chi può ad aggimtar tutto. 

U valenti mori a mmanu d'u pu:runi. 
// fort$ muore per mano del vite. 

Non mi va a scaza cu simina spini. 
Chi ha JcUo il male, stia guardingo. 

Cu faci mali, scorcia a pcddì- 
Chi fa tttalfj sconta la petia 

Cu faci ligna o dirrupu 
Mi nesci o chiana. 
Chi fa gV imbrogli^ 
7ensi a sbrogliarli. 

Sbagliando scampana 

A furia di sbagliare non si sbaglia pià^ 

A roba rubata trasi d'a finestra 
e nesci d'u porticaiu, 
A furia di rubare non si cesserà 
giammai d'essere pùberi* 

Cu cumanda non suda. 
Chi comanda non suda. 

Nt* a roba i IV atri chiama spini. 

Non coltivare eia che non t'appartiene^ 
perché ti sarà tolto 

U patruui ampara a rubari o culonu. 
// padrone invoglia il colono a rubare*. 



^^^ 



i^ «■ 



47 



I 



Cu nei taci u beni alFasinUj perdi a lìscia* 
Chi hva la testa all'asino^ perde il ranno td 
il saponi. 

Tantu feti pe nu sjiicchiu 

Quantu feti pe na resta. 

Chi nuoce poco e chi nuoce molto avranno 

ìa stessa pena, 

Cu ppatri e cu ppatruni 

Non Jiticari chi non hai ragtuni. 

La ragione i sempre de' superiori, 

Quandu u riccu vai o 'nfernu, 

A seggi^i è priparaca. 

Il potente i accolto bene anche neirinferno, 

Pc vidiri orbu d*un occhia o me nìmicu, 
M*i cacciu tutti i dui. 
Per nuocere al mio nemico^ mi privo d'ogni bene* 

Quandu u diavulu t'acca rizza, 

Signu ca voli Tanìma. 

Quando sei adulato^ tnetiiti in guardia. 

Magghiu, magghìolu, 

Com' è u patri, crisci u figghiolu. 

Tal padre, tal figlio. 

A razza non faci cauliceda. 
Dal gorilla non nascono uomini, 

Perdiri i boi e cercari i corna, . : 
Perdere la sostanza e cercare l'apparenza. 

Perdiri u saccti e Totiu ducati. 
Perdere lutto. 

Quand' unu ammazza a rC atru. 
Non domandati u pirchL 
Nessuno opera sen^a ragione. 

Ax'nì a ragiuni e pìgghiarsi u tortu, 
Aver ragione e mettersi dal lato del torto. 

Cosi i notti, testimoni i slidi» 
Ciò che accade la natte non può essere osser- 
vato da nessuno. 

Non vistu, non piggliiatu, non poi iri carceratu, 

Sen^a essere conosciuti non si può andare soggetti 
a pena. 



Non basta cu lu tortu liticarì. 
Chi la putenza vinci la ragiuni. 
La ragione è sempre de' polenti. 

A Santi comu t' aduri, 
E a ccurti comu t' ajutì- 
Ai Santi preghiere^ 
Alle Corti riguardi. 

Ogni santu nei veni a so festa. 

Il reo cadrà pur troppo nelle mani della giustizia, 

Na mala terra guardatila, 
Ch'on uiaromu Din u prnvvidì, 
Tienii lontano dal mak^ che dipende dalla tua 
volontà; che al resto provvederà Iddio, 

U mangiari e mbiviri mi sana, 
E u laniu travagghiari mi cunsuma. 
Col troppo mangiare s'ingrassa, col troppo lavoro si 
distrugge la salute, 

Meggliiu un petturrussu a' a marina 
Cca un capriu a' a muntagna. 

Meglio un pettirosso alla marina + 

Che un caprio alla montagna, 

Megghiu murire e ddassari, 

Cca muriri e ddisiari. 

Meglio morir. neìragiaie:^:^e che nella povertà, 

U mangiari senza mbiviri 
È ctimu u ironia ri senza chioviri. 
Alla vita i indispensabile il vitto come la bevanda, 

A gatta nsina m'arriva u prìmuni, dici chi feti. 
Chi non può ottenere ciò che vorrebbe^ dice di non 
volerlo, 

U sapunaru chidu chi leva bandìa 
Ognuno si manifesta per quello che è. 

Santi in chiesa, e diavoli in casa. 
Chi dinanzi agli altri si mostra bumo^ di nascosto 
opera non molto bene, 

Cu mina a petra o mura. 
Nei cadi nta testa. 
Bisc^na essere poco iracondi e molto prudenti. 

Cu non havi mi faci. 
Pettina cani. 
Chi non ha da fan, va insultando ìa gtnte. 



► 



48 



Bon tcmpu e malu tempu 

Non dura tuttu u tempu. 

Fra caldo e freddo pasm tannata, 

Fara fama e curchiti. 
Acquista fama e dormK 

Quandu ii fuadu pari. 
Non e' è ccliiù e' arriparari. 
Qitamfo ruomo si accorge de' smì difetti^ non 
i più in grado di correggersi. 

Ama r omu toi 
C u viziu soi. 

Traìhi il tuo simile come esigono le sm 
dtboh]^^e morali. 

Ogni iigtiLi ha vi u so fumu. 
Ogni nomo ha le sue dchole^ie, 

Cu havi a tigna e a rugnn, 
Atru mali non ci bisogna- 
ci r é viiiima dtlla calvizie e della scabbia 
é acconciato beftissimo. 

Nei voli a paccnzia di Santi 

Mi si passa a fiumara sen^a ponti. 
'Bisogna avere molta pa^tenia nelle opera:^ionì difficili 

Cu travagghia, na sardina*, 
E cu non travagghia^ na gaJdina> 
Chi lavora molto é malamente ricompensato, 
e chi lavora poco é molto lodato, 

Cn pati p' amuri 
Non senti diluri- 
Jl soffrire per propria volontà non i penosa. 

Moni non veni e guai e' a pala. 
Purché non venga la morte, tutti i mali sono 
sopportabili. 

A mina non ci voli sparagna, 
^ mali estremi estremi rimedi, 

Murmeru e fiumara 
Tri jorna dura- 
Ciò che fa molto chiasso dura poco. 



i' 



Cu va all'acqua, n' annaca u fìgghìolu- 
Chi va all' acqua, non culla il bambino^ 
Non si può cantare e portar la croce, 

P. Candela 



PER UN OPUSCOLO 

Di GIUSEPPE FALCONE. 



n Commendatore Giuseppe Falcone, Sostituto 
Procuratore Generale della Corte d'Appello dì 
Napoli, Iia pubblicato un opuscolo, cìiq ha per 
titolo Mafia ed Omertà^ con cui ha esposto le 
tristi condizioni economiche e sociali d.lla vici- 
na Sicilia. Egli ha confortato le sue osservazioni 
con quanto fu scritto sul proposito dall' esimio 
Pitiè^ e col riferire alcune parole pronunziate 
dal Proc iratore Generale Sighele nella Corte di 
Palermo. Leggendo io l'opuscolo, ed ammirando 
il sentimento della giustizi.^, che lo anima, ho 
detto tra me; oh! perchè il Falcone non viene 
iti Calabria? Qui non abbiamo la Mafia e la 
Omertà^ e nemmeno il tanto famoso brigan- 
taggio; invece abbiamo tanti altri mali, che noa 
ha la Sicilia, e specialmente le continue sover- 
chierie, ciie si commettono ne' piccoli paesi a 
danno della geme mite ed onesta, senza che 
uno se ne possa lagnare. Oh I perchè il Falcone 
non viene in Calabria? Essendo egli un dotto 
magis:raco calabrese, non potrebbe scrivere un 
libro impoitante sulle nostre condizioni poco in* 
vidiabili ? 

Queste domande facevo a me stesso, leggendo 
l'opuscolo, che ha per titolo Mafìa ed Omertà^ 
e spesso ho desiderato di tro^^armi in Napoli, 
per dire tante belle cose a chi l'ha scritto. Cer- 
tamente, un libro sulle cor-dizioni della Calabria, 
scritto da un uomo autorevole, come il Falco- 
ne, farebbe cosa utile alla giustizia ed a noi po- 
veri Beoti, o» se non altro, accennando a certe so- 
verchierie, farebbe vedere al governo centrale quali 
siano i veri nemici delle nostre istituEionip 

Luigi B ruzzano 



Direttore rcsp. Luigi Bruziano 



Tipografìa Passafaro 




-wflpj»iJi.5^iii -,*li^^|(P*v*' • ^Sf^i^fFOf^^: 









c.r>:>t;5!)!i iC):..v .n^- : ■-'•...-. jiiCi 



ifliJU'f.cu i ;:i.:.ì^'j:j;^ '" 






rj Ù ^ l I ! 



^g2gjgyg2£|ggljfjjj^gigjj^gw^f^^^frfg23Sa2gS2ìÈ 



4J»:#' 



di. 



i^^à'^'^'.zM^ 




•?^y^?wv^^^-^3f^w5^r^^^^s^^«^^->iP!if .^^^^r-^ 



^^^j^g^mLEGHT^,^^^^ 





RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



\é 



DIRETTA 



M 



LUIGI BRU ZZANO 



Numero i — Ottobre 1898. 







MONTELEONE 

TfPOGRÀFiA Francesco Passafaro 
i898 



^gliEu^v^^.ifg 



_^'fc^A^.m..^..^.^..^^^^.-fe^ 



^yx£fei^^&/^*t>^A>,^fer^*Ì>,^gIì*>^^ 'i** /^ 



e 











"jj ..*' 



\ 



IL ^P PIPIMI ■ 



:?jó'"^i,',{, 



I 






_t!^ 



,A.il3ìo 3CI - 2^. X 



^^^^i>y5g €>>^fe>^^^^ ^^^^^^J^tl^^tf^^^^it^jj^m^^^^l^ 



y?ii^ 



J«A CALABRIA li 

^- ■ - , ^ 







* p^jT^j*??^^ ^^^j'iJì ;^)E_ 



^Iv* 



DI LETTERATURA POPOLARE 






Montaleone dì Calabria, Ottobre i898 

SOMMARIO 
Novellma greca di Roccaforte (L- Bruzzano) — 
Credenze popolari calabresi { A, julfa ) — Canti 
popolari di Melicuccà ( C. Buccisani ). 



DIRETTORE 



^1^ 



NOVELLINA GRECJJ DI ROCCAFORTE 



Testo 



Ena viaggio ihe ena ciuri ce mia mana ce ih^i 
dio pedia, ce tuta issa puticharij ma o josse nie- 
gase ito enase jocaiurise ce spragarose pu esteche 
tcglionda IO spiti. Ma to ceddhi ito conomuso 
ce mia nimera ipe tu ciurutu : 

— Scerite ti sì lego ? ha ma miriaite oli ti 
roba, jati se maiide o IcdJliemmu ma ferri sii 
miseria. 
O ciurise otusc ecame: to semiriae olì ti roba- 
Ma o Jose o mcgase ossu asce lìgo chero ete* 
glioe olo posso tu 'IO dosonda o ciuristu ce 
emine sti lemosina- Mia nimera ejavi stu ciurutu 
ja na tu dot ticandi, ce pose to nìvrai to sedi* 
spìacespaì, ce Ipc o leddhese o ceddhi tu ciurutu: 

— Ane cìnose edeleghe ti cefalindii, tene de- 
legome medhcmasc. 

O ciurise tu ipe : 

— Cannome pò dhelise. 

Ce 01 use to nedelesciai m ed h etose ce tu ipai: 

— Vre ti emise se delegome medhemase; 
pensa na delescise ti cefalissu; mi camise pose 
ecamese. 

Ma cnase pu ehi ena vizio, lafinni sa pedhenl: 
pò sepute roba sti puticba, ena pezzi evaddhc 
sto tìraturi ce dio sti sacchetcandu ; ipighe ce 



Abbona MF,NTO annuo 

Xjxre 3- 

Un numero separato L* t. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



epesze, Avvideftissa ti de neciimpareai ta dineria 
ossu sto tiracuri ce i roba ammanchegue ce ta 
dineria de nefenondo. Ce tpe o ciurise ce o 
Jose o ceddhise : 

— Ettunose ma ferri sti pov?;rii. Pose ehome 
na camome na toni gualoniome arabrotiemase ? 

Ipe o Jose o ceddhise tu ciurutu: 
-^ Scerite ti sa lego ? ti ciuriacì cannusi ti 
festa stin Ammendolia, ce pame ce pcrrome io 
Icddhemu medhcmase, ce sa narri veguome eci 
pu ehi to camino tu neru, pu guenni sto pan- 
tano conda ti dhalassi, ti asce mia meria ehi 
mia balata» ce to riftome eciossu, ce otuse me- 
nome sti paci. 

Ce otuse ecamai* Ti cannusi ? piannusi dio 
butiiglìesc jomatese erasi, ce ti mia cisevalaì li- 
go noppio ce ehoristissa ja ti festa ja na arrive- 
spui eci pu ihe ti balata. Jpe ci li rise ce o ced- 
dhise: 

— È caglio na camome cuilaziom. 

Ce ecadiai na fausì. Pose etrogai, educai na 
pìi tu jiu tu megalu ascindi buttiglia, pu ihe to 
noppio. Pose epie, sirma eppese hamme pedham- 
menose, Anisciai ecindi balata ce io nerisciat 
eciossu ce eclìai metapale me ti balata ce io 
nasciaficai, Otuse o ciurise ce o leddhese eja- 
vtssa ta fatti tose- 
Arte piannome ecino pu ilo ossu sto camino 
me to nero, pu tu epassespe to noppio, ce posso 
efani apicatu humatu ce embese cuddhiszonda 



"i^^mm 



■IP"" 



S 



ma canese ccunnc, ce sn nivre li troveguete ha- 
mtinose, ìpc : - 

— Ego arte pao nero iiero, ti pu campu ehi 
na guel sto mali, 

Porpatonda porpatonda, escevì asce tundo 
pantano con da ti dhalassì. Esce vi ossu sti nifta, 
ce eci conda posso dhori ena lustro ce ejavi eci 
ce posso dliorì ena magno spiti. Tutosc ito pc- 
dhammenose asce pina ce epettoe apanu ce 
posso dhori mia ^magni tavula paremmeni me 
tria plaueglia asce faghla me tria buttigliese asce 
crasi ce tria spómia^ ce de nivre cane. Anighi 
asce mia addhi stanza ce posso dhori tria cre- 
vattia fiiamcna, ma tuiose edarre ti è briganti 
pu stecai eci ce esctaszeto ce ipe : 

— Pose eho na camo? ego steco pedhenonda 
asce pina; ar^e trogo ]ìgo hghi cada platteddi 
ce pino ligo crasi cada buttiglia ce ena morcio 
spomi cada ena. 

Ce otuse ecame, Doppu pu efaghe, ipe : 

— Arte pao ce cium urne. 
Pose ejavi sta crevaicia^ ipe: 

— Pose eho na camo na ciumidho ascena 
crcvatii? pose arrivegusi i breganti me spaszusi; 
è caglio na piao mia muddharra cada crevatti ce 
ttiaszo ce ciumume. 

Ce ocuse ecame, Eci de nissa i breganti, ma 
estccai irise fatese. Posso delegonde i trise fatese 
ce ecadìai na fausi ce arrìspundespe i mia ce ipe: 

— Emme to faghi dene giusto ! 
Arrispundespai i addhe ce ipai : 

— Emmase manco è giusto ; manchei faghi, 
spomi ce crasi ! 

Ma de nesccrai ti na pensespusi. Sa ncjavissa 
na cìumidhuj posso leghi i mia: 

— Emme mu manchei mia muddharra ! 
Arrispundespai i addhe dio ce ipai : 

— Emmase ciola ma sammanchegui ciola mia! 
Ma legonda otuse, posso io dhorusi mesa sta 

CTcvaitia ciumumcno ce to nasciunnai ce tu ipai: 

— Ca me pio coraggio irtese ode ? 

Ma ccinose olose pìam manose asce pagura, 
tosìpe : 

— Ode mefcrc i spurtunamu: sa paracalo na 
mu perdunespite, jati ìha tossi brutti crianza na 
cno ode. 

Ce to secuntespe oli ti sbenturandu. Ma eci- 
nese tu ipai : 

— Mi sci asti se, ti de su cannome tipote. Ce 
pemase : dh elìse na stadise ode medemase ? 



RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



Tlva viaggio tly(t Iva xóprj xal jifa jiiva xal 
tXy((Xoi 56o TTotSca àpdevtxà xal xoOxoi f^aav 'to 8tj- 
xiptot, |xi 6 u£ò; V-ifou; ^xo jocaturi; xal spragaro; 
TOJ ScrcexE ilXeiovia^ xò anhi. Ma xò xOXt ^ 
oJx6vo[i05 xal p-fav f^ptèpa c&ie xoO xópou xou- 

— Sépexe xf adb; Xé^o); va jju3c€ notpticnjxe BXtj 
x^ roba, ytaxl, dtv 5à, 6 leddhé fiou [lo^ (pipet '; 
x^ miseria. 

'0 x'jpYj; o5xw(; lxa|xe- xcb^ è|xofptaa£ 5Xy] xi) 
roba. Ma è dIòq 6 [xéya; 6aaa) aè Xfyo xatpò ixé- 
Xetcoae 8Xo Ttóaao xoO f^xo Sc&aovxoc^ 6 xùprjg xou 
xal Spiecve \ x)) lemosma. 

M(av i^[iépa èycàpr) \ xoO xupòO zod ytà va xgQ 
StbcDQ xl xàv xl, xal 7tó)5 xòv TjOpaai, xtìx; èdispia- 
ceuoe xal dne 6 leddhe^ 6 xéXXi xoO xiipou xou* 

— *Av èxElvo? èScàXeye x))v xscpaX-Z/v xou, xòv 
SiaXéyoiie [ieOof po^. 

*0 x6py)5 xoO e^Tce* 

— Kàwo{u Ttó); 6éXet€* 

Kol oDxdx; xòv èStocXé^aot [leOai xto^ xal xo5 
eliraat* 

— Bpè 'xt èfieli; aè 8taXéY0|u p^6af [lo^- pen- 
sa va SuxXéS^ 'rìj xccpaXi^ ood' pi) xàp.T(K ^^ 
Ixawe^. 

Mi 2va€ TwO lyti Sva vizio, x' ocpfvet aà vai- 
9a(v6t. IlGs StouXe roba 'q x^ Tcoei^xa, gva pezzi 
SpoXXe \ xò tiraiuri xal 5uo \ x^ sacchetta xw, 
57C7)ye xal ÈTwtt^e. Avvidecpxeaav 'xt 8èv ecumpa- 
reaai xà Srjvépta 6aa(i) \ xò tiraturi xal -fi roba 
ammanchegus xal xà 57]vépta Sàv scpipovxo. 

Kal elTic 6 xuprj? xal ò ufò^ ò xéXXc 

— Aóxo'jvo^ pàg cpépei '^ t>j povertà. 11©^ ly^o- 
\u va xàpwpe va xòv dxYJxXwps èjiTrpóaGs pa$; 

EItce 6 uEò^ 6 xéAXi -zoìj x'jpou xou* 
— Sépexe xl <jdLf> Xé^co; x^ xuptaxYj xàvvouat fe- 
sta \ xijv Ammendalla xal 7ià|X£ xal Tratpvope xo 
leddhe pou p^Oaf po^ xalaàv arriveoruop^ èxelTToQ 
Ixet xò camino xoO vepoO^ tcoO èx^a^vet '^ xò pan- 
tano xovxà x)] OàXaaaa, 'xt aè pfa pepià lyti (lia 
balata, xal xò p^Trcop^ èxel òaao), xal oQxo)^ pévo- 
pe 'g xij paci. 

Kal oDxtos èxàpaac. T( xàwouat; Tctavouat 5óo 
buttigliat^ Y^oi^^'^*^€ xpoal, xal xfj pfa xij^ è^àXa- 
at Wyo oppio, xal èxwpfaxTjaav ytà xJj festa y^ 
va arrive?I>ouat èxel toO el/e x^ balata. Elia 5 
x6pt)€ xal 6 xiXXf 

— È xàXXio va xàptope cullazioni. 

Kal èxaWaaat va cpiouac. Il©; èxpc&yaat, èSci- 



L^^JfRiHli. 



"^^ I u ■ I wjB^ffiiHP^gpnir 



xoat va irfoTQ xoO u£oO xou ney^^.ou è5 '^v 'xtj but- 
tiglia ttoO efx® xW oppio. IlG^ Smae, a6p|jux ?7C- 
iccoe x^lAal iie6a|ji|JLévo. 'Avof^a^t è>tefv' vq balata 
xal xòv èpf^aat l>tel Saoo) xal èxHfaaat juxaTcàXat 
[iè T^ balata xal xòv l^otpf^xaat. 

OOxo)^ 6 xópY)^ xal 6 Icddhe^ Ixii^rpoLy xà 
fatti xco;. *Apxt màvo|ie èxelvo, tcoO 9Jxo ìooìù '^ 
xò camino fiè xò vepò ttoO xoO epassei>ae xòv op- 
pio, xal Tcóaao écpàvy) àicrptàxo) )((0|Jiàxou xal 5|a^- 
ae xcaXóaovxa^, (là xovel^ àxoue, xal aàv rjSpe xt 
troveguexat x^J^^^C» ^^'^* 

— 'Eyca dEpxt ttìo) vepò vepò, 'xt tcoì xàv tioO 
?Xet va èx^afifl \ xò |iìXl 

IIopTwcxfòvxocg 7cop7caxfi)Vxa^, èS^pT) 15 'co^V xo 

pantano xovxà xf) OiXaoaa. 'E^épr) 6aaa) \ xfj vu^- 

xa xal Ixel xovxà Taiaao 6(dp«r Sva magno orcfxt. 

ToOxo€ ^^xo 7ce6ajJipivo€ il Ttelva xal àicdcxcoae ànà- 
v(o xocl TCÓaao Ocapel p/a magni tavula 7cape|ip.év7) 

|iè xp{a plattegiia l^ (poy^a p,è xpel^ buttiglcac^ i^ 

xpocol xal xpla 4^pZa, xal 5èv y)5pe xavé. 'Avot'Ye^ 

oà (i{a £XXr] stanza, xal izòoao Ocopel xp(a xpe^^ 

xia cpxtapiéva, pA xoOxo^ ?6appe *xt è briganti, tcoO 

èoxéxoot èxel xal loxtà^exo xal e&ce* 

— nfi)^ ?x^ ^* xa|juo; t(6) (r:t^ nxtSofvovxa^ 
è? uelva' àpxt xpcir^co *XtYO ^ocyl xa9à platteddhi, 
xal irfvo) 'Xfyo xpad xa6à buitiglia xà! ?va mor- 
cio tjxopi xaOà gva. 

Kal o5x(i)^ Sxap^. Doppu tcoO l^aye, stTie* 

— "Apxt Tcico xal xapiopat. 
n&€ ^Y^^^TQ *€ 'tà xpeppixta, eiTce* 

_ 11(0$ SX^ ^^ xàp(o vi xoipr]6(I) a' Sva xpe^- 

^t; toj)^ arrivegouot of breganti, pè a(pi^ouaf è 

xàXXto va miao) pia muddharra xaOà xpep^ixt xal 

cpxiàl^o) xal xotpiopat. 

Kal o&x(i)$ 5xape. 'Exel 5èv f^aav oc breganti, 

pà èaxéxaat xpsl^ (pixxtg. Ilóaao StaXéyovxat ^^ xpel; 

cpàxatg xal sxoBtaaot va cpàouot xal arrispundeuoe 

1^ p{a xal etTce* 

— 'Epa xò ^ayl Sèv è giusto ! 
Arrispuodeuaaat ^ àXXat^ xal etTraor 

— ^Epdcc manco è giusto! mandici ^ayl, tp(i>- 
pl xal xpaal. 

Mi 5àv l^^potot xl va penscuaouat. Sàv èYtàpr]- 
oav va xoipT]6oOv, Tcóaao Xéyti -fi pia* 

— 'Epe poO mancheet pfa muddharra ! 
Arrispundeuaat -^ àXXat^ 56o xal eTTcaar 

— 'Ep^ xtóXa pfi^ ammancheguet xtóXapfa ! 
Ma Xéyovxa^ o6xa)$, róaao xò OtopoOot péaa *$ 

xi xpeppixta xotpoupévo xal xòv èlùiz^aoi xal xoO 

éJTWtOf 

— Ca pè TOlò coraggio ^eg cS8e; 

Ma Ixelvo^ 8Xo$ maapévo^ '$5 pagura xà? eltcr 



— *Q8e p,' gyepe i^ sfortuna pou* aS^ napaxo* 
XG) va poi5 perduneoorrjxe, fvxiì tly(jx xóaar) brutta 
crianza ve Spxco Sìòt. 

Kal xù)^ ecunteuae SXtj sbeniuran xou. 
Ma èxefvat^ xoj cEnooi* 

- - M^ oxtaotì^ 'xt 8è aoO xiwope xfTcoxc, xod 
Tcl potg* 6£Xet$ va oxofl^ pexai pa$; 

VERSIONE LETTERALE 



Una volta c'era un padre ed una madre che 
avevano due figli maschi, e questi erano botte- 
gai; ma il figlio grande era giocatore e sciupo- 
ne che stava rovinando la casa. Ma il piccolo 
era economico ed un giorno disse al padre: 

— Sapete che vi dico? che ci dividiate la 
roba, perchè, se no, mio fratello ci ridurrà alla 
miseria. 

Il padre cosi fece: divise loro tutta la roba. 
Ma il figlio grande a poco tempo consumò tutto 
quanto gli avea dato il padre, e rimase nella 
miseria. Un giorno andò dal padre per avere 
qualche cosa, e quelli, come Tebber veduto, se 
ne dispiacquero, e disse il fratello minore al 
padre: 

— Se egli mette senno, lo terremo con noi 
Il padre disse: 

— Facciamo come vuoi. 

E cori raccolsero e gli dissero: 

— Vedi che noi ti accogliamo; bada a m eite 
senno e a non fare come facevi. 

Ma uno, che ha un vizio. Io lascia quando 
muore: coint vendeva la roba in bottega, una 
piastra la metteva nel cassetto e due in tasca; 
andava e giocava. Si accorsero che i danari nel 
cassetto non c'erano, e la roba intanto mancava. 
E dissero il padre ed il figlio minore: 
— > Costui ci riduce alla miseria. Come abbiamo 
a fare per levarcelo d'innanzi? 

Disse il figlio al padre: 

— Sapete che vi dico? la Domenica fararmo 
festa ad Amendolea: andremo, condurremo mio 
fratello con noi, e giunti ov'è l'acquedotto, che 
mette nel pantano, presso al mare, essendovi in 
una parte una la^iide. Io getteremo li dentro e 
rimarremo in pace. 

E COSI fecero. Che fanno? pigliano due bot- 
tiglie piene di vino, e nell'una mettono un po' 
d'oppio e partirono per la festa per giungere co- 
là dov'era la lapide dell'acquedotto. 

Dissero il padre ed il figlio: 

— È meglio che facciamo colazione. 



2 



ff^f^mmmm 



i 



ma canese ecunnt;, ce sa nivre li troveguete ha- 
menose, ipc : ^ 

— Ego arie pao nero nero, ti pu campu ehi 
na guei sto mali. 

Porpatorida porpatonda, escevi asce tundo 
pancano conda ti dhalassi, Escevi ossu sti nifta, . 
ce eci conda posso dhori ena lustro ce ejavi eci 
ce posso dlìori ena magno spiti. Tutosc ito pe- 
dhammenose asce pina ce epettoe apanu ce 
posso dhori mia magni tavula paremmeni me 
tria plattegtia asce faghia me tria buttiglicse asce 
crasi ce tria spómia^ ce de nivre cane. Anighi 
asce mia addhi stanza ce posso dhori tria cre- 
vatiia fuamcna, ma tutose edarre ti è briganti 
pu stecai eci ce escìaszeto ce ipe : 

— Pose ebo na camo? ego steco pedhenonda 
asce pinai arre trogo Ugo fughi cada platteddi 
ce pino ligo crasi cada buttiglia ce ena morcio 
spomi cada ena. 

Ce otuse ecame. Doppu pu efaghe, ipe : 

— Arte pao ce ciumumc. 
Pose ejavi sra crevaitia, ipe: 

— Pose eho na camo na ciumidho ascena 
ere valli ? pose arrivegusi i breganti me spaszusi; 
è caglio na piao mìa muddharra cada crevatti ce 
Itìaszo ce ciumume. 

Ce otuse ecamc, Eci de nissa i breganti, ma 
«stecai trise faiese. Posso delegonde i trise fatese 
ce ccadiai na fausi ce arrispundespc i mia ce ipe: 

— Emme to faghi dcne giusto ! 
Arrispundespai i addhe ce ipai : 

— Emmase manco è giusto ; manchei faghi, 
spomì ce crasi ! 

Ma de nescerai ti na pensespusi. Sa nejavissa 
na ciumìdhuj posso leghi i mia: 

— Emme mu manchei mia muddharra! 
Arrispundespai i addhe dio ce ipai: 

— Emmase ciola ma sammanchegui ciola mia! 
Ma legenda otuse, posso to dhorusi mesa sta 

crcvatiia ciumumeno ce to nasciunnai ce tu ipai: 

— Ca me pio coraggio irtese ode ? 

Ma ecinose olose piammenose asce pagura, 
tosipe : 

— Ode mefere i spurtunamu: sa paracalo na 
mu perdunespite, jati iha tossi brutti crianza na 
erto ode. 

Ce to secuntespe oli ti sbenturandu. Ma eci- 
nese tu ipai : 

— Mi sci asci se, ti de su cannome tipote. Ce 
pemase : dh elìse oa sia disc ode raedemase ? 



RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



•Eva viaggio dye ?va xópT] xal p/a [liva xol 
tXyijxai 8Ó0 natSta àpàevtxà ocol xoOxot f^aov 'tuo Ot]- 
xàptot, p,à 6 ulò^ |AÌY^ ^"co jocaturi; xal spragaro; 
TOJ lorexs TiXetovia; xò cxTcfxt. Ma xò xéXXt ^o 
oJxóvojio^ xal |i(av -^[lèpa dize .xoO xópou xou* 

— Sépexe x( a5^ Xéyts)] vi [iMi; {io:pd(n]xe 5X1] 
x^ roba, ytaxl, àv 5è, 6 leddhé |iou [ìm; (pipet '; 
x^ miseria. 

*0 x6pifj^ oSxo)^ lxa|ie* xò)^ èjxofpcaae 8Xr) xi] 
roba. Ma 6 xÀòq 6 |iÌYa; Saaio aà Wyo xaipò èxé- 
Xewoae 8Xo róaao xoO f^xo Si&aovxa^ 6 xuprjg xou 
xal l{JL£tve \ xìi lemosma. 

M(av i^p,épa èycàpr) \ xoO xupoO xou yià va xoS 
5(5x75 xl xàv xl, xal tcw^ xòv yjDpotcjt, x(b^ èdispia- 
ceuae xal tlne 6 leddhc; 6 xéXXt xoO xùpou xou* 

— *Av èxeTvo^ i5tàXeYe x^jv xecpaXf^v xou, xòv 

*0 xópr)€ xoO tlnB' 

— Kàvvop£ nG)<; 9éXetg* 

Kal oBxo)^ xòv èStaXé^otot p,e9a£ xwg xal xoD 

— Bpè 'xt è\uX(; aè SKxXéyop^ jieSaf p^- pen- 
sa va StaXé^TK '^ X£(paXT^ aou* jiij xàpiQ^ '^ 
Ixawe^. 

Ma gvag TToO l-jKti ?va vizio, x'àpfvet aà Tcat- 
6a{vei. UGx; StcouXs roba \ x^ TCoOf^xa, gva pezzi 
jpaXXe \ xò tiraiuri xal 5óo \ x^ sncchetta xou, 
DinjYe xal lizaiì^e. Avvidecpxeaav 'xt 5èv ecumpa- 
reaat xà 8r)vépta òaao) \ xò ti naturi xal i^ roba 
ammanchegue xal xà Srjvépta Bàv i^ipovxo. 

Kal elnt è xupy)^ xal 6 ulò^ è xlXXt* 

— Aóxo'jvog pà^ cpépec '^ tv; povertà. U&c, lyo- 
\it va xàp.a)p£ va xòv èxY'J^Xto(X£ éfiTrpóaBe p,a$: 

Elia 6 ulÒQ 6 xéXXc xo\j xùpou xou' 
— Sépexe xl odiò Xéyo); tt) xupiax)] xàvvouat fe- 
sta '(; x^v Ammendulia xal 7tà|.i£ xal 7ra(pvop.£ xo 
leddhe pou [ubod p^ xalaàv arriveguop.e èxelTtoG 
?)^et xò camino xoO vepoO^ tcoO èx^afvet 'g xò pan- 
tano xovxà x9) OàXaaja, 'xt aè p,fa jieptà ly(ti [da 
balata, xal xò p{7rco|JLe èxeT èaaco, xal oOxa)^ p^évo- 
\u \ v^ paci. 

Kal o&xo)^ èxàp^ai. T( xàwouat; Tciàvouai 8óo 
buttigliat^ Y^^l^"^*^^ xpaal, xal x^ pZa xtJ^ è^àXa- 
at XfYO o|)pio, xal èxtopfaxifjaav y^ 'ri) festa y^ 
va arrivetpouai èxeT ttoO el^e "rij balata. EItcs 6 
xuprjg xal 6 x£XXr 

— È ocàXXto va xàpwp£ cullazioni. 

Kal èxaSfaaat va cpiouat. JlGx; ixpt&Yaat, ISéy- 



-^^TWll!^- 



li] II. [Il UM "Hi-' 



xoat va irfoTQ xoO uEoO xou [uy&Xoo l^ xeìv 'xtj but- 
tiglia iroO èly(t tW oppio. IlG^ lTO<7e, oùpua ?7c- 
iccoe x*l^ iie6a{i|JLévo. 'Avo^Sa^^t èxefv' xij balata 
xal xòv èpfSaat è>tel Saao) xol èxHfaoot juxaTràXat 
|iè xij balata xal xòv ifytxpfpiaoi, 

OOtcì)^ 6 xópT)^ xal 6 Icddhe^ iyii^rpoLy xi 
fatti xw;. *Apxt màvo|ie Ixelvo, tcoO 9Jxo Saaco *^ 
xò camino jiè xò vepò ttoO xoO epasseuae xòv op- 
pio, xal Tcóaao Icpàvt) àTDjxàxo) x^jiàxou xal S|ipe- 
ae xctìXóaovxa^, (là xocvel^ àxoue, xal aàv rfipe xt 
troveguexat x*^^^^^ ^^'^* 

— 'Eycl) dEpxt Tiio) vepò vepò, 'xt tcoì xàv tioO 
?Xet va lupxl'Q \ xò |iiXt. 

IIopTwcxfòvxocg 7wp7caxfi)vxa^, è^épT) è^ xoDv' xo 

pantano xovxà xf) GiXaaaa. 'E^épT) òaao) '^ ^fj vu^- 

ta xal èxel xovxà Toiaao Otaptl iva magno airfxt. 

ToOxo^ f^o TceOajJipivo^ l^ Ttelva xal àicdcxcoae àjcà- 
v(i) xal iióaao Ocapel (ifa magni tavula 7cape|i[Jiévr] 

|iè xpfa platteglia è^ forf(a (lè xpe^^ buttigUai^ 2^ 

xpotal xal xpla (pcofiZa, xal 5èv r]5pe xavé. 'Avot'Ye^ 

oà (i/a £XX7] stanza, xal Tióaao Bcopel xpfa xpe^^ 

xta (pxtapiéva, |ià xoOxo^ ?6appe *xt è brigami, twO 

èoxéxaai èxel xal loxtà^exo xal e&ce* 

— Tl(b<; l/(a va xa|juo; èy^ oxixo) TrxtSafvovxa^ 
è5 iieTva- àpxt xpciya) 'Aiyo <payl xa9à platteddhi, 
xal Trfvo) 'Xfyo xpad xaOi biiiiiglia xdi gva mor- 
cio ({ki)|ìi xaOà Sva. 

Kal o^xtù<; Sxa|JLe. Doppu ttoO l^aye, stTie* 

— "Apxt Tcico xal xa(iio|iai. 
n©$ lYtàpT) \ xà xpeppixta, eliie* 

— Il(ùq Sx^ ^ xà(Jwo vi xot|ji7)9G) a' ?va xpe^- 

pàxt; m><; arrivegouot ol breganti, |iè acpi^ouat* è 

xàXXco va miao) |i:a muddharra xaOà xpep^ixt xal 

cpxtiso) xal xct|iio|iat. 

Kal oGxo)^ Sxa|ie. 'Exel 5èv f^aav oc breganti, 

|ià èoxéxaoi xpel4 «pixatg. Ilójaro StaXéyovxat fi xpel; 

<pàxatg xal sxoOtaaot va (pàouot xal arrispundeuae 

•^ [i{a xal etue* 

— 'E[ià xò ^ayl Sèv è giusto ! 
Arrispuodeuaraat -(j àXXat^ xal etTuaof 

— "EjjuX^ manco è giusto! mandici (payl, ^(ù- 
[il xal xpaal. 

Ma 5àv è§épaat xl va penscuaouat. Sàv tfii^r^ 
aoLV vi xotjiYjOoOv, Tcóoao Xéyet fj ptta- 

— 'Efiè fioO mancheet |ua muddharra ! 
Arrispundeuaat -^ àXXot^ 5óo xal eTTcaar 

— 'Ejjl5<; xtóXa jjid^ ammancheguei xtóXa pia ! 
Ma Jiyovxa^ o&xo);, Tióajo xò OtopoOot péaa 'g 

TX xpe^ixta xoipou|jL£vo xal xòv è§67wa<Jt xal xoO 
etTiaot* 

— Ca pè Tzdto coraggio ^pxe^ c5)5c; 

Ma Ixelvo^ 8Xo^ maopévo^ 'e? pagura xò^ eiTcr 



— *Q8e ji' gyepe i^ sfortuna pou- aSt^ itapaxo- 
Xfi) va poa perduneoor)xe, ytaxl elxa xóoor) brutta 
crianza ve §pxa> &òt. 

Kal x(J)^ ecunteuae SXtj sbeniuran xou. 
Mi èxefvac^ xo j éEnaoi* 

- - M^ oxtaoO^^ 'xt 8è ooO xivvop£ xfTcoxe, xod 
Tcl pag* OéXet^ va oxafl^ pexaf pa^; 

VERSIONE LETTERALE 



Una volta c'era un padre ed una madre che 
avevano due figli maschi, e questi erano botte- 
gai; ma il figlio grande era giocatore e sciupo- 
ne che stava rovinando la casa. Ma il piccolo 
era economico ed un giorno disse al padre: 

— Sapete che vi dico? che ci dividiate la 
roba, perchè, se no, mio fratello ci ridurrà alla 
miseria. 

Il padre cosi fece: divise loro tutta la roba. 
Ma il figlio grande a poco tempo consumò tutto 
quanto gli avea dato il padre, e rimase nella 
miseria. Un giorno andò dal padre per avere 
qualche cosa, e quelli, come Tebber veduto, se 
ne dispiacquero, e disse il fratello minore al 
padre: 

— Se egli mette senno, lo terremo con noi 
Il padre disse: 

— Facciamo come vuoi. 

E cori l'accolsero e gli dissero: 

— Vedi che noi ti accogliamo; bada a m eite 
senno e a non fare come facevi. 

Ma uno, che ha un vizio. Io lascia quando 
muore: comtr. vendeva la roba in bottega, una 
piastra la metteva nel cassetto e due in tasca; 
andava e giocava. Si accorsero che i danari nel 
cassetto non c'erano, e la roba intanto mancava. 
E dissero il padre ed il figlio minore: 
— > Costui ci riduce alla miseria. Come abbiamo 
a fare per levarcelo d'innanzi? 

Disse il figlio al padre: 

— Sapete che vi dico? la Domenica faranno 
festa ad Amendolca: andremo, condurremo mio 
fratello con noi, e giunti ov'è l'acquedotto, che 
mette nel pantano, presso al mare, essendovi in 
una parte una la^iide, lo getteremo li dentro e 
rimarremo in pace. 

E cosi fecero. Che fanno? pigliano due bot- 
tiglie piene di vino, e nell'una mettono un po' 
d'oppio e partirono per la festa per giungere co- 
là dov'era la lapide dell'acquedotto. 

Dissero il padre ed il figlio: 

— È meglio che facciamo colazione. 



E sedettero per mangiare. Mentre mangiava- 
no, dettero al figlio' maggiore da bere in quella 
bottiglia, che conteneva dell'oppio. Com'cbbe 
bevuto, subito cadde a terra morto. Levarono la 
lapide, lo gettarono li dentro, e chiusero di nuo- 
vo e lu lasciarono. Cosi il padre ed il figlio an- 
darono per i fatti loro. 

Ora parliamo di quello ch'era nell'acquedot- 
to, che, svanita la forza dell'oppio, e vedutosi 
sotterra, cominciò a gridare. Ma nessuno udiva, 
e, quando si accorse d'essere perduto, disse: 

— Ora vado acqua acqua, perchè in qualche luo- 
go si deve uscire all'aperto. 

Cammina, cammina, uscì aJ un pantano 
presso il mare. Usci fuori, di notte, e vide li 
vicino un lume; si avviò a quella volta e vide 
un gran palazzo. Egli era morto dalla fame; an- 
dò sopra e vide una bella tavola apparecchiata con 
tre piatti pieni di cibo, con tre bottiglie di vino, 
tre pani, e non vide nessuno. Apre un'altra 
stanza e vede tre letti preparati; ma egli credeva 
che ci fossero i briganti, n'ebbe paura e disse: 

— Come devo fare? io sto morendo di fame; 
ora mangio un po' di cibo di ciascun piatto, 
bevo un po' di vino di ciascuna bottiglia e di 
ciascun pane ne piglio un pochino. 

E cosi fece. Fatto ciò, disse: 

— Ora vado a coricarmi. 
Appressatosi ai letti, disse: 

— Come devo fare per dormire in un letto? 
Cgme giungono i brigami, mi ammazzano. È 
meglio pigliare una coperta di ciascun letto, le 
accomodo e dormo. 

E cosi fece. Li non c'erano i briganti, ma 
dimoravano tre fate. Ritornarono le tre fate, si 
sedettero per mangiare e dissero: 

— Il mio cibo non è intero ! 
Risposero le altre: 

— Il nostro nemmeno è intero; manca il cibo, 
il pane ed il vino! 

Ma non sapevano che pensare. Quando an- 
darono a coricarsi, disse una: 

— A me manca una coperta! 
Le altre risposero: 

^- A noi ne manca pure una! 

Ma dicendo cosi, vedono costui addormenta- 
to in mezzo ai letti e gli dicono: 

— Con quale ardire sci venuto qui ? 
Quello, preso da paura, rispose: 

— Qui mi ha condotto la mia sventura: vi 
prego di perdonarmi della brutta scostumatezza 
d'esser venuto qui. 



E narrò tutta la sua sventura. Quelle gli 
dissero: 

— Non temere; che noi non ti facciamo nessun 
male. Di' : vuoi tu stare con noi? 

(continica) 



CREDENZE POPOLARI CALABRESI 

( Dall' Avanguardia ) 



Le credenze popolari abbondano in Calabria, 
come pure presso quegli altri popoli, che custo- 
discono ancor gelosamente gl'intimi affetti di fa- 
miglia, il culto sincero per la religione, quei 
modi di vita propri delle genti primitive — e 
dove ancora certi soffi di civiltà non sono pene- 
trati, come falco in mezzo a timido stuolo di 
colombe... 

Il nostro popolo serba tuttavia, quasi intatti, 
i suoi usi ed i suoi costumi. Tenace negli affet- 
ti, come, per altro, fiero é nell'odio, esclama: 

lu sugnu calavrisi e mi ni vantu ! 

Guai, perciò, a volerlo contraddire nelle sue 
credenze; guai, a dileggiarne, anche per poco, i 
pregiudizi! Il pastore, che caglia il latte,* deve 
p. es. , avvolgere il presame in un pezzo di te- 
la, appartenente ad uomo, e non a donna; che, 
se a quest'ultima appartenesse, il latte, Dio mio!, 
non cagliercbbe mai... (a). 

Chi non s:\ che la donna fu dovunque consi- 
derata come un essere debole in faccia all'uo- 
mo? Eppure, quanta forza, quanta vita nello 
sguardo di lei, in un suo motto, in un sorriso! 
E lo stesso pastore non può fare a meno di 
cantare alla donna, che lo à legato coi vincoli 
della sua bellezza: 

Tiegnu lu cori mia 'mmienzu lu fuocu, 
e mo lu viju de fuocu appicciata... 
Parràri ti vorria, s'avissi luocu, 
ca ti cunterra li pcui chi patu ! 
L'amuri mi cridia ch'era 'nu juocu, 
e mo è 'nu fuocu, ch'un si stuta mai... 
Bella, pe* si stutare lu mia fuocu, 
'un ci abbasterra l'acqua de lu mari ! 

Entriamo adesso nella casa di una contadina. 
È la sera : i suoi figlioletti han terminato di tra- 
stullarsi; alcuni già dormono. Uno di essi, però, 
non vuol dormire — e che ti fa la povera ma- 
dre, che non può indurre quel diavoletto ad ad- 
dormentarsi ? Ricorre allo spauracchio — ed ec- 
cola dire al suo bambino: - Duormi ca si no te 



(*) Da' « Saggi di Letteratura Popol. Gdabrese ». 
(a) V. Padula: Prose Giomalist.; Nap. 78, pag. 262. 



.ui'-M" .p^ ^-4ir»5ii . ■■wpiijii m^jm^fqimfv^ 



•^HPii . 



/>i^/ta /w pappunil; lo spauracchio appunto, ch'è 
detto anche *w mammoni^ 'u mommUy e ricorda 
il |iop[icI)v, fantasma degli Attici; il fitóiiop de' Co- 
mici siculi; il TiàTnros del drama satirico greco 
e il Pappus delle Atellane (b). 

Secondo le antiche credenze, le Ldmie tessa- 
le giravano di notte, in cerca di bambini per 
succhiarne il sangue, e mandarli giù, senz'ahri 
complimenti. 

Orazio cosi dice nell' Epistola ai Pisonì: 

Ncu pransae Lamiae vivum puerum extrahit alvo. 

Il contadino calabrese vede una jerpe nera ? 
Ebbene, crede che in essa alberghi Inanima di 
un uomo ucciso o di un pagano, errante, senza 
pace e malefica; per cui subito esclama: San Pau- 
lo \, per la tradizione che, trovandosi questo san- 
to nell'isola di Malta, mentre poneva alcuni sar- 
menti nel fuoco, non soffri alcun male dal mor- 
so di una vipera (e). 

Nelle serpi bianche, invece, vedono i nostri 
contadini delle anime buone, e le dicono fate. 
È cattivo augurio, se la serpe da loro ospitata, 
abbandoni la casa, o muoia, o la uccidano. Guai 
all'uccisore: il suo braccio rimarrà inerte per 
sempre ! 

Anche la lucertola è venerata in Calabria, 
specie quella a due code, forse perchè rara -e 
la rarità la rende misteriosa al pensiero del mon- 
tanaro calabrese. Oltre a ciò il popolo crede che 
le lucertole, entrando nelle case, vi portino for- 
tuna, e possano essere ombre di trapassati. Le 
chiamano perciò '« buonu agurio de la casa^ e 
ritengono che a chi uccida una lucertola il si- 
gnore dia un sonoro schiaffo; mentre, chi am- 
mazzi un serpente ne sia ricompensato con un 
bacio. 

A chini ammazza 'na Incerta 
Din li dun? 'na shcaffetta ^a); 

a chini ammazza 'nu cnrsuni 
Dio H manna nu vasuni. 

Il serpente è tentatore, fa peccare; vade Te- 
tro Satana l... 

In Longobardi (Cosenza) — nota l'Accatta- 
tis — i superstiziosi incontrando p. es. una lu- 



. (b; V. Dorsa: La Trad. greco lat. ecc. pag. ii, Cosenza 84, e 
la nota a pag. 153 del poemetto di Lorenzo Greco: Il Giuoco deL 
l'asino, Cosenza, 1869. 

(e) V. Atti degli Apostoli. 

(a; In certi vocaboli calabresi, la s innanzi alla e, ha quasi fl 
suono dell' sb inglese: ecco perché scrivo sbcajfitta, che si legge 



certa, non la uccidono, anzi la rispettano fino 
alla venerazione; e quando avviene che i bam- 
bini ne' loro trastulli ne sorprendono ed ucci- 
dono qualcuna, sogliono giustificare il supplizio 
dato all'innocente bestiuola, dirigendole queste 
parole : 

Non sugnu statu iu, 

né mamma, né Diu, 

su' stati li cani e li ludei (b) 



* 



In alcuni paesi di Calabria, quando lunghe 
piogge, o siccità continue minacciano il ricolto 
delle campagne, alle cui glebe i cittadini sono, 
per dir cosi, quasi attaccati, si lega di funi la 
statua del Patrono; e qual prigioniero, si porta 
dalla chiesa in cui si trova, in un'altra per lo 
più fuori l'abitato. Si crede, che, per liberarsi 
da tali ceppi, il santo implori da Dio il tempo 
favorevole alle messi. 

Anche i Greci di Chio legavano la statua di 
Padre Libero; gli Ebrei quella di Diana; gli Spar- 
tani quella di Venere. La statua di Saturno a 
Roma avea l'intero anno, meno nelle feste sa- 
turnali, le gambe legate da fascie di lana. Cre- 
devano quei buoni antichi, che ciò facendo, si 
assicuravano la sua protezione. 

E — risum teneatis.,,. — in certi villagi ca- 
labresi, giungono a mettere in bocca al santo che 
devesi portare in altra chiesa, un'acciuga salala, 
perchè... senta di pili l'arsura della siccità, e si 
decida a far piovere, una buona volta!... 

In Acri, p. es. , si ricorre, pria di tutto 
all'Addolorata, che si venera in un'antica statua 
di certo valore artistico. 

Pria che la Vergine si porti in processione, 
si fa il triduo. E che folla, poi, lungo le vie 
del paese! Le donnicciuolc, quasi fuor di sé, e 
piangenti, corrono a pregare, al suono delle 
campane a morto: e cantano: 

'A Giustizia à de appracarì [placare], 
'a Misericordia i de regnari; 

a cui altre rispondono, in coro: 

Misericordia, e no Giustim, 
Misericordia, e no Giustiziai... 

Indi, il primo coro ripiglia: 

E Rigina de li Màrturi (Martiri), 
e prega a Gesù pe' nua; 
ed a tia ricurru. Vergini, 
e ca nua vulimu ajutu... 



(h) Vocabolario Calahreu Ital., pag. 789; Castrovillari, 189$. 



6 



L'atro coro cosi risponde : 

Sftuu Mitti *Doli]tmtaf 
tiostm Miifl di A vuelta, 
prega Tu lu regnu sdegau (a), 
CA Gesù é Judid 'remu 1... 

Che, se poi la invocala grazia non sia con- 
cessa, allora sì ricorre n S. Giuseppe; e finito il 
triduo, si porta anch'esso in processione, ben 
legato di funi, nella chiesa matrice; mentre le 
campane suonano lugubremenic a distesa... 

Precede la staiua del santo una lunga fila di 
ragazzi^ con corone di spine sulla testa, e legati 
l'un l'altro per mezzo di funi; indi, gran folla 
di giovani, di adulti -^ e ognuno canta: 

Ferdut», miu Diu, 
pcrduEia pt' pietà L.. 

Il santo deve siarc orto giorni prigionieio 
nella detta chiesa; e, se (come appunto è suc- 
cesso pochi mesi dietro), l'acqua vien giù in 
abbondanza, oh, allora il popolo è tutto in festa 
e per parecchie sere, fino a che il Patrono non 
rÌ£orni, Ubero di iunì, alla sua chiesa, si fanno 
allegre fiaccolate, al grido di Viva 5. Giuseppe! 

Come più sopra ho detto, quest'anno il santo 
ba jattù piovere; e, mentre Tacqua cadeva, cadeva, 
d'arsa campagna si ridestava a vita novella, ho 
visto un giorno un iraticello, con in mano una 
croce, seguito da moka foib^ girare per il paese 
ringraziando con preghiere il benefico S. Giuseppe. 
E, come la mistica com-iiva godeva, di quell'ac- 
qua, che lutea la bagnava; ed oh come si era 
contenti della pioggia, the assicuravava al popolo 
una buona raccolta!,,» 

E tutto ciò, quando Bari, Minervino Murge, 
Milano ed altre città insorgevano come un sol 
uomo, e pareva die, da un momento all'altro, tutto 
dovesse dissolversi! - In Calabria, non alle armi, 
O alle barricate, ma sì ricorreva alla preghiera, 
ed alle f^sre religiose... La tede - e dite anche 
il pregiudizio - ha .qui operato un miracolo 
scongiurando sommosse, indegne di un popolo 
ci\41e!,» 



CANTI DI MELICUCCÀ 

( Continuazione v. n. prec. ) 



Acri, Settembre 1898* 



Antonio Julia 



fij Cioè, tradocendo leiteraltnente, i! Htgnodel Signore sdegnato. 



Supra 'n cristallu na ndorata tazza, 
Qi luci cchiù di ll'oru la to' trizza : 
E lu meu cori suspira e s'ammazza, 
Dicendu chi trisoru e chi bellizza. 
Ssu biancu pettu quandu si sdillazza, 
Lu meli avanza pe la sua ducizza. 
Nei vorria stari n'ura nta ssi vrazza, 
Pe* vidiri com'è la cuntentizza. 

Fammi nsinga d'amuri tu cu ss'occhi, 

Perchi di ll'occhi currispund' 'u cori. 

Vidari non si po' senza di ll'occhi; 

Amari non s} po' senza lu cori. 

Se ddunca, bella mia, mi duni ss'occhi, 

E signu ca mi voi dari lu cori: 

E s' hai lu cori com'ammustri l'occhi. 

Tu cu cbiss'occhi mi duni lu cori. 

Bella, chi tessi vitti a la gugghiola, 

Non ti stancari tantu, vita mia; 

Cà già facisti caccia, mariola; 

Stu cori nta ssi magghi sbattulia. 

Non hai bisogno di vitti e lazzòla; 

Lu merru nei 'ngagghiau, sugijettu è a ttia. 

Succurrinci a l'amaru la scagghiola; 

Quantu armenu l'afTrrittu pizzulia. 

Gipilli di na sita carmusina, 
Fruntuzza di n'avohu 'ncarnatu: 
Gigghiuzzi di la nigra marturina, 
Occhiuzzi di farcuni 'nnamuratu : 
Nasuzzu drittu comu na candita, 
Mussuzzu di n'ancUu 'nsiggillaru : 
Dentuzzi di na perna la cchiù fina 
E chi s'incastra cu l'oru filatu. 

Non sunnu d'ossu li to' janchi denti,. 
Cà su di perni lavurati e fini : 
E quandu parrà ssi vucca rridenti. 
Ietta pernuzzi, ddemanti e rrubini, 
Quandu camini tu cessi li venti 
E d'ugni parti li muntagni 'nclini. 
Ora lu sacciu e lu sannu la ggenti,. 
Ca di la tua bellizza non c'è fini. 



? s^iM ijw^v '^*^: 



j^ "ji" 



'^^'^^"'^''^mmmmmBBmmfm^mw 



Bianca comu n'ammendula mundata, 
E saporita cchiù di la cannella, 
La mamma chi vi fici fu na lata, 
E la mammina rrigina Sabella. 
Gioiuzza cara com'acqua rosata, 
Pergula chi la tai la muscatella, 
Ssa muscatella sana ugni malata; 
Parchi non sani a mia^ duci cannella ? 



Si' tanta bella chi la luna passi; 

Li stilli ti faranno cumpagnia; 

E se la tua bcllizza s'accattassi, 

Non Toru e non Targentu bastarria. 

E se nta na vilanza ti pisassi, 

Na Vanda mentu l'oru e n'atr' a ttia; 

E se mi dinnu poi quali pigghiassi, 

Dassu Toru e Targcntu e pigghiu a ttia. 



Bella, Tamuri toi cantandu veni, 
E arretu li toi porti si cunduci. 
Mina 'n passu d'amuri e si tratteni. 
Canta li modi toi quantu su duci. 
Se su fatti per mia ss'occhi sereni 
E pura menti ssa vuccuzza duci 
Ora vidimu; e se tu mi voi beni, 
Afecciati a sentiri la mia vuci. 

Siti cchiù fina vui ca n'è lu risu 
E janca e rrussa comu nu cerasu, 
Quandu vi viju mi veni lu rrisu, 
Mbiatu cu vi po' dari n'abbasu. 
Non mi ndi curu di moriri accisu, 
Se nta la porta tua lu sangu è spasu : 
E se ieu moru e vaju 'n mparadisu. 
Se non nei viju a ttia mancu ci trasu. 

Siti cchiù janca vui ca n'è la carta; 
E fina e duci comu na cunfetta. 
Se lu sapi lu rre manda e v'accatta 
E cu la navi a lu portu v'aspetta; 
E nu vestitu vi porta di Marta, 
Di Napoli vi manda la staffetta. 
Poi quandu chissu pettu si sdillazza, 
L'angioli di lu celu fannu festa. 

Vui siti janca comu li farina, 

Cchiù acqua menti e cchiù janchizza duna. 

Siti comu la stilla matutina 



Chja chi nesci accantu di la luna; 
Mbiatu cu vi teni pe vicina. 
Avi lu paradisu e non s'addv^na. 
Chistu fazzu la sira e la maiina, 
Pensandu sempri a vui, facci di luna. 



Brunetta, brunettuzza, focu ardenti, 
Focu di l'arma mia, focu achiumanti. 
Tu nta sta terra fai moriri aggcnti; 
Vatiindi 'n celu e slatti cu li santi. 
Jeu notti e jornu t'haiu pe' la m^nti, 
E fai moriri a mia povaru amanti. 
€ E' ditta la canzuni nta lu latti; 
<( Cu dormi cu brunetti fa' rritratti. 



Di ll'ura chi vi fici vostra mamma, 
Fustivu janca comu na palumba; 
Cchiù bella di 'n pavuni, quandu sparma, 
Vascellu novu chi sbatti cu l'unda. 
Funtana frisca portata di Spagna, 
Vui siti bella, sapurita e brunda; 
Vui sariti la mia, cu manda, manda, 
Sutta la tua finestra batti l'unda. 



Quandu nescisti tu, nova bellizza, 
Tua mamma parturiu senza duluri; 
Nescisti nta nu jornu d'allegrizza 
E li campani sonavanu suli. 
La luna ti 'ndotau la sua janchizza; 
Lu suli t'indotau lu soi sbrenduri; 
Lu zuccaru ti dezzi la due izza 
E la cannella tuttu lu soi oduri. 



Tu si' cchiù janca assai di lu cuttuni; 
Nta ssu pettuzzu li bellizzi teni. 
Li stilli di lu celu 'nginocchiuni 
Stannu d'avanti a chissi occhi sereni. 
Se affacci a la finestra o a lu barcuni, 
Lu suli cu la luna tu tratteni. 
Ora, figghiola, no ndi pozzu cchiuni, 
Ammostrami ca m'ami e mi voi beni. 



Si' la rosa gentili di stu pettu; 
Nta chistu cori tu scorpita stai. 



■• t»'*«nr* ■■^;t«wt«ì|p 



•^"s^m^m 



> 



Tu si' di irocchi mei Tunicu oggettu; 
Tu h speranza a lu me' cori dài« 
La paci m'arrobbasti e lu rriggettu, 
Ci nel vidi ri a tiia m annamurai. 
Amami, cara, d'amuri perfetiu, 
Cà la me' amuri non ti dassa mai. . 

Rosa vermiglia a chisii lochi nata, 
Si' janca e rr issa mugghiu di na zita; 
Tu si' la sula rosa tantu amata, 
Chi cu iu hjarvu mi duni la vita. 
Terra, chi porli chista rosa amata, 
Ti prega sempri mi la ceni *n vita; 
Se di culliti la viju cangiata, . 
La mia speranza mori eJ è finita. 



Figghia dì boni ggenti, aggrazziata, 
Comu Ddcu ti criau tanta pulita? 
Tu porti li bdlizn di na fata, 
L'occhi e li ggjggln di na calamita. 
Na sula vota ti vitti affacciata, 
E mi oda 'jinamurai di chissà vita: 
Dimmi quandu sari chija jornata. 
Mi ti godi tu si^arma ed cu ssa vita ? 



Quandu nescisti tu, rosa marina, 
Ficiaru icsia lu suli e la luna; 
Ficiaru festa Palermu e Messina, 
Ti vattiaru a lu fonti di Rruma, 
E pc cunnnari nei fu la Rrigina 
^ pe cumpari h sa^^ra cu runa, 
Ora lì poi chìamari cosa fina, 
Lu jornu si' la ddia, la notti luna. 



leu v'amu chiù ch'è solitu d'amari; 

Cchiù ca si fa Tamuri pe lu mundu; 

Non sacciu a cu vi haju 'a 'ssimigghiari, 

Cu ssi ggigghi 'narcaii e ss'occhiu tundu; 

Vui mi facitL bella pacclari, 

Mmorsu su a galla e mmorsu sugnu 'nfundu. 



Slilla lucenti di milli culuri, 
* La ma beli izza mi fa pacciari. 
Li cori di la ggenti tu 'nnamuri, 
Cu ssi bellizzi Ji fata rriali. 
Ggigghi di notti e facci di lu suli. 



Stilla lucenti, chi 'n cclu non nd'avi; 

Stilla chi si' calata di lu suli, 

E notti e jornu sprenduri mi davi. 

Vinni mi cantu e viiu ca dormiti; 
E se dormiti, salutu li mura: 
Salutu ssi bell'occhi margariti, 
Ch'undi guardanu passa la furtuna. 
Vui di luntanu n'acula pariti, 
Chi s'avvicina a lu suli e la luna: 
Bella, chi fra li belli bella siti, 
Siti rriggina e portati curunà. 

Quaniu bella tu si', tu non lu vidi, 
E sempri a ll'occhi mei tu stai d'avanti; 
leu di la tua bcllizza vogghiu fidi, 
Ca ieu pe tia su fermu e su costanti; 
Per mia non ci su peni e mancu stridi; 
Tu cchiù bella di tutti ed eu cchiii amanti. 
Apri lu pettu n^eu, se non lu cridi, 
E guarda tu chist'arma 'gonizzanti. 

D'ugni bellizza tu fusti 'ndotaia. 

La cchiù bella di tutti si'. tenuta; 

Undi ti voti si' bella chiamata, 

Na fonti di bellizza si' criduta. 

Com'a ttia ma lu mundu non nc'è n'atra; 

Cà bella com' 'a ttia non s'è viduta: 

Tu di lu celu certu si' calata; 

Pc fari a mia 'mbiatu si' venuta. 

Acula, chi d'argentu porti l'ali, 
Ti scruscinu li pinni quandu voli: 
Ssu peduzzchjiu ti vorria cazàri, 
D'oru e d'argentu li 'mpigni e li soli; 
E se d'argentu non si ponnu fari, 
Pe mi li fannu nei dugnu lu cori; 
Poi nei dugnu lu sangu p'allustrari, 
E non m'importa ca sta vita mori. 

Bella, dui cori aviti nta ssu pettu; 
Di ssi dui cori unu est lu meu. 
Stari non ponnu dui cori nta 'n pettu 
E mancu senza cori 'u pettu meu. 
Pe cuntcntari l'unu e l'atru pettu, 
Cunveni fari comu dicu eu: 
Arresta lu me cori nta ssu pettu. 
Passa lu cori vostru 'n pettu meu. 

Direttore resp. Luigi Bruzzano 

Tipografia Passafaro 



^J--'^'''*'*^^*^^^ 







RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



'V 

y 

i?; h 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 2 — Dicembre 1898, 




MONTELEONE 

TrpoGRAFiA Francesco Passafaro 



f|^^^^i^^^^;^^^^gj^^^^^>^^^^^^^g^^^j^^^S;^ìi£3a 




I 

« 

i 

4 

i 

1 
I 

1 
i 
i 
i 

A 
i 
i 
i 

i 
i 

i 
i 

i 

4 
i 

é 



US 






%@1 






_^33.XXO 



IT. 2 



n? 



r 



? 






o. 

d 
6 



i 



i^ilSì 



€3<^fe>^<ar>^g£K^^ixìgsj^>g^?iffl^ag<^^i^ 



LA CALABRIA ì 




RIVISTA 01 LETTERAIDRA POPOLARE 



*8* 







Monteleone di Calabria, Dìoembro 1898 

SOMMARIO 

Novellina greca di Rocciifonc {L. B ruzzano] — 
Le leggende di Santa Severina (Gp De Giacomo) — 
Canto albanese di Falconara (F. Riggio) — Una 
leggenda popolare classica (G. Capalbo). 



NOVELLINA GRECA DI ROCCAFORTE 

(continuazione v. n. prec.) 
TESTO 

Ecìnose tosipe : 

— Ego den idhela na stado, ti idhcla na pao 
ta fattimu. 

— Esu ehise na stadise ode medemase arme- 
Du ena hrono, ce sto capo tu hronu paise ta 
fattisu, ce tundo hrbno pu stechise ode mede- 
mase, de nehise na camise tipote addho ca na 
cadise ce na faise anda caglio faghia. 

Ecinose tosipe : 

— Canno pò dhejite. 

Ce estadi : san irte sto capo tu hronu, tosipe: 

— x\rie eteglioe o hrono ce ego dhelo na 
pao la faitimu. 

Ecinese tu ipai mane ce ipai : 

— Ti tu donnome ? 
I pleo megali ipe : 

— Ego tu donno ti bacchetta asce cumando. 
I mesaci ipe : 

— Ego tu donno ena muccaiuri, pu sa ni- 
spunghiszete, na jenii pleo magno ca to niglio. 

I pleo ceddha ipe : 

— Ego tu donno mia bursa pu viatu na piai 
dineria ce viata na ehi ce mi tegliusi mai. 

Ce elicenziefti ce ehoristi ce ejavi asce mia 



Abbonamento ankuo 

Xjixe 3, 

Un numero separalo L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



città pu ihe to riga, ce conda tu spiiiu tu riga 
ihe ena spiti halomeno, ce to echorac ce ac- 
cumensespe na to ftiai, ce ti nimera etravaglieai 
i mastori, ce ti vradia ossu nifta ecinose ecu- 
mandegue me ti bacchetta ce efrabbichegue. 
hristiani de nesceral ti na pensespusi dhoronda 
ti ti vradia aiìnnai ti frabbica ascena modo, ce 
ti purri ti ncdhorai ascena addho modo. Asce 
lighese imerese ecame ena spiti icosi viaggi ca- 
glio para ecino tu riga. O rigase ihe mia di- 
ghatera ce aflfaccegue sti finestra ce c-anunonda 
ecindo spiti, eleghe : 

— Ettunose, pu é patruni ecinu tu spitiu, ehi 
na è pleo pluso ca to ciurinimu. 

Ce o rigase ciola eleghe to stesso ce epense- 
spe na to nambitespi, ce estile ton cammareri 
na tu ipi ti to nestile o rigase, ti dheli, a nehi 
tosso onuri, na erti sto spitindu, ti dheli na diver- 
teftusi ismia. Ma ecinose tu ipe tu cammareri: 

— Ego de nerco. Tu leghise tu riga. 

O cammarerise econdofere ce tu epire ti ri- 
sposta tu riga ; ma o rigase, cunnonda ti rispo- 
sta, ipe : 

— Ettunose ehi na è pleo spilose ca emmena. 
Ce econdofere stili metapale. Ma ecinose e- 

stile legonda, ti, a dheli na pai ecinose sto spi- 
tindu, ehi na pai o rigase me ti carrozza riale 
ce me ti narmata, ce poi pai ecinose sto spiti 
tu riga. Pose ehi ti risposta o rigase, e javi me 
te carrozzese ce me ti narmata, ce to nepire 



10 



sto siniiiidii, ce pose arrivespai ce epetioai apa- 
nu, pò sio nivre i dighatera la riga, .sirma an- 
namureftij ce pleo to nccanune ce pleo magno 
ti sìdighe. Ecinose pleo lìespunghiszeto ce pleo 
magnose ejencto me io niaccaiuri pu tu ito do- 
Goiidha i farà. Mesi meri io nccraiia na (ai me 
10 riga; porx et rogai, ecmose tu ipe tu riga ti 
^heli ti dighaierandu ja jineca, ce o riga lu ipe 
li mane. Ce sirma eprandeitìssa ce ci nepire 
sto spitindiK 

Ti vradiaj pose ejavissa na ci umidii usi, eci- 
nose evale li b^ccliLivjj li burza ce io macca- 
turi sto parcilavadi ce eciumìdhissa. Ossu sti- 
nÌTt2^ posso eppese i hiccheita hamme ce ipe : 
-' CumanJespe, pan ani. 
I jineca, pu ito asciannose, ipe : 

— Cumandeguo lundo spili na fani halomeno 
ce posso na mini o andrammu manali o me to 
crevatti ce ego na fano sto spiti m ciurumu. 

Ce epire lì bacchettUj to muccaturi ce u bur- 
za. Sa nasciunniej posso ivre ti tu ito caiiionda 
to tradimento i jinecaiu ce ipe : 

— Arte pose eho na camo? ego pao spcrto 
me to cosmo, li i sortamu otuse dlieli. 

Ce prita ca na carni imera, eliorisii. Pose e- 
porpaie ce i pina io nito piaonda asce mia cam- 
pagna, posso dhori eua sicamino^ pa ilie mura 
pi erata, epiae ce efaghe ena cuccia ce posso tu 
esc evi ena ceraio. T roghi addhone ce tu escevi 
addhone; troghi addhone ce lu escevi addhone, 
ce trla cuccia efaghe ce trìa cerata lu escevissa, 
ce eporpaie me tna cerata, Porpatonda porpa- 
tonda, tunespe mia appidia fortomeni asce ap- 
pidia ce cpiae ce efaghe ena, ce posso tu ehadi 
ena cerato; troghi addhone ce tu ehadi addhone; 
troghi addhone ce tu ehadi taddho, ce tu eha- 
dissa la iria cerata. Pose ivre tundo tatto, ipe: 

— Arte su serveguo ego, dighatera tu riga ! 
Ejomoe ena carieddhi asce appidia ce ena asce 

mura, ce ejavi apicam tu spitiu tu riga ce eb- 
bnndicgne ; 

— Pi dheli mura ? 

Posso acue i garzLina ce tisìpe ti riginotta ti 
ehi Olia, pn pai pulonda mura ce è frutto fora 
chero, a dheli na chorai, I riginotta ti sipe : 

— Crasceto na p:ttoÌ apanu. 

Ce i garzuna to necrasce. Ecinose epettoe ce 
echorae imiso roculo; pos tu ediche la di neri a, 
ecinose efighe, I riginoUa, pose efaghe to proti- 
no cuccij posso ti sescevi ena cerato ; etaghe 
*rta cuccia ce tria cerata ti sescevissa. Sa ti ni- 



vre rigase, de nescerai ti na pensespusi ce 
ecrasce jatruse, ma cancse de nefidefti na ti sta 
gualusi. Ce poi o rigase eguale ena ordino ti 
pise fidcguete na tis guali ta cerata, tu ti donni 
ja jineca. Ecinose cunnonda tundo ordino, ejavi 
ce epirc tria appidia sii sacchetta. Pose arrivespe 
sti porta tu riga, esziiie permisso a soi pettoi 
apanu ce tu ipai mane. Ce epetioe pose eplate- 
gue me io riga, tu ipe : 

— Ego fideguome na lista guaio ta ceraia ti 
riginotta; ma prita ehite na mu doite ena libro 
senza na è stampem eno. 

rigase tu ediche to libro, ce embese gra- 
fonda ce grafonda grafonda tisipe ti riginotta : 

— Esu ehise tria bisi pu de* ne dicasu, ce, 
andc prita esu condoferise etiunda tria bisi, ta 
cerata ego de su sonno guali. 

1 riginotta, cunnonda otuse, tu ipe ti mane. 
Ta condoferri ce ecinose ti sipe : 

— Ce dommuta emmena na tu ta piro pino ne. 
Ce i riginotta tu ta ediche. Doppu ecinose 

epiae ce ti sediche ena appidi ce to etaghe, ce 
lise ejavi to ena ceraio; poi ti sediche laddha dio 
ce otuse ti sejavissa ta tria cerata. O rigase tu ti 
nediche ja jineca, ce eprandeftissa metapale ce 
ecamai ena mina festino. Ecinose metapale eca- 
me to spiti eci pu ito; poi tisipe ti jinecostu : 
Arte ego eho na camo to spiti tu ciurusu 
na addiventespi sti pleo spili oscia, ce na minusi 
osciu pose esu ecamese na mino ego. 

Ecini tu ipe : 

— De: sa nehise na camise luto, ego spaszome 
manahi. 

Ecinose, cunnonda otuse, tisipe : 

— Ego idhela na to camo.ja dispettossu. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 

'Exelvo^ xùx; elnv 

— 'Ey(5) 5èv ffioXx va aiaSo), \i ffiùa va 
Tcào) xà tatti |ioi). 

— 'Eob Sx^ti; va oiaOfJ^ a)5e (xeOaf [lo^ ar- 
menu 2va XP'^^j ^^- 's "^^ capo xo5 -/jpòyou jdcet^ 
xà fatti aoi), xal xoOv' xò yjpò'^o tcoO oxìyziq &òe 
|xc6at |ia$, Sàv lyjciz va xàfiTQi; xfeoxe SD^o ca va 
xaStayjS xal va ^ir^q din xa xàXXto «payfa. 

'Exslvos x(b$ etTce. 

— Kàvvo) ntbq OiXexe. 

Kal è^xiGr)- aàv -^pxs \ xò capo xoO XP^^°^> 



11 



— 'Apxi iziXenoGz 6 xp^vo xal èy^ ^^^^ ^^ 
Tcào) là fatti |iou. 

'Exefvac^ xoO eiTiaot [là vai xol zXkolgi' 

— T( ToO 5ci)wo[i£; 
'H TzXio |i£YàXT) ei7i:e' 

— 'Eyw ToO 5wV(i) TT] bacchetta il cumando. 
'H fieoàxT] elTie- 

- 'Eyw ToO 5a)V(i) Iva muccaiuri, ttoO aàv 
OTrouYY^s'^*^ ^* Y^^^'j^ ^^^® mr»gno ca xòv fJXto. 

— 'Eyw xo'j 5wva) [ila bursa tzo^j ^liia va 
màoT] 5rjV£p:axal P'.-^xa va Ixr] xal |iy] xiXsLO'jac mai. 

Kal elicenzie^TT^ xal ìyjiù^iixri xal ì^d^f] era 
jifa e ini 7:0 j zlyj. lò pv^Y^ "''•^^ xovià toj aTr'.ifou 
ToO pfja £{ye iva okìzi yaXojJLSVO xaf lò i-xò^ccae 
xal accunienscuae va xò ^xiàcnrj xal xy^v ì?,[i£pa 
etravaglieaat oi [xàcjxopo: xal x)^ ppaà'a Saaco vù^xa 
èxeTvo^ eciimandegue |iè xr^ bacchetta xal efrab- 
bichegue. Ot xp^^^*^^^ ^^"^ r,?£paaL xl vi penseu- 
oouat Bwpto^yxa; 'xt x)] ^paSta à^fvvacji x)] frabbica 
è? Iva modo, xal x^ Tipcot xijv èewpaai è^ àXXo 
modo. Se XiYa:; f,|xipa'.^ £xa;jLS ?vr. gt^ixc bìtlooi 
viaggi xàXXio rapa èx£rvo xo5 prja. '0 p^Y^? et- 
X£ lAta O'JY^xépa xal affaccegu£ \ x)] finestra xal 
xavo'jvo^^xa; èx£Tv' xo a7c(xt, ?X£Y£* 

— AOxoDvo;, tcoO è pairuni èx£fvoi) xo5 aTcìxfou 
lyei va è 71 £0 7:Xouao ca x6 xuprjv (iod. 

Kal 6 p^iY^^ xcóXa £X£Y£ xó :tcsso xal £pen- 
seua£ va xòv ambiteuoYj, xal 5ax£:X£ xòv camma- 
reri va xoO £17x10 'xt xòv £ax£tX£ ó p^ja*;, \i ^iXei, 
àv lyei xóaoo onuri, va Ipxir] '^ xò OTaxiv xou, 'xt 
QiXei va diverte^xo'jai £?; (iia. Ma èx£lvo^ xoO £t7re 
xoO cimmareri ' 

— 'Eyw 5àv £pxw* ToO X^Y^'-b "^o^ p'iY^- 

'0 cammareri<; èxovxó^epE xal xo") è7cf;pe x^ 
l'isposta xoO p^Y^j P-^ ^ PVf^^ 'xo6ovxa<; xrj rispo- 
sta £l7r£* 

— AùxoOvoì; £X£t va è 7tX'o cj^TjXò^ ca è[i£va. 
Kal èxovx6cp£p£ ox£fX£t [A£xa7riXai Ma èx£Tvo^ 

?ax£cX£ X£YO'^a$ 'xt, 5v 9IX£t va 7riiri éxeIvo; '3 xò 
OTdxiy xoi), lyzi va 7raY] 6 pr^Y*^? M-^ "^ carrozza 
riale xal \iì x)jv armata, xal poi Tci£t èxelvo^ '$ 
t6 a7:(xt xoO pr^Y^- 

IIws IX^t X7] risposta 6 pf^Y^S? èy^^P^ l^^^ "c^^? 
carrozzes xal jiè x^jV armata xal xòv è7r?;p£ \ xò 
OTXiX'.v xo'j, xal TZù^ arrivcuaaac xal èjiaxwaaac 
à7xàva), TzGìQ xòv rjupfi f^ GuYaxIpa xoO p^Y°^? ^'^P" 
jia annamup£9xi(3, xal TcXèo xòv èxàvouve xal TcXéo 
magno t7^q loeiy^e, 'Exelvoi; tcXìov ioTzcrfyCQtxo xal 
Tzkéo magno è'{é^Ezo |iè xò maccaiuri, tcoO xoO ^xo 
S(i)Oovxa; f^ <pàxa. M£aY]fiipt xòv èxpàxyjciav và «piig 



[LÌ xò pfjYa- 71(0$ èxptÓYaat, èxeìvo; xoO er7i£ xo j p^ 
Ya \i 9éXet x^ OuY^txlpav xou y'* Y^^^^^^j ^ ^ 
P?1Y* "^^^ s^^s '"^t (là va(. Kal a6p[ia è7cpav5é(pxTj- 
aav xal xrjv è7ry;pe \ xò anfxtv xou. 

Ti) Ppa5(a, 710)^ è'^ii^riaocv và xoifjieSoOat, èxeZ^ 
vo; I^tXe x)] bacchetta, xrj burza xal xò maccatu- 
ri \ xò 7r.oax£9aXàpt xal lxot[iy^6T)cjav. ''Oacjo \ 
xi] YjyzT., Tzòaao 27:7:£a£ -f^ bacclietta X^V-^^ ^^'^ 

— Cumandeucre, patruni. 

'H Y^vaTxa, 7roO f^xo è^ÓTivo*;, £r7i£* 

— Cumandeguo) xo^^v' xò gtxixi và ^xvy; x^^^ 
[i£vo, xal 7:òaao và {leiv^ 6 àvopa |xo'j |iovaxò |i£ 
xò xp£^^ix: xal è'(ù) và ^avo) '<; xò gtxixl X05 xópou 
jiou. 

Kal £7:7^p£ x)] bacchetta, xò maccaruri xal x^ 
burza. Sàv èi,\)Tz^rpe, Tcóaao rjupE, 'xt xoO f^xo xà- 
[xovxai; xò tradimento i^ y'j^oiXy.o^ xou xal £t7i£' 

— *Apxt TzCìx; ?x^ ^^ xà|i(o; iyù) nitù sperta 
[lè :ò x67|xo, 'xt f^ sona (lou oijxco^ OéXEt. 

Kal 7:p:xa ca và xà|iTì T^^fiépa, èxwptaxTj. Ilfiag 
iizo^T.ìzt xal :^^ Tz^rva xòv 7^X0 7::a3svxa; a^ (ita 
campagna, 7:6aao 9a)p£t 2va ai)xà(irjvo, 7iO'j £rx£ mura 
7iXépaxa' à7:taa£ xal v^OL^t Iìol xouxxl, xal tcóggo 
xo5 è^é^T] 2va :vipaxo. Tp(i)Y£t àXXov xal xoO è^é^r] 
àX>vO* xp(i)Y£t àX?wO (v£) xal xoO ^£^£^7) 5XXo (v£), 
xa^ xp(a xouxxtà l^aYe xal xpfa xépaxa xo5 è^épr)- 
aav xal ìko^tzìze [xì xpfa xlpaxa. IIopTxaxcòvxa^ 
7cop7:axa)vxa^, x' urteuae |i(a à7rto{a 9opxo(i£V7] è^ 
à7rt5fa xal i^^zl7,o^ xal 5(faYe iva, xal ttóggo xoD 
èX^S'^l iva xépaio- xp(i)Y£t àWvO (v£) xal xoj èx^^l 
àX).o (S'è)- xpt&Yet àXXo (v£) xal xou èx^^ '^^ £>J,o, 
ocal xo5 ix^^^^^'^ '^^ "^P^ xipaxa. Ilfò^ r/jp£ xoOv' 
xo fatto, £t7i;£* 

— 'Apxt ab serveguo) ìy<j^? 9i>Yax£pa xou p^Y* ' 
'EYtó(ia}G£ iva carteddhi i^ aTitSfa xal iva è? 

mura xat è^ftà^r] àTnjxàxw xoO G7ctxfoi) ^xo^ p^^Y^? 
xal ebbandiegue* 

— Holo 9éX£t mura ! 

nÓGGO àxoue 1^ garzuna xal xf^s £17^ xfj rigi- 
notta 'xt ix^^ 2va, 7:00 7ia£t 7roi)XG)Vxa<; mura xal 
è frutto fora xatpò, àv 9éX£t và Y^P^^r *H rigi- 
notta x^^ et7i:£- 

— Kpà5£ xo và TwcxtÓGTg àTxàvo). 

Kal 1^ garzuna xòv ixpa5£. 'Ex£tvo$ èTtàxwGe 
xal Iy^P^^^ ^il^^^ rotulo. Il(bq xo5 i5a)xe xà Srjvépta 
èxfilvoi; i^uYE* 'H riginotta, mìqirpayt xò Tz^tirzev^b 
X'.uxxl, TTÓGGG xf^i; i^é^T) iva xépaxo- i^aYe xp£a 
xouxxtà xal xpfa xipaxa zf^q è^èprjGax. Sàv x^^v 
y]5p£ 6 ftfi'^xq, 5àv è^épaGt xl và penseuGOUGt xal 
Ixpà^aGt Y^axpob;, (là xavElg 5àv £fade(pxT) và xf^5 



12 



XÒL ixpiXouCTi. Kotl f oi t p?lY*^ Sx^aXe ?va ordino 
\i Itolo; fidcguerat va tf;; Ix^iX-g xà xépaxa, toù 
ti^ Su>vet ytx yuvarx%" 'ExelVo^ 'xoóovxa^ xoùv' xo 
ordinOj i^ii^r^ xxl iiuf^pe àiziUoL \ x^ sacchetta. 
Tifò; arriveuas '^ x^ T^ipxa xoù pfjya, IC^XTjae per- 
mìsso iv aajOTf] :cattbcr£t atiràvo), xal xoù tXnoLot, jià 
vof. Kaf l7i%xti>at, n&s £plategue (lè xò p^a, xoù 

— 'Ey^Ì) fidegPO(iat vi x% xà èx^àXo) xà xlpà- 
Toc t53 ri^inotta, ^ti Tipftac Ix^xe va |(ioù Ò&orfct 
Eva libro senza vi è siampe(i|i£vo' 

*0 pf^Y^ '^^^ E5u>x£ TÒ libro xal Sjipeae yP*" 
fovxag, Ko* YP^°'^"^^ yP^tP^^°^ '^i^ ^•'^ "^ ^^8*' 
noEta- 

— 'Eaì> Ix^l; xpta bisi ttoù 5èv è 5^x4 aou, 
xotl 2v Sé Tcp^xa 'lob xo^/xo^épY)^ aóxoùv' xa xp{a 
Tdìsì, xà xlpaxa ÌYtt> 5à aoù xà aóvo) èx^àXei. 

*H riginouaj xoóovia^ o^xco^ xoù efiie 'xt \ìà vaf. 

Tà xovTO-HpIppei, xal iyjdyo^ zfi<; elTce* 

— Kal Sóc fio'j X3£ l[iÉva va xoù xà Trf^po) 7ro(- 

vou è. 

Katl ii riginoita toù xà gBcoxe. Doppu IxElvog 
Inta^ xal l^mz Eva àmSl xal xò ??aYe, xal x^i; 
ÌYti^t] x6 Eva xépaTO' poi tfjg l5(oxe x' àXXa 56o 
xal oGt(i>s xf;? ^Yti^r^pov xà xpfa xlpoxa. *0 pf^o^ 
-toù xtjv ES(Dxs Y-^ Y^vatxa xal è7rpav8àcpx7]aav jie- 
TOTàXat, xal SxiiiaoL £va iifjva festino* 'ExeIvo^ 
lUtairiXat Ixaju xb aT^xi IxeT tcoù ^o- poi xffi 
E^re xfj yuvatxó^ xou" 

— *Aptt ÈY^ ^X^ ^^ xàjio) xò oTrfxt xoù x6pou aou 
vi addiventeuoifi \ t^ ukio ^^^ è^ela xal va 
jisfvoiKTL 6aatiij itìSg Ioli lxap.es va p^fvco Iy^- 

*ExefvTf) toù etite* 

— Afe- aàv lyti^ va xàpT[i<; xoùxo, èYÙ o^i^o- 

jtat t^ovax>V 

'Exelvo^j xoiovta; 05x0)^, xfjij etTO. 

— 'Ey^ f^fteX&fi va xò xàpo) y^ dispetto aou. 

VERSIONE 

Quello rispose : 

— Io non vorrei stare, perchè vorrei an- 
darmene pei fa in miei- 

— Tu devi stare qui con noi almeno un 

annoj e a cnpo dell'anno te ne andrai pe' fatti 

tuoi. Tuno Tanno che starai con noi, non avrai 

a fare niente altro che sedere a mangiare dei 

migliori cibi. 

Quello rispose ; 

— Faccio come volete. 

E stette con esse. Quando venne a capo del- 
l'anno, disse : 



— Ora è finito Tanno, ed io voglio andar- 
mene pei fatti miei. 

Quelle acconsentirono e dissero : 

— Che cosa gli daremo ? 
La più grande d:sse : 

— Io gli do la bacchetta del comando. 
La mezzana disse : 

— Io gli do un fiznoletto, col quale, quan- 
do si pulisce, divenga più bello del sole. 

La più piccola disse: 

— Io gli do una borsa, nella quale pigli 
sempre danari che non finiscano mai. 

Si accomiatò, e andò ad una città, ov'era il 
re, e 4i fronte alla casa del re c'era una casa . 
rovinata, che comprò e prese a riattarla. Il gior- 
no i maestri lavoravano, e la notte egli coman- 
dava colla bacchetta e fabbricava. La gente non 
sapeva che pensare, vedendo che la sera finiva- 
no la fabbrica ad un modo e la mattina la vedevano 
d'un altro. A pochi giorni, fece una casa venti 
volte migliore di quella del re. Il re aveva una 
figliuola, che affacciava alla finestra, e vedendo 
quella casa, diceva : 

— Costui, ch'è padrone di quella casa, deve 
essere più ricco di mio padre. 

E il re pure diceva cosi e pensò d'invitirlo 
e mandò il cameriere a dirgli, che il re voleva,, 
se potesse avere tanto onore, ch'egli andasse a 
casa di lui, per divertirsi insieme. 

Ma quello disse al cameriere : 

— Io non vengo. Dillo al re. 

Il cameriere tornò e riferi la risposta al re , e 
questi disse : 

— Costui dev'essere più alto di me. 

E mandò di nuovo. Ma quello mandò dicen- 
do, che se voleva ch'egli andasse a casa di lui 
doveva il re andare colla carrozza reale e colTe- 
sercito, e poi egli andrebbe a casa del re. .Avu- 
ta ch'ebbe la risposta, il re andò colle carrozze 
e coi soldati e Io cond issc a casa sua. Come 
giunsero e furono sopra e lo vide la figlia del 
re, subito se ne innimorò, e più lo guardava, 
più bello gli appariva. Egli più si puliva, più 
bello diventava, col fazzoletto che gli aveva do- 
nato la Fata. A mezzogiorno lo chiamarono a 
mangiare col re, ed egli, mentre mangiavano, 
disse al re che voleva la figliuola di lui per mo- 
glie, e il re disse si. Subito si maritarono, ed 
egli condusse la moglie a casa sua. La sera, 
mentre andavano a coricarsi, quello pose la bac- 
chetta, la borsa ed il fizzoletto sotto il guancia- 



13 



le e si coricarono. La notte, cadde la bacchetta 
a terra e disse : 

— Comandi, padrone. 

La donna, ch'era svegliata, disse : 

— Comando che questa casa apparisca rovi- 
nata, e che rimanga mio marito solo col letto, 
ed io comparisca a casa di mio padre. 

E portò via la bacchetta, il fazzoletto e la 
borsa. Quando quello si svegliò, vide che la don- 
na gli aveva fatto il tradimento e disse: 

— Ora come deve tare ? andrò errando per 
il mondo, giacché la mia sorte cosi vuole. 

E, prima di far giorno, parti'. Come cammi- 
nava' e sentiva fame, presso una campagna, vide 
un sicomoro co* frutti maturi, prese una mora, 
se la mangiò, ed ecco, uscirgli un corno. 
Ne mangia un altra e gli esce un altro corno, 
ne mangia un altra e gli esce il terzo; man- 
giò tre more e tre corna gli uscirono e cammi- 
nava con tre corna. Cammina, cammina, incon- 
tra un pero carico di pere ; ne prese e man- 
giò una, ed, ecco, spari un corno; ne mangia una 
altra e spaiì il secondo; ne mangiò un'altra e sparve 
Taltro, egli sparirono le tre corna. Veduto questo 
fatto, disse : 

— Ora ti servo io, figlia del re ! 

Riempi un paniere di pere, uno di more, e 
andò sotto la casa del re e gridava : 

— Chi vuole more ? 

La serva sentì e disse alla reginotta che c'era 
uno che vendeva more, frutto fuori stagione, se 
voleva comprarne. La reginot-a le disse : 

— Chiamalo, perchè t^enga sopra. 

E la serva lo chiamò. Quello sali; ne com- 
prarono mezzo rotolo, e, avuti i denari, fuggi. 
La reginetta mangiò la prima mora ed ecco 
uscirle il primo corno, ne mangiò altre due e 
le spuntarono tre corna. Quando la vide il re» " 
non sapevano che pensare, chiamò i medici, ma 
nessuno fu buono a toglierle. Poi il re fece ban- 
dire che a chi sapesse torle le corna, la dareb- 
be per moglie. Quello, udendo quest'ordine, an- 
dò, e portò tre pere in tasca. Giunto che fu 
alla porta del re, dimandò se potesse andar so- 
pra e gli dissero di si. E sali : parhndo col re 
gli disse: 

— Io son buono a torre le corna alla re 
ginoita, ma prima dovete darmi un libro che uon 
sia stampato. 

Il re gli diede il libro, ed egli prese a scri- 
vere. E scrivendo, scrivendo, disse alla reginotta. 



— Tu hai tre cose che non son tue , e s 
prima non le restituisci queste tre cose, non ti 
posso torre le corna. La reginotta, udendo ciò^ 
disse si : le restituisce, ed egli le dice : 

— Dalle a me per portarle al padrone. 

E la reginotta gliele diede. Avutole, le die- 
de una pera, ch'ella mangiò, e le sparve il primo 
corno; le diede le altre due, e cosi le sparvero 
le tre corna: 

Il re gliela diede per moglie, si maritarono 
di nuovo e fecero festa per un mese. Egli fece 
nuovamente la casa là, dov'era, poi disse alla 
moglie : 

— Ora io devo far che la casa di tuo pa- 
dre diventi sulla più alta montagna, e che tut- 
ti rimangano li dentro, come tu hai fatto a me. 

Quella rispose : 

— No: s^ tu fai questo, io mi ammaz^.o. 
Quello soggiunse a queste parole: 

— Io vorrei fartela per dispetto. 



Le leggende di Santa Severiija 

(Prov. di Catataniaro Circonda di Cotroue) 

A trenta o più chilometri lontana dalla stori- 
ca Crotona, come un nido di uccello, sulla cima 
di una rupe, la quale, a ponente, è arsiccia, 
argillosa, giallognola, qua e là adorna di grot- 
ticelle nereggianti sul fondo brullo, disseminata 
di stalattiti e di conchìglie fossili — segno che 
una volta, doveva essere scoglio marino, e sco- 
glio viene tuttol*a chiamato dal volgo — e, a 
ostro, è lussureggiante di floridi ulivi, di siepi, 
di pampinee viti, di erbe folte e coronata di fi- 
chi d'India; emergonle dall'ubertosa valle, ove, 
serpegifìante, scorre il vetusto Neto, solitaria 
carezzata dai venti, gaia e severa, sorge Santa 
Severina — l' antichissima Seb^rena, dal nome 
della greca fondatrice, un tempo sontuosa di 
muraglie ciclopiche, di colonnati, di sepolcreti, 
di alte porte trionfali, di una scuola dì pugilato, 
dì un anfiteatro, e ora...:, superba d' informi 
macerie e di un vecchio castello coperto di e- 
dera verdeggiante e di vergognosa pariotaria... 
Sotto quelle mui*a, narra la storia, rintuzzò e 
s'infranse l'orgoglio d'invitte schiere. Roberto 
il Guiscardo l'assediò invano e fu vinta, s»)lo, 
dal tradimento di un Ruggiero; e il castello obi e 
fama di inespugnabile. Ora l'ala distruiti-ice del 
tempo è passata irreverente anche sul forte 
maniero : per gli antri oscuri, per gli umidi 



14 



e neri sotterranei, gelida, con piedi dì feltro, 
si aggira la solitudine; e sulle rocche, sulle tor- 
, in, sui baiuanli, sui merli, che ancora sfidano 
la furia tieUe tompeste^ tìu giù sui barbacani, 
che, curvi, soslanj^tmo la immane mole, cresco- 
no i licheni e s'intrecciano i rovi, sui quali, a 
centinaia, si posano le cornacchie, che nidifica- 
no tra i ci'e[ìaeci e nei bechi di quelle mura 
vetuste, fronde, a primavera, parte e si sente 
da lontano, mesto, il lamento del passero soli- 
tario. 

E là» dove nel Medio evo, il signorotto dava 
ordini severi, ti meditava vendelttì, e tramava 
delle insidio, o, seduto a mensa in una sala isto- 
riata, insieme con i rjobili suoi ospiti, che gli 
rendevano II d^^bito tributo di omaggi, favella- 
va dolla j^^loria dej^li avi suoi; là dove le belle 
castellane attendevano, daila veletta, il favorito 
damo, impavido cavaliere, onore di tornei, o 
vile mastlaniero, o, prone in un angolo rerooto, 
raccoglievano lo !<i>Ìrito alla preghiera; là, do- 
ve l'allegro menestrello toccava le corde del 
liuto e cantava serventesi e lai e il giullare 
allegrava le sale; là^ dove nelle sere d'inverno, 
mentre frèmeva la foi^esta alTimpeto d«'lla bu- 
fera, accanto ai larghi focnlari lieti dì guizzan- 
ti fiamme e di tizzi crepitanti, si l'accontavano 
storie di fate, di s|>ìrìtì, di folletti, dì amori; là, 
dove l'ozio infiacchiva la mente di dame esta- 
tiche e una turba di servitori intristiva codar- 
da, ora nidificano i barbagianni e abita un si- 
gnore operoso e gentile, e trovano ospitalità 
quelli, cui malica il lelLo.,.. 

E anche ora, nel secolo della scienza e del- 
la rìbeiliono, aita vl^^ta di quel castello, la men- 
te vola ai remoti tempi, e con piacere ascolta 
la leggenda del popolo, 

E le femminelle raccontano. 

Era una notte triste e buia; il paesello era 
assr>piLo, e non un lamento, non un riso: il si- 
lenzio incooibeva sovrano e severo. Qualcosa 
doveva succedere certamente in quella notte 
solenne e misteriosa, 

P'i'a un paltò es^acrando: il Diavolo, invocato 
in un luogo poct» lorjtano dal paese, comprava 
un'anima di cr isua no, e, per compenso, faceva 
trasportare, dalla Sila ron vicina, un colossale 
pino di straordinaria Unij^hezza, e lo fabbrica- 
va a capo della lunghiss ma mangiatoia della 
scuder-ia del castello; il quale per quell'opera 
diabcjìica d^jveva e*^sei*e temuto ed ammirato in 
tutti i secoli e nessuna jattura doveva guar- 
darlo ì Cosi fu : il D^av^Jlo ha in guai'dia quel 
luogo; ma ora ha [jerdulo ogni potenza, perchè, 



di fronte al castello, so "gè il Duomo e il palaa, 
zo Arcivescovile, che riducono alla impotenza 
Tira funesta dell'inferno. 

Così parla il popolo, e nessuno ha paura. 
Il castello ò infranto: nella lotta tremenda chi- 
nò, sommesso, il capo orgoglioso : trionfò il pa- 
lazzo Arcivescovile, e il Diavolo si oppose in- 
vano. Il conflitto, nella leggenda, é tra Iddio e 
il Diavolo: la vittoria non poteva mancare. La 
storia, però, non vede che gli uomini, e scruta 
nelle tradizioni leggendarie: per essa ó il po- 
tere arcivescovile e il Ducato. 

Io ho veduto la celebre trave della non me- 
no celebre mangiatoia: é meravigliosa davvero. 
Mi diceva un dotto Ispettore scolastico, che vi 
de la trave, che non si meravigliava per la 
lunghezza di essa, ma perché é uguale da cima 
a fondo e dirittissima. Sembra un legno accomo- 
dato con la pialla, ma non é tocco dal ferro. É 
lunga diciassette metri e mezzo, ed é molto ben 
conservato. Sulla mangiatoia, ad avvalorare la 
leggenda, un rozzo dipinto raffigura il Diavo- 
lo, che porta la trave sulle spalle.... Io pensai: 
vorrei ora tutti i cavalli, che sono stati rin- 
chiusi qui dentro, da quando fu fabbricato il 
castello : avrei non pochi quattrini ! 
(Continua) 

Giovanni de Giacomo 



CHENNICH 

Is gne em e chis gne biir, 
Chi gne biir te vettemiih, 
Gkith fidakiit mi ragù. 
Udhes caga me veij 
Mu perpok ndign ar. 
Me cheputti gne degli ar 
E vuu mbederet [fidakiis. 
Curt begn pemb arra 
U aghierna me daj. 
Erdhi e beri pemb arra 
U ji zziu mencu me dola. 
Scuan gne drokiee zsogk. 
Se ti zsogkgku, ji pari zsogk, 
Mos jee li attij dheu 
Ce me jes u ji zsiu ? 
U attij dheu ngke jam, 
Attij dhe Cam te scogn. 



1^ 



Ti me kiellen gne litterezs ? 
Jam zsogk e smund e kielli. 
Te didhi nde craghezsit, 
Curt scos ca dera imme 
Tun e scund craghezsit 
Te bieer littera mbe deer. 
Gne te dielezs menat 
Ded je emmezsa mbe deer 
Gkieen litteren mbe deer, 
Vatte te zsotii litterat. 
Moi ti zsotti litterat, 
Si ce thot chejò cart. 
Chejò cart, gkiegkgkic, me thot 
5e ji mieddi it biir 
Do kieppur gne chemis 
Po me crimth e creuthit. 
Chejo cart, gkiegkgkie, me thot 
Se do daar gne chemis 
Po me dottet e sizsevet. 
Chejò cart, gkiegkgkie, me thot 
Se do tertur gne chemis 
Po me zsiar te zsemmeres. 
Chejò cart, gkiegkgkie, me thot. 
Se do dergkuar gne chemis 
Po me zsogkgkit e veres. 

CANZONE 

Era una madre la quale aveva un figlio; 
Aveva un figlio solo, 
Che provò tutte le prigioni. 
Strada facendo. 
Incontrò un noce; 
Strappò un ramo del noce 
E lo mise nella porta delle carceri. 
— Quando fari frutto il noce, 
Allora io uscirò. 
Il noce produsse frutto, 
Ed io infelice nemmeno uscii. 
Passò una torma di uccelli : 
O tu uccello, il primo uccello, 
Sei forse anche tu di quella terra 



Di dove sono io initlice ? 

— Io non sono di quella terra. 
Ma passerò per quella terra, 

— Tu vuoi portare una letter a ? 

— Sono uccello e non h posso portare 

— Te b lego nelle ali- 
Quando pesserai da casa mia 
Scuoti le ali, 

E la lettera cadrà sulla porta. 
Una domenica mattina 
La maJre usci sulla porca 
E trovò la leicera sulla porta : 
Andò da uno scrivano : 

— O mio caro signore. 
Vedi questa carta cosa dice. 

— Sentì : questa carta dice 
Che il luo povero figlio 
Vuole cucila una camicia 
Col pensiero della testa. 
Semi : questa caria dice 

Che vuole lavata una camìcia 

Colle lacrime degli occhi. 

Senti ; questa carta dice 

Che vuole asciugala una camìcia 

Col fuoco del cuore. 

Senti : questa carta dice 

Che vuole mandata una camicia 

Cogli uccelli deir està. 



DBA LEGGENDA POPOLARE CLASSICA 

In Calabria la tradizione classica, per la 
lunga dimora che quivi ebbero gli Elleni e Ì 
Romani, è ricca e copiosa a bastanza e negli 
usi e nei costumi e nelle credenze. E dopo 
che gli studi demopsicologici furono introdot- 
te in Italia e con tanto entusiasmo coltivati 
specie dal De GubematiSj dal Cantù, dal Com- 
parettij dal D'Ancona, 

«'.,.., dei dispersi miti » 

« Per la selva d'Europa indagatore it. 



16 



'^"'^'^'mmmifm 



] 



anche noi avemmo i nostri folkloiisti. 

La tradizione gt€CO-laiina nella provincia di 

Cosenza é siaia coscenziosamente studiata e ri- 
cercata dal Prof. V, Dorsa. Il' quale nella intro- 
duzione at suo libro dice che s'è « dovuto re- 
stringere agli usi ed alle credenze; imperocché le 
leggende e i canti popolari, che sono gli archi- 
vi dei popoli e il tesoro della vita dei loro pa- 
drjj come li disse Herder, nulla rivelano nei 

calabresi di quella vita antica e le leg 

gende calabresi dette rumanze^ sono ramifica- 
zioni della poesia cavcilleresca; novelle fantastiche 
con le indi::pensabili figure dell'orco, del mago, 
del nano, del demooiOp coi draghi custodi di te- 
sori e di castelli, con le armi e gli anelli fatali; 
ona'è che rimontano all'urigine di quella ». Ora 
questa osservazione del Dorsa a me pare poco 
esatta; ed a ciò appunto ho pensato ricordando- 
mi di certa leggenda che io intesi raccontare in 
Acri dalla bocca de! popolo. É una fantasiosa leg- 
genda la quale rimonu tuti'altro che alla origi- 
ne della poesia cavalleresca, essendo puramente 
clàisica e derivando a dirittura da un noto an- 
tichissimo mito. La leggenda, adunqu % è questa: 
C*era una volta un re, al quale Messer Do- 

meneddio avei date le orecchie d'asino : però 
questo difetto egli avea saputo celar a tutti gli 
estranei, tranne al suo barbiere, al quale avea fat- 
to giurare, pena la testa, di non confidarlo a chi 
che sia. Costui però sentiva il bisogno irresisti- 
bile di dirlo e, parlando a se stesso, diceva : il 
te ha le orecchie d'asino* Ma quel segreto era 
ormai diventato per lui una vera tortura : lo do- 
veva pur confidare a qualche amico. Ma come 
£irc ? Ciò gli avrebbe fatto correr rischio e pe- 
ricolo di andare all'altro mondo. Per tanto gli 
piovve in testa un'idea che gli mise Tanimo in 
pace : andò in un fitto canneto, e messosi car- 
poni, confidò alla nera terra il suo segreto: il 
re ha le orecchie d'asino. Cosi, sicuro del fatto 
suo, aveva soddisfatto a quell'irresistibile bisogno. 
Avvenne però che un pastorello fece con una 



di quelle cannucce, che, indiscrete, avevano ascol- 
tato il segreto del barbiere, una sampogna, la 
quale suonando maravigliosamente diceva : 

Te lu rè, te lu rè 
Ricchi e asinu ha lu re. 

Il pastorello che era rimasto sbigottito da quel 
pregiudizio, andò per la città strombazzando ai 
quattro venti il difetto reale. La nuova arrivò 
alla reggia : Sua maestà orecchiuta, infuriato, 
mandò pel barbiere, il quale fu c(>streito a con- 
fessare il suo fallo : ma sua maestà, molto pa> 
ziente, gli perdonò e intanto le sue orecchie asi* 
nine erano..«. celebrate per tutto il regno. 

É evidente che questa leggenda ricorda in 
tutto il mito famoso degli orecchi di Mida; ed 
io lo voglio qui riportare si come lo rac- 
conta un cinquecentista: Sperone Speroni. 

Si legge che avendo Febo a Mida re per un 
certo suo sdegno cambiate le orecchie e d' u- 
mane in asinine mutate, niun altro il sapeva che 
solo il suo fidato barbiere, al quale per ciò che 
egli il lavava e radeva, non le poteva celare. Co- 
stui adunque, non avendo ardimento di farne mot- 
to ad alcuno, né potendo tacere, fatta un giorno 
in alcune valli una piccola fossa, in quella, guar- 
dandosi bene di non essere udito, pianamente 
espose il segreto : il che fatto, turata la buca, 
parendogli d'esser fuori di grandissimo affanno, 
a casa tutto lieto se ne tornò. 

La terra, oltre ogni usanza, per divina giu- 
stizia, gravida fatta di quella voce, produsse quan- 
tità di cannucce; le quali cresciute, qualunque 
volta il vento le percoteva, sonavano propria- 
mente o parea che sonassero in quella lingua 
queste istesse parole : Mida re non ha orecchi 
d'uomo ma d'asino. In questo modo maraviglio- 
so tanto e così occulto difetto e di cotale per- 
sona si discoverse ». Questo il mito classico, 
raccontato nella semplice e limpida eleganza cin- 
quecentista. Ed ora dite : Targuta leggenda de^ 
popolo calabrese, sebbene alquanto mutata e dalla 
lunga tradizione e dalla viva e immaginosa fan- 
tasia di esso, non è proprio il mito degli orec- 
chi di Mida ? 

6. Capalbo 
Acri, 1898. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 



Tipografia Passafaro 



V i« 






mi 



lèi f 



t^ 






3 



» 






& 

w» 



:tl> 




I^S^^^^^'^^^^'^^^'^^^^^^^^^^^^^P^^^^^^^^Rj 









RIVI 




LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 3 — Febbraio 1899 



i 

4 

* 

i 

* 
« 

r 



4 < 






€ 




'i'^ • 



T9-W^^^- 




W9 



^^ 



^r 



fQ^Kh-H.-JQ QL^O-^gfQp. D<^Q, Qji>Q:^<jQ>pFH>x<^ 



1f^ 



p 
^ 






■A^mao 3EI - XT. 3 



^li^ 



^i^^^SJ^^^D^J^i^^^g.^^^^ 



LA CALABRIA l 



^^^^^^:^m^m^S^^^^!^^ì^:^^^^:^M^:^^^ìi:^^^^^^j^^^^ij^iiJ^ 



g wwwyjì rg 



RIVISTA DI LETTERATOeA POPOLARE 



o; 



I. 




DIRETTORE 



COLL£^,, 



Monteleone di Calabria, 



MAH 3 

1899. 



ÌG99 



^ì 



_^^ 



=^*f*^**> 



SOMMARIO 



Leggende di S, Severina (fi. Ds Siaeamo) — 
Orazioni greche di Bo\a (P. Candela) — San 
Nilo di Rossano (R. De Leonardis) — Ninna 
nanna di Vazzano (L. Ftiscàj — Canti albanesi 
di Falconara (F, Riygìo) — Canti di Melicuccà 
(C. Buccisani}* 



LE LEGGENDE DI SANTA SEVERINij 

Prov. ài Catani^aro^ Cifcond, di Cotrom 



La chiamano la cìmsia di Pu^:^iUu, É una chie- 
setta bianca a due piani , a pochi passi dalla 
città: nella cappella supcriore, cbe riceve la luce 
da un'ampia finestra a vetri, si entra per una an- 
gusta gradiiiata esterna, esull^altaruccio, che sor- 
ge di fronte alla porta^ sta appeso il quadro, che 
rappresenta la Madonna; nella cappelluccia sotto- 
stante, che viene illutninata dalla scarsa luce^ che 
riceve dalla porticella di entrata, si entra per una 
brevissima via, cavata sulla strada maestra, e sul- 
Tumilc, ma ben pulito altarino sta esposta una 
tela rappresentante, rozzamente, Santa Filomena» 
Una lampada arde perennemente dinanzi a que- 
sta immagine, e Tolio viene fornito da tutti i 
fedeli. Se, per casOj qualche volta viene a man- 
care — cii che non succede spesso — non man 
cano le donne pietose, che si mettono in giro 
per la elemosina dell'olio, e sempre tornano ben 
provviste. I contadini, quando passano dinanzi 
alla chiesetta, devotamente si scoprono il capo, 
e le donnette, quando vanno al- lavoro o ne tor- 



Abbonamento ankuo 
Un numero separalo L, i. 



SI PUBBLICA 
OeNl DUE MESI 



nano, guardano le porticine della chiesuccìa e 
biascicano una preghiera. Alla sera, non manca- 
no poche divotc, che, sedute per terra e raggo- 
mitolate in giro, sul gradino dello altare, reci- 
tano, ad alta voce, il rosario. 

Se una persona cara è ammalata gravemen- 
te^ più che al medico, più che alla scienza sì ri- 
corre alla immagine benedetta e miracolosa : e 
si raddoppia la illuminazione, e si celebrano mcs* 
se, si fanno voti e si moltiplicano le preghiere; 
i parenti dell'infermo vi si traggono esasperati e 
tremanti, e chiedono con effusione la grazia, e 
si battono sul cuore col pugno stretto e le de- 
vote presenti, che non mancano mai in simili 
occasioni, per esprimere la loro carità cristiana 
sospirano rumorosamente , e il tempiuccio rin- 
trona. Quando imperversa la bufera e it vento 
sibila ira i rami degli alberi, che, spesso^ ven* 
gono atterrati o svelti dalle radici, quando le 
piogge dirotte minacciano di allagare i scmen- 
zati, quando il terreno è riarso e la pioggia be* 
nenefica non viene, quando aduggia qualche ca- 
lamità, fidenti, si ricorre alla miracolosa imma- 
gine, e si fanno pubbliche preghiere, e si porta 
in processione il quadro santo: nessun prete vi 
manca* anche l'Arcivescovo, impietosito, a capo 
scoperto, segue la processione. 

Il quadro vien portato da due uomini, per lo 
più contadini, che si vestono col camice bian- 
co della congregazione religiosa e coronati di 



18 



spine, ed altri, pure bianco vestiti e coronati 
precedono battendosi le spalle con discipline di 
fcrro- 

— Ma»- perchè tanta devozione e tanta cie- 
ca credenza ? Perchè.*.. 

-^ Oh ! quanti e quanti miracoli sa fare quel 

dipinto — risponde la donna del volgo — 

Quante grazie non abbiamo ricevuto 

Ascoltate la leggenda. 

C'era, una volta, uria tal Filomena, donna 
del volgo, che andava ad attingere acqua alla 
iontana, si faceva tuiti i servizii di casa, sarchia- 
va il grano, lavorava per vivere, ma era reli- 
giosa e buona assai, e, al mattino, prima di re- 
carsi al lavoro, si ascoltava la messa e recitava 
le preghiere ogni volta che udiva ii suono della 
campana. Questa donna aveva .in figliuolo solo 
di quatti o cinque anni, e camminava e parla- 
va, perchè in quei tempi i bambini parlavano 
'molto tardi, non come ora che aprono gli oc- 
chi appena nari e sono maliziosi. 

Non si sa se aveva irrariTO la nostra Filome- 
na, o tosse vedova; che non era possibile che 
una donna cosi buona, come ìei, potesse avere un 
figlio senza aver avuto un marito, sposato con 
il sa:ramento. Fatto sta che, una mattina, men- 
tre il sole spuntava dai monti di Scandal e, Fi- 
lomena, come al solilo, lasciò il figliuolo nel 
letto, e se ne andò ad udire la santa messa. Il bam- 
bino, mentre la mamma era assente, si svegliò, 
pianse, perchè st vide solo, scese dal letto, e, 
non si sa come, cadde nel pozzo, che era nella 
stessa casuccia; perchè in quel tempo non era 
ancora venuto il Santo Arcivescovo De Risio e 
l'acqua mancava nel paese, e si attingeva lonta- 
no lontano e serviva solo per bere. 

Ritornata la povera donna, non avendo tro- 
vato il bambino in casa d£;;e buci ppe chiìla 

ruva; domandò a tutte le persone vicine di ca- 
sa, ma nessuno aveva visto il bambino, nessuno 
ne sapeva niente, e, forse, qualcuno l*avea inte- 
so piangere. Come va, come non va? Nessuno 
5a dire niente. 

— Ma come ?! Tutti erano sordi e ciechi. 
Esce un bambino ignudo, grida, strilla, e la 

geme passa senza accorgersene !..„ Non si deve 
aver cuore, non si deve. 

— Ma .non è uscito; nessuno Io ha visto. 
Era tanto caro, ognuno lo avrebbe preso in braccia. 

— Vediamo se fosse entrato in città ; do- 
mandiamo- *,hp 



Tutto invano : il fanciullo non si poteva tro- 
vare : era perduto ! 

— Perduto ?! Gesù e Maria !... Dove sei, figlio 
mio — gridava la donna — dove sei^? Parla, 
chiama a mamma tua; dove sei, figlio mio, do- 
ve sei ?! 

E Io cercava invano per le vie della città, 
spesso non fiatava e sgranava gli occhi, tendeva 
le orecehie come se avesse inteso una voce, ma 
non era vero. 

— Madonna mia ! dove è mio figlio ? figlio 
mio, figlio mio, — e lo chiamava per nome — 
figlio mio.... 

Inutile : nella città non c'era. Nei campi, tra 
i dirupi, nei solchi, nei burroni, a pie' degli al- 
beri : nulla. 

— Debbo trovarlo; debbo coprirlo di baci, 
debbo stringerlo al seno, debbo bagnarlo di la- 
grime.... Figlio mio, figlio mio benedetto ! E 
l'eco, l'eco sola rispondeva. 

Non era più una ricerca quella della povera 
donna : era una fuga. Coi capelli sulle spalle 
sparsi al vento, con le vesti lacere, aveva cam- 
minato sempre per due terzi del giorno ed era 
ridotta che faceva pietà. 

Non piangeva, non singhiozzava, non grida- 
va: era un suono rauco inarticolato, che manda- 
va dalla strozza; erano ruggiti, erano spasimi, 
atroci era un continuo affanno.... 

Tutta la città fu sossopra. Una turba di uo- 
mini, di ragazzi, di donne, massime di donne 
correva dietro a quella Addolorata. 

— Se invano erano le ricerche, perchè non 
trarre in casa la disperata donna ? 

— In casa. 

E con buone parole, come un corpo morto, 
fu portata nella casuccia solitaria. La porta fu 
aperta con violenza e la donna fu messa a sedere 
sur uno scanno. 

La gente non poteva entrare più in quella 
Cam er uccia zeppa, e una voce dal pozzo si fece 
udire: 

— Mamma, vieni a pigliarmi. 

— Figlio, figlio.... 

— Sono nel pozzo e mi tiene sulle braccia 
una signora. 

Ritornò in sé la donna e sporse il capo nel 
pozzo, che era a metà di acqua; e il bambino 
allungò le braccia e : 

— Mamma, pigliami -^ disse : 

Subito fu scesa una scala a piuoli nel prò- 



19 



fondo pozzo, e un uomo calò giù. Il bambino, 
sorridendo, stava a cavalcioni su di un quadro, 
che rappresentava la Vergine. L'uomo sollevò 
il fanciullo cosi come era posato sul dipinto^ e 
lo portò in giro per la città con grande festa 
del popolo, che aveva visto con i propri occhi 
un miracolo cosi grande. 

La buona Filomena visse lieta, contenta e in 
santità; e, quando venne a morte, lasciò detto 
che nella sua casa fosse eretta una chiesa. 

E la chiesa sorse come per incanto. Tutti 
vi lavoravano; ed è appunto quella ove si vene- 
ra Santa Filomena e la Madonna ed ove il po- 
polo corre devoto per la preghiera nei tristi mo- 
menti della vita. 

(Continua) 

Giovanni de Giacomo 



ORAZIONI GRECHE DI BOVA 



Pater imo 

Paterimò t' ise sto celo, daxommeno to nò- 
masu, na ghenithi to thilimasu, pò sto celo, otu 
khamntie. Domma simero to psoml to dicómma> 
afìmma ta martómata dicdma e' emi afinnome ta 
khrostomata tu debbiturimma; mi ma vvali stin 
tentazioni ce àfimma xe pasa cacò. Otu na cne. 

Atto xe speranza 

Spereguo, Thiò dicómmu, to perduno to mar- 
tómatommu, gloria tu Paradisu, udè ja ta me- 
rita dic^mu, ma ja tin passioni dichissa me t'aja 
sagramenti ti limbizo sti szoi ce sti csofìa. 

Atto xe pentimento 

Thiò dicómmu, penteguome ce poneme me 
cardia xe ola ta martómata dicimu, de managhò 
jati éhasa to paradiso ce diafóresa to nfemo, ma 
pléo jati offéndepsa essa, méga calò. Sa promet- 
t^uo ti ja tin apissu, me tin ijo afiidia dichissa 
ciglio na pethàno, ti na ofFendépso to nomassa. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



nàxep i^|ifi)V, x' elaot \ to celoj £Yio|i|iévo xò 
'vóiia aou, va Y^^^ '^^ BéXTjfià aou, Ttó)^ \ xò celo 



o5xa) yia.\i.[i(xl, Aóg \i% ar^iAspo xò cpcojil xo '5:xj6 [juk, 
àcpr) |ia xà (iapx6|Aaxa 'S:xi [la, xal éjjLel àr^ivo\ìS 
xà y^ptìXTZQiijxxx xo5 debbituri jia; [ivj ]ix ^tX-q \ 
X7)v tentazioni xal ^cp-q |ia ^è Tciaa xaxó, OGtw va 
^Jvat. 



Atto ^à speran:(a 
Speregtm, Osò '5tx6 |jlou, tò perduno x& [lofTO- 
{làxtóv [lou, gloria xoO IlapaSefaou, oOSè yti xà me- 
rita '5ixà (iou, |Jià Y^''^ "^"V passioni ^oivAi qol ^l 
x' ^Yta sagramenti xi Xt|i7cf^(o '^ x^ ^to^ xatl '^ t^ 
4^ocp(a. 

Atto ^à pentimento 
0eò 'Slxò (lou, penteguo[KOLi xal jióvEjjtat ^h xap- 
5{a ^è 6X« xà |iapxó|iaxa Stxà jiou. SI [lova^ò yix- 
xl Iyoloo, xò 'inferno^ jià TiXeo ytaxl ojf^fideuux iao^.^ . 
jiiYa xaXó. S<2 promettegutù 'xt y^ '^'^i'^ ÒTdaQm, yik 
x^v &^io àpouSfa 5tx-^ aa, xàXXco va ;cxtOàv(i>, xt 
va offendeo(j(ù xò 'vófta aa. 



VERSIONE LETTERALE 



Paternoster 

Padre nostro, che sei nel cielo j benedetto il 
nome tuo, si faccia la volontà tua^ come in cie- 
lo cosi in terra. Dacci oggi il pane nostro, con- 
dona a noi i peccali nostri, e noi condooiamo 
i debili ai debitori nostri : non ci mettere nella 
tentazione e liberaci da ogni male. Cosi sia. 



Atto di speranza 

Spero, Dio mio, il perdono dei miei pecca- 
ti, la gloria del Paradiso, non per i meriti miei, 
ma per la passione vostra, con i santi sagramen- 
ti, che desidero in vita ed in mone. 



Atto di pentimento 

Dio mio, mi pento e mi dolgo di cuore di 
tntti i peccati miei, non solo perchè perdei il 
Paradiso e guadagnai Tlnferno, ma più perchè of- 
fesi voi, sommo bene. Vi prometto che per lo 
avvenire, col santo ajuto vostro, meglio che muo- 
ja, anzicchè offenda il nome vostro, 

Pasquale Candela, 



no 



SAN NILO DI ROSSANO 



Il prof, Giuseppe Pardi, [nel primo dei suoi 
interessanti articoli sulle tradi'^mji agiografiche in 
Calabria, pubblicato nel numero 6 del corrente 
anno di questa Rivista, non so se per colpa 
propria, o^ come è più ùcile, per colpa del 
proto che è solito a farne delle belle anche a 
me, specialmente in materia di carni popolari ^ è 
caduto in un ^rave errore, che a me, da buon 
cittadino ro^sanese qual sono, incombe lo stretto 
obbligo di far rilevare. 

Egli, parlando dei monaci basiUani che nei 
secoli IX e X propa;];arono la tradizione greca 
in Calabria^ cita tra essi il rossanese 5. Elia, 
annoverandolo anzi come il più ^raode di *utti. 
Orbene^ se è innegabile che, della eletta schiera 
di solitari; i quali mantennero viva in Calabria, 
in quei tempi di trambusto e di barbarie ^impe- 
lante, la coltura {;reca, preparando la via, e re- 
stando gli antesignani di quel nnasici mento aelle 
lettere che, [qualche secolo dopo, tanta gloria 
procacciò specialmeute agli scrittori toscani, men- 
tre ad essi, che uè avevano il ^ma^gior merito, 
nessuna lode è stata tribuiata, e solo in questi 
ultimi anni, per opera specialmente di leueratì 
stranieri, essi sono stati tolti datringiusto oblio 
in cui per tjnù secoli vennero lasciati; se è vero 
adunque che di quella eletta schiera il monaco 
rossancse occupa il posto supremoj lasciandosi a 
gran tratto di distaniia lutti gli altri suoi disce- 
poli e coetanei, eglij non [già Elia chiamavasi, 
ma sibbene Nilo, e con ial nome egli è anno- 
verato tra \ santi della chiesa cattolica. 

L'egregio sig. Pardi forse è staro tratto in 
inganno dalla novità di questo ^nome: ma egli 
deve sapere che, tra le altre particolarità di que- 
sta mia città nativa^ vi è quella che, tanto il suo 
patrono, (S, Nilo), quanto la patrona (la Madon- 
na della Assuma}^ hanno due nomi che, all' in- 
fuori di Rossano, non si usano in alcun* altra 
città del mondo : tanto che, anche nelle più lon- 
tane regioni delForbe, se si trova un uomo col 
nome di Nilo^ o una donna col nome di Acht- 
ropita (col quale nome, per un' antichissima leg- 
genda di cui forse parlerò in un seguente nu- 
mero della Calabria, viene designata V Assunta, 
ed è formato da tre parole greche *Axe^p6;totTa 
cioè non fatta con mano) ; si può affermare 
recisamente, senza tema di sbagliarsi, che essi 



sono cittadini rossanesi, o almeno che sono nati 
in Rossano. 

Fatta questa disgressione, giacché mi si pre- 
senta Toccasione propizia, io darò qualche cenno 
di S. Nilo, la cui grandezza non deriva tanto 
dalla santità dei suoi costumi e dalla fervida fe- 
de da cui fu animato, quanto dalla somma im- 
portanza delle opere compiute, dalla sua vasta 
dottrina e dalla benemerenza di aver mantenuto 
in onore nella Calabria la civiltà e la coltura 
greca in un'epoca in cui, si può dire, quasi tut- 
ta r Italia era caduta in preda alla più oscura 
barbarie. 

Veramente, per essere completo, dovrei co 
minciare a descrivere V ambiente in nezzo al 
quale sorse l'umile fraticello che lasciò si vasta 
orma del suo passaggio su questa terra : dovrei * 
parlare cioè di Ros::ano al tempo della domina- 
zione greca in Italia, nel quale peiiodo essa e- 
merse come fare luminoso in mezzo a fitte te- 
nebre, e, quando sarà fatta dagli studi storici un 
po' più di luce intorno a quell'epoca, Rossano e 
molti dei suoi figli acquisteranno tale gloria che 
nell'attualità parrebbe davvero una illusione. 

Ma l'argomento mi porterebbe troppo per le 
lunghe, e perciò, differendone la trattazione ad 
altro tempo che confido non sarà molto remoto, 
mi limito per ora a parlare del solo S. Nilo. 

Egli, senza dubbio, è il personaggio più il- 
lustre che vanti la mia [città, la quale ha pur 
dato alla Chiesa due pontefici, Zosimo 2** e Gio- 
vanni 3® ed un antipapa, Giovanni ly^Filogato; 
ed è una delle figure più grandi e più nobili 
nell'epoca in cui visse. 

Egli non è uno di quei solitari che, tra i di- 
giuni e le penitenze, mortificando il corpo e de- 
primendo lo spirito, 9Ì è segregato dalla società, 
ed ha cercato nell' oblio del mondo V acquisto 
della vita celeste e la pace dell'animo su questa 
terra : egli invece, pur menando vita santissima, 
pur pensando al mondo di là, non ha fuggito 
già il consorzio degli uomini, ma è vissuto in 
mezzo agli umili ed a' potenti della tefra, eser- 
citando una grande e benefica influenza su di essi. 

In un' epoca di saccheggi, di delitti, di bar- 
barie la più completa, il suo spirito si elevò co- 
me aquila su tutti i suoi contemporanei, e pre- 
dicò l'amore, la pace, il perdono, come i mezzi 
più adatti a calmare le violenti passioni in fic- 
rissimo contrasto tra loro. 

Alla grandezza del suo animo, alle sue virtù 



i ^ 




~^.^^ iW^fi^V^ ■ 



r=rTi»-5t Tcjii i<j juin ^ ui IM <*^ ^TTj r f^vaP^ 



21 



ed agli splendidi esempi della sua vita, si inchi- 
narono riverenti i grandi della terra e gli umili 
derelitti : a lui rese omaggio rispettoso V inspi- 
ratore Ottone 3**, che, a piedi, mosse ad incon- 
trar fuori delle porte di Roma l'illustre vegliardo, 
che andava ad implorare dall' eccelso principe 
grazia e perdono per il suo infelice concittadino 
Filogato, che, sotto il nome di Giovanni 17% si 
era assiso sulla cattedra di S. Pietro, e forse egli 
era il vero papa, perchè eletto dal clero e dal 
popolo che in queir epoca ne avevano il pieno 
dritto, mentre il competitore, Gregorio 5°, il 
quale fii poi ritenuto per il vero pontefice, era 
suto ingiustamente eletto da Ottone e da parte 
del collegio dei cardinali; a lui scrisse di pro- 
prio pugno il re dei Saraceni che risiedeva in 
Palermo, e di cui pel momento mi sfugge il 
nome, offrendogli ospitalità ed onori per rispetto 
alle sue grandi virtù. 

La sua dottrina e, più di questa, il suo a- 
more e il gusto squisito per tutto ciò che aveva 
rapporto alla letteratura classica ed alla civiltà 
greca, lo pongono in un posto eminente nella 
storia della letteratura italiana. Egli, non solo 
raccolse e tramandò alle generazioni vegnenti 
quanti più manoscriui greci e latini gli fu pos- 
sibile riunire e copiare in tempi cosi difficili e 
tempestosi, ma, insieme co' suoi discepoli, for- 
mò una vera scuola che trasfuse le tradizioni e 
lo spirito greco tra i suoi contemporanei, e, 
morto lui, dopo una gloriosa, vita di 95 anni, 
proprio neir anno millesimo dell' era volgare, i 
suoi discepoli, per la maggior parte rossanesi, 
continuarono l'opera dell'illustre maestro, tenen- 
do accesa per vari secoli la fiaccola della civiltà 
contrastata da unti e cosi impetuosi eventi. 

A S. Nilo si deve la fondazione del collegio 
di S. Adriano in questa nostra provincia, il qua- 
le, dopo circa mille anni, ancora esiste, ed ebbe 
vita, ora splendida, ora modesta, a seconda le 
vicende dei tempi, ma rimanendo in Calabria il 
focolare sempre vivo degli studi delle lettere 
greche e latine. 

Alla influenza della scuola di S. Nilo si deve 
la fondazione, avvenuta pochi anni dopo la mor- 
te del dotto basiliano, della celebre Badia del 
Patirò^ in territorio di Rossano ove furono rac- 
colti tesori della letteratura greca e latina dai di- 
scepoli del santo, i quali, sia per il tradizionale 
amore a tali specie di studi, sia per campare la 
vita, copiarono pazientemente e diffonde varfo in 



Calabria le opere dei più famosi scrittori della 
antichità : monastero, ora distrutto, intomo alla 
cui storia illustri professori tedeschi hanno fatto 
e continuano a fare importantissimi ^studi, che 
tutti contribuiranno a mettere nella sua vera 
luce la grandezza di Rossano e la sua influenza 
civilizzatrice nell'intiera penisola durante il pe- 
riodo delle dominazioni barbariche. 

Ma il più grande monumento tuttora esisten- 
te, e che attesta al mondo intiero l'opera va- 
stissima ed i meriti eccelsi dell'umile monaco 
Rossanese, è il monastero basiliano di Grotta- 
serrata presso Frascati, ove si conservano le spo- 
glie del fondatore in una modesta cappella qua- 
si sotterranea, resa celebre in tutto il mondo, 
non solo dal sacro deposito che essa contiene, 
ma altresì dai magnifici affreschi del Domeni- 
chino, rappresentanti alcuni dei più importanti 
avvenimenti della vita del santo e del suo degno 
discepolo e concittadino S. Bartolomeo: affreschi, 
che vengono annoverati tra i p'ù grandi capo- 
lavori della pittura italiana del cinquecento. 

Egli compose pure non pochi lavori in lin- 
gua greca , e specialmente inni sacri, dei quali 
però la maggior parte sventuratamente è andata 
perduta, restandone solo qualcuno consegnatoci 
dal predetto S. Bartolomeo che successe a San 
Nilo e fu il secondo abate di Grottaserrata, e 
scrisse, pure in greco, la vita del suo gran con- 
cittadino. 

Gl'inni in onore di S. Benedetto, in lingua 
greca, che si cantano nel monastero di Monte- 
tecassino nell'anniversario della morte del suo 
fondatore, furono appunto composti dal nostro 
San Nilo, ad intercessione di quei monaci i qua- 
li, quando egli si recò a visitare il detto mona- 
stero, gli mossero tutii incontro processional- 
mente quasiché, come narra la cronaca , lo 
stesso S. Benedetto fosse tornato dal mondo di 
là per rivedere i suoi discepoli. 

A provare la profonda dottrina di S. Nilo 
e l'eleganza somma del suo scrivere, la tradizio- 
ne narra che, essendo stati catturati dai sarace- 
ni tre monaci del suo convento, S. Nilo vendè 
i pochi arredi che si trovavano nello stesso, e, 
riuniti cento ducati d'oro, mandò un suo messo 
sopra un cavallo che gli forni il Catapano^ o go- 
vernatore greco delle Calabrie, che risiedeva in 
Rossano, a Palermo, per portarli al notaro del 
re dei saraceni insieme ad una sua lettera chie- 
dente il riscatto dei tre schiavi. 



22 



Il notaro fu preso di unta ammirazione per 
l'eleganza ed i nobili sentimenti che irasparìvano 
da quella lette ra, che volle farla leggere al suo 
re. Da essa questi conobbe di che animo e di 
quale dottrina Nilo lesse dotato: onde ordinò che 
non si ricevessero i danari ^ ma che si desse la 
liberti a' monaci, e donò loro moke pelli dì 
cervo. Quindij di proprio pugno, scrisse a San 
Nilo: 

w Che li tuoi monaci (sono le parole tesiua- 
a )i di un vecchio manoscritto da me posseduto) 
« siano staà maltrattati, tua la col^a, poiché 
«e prima di ora non mi ti sei fatto consccre^ e 
< se ciò avessi tatto^ io ti avrei mandato un 
*c contrassegno il quale, quando avessi appeso 
4 avanti al manosterOj non ti sarebbe stato ne- 
tf cessano di partirti, potendo star sicuro di non 
Of dover ricevere un minimo disturbo. Se ti con- 
tx tentassi venire a me, potresti abitare con ogni 
<t sicurezza e libertà nella Provincia a me sug- 
li getta, e saresti in questi parti molto onorato. 
Dovrei adesso parlare del culto, ahimè trop- 
po abbandonato fino a qualche anno dietro ! che 
per S, Nilo ebbero i suol concittadini. Ma l'ar- 
gomento mi porterebbe ad abusare troppo della 
pazienza dell'ottimo direttore di questo periodi- 
co e di quella dei gentili lettori* Perciò per og- 
gi fo punto, e fo la mia solita riverva di con- 
tinuare in altro numero anche questo argomento: 
dirò soltanto che a niuno più che al povero S. 
Nilo si può appropriare meglio il proverbio nemo 
propheta in patria sua I 

Raffaele De Leonardis 



Ninija naijna di Vazzano 



O sonno, vieni di luntana via, 

Cà dormiri vola la figghìola mia; 

Voli dormiri e voli fari la nonna; 

Figghia, mu t'addormenta la Madonna* 

E la Madonna due angiali av*a. 

Una tra li vrazza e V atra chi dormia. 

O suonnu vieni, e vieni, 

Veni a cavaìu e non veniri a piedi; 

Si vieni a piedi, priestu stancherai, 

Vieni a cavaiu cà non stanchi mai. 

O suonnu, vieni, vieni j o suonnu. 



Cà la figghia mia l'ha di bisuognu; 
L'ha di bisuognu la figghiola mia; 
Mu radJormenta la matri Maria- 
Ninna nanna ha di veniri, 
Cà la figghia mia vola dormire; 
O suonnu, vieni e non addimurari, 
Cà Tura è tarda^ e la mamma ha di fari; 
O suonnu, vieni e veninci cà està ura, 
Lu suli si ndiu di h mura; 
O ninna nanna a diveniri eia. 
Dormiri vaia la mia ziteia. 

D. Luciano Fuscà 



VIERS, 

Trini ti me davosse e nengk e dii, 

Pri at fakie mua mali me gaa- 
Trim i dart si diel i rii, 

Natta per mua ripozs ngke caa, 
Dilla scon e zsezs si gumii. 

Mali ce nde jettet gkiellen mbaa; 
Gkiellen mua jossen si kirii 

O pò si vessen dicli ce paa 

TRADUZIONI! 

O glovinettOj tu mi piagasti e non lo sai, e 
per quel tuo viso mi struggo d'amore. Giovine 
altero come il sole nascente, la notte per me 
non hi quiete, ed il giorno scorre tenebroso co- 
me la tempesta, e l'amore che tutto vivifica sulla 
terra^ mi strugge come una candela accesa, a 
come la rugiada tocca dal sole. 

VIERS 

Cuur fiee ti, vas, e u ndanet te riì 

Des ter puthign e zsemra ngkem dee- 
Me thot! nde u sgkioth e buthton atà sii 

Te ghcdmuam cet vejen gkictia raee ? 
Thuime, thuime tij vas, thuìme c'è dii, 

Nde sgkionne e but o si ktennt ce fiee, 
Des te puthign gne gheer e pestanna i rii 

Te sossign gkiellen, e mos te sogh mee*. 

TRADUZIONE 

Quando tu dornai^ fanciulla, ed io ti sto vi- 
cino, vorrei darti un bacio, ma il cuore mei 
vieta dicendomi : se si sveglia e ti si mostra 
corrucciata, a che ti vale più la vita ? Dimmelo, 




23 



dimmelo tu, fanciulla, tu che il sai, se ti mo- 
strerai contenta oppure corrucciata. Io vorrei 
darti un bacio solo e poi, ancorché giovine, 
morire. 

VIERS 

Ce cuur zsura e t'amarta tiij, dudde, 
Ngkreita criet e ngke bera mee miir; 
O fiddakia o cam te des vraar 
Po jo se gnetr tij cat tet godirign. 

TRADUZIONE 

Da quando cominciai ad amarti, vago fiore, 
ho perduto la testa, e nulla di buono ho più con- 
chiuso; o finirò in galera o sarò ucciso, ma nes- 
suno altro dovrà goderti. 



CANTI DI MELICUCCÀ 



Duci brunetta, e tu si' la mia vita; 
Tu si' lu hjUi'i di quantu nd'amai. 
Parrami cu sta vucca sapurita, 
Dimmi se tu di cori m'amerai. 
Cessu non avi sta povara vita; 
Sempri pensando a ttia non dormu mai. 
È ditta la canzuni a schuma d'ogghiu, 
Cchiù tempu passa e cchiù beni ti vogghu. 



Nta ssa cambara viu lustriari, 
E mi pari ca nc'ò tuttu lu suli : 
Cu s'avvicina non poti guardari: 
Su tanti li bellizzi e li sprenduri. 
E nta ssu toi mignanu nc'è 'u bucali, 
Chinu di rosi, garonfuli e hjuri, 
Unu di cbissi, bella, nd'bai a calàri. 
Mi viiu se su nati li toi l\juri. 
E se tu nnu nei ndi voi dunari, 
Chistu è lu signu di lu veru amuri. 



Passa l'ace^ju e pizzica la rosa, 
E la rosa si fa cchiù sapurita : 
Passa lu ventu e nei parrà a la rosa, 
£ cbia palora nei crisci la vita. 



leu passu e non ti dicu nudja cosa, 
Guardu la tua finestra culurita. 
Se ieu sugna Tacedju e tu la rosa, 
Pigghiati lu me' sangu e la me' vita. 



(!!urri lu bjumi e non assicca mai ; 
E notti e jornu lu mari s'undia; 
Lu suli non astuta li so' rrai; 
La luna queta queta sprenduria: 
Ccussi l'amuri meo n'abbenta mai, 
E notti e jornu curri a la tua via. 
Tu nta stu cori comu luna stai, 
Comu la vita di la vita mia. 



Lu hjuri cerca la rosa vicina, 
E la rosa disidera lu hjuri; 
Si cbiamanu l'acedji ugni matina, 
Vannu cantandu sulta li friscuri. 
Si cogghinu li pìsci a la marina, 
Sutta li scogghi parranu d'amuri. 
leu su ligatu sempri a na catina; 
Ti sentu e non ti parru pe' timuri. 



Vui siti tutta grazi e bellizza; 
Di li vostri occhi spunta la foltura: 
Vui di ir angiali aviti la fattizza; 
Ognunu chi vi vidi s'annamura. 
Ma non teniti, bella, tant'artizza: 
Non v'avvaliti di ssi ati mura. 
Cu esti bella cu l'angiali mbizza; 
Ama di cori e non teni paura. 



Vostru servu sarò, non dubitati : 
Vostru servu sarò, se mi voliti. 
L'amori sulu a mmia nei mi lu dati; 
Forti e costanti vogghiu pe mi siti. 
Ngannari lu me cori non aviti; 
Lu vostri! amuri non mi palisati: 
Cà se costanza e palora teniti, 
Vostru servu sarò, non dubitati. 



Tu p'ammagari 'a genti si' criata; 
La cchiù bella di tutti si' tenuta. 
Pe' ogni locu la tua fama è spasa; 



24 



Pe' mi' meraculu, bella, si'cridula* 
Bellizza com' a ttia non nc'è niai stata, 
Na bella com' a ttia non s'è viduta; 
Pari cà di lu celu si' calata, 
E pe' mbiari a mia 'n terra venula. 



Quantu bella tu si% tu nenia cridi: 
Zz' undi vaiu, tu mi veni avanti. 
Gridimi, bella mia, cridiraì, cridi: 
Pe ttia sempri sarò fermu e costanti. 
Tu rricca di belUzzi ed io di Adi; 
Tu fra l\atti chiù bella ed eu cchiù amanti- 
Apri lu pettu meu, se voi mi vidi : 
La me' vita è la tua pe' ugni stanti. 



Siti na palumbina senza feli, 

E cchiù di tutti vi dassati amari. 

Siti comu 'u cristallu di biccheri, 

La vostra gioventù nessunu Tavi. 

Siti 'rapastata dì zuccaru e meli, 

Di cosi duci e di pasta rrialì; 

Siti comu la luna nta lì ceti, 

Chi cchiù la guardu e cchiù bella mi pari. 



suli, chi straluci tuttu 'n tundu; 
Betlizzi com' a vuì non vitti mai. 
Se suprasutta girlu lu mundu, 
Rri trova ri non po', c'arri trovai. 
Quandu m'ammostrì chissu visu brundu, 
Pari lu suli cu tutti li rrai. 
Ora p'amari a vui ieu mi cunfundu, 
Parchi chissà bellizza è grand'assai. 



Donna di nobirtà, tutta struita, 
Bruscigghiati ed arriccbia a stu cantari. 
Per tia vinni mi cantu, o cara vita; 
Giudica e pensa quanta Chaiu amari^ 
Ti saluta stu cori com'a zzita, 
E di ccà fibra non pozzu parrari. 
Statti ferma, cà ferma è chiata vita, 
Ed È fidili e non poti 'ngannari. 



virgula d'argenta e dilicata, 
Si' piccula di tempu e si' pulita; 
E 'n chi ti vitti, cu na sula occhiata, 
Arristorasti sta povera vita. 
Acula di lu celu si' calata, 
Cu li pinni d'avoli u e di sita; 
St'arma stavi cu ttia serapri ligata, 
Puru si vaiu alla galera 'n vita. 



Apposta vinni cu l'amurusanza, 
Mi ti saluta coma si cunbeni; 
Saluta ssa bellizza e la crianza, 
E poi salutu la sbriga chi leni. 
Ti prega n'ammostrari cchiù tardanza, 
Ca cchiù si tarda e cchiù si pati peni; 
La foca crisci e l'amuri s'avanza; , 
jornu disiata e quandu veni ?! 



cunocchia d'argentu lavurata, 
E lavurata cu bona mastria, 
La mamma chi ti Sci era na fata, 
Olina si chiamava ed era Ddia. 
Quant'esti bella la tua nominata 
Nta chista chiazza di Santamaria ! 
Quandu tu passi rrisprendi na strata; 
Svapuranu li petri di la via. 



Figghiola, cu ti flci tantu bella ? 
Fusti crìsciut' a parti di marina; 
Fusti crisciuta comu na dunzella, 
Comu s avivi ad esseri rrigina; 
Ed a SbU pettu ed a ssa gula bella 
Nei voli di ddemanti na catina; 
E nu baruni di quattru castella. 
Mi cumanda Palermu cu Messina. 



Direttore resp. Luigi Brunam 
Tipografia Passa&ro 




L 



141. 



?^'or^ 



vsS 



III -^ ^_^ 



.,.C^Q^-.^aO^Q^^O Or.^^OOL.o -.Q Qp. c^dQ Q»^.^0.0^>-JQ; 



^A^irxLo ad - M". ^ 



f 

pi 



^i 



m 



(9 



'^ 



l_ 



^ 



^i!»> 



fe^^^i^^^Mj^g ^ ^^^^ ^j<^^pci^^>p^m^^^^^^^^^^^^^^^ 



) 



LA CALABRIA I 




^Ì5 W_ 



w^^ ■^^'^^^' ^gS^T-S^^ffrg'*:^^?^^^^*^^^^^ ^^^^^^^ 



e|| RIVISTA DI LETTERèTURA POPOLARE 



DIRETTORE 



v£4^^ 



1 icoqH 




^P'- "7 \;/^ 



\B di Calabria, Febbraio 1899. 



SOMMARIO 
Un manoscrilto di Francesco Cherubini 
(A. Cipollini) — S. Nilo, Proiellore di Rossa- 
no (R. Do Loonardis) — Canti popolari di 
Melicuccà (C. Buccisani). 



Milano, 5 febbraio '99 

Caro Bruzzano, 
Io ricevo e leggo sempre con piacere la 
€ Calabria >, che tu da undici anni dirigi con 
perseveranza ammirevole, riuscendo a costrui- 
re il monumento più bello, che figliuolo amoro- 
so possa erigere in onore della sua terra na- 
tale. — E quante noie, quanti sacrifici ti co- 
stano questi numeri che, rilegati in volume, io 
conservo gelosamente nella mia biblioteca, e che 
valgono a tenermi fresca la memoria del pae- 
sello e degli amici lontani ! — Sono passati ven- 
tiquattro anni in terra lombarda, ed io rivedo 
ancora, nelle visioni della fantasia, le campa- 
gne, il cielo, i monti calabresi, persino i sass^ 
dei torrenti, che, negl'inverni tempestosi , mi 
rendevano tanto difficile la discesa dalla cima 
del tuo monte alla riva del mio mare. —E non 
sono io solo a leggere e cercare in queste pa" 
gine i ricordi della giovinezza; io rileggo il tuo 
giornale anche ai miei figli ed alla compagna 
della mia vita, avidi e curiosi di sentire come 
vibri nell'aere milanese quel dialetto, che, in- 
verità, non trovano cosi duro e barbaro, quan- 
to altri lasciò scritto che fosse. Anzi ne ammi- 
rano la semplicità ed il sentimento melanconico 
e gentile nelle canzoni, e la indipendenza e la 
fortezza del carattere calabrese nelle favole e 
nelle leggenda originali. Ah se Francesco Che- 
rubini, 60 anni or sono, avesse avuto in mano 



m 



Abbonamento annuo 
Hjire 3- 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



questa tua «Calabria >, chi sa quale studio a- 
vrebbe egli composto sul dialetto di codesta re- 
gione ! Perchè tu devi sapere che questo gran- 
de poliglotta e filologo milanese, dopo di aver 
dato a Milano il più bel vocabolario, e la rac- 
colta più copiosa dei poeti diaiettalii per ì suoi 
studi che dovevano abbracciare tutte \b lingue 
d'Italia, pensò anche ad un vocabolario cala- 
brese, e l'altro giorno io ebbi la grande ^sorpre- 
sa di trovare il manoscritto inedito di un pic- 
colo saggio nella Biblioteca Ambrosiana, — 
A te può essere facile imaginare come mi bat- 
tesse il cuore, svolgendo, fra le pareti severe 
di questo sacro recinto, i foglietti su cui il gran- 
de filologo, dotato di mente ampia e ili cuore 
italiano, lasciò scritte le poche voci calabresi, 
che gli era stato possibile raccogliere dalle scar- 
sissime fonti, delle quali, al suo tempo, disponea* 
Il Cherubini, di cui Milano ora tanto si gloriat 
soff'rì persecuzioni e torture indegne, eh' egli, 
nato dai popolo, sopportò con animo forte ed eroi- 
co: i lettori della < Calabria » ne onorino la 
memoria, e tu devi abellire le pagine del pros- 
simo numero di questo Saggio, il quale, a tuo 
grande conforto, dimostra, ancora una volta, 
quanto fosse illuminato il giudizio di quelli che 
dissero vano ed infecondo il tuo onesto e sa- 
piente lavoro. Certo non ne raccoglierai tutto 
il frutto, ma il tuo nome resterà caro ai filolo- 
gi, come è carissimo 

Al tuo amico 
ANTONIO CIPOLLINI 



26 



SAGGIO 



VOCABOLÀRIO CALABRESE 

compitato da 

FRANCESCO CHERUBINI 

Comp^*" 1850, 



Ho ricalato per uso della mìa Dialettologia 
questo po' dì voci da alcune Memorie agi-arie 
calabresi, dal cons^ Dialogo della Corografia Ita- 
liana del Zuccagni e dalla Gerusalemme in ca- 
lab,» Delle regole ho fatto qualche raccolta 
nel titolo relativo della parte filoltj'j:ica del mio 
lavoro. Ma il difetto assoluto o totale di lihri, 
di vocaholJ relativi e di corrispondenti, non 
mi lascia far hene — Intanto profittiamo di 
questo nonnulla. 

Francesco Cherubini 

Accattare. Prendere. Provvedere. COìnperare. 

ÀccatCatu. Provveduto. 

Accriscere. Crescere 

Acqua, Acqua, 

Acqua- Piova, Pioggia, Acqua a iieni ca He- 

i;nu. — Piova a del rotto, 

Agàti, Agata (gioia), 

Amicu. Amico, 

Ammulato. Arrotato. 

Apparecchiare. Apparecchiare 

Arcèra. Beccavìa. 

Argientu, Argento. 

Armena. Per lo meno. 

Arrigistrare. Accomodare. Allestire. Disporre. 

Aspetta. Aspettare 

Aspettaiinu. Aspettando 

Aasautare, Assaltare. 

Asailijare. Scegliere 

Autru, Altro. 

Autu, Alto, 

Ave* 

Aju. Mo. 

Aviadi- Io aveva, 

Avianu. Avevano, 

Avoliu, Avorio, 

Batti. Batista, 
Becchieri. Bicchiere. 
Binutu. Venuto. 
Bombacella. Colon bianco, 
Bullìtu (lu). Lesso. 
Buttigtia-le. Bottiglia-Ite, 



Ga. Che. 

Gafisu (regg.) Il peso di 430 once, 

Cappiellu. Cappello. 

Carciuòffulu-Il. Carciofo. 

Carpinu. Sp. di Pietra. 

Gasu. Cacio. 

Cavulu. Cavolo, 

Gare de cuscina. Federe (sic). 

Chenata. Cognatx. 

Chenatata. Tua cognata. 

Ghillo. Qìielto. 

Chi. Che. 

Si — a. 

e — e. 
Ghistu, Questo 
Gchiù. Più, 
Chiuvere. Piovere. 
Chìuvisiài. Pioveva. 
Gicculata. Cioccoiatte. 
Coddrùre Specie di pani usati in Terra di 

Otranto. 
Corimeu. Cuor mio. 
li Corna. Le Corna. 
Crjiere. Credere. 
Griju, Credo. 
Ccu. Con. 
Ccu lu. Col. 
le Gucchiara. i 
la. Cucumiellu. 
Cullaru. Collare. 
Gummannare. Comandare. 
Cunfiettu-ti. ConfettO'ti. 
Gunnutu. Acconcio. Condito. 
Cuntientu. Contento. 
Cuomu. Siccome, 
Cupputu. Fondo Ag. di Piatlu. 
(lo) Gurtella. / Coltelli. 
Gustulleri. Sarto. 
Guvierchiu. Coperchio. 

Dare. 

Dezedi. Diede. 
De. Di. 

Deccussi. Impertanto. 
Demane. Domani. 
Diclere. Dire. 
Diciennu, Dicendo. 
Va diciennu. E cosi ? 
Dicu. Dico. 
Dittu. Detto. 
Discursu Discorso. 

D Dormire. 

Buiinierudi. Dormirono. 
Dovere. 



Cucchiai. 
La Brocca. 



m 

2T 



Divu* Devo, Dive, Daye- 
DrughierL Droghiere, 
Durare- Durare^ 
Barau. Durò, 
Duve. Dove* 



Esciuta, V. In Sute, 
Eseiutu. Uscito^ 
11* ' •■«■ 



So' o Sìgnu. Sono, 

EradL Era. Eranu, Erano, lue fosse, tu fossi, 

£u. Io, 

Fare, Fare, 

Pazzu. raccio, fo. 

Fici, Io feci. Facisth FacestL 

F&uzu. FaUo. 

Fieatu, Fegato* 

Pica, i?Vco. 

A Santa Vitu lu flcu bo!§ marito, 

A i|2 giugno si vuole usare la caprificazlone- 

V, 'Ngrueffo, Passulune, Schiattii lu, Tuozzu. 

Fingunaru, Poltrone, Ozioso, 

Follature (reggj 

Frate- Fratello. 

Fratemma. JMìo fratello, 

Fpunutu. Finito, 

Frnstatu 

Furcina-ne. Forchetta-te* 

Purnu. Formo, 

Furare- Furore, 

Gallotta, Tacchina, Dindia, 

Gappa ria. Bravura. Valenierià, 

Oarofalu (droga). Garofano. 

Gauju, Gaudio. 

Giara merghiiiu. Sottomste. 

Qiangurgulu o Ourguleu, 
Sp di Pulcinella- 

Gor^olau. Sili- di GiangarguIu.T. 

Gorna (regg,),.,. 

Granile, Grande, 

GranniEiata- Grandinata, 

lu Grassa, Butirro. 

Grasiatu- Castrato, 

^ancu. Bianco* 

Jiere, Andare, 

JWi. Andavo-va* 

Jisti. Andasti* 

Jiflru. Andarono, 

Jiauu, Andavano* 

Juta, Andato, 

jQme, Fiume. 

iuQtu. Giunto, 

Jiiocu, Giuoco. 

Juramienta, Giuramento, 



Jure, Fiore, 
Jurnup Gio>*no, 
Illa, mi- 
Ad iUu. A lui, 
Inchire. Empire. 
Inchie. Empi, 



Lavature d'olia, (regg),, 
Lejenna, Leggenda, 
Lìettu« Letto, 
IJtterap Lettera, 
Lu. Il, Lo* 



Macina (regg,) Nove lomola. 

Mamma, Madre, 

Ma minata. Tua madre* 

Mancìare, Mangiare. 

Mancia. Mangio. 

Manicu. Manico, 

Marvizzu. Tordo. 

Medulla. Cervella. La n." Mnivella. 

Menestra janca,., 

Menzo-za. Mezzo-za, 

Meri uzza. Merluzzo, 

Me tale. Metà, 

Miegliu. Migliore, 

Miennuia-te. Mandorta-le, 

Miniere. Mettere, 

Mintecce Mettici, 

Mintere sutta la carrozza* Attaccare* 

la Misale, ia Tovaglia, 

'mpressa. In fretta, 

Mugiiere- Moglie, 

Muo e Muoni. Ora. 

Mura, Muro, 

Muru a muru- 

Muzza de stalla. Mozzo, Stailiere. 



Nanna 

Nanna ma. Mia nonna*, 

Nicò. Niccòla, 

Nocciulu (regg,) Sansa d'ulive. 

*Ngrueffof Fico prossimo a ma tnr^ 

Ngreuesto f ià. 

Ntruvulapi, Intorbidare, 

'Ntuornu'nluornu, TuWaWingiro. 

Nu. Un. Uno artic. 

Nuce-cj. ìfoce-ci* 

Nue, Noi* 

Nun. Non* 

Nustiepzi .Jerlattro (Nudius tertius) 

Hu7e-Yi, Nuvola -le* 



m 



i 



Oliva (regi?-) 

O. a pizzu de cor?u. 

O, coccìtanìca- 

0. dadarica* 

0. gruossa. (orchites lai-) 

Otturagli u (r«gg.) Turacciolo. 

Paccbi sicchi. Seccumi, fruite secche. 

(il) Pala (reggi)" * Quel trappetaio che fa passar 

le ulive sotto la mola con una pala. 

Pal8ja< òògliùla, 

Papareila ri* acqua. Anatra. 

Par rare. Parlare, 

Parrai. Parlai, 

passulune,.. Fico maturis.^ quasi Seccaticcio. 

Patre,.,... 

Patremma- Mio padre, 

Pa trotta. Tuo padre. 

Patrune, Padrone. 

Pensare. Pensare. 

Pensamu. Pensiamo, 

Petra. Pietra. Lastrone, 

Petra de Genuva. (Regg*) Ar^desia, 

pesàra,,. Gran macigno che fa parto del treb- 

J)ìatojo da grano. 

Piattu cuppatu..., 

Picciulu, Piccolo. 

Pipe, Pepe. 

Piracchierì- Paìvn^ccMere. 

Pisci. Pesce. 

Pode. Potere. 

Puozzu, Posso* 

Putie. Poteri. 

Putisti- Potesti. 

Pututu. Potuto. 

Ppe. Per. 

Prejare, Pregare. 

Prlparare* Preparare, 

Pue, Poi. Di poi. Quindii. Dopo. 

Puorcu. Porco. Majale. 

Purcellana. Porcellana. 

Purlare. Portare. 

Puru. Pii7*e. Anche, 

Fusata te. Posata-te. 

Putiga, Bottega, 

QuauQu. Quando, 
Quarchi. Qualche. 
Quatrarella. Bimba. 
Quatrarieilu, Bimbo. 
Quinnici, Quindici, 

Eugare. Recare? Portare, 

Ragusta, Atimia. {Cancer locusta L*) 



Raja. Razza. 

Rasca.... Specie di cacio grasso calabrese. 

Riegula. Regola. 

(lu) Ripuostu. il Desser. 

Ropella (regg.) Uovolo d'ulivo. 

Sacchiare. Saccheggiare. 

Sapere... 

Sacciu. So. 

Scampare. Spiovere. Cessar di piovere. 

Scarparu. Calzolajo. 

Scauzu. Scalzo. 

Schiattillu... Fico appena sbucciato. 

Scummissa. Posta. Scommessa. 

Seggia. Segge. Seggiola-te. 

Sentir e... 

Sienti. Senti. 

Senti mu. Sentiamo. 

Servere. Servire. 

Servietta. Mantite. 

(iu) Servitore - li S-i. Il servo, i servi. 

Si. Signore. 

Siccamenti. Seccumi, frutte secche. 

Sierpe. Serpe. 

Signuore. Signore. 

Signuorsi 

Signurinu. Signotino. 

Sira. Sera. 

Spanizzare. Dissipare. Disperdere. 

Spierare. Sperare. 

Squiccì aliare. Piovegginare. 

Sta. Questa. 

Stu. Questo. 

Starna. Starna. 

Stridusa. Noiosa. Seccagginosa. 

Stuozziato. Massacrato. 

Sule. Sole. 

Esciuta de svXe. Levar di sole. 

Sipala. Siepe. 

Surtantu. Soltanto. 



Tavanera. Zenzariere. 

Tàvula. Tavola. Mensa. 

Te Ti. A te (dativo). 

Te. Ti. Te (accusat.°). 

Tenere. Tenere. 

Tiegnu. Tengo. Tieni. Tieni. 

Tenete. Tienti. 

Toppa (regg.) Zolla. 

Topparella (regg.) Uovolo d'ulivo. 

Triglia. Triglia. 

Tue, Tu. 

Tuornare. Tornare. 

Tuornu. Torno. 

Tuozzu.... Fico cresciutoccio. 



wmm 



"-^^'« 



29 



Umbretla. Ombrello. 

Uocchìu - Uocchì. Occhio - Occhi, 

Uordinare. Ordinare, * 

TJordine. Ordine. 

XJrulìare. Orlare* 

lu Vacile, Catinella. 

y Édere. Vedere. 

VIdìetti. Io vidi. 

Viecchm* Vecchio 

y entulizzu. Venticello. 

yiepu. Vero, 

ITd è lu vieni? A^'è egli ve7*o. 

Vinu, Vino. 

yìvere. Bere, 

yivu. Beva. 

yoluJnu ^egg.) Semenzajo d'ulivi. 

yulgaridda- Sp. d'uccello, 

yolipe. Volere. 

yue. Vuoi, 

yuostru- Vostro. 

Vasssiria. Vossignoria. 

Zagarella. Tesa del cappello? 

Da Zichina. Un pochino. 

Zimbone (regg,) Riscaldalojo delle ulive- 

Zìtu, Promesso Sposo. 

Zìu. Zio, 

Ziul3- Tuo Zio, 

Zucca ru. Zucchero. 



S- NILO DI ROSSANO 



(Vedi num- precedeotej 

I lettori della Calabria ricorderanno che 
io, terminando il precedente articolo sul!' il- 
lustre mio concittadino S. Nilo, affermai che 
pur troppo a nessuno, più che a lui, si può 
applicare il noto proverbio nemo propheia 
in patria sua. 

E psr verOj se a moltissimi nomini dime- 
rito è capitata la sventura che, finché visse- 
ro, o per invidia, o per qualsiasi altra cir- 
costanza, le loro virtù e beDoraerenze non fu- 
rono giustamente apprezzate dai loro coeta- 
nei, e non poche volte dovettero subire ^do- 
lori e persecuzioni invece che onori e sod-^ 
distazioni; ma pur nondimeno, dopo morti, ì 
loro meriti furono riconosciuti e, se non al- 
tro, ricevettero postume Iodi ed onoranze; per 



il nostro pavero S, Nilo è avvenuto pur trop- 
po che, anche d<jpo morto, i cittadini rossa- 
nesi, non solo non ne hanno voluto apprez- 
zare la grandezza delle opere cottipiute, ma 
hanno qudsi lasciato in completo obblio la 
sua memoria. 

E infatti egli non può certo vantare, non 
dico un culto speciale, ma nemmeno un po' 
di affetto e di riconoscenza da parte dei suoi 
concittadini, ì quali invece^ dotti o indotti^ 
ecclesiastici o secolari, credenti e non cre- 
denti, quasi in ogni tempo, Eion solo non han- 
no tenulo nella dovuta considerazione il buon 
fraticello che, con le sue opere, tanta gloria 
ha pur procurato a questa cilt&, ma si sono 
quasi data premura di metterlo da parte co- 
me^ un essere affatto trascurabile, e se tal- 
volta si sono occupati di luì, ne hanno par- 
lato, se non con poca riverenza, certo eoa 
non soverchio entusiasmo. 

Si direbbbe quasi che la cittadinanza ros- 
sanese subisca suo malgrado il titolo di pa- 
trono della città che a S. Nilo fu dato, senza 
dubbio, non per altro raolÌ\o, che per aver 
egli sortito i natali appunto in Rossano, e da 
famiglia rossanese che tuttora esiste e che, 
al dire di qualche biografo del santo, sareb- 
be Tantichissima e nobilissima famìglia Ma-- 
lena: ma certo si è che la festa di S. Nilo, 
la quale viene a cadere il giorno 26 settem- 
bre, passa quasi inosservata, mentre tutti gli 
onori, tutte le attenzioni della cittadinanza so- 
no rivolte alia patrona, la Vergi re Achìropita, 
la quale può dirsi che assorbisca quasi tutta 
la devozione e la pietà dei rossa nesi. 

Vero è che il culto di questa Vergine si 
annoda ad una bellissima tradizione, di cui 
parlerò in qualcuno dei numeri successivi del- 
la Calabria^ e ad alcune vicende storiche del- 
la mia città, per le quali, a giusta ragione, 
si è reso motto amato e venerato fin dagli 
antichissimi tempi il nome delTAchiropita: pe- 
rò è supremamente ingiusto l' obblio in cui 
viene lasciato S, Nilo, poiché, come ho detto, 
e come credo di avere amiiiamenle dimostra- 
to nel precedente mio articolo, egli è senza 
dubbio il più grande dei figli di questa città, 
ed una vera illustrazione del secolo in cui 
visse. 

Ma, chiederanno i mìei cortesi lettori, vi 
è stato qualche motivo che spiega Tirricono- 



30 



scenza/o almeno T ìndjffereDza dei cittadiDi 
rossanesi verso un uomo tanto illustre ? 

Sì, rispondo io, la causa vi è, ed abba- 
stanza seria, 

É credenza difTusissima e che ha messo 
profonde radici neiranimo di ogni rossanese, 
che S, Nilo, invece di proteggere i suoi con- 
citUdiDÌ, protegga i forestieri. 

E purtroppo tale credenza viene confer- 
mata dairesperien2;a» poiché realmente non 
giunge forestiere in Rossano il quale, in un 
periodo più o meno breve di tempo, non vi 
faccia fortuna. 

È questo un fatto assodato, sul quale sa- 
rebbe inutile fare qualsiasi discussione: ne 
fanno amplissima testimonianza i più ricchi 
negozianti e industrianti che oggigiorno ve- 
diamo ÌQ Rossano, i quali sono quasi tutti 
ioreslieri che, venuti a stabilirsi in Rossano 
con scarsissimi o addirittura insignificanti ca- 
pitali, iu breve giro di anni, hanno accentra- 
to nelle loro mani la massima parte del com- 
mercio e delle industrie, facendo tali progres- 
si e tanti guadagni, che sarebbero sembrati 
davvero impossibili. 

Qui però sarebbe il caso di soggiungere 
sQbito che non è già la protezione di S. Nilo, 
ma bensì il con legno, o per meglio dire l'in- 
dole stessa dei rossanesi quella che dà origi- 
ne alla fortuna dei forestieri, poiché ( e que- 
sto è un altro assioma che non ha bisogno 
di dimostrazione), per quanto il rossanese si 
mostra ingrato e sprezzante co' suoi concit- 
tadini, e specialmente anzi con coloro che 
con le virtù e con l'ingegno recherebbero lu- 
stro e vantaggi alla loro patria; per altret- 
tanto e^li si mostra premuroso, cortese, af- 
fettuoso verso il forestiere, tanto che è resa 
celebre in tutta Italia l'ospitalità e la somma 
cortesìa di questa cittadinanza. 

Ma ciò sia detto di volo, e torniamo al 
nostro S. Nilo il quale, a torto od a ragione, 
Bì ritiene che protegga soltanto i forestieri. 

E il perchè di tale predilizìone ! 

Un'antica tradizione, che del resto è con- 
fermata dalla storia, narra che, mentre San 
Nilo se ne stava co' suoi discepoli nel!' ora- 
torio di S. Adriano f Fattuale collegio italo- 
greco in questa provincia di Cosenza), un ter- 
ribile terremoto venne a colpire Rossano, pro- 
ducendo in essa i due profondi avvallamenti 



che tuttora si scorgono, cioè quello di Cipe^ 
ri e l'altro del VaMone del grano^ i quali 
cambiarono addiriztura la configurazione del- 
la città. 

Udito tale immenso disastro, il pietoso San 
Mio si parti dal suo oratorio e si recò im- 
mediatamente nella città nativa per conforta- 
re gli atterriti suoi concittadini. 

Senonchè il suo strano abbigliamento, con- 
sistente in pelli di capre che gli cingevano 
il corpo per ripararlo dal freddo, secondo 
l'usanza degli eremiti che allora vivevano nei 
boschi e nelle caverne, come tuttora si ve- 
dono nella Tebaide e in qualche altro luogo 
dell'Asia; colpi talmente di meraviglia la ra- 
gazzaglia [che allora, come in tutti tempi, e 
come anche oggi, ha sempre abbondato in 
Rossano, rimanendo scostumata e molesta co- 
me mille anni dietro J, che cominciarono a 
schernirlo, ad inseguirlo per le strade, ed a 
gittargli addosso ogni specie di proiettili: tan- 
to che il povero fraticello si partì subito dal- 
l'ingrata sua città natia, con Tanimo profon- 
damente addolorato, e col segreto proposito, 
come difatti pare sia poi avvenuto, di non 
mettervi più piede. 

Ecco che da allora in poi si ritiene gene- 
ralmente che S. Nilo covi nell'animo un cer- 
to risentimento verso la cittadinanza rossa* 
nese, la quale, del resto, non avendo da aspet- 
tarsi da lui né grazie, nò tanto meno, dei mi- 
racoli, crede inutile rivolgergli le sue ora- 
zioni, e tollera la sua qualità di patrono qua- 
si come una imposizione di cui forse volen- 
tieri farebbe a meno. ' 

Abbiamo una prova di ciò nel fatto av- 
venuto non più in là di 14 o 25 anni dietro. 

Nella ricorrenza della festa del santo, co* 
me il solito, anche quell'anno venne portata 
in processione per la città la sua statua, la 
quale raffigura appunto S. Nilo in ginocchio» 
che porta sul braccio sinistro, ripiegato ver- 
so il petto, la nostra Rossano, forse in testi- 
monianza che egli ne ha assunto in cielo la 
protezione: e siccome nel giro che la proces- 
sione eseguisce, suole anche toccare la piaz- 
zetta presso la quale sorgeva la casa del san- 
to, così molti giovinastri, nel passare di M, 
si misero a dileggiarlo, dicendo che egli, do- 
po averne commesse di tutti i colori e dopo 
aver fatto all'amore come un libertino qual- 



siasi, alla vecchiaia poi si era dato alla san- 
tità come tutti coloro che non possono più 
godere dei piaceri che offre il mondo. — 
Apro qui una parentesi per dire che realmente 
S. Nilo, nato da illustre lignaggio, fu educa- 
to non solo allo studio delle lettere, ma an- 
che MoUe belle arti, tanto che fu in gioventù 
uno dei più belli e perfetti cavalieri della 
città: ebbe realmente moglie ed una figlia 
dopo la morte delle quali, si invaghi per qual- 
che tempo di una bellissima giovane nomata 
Bamira : ma però, ritrattosi ben presto dal- 
la via pericolosa per la quale si era messo, 
essendo ancora di giovanissima età, si diede 
a fare orazione, e diresse la mente e la pen- 
na alle grandi opere umanitarie e letterarie 
che lo resero uno dei più grandi benefattori 
del suo secolo — Chiusa la parentesi, dirò 
che, non appena la processione tu rientrata 
in chiesa, subito si senti una forte scossa di 
terremoto che mise in paura tutta la cittadi- 
nanza. 

Inutile soggiungere che subito la voce pub- 
blica attribuì a S. Nilo questo flagello, man- 
dato appunto per vendicarsi delle irriverenti 
parole pronunziate contro di luì da quei tri- 
sti giovinastri ! 

E per verità, a me sembra che tutto contri- 
buisca a mantenere perpetuamente il mala- 
nimo e Tìndifferenza dei rossanesi verso il 
loro grande concittadino. Purtroppo, giudi- 
cando un po' le cose superficialmente [ e del 
resto, non si può davvero pretendere che il 
grosso pubblico approfondisca di soverchio 
con la mente tali quistioni, mentre esso giu- 
dica di primo impeto e senza andare tanto 
per il sottile ), sembra che tutte le circostan- 
ze concorrano a mettere il povero S. Nilo 
in cattiva luce, e quasi a giustificare il ri- 
sentimento dei rossanesi contro di lui. 

Per chi non lo sappia, dirò che il territo- 
rio di Rossano per la massima parte ò im- 
piantato ad olivi, in guisa che può dirsi che 
questi costituiscono almeno gli otto decimi 
della intiera sua produzione agricola. 

Orbene, questa pianta, che ha cosi gran* 
de bisogno di acqua per poter dare un buon 
prodotto, tanto che si dice che in Rossano 
dovrebbe piovere tredici mesi dell'anno, men 
tre sventuratamente, come giusto sta avve. 
nendo quest'anno, perfino nel cuore delP in- 



verno si deve desiderare vivamente la piog- 
gia; moltissime volte fallisce il suo prodotto, 
0, al più, lo dà scarsissimo e guasto, per la 
mancanza d'acqua neirautunno, epoca in cui 
essa ne ha maggior bisogno, poiché in que- 
sto tempo appunto il frutto viene a comple- 
tarsi ed a maturarsi. 

Si comprende facilmente dunque con quan- 
ta trepidazione dall'intiera cittadinanza ros- 
sa nese, ricchi e poveri, proprietari e conta- 
dini, negozianti ed artigiani, i quali tutti, chi 
più chi meno, traggono la loro sussistenza dal 
prodotto oleario; si segnino le vicende atmo- 
sferiche, e quanti ardenti voti, quante fervide 
preghiere si rivolgano al cielo per implorar- 
ne la tanto desiata pioggia ! 

Malauguratamente però il più delle volte 
questi voti, queste preghiere restano comple- 
tamente inascoltate: quindi, perdita o dete* 
rioramento grandissimo del prodotto oleario, 
speranze deluse, scoraggiamenti e conseguen- 
te miseria in ogni classe della cittadina iis^a. 

Ora se si riflette che, proprio in questa 
stagione, e precisamente il 26 settembre, vie- 
ne a cadere la festa di S. Nilo, si compren- 
derà più facilmente come al povero santo 
venga attribuita sempre V inclemenza della 
stagione e la mancata concessione della gra- 
zia che egli, per malanimo verso i suoi con- 
cittadini, non chiederebbe all'Eterno padre. 
Rossano, 3 Aprile '99. 

N, De Leonardis 

CANTI DI MELICUCCÀ 



(cont. V. num. precedente) 



Occhi nìgralli, nigrelli percori, 
Occhi mi aviti fattu nnamurari, 
Occhi assai malandrini arrobbacori, 
M'arrobbasti lu meu; non c'è chi fari. 
Mi l'arrobasti cu li belli modi 
E non lu pozzu cchiù rricuperari» 
Ora, ti pregu, manda lu to' cori, 
Ca senza cori non pozzu campa ri. 

Occhi, belli occhi, occhi micidari, 
Occhi chi non avistivu timenza! 
Occhi chi pe lu tantu |risguardarl 
Yenistivu a na brutta cunfldenza; 



i 



i^^ 



Occhi» se leu vi avissi a cundannari. 
Vi la darria na bona penitenza! 
Guarda chiss'occhi e ssi bellizzi rari, 
E Cristu iiu mi duna la pacenza ! 

Prima poco t'amai, ora echi il t'amo; 
T'amu parchi l'iunurì mi (costringi; 
Su^nm tira tu coinu pisci a li'amu, 
L'arau è la tua bellìzza. chi m'avvinci. 
Di Molli e iornu suspiru e ti chiamu, 
E lu toi cori Ju meu cori spingi. 
Atru, beib, di lia non cercu e bramu, 
Non mi mi dassi e l'amuri mi vinci. 

vO quanlu notti suspirii per vui: 
Na sula notti 'n soimu v^ibbrazzai; 
E nta li vrazza m -i i^lrittu cu vui, 
Milli abbati alla vucca vi dunai. 
Tu mi dicivi: fai chiju chi voi; 
Saziciati, mio beni, oni chi m'hai. 
Povaru pacciu ! a lu rrisvigghiu poi, 
Chini di ventu li vrazza trovai. 

\ Sianotti mi 'nsonnai ch'eramu morii: 
Bramii morti 'nserabra,aninja mi^ì- 
Li medici nei stavanu già accorti, 
Di au' dui pe' mi fannu la tomia, 
C» li lanzìlli e li cutehja forti 
Ndi perciaru hi pcttu a uia ed a mmia. 
Tutti ch'eranu hjà rrestaru smorti. 
Dui cori a mmia trovaru e nenli a ttia. 

rosa rrussa, angelica, vermi gghia, 
Chi tulli li culnri aviti vui; 
Vui sili bella pe' na maravigghia; 
Bella non nd'ivi n'atra cumu a vui. 
Cu fu la mamma chi fici sta fìgghia ? 
'Gni n^vi misi mi ndi faci dui. 

Coma ti amava, bella, l*arau semprìj 
Ti vogghiii beni cchiù di Tarma mia. 
T'ezzi la fidi, se la ten' a m menti, 
Quandu chisi'arm?. si ligau cu ttia. 
Non ndi solitu fari iradìmenli; 
Se mi tradisci è grandi tirannia; 
Ama chisl'arma ca la tua fu sempri. 
Mentri Taniaia tua fu sempri mia* 

Quandu nescisti tu, acula d'oru, 
Nesciru sette fati e ti 'nfatàru. 
Si misaru mi eulano tanl'oru 
E chissà bella gula li 'ndoraru. 



E nta ssu pettu misaru 'n trisoru, 
Chi non s'accatta cu spisi e dinaru: 
Su dui funtani frischi di rristoru, 
Chi a lu me' cori dunanu rriparu. 

Avi gran tempu c'haiu dislalu 
Nu brundu lacciu di li toi capiUi, 
Pu mi lu portu a Ju vrazzu lìgalu 
E mi Pabbasu cenlu voti e milli, 
Nta la chiazza mi sugnu domandalu 
Di quali bella sunnu ssi capillì ? 
Sunnu di chja bella c'haiu amalu, 
Chi non la cangiarria cu cenUi e milli. 

Bella, chi non ndi fannu ccIjÌù li mammi 
Simili belli 6 nulla confa wuì; 
Lu papa nei cuucessi quindici anni 
D'induligenza a cu parrà cu vuij 
E ieu mi la guadagnu pe' cent'anni, 
Se prima parru e poi dormu cu vui, 

Ndi vitti belli cchiù ca Suli e Luna; 
Ma non ndi vitti come Faustina: 
Arrelu mi si faci ugni persuna, 
Quandu pijssa la stilla malutina. 
Cuntu tulli li donni ad una ad una, 
Ma chjia bel lizza nuhju ravvicina; 
Lunlanu d'itya mi si slavi ugnuna, 
Cà la prima di lutti è Faustina. 

Giuvana bella, cambara di navi. 
Bel lizza chi fai mora ri stu cori, 
Quant' est betlu lu toi caminari, 
Quanlu su belli li toi cari modi ! 
Ssi capihji mi fannu pacciari^ 
Quandu veni lu ventu e ti li movi. 
Nu rritrattu di tia mi vorrìa fari. 
Quanta si larga e scritta nta slu cori. 

Palumba lanca, cu ssi janchi pinnì, 
Rrìcordati di mia quantu t amai; 
La palora chi t'ezzi t'ammanlinnì 
Mpetlu la tinnì e non la palisai. 
Comu Tali va chi non perdi frunda, 
Tu la bellizza non la perdi mai, 
Rricca comu lu mari e comu T unda, 
Chi cchiù tu criscL e cchiù bella ti fai. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 
Tipografia Passafaro 






L 



t^^g2gfg|g2g^^g2i£^^SSS3™2£2w2S^2MiS2^^ 



^^'#^ 




f^?^^^^^^r^^^^^^^^^^^^^^^^?^4 




^mr^ 



I 






RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 






DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 5 — Giugno 1899. 




MONTELEONE 

TlI'OORiFlA PaSSAKAKO 
1S90 



<!2r 



,7J^1£* 




wiR^.^. 







« 



« 



4 



4. 





il*U^i^4M***i4W« •- HM^S^miilM4m?^^m^!^^^ ^^Wì^"^ T^Ta^'^^ 'i^ !i^'U« *i^'^-i-=i >4^-*? 



l'ari- j»«f»i*tì' — 



? 



J^ 



- I 



'<• , ^. >.... 



'• lì; 






V . 



V* ' 






^- 



* 






-A-nno 22ZI - N". 



I 
Il 




f;;«?5) 






LA CALABRIA li 



i 



^>X:0^-(^^.«:^;.>\r9. tfy>^ : g> >r7^^<^>^<v^^^xi^>^<^(^?^g^ 



*^||r!V1STA di LETTEfiATDRA POPOLARE 

JiL 



DIRETTORE 



Monteleone di Calabria, Giugno 1899. 

somma:uo 

Le penne dclTuccello Falcone, racconio di 
Monteleone ( L. Bruzzano ed E. Monseur ) - No- 
vellina greca di Roccaforte ( L. Bruzzano ) - Canti 
popolari di Melicuccà (C. Buccisani ). 



LE PENNE DELL'UCCELLO FALCONE "' 

("Racconto di Monteleone ) 



'Na vola nc'era 'nu rre chi avia la lebbra. 
U medicu nei dissi ca niu guarisci avia bisognu 
mu si unta cu la pinna di Taceju Favcimi, Lu 
rre avia tri figgili, li chiamau e nei dissi : 

— Cu di vui si fida mu trova la pinna di 
l'aceju Farcuni, jeii nei dugnu la curuna. 

Li figghi nei dissaru : 

— Va bonu ! nui panimu. 

Tutti li tri si pigghiaru 'na bella summa di 
dinari e pariiru. Quandu arrivaru a 'nu certu 
puntu, nei dissi lu frati randi : 

— Spartimundi, frati mei; unu pigghia pe 
Torinu, n'autru pe Napoli e n'autru pe Ruma. 

Li dui randi si restaru a Napoli; jd mangia- 
vanu e mbivenu e si divenènu; si cunsumaru 
lutii li dinari e restaru poveri e pacci. 

Lu picciriju, chi era aflFezioiatu cu lu pa- 
dri, si misi mu camina. Doppu chi caminau 
tantu tempu nta li voschi, non sapia duvi mu 
pigghia; s'assetiau subbra a 'na petra e si misi 
mu ciangi. Nei ncuntrau 'nu vecchiareju e nei 
dissi : 

— Chi hai, figghiu, chi ciangi ? 

•— Chi haju ? haju mu trovu la pinna di 
Taceju FarcunL 



iì^ 



Abbonamento annuo 

Xjire 3- 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



LES PLUMES DE L'OISEAU FAUCON 

(Conte de Monteleone) 



II y avait une fois un roi qui avait la 
lèpre. Le médecìn lui dit que, pour guérir, 
il devait se frolter avec la piume de l'oiseau 
Faucon. Le roi avait trois fils; il Ics appela 
et leur dif: 

— A celui de vous qui saura trouver la 
piume de Poiseau Faucon^ Jo donnerai ma 
couronne. 

Les flls lui répondirent: 

— Bon ! nous partons. 

Tous les trois prirent une belle quantitè 
d'écus, et parlirent. Quand ils arrivèrent à 
un certain endroit, le frère ainé leur dit : 

— Séparons-nous, mes frères : que V uà 
prenne le chemin de Turin, l'autre celui de 
Naples, et Tautre celui de Rome. 

Les deux ainés s'arrètèrent à Naples; là, 
en mangeant, en buvant et en s'amusant, ils 
consumèrent tous leurs écus et devinrent très 
pauvres. Le cadet, qui était plein d'affectioa 
pour son pére, se mit en route. Après avoir 
cheminé longtemps parmi les bois, il ne sa- 
vait où aller; il s*assit sur une pierre et se 
mit à pleurer. 

Un petit vìeux !« renconira et lui dit: 



34 



s 



— Da', da' ! leni fidi a Dio, ci la irovi* 
(Z,w vecchìereju era San 'Nicola). Tu hai mu 
ti ndi vai subbra a chija cliianura, duvi nc*è 
n'arburu; cà niò sì ricogghi V accju, e domani 
niaiinu scoiula li pinni, tu ti li piggbi, e ti ndi 
vai. 

Lu figghiu di lu ne ringraziau lu veccbiare- 
ju e jiu. Quandu vinni la sira, vitti veniri n'a- 
■ceju e dissi : 

— Chistu è Taceju. 

La matìna si pigghiau li pinni, si li stipau 
e si misi mu camina Quandu arrivau a Napuli 
vitti du povarcji e li chiama : 

— Vui siti li frati mei ? comu tantu povareji ? 

— Frati meu, pe la via ndi ncuntrammu cu 
Tìa banda di brigami; ndi spogghiaru, e non 
pòttimu jiri cchiù avanti. 

— Caminaii cu mmia, frati mei. 

Li leva jà 'na puiiha e li vestiu di capu a 
pedi. Doppu si misaru mu caminanu e nei dis- 
saru : 

— Frati meu, li trovasti li pinni di Taceju 
Farcuni ? 

— Si, frati. 

E nei cuntau lu fattu di lu vecchiarcju. Nei 
dissaru li frati : 

— Chistu fu 'nu meraculu mu la trovi. 
Quandu furu nta 'na campagna, li frati mbi- 

diusi dissaru : 

— Mo ad iju nei duna la curuna lu rrc ! 
Chi faeimu ? V ammazzamu, l'atterr^mu e nJi 
pigghiamu li pinni. 

E accussi ficiaru : Tammazzaru e Tatterraru- 
Si ndi tornaru alla casa di lu rre, ed iju, quandu 
li vitti, nei dissi : 

— Figghi mei, li portastivu li pinni ? 

— Si, patri meu. 

— E Peppineju adduv' è ? 

— Non sapimu. Nui ndi spartimmu a* 'nu 
certo puntu e non lu vittimu cchiù. 

Lu povaru patri mandau circulan pc tuttu 
lu regnu mu lu trovanu; ma ndernu. Doppu 
tantu tempu , 'nu pecurareju, chi guardava li 
pccuri, cu *nu vasiuni scavava ja 'n terra, e tro- 
vau n'ossu. L'annettau e fici 'nu friscarottu. Ap- 
pena lu misi a lu mussu, lu friscarottu cumin- 
ciau mu parrà e dicia : 

— Pecurareju, chi a la vtccca mi teni^ 
Tenimi forti e tenimi heni\ 
Cà pe li pinni d'aceju Farcuni 
Affiannu ammazzatu li frati hircuni. 



— Qu'as-tu dono, fils, que lu pleures? 

— Ce que j'ai ? Je dois troiiver la piu- 
me de l'oiseau Faucon. 

— Ta ! la ! la ! Aie foi en Dieu et tu la 
Irouveras. ( Le pelil vieux était St- Nicolas). 
Il faul que lu ailles vers celle plaine-là où est 
un arbre; dans peu d'inslanls Poiseau s'y re- 
tirera, et demain malin, en se secoua ni, il fe- 
ra lomber ses plumes. Tu les recueilleras et 
tu t'en iras. 

Le fils du roi remercia le petit vieux et 
parti!. Le soir, il vii venir Poiseau et dit : 

— C'est Poiseau ! 

Le lendemain malin, il recueillit les plu- 
mes, les pril sur lui et se mit en route. 

Quand il arriva à Naples, il vii deux jeu- 
nes hommes pauvres et lt»s appela : 

— C'esl-vous, mes frères? comment ètes- 
vous devenus si pauvres ? 

— Mon frère, en chemin nous avons ren- 
contré une bande de brigands qui nous ont 
dépouillés, et nous ne pouvons plus allerplus 
loin. 

— Venez avec moi, mes frères. 

Il les emmena dans une boutique, et les 
flt rhabiller de la téle aux pieds. Puis ils se 
remirent en routo, et ils (les frères atnés) 
lui direni: 

— Mon frère, as-tu trouvé les plumes de 
Poiseau Faucon ? 

— Oui, mes frères. 

Et il leur conta ce qui lui éiaìtarrivé avec 
le petit vieux. 

Les frères lui direni : 

— Qa a été un miracle de trouver. 
Quand ils furent dans une campagne, les 

frères jaloux direni: 

— Maintenant ce sera à lui que le rof 
donnera la couronne.Quefaisons-nous? Tuons- 
le, enterrons-le, et prenons les plumes. 

Et ils flrent ainsi : ils le tuèrent et P en- 
terrèrent. Puis ils letournèrent chez le roi, 
et celui-ci, quand il les vii, leur dil: 

— Mes fils, avez vous apportò les plumes ? 

— Oui, mon pére. 

— Et le petit Joseph, où est-il ? 

— Nous ne savons. Nous nous sommes sé- 
parésà un certain endroit, et nous ne Pavons 
plus vu. 

Le pauvre pére envoya par tout le royau- 
me Pordre de le rechercher; mais ce fui ^n 



35 



Lu peciiraiu, qnandu misi ca parrà, dissi: 
— Mo mi ndi vn)u pe li paisi e abuscu dinari. 
E chi ssi virti ? Tutti lu lorniavanu, ed iiu 
capitau sulla lu palazzu di lu rre. Lu rre, quan- 
du misi lu friscarottu chi parrava, chiamau lu 
pecuraru, e fici mu nchiana subbra lu palazzu; 
pigghiau lu friscaroiiu. lu misi a la vucca, e ìu 
friscarottu cuminciau mu dici: . 

— cani patri, chi a la vucca mi teni, 
Tenirìii foì'ti e lenirni beni, 

Cà pe li pinni d'aceju Farcnni 
Mliannu ar/rmac-saln li frati hircani. 
La mamma lu mbicinau a la vucca e lu fri- 
scarottu nei dissi : 

— cara rììamwa, chi a la vucca mi leni, 
Tenimi forti e tenimi beni] 
Cà pe ti pinni d'aceju Farcuni 
M'haunn ammaz-z-atu li frati bircuni. 
Lu rre, lutiu spanticatu, chiamau li figghi e 
fici mu sonanu lu friscarottu : 

— cara frati, chi a la vucca mi leni, 
Tenimi forti e tenimi beili; 

Cà pe li pinni d'aceju Farcuni 
M'aviti animazzatu, frati bircuni ! 

— O sassini, dissi lu rre a li figghi, vui 
Tammazzastivu ! Dimmi, pecuraru: duvi trova- 
sti s'ossu ? dimmi duvi lu trovasti, cà ti du- 
gnu centu ducali. 

Jiru jani e trovaru lu mortu. Lu rre lu fici 
portati a lu campusantu, e a li figghi randi Te- 
siliau e non bozzi mu li vidi e mu li senti. 

Iji resiaru jà e nui restammu ccà. 



(Raccontato dalla quarantenne signora Emanuela Gallo, che, 
nella sua puerìzia, l'appreso dall'ava e dalla madre). 



O^SI^O- 



1) Ho raccolto e tradotto in francese questo raccontino, per 
<Ar9 cosa grata al sig. E. Monseur, professore ali* Università di 
Bruxelles, il quale con una serie di studi di noo lieve importanza 
ne ha pubblicato molte varianti nel Bulletin de Folklore { I. 38- 
51 ed 80- 149; II, 219 -2iì e ^15- 51; III, 35-49.) 

Per quei pochi Monteleonesi che si compiftcciooo di sapere, 
come altrove sia apprezzato lo studio della letteratura popolare^ 
ho creduto opportuno di porre accanto al testo la versione fran- 
cese, che j1 prof. Monseur ha gentilmente riveduto e corretto. 

UB. 



vain. Beaucoup de leinps après, un petit ber- 
ger, en gardaiit Jes brebis, creusa la terre 
avec un bàton et trouva un os. Il le nettoya 
et b'en fit un sifflet. A peine l'eut-il approché 
de la bouche, que le sifflutcomnienca à parler 
et dit: 

Petit berger, qui à la bouche me tiens, 
Tiens-moi fori et tiens-vioi bien; 
Car pour les plumes de Foiseau Faucon, 
Mes frères méchants m'ont lue. 
Lh berger, en renlendaiil parler, dit : 

— Mainlenant je in'en vais par les villea 
et je gagnerai des écus avtc mon sifflet. 

Et qu\^st-ce que fon vit ? Tout le monde 
acconrait autour de lui. Un jour qu' il jouait 
de soli sifflet sous les fenèlres du palais ro- 
yal, le roi, eri entendant le sifflet parler, ap- 
pela le berger et le fit monter au palais; il 
prit le sifflet, le porta à la bouche, et le sif- 
flet commenca à dire : 

Cher pére, qid à la bouche me liens, 
Tiens-moi fori et tiefis-moi bien; 
Car povr les plumes de Voiseau Faucon^ 
Mes frères méchants m'ont tue. 
La fìière Tapprocha de la bouche et il dit: 

Chére mère, qui à la bouche me tiens, 
Tiens-moi fori et tiens-moi bien; 
Car pour les plumes de Voiseau Faucon^ 
Mes frères méchants m'ont tue. 
Le roi étonné appela ses flis et leur flt 
jouer du sifflet : 

— cher frère, qui à la bouche me tiens, 
Tiens-moi fori et tiens-moi bien) 

Car pour les plumes de Voiseau Faucon, 
Vous m'avez tue, frères méchants \ 

— Assassins, dit le roi à ses fils , c'est 
vous qui Tavez tue! Dis-moi, berger: où as-tu 
trouvé cet os? Monlre-moi où tu Tas trouvé 
et je te donne cent ducafs. 

Ils y allèrent et Irouvèrent le cadSvre. 

Le roi le fltporter au cimetière, bannit les 
flIs ainés, et ne voulut plus ni les voir ni 
les seatir. 

Ils restèrent là et nous reslàraes ici. 

iraduit par L. Bruzzano et E. Monseur 




36 



rjovellcc qrecGc di l\0cccif0i»lc 



TESTO 

Elia viagio iho dio leddhidia ce o eoa ito 
plusD ce o addho ilo povero. pluso ihe vu- 
rìulie ce (brado ce horafia, cipu ce dineria; o 
[jovei'u ihe pende esce pedia ce la suslinegue 
me In «cila, pu eserre anda plaghia, pu la 
epiile ce me ciiida grana pii e pianne, to se- 
Viorazd asce ti isonne ja na la sicoi. Irle pu 
lo hiiiJOMa ecame mia megali hionia ce o po- 
vero ciiiri den isoe pai ja na feri scila ja na 
ta piHi ja na horai faghi ton pediondu, ce tu 
f^slecai podhenonda jsce pina. Tosipelondio 
l)edio na pan slu diulo na lo del ticandi. Ta 
dio pedìa ehorislissa ce e javissa slu diuto 
co tu e:5/.ilai ticandi, li tu sedie to hioni ce 
stecai pedhenonda. diolo to secarne mia 
^■zala ce to sipe: 

— Emesle ta fallisa, li de nelio ti sa doi. 
Ecindi nimcra tu ito ghennonda mia cuna 

i'o tu ilo camonda poddha funacia; odio epiae 
(Te lo sadiche dio asce cinda cunacia, ce tosipe : 

— Pireteta ce me tuta Iroghile simero. 
Ecinda pedia ta epiasai ce la epirai sto 

*^pi lindo ce pò sa rri vespai i pai tu ciurulo: 

— Tunda dio cunacia ma sediche. 
cinri, pò sta ivre, to sipe : 

— Pediamu, scerite ti sa lego? me tunda 
cunacia de cannome tipole ce de sonnome 
hortai; guenno ce dhoro a soso vali cane de- 
bito ja na sziome simero, ce tunda cunacia 
ta siconnome. 

Ta pedia tu ipai tu ciurulo : 

— Gamete pò dhelile. 

Ecindi nimera etrovespe dodeca achile ja 
debito ce to sehorae spomia ja ciudi nimera 
ce esicoi ecinda dio cunacia. San ito pu eje- 
nastìs'sa megala, pu issa pahia, pu ebrizai icosi 
ciucata to ena, ta ivre o leddhese o pluso ce 
aroti e ecinda anispadiatu ce to sipe: 

— Putte sa sirtai ettunda hiridia ? 
Ta anispadiatu tu ipai : 

— Ene cinda cunacucia pu ma seducheie 
esise. 

pluso, cunnonda ti ò ta dio cunacia pu 

to sediche e cinose, crazzi lo leddhendu to 
povero ce tu ipe : 

— Ettunda hiridia, pu ehise esu, issa ta 
dicamu ce esi mu ta clespete, ce arte, an de 



mu la doile, sa quereleo li mu ta eclespete 
ce sa vaddho prosu.ii. 

Tosso tu sepiae me le pagure, pu io se- 
piae la hiridia. poverose eserre viata scila 
andò piaghi ce ta ej^u! * ce ezussa pos idhele 
o Dhio. Mia nimora, pò silo slo piaghi, pos- 
so dhori dodeca bregaiilu ce ecrilti ce luse- 
canune pu meria pausi, ce pos dhori ti pousi 
asce mia rocca ce ipai : 

— Anilta, porta ! 

Ce posso ani ('ti mia porta ce einbeai ecios- 
su. Sa nessevissa oli ossu slin grulla, ipai : 

— dista, porta ! 

Ce i porta ecl'sli. Ecinose ecralie anmien- 
ti pos ipai i breganli ce esladhi tosso criin- 
meno fino pu escevissa ce rjdvissa ti» fattilo. 
Doppu pu ejavissa larga e cinose ejavi slin 
porla ce ipe : 

— Anifla, porla ! 

Ce i porta anifli. Ecinose essevi ce efor- 
toe asce dineria; sa nescevi, ipe : 

— elisia, porta ! 

Ce i porta eclisli ce cinose ejavi ta falti- 
tu sto spitindu ce epire la dineria, ce epen 
sespe na stili stu leddhetutu plusu na tu sziti 
to tremundi na misurespi ta dineria. 

ledestu ipe : 

— Ego eho na ivro ti t> pu misuregui o 
leddhemu. 

Ce evale Ugo meli sto trimundi. pove- 
ro pos emisurespe la dineria, episce ena di- 
neri sto ngolo tu trimundiu ce de uavvidefti. 
Po slu estile lo trimundi tu leddhelu tu plu- 
su, ecanunie ce ivre ti emisurespe dineria o 
povero. leddhese o pluso etresce slu led- 
dhelu tu poveru ce tu ipe.- 

— Esu emisurespese dineria : ehise na mu 
ipise putte su irtai ; se mande, se canno dei, 
li esu ta eclespese. 

I\idu5ì^i)e IT) capoffcN 0i?eci. 

''Eva viaggio tlyt tuo leddhidia xol 6 Jv« 
f[zo TcXoOao xal 6 dtXXo f(zo povero. *0 iiXoOoo tlyit 
PoóSta xol poiiOouXera:^ xal cpopàSac; xal x^P^^c, 
xif^TTOug xol Sr)vép:a- 6 povero etxe tUvxì 15 ^^ 
Ha xal xà sustenegue |ià xà ^óXa toO laepvc fot- 
ta Tzkir(i%y iroO xà lizoiAt xal [li xe!V' xa grana, 
TwO èirfove, x&i IfòpaZt il xl f^acove '{li, va xà oipcA- 
OTfl. 'Hpxe TToO xò xet|ifi)va lxa|jte \da [JieYàXrj xwvfa xal 
6 povero xópr] 8àv ijacoae iràet va cplpig lòXa yt* vi 



37 



là Tco'jXTf^oYj Yià va Yop^<^T< ?*Y^ "^^^ 7rat5ca)v xou, xal 
ToO èorlxaai Tra'.Gafvo/ia^ è^ Tisrva. Tw; etTre tG)V 
5ó(ov TcatSfwv va tcxouv '^ xoì) Oscou t(ov va xtSv 
àioig x'.xaviL Tà Suo 7:ai5ta èxcopfaxrjaav xal eytà- 
^yjaav '^ xoO Mo\j xwv, xal xoj è^i^Tjkaat xcxavxf, 
\i zobq SxXecae xò x^ivc xal 'oxéxaat TcaiGafvovxa^. 
*0 tìzio xwv x(b; lxa(i£ |i{a ^àXa xal xw^ efTTS* 

— "EiieaOs xà latti aa^, 'xt Sèv lyAù xl aa^ 

'Exstv' xTjv i^iiéf et. zo\j f^xo yevGvxa? |xfa cuna 
xal xoO ìlio xà[iovxa; TtoXXà cimaxLOL. '0 tìzio àTifa- 
ae xal xd)^ eSwxe 5óo è? xefv' xa cwiarxoL xal xwg 

— Jiifizxi zx, xal |ià xoijxa xpwyexe a7'|A£po. 
'ExeTv' xa Tcat5:a xà iniiooLoi xal xà àTrV^paa: 

'{ xò GTiixiv T(ov, xal, Tifi); arrive\)(JOLGi^ zItzoloi xoO 
x6pou x(!)v 

-— ToOv' xa 56o cnna%ioL [idc^ 55coxe. 
*0 x'jpT], TzCùc, xà Tjupe, xw^ eiTTe* 

— IlatSia |iou, S^pexe xl aSi; Xéyw; (a^ '^oOv 
xa cunaTLia 5à xàvvo[ie xfrcoxe, xal 8à awvojie x^P' 
xàaec èx^aivo) xal 6(opG) àv acbao) piXetxavà debito 

"Ytà va ^Trjawjie <Tf^\lzpo xal xoOv' xa cunacia xà oy)- 
x6vo|Ae. 

Tà TiacSfa zo*j zItzolgi xoO x6pou xwv 

— KàjAexe 7tó){ OéXexe* 

'Exefv' xr^v i?j|iipa etroveuae 8(i)8£xa achile ytà 
debito xal xw; èyópaae ^(ù\iìoì. ytà xe?v' xt)v fj|Al- 
pa xal loT^xwae ixelv' xà 56o cunacia. Sàv fjxo 
3w5 l-^tyiatìr^ooLy [xeyiXa twj f^aav Tracia, uoO èxpi^j- 
Crjaav elxooL ducala xò Sva, xà rppz 6 leddhes 
6 TcXoOao xal àpwxTjae èx€lv' xa àyz^iiSià xou xal 
x<J)^ elire. 

— IIo06ev ai; f^pxaoc aóxoOv xa x^p^Sta; 
Tà àvTj^^àSià xoi> xoO zlnxar 

— EJvat xefv' xa cunacucia uoO |ia^ ISóxfixe 
•iaerg. 

*0 7rXoi3ao 'xo'iovxa; 'xt è xà Suo cunacia tcoO 
xà; ISctìxe ixelvo:, xpà^ei xò leddhev xou xò po- 
vero xal xoO zItzz' 

— AòxoOv* xa xo^P^Sta, 7to5 Ixet; èal>, f^aav 
xà Scxà (Jiou xal èaeT; (jloO xà 'xXécpexE, xal àpxi, 
àv 5è jioO xà 5o)aexe, ao; quereleo) 'xt |JioO èxXé- 

'il«xe xal aS; pàXXw presuni. 

Tóaao xo^; èirfaae |ii xal; pagure, iroO xà; 

èmaae xà x^tpfSta. '0 povero; laspve ^tàxa &iXa 

in* xò TcXàyt xalxàSuouXe xal è^o^aav irto; iJOeXe 
"6 6e6. Mfav i^i|Jiipa, ti©; fjfzo '; xò TcXàyt, róoao 

tìfùfzl SàSfixa breganxou; xal èxpócpxìfj xal xob; 

ixàvowve 7»0 |iep(a uàouat, xal ti©; 6(opel 'xt nàouat 
^oè |i{a rocca xal stTcaot* 



— "Avotcpxa, Tiópxa ! 

Kal TtG; àvof^xY) jifa Ttópxa xal è|ip£flaat IxeC 
2aa). Sàv èaéprjaav 8Xot lao) '; xijv grulki, etiua-jt* 

— KXelaxa, Tiópxa ! 

Kal fj Ttópxa èxXefaxYj. 'ExeTvo; èxp^-r^as anj- 
inenti 7C(o; elTtaat o[ braga n ti xal èaxzf^Tg tóaao 
xpun|iivo Alio TioO è?é^7)aav xat èY^à^r^aavià falli 
x(!)v. Doppu Tto'j èYtà^Tjaav XipYa, ixeTvri; ìy^^^yj 
'; xijv rópxa xal zIkz' 

— "Avotxta, Tcópxa ! 

Kal il Tiópxa àvoc'xxr^. 'Exelvo; èal^r^ xal l^p- 
xw^e è^ S7)v£pta- aàv ^5^4:17), zlnz' 

— KXelaxa, Ttópxa ! 

Kal il TTÓpxa èxXefoxY), xal 'xelvo; Iy'^P^ ^^ 
fatti xoi> '; xò aTi:{xv xou xal jTnjpe xà SY^Iptat xal 
epenseuae va axefXir) '; xoD leddhe xo'j xoD xXoó- 
aou va xoO ^T^xV^aiQ xò xptjAÓSt va misuretWri xà 
5T)vépta. *0 leddhès roO eiTre- 

— 'Eyw 2x^ ^^ ^t^P^ '■'^^ é TcoO inisureguaL 
6 leddhé jiou. 

Kal jpaXe X^y© I^^Xt '; xò xptjióSt. *0 povero, 
nGx; euìisureuae xà 8T]vlpta, Inrilz Sva STjvépi '; 
xò xGXo voO xpc|ioSfou xal Sàv avvide^Ti]. IISì; 
xoO SaxetXe xò xpt|ji65t xoo leddhè xou xo^ i;Xaiiaov^ 
èxavouvTjae xal ifjSpe 'xt emisureuae S7]vlpia fi po- 
vero. *0 leddhès 6 TiXoOao Sxpe^e '; t^O leddhé 
xou xoO povero xal xoO efire* 

— 'Eab emisureuae; S7)vépta- Sx^t; va jioìj dmj; 
TioOOev ao'J ijpxaat, 5v 8à, aà xàwo) Siaet 'xi ÌQh xà 
ixXecpe;. 



\7epsi0i)e leìfepcrlc. 



Una volta c'erano due fratelli, e 1' uno era 
ricco e Taliro era povero. Il ricco aveva bovi e 
vacche e giumente e campi, giardini e danari; il 
povero aveva cinque o sei figli, e li sostentava 
colle legna che portava dal bosco, che vendeva 
e con quei soldi, che ne ricavava, comprava loro 
di ciò che poteva tenerli in vita. 

Avvenne che nell'inverno fece una grande 
nevicata, ed il povero padre non potò andate a 
portar legna, per venderle e comprar da man- 
giare ai suoi figliuoli, che stavano morendo 
di fame. Disse a due suoi tìgli che andassero 
dallo zio a chiedere qualche cosa. I due figli par- 
tirono e andarono dallo zio e gli chieseio qual- 
cosa, perchè la neve li aveva chiuso e stavano 
morendo. Lo zio fece loro una sgridata, e disse : 

— Andate per i fatti vostri, che non ho 
1 niente. 



38 



Quel giorno gli si era sgravata una scrofa e 
gli avea fatto molti porcellini; Io zio prese e 
dette loro due di quei porcellini, e disse : 

— Portatili via, e con questi mangerete per 

oggi* 

Quei fiinciulli se li presero, e li portarono a 

casa^ e, come vi giunsero, dissero al padre : 

— Ci ha dato questi due porcellini. 
Il padre, nel vederli, disse : 

— Figliuoli mei, sapete che vi dico ? con 
questi porcellini non facciamo niente e non 
possiamo saziarci; esco e vedo se posso con- 
trarre qualche debito per vivere oggi, e questi 
porcellini li cresciamo. 

I figliuoli gli risposero: 

*-' Fate come volete. 

Quel giorno trovò da fare un debito di do- 
dici carlini, comprò pane per quel giorno e la- 
sciò crescere quei due porcellini. Quando si fe- 
cero grandi, ed erano grassi che costavano ven- 
ti ducati l'uno, li vide il fratello ricco, il quale 
dimandò ai suoi nepoti e disse loro : 

— Donde vi vennero cotesti porci ? 

I nipoti risposero : 

— Sono quei due porcellini che ci deste voi. 

II ricco, udendo ch'erano quei due porcelli- 
ni, che decie lui, chiama il fratello povero e gli 
dice : 

— Cotesti porci, che tu hai, erano miei, e 
voi me li avete rubato; ed ora, se non me li 
restituite, vi accuso di furto e vi metto in pri- 
gione, 

Tiinto li spaventò che si prese i porci. Il po- 
vero continuò 3 portare legna dal bosco, e, ven- 
dendole, vivevano come voleva Dio. Un giorno, 
essendo nel bosco, vide dodici briganti; si na- 
scose a guardare ove andassero, e li vide avvi- 
cinare ad un sasso, ove dissero : 

— Apriti, porta ! 

E la porta si apri, ed entrarono lì dentro. 
Quando furono tutti nella grotta, dissero : 

— Chiuditi, porta ! 

E la porta si chiuse. Egli tenne a menie co 
me dissero i briganti, e stette tanto nascosto 
finché non uscirono e non andarono per i fatti 
loro. Qumdo furono lontani, egli andò alla por- 
ta e disse : 

— Apriti, porta ! 

E la porta si apri. Egli entrò e si caricò di 
danari. Nell'usci re disse : 

— Apriti, porta ! 



E la porta si aprì ed, egli andò per fatti i 
suoi a casa, portandosi i danari, e pensò di man- 
dare dal fratello ricco a chiedere la mezzaruola 
per misurare i danari. Il fratello disse : 

— Io devo vedere che cosa misura mio fra- 
tello. 

E nella mezzaruola pose un po' di miele. Men- 
tre il povero misurò i danari, una moneta ri- 
mase appiccata nel fondo della mezzaruola, ed 
epli non se ne avvide. Il fratello ricco, quando 
gli fu restituita la mezzaruola, guardò e vide che 
il povero avea misurato danari. Corse dal tra» 
tello povero e gli disse : 

— Tu hai misurato danari ; devi dirmi don- 
de ti vennero; se no, ti farò legare, perchè li 

hai rubato. 

[continua] 



X^m:^ 



-<::x:?,JO- -0@C>- >-«^ -O^^Cs* ~<3^X=^ -^-*S 



CANTI DI MELICUOCÀ 



^V. n, precedente) 



Supra na petra mi voggliiu asseitari. 
Tutta la notti mi cantu canzuni. 
Sa quantu mi ndi vogghiu arricordari ì 
Finu a chi cala la mia ddia d'amuri; 
E quandu cala la vogghiu abbasari, 
Puru m'è figghia di lu 'Mperaturi. 



Siti cchù janca vui ca n'è la nivi, 
Chihia chi cadi e squagghia a la muniagna; 
La vostra gentilizza e lu sapiri 
Si po' aggualare cu lu ivre di Spagna. 
Ssi trizzi vostri mandanu suspiri ; 
Lu suli l'accarizza e l'accumpagna ; 
E belli com'a vui nd'hannu a veniri 
Di chisiu Rregnu e puru di la Spagna. 



Se voi sapiri quanto tu si' bella, 
Levati cu lu suli la matina ; 
Cà di lu celu caderrd na stella, 
E nta lu pettu toi posa e s'incrina; 
E po' 'gnunu dirrà: chi cosa è quella ? 
Lu suli si fermau, cchiù non camina P' 
Sunnu li stremi toi bellizzi, o bella, 
Chi teninu lu suli a la catina. 



l 



B& 



Nu pitturi pittati ti volia ; 
La tua piaùra nesciunu la fa. 
Ndi fici belli, ma non coni' a ttia, 
Cu tanta pompa e cu tanta onesta; 
E quandu tu camini pe la via, 
Trema la terra pe tanta berta. 
Ora ugni donna si cuntemarria 
Di ssi bellizzi aviri k meta. 



Supra la terra pari ca volati, 
Supra la facci dui rrussetti aviti ; 
E cu littari d'oru sigillati, 
Supra ssu peitu scrivari potiti. 
La luna è bella e vui cchiù l'avanzati; 
La luna è janca e vui brunetta siti ; 
Criu ca luna e suli vi chiamati, 
Se di tutti li ddui cchiù bella siti. 



O facci di garonfulo 'ncarnatu, 
O hjuri chi n'assicca e chi non mori, 
Tu li cridivi ca t'haju scordatu, 
Ma ieu ti tegnu scrittu ma lu cori ; 
Ti tegnu scrittu e ti tegnu stampàtu 
Cu littari di argentu e belli modi. 
Ti pregu mmi mi teni cumandatu, 
Mi nei voi beni e mi m'ami di coli. 



Garonfulu tu rrussu si* chiamatu, 
Garonfulu chi avanzi l'atii hjuri; 
Ancora non si' lutiu spampinaiu, 
E a centu migghia già mandi l'aduri. 
•Cu ti lu dissi ca t'haju scordatu? 
Cu ti lu dissi fici grandi arruri : 
Tu bi' la vita mia, tu si' lu hjatu, 
Garonfulu chi avanzi Tatri hjuri. 



Garonfulu d'argentu mi pariti, 
Quandu cu ssi bell'occhi mi guardati; 
Vci di bon sangu e di geniu siti. 
La luna cu lu suli cumandati ; 
Li nostri cori tenimuli uniti, 
Cà vi mandu lu meu mi lu mparati. 
^e lu me' pettu vidari voliti. 
Siti patruna mi lu quartiati. 
«r E la canzunì è ditta a carta janca; 
« Se lu to' geniu nc'è, lu meu non manca. 



L'occhi loi per mia su vagu suggettu. 
Vita chi dannu vita all'arma mìa-. 
Ora non stari cu nuhju suspettu; 
Ama sinceru e dassa fari a mmia. 
Non haju milli cori ma stu pettu, 
Ca unu nd'avi e ti lu dczzi a ttia; 
Se non lu cridi, aprimi lu pettu, 
E vidi se ti cuntu na buguia. 



Giuvana bella, quandu 'n chiesa iti. 
Li canJili ou n'occhi vui ahjumati; 
Quandu poi di Tartari vi partili, 
Dui angiali pe mani vui calati. 



Vitti na donna e ddi ventai na i.unpa; 
Cà tantu bella vistu mai nd'havia ; 
Quandu la vitti ch'era bella tanta, 
Arrestai privu di la vita mia. 
Pe tant'amuri sta vita non campa 
Pensandu li bellizzi di hjà Ddia. 
Fora di ll'acqua lu pisci non campa; 
E mancu campu ieu senza hjà Ddia. 



Quandu nescisti tu, bella figghiola, 
La tua grandi bellizza si aspettava; 
Nescisti prima tu di ll'aurora; 
Pe mi spunta lu suli virgagnora. 
Ora chi porti ssa bellizza nova. 
Tu si' fatta per mia, speranza car.i. 



Affaccia di lu celu, o bianca stella, 
Rrisprendia lu munti e la marina ; 
Per vui non nc'esti locu nta sta terra; 
V'ijmmeritati d'cssarì Rriggina ; 
V'ammeritati a chissà gula bella 
Di petri prezziusi na catina; 
Mi cumandati vui quattru castella, 
Napuli, Spagna, Palerrau e Messina, 



D'acula di Palermo hai lu sprenduri, 
O stilla di li quattru cantuneri; 
Quandu nescisti tu nesciu lu suli^ 
Nesciru novi rrai e deci speri; 
E poi crisciuti a lu fumi d'amuri^ 
Chihju è lu fonti chi a ttia si cumveni ; 
Tu si* la rosa ed eu sugnu lu hjuri, 
Tu si' lu spassu di tutti li peni. 



I 



àO 



Vui mi pariti a Santa Filomena, 
Chi di lu paravisu è la patruna ; 
Quandu nescisti vui nesci na spera; 
Nesciru nsembra lu suli e la luna. 
Di ll'angioli portati la bandera, 
E di li belli aviti la curuna ; 
Vui di Tamun sili cunsigghera, 
E li vosiri cunsigghi su fortuna. 



D'acula di Palermo porti l'ali; 
Ti scruscinu li pinni quandu voli ; 
È tantu destru lu to' caminàri 
Undi scorpiti tu ncsci violi, 
E ssu peduzzu ti vorria cazàri, 
D'oru li mpigni e d'argentu li soli. 



O rosa rrussa di milli culuri, 
Tu teni li beliizzi di li celi; 
Rosa chi non ndi fannu li pitturi. 
Non nc'è modelli pe li toi maneri. 
Rosa, chi cu li toi rari sbrenduri 
Cogghi l'amanti e d'arrassu li feri. 
Se fussi di lu mundu Mperaturi, 
leu meniarria lu mundu a li to' pedi. 



Quandu nescisii tu, crucitta d'oru, 
Tricentu torci a lu celu ahjumaru; 
E fusti vattijata a fumi d'oru, 
Poi crisimata a lu hjumi Giurdanu. 
Criu ca tu di ll'angiali si' soru, 
Niputi di lu Rre palermitanu. 
Se non voi presiamenii pe mi moru. 
Fammi na sula nsinga cu la manu. 



Rosa, chi fra li rosi bella siti,* 
E 'nt' a lu pettu meu stampata stali, 
Quandu la lesta a chiesa vui ijti. 
Tutti li pari vostri Tadornati : 
E quandu poi a ll'arturu vui saliti,. 
L'angìali fannu largo mi passati; 
Passati ma stu pettu se voliti, 
Cu sii beliizzi e modi aggrazziati» 



O bella, chi di nomu si' chiamata, 
Benedizzioni t'ezzi lu Signurl; 
Luci lu visu toi comu na spata; 
Bella, di ll'occhi toi spunta l'amuri; 
O t.icci di na rosa sp.impinata. 
Chi a milli passi ndi manda Taduri, 
Rrama|>hietta di rosi 'ncufunaia. 
Ed adurata di lucti li hjuri. 



O giuvanehja, di Tocchi mi squagghi , 
Bella comu lu pumu ma li fogghi ; 
Siti comu n' acellu a li foraggili, 
Siti comu 111 pisci nta li scogghi; 
Lu me cori ò stringiuiu ma ssi magghi; 
Lu vostru fruttu ncssunu lu coi^ghi; 
Nta stu paisi ndavi belli scogghi, 
Non sannu coni' a ttia se li scumbogghi. 



Tutiu lu beni meu l'appi a la (ascia, 
Quandu era picculinu e non sapia : 
Cu mi pigghiava e mi tcniva 'n brazza; 
Cu mi dicia « te' minna, gioia mia ». 
Ora su grandi e 'gnunu si nd'arrassa: 
Pari ca portu la pesta cu mmia. 
O mamma, mamma, tornami a la lascia,. 
Pe' m'haju hji carizzi chi nd'avia. 



Donna, non t'avantari ca si' bella ; 
La tua bellizza è cosa chi non dura, 
La morti non l'è mamma né sorella, 
Quarchi jornu ti porta 'n sipurtura. 
Se di lu celu sarrissi tu stella, 
Puru si cangiarria la tua figura. 
Tu, doppu morta, non sarrai più quella,. 
Pocu addiventerai cinnari scura. 



Amuri, amuri, tu si' lu cunortu. 
Tu si' lu sangu chi duni la vita : 
Tu poi rris'iscitari n'omu mortu, 
E tu distruggi la cchiù megghiu vita, 
E nta lu pettu meu lu suli portu, 
Ma portu puru la morti e la vita. 
Amuri, amuri, dissi Cristu all'ortu; 
Amuri, dissi, quandu lornau *n vita. 

Direttore resp. Luigi Bruzzano 

Tipografia Passafaro 






# 



li 

ih 










I 



t; 

4! 









\f 



ffl^^w^'Ss''^^^^^^^^^^^^^'^^^^^'^^^^^^^^^^^S 







RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 6 — Agosto 1899. 



MONTELEONE 

TiPoaaàFiA Passafaro 

1899 















#[| ^ 



.O>x>»<Q;j0>c -<0\0/>^rKtO :<y>o-K:(Cf) QP' ck<<^0>0>- 



S9 



^l; e, ^^^<%g»^ <g»^^e»^^^x^^<^xaìce>^^/jg>^fe?<^c^?< 





? 


^.? 




*l; 


o 


t 


f 


V 


^ 




D 




ì 


■i 


6 


S; 


? 


È 


À 




là 




tì 




•^ 




A 


« 






i> 




o 


*1 


T 




6 



S=li^°'-^'-5)v 



^ZIZIO 



-ÌT. 



^&^W^^ 



^^ìyi^iìy^&^P^^^:^^ 



LA CALABRIA ) 










0A^ 



«Srivista di letteratora popolare 



DIRETTORE 

XjVLigri Bx-a.zzazio 



JiL 



Monteleone dì Calabria, Agosto 1899. 

SOMMARIO 

La Madonna dell'Achiropita in Rossano (Raf- 
faele Di Leonardis) — Novellina greca di Roc 
cafone (L. Bruzzano) — Canti popolari di Me- 
licuccà (C. Succisaci). 



LA MADONNA DELL'ACHIROPITA 

IN ROSSANO 



I lettori della Calabria forse non hanno di- 
menticato ciò che io ho detto nei numeri pre- 
cedenti di questo periodico, parlando del mio 
grande concittadino S. Nilo : che, cioè, per quanto 
i rossanesi hanno trascurato il culto e la memo- 
ria di questo insigne uomo, per altrettanto essi 
hanno un culto vivissimo per la loro patrona e 
protettrice, la Vergine dell' Assunta, conosciuta 
con la speciale denominazione di Vergine Achi- 
ropita. 

Promisi allora di narrare le tradizioni antichis- 
sime che si riferiscono al culto ed all'immagine 
di questa Vergine che si venera esclusivamente 
in Rossano : ed eccomi a sciogliere la promessa. 

Sono circa milletrecento anni che in Rossano 
è tenuto in altissimo onore il culto della Achi- 
rapta^ al quale, né per volgere di secoli, né per 
avvicendarsi di popolazioni, é venuto mai meno 
lo splendore vivissimo, l'affetto e la venerazione 
di un intiero popolo che, senza distinzione di 
classe, a lei fidente volge lo sguardo, come ad 
una madre affettuosa, per implorarne l'aiuto nelle 
sue sventure e la pace nelle sue tribolazioni. 

Per quanto V animo possa essere agitato da 
uno spirito di scetticismo, per quanto la fredda 



Abbonamento annuo 
Xjire 3- 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



ragione ti spinga talvolta inesorabilmente all'in- 
credulità, pure, confesso il vero, per me é una 
spettacolo sempre commovente quello di una in 
tiera popolazione, di cui la maggior pane non 
ignorante, non ciecamente bigotta o superstiziosa^ 
la quale, con fede prof(»nda, si Rivolge alla sua 
gran madre per chiederne conforto, confidarle i 
suoi dolori, implorarne la protezione!. 

Per la ristrettezza dello spazio concessomi su 
queste colonne, per oggi mi limito a narrare la 
origine del culto dell' Achiropitay al quale è pure 
intimamente connessa l'origine della Cattedrale 
di Rossano, e mi riserbo di discorrere nel pros- 
simo numero delle varie tradizioni che allo stesso 
si riferiscono dal suo sorgere insino a' tempi 
nostri. 

Sembra dunque un fatto incontrastabile che 
l'adorazione della Vergine Achiropita abbia avuto 
principio in Rossano fino di?l secolo sesto, e che 
ininterrottamente si sia mantenuta fino a' tempi 
nostri, cioè per più di tredici secoli. 

Infatti Pancrazio, abate della famosa badia di 
Grottaferrata che, come ho detto nei numeri pre- 
cedenti della Calabria^ fu fondata dal nostro S. 
Nilo, nel suo panegirico in onore dell'altro ros- 
sanese S. Bartolomeo, quarto abate della stessa 
Badia, recitato nell'anno 1230, in occasione che 
si celebrò con pompa solenne oltre l'usato l'ot- 
tava del predetto santo, accennò alla storia della 
immagine dell'Assunta che si venera sotto il ti- 



42 



tolo deir Achiropita, dicendo: « Ecco quasi per 
< settecento anni ella abita in Rossano in figura 
« non dipinta da mano, ma, perchè meglio si 
€ dica, formata da Dio e da Dio colorata, sicché 
« da tutti viene appellata Achiropita^ e, cosi in- 
« vocatn, esaudisce i voti di tutti ». 

Queste parole di Pancrazio, senza dubbio, 
traggono il loro tondamenio da un' antichissima 
leggenda consacrata in una pergamena scrìtta in 
caratteri d'oro greco-gotici, che esisteva nell'ar- 
chivio di questo Capitolo fino al principio del 
XVII secolo, e che, molto probabilmente, doveva 
essere identica nella forma a' due Evangeli della 
stessa epoca, che ancora fortunatamente si con- 
servano nella Cattedrale di Rossano, i quali ul- 
timamente hanno acquistato una fama mondiale 
per le illustrazioni fatten»^ da dotti scrittoli tedeschi. 

Tale pergamena, che purtroppo è andata per- 
duta insieme a moltissimi altri documenti impor- 
tantissimi per la storia della Chiesa e della città 
di Rossano, fu tradotta in latino dal canonico 
Sammarco, e fortunatamente questa traduzione 
ancora esiste, perchè inserita nella storia mano- 
scritta di Rossano del canonico Mancuso, la quale 
è posseduta dal sig. Francesco De Rosis di que- 
sta città. 

Avendo io avuto occasione, qualche anno 
dietro, di volgerla in italiano, la riporto qui per 
intiero, nella fiducia di fare cosa gradita a' let- 
tori della Calabria. 

Eccola : 

« Vi fu un certo Efraim eremita, il quale, 
« menando vita monastica e divotamente ser* 
< vendo Dio, abitava una piccola caverna, la 
a quale oggi è compresa nella chiesa maggiore 
€ di Rossano, e vokarmente si chiama la Cella. 

€ In quel tempo il principe Maurizio, (*) col- 
a pito dair odio del suo suocero Tiberio 2® im- 
« peratore di Costantinopoli, affidò la sua flotta 
a al mare. 



(*) Nota ~ Dalla Storia della decadenza e rovina delPimpero 
romano di Edoardo Oibbon, si riley» che l'imperatoro Maarisio sue- 
cesse a Tiberio 2. nell'anno 582. 

Si rileva altresì che egli fu un prìncipe moHo religioso, taato 
che, quando, per fatale coincidensa co' fatti narrati in questa leg- 
genda, f\iggendo la persecuzione delPusurpatore Poca, da un*. altra 
tempesta fu gittate presso la chiesa di Sant* Autonomo nelle vici- 
nanze di Calcedonia, e, per ordine d- Foca, gli furono uccisi dinanzi 
agli occhi i suoi cinque Agli, egli trovò forza per ripetere una pia 
giaculatoria : Tu sei giusto, o Signore, e i tuoi giudist sono pieni 
di rettitudine. 

Dopo tale orribile strazio, lo stesso Maurizio fti ucciso nel 27 
Novembre dell* anno 002. 



« Sbattuto da' venti e dalle onde, finalmente, 
€ per divino impulso, raggiunse la Calabria nel 
ce luogo che oggi si appella il porto di S. Angelo. 

< Indi, col suo seguito, cominciò a cacciar^ 
€ ed un cignale, che dall'eremita Efraim veniva 
« nutrito, perseguitato da' latrati dei cani, si ri- 
« fugiò nella piccola caverna di lui. Trattosi 

< fuori l'eremita, vide Maurizio, e questi l'ere- 

< mira; e ambidue, compresi da pietosi sensi, 
a si salutarono. 

« Consigliato dall'eremita, Maurizio andò di 
« là dal torrente, nel IUO5O detto la Vorticelky 
« ove si diede a cacciare, e, prese delle fiere, 
« ritornò a prendere commiato dall'eremita. Ma 
« questi gli disse : 

% Signore, se qui farai elevare un'effigie alla 
cr Vergine Maria, ed amplierai la città, io ti an- 
€ nunzierò una grande novella. 

« E Maurizio tutto gli promise. 

a L'eremita soggiunse: sappi che l'imperatore 

< tuo suocero già da tre giorni è morto, e tutti 
« chiamano te ad imperatore e all' impero. 

€ Da ciò Maurizio fatto lieto, nell' atto di 

< partire consegnò ad Eiraim il suo anello per 
€ sicurezza della promessa. Infine approdò al lido 
« di Costantinopoli, da cui, con pompa trion&le, 
€ condotto in città, per acclamazione venne cinto 

< della corona imperiale. 

« Ma, per la soverchia gioia e per l'avvicen- 
a darsi degli eventi, egli pose in oblio la pro- 
€ messa fatta all' eremita. Ma questi, decorso il 
« tempo stabilito, si portò al lido vicino, e, per- 
€ correndo a piedi il mare, entrò nel porto di 
€ Costantinopoli. Appena giunto, le campane, 

< per divino volere, suonarono con grande stre- 
« pito; il che meravigliò tutti, e fu riferito allo 
« imperatore, il quale, insieme al patriarca e ai 

< patrizi, gli mosse incontro ed onorevolmente 
4 lo accolse. 

« L'eremita allora gli disse : Eccelso impera- 
a tore, non ti ricordi di ciò che, tempo dietro, 
« mi promettesti ? 

a E l'imperatore rispose : Io non ricordo né 
€ di averti promesso niente, né di averti mai 
€ visto. 

a Ma, mostratogli 1' anello, ed esaminatolo, 
« l'imperatore si ricordò di quanto era avvenuto, 
€ e, supplice, impetrò perdono della dimenti- 

< canza. 

te Ed ordinò che si allestisse un naviglio sul 

< quale fece salire nove famiglie di nobili ed 



43 



« altrettante di plebei, di quelle che un tempo 
< Costantino il divo da Roma portò a Coscan- 
€ tinopoli, insieme agli operai di ogni arte : e, 
« valicato il mare, giunse prima al porto Ticinio, 
« ove rinvenne una pianta di pere di una specie 
a di cui egli mai prima aveva visto la simile, 
€ e che attualmente viene chiamato pero alice: 
€ quindi diresse la prora verso il porto di 
« S. Angelo. 

a Quivi eresse una chiesa : progredendo ver- 
« so le alture, edificò altre due chiese, delle 
« quali, una nel fiume Celadi, la dedicò a San*a 
« Maritìùy e l'altra a Santa Anastasia : finalmente 
a ordinò che si edificasse la chiesa maggiore, e 
a la eresse ad abazia, dell' ordine e della regola 
a di S. Basilio : ma dopo, per le preghiere dei 
« cittadini, fu fatta più maestosa e divenne la 
« Cattedrale. E l'imperatore, ossequiente alla vo- 
€ lontà dell' eremita, ordinò che in essa si di- 
« pingesse un' immagine a Maria Vergine, ed 
« i molti artisti che tentarono di dipingerla, la- 
« vorarono invano, perchè ciò che essi il giorno 
« dipingevano, trovavano che era stato cancellato 
« durante la notte. 

€ Finalmente un artista abilissimo, avendo 
« quasi compiuta la tunica dell' immagine che 
« dovea fare, la lasciò in custodia ad un disce- 
€ polo. Ed a questi apparve una donna 'bellissi- 
€ ma, ornata di candide vesti, e lo persuase ad 
€ andarsene. 

« Ciò fatto, al maestro ed a' molti accorsi 
« si presentò dipinta 1' immagine della Vergine 
« Maria ». 



Rossano Agosto 1899. 



RafTaele De Leonardis 



NOVELLA GREC4 DI ROCCiiFORTE 

(Continuazione v. n. precedente) 



O poverose epiasti asce pagura ce tu ipe pò 
sefere ecino ta dineria, ti to sta epiae ton bre- 
ganto. O pluso tu ipe: 

— Ehome na pame i dio na ferome dio mule 
fortòmeiie, ti ego de lego tipote; se mande, se 
canno dei. 

O povero tu ipe : 
•^ Buonu; pame. 



Ejavissa ce pò sarrivespai, ejavissa stìn grutta 
ce o poverose ipe : 

— Anifta, porta ! 

Ce i porta anifti. Doppu pu essevissa ossu^ 
ipe : 

— Clista, porta ! 

Ce i porta eciisti, Ejavissa sta dineria ce cjo- 
moai tu saccu; tu segualai osciu ce eforto-ii te 
mule. O poverose ipe: 

— Clista, porta ! 

Ce i porta eclisti ce ejavissa la fattito. O 
pluso furbo ejavi ce apoforcoe tin mulandu ce 
epensespc na condoferi manahostu. Sa narrivespe 
stin grutta, ipe : 
-- Anifta, porta ! 

Ce i porta anifti, ce essevi ossu ce ipe : 

— Clista, porta ! 

Ce i porta eclisti. Sa nihe na guei, addhi- 
smonie pò sebi na ipi ce emine eciossu. To nar- 
rivespai i breganti eciossu, ce pò sto nivrai, tu ipai: 

— Esu issu pu ma secannese to spoglio ? 
To nespasciai ce to necamai morci morci ce 

to nevalai ossu stu cugnetii. O poverose, sa ni- 
vre ti ehadi o leddhestu, jomato asce calosine, ipe: 

— O leddhemu celta ecino ejavi ja addha di- 
neria, ce to narrivespai i breganti ce to nespa- 
sciai. Ego eho na pao na ivro andò arrivespo 
zondari. 

Ce ehoristi. San arrivespe stin grutta, ipe; 

— Anifta, porta ! 

Ce i porta anifti ce essevi ossu ce embese 
ghireonda, ce posso to netrovespe morci morci 
ossu stu cugnetti, ta eguale osciu ta cugnetn ce 
to epire sto spitindu. Ecrasce ena scarparo ce m 
ipe : 

— Esu ehise na taggiustespise tunda morci ce 
ta rahise, ce ehise na to camise pò sito zonJari, 
ti ego eho na tu camo ta funeraglia. 

O scarparo otuse ecame; to necame metapale 
hristiano. O povero tu ecame tu leddhetu ta fu- 
neraglia^ ce poi to nehue ce cane savvidefti ti 
ito spammeno; erisciai foni ti apedhane me cali 
moni. O pluso ito aszato ce de nihe cane; oiuse 
o poverose edelefti sto spiti tu plusu ce apposes- 
sefti asciola ta cala ce esteche pluso ecino ce ta 
pediatu. 

Arte afinnome tuto ce piannome tu bregantu. 
Sa nedeleftissa ce de nivrai tu cugnetti, ipai : 

— Emise ehome tradimento ! 

Mia nimera ecatevissa sto pajisi ce epigai 
bandeonda : 



44 



Pi mas ftiazi te siaflFe? 
Eiresce o scarparo ce to slpe : 

— Sa sie siftiazo ego. 
I breganii tu ipai : 

— Esu de nise calo na te siftiase. 
O scarparo io sipe ; 

— Ego immo tosso calo pu ena hristiano 
niorci morci to necama metapale pò sito. 

I breganti tu ipai : 

— Esu ehise na ma discise asce pio spiti esu 
«raspese ecindo hristiano, pu ito morci morci, 
ti emise su donnome liga dineria. 

scarparo to sedisce to spiti; doppu i bre- 
ganti pu ivrai to spiti, ejavissa ta fattito, ce e- 
pensespai na camusi endeca ascidia ce i endeca 
breganti na mbeusi eciossu. O capo breganti tu 
sefortoe apanu stc mule ce ecatevi sto pajisl, le- 
genda ti è naiadi pu perri, ce ejavi sto portuni, 
pu to sito discionda o scarparo. Abbattespe ce 
affaccespe ecinose o povero, pu ito jenonda pluso, 
ce tu ipe: 

— Ti dhelise? 

Arrìspundespe o breganti ce tu ipe : 

— Ego dhelo na mu camite ena calo, na ma- 
gchìte na vaio tunda ascidia ossu sto portuni, 
ciola apìssu ti porta. 

Ecinose tu ipe : 

— Bonu ! valeieta. 

1 breganti issa platesponda ti sa nerchete me- 
sanifio, o capo pai ce abbattei, ce ecini guennu 
ossotte anda ascidia ce tu anigu ce spazzu oli 
tin famiglia, cannu to spoglio ce pausi ta fatti- 
tose. Ti V radia, sa niite dio ore nifta, estile tin 
garzuna na guali crasi sto magazzeni. Sa necatevi 
mesa siin scala, posso cunni ena discurso ce e- 
sciasti ce econdofere. O gnuristi ti sipe : 

— Iati de neferese crasi ? 

— Iati sto portuni acua ena discurso ce escia- 
stina. 

gnuristi idhele na ti raddi. 

— Egua; fere to crasi. 

1 garzuna econdofere. Sa nejavi mesa stin 
scala, posso cunni metapale to discurso ce econ- 
dofere metapale apissu stu gnuritise. Pianni ce 
catevenni ecinose ce posso cunni to discurso ce 
avvidefti ti è tradimento. Econdofere apanu ce 
epiae ena su vii ce ecatevi, ce posissa ossu sta 
ascidia, tu sespasce olu tu sendeca. Sa nirte me^ 
sanifto, ejavi o capo breganti ce abbattespe, ce 
cane tu apolojii. Ti nepensespe ? ti è pedham- 
meni i curnpagnitu ce efìghe ce ejavi ta fattitu. 



O povero, pu ito jenonda pluso, ecrasce ena ba- 
stasi ce tu ipe : 

— Esu ehise na mu pirise tundo ascidi ce na 
to riscise ossu stin dhalassi, ti ego su donno dio 
centinaria ducata; ma me to patto ti de nehi na 
condoferi pleo ode. 

O bastasi epiae ecindo ascidi, ce to epire ce 
to erisce ossu sti dhalassi ce econdofere stu pa- 
truniu ja na tu doi ta dineria; ma o patrunise 
appostespe ena addho ascidi, ce pò sarrivespe, 
tu ipe tu bastasi : 

— To epire ? 

— Mane. 

— Ma econdofere metapale ! to dhorise ode ti 
econdofere? esu ehise na to riscise pleo nossu, 
ti, se mande, condoferri metapale ode. 

Tossa viaggi to necame na cami o povero 
bastasi, fino pu epire olu tu sendeca; poi tu edi- 
che ta dio centinaria asce ducata ce ejavi ta fattiiu. 

Ce o poverose emine pluso ce ego imme ode 
pedhammeno asce pina ce asce sprighad.i. 

^jÀ\i^Ìzt)Z IT) cSpctfièw qifeci 



*0 poveros èmàonf) i^ pagura xal xoO tXu 
7tó>^ Stpepe éxecvo xà 87]vépia, 'it x(J)s là hdoiat xfiiv 
breganttov. 

*0 TiXoOao xoO elTTg- 

— "ExojiC va 7iz[Ji£ o£ 5uo va cp£p(0[ie 8'jo |io'> 
Xot^ cpopxoiiivat?, 'xt èY(b Sé Xì^ìù xfTCOxe* Sv 5è, 
aè xàw(o Slaei. 

*0 povero xoO sItce* 

— Buonu ! Tiàjie* 

'EYiàpYjoav, xod TiO^ arriveuaaat, b{ii,^rf7N \ 
-ài* grutia Tcal 6 povero^ elTre* 
^ 'Avoftjpxa, itópxa ! 
Kd 1^ itópxa àvofcpxT). Doppu tcoO iai^rp^ 

— KXefoxo, itópxa ! 

Kal ^ Tcópxa èxXef^xT). 'EYtiprjaxv \ xi ByjvI- 
pta xol èYtopxioaot xob$ aixxou^- xoì>$ èxpiXaac S^w 
xal è(]popx(I)oaoi xal? jiouXat?. *0 povero? eiTce* 

— KXefoxa, Tiópxa ! 

Kal ^ rópxa èxXefoxT) xal h{\.i^rp(XN xà fatti 
x(ov. *0 TiXoOao furbo ìy^^P^ ^ àTco^ópxcDoe x))V 
lioDXav xou, xal epenseuae vi xovxapépiQ |iovax6^ 
XOO. 2àv arriveuae '? x))v grutta, etTre- 

— 'Avofcpxa, Tcópxa / 

Kal 1^ rópxa àvofcpxY], xal èoépt) iaco xol tlt^ 

— KXefoxa, iiópxa! 



m 



Kd -fi «òpra ixXefon). Sàv elxe èxpéoct, 
£hp\s/ìYrpt 7cfi)€ 6xei va elTOQ xol 5|uive èxelèoco. 
Tòv arriveuaaat o£ breganti ixèl Éow xol TrtB^ xòv 
tjCpaoi, ToO eTTuoaf 

— 'Eob ijaouv TcoO |jia^ Sxowe^ tb spoglio; 
Tòv i<j(filEpLOi xal xbv èxdcjiaat morci morcì xfli 

tbv ipiXaot loiù *€ tà cugnetti. *0 povero^, aàv 
Tj6pe 'xt I^ìOt) 6 leddhes xoi>, Yto|iàTO 15 xoXootì- 
VTj, efree. 

— *0 leddbe jiou certa IxelVo^ èy^ipTj fià àX- 
Xa Srjvlpta xol xbv arriveuaaat of breganii xal xbv 

lo^oat. 'Ey'ì Ix^ ^^ ^^^ ^^ ''T^^ *^ *^^^ ^^^' 
veuoco CctìVxàpT). 

Kol lx^^<^- Sàv arriveoae '^ x})v grutta eftce* 

'Avofcpxa, Ttópxa ! 

Kal 1^ Tcópxa ivofcpnri, xd èaipr] Saco xal 5ii- 
peae y^s'iovra^, xal TtGx; xbv etroveuae merci 
morci lao) '^ '^à cugnetti, xà Sx^ocXe 6^ xà cu- 
gnetti, xal xà 67C7)pe '^ "cb airfxtv xou. "^xpo^e 8va 
scarparo xal xo5 efrce' 

— 'Eab ?x^c€ ^^ '^' aggiusteuaifl^ xoOv'xa morci 
xal xà p-'^p^j xal l/eu; va xb xà|iiQ€ i^ ^jxo 
Ccovxàprj, 'xt ey^ ^X**^ ^ "^^^ xàfio) xà funeraglia. 

*0 scarpnro oOxco^ Sxaiie* xbv Sxajie jiexairicXott 
Xptoxiocvó. *0 povero^ xoO Exap£ xoO leddhc xou 
tà funeraglia xal poi xbv è)((ù(3e^ xol xovelg avvi- 
dccpXT] 'xt ^0 a<pa|i|iivo- ippf^aat ^(ovi) 'xt àróOovt 
Ile xaX^ morti. *0 TcXoOao ^^xo à^àxo xal 5èv tl^t 
xové* o&xoog è povero^ iStaXéx'^ '^ "^^ ^'^ '^^ 
idLouaou xal appostsse^xT) è5 5Xa xi xaXà xol ?axe- 
xe TcXoOao èoceTvo^ xal xà noiSfa xou. 

"Apxt dwpfwopie xo jxo xal màvoiie xoì>^ bregan- 
tou^. Sàv è^vxXéyvrpoi^ xal Sàv rjOpaat xà cugnet- 
ti, elTwtof 

— *E[ielg lypiu tradimento ! 

Mtav -^ipipa ixaxép7]aav \ xb pajisi xal l'K^fffd- 
m bandeovxa^- 

— nolo (i5cg «pxtà^et xal^ staffe ? 
,Tlxpe5e 6 scarparo xal xà^ elree* 

— Sa^ xal^ cpxtà^o) èyó. 
0£ breganti xoO tlnxor 

— 'Eab Sàv eJaat xaXb va xal^ (pxtàai^. 
*0 scarparo z6y; elTre* 

— 'Eyà eljjuxt xóaao xaXb iroQ Iva xP^^'^avb 
morci morci xbv Sxapia jiexaTcàXat tcG^ ^xo. 

0£ breganti xoO elizoLOi' 

— 'Eob Sx^c^ va |i5^ Sef^ aà iroloaTrfxt lab 
Ìp«j>eg èxeiv' xo xP^^^^ocvb, tcoO ^o morci morci, 
V i]ulQ aoO 8(i)V0|ie Xfya Stjvlpta. 

X) scarparo xù^ ?Sei§e xb aTrfxf doppo i bre- 
ganti TBoO TjBpaat xb aTrfxt, èyiàpyjaav xà fatti xtov. 



xol èpenseuaaat va xàjiouat SvSexa àoxfSca xal oE 
IvSexa breganti va '|i6éaouat ixtX Saco* *0 capo 
breganti xobg ècpópxctìoe iTcàvco 'g xoi^ lAOÓXat^ xal 
ixaxipij *€ 'cb pajisi, XcYovxog 'xt tlyoa, àXàSt ito5 
Tcafpvet, xal èY^^pil 'c ** portuni, tcoO xfl)^ ìjxo 
Sef^ovxo^ 6 scarparo. Abbatteuoe xal affacceuoe 
exafEVoc * povero, ttoO ^Jxo y^^^^xo^ TcXoOao xal 
xo5 elTie* 

— Tf OéXetc; 

Arrispundeuae 6 breganti xal xoO elTce* 

— 'Ey(5) SéXo) va jioO xàjiTjxe Iva xaXb va jioO 
à<pi^xe va piXco xo5v' xa àaxfSia (&5e '^ xb por- 
tuni, xtóXa bidoatù -à] iropxa. 

'ExelVo^ xo5 efice* 

— Bonu ! pàXexé xa. 

OE breganti 9Jaav j)laieóaovxa^ *xi oàv Spxexoci 
(xeaàvuxxo, 6 capo Tcàet xal abbatieet, xal èxelvoi 
èxpafvoov SatoOe àn xà à^fSux xal àvo^youv xal o^ 
^ouv SXtj x^v famiglia, xàwouv xb spoglio xal 
Tcàouat xà fatti xco^. T^ ppaKa, aàv ^jpxe Sóo Spat^ 
vóx'ca, SaxecXe x^v garzuna y^ va ixpiXiQ xpaal 
'g xb magazzeni. Sàv èxaxéprj |iéaa '^ "c^v axdo- 
Xa, Tcóaao àxoóet Sva discurso ocal èaxtàanfj xal 
Ixovxó^epe. *0 gnuri^ xou xf^^ zItzb' 

— Ftocxt Sàv l^epe^ xpaa{; 

— Fwcxl '^ xb portuni àxouaa Iva discurso 
xal laxtàaOrjv. 

*0 ^nuris XY] ffi&ke va x?] papSfaig. 

— TEx^a, (pipe xb xpaaf. 

*H garzuna lxovx6q)epe. Sàv ifià^ri piau '^ x^v 
axàXa, róaao àxoóec |iexa7iàXat xb discurso xol 
ixovxó^epe [xexaTiàXat ÒTcfaao) *q xo5 gnuri xrj^. 
n^dcvei xal xaxapocfvet èxelvo^, xal róaao àxoóet 
xb discurso xal avvide<pxTi 'xt è tradimento. 'Exov- 
x6<pepe àiràvo) xal èiifaae Iva aoupXl xal èxaxipr), 
xal, Tióaot ^aav 'g xà àaxfSta, xob^ lacpa^e 8Xou^ 
xob^ IvSexa. Sàv f^pxe jieaàvuxxo, tfii^ri 6 capo 
breganti xal abbattcuae xal xovà xoO àTioXÓYiiae. 
T( epenseuae; 'xt è 7ceGaji|JÌvot of cumpagni xou xal 
hfnr(t xal t(i&^ri xà fatti xou. 

*0 povero, iroO 'JJxo y^^^^^'^c^ TiXo^ao, Ixpa^e 
Iva paoxà^o ^ "^©0 eIto' 

— 'Eab Ixet^ va |ioO Tn^pTflg xoOv' xo àaxfSt 
xal va xb p(&K ^^^ *€ x)] OàXaaaa, 'xt èyò) ao5 
Siivo) S6o centinaria ducata, (là |ià xb patto 'xt 
Sàv Ixet va xovxocpépiQ TrXéo fl)Se. 

*0 pocaxà^o iTifaae èxelv' xo àaxfSt xal xb iTrrjpe 
xal xb Ipc^e lao) '^ x)) GàXaaaa, xal èxovxó^epe \ 
xoO patruniou y^ va xoO ScJktq xà Syjvlpta* pA 6 
patruni^ apposteuae Iva àXXo àaxfSt xal, tcG^ ar- 
riveuoe, xoO elite xoO paaxà^o^' 



46 



— Tò Sinjpe^; 

— Ma va(. 

— Ma ixovx6<pepe iiexaidcXat! Owpel; c&Se *Tt 
ixovxócpepe; ioì) 5x^t€ va xò pf^W ^^ov ?aco, 'xt, 
se £v Sé, xovxexpépei {jiexaTdcXai (&Se. 

Tóoaa viaggi tòv hux^t va xà|iiQ 6 povero 
flaaxiZo fino ttoO linjpe 8Xou^ xoóg èvSexa* poi 
xoO SScoxe xà Sóo centinaria à^ ducata xol àYti^T) 
xà fatti xou. 

Kol 6 povero^ Sjietve TtXoOao, xal iy^ ^^F"^ 
&Se TO9aji|Jiivo è? ^^va xal è? ^^uxpi5a. 



epsi0r)e. 



11 povero, impaurito, gli disse com'egli portò 
i danari, e che li prese ai briganti. Il ricco gli 
disse : 

— Noi dobbiamo andare tatti e due a cari- 
carne due mule, ed io non dirò nulla; se no, ti 
fero legare. 

li povero rispose : 

— Va bene ! andiamo. 

Andarono, e giunti che furono, si avvicina- 
rono alla ij;rotta ed il povero disse: 

— Apriti, porta ! 

E la porta si apri. Si avvicinarono ai danari, 
ne riempirono i sacchi, li cacciarono fuori e ne 
caricarono le mule. Il povero disse : 

— Chiuditi, porta ! 

E la porta si chiuse, ed essi andarono per i 
fatti loro. Il ricco, furbo, andò a scaricare la sua 
mula, e pensò di tornare solo. Giunto alla grot- 
ta, disse : 

— Apriti, porta ! 

E la porta si aprì. Quando doveva uscire, 
dimenticò come avea a dire e rimase li dentro. 
Lo trovarono i briganti, e nel vederlo, gli dissero: 

— Sei tu che ci hai spogliato ? 

L'ammazzarono, lo fecero a pezzi e lo pose- 
ro nei bariglioni. Il povero, non vedendo più il 
fratello, pieno di bontà com' era, disse : 

— Certamente mio fratello è andato per al- 
tri danari; lo trovarono i briganti e l'ammazza- 
rono. Io devo andare a vedere se lo troverò vivo. 

E parti. Giunto alla porta disse : 

— Apriti, porta ! 

E la porta si apri. Egli entrò, e, frugando, 
lo tro^^ò fatto a pezzi dentro i bariglioni, che, 
cacciatili fuori, trasportò a casa. Chiamò un cal- 
zolajo e gli disse : 

— Tu devi aggiustare questi pezzi (di carne) 



cucirli e farli come persona viva; perchè io gli 
devo fare i funerali. 

Il calzolaio cosi fece; lo fece di nuovo cri* 
stiano. Il povero fece i funerali al fratello, poi 
lo seppellì e nessuno si avvide ch'era stato ucciso. 
Sparsero la voce ch'era morto di buona morte. 

Il ricco era celibe e non aveva nessuno; pe- 
rò il povero tornò a casa del ricco, s'imposessò 
di tutti ì beni, e rimase ricco lui ed i suoi fi- 
gliuoli. Ora lasciamo costui e parliamo de' bri- 
ganti. Quando ritornarono e non videro i bari- 
glioni, dissero : 

— Noi abbiamo tradimento ! 

Un giorno, scesero in città e andarono gri- 
dando : 

— Chi ci accomoda le staffe ? 
Accorse il calzolaio e disse : 

— Ve le accomodo io* 

I briganti risposero : 

— Tu non sei buono ad accomodarle. 

II calzolaio ripigliò : 

^ Io son tanto buono, che un cristiano fatto 
a pezzi io lo feci di nuovo come se fosse vivo. 

I briganti gli dissero : 

— Tu ci devi mostrare a quale casa hai cu- 
cito quel cristiano fatto a pezzi; perchè noi ti 
daremo pochi danari. 

II ca'zolaio mostrò loro la casa. I briganti, 
dopo veduta la casa, andarono per i fatti loro, 
e pensarono di fare undici otri, e gli undici 
briganti entrarono li dentro. Il capo de' briganti 
li caricò sulle mule e scese in città, dicendo che 
portava olio, e andò al portone che il calzolaio 
gli aveva mostrato. Bussò, e, aflicciatosi quel 
povero ch'era divenuto ricco, gli disse : 

— Che vuoi ? 
Rispose il brigante: 

— Voglio che mi facciate la grazia di per- 
mettere che io ponga questi otri dentro il porto- 
ne, sia pure dietro la porta. 

Quello rispose : 

— Va bene; metteteli. 

I briganti avevano combinato che, venuta 
mezzanotte, il capo andrebbe a bussare; quelli 
uscirebbero dagli otri, aprirebbero, e, uccisa tut- 
ta la famiglia, e spogliata la casa, andrebbero 
per i fatti loro. La sera, a due ore di notte, 
(il padrone) mandò la serva in cantina a spilla- 
re del vino. Quand'ella tu in mezzo alla scala, 
senti parlare, fu presa di paura e tornò indie- 
tro. Il padrone le disse : 



47 



— Perché non hai portato il vino ? 

— Perchè nel portone ho sentilo parlare e 
mi sono spaventata. 

Il padrone voleva bastonarla. 

— Va'; porta il vino. 

La serva ritornò. Quando fu in mezzo alla 
scala, sentì di nuovo parlare e tornò dal padro- 
ne. Questi scese, e, sentendo parlare, si avvide 
che c'era tradimento. Ritornato sopra, prese uno 
spiedo, scese, e quanti erano negli otri, li ucci- 
se tutti gli undici. Quando venne mezzanotte, 
andò il capo brigante, bussò, e nessuno rispose 
Che pensò ? che i compagni fossero morti; fug- 
gi e se ne andò per i fatti suoi. Il povero, che 
era divenuto ricco, chiamò un facchino e gli 
disse : 

— Tu devi portare quest'otre a gittarlo in 
mare, ed io ti darò cento ducati; ma* col pat- 
to che l'otre non deve più ritornare qui. 

Il facchino prese quell'otre, e, gettatolo in 
mare, ritornò dal padrone per avere i danari; ma 
il padrone preparò un alir' otre, e, come giun- 
se il facchino, gli disse: 

— L'hai portato ? 

— Si. 

— Ma è ritornato di nuovo ! lo vedi qui 
ch'è ritornato ? tu devi gettarlo più in fondo; 
perché, se no, tornerà qui di nuovo. 

Tanti viaggi fece fare al povero facchino, 
finché trasportò tutti gli undici otri; poi gli dette 
i duecento ducati, ed il facchino se ne andò per 
i fatti suoi. 

Ed il povero rimase ricco, ed io son qui 
morto di fame e di freddo. 



6^^e>^gìOg^^g^^.s>»^ ■f^>^^^>^^»g^rg^»^gft»^^ 



CANTI DI MELICUCCÀ 



II. 



Garonfulu tu rrussu si' chiamantu, 
Garonfulu, chi avanzi 1' atri hjuri; 
Ancora non si' tuttu spampinatu, 
E a centu migghia già mandi l' aduri. 
Cu ti lu dissi cà t'haju scordatu ? 
Cu ti lu dissi, fici grandi arruri; 
Tu si' la vita mia, tu si' lu hjatu, 
Garonfulu chi avanzi 1' atri hjuri. 



Principi, di nu rregnu si' pairuni, 
Quattrucentanni tu pozza campari ! 
E mi pigghi la bella di lu suli, 
Nu figghiu Mperaturi m' avi a fari ! 
Mi lu vattihja lu Duca d'Arduri, 
Lu Rre di Spagna m' avi pc' cumpari ! 
Ora vi dassu lUtti li furiuni, 
Na bona Pasca e nu megghiu Natali. 



Giuvani bellu, li rrussetti aviti, 
Supra la terra pari ca volati; 
Supra ssu pettu scrivari potiti 
Li littari d' amuri sigillati: 
Lu Suli è bellu e vui cchiù bellu siti; 
Criu ca Suli e Luna vi chiamati. 
E ora sta canzuni la trattegnu; 
Fermati, amuri mio, ca mi ndi vegnu. 



O facci di nu veru cavaleri. 
Tu cchiù camini e cchiù bellu mi pari; 
Pigghiati stu me' cori volenteri; 
Sempri ti cercu, non m' abbandunari. 
Guardami di stu cori li penseri, 
Chi sempri ciangi cu gralimi amari; 
Tutti li mei paroli su sinceri; 
Ti vogghiu beni, non nei dubitari. 



O longu cchiù ca ntinna di vascellu, 
Dirittu cchiù ca torcia d' ahjumari, 
Di li paraggi siti lu cchiù bellu, 
Nia chistu rregnu non e' esti 1' eguali; 
E nta lu pettu teniti n'accellu, 
D'oru li pinni e d'argentu su l'ali: 
Cu ti lu misi a ttia ssu nomu bellu, 
Garonfulu martisi, pe'addurari? 



Giuvani si' vestutu di virdellu; 
Quantu è galanti chissu caminari ! 
Si' dilicatu e capi nta n' anellu, 
Ca Deu non ti potia cchiù bellu fari, 
leu non ti cangiar ria pe' nu Castellu, 
E mancu pe' na banca di dinari, 
Va, trovalu, canzuni, vola, vola, 
A ihju nd^ haiu amari e V atri fora. 



48 



Nta lu pettuzzu meu tegnu n'anebju^ 
Lu tegnu caru e non lu dugnu a nuhju; 
Ma ti lu dugnu a ttia, giù vani behju; 
Giuvani.com'a ttia no 'ndavi nuhju; 
Tu notti e jornu mi armi 'n martehju, 
Cà non mi lasci parrari cu nuhju. 
Sa' ora chi ti dicu, quotrarehju? 
Ora eh' amasti a mia, n' amari a nuhju. 



Specchiu di ll'occhi mei, spettami, spetta; 
Cu ama non si 'ncrisci di aspettari. 
Li cosi non si fannu cu la fretta; 
Dassa nu poca lu mundu quctari. 
Tu sai, tisoru meu, ca su suggetta, 
E chihju chi tu vuoi non pozzu fari. 
Se veni 'n jornu chi non su' suggetta, 
Vegnu ma li toi vrazza a' rriposari. 



Giuvani bellu, sapuritu e scertu, 
O facci di na luna naturali, 
E 'n chi ti vitti mi tremau lu pettu, 
Li visciari m' iniisi cunturbari. 
Supra lu liri mi consu lu lettu 
E pe' lenzola 1' unda di lu mari : 
Non m' importa si' staiu a lu scuvertu; 
Cà su 'mparata ad ugni fatigari. 



Giuvani bellu meu, muniagna d'oru. 
Cubana undi s'appoja la me vita, 
leu non ti cang arria pe nu trisoru, 
£ mancu pe na banca di munita. 
Nu ddui no ndi cercammu cu mbasciati, 
Cà ndi cir^mmu cu la calamita; 
Sutta na suU stilla simu nati, 
Veni cu iu coi hjatu e dammi vita. 



Peppinu vi chiamati e bellu siti, 
E Ola lu pettu meu stampatu stati; 
Mbiata vostra mamma chi vi fici. 
Pici la hjuri di TonetniUii; 
Jiii pc mi parrati e non potiti. 
Caviti li labbruzza 'nzuccherati; 
Quandu poi nta la strata cumpariti 
Air angialu Grabeli assimigghiati. 



O giuvanehju frisculinu e quetu, 
Vui mi pariti n* angialu calatu; 
Veni lu suli d'avanti e d'arretu 
Cu quattrucentu stilli accumpagnatu. 
Speru mi campu e mi ti viu letu, 
Nta 'n palazzu di oru fabbricatu. 



O giuvanehju d' undi veni, d' undi ? 
Cà undi passi tu lu meli spandi; 
Passanu ssi capilli rizzi e brundi, 
'N garoflinu a la vucca e 'n cori glandi; 
Tu si' patruni di li quatiru mundi, 
E lu rregnu di Napuli cumandi; 
Cumanda st'arma mia, chi si cunfundi. 
Chi notti e jornu ti avi d' avanti. 



O Diu ! chi bellu giuvani chi siti! 
Vui sulu a n'occhi mei mi talentati; 
'N angialu di lu celu mi pariti, 
Quandu cu ssa vuccuza mi parrati; 
E quandu poi a la Chiesa vind' jiti. 
Pari ca v' accumpagnanu li Fati. 
Mbiata chihja mamma chi vi fici ! 
Pici lu hjuri di V onestitati. 



Si' longu e dilicatu, bellu meu ; 
Tu non camini e lu ventu ti vola; 
Tu sulu mi trasisti 'n cori meu. 
Chi lu stessu parrari mi cunsola. 
leu non ti Jassu a lu mundu di Deu, 
Mancu se m' hannu misa a li rrasòla; 
Cà se ti dassu lu pehju è lu meu; 
'N atru megghiu di tia, undi si trova ? 



Garonfulu d'argentu mi pariti, 
Quandu cu ssi beli' occhi mi guardati; 
Di bona genti vui figghiolu siti, 
Lu suli cu la luna cumandati. 
Tenimundi sti cori sempr' uniti, 
E vi mandu lu meu mi lu 'mparati; 
Si nta stu pettu vidari voliti, 
Li nostri cori sunnu 'ncaiinati. 



Direaoie resp. Luigi Bruszano 

Tipografia Passafaro 



'I 



'i 



i 



i- 






RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 




DIRETTA 



DA. 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 1 — Ottobre 1899. 



J&/jfe*%^fei "^ >faH..*Ì>..*fit>tfl 



^^feAj 



MONTELEONE 
TlPOORAPU Passafaro 

1890 




i 
i 

! 

€ 



i 
^ 










^ 



/Sii V 









* 




*>^:^:ig^>r<j^:x.>:. >- - ^.xv ^>r->:V>frt-^>>^;i>>:<jg^>i<^ig^K^:tf^^ >■;"* > Xfgi .* ^>^r^' g^'Xi^' 't!:?^^^<l .gì^r^ 



LA CALABRIA 




- :> ^t jL^^i. ^ ' ■ X . ? * :^ ^mMX:*!^^^:^^^i:<Si»^ iiv* j^s ^^v^: ^j^>%a. jix <g v>>^ ^^^ *- y>^<jj?ji>^^^>ì^ji>^:@tj>^ 






RIVISTA DI LETTERATORA POPOLARE 



DIRETTORE 



JIL 



ò 
Monteleone di Calabria, Ottobre 1899. 

SOMMARIO 

La Madonna dell' Achiropita in Rossano ( R. 
De Leonardie ) — Credenze e superstizioni di 
Cassano Ionio (B. Falbo) — Giuochi infantili di 
Cetraro (6. De Giacomoj — Monografiia topo- 
grafica-folklorica sopra un Umbriatico (C. Giu- 
rannaj. 



LA MADONNA DELL'ACHIROPITA 

IN ROSSANO 



Avendo nei precedenre numero della Cala- 
bria narrato l'origine del culto della Vergine 
Achiropita in Rossano, vengo adesso a parlare 
■delle varie tradizioni e dei principali avvenimen- 
ti che ad essa si riferiscono durante i tredici se- 
coli che la stessa si venera da questa popola- 
eione. 

La credenza che l'immagine della Vergine, 
esistente nella nostra Cattedrale, non è stata di- 
pinta dalla mano dell'uomo, viene in qualche 
modo ribadita dall'altra, durata pure per questo 
lunghissimo periodo di tempo, e secondo la qua- 
le h detta immagine è invisibile agli occhi dei 
profani, o almeno non si mostra se non a co* 
loro i quali, non per semplice curiosità, ma con 
fede ardentissima a lei si rivolgano per chieder- 
le qualche grazia, e che soltanto in occasione di 
«avvenimenti straordinari', quali sarebbero terre- 
moti^ pestilenze, carestie e simili flagelli, essa 
concede alf intiera popolazione rossanese la gra- 
jlia di (arsi vedere per infonderle coraggio ed 
«ssicurada della sua particolare protezione. 



Abbonamento annuo 

Z-iire 3. 

Un numero separato L, i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



La predetta immagine sta rinchiusa in una 
nicchia di marmo, posta a ridosso della terza 
colonna a sinistra di chi entra nella navata mag- 
giore della nostra bella Cattedrale: e questa nic- 
chia, posteriormente, trovasi incastrata nella detta 
colonna, anteriormente, sporge alquanto suir al- 
tare ad essa sottoposto, dedicato appunto alla 
Vergine Achiropita, e tanto di sopra, quanto la- 
teralmente, è circondata di ornamenti di marmo 
aderenti alla stessa colonna. Un cristallo chiude 
la parte anteriore della nicchia, e, secondo la co- 
mune credenza, ve ne sarebbero, dopo questo, 
altri sei, l'uno appresso all'altro, posti nell'iiuer- 
no della stessa, in fondo alla quale poi vi sa- 
rebbe l'immagine, che, per questo fatto, non solo 
col nome di Achiropita viene conosciuta, ma 
altresì con quello di Madonna dei sette vetri. 

Comunque si voglia pensare su questo pro- 
posito, certo si è che, per quanto si guardi con 
attenzione nell'interno della nicchia, ordinaria- 
mente non si vede che il fondo nero, e nessu- 
na cosa si discerne entro la medesima. 

Io non so se sia effetto di luce, o oltra causa, 
che in taluni giorni, e qualche volta per poche 
ore soltanto, h apparire agli occhi dei fedeli 
quesu venerata immagine; ma ritengo per certo 
che non dipende da una delle solite ciurmerìe 
inventate por eccitare il fanatismo delle popola- 



2ioni, e nel tempo stesso per aumentare, di con- 
seguenza, i proventi delle chiese. 

Infatti, a prescindere che molte volte, all'im- 
provviso, senza che avvenga la benché minima 
modifica nella disposizione degli arredi che sono 
sopra l'altare ed intorno alla nicchia, si verifica 
l'apparizione dell'immagine agli occhi del popolo 
che trovasi in chiesa intento ad ascoltare la mes- 
sa, o ad assistere ad altre funzioni; avviene ta- 
lora che, nel medesimo tempo, qualcuno riesca 
a vederla, qualche altro no, e chi la discerne chia- 
ramente, chi confusamente. 

È capitato anche a me, parecchi anni dietro, 
questo fatto. Mentre mi trovava in chiesa, ove 
era adunaca una discreta folla, per assistere a non 
so quale funzione, tutto ad una volta si è dif- 
fusa la voce che era apparsa al primo vetro della 
nicchia l'immagine della Madonna. Mi sono af- 
frettato ad accorrere presso l'altare per cercare 
di vederla, ed approfittare di tale favorevole oc- 
casione per spiegarmi, se mi fosse stato possi- 
bile, il misterioso fenomeno. 

E infatti potei vedere, ma un po' confusa- 
mente però, una piccola, ma graziosa immagine 
di donna, con una veste candida ed un manto 
scuro ricamato in oro ( e quest'ultimo si distin- 
gueva abbastanza bene ), il quale dagli omeri 
scendeva simmetricamente fino quasi a terra; ave- 
va la corona in testa ed un bambino sul braccio 
sinistro. 

Orbene, nel mentre a me il volto della Ma- 
donna è apparso molto scuro, anzi quasi perfet- 
tamente nero, a parecchie altri che mi stavano 
vicino e che, al pari di me 

Come vecchio sari or fa neUa cruna, 
acuivano la vista per ben discernere l'immagine 
entro la nicchia, è apparso bianco, splendente. 

Ecco dunque che, a seconda della diversa po- 
sizione da cui si guarda, secondo il punto di 
luce di ciascuno, l'immagine si rende più o me- 
no visibile, ed a chi in una forma, a chi in un 
altra. 

Io non ho elementi precisi per affermarlo, 
ma ritengo per certo che, fin da quando comin- 
ciò il culto di questa immagine, o nel modo 
miracoloso da me accennato nel numero prece- 
dente, o, come è molto più probabile, ili un 
modo quasi egualmente pieno di mistero o di 
misticismo, quale il costruttore della chiesa (sen- 
za dubbio un imperatore d'oriente ) volle impri- 
merle per colpire maggiormente gli animi e la 



fede di questa cittadinanza; sia neiruna che nel- 
l'altra ipotesi, io ritengo che, fin da quel tempo, 
sia stata formata la nicchia con i sette vetri co- 
me attualmente esiste, per custodire gelosamen- 
te la bella immagine ( che perciò sarebbe del 6* 
e 7^ secolo ), e allontanarla dagli occhi dei pro- 
fani, come cosa divina, cui disdica di stare li- 
beramente esposta alla curiosità del volgo, al 
pari di qualsiasi altra immagine dipinta da mano 
di artefice. 

Dal momento che si riteneva che essa non 
fosse stata dipinta dalla mano delfuomo, eia lo- 
gico, naturale, che le si desse una dimora degna 
di lei, cioè straordinaria, al tutto difierente da 
quelle usate per le immagini di origine mondana. 

L'affetto vivissimo, la straordinaria rivet*en- 
za che la cittadinanza rossanese nutre verso la 
sua patrona, traggono origine da un avvenimen- 
to antichissimo, di cui tuttavia non si è perduto 
il ricordo dopo più di mille anni. 

Infinti la tradizione, diffusissima nel popolo, 
narra che la nostra città fu salva dall' invasione 
dei Saraceni per l'opera miracolosa della Vergi- 
ne Achiropita. 

Ed a questo fatto accenna pure S. Bartolo- 
meo nella vita del suo maestro S. Nilo, come 
avvenuto appunto durante la vita del nostro il- 
lustre concittadino, vale a dire quasi contempora- 
neamente al medesimo scrittore. Secondo tale 
tradizione adunque, la città trovjjvasi assediata 
da una innumerevole orda di Saraceni^ i quali 
avevano già occupato una gran parte della Ca- 
labria: una notte essi, approfittando che i citta- 
dini, stanchi dalle fatiche del giorno, trovavansi 
a riposare tranquillamente, perchè fidavano sulla 
fortissima posizione della città che naturalmente 
la rendeva quasi da ogni pane inespugnabile, 
all'improvviso e silenziosamente, diedero 1' as- 
salto alle mura, e stavano quasi già per entrare 
nella città, quando apparve a' loro occhi una 
donna bellissima, vestita di porpora, agitante in 
mano una fiaccola, la quale incusse loro tanta 
meraviglia o terrore, che essi abbandonarono la 
impresa e si ritirarono precipitosamente al loro 
campo. 

Naturalmente il miracolo venne attribuito 
alla protezione dell'Achiropita, il cui culto, se 
era stato fervido fino allora, da quel giorno in 
poi andò mano mano ingigantendo. 

Dopo questo miracolo che, comunque si vo- 
glia considerare, ha un fondamento storico, poi- 



che è indubitato che verso Tanno 954 Rossano 
fu assediata inutilmente da' Saraceni, come pre- 
cedentemente, e pure inutilmente, Tera stata da 
Alarico Visigoto e dai Longobardi ; secondo la 
tradizione popolare molli altri ne sarebbero av- 
venuti, e sempre in circostanze dolorose o av- 
venimenti importanti per la nostra città. 

Per non dilungarmi troppo, io accennerò sol- 
tanto a qualcuna delle principali apparizioni del- 
TAchiropita. Una di Qsse avvenne verso la me- 
tà del 17® secolo, durante una fiera pestilen- 
za che aveva seminato la morte in molte città 
della Calabria, e principalmente in Cosenza e Ca- 
strovillari : la cronaca narra che Rossano rimase 
immune dal conugio, quantunque da molte par- 
ti della Calabria quivi accorsero i devoti per 
chiedere protezione alla nostra Vergine Achiropita. 

Ed anche durante il terribile terremoto del 
1783, che tanta rovina produsse in tutta la Ca- 
labria, apparve Timmagine alla popolazione at- 
territa, la quale, relativamente, non ebbe a sof- 
frire gravi danni dal tremendo flagello. 

Di questa apparizione fa cenno anche il Bot- 
ta nella sua storia d'Italia. 

E pongo termine al presente scritto, narran- 
do la seguente tradizione che ancora è vivissima 
nella memoria dei rossanesi, perchè si riferisce 
ad un fatto avvenuto nei principi! di questo secolo. 

Quando i francesi invasero la Calabria, con 
quella rapacità che, al dire dell'illustre storico 
che ho sopra menzionato, non lece loro rispar- 
miare nemmeno i chiodi del Valicano, giunti 
che furono in Rossano, oltre che saccheggiare 
ciò che ancora rimaneva del celebre monastero 
del Patirò^ non polendo impadronirsi del tesoro 
della Cattedrale, perchè la saggia previdenza *di 
un prelato rossanese lo avea segretamente na- 
scosto entro una sepoltura della chiesa, osarono 
audacemente di appropriarsi la bella ed antica sta- 
tua di argento dcU'Achiropita, che si conserva 
nella nostra Cattedrale, e che costituisce la più 
bella parte del patrimonio morale di questa po- 
polazione la quale la considera come il palladio 
della sua iede religiosa. 

A tale iniquo insulto i cittadini insorsero fre- 
mendo : ma poiché la legge era del più forte, 
cosi essi dovettero fare di necessità virtù, e, per 
scongiurare il grave pericolo, decisero di met- 
tersi a contribuzione, e di consegnare agi* inva- 
sori Jl^nto argento quanto sarebbe risultato il 
peso della statua. 



Questi, per non suscitare soverchiamente la 
ira dei rossanesi^ accettarono la proposta. Ma^ 
quando si andò a pesare la statua, questa, mi- 
racolosamente, divenne leggiera come una piu- 
ma: per modo che i rossanesi, con lievissimo 
sacrifizio, riuscirono a conservare nella loro cit- 
tà un tesoro cosi prezioso, al quale essi prodi- 
gano tulli il loro affetto, tutta la loro divozione» 

Rossano, Ottobre 1899. 

R. De' Leonardis. 

ogoogoogo3gooifr)oasoo»3o*oógòòiik3^^ 

Credenze e superstizioni Cassanesi 



Nessuno fino ad ora si è occupato di racco- 
gliere il vasto ed interessante materiale folk-lorico 
di Cassano Ionio, mio paese natale. Soltanto mio 
fratello — Italo Carlo Falbo — ha pubblicato 
sulla Rivista folk-lorica Italiana del De Guber- 
natis, di cui era assiduo collaboratore, delle leg- 
gende, degli aneddoti e delle canzonette; sulla 
Vita Popolare un po' di Avventure di Jugale; 
sulla Capitale di Roma una lunga e graziosa 
favola dal titolo Mastro Peppe; sulla Sinistra 
e suìV Avanguardia di Cosenza, e sulla Vita 
Italiana qualche altra cosuccia. Ma il campo è 
quasi interamente da mietere, ancora; epperò io 
mi sono proposto di raccogliere tutto ciò che vi 
ha ancora di più interessante, contribuendo cosi 
al vasto ed utile edificio Folk-lore calabrese — 
del quale questa rivista — e il suo direttore si- 
gnor Bruzzano — sono veramente benemeriti. 
Né mi occuperò di sapere se qualche cosa di ciò 
che ho raccolto è stato già pubblicato da qualche 
folk-lorisia di altri paesi, calabresi o no. Sarà 
tanto di guadagnato per chi, sull'opera nostra di 
semplici raccoglitori, vorrà fare studi compara- 
tivi interessanti : da queste somiglianze o dalle 
differenze più o meno marcate di una credenza, 
di una leggenda, di una canzone, potrà egli trarre 
importanti conclusioni, d'interesse non solo let- 
terario ma storico — storico specialmente. E 
noi, cosi avremo ajutato un'opera — ch'è figlia 
illustre di modesti genitori. 

Comincio intanto a spigolare fra le credenze 
e le superstizioni del popolo cassanese sui feno- 
meni atmosferici. 

Santa Lia 
(Santa Lea) 



In Calabria, dove l'Industria e il Commercio 
non sono mai state (ed ahimè non sono neppu- 
re oggi !) molto fiorenti, ogni più gran ricchezza 
è stata ricavata dalla terra. I nostri paesi — salvo 
poche eccezioni — sono eminentemente agricoli; 
e Cassano va annoverato fra i più fertili e più 
ricchi della Calabria. £ naturale, dunque, che il 
popolo vivendo col prodotto delle terre, e di- 
pendendo questo in gran parte dalle condizioni 
atmosferiche, dalla distribuzione del calore e 
dell'umidità, del sole e dell'acqua, abbia creato 
dei santi protettori dei campii dando ad essi la 
facoltà di distribuire a suo tempo le pioggie, i 
venti, il sole. In molti paesi il protettore è San 
Francesco; anche Cassano ha venerazione pel 
uumaturgo di Paola e lo invoca nelle grandi 
siccità; ma Cassano ha, per suo conto quasi, una 
speciale protettrice, ed essa è Santa Lia. (i) 



In una piccola ed angusta grotta, dispersa 
fra i rigogliosi vigneti di Cassano, e tutta or- 
nata di edera e di viti selvatiche, si trova una 
statuetta di pietra, a cui il volgo ha dato il nome 
di Santa Lia. Questa miracolosa madonnina, già 
corrosa ed annerita dal tempo, è alta poco me- 
no di mezzo metro; porta un piccolissimo bam- 
binello in un braccio, e poggia su di un grosso 
pezzo di pietra sporgente, che fa le veci di altare. 

La grotta, all' esterno, ha 1' aspetto di una 
tana : i forestieri, di giorno, vi passano innanzi 
indifferenti ; sull'imbrunire poi, sapendo che quella 
contrada è frequentata da lupi, per pau'^a che da 
un momento all'altro ne sbuchi qualcuno anche 
di là, affrettano il passo per allontanarsene. 

Eppure quanta fede, quanto rispetto hanno i 
Cassanesi per quella tana ! Non c'è persona che 
passandovi dappresso, non si scopra il capo, non 
si faccia il segno della Croce ie mormori una 
preghiera. 

Non so come il popolo, cosi lesto ad erigere 
chiesette e santuari in tutti quei luoghi ove gli 
vien fatto di scorgere qualche informe effigie 
sacra, non abbia mai pensato ad innalzarne una. 
a Santa Lia, o, almeno, ad abbellire un po' quella 
grotta nuda nuda ! 



Anche questa madonnina ha la sua leggenda. 
E, infatti, si narra di un tal^ che girava paese 
per paese, stiracchiando la vita coi pochi quat- 



trini che ricavava dalla vendita di alcune statuette 
di creta e di pietra, fette con le sue proprie 
mani. 

Un giorno capitò a Cassano: era ammalato^ 
e non possedeva che una sola statuetta di pietra 
non ancora completata. Cercò di venderla, ma 
inutilmente. Allora si mise in viaggio per an- 
dare a Castrovillari, sperando sempre che qualche 
anima pietosa se la comperasse. 

Cammina, cammina, giunse alla contrada detta 
Santa Lia; avrebbe voluto andare ancora più in- 
nanzi, ma gli si scatenò addosso un temporale 
cosi impetuoso, che non gli permise più di fare 
un passo né avanti ne indietro. 

Girò intorno lo sguardo in cerca di riparo, 
scorse una piccola grotta, tutta ornata di edera 
e di viti selvatiche, e vi si andò a rifuggiare. 

Imbruniva; V acqua cadeva ancora giù a tor- 
renti, ed egli, già spossato dal cammino, riso!*' 
vette di non muoversi di li. 

Aveva fame; sentiva fireddo, e la febbre gli 
martorizzava le tempia. 

Mise r unico suo avere su di un piccolo 
masso di pietra sporgente, lo accomodò ben bene 
per non &rlo cadere, e dopo, raccomandatosi al 
Signore, si addormentò. Il freddo intenso, la 
febbre altissima, non lo fecero più desiare. 

Dopo parecchi anni, per caso, alcuni vigna* 
juoli capitarono in quella grotta, e avendo visto 
sulla pietra sporgente la statuetta, la battezzarono 
col nome della contrada in cui si trovava. 



Era già fra le credenze d«i Cassanesi, che 
Santa Lia regolasse la pioggia; ma appena si 
sparse la notizia che nella grotta della contrada 
omonima c'era la sua imagine m pietra, il culto 
per questa Santa crebbe considerevolmente. Di 
allora, nei periodi di siccità, un gruppo di gio*' 
vanctte, con un lunj^o velo bianco e una coroni 
di spine in testa, vanno alla grotta, accendono 
due grosse candele davanti alla statuetta, e cang- 
iano : 

Santa Lia, non cchiù durmiri, 

Cà lu populu vodi V acqua 

E Ila vodi propri 'a tia 

Santa Lia, falla viniri. 
oppure : 

Chiova, chiova, Santa Lia, 

Cà ru granu jamu a ssia. •> 

Ed a ssetti ed a ggottu^ 



Faci chiovi a mmenzanotti (cioè quando 
tutti sono a casa). 

Anche a Santa Lia si ricorre per far cessare 
la pioggia. Sentite come, mentre piove, la pre- 
gano i bambini che hanno il padre in campagna: 

Santa Lia, non fa chiovi, 
Picchi tata è gghjutu fori. 
Ed a gghjutu senza cappa. 
Ohi Madonna, tieni 1' acqua. 

Ma la preghiera più bella e commovente è 
senza dubbio quella che le rivolgono le povere 
contadine. Sentitela, infatti : 

Ohi Santa Lia mia, tiniUa V acqua^ 
No Ila fari du cielu cchiù bbiniri: 
Hagghiu lu beni miu senza la cappa. 
Madonna mia, no Uu ùi 'ntingirì. ' 
Nonn' hagghiu panni pi Uu tramutati, 
Nimminu linni pi llu h 'sciuttari. 

* 

Qualche volta però, accade che queste pre- 
ghiere non arrivano a commuovere Santa Lia; 
e allora i Cassanesi si rivolgono al miracoloso 
taumaturgo di Paola; il quale non solo è pro- 
tettore del vino e del grano, ma è anche pro- 
tettore dei campi. 

Dapprima gli si cantano tridui e novene pre- 
gandolo di far piovere, di poi, se la siccità per- 
dura, gli si levano tutti gli ornamenti (corona, 
gigli, bastone, ecc.), lo si lega con grosse funi, 
e poi vien trasportato nella cattedrale, dove re- 
sta in punizione fino a che non piove. Nei casi 
estremi, gli si mette anche una sarda salata in 
bocca, credendo che l'arsura prodottagli dal sale, 
lo costringa ad implorare l'acqua con più im- 
pano. 

Se la pioggia viene, subito si restituiscono 
a San Francesco ciò che gli avevano tolto; gli 
si &nno gran feste, e lo si porta in processione 
per tutto il paese. É uso che lo debbono por- 
tare a braccia i massari più ricchi del paese, i 
quali si obbligano di offrire al Santo, appena 
£itto il ricolto, da dieci a quindici tomoli di 
grano per ciascuno^ 

Se invece continua ancora la siccità, si ri*- 
porta San. Francesco alla sua chiesa,» e si va a 
pregare il bellissimo Crocifisso (2) del duomo. 
Ma bisogna guardarsi bene dal ricorrere a lui 



troppo spesso, giacché ogni volta che si tocca 
la tendina, che pende innanzi alla sua nicchia, 
ci coglie qualche grave squilibrio atmosferico o 
tellurico. Perciò non si ricorre a lui che nei soli 
periodi più critici di siccità, quando cioè tutte 
le uniche nostre risorse andrebbero sicuramente 
a male. 



* 



Ed ora, ecco altre poche credenze e super- 
stizioni sui fenomeni atmosferici. 

Il vento impetuoso annunzia grave disgrazia 
in luoghi vicini lontani. Se dopo il tramonto 
il cielo è coperto di nuvole rossiccie, il giorno 
appresso pioverà o spirerà del vento. E il po* 
polo dice : 

Quannu ^ncielu c'è russia 
Vena d' acqua o vintulia. 

Il cielo coperto di cirri indica che a mare 
si pesca abbondantemente, che la pioggia è 
vicina. 

Cielu a ppicuredda 
Acqua a ccannatedda. 

Il vento caldo annunzia il tremuoto. L'appa- 
rizione delle comete, come presso quasi tutti i 
popoli, porta sventure, peste ecc. La presenza 
dell'orsa maggiore a puddana » indica buon tempo; 
Quando si vedono in lontananza dei lampi è 
anche segno di bel tempo, invece se si sentono 
dei tuoni, è segno di pioggia. 

Quannu lampadi, scampa, 
E quannu trona chiova. 
Cassano Jonio, 12 Ottobre 1899. 

Gustavo Falbo 



(1) É anche la protettrice delle vigne. 

(2) Si narra che il ano costrattore, appena V «bbe terminato 
abbia eaclamato : Di Critti n'hagghiu fatti ca n'hagghiu fatti, ma 
bieddu eum* a quistu non n* hagghiu fatti ancora; e che CriaAo, 
facendolo restare al^' istante cadavere, gli abbia riapnato : Di a« 
Cristi non n*Aa fatU, « non ni farrai cehiù l Qneato Crocifisso 
cosi miracoloso, protegge Cassano contro i tremqoii, Difatti^mentro' 
quasi tatti i psesi di Calabria nei frequenti tremuoti, andarono 
■oggetti a gravi rovina, Gatsano ne usci sempre incolume. Perd 
■aggiamente nota il dottor Biagio Lanza, nella sua dotta monogra- 
fia su GaMano, che ciò va dovuto alle molte e profondissime grotte 
che si trovano nel nostro territorio. 



LE MIE BAMBINE GIOCANO 



In un angoluccìo della mia cameretta, le mie 
bambine sono occupate al giuoco. Gridano, rido- 
no, saltano, e poi si seggono per terra, come 
fanno ora che scrivo, e la primogenita tiene de- 
sta l'attenzione delle altre. Ha sulle ginocchia, 
a cavalcioni, la sorellina più piccola, e, tenendo- 
la per le manine, facendola andare innanzi e in- 
dietro con movimento uguale, canta con una 
vocina che è un piacere. A me passano tutte 
le ubbie dalla mente, dimentico, per poco, le 
aspre lotte, che mi ha serbato il destino, e la 
mia bambina continua il canto e lo ripete con 
Iena instancabile : 

Voca, voca, voca ! 

E chin'è chista chi voca ? 

É na figlia di marinaro. 

Chi va pigile li pisci a mari. 

Voca, vocanzia (i) ! 

— E jamu a la Mantia ; 

— E chi nei jamu a &' ? 
Nei su' li donni belli 
Chi jocanu a Tanella : 

— E ranella a la vemmaci (2) 
Quali donna ti piace ? 

— Mi piace la cchiù bella 
Ccu lu tuppu e la zagarella. 
Nu' la vuogliu la cchiu brutta, 
C'ha lu frunti e la capu rutta. 

Voche e voche lu marinaru, 
lu senza rimi, vuogliu vucà; 
lUu |)iglia li pisci d'oru, 
lu a stn figlia vuogliu canta: 
E là, e là, e là, 
Cumi sta figlia nu nei n'ha, 
E né cca e né fora regnu, 
E né a Napuli, né 'n città. 
* 

Ma la mia grandicella é stanca, e si stringe 
contro il petto la sorellina e la bacia, la bacia, 
e Taltra bambina salta e grida. 



[t] Lo pronunziano toca - n^ia, e noa ha senso alcuno. Ne tro- 
Tlamo tanti vocaboli nel dialetto che sono formati dairarmonìa imi» 
Utiva. 

(2) Bambagia, cotone. 



— Fa', fa', - dice la piccolina; - e la so- 
rella se la fa saltare sulle ginocchia, e canta: 
Zo' Zo' cavallu , 

Jamu a lu vallu, jamu a lu vallu, 
Carricamu di casicavalli, 
E portamu cosi belli, 
Mustazzòli e zagarelli (3) 
E là, e là, e là, 
Bellu cavallu chi tene papà, 
E lu porte carricatu, 
Bellu cavallu chi n'hamu cumpratu. 



Ah ! mó* nu mi fidu cchiù — dice la gran- 
detta — non mi fido più, e non ho più forza; 
e si trae la Sorellina nell'altra camera, e invea* 
ta giochi e trastulli curiosi assai. Ora é la mae*- 
stra con tanto di ferula in mano, ora é la co- 
mare, che riceve visite, ora è il confessore, ora, 
conduce le sorelle in campagna, e le sedie sono 
alberi con frutta : e, insieme, imitano la mam- 
ma; fanno le attrici^ fanno processioni, e, ogni 
giorno, ne trovano una per riempire la casetta 
di strilli e di giuochi. 

E avremo tempo di vederne e di sentirne. 

G. De Giacomo 



[5] I mustaiiòU sono alcune torte di uova, fiirìna e miele. Ce- 
lebri sono quelli di S. Marco Argentano. — Zagarelli sono i nastri 
colorati e di seta. 

DA UNA MONOGRAFIA 

STORICA - TOPOGRAFICA - FOLKLORICA 

SOPRA UMBRIATICO 
Personificazioni fantastiche 



Gli esseri immaginari, o s'impersonificàno in 
un tipo corporeo, ovvero aleggiano per T aria 
immaterializzati. Degli uni e degli altri ne scrivo 
partitamente. 

Esseri corporei malefici 

^Mammunen spauracchio dei fanciulli ed 
a questo epiteto spesso si unisce la parola iagaMd» - 
« gatta mammune ». Le balie e le marnine, per 
quie/are i bimbi, dicono spesso : < Véne u mam- 
mune ! citu ca sente u mammunél 

<(Pappui> Ha Tidcntico' significato del' pre- 
cedente personaggio. 



a Lragu • Animale favoloso posto alla cu- 
stodia di un tesoro, e la fantasia popolare ne 
colloca uno nelle grotte di < Tegano » . 

« Uorcu J» Tipo Éanustico, d'aspetto ripugnan- 
te, alto, barbuto, vecchio e brutto, spesso custo- 
dente, con gelosa cura, la a fata » spesso in gi' 
ro per rubare i bambini. 

« Lupuminaru » Uomo momentaneamente, 
per arte magica, tramutato in lupo, e costretto 
a passar la notte, urlando e razzolando per le 
vie solitarie. Molti anni or sono soffriva questo 
appellativo un tale soprannominato a scarrica- 
iuoco P 

€ Vampiru » Qualche cosa come un pipi- 
strello, raggirantesi pel cimitero, o presso le ca- 
se, ove son bimbi e rot)uste fanciulle, alle qua- 
li succhia il sangue. 

<r Magaru » Vecchio dalla barba fluente, e 
che in compagnia dell' « uorcu » e della < fata » 
forma ii canovaccio sul quale il popolino ricama 
le sue « leggende p. 

Esseri corporei benefici 

€ Monachieddu j» [ a quanto pare tutto uno 
con (( augurieddu> « avurieddun tlavuried- 
du» ) è raffigurato come un fanciullo dall'aspet- 
to vispo, con piedi equini « piedi tunni » ve- 
stito da monaco, ma con un cappuccetto rosso 
€ cuoppidicchiu rvssu ». Nel cosentino ere- 
desi vederlo con abito bianco, a Longobucco con 
abito rosa o berretto azzurro. È uno degli an- 
geli ribelli meno cattivi, che rimasero sospesi 
per l'aria e scendono fra gli uomini come ami- 
ci. Dispettosetto, non ama gli sgarbi per le sue 
bizzarrie, e scappa lungi da quella casa, ove, nel 
magnificarne il ben'essere, non si adoperi la fra- 
se rituale •àbbenedica fora affascinuy>. Anni 
fa vi erano delle donne, forse con un disquili- 
brato sistema nervoso, che affermavano, con la 
.massima sincerità, di aver veduto u u mona- 
. chieddu che si scraffava a ra vrascera » op- 
pure di aver sentito nella notte uLavurieddui^ 
che diceva « vasami, vasami >. Il meglio che 
si possa fare, quando ir u monachieddu » si 
degna apparire» è rubargli « u cuoppvlinu riùs- 
su » e dirgli « tannu tu dugnu^ quannu mi 
fai riccu ». 

ff Fata » Essere femmineo di forme leggia- 
dre, e nei racconti delle buone vecchierelle agli 
irnquieti nipotini, sempre in lotta ora con « /'teor- 
cu » ora col ir drago ». 



Esseri incorporei malefici e benefici 

€ Spiritu maUgnu » È costume piantare 
una croce fuori l'abitato, ove fu consumato qual- 
che delitto di sangue. Nella mente del savio non 
è questa usanza un pregiudizio; poiché la croce 
in tutti i popoli cristiani si accompagna alla fune- 
bre pompa ed orna i mausolei e le urne mode- 
ste dei trapassati, ma nel cervello della plebe si 
muta in superstizione, credendosi comunemente 
che l'anima deirucciso, come se ogni ucciso fos- 
se uno scellerato, si trasformi in un demonio 
che s'aggira in quel luogo, finché entri nel. cor- 
po di un qualche malcapitato passeggiero, che, 
divenuto a ossesso » si dice che ha preso lo spi- 
rito di quel tale morto, e si ricorre al parroco 
per r (T esorcisum » onde 1' anima dannata ab- 
bandoni lo « spirdatu » Fantasima » Giacché 
parliamo di a spirti y> è uopo chiarire che la 
popolare credenza non li fa solo apparire nei so- 
gni, ma ben anco a persona sveglia, e spesso 
dicesi : A sta casa cce su li spirdi ». Aju vi- 
sto na pantasima ». 

I fantasmi si distinguono in buoni e cattivi: 
i primi sono le anime del Purgatorio « i beati 
muortin le seconde quelle dannate all'inferno 
^maVumbreri. A Pentecoste scompaiono per 
non far più ritorno, ma per un anno, dal gior- 
no che lasciarono l'umana spoglia, devono va- 
golare vicino alle loro case, ovvero al luogo ove 
accadde il terreno distacco. 

m Fortuna^ Essere immaginario al quale il 
volgo non attribuisce forma determinata < Male 
te consigliau la tua fortuna » dice la donnic- 
ciuola all'amica che non seppe scansare qualche 
guaio 1 

Nel regno della Natura 

Botanica Erva de la fortuna^ o fortunel- 
la [ Erba della fortuna ] è un'erba che le nostre 
contadine van cercando pei prati nel di dell' a 
scensione, e la sospendono al muro o alle travi 
della casa. 

Anche in Umbriatico, ed ancor più nei vi- 
cini villagi albanesi, si raccoglie il maio^ eh' é 
la pianta del sambuco in fiore, e si appende a 
lato delle finestre come si appende la spina fio- 
rita, in S. Pietro. 

Ruta, Rute; nota in botan; col nome di i?t^ 
ta grave oleus : La ruta ogni male attuta » 
cosi crede il popolino. 



8 



Panna ed Avifanna Licerla fLucerta]. La 
chiamano a buon agurio della casa > massi- 
me quando a questa d'intorno s'aggira o vi pe- 
netra dentro, però dev'essere a a doppia coda » 
forse perchè rara. 

Cuccù [Cuculo] Credesi predica il futuro e 
quindi vecchi e giovani chiedono a tal profeta 
l'oroscopo, e prestano cieca fede ai suoi responsi. 

La vecchia domanda : 

Cuccù d'a cuccaria 

Quanti anni ci vonu nu moru io ? 

E il cuccù col suo canto ad intervalli ne in- 
dica il numero. 

La giovane, struggendosi per le nozze, interroga: 

Cuccù d'a citccaria 

Quanti anni ci vonu nu mi maritu io ? 

A « zita » che attende u <x zitu > da un 
viaggio, da la milizia, chiede : 

Cuccù d^a cuccaria 

Quannu ni" arriva ru zitu a miat 

E il cuccù risponde : la « zita » benedice il 
^chiaroveggente uccello, e ritoma, sorridente, dal- 
Toracolo del suo bosco. 

Cosi praticano lutti quelli che sono incerti 
dell'avvenire, o che vogliano apprendere i se- 
greti della vita. 

Quando poi si vuol sapere dal <x cuccù » in 
quale giorno della settimana accadrà un sospira- 
to avvenimento, fatta l'usuale domanda, all'uni- 
sono col canto, si pronunziano i giorni della 
settimana e quel giorno che rimane privo del- 
l'accompagnamento, poiché il cuccù si riposa, è 
il giorno dell'atteso evento. 

Allorquando tace per le campagne dicono : 

E passata « a Nunziata » 

e ru cuccù 'm nna cantatUy 

é muortu o è carceratu 
Murmugliune [ Salamandra ] al pari della 
« Lucerla » riscuote grande venerazione. 

Cuorvu [Corvo] Uccello di triste augurio e 
che prognostica la pioggia. 

Rinnina [Rondine]. La poesìa popolare [os- 
serva il Dorsa ] fa della rondine una gentile me- 
diatrice in amore. 

rondinella^ chi passi lu mari^ 
Ferma quantu ti dico dui polari^ 
Quantu ti scippu 'na pinna di sfaU 
Na littira nei fazzu allu miu amuri:, 
Tutta di sangu la vogliu Inignari^ 



E ppe siggillu nei mintu stu cori. 
Accorta^ rindinella ! nu fannegari^ 
Tu pierdi lu siggillu ed io lu cori ! 

Gallina Anche messagiera di non lieto pre- 
sagio, allorquando imita il canto del gallo. 

Cane Se di notte abbaia presso la casa in 
cui evvi qualcheduno soflerente ovvero ulula a 
lungo, si trae cattivo prognostico per l'ammalato l 
Vespune [Vespone] Reca il buon augurio, allor- 
quando entra in una casa e va rozzandovi «Quannu 
trasa u vespune buona nuova allu patrune ». 

Pigula. Cuccuvella [Civetta] Di buono au- 
gurio alla casa dove si posa, ma predice sven- 
tura o morte a quella dove guarda « viaiu du- 
vi seda, amaro duvi mera j» e da molti si 
raccontano sventure, perdite, morti che seguiro- 
no il cantu di una pigula ! Quando si ode, la 
madre di famiglia per scongiurare il pericolo, si 
avvicina all'uscio e chiama una comare del vicinato. 

— Ohi cummà !... 

— Gnuri !.... 

— Mprestami a frissura quantu friju 
ss*acieddu e maktguru. Con questo < esorci-' 
smo D si crede uccidere la « pigula ». 

Gru (Grue) Ai primi di Novembre, la nu- 
merosa discesa delle gru reca buona fortuna agli 
armenti, e nella < strina » tra una sequela di 
espressioni augurali, si trova anche questa: 

A tuttisanti calanu li grue 

Chi Dio ti guarda l'animali tv£. 

Cardillu [Cardillo. Il canto è di buon au- 
gurio. Alla a zita » preannunzia il sollecito ri- 
torno, la felicità dello o zitu » alle mamme la 
buona salute dei figli lontani ecc. 

Passeru ( Passero ) Col canto predice la im- 
minenza di una buona nevìgata. 

Melereologia. Allorquando nelle giornate tem- 
pestose balena il lampo, scroscia il tuono e guiz» 
za per l'aria la folgore, se si rinviene qualche 
ciottolo siliceo o vitreo, più o meno arroton- 
dato, eccolo battezzato per fulmine. Il popolo ri- 
tiene le tempeste i tuoni eccitati dai demoni abi 
tatori delle regioni dell'aria, e quindi ricorre alle 
campane ovvero ai tizzoni trani dal fuoco do- 
po la funzione del sabato santo. Il volgo crede 
anche che la cometa adduca morbi o sangue, e 
più infausta ritiene quella a coda lunga t a cu^ 
da longa ^. (continua) 



Direttore resp. Luigi 

Tipografia Passafaro 



I 



I 



' 



U/ ^ oÙ II. b 









^ 




^ 



» 



* 



% 



t 






i 



ì^ 






? 

I 



i 



* 
I 
f 



ss 



^?i 



4 

iti 









[^iM:^^^^f1 



€i'p^." 






RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



4V 



i^^ 



\*\U 






V-^- \^ \ 



D I RETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 2 Dicbmbbe — 1899. 



MONTELEONE 
Tipografia Passaparo 

1S09 



Kii>%.; L J *f*ì (fc. 










1 



I 
I 









£fe 



# 



# 



i 



i 



!i 



e 



>^ 



fi? 



un 

t 




V^-' , li* iJ- I 
_ i'C'i . a .'ir 



\ 'T-' - S -:??L 



-. :l;- ..-, .J<^_. 



T 7«.tiw::t^'i 






|^^<ÒXC»>^l»| 



^ lltll 



* 






.^s.3a.o 3£IX ' IT. 2 



;i^ 






UT" 



^ifsì 



>:xg^<g:^^J•^ife^i^:^x:>^$^^^;<y ejj<:af-;;.:>^,ì>:i j^>r^ ^%^^g^;:x<gr<'^.; fF^^i^tr^; g'^^iì^i-x^ ì^:i>f^^ì><^^^x^i--^{X^i^ 



LA CALABRIA I 






*;;^N^^>^^VOC5.t^>^^^^^ 



*sfe ^^^;^s s^ii^z:!^ ; 



^N 






*|| RIVISTA DI LETTERATDfìA^ POPOLARI' ''^/ x.^t^l'^^^^l^^a 



y^ 




Monteleone di Calabria, Dicembre 1899. 

SOMMARIO 
Monografia, topografica - folklorica sopra Um- 
briatico (Carlo Giuranna) — Canto albanese d{ 
Falconara (F. Riggio) — Usi e costumi dei pae- 
selli del Circondario di Monteleone (Au')onio 
Debelli) — Canti popolari di Melicuccà (Carlo 
Buccisani). 



Monografia topografica - folklorica 

SOPRA UMBRIATICO 

(continuazione v. n. precedente) 



Astronomia. I campagnoli fanno gran conto 
delle fasi della luna, e credono eh' essa eserciti 
una grande, possente e generale influenza sul 
taglio del legname, sulla covatura delle galline, 
sui lavori campestri ed in generale sull' agricol- 
tura e sugli umori del sangue umano. 

I campagnoli distinguono le fasi lunari con 
l'espressione di a luna nova y> (novilunio) aprimu 
quartu > (luna crescente) « luna piena quintade- 
cima » (plenilunio) a ultimo quarto luna man- 
cante » (luna scema). 

II popolino dà grande influenza a certe gior- 
ni della settimana. L'importanza maggiore si at- 
tribuisce al « venerdì ». In questo giorno non si 
può parlare né di mali, né di maliarde, ma se 
accada doverlo fare, bisogna aggiungere rr chium- 
ntu alle ricchie^ e petra de mulinu ». Si crede, inol- 
tre, essere di cattivo augurio un tale giorno 
battezzare i neonati, mutare o togliere abiti, ra- 
dersi la barba, recidersi i capelli e tagliarsi le 
unghie. Le donne maritate o sgravate di recente 
non si visitano tra loro in questo di nefasto. 



Abbonamento annuo 

Xjire 3. 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MES 



« Chi de venneri ride, de sabbatu chiange ». De 
vennariede marti ni t'affidi ni ti parti n. In cam- 
pagna i pastori dicono : « Ni de vennari ni de 
Inni nun ti panari d*u fudduni, riferendo il pre- 
giudizio al lunedi anziché al martedì. 

Altro pregiudizio si riferisce agli anni bise- 
stili a annata bisesta viatu chi cce resta » . 

Tracce della dottrina sulla metempsicosi 

Palumma (farfalla) e specialmente quella che 
verso sera entra nelle abitazioni, si crede anima 
vagante, buona ed annunziatrice di allegrezza se 
bianca, cattiva e messaggiera di sciagure, se di 
fosca tinta. 

Serpi nivure (Serpi nere) Spesso albergami la 
anima di persone uccise o malefiche. 

Serpi ianche (Serpi bianche) Ritenute l'opposto 
delle precedenti cioè animate dallo spirito di per- 
sone buone, ovvero condannate al « Purgatorio ». 

Superstizioni varie 

La for:^a dei numeri. Il numero caffo é il pre- 
diletto, ed il popolo ne tiene conto in tutte le 
operazioni più importanti, specialmente quando 
si tratta di auguri o di applicare rimedi magici. 
Questo numero fu ritenuto fatale e misterioso 
dai pagani, i quali assegnavano a tre numi su- 
premi, Giove, Nettuno e Plutone, il governo del 
mondo. Le Parche erano tre, tre le arpie, tre le 
Sibille, tre le Furie, tre le Sirene, tre le Grazie, 
e finalmente Diana aveva ire volti. 



10 



Il <r nove e Votlo » entrano in tutte le forme 
augurali per perseverare le persone dal fascino. 
Le donnette del volgo, carezzando un fanciullo, 
•non mancano di esclamare « uottu e nove fetta- 
fura fora » e nel dire questo atteggiano la mano 
destra a modo di corna. 

Il giorno 13 e il 17 del mese son ritenuti 
nefasti, ricordando il primo il nome di Giuda e 
il suo tradimento, e 1' altro il numero della di- 
sgrazia, secondo i cabalisti. 

// Colera, Non appena questo terribile morbo 
invade le finitime regioni, gli animi sconvolti 
inchinano a violenza; diffidano dei medici, dei 
farmacisti, squadrigli-: armate percorrono le cam- 
pagne e dinanzi all' ingresso del paese vigilano 
«custodi col moschetto su gli omeri e la scure 
al fianco. Passa un forestiere. Lo scrutano con 
occhi torvi, gli frugano 'dentro le valigie, lo ac- 
compagnano per lunga pezza e, se vuole entrare 
nell'abitato, lo affcnnicano come un salame, chiu- 
dendolo in una stanzetta, ove bruciano della pa- 
glia accesa. 

Foci misteriose. Se la fiamma rumoreggia, in- 
dica che persona lontana pirla di noi. Si sente 
uno scroscio nell' impalcatura ? Cattivo segno! 
mormora turbata la contadina, la quale addirit- 
tura allibisce al «r tic-tac i) monotono del verme, 
che rode gli scannelli del letto, poiché lo ritiene 
avviso di una prossima morte. 

Trisora (Tesori) Per scovrire i tesori bisogna 
uccidere sul luogo una persona, ed all' anima si 
impone di a legare )> i tesori e metterli a rotoli 
in un punto stabilito. Per prenderli, bisogna uc- 
cidere un' altra persona, perché quest' altr' anima 
sciolga i tesori legati ed ammucchiati dalla prima. 

1 tesori si trovano sepolti nella contrada di 
Tiganu, in tre caverne, nella prima delle quali 
si trova l'oro, nella seconda l'argento, nella terza 
il bronzo. 

V uomo e le a^^ioni umane. 

Suonnu (Sogno). Appariscono nei sogni e sve- 
lano il futuro non solo i morti, ma alcuna volta 
anche i santi, ed il popolino vi presta fede in- 
discussa e regola la sua condotta a norma della 
interpretazione che ne fa. Scrive il Dorsa : le uve 
significano lagrime e dispiaceri, le uova, morte 
di persona cara, i garofani che sbocciano, mor- 
talità di bambini; gli alberi caduti, perdita di capi 
di famiglia; l'acqua torbida, intrighi e scissure; 
i fichi verdi, batoste; la morte di una persona 
cara, prolungamento di vita; la vista di un in- 



cendio, di un sepolcro, di sangue, di oggetti di 
oro allude ad eventi luttuosi tee. 

Sputa:(^a (Sputo). Lo sputare contro gli og- 
getti di sinistro augurio è frequente; io non vi so 
avvisare altro che una ferma opinione del popo- 
lino, di distruggere, sputando, le malie, e i taciti 
imprecamenti dei maligni contro le cose e le 
persone. Se un bambino si contorce per dolori, 
o traluna gli occhi, o digrigna i denti, o pro- 
tende sbadigliando le braccia, eccoti la madre 
sputargli in faccia. Se mirate un po' fiso un suo 
figliuoletto, e più se mirandolo lo carezzate, fa- 
cendogli vezzi e dicendo : o il caro bambolino 
come è vispo ! come è graziato ! Appena voltovi 
altrove, la madre sputa addosso a voi e in fac- 
cia al pargoletto. Visitando un infermo, sputano 
sul limitar dell* uscio, e talvolta prima di por- 
gergli a bere la medicina, sputano in terra. In- 
sino i pastori, quando le agnelle hanno figliato, 
sputano sovr'esse e sopra TagncHino, e cosi fan- 
no in mille altre occorrenze; di questo atto su- 
perstizioso trovate le vestigia lontanissime nella 
Bibbia. Vedi in Giobbe: ahominantur me^ et fa- 
ciem meam conspuere non verentur (XXX- io). 

Anioni. Le donnicciuole, dopo il tramonto 
non prestano alla vicina né <r crivu » o buratto, 
né lievito, che dicesi <r criscitu j» perchè qual- 
che stella di cattivo augurio potrebbe riflettervisi, 
e se non possono negarlo vi pongono un car- 
bone e lo danno ben cautelato, e coperto; si 
crede che nella casa donde esce senza tali pre- 
cauzioni ed in tempo di notte, muoia quanto 
prima il capo della famiglia. 

Non si può guardare nello specchio la notte, 
perché dietro di chi guardi può apparire u dem- 
moniu. 

Quando un prete va a visitare un amico, che 
è infermo, non deve sedere presso il letto, ma 
lungi dallo stesso, altrimenti sarebbe d'infausto 

[urio. 

Nna vertenza (Sbadatagine) È <r bon aguriu » 
il fortuito cader del vino sulla tavola, la rottura 
dei cristalli ecc. ecc. 

É flr maVaguriu » far cadere la lumiera o l'olio 
o il sale, i (( tic » « campaniellu » che suole ve- 
nire all' orecchio ecc. 

Parrari (linguaggio) Anche alle parole si ba- 
da : in tempo di notte, per esempio, non si può 
chiedere fiaccola o tizzone per accendere, chia- 
mandoli <( fuoco » ma bisogna adoperare le pa- 
role a luce lucise » ed i pastori evitano nominare 



Il 



il lupo, che indicano con la parola « n maledittu ». 

Sternuti. I pagani ritenevano gli sternuti co- 
me un presagio favorevole, quando avvenivano 
nel dopo pranzo, e sopra tutto allorché la per- 
sona che starnutava, si rivolgeva dal lato destro. 
Per contrario si riteneva per un presagio funesto 
se si starnutava nelle ore del mattino. 

In Umbriatico lo ritengono sempre di catti- 
vo augurio, onde usano l'antica forma esclama- 
tiva (T salute^ viva ». 

Religione e superstizione 

I santi. È un'empietà (e chi noi sa?) mesco- 
lare i santi e le sante cose con fatti sacrileghi; 
ma in Umbriatico* per lo più lo si pratica con 
la miglior buona fede del mondo. Fra tante no- 
tizie di necromanzia, d' incatenamenti, di malie, 
di legature, e di sortilegi ch'io ho fra le mani, 
veggo che ove accada di volgerle contro ai mal- 
feccenti, gli umbriaticcsi si servono dei santi per 
vincere o ridurre al niente i maligni effetti; essi 
credono che sia proprio dei santi «1 vincere o 
ridurre al niente i maligni effetti; essi credono 
che sia proprio dei santi, siccome amici della 
Giustizia Eterna, lo accorrere in aiuto degli op- 
pressi ingiustamente e iniquamente dagli uomini 
perversi. E perchè a loro giudizio certe infer- 
mità son gittate addosso alle persone per via di 
fatture diaboliche, cosi ricorrono ai santi, alle 
orazioni dei sacerdoti, le quali per via di esecra- 
zioni conducono l'avversario a umiliarsi e discio- 
gliere i morbi. 

Fra gli amuleti, che usano, annovero anche 
1' a abitino » e ne parlo non già per affievolito 
sentimento religioso, ma perchè l'ho visto usare 
amalgamato con la superstizione. Esso, ordina- 
riamente, è un pezzo di stoffa quadrangolare, so- 
vente trapuntato, ricamato e che si appende al 
collo con un nastro. Ha nell'esterno una crocetta 
od una figurina della Vergine e nell' interno il 
misterioso numero caffo, cioè tre granelli d' in- 
censo, il sale ecc. 

Le donne che cercano marito si rivolgono 
qualche volta a S. Vito colle parole: 
Vr Santu Vitn, tniu santa Fitu, 
Mannamillu nu huonu maritu ». 

Più spesso però si volgono a S. Antonio, al 
quale fanno la novena dicendo : 

(f Sani' Antoniu mia benignu^ 
Tania bruita nun ci sugnu^ 
Na picca e dote V aju d' aviri 
Tu ìu sai echi ti voggbiu diri ». 



Chi in chiesa, pregando un santo, gli recita, 
an'ave, la dice anche agli altri, perchè dalla pre- 
ferenza per un santo potrebbe derivargliene male 
da parte dei trascurati. 

Nella festa di S. Donato, la statua di argento- 
recata in processione non arriva nello spiazzato 
(( Santa Maria n perchè acquisterebbe un peso 
insostenibile e da colà per le campagne sotto- 
stanti piglierebbc la via della così detta « grotta 
di Santu Dumtu » a duecento passi dal paese, 
che si crede, erroneamente, antica dimora del 
santo. La credenza popolare ne ha fatto una 
grotta mirabile, che nella notte della festività di 
S. Donato assume proporzioni meravigliose ed 
aspetto celestiale. 

S. Donato è creduto un santo d'istinto ven- 
dicativo e che si picca per un nonnulla. Nella 
chiesa l'altare dedicato a S. Donalo è situato di 
rimpetto a quello di Santa Filomena. Di modo 
che, inchinandosi a pregar quello si è costretto 
a voltar le spalle a questa. Ma la buona gente 
preferisce voltar le spalle a Santa Filomena, per 
non far montar sulle furie S. Donato! 

Chi ha ricevuto delle gravi ingiurie, dei danni, 
va in chiesa con le labbra unte di sale a chia- 
mar disgrazia sul collo dei nemici, a fari u misi 
(La preghiera di vendetta ripetentesi trenta di). 

Nelle preghiere divote si fa sempre uso del 
numero dispari : il più potente è il ternario. 

Paravisu (Paradiso). Questo è un vago giar- 
dino con olezzantissimi fiori ad alberi carichi di 
squisitissime frutta. Una melodia si diffonde per 
1' aria primaverile; sono 1' arpa dei cherubini, il 
violino serafico che accompagnano il canto degli 
angeli. E qui vedresti S. Pietro faria da porti- 
naio, S. Antonio d' ambasciatore e la Madonna 
la quale 

Sovra gli altri coni aquila vola. 

Il divin suo figlio niente può negarie, perchè 
madre ed ella accoglie tutti sotto il misericor- 
dioso ed ampio manto, ond'è vestita. Spesso ap- 
parisce ai suoi divoii con in braccia Gesù con 
le forme di venusto pargoletto. 

Mpiernu (Inferno). Il demonio chiamano <( Far- 
fariello » a diavulu » « Sa^anasm » ed il Sovrano 
dell' averno « Cifaru » (Lucifero). Sovente il ti- 
more di proferirne il nome spinge la donnic- 
ciuola a parlarne con questo vocabolo <x Arcissi- 
mu ». Gli Umbriaticesi, popolo di pastori, lo 
suppongono con piedi e la testa di un caprone, 
giammai sotto le spoglie seducenti di un vago 



12 



cavaliere, come lo videro gli asceti e come si 
presenta spessissimo nel campo dell'arte sotto lo 
spoglie di Mefistofele. Non vogliamo riconoscere 
nello Spartaco del Cielo le parvenze di un an- 
gelo, credenza avvalorata dai missionari, che evi- 
tarono sempre di parlare della tentazione di S. 
Antonio, chiedendo ispirazione piuttosto alle im- 
mortali pagine della Divina Commedia, 
Affascinu (Stregoneria) e Contraffascinu (Amuleti). 

Il fascino (T jettaiura n è « lu mal* uocchiu », 
In origine si actribui ad arte magica, oggi si ri- 
tiene involontario. Vi sono esposti in particolar 
modo i fanciulli e gli animali domestici, perchè 
non possono guardarsene. Produce malattie e di- 
sgrazie, e chi si crede affascinato ricorre a suffu- 
migi, a scongiuri e specialmente al « carmu ». 
Le persone già innanzi negli anni, come preser- 
vativo, portano addosso un pezzettino di sale o 
gualche piccolo corno a corniciellu » e tra le fa- 
sce dei bimbi son usi mettere un a amuleto » 
formato da un sacchetiino di stoffa in forma di 
cuor.^ con entro un pizzico di sale, d'incenso, e 
di foglie di olive benedette. Tuiti^ poi, nel lo- 
care una persona ed una cosa, usano sempre le 
ftasi (T fora mal' uocchin » u Ahhenedica » (r fora 
affascinu ». 

I più ricreati oggetti immuni:(iatìti sono : i® 
Il Sale perchè indica la sapienza ed il simbolo 
di tutti i pregi morali e intellettuali. Dalle gio- 
vani brune si suol dire : 

lu su brunetta e sii cumtnu lu sali, 
Lu sali sapiietj:(ia e Salumuni; 
Cà si ni minti a lu Fonti a battiari, 
Li Turchi si ;;;/ fanu Cristiani. 

[continua] 



CANTO ALBANESE DI FALCONAR^ 

TESTO 

Sgkiommu, vas, nissu te vemmi. 
Te me vemmi chetié dart, (i) 
Dart prai te rahi i madh. 
Te ai rahi mee i dart. 
Attié bredhem e duim (2) basch. 
Ruij, vas^ si je pustrón. 
Si je pustron edhe gaidón 
Sbora e bardh si gne sandón, 
Po si ji bardh sandón 



Ce me chee te stratti jit. 

Ruij, vas, si je pnstrón. 

Si je pustrón edhe gaidón 

Sbora e bardh si gne cilón, (3) 

Po si je bardha cilon 

Cet (4) mbadon curmethin, 

At curmethin gadhiaar. 

Ruij, vas, nde rezsct maddit (5) 

At sesseihin ampnoor 

Si bari : verdh e pustron 

E piot dudde {6) e pastron, 

Bari i verdh e verdhuloor 

Si sutanna cet mbudòn. (7) 

Atto dudde prei barit 

Ducchen si ijersit 

Ce spejekim nde kielit. 

Moi ce ij e ijerzit ? 

Atta me ducchen si sizsit. 

Si si::sit e balit tend 

Mee spejekin se ijerzit. 

Vrap, vas, nissu te vemmi, 

Vemmi dart e chetiè dart, 

Vemmi dart te maddi i dart, 

Te ai rahi mee ji dart; 

Attiè bredhem e duim basch 

Ndemaj sessit dudde 

Nde hieet dhupercore, 

Nde hieet ce ben nerenza. 

Mali na ce attiè duim 

Mee ji embed est se miajeta, 

Mee ji dassur est se vera; 

Mos gnerii neve na ciòn, 

Mos gnerii na calezson; 

Kiet kiet vettem puhia 

Viersin e malit na chcndon, 

Vrap, vas, te me vemmi; 

Ciddi (8) maal te mbaa chetti ? 

Attiè bredhem e duim basch, 

Duim vaien e malethit 

Nde regnet nerenzijes. 

Praa ujemi e fiecm basch 

Ndemaj sessit dudde 

Te stringkuam pò si dheria 

Me dridhct nde duskiezit. 

Craghet stringkegnen messethin, 

Buzsa puthen fakiezsen, 

Zsogkiezsit e paraveres 

Zsogkiersit vattem na ciognen, 

Vet na ciognen e na chendognen 

Chennichen e malethit 

Te na kilognen gkiumethin. 



13 



Gkiamothin e malethit, 
Gncra te dieli perendogli, 
E vien natta te na mbudogn. 

VERSIONE LETTERALE 

Svegliati, fanciulla, per andare. 

Per andare lassù, 

Lassù nella gran montagna 

Presso quel monte il più alto; 

Ivi scherzeremo insieme. 

<juarda, fanciulla, come lo copre, 

Come lo copre e lo rallegra 

La neve candida come un lenzuolo. 

Che bai nel tuo letto. 

Guarda, fanciulla^ come lo copre, 

Come lo copre e lo rallegra 

La neve candida come una camicia, 

<Ihe copre il tuo corpo, 

Jl tuo corpo gentile. 

Mira, fanciulla, appiè del monte 

Quella pacifica distesa 

•Come Terba verde la copre 

Ed i fiori rabbelliscono; 

Quell'erba verde è verdognola 

Come la sottana, che ti copre. 

Quei fiori disseminati nel prato 

Sembran belli come le stelle, 

Che luccicano nel cielo. 

Ma che stelle e stelle ? 

Essi mi pajono belli come gli occhi, 

Gli occhi della tua fronte. 

Che sono più lucenti delle stelle. 

Su via, fanciulla, muoviti per andare. 

Per andare lassù : 

Andiamo nella gran montagna. 

Presso quel monte più alto; 

Ivi scherzeremo insieme 

Sul verde prato fiorito. 

Sotto un'ombra estesa. 

Che fanno i rami d'un amarino. 

Ivi il nostro amore 

Sarà più dolce del miele. 

Più grato del vino. 

Nessuno ci vedrà. 

Nessuno ci calunnierà. 

Soltanto l'auretia lieve lieve 

Ci canterà una canzone d'amore. 

Su via, fanciulla, andiamo: 

Qual diletto ti trattiene ? 

Colà schei zeremo insieme. 



Colà ci inebrieremo d'amore 

All'ombra d'un amarino. 

Poi dormiremo insieme 

Su quel verde manto fiorito. 

Avviticchiati come la vite 

Si avviticchia ai rami; 

Le braccia stiingeranno il seno, 

La bocca bacerà il viso. 

Gli uccelli di primavera 

Essi soli ci vedranno. 

Ci vedranno e canteranno 

La canzone dell'amore. 

Finché tramonterà il sole, 

E la notte verrà a coprirci. 

NOTE 

(i) Dart, invece di Xapx o XjapT — (i) Duim, 

Xout(Ji, Xoutftt . — (3) Cilòn, TOtXóv, totXóva — 

(4) Cet, xe t' — (5) Maddit, |jiàXtT — (6) Dudde, 

Xo6Xe — (7) Mbudòn, '|i6ouXj6v, ^8^ Ciddi, xotXt. 



// giovane professore %Ausonio Tìohelli, mandato 
ad insegnare in questo Liceo, ha scritto una lettera 
ad un suo amico di Milano, per fargli sapere al- 
cune usanT^e osservate in due paeselli del nostro Cir- 
condario. Trattandosi dì una lettera, che riguarda 
la vita popolare calabrese, credo opportuno di pub- 
blicarla in questo periodico. 

L. BRUZZANO 

Monteleone Calabro, 2-i2-'99 

Caro Edoardo, 

.... E davvero, oltre alla radiosa lucidezza del 
cielo e del mare - azzurro sorridente nell'immenso 
sole — , oltre alle vedute mirabili che l'altopia- 
no ci affaccia ne' pianori e ne' poggi folti delle 
morbide selve degli ulivi, e ci apre nei lenti 
valloni rivestiti d'orti e vigne e frutteti, di quan- 
ti altri spettacoli belli o nuovi l'osservazione più 
superficiale pasce la mia curiosità! 

Nell'ultima mia, parlando degli usi comuni, 
m'ingegnai pure di offrirti il disegno colorito del- 
l'abito locale e degli abbigliamenti; in questa 
cercherò di radunare brevemente e disporre in 
quadretti ( di quale efficacia poi ? j le memorie 
di alcuni episodi, che mi occorsero nelle fre- 
quenti passeggiate. 
M'è presente ancora, pallido, come traverso a 



14 



un velo sottile, un incontro triste, di mattina. 
La nebbia, tenuissima, vestiva del suo cliiarore 
biancastro le nubi e le distese campagne alte ai 
fianchi dello stradale, che io, ravvolto accurau^ 
mente nel mantello umidiccio, ripercorrevo ver- ^ 
so la città; da lungi si svelavano a mano a ma- 
no le due file dei tronchi neri e le informi o- 
scurità delle fronde. Ad un tratto mi apparvero 
lontano delle bianchezze esigue, in moto vivace; 
poscia, in un ciaramellio confuso che tremava 
nella fumana immota, vidi avvicinarsi, disposti 
in processione, due file di bimbi scalzi, ricoper- 
ti d'un sottil camice bianco, chiaccheroni ed al- 
legri; dietro loro, colla croce e Taspersorio due 
sacerdoti precedevano un feretro breve poggiato 
sulle spalle di contadini, seguito da poche don- 
ne raccolte. Nulla, che non fosse comune, nel 
povero cofanetto nero distinto da linee gialle agli 
orli superiori degradanti in lunghezza sino al 
sommo, ove si drizzava un'argentea figurina ala- 
ta dalle membra grassocce; ma ai lati della pic- 
cola bara quattro donne involte nell'ammasso dei 
loro cenci venivan portando sul capo l'anfore fu- 
nerarie : dalla brace salivano le volute lente del- 
Tincenso votivo. 

Qualche altra volta già avevo udito le pre- 
fiche vocianti le loro nenie, dietro al lungo velo 
della chioma, o bisticciarsi, al ritorno dal campo, 
santo, pei pochi soldi guadagnati di fresco, ma 
veramente solenne m'apparve allora l'^'ufficio si- 
lenzioso, cinto nel pallore ampio del cielo, al 
quale le bocche dell'urne esalavano la prece pallida 
dell'incenso. 

Giunto a casa, non potei soffermarmi tra le 
pareti melanconiche, e, terminato appena il pran- 
zo, con un Duono amico discesi a un paesello 
vicino. 

Vanite le nebbie, sorrideva nell'azzurro la dol- 
cez*!a maliosa dell'aureo pomeriggio autunnale, 
entrava a fiotti nelle viuzze la luce magnifica, 
disegnando nitidamente i contorni delle povere 
case e dei verdi alberelli diritti in ghirlanda nel- 
la piazzuola. Dinanzi alla casa comunale s'agita- 
va allegramente una frotta di ragazzi malcoper_ 
ti da brandelli di giacche e di calzoni, in attesa 
dei confetti e degli sposi; noi, invitati gentil- 
mente dal sindaco, salimmo nell'aula, ci affac- 
ciammo alla finestra. E alla svolta della via prin- 
cipale, ci apparve il breve corteo : un'iride. 

Una decina di ragazze strette ai fianchi della 
sposa, seguite da poche donne e da tre o quat- 



tro contadini attornianti lo sposo s'avvicinavano 
lentamente : questo era il tutto, ma quale infi- 
nita varietà di tinte negli abiti adorni della f^ 
steggiata, e in quelli delle giovani amiche ! I cor- 
setti del color dell'indaco e della rosa, allacciati 
dinanzi da fettucce verdi, gialle, rosse, cilestrine, 
lasciavan trasparire agli orli superiori i ricami 
delle camicie candidissimi sui colli e sui polsi 
abbronzati; al basso confine delle strette maniche 
giravano due larghi e corti nastri, vermiglio Tu- 
no e verde l'altro; lunghi orecchini d'^oro pen- 
devano ai lati delle allegre facce rotonde, e si 
aggiravano sui seni poderosi due o tre catenelle 
variamente intrecciate; le gonne, vergognose del 
solo azzurro ("però di gradazioni infinite ) o delle 
lunghe strisce grige, si nascondevano sotto a grem- 
biuli, ciascuno de' quali era una festa, una mi- 
riade di tinte e di sfiimature : qua rosso, là tur- 
chino, più giù rosato, violaceo e che so io; lu- 
cevano a terra le scarpe, testimonio rarissimo di 
festa, gialle tutte e a bottoni, nuovissime alla 
sposa. Salirono, e dietro loro, in maraviglioso 
contrasto, le madri sotto la usuale tovaglia spor- 
ca, nel solilo arruffio delle vesti stracciate, sui 
larghi piedi neri, ed i padri pure scalzi, colle ca- 
micie brune aperte sui petti bruni; più dietro e 
dovunque si strinse nella stanza la frotta semi- 
nuda e schifosetta dei ragazzi e delle bimbe, am- 
mirando. Quindi, come la sposa ebbe ad occhi 
bassi buttato al sindaco il suo si, e questi lesse 
d'un fiato i precetti legali, lo sposo, tratta rapi- 
damente di tasca la mano, gettò sull'ampio re- 
gistro aperto sul tavolo un cartoccio di confetti 
gonfio, gualcito e sudicio; uno dei testimoni lo 
imitò, e la compagnia si sciolse in parte nella 
piazzetta, dove i fanciulli si rotolavano per terra 
vociando nella caccia dei dolci, che piovevano 
dalle nostre mani aperte sul davanzale. 

Pochi giorni dopo, mi fu dato di contem- 
plare la sagra annuale dello stesso villaggio; nel- 
la processione confusa e sonora (alta saliva la laude 
a S. Nicola: lu grandissima santu - che l celebratupc 
tutta lu manda) avanzava il venerabile simulacro 
poggiato sopra un piedestallo di legno e su quat. 
tro spalle robuste. E vicino al santo era inca- 
strata nel piedestallo stesso una pentola lignea, 
da cui parea stessero uscendo quattro rozze figu- 
re di bimbi ignudi : il miracolo maggiore de| 
patrono, la salvazione stupenda degli innocentj 
immersi nel liquido bollente dalla ferina mano 
del padre. Avanzava l'immagine benigna nella 



15 



via principale, e la lunga teoria de' camici bian- 
chi e de' camici rossi cogli stendardi e le can- 
dele precedeva lentamente; dai volti rugosi, dai 
colli secchi attorno alle vene sporgenti scende- 
vano colle barbe grigie e biancastre i cordoni 
variopinti, terminali in nodi, in fiocchi, in pen- 
nelli di mille colori; dietro al santo passavano mi- 
randosi le ragazze strette nell'abito festivo, sotto 
je tovaglie nuove, bianche e ricamate agli orli, o 
di seta nera per alcun lutto recente, quali ben 
calzate, quali scalze, quali colle scarpe gialle luc- 
cicanti sulla pelle oscura del piede; quindi veni- 
vano le donne un pò* meno sucide del solito, e 
gli uomini nei brevi giubbetti e nei più brevi 
calzoni di velluto nero-azzurrino, colle mutande 
bianichqggianti dal ginocchio sino a terra. Ma 
agli sbocchi numerosi dei vicoletti e degli angi- 
porti le compagnie sostavano, solo V effigie be- 
nedetta varcava ogni mucchio di letame suino, 
ogni larga fossa di fango e d'immondizia, lustra- 
va ogni angolo del paese, e da ogni angolo usci- 
vano donne colle offerte esigue della povertà, 
sbucavano uomini scamiciati, curvi sotto sacchi 
di granturco, saltavan fuori ragazzi quasi nudi, 
quasi neri, con ceste di frutta sul capo: tutti 
attorniavano il santo, entravano confusamente 
nella processione. (continua) 



CANTI DI GELOSIA 

Non su schiavu, no, no; libaru sugnu. 
Non patu cchjù li peni chi patia; 
Tu com'acehju mi tcnivi *n pugnu. 
Chi *a ugni friscu e rrichiamu venia; 
Ora mastica e agghiucti ssu cutugnu; 
Mori di pena quandu vidi a mmia. 
A lu statu chi era, ancora sugnu. 
Si vogghiu pe' mi t'amu, stavi a mmia. 



Si' tantu bella chi mi fai moriri; 
Non mi fari cchiù gralimi jettdrì; 
Quandu ti guardu, lasciami godiri, 
Fammillu chistu cori sazziari : 
Sugnu gelusu, sai, non arridi ri : 
L' amuri non si fa senza pendri, 
E non si godi senza lu patiri, 
Cu non voli mi suffri, n'avi amari. 



Si' tantu bella e poi non vali nenti, V 
Perchi lu cori toi lu duni a tanti; 
Cà se tu fussi *n pocu cchiù prudenti, 
Farrissi peniari milli amanti. 
Ti dassu, ca cu tia non vogghiu liti, 
E mancu fari V amuri a metati : 
Nu palu non po' tenari dui viti, 
E na donna non po' dui 'nnamurati. 



Tri chiova m' ammartellanu lu pettu, 
Spartanza, luntananza e gelusia : 
Tutti li dui e li tri fannu l'affettu; 
Agnunu ammostra la so' valentia; 
Na piaga si formau dintr' a stu pettu, 
Nessunu sfogu mi la sanarria; 
Sai quandu, bella, sanarà stu pettu ? 
Quandu la vita tua sarà la mia. 



Guarda chi gelusia chi 'n testa nd' haju, 
Mi levu nta la notti e vegnu e vjiu : 
Arretu li toi porti fermu staiu. 
Mi ti sentu parrari e m' arricriju. 
L' occhi ti dassu e orbu mi ndi vaju, 
La strata mi caminu no la vju. 
Tornu a lu lettu e rriposu non haju, 
Dicendu : quand' agghiorna mi la vju ? 



Sdegnu mi poti e gelusia mi tira; 
leu non ti guardu cchiù cu bona cera: 
dazioni chi mi hai fattu l'atra sira, 
Sdegnau lu cori meu; non è qual' era. 
Mi ndi vaju e ti dassu ora cuntenta : 
Non si megghiu di mia : Deu sulu avanza. 
È ditta, sta canzuni a fior d'amenta, 
E di mia non teniri cchiù speranza. 



Orbi 'mbiati, chi cchiù non viditi. 
Li belli donni e cchiù non disiati; 
Surdi 'mbiati, chi cchiù non sentiti 
Di gelusia li vuci 'ntossicati; 
Muti 'mbiati, chi cchiù non potiti 
Parrari cu li donni tantu amati; 
Morti 'mbiati, vui chi 'n terra siti, 
Nessunu vi turmenta e rrìposati. 



16 



Cori meu affrittu, cori meu 'mpiagatu, 
Cori meu turmentatu ed aftriggiuiu; 
Cori, chi sempri ami e mai si' amatu. 
Cori, clii non tradisci e si' tradutu; 
Quantu era megghiu se non fussi natu; 
Cà non amavi e non eri tradutu! 
Ed ora chi ti trovi a chistu statu, 
La megghiu cosa è farti iu tambutu. 



L'occhi chi furu li primi cunsenti. 
Mi dissaru mi t' amu ed eu t' amai; 
E di chij' ura non eppi cchiù abbentu, 
Stezzi fermu a V amuri e non mancai. 
Tu mi prepari 'ncunu tradimentu. 
Ed eu pe chistu su ggelusu assai; 
leu pe quantu ti amu non mi pentu, 
E nei dassu T amuri non sia mai. 



O focu, chi per mia si' fatlu nivi, 
torcia, chi pe atru ti ajhumai, 
O luna quinta di sprenduri fini, 
Ad atru amanti tu sprenduri fai; 
Tu mi davi lu sangu di li vini. 
Ed ora mancu acqua mi darrai. 
Parrà sinceru si sinceru stimi : 
O Diu chi gelusia chi nei 'ncappai ! 



L' acqua a li setti hjumi mi mbivia. 
Mi m' arrifrisca stu cori ahjumatu : 
Ma non mi la passau la mia paccia, 
Chi mi faci pariri stralunatu. 
A Rruma santa ieu mi ndi iarria, 
Me mi sana lu Papa lu me statu : 
Ma criu ca lu Papa diciarria : 
« Figghiu, tu si' di gelusia malatu », 



D' allura chi ti vitti, o mio trisoru, 
Rriposu cchiù non eppi l'arma mia. 
leu ardu, mi cunsumu e mi ndi moru, 
Ca mi lurmenta assai la gelusia. 
Quandu cu atri a parrari ti trovu, 
Sentu ca si ndi vai la vita mia; 
Tu non vidi ca t' amu e ca t' adoru ? 
Cunserva sulu ssa vita per mia. 



Pe dispettu di tutti t' haiu amari, 
E pe dispeitu di la gelusia. 
Gelusu non sarò, non dubitari. 
Se fidili mi si', bellizza mia. 
Dimmi la verità, non mi 'ngannari; 
Dimmi la verità, non la bucia. 
Ma nu pattu tra nui nd' avimu a fari : 
O si' tutta pe atru, o tutta mia. 

Chi servi, bella, ca m'ammustri affettu. 
Se poi cu atri tu nei fai V amuri ? 
Tu dici sempri cà mi ceni 'n pettu, 
E cu atru ti spassi a tutti V uri. 
Se amari tu mi voi di veru affettu, 
Caccia di nta ssu pettu ugni atr' amuri; 
Cà se tu voi amari un atru oggettu, 
Non mi fari patiri cchiù duluri. 

Tu sempri dici ca mi porti affettu, 
E poi cu atri poi nei fai l' amuri; 
Dici ca sulu m'hai nta chissu pettu. 
Ed a ll'atri nei porgi li toi hjuri. 
Se amari tu mi voi di veru affettu, 
Rrifriscami nu pocu a ssi friscuri: 
Cà se voi pe mi ami n'atru oggettu, 
Finisci e non mi dari cchiù duluri. 



Non ti cridiri ca cantu pe' amuri, 
O ca cantu pe' sdegnu e gelusia; 
leu sulu cantu mi senti rrussuri, 
Pitroscula, chi frusti na' janìa. 
Quandu si vitti mai stu grandi orruri, 
Mi cerchi ad atri, mentri amavi a mmia? 
Ddunca lu cori toi fu tradituri, 
E lu pacciu fua ieu chi ti cridia. 

Non essari gelusa e non tradiri, 
E di r affettu meu non dubitari : 
Li mei jorna cu tia !' haju a spariiri, 
Pe dispettu di tutti t' haju amari. 
Tu sempri forti t' haj d' ammanteniri; 
Ugni timpesta s'avi di carmàri. 
Cu voli pe' mi godi avi a patiri; 
L' amuri non si fa senza penari. 
É ditta sta canzuni a la campia, 
Sventuratu cu pati gelusia. 

Direttore resp. Luigi Bruzzano 

Tipografia Passafaro 



\ 






f 



4- 




'^^^^^^W^'^^^^^^^^^W^^^^^^?^^^^^^^ 



«t>i 





^ 








'1;; 



RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA. 



LUIGI BRUZZANO 



i 






Numero 3 — Febbraio 1900. 



'4- 




'?5^ 




MONTELEONE 
TIPOORA.FIA Passafaro 

19C0 



ÌUgfe>J^|Agfej *^ Kgfeofj^.^_.^SAgfel J&yJ 



L^^^>j 



^*&^^fe^*Ì*fvJ 




'iJ.'i 




t3«fesC5SSq^:Pia3e^5©ys 



^H^« 



tal 



* lltll . 



> 



,,,-;i.t^U^ •'- 






t; 



U;. ^^^'/.vn::. r,^s'^ 



.i^zizio 2CXX - ILT. 3 



g^lgy^ 



g)%^fc>^<^g>^^;;gg<^'g^^<gg)^ 



LA CALABRIA I 







4iÌ RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 

IH 

JlL 



DIRETTORE 

Xj'a.igri IBr-a.z;zazio 



o 



Monteleone di Calabria, Febbràio 1900. 

SOMMARIO 

Usi e costumi cassanesi (G. Falbo) — Canto 
albanese tradotto in versi italiani (A. De Marchi) 
Usi e costumi dei paeselli del Circondario di 
Monteleone (Ausonio Debelli) — Canto greco di 
Zante (L. Bruzzano) — Monografia topografica - 
folklorica sopra Umbriaiico (Carlo Giuranna). 



USI E COSTUMI CASSANESI 



Era mia intenzione occuparmi anche in que- 
sto numero di alcune credenze e superstizioni 
cassanesi; ma, c!)e flirci ! tali ricorrenze mi ten- 
tano ed io non so resistere dal parlarvi del 
Natale, del Capodanno e dall'Epifania, a Cassano. 
Troppa roba in vero, per una sola volta; del 
resto, trattandosi di feste che si susseguono, e 
che per il popolo lianno quasi una identica ira- 
portanza, il trionfo della gastronomia; non ho 
potuto flire a meno di raggrupparle insieme. 

Già tutte le feste, per lui, hanno questa me- 
desima importanza; ma in quelle del Natale, del 
Capodanno e dell' Epifania, abbondano di più i 
piatti che sanno di leccornia, ed il popolo facil- 
mente si abbandona a prendere una indigestione. 
Inoltre, egli ha, per queste feste, un rispetto 
tale, che se voi lo pregate, in simili ricorrenze, 
di eseguirvi un piccolissimo lavoro, lì per li vi 
sentirete rispondere : Comandatemi in altre feste, 
ma in queste non posso servirvi. 

Sicuro : le feste principali bisogna rispettarle, 
se non si vuole andare all' inferno con tutti i 
danni. 



^I'.^ 



Abbonamento annuo 
Xjire 3- 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



NATALE 

Nella maggior parte del Cosentino, come si 
appressa il Natale, tutte le famiglie quasi, fanno 
a gara per preparare ed esporre in una stanza il 
più bel presepio; e una diecina di giorni prima 
della vigilia, vedete girare pel paese diversi gruppi 
di contadini scalzi e malvestiti, scesi apposta dai 
monti, per suonare con zampogne e pifferi la 
novena innanzi a tutte le madonnine poste ne- 
gli angoli delle vie e a tutti i presepi esposti 
nelle case dei cittadini. Ognuno di questi gruppi 
ha i suoi clienti, e consta di quattro suonatori; 
però spesso ve ne sono anche di tre e di due. 

Che pena fanno quei poveri montanari nel 
vederli spolmonarsi da mane a sera, per la sola 
speranza di buscare, dopo il Natale, qualche mi- 
sero compenso ! E certo saranno felicissimi, se 
un giorno o due prima del Capodanno potranno 
tornare a casa con le bisacce piene e qualche 
lira in tasca. Sarà forse la speranza di sospen- 
dere, per quel giorno, il solito pranzo di casta- 
gne bollite e di pane di granturco, e di sosti- 
tuirlo con un buon piatto di maccheroni, un 
bel pezzo di carne e un litro di vino generoso, 
che li spinge a passare lontani dalla famiglia la 
festa di Natale, quella festa in cui tutti sentono 
un bisogno di essere vicini ai loro cari. Chi sa, 
se non è per loro un felice augurio il mangiare 
bene, il primo d'anno? 



18 



I presepi ed i zampognari, adunque, annun- 
ziano il Natale nella maggior parte dei paesi del 
Cosentino; ma a Cassano né gli uni né gli altri: 
sono i radazzi che van per le vie zufolando dei 
fischietti di canna, che suonano delle nacchere, 
che fanno sentire le vibrazioni lunghe e caver- 
nose dei cupi'Cupiy che dicono ai Cassanesi: Su, 
allegri, che il Natale è vicino ! 

E questi suoni di fi.'^chietti, di naccare e di 
cupt'Cupi, incominciano a farsi sentire appena fa 
capolino il mese di decembre; crescono e si fanno 
più frequenti coli' approssimarsi della festa, fino 
a che, alla vigilia, diventano del tutto assordanti. 

Oltre ai ragazzi anche i nostri contadini, 
nelle giornate piovose, si divertono a far bacca- 
no con simili strumenti; anzi è costume che nei 
loro balli familiari, per tutto il mese di decem- 
bre, si accoppi al suono dell' organetto e del 
tamburo anche quello delle naccare, dei fischietti 
e dei cupi'CUpi. Questi cupi-cupi non sono altro 
che i luchi-iuchi del Catanzarese ed i bufù del 
Molise. Ogni bambino tanto £a e tanto dice al 
padre, ai fratelli maggiori, agli zii, fino a che 
ottiene il suo cupti-ctipu. E bisognerebbe vedere 
con quanto entusiasmo lo suona e con quanta 
grazia vi accompagna i seguenti versi : 

U cupu-cupu miu sta nna patacca. 
Non nnu dunera ppi trenta carrini: 
Trenta carrini ci accattai nu gaitu 
Ppi ddisideriu ca purtava 'ngroppa. 
Io pigghiavu pi mmimintu a ccavaddu 
E 'nterra pu faci.a da vattisaccu. 

Alcune volte diversi bambini si uniscono in- 
sieme, ed alcuni suonano i cupi-cupiy altri i fi- 
schietti ed altri cantano : 

Sona sona, fischittieddu, 
Ca mo vena lu Natalu, 
E tti porta nu rigalu 

I turdiddi e bbissieriedi (fritture d'occasione) 
E tti porta 'a giurgiulcna (dolce d'occasione) 
Sona sona ca mo vena. 






Il giorno della vigilia passa affatto indiffe- 
rente: si lavora cosi come negli altri giorni; solo 
verso la sera si nota un certo movimento, do- 
vuto al rincasarsi dei campagnuoli, i quali si ri- 
tirano prima del solito, per aiutare le donne ad 
allestire la cena. Essa si compone delle nove cosCy 



a cominciare dai maccheroni alle alici fino alle 
frutta. 

Terminata la cena, le donne restano in casa 
per preparare e friggere i dolci d'occasione; gli 
uomini, intanto, vanno a fare un po' di baccano 
sulle vie o a dare gli auguri ai paranti ed agli 
amici. 

Alcune donne, per voto o di una scampata 
disgrazia, o di altro, friggono a pporti aperti^ cioè 
mentre fanno i dolci, tengono aperto l'uscio che 
dà sulla strada, e ne dispensano a chiunque passa. 

Chi non può friggere a Natale, può anche 
friggere il giorno di Capodanno; ma un detto 
del paese dice : Cu non friadi e Nnotali, nonfria 
mancu a Capudannu. 

La notte di Natale di Cassano vi fa pensare^ 
alla festa di Pìedigrotta a Napoli, o alla notte 
della Befana, a Roma, tant'è il baccano che si fa 
per le vie. Si suona, si canta, si balla, si fa un 
diavolio, insomma, da far venire il finimondo. 

Come suonano le tre, ogni rumore come 
per incanto cessa; le vie si fanno deserte, e solo 
di tratto in tratto si vede passare qualche comi- 
tiva di gente che tutta frettolosa va in chiesa, 
ove già si è riversata tutta quella gente allegra 
e spensierata che impazziva per le vie. 

Vorrei descrivervi l' aspetto che presenta il 
nostro Duomo, in simile ricorrenza, ma mi riesce 
impossibile. Immaginate una chiesa vastissima 
zeppa di gente che canta e fa un fracasso in- 
fernale : vi sembra di essere in una casa di matti, 
tanto è il frastuono che si ripercote per l'arcate 
del tempio; non si arriva neppure a decifrare il 
suono dell'organo e il canto dei preti. Né questo 
baccano cessa, se il Vescovo non termina la 
messa e va a deporre Gesù Bambino nel prese- 
pio, appositamente accomodato in un angolo 
della Chiesa. 

Terminata la cerimonia, ognuno ritorna a 
casa felice e contento di avere adempito il pro- 
prio dovere. 

CAPODANNO 

La fine dell'anno, prima ancora che spiri, ci 
viene annunziata dal banditore comunale. Egli, 
infatti nella sera di San Silvestro, va sotto tutte 
le case dei benestanti, suona un po' una tromba, 
poi grida : Boni festi e bbonu capudannu a donnu 
N. N. con tutta la soi famigghia; e mmilli di 
questi giorni. Torna a suonare la tromba, e passa 
sotto la casa di un altro, dando cosi a ciascuno 
gli auguri pel prossimo capodanno. Alla mattina 



19 



poi, va in giro con una guantiera, rinnova gli 
auguri, ed i signori gli danno una mancia. 

Aniicamenie, al banditore si univa anche un 
tamburino; il quale, come il primo terminava di 
dare / boni ftstiy faceva sentire alcune battute di 
tamburo; il che, credo, serviva da commiato. 

Bisogna vedere che festa è per i bimbi la 
notte di Capodanno : non chiudono gli occhi se 
prima non viene il banditore sotto le loro fi- 
nestre. 

La manina di Capodanno tutte le comari si 
fanno visite e si contracambiano i regali di frit- 
ture fattisi a Natale. 

Il popolino lo festeggia con un succolento 
piatto di maccheroni di pasta casareccia ed un 
altro di carne di maiale e con parecchi litri di 
vino. 

EPIFANIA 

La notte deir Epifania, quella notte tanto 
aspettata dai bimbi e nella quale essi sognano i 
doni che quella maga tutta nera della Befana 
porta loro scendendo giù dai camini, è detta a 
Cassano, a notti da missa a stìdda^ perchè du- 
rante la notte si celebra una messa in cui pren- 
de parte anche una stella. La chiesa in cui questa 
messa si cehbra, è quella dedicata a San Fran- 
cesco di Paola. 

Tralascio di descrivervi la cerimonia che si 
usa mentre si celebra la messa, avendo intenzio- 
ne di occuparmene allorquando tratterò delle 
rappresentazioni sacre cassanesi. Vi dirò soltanto 
che mentre si celebra a missa a stidda si fa un 
baccano simile a quello di Natale, anzi anche un 
po' più spinto, forse perchè è giunta l'ora estre- 
ma per gli strumenti natalizi. 

I bimbi la sera della Befana, prima di andare 
a letto, vanno ad appendere le calze nelle cappe 
dei cammini, onde trovarci, al mattino, il dono 
della Befana. Esso consiste sempre o in dolci, 
per ì bimbi buoni, o in cenere e carbone, per i 
bimbi cattivi. 

Nel giorno dell' Epifania si mangiano tutti i 
rimasugli dei dolci del Natale e del Capodanno; 
e chi non ha potuto fnggere nelle due feste pre- 
cedenti, può anche friggere in questa. È felice 
quella donna che si trova occupata a preparare 
le fritture^ mentre suona a missa a stidda : gua- 
dagna molte indulgenze. 

Cassano Jonio, Gennaio 1900. 

Gustavo Falbo 



Casa^ 21 dicembre '^^. 

Carissimo Luigi, 

Il Canto albanese di Falconara, pubblicato nello 
ultimo numero della tua bella e pregevole Rivista 
iy per semplicità e squisita vaghe:^ia d* immagini e 
d' affetto y veramente mirabile; ed io non ho saputo 
resistere alla tentazione di rivestirlo, prendendo a 
base la tua versione letterale, di forma poetica, co- 
me più rispondente alla gra;;ia originale del Canto. 
E ciò ho voluto fare anche affine di esprimere la 
mia grande ammira:(icne per la letteratura popolare 
dialettale, in cosi poco conto tenuta stoltanuntt da 
noi, e tanto appre:i^:^ata invece da' piti dotti profes- 
sori delle Università italiane e straniere, che ne hanno 
compreso e mostrato in più modi la (genialità e la 
importan:(a. Un affettuoso saluto dal tuo vecchio 
amico 

A. de Marchi 

CANTO ALBANESE DI FALCONARiJ 



VERSIONE POETICA 

Svegliati, o mia fanciulla; 
là dove il monte elevasi di più 
andiamo, andiamo; insieme 
tranquillamente scherzerem lassù. 

Guarda eome la neve 
tutto lo allegra del suo vago aspetto, 
la neve pura e bianca 
come i candidi lini del tuo letto. 

Guarda come la neve 
del suo candido manto lo ricinge, 
candido come il lino 
che il tuo corpo gentile avvolge e stringe^ 

Mira, o fanciulla, come 
a pie del monte ridon Terbe e i [fiori; 
al par della tua gonna 
è verde l'erba, e i fior mandan fulgori» 

Si che sembrano stelle 
lucicanti nel ciel; ma de' tuoi rai 
han parvenza piuttosto, 
che delle stelle son più vivi assai. 

Su via, fanciulla, andiamo 
la dove il monte elevasi di più; 
andiamo, andiamo; insieme 
tranquillamente scherzerem lassù. 

Scherzeremo sul verde 
prato, d'un amarino all'ombre amene,, 
e quivi il nostro amore 
avrà gioie dolcissime e serene. 



20 



Ei sarà più del miele 
dolce, e del vino ancora più gradito; 
nessun potrà vederci, 
né sarà alcun di calunniarci ardito. 

D' amore una canzone 
solo ci canterà la lieve auretta; 
su via, fanciulla, andiamo; 
qual diletto ti licn ? che più si aspetta ? 

Dell' ama: ino all' ombra 
e' inebricrem d' amor, poi giaceremo, 
avviticchiati insieme 
seno a scn, bocca a bocca, e dormiremo. 

Gii uccelletti soltanto 
ci vedranno, sciogliendo un lieto canto, 
sin che, caduto il sole, 
venga a coprirci della notte il manto. 



USI E COSTUMI 
dei paeselli del Circondario di Monteleone 

(continuazione v. n. precedente) 



* oo m — - 



E la sagra di Piscopìo ? Ah veramente qui 
m'invase una meraviglia grande. Una devozione 
illimitata avvince questo paese all'aliare dell' ar- 
cangelo trionfatore, ogni madre impone ad uno 
almeno dei propri naii il nome di Michele; tutti, 
alla ricorrenza fcsii'M, gareggiano nelle offerte, e 
con tanto ardore, quale mi traspari nelle parole 
di uno de' più miseri fra loro : « La festa co- 
stò 7000 lire, ma fu eclalante^ e, del resto, do- 
vessimo torci di bocca il pane, a S. Michele 
bisogna rendere onore ». E furono davvero due 
giorni di bagliori e di giocondo frastuono. 

Disceso al villaggio, nel nitido pomeriggio della 
vigilia, attraversata la doppia fila degli assiti 
pronti per le girandole e per gli altri fuochi ar- 
tificiali, m'apparve tra le prime case il ballon- 
zolo dei cammelli. Lo zampognaro sonava a per- 
difiato; ne seguiva il tempo con salti e dondolìi 
un uomo invisibile dietro a una gualdrappa di 
stracci, sotto una macchina commessa d'assi e 
di travicelli, che nella coperta di cartone colo- 
rito somigliava poco al corpo di un cavallo; que- 
sto era il primo cammello, e vicino a lui sal- 
tellava sfrenatamente il secondo : un ragazzetto 
tobusto, serio in volto e grave, chiuso dal pet- 



to all'ingiù in un ordigno di legno e cenci si- 
mile al primo. Dovea forse rappresentare per la 
piccolezza e per la rapidità dei movimenti il 
baldo nato dell'animale maggiore, si che talora, 
a qualche frase più lenta e rotonda della zam- 
pogna, si permetteva di girare attorno al geni- 
tore; il quale, dal canto suo, spinto dall' affetto 
paterno s'appressava talvolta, dondolando sempre, 
al piccino, e, separate da un tratto di spago le 
mascelle, fingeva di lambirlo. Ma allora questi 
d'un balzo s'allontanava, e riprendeva per conto 
suo il trotto e il volteggio fra le risa di tutti e 
gli urli e le provocazioni inascoltate [dei bimbi 
dal calzone spaccato, delle bimbe involte nella 
camiciuola sporca. Levoindo gli occhi, sfilavano 
ai due lati della via i pali diritti per l'illumina- 
zione, già tutti rivestiti in varia forma de' bic- 
chierini variopinti, e le bacheche colme di paste, 
di figurine dolci colorite, di candele corte e sot- 
tili; ma dove la contrada allargandosi concedeva 
appena lo spazio necessario, una grossa impal- 
catura di legno rotondeggiava cinta di verzura e 
di rami ornali di fronde e di lumicini: di qui 
doveano il domani allargarsi pel paese tutto e 
pei campi gli accordi e i disaccordi delle mu- 
siche e delle fanfare. 

Grosso, liscio, altissimo si dirizzava l'albero 
della cuccagna. 

Entrai nella chiesa, già pomposamente ad- 
dobbata, in compagnia d'una giovenca grigia, che 
veniva a ringraziare in persona il santo dell'ot- 
tenuta guarigione: la trasse all' altare con una 
grossa corda il contadino, quindi, porta l'offerta 
votata, se n'andarono benedetti. Solo lucevano 
ncli'ombria densa sette od otto candele assai 
lunghe e grosse nelle mani di alcune figure fem- 
minee, che, m.i si disse, doveano per voto attar- 
dar digiune, inginocchiate nel banco, sino alla 
consumazione della cera. Occorrevano certo tutte 
le ore notturne; spaventato, sbirciai il gruppetto 
delle devote, ed ammirandole di tutto cuore, mi 
incamminai a lunghi passi verso il pranzetto che 
m'attendeva a Monteleone. E il domani riper- 
corsi la strada. 

Le ore antimeridiane passarono lente e quasi 
chete, assorte nelle cerimonie in chiesa e nella 
aspettativa della processione; ma allorché questa si- 
mile ad una lunga iride, preceduta dalia musica, 
si stese e serpeggiò per le viuzze — di tra le 
fronde festive dense attorno ai pali la indorava 
il polverio luminoso dei raggi solari — la me- 



21 



raviglia, la commozione, Tansia e la gioia dell'e- 
sito proruppero irresisiibilmenie nella gazzarra 
dei bimbi, nell'allegro vocio delle donne, nel 
gesticolare spensierato degli uomini, che si ad- 
ditavano a vicenda, con una certa ammirazione 
soddisfatta la spada di S. Michele. E, lampeg- 
giando il sole nelle labbra d'argento, l'arcangelo 
stesso pareva sorridere lieto dei numerosi bi- 
glietti da una, da due, da cinque, da dieci e fin 
da venticinque lire, che dei fili quasi invisibili 
di refe legavano all'arme vittoriosa (a me sov- 
veniva de' pellegrinaggi, che pochi mesi fa ho 
visto giungere e allungarsi nelle vie della stori- 
ca Empoli, alla \enerazione d'un crocifisso mi- 
racoloso, e rivedeva le croci vestite da carte-va- 
lori o disegnate con monete d'argento, che si 
levavano alte fra i pellegrini ). 

Dopo, uscirono in piazza, ballando a suon 
di musica sino a sera, il gigante e la gigantes- 
sa: due macchine alte e grosse, mal ricoperte di 
abiti in forma d'uomo e di donna, e comparve 
infine, fra le risate degli accorrenti, la tavola dei 
fantocci. La portava sul dorso, avanzando a suon 
di zampogna un villano nascosto dietro al sudi- 
cio panneggiamento che scendeva dall'orlo sino 
al suolo; le due marionette alte un cubito, ve- 
stite l'una da giovanotto, l'altra da sposa si riz 
2avano immote; ma, quando ad ogni bivio lo 
zampognaro e il piffero si piantavano fermi sulle 
gambe aperte, la tavola poggiava sui quattro 
piedi, il burattinaio sempre invisibile si sedeva 
per terra, e, tirando o allentando gli spaghi, fa- 
ceva sgambettare la coppia innamorata. Il fan- 
toccio virile moveva le flaccide gambe, e danzan- 
do s'inginocchiava dinanzi alla bella, quindi con 
gesti bruschi pareva volesse esprimerle l'intenso 
ardore del suo affetto; ella, pur ballando, dichi- 
nava il volto ridente ed allargava le braccia, ma 
poi, ritrattele, col moto rigido della spinta in 
avanti lo respingeva. Egli nella danza rizzavasi 
e si volgean le spalle, ma poi ritornava all'as- 
salto, e, fatto più ardito da un'accoglienza mi- 
gliore, alzata d'un tratto la mano, a scatti la 
moveva carezzando su e giù per le forme fem- 
minili : e qui succedeva davvero la tragedia, giac- 
ché la bella, offesa nel pudore, rispondeva botta 
per carezza, calcitrando, "ossia buttando innanzi 
una gamba ad intervalli regolari, fino a che il 
maschio, stanco di prenderne, rompeva ogni 
tempo, e si sfogava con una tempesta di schiaf- 
£ e di scappellotti all'adorata sempre ridente . E 



dalle bocche di tutti all'intorno sgorga <rano le 
risate sincere, irrefrenabili, sonore come una 
grande corrente di gioia, mentre agli orecchi 
ornai avvezzi batteva quasi inascoltato il mono- 
tono ronzare della zampogna instancata. Più in. 
nanzi verso la chiesa, si danzava qua e là: erano 
soltanto giovinotti, che a due a due guidati da 
un organetto, movevano a scatti, a giri saltando 
o piroettando, le gambe cinte del velluto azzurri- 
no, e s'incurvavano, guardandosi curiosamente le 
flessioni del ginocchio e si giravano intorno; ad 
un tratto un terzo si frammetteva, e, levalo il 
berretto, fissava uno dei primi, questi cessava 
immediatamente, e la coppia, rinnovala in parte 
proseguiva la gara. Le vecchie li ammiravano, 
le ragazze alla finestra fingevano di non guar- 
darli, qualche nonno, toltosi di capo il berret- 
tone di panno verdastro, lunghissimo, vi fruga- 
va sino al fondo, ne traeva il cartoccio del ta- 
bacco, caricava tranquillamente la pipa. 

Alle cinque di sera la chiesa s'era quasi em- 
pita di gente per la cerimonia grande, ed io vi 
entrai in mezzo ad una compagnia d'ampi tora- 
ci e d'ottoni, che, per mio ir.eglio, si fermaro- 
no in fondo. Meraviglioso spettacolo ! L' umile 
chiesetta era scomparsa, travestila sfarzosamente 
da teatro. Dietro l'altare modesto scendeva dal 
soffitto un ampio e greve manto di color rosso 
cupo, tondeggiante nei molli seni, nelle spesse 
concavità, e s'aggirava ai lati del vano intero, 
appoggiandosi alle colonne, ove si raccoglieva in 
addobbi gonfi, a guisa di quinte. Innumerevoli 
candele disposte in tre file sull'altare e a' suoi 
fianchi schiaravano i fiori e gli ornamenti nuovi, 
ma sul primo cornicione sporgente lungo tutte 
le pareti dell'aula all'altezza di quattro uomini 
correva una fitta linea di ceri, coi lucignoli con- 
giunti da un filo impeciato di resina. Infiamma- 
to questo in varii punti, la luce percorse rapida 
il giro, e piovve copiosamente dall'alto sui cor- 
pi e sui volti accesi nel rosso-cupo uniforme; 
non bastando, s'apersero alcuni becchi di gas 
acetilene e il calore cominciò a farsi insoppor- 
tabile. Chi può ritrarre l' orgoglio soddisfatto, 
che traspariva calmo, sicuro dalle facce di quei 
poveri contadini ì E V ammirazione ineffabile 
delle donne sporche e stracciate, a bocca larga, 
ad occhi fissi, mentre al gonfio seno scoperto 
succhiava l'ultimo bambolone ? Ed anche il be- 
stiame minuto dei bimbi nudi e seminudi s'era 
chetato.,., ma ad un tratto scrosciano nell'ara- 



22 






biente sonoro le prime battute della marcia rea 
le e sullo sfondo appaiano dei cartelloni qua- 
drati, mossi in legifero dondolio da una corda 
maneggiata dietro all'addobbo. Sui quadrati si di- 
segnano dei busti spaventosi : gli angeli ribelli, 
e degli ammassi oscuri : le nuvole; da entro le 
quinte si proietta su loro il riflesso infernale dei 
bengala vermigli, ed ecco nell'orrida scena ap- 
parire in cartone intagliato la figura dell' arcan- 
gelo irradiata da bengala azzurri, minacciosa, 
brandenie la spada. Il cozzo antico si rinnova 
brevemente fra i suoni italiani, e i demoni si 
sbandano nella rotta confusa, colle nubi, mentre 
un secondo S. Michele, queto, glorioso succede 
al primo, nello splendore aureo di Paradiso. E 
gli uomini e le donne e i ragazzi si agitano 
nell'ammirazione irrefrenata. Li marcia reale in- 
vade omai fiocamente la chiesa romorosa, il fra- 
stuono e il calore mi spingono al di fuori: ec- 
comi uscito, al buio, sotto la immensa pace del 
ciclo tempestato di stelle. Proseguo. 

La cuccagna è già vinta, le osterie ribocca- 
no di gente intenta alle salsicce, pochi uomini 
discorrono attorno a una fanfara disposta sulla 
impalcatura della piazza maggiore. Ma allora cor- 
rono gli accenditori : in breve gli angoli più ri- 
posti s'aprono alla luce variopinta e la piazza 
fiammeggia; ecco apparire da lungi una carrozza, 
nella quale brillano i bottoni di un ufficiale del- 
l'esercito, il messo comunale, acceso di zelo, 
rianima il patriottismo della hin&ra, risuona la 
marcia reale, il paese si riversa nelle vie. Stor- 
dito prendo la via del ritorno, ma il transito è 
impossibile, troppo folta è la turba intesa ad 
ammirare i fuochi artificiali che drizzano al ciclo 
due pirotecnici in gara. 

E quando, spentosi l'ultimo razzo, spero di 
incamminarmi alla quiete, un'ondata di gente mi 
rapisce, mi trascina : è la fiaccolata in onore 
dell'angelo una lunga fila di giovani con torce 
fumigginose che corrono attossicando le vie si- 
no alla chiesa; di là soltanto posso, se Dio vuo- 
le, dilungarmi nella campagna oscura, silenzio- 
sa 

Ausonio Dobelli 



CANTO POPOLARE DI ZANTE(^> 




TESTO 



'AyàTue \u, AvOoOXa (2) |iou xp^^^^j (3) Y^u- 
xetà |iou èXTcffia, 

KaOtbg xal è^ò ai àyàTnjaa 5xav aè TzpG>zo eZSa, 

Kal elxes xà |iÌTtà aou yepià \ xdt Tipiatva (4) 
Xopxipta, (s) 

Kal f éove 5óo oàxpua aàv 8óo liapyaptiàpta. 
VERSIONE 

Amami, Flora mia, mia dolce speranza. 
Come io ti amai, quando ti vidi la prima volta,. 
Ed avevi gli occhi rivolli su' prati, 
E scorrevano due lagrime, come due margherite. 



(i) Questo canto mi fu regalato dal mio 
carissimo amico sig. V. Cremona, che l'apprese 
in Candia da un greco di Zante. Pubblico il te- 
sto greco e la versione tali quali mi furono co- 
municati, aggiungendo qualche nota per quelle 
parole, che nella versione furono omesse, o che 
non furono trav'otte letteralmente. 

(2) 'AvOsOXa, diminuitivo di àvOo^, significa 
Fiorina, 

(}) Laggeitivo XP^> ^'^^^ ^ aurea, non è 
stato tradotto. 

(4) Ilpàatva, verdi. 

(5) Xop^ipta, erbj. 

L. Bruzzano 



Monografia topografica - folklorica 

SOPRA UMBRIATICO 

(contiDuazione v« n. piecedente) 



2. La pelinola nera. Perchè benda gli sguard"^ 
malvagi. 

3. Le corna. Perchè acciecano gli occhi maligni^ 

4. Il ferro di cavallo. Perché ferro di Salo- 
mone. 

/. / Cornicini. 

6. V unghia d' a gran bestia. I contadini, la- 
vorando la terra, spesso s' imbattono in oggetti 



23 



fossilizzati, specialmente nel (( dente di pesce» che 
ha la forma di una grossa unghia, terminante a 
punta. Questo avanzo preistorico è battezzato per 
«r Vnnghia della gran bestia (Demonio), ed inca- 
strandolo in un ovale di argento, lo uniscono 
■agli altri amuleti che recano attaccati, come cion- 
doli, alla catena dell'orologio, ovvero uniscono 
alla collanina dei neonati. 

7. U cori d* u crapiu (in una scatolina d'ar- 
gento). 

8. Un corallino. 

^. Un cerchietto di osso. 

10. L abbitino. 

11. A smeragghiedda (medaglia). 

Pratiche per distruggere l'affascinu. Per distrug- 
gere i mali prodotti dall'adocchiamento si usano 
"dei carmi speciali. La carmante segna delle croci 
su la fronte de V (r adocchiata » con la lingua e 
•dice : 

L affascina jia pa via 

Scontàu la groliusa Vergini Maria: 

— Affascina^ duvi vai? 

— Mi ni vaiu a ri Casali 
Mi ni vaiu ad affascinare 

— Ari casali nun ci jri 
Ci su genti chi pò tnoriri. 
Vattinni nthra mari, 

Cà ci truovi 'na cerva; 
Li scippi r nocchi 
'J7 cori e la mente, 
E r affascina 'un l nentil 

Carmu. Come abbiamo visto è uno scongiuro 
in versi. Il chiarissimo professore Moscato ha 
scritto: non è se non un calmante h cui virtù 
dovendosi attribuire più alla fot mola che ad al- 
tro, si è in dubbio se sia il carmen ammaliatore 
degli antichi, o un altro che calmi gli spasimi 
pel solo fatto dell'immaginativa esaltata. A cre- 
dere alle donnette TefiFetto è infallibile. E vi sono 
tarmi contro la verminazione dei bambini, con- 
tro i morsi di animaletti velenosi, ecc. 

Ptatiche per vedere se esiste no V affascina. Lz 
carmante per vedere se esiste o no V affascina, 
dopo aver detto il precedente <r carmu » tre volte, 
dice tre avemarie. Se avverte dolor di testa le 
arrivano degli sbadigli, ? affascinu esiste. 



Pratiche per fare la fattura (malia). Quelli 
che ho interrogati non hanno saputo darmi al- 
cuna delucidazione sul proposito^ 

Scien:^a occulta 

Nivurumanti. Si confondono con gli astrologi 
e gli alchimisti e dico questo non a caso, perchè 
parlandomene, riudivo, mutatis mutandis, la frase 
che Victor Hugo impiegava nel descrivere Clau- 
dio Frollo. Si servono, secondo la popolare cre- 
denza, di libracci, fiale, e parlano d' influssi si- 
derei come gli astrologhi, e, come gli alchimisti, 
sgobbano per convenire metalli in oro. L* im- 
maginano vestilo di nero, con un grande man- 
tello e con un cappello simile a quello dei preti, 
però a larghe falde, vestito non molto dissimile 
da quello che indossa « Don Basilio » nel € Bar- 
biere di Siviglia » Da qui il nome: Nivurn manta 
che gli studiosi vogliono formato dalle due pa- 
role vexpo^ morto |xav8eta divinazione. 

Magara. In Umbriatico la € Magara » è la 
« fattucchiera ». Anticamente erano famose quelle 
di Pittarello, frazione del comune di Pedi vigna- 
no, le quali però non fecero e non fanno di- 
menticare il famoso Noce di Benevento, e quan- 
do si accenna ai « sabati » delle streghe odesi 
su le labbra dei superstiziosi la frase (s saprà ac- 
qua e supra vientu alla Nuce e Benevientti j^ e si 
contano anche oggi tante storielle sul modo co- 
me le astute streghe compongono il « pignattu s 
il glomero delle spine e tante altre malie rr ma- 
garle ju per ff ligare » per <( disciogliere ». Il popo- 
lino ricorda ancora una tal (< dei d* a gaidhina 
famosa faffucchiera » del luogo. 

Sampaulari. In alcuni luoghi chiamansì <r C^ 
raalari » e sono contadini impostori e scrocconi, 
che girano per la campagna, spacciandovi miste- 
riosi rimedi per guarire mali ostinati e ribelH 
ad ogni cura. Essi recano in cassette delle grosse 
serpi addomesticate, le quali, quantunque innocue, 
servono a mostrare la gran potenza magica del 
loro padrone e custode. Come si vede, i Sam- 
paulari hanno molta affinità con i Psilli Egiziani. 
Non sono gente del luogo, ma della provincia 
di Cosenza, specialmente di Cetraro, ove i nati 
a 29 giugno, sacro a S. Paolo, credesi avere la 
potenza di trattare i rettili impunemente. 

Zingari. Un teùipo frequentavano spesso il 
territorio di Umbriatico, specialmente nel 17 14 
ed il Vescovo di queir. epoca Mons. Francesco 



24 



M.* Loyerio si scalmanava per vederli posti al 
bando del consorzio civile «r sono nomadi^ perché 
a di cattiva indole — scriveva: non dì rado spe- 
» rimentano la poligamia, divulgano errori, si ab- 
j> bandonano al ladroneccio e spessissimo penetrano 
(T nelle case, pervadendo con le loro donne, che fan 
(( presagi di Metaposcopia, Chiaronian:(ia, Ugoman- 
(r ;^/rt — Altro inganno é la cura dei morbi, spe- 
a ciahnente di quelli che tormentano i bambini e 
<r che consiste in un segno di croce, in medele, com- 
<r poste di polveri sconosciute, in scongiuri, inlerca- 
tt lati da parole traile dalla sacra scrittura, in 
ff amuleti » — La loro migrazione non si avvera 
più con frequenza, e la zingara, che ora annual- 
mente fa le sue apparizioni, nulla ha di comune 
con essi. È una misera lavoratrice del suolo, 
che, durante l'inverno, quando mancano il pane 
ed il fuoco al suo cadente abituro e le vesti a 
brandelli lasciano comparire le carni intirizzite 
dal freddo, abbandona i suoi monti, divenuti per 
lei inospitali, e scende nei paesi del litcorale, af- 
fidandosi alla curiosità degli abitanti per procac- 
ciarsi il vitto. Penetra nella casa del fabbro co- 
me in quella dell'agiato, si fa dare la mano, dove 
crede leggere l'avvenire al cliente, e se è giova- 
ne, gli parla dei suoi amori, delle sue speranze, 
se è una donna afflitta e sola, le dice, che il suo 
figliuolo nell'America vive bene, la pensa e le 
manderà denari. 

Rutiliu. Rutilio Benincasa nacque in Terzana, 
borgata di Cosenza, e divenuto un famoso astro- 
logo e matematico godè una celebrità popolare 
simile a quella che gode oggidì il « Barbanera » 
e chi possiede una copia del suo « almanacco 
perpetuo » crede aver un tesoro e lo tiene gelo 
samente custodito : e « lejere, studiare^ riscuntrare 
lu Rutilio » vale « far la cabala ». 

Ottavio Beltramo di Terranova aggiunse al 
libro del Benincasa un discòrso tra V astrologo 
ed il contadino ed un trattato di aritmetica teo- 
retica, appHcata alla mercatura, alla geometria, 
alla milizia ed alla astrologia, di tal che l'alma- 
nacco si può riguardare come organo delle cre- 
denze popolari astronomiche. 

Fisummia. (Fisiognomia) Generalmente la bel- 
lezza del volto si ritiene segno di animo buono 
e gentile: sentite spesso dire: tr Cummu avi la 
faccia avi lu cori » a Faccia sen^a culuri a bir- 
banti tradituri » onde la bruttezza del volto, 
è indizio di perversità d'animo. Si crede ancora 
che chi è bello da bambino diventi brutto di- 



venuto adulto e viceversa. ((,Pilu russu, mali cu- 
luri » — « Din ti guardi de l'omini sbarbati e dt 
li fimmini barbuti d — È curciu e tantu basta » 
(( Guardati dai singatl » (difettosi). I vecchi poi, 
che han frequentato il seminario nella gioventù, 
dicono, con sussiego, altre massime, che tentano 
balbettare in latino rr homo longus raro sapiens » 
(( Aspice nasum si vis cognoscere fusum » Risus 
abbundant in ore stultoruni » — a Visu condan- 
netur » — « Orna grassu bufalus est », 

Ma ognuno avrà potuto notare come bea 
spesso r aspetto di un uomo o d' una donna ci 
tragga in inganno ! 

Alle volte si vedono certi uomini tutti mest 
e compunti da reputarli altrettanti anacoreti, ma 
invece non sono che matricolati birbanti. Tal- 
volta avrai potuto osservare un uomo dal sem- 
biante altero; tu l'avrai giudicato un orgoglioso, 
un prepotente e peggio, e invece egli è un bravo 
galantuomo. 

Il favoleggiatore Esopo (sebbene il Vico nella 
scienza nuova, non ne ammetta l'esistenza), se- 
condo il ritratto che ci conservano gli antichi, 
aveva il capo a guisa di un popone sopra un 
collo lungo, vo'') nerissimo, naso camuso, gobba 
voluminosa, gaaibe storte, voce stridula, e tar- 
tagliava; eppure, non ostante tanta deformità di 
corpo, egli aveva ingegno pronto e vivace, ani- 
mo retto, lieto e caustico umore. 

Ed il Leopardi, lo storico inglese Gibbon, il 
filosofo e matematico francese Biagio Pascal, il 
Duca di Savoia Carlo Emanuele i% il moralista 
Socrate, e non pochi altri, che per brevità mi 
astengo dal nominare, avevano un cuore grande 
ed una mente vasta sotto un aspetto deforme. 

Pur accordando un certo valore alle teorie fa- 
taliste di taluni antropologi, i quali negano allo 
ambiente e alla educazione quasi ogni potenza e 
attribuiscono tutti ; mali, nella maggior parte dei 
casi, all'atavismo e alla matrigna natura, ritengo 
formalmente che le fonti perenni della immora- 
lità e dei delitti sono il vizio, Y ignoranza e la 
miseria. 

Carlo Giuranna 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 
Tipografia Passafaro 



I 



^vw!:^. 




^jjjggjgg^^sj^^g^^^ss^^^g^^i^gàj^SfiiSSSSliSSffisSi^ 



j^t^^6!^|^^4Mi^ 




^ 



t 




f$ 



^^^^^^^^^^^^^^'^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ 





RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 4 — Aprile 1900. 



ì 






MONTELEONE 
Tipografia Passaparo 

1900 



^^^^^^^^^^^j^^^^^j^^jgj^^^^^j^lj^.^g<^^^j^^^gj^ 



i 









% *^T^i??5??!?5?5?S55|35S55??SS5S^^^ 



^•3 



I k 



Ili 






:. lltk ^ 






-^ ,Q 



9 






111 



■ATxno 2E1X - isr. ^ 



^W^i 



^^KìgS>ì^.:tf>^-^:fe>ì^.?x'.*. ./>^;*^^^: ^g^>r:^4^x:i^^ .-X.^:'^^^^^^ 



LA CALABRIA I 



' -g?^WT^ ' 



■:;^-?. y^^gJ -^<^-^ g^^ ^x * «>x:3 ^^NL^fii^i;;y^;^} g^"jy^g^Hì>.!£^«>. i?>K;4^ì^tv^ :sv>^^t >^i^3.i^>>^^^:^^ «i^^ 




^^1 m\m DI LGTTERlWei POPaiARE - 
jM -_ 



DiRt:Troub; 



«i-^a 






Monteleone di Calabria, Aprile 1900. 

SOMMARIO 

La vita sui monti di Calabria ( G. De Giaco- 
mo ) — Canto albanese di Falconara { F. Riggio 
e L. Bruzzano ) — Monografia topografica - fol- 
kolorica sopra Umbriatico ( C. Giuranna ) — Canti 
popolari di Rossano ( R. De Leoiiardis ). 



La vita sui monti di Calabria 



— Ecco là, la Sila Greca — disse il pasto 
re, che allora faceva da auriga, additando con il 
pungolo una casìna bianca, che spiccava tra il 
verde cupo di un bel gruppo di noci in cima 
alla montagna. Appartiene, in massima parte, alla 
famiglia Falcone, fratelli e nipoii di Giambattista, 
morto a Sapri, nella memore spedizione. È una 
vastissima difesay come la chiamano quei villani, 
e viene coltivata a segala, unica produzione ve- 
getale di quei luoghi, se ne togli qualche tratto 
di terra, qua e là, che viene coltivato a pata- 
te o granturco. Oltre la Sila Greca, più su, le 
vaste pinete, che si estendono fino a Catanzaro. 

Da Acri fino al punto dove eravamo giunti, 
avevamo camminato quasi quattro ore su di un 
rustico carro, come gli antichi Romani, e molto 
cammino dovevamo fare ancora per giungere. 
La via saliva, saliva sempre attraverso foreste di 
castagni, popolati di uccelli, che, in quei boschi, 
trovavano il fresco, che nelle bassure non c'era. 
Ogni tanto, da quel verde padiglione si sbucava 
all'aperta campagna; i buoi sbuffavano, scuoten- 



Abqokamhntd AKS'UO 

2Liire 3- 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



do il giogo e il sole dardeggiava sul nostro ca- 
po e sui piani, lieti delle canzoni di uomini, di 
donne, di fanciulli, affacendati per la trebbiatura 
della segala, e le stoppie alte, qua e là, abbattu- 
te dalle ruote dei carri sulla terra arsiccia, man- 
davano riflessi di oro. Lassù, a destra di chi sa- 
le per la vecchia strada provinciale, l'antica stra- 
da, che conduce a Cosenza, attraversando boschi 
fittissimi, lungo la quale mille episodi del bri- 
gantaggio si sono svohi, nereggia, gigante, la 
bellissima Sila di Cecio, vaste difese dei signori 
Cosentino, ora appartenenti a vari proprietari di 
Cosenza. Lunghi viali si aprono nel più fitto dei 
boschi, e sulle cortecce dei pini sempre giovani, 
sempre forti, anche ora si leggono i nomi di 
alti magistrati, di generali, di Prefetti, di poeti, 
di filosofi, che colà hanno ottenuto la salute, che 
le città aveva loro tolto. iCeniinaia di vacche 
trovano abbondante cibo in quel luogo delizioso, 
e migliaia di altri animali potrebbero fornire la 
ricchezza alle abbandonate Calabrie. Su poggi 
brulli o presso scoscesi burroni, scavati nel monte, 
come nidi di avvoltoi, il buon uomo mi mostrava 
le capanne dei linaturiy specie di società di con- 
tadini, che, da secoli, di generazione in genera- 
zione, attendono all'industria del lino. Nell'inver- 
no, mandati giù dalla neve, quei laboriosi scen- 
dono nei paesetti aggrappati alle falde della mon- 
tagna; le donne filano o maciullano il lino, gli 
uomini zappano, arano la terra, o fanno i pa- 
stori. Da giugno ad ottobre e, in certi anni, fi- 



26 



no a tutto novembre, se ne stanno nelle capan- 
ne sugli spalti della Sila, dove la neve coprirà 
tutto appena entrerà dicembre. 

— È faticosa ^ diceva il mio auriga — la 
vita dei linaturr. quellVia si deve raccogliere, 
deve seccare, si deve battere, deve essere scelta, 
deve stare lungo tempo in molle nei fiumi, de- 
ve asciugare, e, dopo tutto questo, prima di co- 
prire le nostre carni, prima di essere filato, deve 
passare tutto Tinverno..., 

Quella popolazione di linaturi è lieta : igna- 
ra del mondo, come una specie inferiore, con- 
divide gioie e dolori; ma sono gioia e dolori 
relativi, e non producono la febbre del cervello 
o le alterazioni nervose. Vive solitaria, crede in 
Dio, ma non è teomaniaca e non ..rifugge dalla 
compagnia; da anni, quegli individui mangiano 
gli stessi cibi, vestono la stessa stoffa, respirano 
la stessa aria, sentono gli stessi bisogni, parlano 
lo stesso dialetto nasale, espressivo, laconico, 
sincero nella sua rozzezza. Si lanciano tra loro 
delle facezie, si scambiano qualche bestemmia, 
si permettono di fare qualche malinconico com- 
mento sulla vita dei proprietari di terre e di 
difese^ burlano qualche raro passante, s' impieto- 
siscono, indicano i posti della selvaggina ai cac- 
ciatori, ma hanno sempre le bracjcia al lavoro e 
credono che tutti i mali che affliggono nei tem- 
pi scarsi siano causali dal Sindaca o dal segre- 
tario, ai quali, ogni tanto, manclano qualche 
imprecazione. Quando il lino è nell'acqua e il 
lavoro è diminuito, uomini e donne o accudi- 
scono agli animali, o intessono fiscelle, o fanno 
rustici cucchiai e coppe di legno o di corno, e 
lavorano le calze, fanno sporte e panieri di vi- 
mini o di canne, e altri, i più giovani, scendo- 
no nei fiumi, alla pesca delle anguille e delle 
trote. E celebri sono le trote del Moccone, il 
£ume amato e cantato da Vincenzo Julia, dal 
Padula, dal Romano, da Filippo Greco. Ma quelle 
trote non sono pasto per quelle gente : ^ss^ sol- 
leticano il palato e i denti dei signori, che pas- 
sano l'estate nel verde delle foreste, e vengono 
pagate con fichi secchi, con fette di lardo, con 
pane bianco di grano. E il pane bianco giunge 
lassù, come una apparizione; è il pane dei ga- 
Jantuomini, e viene condiviso amorosamente ; e 
un boccone per uno tutti debbono saggiarlo. Per 
quella sera, festa : latte e pan bianco; anche una 
fettina di pane dà l'odore al latte ed inebria !... 

Tutto il giorno si- lavora, e quando e' é la * 
luna, anche la notte. Solo a sera un po' di tri- 



pudio : seduti in giro sugli usci ^delle capanne, 
intorno a trespoli, sui quali fumano grosse sco- 
delle di patate a fette rotonde, condite con poco 
olio e sale, mangiano, a grossi bocconi, quella 
grafia di Dio, e benedicono V oia del; riposo. 
Qualcuno di quella gente non conosce il vino; 
ma, che importa ? l'acqua fredda, l' aria purissi- 
ma balsamica, le grosse patate di quei terreni, 
l'abitudine di quegli stomachi di ferro, rendono 
quel popolo cosi sano, che nessun altro popolo 
d'Italia potrebbe resistere al paragone. Ond' è 
che tra quei laboriosi nessuno muore di tisi; la 
tabe, la renella, la nevrosi, il reumatismo sono 
mali sconosciuti. Quei montanari muoiono da 
forti, colpiti da niahittie acutissime,' di polmoni- 
te, per lo più. I lunghi raalanni,:.le^ttialattie len- 
te, noiose, persistenti, che tanto disturbavano la 
quiete dell'arguto Giusti; quelle malattie che ro- 
dono, come tarli, tutte le fibre del corpo e ac- 
casciano lo spirito, i mali che rendono succidi, 
puzzolenti, nauseabondi i cittadini più civili, quei 
forti non li conoscono; e dobbiamo credere che 
non li abbiano mai conosciuti, perchè nella loro 
terapeutica popolare, che cura tutte le affezioni 
non c'è erba o minerale designato ad hoc. 

In settembre comincia il trasporto del lino; 
e su barrocci, sugli asinelli barcollanti, sulle te- 
ste delle donne, sulle spalle degli uomini sono 
vere cataste, che scendono per i greppi; lungo i 
sentieruzzi da capre è una processione di gente 
stracarica, ma allegra. Le case, abbandonate da 
lungo tempo, si riaprono, e i pochi rimasti nei 
paesetti fanno festa a quelli che ritornano. E si 
raccontano gli avvenimenti dell'estate, le pro- 
drzze di qualche prepotentuccio; si commenta la 
fine misera di qualche ragazza, fiore rustico dei 
campi, colto per inganno da qualche amico, e poi 
lasciato in preda dei venti.... Taoie novità vi 
sono, sempre; non fosse altr^, Vh^èf pceparato lo 
l'avviso di pagamento per la tassa del focatico, piog- 
gia di gragnuola su quella gente arftì dalla fatica^ 

E il trasporto dura, dura faticoso per qualche 
mese; ma quello è un lavoro piacevole, perchè 
reca la ricchezza (?) in quelle case: casa piena, 
come un uovo, e salute. Salute e frasca, disse 
la capra; e non tarderà molto a venire un po' 
di riso. Il Natale si avvicina, le patate sono an- 
cora lassù, nelle zolle nere, e, se è scarso il lino, 
saranno abbondanti le patate, e qualche soldo si 
potrà vedere per pagare qualche debituccio.... 

Giovanni De Giacomo 



27 



CANTO ALBANESE DI FALCONARA 

TESTO 
Cuur deve deve (sic) li, vas, 
U mbederet tende jcs; 
Rie e dutiign Tinzson 
Te bijin trii picca sii. 
CrisM grazien me je beri, 
Vas^a si'des me ju dee, 
Nat e dit me ji chendogn : 
Ritmu ti, nerenza imme. 
Ritmu ti e ndrasmu ti. 
Sticrem regn jampureezs, 
Stierem degkgka dhupercore, 
Se nesscr o dei vien zotii. 
PfàU tc'O rii,^i dergkova, 
Me i defgkova se jemmes. 
- Mbasctaiur ce i dcrgkova 
I dergkova dielin. 
Kiennia jem mencu dessi. 
Praa u vrap me i dergkova 
Me i dergkova edhe te jatti. 
Mbasciatuur ce i dergkova, 
I dergkova ghennezsen. 
Kienni at mencu dessi. 
Praa u vrap e me i dergkova, 
Me i dergkova edhe te vlaat: 
Mbasciatuur ce i dergkova, 
I dergkova ijezsit. 
Kieiini vlaa mencu dessi, 
Gne te siunnezs menat 
Fakiet i daita me veer, 
Duart me acquavìt. 
Praa u nissa e vaita vet 
E je gkietta te vettemezs. 
Riij e ben chesen e saij. 
Me rumbeva per cheset : 

— Moi li nghe me dua ? 
-^ leef'1 d'ile e ngket dua, 

— Ce gkirije jee ti, vas ? 

— Cam cunatta barunessa, 
Cam cunet edhe barun. 

Ce gkirije me jeeti, trim ? 

— lam gkirija sabbaccheddit, 
E me niar gnierezsit. 

— Pò ded nde parafirt tend, 
E stier siit mbe deert timme: 
Tre liun e tre falcun 
Didhurith ìubedeert tinimc. 
Mund chegne gnetr ak 

Se u tìj ngke te dua. 



RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



Ko5p Xépe Xépe xl, pàaao, 
(Hk *|i6è Sépex lévie jéaao^ 
Plja i Xourrfvja xtv-ljfòv 
Te ttjiv xpl Trfxxa as(. 
Kp(asxi grazien [lè jè 6épi, 
Biosa al déasa |iè jcu Xét. 
Nix' l d(x' ftè jl xevdóvja- 
Pfx{iou xl, vepév^a T{i{ie, 
Pfxfwu xl 8 *v8pàa(iou x{, 
Sxtépeji' p!vj' ja{ji7w6peC, 
2)tcépe|t' 5éxxx 6ouicepx6pe, 
Dà véaaep o dét p^EV C^xxt. 
HpS xà oS pfx', ì depxójJx, 
Ma T depxó^ ai jé(iiie(. 
Mbasciatur xà I depxó^ 
""I depxó^ dfeXiv, 
Eiéwia jiii* mencu déast. 
npat dò ^Ì7c [ià T depxópOy 
Me t depxópa iOà xà jàxxt. 
Mbasciatur xà T depxó^a, 
T dcpxó^ X^i^®^®^' 
Ktiwi Sx mencu déast, 
npA oQ ^in e (là l depxÀ^ 
Ma T dcpxó^ m xà ^Xàr 
Mbasciatur xà l depxópa, 
*I depxópa Tie^tx, 
Ktiwi pX4 mencu diasf 
Njà xà asxoOveC |uvàx 
€>dbcjex o& Xàixa |tà p£p', 
Doóopx* |ià acquavit. 
np« 06 v(aaa l pàtxa péx', 
•E jà Yjéxxa xà péxxefie^. 
P(t l pàv xlasv i aài; 
M* l pe|Jt6épa Tcàp xlaser 

— Mot xl, 'y^ |ià doóa; 

— lét i V% l 'yxà t* doóa. 

— Kà YJtpfje ]it xl, pàasa; 

— Eàii cunatta barunessa, 
Eà(i cunet IBI barun. 

Eà YJiptje (là jée xl, xp{|Jt; 
-~ Ià(i YJ^P^^ sabbacheddit, 
*E jjià |jiàpp£ vjépcCtx. 

— nò dàX vdà 7W6pa(p(px xlvxe, 
*E ox&p or5x |i6à d£px' x' T|i|ie^ 
Tpl liun l xpl falcun 
At6oop(6 |jL6à dépx x' Tjifie. 
Mo6vS xévje vjixp* 5x, 

Sa oO x(j 'Y'^à xà doóa. 



28 



VERSIONE LETTERALE 



Quando nascesti tu, fanciulla, 

10 stava alla tua porta^ 
Slava a predare Iddio 

Che cadessero tre gocce di pioggia. 

Cristo mi fece la grazia : 

La fanciulla nacque come la volevo. 

Nolte e giorno le cantavo : 

Cresci, amorino mio, 

Cresci ed ingrossati; 

Metti profonde radici. 

Stendi lunghi rami, 

Che domani o posdomani verrà il signore. 

Dopo che crebbe, mandai, (a domandarla) 

Mandai alla madre; 

L* ambasciatore, che le mandai. 

Mandai il Sole. 

La cagna madre non volle. 

Poi io di nuovo mandai. 

Mandai anche al padre; 

L'ambasciatore, che mandai. 

Mandai la Luna. 

11 cane padre nemmeno volle. 
Poi di nuovo mandai. 
Mandai anche al fratello; 
L'ambasciatore, che mandai. 
Mandai le Stelle. 

Il cane fratello nemmeno volle. 

Un Sabato di mattina 

Io lavai la faccia con vino. 

Le mani con acquavite. 

Poi mi avviai e andai solo, 

E la trovai sola; 

Stava pettinando la sua treccia. 

Io r afferrai per la treccia : 

— O tu, non mi vuoi ? 

— Sei brutto e non ti voglio. 

— Di che parentela sei tu, fanciulla ? 

— Ho cognate baronesse. 
Ho cognati anche baroni. 

Di che parentela sei tu, giovane ? 

— Son parente de' pirati. 
Che rapiscono le persone. 

— Affacciati un po' alla tna finestra 
E volgi gli occhi alla mia porta; 
Tre leoni, tre falconi 

Legati alla mia porta; 
Se tu avessi altrettanto, 
Io nemmeno ti vorrei. 



MonogpaDa topografica -foikolorica 

SOPRA UMBRIATICO 

(continuazione v. o. precedente) 



LA CUCINA 

L'uomo è un animale: lo ammettono i me- 
tafìsici, lo confessano i teologi, ma 1' uomo è 
anche un angelo che incomincia. Ecco perchè, 
mangiando, non può accontentarsi di saziar la 
fame, ciò che all'animale dovrebbe bastare, ma 
vuole il godimento di svariate vivande, ed Ales- 
sandro Dumas, l'immortale romanziere, non di- 
sdegnò scrivere un trattato gastronomico, e Bril- 
lat Savarin ele^'ó la culinaria a scienza, senten- 
ziando « les bonnes digestions fonr Ics bonnes 
idèes »». Ninna meraviglia, quindi, se l'umile scrit- 
tore di queste memorie, tratteggiando la vita del 
popolo Umbiiaiicese, v'induca a sostare nella 
affumicata cucina locale per sorprenderne le spe- 
ciali manipolazioni. 

i"" a Natale. 

ff IncaìHellate » Si manipolano con la fari- 
na, con qualche uovo ed un po' di sale. La pa- 
sta si distende con lo spianatoio, e tagliata a 
strisce, queste si arrotolano, si friggono, riem- 
pendole di miele e cospargendole di zuccaro con 
cannella. 

« Tardilli » - Si ottengono, impastando fa- 
rina ed uova, lavorando bene la pasta , e ridu- 
cendola poscia filiforme. Ciascun nastrino è u- 
gliato a quadrettini; questi si frìggono, ed asciu- 
gati sopra un cartone, si riversano in una cas- 
seruola, ov'è del miele in ebollizione. Su lento 
fuoco, si rimescolano, e, poco dopo, allontanati 
dal fornello, son riposti sopra una superficie le- 
vigata inumidita di acqua, ove, distesi e lasciati 
raffreddare, si tagliano a ce pezzette > cospar- 
gendole di zuccaro con cannella. *" 

« Crncstolilliy) Preparazioue identica ai < Tar- 
dilli » dai quali differiscono solo nella forma, que- 
sti avendola schiacciata, quelli piramidale, con u- 
confetto alla sommità. 

<c Crusloloni » Con la farina formata una 
bacinella, vi si versa una parte di vino, un' altra 
di olio, ed una e mezza di acqua, aggiungendo 
un po' di sale. 11 tutto ben bene manipolato, vien 
diviso in tanti batuffoletti che dal tagliere passa- 
no nella padella, da questa in una casseruola col 
miele, ed infine in un tondo su foglie di agrumi 
ove cospargonsi di zuccaro con cannella. 



29 



« ChinulUli ». Pasta simile ai acrustolini » 
ma distesa e tagliata a frittelle, riempite con la 
« cicei'ata » che si prepara nel seguente modo: 
cotti i ceci e passati per setaccio, alla poltiglia 
ottenuta, si aggiunge cioccolato in polvere, can- 
nella, garofano, pezzetti di frutta canditi. Queste 
ciambelle, fritte, si avvoltano nel miele, spolve- 
randovi sopra zucchero profumato alla cannella 
o alla vainiglia. 

< Giugiulena » Dolciume che gli antichi 
gustavano assai, ora in disuso. Puliti i semi della 
grugiulena, si tuffano in una casseruola con miele 
caldo, ed a lento fuoco, rimestando, se ne at- 
tende la cottura. Riversati sul tagliere inumidito 
e kisciatcvili raffreddare, son poscia ridotti a stri- 
sce, a forma di cuore, ecc. 

2<' Per la festività di S. Lucia. 

Minestra di grano bollito, dolcificato col vin 
cotto. Si crede cibo benedetto e i devoti lo di- 
spensano al pareniato ed agli amici. 

y Per il Carnevale. 

« Sanguinaccio » Si compone : di una par- 
te di sangue, una di vin cotto, una e mezza di 
acqua. A metd cottura si aggiunge; un pizzico 
di sale, un po' di sugna ed a piacere noci, cioc- 
colato, garofano, corteccia di poriogallo gratiug- 
giato. 

€ lelatina » Brodo di carne di maiale hito 
gelare e condensare con aceto, e nel quale si 
conservano le estremità del maiale, come piedi, 
orecchi, muso ecc. Tali pezzi si lasciano bollire 
ben bene, quindi vi si aggiunge aceto, aglio, sale, 
lauro, pepe, menta. 

« Frittola » Ciascun pezzo di cuoio, lardel- 
lo ed osso scarnato di maiale, (piedi, reni, code, 
lingua, costole, panziglia a |;ammune » ) che si 
ia bollire con lo strutto e si conserva in pento- 
. Je per mangiarlo con la minestra. 

4'' Per la ftuaresima. 

« TaraUi » con uva passa - Ammaniti con 
la pasta del pane, fatta con farina non ordinaria. 
Vi si mette un po' d'olio, si manipola bene, unen- 
dovi l'uva passa, e formandone tortellini che si 
infornano. 

€ Pitie » di scamero - Richiedono pasta pre- 
parata con eccellente farina, un po' d'olio ed una 
buona manipolazione. Sulla pasta ritagliata a for- 
ma di tondino, si versa il seguente intingolo, 
-covrendolo con altra pasta, e s'inforna. Contenu- 
to: in una casseruola si versa del vin cotto, unen- 
dovi noci, uva passa, fichi secchi, antecedente- 



mente ben triturati, ed il tutto si rimescola bene 
a lento fuoco. 

$"" Per la festività di S. Giuseppe. 

ff CuUurlelli » Tortellino di pasta, fritto 
nell'olio e condito con miele. I ragazzi li ricer- 
cano di casa in casa, gridando a squarciagola 
a cuUurulli - culluriè ». 

6"" Per ia Pasqua. 

« Cozzupa » Torta di pane intrecciato a 
corona, sormontato da uno o più uova. 

y"" In novembre per la Commemorazione dei 
defunti. 

<r Fitte cuUure w Son focacce di pane lievi- 
tato, finte a forma schiacciata, di buccellato, cotte 
in forno e che ogni famiglia comoda suole di- 
spensare fra i poveri in suffragio delle anime 
trapassate. 

S*' In occasioni di feste familiari. 

« Mostazzuolu » Dolce che si fa di fior di 
ferina impastata con miele, condito di varie specie 
e colto nel forno. Ammassata la farina, vi si versa 
il miele caldo, qualche coppia di uova, aggiun- 
gendo cannella, garofano e delle cortecce di 
Portogallo grattugiate. Con la pasta si disegna- 
no figurine di animali « cavalluzzi, ancelluzzi, 
pupe » orlate di merlettature, che rievocano gli 
ornati delle costruzioni moresche. 

« TaraUini » Occorrono : mezzo litro di 
miele, trenta uova, qualche corteccia di porto- 
gallo, un po' di cannella e della farina. Prepara- 
ti e cotti al forno, si versano in una casseruola, 
ove siasi fetto fondere del miele e dello zucchero, 
ridotto a giuleppe. 

« Ncinetii a Ciambella rotonda di farina im • 
pastata con zucchero ed uova, gittata prima nel- 
l'acqua bollente, poscia infornata e quindi nasprata. 

Speciali. 

ff Fratiu » preparasi con fave mulite, cotte 
in acqua e ridotte a poltiglia rr Vojarelle » . In 
una casseruola con acqua tiepida si scioglie un 
po' di lievito, e sbattendo con la mestola vi si 
versa della farina fino a divenire densa, quindi 
vien lasciata riposare. Prendendo poi la pasta con 
la mano destra, si stringe, e quel globolino spriz- 
zante dalla parte superiore del pugno, si gitta 
nella padella; quando la pasta prende forma di 
tortellini, questi si dicono <r anime beate » ov- 
vero (c pasta cotta ». 

Non difettano i biscotti <c Squadatielli » tor- 
tellini con anice, bagnali nell'acqua ed infornati. 



30 



e se zuccherati, ed a forma di cìambelb, diconsi 
« fresine Jt^. 

LE BELLE ARTI 

MUSICA 

Il popolo ai ballabili preferisce le melodie, 
che talvolta sono di sua invenzione, tal'altra so- 
no motivi di origine cittadina, trasformati e cor- 
rotti; fra i ballabili preferisce quelli che hanno 
una certa intonazione melanconica. I pastori son 
quelli che han maggior tendenza alla musica. 
Assisi a pie di una quercia, ingannano le ore 
suonando maestrevolmente la cornamusa <r ;^^m- 
pogna » composta di un otre e tre canne. I por- 
cai hanno una specie di corno, che dà un suono 
cavernoso e fragoroso; lo chiamano « vrogna » e 
con questo usano raccogliere i maiali. 

Pochi strimpellano la chitarra francese, (quella 
a 6 corde di minugia) ed al volgo è rimasta la 
chitarra battente (con corde di acciaio e di ot- 
tone in numero di cinque) introdotta dai mori 
prima in Ispagna e poscia nelle nostre province. 
Ma lo strumento favorito è lo zufolo. Alcuni se 
lo £inno da sé, e lo intagliano come una piccola 
colonna traiana. I monelli, con qualche maestria, 
adoperano il «r frischettu » zufolo di canna con 
tre o cinque buchi, che nel suonare si chiudono 
e si aprono per mezzo dei polpastrelli delle dita: 
si suona come il clarinetto, ma è molto meno 
lungo. Il ((friscignuolo» è un fischietto di canna con 
pallina di cera od altra materia che rende tre- 
mulo il suono di esso. Il <r fravtdu » zufolo di 
canna diverso dal ^friscignuolo e dal frischettu » 
perchè questo si suona per lo lungo come il cla- 
rino, mentre il « fravulu » si suona di traverso 
come il flauto. Durante ii carnevale le fanciulle 
cantano al rauco suon del <r cupi-cupi jo o «r T^ughi- 
:(ughi )) istrumento formato da una pentola di 
creta sulla cui bocca è tesa una pelle e nel cen- 
tro di questa legato un piccolo bastone, il quale, 
agitandosi e premendosi con la mano, mette un 
suono disagradevole e bizzarro. 

BALLO (Spuostu) 

È una specie di torneo, poiché chi balla me- 
glio é sovente preferito dalle fanciulle nella scelta 
del cuore. Poco diversifica dalla tarantella napo- 
letana e dal fandago spagnuolo, ed il popolo vi 
si abbandona con gioia, con ardore. Danza di 



gaio carattere con melodia in tempo 8 fé è di 
movitnento lento. Ordinariamente sLaccompagna 
colla cornamusa, la chitarra battente ^F organetto». 
Quest'esercizio dilettevole, ch'é l'intreccia di tanti 
movimenti eseguili con passo- misurato, con gesti 
di mano e di braccio, flessione del corpo e del 
capo, comunica tale un'ebbrezza njciranimo, che 
in quel momento fa ogni cosa obliare. Quando 
si mantiene nei giusti limiti, cioè ^ol non pro- 
trarlo fino all'eccessiva stanchezza, rende foni ed 
agili e più atti alla fatica per il lavoro della terra^ 
Dal pulpito e dalla cattedra, lungi dui riprovarlo^ 
si dovrebbe inculcare, perclié allonuna il popolo 
da illeciti divertimenti, come.il vino e la cra- 
pula. Gli antichi, partendo o ritornando dalle 
battaglie, danzavano al suono dei.,lpra,cqi7'i stru- 
menti, e non per questo si rallenuvano i co- 
stumi ! . » .. 

Oggi che il ballo non è più la sponunea 
manifestazione del cuore, ma movimenti con- 
venzionali regolati dai principii dell'arte» più che 
nelle sale degli aristocratici, deve guardarsi nel 
tugurio del povero e nell'aperta campagna. 

Una è sempre la coppia che balla; la donna 
da una parte, l'uomo dall'altra; costui pp^. fare 
intorno a quella mille vezzi e giri, ma non toc- 
carla, essendo sconosciuti quei balli in cui un 
uomo ed una donna rimangono abbracciati e che 
fece dire ad uno scrittore che delle nove Mji;ise 
la sola Tersicore non era vergine. .. , . 

Or, mentre la coppia balla, si presenta un se- 
condo cavaliere ed allontanato « stagliato » U 
primo, vien lui a ballare invece di (juestp, ed 
altri ancora finché non reputino conveniente 4i 
far riposare la giovane. 

SCULTURA (Scurtura) 

Se i contadini sono appassionati del' canto, i 
mandriani V abborrono, preferendo, ihveéiei per 
causar la noia, mentre pascolano le j)ecore, in- 
cidere e scolpire. Ho veduto intagli di fattura 
squisita, e li riproduco in foto-incisione : ora 
son posate e stecche di bosso, ora sono agorai 
ed ordegni d'avvolgere il refe, ora son zufoli e 
pipe, ornati di stelle, di delicate merlettature, di 
figurine. Alla mostra etnografica Nazionale furo- 
no ammirati molti lavori usciti dalle mani dei 
pastori Siciliani, ed uguale ammirazione avreb- 
bero riscosso quelli dei mandriani Calabresi, se 
i prefetti si occupassero un po' meno di politica 
ed un po' degli interessi agricoli ed industriati o 



31 



spronando i proprieiarii ad esporre i prodotti delle 
loro regioni. Quei graziosi ninnoli di legno in- 
tagliato, che &n bella mostra nei ricchi negozi! 
delle città, non sono se non lavori di pastori 
Svizzeri ! Anche in questo, come in tutto, siamo 
schiavi dell'estero, mentre potremmo provvedervi 
con r industria nazionale ! 

GIUOCHI INFANTILI 

• ir bersaglio si esercita : don una canna di le- 
gno € Scupettuolu » ordinariamente di sambuco, 
in cui introdotte due palle di carta bagnata o di 
stoppa, ed incalzate da una bacchetta, se ne spri- 
giona una per la pressione dell'aria, producendo 
io scc^òj èon h^tcfiuntiay> (frombola) e coìi 
questa gittavano le pietre con molta esattezza: 
ora è andata in disuso, al pari delle mpelriaten 
che avevano luogo fra due gruppi di ragazzi^ si- ' 
millanti Tunoi banditi e l'altro la pubblica forza. 
Molti ne uscivano malconci, ma l'indole batta- 
gliera degli abitanti la scusava e la tollerava, ed 
a comandar le squadre non disdegnavano scen* 
dere i figliuoli dei benestanti. D'inverno la lotta 
è meno incruenta, poiché ha luogo con rr pai- 
lune de nive ». 

Da Novembre a Carnevale giuocano alli 
Vi sbrigli» in italiano ' detti a birilli n ed in uso 
da per tutto. Si sollazzano ancora : con il 
a Rava ru chiummu » (Un fanciullo piega il 
capo in grembo di un altro, uno dei compagni 
lo punzecchia, e dev'egli poscia indovinarne Tau- 
ìorc ); con < Vammucciatella » ( un bambino 
tien gli occhi chiusi, gli altri sì nascondono e 
poscia egli deve scovarli) con u sopari » Saha- 
re e mettere a cavallo due sopra due - col 
« piecuru e lupu » ( quando molti fanciulli gi- 
rano in(,lpndo, un dopo l'ahro e quello che fa 
da lapo .vincer se sapra staccare dalla catena una 
quantità di compagni - con lo < scarica varrili > 
Io stesso che a barrUicchio » ( Chi perde deve 
portare a cavalluccio colui che ha vinto) A 
r spacca mortaru » quando cinque ragazzi giuo- 
canOy mettendosi quattro alle cantonate di una 
stanza, ed uno in mezzo, che tenta prendere il 
posto di uno dei compagni. Alla « cecatélla o 
gatta gattorba» quando un ragazzo , bendato 
con. una pezzuola, cerca aggraflfare un altro della 
oomitiva. I più cattivelli si sollazzano col rr paru 
e sparu » a msiUla cappiellu » col <k testa e 
ertici » col «f iiwcu di nuciy della « staccia » 



(piastrella) con la <x corsa » inseguendo grilli e 
farfalle e ricercando sotto le pietre un insetto 
nero «r asello» che chiamano « porcelluzzo di 
S. Antuoni » con lo astrummvlun (trottola). 
Si fa girare una cordella su di una pera di legno 
termmante a punta, si descrive sul terreno un 
cerchio nel quale bisogna slanciare la trottola : 
« Tricglio o spizzingulo » è un bastoncino raf- 
finato alle due estremiti, e posto in terra, il 
fanciullo con un bastoncino più lungo « mazza » 
lo percuote in uno dei lati, spingendolo ad una 
certa distanza. Il giuoco della cuccagna a ntinna » 
non manca mai nelle più solenni festività reli- 
giose, al pari della corsa nei sacchi. 

I meno svelti o d'indole più placida amano 
divertirsi col giuoco detto < Portare in dan- 
cialuro » ('unendo due le mani ed il terzo po- 
nendovisi a sedere) con la <r capanneUa pOr 
gliarella » (che consiste nel soprapporre pie- 
truzze e fuscelli e strame di paglia) con la 
« vocola » (cioè seduti in mezzo ad una corda 
pendente dall'altro e dimenandosi come un pen- 
dolo accelerato che descrive una mezza luna) 
Ai bimbi, poi, le mamme sogliono fare dei giuo- 
chctti, spesso accompagnati da monotone canta- 
lene. Posto il bambino sulle ginocchia della per- 
sona che vuole sollazzarlo, si canta « lettalu a 
mare. Te piglia 'u piscicane. lettaiu a la 
marina. Te piglia 'm pisci tunnina > Posto 
il ragazzino sulle ginocchia, e con esse facendo- 
lo saltellare suole cantarsi quest'altra cicalata; 
a Ctcirinella tenia 'nu gallu, Tuttu lu juov- 
nu cce jia a cavallu ». Facendo il solletico al 
bambino si canta « Serra serra, mastru Micu, 
Ca te serra lu VUUcià » A pitti caudi > (a 
scalda mani ) mette le mani l'una sopra l' altra 
alternativamente, levando per ordine quella di 
sotto e mettendola sopra. Alle bolle < Pompe » 
quando con l'acqua saponata ed una cannuccia 
si fanno dei globolini, che si elevano per l'aria. 

L'intelligenza vien spesso messa alla pruova 
con degli indovinelli « annuminaglia » molto 
semplici ed ingenui. Annumina , annumi- 
naglia^ chi fa Viwvu intima la paglia ? ( gal- 
lina ( gira, girannu, vota vutannuy fa chiUa 
cosa, poi si riposa (La chiave). Nun a pedi 
cammina, Nun 'a vucca e parrà (La lettera^. 

(continua) 



32 



CANTI ROSSANESI 



Quannu nascisi!, fonte re beddizzn, (i) 
Mammita pariuria senza doluri : 
Nascisti cbiddu jurnu re allegrizza 
Chi li campani sonavanu suli. 
La niva ti dunò la sua janchizza, (2) 
La rosa russa lu beddu culuru, 
Lu pipu li dunò la forierizza, 
E ra canaedda lu beddu sapuru. 



O bruneltedda re pochi paroli, 
Sempre li vorrà sentiri parrari ! 
Tu m'ha 'mpizzatu (5) 'nu chiovu a ru coru, 
E mi 'cci ha fattu 'na chia^;a (4) mortala. 
Li genti mi configianu (5) e paroli, 
Vonu (6) chi ti lassassa re l'amari, 
lu nun ti lasserria mancu si moru, 
Mancu si vaju a ru 'mpernu a penari ! 



Amuru, amuru, tu si' lu conforiu, 
Tu si' lu sangu chi duni la vita ! 
Tu po' risuscitare n' omu moriu, 
E tu distruggi la chiù megghja vita. 
Dinira lu pettu miu lu sulu portu, 
Ma portu puru la morte e la vita. 
Amuru, amuru, disse Cristu all' ortu, 
Amuru, disse quannu tornò 'n vita. 



Cara giojuzza mia, numu re santu, 
Cunsulamentu (7) re la mia furiuna. 
Fusti lavata 'ccù r' acqua re ranci (8) 
Eppò curcaia a 'nnu letiu re juri. 
Catina, chi nun hanu li mercanti, 
Beddizza, chi nun ha mancu lu sulu, 
Aju giratu re Napuli avanti. 
Ma bedda come 'ttia nun ci 'nn' è chiuri (9). 



Affaccia a 'ssa finestra, gran beddizza, 

Grasia (io) si' de cristaddu e cropiu (1 1) d'oru. 

La terra chi scarpisi su 'mmunnizzi, 

'Mperi i lui peri si diventan'oru. 

Quantu vaia 'na viltà (12) re si trizzi (13), 

Nun ci basta moneta né trisoru. 

Lu vija brusciatu a chi cerca ricchizzi, 

Si nun si pighja a 'ttia, culonna d' oru ! 



Viri chi gelusia (14) chi tegnu e r' aju, 
Chi mi levu la none e begnu spiju ! (15) 
Arreiu a porta tua m'assettu e staju, 
Sentu lu tuo dormirete mi recriu (16). 
Pò sona menzannoita e mi 'nni vaiu. 
L'occhi restanu docu e r' iu nun biju (17). 
Comu si *cci pò stari senza 1' occhi ? 
Iu mancu pozzu stari senza re tia ! 



Io tegnu 'nu tremuru 'ppè ra vita, 
Criu ca la mia bedda sta mnlata ! 
La viju luna janca e sculurita, 
Criu ch'è ghjuta a 'lleitu ch'è malata, 
O medici, chi jati a ra vidiri. 
Mi la guarite bona sa malata. 
Si 'cci vò sangue re li veni mia, 
Mannati, e bi 'nni mannu 'na garrafa. 



Intra su leitu e ricamati panni 
Ci sta 'na varca 'ccu 'ttrecentu 'ntinni, (18) 
E' 'na fighjola re quattordici anni, 
Calata re lu celu 'n terra vinne. 
Sia beneriiM chi h foze mamma, 
E beneritta chi li dette minna ! (19) 
S'idda sapissa tutti li mia affanni, 
Dicissa : 'Ntra si vrazzi venitinni ! 



Brunella, eh* a ru sulu fa batiaghja. 
Re forza i' ha pijatu 1' arma mia : 
Tu m' ha ligatu 'ccù 'nna fina maghja, 
Scioghjri nun mi pozzu chiù de tia ! 
Scioghjmi sa catina cà mi taghja, 
Cà m'ha taghjatu la vituzza mia : 
Chi sa 'nu jurnu vaju a ra batiaghja, 
O vinci ri, o moriri, iu penzu a 'ttia. 



Ci) Bellezza. (2) Bianchezza. ()) Ficcalo. (4) Piaga. ($) Insinua- 
no. (6) Vogliono. (7) Conforto. (8) Aranci, fy) Più. fio) Vaso per 
fiori, (ti) Terra fertile, fi a) Ciocca di capelli, fij) Treccia. Si no- 
ti la coincidenza di queste quattro parole che derivano tutte dal Gre- 
co, conservando quasi intatta la loro forma originaria. [14] Amo- 
re geloso. [15J Vengo a spiare. [16] Mi consolo. [17 J Non vedo» 
(z8> Antenne, pennoni. (19) Le dette la poppa. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 

Tipografia Passafaro 



I --'iH^jijgj^jg^jg^gvj^^^ià^S^i—S^— — S^ 



4 



i'S'IS-.'' 



^4##^^^"9i 






',1? 




4 

4. 



te 






1 



















RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



B4 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 5 — Giugno 1900. 



i 



MONTELEONE 
TifOGRiPiA Passaparo 

1000 





^^^^J^J^^^^^^^^^J^jg^fe^lg^/^j^^g^^^J^^^g^^^ygl^^^ 




fm 






^_tL^>4Ì»^^H^^^##t^!4J»ft 






èì 9 li 






'A 

ì 

I 



iV 



9 

I 






.tìL.2i3:io 22:11 - ìT. S 



yiW!^ 



^«^ ^^5<^^^ ^ix^ "^^^ '^^x^ '.^^^-^ g^>^ ^<^>^ ^x^"^ rr^ «i>>^7^>^. ^^>^€>ig >. i..^^>f^'?)xmy^i^y^^>^ 



LA CALABRIA 






41 RIVISTA DI LETTERATORA POPOLARE 



W ^ . 

JIL 



OIUETTOKK 



4^ 



Monteleone di Calabria, Giugno 1900. 



SOMMARIO 
Gli animali nelle credenze e nel vernacolo 
cassancse ( 6. Falbo ) — P' oveibi greci di Roghu- 
di (P. Candela) - Monografia topografica-folklorica 
sopra Umbriat co ( C. Giuranna). 

GLI ANIMALI 

nelle credenze e nel vernacoto cassanese 



Non è mio compito rintracciare le ragioni 
per cui gli animali ebbero ed hanno un largo 
dominio e nelle credenze e nelle superstizioni 
dei popoli, e nelle metafore adoperate nei loro 
rispettivi linguaggi. Del resto, pur rattencndomi 
fedele al mio programma di semplice raccogli- 
tore, dirò che essi incominciarono a farvi capo- 
lino fin da tempo remotissimo, o forse perchè i 
primi compagni e i primi nemici che ebbero gli 
uomini primitivi furono appunto gli animali, o 
forse per quella cena analogia ch'esiste tra l'uomo 
e gli animali cosi detti inferiori. Difatti, non rare 
sono le deità raffigurale sotto forma di animali 
oppure metà sotto forme umane e meta sotto 
forme animalesche, ehe si riscontrano nella mi- 
tologia orientale ed in quella dei Greci e dei Ro- 
mani; né rari sono i casi che in Esopo ed in 
Orazio — tanto per citare i più noti ed i più 
comuni — gli uomini, sotto abili metafore, so- 
no paragonati alle bestie. Inoltre, non vale la 
pena il ricordare che gli antichi solevano im- 
molare alcune bestie in onore di certi dei, che i 
Romani, dal volo degli uccelli, sapevano trarre 
gli auspici e che vi sono ancora dei popoli che 



Abbonamento annuo 

Xjire 3- 

Un numero separato L. i. 



m 



SI PUBBLICA 
OGNI DUTi MESI 



@yC^) 



credono che T anima dei moni passi nel corpo 
degli animali. 



* 
* * 



Molte sono le credenze e le superstizioni che 
il popolo cassanese ha sugli animali; dei quali, 
alcuni portano buono augurio, altri Cattivo, altri 
favoriscono indizi sui fenomeni atmosferici, altri 
raffigurano la virtù, altri il male, ecc. ecc. Noi, 
però, noteremo le più importanti, dividendole in 
tante categorie, a secondo del loro significato. 
Si crede che siano di buon augurio le rondini, 
forse perchè annunziano la primavera, il rigoglio 
della vita, il ritorno del buon tempo. Non biso- 
gna distruggerne i nidi, altrimenti presto la morte 
visiterà la casa sotto le cui grondaie erano 
appesi. È felice quella casa sulla quale si posa a 
cantare la civetta «pivula», però guai a quella 
dove guarda mentre canta: 

Viata quidda casa duvi posa, 
E sfurtunata quidda duvi guarda. 

È segno di ricchezza e di felicità la lucertola 
€ surigghia » che vive in casa, specie se a due 
code. Sono indizi di cattivo augurio : il canto 
del cuculo «cuccù», che si posa a cantare sulla 
casa dov' è qualche ammalato; i continui latrati 
notturni di un cane che sta sotto o vicino la 
casa di un ammalato e la venuta in casa di vo- 
latili notturni. Anche quando una gallina nera 
canta come un gallo è segno di grave disgrazia. 

Si crede che il ramarro asalavrunu» rappre- 



u 



m 



senti la virtù; ma i ragazzi, forse per la brutta 
impressione che ricevono nel vederlo, subito ten- 
tano di ucciderlo. Onde non farlo fuggire ed 
avere il tempo di prendere qualche pietra, mor- 
morano fra le labbta : 

'Speit' aspeita, salavrunu, 

Qiuntu pigghiu nu mattuni, 

E ii'ammaccu li cuccuni (i lombi), 

come se queste parole avessero la magìa di non 
farlo muovere. 

Non bisogna uccidcMe i serpi bianchi ed i 
rospi che vivono nei terreni seminatori e nelle 
vigne, poiché indicano abbondanza. E ciò forse 
dal perchè sia le serpi che i rospi frequentano 
i terreni molto ricchi d'insetti e quindi ben con- 
cimati. 

Le farfallette « palummedde jd che di sera en 
trano in casa, non si toccano, perchè sono le 
anime dei parenti defunti venute a visitare i loro 
cari. 

Il grido lamentevole che la farfalla testa di 
morte a cap' i morta » manda nell'entrare, al cre- 
puscolo, in casa, si crede che sia il lamento di 
qualche defunto — per lo più parente — che 
soffre nell'inferno o nel purgatorio. Tagliando la 
coda ad una lucertola, si crede che questa man- 
di delle bestemmie, facendo dimenare l'arto ta- 
gliato. Per far si che le supposte bestemmie non 
avessero nessuna efficacia, bisogna mormorare 
fino a che la coda si agita : 

Malidittu sempi sia 

Cu istema moni a mmia. 

Indicano cambiamento "di tempo : i giuochi 
strepitosi dei gatti; il canto notturno dei galli e 
la molestia ostinata delle mosche. 

Danno indizio di pioggia: il gatto che si lec- 
ca con insistenza; il canto delle raganelle <c vir- 
dulini » e il gracchiare dei corvi. 

Se un cane manda dei latrati simili agli ulu- 
lati dai lupi, significa che avverrà il tremuoto. 

Si crede che la capra sia parente al diavolo 
dal perchè porta la coda in su. 

Chi non vuole che sia morso dai serpenti 
per tutto l'anno fa d'uopo che mangi tre fichi 
secchi ai tre di maggio. 

I serpenti presi nel giorno di S. Paolo sono 
innocui. 

Per evitare che un serpente s'avventi addos- 
so, bisogna dire tre volte « San Paolo n. 






A voler notare tutte le metafore in cui en- 
trano gli animali e che vanno per la bocca del 
popolo cassanese, ci sarebbe da scrivere un gros- 
so opuscolo. Fra le altre ve ne sono delle bel- 
lissime, le quali rivelano, nella loro semplicità, 
un certo che di spirito, di arguzia e di finezza 
d'ingegno, che raramente si riscontra nel lin- 
guaggio dalle persone più colte. 

Ed cccone, infatti, alcune. Volendo dire 
che uno ci ha poco cervello, basta chiamarlo 
testa di cardellino « cap' i cardiddu »; se ci ha 
la testa dura, testa di asino «cap' i ciucciu >. 

Uno che parla molto si dice « cicirunu » (uc- 
cello dell'istesso colore dell'allodola che abitual- 
mente vive nei boschi e canta quasi sempre ) 
se parla poco, « lupu ::upu » (lupo senza voce). 

Uno che ci ha la testa grossa, il muso lun- 
go, la bocca larga, gli occhi grossi, si può chia- 
mare: testa di bue « cap' i voi », muso di topo 
« muss' i suoriciu o d' i pituosciu » ( animale 
quest'ultimo simile alla puzzola, il quale uccide 
i polli e ne succhia il sangue ). Credo che cor- 
risponda alla nottola; bocca di bufalo «vucc* i 
bufalu » occhi di bue « uocchju 'i voi », 

Una bella ragazza si paragona ad una farfal- 
la « palummedda ». S'è grassa la si dice : vac- 
ca «vacca»; se né grossa, né magra, beccafico 
«rsalivcita» o quaglia « quagghja > se delicata, 
lucertola rr suriggia »; se ci ha la testa sventata, 
giumenta da.... (jumenta 'i.... )> se gli occhi pic- 
coli e continuamente in moto re uocchj 'i fuina », 
ecc.. Se cerca adescare gli uomini con belle pa- 
role, si dice che è « na majulina » (uccello del- 
la famiglia dei fringuelli che canta mirabilmente 
e credo ehe il suo vero nome zoologico sia ver- 
done ). 

Se una donna è molto furba, chiamasi volpe 
o volpone « vurpa o vnrpuna » e talvolta anche 
topo di tana «zoccola vecchia». Se non ci ha 
voce, gatta che sta per affogarsi « gatt'affucosa »; 
se ci ha continuamente le lune, vipera o ca- 
gna partorita di fresco < vipira o cana figghia- 
ta». Se cammina a passo lento, testuggina «zi- 
Iona», (i) oppure oca « papara >;. Papara serve 
anche a dinotare le donne che non son buone 
a niente oche si vedono sempre imbarazzate. 

Vorrei notarne ancora delle altre, ma per 
non annoiare di troppo i cortesi lettori, le ri- 
mando alle calende greche !. 

Gustavo Falbo. 



(i) Zilona é una delle tante parole greche 
tuttora vive nel nostro dialetto, XeXfòva. 



35 



Proverbi greci di Roghudi 



Il signor Pasquale Candela, egregio magisira- 
10 e mio concittadino, mi ha folto il bel regalo 
di quaranta proverbi greci raccolti a Roghudi. 
Ne pubblico solamente ventiquattro, perchè gli 
altri sedici furono già pubblicati dal compianto 
Prof. Giuseppe Morosi nell' Archìvio glottologico 
dell'Ascoli. 

L. Bruzzano 

Micceliamu pediamu megalimu oftoghimu; 
megalamu pediamu megalimu plusia. 

MiT^'/jXtà |iou TtsSfa [lou [izyiXri [iou Tzxtùyzlx |iou* 
{leyaXa (lou 7ie5(a \ìq\> iie^iXri |iou TiXouafa. 

Miei piccoli figliuoli mia grande povertà; miei 
grandi figliuoli mia grande ricchezza. 



Pie megali cne i porta, piene caifia dheli. 
UXéo tieyàXY] elvac fj Tiépia, 7iXéovxap:p(a6éX6t. 
Più grande è la porta, pili chiodi vuole. 



I milinari amblecu ce ta vastaja perru ti furia. 

0? |iuX(ovif oc èfjiTcXéxou xol là ppocaxàpa Tcéppou 
-ri] furia. 

I mugnai si azzuffano e gli utensili ne sof- 
frono la furia. 



Vreghi ce vrondai, 

Mari porta pu pinai; 

Vreghi ce hionizzi. 

Mari porta pu de ghrizzi, 

Bpéj^ec xal Ppovioet, 

MàpTQ -fi Tcópia 7C0U TOVoef 

Bpé^et xal yio)^lZ,ei. 

Màpr) fi Tuópxa tcoO 5è XP^iS^^* 

Piove e tuona, 

Tapina la porta che ha fame; 

Piove e nevica. 

Tapina la porta che non vale. 

O ghortato embistei tu nisiicu. 
'0 yppzixo ?v Titaieuet xoO vr^axtxoj. 
Il sazio non crede al digiuno. 

Tosso pai i bumbola sto nero fina pu clannete. 



Tóaao Tcàet f^ bumbola \ xò vepò fina ttoj 
xXàvvexa:. 

Tanto va la bombola all'acqua, finché si spezza. 

Ta riacia pau ston potamò. 
Tà ^uàxLa Tcàoi) \ xòv 7C0xa(ió. 
I torrenti vanno al fiume. ( Le cose grandi 
assorbiscono le pixole ). 

Ego dhelo na fao ti facimmu. 
'Eyw OsXo) va epico xtj (yax^j (lou. 
Io voglio mangiare la mia lenticchia. ( Cioè 
ho da perdere e non voglio compromettermi. 

Cagghio simero io aguò ex avri tin puddha 
KàXXto cr/,|iepo xò aOyò ca aupc xtjv TwOXa. 
Meglio oggi l'uovo che dimani la gallina. 

Pi seghi troghi, pio dene canunai. 
JIolos 5x£C xpdàyec, mio 5èv, xavouviet. 
Chi ha mangia, chi no, guarda. 

Grizzi ghena nero maghi. 
Xpr^et ytà Iva vspò Mài*. 
Vale per un'acqua di Maggio. 

>*< 
I ghristiani pau pò se ne ta vermicia. 
01 xptoxiavol Tiiou Tufò? seva: xà |up|ifxca. 
Gli uomini vanno come le formiche. 

>*< 
To spolassi andhie; o lieo na fai ti mana. 
Tò 'GTiiXa (00)^ àvOtae- 6 Xuxo va cpiyj xtj [juicva. 
La spina fiori; il lupo mangi la madre. 
( È sottointeso che parla il capretto — cioé^ 
che quando fioriscono le spine in primavera^ esso 
non ha più bisogno della madre. 

>•< 

gadaro pu troghi ti sucia, afinni to vizio 
sambeni. 

'0 yàSopo TuoO xpcóyec x^ ouxfa, à^fvvet xo vi- 
zio aàv 7rac9afv6t. 

L'asino, che mangia il fico, lascia il vizio 
quando muore. 

>*< 

1 cuna i lassuna ansonneviete to velani. 
'H cuna t^ lassuna ansonnevtexac xò ^aXàvc. 
La troja magra sogna la ghianda. 



36 



To aspari to mega troghi to ceddhi. 
Tò '*^ipi TÒ [iiya iptóyet xò xlXXt. 
Il pesce grande mangia il piccolo. 
>•< 

Sica peJia ? sica cagghio ciafalò asce arnia, ti 
sani spofu to iroglii te confiluddhe. 

Sfxa 7re5ta; otVa xiXJ.to xstfoXal l^ àfvfa, xl 
oàv 4^'^ou, xo>; rpwys^ "c*^- xe^oXoOXac. 

Allevi figli ? alleva meglio teste d'agnelli, per- 
chè a questi, quando muojono, mangi le testoline. 

Astra tu ghiniona ce giuramenti ti buttana. 

*Aaxpa xoO y(Ei[i(byx xal giuramenti xf^ buttana. 

Stelle d^nvcrno e giuramenti di p.... 
(Alle stelle d'inverno non si può aver fiducia^ 
che siano dì buon tempo, come non si può credere 
alle parole della donna perduta. 



To sciddlìi pu alistai poddhi, danganni ligo. 
Tò ax6Xc ttoO uXaxxel ttoXì) Bayxàvet 'Xfyo. 
Il cane che abbaja assai, morde poco. 



Scori pie o paccio sto spiti to dicondu para 
o savio sto spiti to naddho. 

Eépet Tzkio 6 paccio '^ xò aTcfxt xò Stxóv xou 
TWtpà 6 savio \ xò oidxi xòv SXko, 

Sa più il pazzo in casa proprio che il savio 
in casa altrui. 



To alogo to scardigno e ne i arrovina tu 
adheru. 

Tò SXo^o xò scardigno elvat i^ arruina xoO 

Il cavallo magro è la rovina della paglia. 

O dico assesti, esse troghi. 

*0 5txò hf àk àTTcet, Sv aè xporfet. 

Il parente se ti arroste, non ti mangia. 



Pi dheli na fai me dio vanghe de ndroghi 
me cammia. 

nolo 6iXet vi (piig |ià SuoSàyxat 8èv xp(J)Y3t|ià 
xa{i|ifa. 

Chi vuole mangiare con due ganasce, non 
mangia con nessuna. 

P. Candela 



Monografia topografica - folklorica 

SOPRA UMBRIATICO 

(continuazione: v. n. precedente) 



La caccia ha luogo — con cani a de pila n pel 
cignale, pel caprio, per il lupo, per la volpe e per 
la lepre — con cani « de pinna a per le beccac- 
ce ed il beccaccino dalla meta di Novembre ai 
principi di Marzo, e per la quaglia, in Maggio, 
allorquando dalle marine si reca alla Sila — Sen:i^a 
cani: per la ni.irtora, la faina, la puzzola, il gatto 
selvatico, raramente scovandoli i bracchi, poiché 
air approssimarsi di questi, si arrampicano sugli 
alberi; e per V istrice ed il tasso che di giorno 
abitualmente non escono dalle loro tane a allo 
staglio » cioè seguendo l'orma dell'animale sul- 
la neve — alla « guardia » attendendo al varco 
la selvaggina; i® Pei colombi selvatici^ che dopo 
il pascolo vanno a meriggiare « a solicchiare » 
sopra determinate piante k sieggiu >. In questo 
caso si costruisce con rami una capanna, ed ivi 
si nasconde il cacciatore. 2** Per le tortore, nei 
vigneti, nascondendosi entro : pagliai. — j^ Pel 
cignale: nel seguente modo conosciuto il sen- 
tiero che il cignale percorre nell' uscire la sera 
dal suo nascondiglio per procacciarsi il cibo (t ciò 
rilevasi dalle impronte lasciate sul terreno) il cac- 
ciatore si situa in luogo opportuno, e perseve- 
rando alquante sere di seguito, non è diflScile che 
il cignale, atteso il suo istinto di non cambiare 
la via che altra volta ha battuta, passi in vici- 
nanza del cacciatore, il quale lo colpisce — Que- 
sto modo di caccia si pratica non solo di sera 
air uscir dell' animale dal suo covo ma benanco 
air alba — Con le « tagliuole t> le quali raramente 
si adoperano, avendo più volte sconciato il piede 
di qualche cane o di qualche mandriano. Con 
le reti: i tordi ed i merli. Allorquando si pon- 
gono in modo da costringere gli uccelli, con ru- 
mori, ad impigliarsi nel fuggire sono dette, ami- 
na e si usano a Novembre e Dicembre. 

Col richiamo, nelle fredde serate invernali, 
allorquando limpida spande raggi siderali la luna. 
Sotto un aibero, ch'estende di molto la sua om- 
bra, si collocano quattro cacciatori con le spalle 
rivolte a croce, una quinta persona sale sulla 
pianta, ed ivi siede. Toglie da un sacchetto un 
merlo, e, situatolo tra le mani, lo strapazza nel- 
le ali, spingendolo a cantare ad intervalli. H 



37 



gatto selvatico, la volpe e la martora, udendolo, 
si avanzano per l'ampia distesa, non scorgendo 
i cacciatori, protetti dall'ombra, ma ben scorti 
da questi, che, con arma pronta al tiro, li at- 
tendono palpitanti. È una delle cacce più belle, 
pili ricche di emozione, poiché in quel silenzio 
notturno, in quella bianca distesa, l'avvicinarsi 
della selvaggina, dapprima celeramente, e poscia 
guardinga, accresce ed acutisce la voluttà del- 
l'attesa. 

Molle volte si abbandona il merlo o la gal- 
lina, e si ricorre ad altro mezzo, facendo pestare 
in un mortaio della canfora e del sego. Con que- 
sta poltiglia si forma una palla; giunti su la lo- 
calità designata, ad un campagnuolo con quel- 
la si ungono le suole delle scarpe, e questi^ 
dopo aver percorso un gran tratto, toglie i cal- 
zari e ritorna al posto per altra via. La volpe 
attratta dall'odore, percorre in senso inverso la 
via battuta dal campagnuolo e quindi finisce col 
trovarsi di fronte al cacciatore, che facilmente 
rabbatte con un colpo al suolo. 

Per il lupo la caccia non corre cosi liscia, e 
bisogna andare molto cauti. 

Il richiamo si fa con l'imitarne 1' ululato, e 
e vi sono dei bracconieri che l'eseguono a me- 
raviglia. Un tal a Rfweddu d nel Pescaldo volle 
arrischiarsi a farlo da solo, e gliene incolse male, 
poiché gli lurono addosso molti lupi, e dovette 
la salvezza alla solida quercia sulla quale stava 
appolloiato. Quantunque provetto cacciatore, ne 
risentì cosi gran spavento da non decidersi ad 
abbandonare il posto se non ai primi albori. 
Avventura poco dissimile accadde ad un altro non 
men valente oracconiere, un tal Francesco Gallo, 
che trovò sicurezza sui rami di un «cariglio ». 
La belva, noa potendo slogar la rabbia con lui, 
sbarbicò e svelse le piante intorno all'albero, fin- 
ché non cadde trafitta. Oltre a questo richiamo 
usasi quello con l'agnello, o salendo sull'albero, 
ovvero, e lo usano i mandriani, scavando una 
fossa lar|;a e profonda, conficcandovi un palo, ed 
a questo attaccando l'animale. La fossa si rico- 
pre accortamente con ramoscelli esili, posti in 
modo da simulare una boscagliuola di bassa fratta. 
Il lupo, udendo il belare, piomba su la preda, ma 
cedendo i teneri virgulti, precipita in fondo al 
fosso, ove si uccide — Col vischio : l'adoperano 
i ragazzi, e prendono canerini, fringuelli e bec. 
cafichi. Costoro usano ancora dar la caccia, dopo 
S. Pietro, 29 Giugno, ai nidi dei rondinini, ( i po- 



polani se ne cibano ) rendendosi insoffribili, du- 
rante il rr vespro » col perseguitare le povere ron- 
dinelle a colpi di pietre e mandando in frantumi 
gli sporti o le grondaie dei tetti. Durante l'inverno, 
poi, sulla paglia e sui letamai costruiscono una 
specie di trappola detta « cetrangola » — Le pic- 
cole contadine amano anch'elle predare nel re- 
gno animale — Alle prime piogge autunnali 
raccolgono in abbondanza le lumache, dette vol- 
garmente « marucht > e con più precisione « dor- 
mituri » e le rivendono o le complimentano alle 
persone agiate. In Giugno, recandosi ad allegna- 
re, dan la caccia alle testuggini, « Lione » e ne 
raccolgono fin 4, o, 5 al giorno. Non pochi pre- 
parandole con aceto e pane grattuggiato, le tro- 
vano gustosissime : le uova però han sapore 
granuloso. I piccoli mandriani, ed ancor più i 
piccoli m porcai» ingannano le lunghe ore di ozio, 
salendo su la quercia, sui castagni in cerca di 
« Ghiri » che, per lo più, recano in dono ai pa- 
droni, dono oltremodo gradito, ricompensato con 
vino e tabacco. 

Una battuta al Cignale 

I preparativi d'una caccia, e specie d*una caccia 
cosi pericolosa come quella al cignale, sono di sin- 
golare importanza. 

Si organizza la comitiva fra più cacciatori: si 
pulisce la doppietta, si esperimenta la polvere e 
si manifatturano le cartucce, che si compongono 
o di due palle, d'una e due mezze e tre palline del 
peso della palla. Il contravventore, caricando con 
più o con diversi proiettili, rischia di non far sua 
la testa del cignale. All'alba la comitiva, formata 
almeno di 15 cacciatori, proceduta dai ((tninieri» con 
cani al (uguinT^aglioi^ muove per la designata fore- 
sta. Lo sfilare di tante persone, vestite dello scuro e 
bizzarro costume calabrese, il luccichio dei fucili 
e le nere ombre della carovana, stranamente dise- 
gnata sul sentiero dai primi raggi mattinali, pre- 
sentano allo sguardo qualcosa di fantastico. 

Si comincia lentamente ad internarsi nella sel- 
vosa montagna, e già un odore acre di ginestra, 
erica e rosmarino colpisce le nari, quasi inebrian- 
do, ed é un discutere animato, uno scambio di 
suggerimenti; una sequela di raccomandazioni im- 
partite dai più provetti cacciatori sul modo di 
regolarsi se il cignale a rompe la posta » e sul 
tiro di fronte o di fianco. 

Si cammina per sentieri scoscesi, per dirupi. 



38 



ingombri di virgulti, sterpi, spineti, fogliami, che 
si avviticchiano alle zampe dei cavalli e pungo- 
no le gambe dei cavalieri, spesso costretti a chi- 
nar la testa sulle orecchie dei quadrupedi, per 
non cozzare nei rami spioventi degli alberi. 

Ad un punto designato, uno dei primi anzia- 
ni tiratori del paese dispone il circuito entro 
cui si deve aggirare la caccia. I « S^CinUri n e i 
cani si fermano sulla vetta della montagna, gli 
altri cominciano la discesa per l'opposto versante, 
e ad ogni mezzo chilometro circa, un cacciatore 
si ferma tra i cespugli, colla doppietta pronta, in 
attesa. A uno a uno cosi disposti tutti, si for- 
ma una catena a cerchio, che riposa quasi cori- 
cata sul dorso del monte : alla vetta stanno i 
minieri e i cani proiiti a scendere. 

Durante l'impostata è vietato parlare, far ru- 
more o tirare a volatili, è del pari severamente 
proibito muoversi dal proprio posto, qualunque 
ne fosse il motivo, prima dell'avviso del « Capo 
caccia > si trattasse anche d'inseguire un anima- 
le ferito o avvicinarsi ad animali uccisi: di tal che 
regna uni calma solenne, un silenzio profondo, 
interrotto soltanto dallo stormire delle foglie. 

Ad intervalli odesi dapprima come un lieve 
mormorio tra il fogliame, indi un fruscio più di- 
stinto nel folto della boscaglia, sicché 1' occhio 
vigile maggiormente si aguzza ed il cuore fa sen- 
tire i poderosi palpiti dell'emozione, quand' ecco, 
come folgore, una volpe strisciare e sparire fra 
i cespugli, poi il fischio d'un merlo, il trillo di 
un cardillo, il tubare d'un colombo selvatico son 
le sole voci che di tratto in tratto interrompono 
quella calma che impera sovrana su tutta la valle 
sorrisa dal sole. 

Dopo lungo silenzio odesi da lontano un col- 
po di pistola, a cui succedono altri tirati dai 
« minieri » che con questo mezzo e con le gri- 
da incitatrici animano la « inula » che risponde 
con un rauco e rumoroso latrato. 

I cani sguinzagliati e seguiti dai « minieri » 
si avanzano di fronte alle poste, mentre il tra- 
gore sempre più aumenta, spandendo per le rupi 
echi paurosi : è come un fremito che corre di 
cespuglio in cespuglio per tutta la sterminata fo- 
resta. Poi s'odono fucilate ed urli nel fitto del- 
l'impenetrabile boscaglia; i « minieri » ed i cani 
stringendo da vicino i cignali, che si ostinano 
a non uscire dal folto macchione, dove si sono 
rifugiati : il fragore è al colmo, la scena è ad- 
dirittura selvaggia. Ma ecco d'improvviso romba 



un colpo di fucile, poi con un s(»l colpo ne rim- 
bombano due. Fatto — grida una voce — Lo 
spostamento ha luogo dopo il fischio del capo- 
caccia, che non lo emette se non quando la 
« mina » è stata battuta per intero dai cani, e 
quindi ordina ai < minieri » di recare sulle 
alture il cignale. Il fortunato uccisore, ove ciò 
gli accada per la prima volta, deve regalare ai 
componevi la brigata vino e liquori in profu- 
sione. 

Alla sera si ritorna a casa stanchi, trafelati 
come reduci da una campagna militare, ma col 
cuore soddisfatto per l'emozione ricevuta e per 
la ricca preda. I cacciatori, che non presero par- 
te alla battuta, curano di rincatucciarsi nella casa 
propria, temendo lo scherno degli amici, che, 
vedendoli, avrebbero, per dilegio, scaricata l'arma 
fra i loro piedi. 

La divisione del cignale si fa in campagna, 
salvo casi eccezionali, e si effettua cosi. La testa 
spetta al primo feritore^ e sorgendo contesa tra 
quelli che trassero i colpi, il giuri vien forma- 
to del capocaccia e di tre cacciatori. Si esa- 
mina la ferita, confrontandola col calibro dell'ar- 
ma, e sorgendo dubbi, la commissione si reca 
alla € posta » del tiratore, ed in tal modo si 
accerta se si tirò di <( quarto » me^^TiO quarto » a 
destra, a sinistra, davanti, di dietro, di < filo di 
dietro » « di filo d'avanti yi I testicoli son di colui 
che prima li recise, non appena ordinata la 
€Spostala»^ i piedi sono del proprietario dei cani, 
la milza, il ventre ed il gran velo, che lo copre, del 
capocaccia. Il capo dell'intestino retto del primo 
«miniere», e questi poi, cogli altri suoi com- 
pagni, si divide il rimanente delle intestina; ciò 
come anteparte — Del corpo poi, e di ogni 
parte d'esso, se ne fanno tante porzioni uguali, 
quanti sono i cacciatori ed i a minieri ^0 . 

Tutti si dispongono in fila, di fronte alle ((parti» 
riposte a terra. Un cacciatore si pone fra queste 
e quelli, volgendo le spalle alle prime : un altro 
toccando con lunga bacchetta, a suo piacere, una 
delle (Sparti» domanda: a chi spetta questa? 
Avutone risposta da colui che gli volge le spal- 
le, passa ad un'altra, e cosi di seguito. Ciascun 
nominato immediatamente si reca a rilevare la 
porzione dalla sorte conferitagli. 

Divisione di altri animali selvatici — Quella 
del caprio ha luogo come pel cignale con que- 
sta sola differenza che la testa e la pelle appat'^ 
tengono all'uccisore e non a chi V ha ferito •** 



39 



Quella del lupo è spicciativa, non trattandosi 
che della pelle, la quale spetta airuccisore. È 
amica usanza questuarsi con questa, si nello in- 
terno dei paesi, che per le mandrie, ed i pro- 
prietari di qualunque specie di animali usano 
far regali all'uccisore, e per esso al questuante. 

Per la faina, martora, gatto selvatico, puzzo- 
la, la pelle è deiruccisore, la carne è dei minieri, 
mentre pel tasso e l'istrice la pelle è dell'ucci- 
sore e la carne vien divisa fra tutti. 

La lepre spetta per intera all'uccisore. 

Sotto il dominio feudale la Marchesal Corte 
di Umbriatico nella caccia dei palojnbi, tortore, 
ed uccelli riceveva una porzione come compagno 
in tutti i diversi siti di caccia, e doveva avere un 
quarto della preda, uccidendosi quadrupedi. 

L'alba 

Assistono al parto le < vammant » donne dì 
età avanzata, per lo più vedove, che non san 
prestare altro aiuto se non quello di dar corag- 
gio alla paziente, che adopera rassegnata 1' in- 
comodo e pericoloso <t sgabello » mentre abbor- 
re, per pudore, Timer vento del chirurgo. Parto- 
risce, ove ciò accade, egualmente nei campi, né 
serba tracce di sofferenze. 

Dato alla luce il bambino, la « vamtnana » 
annunzia il felice sgravo, gridando <r s'è liberata » 
s*è liberata, ed allora il fausto avvenimento si 
rende pubblico, con colpi di fucile. 

Il marito ed i parenti, ingombrano subito la 
stanza della puerpera, per congratularsi con que- 
sta, e s'ella è madre di un pargoletto la lietez- 
za non ha limiti, e le lodi fioccano numerose 
« benedica è 'na vranaia « Benedica echi cippu 
d^omn >. Al battesimo s'invitano i parenti e gli 
amici; il neonato, adorno di collane e di altri 
gingilli, fra le braccia della « vammana » entra 
in chiesa, seguito dal padrino e dagli altri con- 
venuti, i quali, terminata la sacra funzione, lo 
riaccompagnano a casa, ove si dispensano dolci 
€ liquori-. 

Il meriggio 

È generale il sentimento di « collocare > le 
giovinette quanto piti presto si può, ritenendole 
«peso di onore;;. Ninno ostacolo nei genitori 
dello sposo circa la dote, che suole consistere 
in contanti, in poderi rustici ed urbani, ovvero. 



nel solo corredo, poiché, il più delle volte, la 
coppia costituisce una nuova famiglia, e gene- 
ralmente se ne formano tante, quante sono i 
fratelli. Ciò pel contadino, perchè in Calabria 
per dormire a letto dev'esser marito. Ed in vero, 
fino a due anni dormi nel misero giaciglio dove 
fu concepito; nacque il secondo fratello ed egli 
fu respinto nella pane inferiore; nacque il terzo, 
ed egli usci dal letto e dormi sul cassone; nacque 
il quarto, ed egli cadde giù del cassone e si tro- 
vò a dormire sul focolare. Poi crebbe, e d' in- 
verno passò la notte nel pagliere accanto all'a- 
sino, e di està prese sonno sulla via allo sco- 
verto. 

Il massaro, invece, ama la terra lasciatagli 
dal padre, e si studia ingrandirla con compre 
successive, e volendo conservarla intera, accorda 
moglie ad un solo dei suoi figli, ed alla femmi- 
na dà la dote in danaro. 

II contadino comincia ad allontanarsi dalla 
famiglia appena é atto al lavoro, per lo più al- 
l'età di 22 o 2) anni, quando, cioè, si è libe- 
rato dal servizio militare, ed i vecchi genitori, 
dopo una vita di sacrifizii e di stenti rimangono 
aabandonati nella miseria ! In chiesa, al fonte, 
in qualche festa o per le vie dei campi egli ve- 
de una fanciulla, i loro sguardi s' incontrano, i 
loro cuori s'intendono, ed essi si amano. 

Da quel giorno il «vicinato» non ha più 
requie ed ogni sera, sotto la finestruola della 
bella assopita, volano per 1' aria stornelli amo- 
rosi, cantati a squarciagola. Neil' impalmare le 
ragazze, non si pon mente all'età, e quindi al- 
l'imperfetto sviluppo di quelle povere creature. 

L'età, infatti, in cui i matrimonii sono con- 
tratti é molto precoce, dai 15 ai 18 anni, come, 
del resto in tutta la regione. Appianate le diffi- 
coltà, il giovane é ammesso in casa come fi- 
danzato, e quel giorno dicesi « di affido ». Egli 
reca i primi donativi, ed incaricate di adornare 
la sposa sono le future cognate. Questa lieta fun- 
zione domestica ha un nome speciale asingaro 
segnare, e termina con danze e con augurii di 
felicità : « Cebi voliti regnare cumu u pane e u 
vinti » Cccit saltiti ppe miiranni », 

Le più ricche, sposandosi, non mancano di 
un adornamento completo detto rr finimentu 
ctinciertti e che comprende : la « jannacca » i 
)) cerchiitni)) le anella, la spilla eh' è talvolta di 
€ perna n (perle). 

Tutto approntito, due giorni prima della ce- 



m 



lebrazione matrimoniale, le sorelle dei fidanzati 
preparano il talamo, che ornano di merletti, di 
nastri, d'immagini, e giunto il sospirato momen- 
to delle nozze, le quali, usualmente han luogo 
nel pomeriggio delle Domeniche, amici e pa- 
renti rilevano lo sposo dalla casa sua e lo con- 
ducono in quella della sposa, ove già le donne son 
riuniie. Non era una volta permesso ad uomo dar 
braccio alla sposa, poiché antico rito portava di 
precedere lo sposo, seguirlo tutti gli uomini, pa- 
renti ed invitati, e dopo le donne, messa, però, 
in prima fila, la sposa fra le due più rispettabili 
del parentado. Questa costumanza s' è alterata. 
Ora il popolo, nell' accompagnamento richiede 
qualche gaìantuomo che offra il braccio alla spo- 
sa. La comitiva, andando e ritornando d Ila chie- 
sa, viene accolta con testa dalla gente, che lun- 
go la lua appositamente si sofferma, ed alla qua- 
le gli amici ed i parenti più prossimi degli spo- 
si ^'an gettando dolci, confetti e qualche volta, 
quattrini, Allorquando le nozze si effettuano fra 
persoDL* adiate e la sposa viene d'altro paese, gli 
e anhf « sorgono come per incanto su la strada 
del territorio, e si moltiplicano dalla parte del 
paese alla casa dello sposo, ed ivi si dispensano 
liquori, dolci « ngroni^i, ciigghiandri, cannellini 
mftstai::iola a. Il Sindaco ed il Parroco ricevono 
una guantiera di dolci e qualche bottiglia di ro» 
solio ; si danza, si banchetta e si fanno mille 
au^urii alla coppia : 
« Cchi voliti tegnari ppe cient'anni] 
n Vi vnìiti gtuitre cumua Madonna e 5. Giuseppi \ 
<r Mo cchi rammagasti goditillu sin beddu fnrac- 
ihiumi ìK 
Dal giorno seguente fino all' ottava si rice- 
vono ì regali : il rito vuole che sia sempre la 
gallin:ij ovvero un paio di piccioni ornati di fet- 
lucce, più o meno galanti. Chi reca la gallina 
riceve un mustacciuolo ed un bicchierino di 
€ acqnavita a* 

Nell*otTava, se lo sposalizio avviene di Do- 
menica, Q nella prima festa religiosa, se ha luo- 
go nel corso della settimana, si ripete quasi la 
stessa festa, e si dice rr cacciare o fare uscire a 
zita > Gli sposi si recano pomposamente alla 
messa solenne e quindi alh casa dei genitori, 
colà pranzano e ballano fino a sera inoltrata. 

Il Tramonto 

Non appena i lenti rintocchi della campana 
annuziano la dipartita di qualche abitante da 



questa terrena dimora, amici e parenti invado- 
no la casa del defunto, non per recare la soave 
parola del conforto, ma per riunirsi alla desola- 
ta famigliuola nella manifestazione dell'interno 
dolore. Il cadavere vien situato coi piedi rivol- 
ti verso la porla d' ingresso, come usavano gli 
antichi fin dai tempi di Omero, e pochi mo- 
menti prima di rimuovere la salma, gli uomini 
conviventi col defunto l'abbracciano e si ritirano 
seguiti dagli amici, in altra stanza. Le donne, 
invece, con i capelli dìsciolti, abbrunate, seguo- 
no la salma prima in Chiesa e poscia al Cam- 
posanto, e lungo il percorso si abbandonano 
a selvagge scene di dolore, strappandosi i capel- 
li, gettandosi sul cadavere, e parlandogli come 
a persona viva : lo interrogano, lo chiamano 
ancora una volta con tanto affetto commovente, 
con tanta straziante mestizia, che ti è impossi- 
bile contenere le lagrime. 

Al fanciullo, che muore prima dei sette anni, 
suonano le campane « a gloria » in segno della 
sua certa innocenza e di una corona di fiori gli 
ornano il capo. 

Spento il focolare domestico per otto giorni, 
la famiglia tiene lutto rigoroso (lutto strittu) 
con le finestre chiuse, e con le stanze illumina- 
te dalle lucerne di ottone e di creta. I parenti 
e gli amici provvedono del caffè, del pranzo 
per quel giorno e per qualche altro consecutivo 

La vedova non siede se non a terra, dicen- 
do che, da indi innanzi, quello sarà il suo po- 
sto; per più tempo non si reca in chiesa, e la- 
scia in una semi-oscuriià la casa. Non muta la 
biancheria per tre mesi, e per anni veste il 
bruno: raramente passa a seconde nozze. Gli 
uomini non si radono la barba; uscendo, indos- 
sano il ?Tiantello di lana, ed inclinano le falde 
del cappello sugli occhi. 

Ma la dimora dei poveri morti non ha i' 
sorriso delle vivide rose. Nelle città provvedono 
le serre, ma laggiù aleggia il gelo delle cose 
mone, e sconoscuto v' è financo il pallido cri- 
santemo, fiorente fra le brume ed il rovaio. 

C. Giuranna 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 

Tipografia Passafero. 



-^T-fe'?■^>^^^^>^^- ^?i^ ? :=: 



1 1 II' n in f Tri - r ur u Ti f - rA i x -am 'j zi^v^: ,v.g^ nM^SMKffi ^ii ' r 'n <araEMgj.jfc!'" iiir i r w un a r^irttii v 



^^ 









4éi^-^^-^' i^"B ^ '^^ ir -'-ì ^r4f*!g^jHi!W^^!;^:MjS!li^ 



?; j ei5 e^i ■ «^.ì- 










Ij3i (j8)lyri8j 



RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA. 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 6 — Agosto 1900. 



s* 



I 

ti. 
.. . ^ 



i'>- 

^ 
k 



w. 



i 

i 

i 

i 
i 

ì 

i 
i 

i 

i 
i 

i 



tp 

5f 






fi 



i # 









5^ 



m 



% 

s 
^ 



1 

5? 







ti 

è 

$1 

ir 



èi 



p%A I 

iji 



■é 



I 







'f 



MONTELEONB 

TlI'OGlUFIA PASSAfARO 



4-3;;-t^^?^^«>^^y^<ì^^^^'^-»^i- 



^^P^-lii-^^4U'^^ù!-^ JT55^^!^^-^=l>Éf^^3^^^^^-^ i^'^'^ ^i^^^^^":i^iìJ^ ■ 






I 



'*^ 



il^ 






^'¥ 



-^KOXO 2EII - 2^, e 



_(?ìif-! 



e) 



- ! ^ • - -- (fìWf-! 

LA CALABRIA * 



éF 



^ RIVISTA DI LETTEEATURA POPOLARE 



Dì RETTORE 



e) 



«:^£^ 



Monteleone di Calabria, Agosto 1900. 



SOMMARIO 

La preghiera della Regina (L. Bruzzano) — 
Paesaggi jeraiici calabresi (C. Giuranna) — Canti 
albanesi di Falconara (F. Riggio e L Bruzzano) — 
Una festa a Palmi (dal Ferruccio) — Fiabe gre- 
che di Roghudi (P. Candela) — La via del san- 
gue (C. Buccisani) — Canti di Maniinéo TV. Lo 
Prejalo). 



LA PREGHIERA DELLA REGINA 



Leggendo la preghiera della Regina Marghe- 
rita, ho pianto. Avevo scritto un articolo, con 
cai lodavo i sentimenti di giustizia e di bontà 
del Re Umberto P, e cennavo gli atti di bene- 
ficenza compiuti dalla Regina Margherita a fovore 
di alcuni Calabresi, mici intimi amici. Accanto 
alle parole di lode e di devozione per la Casa 
Savoja c'erano anche parole di sdegno contro 
chi si compiace del male in queste infelici con. 
trade della Calabria. Ora, commosso dalla cri- 
stiana pietà dell'Augusta Donna e indotto più 
a compatire che a disprezzare, tralascio il mio 
scritto, e riproduco in questo periodico la bella 
e santa preghiera, che le mie figliuole hanno già 
rivolto al Signore. 

L. Bruzzano 

DIVOZIONE 

IN MEMORI^ DI RE UMBERTO I, 

mio Signore e amatissimo Consorte 

ROSARIO 
Credo, Pater, De Profundis — Perchè fu mi- 
sericordioso verso tutti, secondo la vostra legge, 
o Signore, siategli misericordioso e dategli la 
pace ! — Le dieci Ave Maria. 



m^ 



Abbonamento annuo 

Xjire 3. 

Un numero separato L. i. 



%\^ 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



Pater, De Profundis — Perchè Egli non volle 
mai altro che la giustizia, siate pietoso verso di 
Lui, o Signore ! — Le dieci Ave Maria. 

Pater, De Profundis — Perchè Egli perdonò 
sempre a tutti, perdonategli Voi gli errori, ine- 
vitabili alla natura umana, o Signore ! — Le dieci 
Ave Maria. 

Pater, De Profundis — Perchè Egli amò ii 
suo popolo e non ebbe che un pensiero, il bene 
della Patria, ricevetelo Voi nella Patria Gloriosa, 
o Signore ! — Le dieci Ave Maria, ' 

Pater, De Projundis ~ Perchè Egli fu buono 
fino all'ultimo suo respiro, e cadde vittima della 
sua bontà, dategli la corona eterna dei Martiri, 
o Signore ! — Le dieci Ave Maria — Pater, De 
Profundis. 

PREGHIERA 

O Signore, Egli fece del bene in questo mon- 
do, non ebbe rancore verso alcuno, perdonò 
sempre a chi Gli fece del male, sacrificò la vita 
al dovere e al bene della Patria fino all' ultimo 
respiro e si studiò di adempiere la sua missione. 

Per quel suo sangue vermiglio, che sgorgò- 
da tre ferite, per le opere di bontà e giustizia 
che compi in vita, Signore pietoso e giusto, ri- 
cevetelo nelle Vostre braccia e dategli il premio 
eterno. — Stabat Mater, De Profundis. 

SìCatcfficzUa di Savoia 



42 



PAESAGGI IERATICI CALiJBRESI 
(Da una monografìa topografica folklorica 

SOPRA UMBRIATICO) 



LA QUARESIMA 

Con gli ultimi guizzi della baldoria carne- 
valesca, a ridosso di un mulo o di uu asinelio, 
il € missionario » spesso veniva da uno dei pae- 
si circonvicini, ma molto più di frequente da 
lontane regioni. La cocolla del frate si avvicen. 
dava con la veste talare del sacerdote, e facce 
rubizze, rispecchianti un'anima gioviale, succe- 
devano a volti smagriti, incorniciati da lunghe 
barbe, or brizzolate or bianche. Raramente la- 
sciavano intravedere nn grande oratore sacro, 
ed era un bene; poiché a cuori semplici, ad 
intelligenze non sviluppate e non raffinate dalla 
coltura, più della metafisica, giunge persuasiva 
la voce ed il simbolismo. 

Un ben costrutto organo vocale, una ma- 
niera di rendere palpabile l'invisibile, ceco le 
doti preferite. La parola di Dio, più che detta, 
veniva cantata, e l'uditorio reprimeva il sussur- 
ro, soggiogato da quella strana melopea. Ma 
non bastava dominare Tudito, bisognava scuo- 
tere ed accendere la fantasia con immagini sen- 
sibili, ed in quest' arte, il cenobita superava 
quelli del clero. Ricordo di missionari, che, giù, 
in una delle tombe della cattedrale, facevano 
calare lo scaccino, e poscia, facendo mostra di 
rivolgersi .all' Averno, ne provocavano misterio- 
se risposte. La voce affievolita dalla distanza, 
si diffondeva lieve nel tempio, come un lamen- 
to, sbigottendo V uditorio. Altre volte la statua 
dell' Addolorata tji agitava, involandosi per la 
buia navata, ed il popolo, abbandonato l'oratore 
si riversava, lagrimando, dietro la divina fug- 
gitiva. Questo tipo di missionario va scompa- 
rendo sopraffatto dalle nuove idee. 

La mattina del Giovedì l'intero popolo an- 
dava in chiesa a far la confessione dei peccati, 
sì comunicava, assisteva alle sacre funzioni; poi 
visitava il Sepolcro di Cristo, innanzi al quale 
pregava fervorosamente e lungamente, ed è giu- 
sto notare che le confessioni, i pentimenti dei 
peccati, la comunione eucaristica facevano risor- 
gere e rifiorire le gioie dell' amicizia e dell'amo- 
re, contribuendo a bandire le inimicizie, ovvero 
a ravvivare le rotte o raffreddate relazioni fra 
due amici, due vicini, due famiglie. 



Oggi si crede poco, e si ride molto di...- 
tutto, un brutto sorriso, rischiarato, spesso, dal 
fiammeggiare dei boschi incendiati. Scomparso 
il soprannaturale, resta il carabiniere, e quan- 
do si può sfuggire alla sua sorveglianza, la sod- 
disfazione per [una vendetta compiuta, non ha 
l'imorso o paure. 

DOMENICA DELLE PALME 

Una delle festività più vivamente attesa dai 
cuori innamorati è quella della Domenica delle 
Palme, poiché i verdi ramoscelli spesso riaffer- 
rano un cuore esulcerato, che sfugge, e diradano 
un malinteso, separante due anime nate per in- 
tendersi — Peichè mai lo tormento cosi ? pen- 
sa la bruna villanella, quando 1' incontra e non 
gli sorride — Perchè la sfuggo, mentre son 
tratto a lei ? Mormora il gagliardo giovinetto. 

Ahimè ! L'orgoglio è in essi più forte della 
volontà, e finirebbero coll'odiarsi se l'attesa do- 
menica delle Palme non risanasse gl'immaginari 
risentimenti. 

Corron lieti i giovani per le campagne in 
cerca dell'ulivo, e nell'entusiasmo, nella febbrile 
gagliardia delle loro membra giovanili, strappano 
dal tronco non virgulti, ma grossi rami, e nel* 
la discesa de' colli, mezzo nascosti dalla chioma 
arborea, offrono l' illusione di piante animantisi 
al cenno di misteriosa fata. 

La chiesa se ne riempie, e gli occhi dei 
preganti, usi a rimirare costantemente le bosca- 
glie, si rianimano e saettano, invisibili, l'ama- 
ta crudele, palpitante anch'ella ed illanguidita 
dal profumo dell'incenso e dalla melopea dell'or- 
gano lontano. 

E le foglie cinerine par che dicano: Ricor- 
di ? — sotto la nostra ombra s'incontrarono i 
vostri occhi, mentre l'accetta scendeva tremante 
sui rami ed i malanconici stornelli volavano per 
l'aria ! — Dimentichi le prime parole scambiate 
al nostro susurro, allorquando d'intorno avvam- 
pava la campagna ed il pigro bue ruminava len- 
tamente ? 

Queste memorie fan ripiegare la bruna te- 
stolina fra le congiunte mani — Oh ! se.... 
ritornasse a me! - e la prece corre più intensa sulle 

labbra. « Pax vobis )> mormora il sacerdote 

e pace invoca il cuore. 

Un tempo, non lottano, i parenti si ricerca- 
vano, le labbra correvano alle labbra, ed un 
bacio, santificato dalla maestà del luogo, fugava 
gli odii e affratellava i devoti. Ma per gli alte- 



43 



rati costumi convenne separare il gruppo delle 
donne da quello degli nomini, e V antica tradi- 
zione si esiinse. — Ora non lo scoccar d' un 
bacio, ma un susurro di rametti, distaccati dal 
fusto dolcemente, corre per la navata. Alla usci- 
ta della chiesa verranno offerti da mano esitan- 
te, accettati con gioia, ricambiati con esultanza.. 
'*Pax vobis" ha salmodiato il sacerdote, e la pa- 
ce è venuta col muto scambio di quel silvestre 
dono, pili: eloquente di una frase appassionata. 

C. Giiiranna 



CANTI ALBANESI DI FALCONARA 



TESTO 



Gkith e vessur nde te zsczsa 
Doli gne vas ca gora, 
Vatte te mir urattezsen, 
Uratten e dheut tire. 
Perpoki menin e zsii, 
Cheputti gne dek me fletta; 
Poki molen e cheputti 
Degken me mool te bardha; 
Mbiodhi dudde nde prcgherit, 
Prana u vuu tu e chiaar 
Prosa pai in e dheut tire : 
— O te faddem, dheu im. 
Te faddem se me te dee, 
E scam tet te sogh mee ! 
Ne cani dhee u cu te vette, 
Scam yfiov u cu te menogn, 
Paa gne spii u cu te mbidhcm. 
Chetò degkgka e cheto dudde 
Veschen si tet ckeen tutie 
Fare malin edhè me nziern. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 

Tjie è piasour' vSè xì ^é^a 
AóXt vjè pia^' XX x^P^t* 
Bìto Te |ji(pp* oùpzTTe^ev, 
Oópixxe è Sioux' xfpe. 
IlepT^^ókj liévtv è ^f, 
KeTOÓxxt vjè 5éx'|iè <pjixxa- 
nóxj |xG)Xev è xeTioóxxt 
Alxxev \iì (i{bX' xè pipSa- 
'MptóSt XoóXXe vdà Tzpéytpiz^ 
npàva oó poO xoue xjip 
IIpo^aTclv è dloiix' xtpe* (i) 



— *0 xè (piXXefi, déou t|i', 
Tè :piXXt\L oè tJtè xè Xie, 
'E o' xàn xéx' xè asòx (iti! 
Né xà|i dèe dò xoD xè pexxe, 
S' xi(i y&fl* dò xo5 xè (levóvj, 
Ha vjè ostA dò xoD xè 'b(6e(i. 
Kexò 5£xxa è xexò Xo6XXe 
Beasxev al xex' xéev xouxts 
Oàpe |iàXtv è5è |iè 'v^fepv. 

VERSIONE 

Tutta vestita a nero 

Usci una fanciulla dalla città, 

Andò a prendere commiato, 

Commiato dalla terra nativa. 

S'imbattè nel gelso nero, 

E spezzonne un ramoscello frondoso; 

Incontrò il melo e ne ruppe 

Un ramoscello con mele bianche; 

Raccolse fiori nel grembiule. 

Poi si mise a piangere 

L'aspetto del suo paese : 

— Ti saluto, terra mia, 

Ti saluto, perché ti abbandono, 
E non avrò a vederti più ! 
Né ho terra, ov' io vada. 
Non ho città ove rimanga. 
Senza una casa ov'io mi ritiri* 
Questi ramoscelli e questi fiori 
Appassiranno come saraimo lontani. 
Per nulla il desiderio di te mi torranno, 

Zsorgna vas te didhurin 
Armalossi e u nis me te 
Drek zalit detit: 
Ghippi niin te ragur ercs, 
Pertei detin u pree. 
Ma ce raa te zali i guaj 
Ndegni si e stissurezs, 
E pricr detit e tha : 

— Mori e buccura Moree, (2) 
Ce te dee mee se te pee ! 
Atti u Cam zsorgnen mem. 
Atti Cam u tini vlaa, 

Atti Cam u zson tat 
Te mbuduar nden dhee. 
O e buccara Moree, 
Ce te dee me se te pee ! 

Zóvja piosa xè XcOoópcv 
Ap|ia:éat i oò vfot |xè xé 



44 



Apàx ^àXtx Uziv 

Xìtzki vlv Tè piyo^ 5pe?> 

Ilepxlt 8lttv 06 TcpT)- 

Ma xà pà Tè Ci^^t t xo'^*)^ 

N8lvjc al è OTtaaoup'.C, 

'E Tipfep 8lTtT è eà- 

— Mópe è bouxoopa Mopée, 

Kè Tè Xée {i-g Tè uée ! 

'Attj xà|i Oli C<5>v tìt 

Tè (ibouSoóop vSèv 8ée. 

''Q è boóxoupa Mopée, 

Ké Tè Xée tif^ oè Tè nh ! 



La nobile fanciulla al prigioniero 

Dette le armi e si avviò con lui 

Dritto al lido del mare. 

Montò una nave combattuta dal vento, 

Di la oltre il mare si fermò; 

Ma, come scese sulla spiaggia straniera, 

Ristette li come fabbricata 

Rivolta al mare e pianse: 

— O bella Morea, 

Dacché ti lasciai più non ti vidi ! 

Quivi io ho h signora madre, 

Quivi ho io mio fratello. 

Quivi ho il signor padre 

Coperto sotto terra ! 

O bella Morea, 

Dacché ti lasciai più non ti vidi ! 



(i) Tiri esaj ? 

(2) La parte lirica di questo canto leggesi 
con lievi varianti ncW Appendice alla Grammato- 
logia Comparata del Camarda. 



UNA FESTA A PALMI 

( dal Ferruccio ) 



In quest' anno avremo una grandiosa festa, de- 
nominata della Sacra Lettera, cioè il ripristinamen- 
to del giro tradizionale della Varay che in atto 
si ricostruisce sotto la direzione del bravo operaio 
Militano. 

Le commozioni, che destava una volta il giro della 
vara, han lasciato traccie indelebili in coloro, che 
la ricordano, tanto che oggi V entuj'asmo è pari 
a quello di altri tempi. 

La vara avrebbe il peso di circa ottanta quin- 



tali, costruita quasi tutta in ferro, meno del ceppo, 
eh' è di legno, bene assicurato da sbarre di ferro; 
e quest' imponente mole verrà trasportata sulle 
spalle da 400 uomini per tutto il Corso Garibaldi. 

La forma di essa è simile a quella di Messina, 
ma ha il doppio di grandezza, e vengono adibi- 
ti per angeli dei ragazzi, mentre in quella gli 
angeli sono dei puttini di carta pesta. 

È^ bene che si sappia : la nostra vara verrà 
ripristinata fedelmente nel suo lustro di altri tempi, 
salvo lievissime modifiche, ed in tal modo sarà 
appagato il desiderio vivissimo dei cittadini, en- 
tusiasti per simile festa. 

Però, sarebbe necessario, che quest' ammini- 
strazione comunale, prima di permettere il giro 
delia vara, facesse procedere ad un'ispezione, secon- 
do il solito, da persone tecniche per accertarsi 
della sicurezza e resistenza, che non possano av- 
venire incidenti di ^orta. 



FIABE GRECHE DI ROGHUDI 



TESTO 



Mia V radia mia (i) Anarada eghiavi se mia 
ghineca ce ti sipe : 

— Cummare, purrò elate na plinorae. 
Ecini ghineca tisipe mane. Ti purri i Anarada 

eghiavi sirma ce ecrasce ecindi ghineca. Egho- 
ristissa ismia me ta rugha ce me to vrastari. Sa 
na arrivespai sto Pizzipiruni (2), i ghineca ivre 
ti i Anarada ihe ta podia asce mula. Tote agro- 
nie tito i Anarada ce ti netroghe, ce tisipe: 

— Cummare, aminate ma mbundi, avlespe- 
temu ta rugha ce to vrastari na pao fino sto 
spiti, jati mu emine ecighamme to coscino ce 
mu to anascizi to ghiridi. 

I Anarada cpisiespe ce stadi; ma i ghineca 
de ne condofere pleo. Sa ne came imera ce i 
Anarada ivre ti i ghineca ene condofere, ti se 
anascie ta rugha ce ti se cupanie to vrastari me 
lo lidhari. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



M(a ppaSca (Aia 'Avapioa èy^'a^y] aè |if« Y^ 
valxa xal t?1^ zIkv 

— Cummare, Tio'jpvò sXàTs va 7iX'jva)|Ji6. 

'Exeivr; yuvaTxa t?;; z^jzt (là vaf. T)j t:^^^ w 
'Avap:'5a ày''^?^ ajpjia xal sxpa^s IxeTv' vf\ V 



45 



voeTxa. *Ey(Viipl(JvrfJO% tl^ fifa fiè xà poO^a ^ |a^ 
xò ppaotist. Sàv arrive'^aat '^ tò IltT^tTUYipoOvt, -^ 
Yuvalxa tjSpe *xt i^ 'Avapi8a el^e "cà 7c65ta à^ 
jioOXa. Tòte àyvtoptae \i f(zo i^ *Avocpà8a xal xijv 
giporfe xal tt)? eliie* 

— Cummare, i\ulv(xxt [i/ov pundi, àpXéf|;eté 
|iou xà poOx» ^ "^^ ppaoxàpt vi Tcào) fino '^ xò 
OTrfxt, Ytoxl |A0 j Sjietve èxel x^W^^ "^^ xóoxtvo xal 
jiou xò àvao^f^st "^^ X^^P^^^' 

*H *Avapi5a èTcfaxeuas xal latàOT)* |xà i^ yu- 
voTxa 8ÈV èxovxó^epe TcXfo. Sàv Sxa|jLe f^|iépa xal 
^ *Avapà5a 7)5pe xl i^ yuvatxa èv èxovxó^epe, zi^q 
àvàaxtae xà poOx^ >^^l "cfi^ èxooTcivtae xò Ppaoxàpt 
jiè xò XtSàpc. 

VERSIONE LETTERALE 

Una sera, un'Anarada andò da una donna e 
le disse : 

— Comare, dimani verrete a lavare ? 
Quella donna disse di si. La dimane, l'Ana- 

rada andò ben presto a chiamare quella donna, 
e partirono insieme con Ja biancheria e la cal- 
daja. Quando arrivarono a Pimpirtini^ la donna 
si accorse che TAnarada aveva i piedi di mula. 
Allora capì ch'ella era Anarada e che V avrebb- 
mangiata, e le disse : 

— Comare, aspettate un momentino; guarda- 
temi la roba e la caldaja, perchè io vado fino a 
casa, ove mi è rimasto a terra il buratto e me 
lo straccia il porco. 

L' Anarada credette ed aspettò; ma la donna 

non tornò più. Quando fece giorno, e TAnarada 

non vide tornare la donna, le stracciò la roba e 

le pestò con una pietra la caldaja. 

2* 

TESTO 

Diavolo eflghe andd pedia. 

Mia nimera o Diavolo eghiai na pesci me ta 
pedia. Ecina cpiasai ce to nevalai mummua ce 
lo mbedhissa ancavaddhu. Ma issa poddha ce de 



(1) I Anirddo issa ghinécho mo ta pódia ascò mula. Tio ime» 
ra ostécai dimeno, ti vradia cvìénnai na fdu tu hristianù. lavtò 
sto Righùdi, ti vradia ccligai tin burta ston Agriddhca co sto Pla- 
chc, co ótu gcIdo don csónnai mbéi sto paghisi. I Anarììdo opigai 
ancavaddhu sti ramida asce savucci. 

Le Anarade erano donne dai piedi di mula. Il giorno sta- 
vano chiuse; la sera uscivano per divorare gli uomini. Perciò a 
Roghudi chiudevano la porta di Agrillea e di Plache, e cosi quelle 
non potevano entrare nel paese. Le Anarade andavano a cavallo 
sopra verghe di sambuco. 

(2) Piszipiruni è una piccola colonna di fabbrica, che s* in- 
nalza in una strada elio dal paoso motto al riamo. Noi dialetto dj 
Roghudi piszfpiruni signlHca un rialto qualunque che termina a 
punta acuminata. 



ndaghore ola paru. Ma sa nivrai ti de endagho" 
rai ola paru, eghirespai na to macrinu ce tu ap- 
pizzespai to su vii sto ngolo. Sa nacue o Diavolo 
ti poni, efighe cuddhizonda anda pedia. Javto le- 
ghete ti o Diavolo efighe anda pedia. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECL 

Mfov f^fiépa 6 Atà^Xo lycàpT) va TzatS^ [lè xà 
TO8fa. 'Exelva Imàaaat xal tòv èpàXaat mummua 
xal TÒV TdprpoiN ancavaddhu. Ma f^aav TcoXXà xal 
8èv xà x^paat 5Xa pam. Ma aàv TjOpaat *xt 8èv 
X(J)pa<Jt 8Xa paru, lyupe'jaoot va xò (iaxpóvou xal 
xo5 appÌ7^x.t{)ooLOi xò ooupXl \ xòv xóXov. Sàv 
dtxouae 6 Aià^oXo x^ ttóvit), S^uye xwXfaovxa àn:* 
xà 7U£8ia. Ftà aóiò Xlyexat 'xt 6 Atà^Xo S^uye 
àu* xà 7C£8(a. 

VERSIONE 

Un giorno il Diavolo andò a giuocare co' 
fanciulli. Questi lo posero carpone e lo cavalca- 
rono. Ma erano molti e non ci potevano stare 
tutti quanti. Ma quando videro che non ci po- 
tevano stare, cercarono di allungarlo e gli ficca- 
rono lo spiedo nel preterito. Quando il Diavolo 
sentì il dolore, fuggi gridando dai fanciulli. Però 
si dice che il Diavolo fuggi dai fanciulli. 

P. Candela 



LA VIA DEL SANGUE 



Era un mattino di luglio, o del giugnetto, 
come lo chiamano i nostri contadini. Avevamo 
per tempo lasciato il villaggio, a fine di evitare 
la canicola, la quale, in questa estrema Calabria, 
cuoce come in Africa : e si procedeva a mezza 
costa per un viottolo tortuoso, stretto cosi da 
dare appena il passo ad una mula. Alla nostra 
dritta la collina era piantata ad ulivi, disposti 
qua e là in disordine per il declivio tutto ber- 
noccoli e piccole terrazze, intersecate da solchi 
e buroncelli, in mezzo ai quali si contorcea la 
stradicciuola tutta dirupata fra piccole forre, i 
rovi e le marruche. 

Giù, ad una profondità da i io a i 15 me- 
tri, correa, angusto e mezzo nascosto fra cre- 
scioni ed ortiche, l'alveo di un torrentello quasi 
asciutto, e le cui gore, scavate nello gntiSy allo 



46 



incerto e fioco lume deirultima luna, mandava- 
no riflessi cupi e metallici e mormorii rauchi 
e lamentevoli : tanto che a guardarle, quelle go- 
re pareano occhiaie livide e gigantesche, dal cui 
fondo vitreo e semovente gocciavano rivi di 
lagrime, spremute da un dolore misterioso e oc- 
culto : lagrima rerum ! 

A sinistra, come muraglia ciclopica, si ergea 
al di L\ del torrentello un masso ronchi uso, che, 
nella grigia sfumatura generata dal distacco del- 
l'ultima ombra notturna con il primo bagliore 
del giorno, parea un gigante in agguato, che 
aspetta nell'immobiiiià granitica con la sinistra 
pazienza dell'assassino. 

Tale almeno me lo immaginavo io in quel 
momento; e, non so per quale strana correla- 
zione, mi ricordava Tiberio ed Ildebrando, Fer- 
dinando Il e Fra Diavolo. 

L'alba intanto rosseggiava lontana; ed io scor- 
gea chiaramente come la natura, nelle sue in- 
tenzioni cortesi e selvagge insieme, su quel nu- 
do dorso del masso minaccioso, gettato avea 
sinceramente qualche lembo di verde cupo e se- 
vero nei densi ciuffi di parietaria, nelle tratte di 
melissa e verbaschi, di sermolino e maggiorana 
odorosa. E la quercia possente e battagliera, in 
due crepacci clivati della roccia, vi avea infisse 
le sue radici di ferro, con discapito di qualche 
caprifico esaurito e rachitico, nella ineguale lotta 
per l'esistenza : tanto la natura, come la storia, 
mostrano sempre ed ovunque dei notevoli sba- 
gli di proporzioni. 

Una cascatella lievemente romorosa inumi- 
diva quella gualcita veste di erbe e consolava 
l'arsura dei mughelli e dei ciclami tardivi. 

Sulla vetta del colosso di pietra si ergea e 
guatava, mezzo dirupata ed annerita dal tempo, 
la massa scomposta di un vecchio fabbricato, già 
stanza di Cappuccini; grave e pesante ancora sul- 
l'omero della roccia minacciosa. Quel vetusto 
edifizio in completa rovina mi guardava mesto 
e severo e mi parlava all' anima con l'miimità 
paurosa della penombra ; un paso mas alla, Sier- 
ra morena. 

Andavamo silenziosi; ed alla testa della mula, 
da me cavalcata, procedea fermo e sicuro un 
vecchio contadino, una di quelle forme musco- 
lose ed asciutte, del colore fra il bronzo ed il 
rame,J che, nel loro profilo calmo e mezzo fe- 
roce, rammentano ancora i gagliardi Bruzi, vinti 
e non domati da Papirio Cursore e rifugiati nei 



fohi recessi delPAppenino. Gianni, con gravità 
musulmana, fumava la sua pipa di creta; e, nel 
ricalcare con l'indice la cenere del tabacco bru- 
ciacchiato, dava delle scosse frequenti alla scure 
affilata e lucente, che, immancabile compagna 
del calabrese, portava sulla destra spalla, a guisa e 
con la gravità di un littore antico. 

La stradicciuola, via via sprofondando sino in 
fondo alla valle, si spingea di un tratto sulla op- 
posta* giogaia ; e Giovanni, sino allora muto e 
silenzioso, si trasse di lato alla mula, dicendo : 
Siati aUeniu, signurinu. 

Poscia die la voce alla bestia : 

a nia, Spagnola; destra..., sant 

li luccicare del gorgo, adombrando l'animale, 
gli fece dare un balzo poco e nulla piacevole, 
scaraventando Giovanni mezzo nell' acqua della 
angusta gora e mezza la persona contro il masso 
di rincontro; e la mula si portò di un salto, o, 
meglio, ci portammo alla sommità di un ron- 
chione scabroso, che chiudeva, sovrastando a si- 
nistra, la gora. Si figurino i miei cinque lettori e 
l'unica e sola lettrice la se ia apprensione e il 
rincrescimento che mi ebb. per l'integrità ana- 
tomica del mio collo e per le costole del pove- 
ro Giovanni : il quale per altro si rialzò im- 
mantinenti, sagrando come un dannato e rag- 
giungendo con agilità sorprendente la coda della 
mula spaventata, che io a stenti aveva frenato 
in cima al masso e sopra l'orlo della stradella: 
precipite ed angusta, che in quel punto comin- 
ciava a svolgersi per il fianco della collina dei 
Cappuccini. 

Santodiavolone ! urlava il montanaro, me la 
immaginava io, stamattina : tirate sopra ed an- 
diamo adagio, signorino. Eh ! Spagnola, Spagno 
la ! me l'hai fatta, Spagnola ! 

Poi si rimise alla testa della mula; si segnò 
della croce e, con una flessione vocale malinco- 
nica e difficile alla gorga di quel paese montuo- 
so ed austero, disse, come trasognato e trase- 
colato : 

— Ma che vuoi da me, povera Maria ? che 
vuoi ? 



Quelle parole e quel tono e il nome ma- 
gico e santo di Maria, dopo tante bestemmie 
rintronate in quella valle paurosa e deserta, mi 
davano delle strane impressioni, accompagnate 
ad una viva curiosità: 

— Di che Maria parlate, Giovanni ? 



47 



— Eh ! signorino; voi siete abbastanza gio- 
vine, voi: ma Gianni la ricorda come se fosse 
stato ieri, la ricorda la amara Maria! Fu assas- 
sinata là, ove la Spagnola fece quel bruito tiro 
a me ed a voi, signorino: proprio là; e la tro- 
vammo distesa sotto il masso, il petto squar- 
ciato da un'ampia ferita, le mani irrigidite e 
cacciate le dita fra i capelli, ed era uno strazio 
a vederla, povera quella giovine ! 

E con il dorso della mano callosa si* terse 
una lagrima e ripigliò, come in un doloroso so- 
liloquio: 

— Era innocente: ma, in un mattino di 
està, aveva scorte, fra le pannocchie del granone 
in fiore, due Galantuomini del paese, che, in 
agguato presso la dimora di un signore, loro 
nemico, aspettarono tutto il giorno e te lo 
freddarono sul limitare della casa , con la 
grazia, arrassusia ! di una palla in fronte ed 
una al petto. 

— E questo che narrate, Gianni^ è da mol- 
lo tempo avvenuto, ne' ? 

— Uh !, signorino; assai. 

— E poi ? 

— E poi, l'ucciso avea parenti e rispetto in 
paese e si, vendicarono. 

— Sì : e Maria, cosa ci entrava Maria ? 

— E, si Signore, che la ci entrava, per ave- 
re veduto dalla fenestra i due assassini, per i 
quali Maria fu la condanna di morte. Allora — 
e seguitava quasi il monologo — un parente 
degli uccisori, che avea il cuore di un satanasso, 
si mise intorno alla poveretta, si mise; la lusin. 
gò con promesse e con doni; e lei incauta, con 
la debolezza delle donne, lo ha creduto quel ca- 
ne di un'assassino; povera figlia lo ha creduto 
ed amato e quell'amore fu la sua morte, signorino. 

— Amato, avete detto, Gianni ? 

— Sicuro : ed una sera furono visti a parla- 
re insieme, là presso la fontana dei quattro petti; 
e, quando si separarono, lui a dirle, quel brutto 
Calvino e sommessamente : all' alba dunque, sai. 
all'alba, sotto la collina dei Cappuccini. E quan- 
do fu domani, il brigante fu visto rientrare in 
casa frettoloso e guardingo; e poi, poi insultan- 
do il Signore Iddio, assidersi a un suo balcone 
e canterellare per giunta. Al tardi il paese era 
in allarme e questa valle risuonava di urla stra- 
zianti, perchè i contadini aveanno visto là sotto 
il cadavere della Maria, morta di una pugnalata 
al cuore. E io corsi pure, signorino, e dietro di 



me molta gente e lo stesso uccisore che si sfor- 
zava a piangerla con noi l' amara Maria. 

— E poi 

— E poi sulle prime nulla si trapelò; ognu- 
no per paura taceva; ma quello sciagurato ucci- 
se altri due testimoni, e li volea uccidere tutti 
per non far condannare i suoi cognati : ma in- 
fine la giustizia allungò le mani, che qnella volta 
non furono corte e l'ha insertata^ signorino, sa- 
pete. E si seppe bello e chiaro, che, pria di am- 
mazzarla, la baciava la Maria, quel satanasso; e 
poi la ghigliottina ha ammazzato lui, ha am- 
mazzalo ! 

• » 

• 

Povera Maria !... pensavo, con il terrore di 
quel delitto e di quella antica tragedia nel cuore, 
e si procede per V erta ancora un poco, muti, 
taciturni; né io mi sapea levare dagli occhi della 
fantasia conturbata quella infelice uccisa, mentre 
un amore assassino la baciava facendole sentire 
chissà quali fremiti, quale paradiso e quali estasi 
e sogni di felicita sperate. 

— Potevate condurmi per altra strada, dissi 
a Giovanni: questa è lorda di sangue, mi pare. 

— E fosse stato quello di Maria il solo; 
lassù, ed accennò alla sua sinistra, ove l'erta dei 
Cappuccini si svolgea spianandosi in terrazza, 
ricordo altri due poveri uccisi, gli Scartali: uc- 
cisi per un nulla, per una parola di poca crean- 
za che avevano detto alla Peppa, che la vive 
ancora, signorino; quella, signorino, quella che 
abita la casetta là dello Schiccio\ non la sapete 
quella vecchia, voi ? Ne ha fatto delle sue ! eh ! 
ne ha fatto quella vecchia, che a dirle tutte ci 
vorrebbe un avvoato povero, come quelli di Se- 
minara ! no ? 

C. Buccisani 



CANTI DI MANTINEO 

( Raccolti da Vincenzo Lo Prelato ) 



Siti cchiù bella (i) vui ca no lugigghiu, 
Quandu è buttuni e voli spampinari (2J; 
Non è la facci tua chi rassumigghia, 
Cà discinditi di sangu riali. 



>*< 



Mi partu di duv'era e vinni apposta, 
Vinni mu viju a tia, rosa gentili; 
Vinni mu ti la rendu la risposta 
Chida (3) mbasciata chi mandasti a diri. 



48 



Tu mi mandasti a diri ca su nanu : 
Si longa siti vui no mi ndi curu. 
L'omani no si pisanu a cantai u, 
Cà vannu a drammi comu l'oru finu. 



Acula d'oru e corallu d'amuri. 
Sempi 1' eppi cu bui la passioni; 
Ma si vi viju a manu d'autru amuri 
Cu nu pugnali mi passu lu cori. 



Levati, bella mia, ca jornu è fattu, 
Non mi staciri a V amuri suggettu. 
La passioni na caja m' ha fattu 
À la spada (4) sinistra di lu pettu; 
Autru si godi stu bellu ritrattu 
Ed eu mi godu sta caja 'a stu pettu. 



Arburu carricatu di profei (5) 
D' oru e d* argentu carricatu assai, 
Vitti l'amanti avanti di lu rre, 
Nei fici nsinga (6) cu Tocchi e lu chiamai: 
Idu mi dissi : Tu, figghia cu' sci ? 
A cui pcrdisti, a cu' cercandu vai? 
— Persi a cori fidili e no Tahhiai. (7) 



Di rosi sugnu ssi vostri vestiti. 
Di rosi sugnu ssi trizzi ntrizzati, 
Di rosi sugnu st' occhi margheriti. 
Di rosi sugnu ssi gigghi narcati, 
E ntra lu peitu dui rosi tcniti, 
Ed a li mani dui rosi addurati, 
Vui, cara bella, ntra li rosi siti; 
Cara, di nomi rosa vi chiamati. 



Ntra libru d' oru siti scritta vui, 
Ntra libru d'ora chi no s'apri mai, 
Ntra lu geniu meu nei siti vui, 
Vui mi venisti ed eu vi cumprimai. 
Mo tandu finirò mu amu a vui, 
Quandu ceiu no ncesti e mundu mai. 



Statevi allegramenti, amici cari, 
Cà v' è venutu n' amicu di cori; 
Quattru parti lu fici lu soi cori. 
Una la duna a cu lu sapi amari» 



Una la duna a cu' beni lu voli. 
Una la duna a bui, donna dotali, 
Cu patiu, cu amicizia e cu palori, 
Una la tegnu jeu pe no rcstari 
Senza arma, senza vita, e s:nza cori. 



Vitti tri rosi a n' arrama pendiri, 
Nun sacciu di li tri qual* a pigghiari; 
La randi è bella e no la pozzu aviri. 
La menzaneda no mi pò mancari. 
La piccirida sa fari catini. 
Una ndi ha fattu e ncatinatu m'avi. 
Pregu, lodi a DJeu, mu mi scatini 
Ca l'omu ncatinatu no pò stari. 

>^< 

Dundi cumparsi stu giuvani bcllu. 
Chi porli sundillettu (8) a caulinari 
Autu cchiù di na porta di castellu, 
Dirittu comu na virgula ndorali (9)? 
Porta la zahareda (io) a lu cappellu 
Ed a lu cintu dui fih i pugnali, 
leu no vi cangiarla cu n'autru bellu 
Mancu cu na turretta di dinari. 
Focu mu cadi e m' ardi lu castellu, 
Sarvu li cruci, e puru li dinari. 



(i) Ho domandato perchè nei canti dicono 
bellay stilla, lassati ecc. mentre parlando poi 
pronunziano : bcda^ stida, dassari e mi han ri- 
sposto : Nla li can^nni li dicimn cchiù a la 
grandi. 

(2) Sbocciare, schiudere — notasi la bel- 
lezza dell'immagine e l'intensità di quel voli. 

(3J II doppio / toscano invece di mutarsi in 
;, come nel monteleonese, in Maniineo e paesi 
circonvicini si muta in d dolce, e quindi dicono» 
beda^ stida^ gadina ecc. invece di beja^ s'ifa, ga- 
fina. 

(ij) Spalla. 

(/) Non s'inicnJc il signitìcaio. Forse do- 
vrebbe dire : Trofei. 

(6) Segno. 

(7) Trovai. 

(8) Parola incomprensibile. Forse dovrebbe 

dire: soi dilettn. 

(9) Verga lunga e diritta — Ndorali, dorata, 
(io) Fettuccia di seta. 

Direttore resp. Luigi Bruzzano 
Tipografia Passa&ro. 



t; 



^ /f 1 c^ ^-7^* ^ jO-c^ 



y 9 ' 



X^'^^\^^^ 




±^»^ 



-:(Ò.: pp^o '.yO-.Q^^^i^ Or > ìQ Qì-hi-^q O' c^^ITQ; Q P^ ^ JJQ^O [>o>-:^Ò} 



-^rLUO scili - N-. 1 



ì 






*S*J 



(snr% 



LA CALABRIA J 



^&Xa^!g>:^^i<^^ »v>^(<v^^ g^;<ìa\^iV^<:<$;feS^^^g^M%g^^^ 



RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



^1^ 



DIRETTORE 
31j-v3.igrl S3ru.zzazio 



Monteleone di Calabria, Novembre 1900. 

SOMMARIO 
Divagazioni estive (V. Julia) — Proverbi 
greci di Roghudi (P.~ Candela) — Monografia 
topografica folklorica sopra Umbriaiico (G. Glu- 
ranna) -— Carni albanesi di Falconara (F. Riggio) 
La vita sui monti (G. De Giacomo) — Proverbi 
di Serrasireita (M. Fazio). 

DIVAGAZIONI ESTIVE 



L' alba sorride nella fresca pace del di no- 
vello. 

A poco a poco, nella campagna tutto si ri- 
desta — ed ecco i bovi uscire all' aperto, gui- 
dati da un ragazzo sonnacchioso e sparuto ; ecco 
Taja popolarsi di contadini, che trebbieranno il 
grano, sotto i cocenti raggi del sole ; mentre 
per r aria, piena di profumi silvestri, echeg- 
geranno le libere canzoni rusticane. 

Lavoro e canto — ecco la vita di chi, con 
fatighe interrotte, chiede alla terra il suo pane; 
che, spesso, però gli vien meno ! Ma, non im- 
porla : potranno mancare i mezzi del sostenta- 
mento ; crescere a dozzina i figli nei miseri e 
affumigati abituri di campagna; potrà T irremo- 
vibile Signore colmarli di angherie, i nostri con- 
tadini ; e non per ciò, essi dimenticheranno i 
loro canti, in cui vibra il loro essere, in cui 
sanguina il loro cuore, e che ci dicono altresì 
come si ami, si palpiti, si soffra in mezzo ai 
campi e su' monti, coronati di boschi... 

Ecco il figlio del forriere^ che da qualche 
mese ha lasciato il Reggimento, cantare alla sua 
bella dicendole: 



Abbonamento annuo 

Iljire 3. 

Un numero separato L. i. 



11^ 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



Luci de r nocchi mia, gioiuzza cara, * 
tieni bona speranza e fida 'n cori : 

'u primu amuri nun si pò scordari, 
'ncatinata ti tiegnu intra lu cori ! 

Ca s' iu camignu (^cammino) cielu, terra e mari, 
sempri V haju cu ti:i Ja Ritenzione. 

Tannu (allora) ti lassù, bella, de t'araari^ 
quannu 'ssa vita mia suspira e mori... 

Le fanciulle, da lui viste nelle belle città, do- 
ve per tre anni ha fatto il soldato, non gli han 
per nulla toccato il cuore : laggiù, nella sua Ca- 
labria, nella sua montagna natia, vivea la gio- 
vine, da lui conosciuta pria di partire alla volta 
del Reggimento; colei, che, piangendo, gli a^ea 
detto, in quel funesto giorno : Non ti scordère 
di me l ; laggiù, lontano lontano, era sempre il 
suo cuore, tutta l'anima sua — e come dimen- 
dicarsi di lei ?... 

'U primu amuri nun si pò scordari : 
'ncatinata ti tiegnu intra lu cori.... 

ripete, infatti, con cadenza più dolce, più sug- 
gestiva, mentre recasi al lavoro, nel fresco mat- 
tino di Agosto, il giovane innamorato... 



La graziosa Maria è lontana da parecchi giorni: 
senza di lei, la vita è un tormento per chi l'ama, 




m^:. 






per 'Ntoni il pastore, che non vede l'ora di dir- 
le quanto à sofferto di nascosto per lei. 

E canta : 

Parti, suspiru mia, parti e camina, 
'un diri duvi va!, ne chi ti manna : 

va' trova chilla rosa àiomv[ì?LSQ\\m^(domaschiyìa), 
chilla chi leni 'ncatinata 'starma ; 

va' dici chi scioglissi la caiina : 
soffriri nun si pò cchiù 'ssa cunnanna ; 

ca chiangiu (piango), amaru iu!, sira e matina, 
cumu 'nu quairariellu (bambino) senza mamma ! 

E poi, ne loda le bellezze, che sono l'invidia 
delle compagne : 

Quannn nascist' tu, stilla serena, 
Diu 'ssi bellizzi apposta li criàu ; 

tutti li juri a tia la Primavera, 
bella, dintra lu sinu ti poriAu. 

'A vuci li dunatti la Sirena, 
'u Suli dintra 'ss'iìocchi si fermàu ; 

'i trizzi ti dunó la Matalena ; 
r Anoiuli 'i scilli (ali) ti dunàru... 

Tieni lu numi de «anta Maria, 
eh' è la cchiù bella de lutti li santi : 

tutti li grazii l'à dunati a tia, 
l' ha fattu 'ss' uocchi niuri e joculanti. 

Quannu tu passi de 'mmienzu la via, 
si vòlanu a guardari tutti quanti... 

Iu 'nu riirattu mi fici de tia, 

sempri lu vasu (bacio)y e mi lu tiegnu avanti! 

Quanti sono in Italia poeti, che sappiano 
cosi schietiameute ed efficacemente esprimere i 
moti dell' animo loro ? — O voi, che avete il 
cuore spezzato, guasto dalle miserie Jella vita; 
voi, che fate dell' Amore un trastullo, e lo in- 
cipriate e lo imbellettate quotidianamente, e non 
sapete la gioia di un' alba su' monti, e ignorate 
la festa del Sole, che illumina la immensità della 
Terra, venite quassù, come a un lavacro neces- 
sario, e non dite che lutto ciò sia vieta ret- 
torica... Tuli' altro : qui la vira è migliore, più 
libera, più semplice. 

Non badate ai miseri tuguri, sparsi per la 
campagna, nei burroni, sulle alte cime dei monti : 
le belle dimore le trovate in città ; ma, e pure, 
quanta poesia fra quelle pareli nere, affumigate. 
fatte di creta e di frasche, come vi commove 
la madre, che, sul limitare di una casetta rurale, 
dà latte al suo bambino, e dopo averlo saziato 



di quel sano umore vitale, gli canta la ninna, e 
dice : 

'A ninna — ninna, ninna — ninna, nonna, 
chi beni li vo' fari la Madonna! 

E la Madonna mo de ccà é passata, 
e de ninnilla mia m' ha 'ddimmannaiu. 

Ed illa addimmannannu, ed iu dicicnnu : 
— L' haju alli vrazza chi mi sta dormicnnu ; 

ed oi Madonna mia, tu mi V ha' datu, 
fammillu stari buonu e mai malaiu... 

Madonna, bella mia, para lu maniu, 
ed ti ci curco (corico) 'ssu palummu jancu ! 

Madonna, b.lla mia, para lu 5»inù, 
ed li ci mindu 'ssu palummu finu... 

Ed oi Madonna mia de la Caiina, 
ammantamilu 'ssu palummu finu ; 

Ed oi Madonna mia de la Pietàii, 
'ssu figliu chi ti sia ricummannaiu.... 



* 



Qui, meglio che, un tempo, nelle afose aule 
della scuola, io comprendo, nella cara solitudine 
campestre, la grande verità, tutta là poesia, che 
racchiudono le mirabili strofe della salubrità 
deir aria del Parini — e non mi stanco dal ri- 
petere, qui, tra il verde dei castagni, e assapo- 
rare, sillaba a sillaba, i versi, che non si pos- 
sono dimenticare, specie quando ci è dato vivere 
lontano da ogni cura, 'in un dolce obblio, che ci 
rende migliori : 

€ Io de* miei colli ameni 
nel bel clima innocente 
passerò i di sereni 
tra la beata gente 
che, di fiitiche onusta, 
è vegeta e robusta. 

Qui con la mente sgombra, 
di pure linfe asterso, 
sotto ad una frese' ombra 
celebrerò col verso 
i viJinn vispi e sciolti 
sparsi per li ricolti ; 

e i membri non mai stanchi 
dietro al crescente pane ; 
e i baldanzosi fianchi 
delle ardite villane 
e il bel volto giocondo 
fra il bruno e il rubicondo; 



3 



dicendo: Oh foriumie 

genti, che in dolci tempre 
quesi' aura respirate, 
rotta e purgata sempre 
da venti fuggitivi 
e da limpivi rivi ! » 
Acri, Agosto 1900. 

Antonio Julia 



te^isg4^^^^>^i{jr^i;fr?^jr»-g^^^5Si^5^ 



Proverbii e rriolti greci di Roghudi 



Maro ene to dendrò pu e!ii tin pelecia. 
Màpo eJvat xò SevSpò "tioO lyjii xijv TceXIxta. 
Tapina la quercia clic ha l'accettata. 



O zandalaro pulii ta veloi^na pu eghi. 
*0 T^avToXdcpir) TtouXàei là ^eXóvca tcoO ly^tt. 
Il merciajo vende gli aghi che ha. 



Pose o agbio, tu astu ta cena. 
HGx; 6 OLyio to5 dcTiiou xà xepia. 
Com'è il Santo, gli accendono le candele. 

O milo canni ja to milinari. 
*0 (lóXo xiwet yià xò [luXcovipT). 
Il mulino fii pel mugnajo. 



Cagghio sta cerata tu argati para o stomassu. 
KiXkio \ xà xipaxa xoO IpyàxTj Twcpà \ xó 
axóptaaaou. 

Meglio alle corna del bue clic alla tua bocca. 
(argati, i buoi che si aggiogano) 



Pedhenu pie arnia para provata. 
IlatGafvoi) nXéo àpvia uapà Tipó^axa. 
Muojono più agnelli che pecore. 



Pi si shonni cala, ciumate cagghio. 

HoXoq Ja(i)wet xaXà, xo?|iaxat xiXXto. 

Chi appiana bene {il letto), dorme meglio. 



I gatta pai stin agharo massara. 
*H yàia Tciet \ x^jv à^apo massara. 
La gatta va dalla mala massara. 



Siimeguondo ta frulli ce den ta ghiuria. 
Stimeguovxo xà frutii xal 5àv xà ghiuria. 
Si stimano i frutti e non i fiori. 



Egua eci pu anigu ce cligu i vrondade. 
*'Expa èxer tcoD à'^oiyo'j xa( xXetyou •§ ppovxàxau 
Va dove aprono e chiudono i tuoni. 



Essonno pLitespi jiti eghi sinnofa sto cielo. 
Ev ac&vo) TiXaxeuaet yiaxl lyei aóvvecpa \ xo cielo* 
Non posso parlare, perchè vi sono nuvole 

nel cielo. (Per intendere che ci sono persone che 

sentono). 



Essu canno calò manco aneriise me ta go- 
nata hinnà. 

'Ev aoO xàwco xaXò manco àv ^pxYjS |xà xà 
yóvaxa yu|xvà. 

Non ti fo bene, neanco se vieni colle ginoc- 
chia nude. 



Ise ena leppuro cadharimcno, 

Efaai ?va Xénoupo xa0ap:|iévo. 

Sei una corteccia di stelo mondato. 



Canni mia ghalazaria. 
Kàvvet tita yjxXoLoxfla. 
Fa una frana. 



Faccia ti ta rofaghena. 

Faccia xfj xupo^àyeva. 

Faccia di grattugia (butterata). 



Ise pò sena agrappido vuvo. 

Efoat Ttó)^ 2va àyftimSo vuvo. 

Sei come la pera selvatica. (Agrappido^ frutto 
del perastro). Il selvaggio italiano non rende il 
significato del vuvo del dialetto; ma non e' è il 
corrispondente. 

Pasquale Candela 



MonogpaOa topografica folklorica 

SOPRA UMBRIATICO 

(continuazione vedi num. precedente) 



VENERDÌ SANTO 

Tramonta il sole, lasciando, sull' estremo 
lembo deirorizzonte, una striscia biancastra, che 
restringendosi a poco a poco, appena fa scorge- 
re le bianche casette del villaggio... poi tutto 
s'imbruna, e le casupole si rendono visibili pel 
■chiarore che manda il ceppo sul focone, attra- 
verso le imposte socchiuse. 

Per le vie s'ode il passo pesante, a volta 
strisciante, del contadino, <:hc affretta il ritorno 
fra i suoi* poi lo sbatacchiar d' uscì, scoppi di 
riso infantile, gridìo di bimbi assonniti, a stento 
repressi dall'i mpaziente voce materna. È l'ora 
della parca cena, questa volta più affrettata, poi- 
ché rulla per l'aria il suono della « troccola » 
invitante alla chiesa. Un po' alla volta gli usci 
•si riaprono, lasciandone uscire gli abitanti, re- 
canti un crepitante tizzone, o facendosi precede- 
re da persona con la tradizionale a lanterna ». Per 
Li tortuosa via, per le strette viuzze sembrano 
fuochi fatui, correnti a disperdersi sotto la vol- 
ta della cattedrale. Ivi la oscurità non è meno 
intensa, e poche candele ne aumentano la pauro- 
sa visione. Scomparse le screpolature dell'intona- 
co, i guasti recati dal tempo, resta V immensità 
della navata, e le arcate parai Ielle sembrano in- 
gigantirsi, e perdersi nello spazio, mentre per la 
mobile penombra, si rianimano le statue, ed ogni 
cosa morta acquista parvenza di persona viva. 
Le donne affrettano il segno della croce, e gli 
uomini si stringono più da vicino, poiché quel- 
le anime fiere, dall'invisibile, dal soprannaturale, 
sono conquise. Sul pulpito spicca le severa figu- 
ra del missionario, che narra, o, meglio, decla- 
ma la storia dalla Passione. Non dissertazioni 
filosofiche, non disquisizioni dommatiche esco- 
no dal suo labbro : narra, cercando più di com- 
muovere che di persuadere, e, quando si avve- 
de dell' ottenuto intento, si rende aggressivo, 
veemente: stigmttizza le colpe, vuol essere in- 
flessibile, ed abbrancato il Cristo con le adun- 
che mani, ne invoca la Madre con un grido 
supremo di angoscia... Palpitano i cuori, raddop- 
piano i lamenti, e par che davvero una visione 
celeste debba attraversare la navata. Ed ecco la 
porta maggiore del tempio spalancarsi, irrompe- 



re i fratelli della Congregazione del S. S. Rosa- 
rio, con le torce accese, e, bianca in* viso, nera 
la vesta, apparire la statua della Vergine Addolo- 
rata. 

Passa lenta, fra la turba implorante, per rice- 
versi, fra le braccia, il crocifìsso figliuolo, e va, 
va per 1' alta notte, preceduta dalle torce e se- 
guita dalla turba dei devoti. 

Quel pietoso pellegrinaggio, sotto il fascino 
del buio notturno, dimentica il simbolismo, e 
mostra un dolore sincero, qaale per morte di 
persona cara. Talvolta soffia l'aquilone, talvolta 
scende umidiccia la nebbia, e non pertanto pro- 
segue, prosegue ogni anno il doloroso cammiao 
verso il sarcofago posto a ridosso della cattedrale. 
Ivi non arazzi, non tappeti dai fiori smaglianti, 
ma molti ceri, ed una grande quantità di ciuffetti 
bianchi, venuti su dai chicchi di grano, nell'om- 
bra... Ma già l'alba tinge di bianchiccio l'estre- 
mo orizzonte, e per le vie ripassa la bianca fila 
dei confrati. Ve ne son tre col capo recinto di 
spine, recanti sulle spalle una grossa croce, ri- 
producenti la figura del Nazzareno e dei due 
compagni, avviantisi pel Calvario. 

Un tempo, i più ferventi, denudato il dorso. Io 
battevano a sangue con catene d'acciaio (Acer- 
rimo nel flaggellarsi era un tal di Campana An- 
tonio "Chiachiova,,), Oj;gi, raddolciti i costumi, 
a queste, il popolo ha sostituito (ascelti di can- 
ne. Molto rumore, e poco dolore, ma... la tra- 
dizione è salva. 

LA PASQUA 

La blanda luce d'un sole primaverile imporpo- 
ra le spalle al villaggio, ed i suoi raggi indora- 
no la cresta del campanile ed i tetti delle case. 

L'aura mattinale susurra alle rose il dolce lin- 
guaggio d'amore, e dall'alto delle mura risponde 
il cinguettio dei passari e lo stormire dei pensili 
garofani. 

È il giorno di Pasqaa, salutato dal suono delle 
campane e da' colpi dei amaschi» (mortaretti). 
Esso ci offre l'uovo di rito su pani intrecciati a 
spire (cuzzupc), che si mandano in dono alle fa- 
miglie in lutto e si complimentano a' bambini. A 
questi, se maschi, si dà un «cavaluzzu, auciellu» 
se femina uno di fornia lunga, raffigurante un cor- 
piccino coll'uovo nel ventre «pupa» e che la bam- 
bina ravvolge in fasce e copre di cuffietta e nastri. 
In questo giorno il Parroco, vestito con gli 
abiti corali e con stola, in compagnia del sagresta- 



no va benedicendo le case, e riceve denaro dai 
benestanti ed uova dagli altri. 

La Quaresima avea detto al Carnevale : ^ «a 
tu, puorco n:^uniato (lordo di sugna), tra trasu io 
netta pulitaci - ed ora, alla sua volta, si sente 
dire : usct tu, vecchia rraggiata, cà trasu io Pa ^qua 
arricriala h 

LA PENTECOSTE 

È la festa dei fiori, detta perciò ((Pasqua in- 
ritta». É una festa della più schietta e popolare 
allegria, perchè ricorrente in piena estate, quan- 
do, cioè, il villaggio è sfolgorante di sole ed in- 
comincia la mietitura, che è per i poveri conta- 
dini il risultato finale del lungo e faticoso lavo- 
ro invernale, fn quest'epoca si aggiustano gli af 
fari, si appianano le difficolta economiche, si paga 
il fitto della terra, si finalizzano i matrimoni, e 
un'aura di speranza, di sollievo spira fra tutta 
quella povera gente. 

i(Te vegna' na mala Pasqua» impreca adirato il 
popolano^ ed ha inteso dir tutto, cioè il crollo 
di quelle speranze nutrite col sudore della fronte 
sotto l'imperversar della bufera e gli amari rim- 
brotti del padrone ! 

(continua) 



CANTI ALBANESI DI FALCONARA 

TESTO 

Stissin ndat larmirait 

Nde fuset Garentinnes. 

Sossi meu stissurith, 

U ghip ndemaj tendezses, 

Persossij gne zop regkiend. (i) 

— Ustertorezsit e mii, 
Ruri vrap te me rumbinni : 
Nde ajò est gne zop regkiend, 
luve pies u me ju bign; 

Nde est gne vas e arbres, 
U per vetghen e dua. 

Ruun vrap e me rumbien, 
Me rumbien per chcset. 
Per cheset si arsidhe. 

— Ustertorezsit e mii, 
Ju deremni (2) chescn, 
Te ju thom dii fiad, (3) 

-Se gne gheer e poi gne ghecr 
'Chcs gkiegkur timme embed, (4) 



Timme embed edhè si mem. 
Se me ches di vlezserizs 
Ndat curi te larmirait. 

— Se vassa je dumniia (5) vas, 
Emrin si ja thoin ? 

— Pietr-Sini e Milo - Sini. 
Me rumbien per dorijen, 
Van te zsotti i larmirait: 

— Se ti zsotti i larmirait, 
Ndoo criet na e pret, 
Ndoo mottren na e duron. 

— Ju kioih te duaramith 
Criet taij e mottra juij. 

VERSIONE 

Fabbricavano presso larmirai 
Ne' campi di Gareniina. 
Finito di fabbricare. 
Sali in alto sulla fabbrica, 
Sembrava un pezzo d'argento. 

— Miei cari soldati. 
Andate tosto a rapirmelo: 
Se è un pezzo d'argento. 
Ve ne farò parte; 

Se è una fanciulla albanese. 
Io la voglio per me, 

Corsero tosto a prenderla. 
La presero per le trecce. 
Per le trecce come matasse. 

— Soldati miei, 
Lasciatemi le trecce, 
Per dirvi due parole. 

Una volta, molto tempo fli. 
Avevo sentito mia zia, 
La mia zia come madre. 
Che avevo due fratelli 
Nella corte di larmirai. 

— O fanciulla, felice fanciulla, 
Di nome come li chiamavano? 

— Pietro - Shini e Milo - Shini. 
La prendono per mano, 

E vanno dal Signor Lumirai. 

— O Signor larmirai, 
O ci tagli la testa, 

O ci dai la sorella. 

— Vi sia donati 

La cesta e vostra sorella. 

2^ 
TESTO 
CunirÌ5toin dii dudde (6) 
Viola me irantafidden. 



Thoij gnera jettres : 

— Dumraia ti, ti trantafidde, (6) 

Ce chee miajtezsen per em. 

Ce si est motti tiij te mbaa, 

Verezsen mbe le dinda, 

Dimerin mbe te desceta; 

Bucca ce te jep e gaa 

Ferezsen e sltievei; 

Diaihet ce te jep e gaa 

Diaili dejir musterrie sterp; 

Vera ce te jep e pii 

Moscun e buitevei; 

Straiti ce te jep e fice - 

Est ciittra e mataraz. 

Miedda n, micdda viool, 

Ce Cam busteren per gnerch, 

E si est motti ngke me mbaa, 

Dimerin mbe te dinda, 

Verezsen mbe te desceta. • 

Bucca ce me jep e gaa 

Cruschen e sittevet; 

Diathet ce me jep e gaa 

Crusten e dieihevet; 

Veren ce me jep e pii 

Fezzen e buttevet; 

Stiatii ce me jep e fiee 

Nden munizs e mbi murrizs. 

VERSIONE 

Discorrevano due fiori, 

Una viola ed una rosa. 

Diceva la prima all'altra: 
— Felice te, o Rosa 

Che hai il miele per madre, 

E ti tratta secondo il tempo: 

Di estate, ti veste di tela 

D'inverno ti veste di lana. 

II pane che ti dà per mangiare 

È fatto con fior di farina ; 

Il formaggio che ti dà per mangiare 

È di latte scelto di mucca non gravida ; 

Il vino che ti dà per bere 

Il moscato delle botti ; 

Il letto che ti dà per dormire 

È di coltri e materassi. 

Povera me, povera Viola, 
Che ho una crudele madrigna 
E non mi tratta secondo le stagioni ! 
L'inverno mi veste di tela. 
L'estate mi veste di lana. 
Il pane che mi dà per mangiare 



É fatto di crusca ; 

Il formaggio che mi dà per mangiare 

È la crosta de' formaggi ; 

Il vino, che mi dà per bere, 

É la feccia delle botti ; 

Il letto, che mi dà per dormire, 

E di spine sopra e sotto. 

Note del direttore 

(i) Rcgkiend invece di ergkietid, èpyjévxe. (2) 
Deremni invece di kremni, X£pé|ivt. (3) Fiad^ 
(ptàX. (4) Embed per emeta o tmpta Ifiexa, 2|iTa. 
(5) D'immia, Xo'j|jL|ita o Xjoii|ji|Ata. (6) Dadde e 
trantafidde invece di ìulle e trantafilìe^ XoóXe, xpov- 
xa^ó'.Xe. (7) Miedda, miera, |xt'pa. 



o®oo®oogoo®oo@cogoogBoo®oo®co»oo^Qjfr}og5oog&oo^ 

LA VITA SUI MONTI 

( IL PASTORE ) 



Quando la primavera, già nel suo piena 
trionfo nelle valli, è montata sulla Sila, che scuo- 
te la sua irsuta testa, e la neve, al bacio ar- 
dente del sole, si strugge e ingrossa torrenti 
e rigagnoli, il pastore, curvo sotto il peso di 
laceri indumenti, di tegami, di brocche, di sco- 
delle e altri arnesi legati insieme con ritorti 
rami di salici, appoggiandosi ad ogni passo, 
sulla lunga e nodosa forcella, lascia la marina 
dove ha dovuto svernare, e monta anche lui 
insieme con gli armenti; monta allegro sui 
folti boschi, tra i suoi pini odorosi e giganti 
popolati di uccelli e benigni di ombre cortcsì^i" 

L'aria di ru mari nu m'inganna, 
Ca liegnu ra muglieri a ru paisì; 
Vaiu a truvari ra bella muniagna 
Duvi crisciu ri belli 'ngraziusi... 

L'inverno è stato lungo, noióso, pesante lag- 
giù nelle marine di Trebisacce, di Coriglianó, 
di Cutro, di Coirone, di Monasterace: mai quat- 
tro fiocchi di neve; sempre piogge lunghe, scro- 
scianti o vento asciutto, pungente; ed egli, il po- 
vero pastore, ha svernato in un ozio, che lo ha 
abbassato fino agli usi molli della femmina. Egli 
è sceso solo alla marina; la muglieri sua è ri- 
masta con i bambini, una nidiata di neri fanciul- 



li, che ella sfama con pane di segala o di casta- 
gne; vera grazia di Dio, che le passa il" padrone 
in conto dei servizi, che rende il marito. Ed è 
contenta la povera femmina; ignara del mondo e 
degli agi della vita, non sa dcsideiare ricchez- 
ze, non sa invidiare; alloggia nella misera ca- 
sa del paesello montanaro, ed è lieta, quando 
può mandare una focaccia al marito. 

11 pastore, rimasto senza la sua compagna, 
deve tutto provvedere da sé : se è il suo turno, 
deve rimanere nell'ovile tutto il giorno a spaz- 
zare, a custodire qualche agnello malato, a la- 
vare i recipienti, che servono per la manifat- 
tura del latte, a cuocere qualche po' di minestra 
per sé e per i compagtri, che sono nei campi, 
dietro la greggia; se gli tocca di uscire per 
guidare gli armenti al pascolo, egli, con il col- 
tello, fa cucchiaj, forchette, bicchieri, scodelle di 
corno o di legno, oppure orna d' incis oni le 
trombe della zampogna, o, se altro non sa che 
fare, lavora alla c^lza con certi ferri coni, o si 
rattoppa gli abiti sdruciti e strappati. 

Abiti ? É vero che il misero è partito dalla 
Sila con un abituccio.di lana ritorta, tessuto da 
Signura 'Ngelica ; ma, a dormire sulla paglia, seni 
pre vestito, ad andare dietro il bestiame, che, 
sovente, si arrampica su irli poggi, tra folti pru- 
neti, e obbliga il pastore a strapparsi gli abiti e 
le carni, un po' di stoffa non rimane addosso : e 
dapprima egli cuce tcpie su toppe, ricuce, orla 
taglia, aggiun-je, infine non ne può più, e ricor- 
re alle pelli dei suoi animali. Allora non si rico- 
oosce più: ne vidi uno sulla strada di Santa Se- 
verina, in quel di Catanzaro, mentre, una sera 
d'inverno, ^ro andato a passeggiare insieme con 
gli amci Prof. Vinacci e il maestro elementare 
Sig. Baldari. Questi é un cacciatore, e mi disse : 
L' altro giorno, per poco, non lo scambiai per 
•un animale, e stavo per spararlo. Era, davvero 
un fauno. 

Qualche pecora, certo, crepa durante l'inver- 
no, e se... non crepa non è, poi, gran che se si 
ammazza con un colpo alla testa o con uno spie- 
do nell'ano per non farne arcorgere il caporale, 
e la pelle viene subito adibita a calzoni, o a giac- 
ca, o» e ne ho visti parecchi, a cappelli. E 
l'uomo, cosi acconciato, con la barba ispida e 
vellosa, per un certo mimetismo acquistato nei 
-movimenti e nella voce istessa dalla lunga dimo- 
ia con gli animali, accanto al suo cane, che 
scodinzola mogio e dimesso, non ha niente di 



gra:(ioso e benigno: è una sottospecie, che crede 
in Dio, come in un uomo lungo, con tanto di 
barba bianca, con un cappello di nebbie nere, ac- 
cigliato ed incollerito quasi sempre, con una 
mazza in mano per dar colpi sulle spalle deiru- 
manità, sempre affaccendato a mandar giù acqua 
che non finisce, tuoni, lampi, terremoti, venti, 
bufere, tempeste e tutta una batteria di castighi 
conditi di miseria, di stenti, di duri lavori. 

Le bestemmie di questo satiro, in certi raris- 
simi momenti, sono parole di fuoco ; ma, soven- 
te o sempre, é preparato a tutto : piova, nevi- 
chi, caschi il cielo, venga il finimondo, gli cada 
sulle spalle un albero, una pietra, una frana, un 
turbine, egli scappa, se può; se no, softVe, o spi- 
ra in pace, senza recare incomodo a nessuno. Sem- 
bra che la miseiia, Tabbrutimcnto rendano l'uomo 
come in una specie di continua ubriachezza ; ed é 
perciò, forse, che questi esseri sfidano i pericoli : 
ne vidi uno, nel territorio di Soveria Mannelli, 
I sul ciglio di una rupe altissima, e sembrava assor- 
to in tutt'altri pensieri che in quello che sotto 
i suoi piedi era aperto un abisso. Per un cespu- 
glio secco, che deve servire per una vampata, 
per un fungo, per pigliare una pietra e lanciarla 
contro una pecora, sono capaci di morire dirupati ! 
Se sono per morire, nelle aperte campagne, non 
c'è bisogno di prete o di altro conforto: i comi- 
pagnt, fatti pietosi, dicono un pater, e gli chiudo- 
no gli occhi e la bocca; quella bocca, che non 
si è mai chiusa per un manicheretio, quegli occhi, 
che non hanno mai avuto un lampo per una carta 
monetata ! 

I figli di questa gente non so se mai po- 
tranno diventare civili. Sono veri mandrilli : arri- 
vano a guardare, con occhi cupidi, per lunghe 
ore, una donna, che lavora lontana da loro, e, 
quando sono colti da questa specie di fascino, 
i loro padroni, con pugni o con pietre sulla te- 
sta e sulle spalle, li richiamano al lavoro. 

Santa semplicità campestre, canrnia da Ver- 
*;ilio e da Tibullo, dove sei tu ? E il problema 
dell'educazione nazionale, di fronte a questi tipi, che 
si sottraggono alla vista del sociologo, che gli uo- 
mini del governo non conoscono, cnnie potrà 
essere risoluto? Conosciamo la vita dei minatori, 
dei zolfai ; ma quanti, anche calabresi, cono, 
scono gli uomini dei boschi di Calabria ?...., 
Studiamo il popolo ! 

6. De Giacomo 



Vft;;&. 



8 



PROVERBI DI SERRASTRETTA 



I** Quando cliiove, lassa chiovere, 
E dde duve si' nun te movere. 
Quando piove, lascia piovere^ 
E da dove ti tnm non ti muovere. 

2® Cliiove e malu tiempu fn, 

E chi se trova 'n casa d\iutru, malu sta. 

Piove e fa cattivo tempo, 

E chi si trova in casa d'altri sta male. 

3* Quandu chiove e mina vientu. 
Te 'mpar* io cura' ha de (are; 
Te vai curchi a *nnu stravientu, 
E lassi chiovere e nivicare. 
Quando piove e tira vento^ 
Ti insegno io come devi fare: 
Va' a coricarti in un posto riparato^ 
E lasci piovere e nevicare. 

4® Quandu chiove, 'mpesate e va; 
Cà quandu scampa, te truovi Uà. 
Quando piove^ disponiti a partire; 
Che quando spiove ti trovi là. 

5® Marzu, Marsicchiu, 

Na ura chiove e n'autru m'assulicchiu. 

Mar:(iiy Mar:(icchiOy 

Un'ora piove e un'altra sto al sole. 

6* A Marzu chiuovi, chiuovi, 
Ad Aprile mu nu rifina, 
A Maju 'na bona 
Mu s'apparanu i fila; 
Cà si Majii è ortulanu. 
Assai paglia e puocu granu. 
A Mar:^u piovi, pioviy 
Ad Aprile che non cessi^ 
A Maggio una buona; 
Per rendere pari i grani: 
Perché, se Maggio i ortolana {cioè u piove 

sempre) 
Si fa assai paglia e poca grana 

7** Sona, sona, pecuraru, 
Ch'è' venula primavera; 
All'afFaccie de Jennaru, 
Chifacia chilla nivera. 
Suona, suofìa, pecoraio. 



Perché é venuta primavera; 
Alla faccia di Gennajo 
Che faceva quella nevicata. 

8° Jennaru siccu, massaiu riccu. 
Gennajo secco, massaro ricco. 

9** Tantu mu dura Ila mala vicina, 
Quaniu dura Ila nive marzulina; 
Tantu mu dura donnama 'mpalazzu, 
Quantu la nive lu mise de Marzu; 
Tantu mu caa'»pa norama gentile, 
Quantu Ila, nive 'u mise d'Aprile. 
Che tanto duri la mala vicina^ 
Quantu dura la neve di- MarT^o; 
Che tanto duri la mia suocera in pala:(^o, 
Qnanto la neve nel mese di M(ir:(o; 
Che tanto viva la mia nuora gentile 
Quanto la neve nel mese d'Aprile. 

IO® Quarajisima è venuta , 
Ppe mangiare pane e lattuca; 
Quarajisima è arrivata 
Ppe mangiare pane e 'nsalata; 
Quarajisima l'uocchi storto. 
Chi nun lassa foglie all'oriu. 
Quaresima é venuta 
Per mangiare pane e lattuga; 
Quaresima é arrivata 
. Per mangiare pane e insalata; 
Qiiaresima cogli occhi storti. 
Che non lascia foglie negli orti. 

Il® Chi ppe Ila dota bruttizze se piglia 
Non trova ciin^ssure mu l'assorve. 
Chi per una buona dote sposa una donna trutta 
Non trova confessore che l'assolva. 

12® Belle fimmane e cavalli di carrozza 
Bona giuventù e mala vecchizza. 
Belle donne e cavalli di carro:(j(a, 
Buona gioventù e mala vecchie:^[a. 

M. Fazio 



Direttore resp. Luigi Brunano 



Tipografia Pas^afaro 



'^^'' 



i 



RIVISTA DI LK'ITERATURA POPOLARE 





?ìr?^^ 



'Mr> 




DIRETTA 



DA. 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 2 — Gennaio 1901. 



MONTELEONE 
Tipografia Passafar^j» 

JUOl 



'^^ ^^^ ^"ulìii^wSà'^^il'^' fì^iSìfilf^l 



à 

^ 













iod;oi.oi^' , » . /o 'oi^-^ "I o :o' -- ^^o o = -^ -^jo o ■ !v-i o. o f»-^ x(Qì qjfxj '>^j'Q. i 



^za.33.0 I^IIX - W. 2 






c 



o 



i^W?^ 



^j^^ jj>^ gì^» ;£j>g^ i>^^ ^>^? f-^>f^^^LXc»5^>^ifej^£;^^i^ &m^-^^ ^^^ i^xc^ j-;>^ js^^^^^^tM^ 



> 



LA CALABRIA I 




g>Xà g>y<^,g>X-^ >>^g^. ^>^Tfi)^^'i^i:i^i^PJ^(^r^Ì'M ^^^i^^^^<i^MyS^'^^^i^.^^^^^J^ì^ 



^SUb feyJKfe* iS^ y^3lw p r< i! *J^i^ #ff#^^#vp^rt K 



«ì](& 



4^> 



*^|| RIVISTA DI LETTEBATORA POPOLARE « 



DIRETTORE 



^gifc St^ -f ,-jgcir^ fc^ariwfìiyyT <y^ v' ^ ^ t ^f^^j g aia SB^^JBHlS 



^1'^ 



Monteleone di Calabria, Gennaio 1901. 

SOMMARIO 
Monografia lopoj^rafica folkolorica sopra Um- 
briatico ( C. Giuranna) ^- Novellina greca di 
Roccaforte ( L. Bruzzano ) — I popoli nelle cre- 
denze e nelle supersiizioni cassanesi (G. Falbo) — 
Canti popolari di Mantinéo ( V. Loprejato ). 

PAESAGGI IERATICI CALABRESI 

(Da una monografia topografica folk-lorica 

SOPRA UMBRIATICO) 

CORPUS DOMINI 

Tramonta il sole e per le sassose vie dell'a- 
rido colle, salgono, arrosate in viso, le brune 
fanciulle. Il loro cicaleccio è più animato del 
solito, poiché la festa del Corpus Domini desta 
un soave palpito nel loro cuore, consentendo ad 
esse ricoprire di variopinte foglioline la testa del 
loro prediletto. Salgono ansanti e con gli occhi 
risplendenti come pervinche sulla neve, recando 
delle ceste ove spicca e predomina il giallo fior 
di spino e l'incarnato fior dell'oleandro, raccolti 
su aride balze e su i mefitici greti della Li- 
puda. Una strana simpatia le attira verso que- 
sti fiori. Anch' esse vengono su in un ambien- 
te di tristezza e di abbandono, fra due vasi di 
garofano e qualche altro di odorosa menta; e 
fugace, al par dei fiori, è la loro giovinezza, 
distrutta presto dal lavoro e dai patimenti, ma 
però , non spingono tant' oltre il pensiero e 
cercano farsi belle : voi le rivedrete il di della 
festa, leggiadre nel loro costume locale, sporge- 
re ansiose le testoline dalla flnestruola, mentre 



Abbonamento annuo 
Xjire 3. 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



la mano, fremente, rimescola nel cesto le foglio- 
line strappate dai fiori raccolti il giorno prece- 
dente. 



Ed il sole s innalza per lo splendido azzur- 
ro meridionale: bruciano ì suoi raggi, accenden- 
do le pupille, lietificando gli animi, esultanti per 
quella festività religiosa, eh' è tripudio dell' ani- 
ma, per quel protumo floreale ch'é tripudio delle 
membra giovanili. 

Squillano i sacri bronzi con rintocchi or len- 
ti, ora accelerati, rimangon deserte le vie, scop- 
piano i mortaretti, e fra un nugolo d' incenso e 
di fiori, passa, salmodiando, la lunga fila dei can- 
nonici e dei devoti, poi scompare per le strette 
viuzze, per i greppi irti di punte e sparsi di ciot-* 
ioli, ed ovunque incede, volan per l' aria (come 
stuolo di farfalle iridiscenti ) le foglioline lancia^ 
te dalle fanciulle. Volteggiano per V aria, copro* 
no il suolo, e, talvolta, scendono lieve, co- 
me una carezza, sulla chioma corvina dall' ab« 
bronzato montanaro, che sorride, guarda fur- 
tivo, ed accelera il passo. Ma quanti sorrisi rac- 
chiudono una promessa, e quante di quelle fo- 
glioline si trasformeranno nel simbolico fiore 
di arancio ! 

Discosto dall' abitato èvvi un breve spiazzato- 
— S. Maria. — Ivi sosta la ieratica visione : 
l'occhio, libero, percorre i campi circonvicini, si 
spinge lontano lontano, e dal cuore di quelli che 
attendono dalla bionda spiga un men triste av- 



10 



vanire, s'innalza la preghiera appresa da bambino 
su le ginocchia materne. 

Poi il mormorio si fa sommesso, muore, e 
mentre squilla la campanella della chiesetta vicina, 
il parroco eleva la misceriosa sfera, che sfolgoia 
luminosa, suscitando commozione intensa nelle 
anime. Quel mare di teste lentamente si curvn, 
e la figura del sacerdote, benedicente i campi 
ed il lavoro compiuto, s'india, ed una voce mi- 
teriosa si fa sentire nel cuore *'sperate„ magica 
parola, spesso defraudata dalla realtà e che pur ha la 
forza di riattaccare il popolo al lavoro. 

Anche questa festa gentile — al par di tante 
cose belle e buone — è vicina a sparire. I cam- 
pagnuoli sentendo sempre parlare di "superstizio- 
ne,, son divenuti scettici, ed il lavoro, non ricon- 
fortato dalla "speranza,, va divenendo odioso ! 
Ai primi infortuni si abbandona patria e famiglia 
per morire, disillusi, di febbre gialla o sotto la 
sferza di qualche avventuriero arricchito. 

E non più una manata di odorosi fiori, ma 
un pugno di oro stringerà i legami d' Imene ! 

IL NATALE 

L'inverno a poco a poco distende il bianco 
mantello sulla campagna, e per le viuzze, mentre 
soffia il rovaio, si nota un'animazione insolita, 
poiché, fi a giorni, la dolce festa dei vecchi e dei 
bambini allieterà tutti. Quante rughe si spiane- 
ranno, quanti cuori palpiteranno intorno alla. vi- 
vida infiammata del focolare ! 

I fanciulli corrono la campagna in cerca di 
legna, i giovani guidnno i bovi, trascinanti intie- 
ri tronchi, e gli uni e gli altri si riuniscono sul- 
lo spiazzato del pa^se, ove ammucchiano quanto 
hanno strappato al bosco, e, mentre i giorni pas- 
sano, la «f catasta « cresce smisurata, enorme. Né 
gli adulti vivono inoperosi : imbrandite le armi, 
cacciano la selvaggina, destinata ad arricchire la 
mensa. La smania della musica vince poi tutti: 
alla zampogna si accoppia la ciannamella, a que* 
sta il fischietto di canna. Ma la nota non é mai 
stridula; la maestà dei circonvicini colli, rivestili 
d' eriche e di querce, la vita trascorsa, spesso, 
solitaria fra le boscaglie, influisce su'la modula- 
zione, come sul carattere, smorzandone l'asprezza. 

Non nella città, ove la vita chiassosa gior- 
naliera e l'affaccendarsi incessante allontana dal 
cuore ogni culto per le semplici e belle tradi- 
zioni popoUri, ma lassii, fra i monti, è tutta in- 
tera la divina poesia del Natale. Nelle città quasi 



compressa dalla greve atmosfera, stride, non 
mormora la tradizionale sampogna. Nata nei bo- 
schi, la sua voce non si rianima, non scuote, non 
commove se non frammista al murmure del ven- 
to tra le chiome degli alberi. 

Ai bambini, non il rituale alberello, non i 
giocattoli di Norimberga, unico dono é il fi- 
schietto, unico divertimento l* enorme vampata, 
che SI sviluppa dalle le^na ammucchiate, nei 
giorni precedenti, sul piazzale del villaggio. Ed 
a quella visione paurosa di fiamme crepitanti, fis- 
sano gli occhi attoniti, vi accorrono o per bal- 
lare al suon della cornamusa, o per giocare il 
soldo, strappato alla condiscendenza paterna. Per 
poco ritorna il silenzio e solo nuvoli di fumo 
salgono, salgono in spire gigintesche: è l'ora del 
pranzo rituale, delle dolci e fiimiliari confidenze. 
I vecchi raccontano storie di cacce meravigliose, 
di omeiiche lotre con i banditi, ed i bimbi ascol- 
tano ed apprendono ad esser forti. 

Nelle case visitate dalla morte, se tace la pa- 
della, non manca il rituale dolce, poiché l'amo- 
rosa costumanza vuole vi provvedano i parenti 
e gli amici. 

Sparecchiato il desco, ritornano alla pira, dalla 
quale, un'altra volta, si dipartono, chiamati dai 
lenti rintocchi della campana. Scmiillano i ceri 
sull'altare, mentre buia rimane la navata, ed in 
quella penombra si pigia, si agglomora la popo- 
lazione. Chi pon mente agli acuti fischietti riso- 
nanti per l'aere scuro ? La mente vola ai figli 
lontani sparpagliati pel mondo in cerca d'al- 
tra patria e di miglior fortuna. Oggi la gran 
fiammata è minuscola, la chiesa cadente, ed i 
vecchi numerano i posti vuoti intorno al desco 
e.... sospirano. 

Avv. Carlo Giuranna 



IL PATTO COLLA SIRENA 

Novellina greca di Roccaforte 

TESTO 

Ena viaggio ihe mia mana cena ciuri ce den 
ihai cane pedi, ce camai amologhia na tosestile 
ena pedi, sto capo asce decapende hronu na to 
fai iniccna. Poi ejassa sti dhalassi na piasi aspa- 
ria ce cci epiannai asce pia edhelai. Dopu ti 
passespai tuti hroni, ipe inicina: 



Il 



— Pe li manassu na mu stili io prama pu 
moia vii. 

I mana tu ipe : 

— Peti tadhismoniase. 
Econdofere metapa ce lisipe: 

— Adhismonia. 

Ecini tu edese to dafiilo ; 

— Ande mu ferese to prama pu motavti, su 
cofio to dahilo. 

Ejae stimmana ce tisipe na tis stili to pra- 
ma pu tis etavti. Ecini embese clonda me lon 
andrà ci tos ipe; 

— Ti ebete ce elette? 

— Ti eho ? na se fai ecini. 

— Addunca doiemu ta ruba ; dbelo na pao 
ta fattìmu. 

Epiae ce luta edicbe. Ejae ta fatti. Pos ipi- 
ghe asce mia oscia, ivre tri animaggbia pu este- 
cai miriazonda to crea ce ton ecrasciai ce tu 
ipai ; 
— Calo bristiano, eia ode na ma miriai to crea. 
Ecino eborisdhi ce ipigbe stin menando, ma 
esciazeto. Ecini tu ipai: 

— Miriama to crea. 

Ecinose poi tu irten i cardia, ce tosto e mi- 
riae. Tu leoniu to dicbc ta siea, tu puddbiu to 
dicbe ta nevra, tu vermicciu ia dicbe lissurra. 
Eborisdbi na pai ta fatti; e javi ena calo mor- 
ciu asce siraia, poi to coddiai: 

— Eia ode. 

Ce to ducai ena morciu cuda, cna morciu 
fteria cena morciu anca ce tu ipai: 

— Eci pu ebise bisogno, era sce emmena. 
Ola ce u tria tu ipaai oiuse. Eborisdbi ce- 

jai asce mia oscia; eci ivre naspiii ce den ibe 
putte nambei ce ipe: 

— Andras imme, puddbi na gbeno ! 

Embese apeionda, ejavi spila cetrovespe put- 
te nambei. Eci tonivvre i digbatera tu Magu ci 
topiae ci ton evale ossu stin caggia, ci ejavi ci 
ta ipe tu ciurulu: 

— Ivvra na magno puddbi. 
^ Afesto, ti avri to irogome, 

Cinos estabi eciossu; san ito pu ecini ejavi 
na tò piai, ipe: 

— Puddbi imme ce vcrmici na gbeno I 
Ejavi sto spomi cembcse irogonda; doppu ti 

e iagbe, ipe: 

— Vermicin iriime ce bristiano na gbeno! 
Doppu ti eghenadi bristiano, tu ipe i diga- 

tera tu Magu: 



— Ti pai gbireonda? ani se dhori o pairi- 
mu ce se trogbi. 

— Arte dhoro ego. Arotato san pedbani. 
Ecini tu ipe: 

— Eggua ta fatti, ti arte ton aroiao. 
Avvidetihi o Magos ce ipe: 

— Ghiauru asce andrà ! 

— En ebi cane. • 

— Arte erco ce se irogo esse ceituno, 
Ecindo pedi legbi: 

— Andras imme, vermici na gbeno! 
Ecini ejassa na f;iu ce digbatera tu ipe: 

— Potè pedhenisc? 
Errispundespe o Magos ce ipe: 

— Ego en pedbeno mai. 

— Cego manco? 

— Denesu; ti pedbenise. 

— Ce po?_ esi den pedbenite cego pedbenc? 
Esi en iste apicatti tu Christu na pedhanite? 

— Scerise san pedbeno ego ? san indevto^ 
merla pedbeni ecino b iridi agrico pu stecbe os- 
su stin tana. 

Ecini eborisdbi cejavi asce cindo pedi ce tu 
ipe: 

— Tote pedbeni o patrimmu san escisdu 
ecindo lùridi tagrico ce piannu tin cardia ecinu 
tu biridiu ce tin scisdu; eciossu ehi mia petu- 
ddba ce ti c(»ftu tin cefaluddba. 

Eborisdbi ce tisipe: 

— Sta cala, ti ego pao ta fatti; san creo fé* 
nomasto. 

Ejavi sii dhalassi; eci gucnni Inicena ce tu 
ipe: 

— Arte irtese ce se trogo. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



*'Eva viaggio tly(z [ila [xiva xal 8va xóprj xal 
8àv elxa^Jt xocvèv toxiSI, xal 'xa|iaat ò\idkor{la va 
xà)€ crcefXifl 5va icatSl, \ xò capo à$à Sexotóvte 
Xpóvoii^ va tò <pii[) 1^ Fuv/jxuva, Poi èYiiptjpttv \ 
t)j OiXaaaa va Tctàaouv '(];àpta xal èxEt éiaivaaL 
i^k Itola àOéXooi. Dopu 'tt pas.^eoaaot to&sqì xP^^^S 
c&ce T^ Fuvi^iiva- 

— né xfi |iàva oou va |jloO crctCk'Q tò izpà^ 

iwO |i(Dt4x^* 

*H |iàva xoO ejTte* 

— né tr) 'xt àXippjóvTjaag. 
'Exovxó^epe {uxolkìXxi xal tf^ eftte* 

— 'AXifjqiévTjaa. 

•ExcfvT] xo") Ksafi xò SxxxuXo. 



12 



aoO xÓTTca) xò BixiuXo. 

'EYtàpri '5 T^v (lava xol xf;? etTO va xf^^ axefXi) 
xò 7cpà|ia 7io5 xf^s 'e^ix^ìQ. 'ExefvTj S|ipT)a£ xXfi)Vxa^ 
jiè xòv 5vSpa, x)) xài; etire* 

— Tt lyzxE Yjoù xXafyexe; 

— Tf bftù) va aà cpàig èxefvT). 

-^ Addunca 56x£ [lou xà poO/a* OéXco va ttìo) 
xà fatti (tou. 

'Eirfoae xal xo5xa Kwxe. 'EYtàpT) xà fatti. Ilto^ 
ÓTtfJye aè |i(a ò^sla, Tjvips xpfa arimagof^ia, tojO 
ècrxéxaaL jiotpàsovxag xò xpéa, xal xòv èxpi^aat xal 
xoO ElTiaat" 

— KaXò yjfi(3xi<v^h^ IXol (LBs va (iS^ tiotpicnrj 
xò xpéa. 

'Exelvo 'e^wp^aBiQ xal Oiifjye '<; x/jv jxepfov xcov, 
Ila èoxtà^EXO. 'ExeTvot xoD elTtaat- 

— - Mofpaaé (la^ xò xpla. 

*ExeTvo^ poi xol f^pxe 1^ xapSfa, xal x(i>$ xò 
l{iofpaos. ToO XEOuvfou xcoScoxe x' òaxéa, xoO ttoo- 
Xfou xtóStoxe xi Vc5pa, xoO |jiep(ityxfou xojScoxe x^ 
surra. 'Exa>pfa6T) va ttìyj xà fatti. 'Eycàpr] Sva xaXò 
more io à^à oxpixa, poi xò 'xwX'jaxar 

— "EXa (i)5e 

Kal xgO 'Sixao'. Iva morciii ciidr, Sva morciu 
tfxi^T. xal Iva morciu anca, xal xoO eTTcaar 

'ExeT 7io5 Ix^:; bisogno, xpi^e *e|jiéya. 

*'OXa xal xà xpfa xoO tliziGi oOxo);. 'Ex^pfoOir) 
xal v(ii^r\ aè (jifa è^ela- èxsl r^5p£ 5va aTifxc xal 
8èv el^e TtoOOev va VP^^ ^^^ s^^^* 

— 'AvSpa; eiiJiac, TioDXt va yévo) ! 

"Eii^Tjae àTcexSvxai;, èycà^r) (|>flXa xal etroveuae 
TToOOev va VP^i^- 'Exer xòv rj^pe 1^ Suyaxipa xoO 
IJiàyou lai '^^ '^taae x^ xòv g^aXe latù \ x)]V caggia, 
x)) èytàpr) xal xà e^Twe xo j xùpou r/j- 

— H5pa Iva magno TiouXf. 

— "A^s^ xo, 'xt a5pt xò xpcóyojie. 

'KetVo^ èoxàtìT) ixel ?ow oàv f^xo tioO ixefvr) 
èytàpT] va xò màonrj, elice- 

— IIouXl tl^fXL xal (j£p|xfyxt va yévco ! 
^Eyià^T) *€ xò 4^(011^ xal l]i^ypt xp&rfcmou;; dopu 

'xt Scpoye, elice- 

— Mspjifyxt sTiiot xal yjpiaxayb va ylvco f 
Dopo 'xt èyevia97) xp^^^avò, to5 cfice i^ Sirfo» 

^a xoj jiàyou* 

— *Tf luiet yupeóovxa^; àpxt aè Ocdpel 6 patri 
jiou xal aè xpwyet. 

— "Apxt OtopC) iycb. 'Epc&xa xo oàv iccedcva. 
''ExefvT) xoD elice* 

— "Ex^a xà fatti, 'xt àpxt xòv (ip<i>x£co. 
AvvidcaOr] 6 p-àyo^ xod e&c«' 



— Ghiauru à$è àvSpa ! 

— 'Ev Ix^t xavéva<;. 

— 'Apxt If/piLOLi xal aè xpG)Y(0. 
'Exelv' xo icat5l Xéyef 

— "Av^pa^ eiiAat, piepiJif^xt va yévw ! 
*ExeTvot èytàpyjaav va cpioov, xal 1^ Suyaxipa 

xoO elice* 

— nóxe icatOafvet^; 
Errispundeuae 6 [l'^^yog xal elice* 

— 'Eyò) èv icatOalvo) mai. 

— Kal lyà manco ? 

— Aèv èaì>, 'xi icaiQatvec^. 

— Kal irw^; èael^ 5èv icatOafvexe xal lyà icat- 
6afv(i); èael^ èv elaxe àicoxixo) xoO XptaxoO va ice- 
Oivrjxe; 

— Eépet<; aàv TcatOafvco èy({)*, aàv èv xexola |JiepCa 
icai9atvet èxelvo x^^p^St àypoixò, icou oxéxet latù \ 
x^/V tana. 

'Exefvyj èxcopfoGr) xal ifii^ri aè *xeTv xo icatSl 
xal xoO elice* 

— T6xe icatOalvet 6 patri p-ou aàv axt^o^v 
èxelV' xo xo'pfSt x' àypotxò, xal ictàvouv xJjv xapSla 
Ixefvou xoj xo'P^5?ou x)j x>^v oy(fZQ\})f. 'Exel lato Ex^ 
|i(a icexaXoOXa, xal x?] xó^pxouv x))v xe(pocXoi5Xa. 

*Ext«>p(a6T) xal xf^^ elice* 

— Sta xaXà, 'xt èyà icx(d xà fatti. Sàv Spxopot, 
^atvópaoOe. 

'Eyiàpr) 'g x)) eàXaaoa. 'Exel Ix^aivet 1^ yuviF^- 
xuva xal xoO elice* 

— ''Apxt fjpxe^ xal lytb aè xpàyo). 

VERSIONE 

C'era uni volta un padre ed usta m.tdre, che 
non avevano fi^li, e fecero voto cUe la Sirena 
gliene mandasse uno, e a capo di quindici anni 
se lo mangiasse. Poi andarono al mare a pren- 
der pesci e ne prendevano d'ogni specie che vo- 
levano. Passati gli anni, disse la Sirena al figlio 
di costoro : 

— Di' a tua madre che mi mandi ciò che 
mi promise. 

La madre gli disse : 

— Le dirai che ti sei dimenticato. 
Ritornò e le disse : 

— Mi sono dimenticato. 

Quella gli legò il dito e gli disse : 

— Se tu non mi porterai la cosa che mi fd 
promessa, ti tagliere il dito. 

// fancìuììo andò dalla madre, e le difse di 
mandare alla Sirena ciò che le ax'^va promcs<;o. 



13 



Ella col marito cominciò a piangere, ed il fi- 
;glio disse : 

— Che avete che piangete ? 

— Che ho? quella ti deve mangiare. 

— Dunque datemi la mia roba; voglio an- 
•darmenc per i fatti miei. 

Gliela dettero ed egli andò per i faiti suoi. 
Come andava ad una montagua, vide tre animali 
<he spartivano della carne. Essi Io chiamarono 
e gli dissero : 

— Buon uomo, vieni qua per dividere la 
carne. 

Quello andò, ma temeva. Quelli gli dissero: 

— Dividi la carne. 

Egli si fece coraggio e la divise. Al leone 
-dette le ossa, air uccello i nervi, alla formica la 
polpa. Si mosse per andar via; fatto un po' di 
strada, quelli lo chiamarono : 

— Vieni qua. 

E gli dettero im po' di coda, un po' d' ala, 
un po' di coscia^ e gli dissero: 

— Ove avrai bisogno di noi, chiamaci. 
Tutti e tre dissero così. Egli pani e andò 

"ad una montagna; li vide una casa dove non sa- 
5)eva di dove entrare e disse: 

— Uomo sono; che diventi uccello! 
Cominciò a volare, andò in alto e trovò di 

dove entrare. Lo vide la figlia del Mago, lo pre- 
se, e lo mise dentro la gabbia, e andò a dirlo t 
suo padre. 

— Ho trovato un bell'uccello. 

— Lascialo, che domani fo mangeremo. 
Quello stette li dentro; quando la donna an- 
dò a pigliarlo, egli disse: 

— Uccello sono; che diventi formicai 
Andò al pane e cominciò a mangiare; dopo 

aver mangiato, disse: 

— Formica sonoj che diventi uomo ! 
Divenuto uomo, gli disse la figlia del Mago: 

— Che vai cercando ? ora ti vedrà mio pa- 
dre e ti mangerà. 

— Ora me la vedrò io. Dimandagli quando 
morrà. 

Quella gli disse: 
'— Vanne per i fatti tuoi, che ora gli do- 
manderò. 

Se ne avvide il Mago e disse: 
— r Odore di uomo ! 

— Non c'è nessuno. 

*— Ora vengo e mangerò te e costui. 
Quel fii(yvanc disse: 



— Uomo sono; che diventi formica ! 
Quelli andarono a mangiare e la figlia disse 

al Mago: 

— Quando morrai? 
Rispose il Mago: 

— Io non morrò mai. 
— • Ed io nemmeno? 

— No; tu morrai. 

— E come? voi non morrete ed io morrò? 
Non siete voi inferiore a C'^isto per dover mo- 
rire? 

— Sai quando morrò io? quando nel talluo« 
go morrà quel porco selvatico, che sia dentro la 
tana. 

Ella andò al giovine e gli disse: 

— Allora morrà mio padre quando faranno 
a pezzi quel porco selvatico, ne piglieranno il 
cuore e lo spaccheranno; li dentro evvi una far- 
falletta, a cui taglieranno la testolina. 

Egli le disse: 

— Addio, vado per i fatti miei; al mio ri- 
torno ci vredremo. 

Andò al mare; li usci la Sirena e gli disse: 

— Ora sei venuto, ed io ti mangio. 

(continua) 



1 popoli i;i6lle credenze e pelle superslizioBi 

Ci son delle credenze e delle superstizioni che 
si riscontrano in più paesi, in intere regioni, 
altre affatto proprie di una borgata, di un vil- 
laggio: quelle sui popoli appartengono indubbia- 
mente alla prima categoria. Se si volesse con- 
trollare questo mio asserto, non si avrebbe che 
a dare uno sguardo ad una storia qualunque 
delle origini del nostro teatro: si vedrebbe che 
la maggior parte dei personaggi della commedia 
dell'arte rappresentavano appunto i popoli delie 
diverse regioni italiane, con tutti i loro difetti, i 
loro usi e costumi. 

Non dico come la satira, che a ciascun tipo 
veniva mossa, era, non di rado, violenta, acerba ed 
ingiusta: ricordo specialmente quella che i Na- 
poletani (i) ebbero coi Siciliani e coi Toscani. 



CO Benedetto Croce - Pulciuell.t - Archivio storico del regno di 
HipoH - Anno 1898-99. 



14 



Nacquero allora i diversi tipi della commedia 
deirartCy ira cui: il Capitan Fracassa, Giangurgolo, 
tee. E mentre questo avveniva nei grandi centri, 
dove il popolo era in qualche modo istruito, 
nei piccoli paesi, nei villaggi, nelle borgate, al 
posto degli epigrammi, delle maldicenze e delle 
perfidie cittadine erano le. credenze e le super- 
stizioni sui popoli dei paesi vicini. 

La loro origine quindi si deve ricercare nello 
spirito di campanilismo, da cui i nostri padri eran 
divisi, e neir indole, negli usi e nei costumi dei 
diversi popoli. Tutte però — quali più e quali 
meno — peccano di esagerazione e talvolta so- 
no assolutamente false. 



I paesi che più sono colpiti dalle credenze e 
dalle superstizioni cassanesi — le quali, in questo 
caso, meglio si direbbero motti ed arguzie — sono: 
San Lorenzo Bellissi, Albidona, San Donato, Ca- 
strovillari e qualche altro paese della provincia 
di Cosenza. 

Gli abitanti di San Lorenzo sono detti per 
antonomasia imbrumi, che corrisponderebbero agli 
T^urri di Cosenza, cioè tapini, rozzi, ignoranti. 

Fra i tanti aneddoti burleschi che si raccontano 
sui loro conto, mi piace riportare il seguente. 

Una volta una figlia di un'agiata massaia 
andò per prendere dei peperoni all'aceto pesti 
in un recipiente dalla bocca stretta, e vi restò 
inprigionata con una mano, per la gran quantità 
che ne aveva preso. Si provò più volte ad estrar- 
la, ma non riuscendovi, si mise a piangere e a 
gridare. Accorse la madre ; si provò anche lei 
a liberare la mano della povera figliuola, ma 
neppure vi riusci. Allora madre e figlia si mi- 
sero a gridare al soccorso. Tutto il vicinato si 
riversò in casa della massaia ; ognuno commentava 
l'accaduto, ma nessuno sapeva indicare il modo 
come quella povera fanciulla poteva aver libera 
la mano. 

Ad un tratto venne un vecchio forestiere, che 
per caso si trovava a passare di lì, e informatosi 
di che si trattava, subito si fece innanzi, si av- 
vicinò alla fanciulla e le disse : Bassa la mano, 
aprila e tirala via. 

— Che miracolo, che miracolo ! — esclama- 
rono gli astanti, appena la fanciulla tirò su la 
mano. La massaia, piangendo per la contentezza, 
voleva baciare le mani al vecchio forestiere, ma 



questi gentilmente si rifiutò. Allora la povera 
donna, non sapendo come disobbligarsi, corse a 
prendere dei quattrini, e — accettate questi trenta 
ducati — disse al vecchio, porgendogli un sac- 
chetto di monete — ; serviranno per un caSè, 
che prenderete per amor nostro. Il vecchio non 
se lo fece ripetere due volte; accettò il regalo 
ringraziando, e subito andò via, meravigliandosi 
in cuor suo della dabbenaggine di quei tapini. 



Gli abitanti di Albidona sono chiamati i cinoti^ 
ossia gli stupidi. Si dice che una volta un mas- 
saio di Albidona, non sapendo come svecciare 
una gran quantità di grano, mise nel granaio urv • 
numeroso stuolo di colombe, nella speranza che 
avrebbero mangiato la veccia e lasciato il grano^ 
Figurarsi come rimase allorché si accorse che i 
colombi avevano mangiato la veccia e il granot 

Anche duoli sono detti quelli di San Donato^ 
piccolo paese del circondario di Castrovillari. Un 
tale che soffriva il mal di denti, volendo sorbire 
della neve, la mise al fuoco, credendo che la ne- 
ve riscaldata non gli avrebbe arrecato nessun fa- 
stidio !! 

La semplicità di costumi dei Sandonatesi è 
mirabilmente scolpila dal detto: a genti 'i Santn 
Dunatu^ si scummogghia di u r., e Sfi cummoggbitk 
di a capa (la gente di Stinto Donato si scopre 
il deretano e si copre il capo. 

I Castrovillari si credono persone pirchie, 
avare, diffidenti ed inospitali. 

Prima d' invitarvi a casa — dicono i Cassa- 
nesi — vi domandano se avete pranzato. Nella 
aflfermativa, vi rispondono: ^ Se non avevate 
pranzato, venivate a far pranzo con me; in con- 
trario : — Ho finito di pranzare proprio adesso, 
altrimenti v' inviterei a pranzare da me. 

Si racconta, poi, che un giorno un Castro- 
villaro menò al Caff"è un amico, e mentre gfi 
dava la libertà di scegliere la bibbiia che più gli. 
aggradiva, faceva segno al caflFettiere di non dar- 
gliene più di un soldo. 

Volendo indicare una persona su cui non^ si 
può fare fondamento, si suol dire : Quannu mai 
i Castruviddari han' accriesu granu ? (equivale aL 
toscano : E' non è terren da porci vigna). 

Si crede in fine che i Castrovillari non met- 
tano mai pane a tavola onde, mancando il pane 
alle nostre mense, si dice : Simu a Castruviddartt 



15 



I Moranesi hanno fama di mangioni^ dalla 
quale credenza é noto il detto : Fucca gratina di 
Muranu. 

Gli abitanti di Rossano, avendo il vezzo di 
ingrandire sempre le loro ricchezze, vengon detti: 
Russanisiy scianca, scianca, che vorrebbe dire : cre- 
dete poco o niente di quel che dicono i Rossanesi. 

I Mormennessi son reputate persone svelte ed 
industri; le donne di Cosenza, persone di carat- 
tere indomabile; gli abitanti dei Casali di Cosenza, 
persone sospette di violenza e di aggressione; i 
Napoletani — la maggior parte — si credono 
borsaiuoli; gli Albanesi, testardi, onde il detto: 
capa à* arivatiisi, e gli Zingari si credono gente 
imparentata col diavolo. Bisogna guardarsi dal 
trattarvi affari, poiché essi usano, per imbrogliar- 
vi, tutte le astuzie, di cui si serve il demonio 
per impossessarsi delle nostre anime. 



Cassano, Ottobre 1900. 



Gustavo Falbo 



CANTI POPOLARI DI MANTINEO 



lanca comu la nivi a la muntagna, 
DilicAieja mia finu nta V unghi. 
Fusti cnsciuta a li parti di Spagna, 
Ouvi si pigghia r oru pugna jugna: 
A nui duvi ndi vinni sta cuccagna 
Nui mu ndi amamu e l'autri m'.i si mbunna ? 



Pizzilli d'oru i diversi culuri , 
gula ncarnata di petri e rubini, 
ssa vucca chi vi spandi rosi e hhiuri, 
ssi labra chi vi ponnu specchiuliari; 
Non è lu vostru pedi chi camina, 
cà è la vostra mani chi richiama. 
Tu si' comu r aceju ntra la cima, 
<:u lu soi cantu 1 autri aceji chiama. 



O rosa russa di una virdi spina, 
curuna di na nobili (untana, 
•quandu camini tu, la terra ncrina. 



schiarisci l'aria di la tramuntana : 
Mbiata cu t' avissi pe vicina, 
teni lu paradiso e no si' adduna. 



Giuvani beju di zuccaru fattu, 
Subba ssi gigghi dui demanti porti; 
Ssi labbra due coralli belli fatti, 
Ssi occhi sugnu dui stilli e li cumporti: 
Vinnaru genti di luntani parti 
Mu amanu a ssi bellizzi e no nei potti; 
Io tantu liticai finu chi t' eppi, 
e mo sarai la mia finu a la morti. 



O corvu nìgru, chi bai giuriandu ? (i). 
Avanti sta ruga no ne' è gucceria,(2) 
E chija figghiola chi tu vai trovandu, 
Sallu pe certu chi non boli a tia. 
Va jocu arredu ca ne' è na ciuccia morta, 
Chista è r amanti chi curobeni a tia. 



Brutta, bruttazza, si' fatta di terra, 
Fusti mpastata di crita e di marra; 
Duvi camini tu sempi ci è guerra, 
Nei mbischi milli mali a cui ti parrà : 
Tronu di l'aria e mali mu ti afferra, 
Scupettata d' accurtu e nommu sgarra ! 



Io pariu bella, e mi ndi vaju 'n piantu 
A na vaji di suspiri e gran lamentu: 
Bella, mi dati la fidi costanti. 
Amicizia non pigghiati cu auira genti; 
E si per sorta cambiati amanti, 
Lu meu nomi lu teniti ammenti; 
Ca io quandu su aggiuntu a Spagna bella, 
N' ammagine di vui mi vogghiu fari; 
A lu meu hhiancu vi vogghiu poriari, 
A la mia spata vi vogghiu pingiri. 
Io bella partu e mi ndi vaju via. 
Vi dassu cu lu nomi di Maria. 



Ncelu ca furu fatti ssi bellizzi. 
Ca ntcrra no si poltjru stampari ; 
Quandu camini cu tanti destrizzi, 
Omani e donni li fai penìar ; 
lanca, ssa capijera e chissà t rizza. 
Animo Jerata ssa lingua a lu parrari. 



16 



leu sugnu chìju periìdu scurzuni, 
Sutta la lingua lu velenu portu; 
Si cridinu di mia certi perzuni 
Ca sugnu figghioleju e mi scumportu; 
Io lingiu e fingiu comu lu carvuni, 
Muzzicu, loccu vivu e fingiu mortu; 
Cu ]i mei mani mi fazzu ragiuni. 
Non mi dassu di nuju fari tortu. 



O luna tunda di bellizzi china, 
Dicivi ca pc mia tu morerai; 
Dici vi ca si' sangu di sti vini, 
Tu mo pe d' autru abbandunata mi hai; 
Auiru ti irasiu ncori ed io nescivì, 
Pari ca no ti fussi amatu mai. 



Quantu avi chi no passu di sti strati^ 
Li rosi chi dassai li trovu coti; 
Li schetti chi dassai su maritati, 
Hannu li loru figghi e V annu zziti. 



Giuvani bellu di zuccaru fattu. 
Sili lu giggbiu di chisti quarteri; 
Mi nnamurai di tia non fu gran fattu, 
Furu li modi toi mille maneri. 
Ca chistu ne fu lazzu chi mi desti, 
Ca fu travagghiu di li toi penseri, 
Ca notti e jornu lu sciogghiu e Tatuccu: 
Padruni di lu lazzu e quandu veni ? 



O mazzu di garompuli e di hhiuri. 
Li levanu li donni principali, 
Li levanu lìgati a lu juppuni (3) 
Li schetti chi si hannu a mariiari ; 
Vannu a la chiesia e stannu ndinocchiuni: 
O Gesù Cristu, mandami Ju tali ! 
Mandami a chiju eh' era primu amuri, 
Ca nta la menti mia no pò mancari. 



Pe mari si ndi jiu lu dilicatu, 
Pe mari si ndi jiu, ca ddcu Tajuta, 
Napuli, mu ti viju arzu di focu 



Comu di iocu fai campari a mia; 
Salutami ssu giuvani eh' è )ocu, 
Salutamillu assai di pani mia; 
Dinci si si ndi veni o resta jocu, 
O ndi fa cunto di la vica mia; 
Dinci ca si tratteni n' airu pocu, 
L' ossa poti arrivari e no cchiù a mia. 



U giornu la mia fortuna mi dicia, 
Lu mio nomi felice si chiamava; 
Era corsaru e per lu mari jia, 
Nzinu a lu rre nturchiu comandava; 
Era di nomu chiamata Golia, 
E di na donna chi tantu mi amava 
No nchianu a chija scala chi nchianava,, 
No sedu a chija seggia chi sedia; 
E mo chi su arrivatu ncasa mia, 
Fora mu nesci cu nenti e' inirava. 



Di quandu furu li primi palori 
Chista arma no si potti arriggettare; 
Tu m'azzippatu na lanza a lu cori 
E mi hai fatta na caia mortali; 
La genti mi cuniundi di palori. 
Voli che ti dassassi a tia d' amari; 
Io no ti dassu no mancu si moru, 
Mancu si baju a lu mpernu a penari;: 
E doppu moru e baju sutta terra. 
Sempi sta vucca mia ti arridi e parrà. 



O stilla, chi di r aria cumparisti. 
Tu nta lu pettu meu ti riposasti; 
Tu cu li lanci lu pettu mi apristi, 
Lu cori ne' era dintu e ti pigghiasti; 
Nta nu bacili d' ambra lu meitisti, 
A lu nimicu meu nei lu levasti; 
Tu sola na palora nei dicisti: 
Quistu è lu cori di cui tantu amasti. 



^i) GinriandOy cercando. Dal verbo greco y^- 
pe6(o. 

(2) Guueria, macello. É il francese boucherie. 

(3) I^ppuni giubba delle contadine, francese 
joupon. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 

Tipografìa Passafaro. 



■ ■*' v' 



i 






^<^^';^^^i^;^iì^^^>ì^^t^^f^^ ? 1^ 






^-i^ 



RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



ÌÌL 



t •*' 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 3 — Marzo 1901. 




MONTELEONE 
Tii>oaR-\FiA Passa FARO 

1901 




i 

i 
i 

i 

i 

i 

i 
i 

< 

4 

i 



i 






«1^ 



"l'i 



é' 



t ^ 

iti 

a.' 

4^ 



4 ^j t!tH 






""^0- 



Ì^W^'^^i-^^^^^é^t-^i^^^^^^''^^^^^^^-^^ ^ ^^^^-i^S^^^i-^^^S^i-^à-^^-^^è-^^ii^^s^i^ 







n 

f 
I 






.^33.33.0 2^X11 • XT. 3 



■,■» 



i?ìHR 



LA CALABRIA 



^B*^^ 



J?-^^' 



^^^ "T~ I ^J^ 



4S>^< 



«llj RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE O 



DIRETTORE 
3Li-a.igri Bx"u.zzaaa.o 



lèi 

éVù 



JIL 



il 



Monteleone di Calabria, Marzo 1901. 



SOMMARIO 

Monografia topogmfica folk-lorica sopra Um- 
briaiico (C. Giuranna) — Canti di Sprizzano 
Albanese (A. Ribecco) — La vita sui monti (G. 
De Giacomo) — Novellina greca di Roccaforte 
(L. Bruzzano) — Canti di Mantinéo (V. Lopre- 
jato) — Condoglianze. 



(Da una monografia topografica folk-lorica 

SOPRA UMBRIATICÒ) 



La fanna IlQTiale e le coDsuetudioi nesclierecce 

Il compartimento marittimo di Taranto si 
estende da Coirone a Brindisi; e comprende i 
circondari di Cotrone, di Taranto, di Gallipoli, 
e di Brindisi. 

Nel circondario di Cotrone (il solo della pro- 
vincia di Catanzaro in cui si esercita, in mode- 
stissime proporzioixi, la pesca fluviale) scorrono 
i fiumi [jurnare] Lese, Neto, Tacina, popolati. 
da trote e da anguille, ed in più modeste pro- 
. porzioni, la Lipuda ben provvista di carcariclli 
(ranocchi) e di granci (granchi). 

La pesca, lungo la Lipuda, si pratica: 

a) — r Con piccoli ami, 

b] — Con nasse, non di giunchi, bensì di 
cannucce; 

e) — Per mezzo d'una forchetta a tre denti 
e con la forbice avente nella parte interna dei 
piccoli denti come sega; 



Abbonamento annuo 

Xjire 3. 

Un numero separato L. i. 



^:|^ 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



d) — Con piccole reti a forma di cappoccia, 
e con altra rete detta v^manican che si pone in 
mezzo alla corrente; mettendo delle fascine nelle, 
parti laterali del fiume; 

e) — Deviando le acque; 

f) — Ed infine usando sostanze stupefacenti.. 
Questa operazione si esprime con un sol voca- 
bolo mtassare-k mettere il tossico [lassù). In quan- 
to alle preindicatc sostanze, consistono tsst nella 
calce, nella galla di levante, nella Catapurzia [vul- 
la); nel tasso di cui si usano tre varietà, e nel 
ciclamino altrim.nti detto poma terragno o por-- 
cino (piperia). • 

La Piperia vegeta nei pressi della Lipuda e 
nel territorio di Ciro, trovandosi facilmente ed 
in abbondanza nelle contrade: Maddaloni e Cre- 
te-rosse. È una pianta non alta, ma molto rahii- 
ficata (atlroppata). Colla zappa si scalza là base, 
si estraggono le radici, e con la scure si sminuz- 
zano, ributtando quelle troppo grosse, perchè a 
trofizzatc. Insaccatele, si fan trasportare dai muli 
o dagli asini sul luogo della pesca, ove vengono 
pestate e di nuovo insaccate per circa < 2\^ di 
tomolo ii e quindi due uomini o due donne, gli 
uomini a preferenza mugnai, perché abituati a stare 
coi piedi e colle gambe nell'acqiia, mettono il 
sacco nel fiume e lo pestano coi piedi. Immedia- 
tamente n' esce un succo giallastro, che si span- 
de lentamente, seguendo la corrente. Dopo essere 
stata cosi ben premuta, vien posta in un angolo,. 



18 



tcn coperta di paglia ; asciugandosi^ fermenta, 
e si rende nuovamente usabile, e ciò dopo tre 
O quattro giorni. 

La vulla è una pianta della quale, a differenza 
della piperia, in luogo delle radici si tagliano 
tutti i rami a fior di terra, e questa operazione 
é molto delicata, perché il succo che ne goccio- 
la é Caustico, producendo gonfiore, là ove urta ; 
uguale accortezza bisogna adoperare nel caricarne 
le vetture. I rameniii s'immergono nella cor- 
rente, e soit' acqua si sminuzzano, ed il succo 
latteo che ne sprizza V intorbida. Ma se il pre- 
cedente, perchè denso, scende presto in fondo 
air acqua, questo, perchè leggerissimo, dura mol- 
to tempo a galla. Da ciò iin diverso metodo di 
•ntassan». Col primo 1* operazione? si esegue il 
giorno stesso della pesca, col secondo sulT an- 
nottare del giorno susseguente. 

La paglia dei ceci si adopera come la ptpena 
ma di effetto è a questa molto inferiore. La 
calce invece supera tutte, ma poco si usa, per- 
chè di magi^ior costo, e si adopera gittandone 
nella corrente grossi pezzi. 

La ^granora^'i è infine una piantolina, che, 
dalla ceppaia, vien su in piccoli virgulti, che si 
riducono a poltiglia mulendosi fra due pietre. Di 
rado si adopera per la tenue. potenza del succo 
uguale a quello della paglia dei ceci. 

Le anguille prese per ' mezzo della vulìa o 
della calce si mantengono buone appena un giorno 
o due, quelle invece prese con la granata si 
mantengono fresche per più tempo. 4 

La pesca ha luogo in Luglio ed in Settembre. 
Nella prima epoca le anguille sono piccole «n- 
coreììt'k ma in abbondanza, «nella seconda scarse 
ma 'di maggior volume. Si ricercano lungo il cor- 
so della Lipuda nelle ivumare» di Campana, cfi 
fxlovernh-i di nCoraca» ed in* quelle meno rihevan- 
ti detre delle ((Chiafre, VrasellOy Ilicia, SportmOy , 
Gnarfitiiii. Volendo pescarne delle grosse, bisogna 
ricorrere ai cosi detti «vnìli» gort di acqua, gran- 
di e profondi, cioè a quelli nomati delle €Chia' 
tre» di aCuccua»- di mCoràca» dei lovernh e a 
tutti quegli altri soprastanti al mulino di Campana. 
In questi nvnllip cónvien adoperare «// tasso tri- 
plo» cioè «/a piperia -p b a vulla» e la calce 
vergine. Ma gli appassionati della pesca ricercano, 
a preferenza, i punti, ove si recano a meriggiare 
gli animali vacèini, gli escrementi dei quali fan 
prolificare di molto le anguille. 

Il prodotto finale si divide a parti uguali 
tra gr intervenuti. 



In inedia, in una giornata, se ne pescano 
da 15 ai 20 chilogrammi e si rammenta come 
caso eccezionale lo aver raggiunto i 70 chilo- 
grammi nel tVullo di Snitinititi .e di mCoi^at 
Per fenomenale grandezza si ricorda 1* anguilla 
pescata al «Vullon di ((Coi^p^an l'altra a <iBrasello> 
l'altra ad tllicap. Quest'ultima era cosi smisu- 
rata da poter contenere nello stomaco ben 12 
ranocchi. 

La ricerca dei granchi (grand) vien fatta dal- 
le donne che si recano lungo l'alveo del torren- 
te per lavare i panni. La quantità delle pietre, 
che, per la corrosione delle acque, precipitano 
dalle soprastanti rupi nei burroni, formano delle 
piccole gore, ed ivi, sotto i macigni, rinvengono 
questo saporosissimo crostaceo. , 

Anche delle donne è I4 pesca dei ranocchi, 
ed a questa vi si abbandonano con trasporto, al- 
lorquando mettono in macerazione il lino. La 
praticano sull'imbrunire, accendendo dei pezzi di 
legno resinosi. Questo anfibio, alla vivida fiam- 
mata, s'im mobilizza, lasciandosi cogliere con cosi 
grande facilità da poterne avere parecchi chilo- 
grammi in poche ore. A pesca finita traggono la 
rana dal sacchetto ove l'hanno riposta, le schiac- 
ciano la testa, e con facilità sorprendente la scuo- 
jano, ponendo da un lato le sole polpute cosce e 
poca parte del torace. 



Il pesce si ritenne commestibile di prima ne- 
cessità, e quindi fu compreso nel calmiere, che in 
dialetto dicesi ftassiòap. 11 Consiglio comunale, 
nella tornata del 27 Febbraio 1893, in questo 
senso modificò il regolamento di polizia urbiloa 
del 13 dicembre 1892, laonde tutto il pesce con- 
tinua ad essere sottoposto alla ameta)) (imposi- 
zione di prezzo da parte del sindaco) differendone 
l'annona secondo ta qualità. 

Su la vendita del pesce, durante il periodo 
feudale, si riscuoteva dalla marchesale Corte di 
Umbriatico un dazio minimo, riconosciuto col 
titolo ii^ilanciap. ^ 

C. Giuranna 




19 



CANTI DI SPEZZANO ALBANESE 



TRIMM' I HELHMUAR 

Per camarat, pegerét te mbuliiur; 

Se i 6argt dimri vien e bie, u ishkret 

Ezzign mbé terret, vei duket ditur 

Ku henzsa kjelhkjet shpon, sì ujii nde dei. 

luvenis in tristitia 

Lento per le stanne in fila, coi veroni ben chiusi, 

Dapoichl acre l'inverno s'avvicina, col cor pien ii 

[iristeiia, 

Passeggio all'ombra; sol dove la luna coi rai trapassa 

[i vetri, 

Là sol riluce^ tome luccica l'acqua che i nel mare. 



Ruagn jashtìn u imieri pa fukjii, 

Sbardhén Jena, e deli me shkelhkjèn, 

Henzsa me pii6en e 6oi: moj trimm' i rii, 

Pst helhroet zsèmra jote drckjé rembèn ? 

• 
Volgo lo sguardo fuori, che infelice son io sen^^a 

[conforto, 

Tutto Rancheggia innanzi, e in mar lontano argen^ 

[tea fasc:a splende, 

Alta la luna baciami sul fronte, e a me, giovin 

[novello, dice: 

Perchè i il tuo cor bramoso a disposar gli affanni? 



Sbardhén si dritta ime e micgkuluar, 
E siit shkèlhkjegnen si di Ihoi mbé Diel, 
Rii kjei, si soude kjieli e dheu bashkuar, 
Me ilhzsii, ce mbrazsèlhia pa fiarmè siel. 

Sei bianco, come è bianca mia luce nebulosa, 

E qual copia di lagrime, irradiate dal Sol, tal sono 

[gli occhi tuoi: 

In si!en:(io te ne stai, quale in quest'ora e Cielo e fer- 
iva in un amplesso uniti, 

In uno agli astri, cìpe Fimmenso vuoto. sen:(a par- 
[lar con se trasporta in giro. 



©omse jce pies e madhe le gji6 jeiia, 
Si u, si Dieli, dheu, s' ilhzsit nder Kjiel, 
Nde késhtù psè ngk na puOtohe ti verteita,. 
E reOin bashk tè bec me zsoitin Diel ? 

Sei tu forse gran parte dell' Universo intero ? 

Come son io, la terra, il Sol, le stelle in Cielo? 

Se tu tal sei, perché l'essen:i^a tua a noi non riveli. 

Per potere cosi col Sig. Sole muovere tutti a rotea- 

[re intorno? 



O zsèa gneriu harruarca mot,ebierr 

M' erèn ce triin, ce pai zsemren si raalj, 

Dorén Ijissi nde Ijulia lè mocme, e dcrr, 

Ushirat shponej kur shtihej nde mesi mbi calj? 

sei tu alma obliata da tempo, errante 

Col vento irrequieto, che pur ebbe cuor di montagna, 

[e braccio 

Di quercia vigorosa nelle aritichi battaglie gigantesche, 

Allor che irruente qual cignale sbaragliava i mani' 

[poli a cavallo? 



O zsé 'e lìarruar gncriu, ce pai zsémrén dili^ 

C'iljossej kur shih heljmet e Ijlpissur, 

Ce malet kéndoi mbi dhee megkolj virvili^ 

Ni rii eharruar te mbrazsèijia e nissur ? 

Oppure alma obliata di poeta gentil, che il core ebbt 
• . [di cera 

E che fondeasi in vista solo di pietosi' affanni, 

Che' gli amori cantava in sulla terra con gorga di 

[usignuolo. 

Ed or di se pietoso nel vuoto immenso egli si muove 

[e passa? 



Oh ngke jam imieriu, ngke jam se gn'ishkrex^ 
Gnerii, ce shkon suvaljen irubuluar, 
Ce ndicn te gjiri zsemren te hapur vci, 
Kur mali e Ijipissia mirren me duar. 

Oh chi son io ? non son che un infelice. 

Che attraversa l' ondata torbida della vita, 

* 

Cui s' apre a speranza il cor nel seno 

Sol se amore e pietà in fraterna amistà si dan la mano^ 



E jù ce hareei le jcua e bukur jini, 
Ce bashk te kjieli kjeshni e giginloni, 
Jù zsiarre, ce remba ^ipér neve shtini, 
E zsemrat lé gjcni gji6 gjelen na shppni, 
E voi, che empite di belle:(^^e e di grafie il mondo intero ,, 
Che vi utéite al sorriso del Cielo e tremolate. 
Voi fuochi, che su noi versate i rai copiosi, 
Che attraversando i corpi all'imo cor git^gtte. 



Jù driia, ce fanarosset si shkeptime, 
E shpon e hiin te mbrazsèijia e 6eel, 
Nde ngkè dini jù ce jaan cià heljme tinie, 
©omse i dii gneriu te jetra gjeel ? 

Voi che la luce siete, che appare di repente in seno 

[ai lampi. 

Che ahraversa e si perde nelle profondità del vuota 

[immenso, 

Se voi gli affanni miei uon ir, tendete, 

Dovrà intenderle l'alma, da involucri terreni denudata? 

Spezzano Albahese, Gennajo 1901. 

Dottor Agostino Ribecco 



20 



LA VITA SUI MONTI 



Ancora non è Talba, il grillo stride tra le 
stoppie, e le villane del contado camminano sui 
greppi dei monti, passano, svelte, come capre, 
sugli spalti brulli o irti di pruni, si aggrappano 
agli arbusti, saltano^ leggiere, sulle pietre livide 
dei burroni, scavalcano i solchi arenosi, che i * 
villani hanno scavato nei ripidi pendii dei cam- 
pi per impedire che le forti pioggie dell'inverno 
lavassero il terreno, s' inerpicano, scendono per 
viuzze coperte di rovi e, al primo raggio del so- 
le, sono sul luogo del lavoro, e cantano... 

Signuri, chi di gloria si' pat/uni, 
Signuri, chi lu cielu cumannaii, 
Signuri, chi a lu puviru fa' dunu 
Di la ricchizzi e di la puvirtatì, 
Signuri, chi lu cori sa' guardar!. 
Dammi tu forza ppi mu faticarli 

E questo canto in dialetto, che più di un poeta 
della lingua letteraria potrebbe invidiare, è come 
r inizio del lavoro, è la. preghiera del mattino. 

Intanto il sote di agosto, rosseggiante, sul cie- 
lo terso, sale; sale, e le campagne sono affogate 
nella luce, la sila nereggia lontana : sul fiume 
tremolano scintille, e le donne, curve o appog- 
giate col ventre sulla roccia, con le braccia pro- 
tese, tagliano, con le rocole, la ginestra (u spartu 
gr. OTiàpxo; ), e V accatastano sul terreno. 

Il lavoro é lungo e penoso. Le poverine ta- 
gliano, si aprono una via, si arrampicano, stanno 
ritte su massi e allungano il collo per vedere 
dove più folti sono i fili delle ginestre; e i pie- 
di nudi scontano, le mani, annerite, si screpolano, 
invano le dita, protette da pezzi di canne, si di- 
fendono dal taglio, che, spesso, il ferro, entra 
nelle carni e le dilania; le gambe vengono lacerate 
dai pruni, e il collo, il viso, le braccia nude 
sono esposte al morso molesto delle zanzare, 
che, dal vicino pantano, volano, a schiere, e 
recano il terrore delle febbri, e gridano al mondo 
che nessuna cosa si fa per evitare la morte bianca 
di queste contrade ! Ma le nostre lavoratrici non 
danno un grido, non si lamentano ; Igea po- 
tente é con loro, e continuano, con assidua 
-cura, r opera incominciata, perchè altro lavoro 
le aspetta. 



• 



Le cataste della ginestra sono state trasportate 
sul greto del fiume. Le donne sono intorno ad 
ampie caldaie, che su larghi tripodi o poggiate 
su massi, — tornelli improvvisali, — gorgoglio- 
no sui tizzi crepitanti. — A caldaie a caldaie, 
tutta la ginestra raccolta deve essere bollita pri- 
ma che finisca Agosto, e le lavoratrici sudano 
e sono affaccendate. Il sole dardeggia, il piano 
avvampa, nella fosca caligine è scomparso il ma- 
re e, lento, si ripercuote il canto... 

Subra li trizzi tue, Madonna mia, 
Curuna 'ntra lu cielu arricamata. 
Ma la curuna chi spettedi a mia 
È di spini pungenti attorcigliata. 
Madonna bella, mannami furtuna. 
La tua dunzella nu l'abbatinunari; 
Li peni chi su' 'nterra ad una ad una 
LMìaiu pruvati cumi sunu amari ! 

E, come Iddio vuole, la giornata d'interno è 
finita : la ginestra è pronta ad essere sfilata ; la- 
voro, questo, che si fa, cacciando, a filo a filo, 
la pellicola o la membrana che deve poi essere 
battuta — Questo per le donne è il lavoro più 
leggiero : sedute per terra, all'ombra di un albe- 
ro, con automatica celerità delle mani, lavorano; 
lavorano e cantano, cantano.... 

Si lu bisuognu fussi na persuna, 
lo, a pumi di curtiellu, Tammazzeri ; 
Ch'a mia nei curpe la porca furtuna, 
Ch'a lu bisuognu sutta mi fa stari; 
Pur'iu su' nata cumi na signu^-a. 
Ma, cumi na mappina, mi mantenu; 
Sfilu la jnestra, e può* cantannu, 
A numi di Gesù m'arraccumannu! 

Dopo che la ginestra è stata bollita e sfilata^ 
vien battuta nel maciullo, e poi messa ad im- 
biancare, al sole. Neirinverno, attorno ai focola- 
ri, notte e giorno, le donne filano ginestra, e 
poi le tessitrici ne fanno tela, con la quale le 
tamiglie dei villani si cuoprono le carni. Tela 
ruvida, quella, ma buona e duratura. 

G. D8 Giacomo 



21 



NOVELLINA GRECA DI ROCCAFORTE 

(continuazione t. n. precedente) 



TESTO 



— Afeme mia pundeddba na ivvro to cosmo. 
Ton afiche poi lisipe: 

— Afimme addhi mia pundeddha possu na 
tnunghi to podimmu me to herissu. Andras im- 
me, vermici iia gbeno! 

Eggucsc ossone andi dhalassi cipe: 

— Andras imme, puddhi na gheno ! 
Apetac ci cjavi pu ih e enarriga ci tu ipe: . 

— Dommu enan ceniinari provata na su ta 
vlespo. 

— Ma tu paisà cci pu ehi ecindo hiridi ta- 
grico ce troghi esse ci ta provata. 

— Dotemuta, ti den me troghi. 

Tuta edichc ci cjavi ta farti ce ta epire eci. 
Egguese to hiridi tagrico ce tu ipe: 

— Simero canno mia ngali stomata. 
Errispundespe ecino ce tu ipe: 

— Aconii enda efagese. 

— An iha enan lago esce nero, idhela na su ca- 
cio ena ngalo festino. 

— Cego an iha ligo spomi ce crasi idhela na su 
scio tin cardia. Andras imme, leuni na gheno ! 

Epiasdhissa cinda dio: educan tossa pu en 
ihe ti carni leo. Taddho embese siin tana. Eci- 
uosc horisdhi cejavi ta fatti cepire ta provata id 
gnuritu. Embeai na tarmesciu, epiai tosso to gala, 
pu en ihai pu to eyalai. Hcamai io uri ce to 
"pirai sto gnuritu, ce tu ipe : 

— Purno dhelo dio centinaria. 
Ti purri tu tadiche ce tu ipe : 

— Ego pao ta fatti. 

Ejai ti stessa meria ce arrivespe metapale to 
"hiridi tagrico ce tu ipe : 

— Evti efefese' enan centinari, simero efe- 
Tcse èna pleo : arte se trogo plen cagghiu. 

I digaiera tu riga ejai asce meria spila ce 
acne ecinda loja : ejai ta fatti, pianni mia gad- 
detta ce tin jomonni asce spomi ce crasi, cepire 
dio medheti na ti pirusi ecinda nibesi. To hiri- 
-di tu ipe: 

— An iha enan lago asce nero, idhela na su 
<amo.ena ngalo festino. 

— Cego, an iha ligo spomi ce crasi, idhela 
na su scio tin cardia. Andras imme, leuni na 

:gheno ! 

E piasdhissa cini dio. 1 dighatera tu riga 



avvidetbi ce dcse ecindi gadetta me na scini ce 
tu to catevai to crasi me to spomi. To leuni 
efaghe to spomi ce to crasi. Metapale ecini dio 
ebbatteftissa tosso pu to espasce to hiridi tagrico 
Dopu tiro espasce, toscie ce tu epiae tin cardia, 
tin escie cepiae tin apetuddha ce tin evale me- 
sa asce mia morciucia harti ce tosicoe. Epire ta 
pi ovata tu gnuritu ce tu ipe : 

— State cala. 

— Iati pai fatti su? ehise na pirise tin digha- 
teramu ja ghineca. 

— Ego pao ta fattimu stin manamu ci poi 
ghirizo. 

Nveci na pai stin manandu, ejavi stin digha- 
tera tu magu ce tisipe : 

— Ton cspascia cefera ecini apetuddha. Ar- 
te cannome na pedhani o patrissu. 

Pianni ti fteria tis apetuddha ce tin cofti. O 
magose leghi : 

— Mu essichespe to misi soma ! 
To pedi ipe ti dighatera tu magu : 

— Ti cofto tin addhi fteria. 
O magose errispundespe : 

— Massicchespe taddho misi soma ! 
Ti leghi ti dighaterastu : 

— Tradimento jamme ! 

To pedi errispundespe ce ipe : 

— Ti cofto leddio anche. 

O magose ipe ti dighaterastu: 

— Tradimento emmena ! ti mocospai tedio 
anche. Po pao ta fattimu, na badi to spiti! 

To pedi cofti lingefali tis appetuddha. O ma- 
gose etegghioe, ceminai ecinda dio senza spiti 
mesa stin oscia. Ehorisdhissa cejavijsa sti mma- 
nandu ce lisipe: 

— Ti cannile? 

— Ode pu cadhenno; ce su, pedimmu, isso 
cadhonda ce arte irtese ode metapale. Eitundi ghi- 
neca line ngami ? 

— Tuti ehi na è i ghinecamu, ti tin efera 
asce mia oscia. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



— "Acps |ic (Ita pundeddha va T)5pa) xò x6a|io. 
Tòv àcpT)xe. Poi x7^$ tlnv 

— "A^e |i£ à?vXY) |i(a pundeddha Tióao va jioj 
^TY^^ xò TcóSt (lou |ià xò x^P^ <^o\}. "Av^po^ erjjwct, 
jwp|i(YW va yhd) ! 

"Ex^Tjae 5a(i)6ev àit* x)) OàXaaaa xal elice- 

— 'AvSpx^ eltiat, TuouXf va ^hiù. 



22 



'Ai:£Taae lài èy^à^Yi tcoO elyt Eva ^if{(x x^j toO 

— Aie jjbou ?vav ceniinari upópaxa va ooO ti 

— Ma aì> Tcàecg èxel ttoO lyti èxelv' xo xotpffic 
T* ^Ypotxò ;tKl Tpàyet èaè xr) xà Tupó^axa. 

— AàtE [loO xa, 'xt 5àv (là xpcóyet. 

To^JTa £ou)xe x^ èy^àpT) xà fatti xal xà èiif^pe 
IxeI. *ExpY]a£ xò xotpfSt x' àypoixò xal xoO eliu* 

— Sfjliepo xàvvo) jiiav xaXi) axo|ià/fl. 
Errispundcuae èxelvo xal xoj efrce* 

— 'Axcjiij 2v xà ?(faYa^. 

— ""Av Et^a Svov Iago à^k vepò ffielx va aoO 
xàjMti Svav xaXò festino. 

— Kal lyò), àv e^x* '^^Y° ^^H-^ ^*^ xpaal, f^6e- 
Xa va Qo'j <r/J.G(a x)jv xapSfa* àvSpo^ el|ia:, leuni 

va Y^^^ ' 

'ErdiaBrpav 'xelv' xa Suo- 55(i)xav x6aa tioO Sv 
el^E li %i\xBi Xéio. TàXXo Sii^Tjae Sa(o \' xijv /aw^. 
'ExElvo; èxfi>p-c76Y) xal lyii^ri xà fatti, xal èixfjpe xà 
iipi^xa xG'j gnuri xou. 'Eii^/^xaGt va x' àp|ji5ouv, 
'erfaai TÓao xò yiXa, ttoO ?v elyjxat, ttoO xò è^àXa- 
01 xò typl xal xò 'n-f^^xai \ xò gnuri xou xal xoO 

— ► Hi/'jpvò 9éXa) 5uo centinaria. 

Ttj Ttpoita xou xà SSwxe x^ xoO e&rs" 

— 'Eyà^ 7:4(0 xà fatti. 

'Eytà^T] -rì] stessa |Ji£p(a xal arriveuae (lexairà- 
Xat xò xo^piOL x' àypotxò xal xoO efice' 

— 'Ex^k Scpepa; ^vav centinari, <Ji^\upo 5<pepa^ 
Ivav kXìq* d^zi ai xpcóyo) TiXéov xàXXto. 

^H &UY3£"ipa xou pV^Y* ^Yià^T) tjà (lepfà ^Y)Xà xal 
d^xouoe éxeJv* xa XÓY^a. 'Ey^ì^tj xà fatti, màwet 
jifa gaJdhcita xal xtjV Yet^évet à^è ^cd(iI xal xpaal, 
xai iTufjpE 56o (Ji£6af xt) va xfj Tcy^pouat ixeTv' xa 
mbest* Tò x^'P^^t xou elize' 

— 'Av eI/jx ?vav lago à^à vepò, f^9eXa vàaoO 
xi|iaj ivr/ x^Xò fesiino. 

— Kxl iyw, àv £ix°^ 'X^Yo '«jxofil xal xpaal, fj9e 
Xa vi ij^'j oxtao) xrjv xapota. "AvSpa^ el^Jtat, leun 
va Y^"^tA> ! 

'Eiiiiafjr^'jatv 'xelvot 5uo. ^H Suyaxipa xoO pif^Y* 
avvili esth] xaì eSea^ ixefv' xrj gadetta |i* Iva axot- 
vl xal loO TÒ xaxaf^Y) xò xpaal |ià xò tj>a)|i(. Tò 
lenni r^ays xò ^'^tJ^i "'^^i t^^ xpaaf. MexaTcàXac *£xer- 
voL S'j& EbAiic^BTjaav xóaao twoO xò lapa^e xò x®^" 
pfSt xò dtYpsi'xó. Dopu 'xc xò Sacpage, xò layioe xal 
xoG Iraxas tT^v xapofa, xr]v Saxcae xal èTcìaae xijv 
TKtoXoDSx, x«l xijv l^aXe jiéaa à§t jjifa morciucia 
Xapxl %%\Tb 'a'/^x(oae. 'ETt^pe xà Trpó^xaxoO gnuq 
xou xal ToO £f7ie. 



— State xotXà. 

— Fcaxf niei fatti aou; 6x^1^ va mf^piQ^ -rijv- 
5»Ya'c^pa (AOU Y^^ Y^v*^^^' 

— •'Eyù ^ito xà fatti [100 \ z^^f {deva |iou xi) 
poi Y^P^C^' 

Nveci va Tcaia \ xtjv (tàvav xou, 'eYtà^e *g x^v^ 
Suyaxipa xou [làyou xal xf^^ tlTzt' 

Tòv Sa^a^a xal lyepa èxefvT) |Ji£xaXo05a "Apxt. 
xàvvo|Ji£ va TceOàvYj 6 patri aou. 

'Htàvet xi) cpxepuà xf^g irsvaXoOSa xal xijv x&pxei 
*0 |iàYo; X£Y£f 

— Mo5 essiccheua£ xò (ifau a©|ia ! 
Tò TiatSl efjce xfj Buyaxépa xoO \ijSr(G\}' 

— Tfj x6<px(o -rijv 5XXt) cpxepuà. 
*0 liiyoq errispundeuae* 

— Mo j essicchèuae x' àXXo |iuat afi)|ia ! 
Tfj Xé'^ti xfJ Suyaxépag xou- 

— Tradimento y^ ^l^é ! 

Tò TiatSl esrispuodeuae xal elite- 

— T^ xócpxo) xal Suo anche. 
*0 \ii'XOi elice xfJ Suyaxipa; xou- 

— ^Tradimento èjiéva, 'xc |i(t)xó(paat xal Sua 
anche. UGì^ uacD xà fatti |iou èYÙ, va x^^ ^^^ 

OTllxi ! 

Tò TwceSl x6<pxet x^v xecpaXf^ xf^^ TcexaXoOSa. *0 
(làY®^ èxéXettoae, xal *|ietvaat èxelv* xa S6o senza 
aTclxt (liaa '^ xijv è^ela. 'Extoplaerjaav xal h(i&pi]^ 
aav \ xijv [iàvav xou xal xijg elite- 

-r- TI xàvv£X£; 

— ^QSe noO xaOt^cD- xal èob, icatSl |iou, f^aouv- 
XàOovxa^ xal àpxt -^pxe^ c&Se (lexairàXat. Aòxouv' x*] 
YovaTxa zi f^pxe va x4|iyi ; 

— ToóxY) Sx^t va è 1^ -juvalxa |iou, 'xc x^v 
5(pepa à^ì (ila è^ela. 

VERSIONE 

— Lasciami un tantino per vedere il menda 
Essa Io lasciò, ed ei le disse : 

— Lasciami un altro tantino, in modo da 
toccarmi il piede colla tua mano. Uomo sono;, 
che divenga formica ! 

Usci dal mare e disse. 

— Uomo sono; che divenga uccello ! 
Volò e andò dov* era un re, e gli disse : 

— Dammi un centinaio di pecore, affinchè 
io te le guardi. 

— Ma tu andrai dov' è quel porco selvatico, 
il quale mangerà te e le pecore. 

— Datemele, che non mi mangerà. 

Gliele dette, e quegli andò e le condusse là^ 
Usci il porco selvatico e gli disse : 



ì 



23 



— Oggi faccio un bel boccone. 
U altro rispose : 

Ancora non V hai nìangiato. • 

— Se avessi un Iago d' acqua, vorrei farti 
un bel festino. 

— Ed io, se avessi un po' di pane e di 
vino, vorrei spaccarti il cuore. Uomo sono; che 
divenga leone ! 

Si afferrarono, e se ne dettero tante che non 
àvea che fare il leone. L'altro entrò nella tana. 
■Quello parti e andò pe' fatti suoi e riportò le 
pecore al padrone. Cominciarono a mungerle 
e cavarono tanto latte che* ^on avevano dove 
metterlo. Fecero formaggio, lo portarono ai pa- 
drone, ed il giovane disse: 

— Per dimani voglio due centinaia di pecore. 
La mattina il Re gliele dene, ed egli disse: 

. — Vado per i fatti miei. 
Andò allo stesso luogo, e trovò di nuovo il 
forco selvatico, il quale gli disse : 

— Ieri ne portasti un centinaio, oggi ne 
hai portato uno di più ; ora ti mangio assai 
meglio. 

La figlia del re andava a diporto per quell'al- 
tura e senti quelle parole. Andò, prese un bigon- 
ciuolo, lo riempi di pane e vino, e condusse due 
persone con sé, afBnche le portassero quel carico. 
Il porco disse: 

— Se avessi un lago d* acqua, vorrei farti un 
bel festino. 

— Ed io, se avessi un po' di pane e vino 
correi spaccarti il cuore. Uomo sono; che diven- 
ga leone ! 

E si afferrarono. La figlia del re se ne avvi- 
de, legò, quel bigonciuolo con una corda, e gli 
calò il vino col pane. 

Il' Icone ingojò il pane ed il vino. Di nuovo 
«i batterono tanto, che il leone uccise il porco 
selvatico. Dopo che V ebbe ucciso, lo spaccò, 
gli prese il'cuore, e, cavatane la farfalla, la po-j 
se in mezzo ad un pezzo" di carta é la conservò. 
Menò le pecore al padrone e gli disse : 

— State bene. 

— Perchè te ne vai ? tu devi ammogliarti 
-con mia figlia. 

— Per .ora vado da mia madre, poi tornerò. 
Invece d'andare da sua madre, andò dalla 

£glia del Mago e le disse : 

— L' ho ammazzato, ed ho portato la farfiilla. 
Ora facciamo che muoja tuo padre. 

Prende Tala della farfalla e la taglia. Il Ma- 
* :go dice : 



— Mi è seccato mezzo corpo ! 

II giovane disse alla figlia del Mago : 

— Le taglio r altra. 
Il Mago rispose ; 

— Mi è seccato V altro mezzo corpo ! 
Disse alla sua figliuola : 

— Tradimento per me ! 
Il giovane disse 

— Le taglio le due gambe. 
Il Mago disse alla figlia : 

— Tradimento a me, che mi taglino le due. 
gambe ! Come io me ne vado, sparisca la casa! 

Il giovane taglia la testa della farfalla. Il 
Mago cessò di vivere, e quei due rimasero sen- 
za casa, in mezzo alla montagna. Andarono 
dalla madre del giovane, il quale le disse : 

— Che fate? 

Io siedo qui; e tu, figlio mio, eri perduto ed 
oca torni. Codesta donna che viene a fare ? 

— Qiiesta dev' essere la mia donna ; che 
1' ho condotta qui da una montagna. , 

Luigi Bruzzano 



eig»gSji»asigB^si^<»e^gi^ «qìi^<g3a^aia»a»eig»»gi<»gs^g»9 



CANTI DI MANTINEO 



O Stilla, chi cumparsi a l'orienti, 
Accussi cumbeni a la tua signuria, 
leu passu e spassu e no mi dici nenti, 
leu criju ca mutasti flintasia; 
Cridisti li palori di la gemi, 
Chiji chi bonnu mali a tia ed a mia. 
Sai chi ti dicu ? No cridiri nenti, 
Teni !u Cori fermu comu mia. 

Vorria jettari nu lignu a lu poriu, 
Fari na navi e jiri Mbarbaria 
Mu viju si lu mcu amanti é vivu o mortu,. 
O puramenti si scordau* di mia; 
Vaju e lu trovu^ comu gigghiu a 1' ortu 
A tavolinu d* oru chi scrivia. 
Iju mi mbitau a carni di porcu : 
Mangia si boi mangiari, anima mia. 
— No mbogghiu no mangiari e no cumportu 
Vorria n' ura parrari cu tia. 

Gigghiu hhiurutu e rosa spanpinata, 
Ssa tua bellizza dundi tu benuta? 



24 



Criju ca di lu celu fu mandata, 
Cu vinni da Putenzuni e saluta, 
Stu cori vi la manda na mbasciata; 
Vi ama, vi voli beni e vi saluta. 

Avi tanti anni e puru jorni assai, 
leu no li viju comu ti vidia. 
Intra la menti mia ti giudicai 
Ca ncuno ti parrau cuntra di mia. 
Chissà é menzogna e beriiaii mai, 
Ca nuju ti vo beni comu mia. 

Di chi partivi jeu no nd'eppi arrisi, 
Viju li lochi toì e mi mettu e ciangiu: 
Viju li genti di lu toi paisi 
E cu lagrimi all'occhi nei domandu. 

Brunetta, chi ti pendunu sti lazzi. 
Stilla serena, hai li capilli ricci, 
Ti pendunu li rosi mazzi mazzi, 
Culonna arricamata di bellizzi; 
N' ura chi sarria nira chisti abbrazzi 
Mill'anni camparria di contcntizzi. 

O caggia d'oro, calandra di regnu, 
Cu li vostri palori mi cunfundu, 
Cu li vostri speranzi mi ammantegnu, 
E passanu li jorni e no mi addugnu. 

Mi partu di Palermu a la perdenza 
Per arrivari a la tua vicinanza. 
Ne' è na fighliola chi ha tanta prudenza, 
Ch'è china di cusiumi e di crianza. 
Ne' aju dittu a tua mamma mu ci pensa, 
Cà cca legnu li fidi e la speranza, 
Cà si ne' è neunu chi ha pretendenza 
Mu si allesti la eira e l*ugghiu saniu. 
•■■^ 

Chisiu è lo maccaturi chi mi hai datu; 
É torniatu di. pizzi celesti, 
E ntornu intornu n'acula stampata, 
E ma lu mcnzu li bellizzi vostri : 
Mo no ndi fannu echiù l'antichi masti, 
E mancu li pitturi uguali vosiri 

Ricci capilli brundi ed aunellati, 
Subba ssa brunda trizza li teniti; 
Veni la testa e vi la pettinati. 
Trema la terra duvi la seiunditi. 



Sona la santa missa e vindi jati, 
Lu populu fa largu e vui irasiti; 
quaiuiu acqua santa a la fonti pigghiati 
Luci echiù bella jà di na candila; 
A ehiju locu chi v'ndinocchiati 
Nu mazzu di garompulu pariti; 
Poi fumi la santa missa e vindi jati. 
Starma pigghia licenzia e- va camina; 
E quandu a leitu jati e vi cureati 
La luna fa la ninna e vui dormiti, 
E la matina quandu vi levati 
Li raggi di lu suli traiteniti. 

Nescivi piccirillu annamuratu, 
E niai na donna no la potti aviri. 
Di la gran pena nei eatti malatu; 
Ija lu seppi e binni mu mi vidi, 
Nta lu sinu mi porta nu granatu, 
Nta lu pettu dui puma gentili: 
Ritriseati, rifriscati, malatu, 
No, pe na donna no si po' morirl. 
No bogghiu no rifriseu e no granatu, 
Cà nta sti vrazza toi vorria moriri. 

Gigghiu di r occhi mei, unieu oggctlu^ 
Mi nnamurai di tia no tu gran fattu, 
La palora che vi dezzi vi 1' aceettu, 
Pe nautra amanti no vi cangiu affattu. 
Si vui schetta vi stati, jeu schettu rcstu, 
leu no ndi cereu, e vui di nenti affattu. 
leu tandu dassu a lia, coruzzu amatu, 
Quandu sentu incchiovari lu tambutu, 
E doppu mortu e puru sutieratu 
Puru di r ossa mei leni 1' affetiu. 



Con i conforti della santa religione, è cessato 
di vivere in Umbriaiico il Barone 

ALFONSO GIURANNA, 

padre del mio egregio amico e valente colla- 
boratore Avvocato Carlo. I buoni Calabresi se 
ne vanno, e rimangono i perversi, che tanto 
male hanno fatto e fanno tutcavia a queste infe-t 
liei contrade. Alla famiglia del caro estinto man- 
do le mie vive condoglianze. 

L. B, 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 

Tipografia Passafaro 



' %T\ 




» 



9 





RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 4 — Maggio 1901. 



MONTELEONE 
Tipografia Passaparo 

1901 



,«&.^.«&. ^ .*»^'^i^.*É^^.^..É&^..^^*^..*&^i^..^..<»^*!,..<».^.j&.^i^<»^.J» ^ 



-4-i 



K^$^srw5^nR^:^'i:sw?W 



.<LiìAJ»jk3^ 



« 



i 

i 

i 

i 






^ 

ék 



1^^% 



I 




lltll ^ 






[Q\Q)>o»o(Q(0)>c-^lO ,Op-^froO C0»o'>^0' O' tx<0. OP"^ x<Qi Qfio»c(ifiX£ 



.A^ajaio 251111 - 2ìT. ^ 



II 



S5irs) 



LA CALABRIA I 







^j RIVISTA DI LETTERATDRA POPOLARE 



Monteldone di Calabria, Maggio 1901. 



m 



DIRKTTORK 



SOMMARIO 

Monografia topografica folk-lorica sopra Um- 
brìaiico (C. Giuramia) — Fiaba ^rcca di Roghudi 
(P. Candela) — Flora Monicleoncse (C. Bisogni) 
Proverbi di Ciitanova (V. De Cristo) — Canto 
albanese di Falconara (F. Riggio e L. Bruzzano) — 
Canti di Serrastrecia (M. Fazio). 

(Da una moaografia topografica folk- lorica 

SOPRA UMBRIATICO) 



LEGGENDE (RUMANZEJ. 

Le leggende cahibresi — come ben osserva 
il Dorsa — nulla rivelano della vita antica. Esse 
subirono, soggiunge il chiaro Accaitaiis, in que- 
sto fatto la sorte di tutti i popoli neo - latini, 
meno, forse, i Rumeni : il medio evo li scisse 
violentemente dai loro padri, dei quali sepelli 
nell'oblio e i miti e gli eroi popolari. 

Le leggende umbriaticesi sono novelle fan- 
tastiche, con le indispensabili figure delKorco, (i) 
del mago, del nano, del demonio, e sono in pro- 
sa, come lo erano i vecchi poemi cavallereschi, e 
come ai nostri tempi i « ^eali di Francia » e 
€ Gnerin Meschino » (2). 

Nelle lunghe serate invernali, allorché il ven- 
to gelido della tramontana fischia fra le secolari 
querce con sibili lamentosi e la neve distende un 



(i) De Giacomo G. — La Calabria e 1* Orco — Napoli 1895. 
(3) Pitrè — Bibliografia delle tradizioni popolari in Italia. 

• Archivio per le tradizioni popolari. 

» Origine delle novelline popolari. 
Ferrari — Biblioteca .di letteratura popolare. 
xAccattatis L. — Vocabolario ecc. Castrovillari 189$. 



Abbonamento annuo 

ILiire 3- 

Un numero separato L. i. 



w 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



bianco lenzuolo su la desena campagna — le 
mamme le narrano spesso ai loro bimbi, raccolti 
intorno all'acceso focolare. Ne cito qualcuna : quel- 
la del e Vecchio Guidone » del « Cavaìier Tur^ 
chino > di < Ruggiero {Risieri) delP « Uccellin bel 
Verde » , della a %iipe dello Zingaro » del « Te- 
soro di Tigano^y. Mi fermo a queste due ultime, 
poiché si svolsero nell'ambiente locale. La leggen- 
da di a Tegano d è comune a quella di altri 
paesi. In Morano si dice lo stesso del tesoro dì 
« Donna Marsilia » riposto sotterra in una 
grotta della contrada < Sassone >. In Longobuc- 
co la credenza popolare lo situa sotto un maci- 
gno di fronte al paese, in Cassano sotto la pie- 
tra del diruto Castello, in Serra-Pedace nella ca- 
va di Mollarova ecc. E questa sorgente comune, 
dice il Dorsa^ (i) « è il culto delle for:(c telluri- 
che », rappresentate dal mito greco di « Pluto n che 
i il a Di^-Pater > o € Dio delle ricchc^p^e e del 
mondo sotterraneo ». I tesori, infatti, sono ric- 
chezze che custodisce nel suo seno la terra, ed 
il seno della terra dagli antichi era sottoposto al 
dominio di « Pluto ». 

I. LA RUPE DELLO ZINGARO 

Un bel giorno lo spiazzale di S. Maria fu 
occupato da una compagnia di zingari, i quali — 



{i) Dona V, — La tradizione greco • latina negli usi e nelle 
credenze della Calabi ia Citeriore — Cosenza 1876 — 'Deputi — 
Orìg. des cult : — ToiipU, Romani e Pesaccbt ; Dizionario Storico - 
mitologico di tutti i popoli del mondo. 



26 



com'è noto — non hanno mai tetto, addormen- 
tandosi, dove arrivano, sotto le tende. 

Non è il caso di riferire come vivano ran- 
dagi, poveri, abbrutiti, senza mestiere fisso, fuor- 
ché di vendere qualche misero utensile di cuci- 
na, e segnatamente il tripode, o lo spiedo. 

Il loro mestiere, se tale può chiamarsi, più 
spiccato e caratterisco, è quello di ff nominare la 
ventura > la quale rivelano, leggendola sulla 
palma della mano. 

Questa classe di vagabondi, che la civiltà, 
man mano, ha fatto omai scomparire, ha origi- 
ne, secondo la tradizione, dall'avanzo dei Giudei 
dopc la distruzione di Gerusalemme. Essi furono 
condannati ad andar raminghi pel mondo, male- 
detti e diseredati. I geografi, però, e' insegnano 
essere un popolo Indo-germanico, ora disperso 
in Atriea, Asia, Europa (400 mila circa). 

Stavan dunque gli zingari attendati ivi, da 
più giorni, familiarizzandosi coi terrazzani accor- 
renti a frotte per ascoltar le vicende del loro de- 
stino, quando tutto ad un tratto, tanta dimesti- 
chezza cambiossi in odio e guerra accanita, e pel 
furto di.... un asino. 

Per un povero eontadino, l'asino ed il porco 
formano Tunica ricchezza. Il primo è il compa- 
gno del suo lavoro, l'amico paziente, indivisibile 
e fedele, senza del quale non saprebbe vivere, 
mentre il secondo forma tutto il suo capitale 
gastronomico. 

Nessuno seppe meglio del Padula (i) descri- 
vere coi più vivi colori rafiTeito che lega il con- 
tadino a questi due animali : rr a destra dell'uscio 
<r un asino che sgretola il suo fieno, poi un focolare^ 
«r con un gatto soriano accoccolato sulla cenere^ poi 
«r di fronte una finestra priva di vetri e d* impan- 
<r nato con orcioli e scodelle sul davan^ale^ poi a 
<r sinistra un pagliericcio^ e^ sotto quel pagliericcio^ 
<r che chiamasi lettOy un truogolo, e presso al truo- 
«r golo un porco, e quando il bimbo che sta sul letto 
ir vagisce, il porco grugnisce^ il gatto miagola, Vasi- 
fi no raglia, e la douna di casa, con la granata in 
<r mano, strepita anch' essa inseguendo il gatto che, 
<r fuggendo, ha fracassato V orciuolo ». 

Perdere, dunque, l'asino é per lui come per- 
dere una persona cara, é, insomma, una jattura, 
una disgrazia che non ha pari. Ma l'asino rubato 
dagli zingari in quella notte invernale, seppe dare 



(i) Padula V, — Il Bnizio » ^ornale politico — letterario 
bisettimanale, Cosenza 1864 - 65. 



l'allarme con alti e lamentosi ragli, ed t conta- 
dini svegliatisi di soprassaho rincorsero i ladri, 
armati delle loro scuri e portando in mano tiz- 
zoni accesi per rischiarare il cammino. Ad un 
tratto gli zingari- si fermano, poiché una rupe si 
para loro dinanzi, né sanno, né possono calco- 
larne l'altezza, per esplorare la quale, gittano una 
scarpa, al cui rumore la giudicano non alta ed 
accessibile al salto; la scarpa però erasi fermata 
ad un primo rialzo, cui seguiva l'abisso più pro- 
fondo. E la compagnia degli zingari, insieme 
all'asino rubato, si sprofondava nella voragine, 
che rendeva un ammasso di carne informe tutti 
quei corpi, lasciando alla rupe il loro nome ! 

II. IL TESORO DI TEGANO 

Nei dintorni di Umbriatico bevvi un ame- 
no colle denominato Tegano, in cui, per antica 
tradizione narrasi che un re pagano abbia sep- 
pellito un immenso tesoro. Se si richiede ad un 
coltivatore di quelle località più di quanto le sue 
risorse potessero permettergli, rispcnde : « Aspet- 
ta ca mo sgascm Tegano >. Col volgere dei se- 
coli questo tesoro divenne dominio degli spiriti 
ribelli, i quali, volendo trarne il maggior utile, 
impongono a colui che bramasse il possesso, cose 
esacrande, fra cui principalmente il sacrifizio di 
un bambino. — Un bel giorno tre sconosciuti, 
smaniosi di arricchire ad ogni costo, si recarono 
sul luogo conducendo seco loro la vittima designa- 
ta. Un individuo, con in mano il libro del Rutilio, 
cominciò a fare gli scongiuri, che si dicevano 
essere indispensabili, dietro i quali qualche segno 
del tesoro avrebbe dovuto comparire. Un altro 
teneva in mano un'ampollina, ed il terzo atten- 
deva il segnale pel sacrifizio della vittima inno- 
cente. — Intatti di li a poco, un serpente di 
smisurata grandezza sbucò da una caverna, e nel 
contempo, come la terra si fosse aperta, si videro 
cumoli di luccicanti monete e gemme brillantissi- 
me. Il serpente avvicinossi a colui che teneva 
l'ampolla, ma questi vinto dal terrore esclamava 
quasi per involontario istinto « Gesti e Maria ! » 
Nel proferire i sacri nomi il rettile disparve, sen- 
za che il sacrifizio si fosse potuto eonsumare, 
disparvero le gemme, tremò la terra violente- 
mente, scatenossi una tremenda bufera, e gli sco» 
nosciuti individui, quali bombe vulcaniche, furo- 
no sbalestrati in diverse direzioni, e soltanto do- 
po tre giorni, riuscirono a ricongiungersi, tutti 
pesti, esterrefatti e malconci. 



27 



Ma la leggenda qui non si arresta. Narrasi 
che in tempi più recenti un monaco, aggiran- 
dosi per quei dintorni, inducesse un lavoratore 
a coadiuvarlo nella ricerca del tesoro, che avreb- 
bero diviso. Accettata la oflFerta, si recarono en- 
trambi sul luogo, e fatto gli scongiuri ne usci 
il solito serpente, il quale rizzatosi sulla coda si 
mise a lambire il collo e le guance dell' imper- 
territo villano, indi con le sue terribili spire, 
pria leggermente, indi con maggior forza cinse 
il corpo del mal capitato, il quale come che sta- 
va per essere strangolato, invocò mentalmente la 
S. Verjgine del Carmine. Bastò questa silenziosa 
invocazione perchè si scatenasseco fulmini, saette 
e tempeste e che la dispersione dei due individui 
fosse il risultato di questo secondo tentativo. 

Dicono che dopo molto tempo ritornasse in 
paese il povero contadino, ma in uno stato di 
ebetismo, e che dell'accaduto conservasse soltan- 
to debole rimembranza. 

Avv. Carlo Gturanna 

FIABA GRECA DI ROGHUDI 

O DIAVOLO CE O AGHENNICOLA 

O Diavolo ce o Aghennicola ighai ta ani- 
magghia ismia. Mian imera o Diavolo ipe tu 
Aghennicola : 

— Ta miriazzome. 

— Podhelisi, erispundespe Aghennicola. 

Ce ta emiriasai. Tu Diavolu tu enghiai ta 
ghidia ce tu Aghennicola ta provata. Pose tu 
Aghennicola ejennusa ta provata, ecanne to arnio 
ena stavro asce maddhi ce ecina emiga opisu ton 
mando. O Diavolo ja na ta piri piita sto jazzo 
ojiroe crunnonda ti grancascia; ta ghidia escor- 
modissa ce de ta isoi dhelesci pjeo. Tonte epiac 
lighi patti ce to sti rie tavrie lopissu ce to sipe: 

Emeste, pu na mi sa piau manco i padde. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 

*0 AtàpoXo xal 6 "Ayto NtxóXo. 
*0 Atà^oXo xal 6 *'Ayio NtxóXa elx^oc xà ani. 
magghia el^ \da. M(av f^|iipa 6 Acà^Xo ihu xoO 
*Aflo\} NtxóXa" 

— Tà iiotptàtjtofie. 

— 11(5 6éXet€, erispundeuae 6 *'Ayto NtxóXa. 
Kol xà l|jLotptàoaat. ToO Ata^éXcu xoO l'^^laao^ 

xà Y^ta xal xoO ^Ayfou NtxóXa xà Tipó^a. II©g 



ToO ^Ayloo NtxóXa lyiv^oxxjdv xà itpópoxa, £xavvr 
xCb'i àfD/lbiy Eva oxaupò à^à |jLaXXl, xal èxslva èicfJY^^ 
ÒTrioti) xfi)v |iàvva>v xwv. '0 Atà^oXo yià va xà Tr/^pig 
nflvx. *€ '^^ j^lio t](elf(ùot xpoówovxa x^ granca- 
scia, xà ylSia èoxopTcóSioav xal Sé xà fpiùot Sia- 
Xé^ct icXio. Tóxc lidoLot *U^ uàxxT] xal x<S)€ xijv 
izf&^rpt X* òjdaiù xal xà; tlKt' 

— "Afuotìe ! 7W j va jiij a&g irfaouv manco jì 
paddhe ! 

IL DIAVOLO E S. NICOLA 

Il Diavolo e S. Nicola avevano degli animali 
in comune. Un giorno il Diavolo disse a S. Ni- 
cola : 

— Dividiamoli. 

— Come vuoi, rispose S. Nicola. 

E li divisero. Al Diavolo toccarono le capre> 
a S. Nicola le pecore. Come le pecore figliavano^ 
S. Nicola faceva una croce di lana alle agncUe, 
e queste andavano dietro alle madri. Il Diavolo, 
perchè voleva condurre più presto i suoi animali 
al caprile, cominciò a suonare la grancassa; e Le 
capre si sbrancarono, ed egli non potè più rac- 
coglierle. Allora prese un po' di formaggio fresco, 
lo scagliò dietro a loro e disse : 

— Andate ! che non vi colgano nemmeno 
le palle ! 

P. Candela 



^jy^qy-^^èy^eg^^^iy^eiy^^jy^qy^iir^^sir^cg^^^sir^ 



FLORA MONTELEONESE 



Cedendo alle vive premure dd mio maestro Prof. 
L. Bru:(^^anOy mcom^ncìo la pubblìcaT^ioru delia Flo- 
ra monteleonesey nella speran;(a di far cosa gradita agK- 
studiosi della nostra letteratura popolare. 

Confesso però fin d'ora che questo mio studio ha 
un difetto di origine^ nel quale, con rincrescimento^ 
vivissimo^ ho dovuto cadere per le difficoltà inerenti 
allo studio medesimo e ai mez^i di ricerca. 

Perchiy se la presente pubblicazione potrà in cer- 
to modo riuscire gradevole al filologo^ essa certamen- 
te non ha nulla che la possa rendere anche accetta 
agli studiosi della nostra Flora^ mancando di quel- 
la rigorosa base scientifica riposta nel metodo di 
classifica e di ricerca. 

E appunto per questo^ io che sono naturalista 
e non filologo, non avrei desiderato addivenire per 
ora alia presente pubblica^^ioney se il materiale rac- 
colto e il corredo di cogni:(ioni acquisite non mi a- 



28 



vesserò prima permesso di poter raggruppare e ìHt 
videre /' eìetìco delle ptante da me sttfdiate in ordu 
ni e in famiglie^ segnevdo i dettami della Flora e le 
leggi della botanica. 

Manca il metodo scientifico, prchi le piante del- 
ie quali ho pjtufo apprendere il nome dialettale e 
r uso che il popolo fa delle stesse appartengono a 
svarialissime famiglie botaniche^ ma in numero as- 
sai limitato, sicché non sarebbe stato prt^^o delt o-* 
pera ricorrere, per cosa cosi meschina j al rigorismo 
scientifico. 

Attendevo perciò che il mio elenco andasse col 
tempo aumentando : ma le continue premure e le 
vive sollecitazioni ed esorta^i^ioni del Vrof, 'Vn4:(^- 
T^ano a ciò io addivenissi alla presente pubblicaT^io- 
ne furono cosi sugcrestive che io ho finito col cedere 
air ubbidienza verso il maestro, dimenticando la 
stima per le discipline da me professate. 

Cosi che, se qualcuno troverà da dovermi muo- 
vere rimprovero, sappia che piti /' affitto e la defe- 
renza verso il maestro che desiderio di farmi nome 
vC indussero alla disordinata pubblicazione della 
Flora del mio paese. 

^Accia — Sedano. Apium graveolens. 

Serve come pianta condimentaria aromatica 
con le minestre di paiate o di fagiuoli bianchi. 
Se ne fanno anclie delle fritture dopo cotta. Da 
tnolti si mangia anche cruda a modo dei finoc- 
chi, o tagliuzzata con olio e sale. Il decolto 
dulcoraio ha fama di diuretico. 

Lo Slesso, mescolato con quelli di prezze- 
molo, di finocch o, di bietola e di crescione 
Viene da alcune fattucchiere adoperato come 
abortivo. 

Secra (aéxXr)) — Bieta o bietola — Beta vulgaris 
cicla. Si mangia sotto forma di minestra, condita 
con olio, sale, aglio; ulive e mollica di pane. 

Le foglie fresche si applicano sulle piaghe 
da vescicante per promuovere la purulenza. 

Non viene mangiata dagli ammalati di eri- 
sipela per non ricadere nel male. 

Scarola. — Indivia. Cichorium endivia. 

Se ne fa minestra o si mangia cruda con 
olio, aceto e sale. 

Cardijara — Erba calderina. Senecio vulga- 
ris. 

Scròcassu — Cardo. Carduus nutans. 

Girasuli ^ Girasole. Helianihus annuus. 

Precupara — Edera. Hedera helix. 

Camumija — Camomilla. Mairicaria cbamo- 
milla. 



Da noi si costuma seccare al sole quesu 
erba per poi farne dei batuffoli, con i quali se 
ne ottengono decotti ed infusioni adoperali nei 
dolori di ventre e nelle coliche. Per combatte- 
re quest'ultime oltre di bere V infuso si costu- 
ma inzuppare in esso, ancor molto caldo, delle 
pezzuole che si applicano quindi sull' addome del 
paziente e si rinnovano di tempo in tempo. 

Marva, o maloh'a (greco {ieXóx>]) Malva sii- 
vestris. I fiori di questa pianta si seccano al 
sole e si conservano per Y inverno, nella quale 
stagione vengono adoperati in decotti ed in- 
fusioni contro la tosse ed i raffreddori Le fo- 
glie poi, allo stato fresco, vengono cotte ed a- 
doperate come cataplasmi ed emollienti nelle 
infiammazioni, specialmente in quelle gengivali^ 
nelle suppurazioni e per fare aprire i furuncoli e 
gli ascessi. 

Ì Altea — Althaea officinalis. 
Malvone — Althaea rosea. 

Si adoperano tanto i fiori secchi che le fo- 
glie fresche come succedanei dei fiori e delle 
foglie della malva. 

Cuttuni — Cotone — Gossypium herbaccum. 

Viene coltivato in quei tratti di campagna 
non lungi dal mare, cioè nei pressi di Tropea, 
Parghelia, Briatico , Conidoni Pannaconi etc. 

Della bambagia se ne fmno faldelle che si 
arrotolano su se stesse in forma di batuffoli 
ingrossati alT estremità e che vengon chiamati 
mattuli. Un certo numero di questi sì dispongono 
r uno accosto all' altro in diversi strati e tutti 
poi lei^atl per il loro mezzo con una corda di 
erba detta gutamu (festuca) alla quale corda si 
dà il nome di ligara. La capsula del cotone vien 
chiamata gaja ; e sgajari vuol dire liberare la 
bimba^^ia dai semi e dalle capsule secche. 

Il verbo sgajari è passato poi nel trasla^ò 
per denotare persona che o per difetto organico 
dell'organo della voce, o per ubbriachezza o per 
ignoranza od altra causa non ne azzecca una. 

ftificia — Dente di leone, soffione — Ta- 
raxacum officinale. Le foglioline tenere si danno 
di tempo in tempo a^li uccellini in gabbia, op- 
pure unitamente ad altre erbe si mangiano, cotte 
e fredde, condite con olio e sale, dalla gente di 
campagna. Questa minestra si chiama — mine- 
stra d' erbi, 

^alacu (spagnuolo bàlago?) — Violacciocca — 
Cheiranthus Cheiri. Pianta ornamentale negli orti 
e nei giardini. 



29 



%osamarina — Rosmarino o Ramérino — 
Rosmarinus officinalis. Pianta ornamentale e 
usata, legata in mazzetti, per profumare la bian- 
cheria. 

Spicanarda — Lavanda o Spigo, Spiconardo, 
•Lavandaia Spica. Pianta ornamentale negli orti, 
giardini e cimiteri. Le spighe si riuniscono e si 
legano a mazzetti, ai quali si dà la forma di cla- 
va per i gambi ripiegati e distesi sulle infiore- 
scenze. Serve per profumare la biancheria. 

Sarvia — Salvia — Salvia oflScinalis. Ade» 
^perata come piania ornamentale. 

xAmtnta — Menta — Mentha viridis. 

Estesamente coltivata oltrecchè per ornamento 
xiegli orti e dei giardini, anche per trammi- 
schiarla nei mazzetti di faori, segnatamente con 
le rose ed i garofani rossi. Costituisce uno dei 
principali ingredienti della nota salsa (ormata di 
aceto, olio, aglio e sale adoperata nella nostra 
culinaria e della quale si aspergono spesso i pe- 
sci fritti e quasi sempre il tonno fritto, special- 
mente se queste fritture si vogliono conservare 
per molti giorni. Si costuma pure da molti 
mettere le foglie di questa pianta^ sia ugliuzza- 
te che intere nelle insalate, segnatamente in 
^quella di lattuga. 

Vasilicò — Bassilico — Ccymum Basilicum, 
Coltivato esclusivamente per condimento aroma 
tico. Entra quasi da pertutto, dalla salsa di po- 
-midoro al brodo : sempre allo stato fresco, non 
costumandosi da noi di dissecarne e polverizzarne 
le foglie per quella stagione nella quale non può 
aversi allo stato fresco. Una varietà di bassilico 
a foglie assai minute è V ariganejn. 

xAruta — Ruta — Ruta graveolens. Pianta 
ornamentale comunissima nei giardini e n^li 
orti. Usano friggerne le foglie nell* olio e con 
questo ungerne il corpo o le membra nei reu- 
matismi o nei dolori. Ed è perciò che da noi 
corre sulle bocche di tutti V adngio : « Aruta 
ogni mali astuta » 

Pttrusinu — Prezzemolo — Apium petroseli- 
Dum. Adoperato negli usi culinari. 

3Kajurana — Maggiorana — Origanum majora- 
na. Da pochi usata come pianta condimentaria 
specialmente con le polpette e con le carni arro- 
stite. 

Nipìteja — Nipitella — Calamintha parviflora. 
Non si coltiva. Nei villaggi si usa metterla nei 
tìiaritozzi che si fanno di Pasqua da noi chia- 
mati pittipi e da altri nipiti o nipiteji da icf^xoc. 



specie di focaccia che si dice piùy perchè si fa 
nella settimana santa. 

Poleju — Puleggio o Pulezzo — Mèntha 
pulegium. Non si coltiva. Viene adoperato per 
suffumicazione nei catarri nasali. 

Prof. Cario Bisogni 



Proverbi di Gittanova 

Meteorologia — Agronomia — Mesi deli'anno. 



Quandu hiuri (i) la bruvera, (2) 
È venuta la pi ima vera. 
Quando fiorisce V erica^ 
È venuta la primavera. 

Quandu vidiii ancspuli, clangiti ; 
Cà su Turtimu hiuri di Y astati.. 
Quando vedete nespole, piangete ; 
Perché sono ruUimo fiore delVestate. 

Quandu lu perzicu hiuri e matura. 
La rotti cu lu jornu si mesura. 
Quando il pesco fiorisce e matura. 
La notte col giorno si misura. 

Quandu canta lu firlinghò, 

Ogni patruni cangiari si po'; 

Quandu canta lu fiilingbi, 

Du o bonu o malu, staiti cud idu. 

Quando canta l'usignuolo 

Ogni padrone si può rambiare ; 

Quando canta il pettirosso. 

Sia buono malo (il padrone) sta' con lui. 

Celu pecurinu, acqua o pisci a lu matinu. 
Ctelo a pecorelle, acqua pesci al mattino. 

Di la Candilora lu mbernu è fora; 

Ma poi rispundi l'urzu di ntra la tana : 

O ti nfurni, o ti sfumi, zia Caia, 

N'atri coranta jorni di mbernu avimu ancora. 

Alla Candelaia, l'itwe^no è fuori; 

Ma poi risponde l'Orso dalla tana: 

O ti inforni, ti sforni, :(ia Cata, 

Altri quaranta giorni d'inverno abbiamo ancora. 

Si lu cuccù di la S. Nunziata non é venulu, 
Signu ca è mortu o è feruiu. 
Se il cuculo alla 5. Annun^^iata non é vtnuto, 
È segno eh' egli è morto ferito. 



30 



Lu buoQu jornu di la macina pari. 
// buon giorno apparisce dal mattino. 

Quandu Tarburu è hiurutu, 
Lu vedanu è surdu e miuu. 
Quando l'albero i fiorito, 
Il villano è sordo e muto. 

Lignu di bruvera 

Non fa né umbra, e né spera. 

Legno d' etica 

Non fa ombra né sfera^ 

Amaru chidi aviri 

Chi lu padrini no lu vidi. 

Infelice quel podere 

Che il' padrone non vede. 

lennaru dici : 

leu tazzu l'erba crisciari. 

La donna abbellìsciari^ 

Li gatti mandu a paru. 

Ebbiva lu misi di lennaru ! 

Gennajo dice : 

Io faccio crescere Verba, 

Imbellettare la donna^ 

I gatti mando a pajo. 

Evviva il mese di Gennajo! 

Gennaru siccu, massa ru riccu. 
Gennajo seccOy massajo ricco, 

lennaru scorcia la vecchia a lu focularu. 
Gennajo scortica la vecchia al focolare. 

Frevaru, curtu ed amaru ! 
Febbrajo, corto ed amaro ! 

Previ mu nd'avi cu frcvi mi misi, 
Cà su lu hiuri di tutti li misi. 
Abbia la febbre chi febbre mi chiami^ 
T^erchi io sono il fiore di tutti i mesi. 

Marzu, ogni stroffa é ghiazzu. 
Mar:(Oj ogni cespuglio é giaciglio. 

Di Marzu chiova, chiova, 

E di Aprili mai mu fini ; 

E di Maiu una bona, 

Mu si fannu li posterini. 

Di MarT^o piova, piova^ 

E di Aprile non finita inai (di piovere)'; 

E di Maggio una buona {pioggia) 

Perchè maturino i frutti tardivi. 

Pasca marzatica, o moria, o famatica. 
Pasqua di Mar:(Oy o moria, o fame. 



Marzu è mulu e figghiu di p 

Chi nei la Sci a mimmasa. 

Mar:(p i mulo e figlio di p 

Che ne fece una delle sue a sua madre. 

Si Marzu non marzija. 
Lu massaru non palja. 
Se Marj^o non mar:(eggia 
Il massaio non paleggia 

Megghiu màmmata mu ti ciangi„ 
Ca lu sule di Marzu mu ti tingi. 
Meglio che ti pianga tua madre. 
Che il sole di Mar 7^0 non ti tinga. 

Tantu mu dura la mala vicina, 
Pe quantu dura la nivi marzina. 
Possa tanto durare la mala vicina, 
Qimnto dura la neve di MàrT^o. 

Di Aprili, setti voti mangi e mbivi, 
E mai sazziu ti vidi. 
Di Aprile, mangi e bevi sette volte, 
E non ti vedi mai sa^^io. 

Aprile, cauddi li jorni e friddi li màtioi^ 
Aprile, caldi i giorni e fredde le mattine.. 

Di Maju, jetta lu saju, 
Ma prima vidi comu vaju ; 
Di Giugno, staju comu sugnu^ 
Di Maggio, getta il sajo. 
Ma prima vedi come vado; 
Di Giugno, sto come sono. 

Simina quandu voi, di Giut^nu meti. 
Semina quando vuoi, di Giugno mieterai. 

Di Giugno quattru e cincu ntra nu furnu; 
Di Cinguetto quattru e cincu ntra nu Icttu, (3) 
Di giugno, quattro e cinque in un forno; 
Di Luglio, quattro e cinque in un letto. 

Agustu, rimbusio, é capu di mbernu ; 
Olivi ed agghianda ad Agustu addimanda. 
Agosto, mi ricopro, é capo d*inverno; 
Ulive e ghianda ad Agosto dimanda. 

V, De Cristo 



(i) II grappo / muta in fr o ^ gi^co, 

(2) Francese bruyèrt. 

C3) Son due proverbi sulle spigolatrici, le quali in questi dn*^ 
mesi di Giugno e di Luglio (Giugnetto) vanno in quattro o dnqii« 
di fiimiglia a spigolare, e la si^ra si raccolgono in auguste pagliajii 
(per met. fama o famura)\ e poi riunisconsi, pure in poche CuniglW 
a panizzare in una volta (e perciò nira '«t» Uttu). 



31 



CANTO ALBANESE DI FALCONARA 

TESTO 

— Vrap, vas, u kias ghera 
Ce Theossi pachzsonnet, 
Dhcu me te mira mbionnet. 
Vrap, vas, te me vemmi 
Mbioim gne stamii me aar. 

— Ez ti, ez ti, trim, 

5e per aar u ncngk vign, 
Se fiadda e gkojes timme 
■Me je dassur est se ari. 

— Vrap, vas, te me vemmi 
^bioim gne gastar me miajet. 
^— Ez ti, ez ti, trim, 

Edhe per miajet ngke vign, 
-Se fiadda e gkojes timme 
Atee je embed est se miajata. 

— Vrap, vas, te me vemmi 
^bioim gne rogkiee me veer. 

— Ez ti, ez lì, trim, 

Edhe per veer u nengh vign. 
Se fiadda e gkojes timme 
Mee e miir est se vera. 

— Vrap, vas, te me vemmi 
Mbioim gne ihes me igii. 
*— Ez ti, ez li, trim, 

Per igii edhe ngke vign; 
Se Cam di sperkim sii 
Mee te dassur se igii. 

— Vrap, vas, te me vemmi 
Mbioim gne zarek me cumbula. 

— Ez ti, ez li, irim, 

Edhe per cumbula ngke vign ; 
Buzsa imme e gool e cuke 
Mee su cumbula e cuke. 

— Vrap, vas, te me vemmi 
Mbioim gne crosgne me mool. 
*— Ez li, ez ti, trim, 

Edhe per mool u ngke vign, 
Se ghiri jim i piot, i gool, 
Sis te buccura mee se mool. 

— Vrap, vas, te vemmi 

Te mbiedhem gne tup dudde. 
*— Dieghet ziarri atto dudde, 
Fakkia imme gne trantafidde. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 






A£ou |Jiè Tè pfpa '(ibiówer. 
Bf&n% pàaga, tè fiè piji{it, 
*Mbtótfi vjè otafil p,è 4p. 

— 'Exot xl, 8xae ti, xp^p.', 
2à Tcèp àp* oB viyxe p(vj, 
Sa 9JàXXa è yóje; x* r|jL|JLe 
M^ jà 8ia;oup* Sa^x aè àpt. 

— Bpàic', pàa^a, xè p,è pép-px 
*Mbt6ip. vjè yàoxap pè ptàjex. 

— "Exae xl, Ixae xl, xpfpp.*, 
*E8è itèp pxàiex 'yxè pfvj, 
Sé cpjàXXa i yóje^ x* Tppe 
Mfj jè *p.bè8 Sa;x aè ptàjxa, 

— BpàTC*, pàa^a, xè pè péppt 
'Mbtótp vjè {>OYJè pè pip'. 

— TExae xl, Ixat xl, xpfp*, 
•ESè Tcèp pèp*oO vlY^e pfvj 
Sé ^jàXXa è yóje? x' Tppc 
M^ è plp' logz aè pipa. 

— Bpàic*, pàa^a, xè pè pippt 
'Mbtótp vjè eè^' pè lyx. 

— 'Exot tì, 5xae xl, xpfp', 
nèp lyl è8è 'Y^è p(vj. 

Sé xàp 8l> a^épxcp aO 
M^ xè 8àa€0up* aè b(l. 

— Bpàir', pàa^a, xè pè péppt 
*Mbt6tp vjè Capex pè xouppouXa. 

— "^xae xl, Sxae xl, xpfp', 
*E8è Tcèp xoópbouXa 'yxè p(vj* 
Bo6^a Tppe è yfiy è xoóxje, 
M^ aè xoópbouXa è xouxje. 

— BpàTC*, pàa^a, xè pè pippt 
Mbtótp vjè xpóoyve pè pG)X*. 

— 'Exae xl, 5xae xl, xpfp', 
*E8è Tièp pfòX o& Yxè pfvj. 
Sé YJfpt jfp i niòz% l y&X^ 
Tafxae xè boóxxoupa pf) aè pfi)X*. 

— BpàTc', pia^a, xè pIppt 
Tè 'pbtéSep vjè xoOtc' XouXXe. 

— Aiéxxex Cjippt àxò XouXXe, 
Oàxja lpp.e vjè xpovxz^uXXe. 

VERSIONE 

— Su via, fanciulla, l'ora é vicina 
In cui Dio si battezzerà, 

E la terra si riempierà d'ogni bene. 
Su via, fanciulla, andiamo 
A riempire una brocca d'oro. 

— Vattene pure, o giovane ; 
Io per oro non vengo, 

Perchè la parola della mia bocca 
É più ambita dell'oro, 



32 



— Su via, fanciulla, andiamo 
Ad empire un fiasco di miele. 

— Vattene pure, o giovauej 
Anche per miele io non vengo. 
Perchè la parola della mia bocca 
É più dolce del miele. 

— Su via, fanciulla, andiamo 
Ad empire una brocca di vino. 

— Vattene pure, o giovane. 
Anche per vino io non vengo. 
Perchè la parola della mia bocca 
È più grata del vino, 

— Su via, fanciulla, andiamo 
Ad empire di perle un sacco. 

— Vattene pure, o giovane. 
Per perle neppure io vengo, 
Perchè ho due splendidi occhi 
Desiderati più delle perle. 

— Su via, fanciulla, andiamo 
Ad empire un paniere di prugne. 

— Vattene pure, o giovane. 
Ancor per prugne io non vengo. 

Perchè le mie labbra sono delicate e rosse, 
Più delle prugne rosse. 

— Su via, fanciulla, andiamo 
Ad empire una cesta di mele. 

— Vattene pure, o giovane. 
Che per mele io pur non vengo. 
Perchè il rnio colmo seno gemile 

Ha le poppe più belle che non sono le mele. 

— Su via, fanciulla, andiamo 
A cogliere un mazzo di fiori. 

— Arda il fuoco quei fiori; 

La mia faccia è come una rosa. 



CANTI POPOLARI Di SERBASTRETTA 

(raccolti ed annotati da M. de F.) 

Vaiu girandu le porte e Ili mura 
Forse ca nesce la mia bella fore... 
Nesce Ha mamma tutta niura e scura : 

— La bella chi circàti è ssutierrata f 
Si nun criditi la parola mia 

Jati alla gghiesa de la 'Nunziata 
Ca Uà cce troverai lu sue tavutu 
Truovi a Ninnuzza min tutta parata, (i) 

— Dimme, cumpagnu, si ti cce trovasti 
Quando se sutterrau Ila bella mia, 

Si la luce allumata le lassasti (2) 

Mu nun se spagna quandu resta sula, (3) 

Si 'nu velu alla facce cce lassasti 



Mu la terra nun guasta Ila figara, 

Si na guglia alle manu cce mintisti (4) 

Mu nun se scorda Ili bielli lavura. 

Si la porta abboiàta cce lassasti (5) 

Mu si nde vene quandu vascia II' urà. 

O muorii o muorii de la sipurtura. 

Me la cacciati la mia bella (ore ? (6) 

— Te la cacciamu ppe nnu ^uartu dura, 

Biellu, echi li nde fai, è senza parola : 

Nun llu cumminte né Dio, né Ila Scritmra (7),. 

Tornare nviu 'na donna chi more» 

O vicrmi, vi nde priegu 'n curtesia, 

Mu carne de ssa Ddia nun moticati, (8) 

Voliti carne, ve mangiati a mmie. 

Fra breve venerò si m' aspettati. 

A cchista ruga ce' è *na vaga rosa (9) 
Nesciunu cce passassi ca è Ila mia, 
Si ce' è d'ancunu chi pretende ccosa (io). 
Mu se la scassa de la fantasia : (11) 
Duv' ha Hi piedi la capu cce posa 
Cadire 'nquarche strata, porta o via. (12). 
Ppe He bellizze tue, giojuzza rosa. 
Io nun Ila pienzu, no, 'sta vita mia. 

Silenziu, amici mie, 'nsilenziu siati 

Cuomu Silenziu : dorme Ha mia Ddia, 

n ssi la rispigliati è tirannia! 

O vue, lenzòla, chi la cumbogliati, (13) 

Cumbogliàiila vue de parte mia; 

E vuf, cuscina, eh' alle ricchie stati, (14) 

Cuntaticcèla vue la pena mia (15). 

Rispunde Ha curtina de lu liettu: 

Pòrtacce a chi vue bene e dormirai. 

Tuttu stanotte me venisti 'nsuonnu 
E ccu Hi modi tui me rispigliasti : 
'Na manuzza allu piettu me mintisti. 
Ccu Ha vuccuzza tua pue me vasasti. 
Me vuotu mu t' abbrazzu e ti nde jisii: 
O suonnu traditure me ngannasti ! 



[i] S'intende parata a festa — (2) allumare, accetidere. Évoce 
proveniente dal francese. — (}) Spugnare, ater pauoa. — guglia, 
ago. — [5I abbotart, socchi udere« — |6| cacciflU sta qui per mew 
tere fuori. — [7) cumminiere, commettere, permettere. — (8) mo* 
ticare, muovere. — (g) ruga, francese rue, -= (io) ce* é d*ancunu, 
c*è qualcuno, la rf é enfoiiica. — (11) icanfl, cancella. — (tai Cu, 
dirCy cadere. — (13) cumbogliait, coprite, — (14) ricchie, orecchie. 
C15) óititalìfcéla, contatecela. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 
Tipografia Passaforo 



_ J 




fg^^ 




^S^^J^^^^^^^^^'S^^^^^^^^^H^^^'^^^^^^^^^^^S?^^^^^^?^^?^ 





RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 5 — Luglio 1901. 



MONTELEONE 
Tipografia Passaparo 

Dell' Orfanotrofio Provinciale 

1901 





S?5S5S?5S«SSS5!S5?^r? 















! 






^1 



&I » vis 



tir 









.A.X010 2CIII * isr, 5 



I 






e) 



s^^j^jgì^i^^j* ifeX^^;^^ feX^i; jg><^.g^^gì>gt^ j?^;^^x<^g>; mì^^ - Xìa ì^ìx^ g^^j^^j^^^^ .ei>f^ 



BMr^^ 



LA CALABRIA 



ss:^^ 



f^ 






«»^ 



= fT gjfcgcg i »'^'^j'^jdg l SgJi^J^BB *yn*<*^ 



(9 



«2^! RIVISTA DI LETTERATDRA POPOLARE 9 



DIRETTORE 



"si^ 



Monteleone di Calabria, Luglio 1901. 

SOMMARIO 

Monografia topografica folklorica sopra Um- 
briaiico (C. Giaranna) — I barometri dei vil- 
lani di Calabria ( G. De Giacomo ) — Flora mon- 
telconcse ( C. Bisogni ) — Leggenda Greca di 
Roccaforte ( E. Capfalbi e L. BniTzano ) — Canti 
di Polistena, di Cinqucfrondi e di S. Giorgio 
Morgeto ( 6. Magali Del Giudice ) Sommario della 
Tradition. 

(Da una monografìa topografica folklorica 

SOPRA UMBRIATICO) 



FO£siA mmuu 



Addiviene^ che U silvestri cannotti vergai* nelle 
ruvide cortecce dei faggi, dilettifio non meno a chi li 
Ugge, che li colti versi scritti nelle rase carte degli 
indorati libri,,,, 

Sannazzaro — Arcadia. 

La poesìa popolare è stata troppo di frequente o 
trascurata con orgoglio o trattata con dispre\\o dagli 
auigliati maestri, che avrebbero creduto, direi quasi 
infangarsi, col porvi attenzione. 

Del Vecchio — Della poesia popolare. 



CAPITOLO I. 



FORMA — RITMI — ANALOGIA 



Dalle labbra del popolo ho raccolto queste 
strofe, e che sieno prettamente popolari lo indi- 
cano: la monotonia del ritmo, il metro unico, 
le assonnanze frequenti. 

Sconosciuto il «r riepiin » quella nenia soven- 
te strana ed affettata con la quale le donne di 
altre località accompagnano i cadaveri al Cam- 
posanto. — Non numerose le « caniuncint » 
( canti popolari religiosi ) poiché quelle più in 



^1^ 



Abbonamento annuo 
Xjire 3. 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



voga non sono dialettali, ma ricavate dalle ope- 
re di S. Alfonso Maria de Liguori, ovvero da 
quelle di qualche altro asceta — Anche pfiverc 
di numero le a canT^nnelle » quelle piccole strofe 
che ripetono i monelli nei loro giuochi. — So- 
no, invece, numerose le « cariT^mit d' amure, de 
dispieltu — de sdignn ecc, », sovente chiuse da 
due versi endecasiblabi a mo' di <r stornello », 
accennati, nella lingua dialettale, con la parola 
a dispietiT^u > : 

'Aju cantato a jure de mente. 

Ti vojju beni e tu nun ni sai nenie. 

'A*ju cantatu a jure de ruta; 

Lu tuo amante è luntanu e ti saluta. 

'Aju cantatu a jure de ruta. 

Di chidda chianta eh' ogni male astata. 

'Aju cantatu a jure de lumia; 

Cridelu, bbeddu, ca moru ppe tia. 

'Aju cantatu a jure d' amarena; 

Si la fortuna vo' lu tiempu vena. 

*Aju cantatu a jure d'amarene; 

Cridelu, beddu, ca li portu bene. 

'Aju cantatu a jure dr lumia; 

La luntananza tua é la pena mia. 

'Aju cantatu a jure de lumia; 

Ti fa cantare chi vo' bene a tia. 

'Aju cantatu subra carta janca; 

Si ne' è la fide tua, la mia non manca. 

'Aju cantatu a jure de rosa; 

'N' ura chi 'un viju a tia st' arma nun posa: 



34 



Qualche < canT^una > veramente bella per la 
maestrevole fattura reca V iiìipronta di un vero 
poeta, e questa, più che indigena, è universale. 
Cito a caso : 

Donna ccu si capidJi 'ncannolati, 

Subbra stu caru frunti li tìniti. 

Vena la festa e be li peiiinati, 

Trema la terra quandu li sciogghiti : 

Sona la Santa Missa e vui ci andati, 

Li genti (.inno largu e vui trasiti. 

Li 'nguanti de li mani vi cacciati, 

L' acqua Santa a la frunti vi mittiti; 

A chiddi lochi chi vi inginocchiati 

'Nu mazzu di rubini nei spanniti, 

Ccu scala e senza scala 'ncielo 'nchianaii, 

Parrati ccu li Santi e poi scinniii; 

La siri quandu poi vui vi curcaii, 

La Luna fa la ninna e vui dormiti. 

riprodotta anche dal dotto Julia, e riportata dal- 
l' illustre professore Accaitatis nel suo splendido 
dizionario Calabro - Italiano. 

E, per citarne un' altra, questa melanconica 
■canzone : 

E' chiusa la finestra, amaru iu ! 
Davi aflFacciava la mia 'nnammurata : 
Cd nun ci affaccia chiù, comu sulia, 
Criju, eh' è dinta 'u liettu, ed è malata. 
Aff^cciannu li suori — o dinci a mia, 
Chilla che vai trovannu è sutterrata : 
Se nun ci cridi, va a Santa Maria, 
Ca, a laiu mancu, la trovi curcata. 
O sacristanu, fammi 'nu piaciri, 
Tinimicella la lampa allumata ; 
Sùrici, vi lo circu 'ncurtesia. 
Carni di la mia bedda non tocciti; 
A pocu a pocu mi nni vegnu io, 
E de li carni mia vi nn' abbuttati. 

Il Professore d' Ancona, nel suo pregevole 
libro sulla poesia popolare in Italia, dice che, 
secondo il Signor Salomone Marino, non sareb- 
be questa se non un episodio di un poemetto 
storico siciliano sopra la Baronessa di Carini. 
La identica canzone si ascolta in Napoli ed in 
Toscana : comincia cosi : 

Finestra, che lucivi e mo non luci 

Finestra, che risplendi ed or se' oscura .... 

Il Lombroso, che fu per poco nella nostra 
regione, notando la grande anologia fra gli stor- 
nelli delle varie provincie d' Italia, scrive cosi 
nel suo tanto discusso volumetto k In Ca- 



labria » : ce Io non sono indotto a derivarli da 
« una comune origine isiorica. Io credo^ che V e- 
a salta mento inlelìetlnaley sviluppato al bollore del- 
« le passioni^ induce il poeta popolano a scegliere 
a espressioni piti IcT^iose e più nobili^ come V eccita- 
< mento prodotto dal vino fa sproloquire il beone 
(r in lingue straniere; come appunto lo trae a pia- 
€ smare le sue idee in ritmi^ in assonante, in vere 
a rime^ ripeti:^ioni queste di moti che malgrado^ o 
<r forse per la loro difficoltà, titillano assai piti dol- 
« cernente il senso acustico posto in eretismo. » 

Avv. Carlo Giuranna 



e^flB^ jg;>g^s^^ g!^aaa>s;»^sft «c3®o- t>ig^^i^t^ìéia^efi^e<ig»si 



I BAROMETRI DEI VILLANI DI CALABRIA 



É curiosa e, in certo qual modo, anche in- 
teressante la ricerca dei segni onde i villani si ser- 
vono per conoscere e prevenire le vicissitudini 
del tempo. A sentirli dire con aria di sicurezza: 
Domini sarà ni.\l tempo, — oppure : — Domani 
sarà una bella giornata e non verrà, per ora, la 
pioggia — si crede che scherzino, ma quasi sem- 
pre si avverano i loro detti... 

Nec minus ex imbri solitSy et aperta serena 
Prospicere, et certis poter is cognoscere signis. 

— In Ajello dicono : 

Quannu annuvule da 'u Citraru, 
Porta la zappa a lu pagliaru. 

In Cetraro hanno questo detto : 

Quannu lampe da lu Capu, 
Piglia la zappa, e ba curcati; 
Quannu lampe d' à Mantia, 
Piglia la zappa, e ba fatiga. 

Ed è vero : se la sera si vedono addensarci i 
nuvoloni veiso Cittadella del Capo, il mattino se- 
guente sarà piovoso, e se i nuvoloni sono dalla 
parte di Amantea, il temporale o non ha toccato 
Cetraro o é passato, e si può tornare ai lavori 
dei campi. In Santa Severina guardano la Sila : 
se è coperta di nuvole, il miltempo sta per giun- 
gere : — Sila cupertOy malutiempu certu. — I Co- 
sentini guardano dalla parte di S. Fili; e tutti i 
paesi hanno i loro segni certi. 

— In quasi tutti i paesi di Calabria 1' arco 
baleno è nunzio di buon tempo, forse in memo- 
ria del biblico patto tra Noè e Dominedio; ma 
in Cetraro, in Malvito, in Fagnano "Castello, in 



35 



S. Marco Argentano, in S. Caterina Albanese 
fino a Lattarico ho inteso questa correzione alla 
comune credenza : 

Kjirat di sirUy bontiempn di malina; arcu di 
matina malutiempu di sira, 

— I giorni che passano dalla festa di S. Lu- 
cia — 13 dicembre — al Natale — 25 — so- 
no contati con i nomi e con V ordme dei mesi 
deir anno : quei giorni predicono all' agricoltore 
che tempo farà nei mesi dell' anno; e pertanto, 
se il giorno 14, che vien chiamato gennaio, fa- 
rà maltempo, il mese di gennaio non si vedrà 
il sole; se il 15, che è febbraio, fa buon tempo, 
il mese di febbraio si godrà il sereno, e cosi via 
fino al giorno venticinque, che corrisponde a di- 
cembre. 

— Quaitru aprilanti — jurni quaranta. — 
Non mi credete ? — mi disse un barone mio 
amico, quondam grande agricoltore al cospetto 
di Dio — ebbene, vedrete che è piovuto oggi e 
pioverà per quaranta giorni continuamente. Quel 

giorno era il quattro aprile, e piovve non so 

quanto altro tempo piovve. 

— Quaranta giorni continui pioverà, se sarà 
bagnato dalla pioggia un feretro. 

— Si canibiejà il tempo, se, ad ora insoli- 
ta^ canterà il gallo, o se i buoi, al ritorno dal 
lavoro, leccheranno i muri della stalla, o le pe- 
core guarderanno il cielo, o i malati di ernia sen- 
tiranno non so che cosa. — Le persone in- 
ferme per reumatismi^ sono sovente gli astrolo- 
gi dei contadini. 

— I pulcini, quando starnazzano nella polve- 
re, le cutrettole, quando saltellano sulle case o sui 
solchi degli orti, i corvi, quando scendono dai 
monti, le api, qnando non si allontanano dagli 
alvea'-i, il gatto, quando si lava il viso e con la 
zampa passa 1' orecchio, le rondini, quando stri- 
scino sul terreno, sono segni della imminente 
pioggia.... 

Pioverà, quando la luna comparirà con un 
cerchio bianco, quando il sole tramonterà in un 
tinto di rosse strisce e il giorno più acuti sono 
stati i suoi raggi. — Sarà buon tempo, quando 
.^pira il levante, e quando le mosche sono più 
importune e danno della testa sui vetri o sui mu- 
ri, spirerà lo scirocco, e i bachi, allora, debbo- 
no essere circondati di panni umidi o una rossa 
copertina deve sventolare sul vano della finestra. 
Molto male arreca lo scirocco : i bachi riman- 
gono come storditi e la campagna e gli ànima- 



li soffrono muoiono, e però, a sera, quando 
r assiuolo ha voce roca, e quando le galline tra- 
scinano le ali, o il ranocchio sale sugli alberi, Io 
scirocco, messaggero, qualche volta, di pioggia, 
è vicino, e si prendono le opportune precauzioni. 

— A Malviio e in altri paesi colà vicini, fi- 
no a Cosenza, dicono : 

— Aria a pecnrelli 
acqua a fanfanelli. 
In Ceiraro : 

Ariu pecurinu 

fa li fossi a In Urrinu. 

Quandu, cioè, il cielo è cosparso di bianche 
nuvole, e si rincorrono e si accavallano, come 
fanno le pecore nei prati, è segno che la piog- 
gia è vicina. 

— Rosi 'ncielu^ acqua ^tilerra^ e quando una 
pulce, messa nelle bracie scoppia, è buon tem- 
po; quando si brucia, senza muoversi, é mal- 
tempo. 

Il vento è annnunziaio dagli uccelli che vo- 
lano rasentando il terreno, e dagli asini che apro- 
no le nari e aspirano affannosamente e con ru- 
more. 

— Questo altro detto è in Ceiraro : 

Levanti : acqua tanta; 
Punenti : acqua nenti; 
Scirocco e Libici 
Malidittu chi beni ni dici. 

Come sempre, i detti popolari anche in que- 
ste cose che riguardano il tempo si contradicono, 
ma spesso la coniradizione non è che apparente, 
perché non sempre il detto ha avuto origine nel 
luogo dove ora si raccoglie. 

G. De Giacomo 



FLORA MONTELEONESE 

( ContinuaT^iont: vedi num. prec. ) 



Suriaca — Fagiuolo, Phaseoìus vulgaris. Nei 
primi mesi di fruttificazione si mangiano i baccelli 
teneri (vajamja) preparati in diverse maniere. Dei 
semi se ne fanno larghe provviste che si consu- 
mano cucinati in modi svariatissimi durante l'in- 
verno. Si mangiano sempre per minestra, e ge- 
neralmente conditi con l'olio e il sale, in special 
modo i cosi detti jagiuoli dall' occhio (Dolichos 
melanophthalmos) in vernacolo « Suriaca paisà- 



36 



na > I fngiuoli bianchi molti li mangiano mesco* 
lari al sedano o ai maccheroni roiti a pezzi , 
dalle classi più privilegiale unendoli alla carne 
come coniorno. 

P08eja — Visello. Pisum sativtmi. Si mangia- 
no i semi sia verdi che secchi : però è dei pri- 
mi che si fa largo consumo nei mesi di aprile, 
maggio e giugno. 

Fava (/>/: favi) Fava. Fida faba. Da noi si 
fa gran consumo dei semi verdi che si mangiano 
per minestra coiti assieme alle cipolline tagliuz- 
zate. Però in moltissimi paesi della Calabria si 
mangiano anche allo stato secco e sbucciali. Una 
varietà di piccole fave bianche o nere, e che si 
mangiano sempre allo stato secco condili con 
Tolio e il sale, è detta di noi « Favìt^i » 1 semi 
di fava cotti al forno son chiamati « Favillati ». 

Allo stato fresco tanto i semi del Pisello co- 
me quelli della Fava da molti si mangiano con 
le cotiche di maiale, delle quali, a tale scopo, nel 
carnevale si fa provvista, tagliandole a pezzi e 
facendole bollire con del sale nel lardo fuso di 
maiale. Queste cotiche si conservano in reci- 
pienti di argilla, che han forma di grosse pionatte, 
verniciati internamente detti « giarrotte », river- 
sando nel vaso medesimo, fino a riempirne tutto 
il collo, lo stesso lardo già fuso, il (junle, rappi- 
gliandosi, le protegge dal contatto dell'aria e le 
preserva per molli mesi. Queste cotiche si chia- 
mano a Fritiuli ». 

Crciaru ( pi: cidari ) Cece. Cicer anetinnm. 
Si mangiano i semi secchi coiti a minestra. 

Spesso si mescolano con i maccheroni rotti 
a pezzi : e questa minestra, che è di prammatica 
per il popolo doverla mangiare il 19 marzo, giorno 
di S. Giuseppe, vien chiamata « c'ciari cu apaslan. 

I semi cotti al forno costituiscono la cosi de^- 
ta « Calia » da caliari, lai. cakscere. 

Colla pasta di ceci cotti e pesti con sapa, 
cannella, garofano, involta nella pasta di farina 
filata e fritta neir olio, si fanno le huiùne^ hia- 
vùnCy specie di focacce. Nel greco antico abbiamo 
X«o6v£€, che significa focacce d* or:(0. 

Aviccia. Veccia. Vicia satira. 

Luppino. Lupino. Lupinns albus. Per sove- 
scio. I semi addolcili con ripetute e prolungate 
lavature in acqua di fonte e salati, si man- 
giano da novembre all'aprile. Dalla Pasqua in 
poi il popolo li rifiuta, perchè dice che in questo 
mese « i pisciau u cuccù » torse (i) per il loro sa- 



(1) H coca'o. 



pore un po' amaretto che hanno in questa stagione. 

Lenticchia. Lente. Ervum lens. Si mangia 
generalmente nell'estate, per minestra. 

Paparina (greco icaTcapouva) Rosolaccio. Pa- 
pavtr Rhoeas. I petali si seccano al sole e si me- 
scolano ai fiori di malva per decozione espet- 
toranti nell'inverno. 

Citrolara ( Citrolu, il frutto ) Cetriolo. Cu- 
cumis sativus. Si mangia il frutto, o crudo, o 
tagliato in fette sottili e condito con sale^ olio ed 
aceto. 

Cucuzzara. (Cucuzza il frutto) Zucca Cu- 
curbita macrocarpa et pepo. Si mangiano le zuc- 
che preparale in modi svariatissimi. Di alcune 
varietà si mangiano per minestra le zuccheiie 
unitamente ai taji, cioè alle foglie e ai rami più 
teneri. Dei fiori cotti ed impastati con la farina 
alcuni usano farne fritture. I ragazzi costumano 
vuotare con il coltello le zucche grosse, tonde 
e gialle per maturità, e praticare su di esse dei 
fori raffigurami gli occhi, il naso, la bocca di 
un teschio, metter nell'interno un lumicino, e 
andare in giro con essa la sera, tenendola pel 
gambo, o adagiarla sul davanzale d'una finestra. 
La chiamano « a testa 'i morii ». 

Di alcune altre (zucche dei pescatori o dei 
pellegrini. Cucurbita lagenaria) sì fanno fiaschette 
pel vino e per riporvi la polvere da sparo. 

Quelle lunghe e sottili, oltre che mangiarle, 
si costuma vuotarle, seccarle, forarle alle due 
estremità, e poi spingervi dentro il fiato, per 
far del chiasso, in tempo di carnevale o in occa- 
sione di feste campestri. 

Un simile primitiv^o e selvaf^gio strumento 
musicale vicn chiamato a a cuculia», 

C. Bisogni 



'ig^^igygìy^è^iaiy'gy^ig' >XV"ey gyè]S-^éy^eg^^»sr»""ty"ty^efi^ 



LEGGENDA GRECA DI ROCCAFORTE 



TESTO 

Ena viaggio ihe ena riga ce mia rigina 
ce den ihai pedia, ce ^camai omologhia na ti 
doi o Christo mia micceddha, ce san erchetc 
dc-casce hrono na tini biri o diavolo. San ito 
pu irte decasce hrono, ecumparespe o diavolo 
ce tisi-pene cinise ti micceddhose : Pe tu ciuru- 
su na mu stili to tamma pu ehi na mu doi. 

Ecini tu ipene tu ciuruti : 



87 



— Mu ipe ena christiaoose na tu siilite tam- 
ma pu ehite na tu doìte. 

— Esu peiu ti desso sinirto uà mu ipitipote. 
Doppu poi ehorisdhi ce ti sunespe mcto- 

fa ce tisi pe-ne: 

— Tu la ipe tu ciurusu? 
Ecini tu ipe: 

— Emiue demmo sinirtene. 
Ecini tisipene: 

— Tu leghise tu ciurusu ti ehi io raenzu 
pu sonnise sarvefdliine. Tu legbise tu ciurusu, 
doppo pu pedhenise, na se piri sii nanglisin ce 
na se chui ce na saspi ta ceria eci apicatu ce poi 
na su siili lin druppa stin anglisia na se vlespu. 

Ecini luta ipe tu ciuruti, ce doppu pò ape- 
dliane o ciurisii otuse ecame ce tis esiile tin drup- 
pa na lin aviespu. 

Tote ejave sondato ena pu ccrazzeio Pcppi- 
nose. San ito pu arrivespe asce cindi citatine, ape- 
dhane tuli dighatera in riga. Ti vradia ordinespe 
o rigase na pausi ena battagliuni sordati na ta- 
vlespu ti dighatera. Sane ehorisdhi i truppa, tur- 
tespe ena vecchio tu Peppinu ce tu ipe : Esu 
apospe ehise na paise na mbese ossu sto con- 
fessionili, ti ecini scevenni mesanitto ce sfazzi olin 
tin truppa, ma esu mi mojespise putten ise. E- 
cini se crazzi, doppu ti sfazzi olu t^u saddhu ce 
su leghi € guese ti desse nghizo » ; ma esu mi 
gguese an dem briia mbenni sii seportura na 
clisdhì. 

O Pci)pinose oiuse ecame. I dighatera tu 
riga pedhammcni, san ine mesnnitto, etavvrie tin 
cefalindi ce annsicoe ti balata, me la maddhiacatu 
ce me io stoma anicto pu eriithi luci andò sto- 
ma ; erifthi apanu ce espasce olu tu fordatu. Dop- 
pu pu espascc olu, ecrazze ton Peppino : 

— Sceva, ti desse nghizo. 
Ma cino tisipe: 

— lammè sonnise pai pu isso, ti jammò des- 
iar veguese. 

Tin apissu vradia, o riga estile metapale 
tin druppa, ma escevi matapa ecinose vecchio ce 
tu ipe tu Peppinu : 

— Apospe ehise na paise na mbeise stin 
gustodia, ti ecini metapale, san erchete mesanitto, 
guenni riftonda luci ce spazi olin tin druppa, ce 
apoi se crazzi cssena, ma esu mi mojespise put- 
ten ise. Pciise ti jasse dessarveguete, ce cini sa 
dhori ti esu de escevennise, mbenni cuddizzonda 
ce riftonda luci cuntrasu, ce poi ce mbenni me- 
tapale stin seportura. 



Ce otu tin apissu vradia ecame pos ecame 
tim brotini vradia. Tin dcrzo vradia metapale o 
riga ordinespe tin druppa ji ti guardia ti digha- 
terostu. Pos epigai, cscevi o vecchio ce tu ipe 
tu Peppinu: 

— Vre ti apospe ene urtimu vradia; esu e- 
hise na mbeise apicatu chorrazzia, ce innà tundo 
maccaturi. Doppu ti spazi olu tu sordatu, erchete 
asce esse, ce su leghi < eia ode »; ma su mi ti 
paise. Pos ecini ghirizi na pai sii sepoltura, esu 
risceti to maccaturi. Doppu ti riftito maccaturi> 
ecini addiventei jineca pos ito mbrita. Ecini se 
crazi, ma esu mi ti parse: petise na carni to sta- 
vrondi; doppu ti canni stavrondise, peti na pai 
startaro ce na ipe ta pramata tu dheu. Doppu pu 
ta tegghionnì ti mbiannise andò cheri ce tin ber- 
risi tu ciuruti, 

Peppino otuse ecame; tin epiae andò eberi 
ce tin epire tu ciuruti. Pos tin iwre o ciuristi 
ipe ti dighaterosiu : 

— Pos econdo-ferese ston gosmo ? 

1 dighatera tu ipe: 

— Tu tose ode megguale anda cheria tu dia.- 
volu cetuto ehi na è o andrammu. 

O ciuristi ipe : 

— Mane; ene o andrassu. 

Otuse armaioai festino; eprandeiiissa ce cini 
eminai eci na godeitusi, cemise eminamen ode 
n\e ta cheria espera ce to scotidi senza tipote. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



*'Eva viaggio tv/t 2va pi^^j^a xal {ita rigina xol 
Sàv tXyjxfii TzxiòioL xzl 'xi[iaat óiioXoyfa va x^ Stooig 
6 Kp'.aiò [ifa (itil^éXXa xxl 5àv ipxexat Sexaà? yjpò'^iù 
va x)jv TZ-ffiTi 6 5'.i^oXo. 2iv ffzo tio'j f^pte Sexaৠ
Xp6va>, ecumparcuje è Sti^oXo xal xfj; eljiev Ixsfvr)^ 
xTi fJiixJJIXXo;- 

— Hi xoi x'jpou oo'j va [loj axsfXiQ xò xxyjia 
TioO lyti vi [Jioj 5(!)aY). 

'Ex£tvT) xoO eiTisv *xo j x6pou xr)* 

— MoO tlm ?va j^ptoxiavò v35 xoO axefXrjxe xiyp^ 
TcoO Ix^"^^ ^^ '^^^ ?t()aT)xe. 

— 'Eau Tzl xoi) 'xt 5èv aoj auvrjpxe va |io3 

Doppu poi èyoìfhbri xal x?i; urteuae [isxaiTcà- 
Xat xal xf^€ eiTTsV 

— ToD xà eiTre; xo5 xópou qou; 
'Ex£''vT) xoO tlnv 

— 'Ejjniè 5àv [xoO oi)v?jpx£V. 
'Exelvo xfj^ elntT 



38 



— To5 Xlyet^ xoO x6poD aou 'xt 2x^t xò menzu 
TToD awvetg sarve^pOeiv ToD X^yet^ xoO xupou aou, 
doppu ttoO TratOo^vetg, va aè ir/^pig \ x^v IxxXeafa 
xal va aè x^*^ ^ ^^ ^' *4t1 "^^ ^^P^ èxsràTn]- 
xàxo) xol poi vi aoj axefXifl xtjV truppa 'g x))v èx- 
xXeofa va aè pXé^J^ou. 

'ExefvY] xoOxa tlrze xoD xópou xt), xal doppu 
ttoO ajiatSivT] 6 xópt)? tt) o5xa)^ 6xa|ie xal xfjg 
laxetXe xijv truppa va xfjV àpXé(};ouv. 

Tóxe èyiàpy) sordaio Iva tcoO Ixpi^exo Peppinos. 
Sàv -^xo 7:o5 arriveuae aè xefv' xt) citatin, à7ci6ave 
xOÓxY] Suyaxlpa xoO pi^a, 

T9) PpoSfa ordineuae 6 fif(o^ va Tràouat ?va 
battagliuni sordati va xapXé^u zi] Suyaxépa. Sàv 
èxwpfaOr] i^ truppa, x' urieuae 2va vecchio xoD 
Peppinou xal xoO eiTre* 

— 'Eoi) àTtó'^s Sx^t^ va 7cxi(j5 va V?''i^ Saaw 
*€ xò confessionili, 'xt èxefvr) '^e^a^vet |i£aàvi)xxo 
xal o^pi^ei 8Xt)v x)jv truppa, (xà laì> p.^ mojeua7)5 
TcoOOev etaat. 'ExefvTj aè xpi^ct doppu tcoO xt acpà^et 
8Xou xoQ^ àXXou xal aou Xéyet < \^'fpt 'xt 5è aè 
'YY^^ *> l^ ^^ J^^ YPIae Sv 5è itpfxa (i^vec '5 
t)j seportura vi xXetaO-J. 

*0 Peppinos o5xco€ Sxafie. *H Suyoxépa xoO pif/^a 
7wct6a|i|iévr], aàv f^pxe (lepdcvuxxo èxàppijoe xijv xe- 
cpaXy^v XT) xol àvaa/^oc(oae x^ balata, p-è xà iidtXXta 
xàxo) xal |jiè xò axópa àvotxxò ttoO Sptxxe luci in* 
xò axójia, èp((p6T) àicivo) xal la^a^e 8Xou xoìx; sor- 
datou. Doppu iroO Satpo^e 8X005, SxpaJ^e xòv Pep- 
pino- 

— Sépa, 'xt Sé aè 'yY^^w. 
Ma *x6!vo xfj€ etTO* 

— Ftà è|ipè awvet^ niei ttoO f^aouv, 'xt y^ 
è^jiè Sàv sarveguct^. 

Tijv ÒTrfao) ppaSfo, 6 pif^Y» SaxetXe (lexaiiàXat 
xijv truppa, |ià è^é^il (uxaTtdcXat èxelvo^ vecchio 
xol xoO élize xoQ Peppinou' 

— ^Aizò^ Sx^tg va TczTQ^ va *|ji?^Tì5 *€ "^^ cu- 
stodia, 'x. èxefvT) jiexaTciXat, aàv Spxexat {uaàvux^o, 
'x^vvet pfTTcovxa luci xal a^à^et 8XrjV x))v truppa, 
xal poi aè xpà^et èaaiva, p-à èab p.)] mojeuaT)^ 
TwOGev efaat. !!£ xrj^ 'xt Ytà ioaì 5èv sarveguexat, 
xal 'xefvT] aàv Otopet 'xt èau 5è è^e^a^vet^, 'p^fvct 
xtoXó aovxa; xal pfTTCovxa^ luci cuntra aou, xal poi 
'lA^a^vvet pexaT^àXat \ x))v seportura. 

Kal 05x0)^ x^v ÒTifati) PpaSùc £xa|jL6 Trto^ Sxape 
xfjV 7i;pa)xetv)) PpaSfa. T^v terzo ppoS^a p£xa7tàXat 
6 p-fffoL ordineuae xijv truppa Y^à guardia xfj Sirfa- 
xepóg xou. UGx; èTnf^aac, è^é^ri 6 vecchio xal xoO 
clTte xoO Peppinou* 

— Bpè 'xt àró^^e elvac urtirau ^potSÉx* lau Sx^:^ 
va VP^ÌÌ^ àinjxàxca -^ogèuda xal tvvà xoOv' xo mac- 



caturi. Doppu 'xt o^po^et 8Xou xobg sordaxou, Ipxe- 
xat a' èaè xal aoO XiY^t « ?Xa fiiSe »• pà ab p^ 
x^ TtàiQ^. nog IxefvT) Y^pf^et va TtàiQ '^ xi^ sepor- 
tura, lab p(5e XT) xò maccaturi. Doppu to)D pfxxet 
xò maccaturi, èxefvT) addiventeet Y^oclxa iz(ò^ -JJxov 
7cp(xa. 'Exe{vT] aè xpàC^t) P^ 5^0^ P^ "cf) icijg. He 
XT)5 va xipiQ xò axaupóv vff doppu 'xt xàvvet axou- 
póv XT]€, Tri XT) va TciiQ 'g x' amaro xod va eJTrJ xà 
Tcpàpaxa xoO OsoO. Doppu TtoQ xeXetówet, x^^v Tctàv- 
vct^ àie' xò x^pt ^wcl x)jv Tclppet^ xoO xupou xrj. 

*0 Peppino o5xa)5 Sxape- xfjv èidaat àie' xò 
X^pt xal x))v èicfjpe xo5 xópou xt). IKo^ x^v TjBpe 6 
xópTj^ XT), cfice x^ SuYaxcpó^ xou- 

— 11(05 èxovxótpepe^ '5 xòv xóapo; 
*H SuYaxépa xos efn»* 

— To^05 &8e p' Ix^oXe àie' xà x^pwc xoo 6to&- 
póXou, xal xo^o Sx^t va è 6 àvSpa pou. 

— Ma va(- eZvat 6 àvSpo^ oou. 

OOXC05 àppaxcóaaat festino* èicpovSétpOrjaocv %aà 
'xervot £pe(vaat èxel va godettouat, xal épet^ èpe{- 
vzpev (55e pè xà x^P^^ eOxotpa, xal xò axoxtSt, 
senza xdroxe. 

VERSIONE 

Una volta c'era un re ed una regina, e non 
avevano figli, e fecero voto che Cristo desse lo- 
ro una figliuola, e, quando giungesse a sedici an- 
ni, se la pigliasse il diavolo. Quando giunse a 
sedici anni, comparve il diavolo e disse a quella 
fanciulla : Di' a tuo padre che mi mandi la pro- 
messa che mi deve dare. 

Quella disse al padre : 

— Mi disse un cristiano che gli mandiate la 
promessa. 

— Digli che non ti sei ricordata di nulla. 
Andò via: e il diavolo la incontrò di nuovo 

e le disse: 

— L'hai detto a tuo padre ? 
Quella rispose : 

— Non mi è venuto a mente. 
Quello disse : 

— Di' a tuo padre che havvi il mezzo di poter- 
li salvare. Digli che, dopo che tu morrai, li 
porti in chiesa, ti seppellisca, ti accenda le can- 
dele li sotto, e poi mandi la truppa per guardarti. 

Quella lo disse al padre, e, dopo che mori, 
il padre cosi fece, e le mandò la truppa per 
guardarla. Allora andò soldato un giovane che si 
chiamava Peppino. Quando giunse a quella citià> 
n:>orì questa figlia del re. I^ seia il re ordinò 
che andassero un battagli ooe di soldati a guar- 



39 



dare la sua figliuola; quando la truppa parti, un 
vecchio incontrò Peppino e gli disse : 

— Tu stasera devi entrare nel confessionilc, per- 
c'iè quella (morta) uscirà a mezza notte e ucciderà 
tutta la truppa, ma tu non ti muovere di dove 
sei. Quella ti chiamerà, dopo uccisi tutti gli altr 
e ti dirà: < Esci, che non ti tocco >. Ma tu non 
uscire, se prima non sarà andata a chiudersi in 
sepoltura. 

Peppmo cosi fece. La figliuola del re, che era 
morta, quando venne mezzanotte, battè col capo, e 
sollevò le pietra sepolcrale, e coi capelli pendenti 
e colla bocca che gettava fuoco, si gettò sopra i 
soldati e li uccise lutti. Dopo che uccise tutti, 
chiamava Peppino : 

— Esci, che non ti tocco 
Ma quello rispose: 

— Quanto a me, puoi tornare dov'eri, che per 
me non ti salvi. 

La sera appresso, il re mandò di nuovo la 
truppa; ma usci quel vecchio e disse a Peppino : 

— Stasera devi andare presso la custodia, che 
quella, quando sarà mezzanotte, uscirà gettando 
fuoco, ed ucciderà tutta la truppa, e poi chia- 
merà te, ma tu non ti muovere di dove sei. 
Digli che, quanto a te, non si salva, e quella 
quando vedrà che tu non esci, andrà gridando e 
gettando fuoco contro di te, e poi ritornerà in 
sepoltura. 

E così tece come avea fatto la prima sera. 
La te; za sera di nuovo il re ordjnò la truppa per 
la guardia della sua figliuola. Come andavano, 
uscì il vecchio e disse a Peppino : 

— Vedi che questa è l'ultima sera. Tu devi porti 
sotto il pergamo, e prendi questo fazzoletto. Do- 
po eh' ella avrà ucciso tutti i soldati, verrà da 
te e ti dirà < Vien qui ». Ma tu non ti muo- 
vere. Come quella si volta per andare alla se- 
poltura, tu gettale il fazzoletto. Dopo che glielo 
avrai gettato, quella diverrà donna com' era 
prima. Ella chiamerà, ma tu non andare ; dille 
che si faccia la croce, e, dopo fatta la croce, 
<lille che vada all'altare e dica le cose di Dio. 
Dopo che avrd finito, la piglierai dalla mano e 
la condurrai al padre. 

Peppino così fece; la prese dalla mano e la 
menò al padre. Come il padre la vide, le disse: 

— Come sei tornata al mondo ? 
La figlia rispose : 

~ Questo qui mi ha tolta dalle mani del dia- 
volo, ed egli devesscre mio marito. 



II padre disse : 
— Si ; é tuo marito. 

Cosi fecero festa ; si maritarono, e quelli ri- 
masero là per godere, e noi siamo rimasti qui 
colle mani vuote, allo scuro, senza niente. 

E. Capialbi e L. Bruzzano 



CANTI DI POLISTENA 



I 

Lu suli si lamenta assai di tia, 
Pe quantu bbera ti potisti fari. 
La luna si pigghiau di gelusia 
Chi qquandu nesci tu, la fii' scurdri. 
Li sdi chi tii menti, su di Ddia, 
An paradiso li pottiru fari; 
Ora, quotrdra, venetindi a mmia, 
Chi mamma e ppatri vogghiu abbandunari. 

IL 

Bbera é 'ssa vesta tua pecchi ti meri (i) 
Quandu a la eresia pigghi pe mmu vai; 
Ma si ppe sona lu to' petto sveli, 
'Na grandi cumparenzia allura fai; 
Non guardu no li voschi, (2) non li celi, 
Guardu 'ssa vita tua ch'è bbera assai; 
Guardu 'ssa facci d'angilu Raféli (3) 
Chi ccu la viri non la scorda mai. 

IIL 

Mamma, ca vitti la calabrisella, 
Tutta vagnata di Tacqua venia. 
Ed è ci dissi: Addéu, calabrisella, 
'Na 'bfppita (4) di *ss'acqua e' vorria. 
Ira si vota cu 'na grazzia bella : 
« Ma l'acqua noti si duna pe la via. 
Veni, Franciscu, a la niè cammarella, 
Ch' è ti dugnu chist'acqua e ppuru a mmia ». 
E' dditta la canzuna a li vigniti, 
Portami l'acqua e llevami la siti. 

IV. 

Partia di la Chiana (5) e gghia (6) 'n Francia, 
la a ttrovari *na nova 'ccillenza; 
Truvai 'na palumba manza, manza, (7) 
Mi la sparu nei vozi a me presenza; 



(0 Ti si conferisce, ti s'adatta {2) Boschi (3) Angelo Raffaele. 
(4; Bevuta fs) La Piana CaJabrese (6) Andai (7J Ammansita 



40 



La sparai c'un corpu n'tra la panza. 



Lustra di 'st'occhi mei, beru mi pari. 
Tu sulu mi trasisti 'ntra stu cori, 
Li paroli di ggenii non pigghiari, 
Chi ndi mentuna miscordi (2) e paroli. 
Si vvó mu senti chi nd'ai da fari, 
Pigghiati 'st'arma e dammi lu to' cori. 

VL 

Quandu Cristu creàu 'ssa to' berizza, 
Fari *n'àutra parti non pensau: 
Iru ti fici la delicatizza. 
Stesi pochicchiu (3) e po' t'arrimirdu, 
A la testa ti misi bianda trizza, 
Cu ttanti fila d'ora la fermau; 
Doppu compita chista gran berizza, 
Pura lo nosiru Ddeu s'annamuràa. 

E' dditta la canzuna a bbù, gioiuzza. 
Quandu si 'iungi (4) sta cori a 'ssa berizza ? 

VIL 

D'aliizza mi pariti tanta bella, 
Quantu lu suli d'oru a la matina; 
'Ssu vinu chi mbiviti è muscaiellu, 
È la facci 'na rosa damaschina. (5) 
V'ammeritaii 'nu curredu (6) bella, 
E pe mugghieri la sacra rigina. 

VIIL 

Lamentati di tia, si ti lamenti, 
Sempri t'amai ed e' ti vozzi beni; 
Cu li pregheri mei spezzai li venti. 
Me li rendisti cu ttormenii e ppeni. 
Di l'erruri passali nd,'à mu ti penti, (7), 
E non t'aggiuva lu volirmi beni. 
Dunca, giojuzza mia, tu aricchia (8) e ssenti, 
M'avisii e non sapisti mu mi teni. 

IX. 

Partu, ca (9) su custrittu di partir!, 
Non sacciu si li viu cchiù *sti mura, 
La navi si prepara cu li vili, 
Pe ffari 'sta spartenza amara e scura. 



(0 (2) Discordie, zizzanie. ($) Pochit- 

Simo. (4; Coogiunge. (5) Di Danusco (6) Corredo di nozje. (7) Hai 
da pentirti, ti dorresti pentire (8> Ascolu (9) Perchè. 



Doppu ch'arrivu, ti vogghiu scrivir. 
Pensami un ghiornu, cli'e' ti pcnsu ogn'ura; 
E si frattantu la morti non mi viri, 
Bbera, sarò cu ttia, statti sicura. 

6. Negali del Giudice 

(confinuu) 



SOMMARIO DELLA TRADITION 



La Traditìon è un' eccellente Rivista di let- 
teratura popolare, che da quindici anni si pubblica 
a Parigi soito la direzione degl'illustri Professori 
Henry Carnoy e De Beaurepaire — Froment. Il 
prezzo dell' abbonamento annuo è di lire dieci. 
Ecco il sommario degli ultimi due numeri : 

La Tradition. 15® Ann. N. 114. Paris, Mag- 
gio 1901. Un coin de l' Italie meridionale (Ani- 
ceto Specchio) — Proverbes des mois : Mai (avec 
gravure). Devineltes aìbanaiscs de Falconara (F. 
Riggio et L. Bruzzano) — La Dilte Generale de 
Moncrabeau (Ernest Lafont) — Cent Trente Non- 
velles inidttes de Ludovic Cai bone (D.*" Stanislas 
Piato) — Chansons du Ozor^m (De Beaurepaire - 
Froment) — Caler ie Traditionniste: Oscar Jennin^s 
(H. C.) — Mieltes de Folk-Iore Anglais (René 
Stiébel) — Qnestions, U Exposition de l* Enfance, 
Les Sculpttires du Porche de Moissac (Destuiayre) - 
Cronique. bibliografie (Pierre de Saint - Jean) — 
Bibliografie des Provinces. Journaus et Revues. 

N. 115. Juin. La Fète de la Pentecóte à Mois- 
sac (De Beaurepaire - Froment) — Le Vriveil de 
Fontenelles. Proverbes des mois: Juin (avec gra- 
vure) — Un coin de l'Italie Meridionale (Aniceto 
Specchio) — La Diète Cénirale de Moncrabeau 
(Ernest Lafont) — La Femme an Peigne d* Or^ 
legende de la Montagne Moire (Albert Vidal) — 
Cent trente Noitvelles inidites de Ludovic Carbone 
(DJ Stanislas Prato) — Galerie Traditionniste. 
Dominique Caillé (H. C.) — Quesiions. Les Co- 
stumes d' Antinoe. Les <r Rempla^antes » au IP 
siicle apris Jesus Christ, Un nuveau Music (Dc- 
stuiayre) — Chronique. Bibliografie (Pierre de 
Saint - Jean) — bibliografie des Provinces. Journaus 
et Revues. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 

Tipografia Passafaro 



J 





e 



I 




» 



i 



i 










RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 6 — Settembre 1901. 



MONTELEONE 
Tipografia Pass a paro 

nell' Orfanotrofio Provinciale 

1901 



^^È^^^^M 




i 



i 

i 

i 

€ 

i 

i 
i 







■<2?gy 



m 



t 






# 



^ 



I 



I 






2J5??!i5i5?3S55?5T5?S^?^^^^ 



i53S55555?5^^5^Pvi^^À<^"'^^ 



mxk 



£^W: 



;-p'i 



^ ft 






.^.33133.0 2s:zxz - IT. e 



€> 
€ 



« 



m 



^>^s^<^s^i^^iy^^j.x* . .N:^*ft>^.» i^>^a^>j£j>g;^ 



'4fX(^^^ r^g^^^^^^^^^^g^^<»a?^^.^>^cvig>>^ 



LA CALABRIA I 




1^:^^ cfNV»; >>X5ft *-vX^. "-X . >>v>^C€>^^v<sb?<^>:g^Xig^fe)^ 



ó. 

! 

? 



«^VISTA DI LETTERATORA POPOLARE ^ 



DIRETTORE 
ZLi-a.igri Sx-va.zzazio 



Monteleone di Calabria, Settembre 1901. 

SOMMARIO 

Monografia topografica folklorica sopra Umbria- 
tico (C. Giuranna) — La Madonna de la Stella 
(B. d'Alteno) — Indovinelli albanesi di Falconara 
(F. Riggio e L. Bruzzano) — Il conceito popo- 
lare su parecchi paesi della Calabria (6. De Gia- 
como) — Canti di Polistena e di Cinquefrondi 
(6. Magali del Giudice). 

(Da una monografia topografica folklorica 

SOPRA UMBRIATICO) 



CAPITOLO II. 

CANTI D'AMORE (Can;:^tme d'amiire) 

(continuazione v. n. preced.) 



L' amore, innanzi tutto, ne accende 1' estro, 
come bellamente scrisse il Chiar."^^ Misasi : 

(( Pel montanaro, che vive segregato dagli uo- 
ff mini una vita di patimenti, V unica gioia i lo 
a amore ». 

Gioia, la vita mia Vho data a tia, 
Cd l'arma di stu pettu siti vai: 
SpostUy riposa de la vita mia, 
Io tantu campu quanta viju a vai. 



Luci de l'occhi mei, luce adurata, 
Unica rifrigerio de sta vita. 
Fui siti la cchiù bella, la cchià amata, 
E di In pettu mio la cchiù gradita. 



Abbonamento annuo 

Hiire 3. 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MES 



Tri cosi nna si ponnn abbandunari: 
La patria, l'amicizia, 'a primu amuri; 
La patria si poterra abbandunari 
Vpe quarche nimiciiia o farsu erruri; 
Lu primu amuri nnu si può lassari, 
Ca i 'na lauT^a chi trapassa 'u cori. 



La tua biddÌ7^7^a l la ruvina mia, 
Bedda, mi fai moriri disperatu ; 
Si passa 'n'ura chi non viju a tia, 
Tuttu di focu mi viju abbampatu; 
Vulissi 'nu pitturi a boglia mia, 
Ppe ti fare dipingere a 'nu qaatru; 
Cà poi, giujui:(a, mi cci adurar ia, 
Coma si fussi 'nu santu abbucatn. 



Ivi a la *mpernu disperatamente, 
Desperatu trovai 'na vecchia amanti; 
L'addimmannai de li soi antichi tempi 
Cchi facia iddu quandu era amanti, 
— Li peni de lu 'mpernu ntl su nenti, 
« Cà su cchiù pene quandu siti amanti; 
« Chi perde amici, chi perde parenti, 
« Lu chiù doluri chi perde l' amanti l 
(ir Chine la perde mortu, nun i nenti, 
« Cà chiana chiana li passa lu chiantu: 
(( Chiss'é lu chiù doluri veramenti, 
« Quannu é vicina, e ti passa davanti. - 



42 



^crr. 



Sira passai e riguardai *na st:dda, 
Miraculi di T)iO qiiantn era hedda! 
'Un era 'rannt e mancn picciriddu, 
Ch'era gitistii ppe mia la ginvanedda : 
Scocca d* arati gn e cima di mnrtidda, 
Tu sala a y occhi mei pari s ti bedda : 
O si ci passa e min ci viju a idda. 
Sema scura mi pare sta vinedda (i). 
'Afu cantata e nn* navia gttlia, 
Cantn ppe spost n de la vita mia: 
'Aju cantata a Varia stillata^ 
Mi fa cantare In mio bene amatv. 



Sl*aspra mia sciorta m'à persecutatu^ 
Siannu gran iempu ìuntann di tia; 
Vafti raminga^ sala e disperata ^ 
Ccn l'arburi a sfugare a pena mia: 
Mo già slu core ti Favia ìassatu 
E di cercari nun ti In potia\ 
Mo cb' sugna venuta a In toilatu, 
Senlu sfa cori venir i ccu tia. 



Girava la fortuna camminannu^ 
Girava la tua sciorta a ssn citntornu: 
Li toi beddi:(^:^i 'ncatiuatu m'ànnu^ 
Movere 'un po^^^u cchiiì de stu cuntornul 
Nn jùrnu sen^a tia mi pare n*annUy 
N'annu stari cu tia pare nu jornu^ 
Volerà fari peniteuT^a nanna 
Ppe ti vìdiri uà vota lu jornu. 



Si avira tanta narburu pregata^ 
Forra jettatu ccu li rami nterra; 
S^avlra tanta mari navicata, 
Forra jutu e benutu e Vlngritterra: 
E in^ giuiu^^i^a mia^ si' tanta ngratu 
^Mparte e mi dari paci mi dai guerra. 
Aju cantata a jurillo de ruta^ 
De chidda chianta ci/ogni mali astuta; 
Aju cantala a jure de lumia^ 
CridilUybedday ca mora ppe tia. 

Avv. Carlo Giuranna 

I) Vkoh: francese t^neUe, 



LA MADOBIIil DE U STELU 

Una leggenda e due laudi popolari di Pa:;^:^ano (i) 



Una delle più carniteristiche feste di Pazzano 
é cerio questa del 15 Agosto, che si celebra in 
onore della Madonna, sul vicino monte della 
Stella. 

Fin dalla sera del 13 è un continuo giunge- 
re di uomini e di donne, dai paesi piii remoti 
e più sconosciuti della Calabria, da alcuni paesi 
della Sicilia talvolta, per visitare la bianca Ma- 
donna della Stella. 

Da le viuzze campestri che convergono tut- 
te al monte, sbucano i pellegrini a frotte, a com- 
pagnie, a famiglie, a coppie, e salgono, s' arram- 
picano, si seguono ininterrottamente, per tre gior- 
ni consecutivi, con eguale lena, con eguale va- 
rietà, con la stessa immensa fede. 

Nel giorno sembrano torme di capre tra i 
burroni, tra le forre, tra le mortelle, i rovi, le 
vigne, gli elici; nella notte, per Y oscurità, è un 
agitarsi di fiammelle, di lumi multicolori, che 
camminano, che si inseguono, e scompaiono, e 
poi riappaiono, sempre più in alto, sempre più 
vicini. 

A tratti per la valle sonora e rumorosa si 
diffondono gli echi : Viva Maria ! E altri echi 
rispondono, e altre voci s'uniscono: Viva Maria! 

Al grido di laude, prorompente da tanti cuo- 
ri rozzi, umili, fervidi, un* ansia folle invade le 
turbe nell'ascesa; si muovono più rapide e più fret- 
tolose; si eccitano con più forza e con più fede; 
tanto questo grido sembra raccogliere un' ener- 
gia cie:a e sicura, che incita il corpo come Io 
spirito, e fa amaramente rimpiangere, in chi non 
crede più e non crederà più mai, la innocenza e 
la fede primitiva, incosciente, illimitata ! 

Viva Maria ! e la gente sale sempre, cantan- 
do, gridando, orando. 

Sul monte, dinanzi al Convento, la gente si 
pigia, si munge, si stritola : tutti vogliono giun- 
gere, scendere nella grotta, per inginocchiarsi, 
piangere i loro peccati, per implorare il perdono 
della Vergine. 

— Sapete — mi diceva una bella ragazza di 
Caulonia — questa Madonna è misericordiosa as- 
sai.... — e rideva, furba e loquace, come per 
aver detto troppo ! 

Sul breve spiazzale dell' eremo è una baraon- 
da indescrivibile: commercianti di vino e di ci- 



43 



hi sotto i baraccoui di tela^ figurinai, venditori 
di ninnoli e di medaglie, tamburi, grancasse, 
sampogne, un' ira di Dio che stona, che rim- 
bomba, che secca E questa baraonda dura tut- 
ti e tre, giorni sempre con eguale potenza, sem- 
pre con eguale ardore, come un' ossessione. An- 
che la notte; in cui tutta quella gente, non aven- 
do leilo dove riposare, si sdraia per le camere, 
per i corridoi del convento, per le strade, per 
il monte, ammassata, pigiata, puzzolente muc- 
chio di carne e di bestialità umana. 

Viva Maria ! Che importa tutto questo r che 
importa la sofferenza pur di vedere la Madonna ? 
E tutta la passione grave e soave, dolorosa e 
tormentosa che il nome di Maria racchiude, ba- 
sta ad incitare e a sollevare queste folle, special- 
mente le donne, le quali, nate al lavoro, al sa- 
crifizio, alla miseria, trovano forse raccolte tutte 
le bontà e tutte le dolcezze e tutù i conforti in 
questo simbolo unico ed universale. 

Certo lo spettacolo è vario ed è bello. An- 
che la dolcezza del panorama che da V alto va 
perdendosi lontano fino a Roccella, a Riace, a 
Santa Caterina, tra un luminoso verde di vigne 
e di castagni, tra un curvare lieve e cinereo 
di ulivi, tra uno scintillio lontanissimo ed azzur- 
ro di ghiaia bagnata e di mare — il ÌSe\ Ionio 
mare istoriato di vele — rendono il Monte so- 
lenne, poetico, suggestivo. 

E poi v'èla grotta immensa, pittoresca, sca- 
vata naturalmente nella roccia : il luogo che la 
Madonna de la Stella ha scelto per sua dimora 
regale. 

Vi si scende per una scala, giù, giù, giù. 
Da l'alto, dalle schegge, dagli spicchi, dalle inse- 
nature della roccia marmorea, simili a stalagmi- 
ti, cadono continue gocce d'acqua, che produco- 
no un rumorio cadensaio e uniforme e nello stes- 
so tempo sonoro e maestoso. Lumicini ad olio 
e palloncini alla veneziana illuminano la discesa; 
tutta la grotta è una gran luce che si riflette, e 
si rinfrange, e si moltiplica. 

E per la grotta salgono le laudi cantate da 
voci supplichevoli e fervide, e si diffondono per 
li archi naturali, e incitano la poesia dei ricordi, 
la dolcezza dei tempi fiduciosi, e rievocano voci di 
morti che non sono più e che non saranno mai 

Ch' è bella la madonna de la grutta, 

la santa matra (2) e Tabbocata (3) nostra ! 

ida s' acconsa (4) sutta a chida grutta. 



pe dispensara grazi è faua apposta; 

ad ogni i^ucrra la paci nei aggiusta; 

eh' è bella la madonna de la grutta! 

Li marinari spargi ru sudura 

pe' varar! la barca e non varava, 

li marinari cpparu pai ra, 

e la madonna subitu calaru (5); 

supa nu carru si misa mpersuna 

e cu diM jenchi (6) muntagni hjaccava. (7). 

Lu cauddu chi tacia li gran calura, 

ed acqua non avia pemmu (8) si lava. 

Nei hjiru (9) Tuocchi ma na timpa (10) nuda, 

miraculu cumpaisa na funtana. 

Subitu vir.na Tuordini de Ruma 

mu si cunsacra e mu si iena cara, 

la lampa notta e jurnu mu s'aduma* 

la eira (i i) mu si accatta (12) e mu si paga. 

O rimili, chi guardi sa Rigina, 

guardala de bon cori, ca ti ama. 

Altri, studioso di canti popolari, vedrà se 
questa laude si confrontò con altre laudi umbre^ 
ne ricercherà l'origine e lo sviluppo. Ceno non 
è improbabile che i francescani nel loro espan- 
dersi pel napoletano abbiano lasciato e canti e 
scene religiose nel popolo, e special menle nel 
calabrese, cosi propizio ad assimilare eJ a crea- 
re spontaneamente. A me basta noiare oggi che 
non manca in questo canto (in parecchi punti 
incomprensibile per chi non sa la leggenda po- 
polare della Madonna della Stella), né la sem- 
plicità e la freschezza dell' immagine, insieme 
colla rozzezza de! linguaggio cosi espressiva e cosi 
nuda, ma tanto più piena di ardore e di preghie- 
ra, e la monotonia del ritmo proprio dei canti del 
popolo. 

E la bella e bianca statua de la Vergine con le 
mani chiuse e rivolte al cielo, con li occhi pen- 
sosi in alto, sembra implorare la benedizione del 
figliolo su tanta gente misera, che fra le cure e 
gli affanni cotidiani, non bestemmia, non rinne- 
ga, non dubita, ma soffre, ma crede, ma prega.... 
Anche a chi non credente viene a questa 
grotta, anche a chi non presta fede alla leggenda, 
e sa che probabilmente . la statua bellissima e 
costosissima — è di un marmo pario candidissi- 
mo, ed è trasparente al lume de le candele — è 
stata nascosta qui al tempo degli iconoclasti, per 
salvarla dall'irruente e bestiale ferocia degli uomi- 
ni, questo spettacolo di gente raccolta in un so- 
lo pensiero religioso, è di ammonimento e di 
consìglio. 



44 



In tutte le cose umane è la fede che conquista 
e che spera; sia essa la fede in Dio, o la fede 
<le!la natura; la fede dell'ingegno individuale o 
l'energia collettiva. 

Ripeto, la laude avanti riportata è reintegrata 
^ completata dalla leggenda popolare. Eccola nella 
sua nuda e vera genuinità, con la quale m'é stata 
raccontata da parecchi contadini: 

— In tempi antichissimi una nave, venendo 
<la Messina, e passando sotto Monasterace (i) 
per andare alla strania (2) si fermò ad un tratto, 
« non fu possibile farla andare più avinti. Al- 
tre barche passavano vicine senza difficohà: so- 
lo questa pareva ferma come una montagna. . I 
marinai mvano si sforzano, né sanno spiegarsi 
lo strano fenomeno. Quando il vecchio pilota — 
•un vecchio bianco, con la barba lunga fino ai 
ginocchi — con voce tremante dice alla ciurma 
raccolta: ve Qualcuno q-ii deve scendere, altri- 
menti la nave non poteva fermarsi ad un tratto. 
Questo è un segno di Dio ». I marinai si guar- 
diano Tun coll'altro. Chi è che deve scendere? 
Ma subito si ricordano di aver imbarcata sulla 
nave una donna, per la quale avevano concepito 
mali pensieri. Sarà lei che debbono far scendere. 
Corrono tutti per ritrovarla ; ed oh! meraviglia! 
La donna risplende d'una luce bellissima e ab- 
l)agliante: é la Vergine. I marinai s'inginocchiano, 
piangendo e chiedendo perdono. Allora la Ma- 
donna li" perdona, li riempie di pietre preziose, 
e, fatta approdare la nave, scende. Appena scesa, 
la nave ripiglia la via in fretta, e scompare. 

La Madonna allora comincia a camminare 

sola. Cammina, cammina, cammina È stanca, 

non può più camminare a piedi. Vede un guar- 
diano di bovi che faceva pascolare le mucche con 
dei piccoli giovenchi. 

S'avvicina, e senza farsi conoscere lo prega 
di cedergli un piccolo toro per cavalcare essendo 
stanca. Il pastore sorride^ credendola pazza. 

Ma appena la Vergine s'avvicina al gioven- 
co, questo s'inginocchia per incanto. 

Il fanciullo comprende il miracolo, e stupe- 
fatto s'inginocchia, riconoscendo la Vergine. Poi, 
appena Ella è salita sul giovenco, insieme ripi- 
gliado il cammino tra le foreste, perchè in quei 
tempi tutto il piano era una foresta fìtta e tene- 
Drosa, piena di bestie feroci. 

Cammina, cammina; finisce la foresta; arriva- 
no ai piedi del Monte. 

É lassù che dobbiamo salire - dice h Vergine. 



Cominciano a salire, passano pel vostro fon- 
do ove resta sulla pietra rimprorlia del piede del 
toro. 

^N. B. Il fondo ove la leggenda vuole pas- 
sasse la 'Madonna è di proprietà mia, e il conta- 
dino che mi narrava la storia per questo mi ha 
detto: pel vostro fondo. In quanto poi alle volu- 
te impronte, v'c in realtà una specie di pietra 
larga, su cui si vede ancora una forma schiacciata 
somigliante a quella del piede di un bue, ma nien- 
te però che ne autorizzi la credenza. Ma, nella 
fantasia popolare, è così ; e guai a sorridervi sopra ! 
Ti chiaffiano incredulo e non ti raccontano più 
nulla). 

Faceva un caldo immenso. La Madonna vo- 
leva bere. Ecco che gli occhi mirano un angolo 
di monte liscio: subito appare una fontana, eia 
Vergine si disseta. 

Finalm^r.c^ giungono al luogo destinato. La 
Madonna scende, e dinanzi agli occhi stupefatti 
del pastore ^: ap:e la grotta, ove Ella entra 
e si ferma. 

Il ragaz:^o torna in fretta al paese, chiama gli 
abitanti, racconta il miracolo. Tutti vogliono ac- 
certarsi, se quel che egli narra sia vero. 

Si avvialo :.:ì> si pel monte. Innanzi a lo- 
ro, in aho, una sulla lucente li guida. Giungono; 
odono già ;• ... ^ ..i-tsiche celesti. La grotta ri- 
splende. NJ.la gioita v'è la bella Vergine trasfor- 
mata in bi '. -!. 1 statua, perchè essendo i Paz- 
zanesi un . . ! 'i peccatori, ella volle con- 
venirli, ma non volle conceder loro U vista 
della sua viva persona. 

Questa la breve leggenda che si narra con de- 
vozione e con timidezza dal popolo. 

E fin' .0, limonando un'altra laude cantata 
sempre in c]Uv.sta stessa occasione: 

A^jpii (.; ..i ;\izzano, nd avimu una 
che uà j a ^vutta comu na rigina, 
abbar.J'.p^aia senza cosa arcuna, (2) 
la ^■■■':a lu suli la maiina. 
Av; lui giarri (3) chi ngualanu ad una, 
da C^'Miì s'.ìigi Tacqua cristallina. 
Cut; inni luiiì quanti ad unu ad unu, 
laulimu la Madonna de la Stida, 
cà .; .ui ii/i ccica grazi nei li duna, 
cu ava lu cuori offisu nei lu sana. 
E' ■ , ]■'../ na mia, vi nda ciercu una: 
st'.inin:a iupanulisu ca a vui v'ama. 

Lo . ' ^ - 'lò ancora una volta — rin- 
traccei"; l'jii^^ine e lo sviluppo di queste laudi o 



L-iT.- 



4o 



« ragioni » come volgarmente il popolo Cala- 
brese le appella ; ma intanto è opera lodevole 
raccoglierle e indicarle, perchè molte di queste 
leggende )' ala edace del tempo distrusse e di- 
strugge continuamente; mentre sono esse degli 
elementi necessari per studiare ed analizzare la 
formazione storica della coscienza religiosa nelle 
folle, specialmente nelle folle della nostra Cala- 
bria : folle a cui resta ancora colla innata fierez- 
za, e colla nebbia oscura delle tradizioni e delle 
superstizioni, la selvaggia e fertile giovinezza, ca- 
pace di fiorire e di ben fruttificare se una pro- 
paganda benefica e feconda saprà con purità dì 
mente ed onestà di cuore risollevarne le condi- 
zioni morali ed economiche, indicare la via del 
vero sviluppo e della vera evoluzione. 
E cosi sia, veramente. 

Stilo (Cai.) 17 Agosto 1901. 

BRUNO d'ALTENO 



[i] Pacano piccolo paese del niandaraento di Stilo (Reggio Cai. 
ai piedi del monte Stella. 

[2] Madre (3) Avvocata [4I si accomoda, si aggiusta, si mette 
{$] fecero scendere (6> torelli, giovenchi (7) spaccava, fendeva. 

8) per (9) andarono (IO j roccia, monte. [ii| Monasterace Stilo è 
il promontorio detto geograficamente Capo Stibro, in direzione dql 
Monte della Stella. 

(12) in terra straniera. 

(15) Gente, Popolo (14) questo verso evidentemente si riferisce 
alla grotta, tanto più se si pensi che anche i veisi che «eguono, ser- 
vono a completare la descrizione della grotta. (15) Le giarre vi sono 
ancora veram^te; l'acqui che cade perennement: da l'alto le tiene 
sempre piene. Il giorno della festa tutte le persone del popolo vi at- 
tingono un po' d'acqua, perché si crede abbia la virtù di risanare 
li occhi ammalati. 

ÒgO0gC0g(X)<gor>aO0a0Dgooa» ?O a^0^30gO0{e00g^^ 

Indoviijelli albanesi di Falcoijapa 



Est e buccur, ma ghedmon; 
Ti nde e das, natnet e cion. Ghenne:(sa. 
*Ea^t e bo'jxxoup*, (xà yitk^ÒT 
"TI v8^ è 6àas, vixvet è a^óv. XiT^vveCa. 
È bella, ma ispira mestizia; 
Se la vuoi, di notte la vedi. La luna. 

Thot affet. 

Ma pustrannet cuur e ngket. Siti. 

eòx affet. 

Mi TcouagTpówet xofjp è *Yxét. Sfou. 

Ispira amore; 

Ma si nasconde, se lo tocchi. U occhio. 



Cuur e stringkon, ai chcndon; 
Cu tir e dee, fiutturon. Cinjji. 

KoOp è otptYxòv, al xevSóv 
KoOp è Xée, cpXouxoupóv. Kiv^pf. 

Quando lo stringi, egli canta; 
Quando lo lasci, egli vola. La cicala. 

Scaa te preime, vette e vicn, 
Caperzen. Ktsili. 

S' xat xe 7ipfi(i€, plrce l ^jsv, 
Kexaév (?) — KecrfXt. 

Non ha quiete, va e viene, 
E salta. // pensiero. 

Pather pret, mai spon; 

Teccu ngket sum cenon. T.^pra, 

Ila-^lp Tcpàt, mai arcóv 

Téxxoi> yxèx, a^obpi xevóv. Tir.7:pa. 

Sempre taglia, -non pungo mii; 
Ove tocca ferisce molto. La 'scure. 

Est gne surbes; mee i jcp e n:?e <o, 
Mee nzier e mee caa. Dc'i. 

*Ea$x vjij aoupbèa^ jii) t jè;: C \i\ Zv 
Wt\ Xfep l |ii) x5. Aéxi. 

C è una cosa; più le dai, ^ u no vuole. 
Più gliene togli, e più no La. // uiare. 

Si cuccumedde est gne si.ibes; 
Gappet si ihes. BuT^sa. 

SI xo'JXxoi)ji£XXe 20sx vjrj z'..^\ii';; 
XiTiTi^ex <jI Oc$. Bou^a. 

Come bocciol di rosa cwi una cos.ì; 
Si apre come un sacco. Lì Iw.a. 

Est zsiar f ben garee. ?r.//. 

•Ea^ ^jàp l bàv X^P^^- -*'-'^'^- 

È fuoco e dà allegrezza. U i/ ;. r^. 

Tundet e scundet, e ni or ce i j n, 
Dip o pak. Zsemra. 

ToOvSex l cxoóvSex, l j'';;: /-- l ^'*t, 
Aln Tcix. Zé|JLpa. 

Si muove e si scuole, . ^ Jo ciò che gli do. 
Dolore o piacere. // C!.::\ 



4G 



>t?if: 



Caa des e brii 

E bennet gnerii. Diali 

Ka Uaq 6 bp{, 
,*£ b£vv£T vjept. AioXc. 

Ha kna e coma, 

E SI può fare uomo. // Diavolo. 



IL CONCETTO POPOLiJRE 

su PARECCHI PAESI DELLA CALABRIA 



É poi vero che tulio ciò che dice il popo- 
lo sia frutto di assennata osservazione ? 

Noti sempre oggi si possono riscontrare e- 
satte le cause primitive, che dettero origine alle 
varie credenze, anzi, certe volle, i segni partico- 
lari sono scomparsi del tutto, ma, qua e là, qual- 
che osservazione anche ora è giusta. Non è, pe- 
ralirOj il caso di fare uno studio di demo-psico- 
logia sui paesi di Calabria ; ma non é affatto 
inutile conoscere i vari apprezzamenti popolari 
sugli uomini e sulle cose, poiché lo studio delle 
tradiiiioni non' sarà mai compiuto, se non si co. 
nosceranno, completamente, le multiforme pro- 
duzioni deiraitiv'ùà mentale del popolo. 

— Non ho abbastanza documenti per pro- 
vare che tutto ciò che ora ho potuto raccogliere 
abbia origine classica diciamo cosi, poiché i poe- 
ti e i prosatori delle morte letterature, salvo 
qualche esempio di invettive o di lodi contro le 
varie regioni, incastrate nelle opere, non ci offro- 
no un fipo uniforme per provare la continuità; se 
non che, in certi versi leonini sulle ciiià di Pu- 
glia, attribuiti all'imperatore Federico II ("non so 
con qu;ìle criterio), trovo qualche cosa di simile 
alle filastrocche, che io ho potuto raccogliere. Per 
esempio, di Altamura si nova ; 

Ex gente collectica Altamura habet initia 
sordida et avara, gente nullaque darà; 

di Mo! fetta : 

Mophetica Melphicta, stercore piena et male dieta; 

dì Giovjnazzo : 

Jovis divina natio, sed Plutoiiis habitaiio : 

e così di molti altri. 

Potrebbe anche essere, giova dirlo, che il 
popolo si sia servito di tanti epiteti,, perché ap- 
piccienti ai paesi nelle siiirc,. molto frequenti tra 
paesi e paesi, o nelle basse produzioai dramma- 



tiche, che condussero alle Cavaiole e a tante 
forme minori del teatro; ma sono congetture, e 
le lascio, almeno per ora. 

E veniamo alle raccolte! Comincio con quel- 
la, più lunga, che ho avuto in Cetraro da un 
mio scolaro. Luigi Losardo, che T ebbe da uu 
merdaiolo ambulante, un tal Peppuzzo. 

Galantuomini di Napuli, 
Cavalieri di Saliernu, 
Biellu visu chi 'nei badi a Turtura, 
Sambiasi di Maratia, 
Jetiasangu di la Scalia, 
Marivizzari (i) di Cirella, 
Passulilla (2) di Diamanti, 
Pizzulaficu di Bielluvidire, 
Cucuzzari di Sanginitu, 
La ciotama di Bonifaii, 
Li spaccuni di lu Capu, 
Fumaturi di lu Cicraru, 
Scapuzzasardi di lu Casali, 
Panetteri d'a 'Ntavulata, 
Minnilonghi di la Guardia, 
Culu tunnu di Fuscavudu, 
Biellu Santu chi 'nei badi a Paula^ 
Cunirabannieri di Santu Lucidu, 
Carrialigni d'a Farcunara, 
Menzacanna di Hiumifriddu, 
Crucifissiiri di Biellumuniu, 
Li signuri di la Mantia, 

• (?) 

Piscaturi di Bisignanu, 
La fogliama di Cusenza, 

(^> 

Sterramuorti di Cassanu, 

• • (?) 

Vantisinara di Russanu, 

(?) 

Mangia fasuoli di Mattifulloni„ 
Aruozzulacucchi (3) di Marivitu^ 
Tradituri di Fagnanu, 
Li spacara di Saniagata, (4) 

(?) 

E mo* chi simu arrivati a Marumannu, 
L'arma di lu patri e di la mamma. 

Come si vede, molte lacune debbono essere 
nella filastrocca riportata, ma non sarà difficile 
che o io stesso o altri potremo colmarle, poi- 
ché, certo, molte cose sono andate disperse. 

Da un girovago siionatoie di organetto per 



47 



le fiere, un tale, che mi disse aveva nome Giu- 
seppe Tunno, ebbi queste due.... cosette: 

Trupia — la trupia, 
• Tutti prieviti e cavalieri; 
Nicotera e Criisia (?) 
Lu Pizzu ccu Bagnara 
S'arricchisciu ccu la tunnarx. 

Grisulia la maliditta, 
Cipullini ccu lu panaru, 
Majerà la furiunata, 
Virvicaru vuttasfunnaia. 

Maratia — mara mia, 
Vuccasavuza d'a Scalia; 
Sannicola avucellaru, 
Sanduminicu lilaru, 

Ussumarsu tradituru, 
Murannu lu purea ru, 
Santusuostu è lu sullu. 
Si no nei fussi Pulicastriellu; 
E Sandunatu ccu li manti, 
E Lungru ccu li briganti, 
Acquafurmosa ccu donni belli 

(?) 

La Rutunna ccu ciaramelli. 
Queste, che io ho chiamato filastrocche, ben 
differenti , in vero , da quelle ricordate nella 
<r Suocera » del Varchi e in altre consimili, han- 
no molte varianti, e ognuno, anche mezzanamen- 
te conoscitore delle cose di Calabria, ne avrà 
intese parecchie e in tutti i paesi; ma ora non 
è il caso di farne uno studio, perocché il mate- 
fiale, disperso qua e là, dovrà essere prima, e 
con molta cura, riunito. Se non che, a rendere, 
per quanto più mi è possibile, esatto questo' 
scritto, dirò le cose che ho potuto raccogliere. 

Alcuni, invece di dire: gaìautuomini di Na- 
poli, dicono li fimmini di Napoli; invece di: ca- 
valieri di Salerno, si sentirà : // pa^tàra di Saler- 
no; e così // crapara di S. Sosti, purcara di Mal- 
Vito, Settifaccia di Bisignano. 

Certo, molte altre particolarità si sono o- 
messe, perchè non si ricordano dalle persone al- 
le quali io ho potuto chiedere le notizie. Ho 
tenuto peraltro presente che le cose del popolo 
sono più genuine sulla bocca dei più ignoranti 
e di quelli, che non hanno viaggiato; e però, se 
più difiicile sarà, tentando solo questo mezzo, 
compiere le ricerche. Il lavoro avrà più seria 
importanza: 



Dal mio giovine amico Sig. Battista DavoH, 
ho queste altre notizie : 

Catanzaru, mangia euvetta; (5) 
Li gappi di Nicastru, (6) 
Li babbi di Martiranu, 
Facci tinti di Feroleiu, 
Li ciuoti di Curinga, 
Li striaci (?) di Zangarona, 
Li cupini di la Bella (7) 
Jezzaroti (8) di fidi greca, 
Mangiagargi di lu Pizzu, 
Gimintusi (9) di Sambiase, 
Gimigliano vuozzulusu, 

Cupa, Carlopoli, Castagna, 

Serrastritta chjni di briganti. 

Forse, a un altro genere di produzione po- 
polare appartengono queste strofe, che riporto, 
ma non sono de! tutto dissimili dalle filastrocche 
riportate. Una, la prima, me la dette Maria Man- 
gano in S. Severina (Catanzaro), V altra, il gio- 
vine Sig. Battista Davoli, che Tebbe dalla Signo- 
ra madre sua. 

Chi vide Riggiu, vide la regina. 
Che ghè di ri beddizzi la cittati; 
Ghidda si specchie ghinta la marina. 
Ed è lu muntu c'accuglié li fati : 
Na fata si ni jvu ghinta lu mari 
N'àta si misi sulli scuogghi sula; (io) 
A Riggiu jativindi a maritar!, 
Nu vi 'nzurati, si vuliti amuri. 

Di lu Pizzu vaju e biegnu. 
Di la fama nu mi tiegnu, 
A Nicastru, dammi pani, 
Cà lu Pizzu mori di fami, 

Spero, torno a dire, che possa completare la 
raccolta; ma, se non avrò la calma e 1 opportu- 
nità richieste, altri potrà completare e illustrare 
la raccolta. Nelle note ora non do che Tesegesi 
popolare, che è la più interessante. 

G. De Giacomo 



I) Cacciatori di tordi. (2) Uva secca. (5) Con felice traslato 
SI allude al Vescovo che i Maltesi ru^.^olarono, V. G. De Giacomo- 
Il popolo di Calarla, Voi. II. pag. ,42 e S. Cnstoforo : cronistoria 
dt S Marco Argentano, pag. xio e segg. Cosenza. Riccio. 1901 - 
4) Altrove si dice: // donni belli di S. Agata [d' Eseroi - (5) co- 
tenne d, majale; mangiatori di calami. (6) In Nicastro si hanno i no- 
mignoli anche per i varìi quartieri della citti. (7; Abitatori di grot- 
te. (8) Abitanti di Gizzeria. (9; Attaccabrighe, (io) Forse allude a 
Scilla e Cariddì. 



àS 



CAN n DI POLISTENA 

[ £lLiiitiiiuazioDe, v. n. precedente] 

Canto ieratico intaonato in occasione della festa 

DELL' IMMACOLATA 



leu v'aJoru, o gran signura; 
leu V aJoru patri e figghiu 
Di Maria vergini e pura, 
E ddi l'angeli cunsigghiu; 
leu v'aJoru, gran sacrata, 
M.iria Cunceita 'Mraaculata. 

IL 

Nei tu Tangelu Gabrieli 
Chi la iu (i) pe'nnunzìari. 
O rigma di li celi. 
Tu Iu mundu nd' a' sarvari. 
Manda bona l'ambasciata, 
Maiia Concelta 'Mmaculata. 

IIL 

Pe ttia Tangelu juminusu 
Rrisbreiidenii 'ntra iu visu, 
*N terra vinni du celu susu, (2) 
E sì scordàu da paradisu, 
Pe itia bbera nostra avvocata,. 
Maria Cuncetta 'Mmaculaia. 

IV. 

Prima li santi tri persuni^ 
Patri, Figj?liiu e Spirita Santa,. 
Nei 'nJataru li tri corani 
E cu l'angeli a la canta. 
Supra la testa si li tenia 
La Mmaculaia Cancella Maria^ 

V. 

Poi h\ la figghiu Ddiu 
Cu na curuna graziusissima 
Chi ddi gloria l'arricchiu 
Chisu so. mairi santissima;. 
L'arricchiu la mairi amata: 
Maria Cancella 'Mmculata. 

VL 

Terzu fu Iu Spirita Santa 
Cu *na curuna cchiù prez'iusa 
E cu l'angeli a la canta 
Chi dczzi (3) gloiia a la spasa;. 
Gloria^ gloria, Spusa amata,, 
M;iria Cuncetta ''Mmaculauu 



VIL 

L'ultima fu la Patri Eterna, 
Chi nei desi la Coruna, 
Pe ddispiettu di la 'nfernu, 
Pe sgaberu (4) la gran lana; 
La 'ndotau la figghia amata 
Maria Cuncetta 'Mmaculaia 

Vili. 

Tanta bella siti vestita, 

Supa la la luna siti posata. 
Di la cela riverita. 
Di li stilli ncurunata, 
'Ncurunaia siti Ddia^ 
Mmaculaia Cuncetta Maria. 

IX, 

Dcppu poi la 'ncurunaia 
Di li celi fu 'mperatrici; 
Ped ogni anima fa chiamata, 
Ped ogni anima d'infelici; 
Ogni grazia disponi, 
La Maria Cuncezioni; 
Li disponi e cusi sia, 
'Mmaculaia Cancella Maria. 



(i) Andò. (2) Sopra. Intendi : Dal cielo di kssù. (i) Diede. 
(4) Sgabello. 

CANTI DI CINQUEFRONDI 



Virdi è la landra, (i) belli avi li sciuri,, 
Pirò porta amarizzi singolari, 
Ed eu la porta an petto titti l'uri, 
Pe pputiriti ddù cosi addimostrati: 
La virdi è signu di speranza e amari. 
Li sciuri su li toi bellizzi rrari, 
E l'amarizzi su li gran doluri, 
Chi la tua crudiltà mi fa passari. 
II* 

O stilla stralucenti, o ddea d'amurì, 
Di l'aquila t'adorna la berizza, 
Non poti saggia mano di pitturi, 
Pe mmu ti pina cu la gentilizza. 
lanca com'a la toi non c'è culuri, 
Non c'è pitturi a pingiri 'ssa trizza, 
E ccu ti guarda e non risenti amuri. 
Porsi ch'é orba o ciucciu (2) di capizza. 



i) Oleandro. 2) Ciuco. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 

Tipografia Passafaro 









'^Zt'\' 



' -v, hf tpIp • 



^ 






RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 1 — Novembre 1901. 



MONTELEONE 
Tipografia Passafaro 

neir OrfMiotrolio Provinciale 

1901 



^^..^^ ^.^^ ^ ^ ^ vj^..,*g.^^^-.^^ ^'^^^^ f^^ ^^^ ^^rfr' rì^fi ì^ i 



<^, ,*7*^ ji^ , <ìa^ ,*t* . ..:^, j?» gJ* |^> 




■^my.'^[}^:^jB■■'^r^'4'^^:':\^'4^z.^^^^¥ 






' ' ' ■>€.'-* 'i^B^^^w^B^K'W «eW:^BE^^i^BC«^^H I jig ^ ii i T i LftJfci^ ' wjra t -LiBD jafim—mi— lUi 1 -M-W II ■.limili— .1 _J>Pir ~inr «naivar nv^MHnp«t'4F^^^DKrwT'H«^^^w^^^v^w"« ^ 




ìiA*/^ /*,.^c 




* ^»fe * 



_^ 



[-xj^l Q/.P-Q& ciOJOp'O -^,1 C ,0 L- JH < pi ..., -,-. TQÌ or xiCC, QP^ >*J0) Of>g^jQ: ® 



r 



jfi^ruxo SCI-V - N*- 1 



LA CALABRIA } 




.^>^g^ ^>ÌJ^ >»aìi^ ^j^S^ cj^ì g^^^^^JD^^ ijxg; gt?<Tg ^B>:^£^x^: tX<E <gX<^ *^?ì^^«>g^^ i?>;>^^ jj>^^ g%@ 



*|| RIVISTA DI LGTTERAT0RA POPOLARE m 

1^1 



DIUKTTORK 



^•e» 



Monteleone di Calabria, Novembre 1901. 

SOMMARIO 

Monografia topografica folklorica sopra Um- 
briaiico ( C. Giuranna^ — Novellina di Guardia 
Piemontese ( G. De Giacomo ) — Indovinelli co- 
sentini ( Pasquale Rossi ) — La Madonna della 
Lettera in Pannaconi ( F. Mantella Profumi ) — 
Novella greca di Roghudi ( D. Nucera Abenavoli 
e P. Candela ) — Canti di Cinquefrondi e San 
Giorgio Morgeto ( G. Negali del Giudice ) — 
Sommario della Tradìtion. 

(Da una monografìa topografica folklorica 

SOPRA UMBRIATICO) 

B) l' ira e la gelosia. 
CANTI PER CORRIVO (de sdignu) 

Spesso tace la frase tenera, vellutata delle not- 
ti lunari, ammorbidita dalla gran pace, dopo il 
lavoro; ed erompe il verso aggressivo, ora risen- 
tito, ora minaccioso, rivelante l'animo esaltato 
dal rude lavoro dei campi : 

Na vipera ccu V occhi m'ha guarda tu, 
SeriT^a mi mn7^:^icare m'ha feruta; 
Tantu de ìu velenu chi m'ha datu 
Finca In probiu core si nrCl jntu; 
Medici e medicine nei su stati, 
E de sanati a mia nund'han potuta; 
'Nu sulu, 'nu rimedia un'àju avuta; 
Fa, ed ti sana chine t'ha feruta. 

Occhi di malandrina, nnu guardari. 
Man di st'occuohi ti fari vidire; 



Abbonamento ankuo 

Xjire 3- 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



Teni la cera di ìu survu amara; 
Nun è coma la mia chiara e gentile. 
È heru ca si' duci a lu parrari; 
Mala 'Pasqua li vegna a cui ti cride l 

>^ 
Sdegna che m'ài sdegnata 'u cori tantu, 
Di quanta l'aju amata mi nni penta, 
Cà prima mi puria 'na heddu Santp, 
E mo mi pari l'urtimu shaventu; 
Si scuntu *nu diavola 'un l tanta, 
E qaandu scuntu a tia storciu e sbaventu / 
'Aju cantata a jurillu de raggia 
Lu sa la cori toi coma s'arraggia; 

CANTI DI GELOSIA (de dispiettu) 



La gelosia vi campeggia attenuata, poiché le 
fanciulle fan vita ritirata ed appaion raramente 
nei ritrovi; solo la chiesa ha il potere di attrarle 
ed aggrupparle nelle festività religiose. Inoltre 
conoscono che un serio appiglio potrebbe far 
spargere sangue, onde si mostran caute e devote* 

Vurria sapiri cVedi sta tardanza, 
S' edi signu d'amari o cuntenen:ia; 
fornn ppe jornu lu mio focu avan^^a, 
E ppe d'amari a tia nei vo' pacen\a l 
Si mi dici de si, tegnu sperauT^a, 
Si mi dici di no, cerca licenT^a; 
Si bedda morirò ntra sta tardan:(a, 
Tu sala clangerai la penìten:(al 



Celo! non poi:(u cchiù sìa vita fari, 
Cnmporlari non po' st'affriltu cori; 
Su risoluta di mi nni allar^ari 
Ppe non sentiri cchiù tante paloril 
Si campu disperatUy lassa fari, 
Campa felici tu e cui mori morii 

>*^ 
Si mi hai d'amari a mia vammi riali. 
Tu boi di fari comu li dich'io; 
Duvi su donni, non ci praticare. 
Massimamente duvi non vogghiu io; 
Mancu de l'acqua ti fari toccare, 
Di t'acqua n'aju puru gelusia; 
Ca si voi acqua ppe ti nni lavare. 
Ti dognu sangu di li vini mia; 
Si voi tuvaglia ppe ti nni stufare, 
Lu muccaturu di la sacca mia. 

Passu ppe fatti mei, passa cantaudu, 
Nnn fa:(;^u 'mpacciu a nissuno chi sia, 
Si fa:^:^i 'mpacciu fa iettare banda, 
Caccia la porta di ^mmen^a la via; 
Nei fai 'nu mura di sessanta parmi, 
Ccussl non s lenti cchiù la vuci mia. 

Avv. Carlo Giuranna 

o|Booaoo»<){goo»oo#K)ai8oogoogCK)®oogoo«Ì^^ 

NOVELLINA DI GUARDIA PIEJJONTESE 

{Circondario di Paola) 



JOGÀ 



I na diamùngh, la màjr di Jogà i ve dir a figli : 

— Vaj alla clanga, e ve cait i na iripp di ciabr. 
E Joga ave andrà. Dopói a Tavè port a la cà, 

e la majr i gli ave dir : 

— Jeùr li la andrà lav avùnta glie jagk assai. 
E Jogà ave dir : 

— Va bèun ; e si ve cliiav in camin, e ave 
riv a la funidn, e ave dir ; — Esi a glie poch 
jagk — ; e ave andrà a fumdjar, e ave lóurnu a 
dir ca glère poch jagk. 

Camin, camin, ave anàra a mar, e ave dir: 
— Esi a glie jagk assai. — E ave cumunz a lav' 
la tripp. 

Dopòi ca r ave lav', ave vejr a passdr i na 
barch, e ave si ve chiav a far ségn abi la 
tripp. Gli marinier crijùndu chi Y era carchjùn 
chi vulingh mbarc, i si vdngh vicin, e gli van- 
gh dir : 



~ Chi l'è chi ti vòul ? 
E Jugal ave rispund : 

— J zi parcs bòungh sta tripp lava ? 

— An ! mala nova ti vegna ! Aiund ncu' 
chi li cunsón nù. — E van scind di la barch, 
e gli vdn fdr i na palidt, q dopói i gli van dir : 

Tu l' ha da dir : vóunt 'mpupp, marineir* 
rich ! — Tu capì ? 

Poviru Jognl a si ve chiav 'ncol la tripp, e 
si ve vij ppi si 'nard a la ed ; e ppi la via a 
Panava crijand : — Vóunt 'mpupp, marineir' 
rich ! — Ave riv e na caz, chi si stava jardànd, 
e jel ave crij : — Vóunt 'mpupp , marineir 
rich... 

— Ah ! mala nova ti vegna ! — i gli van 
dir i chigli chi stavan musànd lu fiéch — tu l'ha 
da dir: — Vóunt miersu ! vóunt miersu ! E gli 
van far i n'auti paliàt. 

Cammin, cammin, ave riv e na rob chi sta- 
van piccicand ina carcàra, ma i la puvin pà 
piccic; e Jogà ave crij: 

— Vóunt miersu ! vóunt miersu !.. 

Li pirsun chi stavàn piccicand la carcàra, i 
si van vi:in, e gli van far in'auia palidi, e po- 
viru Jugà, a cant, a cant, a si ve ricoglie a la ed. 

Ave pà trov la mair, picchi i ghiera and a 
la miss, e jel ave anàra a la truvàr a la ghiesia, 
e si ne port la tripp. Riva chi ve jes, ave jovir 
chi lu preiri a stav pridicand, e a disia : — Ppe 
sta tripp, vasèn tànt puccà ; ppe sta tripp, anèn 
a Tinférn.... 

Jogàl a si crij chi l'era ppi la tripp ca Tavia 
jel, e àvè dir: — Te' chi la vogliu pà — ; ea 
gli l'ave lap 'ncol ! 

Inu ves, chi ghcr din la ghiesia, i si ni 
sciund, e, ppi miracùl, i ne pà mord lu preir. 

VERSIONE 
JOGALE 

Una domenica, la madre di Jogale disse al 
figlio : 

Va' al macello, e compra una pancia di 
capra. 

E Jogale andò. Dopo la ponò a casa, e la 
madre gli disse: 

— Ora devi andare a lavarla dove ci è assai 
acqua. 

E Jogale disse: 

— Va bene. E si mette in cammino, e arrivò 
alla fontana, e disse : Qui vi è poca acqua — ; e 
andò al fiume, e tornò a dire che vi era poca acqua. 



Cammina, cammina, andò al mare, e disse: — 
Qui ci è acqua assai — , e cominciò a lavare la 
trippa. 

Dopo che r ebbe lavata, vide passare una 
barca, e si mene a far segni con la trippa. I ma- 
rinari, credendo che fosse qualcuno che voleva 
imbarcarsi, si avvicinarono, e gli dissero; 

— Che cosa tu vuoi ? 
E Jogale risponde: 

— Vi pare che sia ben lavata questa trippa? 

— Ah! mala nuova ti venga ! Aspettaci, che 
li accomodiamo noi. — E scesero dalla barca, e 
gli andarono a fare una bastonatura, e dopo gli 
disstjro: 

— Tu devi dire: — Vento in poppa, mari- 
nari ricchi ! — Tu hai capito ? 

Povero Jogale si mette sulle spalle la trippa, 
e si avviò per andare a casa; e per la via andava 
gridando: — Vento in poppa, marinari ricchi! — 
Arrivò ad una casa, che stava bruciando, ed egli 
gridò: — Vento in poppa, marinari ricchi!.., 

— Ah! mala nuova ti venga! — gli disse- 
ro coloro che stavano spegnendo il fuoco — tu 
devi dire: — Vento spegna! vento spegna! 

E gli vnnno a fare una bastonatura. 

Cammina, cammina, arrivò in un podere dove 
stavano dando fuoco a una fornace di calce, ma 
non potevano accenderla; e Jogale gridò: 

— Vento spegna! vento spegna!... 

Le persone, che stavano accendendo la fornace 
si avvicinarono [a lui], e gli fecero un' altra ba- 
stonatura, e povero Jogale, a stento, a stento se 
ne ritornò a casa. 

Non trova la maire, che era andata alla mes- 
sa, ed egli andò a trovarla alla chiesa, e porta 
seco la trippa. Appena arrivato, trovò che il pre- 
te stava predicando, e diceva: — Per questa pancia, 
facciamo tanti prccati; per questa pancia andiamo 
air inferno... 

Jogale credette che fosse per la trippa che 
aveva lui, e disse: — To' che non la voglio — ; 
e gliela scagliò addosso. 

Un cane, che era nella chiesa, si avventò, e, 
per miracolo, non addentò il prete, (i) 

G. De Giacomo 



(i) La £ivoIa o novella di Jugale — Jugina dicono a Cetraro 
e anche Juvali — nel Cosentino é comunissima; ed è da notarsi che 
sono parecchie novelle incatenate e disposte in modo, che sono con- 
seguenze le une delle altre. Per la qual cosa, quando si dice : G)niin- 
ciò ìnfavula di Jugana si vuol dire che si comincia una storia che 
non finisce presto. Jugale, come Perita, o Cicirinella è figura iiiteres- 
sante di melenso, stupido. In alcuni paesi e' é anche SeUisdanti, 



INDOVINELLI 



Questi indovinelli - detti nnuminaglia - fu- 
rono raccolti nel cosentino. Io li do insieme con 
la traduzione italiana. 

A' vistu mai nnu muortu nfantasia 

Si pigliare nnu vivu ppe cumpagnu ? 
Vannu gridannu ppe miezu la via, 
Dicianu parole ce' un si sannu. 

Hai visto mai in sogno 

Un morto pigliarsi a compagno un vivo ? 
Fanno gridando per la strada^ 
E dicono parole che non si sanno. 

La T^ampogna. 

Centu nidu e centu ova, 

Centu donne stannu ncova. 
Chi numina chista prova 
Li rigalu nnu paru d'ova. 

Cento nidi e cento uova, 

Cento donne stanno a covare. 

%A chi indovina questo indovinello 

Regalo un paio di uova. 

La melagrana. 
Ili* 
Tiegnu na scaiula i rubini. 

Né ssu grussi, nnè ssu fini ; 

Tutti quanti i nnu culure. 

Chi ci nnumina è figliu di mperature. 

Tengo uno scrigno di rtàini^ 

2ZJ son grossi, ni son piccoli; 

Ma son tutti d'un sol colore. 

Chi indovina cosa sieno i figlio d'imperatore. 

I chicchi della melagrana. 
IVO 

Tiegnu n'arburc pizzilleri 
Ccu tricientu cavalieri 
Ed armata cappellina. 
Figliu i re chi ci nnumina. 

Tengo un albero dalle foglie seghettate 
Con trecento cavalieri 
Ed un armata con cappelli. 
Figlio di re chi indovina. 

La quercia con la ghianda. 



Cc'è nna mamma nfigliolata, 
Fa ri figli ntra li spine, 
Nna cuverta ricamata 
A culurè di rubini. 

CI una madre con molte figlie 

La qtiale depone i nati in me:(^^o alle spine. 
Una coperta ricamata 
Color di rubini 

Il fico d' India. 
VJo 

Tiegnu n'arbore 'n Catalogna, 
Tante cime e tante foglie. 
Tante foglie e tante cime. 
Figliu i re chi ci nnumìna. 

Ho un albero in Catalogna^ 

In cui le cime son tante qnanie le foglie^ 
E le foglie tante quante le cime. 
È figlio di re chi /' indovina. 

Il libro. 

VIP 

Tiegnu nna cosa di marmorea spoglia, 
Diu ci la criò ppe meraviglia. 
Chini numina sia gran nnuminaglia 
Li dugnu nnu cavallu ccu la vriglia. 

Tengo un oggetto dalla spoglia marmorea 
Creato da Dio per meraviglia. 
%A chi indovifta questo indovinello 
Darà un cavallo con la briglia. 

V uovo. 
D/ Pasquale Rossi 

LA MADONNA DELLA LETTERA 

133. IPaziziacozii 



La festa della Madonna della lettera in Pan- 
naconi, cade nella prima quindicina d'ottobre, ma 
i preparativi, naturalmente, cominciano un buon 
mese prima. Il Priore e il comitato pensano, ra- 
gionano, ordinano, dispongono tutto, perchè la fe- 
sta deve riuscire di completo piacimento a tutti 
i contadini, o meglio a tutto il Paese che fa poi, 
per conto suo, le crìtiche poco pensate e molto 
taglienti.... 



Quello è uno dei giorni più rumorosi, più 
belli — a delta loro — per Pannaconi e bisogna 
goderlo ! 

In fatto la vigilia, che è sempre un sabato, 
si smette il lavoro dei campi quando il sole è 
ancora alto, si torna in paese e si ha un gran da 
fare intorno ai corpetti chiari a colori crudi, ur- 
lanti, coi nastri color ponsò, bleu marin e in- 
torno a gli oggetti d'oro che dovranno brillare 
domani al sole domenicale. 

Intanto suona il Vespro e lutti corrono in 
chiesa a pregare la Madonna bella^ la quale bril- 
la fra la carta dorata, i panneggi rossi, i fiori 
di campo e la luminaria. 

Da lei si aspettano tutti i miracoli dell'annata 
e quando avviene la cSvelazione» scoppiano in- 
vocazioni, preghiere, mentre più di tremila mor- 
taretti e la musica venuta da un vicino villaggio 
fanno di tutto per dare l'illusione del terremoto* 

Qui finisce la vigilia chiesastica, ma sotto 
le alberelle della piazza comincia il concerto mu- 
sicale, che chiama tutti i contadini e financo il 
sindaco tra le guardie parate a nuovo e Y arci- 
prete tra il priore e il diacono. La notte i più 
non dormono, ma quelli che vanno a letto nelle 
prime ore della sera sono gii alzati alle prime 
del mattino. Se non ne avessero voglia, due ter- 
ribili tamburi, i mortaretti, la banda coi pennac- 
chi rossi e gli strumenti lucidi, le cornamuse, 
farebbero di tutto per supplire ampiamente... la 
voglia... 

E si può dire che contadini e contadine co- 
minciano l'abbigliamento: corpetti di seta, cal- 
zoni di velluto, gamurre indaco-scuro, scarpe lu- 
cide — tutte le gale, insomma, dei due sessi in 
commozione.... 

Vengono i forestieri e non bisogna scompari- 
re — ne vengono dal'a vicina Monteleone, dai vi- 
cinissimi borghi di Cessaniti, S. Marco, Conido- 
ni, Sciconi etc. E la piazzetta si popola e su gli 
usci le vecchie guardano qudli che passano col 
sigaro in bocca e il naso in aria e le belle con 
la tovaglia bianca e gli orecchini grossi come un 
pugno. 

Il Gigante e la Gigantessa — enormi fantocci 
di cartapesta — a suon di tamburo, girano le 
viuzze, portandosi dietro tutti i monelli del paese. 

Ma ecco la messa solenne ed ecco tutti a 
prender posto in chiesa, a sentire il nuovo padre 
predicatore. 

Mentre il predicatore si cambia ogni anno, 
la predica è sempre la stessa: si sa, la Lettera è 




panila da Messina ed é andata a quella bella mam- 
ma che adesso ha sotto il suo manto Pannaconi... 

Come la predica finisce si grida « Viva ! » 
al predicatore. 

Anche qui nuovi mortaretti, nuovi strepiti.... 
musicali, nuovi canti.... 

Ora si pensa alla processione. 

La Madonna portata su le spalle di quattro 
contadini, gira il paese e si ferma per ricevere 
i voti, quasi ad ogni porta. I voli sono: braccia, 
mammelle, piedi, teste di cera; ma più accette 
sono le carte da dieci e da cinque lire, che si 
appuntano alla veste ricamata d'oro della Madon- 
na. Cera, grano, granone, faggioli, fichi secchi, 
sono pure ottimi voli, beninteso. In ricambio di 
questi doni, si canta la litania in musica.... E il 
popolo intero dietro la musica, guarda ed am- 
mira la devo:(ione di chi più può e più ài. 

Cosi la sera ammira la luminaria su la piaz- 
zetta e ascolta religiosamente una traviatissima 
Traviata o le malcapitate canzoni napoletane, con 
gli occhi stralunati, come davanti a un miracolo 
di novità. 

La novità colaggiù arriva col solino alto del 
nipote del sindaco, o col thait a coda di rondine 
del dottore e si che c'è gusto a guardare queste 
cose intraviste a pena fuori paese !... 

Davanti poi ai fuochi quei poveretti sono pre- 
si da una vera frenesia, mentre che col cambiar 
di girandole cambiano color di faccia, ora giallo 
ora rosso, e smaltiscono il vino del pomeriggio 
in grida acute, selvagge e spesso anche in dolo- 
rosi fatti.... 

Cosi passa la festa e i vecchi tornano a casa 
con le mani incrociate dietro la schiena, a fare 
i commenti, e i più giovani fanno galloria per 
le vie o cantano alle finestre fiorite, canzoni d'a- 
more (ne da'ò un sagi>io nel prossimo numero di 
questa Calabria) fino all'alba sotto il cielo stellato... 

F. Mantella - Profumi 



PINGI SPANGI 

]bTo'^elliziei grxeca. di Z^og-li-vA.dJ. 

TESTO 
O Fingi Spangi ito ena sordato pu viaia epe- 
ze ce viata ehanne. Mia nimera ito tos narrag- 
guemmeno pu ecrasce ton diavolo na tu pulisi 
tin spighi. Ecinos tu ecumparespe. Sane o Fingi 
Spangi ton ivre, erifii na tu cospi tin cefali. 



— Fose ? tu errispurdespene o diavolo. E su 
me ecrascese, ce arte dhelise na me spascise? 

— Adunca esu ise o diavolo ? 

— Mane: ecino simrao. Ti dhelise? 

— Dhelo na su pulio tin spighi, ma sane 
pezo, esu chise na me camise na vincespo viata. 

Mane. Ma cannome to harti. 
Ce oiuse ecamai. 

— Addunca, ìpene o diavolo, sane è pu pez- 
zise, canuna abbucatu tise buffetta : sa ne pu me 
dhorise, pesce ti vincevies*; sa ne pu de ne me 
dhorise, mi pesci ti ghannise. 

Ce ejavi ta iattitu. 

O Fingi Spangi embedhi pezzonda ce ecame 
pose tu ipe o diavolo, ce vmcespc poddi dineri, 
tos pu eplusane. Sa ne teglioe ton chero, ejavi 
sto spitindu, pu ecanne olo calo. Sane tuto este- 
chene sto spitindu, erte ena hrono asce pina. 
Tote o Fingi Spangi ejavi se ena campo ce or- 
toe mia putiga. Sane idonne na fau ton pluso, 
epianne dineria; tone povero dene tose epianne 
tipote. Miane imera epassespe ecitte o Christo ce 
o ajo Fetro: 

— Esu ise ghamcno, ipe o ajo Fetro tu Fin- 
gi Spangi. Zita mia grazia tu Christu; ande pai- 
se sto nferno. 

— Mane. Diielo na eho mia cerasia pu na 
ehi cerai»a asse pasa chero, ce pise sclapenni na 
mi soi caievi. 

Ce o ajo Fetro : 

— Mia niddi. 

— Dhelo dio mazzudde pu na torviu corpo 
sane to lego ego. 

Ce o ajo Fetro: 

— Mian addi. 

— Dhelo ena scanni, pu pio cadhenni eci 
apano na misoe ghetti pleo. 

— Ce den eghi pleo ? ipe o ajo Fetro; ise 
hameno. 

Sane o Fingi Spangi ihe na pedani, ejavi o 
diavolo ce tu ipe : 

— Dà! pame. 

— Fame, erispundespe o Fingi Spangi; ma 
egua na fai liga cerasa. 

O diavolo esclapie sti cerasia. Tote o Fingi 
Spangi estiie te mazzudde ce educai tu diavolu 
possu corpu esoai ce de ne esoai. Sane o diavolo 
ejavi sto nferno pleo pedhammeno para zondarise, 
tose ipe ione addho diavolo ecinò pu tu ecanne ' 
o Fingi Spangi. 

Apoi ejavi enase addho diavolo: 



6 



— Alò! panie, Fingi Spangi. 

— Mane; ma cadhu mia pundedda. 

Ce o diavolo se ecadhie sto scanni, putte de- 
ne isoe pleo gherti. O Fingi Spangi estile te 
mazzudde ce ducai ciola ccinu possu corpu esoa 
ce de esoa. Efighe cuddizzonda ce tatose o dia- 
volo. Sane evrai oli i diavoli ti o Fingi Spangi 
ettroscesme tundu dio, de ne edhelie cane na pai 
na to piri sto nferno. Sane o Fingi Spangi epe- 
dhane, ejavi monaghostu ce abbattespe sti porta 
lu nferno. 

— Fio se è, ipai ossotte i diavoli. 

— È Fingi Spangi. 

— Egua ta fatti su; dene ehi loco ja essena. 
Dhoronda Fingi Spangi ti o nferno den to 

aficai, ejavi sto Faradiso ce ecuddie tu aghiu Fe- 
tro na tu anisci. 

— Fio ise? ipe ossotte o aghio Fetro. 

— O Fingi Spangi. 

— Egua; esu dene ezzitie tu Chrisiu ti ne 
grazia. 

— Ce acraniscemu posso to ivro andi gha- 
ramba ce poi pao. 

Ma pose a aghio Petrose anisce, o Fingi 
Spanai erisce to scanni, ecadhie eciapano, ce o 
aghio Fetro dene ton isoe ghertai. pleo; ce ami* 
ne sto Faradiso. 

Sane ton ivre o Christo, tu ipe tu aghiu 
Fetru : 

— Jati de idhelese na afichi ton Fingi Spangi 
na mbei sto Paradiso? 

— Jati ito pulinda ti spihi tu diavolu, ce 
poi essa de se ezzitie ti grazia tu Faradisu. 

— Afisto; ecino ene daveru ti epulic ti spihi 
tone diavolo, ma ja na canni calo tonc povero. 

RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



*0 Fingi Spangi 5jto ?va sordaio iroO ^tàxa 
STOxt^e xol ptàra ly(OLy^t. Mfav f^|iépa -f^xo xóaaov 
arragguejipivo, tcoO Jxpo^e tòv Stà^oXo va toO ttou- 
Xf^oig •rijvtpux^» 'ExeTVo; xoO ecumpareuae. Siv 6 
Fingi Spangi xòv 7)5pe, épfcpxY] va xoO xó^l^g xf^v 

— TlGyq] xoO errispundcuae 6 Stà^oXo, lab jiè 
Jxpa^ec xal àpxt OéXct^ va jiè ^(pi^Tj^; 

— Adunca lai) claat 6 S.à^oXo; 

— Ma vai' èxelvo^ efjAjAat. Tf OlXet^; 

— 0£Xa) va ao5 TZOiyX-f^otù x))v ^X^) V'^ ^*^ 
Trofeo), lab ?X£t5 va jià x4(ìy;€ va vinceuao) ptixa. 

— Mi yod' |Jià xàwojie xò y^aip'd. 



Kal oOxtog èxà(juxat. 

— Addunca, e^Tiev 6 Stà^oXo, aàv è to>0 7ca(- 
Cetc, xovouva inoxixa) xf^g buffetta. Sàv etvot tioO 
jiè Oopelg, Tcol^e, \i vincevieg* aàv efvoct tcoO 8èv 
jiè ewper^, ji^ nd^i;, *xt x^vvEt^- 

Kal àytipr) xà fatti xou. 

*0 Fingi Spangi è|ipa(67) icaf^ovxa xol gxaftó 
iifi)€ xoj e^Tie 6 Stà^oXo, xol vinceuae mkh Stvépi, 
xóaao TToD èTcXouaocve. 2àv ixiXtuùot xòv xotpò, 
àytipr) \ xò arrfxtv xou, toO Jxowe 8X(i) xoXó. 24v. 
xoOxo 6arexev \ xò arrfxtv xou, Spxe Sva xpivo i^^ 
TOlva. Tóxe Fingi Spangi ifiil^ri ^' 5va xàjATW) xal 
6p6a)ae p/a putiha. Eàv ^we va cpiou xfi>v tcXo6- 
ao), èTrfawe Srjvlpta, xfi)V povero) 8èv xù^ è^rfawe 
xfTTOxe. Mfav impipa epasseuae èxecOev 6 Xptoxò xal 
6 (Sfyto néxfo. 

— 'Eoi) elaat x*l^^®> ^^^^ ^ ^^ Iléxpo xoO 
Fingi Spangi, ^ir^xa pia grazia xoO XptoxoO, (Jv 6è, 
Tcàet^ \ xò nferno. 

— Ma yod' eéXo) va 5x^ p(a xepaofa toO va 
^Xìl ^p4<Ja <J^ ^iaa xatpò xal nóTo; oxXaitówet v4 
p}] adKTj) xaxafpr). 

Kal 6 Sr(io Uéxpo' 

— M(av dtXXr). 

— OéXo) 56o mazzuddhe va xpap/^ou corpo aàv 
xò Xéytù èyé. 

Kal 6 &yio néxpo- 

— Mfav dtXXr). 

— 6éX(ù Iva scanni, to>0 tzoXo xaOiwet èxel 
àTcàvo) va p^ aàaY) ylpxet tcXIo. 

— Kal 8èv Ix^t TcXio; sins, 6 (Syto Iléxpo- efoot 
Xapévo. 

2àv 6 Fingi Spangi efxe va itotOiv^, tfiU^yi 6 
ScàpoXo xal xoO tlm' 

— Dà ! Tcifie. 

— ni|u, errispundeuae 6 Fingi Spangi, jià 
5xpa va cpiifl 'Xfya xepiaa. 

*0 Stà^Xo èaxXÌ7n)ae \ x)) xepaafa. Tóxe 6 
Fingi Spangi SaxetXe xal muzzuddhc xal ISctwcaot 
xoO 5capóXou Tcóaaou corpu èaciaaot xal 5èv èaci- 
aaat. Sàv 6 5tà^oXo èycàpr) '; xò nferno nkéo nat- 
Oappévo Tcapà ^(ovxipY)^, xò; efice xiv dtXXo) Sia^óXco 
ixelvo TioO xoO Ixawe 6 Fingi Spangi. 

Apoi àytipT) Ivo; àXXo ?tà^Xo- 

— Alò ! Tiàfie, Fingi Spangi. 

— Ma yod' pà xàQou p(a pundeddha. 

Kal 6 Sti^Xo; Ix46iae *; xò scanni, iroOOev 8èv 
f^acoae TcXéo fipiei, '0 Fingi Spangi laxetXe xol 
mazzuddhe xal *6(I)xaat xtóXa èxefvou róaaou corpu 
laàaaat xal 8à èawaaat. 'Erpoft xoXuaovxa xal xoOxo^ 
6 8tàpoXo. Sàv rj&paat 5Xot o£ 8iàpoXot *xt 6 Fingi 



Spangi (Èxpe^e |ià?) touv' xou Suo, 5àv i9éXY)ae 
Kovè va tcìtq va tò Tc/^pig 'g xò nferno. 2àv 6 Fingi 
Spangi èTiaMave, èytapr) [iovoxig xou xal abbatteuas 
'5 xij Tiópxa xoO nferno. 

— IIolo^ è ? elicaat iawOev o5 StàpoXot. 

— È Fingi Spangi. 

— "Expa xà fatti aou* Sàv lyei loco ytà èaolva. 
0a)pfi)vxa Fingi Spangi 'xt 6 nferno 5èv xò a^•f^' 

xaat, èy^^Pì *€ '^ò IlapaSfao xal ixwXuae xoO àyfou 
néxpou va xou àvo(^. 

— Eolo efaat; etTre 5aa)9cV 6 Syto Iléxpo. 

— *0 Fingi Spangi. 

— "Ex^a. èob 5àv è^i^vrptQ xoO Xpcaxo j x))v 
grazia. 

— Kal àxp' ivoi^é jiou itóaao vi TjBpo) àn* xl] 
)(àpaY|Ax, xal poi tcìo). 

Mi TcG)^ 6 «^Yto néxpo^ àvot^e, 6 Fingi Spangi 
Spt^c TÒ scanni, èxàOtae èxel ìtcìvo), xal 6 ^yto 
néxpo 5èv xòv Jatoae Ylpxet tcXIo, xal S|i£tve \ 
lò IlapaSfao. 2àv xòv Yj5pe 6 Xptoxò, xo5 tlize xo5 
àyfou néxpou- 

— Ftaxf Sàv fjOeXe^ vi àcp'/jXiQ tòv Fingi Spangi 
va V?^^ *5 '^^ IlapaSfao; 

— Ftaxl ^xo TiouXif^aovxa x>) tpu^^ xoO Sca^óXou. 

— ''A(pr)^ xo* èxelvo elvat daveru 'xi èTiouXrjae 
x))V tjn^x^ tG)V ScapóXo), |ià ^iòl va xà|i7j xaXò xfi)V 
povero. 

VERSIONE 

Fingi Spangi era un soldato che giuocava 
sempre e sempre perdeva. Un giorno era tanto 
arrabbiato, che invocò il diavolo per vendergli 
Tanima. Il diavolo gli conr^parve. Fingi Spangi, 
come Io vide, si slanciò per ragliargli la testa. 

— Come ? gli disse il diavolo ; tu mi hai 
chiamato ed ora vuoi ammazzarmi ? 

— Dunque tu sei il diavolo? 

— Si, son desso. Che vuoi ? 

Voglio venderli l'anima; ma, quando giuoco, 
tu devi fare che io vinca sempre. 

— Si ; ma facciamo il contralto. 
E cosi fecero. 

— Dunque, disse il diavolo, quando tu giuo- 
chi, guarda sotto il tavolino ; vedendomi, giuc- 
ca, perchè vincerai ; non vedendomi, non giuo- 
care, perchè perderai. 

E andò per i fatti suoi. 

Fingi Spangi cominciò a giuocare e faceva 
come gli disse il diavolo, e vinse molto danaro 
ed arricchi. Quando fini il tempo di giuocare 
andò a casa, dove faceva bene a tutti. Stando a 



casa, venne un'annata di fame. Allora Fingi Span- 
gi andò in una campagna e mise su una bottega. 
Quando dava da mangiare ai ricchi, egli prende- 
va danari; quando dava da mangiare ai poveri, 
non prendeva niente. Un giorno passò di là Cri- 
sto e S. Fietro. 

— Tu sei perduto, disse S. Pietro a Fingi 
Spangi. Chiedi una grazia a Cristo; se no, andrai 
air Inferno. 

— Si : voglio avere un ciliegio, che abbia 
ciliege in ogni tempo, e chi vi sale su, non pos- 
sa scendere. 

E San Fietro. 

— Un'altra. 

— Voglio due piccole mazze, che diano dei 
colpi quando lo dico io. 

— Un' altra. 

— Voglio uno scanno, che chiunque vi si 
siede sopra, non possa alzarsi più. 

— E non hai a dimandare altro ? gli disse 
San Fietro ; tu sei perduto. 

Quando Fingi Spangi doveva morire, il dia- 
volo andò e gli disse: 

— Via ! andiamo. 

— Andiamo, rispose Fingi Spangi, ma va' a 
mangiare poche ciliege. 

Il diavolo sali sul ciliegio. Allora Fingi Spatì- 
gi mandò le piccole mazze, le quali dettero al 
diavolo tante busse quante ne poterono. 

Quando il diavolo andò all'inferno più mor- 
to che vivo, disse agli altri diavoli ciò che Fin- 
gi Spangi gli aveva tatto. 

Foi andò un altro diavolo : 

— Via I andiamo. Fingi Spangi. 

— Si; ma siedi un pochino. 

E il diavolo sedè sullo scanno, donde non po- 
tè più alzarsi. Fingi Spangi mandò le due piccole 
mazze, le quali ne dettero al diavolo quante ne 
poterono. Anche questo diavolo andò via gridan- 
do. Avendo veduto i diavoli che Fingi Spangi 
acconciò in tal modo questi due, nessuno volle 
andare per condurlo. 

Quando Fingi Spangi mori, andò da sé al- 
l' inferno e bussò alla porta. 

— Chi é '< dissero i diavoli di dentro. 
—- È Fingi Spangi. 

Vattene per i fatti tuoi; qui non e' è posto 
per te. 

Fingi Spangi, vedendo che all' Inferno non 
lo lasciavano entrare, andò al Paradiso, e chia- 
mò San Fietro, perché gli aprisse. 



— Chi è? disse San Pietro di dentro. 

— Fingi Spangi. 

— Via ! tu non hai chiesto la grazia a Cri- 
sto. 

— Apri un pochino, per farmi vedere un po' 
dalla fessura, e poi me ne vado. 

Ma come San Pietro apri, Pingi Spangi get- 
tò lo scanno, sì sedè sopra, e San Pietro non 
potè farlo alzare più, e quello rimase nel Para- 
diso. 

Quando Cristo lo vide, disse a San Pietro: 

— Perchè non volevi fare entrare Pingi 
Spangi in Paradiso ? 

Perché vendè l'anima al diavolo ed a voi 
non dimandò la grazia del Paradiso. 

— Lascialo : è vero che vendè V anima ai 
diavoli, ma per fare bene ai poveri. 

D. Nucera Abenavoli e P. Candela 

CANTI DI CINQUEFRONDI 

vcootiouazione : v. n. precedente) 



III. 

La to' berizza è la rruvina mia; 
Bbera, mi fa' campari disperatu; 
Si siaiu (i) n' ura e po' non viu a ttia, 
Tuttu mi sentu di focu arumatu; (2) 
E. si pittura fussi st' arma mia, 
Pittari ti vorria 'nta 'nu gran quatru; 
Bbera e pituta po' t' adurerra, 
Standu notti e gghiornu andinocchiatu. 

IV. 
Si passu di cca mmenzu, chi ni fozzu ? 
An coru (3) non mi levu 'ssi to' mura; 
No sbasciu (4) li to' turri e lu palazzu, 
E mancu a ttia levu la ventura; 
Tu mi mandasti a diri lu mmimazzu, (5) 
Chi nd' 'ai mu mi vidi an sepurtura; 
Dinci mi nesci fora 'ssu smargiassu, 
Ch' iru non mi faci, no, paura. 

Lamento del soldato che parte pel reggimento 
V. 

O mamma, novi misi mi levasti. 
Po' vinni r ura e ttu mi parturisti, 
Cu marucchèlli (6) e latti mi cibasti. 
Mamma, pe lu rre tu mi crescisii; 
Quandu a la seggiulùzza m' assittasti, 
A ppericulu di morti tu venisti; 
Quandu nova di màsculu sentisti, 
Curpasti, (7) mamma, chi non m' affugasti. 



Canti di S. Giorgio Morgeto 

I. 
Giuvani beju, galanti, pulitu. 
Levati, ca ti vinni a ssalutari; 
Na palureja nd' aiu mu ti dicu, 
Giuvani coni' a tiia non e' è l' uguali; 
O facci di *n' arangu (8) culuritu, 
Sciuri di primavera naturali, 
Bbeata cu ti pigghia pe mmaritu, 
Nd'avi lu paravisu e nuju mali. 

II. 
O Teresuzza, co ss' occhi di fata. 
Tu si' lu refrigeriu di 'sta vita : 
Sulu 'na vota ti vini 'ffjcciata. 
Ed e* ti vozzi (9) si, cà si' ppulita; 
Bisognu non nd' avisti di mbasciata, 
M' arritirasti cu la calamita. 
Tu sa', quandu sarà la gran ghiornàta ? 
Tu mi ti godi starma ed e' 'ssa vita. 

IIL 
E pe la chiazza (io) la vitti passari; 
Cu 'nu ippuni (11) d'oru a la pulita; 
Cchiù di tri voti mi volia iettdri, 
Pe mrou vasu la vucca sapurita. 
Lu cunfessuri mi dissi : Ch' à ffari ? 
Cu' vasa donni nei nppizza (12) la vita. 
Ed eu nei dissi : dassami vasari, 
Cà non m' amporta, si pperdu la vita. 

6. Negali del Giudice 

(continua) 



{ì) Sto (2) Acceso (3) Sul collo (4) Abbasso C5) Minaccia. 

(6] Bocconcini • è proprio il cibo masticato e poi tolto dalla 
bocca per nutrirne il figliuolo. Le donne della Piana usano spesso ci- 
bare cosi i loro piccini. (7) Colpasti. (8) Arancia (9) Volli [io] Ptr 
la piazza del paese [ii| Giubbone, Il corpetto li;i] Arrischia. 



SOMMARIO DELLA TRADITIOH 



XV. année. T. XL (N« 119) Paris, Octobre 
1901 — Qneìques Usages Vjligieus à Nantes au 
SKoyen - Age (Dominique Caille) — Vroverbes des 
mois : Octobre (avec giavure) — Conte de F ceuf 
(Luigi Bruzzano) — Lille (Emile Lante) — Cent 
Trente Nouvelles Intdites de Ludovic Carbone (D.' 
Sianislas Prato) — Gakrie Traditionniste : Louis 
Quarri - Reybourbon (avec portrait) H. C. — Chro- 
nique — Bibliografie — Bibliografies des Provinces — 
Journaus et Revues. 

Direttore resp. Luigi BruzzanO 
Tipografia Passafaro 




«►' 




i 



& 



» 



^ 



^ 



» 



:^ i^ 








^1^4^-^'^ ''i^4^4g^ V'ife-'i^^j^-èil V ' Jif '■j^^^i^^^^^g'l^ V>Ì8Ì"t^^Ì^ ®^i 






RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 2 — Gennaio 1902. 



MONTELEONE 
Tipografia Passafaro 

neir Orfanotrofio Provinciale 

1902 





i.«fe,.a»^ ^ .«fe^«a.^^«i»^.«&.>86^«&..«&^q»^^^»a,.f&.,«&^«&..«fe^«t».^. A.^^^ .»/»., 



ii^ 






4 






4 

4 

4 



A 

'ili 



Ì1 
I 



4 



4 

4 







^* 



^^ 






\ 






M'* t^ "^ 






^ *a 



i^^^^Qj-.O/^-Jpg'O^.O^K ■-;jC'.Otv?&<iO 0?L'-] ■ - cf o} O i ■ r 'i 0! 1>-<: •■--^ O- O f>Qi<l0S', 



yì^ 



e 



1 
f 



e) 



-^amo 3EX^r - ÌT. 2 



(*1ÌI^ 



LA CALABRIA I 







«# 



^S|j RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE f» 




^^T 



Monteleone di Calabria, Gennaio 1902. 

SOMMARIO 

Monografia topografica folklorica sopra Um- 
briatico (C. Ginranna) — Usi e costumi del po- 
polo Reggino (G. Magali Del Giudice) — Canto 
albanese di Falconara (F. Riggio) — Novellina di 
Guardia Piemontese (6. De Giacomo) — Proverbi 
di Pannaconi (F. Mantella - Profumi). 

(Da una monografìa topografica folklorica 

SOPRA UMBRIATICO) 
C) CANTI MATERNI — (Ninne) 



É il meriggio : V ora più calda e soflTocante 
della giornata, destando il sole vampate sui muri 
screpolati e sul terreno riarso. L*ah incombe su 
tutto, ed una grande sonnolenza invade le cose 
vive. Appena appena qualche galletto gitta il 
*^ chicbirichl „ che per Y alto silenzio si ripercote 
lontano confondendosi col gracidar delle cicale, 
aggruppate sui circostanti olivi. Ma se gli uomi- 
ni sudano, lavorando per gli arsi campi, la buo- 
na compagna non si lascia vincere da quel lan- 
guore estivo, che invade le membra : ella, mez- 
zo disc'nta, agucchia celere mentre col piede 
muove cadenzatamente la culla, e spesso, dalle 
porte socchiuse, vien su per l'aere la dolce can- 
tilena, delta " NINNA NANNA „ per addor- 
mentare " u quatrarellui:(u „. 

Vieni, stwnnH, e vieni de luntanUj 
Chiudali bocchi e nun li fari mali, 
Vieni, suonnu, vieni, ed fasptttu. 



DIRETTORE 



«» garo sa fiir«CTJ ^UggiaaiB^5^ m^3L 

M 



Abbonamento annuo 

Lire 3. 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



De rosi e iuri ti conT^a lu lettu. 
Dormami, beddu miu, dorma, addormenta. 
Lettu de iuri e cuscìnu di menta. 
Figghiuma bieddu tri cosi mi vodi: 
%ìcchi:(j^a, sani itali e buonu cori. 
Lu suonnu, cori min, i tantn cani, 
Nun ci su mastri chi lu sanu fari. 
Lu fida Cristu ccu la sua virtuti 
MancH a ri santi lu voT^a mparari. 



Guarda chi gabbarla chi fa ru suonnu, 
Lu chiamn a sira e iddu vena a ghiornu ! 
Dormami, beddu miu, dorma a bonura 
Ca Din ti manna la bona furtuna : 
Dormami figghiu caru de la mamma 
Ca Din ti manna *nu distinu grannu. 
T)ormami, beddu miu^ dormami e crisci 
Qimu a ru mari criscianu li pisci. 
Dormami, beddu, ca l* KAngiulu passa 
Finga ti pig^hia e ru suonnu ti lassa. 
Dormami, figghiu, ca tu vo' regnari 
E va' aviri li ricchÌ7^7^i de lu mari. 

D) CANTI IERATICI — (Can^uncine) 



Le brune contadinelle e le vecchie rugose 
non affidano al canto le sole speranze della gio- 
vinezza o le materne " Ninne,, ma spesso, di ac- 
cordo, la voce argentina si unisce a quella tremula 



10 



e rauca, per rivolgere al santo prediletto le aspi- 
razioni del cuore, ovvero per invocare Maria, sia 
quando veste la nera gramaglia dell'Addolorata, 
sia quando fulgida s'innalza sulla castellana, av- 
volta nel mantello dell'Immacolata. 

Allora, il lento salmodiar del prete è inter- 
rotto, o seguito, da un coro di voci : 

Santa Dunutu nobili e gentili^ 
Li gra:(i chi ti ciercu nCha' de fari 
Ppe quannu predicasti a li mpidili 
Li cavaddi facisti nghinocchiari ; 
Cussi li gra^i m'ha' de cuncediri 
Cumu facisti Vostia cun^acrari. 



San Pasquali mìu, sf gran Santuni 
5r prutitturi de tutti li Santi, 
Stai a la spadda de Nostro Signuri^ 
Si* Vawucatu de li peccaturi. 
5. Pasquali miu, pensaci tuni, 
Vensaci tuni e nu*nC abbandunari: 
La sacciu ciertu ca mi po' aiutari; 
^Aiutami, 5. Pasquali, vui chi potiti, 
^tra si bisuogni mei chi mi viditi. 

S. Numinicu miu viatu, 
Ssu T(isariu a vui fu datu, 
E !\Caria la Virginedda 
Tutta pura e tutta bedda, 
A vui lu prisentamu 
NT^emi n:(emi a Diu pregamu ; 
Offeriri lu voi tu 
A Maria ed a Gesù ? 
Nui volimu a Diu ppe patri 
A Maria ppe nostra matri, 
NT^emi n:(emi ncumpagnia 
S. Numinicu, Giuseppe e Maria. 

Sia lodatu ogne mumentu 
Lu Santissimu Sacramentu, 
Oje e sempri sia ludatu 
Gesù miu Sacramentatu. 
Benedittu ancora sia 
Ntra lu sinu de Maria, 
Chi ni de:(a chistu figghiu 
tantu beddu, cumu ghigghiu: 
Veni, amanti miu Signuri, 
Veni mpiammaci i' amuri. 
Fa chi sia ssu cori miu 
Tuttu tuo, miu caru Dui 
Fa chi sia chiss^alma mia 



Tutta tua, dulci Maria: 
Duìci cori de Gesù, 
Fa chi t'amu sempri più ; 
Dulci cori de Maria, 
Fa chi fama l'alma mia. 

Avv. Carlo Giuranna 

USI E COSTUMI DEL POPOLO REGGINO 

IL NATALE. 

Mentre 

.... gli splendori antelucani 

Che tanto ai peregrin surgon più grati 

Quanto tornando albergan men lontani 

fugano a poco a poco le notturne tenebre dal 
nostr' orizzonte, sul quale sfolgorerà più tardi 
biondo e vivido il sole d'Italia, una rauca e me- 
lanconica voce disposata a' flebili accordi in mi 
minore del violino, dell' organetto, del mandolino, 
della chitarra, canta : 

O ggillestri trìniuti, 

ti la piggbi 'sta novena ; 

dì Maria summa buntati, 

ora cantu la gran pena. 
Maria santa senda prena 

di 'ddu Ddlu 'ncumnatu, 

rrisintiva 'na gran pena 

ch'era giglin 'mmeculata. 
Di Nazareth 'ntra lu statu 

A 'ddu tempu si truvava 

Na rrignanti scilliratu 

Chi lu populu obbliciva. 

È il tanto popolare novenaro, seguace del 
nostro jaculator domini Carmelo Laurino sopran- 
nominato mma:(^a-patri, uno di quella oscura clas- 
se di suonatori ambulanti, la cui quotidiana esi- 
stenza dipende dai pochi quattrini, procacciatisi 
col suono nelle diverse feste della città e dei 
paesi più vicini e colle dialettali novene, raccol- 
te in un vecchio zibaldone, che lo stesso Lauri- 
no scrisse di proprio pugno. 

Adunque, sin dall'alba del i6 Xbre di que- 
sto mese sacro e famoso, perchè 

A li quattru è di Barbara, 
a li sei di S. Nicola, 
a li ottu di Maria, 
a li tridici di Lucia, 
e vinticinqu du Misla. 

e contiene i catamisi (cioè dal 13 al 25 ogni 
giorno corrisponde alle condizioni fisiche dell'a- 
nalogo mese dell'anno) il novenaro col suo roz- 
zo canto plebèo, schiude le anime nostre verso 
la soave e commovente poesia delle infantili ri- 



11 



cordanze e n' infonde un arcano senso di affettuosa 
dolcezza per il Natale prossimo, la bella Lsii co- 
smo- politica, eh' è l'apoteosi della povertà, la san- 
tificazione del focolare domestico, la primavera 
dello spirilo, che torna ogni anno da venti se- 
coli, mentr'è inteso il freddo iemale, e per le 
strade desolate urla gelida la tramontana. 

Ed ceco sulla via, quasi deserta per l'ora 
mattutina, la pastorale^ intonata dalle zampogne 
e dagli acciarini, succede alla novenay o spesso si 
confonde stranamente con questa richiamando 
sulle labbra di noi, cbe 1' ascoltiamo dal tiepido 
e soffice letto, un sorriso di compiacenza. Quan- 
te, quante visioni gentili, infinitamente care, in- 
finitamente belle, non ci rievoca quel!' umile ed 
antico suono delle nostre pittoresche convalli di 
Cardeto, Masorrima, Prumo, Cataforlo ! 

È il mistico presepe, attorno a cui spendem- 
mo tanti giorni passati attesi con ansia, gioia e 
delizia della nosir'arte puerile; coi pastori, le pe- 
corelle, gli angeli di creta e di cera, le casine 
e le torri di Ephrata e di Gerusalemme in 
cartone dipinto, la vaschetta con l' acqua zam- 
pillante tra le conchiglie, i calcari, 1' erbette; il 
presepe, eh' esaurì i risparmi eroici d' un anno 
infantile, causa di furti al taschino del panciotto 
di papà, ricco di muschi, di capelvenere, di bossi, 
d'oleandri, di tenere agavi, scintillante la sera 
di lumicini ad olio, colla grotta tempestata di car- 
ta d'oro tagliuzzata, di fiorellini di cera, di pie- 
truzze variopinte scelte sul lido del mare. Prese- 
pe, che tuttora andiamo a visitare, artisticamente 
disposto con il meravigliato della grotta^ la illusi- 
va lontanariT^a^ i due nostri popolani cari al 
Bambino Gesù, morti in odor di santità ì^ata- 
leddu e Caraclfalu^ la stella d'oriente^ l'angelo che 
risveglia il pellegrino e gl'indica la via della grot- 
ta — nel Convento dei Riformati, nella Chiesa 
deir Idria, nella casa di qualche devoto, recandoci 
quivi con la reverente consuetudine d' un rito 
tradizionale, per omaggio a tanto prezioso teso- 
ro d'indimenticabili memorie. Ed il ginocchio 
spontaneamente si piega in questi luoghi, e se le 
labbra per rispetto umano restano ferme, l'animo 
nostro nelle sue latebre intcriori si associa alle 
popolari ninne - nanne cantate a coro dai con- 
^ venuti genuflessi, compenetrati dal mistero e dal 
simbolo : 

A la notti di Natali 
quando vinni lu Misla, 
Tutti l'angiuli calaru, 
Mi nei iannu cumpagnia. 



'Ntra la mensa di la sonna, 
Si lavara e vittura 'iornu ; 
Oh chi gustu, oh chi piaclrì I 
Vitturu Tarburì sciorìri. 

'Mmenza a li vii si dida. 
Chi nnisdu la Misla ; 
Tatti quanti si chiamani : 
« lamut luvttmund lu rrialu » 

E dda nc'era la massara : 
• Da me partì portu *n viUddu, 
nei lu portu pi rrialu 
Pi mmi viu lu hambimddu » 

A la 'rutta ch'arruvara. 
Di dda fibra s*anginocchiara, 
E dda vittiru 'a bambineddo 
*Ntra lu boi e l'asinedda. 

S. Giuseppe vecchiareddu 

Nei dida : Figgbiu^xu heddu ; 

E Maria cara matrì : 

« Caru figgbiu, rripusaU. 

Come eu H canliró, 
*Dormit figgbiUf e Jfai vovò ; 
Dormt^ dormi, summu héui. 
Chi nniseisti a ttantì peni ; 

Tanti peni non si ponnu. 
Dormi, figgbiu, $ ffai lu somtu. 
Tamia pena non si po\ 
Dormi, figghiu, e fu vovò » 



La notti di Natali 
Nc*è *na fesu principali ; 
Parturlu 'na gran Signura, 
'Nta n*afflitu mangiatura. 

Cu la £ici *su Duvena, 
No, non soffri nudda pena ; 
Lu bambiitu nei Tha prumisu. 
Chi ndi voli in paravisu. 
Sia ludatu, sempre sia, 
Lu bamblneddu lu vera Misla. 



IL 



L'armoniosa pastorale resta limitau al solo 
giorno, perchè il cardalo ciaramellarOy fedelissitao 
alle costumanze dei suoi avi, torna alle sue ver- 
di colline, o, se resta in città, va a letto colle 
prime ombre e si alza col canto dei galli (a 
ddu'uri i matirtu); ma la novena dell'umile suo- 
natore ambulante si protrae nella notte, cambia 
nome e vien chiamata ninnarella. 

Però non è questa la popolare e dialettale 
canzone Laurinesca, tradueente nel verso rozzo 
ed espressivo i cap. i8 -23, 39- 56 dell'Evan- 
gelo di Matteo e di Luca, ma un inno d'autore 
conosciuto e dotto, il sig. Tommaso Vitrioli pa- 
dre dell'immortale latinista Diego; inno di otto 
strofette, ciascuna di sei versi quinari. Io ne ci- 



\^ 



IO qualcheduno per coloro che lo ignorano af- 
fatto : 

Scendi, deb, scendi, 
Gesù diletto. 
La fiamma accendi 
Nel nostro petto. 
Amabilissimo, 
Scendi quaggiù. 

Ecco ora come la trasforma il popolo, che, 
padrone della sua lingua ricca e facile a tutte le 
sfumature del pensiero e del sentimento, si cura 
poco deiraltrui : 

Ofifif, ccdt eetmi 
Ggisó diletto. 
Lo fiamma aeumU 
Nil nostru petto, 
Vamabulissimo 
Cenni taciò. 

Ed io la trascrivo come la raccolgo, delibe- 
rato di non allontanarmi mai da ciò eh' è pretta 
espressione popolare. 

Queste strofette sono cantate una per sera 
durante i giorni della novena, ed accordate ad 
una musica che varia di anno e ch'è affidata alla 
genialità di questo o di quel suonatore, mentre 
le 24 della citata novena dialettale, vengono di- 
vise tre per giorno, ed il moiivo, composto 
dallo stesso Laurino, è fìsso ed immutabile. 

La ninnarelìa richiede quindi concerti mag- 
giori, suonatori più esperti e più numerosi, vo- 
ci più intuonate. Se no, come si può gareggia- 
re con la musica cittadina, che fa la concorren- 
za ai novenàri ed è accolta nei palazzi dei si- 
gnori ? 

Perciò coloro che suonano le chitarre can- 
tano un verso per uno a qtiarttito e gli ultimi 
due versi sono ripetuti a coro da tutto il grup- 
po de' novenari. 

Il nono giorno, ch'è la vigilia del Natale, i 
suonatori danno l'augurio con una canzone na- 
poletana in voga o con un ballabile di loro in- 
venzione. 

E mentre le povere dita intirizzite stringono 
il plettro o l'archetto, pizzicano le corde delia 
chitarra, gli sguardi desiderosi posano sui ban- 
chi de* fruttivendoli, su quelli de' venditori di 
commestibili. Qui c'è una fiera pittoresca, ric- 
ca di frutta d'ogni stagione e di tutte le qualità» 
un'esposizione sorpredente di qualsiasi genere di 
vitto. 

Reggio apparisce in questo giorno una terra 
promessa. Per cinque o sei metri in avanti delle 
botteghe son disposti in varie posizioni, in biz- 
zarri disegni, canestri, corbe, bigonce, cesti, ca- 



richi di squisitissime fruita adornate di carta ar- 
gentata, sormontale da banderuole variopinte e 
svolazzanti al vento. Sono arance color di por- 
pora con le foglie verdi e profumate, limoni ful- 
vi e gialli, mandarini e cedri che possono gareg- 
giare con quelli del Libano; mele rosee e pere 
squisite allacciate a collana, disposte a piramidi, 
a cerchi; pesche grosse e fragranti, uva bruna 
e bionda, dai grappoli opimi che con le reste 
dei fichi secchi formano le cornici d'occasione 
ai quadri de' santi dispensieri della provvidenza; 
la Madonna del Consolo, S. Gaetano, S. Giusep- 
pe; mele cidonie odorose, pigne che scoppiettano 
nel braciere fumoso, gli ultimi fichi freschi e le 
più belle sorbe della stagione, ananasse e datteri 
d'oriente e giuggiole rosse e gaie; castagne gros- 
se come un pugno d'un bambino e noci simili 
ad un uovo, le une e le altre allacciate in forme 
di schiniera, di pettorale, di un triangolo, d'un 
quadrato, di una pupazzetto dal gonnellino intes- 
suto di fichi infornati e deliziosi. Quanìa e quale 
abbondanza ! Più in là sacchi di nocciuole le 
quali sostengono lunghe e grasse pinne di baccalà 
e di stocco pesce; sacchi alternati con quelli della 
farina maiorchina o circondati da barili di salumi, 
da vasi di conserve e di sugna bianca come la 
neve, dipinti a ghirigori, incoronati di bandierine 
di carta intagliata. Dall'arco delle porte pendono 
salami calab esi d'ogni dimensione, fiale d'olio 
color d'oro, bottiglie di rosolio; il limitare è 
quasi ostruito da tavoli sui quali ecco formaggi 
appetitosi, paste alimentari d'ogni qualità, /nV/o/« 
e cttrcùà, peperoni in aceto, olive ed uva passa. 
Tutti, tutti i risparmi accumulati da un anno 
vergono spesi in queste botteghe; e ciascuno vi 
entra augurando le buone feste, mentre fuori il 
gruppo dei novenari con lo stomaco vuoto, con 
a bocca piena d'acquolina, attende la mercede 
per tornare alla sua famiglinola e sedersi al de- 
sco di Natale. 

Oh I tornate alle vostre case, anime di poeti 
e di musicisti ! tornate; che se il celeste Bambi- 
no da voi invocato con la favella piti melodiosa, 
con la piena effusione di tutto Tessere vostro, 
non vi ha imbandito le mense di Natale di squi- 
siti e ricercati manicaretti, vi ha procacciato un 
sufficiente obolo per mezzo de'suoni e de' canti}» 
dono questo concesso a' suoi prediletti e che 
solleva voi sulla stupida folla di coloro che la 
natura a prona atque ventri obedientia finxit ». 

G. Negali Del Giudice 



13 



CANTO ALBANESE DI FALCONARA 

TESTO 

Veij vassa teccu veij, 
Veij vrap te mos menon, 
Ruan te buccurin nde cion ; 
Te lacca pertei maddhin 
Mu perpok me dassurin 
Ce veij tu e pianopsurith. 

Raan ndign ses me dudde. 
Cuur erdhi mbremnet 
Vassa mbe gfciuut trimmit 
Me cumbissi crieihit. 
Trimmi u viiu e mi chendon 
E me duar desset i demon : 
— Ngkreu, vas, ngkreu ti, vas, 
Kiasmu ndanet zsemra imme, 
Scom doren per messin; 
Kiasmu ndanet e duij me mua 
Adhe vnlcn e malethit, 
Ti je buccur e je dassur 
Mee se vessa e natievet 
Te rescheme duddevet. 
Mee je dassur me jee ti, vassa, 
Mee se bucca ce me gaa, 
Mee se ujet ce me pii 
Nde veret cuur vappa diegk, 
Mee se era ce me mar, 
Era ce me gkielson. 
Cuur ti ndanet me rii 
Ca lichstimmi me ghezsueti 
Me se f?kiummi ì nattezses. 
Cuur ti mua me ruan 
Me dumson mee se konsmet 
Endrazst e trimniis; 
Cuur frimmen tende pii 
Mua me dummet gkiella, 
Mua me kuvettet spirti. 
Zaii i miir mee se bilbilli 
Ce natnet na gaidon 
Viers i konsm nde vessit tim. 
Sa e dassur iee, o vas. 
Sa e buccur jee ti, vas ! 
Bardhsira e zsaniakit 
Ngke ee e buccur si zercu it, 
Ngke ce bardhsira e kiumestit. 
Buzsa jotte sumbul regkiend 
Mee e buccur se cuccumedde 
Ce dudson nde paraveret, 
E si dritta edhokes tende 



Ngke ee bardhsira e ndenatties. 
Cuij, u, vas, te barezsogn ? 
Cuij, vas, tiij te pergkias ? 
Enghiejii ce jan nde kiel 
Te buccur si te ngke jan, 
E ndet sighin sa je buccur 
E je dassur cuur kiessen 
Me derein parraisin 
Set vijin tet te puthin 
Ak e buccur jee ti, vas, 
Ak e kesme jee ti, vas ! 
Dumsom, zemra imme, 
Dumsom me gne te kessur 
Megn te kessur buzses tende 
Megn te puthur gkojes tende. 
Pse rii, vas, e ghedmuame ? 
Ciddi maal te ghedmon ? 
Mos tiij mo te sbutton 
I tabìattit gaidhimmi 
E mali ce zsemren te mbion ? 
Mos dieli ce perendon ? 
Mali, vas, ngke perendon. 
Ruij chetù ce na rethon 
Est drit, gkazs e garee, 
Po si ti vassezs e ree. 
Dieli ce ndanet te dritson, 
Uur nussie paa te sossur 
Mee i buccur te dritson ; 
Fussa e verd e dudzuame, 
Budcur strat i malit ten, 
Ndritten mendit ghezsim ; 
Zsogkit ce reeih fiutturognet, 
Buccur crusk ce na chendognen 
Pioi ghezsim set te cremtognen 
Zsenren set te gaidognen. 

Gkith ee maal nde chet vakt, 
Gkiih ee maal, gkiih ee garee 
Set gaidogn tiij, vas e ree. 
Ruij si lacca ni dudzon 
E dieli buccur dritson ! 
Ruij maddi ce na rethon, 
Ruij eia dis durrudhiar 
Si Jan maal e ampnii I 
Ruij si sa sommi me sii 
Est te buccur e gadhiarl 

Paa sossur pò si rethi 
E mee se sommi me sii 
Mee i gkieer est mali. 
Mali ce te kielli, vas, 
Temelluam si età dis, 
Mee se dieli me diegk. 



14 



VERSIONE 

Andava la fanciulla dove andava. 
Andava presto per non ferniaisi, 
Guardando se vedesse il suo amante. 
Nella pianura di qua dal monte 
Incontrò l'amante, 
Che andava cacciando. 
Sedettero sul prato fiorito. 
Quando venne la sera, 
La fanciulla sul ginocchio del giovane 

Appoggiò la testa. 

Il giovane si mise a cantarle. 

Accarezzandole colle mani i capelli : 

— Alzati, fanciulla, alzati, o fanciulla. 

Appressati di pili, cuor mio; 

Avvingimi con un braccio il seno. 

Appressati e scherza meco 

Ancora in questa danza d'amore. 

Tu bella, e desiata 

Più della rugiada delle notti 

Ai fiori appassiti. 

Tu mi sei cara, o fanciulla. 

Più del pane che mangio. 

Più dell'acqua che bevo 

Nell'estate, quando il caldo brucia. 

Più dell'aria, che respiro. 

Dell' aria che m i dà vita. 

Quando tu mi stai vicina, 

Mi ristori dalla stanchezza 

Più del sonno della notte. 

Quando tu mi guardi, 

Mi fai più beato de' Soavi 

Sogni della giovinezza; 

Quando respiro il tuo fiato 

Mi sento deliziare il corpo 

E rinvigorire V animo. 

La tua voce dolce più dell' usignuolo. 

Che la notte ci delizia, 

È soave armonia alle mie orecchie. 

Quanto sei cara, o fanciulla ! 

Quanto sei bella ! 

Il candore del giglio 

Non è bello come il tuo collo. 

Non il candore del latte. 

Il tuo labbro, bottone d'argento, 

È più bello d' un bocciol di rosa 

Che fiorisce in primavera. 

E come lo splendor del tuo collo 

Non è il chiaror dell' aurora. 

A chi, fanciulla, ti uguaglierò ? 

Gli Angeli, che sono nel Cielo, 



Non sono belli come te, 

E se ti vedessero come sei bella, 

E amabile, quando sorridi. 

Lascerebbero il Paradiso 

Per venire a baciarti. 

Tanto sei avvenente, o fanciulla! 

Tanto sei graziosa ! 

Beami, cuor mio. 

Beami con un sorriso. 

Con un sorriso delle tue labbra, 

Con un bacio della tua bocca. 

Perei è stai mesta, o fanciulla ? 

Quale affetto ti rattrista? 

T' inteneriscono forse 

Le bellezze della natura, 

E l'amore ti riempe il cuore? 

Forse il sole che tramonta ? 

L'amore, o fanciulla, non tramonta! 

Guarda come qui intorno a noi 

Tutto è luce, sorriso e gioja, 

Come te, giavane fanciulla. 

Il sole, che intorno a te splende 

Face d' Imeneo che non si spegne. 

Più bello che mai ti illumina ; 

La campagna verde e fiorita. 

Degno letto del nostro amore. 

Ispira allegrezza ; 

Gli uccelli che svolazzano intorno, 

Graziosi paraninfi, che ci cantano. 

Sono pieni d'allegrezza per farli festa 

E rallegrarli l'animo. 

Tutto é amore in questa stagione. 

Tutto è amore, tutto é allegrezza 

Per rallegrare te, giovine fanciulla. 

Guarda come il campo ora è fiorilo 

E come il sole splende bello; 

Guarda la montagna che ci circonda. 

Guarda queste querce fronzute 

Come sono amore e pace ! 

Guarda com2 quanto vedi cogli occhi 

È bello è grazioso! 

Infinito come l'orizzonte 

E più di ciò che vedi cogli occhi 

Più grande è l'amore. 

L'amore che ti porto, o fanciulla. 

Immutabile come queste querce, 

Ardente più del sole. 

F. fliggio 



15 



miiim DI 6QARDIA FIEMONTEiiB 



TESTO 

In jegg', a li avia Jugalo, e la majr i li ve 
dir: 

— Jugà, te' sta tei, e va la vund ; ma ti la 
da dun' a chi l'ha pà parol' assai. 

E Jugalo ave dir : 

— Va bun. 

Ave anàra en paj vicina, e ppi la via ave 
frunt' ina fumin, e gli ve dimand : 

— A cum ti ne voi' di sta tei ? 
E jel ave dir : 

— Tu t' a parol' assai, e ti la vund pà. 
Camini, camini ; ave frunt' in' aut fumin, e 

gli ave dir : 

— Jogi, ti la vund sta tei ? 
E jel ave dir : 

— Ve li vien, chi i' a parol' assai. 
Camini, camini ; ave riv' vicini e na ghièsia, 

e ave intr'. E ave vejr i crucifiss grand grand, 
gli ve dir : 

— Cum' Tè ca a vi che freit, ti glisti in- 
culinud ? Te', li lajus sta tei, e feitè gli casun', 
e si n'aut jocci jurn* venu, e ti mi paj. Ti la 
duna a ti, pecchi t' a poch parol'. 

E si ve ricoglie a la ca'. 
La majr i ve dutnand : 

— Ti l'ha vindù la tei ? 

— SI, V è vindù. 

— E gli sold' aunnt jrn ? — i ve dir la 
majr. 

Jugalo ave rispund : 

— Nchiaja a jocch, si li port. 

— Mala nova ti vegna ! Si ppi nchioja jocch 
ti mi port pà gli sold* t'amass ! 

Dopp jocch juorn, Jogàlo ave anarà a la gchie- 
sia avunt ave lajus la tei, e ave trov chi lu cru- 
cifis a l'era ancora nculinud, e gli ve dir : 

— Pecchi ti si pà fait gli casun ? Tu li ri- 
spund pà, ppi la Madonn ! mi ni vogli saver pa 
reng : pai mi, te dicch, e piej ppi tu, chi ti si 
ancora nculinud. 

Ave veir chi lu crucifiss a rispundla pa, ave 
pigli i bastun e vi ve rumb la test, e la test e 
si scapil a turni... 

— Ah ! yeri ti paja a vi li tristi — e si ni 
ve anarà a la ca e ave port gli turnè a la majr. 

Lu sacrisian avi ccu la tei ca ave truvi dingh 
la gchiesia, a si gli ve fare li camiss. ' 



VERSIONE 



Una volta, c'era Jogalo, e la madre gli disse : 

— Jog^'j ^o' questa tela e va' a venderla; ma 
tu la devi dare a chi non ha parole assai. 

E Jogalo disse: 

— Va bene. 

Andò in un paese vicino, e per la via incon- 
trò una donna, che gli domandò: 

— Quanto ne vuoi di codesta tela ? 
Ed egli rispose : 

— Tu hai parole assai, e non te la vendo. 
Cammina, cammina; incontra un' altra don- 
na, che gli disse : 

Jogà, tu la vendi cotesta tela ? 
Ed egli rispose : 

— Va via, che hai parole assai. 

Cammina^ cammina; arrivò presso una chie- 
sa, ed entrò. E avendo veduto un crocefisso gran- 
de grande, gli disse : 

— Perchè con questo freddo tu stai ignudo? 
To', ti lascio questa tela, e fiitti i cakconi; e tra 
altri otto giorni verrò, e tu mi pagherai. La do 
a te, perchè tu hai poche parole. 

E se ne ritorna a casa. 
La madre gli domandò : 

— Tu r hai venduta la tela ? 

— Si, r ho venduta. 

— E i soldi dove andarono ? - gli disse la 
madre. 

Jugalo rispose : 

— Tra Olio giorni te li porterò. 

— Mala nuova ti venga ! Se per oggi ad otto 
tu non mi porterai i soldi, io ti ammazzo I 

Dopo otto giorni, Jugalo andò alla chiesa do- 
ve aveva lasciato la tela, e trovò che il crocefi?;- 
so era ancora ignudo, e gli disse : 

— Perchè non ti sei fatti i calzoni ? 

Tu non rispondi, per la Mad ! io non vo- 
glio sapere niente : pagami, li dico, e peggio per 
le, che sei ancora ignudo. 

Avendo visto che il crocefisso non risponde- 
va, pigliò un bastone, e gli va a rompere la te- 
sta, e la testa cacciò fuori denari... 

— Ah ! vedi se paghi con le triste ! • e se 
ne andò a casa, e portò i quattrini alla madre. 

Il sagrestano con la tela, che aveva trovata 
nella chiesa, si fece le camicie. 

G. De Giacomo 



16 



PBOYEBBl DI PAHHACOHI 



Un giorno, parlando col nostro Direttore, su 
gli usi ed i costumi di Pannaconi, accennai ai 
proverbi di quesio villaggio ed egli me ne chie- 
se, rilevando l'importanza reale che hanno i no- 
stri proverbi. De' proverbi vibonesi ne diede 
un ampio elenco il compianto Prof. Carlo M. 
Presterà, su questa stessa Calabria; ma de' paesi 
circonvicini poco se ne sono fatti conoscere. 
Perciò, io che ho modo di andare a Pannaconi 
e di studiare quella gente villajola per si o per 
forza, ho raccolto molti proverbi graziosissimi. 
Quali che siano, del resto, li pubblico, sapendo 
bene che si conoscono generalmente, perchè i 
proverbi, come si sa, sono quasi gli stessi da 
per tutto, tanto che il Roubaud li chiama motti 
familiari che esprimono un'opinione universale e 
il nostro Bonghi sapienza dei secoli 



Li donni comu su fannu li cosi, li Ugna comu 
su fannu li vrasci. 

Sicuro, se una donna fa azioni da donnaccia, 
non c'è da maravigliarsi, è la sua natura: si può 
avere buon fuoco da cattiva legna ? Le donne 
buone agiscono da buone, le cattive da cattive, 
e naturalmente, viceversa! 

Pafì:(a china canta 
e no cammisa janca l 
Bisogna pensare più alla propria' salute', an- 
ziché all'esteriorità: e questo è detto per alcuni 
che fanno i vagheggini.... a stomaco digiuno. 
Tantu dura la mah vicina 
quanta la nivi mar:(ina 
Le cattive vicine, sono come le cattive erbe 
nel seminato ed è naturale che chi può le sra- 
dica.... Bisognerebbe davvero svellerne parecchie 
per ogni via ! 

/ guai d' a pignata 
i sapi a cucchiara I 
A volte giudichiamo felici le persone che co- 
nosciamo a pena ; Dio sa che razza di felicità 
hanno in cuore ! Lo sanno gli intimi.... 
v/^ bona nominata a porta u ventu. 
Chi è buono si fa conoscere da tutti ; quasi 
il vento stesso s'incarica di farlo sapere.. 
Taura guarda vigna e no sipala.. 
Naturale ! Il proprio decoro e onestà deve 
guardarci^ non l'appoggio altrui che non vale 
nulla. 



A brutta nei cadi tutta, 
a beja^ men^a podeja.. 
Le persone belle hanno (o dovrebbero avere) 
più gaibo, perciò li donna bella fa cadérsi metà 
dell'olio dalla padella. Sa stivarne sempre una 
parte ! 

Casa stritta e donna destra.. 
La cudespina ( oJxo-SéoTcotva ), la donna vir- 
tuosa, padrona della casa, sa tutto mettere in 
bell'ordine, anche quando le quattro pareti do- 
n^estiche non si possono dire molto capaci.. 
Cani chi abbaja assaiy mu^^ica pocu. 
Chi fa lo spavaldo vuol dire che vale pochino. 
I fatti lo smentiscono sempre.. 

Chiju chi beni di nd indir inda 
sindivaci di ndindirindò 
Ciò che si acquista male se ne va peggio. 

Geniju fa bellii:(a e no dinari. 
La bellezza attira più che il danaro - dicono 
gli ingenuiy a detta di certa gente che ragiona., 
monaci e previti 
Sentiti a missa e Juji. 
Una volta tanto ! Bisogna vedere se monaci 
e preti non fiicciano scappar la gente anche dalla 
messa !.. 

Del resto, dicono essi stessi : fate come vi 
dico io e non come faccio io: — si vede che pa- 
dre Zappata fu un alleato utile... 

Cu* avi dinari pocu sempi cunfa, 
cu avi mug^hjeri bella sempi canta. 
Questa verità la sappiamo tutti: quando si 
han pochi soldi, si ha paura che volino e si 
contano e ricontano o^ni momento - su per giù 
è come l'assistenza ad un moribondo... Vicever- 
sa chi ha una bella donna in casa si sente at- 
tratto... al canto... 

Ed io auguro ai lettori di cantar sempre: è 
un augurio questo che giunge a proposito anche 
dopo il Capodanno. 

F. Mantella - Profumi 

SOMMARIO DELLA TRADITION 

XV. année. T. XII. (N. 121) Paris, Décera- 
bre 1901 — La Santu^a (G. Gramegna) — Pro- 
verbes des mois : Dicembre (avcc giavure) — Le 
Chàteau de Bruniqnel (De Bcaurepaire Froment) 
La Féte des innocents - Solitiuk (R. Lefèvre) — 
Galerie Traditionniste : Alcins Ledieu (H. Carnoy) 
La Sainte - Barbe (Destutayi e) — Chronique — 
Bibliografie (Pierre de Saint - Jean) — fournaus 
et Revues. 



Direttore resp. Luigi Bruzzano 

Tipografia Passafaro 



i 






RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE 



DIRETTA 



i 

é 

4 i 
4 < 
4 



DA 



LUIGI BRUZZANO 



« 



Numero 3 — Mabzo 1902. 



« 



I 



« 



f, 



MONTELEONE 
Tipografia Passafaro 

nell' OriaDOtro6o Provinciale 




i ^^j<a»>^?'ì?^tafej<afe>i^g>t^;jaj^yxj<x.itj^ 







\g^^^^^^^óp!^^!^^^i>^l^^^^fb^^<»^^^f^^^^:jo.i.^ ^'■.■iù_ ^j>>fl 



'a 



-A-aojio 3EI"^ < N". 3 



-^«^ 



LA CALABRIA ì 



h 



^>^^ ^>>^ ^.M^' ]igH5-: e^.ìr: ff;K[^, jii:^:^^ ^>i^^ì>F^ ^;>^^:xì4fe%g. ^^^v^^i'^^-^. j^>?^gaga€^^ga^^^J^ 




eiVlSTA DI LETTBRATORA POPOLARE 

4S*^m5 ^_ _ 

Monteleone di Calabria, Marzo 1902. 



SOMMARIO 

Cenno necrologico di Giambattista Marzano 
(L B.) — Monografia topografica folklorica so- 
pra Umbriatico (C. Gloranna) — Novellina greca 
di Roccaforte (E. Caplalbi e L. Bruzzano) — 
Giuochi fanciulleschi cittanovesi ( V. De Cri- 
ite ) — 11 Conferenziere di A. Cipollini (L. B.) 
Riviste. 



DIRETTORE 



GIAMBATTISTA MARZANO, mio collaborato- 
re ed intimo amico, è morto repentinamente il 
19 Gennajo di quest' anno. Nato in questa citta? 
nel 1842, di famiglia nobile ed agiata, egli tra- 
scurò r amministrazione del suo patrimonio per 
dedicarsi allo studio delle lettere, dalle quali eb- 
be dolci soddisfazioni, che la nobiltà della nasci- • 
ta e le ricchezze non gli potevano dare. Frutto 
di questi suoi studi furono parecchie elegie lati^ 
ne scritte con eleganza, alcune memorie storiche 
ed araldiche, ed una monografia di letteratura 
popolare intorno a Laureana di Borrello, pubbli- 
cata, parecchi anni fa, in questo periodico. D'in- 
dole troppo modesta, egli tu poco noto a gran 
parte de' miei concittadini; ma tu apprezzato e 
lodato pubblicamente da illustri professori italiani 
e stranieri e dal compianto archeologo Giuseppe 
Fiorellì, che lo fece nominare ispettore degli 
scavi d'antichità di questo Circondario. 

La scomparsa improvvisa di questo raro ami- 
co ha recato grave cordoglio a quanti ammira- 
vano in lui la bontà del cuore e dell' ingegno. 



L B. 



Abbonamento akkuo 
Xuixe 3. 

Un numero separato L. i. 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



>) 



(Oa una monografia topografica folklorica 

SOPRA UMBRIATICO) 



D) - CAHTO AU6DBALE 

( STRINA ) 

Cantilena monotona, pel ritmo e per i pen- 
sieri, in uso nella notte precedente il Capodanno. 
Sull'imbrunire, gruppi di giovanotti e di persone 
adulte, forniti di chitarra, organetti^ sampogne, 
percorrono l'abitato, recando l'augurio agli ami- 
ci, al compare e via dicendo, che si ricambia 
con vino " mwj/aj^wo/i „ " sguadatelH „ anime 
mbiate (confetture locali). Altrove i regali si fan- 
no il di dell' Epifania (Befana), ma in Umbria- 
tico nulla dice un tal nome, e le veci son fatte 
dall'ultimo dell'anno, con regali e mancie "5/rm^.„ 

Il canto augurale, in verità, è pesante, pri- 
vo di quelle graziose immagini che abbiamo 
ammirato nei canti passionali, ed i seguenti versi, 
delicatissimi, sono una eccezione : 

Gentili suhra V antri gentilij(^i 
De /' orienti na stidda i cumparsa, 
Stinnardu ìavuraiu de beddii^^i. 
Si' janca cchiù da niva quannu ja:(^a; 

De lu cielu ti venani i ricchi:(^iy 
E Gesù Cristu cuntenta ti faT^^^a^ 
Via ti ni vena nautra cuntenti:(^a, 
Chidda ch'ehba ihCaria cu Gesti *mbra:(^{a. 



18 



Per lo più, i cantori s^ inoltrano nella casa 
amica, a nìerà brilli, salutando i padroni di casa 
con i seguenti versi : 

Cara signuri^ ti sugnu venuta, 
Tpc mille vote sia In ben travatn. 
ChìstH pala^in avi quattrn sptnituni, 
Regnavi vonmt vecchi li patrtmi. 
Chistu pala:^:(u a boni lochi è misti, 
Dio ci mannì ricchii:^} ccu tornisi. 
Chi po:(^a fari ianlu de In granu 
Quanta ni' mbarca Cutnioni e Craglianu : 
Chi p07^:^a fari tanta de la sita 
Qaantti rava na petto de trappitu: 
Chi po:(^ia fari tanta de la vinrt 
Qaant' acqua scurra Tacina a penninu. 
Quanti jiari fadi la finestra, 
Tant' anni campi la signoria vostra. 

E la padrona di casa, mentre i " canta tari ^^ 
si sgolano, corre in cerca delle fritture, prepa- 
rate col miele, e manda la cannata in cantina 
per farla riempire del miglior vino. 

Senta lu strusciu de la ferraiaola 
Cria ca vena ma lu masta7^:!^iuola^ 
Senta la struscia de lu piattellu 
Cria ca vena ma la culluriellu, 
Senta lu struscia de lu ntavulatu 
Criu ca vena mu lu mucellatu .... 
Mirateh, mitatela ca vena, 
M' assimiglia na nobule regina, 
tAd una manu porta la lumera 
Air atitra manu la valenti strina . . 

Ed i grossi piatti, ed i colmi bicchieri girano 
in ridda vertiginosa. Ma lu spuosto è *' puocu „ 
poiché devono cantare, ad " autru luocu ,, e 

Canta lu galla e scuotala li pinni, 
Lascia la santa notte, e iamaninne. 

E) ~ CAHTI IHFAMTILI 

(canzunelle) 



Il nostro lavoro rimarrebbe incompleto, omet- 
tendo quest' ultimo capitolo. È vero : raccoglie 
versi senz' alcun nesso, sgraziati nella forma e 
tal fiata inconcludenti, ma i folkoristi, che si 
affannano a raccogliere ogni più tenue manife- 
stazione popolare, ce ne saranno grati. 



E di e di e dedda, 

E ru tata é intu a cusedda^ 
E cusedda e maccarruni 
Ci mitamu li gar:(iint. 
Li gar^tini su' mitati. 
Ci mitamu li carcirati, 
Li carcirati ntm ni vuonu^ 
E nin manca ni volimu 
E jettamuli 'e ssa timpa apenninu 1. 



Zampa e Zampetta, 
Maria e Lisabetta 
Ni pija ppe 'nu dita 
E ni porta mparavisu. 
Mparavisu ci su tanti cosi^ 
Chini ci va, si ci riposa, 
E chi pai nun po' trasiri 
De lu Mpierunu jm po' nesciri. 

Ohi Lana, ohi Luna, 
'Na piatta 'e maccarruni. 
Milu minti tra la cascia, 
Quannu vena Santa Pasqua ? 



lamiminni, tamuninni, 

Cca la mamma ni can^^igna 
Ccu 'na vetti e ccu 'nu lignu. 

C. Giuranna 

Ri|CCONTO GRECO DI ROCCiJFORTE 



TESTO 

Ena viaggio ihe mii mana cena ciuri ce ihai 
dio pedia, ena arcinico ce mia dighatera, ce irle 
i moni ce apethane i mana. 

Doppu li epassespe ligo chero, econdofere 
pranderii ce epire mia jineca pu denisonne ivvri 
ta pedia. Ja dispetto evaddhi na cami ja fai ce 
evaddhe efia cuccia fasuli ce accumensespc na 
pianni enan cucci na ivri ane ngalo, ce poi ad- 
dhone cucci na ivri ane ngalo asciala ce cucci 
cucci lo teglione olo, ce poi eguaddhe io zema. 
Thoronta ciuri ti canni otu li sevaddhe liti. 



19 



Otuse arrispundespe i jiueca : 

— Àne su thelise ti ego su canno faji, ehise 
na cinighi ta pediasu. 

Cunnonda lunda loja o ciuri, epensespe na 
ta stramandespi ce epiae ena tiri ce mia buinbe- 
ledda jomaii asce crasi cena spomi, ce poi li 
purri epiae ta pedia ce lu epire stin oscia. 

Ti vradia la sciporasi i nonnaio ti ehi na ta 
piti na la stramandespi ce tos ediche ligo lup- 
pinari : 

— Orni horizesde, accumenseiie trogonda ce 
te scorze terriddiie strau strata, ce siechite at- 
tenti eci pu sa sasciafinni ce condoferite me ti 
stessa strata pu cannile me te scorze. 

O ciuri ecremae to tiri, to crasi ce to spo- 
mi sto zappino. 

— Arte, pediamu, siate eiin ce vreie assoite 
risei etiuna pramata, ti ego pao ja nag<;ualo dadi. 

Otuse o ciuri econdofere sto spili senza pe- 
dia ce jineca accumensespe guaddhonda la faghia 
tu andruti oli cuntenia ce embeai trogonda. Ta 
pedia pu issa stin oscia linecamai oli tinimera 
tabronda rocche apanu sto zappino. Otuse irte 
vradidonda ce i le Jda tu ipe : 

— Leddè, pame ti tattima. 

O leddè den edhelie na pau la fattilo ce i 
leddà ehoristi me ti strata pu ecame me te scor- 
ze tu luppinariu ce arri vespe sii mborta tu ciu- 
ruti ce ecadie osciu siin mborta. O ciuri olo di- 
spiacemmeno, dhoronda ti eminai tossa faghia ce 
ta pediatu stramandemmena, ipe : 

-^ Na ihai mia zzudda zema ! 

Cunnonda i dighateratu, pu ito cathameni siin 
mborta, arrispundespe : 

— Imme node, patri. 
Erispundespe i jineca : 

— Ettunae ta pedia pu estramandespese ? 
San ito o Jose siin oscia, tu irte scorazonda, 

ce pos ito nifta, dhori ena lustro ce accumen- 
sespe porpaionda ja narrivespi ecindo lustro. Pos 
arrivespe, ivre enan vecchio os sii grotta pu ito 
stravo, pu esteche trogonda gala. Ecindo pedi 
cssevi trogonda meihetu, ce o stravo den do nivre, 
ce trogonda de ne hortasthi. Ecino o vecchio ih e 
efta eghe ce to estile mia catara. Ce i eghe ar- 
rispundespai ce tu ipai : 

— Esu ehise afudia ce jati de ne hortasthise. 
Arrispundespe o vecchio ce to sipe : 

— Pio se pu efaghe methemu ? 
Arrispundespe ecindo pedi ce tu ipe : 

— Immu ego to pordangonisa. 



Ce tu ipe: 

— De nise pordangonimu. 
Ecindo pedi tu ipe : 

— Imme to pordangonisa. 
Tu ipe o vecchio : 

— Egva apissu cini ti rocca, ce ego spareguo 
efta corpu. An ego se spazzo, esu de nise por- 
dangonimmu; an de, ise pordangonimmu. 

Arrispundespai i eghe ce tu ipai : 

— Mi pai apissu ti rocca, ti se spazzi. 
Cindo pedi otu ecame. Pasa corpu pu espa- 

reggue, tu eleghe : 

— Su spascia, pordangonimmu ? 

— De, pappù. 

Fino pu etcglioe oli efta corpu, ce otu den 
don espasce ce tu ipe : 

— Arte ise to pordangonimmu, ce su avle- 
pise te seghe. 

Pos avlepe te seghe, tu ipe : 

— Vre ti etiuparano ehi ti leddhamu, ce as- 
si vre, se troghi. 

Ma cindo pedi ihe mia cerasia ce sclaspie eci 
apanu. Avvidesihi i leddhà tu vecchio ce tu ipe: 

— Arte se trogo, jati mu troghise ta cerasa. 
Caleva. 

Ecindo pedi ti sipe : 

— Ego de catevenno. Pettoi esu ode apano. 
Ecini tu ipe : 

— Ego de sono pettoi. 

— Dommu ta maddhia, ti se serro ce pet- 
tonise. 

Sa ti nehi anda maddhia, ti nesire fino sto- 
ni isi ce ti nefiche cremameni. 

— Dommu ti medicina na vaio stu lucchiu 
tu pappumu. 

Tu ipe : 

— Egva sto spiti, ti sii ngascia ehi ti me- 
dicina. 

Tiseiavrie me to peleci sti cetali ce ti nespa- 
sce. Doppu pu ti nespasce, ejavi stu papputu 
ce tu ipe : 

— Ego espascia ti leddhassa ce ti sepiasa ti 
medicina ja tu lucchiusa. 

Otu tu evale medicina stu lucchiu ce tu irte 
i visia. Doppu pu ine i vista, tu ipe : 

— Arte se trogo. 
O anespio tu ipe : 

— Jati me iroghite? 

— Jati se magno. 

— De, pappu^ ti saccanno magno pò im- 
mo ego. 



20 



— Ce pò sejenastise esu ? 

— Arte sallego : edelescia ligo pissari ce to 
evala ossu sto vrastari ce cvrae, ce essevina eci 
ossu ce ejenasiina magno. 

O pappuse ouise ecame; essevi ossu sto vra- 
stari ce pcihanc; ma priia pu na pciliani, lu ostile 
mia catara ce tu ipc: 

— FJta eghe ene tfta potami pu eliise na 
passespise ce o unimo na se piri ! 

Dopp'i ti emine monahosiu, choiisii meic 
seghe clonda, ti potami iliai na tombiru. Pos 
ecle, essevi ena vecchiarello ce tu ipe: 

— Jati deise ? 
Ecino tu ipe : 

— Elio tund.i efia eghe ce c!ìo ni perao e- 
fia potamu, ce o unimo chi ni me piri. 

Ecino vecchio tu ipe : 

— Mi claspi, ti erco ego meiesu ce ehome 
na fame mia ega cata potamo. 

Cindo pedi tu ipe : 

— Mane. 

Sto protino ef-igai ti protini co tu ipe : 

— Delesce ta ostea ce valita sii irasiina. 

O tu ecamai olu tu efia potamu ceie<zlioai 
ole te seghe ce ta ostea la evale os sii traslina. 
Po eteglioai tu potamu, esccvissa ascena mali, 
ce tu ipe ecino io vecchio : 

— Risce eituna ostea asciundo mali ce ghiri 
ambro tapissu ce zita ti thelise. 

Cindo pedi ezitie lighe eghe ce liga provata 
ce comparespai i e^^he ce ta provata ce ena spiti. 
Poi tu ipe o vecchio : 

— Thelise caglio dio pecuraro, o caglio dio 
sciddlìia ? 

Ecindo pedi rispundespe : 

— Thelo caglio dio sciddhia. 

Oiuse cumparespai dio cala sciddhia ce avle- 
pai ta nimaglia ce esteche eci. I leddhatu ipighe 
cata purri ja sero ce o leddhe ti nagronie ce den 
tisedoche agronimia. Ja lighe purrate ti sedonne 
na fai mizzidre; poi mia purri ti sedoche agro- 
nimia ce li sipe : 

— Avri purro na erthi o patri ce i mana; 
esu plambrose ce i mana mesa ce o patri plen 
apissu. 

Ce ipe 10 sciddhio : 

— Ti manamu ehite na ti faiii. 

Ta sciddhia oiuse ecamai, ti nefagai. Ecino 
o vecchio ito o ajo Nicola pu to accompagnespe. 

Otuse Cini eminai eci si'affariato ce mise emi- 
name ode senza tipote. 



RIDUZIONE IN CARATTERI GRECI 



"Eva viaggio e^xe l^fa [Jtzva xal Iva xóptj xal 
elxo^oi 5Ó0 nxiòla, 2va àpoevtxò xal [lùx, Buyaiépa, 
xal ^pxe 1^ moni xal àidxavt fi |xxva. 

Doppu 'xt epasscuoe ^Tlyo xotpò, èxovx&pepe 
*7wcv5peónfl xocl èTcf/pe [ita yuvalxa ttoO 5èv f^ve 
7]5pet xà naiòioL. Ttà dispetto J^oXXe va xàjjtiQ ytà 
(fàiQ xal èpoXXe èTcxà xouxx^a cpaaoóXt tcoI accu- 
menscuae va tziìyq 2vav xouxxl va T)5piQ àv etvai 
xaXò, xal poi SXko xouxxl va rjBpTQ 4/ eJvac xoXò 
à^ àXa, xal xouxxl xouxxl xò 'xéXeiove &Xo, xal poi 
Ex^aXXe xò ^é[ia. 6(op6)vxa 6 x6p7j 'xt xàwet oBxto^, 
xf^g S^aXXe liti. 0&x(o; arrispundeuoe i^ YuvoTxa* 

— *Av èàb tìiXeK; *xt èyw ooO xàvv(o ^pxxyl, Sx^ 
va xuvrjY-g xà TwctKa oou. 

Kouovxa^ xoOv* xa Xóyta 6 xupyj, epenseuae va 
xà stramandtuoig xal èT^aae Sva xupt xal [da bum- 
buleddha yto|xinf) ৠxpoal xal 2va f^iù, xal poi 
xJ] Tcptol, èirfaoe xà nxiSla xal xà èjc^Jpe '^ x))v è^etix. 
Ti) ppa5(a xà èlri[ìLT:òfE<3e f^ nonna xcov *xt ly(jif. va 
xà stramandcucng xal vj)q IStoxe 'Xfyo Xouiavopr 

— "Ovxe y(iùpl\^eaBe, accumenseiie xpcoYOVXO^ 
xal xal^ oxópxaatg xal^ p^TTcexe axpàxa oxpàxa, xal 
oxéxexe alienti èxel ttoO aat; I5*?fvet xal xovxocpép- 
pexe p,è xrj stessa oxpàxa tioO xàvvexe jiè xalg oxóp- 
xaat^. 

*0 xupY] éxpé[JiT]ae xò xiipt, xò xpaol xal xò ^(ù\ìX 
*g xò xoaTtelov 

— "Apxt, 7wtt5{a jiou, state aòxoO xal ppéxe àv 
a(i)T)xe pf^et aòxouva 7cpà|xaxa, xc èyù) niis) va èx- 
pàXo) 5a5{. 

05x0)^ 6 x6pT) èxovxó(pepe \ xò (ndv. senza TcaiSfa 
xal T^ Y^^*^'^ accumenstuae èx^àXovxa^ xà ^orffa 
xoO àvSpoO XTf) 6Xy] cuntenta, xal è|xpifjxaac xpc&yov- 
xa;. Tà 7rat5(a, tioO f^aav \ x^v è^ela, xijv èxà|i.aat 
8Xt) x^v f^pipa xpa^Gvxa^ rocche iniviù \ xò xod- 
Tielov. 05x0); "^pxe ppa5óvovxa^ xal i^ leddhà xoO 

— Leddhè, TZ&\ie xà fatti jio^. 

*0 leddhè 8èv èOsXTjoe va Tuàouv xà fatti tojv 
xal il leddhà èy((ùpiovfi [iè xij oxpàxa ttoO £xa(Jie \jà 
xal^ oxópxoacg xoO Xsumvapfou xal arriveuoe 'e tÌ)V 
Tiópxa xoO xópou X7], xal èxàOtoe 6^(0 'g x^v rópxa. 
*0 xupY] 8Xo dispiace[ji|ievo, Ocopfiivxo^ *xt è|ie{vaoi 
xóooa cpayfa xal xà 7wci8(axou siramandep,p,éva, efiue* 

— Nà eT^aot |xfa zuddha ^étia ! 

Kouovxotg 1^ Ouyaxépa xou, ttoO fjfzo xa6i|iivT] \ 
x>jv Ttópxa, arrispundeuoe* 

— Efiiot (!)5e, patri. 



21 



Erispundeuae il) yuvarxa* 

— AòtoOva efvat tà tuxjlHol tuoO estram andeuaeg; 
Sàv •^10 6 u£ò<; '^ -rijv è^ela, xoO ^pxe oxoxà- 

^OVTO^, xal TcO^ ^JTO vu^xa, Ocopel ?va lustro xal 
accumenseuae TtpOTraxGvto^ yià va arrivcuoig èxelv' 
to lustro. nfi)€ arrivcuae, r)6pe 2vav vecchio 6aa) 
*€ "^ grotta, ttoO ^to orpapò tzo^ Joxexe tpt&YOVxo^ 
yàXa. *ExeTv' to TcatSl laé^y) Tpti)Yovxa<; [xeOaf xou, 
xal 6 oxpapò 5èv xòv y)5p6, xal xpdiYOVxa^ 5àv èxop- 
lioOr]. 'Exelvo 6 vecchio zlyz èTrcà alyat^ xal xfòv 
JoxetXe li/a xatàpa. Kal -^ -lYot^ arrispundeuaaat 
xal loO elTcaaf 

— *Ecrb lyti^ poYjOela xal yta ti 5àv è^opiàoBr)^. 
Arrispundeuae 6 vecchio xal td)^ elice* 

— Holo^ elvat tioO Scpaye |Jie6a( jiou; 
AirispundeiKJs èxelv' to 7cat5l xal xoO efTO* 

— Efjiat èy*'^» * TrpwtayYÓvo aag. 
Kal TOJ eli»' 

•- Aàv efaot lupcotoYYÓvo {lou. 
*Exe!V' TO TcatSl xoD efjue* 

— Effiat 6 TcpwxaYYÓvo aa^. 
Toj efjce 6 vecchio* 

— "Ex^ 6maa(0 xefvr) xt) rocca, xal sy^ spa- 
regu(o l<pxà corpu. 'Av lyo) aà ocpàl^o), èal> 5èv 
elaat upcoxaYYÓvo p,ou, àv 8è, elaat TcpcDxayYÓvo jxou. 

Arrispuiideuaaat -^ alyat xal xoO etTraat* 

— Wf\ Tziri hidootù xfi rocca, 'xt ài aqjà^et. 
KelV' xo TOxtSl o6x(i) Sxa|jie. Ilàaa corpu tcoO 

cspareue, xoO SXeye* 

— S' 6a<pa5a, iipwxaYyóvo |jlou; 

Aà, TOXTCTCOO. 

Fino Tco'j èxéXetoKje xoi>^ l(pxà corpu, xal 8èv 
xòv !acpa5e xal roO ecTie* 

— "Apxt eZaat xb icpcoxaYYÓvo |iou, xal ab àpXé- 
uet; xal^ alYat. ^^^ 

Ilfi^ àpXeTce xal^ alYat, xoO eiiue* 

— Bpà xt a5xou 'Tcepàvo) lyjc,i x^ leddhà |jlou, 
xal av àk Pp^j, aè xptÓYet. 

Ma xelv' xo TiatSl eixe pia xepaoia xal èaxXà- 
Ptjae èxe! àTcàvo). AvvideaxY) i^ Icddlià xoO vecchio 
xal xoO e&te* 

— 'Apxt aà xpcrfo), Ywccl jio") xptirfet^ xà xe- 
paofa. Kàxat^a. 

'Exelv* xo 7Wtt8l rf;^ eliie* 

— 'Ey<5) 8è xaxatpafvtì). Iléxwae èab (5)5e àTcàvo). 
*Exefvif) xoO elTce* 

— 'Ey<S) 8à at&vo) Tcext&aet. 

— Aó^ {lou xà p^cXXta, 'xt aà aépvo) xal Trexóvet^. 
2à xijv eixe in' xà (laXXfa, x/jv Saupe fino \ 

xò jifai) xal x^v hfr\Y.z xpe|ia|ijx£vif]. 

— A6^ |iou x)) medicina va pàXo) '^ xob^ luc- 



Chiu X05 TCaTCTCOl (JLOU. 

ToQ e&ce* 

— "Ex^a \ xò airfxt, 'xt '^ x^v cascia 5x^t xij 
medicina. 

Tfj^ IxpàpTjae |xà xò TceXéxt \ x^ xe<paX^ xal 
x^v eatya^e. Doppu toO x))v Sa(pa5e, èY^àprj 'g xoO 
TcaTCTCoO xou xal xoO efTce* 

— 'Eyo) èo^oSa x^ leddhà aa^ xal xf^g èirfaaa 
vt\ medicina ^ìòl lucchiu aa^. 

05x10 xoO g^e medicina \ xch^ lucchiu xal 
xou f^pxe fj vjsta. Doppu tioO f^pxe i^ vista, xoO etire. 

— ''4pxt aà xp(i>Ytt). 
'0 àve^(o<; xoO eftre* 

— Ftaxf |ià xpc&Yexe; 

— Ftaxl etaat magno. 

— Aà, TiaTCTToO, 'xt aa^ xàvvco magno Tcfi)^ 
eljiat b(&. 

— Kal Ttó)^ èYevàaOrjc laó; 

— 'Apxt aa^ XéYto* èStàXe^a 'X^y© maaàpt xal 
xò g^aXa latù \ xò Ppaaxàpt xal S^paae, xal èaéptjv 
èxet lato xal èYevàaSrjv magno. 

*0 TcaTHcoO^ oBxco^ Sxa|jie, èaépr) Sao) '{ xò ppoc- 
oxàpt xal 7ré6ave, jjtà Ttpfxa va TceOivig, xoO SoxetXe 
p/a xoxipa xal xoO elTce* 

— 'ETCxà a^Yat elvat èircà 7coxa|iol tcoO 5x^tg 
va pnsscóaTO^ xal 6 uriimo va aà TCi^piQ. 

Doppu 'xt Sfjietve (lovaxó^ xou, Ix^^ V^ '^^^ 
OLiyai xXG)vxa^, 'xt o£ 7wxa|iol elx^^at va xòv ^pouv, 
UGx; JxXate, è^l^t) 2va vcccliiarcllo xal xo5 e&re* 

— Ftaxi xXafet^; 
'Exelvo xo5 elice* 

— 'Ex(o TO^^v' xatg l(fxà alYat xal l/tù va Tce- 
pio) ècpxà Tcoxafjiob^ xal 6 urtimo Sx^t va (xà TCi^jpiQ. 

'Exelvo vecchio xo^ efne* 

— Mt] xXaóar), 'xt Spxo Iy^ I*^''^*' ^®^> ^ 
èX^l^e va cpà|ie [xia alY» xàxa Twxajxó. 

Kelv' xo 7cat5l xo& e^TO* 

— Ma va(. 

'S xò Tipwxetvò ètfiyaoi. x^ npcoxetv^ xal xog elite* 

— AtdcXe^e xà òaxéa xal pàXe xa \ xij trastina. 
05x0) èxà(jLaat SXou^ èircà 7uoxa|jLOÌ)^ xal èxeXet(t)- 

aaat 8Xat xal^ alyat xal xà èaxéa xà S^aXe Saato 
'^ x/j trastina. UG)^ èxeXettBaaat xou^ 7coxa|jLOi>€, 1^- 
Prjaav a' Iva |iiXt xal xo^ eiTce ixelvo 6 vecchio* 

— Pf^e aóxo^va èaxéa aà xo^v' xo [iàXt xal yùft 
è|i7cpòg ÒTilató xal ì^-ffza, xl OéXet^. 

KelV' xo 7rat8l è^f^xtjae X^Y^t^ alYotg xal X^y^ 
Tipó^axa xal compareuaaat fi a^Y^ct xal xà Tcpópaxa 
xal Iva aTcfxt. Poi xoO elice 6 vecchio* 

OéXetg xàXXto 8óo pecuraro o xàXXto 8óo 
oxóXta; 



22 



'Exelv' xo TwaSl rispundeuae* 

— OéXo) xàXXto 860 (JxóXta. 

06xa)€ cumpareixjaat 060 xxXà axuXta xol à^Xé- 
Twcot tà nimaglia, xal Soxexe èxel. *H Icddlia xou 
ÓTTfjye xàta Tcpcot ytà sero xol 6 leddhé t))V yvciptae 
xal 8èv xf^s JSctìxe yvcoptii/a. Ftà Xfya TioDpvàxa x?;^ 
JSowe va <pàiQ {lu^if^Spat^, poi jiia Tipcofix Tf,^ S8(oxe 
yvcopciifa xol zffi tlnt' 

— A5pt TTOupvò va IpSig 6 patri xol 1^ (làva, 
èob TcXéo è|iicpòg xol 1^ jiàva fiéaa xal 6 patri nkéoy 

Kal zlTze xfòv axuX((ov 

— T^ flava (JLOU Sxete vi x^ ^àrpce. 
Tà ax6Xta o5:a)^ èxà|JLaat, x))v è(pÌYaat. 
'Exelvo 6 vecchio f^xo 6 *fto NtxóXa iw?> xò 

accumpiìgneuae. OBxco xelvot ijieivoai èxel 'g x' af- 
faria xcdv xal éjielis èjjtefvajie coSe senza xfTioxe. 

VERSIONE 

Una volta c'era una madre ed un padre che 
avevano due figliuoli, uno maschio e l'alira km- 
mina. Venne la morte e la madre mori. 

Passato un po' di tempo, il padre tornò ad 
ammogliarsi e sposò una donna che non poteva 
vedere i figliastri. Per dispetto, facendo da man- 
giare, mise a cuocere sette granelli di fagiuoli ; 
•ne mangiò uno per vedere se fosse cotto, poi 
un altro per vedere se fosse buono di sale, e 
cosi, granello granello, li mangiò lutii, e poi get- 
tò il brodo. Il padre, vedendo far ciò, le fece 
un rimprovero. La donna gli disse : 

— Se tu vuoi che io ti faccia da mangiare, 
devi scacciare i tuoi figli. 

A queste parole, il padre pensò di mandarli 
via ; prese un formaggio, un fiasco di vino, un 
pane, e poi, la manina, menò i figliuoli alla 
montagna. La nonna avea saputo, la sera, che 
egli dovea cacciare i figli e dette a questi un 
po' di lupini : 

-^ Quando partirete, comincerete a matigiare, 
e le bucce le getterete per la strada. Starete at- 
tenti ove i lupini finiranno, e tornerete per la 
stessa strada segnata dalle bucce. 

Il padre appese il formaggio, il vino ed il 
pane alla zappa : 

— Ora, figliuoli miei, state qui e vedete se 
potete gettare queste cose, perchè io vado per 
legna. 

Cosi il padre tornò a casa senza i figli, e la 
moglie cominciò a preparare de' cibi tutta con- 



tenta e si misero a mangiare. I figli, che erano 
alla montagna, passarono tutta la giornata, get- 
tando pietre sulla zappa. Fattasi sera, la sorella 
disse : 

— Fratello, andiamo per i fatti nostri. 

Il fratello non volle andare, e la sorella sì 
avviò per la strada segnata dalle bucce dei -lu- 
pini, e, arrivata alla casa del padre, si sedè fuo- 
ri, presso la porta. Il padre, tutto dolente, ve- 
dendo rimanere tanti cibi ed i figli disporsi, disse: 

— Avessero un po' di brodo ! 

La figlia, che era seduta presso la porta, 
uJendo queste parole, disse : 

Son qui, padre. 

La madrigna disse : 

Son questi i figli, che hai dispersi ? 

Quando i! maschio era alla montagna, si fe- 
ce scuro, e, fattasi notte, vide da lontano un lu- 
me e si avviò a quella volta. Come vi giunse, 
vide un vecchio dentro la grotta, che era cieco 
e nutrivasi di latte. Il hnciullo cominciò a sor- 
birne con lui, ed il vecchio non lo vide e non 
potè saziarsi. Quel vecchio aveva sette capre e 
mandò loro un* imprecazione. Le capre gli dis- 
sero : 

— Tu bai ajuto, e per questo non ti sei 
saziato. 

11 vecchio disse loro : 

— Chi è che .sorbiva con me? 
Quel fanciullo rispose : 

— Sono io, vostro nipote. 

— Tu non sei mio nipote. 
Quel fanciullo ripigliò : 

— Sono vostro nipote. 
Gli disse il vecchio : 

— Vaitene dietro quella pietra, ed io ti 
sparo sette colpi. Se io ti ammazzo, tu non sei 
mio nipote ; se no, tu sei mio nipote. 

Le capre gli dissero : 

— Non andare, che ti ammazza. 

Il fanciullo cosi fece. Il cieco, ad ogni colpo 
che sparava, gli diceva. 

— Ti ho ucciso, nipote mio? 

— No, nonno mio. 

Finiti i sette colpi senza ucciderlo, il cieco 
gli disse : 

— Ora sei mio nipote e tu guarderai le capre. 
Come guardava le capre, gli disse : 

— Bada che costassù evvi mia sorella, e se 
ti vede, ti mangia. 

Ma quel fanciullo aveva un ciliegio e vi sa- 



23 



U sopra. Se ne avvide la sorella del vecchio e 
gli disse : 

— Ora li mangio, perchè tu mi mangi le 
ciliege. Scendi. 

Il fanciullo rispose : 

— Io non scendo. Sali tu quassù. 

— Io non posso salire. 

— Dammi i capelli, che io ti tiro e salirai. 
Quando V ebbe dai capelli, la tirò fino a me- 
tà e lasciolla appesa. 

— Dammi la medicina da mettere agli oc- 
chi di mio nonno. 

Ella rispose : 

— Va' a casa, che nella cassa evvi la medicina. 

Egli la percosse colla scure in testa e l'am- 
mazzò. Dopo che l'ebbe uccisa, andò dal nonno 
e gli disse : 

— Io ho ucciso vostra sorella, e le ho presa 
la medicina per i vostri occhi. 

Gli pose la medicina agli occhi, ed al vec- 
chio venne la vista. Riavuta la vista, il vecchio 
disse : 

— Ora ti mangio. 
Il nipote rispose : 

— Perché mi mangiate ? 

— Perchè sei bello. 

— No, nonno; perchè vi farò bello come 
sono io. 

E come tu sei divenuto bello ? 

— Ora vi dirò : raccolsi un po' di pece e 
la misi nella caldaia a bollire ; io entrai nella 
caldaja e divenni bello. 

Il nonno cosi fece : entrò nella caldaja e mo- 
rì ; ma prima di morire mandò una maledizio- 
ne e disse : 

— Le sette capre sono sette fiumi che tu 
dovrai passare ; che l'ultimo ti porti via ! 

Il fanciullo, rimasto solo, parti piangendo col- 
le capre, perchè dovevano portarlo via. Come 
piangeva, usci un vecchierello e gli disse : 

— Perchè piangi ? 
Quello rispose : 

— Ho queste sette capre ed ho a passare 
sette fiumi, e l'ultimo dovrà portarmi via. 

Il vecchio soggiunse : 

— Non piangere, che verrò io con te, e man- 
geremo una capra ad ogni fiume. 

Il fanciullo disse : 

— SI. 

Al primo fiume mangiarono la prima capra 
ed il vecchio disse: 



— Raccogli le osse e mettile nello zaino. 

Cosi fece per tutti i sette fiumi; le sette ca- 
pre finirono e le ossa le pose nello zaino. Pas- 
sati i fiumi, uscirono in una campagna, e gli 
disse quel vecchio : 

— Getta coleste ossa in questa campagna e 
voltati avanti indietro e chiedi ciò che vuoi. 

Quel fanciullo chiese poche capre, e poche 
pecore, e gli comparvero le capre le pecore ed 
una casa. Poi gli disse il vecchio : 

— Vuoi meglio due pecorai o due cani ? 
Il fanciullo rispose : 

— Voglio due cani. 

• Cosi gli comparvero due cani, che gli guar- 
davano gli animali, ed egli rimase li. La sorella 
ogni mattina vi andava per siero, ed il fratello 
la riconobbe e non si fece conoscere. Per po- 
che mattine le dette a mangiare ricotte, poi una 
mattina si fece conoscere e le disse : 

— Dimani venga il padre e la madre ; tu 
verrai più avanti, la madre nel mezzo ed il padre 
più indietro. 

E disse ai cani : 

— Mia madre dovete mangiarvela. 

I cani cosi fecero, se la mangiarono. 

Quel vecchio era San Nicola che V accom- 
pagnò. 

Cosi quelli rimasero li per gli aflfari loro e 
noi siamo rimasti qui senza niente. 

GIUOCHI FANCIULLESCHI CITTANUOYESI 

I® — ff ^ pumusdilli » 



Sovente parecchie fanciulle popolane riuni- 
sconsi e si adagiano per terra avanti alla porta 
di casa di una di esse, la quale per lo più è 
quella che ha maggior autorità ; e, col lavoro in 
mano si intrattengono a discorrere del più e del 
meno, di tutto e di tutti, come tante donnine in 
erba, oppure a narrare delle fiabe od altri rac- 
conti. Avviene talvolta, che tutto ad un tratto si 
sviluppa nel loro ambiente un odore ingrato di 
cosa che, per nor, in omaggio alla consegna di 
Mons. della Casa, il tacere é bello; ma che non 
impedisce però in quel punto alle ragazze di met- 
tersi a rumore, sospendere il lavoro ed il par- 
lare, turarsi il naso, voltarsi da una banda all'al- 
tra ed esclamare : € Ppu fetu l ppu fetu I ». Chi 



24 



è Stato, e chi non è stato, chi accusa una vicina 
e chi un*ahra, in mezzo all' ilarirà generale, per 
ahro; quando, la più vivace o la più autoritaria, 
a voce più alta dice : a Ccittili^ ccitliti^ figgbioUf 
mo vi dicu jeu cu* ftiy facimu a pusmusdilli ». 

In cosi dire, tutte approvano e si dispongono 
in circolo. Allora, quella che ha rimesso l'ordi- 
ne, si pone a recitare la seguente filastrocca, toc- 
cando colla mano destra il petto delle compagne, 
principiando da sé, una dopo l'altra, ad ogni pa- 
rola che dice, cosi : ir Pumu pumii sdilli e chi deli 
la deturiltiy e chi deli la mia riginay pu-^a^ feti^ 
re-stan-ti-rià^ ». E cosi, quella sul cui petto vie- 
ne a cadere 1' ultima sillaba della filastrocca, fra 
le grida trionfali e le risa delle compagne rima- 
ne dichiarata prima dal caso e poi per proclama- 
zione delle compagne autrice dell'ingrato odore, 
in mezzo alla ilarità generale ed alla confusione 
propria. 

Un giorno che fui spettatore di una simile 
scenetta, che veramente mi colpì di simpatia, 
volli studiare il significato di quella specie d'in- 
dovinello, e mi parve doversi considerare una 
forma rudimentaria, una corruzione di qualche 
stornello latino che dovevasi recitare nel basso 
Impero dalle ragazze, anche per designare qual- 
che persona a sorte. Ripristinato in una certa for- 
ma originale, pare potrebbe essere cosi : «r Pu- 
mus, pumus illa, et cui deturì detur UH; et cui 
detur mea (m) regina (m) posset esscy mea (m) re- 
gina (m) posset esse e. . . . Lascio ulteriori com- 
menti all'erudito filologo, ed aggiungo solo che 
r ibridismo della formola dialettale, composto in 
un linguaggio strano, misto di radici latine e di 
desinenze dialettali, tradisce abbastanza che do- 
vette aver origine quando il latino ancor lottava 
col volgare idioma. 

V. De Cristo 

CONFERENZE DI A. CIPOLLINI 



Il prof. Antonio Cipollini^ che da ventiquat- 
tro anni risiede a Milano, dopo avermi regalato 
tanti bei libri da lui pubblicati, ora me ne man- 
da un altro che ha per ti.olo il ConferetiT^iere. Il 
libro è dedicato alla signora Erminia Stucchi, e 
contiene cinque conferenze sopra Saflb, Teocri- 
to, Ovidio, Maggi e Cardano, una sugli scritti e 
sulla vita di Carlo Tenca, e'I' ultima sulla testa 
giubilare del sommo maestro Graziadio Ascoli, 
il quale col suo Archìvio glottologico ha innalzato 



un monumento di gloria a sé ed alla patria. Il 
Cipollini, come letterato, è troppo noto ai dotti 
italiani, e non e' è bisogno che io mi trattenga 
ad esporre i pregi delle sue conferenze in un 
giornale di letteratura popolare. Ringraziandolo 
del dono e dell' affetto mostrato per la mia po- 
vera persona, auguro ch'egli continui ad onorare 
il nome calabrese con altri lavori consimili. 

L. Bninano 

Sommario della TralltiQii e lì altre Kirlste 

La Tradition Paris, Janvicr 1902 '^.Necrolo- 
gie: Reni Stìlbel — Conte provenni de Guardia 
Piimontaise (G. De Giacomo e L. Bruz^no) — 
Au Gui r An Neiif (Tradisiu) — Suptrstitions du 
Comti de ÌVarwick et des Higlatides (René Stiébel) 
Galerie Traditionniste : Atanase Iliejf (H. C.) — 
Noel à bord des Navires Allemands (Destutayre) - 
Questions — Reponses — Chronique — Bibliografie 
(Pierre de Saint - Jean) — Bibliografie des Proviti- 
ces — Journaus et Revues. 

Février 1902 — La Musique Malgache ( J. 
Girieud) — Vroverbes de F Aginois (Ernest La- 
font) — De Flcamp à Saint - Falery - en Lau (Joa- 
chim Michel) — Galerie Traditionniste : Alexandre 
Barvinsky (H. C.) — La Risurrection de Tats (Jo- 
sef Galticr) — Chronique — Bibliografie (Pierre 
de Saint -Jean) — Bibliografie des Provinces — 
Journaus et Revues. 

Revue Franco - Italienne, Naples, Mars — 
L' union pan - lattne (Paul Gourmand) — Aryens 
et Semites (Ed. Rosey) — Les Brillants (Henry de 
Braisne) — Messaline (G. de Champdoré) — Gd- 
ran Bjòrkman (Gram) — Santiago Argùello H 
(G. A. Frontini) — Acqua corrente (Annetta Gar- 
della Ferraris) — A notte (Camillo Pariset) — 
Cbronique des lettres latines (Lisa Lualdi) — Dans 
les Revues (Hortulus). 

Rassegna internazionale, Roma, Marzo 1902- 
Le opinioni degli uomini e i fatti dell* uomo (E. 
Corradini) — Tranquilla di sensi^ commedia (Luigi 
Suner) — Catalogna (Lem Benelli) — L'educa:(ione 
dei bambini deficienti (A. Giannelli) — Uomini e 
fatti della vita italiana (Luciano Zùccoli) ^ Cro- 
naca inglese (Henry D. Davray) — Cronaca mu- 
sicale (Guido Gasperini) — Appunti bibliografici — 
Notiziario generale — Bibliografia. 

Direttore resp. Luigi BrtuzaDO 

Tipografia Passafaro 











^^^^^^!^^?^!^^'^^^^^^^^^W^^^^^^^?^^^^^^^^^^^^^^^^^^^i 









RIVISTA DI LI^7rTKRATTIRA POPOLARE 



DIRETTA 



[)A 



LUIGI BRUZZANO 



Numero 4 



Maggio 1902. 



MONTEI.EONE 

T1P0GI14FIA PaSSAFARU 
nelt' Orfinotrolìa Provinciile 

1002 




^i^a 



^ .^S^ jì*, .* ÌL jl!_^^-^ - '^-_ rì*.^^S^^ ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^ 



y^a. >t^..eì>^ggi.>Ts>^.^ ^^fi^P'' 



^ 



assim^à 



•&^ 



i 



M^m 



Sv,^ì*c4?x55 















'g <tqì'J2P-a -^^fC^ Qc ■•■•■^ iQ Pt -o-^<A^.<grHi -^iOhi- Qtxi vj)^ Op^^-dj5^^g>^ 



"^ 







I 



id 

^ 






# 



-^ 



-^XL».o SEI-V - M-. -4 



g^^ 



^x^ jpì^^! <?^t*:^jX^^ j?-!<:>^ tfj>^ j. .ft>x7* ^ìx^. g::Xt^, g^x^ 4:;<@ ^ f^!ii>ì-^ ^j>g6s:rg^y^ .^>?<^ -^ììjg t^^^g^^g^^^:; x.^:.e:Lx;g 



LA CALABRIA } 




:x:^;>i^<|jr;y^^j^^a^^j^K^ìi^ì^ 



P y^y '^^W*'f *. ^^KlSP* JT»^ ISjR ^^J^gA ;;^ Jr'JPyJd llfc ^ VdJH gf^ _ 



45|j RIVISTA DI LETTERATURA POPOLARE «^ 



DIRETTORE 
Xj-V3.igri Sz-va.2S2seizio 



-è- 

Monteleone di Calabria, Maggio 1902. 



SOMMARIO 

Monografia topografica folklorica sopra Um- 
briaiico (C. Giuranna) — Gergo della delinquenza 
(P. Candela) — Novellina di Guardia Piemontese 
(6. De Giacomo) — Catalogo delle piante della 
Piana di Calabria (J. De Cristo) — Canto alba- 
nese di Falconara (F. Riggio) — Canti ed indo- 
vinelli di S. Giorgio Morgeto (G. Magali Del 
Giudice) - Riviste. 

(Da una monografia topografica folklorica 

SOPRA UMBRIATICO) 

(Spnostn *e quatrarelle) 



A SCIOCA 

Più bimbe si allacciano per mano, formando 
cerchio, e rullano dal lato destro, dicendo con 
cantilena ritmica : 

E ra scioca e ra sriocj.., 
E mannaia l Chi ci ioca ? 
E ci ioca ni Bumminieddu 
Cu ra rosa a tu cappieddu 
E ru pumu nT^uccaratu 
A ra tanna d' 'a Mmacuìaia I 
A questo punto le bimbe cadono sedute sul- 
la parte posteriore delle gambe, e quindi ripren- 
dono a girare dall' altro lato. 
SACCiu fa' 
Due, delle più grandette, si allacciano per 
mano e, spingendo, e ritirando alternativamente 
le braccia, dicono: 

Sa, sacciu ja\ 

Sacciu cusàri e tagghià^ 



Abbonamento annuo 

I-lire 3. 

Un numero separato L. i, 



SI PUBBLICA 
OGNI DUE MESI 



Sacciu minar i 'nu puntu caminu 
Sacciu sonari li campa. 

Terminando, riuniscono immediatamente la 
punta dei piedi, e tenendosi ancora fortemente per 
mano, girano dal lato destro vertiginosamente. 

*U PETTINICCHIU 

Due delle trastullanti si tengono per mano, 
r una — Cummari Stidda^ 1' altra — Cummari 
Luna: una terza, nel mezzo, si volge alternati- 
vamente air una e all' altra, dicendo con fare 
civettuolo : 

— Cummày m