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Full text of "La comedia di Dante Allighieri"

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LACOMEDIA 



DANTE ALLIGHIERI 



COL COHENTO 



SI N. TOMMASEO 



'■ECCDUTA BUIA VITI M DA!(TE KlITTA BA OIOTAKKI BOCCACCIO , DA DM CAFITOLO DI 
IACOPO ALLKHtIBI E VA DK ALTRO DI MSOXB DA SOMIO: £ UCClTA DA DH DltlORAMO 
OttlM TOCIBrsAtl riD'KOTABILI, DILLI HTOBIK, DILLE PATOLE, DELLE PXEIFKAH, 
BE' :COMI PEOFBl DI PIUOKB B DI LUOGUI BD ALTRO DI CCl PASd KBmiaKB KBL FOBIA. 

PRIMA EDIZIONE NAFOUT;U«A 




napoli 



iiTAffanniiTo tipogiafico di oimtpPB aoFFt - 
1839 



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^. IO 



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ALLA ECCELLENZA 
DEL CAVALIER 

mCBELE SANTANGELO 

NELLA SCIENZA AACHE0L06ICA 
ED IN OGNI MANIERA DI LETTERE 

PERITISSIMO 
DI ITALIANE ACCADEMIE E STRANIERE 

CONSODALE 

CHE LE RELIQUIE DELLE ARTI ANTICHE 

I MONUMENTI DELLE NUOVE 

RACCOGUE ED ILLUSTRA 

UOMO D'ANIMA 

INSIGNE PER DOTTRINA E BONTÀ 

DI LETTERATI DI ARTISTI PROTEGGITORÉ 

QUESTA NOVELLA EDIZIONE 

DELLA DIVINA COMEDIA 

DA NICCOLÒ TOMMASEO COMENT ATA 

GIUSEPPE CIOFPI EDITORE TIPOGRAFO 

CHE OGNI CtRA VI POSE 

CON GRATO ANIMO E DEVOTO 

CONSACRA 




PREFAZIONE 



Tra le molte e varie edizioni della Dinna Comedia finora 
prodotte e che tuttogiorno si van riproducendo nel nostro pae* 
se e nello straniero , piacciavi , cortesi lettori^ di bene ac- 
cogliere la presente. Il nostro scopo non è unicamente di 
moltiplicare le copie di uno dei più classici libri che onorino 
r Italia, e che da tanti secoli tien ferma Tanunirazionedei 
dotti di tutte le nazioni ; ma di rendere inoltre utile servilo 
a' cultori del bello e del sublime della lingua e della poesia 
italiana. A tal fine, senza trattenervi con pomposi e vani ra« 
gionamenti e preamboli , gioverà piuttosto sottoporvi la con* 
dotta che terremo per giungere alla propostaci meta. 

I . Premetteremo all' opera la vita di Dante scritta da 
Gio. Boccaccio. Tra i molti scrittori della vita di questo sommo 
poeta, nessuno, a parer nostro , dee preferirsi al Boccaccio, 
si perchè quasi contemporaneo , e si perchè scrittore dell' au- 
reo secolo. Quando Firenze, piena di rimorsi e ravveduta 
delle ingiuste persecuzioni fatte al venerando padre della liii« 
^a e della Poesia italiana , decretò larga pensione ad un 
pubblico lettore per illustrare e comentare le opere di qadlo^ 



iv PREFAZIONE 

il Boccaccio fu il primo che di tanto onore fu riputato me- 
ritevole, cinquantadue anni circa dalla morte di Dante. 
Noi ridurremo quesf operetta alla sua vera lezione riscon- 
trandone le migliori stampe ; le apporremo opportune 
illustrazioni , e ne rimoderneremo V ortografia : cose tutte 
necessarie per renderne più piacevole e facile la lettura , 
nonché V intelligenza ; la quale nondimeno confessiamo es- 
sere in qualche luogo non molto chiara : ma ciò deriva 
dallo stile del Boccaccio , uso , per servirci delle parole 
del eh. Pietro Giordani , a dislogare le ossa e le giun- 
tura di nostra lingua^ per darle violentemente le forme 
che meno le si confanno dal latino. I lettori non con- 
danneranno al certo per questo solo vizio la nostra scelta, 
quando esso è ben compensato da mille singolarissimi prcr- 
gi : ma se alcun vi sarà tanto contro di noi severo , gli 
rammentiamo la regola del dottissimo Cav. Lionardo Sal- 
viati, il quale , degli scrittori del miglior secolo favellan- 
do , benché in, altro senso , disse : A niun di loro si va 
dietro del tutto ^ ma da ciascuno si prende il buono y e 
nel non buono si abbandona. Difatti , generalmente par- 
lando, quanta e quale non e in questa scrittura la ele- 
ganza e grazia dello stile, nonché la purezza e proprietà 
delle parole ? Cosi come fu terso e preciso fosse stato egli 
avveduto nel compilar questa istoria, e non ci avesse in- 
serito tanti sogni e fantasie 1 Ma ricordiamci del suo ge- 
nio alle novelle inclinato , e cesseremo di pretendere altro 
da lui ; mentre le Osservazioni critiche , che apporremo 
in fine della medesima dichiareranno abbastanza gli er- 
rori suoi , ed accerteranno meglio T istoria della vita, e ri- 
vendicheranno in parte T onore e i costumi del divino Poeta. 

2 . Farem quindi seguitare il Credo , che generalmente 
Tiene a Dante attribuito , ed altri brevi componimenti pre- 
giatissimi e rari. 

S. Yerran dopo gli elegantissimi due capitoli^ uno ap- 



PREFAZIONE v 

parteneote a Iacopo figliuolo di Dante , e V altro a Boso- 
De da Gubbio , grande amico ed albergatore di Dante me- 
desimo. Questi due poemetti precederanno utilmente la di- 
vina comedia , essendone quasi V epitome e V argomento ; 
laonde valgono assai a manifestare l'ordine e la struttura 
del magnifico Poema. 

4. Dopo tutto ciò avrà cominciamento la Tricomedia , 
col comento del eh. N. Tommaseo. Perchè tra tanti cementi 
abbiam prescelto questo , fia noto a' lettori allor che lo 
leggeranno : quei poi che non hanno tanta pazienza , se ne 
persuaderanno leggendo il seguente proemio dell' egregio 
cementatore. 

5. In fine porremo un ricchissimo dizionario di tutte le 
voci e frasi più notabili usate nella Tricomedia , delle favo- 
le , delle storie , delle perifrasi , de' nomi propri di persone 
e di luoghi , e di tutf altro che si menziona nel poema, con 
la rispondente breve precisa e chiara spiegazione, sì che 
questo solo dizionario può tener le veci del più copioso co- 
mento. Sarà d' altronde questo lavoro prezioso a' trecentisti 
ed a tutti quelli che desiderano conoscere le voci usate da 
Dante ; poiché possono nel bisogno in un attimo restar sod- 
disfatti facendone ricercamento in esso dizionario ; il quale 
spiegando loro le varie significazioni della voce in disamina, 
e citando i luoghi originali ov' essa si trova , facilita la me- 
moria e aiuta T intelletto , specialmente alla gioventù stu- 
diosa non ancora tanto provetti nello studio, nella conoscenza 
e nel gusto della toscana tersa favella. 

Alla compilazione di questo dizionario giovati ci sono 
assai gì' indici ricchissimi di Gio. Antonio Volpi dati in luce 
dal Cornino^ / 727 , e non abbiam lasciato di frugare il me- 
glio de' cementi del Fellutello , del Landino , del Quattro- 
mam\ àelFenturi, del P. Cesari, del i?/fl^ib// e di tutti gli 
altri più recenti cementatori di Dante riuniti nell' edizione di* 
David Passigli e C. , Firenze g838; di tal che si renderà 



I 



VI PREFAZIONE 

superfluo non solo qualunque altro comento , ma la stessa ci- 
tata edizione del Passigli e C. ; come si convincerà chiunque 
si prenderà V incomodo di farne il confronto. 

Difatti in un^ edizione in cui si copiano tutti i coment! 
della divina Comedia , evitar non si può V inconveniente 
delia prolissità e della ripetizione delle stesse parole e delle 
stesse cose ; e ciò produrrà senza meno il disordine e la con- 
fusione. Se il comento ha per iscopo la retta intelligenza 
del testo , perchè ammassar su la stessa parola e su la stessa 
frase lo svariato modo di sentire de' tanti cementatori so- 
vente contraditorio , e più sovente copiato V un dall' al- 
tro , o solo diverso per la diversità de' vocaboli con cui è 
espresso ? A noi seinbra esser miglior condotta , tra le va- 
rie e moltiplici opinioni di tanti cementatori scegliere é 
presentar quella eh' è conforme a ragione , o che più per- 
suade. In ogni specie di quistioni la verità non è che da 
un canto, e tra due o più contendenti spinti dall'amor 
proprio a sostener la loro opinione , un terzo che venga 
a giudicarne a sangue freddo , è difficile che non discerna 
il vero dal falso ; ed è raro che un tal giudice resti in 
dubbio. In questo modo il comento sarà breve ^ perchè 
nulla si ripete ; sarà chiaro , perchè non vi sono contra- 
dizioni ; e sarà compiuto , perchè comprende tutto ciò che di 
bello e di buono si scrisse da tutti i comentatori si anti- 
chi che moderni. Verificandosi il caso del dubbio, se ne 
porranno le plausibili opinioni : ed essendo ciò raro, non 
discapiterà né Ih chiarezza né la brevità. Or questo ad un 
dipresso è ciò che conterrà il prefato dizionario; peroc- 
ché volendo noi dare un' edizione della divina Comedia in 
cui nulla s' avesse a desiderare , senza sifiEatto lavoro i no- 
stri voti non sarebbero compiuti, poiché il comento del sig. 
Tommaseo riguarda , per cosi dire , il grande ed il su- 
blime della interpetrazione e dell' erudizieni , senza punto 
discendere ad un infinito numero di altre particolarità filo- 



PREFAZIONE vii 

logiche di minor calibro , ma non però meno importanti • 
Quanf all' ortografia della divina Gomedia , ci atterremo 
a quella datale dal lodato eh. cementatore, nella stampa 
di Venezia 1837. 

Questo è il piano del nostro lavoro ; il quale se ap- 
puntino verrà eseguito , non dubitiamo di affermare che 
la nostra edizione non sarà V ultima fra le più accreditate 
e di reale vantaggio finora comparse in ItaUa. In qualun- 
que modo è da gradire la nostra intenzione di rispondere 
al nobile entusiasmo de' dotti italiani^ e di molti stra- 
nieri , che con lodevole gara promuovono a più non posso 
la gloria ed il progresso dell' illustre nostra favella; la quale 
con lo studio de'classici , e massime del loro principe Dante^ 
s* apprende ; perocché mentre tutti concorrono al grande 
scopo , a noi non conviene di starcene con le mani alla 
cintola. Noi abbiamo egual diritto e dovere alla nobile impre- 
sa^ come figli della stessa madre , l'Italia. Napoli non è punto 
inferiore alle altre città italiane pel vanto del risorgimento e 
progresso della lingua ; la quale mentre ancor bambina nella 
culla vagiva, ebbe qui il primo suo lustro nella corte del 
magnanimo Federigo II imperatore e re ; e tutto ciò che 
da' più dotti ingegni di quell'aureo secolo in lingua ita- 
liana componeasi , in questa regia sede primamente com- 
pariva, e siciliano appellavasi. Il confessa lo stesso illu- 
stre Dante nel capitolo XII del libro de mlgari eloquerh 
tia : del quale alleghiamo il passo originale , e finiamo 
questa prefÌEizione : Sed haecfama Trinacriae terrae . . . 
videtur tantum in opprobrium italorum principum re- 
mansisae. . . . Siquidem illustres heroés Federicvs 
Caesar et bene genitua ejus Manfredus . . . corde 
nobiles , atque gratiarum dotati y inhaerere tantorum 
principum maiestati conati sunt : ila quod eorum temr 
pore quidquid excellentes latinorum (h. e. italorum) nite^ 
baniur , primitiis in tantorum coronatorum aula prodi^ 



vili PREFAZIONE 



6at ; et quia regale eolmm eraf Sicilia , factum est , 
quidquid nostri praedecessores vulgariter proUUerunt, 
Sicilianum vocaiur : quod quidem retinemus et tws , nec 
posteri fiossi pertmUare valebunt. 



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3P1ÌOE3IIIO 



DI N, TOMMASEO 



A non lungo comento , proemio breve. Son troppi , lo so ^ di questa 
sorto lavori: ma io vengo appunto a stringere in poco le cose sparse per 
tanti volumi. Non fo che citare : perchè le citazioni dichiarano la lette- 
ra, illustrano il concetto^ mostrano onde Dante l'attinse^ o con quali 
grandi fantasie la fantasia di lui si rincontrò , e come e' fu creatore imi- 
tando. Cito quasi sempre gli antichi, e lui sovente; che nelle Prose e 
nelle rime e ne' luoghi simili del Poema si riconoscono gl'intendimenti 
SQoi e le forme dello stile. Più frequenti a rammentare mi x:adono la 
Bibbia e Virgilio , S. Tommaso e Aristotele. Mi aiuto di fonti inedite: 
e preziosissimo mi è un comento di Piero figliuolo di Dante ; dal quale 
attingo esposizioni e allusioni nuove , e le già note , ma non certe , 
confermo. Quant' ha di necessario l'Ottimo e gli altri vecchi^ quanto 
i moderni ^ rendo in poche parole. Cerco nella prosa antica gli esem- 
pi di quelle clie finora parvero licenze poetiche: le cerco nel tosca- 
no vivente. £ di tutte queste citazioni escono insegnamenti e consi- 
derazioni ed affetti quali nessuna parola di critico può suscitare: si 
conosce quello eh' è proprio. all' uomo , quello che al secolo ; quale 
^ ({nanta armonia tra l'imaginazione e l'intelletto, la natura e Tarte, 
^ dottrina e V amore. Le nuove mie interpretazioni di&ndo in breve 
scDza magnificarne la bellezza , ne le contrarie combatto. Prescelgo 
le più seitpplici : e solo là dove è forte il dubbio , ne pongo due. 
^ lezioni del testo conformo air autorità di più codici e stampe ; 
'^ a nessuna. Se circa le lezioni o le interpretazioni mie cadrà 
^^ta , potrò sostenerle o correggerle : ma lo spediente del citare 
F^emi buono appunto a troncare molte liti ; e la brevità parvemi 
^W^ita cosa nello illustrare uno de' più parchi scrittori che onorino 
I Italia e la natura umana. 



VITA STUDI E COSTUMI 



DEL CHIABISSTMO 



DANTE ALLIGHIERI 



FATTA E COMPILATA 



DA M. GIOVANNI BOCCACCIO 



BIDOTTA A HIGLIOR LEZIOXB ED ANNOTATA 



J^l 



»LONE , il cui petto uno umano tempio 
di divina sapienza fu riputato , e le cui 
sacratissime leggi sono ancora a* presenti 
uomini chiara testimonianza dell'antica 
giustizia e della sua gra\ ita; era, secondochè 
dicono alcuni, spesse volte usato di dire, 
ogni Repubblica , siccome noi , andare e 
stare su due piedi , de' quali con matura 
gravità affermava essere il destro il non 
lasciare akun difetto commesso impunito, 
el sinistro ogni ben fatto remunerare; 
aggittgiiendo che qualunque delle due cose 
già dette , per vizio o per negligenza si 
sottraeva o meno che bene s'osservava, 
senza niun dubbio quella Repubblica , 
chel faceva, conveniva andare scian- 
cata , e da quel piede zoppicare. E se 
per isciagura si peccasse in amendue , 
quasi certissimo avere quella non potere 
^tare in piede in alcun modo. Dalla quale 
Uudevole sentenza, e apertissimamente ve- 



ra, mossi alcuni cosi egregi come antichi 
popoli, alcuna volta di deità, altra vol- 
ta di marmorea statua , e sovente di 
celebre sepoltura , e tal fiata di trionfalo 
arco , e quando di laurea corona o d* altra 
spettabile cosa , secondo i meriti prece- 
denti , onoravano i valorosi. Le pene 
per opposito a* colpevoli date non curo df 
raccontare. Per li quali onori e purgazioni 
1 Assiria , la Macedonica , la Greca , ed 
ultimamente la Romana Repubblica au- 
mentate, con r opere le fini della terra» 
e con la fama toccarono le stelle ; lo 
vestigio delle quali in cosi alti esempli » 
non solamente da' successori presenti , e 
massimamente da* miei fiorentini , sono 
male seguite; ma in tanto s' è disviato da 
esse , che ogni premio di virtù possiede 
l'ambizione. Perchè , siccom'io e ciascun 
altro che con occhio ragionevole vuol 
guardare , non senza grandissima afflizioo 



i 



12 



VITA 



d' animo possiamo vedere i malvagi e 
perversi uomini ai luoghi eccelsi e a' som- 
mi offcl e guiderdoni elevare , e i buoni 
scacciare deprimere ed abbassare: adequa- 
li cose qual fine serbi il giudici© d'Iddio, 
coloro il veggiano che il timone governa- 
no di questa "nave ; perciocché noi, più 
bassa turba, siamo trasportati dal fiotto 
della fortuna, ma non dalla colpa partcfici. 
E comechè con infinite. ingratitudini e dis- 
solute peirdonanze apparenti si potessino le 
predette cose verificare, per meno scopri- 
re i nostri difetti, e per venire al mio prin- 
cipale intento , una sola mi fia assai avere^ 
raccontata : nò questa fia poca o pìcciola , 
raccontando lo esilio del chiarissimo uomo 
Dante Alighieri ; il quale, antico citta- 
dino , né d' oscuri parenti nato , quanto 
per virtù , e per iscienza e per buone 
operazioni meritasse , assai il mostrano e 
mostreranno le cose che da lui fatte ap- 
paiono ; le quali se in una Repubblica 
giusta fossero state operate, niuno dubbio 
e' é che a lui non gli avessino altissimi 
meriti apparecchiati. Oh scellerato pen- 
siero! oh disonesta opera! oh miserabile 
esemplo e di futura rovina manifesto ar- 
gomento ! in luogo di quelli , ingiusta e 
furiosa dannazione, perpetuo sbandimento, 
alienazione de* paterni beni^ e se fare si 
fosso potuto , maculazione della glorio- 
sissima fama, con false colpe ^i fu- 
rono donate. Delle quali cose le recenti 
orme della sua fuga, e l'ossa nelle altrui 
terre sepolte, e la sparta prole per l'altrui 
case , alquanto ancora ne fanno chiari. 
Se a tutte l'altre iniquità fiorentine fosse 
possibile il nascondersi agli occhi d' Iddio 
che veggonoil tutto, non doverebbe questa 
una bastare a provocare sopra sé la sua 
ira ? certo si. Chi in centrano sia esalta- 
to, giudico che sia onesto il tacere. Sicché 
bene riguardando ciò solamente, ò il pro- 
sente mondo del sentiero uscito, dd primo, 
del quale di sopra toccai; ma ha del tut- 
to nel contrario volti i piedi. Perché assai 

(1) Questo periodo, Inn^ soTerchiamente, 
e diviso in cinque membri , offre un senso 



w «Mvuv UA vu««|tw uiciuuri , uurc un senso •*«, nicriscvusi « , 

troppo confitto. A facilitarne P intelligenxa ar- 1 poste poco sopra. 



manifesto appare , che se noi e gli altri 
che in simU modo vivono, contro alla 
sopra toccata sentenza di Solone, senza 
cadere stiamo in piedi , ninna altra cosa 
esser di ciò cagione , che o per lunga 
usanza la natura delle coso é mutata , co- 
me sovente veggiamo avvenire; o e spe- 
ciale miracolo, nel quale per li meriti 
d* alcun nostro passato, Iddio, contro ad 
ogni umano avvedimento , ne sostiene; o 
é la sua pazienza , la quale il nostro ri- 
conoscimento attende . il quale se a lungo 
andare non seguirà, niuno dubiti che la 
sua ira , la quale con lento passo procede 
alla vendetta, non ci serbi tanto più grave 
tormento , che appieno supplisca la sua 
tardità. Ma , perciocché impunito ci pa- 
iano le mal fatte cose , quelle non sola- 
mente dobbiamo fuggire, ma ancora , be- 
no adoperando, d' ammendarie ingegnarci ; 
conoscendo io me esser di quella medesi- 
ma città, avvegnacché picciola parte, della 
quale, considerati i meriti la nobiltà e la 
viriù , Dante Aughieri fu grandissima : 
e per questo , siccome ciascun altro cit- 
tadino, a'suoi onori sia in solido obbligato ; 
comeché io a tanta cosa non sia sufficiente, 
nondimeno secondo la mia picciola facoltà^ 
quello che essa dovea verso lui magnifi- 
camente fare , non avendolo fatto , mi 
ingegnerò di fare io , non con istatua o 
con egregia sepoltura, delle quali appo noi 
é oggi spenta l' usanza , e non bastereh- 
bono a ciò le mie forze ; ma con lettere 
povere a tanta impresa , di questo e di 
queste (1) dirò , acciocché egualmente, o 
in tutto in parte , non si possa dire fra 
le nazioni strane , verso cotanto Poeta 
la sua patria essere stata ingrata. E scri- 
verò in istilo assai umile e leggiero . 
perocché più alto non me'l presta l'in- 
gegno ; e nel nostro fiorentino idioma , 
acciocché da quello che egli usò nella 
maggior parte delle sue opere non discor- 
di , quelle cose , le quali esso di sé one- 
stamente tacette, doé la nobQtà della sua 

verta danqoe che le voci, di guetto e di qué- 
«(e, riferiscoDsi a ihmU ed a tioòOld ed a viH^, 



DI DANTE. 



13 



oriane , la vita , gli studi , i costumi : 
raccogliendo appresso in uno V opere da 
lui fatte , nello quali esso si è si chiaro 
raiduto a' futuri , che forse non meno 
tenebre ehe splendore gli daranno le let- 
tele mie , comechè ciò non sia di mio 
inteodimento nò di mio volere: contento 
sempre in questo e in ciascuna altra cosa, 
di ciascuno più savio, là dove io difettosa- 
mente parlassi , essere corretto. Il che 
acciocché non avvenga, umilmente priego 
colui* che lui trasse per cosi alta scala 
a veder se, come sappiamo , che al pre- 
sente aiuti e guidi i* ingegno mìo e la 
mia debole matto. 

Firenze , tra 1' altre città italiane più 
nobile «secondochè le antiche storie e la 
comune opinione de* presenti pare che vo- 
gliano dire, ebbe inizio da'romani; la quale 
in processo di tempo aumentata, e di popo- 
lo e di chiarì uomini piena, non solamente 
dttà , ma potente co[ninciò a ciascuno 
circostante apparire. Ma quale si fosse o 
contraria fortuna o avverso cielo o i 
lor meriti a^li alti inizi di mutamento 
cagione , ci e incerto; ma certissimo ab- 
biamo essa , non dopo molti secoli , da 
Attila, crudelissimo re de' Vandali e gene- 
rale guastatore quasi di tutta Italia, uccisi 
prima e dispersi tutti o la maggior parte 
di quelli cittadini che in quella erano , o 
per nobiltà di sangue o per qualunque altro 
stalo , d* alcuna fama , in cenere la ri- 
dusse ed in rovina ; e in cotal maniera 
dtre al trecentesimo anno si crede che 
dimorasse. Dopo il qual termine, essendo, 
Don senza cagione, di Grecia il romano 
Imperio in Gallia traslatato,e alla imperia- 
ci) Ciò é Mso. Veggasl al proposito il traua- 
to di Vineenzo Borghini: Se Finnse fu spia- 
nata da Attila e riedifieaUi da Cario Magno, 
é^é nella parta % de* suoi Discorsi, p. 251. 
(2) Qnest* origine della ftoniglia di Dante 
vien sosienata da ciò che leggesi nel canto Xll 
deir Inferno , dorè Brunetto Latini , maestro 
^ Poeta , predicendogli le persecuzioni che 
IHir dovea da fiorentini , gli dice : 

Faedan le bestie Fiesolane strame 
Di lor modesme , e non tocchin la pianta , . 
S' alcuna surge ancor nel lor letame , | 



le altezza elevato Cario Magno, allora eie* 
mentissimo re de' Franceschi , più fatiche 
passate, credo da divino spirito mosso, 
alla rediÌQcaziono della disolata città V im- 
periale animo dirizzò (1) ; e da quei mede- 
simi che prima conditori n erano stati, co- 
mechè in piccolo cerchio di mura la ridu- 
cesse, in quanto potè, simile a Roma la fé 
redificare ed abitare, raccogliendovi nondi» 
meno dentro quelle poche reliquie che vi 
si trovarono de' discendenti degli antichi 
scacciati. Ha intra gli altri novelli abita- 
tori , forse ordinatore della redificazione* 
partitore delle abitazioni e delle strade, 
e datore al nuovo popolo delle leggi op- 
portune , secondochò testimonia la famii, 
vi venne da Roma un nobilissimo giovane 
per ischiatta de' Frangipani, e nominato 
da tutti Eliseo; il quale per avventura , 
poiché ebbe la principal cosa, per la quale 
venuto v' era , fornita , o dall'amor della 
città da lui nuovamente ordinata , o dal 
piacere del sito , al quale forse vide nel 
futuro il cielo dovere esser favorevole , 
da altra cagione che si fosse, tratto, 
in quella divenne perpetuo cittadino , e 
dietro a sé de figliuoli e de' discendenti 
lasciò non piccola né poco laudevole schiat- 
ta ; li quali , 1' antico soprannome de' lor 
maggiori abbandonato, per soprannome 
presono il nome di colui che quivi loro 
avea dato cominciamento , e tutti insieme 
si chiamarono gii £(i«c» (2). De'quaH di 
tempo in tempo, e d' uno in altro discen- 
dendo , tra gli altri nacque e visse un ca- 
valiere per arme e per senno ragguardevole 
e valoroso, il cui nome fu Cacciaguida{3) , 
al quale nella sua giovinezza fu data dal 

In cui riviva la sementa santa 
Di quei roman , che vi rimaser quando 
Fu fatto il nidio di malizia tanu. 

(3) Cacciaguida terzavolo del poeta» perde 
la vita pugnando contro i musulnlani sotto le 
insegne di Corrado di Svevia , come appari- 
sce anche dal canto XV del Paradiso , dove 
Cacciaguida dice a Dante : 

Poi seguitai lo 'roperator Currado , 
Ed ei mi cinse della sua milizia; 
Tanto per ben oprar gli venni in grado. 



n 



VITA 



suoi maggiori |>cr isposa una donzèlla nata 
degli Aldighieri di Ferrara, cosi per bel- 
lezza e per costumi , come per nobiltà di 
sangue predata , con la quale più anni 
visse^ e generò più figliuoli di lei ; e co- 
mechè gli altri nominati si fossero , in 
uno . siccome le donne sogliono esser va- 
ghe di fare , le piacque di rinnovare il 
nome de* suoi passati , e nominollo i4Mt- 
ghieri ; comechè il vocabolo poi per d^ 
trazione di questa lettera D corrotto, ri- 
manesse AUighieri (1) : il valore di costui 
fu cagione a quelli che discesero di lui, 
di lasciare il titolo degli Elisei, e di cogno- 
minarsi degli Alighieri , il che ancora dura 
infine a questo giorno ; del quale, come- 
chè alquanti figliuoli e nipoti, e de' nipoti 
figliuoli discendessero, regnante Federigo 
secondo Imperadore , uno ne nacque , il 
cui nome fu Alighieri , il quale più per 
la futura prole, che per sé, doveva esser 
diiaro: la cui donna gravida (2) ,non guari 
lontana al tempo del partorire, per sogno 
vide qual doveva essere il frutto del ventre 
suo , comechè ciò non fosse allora da lei 
conosciuto , né da altrui , ed oggi per lo 
efletto seguito, manifestissimo sia a tutti. 
Pareva alla gentil donna , nel suo sonno, 
esser sotto ad uno altissimo alloro, so- 
pra un verde prato , allato ad una gran- 
dissima fonte : e quivi si sentia partorire 
un figliuolo, il quale in brevissimo tempo, 
nutricandosi solo doli* orbacche che dallo 
alloro (*adeano , e delF onde della chiara 
fonte, le pareva che divenisse un pastore, 
V s' ingegnasse a suo potere d'avere delle 
frondi deiralbero, il cui frutto Tavea nudri- 
to ; ed a ciò sforzandosi , le parca vederlo 

Dietro gli andai Incontro tilt neqoizit 
Di quelli legge , il coi popolo usurpa , 
Per col^ del paslor , Tostrt giustizia. 

Quivi Al' 10 di quelli gente turpi 
DisTilnppato dal mondo MUce 
11 cui amor molte iuime deturpa ; 

E venni dal martirio a questa pace. 

(i) Non Ti è detrazione di lettera alcuna, ma 
si muta la D in L, e scrìvesi ÀUighUri; sep- 
pure non piaccia far AUghì^ri, con una sola 
L ; che piace meglio a molti. Il primo modo 
però è più conforme all' etimologia , il secon- 



cadere, e nel rilevarsi, non uomo più, ma 
un pavone le parca oivenuto. Della qual 
cosa, tanta ammirazione le giunse che rup- 
pe il sonno ; né guarì di tempo passò , che 
il termine debito al ^uo parto venne , e 
partorì un fidinolo , il quale di comune 
consentimento col padre di lui , per nomo 
chiamarono Datile (3) ; e meritamente , 
perciocché ottimamente , sicome si vedrà , 
procedendo, segui al nome Y efletto. Questi 
fu quel Dante del quale è il presente ser- 
mone. Questi fu quel Dante, che a' nostri 
secoli fu concèduto di si)eziale grazia da Idr 
dio. Questi fu quel Dante , il qual primo 
dovea al ritorno delle Muse sbandite d*Itar 
Ha aprir la via. Per costui b chiarezza 
del fiorentino idioma è dimostrata. Per 
costui ogni bellezza di volgar parlavo 
sotto debiti numeri è regolata. Per costui 
la morta poesia meritamente si può dire 
risuscitata : le quali cose debitamente 
guardate , lui ninno altro nome che Dante 
potere degnamente avere, e debitamente 
avere avuto, dimostreremo. 

Nacque questo singolare splendore ita- 
lico nella nostra città , vacante il romano 
Imperio per la morte di Federigo già det- 
to, negli anni della salutifera incarnazione 
del Re dell* universo 1265 , sedendo Ur- 
bano Papa quarto neUa Cattedra di san Pie- 
ro, ricevuto nella patema casa da assai ìvor 
ta fortuna: lieta , dico, secondo la qualità 
del mondo che allora correa. Ha quale 
che ella si fosse , lasciando stare il ragio- 
nare della sua infanzia nella quale assai se- 
gni apparirono della futura gloria del suo 
ingegno ; dico, che dal principio della sua 
puerizia, avendo già i primi elementi dello 

do più dolce all'orecchio. Tommaseo, con molti 
altri valentuomini, scrive; AUighieri ; io con- 
servo quest' uso in tutta l* opera , menochè 
in quesu scrittura del Boccaccio ove 1* ho la- 
sciato come r ho trovato , cioè sempre con 
una L , ed una sola volta con due , nel testo 
in questo luogo. 

(3) Fu questa la madre di Dante . delta 
quale non sappiamo altro che il nome : mar 
donna Bella, 

(3) 11 nome proprio del poeU era Duronfe» 
e si disse Dante per accorciativo e vezieg- 
giativo. 



DI DANTE 



15 



lettere appresi « non secondo i costumi 
deìwbiU odierni si diede alle fanciullesche 
l«ci?ie ed a^i ozi , nel gremlK) della ma- 
die imingrendo ; ma neUa propria patria 
h sua puerizia con istudio continuo diede 
aBe liberali arti , ed in quelle mirabilmente 
Tenne esperto (1)-E crescendo insieme con 
1^ anni T animo e 1* ingegno, non ai lu- 
crativi studi , a' quali generalmente cor^ 
re oggi ciascuno, si dispose, ma da una 
hudevole vanezza preso di perpetua fa- 
ma t spregiando le transitorie ricchezze , 
liberamente si diede a volere aver piena 
noUzia ddle fizioni poetiche e dello artifi- 
zioso dimostramento di quelle: nel quale 
esercizio famigliarissimo divenne di Vir- 
gilio di Orazio di Ovidio e di Stazio e 
di ciascuno altro Poeta famoso (2); non 
solamente avendo caro il conoscergli, ma 
ancora dtamente cantando s'ingegnò d'i- 
mitargli, come le sue opere dimostrano , 
delle quali a suo tempo favelleremo. E 
avvedendosi le poetiche opere non esser 
vane o semplici favole o meraviglie, come 
molti estimano , ma sotto sé dolcist^imi 
frutti di verità istoriografe e filosofiche 
a^er nascosti; per la qual cosa pienamente, 
«enza le istorie e la morale e naturale 
filosofia « le poetiche intenzioni avere non 
si poteano intere; partendo i tempi debi- 
tamente , le istorie da sé , e la filoso- 
fia sotto diversi dottori , s'argomentò non 
senza lungo affanno e studio di inten- 
dere. E preso dalla dolcezza di conoscere 
3 vero delle cose racchiuse dal cielo , 
ohm' altra più cara , che questa , tro- 
vandone in questa vita, lasciando del 
lotto ogni altra temporale sollecitudine, 
tatto a questa sola si diede. Ed accioc- 
ché nessuna parte di filosofia non veduta 
da lui rimanesse , nelle profondità altis- 1 
fkne della Teologia con arguto ingegno 
si messe. Nò fu dalla intenzione rdfetto 
lontano; perciocché, non curando né caldo 



(1) Dante rimasto senza padre nella sua 
fMizia» rieevè tutta laedacaxione daU'amo- 
it e diliaeoza della madre. 

(?) Ebbe ìd patria a maestro Ser Branetlo 
Latini gran filosofo e letterato di quei tempi. 
lì gflaf^gnaracen doki e patemi modi co- 



né freddo né vigilie nò digiuni nò niuno 
altro corporale dìisagio, con assiduo studio 
divenne a conoscere della divina essenzia 
e delle altre separate intelligenze quello 
che per umano ingegno qui se ne può com- 
prendere. E cosi come in varie etadi' varie 
scienze da lui furono conosciute studiando; 
cosi in vari studi sotto vari dottori le 
comprese. E^ i primi inizi , siccome di 
sopra è dichiarato , prese nella propria 
patria , e di quella , siccome a luogo più 
fertile di tal cibo , ne andò a Bologna ; 
e già vicino alla sua vecchiezza, ne andò 
a Parigi , dove con tanta gloria di sé di- 
sputando più volte , mostrò V altezza del 
suo ingegno , che ancora narrandosi ae 
ne maravigliano gli uditori ; e di tanti e 
si fatti studi giustamente meritò altissi- 
mi titoli : perocché alcuni il cliiamavano 
sempre Poeta , alcuni Filosofo , e molti 
Teologo , mentre visse. Ma perciocché 
tanto è la vittoria più gloriosa al vinci- 
tore quanto le forze del vinto sono state 
maggiori , giudico esser convenevole di- 
mostrare di come fluttuoso e tempestoso 
mare costui gittate ora in qua ora in là» 
vincendo V onde e i venti parimente coiw 
tran , pervenisse al salutevole porto dei 
chiarissimi titoli già narrati. 

Gli studi sogliono generalmente solitu- 
dine e remozione di sollecitudine e tran- 
quillità d'animo desiderare, massimamente 
gli speculati\i a' quali ii nostro Dante , 
( siccome mostrato è ) , si diede tutto. In 
luogo della qual rimozione e quiete , quasi 
dallo inizio della sua vita infino all'ulti- 
mo della morte , Dante ebbe fierissima 
e incomportabile passion d'amore, moglie, 
cura familiare e pubblica , esilio e po- 
vertà ; r altre lasciando più particolari , 
le quali di necessità queste si traggono 
dietro ; le quali , acciocché più appaia 
della lor gravezza , particolarmente con- 
venevole giudico di spiegare. 



me r uom ii etema con le buone opre e con 
i' ingegno. Dante studiò anche in Bologna , 
in Padova ed in Parigi ; ed in guest' ultima 
città fti specialmente ammirato per sublimità 
d'ingegno e di dottrina , come qui appresso 
lo stesso Boccaccio dichiara. 



IG 



VITA 



Nel tempo , nel quale la dolcezza del 
cielo riveste de' suoi ornamenti la terra, 
e tutta per la varietà de' fiori mescolati 
tra le verdi frondi la fa ridente , era 
usanza nella nostra città e degli uomini 
e delle donne , nella loro contrada eia* 
scuno indistintamente e in distinte compa- 
gnie festeggiare. Per la qual cosa, infra gli 
altri per arventura Folco Portinari, uomo 
assai onorevole in que* tempi fra' cittaciini, 
il primo dì di maggio aveva i circostanti 
vicmi raccolti nella propria casa a festeg- 
giare , fra' quali era il già nominato Ali- 
ghieri ; il quale, ( siccome i fanciulli pic^ 
coli, spezialmente a luoghi festevoli, so- 
gliono li padri seguitare ) Dante , il cui 
nono anno non era ancora finito, seguitò; 
e quivi mescolato con gli altri della sua 
età , de' quali , cosi maschi come fem- 
mine , erano molti nella casa del festeg- 
giante ; servite le prime mense di ciò che 
la sua piccola età poteva operare , pueril- 
mente con gli altri si diede a trastullare. 
Era infra la turba de' giovinetti una fi- 
gliuola del sopraddetto Folco, il cui nome 
era BrcE ( comechò egli sempre dal 
suo primitivo cioè Beatrice la nominas- 
se ] ; la cui età era forse d' otto anni , 
assai leggiadretta , secondo la sua fan- 
ciullezza , e ne' suoi atti gentilesca e 
piacevole molto , con costumi e con 
parole assai più gravi e modeste che il 
8U0 piccolo tempo non richiedeva. Ed 
oltre a questo, aVea le fattezze del volto 
dilicate molto, e ottimamente disposte, e 
piene, oltre alla bellezza, di tanta onesta 
vaghezza , che quasi una angioletta era 
riputata da molti. Costei adunque , tale 
quale io la disegno , o forse assai i)iù 
bella , apparve in questa festa, non credo 
primamente , ma prima possente a inna- 
morare, agli occhi del nostro Dante; il qua- 
le, ancoraché fanciullo fosse, con tanta af- 
fezione la bella immagine di lei ricevette 
nel cuore, che da quello giorno innanzi 
mai, mentrechè visse , non se ne diparti. 
Qualora questa si fosse , niuno il sa , ma 
o conformità di complessioni, o di costimrìi, 
speziale influenza da cielo, che in ciò 
operasse i o siccome noi per isperienza 



veggiamo nelle feste, per la dolcezza de* 
suoni, per la generale allegrezza, per la 
dilicatezza de' cibi e de* vini , gli animi 
eziandio degli uomini maturi non che de* 
giovinetti , ampliarsi e divenire atti a po- 
ter leggiermente esser presi da qualunque 
cosa che piace ; è certo questo esserne 
divenuto , cioè Dante , nella pargoletta 
età , fatto d* amore ferventissimo servi- 
dore. Ma lasciando stare il ragionare de* 
puerili accidenti , dico , che con V età 
moltiplicarono l'amorose fiamme, e tanto, 
che niuna altra cosa gli era piacere, riposo 
conforto, se non il veder costei. Per la 
qual cosa ogni altro aflare lasciandone, sol- 
lecitissimo andava la dovunque credea po- 
terla vedere , quasi del viso e degli occhi 
di lei dovesse attingere ogni suo bene ed 
intera consolazione. Oh insensato giudizio 
de^li amanti ! chi altri , che essi stime- 
rebbe per aggiugnimento di stipa far mi- 
nori le fiamme? Quanti e quali fossero 
i pensieri , i sospiri , le lagrime e Taltre 
passioni gravissime poi , in più provetta 
età, da lui sostenute per questo amore, 
egli medesimo lo dimostra in parte nella 
sua Vita nuota, e però più distesamente 
non curo di raccontarle. Tanto solamen- 
te non voglio che non detto trapassi * 
cioè , che secondochè egli scrive , e che 
per altri , a cui fa noto il suo desio , 
si ragiona, fu onestissimo il suo amore; 
nò mai apparve per isguardo, o per parola 
oper cenno, alcuno libidinoso appetitone 
nello amante nò nella cosa amata : non 
picciola meraviglia al mondo presente , 
nel quale è si fuggito ogni onesto piacere, 
e abituatosi ad avere prima, la cosa che 
piace conformata a la sua lascivia , che 
deliberato d'amarla; che in miracolo è 
divenuto , siccome cosa rarbsima , chi 
amasse altrimenti. Se tanto amore e si 
lungo, puote il cibo, i sonni e ciascun'al- 
tra quiete impedire, quanto si dee potere 
stimare lui essere stato avversario ai 
santi studi e allo ingegno? certo non poco; 
comechè molti vogliano lui essere stato 
incitatore di quello argomento , a ciò 

!»rendendo dalle cose leggiadramente nel 
iorentino idioma e in riìua, e in laude 



DI DANTE 



17 



deb donna amata ; o acciocché i suoi ar- 
éfHÌ e amorosi concetti esprìmesse , già 
ùHì da lui ; ma certo io no'l consento se 
io Dol vol^i già affermare Tornato par- 
lare essere sommissima parte d'ogni scien- 
13 , che non è vero. 

Come ciascun puote evidentemente ye- 
dere e conoscere, niuna cosa è stabile in 
questo mondo ; e se niuna ha leggiermen- 
te mutamento , la nostra vita è quella. 
Un poco di soperchio freddo , o di cal- 
do che noi abbiamo , lasciando stare gli 
altn accidenti infiniti e possibili, da essere 
a non essere , senza difficoltà ci conduce 
alla morte : nò da questa, gentilezza (1) 
rìcchezza e giovanezza nò altra mon- 
dana dignità è privilegiata ; della quale 
comune legge la gravità convenne a Dante 
prima per Y altrui morte provare , che 
per la sua. Era quasi nella fine del suo 
ventiquattresimo anno la bellissima Bea- 
trice , quando , siccome piacque a colui 
che tutto puote, essa, lasciando di questo 
mondo l'angosce, n'andò a quella gloria 
che i suoi meriti le avevano apparec- 
chiata. DeUa qual partenza Dante m tanto 
dolore in tanta afflizione in tante lagrime 
rimase , che molti de' suoi più congiunti 
parenti ed amici niuna fine a quelli cre- 
dettero altro che solamente la morte; e 
questa stimarono dover essere in breve, 
fedendo lui a ninno conforto a niuna 
consolazione darsi: i giorni alle notti erano 
epiali , e a' giorni le notti , delle quali 
niuna si trapassava senza guai senza so- 
spiri e s^ìza copiosa quantità di lagrime; 
e pareano i suoi occhi duo abbondan- 
tissime fontane d'acqua sorgente, in tanto 
che più si meravigliavano onde tanto umo- 
re ^ avesse che al suo pianto bastasse. 
Ma^siccome noi veggiamoper lunga usanza 
le passioni venire agevoli a comportare, 
e siniilmente le cose diminuire e perire, 
addireone che Dante infra alquanti mesi 

(i) CffUdif fo dieevad allora la nobOià , 

ids f iw ffl ii o mo, geniOdoma. 
^) Essa chiamavasi madonna Gemwia d^ 
^M«li , la qntle partorì al PoeU più figliuo- 
n* DiDle noQ Ai sposo contento come dimo- 
**** 4«i il Boccaccio ; ed io sappoogo clie 



imparò a ricordarsi , senza lagrime , Bea* 
trice esser morta ; e con più diritto giù* 
dicio dando alquanto il dolore luogo alla 
ragione, a conoscere i pianti e i sospiri nò 
alcuna altra cosa poterai rendere la perduta 
donna. Per la qual cosa con più pazien- 
za s' acconciò a sostenere l'aver perduta 
la sua presenza; nò guari di tempo passò 
che, dopo le lasciate lagrime, i sospiri , i 
quali erano già vicini alla lor fine , co- 
minciarono in gran parte a partirsi senza 
tornare. Egli era già , si per lo lagrimare 
e si per l' afflizione che al cuore sentiva 
dentro , e si per non aver di sé alcuna 
cura, di fuori divenuto quasi una cosa sat- 
vatica a riguardare , magro , barbuto e 
quasi tutto trasformato da quello che avanti 
esser soleva , in tanto che '1 suo aspetto 
non che negH amici ma eziandio in cia- 
scun altro chel vedea, a forza di so mette- 
va compassione ; comechò egli poco, men- 
trechò questa vita cosi lagrimosa durò , 
ad altri , che ad amici , vedere si lascias- 
se. Questa compassione , e dubitanza di 
peggio , faceva i suoi parenti stare at- 
tenti a' suoi conforti; i quali, come al- 
quanto le lagrime cessate conobbero, e vi- 
dero i cocenti sospiri alquanto dar sosta al- 
lo afiaticato petto, con le consolazioni lui»* 
gamente perdute cominciarono a riconso- 
lare lo sconsolato: il quale, comechò 
insino a quell' ora avesse a tutte ostina- 
tamente tenute le orecchie chiuse , al- 
quanto le cominciò non solamente ad apri- 
re , ma ad ascoltar volentieri ciò che 
intomo al suo conforto ^ fosse detto. 
La qual cosa veggendo i suoi parenti , 
acciocchò del tutto non solamente di do- 
lori il traessino , ma il recassino in al- 
legrezza , ragionarono insieme di dovergli 
dar mo^^ie , acciocchò come la perduta 
donna gli era stata di dolor cagione , cosi 
di letizia gli fosse la nuovamente acqui- 
sUU(2). E trovato una givano, quale air 

non per altro elM per la sua diversità del 
temperamento e dell'amore e della inclinailone. 
U donne amano il passatempo , e vogliono 
esser tennte allegre da' lor mariti : Dante sti- 
mava meglio la filosoOa e U poeeia. Fu co* 
stretto per ciò di abbandonarla. 

3 



18 



VITA 



la sua condizione era dicevole , con quel- 
le ragioni che più loro parsero induttive, 
la loro intenzione gli scoprirono. Ed ac- 
ciocché io particolarmente non tocchi ogni 
cosa , dopo lunga tenzone , senza mettere 
guari di tempo in mezzo, al ragionamento 
segui r^irctto^ e fu sposato. 

Oh cieche menti , oli tenebrosi intel- 
letti , oh argomenti vani di molti mortali! 
()uantc sono le riuscite in assai cose con- 
trarie a' nostri avvisi , e non senza ragione 
le più volte ? chi sarebbe colui , che del 
dolce aere d' Italia , per soverchio caldo^ 
menasse alcuno nelle cocenti arene di Li- 
bia a rinfrescarsi? o dell'Isola di Opri, 
per riscaldarsi , neUe eteme ombre dei 
monti Rodopei ? Qual medico s'ingegnerà 
di cacciare V acuta febbre col fuoco , o 
il freddo delle midolle dell'ossa col ghiac- 
cio o con la neve? certo niuno altro so 
non colui il quale con nuova moglie cre- 
derà l'amorose tribulazioni mitigare. Non 
conoscono quelli , che ciò credon fare , 
la natura d' amore , né quanto ogni altra 
passione aggiunga alla sua. Invano si por- 
gono aiuti consigli alle sue forze , se 
egli ha ferma radice presa nel cuor di 
colui che lungamente ha amato. Cosi 
come ne'prìncipl ogni picciola resistenza 
è giovevole , cosi nel processo , le grandi 
sogliono spesse volte esser dannose. Ma 
da tornare é al proposito, e conchiudere 
al presente che cose sieno che possono 
per sé r amorose fatiche fare obbliare. 
Che avrà fatto però chi per irarmi d' un 
pensiero noioso, mi metterà in mille molto 
maggiori e di più noia ? certo niuna altra 
cosa , se non che per giunta del male 
che mi avrà fatto , mi farà desiderare 
di tornare in quello di che mi aveva 
tratto. Il che assai spesso veggiamo 
addivenire a' più , i quali , o per uscire 
o per esser tratti d'alcune fatiche» cie- 
camente eglino s'anmiogliano , o sono da 
altrui ammogliati; né prima si veggono 
d'un viluppo usciti, esser entrati in mille , 
che la pniova, senza potere pentendosi in 
dietro tornare, ne ha data sperienza. 
Dierono li narenti ed amici moglie a Dant« 
perchè le tagriine cessassero di Beatrice. 



Non so se per questo , comechè le lagri- 
me passassero , anzi forse erano passa- 
te, passò r amorosa fiamma , che non lo 
credo : ma conceduto che si spegnesse, 
nuove cose ed assai poterono più faticose 
sopravvenire. Egli usato di vegghiare nei 
santi studi, quante volte gli era a grado con 
gì' imperadorì con re e con qualunque 
altri altissimi principi ragionava : dispu- 
tava co' filosofi, e co' piacevoli poeti si di- 
lettava ; e r altrui angosce ascoltando , 
mitigava le sue. Ora quanto alla nuova 
donna piace è con costoro, e quel tem- 
po ch'ella vuole, tolto da cosi celebre com- 
pagnia ; gli conviene i femminiH ragiona- 
menti ascoltare , e quelli , se non vuoi 
crescere il suo dolore, contro al suo pia- 
cere , non solamente acconsentire , ma 
lodare. Egli costumato , quante volte la 
vulgar turba gli rincrescea , di ritirarsi 
in alcuna solitaria parte , e quivi specu- 
lando vedere quale spirito muove il cielo, 
onde venga la vita agli animali che sono 
in terra, quali sieno le cagioni delle cose, 
premeditare alcune invenzioni peregrine, 
alcune cose comporre , le quali appo li 
futuri facessino lui morto vivere per fama: 
ora non solamente dalle dolci contempla- 
zioni è tolto, quante volte voglia ne viene 
alla nuova donna , ma gli conviene essere 
accompagnato di compagnia male a cosi 
fatte cose disposta. Egli usato lil)eramen- 
te di ridere di piangere di cantare o di 
sospirare* secondochè le passioni dolci 
od amare il pungevano ; ora o egli non 
r osa , gli conviene non che delle mag- 
giori cose ma d' ogni piccolo sospiro ren- 
dere alla donna ragione , mostrando eh' il 
messe, donde venne e dove andò; la letizia 
cagione dello altrui amore , la tristizia 
esser del suo odio stimando. Oh fatica 
inestimabile con si sospettoso animale ave- 
re a vivere e conversare ed ultimamente 
a invecchiare e a morire 1 Io voglio la- 
sciare stare la sollecitudine nuova t* 
gravissima la qual si conviene avere , 
e i non usati pensieri , e massimamente 
nella nostra città , cioè onde vengano i 
vestimenti ^i ornamenti le camere piene 
di superflue delicateue, le quali le dotine 



DI DANTE 



10 



fi laoDo a credere essere al ben vivere 
opfiortune ; onde vengano le serve i servi 
Icr outrici le cameriere ; onde vengano i 
conviti i doni e i presenti , che far si 
caovengano a* |)arenti delle novelle spose, 
a quelli che >ogliono che esse credano 
da loro esser amate. Ed appresso queste, 
altre cose assai prima non conosciu- 
ie da* liberi uomini , e venire a cose 
che fuggire non si possono. Chi dubita che 
la sua donna se sia bella o non bella, non 
caggia nel giudicio del vulgo? Se bella sia 
reputata , chi dubita che essa subitamente 
non abbia mille amadori? de' quali alcuno 
con la sua bellezza , altri con la sua no- 
biltà , e tale con maravigliose lusinghe , 
e chi con doni , e quale con piacevolezza 
infestissimamente combatterà il non sta- 
bile animo ? e quel che molti desiderano, 
da uno malagevolmente si difende ; ed 
alla pudicizia delle donne non bisogna es- 
ser presa più che una volta a far divenire 
sé infami coi mariti dolorosi in perpe- 
tao. Se per isciagura di chi a casa 
la si mena , fia sozza , assai veggiamo 
chiaro le bellissime spesse volte, e tosto, 
rincrescere ; che dunque delle altre pensar 
possiamo , se non che non solo esse, ma 
ancora (^pi luogo nel quale esse siano cre- 
dute trovare, da coloro, a' quali sempre le 
conviene aver per loro, è avuto in odio? 
Donde poi le loro ire nascono: né alcuna 
fiera è più, né tanto crudele quanto la fem- 
mina adirata. Né può viver sicuro di sé 
chi si commette ad alcuna alla quale paia 
con ragione esser corrucciata ; il che a 
tutte pare. Che dirò de' k>r costumi? Se 
io vorrò mostrare come e quanto sieno essi 
tutti contrari alla pace ed al riposo degli 
uomini , io entrerei in troppo fungo ser- 
mone ; e però uno solo , quasi a tutti 
generale , basti averne detto. Esse inuna- 
ànano che come suolesi nel bene adope- 

■ 

(1) In quel tempi il governo della repub- 
blica fioreotina era ne' priori creali quivi 
tia dal 1382. Da principio qoesti iiirono tre, 
r poada sei , presi ÌDdistiotamente dalla no- 
bHtà e dalla plebe : la loro durata era di 
mesi dna. Ed esser doveaoo ascritti ad una 
arte , poiclié essendo quello un governo do- 



rare ogni minimo seno nella casa rite- 
nere , ed in contrario farli cacciare, cosi 
stimano se ben fanno non altra sorte esser 
la loro che d' un servo, perché a lor paro 
esse solamente esser donne , quando male 
adoperando non vengano al fine che i fanti 
fanno. Ha perché voglio andar particolar- 
mente dimostrando quello che i più sanno? 
io giudico sia meglio il tacersi, che dispia- 
cere parlando alle vaghe donne. Chi non 
sa che tutte V altre cose si provano, pri- 
machè colui , da cui debbono esser com- 
perate , le prenda ? se non la moglie , 
acciocché prima non dispiaccia che sia 
menata ; a ciascuno , che la prende , la 
conviene avere non tale quale egli la 
vorrebbe, ma tale quale la Ibrtuna gliela 
concede. E se le cose che dì sopra son 
dette , son vere ( che lo sa chi provato 
rha), possiamo pensare quanti dolori na- 
scondano le camere , le quali di fuori da 
chi non ha occhi la cui perspicacia tra- 
passa le mura, sono riputati diletti. Certo 
io non affermo queste cose a Dante es- 
sere avvenute , che non lo so , comechè 
vero sia , che queste o simili cose a que- 
ste, od altre che ne fossono cagione, egli 
una volta partitosi da lei, che per consola- 
zione de* suoi affanni gli era stata data, 
mai né dove ella fosse volle venire , ne 
sofferse che dove egli fosse ella venisse 
giammai ; con tutto che di più figliuoli 
egli hisieme con lei fosse parente. Né 
creda alcuno che io per le sopraddette 
parole voglia conchiudere gli uomini non 
dover tor moglie: anzi il lodo molto, ma 
non a ciascuno. Lascino i filosofanti spo- 
sarsi a' ricchi stolti, a* signori, e a' lavora- 
tori; essi con la filosofia si dilettino, la qua- 
le molto é migliore sposa che alcun' altra» 
Natura generale é delle cose temporali 
runa Taltra tirarsi di dietro; lafamiliar cura 
trasse Dante alla Repubblica (1), nella qua- 

mocratico , la sovranità non poteva risedere 
che nelle corporazioni degli artigiani. Dante 
per poter essere eletto a questa magistratura 
ascriver si fece alla sesta arte della città , a 
quella dei medici e de' Dirmacisti, e nel 1300 
fu egli elevato alla carica di priore. 



20 



VITA 



le tanto k> avvilupparono i vani onori che 
a' pubblici ufizi congiunti sono, che senza 
guardare donde s' era partito e dove an- 
dava , quasi al tutto con abbandonate re- 
dini al governo di quella si diede ; e fu- 
gli in ciò tanto la fortuna seconda , che 
ninna legazione (1) si ascoltava , a ninna 
si rispondeva , né ninna legge si fermava, 
a niuna si derogava, ninna pace si faceva, 
ninna guerra pubblica si prendeva, e, bre- 
vemente, niuna deliberazione, la quale al- 
cun pondo portasse , si pigliava, se egli in 
ciò non dava la sua sentenza. In lui tutta 
la pubblica fede , in lui tutta la speranza, 
in lui sommariamente le cose divine ed 
umane pareano esser fermate. Ida la for- 
tuna nemica de'nostrì consigli, e volgitrice 
d*ogni umano stato, comechè per alquanti 
anni nel colmo della sua rota gloriosa- 
mente reggendo il tenesse, assai diversa 
fine al principio recò a lui , in lei fidan- 
ftesi di soperchio. 

Era al tempo di costui la fiorentina cit- 
tadinanza in due parti (2) divisa perver- 
i»amente , e con le operazioni de' saga- 
cissimi ed avveduti principi di quelle , 
ora ciascuna possente assai, in tanto che 
alcuna volta V una , alcuna volta l' altra 
reggea , oltre al piacer della sottoposta. 
A volere ridurre in unita il partito cor- 
po delia sua repubblica , pose Dante o- 
fOìi suo ingegno , ogni arte , ogni stu- 
dio ; mostrando ad ogni cittadino più 
i«avio come le gran cose per la discordia 
in breve tempo tornano a niente , e le 
picciole per la concordia crescono in in- 
finito. Ha poiché vide vana essere la sua 
fatica , e conobbe gli animi degli uditori 
«ìssere ostinati, credendolo giudicio di Dio, 
prima propose di lasciare del tutto ogni 
pubblico ufizio e viver seco privatamente; 
poi dalla dolcezza della gloria tirato , e 
dal vano favore popolaresco , ed ancora 
per le persuasioni de' maggiori ; credendo 
frè, oltre a questo, se tempo gli occorresse. 



(1) Molte legazioni egli a nome de'Fioren- 
t;ni sostenne ; come ti Senesi , ai Perugini , 
ai Veneziani , ai Genovesi , al marchese di 
icTrart.^ ti re di Francia, due al re di Na- 



molto più di bene operare per la sua città 
se nelle cose pubbliche fosse grande, che 
a sé privato e del tutto di quelle rimosso. 
Oh stolta vaghezza degli umani splendo- 
ri , quanto sono le tue forze maggiori , 
che creder non può chi provato non 1* ha! 
il maturo uomo nel seno della filosofia 
allevato nutricato e ammaestrato, al quale 
erano davanti agli occhi i cadimenti dei 
Re antichi e de^ moderni , le desolazioni 
de'Regni delle Provincie e delle citta , e i 
furiosi impeti della fortuna ninno altro cer- 
canti che r alte cose , non si seppe e non 
si potò daUa tua dolcezza guardare. Per- 
messi dunque Dante a voler seguire gli 
onori caduchi e la vana pompa de'pubblici 
uffizi; e vedendo che per sé medesimo non 
poteva una terza parte tenere , la quale 
giustissima la ingiusta delle altre due ab- 
battesse , tornandole a unita, con quella 
s' accostò , nella quale , secondo il suo 
giudizio, era più di ragione e di giustizia, 
operando continuamente ciò che salute- 
vole alla sua patria e a' suoi cittadini co- 
nbscea. Ma gli umani consigli il più delle 
volte vengono vinti dalle forze del cielo : 
gli odi e le animositadi prese , ancora- 
ché senza cagion giusta nati fossero, di 
giorno in giorno divenivan maggiori , in 
tanto che non senza grandissima confi^ 
sione de' cittadini più volte si venne al- 
l' armi , con intenaimento di por fine alle 
lor liti col fuoco e col ferro , si accecati 
dall' ira che non vedeano sé con quella 
miseramente perire. Ida poiché ciascuna 
delle due parti ebbe più volte fatta pruova 
delle sue forze , con vicendevoli danni 
dell* una e dell' altra ; venuto il tempo 
che gli occulti consigli della minacciante 
fortuna si dovevano scoprire ; la fama pa- 
rimente del vero e del falso rapportatrice 
annunziandogli avversari della parte presa 
da Dante , di meravigliosi ed astuti con- 
sigli essere forti, e di grandissima moltitu- 
dine d* armati , si li principi de' collegati 



poli , altrettante al re d' Ungheria , ^tiattra 
a] papa , ec. 
(2; De' guelG e de* ghibellini. 



DI DANTE 



21 



spirentò di Dante che ogni consiglio ogni 
avtedimento ed ogni argomento cacciò da 
lofo , 86 non cercare con fuga la loro 
salate ; co' quali insieme Dante in un mo- 
menlo prostrato, dalla sommità del reggi- 
iiMito deUa sua città non solamente gittato 
in terra si Tide , ma cacciato di quella. 
Dopo questa cacciata non molti di , es- 
sendo già stato dal popolazzo corso alle 
case de' cacciati, e funosamente votate e 
rubate ; poiché vittoriosi eUnmo la città 
rifonnafta secondo il lor giudicio , furono 
tutti i iwìdcìi» de' lor avversari , e con 
loro , non come minore ma quasi prin- 
cipale. Dante, slcome capitali nimici delia 
repoUriica, dannati a perpetuo esilio , e 
i loro stabfli beni o in pubblico furon ri- 
dotti o alienati a' vincitori. 

Questo merito riportò Dante del tenero 
amore avuto alla sua patria. Questo me- 
rtto riportò Dante dello affanno avuto in 
votar tórre via le discordie cittadine. Que- 
sto merito riportò Dante dello avere con 
ogni sollecitudine cercato il bene la pace e 
la tranqniUitàde'suoi cittadinì.Perchè assai 
manifestamente appare quanto sieno vóti 
di verità i favori de' popoli , e quanta fi- 
dama in essi si possa avere : colui nel 
^uale peco avanti pareva ogni pubblica 
speranza esser posta , ogni affezione cit- 
tadina , ogni refugio popolare, subitamen- 
te , senza cagione legittima, senza offesa, 
senza peccato di quel remore , il quale 
perraddietro s'era molte volte udito le 
sue lode portare sino alle stelle , è fii- 
riosamente mandato in irrevocabile esilio. 
QiMrta fu la marmorea statua fattagli ad 
eterna memoria della sua virtù: con que- 
ste lettere fu il suo nome conscritto tra 
quelli de' padri deUa patria, conscritti in 
tavole d' oro : con cosi favorevole remore 
gK ftiron rendute grazie de* suoi benqfi- 
zi. Chi sarà dunque colui che a queste 
cose guardando non dica la nostra Re- 
pubbnca da (pesto piede andare scian- 
catat Oh vana fidanza de' mortali, da 

(1) Rei canto XVn del Paradiso finge Dante 
eke il sao anteneto Caeciagnlda gli predice 
le bvooTaceoglienia che riceYer dovea da Ai- 
keiw delU Seaia Signor dLYtroBi, cli*e^ 



quanti esempli altissimi se' tu continua* 
mente ripresa ammonita e gastigata 1 deh 
se Camillo , Rutilio , Corioìano , e l'uno 
e l'altro Scipione e gli altri antichi va- 
lentuomini per la lunghezza del tempo 
interposto ti sono delia memoria caduti, 
questo recente caso ti faccia con più tem* 
perate redini correre ne'tuoi piaceri. Niu* 
na cosa ha meno stabilità che la popole* 
sca grazia , ninna più pazza speranza , 
ninno più foUe Consilio , che quella 
che a crederie conforta nessuno» Levinsi 
dunque gli animi al cielo nella cui perp^ 
tua legge , ne* cui etemi splendori , nella 
cui vera bellezza si potrà , senza alcuna 
oscurità , conoscere la stabilità di colui 
che lui e l'altre cose con ragione muove; 
acciocché, sicome in termine fisso lasciane 
do le transitorie cose , in lui si fermi 
ogni nestaia speranza, se trovare non ci 
vogliamo ingannati. 

Uscito dunque Dante in cotal maniera 
di quella città, della quale egli non sola- 
mente n' era cittadino , ma n' erano t 
suoi maggiori siati redificatori ; e lascia* 
tavi la sua donna insieme con l' altra fa-> 
miglia male per la piccola età alla fuga 
disposta , di lei non si curò , perchè di 
sanguinità la sapeva ad alcuno dei prìn* 
cipi della parte avversa congiunta; di so 
medesimo or qua or là incerto andava 
vagando per Toscana. Era alcuna parti- 
cella delle sue possessioni dalla donna , 
col titolo delle sue doti , dalla cittadina^ 
rabbia con fatica stata difesa ; de' frutti 
della quale essa isè e li piccoli fi^oli 
di lui, assai\sottibnente reggeva; perla 
qual cosa , povero , con industria disu- 
sata , gli conveniva il sostentamento di so 
stesso, procacciare. Oh quanti onesti sde- 
gni gli convenne posporre, a lui più duri 
che morte a trapassine! promettendogli 
la speranza queUi dovere esser brevi , 
e prossima la ritornata : ^i, oltre al suo 
stimare , parecchi anni , tornato da Ve- 
rona (1), dove nel primo fuggire a mes* 

diiama il ^ran Lombairdot 

Lo primo tno rìfagio e '1 primo ost^o 
Sarà la cortesia del gran Lombardo 
Cbe porU insQ la- scala. U santo oeceUa». 



'22 



VITA 



sere Alberto della Scala era di prima ito, 
dai quale benignamente era stato ricevuto; 
quando col Conte Salvatico in Casentino, 
quando col Marchese Morvello (1) inLuni- 
giana , quando con quelli della Faggiuola 
ne' monti vicino ad Urbino , assai conve- 
nevolmente , secondo U tempo e secondo 
la loro possibilità , onorevolmente stette. 
Quindi poi sen'andò a Bologna, dove poco 
stato , sen' andò a Padova , e qui\i da 
capo se ne tornò a Verona. Ma poiché 
egli vide da ogni parte chiudersi la via 
alla ritornata, e più di di in di venir vana 
la sua speranza , non solamente Toscana 
Hia tutta Italia abbandonata , passati i 
monti che quella dividono dalla provincia 
di Gallia , come potè, sen* andò a Parigi; 
e quivi tutto si diede allo studio della 
Teologia e della Filosofia ; ritornando 
ancora in sé delle altre scienze ciò che 
forse per altri impedimenti avuti sen' era 
partito : ed in ciò il tempo studiosamente 
spendendo, avvenne che, oltre al suo avvi- 
so, Arrigo conte di Luzinborgo(2],con vo- 
lontà e mandato di Clemente Papa V , il 
^oale allora sedea nella sedia di San Piero, 
fa eletto Re de' Romani e appresso co- 
ronato Imperadore. Il quale sentendo 
Bante della Magna partito presso a Ita- 
lia f alla sua Maestà in parte ribelle ; e 
già con potentissimo braccio tener Bre- 
scia assediata ; avvisando lui per molte 
ragioni essere vincitore , prese speranza 
con la sua forza e con la sua giustizia, 

E presso costai infatti fa Dante ricoverato 
nella saa fuga. Di Verona scrisse egli una 
lettera a* saoi concittadini cercando d' irapie- 
tosirli , la quale principia con le affettuose 
parole del Nazzareno : PimUe meu$ , quid 
/ee» tiìn ? Ma non volle poi sottoporsi ad una 
vile ammenda di colpe non commesse , la 
quale da suoi amici che s' interessavano del 
sno ritomo , gli era stata proposta come 
condizione essenziale del suo richiamo. 

(1) Di Verona Dante passò in Lunigiana 
pesso il marchese Maroelio o Marcello Ma^ 
laspina , 'da cui Ita molto onorato e tenuto 
caro. Difatti nell' ottobre del 1306 a nome 
di questo signore e de* suoi fratelli Franco- 
schino e Corradino, andò ambasciadore presso 
Antonio vescovo di Luni. De' Malaspina Dante 
fa menzione neU'VUI del purg. 118 , 124 e 



di potere in Firenze tornare , comcchc a 
lui la sentisse contraria. Percliè ripassaU^ 
r Alpi con molti nemici de' fiorentini , 
e di loro parte congiuntosi , e con am- 
bascerie e con lettere s' ingegnarono di 
ritrarre V Imperadore dallo assedio di Bre- 
scia , acciocché a Firenze il ponesse , 
siccome principal membro de' suoi nimici; 
mostrandogli che, superata quella, niuna 
fatica gli restava , o piccola , ad avere 
libera e spedita la possessione e*l dominio 
di tutta Italia. E comecliè a lui e agli altri 
a ciò tenenti , venisse fatto il trarloci , non 
ebbe però la sua venuta il fine avvisato : 
le resistenze furono grandissime e assai 
maggiori che da loro avvisate non eranf); 
perchè senza avere niuna notevole cosa 
operata , 1* Imperadore partitosi quasi di- 
sperato , verso Roma drizzò suo cammi- 
no. E comcchè in una parte e in altra 
più cose facesse , assai n* ordinasse , e 
molte di fame proponesse, ogni cosa ruppe 
la troppa avacciata morte di lui. Per la 
qual morte , ciascuno che a lui general- 
mente attendeva , disperatosi , e massi- 
mamente Dante , senza andare di suo ri- 
tomo più avanti cercando , passate TAlpi 
d* Apennino , so ne andò in Romagna , 
là dove r ultimo suo di , che allo suo 
fatiche dovea por fine , V aspettava. 

Era in quel tempo Signor di Ravenna , 
famosissima ed antica città di Romagna, 
un nobil cavaliere il cui nome era Guido 
NoteUo da Menta (3) , il quale ne'liberali 

seg. Nondimeno nel 1311 lasciò li Malaspi- 
na e tomosseue a Verona da Cangrande della 
Scala succeduto al suo fratello Alboino , ed 
uno de* più valorosi signori di que' tempi. E 
fu in questa seconda dimora in Verona, par- 
mi , ch'egU scrisse ai Fiorentini la lettera 
menzionata nella nota precedente. 

(2) Arrigo VII di Luzemburgo. A lui 
ricorsero Dante e i capi della parte Bianca , 
e tutti i Ghibellini, affin di persuadere esso 
imperatore di domare i Guel6, e cosi restituire 
la pace ali* afflitta Italia. Dante però , stan- 
do Arrigo accampato presso le mura di Fi- 
renze , non volle mettersi in campo contro 
la sua patria. Nondimeno Ai questa una no- 
vella cagion d' odio contro di lui. 

(3) Gt^o da PoUnta Junion signor di Ra- 
venna invitò ed accolse presso di lui il no- 



DI DANTE 



23 



studi ammaestralo , sommamente i va- 
iolasi uomini onorava , e massimamente 
quelli che per iscienza gli altri avanza- 
vano. Alle coi orecchie venuto Dante , 
foor d' ogni speranza , essere in Roma- 
gna , avendo lungo tempo avanti per 
fama conosciuto il suo valore , in tanta 
di lai disperazione , si dispose di rice- 
verìo e d' onorarlo ; né aspettò da lui di 
dò esser richiesto , ma con liberale animo, 
ooosideratii quale sia a' valorosi la ver- 
gogna del domandare , con profferte gli 
ù fé davanti , richiedendo di speciale gra- 
zia aDante quellocheegli sapeva cheDante 
dovea a hii addomandare , cioè che seco 
gli piacesse dover essere. Concorrendo 
dunque i due voleri ad uno medesimo 
fine e dello addomandato e dello doman- 
datore ; e piacendo sommamente a Dante 
la liberalità del nobil cavaliere, e dall'altra 
parte il bisogno strignendolo, senza aspet- 
tare più avanti inviti che 1 primo, se ne 
andò a Ravenna, dove onorevolmente dal 
signor di quella ricevuto, e con piacevoli 
conforti risuscitata la caduta speranza , 
copiosamente le cose opportune donando- 
idi, in quella seco per più anni il tenne, 
anzi sino all' ultimo della vita di lui. 

Non poterono ^i amorosi desiri nò le 
dolenti lagrime né la sollecitudine casa- 
linza né la lusinghevole gloria de' pub- 
blici uiizi né il miserabile esilio né la in- 
tollerabile povertà giammai , con le lor 
forze, rimuovere il nostro Dante dal prin- 
cipale intento , cioè da' sacri studi. Pe- 
rocché , siccome si vedrà dove appresso 
partitamente dell' opere da lui fatte si fa- 
rà menzione, egli nel mezzo di qualun- 
que fu più fiera delle cagioni soprad- 
dette , ai troverà componendo essersi 

stro Poeta nel 1319 , e l' onorò magnifica- 
toeoie. Fa maraviglia eome Dante per testi- 
moniare a questo generoso suo benefattore 
1« propria gratitadine , pon nell'inferno la di 
tm figijoola , la bella ed infelice Francesca 
éè aimini I Ma dove metter dovea colei che 
di morte assai violenta e disperata era pe- 
riuf Sappia il lettore clie Vincenzo ÀcciajaoU 
èfxthbe volato pagare qualunque grossa som- 
ina parche avesse ottenuto V onore di veder 
rato da Dante talono da' suol maggiori; 



esercitato. E se inimicato da tanti o si 
fatti avversari, quanti e quali di sopra 
sono stati nominati , egli per forza d'in- 
gegno e di perseveranza riusci chiaro qual 
noi veggiamo : che si può sperare che 
esso fosse divenuto , avendo avuti altret- 
tanti aiutatori , o almeno ninno contrario 
pochissimi , come hanno molti ? certo 
io non so , ma se lecito fosse a dire , 
io direi che egli fosse in terra divenuto 
uno Iddio. 

Abitò dunque Dante in Ravenna, tolta 
via ogni speranza del ritornar mai a Fi- 
renze , comechè tolto non fosse il disio, 
più anni sotto la protezione del grazioso 
signore ; e quivi con le dimostrazioni sue 
fece più scolari in poesia , e massima» 
mente nella volgare ; la quale , secondo 
mio giudicio , egli primo fra gli Italici 
esaltò e messe in pregio, non meno che la 
sua Omero fra'Greci , e Virgilio fra'Latini» 
Davanti da costui, comecché per poco spa- 
zio d'anni si creda che innanzi trovatalo^ 
se, ninno fu che sentimento o ardire avesse 
del numerodelle sillabe, e, dalla consonanza 
delle parti streme in fuori (1), di farla es- 
sere strumento d'alcuna artiGciosa materia, 
anzi solamente alle cose d'amore con essa 
si esercitavano. Costui mostrò con efletto, 
con essa ogni altra materia potersi trat^ 
tare , e glorioso sopra ogni altro fece 
il vulgar nostro. Ha poiché la sua ora 
venne , segnata a ciascheduno , essendo 
egli già nel mezzo, o presso del cinquai>- 
tesimo sesto suo anno , infermato , e se- 
condo la religione Cristiana , ogni eccl^ 
siastico Sagramento umilmente e con <&- 
vozione ricevuto , e a Dio , per contri- 
zione d' ogni cosa commessa da lui contro 
al suo piacere , siccome da uomo, ricon- 

l' avesse pur cacciato nella più nera bolgia 
dell' inferno. Non altrimenti pensava quel si- 
gnor di Ravenna. Egli onorò sempre egual- 
mente il poeta , ed ultimamente gli affidò 
una nobilissima ambasciata presso i Venezi». 
ni , r esito infelice della quale tu a Danio 
di tanto rammarico , che infermatosi , dopo 
poco tempo fini di vita. 

(1) Parti ttnme , vai dire U rime , e qoe* 
ste comunemente al fanno derivare da rithmo. 



Si. 



VITA 



ciliatosi , del meée di gettembre negli anni 
delia salutifera . incaniazione del Nastro 
Signore Gesù Cristo 1321 , nel di che 
r esaltazione ddla Santa Croce si celebra 
dalla Chiesa , non senza grandissimo do- 
lore del sopraddetto Guido , e generalmen- 
te di tutti gU altri cittadini raregnani, al 
8U0 Creatore rendè l' affaticato spirito ; 
il quale ninno dubbio è che ricevuto non 
fosse nelle braccia della sua nobilissima 
Beatrice , con la quale nel cospetto di 
colui , che è sommo bene « lasciate le 
miserie della presente vita , ora lietissi- 
mamente vive in quella « alla cui felicità 
fine giammai non s' aspetta. 

Fece il magnifico cavaliere il morto 
corpo di Dante d*omamenti poetici sopra 
a un funebre letto adomare, e quello 
fatto portare sopra gli omeri de' suoi cit- 
tadini più solenni, infino al luogo de* 
Frati Bfinorì in Ravenna, con quello onore 
che a si fatto corpo degno stimava , in- 
finoaquivi quasi pubblico pianto seguitolo, 
in un' arca lapidea, nella quale ancor gia- 
ce , il fece porre. E tornato nella casa 
dove Dante era prima abitato , secondo 
il ravegnano costume , esso medesimo 
si a commendazione dell'alta scienza e 
della virtù del defunto , e si a consola- 
xione de' suoi amici li quali egli aveva 
in amarissima vita lasciati, fece uno or- 
nato e lungo sermone ; disposto , se lo 
stato e la vita gli fosser durati , di si 
egregia sepultura onorario , che se mai 
alcun altro suo merito non V avesse me- 
morevole renduto a' futuri, quella l'avreb- 
be fatto. 

Questo lodevole proponimento, infra 

(i) Morto di U a poco il conte Caldo Jion 
potè mandare ad effetto il proponimento di 
ergere al poeta la magnifica sepoltara ; ma 
fti ciò eseguito dal spoeto Bernardo Bembo , 
j^drs dell' illnstre cardinale di questo co^o- 



brieve spazio di tempo fu manifesto ad al« 
quanti, li quali in quel tempo erano in |)oe- 
sia solennissimi in Romagna, si che cia- 
scuno , si per mostrare la sua suifìcienza , 
si per prender testimonianza delia portata 
benivolenza da loro al morto Poeta ; si 
per accattar la grazia la benevolenza ed 
amore del Signore, il quale sapeano ciò 
desiderare ; ciascuno per sé fece versi , 
i quali posti per epitafQo alla futura se- 
poltura , con debite lodi tacessero la po- 
sterità certa chi dentro d'essa giacesse» 
ed al magnifico Signore li mandarono ; 
il quale, con gran peccato della fortuna, 
che non dopo molto tempo gli tolse lo sta- 
to , si mori a Bologna. Per la qual cosa 
a fare il sepolcro ed a porvi i mandati 
versi , si rimase (1) ; i quali versi stati a 
me mostrati poi, più tempo appresso, e 
veggendo loro non avere avuto luogo per 
lo caso già dimostrato; pensando le pre- 
senti cose per me scritte , comechè se- 
poltura non siano corporale , ma sieno, 
siccome quella sarebbe stata , perpetua 
conservatrice della di lui memoria, imma- 
ginai non essere sconvenevole quelli ag- 
giugnere a queste cose. Ha perciocchò 
più che quelli, che l'uno di coloro avesse 
fatti , che furono più , non si sarebbono 
ne' marmi intagliati, cosi solamente quelli 
d'uno qui stimai che fossero da scri- 
vere : perchè tutti meco esaminatoU , e 
per arte e per intendimento più degni 
stimai quattordici, fattine da maestro 
Giovanni del Virgilio bolognese , allora 
famosissimo e gran Poeta, e di Danto 
stato singolarissimo amico , li quali son 
questi appresso scritti : 

me , trovandosi governatore a Ra?enna. Que- 
sto moDamento patito dall' ingiurie del tem- 
po fìi restaurato nel 1691 dal cardinal Corsi» 
e poscia nel 1780 dal cardinal Vaienti , am- 
bedue legati in Eomagoa. 



DI DANTE 

Theologus Dantes nuliius dogmatis expers, 

Quod foveat darò Philosophia sinu: 
Gloria Musarutriy vulgo gratissimus ancior, 

Hic jacet , et fama pulsai utrumque polum : 
Qui loca defunctis gladiis y regumque gemellis 

Distribuii , loicisy rhetoricisque modis. 
Pascua Pieriis demum resonabat avenis : 

Atropos heu laetum livida rupit opus. 
Huic ingrata tulit tristem Florentia fructum , 

Exilium vati patria cruda suo. 
Quem pia Guidonis gremio Ravenna Novelli 

Gaudet honorati continuisse Ducis. 
Mille irecentenis ter septem Numinis annis, 

Ad sua septembris idibus astra redit (i). 



2!^ 



(1) Questi Tersi son quelli che leggonsi nella 
^iu di Dante compilata dal Boccaccio, inseri- 
u nelle Prose di entrambi stampate in Firenze 
p«r Tartini e Franchi 1722. Quelli che inrece 
Irggunsi in altra edizione , son questi : 

TTicolo^vt Bafii%i nuWtva dognuitis expers, 
InclUa fawia eujus universum penetrai orbem; 
Danies ÀUgherii , fiorenti genitus urbe , 
Conditar tloquii, lumen, dBcusque Musarum , 
yylnereeaevae neeis stratm, adsydera tendent, 
ikmUnicis anntf ter teptem miUe treeeniis 
Sfpiemhrit idiìmi, praetenti cla%tdiiur aula. 
Jnra Monarekiae, Superai, Flegetonta, lacusqìu 
Lustrando cecini , voluerunt fata quousque, 
Sed qìsia pan cessU meliorUnu hospita castrit, 
Autoremque suum petiit felicior astris , 
iféC claudor Dantes, patriisque extorris ab oris, 
(/ve» ^fiuiiC parvi florentia mater amoris, 

Arterto però che detti versi son tredici non 
Bica <i8at4ordici, come vorrebbe il Boccaccio; 
dippiù costituiscono due epitaffi piuttosto che 
iiv>, come può agcTolraente convincersi chi pon 
ante alle significazioni ben diverse de* primi 
sette versi, e de' posteriori sei. Vi é pure qual- 
che errore nella quantità delle sillabe , per es. 
ael terxo verso , ^fmìtu si fa con la prima 
biaga* mentre è breve; nel quarto, decusque 
mmar^tm, dove la prima di deeus si Ai lun- 
fa essendo breve, e la prima di musarum che 
brave» ecc. Nondimeno mi piac- 



ciono assai per la bellezza del concetto e forza 
dell' espressione , e ne do qui una parafrasi co- 
me segue» fatta da me non per ambizione di 
gloria , conoscendo esser necessario ben altro 
merito per conseguirla; ma per diletto de' me- 
no intendenti il latino : 

Dantb ; negli alti dooimalf 

Teologo profondo , 

Di cai la fama altissima 

Tutto ha rimeno il mondo; 
Che nella citta nobile 

Che da* be' fior s' appella. 

Ebbe la culla ; e principe 

Della volgar favella ; 
Che delle suore aonie 

Ornò la nobii cetra 

Di carme impareggiabile 

Famoso infino all' etra ; 
Di morte inesorabile 

Cedendo al fiero artiglio» 

Levandosi all' Empireo « 

Parti di questo esiglio 
Di settembre il di quattordici. 

Dell' anno della Pace 

Ventun del quartodecinio 

Secolo ; qui ti giace. 

Dblla mia -sorte perfide 
Ad onta della legge , 
I dritti e la giustizia 
Esposi di chi regge ; 



». S". 



2o 



VITA 



Oh ingrata Patria 1 cpial demenza , 
qual trascuraggine ti tenea , quando tu il 
tuo carissimo cittadino, il tuo benefattor 
precipuo, il tuo unico poeta con crudeltà 
disusata mettesti in fuga, e poscia tenuto 
t'ha? Se forse per la comun furia del 
tempo , mal consigliata ti scusi; perchè 
tornata, cessate Tire, la tranquillità dell'ani- 
mo, e pentutati del fatto, no 1 revocastiV 
Deh , non V incresca con meco , che tifo fi- 
^uolo sono, alquanto ragionare; e quello 
che giusta indignazione mi fa dire , co- 
me d' uomo che t' ammendi desidera , e 
non che tu sia punita, piglierai. Parti 
^li esser gloriosa di tanti titoli e' di tali, 
^ tu quelFuno, del quale non hai vicina 
città che del simUe si possa esaltare, tu 
abbi voluto da te cacciare? Deh, dimmi, 
di quali vittorie, di quali trionfi, di quali 
eccellenze , di quali valorosi cittadini se'tu 
splendente? Le tue ricchezze, cosa mobile 
ed incerta; le tue bellezze, cosa fragile e 
caduca; le tue dilicatezze, cosa vituperevole 
e femminile, ti fanno nota del falso giudicio 
de'popoli , il quale più ad apparenza che 
ad esistenza sempre riguarda. Deh, glo- 
neraiti tu de' tuoi mercatanti e de' kioi 
artefici , di che tu se' piena ? Sciocca- 
mente farai. L' ubo fa continuamente 
r avarizia , operando il mestier servile ; 
l'arte, la quale nobilitata fu un tempo 
dagli ingegni in tanto che una seconda 
natura la fecero, dalla avarizia medesima 
è oggi corrotta, e niente vale. Glorieraiti 
tu della viltà e ignavia di coloro li quali, 
perciocché di molti loro avoli si ricordano, 
vogliono dentro di te la nobiltà del prin- 
cipato ottenere j sempre con ruberìe con 
tradimenti e con falsità centra quella 
operanti ? vanagloria sarà la tua , e* da 
coloro, le cui sentenze hanno fondamento 
debito e stabile fermezza, schernita. Ahi 

Vidi e canui qoal premiasi 

L' alma virtù da Dìo ; 

Còme le macchie porghinsi ; 

E gii qual pena ha il rio. 
Ma ora che il mio spirito 

Vita mutò migliore , 

Volando sar T empireo 

Al sommo ano Fattore ; 



misera madre , aprì gli occhi e guarda 
con alcuno rimordimento quello che tu 
facesti , e vergognati almeno , scndo re- 
putata savia, come tu se', d'avere avuta 
ne' falli tuoi falsa elezione! Deh se tu da 
te non avevi tanto consiglio, perche non 
imitavi tu ^i atti di quelle città, le quali 
ancora per le loro laudevoli opere sono 
famose ? Atene , la quale fu l' uno degli 
occhi di Grecia, allora che in quella era la 
monarchia del mondo , per iscienza per 
eloquenza e per milizia splendida parì- 
mente : Argo , ancora pomposa per li 
titoli dei suoi Re: Smime (1] , a noi in 
perpetuo reverenda per Niccolao suo 
Pastore: Pilos, notissima per lo suo Ge- 
store: Chios e Colofon , città splendidis- 
sime peraddietro, e tutte insieme qualora 
più glorìose furono , non si vergognaro- 
no , nò dubitarono avere agra quistione 
dell' orìgine del divin Poeta Omero ; af- 
fermando ciascuna lui di sé averlo tratto ; 
e si ciascuna fece con argomenti forte la 
sua intenzione , che ancora la qulstion 
vive , nò è certo d' onde egli si fosse , 
di che parimente dì cotal cittadino così 
l'una come l'altra si glorìa. £ Mantova, 
nostra vicina , di quale altra cosa l' è 
più alcuna altra fama rìmasa , che d' es- 
sere stato Virgilio mantovano? Il cui no- 
me hanno ancora in tanta reverenza e si 
appo tutti accettevole , che non solamentt'i 
ne'pubblici luoghi, ma ancora neprìvati si 
vede la sua inunagine effigiata; mostrando 
in ciò che non ostante che il padre di 
lui fosse lutifigolo, esso di tutti loro sia 
stato nobilitatore. E Sulmona d' Ovidio : 
Venosa di Orazio : Aquino di Juvenale , 
e altre molte, ciascuna si ^oria del suo, 
e di loro sufficienza fanno quistione. Lo 
esemplo di queste non t' era vergogna 
di seguitare, lo quali non ò verisimile 

Misero errante ed esale 
Qui mi riposo io pante , 
Firenze fU mia patria, 
Di me beo poco amante ! 

(1) Cioè Jfiru città nella Licia, della quale 
fti vescovo S. Niccolò. 



DI DANTE 



27 



sf'nza cagione essere state vaghe a tenere 
ili cosi fatti cittadini ; esse conobbero 
qiodììo che ta medesima potevi conosce- 
re , e puoi y cioè che le loro operazio- 
ni perpetue saranno ancora dopo la loro 
rovina, ritenitrici eteme del nome loro, 
cosi come al presente , e divulgate per 
tutto il mondo , le fanno conoscere a 
coloro che non le videro mai. Tu sola , 
non so da quale ciechità adombrata, hai 
voluto tenere altro cammino; e quasi molto 
da te lucente^ di questo splendore non 
hai curato.Tu sola, quasi i Cammilli, i Pub- 
blicoli, i Torquati, i Fabrizii, i Catoni, i Fa- 
bii, gli Scipioni, con le lor magnìfiche ope- 
re ti facessero famosa, e in te fossero , a- 
vendoti lasciato il tuo antico cittadino Clau- 
diano cadere delle mani, non hai avuto del 
presente Poeta cura , ma T hai da tescac- 
ciato, sbanditolo, privatolo, se tu avessi 
potato, del tuo soprannome. Io non posso 
fiiggir di vergognarmene , in tuo servizio ; 
ma ecco non la fortuna , ma U corso della 
natura delle cose è stato al tuo appetito 
disonesto favorevole in tanto , quanto 
quello che tu volentieri bestialmente avrc- 
ài fatto , se nelle mani ti fosse venuto, 
doè uccisolo , egli con la sua eterna 
l^ge r ha operato. Morto è il tuo Dante 
Alighieri in quello esilio che tu ingiusta- 
mente, del suo gran valore invidiosa, gli 
desti: oh peccato da non ricordare, che 
la madre alle virtù di alcun suo figliuolo 
porti livore! Ora dunque se' di sollecitu- 
dine Iii>era , ora per la morte di lui vivi 
ne* tuoi difetti sicura , e puoi alle tue 
lunglie e ingiuste persecuzioni por fine. 
Egli non ti può far morto , quello che 
rivendo non faveva mai fatto: egli giace 
sotto altro cielo che sotto il tuo, né più 
lièi Asnettare di vederlo giammai, se non 
in quel di nel quale tutti i tuoi cittadini 
veder potrai , e le lor colpe dal giusto 
dudice esaminate e punite. Adunque se 
lire gli odi e le nìmicizie cessano per la 
oìorte di qualunque, e che muoia come 
<i crede; comincia a tornare in te me- 
desima , e nel tuo diritto conoscimento , 
comincia a vergognarti d'aver fatto conr 
tro la tua antica umanità ; comincia a 



volere apparir madre e non più matri- 
gna; concedi le tue lagrime al tuo figliuo- 
lo ; concedi la materna pietà a colui il 
quale tu rifiutasti , anzi cacciasti vivo , 
siccome sospetto; desidera almeno di ria- 
verlo morto ; rendi la tua cittadinanza il 
tuo seno e la tua grazia alla sua memo- 
ria. In verità quantunque tu a lui ingrata 
e proterva fossi , egli sempre , come fi- 
gliuolo , t' ebbe in reverenza , né mai di 
quello onore , che per le sue opere se- 
guir ti dovea , volle privarti , come to 
Thai della tua cittadinanza privato; sem- 
pre fiorentino, quantunque T esilio fosse 
lungo, si nominò, e volle esser nomina- 
to ; sempre ad ogni altra ti prepose , 
sempre t'amò; che dunque farai, starai 
sempre nella tua iniquità ostinata? Sarà 
in te meno umanità , che ne' barbari , li 
quali troviamo non solamente avere i 
corpi de' lor morti raddomandati, ma per 
riaverli , virilmente esser disposti a mori- 
re? Se tu vuoi che '1 mondo creda te esser 
nipote della famosa Troia, e figliuola di 
Roma , certo i figliuoli debbon essere a 
padri e agli avoli simi^lianti. Priamo nella 
sua miseria , non solamente raddomandò 
il corpo morto del magnifico Ettore, ma 
quello con altrettanto oro ricomperò. I 
romani, secondo alcuni credono, feciono 
venire da Hintumo l'ossa del primo Sci- 
pione, da lui a loro con ragione nella 
sua morte vietate. E comechè il fortìs» 
Simo e illustre Ettore fosse difesa , 
con la sua forza , de' Troiani, e Scipione 
non solamente liberator di Roma, ma di 
tutta Italia ; delle quali due cose ninna 
forse propriamente si può dire di Dante; - 
egli non é però da posporre ; né una 
volta fu mai , che V armi non dessino 
luogo alla scienza : se tu primieramente, 
e là dove sarebbe convenuto , l' esemplo 
con le opere delle savie cittadi non imitasti» 
t'ammenda al presente, seguendole. Ninna 
delle città preidette fu che o vera o fittizia 
sepoltura non facesse ad. Omero. E chi 
dubita che i mantovani , i quali ancora in 
Pietola (1) onorano la povera casa e i campi 

(1) Pietola , piccolo borgo lontano due mi- 



28 



VITA 



che furon di Virgilio, non che avere a lui 
fatta onorevol sepoltura, se Ottaviano Au- 
gusto, il quale da Brandizio a Napoli le sue 
ossa aveva trasportate , avesse comandato 
quel luogo, dove poste Tavea, voler es- 
ser loro pcq)ctua requie. Sulmona niuna 
altra cosa pianse lungamente se non che 
risola di Ponto tenga incerto il suo O- 
vidio : e cosi di Persio Parma si rallegra 
tenendolo. Cerca tu dunque di voler esser 
del tuo Dante guardiana: raddomandalo; 
10 son certo che non ti Ga renduto ; ma 
a un'ora ti sarai mostrata pietosa , e gode- 
rai, non riavendolo, della tua crudeltà (1). 
Ma a clic ti conforto io ? Appena s* io 
oreda, che i corpi morti possano alcuna 
cosa sentire , die quello di Dante si po- 
tesse partir di là , dove è per dovere a 
te ritornare ; egli giace con compagnia as- 
eai più piacevole e laudevole che quella 
che tu gli potessi dare : egli giace in 
Ravenna molto più; per età, veneranda 
di te ; e comechè la sua vecchiezza al- 
quanto la renda disforme , ella fu nella 
8ua giovinezza troppo più florida che tu 
iion se' ; ella è quasi un general sei)olcro 
di santissimi coqn ; e nessuna parte in 
essa si calca, dove su per reverendissime 
ceneri non si vada. Chi duncfue dovria 
desiderare di tornare a te , per dover 
giacere fra le tue , lo quali si può cre- 
ilere che ancora serbino la rabbia e le 
iniquità avute nella vita? E male con- 
rordi insieme , si fug^e V una dall'altra , 
iion altrimenti che facessero le fiamme 
de' due Tebani ; e comechè Ravenna già 
quasi tutta del pietoso sangue di molti 
martiri si bagnasse, e oggi con reverenza 
•erba le loro reliquie , e similmente i 
corpi di molti imperadori magnifici, e di 
altri ttooiini chiarissimi e per antichi 
avoli 6 I>er opere virtuose, ella si ral- 
legra non poco d' essergli da Dio stato , 

iella da MaitoTa : in Ialino Ànda , onde Vir- 
ciiio fa detto Andima Poeta. Silio Italico lib. 
Vili ?. tt04 : 

Mantua mi(tenda eertavit pube Cremonae, 
Mantua,Miu$arum domut,aifju€adsyderaeantu 
Evttta Àmdn» • . . 



oltre le sue* doti , conceduto d'essere in 
perpetuo guardiana di cosi fatto tesoro, 
coro' è il corpo di colui le cui opere ten- 
gono in ammirazione tutto '1 mondo, del 
quale tu non ti se' saputa far degna. Ma 
certo e' non è tanto l'allegrezza d'averlo, 
quanto è l'invidia che ella ti porta, che 
tu ti intitoli della sua origine , quasi 
sdegnando che là dov'ella sia per l'ultimo 
di di lui ricordata , tu allato a lei sia 
nominata per lo primo ; e perciò con la 
tua ingratitudine ti rimarrai, e Ravenna 
si glorii de' tuoi onori tra' futuri. 

Cotale , quale di sopra è dimostrato , 
fu a Dante la fine della vita affaticata 
da vari studi ; e perciocché assai conve- 
nevolmente le sue fiamme e la sua fami- 
liar cura e la pubblica sollecitudine ed 
il miserabile esilio e la fine di lui mi 
pare avere secondo la mia promessa mo- 
strato ; giudico sia da pervenire a mo- 
strare della statura del corpo , dell'abito 
generalmente e de* più notabili modi ser- 
vati nella sua vita da lui ; da quelli poi 
immediatamente venendo all' opere degne 
di nota , compilate da esso nel tempo 
suo , infestato da tanta turbine, quanta 
di sopra brevemente è dichiarata. 

Fu adunque questo nostro Poeta di 
mezzana statura ; e poiché alla matura 
età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, 
ed era il suo andar grave e mansueto , 
di onestissimi panni sempre vestito , in 
quello abito che era alla sua matura età 
convenevole ; il suo volto fu lungo , il 
naso aquilino, gli occhi anzi grossi, che 
piccioli , le mascelle grandi , e dal lab- 
bro dì sotto era quel di sopra avanzato; 
il colore era bruno, i capelli, e la bart)a 
spossi neri e crespi, e sempre nella fac- 
cia malinconico e pensoso. Per la *]ual 
cosa avvenne un giorno a Verona , es- 
sendo già divulgata per tutto la fama 

(1) Nel 1396 Fireme decretò al morto poeta 
an eenotafio , ed in seguito più volte recla-^ 
mò da* ravennati le ceneri di lui. Ma né quella 
SI esegui , né questo ebbe mai. Min memoria 
la non consenr a di sì illustre cittodino che un 
vecchio ritratto io o&a delie partii interna 
Idei Uuofflo. 



DI DANTE 



29 



dd\e sue opere , e massimamente quella 
parte delia sua Commedia la quale egli 
inlilola Infcnio , ed egli conosciuto da 
molli uomini e donne , e passando egli 
djifanti a una porta dove più donne se- 
deyano , una di quelle pianamente , non 
però tanto che bene da lui e da chi con 
lui era, non fosse udita, disse alle altre 
donne : vedete voi colui che va per T In- 
ferno e toma, quando a lui piace, e qua 
su reca novelle di quelli che là giù sono? 
Alla quale una di loro rispose semplice- 
mente : m verità tu dèi dire il vero : 
non Tedi tu come egli ha la barba cre- 
spa e il color bruno per lo caldo e per 
lo fumo che è là giù? lo quali parole 
€^ udendo dire dietro a sé , e cono- 
fta-ndo che da pura credenza delle donne 
venivano , piacendogli , e quasi contento 
ffae esse in cotali opinioni fossero , sor- 
ridendo alquanto passò avanti. Ne* costu- 
mi pubblici e domestici mirabilmente fu 
composto e ordinato , e in tutti più che niu- 
no altro cortese e civile; nel cibo e nel poto 
fa modestissimo , si in prenderlo all' ore 
ordinate, e si in non trapassare il segno 
della necessità , quello prendendo ; né 
alcuna golosità ebbe più in uno che in 
un altro ; li dilicati lodava , e il più si 
pasceva de* grossi ; oltre a modo biasi- 
mando coloro ì quali gran parte del loro 
.«Uidio pongono in avere le cose elette , 
quelle faùre con somma diligenza appa- 
recchiare; affermando questi cotali non 
mangiare per vivere, ma più tosto vivere 
per mangiare. Ninno altro fu più vigir 
tante di lui e negli studi e in qualunque 
altra sollecitudine che il pugnesse, in tanto 
che più volte e la sua donna e la sua 
lami^ia se ne dolsero , primachò a' suoi 
eoitaini usate dò mettessino in non ca- 
ci) Nel eanto n del Purgatorio ri?oUo 
D«u a Gaadla celebre cantore M mio tem- 
fo , ed a lai molto caro , gii dice : 

te BooTa non ti toglie 

Il coHMia oso all' amoroso eanto ^ 
Cke mi solai quotar tutte mie ?o|^ ; 

IM dò ti piaedt consolar alquanto 
V anima |Hlla , clie con la sua persona ». 
ÌLwandn qua,, è aiDumata tanto- 



lere. Rare volte , se non domandato ^ 
parlava, e quelle pensatamente, con voce 
convenevole alla materia di che parlava. 
Non per tanto cloquentissimo dove si ri- 
chiedeva fu , e facondo , con ottima e 
pronta prelazione. 

Sommamente si dilettò in suoni ed in 
canti (1) nella sua giovanezza; e a ciascuno 
che a que* tempi era ottimo cantatore e 
sonatore, fu amico, ed ebbe sua usanza; 
ed assai cose , da q^icsto diletto tirato , 
compose, le quali di piacevole e mae- 
strevol nota a questi cotali faceva rive- 
stire. Quanto ferventemente esse ad Amore 
fosse sottoposto assai chiaro è già dimo« 
strato. Questo amoro, è ferma credenz* 
di tutti , che fosse movitore di tutto il 
suo ingegno a dover prima , imitando , 
divenire dicitore in vulgare ; poi per va- 
ghezza di più solennemente mostrare le 
sue passioni, e di gloria, sollecitamente 
esercitandosi in quella , non solamente 
passò ciascun suo contemporaneo, ma iu 
tanto La dilucidò e fece bella, che molti 
allora , e poi , dietro a sé , n' ha fatti e 
farà vaghi d'essere esperti.. Dilettossi si- 
milmente d'esser solitario e rimoto dalle 
genti , acciocché le suo contemplazioni 
non gli fossero interrotte ; e se pure al- 
cuna, che molto piaciuta gli fosse, ne gB 
veniva , essendo egli tra gente , quan* 
ttmque di alcuna cesa fosse egli stato do* 
mandato , giammai , insiao a tanto che 
fermata o dannata avesse la sua inmiar 
ginazione,non avrebbe risposto al.doman-> 
dante : il che molte volte essendo ^;|i 
alla mensa, ed essendo in cammino con 
compagni, ed in altre pasti, essendo egli 
domandato , gli avvenne. Ne' suoi studi 
fu assiduissimo, quanto a quel- tempo die 
ad essi si. dispone:. in tanto cbeniuna no^ 

E dopo attesta che Casella, mosso air invi- 
to , lo éontentò , cantando qneitt oantono dit 
lui che principia : 

» Amor che nella mente mi ftgiona » 
Cominciò egli allor si dolcemente , 
Che la.dokòezza ancor dentro, mi aooaab. 



30 



VITA 



vita che s* udisse, di quelli il poteva ri- 
muovere. E secondochè alcuni degni di 
fede raccontano di questo darsi tutto a 
cosa che gli piacesse ; egli essendo una 
Tolta , fra Taltre, in Siena, e pervenuto 
per accidente a una bottega d'uno spe- 
ziale , e quivi statogli recato d' avanti un 
libretto promessogli da valentuomini, molto 
famoso, né giammai da lui stato veduto, 
non avendo per avventura spazio di por- 
tarlo in altra parte , sopra la panca che 
avanti allo speziale era, si pose col petto, 
e messosi il libro davanti, quello cominciò 
a leggere e a vedere : e comechè poco 
appresso in quella contrada medesima , e 
dmanzi da lui, per alcuna general festa 
de' sanesi , si cominciasse da' gentiluo- 
mini 6 si facesse una grande armeg- 
giata , e con quella grandissimi romori 
m circostanti , siccome in tali-casi con 
iatrumenti vari e con voci applaudenti 
suol farsi, ed altre cose assai vi av- 
Tenissono di dover tirare altrui a ve- 
dere , siccome balli di vaghe donne e 
giuochi di molti giovani , mai fu alcuno 
die muoverlo di quindi lo vedesse , né 
Ileana volta levare gli occhi dal libro ; 
anzi, postovisi all'ora di nona, prìmachè 
fosse passato vespero tutto l'ebbe ve- 
duto, e quasi sommariamente compreso, 
e prima di ciò non levossi ; afferman- 
do poi ad alcuni , che lo domandarono 
come s' era potuto tenere di non riguar^ 
dare si bella festa che avanti a lui s'era 
fttta ; sé niente averne sentito , rispose: 
per lo che alla prima meraviglia , non 
indebitamente la seconda s* aggiunse ai 
domandanti. Fu dunque questo Poeta di 
meravigliosa capacità e di memoria fer- 
missima e di perspicace intelletto , in 
tanto che essendo egli a Parigi, e quivi 

(1) Nel principio del canto XXV del Para* 
diào dice Dante : 

Se mai continga che il poema sacro 
Al quale ha posto mano e cielo e terra, 
SI che m* ba fatto per più anni macro , 

Vinca la erudeltè » che fuor mi serra 
Del bello ovile , oV io dormi' agnello 
Nimico a' lopi che gli danno guerra ; 



sostenendo in una quistione (de quoUbet) 
che in una scuola di Teologi si faceva , 
quattordici quistioni da diversi valentuo- 
mini, e di diverse materie, con loro ar- 
gomenti , prò e centra , fatti da* propo- 
nenti , senza metter tempo in mezzo , 
raccolte , ed ordinatamente , come poste 
erano state , recitò. Poi quel medesimo 
ordine seguendo , sottilmente solvendo e 
rispondendo agli argomenti contrari : la 
<iual cosa quasi miracolo da tutti i cip- 
costanti fu reputata. D'altissimo ingegno 
e di sottile invenzione fu similmente , 
siccome le sue opero troppo più manif^ 
stano agli intendenti, che non potrebbono 
fare le mie lettere. Vaghissimo fu d'onore 
e di pompa peravventura più che alla sua 
inclita virtù non si saria richiesto. Ma 
che? qual vita è tanto umile che dalla dol- 
cezza della ^oria non sia tocca?E per qu»* 
sta vaghezza, credo, che sopra ogni altno 
studio amasse la Poesia, veggendo, comechè 
la Filosofia ogni altra trapassa di nobiltà, 
la eccellenza di quella con pochi potersi 
comunicare, e divenirne per lo mondo &- 
mesi : e la Poesia esser più apparente e 
dilettevole a ciascuno , e li Poeti raris- 
simi. E però sperando per la Poesia alio 
inusitato e pomposo onore della coronai 
zione dello alloro poter pervenire , tutto 
a lei si diede studiando e componendo. E 
certo il suo desiderio gli veniva inteap 
se in tanto ^i fosse stata la fortuna gra- 
ziosa , che egli fosse giammai potuto tor- 
nare in Firenze , nella qual sola sopra le 
fonti di san Giovanni s' era disposto di 
coronare (1) ; acciocché quivi , dove per 
lo Battesimo aveva preso il primo nome , 
quivi medesimo , per la coronazione , 
prendesse il secondo. Ma così andò, che 
quantunque la sua sufficienza fosse molta, 

Con altra voce ornai , con altro vello 
Ritornerò poeta : ed in sul fonte 
Del mio battesmo prenderò '1 cappello. 

E' probabile danqae che da qaesto tratto 
del poema avesse il Boccaccio argomentato 
quanto asserisce dell' idea avuta da Dante di 
coronarsi in Firenie. 



DI DANTE 



31 



e per quella in ogni parte , ove piaciuto 
^ fosse , avesse potuto ¥ onore della 
borea pigliare , la quale non accresce 
sdeaza ma è della acquistata certissimo 
Itftiaìonio e ornamento ; pur quella tor- 
oiU , che mai non dovea essere , aspet- 
laudo 9 altrove pigliare non la volle ; e 
ooaì senza il molto desiderato onore si 
mori* Ma perciocché spessa c[uistione si 
fi tra le genti e che cosa sia la Poesia e 
che cosa sia il Poeta, e donde sia questo 
nome venuto , e perchè di lauro sieno co- 
ronati i Poeti : e da pochi mi pare essere 
stato mostrato ; mi piace qui di fare al- 
cuna digressione , nella quale io questo 
alquanto diclùari, tornando, come più to- 
sto potrò, al proposito nostro. 

La prima gente ne' primi secoli , co- 
mechò rozzissima e inculta fosse, arden- 
tttsima fu di conoscere il vero con istu- 
dio , siccome noi veggiamo ancora natu- 
ralmente desiderare a ciascuno. La quale 
vegg^ndo il ciel muoversi con ordinata 
l^ge continuo , e le cose terrene avere 
certo ordine , e diverse operazioni in di- 
vasi tempi, pensarono di necessità dover 
esaere alcuna cosa dalla quale tutte queste 
cose dipendessono e procedessono, e che 
lotte Taltre ordinasse , .siccome superio- 
re potenza da nessun' altra potenziata. E 
seco questa investigazione diligentemen- 
te avuta , s' inunaginarono quella , la 
quale divinità o vero deità nominaro- 
no , eoo ogni coltivazione con ogni ono- 
re e con più che umano servigio es- 
ser da venerare ; e però ordinarono , a 
riverenza di questa suprema potenza, 
ampliasime case ed egr^e , le quali an- 
cora stimarono fossero da separare cosi 
^ nome, come di forma separate erano, 
da queOe che generalmente per di uo- 
miiB s' abitano , e le nomirano Tempii. 
E sìmiln^nte ordinarono ministri, li quali 
fossero sacri e d'ogni altra mondana soUe- 
dtQdine remoti, e bolamente a' divini ufizl 
ncassero, e per maturità e per abito più 
che gli altri uonuni reverendi; li quali ap- 
peUttrono Sacerdoti. Ed oltre a questo , 
io rappresentamento della immaginata es- 
Mua divina , fecero in varie forme ma- 



gnifiche statue , e , a' servigi di quelle , 
vasellamenti d' oro e mense marmoree e 
purpurei vestimenti e altri assai apparati 
appartenenti a' sacrifici per loro stabiliti* 
Ed acciocché a questa cotal potenza tanto 
onore quasi tacito non si facesse, parve 
loro che con parole d'alto suono essa 
fosse da umiliare, e nella loro necessità 
renderla propizia ; e cosi , come essi sti- 
mavano questa eccedere ciascuna altra 
cosa di nobiltà , cosi vollero che , da 
lungi ogni altro plebeo e pubblico stile 
di parlare , si trovassero parole degne 
di ragionare dinanzi alla divinità, con 
le quali le si porgessono sacrate lusinghe: 
ed oltre a questo , acciocché queste p*» 
rote paressero dì avere più di eflBcacia, 
vollero che fossero sotto legge di certi 
numeri composte, per le quali alcuna 
dolcezza si sentisse, ecacciassesi il rio» 
crescimento e la nom. £ certo questo 
non in vulgar forma, o usitata, ma con 
artifiziosa esquisita e nuova forma coik' 
venne che si facesse: la qual forma appell»» 
rono i Greci Poetes : laonde nacque che 
quello che in cotal forma fatto fosse , s'ap- 
pellasse PòesUf e quelli che ciò facessero 
si chiamassero Poeti. Questa dunque fu la 
prima origine dello inclito nome della poe- 
sia, e per conseguente de*Poeti; comecché 
altri ancora ne assegnino altre ragioni , 
forse buone , ma questa mi piace più« 
Questa buona e laudevole intenzione della 
rozza età , mosse molti a diverse involu- 
zioni, per lo mondo moltiplicate, per 
apparare ; e' dove i primi una sola deità 
onoravano , mostrarono i seguenti molte 
esseme , comecché quella una dicessero 
ottenere, oltre ad ogni altra, U principato. 
Le quali molti vollero che fossero il Sole 
la Luna Saturno Giove e ciascuno degli 
altri sette Pianeti , dai lori efifetti pren- 
dendo argomento alla loro deità. E da que- 
sti vennero a mostrare , ogni cosa utile 
agli uomini , quantunque terrena fosse , 
deità essere , siccome il fuoco l' acqua la. 
terra e simig^anti . alle quali tutte e versi 
e onori e sacrifici ordinarono : e poi sos- 
seguentemente cominciarono diversi, in 
diversi luoghi , àà con uno ingegno e 



32 



VITA 



chi con un altro , a farsi sopra la mol- 
titudine indotta , della sua contrada mag- 
0ori, diffiniendo le rozze quistioni non 
secondo scritta legge, che non Tavevano 
ancora , ma secondo una naturale equità, 
della quale più uno che un altro era dot- 
to : dando alla lor \ita e a' lor costumi 
ordine , dalla natura medesima più illu- 
minati : resistendo con le loro corporali 
forze alle cose avverse, possibili ad avve- 
nire: e chiamarsi Re, e mostrarsi alla ple- 
be , e con sen i e con ornamenti non usati 
fino a quo' tempi dagli uomini , e a farsi 
obbedire , e ultimamente a farsi adorare. 
Il che , solo che fosse chi il presumesse, 
senza troppa difficoltà awenia ; perocché 
a' rozzi popoli , cosi vedendoli , non uo- 
mini , ma Iddti parevano. Questi cotali, 
non fidandosi tanto dello lor forze , co- 
minciarono ad aumentare le religioni , e 
con la fede a impaurire i suggetti , e 
astrignere con sacramenti alla loro obbe- 
dienza quelli li quali non si sarebbon 
potuti con forza constrignere. Ed oltre 
a (questo , «dierono opera a deificare li lor 
padrini loro avoli e i loro maggiori; ac- 
ciocché fossero più temuti e avuti in ri- 
verenza dal volgo. Le quali cose non 
fi poterono comodamente fare senza V u- 
iizio de* Poeti ; li qu^U si per ampliar la 
lor fama, e si per compiacere a'principi, 
e sì per dilettare a' sudditi, e si per per- 
suadere a virtuosamente operare a cia- 
H^uno , quello che con aperto parlare sa- 
rebbe suto della loro intenzione contrario, 
con fizioni varie e maestrevoli, male da* 
grossi oggi non che a que* tempi intese, 
facevano credere quello che i principi 
volevano che si credesse ; servando ne* 
nuovi Iddìi e negli uomini , li quali degli 
Iddii nati fingevano , quello medesimo 
stilo che nel vero Iddio solamente, e nel 
lusingar lui , avevano i primi 'Usato. 
I>a questo si venne ad adeguare i fatti 
de forti uomini a quelli de^li Dii, donde 
nacque il cantare -con eccelso verso le 
battaglie , e gli altri fatti notabili degli uo- 
mini , mescolatamente con quelli deglld- 
dii; il qual fu ed è oggi iri>ieme con Taltre 
cose di sopra dette, ufìzio ed esercizio di | 



ciascun Poeta. E perciocché molti non irv- 
tendenti credono la Poesia ninna altra cosa 
essere che solamente un favoloso parlare : 
oltre al promesso mi piace brevemente 
quella esser Teologia dimostrare, prima 
che io venga a dire perchè di lauro si 
coronino i Poeti. 

Se noi vorremo por giù gli animi , e 
con ragione riguardare , io mi credo 
che assai leggiermente potremo vedere 
gli antichi Poeti avere imitato , tanto 
quanto allo ingegno umano è possibile , 
dello Spirito Santo le vestigio ; il quale, 
siccome nella Divina Scrittura veggiamo, 
per la bocca di molti i suoi altissimi se- 
greti rivelò a' futuri , facendo loro sotto 
velame parlare ciò cìie a debito tempo 
per opera , senza alcun velo , intendca 
di dimostrare. Imperciocché essi, se noi 
riguarderemo bene le loro opere, accioc- 
ché lo imitatore non paresse diverso dall<> 
imitato , sotto coperta d* alcune fizioni , 
quello che stato era , o che fosse a lor 
tempo presente , o che desideravano , o 
che presumeano che nel futuro dovesse 
avvenire, descrissono; perchè, comecché 
a uno fine Tuna scrittura e Taltra non ri- 
guardasse, ma solo al modo del trattare, 
al che più guarda al presente TaninK» 
mio , ad amendue si potrebbe dare una 
medesima laude , usando di Gregorio le 
parole , il quale della Sacra Scrittura 
scrive ciò che della poetica facoltà dire 
si puote ; cioè che essa in un medesimo 
sermone narrando , apre il testo ed il 
misterio a quel sottoposto: e cosi a un* 
ora coir uno li savi esercita, e con YéWrv 
li semplici riconforta , e ha in pubblico 
onde li pargoletti nutrichi , e in occulto 
serva quello , onde essa le menti de*sublimi 
inteiulitori con anmiirazione teitga sospe- 
se ; piTcioccliè pare esseme un fiume , 
acciocché cosi io dica, piano e profondo, 
nel quale il piccoletto agnello con li piedi 
vada , e il grande elefante amplisshna- 
inente nuoti. JAa da procedere è al ve- 
rificare delle cose proposte. 

Intende la Divina Scrittura, la quale 
Teologia appelliamo , quando con figura 
d'alcuna storia, quando col senso di al- 



DI DANTE 



33 



rvM visione , quando con lo intendimento 
di alcun lamento, e in altre maniere as- 
sai . mostrarci V alto misterio della In- 
cimazione del Verbo Divino, la vita di 
quello , le cose occorse nella sua morte, 
e la Resurrezione vittoriosa , 1* ammira- 
bile Ascenzione , ed ogni altro suo atto, 
per lo quale noi ammaestrati possiamo 
a quella gloria pervenire , alla quale egli 
morendo e resurgendo ci aperse la stra- 
da , lungamente stata serrata a noi per 
la colpa del primo uomo.- Còsi i Poeti 
nelle loro opere , le quali noi chiamiamo 
Poesìa , quando con fizioni di vari Iddii, 
i[UMido con trasmutazioni d'uomini in 
varie forme , e quando con leggiadre per- 
suasioni ne dimostrano le ragioni delle 
cose , gli effetti delle virtù e de' vizi , 
<*tie fuggir dobbiamo e che seguire , ac- 
riocchè venir possiamo , virtuosamente 
adofierando , a quel fine , il qtaale essi , 
che il vero Iddio debitamente non cono- 
scevano , somma salute credevano. Volle 
k> Spirito Santo mostrare nel rubro verdis- 
MTOo , nel quale Moisè vide ouasi come 
una fiamma ardente Iddio, la Verginità di 
colei che più che altra creatura fu pura, 
e che doveva essere abitazione e ricetto 
del Signore della Natura , non doversi né 
per la concezione né per lo parto del Ver- 
bo del Padre contaminare. Volle per la 
visione, veduta da Nabuccodonosor nella 
statua di più metalli abbattuta da una 
pietra convertita in monte , mostrare tutte 
le preterite età dalla dottrina di Cristo , il 
qual fu ed è una viva pietra, doversi som- 
mergere, e la Crisitiana Heligione , nata di 
questa pietra, divenire una cosa immobile 
e perpetua , siccome li monti veggiamo. 
Volle nelle lamentazioni di (ieremia lo 
eccidio futuro di Gerusalemme dichiarare. 
Similmente i nostri Poeti fingendo Sa- 
turno aver molti figliuoli, e quelli, fuor- 
fhè quattro, divorar tutti, nessuna altra 
cosa vollono per tal fìzione farci sentire, 
§e non per Saturno il tempo nel quale 
ogni cosa si produce ; e come ogni cosa 
m esso è prodotta , cosi esso è di tutte 
corrompitore, e tutte le riduce a niente. 
I quattro suoi figliuoli non divorati da 



lui , è r uno Giove , cioè Y elemento del 
fuoco; il secondo è Giunone sposa e 
sorella di Giove , cioè l'aria mediante la 
quale il fuoco quaggiù ne opera i suoi 
effetti; il terzo è Nettunno, Dio del mare, 
cioè lo elemento dell'acqua ; ed il quartor 
ed ultimo è Plutone, Dio dello Inferno, 
cioè la terra bassa più che niuno altro 
elemento. Similmente fingono i nostri Poeti 
Ercole d'uomo in Dio edser trasformato, 
Licaone in Lupo , morahnente volendo 
mostrarci che virtuosamente adoperando, 
come fece Ercole, l'uomo diventa Iddio, 
p^r partecipazione in cielo ; e viziosa- 
mente adoperando , come Licaone fece, 
quantunque paia uomo , nel vero egli si 
può dir quella bestia , la quale si com»- 
sce da ciascuno per effetto più simile 
al suo difetto; siccome Licaone, per rapa- 
cità -e per avarizia , le quali al Lupo sono 
molto conformi , si finge in Lu|K) esser 
mutato. Similmente fingono i nostri Poeti 
la bellezza de' campi Elisi , per la quale 
intendono la dolcezza del Paradiso ; e la 
oscurità di Dite , per la quale prendono 
r amaritudine dello Inferno ; acciocché 
noi tratti dal piacere dell uno , e dalla 
noia dell* altro spaventati , seguitiamo le 
virtù , che in Eliso ci meneranno , e i 
vizi fuggiamo , che in Dite ci farebbono 
trarupare. Io lascio il trattare con più 
particolari sposizioni queste cose, peroc- 
ché se quanto si converrebbe e potrebbe, 
le volessi chiarire, comeché esse più 
piacevoli ne divenissero e più facessero 
forte il mio argomento , dubito non mi 
tirassino più oltre molto che la prìncipal 
materia non richiede , e che io non voglio 
andare. E certo se più non se ne dicesse 
di quello* che è detto, assai si doverria 
comprendere la Teologia e la Poesia con- 
venirsi , quanto nella forma dell' operare. 
Ma nel subbietto , dico quelle non sola- 
mente esser diverse molto , ma ancor 
avverse in alcuna parte ; perciocché il 
subbietto della Teologia è la divina ve- 
rità; quello dell'antica Poesia sono gli 
Iddìi de' Gentili e gli uomini. Avverse 
sono , in quanto la Teologia ninna cosa 
presuppone se non vera ; la Poesia no 



3& 



VITA 



presuppone alcune per vere, che sono 
falsissime ed erronee e centra la Cri- 
stiana Religione. Ha perciocché alcuni 
disensati si levano contro a* Poeti, dicen- 
do, loro sconce favole, e male a ninna ve- 
rità convenevoli , avere composte: e che 
in altra forma , che con favole , dove- 
vano la loro sufficienza dimostrare, e a' 
mondani dare la lor dottrina; voglio anco- 
ra alquanto più oltre procedere col pre- 
sente ragionamento. Guardino dunque que- 
sti cotali le visioni di Daniello , quelle 
d* Isaia e quelle di Ezechiello e degli al- 
tri del vecchio Testamento » con divina 
penna scritte, e da colui mostrate, al quale 
non fu principio né sarà fine. Guaràmsi 
ancora nel nuovo Testamento le visioni 
del Vangelista piene agli intendenti di 
mirabil verità ; e se ninna poetica favola 
si truovi tanto di lungi dal vero o dal 
verisimile , quanto nella corteccia appa- 
iano queste in molte parti, concedasi die 
sdamente i Poeti abbino detto (avole da 
non poter dar diletto né frutto. Senza 
dire alcuna cosa alla riprensione che (anno 
de' Poeti , in quanto la lor dottrina in fa- 
vole o vero sotto favole hanno mostra- 
to , mi poteva passare ; conoscendo che 
mentre essi mattamente li poeti ripren- 
dono , di ciò incautamente caggiono in 
biasimare quello Spirito il quale ninna 
altra cosa é , che via verità e vita : 
ma pure alquanto intendo di soddisfarli. 
Manifesta cosa é, ogni cosa , che con 
fatica s* acquista , avere alquanto più di 
dolcezza che quella che viene senza af- 
fanno ; la verità piana , perciocché tosto 
compresa con picciole forze, diletta e passa 
nella memoria. Adunque , acciocché con 
fatica acquistata fosse più grata, e perciò 
meglio si conservasse, li Poeti sotto cose 
td essa molto contrarie apparenti, la na- 
•cosono ; e perciò di favole la fecero più 
che di altro coperta , perché la bellezza di 
quelle traesse coloro li quali né le dimo- 
strazioni filosofiche né le persuasioni ave- 
vano potuto a sé trarre. Che dunque dire- 
mo de'Poeti? diremo che essi sieno stati 
uomini insensati, come li presenti disensati 
parlando» e non sadlndo che eglino si 



giudicano ? certo no ; anzi furono nelle 
loro operazioni di profondissimo sentimen- 
to , quanto nel frutto é nascoso , e di 
eccdfentissima e di onorata eloquenza nel- 
le cortecce e nelle frondi apparenti. Ma 
torniamo dove lasciammo. Dico che la 
Teologia e la Poesia quasi una cosa si 
possano dire , dove un medesimo sia il 
suggetto ; anzi dico più che la Teologia 
niun' altra cosa é che una Poesia dlddio. 
E che altra cosa é che Poetica fizione , 
nella Scrittura, dire Cristo ora esser leone 
ed ora agnello ed ora vermine e quan- 
do drago e quando pietra e in altre ma- 
niere molte , le quali volere tutte rac- 
contare sarebbe lunghissimo ? Che altro 
suonano le parole del Salvatore nello 
Evangelio , se non un sermone dai sensi 
alieno ? il qual parlare noi , con più usato 
vocabolo , chiamiamo allegoria. Dunque 
bene appare non solamente la Poesia es- 
ser Teologia , ma ancora la Teologia es- 
ser Poesia. E certo se le mie parole me- 
ritano poca fede in si gran cosa, io non 
me ne turberò , ma credasi ad Aristoti- 
le , degnissimo testimonio ad ogni gran 
cosa , il quale afferma sé aver trovati i 
Poeti essere stati li primi Teologanti. E 
questo basti quanto a questa parte , e 
torniamo a mostrare perché ai Poeti so- 
lamente tra gli scienziati V onore delia 
corona dell' alloro conceduta fosse. 

Tra r altre nazioni , le quali sopra il 
circuito della terra sono molte , li Greci 
si crede che sieno quelli ai quali primie- 
ramente la Filosona sé co' suoi segreti 
apnsse : da* tesori della quale essi tras- 
sono la dottrina militare, la vita filosofica 
e altre cose assai , per le quali essi oltre 
ad ogni altra nazione divennero famosi 
e reverendi. Tra 1* altre da loro tratte del 
costei tesoro , fu la sentenza di Solone 
nel principio posta di questa operetta : 
ed acciocché la loro Repubblica , la 
quale più che altra allora fioriva j dirit- 
ta e andasse e stesse sopra due pie- 
di , e le pene a' nocenti , e i meriri a* va- 
lorosi magificamente e ordinarono e os- 
servarono. Ma intra gli altri meriti stabi- 
liti da loro a chi bene operasse , fu que- 



DI DANTE 



35 



«ito principio , di corooare in pubblico 
e A pubblico consentimento , di frondi 
d'alloro i Poeti, dopo la vittoria delle 
kx fatiche , e fjì Imperadorì , li quali 
dressono Yittoriosaroente la Repubblica 
auineotata ; giudicando che eguale ^oria 
si ooDYenisse a cohii per la cui virtù le 
cose lunane erano conservate e aumentate, 
che a colui da cui le divine erano trattate. 
E comecché di questo onore i Greci fos- 
sero lì primi inventori , esso poscia tra- 
pas6Ò a* Latnii , quando la gloria e l'ar- 
mi parìmeote di tutto il mondo dierono 
hiogo al Romano nome : ed ancora, alme- 
no nelle coronazioni de' Poeti , comechè 
rarissimamente avvenga , vi dura. Ma 
perchè a tal coronazione più il lauro che 
altra fronde detto sia , non dovrà essere 
a vedere rlncrescevole. 

Sono alcuni li quali credono , percioc- 
ché Canno Ikfne amata da Febo e in 
lauro convertita , essendo Febo il primo 
autore e fautore de* Poeti stato , e simil- 
mente trionfatore , per amore a quelle 
firondi portato , di quelle le sue cetere 
e i trionfi coronati avere: e quinci essere 
stato preso esem^do dagli uomini , e per 
conseguente essere quello che fu da Febo 
prima fatto, cagione di tal coronazione, 
e di tali frondi , infino a miesti giorni 
a' Poeti e agi* Imperadorì. É certo tale 
opinione non mi spiace , né niego cosi 
poter easere stato ; ma tuttavia mi muo- 
^e altra ragione la quale è questa. Secon- 
docehé y(^ion coloro li quali le virtù delle 
piante , o vero la loro natura investiga- 
rono , il lauro, tra le altre più sue pro- 
prietà» n'ha tre lodevoli e notevoli mol- 
to : la prima si è , come noi veggiamo , 
che mai non perde verdezza né fronda ; 
la seconda » che non si truova mai que- 
4o albero essere stato fulminato , il 
che di muno altro leggiamo essere av- 
Temto ; la terza » che egli é odorifero 
molto , come noi veggiamo e sentia- 
mo : le quah tre proprietà stimarono gli 
antichi inventori di questo onore, conve- 
nirsi con le vertudiose opere de' Poeti 
e de' vittoriosi Imperatori. E primiera- 
meote la perpetua viridità di queste fron- 



di dissono dimostrare la fama delle costo- 
ro opere , cioè di coloro che di esse si 
coronavano o coronerebbono nel futuro, 
sempre dovere stare in vita. Appresso 
stimarono l' opere di costoro essere state 
di tanta potenza , che né 1 fuoco della 
invidia , né la folgore della lunghezza 
del tempo , la quale ogni cosa consuma, 
dovesse mai queste poter fulminare; sic- 
come queir albero non si fulminava dalla 
celeste folgore. Ed oltre a questo, dicono 
che questopere de'già detti, per lunghezza 
di tempo mai non dover venire meno pia^ 
cevoli e graziose a chi le udisse o leg* 
gesso , ma sempre dover essere accetta 
voli e odorose. Laonde meritamente si 
confacea la corona di tali frondi , più 
che altra, a cotali uomini, gli edOTetti delle 
quali , quanto veder possiamo , erano a 
lei conformi ; e perciò non senza ragione 
il nostro Dante era ardentissimo deside- 
ratore di tale onore , o vero di tale te* 
stimonianza di tanta virtù, quale é que- 
sta , a coloro li quali degni si fanno di 
doversene ornare le tempie. Ha tempo è 
da tornare là donde, entrando in questo, 
ci dipartimmo. 

Fu il nostro Poeta, oltre alle cose 
predette, d* animo altiero e sdegnoso mol- 
to , tantoché cercandosi per alcuno suo 
amico , il quale ad instanza de* suoi prìe- 
ghi lo faceva , che egli potesse tornare 
in Firenze ( il che egli , oltre ad ogni al- 
tra cosa , sommamente desiderava ] ; non 
trovandosi a ciò alcun modo con coloro 
i quali il governo della Repubblica al- 
lora avevano nelle mani , se non uno il 
quale era questo ; che egli per certo spa- 
zio stesse in prigioni , e dopo quello in 
alcuna solennità pubblica rosse miseri- 
cordievolmente alla nostra principal Chie- 
sa offerto , e per conseguente libero e 
fuori d*ogni condannagione peraddietro 
fatta di lui : la qual cosa parendogli con- 
farsi e usarsi a qualunque é depressi 
e infami uomini , e non in altri ; contra 
al maggior suo desiderio, meglio elesse 
stare in esilio , anzicché per cotal via tot» 
nare in casa sua. Oh sdegno laudevole 
di magnanimo; quanto virilmente opert^ 



3G 



V i T A 



sti , reprimendo lo ardente desio del ri- 
tornare per via meno che degna a uomo 
nel grembo di ogni santa filosofia nu- 
tricato l Molto simigliantemente presunse 
di sé , nò gli parve meno valere , se- 
condochè i suoi contemporanei rappor- 
tano , che ei valesse : la qual cosa, tra le 
altre , apparve una volta notabilmente , 
mentrechè egli era con la sua setta nel 
colmo del reggimento della. Repubblica. 
Perchè , conciofossecosaché per coloro li 
quali erano depressi fosse chiamato , me- 
diante Papa Bonifazio ottavo , a ridirizzar 
lo stato della nostra Città , un fratello o 
vero congiunto di Filippo . allora Re di 
Francia , il cui nome fu Carlo (1) ; raguna- 
rono a un consiglio, per provvedere a que- 
sto fatto, tutti i principi della setta, con la 
quale esso teneva ; e quivi , tra V altre 
cose, provveduto che ambasciata si do- 
vesse mandare al Papa , il quale allora 
era a Roma , per la qiiale si inducesse 
il detto Papa a dovere ostare aliar venuta 
del detto Carlo; o vero lui di concordia 
della detta setta , la quale reggea , far 
venire : e venuto a delioerare chi doves- 
se esser principe di cotale legazione, fu 
per tutti detto che Dante fosse desso. 
Alla quale richiesta , Dante alquanto so- 
prastato, disse: Se io vo, chi rimane, e se 
io rimango , chi vat quasi esso solo fosse 
colui che tra tutti valesse , e per cui tutti 
gli altri valessono. Questa parola fu in- 
tesa e raccolta, ma quello che di ciò se- 
guisse , non tu al presente a proposito ; 
e però « passando avanti , il lascio stare. 
Oltre a tutte queste cose fu questo va- 
lentuomo in tutte le sue avversità fortis- 
simo : solo in una cosa , non so se io 
mei dica , fu impaziente ed animoso, cioè 
in opera appartenente alle parti , perchè 
in esUio fu troppo più che alla sua suf- 
ficienza non apparteneneva , e che egli 
per altrui non voleva , che dì lui si cre- 

(1) Carlo di Valois • detto poscia Carìo Masa 
Urrà , per essersi! riasciti vani i suoi tentt- 
tiw di procararsì il dominio di qaalche stato. 

(2) Se è vero che fU animoso ed astioso, 
potrà scusarsi facilmente riflettendo eh* egli 
fu spogliato d' ogni suo avere e ridotto a 



desse. Ed acciocché a qual parte fosse 
cosi animoso e pertinace appaia , mi par 
che sia da procedere alquanto più oltre 
scrìvendo. Io credo che giusta ira dld- 
dio permettesse , già è gran tempo, quasi 
tutta Toscana , e Lombardia, in due par- 
ti dividersi, delle quali , onde cotali nomi 
s'avessero non so, ma 1' una si chiamò 
e chiama parte Guelfa, e l' altra fu Ghi- 
bellina chiamata; e di tanta efficacia e 
reverenza fim>no negli stolti animi di mol- 
ti questi due nomi , che per difender quel- 
lo , che alcuno avesse eletto per suo , 
contro al contrario , non gli era di per- 
dere i suoi beni ed ultimamente la vita, 
se bisogno fosse stato , malagevole. E 
sotto questi titoli , molte volte le città Ita- 
liche sostennero di grandissime oppressio- 
ni e mutamenti. E tra V altre città la^ 
nostra, quasi capo deli' un nome e del-' 
r altro , secondo il mutamento de' Citta- 
dini , in tanto che i maggiori di Dante, 
per Guelfi due volte da* Ghibellini furono 
cacciati di casa loro : ed egli similmente, 
sotto titolo di Guelfo , tenne i freni del- 
la Repubblica in Firenze: della quale cac- 
ciato, come mostrato è, non da* Ghibel- 
lini ma da' Guelfi ; e veggendo sé non 
poter ritornare, intanto mutò l'aninK), 
che niuno più fiero Ghibellino , ed a' 
Guelfi avversario, fu come lui. E quello 
di che io più mi vergogno , in servigio 
della sua memoria , é che pubblichisHma 
cosa è in Romagna , ogni femminella , 
ogni picciolo fanciullo , ragionando di par- 
te, e dannando la Ghibellina , lui avrebbe 
a tanta insania mosso , che a gittar le 
pietre lo avrebbe condotto, non avendo ta- 
ciuto (2); e con questa animosità si visse 
sino alla morte. Certo io mi vergogno 
dovere con alcun difetto macular la fama 
di cotanto uomo : ma il cominciato ordi- 
ne delle cose in alcuna parte lo rìchit- 
de ; perciocché se nelle cose meno che 

mendicar nn pane per protrarre U penosa soa 
esistenza , ed a provare 

' .... Siccome sa di sale 

Lo pane altrui , e come à duro calle 
Lo scendere e salir per altmi scale. 



DI DANTE 



37 



Uoderoli in lui mi tacerò, io torrò molta 
fedeaUe laudevoli già moi»trate. A lui me- 
desmo adunque mi scuso, il ouale perav- 
TCHlm me scrìvente con isdegnoso oc- 
diio da alta parte de) Gelo riguarda. Tra 
cotanta virtù, tra cotanta scienza , quan- 
ta dimostrato è di sopra essere stata in 
questo nurifico Poeta , truovò amplissimo 
luogo la lussuria; e non solamente ne' 
poTani anni ma ancora ne' maturi; il qual 
vizio, comechò naturale e comune e quasi 
DeeeMario sia, nel vero non che commen- 
dare ma scusare non si può degnamente. 
Ila dù sarà tra mortali giusto giudice a 
coodennariot non io. 

Oh poca fermezza , oh bestiale appe- 
tito degli uomini! che cosa non possono 
in noi le femmine, se le vogliano? che 
eziandio non.volendo possono gran cose : 
esse hanno la vaghezza la bellezza ed 
il naturale appetito, ed altre cose assai, 
continuamente per loro ne' cuori degli uo- 
mini proccoranti. E che questo sia vero, 
lasciamo stare quello che Giove per Eu- 
ropa Ercole per Iole e Paride per Ele- 
oa Cacesaere ; perciocché poetiche cose 
sono; molti di poco sentimento le direb- 
bon favole, ma mostrasi per le cose con- 
venevoli ad alcuno , di negare Era an- 
cora nel mondo più che una femmina , 
quando il nostro primo padre , lasciato 
fl comandamento fattogli dalla propria boc- 
ca d'Iddio , s' accostò alle proprie persua- 
iìooi di leiT certo no. E David, non ostan- 
te elle molte ne avesse , solamente ve- 
duta Bersabè , per lei dimentica Iddio , 
il suo regno , sé e la sua onestà , e 
adultero prima , e poi omicida divenne. 
Che si dee credere che egli avesse fatto 
sa ella alcuna cosa avesse comandato ? 
£ Salomone , ninno, al cui senno. , dal 
fidiool d* Iddio in fuori , aggiunse, non 
abbandonò colui che savio Faveva fatto, 
e per piacere a una femmina s'Inginoo- 
ehiò e adorò Balaam ? Che fece Erode ? 
che altri molti da niuna altra cosa tratti, 
che dal (nacer lorot Adunque tra tanti 
e tah non è scusata , ma accusato con 
assai meno curva fronte , che solo può 
passare il nostco Poeta. £ qutesto ba&ti 



de' suoi costumi più notabili aver rac- 
contato. 

Compose questo glorioso Poeta più 
opere ne' suoi giorni , delle quali ordi- 
nata memoria credo che sia convenevole 
fare , acciocché né alcuno delle sue si 
intitolasse , né a lui fossero perawentura 
intitolate le altrui. EgU primieramente , 
duranti ancora le lagrime della sua morta 
Beatrice , quasi nel suo ventiseesimo an- 
no , compose un suo volumetto, il quale 
egli titolò Vita nuova , certe operette , 
siccome sono sonetti , e canzoni , in di- 
versi tempi davanti in rima fatti da 
lui , maravigliosamente belle , di sopra 
ciascuna parUtamente ed ordinatamente 
scrìvenda le cagioni che a quel fare l'a- 
vevan mosso , e di dietro ponendo le 
divisioni delie precedenti opere ; e come- 
ché egli d' avere questo libretto fatto , 
negli anni più maturi si vergognasse 
molto , nondimeno considerata la sua 
età , é egli assai bello e piacevole e 
massimamente a'vulgari.. 

Appresso questacompilazione più anni, 
ragguardando egli dalla sommità del gover- 
no della Repubblica sopra la quale stava , o 
vedendo in grandissima parte, siccome di 
si fatti luoghi si vede , qual fosse la vi- 
ta degli uomini , e quali fossero gli er- 
rori del vulgo , e come fossero pochi t 
disvianti da quello, e di quanti onori 
degni fossero: e quelli che a quello s'ac- 
costassero di quanta confusione ; dan- 
nando gli studi di questi cotali , e molto 
più li suoi commendando, gli venne nel- 
r animo un alto pensiero , per lo quale 
a una medesima ora , cioè in una me- 
desima opera , propose , mostrando la 
sua sufficienza , di mordere con gravis- 
sime pene i viziosi , e con grandissimi 
premi i virtuosi e i valorosi onorare , 
ed a sé perpetua gloria apparecchiare; 
E pefciocchè , come é già dimostrato » 
egli aveva ad ogni studia preposta la 
Poesia, poetica opera stimò di comporre. 
E avendo molto davanti premeditato 
quello che far dovesse , nel suo trenta-- 
cinquesimo anno si cominciò a dare ai 
^ mandare ad efletto ciò che avanti pre- 



38 



VITA 



meditato aveva , cioè a volere secondo 
i meriti mordere e premiare , secondo 
la diversiti della vita degli uomini ; la 
quale perciocché conobbe esser di tre ma- 
niere , cioè viziosa; o da* vizi partentesi 
e andante alla virtù; o virtuosa: quella in 
tre libri » da morder la viziosa comin- 
ciando , e finendo nel premiare la vir- 
tuosa , mirabilmente distese in un vo- 
lume , il quale tutto intitolò commedia. 
De' quali tre libri egli distinse ciascuno 
per canti e i canti per ritmi, siccome chia- 
ro si vede ; e quello in rima vulgare com- 
pose con tanta arte, con si mirabil ordine, 
con si bello , che niuno fu ancora che 
giustamente potesse quello in alcuno atto 
riprendere. Quanto sottilmente egli in 
esso poetasse per tutto, coloro , a quali 
è tanlto ingegno prestato da intenderlo ^ 
il possono vedere. Ma siccome noi vcg- 
giamo le gran cose non potersi in breve 
tempo comprendere , e per questo co- 
noscer dobbiamo cosi alta cosi grande 
cosi recogitata impresa ( come fu tutti 
gli atti degli uomini e i lor meriti poe- 
ticamente volere sotto versi vulgari e ri- 
mati racchiudere] non essere stato pos- 
sibile in piccolo spazio avere al suo 
fine recata , e massimamente da uomo 
il quale da molti e vari casi della for- 
tuna , pieni d* angoscia e di amaritudine 
venenati , sia stato agitato, come è stato 
di sopra mostrato, e che fu Dante; per- 
chè dall' ora , che di sopra è detta, che 
egli a cosi alto lavorio si diede , insino 
allo stremo della sua vita , comechè al- 
tre opere , come apparirà , non ostante 
questa , componesse in questo mezzo , 
gli fu fatica continua. Né fia di super- 
chio in parte toccare d' alami accidenti 
intorno al principio ed alla fine di quella 
avvenuti. Dico che mentre che egli era più 
attento al glorioso lavoro , e già della 
prima parte di quello , la quale inti- 
tola Inferno , aveva composti sette canti, 
mirabilmente fingendo , e non mica co- 
me Gentile, ma come Cristianissimo poe- 
tando! cosa sotto questo titolo mai avanti 
non fatta) ; sopravvenne il gravoso acci- 
dente della tua cacciata o fuga cte chia- 



mar si convenga, por la quale egli e quella 
ed ogni altra cosa abbandonata , incerto 
di sé medesimo , più anni con diversi 
amici e signori andò vagando. Ma come 
noi dobbiamo eertissimamente credere, a 
quello che Iddio dispone ninna cosa 
contraria la fortuna potere operare, alla 
quale essa forse vi può porre indugio , 
ma non torla dal debito fine ; avvenne 
che alcuno per alcuna sua scrittura, forse 
a lui opportuna, cercando fra le cose di 
Dante, e in certi forzieri stati fuggiti su- 
bitamente in luoghi sagri , nel tempo che 
tumultuosamente la ingrata e disordinata 
plebe era, più vaga di preda che di giu- 
sta vendetta , corsa alla casa di Dante , 
trovò li detti sette canti stati da Dante 
composti , li quali con ammirazione , non 
sapendo che si fossero, lesse : e piacen- 
doli sommamente , e con ingegni sot- 
trattili del luogo ove erano , gli portò 
ad un nostro cittadino il cui nome fu 
Dino di messer Lambertuccio Fresco- 
baldi , in que* tempi famosissimo dicitore 
in rima in Firenze, e mostroglieli ; i 
quali veggendo Dino , uomo di grande 
intelletto, non meno di colui che portati 
gli aveva , si maravigliò, si per lo belio 
pulito ed ornato stile del dire , si per 
la profondità del senso , il quale sotto 
la nella corteccia delle parole gli pareva 
sentire nascoso e si ancora per lo luogo , 
onde tratti gli avea : per le quali cose 
agevolmente, insieme con lo apportator 
di quelli , gli stimò essere , come era- 
no , opera fatta da Dante ; e dolendosi 
quella imperfetta essere rimasa , come- 
chè essi non potessero presumere a 
qual fine fosse il termine suo , seco 
deliberarono sentire dove Dante fosse , 
e quello , che trovato avevano , man- 
darli ; acciocché , se possitnl fosse , a 
tanto principio desse lo immaginato fine. 
E sentendo , dopo alcuna investigazione, 
lui essere appresso il marchese Ma- 
nnello , non a lui , ma al marchese 
scrissono il loro desiderio , e mandaro- 
no li sette canti ; li quali poiché il mar- 
chese , uomo assai intendente , ebbe ve- 
duti , e molto seco lodatoli , gli mostrò 



DI DANTE 



39 



m Dante , e domandollo se esso sapea 
di coi opera stati fossero ; li quali Dante 
rieoooAciuti, subito rispose che sua. Allo- 
ra lo pr^ò il marchese, che gli piacesse 
di DOD lasciare senza debito une si alto 
principio. Certo , disse Dante , io mi 
credea nella rovina delle ikiie cose, que- 
sti con altri miei libri aver perduti ; e 
però al per questa credenza , e si per la 
moltitiidme delle altre fatiche fer lo 
mìo esilio sopraTrenute , del tutto avea 
r alta fantasia, sqira quest' opera presa, 
abbandonata ; ma poiché la fortuna ino- 
pinatamente me gh ha rìpinti dinanzi , 
e a Toi aggrada, io cercherò di ridurmi 
a memoria il primo proposito, e pro- 
cederò secondo che mi sia data la gra- 
zia. E reassunta, non senza fatica , dopo 
alquanto tempo la fantasia lasciata , 
•egui: 

Io dico $eguiia9^ j che ai$ai prima, ec. 

dove assai manifestamente , chi bene ri- 
goarda , può la reassunzione dell' opera 
intermessa conoscere. Ricominciata dun- 
gae da Dante la magnifica opera , non 
mse , seoondocbè molti stimerebbono , 
senza più interromperla, la produsse alla 
fine , anzi più volte , secondochò la 
graviti de* casi soprawegnenti rìchiedea, 
i|uando mesi, quando anni, senza potere 
adoperare alcuna cosa, mise in mezzo ; 
né tanto si potè avacciare , che prima 
non lo sopraggragnesse la morte , che 
egli tutta pubblicare la potesse. Egli era 
suo costume , qualora sei o otto o più 
o meno canti fatti n'aveva, quelli, pri- 
nacbè alcun altro ^ vedesse, dovecchò 
egli fosse , mandarli a messer Cane della 
Scala , il quale egli, oltre ad ogni altro, 
aveva in reverenza ; e poichò da lui 
eran Tedot!, ne faceva copia a chi la 
ne volea ; ed in cosi fatta maniera 
avendo egK tutti , fuor che ^ ultimi 
tretfid canti, mandati^, e queDi avendo 
egli fatti e non ancor mandati , avvenne 
che senza avere alcuna memoria di lasciar- 
li, si mori. E cercato da quelli che ri- 
masono e figliuoli e diaccili più volte e 



in più mesi ogni sua scrittura , se alla 
sua opera avesse fatto alcuna fine , né 
trovandosi per alcun modo i canti resi- 
dui; essendone generalmente ogni suo ami- 
co corniccioso che Iddio non 1' aveva 
almeno al mondo tanto prestato , che 
egli '1 picciolo rimanente della sua opera 
avesse potuto compire; dal più cercare, 
non trovandoli , s'erano disperati rimasi. 
Eransi Iacopo e Piero figliuoli di Dante, 
de' quali ciascuno era dicitore in rima , 
per persuasione d' alcuni loro amici , 
messi a volere , quanto per loro si po- 
tesse , supplire la patema opera, accioo- 
chò imperfetta non rimanesse. Quando a 
Iacopo , il quale in ciò era più fervente 
che V aJtro , apparve una mirabil visio* 
ne , la quale non solamente dalla stolta 
presunzione il tolse , ma gli mostrò do- 
ve fossero li tredici canti li quali alla 
divina commedia mancavano , e da loro 
non saputi ritrovare. 

Raccontava un valentuomo ravegnano, 
il cui nome fu Piero Giardino lunga- 
mente stato discepolo di Dante , che 
dopo l'ottavo mese dalla morte del suo 
maestro , era una notte vicino all' ora 
che noi chiamiamo mattutino, venuto a 
casa sua il predetto Iacopo , e det- 
toli so quella notte , poco avanti a quel- 
l'ora, avere nel sonno veduto Dante suo 
padre vestito di candidissimi vestimenti, 
e d'una luce non usata risplendente nel 
viso , venire a lui : al quale gli pareva 
domandare se egli viveva , e udir da lui 
per risposta di si , ma della vera vita , 
non della nostra ; perchò oltre a questo 
gli parea dippiù domandare , se egli avea 
ancora compiuta la sua opera anzi il suo 
passare alla vera vita : e se compiuta lavea 
dove fosse quello che vi mancava, da loro 
mai non potuto trovare. A questo gli pa- 
reva la seconda volta udire per risposta: 
si , io la compiè ; e quinci gli parea , 
che lo prendesse per mano , e menasselo 
in quella camera , ove era uso di dor- 
mire quando in questa vita vivea ; e 
toccando una parete di quelle , diceva , 
egU è qui quello che voi tanto avete cerca- 
to ; e questa parola detta , a un'ora Dante 



kO 



VITA 



e *l sonno gli pareva che si partissono ; 
per la qual cosa affermava sé non esser po- 
tuto stare , senza venire a significarli ciò, 
che veduto avea , acciocché insieme an- 
dassero a cercare nel luogo mostrato a 
lui , il quale egli ottimamente avea se- 
gnato nella memoria , a vedere se vero 
spirito o falsa delusione , questo gli avesse 
discgnato.Per la qual cosa, restando ancora 
gran pezzo di notte , mossonsi ed insieme 
vennero al dimostrato luogo e quivi tro- 
varono una stuoia confìtta al muro , la 
quale leggiermente levatane , vidono nel 
muro una fìnestretta da niuno di loro mai 
più veduta né saputa , che la vi fosse ; 
ed in quella trovarono alquante scritture 
tutte per la umidità del muro muffate e 
vicine al corrompersi se guari più state \ì 
fussero , e quelle pianamente dalla muffa 
purgate leggendole , videro contenere li 
tredici canti tanto da loro cercati. Per la 
qual cosa lietissimi , quelli riscritti , se- 
condo l usanza dello autore , prima gli 
mandarono a Messer Cane della Scala , 
e poi alla imperfetta opera li ricongiun- 
sero sicome si conveniva. In cotal ma- 
niera r opera compilata in molti anni si 
vide finita. 

Muovono molti, e intra essi molti sa- 
vi uomini , generalmente una quistione 
cosi fatta , che conciofossecosaché San- 
te fosse in iscienza solennissimo uomo> 
perché a comporre si grande e si alta 
materia , e cosi notabile libro , come é 
questa sua Commedia , nel Fiorentino 
Idioma si disponesse , perchè non più 
tosto in versi latini , come gli altri Poeti 
precedenti hanno fatto. A cosi fatta doman- 
da rispondere, tra molte ragioni, due tra 
le altre principali me ne occcorrono. Delle 
quali la prima è per fare utilità più comune 
ai suoi cittadini , ed agli altri Italiani ; co- 
noscendo , che se metricamente in latino, 
come gli altri Poeti precedenti, avesse 
scritto, solamente a* litterati avrebbe fatto 
utile ; scrivendo in vulgare fece opera 
mai più non fatta , e non tolse il non 
poter essere inteso da* litterati : e mo- 
strando la bellezza del nostro Idioma, e 
la sua eccellente arte, in quello ^ di- 



letto e intendimento dì sé diede agli idio- 
ti , abbandonati peraddietro da ciascuno* 
La seconda ragione che a questo il mosse, 
fu questa: vedendo egli i liberali studi 
del tutto abbandonati , e massimamente 
da' Principi e dagli altri grand' uomini , 
a' quali si solcano le poetiche fatiche in- 
titolare, e per questo , e le divine opere 
di Virgilio e degli altri solenni Poeti , non 
solamente essere in poco pregio divenu- 
te, ma quasi da più disprezzate ; avendo 
egli cominciato , secondo Y altezza della 
materia , in questa guisa : 

UUima regna canam fluido eanterminamundo, 
SpiritUnu quae lata patent ,quae premia eolvunt 
Pro meritis cuicumque luii» etc. 

il lasciò stare : e immaginando invano 
le croste del pane porsi alla bocca di 
coloro che ancora il latte sugafio , in 
istile atto ammoderni sensi ricominciò la 
sua opera e proseguilla in vulgare. Que- 
sto libro della Commedia , secondo il ra- 
gionare d' alcuno , intitolò egli a tre so- 
lennissimi Italiani , secondo la sua tri- 
plice divisione , a ciascuno la sua in que* 
sta guisa. La prima parte, cioè Inferno» 
titolo a Uguccione della Faggiuola, il quale 
allora in Toscana era signore di Pisa mi- 
rabilmente glorioso. La seconda parte , 
cioè Purgatorio , intitolò al Marche^ 
Manuello Malespina. La terza parte, cipò 
Paradiso^ a Federigo terzo Re di Sicilia. 
Alcuni vogliono dire lui averlo titolato 
tutto a Messer Cane della Scala ; ma 
qua] si sia Tuna di queste due la veri- 
tà , niuna cosa altra n' abbiamo , che so- 
lamente il volontario ragionare di diver- 
si : né egli è si gran fatto che solen- 
ne investigazione ne bisogni. Similmente 
questo egregio afutore , nella venuta di 
Arrigo VII Imperadore , fece un li- 
bro in latina prosa , il cui titolo è Jtfb- 
narchia , il quale secondo tre quistioni, 
le quali in t^sso determina , in tre libri di- 
vise; nel primo, loicamente disputando , 
prova che al bene essere del mondo sia 
di necessità essere imperio ^ la quale è ' 
la prima quistione : nel secondo , per ar- 



DI DANTE 



(1 



K^nli {storiografi procedendo , mostra 
a di ragione ottenere il titolo deil^ino- 
perìo, che è la seconda quistione. Nel ter- 
so per argomenti teologici prova Tautorìti 
dell* imperio inmiediatamente procedere da 
Dio , e non mediante alcun suo Vicario, 
come gli cherici pare che vogliano, e que- 
lla è la terza quistione. Questo libro più 
anni dopo la morte dell'autore fu dan- 
nato da Messer Beltramo Cardinale dei 
Paggetto , e Legato del Papa nelle parti 
di Lombardia , sedente Papa Giovanni 
XXIL £ la cagione fu , perciocché Lo- 
dovico Duca di Baviera dagli Elettori di 
Lamagna eletto Re de' Romani , venendo 
per la sua coronazione a Roma, centra 
al piacer del dettò Papa Giovanni , es- 
sendo in Roma , fece , contro agli ordi- 
namenti ecclesiastici , uno Frate Minore, 
chiamato FratePietro della Corvara, Papa, 
e m(A\ì Cardinali e Vescovi ; e quivi a 
questo Papa si fece coronare : e nata poi 
in rocdti casi della sua autorità quistione, 
egli e i suoi seguaci, trovato questo libro 
a dìfensione di quella, e di sé, molti degli 
argomenti in esso posti cominciarono ad 
usare; per la qual cosa il libro, il quale in- 
fino allora appena s' era saputo , divenne 
molto famoso. Ha poi, tornatosi il detto 
Lodovico in Lamagna , li suoi seguaci, e 
massimai|aente li cherici venuti al dichino, 
e dispersi, il detto Cardinale, non essendo 
chi a dò si opponesse , avendo il detto li- 
bro* quello in pubblico, come cose ereti- 
che cont^iente, dannò al fuoco , e '1 simi- 
giiante si sforzò di fare delle ossa dell'au- 
tore ad etema infamia e confusione della 
sua memoria , se a ciò non si fosse oppo- 
9Ìto mio valoroso e nobileCavaliere Fioren- 
tino , il cui nome fu Pino della Tosa, il 
quale allora a Bologna , ove ciò si trat- 
tava , si trovò , e con luì Messere Ostagio 
da Polenta, pdtente ciascuno assai nel 
f ospetto del Cardinale di sopra detto. Ol- 
tre a ciò compose Dante due E^oghe as- 
sai belle , le quali furono intitolate e man- 
date da lui per risposta di certi versi 
mandatili da maestro Giovanni del Vir- 
;!Ìiio , del quale di sopra altre volte ho 
(dU) menzione. Compose ancora un co- 



mento in prosa, in Fiorentino Idioma, so- 
pra tre delle sue canzoni, e distese, comec- 
ché egli appaia lui avere intendimento 
quando egli cominciò, a cementarle tutte, 
benché poi , o per mutamento di pro- 
posito , o per mancamento di tempo che 
avvenisse, più cementate non sene truo- 
vano da lui: e questo intitolò Convivio (1), 
assai bella e laudevole operetta. Appresso, 
già vicino alla sua morte, compose un li- 
bretto in prosa latina , il quale egli intitolò 
De vìUgari doquentia , dove in&ndeva di 
dar dottrina , a chi imprender la volesse, 
di dire in rima; e comecché per lo detto 
libretto apparisca lui avere in animo di do- 
vere comporre in ciò quattro libri, o che 
più non ne facesse , dalla morte soprap- 
preso , o che perduti sieno gli altri , più 
non appariscono che due solamente. Fece 
ancora questo valoroso Poeta molte pistole 
prosaiche in latino , delle quali ancora ap- 
pariscono assai. Compose molte canzoni di- 
stese , sonetti e ballate assai d* amore e 
morali , oltre a quelle che nella sua Vita 
Nuova appariscono, delle quali cose non 
curo di fare speziai menzione al presen- 
te. In cosi fatte cose , quali di sopra 
sono dimostrate , consumò il chiarissimo 
uomo quella parte del suo tempo , la 
quale egli agli amorosi sospiri , alle pie- 
tose lagrime , atte sollecitudini pubbliche 
e private ^ ed a vari fluttuamenti della 
iniqua fortuna potè imbolare : opere trop- 
po più a Dio , ed agli uomini accette- 
voli , che gli 'nganni , le fraudi le men- 
zogne le rapine i tradimenti ; le quali la 
maggior parte degli uomini usano oggi , 
cercando per diverse vie un medesimo 
termine , cioè divenir ricco , quasi in 
quello ogni bene ogni onore ogni beati- 
tudine stia. Oh menti sciocche I una breve 
particella di un' ora , separato dal caduco 
corpo lo spirito , tutte queste vitupe- 
revoli fatiche annullerrà: e il tempo, nei 
quale ogni cosa suole consumarsi, o an- 
nullerà prestamente la memoria del ricco, 
quella per alcuno spazio j con vergo- 

(1) Il Convito meritò di esser illostrtto dal- 
l'immortale Torquato Tasso. 

6 



42 



VITA 



gna di lui , serverà: che del nostro Poeta 
certo non avverrà ; anzi , siccome noi veg- 
giamo degli strumenti bellici avvenire, che 
per usarli diventano più chiari , cosi av- 
verrà del suo nome: egli per essere stro- 
C'^cciato dal tempo , sempre diverrà più 
cente. E però fatichi chi vuol le sue 
vanità , e bastigli l' essere lasciato fare , 
senza volere con riprensione da sé mede- 
simo non intesa , V altrui virtuoso operare 
andar mordendo. 

Mostrato è sommariamente qual fosse 
1* origine , gli studi , la vita j i costu- 
mi, e quali sieno 1* opere state dello 
splendido uomo Dante Alighieri Poeta 
chiarissimo , e con esso alcuna altra cosa, 
facendo trasgressione , secondo che m*ha 
conceduto colui che d' ogni grazia è dona- 
tore. Ben so, per molti altri meglio j e 
più discretamente si saria saputo mo- 
strare ; ma chi fa quel che sa più non 
1^1 è richiesto. Il mio avere scrìtto , 
come io ho saputo,* non toglie il poter 
dire a un altro , che meglio ciò creda 
di scrivere , che io non ho fatto ; anzi 
forse, se io in parte alcuna ho errato, 
dafò materia ad altrui di scrìvere, per dire 
il vero del nostro Dante, ove sino a qui 
niuno truovo averlo fatto. Ma la mia fatica 
ancora non è alla sua fine. Una particella 
nel processo promessa di questa operetta 
mi resta a dichiarare , Cioè il sogno della 
madre del nostro Poeta , quando in lui 
era gravida , veduto da lei : del quale io 
quanto più brevemente saprò e potrò , 
intendo di dilivrarmi e por fine al ragio- 
nare. 

Vide la gentildonna nella sua gravidezza 
sé a piedi d' uno altissimo alloro , allato 
a una chiara fontana , partorire un fi- 
gliuolo , il quale di sopra narrai , in breve 
tempo pascendosi d' orbacche di quello 
alloro cadenti , e delle onde della fonta- 
na , divenire un gran pastore , e vago 
molto delle frondi di quello alloro, sotto il 
quale era ; le quali egli mentre che avere 
si sforzava, gli pareva che cadesse; e su- 
bitamente non lui , ma di lui un bellis- 
simo paone gli pareva vedere: della qual 
meraviglia la gentildonna commossa, rup- 



pe , senza più avanti di lui vedere * il 
dolce sonno. 

La divina bontà , la quale ab aetemo ^ 
siccome presente , previde ogni cosa Ita» 
tura, suole da sua benignità propria ìooè* 
sa » qualora la natura sua general mi* 
nistra e per producere alcuno inusitato ef^ 
fette intra mortali , di quello con al» 
cuna dimostrazione , o in sogno, o in al- 
cuna altra maniera farci avveduti; accioc- 
ché dalla predimostrazione esemplo preci» 
diamo ogni conoscenza consister nel Si» 
gnore ddla natura producente ogni cosa ; 
la quale predimostrazione , se bene si 
riguarda , ne fece nella venuta del Poe- 
ta , del quale di sopra tanto é parlato « 
nel mondo. Ed a qual persona la potea 
egli fare , che con tanta affezione e ve- 
duta e servata Y avesse , quanto colai 
che della cosa mostrata dovea esser ma- 
dre , anzi già era ? certo a ninna ; roo» 
strollo dunque a lei , e quello che a lei 
mostrasse ci ò già manifesto per la scrit»' 
tura di sopra ; ma quello che egli inteiH 
desse , con più acuto occhio è da mostra» 
re e da vedere. Parve dunque alla don» 
na partorire un figliuolo, e certo cosi fece 
ella in piccol termine dalla veduta visio- 
ne. Ma che vuol significare Taito alloro 
sotto il quale lo partorisce, è da vedere* 
Opinione é e , d'astrologi e dì molti na- 
turali filosofi j per la virtù ed influenza 
de' corpi superiori > gli inferiori e pro- 
ducersi e nutrìcarsi ; e se potentissima 
ragione , da divina grazia illuminata, non 
resiste, guidarsi. Per la qual cosa veduto 
qual corpo superiore, che più possente nel 
grado , eh' è sopra Y Orizzonte , sale in 
quell'ora, che alcuno nasce ; secondo quel- 
lo cotale corpo più possente, anzi secondo 
le sue qualitadi , dicono dei tutto il nato 
(lisporsi. Perchè per lo alloro , sotto il 
(inalo alla donna parca il nostro Dante 
duro al mondo , mi pare che sia da in- 
tendere la disposizione dei cielo, la quale 
fu nella sua natività , mostrante sé es- 
ser tale , che magnanimità ed eloquenza 
poetica dimostrava ; le quali due cose 
si^ifica r alloro , albero di Febo , e 
delle cui frondi i Poeti sono usi di co- 



DI DANTE 



43 



fonarti , come di sopra è di già mo- 
strato assai. L* orbacche, dalle quali nu- 
trìmeoio prendeva il fanciullo nato , gli 
effetti di cosi fatta disposizione di cielo, 
«piale è di già dimostrata , proceduta 
intendo ; i quali sono i libri poetici e le 
loco dottrine ; dai quali libri e dottrine 
fa altiMÌmam^te nutricato , cioè ammae- 
strato il nostro Dante. U fonte chiarissi- 
mo , della cui acqua gli pareva che que- 
sti beesse j ninna altra cosa giudico che 
sia da intiere, se non l'ubertà della 
filosofica dottrina morale e naturale, la 
quale siccome dall*ubertà nascosa nel ven- 
tre della terra proc^e, cosi e queste 
dottrine dalle copiose ragioni dimostra- 
tive , che terrena ubertà si possono dire, 
preodooo essenza e cagioni ; senza le 
quali , cosi come il cibo non può bene 
disporre senza bere n^li stomachi di chi 
Il prende , cosi non si può alcuna scienza 
bene negli intelletti adattare di nessuno, 
te da filosofici dimostramenti non è or- 
dinata e disposta ; perchè ottimamente 
possiamo lui dire , con le chiare onde , 
cioè con la filosofia , disporre nel suo sto- 
maco , cioè nel suo intelletto. L' orbac- 
die , delle quali si pasce , cioè la Poesia, 
h quale, come è già detto , con tutta la 
sua sollecitudine studiava. Il divenire su- 
bitamente pastore , ne dimostra V eccel- 
lenza dd suo ingegno , iqquanto subita-^ 
mente fu tanto e tale che in breve spazio 
di tempo comprese per istudio quello che 
opportuno era a divenir pastore , cioè 
datore di pastura agli altri ingegni di ciò 
bisogDOsL £ siccome ciascuno assai leg- 
giermente può comprendere, due maniere 
sono di pastori : 1* una sono pastori cor- 
porali , r altra spirituali : i corporali pa- 
stori SODO di due maniere , delle quali 
la prima è quella di coloro che vulgar- 
roeote sono chiamati pastori , cioè guar- 
datori ddle pecore o de* buoi o di qua- 
lun^ie altro animale ; la seconda maniera 
SODO i padri deOe famiglie j dalla solle- 
citodÌDe de'quali convengono esser pasciute 
gnaidate e governate le greggi de' figliuoli 
de' servidori e degli altari suggetti di quelli. 
Gli fiirìtaali pastori similmente si possono 



dire di due maniere , delle quali r una 
è quella di coloro li quali pascon l' anime 
de* viventi della parola d' Iddio , e questi 
sono i prelati i predicatori e saceràoti » 
alla cui custodia sono commesse T anime 
labili di qualunque sotto il governo a cia- 
scuno ordinato dimora : V altra è quella 
di coloro li quali d* ottima dottrina o leg- 
gendo quello che i passati hanno scritto, 
scrivendo di nuovo quello che a lor 
pare non tanto chiaro mostrato , o om- 
messo , informando gli animi e gli 'Mei- 
letti degli ascoltanti, e delle genti, li quali 
generalmente dottori, in qualunque facultà 
si sia j si sono appellati. Di questa maniera 
di pastori subitamente , cioè in poco temr 
pò « divenne il nostro Poeta. £ che ciò sia 
vero , lasciando l' altre opere da lui com- 
pilate, ragguardisi la sua Commedia, la 
quale con la bellezza e dolcezza del testo 

fiasco non solamente gli uomini , ma i 
anciuIK e le femmine; e con mirabil soa- 
vità de* profondissimi sensi sotto quella 
nascosi, poiché alquanto gli ha tenuti so- 
spesi, ricrea e pasce li solenni intellettu 
Lo sforzarsi d'aver quelle frondi, il frutto 
delle quali Tha nutricato, niuna altra 
cosa dimostra che Y ardente desiderio a- 
vuto da lui, come di sopra si dice, della 
corona laurea , la quale per nuli* altro si 
desidera se non per dare testimonianza del 
fruito; le quali fronde, mentre che egli più 
ardentemente desiderava, lui dice che vide 
cadere; il quale cadere niuna altra cosa fu 
se non quel cadimento che noi faccianoo 
tutti , senza levarci, cioè il morire, il quale 
(se ben si ricorda ciò che di sopra è detto) 
gli avvenne quando più la sua laureazione 
desiderava. Seguentemente dice che di 
pastore subitamente il vide divenuto un 
paone ; per lo qual mutamento assai bene 
la sua posterità comprender possiamo : 
la quale comechè nelle altre sue opere 
stia , sonunamente vive nella sua Com- 
media, la quale, secondo il mio giudicio, 
ottimamente è conforme al paone , se la 
proprietà dell* uno e dell'altro si guar- 
deranno. Il paone , tra 1* altre sue pro- 
prietà, per quello che m' appaia, n' ha 
quattro naturali : la prima si è che egli 






kh 



VITA 



ha ponnn angelica, e in qnella ha cento 
u(;chi : la seconda , che egli ha sozzi i 
piedi e tacita andatura: la terza si è che 
egli ha voce molto orribile a udire : la 
quarta ed ultima si è che la carne sua 
è odorifera e incorruttibile. Queste quat- 
tro cose ha in sé la Commedia del no- 
stro Poeta; ma perciocché acconciamente 
r ordine posto di quelle non si può segui- 
re, come verranno più in concio, or Tuna 
or r altra le verrò adattando^ e comin- 
cerommi dall' ultima. Dico che il senso 
della nostra Commedia è simigliante alla 
carne del paone, perciocché esso, o mo- 
rale tqologico che tu lo dica , a qual 
parte del libro più ti piace , è semplice 
e immutabile verità, la quale non sola- 
mente non può corruzione ricevere , ma 
quanto più si ricerca, maggiore odore 
della sua incorruttibile slavità porge a* 
riguardanti : e di ciò leggiermente molti 
esempli si dimostrebbono se la presente 
materia il sostenesse; e però senza por- 
ne alcuno , lascio il cercarne agli inten- 
denti. Angelica penna dissi che copria 
questa carne. Io dico angelica , non per- 
chè io sappia , se cosi o altrimenti gli 
Angeli ne abbiano alcuna, ma congettu- 
rando e immaginando a guisa de' mortali, 
credendo che gli Angeli volino , avviso 
loro aver penne ; e non sappiendo alcuna 
fra questi uccelli più bella né più pelle- 
t;rina nò cosi come quella del paone , 
immagino loro così dovere aver fatte ; e 
però non quelle da queste , ma queste 
da quelle denomino, perchè più nobile 
uccello è Y Angelo che il paone ; per le 
c|uali penne , onde questo cot\ìo si cuo- 
])ro y intendo la bellezza della peregrina 
storia che nella superficie della lettera 
della Commedia suona, siccome l'essere 
disceso in Inferno , e veduto Y abito del 
luogo , e le varie condizioni degli abitan- 
ti ; esser ito su per la montagna del Pur- 
gatorio , udite le lagrime e i lannenti di 
coloro , che sperano esser santi ; e quin- 
di esser salito in Paradiso , e la ineifdbil 
gloria de* Beati veduta. Istoria tanto bella 
e pellegrina , quanto mai da alcuno più 



in cento canti, sicome alcuni voglion dire 
il paone nella coda cento occhi avere : 
li quali canti cosi provvedutamente distin- 
guono la varietà del trattato opportuno^ 
come gli occhi distinguono i colori, eia 
diversità delle cose obbiette. Dunque ben 
è d' angelica penna coperta la carne dei 
nostro paone. Sono similmente a questa 
paone li piedi sozzi , e Y andatura quie- 
ta : le quali cose ottimamente alla Com- 
media del nostro autore si confanno; per- 
ciocché siccome sopra i piedi pare che. 
tutto il corpo si sostenga, cosi prima 
pare che sopra il modo del parlare ogni 
opera e scrittura si sostenga , e il par- 
lar vulgare , nel quale , e sopra il quale 
ogni giuntura della Commedia si sostie- 
ne, a rispetto dell' alto e maestrevole stile 
litterale , che usa ciascun altro Poeta , 
è sozzo , comechè egli sia più che gli 
altri belli, a moderni ingegni conforme. 
L* andare quieto, significa la umiltà dello 
stile , il quale nelle Coinmedie di neces- 
sità si richiede , come coloro sanno che 
intendono quello che vuol dir Commedia. 
Ultimamente dico, che la voce del paone 
è orribile, la quale comechè la soavità 
delle parole del nostro Poeta sia molta, 
quanto alla prima apparenza , senza niuno 
fallo , chi bene la midolla dentro riguar- 
da , ottimamente a lui si confà. Chi più 
orribilmente di lui grida quando con in- 
venzione acerbissima morde le colpe de' 
viventi , e quelle de' preteriti castiga ? 
Qual voce é più orrida che quella del 
gastiganU^> , a colui che è disposto a pec- 
care ? certo ninna. £gli a un' ora con le 
sue dimostrazioni spaventa i buoni e con- 
trista i malvagi. Per la qual cosa quanto in 
questo adopera , tanto veramente orri- 
da voce si può dire avere. Per la qual cosa 
e per Y altre di sopra toccato , assai ap- 
pare colui che fu , vivendo , pastore , 
dopo la morte esser divenuto paone, sic- 
come si può credere essere stato per di- 
vina spirazione nel sogno mostrato alla 
cara madre. Questa sposizione del sonno 
della madre del nostro Poeta , conosco es- 
ser assai superficialmente per me fatta » 



non fu pensata non che udita ; dLìtinta | e questo per più cagioni. Primierameate 



DI DANTE 



45 



perchè forse la sufBzienza che a tanta 
cosa si richiederebbe , non ci era : ap- 
presso , posto che stata ci fosse, la prin- 
cipile intenzione non lo pativa. Ultima- 
nwote quando la sufficienza ci fosse stata, 
e li materia Tavesse patito, era ben fatto 
da me non esser più detto , che detto si 
na, accìocchò ad altrui , più di me suffi- 
denle e più vago , alcun luogo io lasciassi 
di dire. £ pero quello , che detto n è , 
quanto a me, debbo convenevolmente ba- 
stare : e quello che manca, rimanga nella 
soilecitaduie di chi segue. 
La mia piccioletta barca è pervenuta 



al porto , al quale ella dirizzò la prora , 
partendosi dall' opposito lito : e comechè 
il pileggìo sia stato Ipiccolo , il mare, il 
quale «eir ha solcato nasse e tranquillo , 
nondimeno di ciò che senza impedimento 
è venuta , ne sono da render grazie a colui 
che felice vento ha prestato alle sue vele. 
Al quale con quella umiltà, con quella 
devozione , con quella affezione che io 
posso maggiore, non quelle, nò cosi gran- 
di , come elle si converrieno , ma quelle 
eh' io posso rendo, benedicendo in eterno 
il suo nome , e'I suo valore. E cosi sia. 



Qui finisce la vita di Dani$ scritta da M. Gio. Boccaccio. 



OSSERVAZIONI CRITICHE 



SD LA VITA 



DI DANTE ALLIGHIERI 



COMPILATA 



BA filOTANNI BOCCACCIO. 



D 



1 tatti ^ scrittori della vita di Dante 
nessuno , se ben si riguarda , è tanto 
esatto e diligente , che su le di lui as- 
Krzioni possa la nostra fede tranquilla- 
neote posare. E di ciò cagione è Tayere 
i posteriori copiato da' precedenti, e tut- 
ti , come da prima fonte, daj Boccaccio. 
K prima di procedere ol^e , uopo è fer- 
marci alquanto per dimostrare, quasi pre- 
fimioarmente, questa verità ; dalla quale 
conosceremo , che la massima parte dei 
bui di Dante, sebbene asseriti da molti 
ioittorì , non merita maggior fede di quella 
Hiead un solo potrà prestarsi , miai è il 
boccaccio; venendo poi all' esame de'par- 
jicoiarì della istoria da costui compilata, 
is alcune parti falsa, in altre alterata ed 
B molte difettosa provandola. 

IMce il Boccaccio , che Dante quoii 
ifiio inizio della $ua vita infimo aJT «(- 
^ della morte ebbe fierissima ed incom- 
pffiMlepamon <r amore; e spiegando me- 
fib r oggetto di tale amore soggiunge 
poco dopo : Infra gli altri per avventura 
Ajeo Pùrtinariyuomo a$$ai onorevole in 
fmtemjri fra'cittadini, il primo dì dimaq^ 
|M «vera i cireo$tanii vicini raccolti neUa 
P'fria casa a fateggiarej fn]^ quali era 



U già nominato Alighieri ( padre } ; il 
quale Dante^ il cui nono anno non era 
ancora finito , seguitò ; e quivi meecolató 
con gli altri della iua età , de* quali coA 
maschi come femine j erano molti nella 
casa dd festeggiante ; servite le prime 
mense di ciò che la sua piccola era po- 
teva operare j puerilmente con gli àtri 
si pose a trastullare. Era infra la turba 
de* giovanetti una figliuola dd soprad- 
detto Folco j il cui nome era Bice , 
comecché egli sempre dal euo primitivo ^ 
cioè Beatrice , la nominasse ; la cui età 
era forse d' otto anni, assai leggiadretta, 
secondo la sua fanciullezza , e nt^ suoi 
atti gentilesca e piacevole molto , con co- 
stumi e con parole assai piìt gravi e mo- 
deste che il suo piccolo tempo non richie- 
deva. E più sotto : Costei dunque tale 
quale io la disegno o forse assai più bella 
apparve in questa festa , non credo pri- 
mamente, ma prima possente a innamo- 
rare agli occhi del nostro Dante ; U qua- 
le, ancoraché fanciullo fosse, con tan- 
V affezione la bella imagine di lei rice- 
vette nel cuore , che da quel giorno in- 
nanzi mai y mentrechè visse , non se ne 
dipani. E in seguito : Dante nella par- 



hS 



OSSEI^YAZIONI 



goletta età fatto t amore ferventissimo 
iervitorc .... Per la qual cosa ogni 
altro affare lasciandone , solleciiissimo 
andava là dovunque credea poterla vede- 
re , quasi del viso e degli occhi di lei 
dovesse attingere ogni suo bene ed intera 
consolazione • . • Quanti e quali fossero 
t pensieri , t sospiri , le lagrime e V ai- 
Ire passioni gravissime poi , in piò prò- 
vetta età , da lui sostenute per questo 
amore, egli medesimo lo dimostra in parte 
nella sua Vita Nuova. 

Il primo che si abbia fatto trascinare 
dair autorità del Boccaccio su questo 
particolare , fu BenvenuiO da Imola , an- 
tico cementatore di Dante , quasi de*tem- 
pi del Boccaccio ; sicché egli cementando 
quei versi del canto XXX del Purgatorio: 

Sopra candido vel cinta (P oliva 

Donna m' apparve , ec, 

« 

cosi si spiega : Sed ad pleniorem cogni- 
tionem eorum quae dicuntur hic et in ca- 
pitulo sequenti de ista Beatrice , volo te 
scire quod cum quidam Fulcus Fortuna- 
riuSy honorabilis dvis Florentiae de more 
faceret celebre convivium kalendis maii, 
convocatis vicinis cum dominabui eorum, 
Dantes tunc puerulus novem annorum , 
sequutus patrem suum Aldighermm, qui 
erat unus de numero convivarum , vidit 
a casu inter alias puellae , pueUuiam fr 
liam praefati Fulcl, cui nomen erat Bea- 
trix, aetatis Vili annorum, mime pul- 
fhritudinis , sed majoris honestatis; quae 
subito intravit cor ejus , ita quod num- 
qnam postea recessit eb eo , donec iUa 
rixit, sive ex conformitate complexionis, 
et morum , sive ex singulari influentia 
roeli. Et cum aetate muttipUcatae con- 
tinuo sunt amorosae fiammae: ex quo 
Dantes totus deditus UH quocumque iret 
jicrgebat , credens in ocutis ejus videre 
iummam felicitatem, prò qua lacrymas, 
rigilias et infinitas tulit poenas : tamen 
hic amor honestissimus semper fuit , ut 
nunquam apparuit signum libidinosi ae- 
ius in amante vel amata. Hoc autem 
fuit ctrtissimum pronosticum et augurium 



futuri amoris , quem haìnturui erat ad 
Beatricem sacram , ad quam erat pronus 
a natura. Ex his potes cognoscere quod 
poeta aliqua dicit historice aliqua allego* 
rice de Beatrice sua. 

Leonardo Aretino , il quale viTCTa ai 
tempi del pronipote di Dante , panni il 
più accurato scrittore della vita di que- 
sto Poeta , non già che molte cose non 
avesse preso dall* opera del Boccaccio ; 
ma perchè molte ne conobbe false , ed 
altre vi aggiunse mancanti. Nondimeno , 
condannando egli il Boccaccio per essersi 
troppo occupato in descrivere gli amori 
di Dante , par lui non conchiudere al- 
trimenti, sebbene con più brevità dicendo: 
Fu usante in giovinezza sua con giovani 
innamorati, e lui ancora di simile pas- 
sione occìipato , non per libidine , ma 
per gentilezza di cuore ; e ne* tuoi teneri 
anni versi di amore a scrivere cominciò, 
come vedere si pub in una sua operetta 
vulgare che si chiama Vita Nuova. 

Cristoforo Landino, il cui cemento deDa 
divina Comedia vide la luce in Firenze nel 
Ìk8ì in foglio, dice cosi : Nella sua primsa 
età ^innamori) d^una fanciulletta figlimela 
di Folco Portinari , chiamata Bice , la 
quale egli chiamo sempre per lo tuo intero 
e diritto nome. Beatrice. 

Alessandro Vellutello nel 154(h pubbli- 
cò il suo comento sopra Dante in Vene- 
zia , e del Poeta cosi dice : Usò nella ma 
gioventù con giovani innamorati , ed egU 
ancora di simil passione fu oppresso , $ 
specialmente per la sua Beatrice , fimo 
da teneri anni , come egli stesso afferma 
nel trigesimo canto del Purgatorio. E nom 
per lascivia , ma per gentilezza e gene* 
rosità di animo cominciò a scriver versi 
di amore , come si può vedere in quella 
sua operetta intitolala Vita Nuova. 

Berardiiio Daniello da Lucca che pub- 
blicò i suoi comeiiti sopra la Divina co- 
media circa il 1560 , cosi paria degli 
amori di Dante : Conversò nella sua gio- 
ventù con giovani innamorati, ed egU 
ancora di simile passione fu oppresso per 
la sua Beatrice , ma non per lascivia , 
ma per gentilezza e generosità di animo^ 



CRITICHE 



49 



n nostro D. Giuseppe de Cesare , che 
dottmieiite compilò la vita di questo som- 
BoPòela, stampata in NapoU nel 1811 
pe'ti(tt della Stamperìa Reale, cosi degli 
■lori di Dante ragiona : Dotato di cuor 
9mtibUe e di un umor fnalinconieo e si- 
lamofOj doeea esser egli necessariamente 
aneoUo negli amorosi lacci , ove non ca- 
don facilmente gV insensihiU , i loquaci , 
f ^t aUegri. Narraci in effetto il Boc- 
caccio che fin dalla fanciullesca età di anni 
noce fu Dante preso da un caldo ma in- 
nocente affetto per Beatrice figlia di Folco 
hfrtinari , nobil fanciulla fiorentina , e 
WUa al di sopra di ogni altra ; la quale 
da Imi vista per la prima v<dta in un gran 
comeito j gli parve « non figliuola di uo- 
eno mùrtale ma di Dio d come enfaiica- 
mente e con le fervide espressioni ddCO" 
wmn eM stesso ne dice in una delle sue 
efcre. ]>OYe è notevole l'ingenuità del no- 
stro valentuomo di rìportare all'uopo Tau- 
loriti del Boccaccio, mostrando egli in 
certo modo di dissentirgli. Non dissimili 
iono le opinioni del Costa del Monti del 
Foscolo e di altri egregi scrittori , che per 
bieviti tralascio. 

Dall* esposte parole de*predetti scrittori 
agevolmente scorgesi che eglino tutti ad 
OD dipresso trascrivono ciò che il Boc- 
caccio disse degli amorì di Dante e del- 
r oggetto della sua passione; per la qual 
cosa facilmente convincesi ciascuno, che, 
fiocooie in ciò t raschiar si fecero dal- 
r autorità di tanto uomo , non altrimenti 
to seguitarono m tutto il resto de'fatti del 
sommo Poeta , chi più chi meno ; ed in 
assai poche cose non gli assentono , ed 
ÌB assai meno si mostran diligenti a ricer- 
car la esistema di altre a Dante di mag- 
por bude e dal Boccaccio omesse. 

Che però desiderando io che (U questo 
predpuo splendore della nostra Italia eia- 
SCODO sappia quel che degno è di saper- 
■ » m* ingegnerò , quanto le mie forze 

(I) Doua e assai necessaria dissertazione 
Mi titolo di prefaxione premise il can. Biscio- 
li allo Proso di Dante e del Boccaccio pubbli- 



cali in Fir«go nel 17tt per Tartini e Fran- 1 dissartuione desinilo. 



comportano , di rapinare ìq queste 0.<- 
servaziùni tutto ciò che da altri uomini 
sommi con miglior intendimento e con più 
sode ragioni si è detto , non lasciando di 
ricercare anch'io altre pniove per vieme- 
glio stabilire il vero , ed il falso combatte- 
re. £ per procedere ordinatamente , de* 
voluti amori di Dante e della sua amata 
Beatrice primamente ragiono (1). 

Da qua' fonti attinse il Boccaccio che 
Dante ebbe incomportabile passion (^amo- 
re, egU noi dice, né credo che dire l'a- 
vesse potuto, non essendo stato, a dire il 
vero, di lui coetaneo : che Dante chiuse 
il mortale suo corso nel 1321, ed il Boccac- 
cio r apri nel 1313. Aggiungi il lungo esi- 
ho di quello , le persecuzioni della fortu- 
na, e 1 viaggiare continuo per molte città 
d' Italia e persino in Parigi , e pensa se 
un uomo agiatamente nato e cresciuto , 
caduto poscia in tanto abisso di sventu- 
re , abbia potuto esser si folle da tener 
dietro alle amorose passioni infino all'ul- 
timo della morte j come vorrebbe il Boc- 
caccio. Ma lascio di addurre altre ragio- 
ni grandissime in contrario di questa 
passione di Dante, e soggiungo soltanto 
che un uomo fin dalla tenera età dato 
a' buoni studi, nella sua adolescenza com- 
battente per la patria , e poco appresso 
sedente alia testa della repubblica, amante 
singolare della sua città, e maisempre in- 
tento a proccurare il bene de* suoi con- 
cittadini , non avrebbe certo potuto dive- 
nire di amore ferventissimo servitore; poi- 
ché passion siffatta e tanto eccessiva ri- 
chiede di necessità un cuore privo di 
ogni altro affetto più nobile, e deve es- 
sere dall'ozio specialmente alimentata. Ma 
torniamo a combattere il Boccaccio. 

Mentre il Boccaccio descrive il nostro 
Poeta per uomo eccessivamente dominato 
dalla passion di amore , sostiene di van- 
taggio che r oggetto singolare della sua 
passione fu Beatrice figlia di Folco Porti- 
chi; per la qoal cosa tutto ciò che in eonfà- 
tazione degli amorì di Dante e di Beatrice qui 
per me si ragiona , è in buona parto da qoeiia 



50 



OSSERVAZIONI 



nari nobile fiorentino, detta quale fanciulla | contento delle sue scritture se di aroorofle 
di otto anni egli similmente di nove anni | leggerezze , e di lascivi racconti non le 
fanciullo s'innamorò , e si forte fu que- 
sto suo amore che mai potò spegnersi 
nò per la morte avvenuta di Beatrice , 
nò per l' amore di nuova donna la quale 
egli tolse a consorte , nò per la foprav- 
vegneiiza de' figli , nò per cariche pub- 
bliche , nò per esilio e per isventure. Se 1 minata Éeatrice più volte » non dubitò 
un fanciullo di nove anni possa concepire poi di spacciare come reale l'^ore dei 
si violenta passione per una fanciuUetta 
egualmente di tenera età, ò quistione per 
la quale mi riporto al giudizio degli uo- 
n\ini assennati. Ma dato che a tale età si 



condiva ; a chi piace il bere sempre 
giona di vini , e la lingua va dove fl 
dente duole. Sicchò da questa sua indi» 
nazione di scrivere illuso, e trovato nelle 
opere di Dante, e specialmente nella Ftto 
lìuova » parole e versi di amore , e och 



Poeta e ramata sua Beatrice. Ecco come 
nella vita da lui scritta egli dice: Qutmii 
e quali fonerò i pemieri , i io$piri j U 
lagrime e le altre passioni gravissiwM , 



abbia potuto innamorare.col processo degli \poi in piit provetta età da lui sostenute 



anni , e pervenuti amendue a tempo di 

matrimonio , egli , che ogni altro a/fare la- 

sciandone sollecitissimo andava làdovunque 

credta pileria vedere, quasi del viso e degli 

occhi di lei dovesse attingere ogni suo bene 

ed intera consolazione , perchò non tolse 

a consorte colei che assai leggiadretla e 

ne' suoi atti gentilesca e piacevole molto, 

con costumi e con parole assai ptu gravi 

e modeste che il suo piccolo tempo non ri- 
chiedeva ? Perchò patire eh* ella andasse 

a marito con un cavaliere de* Bardi chia- 
mato messer Simone, piuttosto che spo- 
sarla egli stesso che l' amava si forte- 
mente da fanciullezza ? Quale ostacolo o 
sociale riguardo potea impedire un tal ma- 
trimonio? Non era Danto ragguardevo- 
lissimo sopra d' ogni altro per nobiltà ed 
antichità di prozia, discendendo da' pri- 
mi fondatori di Firenze, agiato sufilcien- 
temente quanto a fortuna, e rispettabi- 
lissimo oltre modo per iscienza e costu- 
mi? Ma procediamo oltre, e vediamo 
che altro dice il Boccaccio di questi amo- 
ri di Dante e deir amata sua Beatrice. 

Ciascuno le coso del mondo secondo 
lo proprie inclinazioni suole interpretare, 
ogni suo diletto ponendone dipoi in sUTatta- 
mente ragionare. Cosi il nostro Boccac- 
cio delle novello amorose fé* suo studio 
principale ; di talchò per queste e dive- 
nuto famoso in tutto il mondo , come 
«attesta il suo capolavoro quasi in tutte le 
lingue tradotto. Per la qua! cosa, io credo 
che questo valente uomo non era mai \peneterò mentre ella visse :^ e molteitose- 



per questo amore ( di Beatrice ) egli me- 
desimo lo dimostra ndla sua Vita Nuova. 
E nel suo Cemento inedito sopra la di- 
vina Comedia^ al canto secondo dello 
Inferno, cosi scrive: Fu adunque queUa 
donna , secondo la relazione di fede d^ 
gna di persona la quale la conobbe ^ efis 
per consanguinità strettissima a lei ^ fi- 
gliuola di un valente uomo, ehiamaio 
Folco Ihrtinari , antico cittadino di Fi^ 
renze: e comecché l'autore (Dante) sem* 
pre la nomini Beatrice dal suo primitivo, 
ella fu chiamata Bice; ed egli acconeic^ 
mente il testimonia nel Paradiso là dove 
dice : 

Ma quella reverenza che ^indonna 
Di tutto me, per be e per ice : 



e fu di costumi e di onestà laudevole quan» 
to donna esser debba e possa : e di bel' 
lezza e di leggiadria assai ornata ,efu 
fnoglie di un cavaliere de' Bardi chiama^ 
to messer Simone ; enei ventiquattresimo 
anno della sua età pussì^ di questa vita 
negli anni di Cristo 1290. Fu questa don- 
na maravigliosamente amata dall' autore; 
né cominciò questa amore nella provetta 
età , ma nella loro fanciullezza ; peroo^ 
che essendo ella d età ^otto anni, e Cofs^ 
tore di nove, siccome egli medesimo t^ 
stimonia nel principio deUa sua Vita Anfo- 
ra , prima piacque agli occhi suoi : ed 
in quesf amore con maravigliosa onestà 



CRITICHE 



51 



m rima per questo amore ad onor di lei 
già compone ; e secondo che egli nella fine 
déU 9ua Yiia Nuota scrive , egli ad onor 
ài lei a comporre la presente opera ( la 
Gooedia) si dispose; e come appare e 
fsm ed tu olire parti, assai maraviglio^ 
mmesUé V onora. 

De. questo passo e da riferiti di sopra, 
a vede chiaramente che la pruova delio 
amore di Dante per Beatrice, il Boccaccio 
b ripone nella Vita Nuova : anzi egli nella 
ìjita di Dante , dice che il Poeta compose 
quasi per Beatrice quell'opera : Egli pri- 
mieramentCsdisranti ancora le lagrime del- 
la sua morta Beatrice , quasi nel suo ven- 
Useenmo anno, cotnpose un stto volumetto 
il quale egli titolò Vita Nuova. M$i perchè 
taluno può credere che tale amore abbia 
saputo il Boccaccio anche per tradizione, 
osservo che se cosi fosse stato, non avreb- 
be lasciato di scrìverlo; siccome scrisse 
nel principio del riferito passo dell' ine- 
dito suo comento , avere inteso di ciò 
parlare da persona la quale conobbe Bea- 
trice , ed era a lei stretta per parentela, 
senza dire poi il nome di questa perso- 
na. D* altronde se vero fosse stato questo 
amore verso Beatrice Portinari, non sa- 
rebbero mancate altre persone a raccon- 
targlielo , mentre tanto Beatrice quanto 
Dante erano due Personaggi distinti , ed 
attiravano T attenzione di hitti; oltre che 
H sarebbe manifestato po' componimen- 
ti che per onor di lei Dante avrebbe par- 
ticolannente composto ; li quali non so- 
lo avrebber ciò appalesato ai contempo- 
ranei, ma pure a' posteri piùrejnoti. Io 
dunque senza curarmi di questa voluta re- 
Iasione di fede degna che il Boccaccio ap- 
pena accerma» e che avremo di qui a poco 
più motivi a averla non degna di fede; 
tengo per fermo che egli questa sua opi- 
fliooe trasse dalla Vita Nuova soltanto, 
fiosla le sue replicate confessioni. E però 
a ragionare io vengo della Beatrice della 
quale si parla ndla Vita Nuova. 
^ Dico adunque che la Vita Nuova , la 
Comedia ed il Convito di Dante son tre 
opere diverse nel subbietto, ma confor- 
flri nd fine; e ciascuna riguarda i tre 



principali stadi della vita umana; cioè la 
Vita Nuova la gioventù , la Comedia la 
virilità, e il Convito la vecchiezza. Dico 
dippiù che tanto il Convito , che la Vita 
Nuova sono opere tutto morali , e questa 
specialmente un trattato di amore pura- 
mente intellettuale. Che però conchiudo 
che la Beatrice di Dante della Vita Nuova 
non è da intendere per donna terrena , ma 
per cosa tutta spirituale e celeste , quasi 
una novella Pandora, come al proposito 
ragiona un antico scrittore delia vita di 
Dante , Mario Filelfo, che la compilò nel 
1^68; forse a petizione di Piero pronipote 
di Dante, perciocché questo Piero la de- 
dicò a Piero de' Medici e a Tommaso Se- 
derini. Ecco le parole del Filelfo: JE^o,egli 
dice, ego aeque Beatricem^quamamasae 
fingitur Dantes, mulierem unquam fuisst 
opinor^ ac fuit Pandora, quam omnium 
deorum muntis consequutam esse fabulan- 
tur poetae, E volendo meglio provare 
questa opinione , seguita : Scripsit , dicit 
tUe (il Boccaccio], ad amicam cantiones, 
Scripserunt et navalia bella, et castra in 
hostes firmarunt, et machinas erexerunt 
poetarum carmina, quibus nunquam ad- 
fuerunt. Multa solent exereendi ingenii 
gratia fieri , quae nullam admisèrc Ubi- 
dinem. Hoc verius argumentum,quod cum 
uno Dante nemo fuerit incofruptior , et 
innoeentior, nemo moderatici , possimus 
manifesto conjectari, solius hunc virttUis 
et honestati^ amicum extilisse: non enim 
qui summum bonum in gloria constituunt 
immortali, voluptatespraeficiunt dominas, 
quas sequantur, quae ad interitum nos 
deducunt. Daltroude chi non sa che i poeti • 
non sempre si servono di nomi propri , ma 
ora glinventano da sé ed ora gii adattano 
a lor piacere ? E il Boccaccio non fece 
cosi nel suo Decamerone? E nell'Ameto 
e^i stesso non introduce sotto sembiante 
di sette bellissime ninfe le tre virtù Teo- 
logali e le quattro Cardinali? 

Da tutti i luoghi ne'quali parla Dante di 
Beatrice , altro non si raccoglie che il suo 
^pme, la sua età, la sua morte. Né per- 
ciò possiamo conchiudére eh' ella sia stata 
donna di questo mondo ì perocché la Vi^ 



52 



OSSERVAZIONI 



NuoTa è ana struttura di poetico ingegno 
idealmente condotta. Nella quale di Beatri- 
ce parlando Dante, e della prima volta che 
la vide, cosi dice: A miei occhi apparve 
prima la gloriosa donna della mia meti- 
le. Dunque donna della mente l'appella, 
ie non carnale* In altro luogo la chiama 
tua salute e sua beatitudine; in altro luogo 
dico eh' essa era desiderata in cielo dagli 
angeli j ed altrove soggiunge che in cielo 
non era altro difetto che la sua mancan- 
za, io che non poteva malamente finire 
chi le aveva parlato ; e simiglianti frasi 
convenevoli a sovrumana creatura si leg- 
gono nella canzone che comincia : 

Donne che avete intelletto cT amore. 

Dice pure che questa donna è il numero 
nove , e dimostra che il numero nove 
contiene ogni perfezione , e poi conchiu- 
do esser ella un miracolo della Santissima 
Trinità : il che dimostra che tal donna 
non può essere altro che cosa semplicis- 
sima e perfettissima. E meglio di ciò con- 
vincono le frasi della divina scrittura che 
il ir uopo adatta , come: dire di lei quello 
che mai non fu detto d'alcuna; e pre- 
gare die V anima di lui vada a vedere la 
ijloria di quella benedetta Beatrice. Dip- 
\n\ì se Beatrice fu un'innamorata di Dan- 
te, dovremmo concludere non altrimenti 
di Lucia, la quale egli introduce nel se- 
condo canto dell' Inleruo : 

Questa chiese Lucia in suo domando, 

ma ivi tutti gli spositorì convengono che 
per Lucia intende il Poeta la Grazia illu- 
minante. E perchè dunque non dire lo 
stesso di Beatrice? Tanto più che nel Con- 
vito, come se Dante preveduto avesse le 
accuse del Boccaccio , con più chiarezza 
dice : Par ischiudere ogni falsa opinione da 
me, per la quale fosse sospicato lo mio 
umore esser per sensibile deleUazione. Ci 
può esser dunque bisogno di altra pruova 
che la Beatrice di Dante, anche nella Vita 
Nuova, non fu mai cosa terrena ? 
Un' altra testimonianza io produco a 



proposito di questa Beatrice, e la prendo 
dal testo di Bosone da Gubbio , amico ed 
albergatore di Dante. Egli dunque al v.33 
e seguenti del suo capitolo su la Divina 
G)media , dopo di avere spiegato cosa sia 
la Leonza, il Leone e la Lupa che il Poeta 
personifica nella sua Comedia, venendo a 
Beatrice la vuole manifestamente allego- 
rica , dicendo: 

Venne del lustro del superno acume 
Una graifia di fede, che si dice 
Che *nfonde ìalma come terra /Stime. 

E mosse lui con la ragion felice 
Per farli ben conoscer quelle fere, 
E anche € è l'allegorica Beatrice, 

Ma torniamo all'esame della Vita Nuo- 
va. Due donne furono il soggetto de' com- 
ponimenti di Dante : V una fu Beatrice , 
l'altra non ha veruno preciso nome. Della 
prima si parla nella Vita Nuova e nella 
Comedia, dell'altra nel Convito. Di (tue- 
st' ultima favellando egli dunque nel Con- 
vito al capitolo secondo del Trattato a^ 
condo , narra il suo innamoramento io 
questo modo: Cominciando adunque, dico 
che la stella di Venere due Aate era ri- 
volta in quello suo cerchio che la fa pa- 
rere serotina e mattutina , secondo due 
dicersi tempi , appresso lo trapassamenio 
di quella Beatrice beata, che vice in deh 
con gli angeli , e in terra con V anima 
mia ; quando queUa gentil donna, cui feci 
menzione nella fine della Vita Nuoiva , 
parve primamente accompagnata d^amore 
agli occhi miei, e prese luogo alcuno deUa 
mia mente. Chi non direbuo che questa 
donna sia stata una seconda innamorata 
di Dante? Ma l'innamoramento per disgra* 
zia dell* umanità prende luogo nel cuore 
piuttosto che nella mente I Questa secoiH 
da innamorata dunque non era donna ter- 
rena, ma ideale; e secondo c^ì spiega nel 
capitolo tredici dello stesso Trattato, era 
la Filosofia , dicendo : Giudicava bene che 
la Filosofia eh' era donna di queeti autori 
(cioè di Tullio deir Amicizia, e di Boe- 
zio della Consolazione ), di queste scienie, 
di qtutti libri t fosse somma cosa: ed im-- 



CRITICHE 



53 



marmava lei fatta cofM una donna genr 
tUi. E poco dopo : Questa donna fu fi- 
9Ìta di Dio, nqina di tutto , nobilissima 
e fdieisHma Filosofia. £ nel capitolo se- 
dici dello stesso Trattato: Boezio e Tul- 
Uè imciarono me nelt amore , cioè nello 
etadio di questa donna gewtUissima Filo- 
eefm, E poco dopo : Si vuole sapere che 
questa donna è la Filosofia; la quale te- 
rmmemie è donna, piena di dolcezza, or- 
nata di onestate, mòrabile di savere, glo* 
rioea di liberiate. E nella fine di detto 
capitolo più apertamente: Dico e affermo 
du la dtima di cui io m'innamorai, ap- 
presso lo primo amore ( cioè dopo Bea- 
trice ) futa bellissima e onestissima figlia 
deUo imperatore dell' universo, alla quale 
Fitaqora pose nome Filosofia. E appresso 
od capitolo undici del trattato terzo : Que- 
Oa domma è quella donna dello intelletto, 
rke Filosofa si chiama. E finalmente que- 
sta gentildonna Filosofia vien descrìtta cosi 
da Dante quando per la prima volta gli 
appanre: Allora vidi che una gentil donna 
Al ima finestra mi guardava si pietosa- 
mesde, quanto alla vista, che tutta la pie- 
là pareva in lei raccolta. Perchè era que- 
sta la Filosofia morale, ersi pietosa, e lo 
fEoardaya da una finestra, perchè la Fi- 
losofia procede dal lume deUa ragione na- 
tmJe. Ecco dunque la donna del Convito 
di Dante, una donna tutta ideale: perchè 
non dire lo stesso di quella della Vita Nuo- 
va e della Comedia; mentre Tinnamora- 
menlo di lui con essa procede nello stesso 
modo ; e sempre che di lei ragiona , fa 
«0 di frasi che manifestano chiaramente 
li sua allegoria? Veniamo al fatto. 

Nel principio della Vita Nuova Dante 
toà si esprime : Nove fiate già appresso 
•I mio nascimento era tornato %l cielo 
èUa htee quasi ad un medesimo punto, 
fsento alla sua prima girazione, quando 
•i miei occhi apparve la gloriosa donna 
édta wUa mente, la quale fu chiamata 
ié melH Beatrice , li quali non sapevano 

(i) La Sapienza nel più alto e snblime gra- 
4i è la Tmogia che rende V nomo beato , e 
fiMie; ptrò Dante aUegoricameolt sotto nome 



che si chiamare. Ella era in questa vita 
già stata tanto , che nel suo tempo il Cielo 
stellato era mosso verso la parte d^ Oriente, 
delle dodici parti Vuna del grado ; sicché 
quasi dal principio del suo anno nono 
apparve a me, ed io la vidi quasi al fine 
del mio. Ecco dunque descritta la prima 
donna della quale avente otto anni, Dante 
nel suo nono anno s' innamorò; della quale 
henchè a quell'età non si sapesse il nome, 
nondimeno fu chiamata da molti Beatrice: 
che significa esserle stato un tal nome dato 
non dal beneplacito di alcuno, ma dalla na- 
tura e dair effetto del subbietto. Or duna 
donna di cui nell^ttavo anno non si sa il 
nome, e le si adatta quello di Beatrice (1), 
come a lei convenevole per la sua natura 
ed effetto , pensa tu se questa possa es- 
sere donna del mondo. E non si vede chia- 
ro che non deesi per donna reale inten- 
dere anche a quelle parole dello autore, 
ove dice : non figliuola d' uomo mortale 
ma di Dio ; ed a quelle altre : ai miei 
occhi apparve la gloriosa donna della mia 
mente, che vuole significare donna spiritual 
le ? Né mi opponga taluno che per donna 
della mente dehbasi intendere, che occupa 
la mente, o che attira tutti i pensieri di co- 
lui cui apparve: giacché della Filosofìa par- 
lando nel Convito, nel passo di sopra rife- 
rito, Fappella donna del mio intelletto: frasi 
tutte e due sinonimo assai. Chi dunque dirà 
che Dante nella Vita Nuova intende parlare 
di donna terrena ? Chi non conchiude al- 
l' opposto che la Vita Nuova è un trat- 
tato di amore tutto intellettuale senza me- 
scolanza di profano, e che per Beatrice, non 
la figlia di Folco Portinari, ma la Teolo- 
gia deesi intendere, come tutti gli esposi- 
tori nella Divina Comedia intendono? 

Suggella tal verità il cemento diFranc. da 
Buti a quei versi del xxvii del Purgatorio: 

Quando nd vide star pur fermo e duro. 
Turbato un poco disse: or vedi, figlio» 
Tra Beatrice e te è questo muro. 



di Beatrice 1' appella. Notisi che nel princi- 
pio della Vita Nuova in Iftiiao chiamala Bea- 
titudo. 



&& 



OSSERVAZIONI 



a Questa Beatrice, dice esso Fr. da 
u Buti , la quale Fautore finge sé amare 
« tanto ardentemente, ed ella lui, come 
« detto è nel processo , significa la santa 
« Teologia, della quale l'autore s*inna- 
« moro infino eh* egli era fanciullo , ov- 
« vero garzone: e però fìnge ch'ella fosse 
<c giovinetta, perocché puerilmente la stu- 
<c diava ed intendea ; e poi finge che la 
« detta donna morisse, cioè che cresciu- 
te to lo intendimento a lui, sicché già in- 
«( tendea le oose grandi , a lui venne meno 
« lo desiderio di tale studio: e questo (u 
« lo morire e partirsi di questo mondo, 
a poiché si parti dalla fantasia sua, oc- 
« cupata da' beni ingannevoli del mondo; 
<c ma non si che non si sentisse nella men- 
UL te sua un grande desidorio di tornare 
<c ad essa, ed amarla ferventissimamente, 
« ed a lei accostarsi ; ma perché ciò non 
ik potea fare , irretito ne' peccati; pensò 
ce prima d' arrecarsi in odio i vizi e* pec- 
a cati, considerando la lor viltà, e la pena 
« che con seco arrecano : appresso di pur- 
« garsi con la penitenzia: e poi ritornare 
« alla santa Teologia. » 

E quelle di Piero figliuolo di Dante a 
quei versi del canto XXX del Purgato- 
rio , ove il Poeta cosi di lui fa parlar 
Beatrice : 

SI tosto come in sulla so^ fui 
Di mia seconda ctade e mutai vita , 
Questi si tolse a me e diessi altrui. 

Quando di carne a spirto era salita , 
E bellezza e virtù cresciuta m'era, 
Fu' io a lui mcn cara e men gradita. 

E volse i passi suoi per via non vera » 
Imagini di ben cercando false, 
Che nulla promission rendono interar 

Autor , dice Piero , vuU figurare quod 
jam diUxU studium Theologiae, et in eo 
poitea cessavit, nunc vero reassumere in- 
cipit. E |)oco dopo soggiugne. Danles dedit 
te ad diversa, scilicet primo ad Theolo- 
giam, secundarioad Pueticam. E cemen- 
tando queir altra terzina del canto mede- 
simo del Purgatorio : 



Questi fu tal nella sua Vita Nuova 
Virtualmente che ogni abito destro 
Fatto averebbe in lui mirabil pruova« 

Ipsa neologia substìnuit eum certo tem^ 
pare (subaudias cum studio paginae ejuM 
Veteris Testamenti) et cum debuisset pn>' 
cedere ad ea guae sunt novi Testamenti, 
et sic ad spiritualia, cessavitj ut in text» 
dicitur. Et hoc est quod dicit, quod de car- 
ne ascenderat ad spiritum etc.; dedit se aur 
tor mundanis, idest poeticis scientiis inftu- 
cliuosis, et quae nihil promittunt integrum. 

E rimarrà più alcun dubbio con tanta 
autenticità di pruove e forza di ragioni» 
che la Beatrice di Dante della Vita Nuo- 
va è anche la Sapienza e la Teologia » 
come quella della Divina Comedia? E non 
rimane cosi il Boccaccio privo di ogni sus- 
sidio a sostenere il contrario ; noi con- 
danna la ragione e il buon senso , ed il 
fatto stesso ? Chi m^llo del figlio potea 
conoscere la vita del padre t E pure egli 
non fa veruna parola di Bice Portinari » 
che anzi la Beatrice di Dante dichiara per 
allegoria esprimente la Teologia. Aggiungi 
a questa autorità quella di Bosone da Gub- 
bio di sopra esposta, ed avrai due testi- 
moni che meritano più fede del Boccaccio 
si per essere più antichi, e si per essere 
stati Tuno figlio e l'altro disce^lo e amico 
e albergatore di Dante. 

L' esposte ragioni credo che siano sof- 
ficienti a confutare ^ amori di Dante eoo 
Beatrice Portinari ; ma perché il* chiaris- 
simo Tiraboschi nella sua Storia della 
Letteratura italiana , dà sul proposito una 
dubbia sentenza, non, sarà superfluo qui 
notare le sue parole. È certo però , c^ 
dice, Tom. V, Uh. 3, cap* 3, come confessa 
il medesimo signor Pelli j che Dante neU€ 
sue Opere, e nella sua Comedia singo^ 
larmente , ìm parlato di questo $uo amoft 
tu termini cosi enimmatici, e che sembraM> 
ipesso gli uni agli altri cosi contrari, ek'è 
impossibile V adattarli tutti né al teiuo air 
legorico ne al letterale. Dove , con tutta 
la reverenza dovuta a tanto uomo, dico 
che r adattarli al senso letterale riesce imr 
possibile tanto che evitar non si potreb- 



CRITICHE 



5S 



bcTo ddle maniresta contraddizioni , nelle 
qiiaS non solo l'ing^o sublime e pene- 
tnnle di Dante, ma di chiunqae altro 
ancbe di minore iAtendimento fornito, non 
sarebbe caduto» Laddove poi adattandoli 
airallegorico^ non solo si evitano le con- 
fnddizioDÌ , ma si vedrà V autore sempre 
eoDseguenté a sé stesso. Del resto, con im- 
pugnare gli amori di Dante, non intendesi 
dichiararlo scevro di questa passione; nò 
forse è falso eh* egli in sua giovinezza ab- 
bia avuto qualche affezione per la Bea- 
trice Portinarì di lui coetanea: ma questo 
sarà un sospetto tanto più strano quanto 
meno ha fondamento nello opere di Lui; 
né se ne trova orma veruna in altri scrit- 
tori IHÙ antichi del Boccaccio, ed al Poeta 
più lamilìarì, come di sopra si ò detto. 

Non senza ragione Lionardo Aretino a- 
▼refabe voluto che il Boccaccio invece di 
distendersi tanto in descrivere sUTatte leg- 
gerezze , vere o false che siano, avesse più 
opportunamente notato quel singolare amor 
di patria che fin da tenera età Dante nutrì, 
e che poscia cresciuto con gli anni, di tutte 
le sventure di lui fugli trista cagione. In- 
fatti essendo egli ancor giovine « nella gran- 
dissima battaglia di Campaldino (come dice 
tuo Aniino) et trovossi combattendo vigo- 
rosamente a cavallo nella prima schiera , 
doi^e porto gravissimo pericolo ; perocché 
b prima battaglia fu delle schiere equestri, 
Gi(M* de cavalieri, nella quale i cavalieri che 
erano dalla parte degli Aretini , con tanta 
tempesta vinsero e superchiarono la schie- 
ra de* cavalieri Fiorentini , che sbarattati 
t rotti bisognò fuggire alla schiera pede- 
stre. Questa rotta fu quella che fé* per- 
^*re la battaglia' agli Aretini , perchè i 
Vcrj cavalieri vincitori perseguitando quelli 
àie fuggivano , per grande distanza la- 
>riaronó addietro la loro pedestre scliic- 
n; sicché da quindi innanzi in niun 
ho|go interi combatterono, ma i cavalieri 
^ e dispersi senza sussidio di pedoni , 
e i pedoni poi dispersi senza sussidio dei 
ciTilierì. Ha dalla parte de' Fiorentini 
*Wifenne il contrario , che per esser 
Tosoiii i lofQ cavalieri alla schiera pede- 
^itv , si ferono tutti un corpo , e agevol- 



mente vinsero prima f cavalieri e poi i 
pedoni. )» E bisogna aggiungere che dopo 
questa battaglia tanto funesta a' ghibellini, 
neiranno appresso 1290 trovossi non meno 
vigorosamente combattendo per la ])atria 
contro a' Insani. Ma di questi fatti tanto 
gloriosi al Poeta, il Boccaccio non fece mot- 
to forse perchè non potendovi innestare ve- 
run ragionamento d'amore, non trovava 
diletto a favellarne. 

Non è poi affatto scusabile la trascu- 
raggine del Boccaccio intomo a Bosone 
Novello da Gubbio, uno de'più antichi e dei 
più grandi amici e protettori di Dante. E 
perchè il favellare di tanto uomo toma 
di gloria ed onore al nostro Poeta, e perchè 
mettiamo qui il Capitolo di lui sulla Divi- 
na Comedia, non fia superfluo di toccare 
brevemente qualche cosa su la sua vita. 

B(MM>ne Novello nacque in (ìubbio nel 
1280 da Bosone di Guido d'Alberico della 
nobile famiglia de'Raffaelli , o Caffarelli, 
e fu il terzo che nella medesima ebbe no- 
me Bosone, onde per distinzione fu co- 
gnominato Novello. Si crede essere stato 
egli discepolo di Dante, almeno nella fan- 
ciullezza sua ; forse allorquando il padre 
di esso Bosone trovavasi a Pisa, dal 1295, 
ad esercitare la carica di capitano del Po- 
polo; perocché non fu niente allora a co- 
stui malagevole mandare il suo figliuolo 
nella vicina Firenze a studiare sotto la 
direzione di Dante. 11 quale benché vicino 
a quei tempi trovavasi occu[)ato nelle su- 
preme cariche della sua patria , nondi- 
meno non gli era difFicile togliere oppor- 
tunamente qualche ora del giorno per con- 
sacrarla alla istituzione di si nobile gio- 
vinetto. Comunque però si stia questo 
fatto , certo abbiamo lui essere stato po- 
scia ritornato in patria, dalla <|uale, es- 
sendo il governo di essa in potere de* 
guelfl caduto, fu egli insieme co' suoi ger- 
mani Cocco e Guido , e con tutti i ghi- 
bellini, cacciato fuora ; onde ricoveros- 
si in Arezzo , ove ritrovavasi pure Dante 
con altri esuli fiorentini , nel Ì90h. Po 
questa disgrazia una novella occasione a 
Bosone di coltivare l'amicizia di Dante, 
quantunque non si sappia per quanto tem- 




56 



OSSERVAZIONI 



pò. Pare nondimeno che nel 1311 era egli 
ritornato in Gubbio con tutti ^i espulsi 
ghibellini , la fazione de* quali ricuperò il 
reggimento della patria ; quantunque per- 
dutolo di nuovo, perchè lo riacquistarono 
i guelfi rianimati sotto il vicariato deirim» 

K;ro , che ivi esercitava Roberto re di 
apoìi , nel 1315 Rosone cognominati di 
lui fratelli fu costretto ad uscirne di nuovo, 
rimanendo confiscate le sue sostanze , ed 
il suo palazzo aggregato a quello del Ve- 
scovo. Andando cosi esule , e rifuggiatosi 
in Arezzo , nel 1316 fu ivi elevato alla 
carica di potestà, che nel seguente anno 
1317 esercitò pure a Viterbo. 

Cessato l' urto delle fazioni , Rosone si 
ritirò in Gubbio, ove nel 1318 albergava 
nel suo delizioso castello di Colmollaro. 
E perchè intomo a quei tempi Dante 
dimorava nel celebre monistero di Fonte 
Avellana , in territorio di Gubbio ; nel 
qual monistero si vuole ch'egli abbia coin* 
posto buona parte della sua Opera, e mo- 
strasi tuttora la stanza di sua abitazione, 
con un mezzo busto della di lui effigie 
con questa iscrizione nel piedistallo; non 
minimam praeclari oc pene divini operis 
fortem compomisse dicitur; Rosone non in- 
dugiò ad invitarlo e farlo venire presso di 
sé. £ difatti venuto Dante, e* lo ritenne 
per buono spazio in sua casa ; ed hassene 
pruova nella iscrizione che ancora si legge 
nella Torre de* Conti Falcucci: Higman- 
8IT Dantes Alegbeeius Poeta , et car- 
jiiNA scRiPsiT. Se ne fa pure menzione 
nelle lettere dell'Armanni, da L. Allacci, 
e da G. M. Crescimbeiii. £ ce ne dà con- 
tezza anche lo stesso Dante in un sonetto 
inedito tratto dair Archi vioArmanni e pub* 
blicato dal Rafiaelli, dal qual sonetto chia* 
ro abbiamo che Dante trovavasi se non in 
compagnia di Rosone e della sua famiglia^ 
almeno vicinissimo. Col detto sonetto egli 
si congratula della buona riuscita del fi* 
gliuolo di Rosone nelle lettere e nelle 
scienze, e gU predice che un giorno sarà 
la ^oria ed il sostegno dell* abbattuta Ita- 
lia. Riporto qui il sonetto stesso, speran- 
do di far cosa grata a* lettori amanti della 
Poesia itaUaiia; tanto più che dal mede- 



1 



Simo può apprendersi quale fosse stata in 
quei tempi la istituzione della gioventù ; 
e può aversi qualche indizio di essere stato 
Dante perito della greca favella, il che 
gli è da molti contrastato : 

Tu che stanzi lo colle ombroso e fresco 
Ch*è co lo fiume che non è torrente; 
Linci molle lo chiama quella gente 
In nome italiano e non tedesco ; 

Pònti sera e mattin contento al desco , 
Poiché del car figUuol vedi presento 
U frutto che sperasti, e si repente 
S' avaccia ne lo stil greco e francesco. 

Perchè cima d* ingegno non s' astalla 
In questa Italia de dolor ostello , 
Di cui si speri già cotanto frutto. 

Gavazzi pur il primo Raffaello , 
Che tra' dotti vedrallo esser redutto , 
Come sopr' acqua si sostien la galla. 

Quando precisamente ciò stato si sia, non si 
sa, ma credo che prima della gita di Danio 
a Ravenna. 

Rosone creato nel 1337 Vicario Im- 
periale in Pisa da Lodovico di Ravlera, 
in preferenza di Castruccio degli Antel- 
minelli cognominato Caxlmcane, e nel 
1338 fatto senatore in Roma da Rene- 
detto XII « carica in quei tempi assai no- 
bile e gloriosa , credesi che avesse finito 
di vivere nel 1350. 

Ilon fu Rosone solo in politica ragguar- 
devole, perocché le opere che di lui rima- 
sero, lo aimostrano non meno valente nelle 
lettere o nella poesia. Compose infatti le 
seguenti opere tutte belle e pregevoli non 
solo per la scelta degli argomenti, ma an- 
cora per la purezza della lingua : 

L* Awenturoio CicUiano, romanzo sto- 
rico ; 

Capitolo sopra tutta la comedia di Dan- 
te Alighieri; 

Chiose e spiegazioni in terza rima tu 
le tre c<uUiche del divino Dante Alighieri; 

Epitome compendio della comedia di 
Dante Alighieri; 

Alcune Rime, consistenti in tre sonetti; 

Capitolo detta guerra dtf Cristiani con- 
tro i Turchi, 



CRITICHE 



57 



£ tanto basii aver accomiato intorno a 
Bosone , mentre chi vorrà aver di lai più 
estesa notizia potrà leggerne la erudita me- 
moria compilata dal dottissimo D. Gio.Ros- 
si, scrittore della Real Biblioteca Borboni- 
ca , e ^ autori da lui eitati ; pubblicata 
in Napoli pe*tipi della Stamperia Francese 
nel 1829. 



Dante ebbe altri buonissimi amici, tra' 
quali meritano essere ricordati (ruido Ca- 
valcanti, filosofo e poeta, Giotto ^ restitu- 
tore delia dipintura , Oderigi da Gubbio, 
miniatore, Casella, ottimo cantore ,'/>ait/c 
da Maiano e Cttio da Pistoia, poeti , ed 
Emmanude Giudeo (1) : dippiù , Carlo 
Martello figliuolo di Carlo 11 re di Na^ 



fi) Nella eennata memoria il lodato scrittore 
signor Rossi fa pure meniione di Emmanuel 
Glodeo » amico di Dante e di Bosone , e rì- 
pofta ancora tàcusd sonetti di qaello parte editi 
e patte inediti , li spiali credo che non sarà 
ioaUle qvi inserire. Uno ha egli estratto da un 
codice ddla Real Biblioteca Borbonica so la 
bizzarra e inordinata nalura di amore, ed è 
qoesto : 

XmoT non lesse mai 1* Are Maria , 
Amor non tenne mai legge né fede; 
Amor è un cor che no ode né Tede» 
E no sa aiai che mesora se sia. 

Amor è ona para signoria , 
Cile sol si ferma in Toler ciò che chiede: 
Amor tk come pianto che pro?ede , 
E sempre retrase per ogni via. 

Amor non lassò mai per Pater nostri, 
!fè per incanto suo gentil orgoglio , 
Né per tema di giunte perché giostri. 

Amor sa quelle , di che più mi dogUo » 
Che no sfattene a cosa eh* io gli mostri. 
Ha sempre mi sa dir: pur cosi Yoglio. 

Due altri leggonsi ne* codici Barberini , dai 
^«all n'ebbe copia il tanto benemerito P. Gio- 
Tanni Andrea della Compagnia di Gesù , e Pre- 
fetto della Real Biblioteca Borbonica ; in essi 
r aatore fk conoscere la instabilità del suo ca- 
laiiere politico e morale , «inai si pad aspettafe 
da nn Giodeo : eccoli : 



E del bon Moyses poco sanare , 
E Juxuria de Hachon preziuso. 
Che no ten fede de la zentare en zoso. 



Ewsmmmuk Gimdeo a wkesser Bosone 
da€MHo. 

Gastoso no mi conosco, e nom oda p 
Che r esser proprio si é gibelino , 
En Roma so Colones et Ursino , 
E piaiemi so l' ano e 1' altro a loda. 

U sm eascona parte golfh goda, 
EU Romagna so zo Zapetino: 
Mal Zodeo so , e no Saracino » 
Ter Ciàstiani no drezo la proda: 

la d* ogni leie so ben desiroso 
En alcnna parte : Toler oservare 
De cristiau lo ber el manzan» 






Se Sant Petro e Sant Paulo del' una parte, 
Mojrses et Aaron da l' altra stesse , 
Machon e Trivichan zascun volesse, 
Ch'eo mi rendesse a volontà ni a parte; 

Zascun di lor me ne pregasse en sparte , 
Duro mi pare ch'eo gli ne credesse; 
Se non da dir a chi meio mi plazesse , 
Viva chi vinze , eh' eo so di sua parte. 

Guelfo ni gibilin , nero ni bianche , 
A chi plaze il color, quel se ne'l porte. 
Che ferirò da coda e starò francho. 

E mio compar tradimento stia forte , 
Che di voltar may non mi trovo mancho. 
Aitar zascon che vinze infin a morte. 

E ve n' é un altro con cui Emmanuel Giu- 
deo risponde al sonetto di Bosone su la morte 
di Dante : riportiamo qui tutti e due. 

^ofone o Manosi Giudeo, euendo morto Dante, 

Dae lami son di nuovo spenti al mondo , 
In cui virtù e bellezza si vedea : 
Piange la mente mia che già rldea 
Di quel che di saper toccava '1 fondo. 

Pianga la tua dal bel viso iocondo 
Di cai tua lingua tanto ben dicea : 
Ohimè dolente che pianger dovea 
Ogn'uomo che sta dentro a questo toUdo. 

E pianga dunque Manoel Giudeo , 
E prima pianga '1 suo proprio danno , 
Poi pian^ '1 mal di questo mondo reo; 

Che sotto '1 sol non ita mai peggior anno i 
Ma mi conforta che credo che Deo 
Dante abbia posto in glorioso scanno. 

Rypoffa di Bmwumuel Guideo^ 

Io che trassi le lagrime dal fondo 
Dell'abisso del cor, ch'en su l'envea. 
Piango ch'il faoco del duolo m'ardea. 
Se non fosser le lagrime in che abondo. 

8 



l. 



&8 



OSSERVAZIONI 



poli , IT^ucetofie della FaggiwAa , t Ma- 
laspina , \ Sealigeri , i toXmOani, i Ma- 
ìaXttUi ed altri polenti e nobili signori di 
quei tempi : e credo che sia da aggiungere 
il Stracco y padre dell'illustre Francesco 
Petrarca, sbandito di Firenze nell'anno 
1302 , nel quale erane stato esiliato Dan- 
te medesimo. 

Ebbe nondimeno nemici assai ; né po- 
tea andare altrimentì in un governo di- 
viso in fazioni : n* ebbe pare qualcuno per 
invidia , oual fu Ctcco (f Alcoli j filosofo 
e poeta di poca considerazione. 

Prima di passar oltre conviene toccar 
qualche cosa di Dante padre di fami^ia. 
Dice il Boccaccio , che duranti le lagrime 
di Dante per la morte di Beatrice, i di 
lui parenti per consolarlo alouanto del do- 
lore di quella perdita ^ si determinarono 

Che la lor piova a norUl profondo 
Ardor » che del mi mal fuor mi tithea» 
Per DO morir , per tener altra vea , 
A percoter sto forte el nò ha fondo. 

Et ben può pianger Chrìstiano et Giudeo » 
Et ciaschedan seder in tristo scanno : 
Pianto perpetuai m'è fatto reo. 

Perch* i' m' accorgo che quel fa'l malanno: 
Sconfortomi ben eh' i' veggio che Deo 
Per invidia del ben fece qael danno. 

Dorè il lettore è pregato di ricordarsi che 
1* autore avendo conchiuso il suo sonetto con 
questa esecrauda bestemmia : Sconfortomi hen 
«e. ri appalesa non pur perfido giudeo , ma 
uomo al tutto privo d' ogni sentimento di re- 
ligione. 

dL questo Manuel Giudeo si hanno pochis- 
sime notizie. Come vuole il lodato signor Ros- 
si, egli era, d'ho accennato. Giudeo stabilito in 
Italia ; e pare che abbia deposto V errore della 
«uà Me dann sonetto inedito, pubblicato da 
esso signor Rossi , di Rosone da Gubbio , di 
risposta ad un altro sonetto di Gino da Pisto- 
ia , il quale metteva Manoello nell* inferno in- 
sieme con Dante. Eccoli tutti e due : 

Cina da PUtoia a 9U$nr Pofone da GukHo. 



Messer Bosson , il vostro Hanoello , 
Seguitando 1* error della sua legge , 
Passato é nell' Inferno , e prova quello 
Martir che è dato a chi non si corregge. 

Non è con tutta la comune gregge , 
Ma con Dame si sta sotto ai cappello, 



a dargli moglie. E qui esso Boccaccio non 
approvando né punto nò poco questa de- 
terminazione, si scaglia acerbamente con- 
tro le donne , e vorrebbe quasi del tutto 
proscrìtto il matrimonio de'letterati « con- 
chiudendo che le donne tra le altre sol- 
lecitudini che arrecano a* loro mariti, sono 
assolutamente contrarie adi studi. A di- 
fendere Dante di questa voluta impruden- 
te determinazione , risponde per me il più 
voUe lodato Aretino, dicendo che il Boccac- 
cio non fi ricorda, che Socrate, Upik no- 
bile filosofo che mai fiuH, M$ mogfie o 
figliùoU, e uffici mOa rfpMliea déOa sua 
dna: e ArUÌMele, cko non n può dirpii^ 
là di sapienza e di doitrina , Me dke mo- 
gli in vari tempi , ed Me figliuoli e ric- 
chezze assai. È Marco TViUio, e Catone, 
e Varrone e Seneca, latini sommi filosofi. 

Del qnal , come nel libro suo si legge , 
Vide coperto Alesso Interminello. 

Tra lor non è solano né coruccio ^ 
Del qual fta pien Alesso, eom'un orso, 
E rnggia là , dove vede Castruccio. 

E Dante dice: quel da Tiro è morso. 
Mostrando Monoello in breve sdmceio . 
E l'nom che mnestò il persico nel torso. 

Mosone da Gubbio a Cine da Pistoia. 

Manoel che mettesti in quello Avello, 
Ove Lucifero più che altri reggie , 
Non è del regno di colui , ribello 
Che'l mondo te* per riempir sue seggie. 

E benché fbsse in quello loco fello , 
Ove il ponete , ma no chi ve'l leggie , 
N' area dipinto il ver vostro pennello 
Che lui e Dance coprìa tal laveggie. 

Alessi raggi sotto quel capuceio ; 
Ma no se doglia se colui è corso , 
Lo qual fece morir messer Guerruccio. 

Dante e Manoel compian lor corso 
Ove é lor cotto lo medollo e 1 buccio , 
Tanto che giunga lor lo gran soccorso. 

L* ultima tenina di questo sonetto, roetten- 
doli in luogo , ove è lor eette lo WMdoUo e *i 
bueeio. Tanto che gimuga lor lo gran soeeorsot 
dà luoffo a sospettare , che secondo le spe> 
ranxe di Rosone, Dante e Manoello erano in 
Purgatorio, dove quest'ultimo non avrebbe- 
potuto essere neppure da amichevole sperans» 
allogato, se passato fosse di vUa segidtando' 
Vsrror delia sua leggìi^ 



e II 1 T I e II E 



59 



ttiifì eUtero mofilie ^ biffici e gorcrni nella 
rt^Mdica. Siechè perdonimi il Boccaccio, 
i mtfi giudizi umm molto fievoU in questa 
fsrfe^ moUo distanti dalla vera opinione. 
Vuomu> è animale eitile, secondo piace 
a HUf % flosof. La prima congiunzione, 
Mia quale multipUcata nasce la città, 
e Marito e moglie; né può esser perfetta 
àmct questo non sia ; e solo questo amore 
è nmtmrale legittimo e permesso. 

G>iidaiinato cosi in generale il matrì- 
monio di Dante, vuole il Boccaccio ch'egli 
abiMa dipoi abbandonata la moglie. Or da 
ciò chi non sospetta la essere stata infa- 
me? Iniatli esso Boccaccio, dopo aver mi- 
nutamente ragionato delle varie cagioni 
per le quali le mogli rendono sé inmmi, 
e i mariti infelici , afferma che dette ca- 
coni o altre a quello somiglianti dierono 
luogo a quello abbandono. Non di meno 
io credo Ae lei fosse stata innocente, e che 
Dante non l'abbandonasse che all'epoca del 
di lui esilio , e per sola cagione del men- 
Uesimo ; ed ecco come sul proposito Tar 
2Ìono: Dante divenne marito verso il 1291, 
i^ fa esfliato nel 1302. Ora il Boccaccio af- 
ferma che Dante generò più figliuoli , e 
benché ne indichi due soli per nome, pure 
l'espressione ptù figliuoli persuade che fu- 
rono più di due: trovo difatti che il Ti- 
raboschi dietro V autorità di sommi scrit- 
tori ne numera sei , e sono : Pietro, Ia- 
copo , Gabriello , Aligero, Eliseo e Bea- 
trice .- ed è in dubbio se furono sette, pe- 
riKxhè alcuni vi aggiimgono Francesco, 
che altri dicono ossene stato non figlio, 
ma fratdio di Dante. Quindi non avrebbe 
[Mituto procreare tanti iii^ì se prima del 
MIO esiho non fosse vìssuto insieme con 
It^i : che non corsero che dieci o undici 
anni, dal 1291, epoca dt^ di lui matrimo- 
nio, al 1302, epoca del suo esilio. Con- 
ferma questa opinione ciò che scrìve lo 
stesso Boccaccio in altro luogo della Vita 
di Dante ; ove in contraddizione di quanto 
a\ea detto di sopra, afferma: Uscito dunr 
fu DasUe m eaùU maniera di quella Cit- 
tà, della quale egli mm solamente n'era 
stato citUtdisw, ma n' eraìw i suoi mag- 
gii/ri steUi reUficatori; e lasciatati la sua 



donna insieme con V altra famiglia male 
per la piccola età alla fuga disposta j di 
lei non si curò , perchè di sanguinila la 
sapeva ad alcuno de^ principi della parte 
avversa congiunta. Dove si vede che Dan- 
te anche quando fu esiliato da Firenze ave- 
va cura delia moglie egualmente che di 
tutta la famiglia, la quale, perchè vi era- 
no de* figliuoli di tenera età, seco non tras- 
ferì altrove, perchè trasferir non si po- 
teva senza pericolo, e perchè la sapeva 
ad alcuno de' principi della parte avverta 
congiunta. Ecco perchè, mai né dove ella 
fosse volle tenire, né sofferse che dote egli 
fosse ella venisse. 

De' sei o sette figli che ebbe Dante , 
non ci restano memorie che di due soli, 
Piero e Iacopo ^ de' quah fu ciascuno , co- 
me attesta il Boccaccio , ottimo dicitore 
in rima. Dal^onardo Aretino abbiamo che 
Piero studiò ìsf legge e divenne valente, 
e per propria virtù e per favore della me- 
moria del padre si fece grand^uomo, e gua- 
dagnò assai , e fermò suo stato a Verona 
con assai buone facoltà. Da costui nacque 
un figliuolo chiamato Dante , e da questo 
Dante nacque Leonardo , il quale attempi 
di esso Aretino era vivente , e si mosse 
di Verona e andò a Firenze a vedere l.i 
patria de*suoi maggiori. 11 detto Piero com- 
pose alcune rime ed un comento inedito 
su la Divina Comedia , e mori in Trevi^i 
nel 1361. Fu amico del Petrarca , come 
si raccoglie da alcuni versi di costui a quel- 
lo scrìtti, li di lui germano Iacopo non si 
mosso mai di Firenze , dove attese allo 
studio della Poesia sotto Paolo dell A- 
baco, come appare dal seguente sonetto 
riportato dal Croscimbeni nella storìa della 
Volpar Poesia; quantunque il Tiraboschi 
sia di contraria opinione : 

Iacopo Alighieri a maestro Paolo delTAbaco 

Udendo il ragionar dell' alto ingegno , 
Che rende lume dell'alto intelletto, 
Per mio caro maestro vi ho eletto , 
E come a padre a voi ricorro e vegno. 

Per un pensier che neìh mente tegno , 
U qual pon poco mi tien in sospetta;. 






00 



OS&XaVAZIONI 



E sempre acceso mi starà nel petto « 
S e con vostra fontana io non lo spegno. 

Ad unque a tal disio date conforto , 
^n me spirando vostro gran valore, 
S i ch*il ver chiaro per voi mi sia scorto. 

Dir se amor è pria che gentil core , 
O gentil core pria che Amor fu orto, 
O se piuttosto r un dell* altro more. 

Iacopo infatti fu valente Poeta , e com- 
pose , oltre il capitolo sopra la Divina Co- 
media, che seguiterà ijuello sopra accen- 
nato di Bosone, infine di queste ossertazify 
ni, una Poesia divisa in più capitoli intito- 
lata il Dottrinalo, dove trattasi della essenza 
e composizione dell' universo , e dellabito 
delle nostre virtù ; ed altre rime per quan- 
to io sappia finora inedito. 11 signor Ben- 
civcnni Pelli nelle sue memorie per la vita 
di Dante, con molto studio ed erudizione 
formò r albero genealogico di tutti gli a- 
sccndenti e discendenti di Dante stesso; 
dal quale albero si raccoglie che la di lui 
famiglia ebbe origine da Cacciaguida nel 
secolo XII , e fini io Ginevra , figlia di 
Piero discendente da quel Piero figlio di 
Dante stabilito a Verona , di cui si è detto 
di sopra, maritata nel 1549 nel conto 
Marcantonio Sarego veronese. 

Un* altra osservazione è necessaria a 
fare , perocché su questo che io verrò a 
dire , il Boccaccio non parmi tanto chia- 
ro. Èm, die* egli , al tempo di costui la 
fonntina cittadinanza in due parti divisa, 
cioè runa de' guelfi e 1* altra de ghibellini. 
Ala Dante a quale apparteneva? Per quan- 
to io sappia, guelfi furono i suoi maggiori, 
ed egli ancora fu guelfo, e come guelfo 
fu elevato alla carica di Priore , perchè 
allora il reggimento di Firenze era tutto 
in mano de* guelfi. Ma vedendosi di li a po- 
co deposto da si nobile ufficio e calunniato 
diestor$ioni e baratterie, e spogliato di tutti 
i suoi beni, e condannato ad andar esule e 
ramingo , ed a tanto danno non da ghibel- 
lini, ma da guelfi essere stato ridotto; mutò 
talmente partito , che divenne uno de' più 
fieri ghibellini che mai furono a que'tempi. 
Nondimeno, se delle risoluzioni che si pren- 
dono in tempo di collera e di vendetta non 



è da tener conto, sembra che Dante prima 
della sua condanna , per seguitare il |>ar- 
tito de' suoi maggiori fosse stato guelfo, 
e non per propria elezione: ma privo di 
ogni odio di parte , ei non pendeva né per 
r una né per l' altra : e l' unico suo scopo 
era la giustizia ed il pubblico bene; anzi 
abborriva talmente nel cuore suo il nome 
di parte, che determinato avea nell' animo 
di ridurre a unità i suoi concittadini, come 
aflermail Boccaccio > nella vita del Poeta, 
là dove dice : A volere ridurre in unità 
il partito corpo ddla tua repubblica, pose 
Dante ogni suo ingegno , ogni arie, ogni 
studio ; tnostrando ad ogni einadino pOs 
savio come le gran cose per la dùcordia 
in breve tempo tornano a niente^ eUpic^ 
cole per la concordia crescono oW is^mi- 
to; ec. 

Il Boccaccio non dice con chiarezza qual 
fosse lo stato politico di Firenze in quei 
tempi, né la precisa cagione della cacciata 
diJDante; onde per bene intendere questa 
parte della istoria del nostro Poeta, non fia 
inutile di fame qui brevemente menzione. 
Lo discordie fra la famiglia de* Buondel- 
riionti e quella degli Uberti aveano da mol- 
ti anni tribolata la città di Firenze, quando 
Federico II imperatore volendo accresce- 
re le forze sue contro il Papa e le repub- 
bliche italiane , diedesi a favorire gli U- 
berti e i loro seguaci , d'onde nacque che 
i Buondelmonti furono cacciati, e delle due 
parti runa seguitò l'imperatore e l'altra 
il Pontefice, e Firenze come tutte le al- 
tre città di Italia furono miseramente di- 
vise in ghibeUim ed in gudfi. Morto Fe- 
derico e succedutogli Manfredi suo fi- 
gliuolo naturale, i fiorentini , stanchi di 
sopportare il giogo straniero , chiamati i 
guelfi, elessero di vivere liberamente, di- 
rizzando lo leggi contro la potenza dei 
grandi tanto per l' addietro favoriti da 
Federico ; e da ciò nacquero nuove di- 
scordie , cagione di sanguinose guerre fra 
cittadini. Né questi disordini cessarono do- 
po la morte di Manfredi, perciocché d indi 
a non molto essendo rictiiamati i guelfi tt 
ì ghibellini , fu creato un Gonfaloniere di 
giustizia contro la potenza de' grandi. Ma 



e R I T I e UE 



61 



non tirò a lungo la tranquillità goduta da 
Tirenze sotto tal reggimento , perocché fu 
eUa bentosto costretta a sentire la rifor- 
ma di Giano della Bella, il quale delibe- 
nndo che le famiglie , le quali avessero 
afillo tra loro de' cavalieri, non potessero 
prendere autoriti ne' supremi magistrati, 
fomentò gli odi civili, e preparò gli ani- 
mi alla divisione de* Cerchi e de' Donati, 
la quale fu tosto inasprita da' Neri e dai 
BiaDchi, che, stanchi di perseguitarsi in 
Pistoia , corsero in Firenze, la quale fe- 
cero partecipe ddle loro discordie. Intanto 
quei di parte Nera deliberarono di chie- 
dere al Papa uno di sangue reale che ve- 
niiae a riformare lo stato. I Priori , tra 
quali era Dante , tennero questa delibe- 
miooe come una congiura contro il vi- 
ver libero 9 e confinarono alcuni de' capi 
d'aaibedoe le parti , cioè i Neri in Castel 
della Pieve , e i Bianchi in Serezzana , 
fra quali fu il celebre Guido Cavalcanti, 
tanto tenero amico dell' Allighieri. Ha in- 
fermatosi Guido per cagione del cattivo 
aere di Serazzana, la parte Bianca fu ri- 
chiamata, e gli esuli di parte Nera tanto 
per ciò 8* indispettirono , che si rivolsero 
a P^pM Bonifacio , e tanto poterono presso 
ài lui con le false informazioni , che egli 
À determinò di mandare a Firenze Carlo 
di Vabis della famiglia reale di Francia, 
il quale en. allora in Roma per passare 
in Sicilia contro Federico d'Aragona. Ve- 
nuto dunque a Firenze in qualità di pa- 
ciere , non tardò molto a far conoscere 
la sua mala intenzione, perciocché fattosi 
campione de' Neri « si die .tutto ad innal- 
zarli , ad abbattere i Bianchi , e a trarre 
danari da tutti. In questa occasione i prin- 
cipi di parte Bianca furono tutti esiliati. 
Dante, allora in Roma ambasciatore per 
offerire al Papa la concordia de' suoi cit- 
tadini , credea di non aver di che temere 
di sé. Ha Corso Donati principe de' Neri, 
per vendioarsi ddl' esilio sostenuto da lui 
poco prima, essendo Dante Priore , lo fece 
imputar di estorsioni e di baratterie, e di 
molte altre calunnie ; per la qual cosa ei 
fu subito condannato^ a 37 gennaio Ì30S 
ad una nvdta di 8000 lire* e a due anni 



di esilio; e se non pagava la somma im- 
posta, si ordinò che ne fossero sequestrati 
i beni , come infatti avvenne. A'IO marzo 
dello stesso anno si emise altra sentenza 
contro Dante e parecchi altri cittadini, con 
la quale si prescrisse che eglino, capitando 
nelle mani del comune di Firenze, fossero 
arsi vivi. Di questa sentenza il Tiraboschi 
ne allega copia tratta dal monumento origi- 
nale scoverto nell'archivio del comune di 
Firenze Tanno 1772. 

Da ultimo ci resta a vedere quella parte 
delia vita di Dante , nella quale egli si 
riguarda come uomo di lettere. Non par- 
lerò del preteso sogno avuto dalla madre 
di lui mentre erane incinta; sogno che il 
Boccaccio, per dare del maraviglioso ad o- 
gni cosa, parmi che si diffonde troppoarac- 
contarci. Neppure mi fermerò a ragionare 
dell'oroscopo che altri dicono averne forma- 
to Brunetto Latini. Sif&tte cose, come sa- 
viamente riflette il più volte lodato Tirabo- 
schi , oggi non ottengono fede si facilmen- 
te come ottenevanla a' tempi antichi. Dirò 
solo che se da natura dotato non fosse 
stato di più che ordinano ingegno, com- 
porre non avrebbe potuto quel suo vera- 
mente maraviglioso lavoro della divina Co- 
media , per lo quale divenne immortale. 
Infatti egli, a dirla con le parole del si- 
gnor de Cesare nella vita del Poeta, al mio 
tempo era in Poesia quel che Giotto era 
in Pittura : Leonardo da Vinci e Raffatìr 
lo han fatto obbliar Giotto ; il Tasso e lo 
Ariosto non han fatto obbliar Dante , né 
han potuto in menoma guisa rimuoierio 
da queU^ alto seggio di onore , oee ejK 
trionfa e trionferà sempre alla testa ài 
tutti gli epici italiani ; imperciocché il 
bello deUe circostanze e de' tempi sparisce co* 
tempi e con le circostanze; il bello assoluto 
resiste al rapido corso de* secoli , per ea* 
sere fondato su la natura, e indwendenU 
affatto daUe umane opinioni. Che però 
toccando brevemente l'altre sue opere, mi 
fermerò ad esporre i pregi di questo suo 
capolavoro ; racco^ndo i giudizi de' più 
assennati uomini e sonami critici, in ispe- 
ciaHtà del Tiraboschi e del Honti. 
I La Vita Hucfea » come mostrato è dì 



62 



OSSERVAZIONI 



fiopra contro Y opinione del Boccaccio e 
di tutti quelli , che ingannati dalla sua 
autorità y lo seguitarono , è un componi- 
mento morale di amore puramente intel- 
lettuale. Dove oltre quel che ho detto nel 
principio di queste osservazioni, non sar^ 
inutile allogar qui la confutazione di un 
altro errore del Boccaccio là dove dice 
che Dante negli anni più maturi si ver- 
gognava di aver fatto quest'opera; peroc- 
ché ciò vìen contraddetto da Dante stesso, 
solennemente approvandola nel principio 
del suo Convito , ove cosi dice : « E se 
4c nella presente opera, la quale è Convito 
« nominata, e vo* che sia, più virilmente 
a si trattasse che nella Vita Nuova; non 
a intendo però a questa in parte alcuna 
« derogare , ma maggiormente giovare 
<i per questa quella ; veggendo , siccome 
« ragionevolmente, quella fervida e pas- 
te sionata , questa temperata e virile. 
« Che altro si conviene e dire e 0|)erare 
ti a una etade che ad altra; perchè certi 
« costumi sono idonei e laudabili a una 
<( etade , che sono sconci e biasimevoli 
« ad altra ... E in quella dinanzi alla 
« entrata di mia gioventude parlai, e in 
<( questa dipoi , quella già trapassata. » 

Il Convito è pure componimento mora- 
le; e racchiude molta dottrina e dà molti 
lumi per Tintelligenza della divina Comedia. 

11 libro de Monarchia è un trattato po- 
litico nel quale l' autore imprese a soste- 
nere i diritti imperiali , e scrisse di essi 
e deir autorità della Chiesa come poteva 
aspettarsi da un Ghibellino che dal con- 
trario partito riconosceva il suo esilio e 
tutte le sue sventure. 

Nel trattato de Vulgati eloquetUia , che 
la morte gì' impedì di terminare , si parla 
della lingua comune d' Italia » de' suoi vari 
dialetti , e della forma e natura de* versi 
« componimenti volgari. La traduzione 
di questo trattato è del TrisalDO. 

Abbiamo poche lettere dirette a diversi 
Personaggi , ed una al Pòpolo ed al Gover- 
no di Firenze , la quale, per muoverlo a 
compassione e farlo riehiamare diJl'esilio, 
comincia con le affettuose parole che Gesù 
Cristo di98e al popol sua ; JPopnU mmt9. 



quid feci h*6t? 

Abbiamo pure la traduzione in versi 
italianìde*Salmi penìtenziah, del Simbolo 
Apostolico , deirÒrazione Domenicale e di 
altre simili cose sacre , ed una canzone 
in lingua provenzale, ed alcune egloglie. 
Quantunque sulla legittimità di queste o- 
pere varie siano le opinioni de* dotti ; 
ed Apostolo Zeno sia di parere che le 
poesie sacre fossero opera o di Antonio 
dal Beccaio ferrarese , o di altro poetn 
contemporaneo del Petrarca. Per ciò poi 
che riguarda il Credo, ed il motivo |)ci 
quale Dante il compose , dicesi che aven- 
do Dante in vari luoghi della Coraiedia 
amaramente censurato i Frati, e nel canto 
XI del Paradiso facendo dire a S. Tom- 
maso che il peculio ossia il gregge di S. 
Domenico è fatto ghiotto di nuoioa vivandaf 
cioè di ricchezze ed onori mondani, ed al- 
tre cose poco onorevoli alla monastica di- 
sciplina, ciò provocò centra di lui un in- 
tero monastero di Frati, i quali ddibe- 
rati fra loro di accusar Dante, denuncia- 
rono al Tribunale della inquisizione che 
nella Comedia vi era tanto di eretico che 
bisognava farla ardere; e lui dissero simil- 
mente che non credeva in Dio, e non os- 
servava gli articoli della Fede. Di che 
citato, e venuto Dante avanti ali* inquisi- 
tore, e da lui trattenuto con varie inter- 
rogazioni durate infino, anzi oltre, vespro. 
Dante domandò tempo fino all' indomani 
{)er presentare in iscrìtto come egli credea 
in Dio, ed osservava gli articoli della feile. 
E concedutaci tale licenza, vegghiò tutta 
la notte, e compose il suo Credo in terza 
rima, quale presentato all'inquisitore, e 
lettolo , non solo rìmandOi Dante , ma ri- 
prese ancora i Frati che ^^to aveano di 
accusare un uomo che tanto aggiustata- 
mente pensava della Religione , e credea 
in Dio. E i frati stessi suoi accusatori ri- 
masero compresi di maraviglia in leggendo 
quel Credo, considerando come in si poa> 
tempo avesse potuto comporro opera si 
difficile. Questo fatto però non è asserito 
da veruno contemporaneo , ed il Boccac- 
cio stesso nulla dice né dell* accusazione 
né del Credo: che però ne lascio il giù- 



CRITICHE 



63 



dizio lìbero al lettore, e passo alla Co- 
inedìa. 

La Comeiia è la descrizione d*una vi- 
swae che il Poeta finge di avere avuta 
vfrso r anno 1300 dal lunedi santo fino 
al A di Fasqna. In questa visione egli 
finge di essere stato condotto nell' Infer- 
no nel P^atorio e nel Paradiso. Questo 
sorprendente componimento , in cui sfol- 
^yreggia ad ogni tratto la vivacità delia 
fantasia e la sublimità dell' ingegno di 
Ilante , è pieno di tanta dottrina j che 
eon esso alla mano un buon critico po- 
trebbe fissare qual era lo stato dello spirito 
umano nelle lettere e nelle scienze in quei 
tempi , e misurarne il progresso fino ai 
d nostri. In esso si vede la profondità dei 
caleoli della Geometria, in esso la Fisica 
e r Astronomia, in esso la Storia e la Po- 
litica, in esso la Filosofia eia Teologia. 
!M questo è tatto ; perocché Dante non 
ni contentò di racdùudere le dottrine che 
in allora si eonosceano; ma alcune ezian- 
dio a suoi tempi del tutto ignote egli 
predisse e fissò. E non anticipò egli Topi- 
mone del Galilei: che il vino altro non 
è $€ non luce del soU mescolata con Vurni" 
4o delia vite , quando nel XXV del Pur- 
gatorio disse : 

E perchè meno ammiri la parola , 
Gnarda 'I eàlùr del Sol che si fa vino 
Ginnio affwnor che dalla vite cola f 

E prima di Cristeforo Colombo non ripu- 
tavasi una solenne fanfaluca la opinione de- 
ci! antipodi? Ebbene! ]>ante prevenne ilCo- 
iombo: perocché avendo percorso tutte Tln- 
femo , r idtima bolgia del quale e^i fin- 
ire essere nel centro della terra ; e ap- 
pena egli e Virgilio passarono cotesto 
centro , montano invece di discendere, e 
per c orr o no il Purgatorio figurato nella re- 
gioneopposta.IKppiù arrivati alTaltro emis- 
iero scnopfono un nuovo cielo e nuove 
eosteBaziom , tra le quali sono da notarsi 
quattro stelie ehe Dante dice d* aver ve- 
dute nd polo antartico , il quale per la 
etevazione dei polo bofeale e a noi invi- 

tibOe. Dm secoli dopo di lai qoeste stdle 



furono realmente scoverte ! Ma proseguia- 
mo coli' elegante e giudizioso Monti a ri- 
guardare più indentro queste anunirabile 
opera. 

Nato Dante in un'eiX)ca in cui l'Italia 
era tetta lacerate da intestine discordie , 
e macchiate di orrìbili delitti; egli concepì 
allora il disegno di coprire d' infamia gli 
scellerati, e vendicare la virtù calpestete 
e ridotte alladisperatione. Flagellando dun- 
que i cofpevoli, non dimentica di premiare 
gr innocenti e virtuosi : eccogli quindi 
nella mente, il piano di un poema ove aver 
pronto il gast^o de' dritti e il premia 
delle azioni onorate ; e perchè questo 
premio e questo gastigo non siano pas- 
saggieri , egli li va a cercare nel seno 
dell'eternità. Ed ecco creare di sua fan* 
tasia un Inferno un Purgatorio ed un 
Paradiso. 

Egli conobbe ch'essendo straniero ne' 
regni dell' Eternità , avea di bisogno di 
gi^e che lo accompagnassero. Virgilio 
gli si ofire il primo , e con lui scende a 
visitare le ombre de' trapassati nell'or- 
rendo abisso infernale ^ da lui descritto 
come una gran voragine partente dalla 
superficie e terminante nel centro della 
terra , divisa in dieci grandi recinti tetti 
concentrici. In queste immensa spira- 
le i cerchi vanno diminuendo di gran- 
dezza , e le pene aumentando di rigore, 
finché si arriva a Lucifero che vi giace 
nei fondo. E notisi pure che la spirale 
ed il cerchio sono di quelle idee sem- 
plicissime con le quali si ottiene facil- 
mente l'idea della eternità , perchè il 
cerchio non ha né principio né fine. 

Scorso r Inferno , i due Poeti s' inca- 
minano pel Purgatorio. È queste una 
montagna la cui sommità si perde nel 
cielo , e che ha in altezza ciò che ha 
r Inferno in profondità. Qui i tormenti 
vanno diminuendo a misura che si salisce 
su, e giunto finalmente afia sonunità im- 
mantinente si entra in ^iradiso , e Vir* 
gilio, sotto il cui nome il poeto intendea 
la Ragione , cede suo posto a Beatrice, 
nella quale è figurate la Teologia. Quindi 
li Poeto Scompagnato da 



6& 



OSSERVAZIONI 



di spera in spera , di chiarore in chia- 
rore , di \irtu in virtù per tutt* i gradi 
della felicità e della gloria , fino agli splen- 
dori dell* Empireo, ov'^i è presentato 
at^trono dell'Eterno. 

Strana ed ammirabile Impresa ! Risa- 
lire dair ultimo abisso delF Inferno fino 
al santuario de*Geli; abbracciare la dop- 
pia gerarchia de*mi e delle virtù, Testre- 
ma miseria e la suprema beatitudine, il 
tempo e Y eternità ; dipingere Y Angelo 
e r uomo , l* autore di tutt' i mali e il 
Santo de* Santi ; e in mezzo a queste 
pitture collocare la storia , le opinioni , 
ì costumi e tutte le colpe de*suoi tempi! 
In mezzo a tanti pregi dispiace qualche 
durezza di hngua , qualche immagine non 
naturale, ed un certo languore in taluni 
canti. Ma ricordiamci de* tempi in cui 
quest' opera fu composta , ne' quali nes- 
suno ancora avea adoperato la poesia né 
la lingua italiana alle cose sublimi. Dante 
fu il primo che nobilitò Funa e T altra; 
e vi riuscì talmente che malgrado le no- 
tate imperfezioni, Tltalia si pregerà sem- 
pre di studiare ed ammirare in lui le bel- 
fezze poetiche e le eleganze e la purezza 
della favella, e non potrà mai negargli il 
meritato titolo di padre della lingua e della 
Poesia italiana. 

Appena fu pubblicata la Divina G)me- 
dia, 1 primi uomini di quel secolo si die- 
dero a cementarla , ed a scrìverne. I 
primi furono Iacopo e Pietro figliuoli di 
l)ante, e Rosone da Gubbio. L'Abate 
Hehus parla di cementi fatU da Accorso 
de' Ronfantìni francescano , da Micchino 
da Mezzano canonico di Ravenna , e da 
un anonimo che scrìveva nel 1334 , e da 
altrì dello stesso secolo. Nel 1350 sei dotti 
furono da Giovanni Visconti signor di Mi- 
lano invitati per iscrìvere un ampio cemen- 
to; e di questo, dice il Tiraboscfai, che si 
oouserva copia nella biblioteca laurenzia- 
na in Firenze. Si crede che de' sei autori 
dd sopraddetto cemento , uno fosse il Pe- 
trarca ed un altro Iacopo della Lana. Co- 
munque ciò sia, bassi un cemento di esso 
Iacopo della Lana, che fu più volte mandato 
a stampa: cemento che fu pure tradotto in 



latino ed ampliato da Alberìgo da Roscia- 
te. Nel 1373 con decreto de' 9 di agosto 
il Roccaccio fu destmato a spiegar pub- 
blicamente la Divina oomedia in Firenze, 
con uno stipendio di 100 fiorini Tanoo. 
In questa occasione e^i scrisse il suo ce- 
mento. Nel 1375 essendo morto il Boc- 
caccio, Al nominato a succedergli Anto- 
nio Piovano, nel 1381; al quale successe 
poscia nel 1401 Filippo Villani, ripataUssi- 
mo storìco di quel secolo. Rolo^ inalò 
l'esempio di Firenze , e a legger pubblica- 
mente Dante destinò Renvenutode'Ram* 
baldi da Inoola, che distese un assai stimato 
comento nel 1375. Pisa nominò alla lettura 
di Dante Francesco di Rartolo da Ruti, nel 
1386; e Venezia Gabriello Squarto , e Pia- 
cenza Filippo da Reggio. E quantunque ne* 
secoli posteriorì cessò alquanto questo en- 
tusiasmo per Dante, nondimeno ne* tempi 
nostri «i è eccitato con tanta energia che 
non solo in Italia pubblicamente si legge, 
ma anche ne' paesi oltrementi. 

Dove Dante 1' avesse composta , è que- 
stione che a noi poco riguarda. Il Boc- 
caccio vuole che prima di essere esiliato ne 
avea già composto sette canti , ma vi è 
chi pretende che T avesse principiata a 
Verona, chi a Udine , ec. Il certo è che 
essendo andato profugo di città in città> 
e in nessuna lungamente fermatosi, ne do- 
vette per necessità comporre dove un bra- 
no e dove un altro. Quando l'abbia poi com- 
piuta , io noi so ; ma è facile che non 
molto tempo prima di morire. Non credo 
alla visione avuta in sogno da Iacopo, nella 
quale Dante gli mostra il luogo dove 
erano gli ultimi canti che mancavano alla 
Divina Comedia. 

Aggiungo per la compiuta intelligenza 
di ciò che riguarda questo principe dei 
Poeti , che dolenti i fiorentini di non 
possedere le ceneri di lui più volte do- 
mandate a'ravennati, e sempre in vano; 
si determinarono di ergergli almeno un 
onorario sepolcro. Difatti nel 1818 desti- 
narono alla nobile opera il valente scul- 
tore Stefano Ricci , e nel 1819 il monu- 
mento fu eretto nella Chiesa di S. Croce 
fra le tombe di Michelangelo e di Alfi- 



CRITICHE 



65 



rii. L' opera è di eccellente scultura in 
maniio di Carrara : è fatta a guisa di un 
piedistallo nella somniità del quale sta se- 
dalo il Poeta coronato di piloro, in atto 
«-pgitaboDdo , con la mano . sotto la ma- 
'•eefla , e col gomito sopra il libro , mo- 
^randosene gdoso ; nudo Y omero e il 
petto, circondato soltanto dalla cintola in 
^ da un laigo pallio. A dritta è scolpita 
rilalia in sembianza di bellissima donzella, 
che moitiaio a riguardanti. Davanti al pie- 
dislallo ed alquanto più bassa sorge un ur- 
na, sopra la quale è sdraiata la Poesia che 
lo piange in atto di dolorosa pietà. In fondo 
^i è questa iscrizione del cniar. Zannoni : 

DANTI . ALIGHKRIO 

TUSCI 

HOHOmiRIUM . TUMULCM 

A . HAJOBiaUS.TEE . FRUSTRA. DECRETUM 

AKNO . M. DCCC. XIX 

niLiaTEm • excitarunt. 



E questo è quanto ho creduto giustifi- 
care sulla vita del nostro Poeta , non per 
far carico al Boccaccio , nò per vilipende- 
re r opera di lui, la quale io ho in grande 
estimazione , e deve averla chiunque è te- 
nero delle pulite e classiche scritture del- 
r aureo secolo ; ma unicamente per rac- 
certare la verità. Non ho fatto quanto 
avrei voluto , ma quanto ho saputo e po- 
tuto, e conosco che con tutto ciò io non 
son giunto alla meta desiderata; nonper- 
tanto son certo che il lettore perdonerà 
ciò non solo alla insufiBcienza de miei ta- 
lenti , ma ancora alla difficoltà dell'im- 
presa ; perocché malgrado la moltiplicità 
delle opere de' contemporanei nelle quali 
dì Dante si parla ; è da dolere che non 
troviamo in alcuna di esse quanto della di 
lui vita può desiderarsi ed è necessario sa- 
pere, non per mera curiosità , ma per la 
retta intelligenza della divina Comedia e 
della storia del secolo XIII. 



vnra 1WI.LI otsaavAZiom. 



ai 



CREDO 



DI 



DANTE ALLIGHIERI. 



1 lo scrìssi già d'amor più volte in rime, 
Quanto più seppi dolci belle e vaghe, 
Ed in pulirle oprai tutte mie lime. 

4 Di ciò son fatte lo mie voglie smaghe, 
Perch' io conosco avere speso invano 
Le mie fatiche ad aspettar mal paghe. 

7 Da questo falso amor ormai la mano 
A scrìver più di lui io vò rìtrare , 
E ragionar di Dio come Crìstiano, 

10 lo credo in Dio Padre, che può fare 
Tutte le cose, e da chi tutt'i beni 
Procedon sempre di bene operare. 

1 3 Delia cui grazia terra e ciel son pieni , 
E da lui furon fatte dal niente 
Perfetti buoni lucidi e sereni. 

16 £ tutto ciò che s'ode vede e sente 
Fece 1 etema sua bontà infinita, 
E ciò che si comprende con la mente. 

19 E credo eh* e' l'umana carne e vita 
Mortai prendesse en la Yergin Santa 
Maria, che co suoiprieghi ognor ci aita: 

fi E la divina essenza tutta quanta 
In Cristo fosse nostro santo e pio, 
Siccome Santa Chiesa aperto canta. 

25 El qual veracemente e Uomo e Dio, 
E unico Figliuol di Dio nato 

1. Breve introdozione sino ti verso 9. 
4. Sma^on, smarrire ; qui 9ogli$ mmagh^ si- 
nifica foglie cessate perché rìconosciote cr- 

r»i»te. 



Etornalmente Dio di Dio uscio. 

28 Non fatto manual, ma'ngenerato 
Simile al Padre,e'l Padre ed esso è uno 
Con lo Spinto Santo , ed incarnato. 

31 Questi, volendo liberar ciascuno, 
Fu sulla santa croce crocifisso 
Di grazia pieno , e di colpe digiuno. 

2k Poi scese al profondo dell' abisso 
D'Inferno tenebroso per cavarne 
Gli antichi Padrì, ch'ebbero il cor fisso 

37 Ad aspettar che Dio prendesse carne 
Umana, per lor trar della prigione , 
E per sua passion tutti salvarne. 

kO È certo, chi con buona opinione 
Perfettamente , e con sincera fede 
Crede, è salvato per sua passione. 

&3 Chi altramente vacillando crede , 
Eretico e nemico è di sé stesso; 
L'anima perde che non se n'avvede. 

46 Tolto di croce, e nel sepolcro messo. 
Con r anima , e col corpo il terzo di 
Da morte suscitò, credei confesso. 

h9 E con tutta la carne eh' ebbe qui 
Dalla sua Madre Vergin Benedetta , 
Poi in alto in Cielo vivo se ne gì : 

52 £conDioPadresiede,equindi aspetta 

8. Di luif così abbìani corretto , mentre ia 
altra edizione leggesi di lei. 
8. Mitrare, per ritrarre: necessità dirima. 
Vi, Et, cosi anticamente, per ti. 



68 



CREDO 



Tornar con gloria a giudicar li morti, 
E di loro , e de' vivi far vendetta. 

55 Dunque a benfar ciaschedun si conforti , 
E Paradiso per ben far aspetti, 
Ch'alio grazie di Dio saran consorti: 

58 E chi con vizi vive e con difetti , 
Sempre in Inferno speri pene e guai 
Insieme co' Demoni maladetti. 

61 Alle quai pene rimedio già mai 
Non ^i si truova, che son senza fmc 
Con pianti stridi ed infiniti lai. 

6'» Delle qua' pene V anime tapine 
Ci campi e guardi lo Spirito Santo , 
Qual è terza Persona in le Divine. 

67 Cosi ò 1 Padre e lo Spirito Santo , 
Come 1 Figliuolo; e runePaltro è eguale, 
Solo uno Dio , e sol de* Santi un Santo, 

70 Ed ò la v(Ta Ternità cotale 
Che è il Padre e'I Figliuol, un solo Dio 
Con lo Spirito Santo ciascun vale. 

73 Per quellamor e per quel buon desio 
Che dal Padre alFigliuol eternai regna, 
Procedendo, non fatto, al parer mio. 

76 Chi più sottil di dichiarar s'ingegna 
Che cosa sia quella Divina Essenza, 
Manca la possa a dir cosa si degna. 

79 Bastaci solo aver ferma credtMìza 
Di quel che ammaestra santa Chiesa, 
La qual ci dà di ciò vera sentenza. 

82 Io dico, chu'l Battesmo ciascun fresa 
Della divina grazia, e monda '1 tutto 



85 



Quantunque tomi di peccato brutto. 

88 £ senza questo ogni possanza è tolta 

A chiaschedun d'andar a vita eterna, 

Benché in se abbia assai virtù raccolta. 

53. A giudicar li morti, E di loro e de'vivi 
far vendetta : cioè vendicherà i morti, ossia 
i dannali, con punirli nel Fuoco eterno; e ven- 
éieherà i vivi, premiandoli e menandoli nella 
gloria del Paradiso. Notisi il doppio ed oppo- 
sto signiUcato della parola vendetta : mendi- 
care il vizio , punirlo, ga.sligarlo; vendicar la 
virtù , difenderla, premiarla. Anche i latini Tu- 
flérono in questo senso : vindicta Ubertatit, di- 
fcca della libertà, Velleio. 

83. Fre$a, fregia, adorna; dallalino basso 
fre9u$. 




91 Lume è tal volta di quella lucerna 
Che dallo Spirito Santo in noi risplende, 
E con dritto desio si ne governa ; 

di Che'l Battesmo aver si forte accende 
L* arder in noi , che per la voglia iusta 
Nonmen eh averla Tuom insto s'intende. 

97 E per purgar la nostra voglia iniusta 
El peccar nostro che da Dio ci parte, 
La penitenza abbiam per nostra frusta. 

100 >ò per nostra possanza, né per arto 
Tornar potemo alla divina grazia 
Senza Confession da nostra parte. 

103 Prima contrizion quella che strazia 
Il mal ch'hai fatto , e con propria bocca 
Confessai mal che tanto in noi si spazia. 

106 E'I satisfar che dietro a lei s'accocca. 
Ci fa tornar con le preditte insieme 
Aver perdon che con dritto si tocca. 

1 09 Da poi chel rio nemico pur ne preme 
Le nostre fragil voglio a farci danno, 
£ di nostra virtù poco si teme ; 

1 12 Acciò che noi fuggiamo! falso inganno 
Di questo maladetto e rio nemico 
Da cui principio imal tutti quant'hanno; 

115 II nostro Signor Dio Padre ed amico 
Il Corpo suo eì suo Sangue benigno 
AlValtar ci dimostra, com'io dico : 

118 DelproprioCorpo, che nel santo Ugno 
Di croce fu confìtto, e'I sangue spa^ 
Per liberarne dal Demòn maligno. 

121 E se dal falso il ver io ben comparto. 
In forma d'Ostia noi si veggiam Cristo 
Qual el produsse la Vergine in parto. 

12^ Vero è Dio ed uomo insieme misto 
Sotto lo spezie del pane e del vino , 
Por far del Paradiso santo acquisto. 

127 Tanto ò santo mirabile e divino 
Questo mistero e santo Sacramento, 



84. Presa pffregÌA , adorna. Tulli i codici 
leggono cosi h f'd' ogni virtù e H presa; a noi 
piace meglio scriverlo cosi: e d'ogni virié el 
presa , perocché qaell' e 'i presa , renderebbe 
non poco oscuro il senso della parole; oscu- 
rità che cessa subilo che si legge el prma, 
perché el vale t7. come abbiam notato poc'anzi. 

99. Frusta, sferza, punizione. 

106. .4ceocca. Accoccare, attaccare alla oue- 
ca, la quale è quella tacca della freccia in coi 
entra la corda dell'arco. Qui vale attaccai» 
ioiuuilu. 



DI DANTE. 



e9 



Ch' a dirlo sarla poco il mio latino. 

190 Questo ci dà fortezza ed ardimento 
Contra la nostra ria tentazione 
Si che per lui da noi il nemico è vento. 

133 Perchè l'intende hen le orazione 
Ch*a lui son fatte benigne e divote, 
E che procedon da contrizione ; 

136 La possa di ciò fare, e l'altro note , 
L'ore cantar, e dar altrui battesmo, 
Solo è dai preti il volger cotai rote. 

139 Eperfennczza ancor del Crìstianesmo 
AbbiamlaCresma e l'Olio Santo ancora 
Per nffermare quel creder medesmo. 

ikfà La carne nostra almal pronta tutt'ora 
È stimolata da lussuria molto , 
Che a male far ognun sempre rincora. 

143 A tal rimedio Dio ci volse il volto. 
Ed ordinò fra gli uni il Matrimonio, 
Pel qual cotal peccar da noi fia tolto. 

ìhS £ cosi ci difendon dal demonio 
I sopraddetti sette Sacramenti 
Con orazion limosino e digionio. 

151 Dieci abbiam da Dio comandamenti: 
Lo primo è, che lui sol adoriamo, 
Agi' idoli o altri dii non slam credenti. 

i5k E*l santo nome di Dio non pigliamo 
In van giurando , o in altre simil cose. 
Ma solamente lui benediciamo. 

157 Terzo sia che ciascuno si riposo 
D'ogni fatica un di della semmana , 
Siccome Santa Chiesa aperto pose. 

iGO Sopra ogni cosa qui tra noi mondana 
A padre e madre noi rendiamo onore, 
Perchè da loro abbiam la carne umana. 

163 Che tu non furi , né sia rubatore , 
E vivi casto di lussuria a tondo , 
Né di ciò cerchi altrui far disonore ; 

166 Ne giàpercosach'egliaspettialmondo, 
Falsa testimonianza alcun non faccia, 
Perchè col falso il ver si mette al fondo. 
169 Che non sian aperte le sue braccia 
Ad uccidere altrui in alcun modo , 
Che sarà indegno di veder sua faccia. 



tS9. Latino, sostantìTo, vale lingnaggio, 
^»oorso qaalaiiqae, e troTtsi osato da vari 
vfriuori del miglior secolo. V. la Crusca. 

13S. Venia per vinto» necessità di rima. 

174. Yodo, voto, privo. 

laa. rof, lolle, lo^le. 



172 Nò delle colpe sue solverà il nodo 
Chi del prossimo suo brama la moglie , 
Perchè sarìa di cantate vodo. 

175 V ultimo a tutti è che nostre voglie 
Non sian desiderar di tòr V altrui , 
Perchè questo da Dio ci parte e toglie. 

178 Acciò che ben attenti tutti nui 
Siamo a ubbidire ciò che ci dice , 
Fuggiamo il vizio che ci tol da lui. 

181 Prima è superbia, d'ogni mal radice , 
P(*rchè r uom si reputa valer meglio 
Del suo vicino, e d'esser più felice. 

18S^ Invidiaèquellachefal'uomvermeglio, ' 
Che s' attrista veggendo 1* altrui bene; 
Al nemico di Dio lo rassomeglio. 

187 Iraairiratosempreaccrescepene,(de, 
Perchè l'accende 'n furiaedin tìamm'ar- 
Seguo il mal far, e partesi dal bene. 

190 Accidia d'ogni ben nemica guarde. 
Che nel mal farsempresue voglie aggira 
A disperar è pronta, e a ben far tarde. 

193 Avarizia per cui mal si ritira 
Il mondo da cattivi e rei contratti ; 
£ quel lecito fa, eh' a sé più tira. 

196 La gola, che consuma savi e matti. 
Con ebbrezza e con mangiar superchio. 
Morte apparecchia, edalussuria gli atti. 

199 Lussuria , ch'è poi settimal cerchio. 
Amistà rompe , e parentado spezza , 
Fa a ragion ed a virtù soverchio. 

202 Contro questi peccati abbiam fortezza, 
Che son scrittili questo poco inchiostro 
Per andar poi dov'è somma allegrezza. 

205 Iodico, perentrar dentro al bel chiostro 
Dobbiamo fare a Dio preghiere assai ; 
La prima è l'orazion del Pater nostro. 

208 Dicendo: Padre, che ne' Cieli stai, 
Santiticato sia sempre il tuo nome, 
E laude e grazia di ciò che ci fai. 
211 Adveni il regno tuo, siccome pone 
Quest' orazion ; tua volontà si faccia 
Siccome in Cielo in terra in unione. 
21ih Padre,dà oggi anoi panchecipiao«)ia , 



181. Vermeglio, vermiglio, doé lo fi ar- 
rossire per l'altrui bene. 
186. RcMomeglio, rassomiglio. 
205. Bel chiostnMiAì Paradiso. 
SII. Adv9ni, daUledtenial dei Fùlf nomr. 



70 



CREDO DI DANTE. 



E ne perdoni li peccali nostri, 

Né cosa noi faccioni , che ti dispiaccia. 

217 E che perdoniam tutti, dimostri 
KM'mpio in noi per la tua i^ran virtute, 
K dal nemico rio o^nun si scltiostri. 

220 Divino Padre, pien d'ogni salute, 
Amor ci guardi dalla tentazione 
Dell' infemal nemico , e sue fcrute. 

223 Si che a te facciamo orazione , 
Che nierìtiamtuagrazia,e'l regno vostro 
A posseder vegnam con divozione. 

226 Preglìiamti , Re dì gloria e Signor no- 
Che tu ci guardi da dolor afflitto (stro, 
La nostra mente, e sia ateilcor nostro. 

229 La Vergin Renedetta qui a diritto 
Laudiamo, e benediamo anzi che fine 
Aggiunga a quel che è di sopra scrìtto. 



215. E ne perdoni: credo meglio leggere 
così, che come leggesi iu quasi lotte l* edi- 
zioni: C/ie ne pervieni. 



233 E lei preghiam ch'alio grazie divine 
81 ne conduca con suoi santi prieghi, 
E scampi noi dairetemal mine: 

385 E tutti quei che del peccir son cioahi 
Allumi e scioglia |M^r sua rort««si«i . 
E da lacci infornai si ali di«(lt«plii. 

238 Avo Regina Vergine Maria , 

Piena di grazia, Iddio sia stmipre teeo. 
Sopra ogni donna henedotta f ia ; 

2!^1 £ benedetto il frutto, il quale io preco 
Che ci guardi da mal , Cristo Gesù , 
E che alla nostra fìn ci tirì seco. 

^a Vergine Benedetta , sempre tu 
Ora per noi a Dio, che ci perdoni , 
£ che a viver ci dia si ben qua più . 

247 Che a nostra fìn Paradiso ri dori. 



219. Si scMoitri^ si liberi. 

235. Cieghi, cicchi, ueccssità di rìma. 

241. PncOf prego. 



'tr 



CAPITOLO 



D I 



BOSONE DA GUBBIO 



su LÀ DIVINA COMEDI A. 



10 



13 



Perocché fia più fratto e più diletto 
k quei che si dilettan di sapere 
Dell'alta commedia! vero intelletto; 

Intendo in questi versi proferère 
Quel che si voglia intender per li nomi 
Di quei, che fan la dritta via parere 

Di questo autor , che gloriosi pomi 
Volse cercar , e gustar si vivendo , 
C3ie sapesse di morti tutti i domi. 

Io dico ch'anni trentacinque avendo 
L'autor, che sono i mezzi di settanta , 
Da' quali in su si vive poi languendo; 

Stando nel mondo,oveciascuna pianta 
Di cogitazioni e di rancura 



4. Proferen, dal Itlioo profero, dimostro, 

ipé««o. 

5. hUmder per U nomi: intende Bosone 
spiegare il vero senso de* nomi allegorici usati 
leUa Di Tina Gomedia. 

7. Di queeto autor. Dante; che gloriosi po- 
ma «oUe cercar, cioè raccogliere i pomi della 
gloria e gustarli nella sua vile; Che eapeue 
éi «orfi tute i domi, acciocché avesse sapu- 
to i disfatU di tutte le morti. 

13. Stando nel mondo ove ciascuna pian- 
ta, te. cioè: ogni cosa del mondo ingenera 
ÌA noi pensieri ed afflizioni. Rancura , voce 



L'appetito vagante nostro pianta : 

16 Yedea di Virtù l'alzante altura , 
E desiava di salire in cima. 
Che discernea già il bel de la pianura : 

19 E cosi volto innanzi, venne prima 
Quella leonza , che per lo diletto 
E per la creazion buona si stima. 

22 E poi, perchè'l saver non lassai pet tu 
Ben conducer al fren , il lion fue 
La superbia ch'offusca ogn' intelletto. 

25 E la lupa,ch'avendo,ognorvuolpiùtf, 
Fu l'avarizia che , per mantenere 
Uom la sua facoltà, il fa giacer giùe. 

28 Queste fur le tre bestie che'l volerà 

antica, angoscia, 

16. Vedea ec. Dante giunto all' età di 35 
anni cominciò a conoscere il bello della virtù, 
e desiderò. di possederla. 

20. Leonza, nella Leonia Dante personiika 
la voluttà del senso carnale. Per lo diUtto e 
per la oreaxion buona m stima; la lussuria 
a' sensuali pare buona per lo diletto , e per 
la riproduzione della specie umana. 

28. Queste fur Is tre bestie, ec. Incontro a 
Dante si fecero la concupiscenza , la suberbia 
e r avarizia , per le quali mutò la risolniione 
di andare al monte della virtù. 



72 



CAPITOLO 



Gli fecer pervertir d'andare al m<ȓte , 
Dove virtù se ne solea sedere. 

3i Ma perchè rarra,che si prende al fonte 
Del nostro Battistèo, ci da un lume 
Lo qual ci fa le cose di Dio conte ; 

3{p Venne del lustro del superno acume 
Una grazia di fede , che si dice 
Che 'nfonde Falma come terra fiume : 

37 £ mosse lui colla ragion felice 
Per farli hen conoscer quelle fiere, 
£ anche c'èTallegorica Beatrice. 

hO £ la ragion , per cui da lor non pere, 
Descrive per Virgilio, e vuol mostrare 
Ch'ebbe da'iibri suoi molto savere. 

ii^3 Questi li mostra come per mal fare 
Si dee ricever pena, e poi agguaglia 
La pena al mal come più può adeguare. 

46 £ perchèi magisterio più gli vaglia 
Con ragion , la ragion si può chiarire, 
Mostra come la spada infernal taglia. 

h9 £ questo mostra per voler partire 
Non già lui da peccato e da far male ; 
Ma fame agli uditor cercar desire 

52 SI chel buon viver nostro naturale 
Non erri, e, se pur erra, che si saccia 



34. Venne del lustro ec* Il battesimo dà nn 
arra, un diritto per lo acquisto della vita e- 
terna ; per ciò f^ Dante illuminato da una gra- 
zia di fede, con la quale egli conobbe quei 
vizi, e liberato da essi, si avanzò a conoscere 
ìv cose celesti. Questa grazia è la Teologia 
f4ie Dante personiOca in Beatrice. 

40. E la ragion ec. Dante studiando nelle 
Apere di Virgilio non solo imparò lo bello stile 
che gli fece onore , ma tanti lumi ne acquistò 
rhB gli fu agevole conoscere le prave inclina- 
Honi dcUa natura umana. 

43. Questi U mostra ec. Virgilio mostra a 
Dante quali sono le pene proporzionate ai pec- 
cati commessi dagli uomini , e per ciò gli mo- 
stra l'Inferno. 

49. E questo mostra ec. 1 lumi che Dante 
riceve da Virgilio per conoscere i difetti de- 
ffiì uomini ed il loro gasUgo, quantunque non 
tennero Dante lungi dal peccare , non pertan- 
to possono essere vantaggiosi agli uditori, che 
veggando quali sono le pene date ai peccati, 
desiderano tosto di correggersene , o si guar- 
dano affatto daJ commetterli. 

53. Saccia , sappia. 

.M. Fèntere, V. A., pentire. 

55. M quésto §e. Conclusione della prima 



E pèntere e doler quanto ci vale. 

55 in questo la sentenzia par che giaccia 
Di questa prima parte, chelo*nferno 
Par che comunemente dir si faccia. 

58 Poi la seconda parte del quaterne; 
Tutto che la ragion ancor lo mena. 
Si come dice , per lo foco eterno. 

61 Caton lo 'nvia per la gioiosa pena. 
Che purga quegli spirti che pentuti 
Diventan pria che sia l'ultima cena. 

64> £ perchè i lor voler sien bene acuti, 
£ liberi di far ciò che lor piace. 
Vuol ch*uom per libertà vita rifiuti. 

67 £ a questo illumediquel cantogiace. 
Mostrando comeuom dee fuggir lentezza 
£ tardanza d'aver coli' alma pace. 

70 Poscia descrive una bella fortezza 
Di poetria : com'un'aquiia venne 
Nel pensier suo dalla divina altezza. 

73 £ quest'è quella grazia che prevenne. 
Come 1 divin voler in noi la 'nfonde. 
Che di lei, come un sogno, ci sovvenne; 

76 £lla ci scalda, enon conoscemoondc. 
Se non che noi rischiara im poco stante 
Una donna gentil colle sue onde ; 



cantica, cioè deirinfcmo. 

58. Poi la seconda ec. Cioè la seconda can- 
tica della divina comedia, eh' è il Purgatorio, 
lo credo che per quatemo debbasi qui inten- 
der la Comedia, e non il complesso delle a- 
nimc purganti. 

59. Dante percorre il Purgatorio co' lumi 
della ragione. 

63. Ultima cena» l'ultimo momento della 
vita , ovvero 1' ultima comunione del Sacra- 
mento Eucaristico de' moribondi. 

66. Vuol eh' uom per libertà vita rifmti ; 
Catone per amor della libertà privossi di vita, 
e Dante [>^t la stessa causa fu esiliato e ri- 
colmo di sfenture. 

67. Nelle prime bolgie del purgatorio mno 
trattenuti coloro che fbrono negligenti ad ab- 
bracoiar la penitenza. 

70. Poscia descrive ec. Dante finge di esser 
egli caduto in sonno, nel quale gli sembrò 
che a lui venisse un' aquila che lo portava 
per il Purgatorio, ch'ei descrive come una fop> 
tezza, ossia come bella ed alta torre. Secondo 
Francesco da Buti per l'aquila s'intende la divina 
carità. Ma Rosone qui par che la voglia per quel- 
la grazia c'ir i Teologi dicono prevenient$. 

71. Di poetria, cioè di poetica o poetit. 



DI B S ON E 



73 



*79 E queste quella grazia ooaiutante , 
La qual descrìve il nome di Lucia, 
Che fa colla ragion veder si avante. 

M Che tien conobbe come si aalla 
Su per li gradi della penitenza , 
E come il prete su 'n essi sedia. 

85 E fa ira essi quella differenza 
Di color di fortezza e di \irtute , 
Che descrive la Chiesa e la credenza. 

88 Poi mostra come per aver salute 
Si Tuoi tre volte percuoter lo petto, 
CoD non voltarsi alle cose vedute. 

91 Che per tremodi correuom neldifetto 
Di far peccato : o di superba vita , 
O per aver dagli occhi mal diletto, 

9V O per aver la carne troppo ardita : 
E quinci vengon li sette peccati , 
Che fa d* ognun la spada sua ferita. 

97 Non dee aver li vestimenti ornati 



79. E ^fwetf* è quella ee. La donna gentile 
4ì coi parla Rosone, è Lucia, per la quale 
Dante intende la grazia cooperante. 

83. Gradi d$Ua penitenza, ossia dei Par- 
ga torio. 

ai. // prete eu *n etti tedia, 11 portinaio del 
Purgatorio è il sacerdote , il quale pel suo sa- 
cro carattere ha facoltà di assolvere. 

sa. E fa tra e$ti ec. E fa tra essi gradi di 
autorità ecclesiastica quella differenza che si 
rafvisa: ne* colori di cui fa uso la Chiesa nelle 
Me sacre cirimonie ; nella fortezza che ognu- 
M dete afere nella Fede; e nelle virtù cri- 
«liane, dovere di ogni credente. 

88. Ah Moffra ec. E' d' uopo accostarsi al 
iaeramento deUa Penitenza di buon grado. 
C mei doversi il penileote per tre volte pei^ 
caocere il petto , intende la confessione orale . 
il cMitrizione del cuore, e il proposito della 
Hftomà QDÌto alla soddisfazione della peniten* 
tt ingionta. 

ti. Che per ire modi «e. Da' tre principali 
pseca&i mortali Superbia , Invidia e carnale 
eaaeapiaeenza Bosone fa derivare gii altri fino 
ti BOBiero di setl^. 

97. .Yofi dee atter ee, I Testimenti del sa- 
cerdote ilehboD essere modesti e senza orna- 
■eaio» ai pari che modesto ed umile debhe 
eaaara il suo costume e '1 suo portamento : 
ialrtti Daota K ha descritti di color di ce- 
KTt di terra. 

toc. E le due ehiavi ee. Per le due chiavi 
iMcadasi F antorità che ha il sacerdote» cioè | 



Lo sacerdote ; ma umìlemente 
Oda i difetti che li son mostrati. 

100 E le due chiavi che tenea latente , 
Mostra V autorità e la discrezione , 
Che luna tolle, e Taltr'ha nella mente. 

103 Faccia lo Diocesan comparazione 
Tra preteeprete,eDondiacapoinmano, 
Se no, gli avviene quel di Salomone. 

106 Poi vede chiaro com'i pentuti stano, 
E purgasi ciascun dei suo mal fare , 
E per lo suo contrario la pena hano. 

109 Ma perch*io voglio alquantodimostrare 
Una bella figura che vi mette ; 
Ricolgan gli uditori il mio parlare. 

112 E perchè ognun la virtù più diletto, 
£ i vizi più ci sian abbominati. 
Dinanzi al bel purgar d'ognun de* sette, 

115 Mostra come li par veder d'avanti, 
Qual scolpito, qual udia, qual vedea , 



r apostolica, per la quale scioglie V anima dal 
peccato ; e l' altra eh' è nella mente , è la vera 
scienza per conoscere i peccati , e distinguer- 
li tra loro con saggia prudenza: e Tuna «^ 
r altra autorità intende nelle due chiavi V una 
d'oro e l'altra d'argento. 

103. Faccia lo Diocetan ec. Par che Boso- 
ne in questi versi dia avvertimento ai dioce- 
sani Prelati , onde far paragone e discerni- 
mento fra preti loro subordinati , affinchè non 
tutti indistintamente si accostino all'altare. 

104. E non dia capo in mano ec. Non dia 
incompetenti attribuzioni o dignità ecclesiasti- 
che agi' immeritevoli , altrimenti gU avverrà 
quel che avvenne sotto il regno di Davide pa- 
dre di Salomooe, cioè la traslazione dell'arca 
della casa di Àbinadah in Gerusalemme, in 
occasione della quale essendo in perigUo di 
cadere , fu sostenuta da Oza , il quale però fu 
morto di un filmine scagliatogli dall'ira di- 
vina in punizione della temerità di lui, cioè per 
aver voluto sostenere l'Arca , la quale dovea 
esser portata in sugli omeri dC sacerdoti. 

106. Stano, stanno, per cagion della rima, 
come pare hano per hanno , nel v. 108. Poi 
vede chiaro come sono pentiti coloro che deb- 
honsi ripurgare de' loro peccati, e ciascnao ha 
pena contraria alla propria colpa : i superbi 
con gravi pesi sa la testa; gl'invidiosi cou 
sozzi manti, ec. 

115. Moitra come li par veder d^avanHee. 
Dante pria di spiegare le purgasioni de' sette 
peccati , dichiara d'aver vedute ligure scolpite, 

10 



7fc 



CAPITOLO 



E qaal sognando, e cpial pareapereanti: 

118 Molte novelle di cui ei sapea 

Ch*étbeT l'oirata eccellenza del Mondo, 
Perdio*! oontrario di quel vizio fea. 

121 E questo mette prìnna che nel fondo 
Salga del grembo per forza , che faccia 
Correr altrui nell' operar giocondo. 

121^ Poscia diretro descrive la traccia 
Di que' che per vizio rovinare , 
E questo infrena là, come quel caccia. 

127 E perchè Stazio fu fedele e caro, 
Dice che i libri suoi colia ragione 
La via di questo cammin li mostrare. 

1 30 In sommità di questo monte pone 
Quel loco dove si crede che Adamo 
Vivesse, e fesse poi rofiensione. 

133 E per lo bel che viendiramoinramo, 

e altre cose aveva udito, vedalo, sognato, e 
che alcuna cosa eragli apparsa nel cantar di 
quei spirili. Infatti dice di aver veduto fin dalla 
porta del Purgatorio intagli di marmo, quindi 
il passaggio deli' Arca , nonché la storia e la 
gloria di Traiano. Udì la voce della carità 
verso il prossimo , la voce di Oreste , e quella 
di Caino. Dice di aver veduto due visioni nelle 
quali gli apparve Maria Vergine , la moglie di 
risistrato, S. Stefano e Lavinia. In sogno poi 
gli apparve una donna eh' è V immagine de' 
falsi diletti , cioè dell' avarizia della gola e 
della lussuria, ce. 

118. Molte novella ec. Disvela Dante molte 
novelle , cioè molti fatti storici. 

119. Orraia, onorata^ V. A. 

121. E questo mette prima ec. Dante prima 
f he fosse salito dal fondo del grembo del Pur- 
gatorio, per virtù di Beairice, cioè in forza 
della Teologia, espone ciò che fa correre al- 
trui nell' oprar giocondo cioè perfetto. 

124. Poteia diretto descrive ec. Quindi de- 
scrive l'orme del vizio da molti seguite, i quali 
per ciò rovinarono sé stessi. 

120. E questo infrena là, come quel cac- 
cia. V esposizione de* vizi e delle pene che li 
seguono , rafTreiia l' uomo, mentre il vizio solo 
io spinge nelle pene e negli affanni. 

127. E perché Stazio fu fedele e caro ec. 
Siccome Stazio fu fedele a Virgilio , cosi da' 
di lui libri apprese egli il poetico stile, e da 
questi libri fugli anche mostrata la via del non 
perdersi , e di andare al Purgatorio. Avvenne 
rio perchè Stazio avea letta la quarta egloga 
di Virgilio, nella quale questo insigne Poeta Ur 
rendo lieti augurii a Pollione co* versi della 
(Sibilla Guinea, profetizzò l'avvento del Re* 



Laudando il luogo di fuor de la riva. 
Ad Eva lamentando alcun richiamo. 

1 36 Poi qui dal lato della selva viva 
Sol con quell'atto che raiTetto importa» 
Vede allegra seder la Vita attiva. 

139 E li d'innanzi dalla prima scorta 
Fu lasciato egli; perocché la fede 
L;i ragion mostrati va non comporta. 

1 /»2 Lo fondamento d*essa oramai vede ; 
I sette doni dello Spirto Santo 
Lran quel lume, che 'unanzi procede. 

145 Eiventiquattrochefaceanquelcanto, 
Li lihri della Bibhia erano quelli, 
C'hanno suo dichiarezza ciascun manto. 

148 E i quattro ch*avien ali più ch'uccelli, 
Eran gli Evangelbti, che mostrare 
L'esser di Dio da pie fui a' capelli. 

denterò y senza comprenderne il vero seoao. 

130. In sommità ec. 1 viaggiatori poeti dopo 
di aver percorso tutt* i giri ascendono su la 
sommità della montagna, su la quale essen* 
dovi il paradiso terrestre, si crede che ivi fosse 
vissuto Adamo , ed ivi avesse commesso la 
trasgressione del comando di Dio. 

133. E per lo bel che vien di ramo «e. li 
bello che viene di ramo in ramo nel paradiso 
terrestre, è appunto quella pace che l'uomo 
inutilmente cerca al suo cuore. Entrato quindi 
esso poeta , e lasciata la prima riva , loda \m 
divina foresta, perchè quivi vivendo nella Gra- 
zia ei gode. E sì bella sembrò a' tre poeti, che 
dopo di averla lodata , volgono i lor riddami 
di dolore contro di Eva , cagione dello scaccia- 
mento dell' uomo da quell'amenissirao luogo, e 
del danno che per sempre si deplora. 

136. Poi qui dal lato ec. Dante dal lato della 
selva verdeggiante vede Lia, prima moglie di 
Giacobbe, affaticantesi in opere di virtù, per- 
cui è in essa personiBcata la Vita attiva. 

139. E lì d*innanzi ec. Dante stando per 
entrare in Paradiso fu lasciato dalia prima 
scorta, Virgilio, il quale avcalo accompagnalo 
neir Inferno e nel Purgatorio. In Virgilio è 
personificata la ragione naturale , perciò eoo 
essa non potendosi inoltrare nel Paradiso , tìm- 
gè che Virgilio lo lasciò , e venne a scortarlo 
Beatrice, cioè la Teologia. 

142. Lo fondamento ec. Dante vede la Cor- 
te celeste, innanzi alla quale andavano selle 
alberi o candelieri d'oro, che Bosona dict 
essere i sette doni dello Spirilo Santo. Pei ven- 
tiquattro che cantavano, intende i libri della 
Bibbia , nei quali si contiene tutta la chiarez- 
za della Feda. 



DI B S N E 



i > 



151 CrìstoeraqaelGrifoneGhevedcacbiaro 
Che menava la chiesa santa dietro , 
Che le sue carni Dio ed aom portaro. 
154 Eletredonne, chescriveilsuo metro, 
Eran quelle teologiche perfette , 
Che non si veggou che per diviii vetro. 

157 L'altre eran quattro cardinal dilette, 
Che andavano al modo di prudenza, 
Ch*è ne' tre tempi , come l'autor mette. 

160 Li due che medicar la nostra essenza 
Fur Paulo e Luca, e li altri quattro foro 
Quei che pistole far ebber potenza. 

163 Ei vecchio ch*era dietro a tutti loro 
FuMoisè; e cosi ei descrive. 
E mettete per questo stretto foro. 

ICG Poi dice appresso perchè mal si vive 
Per li pastor di quella navicella ; 
Come l'opere lor furon lascive. 

169 E quella volpe , di cui ei favella , 
Fu Hacometto, che diedeun gran crollo 
Al carro, come conta la novella. 

173 Poscia lo 'mperio per aquila pollo ; 



151. E Ib tre donne che scrive il suo metro 
§e. Cioè la Carila , la Speranza e la Fede, che 
som* le tre virtù teologiche. 

186. Divin vetro, chiama la Fede per mez- 
so della quale si veggono quelle virtù. 

1-77. Le quattro donne dal lato sinistro , 
crauo le quattro virtù Cardinali , cioè Fortez- 
la. Giustizia, Prudenza e Temperanza. Que- 
ste doone andavano or più veloci ed or più 
leste , secondo consigliavano loro le teologiche 
firtù Fede Speranza e Carità. 

160. Seguivano appresso S. Luca , che scris- 
se gli atti degli Apostoli e l'Evangelo, e S. 
Piolo scrittore dell'Epistole. Questi due scrit- 
tori apprestarono le medicine alle nostre ani- 
ne inlérroe dalle colpe. 

168. E mettete per questo stretto foro, cioè 
le alla ilbggiasca apparve tanto maestosa la 
Corte celeste a Dante » considerate quanto più 
«aravigliosa gli sarebbe paruta se apertamen- 
te veduta l'avesse. Oppure mettete per questo 
Mwffo foro, ponete mente a questo eh' io, cioè 
lotone, brevemente vi dico. Ovvero: atten- 
dete a godere di questa visione della Corte ce- 
leste, di cui è stretto il foro , perchè 1' entrata 
è permessa a tutti, abbisognandovi le 
buone eoi soccorso della Grazia. 
166. Diate e Bosone erano ghibellini , in 
coese gneuza seguitavano il partito contrario 
al Papa. Quiadi non si faceano sfuggire giam- 
■ui veruna occasione senza mordere il Capo 



E scrive come bel al bel del mondo , 
Con dare al Papa, si fece un rampollo. 
175 Mette poi Eunoè, che mostrai fondo 
Per la chiarezza sua di questa fede. 
E quinci usci per gire al Ciel rotondo. 
178 Quivi la gloria di Dio tutta vede , 
j Come la Teologia ve lo conduce ; 
Per pagamento di quel che si crede. 
ISl Qui mostra come la luna riluce 
Fin di sopra Saturno tutti i Cieli 
Chi benguardandochiaramente induce: 
18^ E poi il sito di molti candeli 

Li fu mostrato, e poi la sonuna altezza, 
Poi della Trinità, perchè riveli 
187 Ciò che se nepuò scriver per chiarezza, 
E ciò che l'intelletto ne comprende. 
E qui fa del suo libro la fermezza. 
190 Adunque poi, chi bene lui'ntendp. 
Che speculando queste cose vede, 
E' cosi tutto il dicer suo si prende, 
193 Fortificando la cristiana Fede. 



vislLile della Chiesa, figurato nella Aavtce/ia. 
169. Gli espositori di Dante interpetrano la 
volpe per l'eresia, ma Bosone vuole che fosse 
significato Maometto. Dante dice di aver ve- 
duto quella volpe attaccata al carro trionfan- 
te, pel quale s'intende la Chiesa Cattolica. 

172. Póllo, cioè ponto, ponelo. Dice qui 
Bosone che Costantino imperatore romano , 
simboleggiato nell' aquila , stemma di que- 
gr impera lori, a godere del mondo, fece do- 
nazione al papa, come se cosi volesse costi- 
tuirsi un rampollo, un erede. 

175. Mette poi Eunoi ee. Premesse queste 
I cose , Dante fa menzione de' due fiumi Lete 
ed Eunoè , il primo de* quali fa cadere l'uomo 
in dimenticanza de' vizi praticati , il secondo 
guida r uomo a ricordarsi delle virtù. Quindi 
la chiarezza delle acque del fiume Eunoè mo- 
strando a Dante il fondo della nostra Fede , 
uscì egli da quel luogo , cioè dal Purgatorio, 
ripurgato de' vizi , per andar al Cielo , che 
chiama rotondo per essere sferico , come si 
descrive. 

179. La Teologia ve lo conduce, Bosone di 
sopra ha detto che Beatrice era allegorica, 
ora spiega l' allegoria apertamente, dicendo 
che Dante fu condotto in Cielo dalla Teologia. 
190. Conclusione del Capitolo , eoo dire che 
chi bene intende Dante , che veduto avea tali 
cose , non solo trarrà profitto di scienza uma- 
na, ma fortificberassi ancora nella Fede. 



CAPITOLO 



DI 



IACOPO ALLIGHIERI 



1 



10 



13 



voi che siete del verace lume 
Alquanto illuminati nella mente, 
Ch e sommo frutto dell alto volume : 

Perchè vostra natura sia possente. 
Più nel veder V esser deir Universo , 
lìuardate all' alta commedia presente , 

Ella dimostra il simile e 1 diverso 
Deir onesto piacer , e '1 nostro oprare, 
£ la cagion che '1 fa o bianco o perso. 

Ma perchè più vi debbia dilettare 
Della sua intenzion entrar nel senso , 
Com' è divisa in sé vi vo' mostrare. 

Tutta la qualità del suo immenso 
E vero intendimento si divide 
Prima in tre parti senz* altro dispenso. 



9. Dante Conv.: perso è color misto dipurjntno 
e di nero , ma vince il nero , e da lui ii denomina, 

15. Nell'Inferno, Pargatorio , e Paradiso. 

19. La parte viziosa fu divisa in nove circoli. 

24. Senza merchio , cioè senza marca di 
lode > e intende i malvagi ; e di essi parla dal 
priticipio del capitolo sino al v. 70 E poi 
f-A'a riguardar ec. dello stesso capitolo. 

Queste due terzine nell'edizione del de Roma- 
uis si leggono aumentate a tre, come segue: 

K questa in nove modi fti partida 
Sempre di male in peggio sino al fondo 
Ove il maggior peccato si rannida. 

iloti propria allegoria formato è 'n tondo 
Sempre scendendo, e menomando *1 cerchio 
Come coDviensi all'ordine del mondo. 

Sopra di questi nove per soperchio 
Senza trattar di lor fa digressione 
Di (j^uei che son nel mondo senza merchio. 



16 La prima viziosa dir provide , 
Però che prima e più ci prende e guida; 
E già Enea cum Sibilla il vide : 

19 E questa in nove modi fu partida, (chio 
Sempre scendendo e menomando il cer^ 
Dove il maggior peccato si rannida. 

22 Sovra di questi nove per coperchio. 
Senza trattar di lor , fa divisione 
Di quei che sono al mondo senza merchio : 

25 Poscia nel primo senz*altra ragione, 
Che d' ordine di fé mostra dannati 
Que* ch'hanno V innocente oflensione. 

28 E que'che son più dal voler portati 
Di lor disii , che per ragione umana ' 
Son nel secondo per lei giudicati : 

Perchè fare una tale aggiunzione ali* origi- 
nale? 11 senso al certo non è oscuro. 

25. In questo cerchio tratta 1* autore di A- 
cheronte, primo fiume dell'Inferno, e di Ca- 
ronte navicellaio di questo fiume. 

27. C. IV. Di quelli cioè, che furono vir- 
tuosi, ma non battezzati, e non adorarono 
debitamente Iddio, e di essi pai la dal venio 
70, E poi eh' a riguardar del cap. 111. sino 
alla fine. Tra' quali nomina Omero . Orazio , 
Ovidio , e Lucano , ed ancor Virgilio. Del pari 
Elettra, Ettore, Enea, Giulio Cesare, Camilla, 
Pantesilea «Latino , Lavinia , Rruti>, Lucrezia. 
Giulia, Morzia, Cornelia, e Saladino. Simil- 
mente Aristotele, Socrate, Platone, Democri- 
to, Dioscoride, Orfeo, TuUio, Lino, Seneca, 
Euclide , Tolomeo , Ippocratc , Avicenna , Ga- 
lieno, ed Avveroè. 

30. Secondo circolo, dove sono i lussuriosi, 
de' quali parla dal principio del V. cap. sino 



77 



31 Nel terzo quella colpa ci dispìana 
(jbiì \>roprì segni e ha dal gusto inizio, 
Da cui o^ì misura sta lontana. 

3i E quelle due apposizioni in vizio 
Nel quarto fa parer per giusto modo , 
Che rifiutò il buon Roman Fabrizio. 

.77 Nel quintol'altre due,che son nel nodo 
Del male incontanente , ci fa certi 
Con accidioso ed iracondo modo. 

«0 £ quei che son dalla malizia sperti 
Con lor credenza eretica e fiammace , 
Nel sesto dona lor simili merli. 



al TI. Tra' quali nomina Semiramis, Didone, 
Cleopatra, Elena, Achille , Paride , Tristano , 
Francesca da Ravenna , e Paolo Malatesta da 
Rimini , al quale cìrcolo presiede Minosse. 

31. La colpa della gola. In questo terzo cir- 
ffik> sono i ^losi, di cai parla dal VI cap. 
»Qo al VII , e tra essi nomina Ciacco di Fi- 
reoze : al qoale circolo presiede Cerbero. 

31. Cioè TaTarìzia, e la prodigalità. Ivi sono 
fli avari e i prodighi, de'quali tratta Tantore dal 
principio del IV cap. sino al V: Or discendiamo 
•mai. ec. al qaale circolo fa signoreggiare Plu- 
tone; e in cui tratta de' beni di fortuna. 

37. Le contrarietà delia superbia e dell' in- 
vìdia. Ivi sono gì' iracondi e gli accidiosi , 
de' qoali tratta dal v. Or discendiamo ornai, 
ce del cap. VII sino alla line di esso. Tra' 
quali nomina alcuno in generale, nessuno in 
i>l>ecie; ma fa menzirtuc di Stige, secondo 
tiame dell'Inferno. Similmente in questo quin- 
to circolo tratta dei superbi e degli iu>idio- 
M. cioè dalla fine del VII circolo sino al prin- 
ripio del IX. Tra' quali nomina Filippo Argen- 
ti. In questo quinto circolo tratta ancoia l'au- 
t'tre degli eretici , descrivendo la città di Dite, 
ni^todita da tre furie infernali , Motto , Me- 
fxn , e Tesifone. Dal principio dell' undecimo 
«-apitolo sino al decimottavo parla del settimo 
• ircolo : e perchè quelli i quali in questo circo- 
ì't vengono puniti, in tre modi essi peccano, 
in tre circoli divide il detto Vii circolo. Del 
primo parlò dal principio dell' undecimo cap. 
Hoo al decimoterzo ; nel quale finge esser pu- 
nite le anime de' violenti contro il prossimo, 
rap. duodecimo; tra' quali nomina Alessandro, 
Dioolgio, Azzolino, Obizzo d' Este , Attila , 
Pirro , Sesto, Rinier da Corneio, e Rinier Paz- 
zo; nel qual primo circolo distingue tutto l'In- 
ferno, e tratta del perché gli usurai offendono 
Dio, e dice de* centauri, cioè di Chirone, Eolo, 
e !<(esso , al qoale circolo propone Minotauro. 
Del secondo circolo del settimo circolo parla 



^3 Seguendo la bestiai voglia fallace 
Nel settimo la pou divisa in tree. 
La prima violenza in altrui face : 

k6 £ la seconda offende pur a sèe; 
La terza verso Dio porge dispregio , 
E con lussuria accompagnata s* èe: 

49 Neirottavoconchiudeilgrancollegio 
Bella semplice frode che non taglia 
Però la carta al fedel privilegio : 

52 £ questo in dieci parti cornee vaglia , 
Ruffiani , lusinghieri , e simonia , 
E ehi di far fatture si travaglia, 



dal principio del decimoterzo sino al decimo- 
quarto capitolo , in cui finge che sono paniti 
i violenti contro so medesimi; tre' quali no- 
mina Pietro delle Vigne , Lano Sane^ e Ia- 
copo di S. Andrea, cittadino Padovano. 

Del secondo circolo del settimo circolo par- 
lò dal principio del decimoquarto cap. fino al 
decimottavo , nel quale finse esser paniti i vio- 
lenti contro Dio, e gli usurai, fra' quali no- 
mina Capaneo , Brunetto Latini , Prisciano , 
Francesco Accorso , Andrea de' Mozzi , Teg- 
ghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci , il Conte 
Guido signore di Casentino , Ranerio di Stro- 
>ingi di Padova , Giovanni Ruiamonli di Fi- 
renze; e nel quale tratta delle sette etadi, e 
dei cambiamento del Signore di Firenze, e del 
terzo fiume infernale, che si chiama Fiegetonte 

41. Ivi sono gli eretici, de' quali parla dal 
principio del nono capitolo sino all' undecimo: 
tra' quali nomina Farinata , Cavalcanti , Fede- 
rigo ed Ottaviano Cardinale degli t'baldini. 

44. Di questa parla dai principio del XiV 
cap. sino al XVi, v. 91. Io lo seguiva, ec, 

46. Di questa traila dal principio dei deci- 
moterzo capitolo sino al decimoquarto. 

47. Di quest' altra parla dal principio del 
XIV cap. sino al XVI v. 91: io losegmva, er. 

48. S' èe, — Della quale parla dal detto ver 
so sino al cap. decimottavo. 

49. Cioè il collegio de' semplici fraudolenti, 
o sia l'ottavo circolo, e iatcnde che'l divide 
in dieci bolgie. 

53 e 54. Della prima bolgia, cioè de'RuflTiauì 
parla dal principio del cap. decimottavo sino al 
V. 100: Già eravamo dove il stretto colie , ec. 
Fra quali nomina Venetico ( e non Venedico, 
o Venedigo), de Bonis, e Giasone. Della secon- 
da bolgia , cioè degli adulatori , parla dal det- 
to V. Già eravamo ec. sino alla fine del detto 
cap. tra quali nomina Alessio dcgl' Intermi- 
nelli de Laca, e Taide meretrice. Della terza, 
cioè de* Simoniaci» parla dal principio del de- 



78 



CAPITOLO 



55 Barattieri e ippocrita resta 
Ladroni e frodolenti consiglieri , 
Commettitor di scismatica via; 

58 Con quei che fanno scandal volonticri, 
Falsator d* ogni cosa in fare e in dire, 
Figurandoli al modo aspri o leggieri. 

61 Nel nono quella frode fa seguire 
Che rompe fede,ed in quattro*! diptirte. 
La prima si chiama Caina , tradire. 

64 Quei che padria tradiscono,o parte, 
Nel secondo U mette in Antenora 
£ nel terzo chi serve , e fa tal arto. 

67 Chiamando Tolomea cotal dimora , 
£d il quarto Giudecca , che riceve 



cimonono cap. sino alla fine; tra' qoali Domi- 
na Papa Nicola III degli Orsini. 

Nella quarta bolgia parla degl' indovini e da- 
gii stregoni, dal principio del vigesimo cap. si- 
no al Tigesimo primo; tra'qaali nomina Ani- 
tìarao, Tiresia, Aronta, Manto, Erifile, Cai- 
ronte, Michele Scotto, Gaidone Bonalti, e A- 
udente, nella quale bolgia tratta del lago di 
Bennco e dell'edificazione di Mantova. 

95. Nella quinta parla de'barattierl,dal prin- 
cipio del vigesimo primo cap. sino al v. Lag- 
giù trovammo , ec. del vigesimo terzo i tra* 
quali nomina Bontura di Lucca , Frate Gomi- 
ta, Michele Zanche; e sulla quale bolgia met- 
te dieci nomi di demoni. Nella sesta parla 
degli ippocritl , dal detto verso sino alla fine 
«iel detto cap. ; tra' quali nomina i Frati Cata- 
lano e Ludovico de Bonis, Anna, e Caifas. 

50. Nella settima parla de' ladroni dal prin- 
cipio del vigcsimoquarto cap. fino al vigesimo- 
sosto , tra' quali nomina Vanni Fucci , Caco , 
Kuoso degli Abati, Puccio, Angelo di Firenze, 
4tiiercio e Cianfo. Neil' ottava, cioè de' falsi 
ronsiglieri, parla dal principio del vigesimo- 
scsto cap. sino al vigesimottavo e vigesimo- 
nono v. Così parlammo insino, ee. , tra'qnali 
nomina Maometto, Ali, Frate Dulcino , Pier 
<1a Medicina , Gurione , Mosca , Beltrano di 
B»'rni, e (icrico Belli. 

•m). Della nona, cioè de* falsificatori, de'dis- 
^pTiiinatori di discordia e di scismi parla dal 
principio dui v. Coù parlammo sino al cap. 
•il, tra' quali nomina Maestro Grisolino da 
Arezzo, Capocchio da Siena, Mirra, Gianni 
Schiocchi, Mastro Adamo, Sinone Greco, e 
colei che accusò Giuseppe. 

<»i. Del nono ed ultimo circolo, cioè de' 
fniu;lolenli , e che rompono il vincolo natora- 
If", i quali chiamansi traditori , tratta dal prin- 
crvio del trcntesimoprimo cap. sino alla fine 
dell' Inr^rno , dividendo i detti traditori In 



Qualunque trade, ch'il serve ed onora. 
70 Queir è il fondo d'ogni vizio greve 

Da lui chiamato Inferno , e figurato. 

E qui fo punto per parlar più breve. 
73 Nella seconda parte fa beatOt 

Purgando per salir in fin al sito , 

Che fu al nostro Antico poco a grato. 
76 E questo in otto modi ancor sortito 

Per un salir in forma d'un bel monte ; 

Ma fuor di questo in cinque dipartito. 
79 Però che'n cinque cose turba 'Ipontr , 

ver la scala da ire a purgarsi , 

Cioè diletto , violenza ed onte : 
82 Onde convien di fuor da'sette starsi 



quattro parti, Caina, Antenora, Tolomea, d 
Giudecca, mettendo con questi ingannatori i 
Giganti , dei quali parla dal principio del tren- 
tesimoprimo sino al trentesimosecondo cap.; 
tra' quali nomina Nembrot, Efialte, Briareo, 
Anteo, Tizio, e Tifo. 

63. Della Caina parla dal principio del tren- 
tesimosecondo cap. sino al v. Poscia vidi, ec.. 
tra' quali (cioè quei ck* eran là dannati) n<^ 
mina Camicion de' Pazzi , Alessandro e Na- 
poleone de' Conti , Alberto di Firenze , Focac- 
cia, e Carlino. 

BIS. Dell' Antenora tratta dal detto ▼. Fosria 
vidi sino al v. iVot passamm'oltre , e e. del treu- 
tesimoterzo cap.; tra' quali nomina Bocca de- 
gli Abati di Firenze, Buoso di Duera, Teso- 
ro di Beccaria , Giovanni Soldanieri , Ganellu- 
ne , Trebaldo , Conte Ugolino , e i' Arciprete 
Ruggiero di Pisa. 

67. Della Tolomea parla dal detto verso sino 
al principio del trentesimo cap. , tra* quali no- 
mina F. Alberico, e Branca d' Ori.i. 

68. Della Giudecca parla dal detto princi- 
pio del cap. irentesimoquarto sino al v. Ma 
la notte riturge, ec. 68, tra' quali nomina Lu- 
cifero, Giuda Scariota, Bruto e Ca^:!^io. Dal 
detto V. sino alla fine dell* Inferno parla del 
centro della terra. 

73. Cioè nel Purgatorio. 

75. Intendi Adamo. 

70. Purgatorio, diviso in otto gradi. 

78. E questa parte dura dal principio del 
Purgatorio sino al decimo capiiiio. 

82. Da'sene $tarsi, cioè de' grndi del Pur- 
gatorio. Delle dilTerenze di venire alia peni- 
tenza pe* piaceri mondani parla dal principio 
del Purgatorio sino al cap. ter/o; tra' quali 
nomina Casella; e pone Catone, come colui 
che sospinge quella tardanza. — l)cllc differen- 
ze di venire alla penitenza per negligenza trat- 
ta dal principio del terzo cap. ^inu al quinto. 



DI IACOPO ALLIGHIERI 



79 



G)n questi infin al tennioe lor posto 

1 Dej^'^ieaiti officiai trovarsi. 
85 Nel primo ci dimostra esser disposto 

Prima a purgarsi sotto gravi pesi 

(/uel superbir,ch*in nois accende tosto. 
SS £ propriamente nel secondo ha lesi 

L' invidiosi con giusta vendetta ; 

Nel terzo 1* iracundi fa palesi. 
91 Nel quarto ristorarfacon gran fretta 

L'amordelbenescemo; ed cntr'al quinto 

dove w>iiiint nel secondo circolo il Re Man- 
fredi.— Del terzo circolo parla dal priDcipio 
ed qarto sino al sesto cap. v. Ed io : Si- 
|Bor, ee.y tra* quali nomioa Iacopo de Fano, 
d Conce Buoocoote di Montefellro , Pia da Sie- 
M , Benincaso d* Arezzo , Guccio da Petrama- 
u, o sia Cione dei Tarlati, Federigo Novello 
ée* Conti Guidoni da Casentino, Federico da 
Pisa, il Conte Orso, e Pietro della Broccia. 

Del qoarto circolo tratta dal suddetto Terso 
«no all' ottavo cap. tra' quali nomina Sordello, 
Rodolfo Imperatore, Ottachero, il Re Filip- 
pw, il Bglio del detto Filippo, Filippo il Bel- 
io; il Re Tebaldo di Navarra, Pietro d'Ara- 
svila , Arrigo d' Inghilterra , e Guglielmo Mar- 
chese di Monferrato. 

Del quieto circolo tratta dal principio del- 
l' tettavo sino al decimo cap. , tra' quali nomina 
Nino giudice di Gallura , e Corrado Malaspina. 

8a« Del primo circolo, eh' è tra le porte del 
Purgatorio , dove si punisce la superbia, parla 
dal priocipio del decimo sino al decimoterzo 
tap. tra* quali superbi nomina Omberto di San- 
ladore, Odorosio di Agobbio, Prosensano da 
>iena. Similmente espone in detti tre cap. che 
^i sono state multe storie dipinte; cioè l'an- 
Dosziazfone di M. Vergine, l'Arca santa, Da- 
«idde , Michele , Traiano , la Vedovella, Luci- 
fero, Brìareo, Timbreo, Pallade, Marte, Nem- 
brot, Niobe, Sanile, Aracne , Roboamo, 
A;ciDeone, Senecario, Tamiri, gli Assiri, 
UlrTemo, e Troia. 

88. Del secondo circolo , in cui è punita 
i' ioridia , tratta dal principio del decimoterzo 
sino al decimosesto capitolo; tra' quali nomi- 
u Sapia da Siena , Guido del Duca , Ranieri 
de'Calbali; ne' quali cap. descrive il corso del- 
l' Amo. Similmente dice d' aver inteso dire 
» Riunii non habsnU — Io sono Oreste.— Di- 
lijite inimieoi vestroi , benefaeite his , qui octo- 
rumi vot ( cap. 13. ) Omm$ , ^t invtnerii fM, 
vccidei me (cap. 14) (voci di Caino, dette 
da Aglauro ). — Io sono Aglauro. — E Gaude, 
fui vineit. — E Beati mi$ericorde$ ». 

yO. Del terzo circolo, nel quale è punita 



Con gran sospiri gli avari saetta : 
94 E r appetito nostro ha si distinto 
Quel che dlniostra poi nel sesto giro , 
ette *\ vero è quasi da tal forma cinto. 
97 Neirinfiamniato e settimo martiro 
Ermafrodita, Sodoma , e Gomorra 
Cantar dimostra il lor aspro martiro. 
100 Poi là di sopra, perch*altri >i corra, 
Della felicitA dimostra i segni 
A chi la sua scrittura non abborra. 



r iracondia , si parla dal v. Noi eravam ove 
Itiii non saliva del decimosettimo cap. ; dove 
nomina Marco da Venezia , e dove finge che 
esso abbia visto in sogno i seguenti atti di 
mansuetudine ; cioè la Vergine dire al figlio: 
Quid fediti ? Pater tuui , et ego doUntee ec. 
Pi si strato dire alla moglie, a Si noe amantee 
occidamus etc. S. Stefano dire: Domine, parce 
pertequentikui me. d Finge similmente di aver 
veduto , per dichiarare generalmente l' ira , 
che Aman voleva far crocifiggere l' intera na- 
zione Giudea con Mardocheo. E la regina Ama- 
ta , la quale per l' ira da sé stessa disperata- 
mente si strangolò. 

91. Del quarto circolo , in cui è punita V ac- 
cidia , si parla dal suddetto v. sino al v. Co- 
ni* io nel quinto giro fui dischiuso del cap. 
decimonono nel quale si tratta del- 
l' amore osceno , dove finge d' aver intese le 
voci « Maria corse. ». E Cesare per soggio- 
gare V. 101 ; non nominando altri in questo, 
che un certo abbate di S. Zeno da Verona. 

92. Del quinto circolo , in cui è punita l'ava- 
rizia si parla dal suddetto v. in cui fra gli 
avari nomina Adriano del Fiesco , Papa; Ugone 
Ciappetta , e Stazio , i quali finge , che nel 
giorno cantino le parole che son nel testo: PO' 
vero fosti , o buon Fabrizio. Ed esso parlava 
ancora , ec. e nella notte cantino Pigmalione, 
Mida , Acam , Sara , Eliodoro , Polinestore , 
Grasso , e del pari a Adhaesit pavimento anima 
mea ». 

95. Del sesto circolo , nel quale è punita la 
gola , parla dal suddetto v. sino al v. E già 
venuto aU^ ultima tortura del vigesimoquinlo 
cap. tra' quali nomina Dante da Forese , Boo- 
naggiunta da Lucca , Martino IV Papa, Ubal- 
dino dalla Pila , Buonafacio , suo figlio, Mes. 
Marchese dei Forlì ; vi trova due alberi ed 
ascolta in detti alberi molte voci. 

97. Del settimo circolo, nel quale è punita 
la lussuria , parla dal soprascritto v. sino al 
principio del cap. vigesimottavo ; «• in cui no- 
mina Guido Guinicelli, e Arnaldo di Trovciiza, 
od ascolta molte voci. 



80 



CAPITOLO 



1 03 Ma ora , per seguire i suoi disegni , 
Dir mi conviene dell'opera divina; 
E voi assottigliate i vostri ingegni. 

106 La terza parte con alta dottrina 
In nove parti figurata prendo , 
Simile al ben che da nove declina. 

109 La prima con quella virtù rìsptende, 
Che con freddezza d'animo è eccellenza, 
Che carità di spirito s* intende. 

112 E la seconda ceiestial semenza 
Al governo del mondo cura e guarda , 
Secondo il senso della sua sentenza. 

115 La terza par che foco d'amor arda : 
In la quarta risplende tanta luce , 
Che sapienza al suo rispetto è tarda. 

118 La quinta con feroce ardire adduce 
Tanta virtù e forza corporale , 
Che solo il militar prende per duce. 

121 D*ogni grandezza e d' animo reale 
La sesta par che suo parere impn'nti 
La mente in lei, che sua >irtiite cale : 

124- E la settima par che si contenti 
A castitate in sacerdotal manto , 
E ciò dimostran ben suoi argomenti. 

127 D'ogni virtute , d'ogni abito santo , 



103. Ma ora ae. Spooe da questo verso sino 
alla fine del capitolo » la terza ed altima parte 
della Divina Comedia: cioè il Paradiso, di- 



L'ottava d'ogni ben par esser madre , 
Per la virtù ch'ella ha in sé cotanto. 

130 E la nona conchiude , come padre 
Mobile più ciascun moto celeste , 
E questa inchiude sincere e leggiadre. 

133 Poscia disopraatuttequanteqiieste 
Vede r essenza del Primo Fattore , 
Che r universa macchina riveste. 

136 In lei si sceme del nostro colore , 
Per <]imostrar che sola nostra vista 
Sensibil può veder il suo amore. 

139 Perù vedete ornai quanto si acquisita 
Studiando l'alta fantasia profomia. 
Della (piai Dante fu comico artista : 

H2 Vedete ben come il suo dir si fonda 
Nel bene universal per nostro esempio. 
Acciocché in noi il mal voler confond.i. 

ik& Mettete l' aflezion a tal contemplo , 
Non vi smarrite per lo mal cammino. 
Che vi distoglie dall' eterno tempio. 

ikS Nel quale fu smarrito peregrino. 
Finché dal Ciel non ^'li fu data aita , 
La qual li venne per voler divino 

151 Nel mezzodelcammindinostravita. 



stinto in nove parli. 

122. impnnti , imprima, dall'antico m: 
prentare. 



INFERNO 



DELL' INFERNO. 



CANTO PRIMO. 



ARGOMENTO. 



Si trova imarritó in una ielta : gli tengono ineoniro una lonza, un leone, una 
lupa j e gV impediscono eaUre al monte : apparisce Virgilio ; propone per toglierlo 
di pericolo^ condurlo a vedere l'Inferno ed il Purgatorio. Dante gli si raccomanda j 
e seco f avvia. 

Il ponto più poetico è là dote Dante si trova appiè del (5olle vestito del sole di pri 
ina?era,.e guarda alla selva. 

Nota le terzine 3, 6» 8, 9, 10, 13, 13, 14, 16, 17, 19, 21, 27, 34. 35, 36, 43. 



N 



3 



EL mezio del cammin di nostra vita 
Mi ritrovai per una selva oscura 
Che la diritta via era smarrita. 

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura 
Questa selva selvaggia, e aspra, eibrtc. 
Che nel pensier rinnova la paura 1 

Tanto è amara che poco è più morte. 
Ma per trattar del ben eh* i vi trovai. 
Dirò dell* altre cose eh' i* v'ho scorte. 



i. Mmtio, Il mexzo della vita ai perfetta' 
Menle naiurmti , dice Dante nel Convito , è 
l'inno XXXV. Il silmo LXXXIX , 10. Diet 
tmnorum nottrorum .... $eptuaginta anni. 
Isaias , XXXVIII. Ego dixi: vn dimidio die- 
rum meorum vadam ad. portas inferi , che 
S. Bernardo interpreta: inferni metu, incipit 
de bonis qttantre eonsolaUonem. — Cammin. 
Convivio: A>/ nuovo cammino di questa vita. 
Anonimo : Cominciò queeta opera a mezzo 
ntarzo, — Selva. Convivio: Selva erronea di 
ifuesta vita. £ qnasi selva e' figura l' Italia , 
nella volgare Eloquenza. ( 1 , 18. ) 

2. SiLVAOoiA. Come il eavae caverna» di 
Virgilio. — Aspra. Virg. ( Georg., 1.): Aspe- 
ra Silva, Lappaeque triiuUque. — Forte. In- 
tralciata e difficile a passare. Porg., XXXIII. 
Enigma forte. Farad., XXII: Passo forte. Vi- 
«tea di fare la via d' Inferno impedita da una 
sHrha , è in Virgilio. 



6 



r non so ben ridir com' i* v* entrai: 
Tant'era pien di sonno in su quel punto 
Che la verace via abbandonai. 

Ma po'ch'i'fui appiè d'un colle giunto. 
Là ove terminava quella valle 
Che m* avea di paura il cuor compunto ; 

Guarda' in alto , e vidi le sue spalle 
Vestite *già de' raggi del pianeta 
Che mena dritto altrui per ogni calle. 



3. Morti. Lib. Reg. : Siecine ieparas, ama- 
ra more, 

4. Viraci. Conv.: Nella vita umana iono 
diveni cammini , deUt quaU uno è veracissi- 
mo, e un altro fallacissimo ; e eerti men fal- 
laci , e certi men veraci. Insiste ivi a lungo 
sulla medesima imagine ( cap.VI ). — Aiban- 
noNAi. Egli è Dante dunque che abbandona 
la via: Tallegoria dunqne ha senso non soia- 
mente politico , ma morale. Purg. , XXX : E 
voiee % pasti suoi per via non vera, Immagi" 
ni di ben seguendo false. Prov. ( II , 13 ) : Ile- 
Itfi^iftmr iter reetum , et ambutant per vias 
tenebrosas. Boet. : Ubi oeulos a summae lucie 
ve ritate ad inferiora et tenebrosa d^ecerint , 
mox inseitiae nube caligant , pemiciosit tur- 
bantur affectibus. 

6. Guarda*. Psalm, CXX, 1: Levavi oeu- 
los meos in montes , unde veniet auasUium mi* 
hi. — Vistiti. Virgil., VI: Lumine vestii Pur^ 



8k 



DELL' INFERNO 



7 Alior fu la paura un poco qneta 
Che nel lago del cuor m*era durata 
La notte eh' i* passai con tanta pietà. 

8 E come quei che con lena afiannata 
Uscito fuor del pelago aOa riva » 

Si volpe all' acqua perigliosa e guata; 

9 Cosi r animo mio eh' ancor fuggiva, 
Si volse indietro a rimirar lo passo 
Che non lasciò giammai persona viva. 

10 Poi eh' ebbi riposato il corpo lasso» 
Ripresi via per la piaggia diserta ; 

Si che'l pie fermo sempre era*l più basso. 

11 Ed ecco quasi al cominciar delFerta, 
Una lonza lederà e presta molto, 
Che di pel maculato era coverta. 



puteo. Sotto figara di noovo giorno in ana let- 
tera latina presenta Dante il venire d'Enrico 
In ItaUa. E nel Gonv. chiama Dio solespiri- 
taaie e intelligibile. Eccl. (XXIII. 28): Oeuli 
Domini . . . lucidiores iunt super $olem, eireum- 
tpicientes omnet vias hominum , et profundum 
abysù, Pro?. (VI, 23) : Quia mandatum lu- 
cerna Bit , et lex lux , et via vitae increpatio 
diseipUnae. 

7. Paura. Virg. : Hoc primum in luco no- 
va ree oMata timorem Leniit: hic primum A»- 
nea* sperare talutem Ausus. — Lago. Così 
chiama anco in una canzone quella cavità del 
cQora ch'è ricettacolo del sangue , e che l'Har- 
vey chiama : sanguinie promptuarium et cister- 
na. Il Boccaccio dice che in questa cavità abi- 
tano gli spiriti vitali t e di \\ viene il sangue 
e il calore che per tutto il corpo si spande. 

9. Fuggiva. VirgU. : ilmmiif iticiti... re- 
fugit. — Viva. Virgil. : Lucos Stygios , rwgna 
invia vivis. S. Joann. : Ego sum via , veri- 
tà» , et vita. Ecco perchè smarrita la via ve- 
ra , egli entra in una selva amara che poco 
è più morte. Prov. (XII, 28): M semita ju- 
stitiae vita , t(0r devium. . . deducit ad mortem, 

10. Basso. Atto d'uomo che sale , che il 
pie che move è sempre più alto fuor nel pri- 
mo atto del movere : ma qui significa che» 
venendo da male a bene, il desiderio pur sem- 
pre riposa alquanto sulla memoria del passato. 

11. LsMUmA. Stat. , Th. : Effrenae lynees. 
Fiera del genere delle pantere, libidinosa e 
leggiera. Or la lussuria , nota il Boccaccio, è 
vizio volubile. Per la lonza si può intendere 
anco Firenze , leggiera mutatrice d'ordini po- 
litici y ed usa , secondo Dante , a giacere con 
parte guelCi. Nel Purg. , XI : /^ rabbia fio- 
rentina , eh€ » • , ora è putta. — Ccvskta. 



12 E non mi si partia d'ionanzi al volto, 
Anz' impediva tanto il mio cammino. 
Ch* i' fiu per ritornar più volte volto. 

13 Tempo era dal principio del mattino, 
E1 sol montava in su con quelle stelle 
Ch* eran con lui quando Y Amor divino 

ih Mosse da prima quelle cose belle : 
Si eh' a bene sperar m' era cagione 
Di quella fera alla gaietta pelle , 

15 L*ora del tempo, e la dolce stagione : 
Ma non al che paura non mi desse 
La vista che m* apparve d' un leone. 

16 Questi parca che centra me venesse 
Con la test' alta e con rabbiosa fame, 
SI che parea che Taer ne temeue. 



Virg.: JHactiIofae re^mtna lyncis, 

13. Dal. Similmente il viaggio d'Enea : 
Primi sub lumina soUs, — Stelli. L' ariete. 
F. Par. , I, 

14. Mosse. Creò. Nelle Rime , dice di Dio: 
chi mosse V universo. Creaiione è moto, e mo- 
to è creazione ; secondo Platone e san Toma- 
so. E il Malebranche dice che sola l'Idea di 
Dio può far chiara l'Idea del moto.— Buxb. 
Inf. , XVI : Le beUe steUe. Virgil. : Ver ma- 
gnus agebat orbis... quum primum fecco la 
frase quando . . . da prima) lueem peeudu 
hausere. . • hnmissaeque ferae silvie et sydé- 
ra eoelo, — Spirar. Sperar di prendere quel- 
la fiera ; come più sotto : speranza M'tUtei- 
sa. — Alla. Inf. , XVI : Lonza alia velie di- 
pinta , per dalla. In quel canto egli alce che 
voleva con una corda prender la lonza : la 
pelle dunque di lei non poteva con la bellez- 
za ispirargli speranza. Bene sperava di pren- 
derla. Così spiegano Pietro figliuol di Dante 
e il Bocc. 

15 L'ORA DSL TEMPO, usa anchc l'Ottimo, 
per qael che noi diciam ora.— Stagione. Del- 
la incarnazione del Verbo , e dcUa creazione 
del mondo. Nella primavera, dice il Boccac- 
cio ; le forze si rinnovellano : però spera di 
vincere. 

16. L'aer. V. S. Padri : Ikirea che non so- 
lamente le genti ma eiiandio l'aere così sere- 
no onoraue la sua sepoltura. Altrove : Cre- 
do che non solamente li tuoi orecchi ma ezian- 
dio Varia riceva infezione da quel parla- 
re. — Temesse. Amos: Leo rugiet; quis non 
timebit7 Anche Boezio pone il leone simbolo 
della superbia violenta. Eccl. (XIII. 23): Ve- 
natio leonis , onager in eremo : tic et pascua 
divitum sunt paupcret. 



CANTO I. 



b5 



17 Ed uba hipa , che di tutte brame 
Sembiava carca con la sua magrezza, 
£ molte genti fé già viver grame. 

18 Questa mi porse tanto di gravezza 
Con la paura che uscia di sua vista , 
Ch*i' perdei la speranza dell' altezza. 

19 E quale è quei'che volentieri acquista, 
E giugno '1 tempo che perder lo face, 
Ch'intuttiisuo'pensierpiangees*attrìsta; 

20 Tal mi fece la bestia senza pace , 
Che venendomi incontro, a poco a poco 
Mi ripingeva là dove '1 sol tace. 

21 Mentre eh* i* rovinava in basso loco, 
Dinanzi agli occhi mi si fu offerto 
Chi per lungo silenzio parea fioco. 

22 Quand*i'vidi costui nel gran diserto: 
Misererò di me , gridai a lui , 

Qual che tu sii, od ombra , od uomo certo. 

23 Risposemi : non uomo, uomo già fui: 

17. LvPA. Jerem. : tkreutiU eo« leo desQ- 
va : lupus ad vetperam vastamt eot ; pardui 
wigitan» Muper eivitatei eorum, OmnU qui 
§grusui fuerit ex eis, eapietur, — Moltb. Nel 
Forg., XX, chiama l'avarìzia antica lupa. 
— Gkamb. Nella Volg. El. dice tatti quasi i 
principi del tempo suo segaitatori d* avarìzia. 
CM aUro , die' egli nel Gonv., maggiormente 
pefieeia e uccide le città , U contrade , la fin- 
molari persone , tanto quanto lo nuovo rauna- 
meato d'avere^ Seneca cit. daU' (Ht.(Il, 367): 
L' avarizia recò povertade ; e molle cose desi- 
isrando tutte U cose perde. Eccl. ( XXXI, 6 ): 
JAiIfi dati sunt in auro casus. 

19. Pbnsibr. Più forte nelle Rime ( i. II , 
BOB. 6) : ilfi pianse ogni pensiero NeUa mente 
do^iosa. 

20. Pace. Nel Gonv. dimostra le ricchezze 
essere d' inqaietadine perpetua cagione. — Ta- 
ce. Jerem. : Ncque taceat pupilla ocuU mei. 
> irgli. : loca noete silentia late . . . Silentia 
luna». Sap. (V , 6): Erravimus a viaverita- 
tiSf et justitiae lumen non Iwtit nolns, et sol 
inulUgentiae non est ortus nobis. Eccl. (XXI, 
il ) : Via peccanlium :. . . in fine Ulorum in- 
feri el tenebrae et poenae. 

$1. OrFEETO. yìrg,:9Rhiseseoeulis...viden- 
iaiH obtulit. — Fioco. O com' ombra: e a quel 
modo Virgilio dell' ombre disse : pars tollere 
voeem Exiguam. perchè Virgilio e le anti- 
che lettere da lungo tempo tacevano-, taceva 
lE scienza naturale , che Dante stimava alu- 
tatrice alla scienza divina. Gosl io Armanni- 
no , guidatrìce d* un viaggio simbolico è la 
pofsia in forma d'amica donzcfln, perchè an- 



E li parenti miei fnron lombardi , 
E mantovani per patria ambidui. 
2^ Nacqui subJulio, ancorché fosse tardi, 
E \issi a Roma sotto '1 buono Agusto, 
Al tempo degli Dei falsi e bugiardi. 

25 Poeta fui , e cantai di quel giusto 
Figliuol d'Anchise che venne da Troia 
Poiché *i superbo Ilión fu combusto. 

26 Ma tu perchè ritomi a tanta noia? 
Perchè non sali il dilettoso monte 
Ch'è principio e cagion di tutta gioia? 

27 Or se* tu quel Virgilio, e quella fonte 
Che spande di parlar si largo fitmie? 
Risposi lui con vergognosa fronte. 

28 Oh degli altri poeti onore e lume, 
Yagliamil lungo studio e'I grande amore 
Che m'han fatto cercar lo tuo volume. 

29 Tu se'Io mio maestro el mio autore; 
Tu se* solo coltii da cu* io tolsi. 

ticamenie fu più onorata che oggi. 

22. DiSBETO. Deserto in una lettera latina 
e' chiama l'Italia alla mano de' Guelfi. — Qcal 
CHE. Virg.: Oquamte memorem, virgo^nam" 
que haud tihi wiltus Mortalis, nec vox homi- 
nem sonai. O Dea certe. . . . Si$ felix , no- 
strumque leves quaecumque laborem. — Gbeto. 
Reale. Virg. : Deùm eertissima proUi» 

23. LoHEAEDi. Rammenta il gran Lombata 
do , Parad. , XVII. Scaligero , speranza di 
Dante e dell'Italia ghibellina. £ ghibelUoa era 
gVan parte df Lombardia. 

24. JuLio, Formola non osata se non do- 
po la dittatura di Cesare : e Virgilio nacqno 
prima di quella. Onde dice : ancorché piit 

' tardi , e tardi a quel eh' e' meritava , avesse 
il titolo di dittatore di Roma. L' Ottimo in- 
tende eh' e' nascesse al tempo di G. Cesare^ 
guati nella fine del suo imperiato. 

25. Giusto. Virgil.: Aeneas, quo justiar 
alter Nec pietate fuit, £ Dante cita questo ver- 
so nella Monarchia. — Venne. Virg. : Troiaa 
qui primus ab oris ItaUam . . . venit. — Su- 
PBREO. Virg. : Ceciditque superbum llium. 

28. Lungo. De' suoi lunghi studii parla e 
nel XXV del Par. , e nella lettera a chi gli 
oCDriva di tornare per via disonorevole in pa- 
trìa. 

29. Autore. Gic. (Or., Ili) : Non intelli- 
gendi solum sed etiam dicendi maximus aif- 
ctor et magister Plato, Virgilio fu maestro ed 
autore a Dante, di stile assai più che d'i- 
dee. — Stile. N'avea fatto prova nella V. 
Nuova , nelle Canioni , nelle Egloghe. Non di- 
ce imitai , dice tolsi ; ch'è meno , insieoM , 



òò 



DELL' INFERNO 



Lo bollo stile che m'ha fatto onore. 

30 Vedi la bestia per cu' io mi volsi. 
Aiutami da lei , famoso saggio; 
Ch'ella mi fa tremar le venere i polsi. 

31 A te convien tenere altro' viaggio , 
(Rispose , poi che lagrìmar mi vide) 
Se vuoi campar d'esto luogo selvaggio. 

32 Che questa bestia per la qual tu gride, 
Non lascia altrui passar per la sua via, 
Ma tanto lo 'ropedisce che Y uccide. 

33 Ed ha natura si malvagia e ria 
Che mai non empie la bramosa voglia. 



ed è più. Nelle Prose lo cita spessissimo. Mo- 
narch. ( p. 16; 33 e seg. : 42 , 45 , 47, 50), 
Ma Dante, ben noia il sig. Tissol , neirimi- 
tazione stessa è pieno d'ardimcDlo; timido 
nelle sue imitazioni è Virgilio (Et. sor Virg.). 

30. Polsi. Y. Nuova : Lo tpirito della vi- 
ta incominciò a tremar ii fortemente , che ap- 
pariva nelii menomi polti . . . 

31. Tenere. Virg. : Quove tenetii iter ? — 
Altro. Boel.: Tu quoque falsa tuem boiM 
prius Incipe colla jugo retrakere : Vera dehinc 
animum subierint. 

32. Uccide. Boezio, studiato da Dante, 
paragona 1* avaro ad un lupo. 

33. Ria. Malvagia è meno di ria. Malva- 
gio chiama Dante un cammino ( lof. , XXXIV): 
ed è voce che s' applicava a tutti gii oggetti 
corporei , come il francese mauvais, — Empie. 
Prov. (XVII, 16): Nec. avarm impletur pe- 
cunia, Boet. : Opetincxpletamreitinguereavct- 
ritiam nequeunt, — Fame. Virgil. : Auri sacra 
fames, liorat. : Mc^orumque fames, 

34. Molti. L'avarizia s' accoppia a molti 
vizii — VELTRO. Cane della Scala , chiamato 
Catulut , in una profezia di Mich. Scotto , 
notata da G. Vili. ; al qual Cane il P. indi- 
risse il Paradiso con lettera , dov'è resa ra- 
gione dell' intero poema. Di lui parla nel 
XVH del Paradiso , e n'augura cose incredi- 
bili a queglino stossi che le vedranno. Poi l'e- 
logio di quel canto con le parole di questo 
corrisponde a capello. — Morir. Ne' Falli d'E- 
nea, testo antico pubblicato dal sig. Gamba, 
a p. 83 si legge : Dante profetizza di quel vel- 
tro che débbe cacciare la lupa d'Italia , cioè 
V avarizia e la simonia. 

35. Terra. Par. , XVII. in non curar d'or- 
.^enlo né d'affanni. Peltro qui , come argen- 
to , sta per ogni jnetallo o ricchezza ; terra 
per ogni podere. E forse s' accenna all' astu- 
to serpente nemico dell' uomo , che si ciba 
di terra secondo la Genesi , cioè di vili beni. 
Petr.: Che vi fa ir superbi , oro e terreno. ^~ 



E dopo 'l pasto ha più fame che pria. 
Zk Molti soD gli animali a cui s'ammonì id ; 
E più saranno ancora infin che*l Veltro 
Verri, che la farà morir di doglia. 

35 Questi non ciberà terra né peltro. 
Ma sapienza e amore e mtute: 

E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro* 

36 Di queir umile Italia fia salute 
Per cui morie la vergine Cammilla , 
Eurialo , Turno , e Niso , di ferute^ 

37 Questi la caccerà per ogni villa , 
Fin che V avrà rimessa nello 'nfemo 



Ma. Salui , amor, vtrliit, sono ! tre fini del- 
la poesia secondo V AUighieri ; e poesit, po- 
litica , religione , erano nella sua mente lua 
cosa. — Amore. Lo Scaligero in lasso • in 
delicatezze profase molt' oro : e tanto senti 
l'amore che per esso commise un delitto. Ma 
qui parla d* amore più alto. — Virtute. ftr. , 
XVI i : Parran f amile della sua vtrtufe. — > 
Feltro. Per Feltre cittìi del Friuli è nel IX 
del Par. L'altro è Montefeltro in Romagna: 
in questo spazio erano i Ghibellini piS ar- 
denti. Pietro di Dante e molti altri comenca- 
tori descrivono cosi larghi conGni alla nazio- 
ne del Veltro ; e nessuno riconosce ne* due 
Feltri san Leo e Macerata , come il sig. Tro- 
ya desidera. Si noti inoltre che Alessandro 
I Novello vescovo di Feltre e principe, contro i 
Ghibellini tenne da Padova ; e nn alerò vesco- 
vo di Feltra i Ferraresi nella sua città rifug- 
giti , que' Fontana congiunti di Dant^, con- 
cesse alla vendetta d' nn crudele nemico. Que- 
sto nome di Feltro gli rinnovellava molte cru- 
deli memorie. Nazione può intendersi e per 
luogo di nascita , e per nazione ghibellina- 
mente costituita. Io prescelgo il secondo: per- 
chè Cane fu capo della lega ghibellina : né 
d' uomo già nato nel 1300 , si direbbe che la 
sua nascila sarà in tale o tal luogo. Questa, 
maniera di segnare geograficamente larshi con- 
fini ad uno spazio di terreno, non aispiaca 
al P. Cosi si disegna nel Par., IX, il colle do- 
ve nacque Eccelino ; e nel X , la città dove 
nacque Folchetto. 

36. Umile. Virg. : Humilemque videmus Ùa» 
liam. La parte d' Italia a cui Dante accenna, 
é quasi tutta in pianura ; quella dov Enea 
combattè — Vergine. Titolo che le dù soven- 
te Virgilio : O decus italiae , virgo'. — Eu- 
rialo. Aen. , X. — Turno. Aen., XII. — Fi- 
RUTE. Vfrg. : Pulcramque petunt per vulnera 
mortem Ob patriam pugnando vulnera pasii. 

37. Caccerà'. Qui intende quella che Dante 
chiamava ( Vulg. El. ) armorum proìrita$» Nel 



CANTO 1. 



87 



Le oodeViTidia prima dipariilla. 

Qnd'io per lo tuo me'penso e dìscemo 
Che tu mi segui : ed io sarò tua guida, 
E trarrotti di qui per luogo el^rno ; 

39 Ov' udirai le disperate strida , 
Vedrai gli antichi spiriti dolenti , 
Che la seconda morte ciascun grida. 

%ù E po' vedrai color che son contenti 
Nel Tuoco, perchè speran di venire, 
Quando che sia, alle beate genti. 

U Alle qua' poi se tu vorrai salire , 
Anìaia fia a ciò di me più degna : 
Con lei ti lascerò nel mio partire. 

Par. , XYII » dica che Cane fa Impresso na- 
•ccsdo del forte pianeta di Marte, sì che no- 
ubili saranno le opere sue. Cane doveva ctc- 
eiare la lupa e battendo gli avari tiranni , e 
vjoeaido 1' avarixia co* noDlli esempi. Par. , 
Xni : Le tua magnifctni^ eonotciuU Saran- 
no m^om, ti che t tuoi nimici Non ne pò- 
trm Un§r U ìingue muie . . . Por lui fia tra- 
mimtata moUa genie. Cambiando condizion 
fieM • mmdUL DeUa liberalità di Cane toc- 
ea a Boccaccio.— 'NviDU. Sap. ( II , 24) : 
fcuìrfgq • . • diahoU mori inf rovif tn orbtm fer- 
fonuR. Questa terzina d& per certa, cosa che 
nel Purgatorio è desiderata incertamente sic- 
coflM WMaMi.- Quando ^enà per cui quetta 
lUicedm t IfoCate il medesimo modo : 12 Vel- 
tro merré* Un anonimo antico della Riccard. 
di Firenta ( cod. 1037 e Magliab. ci. I , cod. 
47, 49) commenta così: Bawi ehi tiene che 
torà uno iatperaiore il quale verrà ad alritar$ 
a toma.' a per costui garanno cacciati ima' 
futmi di t, Chieia , .... e che per questo 
iMite sa fie rifarà^ 
38. Etsbho. Il timor della pena , il dolo- 
ra deU'aspiaiione , la speranza del premio , 
m te tre scale per ritornare a virtù. Ecco la 
ttare deli' Inferno , del Pnrgatorio e delPa- 

M. ÀxTiCBi. Non vedrà solo gli antichi ; 
m col desiderio de* più onorevoli e più ono- 



42 Che quellolmperador che lassù regna, 
Perch'i' fui ribellante alla sua legge , 
Non vuol che'n sua città per me si vegna. 

43 In tutte parti impera , e quivi regge; 
Quivi è la sua cittade, e l'alto seggio. 
O felice colui cu' ivi elegge I* 

44 Ed io a lui: poeta, i' ti richieggio 
Per quello Iddio che tu non conoscesti, 
Acciocch'i' fugga questo male e peggio, 

45 Che tu mi meni là dov'or dicesti. 
Si ch'i' vegga la porta di san Pietro, 
E' color che tu fai cotanto mesti. 

46 Allor si mosse; ed io gli tenni dietro. 

rati da Dante, Virgilio k> invoglia.'— Sbcon- 
DA. Così chiama s. Agostino T Inferno. Apoc. 
( IX , 6 ) : Desideràbunt mori , et fugiet more 
ab eie. 

40. Bbatb. Ps. : Beala gens , evjus eeMo- 
minus Deus ejus : populus quem elegit in hae- 
reditalem sibi . . . Beati qui hàbitant in domo 
tua , Domine. 

42. IMPBRADOR. V. S. Padri e Dino : Lo 
imperatore del cielo. Ma qui non s'usa senxa 
inieniione politica. — Pan. Ottimo : AUa ter- 
za non si va per naturale ragione 9 ma per 
fede cattolica e cognizione di Dio. 

43. iHPBBA. L'impero si stende più del re- 
gno: il reggere é più dolce. Psalm. : Domi- 
nus regit me : nihil mihi deerit, — Ssceio. 
Psalm. : Domintu m eoelo sedes ^jue* Boei. : 
Hio seeptrum Dominus tenetf ormsque Aa(f- 
nas temperat. 

4tf. Porta. Del Pnrgatorio , alla quale sie- 
de un augelo con le chiavi di Pietro (Pnrg., 
IX ). he nomina prima dell' Inferno , come 
idea molto più coosolanie. Il Rossetti » ram- 
mentando che le case di Dante erano a porla 
a s. Pietro » vuole che qui a Firenze s'accenni. 

46. DiiTRo. Virgilio , il più spirituale de' 
poeti profani , quello che più lo ispirava di 
religione e d'amore e di soavemeslizia, 4da 
lui tolto a guida. 



88 



DELL* INFERNO 



CANTO IL 



ARGOMENTO. 

Teme non »ia troppo ardito il viaggio: Tirgilio gli raecùnta da ehi fu fnandaiOm 
Scese a lui Beatrice j l* amata di Dante , marta da fuari dieci annij e lo pregò 
di eoccorrere V amico euo^ 

La ragione condace 1* uomo fino al pensiero deHa neeessità dellt pena , l' Inferno ; a 
della espiazione, il Purgatorio: ma ana guida di?ÌDt gli bisogna perole?arlo alia speranza 
del premio , il Paradiso. 

In questo canto clie pare si semplice è più poesia che nel primo. 

Nota le terzine 1 alla 4; 7, 8, 10, li, 14, IS, 16; 18 tUa 91; S3 aUa S6; 33 
aUa 37; 39> 42, 43, 47. 



1 Lo giorno se n' andava , e Faer brano 
Toglieva gii animai che sono *n terra 
Dalle fatiche loro : ed io sol uno 

2 M'apparecchiava a «ostener la guerra 
SI del cammino e si della piotate, 
Che ritrarrà la mente che non erra. 

3 OMuse,o alto ingegno, or m'aiutate. 
O mente che scrìvesti ciò eh* i'vidi. 
Qui si parrà la tua nobilitate. 

b lo conÙDciai: poeta, che mi guidi, 
I 

1. AiriXAT. Virgil. : No9 eroi et terris ont- 
fiuriia f ofmitff hahebat . . . Nox erat 'et piaci' 
dmm carpebant fesea eoporem CorporapBtttr- 
fOf . . . Nox trat af terrai animtUia feua per 
owmee . .. Soporaltue habebat. Tra le noie del- 
la seWa e i discorsi con Virgilio era passato 
quel giorno. — Uno. Aibertano : Quello che 
ditpiaee a te uno, 

2. M'APPARBCCHiAVA. Virgil.: Parai Stygiam 
tonane paludem, 

3. MusK. Virgilins : Sit mihi fai audita lo- 
qui iit numine vettro AnuierìB. — Ingegno. 
L' ingegno è la forza meditante , la mente è 
la memoria imaginante. Inf., Ili: I^ «etile 
di iudore ancor mi bagna, 

4. Fini. Virgil. : Auius «e ereders eoeìo, Ec- 
cL (XXXil, SS): NecredaiUviaelaboHoiae. 

5. Silvio. Virgil : Silviut , Albanum no- 
men» tua poithuma proles; ...Et qui ti no- 
mine reddet, SUmuiAeneai. — CoreottibiLb. 



Guarda la mia virtù 8' eli' ò possente , 
Prima eh' ali* alto passo tu mi fidi. 

5 Tu dici che di Silvio lo parente. 
Corruttibile ancora , td inunortala 
Secolo andò , e fu sensibilmente. 

6 Però se l' avversario d* ogni male 
Cortese fu , pensando l' alto efiello , 
Ch' uscir dovea di lui , e1 chi el quale , 

7 Nonpare indegnoaduomo d'intelletto, 
Gh'ei fu delI'ahuaRoma e di suo*impero, 

Monarchia , pag. 81 : Homo , sì eomidarvCiir 
seeundum utramque pariem e n oniiaìe m , eor- 
ruptibilii iit. ^ Secolo. V. Noova: BarHia di 
queito acolo, Virgil. (G. I ) : liiifiia ioeeuta* 

6. AwKRSAKio. Monarchia , li : Rowummi 
populìu cunetii atUtiiantUfUi prò imperio mum* 
di praenaìmt : er^o de dtmiio judieio proooo- 
imi: — Goanss. Dante chiama Dio nella V. 
N. iin della eorte»ia. — Quali. S. Leone 
( Serm. I, De Ap. ) : Ditpotito dimniiut ope- 
ri maxima eongruebat ut multa regiM uno 
confoederarentur imperio, et eiio pervioe km- 
bent populoi praedicatio generalie , quoi m- 
niui teneret regimen cioiìafù. Di che larga- 
mente nel Con?. 

7. iNOEGNO. Virgil.: Nee fuUindigwumsu- 
perii , bii ianguim nouro Annathiam . . . pin- 
gueseere ... — 'Mmo. Egli i teritto : noice- 
rà U troiano Canirs della bella ichiatta , ti 
fiMii termtnerd lo tinperto coiToesofio , e la 



CANTO IL 



89 



Neir empireo dei per padre eletto. 

8 La quale e'iquale, a volerdir lo \ero, 
Far stabiliti per lo loco santo 

U' siede il successor del maggior Piero. 

9 Per questa andata onde gli dai tuvanto. 
Intese cose che furon cagione 

Di sua \ittoria , e del papale ammanto. 

10 Andovvi poi Io vas d* elezione 
Per recarne conforto a quella fede , 
Ch' è principio alla\ia di salvazione. 

11 Ma io perchè Tenirvi?o chi'l concede? 
Io non Ènea , io non Paolo sono, 
Me degno a ciò né io nò altri crede. 

12 Perchè, se del venire i* m'abbandono, 
Temo che la venuta non sia folle. 
Se' savio, e*ntendi me*ch*i'non ragiono. 

13 E quale è quei che disvuol ciòch*e'volie, 
E per nuovi pensier cangia proposti. 
Si che dal cominciar tutto si tolte ; 

ik Tal mi fec* io in quella oscura costa, 



fmma coUb stèlU. Gos) scrive ad Arrigo. — 
Pabab. Virg. : Pater Aeneai, romana^ ttir- 
^ origo . . • Pater urbis et auctor, 

8. PiBmo. G. Cristo dicendo : Tu es Petrtti, 
9i super kamcpetram aedijkabo eccUsiam meam . 
volse la parola a tutti i successori di lui. in 
questo senso ogni ponteGce è un Piero , e l'a- 
postolo il wtaggior Piero. 11 Bocc. interpreta: 
Piero li wuiggiore, a differenza di molti santi 
mommi nominati Pietri, 

9. ViiXTO. Virg. , VI : Pauci, quos aequus 
mmtarit Jmppiter , aut ardens evexit ad aethe- 
ra rtrfitf. IHs geniti , potuere. — Cagione. 
Kob già che le cose udite da Enea intorno al- 
Tinpero di Cesare (Aon. , VI) fossero causa 
étìÌM sua ¥Ìttoria e della dignità pontificia; 
ma la dignità pontificia era V ultimo fine dul- 
ie cose da Enea allora udite , che lo inanimi- 
roBo a sincere i Ruinli. V, il libro Ve Mo- 
mmrehia. 

10. Vas. S. Paolo (Acta» IX, 1). 

il. Ma. Il discorso di Dante è il contrap- 
posio di quel d' Enea ( Aen. , VI ) : Si potuit 
Mncs areessere eonjugis Orpheus , ec. 

12. AiBANiioxo. Ramondo di Tolosa , poe- 
ta proTeniale , dice che V tuignuolo s*abban- 
éama del cantare. — Folle. Virg. : Nigra vi- 
dtre Tartara et insana juvat indulgere labori. 
L'indulgere risponde %\i'abbandonarsidi Danivi. 

14. CoxsrMAi. Antividi , precorsi , e quasi 
coosomai col pensiero le difficoltà dell' impre- 
sa. Virg. : Omnia praecepi atque animo nie- 



l*erchè, pensando, consumai l'impresa 
Che fu nel cominciar cotanto tosta. 

15 Se io ho beo la tua parola intesa, 
Rispose del magnanimo quell'ombra, 
L'anima tua è da viltate offesa. 

16 La qual molte fiate l'uomo ingombra , 
Si che d' onrata impresa lo ri voi ve. 
Come falso veder bestia quand'ombra. 

17 Da questa tema acciocché tu ti solve. 
Dirotti perch'i' venni, e quel ch'io 'ntesi 
Nel primo pimto che di te mi dolve. 

18 r era tra color che son sospesi ; 

E donna mi chiamò beata e bella , 
Tal che di comandare i' la richiesi. 

19 Lucevangli occhisuoi piùche lastelia, 
E cominciommi a dir soave e piana 
Con angelica voce, in sua favella: 

20 O anima cortese mantovana. 

Di cui la fama ancor nel mondo dura. 
E durerà quanto '1 moto lontana , 



cum ante peregi. — Tosta. Virg. ; tneeptum 
subitum. 

15. Magnanimo. Virtù, nota T Ottimo, con- 
traria alla pusillanimità da coi Dante era preso. 

16. Ombra. Novellino , XXXVl: Pun^ea ra- 
sino, credendo che ombrasse. 

17. Solve. Virg. : Solvent formidine. 

18. Sospesi. Tra il cielo e la terra , tra la 
gioia e '1 dolore. Inf. (IV, 15). — Beata. Di- 
ce nel Conv. , che , daccbò Beatrice era mor- 
ta , e' la riguardava come la sapienza felicis- 
sima e suprema. 

19. Stella. la stella mattutina, o il so- 
le che i Greci cbiamavan ciKro, e i trecenti- 
sti stella: e Dame stesso: La bella steUa ciie'l 
tempo misura. K stellone <iicesi in Tosca- 
na tuttavia un sol cocente. La stella però dis- 
se altrove per una stella, o per le stelle: Tur- 
bar lo sole ed apparir lastelia. — Piana. A1- 
bertano : Tu con piane parole e con soavi mi 
vuo' inducere . . . Dante. Rime : Quanto piani 
Soavi e dolci ver me si levaro ( gli occhi di 
Beatrice ). — Favella. Fiorentina , nota il 
Bocc. 

20. UoTo. La creazione. V. Inf., L Ari- 
stotelcs : Tempus est numerus motus. Platone 
afferma il moto non potere avere principio se 
non da forza la qual si mova da sé. Cosi >. 
Tomaso. — Lontana. O è verbo, come vuole 
il Bocc. , e vale : quanto il moto procede a 
si prolunga nello spazio e nel tempo: o, me- 
glio , é nome , e vale : la cui fama durerà 

12 



DELL* INFERNO 



90 



21 L' amico mio, e non della yentara, 
Nella diserta piaggia è impedito 
Si nel cammin , che volto e per paura : 

2-2 E temo che non sia già si smarrito, 
Ch* io mi sia tardi al soccorso levata, 
Per quel eh* i'ho di lui nel Cielo udito. 

2^ Or muovi , e con la tua parola ornata , 
E con cloche è mestieri al suo campstre, 
L*niuta si ch'i' ne sia consolata. 

'lì r son Beatrice che ti faccio andare: 
Vengo di loco ove tornar disio. 
Amor mi mosse , che mi fa parlare. 

25 Quando sarò dinanzi al signor mio , 
Di te mi loderò sovente a lui. 
Tacette allora , e po' comincia' io : 

20 O donna di virtù , sola per cui 
L* umana spezie eccede ogni contento 
Di quel ciel eh* ha minor li cerchi sui; 

27 Tanto m'aggrada '1 tuo comandamento 
Che l'ubbidir, se già fosse, m* è tardi. 



lunga e perenne quanto la creazione di que- 
sto universo. Lontan digiuno , per lungo (Par., 
\V , 17 ). £ Fr. da Barb. : Lontam cure, per 
lunghe. Anonimo: Lunga nominanxa, 

21. Mio. Cornelio: Senonfortunaeiedho- 
minibus solere esse amieum. r . Parg. , XXX. 

23. Parola. Prov. (XV, 24 ) : SemUa vitae 
^'jper erudilum ut decUnet de inferno novis- 
simo. — Ornata. V. s. Girolamo : Ornati 
parlari. 

24. Andare. Questa missione somiglia on 
po' a quella di Gintnma nel XII dell'Eneide: 
Auctor ego audendi. E di Opi nel!' XI. 

26. Donna: G. delie Celle chiama la puri- 
tà donna dell* universo. Ruth , IH : Mulierem 
te eue virtutis. Nella V. Nuova la chiama don- 
na di cortesia. Boezio alla tìlosofia : O om- 
nium magistra viriutum . . . virtutum nutrix. 
— Contento. Per cose contenute (Par., Il, 
^9); e neir Ottimo: Per la scienza delle cose 
superne l* uomo sovrasta a quanti enti sono 
Sfitto la luna. S. Tom. S. Q. S. A. 2, dimo- 
stra la teologia altissima delle scienze. 

27. Tardi. Par. , X : Corse e eorrendo gii 
parve esser tardo. Albertano: Alla cupidità par 
tarda l* avaccianza. Virg. : Tuus, o regina, 
quid optes Explorare labor mOii jussa eapes- 
sere fas est. E* più cortese nel P. italiano l'of- 
ferta. 

28. Loco. Vira. : Quis Ol^po Demissam, 
lantos voluit te (erre lahoresf — ÀRDi.Virg. : 
Ardet ahire. 

30. Pacrosr. Armann:no: Figure paurose. 



Più non t'è uopo aprirmi 1 tuo talento. 

28 Ma dimmi la cagion che non ti guardi 
Bello scender quaggiusoin questoGentro 
Dall'ampio loco ove tornar tu ardi. 

29 Da che tu vuoi saper cotanto addentro» 
Dirotti brevemente , mi rispose, 
Perch'i' non temo di venir qua entro. 

30 Temer si dee di sole quelle cose, 
Ch' hanno potenza di fare altrui male ; 
Dell' altre no , che non son paurose. 

31 r son fatta da Dio, sua mercè, tale 
Che la vostra miseria non mi tange, 
Nòfiammad'esto'ncendionon m'assale. 

32 Donna è gentil nel ciel, che si compiange 
Di questo 'mpedimento ov' i'ti mando. 
Si che duro giudicio lassù frange. 

33 Questa chiese Lucia in suo dimando. 
E disse : ora abbisogna il tuo fedele 
Di te , ed io a te lo raccomando. 

3&> Lucia , nimica di ciascun crudele. 



pallide e scure. Vive in Toscana. La semen- 
ta é dell' Etica d' Aristot. , lib. III. 

31. Fiamma. Isaias: Fiamma non ohruH 
te , et quum ambulaveris in igne , non con^ 
burerii. Psal. : Et si ambulavero inmedio Min* 
6rae mortis , non timebo mala. Non è già che 
que'del Limbo penino in fiamme, incendio è 
qui per V Inferno in genere. Si noti che l' In- 
ferno di Dante è simbolo del mondo ; e lo di» 
ce nella lett. a Cane : Agit de inferno ist9 . 
in quo , peregrinando ut viatores , mervrt tC 
demereri possumus. 

• 32. Bonna. Nel Convito la ragione è cbit- 
mata donna gentile. I più antichi comenlatort, 
l'Ottimo, Pietro di Dante, Benvenuto, il Bati 
veggono nella donna gentile. In Rachele, in 
Lucia , la grazia preveniente , la illuminante, 
la cooperante : il Bocc. nella donna gemito 
l'orazione, in Lucia la divina bontà, in Bea- 
trice la grazia efficace , in Virg. la ragione 
cooperante alla grazia. Altri nella gentile ve- 
de la divina bontà , la grazia in Lucia. No- 
vellino : Come uno giullare si compianse di- 
nanzi ad Alessandro d* un cavaliere. — Dune. 
Sapient. : Durissimum judicium, — Franab. 
Clcer. : Frangere sententiam. Virgil. : Si qua 
fata aspera rumpas. Reg. ( 1 , 29 ) : Confro- 
gii David viros suos sermonibus. Prov. (XXV, 
15 ) : Lingua moUis eonfringit duritiam. 

33. Fbdblb. V. Nuova : Amore , aiuta il tu9 
fedele. 

34. Racbbli. Beatrice che secondo il Con- 
vìvio , à la sapienza felicissima e suprema, 



CANTO IL 



91 



Si mosse , e Tenoe al loco dov'i era, 
Che mi sédea con 1* antica Rachele. 

35 Disse : Beatrice , loda di Dio vera, 
Che non soccorri quel che t'amò tanto, 
Ch'uscio per te della volgare schiera? 

96 Non odi Ui la pietà del suo pianto? 
Non redi tu U morte che 1 combatte 
So la fiumana ondel mar non ha vanto ? 

37 Al mondo non fur mai persone ratte 
A far lor prò , ed a fuggir lor danno , 
Com' io , dopo cotai parple fatte , 

38 Venni quaggiù dal mio beato scanno , 
Fidandomi nel tuo parlare onesto , 
Ch' onora te , e quei eh' udito l'hanno. 

39 Poscia che m'ebbe ragionato questo, 
Gli occhi lucenti lagrimando \olse ; 
Perchè mi fece del venir più presto. 

hO E venni a te cosi com* ella volse : 

siede coD Rachele, simbolo della contempla- 
zione (Purg., XXVl ). Ma mia suora Baehel 
fliot non ft tmaga Dal iuo miraglio , e siede 
tuUo giorno. Beatrice è la scìenia teologica, 
Rachele la vita contemplativa ; però seggono 
àsìeme. Veggasi il XXXII canto del paradiso. 
Kella roaa celeste , in alto , é Maria , sotto 
lei , Eva, sott' E?a , Rachele e Beatrice : ma 
pi& ga di lor dae , di faccia ad Adamo, Lu- 
cia. La Tergine danque era a Lncia più vici- 
na. Lucia scende a Beatrice, Beatrice a Vir- 
gilio. Ciò vaol dire che per la scala degli 
umani stadi! Dante doveva salire alla scienza 
religiosa , quindi illuminarsi nel vero supre- 
mo , ed avere la grazia. 

35. Bbataics. Boccaccio , V. D. : iZ cu» no- 
me aro #iety oomeeeKè egli dal $uo primitivo 
waait ', cioè Beatrice , la nominaue. Dante , 
V. Noova : La gloriosa donna della mia men- 
fa • la fvala fu chiamata da molti Beatrice, 
U fmoH non sapevano che si chiamare ( cioè 
BOB sapevano qual senso arcano fosse in quel- 
la voce; ovvero: non sapevano con quale più 
alta m>me chiamarla ). — Loda. Lo studio del- 
le cose divine è vera lode di Dio, eh' è il be- 
ne dell'intelletto. — Uscio. Conv.: Fatto ami- 
co di quosta donna incominciai ad amare li 
mgmii atori della verità , e odiare i nguita- 
lori dello errore. In una canzone: S'io pro- 
caccio di valore » il fo perché sua cosa in pre- 
gio «Mmfi. 

36. FicKAXA. Che scendendo dall'isola di 
Creta , non isbocca nel mare ma fa nell* in- 
ferno i quattro fiunvi ( Inf. XIV ). Non già che 
Dante nella selva fosse alla riva di quesu fiu- 
mana , ma poco lonuno. Virgil. : TlBiianf ma- | 



Dinanzi a quella fiera ti levai 

Che del bel monte il corto andar ti tolse. 

&1 Dunque che è? perdiè perchè ristai? 
Perchè tanta viltà nel cuore alletto? 
Perchè ardire e franchezza non hai? 

k2 Poscia che tai tre donne benedette 
Curan di te nella corte del Cielo , 
E'I mio parlar tanto ben t' impromette. 

iSi.3 Quale i fioretti , dal notturno gielo 
Chinati e chiusi, poi chelsol grimbianca , 
Si drizzan tutti aperti in loro stelo: 

kk Tal mi fec*io di mia virtute stanca: 
E tanto buono ardire al cuor mi corse, 
Ch' i* cominciai come persona franca: 

45 O pietosa colei che mi soccorse ! 
£ tu cortese , eh* ubbidisti tosto 
Alle vere parole che ti porse! 

46 Tu m'hai con desiderio il cuor disposto 

dia omnia sUvae, Coeytusque sinu labens eir- 
cumfluit atro. 

37. GoM'io. Se alcuno volesse inoltre vede- 
re in quest'allegoria la ragione uni versale che 
illuminata da Dio si congiunge alla sapienza 
divina e all'umana per salvare un'anima da' 
pericoli , e per mostrarle la verità religiosa, 
morale , politica ; noi non contraddiremo a 
questa interpretazione , purché la si accoppiì 
alla prima. Dante amava le allegorie non pur 
semplici ma doppie e triplici; e lo dice nel 
Convito , e nella lettera a Cane le chiamò 
polisensi. 

38. Onesto. Leggiadro. Virg., di Bacco : os 
honestum. La bellezza e purità dell'ingegno 
di Virgilio è posta da Dante , quasi grado 
dalla scienza temporale all'eterna. E Virgilio 
è invero il poeta de'pii. — UniTO. In senso 
simile disse di Beatrice : Ond'è laudato chi 
primo la vide. 

39. VoLSB. Per nascondere il tarbamento. 
O forse» al cielo. 

41. Franchbzza. Novellino, VII: J regni 
non si tengono per parole , ma per prodezza 
e per franchezza. Voleva forza d'animo libero. 

42. Trb. Tre le fiere che assalgono Dante, 
tre le donne che ne prendono cura. Le fiere 
son la lussuria , la superbia , V avarizia ; le 
donne, V umile ed alta più che creatura, la 
vergine Lucia, e quella Beatrice della quale 
nel XXXI del Paradiso è lodata la magnifi- 
cenza. 

43. Quale i. Sconcordanza apparente , co- 
me in Virgil. Quale sopor. 

44. Corse. In senso opposto. Virg. : Ttu- 
ci'is per dura cucurnì Ossa tremor. 



92 



DhLV IN F E K N O. 



SI al venir , con le parole tue , 
Ch' i* 8oa tornato nel primo proposto. 
kl Ór va , che un sol vdere è aamendue. 

47. Duca. Duca a guida , maestro ad inse- 
goamento , signore a oomaDdo. Virgilio co- 
me poeta religioso e filo8ofi^ , come descrittor 
dell' iDfema, come cantore della romana mo- 
narchia , come amato da Dante , è da lui | ttdn. 



Tu duca , tu signore , e tu maestro. 

6osl gli dissi : e , poiché mosso fue , 

hS Entrai per lo cammino alto e Silvestro. 

scelto a guida. 

4B. Alto. Difficile , non erto , come sopra : 
allo pano. 0?. ( Met. , ì\): Bmì via dtcU- 
fnt funesta nubUa Iojbo ; Ducit ad infamai... 



CANTO ni. 



93 



CANTO III 



ARGOMENTO. 

Entrano pen la porla infernale : trotano miste agli Angeli che furono né riheUi 
a Dio con Lucifero né fedeli j le anime di coloro che wtero senza fama e senxa 
tnfamia , t dappoco. Giungono aUe rive d Acheronte dooe le anime panano , da 
/^«•,A«#« tfogiUaUj a*iupplizii* Trema la terra: balena una lucej il P. cade. 



Canto originale flra le tante imitazioni del poeta latino. Quel che Virgilio stende in 
un nggio di splendida poesia. Dante lo raccoglie in mi lampo. 1 mediocri imitatori an« 
naci|iiaiio> appannano. 

Notabili spezialmente le terzine i, 7, 9, 10, 16» 17, 19, 22, 23, 28, 33, 34, 35, 
Sé, 38, 39, 40, 42, 45. 

1 Per me si va nella città dolente, 
Per me si va neW eterno dolore , 
Per me si va ira la perduta gente. 

2 Giustizia mosse 7 mio alto fattore. 
Fecemi la divina Potestate , 

La somma Sapienza y e 'l primo Amore. 

3 Dinanzi a me non far cose create ^ 
Se non eteme: ed io eterno duro. 
Lasciate ogni speranza, voi cK entrate. 



\ Queste parole di colore oscuro 
Vid'io scritte al sommo d'una porta; 
Perch'io: maestro, il senso lorm e duro* 

5 Ed egli a me , come persona accorta : 

2. Fkcimi. y. Conv. , XI, 6. — Amore. La 
pena è amore , se giusta. 

3. Emufi. Gli Angeli, spiega il Boeeac- 
rio , pcqoali Al fatto in prima l' inferno : 
eterni , non mortali come 1* nomo. — Eterno. 
\rverbio. Armannino: efemo qui rimai^^tinQ, 
— Lasciate. Stat. : Tanarmie Itmen petti ir- 
femeaMte porfot. Virgil : AifeC oiriiaiiua di- 
Ha : ted rvoocarv gradum mperatfiie ewjLdere 
ad aura», ec. 

4. Dvmo. DifBeile. Conv. ; Bmo eommefifo 



Qui si convien lasciare ogni sospetto; 
Ogni viltà conTÌen che qui sia morta. 
6 Noi sem venuti al luogo ov*i't* ho detto 
Che tu vedrai le genti dolorose , 

M ... un poco dwro, 

6. Morta. Virgil.: Nume ammU opus, M- 
nta , mine ptctore firmo. Dice ad Enea la Si- 
billa. 

6. Dolorose. V. S. P.^iVon muoia eotì do- 
loroso, — Ben. Aristot. (HI de An.): J^onui 
intelleetus est uUima heatitudo. Convi?io : 
/( vero è il bene delVintetUtto, Or Dio è il 
sommo Tcro. L' Eulero disse : la cognizione del 
eero fondamento aita cognizione del bene. 



d'* 



DELr INFERNO 



Ch* hanno perduto 1 ben dello*nteUetto« 

7 E poichò la sua mano alla mia pose 
Con lieto volto , ond* io mi confortai, 
Hi mise dentro alle segrete cose. 

8 Quivi sospiri , pianti , e alti guai 
Risonavan per V aer senza stelle ; 
Perch' io al cominciar ne lagrìmai. 

9 Diverse lingue , orribili favelle » 
Parole di dolore , accenti d* ira , 
Voci alte e fioche, e suon di man con die, 

10 Facevano un tumulto, il qual s'aggira 
Sempre 'n queir aria senza tempo tinta, 
Come la rena quaodol turbo spira. 

11 E io eh* avea d*error la testa cinta , 
Dissi: maestro, che è quel eh' f odo ? 
E die gent' è che par nel duol si vinta? 

13 Ed egli a me: questo misero modo 
Tengon V anime triste di coloro, 
Che visser senza infamia e senza lodo. 

13 Mischiate sono a quel cattivo coro 
Dc^li angeli, che non furon ribelli 



7. CosB. Virgil. : Be$ aUa Urrà $t eaUgin9 
mersof. 

8. Qum. Virgil.: Hme txaudiri gemittu 9t 
$a9va fonane Feròera.— Stillb. Virgil. : Sir 
ffM iidere noeUs , Sìm iole dofnoi. 

9. Fatbllb. PronoDzie , che It disperazio- 
ne rendeva più aspre. — Accbnti. L' uomo 
irato soci accentuare più forte. Distingue la 
linffua , il discorso , l' accento , la voce. 

10. Tinta. Inf. , VII : Aequa Unta, torbi- 
da, buia. — Spira. Virgil.: Terrai furarne 
perfiant, Lucan. : indtriferam eontorlo pulve- 
re fiuòem Jn fUxum vìotonluf 091*1. 

11. Che e*. Virgil. : Quae teelerum facieiJ 
O virgo , effare : gutòuiva Urgentur poenii ? 
Qui it tantu» plangor ad auroif — Vinta. 
Virgil. : Eweta dolore. 

IS. Sbnza. L' Ottimo : Dite t . Agostino : 
non basta aiteneni dal male 9 a non ti fa 
lune. — Lodo. Vaie , non gloria , ma ogni 
menoma lode. Virg. chiama illaudato Busiride. 

13. Angeli. Questa degli Angeli ondeg- 
gianti tra Lucifero e Dio è sentenza non ca- 
nonica di Clemente Alessandrino (Str. VII): 
Miquoi ex Angelie propter ioeordiam humi 
etse laptoi , quod nondum perfecte ex Ula in 
utramque partem procUvitate , in simplieem 
Hlum atque unum expediiaent eehahitum. 

14. Propondo. Virgil. : Maneeque profun- 
dis — * Alcuna. Si glorìerebbero del veder pa- 
reggiati a sé nella pena spiriti menrei di lo- 
ro : più , ti glorierebbero d' essere stati men 



Né fur fedeli a Dio, ma per sé foro. 
ih Cacciarli i del per non esser men belli ; 
Né lo profondo inferno gli riceve, 
Ch* alcuna gloria i rei avrebber d'elli. 

15 Ed io: maestro, che é tanto greve 
A lor, che lamentar gli fa si forte? 
Rispose: dicerolti molto breve. 

16 Questi non hanno speranza di morte, 
£ la lor cieca vita é tanto bassa 

Che 'nvidiosi son d'ogni altra sorte. 

17 Fama di loro il mondo esser non lassa: 
Misericordia e giustizia gli sdegna. 
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa. 

18 Ed io che riguardai, vidi una insegna 
Che girando correva tanto ratta 

Che a ogni posa mi pareva indegna* 

19 E dietro le venia si lunga tratta 

Dì gente, ch* io non avrei mai creduto 
Che morte tanta n'avesse disfatta. 

20 Poscia ch'io v'ebbi alcun rìconoscioto. 
Guardai, e vidi l' ombra di colui 



rei di loro : più , si glorierebbero d' essere 
stati men vili. Alcuna qui non vale mima. 
Volere che gli Angeli tiepidi non fossero messi 
in Inferno per rispettare V orgoglio degli an- 
geli ribelli , è un credere Dio molto cerimo- 
nioso con Lucifero e i suoi compagni. Se que- 
sto fosse , e' poteva non li cacciare all' Infer- 
no. Ma dire che gli angeli morti non sono io 
Inferno , acciocché i rei non abbiano a glo- 
riarsi della loro iniquità, è idea pib vera t 
più conforme alla religione di Dante. 

le. Cieca. In senso simile Caecoe fom , 
eaeea arma, Virgil. 

18. Indegna. Per indegnata ; e in Toscana 
si dice continovo : cerco, egomento , per cer- 
cato , igomenlaio. Ovid. : Corda indignantia 
pacem. 

19. Tratta. Virg. : Longum agmen. — Di- 
sfatta. Inf., VI: Tu fotti , prima ch*io di- 
tfatto, fatto. Cioè nato, prima ch*io morto* 

20. Alcun. Tocco contro gli uomini del suo 
tempo. — Colui. Celestino V. che nel 1194 
in dicembre rinunziò , dopo cinque mesi e ot- 
to giorni al papato , e gli successe Bonifazio» 
V amico dei Guelfi (Inf., XXVIl) , da cui tutti 
i mali di Dante. Questo (Ul gran rifiuto, il rifiato 
di quello che il P. chiamò nel Purg., XIX, gran 
manto ; di che 1* Ottimo dice : donde la ehie- 
ta di Dio , e *l mondo incorrea in grandi pò- 
ricoli. Cosi spiegano Benvenuto , e altri anti. 
chi. Il Caro , in una lettera , nomina fra i de- 
gni amici della solitudine Celestino. Egli ac- 



.^ 



, t 



CANTO III. 



95 



C3ie fece per yìltate 3 gran rifiuto. 
2 i iDcoDtaoente intesi e certo fui, 
Ole quest* era la setta dei cattìTi» 
A Dio spiacenti ed a* nemici sui. 

22 Questi sciaurati che mai non fur tìvì, 
Erano ignudi, e stimolati molto 

Da mosconi e da vespe, ch'eran ivi. 

23 Elle rigavan lor di sangue il volto. 
Che , mischiato di lagrime , a* lor piedi 
Da fastidiosi vermi era rìcolto. 

2i E poi eh' a riguardare oltre mi diedi, 
Vidi gente alla riva d'un gran fiume; 
Perch* i* dissi: maestro, or mi concedi 

23 Chlo sappia qualisono, equal costume 
Le fa parer di trapassar si pronte , 
Com' io discemo per lo fioco lume. 

20 Ed egli a me : le cose ti fien conte 
Quando noi fermerem li nostri passi 
Su la trista riviera d* Acheronte. 

27 Allor, con gli occhi vergognosi e bassi , 

celiò con terrore il papato : era dunque umil- 
ia la sua , DOD viltà. Fu nel 1313 canonizza- 
to da Clemeote : ma Dante allora aveva già 
scrìtto , se BOD pubbUcato, l' Inferno. 

2i. Ikcontanbnti. Quanto veleno in quel- 
r tnconlafieiaf e io quel certo! I vili dispiae- 
cioDo e tolte le parti. Armannino : V animt 
di fwcf Jt pménti , che né bene né male fece- 
ro nel wùnidù, ma come eaitivi m/enano lor 
vita Miua (nato, — Cattivi. Vili perchè la 
servitù (capiiviioi) tali rende i più degli uo- 
mini. Boccaccio: /( fante di Binaldo, veggen- 
dolo aesaUret come cattivo, niuna cota al 
j«o mifo oibi^rò. 

SS. Viti. Sap. ( V , 13 ) : Nati eontùiMO de- 
m mm m eeetf et wrtutis quidem nuUum ti- 
^nmm , voluimut ottendere. Nel Convivio, par- 
laado del nobile indegno : Dico questo vìÙmsì- 
m9 euere morto, parendo vivo. Perchè vivere 
fteW uomo è ragione usare, Sallustio : Horum 
vua , monque par est, — Mosconi. Sap. ( XVf, 
9j .* Ulo* locuetarum et muscarum occiderunt 
morgmt : quia dégni erant ab hujtumodi ex- 
ierwùnarù Eccl. (XLIII,9): Syfil quorum non 
ut enatmoria: peri$runt quasi quinonfuerint. 
Et moti smni quasi non natL 

23. RwAVAif. Virgil. : Rigat arma cruore. 
-* Vbuii. La lor pigrizia stimolata da inset- 
ti ; la viltà simboleggiata ne* vermini. Dame 
nemico de* mezzi-uomini , caccia in Inferno co- 
storo per indicar con Solone , cbe in certi mo- 
r.enli è fona anco all'uom pacifico farsi di 
(•arte. B Dante mal ano grado si fece. 

i4. Gbntk. VirglL : mine omnis turba ad 



Temendo no 1 mio dir gli fuase grave, 
Insino al fiume di parlar mi trassi. 

28 Ed ecco vei^o noi Tenir per nave 
Un vecchio bianco per antico pelo , 
Gridando : guai a voi anime pravel 

29 Non isperate mai Teder lo cielo, 
r vegno per menarvi all'altra riva 
Nelle tenebre eteme, in caldo, e'n gelo. 

30 E tu che se* costi , anima viva. 
Partiti da cotestt chp son morti. 

ìHà poi eh* e* vide eh* i* non mi partiva. 

31 Disse : per altre vie, per altri porti. 
Verrai a piaggia, non qui, per passare. 
Più lieve legno convien che ti porti. 

32 E ì duca a hii: Caron,non ti crucciare. 
Vuoisi cosi coli dove sipuote 

Qò che si vuole: e pili non dimandare. 

33 Quinci fur quote le lanose gote 
Al nocchier della livida palude 

Che'n torno agli occhi a vea di fìamme ruota 

ripas effusa ruebat: Matres atque t»ri...Oini;e 
viri tanto complérint agmine ripas, 

25. Quali. Virgil. : Aeneas , miratus enim, 
motìàsque tumuitu , Die , atl , o Virgo , quid 
vuU concursus ad amneml Quidve petunt ani- 
maeJ 

26. Trista. Virgil.: Ailtfftnomaòtitf. Ache- 
ronte in greco vale il contrario di salate , di 
gioia. 

28. Vbcchio, Virgil. : Portitor has horren- 
dui aquas et (lumina servai Terribili squalo» 
re Charon, cui plurima mmito Canitiet in- 
eulta jaeet ; • . Jam senior , sed crudadeovi' 
ridisque seneetut, 

29. In GALuo E 's GELO. I due suppUzii do- 
minanti dell'inferno di Dante. 

30. Viva. Virgil. : Novità quos jam inde 
ut Stygia prospexit ab unda Psr tacitum ne- 
mus ire , pedemque adve9tere ripae. Sic prior 
aggreditur dictis atque increpat ultra . . . Um- 
brarum hic loeus est , somni noctisque sopo* 
rae : Corpora viva nefas stygia vectare cari^ 
na. Ottimo: E' schifo di passare uomini vioi 
per la rimembranza di quello che fece a* de- 
monU Ercole e Teseo, 

31. Porti. Così si chiama nel Veneto il na- 
vicello da passare i fiumi. — Lieve. Le ani- 
me buone vanno su un vasello snelletto e leg- 
gero alla piaggia del monie del Purgatorio , 
( Purg. II ). 

32. Garon. Corone usa sempre Armannino. 
— Crucciare. In Virg. la Sibilla a Garuntt: 
absitte moveri. — Vuole. Sap. (XII, 18): 
Sube»i tibi , quum volueris , potsie. 



96 



DELL' INFERNO 



3V Ma quell'aiiiine, ch'cran lasse e nudo, 
Cangiar colore e dibatterò i denti 
Ratto che *nteser le parole crude. 

35 Bestemmiavano Iddio, e*lor parenti, 
f/umana spezie;illuogo,iltempo,e'l seme 
Di lor semenza « di lor nascimenti. 

36 Poi si ritrasser tutte quante insieme, 
Forte piangendo, alla riva malvagia 
Ch'attende ciascun uom cheDio non teme. 

37 Caron dimenio, con occhi di bragia, 
I^ro accennando, tutte le raccoglie: 
Batto col remo qualunque s* adagia. 

38 Come d' autunno si levan le foglie, 
L'una appresso dell'altra infin che'lramo 
Rende alla terra tutte le sue spoglie; 

30 Similemente il mal seme d* Adamo 
Gittansi di quel lito ad una ad una. 
Per cenni, come augel per suo richiamo. 

40 Cosi sen vanno su per l'onda bruna: 

33. QCBTB. Virg. , VI : Rabida ora quié- 
runt p . . Tumida ex ira tum corda retidunt. 
Proprio de' vecchi, qaando sodo inquieti, é 
agitare le gote. Mad. Peflìcari. — Lanose. 
Frase dell'Apocalisse. — Livida. Virg.: Va- 
da livida. — RuoTB. Virgil. : ironl lumina 
fiamma. 

35. Seme. Reg. ,l:N$ deleas feman maiim. 
BestemmiavaDO la lor prossima e la lontana 
generazione, e l' umana natura. Is. (XIV, 
22): Perdam Babylonii nomen al germen et 
progeniem, 

36. BiTEASSBE. Eran venute sparte : nota 
il Boccaccio- — Attende. Simile all'oraziano; 
Stiraque fata Quae manent culpoi etiam iub 
orco. 

37. DiMONio. Virg. lo chiama Dio: per Dan- 
te , questo come tutti gli altri enti mitologi- 
ci, non è che uno spirito diabolico. — Rac- 
GOfiLiE. Virg. : Navita ted tristi» nunc hos 
mmc aeeipit iUos: Ast alias longe submodos 
areal arena . . . Inde alias animas quae per 
tuga longa sedebant , Deturbat. — S' adagia. 
Indugia. L'usa l'Ar. ( XIV , 116 ). 

38. Rende. Gie. (Leg. , II , 37 ): Reddi- 



E avanti che sien di là discese. 
Anche di qua nuova schiera s' aduna. 

&•! Figliuol mio, disse il maestro corti^sc, 
Quelli che muoion nell* ira di Dio, 
Tutti convegnon qui d' ogni paese. 

k^ £ pronti sono al trapassar del rio. 
Che la divina giustizia gli sprona 
Si che la tema si volge in disio. 

bS Quinci non passa mai anima buona: 
£ però se Caron di te si lagna; 
Ben puoi saper omai che '1 suo dir suona 

&.&. Finito questo, la buia campagna 
Tremò si forte che dello spavento 
La mente di sudore ancor mi bagna. 

kò La terra lagrimosa diede vento. 
Che balenò una luce vermiglia. 
La qual mi vinse ciascun sentimento: 

&.G E caddi come luom cui sonno piglia . 



tur terrae corpus , ec. Virg. : Quam multa 
in silvie autumni (rigore primo Lapea eaduni 
(olia. 

39. Seme. Isaias , I, 4: Vae... populo 
gravi iniquitate , semini nequam. — Aucel. 
Virg. : Ad terram gurgite ab aUo Quam wtul- 
tae glomeraniur aves , ubi frigidue ommi 
Trans ponium frugat et terrie immittU «prtcit. 

41. CoNTEGiiOK. Ot. , Met. : Umbraeque rt- 
eentes ihseendunt illic eimulaeraque funeta se- 
pulcris, Utque (return de tota fiumina Urrà. 
Sic omnes animae locus accipit iUe , nte ulti 
Ejciguus populo eet. Si rammenti il verso . . . 
inferno li rieeve, « 

43. Buona. Virgil. : NulH fu ea»l9 teti*- 
folum insistere limen. 

44. Mente. Inf. ( XI , 3 } : il rammantar- 
lo mi fa sudar freddo, 

45. Terra. Cic. : Placet stoicie eoe ankeH- 
Itti terrae qui frigidi sint, quum fluere eoe- 
perint , ventos esse, — I^crimosa. Virg. del- 
l' Inferno : lugentes campi. Orazio : BeUum ia- 
erimosum. — Ralen^. Forse qui acceDoa al 
fulmine ch'esce di terra già noto agli Etru- 
schi , al dire di Seneca. 



CANTO IV. 



97 



CANTO IV. 



ARGOMENTO. 

Si trwa nel primo cerchio j portatovi da una forza superna. Quivi è la pena 
de non battezzati : bambini e adulti. Entro a un ricinto di lume dimorano i savii 
che non credettero in Cristo. L inferìxo dantesco è un cono rovesciato, diviso in 
nove ripiani circolari , come i gradi negli antichi anfiteatri. Nel primo eh" è il 
Limbo j non è la pena del senso , ma sola del danno. Taluni bruttati di vizii 
Dante non li considera se non come simboli, bene avverte il Boccaccio. 

Belle le tenine %, 4, 10, 18, 20, 22, 23, 28; la 35 alla 43; la 50. 



1 Rnppeini Talto sonno nella testa 
Un ^ve tuono, si ch'io mi riscossi 
Come persona che per forza è desta. 

2 E rocchio riposato intorno mossi, 
Dritto levato, e fiso riguardai , 
Per conoscer lo loco dov' io fossi. 

3 Vero è che 'n su la proda mi trovai 
Della valle d'ahisso dolorosa 

Che tuono accoglie d* infiniti guai. 
h Oscura , profonda era, e nebulosa 
Tanto, che per ficcar lo viso a fondo, 
r non vi discemea veruna cosa. 

5 Ordiscendiam quaggiù nel cieco mondo, 
Incominciò 'I poeta tutto smorto. 

r sarò primo , e tu sarai secondo. 

6 Ed io che del color mi fui accorto, 
Dissi : come verrò, se tu paventi 

Che suolialmio dubbiare esser conforto? 

1. Tuovo. Forse U tuono . . . ^infiniti guaif 
del ▼. 9. 

3. PaoiiA. La ralle è tonda , cinta dal Ga- 
aw« e Tm sempre dechinando. 

4. Viso. Vista. Oonv. : Non si loiciano ve- 
étn wtnza fatica del vi$o. 

5. Pmivo. Accenna forse alla descrizione 
MriDfefno fatta gii da Virg. 

7. PISTA*. Era anch' egli in quest'angoscia; 
etsà nei IH dei Porgatorio , pensandovi , ri- 
wkam§ twrbatc. — Scnti. GindiehI esser timo- 
re. I Latini: ita $mUio, cosi giadlco. Pnrg.: 
XXIX : E 'l dolce suon per canto era già 



9. Ma cm. Màgit quam. V asa nel XXVHI 
dell' Inf. e nel Par. Modo e proTenzale e ita- 
liaao. Il mm francese , il ma nostro , sono 
M magU. Sallustio ed altri 
Immtm di ma. Ottimo .-JTonv'é 




7 Ed egli a me: l'angoscia delle genti 
Che son qua giù, nel viso mi dipigne 
Quella pietà che tu per tema senti. 

8 Andiam , che la vìa lunga ne sospigne. 
Cosi si mise, e cosi mi fé 'ntrare 

Kel primo cerchio che 1' abisso cigno. 

9 Quivi , secondo che per ascoltare , 
Non avea pianto, ma che disof^piri, 
Che l'aura eterna facevan tremare. 

10 £ ciò av venia di duol senza martiri, 
Ch'avean leturbe, ch'eranmolteegrandi, 
E d'infanti, e di femmine, e di viri. 

11 Lo buon maestroame: tu non dimandi 
Che spiriti son questi che tu vedi ? 

Or vo*chesappiinnanzichepiùandi, (di, 

12 Ch'ei nonp^caro:e,s'egli hannomerce- 
Non basta, perch'e'non ebber battesmo, 
Ch' è porta della fede che tu credi. 

pianti , però che *l pianto procede da pena e 
da tormento; ma toipirì che seguono a disio. 

10. DroL. Dello spirito. — Grandi. Molte 
schiere, e ciascuna era grande. — Infanti. 
virg. : Matree atque viri . . . pueri tnmiptaa- 
que puellae. Altrove : Continuo auditae vo- 
ees , vagitus et ingens , Infantumque animoé 
ftifies in Umine primo; Quos dulcis vitae ex- 
sortes et ab ubere raptos Abstulit atra di$s §t 
fùnore mersit acerbo. 

11. I>nfANDi. Non rispose alla domanda fatta 
da Dante nell'altro canto. Qoi per ricompen- 
samelo il buon duca gU spiega la cosa ós^ 
sé. — Vedi. Virg. , VI : Haec omnis fuam 
eemis , inope iiìhumataque turba est. — Ande. 
É in autori del sec. XIV e del XV. 

12. Mercedi. Meriti. Par. (XXXII, 25).— 
Porta. Janua sacrammtorum è detto il bat- 
tesimo. 

13 



98 



DELL' INFERNO 



13 E , se furon dinanzi al Cristianenno » 
Non adorar debitamente Dio ; 

* E di questi cotai son io medesmo. 

H Per tai difetti , non per altro rio, 
Semo perduti; e sol di tanto offesi. 
Che senza speme vivemo in disio. 

15 Granduolmìpresealcorquandolo*ntesi, 
Perocché gente di molto valore 
Conobbi, che 'n quel limbo eran sospesi. 

16 Dimmi, maestro mio, dimmi, signore, 
Comincia* io per volere esser certo 

Di quella fede che vince ogni errore: 

17 Uscinne mai alcuno, o per suo morto 
O per altrui , che poi fosse beato? 

E quei che 'intese 1 mio parlar coverto, 

18 Rispose: Tera nuovo io questo siato. 
Quando ci vidi venire un possente 
Con segno di vittoria incoronato. 

19 Trasseci Tombra del primo parente , 
D' Abel suo figlio; e quella di Noè; 

Di Moisè legista e ubbidiente; 

20 Abraam patriarca , e David re; 
Israel con suo padre e co*suoi nati, 
E con Rachele per cui tanto fé; 

13. Debitamente. S. Thom. ( som. 22 , 
90 , 92 , art. 2 ) : Multae sunt iup$r$tiUoni$ 
Mpeeiu, ut indebitus veri Dti cuUus, — Io. Mori 
molti aDDi innanzi la predicazion del Vangelo. 

14. Rio. Reità. Pnrg. ( VII , 3 ). 

15. DuOL. Per Intendere qoesto passo si 
legga il seg. De Monarch. : Nemo , quantum- 
eumgu$ moraiihui et intelUctuaUbut virtwtihut 
perfectui, ab$qu$ fide ialvari poteit. Hoc ra- 
tio humana per te jiutum intueri non potetti 
fide autem adjuta, potett. In Virg. , Enea 
compiange la sorte de' sospesi insepolti : Mul- 
ta putant, tortemque animo tniteratut ini- 
quam. 

16. Signore. La compassione dello stato di 
Vlrg. sentita da Dante, rende ragione di questo 
doppio titolo , ch'è ana lode delicata e pietosa. 

18. Nuovo. Venuto nel Limbo da meno di 
cinquant' anni. Reeent usa in questo senso 
Virg. — Possente. S. Agost. , Serm. della 
Pass. : Critto , quando andò €lUo Inferno, di- 
tcete , tpezzò le porte e U terrami di quelle, 
e sciolte tuffi li giutti. 

19. PAEEinrB. L' inno della Chiesa : parete 
tit protoplatti, — Ubbidiente. Da quando Id- 
dio mandò lui scilinguato al re d'Egitto; e 
sempre poi. 

20. Fé. Vtir, : D'avernongVineretee Sette 
r setV anni per Rachel tervUo, 



21 E altri molti: e fecegli beati. 

E Yo'che sappi che, dinanzi ad essi> 
Spiriti umani non eran salvati. 

22 Non lasciavam landar perch' e* dicessi; 
Ha passavam la selva tuttavia , 

La selva dico di spìriti spessi. 

23 Non era lunga ancor la nostra via 

Di qua dal sonuno, quand* i* vidi un foco 
Clì*emisperio di tenebre vincia. 
2&' Di limgi v'eravamo ancora un poco. 
Ma non si eh* io non discernessi in parte 
Cb*orrevol gente possedea quel loco. 

25 O tu ch'onori ogni scienza ed arte. 
Questi chi son ch'hanno cotanta orranza 
Che dal modo degli altri gli diparte? 

26 E quegli a me : lonrata nominanza 
Che di lor suona su nella tua vita, 
Grazia acquistane! elei, che slgliavama. 

27 Intanto voce fu per me udita : 
Onorate l'altissimo poeta. 
L'ombra sua toma; ch'era dipartita. 

28 Poiché la voce fu restata e queta , 
Vidi quattro grand' ombre a noi venire: 
Sembianza avevan né trista né lieta. 

23. Dicessi. Nel IX ehiudetti per chiud§tt€. 

23. Sommo. Non eravamo molto lontani dal 
fiume , da cni ci partimmo , eh' era più ìd 
alto , se la valle era fonda. E però disse : Or 
ditcendiam. — Vini. Non lo vedeva quando 
ficcò il Tiso a fondo. , v. 11. — Foco. Virg., 
degli Elisi : Largior hie eampot aethtr etlu» 
mine vettit Purpureo. — Vincia. Come salia 
nel Petr. per tolea. Le tenebre circoodavaBO 
il foro {vineiebant). il foco vinceva le teoo- 
bre. Simile imagine , in altro senso , è nella 
Sap., XVII, 20: Ipti. . .tibi erant gravior99 
tenebrit ; XVIll , 1 : Sanetit aut«m tuie maxi* 
ma erat lux, 

24. DiscBRNEssi. A taluno che ne vedeva, 
o alla forma del nobU etutello. — Possedba. 
Stat. : BMtettaque manibut arva, 

25. Onori. La filosofia morale e la natura- 
le , spiega il Bocc. : la teoria e la pratica , 
r Ottimo. Qui Virg. é come il simbolo della 
sapienza umana. Altrimenti , la lode sarebbe 
smodau. Ma scienza chiamavasi allora la sUs- 
sa poesia : cosi 1* Ottimo. 

28. Restata. La voce; queto il suono di 
lei. — Ombbb. Son questi i poeti che a Dania 
parevano sommi. Omero al suo tempo era no- 
to , poiché Armannino , contemporaneo di 
Dante , lo eiu. Notissimi gli altri , e Danta H 
studiava con cura : quoe , dice di loro , oait- 



CANTO IV, 



99 



i9 Lo baon maestro cominciò a diro : 
Mira colui con quella spada in mano, 
Che yien dinanzi a' Ire si come sire, 

30 Quegli è Omero, poeta sovrano; 
L altro è Orazio satiro, che Tiene ; 
Ovidio è '1 terzo, e l'ultimo è Lucano. 

31 Perocché ciascun meco si conviene 
Nel nome che sonò la voce sola , 
Fannomi onore, e di ciò fanno bene. 

32 Cosi vidi adunar la bella scuola 
Di quel signor dell* altissimo canto , 
Che sovra gli altri com'aquila vola. 

33 Da ch^ebberragionato nsiemealquanto, 
Volsersi a me con salutevol cenno; 

E *l mio maestro sorrise di tanto. 
31 E più d'onore ancora assai mi fenno, 
Ch' ei si mi fecer della loro schiera ; 
Si ch* r fui sesto tra cotanto senno. 



tm wMmdo visttars imnfaf. — Ni teista, per- 
chè non infelice affatto ; non lieta, poiché sen- 
za speranza. Inoltre è propria della sapienza 
qoesu temperie d' affetti. Dante è più cortese 
a' poeti non cristiani che a'santi non ghibellini. 
39. SiBB. In antico velerà signore, onde: 
Sim Dio 1 

30. Satho. Nel Gout. chiama ulUto nobile 
Giovenale: e anco i I^tin, saiymi , scriito- 
re di satin. — Ovidio. Lo nomina nella V. 
£loqoenia. E nella Mon. p. 44,45. — Ulti- 
mo. Più ampolloso, e però più fiacco. Lo no- 
Mina nella V. Eloquenza, p. 262, e nella 
Monarchia, p. 37 , 4i, 46 , 47, 50. 

31. CoMvnifS. Bocc. , IX : M imo , ctoé , 
cA« • lor padri odiavano , tanto ti conveniva- 
no. — Sola. Una sebben fossero quattro. Mart. 
in aiDph. 3 : Vox divena tonai : poptiforiim 
ejt vox famei» una. — BsNB.Non perché ono- 
rino ne, ma in me l'arte loro. Cosi Dante 
sperava essere onorato poeta nella sua patria; 
e credeva non a sé ma all'arte debito que- 

st' onore. 

32. SMHom. Omero, maestro di Virgilio, 
d*Ovidio, di Lucano , e lodato da Orazio ne* 
versi. Itcs gtttaie tegumque dmeumque et tri- 
fli« Iella Quo icribi potsent numero monstra- 
vii Homenà ; ciuti da Pietro figlio di Dante. 
Altri potrebbe per quei et^nor intendere Virg. 
tmUùmmo foeUa ; ma nel Pnrg., XXil, dice 
d'Oawro: ^iicl Greco Che le mine (attor ptÀ 
eà'ollro «un. 

33. SALuravoL. Per salutante , come awe- 
mpole per avreoente., e simili. 

35. LcHisna. Rime : DagU oeeM moì pi- 



iti Cc^sl n'andammo insino alla lamiera , 
Parlando cose che 1 tacere è bello , 
Si com'era il parlar colà dov'era. 

36 Venimmo al pie d'im nobile castello 
Sette volte cerchiato d*alte mura , 
Difeso 'ntomo d'un bel fiumicello. 

37 Questo passammo come terra dura. 
Per sette porte intrai conquesti savi: 
Giugnemmo in prato di fresca verdura. 

38 Genti v' eran con occhi tardi e gravi, 
Di grande autorità ne' lor sembianti ; 
Parlavan rado con voci soavi. 

39 Traemmoci cosi dall' un de' canti 
In luogo aperto, luminoso, e alto» 
Si che veder si potén tutti quanti. 

&>0 Colà diritto sopra '1 verde smalto. 
Mi fur mostrati gli spiriti magni , 
Che di vederli in me stesso m'esadto. 



tava WML lumiera. . . — Tacbrx. Cose trop- 
po onorevoU a Dante. Parlando co' graftdi » 
la coscienza della grandezza non è orgoglio; 
co' piccoli è vanità. 

36. Nobile. L'usa anche Dino. — Sbttb. 
Nelle mura altri vede le sette arti liberali, di 
coi Dante nel Gonv.: grammatica , rettorica, 
dialettica , aritmetica , musica , geometria , 
astronomia ; altri le tre teologali e le quattro 
virtù cardinali : meglio il secondo perchè non 
soli scienziati sono là entro. 

37. Passammo. Il castello è simbolo del- 
l'umana scienza e virtù anco a' pagani acces- 
sibile. Passano franchi il fiumicello , perchè 
quella difesa è per gl'ignoranti e pe'viii; e i 
buoni ingegni e i foni animi v' han l'adito 
sempre aperto. Pietro interpreta il fiume per 
l'affetto.* e l'affetto de' saggi essendo soUdo e 
fermo, e' giungono sicuri al lor fìue,e8ene 
fanno non impedimento ma via. Il Bocc. ve- 
de nel fiumicello i beni terreni che il saggio 
deve spregiare ; belli , ma fugaci com' acqua. 
— Ybbduea. Virg.: Dev^nere loco» ìaetoe ef 
afM9na vireta Fortunatorum nemorum. 

38. Tardi. Purg. , VI: JET nel movor degli 
occhi onesta e tarda, fi nel Ili .* La fretta , 
Che gravitate ad ogni atto dismaga. Perchè 
la tardità sola potrebb'essere stupidezza , pe- 
rò aggiunge gravi, e nel Purg. onesta. 

39. Alto. Virg. : Et tumutum capii, «m-^ 
de ornine» longo ordine pouU Advenot legere 
et i>efiiefifiim diicere vuUue. 

40. M' BSALTo. Verso citato con ammira» 
zione dal Byron. 



100 



DELL* I N F E R xN O 



^1 Ividi Elettra con molti compagni , 
Tra quai conobbi ed Ettore, ed Enea: 
Cesare armato con gli occhi grifagni. 

.V2 Vidi Cammina , e la Pentesilea 
Dair altra parte : e vidi 1 re Latino , 
Che con Lavina sua figlia sedea. 

43 Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino; 
Lucrezia, lulia, Marzia, e Corniglia : 
£ solo, in parte , vidi 1 Saladino. 



U. Elettra. Virg. ; Dardanw, Iliaeae 
• primus pater urbis et auctor, Electra, ut Graji 
perhibent, Atlantide creda. — Compagni. Tro- 
iani disceDdenti dì lei , tra' quali Ettore ed 
Enea , l'uno difensore di Troia , l'altro porta- 
tor deli' impero in Italia. Però da Cesare sal- 
ta ad Enea. Elettra , mogUe dì Corito re d'I- 
talia , e madre di Dardano re di Troia, é qui 
posta forse per indicare che Enea sul Lazio, 
aveva quasi diritto d'eredità, come dice nel 
libro De 3fonarchia; e con ciò dava un di- 
ritto d'eredità fino a Cesare, discendente di 
luto. Eleura ebbe Ul diritto da Giove ; e il 
P. la nomina nel detto libro con Ettore. — 
Cesare. Virg.: NoMcetur pulcra Trojanus ori- 
gine Caesar, Jmperium Oceano famam qui 
temUnet astris. Da Troe discendono in ona li- 
nea Erittonio, Laomedonte , Priamo, Ettore ; 
neir altra Assaraco , Capi , Anchise , Enea , 
lulo , ultimo Giulio Cesare, non d'altro reo, 
dice Dante , che di non aver avuto il batte- 
simo. — Armato. Nella Monarchia : Per duel- 
lum Bomanus popului aequisivit imperiutn, 

— Grifagni. Come di sparviero, o come d'ti- 
fio grifone, dice l'Ottimo. Svetonio dipinge 
Cesare eaesiis oeulis, Bocc. : Con due occhi 
in testa che parevano d'tin falcon pellegrino. 
Negli occhi d' Enrico VII lodato da Dante , 
notano gU storici una particolarità non dissi- 
mile. 

42. Latino. Dice ira inedito trecentista : 
Quinto re d' Italia, dal quale noi italiani siamo 
chiamati Latini. — Cammilla. Cantata da Virg. 

— Pentesilea alleata a' Troiani: la nomina 
neir En. , 1. I. Trecentista inedito: Viddela 
J^ntuUea, con le tue care donzelle, tutta af- 
focata in battaglia, — Dall' altra. Come av- 
Tersi dapprima ai Troiani; e come l'altro cep- 
po della schiatta romana. — Rs. Epiteto che 
gli dà sovente Virgilio. — Lavina. FerLavi- 
ma, anco in prosa. Cosi Tarquino. 

43. Bruto. Virgil. : Vis et TarquinÙH re- 
ge$ animamque superbam Vltorit Bruti. — Lu- 
CRBZU. Di lei Ovidio e Livio, letti da Dan- 
te. — Julia. Figlia di Cesare , moglie a Pom- 
peo. La rammenta Lucano , 1. VIL E cosi 



kh Poi che 'nnaizai un poco più lo ciglia » 
Vidi 1 maestro di color che sanno, 
Seder tra filosofica famiglia. 

!tò Tutti Tammiran, tutti onor gli faimo. 
Quivi vid'io Socrate e Platone, 
Che*nnanzi agli altri più presso gli stanno. 

h6 Democrito che 1 mondo a caso pone ; 
Diogenés , Anassagora, e Tale, 
Empedoclés, Eraclito, e Zenone. 



Marzia , moglie di Catone , della quale nel I 
del Parg. — Cormglla. Moglie di Pompeo, 
rammentata da Locano , l. Vili : non la ma* 
dre de* Gracchi. Corniglia dicevasi nel trecen» 
to anche in prosa. Si noti la simmetrìa: a de- 
stra Elettra , ceppo della discendenza maschi- 
le degU eroi ronuni; a sinistra Latino, ceppo 
della discendenza delle romane matrone. E l'olio 
e r altro ebber dominio in Italia , e prepara- 
rono ai lor nepoti l'impero di Roma. QoesU» 
a un dipresso il Rossetti. — Saladitto. SoI- 
dano di Babilonia , lodato anco da'crisUaBt 
per la soa probità. Solo, perchè d'altra Me, 
e perchè solo celebre tra* soldani. NoveUiiio, 
XXY : Saladino tusoldano, nobilsMiimo iigno' 
re, prode e largo . . • Ordinò una trogua ira 
lui e* cristiani; disse di v(Aer vedere i noUri 
modi , e , se li piacessero, diverrebbe ernifio- 
no. Dante lo nomina nel Conv. come libera- 
le ; virtù opposta all'avarizia tanto da Ini de> 
testata. Mori nel 1299 , conquistata Gerasa- 
Icmme al dominio francese ; e salito al regno, 
egli ignoto soldato. Ottimo : Dieesi che teppe 
tutte le lingue. Signoreggiò eorrendo gli anni 
del Signore IIKO. 

44. Sanno. Nel Conv. : coloro che fanno. 
Ad Aristotile , dice nel Conv. , che la natura 
più aperse li suoi secreti (III , 6). 

45. Ammiran. Virgil. : Medium nam plm- 
rima turba Uune habet, atque humerit extun- 
tem tutpicit altit. In tolte le opere sue , ac- 
cenna sempre ad Aristotile. Monarch. , p. 33, 
40, 41, 42, 43, «2, 55, 60, 66, 73, 74, 
75 . 76 . 79 , 81. 

46. Caso. Pone che '1 mondo sorgesse dal 
fortuito accozzarsi degli atomi. Dante avrà 
attinto questa notizia in Seneca o in Tullio. 
— DiOGRNis. Lodato da Seneca. — Anassa- 
gora. Maestro di Pericle, facondo, dotto ìd 
fisica , credente allo spirito. — Talr. Talete 
fondatore della scuola Ionia. Tale si diceva 
anco in prosa : e cosi Empedoclés. Ottimo : 
Dopo la politica , fu tpeeulatore di naturale 
filosofia , e trovatore di naturale astronomia 
e dell* ona maggiore ; e antidiue le oteura" 
turni dd sole, M\>se che U anime erano tm- 



CANTO IV. 



101 



^7 E ^idi1 buono accoglitor del quale, 
Dioscoride dico ; e vidi Orfeo : 
Tdiio , e Lino , e Seneca morale. 

^8 Euclide geometra, e Tolommeo ; 
Ippocrate, Avicenna, e Galieno ; 
AVeiTois che*l gran commento feo. 

V9 r DOD posso ritrar di tutti appieno, 

moriali , e aUribul anime alle cose inanimate. 
P^o9e che'l principio di tutte le cote era Va- 
efna • • diete che *l mondo avea anima ed era 
péemo di dmnonH : di cui favella s, Ag, nel- 
r vm De cìT. Dei. Di lai Arìstot. , Top. e 
Mi Ub. della Generazione. Di Zenone, Cice- 
nme e Seneca ed Aristotele; d'Eaclide, Boe- 
lio ; d'Eraclito , Aristotele ; di Democrito , 
il medesimo nella Fisica e nel libro del- 
l' Anima. 

47. Buono. Valente. Così Virilio : Botiut 
Bwriikicn* — Qdalb. Raccoglitore delle qualità 
delle coee.Qwile per quaUtà Tasa nel Paradiso. 
— OnrBO.Yirgilio anch' egli lo colloca negli Eli- 
si. — TCLUo. Lo nomina nel Convivio più vol- 
te ; nella MoDarchia , pag. 35 , 38 , 39 , 45, 
48. — Liaio. Il poeta sacro , nominato da 
Virf. come figlio d'Apollo (Eccl., IV), e po- 
sto cenlore negli Elisi ( Aen., VI). Altri leg- 
ge Livio, più volte citato da Dante nella Mon., 
e. 34. Xr • 48 , 46 , e Inf. , XXIX. — Ho- 
BAi.B.Fer distisgnerlo da Seneca tragico. Cosi 
disse qtÈel Bruto che cacciò Tarquino , per 
disUngnerio daU' uccisore di Cesare eh' è in 
bocca a LocUèro, Inf. , XXXIV. Boccaccio; 
Seneca wutraU , maeetro di ffenme. 



Perocché si mi cacciai lungo tema 
Che molte volte al fatto il dir vien meno. 

50 La sesta compagnia in duo si scema. 
Per altra via mi mena il savio duca, 
Fuor della queta neHaura che trema. 

51 E vegno in parte ove non è che luca. 



48. Avicenna. Arabo del sec.X. Scrìsse di 
medicina , di metaUurgia , dì chimica , di fi- 
losofia razionale. Lo nomina nel Gonv. — To- 
LOMMBO. Nel Conv. di lui più volte. — Aybe- 
Bois. S'osava anco In prosa. Ottimo : ^pttoae 
molti lihn d'Aristotele. Fki di noòtttitìmo in- 
gegno , piik eh* uomo , ma non confettò Cri' 
tto. — CovmNTO. Ad Aristotele. Nel Conv. 
lo cita. Fino a Zenone , il P. numera i filo- 
sofi teoretici ; da Dioscoride in poi , i savi! 
di storia naturale , d' eloquenza e di medici* 
na. L' enomerazione non è tanto confasa quan- 
to pare. 

49. BiTRAR. Ni^rrando dipingere. Conv. : 
Lucarw ; quando ritrae come Cesare ... — 
Meno. Conv. : La fantasia xim metto talora 
aWinteUetto. 

50. Sbsta. Di sei. In Arrìghello : tettima 
compapUa , compagnia di sette dee. — Trst* 
MA. Più sopra : Sospiri Che V aura eterna fit- 
cwan tremare. Dall' un lato tremava l' aria 
pe' sospiri , dall' altro per la bufèra , di cui 
nel canto seguente ; e pel mollo pianto. 

51. Luca. Non è cosa che dia lume, né astro, 
ned altro. Il Tasso ripete quest'emistichio (X,09). 



102 



DELL' INFERNO 



CANTO 



ARGOMENTO. 

Scendono al secondo cerchio: irooano Minoeee giudice, e diitribuior delle pene 
di Mto V Inferno : che qui V Inferno comincia. In queito cerchio i laecivi con uh 
turìrinoio vento che li mena j e minaccia preeipitarii ne^ cerchi di sotto. Dante qui 
Irooa F^ncesca da Rimini > e sente la storia del suo misero amore. 

La bufera è cosa da maestro. Della namiione amorosa, il passo più profbndo é : O lotto, 
QuanH dolci penttar..! 

NoU le terzine A, H, 10, 11, 12, 14, 15, 16, 18, 21, 24, 25, 27, 28, 31; U 33 
alla 41; la 43 all'ultima. 



1 Cosi discesi del cerchio primaio. 

Giù nel secondo , che mcn luogo cinghia, 
E tanto più dolor che punge a guaio. 

2 Stawi Minós orribilmente, e ringhia. 
Esamina le colpe nell'entrata; 
Giudica , e manda secondo ch'avvinghia. 

3 Dico che quando l'anima malnata 
Li vien dinanzi, tutta si confessa; 
E quel conoscitor delle peccata 

& Vede qual luogo d' inferno è da essa ; 

Cignesi con la coda tante volte 

Quantunque gradi vuol che giù sia messa. 
5 Sempre dinanzi a lui ne stanno molte ; 

Vanno a vicenda ciascuno al giudizio ; 

Dicono , e odono , e poi son giù volte. 

2. Minós. Virg. : Nee vero hae ime torte 
datae, n'nt judice facies. Quctetitor Minoi ur- 
fiofli movet : Ule tilentum Coneiliumque vo- 
eatfVitatque et crinùna discit. Anco Virgilio 
pone Minós sabiio dopo la sede de' bambini; 
lo pone a giudicare gì' ingiustamente condan- 
nati alla morte. Ma il suo Minosse è il sag- 
gio di Greta : il Minós di Dante è un demo- 
nio cbe giudica eon la coda e se la morde per 
rabbia (Inf., XXVll); e quante* volte avvol- 
ge la coda intorno a sé, tanti cercbi deve 
tcendere l' anima condannata. 

3. Peccata. Inf. XXIX: Jtftn^f a cuifalUr 
non lece. 

5. VicBKDA. Una dopo V altra, alla volta 
loro. Virg.: Ficuitm Dicemug, cioè dopo la. 



6 O tu che vieni al doloroso ospizio. 
Disse Minós a me quando mi vide, 
Lasciando l'atto di cotanto ufQzio ; 

7 Guarda com' entri , e di cui tu ti fide ; 
Non t'inganni Tampiezza dell'entrare. 
E1 duca mio a lui: perchò pur gride? 

8 Non impedir Io suo fatale andare ; 
Vuoisi cosi colà dove si puote 

Ciò che si vuole ; e più non dimandare. 

9 Ora incomincian le dolenti note 
A fermisi sentire, or son venuto 
Là dove molto pianto mi percuote. 

10 r venni in luogo d' ogni luce muto , 
Che mugghia, come fa mar per tempesta 
Se da contrari! venti ò combattuto. 

— Odono. Dante raccoglie in una le due pit- 
ture virgiliane di Minosse e di Radamanio : 
Gnosiut haee Rhadamanthue habet duriuima 
regna, Caetigatque auditque doloe, tubigiiqu» 
fateri, 

7. AvpiBZZA. Virg. : Palei airt Janna Di- 
ti»; Sed... Matt. ( VII, 13 ): £ala porta, 
et tpatiota via, ett quae ducit adperditionem. 

8. Fatalb. Voluto da* fati. Virg. : Fatatem 
Aeneam. 

9. SsNTniK. Virg. .* Bine exaudiri genìitug. 

— Pbrguote. L'orecchio e T animo. Virg. : 
Verberat . . . auras. 

10. Mugghia. Virg. : ^lugire solimi. — Com- 
battuto. Horat. : Ltielonlem Icariis pueUbui 
Afrieum. V. anco l'En. (X, 356). 



CANTO V, 



103 



11 La bufera infernal che mai non resta, 
Mena gli spirti con la sua rapina , 
VoltaTOO e percotendo gli molesta. 

12 Quando ^ungon davanti alla mina. 
Quivi le strida, ilcompianto,e1 lamento, 
Bestemmian quivi la virtù divina. 

13 Intesi eh' a cosi fatto tormento 
Eran dannati i peccator carnali. 
Che la ragion sommettono al talento. 

il £ come gli stomei ne portan l'ali 
Hel freddo tempo a schiera larga e piena; 
Cosi quel fiato gli spiriti mali , 

15 Di qua, di li» di giù, di su ^ mena. 
Nulla speranza gli conforta mai , 

Non che di posa , ma di minor pena. 

16 B come i gru van cantando lor lai , 
Facendo in aer di sé lunga riga ; 
Cosi vid'io venir traendo guai 

17 Ombre portate dalla detta briga. 
Perch' io dissi: maestro, chison quelle 
Geott che 1* aer nero si gastiga? 

li. MncA. La molle vita è ponita dal con- 
tioao dibattere, che figura la tempesta del- 
l' animo , e Voseorità figara la lace delllntel- 
ietto appannata. — Rapina. Rapere per tra- 
sportare rapidamente è più volte in Virg. Cod- 
vivio : La npima del primo mobile. Nel re 
( I y M) : hwmUorumtuorum anima rotabitur, 
quasi in imp9iu et eireulo fundae, 

13. ToKMiirro. Virg. : AUae panduniur ina- 
nts Ad «iHlof. — Carnali. Amanti de' beni 
tht Orazio dice tempestatie prope ritu Mobi- 
lia tt taeea flintantia torte. — Som vbttono. 
Virg. : Ammoi $%tbmittere amori, Sap. ( 1, 4}: 
ù» eorpor9 nMito peeeatii, 

14. Stornbi. Uccelli , dice 1* Ottimo, los- 
snriosi, come igni. — Tempo. Crescenzio, I, 
6: iVe* Umfi éaldi, — Pibna. 0?id. : PUniut 
ajflMH. — Fiato. Per vento forte. Virg.: Hi- 
berm i» pttre§bant flatibut Euri. 

16. Gnu. MascolÌDO è nel Fior di virtù. 
Vifg. : Qvalet tub nybibiu atris Strtfmoniae 
4mM §igna grues , atque aethera tranant Cum 
sOTMhi. — Lai. Cosi chiama nel IX del Parg., 
il Canio della rondine. Neil' imagine degli stornì 
dipinge la folla, in questa delle gru la schie- 
ra in lunga fila, dov'è* può facilmente discei^ 
nere l'nn' ombra dall'altra. 

17. Bni6A. Aveva senso più forte d'ora. 
nelle T. S. Padri sta per guerra. Par. , XII: 
E vimM m campo la tua cimi briga. 

18. Favilli. Per noitom , è bello, e vero 
ardiaeato. Apoc. : Foriir triMm» §t popuH» 



18 La prima di color di cui novelle 

Tu vuo* saper , mi disse quegli allotta , 
Fu 'mperadrice di molte favelle. 

19 A vizio di lussuria fu si rotta 
Che libito fé licito in sua legge. 

Per torre il biasmo in che era condotta. 

20 EU* è Semiramis, di cui si legge 

Che succedette a Nino , e fu sua sposa ; 
Tenne la terra che 1 Soldan corregge. 

21 L'altra è colei che s'ancise amorosa. 
E ruppe fede al cener di Sicheo. 

Poi è Cleopatràs lussuriosa. 

22 Elena vidi per cui tanto reo 
Tempo si volse , e vidi '1 grande Achille 
Che con amore al fine combatteo. 

23 Vidi Paris , Tristano : e più di mille 
Ombre mostrommi, e nominoUe adito, 
Ch'amor di nostra vita dipartille. 

2i Poscia eh' i* ebbi il mio dottore udito 
Nomar le donno antiche e i cavalieri. 
Pietà mi vinse, e fui quasi smarrito. 

19. Rotta. Modo simile ma men forte in 
Albertano: Si ditciolgono a tutti U rat vuti. 
— Libito. Detto d* imperatore antico : Quod 
libet , licet, 

20. Sbmiramìs. Amante del figlio; secondo 
Giustino , morta da lai. — Tbnnb. Virg. : 
Terrat ditionc tcnebat,,'^ CoEEB«fiB. Petr. .* 
L'onorata verga Con la guai Roma e suo' cr^ 
ronfi correggi, 

21. Amorosa. Didone.Aen., I et IV.— Ruppb. 
Virg. : Rupere ^m.— Cbicbe. Virg.: Non ter- 
vatafidet cinenpromittaSichaeol Trecentista 
ined. : Rompea fede alla cenere di SUskeo, 

2i. Elbna. Uccisa da nna donna greca per 
vendetta del marito uccisole sotto Troia. Tatti 
i lassnriosi qui nominati da Dante , morirono 
di mala morte. — Grandb. Virg. : Atque ite- 
rum ad Trojam magnut mittetur AehiUie, Egli 
invitto nelV armi , da amore di Polissena fu 
vinto, e morto nello sposarla. VLrg. VI. 

23. Paeìs. 11 cavaliere del medio evo amen* 
te di Vienna. — Tristano. Amante d' Isoits, 
trafitto dal re Marco con dardo avvelenato : 
ed ella morì con lui. Dante conginnge la mi- 
tologia* col romanzo cavalleresco, «ch'erano» 
dopo la Bibbia , le due fonU poetiche doVegli 
attinse più largamente. — Dipaetillb. Virg.: 
Quigue ob adulterium cacci. Qui colloca solo 
i morti per amore lascivo ; perchè gli altri 
erede con Tetà convertiti. 

24. VmsB. Vite S«- P. : Si ìoiciacH si vm- 
eerv oUa pictaic. 



10^ 



DELL' INFERNO 



2.> r Gomiociai : poeta , volentieri 
Parlerei a que' duo che'nsieme vanno , 
E paion 8Ì al vento esser leggieri. 

26 Ed egli a me: vedrai quando saranno 
Più presso a noi ; e tu allor gli prega 
Perquciramorcheimena,eqnei verranno 

27 Si tosto come 1 vento a noi gli piega, 
Mossi la voce : o anime affannate , 
Venite a noi parlar , s'altri noi niega. 

28 Quali colombe dal disio chiamate , 
Con r ali aperte e ferme al dolce nido 
Yolan per l'aer dal voler portate; 

29 Cotali uscir della schiera ov'è Dido , 
A noi venendo per Taer maligno : 

Si forte fu r affettuoso grido. 

30 O animai grazioso e benigno 



25. LB6GIBRI. Più forte menati , perchè più 
rei; più leggieri inoltre, perchè più ?olonte- 
rosi a correre insieme. 

26. 1. Perl», Tosa Frane, da Barberino. Dan- 
te altrove. 

27. Mossi. Volg. Favole d' Esopo : Mosse 
un*aUa voce. Virg. : Canttu movere. Parlando, 
li avrà pregati per Tamor loro , sebbene noi 
dica. — Altri. Uodo antico , per indicare 
forza superiore e indeterminata. Inf. , XXVU: 
Com* olirvi piacque. 

28. CoLOMBB. Virg. : QtialiM tpeìunea su- 
kUo eommota eolumba Cui domus et dulces 
latebroso in jmmice nidit Fertur in arva vo- 
lani , plausumque exterrita pennii Dat tecto 
ingentem ; mox aere lapsa quieto , Radit iter 
Uquidum , celerei neque commovet alas. Al- 
trove : Geminae quum forte columbae Ipsa sub 
ora viri eoelo venere volantes . . . Uquiaumque 
per aera lapsae Sedibus optatis gemina super 
arbore sidunt. — Cuiamatb. Simile a qael di 
Virg.: Vocant animum curae. — Dolce. Virg.: 
Juvat imbribus actis Progeniem parvam dulces- 
que revisere nidos. — Portate. Virg. : Cu- 
pidine ferri. Chiamate , indica , la prima mos- 
na: portate, la tendenza amorosa del volo: 
coir ale ferme, perchè così gli uccelli volano 
d'alto in basso. 

29. DiDO. Rinomina Didona , o perch' ona 
delle più sventurate , o per accennare a qae* 
versi di Virg., che gì' ispirarono Tidea del 
secondo cerchio : Nie quos durus amor crudeli 
tabe peredit . . . ifUer quos Phoenissa reeens a 
vmlnere iHdo Errabat $Uva in magna, — Ma- 
ligno. Nel senso che Virg. ; sub luce maligna. 

30. Animal. Dante, Vulg. E\.: Sweibilis ani- 
ma et corpus est animal. Aristotele chiama 
l'uomo animai citnle.— Grazioso. Valeva cor- 



Che visitando vai per Paer perso 

Noi che tignemmol mondo di sanguigno; 

31 Se fosse amico il re dell'universo , 
Noi pregheremmo lui per la tua pace. 
Po' eh' hai pietà del nosfromalpervecso. 

32 Di'quel ch'udire e che parlar ti piace: 
Noi udiremo e parleremo a vui 
Mentre cliel vento, come fa, si tace* 

33 Siede la terra dove nata fui , 
Su la marina dove 1 Po discende 
Per aver pace co' seguaci sui. 

3&. Amor ch'ai cor gentil ratto s'apprende. 
Prese costui della bella persona 
Che mi fu tolta, el modo ancor m'ofleode. 

35 Amorch'a nullo amato amar perdona. 
Mi prese del costui piacer si forte 



tese , disposto a ùj cosa grata. — Psaso. Di» 
ce Dante nel Conv.; È misto di purpureo e ài 
nero ; ma vince il nero , e da lui si de m m m U 
na, — Sanguigno. Sopra : Che amor é^ fu*- 
sta vita dipartine. 

31. Rb. Nel Conv. : il signore delfmwMfio. 
Monarc. , p. 81 ; Prineipem univerm^ui lìmm 
est. Non senza ragione dappertutto lopnacn* 
ta come re, principe , imperatore. 

32. Tace. Come tace, se ha detto che la bu- 
fera non resta mai ? Tace per poco , per dar 
agio di parlare a Francesca. Cosi nel cerchio 
seguente , percosso da pioggia e da grandine, 
i due poeti ne vanno a lor agio. 

33. Siede. Conv. ; // suolo deve Roma eie- 
(itf.— Fci. Inf., XXUI: Ifui nato... Sovra 
il bel fiume. Ravenna sta quasi suU* Adriatico 
alla foce del Po, il qual da Torino a Ponte 
di Lagoscuro accoglie per via moltissimi con* 
fluenti, che soao i seguaci sui, 

34. Amor. Dante in uua canzone: Amore e 
cor gentil sono una cosa. Gninicelli : Al cor 
geiUil ripara sempre Amore Siccome augello i» 
fronda alla verdura ; Né fé amore af*si the 
gentil core, I^è gentil core, anzi che amor. Na- 
tura . . . Che adesso , com* fu 'l sole Sì Costo 
fue lo suo splendor lucente, Né fue daoamU 
al sole. E prende Amore in gemitiUeza loco 
Cosi propriamente , Come eohre in ehiariià 
di foco . . . Foco d'Amore a gentil cor s^appren- 
de. — Prese. Virg. : Captus amore. Bocc. : 
Del piacer della bella giovane era pruo. . . Piik 
del piacer di lui s'accese, 

35. Perdona. Nel senso del lat. pareewe in 
questo di Virg.: Parate, oves nimium procederei 
E vale : amore che non rista di far si ehfat- 
euno amato ami. nel senso di rimettere .' 
amor che rum rimeite ad uUuno amato U de- 



CANTO V. 



105 



Che» come vedi, tocornon m'abbandona. 
36 Amor condusse noi ad una morte. 
Caina attende chi vita ci spense. 
Queste parole da lor ci Tur porte. 

37 Da eh* io 'ntesi quell'anime oiTeose , 
Chinai 1 viso , e tanto 1 tenni basso. 
Fin che 1 poeta mi disse: che pense? 

38 Quando risposi , cominciai : o lasso, 
Quanti dolci pensier, quanto disio 
Uenò costoro al doloroso passo! 

39 Po* mi rivolsi a loro, e parlarlo 

E cominciai: Francesca , i tuoi martiri 
A lagrìmar mi fanno tristo e pio. 
iO Ma dimmi: al tempo de*dolci sospiri, 
A che e come concedette amore, 
Che conosceste i dubbiosi desirì? 



ii Ed ella a me : nessun maggior dolore 
Che ricordarsi del tempo felice 
Nella miseria : e ciò sa 1 tuo dottore. 

&>2 Ma s'a conoscer la prima radico 
Del nostro amor tu hai cotanto afletto, 
Farò come colui che piange e dice. 

kZ Noi leggìavamo un giorno,per diletto. 
Di Lancillotto, come amor lo strìnse: 
Soli eravamo, e senza alcun sospetto. 

kk Per più fiate gli occhi ci sospinse 
Quella lettura , e scolorocci 'l viso: 
Ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

lii.5 Quando leggemmo il disiato riso 
Esser baciato da cotanto amante. 
Questi che mai da me non fia diviso , 

h6 La bocca mi baciò tutto tremante. 



Mro ^ amare, — Piacer. Benv. d*Imo1a dice 
di Paolo : Uomo corpore pulcher et polUus , 
lifriffni inaiti otto qttam labori. Dante , Yalg. 
Eloq. : iUud maxima dclecU'.bìU quod per pre- 
fìMifStmym objeetum appetUu$ delectat: Koc 
mi Venni, — Abbandona. Virg. : Curae non 
éptm tn morte relinquunt. Alla divina scena di 
Didooe fn Virgilio D^inte ha contrapposta que- 
sta beUissinia di Francesca. I due amanti, di- 
ce il Boce. , foron posti nella medesima se- 
poltnra. Ileg. ( 11 , 1 ) : Saul et Jonathat, ama- 
Ìàt8 ... tu vita tua, in morie quoque non $unt 
diciti. 

96. Caixa. Bolgia dote n puniscono i fra- 
tricidi ( iDf. , XXXll ). Gìanciotto marito dì 
FraBcesea, sorpresala con Paolo suo fratello, 
la occise. Gaido, il nipote di Francesca, ospi- 
te di Dante . noe si recò ad offesa questi ver- 
si . perchè l'odio dell* uccisore e la pietà de- 
fli Qccisi vi suona sì forte. A questo Guido 
e riTolta una canzone che si crede di Dante, 
e Boo è, soUa morte d'Enrico VII. Ospite di 
Goido pare che fosse il P. nel 1313, quando 
BOB era per anco signore ; poi dopo il 1318, 
quasd* ebbe signoria di Batenna con Ostagio 
da PolenU. 

38. Quaxdo. Indica che Dante assorto nel- 
fafletto , non rispose sull'atto a Virg. — Pen- 
siBB. Convivio , LIV : Non tubitamente nasce 
mmore , e faui grande e viene perfetto ; ma 
vmoU tempo aknno e nutrimento di pensieri, 
wuEMdmamente là ove sono pentieri eontrarii 
the lo impedùeano. 

J9. Cominciai. Pare con queste ripetizioni 
▼ogiia mostrare il suo turbamentj, e la dif- 
tkoltà ch'ebbe di mover parole. — A lacrhiau. 
Fino alle lagrime. Più sopra : pugrie a guajo, 
cioè 6oo a farli gnaire. — Tristo. M'ispira- 
BO compassioDe e dolore. Nel Canto segucnte: 



la pietà dt^duo cognati Che di tristisia tntto 
mi confuse. Ottimo : V autore fu molto in amo- 
re inviseato : e però volentieri ne parla, 

ài. Tempo. Ovid. : Tempore felici. — Dot- 
tore. Virgilio accenna forse alle parole di Di» 
dono morente: Vixi, ec. , o alla renitenza d*B- 
nca a ricordarsi della patria omai distrutta ; 
o ad altro passo simile. Altri intende Boezio, 
là dove dice: In omni adversitate fortunae, 
infelicittimum geniu infortunii est fuiese feU^ 
cem, E nel Con?, chiama Boezio suo conso- 
latore e dottore, 

42. Affetto. Virg. : M ii tantut amor 
casus cognoscere nostros. — Piagge. Inf. 
( XXXIII , 3 ) : Parlare e lagrimar mi vedrà' 
insieme» 

43. Lancillotto. Degli amori di lui con 
Ginevra accenna nel XVI del Paradiso : nei 
romanzo il Lancillotto al e. LXVl, se ne nar- 
ra a dilungo. 

45. Biso. Per 6oce<z. Altrove : Negli oeehi 
e nel iuo dolce riso. Nel detto romanzo Ga- 
leotto vuole che la regina Ginevra baci Lan- 
cillotto l'amante: La reina vede che il cava- 
liere non ardisce , e lo prende e lo bacia 
avanti Galeotto assai lungamente. Questo ro- 
manzo fu da Innocenzo IH proibito nel 1313 
(Ducange, diss. VI , st. s. Luigi). 

46. Galeotto. Fu mezzano tra Lancillotto 
e Ginevra. A noi , dice Francesca , mezzano 
fu il libro e l' autore di quello. Nelle vecchie 
edizioni il Decamerone s' intitola principe Ga- 
leotto: e Galeotto signifìcava mezzano di tur- 
pi amori. —Avante. Seguì 'l fatto in Pesa- 
ro, Vanno 1288. Dice il Boccaccio che Gian- 
ciotto essendo bruttissimo della persona , fa 
mandato Paolo a Ravenna , fratel suo a cele- 
brare le sponsalizie ; e Francesca ne invaghì; 
poi vistasi moglie allo zoppo, n*ebbe diade- 

14- 



106 



DELL' INFERNO 



Galeotto fu il libro ,, e chi lo scrisse. 
Quel giorno più non Vi leggemmo aTante 
VI Mentre che l'uno spirto questo disse, 

gDO. Accortosi il marito della tresca , Gnse 
di partirsi , e tornò improvriso » e li cobo. 
La staoza era serrata d' estro : Paolo si pre- 
cipita per iscendere, la falda d'on'arroatara 
lo rauieoe sospeso ; la donna apre : il mari- 



L'altro piangeva si che di pietate 
l' Tenni men cosi com' io morisse, 
48 E caddi, come corpo morto cade. 

to Brandisce lo stocco ì)er trafiggere Paolo : 
ma Francesca interpostasi ricere il primo col- 
po: l'amante il secondo. 

48. Cave, Onomotopea simile in Orid. : 
CoUapso^^ corpore (o(o est. 



CANTO VI. 



107 



CANTO VI 



ARGO ]\fE N T 0. 



Si riscote ^ e si trova nel terzo cerchio^ de' golosi. Come venutovi? Per quella 
forza che in Paradiso lo spinge di pianeta in pianeta. E perchè in questi due 
luoghi uno straordinario passaggio, e non più per tutto f Inferno? Perchè, a pas- 
sare Acheronte , altra via non v* era che la barca od un volo ; e scendere dalla 
mina del secondo cerchio per mezzo alla bufera j non può. 

Parla con Ciacco dei mali della patria , con Virgilio della fita faUira. Scende nel cer- 
chio degli avari. 

Nota le terzine 2 alla 10 ; la 12 alla 15 ; la 25 ; e la 31 alla 34. 



1 Al tornar della mente che si chiuse 
Dinanzi alla pietà de' duo cognati. 
Che di tristizia tutto mi confuse , 

2 Nuovi tormenti e nuovi tormentati 
Mi veggio intorno, come ch4* mi mova, 
E come chTjini volga , e eh* i' mi guati. 

3 l'sono al terzo cerchio della piova 
Eterna, maladetta, fredda, e greve: 
Regola, e qualità mai non Tè nuova. 

1. Chicss. Ad ogni impressione. Pnrg. , III: 
La mente mia che prima era ristretta , Lo 'n- 
lefàto rallargò . . . 

4. RiTBRSA. Vìrg. : Effusa . . , grandine nim- 
èt Praeeipitant , , , Ruit aethere tato Turhidut 
tmòfr aqua, Sap. ( XVI» 16); Aquis et gran- 
dwtbus et pluvHi perseeutionem passi. 

5. CsEBBAO, Virg. ; Cerberus haec ingent la- 
frolli regna trifauci Personat, adverso recu- 
h€m$ immanis in antro» — DivsasA. Diversa 
da latte le fiere noie, ed etimologicamente 
4i»-cena, perversa dalla specie, mostruosa. Inf., 
X3lXI1I : Uomini diversi D* ogni eostume. Vita 
Kuova : Fan diversi ed orribili a vedere. — 
Casfixameitti. Pei. : Nemica naturalmente di 
pace. Tre gole ha Cerbero ; tre facce Lacife- 
ro. ( Inf. , XXXIV). L' Ottimo: SignifUa che 
ablna tua giustizia sopra U peccatori delle tre 



h Grandine grossa , e acqua tinta , e neve 
Per Taer tenebroso si riversa ; 
Pule la terra che questo riceve. 

5 Cerbero , fiera crudele e diversa , 
Con tre gole caninamente latra 
Sovra la gente, che quivi è sommersa. 

6 Gliocchihavermigli,labarbaunta edatra 
E '1 ventre largo , e unghiate le. mani: 
Graffia gli spirti, gli scuoia, ed isquatra. 

parti del mondo. E cita Fulgenzio. 

6. Unta. Proprio de' golosi. Orazio, d|Cep* 
bero : Spiritus teter saniesque manet Ore tri- 
lingtti. Seneca ( Hcrc. , v. 784 ) .* Sordidum Sa- 
bo caput. — Mani. Cosi Chiama Plin. le zam- 
pe anteriori deli' orso (Vili, 36 ). — Scuou. 
Somiglia un poco alla descrizione che fa Virg. 
d'UD apparecchio di mangiare : Tergora deri- 
piunt, eostis , et viscera nudant. Pars in fru- 
sta seeant. — Isquatra. Squarta. Come intar- 
petrare, per interpretare. Anche Lucano fa le 
viscere umane lacerate e ingoiate da Cerbero. 
Armannino , degli iracondi : La Gorgona, eo- 
storo tranghiottisee e fanne grandi bocconi : 
poi per lo sesso U caccia fuori. Sap. (XI, 17) 
Per quae peccat quis , per haec ,' et lor^uefwr. 
Norma da Dante osservala in parecchi de* suoi 
supplizi!. 



lOS 



DELL* INFERNO 



7 Urlar gli fa la pioggia come cani. 
DciruD de'lati fanno all'altro schermo; 
Yolgonsi spesso i miseri profani. 

8 Quando ci scorse Cerbero il gran vermo, 
Le bocche aperse e mostrocci le sanno ; 
Non avea membro che tenesse fermo. 

9 £ 1 duca mio distese le sue spanne , 
Prese la terra , e con piene le pugna 
La gittò dentro alle bramose canne. 

1 Qual è quel cane eh* abbaiando agugna, 
£ si racqueta poi che '1 pasto morde , 
Che solo a divorarlo intende e pugna; 

1 1 Cotai si fecer quelle facce lorde 
Dello demonio Cerbero, che'ntrona 
L'anime si ch*esser vorrebber sorde. 

1 2 Noi passavam su per Tombre ch'adona 
La greve pioggia ; e ponavam le piante 
Sopra lor vanità, che par persona. 

13 Elle giacén per terra tutte quante, 
Fuor ch'una ch'a seder si levò ratto 
Ch'ella ci vide passarsi davante. 



7. Urlar. Gioele : Vlulate . . . f/iit hihitit vi- 
num in dulcedine, — Scuermu. ^el XVll del- 
l' Inf. , i dannali per difendersi dalla pioggia 
di foco : Di qua ai là soccorrén con le mani. 
Quando a' vapori, e quando al ealdo suolo, 

— Yolgonsi. Virg. : Fettutn, .. mutét laius 
d'un giganie dannato. — Profani. Aveva an- 
co senso di scellerati : e ben profani chiama 
coloro quorum deus veutcr est. ( Ap. , Pili- 
lip. Ili) . Il raangiarli che fa Cerbero e tostar 
essi cosi distesi , li rassomiglia al tormento 
di Tizio nel VI dell'En. 

8. Gran. Virg. : Cerberus . . . ingens. Ov. 
( Met., IV ): Tria Cerbervs extulit ora Et tres 
tatralus simul edidit. — Vermo. In antico va- 
leva' qualunque sia fiera schifosa. Così nel Pul- 
ci (IV, 15). Ariosto : Che ai gran Vermoin- 
femal mette la briglia. Verino , nei salmi pe- 
nitenziali, falsamente attribuiti a Dante, v 
Jetto il Demonio. Poi Cerbero co* suoi latrati 
é simbolo della rea coscienza , della quale 
Isaia: Vermis eort$m non moritur. — Apersr. 
Virg.: lUe, fame rabida tria guttnra pandetis. 

— Ferko. Virg., di Cerbero: Jiorrere videns 
jam colla colubrit. 

tf. Terra. Mostra la viltà della fiera, cioè 
del Tizio. Qoi meglio s* intende quello del I : 
Non ciberà terra, — Gittò. Virg.: Offam Ob- 
jieit. Quivi d'una ciambella soporifera. Virg. 
é la ragione che vince la fiera vile. 

10. Cane. Il Cerbero di Dante non è pro- 
prio uu cane, ripeto, è un demoaio, come 



H 0. tu che se* per questo 'nfemo tratto» 
Mi disse , riconoscimi se sai : 
Tu fosti , prima eh* io disfatto» fatto. 

15 Ed io a lei : l'angoscia che tu hai 
Forse ti tira fuor della mia mente 
Si che non par eh' i'ti ve>dessi mai. 

16 Ma dimmi chi tu se* chc*n si dolente 
Luogo sommesso , e a si fatta pena 
Che, s*altra è maggio, nulla òsi spiacente. 

17 Ed egli a me: la tua città che piena 
D'invidia si che già trabocca il sacco» 
Seco mi tenne in la vita serena. 

18 Voi cittadini mi chiamaste Ciacco. 
Per la dannosa colpa della gola , 
Come tu vedi , alla pioggia mi fiacco. 

19 Ed io anima trista non son sola ; 
Che tutte queste a simil pena stanno 
Per simil colpa: e più non fé parola. 

20 Io gli risposi : Ciacco, il tuo aflanno 
Mi pesa si eh* a lagrimar m'invita: 

Ma dimmi , se tu sai , a che verraniio 



Caronte e Minosse sotto forma di fiera. Però 
la similitadine regge. 

11. Facce. Il Cerbero dantesco non ba cef- 
fo di cane : latra caninamente, cioè a modo 
di cane. — 'Ntrona. Virg. : Pisnonat, — L'a- 
.MMB. Virg. : ingens janitor antro Aet9m%im 
latrans exsangues terreat umbras. 

12. ÀDONA. Doma: l'usa il ViU. (VI, 80). 
— I*BRSONA. Virg.: Tenues sine eorpoTB viias, 

14. Disfatto. Bocc. : Hanno sé meduimi 
disonestamente disfatti (uccisi). 

Itt. Mag€|o. Maggiore (Par., XXVIII, 5KJ}; 
come peogio jMjr peggiore. 

18. Ciacco. Cioè |iurco. Lo nomina in una 
novella il Bocc. e loda per piacevoli metti , 
e per gaia eloquenza (1.6): Uno da tutti chia- 
mato Ciacco. L'anonimo lo dice : «om (fi eor^ 
fé , cioè buffone : li quaU piii usano questo vi- 
eto che altra gente. Ebbe in sé, secondo buf- 
fone . leggiadri costumi , e beUi motti: usò coi» 
li valenti uomini, e dispetto it eattivi. E òe- 
n$ si conviene a sì eattivo Visio e vile mette- 
re sì vile mani0ra di gente , come uomini che 
stannò alla mercè d'ogni uomo, e con lium- 
ghe e bugie vogliono servire, I mali di Firenze 
Dante conosceva originati da' vizii di qoe' 
grandi co' quali Ciacco viveva. — Dannosa. 
Ucclesiastic. : Propter erapulam multi obia- 
runi. Grida anco il Bocc. contro qoe* sooi 
concittadini , che trattavano briachi le coso 
pubbliche. — Fiacco. Sotto la grandine gros* 
sa , e la pioggia che odona. 



CANTO VI. 



109 



SI Lì cittadin ddla città partita ; . 
S* alcun v' è giusto; e dimmi la cagione 
Perchè r ha tanta discordia assalita. 

22 Ed egli a me : dopo lunga tenzone 
Verranoo al sangue; o la parte selvaggia 
Caccerà l'altra con molta ofTensione, 

S Poi appresso convien che questa caggia 
Infra tre soli, e che T altra sormonti 
Coo la forza di tal che testé piaggia. 

ìk Alte terrà lungo tempo le fronti , 
Tenendo l'altra sotto gravi pesi , 
Come che di ciò pianga e che n' adonti. 

25 Giusti son duo, ma non vi sono intesi. 
Superbia, invìdia , e avarizia sono 
Le tre faville eh' hanno i cuori accesi. 

S6 Qui pose fine al lacrimabil suono. 
Ed io a lui: ancor vo* che m'insegni 
£ che di più parlar mi facci dono. 

M. Sakgus. Reg. (1,25): Irem ad tan- 
5«mtm. — SBLVAG6IA. Parte Bianca così chia- 
mal* anco dal Villani , perchè comandata da 
Tieri de* Orchi, venuto di Val di Nievole, il 
^àal combattè in Gampaldino con Dante nel 
1189 ( ViU. , VII. , 131 ) e fin dal 1291 era av- 
verso ti Donati nobilissimi (VII, 146). La 
casa Cerchi , detta da Benv. rustica e pToter- 
tm, venne dalla Pieve d'Acone : nobiltà nuo- 
va, e disprezzau da Dante (Par., X). Salwi- 
tioo fn anUco cbiamavasi ogni uomo nemico 
di civile ogoaglianza: laiualici 1* Ottimo cbia- 
nava I tiranni. Forse tra la selva selvaggia 
in cai Dante si trova , e la parte selvaggia , 
é analogia. — 0ffe5SI0NB. Dà gran forza il 
?. al verbo ojferuiere. Inf. , Y : QuelV anifM 
éfèmt. Con questa parola, Dante condanna 
pi eccessi de' fiianchi. 

23. Soli. Per anni, è in Nemesiano. La 
visione fi Goge nel 1300: nel 1302 Dante co' 
Bianchi fa soppiantato e sbandito. — Piaggia. 
Ora losinga i fiorentini. Carlo di Valois, ;»0r 
U fmaU , dice VOii\mo,jìapa Bonifazio avea 
wmmdato per eaecian quelli delle casa d'Ara- 
gm»a dalla signoria di Sicilia. 

24. Alte. Carlo altrove è detto : alto leon ; 
r nel primo canto è forse il leone dalia te- 
sTaita. Ed era veramente rabbiosa la fame di 
qnesto leone di Francia. — Tenendo. Compa- 
gni: TtmUi sotto gravi pesi, 

£S. Duo. Dante e Guido Cavalcanti amico 
ano, richiamato da lui dall'esilio quand'era 
priore. Dante volle con ani simili conciliare 
le dvili discordie, e non potè. Giusto qui vale 
eairn a gissstizia; non santo. Nel Purg., Dante 
accenna a aè e al Cavalcanti , in modo simile 



27 Farinata e1 Tegghiaio, che fur si degni, 
Iacopo Rusticucci , Arrigo, e '1 Mosca, 
£ gli altri eh* a ben far poser gl'ingegni. 

28 Dimmi ove sono, e fa ch*io gli conosca; 
Che gran disio mi stringe di sapere 
Se*l elei gli addolcia ,0 lo*nferno giiatto9ca 

29 £ quegli: ei son tra Tanime più nere: 
Diverse colpe giù qli aggrava al fondo ; 
Se tanto scendi, gli potrai vedere. 

30 Ma quando tu sarai nel dolce mondo, 
Pregoti ch'alia mente altrui mi rechi: 
Più non ti dico, e più non ti rispondo. 

31 Gii diritti occhi torse allora io biechi. 
Guardomm'un poco , e poi chinò la testa: 
Cadde con essa a par degli altri cicchi. 

32 £ '1 duca disse a me : più non si desia 
Di qua dal suon dell'angelica tromba. 
Quando verrà lor nimica podestà. 

senza dire il suo nome : Ha toUo V uno al- 
l' altro Guido La gloria della lingua: efom 
è nato Chi Vuno e 1^ altro caccerà di indo, in 
una canz. scritta dall* esilio circa il 1304, 
paria di tre cittadini men perversi degli altri; 
nel Purg. parla di tre vecchi di Romagna ; 
rimprovero dell' antica età alla moderna. — Fa- 
ville. Inf. , XV : Gente avara , invidiosa • 
superba. Villani (VIU, 96): Per U peccata 
della superbia, invidia ed avarizia erano par- 
titi a setta. E cap. 68: per la superbia, tn- 
vidia ed avarisia dt^ nostri cittadini che al- 
lora guidavano la terra. 

26. Insegni, lo questo senso ha più volle 
doeere Virgilio. — Dono. Petr. : E 'n don U 
chieggo sua dolce favella. 

27. Farinata. Inf., X.— TEGcniAio. Inf., 
XVI. Fa Teggltiaio di due sillabe , che cosi 
pronunziavano. Pet. : Ecco Cin da Pistoia , 
Guitton d* Arezzo. — Degni. Li loda non come 
peccatori ma come bcneineriii ciiladini. — Ru- 
STicccci. Iiif., XVI.— Mosca. Inf., XXVIII. 
— Poser ; Apposui cor meum ut scirem sa- 
pientiam (Ecclesiastcs. Vili , 16). 

30. Dolce. Virg. ; Dulcis vltae. — Rbcui. 
Gli uomini non vili Dante fa desiderosi di vi- 
vere nella memoria degli uomini (Inf., Xlil, 
XV, XVI , e altrove). Ciacco dunque era a 
Dante uomo non tanto dispregevole, quauto 
il Boec. lo fa. E i discorsi eh' e* gli pone in 
bocca , sono di pio cittadino. 

31. Ciechi. Nei VII (Inf.). chiama guerci 
della mente gli avari. Cicclii inoltre, per la 
grandine tenebrosa. 

32. Desta. Dal sonno tormentoso in cui 
giace quasi a pena della crapula sonnolenta. 



110 



DELL' INFERNO. 



33 Ciascun ritroverà la trista tomba, 
Ripiglierà sua carne e sua figura , 
Udirà quel che in eterno rimbomba. 

3& Si trapassammo per sozza mistura 
Dell'ombre e della pioggia, a passi lenti, 
Toccando un poco la vita futura. 

35 Perch'i* dissi : maestro , csti tormenti 
Cresceranno ei, dopo la gran sentenza, 
fien minori, o saran si cocenti ? 

36 Ed egli a me : ritoma a tua scienza, 

— Podestà. Frase biblica. Podetta, per pò- 
d$ità, come nel Farad. loddts/arti, encH'uso 
cornane Felicita, Trinità, 

33. Teista. Se chiude un corpo dannato a 
penare ; e se la pena , dopo la risarrezione , 
s' aggrava. «- Quel. Vang. : Ile, maUdicti, in 
ignem aetemum. 

34. Ombeb. Stat. : Ar umhroi Et caligari- 
tes umbrarum exanUne campot. Calca iosieme 
le anime e il fango per mostrare la viltà di 
qael vizio. 

36. Scienza. Aristot. (De Anima): dice che 
1* anima in corpo più perfetto meglio conosce; 



Che tuo! , quanto la cosa è più perfetta 
Più senta 1 bene , e cosi la doglienza. 

37 Tuttocchè questa gente maladetta 
In vera perfezion giammai non vada» 
Di là più che di qua , essere aspetta. 

38 Noi aggirammo a tondo quella strada 
Parlando più assai chT non ridico. 
Venimmo al punto dove si digrada. 

39 Quivi trovammo Pluto il gran nemico. 



in corpo a cai alcnno organo manchi, man- 
co è l'intendere. S. Augnst. : Quum fin nmu 
reetio eamis , et honorum gawUum majue erit, 
et tormenta majora. Ferfezione non èpe* dan- 
nati: pare col corpo saranpiìi perfetti che ten- 
za; dunque più miseri. 

38. Aggirammo. Dopo parlato con CEioeo, 
non andavano per mezzo il cerchio, ma sol- 
l'orlo. — Digrada. Nel quarto cerchio. 

39. Flcto. Non Plutone , ma il dio delle 
ricchezze. — Gran. Perchè 1' avarizia moUé 
genti fé viver grame, e fa pertiere la Jpenni- 
sa d'ogni alta cosa. 



CANTO VII. 



Ili 



CANTO vn. 



ARGOMENTO. 



VMa , eom la ritpo$ta di Virgilio , V ira di Plvto , discendono : dico diteenr 
ifimo , perchè Pluto ttava sul pendio tra 'l terzo cerchio ed il quarto. Quivi puniti 



emidi per vmdia , per tuperbia , o per olirò ; che tra loro si percoUmo o mareiscon 

n sopplizio degli ararl e de' prodighi, difficile a dipingere, è reso con rara evidenza. 
NoU le terzine 4, 5, 6; la 8 alla 12; 18, 19, 22, 26, 28, 30, 32, 35, 38,40, 42, 43. 



1 Pape Satani pape Satan aleppel 
Comiociò Pluto con la voce chioccia. 
E quel savio gentil che tutto seppe, 

3 Disse per confortarnii : nop ti noccia 
La tua paura ; che, poder eh egli abbia, 
?lon ti terrà lo scender questa roccia. 

3 Poi si rivolse a quella enfiata labbia , 
£ disse: taci, maladetto lupo : 
0>nsurna dentro te con la tua rabbia. 

k Non è senza cagion Vandaro al cupo ; 
Vaolfi oeiralto , là dove Michele 
Fé la Teodetta del superbo strupo. 

1. Pafb. Pietro di Dante, che non lo pote- 
va Hicilmente imagìnar di suo capo , e che, 
a quanto pare, 1' avrà sentito dal padre, spie- 
ga: Pape ezelamaiione Ialina; Satan principe 
àtdemìmii; Aleppe, Aleph, in sento timile 
alt Ego sum Alpha della terittura. Siccome 
éa Joseph Giutejppe, così Aleppe da Aleph. 
Adonqne, le parole di Pluto son un atto di 
■iravigUt , e un volgersi a Satana , il sno ca- 
pM» per chiedere riparo contro l'invasione d'an 
«ivo ne* regni della morte. — Tutto. Inf. , 
IV. 9 O tu che onori ogni scienza e arte. 

2. TxKRA'. Buti : Lo male amore delle cose 
rmtmdane ci tiene t entrata delUa penitenza, 

3. ENFIATA. Yirg. : Tumida ex ira, Horat.: 
Àmbae tratue hueeas inflet, — Labbia per vi- 
so , siccome i latini oi per miltus , è nelle ri- 
ne e prose antiche ; e sin nell'Andreini, poe- 
u dei secolo XVU. — Lupo. Simbolo dell' ava- 
riiia (Porgttorio, XX). 



5 Quali dal Tento le gonfiate vele 
Caggiono avvolte, poi che Talber fiacca; 
Tal cadde a terra la fiera crudele. 

6 Cosi scendemmo nella quarta lacca, 
Prendendo più della dolente ripa 
Che 1 mal dell'universo tutto 'nsacca. 

7 Ahi giustizia di Dio , tante qui stipa 
Nuove travaglie e pene , quante i*viddil 
E perchè nostra colpa si ne scipa? 

8 Come fa Fonda là sovra Cariddi , 

Che si frange con quella in cui s'intoppa; 
Cosi convien che qui la gente riddi. 

4. Cupo. Corrisponde eWAides de' greci, e 
e\V Amfa dc'tonchinesi che vai buio; e cosi 
chiaman essi l'inferno. — Vuolsi. Ripete la 
risposta data a Caronte e. Ili, e a Minosse 
e. V. — Strupo. Ter stupro : osato dagli an- 
tichi anco in prosa. È fornicazione della crea- 
tura il volger la mente ad altri che a Dio. 
Altri intende strupo per moltitudine. Ma far 
la vendetta d'una moltitudine non ha senso. 
Sap. (XIV, 12 ) : Initium... fomieationis est 
exquieitio idolorum. 

5. GoNTiATB. Virg. : Inflatur earhasus Au- 
stro. — Caggiono. Bocc. : il forte albero , rot- 
to da'potenti venti , con le vele ravviluppate. 

6. Pbxndbndo. Yirg. : Corripiunt spatium 
medium. 

7. Stipa. Chi altri che te ? Virg. : Mella 
stiparU . . . Stipatque earinis . . . argentum. — 
Travaglib. è nel Villani. 

8. Cabiimm. Virg., I. HI. — Fbangb. Virg..- 



113 



DELL' INFERNO 



9 Qui vìd'io gente più ch'altrove troppa, 
E d*una parte e d^altra, con grand urli 
Voltando pesi per forza di poppa. 

1 Pcrcotevansi incontro , e poscia pur lì 
Si rivolgea ciascun voltando a retro , 
Gridando: perchè tieni? e: perchè burli? 

1 1 Cosi tornavan per lo cerchio tetro 
Da ogni mano all'opposito punto. 
Gridandosi anche loro ontoso metro. 

12 Poi si volgea ciascun quand'era giunto, 
Perlo suo mezzo cerchio , all'altra giostra. 
Ed io ch'avea lo cor quasi compunto, 

13 Dissi: maestro mio, or mi dimostra 
Che gente è questa, e se tutti tur cherci 
Questi chercuti alla sinistra nostra. 

1^ Ed egli a me : tutti quanti tur guerci 
Si della mente in la vita primaia. 
Che con misura nullo spendio ferci. 

15 Assai la voce lor chiaro Vabbaia 
Quando vengono a* duo punti del cerchio 
Ove colpa contraria gli dispaia. 

16 Questi fur cherci che non han coperchio 

wifr alto Fraiìgilvr inqìte rinus mindit svn un-- 
da reduetos. V onde che vengono dal mar lo> 
nio con quelle che dal Tirreno sMncontrano e 
frangonsi. — Riddi. Ridda . ballo in tondo. 
Riddate , usato anche in prosa. 

9. Troppa. L' avarizia più che tutu PaUre 
testie ha pnda (Purg. , XX). Virg.: Àut qui 
divitiii soli incubuen repertis, Neeparlempo- 
fuere suit, quae maxima turba est. — Poppa. 
Per petto , l'usa nel XII Virg. : Saxum inqen* 
viAxmnt altt.Dovevano dunque rotolarlo carponi. 

10. PcR M. Fa rima con òurlt , come nel- 
r\r. aver de* rima con verde ; e in Dante 
(Inf. , XXIX) non ei ha, con oncia. — Burli. 
Burlare nell'antico senese valeva gettare. Dico- 
no gli avari: perchè tieni quel sasso, e non 
lo spingi o lasci ire più presto , tu che sì po- 
co sapesti tener le ricchezze? 1 prodighi: per- 
chè getti innanzi e non ritieni quel sasso , ta 
rtie afferrasti Toro con mano sì ferma TFilo- 
sotica è l'idra di mettere alla medesima pena 
gli avari e i prodighi , come son anco nel 
Purg., \X : cht* la prodigalità non è forse men 
dispregevole vizio dell* avarizia e a molti vi- 
xii e ministra. Il prodigo per aver che getta- 
re romiMcttc le indc^niiii dell' avaro. Nel Con. 
rmiprctx^ra ai principi italiani la prodigalità 
r ringoidigia, del pari sfacciate. 

il. Metro. Inf., XIX: Risposi lui a gne- 

Stn melru. 

13. SiMSTBA. Gli avaritsinistrt. Sempre a 



Filoso al capo , e papi, e cardinali. 
In cui usa avarizia il suo soperchio. 

17 Ed io : maestro, fra questi cotaU 
Dovrelo ben riconoscere alcuni 
Che furo immondi di cotesti mali. 

18 Ed egli a me : vano pensiero aduni • 
La sconoscente vita che i fé sozzi , 
Ad ogni conoscenza or gli fa bruni. 

19 In eterno verranno agli duo cozzi: 
Questi risurgeranno del sepulcro 

Col pugno chiuso, e questi co* crin mozzL 

20 Mai dare e mal tener lo mondo pnkro 
Ha tolto loro, e posti a questa zuOìu 
Qual ella sìa , parole non ci appulcro. 

21 Or puoi, lìgliuol, veder la corta ImftL 
De* ben che son commessi alla fortuna. 
Perchè l'umana gente si rabbufla. 

22 Che tutto l' oro che sotto la luna , 
E che già fu, di quest'anime staoclìe 
Non poterebbe farne posar una. 

23 Maestro , dissi lui , or mi df anche : 
Questa Fortuna di che tu mi tocche » 



sioistra il peggio. 

14. GuE.ic:. Virg. : Jbnt ... la$va, 

15. Abbaia. Boet.: Uaee uhi deiatrani. 

17. ÀLCCM. Rammentiamo che l'inferaodi 
Dante è l'immagine del mondo qual eraa'siiol 
tempi , coir' egli dice nella lettera a Cane.— 
Mali. Per colpe , ò in Virgilio. 

18. Aduni. La memoria è l'atto di fkr iiiv> 
nel pensiero il presente e il passato. — Sgd- 
KOSGBKTB. Sema eonoicensa alla qaal ae^wr 
nasce l'aomo. Inf. , XXVI. 

19. Cbiuso. Gli avari col pogno ehtiiao» i 
prodighi co* capelli tagliati. Diod. Sic: Sini- 
stra digilis eomptesii» tenacilat$m affila ao** 
ritiam ti(jnil%eat. Ecc. (IV, 36): Non aU por- 
recta man%ts tua ad aceipiendum • «1 md mm^ 
dum eoUect€u 

20. PcLCBO. Il Falci l'osa fuori di fiat 
( XVI . 38 ). Qui Tale il cielo it 6iUa «Itllt. 
Inf. XVI. 

S2. Posaa. lo ona cabsona dice cho le ric- 
chezze raccolte Non posson quietar , wus dmm 
più cura. Ch*è la òtsfta stnza pace. ìbL, 1. 

23. Bbangob. Parola di spregio : onda Vln. 
lo rimprovera e mostra che la Fortuna è spin- 
to celeste ministro di Dio Qui Dante ritratta 
ona sentenza dei Con?, dove diceva Neltaws^ 
nimento delle riechezze nulla giustisia distri- 
butiva rìsplendere » ma tutta iniquità quem 
eempre ; sentenza vera , ma disperata se la 
idee della Previdenza divina non la rischiarino. 



CANTO vn. 



113 



Che è.cheibenàel mondolia si tra branche? 
^ E quegli a me: creature sciocche. 

Quanta ignoranza è quella che v'ofTemle! 

Or To'che tu mia sentenza ne 'mbocche. 
25 Cohii lo cui saver tutto trascende , 

Fece li cieli , e die lor chi conduce, 

Si ch'ogni parte ad ogni parte splende, 

56 Distribuendo ugualmente la luce ; 
Similemente agli splendor mondani 
Ordinò general ministra e duce 

57 Che permutasse a tempo li ben vani, 
Di gente in gente e d'uno in altro sangue 
Oltre la difension de' senni umani. 

2B pèrch'una gente impera, ealtra langue, 



S4. SsHTiHiA. Non vale opinione né giu- 
dìiio , ma ragionamento , tome in Virgilio 
|MÙ Tulte. — 'Mboccdb. Come bambino. 

15. CoxDCCB. Par.(XXVllI , 26 ). — Splbn- 
BB. Allo splendore d' ogni cielo risponde nn 
lane spirituale ; e da questo diretti , tutti i 
rieli rìflettoDO la propria luce a vicenda iu 
armonica proporzione. V, Par. ( XXVIH , 26). 
jkng. ( De Gir. Dei , V ) : Eas eausas quae 
diatntur fortuitae non dicimus nuUas , sed 
ìatentBS , coj^im tribuimus velveri Dei vel quo- 
fmmlihtt sptn'fìNim voluntati. 

26. SrLBiiDoa. Di ricchezza e di gloria. De 
Vonarchia ; tiprhìii heram vocahat fortunam, 
^am camsam melius et rectiut no$ divinam 
ProvidetUiam appellamut, Platone ad ogni 
cielo dà anch' egli un motore ; di che Dante 
lo loda nel Conr. 

t7. Gkntb. Pro?. ( XXVII , 24 ) : Non ... 
WMù jugiier potettatem , sed corona tribue- 
far in gen^rationem et generationem, Alber- 
ttao , I. 45 : Tal fata si perde un regno , e 
trmmmtari di genie in gente per la non giusti- 
!••• Eeel. ( X y 8 ) : Regnum a gente in gen- 
ttm fnNUftrfiir , propter injustltias, — Difbn- 
iioa. Id Biodo che il senno umano non se ne 
poò Afèsdere, né vietarle 1* impero. In senso 
aiailt ma P Ariosto quel terbo ( XXX, 63 ) : 
JM ponte Cke Rodomonte ai eavalier difende. 

ÌB. Occulto. Lucrezio chiama la Fortuna: 
aii «Mica. Virg. : Neseia mens hominum fati 
sovttffifa futurae. — Abgdb. Virg.: Latet an- 
in kirba. 

99. PBBSBavB. Nel senso latino di persegui 
jue , che seguiva all' atto del giudizio. 
Hata i tre atti di vedere, giudicare, operare 
aecoodo la sentenzaT data. — Dbi. Così, dice- 
fli nel CoQT. , chiamano i Gentili le intelli. 
gaazf celesti ( II, 5 }. E gli Angeli nelle scriu 
tara si chiamano Dei. Parad. ; Crtdi coma a 



Seguendo Io giudicio di costei 
Clied è occulto com* in erba Tangue. 

29 Vostro saver non ha contrasto a lei. 
Ella provvede , giudica , e persegue 
Suo regno, come il loro gli altri Dei. 

30 Le sue permutazion non hanno triegue; 
Necessità la fa esser veloce; 

Si spesso vien chi vicenda consegue. 

31 Quest'è colei ch'è tanto posta in croce 
Pur da color che le dovrian dar lode. 
Dandole biasmo a torto e mala voce. 

32 Ma ella s*è beata , e ciò non oda. 
Con l'altre prime creature lieta 
Yolve sua spera, e beata si gode. 



D», parlando delle anime incielo beate. Nel 
Parad. ( XXVIII, 41 ), le gerarchie degli Ag- 
geli chiama Dee, 

30. Necessità. Orazio alla Fortuna: Te sem- 
per anteit saeva Nece$sitas ( ma quivi intenda 
la morte ). — Vicenda. Son tante che debbon 
passare alla volta loro, che poco spazio resta 
a ciascheduno da goder la Fortuna. 11 dolore 
de' pochi è compensato dal piacere de' molti. 
Sap. ( VII, 18 ): Vicissitudinum permulaftoacf. 
Ovvero : sì spesso mutano i cieli postura e 
influenza in lor giro , onde segue vicenda a 
mutazione quaggiù. 

31. QuEST'. PJin. :5oIa rum eonviciis eolitur» 
La Fontaiue : Et si de quelque échec notrt 
faute est suivie ?fous disons injures au sort. — 
Grocb. Rusticucci sotto le fiamme cadenti 
( Inf., XVI ). Si dice posto in croce : e croca 
cbiamavasi ogni dolore, dopo la croce di Gesù« 
compendio ed esemplare di tutti gli umani 
dolori. Un lamento della Fortuna contro i snoi 
detrattori è in Boezio. E dovrebbero , dica 
Dante , lodarla come ministra di Dio ; la qoal 
si move per norme più alte del senno umano. 

32. Odb. Boet. : Non iUa miseros atsdii aut 
curai fletus, Ultroque gemitus dura,quos far 
cit , ridet. Questi ne fa una tiranna , Dante 
una dea, ch'è più poetico. — Spbra. Del mondo. 
Migliore imagine che in Pacuvio: Foriìsnam 
insanam esse, et eaecam , et brutam perhibeni 
philosophi: Saxoque instare eam globoso proa* 
dieant volubilem, — Bbata. Dante collegando 
le idea astronomiche del sno tempo con la 
filosofiche di Platone e le teologiche del cri- 
sUanesimo , personifica nella Fortuna la Pre- 
videnza. Rappresentazioni simboliche della 
Fortuna , dice il Cazzata , avea poste Cane 
Scaligero nel suo palazzo. Forse l'idea glicoe 
veniva da Dante. 



15 



lU 



DELL' INFERNO 



33 Or discendiamo ornai a maggior pietà. 
Già ogni stella cado, che saliva 
Quando mi mossi: el troppo star si vieta. 

34 Noi ricidemmo 1 cerchio all'altra riva 
Sovruoa fonte che bolle, e riversa 

Per UD fossato che da lei diriva. 

35 L*acqua era buia molto più che persa: 
E noi, in compagnia dell'onde bige, 
Entrammo giù per una via diversa. 

36 Una palude fa ch'ha nome Stige , 
Questo tristo ruscel , quando è disceso 
Al pie delle maligne piagge grige. 

37 E io che di mirar mi stava inteso , 
Vidi genti fangose in quel pantano 
Ignudo tutte e con sembiante ofleso. 

38 Questi si percotean non pur con mano 
Ma con la testa, e col petto , e co' piedi, 

33. Cadb. É mezza notte passata. Virg. : 
Jam nox humida coelo PraeeipUat, iuadent- 
«fica eadentia sidera iomnos, EntraroDo air im- 
branìre. 

34. Ricidemmo. Passammo per mezzo il 
cerchio per gioDgere alla parte opposta. Si 
pensi che i danoaU giravano intorno , e che 
il mezzo rimaneva vuoto. Virg. : Viam tecat 
ad naves . . . Qwtcumque viam $ecat, — Bol- 
li. Per Indicare le inquietezze dell' ira , e le 
nascoste smanie dell' Invidia , e la viltà del- 
l' orgoglio. 

35. Buia. Platone dà allo Stige un colore 
eifaneum propé. — Divbesa. Moo in diritta 
linea dal cerchio che lasciavano. 

36. Palude. Virg. : Hine wi Tartarei quae 
fert Acherontis ad undat : Turbidus hie coeno 
vastàqu$ voragine gurgee Aeituatt atgue om- 
ffiem Cocyto eructat arenam ... Stygiamque,,, 
paludem, — Maligne. Virg. chiama colles 
maUgni , i colli sassosi e sterili. 

37. Pantano. Virg. : Turbidut ... eoeno ... 
gurges, Ov. ( Met. » IV ) : Styx nelmUu exalat 
in$n, 

40. Gente. Pietro di Dante, c'insegna che 
U palude stigia era da suo padre destinata 
non solo agi' iracondi , ma agli accidiosi , a- 

Sl* invidiosi , a* superbi. Né Pietro poteva de- 
urlo tanto dai versi quanto dalla viya Inter- 
prelazione del padre: Il quale nominando gl'i- 
racondi adopra la parola acetdiofo, e nel se- 
guente canto parla degli orgogliosi quivi en- 
tro sepolti, mt degl' invidi non fa chiaro cen- 



Troncandosi co'denti a brano a brano. 

39 Lo buon maestro disse : figlio, or vedi 
L'anime di color cui vinse Tira. 

E anche vo'che tu per certo credi 

40 Che sotto l'acqua ha gente che sospira: 
E fanno pullular quest'acqua al sammo. 
Come rocchio ti dice u* che s'aggira. 

ki Fitti nel limo dicon: tristi fummo. 
Neil' aer dolce che dal sol s'allegra. 
Portando dentro accidioso fummo. 

k2 Or ci attristiam nella belletta negra. 
Questiono si gorgoglian nella strozza» 
Che dir noi posson con parola integra. 

&>3 Cosi girammo della lorda pozza 
Grand' arco tra la ripa secca e '1 mezzo. 
Con gli occhi voltiachi del fango ingozza. 

hi Yeninmioal pièd'una torre, aidassezzo. 

no. D'altra parte noi Tediamo nel Parg. espiarti 
.e la superbia e 1' accidia e l' Invidia : Teriti- 
mile è dunque che il P. abbia voluto ponerle 
anco laggiù nell' Inferno. Certo l' invidia, da 
lui rimproverata a' suoi concittadini sovente, 
meritava una pena. S' aggiunga che aeeiéim 
negli antichi non ha solamente senso d'iner- 
zia al bene , ma d' ogni non buona tristexzt. 
E il nostro colloca l' invidia accidiosa al di- 
sotto, come Aristotele giudica gli accidiosi pia 
colpevoli degl' iracondi. Né paia strano eh* e* 
ponga t marcire insieme ì tre vizii: poiché 
tutti Tengono d'ira, e d'ira son padri. Onde 
può dirsi che il quarto cerchio contenga soli 
gl'iracondi, ma divisi in più specie. L'idea 
della pena par tolta da Virg. : Aliit sub ffur- 
gite %>a$to Infectum eluitur icelut, — Pcllulae. 
Ondo pota per vena. 

41. Fitti. Psal. : Infixus ium in limo prò* 
fundi. — Tristi, llor. : Tristes,..irae, — Acci- 
dioso. Jerem. : Bequievit in faecibue stitf. Ma 
perchè accidia vale anco una certa maliDCooia 
maligna, perciò può comprendere anco l' invi- 
dia iraconda. — Fummo. K.g. Vili. Albertano: 
Lo fummo delVodio sempre si nasconde in petto 
del nemico, 

42. Nbgea. Virg.: Limus niger, et defor- 
«Iti arundo Coeyti , tardaque patus inomusbi^ 
lis unda. — Inno. Poc'anzi: Metro. 

43. Mezzo. 11 fradicio del padule. 

44. Dasskzzo. Da ultimo, lat. «e^tor. L'u- 
sa anco l'Ariosto (XI, 13). E si diceva anco 
in prosa. 



CANTO Vili. 



115 



CANTO Vili. 



Ali GOM ENTO. 

Flegidt viene a tragittare i due poeti, e li ibarca eolio la dita di Dite : nel 
Éragitto , esce dal fango Filippo Argenti , Fiorentino bestialmente iracondo della fa- 
wtigUa Adimari, nemica a Dante, eh' egli chiama oltracotaia schiatta che s' indraca 
Dietro a chi fugge (Par., XYI] ; ed è maltrallato da Dante, da Virgilio, da tifiti 
i compagni. I demonii che fan guardia alle porte , negano accesso al P. vivo. 

La scena di F. Argenti , dipinge V anima del P. Noi del sno sdegno noi loderemo , 
» d'alta Tirtù ; e negl' imitatori di lai l'affettazione dell'ira ci par cosa imbecille. 
IfoU le tersine 2, 5, 8, 9, 11, 12, 14, 16, 17, 21, 22, 24, 26, 27, 28, 37, 38, 40, 43. 



1 rdico, seguitando, ch'assai prima 
Che Do'fussimo al pie dell* alta torre, 
Gli occhi nostri n'andar suso alla cima 

S Per duofiammette che vedemmo porre, 
E un'altra, da lungi, render cenno, 
Tanto, eh* a pena'l potea 1* occhio torre. 

3 Ed iOj rivolto al mar di tutto 1 senno , 
Dissi : questo che dice ? e che risponde 
Queiraltrofuoco?echÌ8onque*che*irenno? 

k Ed egli a me : su per le ^ucid' onde 
Gii scorger puoi quello che s'aspetta. 
Sei fummo uei pantan noi ti nasconde. 

i. SB6iTrrA3f]M>. Non é, come mole il Boc- 
caecio, indizio d' interruzione lunghissima del 
laToro, ma vincolo strettissimo dell'un canto 
culi' altro. Ar., XVI : Dico, la bella ùtorta ri- 
fifUamdo. — Tonai. Neil' Inferno di Virg. : 
MÙH fgrrea furrtf ad auras. Una di qna del- 
f acqaa per dare il segnale di quanti arriva- 
■•• lUM di là dove sono le Farle. 

3. Maa. Inf., VII: Che tutto seppe. 

5. PisfSB. S'osa ancora in Toscana. — Saetta. 
Virg. : iUa volat. . . Non seeus ae nervo per 
miJmi impulsa sagiita . . . Slridens , et cele- 
res wneognita transiUt umbras. 

6. Quella. In quel ponto si dice tuttora. — 
Galsoto. L' antica galea non era s) grande : 
<|QÌBdi r accrescitivo galeone. Virgilio, di Ca> 



8 



Corda non pinse mai da sé saetta 
Che si corresse via per Y aer snella, 
ComTvidi una nave piccioletta 
. Venir per Taoqua verso noi in quella, 
Sotto *1 governo d'un sol galeoto 
Che gridava : or soggiunta, anima fella? 

Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a voto, 
Disse lo mio signore, a questa volta; 
Più non ci avrai se non passando il loto. 

Quale colui che grande inganno ascolta. 
Che gli sia fatto, e poi se ne rknunarca , 
Tal si fé Flegiàs nell'ira accolta. 



ronte : Ipse ratem conto subigit , v^isque mi- 
nistrat. — Fella. Parla ad ono, poiché cono- 
sce che l'altro non era già ombra. 

7. FlbqiÀs. Virg. pone nel suo inferno Flf- 
giAs, il quale per aver sna figlia Coronide par- 
torito d' Apollo Esculapìo, cieco dall'ira, bru- 
ciò il tempio del Dio : PhUgycuque miserrimus 
omnes Admonet , et magna testatur voce per 
umbras: a Diseite justitiam moniti, et non 
temnere divos ». Il FlegiÀs di Dante é al so- 
lito on demonio. E Flegiàs viene da (lego arde- 
re, onde sta bene al barcaiuolo della città ro^ 
vente. 

8. Accolta. Horat .* tram Colligit ac ponit 
temere. Virg. : CiMeota. . . Ex longo rabies. 



110 



DELL' INFERNO 



9 Lo duca mio discese nella barca, 
£ poi mi fece entrar appresso lui ; 
E sol quand'iTui dentro, parve carca. 

10 Tosto che 1 duca ed io nel legno fui, 
Segando se ne va l'antica prora 
Deiracqna più che non suol con altrui. 

1 1 Mentre noi corra vam la morta gora, 
Dinanzi mi si fece un, pien di fango , 
E disse: chi se*tn che \ieni anzi ora ? 

12 Ed io a lui : s* i' vegno , non rimango. 
Ma tu chi se*che si se* fatto brutto? 
Rispose : vedi che son un che piango. 

13 Ed io a lui : con piangere e con lutto, 
Spirito maladetto, ti rimani ; 
Ch*r ti conosco, ancor sie lordo tutto. 

ik Allora stese al legno ambe le mani; 
Per che*l maestro accorto lo sospinse 
Dicendo : via costà con gli altri cani. 

15 Lo collo poi con le braccia mi cinse ; 

9. Carca. Perchè corpo vivo la premeva. 
Virg.: AccipH alveo Jngentem Aeneatn. Gemuit 
sub pondero cymba SvtUis, et tnuUam aceepU 
rimota paludem. 

10. Fui. La grtmatica materiale insegna : 
fummo: ma anche Virg. : Hie iUius arma , 
JBk currui fuit. — Segando. Virg. : Seeat,,. 
Aequora. — Antica. Virf;. : Bimosa, 

11. Corra VAM. Virg.: Ae(/uora curro, — ^Fan- 
l&o. In Stazio, mentre che Laio passa io Stlge 
incontra degl' invidiosi. Di là forse il nostro 
prese l' idea di questa scena, ch*egìi fa tutta 
propria sì come suole. — Anzi. Virg. : Ante 
diem. Così dicendo mostra di credere che un 
giorno quei vivo verrebbe in inferno davvero. 
£ anche perciò Dante risponde cruccioso. 

12. Vedi. Non vuol dire il suo nome. Indi- 
llo d'uom vite secondo Dante (Inferno. XXXIi); 
e d* uom superbo. 

13. Ancor. Per ancorché s'usava anco in pro- 
sa. L'omissione del che è amata anco dal po- 
polo vivente toscano. 

14. Ambr. Per rovesciarlo. Era (dice il 
Bocc. ) uomo grande e nerboruto e forte» -^ 
Via. Prov. ( XXII, 24 e 25 ) : ÌV0 ambules cum 
viro furioto, Ae forte ditctu semitcu ejus. — 
Cani. Propria de* cani la rabbia impotente. 
Purg., XIV : Botoli . . . Ringhioti più che wm 
chiede tor posta, 

15. Collo. Virg. : Colla dard brachia cir- 
€um. — Sdegnosa, ila nobil senso in Dante: 
▼ale che non degna il male. — Bbnbdbtta. 
RamnMnta 1* evangelico : Beatus venter qui te 
portavit. — 'N. Tuttora in Toscana si dice es- 
sere nel primo, nel terzo figliuolo; essere in 



Baciommi'l ^olto,edisse:almasdegD08aj 
Benedetta colei che*nte s'incinse. 

16 Que' fu al mondo persona orgogliosa: 
Bontà non è che sua memoria fregi; 
Co«l s'è r ombra sua qui furiosa. 

17 Quanti si tengon or lassù gran regi. 
Che qui staranno, come porci in brago » 
Di sé lasciando orribili dispregi ! 

18 Ed io : maestro, molto sarei vago 
Di vederlo attuffare in questa broda. 
Prima che noi uscissimo del lago. 

19 Ed egli a me: avanti che la proda 
Ti si lasci veder, tu sarà' sazio; 
Di tal disio converrà che tu goda. 

20 Dopo ciò ix)co, vidi quello strazio 
Fardi costui alle fangose genti. 

Che Dìo ancor ne lodo e ne ringrazio. 

21 Tutti gridavano : a Filippo Argentai 
Lo fiorentino spirito bizzarro, 

tre, in sette mesi. Lo sdegno piace a Virg., 
perchè melior est ira riiu: quia per triitUiam^ 
vultus corrigitur animus delinquentis» Ecci. 
( Vii, 4 ). Ma il vangelo lia sentenze più miti. 

17. Bbago. Prov.: Memoria justi eum lai#- 
dibus : et nomen impiorum putrescet. Isalas : 
Fedihus conculcabitur corona superbiac. Job: 
Superbia,,. Quasi sterquilinium in fine petd^ 
tur. Eccl., X: Memoriam supeihorum fcrdidit 
Deus. Pietro di Dante cita qui i' altro nibiico: 
Quasi lutum platearum eomminuam toj.— La- 
sciando. Eccl. ( XXIil, 36): Derelinquet in 
maledictum mefnoriam egus. 

18. Lago Virg.: Stygios innare laens. 

19. Goda. Contrario a quel de' Prov. (XXIT, 
17 ) : Quum ouiderit inimicus tuus , ne gam- 
deas, 

20. Lodo. Reprimere Vira insolente è degno 
della giustizia del ciclo. A Dante ia pena è 
troppo sovente religiosa preghiera. Piange i 
lascivi e i golosi ; gì' iniqui contro il prossi- 
mo e contro Dio, comeCapaneo , XIV, e Van- 
ni Pucci , XXV , non degna che d' ira. 

21. Abgenti. Bocc. : Un cavaliere chiama^ 
t9 M. Filippo Argenti, uom sdegnoso , iraeim' 
do e bizzarro più eh* altri. Post. Caet. : Di- 
vitis et forti» , qui equum ferris argenii fe^ 
rari fecit. Ottimo : Di graride vita e di gram^ 
de bùrbanza , e di molta spesa » e di poca vir» 
iute e valore, — Buiarro. Bocc. : Bizzarro, 
sfiacevolft, Htroso. Ariosto ( XVI il , 3): Mm 
a* tra e bizzarro. — Volgi a. Bocc. : M. Fi- 
lippo era rimaso fieramente turbato , e in u 
medetimo $i rodea. 



CANTO Vili. 



in 



In sé medesmo si volgea co*denti. 

22 Qiiivi'llascìainmo,chepiùnonDenarro. 
Ila negli orecchi mi percosse un duolo; 
Perch' i* avanti intento V occhio sbarro. 

23 El buonmaestrodisse: ornai, figliuolo, 
S' appressa la città eh' ha nome Dite , 
Co' gravi cittadin , col grande stuolo. 

2S Ed io: maestro, già le suemeschite 
Là entro certo nella valle cerno. 
Vermiglie, come se di fuoco uscite 

25 Fossero.Ed ei midisse: il fuoco eterno 
Ch' entro V affuoca, le dimostra rosse, 
Come tu vedi , in questo basso 'nferno. 

26 Noipnr giugnenmio dentro all'alte fosse 
Che vaUan quella terra sconsolata. 

Le mora mi parea che ferro fosse. 

2^7 Non senza prima far grande aggirata , 
Venimmo in parte dovei! nocchier forte: 
Uscite, ci gridò; qui è V entrata. 

28 r vidi più di mille in su le porte 
Da del piovuti, che stizzosamente 
Dicean: chi è costui che senza morte. 
Va per lo regno della morta gente? 
E 1 savio mio maestro fece segno 



tt. Pncofii. Inf. , V. : Molto jnanto mi 
ptrtuote. — Duolo. Ar. ( XI , 83 ) : ITn lun- 
fo gniOm Un aUo duoì I« ortcchie gli feria. 

33. Apfbibba. Virg.: iamguapropinguaòanl 
fvrrvt. — DiTB. Virg. : Alta ostia JHtis, . . 
Diti» wuMpU smh moenia tmdit. Finora vedem- 
Mo i sobborghi dell' Inferno. Ov. , Met. : Sty- 
fùim. . . urSnn, . . nigri fera regia JHtis. — 
Gkavi. Di dolore. Ar. (XXXI, 88): Ruggiero 
Ck^ «ra ferito e sfava ancora grave. 

24. Mbschitb. Per moschee ( Tasso , II , 
6). S'usava anco in prosa. Meschite chiama 
qaelle d'Inferno; come se le moschee fosser 
cosa diabolica. Virg. : Duri sacraria Ditis. — 
CiBHO. È in Armannino. Virg. : Cyclopum e- 
ém et aeaminis Moeniaconsjrido. — Vermiglie. 
Virg. : Respieit Aeneas sulnlo et »ub rupe si- 
Mtra Jfoama lata videt triplici circumdata 
mmn, Quae rapidus flammis ambit torrenti- 
kw oflNMf rartorattt PMegethon. 

tt. GiooHEMMO. Virg. Tandem trans ftu- 
vtwm incolumes vatemque virumque informi 
hmo glaucaque exponit in ulva. Fbrbo. Virg. 
Ferrea turri». . . Fùria adversa , ingens ^ so- 
làdoque adamante columnae. — Fosse. Gen- 
tile sconcordanza. NoYellino , XXI : Una grò- 
gmiaia che parva cappelli d'acciaio. 



Di voler lor parlar segretamente. 

30 AUor chiusero un pocoil gran disdegno, 
E disser : vien tu solo ; e quei sen vada 
Che si ardito entrò per questo regno. 

31 Sol si ritorni per la folle strada ; 
Pruovi, se sa; che tu qui rimarrai 
Che gli bai scorta la buia contrada. 

32 Pensa, lettor, s'i' mi disconfortai 
Nel suon delle parole maladette; 
Ch' r non credetti ritornarci mai. 

33 caro duca mio , che più di sette 
Volte m' hai sicurtà renduta, e tratto 
D'alto periglio che ncontra mi stette, 

3k Non mi lasciar, diss' io, cosi disfatto. 
E se r andar più oltre e' è negato^ 
Ritroviam 1* orme nostre insieme ratto. 

35 E quel signor che 11 m* avea menato. 
Mi disse: non temer; che '1 nostro passo 
Non ci può torre alcun : da tal n*è dato. 

36 Ma qui m' attendi, e lo spirito lasso 
Conforta o ciba di speranza buona; 
Ch' i' non ti lascerò nel mondo basso. 

37 Cosi sen va , e quivi m' abbandona 
Lo dolce padre : e io rimango in forse; 



28. Da. Trecentista ioed. : Questo che da 
cielo v*è mandato. — Piovuti. Borghloi: GH 
angeli i quali , piovendo in terra , si trasmu" 
tono in diavoli. 

30. Regno. Virg. Inania regna. 

33. Sette. Nella selva dalle Ocre; poi quan- 
do sciolse i suoi dabbi ; poi quando lo prese 
per mano all'entrar della porta; poi quando 
rispose alle grida di Caronte , di Minós , di 
Fiuto , di FlegiÀs; e quando gli rese ragione 
deir improvviso pallore all' entrare nel Limbo. 
Son più di sette. Ma forse qui sette sta per 
numero indeterminato, come ne'Pror. (XXIV, 
16 ) : Septies. . . cadet justus et resurget. E 
nel Vangelo: iVon solumsepties, sed etseptua' 
gies septies. 

34. Disfatto. Nella V. Nuovae'si dice d»- 
sfatto da amore. — Negato. Virg. .* Fortuna 
negarat. . . redUus. — Orme. Virg. : AeU- 
gens. . . Littora. 

35. Tal. Petr. . . . Ma miraeol non è: da 
tal si mtole* 

36. Ciba. Virg.: Spes pascis inanes. — Buo- 
na. Sap. (Xll , 19) : Bonae spei. Petr. ( s. 
193 ) : Jn speranze buone. 

37. Sì. Petr.: Ké sì ni no nel cor mi su»- 
na intero. 



118 



DELL* INFERNO 



Che si e do nel capo mi tenzona. 

38 Udir non potè' quello eh* a lor porse: 
Ma ei non stette là con essi goari , 
Che ciascun dentro a pruoya si ricorse. 

39 Chiuser le porte que' nostri avrersari 
Nelpetto almio signor, chefuor rimase, 
E rivolsesi a me con passi rari. 

hO Gli occhi alla terra , eleciglia avearase 
D* ogni baldanza ; e dicea ne' sospiri : 
Chi m' ha negate le dolenti case ? 



38. PoESK. Anche oggidì d'un oratore di- 
ciamo che porge con grafia ; e non s* applica 
solo al gesto. 

40. Rasb. Contrario di aggrottaie. Esprìme 
e dipinge. Nelle Rime (1. IV. , e. 2 ) : Jft 
spoglia d* ogni baldanMa, Vlrg.: From kteta 
parum §t dl^jeeto bimma vuUu, — Digxa. Tas- 
so : JB co* pemieri suoi parla , e iospira. 

41. Pruota. Rocc. Il mulo passò awinii ; 
perchè 'l mulolfierv tnms la prova. 

42. Suuiuu. Cristo , al dire del Prof. : 



ki E a me disse: tu, perch* io m* adiri • 
Non sbigottir, ch'io vincerò la pruova , 
Qual eh* alla difension dentro a* aggiri. 

&2 Questa lor tracotanza non è nuova; 
Che già r usaro a men segreta porta , 
La qual senza serrarne ancor si truova. 

43 Sovr' essa vedestù la scrìtta morta. 
E già di qua da lei discende l' erta. 
Passando per li cerchi senza scorta. 

hk Tal , che per lui ne fia la terra aperta. 



CofUrioU portai asreat; el vsetes ferrsoseon- 
frtgiu Quindi é che il poeta potè passare libe- 
ro. La Chiesa nel sabato santo : JSTodie portas 
moftif , et §eras pariter Salvator notter di»- 
rupit. 

43. Scritta. Per me ti ihi. . . -— Morta. 
Purg. , I: La morta poesia. . . quella che di- 
pinse r Inferno. — Erta. II pendio de'qoai- 
tro cerchi che sempre Tanno scendendo. Inf. 
VI. Venimmo ai punto dove ii digrada. 



CANTO IX. 



119 



CANTO IX. 



ARGOMENTO. 

DafUt minacciato dalle Furie : Virgilio lo salva : un inviato del cielo apre 
hro le porte di Dite. Entrano e veggono tombe infocate da fiamme spane tra Vuna 
$ f oUra j dove penano gli eresiarchi e gV increduli. 

Slige é chiamato in Y:rg. Amnis $9verus Eumenidum: però Dante le colloca in pro- 
scelto del 6Qine. Le Parie, il venire del messo, le tombe, ogni cosa poetico. Nell'Angelo 
é imilato un po' Stazio là dove Mercnrio scende a evocare l'ombra di Laio. 

Si ooCioo le terzine 1, 2, 5, 13, 14, 17, 20, 22; la 24 aUa 30; 32, 34, 37, 38, 40, 41, 44. 



1 Quel color che viltà di fuor mi pinse 
Veggeodo 1 duca mio tornare in volta. 
Più tosto dentro il suo nuovo ristrinse. 

2 Attento si fermò, com'uom eh* ascolta, 
Che rocchio noi potea ihenare a lunga, 
Per 1 aer nero e per la nebbia folta. 

3 Pare a noi converrà vincer la punga, 
Cominciò eì; se non. . . Tal ne s'offerse. 
Oh quanto tardaame,ch*altriquigiungal 

k r vidi ben si com' ei ricoperse 
Lo cominciar con laltro che poi venne, 
Che fur parole alle prime diverse. 



3. PcNAA. Per pagna , come tfmìgers per 
f pa y tcre : deve essere stato nell'oso. — Sa non. 
Se non sono stato ingannato. . . Ma non è tale 
qnella che ci si offerse ad alato, cioè Beatrice. 
Tali sospensioni non sono frequenti in Dante , 
par ve n'ha (Inf., XXVIII e Parg. , XXVli). 

5. Tknns. Tenere un senso , nell'interpreta- 
ziooe d'un testo , è frase scolastica. 

6. Conca. L' Inferno di Dante è concavo 
qnasJ conca. — Cionca. IV, 14: Sol di tatuo 
i fni Che senza speme vivemo in disio, 

8. F€i. Dante, così a an dipresso il Ros- 
Miti , prende a guida Virgilio , non solo co- 
se descrìttor d' un inferno , ma come canto- 
re di quell'Enea che fd principio all'impero 
di Roma. Or nell' impero ideato da Dante 



8 



Ma nondimen paura il suo dir dienne, 
Perch' i* traeva la parola tronca 
Forse a piggior sentenzia ch'e'non tenne. 

In questo fondo della trista conca 
Discendo mai alcun del primo grado 
Che sol per pena ha la speranza cionca? 

Questa qucstion fec* io, e quei: di rado 
Incontra, mi risposo , che di nui 
Faccia 1 cammino alcun per quale Tvado. 

Ver è ch*altra fiata quaggiù fui. 
Congiurato da quella Eritton cruda 
Che richiamava 1* ombre accorpi sui. 



( Mon. , Ili), si richiede l'operazione delle me- 
rali e intellettuaU virtù, secondo i flosofici 
precetti i quali $on mezzo alla felicita di quo- 
ita vita. Ecco come si concilia l'opinione del 
Rossetti con quelle che fanno Virgilio simholo 
della filosofia naturale. — Ceuda. Viveva in 
caverne , usava tra le sepolture , e adoprava 
a' suoi incantesimi teschi ed ossa. Lucano la 
chiama fera, effera , tristis. Fa eh' Erittone , 
maga tessala , lo scongiuri ; perchè Virgilio 
era ne' bassi tempi creduto mago ( Ecc. , Vili. 
Aen., IV), come lo chiama il Villani, e tuttavia 
il volgo di Napoli ; e grande astrologo lo 
dice il Boccaccio. — OmnB. Lue: Ad mstS' 
deuntibus umbris. 



120 



DELL' INFERNO 



9 Di poco era dì mo la carne nuda , 
Ch'ella mi fece'ntrar dentro a quel muro 
Per trame un spirto del cerchiodiGiuda. 

10 Queirè'l più basso luogo e'I più oscuro, 
E '1 più lontan dal eie! che tutto gira. 
B<m so 1 cammin : però ti fa sicuro- 

11 Questa palude clie'l gran puzzo spira, 
Cinge d'intorno la città dolente 

U' non potemo entrar ornai senz*ira. 

12 £ altro disse ; ma non V ho a mente : 
Perocché Tocchio m'avoa tutto tratto 
Ver l'alta torre , alla cima rovente. 

13 Ove in un punto vidi dritte ratto 
Tre furie infornai di sangue tinte , 
Che membra femminili avéne o atto. 

1 ^ E con idre verdissime cran cinte ; 



9. Di poco. Cos\ di quel soldato , dì cai 
Lucano , era di poco defunto (VI ,788): Tri- 
stia non equidem Bircarutn stamina, dixit 
Adspexi, taeitae nvoeatus ab aggere ripae, 
— Ndda. Virg. : Vita . . . spoliavit . . . Corpus 
spoliatum lamine, Ov. : Corpus animae inane, 

10. Gira. Par. , !I. Or torniamo ad Eritlo- 
De; nome comune di maga , poiché così chia- 
ma una maga anche Ovidio (Hrr. Soph.): ma 
qui parla della rammentala da Lucano , la qua- 
le , per dare risposta a Sesto Pompeo circa al 
une della guerra civile , richiomò d'Inferno 
lo spirito d' un soldato pompeiano , rimasto 
poco fa morto sol campo. Eritlone, al dir di 
locano , cercava per le sue operazioni i morti 
di poco. Non già che Virgilio fosse da lei scon- 
giurato per trarre il soldato pompeiano, il 
quale , al dir di Lucano , non era ancora di- 
scoso al fondo d' Inferno : ma Dante , soU'ana- 
logia delPinvenzioudi Lucanone imagina un'al- 
tra per far dire a Virgilio: io sono slato fin laggiù: 
t'assicura. Cosi Virgilio fa dire alla Sibilla.'Sed 
fRe, qìsum Stcis Hecate praefeeit Avemis, Ipsa 
dtémpoenas docuit, psrque omnia duxit. 

li. Purzo. Virg.: Saevamque exhalatopOF 
ea méfhitim, — Cingb. In Virg. Flegetoote 
fiammu ambìt la nera città. 

12. Torre. Torre, sentinelle, Tedette^se- 
giiali: vera ciltà. 

13. Furie. Virg. pone net vestibolo delPIn- 
ienio i fèrrei talami delle Euroenidi ; poi le di- 
pinge entro alle mura , occupate a straziare i 
colpevoli. — Sangue. Virg. : riperetim crinem 
vittis innexa eruentis, 

14. Idre. Virg.: Tot Erynnii tihilat hydris. — 
ViRbisaiuE. Virg.: Virides , . .lacertas. — Ser- 
pentelli. Virg.: Caeruleosqueimplexae proeri- 
fùbus anguee. Avvinte. Virg.: Tempora vineti. 



Serpentelli e ceraste avean per crine, 
Onde le fiere tempie eran avvinte. 

15 £ quei che ben conobbe le meschine 
Della regina deiretemo pianto: 
Guarda, mi disse, le feroci Enne. 

16 Quest'è Megera dal sinistro canto ; 
Quella che piange dal destro è Aletto ; 
Tesifone è nel mezzo. £ tacque a tanto. 

17 Con lunghie si fendea ciascuna il petto, 
Batteansi a palme, e gridavan sì alto 
Ch'i' mi strìnsi al poeta per sospetto. 

18 Venga Medusal sii faremdi smalto. 
Dicevan tutte riguardando in giuso : 
Mal non vengiammo in Teseo Tassalto. 

19 Volgiti 'ndietro , e tien lo viso chiuso: 
Che, se'l Gorgon si mostrae tu'l vedessi, 

15. BlEScniNE. Per ferve: è nell'antico fnB- 
cese ( r. Dufresnes) : come rarrivo, di ic^ki- 
vo che volea dire , venne a significare dappo- 
co, malvagio. — Regina. Proserpina, Virg. : 
Dnminam Ditis. — Eri.ne. Per Erinni, come 
( Inf., \X)Baco ft^r Bacco, e (Purg.,XXXlll) 
Naiade per Naiadi, E i Lat. dicevano Brit^ 
nyes , come ognun sa. 

16. Megera. Nominata nel XII deir Eneide. 

— Piange. Virg.: Luotifieam AUecio, — Albt- 
To. Nominala nel VII. — Tesifone. Vitg. : 
Tisiphonetiue sedens , palla sueeincta cmema^ 
Vestibulum eTtomnis servat noctesquedimqm, 

— Tanto. Modo provenzale , e de' vecchi iiA- 
liani , per a quel punto, 

17. Ungoib. Virg. : Vnguibue ora aofor 
faedans et pectora pugnis. — Battbasìsi. Virg .: 
Tunsae pectora palmis, — Alto. Stai. : Bum/9' 
nidum vocesque manusque. — Sospetto. Par 
paura. Armannino : Il Tartaro da cioscufi Ifllo 
sia pauroso e pieno di sospetto. 

18.VBNGA. Di Medusa, Ov., Met., V.E Mei.. 
IV : lUe sorores Nocte vocat genitas , gram er 
implacabile numen. Carceri» ante foru cÌ4iai- 
eoe adamante sedebant : Deque suis atroi f#- 
ctebant erinibue angues, Virg. : Tisipkon9 . • • 
voeat agmina saeva eororum, — Medusa. Viig. 
pone le Gorgoni nel vestibolo dell'Inferno.— 
Mal. In senso simile , Virg. .* Jleu maU iwm 
Lgbiae solis erratur in agris, — Vekgiamiio. 
Rimeant.: Vengianza, — Teseo. Scese io lof^roo 
per liberare Proserpina ( Virg. , Aen. , VI ; Ov.» 
Met. , VII). Mai facemmo , dicon esse, a nos 
vendicare , cioè punire l'ardimento de* vivi. 

19. GoROON. Virg. unisce la Gorgone con U 
Furie : Gorgoneis AUeeto infecta itnenu. — 
Nulla. Pelr. : XM npoio è nulla. 



CANTO IX. 



131 



NoQt nrebbe del tornar mai suso. 

20 Co«l disse 'I maestro , ed egli stessi 
Mi Tolse, e non si tenne alle mie mani 
Che con le sue ancor non mi chiudessi 

21 O voi eh* avete grintelletti sani , 
Minte la dottrina che s'asconde 
Sotto 1 velame degli versi slrani. 

32 E già venia su per le torbid'onde 
Uo fracasso d*un suon pien di spavento 
Pier coi tremavano amendoe le sponde 

23 Noo altrimenti fatto che d'un \ento 
Impetuoso per gli avversi ardori , 
Che fier la selva senza alcun rattento; 

2fc Gli rami schianta, abbatte; e portai fiorì 
Dininzì polveroso va superbo , 



20. Stsssi. Per SBtesso.Stccbetti:IVif(essi. 
Goal da ilU venne egU, — Chiudessi. Anco in 
pma. Oli. (11,145). 

Si. AscoHVB. Conv.: H temo Utterale che ii 
iiawearfi foffo U manto di pu$te favole, E 
altrove : hUmìdo anche mostrare la vera tenterà- 
gm éi ftscUf • che per alcuno vedere rwn ti può 
fio non la conto , perch' è nascosa sotto figu» 
ra Megorica, — Strani. Il Rosselli qui vede 
«a simbolo dell' esilio di Danle, al quale i 
Fioreoiini ckiadon le porle, ed Arrigo gliele 
«pre. Gli altri comentatori intendono che la 
iola filosofia aatarale figurata in Virgilio non 

C penetrare i decreti dell'eterna giustizia, 
i fona soperaa bisogna che riveli ed apra; 
fai la ragione va franca da sé. lo accetterei 
e la ialerpretaiione Olosofica e la politica; 
aardiè per il messo s'intenda non Arrigo, ma 
il feaera an dux chiamato aell' ultimo del 
ff^rf • aMtio di Dio. Quanto al chiudere gli 
otcki , lo spiegherei , che la ragione deve di- 
firarci dal folgere pure uno sguardo ai nemici 
M giaslo , qaaado mirano ad incantarci , e 
ai ia atarc i In cammino. Cecco d' Ascoli mi- 
scraawBte si fa beffe di questo passo del no- 
ftra 9 Della Acerba sua : Qui non si canta al 
modo deUe rane; Qui non si carUa al modo 
dei poeta Che fnge immaginando cose strane. 

SS. ToaaiD*. Virg. : Turhidus gurges, 
1. YaiiTO. Is. (LXVI,15); Quasi turbo 
ejue, — AvTBBsi. L'aria scaldau 
lo in Tolame , riversa , per equilibrar- 
si , le sne più alte colonne sulla più fredda: 
qaiadi f gran calori dell' una parte del globo 
debbono creare gran venti dall'altra. La frase 
MSiglia all' adverso sole di Virgilio. 

14. Fioai. Altri legge por fa fuori , perchè 
poco gli paiono i fiori dopo i rami : ma i re- 
ali il Testo gli KManU , i fiorì gli porta. E 



E fa fuggir le fiere e gli pastori, (nerbo 

25 Gli occhi mi sciolse e disse: or drizza *1 
Del viso sp per quella schiuma antica. 
Per indi ove quel fummo è più acerbo. 

26 Come le rane innanzi alla nimica 
Biscia per l'acqua si dileguan tutte. 
Fin ch'alia terra ciascuna s* abbica; 

27 Yid'io più di mille anime distrutte 
Fuggir cosi dinanzi ad un, eh* al passo 
Passava Stige con le piante asciutte. 

28 Dal volto rimovea quell'aer grasso , 
Menando la sinistra innanzi spesso , 

£ sol di queirangoscia parea lasso. 

29 Ben m'accorsi ch'eglieradelcielmesso, 
£ volsimi al maestro; e quei fé segno. 



quella lezione é prosaica. E le gradazioni reW 
loriche del mend al più son gioco d' umani- 
sti. Ar. (XXX, 51 ): Grandine . . . Che spezza 
fronde e rami e ^rano e stoppia, — Pastou. 
Virg.: 0110 maocima mota Terra tremit, fu» 
gere ferae , et mortalia corda Per gentes iit*- 
milis etravit pavor; . . QuaUs ubi ad ter ras, 
abrupto sidere , nimbus It mare per medium: 
miserie» heu ! praescia longe Horrescunt corda 
agricoUs : dabit ille ruinas Arboribus , f (ro- 
gemque satis ; ruet omnia late ; Antevolarkt 
sonitumque ferunt ad Uttora venlt. 

25. Nbbio. Risponde Macies oculorum dei 
Lai. Virg..'Huc geminas nunc flecte acies.-^~ 
Antica. Virg. : FÌuctu spumabant caerula ca- 
no. — AcERio. Pungente agli occhi. Virg. : 
Fumo amaro. . 

26. Rane. D'nn serpente che si pasce di 
rane , Virg. ( Georg. , III ). — Abbica. S' am- 
mucchia. Bica, mucchio di grano, e, nell'uso 
toscano , d' escremento. Qui pare che Dante 
mirasse al passo di Stazio: Ea^utt ripisrdisce- 
dit inane Vulgus , et oecursus dominae parai. 

27. DiSTBUTTB. In senso simile ai disfatto 
del e. Vili. Rime : Amor . . . Svegliato nel 
distrutto core. Altrove : Gli occhi distrutti. 

28. Grasso. Virgil. : Crassae paludes. Ho* 
ratius : Crassus aer. SUtins : hUerea gslidis 
Maia satta aliger umttris Jussa gerens magni 
reme'at Jovis ; undique pigrae Ire vetant tm* 
bes , il tìirbidus implicat aer . . . Styx indo 
novem circumflua campis , Bine objecta «ios 
torrefUum incendia cUiudunt. — Sinistra. Ot- 
timo : hi quelle parti inferiori V Angelo usa 
la sua minore potenza. 

29. Masso. F. di Virtù : Conobbe ch'egli era 
amico di Dio e suo messo. — iNcmNASSi. Neu- 
tro assoluto , è nelle Y. S. Padri , ed altrove. 



16 



122 



deli; inferno 



Ch'i' stessi cheto, ed inchinassi ad esso. 

30 Ahi quanto mi parea pien di disdegnol 
Giunse alla porta, e con una verghetta 
L'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno. 

31 cacciati del ciel , gente dispetta , 
Cominciò egli in su lorribil soglia , 
Ond' està oltracotanza in voi s'alletta? 

32 Perchè ricalcitrate a quella voglia 

A cui non puote '1 fin mai esser mozzo, 
E che più volte v' ha cresciuta doglia? 

33 Che giova nelle fata dar di cozzo? 
Cerbero vostro , se ben vi ricorda , 

Ne porta ancor pelato il mento e'I gozzo. 
3& Poi si rivolse per la strada lorda , 
E non fé motto a noi; ma fé sembiante 
D'uomo cui altra cura stringa e morda 

35 Che quella di colui che gli ò davante. 
E noi movemmo i piedi invcr la terra, 
Sicuri appresso le parole sante. 

36 Dentro v'entrammo senza alcuna guerra 
Ed io ch'avea di riguardar disio 

La condìzion che tal fortezza serra , 

37 ComTfu'dentro, l'occhio intorno invio. 
E veggio ad ogni man grande campagna 



30. Vbrgbbtta. Segno di comando. Stazio 
fa che Mercario con U verga plachi la furia 
di Cerbero. 

31. DispBTTA. Virg. : Dupeetui tibi ium. — 
Alletta. Àlberlano: L* uomo adiroso alletta 
brighe. 

32. Ricalcitrate. Act.: Contra itimulum 
calcitrare. — Fin. Sap. : Attingit ... a (ine 
usque ad finem fortUer. 

33. Fata. Boezio , HI : Lo quale modo 
quando §i rag guarda nella puritade itetsa 
della diinna intelligenza , si chiama provvi- 
denza di Dio : ma quando $i riferisce a quelle 
cose che move e dispone , cUlora è appellato 
dalli antichi fato. — Cerbkro. Virg. , di Te- 
seo : Tartareum ille manu eustodem in vincla 
petivit IpsiusasoUo regie, traxitque trementem. 

34. Morda. Horal. : Uordaces ... soUicitu- 
dines. Virg.: Cura remordet. Non parla a'P. 
per uscir tosto , come colai che arde tornar 
in miglior luogo, inf. ,11. 

37. Invio. Forse meno strano del ferve oou- 



Piena di duolo e di tormento rio. 

38 Si come ad Arli ove '1 Rodano stagDa, 
SI com' a Pela , presso del Quaniaro 
Ch' Italia chiude e i suoi termini bagna, 

39 Fanno i sepolcri tutto 'I loco varo ; 
Cosi facevan quivi d* ogni parte , 
Salvo che 1 modo v' era più amaro. 

hO Che tra gli avelli fiamme erano sparla. 
Per le quali eran si del tutto accesi 
Che ferro più non chiede venin* arte. 

ki Tutti gli lor coperchi eran sospesi, 
£ fuor n'uscivan si duri lamenti 
Che ben parean di miseri e d'oflM. 

&>2 Ed io : maestro , quai son qaeUe genti 
Che seppellite dentro da queir arche» 
Si fan sentir con gli sospir dolenti ? 

&>3 £d egli a me : qui son gli eresiarcbe 
Co' lor seguaci d' ogni setta ; e molto 
Più che non credi son le tombe cardie. 

V* Simile qui con simile è sepolto ; 
£ i monimenti son più e men caldi. 
£ poi eh' alla man destra si fu volto» 

iSh5 Passammo tra i martiri e gli alti spaldi. 



lot. di Virg. — Man. Virg. : AirTam /bh 
strantur in omnem Lugentee campi, 

38. Abli. In Provenza , dove fu data aal 
VII secolo gran battaglia tra Saraclol e Cri- 
stiani. — Fola. Neil' Istria, dove sono WÈOtmr 
menti romani. 

39. Varo. Per vario , come ealzolato , t 
simili. Siccome nn luogo dove non è tlciM 
cosa si dice uniforme , cosi vario no luogo 
distinto di varii oggetii. O intendi vario per 
la varietà delle tombe grandi e picciole. 

40. Sì del tutto. Inf., XXIX : Si d^auoL 

42. Seppelliti. Eccl. (Vili, IO): Vidiim' 
pios sepuUos. 

43. £resiaecbb. Per eresiarchi anche in 
prosa. Flegiàs iracondo e dispreitatore del 
cielo , è ben posto per tragittare dalla palude 
degli iracondi alla campagna infocata degli 
eretici e de' miscredenti. Eresiarchi chiama 
gì' increduli tatti. 

43. Tra. Le tombe infocate e le mora io- 
fucate. 



CANTO X. 



123 



CANTO X. 



ARGOMENTO, 

Jm «fia tomba trova Farinata degli Vbcrli, e Cavalcante d^ Cavalcanti: Fa* 
rinata, capo dei (ihìbellini nella gran rotta di Montaperli del 1260, dove i Ghi- 
àctttm fiiciìt co* Senesi e cogli ausiliarii di re Manfredi, sconfissero la guelfa Firenze. 
lIofNi la vittoria, gli usciti raccolti in Empoli a parlamento trattavano di ardere 
Firemxe e violare le donne, rubare le case : solo Farinata negò. Mori nel 1264, 
CavakasUe era padre di Guido , e marito alla figlia di Farinata: Guido, Vamico 
a Dasiie j per cui richiamar daUC esilio e' perdette e patria ed averi e pace. 






n Bocc. dipinge questo Cavalcante inteso a cercare se frodar iì potesse che Iddio non 



HoU le terzine 3, 4, 9; la il alla 20; la 22 alla 28; U 30, 31, 37, 39, 40, 44, 45. 



1 Ora sen va per uu secreto calle 
Tra 1 muro della terra e gli martiri , 
Lo mio maestro, e io dopo le spalle. 

t O vìrtà somma che per gli empii giri 
MI toItì, cominciai, com' a te piace, 
Parlami e soddisfammi a' miei desirì. 

3 La genie che per li sepolcri giace , 
Potrebbesi veder? Già son levati 
Tutti i coperchi, e nessun guardia hce. 

% Ed egli a me: tutti saran serrati, 
Quando di losaflà qui torneranno 
Co* corpi che lassù hanno lasciati. 

i. SBcasTO. Segregato. Virg. : Secreti e^- 
lamt tatles. — Martiri. Finisce il e. prec. 
irò < marfirt e gli alti spaldi. 

2. TiKTU'. Qui Virg. è simbolo della regio* 
■t politica : Dante pensa , così dicendo , a 
Fuiaata e a quello che si dirà poi. — Emph. 
Ykf . : impia . . . Tartara, — Volti. Scendo^ 
▼tao sempre girando io tondo ( e. XIV ). 

4. Sbrbxti. Non n' avrà a cader altri. 

é. CmTBRO. Il ricco del Vang. , epicoreo 
^ fitto, sepuUut est in Inferno, — Epiccro. 
SccDwlo Dante, Epicuro è in Inferno; e De- 
mocrito che *l mondo a caso pone , nel Lim- 
bo. Il P. forse intendeva il sistema degli ato» 
iril come una semplice spiegazione fisica. Il 
fowtto del rosto dice di Uguccione, ch'altri 



8 



Suo cimitero da questa parte hanno 
Con Epicuro tutti i suoi seguaci 
Che r anima col corpo morta fanno. 

Però alla dimanda che mi faci 
Quinci entro soddisfatto sarai tosto, 
£ al disio ancor che tu mi taci. 

Ed io: buon duca, non tegno nascosto 
A te mìo cuor se non per dicer poco : 
E tu m' hai non pur mo a ciò disposto. 

O Tosco che per la città del foco 
Vivo ten vai cosi parlando onesto. 
Piacciati di ristare in questo loco. 



vaole tanto ammirato da Dante , che Bpieth 
reorum aeta sequi maluit, — Fanno. Inf. , 1: 
Fai cotanto metti. 

6. Taci. Di veder Farinata e Cavalcanti , 
aomioi di Firenze. Virg. indovina i desiderli 
e i pensieri di Dante ( Inf., XVI, XXllI , 
XXV ). 

7. Mo. Per ora ; modo fiorentino come : 
dieerB e tengno , ai quali Dante è conosciuto 
per fiorentino da Farinata , non che alla pro^ 
nunzia ( Inf. , XXVIl ). — Disposto. Quando 
gli disse : Non ragiomam di lor , ., Le cote 
ti fien eonte . . . ( Inf. , 111 , 17 e 26 } ; e qoan» 
do gli fé cenno nel IX , che stesse cketo. 

8. Foco. Dante condanna, come la terrena 
iaquÌ8Ì2ioac , gli eretici al fuoco , e gli uso* 



in 



D E LV INFERNO 



9 La tua loquela ti fa manifesto 
Di quella nobii patria natio 

Alla qual forse fui troppo molesto. 

1 Subitamente questo suono uscio 
])' una dell' arche : però m' accosta! , 
Temendo , iin poco più al duca mio. 

11 Ed ei mi disse : volgiti : che fai? 
Vedi là Farinata che s' è dritto ; 
Dalla cintola 'n su tutto *1 vedrai. 

12 r avea già 1 mio viso nel suo fìtto, 
Ed ei s* ergea col petto e con la fronte 
Com' avesse lo nferno in gran dispitto. 

13 E r animose man del duca e pronte 
Mi pinser tra le sepolture a lui , 
Dicendo : le parole tue sien conte. 

;l V Tosto eh' al pie della sua tomba fui , 
Guardonuni un poco , e poi quasi sdegnoso 
Mi dimandò: chi fur gli maggior tui? 



rai e quelli di Soddoma ( e. XI, XV). One- 
sto. Bello e di modestia e d'eleganza. Inf., 
Il : ili dare onesto, 

9. Loquela. Nel eoo?, parla del naturale 
amore della propria loquela. Il Yang. : Lo-. 
0iuela tua manifeMtum te faeit. Il Boccaccio 
nella Vita di Dante dice il Poema ecritto in 
fiorentino idioma : e nella V. Eloq. Dante 
stesso dice essere più nobile la lingua parla- 
ta : Quam tine omni regula , nutricem imi- 
tantes accipimus ; più nobile perchè prima ad 
usarsi , e perchè tatti 1* usano , e perchè na- 
turale. Adunque la nobile sua loquela lo di- 
mostrava nativo di nobile patria. Bocc. : Fi- 
renze eUtà tra le eUtre italiane più nobile, — 
Molesto. Nella rotta de' Guelfi , che ne mo- 
rirono diecimila. E dice forte per non l' in- 
colpare affatto ; e in quel forse ò riposto il 
dubbio pensiero di Dante circa Topportunità 
delle guerre civili ( Vili., VI , 75 ). 

10. L'scio. Is. ( XXIX, 3 e 4 ) : Jaciam con- 
tra te aggerem, et monimenta ponam in ob- 

tSidUmem tuam. HumUiaheris, ae terra loque- 
ris, et de humo audietur eloquium tuum , et 
erit quasi pythonis de terra vox tua , et de 
humo eloquium tuum mussitabit. — Temendo. 
11 Guelfo teme un suon ghibellioo. E il ghi- 
bellino Fariuau che a Dante ancor guelfo parla 
contro i Guelfi crudeli, è scena di profonda 
bellezza. 

11. Fabinata. Non credeva l* immortalità: 
voluttuoso , intemperante nel vitto.^CiNTOLA. 
V. S. Padri : Si scoprisse dalia cintola in su. 

12. DispiTTo. L'usa il Pet. ( son. 81 }, e 
lAr. (XXX,79J. 



15 Io eh' era d' ubbidir disideroso, 
Non gliel celai, ma tutto gliele apersi. 
Ond' ei levò le ciglia un poco in aoso. 

16 Poi disse : fieramente furo avversi 
A me ^ e a' miei primi, e a mia parte. 
Si che per duo fiate gli dispersi. 

17 S'ei fur cacciati , e' tornar d*ogniparte, 
Risposi luì , r una e 1* altra fiata. 

Ma i vostri non appreser ben quell* arte. 

18 Allor surse alla vista scoperchiata 
Un*ombra, lungo questa, innno al mento: 
Credo che s*era inginocchion levata. 

19 D' intorno mi guardò, come talento 
Avesse di veder s' altri era meco. 

Ma poi che 1 sospicciar fu tuttto spento» 

20 Piangendo disse : se per questo cieco 
Carcere vai per altezza d* ingegno» 
Mio figlio ov* è? e perchè non è teco? 



13. Conte. Chiare, cb' e' possa fnteodert: 
nobili , degne di tal nome. A' contempora- 
nei parla Dame, agli antichi Virgilio» e. IH, 
V, VI, XII. XIV, XV, XVI. XVII, XVIll, 
XIX , XXI. Nel XIII e nel XXII. non co»!. 

15. Soso. F. da Barberino : doso. Leva 
gli occhi in segno d' amara ricordanza. 

16. Avviasi. I maggiori di Dante fkirono 
guelfi ; e guelfo era nel 1300 egli stesso. -^ 
Partb. Ottimo: Queste due parti si tcopririh 
no in grande perdizione delle anime e disfai 
cimento de* corpi delli uomini , • deHU totm 
facuUadi, — Dispersi. Prima , quando Fed^ 
rieo II destò tumulii in Firenze ; poi , dopo 
la roiu di Montaperii ( Pelli, V.» pag. 26). 

17. Arte. Di tornare : perchè , cacciati a 
pasqua del 1267 al venir di Guidoguerra man- 
datovi da Carlo d* Angiò , nessuno ne tornò 
per allora ; ma taluni nel febbraio de! 68 . 
per Jntercessiuiie del legato apostolico. V, Vil- 
lani. Lo sdegno di Farinata move Dante ,. 
malgrado la riverenza , ed acerba risposta. 
Forse voU'egli rimproverare ai compagni d'esi- 
lio , che non sapessero riacquistare la patria. 

18. Vista. Per finestra , apertura, Parg. ; 
Ad una vista W un gran palazzo, -^VauìtOm 
Farinata, come più forte, sovrasta. 

20. Piangendo. Nota in questa pittura il 
contrapposto dell'ardito Ghibellino col timido 
Guelfo. Dante quasi dimentica il Guelfb , seb- 
bene di sua parte allora, e padre dell'amico 
suo, per pensare alla parola dell'eroe ghibel- 
lino. — Cieco. Virg. : Carcere cqeco, — Al- 
tezza. Qui l'allegoria traspare. Ottimo.* Jamu- 
dui HiMÙaroiio m i^reiiic , amendme amor»- 



CANTO X. 



1S5 



21 Ed io a lai : da me stesso non vegno. 
Colui eh' attende là , per qui mi mena , 
Forse cui Guido nostro ebbe a disdegno. 

22 Le sue parole , e 1 modo della pena 
M'avevan di costui già letto il nome : 
Però fu la risposta cosi piena. 

23 Di subito drizzato gridò : come 
Dicesti: egli ebbe? non \iv' egli ancora ? 
Non fere ^i occhi suoi lo dolce lome ? 

2V Quando s' accorse d' alcuna dimora 
Ch' i' faceva dinanzi alla risposta, 
Supin ricadde, e più non parve fuora. 

25 Ma queir altro magnanimo a cui posta 
Ristato m* era, non mutò aspetto 

Kè noosse collo né piegò sua costa * 

26 E se, continuando al primo detto , 
Egli han quell'arte, disse, maleappresa, 

no f§r amore , amendue seguitarono un vole- 
re m governar la repubblica di Firenze, — 
Vkuo. Guido, amico di Dante, li Boccaccio 
«lice di Gaido : Alquanto tenea della opinione 
degli Bfìcurii. Ma forse confuse il padre col 
figlio. — Ov' k? Rammenla il divino ; JETaetor 

«M fsf? (Ylrg. , Ili.) 

21. FoESB. Guido non caro l'eleganza dello 
stile e lo auidio degli antichi cosi come Dan- 
te « e cel prova la canzone: Donna mi prega.,, 
fuazzabaglio peggio che prosaico, sebbene in 
alcime bdlate il dire sia di tatù freschezza. 
Ugo mai però V arte e lo stadio sono qaanto 
là Dante profondi. Allegoricamente intenden- 
do ; la filosofia naturale e politica di Virgilio 
era religiosa insieme e ghibeUina ; Guido ir- 
veii^ooo e guelfo : ma. in cuore aveva i semi 
del ghibellinesimo come li aveva già Dante 
■el 1300 : però dice forte. 

t%. Letto. Dall' opera lo conobbe incredu- 
lo , delle parole padre ad aom d' alto ioge- 
gBO. Leggere io questo senso usa Arrighetto, 
e te greco lego vai dico. 

SI. Drizzato. Era ginocchioni. — Ypt*. Si- 
vile domanda in Virg. : Vivitne ? — Fire. 
I^acret. : Tela di9i, — Dolce. Virg. : Co«lt 
jmeèmémm lumen. Eccles. ( XI , 7 ) .* Dulee 
Imish al deleetabik est oeuUe vidore eolem, — 
LoMB. Per tifma, come addotto per adduito. 
Altri astichi rasano ftaor di rima. Non gli 
basta dire : f iv egli ? insiste sulla dolcezza 
della Tita , il tormentato , il padre. 

SS. VuTÒ. Virg.: Nec magie ineepto valium 
wkovetur Quam ei dura tilex aut etet 
,1 eautee. Non fece mossa né col capo 
col corpo , tutto il tempo eh' io discorsi 
r altro. Qoeslo pittore dipiigono Dante 



' Ciò mi tormenta più che questo letto. 

27 Ma non cinquanta volte fia raccesa 
La faccia della donna che qui regge, 
Che tu saprai quanto queir arte pesa. 

28 Deh se tu mai nel dolce mondo regge , 
Dimmi, perchè quel popolo è si empio 
Incontr' a' miei, in ciascuna sua legge? 

29 Ondloalui:lostrazioe'igrande scempio 
Che fece T Arbia colorata ìd rosso , 
Tali orazion fa far nel nostro tempio. 

30 Poi ch'ebbe, sospirando,!! caposcosso: 
A ciò non fu* io sol, disse: nò certo 
Senza cagion sarei con gli altri mosso. 

31 Ma fu* io sol , colà dove sofferto 

Fu per ciascun di torre via Fiorenza» 
Colui che la difesi a viso aperto. 

32 Deh se riposi mal vostra semenza , 

ancor meglio che Farinata. Del suo attendere 
immobile in un pensiero , parla il Boccaccio. 

26. Dbtto. F. sopra , t. 17. — Letto* 
Questo motto scolpisce l'uomo ed il secolo. 

27. Raccesa. Virg.: Accendit lumina veeper^ 

— Donna. Virg. : Dominam Ditis, Proserpina 
eh' é tutt' uno con la lana nei cielo. — Sa- 
prai. Di qui a cinquanta mesi, cioè nel mag*» 
gio del 1304, saprai quanto l'arte del ritor- 
nare sia difficile e dura. Le pratiche dell' Al- 
bertini mandato da Benedetto XI , per f^r ri- 
entrare in Firenze gli usciti , tornarono vane. 

28. Se. Cosi ; modo frequente in Dante per 
conciliar favore al discorso. Virg. : Sic tua 
Cgmeae fugiant examinataxoel . , Incipe ete» 

— Regge. Bieda ; come veggia da veda. -^ 
Miei. Da tutti i perdoni concessi a' Ghibelli- 
ni , gli liberti erano sempre eccettuati ( Vil- 
lani ). Piena d' affetto è questa domanda del- 
la crudeltà di Firenze contro il sangue di lui. 

29. Ariia. Fiume presso Monta perti nel Se- 
nese, dove fa data la battaglia, dopo la qua- 
le i Guelfl fiorentini andarono fuorusciti alla 
lor TolU co' Guelfi di Pistoia e di Prato. Gli 
liberti sottoposero la città a re Manfredi , fin- 
ché , vincitore l' Angioino , andarono in ban- 
do. -— Obazion. Le deliberazioni pubbliche 
si flieevano allora in chiesa. Così Benvenuto 
da Imola , e il Machiavelli , 11. 

80. Cagion. Esule , perseguitato. Scuse ehe 
Dante prepara a sé stesso. — Altei. (Vili., 
VI, S3 ). I Conti Guidi, e i Senesi e i Pisa- 
ni , e anco gli liberti. 

32. VosTEA. Per riverenza al forte Ghibel- 
lino osa sempre il voi; come all'avolo Caccia- 
guida (Par., XVI). 



1Ì6 



DELL* INFERNO. 



Fregalo lui, solvetemi quel nodo 

Che qui ha inviluppata mia sentenza. 
83 Epar che voi veggiate , se ben odo, 

Dinanzi, quel che'l tempo seco adduce; 

E nel presente tenete altro modo. 
3b Noi veggiam, comeqaeich*hamalaluce, 

Le cose , disse , che ne son lontano ; 

Cotanto ancor ne splende'! sommo Duce. 

35 Quando s* appressano oson, tutto è vano 
Nostro intelletto; e s'altri non ci apporta, 
Nulla sapem di vostro stato umano. 

36 Però comprender puoi che tutta morta 
Fia nostra conoscenza da quel punto, 
Che del futuro fia chiusa la porta. 

37 Allor , come di mia colpa compunto , 
Dissi : or direte dunque a quel caduto 
Cbe*l suo nato è co' vivi ancor congiunto. 

38 £ , s'io fu' dianzi alla risposta muto , 
Fate i saper che '1 fei, perchè pensava 
Già neirerror che m'avete soluto. 

39 £ già'l maestro mio mi richiamava ; 

83. Modo. Il Demonio che sapeva dover na- 
acere il Messia , nato eh* e' fa, non lo sa rico- 
noscere. S.. Augost. : Fatendum est netetre 
moriuoi ^uid egatur dum agUur , ted posiea 
v&rum atàdire ab iis qui hine ad eot mortene 
do pergunt, Eccl. (1,11): Sed nee eorum qui- 
dem f quae poitea futura turU , erti reeorda- 
Ito apud eos , qui futuri sunt in novistimo, 

34. Luce. Petr: A guisa d'orbo senza lu- 
ce. — Duce : Che mena dritto . . .per ogni cal- 
U (e. 1). 

35. Vano. Eichter : Il morente non vede che 
V avvenire e il passato. S. Tomaso nega ai 
morti notizia delle cose terrene. — Apporta. 
Affert ha in questo senso Virgilio. 

36 Chiusa. Virg. : Aperitque futura. 

'Si. Compunto. Dell* aver tcouto in ambascia 
il cuore del padre. 

88. Fate. I. / per <;lt in altri antichi. — 
Pbnsava. Quel suo non sapore della sorte di 
Guido » e quell'avere udito da Ciacco e da Fa- 
rinata profezie del futuro, lo confondevano. 

39. AvACCio. Per in f reità s'usa in certi 
paesi toscani. 

40. Mille. In sola una tomba? Nel canto 
iX : Molto Piti che non credi son le tombecar' 
che- Molti dunque erano al su* tcni{K> gì' in- 



Perch' r pregai lo spirto più avaeck), 
Che mi dicesse chi con lui si stava. 

U> Dissemi : qui con più di mille faccio. 
Qua entro è lo secondo Federico « 
£ '1 Cardinale : e degli altri mi taccio • 

bl Indi s' ascose . . .Ed io inver Taotico 
Poeta volsi i passi , ripensando 
A quel parlar che mi parea nemico. 

h>2 Égli si mosse: e poi, cosi andando. 
Mi disse : perchè se'tu si smarrito? 
Ed io li soddisfeci al suo dimando. 

1^3 La mente tua conservi quel ch'udito 
Hai centra te , mi comandò quel saggio. 
£ ora attendi qui: e drizzò '1 dito. 

kh Quando sarai dinanzi al dolce raggio 
Di quella il cui bell'occhio tutto vede , 
Da lei saprai di tua vita il viaggio. 

({.5 Appresso volse a man sinistra il piede. 
Lasciammo'l muro, egimmo inver lo mezzo 
Per un senticr eh' ad una valle fiede, 

&.6 Che'nfìn lassù facea spiacer suo leuo. 



creduli. Tanto piii notabile in Dante I* amore 
di libertà tanto ardita con fede sì schietta. — 
Fbdebico. Coronato dal papa nel 1220, sco- 
municato nel 1250 , morì senza paciGcarai al- 
la Chiesa. L* Ott. : Seppe latino e greco e «aro- 
ctneseo; fu largo, savio; operò d'arme; fn 
lussurioso ; soddomita , epicureo ; fece a cith 
Senna caporale cittade di Sicilia e di Puglim 
un forte e ricco castello. Di lui nel e. Xlll. 
— Cardikalb. Ottaviano Ubaldini , il quale 
ebbe a dire : se anima è, io 1' ho perduta pe" 
ghibellini. Era chiamato per antonomasia il 
Cardinale (G. Villani). 

43. CoNSEBVi. Pro?.: Conserva , fU mi , 
praecepta patrie tui. -* Dito. Per eccitar l'ai- 
tenxionc, e per additare il cielo ov'è Beatrice. 
Atto simile nel VII e nel XXIII del Purg. 

44. Sarai. Par. , — Occdio. Purg. , VI : Cht 
ìmme fia tra'l vero e lo' ntelletto. Cout. : GU 
occhi di questa donna sono le tue dimostnh 
stoni , le quali scritte negli occhi dell* inteUeh 
to innamorano /'anima. Virgilio tutto sa uma- 
namente ; Beatrice tutto vede di scienza re- 
ligiosa. 

46. Lassù. A paragon dell' abisso, erano 
tuttavia moit' in aito. 



CANTO m. 



1S7 



CANTO XI 



ARGOMENTO. 

Bistamu iittn a un upolero portante il nome d» «m papa, Virgilio dichiara 
U Hoitùmi deU' infernale città ; e queeto canto , ben dice ÌNeIro di Dante , i la 
Moia di tutta la cantica. La città è divita in tre cerchi , e <f uno tn altro ti leen- 
d*. Idea conforme al virgiliano : Moenia lata Tidet trìplici circumdata muro. 

HoU le terzine 2, 6, 9, 15, 16, 31, 35, 38. 



1 In sa restremità d*uD*alta ripa 
Che facevan gran pietre rotte in cerchio, 
Yeniroino sopra più crudele stipa. 

% E quivi per T orribile soperchio. 
Dd pQzio che '1 profondo abisso gitta , 
G raccostammo dietro ad un coperchio 

3 D un grande avello, ov*io vidi una scritta 
Che diceva : Anastagio papa guardo. 

Lo QOAI. nASSEFOTINDBLLAYUDRlTTA. 

k Lo nostro scender eonvieneesser tardo; 
Si che s*aasi un poco prima il senso 
Al tristo fiato : e poi non fia riguardo. 

!• Ripa. Camminando per mezzo la cam- 
ftgaa delle sepollore giungono alla discesa , 
WUR eireolare, dì gran pietre stagliate e sfes- 
se , di che dirà nel seguente. — Stipa. Ami- 
di tormenti e di tormentati. Inf. , VII; 
• • iravagHe e pane ; XXiV : SUipa Di 




ì. GriTA. Luer.: /aeems odofesi.— Copbs* 
1 coperchi eran tutti levati (Inf., X). 

Si. Aha8Ta«io. Papa nel 498. — Form. Dia- 
di Tessalonica , tìnto deireresit d'Aca- 
cie, che negava la divinità di Gesù. Natale 
Alessandro ( Ann. , saee. Y ) dimostra che non 
Ite Anastagio papa l'errante, ma sì l'imp. Il 
F. Ai ingannato dalla Cron.di Martino Colono. 

4. Ausi. Atuan è nel Conv. — Fiato, Htt* 
Uhm dies Virgilio per piisso , e anch*egll Ih 
écUs esvsms inrernali escir lesso di norit. 



6 



8 



Cosil maestro, ed io : alcun compenso, 
Dissi lui, truova, che'i tempo non passi 
Perduto. £d egli : vedi ch'a ciò penso. 

Figliuol mio, dentro da cotesti sassi. 
Cominciò poi a dir, son tre cerchietti « 
Di grado in grado, come que' che lassi. 

Tutti son pien di spirti maladetti. 
Ma perchè poi ti basti pur la vista , 
Intendi come e perchè son costretti. 

D*ogni malizia eh* odio in ciel acquista* 
Ingiuria è il fine : e ogni fin cotale 
con forza o con frode altrui contrista. 



6. PiiDVTO. Consìglio che spesso ritorna 
( Purg. , IH ; Par. , XXYI ). 

6. Cbrchibtti. In paragone de* gran cerchi 
celesti , e de' cerchi finora percorsi , eh' eran 
maggiori. Nel II canto chiama l' Inferno ce»- 
fro, e il Cielo ampio loco, 

7. Costretti. Stivati per rangastia del 
luogo e la moltitudine. Grescens . , il : Stivar 
la terra intorno aUa pianta , e quella fortt* 
mente eoetringere» 

8. AcooisTA. In mal senso. Pet. (son. LXIU): 
Bioimo f* oe^uifla. —Ingioria. Parola solen- 
ne d'Aristotele (Et. , Vili ), vale ingiustizia 
oltraggiosa. — Fimb. Cic. , OlT. : Quum . . • 
dicoMia modif, id ett, aut vi, aut fraude 
fUU vnjuria . . . tifnifiifiie oltefittitmtim ab ho- 
mine : eed fram odio dégna mqjore. 



128 



DELL' INFERNO 



9 Ma, perchè frodeèdeiruompropnomale, 
Più spiace a Dio; e però stan di sutto 
Gli frodolenti, e più dolor gli assale. 

10 DeWiolenti il primo cerchio è tutto. 
Ma perchè si fa forza a tre persone, 
In tre giorni è distinto e costrutto. 

1 1 A Dio, a sé , al prossimo si puone 
Far forza : dico in sé , ed in lor cose, 
Com* udirai eoo aperta ragione. 

12 Morte , per forza , e ferute dogliose 
Nel prossimo si danno; e, nei suo avere, 
Kuine, inceodii;e toilette dannose : 

1 3 Onde omicide, e ciascun che mal fiere , 
Guastatori e predon, tutti tormenta 

Lo giron primo per diverse schiere. 
i% Puotc uomo avere in sé man violenta, 
E ne' suoi heni: e però nel secondo 
Giron convien che, senza prò, si penta 



9. Male. Per la frode l'aomo abusa della 
ragione, a lai propria sopra le bestie, colle 
quali ha coniane la violenza. E 1' nomo a fro- 
dare non ba tante canseestrinseche quante lo 
moTono alla coneapiscenza ud all'ira. 

10. CosTRt'TTO. Formato a bella posta in 
ispazii concentrici. Nel e. XVIll, parla del 
maestro fabbricator dell'Inferno. Nove I cer- 
chi d'Inferno; nove i cieli; nove le divisioni 
del Purgatorio : all'Empireo risponde il Pa- 
radiso terrestre , al Paradiso il centro ove sie> 
de Lucifero. 

11. Pugne. Per jmò; come m$ne per me, 
usato ancora in Toscana. — Cose. Nel e XIX, 
dira le cote di Dio. — Ragione. Perra^tona- 
mento , noi XXIII del Parg. E si diceva an- 
cora in prosa. 

12. Nel. Contro. Inf. , XXV : In Dio. . . 
superbo. — Danno. Virg.: Dot stragem. — Tol* 
LETTE. Pubblici aggravi!. Anco in prosa di- 
ctrano il mal tolUito per il mal tolto. ' 

13. Omicide. Questa terzina corrisponde alla 
prec. Omicide a morte: mal pere a ferute {poi' 
chò si potrebbe ferir giustamente ) ; guastato- 
ri a ruine ( d' edifizii ) ed tncendtt ; predoni 
a toilette. Dice dannose per distinguere le gros- 
Ho rapine dalle leggiere. 

15. VosTEO. Parla a Dante ch'è vivo. — 
Fonde. Ariosto ( XI , 43 ) : /( eangue fonde. 
'^ Piange. Son colpevoli que' che si pascono 
del pensiero delle loro miserie , tanto più se 
coi lor falli se le son provocate. — Giocon- 
do. Perchè libero di ricchezze eh' egli usava 
a peccato. Dante coDdanoa le Ingiurie com* 
messe contro sé perché , ogni amore incomin- 



15 Qualunque priva sé del vostro mondo, 
Biscazza e fonde la 8ua.facultade , 

E piange là dov' esser dee giocondo. 

16 Puossi far forza nella Deitade 

Col cuornegando ebestemmiandoquella, 
E spregiando natura , e sua boutade. 

17 £ però lo minor giron suggella 
Del segno suo e Soddoma, e Caorsa» 
E chi , spregiando Dio , col cuor favelh. 

18 La frode ond' ogni coscienza è morsa. 
Può l'uomo usare in colui che n lui fida, 
Ed in quei che fidanza non imborsa. 

19 Questo modo di retro par eh* uccida 
Pur lo vincol d' amor, che fa natura : 
Onde nel cerchio secondo s' annida 

20 Ipocrisia, lusinghe, e chi aflatton. 
Falsità, ladroneccio, e simonia, 
Ruflìan, baratti, e simile lordura. 



ciando da noi , chi non ama sé non poo «ma- 
re altrui. E punisce i prodighi co' suicidi, set^ 
bene i prodighi abbia posti già cogli avari » 
perchè qui inicnde di quelli che per prodiga- 
nte si ridussero a morire od a vita noo dis- 
simile dalla morte. 

16. Deitade. Conv. : La eomma deiiaés , 
cioè Iddio. — CuoE. Psalm. : Dixii insipiins 
in eorde suo : non est Deus. — Bontaob. Qq»> 
sto fa r usuraio. V. più sotto. Conv. :£• òon- 
tadi della natura, 

17» Minor. Quel di mezzo, quindi pia Krel* 
to (Inf., XIV ). — Suggella^ Segna coDuar* 
chio di fuoco. Modo biblico. — Caoesa. Po* 
ne Soddoma per soddomiti , Gaorsa per gli 
usurai , perchè molti ve n* era in Cahors ; e 
caorsino, al dir del Boccaccio, valea usuraio» 
ed era caorsino V odiato da Dante , GiGvaafii 
XXII. Parad., XXVII : Del sangue nostro Cmofi^ 
sini e Guaschi S'appareeehian di ben. Il Duca»* 
gè reca decreti di Filippo l'Ardito contro gli 
usorai ^t vtdgariter Caorsini dicuntur. 

18. MoESA. Intendi , o che la frode é tal 
vizio che le coscienze più dure n' haniio ?► 
morso , e €ic. : sua quemque fraus , suus ti- 
mor maxime vexat; o che Virgilio voglia rìm» 
proverare i contemporanei di Dante come i pia 
macchiati di frode. — Imeoesa. Naie. XXIV: 
La speranza ringavagna. Del mettere la spe- 
ranza in borsa aìmetteriain paniere non corre 
gran cosa. 

19. Natdea. Armannino: Fra gli uomini ceh 
riià,né amistà che da nutura procede, non vota. 

20. Lusinghe. Adulatori ( Inf., XVill }.-p 
ArrATTumA. Maghi (Inf.» XX). — Falsità. 



CANTO XI. 



129 



21 Per r altro modo queir amor s* obblia , 
Che fa Datura, e quel cb* è poi a^unto 
Di ehela fede speziai si crìa* 

22 Onde oel cerchio minore, ov'è 1 punto 
Dell' univereo in su che Dite siede , 
Qualunque trade , in etemo è consunto. 

23 £d io: maestro, assai chiaro procede 
La tua ragione, e assai ben distingue 
Questo baratro, e\ popò! che1 possiede. 

2i Ma dimmi : quei della palude pingue , 
Che meoailvento, e che baitela pioggia. 
E che s' ìncontran con sì aspre lingue, 

25 Perchè non dentro della città roggia 
SoD ei puniti , se Dio gli ha in ira? 

E, se non gli ha,perchè sono a tal foggia? 

26 Ed egli a me : perchè tanto delira , 
Disae, lo 'ngegno tuo da quel che' suole? 
Orrer la mente dove altrove mira? 

27 Noo ti rimembra di quelle parole 



( lof. , XXIX , XXX )k — Ladronsc- 
do ( lof. , Xll }. — SmoNiA ( iDf. , XIX) — 
ÌUwfux. ( Inf. , XYIll ]. ^ Baratti ( Inf. , 
\H, XXII). 

SI. Fboi. Codt. : QueUé cote che prima non 
•offfxmo i loro difeUi» più tono pericolose , 
ptreKè di loro molte fiate prmdere guardia 
moH n può : eiceome vedemo nel traditore. 

22. MiKORB. Più stretto , perchè 1' ultimo^ 
I iradi tori , come più rei , sianoo nel più stfet- 
to cerchio ; e i soddoraiti e usurai , come più 
vd dei cerchio secondo , stanno nel più stret- 
ta girone : sì perché più rari , e sì per più 
I.— Trarr. L'usa anco neU'Inf., XXXIII. 
24. PiNRUR. Di belletta. Virg. : Pirici flu- 
u MR2VA. CooY.: Le foglie ehe'l vento fa 
ifR.— Battr. Virg. : Verberat imber hu- 




25. Ro«€iA. Rossa : nel Par. , VI , rubro; 
Bd XIV , rohtio. 
27. Tua. Con?. : Dice il mio maestro Ari- 
nU primo dell Etica. Più sotto : La 
i. — DisposizioN. Parola aristotelica. 
Incontinrnza. Arist. , distingue V in- 
àcra$ià, la malizia eae^, la be- 
stialità fmofes. Può r uomo essere inconti - 
Beate di piaceri , d' onori , di ricchezze , di 
c^ , di sdegno , può cioè non sapersi nei 
BW¥ÌBWDti «addetti moderare : ma il male 
dell' iacontiDente non è profonda maUzia. Ec- 
eo pcfcké alcuni vizii son puniti e dentro e 
Ibori della dantesca città; 1' avarizia fàori , 
destro la simonia; perchè la prima è incon- 
t iBtBt e deMerìo, P altra è malizia più nera. 
I AffirtBtiie dice V iflcoatinenza esser meno 



Con le quali la tua Etica pertratta 
Le tre disposizion che '1 ciel non vuole , 

28 Incontinenza , malizia , e la matta 
Bestialitadet e come incontinenza 
MenDio offende, e men biasimo accatta? 

29 Se tu riguardi ben questa sentenza , 
£ rechiti alla mente chi son quelli , 
Che su di fuor sostengon penitenza, 

30 Tu vedrai ben perchè da questi telli 
Sien dipartiti , e perchè men cruciata 
La divina giustizia gli martelli. 

31 O sol che sani ogni vista turbata , 
Tu mi contenti sì quando tu solvi ^ 
Che,Don men chesaver,dubbiarm'aggrata 

32 Ancora un poco 'ndietro ti revolvi , 
Diss* io, là dove di' eh' usura offende 
La divina boutade; e 1 groppo svolvi. 

33 Filosofia , mi disse, a chi f attende 
Nota , non pure in una sola parte , 

della malizia , perchè di quella Puomo, an- 
che neir atto del mal fare , in certa guisa ar- 
rossisce si pente ; questa gli è passata in 
natura. E però tra V incontinenza e la mali- 
zia il P. pone quasi anello queU' incontinen- 
za che viene da incredulità ; e collocando gli 
eretici tutti a pena. men dura de' frodolenti , 
poi gli scismatici a pena più grave ( Inf. , 
XXVIU ) , mostra com' egli distinguesse V in- 
credulità personale dalla incredulità seduttri- 
ce e sconvolgitrice de' popoli. Bestialità , se- 
condo il greco filosofo , è qualunque vizio 
condotto a tale eccesso che par degno di ente 
irragionevole , che perverte e degrada P u- 
mana dignità: Omnit modum superane vtfio- 
sitas et amentia. In questo sistema tutti quan- 
ti i peccati posson passare per detti tre gra- 
di d' Incontinenza , malizia , bestialità ; e però 
Dante a* bestiaU non assegna luogo distinto » 
ma questi insieme co'maliziosi colloca dentro 
delle mura infocate. Levando a queste distin- 
zioni la corteccia scolastica , resta un sucoo 
di buona e teologica filosofia. Incontinenza è 
la corruzione del volere ; malizia v'aggiunge 
la perversione deU' intelletto; bestialità P ope- 
razione distruggitrice della social fede e uni- 
tà. — Accatta. Alberta no : Accattare odio* 

31. Sol. Inf. ,1:0 degli altri poeti . • . 
lume, — Solvi. Assolutamente. Crescenzio : 
Dubitasi porcKè . . . Solvisi in q%iesto modo. 
— AoGRATA. Par. , XXilI : In che i gravi Uh 
bor gH sono aggrati. 

3S. SvoLvi. inf. , X. Solvetemi quel nodo. 

93. Puma. In più d*an luogo. Fisica ed Eti- 
ca d' Aristotele. 

IT 



180 



DELL' INFERNO 



Come natura lo suo cono prende 
3k Dal divino 'ntelletto e da sua arie. 
E, se tu bevla tua Fisica note. 
Tu troverai non dopo molte carte » 

35 Che i*arte vostra quella , quanto puote, 
Segue, cornei maestro fai discente: 
SI che vostr' arte a Dio quasi è nepote. 

36 Da queste due , se tu ti rechi 9 mente 
Lo Genesi dal principio, convietie 



Prender sua vita e avanzar la gente. 

37 E perchè V usuriere altra vìa tiene * 
Per se natura e per la sua seguace , 
Dispregia , poi eh* in altro pon la spene. 

38 Ma seguimi oramai, chel gir mipiace; 
Che i Pesci guizzan su per l'orizzonta , 
E 1 Carro tutto sovra '1 coro giace: 

39 E *1 balzo via là oltre si dismonta. 



34. Abtb. Arte la potenza, intelletto la sa- 
pienza. — Molte. Lio. II. 

36. Quella. Aristotel. : Ars ìfiiìtafiir fialu- 
ram m quantum potest. — Discente. L'osa 
anco nei Convivio. — Nepotb. Tasso: Eiun- 
do V arte figliuola della natura , a la natura 
di Dio , e arte di euo Dio viene ad euere in 1 
eerto modo nipote. 

36. Gbnesì. L' accento posa sbU' oli imo co- 
me in Semiramkt (lof., V). Geo., II: Potuit 
etim in Paradiio ... «I operareiur . , , Jn 
eudore vuUue tut weeerit pane. Dalla oatara 
trae 11 vitto i* agricoltura; dall'arte, le indu- 
strie ed il commercio. 

37. PoN . L' Qsaraio offende la natura in sé, 
e poi nell* arte seguace di lei, volendo che il 
danaro partorisca senza fatiche danarose ru- 
bando gli altrui sudori. L' argomento non è 
de* più diretti , ma da un certo lato è profon- 
do. E U dispregio che Dante dimostra degli 
usurai , e la compagnia eh' e' dà loro, prova- 
no ciò eh' è confermato daUe memorie del se- 
colo , il molto male che faceva a que' tempi 
y usura. 



38. Sbouiiii. Sono stati fiBora dietro al co- 
perchio. — Obizzonta. Alla greca , come Cair 
eanta. {Int., XX). Essendo il sole in Ariete» 
e air Ariete precedono i Pesci : due ore dun- 
que mancavano a giorno. Il carro di Boole 
giaceva sopra quella parte donde spira Coro, 
vento tra ponente e maestro. Se il Carro che 
è in Leone è sopra Coro» dunque il Leone era 
già tramontato, e stava per tramontare la Tai^ 
gine. 

39. Via la. Per là: modo usato anco nella 
lingua toscana d' oggigiorno. Questa eonelB- 
sione somiglia al virgiliano : Hae vice eermo- 
num roeeii Aurora qaadrigii Jam wudium ae- 
tkerio eunu trajeeerat axem ; Et fore omm 
daiwn trahMtnt per talia tempue : Sed eomm 
admonuit , bretiterque affata Sibylla ett : Nom 
ruit. Aenea ete. Dante passò nella selva died 
ore ; entrò nell' Inferno soli' imbrunire ; nel 
cerchio degli avari su la mezza notte ; entra 
in Dite sull'alba. Virgilio lo sa per calcolo, 
non perchè vegga luce. Il primo giorno é com- 
pito. 



131 



CANTO XII. 



ARGOMENTO. 



Scendono al setiimo cerchio » de* violenti : e 7 primo girone è de* tiolenH in 
aUrui. Svila scesa sta a guardia il Minotauro: i violenti sono in un fumé di 
sangue hottente. Il Flegetonte in Virgilio non è sangue ma fiamma. Stanno sepolti 
altri fino agli occhi , altri al naso , altri con soli i jnedt, secondo i delitti. I Cen- 
Unm saettano chi si leva più su del dovere. Il f. parla a Nesso e a Chirone. Nesso 
lo porta di là dal fiume , e gli mostra UUun de* dannati. 

« 

L' idet della roviDa, quella del sangue ehe forse gli venne dalla storia di Tamirl , ac- 

•U nel Xll del Parg., e molte espressioni potenti, fan bello il eanto. 

Nou le terzine 4, 8, 10, 14; la 17 alla S2; la 24, 25, 28, 94, 35, 37, 42, 44. 



1 En Io loco ove a scender la riva (anco, 
Venimmo, alpestro; e, per fjuel eh' iv* er* 
Tal, eh' ogni vista ne sarebbe schiva. 

2 .«Qiial è quella mina, che nel Ganco, 
Di qua da Trento, T Adice percosse 

O per tremuoto o per sostegno manco, 

3 Che da cima del monte onde si mosse, 
Al piano è si la roccia discoscesa 

Ch* alcuna via darebbe a chi su fosse; 
h Coiai di quel burrato era la scesa : 

1. QusL. Il Minotanro. 

2. NBL FIANCO. Virg. : Imfmlit in latus. La 
fovina di Monte Barco presso Rovereto si vede 
tottora- L* Adige il qaale allora correva forse 
di B, scalzò la montagna nel fianco. Altri in- 
mde la rovina della Chiusa presso Rivoli se- 
guita nel 1310 ; e lo scoglio allora cadde ap- 
pnalo Dell' Adige , e lo percosse. Ma io in- 
tendo che l' Adige percotendo il macigno lo 
•ealxasse. Tanto più che la rovina di Monte 
Bueo ha aleuna via per {scendere, quella del- 
la Chiosa DO , almeno adesso. E perchè regga 
la siroilitadine col borro infernale , qoalche 
▼il ci dev'essere; e V alcuna della terz. seg.. 
Boa può significare nessuna. — - 0. Virg. : Fé- 
ÌBlt mantis saseum de vertice praeeeps Quum 



E 'd su la punta della rotta lacca 
L' infamia di Greti era distesa, 

5 Che fu concetto nella falsa vacca. 
E quando vide noi sé stessa morse. 
Si come quei cui V ira dentro fiacca* 

6 Lo savio mio inver lui gridò : forse 
Tu credi che qui sia *1 duca d' Atene, 
Che su nel mondo la morte ti porse ? 

7 Partiti , bestia : che questi non viene 
Ammaestrato dalla tua sorella; 

mtl avulsum vento , seu tuHndus imbw Pro- 
luU , atU annis iolvit sìiblavsa vetustas. 

4. Lacca. China formante col pian sotto- 
posto OD bacino. La punta é V estremo più 
alto. Come Plato , lo trovano dove si digror 
da. Inf., VI. — Infamia. Ovid. (Fast.,I): 
AvsnHnae timor atque infamia sUvae. Virg.: 
Vsneris monumenia nefandae. — Creti (Vili., 
1,6). Cfsfa dice nel e. XlV. Qoi Crsfi fa il 
nomerò più soave. — Distesa. Virg. , di Cer- 
bero : Toto^iia ingens extendiiur antro. 

5.CoNCBTTO.F.Eccl.,Vl;Aen.,VI.— FuccA. 
La forza dell'ira é debolezza. Inf., VII: Con- 
imita dentro te con la tua rabbia. 

7. SoftiiXA. Arianna ammaestrò Teseo ad 
aecidere il Minotauro (Ov,, Met., Vili ). 



ià2 



DELL* INFERNO 



Ma vassi per veder le vostre pene. 

8 Qaal è quel toro, che ai shccia io qaeDa 
Ch'Ila rìcevnto già 1 colpo mortale, 
Che gir non sa, maquae là saltella; 

9 Vid' io Io MiooUoro far cotale : 

E quegli accorto, gridò : corri al varco. 
Mentre die ò'ofuria, èbuoDchetuticale. 

10 Cosi prendemmo via giù porlo scarco 
Di quelle pietre, che spesso moviensi 
Sotto i mie' piedi , per lo nuovo carco. 

11 Io già pensando ; equei disse : tu pensi 
Forse a questa rovina, eh' è guardata 
Da queir ira bestiai eh' i' ora spensi. 

12 Or vo' che sappi che V altra fiata 
Ch' i' discesi quaggiù nel basso 'nfemo 
Questa roccia non era ancor cascata. 

13 Ma certo , doco pria , se ben discemo. 
Che venisse Colui che la gran preda 
Levò a Dite del cerchio superno, 

ih Da tutte parti i' alta valle feda 
Tremò si eh' i* pensai che l' universo 



8. Slaccia. Virg. : QuaÌM mugitut , fugii 
quum iaucius aram Tauftu , et ineertam ea>- 
eutsit cervice securim, 

9. Calb. Virg.: Occupai Acneoi aditum,.. 
JEvaditque ceUr. 

10. Scarco. Scarico chiamasi In Firenze 
quel mucchio di sassi e di terra che da varìi 
Joughi in ano s'ammonta. — Nuoto. Le om- 
bre non movono i corpi. Inf. , Vili : E sol 
quand* i* fui dentro , parve carca. Ov. ( Met., 
IV } : ingemuit itmen. 

li. Bbstial. L' ira iDContinente è fkior di 
Dite; l'ira bestiale dentro, li Minotauro, be- 
stia , figura r ira bestiale la qaal si nutre di 
carne amena, e di giovane san^e. — Spensi. 
Hammentandogli 1* origine soa: al Minotauro 
rammenta Teseo , a Plato Michele , ai dia- 
voli Teseo. 

12. Ancob. Virgilio ci scese poco dopo 
morto ( Inf. , IX ) ; e G. C. scese al Limbo 
meno secolo poi ( Inf. , IV ). 

13. Colui. Quando Cristo mori , terra mota 
eit , §t petrae icissae ttml , Et monumenta a- 
perta sunt. Il solo girone de' violenti e quel 
degli ipocriti sofferse la detta ruioa , quasi a 
significare l'odio che il mansueto e candido 
agnello dimostrò a questi due sopra tutti i vi- 
lli , e le due cause della morte di lui ; ipo- 
crisia e violenza. Si dirà come mai Virgilio, 
che dopo la morte di G. G. non era sceso lag- 
giù , poteva sapere di questo ? Virgilio tvCfo 
seppe; gli è U mar di mtQ 'l ifimv* I 



Sentisse amor : per lo quale è chi eredi 

15 Più volte 1 mondo in caos converso* 
Ed in quel punto questa vecchia roccia 
Qui e altrove tal fece riverso. 

16 Maficcagliocchiavalle;chòs'approccia 
La riviera del sangue in la qual bolle 
Qual che per violenza in altrui neccia. 

17 Oh cieca cupidigia, oh ira folle , 
Che si ci sproni nella vita corta , 
£ neir eterna poi si mal c'immollo 1 

18 r vidi un' ampia fossa in arco torta , 
Come quella che tutto' 1 piano abbracdat 
Secondo eh' avea detto fa mia scorta. 

19 E tra'I pièdella ripa ed essa,in traccia, 
Correan Centauri armati di saette 
Come solean nel mondo andare a caccia. 

20 Vedendoci calar ciascun ristette : 
E della schiera tre si dipartirò 

Con archi e asticciuole prima elette. 

21 E r un gridò da lungi : a qual martiro 
Venite voi che scendete la costa? 



14. FEnA. Fddità per sozzura s* usava anco 
in prosa. — Amor. Opinione d' Empedocle » 
che r omogeneità degli atomi fosse amore ; i 
quali tendendo col tempo a naov' ordine ài 
cose , producono il Caos. Arist. ( Pbja. , l; 
De Anima , X ) lo combatte. 

15. Caos (Ov., Mei., 1 ). — Altbovb {ìjèL, 
XXIII ,,XX1V ). Si notino gì* iati del vetao , 
sonante' mina. 

16. A VALLB. In giù. Inf. , XX : Buman a 
valU. 

17. CiBCA. Lucr.: Cacca cupido, — Folli. 
Cic. : Ira imitum intaniae, — Spioni. Virg» 
StimuUi haud moUibus trae. La cupidigia mo- 
ve i tiranni a rapire , V ira a dare la morte. 

18. In arco. Virg.: Curwitui in arvtim.— 
Abbbaccia. Molti i tiranni. 

19. Ripa. Tra il sasso erto e tagliato inlon- 
do e la fossa era un sentiero pel quale i Cen* 
tauri correvano saettando. Molti de' sentieri 
d'Inferno il P. fa strettissimi (e. X, XXIU). 
M Ceniauri fgura ( dice il Bocc.) gii «oaii» 
ni dclt arme co' quali i tiranni tengono U «•- 
^fiofte contro a' piaceri de* popoli. Virgilio 1Ì 
pone alle porte d' Inferno , a posare : sttèm 
tamt. Meglio metterli in caccia. 

30. Elbttb. Per meglio ferire. Virg. : Ui 
celsoi videre ratu . . . Raptoqu§ vokii salo 
c^us ipse. 

21. Lungi. Virgilio nel luogo stesso : A 
proeul • (umilio : Juvenes , quae causa mtk€- 
S^ì . . IMta ( Caronte ) quoi jasn Mi m 



CASTO XU. 



133 



Ditel costinci: go non, Y arco Uro. 

2S Lo mio maestro disse: la risposta 
Farem noi a Chiron costà di presso. 
Hai fu la voglia tua sempre si tosta. 

SKS Poi mi tentò , e disse : quegli è Nesso , 
Cbe morì per la bella Deianira , 
E fèdi sé la vendetta egli stesso. 

Si E quei di mezzo eh* al petto si mira , 
É 1 g;ran Chirone, il quel nudrì Achille : 
Qoell' altr^ è Fok) che fu si pien d' ira. 

SS D'intorno al fosso vannoamilleamille, 
Saettando quale anima si svelle 
Del sangue più , che sua colpa sortille. 

36 Noi dappressammoaquelle fiere snelle. 
ChiroD prese uno strale, e , conia cocca, 
Fece la barba indietro alle mascelle. 

XT Quando s'ebbe scoperta la gran bocca, 
Biase a' compagni: siete voi accorti 
Cbeqoeldirietromuoveciò ch*e*tocca? 

IB Goisi non soglion fare i pie de* morti. 
E1 mio buon duca che gii gli era al petto 
Ore le duo nature son consorti. 



Ay^ia pfoqMBìi db unda Ptr taeitum nBtnm 
ira, p^dmtiqim adverten ripae, Sic prior ag- 
$nldùmr àieiit, aique inerepat uUro : QuUquii 
m p armatm qui nostra ad flumina tmdit , 
009 qmid oemoi; jam utine et eomprì" 



Di. NoTellino , LX : JIft foue tanto di 
miao. SI Tolge al maggiore dei ire, al meo 
IMoeo. — Mal. Caro a te costa essere tanto 
«vecipitoso a volere : come cpiando rolesti Pe- 
nìa ( Or. , Met. , IX ). Nesso si Tendicò , 
alla donna la veste intrisa deirtvvele- 
sao sangue. 
Si. HmA. Pensoso, come dotto. Di Chiro- 
▼edi Suz. ( Ach. , 1! ]. — CamoNB. Ott.: 
ffi arme a iavio in medicina. — Polo. 
b Banina Stazio ( Th., Ili ); e Vlrg. (G., II) , 
m i ftiribondi Centauri : e V epiteto fwtntei 
aoaae forte il P. a porre i Centaori saettatori 
^rUraanie de* ladri. Altri si lagna che l'aio 
#AcàiUe aia messo all'Inferno; ma Virgilio 
aackr egli vi mette I Centaari , senza eccet- 
aHrGUrone; altri 'l facevano aasonto in cielo. 
7alo era di quelli che tentarono il ratto d'Ip- 
tadamia ( Ov., MeL, XXII ). In Nesso é fi- 
MaCa la evpldlgia violenta , in Polo il tìo- 
iMa ftirore. Boezio nomina i Centaari e li 
étea domati da Ereole. 
Si. CoiPA. È primo caso, lofi^ue quarto. — 
Socie non è sempre caw. Yirg. : 



29 Rispose : ben è vivo : e si soletto 
Mostrargli mi conviea la valle buia. 
Necessita 1 e* induce, e non diletto^ 

30 Tal si parti da cantare alleluia , 
Che ne commise quest* ufficio nuovo. 
Non è ladron , né io anima fuia. 

31 Ma , per quella virtù per cu' io muovo 
Li passi miei per si selvaggia strada, 
Danneunde'tuoi, a cui noi siamoapniovo, 

32 Cbe ne dimostri là ove si guada , 
E che porti costui in su la groppa , 
Che non è spirto che per 1* aer vada. 

33 Chiron si volse in su la destra poppa , 
E disse a Nesso : toma , e si gli guida : 
E fa causar , s* altra schiera v' intonpa. 

34 Noi ci movemmo con la scorta uda 
Lungo la proda del boUor vermi^io 
Ove i bolliti facéno alte strida. 

35 r vidi gente sotto infino al ci^io: 

E '1 gran Centauro disse: £i son tiranni. 
Che diér nel sangue e nell'aver di piglio. 

36 Quivi si piangon gli spietati danni. 



Laborem sortiti. La Bibbia: Sortitui sum ani- 
fiumi bonatn, 
26. Fkcb. Per parlare più libero. 

28. Petto. Non gli arrivava più sa : tanto 
Chirone era grande. — Natubb. Lucr. chiama 
i Centaari duplici natura, et corpore bino» — 
Consorti. Stephen.: Coneortes, quorum (nei 
contigui lunf. 

29. Induce. Per escir de* mali morali, era 
necessaria la meditazione delle cose immoi^ 
tali. Parg. , I : Non e* era altra via Che questa,. 

30. Alliluia. Apoc. : Aìidivi quasi voeem,,> 
aquarum muUarum . . . dicentium alleluia. — 
Nuovo. La filosofia naturale e politica non ta 
mai posta finora cosi direttamente come grado 
alla diTina. — Fuia. Ladra ; da /Ur. Nicc. Sol- 
danieri chiama la fina, la volpe. Altri intende 
fiiia per nera. 

31. SxLVAGGU. Ogni male , ogni errote 
Dante figura nell'idea della selva.— Pauovo: 
iVopa. Ci stia accosto e ci guidi, Voce viva, 
dicono , In Lombardia. Da prope i Lat. fae»* 
van propitius. 

33. Poppa. Boce., parlando d' nomo (Tea., 
II! ) ; Si volse in su la poppa manca. — Iv- 
toppa. Perché , D* intorno al fosso vafmo a 
nUUe a mille. Intoppare col quarto caso vite 
io Toscana. 

36. ALBSSANDno. Nel CoQv. , è lodato par 
la liberalità, non per aiuti. Disiraase Tebe;, 



m 



DELL' INFERNO 



Quiv* ò Alessandro , e Dionisio fero 
Che fé Cicilia aver dolorosi anni: 

37 E quella fronte eh' ha 1 pel cosi nero 
% Azzolino: e queir altro cu è biondo, 
È Obizzo daEsti il qual, per vero, 

38 Fu spento dal figliastro su nel mondo. 
Allor mi volsi al poeta, e quei disse: 
Questi ti fia or primo, ed io secondo. 

39 Poco più oltre, 1 Centauro s'affisse 
SovT* una gente che 'nfino alla gola 
Parca che di quel bulicame uscisse. 

40 Mostrocci un'ombra dall' un canto sola. 
Dicendo: colui fesse in grembo a Dio 
Lo cuor che 'n su Tamigi ancor si cola. 



uccise i prigioni d! Persia , e Menandro , 
Efestione, GalHstene , Clito. Altri totende 
Alessandro di Fera atrocissimo , che vestirà 
di peUi gli aomioi per farli maogiare a' suoi 
c«ni. Alessandro il Macedone, contro cui de- 
clama Lucano , molto studiato dal nostro P. 
lo chiama f$Ux praedo. Di Dionisio il P. tro- 
vava menzione in s. Agostino e in Boezio. Due 
sono i Dionisii ; e due gli Alessandri. Celebri 
i sospetti tirannici di Dionisio , e la One di 
lui. — Cicilia. Per SiciUa dice il Boccaccio 
sempre. 

XT. AZZ0LI50. Ezzelino di Romano morto 
nel 1160 , al quale accenna nel IX del Par., 
non avea fuor del sangue se non la fronte , 
segno di efferata tirannide. Azzolino lo chia- 
mano anco le Cento Nov. — Esti. Soffocato 
dal Gglio , guelfo rabbioso , crudele, rapace. 
Costui fece lega con Cario d' Angiò nella con- 
quista di Napoli ; onde fu compUce alla rovi* 
na aveva. Fu fatto , dice il Bocc. . per la chie- 
sa marchese della Marca d' Ancona : nella qua- 
le fece un gran tesoro , e con quello , e con 
r aiuto de' suoi amici, occupò la città di Fer- 
rara , e cacciò di quella la famiglia de' Vin- 
ciguerra con altri seguaci di parte imperiale. 
Ma perchè tal delitto pare incredibile, Dante 
lo chiama figliastro , e dice per vero , perché 
ne correva incerta la voce. BtH per Ette è in 
G. Villani. 

38. Mondo. Dante vuol indicare , che la vi- 
ta del corpo gli fa tofta dal figlio , quella del- 
l' anima e* se la tolse da sé. Onde nell'inf., I: 
La eeconda morte. «^ Volsi. Dante aborriva 
negli Estensi il seme guelfo : e per^ volgesi 
a Virgilio in atto d' Ironica maraviglia. Dove 
tratUsi di delitti, Virgilio non parla; lascia 
dire i dannali. 

30. S' AFFISSA* Perii fermò f è nel XXXIII. 



kl Po' vidi genti che di fioor del rfa^ ' 
Tenean la testa , e ancor tallo 1 casso; 
E di costoro assai ricoDobb' k>* 

hi Cosi a più a più si facea baw> 
Quel sangue , si , ohe coprìa par li piedi: 
E quivi fu del foaso il nostro passo» 

43 Si come to da questa parte vedi 
Lo bulicame che sempre si scema. 
Disse 1 Centauro , voglio che tu credi 

a Che da quest' altr* a piùapiùgiùpcema 
Lo fondo suo, infin eh' ei si raggioiige . 
Ove la tirannia convien che geoia» 

65 La divina giustizia di qua punge 
Quell'Attila che fu flagello in terra» 



del Pnrg. — Gsntb. Fin qui i tiranni ; ora 
vengono gli omicidi , men fitti nel sangue. — 
BuLiGAMB. Cosi dicevasi nn' acqua termale a 
Viterbo ( inf. , XIV ). 

40. Sola. Per 1' enormità del delitto. Nei 
IV , fa solo il Saladino per la singolarità dalr 
r uomo. — Fbssb. Nel 1270 Guido di Mott- 
forte, vicario di Carlo d* Angiò » in Viterbo, 
nell' atto dell* elevazione dell' Ostia , uccise di 
una stoccata nel cuore Arrigo figliuol di Eie- 
cardo conte di Corno vaglia {divoto e huongkh 
vine , dice il Bocc. ; semplice e mannulo • 
angelico , dice V Ott. ) » per vendicare suo psr 
dre cbe nella battaglia d* Evegham , il 19w, 
combattendo contro Enrico 111 , fratel di Ric- 
cardo , fu ucciso e il cadavere strascinato nd 
fango. Cosi fece Guido ad Arrigo: ucciso (di« 
cesi con assenso di Carlo d' Angiò ) lo stra- 
scinò fuor di chiesa. 11 cuore di luì tu por- 
tato a Londra , e posto in un calice d' oro in 
man d'una statua sul Tamigi : nella veste d«lla 
statua è scritto: Cor gladio sciuum do cui M»> 
ianguineus tum ( Vili. , VII , 40 ). — Cola. 
Cola sangue , e grida vendetta ; come il saor 
gue d' Abele nella Genesi. 

42. Passo. Nesso lo prende in groppa. Vir- 
gilio a guado , o per l* aria. Nesso anco nel 
mondo fece V uffizio di portare. Ovid. : iVaa- 
tu$ adit f memhriiiiue vcdem icilta^ua vadi^ 
rum. Nel sangue basso giacciono i rei di fla- 
rite» d'estorsioni. 

44. Prema. Quanto il fondo èpi& gi&, tanta 
U sangue è pia alto. 

45 Piero. Epirota ; assalitore prima de^So» 
mani , poi de' Greci ; o il Neottolemo iùfesla 
a'Troiani ( Vlrg. , II, III), il quale foce soa 
donna Andromaca , sebbene sposo ad Ermlo- 
ne ( Isidor. , Etym. , X, IV , citato da an 
contemporaneo di Dante). Però doppiameala 



CANTO XU. 



185 



Pirro , e Sesto : ed in eterno munge 

fc6 La lagrime , che col boiler disserra, 

A Binìer da Cometo, a Rinier Pazzo, 



TìHcsio e tiranno. — Sisto. Figliaol di Tar- 
qidDio ; o il figliaol di Pompeo. Lacan. : Pro- 
te mSgma parmUe . . . PoUuit aequareoi ftoti- 
km finta triumphoi. Di lai Orazio. — MuN- 
a. Preme a forza. Parg. , Xlll : Psr ^It oc- 
éki fm di $raive dolor munto. Il sangue bol- 
lale allarca qaasi il varco alle lagrime : il 
pào le strilla (Inf., XXXII ). 



Che fecero alle strade tanta guerra. 
VI Poi si rivolse, e ripassossil guazzo. 



46 GoKNiTO. Assassino alla spiagffia marit- 
tima di Roma. ~ Pazzo. De'Pazri di Valdar- 
no , famiglia nominala anco nel XIÒUI del- 
l' Inferno. D'accordo con Federigo lle'rnba- 
Ta i preiati di Roma , circa il 1228 ; ond'eb- 
be scomnnica, è contro lui e'saoi flaron da- 
te leggi in Firenze , Da Attila a Sesto, tiran- 
ni ; da Sesto a' Einieri , predatori. 



186 



DfiLL' INFERNO 



CANTO xni. 



ARGOMENTO. 

Nel secondo girone de* violenti penano i emeidi j tratformati in aspri tronchi 
sensQnli , come U corpo di Polidoro in Virgilio. Le Arpie li divorano > come in 
Virg. r avoltoio divora il cuore di Tizio, E le Arpie da Yirg. son poste sulla «o- 
glia (f Inferno. Il P. trova il celebre Pier delle Vigne , secretario di Federigo II. 
Poi rincontrano anime nude inseguite da nere cagfU che vanno per lacerarli^ e sono 
t prodighi che disperati si uccisero o si lasciaron morire , prodighi bestiali no» 
cfie isìcontinenti. 

Canto pieno di vita e di varietà, perchè storico la miglior parte. 

Rota le terzine 1, 2, 5, 8» 9, 12, 14, 16, 19, 22; la 24 alla 27; 31; U 33 alte 48. 



1 Non era ancor di là Nesso arrivato 

guando noi ci mettemmo |>er un bosco 
de da nessun sentiero era segnato. 

2 Non frondi verdi ma di color fosco, 
Non rami schietti ma nodosi e 'nvolti; 
Non pomi v*cran ma stecchi con tosco. 

3 Non han si aspri sterpi né si folti 
Quelle Cere selvagge che 'n odio hanno. 
Tra Cecina e Corneto, i luoghi colti. 

k Quivi le brutte Arpie lor nido fanno 
Che cacciar delle Strofade i Troiani 
Con tristo annunzio di futuro danno. 

1. LÀ. Dal guado sanguigno. 

3. ScniBTTi. Poliz.: L* abeto schietto e ten- 
ta nocchi. — Pomi. Per frotte in geocrc , ò 
nel e. XVI. — Steccui. Virgilio, del cespu- 
glio di Polidoro : Dentit hastilìbus horruia, 

3. CoRSEETO. Fra gli stati del Papa e la 
Toscana. Fino a' dì nostri fu luogo palustre. 

4. Bbdttb. Virg. : Obicen(U»»,volvcres,'— 
Strofasi ( Aen. , Hi). — Annunzio. Ibiiis Ita- 
liam , portusque tnlrora licehit : Sed non ante 
datam eingetii moenibus urbem , Quam voi 
diro fames . . . Àmhesat euhigat maUs abeume' 
n tneriKU. 

tt. Lati. Virg. : Magnie ^tmliiifiZ clanyori- 
hus aUu. — UiiANi. Virg.: Virginei volucrum 
DuUttf. — Aetmu. Virg. : Pedibus,, .uneit,,. 
Vtìcasque mamtt, — Vesiuib. Virg. ; Faedis- 
9ima ventrie Proìuviee, — Lamenti. Virg. : 
Vom Mrum dira inter odorsm.^'^jmAm, Lu- 



8 



Ale hanno late, e colli e visi umani. 
Piò con artigli, e pennuto '1 gran ventre. 
Fanno lamenti in su gli alberi strani. 

E1 buon maestro: prima che più entre, 
Sappi che se' nel secondo girone, 
Mi cominciò a dire: e sarai mentre 

Che tu verrai neirorribil sabbioDe. 
Però riguarda bene ; e si vedrai 
Cose, che torrien fede al mio sermoiie. 

r sentia d*ogni parte tragger guai, 
E non vedéa persona che 1 facesse: 
Perch' io tutto smarrito m* arrestai. 



cano le chiama cani volanti. Nel 300 sapeva- 
no la greca etimologia della voce ; e V Anoni- 
mo ined. che la dichiara , dice : Li oùn e H 
peccati sono prefigurati per li tiranni e per 
U fere. 

6. Mentri. Finché. Par., XVil: Mssiftre 
che tomi, 

7. ToRRiBN. Più sotto : S'egli avesee poSm^ 
to creder prima , ee. I suicidi sono incaree-' 
rati in un tronco , perchè , avendo gittata vm 
la spoglia mortale , non meritano riaverla. Chi 
si priva della vita sensitiva , avrà solala Te- 
getante. S. Bernardo : Homo absque grati» , 
est ut arhor ntvestri* ferens fruetum , guibmg 
pord infemales, ^'Harpyiae pascuntur, Danto 
conosceva questo passo, perchè suo figlio 
lo cita. 

8. Arrestai. Virg., VI: Constitit Àeneas, 
strepUumque e^erritus hausit. 



CANTO XIU. 



181 



9 I* credo cb'ei credette ch'io credesse. 
Che tante Yod uscisser tra que' broDchi 
l)a gente che per noi si nascondesse. 

10 Però disse 1 maestro: se tu tronchi 
Qualche fraschetta d* una d*este piante, 
Li pensier t^h'hai si faran tutti monchi. 

11 Alior porsi la mano un poco avante 
E colsi un ramuscei da un gran pruno, 
£1 tronco suo gridò: perchè mi schiante? 

12 Da che fatto fu poi di sangue bruno, 
Ricominciò a gridar; perchè mi scerpi^ 
Non hai tu spirto di piotate alcuno? 

13 Uomini fummo» ed or sem fatti sterpi. 
Beo dovrebb* esser la tua man più pia 
Se state fossim' anime di serpi. 

1^ Come d' un stizzo verde eh' arso sia 
Dall' un de*capi , che dall' altro geme , 
E cigola per vento che va via ; 

15 Cosi di quella scheggia usciva insieme 
Parole e sangue: ondT lasciai la cima 
Cadere, e stetti come T uom che teme. 



9. CmBiBssB. Sacchetti: Jo ovsìh. Ariosto, 
ÌX : r eredao , a «risciò , e endw ondo il va- 
ro. Peir. : Cndo ben eke tu ondi. 

10. Pkascutta. Virg. : LuUum convelU- 
n vimMu 

11. SghuxtbT Virg. : Gimitui lacrymabi- 
Ut iwut Audiimr tumulo , et vox reddita fertur 
ad auree: Quid miterum. Aenea, lacerai? 

12. Bacno. Virg. : l^am ftioe prima iolo 
ntptìi radieibue athos VelUtur , huic atro U- 
'piemiur eanguine guttae , Et terram tabo ma- 
cmiamt, — Spirto. Bocc. : Se in lui fia tpiri- 
te di pietà alcuno, 

13. Uomini. Virg. : Aut eruor hie de itipi- 
te weanai, — Fu. Virg. : Farce piat tcelerare 

L — Sbbpi. S. Loc : Genimina vipe- 



14. CoMs. Questa similitadine accenna un 
passo di Aristot. (Meteor). 

15. ScHB€6u. Virg.: AteretàUeriutsequù 
tur de eortice eanguie. — Comb. Modo che 
ranmenta i Tirgiiiaoi: eimilii tenenti, implo- 
ramMi, lakorantù 

Ift- Rima. Per parola , come nel e. VII me- 
tro per grido. Altri intende del I. lU dell'£- 



tO. Chuvi. Vetr. : Del mio cor » donna , 
tuma • Vailra chiane Avete tn mano. Par.: 
A cui, come Ma morte , La porta del pia- 
«ar MMiiii» diisemi. Aprivo il cuor di lui al 
valere t al disvolere. — Soavi. Int , XIX: 



16 S* egli avesse potuto creder prima» 
Rispose 1 savio mio» anima lesa, 

Ciò eh' ha veduto pur con la mia rima; 

17 Non averebbe in te la man distesa : 
Ma la cosa incredibile mi fece 
Indurlo ad ovra » eh' a me stesso pesa. 

18 Ma dilli chi tu fosti , si chen vece 
D* alcuna ammenda tua fama rinfreschi 
Nel mondo su, dove tornar gli lece. 

19 E '1 tronco: si col dolce dir m'adeschi 
Ch*i' non posso tacere: e voi non gravi 
Perch'io un poco a ragionar m'inveschi. 

20 r son colui che tenni ambo le chiavi 
Del cuor di Federigo, e che le volsi, 
Serrando e disserrando, si soavi 

21 Che dal segretosuoquasi ogni uomtolsi. 
Fede portai al glorioso uilizio, 

Tanto eh' i' ne perdei i sonni e i polsi. 

22 La meretrice che mai dair ospizio 
Di Cesare non torse gli occhi putti» 
Morte comune e delle corti vizio. 



Soavemente tpose U earco. Ottimo per la vir- 
tù, e matiimamente per lo tuo beUo dittare, 
fu tanto eccellente eomigliere appo Vimp. Fe- 
derigo , che per euo operamento e eontigUo 
tolo, quaei tutte le cote ch'erano per lo im- 
pero $i governavano. 

21. PuDBi. Prima la pace, poscia la vita. 
Inf., I: Fa tremar le vene e i polsi. 

22. Hbretbicb. Invidia. Seneca: Sìmulista 
mundi conditor potuit Deus » Odium atque re- 
gnum. — Putti. Questo passo aiuta a spiegare 
io etnlpo del e. Vii. L* invidia diabolica, ca- 
gione de' nostri mali , è stupro tentato contro 
Dio. — MoBTB. L'invidia , meretrice e morte 
comune » nel primo dell' Inf. , move dagli 
abissi la lupa (avarizia) » la quale impedisce 
ed uccide. Lo accusarono i cortigiani dell'a- 
vere tradito il secreto alla chiesa di Roma. 
Ottimo : jR»r lo contiglio di costui V imp. eb- 
be sospetto Enrico tuo primogenito , t7 quale 
élU aivea fatto re d^la Magna , e temendo che 
non traditte la corona , lo mandò preso in 
Puglia » nel quale luogo U detto Enrico alla 
tua vita impote fine , onde lo imp. molto ad- 
dolorò , ticcome eUi mottra in quella che co- 
mincia: Misericordia pii patria... E eredeti 
che per quetto trovaste cagione sopra 'I detto 
Fiero » che lui medesimo a istanza del paj a 
alette fatta una lettera eofStro a quella che 
lo toip. ovea fatta alU principi crittiani. 

18 



\38 



D E L U INFERNO 



23 Infiammò contra me gli animi tutti; 
E gV inriammati infiammar si Augusto 
Che i lieti onor tornàro in tristi lutti. 

ìi V animo mio per disdegnoso gusto, 
Credendo col morir fuggir disdegno, 
Ingiusto fece me contra me giusto. 

25 Per le nuove radici d* esto legno 
Vi giuro che giammai non ruppi fede 
Al mio signor che fu d' onor si degno. 

26 E se di voi alcun nel mondo riede. 
Conforti la memoria mia, che giace 
Ancor del colpo che*nvidia le diede. 

27 Un poco attese, e poi: da ch'ei si tace, 
Disse 1 poeta a me, non perder V ora, 
Ma parla, e chiedi a lui se più ti piace. 

28 Ond' io a lui : dimandai tu ancora 
Di quel che credi eh' a me soddisfaccia: 
Ch* i* non potrei : tanta pietà m' accora. 

29 Però ricominciò : se V uom ti faccia 
Liberamente ciò che 'I tuo dir pregf , 



23. INFUMMAR. L' accasarono oltracciò d'a- 
varizia e d' ambiiione : onde Federigo lo fe- 
ce accecare e chiadere in carcere , dove nel 
1249 s' accise , dando del capo nel maro. Del 
resto se vere non erano qaelle accuse , era ben 
vero che Pietro aveva condotto Federigo a in- 
flerìre contro Enrico suo figlio, e carcerando- 
lo condarlo al saicidio ; onde il padre prestò 
facile credenza alle cortigiane calunnie. Di 
Pier delle Vigne son le lettere scrìtte in nome 
d 1 Federigo ; abbiamo suoi versi italiani, me- 
diocri , citati da Dante ; abbiamo aa' invet- 
tiva contro il papa in rima latina. Era di Ca- 
paa. Né a lui deve imputarsi il libro : De tri- 
bui impottofibui, — ToknIro. In una cani, 
siciliana citata da Dante : Voitro orgoglian 
dunque e vostra altetta . . . f omino in òocmi- 
sa. V. S. Padrì : Iljnanto di Gùdiana futor- 
nato in grande letista. 

24. DisDBGNoso. Horat. : Fastidiota trietii 
aegrimonia, — Giusto. Per l' amaro piacere che 
Ispira la soddisfazione d' un fiero disdegno, 
a fine di liberarmi dal peso dell' Ira che mi 
aggravava , fui ingiusto e violento contro me 
stesso eh' ero pure innocente delle appostemi 
colpe. Virg.: Siòt letumlmontespeperere manu. 

25. Nuoti. Correvano cinquanta anni da 
che Piero era morto. — Legno. Giura per la 
nuova veste , come per la proprìa sua vita.— 
Onor. Pure il P. lo caccia tra gl'increduli 
nelle fiamme. Federico era degno d'onore ^o- 
me amico delle lettere, com'uomo di valore 
e di senno p e ghibellino ardente : ma Dante 



Spirito incarcerato, ancor ti piaccia 

30 Di dime come V anima si lega 

In questi nocchi: e dinne, se ta puoi, 
S' alcuna mai da lai membra si spi^. 

31 Allor soffiò lo tronco, forte; e poi 
Si converti quel vento in cotal voce: . 
Brevemente sarà risposto a voi. 

32 Quando si parte \ anima feroce 
Dal corpo ond ella stessa s'è disvelta, 
Minòs la manda alla settima foce. 

33 Cade in lasciva, enon V è parte scelta; 
Mala dove fortuna la balestra, 

Quivi germoglia, come gran di spelta. 
3b Surge in vermena , ed in pianta suveslra. 
L* Arpie, nascendo poi delle sue foglie. 
Fanno dolore , e al dolor finestra. 

35 G>meraltre, verrem per nostre spoglie; 
Ha non però eh' alcuna sen rivesta : 
Che non ègiustoaverciòch'uom si togjlie. 

36 Qui le strascineremo : e per la mesta 



doveva dannare le empietà di lui, e la 
risponderne col nemico di tutta Europa , Il 
Soldano. Caetar amor lègum , di lai dioe?a- 
no gli nomini del suo tempo. E nel Coorifio 
lo chiama 1' ultimo imp. de' Romani , petoM 
tali non gli parevano né Ridolfo , né AMfo, 
né Alberto : e Arrigo VII non era ancora. Lo 
loda poi come (oico e c^erieo grand$, 

27. Osa. Modo antico , e de' Oraci. AroM^ 
nino : in que* fuochi ttanno per gronde of«. 

S9. Uom. Non ombra. Inf. , l: Od omkm 
od uomo, — LiBKRAMENTK. Gott HlMrala voc- 
iente. Virg. : TeUu* Omnia Uberiue, tmUopo- 
teenfa, ferebat. Novellino , XIX: Delta grtak- 
de libertà e cortesia del re giowine. 

31. Brkvkvbntb. Delle proprie sventata 
s'Invesca a ragionare; del soppiiilo» breva. 

3S. FnocB. Crudele in sé. Vlrg.: Imimm 
€ue peroii Prtriecere animas, — Foca. Virg. : 
Faueibus Orci. Ogni cerchio è come bocca cha 
inghiotte e divora, dirà nel XXXI. 

83. ScKLTA. GIttaron la vita quasi a caaa; 
a caso germogliano nella pena. — GiOMoaiiA. 
Adagio. Però chiama nuove le soa radici, ia 
spelta mette di molti germogli. 

34. SiLVBSTBA. Virg. : Hic confxmm finm 
texit Telorum seges, et jaeulis inermni meetìe. 
— FiNisiVà Virg. : Ingentcffi lato dedU Ira 
fenestram. 

35. Comi. Risponde alla seconda donaada: 
Dinne ec. 

36. Mbsta. Vlrg. , de' suicidi ; Proximm 
d9mde teneni momti loca. — Appbsi. Ifoa di- 



e A NT O XIII. 



139 



Selva saranno ì nosttì corpi appesi , 
Ciascuno ai pnin dell'ombra sua moiesia. 

37 Noi eravamo ancora al tronco attesi 
Credendo ch'altro ne volesse dire ; 
Quando noi fummo d'un roroor sorpresi. 

38 Similemenie a colui che venire 
Sente 1 porco e la caccia alla sua posta. 
Ch'ode le bestie , e le .frasche stormire. 

99 Ed ecco duo, dalla sinistra costa 
Nudi e graffiati, fuggendo si forte , 
Che della selva rompiéno ogni rosta. 

W QueldiDanzi:oraaccorri,accorri,MorteI 
E r altro a coi pareva tardar troppo, 
Gridava: Lane, si non furo accorte 

k\ Le gambe tue alle giostre del Toppo. 
E poiché forse gli fallia la lena , 
Di sé e d'un cespuglio fé un groppo. 

%2 Dìrietro a loro era la selva piena 
Di nere cagne , bramose , e correnti 
Come veltri ch'uscisser di catena. 



ce casa a religione contraria , perchè qnella 
loip— ■tene è una specie d'anione. Solo ìd- 
teiMe che questa singolar congiauzione farà 
piò grave il tormento : giacebè al dire di s. 
AgoMiDO, citato dall'Ottimo, è bisogno del- 
l' anima eoatlaovo ricongiungersi al corpo. E 
qui VOUìm» chiama Dante alio douon a Km- 
io eattolUo , non iolatnente di perfetta fede. 
Ma granéiiiimo maestro di tutte teierae, mai* 
tim a m em tt éi teologia e di filosofia, — M oli- 
STA. Anima molesta al corpo da cai si divelse. 

38. SmuuuNTB. L' usa anco nei Convivio. 

39. SimsTBA. Tengon sempre a sinistra 
( e. XIV ). — Gbappiati. Soffrono il sopplizio 
d* Atteone ( Ov. , Met. , IH ) , il quale , secon- 
do Pietro di Dante , era on prodigo che nella 
caccia consDmò r aver suo , onde Ai detto che 
i saoi proprii cani lo lacerarono. — Rosta. 
BMUpendo i rami e le frasche, I prodighi da- 
va* lannento ai suicidi. 

40. IfoaTi. Inf. ,1: La neonda morte eia- 
§rida. E più i suicidi. Apoc. : Dandero- 
iMon. All' incontro i suicidi di Virg. : 

velUnt aetkere in alto Nmne ei paupe- 
et dmot perferre laboret ì — Lano. Gio- 
vala senese. Alla battaglia della pieve del 
Toppo, in qua d'Arezzo, dove i Senesi furo- 
OD fiati dagli Aretini il 1288, anziché vivere 
nella niseria , frutto di sua prodigalità , si 
cacdò tra* nemici a morire. Era della brigata 
ifodereccia , di coi Inf. , XXIX. — Accoetk. 
iaf. XXllV : Poru a me P accorto patto. 

41. GiofTU. Goal le chiama perchè qol si 



kS In quel che s' appiattò mìset lì denti ; 

E , quel dilacerato a brano a brano. 

Poi sen portar quelle membra dolenti. 
kk Presemi allor la mia scorta per mano , 

E menommi al cespuglio che piangea 

Per le rotture sanguinenti , in vano. 

45 Iacopo , dicea, da sant' Andrea , 
Che t' è giovato di me fare schermo? 
Che colpa ho io della tua vita rea ? 

46 Quando 'I maestro fu sovr esso fermo , 
Disse : chi fusti che per tante punte 
Soffii col sangue doloroso sermo? 

47 E quegli a noi : o anime che giunte 
Siete a veder lo strazio disonesto , 
Ch' ha le mie frondi si da me disgiunte, 

48 Raccoglietele al pie del tristo cesto. 
r fui della città che nel Battista 
Cangiò! primo padrone: ond'e' per questo 

49 Sempre con l'arte sua la farà trista. 
E se non fosse che'n sul passo d'Arno 



tratta di correre , e in qnella battaglia trat- 
tavasi di fuggire ; e Lano noi volle. Quest' h 
roDia dipinge il prodigo spensierato pure in 
mezzo a* tormenti. — Pallia. G. Vili.: Fallito 
U lignaggio di Carlomagno, 

42. Veltri. . Paragona le cagne a* veltri 
perchè cagne non erano ma mostri infernali. 
Così Cerbero al cane. In queste cagne taluno 
vede la povertà , la vergogna , le cure che in- 
calzano il prodigo. 

43. Ebano. Laceravano insieme il cespuglio. 

45. Iacopo. Padovano prodigo : per vedere 
nn bel foco fece ardere la sua villa ; gittava 
I denari nel fiume ( Boce.). 

46. Sebho. Per sermone : anco in prosa : 
come Plato e Cato, Questi è Rocco de' Moz- 
zi , il quel forse , dice 1' A. , visse in Fran- 
cia dove la forca ha nome gibet ; altri dice 
Lotto degli Agli, fiorentino che venuto in po- 
vertà die per danari falsa sentenza , onde per 
vergogna mori. 

47. Animb. Le crede ombre ambedue , come 
Alberigo nel XXXI II. — Disonesto. Virg. : 
Truneas inhonesto mUnere naret. 

48. Citta. Marte non più patrono di Firen- 
ze , sdegnato ne la flagella ; e peggio sarebbe 
se al Ponte Vecchio non se ne vedesse ancora 
la statua smozzicata : fatta levare dal fiume 
dove giacque gran tempo; e levatala , pcrch(^ 
Firenze in qoegli anni toccò molte sconfitte. 

49. Vista. Discorso superstizioso posto in 
bacca a nn dannato, e tutto allegorico. Vuol dire 
che Firenze * smessi gli usi guerrieri , non 



IM 



DELL- INFERNO 



Rimane ancor di lui alcuna vista, 
50 Quei cittadin che poi la rifondarne 
Sovra'! cencr che d'Attila rimase, 

aveva più pace; datasi al traffico de' suoi Go- 
rini portanti riroagine del Battista. Di ciò si 
lagnano altri contemporanei di Dante. E a 
qacsto passo dà lace quello del Par. ( XYI , 
16 e seg. ). K. Vili. ( 1 . 42, 60; II, 1; IH, 1 ). 
50. RiPONDARNo. Totila danneggiò Firenze, 
ma non la distrusse : così la storia. Garloroa- 






Avrebber fatto lavorare indarno. 
51 r fé' giabetto a me delie mie case. 



gno , secondo llirolosa tradiiione , la riedifi- 
cò. — iNnAmNo. Psalm. : iVtit Domùmi aMr 
peavwii dommm , wi vanum loòor a tanml qui 
atdifieant eam, 

5i. GiUBSTTO. Post. Gaet.: (rmèeftiMi , mr- 
rit Pariiiii , uH hominei nnpendunUtr. 



141 



CANTO XIV. 



ARG OMENTO. 

n Uno gifOM è un' ignuda campagna n» cui fiane fuoco : i vioUnti conito 
Dio slan iupimi , • «toltiti contro natura corrono » t «tolanl» contro natura e arte, 
nedomo ranni cchiati. 1 ioddomiti tono i jHti ; meno , i diifrcjiatori di Dio e gli 
umrai: % iupini ricecono tutta la fiamma , A rannicchiaH, mono; i correnti u 
fie schormiicono meglio , ma durano la fatica del corto. Tra i tapini e* trota Cch 
panco. Camminando tra la telva e t arena » giungono là dooe ddla idoa esce un 
fiumicMo rouo , i cui margini ion di pietra. Di qui prendo occarione a parlare 
do' fmmi infornali. 

flou le tenioe 1, 3, 4, 6, 7, 8, 10, il, 18, 14, 16, 17; la 19 aHa %% ; f7, 86, 37, 38, 39. 



1 Poldiò la carità del natio loco 
Mi strinse , raunai le fronde sparte , 
E rendete a colai eh* era già roco. 

3 Indi Teoimmo al fine, onde si parte 
Lo secondo giron dal terzo , e dove 
Si vede di giustizia orrìbii arte. 

3 A ben manifestar le cose nuove , 
Dico che arrivanuno ad una landa 
Che dal suo letto oeni pianta rimuove. 

k La dolorosa selva T è ghirlanda 
Intorno , cornei fosso tristo ad essa. 
Quivi fermammo i piedi a randa a randa. 

1. Cauta. Gie. : Bitriae earitat Conv. : 
Tanto io prepria cariCil ne tn^nfia.—» Strin- 
«. Rovellìoo, XV: V amare dd^ tuoi ciitadi- 
m cAf gridavano mercè, U «trùi^Mi. — ÌUnio. 
Dei furiare e del piaogere per le rotture san- 



4. Essa. Il fosso olreolare del Tiolenti ciiir 
gè la selva cireolare dei suicidi; la seWa cinge 
Tarcoa degli empii, de* soddomiti, e degli osur 
rai.—4^KBiiAifB0.1fel senso del v.77,del e. III. 
Ho» già che »' arrestassero , ma canmloaiido 
si ccoaero tra la selva e l' arena , meUendo 
adagio adagio i passi in quel limite aogustow 
— Eahda. Nella lingua viva, sinonimo di ra- 
e anco di appoco appoco. 

a. Spazio. L' usa nel Ulti del ^g. Uà 



5 Lo spazzo era una rena arida e spessa. 
Non a altra foggia fatta che colei 
Che fu da' piò di Caton già soppressa. 

6 Oh vendetta di Dio , quanto tu dei 
Esser temuta da ciascun che legge 
Ciò che fu manifesto agli occhi mìei ! 

7 D* anime nude vidi molte gregge , 
Che piangean tutte assai miseramente; 
E parea posta lor diversa legge. 

8 Supin giaceva in terra alcuna gente, 
Alcuna si sedea tutta raccolta , 

£ altra andava continuamente. 



tpazio , cerne totosi o da soteito. — > Oom. 
Di cosa parlando , ha ef^empi varii anco in 
prosa, lii più comune. — Soppibssa. Cal- 
cata. Accenna al viaggio di Catone per le are- 
ne della Libia. Lucano ( lib. IX ) : Kcultintii 
in oampos tterìlee. . . Qua nmiue Jttan sf 
fama tn fontUmi undae. . . ingrediar$ prir 
mmque gradut tn puhere ponam . . • Atet 
omna soUim, iiòef^tia eisalìi Aeokam ra hìom 
toCtt esDoreet arena. 

e. Oh Virg. : jDimìIs jiMtiIsBei moniti , ei 
non ftmnsiB dtooi. 

7. MiSBRAMKNTB. Bocc. ; JfiMroinenls ptoii> 
gè la eua ritneia. V. Nuova : Pian^eano ae- 
eoi fietoeamente. 

8. Sima (c. XVU).— Ansava (c.XV,XV1). 



142 



D E L L' INFERNO. 



9 Quella che giva intorno, era più molta. 
E quella men che giaceva d tormento; 
Ma più al duolo avea la lingua sciolta. 

10 Sovra tutto 1 sabbion d*un cader lento 
Piovén dì fuoco dilatate falde. 
Come di neve in alpe senza vento. 

11 Quali Alessandro in quelle parti calde 
D' India vide sopra lo suo stuolo 
Fiamme cadere infìno a terre salde ; 

12 Perch* e* provvide a scalpitar lo suolo 
Con le sue schiere , perciocché '1 vapore 
Me' si stingueva mentre eh' era solo ; 

13 Tale scendeva 1* etemale ardore, 
Onde la rena s' accendea com* esca 
Sotto focile , a doppiar lo dolore. 

1^ Senza riposo mai era la tresca 
Delle misere mani , or quindi or quinci 
Iscotendo da so l'arsura fresca. 

15 r cominciai : maestro , tu che vinci 
Tutte le cose fuor che i dimon duri 
Oh' all'entrar della portaincontra uscinci, 

16 Chi è quel grande che non parche curi 
Lo 'ncendio, e giace dispettoso e torto, 
SI che la pioggia non par che 1 maturi? 

17 E quel medesmo che si fue accorto 
Ch' f dimandava il mio duca di lui , 



10. Fuoco. Bestemmiatori , soddomiti , n- 
sorai son paniti di fàoco perchè folmini piov- 
vero sol duprezzatore di Dio,'Lacifero;ftao- 
ro sopra Gomorra ; e dell' asara on antico : 
Ct ignii mvaUse9ni , tic usura. 

11. QuAU. Alberto Maffoo citato da Ben- 
venuto d' Imola : AdmiitìUem impreuionem 
teribit Ahxctnder ad Arittotelem in epùtola 
de mirabiiibui ìndiae , dieent quemadmodum 
nivis nubes ignitae dò coelo eadòbatu, quas 
^p$e miHiibut caìeare praécepU efc. 

IS. Stinguita. Anco in prosa. 

14. Tkbsca. I*er agitam^ gtudiarti, hae- 
sempi ant. 

15. Vinci. Premette questa lode per sapere 
fhi sia quel superbo simile ai demonii che 
gli si opposero all' entrata di Dite. 

16. ToBTo. Torfo nei viso , o torto nella 
postura. Meglio il primo. Stephen. : T<nvu$ 
a torto adsfùctu, — Matuki. Aeerbi si dico- 
no gli orgogliosi: acerbo è contrario di ma- 
turo , a la pioggia ammollisce le fhitta ca- 
dendo. 

17. OpiL. Dante , in una canzone , di Fi- 
renze dice , che la divorano Gapaneo , Cras- 
so, Aglaora» ei«é rempletà, l'availiia, fio- 



Grido : quale i' fu' vivo, tal son morto. 

18 Se Giove stanchi il suo fabbro da cui 
Crucciato prese la folgore acuta 
Onde Fullimo di percosso fui; 

19 O s'egli stanchi gli altri a ìnata a mata 
In Mongibello alla fucina negra , 
Gridando : buon Vulcano, aiuta , aiuta; 

20 Si com'è' fece alla pugna di Flegra; 
E me saetti di tutta sua forza » 
Non ne potrebbe aver vendetta allegra. 

21 Allora '1 duca mio parlò di forza 
Tanto , eh' i' non l' avea si forte udito : 
O Capaneo, in ciò che non s' aromom 

22 La tua superbia, se' tu pia punito. 
Nullo martirio, fuor che la tua rabbia. 
Sarebbe al tuo furor dolor compilo. 

23 Poi si rivolse a me con miglior labbia. 
Dicendo : quel fu l' un de' sette regi 
Ch'a8siscrTebe:edebbe,eparch'egliabbia 

2k Dio in disdegno , e poco par chiel pregi 
Ma, com'i' dissi lui, li suoi dispetti 
Sono al suo petto assai debiti fregi. 

25 Ormiviendietro,eguardacheDoometti 
Ancor li piedi nella rena arsiccia; 

Ma sempre al bosco gli ritieni stretti. 

26 Tacendo divenimmo là 've sfaccia 



vidia. Gapaneo è donqoe on simbolo dd di- 
spregio di Dio. 

18. Fui. Sut. ( Th. ). Cadde folminato da 
Giove. 

19. Altoi. Ciclopi. Yirg. (Aeo., Tifi).— 
Buon. Titolo non di bontà ma di valoie: Tosa 
altrove. 

20. FoRXA. Novellino , LXV : li dislUÌ0éi 
tutta mia forza. 

21. Forte. Più the a Pioto; perché Vem- 
pietà è peggior cosa dell' avarizia: e Virgilio 
è il poeta dcpii. 

23. Labbia. Per «iio , nella V. Noova. -« 
AssisBo. Assediarono. Anco nella prosa d'al- 
lora. 

24. Disdegno. Stat. : 5iiperilm confemplor. 
— Fregi. L' infimia e la pena ; degni orna- 
menti a soa rabbia. Virg. : ìion viMbUa p^ 
feo Begna meif /alti. 

26. DivBNiiuio. S'osa in Toscana. Virg.: 
Deoenefe loco». . . — Raccapriccia. Per la 
memoria de' tiranni ( e. Xll ). Era orribile a 
vedere qoel saogoe tra il fosco della selva ^ 
il rosso del foco, il gialliccio della reaa. Hoa 
r avef a prima vedoto qoesto roscello : donqao 
da Capaneo a ^ai?i ara non breve lo spatio. 



CANTO XIV. 



U3 



Fuor della seWa uo picciol fiumicillo 
Lo cai rossore ancor mi raccapriccia. 

i7 Quale del Bulicame esce '1 ruscello 
Che parton poi tra lor le peccatrici » 
Tal per la rena giù seu giva quello. 

98 Lo fondo suo e ambo le pendici 
Fati' eran pietra , e i margini dallato : 
Perch' i' m'accorsi che'l passo era liei. 

S9 Tra tutto Valtroch'io Vbo dimostrato, 
Poscia che noi entrammo per la porta 
Lo cui sogliare a nessuno è serrato, 

30 Cosa non fu dagli tuoi occhi scorta 
Notabile, com' è 1 presente rio 

die sopra so tutte fiammelle ammorta. 

31 Queste parole fùr del duca mio : 
Pofehè 1 pregai che mi kurgissel pasto 

17. Bducamv. Laghetto d' aeqaa bollente 
e twatoeia due migUa lontao da Viterbo, dei 
qiA «idva on rnscello. Le roeretrìci quivi 
•bilittli» fofse perchè qae' bagni eranofjreqaen- 
tati, dividevano tra loro nn rigagnolo di quel- 
la acqia , da servirsene agli usi loro. SimiU- 
ìrnUm diegna del soggetto. 

98. PnnmA. Aneo nel bulicame di Viterlio 
le sponde erano impietrite : e così fa V Elsa 
m Toscana (Purg., XXX). in Tivoli r Anie 
M. -^ Uci. Per a. Qine\ e quaei ^ieesi voi- 
gannente in Toscana. Ì*%€i0 % $ i*J>f ^^Y* 

M. SocLUEB. Per ioglia: anco in prosa. 
— Sbbbato. Da che Cristo vi scese ( Inf. , 

lU » Vili ). 

30. Ammoeta. e nel Cresc. ( li , 27 ) , e 
■rtle E. di Dante. E Albertano: La ioetu of- 
fè€mM «Rmoftara. 

ti. Pasto. La meUf. del eibo applicau alle 
cMoaeense deUa mente torna lireqnentissima 
■d Poema. E V ha Plat. pih volte. 

SS. ìkkWi. Ne parlano Ovid. e Isidoro ( X , 
U )• Virg. .- Crela Jowf maqwi, mMo jocaC 
tninifl fmd9» — Guasto. Lat : Fot Caini • Non 
ha M le cento città delle quali Virg., Ili. 
— UtfTA. Posta quasi nel meizo dei mondo 
aliar eonoscinto. — Sotto. Anna qu9 perhi" 
h€M, tUo 9ub fvff /Wtre Saecula: iie placida 
fajwloe tf» poca r^gibat (Virg. : Vili.) Casto. 
( Of • , Mot., I ). Per puro ; latinismo noto, 
■ft forte accenna a quel di Giovenale : Ondo 
pméitéUam Saimmo f$ge moraiam in ferrif. 
Vifff. (Aen. , VI ), promette riooovellata sot- 
r Aagwlo la felicità di Saturno: e però Dante 
lo noBiaa quasi primo sinii>olo delia monar- 
dtfa da tè vagheggiata. 

SS. HoWTAOMA. Virg. : Mant Uamti «ò» , 
al fenili annninla naicraa. Greta origino dei 



Di cui largito m' aveva 1 disio. 

32 In mezzo'l mar siede un paese guasto, 
Diss* egli allora, che s'appella Creta, 
Sotto 1 cui rege fu già 1 mondo casto. 

33 Una montagna v* è che già fu lieta 

D* acque e di fronde, che si chiamò Ida: 
Ora è diserta, come cosa vieta. 

Zk Rea la scelse già per cuna fida 
Del suo figliuolo: e per celarlo meglio. 
Quando piangea, vi facea far le grida. 

35Dentrodalmontestadrittoungranveglio, 
Che tien volte le spalle inver Damiata, 
E Roma guarda si come suo speglio* 

36 La sua testa è di fio oro formata, 
E puro argento son le bracciae 1 petto ; 
Poi ò di rame infino alla forcata. 



Troiani , vale a dire dell' impero romano. E 
il vecchio guarda a Roma. 11 P. chiama quel* 
r isola cosa vieta , per indicare Y antichità 
tenebrosa de' primi secoli. — Lista. Gnriior 
ColUi /hmdtÒMf (orli. Virg. : Humut , dtifei- 
^fua tfU^ne Uuta. — > Fuohbb. Virg. : Idatum» 
que iMimis. 

Rea. Virg. : JERno mofar euUrix CyheU Co- 
rybantiaqwi atra. — Fida. Virg : Mine fida 
tUenHa aacrii. 

35. Diritto. Il mondo. Lo fii diritto per 
indicare la serie nou interrotta delle umane 
cose. ^ Damiata. GreU è io retta linea tra 
Damiata d* Egitto e Roma. NoU il CosU ac- 
cennarsi alla monarchia egizia e al romano 
impero. I più intendono l'antica idolatrica ci- 
viltà , e per Roma il centro del nuovo uni* 
verso. Par., XXXII : Che m Critto venuto «6- 
berUvm. 

36. Aegbnto. Ov. ( Met. ]: PMtquam, Sa- 
tamo lanaòroja in Tartara miuo , Sub Jove 
mundui erat : euhiU argentea protei, — Ra- 
me. Daniele del sogno di Nabucodònosor : Bt 
ecce. . . it€Uua...grandii. . Mabat centra te,.». 
Hujue stoftioa caput ex auro opthno , , .pe- 
etui, • . de argento, , , venter ex aere, . . lì- 
biae, • . ferreae , pedum, . ,pan„, fèrrea, ... 
^fuoatfnm oy(em fictUit, In questa statua Da- 
niele vedeva gì* imperii del mondo antico. Dan- 
te vnol forse rappresentare e le epoche del 
mondo morale e civile; e le varie nature de- 
gli uomini santi , booni , men buoni , eatti- 
vi, pessimi , e vili. Gongiongendo l'idea bi- 
blica con la tradizione mitologica delle quat- 
tro età del mondo , da Ov. descritte , congo- 
gna rimagine simi^olica dell'umana vita e 
fbrs' anco , siccome vuole il Costa , del pro- 
gresso de* governi monarchici. Questo canto 



ik% 



DEL L' INFERNO 



:n Da indi in giuao è lotto ferro eletto, 
Salvo che 'I destro piede è terra cotta : 
E sta'n 6U quel più che*Q8uraltro, eretto. 

38 Ciascuna parte , fuor cheroro , è rotta 
\y una fessura che lagrime goccia , 
Le quali accolte foran quella grotta. 

30 Lor corso in questa valle si diroccia ; 
Fanno Acheronte, Stige, e Flegetonta; 
Poi sen va giù per questa stretta doccia 

f^ Insin là ove più non si dismonta. 
Fanno Oocito: e qual sia quello stagno. 
Tu '1 vederai ; però qui non si conta. 

41 Ed io a lui : se '1 presente rigagno 
Si deriva cosi dal nostro mondo. 
Perchè ci appar pure a ouesto vivagno? 

42 Ed eglia me:tu sai chel luogo ò tondo, 
E tutto che tu sii venuto molto 



dimostra m^o d' ogni altro con qiiali Bni 
accoppiasse Dante nel suo poema la mitologia 
eon la storica verità. E' rlgaardava quella co- 
me simbolo della verità stessa , come depo- 
sito delle antichissime tradizioni del genere 
umano. E si compiaeea in quegli autori prin- 
cipalmente , poeti filosofi , che dalla favola 
facevano trasparire le sembianze del vero. 

37. Terra. Gioveo. , s. XIII : Nona a9tat 
agiXur , pttjoraquB Boetida ferri Temporibui ; 
Vttoriim seeiart non tnvemì tpi a NoiMn , eC a 
nullo potuti fiofwfa wmaUo. Qui cade notare 
quello che dice del P. il Bocc. Familiarim^ 
mo dtoefine di Virgilio , d' Orano, <f Ovidio, 
di Staxio e di ciateun aUro po9ta famo$o, 

38. Rotta. La fessura indica la perduta in- 
tegrità dell' umana innocenza. — Lagrime. 
Bello presentare i vizii e i peccati come un 
rivo di lagrime , le quali corrono a tormentare 
i dannati; come dire che il delitto è pena a sé 
stesso. Boet.: improbii nequiUa ipsa tuppUeium 
est, — Quella. Dell' Ida. 

39. Corso. Per Acheronte tragittano le ani- 
me, passano cioè per quel fiume di lagrime 
che da' lor vizii deriva : Stige è tormento agli 
iracondi e ad alui; Flegetonte a'Iiranni. Esce 
della selva , e traversa P arena, e va in fon- 
do air abisso P acqua che tà Oocito. Com'è, 
si dirà, eha la lagrime accolta facciano quat- 
tro fiumi» ono de'qiiaU ha colate sanguigno? | 



Pure a sinistra giù calando al fondo, 

kS Non se'ancor per tutto'l cerchio vòlto. 
Perchè se cosa n' apparisce nuova. 
Non dee addur maraviglia al tuo volto. 

kk Ed io ancor: maestro, ove si truova 
Flegetonte e Letéo? che dell' un taci, 
E r altro di' che si fa d' està piova. 

i5 In tutte tue question certo mi piaci , 
Rispose : ma 1 boiler dell' acqua rossa 
Dovea ben solver Tuna che tu faci. 

k& Lete vedrai: ma fuor di questa fossa, 
Là ove vanno l' anime a lavarsi , 
Quando la colpa pentuta è rimossa. 

VI Poi disse: ornai è tempo da scostarsi 
Dal bosco. Fa che diretro a me yegpid* 
Li margini fan via che non son arsì , 

ii^ E sopra loro ogni vapor si spegne. 



Forse la natura del girone è tale da 
sanguigna l'acqua che per esso discorre. Ma 
di questo non di ragione il P. Quello che ta* 
Inno potrebbe forse affermare si è chedi que- 
sto fiume il quale viene' dalla terra, gli foaae 
ispirata V idea da qaeir Eridano che scande 
neir Eliso , e che Virgilio dipinge. 

40. La. Al centro. V. Inf. , XXXIV. 

41. Si deriva. Crescenz. (1. Vl).:£epìo. 
4)é tiÈÈ'wC id^gioim. W ne derivino e scolino» — 
ViTAGim: Inf. , XXilI. Orlo di girone. Mei 
Par. , IX , vivagno è per orlo di veste. 

43. Sinistra. Dante volge sempre a mas 
manca : talché , quando sarè in fondo all' a- 
bisso , avrà percorsa , scendendo , tutta It 
circonferenza del mondo infernale. La fonM 
dell' Inferno , nota il Boccaccio , é in Daaie 
un cono diritto, la cui punta è nel centro dalla 
terra , la bocca alla superficie : e si scenda 
quasi per iscala a chiocciola. 

44. Letéo. L* usa Armannino per Lete, — 
Piova. Delle lagrime che piovono dal gras 
vecchio. Pet. : Fiooommi amare lagrime dmi 
wto, 

45. Rossa. Flegetonte. Virg.:fTafliifliMi ««»- 
bit torreniibui. • . PMegetkon. 

46. UvARSi. ( Pnrg. , XXXllI ). 

47. Fan. Modo virgiliano. — Arsi. Sagli 
argini il fuoco che cade è vinto dal ruaodla 
cba corre. 



ivi 



CANTO XV. 



ARGOMENTO. 

Sieetmé f eialazioiU éi^tapori spengono mi lum$ , e gyMi idgnaiam$ni$ ietta 
palude oif era SoddowM , cort da* vapori del ruscello i amwMrxata sm margini la 
famma che cade ; onde i P, camminano illesi. E aUonianaUsi gran imito daUa 
seha de' euieidi j Jt trotano non più tra* dispregiatori di Dio , ma tra' molenH con- 
irò mahura. Quivi incontra Brunetto ; e parlano di Firenze , e delle sventure al F, 
d es H n ate . Vàe ivi molli dotti famosi , trista qualificazione dei dotti di gueUa età. 
Jb» Rr us uito si fugge per raggiungere la sua schiera , poiché sono in varie schiere 
msetii dasmaU dtvisi , secondo le varie maniere di peccare contro natimi , dice il 
f/Uo di Dame. 

Mou le terzine 3; la 5 tilt 18; U 19, 30; U 96 tlli 29; It SI, 34^ 99, 40, 41. 



1 Ora oeo porta Fun de'duri margini ; 
E 1 rummo del ruscel di sopra aduggia 
SI che dal fuoco salva Facqua e gliargini. 

2QQaleiFiiin!nÌDghitraGuziaDteeBru^a, 
Temeodol iioUo che inver lor 8*av venta, 
Fanno loachermo perchè '1 mar si fuggia; 

3 E male i Padotan lungo la Brenta, 
Pier difender lor ville e lor castelli, 
Anu che Chiarentana il caldo senta ; 

4 A tale immagine eran fatti quelli. 
Tatto che né si alti né al grossi, 
Qual che si fosse, lo maestro feUi. 

1. Dimi. Indorati dall'acqua (eJ[IT]. 

1. GozjANTi. Villa lontana cinque leghe 
4a Bragee. Bniggia la chiama anco il Vili. 
¥111. M). 

3. CmàMJonàXÉu Parte dell'Alpe ove nasce 
la Brenta , e dove le molte nevi risolnte dal 
caldo ftnno gonfiare detto fiume sì che Miua 
fK argim , dice l' Anon., offmderMs messo 
ti contado di Padova» Nel 1300 Dante fa in 
qnesla cita. 

4w Mabstio. Artefice, voce dell' oso. Inf. , 1 
XXX : A cinger Im guai ohe fosse U Maestro I 



5 Già eravam datici sdva rimossi 
Tanto eh' i* non avrei risto dov*era. 
Perch'io 'ndietro rivolto mi fossi ; 

6 Quando incontrammo d'anime una schiera 
Che venia lungo l'argine: e ciascuna 

Ci riguardava come suol da sera 

7 Guardar Fun Feltro sotto nnova luna, 
E si ver noi aguzzavan le ciglia^ 
Come Tecchio sartor fa nella cruna. 

8 Cosi adocchiato da cotal famiglia , 
Fu' conosciuto da un che mi prese 
Per lo lembo, e gridò: qual maraviglia? 

Aon so. Inf. , III ( della porU disperala ) : 
Feeemi la dwina Potestate. 

0. Sera. Virg.: ibant obecuri sola sub no- 
de per mn^roni... QMole per mctrfam hmam 
sub bice «taluna Est iter,,, Apiovit^e per 
iMiiftraai O&fcimm, guakm primo qus surgo- 
re wksnse Aut videt aut vidisse putat per nu- 
bila Imiaai. 

8. Famiglia. G. IV: tUosofta famiglia,'^ 
Lbbbo. L' argine er* aito, se somigliava a qne' 
del Belgio e del Padovano. 

19 



H6 



DELL' INFERNO 



9 Ed io, qaandol suo braccio a me dislese, 
Ficcai gli occhi per lo cotto aspettò. 

Si che 1 viso abbruciato non difese 

10 La conoscenza soa al mio *nteUetto ; 
E. chinando la roano alla soa faccia. 
Risposi: siete voi qui, ser Brunetto ? 

11 E quegli: oDgliuol mio, non tidispiaccia 
Se Brunetto Latini un poco teco 
Ritoma in dietro, elasciaandar latracela. 

12 lo dissi lui: quanto posso yen preco: 
E, se volete che con voi m' asseggia, 
Faról, se piace a costui; che vo Seco. 

1 3 O figliuol, disse, qual di questa grigia 
9* arresta punto, giace poi oenf anni 
Senza arrostarsi qaandol fuoco U feggia. 

H Però va oltre : i'ti verrò a'panni ; 
E poi rigiugnerò la mia roasnada 



Che va piangendo i suoi eterni danni. 

15 r non osava scender della strada 
Per andar par di lui ; ma'l capo chino 
Tenea, com* uom che riverente vada. 

16 Ei cominciò : qual fortuna, o destino. 
Anzi r ultimo di, quaggiù ti mena ? 

£ chi è questi che mostrai cammìoo? 

17 Lassù di sopra in la vita serena , 
Rispos* io lui, mi smarrì' in una ralle 
Avanti che V età mia fosse piena. 

18 Pur iermattina le volsi le spalle ; 
Questi m* apparve ritornando in quella: 
E rìducemi a ca per questo calle. 

19 Ed egli a me : se tu segui tua stella , 
Non puoi fallire a glorioso porto. 

Se ben m'accorsi nella vita bella* 
90 E s i' noD fossi A per tempo morto. 



9. Gotto. Yu^. : CUbas^me... eoqmainuUth 
ri$ solibmi a$$tai, — Dirant. Vietò. Novali. : 
Atta diftÉO tolto jMMi M cuof tkt rnmio 

' 10. Brunetto. Maestro di Dante, diee l' a- 
DOD., ÌQ certa porta di ieUnia morale^ al dir 
del Boccaccio , nella flo$ofia naturale : nato 
nel 1220, visse guelfo , e fo da Firenze esi- 
liato, chi dice per follo di scrittura pobblica 
eh' e' Doo ToUe eoneggere poi , chi per fallo 
maggiore. Antorevola eiltadioo, gioviale, mo- 
desto : mondano lo chiama Giov» Villani, ma 
^ran filosofo e fommo maestro ti» reflofiea e 
in digroisare % Fiotentini, a farti scorti in ben 
parlare e saper reggere la ttpubbUea. Filippo 
lo dice iracondo. Il P. lo colloca Ira i sod- 
domiti, sebbene dod sia del Latini l' infame 
Pataffio : oè si pnò credere che il P* lo calon- 
nii, egli che gli si mostra si rispettosamente 
affezionato. Mondano del resto si chiama il 

Latini stesso nel ano Tesoretlo. Andò amba- 
sciatore ad Alfonso re di Castigtfa perchè re- 
primesse Manfredi. Moil nel ItM , nel 1260 
esale in Francia, nel 1269 rìpatriò. 

11. In dibtro. Virg. : Juvat usque morari 
Et eonferre graditm, et veniendi aiseere eam* 
»as, — Traccia. La Ala de'saol. G. XII :tfi 
traccia Correan Centauri, 

12. Plico. Nel XXVIU , preoo per pre- 
ghiera, 

13. AaaosTAMi. Sventolarsi: Arsì con ma- 
no riparo dal fbeo , loTlievo al tormento. I 
soddomiii camminano sempre, a gastlgo del- 
r antica molleiza. 

14. Paicni. Non a flanco, perch'era più bas- 
fio — Masnada. Non aveva mal senso. Novolf., 
XX ; La matnada d' un cavaliere. 



16. Qual. Virg.: 8ed te ijm 9ivum 
age, fare «ieiittm .iCfnlarmC... ili» mo/mUm dà- 
t^m? cu» quae U fortuna faUgai ^ Ut ihilm 
$ine sole domos, loca turbida, adiresJ In Dania 
fortuna non vale caio (e. Vllj. — Mostra. Vlr- 
gil.: Monstrante viam. 

17. SiRBNA. Contrapposto de* regni boi.— 
Vallb* Jer., 11: 0tiomodo dicis.,. poet Bau' 
Um non awJbulavi T vide trias tua$ in conoal- 
le, setio^ fwd ^aofrit. -- PmiA. Nacque nel 
di 14 di maggio nel 1268, si smarrì nel Mar- 
zo del 1300: non aveva danqaed5 anni interi. 

18. Pvm. Da nn giorno e mezio si trovava 
In Inferno. — Questi. Nod nomina VlrgHIo 
né al Cavalcanti né a Bnmatto ; né ai ire del 
canto seguente ; si per non ripetere aenpre • 
e si per non deviar l'atleniiona io iaeene asti*- 
nee al ano tema. Bea Virgilio si nomion a 
Ulissa, e Dante lo nomina a Stazio , perchè 
ne aveva in qna' luoghi special ragione. — 
Apparve. Indica che gli é ito morto : e a 
qualche modo risponde alla domanda : ehi è 
qiftffCtt.. — Ca. Per caaa .* vive in TMcrm 
ed altrove. E dimostra che non pur morale 
ma politico era lo scopo di questo viaggio. 

10. Sbgui. L' Impulso cbe ti vien dalla alal- 
ia la qual potè sni tuo nascere. Petr. : ifoi» 
mio voler ma mia steUa seguendo. Par., mi. 
Nacque entrando il ^ole in Gemini, che, dice 
I* Anonimo, fecondo ^ astrologhi, è tignifloar 
tare di scrittura e di scientia, E il Boccae- 
ciò : Nella sua infanxia , assai segni appari' 
rana della fitturu gloria del suo ingegno: tfnl 
principio della puerisia.,, non teeondo i eo- 
ttumi de' nobili odierni si diede alle fonemi" 
ÌMohe laseMe e agli osti, 

10. Tiicpo. Non già che morisse giovane , 



e A K T O XV 



147 



Vf ggendo 1 cielo a te cosi benigno, 
Dato fc' avrei ail* opera conforto. 

SI ila quello ingrato popolo maligno 
Che discese di Fiesole ab antico. 
E tiene ancor del monte e del macigno, 

23 Ti si farà, per tuo ben far, nimico. 
Ed è ragion : che tra gli lazzi sorbi 
Si disoonvien fruttare ai dolce fico. 

23 Vecchia fama nel mondo li chiama orbi: 
Gente avara, invidiosa, e superba: 
Da* lor costumi fa che tu ti forbi. 

24 La tua fortuna tanto onor ti serba 
Che r BDa parte e l' altra avranno baie 
Di te. Ma lungi fia dal befico Y erba. 

25 Faccian le b^tie fiesolane strame 

Di lor medesme; e non toochin la pianta, 

ma tanto non visse da potere sfatar Dante nel- 
Vaptrm sna letteraria e politica: e il P. vuol 
4ar a capire che Bronetto avrebbe peosato con 
Iri. -*fiBiaeR0 (Porg., XXX. 37 ). 

SL CiTBLLo. Piacoue, dice il Boisetti , al 
P. Borrt io bocca ad on Guelfo là coBéaniM 
àtf Gnelfi. Bronetto era, nota lo Stroccbi, di 
foe* die provocarono la discesa di Carlo di 
Valois di coi tanto si dooie il P. — Incka- 
TO. ViU. (VI, 80) : La rablria delio filtrato e 
jm w r io pòpolo di Ftnnze. — Fibsoli. Distia- 
goe tra 1 Fiorentini , discesi da Fiesole, dis- 
iano €atlliBa , a popolare la città , dove po- 
chi erao restati della colonia romana ; 11 di- 
atiogoe, dico, dal poro seme romano. — Mom- 
TB. Nella y. Eloq. biasima le montanine e 
TutHemÈÈ loqoele; nel XVidelPar., grida con- 
tffo VU viUan d* A^giion, di quel da Signa, 

SS. Beh. Pel priorato. — Lasii. Laszo per 
mearbo, in Cresc. ( 11,6). Pet.: Gentil pianta 
w arido terreno Bar che et dùcofitttrioa. 

23. OoBi. FioremiDi ciechi: il proverbio vive 
imiora : fin dacché i Pisani, conquistata Ma< 
lorica, offrendo a Firenze due porte di bron- 
co o dna coloBoe, questa scelse le colonne , 
ed erano annerite dal fhoco : ma, perchè rin- 
vitate » i Fiorentini non se ne avvidero se 
■ao tardi. Altri vuole che qui s'accenni alla 
ccctlà di Fircoie quando apersero le porte a 
Totila, che poi lu distrasse. VU. <U , 1): / 
#iofOiilìm iik|latwediitt, ejperò furono chiama- 
U eiechi . credettero alle sue false lutinghe... 
e mieonln nella eiuà. 11 Pecoroue (1. 11 ) : 
ibkotkeigliati eredeUero alle tue folte lufin- 
fke» e però furono eempre detti fiorentini eie- 
dà. aò fti nel 440. 

S4. Paeti. Bianchi e Neri. Dall' accogUen- 
zt amta od offerta o sperate nelle corti de' 



S* alcuna surge ancor nel lor letame, 

26 In cui riviva la sementa santa 
Di quei Roman che vi rimaser quando 
Fu fattoi nidio di malizia tanta. 

27 Se fosse pieno tutto*! mio dimando , 
Risposi lui,.voi non sareste ancora 
Dell* umana natura posto in bando. 

28 Cheinkmentem!òritta,edorm!accuora, 
La cara buona immagine paterna 
Di voi, quando nel. mondo ad ora ad ora 

29 Vi 'nscigoavate come Tuom s'eterna. 
E quant'io Tabbo in grado, mentr*io vivo 
Gonvìen che nella mia lin^pia si scema. 

30 Ciò che narrate di mio corso, scrivo, 
£ serboh) a chiosar con altro testo 
A donna che 1 saprà, s'a lei arrivo. 

signori romagnooli , lombardi o toscani e' de- 
duceva r angario. — Fame. Ma nel XYl del 
Par. , egU« l'infelioe» ha flinie della ingrata 
"^a patria. -«- Bocce. Nel verso seg. li chia- 
ma bettie» 

25. STMàin. 81 ammontino e inpotridisca- 
no insieme qoasi paglia da pecore. 

26. Roman. Dante si stimava doppiamente 
cornano, come discendente della nobil fami- 
glia Frangipani. 1 pregiudizii d'astrologia e 
di Dobiltà Delle mani di lui s' accoppiano ai 
scotimenti più pori di pregiodizio e piùalti: 
sebbene questo delle schiatte, che in Dante 
é pregiudizio , in sé sia principio verissimo. 
Nel Gonv. chiama Firenze helUtiima e famo- 
eiteima figlia di Roma. 11 Vili. (IV, 6) no- 
ta perchè i Fiorentini $on eempre in iecitma 
e parti e dieieieni fra loro : I Fiorentini ton 
oggi etratti di due popoli eoei dècersi di eo- 
elumi e di natura , e sempre stati nemiei per 
antieop sieeom' era U popolo ¥omano e queUo 
d^Fiesolani, l Romani chiama il P. nel Gonv., 
«tmoienfi di Dio. 

27. Bando. Considera la morte come un 
bando, il bando come una morte. 

28. Fitta. Virg. : Haerent tnib» ptff ore 
fmltuSf Verhafoe. — UiiiAGiim. virg. : Atque 
Animmm patriae etrinxit jnetaiis imago. — 
OiA. Vedendola si deturpou. Nei Porg., XUìì, 
a Forese : £a faccia tua ch'io lagrinud già 
morta ^ Mi dà di pianger ma non minorvo- 
gUa . . . Veggendola sì torta . . . 

30. Corso. S. Paul. : Coneummem cursum 
meum, — Scrivo, lof., 11: mente che seri- 
vesti , ec. — Chiosar. Frase troppo scolasti- 
ca , ma Dante ne ha spesso. — Tosto. Quel 
di FarinaU (e. X). — Saprà. C.X: Da lei 
saprai di tufa vita ti viaggio. 



148 



DELL' INFERNO 



3 1 Tanto Togl' io che vi da manifesto, 
Pur che mia coscienza non mi gam, 
C3ì'aUa Fortona, come vuol, son presto. 

32 Nonènuovaagliorecchimiei fole arra. 
Però giri Fortuna la sua ruota, 

Come le piace, e 1 rillan la sua marra. 

33 Lo mio maestro allora in sa la gota 
Destpli si volse *ndietro, e rlgaardommi; 
Poi disse j bene ascolta chi la nota. 

3k Né per tanto di men parlando Tommi 
Con ser Brunetto, e dimando chi sono 
Li suoi compagni più noti e più sonuni. 

36 Ed eglia me: saper d'alcuno è buono. 
Degli altri fia laudabile il Ucerci ; 
Che '1 tempo saria corto a tanto suono. 

36 In somma sappi che tutti far cherci, 
£ letterati grandi e di gran fama, 

32.-ÀmRA. La sanil da Farinata : Coma la 
caparra si dà In 8es;D0 del debito , tosi b 
prediiiooe è quasi arra dell' anenin.—ViL- 
LAN. La Fortuna i' rispetto , percbè da Virgi- 
lio so esaere previdenti e immotabfU gli or- 
dini di lei ( Inf. , VII ) ; e i ViUaoi da Fievo- 
le , non U coro. 

38. Destba. Parte più Aosta. Il P. ha sem- 
pre rigoardo a queste allusioni. — 'Nnnrao. 
Lo precedeva sempre ( Inf. , IV , XXXiy^. So- 
lamente nel sangoe de* tiraanl , Il Gentaoro 
ta innanzi. — >Nota. Pet. : 17 eomB tntsnla- 
fneMe Mcolto e nota La km$a titofiacMte •»- 
ne mio. Dante avet a notato le parole di Vir- 
gilio nel VI canto e nel X. Vlrg. , l : S^pe- 
ramda amnii fortuna fenndo ut. 

Si» Min. Simile al vlrg. ÌVm wUnm intona. 
He la lode di Virgilio, né le triste prediilo- 
ni storbaroBO il mio desiderio di sapere. — 
Piò. Nel trecento le particelle Intensive ac- 
eoppiavansi anco a'soperlatlvi. 

35. Suono. Inf. , VI : Fo$$ fm at loeWiMi* 
M owmiy. 

36. Lbbgi. Vive in Toscana per tmdkio. Al- 
bertano : ih poetato ii Uroia, 

Jl, PniSLiAN. Lo pone forse a simbolo de^ 
pedagoghi che In tal genere di peccati han 
mala ttmo. ~ Acconto. FlorenUno » figlio dei 
celebre gioreconsoUo del medesioM) nome , 
professore anch' egli valenle: mori nel 1290. 



D' un medesmo peccato al mondo lerci. 

37 Priscian sen va conquella turi» grama, 
E Francesco d'Accorso anco: e, vedervi, 
S' avessi avuto di tal tigna brama, 

38 Colui potei, che dal servo de* servi 
Fu trasmutato d* Amo in Bacchiglione, 
Ove lasciò li mal protesi nervi. 

39 Di più direi : mal venir, e 1 sermone 
Più lungo esser non può, però ch'i*Teggio 
Là surger nuovo fummo dal sabbione. 

%0 Gentevienconlaqualeessernondeggio. 
Sleti raccomandato '1 mio Tesoro, 
Nelqualei'Viyo ancora:epiù noncheggio, 

(1 Poi si rivolse ; e parve di coloro 
Che corrono a Veronal drappo verde 
Per la campagna : e parve di costoro 

(2 Quegli che vince, e non colui cheperde. 

— Tmna. Aneo la tigna è prorito. 

88. Colui. Andrea de'MoiiI vescovo di fi* 
reme , Il qoale per questo villo Pbl traifcrtle 
al vescovado di Viceosa , dove mori gottaao. 

— Snvo. Cosi s' Intitola il papa lottora. — 
Nnvi. Lasciar le ossa , tirare le caola par 
morire , son fì^sl comonl. Il P. nomina 1 Mr> 
vi per allodere al vliio. 

sn. Fumo. Per l'arena mossa dallo scalpi- 
tare d' altr* anime. K. come , nel Parg.« XVI» 
Marco si congedi da Dante. 

40. TisoEo. Allora che non avevaa la alam- 
pa , alla fhma d'on" opera era più blsomi 
della cara de' benevoli per non perire. Dal 
Tesoretto non parla , come cosa minore. Ma 
qoesto é l' abbozxo d'un viaggio simile aqwl- 
lo di Dante. Il Tesoro è un'enciclopedia dM 
eoo tempo scriua dopo il Tesoretto; il tasto 
f^ncesa é Inedito ; lo tradosse Bono Gian^ 
ni. Lo stile poetico di Bnmetto è nella Volf . 
El. biasimato da Dente. 

41. RiTOLSs. Parlando guardava al P. On 
si volga per partire, e raggiungete li aoa 
schiera: non si rivolge giàindietro.— Daa»- 
»o. Dante l'avrà veduta , essendo in Verona, 
coleste corsa , che si (ìiceva la prima dome- 
nica di qoareslma da nomini ignudi. Carni 
co spettacolo vedere il secretarlo della repub- 
blica fiorentina correre come al pollo. 



■<• : 



ih9 



CANTO XVI. 



ARGOMENTO. 



IVoMbno km§o t argme , e giungono tà iùoe ti fdnltva T aequa roaa eaden 
wA etnhio di ioUo : rincontrano un* aura tehieras che, al dire di Pietro di Dante, 
wm rea di peccato contro natura » ma in altra maniera eeereitato : coeafrebabile; 
M md frèmo girane abUam frieie del pari le nhiere ditiee eeeondo la colpa, cioè 
molenU neUm «ira j neW avere , e auatiini. Noi non abbiamo della reità dt^pen^ 
, fd nraimentoli notizia. R Biagioli vuol le echitre diviee eeeondo le irofe^ 
i.- primi i letterati j t politici poi : coA V Ottimo. Dante parìa a tre onAre fi^ 
• grida contro Firenze. Foi giunge alla cateratta del fiume, e Virgilio 
ìm coma di cui Dante era cinto per chiamare Gerione. 

Mola le tmlne 1» %, 4, 6» 9, 11, 18, 13, 16, 18, 10; la SI alla 18; la 80, 84; la 37 
aOa 40{ 81, 44, 48. 

5 Alle lor grida il mio dottor a' atteee. 
Volse 1 viso ter me, e : ora aspetta , 
Disse : a costor si vuole esser cortese. 

6 E se non fosse il fuoco che saetta 
' La natura del luogo , i' dicerei 

Che meglio stesse a te ch'a lor la fretta* 

7 Ricominciar, come noi ristemmo, ei 
L*anUco verso : e ouaodoanoifur giunti, 
Fenno una ruota di sé tutti e trei. 

8 Qual solcano i campion far nudi e unti, 
Avvisando lor presa e lor vantaggio , 
Prima che sien tra lor battuti e puod; 

4. iRGEHSsl Le fiamme aprivan la piaga, poi 
la bruciavano. Quanta poesia in questo ve^ 
so l — Poa. iDf. , XXXIU : Dolor eke'l cor mi 
prem e Già pur pentando, 
8. 8^ ATTESI. Par. , UH : BaUeeerei a noi. 
8. Natuba. Virg.: Natum loci. 
7. Ei« Verso che nessuno oserebbe a'dl w^ 
stri. 1 secoli mediocri , così come i corrotti, 
hanno il loro pudore. -* Viaso. Per suono più 
meno articolato , s' usa tuttora in Tosear 
8. PuAVA. Io senso politico , non in mora* na. — Taii. Come duoì. per due , anco in 
le : die a costoro non s' addiceva notare la prosa. 

pravia de'ccecomi. Par., IX: Affo prava 8. GAMffiaa. La lotta a* tempi di Dante eia 
UaUeo . . . usau in Fcaaeia ; in Ualia , Tictaia da' pa* 



era in loco ove s'udial rimbombo 
IMr aofjoa che cadea neU* altro giro. 
Simile a (nel, che l'amie fanno, rombo; 

i Quando tre ombre insième si partirò 
Comodo d' una torma che passava 
Sotto la pioggia dell' aspro martire. 

3 YènieD ver noi : e ciascuna gridava : 
Sostati tu che all' abito ne sembri 
Baserò alcun di nostra terra prava. 

k Aimè , che piaghe vidi ne'Ior membri 
Recenti eveccnie, dalle fiamme incenso! 
Aacorroenduol.pur chTme nerimembri. 

t. 6mo. De" fkodelenti , P ottavo di tutto 
r Metao , delia ciuà di Dite il secondo. ~ 
AsHm. Vira, paragona il rombo delle api al 
Borroofio dell'onde del mare.— Rombo. Tra- 
apeaitione in Dante rarissima , simile al Pe- 
ir. : Dd forir facile tnaoiui Ctaipo feaipié. 
Ma qui eeprìme il cupo e confueo rumore* li 
lamiiiij poi cresce. V. i. 81. 

S. Taa. S(/ddomiU aoa dotti, ma nomini di 



150 



DELL' INFERNO 



9 Così, rotando, ciascuna il visaggio 
Drizzava a me, si che^pcuntnrìo il collo 
Faceva a* pie continii'o viag:gio. 

10 E se miseria d'osto loco soUo 
Rende in dispetto noi e nostri preghi, 
Cominciò Tuno.el trìstoaspettoe brollo; 

11 La fama nostra il tuo animo pieghi 
A dime chi tu se' che i vivi piedi 
Cosi sicuro per lo 'nfemo freghi. 

12 Questi, Verme di cui pestar mi vedi» 
Tutto che nudo e dipelato vada. 

Fu di grado maggior che tu non credi. 

13 Nepote fu ddla buona Gualdrada : 



pi. «^ Unti. Virg. : Exfeent pairim oUo la- 
òetife paiaéttfos. — Battoti. Dal cesto. — 
PvMTi. Dall' arme (Afln.,V). 

9. Visaggio. Vite in Toscana. Qoeaia pit- 
tara risponde a on passo del Gonvir. , XXV: 
Atto lib$ro è tpMndo una pfffona va «ofenfté- 
ri ad alcMna parte , eh$ ii moHra n$l funere 
volto lo viio in queUo atto tfortato: e qìuin- 
d9 eoniro a voglim «i va innon guardart nMa 
parte ove $i va. Qui Dante dice •- Giravano io 
toDdo , e mi volgevaDo ad ogni momento le 
spalle ; ma il tìso era sempre vo^to a me ; 
sicché nella giravolta toreevano ii collo per 
rigoardarmi. £ giravano , perchè la lor pena 
è jion istare mai fermi ; se no , giacereobe- 
ro cent'anni immobili sotto il fuoco , come i 
dispregiatori di Dìo: onde , non potendo cam- 
TDinare innanzi per parlar col P. , si ferma- 
no , è pur si movono. Si movono in tondo 
perché 1* orlo del cerchio era vicino , né avreb- 
bero potuto segoitar Dante a longo , andan- 
do diritto. 

10. SoLLo. Goatrario di pigiato ; cedevole. 
Mal fermo é l' andare sa un'alta arena. — 
Baollo. Scorticato dalle scottature. Inf. , 
\XX1V : La Èchiena ttimamta deiiapetta uua 
hruUa, 

li. PiioHi. In questo senso , fireqaente in 
Virgilio. — Freghi. Era vivo , e calcava pie 
rat terreno » molto più , poi , andando sol 
duro margine. Le differenze tra l'essere di cor- 
po vivo e d' ombra , le vedemmo nel 111 e 
neir Vili e nel XII dell' uremo , o 4e vedre- 
mo sovente. 

11. Pestai. : T^rere vtttifia. 

13. GVALimADA. Figlia di Beilincion Berti; 
nominato nel XY e nel XVI del Far. Ottone 
IV sul principio del secolo Xlil venato in Fi- 
renze , in una festa data nella Cattedrale, la 
motteggiò di Teleria baciare: quella rispose; 
né e^i né altri il flvebbo che eoo marito non 



Guidoguerra ebbe nome : ed in sua \ìta 
Fece col senno assai e con la spada, 
li. Ualtro ch'appresso me la rena trita , 
E Tcg^hiaio AMobrandi, la cui voce 
Nel mondo su dovrebbe esser gradita. 

15 Ed io che posto son con loro in croco, 
Iacopo Rusticucci fui : e certo 

La fiera moglie più eh altro mi nuoce, 

16 S* r fussi stato dal fuoco coverto, 
Gittato mi sarei tra lor di sotto: 

E credo che 1 dottor T avria sofferto. 

17 Ha, perch* i* mi sarei bruciato e cotto. 
Vinse paura la mia buona voglia 



fbsse ; onde Ottone ne lece sthM » e la a» 
rito al eonta 0«ido ; uno de' suoi baroli , di 
coi nacque Buggeri , e di lui Galdoguerf^ 
Ottone gli diede In signoria il Casentino.. « 
Guido. Dall'opere, dice l'Anonimo, ebbe 
soprannome di Guerra. Con quattrocento de* 
Guelfi usciti di Flieoie fece compiuta la giHi 
battaglia dell' Angioino contro Manfredi , e ri- 
levò in Firense parte guellk , che «ci 1907 
potè rientrarci. Esole con Guidogoerra era U 
padre di Dante. — Senno. Ariosto: M aemio 
a con la lancia. Tasso: Molto egU oprò cai 
fafmo a eon la mano, 

14. ToeenAio. Degli Adimari « funigUa oo- 
mica al P. Teggbiaio aconsigliò la baiiaglia 
contro I Senesi e gii usciti ghibellini , wm non 
fu ascoltato , e ne seguì la gran rotta di Moo- 
taperti. Farinata , Il ghibellino vlndlore • t 
Teggiiiaio , il guelfo costante , sono ombedoe 
dal P. con encomio ramnwatati. Un antico 
nota che la noglie volesse osar egli In mtoéo 
da natola vietato ; e che aunco della rltro- 
«le della uoalie e' torcesse a indegni aaaori; 
ond'ella on di coltolo , si diede a gridare , ni 
^Moco I I vicini accorrono : Iacopo esce ; ed 
ella rimanda la gente dicendo : il ftoeco é 
già spento. — Gradita. Perché voce di pace. 

15. Gooci. Cosi chiamasi ogni specie di 
dolore. Pet. : Amor eho m* ha Ugato a Kanmi 
«n croce. -^ Iacopo. De* Cavalcanti , ricco e 
valente caraliere. 

16. Sotto. Scendendo dell* argine , eh* en 
pib alto. V. e. prec. — Sofpbrto. Sebbeo 
guelfi , e colpevoli. 

17. Cotto. 11 primo indica limpression del- 
la fiamma; T altro dell' ardore. G. XV: Coito 
agpttto. V. s. Girolamo : Pfè puola racomo on* 
darà foprs lo òroeta , ek§ le tue pianie man 
ti enoeiano. — Ghiotto. Ar. ( XXIX, 61 ) : 
Cofè gUpiaequ» il déUoato volto f Cofi tiaveMia 
iwMmantvMnte ghiotto. 



CANTO XVI. 



Vii 



V abbracciar mi facea ghiotto, 
linciai: non dispetto ma doglia, 
. oondizion dentro mi fisse 
) tardi tutta si dispoglia, 
•he questo mio Signor mi disse 
r le quali io mi pensai 
voi siete, tal gente venisse. 
bra terra sono. E sempre mai, 
i Toi e gii onorati nomi 
ioli ritrassi e ascoltai, 
lo felc , e vo pei dolci pomi 
a me per lo \erace duca. 
I centro pria convien ch'i'tomi. 
gainente l'anima conduca 
ira tue, rispose quegli allora , 
ima tua dopo te luca ; 
ift e valor, di* se dimora 
itm citta, si come suole ; 
utto se n' è gito fuora. 
^irlmoBorsiere, il qual si duole 
«r poco, e va là coi compagni , 
crucia con le hue parole. 



KUA. 11 vostro stato m'addolora, 
B ci penserò con dolore. Le due 
m 9 dispoglia , non stanno insi»* 
ifrtlo non frequente nei nostro. 
ui« virtù, è modo biblico. 

Quanto più modesta, e tanto più 

lodatore e d' alti lodati, la lode. 

Politica. Dante nel 1300 era goel- 
■MI si sarebbe dimostro qui, se 
non avebsero meritata la stima 
ghibellino. — Ritbassi. Rappre> 
Mieri a me stesso per imitarla. 

parlato a Ciacco, nel VI, di Tefp- 

ànsUcncci. 

Amara è la colpa ; selva amara 
ihc morte. — Pomi. Frutti in ge- 
: Le voma desiderate dall' aiwma 
ron da le. — ProveslìI ( Inf., 1, 
Tomi. Cada. La meditazione del 
ndervi col pensiero per vederne 
d evitara di cadervi con l'opera. 
7CA. Virg. : Dum ipiritus hos re- 
ioril frase é nelle Rime di Dante 
. ). — LcGA. Par., XII: La glo- 
ama luca, 

isiA. In antico comprendeva ogni 
Bma ed interna gentileizt. Pnrg., 
; pQue eh' Adiee a Ai inibii SoUa 
ieiia trovarti, — Valoi. Dante lo 
onv.,p. 215 }: Fotenxa di nafnni. 
iiLHO. Cosi scrive anco il Boecao- 



25 La gente nuova e i subiti guadagni 
Orgoglio, e di9mlsura han generata, 
Fiorenza, In te ; al che tu già ten piagni. 

26 Cosi gridai con la faccia levata : 
E i tre che ciò inteser per risposta, 
Guatar Tun l'altro, come al ver si guata. 

27 Se l' altre volte si poco ti costa , 
Risposer tutti, il soddisfare altrui. 
Felice te, che si parli a tua posta* 

28 Però se campi d' osti luogni bui, 
E torni a riveder le belle stelle, 
Quando ti gioverà dicere : i fui ; 

29 Fa che di noi alla gente favelle. 
Indi nipper la ruota ; e a fuggirsi 
Ale sembiaron le lor gambe snelle, 

30 Un amnun non aaria potuto dirsi 
Tosto cosi, com* ei furo spariti ; 
Perchè al maesiro parve di partirsi. 

31 Io lo seguiva. E poco eravam iti , 
Chel suon dell'acqua n*era si vìdno 
Che per pariar, saremmo appena uditi 

32 Comequelfiumechliapropriocammino. 



ciò che in una novella lo chiama gentile eorti- 
giano. Par eh* a* morisse vecchissimo verso 
il 1300. 

25. Nuova. Del contado, saliti a grande stalo 
In Firenze. In questo seniio dicevano 1 Latini 
homo novut, — GcAnAGM. Co' viaggi e con 
l'usare: cosi 1* OUino. Nel Gonv. elu Lnc, 
il qoal fa le romane diseorclie ingenerala dal- 
la viliaiima tra le cose, la rìcchena. 

26. Levata. Verso Firenie, in atto d'Ira, 
di dolore, d'amore. ^ Guata. Virg.: (Mob- 
ttupuere eiUntee Conversique oeuloe inlfr ee 
olfua ora la iwòofil. 

27. Soooisfau. Alle domande. Lodano l'ar- 
dita sincerità del P., ma non gliela predicono 
sempre così fortunata. ^ 

28. BuL. Virg.: Loca turgida. -^Giovbba. 
Vlrg.; Et haee oUtnmeminitiejuvakit, Tasso: 
Quando ti gioverà narrare aitriU Jje novità 
vadMla, a dtre : io fui. Languido. 

29. Rupran. Non più girano Intorno ) V. 
tari. 9 ;. 

80. Ammsn. Inf., XXIV: Né Oektoeto mai 
né l ii seriue. Iperbolico. 

82. Vbso. Monteveso sopra il Genovese : 
lai. Faanltia. Quivi I' Apennìuo comineia ; la 
sinistra d'Apennino guarda a levanla, e V 
acque che da manca Kendooo , mettono nel- 
P Adriatico. Del Po a di Monteveso, Solino, 
conoMiolo dal nostro. 



152 



DELL* INFERNO 



Prima da moote Teso iover temile. 
Dalla ainistra cosla d* ApeoniM, 

38 Che si chlaina AoQuaeheta amo avaote 
Che si diTallì giù nelbaMO letto, 
Ea Forlì di quel ooiiie è Taeante ; 

94 Rimbomba là aovra aan Benedetto 
Ddllalpe, per cadere ad mia scesa 
Dove dovrìa per mille esser ricetto; 

85 Cosi giù d'una ripa discosoesa 
Trovammo risonar quell'acqua tinta. 
Si che*n poca ora avria Torecchia offesa. 

36 lo aireva una eorda intomo einta; 
E con essa pensai alcuna volta 
Prender la lonza alla pelle dipinta. 

37 Poscia che Tebbi tutta da me sciolta » 
SI cornei duca m*ayeva comandato , 
Porsila a lui aggroppata e ravrolta. 

38 Ood* ei si volse inver lo destro lato , 
£ alquanto di lungi dalla sponda 

La gittò giuso in ouell'alto burrato. 

39 E pur Gonvien cne novità risponda , 

33. Lbtto. Pianara di romagoa.— Yacan- 
TI. Frase non bella ; e rammenta V altra del 
Parg. » Y: La^'l voeabol tuo dioinia vano. 
Sopra Forlì perde qnel nome , e si chiama 
Kuntone dall' impeto. Siccome il Bero Mon- 
tone più alto si chiama Aeqoachata , così Fle- 
getonte che più sa é stagno » giù precipita 
con rimbombo. 

34. BmviDiTTO. Badia* — Bkbtto. Molti 
Arati potrebbero ▼iTerei , o molti nomini ; e 
pochi ci agaaiiano. Il Rossetti pansando che 
Arrigo VII in questi luoghi Ai combattuto dai 
Guelfi , spiega che da qaelU rape , secondo 
fi desiderio del P. , sarebbero dovati preci- 
pitar mille Guelfi. Troppo crudele. Né se que- 
sto pensafa , direbbe tkeito, 

35. Tinta. Rossa ( Inf. , XIY ). Nd YI : 
Acqua Unta a neve. 

36. Gobba. Significa la mortificaiione con 
citi Dante sperò vincere la lussoria, aecoudo 
il vangelico Sint lumbi V9Mn proeoincft; e si- 
gnifica la buona fode per cui aperò trarre a 
ile i Fiorentini ', e ora spera patteggiare con 
la lor f^de sì che non gli possa fìir male. 
Alla Imona fede s' oppone la lh>de , della 
qual dice il P. ( e. XI ) » che redde il vin- 
colo d' amore» IH ch9 la foio spastoi jì aria. 
Questo poi della corda è simbolo moltipllce: 
coda Dante» di Pietro d'Aragona: D* a^fii vm- 
lor portò amia la corda. A ciò s'aggiunga 
che Danto come laniario dcT liraneeacanl, nel 
giovedì santo avrà forse avnto Indosso quei* 
ì* abito e quel cordone (F. Pelli). Altri per la 



Dicea fra me mede8mo,al noovio ecmo 
Che*l maestro con l'oc^chio si seoomfei. 

U> Ahi quanto cauti gli uomimeoterdeniio 
Presso a color che non veggoo por Fvpn 
Ila per entro i pensier miran col ieoiiD! 

kì Ei disse a me: tosto verri dì sópra 
Ciò chTattendo,e che'l tuo pensier aogpi; 
Tosto convien eh* al tuo viso si scuopn. 

kH Sempre a quel verch'hafacda di meniogi 
Del'uom chiuder le labbra quant*«i puole» 
Però che senra colpa fa vergognai : 

43 Ma qui tacer noi posso; e per le noia 
Di questa commedia , lettor, ti gioia , 
Snelle non sien di lunga grasia volo, 

kk Ch*i vidi per quelPaer groaso e 
Venir notando una figura in auto « 
Meravigliosa ad ogni cuor sicuro , 

VS SI come toma colui che va gioe^ 
Talora a solver incora eh' aggram 
O scoglio, o altro che nel mare è ctiii 

i6 Che*nsusi stende; eda pie A nttnppa 



corda Intende la fortezza , contrarla inai 
e alla lussuria e alla frode. — Dmirra 
( Inf., I ). Virg.: Pfcfoegae voluofV. 

97. Amuoppata. Il P. credeva che akoia 
di laggiù, ae l'avesse ad aggroppa» aalaada. 

tè, LuNoi. Che la corda non deiae In qnakha 
masso. Novellino, LXI: Jlfottodt Wnnfiéa Baie. 

89. Sicokda. Yirg. : Quantmm aata pomaef 
ooniì ff roota la^uenfiim. Seguiva con roecUa 
la corda per vedere ae Gerìona aallva : a fas- 
ta quel seano, perchè 'l suon dall'acqua avn^ 
be flitta inutile ogni chiamata. Poi , al ea»» 
vengono alla frode i taciti cenai. 

49. Facua. B. Giamboni, trad. del Taaaaa 
di Brunetto, e contemporaneo di Dania : Mm 
vartlode ha moU9 voUe faceta di inafunfnOi 
Altrove : SpeiM vo{f« la verità ha facdm éé 
kugia,,. Tei verità dei dire che ti tia am> 
éma ; dba altrimafift ti sarebbe riputata par 
bugia. Albertano ( l, XXVllI ) : ^etm «olia 
la verità tien faccia di bugia. Taaso : M flà 
direi s ma il ver di faleo ha faeda. 

43. YoTi. Inf., XX: Se IHotilaeei, 
prender frutto Di tua IcEione. 

44. NoTAKUo. Yirg., di Dedalo: 
Antoi. Ma qui nuotava nell' aria grossa , a»* 
me io grave acqua. «* Sicuro. B. Glaasbook 
La eiourté è non dubitar deUe eoee cha ae» 



jpravuef Inolio. 

45. Cnuso. Naacoso. Yirg.: 
dtmi eenvatUbm umbrae. 

46. Aattuappa. Nel senso di rettrtn^afi^ 
viva in Toscana rattrappire.. 



1»3 



CANTO XVII. 



ARGOMENTO. 

, Saliia la fiera , Virgilio scende dair argine a parìaHe : Dante ^ per t orio di 
fiH cerchio » odo che non è tocco dal fuoco (aUrimewti il fuoco cadrebbe nel cer» 
Aio aflavo ) , va guardando gli usurai che , seduti e rannicchiati , s* ai^Uano con 
li mumi a rinfrescarsi alla meglio. Riconosce taluno all' arme del casato dipinta 
«cfTS alia tasca : ma non parla con loro , come a troppo spregevole razza. Toma 
m VirpUo ; salgono in groppa a Gerione , il quale , notando per l aria , li scende 
alt oilavo cerchio ; e, depostili , si dilegua, sdegnoso deU insolita soma, egli che 
portare se non frodolenti par suoi. 



dola de' meo lodati » ma pieno di poesia. 

Hou le teriine 1 alia 9; 11; la 15 alla 19; la 23, 24, 25, 27, inaino alla flne. 



1 Ecco la fiera con la coda agazza , 
Chepasaai monti, e rompe muri ed armi: 
Seco colei che tutto *l mondo appuzza. 

9 81 eomiDciò lo mio duca a parlarmi; 
E mccemioUe che venisse a proda 
Vicino al fio de* passeggiati marmi. 

1. Ecco. Si badi ai lirici cominciamentì dei 
«• Ut UI,1V, Vii, X, XV.— Fibra. Apocal.: 
Beetia» qmae aseetidU de abyuo. ^od è senza 
faUndioieDlo questo salir della frode dal fon- 
^» e pel Tano. — Hompb. La frode dei ca- 
volki ruppe le mora di Troia ; il dardo insi- 
ttoao di Paride ruppe 1' armi d' Acliille : così 
Halro di Dante. Orazio , dell' oro : Bbt me- 
éim ire sateUUes , Et perrutnpere amat saxa. 
— Aptozza. Inf. , Xi. La frode ond'ogni co- 
aOMua è monom 

1. MAmMi. Gli argini /al(iaranptc(ra(c.XlV). 

9. FnosA. Virg. colloca sulle soglie d* In- 
Gerione : Forma tricorporis umbrae. 
che tra' violenti in altrui pone i Ceu- 
ri « tra' suicidi le Arpie , e quasi passag- 
p» dall'alto inferno a Dite , Flegi4s ; dagli 
cnlici ai violenti , il Minotauro ; da'violcnli 
a* flrodoieati colloca Geriooe ; sia perchè quel 
triplice corpo gli simboleggi le forme varie 
dalla frode ; sia perchè , vinto Gerione , Er- 
cole venne in Italia ( Aen. , Vili ), e fu no- 
verato tra i padri dell* italica cifilià : onde 
siccon' Ercole è simbolo della forza , così 1' 
aliro vicn posto ad imagi ne della frode. Pie- 
tro di Dante nel triplice corpo intende i tre 



3 E quella sozza immagine di froda 

Sen venne, e arrivò la testa e 1 busto; 

Ma *n su la riva non trasse la coda. 
h La faccia sua era faccia d*uom giusto, 

Tanto benigna avea di fuor la pelle; 

£ d*un serpente tutto Taltro fusto. 

modi di fh)dare : in parole, come adulatori, 
rufl3ani, seminatori di scisma e di scandalo; 
in cose , eome falsiflcatori , simoniaci , ipo- 
criti , maghi ; in opere, come barattieri , la- 
dri, traditori. L'Ottimo dice che i tre corpi 
di Gerione erano tre fratelli , che 1' uno lo- 
singava , l' altro rapiva , il terzo feri?a ; e ciò 
risponde alla faccia benigna • al busto ser- 
pentino, alla coda velenosa. Dante non gli dà 
giè tre corpi. — Arrivò. Attivo, secondo l' eti- 
mologia. 

4. Sbrpbntb. Gen. : Serpent . . . eallidior 
eunetit animantibtis terrae. La frode ispira sul 
primo fiducia , ha forma di giustizia ; poi vie- 
ne agi' inganni, fhsto di serpe ; vibra in ulti- 
mo il colpo , nella coda il veleno ; e ha co- 
da aguzza , perchè acuto al male è il frodo- 
lento ; ba branche pelose , perchè bestiai co* 
sa è la frode : i nodi figurano gì' intrighi; le 
rotelle i raggiri. Ariosto, della frode (XIV , 
87 ) : Avea piaeevol viso , aòtCo onesto. Un u- 
mU volger d* occhi» un andar grave» Un par- 
lar sì benigno e si modesto Che parsa Crabriel 
che diceste : ave. JBra brutta e deforme in Itit* 
lo ti re<(o. 



SO 



lai 



DELL INFERNO 



5 Duo branche avea piloso infio l'agcelle; 
Lo dosso, e 'I petto ed aroenduo la coste 
Dipinte avea di nodi e di rotelle. 

6 Con più color sommesse e soprapposte 
Non fer ma'in drappo Tartari né Turchi, 
Né fur lai tele per Aragne imposte. 

7 Come talvolta stanno a riva i burchi 
Che parte sono in acqua e parte in terra ; 
E come là tra li Tiideschi lurchi 

8 Lobevero s'assetta a far sua guerra; 
Cosi la fiera pessima si stava 

Su Torlo che di pietra il sabbion serra. 

9 Nel vano tutta sua coda guizzava 
Torcendo 'n su la venenosa forca , 
Ch'a guisa di scorpion la punta armava. 

10 |x> duca disse: or convien che si torca 
La' nostra via un poco infino a quella 
Bestia malvagia che colà si corca. 

11 Però scendemmo alla destra mammella, 

5. Filose. Anco in prosa. — Ikfin. Pnrg., 
XXXII : /rutti (e fiaiU9. — Nodi. Yirg. poDe 
nel suo Inferno coloro quihui •.. fraui innexa 
eUen ti. — Rotelle. Ar. : Dutriir • . . Tutto tpar- 
io di fnacekie e di roUÌJU, 

6. Aragne. (Ov., MeU, TU; e Porg. , 
XII). Beo torna l' imaglne delle tele ad espri- 
mere i tramali inganni , le ordite insidie , le 
tessute frodi. E ben tornano le sommesse, il 
fondo, e le soprapposte, H ricamo» per in- 
dicar la doppiezia del frodolento. — Imposte. 
Poste sai telaio. 

7. LuRcui. Divoratori immondi. Tacito di- 
ce i Germani dediti $omno eiboque. In lat. 
lureonei vale ghiottoni. Dante accenna fora' an- 
co ai cento Tedeschi , i quali manda U da Man- 
fredi a soccorso de' fiorentini usciti , ftaron 
da questi , pe' lor fini » empiati di cibo e di 
vino e devoti a certa morte. Forse accenna 
agl'imp. tedeschi i quali volevano tenere Tita- 
lia e non la soccorrere ; e non istavano come 
suol dirsi , né qua né là. Qui del resto si ve- 
de come la sola necessità lo movesse ad in- 
vocare Tarmi straniare; quella, dico, ch'egli 
stimava necessità. 

8. Bevbro. Cosi anco in prosa il castoro, 
il quale colla coda intorbida Tonde, e piglia 
i pesci , dice Pietro di Dante, lo non entro 
mallevadore del fatto. — Pessima. Frase del- 
la Genesi. — Oelo. 11 qual serra il sabbione 
con pietra. 11 cerchio de' violenti era cinto 
d' un orlo di pietra : se no , Dante non sareb- 
be potuto scendere illeso dalle fiamme cadenti. 

9. Vano. Perchè sulla riva non trasse la 
coda : significa la vauilà ed instabilità delU 



E dieci passi femmo in su lo stremo 
Per ben cessar la rena e la fianuncUa. 

12 E , quando noi a lei venuti seme , 
Poco più oltre veggio in su la rena 
Gente seder propinqua al luogo scemo. 

13 Quivi! maestro: acciocché tutta piena 
Esperienza d*esto giron porti , 

Mi disse, or va, e vedi la lor mena. 
H Li tuoi ragionamenti sien là corti. 
Mentre che torni, parlerò con questa • 
Che ne conceda i suoi omeri forti. 

15 Cosi ancor, su per la strema testa 
Di quel settimo cerchio^ tutto solo 
Andai ove sedea la gente mesta. 

16 Per gli occhi fuori scoppiava lordoolo; 
Di qua di là soccorrén eoo le mani 
Quandoa' vapori, equandoal caldosoolo. 

17 Non dtrimenti fan di state i cani 

Or ed ceffo or col pie, quando toaBiorsi 

frode. — Forca. La coda biforcuta : onde di- 
ce che la forca velenosa armava la punta. 
Pier. Valer. : Mei in ore habei , tn occ«lCo M- 
dae ipieulum : ita KonUnei qui Ungma btm f 
diwuur, latwier feriunt. — Sconnon. Par*; 
gat. : Freddo animaU Che fon la coda ftf^ 
euote la gmUe* 

11. Dbstea. Fin qui avevan sempra svol- 
tato a sinistra : ma ora scendono a deUra par 
per andare alla bestia. Poi , per iseendeia la 
via delT Inferno , ripiglian sempre da 
manca. — Mamvella. Per parte; come 
nel senso simile ; e nel XII , da ifm 
Cessae. Per cantare, nel Par. (XXy/35) • 
nel Gonv. Novellino , VI : Cessar kriga a Iu- 
re ed a me. — Rena. S' a vantano alcuni patii 
nell'orlo di pietra verso il preclpiiia^ par 
bene allontanarsi dalla fiamma, e dalla rcM 
che sotto la fiamma s'aeeendea com' ceca. 

12. Scemo. A quel che ha detto poe' aaii 
orlo estremo. Gli usurai stanno ultimi de^ vio- 
lenti, e contigui alla frode. 

13. Mena. Il dimenarsi eh' e* Oinoo. laf.* 
XXIV : Serpenti, e diti diversa mona. In tea- 
so afllne v. Bsrl.: La pulzella per cai ifii 
ero stato in cosi male mene, 

14. Mentee (Inf. , XIII , A ). 

15. Testa. Quel ch'ha chiamato orio, «- 
Solo. L' usura è vizio più moderno che antico* 

10, Soccorrén. Si soccorre e a chi pati- 
sce, e al suo patimento. Petrarca : Soccorri 
alla mia guerra. 

17. Cam. Ariosto: Simil battaglia fa la 
mosca audace Conlfa'i mastin nel polvermo 
amasio, O nd wmc dinanzi o nd segumcCt 



CANTO XVFr. 



15o 



da puki, da mosche, o da tafani* 

18 Poi elle Del viso a certi gli òcchi porsi 
Ne* quali il doloroso fuoco casca, 
NoD ne coDohbi alcun: ma T m'accorsi 

i9 Qie dal collo aciascun pendea una tasca 
Ch* atea certo colore e certo segno: 
E quindi par che'l loro occhio si pasca. 

90 È com*io riguardando tra lor vegno, 
Ib udì borsa gialla vidi azzurro, 
Che di lione avea faccia e contegno. 

SI Poi procedendodi mio sguardo il curro, 
YidiDe un'altra più che sangue rossa , 
Mostnre un'oca bianca più che burro. 

i2 E un che d'una scrofa azzurra e grossa 
Segnato avea lo suo sacchetto bianco, 
Hi disfte: che fai tu in questa fossa? 

S3 Or te no va. E perchè se' vivo anco, 
Sappi che 'I mio vicin Vitaliano 
Sederi qui dal mio sinistro fianco. 



Vwm éi tfM§ $ PaUro pttn dimosto : N^- 

&9eehi il fmkg$ e fi«I grifo nundaet , Vo- 
\ Antonio f gU tta $»mf>n aeeoito. E qnàl 
tmmr fa apoMO ti dente ateiìitto : Mfa un tratto 
«fc'ifli arrivi, pagail tutto. Evidente ma longo. 
IS. PoBSi. Dà agli occhi le qualilà della 
tèrza visiva : però dice inviare , gettare , fic- 
care f porgere l' occhio , e più sotto il curro 
Mio tgnardo. Petr. : Ove gii oeeki frima 
pam. Fa che tengano il viso basso a goarda- 
n la tasca ; sia perché Dante voglia mostra- 
li dì BOB aver mal avoto commercio contale 
sJa perchè come gli avari : La teofM^ 
viia che i fé eozzi. Ad ogni eonoseen- 
MaargjU fa hruni, 

19. Tasca. Poi lo chiama sacchetto : non 
4k% ae pieno ; forse a più scherno e tormen- 
te^ meglio è fiirlo vuoto. E la tasca portava 
ì amie dal casato : ingegnoso partito per dar 
a conoacere qae' dannati sema ludgo discor- 
se. — Pasca. Virg. : Animum pietura pateit 
Eecl. , IV: Ifee satianturoculitjuidi' 
Trecentista inedito : Poieendo lo suo 
IO di quelle dipinture, Evang.: Ubi. .. the- 
«Bnci finif p ibi est et cor tuum. 

SO. CoxTBfiNO. Atteggiamento. Inf. , IX : 
MsuAra femwùmU avéno e atto. Arme de*Gian- 
igliaeci , fiorentini. 

21. Cuamo. S'osava anco in prosa. L'oca 
é nraie degl' Ubriachi , nobili di Firenze , 
Qiorai ( Maiispini ). 

tt. Scbofa. Degli Scrovignl. D'atta Scro- 
vigii ai dice nel ISOfi innamorato in Padova 
DiBlt. — Gaosf A. Per pregna : dkesi anea- 



2&> Con questi Fiorentin son, Padovano. 
Spesse fiate m'intruonah gli orecchi 
Gridando: vegna il cavalier sovrano 

25 Che recherà la tasca co' tre becchi ! 
Quindi storse la bocca, e di fuor trasse. 
La lingua , come bue che'l naso lecchi. 

26 Ed io, temendo no'l più star crucciasse 
Lui che di poco star m' avea ammonito. 
Tornami indietro dall' anime lasse. 

27 Trovai lo duca mio ch'era Salito 
Già SU la groppa dei fiero animale, 
£ disse a me : or sie forte e ardito. 

28 Ornai si scende per si fatte scale. 
Monta dinanzi; ch'i* voglio esser meazo, 
Si che la coda non possa far male. 

29 Qual è colui ch'ha si presso '1 riprezzo 
Della quartana^ch'hagiàrunghiesmorte, 
E triema tutto, pur guardando il rezzo, 

30 Tal divenn' io alle parole pòrte : 



ra. — Fai. Ta che non se' né usuraio né dan- 
nalo. Simile alla domanda di Caronte, di Fle- 
giès , de' diavoli. Lo conosce vivo all' andar 
libero fra' tormenti. — Fossa) c. XXIII , 41) 

23. Vitaliano. Del Dente suo vicino, cioè 
concittadino , di Padova. Pet. : Pianga Pisto- 
ia e % cittadin perversi Che perduV hanno li 
dolce vicino. — Sinistro. Dunque più reo. 

24. Sovrano. In fatto d'usura. Inf., XXIIs 
Barattier fu non picciol ma sovrano. Gio. 
Buiamente fiorentino , ancor vivo nel 1300, 
che poi morì poverissimo. Aveva per insegna 
in campo giallo tre hocchi neri : e l'atto che 
segue , è in ispregio de' fiorentini usurai , ed 
è appropriato alla viltà di tale peccato. 

2fi. SToaSB. Is. , LVIl : Super quem lusi- 
siti? Super quem dilatastis os, et ejydstis Itti* 
guam ? 

26. Lassi. Dal dimenarsi e dalfàoco(terz. 16). 

27. FORTB. Reg. (11, 10): Etto virfortis. 

28. ScALB. Gerione , Anteo (Inf., XXXI), 
Lucifero (XXXIV). — Mezzo, Lat. medius ; 
tra Vuomo e la frode si pone la fciefisa.— 
Possa. Ombsso Va te ; come nel e. 1,1: La 
diritta via era smarrita , si sott* intende : da me. 

29. RiPRBZio. V. S. Padri : Sentire riptei- 
so di febbre. Pet. : j^uol ha già i nervi e i 
polsi e i pensier egri. Cui domestica febbre as- 
salir deve. — Rbxxo. Nod vorrebbe partirsi 
dal sole , e al vedere pur l' ombra , trema. 

30. MiNACCB. Non sempre ostile. Minae di- 
cevano i Latini le voci con che il bifolco spin* 

Seva i bovi al lavoro. — Sbrvo. Similitudine 
i padrone con servo è nel e. XXIX. 



156 



DELL* INFERNO. 



Ma vergogna mi fér le sue mioacce, 
Che 'nnanzi a buon signor fa servo forte. 

31 r m' assettai in su quelle spaliacce : 
Si volli dir ( ma la voce non venne 
Com' r credetti ): fa che tu m*abbracce. 

32 Ma esso ch'altra volta mi sovvenne 
Ad altro forte, tosto ch'io montai 

Con le braccia m'avvinse e mi sostenne. 

33 E disse: Gerion, muoviti omai: 

Le ruote larghe, e lo scender sia poco. 
Pensa la nuova soma che tu hai. 
H Come la navicella esce di loco 
In dietro in dietro, si quindi si tolse , 
E poi eh' al tutto si senti a giuoco , 

35 Là 'v' era '1 petto la coda rivolse ; 
E quella tesa, com'anguilla, mosse; 
E con le branche l'aere a sé raccolse. 

36 Maggior paura non credo che fosse 
Quando Fetonte abbandonò gli freni, 
Per chel ciel,come pare ancorasi cosse; 

37 Nò quando Icaro misero le reni 
Senti spennar per la scaldata cera , 
Gridando'l padre a lui: mala via tieni ; 

38 Che fu la mia quando vidi eh' i*era 

31. Spallaccb. Virg. : Tergo eontueta loca- 
vii Membra. — Vbnm. Virg. : ... Nee vox aut 
verba sequuntur. Inceplw clamor frustralur 
hiantcs. 

32. Forti. Ad altro difficile passo. Così 
diciamo: qui ita'l forte. Lo soccorse dall' ava- 
rizia 4 ed or dalla frode. 

33. Ruote. Come sogliono gli uccelli spe- 
cialmente di rapina. Virg. gli dice , scenda 
lento ed obbliquo , per non iscuotere troppo 
il F. vivo. Conv.: Meglio tarebbe voi, come 
rondine , volar basso, che , come nibbio , altis- 
sime rote fare sopra cose vilistime, 

34. Navicella. Rammenta i burchi (terz.7). 
— A Giuoco. Da potersi movere libero. Vola- 
re a giuoco nota la Cr. , degli uccelli di ra- 
pina quando si spaziano lasciati liberi dal 
cacciatore. 

35. Tesa. Come fii l'accello dell'ala. — 
Raccolse. Come natando. 

36. Fosse, in Fetonte. Ot., Met., II: Men- 
tis inops , gelida furmidin» lora remisit, — 
Pare. Apparisce nella vii lattea ( Ov. , Mei.; 
Par. , XIV ). 

37. Misero. Il verso soona caduta. — Re- 
ni. Ovid. : MoUU odoratas pennamm vineula 
cerai. 7a6iienifU eerae : nudos quatit ili» la* 
eerios, 

39. Vinta. Per il mota deirtnimale, sen- 



Neir aer d'ogni parte, e vidi spenta 
Ogni veduta, fuor che della Cera. 

39 Ella sen va notando lenta lenta , 
Ruota e discende: ma non me n'accorgo. 
Se non eh' al viso e disotto mi venta. 

&0 l'sentia già dalla man destra il gorgo 
Far sotto noi un orribile stroscio : 
Perchè con gli occhi ingiù la testa sporgo* 

(^1 Allor fu' io più tìmido allo scoscio ; 
Però eh' i' vidi fuochi e senti' pianti , 
Ond' io tremando tutto mi raccoscio. 

(^2 E udi' poi , che non 1* udia davanti. 
Lo scendere e '1 girar per li gran mali 
Che s'appressavan da diversi canti. 

hZ Comei falcon ch'ò stato assai su Tali» 
Che^ senza veder logoro o uccello ^ 
Fa dire al falconiere : oimò tu cali ! 

hk Discende lasso, onde si muove snella 
Per cento ruote, e da lungi si pone 
Dal suo maestro , disdegnoso e fello ; 

4-5 Cosi ne pose al fondo Gerione 
A piede a piò della stagliata rocca : 
E discarcate le nostre persone, 

!^6 Si dileguò, come da corda cocca. 

te vento al viso ; pel moto dello scendere, lo 
sente disotto ( tcrz. 33 ). 

40. Destra. Scesero dal margine destro: 
il fiume donque restava a sinistra. Per aver- 
lo ora a destra , convien che le rote che fi 
Gerione scendendo si tengano vicine al fio» 
me. — Gorgo. Di Flegctonte. Virg. '■ Gurga 
Aestuat, — Sporgo. Passa da senlia a sporgo; 
come alle terzine 20 , 21 da vegno a viéL 
Passaggi frequenti in Virgilio. 

41. Scoscio. Per guardare giù s'eri piega- 
to e quasi scosciato. 

42. Scendere. Dal suono appressantesl , 
sentiva di scendere; dal variare del suono , 
sentiva di girare con larghe ruote e lente.—- 
Apprbssatan ( e. Vili, 23 ). 

43. Logoro. Fatto di cuoio e di penne per 
richiamare il falcone , o dirizzarlo alla preda. 
Lo nomina nel Purgatorio in traslato. Gerio- 
ne scende sdegnoso come falcone che cala 
senza preda. 

44. Maestro. Frane. : mallre. — Fello. 
Irato ( Far. , IV ). Peir. ( Tr. Am. ) : Tanto ed 
suo amante più turbata e fella, 

45. A PIEDE. Ripetuto indica prossimità pia 
stretta , come a lato a lato ; e simili. La ra- 
pe era ritta sì che pareva stagliata. 

46. Cocca. Per saetta, Virgilio la chiaOM 
onmdtf. 



157 



CANTO xvin. 



ARGOMENTO. 



Siamo alPcUavo eerehio, diviso in fo$iit e $u ciateun fosso un ponte: i fossi 
girano in tondo , V uno inehiude V altro , come i tre gironi de' violenti , A che la 
dseima bolgia è ptò angusta di tutte. Nel mezzo della decima j cioè di tutte, s'apre 
il pozzo che ingoia i traditori. Le dieci bolge sono pe' frodolenti : nella prima i se- 
éutcri di donne per propria libidine o per altrui. Tra* ruffiani trovano un Bologne^ 
se , tra* seduttori a propria libidine , trovan Giasone. I seduttori si rincontrano 
co' ruffiani , quasi per farli arrotsire a vicenda delle loro turpitudini e delle frusta- 
te che pigliano. NeW eàtra bolgia gli adtUatori tuffati in istereo. 

Nota le tenìoelaUa 6; la 9, 10, 12, 13, 16, 21, 22, 27, 28, 31, 32; la 35 alla 
40; U 42, 43, 44. 



1 Luogo è in inferno, detto Malabolge, 
Tutto di pietra e di color ferrigno 
Come la cerchia che d' intorno 1 volge. 

2 Nel dritto mezzo del campo maligno 
Vaneg^ un pozzo assai largo e prorondo, 
Di cui suo luogo conterrà l'ordigno. 

3 Quel cinghio cherimane,adunque è tondo, 
Tra 1 pozzo e*l pie dell'alta ripa dura ; 
E ha distinto in dieci Talli il fondo. 



1. Malbbolgb. I diaToli chiamerà poi Ma- 
lebranche. Bolgia , arnese simile a bisaccia ; 
cosi ebiama il loogo Che*l mal deU' universo 
fttCfo 'ntaeea { Inf. , VII ) , dove giacciono i 
frodatori di chi fidanza non imbona ( Inf. , 
XI ). — Ferrigno. Virg. , di Caronte : Ferru- 
fmea ... cymba, Ar. » XI. Ferrigna scorsa.—^ 
CiacHiA. Il muro di masso dal quale scese, 
poruto da Gcrione. Cerehie dicevansl le ma- 
la di Firenze. — Volge. Come girare , è at- 
tifo e neutro assolato. 

2. Dritto. Come bel mezzo. — Maligno. 
lof. , VII : àlftligne piagge. Il pozzo è come 
Il colatoio de' dieci fossi; sentina d* Inferno. 
--Vaneggia (terz. 2tf ). — Luogo ( Inf. XXXI). 
— Ordigno. La strottara. Gaido : V ordigno 
del mondo. 

3. CiNcnio. il terreno che cinge il pozzo. 



5 



6 



Quale, dove per guardia delle mura 
Più e più fossi cingon li castelli , 
La parte dov' e* son rende figura ; 

Tale immagine quivi facean quelli: 
E com' a tai fortezze, da lor sogli 
Alla ripa di fuor« son ponticelli. 

Cosi da imo della roccia scogli 
Movén , che ricidean gli argini e i fossi , 
iDfino al pozzo che i tronca e raccògli. 



r ottavo cerchio , tra il pozzo e la rocca sta- 
gliala ( e. XVil ), è tondo e diviso da dieci 
valli , argini, soverchiati ciascano da an ponte. 
4 Figura. Conv.: Tutto euopre la neve , e 
rende una figura in ogni parte. 

5. Sogli. Per soglie (frane. teuHs ) , anco 
in prosa. 

6. Imo. C. XXIX ( terz. 13 ): Ad imo; per 
al fondo. — Movén. Inf. , XXIII : Un tasto 
che daUa gran cerehia Si move» e varca tutti 
i vallon feri. Ecco il senso : Qaal figura ren- 
de, presenta , il terreno dove più fossi cingo» 
no an castello , e sopra que' fossi son ponti- 
celli, che movono dalla parte della fortezza ; 
così in Malebolge dalla rape che cinge l'ot- 
tavo cerchio , si partono scogli che quasi pon- 
ti aecavalcian le bolge , e le tagliano a tra- 
verso, e mettono al pozzo, il qual pare troii- 



158 



DELL 1 N 1 E K N 



7 In questo luogo, dalla schieoa scossi 
Di Gerion, trovammoci : e' 1 poeta 
Tenne a sinistra, ed io dietro mi mossi. 

8 Alla man destra vidi nuova pietà. 
Nuovo tormento, e nuovi frustatori, 
Di che la prima bolgia era repleta. 

Nel fondo erano igoudi i peccatori. 
Dal mezzo io qua ci veniao versoi volto, 
Di là con noi, ma con passi maggiori. 

10 Come i Roman, per V esercito molto, 
L'anno del giubbileo , su per lo ponte 
Hanno a passar la gente modo tolto, 

1 1 Che dall* un lato tutti hanno la fronte 
Versoi castello, e vanno a santo Pietro, 
Dair altra sponda vanno verso 1 monte. 

12 Di qua di là su per lo sasso tetro 
Vidi dimon cornuti con gran ferzo. 
Che li battean crudelmente di retro. 



cadi e raccoglierli, poiché tatti ad esso con- 
vergono, come r asse d' una mota raccoglie i 
raggi, e quasi li tronca. I fossi e i ponti tatti 
pendono verso il pozzo, onde gli argini van- 
no scemando in altezza. — Raccògli. Li rac- 
coglie. Aecólo per accoglilo (Purg. , XIV) ; e 
cole anco in prosa per coglile, 

7. Luooo (e. XVII). Scossi. Esprime il di- 
spetto eon coi li posò. Virg.; Exeusnis hunUt 
da un cavallo. — Sinistra. Solita direzione 
de* due P.; perché scendon sempre a maggio- 
ri tormenti e reità. Anche Virgilio pone l'In- 
ferno a sinistra dello Eliso. I frodatori stan- 
no chinsi in bolge , come rei di più chiuso 
delitto. 

8. PiBTA. Pietà con terrore. Pet.: Di pietà 
e di paura emorto. Frustatori. Virg.: Bine 
•xattdiri genùtue, et satva tonare Verbera,^ 
Rrplsta (Par., XII). 

10. EsBRCiTO. Virg.: Corvorum,,, exerei- 
tue, — PoNTB. Di Castel s. Angelo ; Tanno 
1300, qnando Dante fu a Roma, ambasciato- 
re della repubblica a Bonifazio» questo papa, 
primo istitutore del giubileo . fece dividere 
il ponte per lo lungo si che la gente dall'un 
lato andasse verso Castel s. Angelo a s. Pie- 
tro , dall' altro verso il monte Giordano a s. 
Paolo senza intopparti : e v* erano guardie , 
dice l'Ottimo , clie additavano il passo. Così 
neli' Inferno, dai mezzo della larghezza della 
bolgia fino alla sponda venivano volti al P. ; 
dall' altro mezzo sino all' argine del secondo 
fosso andavano in là. Altri pel monte intende 
il Gianicolo. — Tolto. Tor modo per preii- 
den epediente, anco in prosa. I 



13 Ahi come facon lor levar le berze 
Alle prime percosse I E già nesauoo 
Le secoode aspettava né le tene. 

ih Mentr io andava, gli occhi miei io uno 
Faro scontrati ; ed io si tosto dissi : 
Già di veder costui non son digiaoo. 

15 Perciò a figurarlo gU occhi affissi ; 
E1 dolce duca meco si ristette, 

Ed assenti eh' alquanto indietro gissi. 

16 E quel frustato celar si credette 
Bassando '1 viso : ma poco gli vabe, 
Ch* io dissi: tu che rocchio a terra sette, 

17 Se le fazion che porti non sob fabe, 
Yenedico se* tu Caccianimico. 

Ma chi ti mena a si pungenti salse? 

18 Ed egli a me: mal volentier lo dico; 
Ma sforzami la tua chiara favella 
Che mi fa sovvenir del mondo aoUco. 



12. Sasso. La bolgia era tutta pietra flerz. 1). 
Saxum per parte di monte è in Virgilio. — > 
Cornuti. Siamo alla pena del leoocioio. ^ 
Fbrze. Per isferxe^ anco iu prosa. 

13. Berzb. Parte della gamba dal ginocchio 
al pie. Alzar le gambe, dicesi tuttora per fm§* 
gire. Altri 6erza per pustola. 

14. Scontrati. Sempre gli occhi hanao vi- 
ta e quasi anima propria. — Digiuno. CoiI 
dirà la vista fasta; e gli occKi inebbriaH (laT, 
XXIX ) e fascere gli occhi (Inf., XVll). Ario- 
sto : Vorrebbe dell* impresa esser digiuno . . • 
JVessuno Di far festa a Ruggier restò digimno» 

Itf. FiouRARLO. Raffigurare vien certo da 
figurare. — Indietro. Questi dannati gli te- 
ni?an di faccia, e correvano (terz. 9). 

16. Cblar si: I viziosi più vili fuggono ogni 
conoscenza. — Gbttb (c. XVII, t. 21). 

17. Faiion. Fattezze. Virg. : 5ic oro /brt> 
bat. Novellino, Vili : Era di nobil fazimù , 
e stava con pietosa faccia, — Salsb. Cosi art 
chiamata un' angusta valle circondata di grìga 
coste senz'alberi fàor di porta s. Manunalo 
in Bologna , dove si punivano i malfattori , 
si frustavano i ruffiani e simil gente, si get- 
tavano i corpi scomunirati. Ed era proverbili 
infame quel nome. E tuttodì i contadini chia- 
mano quel luogo le Sars», Parlando ad ira Bo- 
lognese , Dante gli rammenta i supplizii del 
luogo natio ; egli ch'era stato a studiare a Bo- 
logna. E però il dannato dice cAiaro la sua 
favella , che gli ridesta le memorie della pa* 
tria , e con questa dolcezza lo muove a dire 
quel che avrebbe celato. 

18. Sforzami. Simile nel e. XXIV, 45. 



CANTO XVIII. 



159 



dì colui che la Ghisola bella 
Ufi a far la voglia del marchese^ 
che suoni la sconcia novella. 
ìOD pur io qui piango, Bolognese ; 
■* è questo luogo tanto pieno 
inle lingue non son ora apprese 
ìker iippa tra Savona e 'i Reno, 
di ciò vuoi fede o testimonio, 
U a mente il nostro avaro seno. 
«1 parlando il percosse un demonio 
sua scuriada, e disse : via, 
MI I qui non son femmine da conio. 
■t raggiunsi con la scorta mia. 
a eon pochi passi divenimmo 
OBO scoglio della ripa uscia. 
sai leggeramente quel salimmo ; 
Iti a destra sopra la sua scheggia, 
adle cerchio eteme ci partinuno. 
nodo noi fummo là dov'ei vaneggia 
tic per dar passo agli sferzati, 



ISOLA. Sorella di Venedico ; egli la 
a lenrire alle voglie d'Obizzo da Este, 
I Ferrara. Pare che Taria corresse di 
•ce ; ma Dante , in odio de* Guelfi 
aatevcrantemente V afferma. E la gael- 
|M è da lui detta madre di ruffiani 
; flModa perché avara.-— Novella. B. 
il; Non credere di leggieri le novelle. 
MK Lo falsa nwella totto vien meno, 
oLoaicisB. Modo simile nel e. XVIl: 
Ili Piorentin §on , Padovorut, — Ap- 
i irate. Brunetto : Ben affruo 



trfA. I Bolognesi, e i Veneti, per affer- 
m tonti dicono : s\ pò. — Reno. Fiu- 
fvali è Bologna. — Avaao. Juv. : 
Major avaritiae paiuii tmui. Auon.: 
• in fuaifo teno delV avariiia. L'Otti- 
I dw la ruffianeria ivi germogliò per 
», cioè r università popolata di gioven- 
liuice e corrotta. 

cuaiADA. fiuti : Colla quale $i baite 
Ì9 ewero li faneiulU, — Conio. Da 
are a danaro. Nei XXX , conio per 

li. G. XII, 44 : Si raggiunge Ove... — 
liMteggiaron finora 1' alto muro a sini- 
•ffdaiido a destra ; ori trovano un pon- 
U parte dal mnro , e accavalcia il fos- 
lalgotto , e si partono dalla stagliata 
tgma cerehia, non caduca come quel- 
città di Firenze. 
csB«aiA. fiutava un frammento, una 



Lo duca disse : attienti, e fa che feggia 

26 Lo viso in te di quest'altri malnati, 
A' quali ancor non vedesti la faccia. 
Perocché son con noi insieme andati* 

27 Dal vecchioponteguardavamlatraccia 
Che venia verso noi dall'altra banda, 

E chela forza similmente scaccia. 

28 II buon maestro senza mia dimanda 
Mi disse : guarda quel grande che viene 
E per dolor non par lagrima spanda. 

29 Quanto aspetto reale ancor ritiene ! 
Quelli è lason che per cuore e per senno 
Li Golchi del monton privati fene. 

30 Elio passò per risola di Leooo 
Poi che r armte fenmiine spietate 
Tutti li noiaschi loro a morte dienno. 

31 Ivi con segni e con parole ornate 
IssiBle ingannò la giovinetta 

Che prima tutte T altre avea'ngannate 

32 Lasciolla quivi gravida e soletta* 



lista , per così dire , della rape a servire dì 
ponte sul fosso : e di sotto era vuota per dar 
passo agli sferzati. — ErsaNS. Inf. (I, 38 ): 
Luogo etemo. 

25. Attibnti. Fermati. V. S. Padri : Io wm 
mi pouo attenere eh* io non mi levi. — Fjm* 
fiiA. L'aspetto loro venga diritto a te. Inf. , 
X : Semier eh' ad una vcUle fiede. 

26. Faccia (terz. 9). Per vederli si ferman 
sol ponte , e volgono il viso in dirittura op- 
posta a quella da cui son venuti luogo U 
rupe. 

27. Vecchio. Inf.» XII : Vecchia roccia,'^ 
Traccu. Fila (e. Xll» terz. 19). 

28. DiKANOA. Gliel mostra perch'efa un 
antico. Virg. gl'insegna sempre i chiari uo- 
mini de* secoli più remoti. — Par. G. XIV : 
La pioggia non par ehe*l maturi. 

29. Iason (Ov., Met. ). Petr. ( Tr. Àm, ): 
QuelV è laton, e quelValtra è Hedea Ch'Amor 
e lui fenili per tante ville. 

30. LsNNO ( lleroid.). — ArnoiTS. Perchè 
uccisero uomini ; spietate, perchè padri e UM- 
riti : per vendetta delFessere que* di Lenno gia« 
ciuii con le donne de* vinti nemiici. — Dum* 
NO. Virg. Dal... leto. 

31. Sbgni. Petr.: Con parole e eon tmni 
fui legato. — Ornatb. Inf., 11 : la fifa pa- 
rola omatm. — 'NaANicArB. Salvando il pa- 
dre Toante. 

32. Vbndstta. Pena del tradimento UUo 
da Giasone a Medea. 



160 



DELL* INFERNO 



Tal colpa a tal martiro Ini condanna : 
E anche di Medea si fa vendetta. 

33 Con lui sen va chi da tal parte inganna. 
E questo basti della prima valle. 
Sapere, e di color che 'n sé assanna. 

34 Già eravam là 've lo stretto calle 
Con r argine secondo s*incrocìcchia, 
E fa di quello ad un altr' arco spalle. 

33 Quindi sentimmo gente che si nicchia 
Neir altra bolgia, e checol muso sbuffa, 
E sé medesma con le palme picchia. 

36 Le ripe eran grommate d' una muffa, 
Per r alito di giù che vi s* appasta , 
Che con gli occhi e col naso iacea zuffa. 

37 Lo fondo è cupo si che non ci basta 
Luogo a veder senza montare al dosso. 
Dell' arco ove lo scoglio più sovrasta. 

38 Quivi venimmo ; e quindi giù nel fosso 
Vidi gente attuffatta in uno sterco 



33. Parte. Sedacendo. I seduttori dall' nn 
Uto , i mezzani d' amore dall' altro. — As- 
sanna. Inf. , XXXI : Divora, 

34. Galli. Il ponte sul fosso s'incrocic- 
chia coli' argine , perchè il medesimo scoglio 
sempre traversa gli argini tutti, diviso come 
in tanti archi ( terz. 6. ). E l'argine è spalla 
all' altr' arco dei fosso seguente. 

35. Nicchia. Nicchiani è dolersi di cosa a 
coi s' abbia ripugnanza. Erano nello sterco , 
e però sbuffavano , atto di chi sente gran 
pazzo. — Altra. Colloca 1 seduttori vicino 
agli adulatori « perchè adulari ( dice il Gri- 
sost. ) eif seductorum* Plutarch. : Adulator 
voluptatum minitUr. Onde la frase comune : 
lenocinio delle parole. Nella prima bolgia Gia- 
sone che seduce con ornate parole , neil' altra 
Taide che lusinga l' amante sedotto. E nota la 
gradazion della pena : il ruffiano men reo del 
seduttore ingrato ; questi men dell' adulatore 
malvagio. Non tutti , nota Pietro di Dante , 
qui sono gli adulatori , ma que' che lusinga- 
rono il male. 

36. Alito. Virg. : Talis sete halitta atris 
Faueibus effundens supera ad eonvexa fere- 
bat, — Zuffa. Dicesi : urtar l' odorato , of- 
fendere la vista , percoter l'udito. S. Gre^fo- 
rio pone in Inferno , faetor irUolerabUis , fla- 
gella caedentium , horrida vitto daemonum. 
In queste parole è come il germe del canto. 

37. Dosso. D' uno scoglio , Virg; Dortum 
immane, (Conveniva salire nel più allo del pon- 
te, perchè per poco che il raggio visuale si 
fvsse scostalo dalla perpendicolare , sarebbe 



Che dagli uman privati parea mosso. 

39 E mentre ch'io laggiù con l'occhio ceico. 
Vidi un col capo si di merda lordo 
Che non parea s' era laico o cheroo. 

M Quei misgridò: perchè se'tu al'ogordo 
Dì riguardar più me che gli altri bnittit 
Ed io a lui: perchè se ben ricordo 

kì Già t*ho veduto co' capelli asciutti ; 
E se' Alessio Interminei da Lucca : 
Però f adocchio più che gli altri tutti. 

42 Ed egli allor battendosi la zucca : 
Qua giù m' hanno sommerso le lusinglia 
Ond* i' non ebbi mai la lingua stucca. 

43 Appresso ciò lo duca: fa che piaghe, 
Mi disse un poco'l viso più avante, 

SI che la faccia ben con gli occhi attin^ 
ik Dì quella sozza scapigliata fante 
Che là si graffia con l' unghie merdose. 
Ed or s'accoscia, «dora è inpiedestante* 



ito a ferire no 'l fondo ma Tana o l'altra 
sponda del fosso. SigniGca forse che per he» 
ne osservare certi vizii e' bisogna allontanar- 
sene ; l'adulazione segnatamente, capa insie- 
me e schifosa. 

38. Privati. Per cent: dicesi tuttavia. 

39» Lordo. Quintil. : Omnia verha ima Uh 
eie optima: etiam tordida dicuntur prtìfm§,'^ 
Parsa. Appariva. C. 11: Qui ti parrà la tttm 
nobilitate, — Cherco. Questo forse perchè 
r Anielminelli era cavaliere , un che di mei* 
zo tra cherico e laico. 

40. 'Ngordo. Ar. ( XXX , 26 ) : Di veder fa 
pugna ingordo. — Brutti ? Sudici. G. Vili: 
Chi fa' che ti te' fatto brutto ? 

41. iNTERUiNEi. Antelminelli , illustre 
famiglia, di cui nacque Casiruccio. 

42. Zucca. Per dispregio. L'Ottimo la no- 
ta come voce lucchese: ora di tutta Italia. 

43. Attingue. Fr. lacop.: Patta U del tui- 
lo stellato, Ed attinge allo tperare, 

44. Fante. Persona di condizione bassa, 
Furg. , \i : E tallo in Campagnatieo ogni 
fante. Ar. , XXUl : A farti moglie J* un po- 
vero fante. — Unghie. Altro segno di dolore. 
Virg.: Vnnuibut ora soror foedans etpectora 
pugnit. — Merdose. Eccles. ( IX . 10 ): Oin- 
nit tnulier , , . furnicaria , quati tterwa m 
ria conculcabitur, Joei : Coinpulruerunt . . • 
in ttercore tuo. Prov., XII: Putredo in ont- 
btit ejut (juae confutione ret ditjnat gerii. La 
fu scapigliala per contrapposto ai roeretricU 
ornamcQti. — Cu. Atti d' inquieta e di sfac- 
ciata. 



CANTO xvni. 



161 



i5 Taida è , la puttana che rispose 



Grandi appo te T-^Anzi meravigliose. 



Al dnido suo quaodo disse: ao io grazie k6 E quioci sieo le nostre viste sazie. 



41. Taida. Non la greea Ciniosa, ma Tai- 
de éell' Eooaeo di Terenzio, li P. qui prese 
oao slMgUo. Trasone in Terenzio domanda al 
iMiaghiero Gnatone : Magnai vero gratia* 
Offra Tkaii miki ? E Gnatone : Ingentn. — 
Aim tu , laeta esf t — Non tam ip$o qmidem 
demo • quam ote te datum éste. Porse Dante 
anè inieao che le losinghe yenissero da Tai- 
da , e Gnatone le riferisse ; e ponendo lei 
mH' Inferno avrà volato indicare che adnla- 
è Tizio meretricio. Montaigne: il n'en 
qm entpoiionme foia k$ prineei 9iia la 



flaUerie ... ni maquerélage tipropn et ti or- 
dinaire è eorrompn la ehaiteté det femmes , 
que de Ut paUn et entretenir de Uun lou- 

I 46. SAzn. Eccl. ( 1,8 ) : Non eatmatmr oeu- 
lu$ irieu, ( Or si noti : nella prima bolgia un 
antico e nn moderno , Caccianemico e Giaso- 
ne ; nella seconda nn moderno e nn antico , 
Alessio e Taide. Il canto è del genere comi- 
co» bellezze dal classico antico diverse, ma 
classiche )• 



162 



DELL' INFERNO 



CANTO XIX. 



ARGOMENTO. 



Nella terza % iimoniaei. La pietra è piena di fori ^ Mti Ì uguale larghézxa, 
da eofUenere il corpo d'un uomo. Dalla bocca del foro epuniano i piedi , e pmU 
delle gambe d' un dannato , ardenti di fiamme ; da che $i deduce che V intero re* 
cinto è infiammato. Quando giunge un dannato nuovo , quel eh eece co piedi dd 
foro , tn casca dentro^ e l ospite recente rimane a dimenare infuora le gambe. ÀI 
vedere uno degV infornati guizzare e ardere più degli altri , t( P. <* invoglia di Hr 
pere chi sia. Virg. lo porta di peso fin giù neUa bolgia. E* parla a papa NteeA 
Terzo , e gli rimprovera il suo peccato. Fai Yirg, lo porta stU ponte della bólfi^ 
seguente. 

Nota le terziDe 1 . 4, 5; It 7 alla 11 ; la 90 , 22 ; la 24 alla 27 ; la 30 ; la 33 alla 
36; la 38, 40, 41, 42. 



1 Simon mago , o miseri seguaci 
Che le cose di Dio, che di bontà te 
Deono essere spose , e voi rapaci 

2 Per oro e per argento adulterate ; 

Or convien che per voi suoni la tromba, 
Perocché nella terza bolgia state. 

3 Già eravamo alla seguente tomba 
Montati , dello scoglio in quella parte 
Ch* appunto sovra'l mezzo fosso piomba. 

1. Simon. Simonia, definisce Pietro di Dan- 
te , studiosa cupidiias emendi vel vendendi ali- 
quid spirituale. Simone chiese a s. Pietro gli 
fosse comaoicato il dooo di fare miracoli , 
promettendo danaro in cambio , onde sdegna- 
to l'Apostolo (Act. fVlll) : Fseunia tua teeum 
sit in perditionem : quoniam donum Dei exi- 
stimasti pecunia possideri. Da coloro che per 
danaro mercanteggiano l'onor delle donne, e 
per lucro lusingano , si passa a coloro che 
per danaro vendono le cose di Dio che di bon- 
tà devon essere spose, e fanno strazio della 
sposa di Cristo , la Chiesa , e nel profanato 
nome di lei , Futtaneggian coi re. Questo pas- 
saggio è per sé solo una satira amara. — Bon* 
TATI. Vengono dalla bontà di Dio , coH'uma- 



k O somma Sapienza , quant*è Farle 
Che mostri in cielo , in terra , e nel mal nMHid» 
E quanto giusto tua virtù compartel 

5 r vidi per le coste e per lo fondo 
Piena la pietra livida di fori 
D'un largo tutti; e ciascuno era tondo» 

6 Non miparén meno ampi né nia(;gioii« 
Chequeicheson nelmio bel sanGiovanai 
Fatti per luogo de*battezzatori. 

na bontà dovrebbero andare congionte. 

2. AocLTiRÀTS. S. Thom. : 
procurat quod EccUsia quae sst sponea Ckfi^ 
sti , de alOs aravida sit quam de spanto» — 
Tromba. Modo d' Isaia. 

3. Tomba. Eccles.: Vidi impios sep^ASes: 
qui etiam quum adhue vivennt , in loco 
età erant. — Mezzo. Nel mezio del 
Virg. : Medio . . . ponto. 

4. Comparti ! Nel VII inorridisce alla _ 
degli avari : qui conosce sapiente la pesa et' 
simoniaci. 

5. Livida. C. XVHI ,\: Di eolor fsrrigtm. 
l fori erano e dai lati della bolgia , e sol piali 

6. QuBi. Che si vedevano ( dice 1' Adoo. )» 
tu eerti battessatori nella chissà maggiore il 



e AJ« TO XIX. 



163 



7 L' an degli quali /ancor non è molfanni^ 
Rupp io per un che dentro v'annegava. 
£ questo sia suggel ch'ogni uomo sganni. 

8 Fuor delia bocca a ciascun soperchiava 
Duo peccator li piedi, e delle gambe 
Infino al grosso , e l' altro dentro stava. 

9 Le piante erano accese a tutti intrambe; 
Perchè si forte guizzavan le giunte 
Che spezzate averian ritorte e strambe. 

10 Qaal suole il fiammeggiardellecose unte 
Muoversi pur su per l' estrema buccia , 
Tal era li da' calcagni alle punte. 

11 Chi è colui, maestro, che si cruccia 
GolzzaDdo più che gli altri suoi consorti, 
Siss'io» e cui più rossa fiamma succia ? 



12 Ed egli a me: se tu vuoi eh' i' ti porti 
Laggiù per quella ripa che più giace, 
Da lui saprai di sé e de' suoi torti. 

13 Ed io : tanto m'è bel quanto a te piace. 
Tu se' signore : e sai eh' i' non mi parto 
Dal tuo volere ; e sai quel che si tace. 

14 Allor venimmo in su l'argine quarto; 
Volgemmo, e discendemmoamano stanca 
Laggiù nel fondo foracchiato earto. 

15 E'I buon maestro ancor dalla sua anca 
Non mi dipose, si mi giunse al rotto 
Di quei che si piangeva con la zanca. 

16 qual che se' che 1 di su tien di sotto. 
Anima trista, come pai commessa, 
CominciaMo a dir, se puoi, (a motto. 

11. Pib. Come papa , di tatti più reo. — 
Succia? Ne assorbie ogni amore. Virg.: Lam- 
bire fiamma eomas , e f circum tempora pasci, 
Um mti mezzo del tempio, fatti perchè vis'tie- 1 12. Giaci. Dov'è più dolce il pendio, pe- 
no i fnU eh» battezzano , acciocché etieno 1 rò la base più larga. Virg. r Terrasque jacory- 



t. Gio^ di Firtnze , che tono di tale amptex- 
M dU MI garzone v'entra. Sono ( dice il Lao- 
) quattro pozzetti intomo alla fonte , pò- 



JMÉ fr$uo air acqua , e postano molti in un 
i i Mf w attendere a battezzare ( giacché i bat- 
tenni allora si facevano tatti nel scbato san- 
to ). Kel 1626 ui lavacro fu demolito. — Bbl. 
Il qsel battistero pendevano l'elmo e la spa- 
4a del vescovo d'Arezzo, morto alla battaglia 
di Compaldino , dove il P. combattè forte- 
ti sm s. Giovanni gli destava la me- 
li* om gloriosa giornata. E le armi 
( ■MUangorato trofeo ) vi stettero appese 
m a Cosimo III ( Pelli , p. 96 ). 
7. AifHi. Donque verso il 1300. — Rupp*. 
forse di legno. — - AirNieAYA. Scherza a- 
eo^n f ci cadde , pare , a capo all' ingiù. 
IM 1 forse venne a Dante V idea di questa 
Mfia iofemale. — Sganni. Qoest' atto all'esu- 
le ava stato forse apposto ad audace empie- 
tà. Però qaì ne parla. E dice tuggel, perchè '1 



tee. Altra volta Virgilio lo porterà per salvar- 
lo da' diavoli punitori della baratteria. — 
Torti. Peccati. Petr. : Ove piangiamo U no- 
etra e V altrui torto. 

13. Bbl. Mi par bello, m'aggrada. Ingoe- 
sto senso abbella nei Paradiso e nel Purgato- 
rio provenzalmente abelis, — Tacs ( Inf., X, 
6; e XVI, 43 ). 

14. QuAiTO. Scesero il ponte della bolgia 
terza ; perchè da ogni bolgia il muro che è a 
manca verso la roccia, è più aito. — Stan- 
ca. Sinistra : anco io prosa. — Arto ( Par., 
XXVlIi, 11 ). Stretto è il fondo della bolgia 
e perchè il pendio delle muraglie tale lo ren- 
de , e perchè de' simoniaci non ve n'ha mol- 
tissimi , e perchè stando ne' fori del fondo e 
delle coste , tengono meno spazio degli altri 
dannati. Nel Purg. artezza per ittrettezza. 



terre a distinguere il vero testimo- 1 15. Anca. Tenendolo alzato lo reggeva quasi 



iliMIUeo 

•l AcciSB. Per assomigliare i simoniaci a 
wtHien che peccarono contro Dio e agli osa- 
riL SUboo capoTolti , ad indizio della per- 
degU animi loro, volti alla terra; e 
sola 9 la sola apparenza , volgesi 
. Cori nel Purgatorio gli avari giaccion 
Così nell'Inferno gli avari vanno 
; e gli osnrai stanno a terra raccolti: 
iliai nel sasso a cercar quasi V oro 



r 
•1 



ekm mt noati si chiode. — Intbambs. Anco 



col fianco. — Diposi. Per depote, comune al- 
lora , come ora dittrutto per destrutto, — Rot- 
to. Foro (Purg. , IX). — SI. Sin che. Più sot- 
to : Sì man portò. — Pianobta. Ogni segno 
di dolore agli antichi era pianto. Da piango. 
— Zanca. Gamba. Viveva anco nel 500. Ora 
in Toscana dicono cianca. Virgilio lo traspor- 
ta , perchè 1' asprezza del cammino , il pen* 
dio rovinoso , i fori , la fiamma , erano in- 
ciampi al passo d' un tìvo. 
16. GoMMissA. Fitta sì che combaci col 



la pnm. — Giunti. Giantore, collo de pie- I foro. Che '( palo, dice l'Ott., v'è il più tottite 
0. FÉld: CcrU U giunte, U pie largo ec. — Idt iotto, Ciéscens.: Si commetta nella fetr 
inmnm. Legame d' attorti ramuscelli. — | aura. 
Legasi d'erbe intrecciate. 



16% 



DELL* INFERNO. 



17 Io stava eome 1 frate che confessa 
Lo perfido assassìn, che, poi eh* è fitto, 
Ricniama lui, perchè la morte cessa. 

18 Ed eì cridò: se' tu già costi rittoj 
Se* tu gii costt ritto, Bonifazio "f 

Di parecchi anni mi menti lo scritto. 

19 Se* tu si tosto di quell* aver sazio 
Perlo qual non temesti torre a'nganno 
La bella donna, odi poi fame strazio? 

20 Tal mi fec'io qua'son color che stanno 
Per non intender ciò eh* è lor risposto. 
Quasi scornati; e risponder non sanno. 

21 Allor Virgilio disse: dilli tosto: 

Non son colui, non son colui che credi. 
Ed io risposi com* a me fu imposto. 

22 Per che lo spirto tutti storse i piedi: 
Poi sospirando e con voce di pianto, 
Mi disse: dunque che a me richiedi? 

23 Se di saper ch'io sia ti cai cotanto 



Che tu abbi però la ripa scorsa, 
Sappi ch*io fui vestito del gran manto. 
2i> E veramente fui fìgliuol dell* orsa, 
Cupido si per avanzar gli orsatU, 
Che su r avere e qui me misi in borsa. 

25 Di sott* al capo mio son gli altri tratti» 
Che precedetter me simoneggiando, 
Per la fessura della pietra piatti. 

26 Laggiù cascherò io altresì, quando 
Verrà colui eh* io credea che tu fossi 
Allor eh' i* feci 1 subito dimando. 

27 Ha più è 1 tempo già che i pie mi eossi 
E eh' io son stato cosi sottosopra » 
Ch*ei non starà piantato co* pie rossL 

28 Che dopo lui verrà di più laid*opra, 
Di ver ponente un pastor senza legge» 
Tal, che convien che lui e me ricuopra. 

29 Nuovo lason sarà, di cui si legge 
Ne* Maccabei. E come a quel fu molle 



17. ASSASS15. Ch9 pwr pecunia uccise uofno: 
cosi r Ottimo. Ben paragoni chi occide prez- 
zolato a chi prezzolato consacra. Auamnui 
plantetur capite deonwn , ita quod moriatur. 
Gli antichi decreti di Firenze. QaesU pena 
chiamavano prop<ig§inare. — Cbssa. Qoand'è 
già a capo in giù, e stan per buttargli la ter- 
ra , e soiTocarìo , e' richiama il tnie, per con- 
fessarsi di qualche altro peccato; e cosi ces- 
sa , difTerisce la morte. Il Monti fa morte pri- 
mo caso : men bello. 

18. Bonifazio? Nicolò ITI si crede d*aver 
vicino e già dannato Bonifazio VILI. Quando 
Dante questo scriveva , Bonifazio era morto 
di poco. — Scritto. Il volume del fàturo in 1 
cui leggono, secondo Dante, i dannati ( inf.. | 
X). Bonifazio doveva seder ponteflce ott' an- 
ni e più : ed era stato coronato nel 1294. Il 
viaggio di Dante è nel 1300 : onde eran corsi 
sei anni e due mesi. 

19. 'Nganno. Ingannando Celestino V ; e 
inducendolo a rifiutare il papato. — Bella. 
S. Paolo , della Chiesa .* Non habentem ma- 
evlam aut rugam, — Strazìu? L'Ott.: NuUo 
maggiore strazio puote uomo fare della sua 
donna che tottometterla per moneta a ehi iKà 
ne dà, Monarth. : Matrem proiltftiunf , /ra- 
tres expeltunt (de' preti malvagi ). Indegne fu- 
rono le tresche politiche di Bonifazio con la 
Francia. 

21. Colui. Ripete la risposta, come fb la 
domanda: Se* tu ec. 

22. Storse. Per vergogna d' avere parlato, 
a>J aUri che a chi egli credea complice ano. 

•i:i. Manto. Parg., (IX: r^^a'lgran manto. 



24. Orsa. Nicolò III eletto nel dicembre dd 
1377 , regnò due anni e otto mesi : era de- 
gli Orsini , chiamati anticamente fiH urei. Il 
Petrarca in una canzone gioca ss questo e»* 
gnome. — Borsa. Ecco altra ragione di qi^ 
sto modo di pena. 1 fori somigliano alle bor- 
se , a' simoniaci si care ( V, Inf. , XI ). Il 
simile degli usurai , ma con meno tormeUa. 

25. Tratti. Tirati giù da forz« murflriee. 
— Piatti. Appiattati. AlberUno : PiatH trur 
dimenti. Ariosto : Nel fodero lasciando il br»r 
do piatto» 

27. Più. Dalla morte di Xicolò a quella di 
Bonifazio vent'aoni; da Bonifazio a Clemente, 
undici — Sottosopra. Ar., XXIX : Sauaptm 
te ne^na con la cavalla. — 

28. Doro. Non subito dopo. Tra Bonifazie 
e Clemente V venne Benedetto XI buon papa, 
intento a rappaciare le toscane discordie. Mori 
il ventisette luglio 1304. — Pomc^cts. Gm- 
scogna eh' è al ponente di Roma. Par., XXVII: 
Del sangue noUro Caonini e Guaschi 9mp- 
parecrhian di 6fre. — Leggb. F^potsmnsalft 
gè chiama il Petr. i Tedet»cbi. 

29. Iason. Sommo sacerdote per fafOfa 
d' Antioco usurpatore ; il quale avuto il 

180 promesso da Giasone in mercede, lo 
se dal sacerdozio. Mach. (l. Il): 
Jaton . . . tummum eacerdotium . . . promittcm 
ei talenta ... ex redditibut. SìmìI ptlto par 
facesse Clemente a Filippo : favorisse l'elczioR 
sua , ed egli trasferirebbe in Avignone la m* 
de. — Molli. Un postillalure antico : vr^ 
mitit regi Franeiae quietjuid , ut esset p^ipm. 
Altri smentiscono questa voce. 



CANTO XIX. 






Suo re, cosi fia lui chi Francia regge. 

30 Io non so 8*1* mi fui qui troppo foUe , 
W r pur risposi lui a questo metro : 
Deh or mi di' : quanto tesoro volle 

31 Nostro signore in prima da san Pietro, 
Che ponesse le chiavi in sua balia \ 
Certo non chiese se non : viemmi dietro. 

32 >'è Pier né gli altri chiesero a Mattia 
Oro o argento , quando fu sortito 

Nel luogo che perdo \ anima ria. 

33 Però ti sta; che tu se* ben punito. 
E guarda ben la mal tolta moneta 
Ch*e88er ti fece centra Carlo ardito. 



3!h £ se non fosse eh' ancor lo mi vieta 
La reverenzia delle somme chiavi 
Che tu tenesti nella vita lieta , 

35 r userei parole ancor più gravi : 
Che la vostra avarizia il mondo attrista 
Calcando i buoni e sollevando i pravi. 

36 Di voi pastor s'accorse evangelista, 
Quando colei che siede sovra Tacque 
Puttaneggiar co* regi a lui fu vista ; 

37 Quella che con le sette teste nacque, 
E dalle diece corna ebbe argomento , 
Fin che vìrtute al suo marito piacque. 

38 Fatto V* avete Dio doro e d'argento ; 



' 30. Potui. A contendere con mi dannato. 

Hsimo. Più sotto: CanXana eoXai note* 

— Di'. NoTcllino , LX : Rispot9 : or mi di^ , 
come , p9rdirò io ?— Tesoro. Is. : Dato tibi 
tktiOMfwn» 

31. GmAVi. MaUb. : Tibi daho elaves re- 
§m eoelorum... quodeumqw tolverit ce. — 
Dmrno. nati. : Seqwn me. In lotto il canto 
spirano il dispetto , lo scherno: e abondaoo 
le aUnsiooi bibliche per combattere gli avver- 
tarii con le proprie loro armi. Ma ilP. toflie 
e^l stesso fede alle sue parole col soverchia- 
iMote ampUficare i difetti di quel Papi , col 
quali era adiralo perchè non favorirono i 

Ghibellini. . 

33. Hattia. Eletto in vece di Giada. Act.: 
Candii iort mpar Mathiam. Gita nella Monar- 
diie onesto passo. 

33. GciRDA. Ironico. Ad. : Pecunia tua te- 
emm sif in perditionem. Or che tu pure se' in 
borsa , or custodisci il mal tolto danaro , 
arato da Procida i er far contro all' Angioino 
(ood' e' scrisse lettere a' congiurati con Pro- 
cida , ma non le bollò con bolla papale ): o 
pìatloslo il danaro che tu accumulasti onde 
ti Tenne baldanza di volerti imparentare per 
▼ia d'un nipote con la casa d' Angiò ; e ri- 
fiatalo . le divenusti nemico , lo strìngesti a 
rinunziare la dignità senatoria di Roma , il 
ficariato di Toscana. Nicolò iU ingrandì i suoi 
eungionii. ? l fece da Ridolfo imp. donare la Ro- 
magna e Bologna. Voleva, dicesi» fare due regni 
della Toscana e della Lombardia , per darli 
a due suoi nipoti. Per lo rifiuto di Carlo d'An- 
no , il qual disse non volersi imparentar con 
on prete , e forse per l'oro di Procida , as- 
eeail con iscritto a' diritti di Gostanza d'Ara- 
flooa sul regno di Sicilia (Vili., VII, 94). 
34. RITBBBN2IA. S. Lco: DigrUtasetiamin 
haende non delicU, Monarch. : Illa ra- 

• ^a* a A A .^ A * 



«frvMfta /reCvf quam piuspUui debet patri , 
piu$ fikmi mairi , pi^ ùi Christum , pius in 



eccl9$iam » ptof in pagtor$m , ptui in omnn 
ehristianam religionem profiteniei. — Lieta. 
Inf. , VU .' Nell'aer dolce che dal eoi t* aUegra. 

35. Userei. Virg. : HU voeibui usa est. — 
Attrista. Prov. : Conturbai domum guam , 
qui seetaiur avariiiam. — Calcanoo. Boel.: 
Perversi residenl eelso lUores tolio, sanctaque 
calcanl Injusta vice colla noeentes. Nel Con?, 
e' si lagna , che per amore delle ricchezze i 
buoni siano in dispello letali , e U malvagi 
onorati ed escUlati. 

36. S' ACCORSE. Vi scorse e giudicò profe- 
tando. Inf. , XV: Non puoi faUire aglorioào 
porto , Se ben m' accorsi, — Vangelista. Ven- 
ne un de* sette Angeli che avevano le sette cop- 
pe , e parlò a me dicendo : vieni. Io ti mo- 
ttrerò la dannasione della gran meretrieeche 
siede sulV acque molte , con la quale fornica- 
rono i re della terra ^ e s'inebriarono coloro 
eh* abitan la terra del vino della prostituzio- 
ne sua. E mi rapì , in ispirilo , nel deserto. 
E vidi una donna sedente sopra una bestia 
di rosso colore , piena di nomi di bestemmia, 
avente sette capi e dieci coma: e la donna 
era vestita di porpora e color di cocco, e inr 
dorata d* oro . . . E in fronte aveva scritto un 
nome di mistero : Babilonia la grande, ma- 
dre delle fornicazioni e delle abominazioni 
della terra . . . Poi disse a me : l* acque che 
Iti vedesti dove la meretrice siede, sono ipo- 
poli e le genti e le lingue (che scorron com'a- 
eque ). Apoc, XVll. — A lui. Virg.: Mi^t ...viea. 

37. Quella. U P. fa loti'un corpo e della 
gran meretrice e della gran bestia ; e Bossoet 
nota che i due simboli esprimono sola una 
cosa. Però dice colei, e poi quella. Del resto 
grinterpetri nella bestia figurano d' ordinarlo 
li peccato. — Argomento. Vale forma e mo- 
do di governare, nel senso antico di qoesto 
vocabolo. — Uarito. Al papa. Questo passo 
è imitato dal Petr. ( Ep., XIX , 10). 

'fiS. Dio. Osea , Vili : Argenlum suum et 



166 



DELL' INFERNO 



E che altro è da voi alUdoIatre , 

Se non ch'egli uno, e voi n'orate cento? 

39 Ahi CostantiD, di quanto mal fu matre, 
Non la tua conversion , ma quella dote 
Che da te prese il primo ricco patre ! 

40 E mentr ' io gli cantava cotai note, 
O ira coscienzia che '1 mordesse, 
Forte spingava con ambo le piote. 

ki V credo ben eh* al mio duca piacesse, 
Con si contenta labbia sempre attese 
Lo suon delle parole vere espresse. 

aurum tumm feeirvnt tiH idoìa. Uo s. padre: 
Avaritia est idolorum iervitut, S. Thom. : Si- 
moniacut Deum idoUUram faeit , affknni 
oMtrum idolo avaritia». Psalm.f Simulaera gen- 
tàtm argetUum eC aurum, — Idolateb. Pro* 
fste per profeta , ne" Gr. di s. Girol. -— Gin- 
To? Nomerò indefloito.Alaoo, citato dall'Oli. : 
Vavariiia è quella per la quale la pecunia è 
adorata ìmIV anima da' mortali. 

39. Mateb. L'osa anco l'Ar., e In antico 
era par della prosa. — Dotb. Ben dice dote 
poicbè disse marito. 

40. SpniGAVA. Goizzava , tirava qoasi cal- 
ci. — PioTB. Per piante , in Faiio (IV , 4), 
t l'osano nel Piemonte. 

41. EsPRBSSB. Non anunezzate maschiette, 



&2 Però con ambo le braccia mi prese 
E poi che tutto su mi s'ebbe al petto. 
Rimontò per la via onde discese. 

43 Nò si stancò d'avermi a sé ristretto , 
Si men portò sovra '1 colmo dell' arco 
Chedal quarto al quinto argine è traget io. 

44 Quivi soavemente spose il carco 
Soave per Io scoglio sconcio ed erto 
Che sarebbe alle capre duro varco. 

45 Indi un altro vcdlon mi fu scoverfto. 



e qoasi spreraote dal fondo dell' anima. Vìr- 
gilio nemico dell' avarizia , e cantore dell' o- 
nor d' Italia si compiace nello sdegno di VmMe. 

42. Pbrò. Qoasi in segno d'affetto. 

43. SI. Sin che. C. XXIX , 10: 51 fu par- 
tito. — Colmo. Portarlo fin oltre il bisogno è 
indizio d'affetto. 

44. SoAVBMBKTB. NoTcllino , LX : Portm- 
Iona in braccio molto soavemente. Petr. : JVo- 
oa la schiera sua soavemente. — Sposb. De* 
pose. Porg. , XX. Sponesti 'I . . . portato. — 
SoAVB. Ovid. : Dttlca • . • onus. 

45. Indi. Di là. — Vallom. Più grande , 
perchè di falsi profeti , maghi, indoYinl, sire- 
goni era abondanxa a qae* tempi. 



167 



CANTO XX. 



ARGOMENTO. 



NMa gnaria gU auguri , i $criUeai , i venefici, gV indtmini. Hanno il eolio e 
li tuta volli per forza dalla parie detta eehiena , onde cammiiutno a ritroeo , e 
fuaréano dietro a sé , -perchè vollero veder troppo davante: roveeciamenio non eenxa 
dolore. Altrimenli , troppi^ leggera eatibbe la pena. 



V aradizione qai tiene il principal lao^ : la poesia qaa e là , come laee sprigionata 
da BOTole acqaose » lampeggia. Stndiisi V eTidenza e semplicità dello stile. 
Nou le terzine 3 , 8 , 10, 1ÌS, 16 » 17, 18 , 43. 



1 Di naoTa pena mi cooYien far versi 
E dar materia al ventesimo canto 
Della prima canzon eh' è de* sommersi. 

S r era già disposto tutto quanto 
A riguardar nello scoperto fondo , 
Che si bagnava d' angoscioso pianto. 

3 £ vidi gente per lo vallon tondo 
Venir • tacendo e lagrimando, al passo 
Che fanno le letane in questo mondo. 

k Come'l viso mi scese in lor più basso , 
Mirabilmente apparve esser travolto 
Ciascun dal mento e*l principio del casso 









8 



Che dalle reni era tornato 1 volto ; 
E indietro venir li convenia. 
Perchò '1 veder dinanzi era lor tolto. 

Forse per forza già di parlasia , 
9i travolse cosi alcun del tutto : 
Ha io noi vidi, né credo che sia. 

Se Dio ti lasci , lettor, prender frutto 
Di tua lezione , or pensa per te stesso 
Com' i* potea tener lo viso asciutto 

Quando la nostra immagine da presso 
Vidi si torta che '1 pianto degli occhi 
Le natiche bagnava per lo fesso. 



1. Gauioic. Altrove la dice cantica. Nel 
eercfaio degl' inetti indolenti il P. trova un solo 
■odemo ; tralascivi, più antichi che moderni ; 
tra' golosi , un moderno solo , e così ira gì' i- 
raeoodi ; tra gV incredoli , cinque moderni ; 
tra' violenti , moderni sei , quattro antichi : | 
tra' soicidi , quattro moderni ; tra gli empii , 
tti aotico; tra* soddomiti , un antico, moder- 
ai sette ; tra gli usurai , quattro moderni ; tra' 
ruffiani , on moderno ; tra* seduttori , un an- 
tico ; tra gli adulatori , un moderno e un an- 
tico; tra' simoniaci , tre papi. Da che, vedia- 
mo altre bolge essere destinate a sfogo de* suoi 
piò caldi affetti , altre a mostra di storica e 
morale dottrina. I^ quarta bolgia ha molti 
dannati antichissimi , ed è piena di mitologica 
; che a raccoglierne tanta in quel 



tempo , bisognavano stndii non volgari ; e ad 
esporla si chiaramente , rara fermezza d' in- 
gegno. 

2. ScovBRTo. Si scopriva a me stante nel 
colmo dell' arco. 

3. Al. Cosi diciamo: a pano lanto.— La- 
TANE. Per lUanie ( Vili. , Il , 13 ) cioè proces- 
sioni , perchè a queste cantavansi le litanie. 

4. ScBSB. Inf., IV: Ficcarlo vita a fondo, 

5. Tornato. Pone gì' indovini più sotto de 
simoniaci , perchè qui la frode fatu al vero 
è più grave: il simoniaco vende le cose di 
Dio: l'indovino s'arroga un attributo dì Dio. 

6. Parlasu. Per paraitfta. è nel Crescenzio. 

17. Viso. Petr. : Non avrai ietnpre ii uiio 
aeeiutto. 



168 



D E L L' INFERNO 



9 Certo i'piangea, poggiato a un de* rocchi 
Del duro scoglio, si che la mia scorta 
Mi disse: ancor se*tu degli altri sciocchi? 

10 Qui TÌvo la pietà quand* è ben morta. 
Chi è più scellerato di colui 

Ch* al giudicio divin passion porta ? 

11 Drizza la testa, drizza, e vedi a cui 
S' aperse agli occhi de' Teban la terra ; 
Perchè gridavan tutti: dove mi, 

12 Anfiarao? perchè lasci la guerra? 
E non restò di minare a valle 

Fino a Minòs che ciascheduno afferra. 

13 Mira eh* ha fatto petto delle spalle. | 
Perchè volle veder troppo davante» 
Dirietro guarda, e fa ritroso calle. 

ih Vedi Tiresia che mutò sembiante 
Quando di maschio feoomina divenne , 
Cangiandosi le membra tutte quante. 

15 E , prima , poi ribatter le con\ enne 



9. Sciocchi ? Inf. , VII : O cnaiure tctòe> 
che. Petr. : Non errar con gli tcioechi ; Aie 
parlar, dice , o creder a lor modo. 

10. Vive. Qoi è pietà non aver pietà , per- 
chè scellerata cusa è portare le amane pas- 
sioni neir esame dei divini giudizii. Inf. , 
XXXIU: E cortesia fu Itti eseer ttillano. Par., 
VI: Per non perder pietà si fs spietato,*- Cic, 
( Cat. ) : Qwie potest esse in tanti sceleris im- 
manitate punienda , erudelitas ?. . . Vtrum is 
clemens ac misericors : an inhumanissimus et 
crudeHisifnus esse tfideaturf mitii vero impor* 
iunus ae ferreus qui non dolorem tuutn et 
crueiatum dolore nocentie ei eruciatu tenive- 
rit, Eccl. ( XII • 13 ) : Quii miserelntur incan- 
tatori a ierpente percussol L'ottimo accenna 
t simii passo di Giob. 

11. Drizza. E' piangeva poggialo a un de' 
massi. — Tbban. Anfiarao, uno de' sette che 
assediarono Tebe ( an altro ne rincontram- 
mo nel XIV ): era indovino. V. la Teb. di 
Staz. — Bui. Par. ( XXX, 28): ittui. Staz. fa 
dirgli da piatone : Quo limite praeeeps Non 
licito per inane ruisJ ( Vili , 84 e 85 ). 

12. Lasci. I nemici gli rinfacciavano con 
ischerno la sua renitenza del venire alla guer- 
ra. E' non voleva ; la moglie lo tradì. — Af- 
VMRA (Inf. , V). 

13. DiRiBTBO. Michaeas : Nox vohit prò 
vitione erit et ten^rae . . . prò divinatione. 

14. TiRBsiA. SUzio (Theb.) , e Ov. (Met., 
Ili ). — Membra. Col sesso cambiò e viso e 
seno e cute e pelo. Ovid. ( Met. ) : Nam duo 
magnorum viridi coeuntia titva Corpora str- 
ptntum baeuU viokmerai ictu; . . U^e^iii viro 



Li duo serpenti avvolti con la verga. 
Che riavesse le maschili penne* 

16 Aronta è quei ch*al ventregli 8 atterga, 
Che, ne*monti di Luni dove ronca 

Lo Carrarese che di sotto alberga , 

17 Ebbe tra bianchi marmi la spelonca 
Per sua dimora , onde a guardar le stelle 
E 1 mar non gli era la veduta tronca. 

18 E quella , che ricuopre le manunelle 
Che tu non vedi, con le trecce sciolte, 
E ha di là ogni pilosa pelle» 

19 Manto fu che cercò per terre molte, 
Poscia si pose là dove nacqu' io : 
Onde un poco mi piace che m* «scolte. 

20 Poscia cbe*l padre suo di vita uscio, 
E venne ser vr la città di Baco , 
Questa gran tempo per lo mondo gio. 

21 Suso in Italia bella giace un laco, 
Appiè dell'alpe che serra Lamagoa 



faetui (mifahUel) foemina, septem Bgeraimh 
tumnos». . Bereuuit anguUme isdem Forma 
prior rediit, 

15 Pbxnb. Per pelo , Tosa ftaor di rioM il 
Petrarca. 

Itt. Abonta. Come poscia Caìeemia. Lmbb. 
( Phars. » 1) , Tuscos . .. Foftt ; ptormm ^ 
maximue aovo Arrune ineotmt du9rtù$ MOt- 
nia léUnae , Fulminie edoetus motue ec. — d*4V- 
TCBGA. Avendo ambedue il capo a rovescio, 
Aronte che andava dietro a Tiresia voltafl 
le spalle al ventre di quello. — Honga. Qei 
in genere per coltivare. Inf. , XXVI : Dom 
vendommia od ara. Roncare per rum§an dt 
cevasi in luUa fin dal 762 (Marat., Moa. 
rfonant. Fund. ). Tanto sono antiche la origi- 
ni di nostra lingua. 

17. Spelonca. Luni deserta. — Tbonca* 
Non è senz' ironia ; come più su il : dove rm. 

19. Manto. Viene ai sortilegi. Applica al- 
la Manto di Tiresia quel che Virgilio dice di^ 
la luliana. Aen. (X , 198): Oenus... Fof^ 
dieae Mantus et Tuid /Usui amnis, Q^'inii- 
ros matrisque dedit libi, Mantua ^ nomtn ; 
Mantua dives avis , sied non genus oivum6ìiì 
unum' Onde il P. : GUuomini., .che,,, tra* 
no sparti S'aceoleero. — Ascoltb. Questa nar- 
razione è forse posta in omaggio alla patria 
del P. ; forse a pompa di cognizioni mitolo^ 
giche , storiche , geograCche. 

20. Padbb. Tiresia. — Sebva. Poiché Te- 
seo uccise Creonte.— Baco. Per Bacco; co- 
me Brine per Brinni (Inf., IX). 

21. Sebba. Divide T Italia da Germania. 
Inf. , IX ; Quamaro Ch* Italia chiude, — Th 



e A M T XX. 



169 



Sorra Tiralli, ed ha nome Benaco, 
9 Per mille fonti ^ credo, e più si bagna, 
Tra Garda e vai Camonica . Pennino, 
Deir acqua che nel detto lago stagna* 
B Luogo è nel mezzo, la dove 'I trentino 
Pastore, e quel di Brescia, e'I veronese 
Seonar poria , se fesse quel cammino. 
% Siede Peschiera, bello e forte arnese, 
Da fronteggiar Bresciani eBergamaschi, 
Onde la riva intomo più discese. 

5 ivi convien che tutto quanto caschi 
Qò clie*D grembo aBenaco star non può; 
E faaai fiume giù pe'verdi paschi. 

6 Tosto che 1 acqua a correr mette co, 
Non più Benaco ma Mincio si chiama 
Fino a Governo, dove cade in Po. 

7 Non molto ha corso che tniova una lama 
Nella qual si distende , e la impaluda ; 



kui. V%T Tirolo ( Vili. , XII , 84).— B«ifA- 
u Tiif . lo nomina ( Georg. , II ). 

Si ^gna. Pennino si bagna dell' a- 
I... Cioè mille fonti che poi fanno il lago 
dall'Alpi pannine che Anno on trian- 
la con Ganla e Valcamonica, posta alia ri- 
•ccidentale del Garda. 
13. Mazzo. Là dove il fiome Tignalga sboc- 
■rl lago. La sinistra è diocesi di Trento, la 
Un di Brescia , il lago tatto di Verona. An- 
e l'Alberti (Italia) pone il detto conOne 
pnsao. Altri per il luogo nel mezzo inten- 
rboletta nel lago. -^ SE«NAa. I tre vesco- 
poUcbbero esercitare insieme le loro fbn- 
■I te moTessero tutti e tre Ano all' ultimo 
line delle diocesi loro. 
ÌIL Abxisi. Là dove la riva scende , è Pe- 
tea. j^weee da armete ; qui io senso di 
ca. Nella V. di s. Antonio , arnese dicesi 
■ooastero. Tasso : Gasa • bello e fori» ar- 
• As fronUggìare i regni di Sorta. — Fron- 
muMm Far fronte. Peschiera era allora di 
noBS: qoeslo cenno è forse dato per far 
a gfota agli Scaligeri, il sito di Peschie- 
Ita aampre stato teatro di geste importan- 
(Joar. de l'armée , t. Il , p. 300). 
IL Paschi. Georg. : Et quaUm infelix ami' 
Mmijmo eampum , BuemUem niveos ker- 
ì peimime eyenos. 

0. Goviaxo. Oggi Govemolo. Castello po- 
ni conaocote del Mincio col Po. 
7. Lava. In Toscana son tuttora poderi 
i Imm o vaUoni. 

B. Passando. In un poema ined. del seco- 
etfanoqoarto , della fondaiione di Gora si 
e : FfMie Coraee oi^'vo a quuto monte. 



E suol di state talora esser grama. 

28 Quindi passando la vergine cruda 
Vide terra nel mezzo del pantano 
Senza cultura e d*abitanti nuda. 

29 Li , per fuggire ogni consorzio umano. 
Ristette co* suoi servi a far su' arti; 
E visse» e vi lasciò suo corpo vano. 

30 Gli uomini poi, che'ntornoeranosparti, 
S* accolsero a quel luogo eh' era forte 
Per lo pantan ch'avea da tutte parti. 

31 F£r la città sovra queir ossa morte; 
E per colei che 1 luogo prima elesse,. 
Mantova V appellar senz altra sorte. 

38 Già f Ar le genti sue dentro più spesso 
Prima che la mattia da Gasalodl 
Da Pinamonte inganno ricevesse. 

33 Però V assenno ; che se tu mai odi 
Originar la mia terra altrimenti , 

A)t ehs fuggì daUa tebana guerra ...E vedu- 
to il eonUtmo che lo terra. E come è vago e 
verdeggiafUe ognora, Fermom quivi e vi pian- 
tò la terra; E la eineedimura. — Vbrgini:. 
Poi s'unì al flume Tosco , dice Virg. ; per- 
ché città etrusca era Mantova. Virg. .* Aepera 
virgo. — Cruda. Non tocca. Grescenz. ( II , 
15 ) : Jl crudo campo sia tre o quattro voUe 
arato. Staz. la dice innuba e Ubatriee di san- 
gue, — Nuda. Cesare dice, nudare Uttora per 
isguandr di soldati. Isaias , ( XXIV , 1 ) : r«r- 
ram . . • mudabit . . . et disperget habitato- 
res nut. 

29. Aan. Arte valeva magia. Novellino , 
XXI : Gittaro loro incantamenti e fecero loro 
arti. Stat. ( IV , 464-66 ) : Omnes Tsr ciroum 
acta fyrat , sacri de more parentis , Semine- 
ces hbras , et adhuc spirantia reddit Viscera. 

30. Da. Virg.: ^liòae de nomine, dieti Albani. 

31. Sorti. Gli antichi per dare il nome 
alle città , solean trarre le sorli , e consulta- 
re gli auguri. 

32. Casalodi. Conti guelfi ; s' erano insi- 
gnoriti di Mantova il 1272 : il ghibellino Pi- 
namonte de* Bonacossi , nobile, conoscendo 
quanto i nobili fossero odiati , persuase al 
conte Alberto de' Casalodi rilegasse per alcun 
tempo i gentiluomini stioi aderenti eh' erao 
più forti. Questi lo fece. Pinamonte col popò- 
io uccise gii altri nobili tutti , e si fece si- 
gnore. Dante ghibellino, non loda il tradi- 
mento; ma chiama stolto il Guelfo tradito. 
V. Mur. , R. Ital. , t. XX (Hist. Mant. ). ^ 
RiCBTBSSB. Questa frase è nelle prose di D. 
Armannino : Àr tirannia forza ricevevano. 

33. Odi. Ar. (XIII, eS) : E se n' udite mai 

22 



170 



DELL' INFERNO 



La yerità nulla menzogna frodi. 
3h Ed io: maestro, i tuoi ragionamenti 
Mi son si certi e prendon si mia fede 
Che gli altri mi sarien carboni spenti. 

35 Ma dimmi della gente che procede. 
Se tu ne vedi alcun degno di nota ; 
Che solo a ciò la mia mente rifiede. 

36 Allor mi disse: quel che dalla gota 
Porge la barba in su le spalle brune, 
Fu , quando Grecia fu di maschi vota 

37 SI ch'appena rimaser per le cune, 
Augure ; e diede 1 punto con Calcanti 
In Aulide a tagliar la prima fune. 

38 Eurìpilo ebbe nome: e cosil canta 
L'alta mia tragedia in alcun loco. 

Ben lo sa' tu che la sai tutta quanta. 

far altri Sfridi , Direte a ehi U fa ekemaln'è 
istrtUto, Qaanto più nobile in Dante I — Fro- 
di. Questo racconto può conciliarsi con le cose 
dette Dell'Eneide : l' avviso dei P. cade sopra 
altre origini eh* e' teneva per false. Per es., da 
Tarcone toscano. 

34. Carboni. Siccome nel salmo CXIX , 4, 
i carboni dinotano lingue potenti al nuocere; 
così nel nostro i carboni spenti dinotano pa- 
rola impotente. 

35. RiPiBDB. Torna a ferire, t mirare Porg., 
Wl : La gente, che siui auida vede Pure a 
quel ben ferire ond^ elV è ghiotla. 

36. Quel. Viene agi' indovini. — Vota. Tatti 
aU' assedio di Troia. 

37. Calcanta. Virg. ( Il , 114 ). — Aulide. 
Aen. (IV, 426). — FcNB. Virg.: Torto$que 
incidere funee. Per talpare, 

38. Canta. Aen. , II : Eurypylum seitaium 
oraeula Phoebi Mittimue. — Tragsdìa. L' E- 
neide. Commedia chiama la propria come poe- 
sia più dimessa , al soo credere. — Alcun. 
Per un . come più giù alcuna volta, 

39. Poco. Esile , modo vivo in Toscana. 
— MicnsLi. Indovino a' tempi di Federico 
li , maestro in negromanzia al dir del Boc- 
caccio. II SQO nome è celebre ancora in Iseo- 
zia. A>cva , dicono , tanli spiriti al suo co- 
mando che non sapeva a che lavoro occuparli. 
iD Qua notte gli fecero un argine che porta- 
va ancora il suo nome, li mise da ultimo a 
far delle funi con sola rena: e ci lavorano 
ancora. Michele era tra' negromauti uno de'(>iù 



39 Queir altro che ne'Ganchi è cori poeo» 
Michele scotto fu, che veramente 
Delle magiche frode seppe il giuoco. 

kO Vedi Guido Bonatti ; vedi Asdente 
Ch* avere inteso al cuoio e allo spago 
Ora vorrebbe, ma tardi si pente. 

41 Vedi le triste che lasciaron V ago. 
La spuola , e 'I fuso , e feoerti indorine; 
Fecer malie con erbe e con Inuiffo. 

hi Ma vienneomai , chegiè tiene Icooline 
D' amenduo gli emìsperi , o tocca Tonda 
Sotto Sibiiia, Caino e le spine. 

i3 E già iernotte fu la luna tonda. 
Ben ten dee ricordar, che non ti 
Alcuna volta per la selva fonda. 

kk Si mi parlava ; e andavamo iotroefOB 



ionoeni e buoni. Tradusse io lat. Il llb.#À' 
rist. degli animali. 

40. Guroo. Indovino di Forlì, Il «(intocoi 
le sue arti favorì le imprese di Guido di Ita 
tefeltro ; cooperò , dicesi . alla vlitorta » é 
cui oell' Inf, , XXVII. Abbiamo di lai m U 
bro soli* astrologia giudiciarìa. •» Ai 
Onv. : Asdenie , il coli ofatò di Fanmm» 

41. Bill. Le maghe adoperavano ad li 
tesimi erbe od imagioi ( Virg., Ecl., Vili] 
Hor. ( Sat.p I, S)iLanea et efflgiee enu» d 
Cam Ci rea . . . Herbae , ot^tta i/noanteHm iim 
He Vineula. 

43. Confini. La luna è per tramoolaiv di 
nostro emisfero , e tocca 1' opposto , cM 1 
mare sotto Siviglia di Spagna , oecldamil 
rispetto all' Italia. La luna invisibile tà da 
P. toccava l'occidente: dunque il dì cUnav 

Iai P. , e nasceva nel nostro emisfero. Bee 
passati due giorni. — Onda. Virg. : Si me 
det in unda*. — Caino. Credeva il vol§9 I 
macchie della luna esser Caino che iMab 
una forcata di spine ( Par. , II ). 

43. NocQui. Ti guidò innanzi che il tal 
sorgesse. — Fonda. Virg.; SaUueque ny iÀa 
di. Creso. ( X, 33 ) : Stepa fonda. Bocci; ; M 
diiiime selve. 

44. Introcqui. Intanto , inter hoe. Asili 
voce fiorentina , usata dal volg. di IM 
Dante la condanna nella Volg. Eloq. DI m 
si vede che il suo poema non è scritto Mi 
lingua detta da lui cortigiana. 



171 



CANTO XXI. 



ARGOMENTO. 



Netta {«Ma i baraitierij miro un lago di p$e$ bctten^e. Il P. vede venire 
pcrtaio da «m demonio un magiitrato lucchese. Comieo tuUo U canto : la fessura , 
farzaiià» il diavolo gobbo, l'anziano non di Lucca, di §• Zita, t ironia di Emm- 
turo j le enlee parole de* demonii graffiatari , la similitudine de* cuòchi, la bugia del 
pnqioslo , la pittura del doppio terrore di Dante , que* nomi diabolici » la trombet- 
ta, emd cosa dimostra che Dante eui barattieri voile versare lo scherno, e sprezzare 
cofi f accusa de* suoi nemici , che come barattiere lo cacciavano da Firenze. 

Hota le terxine 4 alla 10; la 12; la 14 aUa 19; U 23» 24, 31, 32 , 34, M, 38 39, 
40, 44, 46. 



i Coni di ponte in ponte , altro parlando 
Chela mia commedia cantar non cura , 
Venimmo: e tenevamo 1 colmo quando 

i Ristemmo per veder 1* altra fessura 
IN Malabolge, e gli altri pianti vani: 
E Tidila mirabilmente oscura. 

i Quale oen*arzanà de* Viniziani 
Bolle r inverno la tenace pece 
A rimpalmar li legni lor non sani 
Che navicar non ponno; e'n quella vece, 
Chi fa suo legno nuovo, e chi ristoppa 
Le coste a quel che più viaggi fece, 

1. PoMTB. Dal ponte eh* é sopra la qaarta 
e qoel della qainla. — CohubdIa. Loo- 

Tmti sono que* versi d* Omero in cui 
\mtnìm diseom delta vita domestica d' 
VMtm 9 rmeeonto eh* è una tpecie di comme- 
dm ém cm ti dipingono eostumi ( trad. di £. 
n^aldo). — ^Tbnbvaiio. Virg. : Titta tenebam, 

2. FassumA. Valle, fossa, buco, la chiama. 
— MimABiuainni. Y,Huoy si MaravigUosamen- 
te trisu, 

3. ArxahìL yoee Yeoeta. Questa similiiu- 
djop accemia forse alla politica veneta, tutta 
bwatterie. 

4. CosTS. Virgilio le chiama laterum com- 

f^fss- 

9. RisTOPFA. Per fattoppn: il Redi. 



5 Chi ribatte da proda, e chi da poppa , 
Altri fa remi, e altri volge sartOj 

Chi terzeruolo ed artimon rintoppa ; 

6 Tal, non per foco ma per divina arte, 
Bollia laggiuso una pegola spessa , 
Che *nviscava la ripa d' ogni parte. 

7 r vedea lei , ma non vedeva in essa 
Ma che le bolle che 'I boiler levava, 
E sgonfiar tutta, e riseder compressa. 

8 Mentr* io laggiù fisamente mirava, 

Lo duca mio« dicendo : guarda! guarda! 
Mi trasse a sé del luogo dov'io stava. 



6. AaTB. Wirg.: Divina PùHadis arte. — 
Pboola. Perchè questo è vizio contagioso; o 
perchè la mente del barattiere -è in continuo 
fermento di frode : in calliditate et dueptione 
buUit , cosi Pietro di Dante. Dicesi tuiuvia 
aver le roani impeciate o sporche chi riceve 
o piglia mal guadagnato danaro. Ma rid«a 
del tormento e' l'avrà forse attinta dal virgilia- 
no : Pbt piee torrentes atrague voragine ripas, 

7. Vedeva. Le tenebre figurano l'arti sa- 
crale de' barattieri. V Anon. così la definisce: 
QuéUa frode per ta ifuats V uomo inganna e 
baratta la rep, , e la sua patria in comune , 
o in particutaritade» — Ma chs ( f nC , IV . 
9 ). — aiSBDsa. Virg. : Qua vi maria oHa 
tumeteant.., Rursusque in teipsa residatU. 



172 



DELL INFERNO 



9 Allor mi volsi come V uom cui tarda 
Di veder quel che gli coDvien fuggire, 
E cui paura subita sgagjiarda, 

10 Che, per veder, non indugiai partire: 
E vidi dietro a noi un diavol nero 
Correndo su per lo scoglio venire. 

1 1 Alìi quant*egli era nell* aspetto fiero I 
E quanto mi parca neir atto acerbo, 
Con r ale aperte, e sovra i pie leggero ! 

12 L'omero suo eh* era acuto e superbo, 
Carcava un peccatorcon ambo l'anche. 
Ed ei tenea de* pie ghermito il nerbo. 

13 Del nostro ponte, disse, Malebranche, 
Ecco un dc^li anzian di santa Zita: 
Mettetel sotto, eh' i* tomo per anche 

V* A quella terra che n' è ben fornita. 

OgniuomVèbarattierfuorcheBuonturo. 

Del no per II danar vi si fa ita. 
1 5 Laggiùl buttò, e per lo scoglio duro 

Si volse : e mai non fu mastino sciolto 



9. SÒAGLiARDA.Ov.: Ftres iubirakU ip$e timor. 

11. AcBRBO. Ar., XXX: E ti dtmof Ira li nei 
vi$o acerbo. 

12. Superbo. Virg.: Tìlmrque iupwìmm: 
Era un diavolo gobbo , aceiocchè meglio vi 
slessero insellati i rei cli'e*porUva. 

13. Anzian. Dice l* Adoq. che In questo 
canto si tratta dei barattieri in libera rep. ; 
nel seguente di que*che vivono in corte de' 
principi. OtC: Anziano è un uffizio per Ucit- 
tadi, mauimamente di Toscana ...il quale ha 
speziale cura del governo deUa eiitade^ e che 
ella sia bene rHta per fa' rettori forestieri , e 
eh* ella non sia appressata da' potenti. 11 Bull 
dice essere on Martino Bottai; e l'Anon. dice 
che nel 12^ era in carica, e mori all' improv- 
viso. — Zita. Vergine lucchese , patrona del- 
la città, venerata in a. Frediano. — Psr. Ar. : 
ì\ìrtame via non ti vedea mai stanco Un veo- 
càio, e ritornar stwMre per anco. 

11. Barattibr. Cosi dieevasi chi vendesse 
altrui degli atti del proprio uffizio, e truffasse 
ad ogni modo ndlepubDllche cose. Pietro di 
Dante distingue le Mratterìe che si fanno giMt- 
cando, giudicando, amministrando. — Buontu- 
HO. Ironia. Qui non accenna al tradimento da 
costui commesso nel 131 5, quando fece sorpren- 
dere i Lucchesi da' Pisani; e già il canto era 
scritto prima di quel tradimento: se no. Dante 
V avrebbe piuttosto che nella pece cacciato 
nel ghiaccio. Il Loecbesinl qui vuole sinteoda 
un Buonturo poverissimo, e dalla povertà tolto 
al pericolo d'efoerobaiattiere (Giom. diPiM, 



Con tanta fretta a seguitar Io furo. 

16 Quei s'attuflò, e tornò su convolto : 
Maidemonchedel ponte aveancoverchlo 
Gridar: qui non ha luogo il santo Volto: 

17 QuisinuotaaltrimenUchenel Sercbio. 
Però se tu non vuoi de*nostri graffi. 
Non far sopra la pegola sovercnio. 

18 Poi r addentar con più di cento raffi ; 
Disser: coverto convieo cbe qui balli ; 
SI che, se puoi, nascosamente accaffi. 

1 9 Non altrimenti i cuochi a'ior vaastlli 
Fanno attuffare in mezzo la caldaia 

La carne con gli undn, perdiè dod galli. 

20 Lo buon maestro : acciocché non si paia 
Che tu ci sii, mi disse, giù t'acquata 
Dopounoschcggiochealcun scberrooHiaia 

21 E per nultoffension cb*a me tit fatti. 
Non temer tu ; ch'i'ho le cose conte » 
Perch' altra volta fui a tal baratta. 

22 Poscia passò di là dal co del ponte : 



t. XIX, p. 216). Meglio la prima. Todi di W, 
Mur. (R. It., X); Mussato (III, D. 

15. Duro. C. XIX: Che aorattt «Ut copra 
duro varco. — Furo. Ladro ; 4 ndla V. di 
s. Girolamo. 

16. GoxYOLTo. L'usa rott.-»ToLTO. L'ef» 
figie del Redentore, alla qualt I laoi Lioehe- 
si si curvano come tu fai nella poaa. 11 Tolto 
santo è tuttavia venerato in •. Martino di Loc- 
ca ; e credevasi opera d'angelo. Hel Poenaliii 
prof liti Tuseiae (lib. I), on Lttcebeae giva: 
Psr faeiem sanctam, pereorpm ti eMpm 

17. Sbrchio. Fiume vlcuw a Locca. 

18. AccAm. Naacocamcnto iqU , al 
facesti in vita. L' osa il Sacch. 

19. Cuochi. ArmaoBlao, de* bugiardi o je- 
minatori di scandali : Ttsifant eC 



gli fa rivolgere sottosopra oogU fjmmii fittot- 



ni. Come cuochi per cuocere 

ncUa grande caldaia quando Mio: 

non ,/lfiafio dì voltargli. — Vamumm» far «r 

vi. È nella V. di s.Margh. — aAiiJ.firf«i> 

leggi. È nel Roti. 

30. Dopo. Dietro. Virg. : AmC caracca kit- 
has. Novellino , XLVII: Sra dopo la panie. 
— H AIA. (Par., XVII, 47). Scoglio ch'abbia 
per te qualche schermo ; o : t' acquatta , ri 
che tu t' abbia qualche schermo. 

31. Altra. G. IX , 9. Scendendo al cer 
chio di Giuda passò pure per quello diTka- 
rattieri. 

122. Co. Passato il # quinto poata » gtoaii 
sull'argine sesto. 



CANTO XXI. 



173 



E com' ei giunse in so la ripa serta. 

Ucstier gli fu d'aver sicura fronte. 
iJ Con quel furore econ quella tempesta, 

Ch* escono i cani addosso al poverello 

Che di subito chiede ove s' arresta ; 
'ì\ Usciron quei di sotto*] ponticello, 

E volser centra lui tutti i roncìgli : 

Ma ei gridò : nessun di voi sia fello. 
j5 Innanzi che l'undn vostro mi pigli. 

Traggasi avanti V un di voi che m' oda ; 

E poi di ronciglianni si consigli. 
2G Tatti gridavan : vada Malacoda. 

Perch'un 8imosse,e glialtristetter fermi: 

Evenne a lui, dicendo: che^i approda? 

27 Credi tu, Malacoda, qui vedermi 
Esser venuto, disse 1 mio maestro, 
Securo giada tutti i vostri schermi, 

28 Senza voler divino e fato destro ? 
Lasciami andar : che nel Cièlp è voluto 
ChTmostri altrui questo camoAi silvestre. 

29 Allor gli fu Torgoglio si caduto. 
Che si lasciò cascar V uncino a* piedi , 

E disse agli altri : ornai non sia feruto. 

30 Elduca mio a me : o to che siedi 



Tra gli scheggion delpontequattoquatto, 
Sicuramente ornai a me ti riedi. 

31 Perch'i*mi mossi e a lui venni ratto. 
E i diavoli si fecer tutti avanti. 

Sì eh' io temetti non tenesser patto. 

32 E cosi vid' io già tener li fanti 
Ch'uscivan patteggiati di Caprona, 
Veggendo sé tra nemici cotanti. 

33 Tm' accostai con tutta la persona 
Lungolmio duca, e nontorcevagli occiìi 
Dalla sembianza lor ch era non buona. 

3& Ei chinavangli raffi, e: vuoichT'ltocchi, 
Diceva Tun con Taltro, in sid groppone? 
E rìspondean : si, fa che gliele accocchi. 

35 Ma quel demonio che tenca sermone 
Col duca mio, si volse tutto presto, 

E disse : posa, posa, Scarmiglione. 

36 Poi disse a noi:piùoltreandarperquesto 

Scoglio non si potrà, perocché giace 

Tutto spezzato al fondo l'arco sesto. 

37 E se l'andare avanti pur vi piace. 
Andatevene su per questa grotta : 
Presso è un altro scoglio che via face. 

38 ler, più oltre cinqu'ore che quest'otta, 



36. Halacoba. Il nome è presagio che la 
cosa dovetaescire a mal fine. Gli. Per et; 
eone nel X del Porg. — Approda ? Che gU 
sarà nud a fnno, a prode, il ptiiare pertal- 
fanl da' diavoli ? Ovvero : c^ gU fa v$mr9 
^mospAf Fìir. (XXI, 19): Fammi nota La 
ctfion dba t^^^ni$o mi Vaeeosta. Approdare nel 
«easo di giovare è nelle Cron. pistoiesi. 

37. ScHBaiii. Dt quanto opporreste per 
isclwnnirvi dal darmi il passo. 

SB. Setcsa. Virg. : Haud equidem «ina mat- 
te, taor, «ifif fiuffitne divùm , ec. — DasTao? 
Propiiio : in Virgilio più volte. — Voluto. 
Ini:, V: Vuolii coti co/d. ~ SiLTisrao. An- 
cte qui tUvutro per orrido ; e lo dice nella 
bolgia de* rei di delitto civile. NeUaVolg. Eloq. 
^liaUngaa i modi silvestri dagli urbani. La voce 
mkta era solenae simbolo a Ini. 

SO. Caduto. Boce. : SubiìamtiMB lo adeguo 
aatfvCo. Liv.: ira eaàU, 

31. Tbhbssbr. Ar. , XXIX. : Ma penta poi 
a wom fenart ti patto. Petr. : Twnr fedi. Quan- 
do disse : Non na fwruto, 

33. Pattsmuti. L* usa in simil modo G. 
ViUani.— Capiona. Castel de* Pisani sull'Ar- 
no. 0iioiido , dice l' AnoD. , la fenderono a 
patii , M<«e la pinone § tmtte U cote da*£iie- 
chm f da' /torenftiii » It cori aro a vedere : 
onde perch* ellimo oioeano già fa^ di molti 



maU a parte guelfa , temerono il furore della 
minuta gente. Nel 1389 in agosto i Lucchesi 
osteggiarono e con li cavalieri e pedoni di Fi> 
renze e della campagna di Toscana : ed es- 
sendo sopra a Caprone li fanti, com'ò detto, 
si renderono. Dante, a quanto pare, era pre- 
sente. 

33. Tutta. Inf., X: ifaccotfat, Temendo, 
un poco più al duca mio, — Lungo. V. Nuo- 
va (p. 70) : Vidi lungo me uomini aUi quali,., 

35. Scarmiglione. Quasi cupido di scarmi- 
gliare, e scompigliare persone e cose. 

36. Scoglio. Nella dirittura del ponte da 
cui venite , non potete proseguire , perchè il 
sesto ponte in questa linea è rotto: ma pote- 
te andare per argine e troverete un ponte in- 
tero da cui passare. Qui il diavolo mente 
(XXIII , 46). E Virgilio che rutto »a, ch*era 
stato fino in fondo all' Inferno , gli crede. 

37. Grotta. 1 massi dell'argine erano ca- 
vernosi. Nel I del Purg., grolla cjiiama le io- 
fersali. 

38. Ibr. Se agli anni 1366 corsi dalla mor- 
te di G. C. al momento in cui parla Malaco- 
da , s'aggiungano i 33 della viu di Cristo , 
e i pochi mesi dell'anno 34, nel qualee'morl, 
s' avranno 1399 compiuti , e i pochi mesi sono 
al roano del 1300. — Otta. Vive nel eon- 
udodi Firenze. Quell'ora era la prima del gior- 



IW 



DEL L- INPERNO 



Mille dugcnlo con ecasanta sei 

Anni compier, clieqni la via fu rotta. 

39 Y mando verso là dì qii^ti miei 
A riguardar s'alcun se ne sciorina ; 
Gite con lor, ctivrioii saranno rei. 

kO Tratti avanti, Aticiiiiio. eCalcabrina. 
Cominciò egli a dire, e lu, Cagnaziu: 
E B^rbnriccia puidi la decina. 

41 Liliicocco veiinn oltre.e Dragìiignaizo, 
Cirjutto saomilo. elìratOacane, 

E Farfarello, e Rubicante pazzo. 

42 Ctircste inltjnio lu bollenti pane. 
Coslor sien salvi insino all'altro echeggio 
Che tulio 'ntero va wvra le tane. 

no , pG.C.inDrl nella sesta. — Botta. Uali., 
XSVII i Harc. . XV : ftlro» trùiaa tvnt . . . 
£l faeta hora ittta. La visiunc donque eo- 
intnciB nel venerdì santo, e l'«ra )n cui Dante 
ern Ira'baraitieri , é la prima dcldl. L'Anan.: 
/uni f J. eon/iiiBiori. nocnoieiuli li tuoi di- 
ftUi il dttin vantnlì Manta, per akuna ammtn- 
ila macini 'r<iM(ii Imanu opera, 

3U. Sgiobin*. La roba tulfata si «ciurlno : 
c'»l gì' immersi nrlla pere, a collieto !ic at 
levano all' aria. —Rei. Fuc-aoii : JVuiua Ji 
fui ria fallo. 

40. Alichino. Pronto ■ chinar l'ali per yn^ 
lar snils p«ce cuntro i dannali ; ciii fa nel caule 
«eguenlc. — dcKJiiio. Dal colore del viso. 

— IÌAHI4B1CCU. Da bario, l'iù straiii nami 
di diatoli adopra nell'Adamo l' Andreinì .- Ar' 
n>pat , Huspicanu , Uniloso . Lurcooe, ch'i pre- 
so da' Teilesclii lurchl [laf., Wll). 

41. Liticocco. Da Libia; ne'cui deserii el 
credeva abitassero molli demonii : come «et- 
roceo 4a Siria. — Dragbighaiio. Da drago. 

— Chiatto. Da ehirot greco, porco, cos) fu 
•ieuo auto nel meilio evo.- onde il P. lo feee 
xannato. Ar. { \\ì Ij, SU): Al (lualttucia Ho- 
gii puri* una iiiiiiiii come a porco. — Pak- 
CAHBLLo. Forse iJt fvrfiire, o ilnl tedesca t'ur^ 
/iiUen , quasi furfante { V. Ducauge , Forfal- 
Iium). — Rdiicantb- Uà rubar. Simile al Ca- 
b'Dazto. Il Rossetti *ede in Malebraucbc un 
Manno Branca , poiestà di Firenie nel I30J, 
i|uando il Card, da Prato tenne indarno a ri- 
conciliare i Neri co'BUnchi. e quelli alava- 
no alieDdendD 1" esito a Trespiano. Vede in 
■ irtffiacane un HaiTacani. allora priore. Le al- 
ire coagetlure bi.uo antor più cuntorte. 

*ì. 1?j,xs. Dalla ùacosiU della pece. Bqc; 



43 Onie! maestro, chcèquelch'i'vcggio? 
Disg'io. Deh senza scorta andiamci soli. 
Se tu sa' ir; cli'i'. per me non la cheggio. 

44 Se tu ^c'sl accorto come suoli. 
Non vedi tu cli'u' dit^ri^nan lì dpoti , 
£ con le ciglia ne minacciali duoli? 

45 Là e^li a me : non vo'che tu paventi; 
Lasciali dij^rignar pure a lor senno, 
Ch' e' fanno ciò per li lessi dolenti. 

46 Per l'argine sinistro volta dienno : 
Ma prima avea ciascun la lingua stretta 
tk>'denti verso lor duca, per cenno. 

47 £d egli avea del cui fatto trombetta. 



Ittviirata in f omoroia pone. — Salti, irontat 
raec'i mandai Ione ; che tatiro lehtg^ non era 
intero. Questi dìatoli somigliano un po' a 
Uelìstofele. 

40. Sinistvo. Fra I» festa bolK>a e la tt^ 

lima. — Stuitta. Vedeiiilo che Virj^ilio erv- 

de Illa raeoiu([na , essi in atto dì belh , giut- 

diudii Garbariccia , meltoii Tuori un poco la 

iRria, e la striDgon co'denti. Alto non dt* 

iiiile nel e. .^IV. Fa sempre vili ì rei dì col- 

I a coi sia ini-emivo il danaro. 

47. TaonaKTTA. Heiru di Danle : Vi oH»n- 

dal IVTjia tnotei el oclua Aonim laliitm. Si 

txr.u$alur latia dietrt, ut fioda , «ojiUMt h». 

ducerà aii^id ttirtuotvm per atiqiàam indt- 

cenlem r*;ini»enla(JDneni , ul ait Thomat m 

primo IKiiltTiorum, Bello in igucslo canto k 

multe similitudini. Sembra quasi che, dopo 

sraggiata nel XX orudiiiune profana, e nei 

XìX doltrioa sacra e poetico sdegno, in iid» 

sii due voglia riposare la propria meulct de' 

lettori con iuiagini che ben s'eddicooo «1 U- 

lulo del poema, All'aiidiia del secondo canta 

abbiamo cosi veduta snccedcre la belleua del 

no ; e alle eDumeraiiont drl quarto la grali- 

* poesia del segnenie; e alla disputa sulla 

orluna il Turur dell' Argenti , e n questo U 

innta dell' Angelo , e le scene del Farinata 

del Cavalcanti ; e dopo la scolastica ptMi- 

une del e. XI e le enumeraiiuni del Xil.il 

nto dCsaieìdi; e dopo la descriiioue de* 

lini d'Inferno, la scena con UrnneUoeeoi 

t Fiorentini ; e ianenii alla tromba che sno- 

I pc' simoniaci , la hceta lappresentaiiuM 



ihile 



, d'Alessio, di laide- VarieUi mi* 
[ pensata ; se ioavvettiia , più 



L 



J 



CANTO XXU. 



ARGOMENTO. 



I^aiMO co' demonii tungn l'argine, t vedono i barattieri ballonzolar niHa pe- 
m Natarreie i afferrato dal rampino d" un diavolo : e racconta di due Santi 
vleini IMI. // retto dtt canto è eomico quasi tulio; con cinque timililudini belle. 
Sti n ha t atiro canta: nel primo due. una ntl itcondo , tre nel terzo , quattro 
M< minio , una ntl tetto . nrl netlimo due , due nrll' ottavo ; net nona tre , imÌ 
duodteiiai due , tre nel deeimoterzo , due nel dtcimoquarto , quallm nel quintod»- 
cimo . nel ^ettodeeimo quattro , otto ntl decimoirttimo , due nel decimotlatio , tei 
net dieiannoventno , ntl vìgttimo una. Altre delle timililudini danteiche nono ad 
dtuttrare il concetto , altre a pompa d" erudizione milolagica o 'lorica , altre ac- 
ceimano a falli eontempuranti , alire alC uomo itUtriore , altre imitate da antichi. 



1 I" vidi giè cavalier muover campo. 
E comincidn: slormo, e far lor inustm, 
E tal Tolta partir per loro scampo. 

ì Corridor \idi pir la terra vostra, 
O AretÌDi ; vidi gir gualdane . 

1. Stomìo. Combiiltimenlo. Vjll. (I, 12}: 
JbniMa Cniua tua moglie allo ilomio di' 
9neL Circa i|iieMi «di di guerra l'AnuDlmo 
fili Vttetiu. — Ho9TkA. HasstgDa. 

%. Vo«TaA. Questo dell' iposirors improf- 
irtM è modo rìuiiiliare • Virg. : Farvoqui pò- 
ttmltm Fabrieium T vel It luleo. Serrane, te- 
mtUat t Accenoi qui ror»e alle trequeoit teor- 
nri* cbe Tacevano i PinrcniiDi in i|a«l d'Arei- 
ni,* qDfsIt • rfncoDlro: onil« pui ladii>r«ila 
ll>tMiina del 1309. Il poatlll. del codice Caci.: 
Tim^ tir Metto . quia antif uìIim Ma civUat 
qaando crai in flora, dattal te muUit tpeela- 
fti» «al Itdit: «l etiam fuerunt mutloi pur- 
t i m U tUie 1 teditionti in itla : «t ttantet nt 
yaril M tonifiuri jvvettiulu. — Guii.ntNC, Bu- 
ll : Caealtal* It i/uali >j fanno nel tarmo de' 
tunàti a rubar» a ardere e pigliare prigiOHi. 
M. Vlllaol ; Tennero otluctntQ eavaiieri alfe 
fronliert di FuUtariui. e raffreimvano alqitan- 
M I* laro ijualàlant. Vcge^. : in guatdana va 
&KHdo mvanJa. Ualispiui .- Ciin Tiiuiii di 



Ferir torneamenli o correr giostra, 

SQuando cor» trombe, eqii»mlr> concampane 

Con tambuii , e con cenni dì castella , 

EcoR cose nostrali, e couislriiae; 

k N^ già . con si diversa cenoamidla, 

finii in gualdaaa giucando. — Fsua. No'cl- 
lino , LX: l/n torneamenlo laici a voi fedire. 
BuLi : Glutini i '/uaiiJa l'uno catiaJtera curra 
contro r altra culi' atte braccate con farro di 
Ire punta , dove non ii eerea vittoria la non 
detto teovallurc : « in guado è differente dal 
lurneomanto duna ti eantbatta a /ino iti morta. 
G. Villani : Ftcttene gran fatte a bette gioitre. 

3. Campane- Ai carrocci era appesa per io 
più una campana. 1 lioieotini l'avevano- Vili. 
( VI . Ti): Ponevaii in tu uno cotlcKo di le- 
gname in tu ut iiarro . e al luono di quetta 
li quidava fotte. — Taurcbi. L'esp. de' Stimi 
traduce in lynpanit et piuKenii; nel tambu- 
ro e uel salterò. Qui nota il Buii : Prtmluivi 
cammino con luont di tamburelli . di eon'i . 
di naeeate. Sacchetti: Già irom'ee trombet- 
Itnt Svagliont a nuccAerini fer li nemici cor- 
ni a lam6ufelli. — laTBANB. Intendo Tur» usi 
rrancesi e tedeschi , cb' egli arri iroppu ve- 
duti in lUlia. 

4. UivEtSA { Inf. . VI , a ). — Cesnawsi lA. 



1 

4 



176 



DELL' INFERNO 



. Cavalier vidi muover né pedoni. 
Né nave a segno di terra o di stelh. 

5 Noi andàvam con li dieci demoni. 
Ah fiera compagnia I Ma nella chiesa 
Cessanti, e in taverna co* ghiottoni. 

6 Pure alla pegola era la mia intesa 
Per veder della bolgia ogni contegno, 
E della gente eh* entro v' era incesa. 

7 Come i delfini quando fanno segno 
A' marinar con l'arco della schiena 
Che s' argomentin di campar lor legno ; 

8 Talor cosi ad alleggiar la pena 
Mostrava alcun de* peccatori 1 dosso, 
E nascondeva in men che non balena. 

9 E com* air orlo dell'acqua d'un fosso 
Stan li ranocchi pur col muso fuori , 
SI che celano i piedi e l' altro grosso ; 

10 SI stavan d'ogni parte i peccatori : 
Ma come s'appressava Barbariccia , 
Cosi si rltraean sotto i bollori. 

11 lo vidi, ed anche'lcuormi s'accaprìccia 
Uno aspettar cosi com* egli incontra 



Buti : Strumento musico che si tuona eolla 
bocca, Tav. Rit. : E fa sonare trombe e cen- 
namelle; e fa sonare le campane a martello, 
Sari, da s. Cooc. : Cennamelle e salterii fan- 
no soave melodia, — Segno. Taitod) Delle 
navi molti ordini si danno asuon di campana. 

5. Chiesa. Proverbio che traduce in certo 
inndo quello de* Salmi : Cum sancto sanctus 
crii , ec. Più sotto , altro proverbio triviale: 
Tra male gatte, ec. Poi: Grattarmila tigna. 
Comico ogni cosa. 

fi. Contegno ( Inf. , II, 26). 

7. Segno. Virg. : Aeriae dant iigna grues, 
— Arco. Virg.: Delphinum similes^ qui . . . 
Carpathium Libycumque seeant , luduntque 
per undas. Buon. ( Fiera ) : Come di pioggia 
son segno i delfini. Altrove: E'I saper ben far 
arco della schiena, * 

9. Ranoccoi ( Inf. , XXXII ). — Gaosso 
( Inf. , XIX, 8}. Paragona il balzar de' dan- 
nali a quel dei delfini ; il loro mettere fuori 
'1 rapo , allo star de' ranocchi. 

11. Uno. Ciampolo. Dice l'Anonimo : Ba- 
stardo (l'iina vile persona, e prodiga, — Spic- 
cia. Boti: Salta sotto V aequa, 

12. Aeronciguò. Inviluppò coli' uncino. — 
Lqntra. Leggiera molto. Ar. ( XXX , 5 ) : 
Perchè sa nuotar com^unajontra , Entra nel 
fiume, 

13. Eletti ( e. XXI , 39 ). 

14. RuBiCANTS. Vtr ro$9§ffgittnte , osa VOV- 
limo qnesta fo€« ( I. II, p. 529 ). E perché 



Ch* una rana rimane e V altra spiccia. 

12 E GraiDàcan che gli era più di centra. 
Gli arroncigliò le*mpegolate chiome. 

E trassel su , che mi parvo una lontra. 

13 l'sapea già di tutti quanti*! nome , 
SI li notai quando furono eletti ; 

E poi che si chiamare , attesi come. 
ìk ORubicante , fa che tu gli metti 
Gli unghioni addosso si che tu lo scuoi , 
Gridavan tutti insieme i maladetti. 

15 Ed io : maestro mio , fa, se tu puoi . 
Che tu sappi chi è lo sciagurato 
Venuto a man degli avversarli suoi. 

16 Lo duca mio gli s'accostò allato, 
Domandollo ond'c* fosse; e quei risp. *' 
rfui del regno di Navarra nato. 

17 Mia madre a servod'unsignormipose. 
Che m' avea generato d'un ribaldo 
Distruggitor di sé e di sue cose. 

18 Poi fu' famiglia del buon re Tebaldo. 
Quivi mi misi a far baratteria ; 

Di chT rendo ragione in questo caldo. 



quelli di pelo rosso si reputano cattivi , però 
forse Dante avrà dato ad un diavolo cotesto 
nome. — Scuoi. S. Bernard. : Clamabit due* 
mon ad daemonem : dilacera, veloeiter tpo" 
lia detrahe» 

Itf . Man. Ar. , IX : Venuti in man degli 
avversarti loro, 

16. Domandollo. Novellino , IV : Doman- 
dollo dove andava; Vili : Domandoti onde 
se\ — Navarra. JNavarresi, dice TAnun.. 
abbondano in questo vizio, 

17. Signor. Barone del re Tebaldo , dice 
il Landino. — Ribaldo. Uomo devoto a si- 
gnore; e perchè costoro eran anco devoti al 
delitto , però ribaldo prese col tempo mal 
senso. Cosi fiunnacfiere ( F.Dafresne).---CosB. 
C. XI : In sé, ed in lor cose. 

18. Famiglia. Così chiamavansi i servi: 
anche un solo. Pbaedr. , UI : Aesapui, domi- 
ni familia. Murator. ( Inscrlpt. , p. 1600 . 
n.** 4 ) : Libertorum et familiae,^~ Tbbaliio. 
Nun gìÀ quel che mori nel 1253 , potea va- 
lente , citato da Dante nella Volg. Eloquenia ; 
ma il figlio di lui e di Margherita di Borbo- 
ne , nato nel 1240. Fo re a tredici anni . 
prese con s. Luigi la croce per eombatlere 
sotto Tunisi , vide Luigi morire , e di lui ab- 
biamo su questo caso una lettera eh' è nel 
VI del Martenne : mori poco dopo egli fles- 
so Il 4 settembre dell' anno meaesiroo , e lu 
segui di li a poco Isabella , sua moglie , od 
1255 ; e, nota il JoiovUle , figliuola di s. 



CANTO XXII. 



177 



19 E Ciriatto a od di bocca ascia 
D*ogDi parte una saona come a porco , 
Gli te sentir come i' una sdrucia. 

20 Tra male gatte era venato 1 sorco: 
Ma Barbarìccia il chiase con le braccia , 
E disse: state 'n là, mentr'io lo *nforco. 

21 E al maestro mio Tolse la faccia: 
Dimanda, disse» ancor, se più disii 
Saper da lui , prima ch'altri 1 disCaccia. 

22 Lo daca : dunque or di* degli altri ni. 
G)nosci tu alcun che sia latino, 

Sotto la pece? E quegli : i* mi partii , 

23 Poco è, da un che fu di là vicino. 
Cosi Tosa' io ancor con lui coverto, 
Ch' i' non temerei unghia nò uncino ! 

24 E Libicocco: troppo avem sofferto, 
Disse; e presegli 'I braccio col runciglio, 
SI che stracciando ne portò un lacerto. 

25 Draghignazzoanch*eì volle dardi piglio 
Giù dalle gambe : onde 1 decurìo loro 
Si volse 'ntomo intomo con mal piglio. 

26 Quand'elli un poco rappaciati foro, 
A hd eh' ancor mirava sua ferita, 



Dimandò 1 duca mio senza dimoro : 

27 Chi fu colui da cui mala partita 
Dr che facesti per venire a proda ? 
Ed ei rispose : fu frate Gomita, 

28 Quel di Gallura ,- vasel d* ogni froda . 
Ch'ebbe i nemici di suo donno in mano, 
E fé lor si, che ciascun se ne loda : 

29 Donar si tolse, e lasciógli di piano, 

SI com'è* dice. E negli altri ufficii anche 
Barattier fu non picciol ma sovrano. 

30 Usa con esso donno Michel Zanche 
Di Logodoro : e a dir di Sardigna 
Le lingue lor non si sentono stanche. 

31 O me ! vedete 1* altro che digrigna, 
r direi anche; ma i'temo ch*elIo 
Non s'apparecchi a grattarmi la tigna. 

32 Eì gran proposto, volto a Farfarello 
Che stralunava gli occhi per ferire, 
Disse: fatti 'n costà, malvagio uccello. 

33 Se voi volete vedere o udire. 
Ricominciò lo spaurato appresso, 
Toschi Lombardi, i ne farò venire: 

34 MastienleMalebranche unpocoincesso. 



Lafgi. Rtttebeaf trovatore fllastre pianse la 
morte di in! , e nella canzone gli dà il tito- 
lo di baoDO , di prode , di generoso , di a- 
mico ai minori ; lodi che Dante avrà leUe , 
e gli arranno ispirato amore di signor tanto 
raro. Gli successe Enrico III. detto il Gros- 
so , il quale nel 1274 sposò Bianca , figliuo- 
la di Roberto di Napoli , fratel di Luigi. Quel 
Tebaldo ehe morì nel 1253 Ai conte di Sciam- 
pagna ; e la casa di lui tuttodì mostrasi in 
Ay. Grazioso poeta, primo ad alternar le ri- 
me mascoline con le femioine: amò Bianca ma- 
die di Luigi IX ; ebbe tre mogli : tra queste 
Galtnide della casa d*Absburgo. 

19. PoAco Ar.: Ch*ha gli occhi e % denti 
fi»r €om€ di porco; e XVII, 30: Mostra le 
mmm p§or come fa *l porco. Si notino gli at- 
ti da' diavoli : Graffiacene lo leva col graffio , 
libieaote è chiamato per adugnarlo , Giriate 
tQ PtssaDoa. 

SO. Somco. Per sorcio , come etro da ce- 
nom ^ 'Nromco. Con le braccia Purgat., Vili : 
Nel latto ch$ 'l Montone Con tutti e quattro i 
pie copri «d inforca. 

3S. Latmo. Italiano ( Purg. , Xlll ; Inf. , 
XXVll ). 

tt. Dicvuo. Deeorione cbe guida la deci- 
Bi ( e. XXI ) ; come sermo ( XlII, 46 ). L'usa 
•oeja ^OtUmo . nel VI del Parad. , pag. 127. 

5». Biaoao. L'ha g. VilJani. 



27. Partita ( terz. 22, 23 ).— Gomita. 
Sardo, vicario e fattore di Nino. 

28. Vasel. Ariosto : Di tutti i vizii il va- 
so. Vita di 8. Girolamo : Vasello d* ineffabili 
virtù. Isaias ( XXXII , 7 ) : Fraudulenti va$a 
pessima iunt, — Do!>mo. Titolo alla maniera 
sarda. Nino de' Visconti , amico di Dante , 
signore del giudicato di Gallura. — Fa. Cor- 
rotto per oro. Nino lo fece impiccare. Virgi- 
lio pone tra' suoi dannati coloro che nae t?e- 
riti dominorum faUerc dextras. 

29. Piano De plano , modo giudiciale, cioè 
senza lungo processo. De plano dicono gli 
Spagouoli. Un antico : lerusaUm avuta di pia- 
no ( facilmente ). 

30. Usa. Conversa. Lat.: Eo utitur famiUa- 
rissime. — Zancbb. Sardo : ainiscalco della 
madre d' Enzo , il figliuolo di Federico II. 
Enzo nel 1238 sposò Adelasia marchesa di 
Massa erede delle giudicature di Gallura e di 
Logodoro in Sardegna. Federico , padre di lui» 
conquistò poi tutta l' isola , ed Enzo fu coro- 
nato re : nel 1240 fd prigione de' Bolognesi , 
mori nel 1272. — Zanche. Jf. Zanche , di- 
ce l' Anon., per $ue rivenderie in tante ncchez" 
10 divenne che , dietro alla morte di AdeUuia 
moglie d* Eneo , divenne signore della eofatìo- 
da , cioè del giudicato di Logodoro. 

84. Stibn ... in csaso. Per cenino : ha 
esempi anco di prosa. 

23 



178 



DELL' INFERNO 



Si che non teman delle lor vendette: 
Ed io seggendo in questo laogo stesso, 

35 Per un eh' io so*, ne farò venir sette. 
Quando sufolerò, com'è nostr'uso 
Di fare allor che fuori alcun si mette. 

36 Cagnazzo a cotal motto levò *ì muso, 
CroUandoI capo, e disse : odi malizia 
Gh' egli ha pensato per gittarsi giuso ! 

37 Ond'ei eh' a vea lacciuoli a gran divizia , 
Rispose: malizioso son io troppo, 
Quando procuro a'miei maggior tristizial 

38 Alichin non si tenne, e di rintoppo 
Agli altri, disse a lui : se tu ti cali, 
l'uon ti verrò dietro di galoppo ; 

39 Ma batterò sovra la pece l'ali. 
Lascisi 1 colle, e sia la ripa scudo ; 
A veder se tu sol più di noi vali. 

iSi.O O tu che leggi, udirai nuovo ludo. 
Ciascun dall* altra costa gli occhi volse; 
Quel prima, eh' a ciò fare era più crudo. 

kì Lo Navarrese ben suo tèmpo colse: 
Fermò le piante a terra, e in un punto 
Saltò , e dal proposto lor si sciolse. 

Wì Dì che ciascun di colpo fu compunto, 
Ma quei più che cagion fu del difetto: 
Però bi mosse, e gridò: tu se' giunto. 



hZ Ma poco valse» che l'ale al sospetto 
Non poterò avanzar. Quegli andò sotto^ 
E quei drizzò, volando, suso il petto. 
kk Non altrimenti l'anitra di botto , 
Quando'l falcon s'appressa, giù s'attufla ^ 
£d ei ritorna su crucciato e rotto. 
k^ Irato Calcabrina della bufla » 
Volando, dietro gli tenne, invanito 
Che quei campasse per aver la zuffa; 
kù £ come 1 barattier fu disparito « 
Cosi volse gli artigli ai suo compagno ; 
E fu con lui sovra '1 fosso ghermito. 
VI Ma l'altro fu bene sparvier grifagno 
Ad artigliar ben lui : e amendue 
Cadder nel mezzo del bollente stagno. 
b8 Lo caldo schermidor subito fue: 
Ma però di levarsi era niente; 
SI aveano inviscate l'ale sue. 
k9 Barbariccia con gli altri suoi dolente, 
Quattro ne fé volar dall'altra costa 
Con tutti i raffi : e assai prestamente 

50 Di qua di là discesero alla posta ; 
Porser gli uncini verso gl'impaniati 
Ch'eran già cotti dentro dalla crosta. 

51 E noi lasciammo lor cosi 'mpacciati. 



35. SUPOLBRÒ. Bagia del barauiere: tutti 
ìd questa bolgia bugiardi. Quand* uno , di- 
C egli , mette il capo fuor daUa pece per re- 
frigerio , e vede che noe e* è diavoli a guar- 
dia , infoia per invitare i compagni. 

36. Malizia. Trecentista ined. : La maUMÌa 
che Dido avea puntata, 

37. Lacciuoli. V. S. Girol. : OrdmatMtol 
contro lui intidie e laociuoU. — Troppo. I- 
ronia. 

38. Rintoppo. Àr. ( XXVIII , 66 ) : lini 
ritpote di rimando. 

39. GoLLS. La cima dell' argine ( e. XXIII, 
Itf ) : Collo d$lla ripa dura. Imaginate il la- 
go di pece in mezzo alla bolgia sì che riman- 
gano due margini di qua e di là al passag- 
gio de' diavoU ; imaginate che ai due lati si 
alzino due alti orli di pietra; la sommità di 
dascon rilioTo chiamate eoUo ; Il pendio chia- 
mate ripa ; e intenderete , come U ripa fac- 
cia scado e nasconda i diavoli ai dannati , e 
i dannati a quelli. 

40. Occhi. Scese dalla eresta dell'argine, 
e si Yoltò In là. — Crudo. Cagnazzo. 

41. CoLSB. Virg.: Arr^pio umport. Sacchet- 
ti : CoUc Umpo, — Pbriiò. Atto di chi vuole 
spiccare nn saito. Ariosto : jB dmrivr pwiUo , 



punta t pie alla rena. — Proposto. Si libcfè 
dall' ioteozioDe ch'avevano di scuoiarlo. fr^ 
posto qui vale proposito , non , come sopca, 
preposto. 

42. Compunto. Di dolore e di sdegno.— 
QuBi, Alichioo. 

43. AVANZAR. Virg.: PisdUrns timor aéém 
alas. L'ali d'Alighioo non furon più proaie 
della paura diCiampolo. 

45. Quii. Ciampolo. I malvagi si volgone 
TuDu contro l'altro , quando non hanim fili 
deboli da danneggiare. 

46. Sovra. In aria. 

47. Grifagno. Lo sparviero di nido diM- 
vasi nidiace; quando spiegava l'alia ranJa- 
go ; adulto, grifagno. Ar.: Come gpmrm t r 

' che nel piede grifagno Tenga la preda e fi* 
per fame pasto. 

48. ScoBRMiDOR. Ar. (XXIX, 47, 48 ): Ct^ 
don nell* acqua, e vanno al fondo tiuifwe.»* 
V acqua li fece dittaccare in fretta. — > Ni 
tb (c. IX, 19). 

49. Altra. Fa I quattro diavoli andare 
l' altra parte per rendere verisimile in qiNlli 
scompiglio la sua fuga. 

60. Posta. Termine di cacciagione: 
I assegnato dal capocaccia. 



179 



CANTO XXIIL 



ARGOMÉNTO. 

Sinteeiolano ndla bolgia degV ipocriti , e trovano due frati bolognesi , coperti 
^ ^VP^ ^* pi^^"''^ dorate di fuori j e Caifasso e gli altri nemici di Gesti j croce- 
fui per Una con pali j e su i lor corpi passare gì* ipocriti gravi. L oro, de* me- 
<aib*j jiMi fino , U piombo più vile , indicano le belle apparenze e la profonda rei- 
<<ì. A ptula imagine potè Dante essere indotto dalla falsa etimologia che allora 
f^eva i ipocrita , da hypo e cl^sos. 

Nou le taRine 1 , 2 , 4; It 6 alla 10; la 12 , 13; la 14 alla 24; la 26 alla SO; U 
3S» 34, 36, 37, 38, 40, 41, 42, 48. 



1 Taciti, 8oli« e senza compagnia 
ITandaTam l*iin dinanzi e 1* altro dopo 
Come i firaii minor vanno per via. 

ì V<^ era io 8u la favola d'Isopo 
Lo odo pensier, per la presente rissa , 
Dov'ei parlò della rana e del topo. 

3 Che pia non si pareggia mo ed issa 
Che ran con V altro fa, se ben s'accoppia 
Principio e flne con la mente fissa. 



i. 



Sou. Aggiunge senxa compagnia , per 

-i« aM fina eompeignia dalia quale s' 

Iterati. — Frati. Dimessi, raccolti in 



1. Favola. Una rana , per annegare on to* 
pt» te lo legò al piede , dicendo lo condar- 
lajifca di là dal fosso : on nibbio scende e li 
aflibedoe. — Isopo. Esopo : anco io 



3. Mo. Da modo.— -Issa. Da hae ipsa hora 
( e. XXTII , 7 ; Pnrg. , XXIV, 19 ). V uno 
looibordo, r altro toscano. 

4. ScoFKA. Buon. ( Fiera) : Quello a quello 



k E come Tun pensier dell'altro scoppia, 
Cosi nacque di quello un altro poi , 
Che la prima paura mi fé doppia. 

5 r pensava cosi: questi per noi 
Sono scherniti, e con danno e con beffa 
Si fatta ch'assai credo che lor nói. 

6 Se r ira sovra '1 malvoler s' aggueffa, 
£i ne verranno dietro più crudeli. 
Che cane a quella levre ch'egli acceffa. 

Peiitiet succede , e vxsco aW altro fossi , E 
V altro alV altro. 

8. Pbr. La voglia che Dante mostrò di par- 
lare a Giaropolo , fa occasione alla rissa. — 
NÓI. Notare per dispiacere, era in aso. 

6. S' AGGDBFFA. Nel proprìo vale aggiange- 
re filo a filo, come si n ponendo il filo dal 
gomito alla mano,o innaspando. Qai per ag- 
giungere: come se l'ira s'avvolgesse e s'ag- 
gomitolasse col malnato talento. — Acceffa. 
Prende col ceffo , o sta sopra col ceffo, i nel 
Dittamondo. 



180 



DELL' INFERMO. 



7 Già mi senUa tatto arricciar li peli 
Della paura, e staTa indietro intento; 
Quando Tdissi: maestro, se non celi 

8 Te e me tostamente, l'ho pavento 

Di Malebranche.Noi gli avem già dietro; 
l*gl' immagino si che già gli sento. 

9 E quei: 8*io fossi di piombato vetro, 
L' immagine di fuor tua non trarrei 

Più tosto a me, che quella dentro impetro. 

10 Pur mo venieno i tuoi pensier tra i miei 
Con simile atto e con simile faccia, 

Si che d' entrambi un sol consiglio fei. 

11 S* egli è che si la destra costa giaccia 
Che noi possiam nell'altra bolgia scenderoj 
Noi fuggirem Y immaginata caccia. 

12 Già non compiodi tal consiglio rendere, 
Ch* i' gli vidi venir con V ale tese , 

Non molto lungi, per volerne prendere. 

13 Lo duca mio di subito mi prese , 
Come la madre eh* al remore è desta 
E vede presso a so le fiamme accese , 

1&-Che prendel figlio,efugge,e nons*arresta, 



7. Aauccum. Virg. : Stetirwntque eomae. 
Ar. : Ogni pelo arrieeiotti E scolorotii al Sa- 
racino il viso, Bocc. : Quasi tutH i capelli ad- 
dosso mi sento arrieeiare • • . Tutti i peli gVin- 
eomineiarono ad arrieeiare addosso, 

6. Pavbnto. Paura , voce del tempo. — 
Sbnto. Questi versi dipingono l' nomo. 

9. Fossi. Come specchio. Pro?. ( XXVII , 
19 ) : Quomodo in aquis retplendent vuUus 
prospieientium, eie eorda hominum mani festa 
sunt prudentibus, — Tsaerbi. Riflessa. Virg.: 
Mille trahens varios adverso sole eolores. Quin- 
di ritrarre, — Impetro. Ottengo , spiega il 
Buti ; mt può intendersi : formo distinta , 
così come in pietra. Purg. , XIV : Lo 'nfendt- 
mento tuo aecamo, Petr. : Cristallo o vetro 
Non mostrò mai di fere Nascosto altro colore. 
Che V alma sconsolata altrui non mostri Più 
chiari i pensier nostri ... Che fiso Li tenni nel 
bel viso ( gli occhi ) Per iscolpirlo imaginanr 
do , in parte. 

10. Atto. Questa personiflcazione segue la 
figura dello specchio. — Consiglio. Delibe- 
razione. Virg. : Consilia in melius referet, 

11. Giaccia. Penda in modo che noi pos- 
siamo sdrucciolar sul declivio. Inf. , XIX : 
iQuella ripa che piUi giace. — Caccu. Accenna 
alia similitudine della lepre. 

12. Rbnoerb. Virg.: Responsa...reddere, 

13. FiAMMB. Ar. (XVI , 88) : Qual è colui 
che prima ode il tumulto^ E delle sacre sfiuiUe 



Avendo più di lui die di 8Ò cura. 
Tanto cne solo una camicia veatt; 

15 E giù dal collo della ripa dura 
Supin si diede alla pendente roccia 
Che r un de' lati ali altra bolgia tura. 

16 Non corsemai si tostoacquaperdoccia 
A volger ruota di mulin terragno, 
Quand* ella più verso le pale approccia , 

17 Come '1 maestro mio per qua vivagno 
Portandosene me sovra 1 suo petto , 
Come suo figlio e non come compagno. 

18 Appena furo ì pie suoi giunti afletto 
Del fondo giù , cuci giunsero in aalooUe 
Sovresso noi : ma non gli era sospetto : 

19 Che r alta Provvidenza che far volle 
Porre nùnistri della fossa quinta » 
Poder di partirs'indi a tutti tolle. 

20 Laggiù trovammo una gente dij^ta 
Che giva intomo assai con lenti passi 
Piangendo, e nel sembiante stancaevinti 

21 Egli avean cappe con cappucci bassi 
Diimzi agli occhi , fatte detta taglia 

U batter spesso , Che vegga ti foeo a mmsn 
altro occulto, Ch' a sé , che ptià ^ loceo . • 
gli è più presso... 

15. Collo. Stat.: Colla Aimam. — Dcsa. 
Inf., XXI: Scoglio duro.— Dibds. Virg.: St/octii 
dedit aequor in altum ... Dat sese flumo. — 
Pbndbntb. Virg.: Scopulispendeniibus.'^Tìy 
SA. Ch'é il sinistro argine della bolgia sesta. 
Turare in Toscana non dicesi solameots del 
chiudere soprapponendo. 

17. Vivagno (c. XIV, t. 41).— Fmuo. Tor- 
na questo titolo spesso. 

18. Lbtto. Piano (Purg., XII, 5 ). — Gii. 
Vi. (Purg., XIII. 3). 

10. PoRBB. Ogni cosa è compartito ìmmt 
tabilmente dall'alta giusUiia. S. A^Nt.: Dèe- 
bolus vult plerumque nocere et non potest » 
quia poteslas ejus est sub potestate, — Meo* 
STRI. Armannino, nel suo Inferno; MbriHiH sa* 
pra gli tormenti, 

20. Dipinta. Come il colore dipioto cela fl 
vero , cosi l' ipocrita fa. L' Evangelo: ^uiet 
deaUfatus. — Giva. Anon.: Aeeiocehè la fatt 
ca del peso sia loro continua, sen^jtre tteums 
in movimento. Un supplizio infernate delto 
cappe pesanti , è descritto dal Passav. setta 
Specchio. — Stanca. Si raffronti la tarditi 
di questi co' versi ritraenti la precipiterolt 
scesa. 

21. (Bologna. Avean cappe lunghe e larghe 
nel cappuccio : però queste degl' ipocriti do- 



J 



CANTO XXIIL 



181 



Che per li monaci in Cotogna fassi. 
S Di fuor dorate non al ch*egli abbaglia, 

Ma dentro tutte piombo j e gravi tanto 

Che Federigo le mettea di paglia. 
33 O in eterno faticoso manto I 

Noi ci volgemmo ancor pure a man manca 

Con loro insieme, intential tristo pianto. 
tt Ma per lo peso quella gente stanca 

Venia si pian che noi eravam nuovi 

iìi compagnia ad ogni muover d' anca. 
B Perch'io al duca mio : fa che tu truovi 

Alcun eh* al tatto o al nome si conosca ; 

E |fi occhi, A andando, intomo muovi. 
2B E un che 'ntese la parola losca , 

Dirietro a noi gridò : tenete i piedi 

Voi die correte si per Y aura fosca. 
2f7 Forse ch'avrai damequelchetuchiedi. 

Onde 1 duca si volse, e disse: aspetta ; 

E poi secondo il suo passo procedi. 
Itistetti,e vidi duo mostrar gran fretta 

Deir animo, col viso, d' esser meco ; 



fef an essere tanto piò gravi. AmanDlno: Quinr 
a tono gli fM ineapimeeiaUf eK$ loro faUUà 
coprìroiio eogì mgannwoU fiìanUlli. 

ti. DomATB. Branetto : V* Ka taluno am- 
mtnOato Com$ rame dorato, Barberioo : Non 
lieo ioUo tpecie d* onestate Con finta cappa 
eoprir fattuaU. V evangelo : Similee... tepul- 
éhrie dleaUbatii quae a forieparent,.. epeeioia, 
mtue vero piena fimf... omni ipurcitia.,, At- 
Undlte a faitis propketis qui veniunt in vestir 
menUM ovmm, intrineeeui, • • eunt lupi rapa- 
tei. — Eeu. Impersonale : elegante. — Fa- 
MUSO. Secondo, Tincredaio: nona'Paterini, 
ciiin' altri mole, ma a* rei di lesa maestà, co- 
me accenna Pietro di Dante. L' Oit.: A eerti 
malfattori. Le cappe di Federigo eran piom- 
bo ; e con esse posti al fdoco , si struggeva- 
■0 ì miseri in lungo tormento. 

23. Puri. Sempre a manca: cosi gionto al 
Ibodo , avrà corso tutto a tondo r Inferno 
(XIV, 49). 

sa. Nomi. Petr.: Mentre eh' Svolga gU oe- 
old m ogni parte S^Cne vedessi aktun di chiara 
fmma O per antiche o per moderne carte, — 
SI. Inf. , X: Si mosse : • poi, cosi andando , 
Jff disse u. 

85. Pabola. La pronunzity e le frasi: fa 
«àt tv... fi andando, 

29. Bnwo. Come ipocriti tristi e irati alla 
vista d* un priTilegiato da* loro tormenti. — 
*lf sa. Inf., XVi: Gnoldr Vun V altro , come 
mi ver si guata. 



Ma tardavate 1 carco, e la via stretta. 
29Quandofùr giunti,assaicon l'oochiobieoo 
Mi riroiraron senza far parola ; 
Poi si volsero *n so , e oicean seco : 

30 Costui par vivo air atto della gola. 
£ s*ei son morti , per qud privilegio 
Vanno scoverti della grave stola t 

31 Poi disser me: o Tosco eh' al collegio 
DegI' ipocriti tristi se' venuto , 

Dir chi tu se' non avere in dispreeìo. 

32 Ed io a loro : i*fui nato e cresciuto 
Sovra 1 bel 6ume d' Amo alla gran villa: 
E son col corpo eh' i' ho sempre avuto. 

33 Ma voi chi siete a cui tanto distilla , 
Quant' i' veggio dolor giù per le guance? 
E che pena è in voi che si sfavilla ? 

3i!^ E l'un rispose a me : le cappe ranco 
Son di piombo A grosse, che li pesi 
Fan cosi cigolar lelor Ulance. 

35 Frati Godenti fummo, e bolognesi ; 
Io Catalano e costui Loderingo 



dO. Gola. SI vedeva il moto dell' alitate. 
F. Purg. (li , 07). — Stola ? In anUeo era 
lunga veste ed intera. 

31. Ma. G. I: Rieposi UH, •* Gollbaio. DI- 
cevasi d'ogni coUezion di persone. Anonimo: 
Dante fu nel lor collegio ( de* lasciri ). — Tri- 
sti. Evang.: Hypoeritae tristes. 

32. Nato. Gonv.: Fiorensa nella quale nato 
e nutrito fui fino al colmo della mia iTÌfa.— 
Gkan. Gonv.: Della heUissima e famosissima 
figlia di Roma, Fiorenza. — Villa (Inf., 1). 

33. Distilla. Petr.: Convien ehe*l duol per 
gli occhi si distille,.. Lagrime che il dolor di- 
stilla Ar ^It oce^t miei. . , — Pena. Non sa 
che la cappa sia piombo. Lo sente al v. 101. 

34. Pesi. Abbiam le simiUtudini de* firati , 
deUa rana, del cane, dello specchio, della ma- 
dre, del mulino , de' frati ai Gologna, delle 
cappe di Federigo, de' pesi delle bilance. La 
più lunga é quella della madre : ed é la più 
affettuosa. Quesu fiera anima neUe scene d'a- 
more più Togliosamente si posa. 

35. Frati. Siamo a' frati di nuovo. Napo- 
leone Catalani e Loderingo o Loterieo degli 
Andalòy o, come l'Ott., de* Garbonesi ; di Bo- 
logna, di quell'ordine cavalleresco di s. Ma- 
ria che istituito da Urbano IV e dal detto Lo- 
deringo, per combattere gì' infedeli, ebbe so- 
prannome de' Godenti. Di sotto hianeo e di so- 
pra nero portavano • viveansi con loro nuh 
gli , dice 1' Ottimo. Caulaoo era guelfo, Pai- 
tro ghibellino; e però i Fiorentini nel luglio 



182 



DELL' INFERNO 



Nomati, e da tua terra insieme presi 
36 Come suole esser tolto unoom solingo, 
Per conservar sua pace. E fummo tali , 
Ch' ancor si pare intorno dai Gardingo. 
37. r cominciai; o frati, i vostri mali... 
Ma più non dissi , ch'agli ocelli mi corse 
Un , crocifisso in terra -con tre pali. 

38 Quando mi vide, tutto si distorse 
Soffiando nella barba co' sospiri: 

£ 1 frate Catalan eh' a ciò s' accorse, 

39 Mi disse : quei confitto che tu miri, 
Consigliò i Farisei che convenia 
Porre un uom per lo popolo a' martiri. 

h-0 Attraversato e nudo è per la via, 
Come tu vedi ; ed è mestier eh' e* senta 
Qualunque passa com'ei pesa pria. 

41 £ a tal modo il suocero si stenta 
In questa fossa, e gli altri dal concilio 

del 1260 , gli diedero il governo di sé , in- 
vece d' un solo potestà com' era oso ; spe- 
randoli , come frati e solitarii, rappacificatori 
delle ire. 

36. Tolto. Scelto. lof. , XVII : Hanno a 
pcusar la gente modo toUo, — Solingo. Con- 
templativo; lootano da amore di parti. — Tali 
Nel 1265 , Loderiogo cercava fare i Ghibel- 
lini maggiori , onde l' altro lo cacciò con la 
parte ghibellina , della quale gli liberti eran 
rapi , e arsero le lor case poste nella con- 
trada del Gardingo, là dove è il san Firenze 
oggidì. 

37. Mali. Non si sa se intenda : mi mao- 
vono a pietà , o : sono ben meritati : o mali 
per colpe. La sospensione è ad arte. — Corse. 
l pensieri gli vengono in forma d^aomo, gli 
oggetti gli corrono all' occhio , egli invia e 
scende l' occhio agli oggetti. Vivo ogni cosa, 
tutta la natura è iu animata armonia con l'a- 
nima sua. 

38. DisTORSB. Pensando che un vivo gli do- 
veva col peso suo passar sopra. F. verso 
120. per vergogna che la sua ipocrisia sia 
palese. 

W. UoM. Joh. ( XI , 50 ): ExpedU . . .ut 
unus moriaiur homo prò populo, et non tota 
gene pereat. 

40. Qualunque. Come per portare in sé 
fatta r ipocrisia dell' inferno. Ipocriti cam- 
minano sopra ipocriti , e li calpestano, is. 
( LI , 23): PoiiùtU ut terram corpus tuum..» 
tfuasi viam transeuntibue. 

M. Suocero. Anna. — Stenta. Da sten- 
dere : però ben s' applica ai crocefissi diste- 
si. In senso simile ha distentare Virg. — • Fos- 



Che fa per li Giudei mala sementa, 

k2 Allor ifid' io maravigliar Virgilk) 
Sovra colui eh' iara disteso in croce 
Tanto vilmente nell'etemo esilio. 

(•3 Poscia drizzò al frate cotal voce: 
Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci 
S' alla man destra giace alcuna fooe 

hh Onde noi amenduo possiamo oaciiei. 
Senza constringer degli angeli n^ 
Che vegnan d' esto fondo a dipartirci* 

h& Rispose adunque : più cheta nonaperi 
S'appressa unsassochedaliagrancerchia 
Si muove, e varca tutti i vaUon ferì, 

hG Salvo che questo erotto e noi coperchia* 
Montar potrete su per la mina , 
Che giace incestale nel fondo soperchia. 

VI Lo duca stette un poco a testa china , 
Poi disse : mal contava la bisogna 

SA. Sap. ( X , 13 ) : Sapientia . . . d n em 
dit. . • cum Uh in foveam. — Concilio Col- 
legerufU. . . PofUifiees et Pharisaei conei- 
Uum. — Sementa. Inf. ( XXIII , t. 36): Ck$ 
fu 'i mal seme della gente totca. 

42. Virgilio. La ragione umana stupisca 
ripensando alla maledizione del deicidio. Nal 
terzo deli' En. è una sentenza simile a qodla 
di Caifis: C7fitim prò multis dabitur eamtU 
Quando Virgilio sceso scongiurato da Eritto> 
ne , Caifìisso non era per anche dannato. — 
Esilio. Horal.: Aetemum Extilium. 

43. VocB. Per discorso : é in Virg. — • Fa> 
CE. Uscita per andare alla bolgia seitima. 

44. CosTRiNfiER. Coi ripetere V annomio 
di nostra missione divina. Conveniva loro tor- 
nare a sinistra. — Angeli. Tali anco la seris- 
tura li chiama. E son diavoli dunque anch^ 
quivi. E in pgni bolgia. 

45. Appressa ( e. XXVIII, t. 43). — Vaa* 
CA (XVIII. 5, 6). A guisa di ponte. Non è qa»> 
sto il solo, ma ò il più vicino. — Feri. Virg.: 
JlfoiUef^a feri. 

46. Ódesto... ruina. Nella morte di G. C. 
non crollò solo il ponte , ma tutto V argino 
minò. Lo scarico delle pietre rovinate venoa 
al fondo , e vi fece un rialzo , quasi scala 
a salire. Cotesto illustra il passo del e. XII. 

47. Contava. Quando disse : Preuo è use 
altro scoglio che via face. Tutti i ponticelli 
son rotti : onde non potevano i due P. avere 
altra via che lo sdrucciolar dall' uno argina 
e lo arrampicarsi per l'altro. Que'diavoli fin- 
gevano di rispettare il volere divino nel viag* 
gio de' due ; ma meditavano , da barattieri , 
qualche frode secreta. Però la bugia ; però gii 



CANTO XXIII. 



18S 



IO i peccator di là uncina. 
nte : i' udì' ^ dire a Bologna 
rolTÌzii assai, tra i quali udi' 
è bugiardo, epadredimeniogna. 



li, e il volare dietro ai fìiggiti per 
GÓil la malizia toroa loro io fer- 
ii afreane ai diavoli della porta di 
OLDi. Malacoda, veone a parlare a 
n alle mani oo nocino (XXI , 26): 
• Per udii : anco in prosa. «^ Bo- 
■pre amaro alla guelfa città. Ott.: 
m &a isettola 9 udk predicare inper- 
whpw U vitti del diavolo. — Bu- 
1^.: Non est ventai meo: qumrn 
s^pooittin, ex proprOe lofuUur , 



49 Appresso 1 duca a gran passi sen gi 
Turbato Un poco d'ira nel sembiante : 
Ond' io dagr incarcati mi parti' 

50 Dietro alle poste delle care piante. 



^tiìd mendax ett , et pater nu$, Albertano : 
Lo diavolo è bugiardo e padre di mentogna. 

49. Gran. Per ira dell' inganno , che a' sa- 
Tii e a' leali dispiace : e per lasciare gì' ipo- 
criti. Vnole indicare quale astuzia sia ne'na- 
rattierl , poiché il senno di Virg. n' è illuso. 
Ck>sì risponde a coloro che di naratteria lui. 
Dante, tacciavano. 

ttO. Posti. Petr.: L'orme tmpreifc dàWa- 
mate piante. 



i6k 



CANTO XXIV 



ARGOMENTO. 



Al tufiani di Virgilio tbigottiiee il P. , A ptr affetto^ e A per Umùre di mio. 
ìf inganni e pericoli : ma Virg. ei rasserena pensando che la menzogna di Molar 
coda aveva amUo » dice T Anon. , corta coda : e Dante si rasserena con lui. S'ar*' 
rampicano sulla ratina dclV argine destro per giungere sulla settima bolgia. Mom^ 
fono il ponte ; per meglio vedere , scendono suU* argine ottavo : vedono i ladri tot" 
mesUati da serpi. In questo canto dipinge i ladri di cose saere, dice F Anon.; nH 
seguente gli altri. Qui son feriti da serpi , cadono in cenare , e tornano in forma 
umana : là si trasformano k %iomini in serpi , di serpi in uomini. 

Nota le teifioe 1, 3, 4, 8, 9» 10, 13» 16, 17, 18, 20, 22, 26, 28; la 31 alla 35; 
la 39, 40, 42, 44, 45, 49, 50. 



!2 



3 



In quella parte del gioTÌnetto anno 
Chel sole i crìn gotto T Aquario tempra; 
E già le notti al mezzo di sen vanno, 

Quando la brina in su la terra assempra 
L' immagine di sua sorella bianca. 
Ma poco dura alla sua penna tempra; 

Lo villaneilo a cui la roba manca. 
Si leva, e guarda j e vede la campagna 
Biancheggiartutta.ond'ei si batte Tanca; 



i. Giovinetto. Petr. : /n ^'ovanti fgwa 
ìneomineiani ti mondo a vutir d* erba . . . 
Bin^ovanites V anno. Macrob. ( Salarn. ) : 
Sol in aUUudinem suam %U in robur nvertitur 
juvwtutit. Entra io Aquario il di 21 di Reo- 
naio. — GaiN. Virgil. : Aethsria tum forte 
plaga erimiu$ Apollo. Il calore del sole é dal- 
l' Aquario temperato, e le notti invernali sce- 
mano e s* avviano ad essere la metà del gior- 
no, cioè dodici ore. Nota il Poggiali che nel 
calcolo di Dante rispetto allo allungare del 
giorni , de?' essere entrato lo sbaglio della 
giunta che facevasi all' anno , di sette giorni 
circa , prima della correiiooe gregoriana. La 
similitudine è troppo dotta , non assai evi- 
dente ; pur bella. 
2. AssBMPKA. Nel Conv. asemplo per esem- 



6 



Ritoma a casa , e qua e là si lagna 
Come '1 tapin che non sa che si faccia ; 
Poiriede, e la speranza ringavagna, 

Yeggendol mondo aver cangiata ' 
In poco d' ora; e prende suo vincastro , 
E fuor le pecorelle a pascer caccia. 

Cosi mi fece sbigottir lo mastro 
Quand* i' gli vidi si turbar la fronte ; 
E cosi tosto al mal gitmse Io *mpiastro. 



pto. Qui aisefiiprtife vale esemplare, eopèisn, 
voce del tempo; e signiBca : quando la bri- 
na par neve. Prosegue il traslato dell' aiiaw 
prore In modo contorto , e dà alla brina et^- 
piatrice una penna , e alla penna una tempia. 
Non è però senza poesia r imagine della ter- 
ra scritta di neve o di brina. — Soablla. 
La brina sorella alla neve e per la somigliali- 
xa, e per la simile causa che la produce. — 
Poco. Lncan. : Non duraturas^ ecnspeeto sole 
pruinae. 

4. RiNGAVAANA. Inf. , XI: Futansa ...imr 
borsa. 

'6. 'Mpiastro. Un pò* materiale , eomerh^ 
gttvagna ed aseempra. Petr.: ÀlCiSalkhedo» 
gUe fiero impi<istro. 



CANTO XXIV. 



185 



7 Checome noi venimmo al guastoponte, 
Lo duca a me si volse con quel piglio 
Dolce, ch'io vidi in prima appiè del monte. 

8 Le braccia aperse dopo alcun consiglio 
Eletto seco , riguardando prima 

Ben la mina ; e diedemi di piglio. 

9 E come quei che adopera ed istima , 
Che sempre par che nnanzisiproweggia, 
Cosi , levando me su ver la cima ( già , 

10 D'un ronchione,avvisava un'altra scheg- 
Dicendo : sovra quella poi t'aggrappa ; 
Ma tenta pria s'è tal eh' ella ti reggia. 

11 Non era via da vestito di cappa ; 
Che noi a pena, ei lieve ed io sospinto, 
Potavam su montar di chiappa in chiappa . 

12 E , se non fosse che da quel precinto , 
Più che dall' altro , era la costa corta , 
Non so di lui , ma io sarei ben vinto. 

13 Ma perchè Malebolge inver la porta 
Del bassissimo pozzo tutta pende , 

Lo sito di ciascuna valle porta 
ìk Che l'una costa surge e l'altra scende. 
Noi pur venioomo in fine in su la punta 

7. Guasto. Diroccato. — Piglio. Nel III del 
Purgatorio , Virgilio si torba e si rasserena. 

8. Sico. Tra sé. 

9. Adopera. Opera insieme e pensa. Senso 
dell' oso antico. Altrove dice stimativa per fa- 
coltà di raziocinare. Sap. (Vili , S): Defu- 
fri$ autimaU — Pbovveggia. Novell., VII: 
Salomon» ri provvide di sottoporre ed ordina' 
te sì lo reame, 

10. Ro?iCHiONE (XXVI, 15). — Avvisava. 
Noiava coir occhio. Novellino , XX : Avvisò 
mn coperchio d* uno nappo d* oriento, 

11. Chiappa. Virg : Prensantemque uneis 
wsambu» capita aspera montis. 

12. Precinto. L'argine della settima bolgia 
è più basso, quindi più facile a salire dell'ar- 
fine già lasciato: perchè le bolge pendono tutte 
irerso il centro , quindi sceman d' altezza. 

13..ÌIALER0LGB (C. XVUl). — PORTA. Cosl 

chiama Virg. V apertura d' un antro. 

14. L'UNA. L'argine a manca dal lato del- 
la periferia è più alto ; quello a destra dal 
lato del centro , più basso. — Scende. Virg. 
io senso simile : Se subdueere coUes Incipiunt, 
La differenza d' altezza non deve esser pic- 
cola » se il pozzo é bassissimo. — Scoscende. 
Dov è l' ultima pietra che nel terremoto si 
scoscese. Sono alla Gne della rovina : resta 
<la salir fino al ponte. 

16. Spoltre. Spoltronirsi è dell'oso tatto- 



Onde r ultima pietra si scoscende. 

15 La lena m'era delpolmonsi munta 
Quando fui su» chT non potea più oltre; 
Anzi m' assisi nella prima giunta. 

16 Omai convien che tu cosl ti spoltre. 
Disse 1 maestro: che seggendo in piuma. 
In fama non si vien , né sotto coltre. 

17 Senza la qual chi sua vita consuma , 
Cotal vestigio in terra di sé lascia 

Qual fummoin aere od inacqua la schiuma. 

18 E però leva su: vinci 1* ambascia 
G)n r animo che vince ogni battaglia 
Se col suo grave corpo non s* accascia. 

19 Più lunga scala convien che si saglia ; 
Non basta da costoro esser partito: 

Se tu m' intendi , or fa si che ti vaglia. 

20 Levami allor , mostrandomi fornito 
Meglio di lena eh' i' non mi sentia , 

E dissi : va ; eh' i' son forte e ardito. 

21 Su per lo scoglio prendemmo la vìa , 
Ch'era Tonchioso, stretto, e malagevole. 
Ed erto più assai che quel di pria. 

22 Parlando andava per non parer fievole ; 

ra. — Coltre. Petr.: La gola e*l sonno e Vo- 
xiose piume. Tasso : Non sotto V ombra in 
piaggia molle , Tra fonti , e fior, tra ninfe, 
e tra rirtne ; Ma in cima all'erto e faticoso 
eolle Della virtù riposto è il nostro bene. Chi 
non gela , e non sttda, e non s* estolle Dalle 
vie del piacer , là non perviene. Ognun qni 
Tede accennarsi al primo dell' Inferno. 

17. Schiuma. Sap. (II, 3): Transibit via 
nostra tanquam vestigium nubis , et sieut ne^ 
buia dissoìvetur ; V , 15 r Tanquam spuma 
graciUs quae a procella dispergitur : et tan- 
quam fumus qui a vento, diffusa est, 

18. Leva. Med. sopra V Alb. della Croce: 
Leva iu, — Animo. Qai per forza di cuore , 
alla lat. (Parg., XVI, terz. 26). — Accascia. 
Horat : Corpus onustum Estemis vitiis , ani- 
mum quoque praegravat una. La Bibbia: Cor- 
pus,,, quod corrumpitur , aggravat animam, 

10. Costoro. Non basta , dice V Anonimo, 
lasciar 11 male, convien giungere al bene. II 
P. esce a stento de' barattieri , a stento de- 
gl'ipocriti : l'allusione è ben chiara. 

So. Forte. Parole dettegli da Virgilio 
nel e. XVII. 

31. Erto. Lo scarico delle pietre rotolate 
dal tremoto , dà via men darà che 1* argine, 
tutto scoglio. 

22. Voce. Di Vanni. — Fosso. Bolgia set- 
tima. 

21 



186 



DELL' INFERNO 



Onde una voce uscio deU* altro fosso, 
A parole formar disconvenevole. 

23 I^Ion soche disse, ancor che sovra! dosso 
Fossi delFarco già che varca quivi: 
Ma chi parlava , ad ira parea mosso. 

2& Io era volto in giù ; ma gli occhi vivi 
Non potean ire al fondo per l'oscuro: 
Perch' r : maestro , fa che tu arrivi 

25 DaU*altro cinghio ; e dismontiam lo mu ro : 
Che com' i' odo quinci , e non intendo , 
Ck>sl giù veggio e niente aSìguro. 

26 Altra risposta , disse , non ti rendo 
Se non lo for : che la dimanda onesta 
Si dee seguir con Y opera tacendo. 

2T Noi discendemmo 1 ponte dalla testa 
Ove s' aggiunge con Y ottava ripa : 
E poi mi fu la bolgia manifesta. 

28 E vidivi entro terribile stipa 
Di serpenti , e di si diversa mena 
Che la memoria il sangue ancor mi scipa. 



23. Dosso. Conv. :/n tuWarco of}V9rdouo 
dì questo cercM'o.—- Varca. Inf., XXIII: Varca 
tutti i vallon feri. — Ira. Più sotto , Vanni 
griderà: TogU, Dio; e Caco: Oo* è l* acerbof 

24. Vivi. G. XXIX , 18 : Fa la mia ^ta 
pie viva. 

25. Altro. Più basso ( t. 13 ) ; che poi 
chiamerà ottava ripa. — Muro. Il ponte sì 
leva più alto deU' argine ; onde per andare 
dal ponte all'argine sì scende : e la scesa dai 
ponte air argine non dev* essere tanto corta ; 
se non vedendo naUa dal ponte, dall'argine 
la bolgia gli sì fa manifesta. 

26. Seguir. Sentenza simile in Cic. ( De Am.). 

28. Mena. Specie; o , nel senso del vìrg. 
aymen , eh' esprime il dimenar de* serpenti. 
E bene le serpi striscianti son pena dei vile 
delitto : e come le serpi tra loro , così s' of- 
fendono ladri con ladri. — Scipa. Me lo dis- 
sipa , e mei fa tornare al cuore; effetto della 
paura , al dir del Boti. Forse creando il suo 
Inferno , Dante aveva al pensiero Y Eccl. 
( XXXIX, 35 , 36 ) : Ijuit, grando , fames , 
0| mon , omnia haee ad vitidictam creata 
nuU : Bettiarum dentes , et scorpii , et ser- 
pentes , et rhomphaea vindieant in extermi- 
tùum impios ; XL ( 9 , 10 ] : Mors , ianguis» 
eonteutto , et riwmphaea, et oppreeeionet , fa- 
mes , et contritio , et flagella : Super iniquos 
creata sunt haee omnia, 

29. Libia. Ov. ( Met. , IV ) la Domina pei 
molti berpcoU. Vìrg. , Lue. ed altri. — Rb- 
«NA. ier. ( IX , Al ) : lìabo Jermalem m acer- 



29 Più non si vanti Libia con sua rena. 
Che se chelidri, iacoli e faree 
Produce, e ceneri con anfesibena» 

30 Nò tante pestilenzie nò si ree 
Mostrò giammai con tutta l'Etiopia, 
Nò con ciò che di sopra al mar Rosso ee. 

31 Tra questa cruda e tristissima copia 
Correvan genti nude e spaventate. 
Senza sperar pertugio o elitropia. 

32 Con serpi le man dietro avean legate ; 
Quelle ficca van per le ren la coda 

E'I capo; ed eran dinanzi aggroppate. 

33 Ed ecco ad un eh* era da nostra proda. 
S'avventò un serpente, che *1 trafisse 
Là dove 'i collo alle spalle s* annoda. 

ih Ne O si tosto mai nò I si scrisse 
Coro*ei s'accese, e arse; e cener tutto 
Convenne che cascando divenisse. 

35 E poi che fu a terra si dii^trutto. 
La cener si raccolse ; e per sé stessa 



vos arenae , et eubilia draconum, — Cheli- 
dri. Lucan..* fluc Libycae morles ... fro^it^M 
via fumante Cheìydri: Et semper recto laptU" 
ruM lirmte Cenchris ... Et gravis in genùnnm 
turgenè caput amphisbaena ... Jaculique valw 
cres t Et eonlentus iter cauda suleare pkareae. 
Il chelidro , anfibio ; il iaculo si lancia dagli 
alberi contro l' uomo ; il cenerò , di vario co- 
lore ; Tanfesibena crpdevasi a^ere un altro 
capo là dove gli altri han la coda ; il farea 
va ritto , con sola la coda strisciando ii suolo. 

30. Pestilenzie. Lue. : Hat inier pettm 
duro cato milite ... Sed majora parant Xtlf- 
caa spectacula patei. — Ciò. Uivinameute imi- 
tato dall' Ar. : Quanto Velenoso erra pw Im 
calda sabbia. — Sopra. In Egitto. 

31. Pertugio. Ove salvarsi , come solera- 
no io vita. — Elitropia. Pietra , dice il fi- 
glio di Dante , verdo russa o persa , che ba- 
gnata net sugo della cicoria quam dicimme 
mirasoUm , rende invisibile obi la porta. Era 
credenza comune a qoe' tempi. E ognuii sa la 
nov. di Calandrino. Jer. ( Vili • 17 ) ; Eem 
ego mittam vobis serpentes regulos, quibus lum 
ef( incanlatio; et mvrdebunt vos, ait Dominui. 

32. Legate. A pena dell' averne fatto maluso. 

33. Proda. Dalla parte dell'argine uv'eram 
noi. — Trafisse. Lucan. : Aulum , Torta 
caput retro Dipsas calcata momoniit. 

3f. Cener. Pena condegna ai la loro viltà. 
Quanto tormentosa debb' essere questa disso- 
luzione frequente , per accorgersmi , basta 
pensare alla morte. 



CANTO XXIV. 



187 



Tn qnel mcdesmo ritornò di butto. 
30 Cosi per Ji gran savii si confessa 
Ciìc la Fenice muore e poi rinasce 

Qaandoal cinquecentesimo annoappressa. 
ZI Erba né biada in sua vita non pasce , 

Ma sol d' incenso lacrime e d' amomo: 

E nardo e mirra son V ultime fasce. 

38 E quale è quei che cadere non sa corno , 
Per forza di deroon eh' a terra il tira, 
O d* altra oppilazion che lega Fuomo, 

39 Quando si iieva , che 'ntorno si mira, 
Tutto smarrito dalla grande angoscia 
Ch* egli ha sofferta , e guardando sospira: 

VO Tal era '1 peccator levato poscia. 
O giustizia di Dio quanto è severa , 
Che cetai colpi per vendetta crosciai 

kì Lo duca il domandò poi chi egli era: 
Perch'ei rispose: i* piovvi di Toscana, 
Poco tempo è , in questa gola fera, 

36. Savii. Cresc. (II, 18): Gli antichi sa- 
«ti. -^ Confessa. S' insegna , si professa ; 
modo de' trecentisti, e de' Latini. — Fenicb. 
(>rjd. , XV : Vna est , quae reparet , seque 
ffsa rtseminet , ales. Assyrii Pfioeniea vocant: 
non fruge , nec herbis Sed ihuris lacrymis , 
et succo vivit amomi, Haec ubi quinqftesuoé 
eompUììit saecula vUae , JUcis in ramis tremu- 
la€V€ cacuminae palmae, Unguibus et pondo 
mdum siH eonstruit ore. Quo simul ac casicu 
et nardi lenis arislas , Quassaque cum fulva 
tubtravit einnama myrrha; Se super imponit 
fmitque in odoribus aevum. Inde ferunt , to- 
tidem qui vivere debeat annos, corpore de pa- 
trio farvum Phoenica renasci. 

37. Pasci. Attivo. Virg. : Florem depasta. 
— » Fasce. Accenna alla vita novella a cui la 
Feoice rinasce. 

38. Coso. Quomodo : anco in prosa , e vi- 
ve io qualche dialetto. — Oppilazion. Nel 
ventricolo del cervello , dice V Anon. Rinser- 
rauiento delle vie degli spiriti vitali , o per 
opera diabolica come negli ossessi , o naia- 
ralBKDte come negli apoplettici , epilettici e 
simile. — Lega. Frase solenne trattandosi di 
magia o d'altra forza straordinaria. 

M). Vendetta. Bibl. : ATihi vindieta : ego 
ntribmam , ec. — Cboscia. Bocc. : Ai colpi 
dm di fuor fortuna croscia. 

41. Piovvi. Ar. : (XVI, 86): R demonio 
dtd del è' piovut* oggi. — Gola. Virg. : Fau- 
ut... Avtrni. 

42. UuL. Figliaol d' adulterio. — Bestia. 
S. Grfg. : Qui se ex humana rationenon fem- 
ptntf , fiactsff MI m butiUalifr vivat. Ecco 



42 Vita bestiai mi piacque e non umana. 
Si comeamul ch*i fui. Son Vanni Pucci. 
Bestia ; e Pistoia mi fu degna tana. 

43 Ed io al duca: dilli che non mucci« 

E dimanda qual colpa quaggiù Ipinae; 
Ch'iolvidiuomgiàdisangueedi corrucci. 

44 E 1 peccator che intese, non s' intìnse; 
Ma drizzò verso me l'animo e1 volto, 

E di trista vergogna si dipinse. 

45 Poi disse: più mi duolche tu m*hai colto 
Nella miseria dove tu mi vedi. 

Che quand'io fui dell'altra vita tolto. 

46 r non posso negar quel che tu chiedi. 
In giù son messo tanto , perch' i* fui 
Ladro alla sagrestia de'belli arredi: 

47 E falsamente già fu apposto altrui; 
Ma perchè di tal vista tu non godi. 
Se mai sarai di fuor de'luoghi bui , 

48 Apri gli orecchi al mio annunzio, e odi: 



come bestialità ha largo senso. 

43. Mccci. Fugga. Vive in alcane parti di 
Toscana. Albertano : Mueeiar la contenzione, 
— San6€K. Psalm. CXXXI : Viri Sanguinum. 
Eccl. , XXXIV : Jlomo sanguinis. Reg. ( Il , 
16} : Ftr sanguinum , et vir Belial. Dante stu- 
pisce trovarlo fra' ladri : credeva fosse tra 
gl'iracondi o tra* violenti. Alf. (Merope): Uo- 
mo di corrucci e sangue. 

44. Trista. C'è la vergogna Che fa Pwom 
di perdon talvolta degno (Purg. , V ). — Di- 
pinse. Petr. : Di pietà dipinto. Tasso : E di 
trista vergogna acceso e muto ... E di palli- 
da morte h dipinse. Bocc. : Dipinse il suo cati- 
dido viso , per vergogna , di bella rossezza. 
Eccl. ( V , 17): Super furem,. . est confusio, 
et poenitentia. 

45. Colto. Ottimo : Il furto.. . eh* elU feoe 
alla sagrestia de' belli arnesi di Mess. s. Ia- 
copo di Pistoia, il quale ha pit^ belli arnesi 
d'oro, e d' argento, e di pietre preziose, che 
uomo sappia , in calici , fornimenti, orna- 
menti nobili , e di grandissimo valore ...E 
quello furto . . . falsamente fu apposto a tali» 
che non v'avevano colpa; e questo fu per la 
potenza de' Cancellieri , de' quali costui era. 
L'innocente imputato era Vanni della Nona, 
che mori sol patibolo. Pucci era di parte Ne- 
ra. Il cavalier Ciampi dimostra, che Vanni 
tentò il farlo ma noi potè consumare. 

48. Dimagra (ViU. , Vili , 44). Gli abitami 
son come il succo della vita civile. -- Poi. 
Per occasione de' Neri usciti di Pistoia. — 
Gbnti. Per gli esilii. — Modi. Costami, reg- 
gimenti. Un GaDcellieri , ricco mercante di Pi* 



188 



DEL L' INFERNO 



Pistoia in pria di Negri si dimagra; 
Poi Firenze rìnnuova genti e modi. 
49 Traggo Marte vapor di vai di Magra, 
Ch* è di torbidi nuvoli involuto; 
E con tempesta impetuosa ed agra 

stoia , ebbe dae mogji , e Tona cbiamaU 
Bianca : i fiali di lei furono detti Bianchi ; 
Meri quelli dell'altra. Ne nacquero varie fa- 
miglie, si nimicarono, e straziarono la città. 
Coir esigilo portarono questa peste in Firen- 
ze : dove eran potenti i Cerchi e I Donati , 
gaelfi e questi e quelli : I Donati tennero da' 
Neri , i Cerchi da' Bianchi ; onde I Guelfi fio- 
rentini divisi in due sette. Nel maggio del 
1300 i Bianchi da Pistoia , aiuutl da que'di 
Firenze , cacciano di Pistoia i Neri ; nel no- 
vembre i Bianchi di Firenze son eacdati da' 
Neri. Nel detto anno il Marchese Moroello 
Malaspina uscì di vai di Magra a capitanare 
• Neri di Pistoia, e ruppe i Bianchi in Campo 
Piceno ; onde i Bianchi di Firenze anch' eglino 
debilitati n'andarono in bando: e Dante con 
loro. Questi è Moroello figliuol di Manfredi , 
che nel 1310 giurò co' Fiorentini ubbidienza a 
Clemente : diverso da quello che nel 1311 an- 
dò ambasciatore d'Arrigo in Brescia. Questo 
amico d' Arrigo era il quarto Moroello a cui 
Dante voleva intitolato il suo Purgatorio. 11 



50 Sopra campo Picen fia combattuto : 
Ood*ei repente spezzerà la nebbia. 
Si ch'ogni Bianco né sarà forato. 

51 £ detto rho perchè doler ten debbia. 



vapore di Val di Magra nel 1313 combatteva 
per Lucca contro Pistoia. Questo Moroello era 
marito di Alagia de'Ffeschi (Purg. , XIX), 
e March, di Giovagallo. Nel 1300 entrò in Fi- 
renze con Corso Donati » quando furono sae- 
cheagiate le case de' Bianchi , e quella di Dan- 
te distrutta. 

49. Vapor. Forse cosi lo chiama perchè, dke 
il Villani, apparve a quel tempo una meteora 
annunziatrice di pubblici guai (VII, 4S). 

50. Combattuto. Da* Bianchi, quasi da venti 
contrarli. — Ei. Il vapore , cioè Moroello. — 
SpiziBEi. Virg. : Torquet aquosam hiemm, 
et eo€lo cava nubila rumpit. Plutarco negU 
Apotemmi : AmUbal ad amicoi : notm» vSi$ 
praedixi montanam iUam nébulam Mnèff» 
aUquando in noi §mi$iuram? 

51. Dolse. Dante a quel tempo era guelfo: 
né poteva conoscere il vero senso dei vati- 
cinio di Vanni ; il qual già prevede che il P. 
sarà un giorno de' Bianchi, e si dorrà della 
loro scontitte. 






CANTO XXV, 



ARGOMENTO. 



Sioflio cmeoni tra ladH : $ a mostran quanto fmt hro inirimeca la malizia, 
le HTfi •' immtduimano in eiii : e lofi nudi acciocché per tutto ponan riceeere le 
trafttmn ; e in continuo terrore di e$$er puniti ; e corrono eenxa poterti involare ai 
moni deÙa coecienxa , figurata ne'eerpi. Le mani, A pronte al furto ^ qui ton le» 
gaie : e eieeome in tante guiee ei traeformarono per fuggire atta pena » coA qui ii 
— ' — t uomini in eerpi e a vicenda* 



Kote le tmioe 8 , 8» 7, 8, 11, il, 15; U 17 alla 81; U 84 alla 47; la 49, 60. 



Al fine delle sae parole, n ladro 
Le mani aliò con arobedoo le fiche, 
Gridando: togli. Dio; ch*ate le squadro* 

Da indi in qua mi tur le serpi amiche ; 
Perch'ona gli s'avvolse allora al collo » 
CoDie dicesse : i' non vo' che più diche: 



i. Aliò. Novellioo , LVIII : Fdce la fica 
muaei tfObio aW occhio, dieendoH «tOomf.— 
To«u. Dice 6. Vili, che sulla rocca di Car- 
sriguaDo era una torre molralta con due 
braccia di marmo che facevano le fiche a Fi- 
fente. — Squadro. È più che fo : misuro , 
afaademo. Sfogatosi contro Dante , si sfoga 
castro Dio , e mostra il bestiale eh' egli era. 
Atto degno di sacrilego. 

% Samn. S. Gipr. : Mtmtcìif cfiiiim lolsnfer 
mnipU faUens, oceutiU aeeettwut terpii, Go- 
BM la aerpe, così il ladro, dice TAnon., son 
oeaild deli' uomo nascosti. L' Anon. e Pietro 
di Dante qoi fanno una distinzione di ladri, 
cbe non può essere tutta di loro Diotasia : ve 
a* ba, dicon essi, che rubano d'elezione al- 
'rana cosa, l'altre non toccano, come ii Puc- 
ci : questi al mordere del serpente , cadono 
in cenere, poi toman nomini. V'ha di ladri 
ebe ban aempre l'animo al ftorto, ma sempre 
noi tentano , e questi divengono mezzo tra 
QomiBi e serpi, dopo morsi da quelli : ve n'ha 
che rubano non sempre , ma colto il momen- 



E un* altra alle braccia ; e rilegollo, 
Ribadendo sé stessa si dinanzi. 
Che non potea con esse dare un crollo. 

Ah Pistoia, nstoia, che non stanzi 
D* incenerarti, si che più non duri, 
Poi che 'n mal far lo seme tuo avanzi ? 



to , e questi d' uomini si fauno serpi , di se^ 
pi uomini : finch' C son ladri , lasciano l' u- 
mana forma, poi la riprendono. Altre distin- 
zioni pongono i comeotatori de' ladri compii* 
ci , e mezzo pentiti : ma troppo sottili. Gerto 
la diflTerenza della pena anppone differenza di 
colpa. — Amichi. Sempre severo agli insul- 
utori di Dio ( e. XIY ), e a tutti i rei di de- 
litto religioso ( X , XIX , XXYll. ) 

3. BaACciA. Ariosto : Che ìeaare le hraeda, 
t pt«dt • '1 eoUo GU vede ti we non può dO" 
re un erotto, — RuADBNno. Gli si fa quasi 
anello alle braccia , gli si avvolga dietro , poi 
no altro giro dinanzi. L* imagine e l' idea del 
tormento è tolu forse da Yirg. :' Corrìptunl , 
sviritque ligant ingentilnu ; al jam Bii me- 
aium amplcxi, bit cotto sqìtamea circum Ter- 
ga dati, tuperant capite ei cervieibut allii. 
lUe simili manilnu tendit diveUere nodos. — 
CnoLLo. Petr. : Né pouo dal bel nodo ornai 
dar erotto. 

4. iNCEiiBEAmTi. Che non subilisci di la* 
cenerartl come il ladro tuo citudino , poiché 



190 



DELL INFERNO 



5 Per tutti i cerchi delio 'nferno oscnri 
Spirto non vidi in Dio tanto superbo; 
Non quel che cadde a Tebe giù de* muri. 

6 £i si fuggi , che non parlò più verbo. 
Ed io vidi un Centauro pien di rabbia 
Venir gridando : ov' è, ov' è V acerbo? 

7 Maremma non cred'io che tante n*abbìa 
Quante bisce egH avea su per la groppa 
Infino ove fDmincia nostra labbia. 

8 Sopra le spalle dietro dalla coppa, 
Con r ale aperte gli giaceva ud draco: 
E quello affuoca qualunque s' intoppa, 

9 Lo mio maestro disse: quegli è Gico 
Che sotto '1 sasso di monte Aventino 
Di sangue fece spesse volte laco. 

10 Non va co'suo'fratei per un cammino, 



avanti in mal fare I soldati di CatilìDa , ri» 
fbggiti nell'agro tao detonali ta esci(Salla- 
ftiió ). Simili imprecazioni Dell' lof. , ÙXIll; 
e Purg. , IlV. 

5. In. Tasso : ImpugnerwMi in fé f arm9 
di Giuda. — QUBL. ( iDf. , XIV , 16 ). 

6. Ybrbo. Ar. ( XXX , 48 ) : Non vuolfiù 
dell'accordo intender verbo. -— Centauro. 
Aeo.yVHI: Semifer. Centauro veramente non 
era. — Acerbo. Pucci , il doro , il morda* 
ce. Neil' Inf. « XY , chiama i Neri Uutxi tor- 
N ; e di Capaneo : la pioggia non par che *l 
maturi. 

7. Harbmm A. Padolt di Toscana , nomina- 
ti neir Inf. , XXIX ; e Parg. » V. — I^abbia. 
Come centaaro , il di dietro aveva di cavallo. 

8. Affuoca. Caco era figliaol di Yalcano, 
e si difese da Ercole riempiendo la caverna 
di fiamme e di turno. Yirg. , Vili : iUrof ore 
9omens ignes. 

y. Cago. Virg. : lamprimum ìùjìì tuepen- 
tam Kane adspice rupem . . . Hic ipelunca 
fuit . . . SemUiominii Caci facies quam dira 
ttnebat , Solit inaceessam radiit ; eemperque 
recenti Caede tepebai humus. — Aventino. 
Tirg. : Lustrai Aventini montem. Of.i'Cacus 
Aìjentinae seelus atque infamia silvae. Ne par- 
lano Ovidio ne' Fasti , e Boezio , letti da Dan- 
te. — Lago. Ar. : Che del lor sangue oggi 
f iranno un lago. 

10. Fratbi. Cenuari ( Inf. , XII , 19). — 
DSL. Ne rubò Caco otto capi. — Grande. 
Yirg.: Aleides oderai , taurosque hoc Victor 
agebat ingentes; vaUemque boves amnemque 
tenebant. 

11. Bisce. Non rette» perverse: bieco da 
eètiquus. Bieco in Dante é contrario di giusto, 
poiclié Dalla MoD. defiaitce la giustizia : ila- 



Perlo furar frodolente ch'ei fece 

Del grande armento, ch'egli ebbe a vieioo. 

11 Onde cessar le sue opere biece 
Sotto la mazza d' £rcole , che forse 
Gliene die cento , e non senti le ctieee* 

12 Mentre che si parlava , ed ei trascorse* 
£ tre spiriti venner sotto noi . 
De'quai né io né '1 duca mio s* aee orse 

13 Se non quando grìdér : chi siete voi t 
Perchè nostra novella si ristette ; 

E intendemmo pure ad essi voi. 
H r non gli conoscea: ma e seguelle 

Come suol seguitar per alcun caso* 

Che Tun nomare ali* altro convenetle, 
15 Dicendo : Cianfa dove fia rimaso? 

Perch* io , acciocché Iduca stesse attento. 



eftUMlo »h$ regula, oUiquum fctne inde dfi- 
ciens. Ar. (XXIX, 12): Atto bieco flo stopfo>.— 
Mazza. Virgilio lo fa morire strozzato ; Ofi- 
dio sotto la clava. — Dibce. Reg. ( I, M ): 
Psrfodiam eum lancea in terra semel , ci ai- 
cundo opus non erit. Caco, e Vanni Foeci mfm 
d'ire e di sangue, da' violenti il P. li caeeia 
ne' ladri. Avrà forse trovata qualche analuglR 
tra il nemico de' Bianchi, e il nemica di qmèr 
l'Alcide, che venne in lulia ospite del padfs 
di Fallante , dell' alleato d' Enea , conghnto 
anch'esso ai destini dell' italico impero. Tas- 
to più che Ovidio , citato da an inedito lis- 
centista, accenna come taluni de* segnaci d'B^ 
cole rimasero ad abitare dov*è oggi A o ms » 
partendosi Ercole , poich* ebbe morto Csss. 
Il Rossetti vede in Caco quel Giovanni ffSMi 
di Roberto re di Napoli , guelfo ardito , cImi 
Caesarem continuis contumelOs vexahii «Ì 
scopulum Aventini mentis ( così il Masialo )} 
e mori alla battaglia di Montecatini. 

12. TRAtcoasB. Virg., di Caco: FksgitÙktt 
ocior Euro. E l' idea del drago che affoca, gli 
sarà venuta dal virgiliano, Atros ore vommi 
ignes. — Sotto. I due P. erao sull'arglaa» 

13. Novella. Per discor$o è nel Boccaccls| 
come favellare da fabula. — Pure. Soltasie» 
Erano fiorentini; e non di vii gente; però DssIS 
li guarda sì attento. 

14. Sbcdette. Per seguì: ènei IX del f9t 
radiso. — Coicvbnettb. Era d* uso aitnsi 
per convenskc ; e venetle e veniue f%t 
venm. 

15. CiAiCFA. Donati, della famìglia delts sw* 
glie di Dante : forse rubò ne'pubblici iifizii...^ 
Dove. S' era mutato nel serpe a sci piedi.^ 
Posi. Ovid.: Digiiwiue siUnUia suadot. iav. : 
J>igito eompesce labellum. 



CANTO XXV. 



191 



Mi poti '1 dito 8Q dal mento al naso. 

16 de ta ge'or, lettore, a creder lento 
Ciò ch'io dirò • non sarà maraviglia ; 
Che ioche 1 vidi , appena il mi consento. 

17 Gom'i ' tenea levate in lor le ciglia , 
E uo serpente con sei pie si lancia- 
Dinanzi ali* uno, e tutto a lui s' appiglia. 

18 Co' pie di mezzo gli avvinse la pancia, 
E eoo gli anterior le braccia prese : 
Poi gli addentò e Tuna e l'altra guancia. 

19 Gli diretani alle cosce distese , 
E miseli la coda tr' amendue ; 

E dietro per le ren su la ritese. 
90 EUera abbarbicata mai non Aie 

Ad alber si, come Torribil fiera ' 

£ér r altrui membra avviticchiò le suo. 
a Pòi s*appiccàr, come di calda cera 

Fossero stati; e mischiar lor colore ; 

Né r 00 nò r altro già parea quei eh* era; 
9S G>me procede innanzi dall' ardore. 

Per lo papiro suso, un color bruno 

Che none nero ancora , e 'I bianco muore. 
23 Gli altri duo riguardavano ; eciaicuno 



16. GoifSiaTO. Nel senso di emiere. Danfc 
( 1. IT, CSM. 2 ): il suo oiftiio tjiova A 
«OfiMRlir dò ek§ par maravigUa. Ed é bello 
riporre la Me in an sentimento, in on con- 
siBso dell'anima al ?ero. 

17. LsvATC. Inarcate : non leTati in alto gli 
•ecki , se coloro eran giù nella valle. — - £. 

virgiliano coniane al trecento: Si bra- 
fort9 remtstl , Atque iUum in pra$e€pi 
rapii alveut amni. — Uno. Agnolo Brn- 
■aUciclii , famiglia del grande arcbiteito. — 
ArvMUA. Virg.: Corpora... $$rp€n$ ampUxus... 
l ai j pfecal. 

48. AMHtNTÒ. Tanto era grande da abbrac- 
riargK col morso entrambe le gote. Significa, 
dice il Blagioll, cbe i ladri si assaltano e guer- 
reggian tra loro. 

1KI. Eixnu. Horat.: Aretiui, atqu9 hedera 
procura ad$tringiiwr iUxt Lenfif adhairmu bra' 
tkm. Ar.: Né così 9tntUim9fit$ tlUrapnm/t Pian- 
ta m9^im io f n o abbaHneaio ^ abbia. Annannino, 
degi' iaridiosi : Di corpo tfca loro un mro itr- 
p m i 9 , U quaU ti rivolgt loro intomo in$ino 
aiirn ho€aa : quivi morde loro gU occhia e poi 
la Im g m a, a poi ritoma al cuore ; $ queUo gU 
pamm tal forte agagìio. 

SS. Pambo. Posto sopra al lame on foglio, 
prinn eha prenda ftooco e s'abbronxi , non é 
mk BOTO ni bianco. Altri per lo papiro inteo- 



fìridava : o me Agnel , come ti muti ! 
Vedi che già non se* nò duo nò uno. 
2i Già eran li duo capi un divenuti , 
Quando n'apparver duo figure miste 
In una faccia, ov'eran duo perduti. 

25 Férsi le braccia duo di quattro liste : 
Le cosceconle gambe^ilventrceUcasso 
Divenner membra che non fùr mai viste. 

26 Ogni primaio aspetto ivi era casso. 
Due e nessun l'immagine perversa 
Parea : e tal sen già con lento passo. 

27 Come 1 ramarro sotto la gran fersa 
Dei di canicular, cangiando siepe, 
Folgore par , se la \ ia attraversa ; 

28 Cosi parea, venendo verso T epe 
Degli altri due, un serpentello acceso, 
Livido e nero come gran di pepe. 

29 E quella parte donde prima ò preso 
Nostro ahmento, all' un di lor trafi^^se : 
Poi cadde giuso innanzi lui disteso. 

30 Lo trafìtto il mirò, ma nulla disse; 
Anzi co' piò fermati - badiuliava 
Pur come sonno o febbre 1' assalisse. 



de col Crescenzio queir erba bianca cbe simcs 
tcra per lucignolo in lanipanc od in lacerna, 
ed era ana specie di giunco spugnosa e pom- 
sa (VI. 93). Anon.: Come il papero d'una can- 
dela: quello che dinanzi alla fiamma viene 
oscurando. 

23. O Me. O ma , ellissi di ho me mise- 
ro l — Agnil. Agnello, nome vero, per ui^no- 
lo, Agnolello. 

24. Perduti. Inf., IH : JMluta gente. 

27. Fersa. Tuttora in Toscana : la sferza 
del sole. — Di. Grescenz. (II. 20): Del mese 
di luglio, o dinanzi a*dì canicuìari. — Siepe. 
Virg.: Nunc virides etiam occultant $pineta la- 
certos, — Folgore. Ar.: Va con più fretta 
che non va*l ramarro. Quando il del arde , 
a traversar la via. 

28. Acesso. Armannino : A nuocere più 
aceed. 

29. Preso. 11 bellico. Dottrina , ch'era in 
Avicenna, e in Egidio Roniitano, della forma* 
zione del corpo dell'uomo. Tas<o (IX, 68 ) : 
Pòi fiere Albin là *ve premier e' aji prende IS'ostro 
alimento. Ariosto: Là dove Valimento prima 
Piglia il bambin, vel ventre ancor serrato. — 
Un. nuoso degli Abbati, dice Pietro di Dame. 

30. Sbadigliava. In Lnc, IX, è descritto 
tua avvelenamento sonnifero di serpente. 



192 



I> E L L' I N F E R N 



31 Egli ilserpente , e quei lui rignardaya; 
L* un per la piaga, é V altro per la bocca 
Furomavan K)rte;e1fnniiii08'iiicoDtraYa« 

32 Taccia Lucano ornai là dorè tocca 
Del misero Sabello, e di Nasidio, 
E^tteoda a udir quel eh' or si scocca : 

33 Taccia di Cadmo e d* Aretnsa Ovidio: 
Che se quello in serpentecquellainfonte 
Converte poetando, i'non lo invidio 

3&- Che duo nature mai a fronte a fronte 
Non transmutò, si ch*amendue le forme 
A cambiar lor materie fosser pronte. 

35 Insieme sì riiiposero a tai norme , 
Che 'l serpente la coda in forca fesse, 
E 1 feruto ristrinse insieme l'orme. 

36 Le gambe con le cosce seco stesse 
S' appiccar si , che 'n poco la giuntura 
Non iacea segno alcun che si paresse. 

37 Toglìea la coda fessa la figura 
Che si perdeva là: e la sua pelle 

Si facea molle, e quella dì là dura. 



31. Fummavàn. Forse ad indicare la cali- 
ffi ne in che s' avvolgono i ladri. S* erano dice 
i' Anonimo , attossicati a vicenda. 

32. Sabbllo. Lue, IX : ilftiert^tie tu erure 
SaMli SepM sUHt exiguut, quem fixo dente te- 
naeem ec. Parla dell* esercito di Catone dei 
deserti di Libia : quivi mori anco Nasidio : 
IS'atidium Mani cultorem torridui agri Per- 
cttifii Prester : iUi rubar igneus ora Suecen- 
dit , ienditque eutem. Sabello mori sfatto, Na- 
sidio enfiato. — Scocca. Purg. : Scocca L'arco 
del dir. Qui esprìme la novità della cosa, che 
deve pungere con gli strali d'ammirazione. 
Par. , i ; Ariosto ( XXX , 69 ). Il pernierò 
ha differente Tutto da quel che fuor la lin- 
gua icocca. 

33. Cadmo ( Met. , 111). -- Aretusa (Met., 
V ). Pone la sua pittura più alto che quelle 
di Lucano e d' Ovidio. A ragione. Ovidio e 
Lucano , die' egli, mutan le forme : io muto 
la materia insieme e la forma. 

34. Nature. Pietro di Dante : AaturaUter 
fieri non potett ut forma mutetur in aliud 
eorpui , nam aliter quantiias verteretur in 
iubstantiam , quod Aristotelet negata ubi di- 
cU quod tota tubttantia est iusceptibilis con- 
trariorum secundum sa. 

35. Risposero. Corrisposero. Virg. : Dictis 
retpondent celerà niatris. — Orme. Piedi. 
Virg. : Vestigia primi Albapedis. cannai.: E 
eoi veitigii ianti eaUhi le iteUe. 



38 rvidl entrar le braccia per l'ascelle ; 
E i duo pie della fiera ch'eran corti. 
Tanto alluDgar,anaDdoaccofeiavan quelle. 

39 Poscia li pie dirietro insieme attorti , 
Diventaron lo membro che Tuom ceh: 
E 1 misero del suo n'avea duo porti* 

U) Mentre chel fummo l'uno e l'altro vela 
Di color nuovo, e genera *ì pel suso 
Per runa parte, e dall' altra iidipda; 

41 L*un si levò, e l'altro cadde giuso; 
Non torcendo però le lucerne empie, 
Sotto le quai ciascun cambiava muso. 

42Quel ch'era dritto, il trasse'nver letempie; 
E di troppa materia che 'n là venne. 
Uscir gli orecchi delle gote scempie. 

43 Ciò che non corse indietro e si ritenne, 
Di quel soverchio fé naso alla faccia, 
E le labbra ingrossòquantoconvenne. 

44 Quel che giaceva, ilmusoinnanii caccia; 
E gli orecchi ritira per la testa, 
Come face le corna la lumaccia. 



36. Appiccar. Questa trasformaiione dà a 
pensare che tutti i serpenti della vaUe sien 
ladri ; e a vicenda si trasmutino. 

37. ToGLiEA. Virg. : Sumere formai, — Per- 
deva. De* piedi. Lue. I^ravnte /S^iim.— Do- 
ra. Dora la pelle dell' nomo mutato in serpe. 
Ovid. : Durataeque cuti $qìàama$ inereecere 
ientit, 

38. Vivi. Pittare difficile e nuova e di ma- 
ravigliosa evidenza. La bellezza sta tutta nelle 
particolarità , che gì* ingegni forti aroano, ma 
le sanno scegliere : i mediocri le ammontano, 
e fanno confusione e frastaglio. Le beUezn 
di Dante stanno nell* insistere sopra un'Idea 
e cercare la poesia nel fondo di quella , stan- 
no nel riguardare il vero da vicino , e coglier- 
lo nelle sue pieghe. 

40. Color. Il fumo , emanazione dell' tim 
e dell'altra natura, dà il colore del serpeal- 
l'uomo , dell'uomo al serpe. Ovid. : Nigraque 
caeruleii variari corpora guttii, 

41. Caddb. Ovid. : Vt xerpem , in longam 
tenditur alvum. — Lucerne. Per occW , è nel 
Burchiello, e nell'uso toscano d'oggidì. Van- 
gelo : Lucerna eorporis lui est oculus Cmu. 
Gli occhi rimanevan ferini nel novelPaomo. 
umani nel serpe. 

42. Scempie. Che prima erano scempie , 
senz'orecchi. 

44. Lumaccia. Lumaca. É in Giovanni Villani. 



CANTO XXV. 



193 



45 E la lingua ch'aveva unita e presta, 
Prima a parlar, si fende; o la forcuta 
Kell* altro si richiude: e 1 fummo resta. 

k6 L'anima ch'era fiera divenuta, 
Si fugge sufolando per la valle : 
E Taltro dietro a lui parlando sputa. 

47 Poscia gli volse le novelle spalle ; 

E disse all'altro: i* vo*che Buoso corra, 
Com'ho fattio, carpon per questo calle. 

48 Co5Ì vid'io la settima zavorra 



45. Fuma. Bifbrcote credevansi le lingae 
de* serpi. Ovid. (IX, 65): Cumqué fero movi 
Imgmam itriàore hituleam, 

45. Ftgge. Ovid.: Junetoque volumineter- 
muC; Ìk>nee in apponti nemom tubiere late- 
im. •— Sufolando. 11 fischio è de' ladri: di- 
ce Pieiro di Daote. 

47. Altro. Puccio Sciancato. — Broso. II 
BOfello serpente. ArmanoiDo, de' golosi : D'o- 
ra m ora mutano loro forma: ora paiono porci, 
or Impi , or draghi, per divorare parati, 

48. Zavorra. Arena , perché per lavorra 
fi mette anco rena. — NovitX. Nelle Rime : 
Cam di* ifOffi non può ritrarre Ber loro altez- 
M9 $ per loro eteer nove . . ; e i. IV. (e. 1 ) : 
VdiU a ragionar eh' è nel mio core; Ch' fnol 
wo dtrt aUrvi, lè mi par novo» — Fior. Al- 
cm poco (XXXIY, 9); S'hai fior d'ingegno, 
-~ AnotRA. Erra , oon è ferma e precisa al 
■olilo: l'osa Fazio. 0: abhorrisce i fiori del 
dire. O: si stende ( da borra , cosa soverchia 



Mutare e trasmutare: e qui mi scusi 
La novità, se fior la lingua abborra. 

49 E awegna che gli occhi miei confusi 
Fossero alquanto , e l'animo smagato; 
Non poter quei fuggirsi tanto chiusi 

50 Ch*ionon scorgessi ben Puccio sciancalo; 
Ed era quei che sol, de'tre compagni 
Che venner prima, non era mutato. 

51 L'altro era quel che tu, Gaville, piagni. 



e dappoco) , più che non converrebbe. Il pri- 
mo pare il più vero. 

40. Smagato ( Porg. , III , 4). Smarrito. 
Smagare per ditperdere vive in Toscana. -— 
Chiusi. Per nateotti ; altrove parlar chiuso. 
Chiuso per coperto s'osavaanco in prosa (Ott., 
U,442). 

80. Puccio. De'Galigai.— Trr ( F.ten. 12). 

51. L'ALTRO. Che feri Baoso , e toroò uo- 
mo, è FrancescoGuerciooGaelfo Cavalcante, 
ucciso In Gavine, Castel di Val d'Amo; il quale 
pianse non la sua morte, ma per la sua morte, 
da che per vendetta di lui molti furono uccisi 
di quegli abitanti. Tre de' fiorentini ladri appo- 
riscon da prima: Agnolo, Buoso, Puccio: Agno- 
lo domanda ov' e Cianfa : Cianfa, In forma di 
serpe a sei piedi, viene e s'incorpora a lui. Buo- 
so , assalito da no serpentello ch^ è Guercio 
Cavalcante , si trasforma in serpe ; Guercio 
in nomo. 11 solo che non muti , gli é Puccio. 



25 



19fc 



DELL' INFERNO 



CANTO XXVI 



ARGOMENTO. 

Rimontano dall' argine al ponte , poUkè la teita del ponte fa un rialzo eul- 
r argine y e giungono sopra la nona bolgia , di que' che la frode eeercitarono m e#- 
te di guerra. Vanno ravvolti in una fiamma che $i move con low ; a iignipemre , 
dice Pietro , che i tristi consigli son faville S incendio. Vengono in una fiansma w- 
sieme Ulisse e Diomede ; Uniti a mal fare quando tolsero il Palladio di Troia , 
quand entrarono notturni nd campo nemico , e uccisero Datone per via. Vliue nar- 
ra il modo e il il luogo della sua fine. 



Nota le terzine 1, 2» 4; la 0, tUt 15; la 19, 20, 25, Tt, 29, 30, 32, SS, U, 
40, 41, 43, 45, 47. 



1 Godi, Firenze, poi che se'si grande 
Che per mare e per terra batti Tali, 

E per lo 'nferao il tuo nome si spande* 

2 Tra gli ladron trovai cinque cotaU 
Tuoi cittadini, onde mi vien vergogna , 
E tu in grande onranza non ne sali. 

3 Ma se presso al mattin del ver si sogna, 
Tu sentirai di qua da picciol tempo 

Di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna. 

1. Ali. Ar. (XYIII, 87): Di Gnfon eeU- 
bre il nome Per tutta la città batter UpemM, 
£oiuo: Volito vivo perora virUm. L'elogio era 
vero , quindi più amara 1* ironia. 

2. Sali. Cic. (Orat.): Propter quem aseen- 
dit in tasUum honorem eloguentia. 

8. Sogna. (Par. > IX): Era ed è opinione 
del volgo. Ovid. (Her. XIX): Sub Auroram... 
Somma quo cerni tempore vera solent. Dante 
sognava continovo la pena delia parte nemi- 
tt. -—SBNnRAi. Accenna forse alla rafna mi- 
cidiale del Ponte alla Carraia , ali* incendio 
di milleseitecento case , alle discordie de'Bian- 
chi e de' Neri avvenute nel 1304. E forse ac- 
cenna ammali avvenire più terribili ancora. — 
Prato. Sua vicinissima , e oppressa già da 
Firenze. 

4. Pbr tempo. Troppo presto. Petr. : Il del 
HI* aspetta: a voi parrà per tempo. —Coli'. 



k E se già fosse, non saria per tempo* 
Cosi fo8s*ei , da che pure esser dee ! 
Che più mi graverà com*più m'attempo. 

5 Noi ci partimmo : e su per le acdee 
Che n'avean fatte i borni a scender pria. 
Rimontò '1 duca mio , e trasse mee. 

6 E , proseguendo la solinga via 

Tra le schegge e trabocchi dello scoglio, 
Lo pie senza la man non si spedta. 

Per come, nel Petr. Purgat. X]t, Ca dire ad 
on* anima: Quando sarò io tìBto A veder la M»- 
detta ..ì Più larda è la pena , dice Val. Mass., 
• pia grave piomba. Onde prega sia prooia 
perchè più leggera. Is. (I, 14); Jer. ( VI, li).* 
Laboravi eustinens. — Attempo. Buonarroti : 
Come più m'attempo, Petr. : Questa speram- 
sa . . . Or vies^ mancando , e troppo in lai 
m'attempo, 

5. Scalee. Altra volta ha chiamate soàU le 
prominenze dello scoglio. — Boeni. Fr. : ^or- 
nes. Que* sassi o mattoni che sporgon dal mo- 
ro t> per addentellalo o per difendere ndle 
strade la muraglia dall'urto de^ carri o cosa 
simile. Qui vale i rocchi sporgenti tra P ar- 
gine e il ponte. 

6. Schegge. Parti minori de' rocchi.*- MAH. 
Parg. : IV : E piedi e man voleva il sssol éi 
sotto. 



CANTO XXVI. 



195 



7 Allor mi dolsi , e ora mi ridoglio « 
Quando drizzo lamento a ciò ch'io vidi, 
£ più lo*ngegno aflreoo ch'i*noo soglio, 

8 Perchè non corra che virtù noi guidi: 
Sì che se stella buona o miglior cosa 
M'ha dato *1 ben , ch'iostessonolm'invidt. 

9 Quante, il villan eh al poggio si riposa, 
Nel tempo che colui che'l mondo schiara 
La faccia sua a noi tien meno ascosa, 

10 Come la mosca cede alla zanzara , 
Vede lucciole giù per la vallea 
Forse colà dove vendemmia od ara; 

11 IM tante fiamme tutta risplendea 
L* ottava bolgia, si com'io m'accorsi 
Tosto che fui là 've 1 fondo parea. 

12 £ qoal cohiiche si vengiò con gli orsi, 

7 Afpreno. Questo verso e* è indizio della 
natora di Dante: ingegno ardito, ma frenato 
dal tesso del dovere , caldo tavolta di febbre 
soperba , ma sdegnoso de' volpini accorgi- 
menti : si compiace nell'ira , nell'odio , nel- 
la vendetta : ma le villane significazioni della 
rabbia impotente non loda. Breve ed arguta) 
nel dire , oon bugiardo, nemico degli ipocri- 
ti , aperto ai sapienti , come specchio , che 
tende Vimagine delle cose di fuori. Sorride 
sdegnoso alle amane follie , ama talvolta di- 
pingere le bassezze dei tristi ; ma beo presto 
8' innalza , e piange fin sai meritati aolorì. 
Docile all' autorità de' grandi, riverente all'au- 
torità della Chiesa; si scusa fin d'atti appa- 
rentemente audaci , ma usati a fin di bene ; 
l'adulazione gli è in odio ; la cosunza nelle 
avversità gli desta maraviglia fin ne' malvagi, 
^oando provocatrice non sia. Ogni vero che 
te ftceia di menzogna egli evita : negli stu- 
pii 8' affìinna e suda ; quasi scultore modella 
t intaglia e pulisce le opere sue. Negli amorì 
inviscato : da ogni avarizia aborrente , e an- 
cor più da ogni invidia. Amante della lode , 
fi loda da sé ; ma i proprii falli confessa , e 
degli amici suoi. Sdegna i beni della sorte , 
e Al dolore di lunga mano s'apparecchia. Ama 
conoscere nuovi uomini e nuove cose , ma le 
prime eonsoetudini gli son care , e le prime 
amicizie. Tutto ciò eh' è alto e gentile nei- 
fnmana natora , riconosce , e lo venera do- 
va ehe sia , e ad nomini tali ubbidisce, e te- 
me i rimproveri loro. Ama la gravità nella vo- 
ce , negli sguardi , negli atti : teme che il 
tempo non gli passi perduto. 

8. Stilla, inf. (XV, 19). — Miglior. Gra- 
fia di Dio. — Invidi. Noi tolga a me stesso. 
¥ir§. : JiRM...ssnsc(iii /nvìdn imp9num,.*h^ 






Videi carro d' Elia al dipartire. 
Quando i cavalli al cielo erti Icvòrsi , 

13 Che noi potea si con gli occhi seguire 
Che vedess' altro che la fiamma sola 
SI come nuvoletta, in su salire; 

ik Tal si movea ciascuna per la gola 
Dal fosso: che nessuna mostra il furto ; 
£ ogni fiamma un peccatore invola. 

15 r stava sovra '1 ponte a Veder surto; 
Si che s'r non avessi un ronchion preso. 
Caduto sarei giù senza esser urto. 

16 £'1 duca che mi vide tanto atteso, 
Disse: dentro da7uochi son gli spirti. 
Ciascun si fascia di quel ch'egli è inceso* 

17 Maestro mio, risposi, per udirti 
Son io più certo: ma già m'era avviso 



vidit fortuna mihi. Eccl. ( XIV, 6 ) . Qui iibi 
invidet, nihil esl iUo nequius, 

9. Colui. Purg., XXilI: La suora di colui 
(B*l tol mostrai). 

10. Cede. Di state. Virg. : Averto csdmit 
Cani» oecidit astro, — Lucciole. Di loro 
(Arìst., Meteor., 11). 

11. Fiamme. S. lac. dice la mala lingua 
infiammala a gshenna. Psalm.: Sagittae pò- 
tsniis acutae, cum carbonibtu detolatoriii. -^ 
Risplendea. Virg.: Crebrii coUucent ignibui 
agri. -*- LA. Sul ponte. Altre volte si collo- 
ca sulla cima del ponte per meglio vedere. 

12. Orsi. I fanciulli che gridavano ad Eli- 
seo: Ascende, calve, furono sbranati dagli orsi. 
Come piacciono a Dante gli esempi di pena e 
vendetta 1 —Carro (Reg. IV, 2). — Levar- 
si. E nel XXXIU dell' Inferno. 

13. Seguire. Crescenzio (I, 5): Che gli oc- 
chi non possono seguire. Ar.: Che cogli ocdhi 
Ruggier lo segue appena. Virg. : Quantum 
ade posient ocuU servare 8equentum,.,0cuUM' 
que sequuùtur Fulveream nubem. — Salire. 
Reg..* NikU videbat nisi ignem ascendere. 

14. Furto. L* Anon. : Siccome per agucUi 
imbotarono altrui U dttadi e gli uomini r a 
qui da queste fiamme sono imbolati ellino. 
Aguato e furto sono pari , salvo che il furto 
è di piccole cose, e Vacuato di grandi. 

15. Urto. Per «fiato, coma trovo per Iro- 
«0(0, ed altre migliaia. 

16. Fuochi. Is. (V, 24): Sieut devorat sti- 
pulam lingua ignis, et color ftammae exurii : 
eie radix eorum quasi faviUa erit. 

17. AvYiso. Lai. : fisum mihi trai. Cre- 
séenx. È veduto a noi convenevole cosa. Ar. 
(XI, 11): E le fu avviso emr poMfa owow 



196 



DELL' INFERNO 



Che cosi fosse ; e gii voleva dirti: 

18 Chi è 'd quel fuoco che vieo si diviso 
Di sopra, che par surger della pira 
Ov'Etcócle col fratel fu mise? 

19 Risposemi: là entro si martira 
Ulisse e Diomede: e cosi insieme 
Alla vendetta corron, com'all'ira. 

20 E dentro dalla lor fiamma si geme 
L* aguato del cavai che fé la porta 
Ond* usci de'Romaniì gentil seme. 

21 Piangevisi entro l'arte perchè morta 
Deidamia ancor si duol d' Achille; 

E del Palladio pena vi si porta. 

22 S' ei posson dentro da quelle faville 
Parlar, diss*io, maestro, assai ten prego 
E rìprego, che '1 priego vaglia mille, 

23 Che non mi facci dell* attender niego , 

18. Pira. Stai. (XII, 30): Ecc9 Uerumfra' 
trii primot ut eonUgit artui lanit edax , in- 
muere rogi, et novus advwa hustU PeUitur, 
exundant diviso vertiee fiamma: Lac; Scin- 
ditur in partes, geminoque eaeumine gurgit , 
Thebanos imitata rogos, — Miso ? Per metto, 
è in Pier deUe Vigne. 

19. Vendetta. Pena (Par., VI, 3o).— Iea. 
Virg. li dipinge frodolenti e feroci (li, 163). 
Dice che tmpttfs... Tydidet,,. tctUrumque in- 
vmtor Ulyxetf trucidarono i custodi del Pal- 
ladio : e nella noltarna invasione del campo 
nemico Tydidtt multa vattabat caede cruen- 
tut. Ulisse poi tramò la rovina di Palamede. 

20. Geme. Attivo. Virg.: Catum gemit, — 
Aguato. Virg.: DoU fabricator Epeot, — Ga- 
yal. Virg. : fa scendere dal cavallo il cftro 
UUttt. — Porta. Per far passare il cavallo 
in Troia. Virg. : Dividimut murot et moetiia 
pandimus urbis. Di questa purla della ciltÀ 
vinta esce Enea fondatore della reggia latina. 
€osl l'Ottimo. Un anonimo inedito: Ar 9tieUa 
rottura dell» mura per la quale era metto lo 
cavallo dentro , entromo in Troia. Il mede- 
simo: IH giretto eavallo , e^' eUi futte fatto 
per inganno di Diomede e di UUue » • c^ 
Enea wcisse di Troia per quella rottura del 
muro, per la quale fu messo il detto cavallo, 
in tre ritmi ne fa menxione Dante nel e. XXVI 
della prima cantica... Di qnesti fatti parlan 
Ditti e Darete, citati da Pietro di Dante; ma 
quelli aflerraano i Greci entrali nella cittì a 
tradimento d'Antenore e d'Enea per la porta 
die aveva ad insegna un cavallo. Questo con- 
traddice troppo alle tradizioni virgiliane sulle 
quali è fondato il sistema politico deli' Alli- 
ghieri. 



Fin che la fiaomia cornuta qua vegna. 
Vedi che del desio ver lei mi piego. 
ik Ed egli a me : la tua preghiera è degna 
Di molta lode ; ed io fero i* accetto. 
Ha fa che la tua lingua si sostegna : 

25 Lascia parlare a me ; eh' i*ho concetto 
Ciò che tu vuoi : eh' e' sarebbero schivi, 
Perch' ei fùr greci, forse del tuo detto. 

26 Poiché la fiamma fu venuta quivi 
Ove parve al mio duca tempo e loco, 
In questa forma lui parlare audivi : 

27 voi che siete duo dentroaun foooo, 
S' ì' meritai di voi mentre ch'io vissi, 

S' i* meritai di voi assai o poco 

28 Quando nel mondo glialti versi scrissi, 
Non vi movete; ma V un di voi dica 
Dove per lijd perduto a morir gissi. 

21. Ancor. Tuttoché morta. Deidamia sei 
Purgatorio dice il P. esser posta tra quelli 
del Limbo. E ognun sa che Achille scoperto 
ili Sciro da Ulisse fu tolto agli uffizii donne- 
schi e all'amore di Deidamia. In questo In- 
ganno non entrò Diomede. Ma le parole del 
P. dimostrano, com' egli stimasse in tutto in- 
giusta la guerra de' Greci. E lo dice TAnoni- 
mo che prima di ridomandare la rapita Ele- 
na, i Greci avevano assaliti i Troiani, epn- 
fono Etiona tiroeehia di Priamo: dunque mm 
ebbero li Greci giusta ragione di guerra^ e per 
conseguente ogni inganno fu abominevole e 
degno di pena. 

22. Faville. Vampe sfavillanti. Claod.CBell. 
Get. ) : Rapidit ambutta favillit. 

23. NiBGO. Bocc. ( Fil. ) : Ten prego Nam 
voler fare a questa grazia niego. 

24. Lodi. Voler parlare a uomini tali, e sen- 
tir della fine d'Ulisse. Virg.: Quos bonue Ae- 
neas , haud aspemanda precantet , Pre^equi- 
tur venia. — Sostkgna. Per a* ot latina : era 
giÀ della prosa. 

25. GoNCBTTO. Petr. (Tr. Am. ).* JTr avms 
già tacendo inteto. — Schivi. E come Greci 
superbi , e come nemici della città da cui 
sorse l' impero che il Ghibellino vagheggia. 

26. Audivi. Dante da Maiano: Auditto. Pnrg., 
XII : ^tvt ; per andai. 

27. Mbritai. Non sempre Virgilio parla 
odiosamente di loro: e ad ogni modo 11 rete 
immortali : però dice : auai o poco, 

28. Alti. Inf. , XX: Alta mia tragedia.-^ 
Gissi. Impersonalmente. Virg. : Ventum m 
montes. Inf. , I : /n sua città per me si ve- 
gna. Ditti fa Ulisse morto per man di Tei** 
gono; Plinio e Solino lo Duino fbndaior di 



e A N T XXVL 



197 



29 Lo maggior corno della fiamma antica 
Cominciò a crollarsi mormorando» 
Par come qoelia cai vento afiatica. 

30 Indi t la cima qaa e là menando , 
Come fosse la tingaa che parlasse, 
Gittò voce di foorì , e disse : quando 

31 Mi diparti' da Circe, che sottrasse 
Me più d' OD anno là presso a Gaeta, 
Prima che si Enea la nominasse; 

3S Né dolcezza di figlio , nò la pietà 
Del vecchio padre, nel debito amore 
Lo aaal dovea Penelope far lieta , 

33 Vincer poter dentro da me V ardore 

Lisbona: sa questa tradizione appoggia la sua 
fiaxioiie ilP. Eqaesta glie occasione asfog- 
glaie scienza geografica , e a comentare pue- 
Ueameote il passo di s. Agostino citalo dal 
igliool 800 : NinUs abturdum est ut dicatur 
Kaminn 9X hoc in iUam partent, O- 
vmfMmUau traje^a , navigare ae per- 
potuiue ( GiT. Dei , XVI ). 

9. ]lA6«ioa. Ulisse era il più reo difh>- 
de e fl più celebre. — Antica. Eran dannati 
da duemila anni , dice V Ottimo. — Affati- 
ca. Virg. : £x9rcet. 

30. GiiTÒ. L' Anonimo reputa questa par- 
lala degna della facondia d'Ulisse , accenna- 
la nel XIII delle Met. Darete , tradotto da 
OD treeeoUsta , dice di lui : Ulixes fue ricco 
tv « e /ke ...aovto e Mottile , e fue il più bello 
pariadore , che V uomo tapeue. Diomedes fue 
à§Uo , ifrandc a formato , orgoglioso, e amo- 



li. SomASSB. A' miei alti destini. Cosi 
»loto è nella Sap. ( VI , 8 ) : Non tubtror 
kt tptre fmam etgusquam Deus. Di Circe, Virg. 
Mi VII. — Enea. Virg.: Tu quoque littori- 
km «Offrii, Aen^a nutrix , Aetemam moriens 
famksm , Cajeta, dedisti : Et nune servai ho- 
«00 mdtm tuus; ossaque nomcn ... Signat. 

3S. DoLCBZJTA. Virg. : iV«o dulces natot , 
V tme rig nee proemia norie» Nomina prima il 
fglio , indi il padre, ultima la moglie; come 
Tifff.: Ascanium , patremque mcum , juxta- 
fm Cnusam. -— Pista. Virg. : Miserere pa- 
fiatìi Longaevi. Petr., Il: AKstringea soldi 
fi piHa. — Nfc. Tasso ( Vili , 6) : iVé va- 
fkiaa del regno , né pietade Del vecchio gè- 
mior. Cic. ( ParUt. , XXll) : Justitia erga Deus 
nUgio, nga parentes pietas nominatur, — 
teaiTo. Come a moglie fedele. Ovid. : 7rei 
awMif imbeUes numero: sin$ viribus uxor Laer- 
Utfm smux Telemaehusque puer. 

33. EivBRTO. HoraU: Qui moru hominum 
•I urto. — Vixii. Eccl. , I : 



Ch' i' ebbi a divenir del mondo esperto, 
E degli vizii umani, e del valore. 
Sb Ma misi me per V alto mare aperto 
Solcon un legno , e con quella compagna 
Picciola, dalla qual non fui deserto. 

35 L'un lito e T altro vidi infin la Spagna, 
Fin nel Marrocco; e l'isola de* Sardi, 

E Taltre che quel mare intorno bagna. 

36 Io e' compagni eravam vecchi e tardi, 
Quando venimmo a quella foce stretta , 
Ov'Ercole segnò li suoi riguardi, 

37 Acciocché Tuom più oltre non sì metta. 
Dalla man destra mi lasciai Sibilla, 

Ut seirem pruderUiam aique doctrinam , er- 
roresque , et stuUitiam. Eccl. XXXIX : /» ter^ 
ram alienigenarum gentiumpertransiet: bona 
•..et mala in hominibus tentcM. — Valore. 
Coov. : Valore è potenzia di natura , ovvero 
bontà da queUa data, 

34. Apbrto. Virg. : Mago ... aperto ... 
Aequor in altum. — Compagna. Per compa- 
gnia , è nel XXIU del Parg. , e nell' Ar. 
( XVIIl , 89 ) , e nel Petr. , IV. — Deserto. 
Per abbandonato , è nel XV del Paradiso. 

35. Un. L'oceano e' 1 Mediterraneo. — Al- 
tbe. Sicilia , Corsica^ Maiorica. Mano mano 
chi avanza, il poema arricchisce d'allusioni 
erudite. Di geografia sino ad ora non abbia m 
trovato che cenni : nel Purg. vedremo pom- 
pa di geografiche notizie e di tìsiche : il Pa- 
radiso sarà quasi tutto teologia : ciò non so- 
lo perchè così richiedeva l'argomento , ma 
perchè con gli stadii dell'esilio cresceva la 
dottrina, e l'amor di mostrarla, a rimprove- 
ro della patria ingrata , e ad onore. 

36. Tardi. Virg. : Tarda gelu . . . seneetus. 
— Foca. Stretto di Gibilterra. Pietro di Dante: 
Procedendo venit ad Gades insulcu sUvestres 
ultra Hispaniam in occidente , a qmbus ma- 
re illud dicitur Gaditanum, ubi primo ab 
Oceano mari limen aperitur , Baeticae prò- 
vinciae dirimentis Europam ab Africa ...Un 
posuU Hercules columnas, significantes ibi es- 
se finem terrae habUabUis, Le due coloi^ 
ne sono i monti Abila in Africa , Galpe in 
Europa. — Riguardi. Così detti in Romagna, 
nota il Perticari , i termini che dividono i 
campi , pali o colonne, lungo la via. Soli- 
no : Colpe et Abylamontibtu, quos dicunt co- 
lumnas BercuHs. Ariosto: La meta che post 
Ai primi naviganti Ercole. 

37. SiBiLiA. Siviglia. L'ha il Villani. — 
Setta. Cauta in Africa sullo stretto di Gibil- 
terra. Cosi la chiama anco l'Ariosto. 



n» 



DELL' INFERNO. 



Dall'altra già m'avea lasciata Setta. 

38 O frati, dissi, che percento milia 
Perìgli siete giunti all'occidente; 

A questa tanto picciola vigilia 

39 De' vostri sensi , eh* è del rimanente, 
Non vogliate negar l'esperienza. 
Diretro al sol, del mondo senza gente. 

kO Considerate la vostra semenza. 
Fatti non foste a viver come bruti , 
Ma per seguir virtute e conoscenza. 

hi Li miei compagni fec' io si acuti. 
Con quest' orazion picciola , al cammino. 
Ch'appena poscia gii avrei riteouti. 

k2 E volta nostra poppa nel mattino , 
De* remi facemmo ale al folle volo, 
Sempre acquistando del lato mancino. 



38. Milia. Cornane allora. — ViaaiA. La 
vita è breve vigilia accanto al sonno della 
morte. Virg. : O tocU ( neque entm ignari su- 
mus ante malorum) . . . Bsr varUn caius, per 
tot discrimina rerum, Tendimus in JLoImm... 
JDurate , et vostnet reìna servate secundis. 

39. Rimanente. Che vi rimane. Lat. : Re- 
liqui est, ^ DiRETEO. Qaasì al di U donde il 
sole tramonta. Ovvero : segaeodo il corso del 
sole cbe va d'oriente a occidente. — Senza. 
Cosi pensa Agost. (CD., XVI). F. Por., 1. 

40. Fatti. Voce biblica. ^ Bruti. Conv.: 
E non si parte dall^ uso detta ragione chi non 
ragiona U fUie della sua vita ? — Ggnoscbn- 
za. Per tciensa, è nel Convivio. 

41. Acuti. Aeuere per invogliare , io Vir- 
gilio. 

42. Nel. Verso levante. Virg. : Ore omnes 
vertae in Zephyrum. — Volo. Tasso. (XV, 
26): Ei p€Utò le colonne, e per l* aperto Ma- 
re spiegò de'remiilvolo audace. Horat.: Etru- 
sea praeter et volale Uttora, Virg. : Velorum 
pandimus alas. Propert.: CmUenis remiget alis. 
Virg. : Pelagogue volarnw, E T inverso del 
remigio alarum volat. — Acquistando. Purg., 
IV : Pur su al monte dietro a me acquista,^-^ 
Manqno. Da ostro. 

43. Altro. Antartico. — Vibsa. lo. — Suo- 
lo del mare. Virg.: Subtrakitu€qu$ solum. Là 



&3 Tutte le stelle già dell* altro polo 
Yedea la notte, e'I nostro tanto baflso « 
Che non surgeva, fuor dei marin suolo. 

U Cinque volte racceso , e tante catto. 
Lo lume era di sotto dalla luna , 
Poi ch'entrati eravam nellalto passo, 

&5 Quando n'apparve una montagna, bruna 
Per la distanzia; e parvemi alta tanto 
Quanto veduta non n'aveva alcuna. 

(^6 NoiciallegranuDO, etosto tornò iopianlo: 
Che dalla nuova terra un turbo nacque, 
E percosse del legno il primo canto. 

VI Tre volte il fé girar con tutte 1* aoqoa ; 
Alla quarta levar la poppa in suso , 
E la prora ire in giù,com*altrui piaoqoi: 

hS Infin che 1 mar fu sopra noi richioao. 



geografia , qnt come nel Purgatorio era qnari 
inevitabile per dar a conoscere la diversità dal- 
le circostante e della dtvisioDe del tempo nal- 
la quale finge il P. di ritrovarsi là giù ub^ 
Antipodi. E a disporre a quella nuova acMR 
l'imaginazion del letture, mira forse il P. eaa 
questa parlata d'Ulisse. 

44. Racceso. Inf. , X. — Sotto. QnaBds te 
luna è dal sole illuminata di sotto , daUapv- 
te che guarda la terra, allora é visibile r mI. 
Eraoo cinque mesi dal nostro partire da Gadat. 

45. Appaevb. Virg. : Quarto terra die fri- 
mum se attoUere tandem Visa , opartis ft^ 
cui montes, ac volvere fumum. Altri inteMB 
d' una montagna deli' Atlantico , di cui Ptela* 
ne e i geografi aaticbi ; altri , e meglio» 
quella ove Dante colloca il Purgatorio.— 
NA. Virg. : Obseuros eoUes kumilcmque 
mus JtaUam. Purg. , l: Sul Uto Óis$rt9 Qm 
mai non vide navicar su* cieque Uom ek§ M 
ritornar sia poscia esperio. 

46 Canto. Virg. : Ingens a vorOoe pmÈm 
hi puppim ferit; . . ast iilam ter fluttm itir 
dem Torquet agens circum , et rapidus «aril 
aequore vortex. 

47. Altrui. A Dio : Purg. , 1 : Com*aiamt 
piacque ( ali* angelo ). 

48. EicBruso. Vtrg. : Spumanttm 
sub V9rtice torsU. 



199 



CANTO xxvn. 



ARGOMENTO. 

Ito a parìar e& P. il conte Guido di MonieféUro ; poiché dopo i frodo^ 
(tufortmo r ingegno in cose temporali y vengono , dice l' Anon, , qw^ che 
m eaere. Dante gli espone lo stato della Romagna , al principio del 
Gmdo , non si credendo di parlare ad un vivo j gli confessa il consiglio 
^atmaio. H canto è pieno di memorie contemporanee , e bellissimo. La 
\e segue alla morte del conte insegna come si possa innestare la poesia 
u Quanto ita giusta la domanda di Guido se i Romagnuoli avessero pace 
$§l vede chi rammenta le discordie che agitarono Romagna per tutta la 
sido 9 delle quali fu egli stesso gran parie, 

tmine 1» 4, 6, 9, 13, 15, 18, 20, », 27, 29, 32, 33, 36, 37, 41, 42, 44. 



dritta in su la fiamma, e queta, 1 3 
dir più ; e già da noi sen già, 
eeozia del dolco poeta. 
liin'altra,che dietro a lei venia, 
volger gli occhi alla sua cima 
odAiso suon che fuor n'uscia. 



k. Kel parlare si dimenava. — Qdb- 
Fiamma quievit. — LicmxiA. V. 
feri. 7. 

L Guido • uomo , dice il Boccac- 
MMfilt ammaestrato nei liberali 
', ftatorosi uomini onorava, Ghibel- 
b6 nel 1276 i Fiorentini e i For- 
» Bologna , e Tinse : nel 1277 sgo- 
iitini e i Forlivesi ftaomsciti: eb- 
■tle le forze da' legtfU del papa ; 
12 dislrusse le armi ( francesi le 
farUno lY , francese anch' egli , 
Illa ad assediare Forlì : nel 1285 
ilal di Ca prona ( Inf., XXI). Per- 
t Faenza, s'umilia ad Onorio elie 
cooBni in Piemonte, e tiene doe 
I ostaggio : nel 1289 è chiamato 
1m 9 ristora le forte di lei , ed 
iaa: é scomunicato da papa Nico- 
1205 la pace tra Pisa e Firenze 
itlo che Guido ne fosse espulso , 



Cornei bue cicilian che mugghiò prima 
Col pianto di colui , e ciò fu dritto , 
Che r avea temperato eoo sua lima , 

Mugghiava con la voce dell' afflitto 
Si che , con tutto eh* e'fosse di rame, 
Pure el pareva dal dolor trafitto ; 



lo condnsie a cercare la grazia di Bonifazio 
Vili , la cui mercè, potette rientrare in Forlì. 
Nel 1297 si rese frate minore. 

3. Bui. Perillo costrusse un toro di rame 
e doBoUo a Falarìde , vi facesse morire i con- 
dannati , sottoponendovi Gamma viva : Fala- 
rìde vi cacciò Perillo per primo. E dice cbe 
fa dritto, perchè , giusta Ovid., neque ... I«x 
aequior ulta , Quam necis arUfees arte fte- 
Tire tiMi. Dante lesse questo fatto in Vai. 
Mass. • in Orosio ,^ nei Tristi , in Plinio 
( XXXIV , 8 ). -- 'Ampuato. Petr. : X' ar- 
mi tamprofa ih MongibeUo. — Lika. Per e- 
gni stramento fabbrile. 

4. Mir«fiHUVA. Cland.: Primus inexpertum^ 
Siculo cogente tgranno , Sensit opta , doctiil- 
qu§ smtm mugvce juvmicum. Come PeriUo 
nell'abuso dell' arte propria trovò sua pena, 
cosi è de'oonsiglieri di fh)de. — £l. Booc. : 
Fsreh'el passasse. 



200 



UELU INFERNO 



5 Cosi , per non aver via né forame , 
Dal principio del fuoco in suo linguaggio 
Si convertivan le parole grame: 

6 Ma poscia eh' cbber colto lor viaggio 
Su per la punta , dandole quel guizro 
Che dato avea la lingua in lor passaggio, 

7 Udimmo dire : o tu , a cui io drizzo 
La voce , che parlavi mo lombardo , 
Dicendo : issa ten va, più noik t'aizzo; 

8 Perch* i* sia giunto forse alquanto tardo 
Non t' incresca restare a parlar meco. 
Vedi che non incresce a me ; e ardo. 

9 Se tu pur mo in questo mondo cieco 
Caduto se' di quella dolce terra 
Latina , onde mia colpa tutta reco ; 

lODimmise i Romagnuoli hanpaceoguerra: 
Ch' ì* fui de' monti là intra Urbino 
£ 'i giogo di che Tever si disserra. 

5. Principio. Nel Parg. chiama principio 
la cima d' un roooie. 

7. Issa ( XXIII , 3 ). Va , più non ti 
stiroolo a dire. Modi lombardi. Or come Vir- 
gilio parlava lombardo a dae Greci 7 Forse 
perchè i suoi genitori ftiron lombardi (Inf. » 
1 ) ? forse per lombardo intende iitùianoj 
(Parg., XVl, 16,42). 

10. DissERBA. Ariosto : GtUceiardo al cor- 
so sì disserra. Disserrarsi dice il Sacchetti de> 
gli asini. Montefeltro , città , è posta tra Ur 
bino e le sorgenti del Tevere. 

11. Tbntò (inf., XXII, 23).— Latino. Non 
greco come qne' del e. precedente. 

14. Ravenna. Detto che il cuore de* tiranni 
di Romagna è sempre In guerre fraterne, no- 
mina i Polentani. Quand' e' scriveva , non ave- 
va con Guido legame alcuno; né il P. era 
uomo da perdonargli quella sua politica incer- 
ta e cupida , né la cacciata eh' e' fecero de- 
gli Anastagi e dei Traversari lodati da Dante 
( Purg. , XIV). Ma i Polentani anch' essi per 
opera di Martino IV perdettero la signoria , 
e nel 1290 la riebbero , e un arcivescovo do- 
po cinqu' anni li ricacciava , poi nel 1300 e' 
tenevano Cervia , non che Ravenna. L' arme 
loro era un' aquila metto bianca in campo az- 
zurro, mezzo Mit in campo d'oro : aveva- 
no il nome da Z^lanis^ Diodol castello pros- 
bimo a Rrettinoro. Del léato guardanao ai 
modi la ti cova; ncopre co^'J.vfapnm, al ve* 
de che Dante li voleva distinti da .quA* delle 
branche verdi , da' Mastini che ftcevano da' 
<ieiifì succhio , e dal leoneei incostante. Poi 
tiranno non ha sempre mal senso , e il Vil- 
lani chiama tiranno Castruccio da lui pur lo- 1 



11 Io era in giuso ancora attento e chiiu> 
Quando '1 mio duca mi tentò di costa, 
Dicendo : parla tu ; questi è latino* 

12 Ed io ch* avea già pronta la risposta, 
Senza ndugio a parlare incominciai : 
O anima che se* laggiù nascosta , 

13 Romagna tua non è , e non fu mai 
Senza guerra ne' cuor de' suoi tiranni ; 
Ma palese nessuna or ven lasciai. 

ti Ravenna sta come stat' è molti anni. 
L'aquila da Polenta la si cova 
Si che Cervia ricuopre co' suoi vanni. 

15 La terra , che fé già la lunga pniova, 
E di Franceschi sanguinoso mucchio , 
Sotto le branche verdi si ritruova. (chfe, 

16 E '1 Mastin vecchio e'I nuovo da Yermo 
Che fecer di Montagna il mal governo • 
Là dove soglioo fan de'denti succhio. 

dato. Con un Rernardino da Polenta , godi»» 
combattè contr'Àrezzo in Campaldino il P. nel 
1289. Da lui forse avrà sentito più per nit 
nuto la storia di Francesca. — Gnru. 
Lontana dodici miglia. 

15. Terra. Forlì , che sostenne V aaaeAi 
d' un anno contro i Rolognesi e la Chiesa» f 
sotto gli Ordelaffl successori di Mainardo»^ 
avevan per arme un leoncino verde , dri an- 
20 in su d' oro , in giù con tre liste veril t 
tre d'oro. — MrccBio. Virg. : Smper.,m€m^ 
fusae stragii acervum ... Jngentet ilumlomai 
iinquis acervos. Ecco come facesse Guido au» 
gè degli assedienti francesi. Entravan t^ìtm 
da una porta della città ; egli ( tale era fl 
patto) esci va dell'altra co' suoi : i soldati fkria- 
cesi , convitati a lauta cena , Guido tomaie 
li trucidò , tranne venti. 

16. Mastin. I due Malatesta. Il veoekio mi 
1296 combattè co' Guelfi contro i Ghibelliiri» 
li cacciò con istragi. Incarcerò Montagna, c»> 
veliere della famiglia riminese de* Pareitatl ; 

ri gli diede la morte. Malatestino suo l^lN 
il mastin nuovo di cui nacquero il nmànè 
di Francesca', e Paolo e Pandolfo , e MalaK» 
stino il traditore, cicco da un occhio (Inf. t 
XXVUI). Quesu famiglia signoreggiò glia 
parte della Marca, e fu detta da YerraccUe» 
da un castello che Rimini donò a Malatesta . 
padre del Veechio Mastino. Questi nel IfZi 
co' Bolognesi, Parmigiani, Modanesl, Reggia- 
ni, Ferraresi, aconfisse qoe'di Forlì e di F»i^ 
za ; neir 88 fta cacciato di Biminl : q«MI • 
aiutato dal papa , ricuperò lo alato. -^ Li* 
In Rimini e altre terre suddite. 



CANTO XXVll. 



201 



atta dì Lamone e di Santeroo 
se U leoDcel dal nido bianco 
ala parte dalla state al yerno. 
idli a cai il Savio bagna il fianco, 
Hn'ella aie' tra'l piano e'I monte, 
anoia ai yive e stato franco, 
chi se* ti prego che ne conte, 
«er doro più eh' altri sia stato, 
mie tuo nel mondo tegna fronte, 
shelfuoco alquantoebbe rugghiato 
lo suo, l'aguta punta mosse 
di là ; e poi die cotal fiato: 
credessi che mia risposta fosse 
Nit che mai tornasse al mondo j 
fiamma staria senza più scosse, 
■ereiocchè giammai di questo fondo 
tornò alcun, s' i'odo il vero; 
emt d* infamia ti rispondo. 
oom d'arme, e poi fu'cordigliero, 

Rum. Faenza , presso il fiame La- 
tela presso il Santeroo.— Leoncil. 
leoneei e nido per ispregio. 11 lio- 
w» bianco era 1' arme di Maioardo 
Saaioana , sopraoDominato il Dia- 
I Airbo, nemico de' pastori di santa 
idfb io Toscana, ghibellino in Ro- 
ma lo fa an trecentista ; nobile , 
I, andace al dire di Benvenuto Imo- 
I Yarii tempi signore d' Imola , di 
Faenza, di Forlì, di Ravenna; nel 
Mtlè contr* Arezzo ; mori in Imola 
vara moglie una fiorentina de' To- 
liglia nominata da Dante (Par., XVI). 
èva -co' Gaelfi di Firenze contro gli 
. 1S89 alla battaglia di Campaldi- 
lonbattè Dante istesso. Boono e sa- 
ie di guerra lo chiama il Villani 
. 31). Nella guerra fra Azzo VII! 
Bologua, dal 1295 al 1299 combattè 
$0*8001 Faentini; nel 1297 aiutò a 
Mia. Nel 1289 co' suoi Romagnooli 
Ila guerra ad Arezzo (Mur., IX, p.834; 
XVilI,p. 299).— Parti. Voce stori- 
di partito. In Toscana ch'è a mezzodì, 
Romagna eh' è a tramontana, ghi- 
Ila parte dall'una stagione all'altra. 
LLA. Cesena. — Piano. Sempre il 
k libero della valle. Nel 1301 Uguc- 
lale in Cesena con altri due grandi 
di voglie tiranniche, fu cacciato di 
(Scip. Cbiaram., I. XI). 
u. lo. 

SMUTO. D'ira e vergogna. — Dift, 
Mir. 



Credendomi, si cinto, fare ammenda , 
£ certo li creder mio veniva intero 
2k Senon fosse*! gran preteacuimalprenda, 
Che mi rimise nelle prime colpe : 
E come e quare, voglio che m'intenda. 

25 Mentre ch'ioformafui d'ossa edipolpe, 
Che la madre mi die, l' opere mie 

Non furon leonine ma di volpe. 

26 Gli accorgimenti, e le coperte vie 
r seppi tutte; e si menai lor arte 
Ch*al Gne della terra il suono uscio. 

27 Quando mi vidi giunto in quella parte 
Di mia età dove ciascun dovrebbe 
Calar le vele e raccoglier le sarte ; 

28 Ciòchepriamipiacevaallorm'increbbe: 
E pentuto e confesso mi rendei. 

Ahi miser lasso ! e giovato sarebbe. 

29 Lo principe de* nuovi farisei. 
Avendo guerra presso a Laterano, 

22. Senza. Ciò prova che nessuno al mon- 
do sapeva la colpa appostagli dal P. 

24. Prbti. Bonifazio Vili. — Qdam. L' ha 
in prosa il Sacch. 

25. VoLPB. Una satira francese del 1270 : 
la Volpe coronata , è diretta contro i fnii , 
e segnatamente contro i cordt^Ueri a cui Gui- 
do appartenne. Cic. : Fraug vulpteulae • «tt 
leonis videtur. Albertano : La frode è iiecomé 
di volpo, la forza siccome di Uone. Dante non 
poteva amare in Guido, benché ghibellino, la 
strage flrodolenta de' Francesi in Faenza , ed 
altre arti d' astuzia rea. Poi l' essersi lui ri- 
conciliato a Bonifazio faceva dimenticare ai 
P. que' fatti ove Guido Ai lione , non volpe. 
La Cron. Estense (Murat., XV, 377), chiama 
volpe queir Uguccione ch'altri mole tanto am- 
mirato da Dante. 

2<k FniB. Psal. : In ofnnom torram exhit 
tonuM eorum , Dino: Il ìmon Guido da Mon- 
tefeliro, la cui graziosa fama volò per tutto 
il mondo. 

27. EtI. Presso ai settantaquattro. — Sae- 
TB. Questa metafora usa nel Conv., parlando 
di Guido : Certo il cavaUer Laneialotto non 
voUe entrare colle vele alte, né il nohilietimo 
nostro latino Guido Montefeltrano. Bene que- 
sti nobiU ealaron le vele delle mondane ope- 
raitont. Senec.: Indpiamus in senectute vela 
colUgere . . . /ii freto viximue , moriamur in 
porto. 

28. CoNnsso. Anco in prosa. — Riimn. 
Conv.: A religione si renderò. 

29. Farisei. (Matth.. XXiiI]: Super eatìm- 
dram Mousi eedermU Seribae, et /'narifoii... 

26 



202 



DELL' INFERNO. 



E non con Saracin ne con Giudei, 

30 Che ciascun suo nimico era cristiano, 
E nessuno era stato a vincere Acri, 
Né mercatante in terra di Soldano ; 

31 Ne sommo ufficio nò ordini sacri 
Guardò in se, né in me quel capestro 
Che solca far li suoi cinti più mncri. 

32 Ma come Costantin cliiese Silvestro 
Dentro Siratti a guarir della lebbre, 
Cosi mi chiese questi per maestro 

33 A guarir della sua superba febbre. 
Domandommi consiglio : ed io tacetti 
Perché le suo parole parvero febbre. 

3V E poi mi disse: tuo cuor non sospetti. 

Quaecunniue dixerint vofris, fervale, et /aetCe, 
secundum opera vero eorum nolite facere. — 
Laterano. Coi Colonnesi eh' avevano lor caso 
presso quella basilica. Fin dal 1290 i Colon- 
na erano troppo grandi nello stato romano : 
Bonifazio li temeva. Nicolò IV, papa, ubbidi- 
va ad essi ; e a un di loro concedeva gli ono- 
ri del trionfo, e il titolo imperialo di Cesare 
(Chron. Parm.}. Il Petr. di lui : Fuìminabat 
Hlc de terris,., et dictis minacibus intonobat, 
i Colonna rubarono non so che tesoro del pa- 
pa; end' egli depose i due cardinali della fa- 
miglia: e atterrò le lor case, e bandi loro la 
rroce addosso, e diceva ch'e'tenevan trattato 
etiti Federigo re di Sicilia. Ed eglino negaro- 
no a Bonifazio ubbidienza, e s'appellarono al 
futuro concilio. 

30. Acri. Rinnegala la fede , non era stato 
co' Saraceni a combattere là dove settantami- 
la cristiani caddero uccisi. Nel 1291 il solda- 
no di Babilonia con grand* oste attorniò la cit- 
tà difesa indarno dai valorosi Templarii, la 
vinse , la saccheggiò tutta : scssantamila fu- 
rono tra morti o presi. Il commercio Horen- 
tino n'ebbe gran rotta , perch'Acri , dice il 
Villani, era un elemento del mondo (VII» 
1i5). — Mercatante,. A portar arme o vet- 
tovaglia agl'infedeli. 

31. Sacri. A religioso ^ dice P Ottimo, étti- 
terdettn ogni atto laicale, non che di guerra, 
— Capestro. Cordone. Par. , XI, di s. Fran 
«•esco: V umile capestro, — Magri. Per le asti- 
nenze i frati che lo cingevano. Nel Paradiso 
rimprovera più volte la carnale lautezza a 
costoro. 

32. Costantin. Dittam: Il magno Costan- 
tin eh* essendo w fermo Alla sua lebbra non 
trovava ingegno Quando Silvestro a Dio fedele 
e fermo. Partito da Siratti e giunto a lui. Sol 
roi battesmo gli tolse ogni vermo. — Siratti. 
Anco in prosa : ora Monto sani* Oreste. ^ 



Finor t* assolvo: e tu m'insegna fare 
Siccom' io Penestrìno in terra getti. 

35 Lo ciel poss' io serrare e disserrare , 
Como tu sai. Però son duo le chiavi. 
Che M mio antecessor non ebbe care. 

3G Allor mi pinser gli argomenti gravi 
Là've'l tacer mi fu avviso il peggio: 
£ dissi : padre, da che tu mi lavi 

37 Di quel peccato ov'io mo cader deggio: 
Lunga promessa con V attender corto. 
Ti farà trionfar nell' alto seggio. 

38 Francesco venne poi, com4' fu' morto. 
Per mo : ma un de' neri Cherubini 

Gli disse : noi portar, non mi far torto. 

Maestro. Per medico : è nel Villani. Qai hi 
doppio senso. 

33. Febbre. Ambr.: Febris nostra irtÈCunr 
dia est, — Ebbre. Tibull.: £6ria verba. 

34. Cuor. Is. (VII, '»): Cor luum n« for- 
mule.t. — Sospetti. 5o5pcf(o per tema (c.XXUI). 
— Penestrìno. Preneste , oggidì Palestrioa. 
Vili. , Vili: Balestrino. Da gran tempo il papa 
r assediava. 

35. Coi A VI. Evang.: Tibi dabo elave$, -^ 
Antecessor. Celestino (Inf., III). 

37. Promessa. D'assoluzione, se s'arren- 
dono. Resero la fortezza ; e il papa li cae- 
ciò. — Attender. Molto promettere , poco 
attendere. Attendere in questo senso, anco in 
prosa. — Corto. Bocc: Corta fede. Nessuno 
storico appone a Guido l* iniquo cunsigliu. 
Certo è clic il papa, Kngeudo perdonare ai Co- 
lonna, li trasse a sé, fece spianare il lor te- 
muto castello, e riedilìcare Preneste in piano^ 
certo è che fu tempo in cui (ìuido si rìcoD — 
iiliò a Booiriizio. Ma colui non aveva bisogni:» 
dei consigli del frate. Forse Dante su qotlr-' 
che rumore di fama o sulla possibilità dell0 
cosa fondò V invenzione poetica. Nel Con?* 
d'altra parte c'ioda con magnifiche parole gli 
ultimi annidi (juido:e il Convivio pare scritto 
nel 1308. O questo cinto era già composto, 
ed egli lo volle nel Convivio espiare ; o plot- 
tosto, già scritto il Ccmvivio, qualche nuova 
voce e le ire nuove gli avranno ispirato la 
poetica accusa. 

38. Per. V. S. Padri : Li santi Angeli era- 
no venuti per Vantma sua, Petr.: Al por già 
di questa spoiflii Venga per me, — CncRC- 
BiNi. Così l'orso li rliiania p<'r opposizione il 
serafico padre. Anoii.: Un demonio che fu dtir 
l'ordine de' cherubini, tanto i)hì presso all'im- 
peratore del regno dolorosi) , quanto i c/tem- 
bini Mono più presso a Dn. 



CANTO XXVIl. 



203 



30 Venir se ne dee giù tra'roiei meschini, 
Perchè diede *1 consiglio frodolente 
Dal quale in qua stato gli sono a*crini. 

40 Ch*assolver non si può chi non si pente, 
Né pentere e volere insieme puossi , 
Per la contraddizion che noi consente. 

hi Ome dolente l come mi riscossi 
Quando mi prese dicendomi : forse 
Tti non pensavi eh' io loico fossi. 

42 A Minós mi portò : e quegli attorse 
Otto volte la coda al dosso duro; 

39. Meschini (c. IX}. 

40. VoLiRB. Greg.: Neque «ntm unquam 
eomxmunt culpa op9ris et npnhmtibiUtas 
t9rék : mam hcmm et mahn quii timul eue 
wm p9f«ff • 

41. O ■■ BOLBiiTB 1 L'usa il Boccaccio ed 
•Uri. — Loico. li VilUni. 

4SL Otto. Lo danoa all' ottava bolgia ; e 
tf «orde la coda irato aoch'egli di tale reità. 



£ poi che per gran rabbia la si morse , 

43 Disse: questi è de* rei del fuoco furo. 
Perch' io , là dove vedi , son perduto ; 

£ , si vestito andando , mi rancure. 

44 Quand'egli ebbel suo dir cosi compiuto 
La fiamma dolorando si^artio, 
Torcendo e dibattendoci corno aguto. 

45 Noi passammo oltre, ed ioe*l duca mio, 
Su per lo scoglio, infìno in su l'altr' arco 
Che cuopre 'i fosso in che sì paga il fio 

46Aqueichescommettendoacquistan carco. 

43. DissB. Non basta attorcere la coda; con- 
vien che accenni la bolgia. — Furo. C. XXVI: 
E ogni fiamma un peccatore invola. — Ran- 
CURO. Rancura per dolora è nel Purgatorio , 
e in Dante da Melano. 

45. Scoglio. Dell'argine. 

46. ScoMiiBTTBNDo. Dìsaneodo gli animi. 
— Carco. Diciamo: carico di coscienza, pe- 
so soli' anima. 



20k 



DELL INFERNO 



CANTO xxvm, 



ARGOMENTO. 



Pai caviglieri fMMenti patia a eohro eh$ o per camigUo o per opere H 
frode diviiero le città , le famiglie , • popoU , i regni. In pena delle eeieem ope- 
rale s un diavolo gli taglia (f un fendente , pti o meno eecondo U delitto. CoA fah 
ceri , compiono il giro della bolgia ; e prima che tornino alle nkirn del Heneb 
punitore , le piaghe eon riianate^ e al nuofoo t<iglio riaprono. Coti ne^Proo.: 86m- 
per jurgia quiaierìt malo» » anselas aatem crudelU mittetur cootra eum. Queete 
rinnofoeUamento di pena , eimbolo del continovo esacerbare che fanno gli ieligakri 
le ferite dell odio j somiglia un poco al supplizio di Vanni Fued. 



Mota le tenine, 1, 9; la 6 alla 11; la 13, 14» 15; la 18 alla 23 ; la 25 » 
30 , 32 ; la 34 aUa 37 ; U 39 aUa 43 ; la 47. 



1 Chi porta mai pur eoo parole sciolte 
Dicer del sangue e delle piaghe appieno; 
Ch' i' ora Tidi , per narrar più volte? 

2 Ogni lingua per certo venia meno , 
Per lo nostro sermone e per la mente, 
Ch'hanno a tanto comprender poco seno. 

3 Se s'adunasse ancor tutta la gente 

1. Sciolti. In prosa. Lai. : Voce soluta ... 
Grande al tempo di Dante e in tatti i secoli 
fa il numero de' pertorbatori malragi. 

2. Ogni. Virg. : Non, mihi «i Unguae con- 
tum itnl, oraqtts eentum , Ferrea vox , omnss 
seelerum eomprehondere formai , Omnia poe- 
narum per eu rrm t nomina , poesim. — Mbno. 
Y. S. Girolamo : Ogni mortale lingua verrei- 
he meno in raccontare. — Sino. Nella lettera 
a Cane : Multa per intelleetum videmus, quìr 
bue iigna voealia detunt. 

3. PoETUNATA. Soggetta lUe vicende della 
Fortana. L' Ottimo : BBroeekèjnù a caso, che 
per ragione è stata menata. Fortunale ha in 
questo senso il Boccaccio. 

4. Troiani. I soldati di Tomo Tinti da B- 



Che gii in su la fortunata terra * 
Di Puglia fu del suo sangue dolente 

Per li Troiani, e perla lunga gnerai 
Che dell' anella fé si alte spoglie , 
Come Livio scrìve che non erra; 

Con quella che sentio di colpi doglie 
Per contrastare a Ruberto Guiscardo; 



y in ea parte ÀpuUae quas dieitur 

renilo. Qoeste parole di Pietro di Daala 

gODo la difficoltà geografica , e tolgono la ar 
cessità di leggere Romani. — Gubbea. U 
quindici inni. — Anilla. Con?. : Qmtmis, 
per la guerra d^ Annibale, avendo ponènti tas- 
ti cittadini , c^ tre moggia <f aneUa tu ^/W- 
ea erano portate, % Romani volevamo «lèflH 
donare la terra. — Spoglie. Qmloaqas és 
preda guerriera così si nomina. — Litio. Di- 
ce che ftarono dimidium super trss weéfit, 
e soggionge : fama tenuit , quae propior et 
ro est , haud plus fuiste modio (Il • dee.!). 
5. RuBBETO. Normanno . nel 1070 cirea • 
Tinse i Saraceni , e sconfisse i Pugliesi ; e 
scacciò di Sicilia e di Puglia Alessio iapoa- 



CANTO XXVIII. 



233 



E r altra il cui ossame ancor s'accoglie 

6 A Ceperan là dorè fa bugiardo 
Ciascun Pugliese; e là da Tagliacozzo 
Ove senz'arme vinse il vecchio Alardo; 

7 Equalforato suo membro,equal mozzo 
Mostrasse, d' agguagliar sarebbe nulla 
Il modo della nona bolgia sozzo. 

8 Già veggia, per mezzul perdere o luUa, 
Com' i* vidi un, cosi non si pertugia, 
Rotto dal mento inGn dove si trulla. 

9 Tra le gambe pendevan le minugia : 
La corata pareva, e 1 tristo sacco 
Che merda fa di quel che si trangugia. 

10 Mentre che tutto in lui veder m'attacco, 
iìoairdommi e con le man s'aperse il petto, 
Dìeendo: or vedi come i' mi dilacco. 



lift greto nel 1081 : prese Roma nel 1084, 
4m Arrigo IV tene? a assediato Gregorio VII, 
lift. — Ahcor. Trentacinqu* anni dopo la 
nutM, trovavano ancora in arando le ossa dei 
motti in quella battaglia di Ceperano , eh' è 
fHf eonfini della campagna di Roma ; dove 
la terza schiera ch'era de'Pogliesì mancò di 
fMle a Manfredi e abbandonò il campo, onde 
Cario d'Angiò vinse il regno. Nel 1265. F. 
6. Yill. ( VII , ) , e il III del Porgatorio 
di Ilante. 

6. Ta«lucozzo. Castello dell' Abruzzo ul- 
teriore dove Carlo d' Angiò combattè Corra- 
diao nipote di Manfredi , venuto di Germa- 
nia a ruM^otere il regno. Alardo di Yalleri , 
cavalieie francese , consigliò Carlo che con 
dee leni de' suoi aveva combattuto e perdu- 
to 9 di correre coli' altro terzo sul nemico sban- 
dalo al bottino : quindi la vittoria, che Alar- 
do vinse col senno e non colla spada. Nell'a- 
rAo del 1968. Lo nomina il Novell. , IX. 
TiU. ( VII , 86 , 27 ). 

8. YnMU. La botte a Bergamo tutUviadi- 
«issa. — MuzuL. Tavola del fondo nel 

— LuLLA. Tavola laterale. — Un. 
in una canzone è a Dante il sim- 
della discordia: dice che JVacomeKo cie- 
§9 Avoni JFifVfif6. 

9. Sacco. L'intestino maggiore. Maometto 
) il eorno morale e politico della sua na- 
eon indigeste dottrine convertite in ma- 
di corruzione. 

10. Attacco. Yirg. : OUuiuqite Miervt de- 

èl MIO. 

ti. Ali. Seguace e genero di lui: fece una 
da aè; aegulta in Persia specialmente. 
AH, Ben forte, piange : Maometto, guerrie- 
!• , si lacCTa , per pompa di cosunsa» e per 



11 Vedi come storpiato è Maometto. 
Dinanzi a me sen va piangendo Ali, 
Fesso nel volto dal mento al ciulTetto. 

12 £ tutti gli altri che ta vedi qui , 
Seminator di scandalo e di scisma 
FAr, vivi: e però son fessi cosi. 

1 3 Un diavolo è qua dietro, che n'accisma 
Si crudelmente^ al taglio della spada 
Rimettendo ciascun di questa lìsma 

ik Quando avem volta la dolente strada ; 
Perocché le ferite son richiuse 
Prima eh' altri dinanzi li rivada. 

15 Ma tu chi se'che'n su lo scoglio muse, 
Forse per indugiar d* ire alla pena 
Ch' è giudicata in su le tue accuse? 

16NÒ mortel giimse ancor né colpa! mena. 



più Aera pena. 

12. SiMiNATOR. Dino: Snntnalofìdiseoit- 
daU. Prov. ( VI , 14 ) : Jurgia tmninat. E 15 
19 : Sex timi , qwu odU Daminui, ti Bipti- 
mum d9i$ttaiwr anima ejus, Oeulot ntòb'met . 
Unguam iMndaeem , manut efj^ndmtei imna- 
xium sangwnmn , Cor machinafi» eogitatio- 
nei peuinuu , ped»i veloees ad eumndum in 
maìwn , Frofenntem mendacia , tettem fai- 
laeem , et ewn , om tenUnat inter fratres di- 
teordiat. Il P. ebbe in pensiero queste parole 
costruendo l' Inferno. Le mani pronte al san- 
gue troveremo anco in questo canto , co' se- 
minatori di scandali; i mentitori e i testimo- 
ni! Dilsi nel seg. ; i pensieri di triste macchi- 
nazioni sono nei e. XXVI.— Scisma. Per di- 
icordia poliUea è nel Vili. ( IV , 6 ). 

13. Distro. Si rammenti che la bolgia é 
circolare. — Accisma. Divide , spiega il Buti. 
Greco tehixo. — CauniLMBNTB. Virg. : La- 
eemm erudeUier ora. — Spada. Prov. (XXII, 
6): Arma et gladiiin viaperveni. Vs.: Lin- 
gua eorum gladiue acuttu. S. Hier. : Qui ri- 
xam et diteordiam ex fraterno eorde provocai 
ionguinem eUcit. — Rimittbndo. Diciamo 
tuttora: mettere a fU di spada.— Risma. Qui 
per turba : ha altri esempi. Il diavolo li to- 
glie qnui una risma di fogli del gran volu- 
me infernale. Eccl. ( XXVI , V ]: Qui tram- 
greditur a iuHitia ad peecatum , Deus para- 
pU eum ad rhomphaeàm, 

14. Richiusi. Pena simile a quella di Ti- 
zio. Virg. : Immortale jecur tondent, faeeun- 
daque poenie Vieeera ••• nec fiorii requiee da- 
tur uUa renatii, 

15. GiuniCATA. Gonv. : ^'udìcafore del tuo 
figHmoh a morte. — Accusi. Crimen nel la- 
tino vale e colpa ed ocenia. 



2^.0 



D E L L' I K F E 11 N O 



Uispos^e*! mio maestro, a tormentarlo , 
Ma, per dar lui esperienza piena, 

17 A me che morto son convien menarlo 
l^er lo 'nfemo quaggiù di giro in giro : 

E quest è ver cosi com* i* ti parlo. 

18 l^ù rùr di cento che quando Tudiro , 
S' arrestaron nel fosso a riguardarmi , 
Per maraviglia obliando '1 roartiro. 

19 Or di a fra Dolcin dunque che s'armi, 
Tu che forse vedrai il sole in breve 

( S'egli non vuol qui tosto seguitarmi ), 

20 Sì dì vivanda , che stretta di neve 
Non rechi la vittoria al Noarese , 

Ch' altrimenti acquistar non saria lieve. 

21 Poiché r un piò per pirsene sospese, 
Maometto mi disse està parola; 

Indi a partirsi in terra lo distese. 

22 Un altro che forata avea la gola, 
E tronco'l naso infm sotto le ciglia, 
K non avea ma eh* un orecchia sola; 

18. Maraviglia. In Virg. é uo quadro si- 
mile : Lì videre virum fulgtntiaque arma per 
umbras. . . 

19. Tosto. Corsero setr anni da questo 
vaticinio di Maometto alla morte di Dol- 
«'ino , che fu dalla neve assediato , né l'a- 
vrebbero vinto altrimenti. Maometto difende un 
seminatore di scisma par suo. Fu eremita ed 
eretico novarese, e predicò comuni le mogli, 
V simili cose : fece tremila seguaci e per due 
anni si resse, iìnchè stretto tra' monti del 
Vercellese , e dall'alta neve impeditogli ru- 
bare le vettovaglie, fu da que'di Novara, e 
da tolti i Lombardi accorsi quasi crociati, 
preso; e nel 1301 con altri de' suoi , e con la 
sua Margherita arso vivo. Altri de' seguaci mo- 
rirono di fame o di freddo , altri affogati, al- 
tri di ferro , o d' altre crudeli pene , le quali 
forse avran data al P. l'idea del canto. lo- 
uanzi di giustiziarlo , fu , con alcuni pochi , 
tratto su un carro per le vie con bracieri da 
arroventar le tanaglie , e strappa van loro le 
«arni ; e , s(rappatele , le gettavan sul fuoco: 
<^ pure ned egli , né la bella e ricca Marghe- 
rita, ned altri vollero ritrattarsi. Conviene dì- 
re che il male si fosse ampliato, se l'Ano- 
nimo vide in Padova ardere ventidue villani 
l>er simile fallo (Vili., Vili, 84). 

21. Indi. Virg. : in verbo vestigia fonti. 

22. Altro. Passa agli autori di divisioni 
)»olitiche. Virg. : Pùpulataque tempora raptii 
Auribui, al truncas inhonesto vulnere naret, 

23. Canna. Peccò specialmente io parola: 
però nella gola è ferito. 



23 Restato a riguardar per maraviglia 
Congli altri, innanzi agli altri aprila canna 
Ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia, 

2^ £ disse: o tu cui colpa non condanna, 
Tu cui già vidi su in terra latina. 
Se troppa somiglianza non m* inganna ; 

25 Rimembriti di Pier da Medicina 
Se mai tomi a veder lo dolce piano 
Che da Vercello a Marcabò dichiot. 

26 E fa sapere a' duo miglior di Fano, 

A messer Guido ed anche ad Angiolello, 
Che, se V antiveder qui non è vano, 

27 Gittati saran fuor di lor vasello, 
£ mazzerati presso alla Cattolica 
Per tradimento d' un tiranno fello. 

28 Tra 1* isola di Cipri e dì Maiolica 
Non vide mai si gran fallo Nettuno, 
Non da pirati, non da gente argolica. 

29 Quel traditor che vede pur con i*uno, 
E tien la terra, che tal è qui meco 

25. Pise. Dal P. conosciuto : sparse odii tia 
Guido da Polenta e Malatestino di Rimiai 
Era di chiara famiglia de' Cattaui , di Medici» 
na nel Bolognese : fnordt(or lo chiama il ^ 
gliu di Dante.— Dolce. Virg. : Duiee$ 
La Lombardia che dal distretto di Vercelli] 
duecento e più miglia s'abbassa Gno a 
cabò , castello ora distrutto , non lontaa di 
Ravenna. 

26. Duo. Angiolello di Cagnano e Guido del 
Cassero , da Malatestino , fratel di Giaaciel* 
to , il marito di Francesca da Rimioi , invi» 
tati a stringere non so che parentela; e ar* 
vistisi a lui per mare , e' li fece soromergei» 
presso la Cattolica, borgo tra Rimini e Faao» 
oggi misera terra. 

27. Vasello. Nave (Purg. , li, 14). 

28. Cipri. L'usa in prosa il Boccaccia. 
Quest'è la più orientale isola del Mediterra- 
neo. — Maiolica. La maggiore delle Baleari, 
è la più all'occidente. ^ Fallo. Per ddUte 
ha molti esempi. — Nettuno. Per mari. Pifc 
volte in Virg. — Aegolica. 1 Greci dipiofi 
Virg. traditori. Ott. : jlfo{(t a crud^U* moli so- 
no elati fatti , e ii fanno nel mare MedUtt' 
raneo per corsari di divene generazioni e Imip 
gu€ : e per Greci ^ e per Latini , e CrìMtiemi 
e per Saraeini. 

29. TRAniTOR. Malatestini. F. canto prece- 
dente. -^ Uno. Diciamo non aver uno , cioè 
quattrino o simile: non ne far una di bene. 
— Tien. Virg. : Regna icnct. Rimini che C» 
rione vorrebbe non avere mai vista. — Digio- 
No. Ar. : Vorrebbe deU* tmprtio fuer digimm» 



CANTO XXVIII. 



207 



Vorrebbe di vedere esser digiuno, 

30 Farà venirgli a parlamento seco: 
Poi fnrà si, ch*al vento di Focara 
Non farà lor mestier voto né preco. 

31 Ed io a lui : dimostrami e dichiara , 
Se vuoi eh* i' porti su di te novella, 
Chi è colui dalla veduta amara. 

32 Allor pose la mano alla mascella 
D'ansuo compagno, e la bocca gli aperse 
Gridando: questi è desso, e non favella. 

33 Questi, scacciato, il dubitarsommerse 
In Cesare , affermando che '1 fornito 
Sempre con danno l' attender sofferse. 

3^ O quanto mi pareva sbigottito , 
Con la lingua tagliata nella strozza , 
Curio eh' a dicer fu cosi ardito 1 

Varrone : Jejunis oculis. L'osa in prosa il Boc- 
caccio. 

30. Focara. Monte della Cattolica. Foce di 
venti impetuosi. 

31. Novella. Racconta il Boccaccio che 
au donna di Verona in vedendo passare 
1' AHighieri per via disse ad altre compagne: 
Vtd9i9 eoM che va nelV Inferno , toma 

^imando gii piace , e quassù reca novelle di 
coloro che iaggià sono. K un' altra rispose : 
Jfon vedi tu eom* egli ha la barba crespa e 
«I colon ònino per lo caldo e per lo fumo 
<h*è laggiù^ Di che egli si compiacque e sor- 
rise. — Amara. Dicesi anco della persona 
die solTre. Uo antico : O donna afflitta , a- 
mara ed infelice, Reg. ( 1 , 30 ) : Amara erat 
assima uniuseujusque viri super filiis suis. 

33. Scacciato. Da Roma. Lucano gli fa di- 
re: FtlUmur e patriis laribus, — Dubitar. 
Loc. : Dubiaeque in praelia menti Urguentes 
addunt stimulot. — Fornito. Dino: Si for- 
niste e apparecchiassesi alla difesa. Lue: Dum 
trepidarU nullo firmatae robore partes , Tolle 
mofOf : Htnper nocuit differre paratie. Pària- 
hor atque metus pretto majore petuntur. Dante 
per affrettare Arrigo a venire in Toscana gli 
rammeota questo verso : Tanto la passion gli 
ficea velo, 

34. Sbigottito. Eccl. ( V , 17 ) : Suturra- 
tori • • . odium , et inimicitia , et eontume- 
Uà, -— Lingua. Lue. : Audax t7efialì camita- 
twr Curio lingua, — Ardito ! Lue. ; Vox quon- 
dam populi . libertatemtiue tueri Ausus. 

35. Mozza. Peccò di consiglio e di mano. 
Virg. : Lacerum ... ora, manusque amb(u, — 
MoNciiBRiN. Novellino, LUI: Trasse fuori 
uno mo moncherino , che avea meno V una 
MMiAo. — Fosca, Virg. nella pittura del mu- 
tilato Deifobo ; aggiunge quasi fondo al qua- 



35 Ed unch avea runa e Taltra man mozza. 
Levando i moncherin per i*aura fosca 
Si che '1 sangue facea la faccia sozza , 

36 Gridò: ricorderatti anche del Mosca , 
Che dissi, lasso: capo ha cosa fatta: 
Che fu '1 mal seme della gente tosca. 

37£d logli aggiunsi: e morte di tua schiatta! 
Perch'egli accumulando duol con duolo , 
Sen glo come persona trista e matta . 

38 Ma io rimasi a riguardar lo stuolo , 
E vidi cosa eh* i* avrei paura , 
Senza più pruova , di contarla solo : 

39 Se non che conscienzia m' assicura , 
La buona compagnia che luom francheg- 
Sotto r osbergo dei sentirsi pura. ( già 

iO r vidi certo, ed ancor par ch'ioi veggia, 

dro : per umbrcu, — Sozza. Virgilio : Foeda- 
vit vultus. 

36. Mosca. Lamberti , ai parenti ed amici 
degli Ainrdei adunatisi nelle case degli liberti 
a deliberare la vendetta del torto ricevuto da 
uno de' Buondelmonti ( che sdegnò la fanciulla 
degli Amidci per isposare altra de' Donati ) 
disse, incurandoli a vendetta di sangue: cosa 
fatta capo ha : cioè : opera non lasciata a 
mezzo ha più agevole un termine. Da questo 
consiglio vennero le discordie di Firenze , le 
fazioni guelfa e ghibellina, le sventure di tutta 
Toscana. Ott. : Per la cui morte nacque . . . 
quella divisione d* animi , che non pare che 
mai debbia finire; d' onde innumerabili morti, 
e fedite, e ruberie, e arsioni , presure, e 
esilii , e povertadi , e tnome , e avoUerii , e 
altri mali sono seguiti tn Toscana : . . t 
Lamberti , uomini e femmine , ne hanno sof- 
ferta pena chi di morte , chi d* esilio , di di- 
struzione di beni . . . 

38. Ma. Nel senso virgiliano di copula , non 
di ritrattazione. — Paura. Per tema , è nei 
trecentisti; ma non imitabile. 

39. Conscienzia. Questa protesta non sok> 
tende a scusare la singolarità della cosa ; ma, 
trattandosi d' uomo famoso e ammirato da 
Dante , tende a mostrare eh* egli a nessuno 
perdona se turbatore della pubblica pace. — 
Osbergo. Anco in prosa. Horat. : Biemurus 
aheneus esto, ^il conscire sibi, S. Bem.: Fof' 
titudo tua fiducia fidelis conscientiae. Y. S. 
Padri : La rocca delta buona coscienxia, B. 
Giamboni : Nulla cosa fa V uomo pauroso se 
non la coscienza della biasimevole vita. Nelhi 
Mon. , 8' arma della lorica della fede per an- 
nunziare il vero e difenderlo ( pag. 55 ), 

40. Vidi. Viene , dice l' Anon. , a qne'cho 
commisero discordia tra stretti congiunti. — 



208 



D E L U INFERNO 



Un busto senza capo andar , si come 
Aodavan gli altri della trista greggia. 

j^l E'i capo tronco tenea per le chiome 
Pesol con mano a guisa di lanterna: 
E quei mirava noi, e diceva : o me ! 

42 Di sé faceva a sé stesso lucerna ; 
Ed eran due in uno, e uno in due. 
Com'esser può, quei sa che si governa. 

US Quando diritto appiè del ponte fue, 
Levo 1 braccio alto con tutta la testa 
Per appressarne le parole sue: 

hk Che furo: or vedi la pena molesta 

Un. Bertrando y troratore illastre, di cai molte 
serveniesi conservansi ueUa YaticaDa e nella 
LaareDziana. Goaacone di patria , ardente agli 
amori ed agU odii. Visse alla fine del XI l se- 
colo , e fb ceppo deUa famigUa d'Haatefort: 
onorò in gioventù la duchessa di Sassonia * 
figUa d' Enrico 11 , msdre d' Ottone lY ; ebbe 
in custodia ed amò grandemente il fratello 
di lei Enrico , detto il re giovane , perchè 
coronato in giorane età ; tenne per esso il 
casteUo d' Altaforte in Goascogna ; V incitò a 
mover gaerra al fratello Riccardo conte del 
Fbiiù e di Gnienna , indi al padre stesso ; e 
poiché morte gli rapi il ano diletto , lo pianse 
ne' versi , e di cuore. Assediato da Enrico 11 
in Altaforte , fb preso , e perdonato per amore 
del figlio. Mori monaco cistcrciense. 

41. Pbsol. PèsoUme , per penzolonB , è nel 
Vili. In un dramma bretone , s. TrifBna con- 
dannata a morte esclama: R dì del giudixio 
i' mi pntente^ a G» C. e<m in mano il mio 
eapo , ed egli lo farà vedere a' miei condan- 
natori, e U maledirà, 

42. Lucerna. Degli occhi del capo ch'ave- 
va tra mano, faceva quasi lume a' passi del 
tronco —Può. S. Agost., nota il Lombardi, di- 
mostra V abilità dell' anima ad informare cor- 
pi separati, con l'esperienza de' polipi. 

43. Tutta. Bocc: Portò U letto con tutto 
Jf. Torello. — Tista. In una canzone di Bre- 
tagna che dipinge l'inferno: Vi taglieranno 
la testa e trifirete : ee la getteranno i demonii 
t uno con V altro ; e vivrete. 

44. Yxoi. Bibbia : Atiendile et videte ei ett 
dolor... sicut dolor meue. 

45. Quelli. Per ^luegli : anco in prosa. — 
Giovanni. Giovanni Senzaterra, figlio d'Enri- 
co II d'Inghilterra e ribelle al padre; come 
rUMlli gli furono i suoi due fratelli Riccardo 
Cor di leone, ed Enrico il Giovane il quale 
morì nel 11S3 ; ed in Martel , città di Fran- 
cia, mostrasi tuttavia la casa dovegli morì. 
Bertrando veramente eccitò questo giovane più 



Tu che, spirando vai veggendo i morti : 
Vedi s* alcuna è grande come questa. 

45 E perchè tu di me novella porti» 
Sappi ch*i son Bertram dal Bornio, quelli 
Che diedi al re Giovanni i ma' conforti. 

(•6 r feci 1 padre e i figli in sé mbelli. 
Achitòfel non fé più d* Absalone 
E di David co' malvagi pungelli. 

47 Perch' i* parti* cosi giunte persone, 
Partito porto il mio cerebro, lasso, 
Dalsuo principio ch'è'n questo troncone. 

48 Cosi 8 osserva in me lo contrappasso. 

che gli altri alla guerra : onde taluno vorreb- 
be leggere : che diedi al re giovane , o eh* al 
re giovane diedi i ma* conforti. Ma se il ICo- 
velUno chiama Enrico II il re giovane, U YilL 
e l' Ott. lo chiaman Giovanni ; e la coofetio* 
ne commessa dal Vili, poteva sfuggire anco 
a Dante. Col più de* codici scrivo Giovamm. 
Mori ribelle anco questi. 

46. RuBBLLi. Da hellum : di qnaloiiqM 
guerra può dirsi etimologicamente che 1' em 
nemico contro l'altro è ribelle. — Acbito- 
FÉL ( Reg. , li , 16 ). Consigliò ad Assalonne 
violare le concubine del padre e combatterlo. 
Vinto Assalonne, Achitòfel s'impiccò. 

47. Parti'. Prov.: Homo pervenni euediai 
Utes, et verbosus eevarat principes. — Pmai — 
cipio. li principio ael cerveUo Aristotele cAh- 
altri poneva nella midolla spinale. — ^TaoNGom.. 
Virg.: ingeni,., trìtneui d'un corpo senza capa— 

48. Osserva. La legge del taglione, da cmi^- 
tra-patior antipepontùs, voce del tempo. QneM^ 
legge in tutti quasi i supplizii di Dante s'oac* 
serva. Quante memorie in questo canto !D'aM- 
tichi Torno, Annibale, Maometto, Ali, Caria- 
ne, Achitofello; di moderni la rotta di M^- 
fredi , la rotta di Corredino , Fra Dolcino # 
Piero Cattaui, il Mosca, Bertrando; gU sciaari 
religiosi e i politici, Firenze e la Romagnaa 

ì\ regno di Napoli, il Piemonte e l'iaghiliertt. 
e la Francia, e l'Oriente ; e le divisioni di- 
gli imperi e de'regni e delle rep.; e cittidiiia 
principi e cortigiani e frati ; e un de'sooi ca- 
noscenti, e uno degli uomini da lui ammirtttt, 
e posto fra' tre fondatori della moderna pe^ 
sia, là nel Volg. Eloquio, dove egli» Dante» 
nominasi cantore della rettitudine , Gino dii- 
r amore, Bertrando dell'armi. Questa variala 
di memorie aggiunge alla fantasia penne a vi* 
ta, fa la poesia veramente europea. Questa i» 
parzialità di biasimare gli amati è apaciaK 
mente a' di nostri esemplare. Che gli QomM 
si voglion tutti d'un colore e d'un peno, • 
vermi o Dii. 



209 



CANTO XXIX. 



ARGOMENTO. 



Tra' ieminaiùri di $eandali trova un ino parmte : poi 'giunge aUa decima 
bolgia y dote sono puniti i faUifieatori d ogni genere , con fetide piaghe , marciu- 
me , icabbia : perchè j dice Pietro di Dante , ogni falsità procede ab anxietate cor- 
rapti iotellectus^ ut aegritudo corporalis a corrupto humore corporeo. Tre falsità 
digiingue : in cose , in aiti , in parole» Della prima son rei i falsarli di moneta , 
tìriffolino e Capocchio ; della seconda chi contraffece sé stesso , come Gianni 
' ' e Mirra ; della terza i menzogneri e calunniatori , come la moglie di Fu- 
Ufaim e Siwmok Distinzione data dal figlio di Dante, 



Nou le terzine 1, 3; la 6 alla 12; la 15, 16, 17, 20; la 22 alla 26; la 28, 29, 33, 
41, 42,43, 46. 



8 



Là molta gente e le diverse piaghe 
ÀTean le luci mie si inebriate 
6be dello stare a piangere eran vaghe. 

Ma Virgilio mi disse: che pur guate? 
Perchè la vista tua pur si sofTolge 
Laggiù , tra Tombre triste smozzicate? 

Tu DOD hai fatto si air altre bolge. 
Pensa , se tu annoverar le credi , 
Che miglia ventiduo la vaUe volge. 



1» Molta. La nona bolgia , s' é detto, era 
fiii gremiu delle altre. — Inbbriatb. Frase 
«cU'oso vivente toscano. Is. (X\Xl\ , 7). ìm- 
bnakUmr terra eorum sanguina. — Vaghk. 
Clalr.: L§ luH mie di pianger vaghe. Piange 
a •* t4Nrmeoti , e alla cagione di quelli , Je 
discordie cìtìIì , delle qaali anch' egli fu 
Tittiaa. 

2. SoyroLGK. Si forma, a' attacca. Lat. hae- 
nL Far. (XXIll , 44) : Uberià che si soffolce 
às fuM arche .. . L'usa l'Ar. (XIV, 50; 
XXTU, 84). 

4. Gli. Ne* pleniluni i , la luna a sera è sul- 
rorizioDte, a mezianotte nello lenit , il mez- 



6 



E già la luna e sotto i nostri piedi : 
Lo tempo è poco omai che n'è concesso ; 
E altro è da veder che tu non vedi. 

Se tu avessi, rispos' io appresso. 
Atteso alla cagion perch' i* guardava , 
Forse m'avresti ancor lo star dimesso. 

Parte sen già (ed io retro gli andava) 
Lo duca , già facendo la risposta , 
E soggiungendo : dentro a quella cava 



xodl seguente al nadir , cioè per 1* appunto 
sotto i piedi di chi è posto nel mezzo della 
terra. Ha già detto che la notte precedente 
la luna era tonda (Inf., XX): dunque sei ore 
lontano dal dì : dunque il sole era a mezzo- 
dì e venti minuti : calcola TOtt. — Poco. Fi- 
no a sera. 

5. Dmsso. Concesso. Lat. dimittere, 

6. Parte. Modo antico , e pur della pro- 
sa, per intanto, Petr.: E parte ad or ad or 
ti votge a tergo. Bocc. ( Vili , 1) : Parte che 
lo scolare questo diceva , la donna piangeva 
continuo. 



27 



210 



DELL' INFERNO 



7 Dov* i' teneva gli occhi si a posta» 
Credo uno spirto dei mìo sangue pianga 
La colpa , che laggiù cotanto costa. 

8 Allor disse 1 maestro : non si franga 
Lo tuo pensier da qui 'nnanzi sovr' ello|: 
Attendi ad altro ; ed ei là si rimanga. 

9 Ch' i'vidi lui appiè del ponticello 
Mostrarti , e minacciar forte col dito; 
E udi' *1 nominar Gerì del Bello. 

10 Tu eri allor sì del tutto impedito 
Sovra colui che già tenne Altaforte , 
Che non guardasti in là , si fu partito. 

11 Qduca mio , la violenta morte 
Che non gli è vendicata ancor, diss' io. 
Per alcun che dell'onta sia consorte, 

12 Fece lui disdegnoso; ondo sen gio 
Senza parlarmi, si com' io stimo. 
Ed in ciò m*ha e' fatto a sé più pio. 

13 Cosi parlammo insino al luogo primo 

8. Franga. Gic. (AU.,'lib. 12): Frangi 
misericordia, Reg. ( 11 , 11 : Non té frangat 
irta res. — Rimanga. Come nel e. Vili. 

9. Gerì. Zio cugino di Dante, fratello di 
Clone Allighieri. K. Pelli ( p. 32 , 33 , 34;. 
Virg.ne parla com'aoroo che non conosceva chi 
e* fosse. Questi Ai ucciso da un do' Sacchetti. 

10. Colui (c. XXVUI, 40). 

11 Ancor. La vendetta era allora tenuta de- 
bito sacro. Cron. Veli. : VilluteUo (moribon- 
do per ferita rice?uta ) lasciò cinquecento fio- 
rini a chi facesse la sua vendetta. Dante: Che 
beli* onor s'acquista in far vendetta. Non cre- 
do però che il P. qui si mostri sitibondo di 
sangue nemico , egli che nel XII dell' Infer- 
no punisce la vendetta di Guido contro un 
cugino deir uccisor di suo padre ; egU che i 
Sacchetti nomina nel Par. senza gravarli, co- 
me sopr' altri fa, d'alcun' onta; egli che il 
Sroprio cugino caccia in Inferno, come scan- 
aloso : ed era , dice 1' Anonimo , anche fal- 
sario , che non credo. Anzi , soggiunge l' Ano- 
nimo stesso f vuole il poeta biasimare la rab- 
bia di vendetta che lo perseguita fin nell' in- 
ferno. Certo è cheGeri fa vendicato trentan- 
ni dopo la morte da un suo figlio occisordi 
un Sacchetti. — Consorte. Ovidio : Consor- 
tes... ^^generisque necisque, 

12. Io. Disillabo. Petr.: Ch' accolga il mio 
spirto ultimo in pace, — Pio. Il contrasto fra 
1.1 pietà e la giu>tizia della condanna, èqui 
^grandemente poetico , come in Brunetto , in 
Farinata , in Francesca , nei tre Fiorentini. 

i'A, .Vostra. Yirg. : MonstratUur ... cam- 
pi. Dante uemico di tutte falsità > pone 1 falsi 



Cho: deUo scoglio, l'altra valle mostra. 
Se più lume vi fosse, tutto ad imo. 
ih Quando noi fummo in sul'ultima chiostra 
Di Halebolge, si che i suoi conversi 
Potean parere alla veduta nostra; 

15 Lamenti saettaron me diversi , 
Che di pietà ferrati avean gli strali; 
Ond*io gli orecchi con le man copersi. ^ 

16 Qual dolor fora se degli spedali 

Di Yaldichiana, trai luglio e 1 settembre, 
E di Maremma e di Sardigna i mali 

17 Fossero in una fossa tutti insembre ; 
Tal era quivi, e tal puzzo n'usciva 
Qual suole uscir delle marcite membre. 

18 Noi discendemmo insù l'ultima riva 
Del lungo scoglio, pur da man sinistra: 
E allor fu la mia vista più viva 

19 Giù ver lo fondo, dove la ministra 
Dell'alto Sire, infallibil giustizia, 

sotto l'ipocrisia e sotto il furto. La distrilw- 
zione delle pene non è gran fatto teologica , 
ma onora T animo del P. Secondo la viltà dal- 
la colpa e' ne giudica la gravità. 

14. Chiostra. Petr. : Di bei colU ombfmm 
chiostra. Ma qui lo prende anco in senso di 
monastero ; e prende conversi in senso di Iwh 
smutati e di frati. Allusione forse maligna* 
Purff. : Al chiostro Nel quale è Cristo a6ola... 

15. Strali. Più ardire e più squisitetza é 
nella frase delle Rime : Guai Che di tritfòùi 
saettavan foco. Cino : Saetta ferrata di pte* 
cerB, Lucret. : Telis perfixa pavoris. Parad-,- 
1 : Strali />* ammirazione, Petr. ( 1 ^ SM ) : 
Una saetta di pietade ha presa E qumei e 
quindi lor punge ed assale. Petr. (Tr. Cosi.): 
in fredda onestate erano estinti Li dorali IMÌ 
strali accesi in fiamma D^ amorosa belMe, 
e in piacer Itnlt. 

16. VALnicHiANA. Ora non più Insalabra: 
com' li tuttodì la maremma tra Pisa e Sieia. 
— Sardigna. Anco in prosa ; dove , dice la 
Anon. , f t genera questa pestileniia per U venr 
ti che traggono da Gntiino, 

17. Insembrr. Da simul ; come aemlran 
da simulare. — Pezzo. Anon. : Sieeomé M 
hanno avuta la mente e l'operazione eui loMt 
e malsana in falsificare , così la giuslixits M 
Dio gli punisce , che gli fa essere corrtM ^ 
sangue e nella carne , e nelle mper/tiMladì. 

18. DiscBNDBMMO. Dal ponte boU' argine » 
come nel e. XXIV. 

19. Sire. iNcl 300: Sire Dio. — Falsatm* 
Non tutti dunque gii alchimisti : ma i soli 
falsarli. Lo dimosira a luoghi 1' Anun. , tei- 



CANTO XXIX. 



211 



Panisce i falsator, che qui registra. 

20 Non credo ch'a veder maggior tristizia 
Fosse in Egina il popoi tutto infermo, 
Quando fu l*aer si pien di malizia 

21 Che gli animali inGno al piccioi vermo, 
Cascaron tutti ; e poi le genti antiche, 
Secondo che i poeti hanno per fermo, 

22 Si ristorar di seme di formiche ; 
Ch* era a veder |)er quella oscura valle 
Languir gli spirti , per diverso hichc. 

23Qualsovra*l ventre,e qual sovrale spalle 
L'uo deir altro giacea, e qual carpone 
Si trasmutava per lo tristo calle. 
ih Passo passo andavam senza sermone, 
Guardandlo, e ascoltando gli ammalati 
Che non potevan levar le lor persone. 
25 Io vidi duo sedere a se appoggiati , 
Come a scaldar s'appoggia tegghia a teggliia, 
Dal capo a pie di schianze maculati. 



la a. Tommaso ( Qoaest. LXXVIII , art. 1 ) 
che dice r alchimia lecita , e potersi vendere 
per booDO il metallo che 8e ne trae. 11 qaal 
passo della Somma è commentalo anco da 
Pietro di Dante : Ma non solo con alchimia 
U fyò faUar le monete : puotesi eziandio eom- 
«altare fmliaeia in coniarle , e batterle . . . 
éi mm9r§ tega che non è V usato ordirle : la 
fuoii è pmbbUea fraudolen%ia : imperocché , 
gkcome moifra ti filosofo nel V. dell* Etica , 
la moneta fu trovata per comune utile e ben 
éiflì mommi: e perciò ehi commette in quella 
pimde , mette disordine e ingiustizia di quello 
fli fiMile fine ella fu diretta e ordinata. Due 
apedt adimqoe di falsatori son qui paniti; 
^pe'cbe AdsaDO con alchimia , e que'chesce- 
■ano U lega. Certo il P. ebbe qni r occhio 
al passo toccato dell' Etica , e considerò la 
ftlsilieaxioiie come perturbatrice del sociale 
ceanaereio» però la gravò di tal pena. — Qui. 
Hai mondo li scrive nel libro de' dannati, 
ll^già li punisce: i4ber scriptus proferetur, ec. 

SO. E«ucA. (Or., Met. , VII). Egina giacque 
con Giove : onde Giunone mandò la peste nel- 
fiaela.— Malizia. Dell'aria, Tosa il Crescenz. 

tS. BiSToalR. Ov. , VII : Tu nùhi da ci- 
wms ei mania mcenia reple. — Fosmicbb. On- 
f popoli ftaron detti JHirmùfom*. Dante avrà 
la peste cosa storica ; però soggiun- 1 

il 



2G E non vidi giammai menare stregghia 
A ragazzo aspettato da signorso , 
Né a colui che mal volentier vegghia, 

27 Come ciascun menava spesso il morso 
Del r unghie sovra sé, per la gran rabbia 
Bel pizzicor che non ha più soccorso. 

28 £ si traevan giù l'unghie la scabbia , 
Come coltel di scardova le scaglie , 

O d'altro pesce che più larghe l'abbia. 

29 O tu che con le dita ti dismaglie, 
Cominciò '1 duca mio a un di loro, 
£ che fai d'esse talvolta tanaglie; 

30 Dimmi s' alcun Latino è tra costoro 
Che son quinc'entro ; se l'unghia ti basti 
£ternalmente a cotesto lavoro. 

31 Latin sem noi che tu vedi si guasti 
Qui ambodue, rispose l'un piangendo: 
Ma tu chi se'che di noi dimandasti ? 

32 £ 1 duca disse: i'sono un che discendo 



00 , m c o na o eh$ i poeti , per indicare che 
RSlo era fhrola. — Biche. Corone di grano 
mamomì^to: qoindi ogni cosa ammucchiata. 
CmI ai apiega VaMriearn del e. IX. 

SI. CABrosiB. Come dato alle cose terrestri. 
^TAAtauTATA. L' ha 11 Boccaeelo, e I Toscani I 



dicono tuttodì tramutarsi. Gli alchimisti per 
troppo trattare il mercurio e sostanze simili , 
al dir d'Avicenna, e d'altri, diventavano pa- 
ralitici (1. II, tr. 11, e. 47). 

25. Sé. L'uno all'altro, o schiena a petto, 
petto a schiena, o in modo consimile. La 
similitudine é degna del luogo , rammenta i 
fornelli ed il ftioco degli alchimisti. Montai- 
gne : Si faut'il savoir reldeher la eorde à tou" 
te sorte de tons , et le plus aigu est celui qui 
vient le moine souvent en jeu . . . Les plus 
grande mattres, et Xénophon et Platon, on les 
voit souvent se reldeher à celle basse fapon et 
populaire de dire et de traiter les choses, la sou- 
tenant de gràees qui ne leur manquenijamais, 

26. SiGNoaso. Suo signore. I napoletani tut- 
tora : mogliema , potrete. Come servo fk^tto- 
loso , perché aspettato o perché sonnolento » 
striglia a furia , e così costoro si grattono : 
simbolo dello smanioso adoprarsi che fecero 
in cose di che non dovevano mai essere sod- 
disfatti. Buon. (Fiera): Rinvolto nella scab- 
bia , Con tanta fretta si rade e si eortica , 
Ch* io non vidi giammai H presta stregghia 
Menar da servo che 'l signor solleciti* 

27. Morso. Virg. : Fibula mordet. 

28. ScAROovA. Pesce di larghe squamme. 

29. Tanaglii. Con l'ogne si smaglia, si 
leva le croste quasi ammagliate , poi le strap- 
pa . e con esse la carne marcia. Buonarr. (Pie- i 
ra ) : Che fa dell: ugne petHni da Uno, 

30. Basti. Vive in Toscana. 6. Vili. (IX» 
59 ) : Ber oUo (A bastò la ruberia. 

32. Balzo. Rappresenta i gironi come bal- 
ze degradanti d'un monte. 



2ii 



UELL' INFERNO 



Con questo vivo giù di balzo io balzo » 
E di mostrar l'imerno a lui iutendo. 

33 A Uor si ruppe Io comun rincalzo ; 
E tremando ciascuno a me si volse ^ 
Con altri che i' udiron di rimbalzo. 

:)/i. Lo buon maestro a me tutto s'accolse 
Dicendo : di'a lor ciò che tu vuoli. 
Ed io incominciai, poscia ch*ei volse. 

35 Se la vostra memoria non s'imboli 
Nel primo mondo dall' umane menti. 
Ma s'ella viva sotto molti soli: 

36 Ditemi chi vo'siete, e di che genti. 
La vostra sconcia e fastidiosa pena 
Di palesarvi a me non vi spaventi. 

37 r fui d'Arezzo: e Albero da Siena, 
Rispose l'un , mi fé mettere al fuoco. 

Ha quel perch'io mori', qui non mi mena. 

38 Ver è ch'io dissi a lui, pisiriandoagiuoco, 
r mi saprei levar per 1* aere a volo. 

E quei ch'aveo vaghezza e senno poco , 

39 Volle eh' i' gli mostrassi l'arte: e solo 
Perch' i' noi feci Dedalo , mi fece 
Ardere a tal che l' avea per figliuolo. 



ii^O Ma nell' ultima bolgia delle diece 
Me per 1' alchimia che nel mondo usai , 
Dannò Minós a cui fallir non lece. 

hi Ed io dissi al poeta : or fu giammai 
Gente si vana come la sanese ? 
Certo non la francesca si d'assai. 

k2 Onde l' altro lebbroso che m' intese. 
Rispose al detto mio: tranne lo Stricca 
Che seppe far le temperate speso ; 

li^3 £ Niccolò che la costuma ricca 
Del garofano prima discoperse 
Neil' orto dove tal seme s' appicca : 

^ii^ E tranne la brigata in che disperae 
Gacciad'Ascian la vigna elagranfrondat 
E l' abbagliato il suo senno profTerse. 

k& Ma perchè sappi chi si ti seconda 
Centra i Sanesi , aguzza ver me l'occhio 
SI che la faccia mia ben ti risponda. 

k6 SI vedrai ch'i'son l'ombra diCapoccbio» 
Che falsai li metalli con alchimia. 
E ten dee ricordar, se ben t' adocchio, 

VI Gom' i' fui di natura buona scinùa* 



33. Tremando. Di vergogna d'essere sco- 
perti falsarli ; o meglio , per non si poter reg- 
gere ritti. Il Ramaziini dice d'aver vedalo an 
alchimista tremulum . . . anhelosum , piiltdum. 
— Rimbalzo. Da vicini che V avevano adito. 
Frase viva in Toscana. 

34. VuoLi. Novell., IV : Ch$ moU tu efc'to 
ti doniJ 

35. Soli. Anni. E' nel e. VI. 

37. r. Griffolino. — Albero. Altri Alberto. 
Ottimo: Era molto vago di cotali truffe, ed 
avevavi consumato del iuo , e però avea po- 
co eenno; e a questo Grilfolino . , . avea dati 
danari , e rivoltali , e di ciò venne al cruc- 
cio. — Mena. C. XXVIli: Né eolpa*l mena.., 
a tormentarlo» 

38. LevAR. Vlrg. : Se.,. tuetuUi aìis. 

39. Dedalo (Inf., XVII). — Tal. L'inqui- 
sitore de' Paterini in Firenze , senese , il qaal 
teneva che Albero fosse suo figliuolo , lo fe- 
ce arder come 'scongiurator di demonii, ed 
eretico. Altri dicono , cosi l' Anon., che 'l fé 
ardere al vescovo di Siena, ch'era suo padre. 

40. Lece. Che condannando, non s'ingan- 
na come quel vescovo. Qui non lece vaie non 
può , come ne'Lat. spesso. 

41. Francesca. Ferisce con la gaelfa Siena 
qae' Francesi che a' Guelfi toscani soccorsero. 
— D' ASSAI. Livio: I^on fu sì ricca valle co- 
m* Anzio d* assai. 



42. Altro. Appoggiato a Grifollino. — ^Trak- 
NE. Ironia , come qaella di Baonturo (XXI, 
14 ). — Stricca. Senese prodigo , aooio di 
corte, ordinatore, dice il Post. Gaiasin. » det 
la brigata , di cai più sotto. 

43. Niccolò. Salimbeni o Bonsignori di 
Siena ; trovò modo di arrostire i fagiani de 
prunis earyophyllorum ( Pietro di Dante). — di- 
STUMA. L' hanno i Fior, di s. Frane, ed II 
Novellino. — Orto. Scherza sai iraslato dal 
garofano. — Appicca. Ott. : Dove Colt coilii- 
mi ^appiccano bene, per gola e ghiott or ui m 

44. Brigata. Detta godereccia. Ricchi 
vani senesi che , venduta ogni lor cosa» 
sero insieme duecentomila ducati , e li 
parono in venti mesi. Abbiamo ventldM •»- 
netti di Folgore da Geminiano a Nieetlèa^ 
pra questa brigata, e Io chiama fiora deM 
senese città. — Disperse. Cie. : B m a wi B ii 
desperdere, — Caccia. Un de^prodigbl, chTRTii 
vigne e boschi in Asciano, castello ■ cn a n .— 
Fronda. Virg. : Ver . . • frondi mi o h mì» 
ver utile stlvtf.— Abbagliato. Altro della bri* 
gau , ma povero , dice V Anonimo : sarà alala 
forse ammesso per la piacevolezaa dal mneiL 

45. Aguzia. Lat.: Aeuutu liimtfMi. — Ri- 
sponda. Quasi interrogata dall'occhio a tt illa. 

46. Capocchio.^ Fiorentino : studiò fliMO- 
fia naturale con Dante ; fu arso vivo In Sèeaa 
come Alchimista; quindi avverso t' Sanasi. 



213 



CANTO XXX 



^p«» 



ARGOMENTO. 

Siamo iuHama neUa decima ; deWei di folto. Qmvi , dict V Amim. j han pena 
% umti UUti : la vieta daUe tenebre , se più lume yì fosse ; f orecchio da* lamenti 
tk* hanno tirali di pietà ferrati ; t odorato dal puzzo dette marcite membre ; ti 
Urtfo daUa prettione dMuno tuU' altro, qua! sovra 1 ventre, e qaal sovra le spal- 
le ; «I silfio daUa tele rabbiota. Qui trova il P. Mirra e Gianni Schicchi che 
ùommo dietro f ombre e le mordono , ed altri forte fanno U medetimo dietro a Io- 
ro : frena M. Adamo e Sinone che ti ttiUaneggiemo e ti percotono. 

Nou la terzine 6; la 8 alla 11; la 17, 19; la 21 alU 24; la fiO, 28 , 29; la 31 alla 
43; la 45, alla fine. 



Nel tempo che Giunone era crucciata , 
Per Sonelè, centra '1 sangue tebano. 
Come mostrò una e altra fiata ; 

Atamante divenne tanto insano 
Che veggendo la moglie co' duo figli 
Andar carcata da ciascuna mano, 

Gridò: tendiam le reti, si eh* io pigli 
La Uooessa e i lioncini al varco l 
E poi distese i dispietati artigli 



1. SMMELk. D'Ermione e Cadmo re tebano, 

icqua ino moglie d'Atamante, e Semelé, i'a- 
da Giove: quindi la gelosia di Giunone, 
• P odio contr'lDo specialmente, che, morta So- 
nale , allevò Bacco nato di lei e di Giove. 
Ovid. (Met., ili).— Futa. Nella morte di Se- 
■Hiè, e poi. 

3.Gmnò. Ov. (Met.,lV): Proiòius A$olidet me- 
dia fmrihmidtu tn aula Clamat: Io, comifet! hit 
W9iia pamdite tilvit : Hie modo eum gemina 
ma mt mihi prole Uama. Uttiue ferae^ ie^m- 
tmr 99tiigia eonjugit ameni : Deque ùnu ma- 
arii ridenUm §t parva Learchum Braehia ten- 
é emum rapii , et bi$ Urqu$ p$r aurat More 
fOCol fundas. 

4. PiRCOéttLO. Ovid. (IV, 617-29) : Rigi- 



6 



Prendendo l' un eh' avea nome Learco; 
£ roteilo, e percosselo ad un sasso: 
E quella s' annegò con Paltro incareo. 

E quando la Fortuna volse in basso 
L' altezza deTroian che tutto ardiva, 
Si che*nsieme col regno il re fu casso ; 

Ecuba trista, misera, e cattiva, 
Poscia che vide Polisena morta, 
E del suo Polidoro io su la riva 



doglia infamia boxo DitemU oaa feroce : tum 
denique concita mator..^ExulMlat ; pateitque 
fugit male tana capHUs, Teque femu parvum 
nudii, Melicerta, tocerfii... Seque euper pon» 
tum , nullo tardata timore , ifillil , omuque 
tuum, 

6. Basso. Tirg.: Potiquam ret Aeiae Fria- 
mique evertere gentem hnmeritam vitnm tu- 
perii eedditque iuperbum lUum. — Akbita. 
Accenna a Laomedonte e a Paride.— Gasso. 
Priamo , marito d' Ecoba , ucciso da Pirro 
(Aen., 11). 

6. MisiaA. Bocc: Ed ella mitera e eatUva. 
Annannino : Rubare % poveri eattivegìi. -— Po- 
ussBMA (Uet., XIII). — PoLmoRo (Aen., 111). 



su 



DELL' INFERNO 



7 Del mar si fu U dolorosa accorta. 
Forsennata latrò si come cane: 
Tnrtto dolor le fé la mente torta. 

8 Ma né di Tebe furie nò troiane 

Si vider mai in alcun tanto crude , ( ne, 
Non punger bestie, non che membra uma- 

9 Quant io vidi du' ombre smorte e nude 
Che mordendo correvan di quel modo 



Fali^ificnndo se in altrui forma. 

Come l'altro che'n làsen va sostenne, 

15 Per guadagnar la donna della torma 
Falsificare in se Buoso Donati, 
Testando, e dando al testamento nomu 

16 E poi che i duo rabbiosi fùr passati , 

Sovra i quali i*avea rocchio tenuto, 

Rivolsìlo a guardar gli altri roaloati. 



Che '1 porco quando delporcii si schiude. ^7 V vidi un , fatto a guisa di liuto 

oJ^ ! 



lOL'una giunse a Capocchio: ed ifi sul nod 
Del collo Tassaiinò, si che tirando, 
Grattar gli fece il ventre al fondo sodo. 

11 ET Aretin che rimase tremando , 

Mi disse: quel folletto è Gianni Schicchi, 
E va rabbioso altrui cosi conciando. 

12 Oh , diss' io lui , se Taltronon ti Gechi 
Li denti addosso , non ti sia fatica 

A dir chi è , pria che di qui si spicchi. 

13 Ed egli a me^ queir è l'anima antica 
Dì Mirra schierata , che divenne 

Al padre, fuor del dritto amore , amica. 
ik Questa a peccar con esso cosi venne, 

7. Mar. Ov. pCIII, 526) : Atpieit ejeetum 
Polydori in littore corpus, — Cane. Ov.: Per- 
(iùiit infelix hominis post omnia formam , 
Extemasqus novo latratu t$rruit aurai.,. La- 
travU canata loqui, — Torta. Volgarmente 
dar la volta, Virg.: Mens,,, laeva. 

8. Furie. Cosi chiama Atamante , Ino ed 
Ecuba, forse accennando a Tlsifone da coi venne 
il ftaror d' Atamante. 

9. Mordendo. Caco corre affocando I dan- 
nati : nn diavolo sta per passarli a fil di spa- 
da : qni 1' ombre mordono. I contraffattori di 
persone mordono, i falsatori di cose giaccio- 
no marcidi; i menxogoeri a tradimento e a 
calunnia, febbricitami ; i falsatori di moneta, 
idropici : per indicare, dice Pietro, la voglia 
insaziabile e il sozzo affetto. 

10 Capocchio (c. XXIX, ten. 40). — Grat- 
tar. Par che accenni alle sekianzs, che costo- 
ro si stavan sempre grattando. 

11. Aretin. Griffolino (e. XXIX ). — Schic- 
chi. Altri lo dice Cavalcanti ; la (limìglia del- 
l' amico di Dante. E 1 Donati gli erano affini. 

13. Altro. Mirra. 

13. Mirra. Nella lettera ad Arrigo chiama 
Firenze Mirro scellerata ed wnpia , la quàk 
s' infiamma nel fuoco degli abbracciamenti del 
padre, 

14. FoRKA ( Ov. , X ). Mirra Msifica sé 
in altri; lo Sehicchi altri In sé. 

15. Buoso. Mori senz' erede ; altri dice, sof- 



Pur ch'egli avesse avuta ranguinait 
Tronca dal lato che Tuomo ha forciilo. 

18 La grave idropisia che si dispaia 
Le membra con Tomor che mai conv«H( 
Che '1 viso non risponde alla ventraia , 

19 Faceva lui tener le labbra aperte. 
Come r etico fa che per la sete 

L*un versoi mento e l'altro in su riveli! 

20 O voi, che senza alcuna pena saele« 
£ non so io perchè , nel mondo greeo . 
Dis8*egli a noi, guardate, e attendete 

21 Alla miseria del maestro Adamo* 
Io ebbi vivo assai di quel eh' i' volli; 

focato da Gianni. Qaesti si finse moribuad 
in sua vece , testò , fece erede Simone Hi 
nati , nipote di Buoso, in luogo d'altro t il 
sarebbe toccata l'eredità; e lasciò par lc§M 
a sé stesso una bella cavalla, il chespiacqi 
air erede , ma non la negò per non al •• 
prire. —Torma. Armento di cavalli : è ia IFfai 
Altri dice: una mula. 

17. Forcuto. Ar. ( XVIII, 83 ) : JRufi 
dove lo stomaco è forcuto. Era si seceo i 
viso , si grosso del ventre , che a taglM 
di sotto le cosce , sarebbe parso mi nàte 
la testa , il manico ; il ventre , la casaa. 

18. Omor. Umore : è nel Conv. HoreL 
Aquosus albo Corpore lafigtior. — C.ontsm 
Assimila. O: rivolge in luoghi dove noo di 
vrebbe : cosi il dott. Cioni. L' Ottimo eira 
corrispondenza traT incomodo umor delTIdn 
pico, e la dannosa materia del falsario. 

19. Srti. Orai, paragona l' avaro all' Mia 
pico. Conv. : Le riechezxe promettono di Hn\ 
ogni sete e apportare saiiamento ; ma tu ìm 
di sasiamcnto e di refrigerio , donno e raeMM 
fele di febrieante , tnfoiimMe. 

20. Sbnza. Lo disse Virg. ( e. XXIX ).- 
Attenditi. Jerem. : Àttendite et vùkui a 
est dolor,., sieut dolor meus. 

21. Adamo. Bresciano. A ricbiesta deTedMd 
di Romena castello del Casentino , falsò II 
moneta: Ai bruciato in Firenze. — Braso. 
Para imitato dalla paral>ola dell* EpoloM. 



CANTO XXX. 



215 



Bora, lasso, on gocciol d*acqaa bramo. 

22 Li niscellelti che de* verdi colli 
Del Caseotin discendon giuso in Amo, 
Facendo i lor canali e freddi e molli, 

33 Sempre mi stanno innanzi,enon indamo: 
Che r immagine lor via più m'asciuga, 
Chelmaleond'io nei volto mi discarno. 

ik La rìgida giustizia che mi fruga. 
Traggo cagion del luogo ov*i*peccai 
A metter più gli miei sospiri in fuga. 

25 Ivi è Romena , là dov' io falsai 
La l6ga suggellata del Battista ; 
Perch'io il corpo suso arso lasciai. 

26 Ma s' r vedessi qui Y anima trista 

Di Guido, o d'Alessandro, o di lor frate, 
Per fonte Branda non darei la vista. 
^ Dentro e' è i' una già, se l' arrabbiate 
Ombre che vanno intorno , dicon vero. 

ti, CASiirmf. Nel pian di Casentino gaer- 
^ggiò la prima volta il P. contr* Arezio nel 
1380 ( Vili. , VII , e. 131 ) ; poi tornò nel- 
l' esilio a dimorare co' conti di Romena: e 
dopo la infelice spedizione contro Firenze , 
irato della lor dappocaggine , gli lasciò. — 
^Kium. Ffiqidui per fresco , in Virgilio. 

^. iBniANZi. Virg.: Pùllas, Evander.in ipsis 
^mma «mi oculi$. — Asciuga. Tasso (Xlii, 
^ ) : 5^ akwn giammai tra frondeggianti rive 
'Wo tfide Uagnar liquido argento ... Che Vim- 
^^o^ÒHé tor geUda e molle L'asciuga e seal' 
^» 9 nel pensier ribolle. Stazio fa dire ad on 
J^ra: Heu duleee visure poloe, solemquere- 
^^aiMi Ei virides terras et puros fontibus am- 
^. Siniil pensiero è nel Filebo di Platone. 
^>ceaccio , della donna lasciata ignuda al sole 
(•eeote : Vedeva Amo , U qual porgendole 
éttidmo deUe su* aeque, non iseemava la se- 
ti, wus 1* accresceva. Vedeva ancora in più 
kigki hoeehi , ed ombre , e caia , la quali 
latti JMMdMnlt V erano angoscia , diside- 



S4» Fruga. Mi ricerca le vene tormentando- 
mi ia a^a. lo cui nuova sete ... frugava è nel 
Pars* — Fu«A. Qoaai fuggente alle dolci acque 
del CaientiDo. Petr. : Ite , caldi eospiri , al 
fndio con. 

SS. Lb«a. Il fioria d'oro dall'una parte 
aveva Irimgine di a. Giofaoni, dall'altra un 
giglio. 

26. Frate. Agbinolfo, terzo de*conti di Ro- 
iDCfla. Con Guido il P. aveva combattuto per 
rientrare In Firenze: poi la sua dappocaggine 
gli avrà reso itii«igine dì tradimento. Que' di 
AoBeBa eran cugini ai conti di Porciano che 



Ma che mi vai, ch'ho le membra legate? 

28 S' r fossi pur di tanto ancor leggero 
Ch*i*potessi in cent'anni andare un'oncia, 
r sarei messo già per lo sentiero 

29 Cercando lui tra questa gente sconcia, 
Con tutto eh* ella volge undici miglia, 
E.men d*un mezzo di traverso non ciba. 

30 r son per lor tra sì fatta famiglia, 
Ei m'indussero a battere i fiorini 
Ch' avevan tre carati di mondiglia. 

31 Ed io a lui : chi son li duo tapini 
Che fuman come man bagnata il verno, 
Giacendo stretti a' tuoi destri confini? 

32 Qui gli trovai (e poi volta non dierno) 
Rispose, quando piovvi in questo greppo: 
E non credo che deano in sempiterno. 

33 L una è la falsa ch'accusò Giuseppe, 
L' altro è'I falso Sinon greco da Troia. 

il P. nel XIV del Pnrg. chiamerà bestie im- 
monde. — Fonti Branda. Limpida fonte df 
Siena, a cui tutta la città va per acqua. 

27. Una. Guido. Anon.: Questi conti e simiU 
potenti attendono molto al fabbricare falso per 
difetto di moneta : peroccK elli non temono 
li comuni d* intomo. — Lbgatb ? Dall'idrope. 

39. Undici. Undici miglia ha la decima bol- 
gia , ventidue la nona (XXIX. 3): di qui de- 
duce l'Anon. che l'ottava n'ha quarantaquattro, 
la settima ottantotto , e tutto Malabolge eia- 
quemilleseicentotrentadue. 11 giro della terra 
è ventiquattromila circa. Ad ogni bolgia sce- 
ma lo spazio , cresce il delitto ; onde il nu- 
mero de' colpevoli è meno. Nota che ne' sette 
cerchi precedenti a Malabolge la misura non 
raddoppia : che allora il Limbo avrebbe più 
di due milioni di miglia : ma quivi il decli- 
vio é più forte, e più gente ci cape. — Non 
CI HA. Rima con sconcia» come per li con 
merli (Purg., XX). 

30. Tre. 11 fiorin di Firenze era di venti- 
quattro carati d' oro. Adamo ne mettea tre 
di rame. 

31. Distri. S' erano a destra di lui , nota 
l'Anon., eran più presso al pozzo: dunque più 
rei : perchè falsare il vero a calunnia e a tra- 
dimento, è delle filsità la più nera. Falsarti 
di vero, di metalli, di persona, di cosa. 

32. Greppo. Ciglione della fossa , cb' è il 
pozzo infernale. L'ottimo definisce il greppo: 
Vaso rotto dalle latora. — Sbmpitbrxo. Virg : 
Sedei, aetemumque sednbit, infelix Theseas. 

33. GiusBPPO. S'usa io prosa nella Med. 
Alb. Cr. (Genesi, XXIX). — Falsa. Favole 
d' Esopo: La falsa volpe* Ant. da Ferrara : 



210 



DELL' INFERNO 



Per febbre acuta gittan tanto leppo. 

3!h E r un di lor che si recò a noia 
Forse d* esser nomato si oscuro. 
Col pugno gli percosse 1* epa croia. 

35 Quella sonò come fosse un tamburo. 
£ mastro Adamo gli percosse! volto 
Col braccio suo che non parve men duro; 

:^ Dicendo a lui : ancor che mi sia tolto 
Lo muover, per lemembra che son gravi; 
Uo io il braccio a tal mestier disciolto. 

;n Ond' ei rispose: quando tu andavi 
Al fuoco, non Y avei tu cosi presto : 
Ma si e più V avei quando coniavi. 

38 E ridropico: tu di' ver di questo; 
Ha tu non fosti si ver testimonio 
La Ve del ver fosti a Troia richiesto. 

39 S* i' dissi falso, e tu falsasti '1 conio, 
Disse Sinone: e son qui per un fallo: 
E tu per più ch'alcun altro dimenio. 

40 Ricorditi, spergiuro , del cavallo, 
Rispose quei , ch'aveva enfiata Tepa: 
E sieti reo che tutto 1 mondo sallo. 

&1 A te sia rea la sete onde ti crepa , 
Disse*! Greco, la lingua; e Facqua marcia, 
Chel ventre innanzi gli occhi ti s' assiepa. 

Fallo Erode. In una canzone , il P. chiama 
Sinone il falso Gneo , e dice , da lui , cioè 
dalla traditrice menzogna, divorata Firenze. — 
Da. Che dal tradimento di Troia ha saa ftma. 
() accenna al detto di Priamo : fiottar erii 
(A.en., Il, 149). Li fa febbricitanti a simbo- 
leggiare il delirio e il vaniloquio derristi; e 
li dipinge che fbmano ftimo puzzolente , co- 
me di unto che bruci , a indicare la fh>de che 
li annebbiò. 

34. Croia. In Romagna croio Tale tuttavia 
infermo e povero, dura, siccome d'idropico. 

37. Presto. Andava al tùoco con le mani 
legate. 

38. Ver. Priamo in Virgilio a Sinone (II, 
149 ) : Mihique haec edistere vera rogami. 

39. Pie'. Cosi i simoniaci disse più rei de- 
gì* idolatri , perchè adorano idoli senza nu- 
mero ( Inf. , XIX). — Altro. Gli dà del de- 
monio a M. Adamo. 

40. SPBR6ICR0. Virg. : l%r;urt^e arfe Sì- 
notiti. Peggio , die* egli , spergiurare che fal- 
S9je il metallo. — Enfuta. Virg. : Feta ar- 



k'2 Allora il monetier: cosi si squarcia 
La bocca tua per dir mal, come suole. 
Che s* i* ho sete , e umor mi rinfarcia , 

kì Tu hai l'arsura , e*l capo che ti duole: 
E per leccar lo specchio di Narcisso, 
Mon vorresti a 'nvitar molte parole. 

kk Ad ascoltarli er*io dèi tutto fisso; 
Quando 1 maestro mi disse: or pur mira. 
Che per poco è eh* io teco non mi risao! 

&5 Quand* io '1 senti' a me parlar eoo ira» 
Volsimi verso lui con tal vergogna 
Ch* ancor per la menooria mi si gira. 

i6 E quale è quei che suo dannaggio sognat 
Che sognando disidera sognare, ( goa; 
SI che quel ch'è , come non fosse, ago- 

VI Tal mi fec'io, non potendo parlare; 
Che disiava scusarmi, e scusava 
He tuttavia , e noi mi credea fare* 

k8 Maggior difetto men vergogna lava. 
Disse 1 maestro, che *1 tuo non è stalo :^ 
Però d* ogni tristizia ti disgrava. 

1^9 E fa ragion eh' i* ti sia sempre allato ^ 
Se più awien che fortuna t' acco^ 
Dove sien genti in simigliante piato. 

50 Che voler ciò udire è bassa voglia* 



mie. — Rio. E ti sia amaro a pensare 
tutto il mondo per Virg. e per la Ikma 
sa il tuo delitto. 

41. AssrsPA. Ti fìi quasi siepe agli 
ly idropico di donna gravida i Toscaai 
cono : ha la pancia agli occhi. 

42. Suole. Dicesti male de' Greci tuoi s 
si ( Virg. , II ). 

43. Duoli. Per febbre. Il falsatore di 
neta non l' ha : ed è men reo. — Na 
Anco in prosa. A un Greco rammenta tàw 
greca; al brutto dannalo uno specchio, 
viltà delle ingiurie dipinge la viltà delle co 

45. Gira. Bocc. : Gli farebbe i\ fatta 
gogna, che , eempre ch'egli alcuna donna 
deue , gli ti girerebbe per lo capo. 

47. Scusava. Col turbamento. Purg. , 
Del color conspeno Che fa V uom di 
talvolta degno. 

48. Lava. S. Ambr. : Pudore culpa 
SO. Bassa. Prov. ( XX , 3 ) : Bonorut 

mini , qui eeparat te a contentianibui : 
I outem ttuUi miteentur contumeliit. 






2i7 



CANTO XXXI. 



ARGOMENTO. 

fS^iungono al nono ed ultimo cerchio. Sino al quinto i punita V incontinenza ; 
^^•Mto e nel settimo la malizia ; la bestialità nelC ottavo e nel nono. Da' lascivi 
^^T^sctmdi , gf incontinenti ; i maliziosi, dagli eretici agli usurai ; in Malebolge, 
i Httùi/t , ^f^t cioè che il vizio trassero a tale eccesso da indurre Vumana natura 
^ *i«lo incivile e ferino. La bestialità porta qucui sempre la frode , cioè il lrist(» 
^ iMa ragione e dell* arte : ond i che in Malebolge e nel pozzo penano i frodo- 
*^^ : in Malebolge la frode contro chi non si fida ; nel pozzo i tradimenti , che 
!^poiio t7 vincolo e di natura e di fede. E perchè nelle più gravi reità più prò- 
f^HJio i r orgoglio , però stanno a guardia del pozzo i giganti. 



^^ NoU le terxioe 3 alla 7 ; U il alla 14 ; la 16 , 30 , 21 , 22, 25 ; la 27 alla 
•^.35,44, 46, 47, 48. 



30; la 



Una medesma lingua pria mi morse 
Sì che ini tiose V una e V altra guancia ; 
1 poi la medicina mi riporse. 

(mì od* io che soleva la lancia 
D'Achille e del suo padre esser cagione 
Prima di trista, e poi di buona mancia, 
Hoi demmo '1 dosso al misero vallone 
Sa per la ripa che'l cinge d'intorno, 
Mtrtversaodo senza alcun sermone. 

i> MoMB. Lintjua che morde non ò iraslato 
Mtabiie. Hot.: Mordear opprobrUs fatsis, mu* 
Umpie eolores ? Petr. : Mi sani il cor colsi 
«*••/ «orsa. 

'• Lancia. Ov.: Vulnus in if erculeo quae 

Jl'J^'^daM fecérat hoile , Vulneris auxilium 

^ot kasla filili. — Mancia. Valeva dono 

'^ oliere. 0?id.: Opusque meae bis iensit Ter 

^, Dbhmo. Virg.; Terga ... dare. — Ripa. 
'^^^00 l'ultim* argine della decima bolgia, 
^ ^■'^versano lo spazio tra la bolgia ed il pozzo. 



k Quivi eramen che notte e men chegiomo. 
Si che 1 viso m'andava innanzi poco. 
Ma io senti* sona re un alto corno 

5 Tanto ch'avrebbe ogni tuon fatto fioco , 
Che , contra sé la sua via seguitando. 
Dirizzò gii occhi miei tutti ad un loco. 

6 Dopo la dolorosa rotta, quando 
Carlo Magno perde la santa gesta. 
Non sonò si terribilmente Orlando. 

4. CoBNO. NembroUe , come cacciatore (Gè- 
nes. , X ) , ha '1 corno , il cui suono guida fra 
le tenebre i due P. E l'ba forse per annun- 
ziare a Lucifero i nuovi dannati , come le due 
fiamniette di Dite (Inf., Vili). 

5. Sé. Riguardo il corno , teguiiando s'u- 
nisce al miei. Modo contorto.-^ Seguitando. 
Seguitavano ad andare all'incontro di quella, 
parte onde il suouo veniva a noi. 

0. Rotta. Di Roncisvalle , quando Carlo 
volle cacciare i Mori di Spagna. Orlando era 
nel retroguardo dell* oste di Carlo che lona- 

28 



218 



DELL' INFERNO 



7 Poco portai in là alta la testa. 

Che mi parve veder molte alte torri ; 
Oiid* io : maestro, di' che terra è questa? 

8 Ed egli a me : perù che tu trascorri 
Per le tenebre troppo dalla lungi , 
Avvien che poi nei maginare aborri. 

9 Tu vedrà' ben , se tu là ti congiungi , 
Quanto '1 senso s* inganna di lontano : 
Però alquanto più te stesso pungi. 

10 Poi caramente mi prose per mano 
E disse: pria che no' siam più avanti, 
Acciò che 1 fatto men ti paia strano, 

11 Snppi che non son torri ma giganti: 
E son nel pozzo intorno dalla ripa, 
Dairumbilico in giuso, tutti quanti. 

12 Come quando la nebbia si dissipa, 



va di SpagDa: il Saracino Marsilio, inlesosi 
con Gano traditore , li assalse. Orlando suo- 
nò il corno per chiedere aiuto: e fu sentilo 
otto leghe loulano. Carlo voleva tornare: Ga- 
no lo dissuase. Orlando suonò tanto , dicela 
cronaca, eh' e' ne scoppiò. Treniamiia Cristia- 
ni perirono. — Gesta. Petr. ( Tr. Fam. ) ; /( 
buon dure Goffrido Che fé l'impresa ianta, 
7. TouRi. Prov. ( IX, 18); Ignorami quod 
ibi sint gigantes , et in profundis inferni con- 
vivae cjus. Ne parla la Gen. : Quid aliud, di- 
re Tullio citato da Pietro di Dante ; quid 
aliud est gigantum modo bellore cum Diis , 
guam naiurae repugnare ? L' Ott. : Questi gi- 
ganti hanno a significare quelle persone le 
quali, per propria industria , potenzia e se- 
guito , vogliono nel mondo operare oltre il ter- 
mine umano, . . Li poeti. . . mettonU combat- 
titori con li Dei ; il quale detto ha a signifi- 
care , che colali abili sono contro a Dio, non 
solo in disordinare loro medesimi , ma ezian- 
dio in mettere disordine tra le creature. Con 
dò forse il P. intendeva che principio de' tra- 
dimenti morali e politici è lo smisurato or- 
goglio e l'irreligioso guelfismo di certi uomi- 
ni del suo tempo. Nella Volg. Lloq. là dove 
parla della confusione delle lingue e' nomina 
i giganti come ribelli al celeste impero. Fi- 
lippo il Bello nel Purgatorio , ben nota il Ros- 
setti , é tìgurato in un drudo gigante. Lucife- 
ro è nel centro della terra, madre de' giganti, 
ehe stannogli iniorno come angeli innanzi a 
Dio. Ben sono collocati costoro fra i traditori 
e i frodolenti; tanto più che Virg. : Hic gè- 
nus antiquum terrae , Titania pubes. Fulmi- 
ne drjecii , fundo volvuntur in imo. Narra il 
d'Uerbeiot , che i giganti , posti intorno a 
00 gran fosso , forniscono agli Arabi ricca 




Lo sguardo a poco a poco raiBgara 
Ciò che cela '1 vapor che 1* aere stipa; 

13 Cosi forando Y aer grossa e scura, 
Più e più appressando inver la sponda , 
Fuggémi errore , e giugnémi paura. 

ìk Perocché, come in su la cerchia tonda 
Montereggion di torri si corona; 
Cosi la proda che 1 pozzo circonda, 

15 Torreggia van di mezza la persona 
Gli orribili giganti cui minaccia 
Giove del cielo ancora quando tuona* 

16 Ed io scorgeva già d' alcun la faccia , 
Lespalie,e'l petto, edelventre gran parte, 
E per le coste giù ambo le braccia. 

17 Natura certo, quando lasciò 1* arte 
Disi falti animali, assai fé bene, 



materia di favole. In certi paesi d' loghilt 
ra s'imagina che l'aiània di chi non sia 
primo , di due che sun morti , condotta 
cimitero , rimauga ad attingere V acqua 
un gran pozzo pel gigante Asdrim , sin 
che nuov' anima condannata al medesima 
voro non venga. 

8. Aborri. Erri dal vero ( inf. ,XXV, 
Lai. : A vero abhorrere. 

9. CoNGicNGi. Disgiunto per allonta^ 
usa nel Conv. : Lo viso disgiunto nulla 

10. Caramente. Per rincorarlo e lo 
l'amarezza del rimprovero fatto. SiroiL^aiMf 
Hi del Purgatorio. 

11. Pozzo. Apocal. : Puteum abysti, 

12. Stipa. Virg. : In nubem cogitur €ur, 

13. Forando. Coli* acume del vedere. IParg., 
X : Disviticchia Col viso. — Fuggémi. Virg, 
Fugit . . . dolor. — Giugnémi. V. Nuova: ife 
giunse un sì forte smarrimento, 

14. Montereggion. Castello §an$s9 , cAf 
nel circuito delle sue mura ha quasi ad ogni 
cinquanta braccia una torre , non avendon» 
in mezzo per lo castello alcuna ( Anon. ). — 
Corona. Virg. , de' soldati : Rara murotei^- 
xere corona. 

15. ToRREGGiAVAN. Tasso : Tra' merli t7fii- 
naccioso Argante Torreggia , e discoperto é 
di lontano, -— Giganti ( Inf. , XIV ). — Gio- 
ve. Intende il vero Dio ; come nel VI d«l 
Purg. il sommo Giove e Gesù. Boce.: Git^ 
che ancor li spaventa tonando , A memoria 
del fulmine che in Flegra Li colse ( Inf. XIT)* 
Is. (XIV ,9} : Infemus subter conturbatus est In 
occursum^ adventustui,suscitavit tUngigasUtl* 

16. Giù. Eran legati. 

17. Animali. Così chiama anche 1* ooDO , 
(Inf., V). 



4* 



'9iato 



1/èrtf 



CANTO XXXI. 



219 



Per tor cotali esecutori a Marte. 

i8 E 6* ella d' elefanti e di balene 
Non si pente , chi guarda sottilmente, 
Più giusta e più discreta la ne tiene : 

19 Che dove Y argomento della mente 
S* aggiunge al mal volere e alla possa, 
Nessun riparo vi può far la gente. 

50 La faccia sua mi parea lunga e grossa, 
Come la pina di san Pietro a Roma : 

E a sua proporzione eran T altr' ossa. 

51 SI che la ripa , eh' era perizoma 

Dal mezzo in giù ne mostrava ben tanto 
IN sopra , che di giungere alla chioma 

SS Tre Frison s' averian dato mal vanto; 
Pfcrocch* i* ne vedea trenta gran palmi (to. 
Dal luogo ingiù. dov'uom s'affibbiai man- 

23 Rafd mai amech zabì almi. 
Cominciò a gridar la fiera bocca 
Cui noD si convenien più dolci salmi. 

Si £ 1 duca mio ver lui : anima sciocca, 
Tieoti col corno e con quel ti disfoga 
Qoand* ira o altra passion ti tocca. 

ft Cercati al collo , e troverai la soga 
Che 1 tien legato , o anima confusa: 
E vedi lui che '1 gran petto ti doga. 

^ 18. DOTS. Arìst. ( Polii. , 1 ) : Sieut homo, 
*Ì9itp€rfi€tui virtute, est oplimut animalium, 
aie ri ftf Hparatus a lege et justitia, est pes- 
aìmiif omnium , quum habeat arma rationis 

fforyoM^nfo deUa mente). 

50. Pria. Di bronzo : era an tempo sulla 
Viole Adriana; oggi nella scala dell'apside di 
iruMoie. 

51. PiBizoMA. Cintura. Voce greca usata 
iella Geo., 111. Sovrastanno come torri, ma 
leagoDo i piedi nel gbiaccio di Cociio. 

^X Fkison. Gli uomini di Frisia sogliono 
altissimi, 
t. Rafml, Parole senza senso : lo dirà 
fhgilio ; e lo nota l' Anon. : onde è vano 
spiegarlo come siriache od arabiche. — Salmi. 
Ahre volte note, metro, rima. 
S(. Tocca. Lucr. ; Tangitur ira, 
M. ffBMUOTTO. S. Aug. (C. D., XIV, 4); 
.» X. — CoTO (Par., HI, 9). Da cogito: 
fUiraeotante, — Un. Gen. : Erat,., terra 
«HiMif.. . Confusum est labium universae 
t. La Genesi non dice che quel della tor- 
n J&a&t pensiero di Nembrollo. 

ì. Maimio. Nembrotto, nota l'Anon. , na- 
naturalmente; Efialte era di razza mo- 



». Mabstbo. Artefice ( e. XVII ). 



26 Poi disse a me: egli <;tesso s'accusa. 
Questi è Nembrotto per lo cui mal cotu 
Pure un linguaggio nel mondo non s'usa. 

27 Lasciamlo stare, e non parliamoa voto; 
Che cosi è a lui ciascun linguaggio 
Come 1 suo ad altrui , ch*a nullo è noto* 

28 Facemmo adunque più lungo viaggio, 
Volti a sinistra: e al trar d*un balestro, 
Trovammo l'altro assai più fiero e maggio* 

29 A cinger lui qunl che fosse il maestro 
Non so io dir. Ma oi teiiea succinto 
Dinanzi l'altro e dietro 'i braccio destro 

30 D* una c^itena, che 1 teneva avvinto 
Dal collo in giù , si che 'n su lo scoperto 
Si ravvolgeva infino al giro quinto. 

31 Questo superbo voli' essere sperto 
Di sua potenza centra '1 sommo Giove, 
Disse'l mio duca;ond'egliha cotalmerto. 

32 Fialte ha nome. £ fece le gran pruove 
Quando i giganti Ter paura a i Dei. 

Le braccia eh' ei menò, fiamma i non muove. 

33 Ed io a lui: s'esser puote , i' vorrei 
Che dello smisurato Briareo 
Esperienza avesser ^li occhi miei. 

3k Ond'ei rispose : tii vedrai Anteo 

30. Avvinto. Psalm. : Ad aUigandos regts 
eorum in eompedibus, et nobiles eorum in ma* 
nieis ferreis. — Scoperto. Nella parte del corpo 
che gli esciva del pozzo , la catena faceva 
ben cinque giri. 

31. Spbrto. Oio ed Efìalte , figli di Netta- 
no da Ifimedia , moglie d' Aloeo , tìgliaol della 
Terra; di nov'anni eran alti nove braccia, 
grossi nove palmi: nella guerra de' Giganti pe- 
rirono saettati da Apollo. Virg. : Hic et Aloi' 
das geminos , immania , vidi , Corpora, i/ui 
manibus magnum rescindere eoelum Àggresri, 
superisque Jovem detrudere regnis, — Sommo. 
Virg.: Jove summo, — Mibto. Ricompensa. 
Vili. ( 1. IX) : i? questi sono i meriti de' tiranni. 

32. PiALTB. Da Efialte , come pillola da 
epistola — PBDOVB. Addossar monti a monti, 
dice Igino , per giungere al cielo. Virg. : Ter 
sunt conati imponere Petio Ossam SciUeet , at- 
qu9 Ossae frondosum involvere Olympum. 

33. Bbiabbo. Virg. lo colloca nell'Inferno: 
Et centumgeminus Brìiireus, Aen. ( X , K65 ) : 
Aegeon qualis, eentum cui brachia dicuntCen- 
tenasque manta, quinquaginta orièus ignem 
Beetoribuequearriue , Jovis quum fulmina con- 
tra Tot paribus streperet eiypeis, tot stringe- 
nf ansai. SUt., 11 : /Mmanius Briareus. 

84. Aktbo. Lo nomina nel Conv. Questo 



220 



« E il.' INFERNO. 



Presso di qui, che parla , ed è disciolto; 
Che ne porrà nel fondo d'ogni reo. 
85 Quel che tu vuoit veder , più là ò molto, 
Ed è legato , e btto come questo ; 
Salvo che più feroce par nel volto* 

36 Non fu tremuoto già tanto rubesto 
Glie scotesse una torre cosi forte 
Come Fialte a scuotersi fu presto. 

37 Allor temetti più che mai la morte: 
E non v'era mestier più che la dotta 
S'i' non avessi vistele ritorte. 

38 Noi procedemmo più avanti allotta, 
E venimmo ad Anteo che ben cinqu'aile, 
Senza la testa, uscia fuor della grotta* 

39 tu che nella fortunata valle 






Che fece Scipion di gloria eroda 
Quand' Annibàl co' suoi diede le spalle, 

&0 Recasti già mille lion per preda; 
E che se fossi stato air alta guerra 
De' tuoi fratelli, ancor par ch*e'si creda 

M Ch'avrebber vinto i figli della terra'; 
Mettine giuso, e non ten venga schifo. 
Dove Cocito la freddura serra* 

Il 2 Non ci far ire a Tizio né a Tifo. 
Questi può dar di quel che qui si brama: 
Però ti china, e non torcer lo grifo. 

^3 Ancor ti può nel mondo render fama; 
Ch* ei vive, e lunga vita ancora aspetta 
Se innanzi tempo grazia a ^è noi chiama. 

f^i Cosi disse '1 maestro: e qu^li in fretta 



passo accenna ti versi di Lue. (¥,898). An- 
teo Doo fu de* Giganti che assaltarono il cielo, 
ma figlio anch' egli della Terra, visse nemi- 
co d'ogni Yita civile: però spento da Ercole. 
Ciò conferma il fine poUtico del P. in questa 
imagine de* Giganti. Singolare etimologia di 
Anteo davano nel 300 : contrario a Dio, — 
Parla. Non come Nembrotlo. — Disciolto. 
Per passare al fondo i dannali ; e per minor 
pena. — Reo. Reità. Nel Parg. usa rio sostan- 
tivamente. 

38. Fatto. Il P. lo credeva di cento brac- 
cia, come Virgilio lo dipinge: il maestro lo 
toglie d'errore. Le cento braccia eran simbolo 
di sua forza. — Quisra Fialte. — Fbbocb. 
Lue: Briareutque ferox, 

36. Rubesto (Pnrg. , V , 42 ). — Torre 
(terz. 7). Fialte si scuote per gelosia del sen- 
tire altri più feroci di lui , e per mostrare sua 
forza, benché legato. 

37. Dotta. Paura: anco in prosa; come 
dotto per dubhio, Sapienlia (XI , 20): Non to- 
lum laeiura poterat . . . extemUnare , ted et 
aspectus per timorem ocoidere, 

38. Alle. Jlfinira franeetca , dice V Anon. 
( attfie ) : corrisponde a due braccia : il brac- 
cio é tre palmi ; dunque trenta palmi , come 
disse più sopra. La favola gli dk braccia 
quaranta. — Grotta. Accenna forse agli an- 
tri dove Anteo visse. Lue. : Nondum post gè- 
nitos telliu effeta giganias, TerribUem Xtòy- 
eit partum eoneepU in antris ... Haee ilU tpe- 
lunea domus, 

39. Fortunata. Nel senso del e. XXYIII, 
t. 3. — Valle. Lue. : Inde petit iumulae , 
exetasque undique rupee , Antaei quae regna 
voeat non vana vetuuas. — Scipion. Lue. : 
Sed majora dedit cognomina coUibut iitii , 
I\mmm qtd Latiit revoeavit ab artibut Ko- 



item^ Scipio: nam teda lÀhyca feOtiri fatta 
Haec fuit: enìveterie eemis vestigia vaUL-^ 
Gloria. Scipione scrivendo al senato: yiasi 
tutta l' Africa , disse : non ne riportai ckt la 
gloria. Lue. pone il regno d'Anteo preatatt 
dove Annibale fu sconfitto. Non così Plio* (T, 
1 ), né Solino (Polit. , 27). Loda Anteo» p« 
farlo più faiite. Cosi Pompeo loda Erittooe ma 
IX di Lucano. — Annibal. Ar. (XVIII, Si): 
Africa, in te pare a costui non nacque, Mi^ 
che d' Anteo ti vanti e d* AnnibaUe, 

40. Lion. Lue: Latuisse sub alta ilupafi» 
runt , epulas raptos habuisse leones, — Par. 
Lue: Coeloque pepercU Quodnon PKUgrttét 
Antaeum sustulU arvis. Dice par eh* e* si ereés 
per moderare 1' esagerazion di Lucano : ni 
intanto lusinga l' orgoglio del mostro. 

41. Figli. Yirg. : lUam Terra parens, fW 
irritata Deorum . . . ProgenuU, — Cogito ( taf*, 
e. XIV e XXXIV ). Rime: E V aequa morUd 
converte in vetro Per la freddura che di fuor 
la serra, 

42. Tizio. Gigante , di cui Virg. nel VL 
Lue. lo nomina con Tisifone , per dire che 
Anteo era più forte di loro. In queste imb- 
zione é una memoria lusinghiera ad Anlee. 
— • Tiro. Virg. e Ovid.: Tiphoeus ; Locaa.: 
Typhon, 

43. Fama. Ugo da s. Vittore: Spiritm t» 
perbiae amor propriae laudis, 1 giganti sta 
simbolo della superbia , e però torreggiala 
sopra Lucifero. Virg. lo loda , perchè il n^ 
perho, dice un antico, solo per lode s'aumiM^. 

44. Quegli. Non parla , come superbo eh' 
egli é. — Ercole. I Centauri , le Arpie , Ge- 
rione , Caco , Anteo , furon tutti domati da 
Ercole , simbolo della forza civile. E nn tre- 
centiste inedito aveva già indovinate l'idee 
del Vico : È da notan e da §ap9r§ €h$ frn- 



CANTO XXXI. 



2ìt 



un dbiese , e prese 9 daca mio* 
Erede senti già grande stretta. 
fgfBo quando prender si sentio , 
t me: fatti 'n qua si ch*io ti prenda, 
ee si eh' un fascio er egli ed io. 
Oli pare a riguardar la Cariseoda 
» 1 chinato , quand* un nuvoi vada 
fmmm» si ched ella incontro penda ; 



ip< fMtiehB non tottenn$ un uomo tolo 
m flMffw ÈreoU ; eht , come dice s. Ago- 
H XflU ìih. De cìy. Dei molli fumo 
ha /Wmo MamaH Sreole,,, Può $xian- 
M èk§ quitto nome Ercole era oppro- 
9§U uomini molto forti , It quali in 
i I» vkfà ... pattavano iutti gli oUrt. 
mm U re d* Egitto tono chiamati Fa- 
• li re di Roma tono chiamali C$ta- 
§ffo U Gnei li tavH uomini tono ehia- 
taso^ 9 eotk appo loro gli «ommi forft 
il «ratio chiamati MrcoU .>. Reputava- 
ifM lì aniicki che queUi tingulari uo- 
; ptaU tingulari fatti faecano , come 
ftrv oolU fiere talvatiehe , debellare e 
« li firaffiiit , e coUe ictenite illuminar 
mnJQ » fottono Ercole . . • Seneca ... 
l none d^ Ercole chiamando a Dio, di- 
tti éomaf ore delle fiere talvatiehe , e pa- 
m M mondo , pon minte q^àoggiuMO 



Vt Tal parve Anteo a me die stava atbada 
Di vederlo chinare: e fu tal ora 
Ch' i^'avrei volut' ir per altra strada. 

&8 Ma lievemente al fondo che divora 
Lucifero con Giuda , ci posò : 
T^lè si chinato U fece dimora , 

49 E come albero in nave si levò. 



tfi ferra » te oletma hettia , conitiròa i popo- 
li ; e colle tue toitte t aòòótfì. — Stretta. 
Lac. : Cofifertiere manut , et multo Itrachia 
nexu. CoUadiu gravilmt fruttra tentata la- 
certit, 

45. Fascio. Nel XVII , fra Gerione e Dtnie 
s' interpone Virg. Eceo i passaggi di tatto V 
Inferno : Flegilis , Nesso , Gerione » Anteo. 

46. Gamsbnda. Torre di Bologna , detta 
oggidì Torremoua, tanto pendente che a chi 
sta sotto parrebbe In Yeder passare una nu- 
Yola di contro , che non la nuvola ma la ter- 
ra si moya. Così fa la luna quando le nuii 
le movono incontro. L' Anon. la dice chinatu 
per difetto de' fondamenti. 

48. DnroRA. — Ps. : iVe^tie àbiorheai me 
profundum : ncque urgeat tuper me puteut ot 
ftitim. ProY. ( 1 , 12 ) : Deglutiamo eum ti- 
cui infemut viventem, et integrum, quoti de- 
tcendentem in iocttm.— Giuda. (XXXIV.^IO* 



222 



DELL* INFERNO 



CANTO XXXII. 



ARGOMENTO. 

Scende nel pozzo , diviso in quattro giri concentrici e iempre declivi : né là 
diviiione è indicata da limite , ma dalla varietà della pena. La prima parte , d^ 
tr€LdUori de* proprii parenti , è detta Caina , dal fratricida ; e stanno fitti nel gUaiC' 
do infino al cdlo : il qual ghiaccio è del fiume Cocito , di cui Virgilio GocyUisqoB 
8inu labens circumvenit atro. E perchè il tradimento non cova che in anime freè' 
de y però Cocito si ghiaccia loro d' intomo. La seconda parte è de' traditori if«Bf 
patria , detta Antcnora , da Antenore che tradì la città di Troia all' esercito gnce. 
Son fitti nel ghiaccio ma con più freddo. 

Nota le terzine 1, 8, 4, 6, 7, 8, 10, il, 12; la 14 alle 10; U 21 alU 37; la 3»; 
la 32 alla 38; la 42, 43, 44. 



1 S* r avessi le rime e aspre e chiocce 
Come si converrebbe al tristo buco 
Sovra '1 qual pontan tutte Y altre rocce, 

2 r premerei di mio concetto il suco 
Più pienamente. Ma perch' i* non V abbo, 
Non senza tema a dicer mi conduco, 

3 Che non è *mpresa da pigliare a gabbo 
Descriver fondo a tutto 1* universo , 

Né dà lingua chechiami mamma e babbo. 

1. GmoccB. Pet. : Rime oipre e fioche far 
soavi a chiare. Inf. , VII. : Fiuto con la voce 
chioccia. Le rime di questo canto, le più son 
aspre di consonanti. — Pontan. S* appoggia- 
no come a centro, e decbinano Terso quello. 

2. Pienamente. Conv. , 4tt.* Di questo di- 
cerò piÀ pienamente. — Abbo. Per ho, è nelle 
V. S. Padri. 

3. Fondo. Secondo Tolomeo , la terra era 
centro dell' universo. Nel Ck>nv. dice li terra 
centro del cielo. 

4. Anfionb ( Oy., Yirg. ). SUt., X: Àm- 
phionis arees Et mentita diu Theltani faJMa 
muri. Questo ceDDO dimoslrt come il P. si 



(• Ma quelle donne aiutino 1 mio verso 
Cb' aiutaro Anfione a chiuder Tebe , 
SI che dal fatto il dir non sia diverso. 

5 Oh sovra tutte mal creata plebe 
Che stai nel loco onde parlare è duro , 
Me foste state qui pecore o zebe ! 

6 Come noi fummo ì^iìi nel pozzo scuro 
Sotto i piò del gigante . assai più basii , 
Ed io mirava ancora all' alto muro , 

stimasse non solo 1* edificatore della città da* 
lente, ma il cantore politico ancora , il iéi- 
datore de' civili costumi. Aveva letto io Ora- 
liu ; Dictus et Amphion Thebanae eonditer 
arcis , Saxa movere sono tettudinis . . . Fml 
haec sapientia quondam : Pubtica privatis sit 
cernere , sacra profanis, V ultimo Terso WSr 
gnatamente conviene allo scopo della Comat- 
dia. — Fatto. Ini*. , IV : ili fatto il dir tìem 
meno. 

tt. Me*. 6. C. del suo traditore ( Matth. » 
XXVI , 29 ) : Vae . . . homwi ilUl . . Monem 
erat et h natus non fuisset, 

6. Bassi. V'era dooque pendio anco ItggHi. 



CANTO XXXII 



833 



T Dicere udlmmì : guarda come passi ! 
Fa sì che tu non calchi con le piante 
Le teste de' fratei miseri lassi. 

8 Perch* i* mi volsi , e vidimi davante 
E sotto i piedi un lago che, per gelo, 
Avea di vetro e non d' acqua sembiante. 

9 Non fece al corso suo si grosso velo 
Di verno la Danoia in Ostericch , 
Né 'I Tanài là sotto '1 freddo cielo , 

10 Com' era quivi. Che se Tahernicch 
Vi fosse su caduto , o Pietra pana , 
Non avria pur dair orlo fatto cricch, 

11 E come a gracidar si sta la rana 

Col muso fuor dell'acqua, quando sogna 
Di spigolar sovente la villana; 

12 Livide insin là dove appar vergogna, 
Eran 1* ombre dolenti nella ghiaccia, 
Meiteodo i denti in nota di cicogna. 

DOgDUoa io giù tonea volta la faccia. (sto 
Hi bocca il freddo, edagli occhi'l cuor tri- 
Tn lor testimonianza si procaccia. 

tt QaaDd'io ebbi d'intorno alquanto visto, 



7. FftATKi. Lo crede un danaato ; come al- 
(itìe più volle. 

8. Volsi. Is. (XV, 16 ): Ad infemum de- 
M«rù... Qui te viderint , ad te incUnabun- 
tm, — Lago. Ps. : Quando taeecu . . . atsimi- 
khor deseendentibui in laeum . . . Aestifnatut 
itn eum discendentibus in laeum. 

9. Danoia. Danubio , nominato da Virgilio 
i proposito de* geli vernali ( Georg. , IH ). — 
Omaiccn. 11 Vili. (Vi, 29): Osterìeeo per 
iwfna. — Tanai. Virgil..: HyperbonoM già- 
tm Tanaimtfue nivalem, 

10. TABERNiccn. Monte altissimo di Schia- 
VMÉÉ. — PiBTRAPANA. lo Toscana. — Orlo. 
Tilf. : Undaque jnm tergo ferrato* suitinet 
fVÒM. L' orlo é la parte più debole. 

il. Sogna. Quel che fa con piacere il dì. 

iS. Vbkgogna. Fino agli occhi , 1 quali so- 
M^dice Aristotele, sede della vergogna. Pe- 
ir* r Che vergogna con man dagli occhi for- 
!•. — Cicogna. Ov. ( Met. , Vi , 97 ) : Cre- 
9ifmmt§ €ieonia rottro. Bocc. : Sentì *l pianto 
I M enmtlo che Rinaldo faceva , U qualepa- 
rmm diventato una cicogna, 

13. Gic. Per non essere conosciuti, e perché 
raggoflùtolati dal freddo. — Bocca. Evang.: 
lil» mii fleius et ttridor dentium, — Tra. Da 
iltrt cagioni , dice l' Anon., potrebbe venire 
I ifBBiU) e '1 pianto : 1' anione di questi due 
■diiii attesta la duplicità insieme e V unità 
Iella pena. 



Yolsimi a* piedi, e vidi due ai stretti 
Che*l pel dei capo aveino insieme misto. 

15 Ditemi voi che si stringete i petti, 
DissMo, chi siete? E quei piegar li colli; 
£ poi eh' ebber li visi a me eretti , 

IGGliocchilor eh* eran pria pur dentro molli 
Gocciar su per le labbra: e'I gelo strinse 
Le lagrime tra essi ; e riserrolli. 

17 Con legno legno spranga mai non cinse 
Forte cosi. Ond* ei come duo becchi 
Cozzare insieme: tanta ira gU vinse. 

18Ed un ch*avea perduti ambo gli orecchi 
Per la freddura , pur col viso in giue 
Di'^se : perchè cotanto in noi ti specchi? 

19 S^ vu<;i saper chi son cotesti due, 
Ln valle onde Bisenzio si didiina, 
Del padre loro Alberto e di lor fue. 

20 D* un corpo uscirò. £ tutta la Caina 
Potrai cercare, e non troverai ombra 
Do^na più d' esser fìtta in gelatina. 

21 Non quegli a cui fu rotto il petto e l'ombra 
Con ciso un colpo per la man d' Artù ; 



14. Misto. A due che s* odiarono la pros- 
simità è orribil pena: pena orribile , stare af- 
frontati il traditore al tradito. 1 conti Ales- 
sandro e Napoleone , figli prepotenti ed avidi 
del conte Alberto di Magnana , nel cui teni- 
toro ha un fiume chiamato Bisenzio : li quali 
insieme moUistimi tradimenti e* usarono , e 
V uno uccise con tradimento l' altro ( Anoni- 
mo ). I conti Alberti , non so quali, combat- 
terono co' GuelK di Firenze contr* Arezzo nel 
1288 (Vili. , VII, 120). 

15. Eretti. Per guardare il P. forz'è che 
torcano il collo da banda. 

16. Gocciai. Lacrime di dolore e vergogna. 
Erano tanto accosti labbro a labbro cbè la 
lacrima caduta tra mezzo gl'inviscò e inchio- 
dò insieme. Questo è più che il virg. : tlirioh 
que impexis induruit horrida bariis, 

17. Ira. Peir. : Alessandro l'ira vinse. Vir- 
gilio pone in Inferno coloro quibue invisi frtf 
tres, 

18. Freddura. Conv. : Per la freddura di 
Saturno. — Specchi ? 11 dannato lo vede pur 
col viso in giù , perchè il ghiaccio riflette la 
imagine come vetro. 

19. Valle. Faliorona. 

20. Gelatina. Ter gelo : V osa il Pulci , 
( XXIl . 104 ). 

21. Quegli. Mordredo. Ott. : Figliuolo del 
re Artik ... ti quale procurando con tradimen. 
io gittare il padre del regno ... fu fi agra^ 



3S\ 



DELL INFERNO 



Non Focj!Ccia;non quotili che mlngombra 
52 Col capo ?l eh' i* non veggi'oltre più, 

E fu nomato Sassol Mascheroni. 

Se tosco se', ben sai ornai chi e' fu. 
23 E perchè non mi metti in più sermoni, 

Sappi eh* i' fui il Camicion de' Pazzi ; 

E aspetto Carlin che mi scagioni. 
2k- Poscia vid' io mille visi cagnazzi 

Fotti per freddo ; onde mi vien riprezzo, 

E verrà sempre, de' gelati guazzi. 

25 E mentre eh' andavamo inver lo mezzo 
Al quale ogni gravezza si rauna , 

Ed io tremava nell'eterno rezzo; 

26 Se voler fu o destino o fortuna , 
Non so ; ma passeggiando tra le teste , 
Forte percossi *l pie nel viso ad una. 

27 Piangendo mi sgridò: perchè mi peste? 
Se tu non vieni a crescer la vendetta 
Di Mont' Aperti, perchè mi moleste? 

28 Ed io : maestro mio , or qui m*a«petta, 
Si eh' l'esca d'un dubbio per costui. 



tMnte ftdUo dal padn (T una lancia , eh$ il 
pauò di parte in parte» — Rotto. Virg. : 
Thoraea iimul cum pectore rumpit, — Ombka. 
La storia di Lancellotto ( I. Ili , e. 162) di- 
ce che dair apertara della lancia passò per 
la piaga oo raggio di sole, n\ che il feritore 
io vide. — Focaccia. De' GanceUieri di Pi- 
stoia : uccise lo zio ( Vili. , Vili , 37 , 38). 
Pietro dice che il padre. 

22. Sassol. Tutore d' un suo nipote , per 
redare que* beni » l' uccise : fU decapitato in 
Firenze. 

23. Pazzi. Di Valdamo; uccise un suo pa- 
rente , Ubertino. — Carlin. Dopo che i Fio- 
rentini usciti, tra' quali era Dante, tornarono 
dalla Lastra scornati nel 1302 , Carlino tradì 
ai Neri il castello di Piano Tre Vigne , che 
per gli usciti tencTa: poi lo rivendette a* Bian- 
chi , dopo molte perdite da lor fatte per ria- 
verlo. 11 delitto di Carlino doveva far parere 
men grave il suo; che Carlino tradì la patria, 
e molti amici e parenti eh' erano nel castel- 
lo seco. 

24. Poscu. Dalla Calna passa *neir ÀBta- 
nora. I primi son lividi , i secondi quasi neri 
di freddo. Tradire la patria è più chei con- 
giunti, eie. : Ckari iunt Uberi , propinai , 
famiUares ; $ed omnee omnium ekaritatee pa- 
tria una complexa est. 

25. Gravezza. Fisica, perchè tutti i pesi 
tirano al centro : morale , perchè giù si pu- 
nisfiono i peccati più gravi. 



Poi mi farai quantuque vorrai fretta. 

29 Lo duca stette. Ed io dissi a colui 
Che bestemmiava duramente aneora: 
Qual se'tu che così rampogni altrui? 

30 Or tu chi se' che vai per TAntenora 
Percotendo, rispose, altrui legete 
SI che se vivo fossi, troppo fora ? 

31 Vivo soD io : e caro esser ti puole. 
Fu mia risposta, se domandi fama, 
Ch*i* metta 1 nome tuo tra l'altre note. 

32 Ed egli a me : del contrario ho iobrama. 
Levati quinci , e non mi dar più lagna , 
Che mai sai lusingar per questa lama* 

33 Allor lo presi per la cuticagna , 
E dissi : e' converrà che tu ti nomi , 
che capei qui su non ti rimagna. 

ii' Ond'egli a me: perchè tu mi dischioiiii« 
Nò ti dirò ch'i* sia ; nò mostrerolti , 
Se mille fiate in sul capo mi tomi. 

35 Vavea già i capelli in mano avvolti; 
E tratti glien avea più d'una ciocca • 



26. VoLBR. Non sa se , nell* fra de^ tiadll^ 

ri , avesse cacciato una pedata a colai. TìmN» 
era istantanea l'ira in Dante. Inf. , X¥: QtÉ 
fortuna , o dettino . . T 

27. Moitt'Apeeti. Bocca degli Abati 



vere in patria i perduti onori , alla béttarfh 
di Montaperti tagliò la mano a Iacopo d^M» 
zi che portava lo stendardo , e fu eanat III 
quattromila de'Guelfl suoi fossero 
( Vili. . VI , 76 ). Dante , guelfo nel 1300, 
pre ghibellino giusto, punisce il vile deHMi 
29. DuaAMiNTS. N. T. : Dure blatphi 
80. Antbnora. La nomina l'Ariosto,! 
Dando ai traditori. Del tradimento d' 
parla Livio e Ditti e Darete. Le parole 
goe di Virg. : Àntenor . . . mediis etopaot 
tns, avranno dato al P. libertà d'atleseiitil 
detto di Livio , senza credere di a 
però a quanto disse di Sinone a dal 
nel XXVI, 6 nel. XXX. 

32. Lagna. Per cagion di lamento, P 
Guittone. 

33. Cuticagna. Tra il collo e la miea; 
P ombra stava col viso in giù. Ar. , XV: 
fo intanto per la cuticagna Va dotta mmmp^ 
sopra le ciglia Cercando. 

34. MosTBBaoLTi. Pur con nn eemio. 

33. Latrando. Specie di ablativo asaaMlk 
Modo simile nel Petr.: Quando i peneier étM , 
tetsea *n rime. Amor alzando il mio Mileacii. 
— Raccolti. Per non esser veduto. Dante Mlt 
nei 1265 avrà potato conoscerlo da bambina. 



CANTO XXXII. 



SS5 



LAtraodo lai con gli occhi in giù raccolti, 

36 Quando un altro gridò: che ha'tuBocca? 
Non ti basta sonar con le mascelle 

Se tu non latri? qual dia\ol ti tocca? 

37 Ornai, diss'io , non vo*che tu favelle, 
Malvagio traditor; ch'alia tu* onta 

r porterò di te vere novelle. 

38 Va YÌa , rÌ8pose:e ciòchetu vuoiconta, 
Ma non tacer, se tu di qua entr' eschi , 
Di que'cb' ebb*or cosi la lingua pronta. 

39 Ei piange qui V argento de' Franceschi. 
rvidi, potrai dir, quel da Duera 

Li dove i peccatori stanno freschi 
U) Se fossi dimandalo , altri chi Vera, 

Tu hai dallato queidi Beccherìa , 

Di cui segò Fiorenza la gorgiera. 
il Gianni de* Soldanier credo che sia 

Più là con Ganellone, e Tribaklcllo 



3f. Abgsnto. Parlando di Francesi , forse 
eoiiirafli lì loro argent. — Dueba ( Malispini, 
e 178 }. Buoso di Dovara cremonese ; qaaodo 
ptrtt dell'armi di Carlo d'Aogiò vennero per 
RiSMr rollio, egli che polena ìmpedirnele, 
mm si mosse : onde Cremona e la sua parte 
(Ubellint perirono. L'accusano di venal tra- 
toenlo. Certo , e' ritenne per sé 1* oro man- 
4il»f lì da Manfredi per assoldar gente e gaer- 
riit 11 passo. Fu prode guerriero : mori tapino. 

40. Altri. Non potè rispanniare a sé, ora 
Ivgfsee agli altri V infamia. — Beccheria. 
Abai« da Vallombrosa nel Fiorentino , e ge- 
■nrit dell' ordine ; trattò pei Ghibellini usciti 
tmu^ i Goelfi di Firenze duv* era legato 
dil PRpm: gli fu tagliata la testa. Altri lo vuole 
ÌHOCCBie. 1 Beccaria eran famiglia pavese po- 
tale ; e Bel 1290, si fecero signori della pa- 
uii (Vili., VI, 65). 

41. GiAMifi. Fiorentino anch' egli : e sono 
■dTiafenio del P. moltissimi i Fiorentini , pe' 
fstli priRCipalmente , e poi pe' Toscani , era 
iMt» rinfemo suo. Farinata , Cavalcanti , il 
caidioRle Ubaldini , Ciacco , l' Argenti , Rinier 
Frzio y OR SRÌcida , Guidoguerra » Tegghiaio, 
Batckacci , il Borsiere , Francesco d' Accor- 
m^ BOBsignor Mozzi , Brunetto , un Giantì- 
ffiiafn , OR Ubriachi , un Buiamooti , il Mo- 
•CR , Gerì del Bello , Gianni Schicchi , Masche- 

, Bocca • il Pazzi , questo Soldanieri coi 
ladri della settima bolgia.Questo Gianni 
Indi i Ghibellini e li fece cacciar di Firenze 
J^riRStR lor capo , e Ai capo del gOTarno 



Ch*aprl Faenza quando si dormia. 

42 Noi eravam oartiti già da elio, 
Ch*i'vidi duo ghiacciati in una buca 
Si che Tun capo all'altro era cappello. 

43 E come 1 pan per fame si manduca 
Cosi '1 sovran li denti all'altro pose 
Là 've'l cervel s'aggiunge con fa nuca. 

44 Non altrimenti Tideo si rose 

Le tempie a Menalippo per disdegno, 
Che quei faceva 1 teschio e Taltre cose. 

45 O tu che mostri per si bestiai segno, 
Odio sovra colui che tu ti mangi, 
Dimmil perchè, diss'io : per tal convegno, 

46 Che se tu a ragion di lui ti piangi, 
Sappiendo chi voi siete e la sua pecca, 
Nel mondo suso ancor io te ne cangi ; 

47 Se quella con eh' i' parlo non si secca* 



novello. — Li. Dunque più reo. — Ganbllo- 
NE. Gano di Maganza in Germania, celebre 
nelle favole cavalleresche , cognato di Carlo 
Magno : lo tradì a Koncisvalle. — Tribaldsl- 
LO. Tebaldo de' Zambrosi , faentino ; Untosi 
pazzo per dar men sospetto , aperse una 
notte la città a' Bolognesi nel 1280, special- 
mente per odio de* Lambertazzi ricoYerati ìr 
Faenza. Fn creato nobile di Bologna , ed eb- 
be altri privilegi! : mori dae anni dopo in bat- 
taglia. 

42. Eixo. Vive nel Valdarno.— Dvd. Ugo- 
lino e r arcivescovo Raggeri ; il primo tradì 
la patria, Taltro la patria in prima serven- 
do a* disegni d'Ugolino, poscia lui stesso che 
dell'arcivescovo si fidava. Però son posti quasi 
sull' orlo della seconda sfera , accanto alla ter- 
za: come Carlino fra i traditori de* congiunti 
e que' della patria. — Buca. Non era piano il 
ghiaccio : faceva buche e rialzi. 

44. Tinse. Saettato nella battaglia di Tebe 
da Menalippo , poiché questi fu ucciso da Ca- 
paneo , si fece portare il teschio , e lo si ro- 
se ( SUt. , Vili ). Petr. : V ira Tideo a tal rab- 
Ifia $onrint9 , Che morendo e* ai roie MenaUp' 
po> — CosB. Cervello , capelli, cotenna. 

45. CoMYie.NO. Patto : dal barbaro Ut. con- 
venium. Convegno in questo seRSO ha di molti 
esempi. 

46. Cangi. Oggidì ricandnare. 

47. Sbcca. Par morte* 0; se aibasuria* 
gegQO. 



29 



226 



DELL' INFSBNO 



CANTO xxxin. 



ARGOMENTO. 



Ugolino gli narra della iua morte. BaUa verità viene al canio la ma/firn 
bellezza. Un fatto contemporaneo , collegato aUe vicende della patria sua , dèi 
quali aneh* egli era vittima , iepirò degnamente il P. L altra parte del canto mm 
è men bella. Il diavolo che s* incarna nel traditore la cui anima cade viva wm 
ali Inferno , è alta invenzione fondata sulle seguenti sentenze citate da A'dr» à' 
Dante. Ps. : Descendant in ioferoum ifUentes. S. Paul. : Tradere hujitmiodi Si* 
tanae. S. Joan. : Noinen habes , quod Tivas , et mortuus es. Act. : Anania , cor 
tentavit Satanas cor tuam . • ? Evang. : Quum diabolus jam mìsisset io eor il 
traderet eum. Decret. : Peccato moritor anima , disjungitur a Deo , et jangitir 
diabolo. 



La bocca sollevò dal fiero pasto 
Quel peccator, forbendola a' capelli 
Del capo ch'egli avea di retro guasto; 

Poi cominciò : tu vuoi ch'i* rinnovelli 
Disperato dolor che '1 cuor mi preme 
Già pur pensando , pria eh' i' ne favelli. 



1. Pasto. L'imagiDe veoM a Dante dalla de- 
scriiione rammeDlata di Stazio. — Piccatok. 
Ugolino della Gberardesca, Pisano guelfo, d'ac- 
cordo con V arciTeseovo Ruggieri cacciò a tra- 
dimento di Pisa , Nino de' visconti di Gallare 
Ogihiolo d'una sua figlia , che se n'era fatto 
signore , e posasi in luogo di lui. Abbiamo una 
canzone che dipinge il malo stato di Pisa sot- 
to il suo reggimento. 

8. RimidViLLi. Virg. : Jmfandum,.,jub$s re- 
novan dolonm. — Disperato. Morirono , di- 
ce l'Anon. , tfi cinque giorni: e vedendoti il 
eonte morire domandò un frate per eonfeetoro, 
e non li fu conceduto, E una mattina con U 



Ma se le mie parole esser den aeme 
Che frutti infamia al Iraditor chT néo. 
Parlare e lagrìroar mi vedrà* insieme. 

r non so chi tu sic, nò per che modo 
Venuto se* quaggiù : ma Fiorentino 
Mi sembri veramente, quandT t'odo* 



fgUuoti e con li nepoti ne fu trailo 

3. Traditok. L' arcivescovo per ira di «•> 
derlo cresciuto in orgoglio , co* GnalanA » i 
Sismondi , i Lanfranchi , tre delle nagglir 
case di Pisa , alzato il vessillo della ci 
con popolo venne alle case del conienti 
dora zaffa, presolo con dae figlie doei 



nel 1288 » uccisogli un altro nipote e ftmà 
la moglie e la restante famiglia , li cmm 
nella torre de' GuaUndi . e per farU nwrin 
di fame fece inchiodar l' uscio , e giilait li 
cMvi in Amo. — Paelaeb. ( Inf., V ). Mr^ 
In guisa d' uom che parla e ploro. 
4. FioaBNTi.NO. Dunque nemico di Pisa* 



1 



Nota le terzine 1, 3, 4, 7; la 9 alla M; la 28, 31, 33, 34, 35, 38, 39; la 4t$ h 
H alla 49, eoo l'ultima. • ^ 



CANTO XXXIIT. 



227 



5 To de* saper eh* i' fu* 1 conte Ugolino, 
£ questi Y arcivescoTO Ruggeri. 

Or ti dirò perch' i* son tal vicino. 

6 Che per 1* effetto de' suo* ma' pensieri, 
Fidandomi di lui io fossi preso 

£ poscia morto, dir non è mestieri. 

7 Però quel che non puoi avere inteso, 
Cioè come la morte mia fu cruda , 
Udirai; e saprai s* e* m' ha offeso. 

8 Breve pertugio dentro dalla muda 
La qual per me ha '1 titol della fame, 

E n che conviene ancor ch'altri si chiuda, 

9 M' avea mostrato per lo suo forame 
Più lune già , quand* i' feci '1 mal sonno 
Che del futuro mi squarciò '1 velame. 

10 Questi pareva a me maestro e donno, 
Cacciando'l lupo e i lupicini al monte 
Perchè i Pisan veder Lucca non ponno. 

11 Con Gdgriè magre, studiose, e conte, 
Giialaiidi,coii Sismondi, e con Lanfranchi, 
9* avea messi dinanzi dalla fronte. 

12 Io picciol corso mi pareano stanchi 



8. RuG«BKi. Il Troya Torrebbe che Gaido 
di Muntefeltro , non V arcivescovo , fosse il 
reo principale della morie del conte. — Vi- 
colo. Petr. : Al ngno de* Franchi aspro vicino, 
«. Ma'. ( Vili. , VII , J20 , 127 ). L' accu- 
aafaso d'avere per oro ceduto a Firenze ed 
a Locca le castella della Vemia, di Ripafrat- 
tt • d* Aseiaoo. Fio dal 1284 nella battaglia 
éeUa Meloria dove la guelfa Genova abbattè 
ftm ghibellÌBa (tutte e due fulmioate del pari 
Il fjaeato canto ) , Ugolino nel forte della mi- 
jckia ftaggl col terzo delle forze pisane, non 
per viltà, dm per indebolire la patria inno- 
vo da dominarla sicuro. Virgilio nel suo in- 
»: Fan^idtt hie auro fotriam, dommiim- 
fùUntom hnpotuU, 
7. Orvaao. Cacciato Nino di Gallura , Ugo- 
, per pretesto da nulla, uccise il nipote 
'arcivescovo : di 11 la vendetta. 
S» Bbivb. Per piccolo : frequente a' Latini. 
•«• MoBiA. Goal chiamavasi quella torre , det- 
ta poi della teme : narra 1' Ouimo , il Butl, 
il Boccaccio. — Altai. Annunzia sventure. 
•. Lina. DalF agosto al marzo. — Squaaciò. 
Jifmiiqm9 fiOwru ( Virg. ). 

fé. Maistbo. Guida e signore. Fest. : Ma- 
ptÈ&r fifpuU, eujui traf in populum fummo 
^itatlat. hr,: E di tua legffc ogni mautro e 
émmo. — Lcpo. Nel lupo è figurato egli stes- 
sa « oe'lupicim i figliuoli e i nipoti. 11 sogno | 



Lo padre e i figli ; e con l' agute scane 
Mi parea lor Teder fender li fianchi. 
13 Quando fui desto innanzi la dimane , 
Pianger senti' fra' '1 sonno i miei figliuoli, 
Ch*eran con meco , e dimandar del pane. 
ìk Ben se* crudel se tu già non ti auoli 
Pensando ciò ch'ai mio cuor s'annunziai^a. 
E se non piangi , di che pianger suoli ? 

15 Già eràm desti , e 1* ora s' appressava 
Che *1 cibo ne soleva essere addotto: 

E per suo sogno ciascun dubitava. 

16 jEd io senti' chiavar l'uscio di sotto 
All'orribile torre. Ood'io guardai 

Nel viso a'miei figliuoi, senza far motto, 

17 r non piangeva : si dentro impietrai. 
Piangevan elli : ed Anselmuccio mio 
Disse: tu guardi si! Padre , che hai? 

18 Però non lacrimai né rispos' io 
Tutto quel giorno ; nò la notte appresso, 
Infin che Y altro sol nel mondo uscio. - 

19 Com' un poco di raggio si fu messo 
Nel doloroso carcere, ed io scorsi 



del lupo era augurio di Ame , e , dice T Ot- 
timo , simbolo della tirannide di luì , come 
di Licaone in Ovidio. — Monti. S. Giuliano 
tra Pisa e Lucca. Lo cacciano verso Locca 
per rinfacciargli le castella tradite a Locca 
e a Firenze. 

il. Cagmb. Simbolo di nemico inseguente. 
Jer. ( XV , 3 ) : Gladium ad oecitioncm , 9t 
eanct ad lacerandum, — Maoub. Slraboleg^ 
già la fame. — Conte. Conoscenti di tal cac* 
eia , e di lei studiose. Cosi lapulo diciamo 
uom cbe sa o vuol far mostra di sapere. 

14. Piansi. Più potente del virg. : Quii , 
iaUa {andò ... Temipcret a iocfymti r 

itt. Addotto. G. Vili. : AdduMa la vivan- ' 
da dirotte. 

16. Chiavar. Incbiodare , come nel Purg. 
( Vili , t. ult. ) e in F. Giordano. — Uscio. 
La porta maggiore. Eglino, a quel cbe pare, 
eran nel plano di sopra. — Guaadai. S' ac- 
corse cbe avevano deliberalo farli morire di 
(kme. 

17. DiNTRO. Rag. ( I , S5 ) : Bmarhmm 
$tt cor cJM» intrimceus , et faetui est quoH 
laptt. — Ansbuiuccio. Un nipote. St. Pia. 
( Mur. , R. 1. , XXIV , (KNS ). — Hai r Non 
a' erano accorti del vero. 11 1^. non accenna 
l'istante del loro aceorgersl: alleniio anblinie. 

10. Mio. La mia imagina , il mio aqualla- 
ra. Ha doppio senso. 



228 



DELL' INFERNO 



Per quattro visi il mio aspetto stesso; 

20 Arabo le mani per dolor mi morsi : 
Ed ei pensando eh' i* 1 fessi per voglia 
Di manicar, di subito levórsi, 

21 E disser : padre , assai ci fia nnen doglia 
Se lu mangi di noi. Tu ne vestisti 
Questo misere carni, e tu le spoglia. 

22 Quetàmi allor per non farli più tristi : 
Quel di e V altro stemmo tutti muli. 
Ahi dura terra , perchè non V apristi ? 

23 Poscia che fummo al quarto di venuti, 
Gnddo mi si gittò disteso a* piedi 
Dicendo : padre mio, che non m* aiuti? 

2V Quivi mori. E come tu mi vedi. 
Vili' io cascar li tre ad uno ad uno 



20. Maxtcar. Qaesta voce e* condanna co- 
me plebea liorentioa nella V. Eloq. Segno v 
che luito il poema è scriUo in volgar Gorcn- 
tino : il poema che tanti citano come model- 
lo df'l dire cortigiano. 

21. Vestisti. Parole eh* anco i nepoti po- 
teYan volgere al padre del padre loro, il tra- 
slato, nota an critico, vela l'orribile dell'idea. 

22. Tkrra. Yirg.: Aut qua9jam tatù ima 
dehùeat Terra miki ? 

23. Gaddo. Un de' figli. 

24. Ybdi. Cosi disperato , alTamato , lan- 
guente » cosi intirizzito di debolezza e di or- 
rore. 

25. Brancolar. Per conoscere s'eran vivr, 
o per moto d' nom vicino a morire. — Chia- 
mai. Yirg. : Ruitqìief implorans nomine Tur- 
num. — PoTfc. Ariosto. : Ma potè la pietà 
più eh* il timore. Il dolore mi tenne in vita, 
la fame mi spense. La fame , secondo Gale- 
no ( lY , De sanit. taenda ) dissecca : il do- 
lore concentra gli umori. E an sentimento mo- 
rale combaue sovente un sentimento corporeo 
e lo fa raen cocente. Buti : Dopo gH otto dh 
ne furono cavati, e portati, inviluppati nelle 
ituore, al luogo delti frati minori a s. Fran- 
cesco , e totterrati nel monumento eh* è allato 
agli scaglioni , a montare in chiesa alla par- 
te del chiostro, co* ferri a gamba : H quali 
ferri vid* io cavati dal ditto monumento, 

26. Forti. L* arcivescovo non fa motto , 
nò atto di dolore : silenzio sublime. Ugolino 
fu ftroce nomo; e ferì nel braccio di pugnale 
un nepote perchè gli consigliava provvedesse 
di vettovaglie la città : sospettando non que- 
gli tderisae a' suoi nemici : questo nepote fii 
da lui maritato a una figlia del conte Guido 
di Caprona ( Tronci , Ann. Pis. 1287 ) : onde 
non fu di ^e' che perirono nella torre. Que- 



Tra *1 quinto di ei sesto. Ond i' mi diedi 
25 (jià cieco a brancolar sovra ciaaeooo. 

E tre di gli chiamai poich* e* fur morti. 

Poscia più che 1 dolor potè 'I digiuno. 
2G Quand'ebbe detto ciò,con gli occhi torti 

Riprese \ teschio misero co' denti. 

Che furo all'osso, come d'un can, forti. 

27 Ahi IHsa , vituperio disile genti 
Del bel paese là dove'! fi suona; 
Poi che i vicini a te punir son lenti» 

28 Muovasi la Capraia e la Gorgona, 
£ faccia n siepe ad Amo in su la foce , 
Sì eh' e^'li annieghi in te ogni persooa. 

29 Che , se '1 conte Ugolino aveva voce 
D* aver tradita te delle castella» 



sta pittura fu stoltamente derìsa da Cecco d* 
Ascoli conoscente del P. : IS'on veggo il eonie 
che per ira ed osto Tien forte V arciveMcoro 
Ruggiero , Prendendo del suo ceffo il fiero jMsCa. 

27. Pisa. E pure era Pisa devota ad irri- 
go : tanto grave su tutti i peccati cada l'in 
di Dante. Nel 1313 , erano al soldo di Pisa 
mille , tra Tedeschi , Brabanzoni , Fiamnia- 
ghi ( ViU. , IX , 53 ) ; e per durar ghibelli- 
na , chiamò a sé Vgnccione che la rfggcae, 
invocati indamo aliri principi. — Là. Di 
questo là altri deduce che Dante quando idi- 
veva il presente canto fos.^ fuori d'Italia: 
ma il là ai trecentisti era riempitivo f ieq aah 
te. — 51. Nel Conv. chiama ritaliffoo vo^ 
re del sì. E nella V. E. ( 1 . IH } dice chaU 
s\ pronunziano coloro che tengono la parti 
orientale da' genovesi confini , i usi no a fMl 
promontorio d'Italia dal quale comincia il ma 
del mare Adriatico e la Sicilia. Anco aèUa 
V. Nuova distingue le lingue d' oc , di 
del sì. — Vicini. Firenze e Lucca. 

28. Capraia. Isolette del Tirreno di 
a Pisa , lontane venti miglia dalla foca del- 
l'Arno. — Siepe. Terribile idea, venutagli fw- 
se dalla favola di Dolo mobile sopra V oada 
( Ov. , Met. }. Qui nota il Buti una contiaA- 
dizione dell'odio. Per aver Pisa fatti pofee 
quattro innocenti , Dante vorrebbe aflacali 
tutti gì* innocenti di Pisa. Esecrabile vot» . 
massmie dopo la battaglia della Meloria : e- 
secrabile in uomo nemico e straniero , bob 
che in Bianco e Toscano. Appunto per cor- 
rere alla sconfitta della Meloria, uscirooodel- 
la foce d' Amo le pisane galee , gridanda : 
battaglia , battaglia ! 

29. Voce. Ariosto: Ed ha voce CAernMi 
gli cerca invan la vita torre. ~- Ta abita. 
Dante che i traditori punisce» bob poteva cei- 



é A N T xxxm. 



939 



Hoù dovei ta i figliuoi porro a tal croce* 

30 Innocenti Tacca 1' età novella 
(Kovella Tebe!) Uguccione, e 'i Brigofa, 
E gli altri duo che! canto suso appella. 

31 Noi passamm' oltre, là 've la gelata 
Ruvidamente un' altra gente fascia , 
Non volta in giù, ma tutta riversata. 

32 Lo pianto stesso 11 pianger non lascia; 
£1 duolchetruova'nsu gli occhi rintoppo, 
Si volve in entro a far crescer Tambascia. 

33 Che le lagrime prime fanno groppo ; 
E si come visiere di cristallo , 
Riempion sotto '1 ciglio tutto 1 coppo. 

3k E avvegna che, si come d'un callo , 
Per la freddura ciascun sentimento 
Cessato avesse del mio viso stallo ; 

to perdonare a Ugnccione che nel 1314 ebbe 
Locca a tradimento ( Vili. , iX , 59 ; Mar. , 
Chr. Estens. , XV , p. 370 ; ivi , p. 574 ; e 
IMM XIX , p. 1079 ). 

30. Tsbe! Pisa» nota Pietro di Dante, fa 
lÉidata da' Tebani , Tenatl dalla ellenica Pisa. 
Va qnl il ?• allade insieme ai tragici casi di 
Tdbe t agli odii fraterni. — Uguccione. Fi- 
'^ool d* Ugolino. — Brigata. Nino il nipote. 
— Duo. 11 Troja crede poter dimostrare con 
na doconento» che de* nipoti del conte alcu- 
no aveva moglie. Ha Dante nel 1288 era in 
^ di Tcntilrè anni e ben doveva sapere il 
vero del fiitto: né snol per capriccio mentire 
alla storia ; né parlando a contemporanei , 
f avrebbe osato. Anco il Vili, attcsta , che li 
f§limM e i nipoti . . . erano (jiovani garzoni ed 
Smoeenti. Riman dunque a vedere se il nipote 
d' Ugolino che aveva moglie fosse uo altro fi- 
gtittol di fratello non di figliuolo. Del resto 
età novella può intendersi per inesperta dello 
pobblicbe cose. Ma non di meno atta alVarmr. 

31. Oltre. Alla terza regione. laTolomea 
dove gelano, dice Pietro, quo* che tradirono 
■ mensa , come frate Alberigo , o come Tolo- 
meo capitano nel campo di lerico, genero di 
Simone Maccabeo il quale a Simone e a Ma- 
tatia di lui figlio imbandì gran convito, e da 
anBtti nascosti li fece trafiggere. Altri pone 
in questa regione que* che tradirono i bene- 
fattori, come Tolomeo re d Egitto , uccisor 
di Pompeo: ma l'opinione del tiglio di Dante 
iv»a è da sprezzare : e paò conciliarsi con l'al- 
tra , ponendo in questa regione coloro che tro|>- 
fié si fidano. — Rhirsata. Ar. (XXX, 66;: 
Stordito in terra si rivena, 

3:2. Entbo. Seneca : Premo gemitn$ m$os et 
imttortui i^of rtnlei lacrimai ^go. 



35 Già mi parea sentirò alquanto Tento: 
Perch'i' : maestro mio, questo chi muove*/ 
Non è quag^uso ogni vapore spento 1 

36 Ond' egli a me : avaccio sarai dove 
Di ciò ti farà Y occhio la risposta , 
Veggendo la cagion che *l Gato piove, 

37 È un de' tristi della fredda crosta 
Gridò a noi : o anime crudeli 
Tanto, che data v'è l' ultima poàta , 

38 Levatomi dal viso i duri veli, [pregna. 
Si eh' i' sfoghi '1 dolor , che '1 cuor m'im- 
Un poco pria che 1 pianto si raggeli. 

39 Perch' io a lui: se vuoi ch'i' ti sovvegna, 
Dimmi chi fosti : e s' i* non ti disbrigo , 
Al fondo della ghiaccia ir mi convegno. 

M Rispose adunque: i'son frate Alberigo; 

33. Visiere. Trasparenti. — Coppo. Cavità 
convessa di faori. Berni : Il coppo delV el- 
metto. 

34. Cessato. Cessato stallo , cioè lasciata 
la sede dei mio viso incallito per freddo. Ces- 
sare per lasciare ha esempi parecchi. Stalla 
per soggiorno è nelle V. Santi Padri. 

35. Vapore. Il vento viene dal cadere d'u- 
na colonna d'aria che cresciata si rovescia 
sull'altre. In qaesto gioco la fisica antica fa- 
ceva entrare più direttamente i vapori (Ar. , 
Met. , il). Dice il P.: se qui non è sole, non 
dovrebb' essere né vapore uè vento. 

36. Cagion. Virg. : Qwu tantum aeeend§- 
fit ignem Causa, —Piove. 11 vento fatto dal- 
l' ale di Lucifero , viene dair alto; tanto egli 
è smisurato ( e. }|XXIV). 

37. Crosta. Virg. : Concreseunt ... in (ln- 
ftitfie crustae. — Posta. Inf. , XXll: Discese- 
ro alla posta. 

39. CoNVEONA. E' doveva andar fino al cen- 
tro : onde 1* imprecaziooe é ingannevole. L*onK 
bra credendolo un dannato delia Tolomea , gli 
dà fede, il P. crede lecite con uu traditore le 
restrizioni mentali. 

40. Alberigo. Da Manfredi di Faenza; frate 
godente astutissimo: Per guanciata ricevuta da 
Manfredo suo parente , prese ad odiarlo a mor- 
te: ma fingendo di rappaci fiearsi , lo invitò a 
cena ; e dopo mangiato , alle parole di lui : 
vrngan le frutte, mctrono gli sgherri, ed uc- 
cidono hU col figliuolo Albergketto che s'era 
ref agiato sotto la cappa d^ Alberigo, L'Ottimo 
dico che tradì due volte a quel modo. — Or- 
to. Fruite del mal orto è proverbio toscano. 
— Per. Volgarmente dicono ; pan per fo- 
caccia, 

1 



S90 



DELL' IMrERIfO 



r son quel delle frutte del mal orto • 
Che qui riprendo dattero per figo. 

!$-i Ohi dissi lui, or se' tu ancor morto ? 
Ed egli a me : come 1 mio corpo stea 
Nei mondo su , nulla scienzia porto. 

hi Cotal vantaggio ha questa Tolommea. 
Che spesse volte l' anima ci cade 
Innanzi eh' Atropós mossa le dea. 

k3 E perchè tu più volontier mi rade 
Le 'nvetriate lagrime dal volto , 
Sappi che tosto che 1* anima trade, 

kk Come fec* io , il corpo suo T è tolto 
Da un dimenio , che poscia il governa 
Mentre che 1 tempo suo tutto sia volto. 

^5 Ella ruina in si fatta cistoma. 
E forse pare ancor lo corpo suso 
Deir ombra che di qua dietro mi verna. 

46 Tu l dei saper se tu vien pur mo giuso , 
Egli è ser Branca d^Oria : e son più anni 
Poscia passati eh' ei fu si racchiuso. 



41. Stia. Alberigo era Tiro. 

43. Tkadb. L'OU. lo dice in prosa. 

44. GoYSENA. Virg.: SpirUus ho$ ngii ar- 
tut. — Tkmpo. Modo biblico* 

45. Ella. L' anima. ^Cistbrna (XXXI, 32). 

46. Oeu. Cecise a tradimento Michel Zan- 
che suocero suo , per occapara il giudicato di 
Logodoro in Sardegna. Nel 1308 insieme con 
Opicino Spinola signoreggiò Genova , tenendo- 
ne i Fiescbi in bando: i quali rientrarono con 
Arrigo pacificati ai Doria : e morto Arrigo , 
cacciarono i Doris in esilfo. Branca d'Oria é 
nominato nella LVIII delle Cento Nov. 

47. Panni. Comico, per far più terribile 
r ironia. 

48. Fosso (e. XXI, 13; XXII, 30).— 
Giunto. L'anima del traditore, appena pen- 
sato il tradimento , precipita nell' Inferno. El- 
la lo pensa.* un demonio lo compie. 

40. Prossimano. Cugino o nepute. 

00. CoRTBsiA. A traditore bene sta esser 



'il 



1^7 I* credo, disa' io hii, che tu 
CheBranca d*Oria non mori oo qi 
E inansia,e bee, e dornie.e verte 

&8 Nel fosso su, diss* ei, di Malebi 
Là dove bolle la tenace pece. 
Non era giunto ancora Michel Zi 

iii'9 Che questi lasciò 4 diavolo io si 
Nel corpo suo , e d'un suo proaaii 
Che 1 tradimento insieme eoa ini 

50 Ma distendi oramai in qua ki 
Aprimi gli occhi. Ed io non gliele 
E cortesia fu lui esser villano. 

51 Ahi Genovesi , uomini divorai 
F ogni costume , e pien d'ogni mi 
Perchè non siete voi del mondo i 

52 Che col peggiore spirto di Roa 
Trovai un tal di voi, che per aQ*< 
In anima in Cocito già si bagni , 

53 Ed in corpo par vivo ancor di i 



deluso. Poi aprirgli gli oechi era fli li 
gli II tormento delle lagrime che tan 
ro a congelarsi. Alleviare il doloft d 
dice r Ouimo , è far contro alla divisi 
lia. Inf. , XX : Qui vive la pietà 
morta. Ar. : Gli è teeo eortuia 

51. Genovesi. A Geuova fu 
rio d'Arrigo Uguccione, e condannòt < 
non pochi nemici all' impero ( Femih 
Quivi stette in6no al 1312.— Divbbm. ^ 
da ogni buon costume : dt-verto. — C 
Ecco la seconda imprecazione di qati 
to infernale. Virg. : Vane Ùgue, fn 
animi élate superOt , I<iequidquam ftth 
tasti lubricìte arles; Nee fraus te tnaaii 
perjeret. 

52. PiGOioaE. Alberigo. — Tal. ' 
scriveva il P. , Branca d' Oria era m 
gnor! di Genova. Ghibellino: poi di 
Guelfi. 



ASI 



CANTO XXXIV. 



ARGOMENTO. 

Jk fomio ci pozzo gw^ehe tradirono la divina o T imperiai patata: la regiO' 
u » da Giuda è chiamata Giodecca. Il P. itimava la potestà imperatoria imaginc 
Mi dMma. Fanno scala dei peli di Lacifero , ed escono aU opposto emisfero. 

NoU le terzine 1 alla 5; U 7 ; la 9 aUa 22 ; la Ì4 alla 27 ; la 89 , 80 , 39 ; la 41 
iHi 41 » con r ultima. 



1 Vexilla regie prodeunt inferni 
Verso dì noi : però dinann mira , 
Oiiae 1 maestro mio, se tu '1 discemi. 

1 Come quando una grossa nebbia spira, 
O quando l' emisperio nostro annotta , 
Par da lungi un mulin che 1 i^ento gira, 

3 Veder mi parve un tal dificlo allotta. 
hn per lo vento mi ristrinsi retro 
Al duca mio; che non v'era altra grotta. 

i Gii era (e con paura il metto in metro) 
Li dove r ombre tutte eran coverte, 
S Iraaparean come festuca in vetro. 

S Altre stanno a giacere, altre stanno erte; 
Quella col capo, e quella con le piante : 

§• Vmiìlla. Abbiamo ona cani, di Dante 
qaale on verso è italiano , ano proven- 
, BBO latino. Questo è il primo verso 
(liaMM roUima voce) d'nn Inno della chie- 
la alte croce , cantato nella settimana santa. 
Q F. die appunto di qae' giorni si trova in 
IntaM , r applica qoasi ironicamente alle ale 
di Lociléro , il nemico del figlio di Dio. Dice 
fndmmi ; come altrove: l'oMiresM ìa eUtà. 
iSk paragonino questi stendardi con qne* della 
cWeaa ( Purg. , XXIX ). 

2. Spou. Vento nebbioso. 

a. DiFicio. Inedito della Magliab. : Fenno 
fèn UH grandiuimo dipeio di Ugnarne ; al 
fmmtt fuouHo nome cavallo di Pallade. Difieio 
pftr macchina bellica ( Vili. . 1. IX, e. 112).— 
GaoTTA. Non v'era più scogli, come lassù 
( XXI , 137 ). 

4. Tutti. Con tutto il corpo. Più grave 11 , 



Altra, com'arco, il volto a* piedi inverte. 

Quando noi fummo fatti tanto avante 
Ch'ai mio maestro piacque di mostrarmi 
La creatura ch'ebbe il bel sembiante, 

Dinanzi mi si tolse, e fé restarmi : 
Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco 
Ove convien che di fortezza t'armi. 

Com' r divenni allor gelato e fioco> 
Noi dimandar, lettor; eh* i' non lo scrivo. 
Però eh' ogni parlar sarebbe poco. 

r non mori' e non rimasi vivo ; 
Pensaoramai per te.s'hai fior d* ingegno, 
Qual io divenni , d' uno e d' altro privo. 
10 Lo'mperador del doloroso regno 



8 



9 



delitto, più grave la pena. 

6. BnL. Ezech. : In deUciit paroditi Dei 
fuitli : omnit lapis pretiotus aperimenlumtuum. 
Pier Lombardo ( 1. 11 , d. 6 ) , dice che in cielo 
non era angelo maggior di Lucifero. 

7. Dite. Nome di Plutone , da Virgilio usa- 
to più volte. Un gentile , non ha , secondo 
Dante , a chiamarlo Lucifero. — Asmi. Isaias 
( LI , 9 ) : Induere fortitudinem, Ov. : Segue 
armat et inttruit ira» Somma paura nel cen- 
tro infernale; come gioia suprema nell* altis- 
simo cielo. 

9. Pensa. Provava lo spasimo della dlsao- 
luiione e tutta la forza della vitalità. Si noti 
la gradazione della paura ne' canti 1, li. 111, 

Vili, IX, xiii, XVII, XXI, xxm, xxxi. 

iO. 'MPBRAnoa. Nel e. 1 , chiamò Dio guelr 
lo im^eradoreke lassù regna. \ìT$.:Siygio regL 



ass 



DEL L' INFERNO 



Da mezzolpettoDscia fuordellaghiaccia, 
E più con UD gigante i'mi convegno 

11 Che i giganti non fancon le sue braccia. 
Vedi oggimai quant* e^ser dee quel tutto 
Ch' a cosi fatta parte si confacela. 

12 Sei fu si bel com' egli è ora brutto, 
E contra *l suo fattore alzò Je ciglia, 
Ben dee da lui procedere ogni lutto. 

j 'i O quanto parve a me gran maraviglia 
Quando vidi tre facce alla sua testa ! 
I/una dinanzi , e quella era vermiglia: 

HL'altreerar\ducches*aggiungénoaquesta 
Sovresso '1 mezzo di ciascuoa spalla , 
E si giungéno al luogo della cresta : 

15 E la destra parca tra bianca e gialla ; 
J.a sinistra a vedere era tal , quali 
Vrngon di là ove il Nilo s'avvalla. 

1G Sotto ciascuna uscivaii duo grand' ali. 

11. TcTTO. Se un braccio é più grande d' 
un gigante , ancor più che un gigante d' un 
nomo; tutto i\ corpo viene ad essere mille e 
più braccia ( XXXI . v. fi8, 66, 113 ). 

12. Bbl. Is. (XIV, 11 e 15): Deiraeta$it 
ad inferot superila {lui ... Ad infernum detra- 
ficns , in profundum laei — Alzò. V. ^ Pa- 
dri : Ardiice contro ai molti bencfizii alzare gli 
tìcehi, Laer. : Morlalet tollere eontra Est oeu- 
/os ovittf , primuique obrittere contra. — Let- 
to. Creatura sì ingrati ben dev'essere read' 
ogni umano vizio e dolore. 

13. Trb. Chi ci vede le tre parti delmon- 
rio: la nera l'Africa, la bianca e gialla 1' Asia, 
li vermiglia 1* Europa. Pietro di Dante ci vede 
ia nera ignoranza, l'impotenza livida, l'odio 
Ardente, opposti alla potenza, alla sapienza, 
all'amore divino. L'Anonimo aggiunge che 
d'ignoranza, d'ira e d'impotenza fece prova 
nella sua ribellione Lucifero ; e che que' tre 
mali a lui finno più prossimo l'uomo: come 
i tre beni contrarii lo fanno più prossimo a 
IMo. II Rossetti vede nelle facce il simbolo 
dt'llp tre fiere e delle tre furie : Roma capo 
de* Guelfi , dall'insegna vermiglia ; Firenze , 
.«if de de* Neri ; Francia dallo stemma de' gigli 
bianchi e de' gialli. Interpetrazione ingegnosa, 
e conciliabile coli' antica. Ma che in Lucifero 
sia adombralo Clemente papa, io non credo, 
s(*bbcne i protestanti del secolo deciroosesto 
in Saianno figurassero il papa, e lo dipinge»» 
.«•ero co' colori di Dante. Toglievan eglino que- 
site imagini dal P. : non egli da setta alcuna. 

15. Avvalla. L'Fiiupia. Ar. ( XV , 64 ) : 
Veder vuoU ov§ t'atvalU, M quanlQ U Nilo 
entri ne' salti flutti. 



Quanto si conveniva a tant'uccello: 
Vele di mar non vid'io mai cotali. 

17 Non avén penne, ma di vispistrello 
Era lor modo : e quelle svolazzava 
Si che tre venti si movén da olio. 

18 Quindi Cocito tutto s'aggelava. 

Con sei occhi piangeva , e per tre monti 
Gocciava *1 pianto e sanguinosa bava. 

19 Da ogni bocca dirompea co' denti 
Un peccatore, a guisa di maciulla ; 
Si che tre ne facea così dolenti. 

20 A quel dinanzi il mordere era nulla 
Verso '1 graffìar, che tal volta la schiena 
Rimanea della pelle tutta brulla. 

21 Queiranima lassù ch*ha maggior pena, 
Disse I maestro , è Giuda Scarìotto, 
Che'l capo ha dentro, efuorlegamberoeoa. 

22 Deglialtriduoch'hanno*icapo di sotto, 

16. Ali. Sci ne dà il P. ai serafini; e Lq- 
cifcro era de' serafini. 

17. Penne. Andreini, de' diavoli : Viperin* 
è '/ capei f io iguardo bieco. Gravida di et- 
stemmie ognor la bocca , E betlemmkmdotkQC» 
ca Sulfureo nembo , schifa lava e foco. So» 
d' aquila le man , di capra il piede , X* ^ 
di vipistrello, — Svolazzava. In Toscana di- 
cono attivamente : tremar le ali. — Vkvil 
Virg.: Ventosas(iue addidit alas. 

18. Qt'iNDi. li vento , sì forte da ftirsi Mi- 
tire alla incallita faccia di Dante , gelava U 
fiume, il tradimento, e ogni colpa è pena t 
sé stessa : e il vento delle passioni sebbM 
provenga da ardire soverchio, gela da uUiaia 
le anime. Siccome, dice Pietro di Dante» ili 
ventilare dell' ali dello spirito di Dio che il 
aggira su 1' acque , spiran ordine e amon « 
così fredda invidia dall'ali del nemico di Ditb 
Dice la Bibbia : Ihabolus, qui seducebal 9m^ 
mtsttis est in stagnum ignis et sulphìsrì$. Al 
nostro piacque cacciarlo in istagno gelalo « 
perchè ncU' idea del calore è troppa vita. -• 
Sanguinosa. Del sangue de' rei maciallali. 
Virgil. : Mixtum spumis vomit ore emomai. 

Itt. Tre. Apoc, \VI : l'idi de ore drm9^ 
ni$ , et de ore bestiae , et de ore pseudopr^^ 
pketact spiritus tres immundos* 

20. Dinanzi. Nella bocca vermiglia : Gin* 
da , il qual riceve altri baci da quelli cba 
diede a Cristo. 

31. Lassù. Tant'alio è Lucifero che sab- 
bene esca solo con mezzo il petto , a guari 
dargli la bocca , Virg. dice lassù, 

22. Sotto. Fuor della bocca spenzoUnt.-^ 
Motto. Come uom fermo. 



CANTO 1 



S33 



Qaei dia pende dal nero ceffo è Bnito : 
Vedi come ri storce» e non fa motto ; 

23 E Filtro è Cassio, che par si membruto 
Ila la notte risorge , e oramai 
Éda partir: che tutto a^ém veduto* 

SI Com'a lui piacque, ilcoUogliaTTinghiai, 
Eddprese di tempo e luogo poste: 
E quando Pale foro aperte assai, 

S Appigiiò sé alle vellute coste : 
Di vello in vello giù discese poscia, 
Tra 1 folto pelo e le gelate croste. 

SS Quando noi fummo là dove la coscia 
SI volge appunto in sulgrosso dell'anche, 
Lo duca con fatica e con angoscia 

ZT Volse la testa ov' egli avea le zanche, 
B aggrappossi al pel, come uomche sale: 
SI die in inferno i' credea tornar anche. 

Attienti ben: che per cotalì scale. 
Disse*! maestro ansando com*uom lasso, 
Con\iensi dipartir da tanto male. 

B. Altio. Nella bocca a destra. — Mbm- 
»• Cicerone rammenta: L. CaaUadipem, 
l'aTrà (brse confaso con G. Cassio, oc- 
ciiMe df Cesare. -*• Nottb. Virgilio fa dire 
rila Sibilla : Bfox ruit , Aenea ; not fendo 
Iwtimmt Aerot. 

sa. ATTncGiiui. Trecentista inedito nella 
Laareu. : Era fi srauo che nuUo f awnbhe 
paUrto mnin$hian. — Assai. Lento è il Tento 
M* ale. Virgilio s' apposta in modo chemen- 
irt Loeifero le sollefa e le abbassa, e' possa 
Nsaiere per le coste di lai. 

HL Vkllctb. Virg.: yUlosaque $aetie Pseto- 
na. Le setole di tanto animale dovevano esse- 
!C aodt quasi scale a Virgilio. 

li. AnoosciA. Virg. : Sufteraegue evadere 
ti anfvs» Hoc opiM , hie labor est. Si capo- 
rolge con fatica, perchè nel punto ove la forza 
«aifipeu è massima. 

17. Zancbb. Gambe: oggidì cianche; come 
la «Mlfo» tappo. Nota Pietro, che questo si- 
^Hka doversi porre sotto i piedi gli abiti 
ti par escire dal male. 

98. ScALB« Inf., XVil: Ornai si scende per 
è fttie scale. 

9È. ÙtLLO. Lucifero dal bellico in su è nel- 
*«B0 emisfero, giù neiraliro. La metà di so- 
ira, mezza è faori del ghiaccio , mezza nel 
rlitaacio; la metà di sotto, mezza circondata 
l«tl» scoglio , mezza (le gambe cioè ) guizza 
B aria. Virgilio esce dello scoglio attiguo 
I|0 cosce di Lucifero , e mette Dante a se- 
mf soirorlo. Poi fa un picciol salto, dai velli 
ri mostro al luogo ov'è Dante. 



29 Pd nsd flior per lo forò d' an sasso, 
E pose me in sn r orlo a sedere : 
Appresso ponea meP accorto passo. 

30 I* levai gli occhi ; e ctedettt vedere 
Locifero com' f l' avea hsciato. 

E vidili le gambe in sa tenere. 

31 E ^ io divenni allora trava^to. 
La gente grossa il pensi, che non vede 
Qoal era il punto chTavea passato. 

32 Levati su, disse 1 maestro^ in piede. 
La via è lunga, o'I cammino è malvagio: 
E Ria il sole a mezza torta riede. 

33 Non era camminata di palagio 
Là V eravam ; ma naturai bureUa 
Ch* avea mal suolo e di lume disagio. 

3i Prima eh' Tdell* Abisso mi divella. 
Maestro mio, dissMo quando fu' dritto, 
A trarmi d' erro un poco mi favella. 

35 Ov' è la ghiaccia? e questi com'è fìtto 
SI sottosopra ? e come 'n sì poc* ora 

30. Lbvai. S*lmagini sempre Lucifero tanto 
grande che da ogni lato sovrasta al riguar- 
dante come montagna. 

31.^ao9SA. V. Nuova: Bsrsona grossa. 

32. Lunga. Devon trascorrere tutto il se- 
midiametro della terra. Il centro dista dalla 
superficie, dice Pietro, tremillednecentoquindici 
miglia; e quello è '1 punto più lontano del cielo: 
è però più conveniente a Lucifero. Non si cre- 
da però che tanto cammino, sia misurato dal 
P. 86 non in modo simbolico. — Maltaoio. 
L'usa l'Ar. (XXIX, 71). ^ Tirza. Il tempo, 
del viaggio è V equinozio , quando il giorno 
ha ora dodici. Essendo esso giorno diviso iu 
terza» sesta, nona, vespro; mezza terza è un 
ottavo di giorno. Neil* altro emisfero sorgeva 
la notte ; in questo dunque doveva essera 
mezza terza. 

33. BumELLA. Da huro, buio : come da fu- 
ro, fuio. Valeva prigione; e tuttora una via 
di Firenze non molto serena ha questo nome. 
Buri per prigioni è nell'Ottimo. 

34. DrvBLLA. Per dipartirsi, è in Virgilio. 

35. GmAcciA? Salendo su su, e' doveva non 
più veder che lo scoglio il qual fasciava li» 
cosce a Lucifero. — Fitto. Sta capovolto nel 
mezzo, perchè la forza centripeta vel sostiene. 
Dice Brunetto , il maestro di Dante: che se 
si potesse cavare un pozzo che forasse il cen- 
tro della terra , ed un grave vi si gettasse , 
questo non cadrebbe dair altro foro del pozzo, 
ina rimarrebbe nel centro. Tale idea è pur 
nell'Anonimo, tolta dall' Almag. dì Tolomeo.-- 
11A.NB. F. lerz. 33. 

30 



23» 



DELL' IMFERIfO 



Da sera a mane ha fatto il sol tragitto? 

36 Ed egli a me: tu inimagini ancora 
D esser di là dal centro, oV i' mi presi 
Al pel del vermo reo che 1 «londo fora. 

3T Di là fosti cotanto quant* io scesi : 
Quando mi volsi, tu passasti il punto 
Al qual si traggon d'ogni parte i pesi. 

38 E se* or sotto 1' emisperio giunto 
Ched è opposto a quel che la gran secca 
Coverchia, e sotto '1 cui colmo consunto 

39 Fu Puom che nacquce visse senza pecca. 
Tu hai i piedi io su picciola sp<!ra 

Che r altra faccia fa della Giudccca. 
kO Qui è da man quando di là è sera : 

E qxìc^U che no fo scala col pelo , 

Fitr è ancora si come prim* era. 
41 Da qu<sta parto cadde giù dal cielo : 

E la terra che pria di qua si sporse , 



:)t). Vermo. Apoc, XlUDmcn niaffiìiu^ uftis, 
habem capita $9ptem, et cornun dectm... Ora- 
vo iìXe magnut, serpens anlv/uui i/u» vocalur 
diabolui el iatarias, 1/ Andreini con comico 
ordire chiama i diavoli gran Sanguisuffhe in- 
féme. GuiUone : Il fero vermo, 11 sotnmo sa- 

tjcrbo è nell'imo dell'universo. — Fora. Sim- 
»ul<'ggia il vizio indotto nell'umani Datura dal- 
ia prima istigazione diabolica. 

38. Quel. L'emisfero nostro, che circonda 
la terra. Secca. Gen. ;i, 10); Vocavit,.,ari' 
dam terram, — Colmo. Gerusalemme, è se- 
condo Dante, il più alto punto del meridiano 
terrestre. — Consunto. ¥cr ucciso. Ilcg. ( 11, 11): 
lUum consumit gladtus. Virg. : .ibsumere ferro, 
Armannino ; Furono da quegli morti e con- 
sumati. 

39. i'RCCA. Trecentista inedito della Lau* 
renz. : in suo tradimento non ha pecca. — 
Picciola. Il P. credeva i paesi antipodi ina- 
bitati, tranne il monte del Purgatorio, coperto 
dall'acque. Questa piccola spera contrapposta 
nlla Giudccca è la base del monte. Onde pic- 
cola è pur la Giudccca, perchè con la gravità 
del delitto scema lo spazio della pena , cioè 
il numero de'dannati. 

40. Man. Par., i: Fatto av9a di là mane 
e di qua sera. Qui l'Ottimo cita PAlmag. di 
Tolomeo. 

il. Cadde. Is. : Infemut subter eoniurha- 
tus est in oceursum adventuM tui, Quomodo 
r.ecidisti de coelo, Lucifer. .? E (LI, 9,10); 
hreussitii superbum , vulnerasti draeonem ? 
Aumquid non tu siccasti mare , aquam aòysft 
vehementis mare? Job. : Circmmdidi iliud .. ? 



Per paura di lui fé del mar velo; 
42 E venne all' emisperio nostro : e forse 

Per fuggir lui , lasciò qui il luogo voto 

Quella chiappar di qua, e su ricorse. 
k3 Luogo è laggiù da Belzebù rimoto 

Tanto , quanto la tombii si distende; 

Che non per vista , ma per suono è noto 
&>4 D* un ru scellotto che qiiiv i «lisceude 

Per la buca d' un sasso, eh' egli ha roso 

Col corso ch'egli avvolge, e poco pende. 
kò Lo duca ed io per quel cammino ascoso 

Entrammo a ritornar nel chiaro mondo. 

E senza cura averd' alcun riposo 
1^6 Salimmo su, ci primo, ed io secondo; 

Tanto eh' i' vidi delle cose bello , 

Che porta 'I ciel. per un pertugio tondo : 
VI £ quindi uscimmo a riveder le stelle. 



terminis meis. Cadde col capo all' iniriii , e vi 
rimase in eterno. Prima deila sua caduta, Pe- 
misfero opposto al nostro era terra : ma per 
error di Lucifero, la terra si rovesciò tolta 
dall' altro lato , e le acque ne presero il luo- 
go. E quella parte di terra eh' era più pret» 
so al centro, s'alzò e fece il monte del Pur- 
gatorio , e lasciò vuoto il luogo da cai pts- 
sano i due P. (Inf., XXVI, 45; Purg., II). 

42. QusLLA. Dal centro alia base del mon- 
te del Purgatorio ò tanta altezza quanta dal 
centro alla base del Golgota. Armannino: limi- 
ti sono a una grande grotta , onde si pana 
per volere andare a quello chiaro Eliso,.. 

4'). Luogo. Qui parla Dante. Quant* è fon- 
da la tomba de' morti dannati , tanto è lon- 
ga la via ebe da Belzebub ( cosi è chiamalo 
Lucifero, Malt., XII), mette all' opposto emi- 
sfero. 

4-i. Roso. Lete rhc scorre dal monte, e fi- 
gura i peccati veniali. — Avvolgs. Avvolge- 
re un corso in senso di avvolgersi per, conte 
in Virgilio: Tot volvere caius, 

46. Belle. Stelle (Inf.. e. XVI). — Pokta. 
Nel suo corso: secondo l'astronomia tolemai- 
ca. Sen. ; Postquam est ad o ras Taenari vtw^ 
fttfit , et nitor Ptrcussit oculos lucis, 

47. Uscimmo. A mezza terza si misero in 
via : appiè del Purgatorio saranno all'alba. 
Ventiquattr* ore spesero dalla selva alla Gin- 
decca : altrettante spendono dalla Giudecca 
alle falde della montagna: e ci arrivano, dì- 
re P Anonimo, nell' ascende ule del segno di 
Gemioi , sotto cui nacque il Poeta. 



PURGATORIO 



■^ 



DEL PURGATORIO. 



CANTO PRIMO. 



f ! 



ÀRG OMENTO. 



E$ee atta luce ; rineùnira Catone , che domanda ragione di lor cammino , e 
gii indirizza al monle doee lo ^fòrUo umano $i purga* Virgilio lata al P. H vi*o 
Minto della fuliggine d Inferno , e (o wrona i un ramo di giunco. La prima soglia 
^el Pwrgatorio contiene coloro che differirono penitenza , o per troppo eon^iacersi 
mille cose temporali , o per inerzia ; coloro che furon morti di morte viùenta , e si 
irono alt ultimo» 



Già lo stila si fti più sereno : già le allusioni geograficbe, astronomicfae , più freqiM^ntr. 
JU noralisU dà laogo il ciutdioo adirato. 

Noia le tenioe 1, I, 4, 5, 7, 8, 9; la 11 alla 14; la 17 alla 34; la SG alla 3i; \o 
^ ; la 38 alla 41 ; le olUme dae. 



1 Per correr miglior acqua alza le vele 
Ornai la navicella del mio 'ngegno, 
Che lascia dietro a sé mar si crudele: 

3 £ canterò di quel secondo regno 

1. Alia. La contemplazione del male pn- 
Dito lo conduce all'espiazione: che il Ballao- 
ebe ( i. fV , p. 122 ) dice essere do^a al- 
UBCote cristiano ; l' espiazione lo condurrà 
fino alla gioia de' giusti. — Naticblla. Nel 
Con? ÌTÌo la stessa figura : Lo tempo chiama 
f dimanda la mia nave «fctre di porto : per- 
thè , diriszato t artimone della rajfione aW 
Ora dU mio duiderio , enlfO inp^go con 
uporomMa di dola cammino • e m satuteoolo 
porlo e laudabile. Virgil. ( Qeor. , II , 41 ) : 
Ptiagoque volami da vetapatonti. Quintllian.: 
rktm^tamut véla ventii, et oram tohentUnte 
Um prteemur. 

2. SBcoxno. Altri penerà 11 Purgatorio sul 
Li^ao. Isidoro nell' opposto emisfero , ap- 
liiiiitu là do? 'è il paradiso terrestre. Gregono 



Ore r umano spìrito si porga 
E di salire al ciel diventa degna. 
3 Ha qui la morta poesia risurga» 
O sante Muse , poi che vostro ^ooo, 

nelle Decretali , ciuto da Pietro df Dante : 
Jfoee otta, tdeit maifidM, guati intra eotlum 
et tfi/emum sita est ... Ut valde honorum a* 
nimae ad eoelum evolant , et valde malormm 
anima abystum Cernie defcendsfil , ita animasr 
medioeritor honorum locum medium temnt , 
gwi dieitur et est loem Purgatorii, 

3. MOKTA. Inf. . Vili : Scritta morta. — 
VosTUO. Boat. : Veffer , Camoeiiae , vester 
in arduoe ToUor Soòinot. — GALLionA. Per 
CalUope , è in Virg. ed in altri. Virg. : Fog; 
o Calliope , preeor * odipìrole eantnft. Sieo^ 
Udes Mtuae , pavto majora eanamus. Più Ke*> 
to , ben dice H Gingueoé ( Hisl. litt. d' li. , 
IX ) , e più sereno si Ai in questa canti^ lo 
stile • più fresche le iroagini. Si paragoni qur 
st* entrata al XUU deU' lattne. 



f>:W 



DEL PCRffATORlO 



K (|ui Calliopea alquantu Mirga 

h Segiiitandul mìo canto con quel suono 
J)i cui le Piche misere sentirò 
Lm colpo , tal che disperar perdono. 

5 Dolce color d' orientai zalTiro , 
(]he s' accoglieva nei sereno aspetto 
Dell' aer puro infine al primo giro, 

Agli occhi miei ricominciò diletto 
Tosto ched i' usci' fuor dell* aura morta 
Che m* avea contristati gli occhi e 1 petto. 

7 Lo bel pianeta , eh' ad amar cooforta, 
Faceva tutto rider V oriente, 



4. Piche. Ov. ( Mei , V ). Figlie di Picrio 
Macedone ; perchè gareggiarono con le Muse, 
mutate in gazze : Ùue venit : et tali commìt- 
lunt praelia voce: Detinile indoctum vana 
dulcedine vulgus Fallere : uobiscum , si qua 
est fiducia vobis , Thespiadet certate Deae ... 
Mu$a refert : dedimus summam certaminii uni 
... CaUioVB quacruloi praetentat pollice chor- 
das ... Ibimus in pocnat; et, qua vocat ira, 
secuemur , Rident Emathides , spemuntque 
fniriacia verta ... Ihimque volunt piangi : per 
hrucliia mota Uvatae Aere pendehant nemorum 
ronvicia picae. Nomina qui le Piche non solo 
per accennare alla forza veDilicairice del suo 
canto, ma e per pregare che nulla sia in quel- 
lo di profano e iogiurìoso ai veri Celesti. 

5. AccoGLiBVA. Altri avrebbe deUo span- 
ileva : ma nell* immensità il Nostro vede 1' 
unità. — Giro. Della luna : Quel del eh* ha 
minor li cerchi ftit ( Inferno , li). 

0. Aura. Virg. : Superatque evadere ad au- 
ras, — Petto. Bocc. ; Le miserie degl'infe- 
lici amori , raccontate , non che a voi don- 
ne , ma a me , hanno già contristati gli oc- 
chi e '/ petto. 

7. Conforta. Conv. ( 1 , 12 ): Confortare 
l amore eh* io porto al ... Alberta uo : IVon è 
rosa che più conforti ad amare che la virtù. 
IVtr. : Già fiammeggiava V amorosa stella Per 
V oriente. — Velando. Di luce. Nei Paradi- 
so più volte. — Pks€I. Segno inoanzi all' A- 
rieic. Doveva dunque tra poco sorgere il sole. 

8. (^'ATTRo. Le virtù cardinali, dice Pietro; 
r \o dichiara il P. stesso nel canto XXX. — 
Prima. Di Adamo e da Eva che abitarono il 
paradiso terrestre. Verso il polo antartico sod 
«juattro «telle nella costellazione del Centauro, 
dette la Croce del sud. Dante da Marco Polo 
ch'era stato di là della linea equinoziale e del 
tropico e di Capricorno, e tornatone nel 1295, 
poteva averne contezza. E le tre stelle di cui 
dira nel e. Vili, potrebbero esser le tre Alfe 



Velando i Pesci eh' erano in sua scoria. 

8 r mi volsi a man destra , e posi mente 
AH altro polo, e vidi quattro stelle 
Non viste mai fuor ch*alla prima gente. 

9 Goder pareva '1 ciel di lor Gammelle. 
set tentrional vedovo sito 

Poi che privato se* di mirar quelle ! 

10 Com' io dal loro sguardo fui partito, 
Un poco me volgendo all'altro polo 
Là onde '1 Carro già era sparito, 

11 Vidi presso di me un veglio solo, 
Degno di tanta reverenza in vista 



delle costellazioni delP Erìdano , della Nave « 
del pesce d'Oro, che si trovano in oppostilo- 
ne alle quattro del Centauro , e doTevaoo t^ 
sere appunto la sera nel sito occupato dalle 
quattro al mattino. Ma le quattro dette em 
già note e scritte nel catalogo di Tolomeo: 
onde in tale interpretazione la prima jmii 
sarebbero i primi osservatori del cielo che t^ 
li le videro, Arabi, Fenicii, Caldei, ed Egisll. 
Da una lettera del Fracastoro sappiamo che 
le quattro stelle si veggon da Meroe e da opd 
luogo che non sia più di quartordicl a qiijo* 
dici gradi in qua dalla linea oquinoiiale. Io 
per me credo potersi la spiegazione asirooo- 
mica collegare con P allegorica, ch'é noto oso 
di Dante. Un comentatore inedito osserva qui, 
che le quattro virtù cardinali erano il relega 
gio dell'umanità innanzi a Cristo, le tre te^ 
logali poi. 

9. Sito. Pietro qui cita Aristotele ( II. De 
coelo et roundo) : Jerra est fixa et stahiU», af 
est cum mari cent rum eoeZt, et coelum eiremm 
eam volvitur. Ex eujus raoolutione 
sunt duo poli firmi : unus imminens 
nostrae detectae a mari , qui noster poku 
citur septenirionalis et arcticus , cui 
est Ursa major, quam vulgo vocant C% 
(V. terz. seg. ). Alius dicitur meridionati$ et 
antarctieus qui nunquam videtur. GodvìtIo : 
Questi due poli, Vuno manifesto, quaei a tssftB 
la terra discoverta» cioè questo settetUriomak: 
l'altro è queui a tutta la discoperta Urta ce- 
lato , cioè la meridionale. Virg. : flie 
nohis semper sublimis : at iUum Sub 
Styz atra videt, Manesque profundis 

11. Viglio. Catone simbolo della virtù, diee 
Pietro, e dell'onestà. Lo pone in principto M 
Purgatorio accennando ai virg. : SeenCoefM 
pio%, his dantem jura Catonem* Lac« : Sfrnm 
cui crediderim Superoi arcana daiuroe ••• «mh 
gis, quam sanclo , vera, Catonif Sen. e La. 
cilio: Catanem emrtim exemplar vintapimitìt 



CANTO I. 



ì;j» 



Che più non dee a padre alcun fisliuflo. 

là Lunga la barba e di |K31 bi meo mista 
Portava a* suoicapegli t:i^)i^lianto, 
De' quai cadeva al petto doppia li^ta. 

13 Li raggi delle c|iiattro luci santo 
Fregiavan sì la 8uh faccia di lume 
ChMo 1 vedea, conjc'l sf>l fosse davante. 

1^ Chi siete voi elio cuntra'l cieco fiume, 
Fuggito avete la prigioni* eterna, 
Oìss' ei, movendo queir oneste piume? 

15 Chi v*ha guidati ? o chi vi fu lucerna 
l-scendo fuor della proCoiìda notte 
Che sempre nera fa In valle inforna'? 

16 Son le leggi d' Abi<i.so così rotte? 
ò mutato in ciel nuovo consiglio, 
Che dannati venitit allo mie grotte? 

17 Lo duca mio allor mi (iiè di piglio, 
£ con parole e con mani e con cenni , 
Reverenti mi fé le gambe e 'I ciglio. 

18 Poscia rispose Ini : da me non venni ; 
Donna scese dal ciel, per li cui preghi 
Della mia compagnia costui sovvenni. 

19 Ma da eh e tuo voler clic più si spieghi 
Di nostra condizion, coin'eirè vera, 

Hkii Dee$ dedUte, Di Catone, vHi s. Ag. ( C. 
D. , I , 23 ). L'n antico comentatorc inedito 
( Hbl. Laorenz. , Plut. XG. della Gaddiaaea 
api. e9d* 115 ) dice : Tutta questa cantica è 
MNmffii t» eoitumi; e però parla qui di Ca- 
irn» come tt uomo costumato e virtuoto , pe- 
noekè Cato fu padre di costumi, e massima- 
Mula 4tU» tririù cardiuati. Queste smodate 
lodi della virtù di Catone danno a conoscere 
l'^pfnkMia del tempo, e dichiarano Videa del 
F. Nel CoDV. egli dice : Che nullo uomo ter- 
mi» pia d§gno fu di seguitare Iddio, di lui. 
^iflio lo chiama : ma e' morì di cinquant'an- 
ai. — Solo. Simbolo di rara virtù o di raro 
oritfitlo (Inf., IV, XIl). 

iS. Lista. Meo bello TAr.: / crini ha hian- 
M, t èiofieo la mascella di folta barba che al 

13. QvATTfto. Cic. (Off.)» ripone l'onestà in 
^«Uio ollxli. E Pietro di Dante li nomerà a 
»«o Hiodo: CoffitaUonit , eomitaiis , magnani- 
■wfgfit, moderaiionii, — Faccia. Eccl., Vlil : 
Sttpimtia hominis lucei in vuUu ejus. 

14. FicxB. Il ruscello del e. XXXIII. -- 
Picm 7 Inf. • 111 : Quinci fur quete le lanose 
$tt9 M noeehier. Petr.: Le penne usale Mutai 
p$r Campo e la mia prHna labbia, 

15. Sbm pKB. \ irg.: l/mòroi Brebi noci$mque 
pfofundam. ^ieti rimai ... noclem. 



Esser non puote 1 mio Gh*a te si nieghi. 

20 Questi non vide mai 1* ultima sera , 
Ma per In sua follia le fu sì presso 
Che molto poro tempo a volger era. 

21 SI com* ì' dissi , fu' mandato ad esso 
Per lui campare, e non c'era altra vìa 
Che questa per la quale i*mi son messo. 

22 Mostrai' ho lui tutta la gente ria, 
Ed ora ntendo mostrar quegli spirti , 
Che purgan sé sotto la tua balia. 

23 Com' i' r ho tratto saria lungo a dirti. 
Dell* nlto scendo virtù che m' aiuta 
Conducerlo a vederli e a udirli. 

2V Or ti pinccia gradir la sua venuta ; 
Libertà va cercando eh* è sì cara, 
Come sa chi per lei vita rifiuta. 

25 Tu '1 sai, che non ti fu per lei amara 
In litica la morte , ove lasciasti 

La veste eh' al ^ran di sarà si chiara. 

26 Non son glieditti eterni per noi guaiti, 
Che questi vive, e Minós me non leu'a ; 
Ma son del cerchio ove songli occhi coisti 

27 Di Marzia tua, clie'n vista ancor ti pre;L;a, 
santo petto, che per tua la togni; 



10. Grotte ? Scogli (Inf., XXXlV). 
17. Piglio (Inf., IX). E' gii chiude gli oc- 
chi con le mani alla vista deUa Gorgone. 

20. Sera. 1/ Ar. , d' Knoc e d' Elia r Che 
non han visto ancor V ultima sera. Andreini, 
deir Inf.: Veterna setti.— Presso. Paal. (Cor., 
1 , 10) : Stimulus ... mortis peccatum. 

21. Questa. Il timore. 
21. Cara. Se la libertà politica a te fta si 

cara , or quanto più la morale ? Cosi spiega 
il coment, del cod. Caet. Ma qui si vede più 
che altrove, come nella mente di Dante si con- 
fondessero le due libertà. Qui non loda il 
suicidio : ma non lo condanna , ed è male. Né 
Catone , morto , poteva giovare alla libertà, 
quanto a>rebbe potuto vivo. 

25. Chiara. Non di gloria celeste, ma di 
quella luce che , secondo Dante , è dovuta an- 
co alle virtù naturali, della qual luce è sim- 
bolo il lame delle quattro stelle che gli illu- 
strano il viso. O forse lo fa salvo con Rifeo e 
con Traiano. Ma lo direbbe più chiaro. 

26. Lega. Virg. : Tardaque paha tnama' 
biUs unda Alligai. 

27. Mabzia. Per comando di Catone, e suo 
malgrado, andò moglie d' Ortensio , il qaale» 
di coDcordia con Catone, ripudiò la sua co- 
me sterile. Di Marzia ebbe prole: morì : ed 

I ella , resigli i Ainebri onori, tornò pregando 



S(0 



DEL PURGATORIO 



Per lo nio amore adunque a noi ti piega. 
38 Lasciane andar per li tao* sette regni. 
Grazie riporterò di te a lei. 
Se d* esser mentovato laggiù d^L 

29 Marzia piacque tanto agli occhi miei 
Mentre eh' i* fui di là, diss* egli allora» 
Che quante grazie \oUe da me fei. 

30 Or che di là dal mal fiume dimora. 
Più muover non mi può per quella legge 
Qic fatta fu, quando me n*usci* fiiora. 

31 Ha se donna del cìei ti muove e regge 
Come tu di*, non e' è me^^tier lusinga; 
Basititi ben che per lei mi riche^e. 

32 Va dunque , e fa che tu costui ricinga 
D'un giunco schietto, e che gli lavi '1 viso 
Si eh* ogni sucidume quindi stinga; 

33 Clie non si converria rocchio sorpriso 
D' alcuna nebbia andar davanti al primo 
Ministro , eh* è di quei di Paradiso. 

3!^ Questa isoletta, intorno ad imo ad imo 
Laggiù, colà dove la batte londa , 
Porta de giunchi sovra! molle limo. 

Catone la ripigliasse. Loe. (II, 311-3): I>a foe- 
dera Priici Illibata tori: da tantum fiotnen 
tf*ane Cwrmubii : liceat tumulo scripsìsie, Ca- 
tonii Martia (lof.. IV. — ) Sa>'to. Epiteto di 
Lucano. Conv. : O Maeratittimo petto di Ca- 
tone , chi pnsumerà di la parlare? Certo mag- 
ffiormente parlare dt te non ti fmò, che tacere: 
€ leguirare Jeronimo, quando nel proemio del- 
la Bibbia , là dove di Aiolo Cocca , dice che 
meglio e tacere che poco dire. 

28. Tco*. L' inferno a Dante é l'orrore na- 
turale del vizio ; il Porgaiorio 1* amor natu- 
rale della virtù ; il Paradiso 1* amor sopran- 
naturale del bene sopra natura. Però nell'in- 
ferao ha duca Virgilio ; e chiama di Catone 
i regni del Purgatorio , e sola Beatrice gli é 
a guida ne! cielo. 1 tre personaggi sono in 
pana frimbolica ognun sei vede ; non è Vir- 
gilio r andante d' Àlessi , né Catone il anici- 
dà , ne hpatrice la moglie di Simone. — Set- 
ti. Off si puniscono i sette peccati. 

29. OccBi. Judic, XIV: liane mihi aeeipe 
fuia placuìt oculie mets. Jerem., XXVii: Ei, 
«fui pLtw.uit in oeulis mei$. 

30. Fiume. Acheronte ( Inf., Ili ) Uscì. Cu- 
stode ali* entrata del Purgatorio. Si noti che 
( atone non è guida alle anime , né tocca pu- 
re le falde del monte: é dopo la morte di 
Cristo (che prima Purgatorio non v'era, ma 
i non dannati scendevano al limbo) dastinato 
ad invitar la anime a correrà verso i' espia- 



35 Nuir altra pianta che AM)eg9e fronda 
O indurasse , vi puote aver vita » 
Però che alle percosse non seoooda. 

36 Poscia non sia di qua vostra reddita» 
Lo sol vi mostrerà che sorge ornai. 
Prendete 1 monte a più lieve salita. 

37 Cosi spari, ed io su mi levai 
Senza parlare , e tutto mi ritrassi 

Al duca mio , e gli occhi a lui drizai. 

38 Ei cominciò: Ggliuol, segui i miei passi. 
Yolgiamci indietro, che di qua dichiol 
Questa pianura a' suo' termini bassi. 

39 L'alba vinceva l'ora mattutina. 
Che Tuggia 'nnanzi , si che di lontano 
Conobbi il tremolar della marina. 

kO Noi andavam per lo solingo piano 
Com'uom che toma alla smarrita stradi» 
Che *n(ìno ad essa li pare ire in vano. 

&•! Quando noi fummo dove la rugiada 
Pugna col sole, e, per essere in parte 
0?e adorezza , poco si dirada ; 

42 Ambo le mani in su Terbetta sparlo 



zione. La virtù naturale di lui non é nenot 
ma incitamento al ben fare. 

31. Lusinga. Secrete lusinghe chiamava n 
antico le preci miste di lode. 

32. Giunco. L' umiltà semplice e paziente, 
dice Pietro. Rammenta il ramo che in Virgi- 
lio la Sibilla fa cogliere ad Enea per passa- 
re gli Elisi. — Schietto. Inf. , XUI : Nem 
rami tehietti ma nodoii e 'nvolti, — SnMiA. 
Contrario di tinga. Ila un esempio nella la- 
pubbliche antiche, ma non chiaro assai. 

33. SoRPRiso. Lo dicono 1 Napoletani: t 
gli antichi Toscani prito, mi$o » coniimat^— 
Pkimo. V, e. IX. 

34. Limo. Virg: Limoioque palta obdwMi 
patena junco, 

35. Fionda. Non è foglia. — Indurassi* 
G. Cavalcami : Quando con vento • con fm--^ 
me contende , jlssat più ti difende La 
canna . . . Che dura querce , che non ai 
fende. ^ 

39. Ora. Quello che gli antichi chDl 
no mattutino, avanzava di quasi tre ora il 
nascer del sole. — Tremolar. Virg. SpUndt/t 
(remiilo sub iumtne ponCvs. 

41. Parte. Conv. (l. Vili) : BiofiiMCvoiaé 
non solafnente a porre la cosa in parte 
sia meno utile, ma eziandio in parte ove 
ugualmente utile, — Adorbiia. Buti : È 
bra. De reno. 



CANTO I. 



Ut 



Soavemente 1 mio maestro pose; 

OiMf io che Ali accorto di su' arte, 
43 Porsi ver lui le guance lagrimose ; 

Quivi mi feci tutto discoverto 

Quel color che l' inferno mi nascose. 
kh Venimmo poi in sul lite diserto 

43. Lageuiosb. DijpeniteDxa. — Discoybe- 
to. In Virg., prima di scendere all' Eliso, E* 
Dea: Corfm fvetnft ^ar^tt aqua. Stat. : 
Edili ad St if en t , infemaqu§ nubUa vtdiu 
DiicmiU , 9€ pM$ afflatibuM ora fermai — 
Goton. Di virtù e d'innoceou. 



Che mai non vide navicar su' acque 
Uom che di ritornar sia poscia esperto. 

45. Quivi mi dnse si com^altrui piacque; 
maraviglia ! che qual egli scelse 
L'umile pianta , cotal si rinacque 

46 Subitamente là onde la svelse. 

41. UoH (Inf., XXVI). 

4tt. UmLB. Virg.: HumUttfm myriscM. — 
Punta. Aen., VI : Frimo amUo^ non deficit 
aUer, I meni di penilensa sono , dica il Pog- 
giali, oYvil sonpra. 



31 



ìk% 



DEL PURGATORIO 



CANTO II. 



ARGOMENTO. 



Appare un Angelo che conduce $u leggiera barchetta le anime nuove a purgar» 
<t. Il P, riconosce Casella: questi gli canta. Le anime si arrestano alla dolcezza 
del canto : ma Catone sgridando le spinge al monte. 

Qui cominciano le apparizioni degli Angeli ; e si badi alle varie pittare che il P. ne 
fa; si badi ai varii modi di raflìgarare gli oggetti che vengono da grande distanza. Inf. IV, 
V, Vili, IX, XII, XV, XVII, XXI, XXIil, XXVI, XXXI, XXXIV. E sempre d'ora in poi 
6i ponga mente a qnest' arte di varietà. Poi s' osservi neir Inferno il gradnar delle tenebra 
e del gelo e del foco ; nel Purgatorio il graduar della luce ; nel Paradiso dello splendore e 
deir armonia. 

Nota le terzine 2, 4; la 6 alla 9; la 11 alla 16; la 18, 19, 23, 24; la 26 alla 30 ; 
la 33, 37, 38, 42; le ultime tre. 



1 Già era 1 sole all' orizzonte giunto, 



1. Già. Qui giova recare la materiale ma 
evidente dichiarazione di Pietro ; Contideria- 
mo il cielo iUeóme due scodelle che copronsi 
V una con l* altra , e in mezzo di loro sia so- 
spesa una pallottola di terra, e sia questa la 
nostra terra con V acque: e la mei za concavi- 
tà, V una cioè delle due scodelle , sarà V emi- 
sfero della detta pallottola , cioè della terra 
nostra; V altra scodella, cioè V altra mezza 
eoncamtà, sarà t altro emisfero delV altra metà 
della pallottola steua. Or s'imagini un circolo 
per lo mezzo deU'una delle due scodelle , cioè 
da settentrione a mezzogiorno : e sotto il col- 
mo di detto cerchio , cioè nel più alto punto 
della pallottola, Gerusalemme. Nel punto op- 
posto della terra è U monte del Purgatorio : 
or se in Gerusalemme era la prim' ora del 
giorno , nel monte doveva essere un* ora di not- 
te , il sole in Ariele, la notte in Libra, E 
come il sole nell' equinozio sorge alla foce del 
Gange , il qual corre di contro al moto del 
sole, onde Lucano cantò : Ganges, toto qui 
•Gius in orbe Ostia nascenti contraria tollero 



Lo cui roeridian cerchio coverchia 



Phoebo Audet , et adversnm floctns impellit 
in Eurom;cofi per contrario la nott0 mcm^ 
va in Libra , poiché il P. disse neU* altro cts^ 
to , che neW oriente si velavano i Pesci ( M^ 
V oriente di laggiii che a noi è V occidente}, 
ciò mostra essere già patsate du* ore , poidà 
ciascun segno dello zodiaco inchiude au* ore. 
iBRUSALÉM. Ezech. , V : Ista est Jerusakm, 
in medio gentium ... et in cireuiiu ejus tar^ 
ras. Ecco la costruzione del luogo ove et tra- 
sporta il P. Escono neir emisfero australe !■ 
nn* isola circondata dall'Oceano, uel cui mei- 
zo é un monte antipodo a Gerusalemme : II 
monte ha forma di cono tronco alla cima , 
ed ha iutorno intorno undici ripiani a' quali 
si sale per via malagevole. Per più chiarella 
citiamo anco il p. Lombardi : Ogni punto M 
nostro emisfero ha il suo proprio orizzonue 
il suo meridiano, il quale è un arco càejMa* 
fondo per lo zenit del luogo , e pel punto éA 
cielo dove il sole ad esso luogo fa il mextoik^ 
va a terminare da ambe le parti alVorizsost- 
te del medesimo luogo. Onde ciascun orixao»* 



CANTO n. 



S43 



lenisalém col suo più alto punto ; 

2 £ la notte, ch'opposita a luì cerchia, 
Useia dì Gange fuor con Io bilance 
Che le caggion di man quando soverchia; 

3 Si che le bianche e le vermiglie guance, 
I^ dov* i* era , della bella Aurora 

Per troppa etate divenìvan rance : 

4 Noi eravam lunghesso 1 mare ancora 
Come gente che pensa suo cammino, 
Che va col cuore e co) corpo dimora. 

5 Ed ecco, qual su '1 presso del mattino, 
Per li grossi vapor Marte rosseggia 
Giù nel ponente sovra 1 suol marino ; 

6 Colai m'apparve, s' i* ancor lo veggia, 
Un lume per lo mar venir si ratto 
Chel muover suo nessun voi arpa reggia; 

7 Dal qual com' i' un poco ebbi ritratto 
L'occhio per dimandar Io duca mìo , 
Rividil più lucente e maggior fatto. 



t§ non ha pernio meridiano che qttello il qtm- 
k col suo più alto punto copre esso luogo : 
tkehè dire V orizzonie di Gerusalemme è il 
medesimo che dire V orizzonte ti cui cerchio 
meridiano eopre col suo punto più alto Geru- 
taUmme. Ma perchè Gerusalemme è antipo- 
de al Purgatorio , però se il sole cade a Gè- 
rrnsalemme , al Purgatorio spunta. Dice il Poe- 
ti : la notte uscia di Gange , perchè seCbDdo 
la geugratìt de'suoi tempi (Rog. Bacon, Opus 
majius , disi. iV } , 1' orizzonte orientale di 
Gerusalemme credevasi on meridiano deli' In- 
die orientali , distante , dice Solino , dalla 
Kalcstlna, quanto n'è distante la Francia. Ma 
le distanze dagli antichi date a' meridiani dei 
tapgbi soD troppo maggiori delle reali. Dante 
fa due meridiani del Gange e deli'lbero di- 
•Umi per gradi centottanta , e fa il merìdia- 
DO di Genisalemme equidistante da quei due: 
doppio errore , anco secondo la geografia to- 
lemaica. 

1. CsBcniA. 11 sole era a queir orizzonte, 
il cai meridiano é Gerusalemme , onde la not- 
te era in Gange , ed era con Libra opposta 
«d Ariete. — Bilance. Dall' equinozio, quan- 
àa luce il segno dt-lla Libra , le notti comin- 
amo a crescere , però 1' uguaglianza tra il 
A e la notte é finita : e dacché '1 sole è in 
Ariela , fino alla Vergine , crescono i di. — 
tfOTUcaiA. Cresce. Se T Ariete discende, la 
Libra ascende, é dunque giorno fatto, e l'o- 
rìaote è già rancio ( Arist. , Met. ). 

3. Bianche. Orid. : U% soUt aer ... breve 
poti Umpuè fqmfwcffi f oKf ab tcftc. — Rax- I 



8 Poi d*ogni parte ad esso m* apparto 
Un non sapea che bianco , e di sotto 
A poco a poco un altro a lui n' uscio. 

9 Lo mio maestro ancor non fece motto 
Mentre che i primi bianchi apparser ali; 
AUor che ben conobbe '1 galeotto , 

10 Gridò: fa, fa che le ginocchia cali : 
Ecco Tangel di Dio , piega le mani. 
Oma* vedrai di si fatti ufficiali. 

11 Vedi che sdegna gli argomenti umani. 
Si che remo non vuol né altro velo 
Che r ale sue , tra liti si lontani. 

12 Vedi come \ ha dritte verso 'i cielol, 
Trattando \ aere con V eteme penne 
Che non si mutan come mortai pelo. 

13 Poi , come più e più verso noi venne 
L* uccel divino , più chiaro appariva; 
Perchè l' occhio da presso noi sostenne; 

ik Ma china' 'i giuso. Equeisen venneariva 



CB. Boccacc. : V aurora già di vermiglia co- 
minciava a divenir rancia, V Ariosto nomi- 
na le chiome gialle dell' Aurora. 

5. Presso. Sostantivo. In Toscana totlora 
sui pressi di , vale nei luoghi vtctnt.— Maa- 
TB. Cunv. : Marte diuecca e arde le cose , 
perchè Usuo calore è simile a quello del foco; 
e questo è quello perch'esso appare affocato 
di calore , quando più e quando meno , s^' 
condo la spessezza e rarità da' vapori che 'l 
seguono , li quali per loro medesimi molte vol- 
te sfaccendano, siccome nel primo della Me- 
teora { & Arisiot. ) è determinato, — Suol. 
inf. , XXVl : Marin suolo. Marte , sul mare, 
dove più sono i vapori; di mattina, quando 
e' non son diradati dal sole ; e a ponente de- 
ve pe' detti vapori rosseggiar più che mai. 

6. S' r Così poss' io tornare a vederlo dopo 
la morte ! £ non vada dannato. 

9. Galbotto. Il Varchi traduce il medioo 
et nautae di Seueca: al medico ed al galeotto, 

12. Tbattando. Ar. ; Tratta f aure a vo- 
lo. Tasso : Venia seotendo con P eteme piu- 
me La caligine densa, 

13. Vbnnb. Nel Gonv. dipinge l' apparenia 
contraria : Come ehi guarda eoi viso per una 
retta linea , che prima vede le cose chiara- 
ramente ; poi , procedendo , meno le vede 
chiare ; poi più ottre dubita ; pot , massima» 
mente oùre procedendo, lo viso disgiunto nulf 
la vede. — Uccbl. Mercurio detto da Stazio .* 
volticer Tegeaticui ; impiger alee ( Silv. , 1 ; 
Tbeb., 1). 

14. yASiiJ.0. loftmu (XXYIII, V. 79}.— 



CANTO II. 



2k!S 



Perchè T ombra sorrìse e si ritrasse, 
Ed io, seguendo lei, oltre mi pinsi. 

29 Soavemente disse eh' i' posasse ; 
Allor conobbi chi era ; e pregai 

Che per parlarmi un poco s* arrestasse. 

30 Risposemi : cosi com' i* Tamai 
Nel mortai corpo, cosi t* amo sciolta: 
Però m^arresto. Ma tu perchè vai? 

31 Casella mio, per tornare altra volta 
Là dove i'son , fo io questo viaggio, 
Dis9*ìo: m*a te come tanta ora è tolta? 

32 Ed qzli a me: nessun m*è fatto oltragino 
Se quei che leva e quando e cui li piace. 
Più volte m'ha negato esto passaggio; 

83 Che di giusto voler lo suo si face. 
Veramente da tre mesi egli ha tolto 
Chi ha voluto entrar con tutta pace. 

Zk Ond*io che era alla marina volto , 
Dove r acqua di Tevere s'insala, 
Benignamciitc fu'da lui ricolto 



§k le ombre de* non reprobi ora palpabili, or 
io: le ombre de'daiinaiì, palpabili sempre. — 
Fimi. Cume ia Virgilio , delle visioni delle 
ombre più volte : Ter eonatus ibi collo dare 
kmekia cireum; Ter frustra eomjtrensamanut 
il^tgii imago. Par levibus ventis, volucrique si- 
wdUìma somno. 

31. Casella. 11 Crescimbeni dice aver tro- 
vila nella Vaticana nna ballata del secolo XIII, 
il cui titolo è Lemmo da Pistoia , e Casella 
4ift/« il mono. Dice il Bucc. che Dante som- 
mie $i dilettò in suoni ed in canti nella 
giacinexza , e ciascuno che a que* tempi 
ctiimo cantatore e sonatore, fu suo ami- 
0ù , ed ebbe tua usanza : ed assai cose , da 
fVMfo diletto tirato, compose, lequaU di pia- 
etKole e maestrevol nota a questi colali fa- 
moa nvestire. Ott. : Fu finissimo cantatore ; 
• fià inlofiò delle parole dell* A. — Ora. To 
siT morto da an pezzo; or come non prima 
d* ora vieni a purgarti ? Il P. imagina che le 
aaiaie non dannate s'adunino alla foce del 
Tevere , come le dannate ad Acheronte ; che 
1' Angelo , fecondo i meriti di ciascuna « le 
ungiui ; appunto cume in Virgilio Caronte : 
Wwme kóe nune accipit ilios ; Ait alios longe 
antioCoa artei arena. Per la foce del Tevere 
r intende la chiesa cattolica. 

S3. Tu. Il giubileo cominciò dal natale 
iSUO: ti 25 di marzo eran dunque tre mesi. 
-» Pack. Da tre mesi che dura il giubileo del 
1300, il perdono è agevolato. 

37. PsBSoiiA. Corpo. Bocc: Non solo Ta- 



35 A quella foce oVegli ha dritta l'ala: 
Perocché sempre quivi si rico^lie 
Qual verso d* Acheronte non si cala. 

36 Ed io: se nuova le^e non ti toglie 
Memoria o uso all' amoroso canto 
Cho mi solca quetar tutte mìe voglie, 

37 Di ciò ti piaccia consolare alquanto 
L'anima mia che, con la sua persona 
Venendo qui, è aiTannata tanto. 

38 Amor che nella mente mi raguma^ 
Cominciò egli allor si dolcemente 

Che la dolcezza ancor dentro mi suona. 

39 Lo mio maestro ed io, e quella gente 
Ch' eran con lui parevan sì contenti 
Com'a nessun toccasse altro la mente. 

t^O Noi eravam tutti fissi e attenti 
Alle sue note: ed ecco *l veglio onesto 
Gridando: che è ciò , spiriti lenti? 

41 Qual negligenzia, quale stare èqtiesto? 
Correte al monte a spogliarvi lo scoj^lio 



vere ci rvheranru) , ma et torranno oltre dò 
le persone. 

38. Amor, Canz. di Dante commentata da 
lai nel Conv. — Mrnte. Intellettuale molto» 
era 1' amor del P.: Amor che nella mente la 
sentia. S'era svegliato nel distrutto core. Nclki 
detta canz. è cantata quasi cosa siiprannatu- 
rale la bellezza della sua Beatrice : ma qni 
dice che nella mente Amore gli ragiona: al- 
trove sei sente ragionare nel cuore* — Conni- 
CIÒ. Bucc: Cominciarono a cantare con tama 
dolcezza. — Suona. Petr.: Le parole Vive 
ch* ancor mi suonan nella mente E*l cantar 
che nell'anima si sente. 

40. Grioanbo. L41C., di Catone : Durae vi^ 
tutis amator, 

41. Negligenza. Di fbor dalle mora che 
cingono la montagna sono punite cinque spe- 
cie di negligenti, punite in quanto non vanno 
a purgarsi e indugiauo la gioia eterna. Esodo 
coloro che per vanità differirono il bene; co- 
loro che per mera negligenza; coloro che fu- 
rono per forza uccisi, e peccatori infino a qnel 
punto , ed in quel punto pentiti ; coloro che 
operarono virtù , ma mondane; coloro che da 
Dio furon distolti per signorie temporali. — 
Scoglio. Da spolium. Seoglio dei serpente disse 
r Ar. ( XVII , 12 ). Crescenzio {\ , Z): Le 
avellane manifestano la loro maturitade quan- 
do da* loro seogU si partono, S. Paul. ( Col. , 
III): Expoliantu vo$ vetnrem homkMm ciim 
aeciòttt suif. 



SA6 



DEL PURGATORIO 



Gh' esser non lascia a toì Dio maDiresto. 

42 Come quando, cogliendo biada o loglio, 
Gli colombi adonatt alla pastora, 
Qaeti, senza mostrar rosato orgoglio, 

43 Se cosa appare ood'egli abbian paura, 
Subitamente lasciano star 1* esca 



42. GoLOBii- Nel Par.» XXV , altra com- 
parazione simile. 

44. Sa. Petr.: Che non $aof)$ti vada § pur 
ii parU, ¥• NaoYa : Camt colui ehc non sa 
por qual via pigli il tuo eammino, ohe vuoU 
andare a non §a ondo ti vada. Ott.: Si può 



Perch' assaliti son da maggior cura; 

44 Cosi \id*io quella masnada fresca 
Lasciare 1 canto, e gire 'nver la costa 
Com*uom cbe Ta né sa dove riesca. 

45 Nò la nostra partita fu men tosta. 



rieogUort per tento tropologico di quetH dm 
eapUoU : che te V uomo ti vuole parfiiv dal 
peccato , e di quello fare peniienza per meri- 
tare vita etema , in prima conviene ett&m 
umile . • . jpot conviene ettere toUeeiio ... • 
Uuciare la diUttazione corporale* 



ivr 



CANTO ni. 



ARGOMENTO. 



S avariano al monte. Dante che vede V ombra ma , wm di VbrgiKo , eegnata 
ii Cùntro al iole , ii turba temendosi abbandonato. Qtusto gioco iàUa luce e ddC 
<mtra ritornerà frequente in tutta la cantica. Rincontrano anime , che additan loro 
b itrada ; fra queste Manfredi re , morto nel 1265 aUa battaglia di Beneoento » 
^^a da Ùìario (f Angiò. 

Do1<;i e potenti son le parole del re ghibellino, amato da Dante, e lodato nella Volgi- 
'c Eloqoenxa. Bello 11 cenno di Costanza sna figlia , e sempre soaYO 1* accennar del Poeta 
*ne donne: Francesca , Goaldrada, Clemenza, Nella , Pìccarda. 

_ N'ou le terzine 1 alla 8; la 10 ; la 12 alla 16 ; la 17 alia 20 ; la 29 , 23 , 34 , 26 , 
^7,18, 30, 31, 34; la 36 alla 4», con la 47. 



1 ATregnacIiò la subitana fuga 
Dispergesse color per la campagna, 
Rivolti al moDte ove ragion ne fruga, 
r mi ristrìnsi alla fida compagna. 
E come sare' io senza lui corso ? 
Chi m' avrìa tratto su per la montagna? 

3 Eì mi parea da sé stesso rimorso. 
dignitosa coscicnzia e netta , 
Conùe V è picciol fallo amaro morso ! 

1. Rii«ioif. Per dritto o giustizia è frequente 
■al Convivio. Qui ?ool forse intendere iosie- 
ine , che all' espiazione del fallo la stessa ra- 
gfioM amana ci guida. Quindi sceglie a guida 
Tlfffillo. — - Fruga. lof. , XXX : La Hgida 
fwtfùia che mi fruga. Ricerca gì* Intimi del- 
le anime nostre e le martoria con dolore. 

2. CoKFACNA. Per compagnia ( Inf., XXVI). 
Adco in prosa (Vili. , XII , 8). 

3. Di«NrTosA. Dalla dignità ?ien purezza. 
— MoBSo I Tasso ( X , 59 } ; CA' ero al cor 
pieciot fallo amaro morso, Petr. : Vergogna 
sébi di me : die a cor gentile Basta ben tan- 
^ : ed altro tp^'on non volti. Ott. : Il fallo 



k Quando li piedi suoi lasciar la fretta , 
Che r onestade ad ogni atto dismaga. 
La mente mia che prima era ristretta, 

5 Lo 'ntento rallargò si come vaga; 
E diedi 1 viso mio incontra *1 poggio 
Che 'nverso 1*ciel , più alto, sidislaga. 

6 Lo sol che dietro fiammemava roggio. 
Rotto m' era dinanzi , alla figura 
Ch'aveva in me de*suoiraggi l'appoggio. 

d'uno uomo saggio è troppo pti^ da biasimare 
che di un uomo folle, 

4. Onbstadb. C. VI: B nel mover degli oc- 
chi onesta e tarda ! — Ristretta. Inf. , Vi: 
La mefUe che ti chiuse Dinanzi alla pietà. 

5. Dnni. Eccles. ( Vili , 9 ) : Dedt cor 
meum ( per ossenrare ) in eunetis overibus , 
quae pùnt sub sole. — Dislaga. Si leva dai 
gran lago marino. Par., XXVI:' Nel morUe che 
si Uva più dalV onda, 

6. Roggio. Nelle iscrizioni del Gmtero tro- 
vasi robio. Il sole al nascere e al tramontare 
è più rosso che mai. — Alla. Seconda (a... 
L'ombra aveva la figura del corpo mio. 



ii8 



DEL PURGATORIO 



7 r mi volsi dallato , con paura 

D* essere abbandonato , quando f vidi 
Solo dinanzi a me la terra oscura. 

8 E 1 nùo conforto : perchè pur diffidi ? 
A dir mi cominciò tutto rivolto: 

Non credi tu me teco e eh* io ti guidi? 
Yespero è già colà dov' è sepolto 
Lo corpo dentro al quale io facev*ombra. 
Napoli rha ; e da Brandizio è tolto. 

10 Ora se innanzi a me nulla s'adombra, 
Noci ti maravigliar più che de' cieli, 
Che Tuno all'altro raggio non imgombra. 

11 A sofferir tormenti, e caldi, e geli. 
Simili corpi la virtù dispone, 

Che^ come fa, non vuol ch'a noi si sveli. 

12 Matto è chi spera che nostra ragione 
Possa trascorrer la 'nOnita via, 

Qie tiene una sustanzia in tre persone. 

13 State contenti, umana gente, al quia: 
Che se potuto aveste veder tutto, 
Mestier non era partorir Maria. 

H E disiar vedeste senza frutto 



9. Vbspibo. Qui, come nel XV, vespero è 
il resto del dì dopo nona. Nel e. XV , dice 
che in Italia è meizanotte quando in Purga- 
torio restano tre ore di giorno: perchè ne'pri. 
mi d' aprile in equinozio il sole aU'ltalia do- 
veva nascere nov'ore prima ehe nel monte del 
Purgatorio. Onde se al punto nel quale ora 
«iaroo» in Purgatorio erano due ore di giorno 
( perchè già disse nel c%nto precedente che 
il sole aveva cacciato II Capricorno dall* alto 
del cielo ) ; se quivi erano dne ore circa di 
giorno, in Pargatorio dovevano essere undici 
«4 rea, cioè un'ora prima di notte. — Bran- 
dizio. Per Brinditi ( Brandusium ) anco io 
prosa ( G. V. , 1 , 12 ). L*epita6o di Virg. : 
ManiMa me ^entMC ; Calabri rapuere ; Unet 
mmc Parth«nope. 

10. Incombba* Il raggio passa Ubero di 
cielo in cielo , copie quelli che sop traspa- 
renU ( Par., XXXU ). 

li. SoFFBUB. Teoria di Platone accennata 
(la Virg., VI, adottata dfi alcuni dCP^drì. S. 
Tom. (coni. Gent.) dice che la pena corporea 
non Terrà se pop dopo risorti i corpi. 

13. Via. Is., LV: Aofi...eo<7t(a(iones mta» 
eo^iiationu veflrae, na^iM xiat vutrtu wat 
mtas Arist. ( Phys. > UI ) : ìnfmium non t$^ 
fitrtramibiU. 

13. Stati. Star cofìUnto a . . . frase del 
Convivio. — Qiu. S. Paul.: yon plut iaptn 



Tai che sarebbe lor disio quotato. 
Ch' etemalmente è dato lor per lutto. 

15 i*dico d'Aristotele e di Plato , 

E di molti altri. E qui chinò la fronle» 
E più non disse, e rimase turbato. 

16 Noi divenimmo in tantoappièdelmoote: 
Quivi trovammo la roccia si erta 

Che 'ndarno vi sarien le gambe pronte. 

17 Tra Lerici e Turbla , la più diserta , 
La più romita via è una scaia. 

Verso di quella, agevole e aperta. 

18 Or chi sa da qual man la costa cala» 
Disse '1 maestro miofermandol passo, 
SI che possa salir chi va seoz* ala? 

19 E mentre che, tenendo *1 viso btiao, 
Esaminava del cammin la mente. 

Ed io mirava suso intomo al saMO, 

20 Da man sinistra m'appari oot goole 
D' anime che movieno i pie ver noi, 

E non parevan, si venivan lente. 

21 Leva , dissi al maestro , gli occhi Uni; 
Ecco di qua chi ne darà consiglio 



qìiam oporiet. Secondo Aristotele la dimostra 
zione propter quod è a priori; l'altra ^iMè 
a potteriori, — Mestier. Se l' uomo sapeaM 
ogni cosa , né i filosofi anUchi sarebbero al 
Limbo , né Adamo avrebbe peccato , e gli «»- 
mini sarebbero tieut DU ( Gen., Ili ). Nelli 
cose teologiche insegna Dante a somaieHi 
l'intelletto : ma quanto a*morali ragionaoMiCl 
e* dice che sogliono dare de9id§rio di 
Vorigin$ loro, 

15. Plato. Se tali ingegni non vldeio 
tera la verità , or come il volgo? — Moftfu 
Intende anco sé: però si turba. 

17. Turbìa. Terre a due capi dalla 
di Genova , piene di monti scoscesi ; 1* 
9 levante verso Savzana , 1* altra il poo 
vicino a Monaco. Ottimo .* La pmUmam» 
è molto ditforme alU deUttazioni nmftiw. 

18. Or. Nella domanda si vedePi 
t^via conturbato. Più volte nel Purgatorio Tlv 
gtlio rimane incerto del cammino; perehèal* 
l' espiazione la ragion sola può avriara ; mm 
sempre guidar certamente ( e. KII . XXII )• 
— Gala. Virg.: Qua »§ niWtieen coUai ili* 
eipiunU 

19. Mentb. Ariosto ( XVIII, 31 ) : Col jm* 
rier discorra Dove . . . 

20. Gente, i Lat. : Gtnt hamitmm. -^ 
Lente. Simbolo dell' antica lenteixa. Font 
tutti scomunicati come Manfredi* 



>• • 



CANTO III. 



249 



Se io da te mcdcslno aver noi pooi. 

22 Guardommi allora , e con libero pìglio 
Rispose: andiaininoinlà, ch*eì vegnon pia- 
£ tu ferma la speme , dolce figlio, (no. 

23 Ancora era quel popol di lontano, 
r dico dopo i nostri mille passi, 
Quaniun buon gittatortrarria conmano, 

2{^ Quando si strinser tutti a'duri massi 
Dell'alta ripa, e stetter fermi e stretti 
Com'a guardar, chi va, dubbiando stassi 

25 O ben finiti , o già spiriti eletti, 
Mrgilio incominciò, ]>ur quella pace 
Ch*ì' credo che per voi tutti s'aspetti, 

26 Ditene dove la montagna giace, 
SI che possìbil sia 1* andare insuso; 
Chelpenlcr tempo achipiù sapiùspiace. 

27 Come le pecorelle escon del chiuso 
Ad una , a due , a tre ; e T altre stanno 
Timidette atterrando rocchio e Imuso; 

28 E ciò che fa la prima^ e Taltre fanno, 
Addossandosi a lei , s* ella s' arresta, 
Semplici equete,elo *mperchè nonsanno; 

29 Si vid* io muovere a venir la testa 



SS. Libero. Serenato. •— Ferii a. Con- 
folta. 

SS. Popoi. Heg., II : Et ecce populus mul- 
tn vtmeèat per iter detn'um. — Trarria Ario- 
sto : Fattisi appresto al nudo scoglio , qitanto 
f^fria gagliarda man gettar un sano. Evan- 
gel.: Qwsntum jaet%Ls est lapidii, \ ir %ì\,: In- 
tra jaeium teU progressut uterque, 

55. Gli. Fio d' ora. — Pack. Questo Terso 
éieklRfa quel dell' Inf., V : Pregheremmo lui 
fer lo tua pace, 

56. GiACB. Inf., XiX : Quella ripa che pia 
^€9, C XJLXli : La.,, eotta giaccia. — Tem- 
>o. Seneca : HU pretiositu tempore . . , Re- 
ìiqma a noòii oliena $unt : tempus tantum no- 
fiwmm est* 

17. Goflx. Il Tasso cita qaesti Tersi con 
lode grande. Inelegante ipa non senza vita é 
%u ornile comparazione nel Bertola : Sicco- 
m« m notte iberrut Pria che V ovU sia sc^tu- 
>o, 5f il dubbio giorno tcema. Ali* uscio ap^ 
P^kgfia ti fiMMo Gregge che impazientasi : E 
|K», rami quandi apri. S'urtane t*affollan, 
premumtit t'^gne belante e i capri, 

S8. Fa. G>nT. (l. II) : Se una pecora ti 
gettasse da una ripa di mille paui, tutte V al- 
^rt la atkdrebbono dietro : en ttna pec&ra per 
^kwma cagione, al pausare d'una strada, talta, 
^^tte 1^ altre taltono! esiandio nnUa veggendo 



Di quella mandria fortunata allotta. 
Pudica in faccia e neil* andare onesta. 

30 Come color dinanzi vider rotta 

La luce in terra dal mio destro canto, 
Si ohe r ombr* era da me alla grotta , 

31 Restaro,e trassersèindietroalquanto. 
E tutti gli altri che venieno appresso. 
Non sappiendo'l perchè, fero altrettanto, 

32 Senza vostra dimanda i* vi confesso. 
Che questi è corpo uman che voi vedete. 
Perchè 1 lume del sole in terra è fesso. 

33 Non vi maravigliate ; ma credete 
Che non senza virtù che dal ciel vegna. 
Cerchi di soverchiar questa parete. 

3^ Cosi 1 maestro; e quella genie degna: 
Tornate , disse: intrate innanzi dunque, 
Co* dossi delle man facendo insegna. 

35 E un di loro incominciò : chiunque 
Tu se' , cosi andando volgi 'i viso ; 
Pon mente se di làmi vedesti unque. 

3G r mi volsi ver lui , e guarda' '1 fiso. 
Biondo era, e bello, e di gentile aspetto: 
Ma r un de* cigli un colpo ave' diviso. 



da taltare. B fne vidi già molte in uno posso 
taltare per una che dentro vi solfò, forte cre- 
dendo taltare un muro , non ottante che *l pa- 
store piangendo e gridando , colle braccia e col 
petto dinnansi ti parava, 

29. Tbstà. I primi. — Manuru. Ott.: Dio 
non vuole se non della sua mandria. — Pu- 
dica. Delicato ed alto* elogio a Manfredi ch'ò 
della mandria : ma di Ini forse non vero. 

30. Rotta. Più sotto : *L lume del sole in 
terra è (etto, — Destro. Nel nostro emisfero 
chi è Yoito a levante ha 1' ombra dal lato si- 
nistro ; nelP altro dai destro. — Grotta. Per 
rupe. Il sole gli era a manca , la rape a de- 
stra; l'ombra dunque verso la rape. 

32. Confesso. Per affermo. Inf., XXIV: Psr 
li gran tavii ti confetta, 

33 Soverchiar. S'xt^.i Hoc superate ju- 
gum, — Parete. Nei Salmi , muro sta per 
ostacolo qualunque sia. 

34. Tornate. Con noi. -^ Insegna. Purg., 
XXII : L usanza fu lì nottra integna, 

35. Così, inf., XXill : E gli occhi, ti an- 
dando, intorno muovi. — Unque. Manfredi 
mori neir anno in cui Dante nacque: ma Man- 
fredi quando gli f| la domanda non l'aveva 
peranco guardato bene; e il viso di Dante 
mostrava maggiore età della vera. 



250 



DEL PURGATORIO 



37 Quando i* mi fui umilmente disdetto 
D* averlo visto mai, ei disse: or vedi. 
E mostrommi un.! piaga a sommo*! petto. 

38 Poi disse sorrìdendo : i'son Manfredi 
Nipote dì Gostanza imperadrice. 
Ofid' i* ti priego che quando tu riedi , 

39 Vadi a mia bella figlia , genitrice 
Deir onor di Cicilia o d' Aragona • 
E dichi a lei il ver , s* altro si dice. 

kO Poscia eh' i' ebbi rotta la persona 
Di duo punte mortali, i' mi rendei 
Piangendo aQuei che volentierperdona. 

41 Orribil fiiron li peccQti miei ; 
Ma la Bontà *nfinita ha ^i gran braccia 



37. Disdetto. Diidire in antico valeva non 
sf»lo ritraUare il già detto , ma par negare.— ^ 
Mostrommi. Virg.: CrudeUt nati monetran- 
tem wlnera , eernit. Fa ferito e morto a Ge- 
pcrano (Inf.. XXVUI). 

38. Gostanza. Per Cottanza , anco il Bocc. 
Figlia di Ruggieri re di Sicilia , moglie del- 
l' imp. Arrigo VI , il padre di Federigo II, a 
cui fu Manfredi figlinolo illegittimo. E però, 
dice un' antica postilla , e* non nomina l' il- 
legittimo padre, ma si Costtoza. 

30. Figlia. Altra Costanza , moglie di D. 
Pietro re d'Aragona e madre a Federigo re di 
Sicilia, e a Iacopo re d'Aragona. Pietro d'Ara- 
gona marito di lei liberò la Sicilia da* Francesi 
nel 1282. Onde T onor di Sicilia e d' Aragona 
non sono i due figli de' quali dirà male nel 
VII ; ma la conquista di Pietro marito di lei: 
ed ella generò quell'onore, dandone occasio- 
ne al marho. S* altri intendesse genitrice in 
■onso proprio de' due re , converrebbe inter- 
pretarla come ironia • cbe in questo discorso 
di Manfredi non parmi abbia luogo. 

40. Rendei. Inf. , XXVII : Feniuto e con- 
fesso mi rendei, 

41. Orriiil. Fa dissoluto , e ambizioso, e 
dicesi uccidesse il padre Federigo, e Corra- 
do fratello (G. Vili., VI, VII): ma non è di- 
mostrato. — Prende. Is. ( LV, 7 ) : Derelin- 
qstat impius vtam iiiam, et vtr iniquìu eugi' 
tationes suas , ef revertatur ad Dominutn, ei 
miitrelntur ^us , et ad Deum nostrum: quo- 
niam muUus est ad ignoscendum. Grisost. ci- 
tato dt Pietro : Pietas Dei nunquam spemit 
poeniteniem. Nel Con?, nomina le traccia di 
Dio. Il Monti, guastando: Ed ha si larghe 
broccia Che tutto prende ciò che a Ui si voh- 
ve. Petr. : Quelle pietoH hraeeia, in eh' io mi 
fido , vegggio aperte ancora. Montaigne ; Il 
n* MI rien si aite , si doux , et si favorahle , 



Che prende ciò che ai rivc^ve a lai. 

ì2 Se il pastor di Cosenza, eh* alU eaec 
Di me fu meaao per Cleroenle alloim • 
Avesse 'n Dio beo letta questi faoelt, 

h^ V ossa del corpo mio sarieno aneon 
In co del ponte presso a Beneveolo 
Sotto la guardia della grave mora. 

kh Or le bagna la pioggiaerouovel vani* 
Di fuor dal regno, quasi luni^ 1 Varie 
Ove le trasmutò a lume spento. 

45 Per lor maladizion.sl non si perdo 
Che non possa tornar Tetcmo amora 
Mentre che la speranza haOor del vaid 

46 Ver è che quale in contumacia 



que la loi divine . . . Elle naus tend s§t kr§ 
et nous repoit en son giron , pour ftSUm 
ords, et bourheux que nous soifons, 

42. Clemente. Quarto : che ricevè triaiA 
mente in Roma Carlo d' Angiò , vincitor < 
Manfredi. Vili. ( VII , 9 ) : iVrehè Mmmfm 
era scomunicato , non volle U re Corto O 
fosse recato m luogo sacro , ma appiè é 
ponte di Benevento fu seppellito , • sapm 
sua fossa per ciascuno dell* oste fu gittaim ai 
pietra , onde si fece una grande mora éi 
Ma per alcun si disse che poi per 
del papa , il vescovo di Cosenza il 
quella sepoltura e mandoUo fuori del fMj 
perch* era terra della Chiesa : e fu stpfmM 
lungo il fiume del Verde a' confini dét Bsfi 
e di Campagna. L' Ott. aggiunge cIm Q I 
gato lo fece diseppellire per aderapiere fl sfc 
ramento fitto di cacciarlo dal Regno, «- Wàt 
CIA. Simile figura nel e. IX dei Par. Baicfe 
Nolo mortem impii , sed ut oonoerfafar. •• 
vivai. 

44. Or. Virg.: Nunc me fimetuihaUifm 
santque in littore venti, — VBaaK. Tra la FI 
glia e la Marca : mette nel Tronto , aoa ìm 
tano da Ascoli. ^ Spento. Cosi poruvaai 
i corpi scomunicali. 

45. Perde. Impersonale : non retto di a 



fi 



more. — Tornar. Il Maestro delle 
tato da Pietro: Interdum qui foras 
intus est. -- Fior. Punto.— Verde. Ro 
Dr ogni mia speme il verde è spmUo. 
CXLIV : Voluntatem timentium •# ,~ 
depreeationem eorum exaudiet , et tatoat /d 
cteC eos. Chrys.: l^funquam oremH ^tmjteiaéi 
negai. 

46. Quale. Virg., VI : Nee ripm ébk 
horrendas . . . TYansportare prius, qumme 
dibus ossa qmerùnt. Cenium errant 
voUranfgue ^ec Itìtorv ctrewii .* rum 



CANTO III. 



251 



Di santa Chiesa, ancor ch*al fin si penta; 
Star li convien da questa ripa in fuore 
&7 Per ogni tempo ch'egli estate, trenta, 
In sua presunzion, se tal decreto 
Più corto per buon prieghi non diventa. 



itagna 9Xoptaia retinuU. — Gbibsa. 
Se con i papi aererò» sempre rispettoso alia 
Chiesa. 

47. Tbkpo. Petr. Lomb.: Qwtm nos ipso$ 
omsMìfmif , tunp temptM amUtimm, Per qoa- 
taota giorni d* indocilità stettero quaranta 
an^ gli Ebrei nel deserto. — Trenta. Go- 
•irnuo intricato : star fuori trenta volte il 



k8 Vedi ora mai se tu mi puoi far lieto 
Revelando alla mia buona Gostanza 
Come m'haWisto, e anco esto divieto. 

49 Che qui per quei di là molto s'avanza. 



tempo eh* egli è stato In soa presunzione. <— 
Buon ( c. IV , 133 ). 

48. Gostanza. La figlia di Manfredi: una 
sorella di lui fu moglie a Corrado Malaspioa 
l'antico eh' e* nomina^ nel e. Vili. E i Ma- 
laspint erano lontani parenti di Dante: onde 
questi avrebbe^uti vincoli d' affinità con la 
casa di SveviaT^jdetta casa viveva. 



>be^^uti vi 
^ia^^||^ett 



^ 



^ 



352 



DEL PURGATORIO 



CANTO 



IV. 



ARGOMENTO. 



Salgono per via malagevole. Virgilio spiega perchè il sole lo ferisca da manca, 
mentre che, se fosse nel nostro emisfero , lo ferirebbe a diritta. Non poetica espth 
sizione y ma notabile per le vinte difjicoUà dello stile. Trova delle anime che oipel* 
tano di purgarsi , petcK hanno , per pigrizia , differita la conversione infino ai- 
V estremo : onde tanto aspettano , quanto vissero impenitenti. 

Le aridità fliosofiche e geografiche sono compensate dalla pittura dell' erta e àe pigri 
sedenti. E' movono Dante al sorriso : la prima volta eli' e' rida. L' altra sarà alle parete ài 
Stazio: Tono sorriso di sdegno, l'altro d'affetto; le due ale di Dante. Nel Purgatorie lo 
passioni decrescono : s' innalzan gli affetti. 

Nota le terzine 6, 7, 9, il, 12, 17, 18, 19, 21, 24, 30, 31; la 33 alla 36; la 18 
alla 44, con l'uliima. 



Quando per dilettanze ovver per doglie 1 2 Par eh' a nulla potenzia più intenda 

^Ka nlmiiia virtiN nActra AAtinnrAnHa P. niiAcfrk A Annfpo niiallA nrrrxr ^lio i*M 



Che alcuna virtù nostra comprenda, 
U anima bene ad essa si raccoglie. 



1. Quando. Quando 1' anima si concentra 
jn alcuna soa potenza o virtù (le due voci 
nella lingua scolastica sonano il medesimo ) 
occupata da diletto o da dolore pare non in- 
tender più ad altra virtù o potenza soa. 

2. Intenda. Conv. ( 1 , 11 ) : Dirizzano sì 
lo loro animo a quelle, che ad altro non in- 
tendono. — Erroe. Di Platone , confutato da 
Arist. ( 11 e 111 De Anima ). Averroe lo rin- 
novò. Dicevano che in noi sono tre anime , 
r intellettira nel cerebro,1a nutritiva o vege- 
tativa nel polmone , la sensitiva * nel cuore : 
la prima infusa nel feto per farlo crescere , la 
terza nel feto organizzato per farlo sentire , 
la seconda nel feto ricino a nascere. Se, di- 



fi questo è centra quello crror che creda 
Ch* un' anima sovr* altra in noi a* accendi* 



ce Aristotele , 1' anima nel corpo si poaepv 
forma , com' è , gli è impossibile cIm ia la 
corpo sieno più anime differenti d'essenza. 9i 
l'uomo dall'anima vegetativa ha 1» TÌta,dtl' 
la sensitiva il sentimento . dalla ratloiiak C 
essere umano , la non è più un ente solo. Si* 
Tomaso ( il quale ne ragiona pure sella S • 
2 , q. 77 ) , nel il , con. Geni. , dice ebel* 
anima non si riferisce a parte alcuni del cl^ 
pò. L'ottavo concilio (can. XI): Apparsi fsst 
dam in tantum impietatis venisse , ut hsm' 
netti duas animas habere imipudsnter dopso' 
tizent. Credevano anco i Manicbei cbe oltn 
all'anima razionale fosse 4a sensitiva , da col 
gli atti della ooncapiscenza venissero. 



CANTO IV. 



2S3 



3 E però , quando s' ode cosa o vede 
Che tenga Torte a sé i' anima vòlta, (do. 
Vassene'l tempo, eTuom non se n'awe- 

k Ch* altra potenzia è quella che rascolta , 
E altra è quella eh' ha Y anima intera : 
Questa è quasi legata, e quella ò sciolta. 

5 Di ciò ebb' io esperienzia Tera 
Udendo quello spirto, e ammirando 
Che ben cinquanta gradi salito era 

6 Lo 8ole,ed io non m'era accorto, quando 
Venimmo doTe queir anime ad una 
Grìdaro a noi: qui è vostro dimando. 

7 Maggiore aperta molte volte impruna 
Con una forcatella di sue spine 
L*uom della villa quando Tuva imbruna, 

8 Che non era la calla onde saline 
Lo duca mio ed io appresso, soli, 
Come da noi la schiera si partine. 

9 Vassi in Sanhx) e discendesi in Noli, 



3. Attevb. Questo seg^u) ; narra il Boccac- 
cio , al poeta quando estend* et/li in Siena , 
Miaio^ Tfcato un libro e non avendo spazio 
M portarlo altrove , iopra la panca $i pose 
fol petto ; e benché in quetta contrada , per 
fétta pubblica si facette armeggiata e rumori 
um ittrumenti e con voci e balli di vaghe don- 
ne 9 giochi di giovani , mai non ti mosee , 
«1 levò gli occhi dal libro , e ([uivi ttette da 
nona a vespro , finché tutto non V ebbe per- 
carso. 

4. Ascolta. La cosa. Ci bada. — Sciolta. 
IfOD SODO tant' anime , ma potenze deU' ani- 
■a. Quella del vedere o dell* adire è legata 
a tale o tal senso , all' occhio o all' orecchio: 
la potenza dell' anima intera , l'umana ragio- 
■e è libera , non ha organo in cui risieda. 

5. Salito. Nel grado eqainozialc di tre ore. 
Ogni ora ne corre quindici. 

6. Accorto. Molto astratto solerà essere 
IlMMe ne* suoi pensieri. V. Nuova : ilfentrs to 

lovo , volsi gli occhi , e vidi lungo me 
i ... f , secondo che mi fu detto poi , 
ti mnno stati già alquanto, ansi che io me 
•' a c enrg essi . — Ad ctsa. Insieme. Par. , XII: 
Jd mna militaro, — Dimando. La cosa che 
«ol domandate. Bocc. : Sensa la sua diman- 
éetéi qm partisse. Ar. ( XXX , 76 ) : £ nuo- 
nm U mrrecò del suo desire. 

7. Sran. ProT. ( X , 19 ) : Iter pigrorum 
fwtM tapet spinarum. 

9. Sasciso. Nel ducato d'Urbino. — Noli. 
Città tra Finale e Savona nel Genovese to ; 
■KfUo fa katto. -^ Bismabitota. Hoota altis- 



Montasi su Bismantova in caciimo 
Conessoipiè;maquiconviench'uomvo!i; 

10 Dico con r alesnelle e con le piume 
Del gran disio, diretro a quel condotto 
Che speranza mi dava e facea lume. 

11 T<ioi salavam per entro 1 sasso rotto, 
E d*ogni lato ne stringea lo stremo, 

E piedi e man voleva il suol di sotto. 

12 Quando noi fummo in su Torio supremo 
Dell' alta ripa alla scoverta piaggia. ' 
Maestro mio, diss'io, che via faremo 1 

13 Ed egli a me : nessun tuo passo caggìa 
Pur su al monte dietro a me acquista 
Fin che n'appaia alcuna scorta saggia. 

ih Lo sommo er alto che vinceala vista, 

E la costa superba più assai 

Che da mezzo quadrante al centro lista. 
15 Io era lasso, quando incominciai: 

dolce padre, volgiti e rimira 



Simo nel Reggiano. — Cacuvb. L' osa i' Ar. 
( XXIX , 3» ). 

10. Condotto. Guida. Alberta no: La tema 
di Dio é condotto ad aver parte della gloria, 
Conv.'( II , 11 ) : Questi adulteri, al cui con- 
dotto vanno U ciechi .. . -* Lume. Reg. ( 11, 
22 ) : IVi lucerna mea, 

11. Salatam. Come ponavam ( |i4., VI }. 
Un santo Padre : InSìtavem et asperam fecit 
nobis viam virtutis longa consuetudo peccan- 
di. Un antico comentatore inedito : A dimo- 
strare che la via della virtù é stretta a chi 
nuovamente la comincia a seguitare. 

13. Gaggia. Un amico ineiiilo : Cioè torni 
addietro : perocché chi nuovamente si dà a 
virtù , non debba subito ritornare adreto nei 
vizii. 

14. Superba. Virg.: lìburque superbum,-^ 
Lista. La costa facea colla perpendicolare un 
angolo minore di gradi quarantacinque. Si tiri 
sopra un'orizzontale una perpendicolare : tra 
le due linee un arco : e dal mezzo dell'arco 
una linea all' angolo delle due prime. L' an- 
golo della linea di mezzo coir orizzontale sarà 
di gradi quarantacinque : ma se si tiri un 
altra linea più alta di quella cbo si parte dal 
mezzo del cerchio , questa farà coli' orizzon- 
tale un angolo maggiore » e sarà più rìpida 
alla salita. 

15. Lasso. Antico inedito : .4 dimostrare 
che ciascuno , quando si dà virtù di nuovo , 
fof(o s^allassa : se Virgilio , cioè la ragione 
vora 9 non conforta ed aiuta ciascuno. 



^':a 



DtL PURGATORIO 



Com* i* rimango sol se dod ristai. 

16 fi^ìuol, disse, inGn quivi ti tira» 
Additandomi ud balzo poco in sue, 
Che da quel lato il po^o tutto gira. 

17 SI mi spronaron le parole sue 

Ch' i* mi sforzai, carpando appresso lui , 
Tanto che '1 cinghio sotto i pie mi fue. 

18 A seder ci ponemmo ivi amendui 
Vòlti a levante , ond'eravam saliti, 
Ch*e' suole a riguardar giovare altrui. 

19 Gli occhi prima drizzai a'bassi liti, 
Poscia gli alzai al sole; ed ammirava 
C\\k*. da sinistra n* eravam feriti. 

!20 Ben s'avvide 'J poeta che io stava 
Stupido tutto al carro della luce, 
Onde tra noi ed aquilone intrava. 

21 Ond' egli a me : se Castore e Polluce 
Fos»ero n compagnia di quello specchio 



16. Sus. L'ba il Novellino, XLIIl ; e si 
usa in Toscana. 

17. Tanto. Amico inedito * La ragion9 ti 
allarga a ehi nuovamente è dato a virtù , ae- 
do ette non paia lè aspra la ina della virtù, 

18. GioTAM. Fatu la fatica dello studio e 
della virtù , giova poi rignardare la via per- 
corsa. Virg.: Haee oUm memimeee juvafnt, 

19. i0Bi, Guardò a qnell* oriente che per 
il nostro emisfero è occidente. L'ombra del 
corpo suo gU cadeva a sinistra. Così Lucano 
degli Arabi venuti ad aiuUre Pompeo : igno- 
tum vobis , Arabes , venisiii in orbem , Um- 
hras mirati nemorum non ire nmslros. In Eu- 
ropa e in tatti i paesi di qua del tropico di 
Cancro , chi è volto a levante vede 1' ombra 
alla dastra. 

30. Noi. 11 Purgatorio antipodo a Cerasa- 
lemme posto di qua del tropico del Cancro: 
e in Gerasalerome il sole nasce tra noi e an- 
atro , punto contrario ali* aquilone. 

SI. SPBCcnm. Il sole é spacchio della luce 
che dalle intelligenze riceve , e couduce il suo 
lume or sotto or sopra al nostro emisfero. li 
senso intero è : se il sole che illumina di su 
Giove e Saturno, di giù Venere e Mercurio e 
la Lana e l'orientai mondo, fosse in Gemini 
cioè nel gingno , sarebbe ancora più lonnuio 
da te, sempre verso sinistra. 

2S. EuBiccBio. Altri spiega per fosfe^tan- 
te : Pietro di Dante dice che ni^ecAto in To- 
scana valeva rota dentata di molino , e spiega 
la rota dello lodiaco. Le Orse contigue al no- 
stro polo artico son più vicine a' Gemini che 
air Ariete, dove 11 sole era allora (iof., 1 ): 



Che su e giù del suo hime conduce , 

22 Tu vedresti'l zodiaco rubecchio 
Ancora ali* Orse più stretto rotare. 

Se non uscisse fuor del cammin vecchio. 

23 Come ciò sia, sei vuoi poter pensare. 
Dentro raccolto imagina Sion 

Con questo monte io su la terra stare 

24 Si ch'amendue hanno un solo orixon 
E diversi emisperi : onde la strada 
Che, mal, non seppe carreggiar Felon. 

25 Vedrai com'a costui convien che vada 
Dall'un, quando a colui dall'altro fianco, 
Se lo ntellettu tuo ben chiaro bada. 

26 Certo, maestro mio, diss'io, unquanoo 
Non vid* io chiaro si com*io disceruo 
Là dove mio ingegno parca manco, 

27 Che1 iue/.zo cerchio del moto superno. 
Che si chiama equatore in alcunarie. 



onde se fossa stato in Gemini , ed esso soli 
e la porzione del lodiaco da lui tocca sarebbe 
più prossima all'Orse. 

33. Sion. U monte del Purgatorio è per- 
pendicolarmente opposto ammonta di Sion » 
eh' è , secondo Dante nel mezzo delia 
abitabile , onde i due monti hanno ea 
diversi , e un solo orizzonte ; e quel cbe 
noi è oriente , nel monte del Pnrgatorio è 
cideote , e al contrario. 

S4. OaizoM. Ar. (XiXh ti): DeWorÌM^m 
all' estreme sponde, Così'l Petrar. 
Stbada. L' Eclittica i> Di Fetonte ( Ovid,, 119 
Inf. , XVll ). 

25. GosTVi. X' emisfero. Di cose loaoii 
r usa il Boccaccio ed altri. Slmile pittora è 
primo delle Georg. 

27. Mazzo Circulus Mediut, Tra i dna pali 
e r equatore. Tra i poli e l'equatoae il Iropian 
estivo, e il tropico iemale: il sole gira oUh 
quamente per lo zodiaco; qoaod*é ai dna ti»* 
pici fo state verno: quando tocca l'aqnaiafe, 
e lo tocca in due parti, i giorni sono ngMli 
alle notti. Quella regione del cielo eh* è ftal 
tropici , Dante la chiama estate; qoalla cbi 
tra i due poli, verno: onde in tutta la spera, dlee 
l'Ottimo, è una state e due verni. — Bova» 
TOBS. Nel messo del moto celeste è «m af^ 
ehio imaginario che va da oriente m 
e si chiama equatore , perchè , qmem^ ti 
i ivi, i giorni allora tono ugitaU oUa 
Allora è Veguinosio, che segue n»l $e§mo 
V Ariete e della Libra. Udreolo dalf agunioia 
i sempre tra il sole cioè maisofiomo , al 
verno cioè tramontana* Dì Id dai fircoio sfiri» 




CANTO IV. 



253 



E che sempre riman irai sole e'I verno, 

28 Per la ragion che di'« quinci si parte 
Verso aeitentrion, qoaodo gli Ebrei 
Vedevan lui venw) la calda parte. 

29 Ma a'a te piace, volentier saprei 
Quaotoavemo ad andar: chelpoggiosale 
Più che salir non posson gli occhi miei. 

30 Ed egli a meiquesta montagna è tale 
Che sempre al cominciar disotto ègrave; 
E quanto uom più ya su, e men fa male. 

31 P^ quand'eila ti parrà soave 
Tanto chel su andar ti fia le^^iero 
Come a seconda giù Y andar per nave, 

32 Allor sarai al fin d*esto sentiero: 
Quivi di riposar Y aflànno aspetta. 

Più non rispondo; e questo so per vero. 

33 E com* egli ebbe sua parola detta. 
Una voce di presso sonò: forse 

Che di sedere in prima avrai distretta. 
3i Al suon di lei ciascun di noi si torse, 
E vedemmo a mancina un gran petrone 
Del qual né io ned ei prima s* accorse. 



««siale non lono aìntanii , di qua ài. Di là 
dai àreolo tquinoiiaU fi tiende nn eireolo ; 
€k'è ià dove il soU a lungo risplende nel eie- 
It , t ss chiama $oUtisio : e quel eireolo è il 
ffiyiso éeiio del Cancro, U tfvpieo del Capri- 
MfiN» è quello dov'U sole pii^ declina da noi, 
9 i di son pia eorti. La Libia e V Arabia ion 
pmlB ira il detto circolo equinoziale o equa- 
fÌMV, • U tropico detto del Cancro, Noieiamo 
«I di fua: e però riguardando verso il nostro 
mimit vmUarn sempre a destra V ombra del 
99tfo nMtfo, Non così que* d'Arabia e di Li- 
èim 9 tmasaknamente allorché *l sole è nei tro- 
ppo d§l Cancro. Così Pietro di Dante. 11 Pur- 
Morfo • Gentsalemroe son danqoe ogualnieote 
«Unti dall' equatore, e l'equatore riman sem- 
fit tra la parte ove il sole venendo fi la stale, 
a fwUa ove 11 sole trovandosi fa 1* Inverno. 
ÌB. QuDca. Nel Pargatorio. — Ebrbi!. Sul 
■aale Sion r hanno verso austro , In Purga- 
laria a tramontana. La parte australe è la 
cÉMa al popoli posti fra 11 tropleo del Gan 



• a il polo artico. Ott.: Quando U popolo 
^hdrmn andava d* Egitto in terra diprvmes- 



p a vedea il sole verso la state , e lo e- 

MVfo settentrione : verso , si tolU qui 

eonlra , avvero dall'altra parte. 

9. Sale. Sopra ; Vineea la vista. 

SO. MsM. Albertano Mussato , in una ora- 

slOM inedita : E così fatta di questi gradi si 

è te nafiira » che quale ben posa U pUdc Uh 



35 Là ci traemmo: ed ivi eran persone 
Che si stavano all'ombra dietro al sasso, 
Come fuomper negghienzaastar si pone. 

36 £ tin di lor che mi sembrava lasso, 
Sedeva e abbracciava le ginocchia. 
Tenendo 'I viso giù tra esse basso. 

37 dolce signor mio, diss*io , adocchia 
Colui che mostra sé più negligente 
Che se pigrizia fosse sua sirocchia. 

38 Allor si volse a noi e pose mente. 
Movendo *l viso pur su per la coscia, 
E disse : va su tu che se* valente. 

39 Conobbi allor chi era:equeirango^ia 
Che m'avacciava un poco ancor la lena, 
Non m' impedì Y andare a lui; e poscia 

hO Ch'a luifu' giunto, alzòla testa appena. 
Dicendo : hai ben veduto come 1 sole 
Dair omero sinistro il carro mena ? 

hi Gli atti suoi pigri e le corte parole 
Hosson le labbra mie un poco a riso ; 
Poi cominciai .-Belacqua, a me non duole 

42 Di te ornai : ma dimmi perchè assiso 



pr'uno , può tutti agevolissimamente sormon- 
tare, 

32. Più. La mia naturale scienza non va 
più oltre. 

35. PiRSONB. Altra specie di negligenti, t 
quali, offuscati di riceheisa mondana , indu- 
giarono il virtuosamente vivere insino aU* ulti- 
m* ora ( Antico ined. ). 

36. ABiRAcciAVA. Prov. ( VI , 10 ) : Ani- 
Ittiiim domUes, paukUumdormitabis;paululum 
conseres manus ut dormias, Prov. ( XIX, 24): 
Abacondit piger manum suam sub ascella, 

37. PiGRizu. Anco nel Convivio la condan- 
na (I, 1) : Alti loro piedi si pongono tutti quel- 
li che per pigrizia si sono stati , che non so- 
no degni di piili colà sedere, — Siroccuia. Prov. 
(VII., 4): Die sapientiae: soror mea es, Alber- 
tano .- DC alla sapienza : mia suora, 

40. Hai. 1 pigri si ridono delle core dei 

wggi- 

41. Poco. Antieo Inedito: ConeioitoeoioeA^ 

non fosse tuo atto : ma per dimostrare che tal 
gente è di poco prezzo, — Bblacqua. Dice un 
antico postili. : FUit opHmus magister chita- 
rarum et Uutorum ; et pigrissimus homo in 
operikuM mundi eieut im operibus animae, — 
Duoli. Or che ti so salvo. Purgai., Yill : Nin 
gentil , quanto mi piacque Quando tt vidi non 
euer tra* rei I 

42. QuiniTTA. Per qui, nel Purgat., XVII. 
MMiMta è nei Uppl. QeMhm nel Par., Vili. 



956 



DEL PURGATORIO 



Quirìtta u( t attendi tu ìsoorta ? 
O pur k) modo osato t*ha* rìpriso? 

&3 Ed ei: frate, l*aiidare in su che porta? 
Che non mi lascerebbe ire a' martiri 
L' U9cier di Dio che siede'n su ìa porta. 

hh Prima convien chetanto'lciel m'aggiri 
Di fuor da essa , quanto fece invita, 
Perch* io 'ndugiai al fin li buon sospiri ; 

44. Tanto. Decretali : Quanto tempore te 
peccare nòtti , tanto te humiUa Deo. — Ag- 
giri. Giri iDtorno a me. Se il P. tenesse il 
sistema pitagorico o copernicano, potremmo 
intendere meglio : mi porti con sé ne' spoì 
i;iri. — Buon. G. XXllI : Del Imon dolor eh* a 
Dio ne rimarita. 

45. GRABiTAt Job., IX .* Bgeeaiorei Dnu 
non awiU. Is. : Quum muUipticaveritit ora- 
ti(jn$m , non exawliam : mamii entm veOrae 
sanguine flenae sunt. Eccl. (XXXIV. 23): Do- 
na iniquorvfn non frohai AUietimui! %V^\ 



45 Se orazione in prima non m' aita 
Che surga su di cor che n grazia viva • 
L'altra che vai che'n eie! non è gradita? 

h6 E già '1 poeta innanzi mi saliva 
E dicea: vieni ornai. Vedi eh' è tocco 
Meridian dal sole : e dalla riva 

VI Copre la notte già col pie Marocco. 



21 : Oratio humiliantie ee nubee penHrabiL 

46. Gli. Imaginepiù gigantesca del virf.t 
Nox ruU , et futcis teUurem amplectiiwr em. 
Ov. (Met., 11): Dum loquor; Hesperio poeiim 
in littore metae Uùmida nov tetigit. Petr. ; 
Perchè s* attuili in mezzo V onde B lotti f> 
epagna dietro atte tue tpaUe, B (tramum t 
Marocco e le Colonne. — MBnmuN. Quivi «v» 
zodì , danque a Gernsalemme meixtnotle.'t 
crepuscolo not(nroo a Marocco ch'é aUMel» 
dente della parte merìodionale della terra il ' 
tabjle , doTe regnò , dice Pietro, il re Iart>a. 



»T 



CANTO V. 



ARGOMENTO. 



S incontrano in altri negligenti a pentirsi, e morti di morte tioUnta : gli par ^ 
k ut Fanese , un Monlefeltrano j una donna di Siena. Un demonio fa noicero 
imftita neWaria per ietraziare il corpo di Buoneonte , poiché non potè etraxiare 
/o ^Ug toltogli dalC Angelo buono, e uscito nel nome di Maria che lo fece ealvo. 
Qimio $i voglia permettere al diatolo guesta puerile vendetta , ei vedrà la pittura 
eetm di rara evidenza e franchezza. 

Il eanto tatto spira soave e sereDt roalioconìa: ed è de' più belli dell' intero poenM. 
Nou le terzine 1; la 2 alla 6; la 8» 9, 10, 13, 14, 15, 17; la 19 alla 22; la 28 
MU 28; la 30 alla 35; U 38 alla fine. 



Io era già da cpiell'ombre partito 
Es^uitava Torme del mìo duca, 
Quando diretro a me, drizzando '1 dito, 

Una gridò : ve* che non par che luca 
Lo raggio da sinistra a quel di sotto, 
E come vivo par che si conduca. 
Gli occhi rivolsi al siion di questo motto, 
E fidile guardar per maravislia 
Pur me , pur me , e'I lume eh* era rotto. 



2. &i3(isTBA. Se Tolti a levante , avevano il 
iole a sinistra (e. ili , terz. 31) , ora ripiglian- 
^ il eanmino devono averlo alla destra, e a 
aiiiitra l'ombra del corpo di Dante. 8i noti 
la varietà de' modi a dir la medesima cosa. 
*• Sotto. Salivano. Dante che seguitava Vir- 
gilio, rimaneva più basso. 

4. PucBfe. In questo discorso è Tanimo del 
P. ^cro ed espresso. 

i. ToMB. Conv. (II, 2): Quello amore il 
Hmft etnea ancora la rocca della mia mente, 
r^ indicare ebe le ricchezze nulla possono 
folla virtù, dice una canz.: Nàia diritta torre 
Fa piegar rivo che da lungi corre. Ar.(XXX,48^: 
Qmai torri ai venti o scogli aW onde furo. Tre 
ftùDÌlitndini ha questo canto. E il Purgatorio 
m ha men dell' Inferno d' assai. 

6. RAiiPOLLA. far.: Kasceaguisa dì ram- 



k Perchè I* animo tuo Unto s' impigfia , 
Disse*! maestro, che 1* andare allenti ? 
Che ti fa ciò che quivi si pispiglia? 

5 Vien dietro a me, e lascia dir le genti. 
Sta come torre ferma che non crolla 
Giammai la cima per soffiar de* venti. 

6 Chesempreruomoiocuipensierrampoila 
Sovra pensier, da sè^dihinga il segno, 
Perchè la foga l*on dell'altro insolìa. 

fiollOt Appiè del vero il duhhioi ed i natura 
Che al sommo pinge noi,,. Par sentenza con- 
traria a questa. Ma altro si è il dubbio che 
nasce dal vero, e al vero move; altro è l'in- 
gombrarsi del pensiero sopra pensiero che to- 
glie la forza del fare. La metafora del rampollo 
sta meglio nel Paradiso che qui; e qai discor- 
da dall'altra del se^ito e della foga, — Dilunga. 
Dilungando sé dal segno , dilunga il segno da 
sé. — Segno. Pturilms intentus minor est ad 
ringula sensus. — Un. Pensiero. — Insolla. 
SoUo, tofieef quindi molle (Monti, Prop., voi. 
IH, parte 1, p. 175). La nostra mente, abban- 
donandosi a molti pensieri che si urtino In 
guisa che l'uno rallenti il corso dell'altro, ar- 
riva tardi al segno principale a cui corre. 
Montaigne : Vàmequi n* a foint de but éta- 
Mi, $e perd. 

33 



236 



DEL PURGATORIO 



7 Che potc\*io ridir se non ; i'vegno ? 
Dissilo alquanto del color consperso, 
Che fa Tuom diperdon talvolta degno. 

8 E' ntanto per la costa da traverso 
Venivan genti innanzi a noi un poco, 
Cantando Mùerere a verso a verso. 

9 Quando s* accorser eh' i* non dava loco 
Per lo mio corpo al trapassar de* raggi, 
Mutar lor canto in un oh lungo e roco. 

10 £ duo di loro in forma di messaggi 
Corsero *ncontra noi, e dimandarne: 
Di vostra condizion fatene saggi. 

11 £'1 mio maestro: voi potete andarne 
E ritrarre a color che vi mandare 
Che '1 corpo di costui è vera carne. 

12 Se per veder la sua ombra restaro, 
Com* io avviso , assai è lor risposto. 
Facciangli onore; ed esser può lor caro. 

13 Vapori accesi non vid' io si tosto 
Di prima notte mai fender sereno, 
Né , sol calando , nuvole d'agosto, 

1 k. Che color non toma^er suso in meno: 
E giunti là con gli altri a noi dìdr volta 
Come schiera che corre senza freno. 

•15 Quelita gente che preme a noi, è molta, 
E vengonti a pregar, disse M poeta : 
Però pur va , ed in andando ascolta. 

7. Talvolta. Perchè y'ha pure una trista 
vergogna ( Inf. XXìV ). Arrossisce più volle 
(Inf.. XXX). 

S. Traverso. Di contro a noi. — Verso. A 
vicenda. Si notino i canti de' piirgaDii , che 
son frequentissimi, e dispongono 1' animo aUc 
celc>ti armonie. 

9. Oh. Ariosto (XVIII, 78): E con qmWoh 
che d* allegrezza dire Si suoU , ìucominciò... 

10. Saggi. Saggio da sapio. Fate clie sappiam 
£hi voi siate. 

11. Ritrarre. Per dire (Inf. , H, 2). 

13. Vapori. Georg. ( i, dM):Saepe etiam 
stellas , veuto impendente, videbti Praecipites 
coelo labi, voctisque per umbram Flammarum 
lougos a teì-go albeseere tractus. Arist. ( Me- 
teor. ) distingue i vapori che, daUa terra sa- 
liti nella seconda regione dell' aria , ivi gela- 
no; altri si risolvoDo io vento, altri s'alzano 
al cerchio del fuoco , e dal movimenlo s* ac- 
rendono. — Nuvole. Né vapori accesi fendon 
%\ tosto le DQVolo estive sol calar del sole , 
quando i lampi son più Tìsibili e spessi. L' 
Ottimo intende che le nuvole fendano il se- 
reno : Le nuvole, die per la calura dell* aere 
discendono alla terra quasi cacciale dal detto 



16 anima che vai per esser lieta 
Con quelle membra con le quai nascesti, 
Venian gridando, un poco*l passo queta. 

17 Guarda s' alcun di noi unque vedesti, 
SI che di lui di là novella porti. 

Deh perchè vai? deh perchè non t'arresti? 

18 No' fummo già tutti per forza morti, 
E peccatori infino all' ultim' ora: 
Quivi lume del ciel ne fece accorti 

19 Si che, pentendo e perdonando, fuori 
Di vita uscimmo a Dio pacificati, 

Che del disio di so veder n'accora. 

20 Ed io : perchè ne' vostri visi guati. 
Non riconosco alcun : ma s' a voi piace 
Cosa eh' i' possa , spiriti bennati, 

21 Voi dite; ed io fnrò, per quella pacow* 
Che dietro a' piedi di si fatta guida. 

Di mondo in mondo cercar mi si face. 

2'2 £ uno incominciò : ciascun si fida 
Del beneficio tuo senza giurarlo. 
Pur che 'I voler nonpossa non rìcida: 

23 Ond'io che solo innanzi agli altri parl^:^, 
Ti prego , se mai vedi quel paese 
Che siede tra Romagna e quel di Carl^», 

2k Che tu mi sie de' tuoi prieghi 
In Fano sì che ben per me s' adori, 
Perch' i' possa purgar Io gravi offese. 

calore. Is. ( LX , 8 ) : Qui sunt isti , qm 
nubes volanti 

li. Corre. Per desiderio d* invocare li 
ghiera d'un vivo. 

15. Preme. Con calca , eoo fretta. — Vi* 
Esempio di sollecitudine a quelL'anime pigi** 

19. Pentendo. Pentér per penlirsi ( Iit » 
XXVIi ). — Perdonando. Chiedendo perfi- 
no. — A Dio. Petr. : Col cor ver me fo/ik 
calo e umile, — Accora. Conv. : Il sommoit' 
siderio di ciascuna cosa , e prima daUa eft 
tura dato , è lo ritornare al suo prnicifia; 
e perocché Iddio è principio delle noetre mi- 
me „, eua anima massimamenU desid$Ta tSK* 
nare a quello, 

21. Per. Giura. 

22. Nonpossa . Albertano (1. 45 ) : £• mm^ 
giustizia. Cosi noncuranza. Porche ta pena 
tornare al mondo , e pregare in modo cflieaet. 

23. Paese. La Marca : tra la RomagM • 
il regno di Carlo H di Napoli. 

24. Adori. Sacchetti : Adoraws dùuHUÌ • 
f. Giovanni, Bocc. : ( HI , 10 ): Foeni àift- 
nocchione a guisa che adorar voleiae. Oli. , 
( II , 175 ) : Sempre ha bisogno d'adoran. — 
OrrBii. Per peccati (Pnrg., XXVI). 



CANTO V. 



iZ9 



25 Quindi fu* io; ma li profondi fori 
Ond' usci 1 sangue in sul quale io sedea 
Fatti mi furo in grembo agli Antenori, 

26 Là dov'io più sicuro esser credea. 
Quel da Esti '1 fé far, che m' avea in ira 
Assai più là che dritto non volea. 

27 Ma s' i' fossi fuggito inver la Mira 
Quand'i' fu' sovraggiunto ad Oriaco, 
Ancor sarei di là dove si spira. 

SS Corsi al palude, elecannuccee'ibraco 
H* impigliar si ch'io caddi; e 11 vid' io 
Uelle mie vene farsi in terralaco. 

S9 Poi disse un altro : deh se quel disio 
Si compia che ti traggo all'alto monte, 
Con buona pietate aiuta'! mio. 

30 rfui di Montefeltro, i'son Buonconte: 
tiiovauna o altri non ha di me cura , 




I. Sedba. Comento ined.: Piglia il tangue 
ptr t anima , perchè mancando il sangue par 
th§ wutnehi la vita. Yirg.: Una eademque via 
animutqìie sequuntur. Undantique a- 
diffundit in arma cruore. Levit., XVII: 
camtf in sanguine est. Bonfrerio , al 
IZ della Gen. : Anima camis seu animaUs , 
bl tangÈiine sedem hahet » seu uhicumqìie san- 
fmk tir , ibi est anima et operatur, — Antb- 
ROU. lof., XXXII. Padova fondata da Ante- 
Mire ( Aeoeid. I. ) M. Iacopo del Cassero di 
Fono, il quale fu eletto podestà di Bologna, 
■I tmnpo di' essi Bolognesi aìievano briga col 
■sfcAasa Azzo Terzo da Este ; ed elessero 
HtM Jf. Iacopo, sapendo lui essere nimico del 
tei* 9ittrchese. Il qual marchese il fece ta- 
fUmn a pezzi , sappiendo che al tempo della 
podutaria esso Jlf. Iacopo aveva molto 
ito ti detto marchese. Comento inedito 
Laarenziana di Firenze (PI. 90, Gadd. 
np. cod. 3U). Qufsto Iacopo combattè contro 
inno co* Fiorentini guelfi nel 1288 ( Vili. , 
ni p 120 } : e fu ucciso quand' anda?a pode- 
iCà éì Milano. 11 fatto si è che Azzo III am- 
kiva la signorìa di Bologna , e si guadagna- 
va io Bologna stessa fautori. I quali furono 
par giusto sospetto cacciati , e chiamato la- 
eap> a potestà; Il qual Iacopo iocrudell con- 
ila i fautori d' Azzo , e spacciò che questo 
àBBO era giaciuto colla madrigna , eh* era fi- 
gliaala di lavandaia , scellerato e codardo : 
saia gli assassini d' Azzo Io seguivano sem- 
pn. Sempre nemico agli Estensi il presago P. 
St. LÀ. Virg., XII: Ulterius ne tende odiis, 
97. OaiACo. Tra Venezia e Padova. 
S8. pAJLt'DB. Mascol. anco nel Crese. f 1. 
W ). — Laco. lAf., XXY : Di sangue fece 



Perch*io vo tra costor con bassa fronte. 

31 £d io a lui : qual forza o qual ventura 
Ti traviò si fuor di Campaldino 

Che non si seppe mai tua sepoltura ? 

32 Oh , rispos'egli, appiè del Casenthio 
Traversa un' acqua eh' ha nome l' Archiano , 
Che sovra l'Ermo nasce in Apennino. 

33 Là 've 1 vocabol suo diventa vano 
Arriva' io forato nella gola, 
Fuggendo a piede e sanguinando '1 piano. 

34' Quivi perdei la vista e la parola: 
Nel nome di Maria fmii; e quivi 
Caddi, e rimase la mia carne sola. 

35 Fdirò 'I vero, e tu 1 ridi'tra i vivi : 
L'angeldiDiomiprese, e quel d'inferno 
Gridava: o tu dal ciel, perchè mi privi? 

36 Tu te ne porti di costui V eterno 

fpetie volte loco. 

29. Disse. Il P. cammina tra loro : quei 
che gli parla Io segue un poco , poi lo lascia 
ire : ed un altro sottentra. Perchè rammen- 
tiamo che la schiera purgante viene di con- 
tro ai due pellegrini. — Buona. É anco una 
trista pietà. 

30. Fui. Dice : fui di Montefeltro , come 
vivo ; e son Buonconte , perchè la persona 
rimane. Neil' Inf. dice : /' fu' l conte Ugoli- 
no , perchè all'altro mondo nessuno è conte. 
— Buonconte. Figlio del conte Guido di Mon- 
tefeltro ( di cui nell' Inf., XXVII), valorosa 
pesona, perì nella sconiitta ch'ebbero gli Are- 
tini da' Fiorentini non lontano da Poppi, nel 
pian di Campaldino , la mattina del dì li di 
giugno del 1289, dove combattè Dante stesso 
( Hacchiavelli ; Leon. Aretino ). Dice il Vil- 
lani che i due eserciti s'affrontarono più or- 
dinatamente che mai s' affrontasse battaglia in 
Italia ( VII , 131 ). — Giovanna. Sua mo- 
glie. — Bassa. Perchè destinato a più lungo 
Indugio. Come Marcello in Virg. : Sed front 
laeta parum et dejecto lumina vuUu. 

32. Erko. di Camaldoli. 

33. Vocabol. Per nome proprio s* usa toi- 
tora in Toscana , e dicesi per esempio : Po* 
dere di vocabolo Póggiolino. — Vako. Perché 
mette In Amo. Frase non imitabile. 

34. Parola. Virg.: Pariterque loquentis Vo- 
eem animamque rapit , trajecto gutture : ai 
iUe Fronte ferit terram. Bocc. ( VII , 4 ) : 
Perde la vista e la parola, e in breve egli si 
morì. — Sola ( Inf., IX ). Di me la carne 
nuda. 

36. Eteriio. Petr.: Tu te ne vai col mio 
mortai nd corno. — Altro. Del corpo. 



S6» 



DEL PURGATORIO 



Per una lagrìmetta che 'I mi toglie: 1 
Ma io farò dell'altro altro governo, 

37 Ben sai come nelFaer 8Ì raccoglie 
Queir umido vapor che in acqua riedo 
Tosto che sale dove *1 freddo il coglie. 

38 Giunsequelmalvolerchepurmalchiede 
Con lo 'ntelletto, e mosse 1 lumoe'i vento, 
Per la virtù che sua natura diede. 

39 Indi la valle, come '\ di fu spento, 
Da Pratomagno al gran giogo coperse | 
Di nebbia, e 1 ciel di sopra fece intento 

M Sichelpregnoaereinacquasioonverse. 
La pioggia cadde, e a' fossati venne 
Di lei ciò che la terra non sofferse. 

ki £ come ai rivi grandi si convenne , 

37. Vapor. La pioggia , «econdo Arist. , è 
vapor amido , che , coodeosato dal freddo , 
c«de. 

38. MossB. Aogost. ( Gif. D., XVIII ) : 
Spargere altiui quatUbei aquoi difficile daemo- 
nibu» non e$L . . •( aerem fntìando morbi- 
dum reddere .,. — Viari}. Aogust. ( Civ. D., 
Vili } : Omnie transfomuttio eorporalium re- 
rum quae fieri potett per aUptamnirtutem ra- 
Uonalem , per daemonmn fièri potest, E Alb. 
Magno l' attesta : De potenHa daemonum. 11 
demonio , dice Dante , é on malvagio volere 
che non altro cerca che '1 male col sottile in- 
lelietto. r. s. Tomaso ( Som. %. 3. qu, 108, 
110. — DiEDB. A loi. 

39. PaATOMAGNO. Ors PratQvecchio; divide 
il Val d' Arno dal Casentino. — Giogq. Apen- 
irino. — CiBL. S. Pet. ( Bpist. } : in ino aere 
caliginoso , 911011 kì eareeré nmi damnones , 
et erunt usque ad d(§m judicH^ «- Intbnto. 
Teso di nnbi spesse. Virg. ( V > 20 1 : In nti- 
hem eogitur aer. 6.» 1 .* Òbienia denteiUur 
noete tenebrae, Hor. ( Bp. » XIII ) : J^mpe- 
etai coeium contrae. Pei,: V aere §ravato, 
e V importuna nebbia Compreita intomo dai 
tabbioii venti » Toeto eotivieii ehe ei converta 
in pioggia. Tasso : Mn (a tcAttm infernale 



Vèr Io fiume real tanto veloce 
Si minò che nulla la ritenne. 

f^2 Lo corpo mio gelato in su la foce 
Trovò l'Archian rubesto:e quel sospinse 
NeirArno e sciolse al mio petto la croce 

M CV i* fei di me quando *l dolor mi vinse; 
Voltommi per le ripe e per lo fondo , 
Poi di sua preda mi coperse e cinse. 

kh Deh quando tu sarai tornato al mondo 
E riposato della lunga via , 
Seguitò 1 terzo spinto al secondo » 

Vi Ricorditi di me che son la Pia. 
Siena mi fé, disfecemi Maremma : 
Salsi colui che innanellata pria , 

k6 Disposando, m'avea con la suagenmia. 

che MI quel eonflUto La tirannide $ua eader 
vedea, SendoU ciò permetto, in mifiiomeiifa 
L* aria in nubi raccolte , e moete il veeito, 
40. SoFPBBSB. Perché declive. 

42. RcBBSTO ( Inf., XXXI ). 

43. Me. Delle braccia. 

45. Pia. Moglie di Nello della Pietra, che 
la accise , dlcesi , per gelosia , quaod'eia 
rettore in Maremma , dov' aveva qd castello. 
Ella senese, de'ToIomei. Il cemento inadttu 
citato sopra , dice : de* Salimbeni. Sogginage: 
La fhce un <ft ^tlar a terra dalla torre • m- 
dendo ella tu una finettra. Di ciò grand'edio 
fk-a le due flimiglie , dice il Post. Gaet. Del- 
la sua morte piange forse an sonetto di yQ^ 
ciò Piacenti. Il Tommasi nella Su di Slcai 
««ole che Nello la facesse gittare dal mn» 
per isposarsi alla contessa Margherita di Saa- 
uQora : e la sposò , e n'ebbe on fidio Bn- 
duciro, morto nel 1300. La morte della III 
tu nel 1295. Ott. : Per alcuni falli cke in- 
vò in lei , li la uecite ; e teppelo fare 1) tf- 
gretamente , che non ei téppe. Però dice: Jof- 
it colta. 

46. Disposando. È nelle V. 8. Padri 1 • 
nella V. Nuova , e nel Gonv. 01. 2). 



tei 



CANTO VI. 



ARGOMENTO. 

Moli aniuM lo pregano, preghi e faccia pregare per loro. Espone un dubbio a 
Virgilio iMa efficacia della preghiera. Salgrmo un poco : rincontra Sordello, man^ 
Uvano , poeta , uom fatnoeo del eecolo XI IL Al nome di Mantova guesli abbrac- 
e(A Virgilio, dal quale atto trae Dante occatione a gridare contro gli odii cimli 
£ Italia, E in lui pure è alla pietà tfi)'.<fo V odio , perchè ne$$uno uomo , per allo 
che eia j è franco in tutto dal ùzio de' tempi. 

Qaetto apitolo, dice Pietro, è pulenim, elarum, faeUe, abequ» aUegoria. BeUo : ma 
pd bello d* issai il precedente. 

Nota le terzine 8» 12, 15, 17; la 19 alla 97; U 29, 30, 96, 37, 39; U 41 alla 46; la 
48 eoo lo altime. 



Quando si parte *1 gioco della zara , 
Colui che perde si riman dolente , 
Ripetendo le volte , e tristo impara : 

Con r altro se ne va tutta la gente ; 
Qual va dinanzi e qual dirietro il prende 
E qual da lato gli si reca a mente. 

Einons*arresta, equestoequello'ntende: 
A cui porge la man, più non fa prossa ; 
E cosi dalla calca si oifende. 



i. Zaka. Gioeo di dadi. Onde oxxardo. 

5. Ambtui. Beoincasa di Laterina , giadice 
del distretto d* ÀDtino. Ghino era d'Asinalun- 
ga del Senese ; e perché Benineasa , asses- 
sore a Siena , stntensiò a morte Tacco firatel 
di Ghino , e Turrinu da Turrita nipote di Ghi- 
■0 , assassini, ifiiesti andò a Boom dofe Be- 
irincasa ora auditore , gli tagliò '1 capo , e M 
portò seeo. Ghino era nobile , e generoso, ini- 
mioo de' conti di Santafiora , e co* suoi assas- 
liai teneva tolta Toscana in riguardo. Di lui 
parla in una no?, il Bocc. — ^Alteo. Goccio dei 
Tarlati di Pietramala , che, avend' ordinato 
■na cavalcau por la Urrà di Latorina contra 
ceitoni di BoscoU quiri dimoraoti, e nemici 



Tal era io in quella turba spessa. 
Volgendo a loro e qua e là la faccia; 
E promettendo , mi sciogliea da essa. 

Quivi era TAretin che dalle braccia 
Fiere di Ghin di Tacco ebbe la morto, 
E r altro eh* annegò correndo 'n caccia* 

Quivi pregava con le mani sporte 
Federigo Novello, e quel da Pisa 
Che fé parer lo buon Marzucco forte. 



a loi. i detti Boseoli eoo gente fiorentina oe- 
culiaroenle V assalsero , e inseguirono tanto 
che affogò in Amo. — Cjlccia, Dino : ifeifv 
•fi cocfia. 

6b PnooAVA. \irg, : Stabant oftmtss primi 
tfmuwHtUn €Mnum, Tend^bantque mamu, 
ripae ultifiorii amon. — Fbbirigo» Figliuola 
del conte Goido NotcIIo , il quale Federi^r» 
Al morto da ano de* Boscoli, combatteod'egK 
co' Tarlati (Gomeoto inedito della Laarenz.). — 
Mamiucc». Degli Scornazzani o Scornigiani 
di Pisa : oceisogli un figliuolo di nume Fari- 
nata , da Boezio di Capraoico, Marzucco già 
reso de' frati minori , con ahri frati » ne as- 
compagnò cantando V esequie , e quanti trovò 



«63 



DEL PURGATORIO 



7 Vidi coni* Orso, e Taiìiina divisa 
Dìl corpo suo per astio o per inveggia, 
Come dicea , non per colpa comniisa; 

8 IMer dalla Broccia dico; equi proveggia, 
Mentr'è di qua, la donna di Brabante, 
SI che però non sia di peggior greggia, 

9 Gonne libero fui da tutte quante 
Queirombrecliepregàrpurch'altripreghì 
Si che 8*a\acci 1 lor divenir sante, 

10 lo cominciai: e' par che tu mi nìeghi, 
luce mia, espresso in alcun testo 
Che decreto dei cielo orazion pieghi: 

11 E questa gente prega pur di questo. 
Sarebbe dunque loro speme vana ? 

O non m' è 1 detto tuo ben manifesto? 

12 Ed egli a me: la mia scrittura èpiana; 
E la speranza di costor non falla , 

Se ben si cuarda con la mente sana. 

13 Che cima di giudicio non s' avvalla 
Perchè foco d' amor compia in un punto 
Ciò che dee soddisfar chi qui s* astalla. 

ik £ là dov' io fermai cotesto punto 
Non s' ammendava , per pregar, difetto, 
Perchè '1 prego da Dio era disjiiunto. 

15 Veramente a co&l allo sospetto 



testimoni! al fatto perdonò virilmente , con- 
gedandoli con nobili parole e con forti lacri- 
me. 11 Postili. Caet. narra altrimenti : che il 
conte Ugolino fece decapitare Federigo per 
astio , e ordinò nessuno gli desse sepoltura : 
ma '1 padre venne di notte al conte : e gli 
disse senza pianto : signore , consenti che 
quel misero sia seppellito. E Ugolino, ammi- 
rando tanta costanza , consenti. 

7. Orso. Ucciso a tradimento da' snoi con- 
5orti e parenti de* conti Alberti. Altri lo fa 
figliuolo del conte Napoleone da Cerbaia , e 
morto dal conte Alberto da Hangona suo zio. 
— iNTEGGiA. Invidia. Come seggia da iedeat. 

8. Broccia. Barone di Francia , segretario 
e consigliere di Filippo l'Ardilo , impiccato 
a istanza della regina Maria figlia del duca 
di Brabante , per invidia di lei e de* cortigia- 
ni. La regina l' accusò d' avere attentato alla 
tua castità. Altri vuole ch'egli accusasse BiU- 
ria d' avere avvelenato il figliastro. 

10. Testo. Aen.» VI : Astine foia DeAm 
fieeti sperare precando. Quando PaiJnuro chie- 
da passare lo Stige innanii tempo. 

13. Cima. I giureconsulti : Ajmsx juris. Ben 
nota r Ottimo che l' orazione è causa seconda, 



Non ti fermar, se quella noi ti dice 
Che lume fia tra *1 vero e lo 'ntelletto: 

16 Non so se 'ntendi; i' dico di Beatrice. 
Tu la vedrai di sopra in su la vetta 

Di questo monte, ridente e felice. (U, 

17 Ed io '.buon duca, andiamoamaggiorfrei- 
Chè ^ià non m'aifatico come dianzi ; 

£ vedi ornai che '1 poggio T ombra getta. 

18 Noi anderem conquesto giornoinnaozi. 
Rispose, quanto più potremo ornai; 

Ma '1 fatto è d'altra forma chenon stand. 

19 Prima che sii lassù , tornar vedrai 
Colui che già si copre della costa. 

Sì che i suo' raggi tu romper non Cai. 

20 Ma vedi là un* anima che a posta 
Sola soletta verso noi riguarda; 
Quella ne 'nsegnerà la via più tosta. 

21 Venimmo a lei : o anima lombarda. 
Come ti stavi altera e disdegnosa 

E nel mover degli occhi onesta e tard^B.1 
32 Ella non ci diceva alcuna cosa. 

Ma lasciavano gir, solo guardando 

A guisa di leon quando si posa. 
23 Pur Virgilio si trasse a lei , pregan&fl 

Che ne mostrasse la miglior salita: 



la quale non toglie gli eflTelti finali della 
sa prima. 

14. Disgiunto. La grazia, dice Pietro, 
aiutava ne' Pagani la ragione cosi come io mot* 

15. Veramente. Per ma: lat. veruu%tam0* 
Conv., 1, l'usa. — Quella. Ott.: LaqmMi(Hii 
è più teologica , eke naturali. — 'NTBLLim 
Beatrice è chianiata nelle Rime: Nobile irnii^ 
Utio, Conv.: Negli occhi di quella donna cM 
nelle sue dimostrazioni , dimora la verità* 

17. Getta. Virg.; Majoretque cadufU aUk 
de montibus umbrae. Salgono il muuie dalk 
parte orientale (e. IV, 11) : dunque voliaada 
verso ponente dovevano avere l' ombra M 
monte da lato loro. 

18. Stanzi. Pensi, stabilisci col 
(Inf., XXV, 10). 

20. A posta. Quasi aspettandoci, apypilM 
doci. 

21. Altiaa. Petr. : Ed tndotma amprw 
ancor m: aggrada Che in vitta vada «Uam • 
disdegnosa Non s%tperba o ritrosa ... Pliaia • 
de' leoni : Neo Uwùs intusntur oquU» , <>9**^ 
que simili modo volunt. Cosi Solino. -— Taa* 
AA 1 Petr. : L aito flnofitMlo , uhmIì e fartfa. 



CANTO VI. 



S6S 



E quella non rispose al suo dimando, 
S4 Ma di nostro paese e della vita 
C* ineliiese: e *1 dolce duca incominciava: 
Mantova ... £ l'ombra tutta in sé romita 
35 Surse ver lui del loco ove pria stava, 
Dicendo: o Mantovano , io son Sordello, 
Della tua terra.El'un l'altro abbracciava. 
126 Ahi serva Italia, di dolore ostello, 

Nave senza nocchiero in gran tempesta. 

Non donna di Provincie , ma bordeilol 
27 Queir anima gentil fu cosi presta. 

Sol per lo dolce suon della sua terra, 

54. Romita. Pelr. : In sé raccolta e st ro- 
mUa. 

55. SoRDKLLO. Dil Mautovano , d' un ca- 
tlHlo eh' ha nome Goiio ; yentil cattano : fu 
awmmte omo della persona , e grande ama- 
tore* Ma molto et fu scaltro e falso verso le 
dotam e verso i baroni , da cui elli stava. E 
l'tMfcfS in madonna Cunizza sorore di ser 
Eceetmo e de ser Alberico da Romano eh* era 
fliof liéra del eonte de s. Bonifacio. E per vo- 
iiiJiiCg de ser Eecelino elli involò madonna 
Cmàzza, e menolla via (Un comentatore ine- 
dko). Altri narra il fatto alirimenti. Ma fu 
certamente valoroso poeta provenzale ; e rime 
di loi si conservano nel God. Vatic. (52, 32, 
r. 1S5). La sua canzone in morte di Biacas- 
so f vigorosa poesia , fu stampata da G. Per- 
tfeari ; ed è canzone politica al modo di cer- 
ta iBvettive di Dante. Fa scritta ngl 1189 : 
■olle fivole di lai si raccontano : le più cer- 
ti Botizje di lui trasse da* suoi versi Claudio 
FAvid , dotto delle cose italiane , come di 
paiffte. Benvenuto lo dice nobilis et prudens 
mSm et eiirta(ts ; altri lo dice eccellente in 
priiUea. 

96, Ahi. Ar. ( XVil , 76 ) : O d*ogni vizio 
f^Hém MnCtno, Dormi t Italia imbriaca; e non 
ti pe»a , Ch* ora di questa gente ora di quel- 
Im t Che già terva ti fu , sei fatta ancella ? 
— OtTXLLO. 11 Petr. , di Roma: Albergo di 
Mot» — Nave. Monarch. : Oh genus huma- 
HMn* ^iMiiilti procellis atque jacturis quantis- 
fW naufrc^is agitari te necesse est , dum , 
Mina nmltorum capitum factum , in diversa 
eojMfM I — Bordello ! Post. Gaet. : Quia ibi 
eoneurnifit omiics nationes barbarae, et atiae 
... dùnittunt et ponunt in Italias omnes pau- 
p9ftmie$ et miserias. Quiavendunt Italicossi- 
eeU 9enditur caro humana in posiribulo, Jer. 
( Tbr. • 1 ) : Facta est quasi vidua domina 
gtmtimm : princeps provinciarum facta est sub 
tritmtc. 

2V. CsBCA. CMt.: la |»nma(proTincia)cAe 



Di fare al cittadin suo quivi festa: 

28 Ed ora in te non stanno senza guerra 
Li vivi tuoi, e r un T altro si rode 

Di quei eh' un muro ed una fossa serra. 

29 Cerca , misera , intorno dalle prode 
Le tue marine , e poi li guarda in seno, 
S' alcuna parte in te di pace gode. 

30 Che vai perchè ti racconciasse '1 freno 
Giustiniano, se la sella è vota? 
Senz* esso fora la vergogna meno. 

31 Ahi gente che dovresti esser devota 
E lasciar seder Cesar nella sella, 

ha capo in sul mare di Vinegia , li é RomO' 
gna , nella quale si è Ravenna : fuori n' é 
parte ( in esìlio ). Poscia quelli , che rimase- 
ro dentro , si sono insieme cacciati e morti a 
Rimino sotto la tirannica signoria de* Mala- 
testi. Pòi si è la Marca anconitana , e Pesa- 
ro , cacciati più parte. Fanno quello medesi- 
mo Sinigaglia ; simile Ancona ; più che più. 
Fermo ; il simigliante le Grotte : quello stes- 
so Fabbriano e Pesaro , morti insieme. Poscia 
si ò Puglia , la quale si è sotto la tirannia 
della casa di Francia ; la quale signoria la 
rode , e tiene in mala ventura ; e tiene quel- 
la stanza tutta in fino a Otranto ... Poscia 
*i è terra di Roma , e Roma ; le quali con- 
trade tra per parte ^ e per nimistade sono tur 
te in mala ventura. lascia si è Toscana , Pi- 
sa , Fortovenere , la riviera di Genova , e tie- 
ne fino al principio di Provenza; le quali stan- 
ze stanno tutte universalmente in tribolazione. 
In fra terra , si è Lombardia , nella quale 
similemente sono discordie , e brighe e tiran- 
nie : lo simile è nella Marca trivigiana infu- 
no a Vinegia. — Seno. In fra terra. — Go- 
de. Lacr. : Tranquilla pace fruatur. 

30. Racconciasse. Compilando i codici , 
e dalle leggi traendo il troppo e *l vano. — 
Sbixa. Conv. .* Quasi dire si può dello impe- 
radore ... eh* egli sia il cavalcatore dell* uma- 
na volontà : lo qual cavallo, come vada sen- 
za il cavalcatore per lo campo assai è mani- 
festo ; e spezialmente nella misera Italia. — 
Vota ? G. XVI : Le leggi son : ma chi pon 
mano ad sue ? 

31. Gente. Ai preti. Mon. : Ut ftagitia sui 
exsequi poesint , matrem prostituunt , fratres 
expelluni, et denique judicem habere noLunt. 
— Cesar. Qui Pietro cita il virg. ; Regemque 
dedit , qui foedere certo Et premere , eC laxas 
seiret dare jussus habenas. Quel jussus dove- 
va molto piacere al P. — Ciò. Qui Pietro ae- 
cenna ad an passo di Boezio e re\ang. : Red- 
diUe ... fuoa tutu Coeiarii , Caesari : t quel 



S6fc 



D^L PURGATORIO 



Se bene intendi ciò che Dio ti nota 1 

32 Guarda com* està fiera è fatta fella, 
Per non esser corretta dagli sproni , 
Poi che ponesti mano alla predella. 

33 Alberto tedesco eh* abbandoni 
Costei eh' è fatta indomita e selvaggia , 
E dovresti inforcar li suoi arcioni , 

Zh Giusto giudizio dalle stelle caggia 
Sovra *1 tuo sangue, e sia novo e aperto, 
Tal che'l tuo succcssor temenza n*aggia. 

3o Ch* avete tu e 'i tuo padre sofferto, 
Per cupidigia di costi distretti , 
Che *1 giardin dello *mperio sia diserto. 

36 Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, 
Monaldi e Filippcschi, uom senza cura. 
Color già tristi , e costor con sospetti. 

37 Vien', crude! , vieni, e vedi la pressura 



deli' Apostolo : Subditi utote ec. , passi che 
Dante conciliava con le libertà manicipali , e 
lo dice nella Monarcbit chiaramente. Siccome 
il cielo , dice Pietro , è retto da an solo mo- 
tore, cosi dev'essere il mondo da un princi- 
pe : ma tale principato nop doveva distrugge- 
re , anzi assodare le italiane repubbliche: yon 
sic inteUitjendum est ut ab iUo uno prodire 
possi nt municipia et leges municipales. Passo 
notabile , e senza il quale sono enimma gli 
scritti e la vita di Dante. Del n^unicipio trat- 
ta nella Monarch. , a pag. 17, 19, 20,21, 
^2 , 23 . 24 , 28. 

32. Fella. (Inf. XVII). -*- Predella. La 
porte della briglia che va alla guancia del 
oiivallo sopra il morso , per la quale suol pi- 
gliare il cavallo chi noi pavalca , o per con- 
durlo , per arrestarlo. Or i Guelfì avevano 
preso per la predella il cavallo, e volevano 
f;osl guidarlo , non permettendo che il cava- 
liere montasse. Tratt. , U. Camper. Gav.: Lo 
pigUa per la predella del freno • a ragguarda- 
lo negli occhi ,.. Ed a volere ben guardare 
il cavallo negli occhi , megUo che per altra 
parte , e* mì piglia per la guancia. 

34. (Uggia. Alberto Tu morto dal suo nipo- 
te nel 1308. 1| P. qui gli angora la morte 
seguita già , e ne trae augurio di spavento al 
suo successore , o non ancora eletto , od elet- 
to di poco. Questo canto dunque fa scritto 
ua il 1308 e il 1309. AU)erto figlio di Hq- 
dolfo gli successe nel 1298: ma solo nel 1303 
Bonifazio gli diede la boU^ d' imperatore , 
poich' ebbe bisogno di lol. Vai non volle Te- 
nirein Italia, ma ne voleva P omaggio, pan- 
te noi numera né anco fi|^ gì' imperatori ro- 
(nani. Nel 1^03 inrase |a BpejfnU (Par., XU). 



De* tuoi gentili , e cura lor magagne; 
E vedrai Santafiorcom* è sicuri. 

38 Vieni a veder la tua Roma che piatgoe 
Vedova, sola, e di e notte chiama : 
Cesare mioj perchò non m'accompagnéf 

39 Vieni a veder la gente quanto a* ama. 
E se nulla di noi pietà ti move , 

A vergognar ti vien deUa tua fama. 

kO E, se licito m' è, o sommo Giove 
Che fosti 'n terra per noi crucifisao , 
Son li giusti occhi tuoi rivolti altrove!? 

iì O è preparazion che nell' abisso 
Del tuo consiglio fai , per alcun bene 
In tutto dair accorger nostro scisso ? 

k2 Che le terre d' Italia tutte piene 
Son di tiranni, e un ]ilarcel diventa 
Ogni villan che parteggiando viene. 

35. Avete. Da sessant' anni gV tmperatari 
germanici non erano calati in Italia qnnii 
Arrigo ci venne. *- PAntB. Rodolfo bob pai 
scese in Italia : Praeteritorum Caetarum » 
fortuniis admonitui, dice il Fatarci (Ser. Aniit 
li, 107). — Cupidigia. Vili. (VII, 149): » 
dolfo sempre inieee ad aeerai cara suo stala • 
11*9 noria in Àlemagna , lasciando le imftwi 
d' Italia , per accrescere terra e podere eC fr 
gliuoli — Distretti. Uv. : Ristretta danHa 
t confini deW Africa, 

3G. Montecchi. Famiglie nobili ghibellitt 
di Verona, t— Monaldi. Famiglie ghibelltai 
D' Orvieto. — Costor. I Veronesi opprcsii 
da* Guelfi. Pietro pone i Cappelletti in Cremooi. . 

37. Pressura* L' osa negli Isolani anco il 
Bembo (1. 1). — Santafior. Contea nel S(a^ 
se : i quali conti erano ricebi in Maremmi : 
ma il paese tatto infestato di ladrociniL 

38. Piagne. Jer. (Thr., I) : Pioram plora- 
vit in fiocca , et lacrimae ejue in max^ 
ejus: non est qui consoletur eam ex omnttai 
diarie fjut, — Vedova. Barucb (V, 12): Kem$ 
gaudeat super me viduam et deiolatam: a «R^ 
tis derelicta $um propter peccata fUomm 
meorum. 

40. Soaxo. Virg. : love iummo. Petrarca 
cbiama DiX) , vivo Giove ("Sen. 268) ; Eteme 
Giove, 133. 

41. Arisso. Ps. : ludieia tua aUfUMi mssUu. 

42. Tiranni. Anco la democrazia , iota 
Pietro paò tornare in tirannide. — Maicbl- 
Vincitore de* Cartaginesi e de' Galli. Virg.:il^- 
spice ut iniigttis tpolii$ Marcellut opimii. 
forse inteqde il nemico di Cesare , come di- 
ce : Ogni villano si reputa forte per contra- 

I Stare air imperio. Ott. : Jfarcalto ... ovaa Ifln- 



CANTO VI. 



985 



kS Fiorenza mia , ben puoi esser contenta 
Di questa digression che non ti tocca , 
Mercè del popol tuo che si argomenta. 

MMoltihangiustizìaincor, matardi scocca, 
Per non venir senza consiglio all' arco; 
Ma '1 popol tuo rha in sommo della bocca. 

K Molti rifiutan lo comune incarco ; 
Ma 1 popol tuo sollecito risponde 
Senza chiamare, e grida: i' mi sobbarco. 

i6 Or ti fa lieta, che tu hai ben onde : 
Tu ricca, tu con pace, tu con senno. 
S*i' dico ver, Tefietto noi nasconde. 

47 Atene e Lacedemona, che fenno 



io r oiitfiio tn/tommofo etmiro a CstonB » o^ 
eoniimovo ti Uvava in eontiglio a din con- 
a^a Uàf 9, . .Upiù voU$ dieea eontra n»- 
^am§ 9 giuiHzia. 
43. MiA.CoDT.: ^ì misera, miiera patria 
I E dice , che ogni qnalvolu pensa cose 
• governo di suti riguardino , e' fMange 
lei. Dalie cose toscane vedera il P. di- 

^ere le lombarde , e lo dice nella lettera 

ad Enrico VIL— Tuo. Molti fiorentini scris- 
aaro contro Firenze: e il Boccaccio la insol- 
tt e le rimprovera i suoi peccati. — Aaoombn- 
TA. Argomenta sì sottilmente, sì giostamen- 
te. Tatta argomenti , non opere » ò la tua sa- 

liMllt. I 



L'antiche leggi, e furon si civili. 
Fecero al viver bene un picciol cenno 

48 Verso di te, che fai tanto sottili 
Provvedimenti eh' a mezzo novembre 
Non giunge quel che tu d'ottobre fili. 

49 Quante volte, del tempo che rimembra, 
Leggi , moneta e ufficii e costume 

Hai tu mutato, e rinnovato membro? 

50 E . se ben ti ricorda e vedi lume. 
Vedrai te simigliante a quella 'nferma 
Che non può trovar posa in su le piumo 

51 Ma con dar vòlta suo dolorescherma. 



44. Bocca. Eeel., IV : NoU eitodii «ne tfi 
Ungua tua , al tniiàltf el remittm tn opari^ 
tuis, 

45. SoBBAnco. Barca , peso da portare : 
dunque iMareare , sottomettersi al carico pub- 
blico. 

48. NoTBBBRB. Versi citati da G. Villani. 

49. MsMBBB? L* usa in prosa Guidotto da 
Bologna. 

60. LuvB. Vive in Toscana. F. Gaidotto : 
Tu tolo V9di {urna. — Tbovar. Jer. ( Thr. , 
I )•* Ifee invenit repMm. 

51. I^AR. Bocc. ; Dar taU vqU9 per lo 
Uno. 



3( 



266 



BEL PURGATORIO 



CANTO vn. 



ARGOMENTO. 

Trofìa in una vatte ripoBii qat^ eh* indugiarono penitenza ; perchè tfriatà id 
regno e dalle dignità della terra. Li eoUoca in luogo fiorente com' uomini di betta 
fama. Comincia il canto dallo tvelaui che fa VirgUio a Sordello. La dichiarazùme 
che dà Virgilio della iua pena nel Limbo , illustra il quarto dell'Inferno ed U ter:» 
del Purgatorio, Il non poter le anime salire al monte quando il iole è alt occaeo, 
iimbdeggia il iole della grazia neceuario ad ogni opera buona , e aW eepiaziom 
deir opere ree. 

Gli accenni politici in questo cinto abbracciano latta Enropa. 
Nota le terzine 1, 4, 5, 6, 9, 12, 14, Ho; la 18 alla 22; la 24 alU 28; la 80, SI, », 
sino airaltima. 



1 Posciachè Taccoglienze oneste e liete 
Furo iterate tre e quattro volte, 
Sordel si trasse e disse : voi chi siete ? 

2 Prima ch'a questo monte fosser vòlte 
L* anime degne di salire a Dio 

Fur r ossa mie per Ottavian sepolte. 

3 r son Virgilio: e per null*altro rio 
Lo ciel perdei che per non aver fé : 
Cosi rispose allora il duca mio. 

h Qual è colui che cosa innanzi a sé 
Subita vede ond' ei si maraviglia, 
Che crede e no, dicendo ; eli' è, non è; 

2. Prima. Virgilio morì nelV anno quaran- 
tadue d' Augasto , innanzi che Cristo nasces- 
se : e innanzi Cristo l'anime de' purganti an- 
davano al limbo. — Sbpoltb. Donat.: Tranr 
ilata justu Augutti , Vir^lu oua , NeapoUm 
faen . . . 

3. Rio. Sost. ( Inr, IV , 14 ).—Flt. Mae- 
stro delle sentenze ( I. IH , dist. 25 ) : Sine 
fide mediatori» nuUum hominem vel ante vel 
poit Christ^ cuiventum fuiite foloiim, tanclo- 
mai oueloriunaf con(«sia(i»r. 



5 Tal parve quegli : e poi chinò le ciglii; 
E umilmente ritornò vèr lui, 

£ abbracciollo ove 1 minor s'appiglia. 

6 O gloria de* Latin, disse, per cui 
Mostrò ciò che potea la lingua nostra! 
pregio eterno del luogo ond* io fui , 

7 Qual merito o qual grazia mi ti mosM? 
S* i* son d' udir le due parole degfx> , 
Dimmisevien*d'inferno, ediqualchiosln. 

8 Per tutti i cerchi del dolente regno. 
Rispose lui, son io di qua venuto. 
Virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno. 

5. Minor. Alle ginocchia ( Stazio , XXI )• 
Pnrg.: Già ti chinava ad abbracciar U pklH 
Al mio dottor. Ar. : E V abbraeeiava ooi 1 
magaior $* abbraeciat. Altrove : Grifon , «a* 
dendo 'l re fatto benigno , Vennegli per gSt' 
tar le braccia al collo : Lasciò la epadm e 
V animo maligno , E iotto V anche 9d ìumU 
abbracciollo. 

G. Nostra. Latini chiama gì' Italiani pNÉ 
volte ( Inf., XXVII ; Purg., XIII ). 



CANTO VII. 



SC7 



9 NoD per far, ma per non fare ho perduto 
Di veder V alto Sol che tu disirì, 

E che fu tardi per me conosciuto. 

10 Luogo è laggiù non tristo da martiri , 
Ma di tenebre solo, ove i lamenti 

Non suonan come guai, ma son sospiri. 
il Quivi sto io co'parvoli innocenti, 
Dai denti morsi della morte avente 
Che fosser dell'umana colpa esenti. 

13 Quivi sto io con quei che le tre sante 
Virtù non si vestirò, e senza vizio 
Conobber l'altre e seguir tutte quante. 

IS Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio 
Dà noi^ perchè venir possiam più tosto 
Là dove 1 purgatorio ha dritto inizio. 

14 Rispose: luogo certo non e' è posto: 
Licito m'è andar suso ed intorno. 

Per quanto ir posso, a guida mi t'accosto. 

15 Ma vedi già come dichina '1 giorno, 
E andar su di notte non si puote : 
Però è buon pensar di bel soggiorno. 

16 Anime sono a destra qua remote: 
Se mi consenti, i* ti merrò ad esse, 
E non senza diletto ti Gen note. 

17 Com'è ciò? fu risposto: chi volesse 
Salir di notte, fora egli impedito 

jy altrui ? non sarria che non potesse? 

10. Tbnbbrb. La luce che Dante vede nel 
IT dell' inf., e il luogo laminoso è pe' soli 
nfrlli illustri e booni : non già per gii altri. 
^SoSFUi. Inf. IV, 25). 

11. Dbnti. Petr.: Gli ejfremt morsi Di quella 
cà'to con tutto il mondo aspetto. Mai non 



iS.Tui. Fede, speranza, carità. Paul. (Roro., 
n ) : Gemtee quae Ugem non habent , natU" 
fwiSter §a quae legie tunt, faeiunt. S. Tom. , 
Uff Biostrt non potersi «?ere speranza né ca- 
rila senza fede. 

iJ. Noi. Parg., XXXI: Fa' noi grazia. — 
Damo. Brunetto : Dritta madre ptr vera. 

14. Gbito. Yirg.: NulU eerta domue: hh 
«il hakitamui antuii. 

f7. Sauua. Sarrà pertoZtrdè nelCrescen- 
jte « e nel GavaleaDti. 

18. Dito. Joan. : Digito seribehat in terra, 

19. TkHBBiA. Jo. ( XII. 55 ) : Ambulate 
émm ìiueem habetis , ut non vo» tenebrae eon^ 
p nÀmdani. Is. (Vili, 22) : Ecce tribulatio 
«f Unebrae ... et caligo persequene, et non 
f9iBTit ovotofH de anguetia $ua. 

SO. Goioio. Boei.: Ckuutim ruerH diem. 



18 E 1 buon Sordello in terra fregò 1 dito, 
Dicendo : vedi, sola questa riga 

Non varcheresti dopo 1 sol partito. 

19 Non però eh* altra cosa desse briga 
Che la notturna tenebra, ad ir suso; 
Quella col non poter la voglia intriga. 

20 Ben si porla con lei tornare in giuso 
£ passeggiar la costa intorno errando 
Mentre che l'orizzonte il di tien chiuso. 

21 Alloral mio signor, quasi ammirando. 
Menane, disse, dunque là Ve dici 
Ch'aversi può diletto dimorando. 

22 Poco allungati e' eravam di liei 
Quando m'accorsi che 1 monte era scemo 
A guisa che i valloni sceman quici. 

23 Colà, disse quell'ombra, n'anderemo 
Dove la costa face di sé grembo, 

£ quivi '1 novo giorno attendereoK). 

2<h Tra erto e piano er'un sentiero sghembo. 
Che ne condusse in fìanco della lacca 
Là ove più eh a mezzo muore il lembo. 

26 Oro e argento fine e cocco e biacca» 
Indico legno lucido e sereno. 
Fresco smeraldo in \ ora che si fiacca « 

26 Dall'erba e dalli fiordentroa quel seno 
Posti, ciascun sana di color vinto 
Come dal suo maggiore è vinto '1 meno. 

28. Allungati. V. S. Girolamo : Non al- 
lungare il tu* aiuto da me. — Liei. É faor 
di rima nel Pataffio; e il Bocc: QuicietUro. 
— ScBMO. Nel seno del monte era cavata una 
valle. 

24. Lacca. Cavità. Il sentiero era acclive.— - 
Limbo. Dove ravvallamento e men fondo, il 
lembo della cavità è più che della metà piò 
basso che nelle altre parti. Esso lembo quasi 
finisce e muore nel luogo ove ravvallamento co- 
mincia: onde con tre passi si scende nella valle» 
come dirà nellVIU. L' amenità del luogo, dice 
l' Ottimo, è data a pena, per pungere via più 
il desiderio di questi che già fbrono negligeniì. 

35. Oro. Qui Pietro cita ilvirg.: Degenere 
loeos laetoe, et amoena vireta. — Cocco. Plin. 
(IX,41): Coeeum GcUatiae rutene granum. — Izf- 
pico. Virg.: Sola india nigfum Fert ebenum. 
Nasce anco in Etiopia. — Sereno. Plin. cosi lo 
dipinge: Ifigri eplendoris, oc, vel tine arte, prò- 
tmtif jueuniU. — Fiacca. Rompe ; perchè nel 
punto delle rottura è più vivo. Inf., Yl\: L'ai- 
ber fiacca. OtI. » li, 055) : lemeraldo tiene il 
prineipeuo di tutte le pietre verdi: a nulle gem- 
me 9rb9 WMggion «trlu i a. 



268 



DEL PURGATORIO 



27 Non avea per natura ivi dipinto. 
Ma (li soavità di mille odori 

Vi facca un incognito indistinto. 

28 Salve, Regina/in sul verde e 'n su* Oori 
Quivi seder, cantando, anime vidi 

Che per la valle non parén di fuori. 
Ì9 Prima che '1 poco sole ornai s* annidi, 
Cominciò '1 Mantovan che ci avea vòlti , 
Tra color non vogliat^h' io vi guidi. 

30 Da questo balzo megno gli atti e i v<|(ti 
Conoscerete voi di tutti quanti, 

Che nella lama giù tra essi accolti. 

31 Colui che più sied*alto e fa sembianti 



27. DiPiXTO. Virg. : MolUa UUeola pingit 
vaccinia caUKa. — Indistinto. Sost. È Del- 
l' Ariosto. 

28. Cantando. Virg. fa i suoi betti; lae 
tum,., Pueana ean«nCef. Dante dA loro la Sol- 
ve. Regina : che nell' uffizio si recita a com- 
pieta, e Siam già sulla sera, ki quella prece 
si nomina l'esilio, e la valle di lagrime. — 
Ville. 11 lembo della valle ancor alto le na- 
scondeva : e* comincia a vederle Udore il lem- 
bo muore. 

^. Soli. Qui Pietro cita il virg.: folMii^ua 
SMim , tua sidera, noruni. 

30. Balzo. Per contemplare taU nomini , 
dice Pietro, conviene elevarsi. Virg. (VI, 752): 
AcUumque, unaque SUryllam, Conventut trahit 
in mediot turbamque ionaniem; Et tumulum 
eapU, unde omnes longo ordine possii Àdvena 
legete et venientum dùcere vuUui. Petr. ( Tr. 
Am.}: Ascendemmo in luogo aprico.— -Lama. 
U basso della lacca (Inf.» XX). 

31. Alto. Come imperatore romano , dice 
rAnonimo. Parrà più basso Guglielmo marche- 
se. — Bocca. 1 più negligenti, e ipiù lontani 
da espiazione, non cantano* 

32. Ridolfo. Fondatore della casa d'Austria. 
Fu eletto Imperatore nel 1273, morì nel 1290. 
Vili. (VII , 54): 5» aveste voluto panare in 
ItaUa , tenta contratto »' ara tignare. Do- 
veva, aggiunge l'Ottimo, liberare Terra Santa, 
e noi fece. — Ricrea. CIc. ( Prov. Cons., 3 ) : 
Jla vexata ett , vix ut te pottU diuturna pace 
reereare. Ricrea per ricreerà; come rieorca 
per rieoreherà ( Purgatorio, VII!» 45). 

33. Conporta. Perché valoroso. 

34. Ottachbro. Genero di Rodolfo, figlinolo 
d'un altro Ottachero. Questo figliuolo dominò 
la Boemia, la Stlria, l'Illirla. Re di Boemia 
dove corre l' Albia o Albis , od Elba di cui 
Lucano : Fùnda ab extremo ftaioot Aquilane 
Sucvos Albit ... Questo fiume raccoglie io sé 



D' aver oeglotto ciò cho far dovei, 
E che DOD move bocca agli altrui canti, 

32 Ridolfo imperador fu, che pelea 
Sanar le piaghe eh* hanno Italia morta. 
Si che tardi per altri si ricrea. 

33 L* altro che nella vista lui conforti 
Resse la terra dove V acqua nasce , 
Che molta in Albia e Albia in mar ne porta. 

3&> Ottachero ebbe nome: e nelle fasee 
Fu meglio assai che Viocislao suo figlio 
Barbuto, cui lussuria ed ozio pasce. 

35 E quel nasetto che stretto a consiglio 
Par con colui ch'ha &1 benigno aspetto, 



tutti gli altri della Boemia , non che la Mol- 
dava ; che Mulda si dice in latino , e ia to- 
desco Multatp: e si porta all'Oceano. Otta- 
chero invitò Ridolfo alle Imprese d'ilalla e di 
Terra sanu. E (dice l'OU.) offerte tè , 9 me 
uente, e danari.,. Fu,,, tignare largo # Uèen* 
le, e valentittimo in arme. R re Ridolfo, fti 
occupare U detto regno,., li corte sopra, o/I- 
dono battaglia eampettra nel ITTI , dem— 
Ridolfo ueeite ... Ottachero, — Vincislao. 01* 
timo : Del quale rimate , . . Vineitlao 
Simo topra gli altri uomini: ma non /W «fi 
fu eecletiattico mantueto ed umile, e poco «m 
rimatene uno fanciullo» nome anche Fmastea^ 
e in eotiui finirò i re di Rttemia deUa tckiaito 
<f Ottachero, A' pie di Venceslao fa gittata la 
corona di Polonia e d' Ungheria, ed egli lina 
si lasciò cadere alla parola di Boninizio VU( 
r altra pose in capo al giovane suo figlinolo : 
ma Bonifaxio gliela tolse e la diede alla fr 
glia della bella Clomeoza Maria mhia A 
Napoli. 

35. Nasetto. Filippo IH , l' ardito , éi 
naso piccolo. — Benigno. Guglielmo re <ll 
Navarro figliuolo dei re Tebaldo e san- 
cero del re Filippo il Bello. — Fu««Baao. 
Nella guerra di Filippo III di Francia tea 
Pietro III d' Aragona. Ruggieri d' Oria , a» 
miraglio di Pietro, entrò in Catalogna, scar 
fisse la flotta francese: onde Filippo, non po- 
tendo più trarre vittovaglie all'esercito di Fer^ 
rara , lasciò l' impresa; e multi de* tooi ai^ 
riron di fame : egli di dolore mori in Fer* 
pignano. Anù fu questo FUippo re di Francia» 
il quale motee la guerra contro a Fiero d'À' 
ragona, però che la Chieta di Roma nel liftt 
pHvò il detto Piero della dignitade dei pt^ 
pria regno , però che avea occupata SieìKa 
conceduta nel 1262 per papa Urbano al if 
Carlo vecchio ... e concedette U detta regnt 
d'Aragona a Cario, figliuolo dei detto re Ft- 



CANTO VII. 



269 



Hori fug2(^ndo, e disfiorando 1 giglio. 

96 Guardate là come si batte 1 petto. 
L* altro vedete ch*ha fatto alla guancia 
Della sua palma, sospirando, letto. 

37 Padre e suocero son del mal di Francia: 
Sanno la vita sua viziata e lorda, 
E quindi viene *1 duol che si li lancia. 

SBQoelcheparsimembnitoeche s'accorda, 
àntando , con colui dal maschio naso, 
V ogni valor portò cinta la corda. 
E se re dopo lui fosse rimaso 



Ufp9. Al gwiU aequistan il re Filippo evi 
(Ufi della barùnia , • cavalieri frane etehi si 
MMw; • p€r grazia del re di JUaiorica tenen- 
do U eammino del lago della marina, venne 
die muedio di Girona ; e quiivi , abbondata 
^rmiiiuta per la corruzione deUa aria.,, co- 
^WUù, infermo, ti detto re Filippo, per gra- 
ppi 9meceduta dal re Piero, ii partì, e..,mo- 
i • Ferpignano ( OUimo }. 

M. ixTRO. 11 saocero di Filippo, Gaglielmo. 

S7. Mal. Filippo il Bello MontfiQCon: /{ é- 
WH wMUaHf jusqu' à l* excé», dur et impito- 
^Me à $u eujets. Pendant le coure de eon 
4§tmt fi y cut plus d'impóte, de taxes, et 
U maiidtM , 91M dane tout Ut ragna prece- 
iMlk Qotndo DtDle scriveva queste cose, Fi- 
ippo era vivo: morì nel 1314. — Lancia. A1- 
mn Cr»: Colui ti quale eglino lanciarono 
iMifiieront ). 

SB. MsMBRUTO. Pietro III d' Aragona, prò- 
iìMÌibo, dice il figlio di Dante. Nello ttem- 
um nfwm Aragonae aggiunto al Rationarium 
ìtmforum del Petavio, chiamasi magnue. Ott.: 
fie $nm$o del corpo , e forte d' animo e di 
Vi. — S' ACCORDA. Ott. : Sì come etti fu- 
éiieordi in prima vita per via d'occupa- 
éMi re§no di Sicilia ... co A qui purgan- 
t» toro ncgligenia divenuta per occupazione 
» fatto ft arme ... per amore e' accordano, e 
Uùwei o: Salve, Regina, mater misericordiae , 
te, duleedo et spes nostra salve ... Piero 
f Arm§ona ... fu valente etperto in fatti d*ar- 
■0 -. f recò soUo la tua tignoria più genti 
é mUmtM regno occupato dai Saracini verto 
s J|pMia.— Naso. Carlo il Vecchio di Puglia, 
MU di Provenza. Ott.: Avea grande naso, 
W è mgno di molta ditcrezione. — Corda. 
Pfetv.» XXXI. * Aecinxit fortitudine lumbot tuos. 
J^» ZI: BrU justitia cingulum lumborum ejus; 
t fàm einetorium renum ejut, 

Wè. Retro. Alfonso d'Aragona suo prìmoge- 
9 rimile al padre in bontà. Regno in Ara- 
poco; gli successe Giacopo secon- 



logMito, e Fedeiigo l'altro liracdio ebbe la 



Lo giovinetto che retro a lui siede, 
Bene andava il valor di vaso in vaso. 

kO Che non si puote dir deiraltre redo: 
Giacopo e Federigo hanno i reami; 
Del retaggio miglior nessun possiede. 

hi Rade volte risurge per li rami 
L* umana probitate : e questo vuole 
Quei che la dà, perchè da lui si chiamL 

i2 Anco al nasuto vanno mie parole , 
Non men ch*aIFaltroPier checon lui canta. 
Onde Puglia e Provenza già si duole. 

Sicilia. Onde dice rimato, cioè pib langamen- 
te vissuto. Vili. (VII , 101). L' Ottimo dice 
d' Alfonso : Morì giovanetto , pieno di buona 
stificansa ( scienza ) , onoratore di voUest- 
tt uofittm , liberale e virtuoto amatore di gieh 
ttizia , e magnanimo in volere acquietare. 
Guerreggiò contro Carlo d* Angiò per difesa 
della Sicilia. — Vaso. Jer. ( XLVllI, 11 ) : 
FertiUt fuit Moab ab adoleseentia tua , et r^ 
quievit in faecibut mii: neo trantfutut ett de 
vate tft V€Lt, 

40. Giacopo (Vili., X, 44; XI, 73). L'Ott.: il 
secondo fu donno Iacopo, il quale dopo ia 
morte del padre nel 1285, fatto donno Anfip- 
so re d* Aragona, fu fatto re di Sicilia, U 
quale fece grande guerra contro a* „, sue ce»- 
tori del re Carlo; finalmente ti pacificò cotk 
la Chieta e co* detti tuccettori, e *l tuo fratello 
ritenne la Sicilia contr'alla Chiesa ed a quek- 
li della casa di Puglia, non ottante la detta 
pace e parentado contratto per lo fratello con 
la detta ctua ; la qual guerra a interpolati ten^ 
pi ha dato moUo ditpendio aUa eata di Puglia 
e U Siciliani hanno tostenute doglie e dannu 
Nel 1299, Alfoiùo per istigazione di Boniùb* 
zio s'armava contro Federigo re di Sicilia 
fratel suo; nel 1300 Io vinceva • ma indarno^ 
in navale battaglia. — Rbtaggio. Cic, OS.: 
Optima ... hereditat a patribut traditur Itò»- 
rit, omnique patrimonio praettantior, gloria 
virtutit rerumque gettarum: cui dedecori ette. 
nefat et impium judicandum ett. 

41. Rami. Traslato preso dall* albero gene»- 
logico. — DÀ. S. Jacob.: Omne d€Uum optimutA, 
Se i figli di buon padre fosser buoni, diremiDo 
la bontà venire dal sangue, a Dio non la chie- 
deremmo. Nel Conv.: Più volte aUi malvagi cfee 
alU buoni pervengono U retaggi . . • Così 
fotte piaciuto a Dio che quello che domanda 
U Provenzale fotte ttofo, che chi non è reda 
della bontà, perdette il retaggio dello avere. 
Eccl. (XXIII, 35 ): Non tradent filii ejut rch 
dice», et rami 9«f non dabunt fructum» 

42. Nasuto. D" Angiò. ^PAHOLiSap. (VI, 



«0 



DEL PURGATORIO 



fc3 Tan^ è del seme suo mÌDor la pianta , 
Quanto, più che Beatrice e Margherita, 
Costanza di marito ancor si vanta. 

hk' Vedete il re dalla semplice vita 
Seder là solo, Arrigo d'Inghilterra; 

10 ): Ad voi ... regu twU hi termann met\ 
ut diseatittapUntiam. — Duolb. OU.: Sono tali 
discendenti { di Carlo l ) , che te ne duole o- 
gni terra oÙramontarM e cUràimontana a loro 
suddUa» 

43. Gostanza. CU.: Goftanga..M vanta anr 
Cora d' avere marito , con tutto eh* eUi tia 
morto, per U Rgliuoìi che di lui ebbe, rispetto I 
di queUi che ael re Carlo e di etta donna ri- 1 
mastro. Figliuola di Manfredi ( Parg., Ili ), 
moglie a Pietro III, d' Aragona, vivente anco- 
ra nel 1300; Margherita e Beatrice, figliuole 
di Carlo il Zoppo, oepoti del Tecchio Cario , 
mogli di Giaco pò e di Federigo. Altri inten- 
de, Beatrice moglie di Carlo d' Angiò, e Mar- 
gherita, di Luigi IX di Francia: perchè, dico- 
no, le mogli di Giacopo e di Federigo si chia- 
mavano Bianca ed Eleonora , non Beatrice e 
Margherita (Glanoettasio, St.di Nap., l.XXII). 
A questa Interpretazione favorisce Y ancor: 
come dire: Gostanza eh' è ancor viva; e le 
altre son morte. 

44. SxMPLici. Arrigo III , figUnol di Rie- 



Questi ha ne*rami suoi migliore uscita. 

h& Quel che più basso tra costor s'atterra, 
(juardando'nsuso, èGuglielmo marchese, 
Per cui Alessandria e la sua guerra 

k6 Fa pianger Monferrato e 1 Gaoavesa 

cardo : Fu eemplice ... e di buona fede, e di 
poco valore. — Solo. Perchè rari i sempUcL 
L' Ott. : Arrigo . . , fu coronato r§ né 
1278 ... di lui nacque U buono re Adoeaéè , 
ti quale vivea al tempo che V A, eomtfmets 
questa opera ; il quale fece in stia vUa é^ Mfa 
e grandi cose. Però dice migliore uscita. Lodi 
Eduardo anco il Vili. — Uscita. Yirg.: MaMt 
ad coelum ramis felicibus arbos. 

45. GuGLiBLMO. Di Monferrato. Con gli Asti* 
giani e co* Pavesi aveva guastate le terrt M> 
lessandria, e il Novarese, e quel di M ilM»yf 
quel di Piacenza. In Alessandria nel i9M 8i> 
bitamente levandosi a romore i cittadini , ft 
preso; e, chiuso in gabbia di ferro, dopo dM# 
sette mesi morì. Il figliuol suo foggi in fflf* 
venia a Invocare la vendetta straniem. li 
non gli successe nella signoria. 

46. PiAifGBn. Sì perchè sono privati ésU^ 
no signore , e si perchè sono venuH $Ht§ 9 
governo di straniero erede ( Ott. }• Ma 
intendasi della guerra che per lai 



Jr 



^71 



CANTO vra. 



ARGOMENTO. 



M pregano : giungon du* Angeli e U difèndono dal eerpente t Inferno. 
nella vaUe , conotee Nino gindieo , amico ino, $ Corrado JKiIaipìfia, 
mot buoni ospiti. 

irle dell' esilio si alternano alle speranie e alle YiaioDi del eielo. E già I prinrf 

t0 spirano in modo celeste la malineonia dell' esilio. Tatta la cantica è serena 

nte speranze : e non mai l' animo di Dante fti si paro e si nobile. Neil' Inferno 

lo intorbidano ; negli aitimi del Pargatorlo il quadro s' annera ; nel Paradiso 

f abbattimento d'an' anima disperata dfogni gioia terrena: la mente non il 

irla. 

tersine 1 alla 13; la 15 aUa 32; U 34 alla 41 ; U 44 e U 45. 



*ora che volge il disio 
iti e 'ntenerisce '1 core 
lian detto a' dolci amici addio, 
novo peregrin d*amore 
9 ode squilla di lontano 
1 giorno pianger che si more : 
»*oconiincìai a render vano 
) a mirare una dell'alme 
I r ascoltar chiedea con mano. 

3i' ha a fare lango riaggio, e ha 
Ielle amate cose recente. — Pun- 
ra : Le $teUe ti mostravano di 
lJae$ano giudieàn che piange»- 
ma quando il dì si doìe Di lui 
l Terno) che pano passo addietro 

racerano. C. V: La 've *l voeabol 
vano (cfssa). — Surta. Sedevano 
SS). — Mano. Or.: Voce flnofiw- 
B eomprtssit. Virg.: Significatque 
3§no eimMl ineipU ore. 
I. Come 8' accenna oe* Salmi. 



6 



Ella giunse e levò ambo le palme. 
Ficcando gli occhi verso V oriente , 
Come dicesse a Dio : d'altro non cdme: 

Te luds ame sì devotamente 
Le usci di bocca e con si dolci note 
Che fece me a me uscir di mente. 

E Taltre poi dolcemente e devote 
Seguitar lei per tutto l'inno intero. 
Avendo ^ occhi alle superne rote. 



r 



S. Lae. , 1: Orisfit e» alio. Lattant.: Ortent 
eimUie Dea eeneetur , quia ipse Uumnie fim$ 
et iUustrettor est rerum. 

5. Tk. Inno della compieta , a difendere 
l'anima dalle tentasioai notturne. Pregane» 
perchè prega a qaell* ora la Chiesa , e pregan 
per r anime restate nel mondo : Hoetemque 
noetrum eompriiiif. Vedremo venire l'antico av- 
▼ersario stmoolo della tentasìone , che il P. 
dofeva f incero porgendosi in virtù ; e sim* 
bolo del nule die le anime parganU doveva- 
no in lor viti svitare » o non sempre voUenk 



272 



DEL PURGATORIO 



7 Aguzza qui, lettor, ben gUocchial vero; 
Che 1 velo è ora beo tanto sottile 
Certo , che*l trapassar dentro è leggiero. 

8 r vidi quello esercito gentile 
Tacito iiopcia riguardare in sue. 
Quasi appettando, pallido e umile. 

9 E \idi uscir dell' alto e scender giuo 
Du' angeli con due spade affocate , 
Tronche e private delle punte sue. 

10 Verdi come foglielte pur mo nate 
Erano in veste, che da verdi penne 
Percosse traean dietro e ventilate. 

11 L' un poco sovra noi a star si venne , 
E l altro scese nell* opposta sponda, 

SI che la gente in mezzo si contenne. 

1 2 Ben discerneva in lor la testa bionda , 
Ma nelle facce f occhio si smania. 
Come virtù eh' a troppo si confonda. 

7. Velo. Pietro : Dal velo iotiiU più facil 
menu ti vede , però talvolta n omette di guar^ 
tlar fiso. O meglio : quando il velo è traspa- 
rente , ci si passa attraverso , come se DuUa 
fusse , e si squarcia. Ama ì\ P. celare sotto 
UrmQ simboliche il sao concetto. Si rammenti 
il IX dell' luf. Nella V. Nuova: A più aprire 
Ut intenzione di quetta canzone si eonverrebis 
usare di più minute dtvtttoni : ma tuttavia 
rJii non è di tanto ingegno che per queste che 
5on fatte la po$ia intendere , a me non di- 
%piace »e la mi Uueia tiare : che eerto io temo 
tU avere a troppi comumeofo ti nio tnfefidì- 
mento. Altrove: iVé t poeti padano coti tensa 
ragione , né quelli che rimano devono par- 
Lare coti, non avendo alcuno ragionamento in- 
tero di quello che dicono : perocché gran ver- 
gogna tarebbe a colui che rimaue cosa eotto 
vetta di figura di colore rettorieo: a, doman- 
dato , non tapette denudare le tue fiarota da 
cotal vetta in guisa che avessero verace inten- 
iiimento. Non però che alla profondità del 
concetto e' non volesse conciliare la leggia- 
dria delle forme. Dice in ona cani. (IV, 1): 
Canzone , io credo che saranno radi Color 
che tua ragione intendan bene : Tanto lor 
parli faticata e forte. Ma se per avventura 
egli addiviene Che tu dinnansi da persone 
vadi Che non ti paion d^ essa bene accorte » 
Ij, prego allora che tu ti eonforte E dica ... 
I\mete mente almen compio Son bella. Conv. 
(1,2): Intendo mostrare la vota lanlfiua 
di quella , che por alcuno vedere non si può, 
s' io non la conto , perché nascosa sotto fi' 
gura «i* allegoria , e questo non solawtmte darà 
diletto buono a vedere $ ma sottile ammao- 



13 Ambo vegnon del grembo di Maria, 
Disse Sordello, a guardia della valle. 
Per lo serpente che verrà via via. 

ìi Ond' io che non sapeva perqual calle ,« 
Mi volsi 'ntorno . e stretto m' accostai 
Tutto gelato a lo fidate spalle. 

15 £ Sordclioanche: ora avvalliamo omaj 
Tra legrandiombre;e parleremoad esse « 
Grazioso fia lor vedervi assai. 

16 Soli tre passi credo eh' io scendere, 
£ fui di sotto; e vidi un che mirava 
Pur me, come conoscer mi volesse. 

17 Temp era già che 1* aer s'anneravi, 
Ma non si che tra gli occhi suoi e* miei 
Non dichiarasse ciò che pria serrava. 

18 Yér me si fece , ed io vèr lui mi Tei. 
Giudice Nin eentil, quanto mi piacqus 
Quando ti vidi non esser tra' rei ! 

ttramento, e a eo^ parlare e a coti tat» 
dere V altrui scritture. 

S.Tacito. Par pregando. MaCt., XVII, citils 
da Pietro : Hoc . . . geniu non egieitur ma 
per orattonam.— Sui. Ps.: Levavi oculoe msm 
in montes , unde veniet auxilium mtAi. 

9. Affocate. D* amore. L' apostolo, clMto 
da Pietro : induite vos armaturam DÓiinmih 
tute, ut postitis stare adversut insidias dùA^ 
li. La spada fiammante d* un Gherabinu diAih 
de, secondo la Gen. , 1' entrata del parate 
terrestre. ^ Tronche. Perchè possiamo Am^ 
lo, non vincerlo. O, dice BenTenuto, percjiéll 
giustizia è temperata dalla misericordia. 

10. Verdi. Di speranza. G. Ili: 
jLa Ila fior del verde. 

11. Mezzo. Is., citato da Pietro: 5iiptr w^ 
ros tuos, Jerutalem , conttitui custodm^ E p^ 
custodi, s. Bernardo intende gli Angeli, 
da' due iati per difendere da' due eccessi. 

i%. Bionda. Simbolo , dice Pietro , di 
fetta virtù. Ott. : Li biondi capelli, 
dono da buona complessione. — Troppo. AriiU 
Mxcellentia sentatorum eorrumpit sentsts. It 
faccia » come parte più nobUe , splenda? a pft 
forte. 

13. Maria. In Christo , dice Pietro , sMi* 
^iiult sumus remedia cofitm daemonei. Marti 
è nel più aito de' cieli ( Par., XXXI ). — Vuu 
Or ora. 

17. Temp*. Virg.: Bunc ubi via mallo. •• 
eognovit in umbra. — Sieeava. Alimi 
chiuso per celalo. 

18. Nix. De* Visconti di Pisa , pria» mi 
rito a Beatrice» figlinola d' Obizzo d'Esla; 
deefmo^arto giadice di Gallura in Sardsgtt: 



CANTO \1IL 



873 



19 Nullo bd salutar t^a noi si tacque. 
Poi dimandò .* quant* è che tu venisti 
Apniè del monte per le lontane acque ? 

9D Oh, dissi lui , per entro i luoghi tristi 
Venni stamane: e sono in prima vita, 
Ancor che Taltra , si andando , acquisti. 

91 E come fu la mia risposta udita, 
Bordello ed egli indietro si raccolse 
Come gente di subito smarrita. 

32 L*uno aVirgilio, e l'altro a un si volse 
Che sedea li, gridando: su, Currado , 
Vieni a veder che Dio per grazia volse. 

23 Poi vòlto a me: per quel singoiar grado 
Che tu dei a Colui che si nasconde 
lo suo primo perchè, che non glie guado; 

2i Quando sarai di là dalle larghe onde, 
Di* a Giovanna mia che per me chiami 
Là dove agi' innocenti si risponde. 

25 Non credo che la sua madre più m' ami 



capo de'Ga£lfi, nipote del conte Ugolino. Vili. 
( VII , 120 ) : ;Ve( 1298 fu cacciato di Pisa, 
9 andouene in Maremma; quivi fece grande 
fvtrra contro i Pisani : e guerreggiando mo- 
fl. Da tre anni adunque aspettava in Purga- 
tofio. QnaDti de' suoi conoscenti rincojiira il 
Tm pur ne* primi canti ! Tant* alla idea della 
atnezfone della virtù gli sedeva ncll' animo. 
^■esio Nino combattè contro Arezzo co'Fio- 
IWIÌdI guelfi a Campaldino nel 1289: e quivi 
iNte r avrà conosciuto il P. — Rei l Sape- 
va » dice il Post. Caet. , che Nino avea mos- 
ti più volte guerra alla patria. Ott. : Bello 
M corpo , e magnanimo, 

19. L02ITAKI. Dal Tevere. Più sotto : Lar- 
ffca onde. 

93. Grido. Bingraziamento , gratitudine. 
Bt jec . : Cotal grado ha chi tigna pettina, — 
^u Fer vi: Inf. XXIII; Pfon gli era tospet- 
fa. -^ Guado. Profondi sono i giudizii di Dio. 
Vado biblico. 

14. GiOTiXNA. Figlia di Nino , poi moglie 
a Riccardo da Clamino : e non Gherardo da 
CiBdoo lodato nel Purg. , XVI. Ma forse nel 
1300 non era ancor moglie, e P Ott., la dice 
piccola. 

ift. Madrb. Beatrice d' Estc , moglie di Ni- 
ipa , poi maritatasi nel 1300 a Galeazzo Vi- 
amtl di Milano figliuol 4i Matteo : sorella 
di Ano Vili. — Biacche. I Siracusani , quei 
dr Argo f le donne romane vestivano bianco 
ài aejmo di lutto. A' tempi di Dante eran 
iineSi le bende , la vesta nera. Bocc; Guar- 
éfB 99m$ m cotoi donna ttan beng lo bonda 



Poscia che trasmutò le bianche bende 
Le qua^convien che «misera, ancor brami. 

26 Per lei assai di lieve si comprende 
Quanto in femmina foco d*amor dura 
Se l'occhio 1 tatto spesso noi raccende. 

27 Non le farà si bella sepoltura 

La vipera che i Meìanesi accampa , 
Com* avria fatto il gallo di Gallura. 

28 Cosi dicea segnato della stampa 
Nel suo aspetto, di quel dritto zelo 
Che misuratamente in core avvampa. 

28Gliocchimiei ghiotti andavanpure al etelo 
Pur là dove le stelle son più tarde 
Si come rota più presso allo stelo. 

30 £1 ducamio:figliuol,chelassùgaarde? 
Ed io a lui: a quelle tre facelle 

Dì che*l polo di qua tutto quanto arde. 

31 Ed egli a me: le quattro chiare stelle 
Che vedevi stamau, son di là basse; 



bianche e % panni nori (Lab. Ara. ). — Brami. 
Era meo giovane di cioqo'aDDÌ. 

26. Amor. Ov.: Sueeeuore novo vindtur om' 
nis amor. 

27. Vipera, Arme de' Visconti. Verri (Disi, 
de tit. et ins.): àfajoret nostri, publieo decreto^ 
sanxerunt ne castra mediolanensium locaren- 
tur nisi vipereo signo ante in aliqua arbore 
constituto, — Mklakbsi. Anco in prosa (Gre- 
se. II , 157). — Gallo. Arme di Nino , giu- 
dice di Gallura. Dice il P. che meglio sareb- 
be a Beatrice scolpire sulla sua sepoltura il 
gallo che la vipera , iodizio della sua biga- 
mia : cosa dagU antichi avuta in dispregio. 
Rammenta quei di Lue: Liceat tumulo leri- 
psisse : Catonis Mania, OU. : Furon cacciati 
( i Visconti ) di Melano per quelli della Tor- 
re; cusai disagi sofferse questa donna col suo 
marito, sì che più volte bramasse lo stato del 
vedovado di prima, V. Corio , parte li. 

28. MisuRATAMBNTB. Non ìsdcgno lo move, 
ma diritto amore della moglie immemore , e 
pietà de' suoi mali. 

29. Tarde. Vicino a tramontana , perchè i 
cerchio da girare è più piccolo. Il P. non ave- 
va veduto mai il polo antartico , dove le stel- 
le , come nel nostro, fanno in ventiquattro ore 
un giro più corto dell' altre. 

90. Ter. Virtù teologali : fede , sperania , 
carità. 

31. Quattro. Virtù cardinali. Prima vede 
le quattro virtù morali ed umane; poi le Ire 
virtù della grazia ( e. I, 23 ). Ott.: Dove tra 
tu loia eonoMmsa dì vjhrtt^ morale^ ora è vo- 

35 



Kk 



DEL PURGATORIO 



E queste son salite ov* eran quelle. 
38 Coin*ei parlava , e Sordello a sèi trasse 

Dicendo : vedi là il nostr' avversare. 

£ drizzò '1 dito perchè in là guatasse. 
33 Da quella parte onde non ha riparo 

La picciola vallea , era una biscia, 

For^ qual diede ad Eva il cibo amaro. 
3k Tra l'erba e i fior venia la mala striscia, 

Volgendo ad or ad or la testa , el dosso 

Leccando come bestia che si liscia. 

35 Io noi vidi , e però dicer noi posso, 
Come mosser gli astor celestiali ; 
Ma vidi bene e V uno e V altro mosso. 

36 Sentendo fender V aere alle verdi ali , 
Fuggio'l serpente, e gli angeli diér vòlta. 
Suso alle poste rivolando iguali. 

37 L' ombra che s' era al giudice raccolta 
Quando chiamò , per tutto quello assalto 
Punto non fu da me guardare sciolta. 



nuto totto il governo delle tre virtù teologi- 
che, — Salite. Oli. : Quando egli vscì dello 
Inferno , . . Venw era nella parte orientale , 
che precedea il sole , e il Carro era a tramon- 
tana: ora dov*era il Carro , sono queste tre 
stelle; sì eh* è passato uno dì artificiale, 

32. Av^-BRSARo. Come varo per vario (Inf., 
IX ) S. Petr. : Adversariui tester diabolus ... 
circuii , quaerens quem devoret. Cui resistite 
fortts in fide. Anco questa è aDtifona della 
compieta. 

33. Riparo. Il monte aTTallandosi , dove- 
va nella parte opposta a quella donde scese- 
ro i P. , lasciare la saa caviti senza sponda 
o rialzo. Il demonio viene da quella parte per- 
ché la tentazione coglie P nomo là dov' egli 
è disarmato. — Biscia. (Gen. » III ). — Ama- 
ro. Gen. ; Mulieri dixit Deus : muUiplicabo 
aerumncu tuas, 

34. Striscia. Il serpente. Il Lippi chiama 
striscia la spada (e. XXXVII). — Liscia. Per 
esprimere la dolcezza delle lusinghe che fa 
il malvagio al malvagio , e il malvagio a sé 
stesso. 

35. Astor. Indica la prestezza e la forza. 

36. Posti. Inf. , XXI : Dì qua di là di- 
scesero alla posta, — Iguali. Igualemente è 
nel Conv. e nel Parad. Vlrg. : Se paribue per 
voelum sustulit alis. 

37. L'ombra. Currado. — Sciolta. Nel e. 
IV , dice le potenze dell' anima sciolte dall' 
attenzione o legate. 

38. Lucerna. La grazia. Parg. XXII: Qual 
tote quai eaifuMe Ti stwebrann ..? ^ Ci- 



38 Se la lucerna che ti mena in alto 
Trovi nel tuo arbitrio tanta cera, 
Quant'ò mestiere inaino al sommo smalto, 

39 Cominciò ella ( se novella veri 
Di Valdimagra o di parte vicina 
Sai) dilla a me che già grande là era. 

kO Chiamato fui Currado Malaspina: 
Non son V antico, ma di lui discesi. 
A' miei portai V amor che qui raflìna. 

ki Oh, diss' io lui, perii vostri paesi 
Giammai non fui : ma dove si dimora 
Per tutta Europa, ch'ei non siaa paleaS 

Vi La fama che la vostra casa onora 
Grida i signori e grida la contrada, 
Si che ne sa chi non vi fu ancora. 

k^ Ed io vi giuro , s* io di sopra vada. 
Che vostra gente onrata non si sfregia 
Del pregio della borsa e della spada. 

kh Uso e natura si la privilegia 



RA. Merito , valore , in te» — Smalto. Di 
Bori ( e. XXVllI ). 

40. Antico. Marito a Costanza sorella del 
re Manfredi privilegiato da Ottone imperato- 
re. Il secondo Corrado che qui rincontriamo 
è fìgliuol di Federico , figliaol di Corrado t 
antico. — Amor. Ebbe dalla moglie io dota. 
nna città ed un castello in Sardegna : lei mor- 
ta , comunicò a' suoi agnati ogni cosa. Oli.: 
Indugiai V opere meritorie della salute per gunt' 
reggiare ed acquistare amici, 

41. Paesi. In Lunigiana andaron esuli a 
Guido r amico di Dante , e i Cerchi , e Ba- 
schiera Tosinghi , e Uguccione , ed i Boia- 
parte. — Fui. Ci andò nel 1306 , quando i 
Malaspina erano march, di tutta la Val dilll- 
gra. Franceschino , ospite di lui, è uomoo* 
scuro : più noto Marcello , marito di Alacia» 
la quale , nipote d' Adriano papa , è nomni- 
ta nel XIX del Porg. Un Malaspina tra il Mt. 
XII e il XIII fu poeta provenzale assai nolo:' 
tanto più dunque onorevole a Dante dovafi 
essere quella famiglia. 

43. Sopra. Al sommo smalto. — BoiSà* 
La virtù contraria all' avarizia è sempre oaa- 
rata da Dante , non per vili cupidigie , M 
perchè dall' avarizia e' deduceva tutte le ni- 
serìe del mondo ( Inf., 1,7). Osservate cka 
la moglie d' Alboino della Scala era Malaspi- 
na : onde si trovano congiunti tra loro di san- 
gue i due ospiti del P. 

44. Uso. Uorat. : Doetrina sed vim ii rom 
vel intitam, Rectique cuUus p^elor^ fiiaranl. 



CANTX) Vili. 



275 



Che , perchè 1 capo reo Io mondo torca, 
Sola va dritta e'I mal cammin dispregia. 
ki Ed ^i: or va; chel sol non si ricorca 
Sette volte nel letto che 1 Montone 
G)n tutti equattro i pie copre ed inforca, 



45. RicoBCA. Tramontando. In Ariete il so- 
le dimora come negli altri segoi , trenta dK 
— Infosca. Pietro : L' Ariete ha dieiaueite 
sHlU, parte delle quali fuueonde eome fa 
il vero amU qitando giace. Nomina 1* Ariete 



46 Che cotesta oorteae ppinione 
Ti fia chiavata in mezzo della testa 
Con maggior chiovi che d'altrui sermone 

VI Se corso di giudicio non s* arresta. 



come il segno dorè '1 sole era allora. Nob 
passeranno self anni. 

46. Chiovi. Petr. : ^ to trarci eon ioidi 
chiotti /ito. 



276 



DEL PURGATORIO 



C A N T IX. 



ARGOMENTO. 



Sogna cP essere ia un^aqmla rapito in allo ; e Lucia , dormendo , lo pofk 
dawmv vicino alle porte del Purgatorio; dovi' e* i' umilia contrito ad un Angelo ée 
gli apre : ed entrana fra i canti delle anime congratulanti. Comincia da tre otti* 
sioni mitologiche e scandalose : la concubina di Titone » ti ratto di Ganimede , e 
gli amori d' AchiUe ; ena neUa fine s' innalza a cristiana poaia ; ed egli medssir 
mo se n' awede , e lo dice nella terzina 24. Altri sogni vedremo ed altre visim 
nel Purgatorio di Danto , monda fra il mortale e il ditino , come la visione è tm 
lo spirituale e il corporeo. 

Nota le teraipt i allt 5; la 7, 8 , 10, 11 , 12 ; Ta 15 alla IS ; la 2C^ alla 33 ; U » 
alU 38; la 32 aTU tt; la 38, 39^ 42, 43, 44, con le olUme di». 



La GODGuMna di Titone antico 
Già 8' imhiancaTa al balzo d' oriente 
Fuor delle braccia del suo dolce amico» 

Dì gemme la sua fronte era lucente, 
Poste 'n figura del freddo animale 
Che con la coda percuote la gente. 



1. TiT02fB. Ylrg.: lUhom sroeeum Unqtt&M 
Aurora cubiU ... Phaeboa ImtrednU lampade 
Sorras. Ovid.: Jam super oeeanum venti a 
ssnioTB marito ... Aurora ... Jamgue fugatu- 
ra Tiihom eonjuge noetem. Come sorgeva 
r aurora, s'era ancor noiie ? S'imbiancava ap- 
pena il balzo , il lembo d* oriente : la notte 
cadeva , ma non ci si vedeva per anco. 

2. FiGUiA. Il P. entrò al suo viaggio di 
marzo; quand' il sole è in Ariete è tenda la 
luna : stette qoattro giorni in Inferno. La lu- 
Ba in cinque corre due segni dello zodiaco: 
dunque la Iosa al principio del viaggio era 
io Libra opposta all'Ariete: ora è nel Sagit- 
tario, segno opposto allo Scorpione, dove 
Basca l'aurora» Cosi Pietro. — Fmddo. Virg.: 
Frigidui ..• anguis. Gli animali velenosi chia- 1 
mavansi freddi. É nello Scorpione il sole si- 1 



3 Eh notte de* passi con che sala 
Fatti avea duo nel hiogo ov'eravamo^ 
E 'I terzo già chinava infuso Tale ; 

k Quandlocho meco avea dìqueld^AdaOKS 
Vinto dal sonno in su Torba inchinai 
Là 've già tutti e cinque sedevaoMK 



no alla fin di novembre. Ott. : il segm é 
Seorpio seendsa S9pra il nostro onstonte ; e 
notte era in opposito di noi ... Storpio emtSr 
Uto sopra quello enUsperio , s) eh» tutta Fir* 
gìne , che fu ascendente a quello net 
pio della notte, era passata; la guati 
a scendere due ore e tre quarti, 

3. CiUNAVA. Yirg. : Ruit ... nox. La 
secondo Macrob., tre ore e mezzo sala; atM^ 
tante discende. In luogo antipodo a CtriM 
lemme l'aurora deve inconyaciar a blaaekg- 
giare prima che in paese d'Italia. 

4. Adamo. Perchè, nota Pietro, il eorpa 
dorme, no V anima. — Vinto. Un aotieo (T. 
B. Chiara, e. 3): Vinta dal sonno. La aed^ 
sima frase è io Albertano. -— Cinque. DaMe, 
Virgilio , Nino , Corrado , SordeUo. 



CANTO IX. 



ri' 



NeFT ora che comincia i tristi lai 
i^ rondinella presso alla mattina, 
Torse a memoria de' suoi primi goai^ 

^ E che la mente noatra , pellegrina 
Più dalla carne, e men da'pensier presa. 
Alle sue vision quasi è divina , 

"^ ki sogno mi parea veder sospesa 
Un'aquila nel ciel eoo penne d oro , 
Con Tale aperte ed a calare intesa. 
8 Ed esser mi parea là dove fòro 
Abbandonati i suoi da Ganimede 
Quando fu ratto al sommo concistoro. 
I Fra me pensava : forse questa fiede 
Por qui per uso, e forse d'altro loco 
Disdegna di portarne suso in piede. 

10 Poi mi parea che, più rotata un pocov 
Tenibil come folgor discendesse , 

E me rapisse susoinfino al foi^o. 

11 Ivi pareva eb' ella ed io ardesse ; 
E al lo 'ncendio immagiaato cosso 
Che convenne che 1 sonno si rompesse» 

13 Koo altrimenti Achille si riscosse^ 

•• Oka. Tra raddormentarsi et segnar» 
torre lotenrallo; e se questo non fosse, e*non 
iMeriverebbe di nuovo V ora :.e ciò es8endo> 
if iBOStra cosi' che quand" egli s' addormentò 
tra ancor notte. — Guai ( Ot. , Mek , Yl). 
ntaiela Di il P. mutata in rondine» non^Piroe- 
Ipa , com* altrf ( e. XYIl. 7 ). 

f. DnriNA. Altri intende dtomatriea, perchè 
cali' alba » secondo Ov. , Somnia quo aer- 
ai •.. «era tolefif. Pietro intende divina, non 
altro ; e cita Arfst. (De Ànima},, il quale al- 
l' anima dK tre potenze ; vivere , sentire, in- 
ere ; onde la chiama animale diviooi E 
Socrate » il qpale diceva i doversi pen- 

la mattina , mangiare la sera, lo starei 

|V la prima interpretazione:- non già che non 
mia a«lorevole la seconda. Pelr..*- Che con 
la iaguca amtca di Titone Sùoldt^iogm con- 
fmi torva U velo. 

K Gaxuudb. Ov. ( Met. , X ). — Batto. 
fhf .X. J^plì Ganymeéie konoret ... ^utulU 
lAto MiM padiòtii JMi armiger tiocif . 

•C FBDB. Arriva. Inf.,X: Swii9reh'aòuna 
tplli Ma. — Pinna. Ritti; illesi. Par indica- 
li» la aisposixiòna elevata dèli! anima che sa- 
li a Dio. 

10, Fogo. Sfera del fbco , sopra qyieUa del- 
l' aria, e sotto la luna ( Par., 1). 

ift. AamasB. Arde la luce dilla graiia nel 

iva, e lo infiamma. — Cossi (Infèrno, XYl). 

il. Aculuu Stau ( AchilL» 11: Qmm 



Gli occhi svegliati rivolgendo in giro, 
E non sappiendo là dove si fosse, 

13 Quando la madre da Chirone a Schifo 
Trafugò lui dormendo iir le sue braccia 
Là onde poi li Greci' il dipartirò ; 

14 Che mi scossMo si come dalla faccia 
Mi fuggii sonno; e diventai smorto 
Comefa Tuomehe spaventato agghiaccia. 

15 Dallato m'era solo il mio conforto; 
E *1 sole er*alto già più che due ore , 
&'i< viso m* era alla marina torto. 

16 Non aver tema , disse 1 mio signore: 
Fatti sicur, ohe noi siamo a buon punto: 
Non stringer, ma rallarga ogni vigore; 

IT lu se' omai al purgatorio giunto. 
Vedi là'l balzo che 1 chiude d' intorno: 
Vedi r entrata là 've par disgiunto. 

Ift Dianai nell'alba che precede 81* giorno, 
Quando 1* anima tua dentro dcrmia 
Sopra li fiorì onde laggiù è adorno , 

19 Venne- una donna e disse : i' son Lucia. 
Lasciatemi pigliar costui che dorme: 

pueri tremefneta quiei^ oeuliqtie jaeentii In-- 
fueum temen diem: stup9t aere primo, Qucls 
Locat qui ffuetutf uln Mio»? omnia ven» 
Aique ignota fridèt, dubitatquo agnoeeen md- 
Crem. 

13. DonHBimo. Per dormanle. Ar. (Xl,68) 
Che la Uudò euWitola dormendo. Rime di 
Dante : MHadonna atwo^ in un drappo, dor^ 
mondoé 

DuK. S'addormenta sull'alba» sogna al- 
r aurora» si desta a dolore di sole. — Ma- 
bina. Non- poteva vedere che cielo ed acqua: 
cotesto gli accresceva la tema. 

16. Siena. È nei Petr« (son. Ui ); e nel* 
V Ariosto^ 

19. Luciib. Pfetro- per essa iatende te- ma* 
tematica che lo innalza al principio dell' azi<^ 
ne virtuosa :• e per matematica intende , se- 
condo r origine , la scienza appresa {manta- 
no ). Ma questa Interpretazione si può conci- 
liare con 1- altra del 11 dell' Inferno dieendo, 
che Lucia è la grazi» iUunilnante anoo per 
via d' umane dottrine : é quasi l* anello tra- 
Virgilio sciema meramente umana , e Beatri- 
ce sapienza divina. Ed infetti la donna gen- 
tile , Maria , imagine della clemenza super- 
na , manda Lneia ,. la scienia superna , ad 
aiatare il P. fedele suo , il teologo Dante , 
come r enitafio lo chiama : Lucia nemica di 
ogni crudele ( perché la scienza altissima pio» 
ga gii animi a civiltà, t a maosoetadine ) ^ 



278 



DEL PURGATORIO 



Si r agevolerò per la sua via. 

20 Sordel rimase e l' altre gentil forme: 
Ella ti tolse, e, come '1 di fu chiaro, 
Sen venne suso , ed io per le sue orme. 

21 Qui ti posò : e pria mi dimostraro 
Gli occhi suoi belli quell'entrata aperta, 
Poi ella e '1 sonno ad una se n* andare. 

22 A guisa d*uom cheindubbio si raccerta, 
E che muti 'n conforto sua paura 

Poi che la verità gli è discoverta, 

23 Mi cambiai io. E come senza cura 
Videmi '1 duca mio, su per lo balzo 
Si mosse, ed io diretro invér V altura. 

2i Lettor, tu vedi ben com* io innalzo 
La mia materia : e però con più arte 
Non ti maravigliar s' io la rincalzo. 

25Noici appressammo, ed eravamo in parte 
Che là dove pareami in prima un rotto , 
Pur com' un fesso che muro diparte^ 

26 Vidi una porta, e tre gradi disotto, 
Per gire ad essa , di color diversi. 

Ed un portier eh* ancor non facea motto. 

27 E come rocchio più e più v' apersi. 



racconiaDda il P. a Beatrice , la somma sa- 
pienza , la qoal siede con Rachele , la con- 
iemplaztone dell' altissimo vero. Adanqae Vir- 
gilio , Lucia , Beatrice sono i tre gradi dell' 
umano sapere secondo Dante : puramente uma- 
no , umano e divino , e rivelato. 11 primo lo 
conduce per l' Inf. , il secondo lo mette alle 
porte del Purg. , il terzo lo fi spaziare nei 
deli. 11 primo gì' insegna la pena del male , 
fi secondo gliene dà pentimento e gliene mo- 
stra il rimedio , solo il terzo lo innamora ed 
illustra del bene. Non prima che Lucia lo por- 
tasse, nota Pietro, e* poteva pentirsi e darsi 
nel petto. L* Ott. cita Isidoro : Né alcuno si 
fmot$ da $è correggere , ma ammendato da 
Dio, Salmi : Non è deW uomo la via sua. 

20. Forme. L* anima , in senso scolastico, 
è forma del corpo : lo si sapeva anco prima 
di Clemente V che l' aflPermò nel concilio di 
Vienna. Petr. ( II , 88 ) : Forma par non fu 
mai dal dì che Adamo Aperse gli occhi . . . 
— Tolsi. Pietro qui cita il salm. : Assum- 
peit m9 de apàs muUii ... Bl eduxit me in 
latitudinem, 

31. Andabo. Yirg. : Nox Aenean fomn«f- 
que retiquii, Ott.: lucia , nel tempo che VA, 
nulla operava . ina ti levò , • dtdiuse al luo- 
go dove H peccati si riconoscono , e mottrò 
a VirgUio, moè aito fogi^m, Vwtraia M 



Yidil seder sopra 1 grado soprano 
Tal nella faccia eh' io non lo soffeni: 

28 E una spada nuda aveva in mano 
Che rifletteva i raggi si vèr noi 

Ch* io dirizzava spesso il viso in vaso: 

29 Ditel costinci , che volete voi ? 
Cominciò egli a dire: ov'ò la scorti T 
Guardate che 1 venir su non vi nòL 

30 Donna del ciel di queste cose aeeoiti, 
Rispose 1 mio maestro a lui, pordiinri 
Ne disse : andate là; quivi è la porla. 

31 Ed ella i passi vostri in bene aTami, 
Ricominciò 1 cortese portinaio: 
Venite dunque a' nostri gradi innainL 

32 Là ne venimmo : e lo scaglioo piìiMio 
Bianco marmo era si pulito e terso 
Ch*iomi specchiava in esso quale f pab. 

33 Era 1 secondo tinto più che peno 
D' una petrina ruvida e arsiccia» 
Crepata per lo lungo e per travaw* 

3h Lo terzo che di sopra s'ammasaiacii» 
Porfido mi parea si fiammeggiante 
Come sangue che fuor di vena apiocta. 



Purgatorio , che è la contrinonB dal CMft, 
$ poi la emendaiione, 

29. Costinci. Fare ... istinc et eo mp r im 
gressum. Dice Caronte in Virg. — SconxA? 
Pare che ad ogni anima bisogni la scodi # 
un Angelo. 

30. PoiTA. Questa è la porta dopo la ^ 
le è libero il passo al cielo. Però ci pooe li 
chiavi date as. Pietro HB^nì eoeiomm (lUftdLt 
XVl , 19 ). 

32. Primaio. Tre parti ha la peniteniarli 
confessione del labbro, la contrizione dileaih 
re » la soddisfazione dell'opera. — Tiasa. 
Conviea rammentarsi il peccato , Tederae li 
gravità , confessarlo candidamente , e laiaiip 
per pentimento. Simile idea è in ona orail^ 
ne ined. di un Mussato; il quale dipingcaif 
la scala per cui T anime salgono al cielo, p^ 
ne per primo grado la sagacità , per sceoua 
la prudenza , poi la scienza , la sapiean fl 
supremo. 

33. Secondo. La contrizione che roapr 
(conterit) la durezza del cuore, e quasi aaà 
fìioco lo fa screpolare. — Tinto. Copo laf^ 
III: ilrta sensa tempo tinta, -^GaiFATA, Joek 
Scindite corda «esfra, et non vestìmanla «a- 
«tma.— TEATiaso. Cresc. (11,4): Tagliala pm 
lo lungo e per traverso, 

34. Taazo. Rossore del pactato» o plattaala 



CANTO IX. 



% Sopra questo teneva aonbo le piante 
L* aiigel di Dio, sedendo in "^u la soglia 
Che IBI senibiava pietra di diamante. 

36 Per li tre gradi su di buona voglia 
Mi trasse 1 duca mio, dicendo: chiedi 
Ufnilemente che '1 serrarne scioglia. 

37 Divoto mi gittai ai santi piedi ; 
Misericordia chiesi che m* aprisse : 
Ha pria nel petto tre fiate mi diedi. 

38 Sette P nella fronte mi descrisse 
Col punton della spada, e: fa che lavi, 
Quando se* dentro, queste piaghe, disse. 

i9 Cenere o terra che secca si cavi 
D* un color fora col suo vestimento : 
E di sotto da quei trasse due«.chiavi. 

tO L* una era d'oro e l'altra era d'argento; 
Pria con la bianca e poscia con la gialla 

soddlsfaiiooe. E le vive opere avvivano, dice 
l'Ou., l'tDima. 

35. Angbl. Imagine dei sacerdoti, che TAp. 
appunto chiama angeli. E Malachia: Labia sa- 
€9rdotis euttodiunt tcientiam ... quia Angelus 
Domini ... est. — Sembiava. L' ha il Petrar- 
ca. — Diamante. Fermezza. Ev.: Tu es PétruSt 
€i tuper hanc petram aedipcaho eccUsiam 
fMam, et portae inferi fior> praevaìehunt ad- 
v§nu$ eam. 

36. Scioglia. Matth. : Quodcumque solveris 
nqter terram ... 

37. Tkb. Simbolo della Trinità. 

38. Descrisse. Gli ridusse a memoria i sette 
feeeati: di quasi tutti egli era, cosi come o- 
fai Domo, a qualche modo colpevole. Inf., 
Il : O mente che scrivesti ciò eh' i' vidi. — 
Si^A. L'autorevole riprensione. — Lavi. Ab- 
biUD qai la contrizione, la confessione, e la 
peniteoia necessaria a purgare il peccato. 

30. Cenere. Umiltà. Eccl. (X, 9): Quid su- 
ptfhii, terra et cinis ? Neil' inno della Chiesa: 
Cor eontritum quasi cinis. Sempre nella Bibbia 
la eeoere é simbolo di penitenza. La terra 
appena ca?a(a ha color più sbiadito. — Chia- 
Ti. Chrysost. : Clavis aperitionis est sermo 
carrmtionis, quae increpando culpam detegit. 
Le chiavi, dicon altri, sono il discernimento 
« l'aatorità d'ammettere o di rigettare. Nelle 
aoticbe pitture, una delle chiavi di Pietro é 
d'argento, l'altra d'oro ( Maestro Sent. , l. 
Vf, disi. 18). S. Ambr.: Lo Signore vuole esser 
ipsale la balia d'assolvere e di legare: e per- 
mise l'uno e Valtro con pari condizione. 

40. Bianca. La scienza dei peccato. — Por- 
ta. E chiusa perchè conviene con preghiera 
cliiedere V entrata alla grazia. 



Fece alla porta si eh* io fai contento. 

ki Quantunque l'una d'este chiavi falla. 
Che non si volga dritta per la toppa, 
Diss'eglia noi, non s'apre questa calla. 

k2 Più cara è l'una, ma l'altra vuol troppa 
D' arte e d* ingegno avanti che disserri. 
Perch'eli' è quella che '1 nodo disgroppa. 

h3 Da Pier le tengo; e dissemi ch'io erri 
Anzi ad aprir eh* a tenerla serrata. 
Pur che la gente a' piedi mi s' atterri. 

a Poi plnse r uscio alla parte sacrata. 
Dicendo: intrate. Ma facciovi accorti 
Che di fuor torna chi dietro si guata. 

k^ £ quando fùr ne' cardini distorti 
Gli spigoli di quella regge sacra 
Che di metallo son sonanti e forti, 

ìG Non ruggio si né si mostrò si aera 

42. Cara. V aatorità, preziosa pel sangoe 
di Cristo che l'ha comperata. — Artb. S. Ao- 
gast. : Qui confiteri vult peccata , ut inveniat 
gratiam , quaerat sacerdotem scientem ligare 
et solvere. ..ne ambo in foveam cadant. Olt.: 
'L prete vuole aver molta discrezione , e con- 
siderare la condizione e stato , eiade e matu- 
rezza del peccatore, in considerare la quaUtth- 
de del peccato, e le circustanzie... altrimenti 
male andrebbe la deliberazione della peniten- 
za, che si dee ingiungere. 

44. Torna. S. Lue. : Nemo mittens manum 
suam ad'aratrum, et respiciens retro, aptus 
est regno Dei. Boet. : Heu , noctis prope ter- 
minos Orpheus Eurydicem suam Vidit, per- 
didit, occidit. Vos haec fàbula respicit. Qui- 
cumque in superum diem JHentem ducere quae- 
ritis. Nam qui Tartareum in specus Victui 
lumina fUxerU... 

45. Cardini. Prov. (XXYI, 14} : Sicut ostium 
vertitur in cardine suo. Virgìl. : Tum demum 
horissono stridentes cardine sacrae Panduntur 
portae.^ Spìgoli. Punte di ferro che posane 
in terra sulle quali si regge l' uscio , e si gira 
la porta per aprirsi, perchè dice il Landino, 
le gran porte nun si collegano a gangheri con 
le bandelle, ma per bandelle hanno certi pon- 
toni , e per gangheri un concavo sul quale 
detti pontoni entrano, e sa questi si bilica la 
porta in modo che s' apra e serri. — Rrggb. 
Porta. É nel Vili, e in altri. 

46. RuGGfo. Dicevasi d' ogni forte e allo 
saono. Nel Par. : Ruggeran sì questi cerchi 
superni. Qui stride irruginita la porta , perché 
potfct . . . electi. ( Mat., XX ). Altri dice , 
perchè pesante Ott. : Fue grande romore, a 
moiiroiii mollo agra ; a dare ad intendere » 



PEL PURGATORIO 




Iqooo 




tuono. 



4 |Uk M peceaf ore » 
coti invi- 



.. aceioc- 

fìl«niaaì di fiaori, 

B «sfiMe operfo. — 
itEoma or» costodito 
Sf0|^ ritornaDdo da 
ftù » per pagare i aol- 
s'oppose. Lue. (1. Ili): 

MÒif pereuisa jMtfa6tm( 

.<^OTHi«MMfo paHMfiMK (empto 

^ST " ta^ ^^f^ Tiuf9ia ionat , inaino 
^^ rrr AaCatwritrtdoffv /bmoi. L'atto di 
^««^ »M pv colpeTole t Dante ; poiché 
4M^.teM« Mia tep- ffl^ ^^ strumento a 
jl^^Ht t ìMero Tolntb da Dio. — Macaa. 
^ « IXIV : fMoia ... di m^^n » dimfl^a. 



hS Tale immagine appanto mi rendea 
Ciò eh' io udiva, qual prender si suole 
Quando a cantar con organi si stea, 

ft-9 Ch'or si or no s'intendon le parole. 



Ott. : Ha tratti pondi d* òn> quattromUleem- 
tovtfOieinque, e d^argmto p^oo mano ek€ no- 
v$c9tkto migliaia, 

47. Tuono. Psal. : Introite portoè «jiif m 
confusione , atria yus in hywnis. — Ì^^mum. 
All' entrare d' un' anima cantano Te Dmm , 
per lodare i Santi e gli Angeli e Dio creatore 
e redentore della salate d'uno spirito; all'usci- 
re dell' anima verso il cielo cantano : Giona 
m e^BceUùft* nella valle: Salve Aerina ;veno 
sera: Te hiei$ ante ; nello scendere a riva: 
In exitu brael ; al venire di Beatrice : FM 
epofoa; al venire di Cristo : BenadictMi ^ 
venii. Poi gli Angeli all' entrare di ciaseoo 
giro canuno al P. parole rtccomamUtrìci di 
alcuna virtù. 



SBl 



CANTO X. 



ÀRGOMESTO, 

nel wifM emhio de t uperM : teggfmù eiempi t nmtBd itdpiti nel 
mpmvi , cwrvi $oUo gran $as9i , $on forzati a conlemjpIaWt j • a do* 
00 orgoglio» 

m d confessa saperbo» contro sé medesimo predica in questo canto; dorè l'ima- 
late con amore, e le scultore veramente scolpite. Le imitazioni virgiliane co* 
tindare : si fa più sacro il canto , e più puro. Gli esempi son tratti dai nuovo 
» testamento , e da una volger tradizione de' secoli bassi : una donna , e due re. 
insegna ai re 1* umiltà ; mostra venuta dall' umiltà la pace del mondo, 
terzine 2 alla 9; la li alla 16; la 18 ; la 20 alla 24 ; la 20 alla 29 ; U 31 
fj, 38; la 40, alla fine. 



no dentro al soglio della porta 
I amor dell* anime disusa 
parer dritta la via torta, 
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