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Full text of "La commedia: inferno"

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■t 

ì 



LA COMMEDIA 



DI DANTE ALIGHIERI 



La presente ristampa colla data del 18G3 si distingue 
alquanto dalle precedenti per alcune aggiunte e mutazioni 
fatte qua e là nel C!omento dall'Autore di esso. 



L' Editore, 



LA COMMEDIA 



DI 



DANTE ALIGHIERI 



pioiniTiiio 



NOTAMENTE RIVEDUTA NEL TESTO 



E DICHIARATA 



MA BSVIVOIVE BIANCBI. 



IOTA nmOM COAKtMTA Dlt BIMAKU». 



EJiiioM «torMlip*. 




FIRENZE. 

FELICE LE MONNIER. 



1863. 



i^-H-i,"»-. (.3,3 



Otftor 



AVVERTIMENTO DEL COMENTATORE. 



Il Comento che per tre edizioni consecutive è Tenuto alla 
luce sotto il nome del Costa e mio , esce ora col mio nome 
soltanto; non già che io abbia avuto la vanità d'esser solo; 
cfaè non potrei ad ogni modo dar gran peso a siCTatti lavori, 
dove so che molta è la fatica, poca o nulla la gloria; ma perchè 
se numerosissime erano fin qui le aggiunte e i cambiamenti 
d'ogni maniera da me fatti alle note di quel valente Filologo , 
tanti altri ve ne ho latti ora all' occasione di questa nuova ri- 
stampa , che il comento di lui può dirsi quasi sparito , non es- 
sendoci rimasto che certe annotazioni comuni , quali trovansi , 
parola più , parola meno , in tutti i cementi , e che io ho la- 
sciato stare ogni qual volta ho creduto non si potesse far me- 
glio. Vero è, che non amando io ingannare, come non mi piace 
d' essere ingannato , debbo confessare , che chi si metta oggi a 
cementar Dante, ben poche volte interpretando od osservando 
pu<S dire con verità primtis ego. Il comento alla Divina Com- 
me<]ia si lavora da cinque secoli , e letterati molti e di molto 
ìn^f^vmo vi han dato mano in tutti i tempi ; e tanto per la illu- 
strazione istorica , quanto per la spiegazione del senso sì lette- 
ne che allegorico sono state scritte migliaia e migliaia di pagine, 
biche può dirsi, che in questa materia si patisce più del troppo 
che del poco ; per che tutta la lode che oggi rimane a un cemen- 
tatore , quando cose nuove difTicìlmente si posson dire, è il cri- 
terio della scelta, e il modo dell'esporre. Ma che dunque? mi 
potrebbe taluno rispondere: non ci sarà egli più nulla da fare 
dof-io di te? É omai tutto chiaro in Dante? — Adagio un poco; 
r\ù- [»er istrìngermi ragionevolmente colla prima domanda, biso- 
;:n:iva ch'io mi fossi dato vanto d* aver sempre veduto e scelto 
li meglio; e questo io non l' ho detto, né lo presumo. Alb se- 



1 DEL COHENTAn 

conda risptm do senza esitanza, che molto anzi rimane dell' ose) 
e del dubbio nella Divina Commedia ; ma dico al tempo Bloti 
che lab oscurità e dubbiezze sono di lai natura , che j conit 
tatori non possono, e forse non potranno mai, dileguarle : ed ( 
1 poche parole il perchè. Primieramente , te imagtni 
finzioni composte e presentateci dall'Alighieri non sono sempn 
o almeno non appaiono a noi, cosi certe e deliDÌte, che non 
possano volgere in Lutto o in parie a piii e diversi sensi : quindn 
divisione degl' interpreti secondo lo spirito o la preoccupaiioc 
di ciascuno, la qualiti) dell' ingegno, degli sludj ec. Manchìam 
in secondo luogo di molte notizie parlic^lari riguardanti la vita d 
lui; conosciamo poco gli uomini con cui ebbe che fare; non ci i 
chiaro abbastanza , e per ogni rispetto, l'andamento delle cose d 
quel tempo, certe opinioni, certi usi; perlochè sono lasciati alL 
congettura e al forse parecchi passi, che per piìi e migliori cogni 
uoni sarebbero manifesti. In terzo luogo, è da considerare la na- 
tura delle parole, che non essendo numeri , non rendono sempre 
un'idea certa e immutabile, ma divenute talvolta col variare 
. .plei tempi edeghusi capaci di più significazioni, tengono sovente 
,lospeso tra l' una e l'altra l' interprete. E a tulio ciò s'aggiunga 
I l'incertezza del lesto in (anta diversità dei codici, de' quali non 
e trovi pur uno, per quanto pregevole sia, che non porti più 
L,t|ua più là degli errori palesi, e roen felici lezioni; lanlo che non 
I polendo un comentalore dar tutta la fede ad un solo , e quello 
[ seguire da capo a fondo, è costretto S comporsi un testo raccolto 
I do cento manoscritti e stampati ; i quali sebbene non presenlinu 
I ,]dlra differenza che di parole , pure queste non di rado son tali da 
liltorturare il cervello , senza che si possa dopo tutto uscire all'atto 
B;#el grave dubbio se si abbia in nessuna delle noie lezioni la ge- 
Auina dell'Alighieri. Equeslaè forse la solvente piii ampia delle 
^ispule e delle gare dei letterati; lai cbe io son d'avviso che se 
|1é fortuna impietosita di tanto loro arrotarsi tirasse fuori oggi o 
K^omani dalle tenebre dove si giace il codice autografo del gran 
iPoela, sarebbe risparmiato per questo solo lato un buon terzo 
Pdcl lavoro a chi coracnla, e alliettanlo di noia a cbì legge. 



llBL COmilTATOlB* VU 

Onte lono k agionì che in molti luoghi fimno difficile e dub- 
Hèi eoofiellD di Dante; e finché rìmarranno, i comentatori 
Mtto sempre alle prese, e nd gran campo ddl' opinione 
ckì lerri l'ima parte, e chi 1* altra. 

Mi venendo ora a dire qualche cosa del mio hvoro, ripeto 
fiddie anco neDe precedenti edizioni avvertii, che ho mirato 
priaeqialmeote ai giovani, coi quali non si vuol essore né tnqppo 
imliì, per non lasciarli al buio o imbarazzati; né di soverdùo 
rs p ' ss i , per non recar loro fastidio. Perciò io annoto tutto, ma 
(atto speditamente: poche citazioni, pochissimi confronti, e 
ailofi soltanto che sian richiesti dalla necessità di ccmvincere il 
iettore: rarissime qudle esclamazioni, così frequenti ad altri 
■odemi comentatori, sulla bellezza dei versi, dei concetti, 
deOe deaerisioiii , perchè troppo ripetute stancano ; e sono poi 
anco vane, quandoché chi ha un po' d'anima la sente da sé 
senza bisogno di svegliarino, e chi non l'ha, non serve che il 
cooMOtatore gridi bada bada. Quanto all'accennata difficoltà 
della lezione, e per quel che riguarda l'allegoria principale, per 
b prima ho sempre seguito la più sempUce e quella che ho sti- 
auto la più conveniente al contesto , scegliendo dai codici e 
dalle edizioni più accreditate , e fuggito in ogni caso l'arbitrio, 
a costo anco di ritenere talvolta qud che apparisce men chiaro o 
men buono. Quanto alla seconda , persuaso che quella allegoria 
non sia governata da un solo e medesimo concetto (conciossia- 
chè, secondo i principj di Dante, la Rigenerazione morale ^ che 
certamente è l'intendimento primario del poema, non si possa 
operare senza la riforma politica , perchè il Guel/Umo è disor- 
dine necessario, e solo \ Impero conduce il mondo a virtù, sì 
che l'uno è respettivamente quasi sinonimo dell'altro), ho 
messo in mano ai giovani questa doppia chiave , di cui volgen- 
do accortamente ora l' una parte ora 1* altra , potranno aprirla 
quanto basti ed intenderla. 

E qui mi cade opportuno di (are una dichiarazione, la 
quale potrebbe dirsi vana e ridicola, se non fosse provocata dal 
nial giudizio che fin dalla edizione precedente pronunziò contro 




DEL COUBNTATOBB 



I 



le mie note uno zelante censore di questo mondo. Col qualf 
farócome fece con Filippo di Macedonia quel buon uonio,clU| 
l'ivato con una dì quelle non tanto insolite sentenze sbrìgalìvfj 
il capo e il collo , e parendogliene male , né polendo far oltf 
ee n'andò dicendo: m'appelleróa Filippo digiuna. La dichi» 
none dunque è questa: Quando iodico che Dante, quanto AlI 
verente e devoto al Papa come vicario dì Gesù Cristo e Cl^ 
della Chiesa universale , altrettanto è avverso a lui come pn 
cipe temporale; che dalla potestà secolare e dall'avarizia del 
curia papale, ora sotto fìgura ora scoperlamenle espresse, i 
petendo egli la più forte opposizione al rinnovamento dell' in 
pero latino, ripete altresì la massima parte dei viij e dei ma 
d' Italia e della Chiesa , e via discorrendo (e queste cose no 
gliele fi> dir io. ma provo che veramente le dice), io non son 
sostenitore o seguace di queste sue opinioni, che anzi ì 
piij luoghi all'occasione lo ho notate come esagerate, e parr 
di passione; ma quali che fossero, non potevo dissimularle m 
falsarle, quando era necessario che l'esponessi a intelligeni: 
di varj punti del suo Poema. 



E questo sia suageJ cL'ogni uomo sganni. 



^. 



Quanto poi a chi patisse scandalo per le acerije riprensioni 
della vita irreligiosa e del mal costume dei prelati e del clero 
di quei tempi, dirò che costui non deve aver mai letto quel che 
già scrissero su bic ai^omcnlo uomini santissimi , come un 
San Pier Damiano, un San Bernardo, una Santa Caterina sanese 
[non vo' dir del Petrarca percliè non è santo), che altrimenti ni 
bì scandalizzerebbe né farebbe le maraviglie per tanto meno 
che ne ha detto Dante. Eppure i liberi scritti di quei sapienti 
noD sono stati per anche da alcuna potestà condannati. 

Del rimanente, ho voluto che a questa nuova edizione 
lelU Divina Commedia fosse premessa la vita che del sommo 
i icrisse con molta eleganu il Bruni , detto comunemente 
tarde Aretino; e a parecchie notìzie che forse i giovani pò- 



ArrUTIMElfTO DEL COMBNTATOBB. 



IX 



Ina desiderare y ho supplito con alcune brevi note, che ho 
fute a pie di pagina. Ma chi gradisse acquistare più profonda 
cognizione dell'uomo e delle sue opere può ricorrere agli eccel- 
soti liTori del Pelli e del Balbo, dove troverà largamente da 

Finalmente, a maggior pregio dell* edizione, e provvedendo 
ttcke al comodo degli studiosi di Dante , il tipografo-editore 
^ ha noito il Ai mano , col quale , sol che ti ricordi d* una finale 
à'm verso» potrai ritrovare ogni passo che ti bisogni. 



Brunone Bianchi. 



i854. 



— *»•*" 




l 



VITA DI DANTE 

SCRITTA DA LEONARDO ARETINO. 



Afcado in questi gtoni poeto flne a un'opera tsni Ingi, mi 
venne appetito di volere, per ristoro dell*aÌl^ticato ingegno, leggere 
Ileana cosa volgare; perocché, come nella mensa an medesimo cibo, 
cosà negli stodj ona medesima lesione continuala rincresce. Cercando 
ndnnqoe con questo proposito, mi venne alle mani un' operetta del 
Boccaccio, intitobta: Deità vila, eoiiumi, e $iu4i del elari$timo Poetm 
Amie. La quale open, benché da me altra volta fosse stata dlUgen- 
lissiniafliente letta, por al presente esaminata di nuovo, mi parve 
che il nostro Boccaccio, dolcissimo e suavissimo uomo, cosi scrivesse 
la Tju e i costumi di tanto sublime Poeta, come se a scrivere avesse 
il Filocolo, o il Filostrato, o la Fiammetta; perocché tutta d'amore 
e di sospiri e di cocenti lagrime é piena, come se Tuomo nascesse 
in questo mondo solamente per ritrovarsi in quelle Dieci Giornate 
aiDorose, nelle quali da donne innamorate e da giovani leggiadri 
nccontaie furono le Cento Novelle; e tanto s* infiamma in queste 
parti d'amore, che le gravi e sustanzievolj parti della vita di Dante 
liscia indietro e trapassa con silenzio, ricordando le cose leggieri e 
ucendo le gravi. ' lo dunque mi posi in cuore per mio spasso scriver 
di nuovo la Vita di Dante con maggior notizia delle cose slimabili. 
N^ questo faccio per derogare al Boccaccio, ma perchè lo scriver 
mio sia quasi un supplimento allo scriver di lui. 

I maggiori di Dante' furono in Firenze di molto antica stirpe, 
iountochè lui pare volere in alcuni luoghi ^ i suoi antichi essere stati 
«li quelli Romani che posero Firenze. Ma questa è cosa molto incer- 
u, e, secondo mio parere, niente è altro che indovinare. Di quelli 

* Qveftto medctinio ginditio lal lavoro del Boeracdo proouosiarono altri 
«alcali aomioi, coaw il VdlaUllo, il Bisdooi, il Mafici aella f^trcmm iifutU-mlm, 
rJ altri; ou coatottocio io aoo d*opiaioiM dia meriti Mopre d'taacr tconta ia 
■i«Uo cesto la aarraiioaa del piò aotico «criuora della com di Daota, a quasi a 
.m cooicMporaooo. 

S II vero BOOM fa DmrmnU, cbt poi all'ou» fioreotioo fo abbreviato io 
sacllo di DmnU. 

* lo alcooi looghi ddla Commulim, m» eoa molla inccilciaa» fa <*eiiiiodi 
;«eaia siu aotica origine. 



I 



%„ Vlt* DI DANTE. 

che io bo natlibi ti trilavolo suo tu mraser Cacclagalda, civaltc 
iliirenlìDo, il quale milllb Mtlo l'imperadorCurnilo. • Questo messe 

Caccìagulda ebbe due fratelli, l'uno chiamato Uuronla, l'altro ElUec 
Di HoroniD non si legge alcuna successione; ma da Eliseo nacqu< 
quella famiglia nominata gli Elìse! ; e torse nnche prima avcano qae 
Sto nome. Di messer Cacciaguiila nacquero gli Aldìghicrì, eoa) nomi 
nati da un suo Qgliuolo, il quale per stirpe materna ebbe nome Aldi 
gbieri. ' Uesser Cacclaguida e I fratelli e I loro anUchi abitarono quag 
In sul cauto di l'orla San Piero, dote prima vi s' entra da Uercatc 
Veccbio, nelle case cbe ancora oggi si cblsraano dclli Elisei ; perche 
a loro rimase l'anlLcbilil. Quelli di mcsser Cacciai^iida, delil Aldi- 
gblcrii abitarono in su la piazu dietro a San Martino del Vescovo, 
dirlmpello alla via cbe va a casa i Sacchetti; e dall'altra parta gì 
Stendono verso le case de'Danati e dei Giuochi. ' Nacque Dante nelli 
anni Domini lìGS, poco dnpo la tornata de' Guelli in Fìrcnie, aliti 
in esilio per la BcooOtta dì Uonlapcrli. * Nella puerizia sua notiilo li- 
beralmente e dato a' precettori delle lettere, aubilo apparve in lui 
ingegna grandissimo e attissimo a cose eccellenti. Il padre suo Aldi- 
ghieri ' perde nella sua puerìiia ; nlentedi manco, confortalo da' pro- 
pinqui e da Brunetto Latini, TalenUssimo uomo secondo quel tempo, 
non solamente a litteratura, mi a gli altri studj liberati si diede ; 
nieute lasciando indietro che a|^rtenga a far l'uomo eccellente: tiC: 
per tutto questo si racchiuse in ozio, ai privnssl del secolo ; ma, vi- 
vendo e conversando con li altri giovani di sua 



Il lUigiii) digli àldighiiri di Ptmn. Il 
ini> dil DiirM dilli milR JUIfhlfo, 
Mitt^i AUtgbtr- 



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▼ITA DI DANTE. IIII 

aeeorio e vtloroto» td ogni eserctxio giovanile si trovava; inlantocliè 
ia q/ÈtXÌM battaglia memorabile e grandissima, cbe fli a CampakUno, 
tei giovane' e bene slimato si trovò nell'armi, combattendo vlgoro- 
ttOMnte a eavallo nella prima scbiera, dove portò gravissimo peri- 
colo ; perocché b prima battaglia fu delle schiere eqoestri, nella 
qaale i cavalieri che erano dalla parte delti Aretini, con tanta tempe- 
sta vinsero e snpercfaiarono la schiera de* cavalieri iloraitinl, che, 
sbaraltalì e rotti, bisognò fuggire alla schiera pedestre. Questa rotta 
tm qneOa cbe fé perdere la battaglia alli Aretini, perchè i loro cavi- 
vincitori, perseguitando quelli che fuggivano, per grande dl- 
lasciarono addietro la loro pedestre schiera; sicché da 
qoindl Innanii in ninn luogo interi combatterono, ma i cavalieri 
•oli 6 di per sé sema sussidio di pedoni, e i pedoni poi di per 
sé sena sussidio de* cavalieri. Ma dalla parte de' Fiorentini ad- 
divenne il contrario; che, per esser fuggiti i loro cavalieri alia 
schiera pedestre, si Cerone tutti un corpo, e agevolmente vinsero 
priaaa i cavalieri e poi i pedoni. Questa battaglia racconta Dante in 
una soa epistola, e dice esservi stato a combattere, e disegna la for- 
ma della liattaglia.' 

E, per notizia della cosa , sapere dobbiamo cbe Uberti , Lam- 
berti, Abati e tutti li altri usciti di Firenze erano con li Aretini; 
e tutti li usciti d'Arezzo, genliluomioi e popolani Guelfi, che 
in quel tempo tutti erano scacciati, erano col Fiorentini in questa 
battaglia. E per questa cagione le parole scrìtte in Palagio dicono: 
SconfUii i Ghibellini a Certomondo; e non dicono: Sconfitti gli Are- 
ttnà; acciocché quella parte degli Aretini che fu col Comune a vin- 
cere, non si potesse dolere. Tornando dunque al nostri proposito, 
dico che Dante virtuosamente si trovò a combattere per la patria in 
questa battaglia. E vorrei che il Boccaccio nostro di questa virtù 
avesse fatto menzione, più cbe dell'amore di nove anni e di simili 
k»gg>ere z ie che per lui si raccontano di tanto uomo. Ma che giova a 
dire? la lingua pur va dove il dente duole; e a chi piace il bere, 
sempre ragiona di vini. Dopo questa battaglia tornatosi Dante a 
ca^, alli studj più lerventemente cbe prima si diede ; e nondiroanco 
niente tralasciò delle conversazioni urbane e civili. E era mirabil 
rosa, che, studiando continuamente, a niuna persona sarebbe panito 
rh'egli studiasse, per l'usanza lieta e conversazione giovanile. Per 
la qual cosa mi giova riprendere Terrore di molti ignoranti, i quali 
credono ninno essere studiante, se non quelli che' si nascondono in 

* La katUglia di Campaldiao aYTcnoe nel i989, «quando Dania avea S4 

«■DÌ. 

* Si fa erano di questo fallo d'arme anche nel V« drl Purg.^ dorè si parla 
irlla morie di Duonconle di Montefellro, capitano per gli Arclioi. 



V Eolitudliu 

* rimiMHl li 




solitudine ed in otto: ed io non vidi mai niano di quesli C! 
rimossi dalia conTersazionc delli uomini, elle sapesse tre lelHh 
L'inBegno gronde ed allo non ba bisogno di [ali U 
verissima conclusione e certissima, cbc quelli cbu non 
non ajiparaiio mal ; siccliÈ stranarsi e levarsi dalla ci 
mito di quelli cita niente eoo atli col loro basso ingegno ad imprcn 
dere. Né solamente conversò citilmeolc Dante con li uomini, ma »o 
Cora tolse moglie in sua giovanezza ; e la moglie sua fu gentildonna, 
della famiglia de' Donati, cbiamata per nome madonna Gemma, della 
qoale ebbe più Hgliuoll, come in altra parte di quest'opera dimo- 
streremo. Qui il Boccaccio non La ppzienza e dice le mogli essere 
contrarie alli studj; e non sì ricorda cbe Socrate, il più noUle Slo- 
BOfo che mai fusse, ebbe moglie e Qgliuolj e uDci nella repubblica 
della sna cittì; e Aristotile, cbe non si può dir piil lì di sapieou e 
di doltrìDa, ebbe due mogli in varj tempi, ed ebbe llglluoli e rie- 
cbene assai. E Uarco Tullio e Catone e Varronc e Seneca, litinl, 
sommi DIosoB miti, ebbero moglie, oOci e governi nella repubblica. 
Siccbè perdonimi )l Boccaccio: i snol gindic] sano mollo Qcvoh io 
questa parte e molto distanti dalla vera opinione. L'uomo ò animale 
civile, secondo piace a lutti i Hiosoli. La prima coogluniione, dalla 
quale multlptlcaia nasce la cittì, è marito e moglie; nò cosa può es- 
ser perfetta, dove questo non sia; e solo questo amore è naturale, 
legittimo e permesso. Uaiue adunqoe, tolto donna, e vivendo civil- 
mente ed onesta e studiosa vita, In adoperato nella repubblica as- 
sai; e Qualmente, pervenuto all'eli debita, fu creato de' Priori, non 
per sorte, com'.- s' usa al presente, ma per eleiionc, come In quel 
tempo si costumava di fare. < Furano nell' uOcio del Priorato con lai 
messer Palmieri degli Altoviti e Neri di messer Iacopo degli Alberti 
ed altri collcgbi; e fu questo sno Priorato nel milletrecento. Da que- 
sto Priorato nacque la cacciata sna e tutte le cose avverse eli' egli 
ebbe nella vita, secondo esso medesimo scrive in una sua epistola, 
della quale te parole son queste: > Tutti li mali e tulli gì' inconve- 
nienti mici dalli infausti comiij del mio Priorato ebbero cagione e 
del quale Priorato, bencliÈ per prudenza io non fossi de- 
floo, nientedimeno per fede e per eli non ne era indegno; perocché: 



ih Ha Vi 



■'iSgiugpoisaa, B' 




gii pusati dopo la batuglia di CainpaldiDO, nella 
e ta p«e ghibellina fu quasi al imio morU e disfatu, do*e ni 
il Ma bncìullo oell'anai, e dove ebbi lemenza molta, e nella 
allegrena per li var} casi di quella battaglia. ■ 
M le parole sue. Ora la cagione di sua cacciala voglia par- 
te rKContare; perocché è cosa notabile, ed il Boccaccio 
a eod asciuttamente, che forse non gli era così noia come 
i, per cacone della storia che abbiamo scriita. Avendo prima 
« 1M (alti di FIrenic divisioni assai tra Guelfi e Ghibellioi, final- 
: mani de'Unelfl; e, stata assai luogo spazio 
> in «inesta forma, sopravvenne di nuovo un'altra maladì- 
1 1 GuelS medesimi i quali reggevano la repubbli- 
||C li a UMne delle Partì, Bianchi e Meri. Nacque questa perversità 
e massime nella famiglia de' Cancellieri; * ed es- 
logift dMsa tatta Pistoia, per porvi rimedili fu ordinato da' Pio- 
li dM 1 api di queste Sette venissero a Firenze, acciocché \i 
o maggior lurbazìone. Questo rimedio fu tale, che non 
I ■' Pistoiesi, per levar loro i capi, quanto di male 
m'flSRnlìBl, per tirare a tàqiietla peslileniia. Peroccbt, avendo 
e parentadi e amicizie assai, subito accesero 11 fuocg 
<, per diversi Eivori che aieano da'parenlì e 
I, elM non era quello cbe lasciato ateano a Pistoia. E trat- 
iria puUics el privatim, mirabilmente s'ap- 
e e divisesi b cIM tutta in modo, cbe qoasi non il 
■ nobik) ut plebea cbe in sé medesima non si dividesse; 
bit Bs «omo particnlare di stima slcona, che mtn fusse dell'uni 
. E irovostl la divisione essere Ira fratelli carnali; chà 
e r altro di U teneva. 
■neido git durala la contesa più mesi, e in ulti pi Ica ti gli 
imente per parole, ma ancora per btii di- 
i m acerbi, cominciati tra' giovani, e discesi Ira gli uomini 
Mn eU. h ditt stava tutta sollevala e sospesa. Avvenne 
■iMJn Dante de' Priori, certa ragunaia si le per la parte 
ri a«na (lti«M di Sanu Trinila. Quello cbe trattassero fn 



I 




I 



cosa mollo scgreia; ma l'cITctto fU di far opera con papa Bonif 
ilo Vili, il quale alluva seJeva, che mandasse a Firenze mess> 
Carlo di Valois, de' reali di Francia, a pacificare e a rìfonnsi 
la cillk. ' Questa ragunata sentendosi per ì'atlra parte dei Biai 
chi, tuliilo se ne prese suspinone grandissima, intantochè presei 
l'armi e forDiroDsi d' amisU e andarono l' Priori, aggravando la n 
gnnata fatta e l'avere con privato coiisiglÌD presa deliberazione dell 
stato della cittì : e tutto esser fallo, dicevano, per cacciarli di nrci 
te ; e pertanto domandavano a' Priori che facessero punire tanto pn. 
sontuoso eccesso. Qaelli cbc aveaoo fatta la ragonata, icmendo an 
oora essi, pigliarono l'armi, e appresso a' Priori si dolevano dell 
avversali, che senza tleiiberaiione pubblica s'erano armati e fonili 
cali; affermando cbc sotto varj colorili volevano cacciare; e doman 
davano a' Priori cbe II (acessero punire, si come turbatori delh 
qgiete pubblica. L'nna parte e l' altra di fanti e d'amlsU forniit 
«'erano. La paura e il terrore e il pericolo era grandissimo. Essendc 
adunque la città in armi e io travagli, i Priori, per consiglio di 
Dante, provvidero di fonllicarsl della moltitudine del popolo; e, 
quando fiirano fortificati, ne mandarono a' conlini gli uomini princi- 
pali delle due Sello, 1 (|uati furono questi: messer Corso Donali, 
messer Gerì Spini, messer Giaochiaoito de' Pazzi, messer Rosso 
della Tosa, ed altri con loro: tutti questi erano per la parte Nera, o 
furono mandali a' confini al castello della Pieve In quel di Perugia. 
Dalla parte de' Bianchi furon mandati ai confini a Serezzana messer 
Gentile e messer Tarrigiano de' Cerchi, Guido Cavalcanti, Baschiera 
della Tosa, BatJinaccio Adimarl, Naido di messer Lottino Gherardinì 
ed altri. Questo diede gravezia assai a Dame; e coniuUocbÈ esso si 
scusi, come uomo senza Parte, nieniedimanco fu riputato che pen- 
desse in Parte Bianca e cbe gli dispiacesse il consiglio leniito In 
Santa Trinità di chiamar Carlo di Valois a Firenze, come materia di 
scandalo e di guai alta cittì: e accrebbe l'invidia, percliÈ quella 
parte di cittadini, cbe fu confinata a Serezzana, subito ritornò a Fi- 
rensc; e l'allra, ch'era confinata a castello della Pieve, li rimase di 
fuori. A questo risponde Dante che quando qaelli di Serezzana fu- 
rono rivocatl, esso erj fuori dell' uQcio del Priorato, e che a lui non 
si debba imputare. Più dice die la ritornata loro fu per la iuBrmilì 
e murte di Guido Cavalcanti, il quale ajnmalbaSereztana per l'aere 
cattiva, e poco appresso mor). Questa disaggusBlianzs mosse II papa 
» mandar Cario a Firenze, il quale essendo, per riverenia dol papa e 

< È di DDIin clw mIIi BiKiKoDt delle cigioni ■ v.rtixli .li qu»» p"1i ' 



iiÈt OM di Fnnti», oDoreTolmeoU rìcevnU) Della dllk, di Rubilo 
rinfsa dcMra I dtudini conOuUi e appretso cacdb ì» Parte Biut- 
l'a. ■ L> cÈ^tne la per rÌTelaiione di cerio iralUio fallo per mesier 
Hero Fcmali suo barone, il quale disse essere sialo richiesto d* 
ire gcMiltwmiai della Parte Bianca, ciob da Muldo di messer LolUuo 
Cb<!t>idini, da Baschiera della Tosa e da Daldiaacc^io Adimari, di 
adupvrar ti con messer Carlo di Vakiis, cbe la loro Parie rimanesse 
Mtfierìore sella ìem; e cbe gli iveano promesso di dargli Prato in 
goTMVO, H tacesse questo: e produsse la scrillura di quesu ricbie* 
SU « promesM co' suggelli di costoro. La quale scrittura originale 
io bo TedoU, peroccliè ancor oggi È io Palagio con altre scriltiira 
pafeMiciie; ma, quanto a me, ella mi pare forte sospetta, e credo 
ocfu die dia sìa Ottisia. Pure quello cbe si tusse, la cacciala segniti 
dì taiia la Pane Bianca, masiraudo Csrìo gnnde sdegno di questa 
ridiiMU • promessa da loro fatu. Dante In queslo tempo non era In 
Hrwiw, aM era a Roma, mandato poco avanti arobssciadore al papa, 
per ofleritc la concordia e la pace de' cittadini ; nondlmanuo, por 
Mdt^o 4Ì coloro cbe nel suo Priorato conllnati furono della Parte 
Hm9, tS b cono a casa e rubata ogni sua cosa e dato il guasto alta 
MK poMeufooii e a lai e a messer Palmieri AIIotìU dato bando 
iloBa peuou», per eoolunucia di non comparire, non per feriti d'«)- 
via del dar bando fu questa : cbe legge fecero 
ersa, la quale si guardava in dietro, che il podestà di 
se e doresse conoscere de' falli commessi per l' addle- 
o d«l Priorato, contullocliè assoluiionc fusso seguila. 
l*c« qiMtta lene diato Dame per messer Canlc du' Gabbri «ili, alton 
ftàetlà di FirOBM, essendo assente e non comparendo, fu condao- 
e pubblicati i suoi beni, contuttoché prima rubati o 

detto come passù la cacciata di Dante, e per che 

: ora diremo qual fiisse la vita sua nell'est- 

a Darne la sub ruina, subìio parti di Roma, dorè era ant- 

t, t, camminando con gnu celerità, ne venne a Siena. 

I ptb chiaramente la sua calamiti, non vedendo alcun 

1, Mlberti accollarsi con gli altri usciti, e il primo accona- 

O h ka una congregaiionc degli usciti, la quale si fé a Gorgon- 

L A*^ traUale molte cose, lìnaluiente fermarono la sedia loro ad 

t, e ^Dln tcrono campo grosso e crearono kiro capitano il conio 

rad* Romena; fcron dodici consiglieri, del nomerò del quali 

i: ed) Bpemnia in sperania sicttoro Inlloo all'anno raillelre' 

; e allora, (atto sfono d'ogol loro amisU, ne vennero 




É 



1111 



WTA I 






\ 



e In Flreiiie con granilIssimB molllludlnc, la qnale^ 
solamente di Arezzo, ma da Bologna e da Pistola con loro ai fl| 
giunse; e, giugneoJa imiiruvvlgi, subito presero una porla di I 
rcou) e Tinsero parie della terra; ma llDalmeote bisogni) se ne I 
duuro senza frutto atcano. ' Fallita dunque questa tanta speram 
non patendo a Dante pl<i da perder tempo, parti d'Areno e onde 
sene ■ Verona,* dove, rlceruto molto cortesemente da' signoti de! 
Scala, con loro Tece dimora alcun tempo, e rldnssesi tutto a tirailt 
cercando con buone opere e con bnoni portamenti riacquistare 
grazia di poter tornare in Firenie per ispontanea rivocaiioDO di ci 
reggeva la terra; e sopra questa parte a'aOatìcò assai e scrisse pi 
TOlte non solamente a' particulari cittadini del reggimento, ma ancor 
al popolo; e intra l'altre nn' epistola assai lunga che iacomincia 
PopuU mtt, quid feci HbiT Essendo in questa spcrania di ritornar 
pervia di perdono, sopravvenne l'elezione d'Arrigo di Lutinborgi 
Imperadorc; per la cui elezione prima, e pai la passata sua, cssendi 
latta Italia sollevata in speranza di grandissime novitì. Dante noi 
potÈ tenere II proposilo suo dell' aspettare grazia; ma, levatosi col' 
l'animo altiero, cominciti a dir male di quelli che reggevano la terra, 
•ppelUndoli scellerati e cattivi, e niinacclaudo loro la debita vendetta 
per la potenza dell' imperadore, contro la quale diceva esser ranDirc- 
HO ch'essi non avrebboo potuto avere scampo alcuno. Pure il leone 

• Dal '(Ili 64 e Kg. del CtDto XTtl di] Par. ti ccngttLnn chi Dulg bob 
pttDdtiK pili* 1 qnetlD utillo, (Ih fu ■' n luglio 110 4, r<iTH ptKhir, prndeoti 

»« *tdt<i <]ikI Diriii iDiGcitBll, ■» |li cmloi ben orilinili, ptrinan <bc k 
iM|1la iipilliR e r>i btBt, diB, p<r lanithii fniii, miDin 1 1 ^1, liiri. 

■ So ifbuia rpixn ddli primi ^Li di Dmu ■ Vciooi 4 gran ducRpuu 

nw Bel 1303, quando n'eri liiODii Birtolomm» dilli Scili. Ha il Pilli k ài 
«piaim cbe BSD tì iDdiiie piimi del IMS. quando dominili All.aìae. Pinbl, 
•KWla Ini, Uno iir (Itali del 1 S04 rimi» in Toicani. da cai bob l' itlgoUnì 
da dopo (•Ilio iDlti It ipenniadel (Wi pillilo. Quindi li net ■ Batogaa don 

(«aiBto<bei<e>KÌhiti»in>llS06. Tn a S e il 7 » itati pituo • tignali 



V«»Bi primi del I30B. 1. 
Phlra, lo lidio Egllo del 



■j> pero the gli 



i 



|aen(|ii>a Banalammia. Vedi Pur., Canio XVH. È ■ confe 
>U epKbe dei *>(j togiiotai d>ir*ll|liin< io quella piiU ( il 



li limpo d'Albo» 
■ re però cb« qiie- 



VIT* IH li*I1TE, 111 

» b riTcreou della patria, clic, venendo rimperadoro contro a 
Drcnie e poneDdosi ■ campo presso alla porla, non vi volle essere, 
wcoDdo lai scrive, conluttocLb coiifortalore fusse stalo di sua venu- 
\3^ * Morto poi l'iinpcradore Arrigo, il rjuale ucllo seguente siale mori 
a BaMiMOtenlo, ogni speranza al Lullo fìi perduta da Dante; peroc- 
tìiè iti gnùa egli iDcdesimo si avea tolto la via per Io sparlare e 
KriTer« oontro a'cIUadini die governavaDO la repubblica; e tara 
Boa d nsuva, per la (|iiale più sperar potesse. ' Slccli^, de]>asia ogni 
(pcnnia, povero assai trapassò il resto della sua vita, dimoraodu in 
tir) Inoglii per Lombardia, per Toscana e per Romagna, sotto II slis- 
tidio di vafj sigaori, per ìuIìdo die Onalmente si riduiise a Ravenn*, 
ilvte Qui M* vita. > 

PoieU dello abbiamo delti aOiinnl suol pubblici, ed In noe- 
ta fian» mostrato 11 corso di sua vita, diremo ora del sno slato 
donmllco e da' suoi costumi e sluilj. Dante innani) la cacciali 
a di Firauc, contutlocIiÈ di graudlsslma riccheua non fusse, Dien- 



4 




tedimeoo dod fu povero, mu ebbe pairìmonio mediocre e suffieteoli 
ai sUete ODoraUmeaie. Ebbe un tralello chiamilo Fnncesco Ali- 
gbieti ; ebbe moglie, come di sofira dicemmo, e più Bgliuoli,' de'qoali 
reso ancor i^gl successione e stirpe, come di koUo raremo inenEìo- 
De. Caie in Firenze ebbe assai decenli, congiunle con le case di Gierì 
di messer Bella suo consono; possessioni io Camerau e nella Pia- 
centina e ia piano di Kipoli ; suppellclLile abbondante e preziosa, se- 
condo egli scrive. Fu uomo mollo pulito; di sutura decente e di grato 
aspetto e pieno di graviti); parlatore rado e lardo, ma nelle sue rì- 
Bposle molto sottile. V eOgie sua propria si vede nella chiesa di 
Santa Croce, quasi al mezzo della cbiesa, dalla mano sinistra andando 
verso l'aliare maggiore, e ritratta al naturale otiimamente per dipio- 
.tore perretto di quel tempo.) Oileltossì di musica e di suoni,* e di sua 
mano egregiameoie disegnava. Fu ancora scrittore pcrTeiio,' ed era 
U lettera sua magra e lunga e molto corretta, secondo io bo veduto 
fa alcune pistole di sua propria mano scritte. Fu usante in giovaneua 
ma con Blovanì innamorati; ed egli ancora di simile passione occu- 
palo, non per libidine, ma per gentilezza dì cuore: e ne' suol teneri 
anni vers! d'amore a scrivere cominciò, come vedere eI può In una 
■u operetta YUlgare cbc si cbiama fila Suvva. ' Lo studio suo prin- 

riil. 





u.d< d. p»l.R d.1 .ilr>l<. di Di.U dipint. .n fr..co d. 


TtUc» Oddi od < 


.<«••. delU rbko di S..I. C.OCE. in u» „on, di S») 


twtaata il guida > 


un niiicol. cht bea nel rùuciUn an [inciolliDO cbt r> 






diC»i«.ol,.i.cb.( 


. itTrtubi » i.-ai.d.r<iiio. Mi nwlli tllri rìlnlli farano Uù 




Itini», Im'iihIÌ c oMibiU <]tKll. ci» gli ftct Gi.lis mIIi 


Cq^ll. drl piluM 


itti PDIUI* io FÌRUK, <h( dopo luerc lUIO •indiliciniaK 


-«^»ll<> ..II. BP. m. 


no di Line, la da uà pm umiDii Qatirao rìcbiiniil. illi 


feu.F<.««r.J.irt, 








MUM P^g..M 




ti.u...cb.ildi»s 




l'uu» .111» mie 




(..hM).»»». 


. .1 Cialo XI M Pm-g.., il B.ld.ii«i alll> vi» d. CioUo 


«.«»<}».,-. i.p. 


ora fan la Mapali altonj largii ul diH|a. d' Disia. 


« Ciol : eIiI» u 




• Il pri-O .» 


.< di OiDU r. p„ B»li« G|lia di F.I» F«li*iH. <:ha 




mUi«t ar». odl'alk di riici » ubi, «aligiù |«i »<»r>t 


ni |i«ru<liDii>lt,i 




)f.ruqMir»..r.c 


li ngbilcapuro.ibt t«ri>elM<ti .gai biia. •B'fIid, t da 


WMltUHllKÌ.I.I] 


<ba 1. ktt pMii, a U pili •bU.oì iapiniiom a p«t,B. La 


^fM ■■«•*, «di K 




W.«W>li.Hl..l. 


> ili <tiKilD iiw inon, diiKia la Tofin) di coimDIa ad al. 


4Mi bMlli 1 Cut 


ai, cha baa |>cr>Hl»CUo Aa»n i li Dacai iklli lua aicDIc. 



ciptie Tu pOMis, Don ilerile, ut povera, pè ranlasiica, ma recondita 
e irricchiU e ttabìliu d» vera scienzia e da molle discipline. E, per 
dare ad inl^ndere meglio a ehi legge, dico clie in due modi divieno 
akano poela. Uà modo si è per ingegno proprio, agliata e comtnaiso 
iÌ3 alcun ligure interno e nascoso, il quale si chiama Turore e occa- 
pauone di mente. Darò una almtlituiline dì quello che io vo' dire. Il 
boato Francesco, non per Iscien», de per disciplina scol^lica, ma 
l>cr DMupaiioae e astrazione di mente, si forte ap]ilicava l' animo 
suo a Dio, che quasi si trasHgurava oltre al senso amano, e cono- 
scevi d'Iddio più, che nfe per istudìo. né per lettere conoscono ) 
teologi. Cosi nella poesia, alcuno per interna agitazione ed applka- 
lione di mente poeta Uivleae: e questa al è la somma e la piìi pei^ 
fetta spezie di poesia; onde alcuni dicono i poeti esser ditini, e al- 
cuni lì chiamano sacri, e alcuni ti chiamano vati. Da questa asirulone 
e furore eh' io dico, prendono l' appellaitone. Gli esempli abbiamo 
d'Orfeo e d'Esiodo, de' quali l'uno e l'altro fu tale, quale di sopra 
da me è stalo raccontalo. E fu di tanta efficacia Orfeo, clie sassi e 
solve noTca con la sua lira : ed Esiodo, essendo pastore rozw e in- 
dulto, bevuta wlamente l' acqua della fonie Castalia, seni' aleno al- 
tro suidio, poeta sommo divenne; del quale abbiamo l'opere ancora 
1^, e sono tali, che niuno de' poeti litterati e scientifici le *antag- 
gia. Una speiie dunque di poeti è pt-r interna asirauone di niente: 
l'altn spezie È per iscienzia, por istudio, per disciplina e arte e per 
prudenza; edi questa seconda spetìe fu Daoie; perocché perisln- 
d(i> di fllosofla, di leologia, astrologia, arismelica e geometrìa, per 
leiionì dì storie, per rivoluzione di molti e larj libri, tigilando e sn- 
d^ndo nelli studj, acquistò la scienza, la quale doiea ornare ed espli- 
care co' suoi versi. E, percUÈ della qualitì de' poeti abbiamo detto, 
diremo ora del nome, pel quale ancora si comprenderà la sustania : 
tnntuUodiè queste sien cose che male dir si possono in vulgare idio- 
ma, pnre m'ingegnerò di darle ad intendere, perchè, al parer mio, 
questi nostri poeti moderni non l' hanno bene intese; né è maravi- 
glia, essendo ignari della lingua greca. Dico adunque che questo 
nome parla k nome greco, e tanto viene a dire quanto farìlon. Per 
aver detto Insino a qui, conosco che non sarebbe inleso il dir mio; 
sicché più oltre bisogna aprire l' intelletto. Dico adunque de' libri e 
dell' opere poetiche. Alcnni uomini sono leggitori dell' opera altruit 
e niente fanno da sé ; come arvieno al pii) delle genti : altri nomini 
san tacilori d'esse opere; come Virgilio fece 11 libro dvlI'Eneida, 
Stazìu fece il libro della Tebaida, e Ovidio fece il libro yelamorlb- 
leos, e Omero léce l' Odissea e l' Iliade. Questi adunque che feroo 
raperei furon poeti, cioè bellori di delle opere che noi a1ui\«^^Uk- 
tta; t noi tÌMu» I ìéggliori, ed essi farooo i facitori. fii\aan&(>H 



liarao lodare un valente uomo di studj o <li lettere, osiamo dima» 
dare : fa egli alcuna cosa da sèT lascerìi egli alcuna opera da sé com 
posta e EiitaT Poeta è adunque colui cbe fa alcuna opera. Potrebbe 
qui aicnao dire cbe, secondo II parlare mio, il mercatante, cheserìM 
le sue ragioni e ^nne libro, sarebbe poeta, e che Tiio Livio e Salo- 
Btio sarebbono poeti, peroccliè cìaKono di loro scrìsse libri e fece 
opere da leggere. A questo rispondo che far opere poetiche non si 
dico se non in versi. E questo avviene per eceellenia dello stile; pe- 
rocché le sillabe, la misura e 'I suono 6 solamente di chi dice in 
versi; e usiamo di dire in nostro vulgare: costui fa cantone e so- 
netti; ma per iscrivere una lettera a' suoi amici, non diremmo cbe 
egli abbia fatto alcuna opera. 11 nome del Poeta signiDca eccellente 
e ammirabile stile In versi, coperto e aombrato di leggiadra e alta 
finiione. E come Ogni presidente comanda e impera, ma solo colui 
è imperadorc cbe è sommo di latti ; cos) chi com|>one opere In versi, 
ed È sommo ed eccellentissima nel comporre tali opere, si chiama 
poeta. Questa è la veritt certa e assoluta del nome e dell' cITelto 
de' poeti. Lo scrivere In stile litierato o vulgarc non ha a fjre al 
fotta, nÈ altra dllfercnia b, so non come scrivere in greco o in latino. 
Qascuna lingua bi sua perfeilone e suo suono e suo psKare limato 
e sdentiBco. Pure chi mi dimandasse per qaai cagione Diole piut- 

10 elesse scrivere In volgare, che In latino e liticraio stile, rispoo* 
derel quello cbe è la veriiì, cioè che Dante conosceva sé medesimo 

' o più alto a questo stile volgare in rima, che a quello latino o 
lllleralo. E certo molte cose sono dette da luì leggiadramente In 
questa rima volgare, cbe nb arebbe saputo, nÈ arebbe potuto diro 
in lingua latina e in versi eroici. La pruova sono l' egloghe da lui 
fatte io versi esametri, le quali, posto sicno t)elle, nientedimeno 
molte ne abbiamo vedute piti vanta gglatam ente scrìtte, t^, • dire i) 
vero, la vlrlb di questo nostro poeta tu nella rima vulgare, nella 
quale È eccellentissimo sopra ogni altro; ma in versi latini e in Ihosb 
non aggiunse a quelli appena che meuanamenie hanno scritto. La 
cagione di questo è che il secolo suo era dato a dire in rìms; e di 
gentilezia di dire in prosa o in versi latini niente lalesero gli uotniDi 
di quel secolo, ma furono rozzi e grossi e senza pcrlila di kUere; 
' dotti nientedimeno in queste discipline =1 modo fratesco e scotasti- 

I, Comlociosd a dire in rima, secondo scrive Dante, innanzi a Ini 
circa anni centocinijuanla ; e i primi furono in Italia Guido Guininelli 
lulognese, e Guilone Cavaliere Gaudente d'Areno, e Bonaginnta da 
Lucca, e Guido da Messina; i quali lutti baule dì gran lunga sover- 
dtiò di scienzie e di pulitezza e d'eleganza e di leggiadria; inunlo 
che egli è opinione di chi intende che non sarà mai uomo cbe Dsnie 
naUgBt In <Ure In rima. E teramentaell'femirtbllcou la grandezza 



▼ITA DI DANTE. xxm 



6 li Mcen» del dire sno prudente, sentenxloso e grife» con t»- 
rielà e oDpU mirabile, con scienza di filosofia, con notizia di storie 
antiche, con tanta cognizione delle storie moderne, cbe pare ad ogni 
atto essere suio presente. Queste belle cose, con gentilezza di rima 
esplicate, prendono la mente di ciascuno c^e legge, e molto più di 
goelU che più intendono. La finzione sua fu mirabile e con grande 
i^gdgBO trovata; nella quale concorre descrizione del mondo, descri- 
aìoDe de* deli e de* pianeti, descrizione degli nomini, meriti e pene 
dcDi vita «nana, felicità, miseria e mediocrità di Tita intra due estre- 
mi. Né credo che mai fusse chi imprendesse più ampia e fertile ma- 
teria da potere esplicare la mente d'ogni suo concetto, per la varietà 
detti spiriti loquenti di diverse ragioni di cose, di diversi paesi e di 
vaij casi di fortuna. Questa sua principale opera cominciò Dante 
avaoti la cacciata sua, e di poi in esilio la fio), come per essa opera 
si poù vedere apertamente.' Scrisse ancora canzone morali e sonetti. 
Le canone soe anno perfette e limate e leggiadre e piene d' alte 
S e tutte hanno generosi cominciamenli, siccome quella cao- 
che comincia: 



Amor, cbe maoTÌ taa virtù dal Cielo, 
Come il Sol lo qileadore ; 

dove è comparazione filosofica e sottile intra gli effetti del Sole e gli 
eifetti di Amore. E l'altra cbe comincia: 

Tre doooa intoroo al cor mi ton Tcoote. 

' Non t facile decidere quando Dante comiociasM la Commedia e quando 
b iaùaac. Il Bocca c cio dice cbe la cominciò prima dell* esilio, e cbe a quelPepoca 
•*a«ca fià composto i primi aclte Caoii, e dice d'aver ciò saputo da Andrea di 
\jtmm Pof gif nipote per parte di sorella dello stesso Dante. Ma quel cbe pare più 
«frisànilc ci è, che Tidca e il piano dciropera sia anteriore ali* esilio, leggendosene 
i|vau nn aonoasio ancbe in 6ne della Ftta nuova j ma che l'esecutione sia pò* 
aurwee. Ma w pare k vero qncl cbe il Boccaccio asserisce, bisognerà convenire 
dM hmIic variaùooi dave Dante aver fatto in segnilo so quei Canti, non potendo 
pila del eoo esilio e d* altri avveninenli avere espresso certi concelti cbe ora noi 
«1 troviamo. Quanto ali* epoca in cai la compì, pare cbe non possa esser mollo 
le«taua dal USI. La ragione del nome di Commedia dato da Dante a qoesto 
alto Utuco h poeta nella distintione che egli faceva dello siile in tragico, comico 
9à efegimc*, SùU tragico cbiama il sublime, qnale è quello di Virgilio | onde 
& in alcwB Inogo il nome 6* aita tragedia all'Eneide. Siile comico dica quello 
idi fiore e di aacaao, elegiaco quello in che si esprimono gli aSetli dei miseri. Ora 
amlt* ■mìiitiwintf ba cbiamato Commedia qoesto sno Poema, quasi volendo 
^nmMrrm»Ì0m0 • rappretemtaMione im volgare ora mediocre ora umile, a 
-jTf fT appasto della Commedia. Un* altra ragione ancora si reca di qoesto titolo 
«Ila keura e Can Grande, ed h, cbe il Poema ha, conte talvolta la Commedia, on 
yrmoMO aapro a rigido, e un 6nc lieto e giocondo. L'aggiunto di divina non è 
a Daaic, mk trovasi mai negli aoUcbi Codici, ma le fo dato in seguito dai Ictle- 
tau e dagli editori a dmiostratione della sua maravigliosa ecccUeuaa. 




■Ilrila d' I 



E cosi in ninlle atlre cannone è Ballile e limato a sclentilìco. Ne' so 
DetU noD è <Ji lanU vini]. QiKsle sono l'opere sue vulgari.* lo laliiK 
Kri&ae in prosa e in versi. In prosa è ud libro chiamato Monarchia, 
il qoal libro è ucriUA a modo diiadariu), eenta niuna genlilena d 
dire.' Scrìsse incora un altro libro intitolalo De vulgari eloquentìa. 
Ancora scrisse molle epistole in prosa.' In versi scrisse alcune eglo- 
ghe, e '1 principio del libro suo in versi eroici ; ma, non gli riuscendo 
lo stile, non lo segni. Mori Dame negli anni mccckii a Ravmna. 
Ebbe Dante un littliiiolo, tra gli allri, cbismato Piero, il quale studiò 
in legge e dlTenne valente; e per pmpria tìrtii, e per favore della 
memoria del padre, si fece grand' uomo e guadagnò assai, e fermò 
suo stalo a Verona con assai buone Tacullì. Questo messer Piero 
ebbe un llgliuola chiamato Dante, e di questo Dante nacque Lionar- 
do, il quale oggi vive (<d b> più Ggliooli. Né i molto tempo cbe Lio- 
nardo antedetto venne a Firenze, con allri giovani veronesi, bene iu 
punto e onoratamente, e me venne a visitare, come amico della me- 
moria del suo proato Dante, E lo gli mostrai le esse di Dante e 
de' snoi antichi, e diegli ootizla di molle cose a lui incognite, per 
essersi slranato lui e I suoi dalla palria. E cosi la Fortuna questo 
mondo gira, e permuta li abitatori col volgere di sue rote. 

imblBilimeBlo iì ukui li IfIIoiì. k un CaoKolo io prati ■ In idi Cib(ooì. 
don »»•> ipinl molti inni di GliiisBi.d'iitcoDiiiiiii, di lealoiiiicQouMl,. 
Lia A firn Itllni» io ■) nediilino, r inporliBliiiìno |iir li urie iwiiiH tte fi 
psrft ^<1< Vilt di DiBif, I ptt il gnait lìale cbt ci •& lìl'ùUlliicsu di noli* 



""''"«"•■ 



Il Midlì 



iroBcditrmkilii.iuliK 



INFERNO, 



DELL'- INFERNO 



CAmre FBinia. 



jttti/mtait a Pntla tmtfs mmm mO» fir «mm ùtlfUttìstbmm • teurmstlmm ut cut t'era smMtrU^ 
maàrmmt m^M** "wativ Mot tmtin mm ealit dW gU ttitgg davanti ttlmtmimalo dai Sdt, tr$ kettia faro^ 
gUn parmmm damamn ad tmptdirgli U cam mu tù. Ha ano c*« a lui sUgoUito 4i pruamta tamtbrm di 
rirgttm tàa I» «mforia , a gli pramatta di trarlo di là, facandoglt attraavtara l ngai da' Morti, 
r Im *eno da pnmm, pot il Purgatorio ; domda Beatrie* V «vrvMe JtmalmejUa aoadotto al Paradiso. 
Et si mmatt, « Dauta lo sagoa. 



Se\ mezzo del cammin di nostra vita 
Mi gtrovai per una selva oscura, 
Cbè la difilla vin era smarrita. 



1 . Sei wuxwo dektammin èe. Im- 
•tgm poetìrtmratc, die te\ plenilanio 
li m«rzo'érl f300, anoo del (pobbi- 
ic*. (f sasdo egli toccara il ^cnlaónqae- 
'im' aann , rbe . s«rr>ni]o il principio da 
Imi pwlo oel Conrito, tratt. 4, 23, ^ 
tmaaméeì ctno ordìnariadilk vita ama- 
M , « tr«p« ad Ihoofo della réfpoot 
talfe naaainni , twatt la visione simbo- 
(«a ibe qui deacriTC come proemio al 
(r»n %isc*^.iobietto della Commedia, 

2. Mi n/roro» per una tetta ee. 
la «junu fnma malo s'adombrano pier 
iirtnAi « tUcgaóe il motivo t T obietto 
M Pome. Lo eorraziooe • i vizi del 
^r.-ltt. erpnooti BiMaiiDamcsito atlU 
.ad'. boTit^ crcdrn/o r•lì^io^c, Of eoa MT- 
l«ril« foveroi Irìstiasinii « eeadoliu no- 
ria md più froA disordme o sotto pii 
ty««esuisa oiisorta: i rìlUéiNi tnnoli 
rcm.tn* i f iitjdioi , la plebe tbrìglitta e 
'«rrafoii i Geoodi^rqMMenli, i nogistroli 
■rori e vf oali, k ncordoii %oltl «Uo ferro 
: '■ cfap olc?r4o,i prÌKrtpi tirami^ « Oo> 
^'•Mi Jo* loro sA0{;clti Mnte, eoiKMciuto 
'4 wrrmtr di Unio malo, dopo aver fatto 
■--«> rbr rrrdnra il meglio per il too 
l^ -**. t« l^e ringefjno « cantare lo n'yo- 
mrraiiome morale dell' uumo , corno 
;r:o»o p«MO e oecesMriu alla politica, 
w' ':. juUentìn emtrt Ijbrrtè « era e rdicttà 
{• •«■ D«>fl siano bantu ci>stumi. Quanto 
f' • vie •:pi ninni polilÌ4br. • gii licnt* rbe 

: rvyetai da Dio doluto sulla terra sia 



lo Monarchia vmitertaianJAa con corto 
leg{p da uo imperatore sedoote io Romo \ 
e ebe il guellismo e la dominazione ton^ 
porale del papa sieao altrettante ntor- 
pazioni, cogiooe masaimo delio rovioo 
d'Italia. 

Immagino adooqno un viaggio ptf 
regni de' Morti ; e mentre egli ravviTO 
le idee fondamentali del Cottolicismo , 
fostencndole opportunomeote cogli or- 
goroenti della pia aana filosofia , svelo 
le piaghe d'Italia passate e presenti, 
le arti degi' ipocriti, lo infamia da' tro- 
dìtorì , mette nella sno luce il mole ^il 
bone; e tatto ciò per il ministero di 
quegli spiriti , cbe sono in loogo dove il 
Teiy» fi vede senz'onlK'o esenzo dubbio. 

Ora la trloa ouura significa il di» 
iordine morale e politico in generalo 
d'IioUi e piò spenalmento di Firoafo 
(chiómoìo lo lUriita §elta oaeho ol 
CoDtp XIV de) P^nrg,, v. C4), dove si ero 
perduto ogni virtù e ogni lume di civile 
sapienza , tolcbè, piò che abitazione di 
nomini, ero divenuta nido di bestie. Mi 
rifrorot, m'avvidi d'essere. Se ne av- 
vide più porticotarroente nelle tempesto 
del 4500 e 1301, dalle quali travolto 
dovè fieatire tutto il peso d'uno feroce 
onarrhia. 

3. Che la diritta via ee.; percioo* 
che la via dHla rH(Tioiie, della giu»ltziaO 
(li Dio era smarrita univeisalmeolo Ib 
dove io 



Alii quanlo a dir qual era È (^osa dura 
Qiiesla selva selvaggia ed aspra e furie, 



Tanlo È a 
Ma 






lura, che poto è più morte: 
Irallar del boa eh' i' 



v' Ilo scorie. 

r non so ben ridir com' io v' entrai i 

Toni' era pien di sonno in sa quel punto. 
Che la verace via abbandonai. 

Ha poi eh' io fui appiè d' un colle giunto, 



4- Mi ipuailo II. Cnb-BiKÌ: Àk 
Itanlo i diàra, iorre!t«»Dl«, co»» i di 
>, ■ aamn, quii era R. 

S. tlltw ulcaggia, lolla, ilne noi 
i busa di nilluta amana. È imiului 
tuwttrortt tiltU a \)ti-\ia; ti è in ai 
■riti (ama ina ijxria di aupailaliti 
ifU'iia.Àipra, orrida, lai. ntpn'iiilii 
mll. Forti. atBcile a lupcrani, perì 

r. Tanlo è amara: h inggionlu a 



ala rifordafin. 

8 tfdtmc&'f 
4Kr»il(D,Bii " 



la diteli 



gione, le «lolla PHDÌoai , gli «rro 
aalrudatlanin». I)fiiUi.nlr« dbIIi 
cogli aliri ciarlìi, siiaiirlo, ihb 
Olla la mìtlira Beilrice (ledì ^rimpro. 



« ti olla .Ima «ai Can- 



ni d luciin pigliiraipg- 
all|-ruviDÌI.:in(ÌI»- 
I*. Cm eh* Danio ci noli: 



^ìlP«n.rr. 7o"ia"C"* 



dhh tu por malvaatll d'adm 
•Hello (t'un>oni IrlipliU • d' 



aa aioao, 
ch« Viglili 
uln, ma 11 Mita gli lu cagiona di 

9. diirallr>«».- inlondaiT iwrsp- 
pario al bne; rio( dille toii non huuar, 
«rUili, f Bili UM la Ire Gero, di eha 
^ai«|Be«aaarìaiiieDl«dirr prima di rae- 
coaMn il lurtanalo ini'unim d< Virplia. 



ÌS. appil d'im collf . Il colf* tii>- 




CAIVTO PRIMO. 



Là ove terminava quella valle, 

Che nf avea di paura il cor compunto, 

Guardai in allo, e vidi le sue spalle 
Testile già de* raggi del pianeta, 
Che mena dritto altrui per ogni calle. 

AUor fu la paura un poco queta. 
Che nel lago del cor m* era durata 
La nelle eh* i* passai con tanta pietà. 

E come quel, che con lena affannata 
Uscito fuor del pelago alla riva. 
Si volge air acqua perigliosa, e guata; 

Coà r animo mio, che ancor fuggiva, 
Si volse indietro a rimirar lo passo. 
Che non lasciò giammai persona viva. 



iS 



20 



U 



Mgfi Boiki, CMiro dd qiulj n tf- 
{«MI mt €mfT9 «no ttaropo. E qne- 
•li è M tarrilHle notte pi«oa di pena 
• di mmmi» di cai dirà piò tolto, la 
^«al« fi citaadc dal ponto del no rav- 
Ttimmmu ari 4300 fino al tempo die o 
fv AfWrU' • per Arrìfo o per altri 
lOBtapi la aperaBsa del riordinamento 
d'itaba, per c«i farebbe terminata la 
tmiU, 9 U ulta. 
W atei è pei glorani , che oneste ▼!• 
B wtm 9omm ebe reapreaaiooe alle- 
£ latti Mibblid, o di yari casi 
partìenlari A llaote, di dedder), di 
lpt1 aia, poftrrion io gran parte al 
4See, mm riportati indietro e riuniti 
e diacfaatì coaM in nn qoadro profeti- 
ca: «aiie ■•• m ptuò aTeme la tpip(rarione 
cbe dalla atoria contemporanea , dalla 
«te di Dania mededmo, e dadi aeritti 
aire ka p r — nriato i tod {indizj , ma- 
nifealate %• a«a omnioni intorno alle ea- 
paai • ai riaedj dd mali d' Italia, 
r avvertire aoebe. per il retto gindi- 
«f«vaai madedmi, che redute la 
I tati* di persone e di cote ebe 
•Hla prima Cantica, ti vieae a 
càe qnetta non può eatere 




•taU 



■■bblirata, o almeno non ha riee- 
r«IIÌBaBMno,rbedopoU 1314, 



r fcfcrat il Pacma poaaa eaaere atato 
Ueato • cnflrinciato aacbe nn poco pri- 
aadel 4S00. 

1^. tam^wmU, stretto, anfpntialo. 

47. d^ Piirtt' a fola onde il colla 



è illnminalo è primieramente Critto,8da 
di giustìzia, e la dottrina del tuo Vaogdo 
che illumina ogni nomo che viene nel 
mondo e lo dirige oer la retta via. ECrì- 
sto e il tuo Vangelo fono t ppnnto i aoli 
ed etclutjri effeUorì della vera dvilti, 
non potendo esservi senza di eaaiebe bar- 
bane e tervaggio. Ma anche llmperatora 
che deve reggere l'umanità secondo lo 
tnirito del Cntto, è disegnato altra volta 
da Dante sotto l'immagine di un sole. 

Sulrva Roma, che il buon nnodo fco, 
Doa Soli afiT, dM l'ina • Pallia »trt4a 
Féota f«d«f«, fl éA BMiklo fl di Dm. 

Purf., Canto XTL 

20. lago dfl cuore, dicesi la sua ca- 
vita sempre piena di sangue. In una for- 
te paura il sangue rallentando nella tua 
drcolazione vien quasi a ristagnare nd 
ventricoli del cuore. 

21 . pietà (dal noroinatiro lat. p/e- 
tat), posto V effetto per la cagione, vale 
qui affanno, pena. 

22 /eR4i affannata, è la respira- 
zione Hifiìrile e frequente. 

21. gwita, guarda con stupore. 

25. che ancor fuggita: ancor tre- 
pidante per l'avuta paura. 

26. lo pasto, il luogo da lui traver- 
salo, l'allegorica seira. CKe non tatciò 
giammai persona tira: direbbeai la- 
tin. qwB non sinit esse mtos, doè dorè 
l'uomo una volta entrato è morto al- 
l'umana ragione, alla divina grazia, alla 
libertà j e non ^ ive che la vita delle bestie. 



DEt.1. ITTER^O 



Poi th' ebbi rÌp05alo il corpo lasso. 
Ripresi via per la piaggia diserta, 
SI rhe il pie fermo sempre era il più basso. 

Ed ecco, quasi al corainciar dell' erla. 
Una lonza leggiera e pfiwta mollo, 



irlicoliri. Coaw fi 



28. Poi ck'tbbi Hpnialo. Alntnl dintniiDlD d'tli tn* pMrìil ha Gni^ 

Vvdici: Cmn'ii |el>hi| pRIdIO wi p-ini. U ileu* ctgiriili cb« bin generiti la M 

£9. dJirrla: abbinilaniU, salila- toc li inmleuniM. Onali ddhosbé 

in, percbè né Flrni» ■* luhi cunii- i 

•wtu ^u di mollo lein|)a qacl tvltt t 

SO. SI dlt li fii firno re. Hi •S' do ftr boni di Ciacco ri irne chi n 

hilo D*nM di oHerviiors «unito della piriia. hwUla ed nariiia amo l 

lucilo dilli felta • dnpD ripoHto co- L'iimdia à tigQiUciti por li Imaa 

iBBcit • perearrire, ndlandnei Ì1 modo U Htpéttla. per il I«mu dilli Ioli 

MUv di ni piiD*, ali lengemiiiiile u- digii de{|1Ì iireri , per li lupa migri i 

(Ut* di ptrcrgli pieni; pvrché lola in lirimoioH'nipredi parto. Vera èrbe lui. 

^nol* on paò aiirnln the l'f pii ftr- '■ i Coaimiiliiri inlithi, e i uiDderai h- 

WvlimiiniiMipnpìù hou dell'illro deli i|{liiBtie1iÌ,iiileadDiM perii loia» 

.fa IMlD, doveDdn quitte per Tire il pu- la tiunria. ol'jppcllladrj pii«rì«R- 

T^MMOHirìiliirRleeU'igm il iliiiinndi sali jocrrlii qnnti (plegiiKiaipuaUi- 

MMtb^etti texiiu. mpDtre Dvlnm- re h « lirì Pillegurìi iJ un luleod^ 

iriiiiaiiE (neBlBeKtiui>iiBeBteinunte;diìi|iic 

i ili lUD- ala paviiitAf . che lutti iruporti, e qa 

iltii, poi gnlùle iniklnao ti tmcr baon eri- 

- ma du>e d pena (he 11 rjjnie- 

imarlh, eliiUr«U niolfcr- 






riMcnMie per pror*. I.i nnxine poi 
ftnki Danieli III boIiIu^ubU nnrii- 
MktM, è penhi i>rn<li> pmwUle- 
«Mtc delta (Iw «ri giuiil.i ipiiie d'uB 
, pr«M 11 parola risornaiiMnii', 



ramo a noi rilona* pollliea t alt* «i- 
ì^o'ert ch'e'i'qaeuL èiì.tirnrm.r 



I, B tene i|hiMii ploiirggiari * pmsiiu..- iiiiili,;nii, liir >..li" il l.^it, fi 

«dala ìd pniwiptu railllit ild- il pMiiinii li/„io iiliuilii' mi |uir cl.e 

T«a«, • U ptaperilk delli piuue inchi' oli:'i |»i.,i dil ('..l^mii ii.m '•■•la 

1. t>< MUe le ■piugaii'ini Jalc a i •jucilg .'{.i i' Il <ii..I.".i<i>m C -<ib. 



^pJtMI 



%l. fili «e», 4iuu( al amliular riareallni frate avara, <nri'l<a>a j 

MTtftS 1^ «c(u,naÌBa il principia tuptrba, e intili Uiola e uni gnu it 

sa. Un* hnlM ktilera ic. Nille culpa d'ugiii tuaxtnluii l'ixvi'-fia che 

' appung-DealliHliii di eiiimi h mtnlrli4 dùgli «ahi pulii 

(>1 elTilc e murala rìar- e marleronuM- Li qnilc appcllmatf^ 



CA2VTO PRIBIO. 



Che di pel maculato era coverta. 
E non mi si partia dinanzi al volto; 

Apzi impediva tanto il mio cammino, u 

Ch* r fili per ritornar più volte vòlto. 
Temp'era dal principio del mattino; 

E il Sol montava in su con quelle stelle 

Ch'eran con lui, quando l* Amor divino 
Mosse da prima quelle cose belle ; ' 40 

Si che a bene sperar m* era cagione 

mmbitio*0 CatadiFrameia duminanti: 
anche inNapiiti (il leooedalla tetta alta); 
e la Curia papnU, ette io antico ebbe 




éi i^*€ira Wk»rtlrie9 conviriM a parer 
mim colU ìaiiBafine della lonxa Uggtra 
•éifmiHtm peitt, m ^aiilo «Im si l'ooa 
cW r«llr« aeCto lieta • bella appareaca 
tradÌBBeot* e norie , non al- 
ì l'iaTÌdia , dia paiaiona viUe 
I t*«ccalU aenpre «otto la ma- 
16 della lealtb E 
looelCaoloXVI 
▼••I tirarca tè Gerioiie, imina- 
fia« 4cll« frode, che aoch'euo benigna 
amtm di f^Èàr la ptlk, chiede a Dante 
— arti U corda die atea ciotaai lianclii, 
• MS ewà dica cbe avea sperato di preth 
étr ìm Umam aXU pelle dipinta. On<le 
■ì para Ae ai poea« dcdurreclie Gerùme 
e la imium wgniirhiao due idee, odicia* 
•• ama mi, molto tra loro affini , ^aando 
Mo ■rdeaiaaa virtà si possono d«>- 
• viaeere. E affini tra loro sono io 
VùKtidia • la frode, perchè 
lasinlUra di i^ai-lla, perchè 
aaibcdoe da malignilb e vilU 
f MÌflM, • perchè lolle e doe si roo> 
proso di i p rci oae apparenze per ginn- 
fareptèticvrcalloro&ne.La corJa poi, 
la «iili, eoa cai tk Tona che l'altra ai 
prtodere per poi calcarle, è U 
litb , la lealtb, non difisa dalla 
vifilOiKa , aecooda l' inaef namcnto del 
laaaelo: fmea in bona malum. 

Qaaolo al aeoso particolare e coucrc- 
la da f a at a allegorie , asse postano ri- 
ì tra poteolalj che pia allora 
a P acfsiif lo del monte , il 
Nliaaalo dell' ordiae, solo poMioi- 
le, aacoado Daola, pel rìonov«aiento del* 
rifgra lalìoo: a tono la straaa tavi- 
£aam Pirtmei» (cìltk allora di molta im- 
partaaaa por a a alsiaai movimento da leu- 
atii ia IlaTial, leggera, nobile, e divisa 
la lioarbt a io fieri (la Ionia leggera e 
e di pel aMcvlato) ^lafttfcròa e 



vaca di avara (la lupa tempra a rfam8ta|. 
Ramroentiamod che Dante è d'opi- 
■ione che talli gli acompigli d'Italia a i 
mali costami sieno cagionati dalla osar- 
patiooi dei diritti imperiali , a dall' at- 
tanza dell' allegorico tole,rimparature, 
onde lutto era telva a otcnritk. 

56. CkTfui per riUtrnar. Cottr.: 
che piò 9oUe io fui 90II0 (mi voltai) 
per l'tmare indietro. V ottinata divi* 
tione de' cittadini di Fireose a l'invìdia 
reciproca dei partiti rendevano impoiti- 
bile qualao(|ae accordo per la riioma 
di quel gitverno. 

57. dal principio [dal per al), cioè, 
il tempo io coi quatto avveniva era ai 
principio, sul comiociare, del mattino. 

58 . E il Sol montata in tu: ini. per 
l'ellittica, prucederido dall'eqninniio di 
primavera, in cui era allora in compa- 
gnia dell'ariete, verso il solstizio df estata. 

59. quando l'ilmor divino. Dìo 
creò il mondo in primavera e in prima- 
vera lo redense. Si la creazione che la 
redenzione sono qnasi sfoghi dell'amor 
ano. Per VJmor divino può anche in- 
tendersi il Santo Spirito, essendo scritto 
che tpiritut Domini omatiteteloi. — 

40 Moite, creò e mise in mota. 

KK. Si che a bene sperar ec. Cottr. 
e intendi: Sì che l'ora del tempo (il 
mattino) e la dolce stagione (la prima- 
vera) mi eran cagione a sperar berne 
di quella fiera alla («venie la) pelle 
gaietta. Sperar bene della fiera, t'in- 
tende in quanto che non gli avasaa a 
nuocere, o, ti aveste ad ammansire. 
Dicono che la pantera, e lonza , nella 
ptimavera , quand'è in amore, come 
spanta il sole ti riutana. — Si oascr\ i cbe 



dell' IMFEBHO 

Di quella fera alla gaietta pelle, 

L*ora del tempo, e la dolce stagione: 
Ma non sì, che paura non mi desse 
La vista, che mi apparve, d* un leone. 

Questi parea, che centra me venesse 
Con la test* alta e con rabbiosa fame, 
Si che parea che 1* aer ne temesse: 

Ed una lupa, che di tutte brame 

Sembìava carca nella sua magrezza, 
E molte genti fé già viver grame. 

Questa mi porse tanto di gravezza 
Con la paura, eh* uscia di sua vista, 
Ch' i* perdei la speranza dell' altezza. 



il mattino è il tempo della tranquillità e 
della ragione, perchè io quell'ora l*ani- 
OM ti trova più libera dalla carne e 
meno soggetta alla tirannia delle mal- 
▼age paasiooj : la primavera è la sta- 
gione dell'amore. La ragione adunque 
ridùamata dalla ealma e dalla sobrietà 
dd mattino, e l'amore inspirato dalla 
mitena della sta|pone e dalla letiiia di 
tutta la natura, avrebbero (cosi augura- 
▼asi l'infelice Poeta) fatto tacere l'invi- 
dia, l'odio di parte, e addolcito i cuori 
dd suoi dttaoini. Si sa cbe ndla pri- 
naTera si facevano anticamente in Fi- 
renie delle allegre feste, dove avvenivo- 
no molte rioondliazioni, cbe spesso gio- 
▼avano alla causa pubblica. L ad ogni 
modo l'invidia è passione, cbe il tempo 

• i casi posson placare; e quella pia 
etta, Firenze avrebbe accettati i consi- 
gli dell'Alighieri, e per il bene suo e di 
tutta Italia favorito V idea dell'Impero. 

44 . Ma non si, ehe paura. Se l'ora 

• la stagione davano a Dante onalche 
speranza per l'ammaosimento della (oii- 
%a , avea sempre che temere dal tupei^ 
ho leone, perchè il vizio ddla f uper- 
bia è Tizio della mente, dove nulla pot- 
tono né U solenne spettacolo ddla na- 
tura, né gli affetti d'umanità, né gli 
esempj di gentil costume. Ella cammi- 
na per la sua via piena di sé, né cura 
fnon di sé. 

Riferita l' immagine alla Casa di 
Frtnda, ognuno può sapere dall' istoria 
quanto in quel tempo a'intramettesse 
ndle eoae d'^lulia, • non certo per farle 
dd beoe ; e quanto intercala aTcsse ad 



oppord al ristabilimento ddPIaMn 
È noto altresì cbe una delle eagiooi dd 
l'edlio di Dante, fu Tavereoolrvial 
la venuta io Firenze di Carlo di Valaìi 
46. veneste, venisae, dall' antiquli 
velière. 

48. ne temette. Il tetto Bargigi hi 
tremetse. 

49. Ed nna lupa: sottiatoDdi ap- 
parsami. Alcuni Codid hanno ff#i 
lupa, retto dal nome la vista, 
sopra ; ma il costrutto procedo 
cbe nella comune. 

50. netta tua magrezza: tk nugra 
com'era. 

51. E motte genti fé già viver grU" 
me: e e molti fé passare una dta grmna, 
cioè mbera e doloroaa. S sa par Pitlo- 
rìa,e fora ancoper l'eaperìeiiza|qptnto 
han dovuto soffrire e soffrono i popoli 
per l'avarizia dd re e dd dttidini po- 
tenti. 

52. mi porse tanto di gravezza: 
mi cagionò si grave turbamento. 

53. eh'useia di tua vitta: che al- 
trui porgea coli' aspetto. 

54. Ch' i* perdei la tparanzm del- 
rattezza, cioè, eh' io ditperu affatto di 
giungere alla dma del monte IN tutti i 
vizj, il piò terribile e piò diffidlo ad 
esser vinto, è l'avarìtia. Gli altri pava- 
ne, o illanguidiscono col tempo ; questo 
riceve alimento e fona dd tempo. Ma 
oltreché gli avari sono il mde grande 
della sodeta e diffidlmente d eoovorl^ 
no, Dante vedeva in ead un fortÌBaimo 
ostacolo alla immaginata rigeneranona 
politica, la quale gli avari potenti aTTcr- 




CANTO PRIMO. 9 

E quale è qoei, che volentieri acqaif^ta, 65 

E giunge.*! tempo, che perder lo face. 
Che *n tutti i suoi pensfir piange e s'attrista; 

Tal mi fece la hestia senza pac0| j. 
Che, venendomi inconfrof^vpoco a poco 
Mi rìpingeva là, dove *l Sol tace. oo 

Mentre eh* io ruinava in basso loco, 
Dinanzi agli occhi mi si fu ofTerlo 
Chi per lungo silenzio parea fioco. 

Quando vidi costui nel gran diserto, 

Misererò di me, gridai a lui, 65 

mmwn ftr tioRer* ài pi^IjifM' Bi- iriita in UtlU i tuoi pentieri, tei ee. 
FclU|oria éeW* topajpb Caria 58. bettia tenta pae§: bestia prìrt 
, cb« tacb« il Petrarca chiaiDÒ àt pace, irrequieta nella laabrana •eflu- 
I BM iomim, » vedrè egualmepte pra craseenti. 
te ara la paura a la diaparatioiia 60. là, dove H Sol teéa: al laago 
'Al i f fc i ari , p«retoccliè ed era eaaa la dove il mistico tuia non splenda ; mi ri- 
pe aaCcat* e temibile oppoaitione alla gettava oelt' antica desolaiiooa , da tmi 
rmmmmà* Italia sotto oo imperatore , a m'area sniirvato la speranta del Mtn&th 
«al triatoaiampio del soo attaccamento ai la. La iue$ è timbolo di feliciti , la f#- 
Wm a alla graedene temporali renderà nehre Hi miseria . Con simile metafora ht 
fià litri «fiè materiali tali i Cristiani ; detto altrove: in loco d' ogni luce mmto. 
fMU le fMte, cU «• caia* ve4« ^ ' Mentre eh*io nitnoea. Prafarì- 
Nm a ^arf hm farirv «««l'eli* è fliiolit, aco questa lesione a quella seguita dal 
Bi qoel ai paMr, • pi* «itra ■•• cht^4%. c^j, ^ j^ ai|,i j | riiomavo, perchèeoo* 
FTg^ caau» XYi. j^^^j^ j^i ^^^ ^gg j^j Canto nXII 

Ed è uat» cba quando Arrigo di Lncem- del Paradito, che richiama appunto 

kurg» puaaè io I talia per riconquistare t questo fatto medesimo: Qwtndo (Mnaoi 

meidiritlì imperiali, il suo pie f»rt«aT- a minar le ciglia Ma il mt'nura, eooM 

«Huarie fia il papa Cl«nente V, aebbcne spesso il mere lat. , ha oui il aeuso di 

iauaaei gli arease dato parola di favo- correre Jreiloloto. — il batto loco è 

lìrlo. E eie avrauoe perchè da prima lo 1' avvilimento dell' anhuo per la fallita 

ceupdcrè cwne un valido m^tto a rior- impresa , a V apprensione della miseria 

àaara P Italia, poi lo aospetiò come un in cui doveva contiunara. 

pencolo al suo temporale dominio. 63 parea fioco. Questo passo può 

S% E qmaU ee. E eorae colui che è Irtterslmente spiegarsi, a parar mio, in 

Jawdefsa s di gnadagnara, a ai attrista due maniere; o: • Mi venne veduto tale 

ausudo giunge il tempo die gli fa per- cb'avea sembisnsad'nomocni una lunga 

aera le coae acquistate ; tal ee. È nato- solitudine in luogo affatto deaerto avesau 

riie cW ««auto piò grande è stato il estenuato e quasi ridotto uo'fimbrs; a o 



daaiderie di raggiungere una coaa, tanto piò semplicemeote: • Chi a cagionad'un 
aaggieru aia il delore del perderla, lungo silensio avea infiacchiti gli onnni 
Quauto ai era Daote eooaolato alla aola vocali e a pena ai sentia parlare, a Edo 



pena ai sentia parlai 
MPelWgorico moote, e alla spe- Dantedirebbeinanticipanoue^riportaA- 
runra c eu e e pit a di giungervi, altrettanto dosi al tempo in cui scnvea,pioUiistodiè 
si uttrielè , quaudo per la oppoaiiione a qnello in cut gli appariva Virgilio. Al* 
ém cattivi ai vide dduao. Il eoatrotto legnricamente potrebbe aignificare la di- 
dei leruerio aeu è troppo regolare , ma mentieanta tu cui nei lunghi secoli della 
va fi e ae eeai : B f ««le è qnri che eo- barbarie era giadato il gran Poeta la- 
IralleH me^nittm, che, ooai giugno il tino, onde non avea pie parlato né alta 
lem^a ekoUfa poréore, piango e f'al» oMste né al cuore d'alcuno Ino a Dante. 



QubI the lu sii, od ombra, od uomo cerio. 

Itispaaenii: Non nomi uomo già lui; 
E li parenli mierfuron Lombardi, 
E Majiiovani per patria ambodui. 

Nacqui sub Julio, ancorché Tosse lardi, 
E vissi a Roma sotto il buono Augosto, 
Al tempo degli Dei falsi b bugiardi. 

Poeta fui, e rnnlai di quel giosto 

Figliool d' Anfhi^, rhe venne ia Troia, 
Poiché il superbo llion fu combusto. 

Ha tu perchè ritorni a tanta noia? 
Perchè non ^ali il dilettoso. monte, 
Ch' è principio e ra(;ion dì tolta gioia ? 

01 Be' lo quel Virgilio, e quella fonte. 
Che spande di parlar si largo (ìumD? 
Risposi lui con ver;;ognosa fronte. 

degli altri poeti onore e lume, 

Vagliami il lungo studio e il grande amore. 



I 



' M.0>ulHk<iIaii-{--chÌi.qii«(i9ÌL 


duri agi g»»»» cHugl» « g«J«(u- 




r( |><ir le f per la L>i> potrìl quMo niM' 


«S. loffitardt, di «ii«», H.Ma~ 


t,. J. cÙ ^ p.» d/H.« Vi l*" ' 


na^V p«ln» fiimnn i gmilMi di Vir- 
liGaTranmfnlF tgli «nnioi in AiKta, 





p>» diimlf d> chia cb* il l'oca ipcr* e rIIhìì* ■■ 

. di Cd. r»>nreD pM«, «ni. r<le.BÌ incha dilU mm iti- 

umili KimuitilM, Mri mi Airl^ di LmRmbqriB. 

T* O.' r' In te. PrdmHaqmttii 

1 l«nli Cii.lto IfK.illarim.Orn'lH. — DiDivH^it 

r«|»w> H BMit, Vìrgiliu iiariai^an- diHmalirncpDpri.iBHÌKikBigliMe- 

*' " ' "are oniiniti qukiai ii alWliaM per IiiniiBi« «lU foMUi ■ 

ri iS Ai mi rU, quimlo orii^iie èri talins 1bi|H», « 




Cbe m'han fetto cercar Io tao volmne. 

Tq se* Io mio maestro e il mio autore: 
Ta se* solo colui, da cui io tolsi 
Lo bello stile, che m* ha fatto onore. 

Vedi la bestia, pert^ui io mi volsi: .' 
Aiutami <4a lei, famoso saggio, 
Ch* ella mi fe tremar le vene e i IMbi- 

A te convien tenere altro viaggio. 
Rispose, poi cbe lacrimar mi vide, 
Se VUOI campar d* esto loco selvaggio: 

Che questa bestia, per la qual tu gride, 
Non hacta altrui passar per la sua via. 
Ma tanto lo impedisce, cbe 1* uccide: 

Ed ha natura si malvagia e ria, 

Che mai non empie la bramosa voglia, 
E dopo il posto ha più teme ctav pria. 

Volti son gli animali , a cui s* ammoglia , 
E più saranno ancora, infìn che il Veltro 



It 



S5 



90 



a6 



ICO 



S4. ttnmr, cioè «Ueotamente coosì- 



C barilo maniro e U mio aut0re. 
Ih atn rW «' ìnupà ; amUnre cbe del 
(■•«MMw oR'ÌMpirì e mi incki. 

n . La Mio ftilc. InlciMli il caratle- 
ttfHfàm^ àk cai niaoo è niglior mae- 
A» S Viiplia. S^par non accenna qai 
Itiat ada f lie latine, in cui imitò il gran 
f«ti, • IdOe i|aali ebbe a' tuoi tempi 



la be^im, cioè la lap4. 
«afflo. Prcaao i Oreci 1 poeti 
col aoiae di vofol, M' 



t4. arWe, gridi .-È termioazioDe prì> 
■bra «Blla accoada voce del pret. dcU 
f iad.f Ae apeaio a'iocoatra negli anti- 
da arritUn in proaa e in rima. 

flS. iVa» Imtcim altrui pmstcr «e. 
L'itarifia ara coa't forte, coa'i aniveraale 
• aael taspo per le ateaae condizioni po- 
lOcW, cba aoa era poaaibile aradicarla. 
E cki avaaaa Icaiato dì porre an argine 
aearala iiaawnn> coaaevcri ordinamenti, 
aaontouna impreaa di- 
I, sarebbe iacorao nella atc«aa aor- 
1* Aa ÌBcatttraroao in Boma pagana i 
fivaedà, a m Boaaa criUiaoa r audace 
himdèm ém Brescia. In tempi di fazioni 
a«i araa ^«€111, il denaro era tatto: 



per eaao le magistratar^pereiaala difesa 
della persona e delle me, per caso la 
Tendelta, per esso il trionfo delle prò» 
prie opinioni. Cors dunque suprema d> 
tutti il denaro. 

100. Molti ton gli animmli^ te. 
Molti son gli uomini bestiali a cui onesta 
avarìzia ti manta, si unisce. Grsndeèla 
moltiturline d(>gli svsrì, più asssi cbe 
quella dcgrìnvidìusi e deispperbi. Presa 
Is lupa per Is Curia Rovnana, questa cir- 
costanza potrebbe signiGcsre, rhe molti 
sono i potentati e i popoli a coi si è col- 
legata a sostt^nimenio del suo temporale 
dominio. 

101 . infin che il Vellro. Io son d'ar> 
riso cbe il reltro cbe qui s'annunzia non 
poaaa esser altrì cbe nn valoroso e fortu- 
nato capitano, cbe guidato dal aolo amore 
della giustizia e della salute d' Italia, rì* 
vendicbi i diritti imperìali su Roma, e 
fiaccate quindi le coma al gnelfismo,cbe 
nella cuna romana ba il più forte aoate- 
goo, ntomi il paese, come dice Petrarca, 
• Aureo tutto e pien dell' opre antiche. • 
Quanto a determinare cbi sia il capitano, 
obietto di tanta speranza, non è coai fa- 
cile. E forse non era questa cbe un'idea 
della mente del Poeta, il quale sperava 
che prima o poi si dovesse per qualche 
grande afferrar* e attoare. Ma se pur si 



I 






Verrà, che la farà morir Ai doglia. 

Quegli non ciberà terra né peltro, 
Ma sapienza e amore e vìrlule, 
E sua nazion sarà Ira Feltro e Fellro. 

Di CI u eli ' funi le Italia fia salute, 
Per cui mori la vergine CamìIlB, 
Enrialo, e Torno, e Niso di ferule: 



ilfaijn(lt,l'mni«ilvi Icmpiiaruì D(ol« 

«nlrvilo di allro luDga Del Pofmi (J'a- 
rodl», C. svili, larrblHrn credlb'l* 
■opra agni litro CinGnnJailcliaSriI*. 
ID3. Quelli Bim eibtrà Itrra ni 
palln. QuhIo vittro, dot il naaio or- 
(bulond'Itilii.naaiTrb Eirnc.Dtrarh 
■Imiu Mimi né di lem Didi dcniro, mi 
i n^ rigurdi iinnno ritsKi ■!!■ ■■- 
pian • ■!!■ rirlA ; toiinbi l'ivariiia, 



SS, 



e WiHlUitcìlrv di Rnmisni. 



Trirìji^ 



■ti*, l'cfaigllii 



—PtUrottligtioraB- 

)àiion lari Ira Filirò 

rnnQnimnllaioosHD, 

t>na Ira Mira t feltro, 
Edic«iclitD«nl(ibbia 
chg il fitltra CKrìilor 
U^ iTrcbbt iTiilo luifoiw, cioè 
' *' ireti ad smili gtnilari. 
«pirgiiKlo ha credulo 



al poU 



Twanari,! lornaaH 

l'nnillt prìmiLita 

qnaolrraginne il toria uihuid poK 
creder*. Atlrì, {ra'qnalì BcniFaDla 
Inai*, niagai» Ira fillra a fclira, 
litio « ciala ; cciD che UiatB tirelibi 
BDiBcato cbe ^ett'eroa larébbs n 



■*r>blM palila fngan 
E lal( niTriiariuae pi 
longhi MPwrg., dd 



fdi in tiò qKcI che u diia aie- XXXtU 
!l Ptirg . ycr, S7. 

106. IH fUFH'tinib JloKa. Din 
milt l'IUli*, a io riguardo il no ic*. 

•;.j»p"§j« 



a Virgilio 



MaPclM 

;ti«dt, lik. ui, 

umili ra)(IÌT*- 



rho p«r uwiUe llalia d. 
■i il Lilio, qntlla pari 



mtnla a Boa parte d'Halli 

407. Pur tua moH 

r,rgilio«rt.p.rticol.rco 



]Ì egli ripriè il principio del 



1UO. Il ru;9. r,i<Fiite, con migliar ai- 
poti rimi e, por U Burialoefìin • IW- 
IO a fentl«.~MBri...ai fmtU ni* 
Binilo neri pv; fumilo. Eurialo offi- 
IO (aniMi (ToAV yw m <wH»ri. C«W^ 



CANTO PRIMO. 

Questi la caccerà per ogni villa, 
Fin che I* avrà rimessa nell* Inferno, 
Là onde invidia prima di parli Ila. 

Oad* io per lo tuo me' penso e diecerno, 
Che ta mi segui, ed io aarò tua guida 
E tran-otti di qui per loco eteroo, 

Ov'odirai le disperale strida, 
Yedrai gli antichi spirili dolenti. 
Che la seconda morte ciascun grida: 

B Tederai color, che son copienti 
Nel fuoco, perchè speran di venire. 



43 

HO 



115 



h mmi «min Esc» ; Tmmo Sf^aolo 
àlit if" fatali, MvÌM i' Enea, e et- 



JÈmè Mia fatm eoaire di loi. 
\ ^aat. lmtmt€9réperogniviUa Qm- 
ifctgÉn JTè la caccia alla impa per 
Mi laóllà ^f a ella ù rieoTri . Seo>a«lo 
Spitea én émm accaaaati aenai la lupa 
tÌAFtmnDa fagata da lalle legarti per 
riHHiili a aapi««aa del fatare salva- 
tal i' Italia. Ma ^ai ni para che pre- 
«rifi F aMra caDcetto cba nella lupa sia 
•walcfgala il farlfisoM» sostenutu a 
npitoaata dalla Caria papale. L' im- 
r dd 9titr9, eaaa cacciatore, bea 
caif altra della lupa »eiiipre 
a cacciali da quello per nato* 
• La lapa è madre dei lupi: 
ivaalaaurri»p»odciile pa- 
f f«cl/l. B oeinicua 
i èncccBariamenfa 
Cita pai ad xeilro sba nc a» ' 
è$ capittao aroMla,' d' od 
fàstlaattfcliè d* aa papa o 
f Ara asta aagaata da alcani «naiuieo- 
Maty m rilava da varj lB<»gl«i drl 
fMMa, m» «»(natBmeuta dal &XT1I 
tfd^ìar. a.» a 65. 

Ui là mmét iwtidia: inteadi il 
Ibiaia iiaidiaaadel bene degli uomini, 
-irrifcaia poi «allo pi A della santiU 
:kMaa, a della pace d'Italia. — 
i; avT. , arìnieramenta. 
US Oarf'aoper/alaoNie'ec.Vìr. 
fiaW giè falU iaCeadere a Dante cba 
saa db a allriseali pcMaibila per la aula 
aabrsa 4i aalira al aionte, troppo pò- 
itkaaarvlagli aataeolicbe glisiopp4ia- 
zmm^ apecialatcata per partedella lupa. 
ftaifBava adaaqae per ottenere 1 ef- 




«taa* 



fetto desiderato prendeva altra TÌa; pas- 
sar cioè pai luoghi etarni,BegQÌtandolai. 
Il olia ba implicito l' infilo alla forma- 
liane d'un poema soHa stato della vita 
fuluia, avente per fiaa di migliorare i 
dissoluti costumi degfllhliani eoi terrore 
dei gastigbi, a colica nettamento dcipre- 
mj rtf rn*i a cdl aaadro misarabila delle 
turboli'nze e dé'dclitti, di abe aempre era 
pieno il regfii mento piipularCf edetllosca* 
dimento d'ugni bella instituzione, per- 
suaderli int'irno alla giustizia eai vantag» 
gi dell' Impero. Que»lo poema ÌM|^ra tu 
daVirgilio, e da Virgilio aiotato^avrebbc 
potuto partorire, oecondo cba sperava 
Dante, qui'gli effetti che si aspettarono 
invano dai maneggi del partito gkibelli- 
no, adalla mussa d'Arrigo: avreobepoi, 
oim foss'allro, addolcito ^amarena del 
sa«i esilio, e f»rsa vinto ctdia maroviglia 
del divino ingegno i^nell' invidia emdelc 
che lo Barrala fuori della dolce patria. 
Vedi canta X\V del Par. E ani si uoli 
cba Virgili» consiglia Dante a far quello 
chefecaegli stesso, cha per circondaredi 
rispetto a di religiosa maestà il oa<>To 
lni|krro latino scriiao \*£nHÌ9 Sennon- 
cbe Dania aristiano avr^ba soritto il 
suo Poema sec(«(lo la cattoliche creden- 
re, e convanientemente alla conditioui 
a ai bisi'giii dei tempi suoi, —aie', 
meglio. Òli antichi dissero aieio, « 
per apocupa atei' a aie*. «- dUetraa: 
giudico. 

iU. E trarroUi te. E ti trarrò di 
qui facenduti pauare per luogo eteroo, 
cioè attraverso l^mferno. 

117 ia ieconda wwrte, quella 
dell' anima 

419. Ntl fuoco, int. del Purgatorio. 



14 



DELL INFEBNO 



Quando che sia, alle beale genti: 
Alle qua* poi se tu vorrai salire, 

Anima fia a rio di me più de<;na; 

Con lei ti tasrerò nel mio partire: 
Clio quello lm|>erador, che lassù regna, 

Perch* i* (hi ribellante alla sua legge, 

Non vuol che in sua rida per me si vegna. 
In tulle parti im|>era, e quivi regge, 

Quivi è la sua ciltade e V alto seggio: 

felice colui, cui ivi elegge 1 
Ed io a lui: Poeta, i*ti richicsuio 

Per quello Iddio che tu non conoscesti, 

Acciocch* io fugga questo male e peggio, 
Che tu mi meni là dov*or dicesti, 

Si cb* io vegga la porta di San Pietro , 

B color che tu fai cotanto mesti. 
Allor si mosse , ed io gli tenni dietro. 



« 






131 



131 



122. Anima te, cioè Bratrìce, che 
nel Canto \XX ilei Purgatorio si mo- 
stri a Dante per essergli guida al fa- 
rad iso. 

12f. q%eUo Imprrador ec, cioè 
Dio. Si noti questa idea d* impero e 
d' imperatt>re celeste , che altro «olte 
\edi(Muo rìcom|iaiire nel ronio ilo! Po^ 
ma, a dimostrare die dovendo la tprra 
spiicclilarsi uel rii-lo, il (*o\rriio die ella 
dcre adottare è V impero . un impera- 
tore lassù, un impi'ralore <|u«i]}|]iù : una 
(toma celeste, come una Ruma terrena. 

423 ribellata qui sia sfmpliee- 
mente per alieno dalla sua legge, o non 
teguace di essa. 

12G. per me fi vnjna: da me sì 
regna, o, ch'io regna. 

127. in tutte parti ec.: io (mie le 
altre parti stmtle il buo potere , impé- 
ra; ma quivi più particolarmente^ tifue 
il tuo governo, rrgge. Similmente, l'im- 
peratore deve imptraré da per tulio, 
e reggere in Roma. 

120. cui ivi elegge: che elegge por 
abitare i\i. Qualche testo porta : ehf 
quivi elegge. 

152. Aeeioceh' io fkgga queito 
male e peggio. Questo male, la sei- 
vaj e peggio, l'eterna dannaxiooe, a 
cui mena. 

(33. là dot* or dicesti, cioè pd re- 
.Tni deir altra vita. 



I3f. la porta i\ San PMftL 
Porta di San Pietro è tanto quella dei 
Purgatorio rlie quella del Paradiso, MT- 
ckè d'ambedue, egualmente cbe die! f^ 
verno spiriluiile di-Ila Chiesa terreoe , 
che lutti» eoniprendesi nella Jenomian* 
tiune di Regno de' cicli, farone date da 
Gesù Crìflo a San Pietro le chiavi eoa 
piena aulniilà di tpcire e di serrare. 
Quella pelò a eni mira prosai manuali 
Dante è la porta del Purgalorio. 

133. E color ec.i cioè i dannati.-»* 
che tu fai, rhe |ioni , che deaerivi. — 
Mi piace avvertire alla fine di ^aata 

Srmiu .Canto , rhe aella didbiarasiona 
ella sua continuata allegorìa, difficili 
in veni e inreflissima, mi acne atleaat«' 
a quel roiicello che mi è sembralo a?er 

Sin impoitanra, più gnodeua e più 
egna ragnme di poema, luijparoccbé 
non mi e mai pnlultt andar per TaniaD 
quella mikeiande spiegazione di alcwii 
ascetici Cumenlatori rhe aoa ved«M ip 
Dante smarrito nella ielta cbe «■ pce- 
catore, il quale cuiupreMi tinalnienle dal- 
r orrore del suo stalo ti rimette pw la 
buona \ia.e dopo poehi paaai per^aHla 
t\ lafeiia taliiienlr atterrire dalla perra 
rhe gli move la lussuria , poi la auper> 
bia e ra\arixia, rhe vetlutuai impolente 
a resistere, si de«-ide a tornare, peni- 
tente «igliarcti, a quella steua selva die 
poc'anzi gli avea fatto tanta paura: fio- 



CATfTO PRIMO. 



45 



ck^ n odo iaipS«(<KÌto di lai gli inaada 
FtrfJlio (•!! poeti p«(;aooi perette aoa 
•iittotle anlràoa eo«fctsnre?)ch« lo li- 
bffi ^llt telra faeemlolo piisMra per 
rififeruo, eoBcioniarkè noa gli tia poa- 
libile Tioeere allrimenti la lupa, <|aella 
■ilaaU ptttione dell' avariiiaf che gli 
fa tulo oatacolo alla mIìU dt] monte, 



t di¥»ir «rtooso eerittiaaa. Qaeste so- 
do ■lawria, a peeoraggini, di eoi Denta 
MotiraUka Targngna se toraassa di qoa: 
ed io rorrai icosarle, anche nonostante 
la ìnfelicalororombiaanone nel testo, se 
il Paate non si fueae spiegato abbastanza 
nel corso del Poema , e soprattutto se 
non esistesse il libro De Uonarekia. 



CAiira SEcaifiie. 



h fttM» •ttamé» emmt», dofù tm fa — c « ifa— mUm mi petti mé'prUtdfi dti lon pumi, umrrm 
Oa» tà$ etmt*é*rmmé0 tt m« /bne, duttìè <É*<f/« imi foutr kmstmnit mt Urritit timggném Firgi-' 
'W p-w^mtofU; mtm e࣠pti éitmi m^férU ripm» piatmemtt mnimm, té ifiSwwim a ugmirU mm'mT- 

Lo giorno se n* andava, e V ter fcraio 

Toglieva gli animai, che sono in terra. 

Dalle fatiche loro: ed io sol i^K) 
M* apparecchiava a sostener la $> narra 

Si del cammino e si della pielate, 6 

Che ritrarrà la mente, che non erra. 
Bluse, alto ingegpo, or m' aiutate: 

O mente, che scrivesti ciò eh* io vidi, 

Qui si parrà la tua nobilitate. 
Io cominciai: Poeta che mf gnidi, 10 

Guarda la mia virtù, snella é possente, 

Prìon che ali* alto passo tu mi fidi. 
Tu diciyVhe di Silvio lo parente, 

CorrutlitSìfe ancora, ad immortale 

Secolo andò, e fu sensibilmente. ^ 15 



S-4. aal «no . «(»l<* ilei talln, per- 

At Ti /| i l t u ara J' altra nutuia Stafi" 

pmrmtUi I < • mi 4'«p*>neva , a totU" 

iar tm §mfrrm, la noia, ii tra\aglio, 

cke mi avrebbero cagi<Hitito e il vMg;;ii», 

tb^srteCr, il doti»ri>M e eÀmpaH«i«»oe- 

lala sfrtlarul* ét'le inrrmali iiiiaerie. 

C Che ritr^rtàfe : la i|aal guerra 

4a mt a«4l«nuta si nrl rorpn prr la ma* 

lm«le falira. si nell* anima per l'iiier- 

caio dì proiisi aff«'lii , nari ri/ra/fa, 

rafprca«>ntjt«, dalla mente , AaìU me- 

■ona, tàgmfm erra. cf«>r saiuesiriira, 

saa vanr^^paate , n> piò «lurbula ilalla 

caafaaiMAe ondVra cinta Iiii;i2«u , come 

4n« al ra»t'> III, v 31: Edioek'atem 

ferrar la tetta einta 

7 O J/u«e, ouoki lidisiipliiic, oaUo 



ingegno, o f'iniatii» ; orraro, o siiblTau: 
geuiu iu»|iir4lnre; opulenza iotellfttiva, 

8 O menu , emierittiti «t : a 
mciDitria cba acrb^tsti, ritenesti avme d 
ritrngouo la ftcrìttu, la coae da me fa* 
date. 

9. fi parrà ti manifesterà. 

42 mi fidi, tu mi -ciimiiMlta. ' 

\ù Tm </tet;ncir Eneide. Diso- 
tto lo patente, il gf>nìl«ire, nel senso 
del lat parens, è Bni-a , pei ch^^i|ee(NKla 
Viig^liu, S>lv'0 naare tiglio ad Enea da 
Livima ; m<« Liviu !•• fa lif^ho d*Aticaaàa. 

14 ad immortale Secolo » ai regni 
eterni 

15 feitit6i7m(n<e. Intendi: nella 
n'aliii «lei r«rpueaclU capacità di tutta 
le S(.'usazioui. 



45 



DBLL nmuio 



Però, se 1* avversario d'ogni male 
Cortese i fa» pensando T alto effetto, 
Cb* uscir dovea di lui, e il chi, e il quale; 

Non pare indegno ad uomo d' intelletto: 
Ch' eì fu deir alma Roma e di suo impero 
Nell'empìreo Cicl per padre eletto. 

La quale, e il qnale (a voler dir lo vero) 
Fur stabiliti per lo loco santo, 
U* siede il successor del maggior Piero. 

Per quest' andata, onde gli dai tu vanto, 
Intese cose che furon cagione 
Di sua vittoria e del papale ammanto. 

Andovi'i poi lo Vas d* elezione. 

Per recarne conforto a quella fede, 
Ch*é principio alla via di salvazione. 

Ma io perchè venirvi? o chi *1 concede? 
Io non Enea, io non Paolo sono: 
Me degno a ciò né io né altri crede. 

Perchè, se del venire i* m* abbandono, 
Temo che la venuta non sia folle: 
Se' savio, e intendi me* eh' io non ragiono. 



30 



46. Vatvinario d'ogni maU^ 
«ioò Dio. 

47. Coriete i fu: fn liberale a lui 
ai Ul graxìa È lei. del Tetto Viv., del 
Cod. Frollani, e dì ^oalch' altro. ^ 
i^i^h ef fello , cioè ¥ impero ronumo , 
de •rofenne da Enet. 

18. U chi, quel generazione di «o- 
Oliai, il popolo r»Bono ; il qunl», eli a 
qulith d'impero. 

20. Ch'èi, àiohf perct(H;chè Enet 
b ee. — e diiiio fmpmee. Notinl CODIO 
de f et ta alluvione ai rìlroediiern il con- 
oetto del Poeta: Virgilierealò io Enea il 
fondetore dell' Impero iatieo; e come 
qnctti fondazione era fatale, il ano eroe 
è eoodotto pei regni eterni ad attingervi 
leaapieoza e la forza oecestariii per tanta 
inpreta. Similmente il riftabiliroento 
dell' Impero è volere divino ; e il pre- 
eeello e predicarlo e ditpurlo etaendo 
Dante, che può dirai il precoraore del- 
V Impereiore , deve 4*uore per divina 
provvidente condotto pei luoghi eterni, 
e eeeofflpagnato e asaiiitito dal Cantore 
delle prima mtHiarrhia 

22 la quale, Roma: il quale , 



V Imperio. — a voler dir la vero: par- 
lando con maturità di teoooi e eoo eai- 
mo libero dp poaaioni 

23 Fùr MlabiVU m. loteedaei : fa- 
readalleDivieePniiVfideiiiedeitÌMlied 
aver l'onore di quella aaala e anreme 
Getirdra am aiede il?icai4o di Crìate. 

24 V, ^ove: è Ireacemeolo iel- 
Vuki lutino. — fNoyf tofspreaide, nrio- 
ci pe. Goti il Pairerca nel trioofed'Àoae- 
re : Dirò di «vt, e prinm 4d BAOCIO- 
11, Che eoa vita e Kbarià m wpogU; 

25. Per quttl' an'iala, per l'onde- 
te eli' Inferno, onde gli dhi vanta di pio, 
e caro singnlaitneiite ai Nami. 

2f Uitua «iltorte ec.: intendi In 
vittoria di Enea contro Tomo, la quale 
fa cagione chr poi foaae findeta Boae, 
ove in aeguito ai alabili il papato. 

28 lo Vat d'elexione. Coai èdiia- 
mato S Paolo nelle aacre carte; cbe è lo 
atr*ao che dite intlrumento efflto da 
Dio alla diffuMone della feda. 

54. Perchè, te del venire te.: per 
le qnal coaa ae mi arrendo al venire. 
Ahhandonarti del venire, vele darai 
ciecamente a chi ne eondnce. 



CUlfTO ncORDO. 



IT 



E qoale é quei, che disvuoi dò che volle, 
E per novi pensier cangia proposta. 
Sì che del cominciar tatto ai toUe; 

Tal mi fec' io in quella oscura costa: 
Perché, pensando, consumai la impresa. 
Che fo nel cominciar cotanto tosta. 

Se io ho ben la tua parola intesa, 
Rispose del Magnanimo queir ombra, 
L* anima tua è da viltade ofièsa: 

La qual molte 6ate l' uomo ingombra 
Si, che d*onrata impresa lo rìvolve, 
Come blso veder bestia, quand' ombra. 

Da questa tema acciocché tu ti solve, 

Dirotti perch' io venni , e quel eh' io 'nteei 
Nel primo punto che di te mi doive. 

Io era tra color che son sospesi, 
E donna mi chiamò beata e bella. 
Tal che di comandare io la richiesi. 

Locevan gli occhi suoi più che la Stella: 
E cominciommi a dir soave e piana. 
Con angelica voce, in sua fovella: 

O anima cortese Mantovana, 

Di cui la fema ancor nel mondo dura, 
E durerà quanto il mondo lontana, 



40 



45 



50 



bi 



60 




SI. 8i MU, dall' tutico UÀUrt, ri 
l«b ■ filile. 

4r42. ^lireM. ^fliMtido : p«rchè 
!• : coiwiftimii to im- 
dalU * delib«raziooe 
41 wf itart Vlr|ilio^ U qoale ^ 
~ pnadpio, fo coti 
onjusMre «fi'ìm- 
frtm vaia prapriaoifote ttmànrla ai 
tm ttrwdmt; ma parckè chi ha condotto 
• lanMBa ■■ lavoro, ccaM Ha qaello e Io 
MHa da pwta; caal qui resprcanono 
paM aolaìamta da qaeito lato aignifi* 
9, miti iti pmtU, mèb&mdonai firn- 
frmm. Poti tfc be aocu darai al rerbo 
Il «iiMH il aaaao di annuUmn, di' 
tfmn, ritrmltmn, il gii deliberato, a 
b aaaa alarcbba r|«aliDeole. 

47. Im T im olm e te.: lo rirolge, àoè 
1» dirtafBa da oaoraU iaiprcaa. 
4S. fmam£ vmkrm, qoaodo 
In , pnìide aoibra. 



49. H aofrt, ti 



aoljca in- 



minazione del preieate del aognuntìro. 

51 . doUm, dolse. Dolv€ è il paasato 
del verbo doitrtt tirato dal latiao do* 
liilf, mutato 1*11 in «, che in parcccin 
cali anco i LaUni tcarobìatano, dioaflido 
foliitC e fo/vil, fl/ua e tiUaa te. 

52. color te. Dica toapesi colora 
che staoDo nel limbo, perchè noa sooo 
né dannati né beatificali. 

55. piià eht la SUUa, t'uteada 
per eccellenza la stella di \enno^ eoma 
la più bella II Cod. Ang. e ano dai Pai. 
hanno pOi ch'urna tietìa. 

57 . in tua fattila^ può inteodeni 
o nel lingvaifgio della naziooa a cai ap- 
partenne ci«iei vivendo, o in quello pro- 
pri» dai Oleati, che eome hanno vtlaati. 
geliea^ coai possono avara tmgtliea la 
favella. 

59. chini, è nel sana del pigti b- 
tiao. 

60. quanio U mondo lontana. Lom- 
tana è osato qui oal aeoso di ktnga, 

2 



48 



Mlilf* 

L' amico mio, e non della ventara, 
Nella diserta piaggia è impedito 
Si nel cammin, che volto é per paura: 

E temo che non aia già si smarrito, 
Ch^ io mi sìa tardi al soccorso levata, 
Per quel eh* i* ho di lui nel cielo udito. 

Or muovi, e con la tua parola ornata, 
E con ciò e* ha mestieri al suo campare, 
L* aiuta si eh* io ne sia consolata. 

r son Beatrice, che ti laccio andare: 
Vegno di loco ove tornar disio: 
Amor mi mosse, che mi fa parUre. 

Quando sarò dinanzi al Signor mio, 
Di te mi loderò sovente a lui. 
Tacette allora, e poi comincia* io: 

donna di virtù, sola per cui 

L* umana spezie eccede ogni contento 
Da quel ciel, e* ha minori i cerchi sui: 

Tanto m* aggrada il tuo comandamento. 
Che r ubbidir, se già fosse, m*è tardi: 
Più non t* è uopo aprirmi il tuo talento. 

Ma dimmi la ragion, che non ti guardi 
Dello scender quaggiuso in questo centro 
Dair ampio loco, ove tornar lu ardi. 



75 



so 



i Latini che OMroao Ung{nquut, 
iMitano, jperiiittiMntiM, di lunga dura- 
te. Coaì Cceruna disse ùmgiiiqm dtÀfh 
nt. Alcuni ùid. portano invecr quamU» 
U molò Umiamm» che sigairubmilibe 
ifaanto il moto dei pianeti, ond'è roian- 
nto il tempo : ad • in vero eapraaaiune 
Bollo poatica ; ma la noatra armoniua 
■^io cui terao antacedente : U cui fa- 
M« duf aneorm mi mtndo, § durerà 

64 . L amico wtio ae.: roomo amato 
da ma, e non dalla Cortana, l'amico 
■io ttortaaato. 

72. Amor mi tmui§. L'amore che 
porlo a Dante infelice, e io lai a tutti gli 
uomini di buoo volere , mi marna dal Pa- 
radioo, mi fa parlar coaì. 

76-77. O donna di virtii, tolm per 
mi m. Qui Healriee è rìguaidata come 
idoo inaiame e della Pilusiilia e della Teo- 
U|ÌB, par lo quali appunlo l'omana ge- 
liopòn d'ondleaia ogni altra 



cosa torrana , avendo dall' ana lo oopn»- 
rioni umane, a dall'altra lo fivnc. 
Anche Boono, da coi Danio tasto ooao 
tolae, diaae parlando della ilooota: 
virtmtwm omnium nmirix. Uh. S, or. 4. 
— Secondo il aiatoma Tolemoieo, il ||fv 
mo cielo, e il minoro, dm ai avvo^ i»> 
tomo alla Terra, Saaa nel roBlro,èfMl 
della Lana, dal (|nala,o destro il fulo, 
può dirsi conleoata la Tom.— -Coalc»* 
io, aiacope di eonlmmio. 

78. t cordai md: «oa ilart ■ p«è 
dividere in qoanti cerdù^i vaola. 

MQ.*e§ià fo§§$ oc.: qoaatan^ già 
foaae io aUo, mi pairehhotanli. 

81 . PtA, di piò, dawaBtefpM. — 
aprirmi U tìio taienio oc.» mamfmter- 
mi il tao volere. 

83.Ì» fuoile eenf ro,cioè mI Liaiho. 
La terra è, nMne s'è gii dcttoJI eostro 
dolaistema planetario, aeooodoToloaioo. 

84 . DaU'ampio loco, doi dal Pwo- 
difo, dairempirco, che è il ctalo pia am 



CAirXO SBOOUfiO. 

Da che la vuoi saper cotanto addentro, 
Dirotti brevemente, mi rispose, 
Petcb* io non temo di venir qua entro. 

Temer si deve sol di quelle cose 

C hanno potenza di lare alti ni male. 
Deir altre no, che non aon paurose. 

r son fatta da Dio, soa mercè, tale^ 
Che la vostra miseria non mi tan^e., 
Né fiamma d' esto incendio non m* assale. 

Donna é gentil nel ciel, che si compiange 
Di questo impedimento, ov' io ti majodo. 
Si che duro gindicio lassù frang8* 

Onesta chiese Lucia in suo dimando, 
£ disse: Or abbisogna il tuo fedele 
Di te, ed io a te lo raccomanda 

Lucia nimica di ciascun crudele 

Sì mosse, e venne al loco dov* io era. 
Che mi sedea con V antica Rachele. 

Disse: Beatrice, loda di Dio vera, 

Che non soccorri quei che t* amò tanto, 
Ch* uscio per te della volgare schiera? 



49 

SS 



SO 



n 



iOO 



i05 



p« A tetti. — I» «nU, doè ta dflNd«rì 
Ita. 

t, in temo attiro ; da far 



/taaiiM d'etto imeeniio. L'e- 
è aMtaforìca. l'imfndio è il 
• disparato dcndcrio di Dio che 
è a asU i iaai Mu che ti prova oal Liio- 
W;a« icatrict oob può eaaeme tocca. 
packè è acMpra ìa Dio e con Dio M 
i«la,Mn'larcniodi Dante il faoco raa- 
li Ma tiofii clie in certi luoghi. 

M. Dammmè§fntU. Le tre dome di 
CB ^i ■ parla forse sono ad ao tempo 
tf«a!i«aiabolicba. Realmente la Donna 
MBlile fmk a a a ari la vergine Madre di 
Dio ; altriflMDtif è la dk'tfia CUtnenxa, 
i da^ i'oaibra d'ignnraoxa e di 
> ia cai aicdooo gli nomini, e il di- 
a la aiaaria che gli contrista , 
per gìaato ^odizìo dò loro av- 



a cai 



yC. Atro gimdieio: qui è termine 
f anoaa, e il sogi^elto è la Donna gen- 
lOt^ A» franga, amraolliace colla tna 



intarc^oaa il darò gindicio o U atTara 
giaatiaia di Dio. 

07. Lucia, è la santa martire Sira» 
ensana, s mi un'antics tradizione narra 
estere stati cavati gli occhi. Vedi C. XXXII 
del Par.^ v. t3tt. In altro senso, derì- 
vaU l'idea da lux, è la grazia Ulmmi' 
nanUy che è moaaa dalla divina miseri- 
eordis a soccorso dei miseri mortali. 

98. fedele. Vasssllo, o servo de? oto 

100. nimica di eiateum erudite, 
cioè d'ogni cnidelti e d'ogni barbane. 

t02. Bachete. Kacbalc fu figlUdi 
Labano e moglie del Patriarca Giacobbe 
Gl'interpreti delle Sacre Scrittara la 
ponnoao per ùihalo ddla fita oaalem- 
plativa. 

1 03 . B fair ire, la fi(;1ia di Folco Por* 
tinarì cbr l>ante amò gioviaetta, i qni 
frfita siwb«ilo, come già a' è aeceaaato , 
della eeienza leoingiea cW attiage da 
Lucia. — Ittdaài Din vera, pareaìai 
Inda, si onnra debiUroente Di«»;avrTeni 
io cui l>iii glnrifif^ mi aaoi doni la-soa 
boat* e la sus fr«nd«taa. 

405. Ch' MMio per ie ee. Denke 



so 



rau/ niFEEiio 



Non odi tu la pietà del suo pianto? 
Non vedi tu la morte che 'i combatte 
Su la fiumana, ov' il mar non ha vanto? 

AI mondo non fur mai persone ratte 
A far lor prò, ed a fuggir lor danno, 
Gom* io, dopo cotai parole fatte, 

Venni quaggiù dal mio beato scanno, 
Fidandomi nel tuo parlare onesto, 
Gh* onora te e quei che udito V hamio. 

Poscia che m' ebbe ragionato questo. 
Gli occhi lucenti lagrimando volse; 
Perchè mi fece del venir più presto: 

E venni a te cosi, com* ella volse; 
Dinanzi a quella fiera ti levai, 
Ghe del bel monte il corto andar ti tolse. 

Dunque che è? perché, perché ristai? 
Perché tanta viltà nel core alletto? 
Perché ardire e franchezza non hai, 

Poscia che tai tre donne benedette 
Curan di te nella corte del cielo, 
E il mio parlar tanto ben t* impromette? 



Ilo 



1f5 



i'ZU 



iS5 



d«iramordi Bettrice la tdotillt 
che aecete il rao Benio poelicOf per cai 
divenoe grande e immortale ; e quell'a- 
mora fa emì nobile che lo ritraate d'ogni 



406. la piita, Tangosda. 

408. Su ia fiumana. Euprìme con 
difena metafora l'idea ktessa della tel- 
ra, ove, sa cai, o a rispetto della <|ttale, 
il mar non ha tanto, perchè nien tem- 
peatoaodi lei. Èdichiaralu in parte oue- 
alo senao da nn luogo del Canto llV 
deIPMry., io coi yicne indicata Firenia 
prima coi nome di riva del fiero fiume, 
poi di tritta atha. 

4iù. lor proj loro utile. 

4 1 4 . e fiiet che udito l'hanno, cioè, 
chi ha studiato nel tuo belio siile, e lo 
ha inteso. 

447. PercM «e.: per la qnal rosa mi 
feeojpiè presto, più piouto al venire. 

448. volse e pur Iftgiltioia tennina- 
tioBO doli* nnlico voglier^^ che osa? aai 
por «olrre. 

420. Che dd bel wtonte se. Intendi : 
la qoale t'impedì di perteniro prcata- 
BtBto alla pace o coB»olaiigoe dm ti 



aspettavi vicina. — il cortoandar, la via 
pio spedita. (Vodi il Canto prceadwle.) 

i 22. allelU, alleui, doe alberghi. 

À26.BÌI mio parlar. Viigilioaite- 
boleggia romana ragione, e apodtiM- 
te la civile sapienza espressa in forma 
p«>etica Quanto ragion qui vede Dir té 
poti* io; da indi in là t'aepetta Pwrt 
a Beatricf., eh' è opra di fede. Rwr§. 
C. X\ III. E può dirsi che egli è l'aBcUo 
di messo fra la religione oataralo o il 
Crislianesimo, fra le verità intaUigibili 
e le rivelate ; di che abbiamo ana prora 
nel Purgatorio al Canto XX 11, dove Sta- 
sio conr«»sa a lui medesimo : • Per te 
Poeta fkii, per te CriUiano. • Da que- 
sta finzione poi si vede chiaro il doppie 
scopo del l'oema sacro : la feliciti loffl- 
porale a cui e euida Virgilio; la beati 
tudine spiritUMie ed eterna, a cui mena 
Beatrice E sono queste le hssi su coi 
s'erge il maravigliuso edifizio del Poema 
medesimo. E per esserne certi, si oda 
Dante medesimo nellalloiiareAia,Iib.o: 

•Quella pro\ vidensa che non può er- 
rare propose sll'uomo due fini : l'ono^ la 
beatitudine di questa vita, che consiste 



CAUTO SECOlfOO. SI 

' ' Quale i fioretti dal nottonio gelo 

Chinati e chiusi» poi die 1 Sol gP imbianca, 
Si drìzzan tutti aperti in loro stelo; 

Tal mi fec* io di mia Tirtote stanca: i50 

E tanto buono ardire al cor mi corse, 
Ch'i' cominciai come persona franca: 

O pietosa colei che mi soccorse, 
B tn cortese eh' ubbidisti tosto 
Alle vere parole che ti porse I 135 

Tq m' hai con desiderio il cor disposto 
Si al venir, con le parole tue, 
Ch' io son tornato nel primo proposto. 

Or va, che nn sol volere è d* ambedue: 

Tn doca, tn signore e ta maestro. i40 

Cosi gli dissi, e poiché mosso foe. 

Entrai per lo cammino alto e Silvestro. 

■dk «MniMB dcOa sroprìa TÌHè, • nnMMgli aommi all'amaot Midiè. • R 
véÌB9 m Sgnra ; l'altra, •Strafa : • è oaccMario che alPolUma di- 



dtoTeatrc p«radÌM m Sgnra ; l'altra, •Itrvfa : • è oeccMario che alPoltinia di- 
^ii »< ti — di Tifa eterna la quale eoa- •pantione della geaerasiona nmana aia 




m ■•■ vma «uviuo isnio aiUMM \9CCO «.W" ., *" ••••§«mw • ihvhw ^uvmi pnnci* 

nel; a qacsla pel paradiso celestiale sNn- P" *1>« aaranoa di gran loca par tatto il 

•■de. A pacate doe bestitadioi bbogoa pucna. 

per dmraa fliCBo vaaire. Imparoccbè 427. (^iMife, eoma. 

ali prìMa aarvegnamo per gli amroae- . ^ ^* ^<*^ Mi fee'io ee. Coti mi rìal- 

*aMaa«i ftkaofia (ecco I irgUio) parche >*> io dal mio aftilimento. 

ydKa af ■ it iaaao,i€coBdo le%-irtu morali '*32. frtmea, cioè liberata, sciolta 

«I ialdlcttaaii operando : alla sccoada ^* ^8"* timore. 

peri aawniiti-amenti spirìtusli che tra- -156. Ta m'hai con detiderio il cor 

' • P asMaa ragione {ecco Beairi- àitpoilo : tu m' hai meteo ia core taato 

"Aè ^aaili acgnitiaino operando desiderio di venire. 

lavìftàS]oaoeebe...Perleqaalì -138. propotto, proposito. 

Jiaafaa airaomodi due direrioni ^^0. Tu dmem, daca, guida, 

a i tea Sai, cioè del Sommo Poa- }^} • /«m» • terminatioae l^ittìma 

il ^aala aaeondo le rivelazioni di- * primitiva nsata dagli aotichi ia verso 

e l'aaiana geaerasìone alla feliciti egoatmente che in prosa, 

la. a dallo Imperatore, il quale 142. allo, profoodo, difficoltoso; 

gli aainiaettramenti filosofici di- tiltetlro, orrido. 



( 



CASTO TERZO. 



Per me «i va rtelfa dtlà ihlente, 

Per me fi va nelF eterno dolore. 

Per me »i va tra la perduta gente. 
Giuflisia mouse il mio allo fattore: 

Feeemi la divina poleslaie , 

La »omma sapienza e il primo amart. 
Dinansi a me non fur cote rrtale, 

Se non eteme, ed io eterno duro: 

Lnsoiate ogni speransa, voi che entrate. 
Quesle parole di colore owuro 10 

Vid' io scritte al somma d' una porta; 

Perch' io: Maestro, il senso lor m' ò duro. 
Ed egli a me, come pcrsoua accnrla. 

Qui si convien lasciare ogni sos^peUo; 

OgDÌ viltà (wnvitn che qui sia marta. Ifc. . 

Noi seni venuti al loco ov' io t' bo detto ^J 

Cile tu vedrai le genti doloro», ^| 

C baono perduto il ben dell' intelletto. ^M 

E poiché la sua mano alla mia pose, ^" 

Con lieto volto, ond'ìo mi conTortai, n 

Ui mi-<e dentro alle segrete cose. 

Cliu'fnaniD(KW.:ni>t, a»»- Miulriad» l'Interno non lu (mio per 

n Iddi*! hlibnormi. l' nono, et» iBcnn usaiwilfM, ma ti 

S. Fi m mt ta dM»a poltitale te. per gli AiiErli nlwlli, nantdi» Cmla 

MMBMM la (rt jKTiDM divior Dti mijisinia dal tuH» alanw, fui para- 

tmàtX' (Uribali. li» ni éiabotoit Ànfttittjut. 
Si A«n ttirnt! di i tlMa h- <2. Ptreltìo, per la ijual «M M 

i» j pTÌDcipj d'ArialMale, tbt in*- dW: «1*4 ifurv, mi i Bp», mi no 

^t«ltb«de[l«C(it((retla,alFiiorer>ils pena, mi ipivcula, 
^l(rB«,illremaiicbc>Dl>eniutibili. Dal 13. «mu mtidiu oeeorla; coma 

friasgnara frana quelle cbe Dio aiea colai cbe aita ben penetralo la cagiona 

LWHIoilirMla nenie e wnia idrio, ce- dH auo tbjgolliiMDlo. 
rio •riMÌp» Il aalerìaprima, i eie- IG. tnn. tiaiDo. 

|li »«», e pie lardi l'anima ama- 18. Il leu le. Inlendi 0.<., d» è la 

, dell altro, quelle clie eran» prò- tomina e tuia lerilà ìe cai pui ^atani 

"oHiuiKneeinflueDn dei l'inlclletlo diduuo. 

al. e delle tauia teconde, 31. Hi min imita te.: «'inlra- 

b. VII, *. CT e tri. Vuul Jiiw nel te^rcto ncaaao, laipcaelnbite 

le il Potla eba l'iiiletae k ad ogni lirenla. 



E 



Qqìtì 9oqM, pianti cd'aM guai 
Riaonavan per* Pam* tmui stelle, 
Pareli* io al comiDdÉr ne lagrìmai; 

Diverse lìngue, orrìbili favelle, 
Parole df doloro, aocenti d* ira. 
Voci «He e fioobe, e snon di man con* elle, 

Facevano^ nn tomollto, il qnal tf aggira 
Sempra in queli* aria' sansa' tempo' tinta, 
Come r arena quando il turbo spira. 

Ed io, ch^ area d* emor la* testa cinta, 
Diasi: Maestro, cbe è quel <±r V odof 
E cbe gent'èi cbe par nei'dool si vinta? 

Ed egli ft me: QÓeBto misero modo 
Tengon l' anime trisie di coloro 
Cbe visser senza inftimia e senza lodò. 

Mischiate sono a quel cattivo-coro 
Degli angeli cbenov fÉmon rìbeilH 
Né for fedeli a' Dio, ma per sé foro. 

Cacciarli i ciel per non esser meo belli, 
Né lo profondo inferno gli rìcevoj 



l^> 



ti 



30 



36 



40 



22. fiwio proprUacato è 9 
21^ 



cioè al prìoio 



ft-Si. D im fm Um§m§^ perchè oek 
rUvM nmmmi» tali* U Batiooi: 
«rìNH fmtilt. U parto piò orrilùle 
itmà T ii w ^ i'.fmroU di dolor; U 
dlMftto fl fl«bili paro- 




la i 



Iroachi 



pi «e. ■ aBai f'agfira eootioao per 

■i iHtoaiiua Icaipa, cioè Mota 

■a aalaralflKato ed eCema- 

• laaca, aaa eaggrlto ad 

aeeira. Cmne 

fmmm. daè tmmm fm fareiia, o ^aal 




cbe fa l'areae 

, aa Tcala tarbiaoeo, 

, e la parla ia folta. 

m tmrko «pira. Io pei è 

««Ina. AacbeilBoe- 

alla IV Giara. : • la 

tarbo, a efK aeo la 

ec. • 

la U$im Hntm, Altre 

■ é^mrwr: ma a me piace pie la 



priaaa,perebè MetKotigiitficante quella 
ceafaM«iaae«l»alordiaieala«be eppaoto 
prende la testa di chi reiiga in loogo 
dove ai strepiti ed nrli. Dell'arrarf son 
altri i caratteri Vedi Virf. , Al. Ili, dove 
lo descrire: VTM /H^dorbeirror, ee. 

58 mi tf aol «i vintm : è il cieto do- 
hr€ dei Istlnl, per si^nifietre cKa lafor^ 
xa del dolore ha Tinto quella delt'aoiiBo. 

54. Qutsto minerò aiodo; iatendi 
di orlare, di pisn|*ere. 

56. «easa infami^', qaalclia t«4a 
«•aia /anta. — lodo, lode. 

S9. Aèjkr fedéU a Dìo, oao ne 
prcser Is dilesa da bnonf rasialift per 
tè foro , stettero neutrali , peanroao 
solo a sé. 

41 . iVd Ib pro/iMida ee. Cioè : i de- 
li, per noa enermen belli, diseaeriaron 
quitti Angeli tili che ali sTrebbera de- 
lBrpati;nè il pmfondo InfcmelirleeTe, 

Srrchè gli Angeli rei arrebber d^elH, 
a essi, per loro, alrvaa glorio; cioè, 
BBS qnslcbe ee|pnne di vattló nel vedere 
cbe qaei cbe si stetter neutrali locon- 
trsroao aISne la paniriona atedesiaia. 
\srj testi, rarrlaall, cbe meglio ri- 
sponderebbe al presente Hcete. 



DELL IHFEBNO 

Che alcuna gloria i rei avrebber d' eWÌ. 

Ed io: Maestro, che è Unto greve 
A lor, che lameutar gli fa si forte? 
Rispose: Direrolli molto breve. 

Questi non haoiio speranza di morte 
B la lor cieca vita è tanto bassa, 
Che invidiosi soo d' ogni altra sotìb. 

Fama di loro il mondo esser non lassa; 
Misericordia e Giustizia gli sdegna: 
Non ragioiiiam di lor, ma guarda e passi. 

Ed io, che riguardai, vidi un' insegna, 
Che girando correva tanto ralla, 
Che d'ogni po^ rai pareva indegna: 

E dietro le venia si lunga tratta 

Di gente, eh" io non a\erei credulo, 
Che morte laura n' aves^ disfatta. 

Poscia eh' io v' ebbi alcun riconosciuto, 
Guardai, e vidi l' ombra dì colui 
Che lece per viltate il gran rìliuto. 

Incontanente intesi, e certo fui. 
Che quest'era la setta dei cattivi 
A Dio spìucenti od a' nemici sui. 

Q» 



I 



.15. Diarotli ce. .- M diri brdve- 


Sg. colui «r. PKiro Morouc «cf.ti» 


mcolt: dall' «mia atto durra. 


lo, clc«i> pipa cai oone dì Cclnthwk 


«.(?«.« ac..-,«HUooal,.nn« 




ipcnnii di tornare al Dalla, cDmo bri- 


pipalo, IT Imnando all'eremo fu Incar- 




rerito per «rdine di ttonifatio VtU a» 


47. CÌKS, otturi, abbiflta. 


•ucesiore, rd in corcsrc mori. Quando 




il Poola icciiea queite CMe hnt C«U- 


iatidia atDUa le altra c«idaÌDiil d'aui- 


medaDoale. 


Mi id oG°' moti» il cindiiio di Dante 


49. Ftmadilonie.: il m.,oiih> 






condD le [almi idea del mondo, e pjn In- 


SO. Li Mitlricordia di Diorupten- 










di Bonilaiio ch'isli odiaTallnon nik 
cMtorme *l Vanceto, a alla Cbiot th» 


iti tilt d'caicr riccvuU né qua ni là, 




minln dalla e><"<>>'' ' <I>II* ni.tdi- 


00. i.iIlnl».po(liHii d'animo. 


c«di.. 


02. MllM «.; tii; nnlli, rh* 


53. tmttHO, kandiora. 


ipiacdonoa Dine ai Diaroli, carne «illa 


M.<r<p(ii(pnw(«rffBBO.(ml.jna 




* ptnldpi. a«ur«,u. i«,«c d. .nJf- 


G4. Qut§ti iciauralt te. Cbi «ain 




al mondo ama dar lejn» ^ •« »"• 


■ «ala qui (%nnia b idignaiUi. 


opere, mai oon (u vivo rclaliTtnenla 


95. (t lunga traila, li gianMgiiito. 


>|U allrì uomini. 



CAinO TBBIO. 



25 



70 



75 



90 



S5 



Erano ignudi, e stimolati molto tt 

Da mosconi e da vespe eh* eran ivi 
Elle rìgavan lor di sangue il volto, 

Che mischiato di lagrime, a* lor [Mii 

Da fastidiosi venni era ricoHo. 
E poi che a rìgnardara oltre mi diedi, 

Vidi gente alla riva d' nn gran finme: 

Perch' io dissi: Maestro, or mi concedi 
eh' io sappia qoali sono, e qnal costume 

Le (a parer di trapassar si pronte, 

Com' io discemo per lo fioco lame. 
Ed egli a me: Le cose ti fien conte, 

Qoando noi fermerem li nostri passi 

Snlla trista riviera d* Acheronte. 
Allor con gli occhi vergognosi e ìnissì, 

Temendo no '1 mio dir gli fosse grave, 

Inflno al fiume di parlar mi trassi. 
Ed ecco verso noi venir per nave 

Un vecchio bianco per antico pelo. 

Gridando: Guai a voi, anime prave: 
Non isperate mai veder lo cielo: 

Fvegno per menarvi all' altra riva, 

Nelle tenebre eterne, in caldo e in gelo: 
E tn che se* costi, anima viva, 

Partiti da cotesti che son morti. 

Ma poi ch*ei vide eh* io non mi partiva, 
l>ìs<e: Per altre vie, per altri porti 

Verrai a piaggia, non qui: per passare, 

Più lieve legno couvien che ti porti. 

7}-74.f«MleotlH««,qQalcon(Iizio- rabile tradizione, morali a rdigioai, i 

anali, icbbeoe aìlerati daU*iiBfflagÌDa« 
ziooa dopo imarriu od oacnrataii r idaa 
di ereaxiooe. ooo pottfon parò affatto 
caDcellarei dalle menti umane, ù cho 
non coDosceaaero sempre in qnaldie 
modo la necessiti di nn ente assolato, 
giusto moderatore delle eose, e una vita 
10 tura. 

80. no 'l mio dir: no 'l sta per 
non il. 

81. mi tratti, m'astenni. 

94 '95 . Por altre 9ie, per altri por- 
ti. Intendi allegoricamente, con altri 
modi, eon altri aiuti. Porti dk jnsi Ir 
barche da passar Sumi. Verrai a piag 



€-0 



ae,olf|ya. Le fa parer, le fa apparire, 
le afsna a moOrarsì fi pronle, si cnpi- 
Jt, li ardenti. 

7S. per la fioco /urne, attraverso 
MCira, o laogvidamente illumi- 



T#. oonie, manifeste. 
7S. J ekm vn te è psrola greca com- 
ckc aignifica /fumé del dolore; e 
IO credcano i Gentili che l'anime 
per all'Inferno. Dante non 
iJag nat» Tileni dei nùtj antichi e 
par Vonmmtmia peclko, eome ^negli 
tka HMlta s'attefiera alla forma «irgi- 
1, • pcrdiè sotto il loro ?elo stanno 



m realtà nascosti molli veri d'immemo- già, approderai all'altra riTa, non qui. 



Dtu. inrBBNo 

E il Duca 3 lui: Caron. lu 
Vuoisi COSI colà dove si puole 
Ci6 che é vuole, a più non dintandarai 

Quinci fur quete le lanose gote 
Al noccliìer della livida palude. 
Che 'ni omo agli occhi avea di fiamme n 

Ha quell'anime ch'eran lasse e nudi-, 
Caogiar colore, e dibatlero i denti, 
Balla ella 'nteser le parole crude. 

Beslemmiavano Iddìo e i lor perenti, 

L'umana specie, il luogo. il tempo, e il i 
Di lor semema e di lor nascimenli. 

Poi si rilrasser tulle quante insieme, 
Forte piaugeodo, alla riva malvagia, 
Ch' attende ciascun uom che Dia non lei 

Caron dimenio con occhi di bragia. 
Loro accennando, lotte le raccoglie; 
Batte col temo qualunque s' adagia. 

Come d'autunno si levan ie Toglie 

L' una appresso dell' altra inQn die '1 rar 
Rende alla lerra tutte le sue spoglisi 

Simìlemenle il mal seme d' Adamo : 
Gitlansi di quel lìto ad una ad una 
Per cenni, cgm' augel per suo rlrbismo. 








,(iMcUitp.Mi.n* 




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1b>M, «A. b, di 




400. Ma fwU a 


Nim.. Nulid ani 



ì 



I Irtan II fnglit, n tlm- 




Cmì sen vanno ea per l'onda bruou, 
Ed avaoli che sian di là discesa, 
Auche di qua nuova sciiìera s'aduna, 

Figlìuol mio, dÌKe il Msestro cùiifse, 
Quelli che muoioo Dell' ira di IHo 
Tolti convegiion qui d'ogni paete; 

E prunli sono a trapassar lo rio. 
Che la divina giasliiia li sprona 
Si, che la lema si volge in disio. 

Quinci non pas.'a mai anima buona; 
E però se Caron dì la si lagna, 
Ben puoi saper ornai che 'I suo dir suona. 

Finirò quello, la buia ramjiagDa 
Tremò si forte, die delio spavenlo 
La mente di sudore ancor mi bagna. 

La terra lagrimo^a dieiie lenlo. 
Che balenò nna luce tenniglia. 
La qual ini vinse ciascun seutimeoloi 



E caddi, come 1' uom cu 


i sonno pipila. 


lil.ri«f>»lniaM QoffMiU 






Mi», Dwlt4l>»*«l blIBIlD.ill HO,ù- 


SM» « DMt .1 T.B. 73, MaiMtro. 




•r nJ romctti a. 


431. drllo tpmnila ». InlcnJi: 


. tiS n»<VM, ^1, ,i rtdun.o 


pfT «(ir.u <l(llo ipinnlucbe n'ebbi, 


1"- 


127. anima òwma. ■nlmo l'nu 


mi bit; XI lulliiia di Mdart, 


td^. 0«d. p».». ■ fiiMli „Ji .1 


<S3-IÓ(. lofriwxa. |>i>D* di do- 


CMto il liti pMrgaiorw. 


loro di lijrin» ^ dtrri> «mio . »fli& , 


IU.At>ll%»..itr«cì.>««. 


n>ndAeav<»l«,CbiBafni«.:iit. il^nii 


m. dU-l«u, dir »»<..- cbe 


nnlo. (Jnlchc laU rf'Wi* («M. 


T.d «ir. ,nlU .„, r.Lb,., 1. ,„.,. 


)3S. mi rinlt, mi »ppr«H,OT- 




I 



88 DELL IKFEBWO 

e T'ibbiiOO lIcuDO riconoieiulo. Dapocii pitjido ifrto il cuntro, t b 
balio iccadDDo per iinellr] nil girsoo tefpieoir E di ifuftto modo i il li 
gio «Do a] fonao, uItd ilciine pirlicDlariU che ai auUno a lao Inogo 

Ruppemi l'alto sonno nella tesla 

Un greve tuono, si eh' io mi riscossi. 
Come persona che per forza è desta; 

B r occhio riposato intorno mossi, • 

Drillo levato, e fiso riguardai 
Per conoscer lo loco dov' io fossi. 

Vero è che in su la proda mi trovai 
Della valle d'abisso dolorosa. 
Che tuono accoglie d' ìnlinilì guaì. 

Oscura, profond' era, e nebulosa 

Tanto, che per ficcar lo viso al fóndo, 
Tnon vi discemea veruna cosa. 

Or discendiam quaggiù nel cieco mondo, 
Incominciò il Poela tatto smorto: 
Io sarò primo, e In sarai secondo. 

Ed io, che del color mi fui accorto, 
Dissi: Come verrò, se tu paventi 
Che snoli al mio dubbiare esser confortof 

Ed egli a me: L'angoscia delle genti 
Che son quaggiù, nel viso mi dlpigne 
Quella pietà, che tu per tema senti. 

Andiam, cbè la via lunga ne sospìgne. 
Cosi si mise e cosi mi !e entrare 
Nel primo cerchio cbo 1' abisso cigne. 

Quivi, secondo che per ascoltare, 

I. otta, pruEoodD. Ig. ChemM, ilie w wlìi 

S.DriOoUtalo. tnleodi : Io dnllo cunlntlD al «io dubitare. Lo i 

7. Vtroà, (ilio Ila : — piwla.atit- d' ImpruiidirK il propnta viagg 
nilà, arto. ^ Come gii n i drllo, <i 24. cha la per ima lenii 

a trupoliata all'altra porli del lluiue prendi per liinnrc, o che In i 

ler viriD dinna. io- limare. Notili de Virgilia. 

D. Chi Iftono aecDfIi«;cberìDiilHa trnve dirt non doiern porUr 



11. ter ficcar Io cijd al fondo, prcpare a fconderc 
per ananU tpini'cxu la visM al tondo, mariBip.Diaiaaorea 
UOatJaau al fondo. non d al Irò rei clic 






33. Quivi, in qasl Inaga: urmdo 
ehi ffr OKoltan, modo rllilli», (ho 
lale ttcoKdo che aicMaiido pitiftu. 



CANTO QUA uro. 

Nonavea pianto ma che di sospiri. 
Che Tenra eterna facevan tremare: 

£ cib awenia di duol senta martiri, 

eh' avean !e tnrbe, eh' erati molte e grandi , 
E d' infanli e di femmine e di viri. 

Lo buon Maestro a me: Tu non dimandi 
Cbe spirili son questi che tu vedi? 
Or vo'che sappi, innanzi che più andì, 

Ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi. 
Non basta, perch'ei non ebl)er batlesmO: 
Cbe è porta della Fede che la credi: 

E se furon dinanzi al Crislianesmo, 
Mon adorar debitamente Dio: 
E di questi colai son io medesmo. 

Per lai diretti, e non per altro rio, 
Semo perduti, e sol di tanto ofTesJ, 
Che !«nza speme vivemo in dbio. 

Gran duol mi prese al cor quando lo intosi. 
Perocché gente di molto valore 
Conobbi che in quel limbo erao sospesi. 

Dimmi, Maestro mio, dimmi. Signore, 
Comincia' io, per voler esser certo 
Di quella fede cbe vince ogni errore: 

Oscinne mai alcuno, o per suo merlo. 



irl C^. fi rnta SI 



Si- 1' etUha'no meroD 

56. porta. Coiì cirlir 



m «VM pianto ma eht di i 
Vm (llm dÌi.HBj dIIi 

■ugù 41 . tal di tanto offt 



■a«hB<ÌHip<ri;w>l,iiiii»>piriia irnile itnmt 
r* ««tai i» D>bU, i il mu fw At 



V^'pHrai'.'c.'jJET, t. IO. ' 



fmJcÌL*lHii,tTt1(pHierM.llp<ai»- biaiiw illn peni tde anrlli di vltcM j 
lotpiri profanili. 4S^ timbù, n(jnÌRn propritnteflCl J 



Àithtvinrtofni. 
U. amdi. ■>***■ S Ifflill'in t»« frd« chr di ' 
- - »• e 1» I* n«ltr- J-.-i. ■-!- 

■HpplllUCM li « 



>re, ni uri luii «aptnwvìi 4<H» J 



per allruì, cbe poi Tosse beatoT 

E quei cbe 'ntese il mio parlar coverto, 
Rispose: lo era nuovo in questo stalo, 

Quando ci vidi venire mi Possente 

Con segno di viltoria incoronalo. 
TrassBci l'ombra del primo parenle, 

D' Abel suo figlio, e quella di Noè, 

Di Moisè legista e obedJentf; 
Abraam palriarca, e David re, 

Israel con suo padre, e co' suoi nati, 

E con Rachele, per cui laolo fé. 
Ed altri motti; e Teceli bedtì; 

E vo' rlie sappi cbe, dinanzi ad essi, 

Spirili umani non eran salvati. 
Non lasciavam l' andar, perch' ri dicessi. 

Ma passavam la seUa tuttavia, 

La selva dico di spiriti spessi. 
Non. era lunga ancor la nostra via 

Di qua dal sommo, quand' io vidi imTuoco, 

Cb'emisperio di tenebre vìncia. 



I 



tr>r> duUiiu in quoto punta di Ma. 

53 tm PiutaUe, Cràlg IrioBbnU. 
55. TTomeì, !«■« i i|in:— pri- 
tù p»rtiUt, Aduna. 

57. ( attdiniU te.; ftttti iloti 



il Firidki) li ipcMt MtuOHilc itft li 
6\. perehti dienti, iA\imtrfi 



', Xoti tralumja ce., MatTm- 

Kpr. FlUo Biullo TIMÌO. IMt> 
Ili binnn luifj, ( mi Uih «cb> 



mo *J nbbadirt «Uè U^gi rbc proniut- a multi flllri pirgcMili udrei, I 

glia. In ogai muda o Hrc rb* ne mulLi lìpaiiuiiw étìU ii»u unii I 

riaU dal CvlM, rbr vnul tilcrìls l'aj- Ù. PI «M dot lutnw ; ^ 

(dibrwaa, caamlaauKiiFda'oidici i Pwli : dal «Munto, dalla < 

t dellaatattp*. dalla .a(ir <f 

S9. tiTmt CM MA fwlrt. Giinlibt 



naia Itrult.- la i|U*l parola iigaìiica GD CAc. 

laaAtfotU» it $>i(ll cuw firn II tvuIo il >ifl 



-gì- 

•Ir 

GO Cit. 



>d'l>ra<l<l 



Inda Ungi, dpri- 
Nua mila (ainrda fsatla 




Aàinro qoèaao. m 

Di lungi «v'^ Mna m o aiioora an 'poeo, 70 

Ma Don « oh' ito aoo discvMKi m parte, 

Che orrevol gente poaBed6a<qiiel loeo (*). 
to, die aum ogni €ideina -ed arte, 

QmHì cbiiani cfhanao-oolaiita'OiTaiiza, 

Che dal modo dagB altri li diparte? 76 

E quegli a me: L'onrata Dominanza^ 

Che di lor snoDa so nelta tsa'vita, 

Graaia acquista nel del ohe 4i gli avanza, 
lotanto voce fo per me udita: 

Onorate T altissimo Poeta: SO 

L* ombra sua toma, chVera dipartita. 
Poiché la vooeib testata e quota, 

Vidi quattro grand' omhré a noi 'venire: 

Sembiaisa «avevan né trista né lieta. 
Lo buon Maestro oomlnciommi a dire: 8( 

Mira cohu con quella spada in mano, 

Che vien dinanzi a' tre si come sire. 
Quegli é Omero poeta sovrano, 

L' altro é Orazio satiro ohe viene, 

Ovidw é il terzo, e 1* uKimoé Lucano. 90 

Perocché ciascun meco ai conviene 

Kel nome che sonò la voce soia, 

ma io tmto fopi a kMw comfiiìoae: — f ti diparte, g^iditliiigiM. 

Ma M ^ai ém vfocirw, mi 77. ntttm Imi «Ho. nel mondo. 

, • stia per vincea; p^mo* 78. ek$ ti gii «oanso, che ù li fa 

' '■ bcavaao «pamo datb mparìari agK alIfi^prmlcfiaBilalidalla 

i «arfci dalb aaaoada, e laaa. 

p aw i ari • ptnti' 79. f§r wm, da ma. 

r ia pùmitn •t^ SO. rallùatmo Potim, aiaè Virgilio, 

^«i il acmoaia - 84. Samàimwut ae.: oaa araaa aè 

• aaaircmiartra tritìi oé liaU, CMae coloro ' 




m dirailawiala.— L'amif/arotfi no oè io loofo di laamaota wà ia aaf- 

é a ano bmo dalb «alla dia- fiarao di latiiia. 

la ^«ala ha la Sfarà d'aaa rfera SS. aowfitrlfatparfg: falla apada 

; il ^1 baio è rinto, ètimfciiU dalle gaairaaanlaladaOmaro; 

ia fMlA pnoMk rerrliia, al- a arrdo aarba dal pti awp a lo cba tìaaa 

traile di amo, da i|a vi sa tat>i i poati. 

js^Ca tifaaM, priampa. 

X' olirà ae. : castraiaé: V at- 

afta 9itn§ apprcaaa aa. : — téi t m , 

è il ulinco, KrilUir di Mlira ; ad ^aal |a> 

Bara di otrivara egli ka aie angiaabtà 

caa arila ancaa « a pania la aa aaiM* 

abitai» da GraliK eroi, ia nato pmUiwlo ftirieo rba Urif. 

ad ia lett«»liaNai. ai»aa. ti c o aairae IM a— m ae., 

doè baooo oomaaa aao ma il aaaw di 
«., cba dalla Paala: aoaw, cba talli ad aaa raca gri- 



> • laam, di cbe ti perla. Allegàri- 87. 

mla^ il loHma lifnifiaa laaapieaaa di SO. 

aan^cha l^fi dinlorao a aè la la- Irò afte 




3^ dell' mnmifo 

Fannomi onore, e di ciò fanno bene. 
Cosi vidi adunar la bella scuola 

Di quel signor dell' altissimo canto, fS 

Che sovra gli altri com' aquila vola. 
Da ch'ebber ragionalo insieme alquanto, 

Volsersi a me con salutei'ol cenno: 

E il mio Maestro sorrìse di tanto. 
E più d'onore ancora assai mi fenno, fui» 

Cb* essi mi fecer delia loro schiera , 

Si eh' io fui sesto tra cotanto senno. 
Cosi n'andammo infino alla lumiera, 

Parlando cose, che il tacere è bello, 

Si com' era il parlar colà dov* era. io> 

Venimmo appiè d' un nobile castello. 

Sette volte cerchiato d' alte mura, 

Difeso intorno d' un bel fiumicello. 
Questo passammo come terra dura: 

Per sette porte intrai con questi savi: ti.» 

Giugnemmo in prato di fresca verdura. 
Genti v'eran con occhi tardi e gravi, 

Di grande autorità ne* lor sembianti: 

Parlavan rado, con voci soavi. 
Tìracmmoci cosi dall' un de' canti it6 

In luogo aperto, luminoso ed alto, 

Si che veder si potén tutti quanti. 

Jarooo. Vedi vtrw 80. — ìa vocé fola : il ticere ora quello cote, di cbe cn ooi^ 

in(. «mila, proferita «Ilo ileaM trmpo do veoienle parloro eoli dove io cn. 

lotti, M che paraa che fww nna iola. 406-iOS. appiè d'un nobiU culti' 

93. fitrnno ken». Qoi ituesot omot lo. IleattelloiiniboleMit prubobilBaHo 

debito nhcio di tatti gli oomioi onorare la tapienxa , che anche nelle aorrt carta 

la fapieiiia, cbo ai apeaao al nondo è ri- ò detta torre munilitMima: le tdlt «w- 

lipeaa e ealcata. E lurM vool anche reo- m, le virtù e murali e civili e apecvlali- 



strare che tra oneiaomnii, aebbfae dalb ve, che la c««litaiicono : il bel /IwrìmI- 

roedeiiiiia proiaaiiooe, non era invidia lo^ reloouenia , che è il mano eoo cW 

alcooa, ma ai atimavano ed oooravaoo anello viftà a' insegnano o si persM* 

«cambievolmeAto ; e ciò era appunto cho dono, 

il Poeta rfpotava degno di ludo. 409. tùiM te,, corno se tscraUo 

95. Di quel tignar, d'Omero. foaae. 

99. sorrtft per cotupiaccoM : — di U4. Parlatan rado te. Varo • 

tanto, di quell'alto gentile verso il sno proprio carattere del ragionatore rilca- 

alnono. »jvo e digniti«o; il contrario diiliogvi 

402. 5i tk'io fui tetto tra eoUmio il nariiero arniganle, vano e plebeo. 

ttmmo, in guisa cbe io foi sesto fra qoei 4 1 5. Trmimmoei te., ci riliramoM 

snpienti. da un lato. 

■103. alla lumiera, al luogo tomi- 4 16. In luogo aperto: cioè, doida 

noso, di che al %orso (>8. non era impedito il vede ra. 

40-l.dbef/lacrriec.:ècoQTenieolo 447. si potin, si potcaoo. 



curro ipjAMSo. 33 

Colà diritto, sopra Q verde smalto, 

Mi fìir mostrati gli spiriti magni, 

Che di vederli io me stesso m' esalto. iso 

Io vidi Elettra con molU compagni, 

Tra* qoai conobbi ed Ettore ed Enea, 

Cesare armato con occhi grifagni. . 
Vidi Camilla e la Pentesìlea 

Dall'altra parte; e vidi il re Latino, m 

Che con Lavinia sua figlia sedea. 
ridi quel Bruto cbe cacciò Tarquino, 

Locreiia, Julia, Marzia e Comiglia, 

E solo in parte vidi il Saladino. 
Poi cbe innalzai nn poco più le ciglia, 130 

Vidi il Maestro di color cbe sanno, 

Seder tra filosofica £uniglia. 
Tutti rammiran, tutti onor gli fanno. 

Quivi vid' io e Socrate e Platone, 

Cbe innanzi agli altri più presso gli stanno. i36 
Democrito, cbe '1 mondo a caso pone, 

Diogenes, Anassagora e Tale, 

Empedocles, Eraclito e Zenone: 

44$.4triaB, «cMlr«, 'm dirìtton. Ccttrt t moglM ai Ponpco.— JfarsMi, 

lat. m'mmUù, m MoipMccM^tMto mocliti ili Catone OtioanM.— Corm^/ùi, 

faiArwM PtaioM a ncordaroMM, Coniclia, fivliaola di SdpioiM Afrìcaoo 

u à m% fmr fXV iaaMgiaa«ioM. a madra da GraecU. 

4U , ihUrm^ ftfli«aL di Atlanta, 429. B iotoim parU «a. Saladina, 

inla A C iati fin er è Dardana fao- di aanplica aoldata, giansa cai mo va- 

' di Traia. lora a Tarai aignora dell' Efitio e ddla 

49.§rifm§ml, di apanriar grifafno, Siria, a fa ^aegli che ncoo(|niatò Gara- 

éièMria Iwidi. S\alHaia dica di Gin- aalcnaa coutroGaido di Luaignanocba 

cIm fa nitrii , 90getiaqm§ n'ara ra. A ao sAOimo valore ani iMdta 

a d* «n'anima penclranto amanite, a ana certa polilana di caalu- 

•Invaca dalb lax . com . co» mi insolita alla ma naiiona ; and' è che , 

fKm^ti, i Cndd. Aag ., Antald. e Fml- non avendo compaflnia di inai da palar 

mm kananiMi oeeki, ckae'i sembrata eonvarsara, come fan gli altri per di- 

■%fiae«. — mnamtOt pertlié coli' armi varai grappi, vedesi tatto solo u dia- 

isdè r i m pw a, e dairarmi ebbe gloria, parte. 

424-4». CmmUim fa figlia di Mala- 431 . il Jfoealro ae . AnsloUle. 

Wra desolaci, eam'è detto disopra.— 456. Dewtoeriio, ehé'4 mondo te. 

rsfina dalla Amanooi, ac- Democrito fa di Abdara, ad insegnò die 

.— iiilna, radagli Abo- 3 mando fa fatto oer il fortoito aaaana- 

manto degli atomi. 

4t7. Tmr^^d^. GB anticbi «sarano 437. Diogmu, il Coleo, fa di Si- 

trena» A lavar l'I in corto narola, a nope. — Jnaungom. f«meao filosofo 

a ae ian a , p. a., m nl a r i, imqmrm, éo- dommatico, maestra di Panda, fa «li 

imgimrim oc. datomene. — Toif, o Telato, milmio, 





maglia dì CrtUaliao nno dd salto Sapienti. 
— /Mite, figlinaladi 43$. «mjMdnelff, ffiwWo a Zeno- 



I 



I 



a dell' lltPERNO 

E vidi il buono arrcoglìlor del quale, 

Dìoscorìdo dko; e vidi Orfeo, 

Tullio e Lino e Seneca morate: 
Euclide geometra o Tolommeo, 

Ippocrate, Avicenna eOalieno, 

Aierroi», che il gran comenia féo. 
Io non posso rilrar di tutti appieno, 

Perocché si mi caccia il lungo loma, 

Che molle volle al fatto il dir vien meni 
La !festa compagnia in duo si scema: 

Per altra via mi mena it savio Dura, 

Fuor della qtiela noli' aura che tremai 
B vengo in parte, ove non è cbe luca. 

M- Altri lr> GloioB, il prìcno d' Agri- |-li tìnatotì otonelrici. - 

«ala, cbe Kriut un poemi dtlli iHtura Cliudla, t VauhrvilelSIilcina mmJit- 

3(ll( coh: ili«oiiilaJiEf««,t)i<.pii>D JE, che dt lui li appdli. 

iwuno; fl il Una di GìU>o in Cipro, HO. tono lie medid ; Ippocrala Gnt* 

etui f a il principi drgll Stoici. di Cnoi Aiinnna Arai»; GaliiBa, ■ Gt- 

l39-<40. a Inuma aceagtOor ilei lena £ Prr^nDio Aiit. 
fiali, fibucuri'da: («wllenliTiccoglì- 1 il.il gmcamaite:Atttnt An- 
tan delle qoatill D liiln dell'eilic b 1» coment! Arìalolele. 

Irdtala. Fn d'Aoiurba in Cilicii, a Ure diffusimrnte i prxgi dì ciuiDDodl 

tari 1* tempi. di ISennF._Or/'«, <ti- km; o pimioiio, dir di<Mti,aonnrli 

via* poeta eionalgre di Traria. IMti fine ad nno. 

14I.TWKDK. H, Tullia Cicerone, 1 1G. «if roccia, où fa trMi, ■'ia- 

~~ - Line Irbann, wnilor di lira g 4iT. CAri»oJIiMU«re,.-<h*ipe>«* 

o.LaNid. ìnieeedii^M cidt laniio di dire della me ehelM «eJale; 
ouia il diie è poco, riapallO' 4l dhIIu 






Urìa, i 

non ho lolnU qui illoiitaBamii dilli re- Tcdnlo. 

manta — amcca, di pilrii Spijnonlo, ione: in dw 

Sraeca imitar di tragedie. luce. Luca è <l 

Ml-Buelideé ilcelebreiulandc- lerba lucere. 

CASTO Quiarro. 



Cosi discesi del cerchio primaio 

Giù nei secondo, che men loco cinghia, 
rimaio, prime. a. einfkia, abU accia, eonprMde; 



curo QoiNTO. 

B (anio più dolor, che pngne a guaio. 
S[av\ ì Hìdos orrìbilnieiile, e ringhia: 

E^iainiDa le colpe nell' entrala, 

Giudica e manda, secondo che avvinghia. 
Dko, che quando r anima mal naia 

Li vico dinanzi, tuUa si couféssa; 

E quel tonoscilor delle peccala 
Vede qual loco d'inferno è da essa: 

Cignesi colla coda tanle volte, 

Quanlnnque gradi vuol che giù sia ine««. 
Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: 

Vanno a vicenda ciascuna al giudizio; 

Dicono, e odono, e poi son giù volte. 
lu, che vieni al doloroso ospizio, 

Gridò Mino.'i a me, qóando mi vide, 

Lasciando l'atlo di cotanto uffizio, 
Guarda com' entri, e di cui tu li fide: 

Non l' inganni l' ampiezza dell' enlrare. 

B il Dura mio a lui: Perchù pur gride? 
Non impedir lo sao falaie andare: 

Vuoisi COSI colà, àa\e sì puoie 

Ciò che si vuole, e più non dimandare. 
Ora ìncomincian le dolenti note 

A farmi>ii sentire: or son venuto 

Là do^e molto pianto mi percola. 
r venni in loco d'ogni luce mulo. 

Che mngg^ia come fa mar per tempesta, 

Se da contrari venti è combatl4it«. 



30 



ti>rt*4ehT. m). 
I pugnt o gsaio. 



In. Alari Um' - Slwni Jftiwi, ( erri- 
UkiMatt fin) tja. — ringhia, ttau; 

S. nrfr mirala, aell' enlrm che U 
lÌMnn'uin» ad (rnhis Hcniidii. O 
mt^w, iflll'ingirtfiH d'*uo eereluD. 

9. reeorido ehé atrfingkiajttcfn^o 
ch'agli d rìn|[f tolli «kIi. 

10. 4 da ttia, 1 per ou, 1 a»\e- 
■ìmUi In. 

U.CIsmtttelUnda.Unit rli 
Ubo* •iyiiBniI gràdirin dilla emcirn - 
q dia « wadaui* < li 1(^ in rigisii 



ni nuls. Cbt i frenti tmn luci ■!• 

lio, t locaiioni OMUrorici IraqnnU 
clh Sion CiFli!. 

13. Qnmlunqut frodi, uvai 

- ""■''j- 

iS-lMtia»dB ralla di 



F*- 



i 



I 



30 DELL INFEftHO 

La bnlera infernal, che mai non resta. 
Menu gli spirti con la sua rapina, 
Voltando e percotendo li niolesia. 
Quando giongon davanti alla ruina. 

Quivi le ftrida, il compianto o il lamento, 
Beslemroian quivi la virtù divina. 
Intesi che a cosi fallo tormento 
Gran dannali i peccator carnali. 
Che la ragion sommetlono al talento. 
E come gli stómei ne porUn l'ali. 

Nel freddo tempo, a whiera larga e piena: 
Cosi quel fiato gli spiriti mali: 
Di qua, di là, di giù, di su gli mena; 
Nulla speranza gli conforta mai. 
Non che di (iosa, ma di minor pena. 
G come i gru van cantando lor lai. 
Facondo in oer di sé lunga riga; 
Cosi vid' io venir traendo guai, 
Ombre portate dalla delta briga: 

Perch'io diasi: Maestro, chi soa quelle 
Genti, che 1' aur nero si gaslìga? 
La prima di color, di cui novelle 

Tu vuoi saper, mi disse quegli allotta, 
Fu imperatrice di molte favelle. 
A vizio di lussuria fu si rotta, 
Che libilo fé lieito in sua legge, 
Per torre Ìl biasmo, in che era condotta. 
83. rapina, ripidUb, o pitillculo 
rÉpìmflDUi ìd |ìm, Tortjctf. 

Si. itmmH étit nttna. Intendi: 
pKNO il tulio dirupilu e ■iUiumo cIm 
«nrraiti al nnhin icgaeaUi. 

6S. OufH I> Mrida «. Si Mltìn- 
Indt fanno, af:aiw, a limile. — Quivi 
II* qm pur ad'Td. e inirui cw mie. 
prBta uehfl in ilEri unlton iti (r«- 

37. InUli te. Lo bJi da Tìr|[ilii>; 

dciJa pani, dia bau iipprai'nla loilatn 
ÌDqmcla e apniprt Iflupotatu ili ciii * 

pmniiiia di imurD. naliirr. Hi eiMU«i(itii arfpalnidit, u 

39, talnle, [^aia, ÌDc1iiiai>i)ne;B miqiic tid'lun uicl lihrntmjvnt, 
«milin, apiHHila, S7. l'rr Imre «.; aw toglierà a 

AO.Btomtu.: nmr l'ili iinrlano liilnuil liinpcria in tlM ari tmili, 

f^ituniclli, t9<i nuv\ Halli, i|uil «iiUi, ii|inHtii>i elio (Ila «J Icneta il IgtiD (• 

gmt* iBqliif ii'iti- 1 tornei, ftoriif Ili, manaiilv. 



i 

i 

i 




Eir è Semiramis, di co 
Che sagger delle > 

r ddle a A'fito u. 



li si legge. 
Nino, e fa s 




oafauTiicfaalilnioDS di 
tugftr ttUi «ktnnleTiKwIiliiin, pm^ 

Il nunciDia 6 fukb* biun Codicg cha 



l'ulUiisi belili 



lolenJo 



""",— ." '" "«-"r ■—— ■- 

ni«, rMoaUi p*r illri nilinini, fui 
qa*ai ^ pwgirmi illi amxt Isi.oiM 
IModa IB un bd Codkc Mìt UuHn- 
•iva WflBilo iti D" 2, cba i Ji nii no di 
1.1 Ul JUdm Ji r.ÌHto di Vo] lg.n ikIIi 
.liUdd 1370, vUtiupnil ncuddl* 

ni ^oJii, o oliai] titgstT dtllt ; il dm 

pvinuo, «■ donA esur pnn di CoiLici, 
<hc s s HOO petduli, a non >Ì conouo- 
■B. Cti Boa oaUnig ni pur ncll« lerti 
«dima* tdll idolUili nal IbIo, e mi 



11. iUa può ruB 

modo ellitileo, 



VUM. QDd cbcpolnltl 
«!(■ laÌDa«, i a£e Vok\ 
r dtUiB a mnd, per i 



dire e di GdD eoDtcUa, dia 
ii|>nificare l'«Mr di mi- 



ri( dd Nws Bnlnnicg dil 
Im), U ^«(le parti mg* di 
BurfÌMBiil pólilli dudica: ilui ue- 
Crt, <dul, mamma! ttt ubira dtdit 
fUotitm quodtinii nxuii'mir Alii 
dirimi, chi iiiacdi-lte, vMelitil lue- 
, mtil Nimi Tifi, filio nondum sd re- 
ffaAiM opta,- t(d prlor lenitu prat- 
félrt: tcwlgo itsBli IdjioD», «mniinel- 
!• (ti* oltre a ibaceiar ditetljineQle dal 
(«seno frtteitalt, diodo ipieguìoue 



d'irer Kgnttnin BioìIduìi: Chi tmg^ 
gir delta a JVIno, a fki rta ipota: 
T'ali» la larro Ma 'I SoliUnt tamg- 
Je, Li quii dinormili dod lì Iti 
l' litri WioM. 



trinimo. PtnxcU li bgfa in Già- 

■ilo Niaa, non lolandg di* Mia- 

itre l'impara in dido ad goaiovi- 
:li; innpailo, qaal era il ma S|;[ìb Ni- 



I 

i 



Tenne la terra, che '1 Soldan corregge- 
L' altra é colei, che s' anciso amorosa, 

E ruppe Tede al cener di Sicheo; 

Poi è Cleopatràs lussuriosa. 
Elcna vedi, per cui tanto reo 

Tempo si volse, e vedi il grande Achille, 

Che per amore alfine comballeo. 
Vedi Paris, Tri^^tano e più di mille 

Ombre mostrommi, e nominolle, a dito, 

ali « Nino, ni mai» tuiimnln di* ilSuld.n. 



T 



>d EffiHo, 1 



ai Nini 



. .gl»l'iIlipWO,Dp»- 

fiatU t«a«Hl [w qiatv nm» mi 

Jo«a>HnlDUu(IClTM« t l'imiBÌriiic 
■■di qnrivnta hs Hra . Svtbb* iId^^ aa 
■ad* far qaaMD t^llo giuitiicala *d(ì- 



tìt. coWe*» «'«kìmi 

C4. Eltnamlt, . . . 

ramIeAth-Ut*e.Ut;fi>e 

lui;,fnin>than(iuilcaB<C< 

li Elam tldi.icUiUgr 



vmmt, parche il tafion- 



DM|it figlia, Di >pcM. Vedi a f.lK. 

lasgi sifU dirò, cki Dania Hòaiera 
lerilU iHCMdiflr, lebbeu ilamcelta 
cba •> rcaalla lia'più liafaiJa (ckt 

TÌ«u naiia amia il air(lia)-,ail lUQ^'r iHili ciiu lum gran danna, 
dalla pitò ciiar nata la ptiBi '■- " 



:bl1la p-r 



ra «a etri prabahilitt acrilto nffir 
d*IK A» pa p*« »>ila agaalucuU di 



I 



lilBt.lalI'Bi^adril'ail 



cilia ara Mpo,a tot pq tanna i 

piìaauaaadeL MuHuImaiq, i^ 
niaa Snidano a Salljina il \m 
Uà poKht (U (criliwi dal 



tinituurla. Dai 



LUanlaliatnlakiaawr*» 
incuu, oMii qnalia iha Aba 



pii riapaHaalsadun. C'-aiabò io ■]□>- 
■la inatfinfa della •arili,* mila prwi- 






li1.VtdiPTÌi,TTÙ 



ai ijuclla gli anticbi re 



• (afiBa bM» n« nniba. 



/ 



CANTO QUINTO. 39 

Ch'amor di nostra \ita di[)artille. 
Po-eia eh' i' ebbi il mio Dottore udito 70 

Nomar le donne antiche e i cavalieri , 

Pietà mi vinse, e -fai quasi smarrito. 
r comÌDciai: Poeta, volentieri 

Parlerei a que' duo, che ioBÌeme vanno, 

E paion si al vento esser le^erì. 75 

Ed ^li a me: Vedrai quando saranno 

Più presso a noi; e tu alJor lì prega 

Per queiPamor che i mena; e quei verranno. 
Si tosto cooK il vento a noi li piega, 

Mossi la voce: O anime affannate, SO 

Venite a noi parlar, s* altri noi niega. 
Quali colombe dal disio chiamate, 

Con l'ali aperte e ferme ^ al dolce nido 

Volaa, per l' aer dal voler portate; 
Colali uscir della sohiera ov' é Dido, S5 

A noi veoendo per 1* aer maligno, 

SI forte fo r affettuoso grido. 
animai grazioso e benigno. 

Che visitando vai per l' aer perso 

Noi che tignemmo il mondo di sanguigno; so 

Se foase amico il Re dell' universo, 

- Ck'mmim' 9C.t cW awrirMM p«r eowtm&9€Ì alm. — Vù9mk : thj Godd. 

J'tBiiii. tengon. 

7 1. mfi^ ém»: mam FrmetMa Mt- 85. Dido, DidoM. Gli «ntidii prea- 

Malatosta cofntto di lei. dtT«Bo MÌtmm» folla tele qvale il nomi- 

•M bflllÌMÌna dooM, nativo d«i noot latini ioTcce dell' abla- 

da Poieola, mariuia a tÌT«, t dicevano Varrò y Scipio j itr' 

MtlitaiU. Innanorè del eo- mo M., j»er Vmronej Seipimo, gtr* 




fwMo. Va OM lai «aaÌBO dal awrito cka 



Ti. A0 a swiM p rW gli mesa. 

so. Mmti te voce : aleooi Codici mercè i divini veni del tao Maestro. 



f7Mma. Nomina poi Didona partìéoltr^ 
monto, oercbè di oioo' altra aooo pia 
cdobn sii amori la dbperata morie, 



Il «ac»| che meglio ooBBoonaool 87. Si forU fu ae. : tanto potè il 

Mpit$m, prego die loro porti , por qndfuwtor 

$i . fmMt a mti pmrlar; renilo a c\§ li menoma. 



nrlar aai, ladota la prap. a, come ai SS. O animai ee. : parole di Fran- 

éaaCBlo sai dalla nota SI. caica a Uanlo : onJmaJ, corpo ammalo. 

! maiar poriata : totero ala Sentibilii omimaHeorptuni amia»al. 

la cai veameau pardw Volo. Eloq. 

miàhmOà a portar per l'aria lo colooa* 89. peno. Il peno è aa eolor tar* 



W. aaaaa biàafao dell' ali, cbo caao tea- cbiao, o comò lo dofiniaeo Dante 

a [enne; come ao dieeeso : nd Como.: aa «dor mieto di pnrporao 



I I 1 •« *— «^f ddr impeto ddl'af- e di nero, ma in cai viaoa il aero, 
imo, pia cW dall' ali. Virgilio, deacri- 00. Noi oc.s aei cba aMriaiBo ? ai^ 

v«éo «al V dcV Eaaide la cdmaka che taado il ooatro sanpa. 
rèa al ■i'a, tvaa dallo ttltroi neqwi 91 . amico : doè, aodco a ad. 



DELL IHFEBNO 

Noi pregheremmo Ini per la taa pace, 

Poi e' hai pielà del oostro mal perverso. 
Di quel rhe udire e che parlar li piace 

Noi ud iremo e parleremo a vai, 

Mentre che '1 venlo, come fa, si tace. 
Siede la terra, dove nata fui. 

Sulla marÌDB dove il Po discende 

Per aver pace co" seguaci sui. 
Amor, che al cor gentil ratto s' apprende. 

Prese costui della bella persona 

Che mi fu lolla, e 'I modo ancor m'offende. 
Amor, eh' a nullo amalo amar perdona, 

Hi prese dei costui piacer si furie. 

Che, come vedi, ancor non m'abbandona. 
Amor condui,se noi ad una morte: 

Caina attende chi in vita ci spense. 



lipioM.- 1* Kiiol. t U I 
cui Gli •nlielii ciinliiit 



■i penti cbe i|0«U* difSdliiitsIt 

Il ■HoumilUo ■ Uhv per mirilo 
mo dilli idetmiH 4Ì colui. 



'rilX*^*<>I 



il cpncvMJi si PvFtj iMpparr aan tD4^j 

ilcndorfl, che qBf«(r brevi pivtei'tvti- 

nJInD aMmiuMDle mi bulli dal icdM. 

97. ili Itrra K .- K»«na.— naia 

08. detete : il Pomo bd moprìn- 



99. PtT atcr part i 
peuni iiriae cn malti I 

tùO.atenrQrnlil.hn, 
IMralaiiiHnFlIadiDi 

Pntaiil M cgr|ioniia, 
diiiiM Hr operi di chi mi 



»» troppo ul 



k. 



fiaiila di foliDM « 



« Il dag.uU 



, perùoocbc «Ha 
i, chcn II pn- 
■ il modo irlifi- 
liaiitqaellW- 

'U coddftDBi del 






ut una BiDrIt, ad a» tlMH 



QiMle parole da lor ci far porto. 

Da cha io intesi quelle anime oflfense. 
Chinai il viso, e tanto il tonni buso. 
Finché 1 Poeto mi disse: Che pensef 

Qoando risposi, cominciai: lasso, 
Quanti dolci pensier, quanto disio 
Menò costoro al doloroso passo 1 

Poi mi rivolsi a loro, e parla* io, 

E cominciai: Francesca, i taci martiri 
A lagrìmar mi fanno tristo e (ho. 

Ma dimmi: al tempo de* dolci sospiri, 
A che e come concedette Amore, 
Che conosceste i dubbiosi desiri? 

Ed ella a me: Nessun maggior dolore, 
Che ricordarsi del tempo felice 
Nella miseria; e ciò sa *1 tuo Dottore. 

Ma se a conoscer la prima radice 

Del nostro amor tu hai cotanto affètto .. 
Farò come colui che piange e dice. 

Noi leggevamo un giorno per diletto 
Di Lancillotto, come amor lo strìnse: 
Soli eravamo e senz' alcun sospetto. 

Per più fiate gli occhi ci sospinse 
Quella lettm^, e scolorocci il viso: 
Ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

Quando leggemmo il disiato riso 
Esser baciato da colante amante, 



41 



110 



115 



420 



m 



130 



fa rifa ei tpmte. ForM V iananortU 
énMi cbi««a 9itm le èoUent d^imnre 
ÌB «IBI alfe Mali eMa fa tpcnta. Qaal- 
ffh» Gal. : tkl wUm ci spente. 

laa. pmrU, cioè dette, da porgere. 

4§è. «fflUtf, offete, travagliata. 

144. mi éolanto pMto, ciaè al 
fHfaii faKiarti vÌQc«redairamorc. cka 
9ai fb tm^emt ad eaai di grava daolo. 

4 47. J fafWaiT alt fanno ce. .* ni 
laBaa pm caaiMaaiooa tristo liao alla 
faeriaa; • ai laa piaogcra di tnatcna 
• A fialft. Qocsto concetto è didUarato 
dal Fmttm alcaao nai priaM tanarìo del 



44f . A Ai e eaiM, a ^al aagto, 
a par 4mI awdo. 

420. ItfnMiatiiTrttri. loacanbia- 
•da «Barn nan ancor bea ■•Difettala. 



4 23 . ciò «a '/ fao Dottore. Accenna 
Boado, che oel libro De Coni. Pkiioe. 
ectmm : In omn< oitoertifala fortmm 
infelieittUmum getuu inforùmd ott, 
AttSfe felieem. Questo aatora ara fanù- 
liarissino a Daata,il qnale dica nel Can- 
nilo d'aver ia etao cercalo conforto al 
ana dolore per la ouHrta di Bealrica: 
• INnnii a legger oaello noo cooocdato 
da Bolli libro di Bocno, oel ^nala «n- 
ptivo e diacacciato comolato t? avaa. • 

425. offettOf deùdario. 

42S. Di Lmteiliotto, degli amari di 
Lancillotto. Vedi il roaMMo La fcnafa 
rolonifa. 

450. gli aceM ei $o$finto^ intendi 
a tgoardi pieni d' aoiaroso dcaidarie. 

435. il disiato rifo, l' anau bacca 
•orrideate. 



Questi, che mai da mo non Bn dtvieo, 

La bocca mi baciò tutto tremante: 
Galeolto fu 'I libro e chi lo scrÌBse: 
Qttel giorno più non vi leggemmo 8t-anle. 

Hcnlre cba l'nno spirto qoeslo disse, 
L'altro piangeva 6i, che di pìHade 
r venni men eoa com' io morisf*; 

E caddi, come torpo moria cadcj 

'. Gakolla ftt 'l libri) i chi lo HI . nnrliie. AncLc qanU 

GilcDilu en il notile di culai nuiDiii'J.'lla jirìm pensa* [ulrc 

umilio tngK ■idoÒ Ji Lanik- (gli ■nlwhi. — E.oiii •irRliteni 

di GluiH} GilcoU* li ibiiaiì tvlt* pwtuip», cu b'ati aoa 



140. ro/iroK. Fdi 
g«TA, Hrcbè ij riconoKfl 
dpaled«]U«ealuriddl 



;i,r 



: Piah) pitB- 



TANTO SESTO. 



Al lumar detta mente, che sictafnse 
Dinanzi alta picià de' dno cOE^iati, 
Che di tristim lutto mi cotifui^. 

Nuovi lormenli e nuovi tormciHati 

Hi veggio inlorno, come eh' ì'mi mova, 
E come eh' i' mi vot^a, e eh' ì' mi guati.. 

r sono al terzo cerchio di4la piwa 
Eterna, maledetta, fredda e greve; 
Regola e qualità mai non l'è nova. 

Grandine grossa, e acqua tini», e nove 
Per r aer tenebroso si r'rrerea: 



I 



. .,.d. I 



7 r» 



I». Il BHMBei" Oil 1«. 



teJmHut rinomi ciw 



. i Idilli. 
) Pirl'ttrltnttrBiB L 



CMSKWO ABSTO* 



Aà 



Fate la tem >cke questo riceve. 

Cerbero, fiera crudele >e diversa, 
Con tre gole caninamente latra 
Sovra la geale che quivi è sommersa. 

Gli occhi ha vermigli,. e la barba unta ed atra, 
E il ventre largOt 6 unghiate le mani; 
Graffia gli spirti, gli scuoia, ed isquatre. 

Urlar gli tà. la pioggia come cani: 

DeU* un de* lati fanno air altro schermo; 
Yolgonsi spesso i miseri profani. 

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, 
Le bocche aperse, e mostrocci le saune: 
Non avea- membro che tenesse ferma 

E *1 Duca mio, distese le sue spanne. 
Prese la terra, e con piene le pugna 
La gittò dentro alle bramose canne. 

Qual è quel cane che abbaiando agugna, 
E si racqueta poi che '1 pasto morde^ 
Che solo a divorarlo intende e pugna; 

Colai si fecer quelle facce lorde 
Dello dimonio Cerbero che introna 
L' anime si eh' esser vonrebber sorde. 

Noi passavam su per V ombre che adona 
La greve pioggia, e ponavam le piante 
Sopra lor vanità che par persona. 



i6 



2U 



25 



30 



Zb 



^| f li ftla tono Aat tìz) ofTascatori 
idi» npomt ; con gran tea do dan^oc 
iftmtam Ira le tenebre. 

13 Fmi§j poTza : questo^ qneito 



iì. é ii e n m^ i trana, altrimenti fatu 
étlraNra. 

47. kw»mi, lezam^e. 

II. it^mmUrm^ mette in ^attro par- 
1 a^wto. Q«eirt in principio x'è ag- 
/ÌMte par «Àl^lniurnlo di soono: cos'i 
alW attiao fine istato , Ulu- 



31 . i miteri profani^ cioè i mate- 
ria* eé akietti goluai, quorum Deut 

22. il §Tan rrrmo. Dicesi remif 
%maf^tKmtaU odlc Scrittore totto ciò 
ót farà alMB» foppliiio dei dannati gii 
, «vt ai generano i Termi : e Cer- 
ioterpreUto f ala d̀oraU>re, 



è il Termo destinato con ragiono al tor- 
mento dei ghiotti. 

23. le fanne, gli acuti denti da fe- 
rire. 

25. le tue t panne ^ le mani, quanto 
s* allargano dal pollice al minimo. 

27. frroMOf r eamM, famalickegolt. 

28-SO. abbaiando agugna. SaUuh' 
tondi il paàUì^ che segue dopo; cioè 
manifesta eoll'aòèaiare l' ardente bra- 
ma cbc ba del cibo. — intende^ è ioteo» 
to: — pugna, s'arfanna per aodisfarti. 
È nna Tera pittura del cane allamalo 
cbe inaspettatamente trora dbo. 

52 iiUrona^ stordisce. 

51. adorna, abbatte, tica proitrate 
a terra. 

55. ponavam f aaliea lermiotiione 
UTOce di ponetam, 

56. 5opra hr vanUàj sopra i lor 
corpi Tani. ombre ^ eke par pertona, 
cbe ba sembianza di corpo aoMiio. 




I 



Elle Riacién per lerra lultó quante, 
Fuor d' una eh' a seder si levò, ratto 
Ch'ella ci vide passarsi davante. 

tu, che se* per queslo Inferno tratto. 
Mi disse, riconoscimi, te sai: 
Tu fosti, prima eh' io disfatto, fatto. 

Ed io a lei: L'angoscia che tu hai 
Forse li tira fuor della mia mente 
Si, che non par cb' io ti vedessi mai. 

Ma dimmi chi lu fé', che 'n si dolente 
Luogo se' messa, ed a si fatta pena, 
Che s' altra è maggio, nulla è si epiacenle 

Ed egli a me: La tua città rh'ò piena 
D' invidia si, che già trahocca il sacco. 
Seco mi tenne in la vita serena. 

Voi cittadini mi cbiamasle Ciacco: 
Per la dannosa colpa della gola, 
Come tu vedi, alla pioggia mi fìacco; 

Ed io anima trista non son sola, 

Che tulle queste a sìmil pena stanno 
Per simi! colpa: e più non fé parola. 

Io gli risposi: Ciacco, il tuo affanno 
Mi pesa si, che a lagrìmar m' invila: 
Ma dimmi, se tu sai, a cho verranno 

Li ciUadin della città partila: 

59. patsarii datQiitc, fame di- tfrtjfit, il non» pcmitilr tua dis cbii- 
À2. T» fòlli .... fallo te. Ta ai- b3. dunfiniii, iglUliirìiillaMlal* 

ti. moggia: maggio dinrino gli 59. Mi ptiaHtc. E dtnDUn Al 

iBtkhi firwiafgìort: (in Fimiui'ip- il P'wli 11 idduiIciiÌ ì pomli d'innia- 

pdli Uillnn con quelli Tua n» vii. (ÌBeaii (in Ilio KniB| in npoH ero- 

— MiUa, niini. uenlcdclli lorgroilk: th> santi Bn- 

St.di Icv'UKmu.nal n<iDdi>. vllà i driemìniU dilli fani deU'iui- 

t datlo per a^pmuiane ill'iUuilc It- paini ■ prcfir*, e«ì«lii mijgion na- 

■«trtM. pnl», mlnnrn-iviaiaTMitnijieki 

93. Class. Non tn ni quati od ti mmiiida li idi cBinpasiona imo i 



1 ilcuaibin cnduU , 

• ai molli turtì, tL linlo dilli 
^1 .■«! ibbiui». .ino iir Irti «li.- 

tanf flì ^1 T«nuit> il loprinnomi (ti 
^ fm€B,citUnii«%ìe!i>6acÌteea. Viro Gì. dilla eiUd parlila, cìtkii Fi- 






CAIITO SESTO. 

S'alcQD v'è giusto: e dimmi la cagione^ 
Per che l' ha tanta discordia assalita. 

Ed egli a me: Dopo langa tenzone 

Yerranno al sangue, e la parte selva^ia 
Caccerà V altra con molta offensione. 

Poi appresso convien che questa caggia 
lidira tre Soli, e che 1* altra sormpnti 
Con la forza di tal che testé piaggia. 

Alto terrà lungo tempo le fronti. 
Tenendo 1* altra sotto gravi pesi. 
Come che di ciò pianga, e che n* adonti. 

Giusti 8on duo, ma non vi sono intesi: 



45 



66 



70 



T«fi al CmIo X , feno 4 00 t se- 



«7 



M Hm Imma IMMM, dopo lu- 

C9. Is fmrU Mthoggim, Cot) fa 
I la porto Bionro, ocrcbi di qaollt 
la famiflia dr Cerchi venota 
di Val di Siero. 
ae. C«cecré r aitrm^ cioè la parte 
fUra, di cai orao capo i Donati. — con 
wmiim mfftmaUmty eoo graodMra e 
laàat. Qacota cacciata awanna 
_ ddlSOl. 

càff fvatte. la parte solTaggia. 

aS. tnfrmirtSoU. Dentro tre giri 

£ aalo, fHMa che paasio ire anni. Dal 

fitmSImmtm di oiano del 1500, epoca 

ddla ViaMkt. all'aprile del 1302, queo- 

bi nroao tolalmnitc cacciati, 

95 «cai, aiocka ti aTvera la pro- 

madaodoai il taito anno ioco- 

rr aoito. 
tal, di Carlo di Valoia, cfta 
iMll^taj^fta. che ora (dicooo alcuni co- 
aaaM«n,lra^q«ali il CÒotat adopra dolci 
• àaiafhavali modi coi f'iureotioi Ma 
afiigatioDe scorda dalla Croao- 
■, aeaira sappiamo che Carlo non 
vamM m Rrcate che oel novembre del 
ISOf , • Cacci accanila com che atve- 
«va Balla prmaircra del 4300, qaando 
parlava. Ed io fatti rem come 
IO iatorao al Valob Ugo Capato 
■d il dd Fmrg.j ttno 70: 

K OM 4bM Mirflv MM»i, 

I oa attfw Cari» f»* 4i Fraacia 





era a qoell' ora Mòlo di 
i perete, Tolaodo riferirà a Cario 



di Valoia il tette piaggia^ eonrerrh 

Sraodara il verbo piaggiare oel tenio 
i eoiteggiar te marliMi, a dare al- 
Fespreeaioae di presente il tono di pro- 
fetica visione. È noto del resto che Bo- 
nifaiio Vili avea eoo grandi promane 
invitato Carlo di Valois fratello di Fi* 
lippo il Bello a passare in Italia per far 
l'impresa di Sicilia ronlro l'Aragooesa ; 
e che venuto il principe, mentre si stava 
in Corte del papa aspetlande il tempo 
opportuno di navigare, fu da lui man- 
dalo a Firenze per comporre quei citta- 
dini divisi. Il Francese, da buon pacie- 
re, vi oppresae il partito avverso alla 
Romana Corte e a sua casa, e carico 
delle sp«>glie bianche e nere sa n' andò 
con Dio. — Ma se a piaggiarg si volesse 
dare la sigoilicaziooe di huingar», me- 
nar tue arti, allora questo piaggialere 
potrebbe essere lo stesao Bonifaxio, che 
mentre mostrava amoroaa cura della 
pace di Firaoxe, cercava aagretamenla 
tirarla al suo intendimento : a par le 
forte del Valois, che poteao dirsi anche 
sue, perrbi da lui mandata e per lui 
operanti, vi fece da ultimo preponderare 
la faxiooe dei Neri. Vedasi il Compagai 
al principio del lib. Il, e il Villani al 
lib. Vili. Anche il Bati riferisce U feilé 
piaggia a Bonifazio, e lo spiega : e Ora 
ita di witzio tra l'um partito e tal- 
tra. • — Piaggiori significa prapria- 
meote «fidar fra terra e taare. 

72. Come che di eia ee.: aabbena 
la parta Bianca di »\ iniqua ap pr a a 
aiooa pianga e s'adiri. 

73. Ciotti ton duo ee.: due giusti 
■omioì fiorentini, dia io qoalla turbo- 




Superbia, invidia ed avarìzia 

La tre favillo e' banoo i cori accesi. 

l^ì pose fine al lacrìmabii siono. 

Ed io a lui: Ancor vo' che m' insegni, 
E che dì piò parlar mi Èict'i dono. 

Fariuala e il Tefsliiaio, che fur si degni, 
Jacopo Ru^itìcucn, Arrigo e il Hosra, 
E gli aitri fbe a ben far poser gl'ingegni, 

Dlinini ove .'«no, e fa eh' io li conosca; 
Che gran detùo mi spinge di sapere, 
Se 'I ciel gli addolcia o lo 'afemo gli attosca. 

E quegli: Ei son tra le anime |hù nere; 
D^ersa colpa giù gli grava al fondo: 
Se tanto scendi, gli potrai vedere. 

Ma quando tu sarai nel dolce mondo, 
Fregoli ch'alia mente altrui mi rechi: 
Più non ti dico, e più non li rispondo. 

Gli diritti occhi lori* allora in biechi: 

Guardommì un poco; e poi chinò la [esla: 
Cadde con esea a par degli altri ciechi. 

E '1 Duca disse a me: Piii non si desta 
Dì qua dal .'non dell' angelica tromba. 
Quando verrà la nimica podestà, 

Ciascun rÌlro>'crà la (rista tomba, 
Rìpìglicrà sua carne e ^a figura, 



i «rollatì. 



fento j/li al 





SS V«frt„ colpa. UUnJi: Ul- 


F«-ilpi.JoWAI.gt,irri,.P.lt«,J«<, 


t- t\Uv rkml.fi* ali grw: coti tuj 


irud* ini» Cud.; Ctulnnli, tbc Ben- 


aaLci i U coiDoi» ;Ji <i««r«a. 


mito di IdoI> Jin: JUtr naitut flv 


sa. alla mntt K. .- iè( U noi» 


rmllff bwppH Dm-iù. 


Khì .1 n.««io U B.,a,«il di ■». Si 


TMO fartMi.ei/r«(»i«feH..- 






Diali Jà ili' gnine da lnt|>uuli, eh*» 


wtoilD. T<nhi«ilil»llipronuiuiiri«- 


pici.» Ji moni. aliliU. 


nù r««lkwV™t prùiafo, FUlm; 


a^. Pili ixm •• dilla. )Hà lodii 






Mil «l»D* TolU fTima-. PUU?. uc- 


05, WfMM.- àoi prìin.d.1 


UiUà-.-Arrig,: «ui, cb. pi. „«. 


■II.I» l'ii.|<!lkt iwub. |«r 1 ..■ì<«. 


mIi pu.lil.8. 




96 -imita podula. Dio dhbìm li 




iffnt: t'A •DIFndi ■ h^ifto «tei lors 


linu pullulai. Cw nnrils. mtlnla. 




OAfflO SESTO. 

Udirà quel che in derno rimboihba. 

Sì (rapassaflimo per sozza nistnra 

Dell* ombre e <ieUa pio^a^ a passi ienti, 
Toccando un poca la vitat^tora: 

PerchMo diasi rMaestro, osti tomenti 
Crescerann'eidopo iaipan seotenza, 
fien minori, o saran si oocendf 

Ed egli a me: Ritoma a'ina seienza. 
Che vuol, quanto la cosa è più perfetta, 
Più senta *1 bene, e cosi la doglienza. 

Tuttoché qoesta gente maledetta 

In vera perfezion giammai non vada, 
Di là, più che di qua, essere aspetta. 

Noi aggirammo a tondo quella strada. 
Parlando più assai eh' i' «an ridico: 
Venimmo al punto dovo si digrada: 

Quivi trovammo Piiito ilgran nemico. 



«7 



100 



105 



ilo 



115 



90. fiK/ c^ HI etemo rimbùtnba. 
Là iuJc scvlcnca cke nmbomkerà eter* 
L»Bn^ie nelle loro or«cdii«. 

<02 Toccando ee.: ragioniAdo un 
^oe» della vita futora. 

lo5 fi cocenti f doè cocenti come 
H« ora, De più né meno. 

106. m tuB tcienxa, alla toa filo- 



easere 



tee. é9§H»nxm, dolore. 

HI. Di U ee.: aapetu d' 
ali pcrfHla di II dal snooo dell' ange- 
m lraiBka,Tfcc di qva da eiao.Che \ noi 
fir«, tko'ìo aaime dei dannati dopo ri- 



presi i loro corpi venate in maggior per- 
fexiono. sentiranno più fortemente il do» 
loro dei tonaenti. bd è dottrina di San* 
f Agostino) che: Cibili fiet reiwrrectio 
eamis, et honorum gaudium mtQUt 
erit^ et maiorum tormenta m^ywa. 

1 14t ti digrada, si discende por fia 
di gradi, oscala. 

H 5. Ptuto, Dio delle rìcaken<*, 
figlinolo di aVi.ue e di Cerer«. — il 
gran nemico, cioè della pace del mou- 
do; perckè dalla sete dell'oro e dalla 
dismanra delle rìcrhme derivano i più 
gravi disordini nell' umana (amiglìa. 



CAUTO sfrrrino. 




'« fB«/ é tm io m to, « i€tmdt con PAtmmm» m wadara Im p^ 

eoi pét$» gr umu mm i peti, «m tk» ti ft naiwm» murtmmt, 

di e*tf pmttmm Ml^aÉtft mtkim ot^è Im ptUd* SHe», 

mlof90iài 



Pope Satàn , pape Satan akppe, 

4 . Papa Satdm ce. La toc» pape aeono il maraTfglioao a H Itrrikifc, ap- 

ìlaMste •o' carlaMaaiooo di patito por eie eleaso eha no» e' totali- 

I. Alepfo è parola di iwerta dono. Vero è eba iahini opÌMM eba 

«nfi»e*e aifB«lMaio, aebbcso il ooote- qvetto primo vcrao eia tetto di parole 

ila !a fa aradare est iotenrtiooa d' ira ebraiche, e eicftifiebi : Be$phnéeai fa- 

e di ■inataia E qaesto voci aegreie , det Satatti, reopUndoat fkeie§ Ha- 

^Hgi pervia dà aag^ iacanto , aacrc- toni princijrii.—' È notabile ^m il co- 



^V HI^^^HI 


Ji DELL' 1 


IKFEBKO ^^^1 


Cominciò Pluto colta voce chioccia ^^^| 


E qnel Savio gentil, che tolto seppe, ^^ 


Disse per contorlarmi: 


Non ti noccia 


La tua paura, che, 


,poder ch'egli abbia, t 


Non ti lorrà lo scender quesU roccia. 


Poi ai rivolse a quell'enfiata labbia, 


E disse: Taci, maledetto lupo: 


CoDsama dentro te 


con la lua rabbia. 


Non é senza cagion 1' . 


andare al cupo: io 


Vuoisi nell'alto ià dove Michele 


Fé la vendetta del 


superbo slnipo. 


Quali dal vento le gonflale vele 


Caggiono avvolte, 


poiché l'alber Cacca; 


Tal cadde a terra 


la Hera crudele. ts 




Prendendo più del! 


la dolente ripa, 


Che il mal dell' un 


iverso tutto insacca. 


Ahi gioslizia di Dio, < 


[ante chi stipa 


Nuove travaglia e | 


}ene, quante io viddi? to 


E perchè nostra colpa si ne scipaT 


Come fa l' onda là sov 


ra Cariddi, 


n»lo ddl'Ollin... . (hi.nJo Plulo 


troioiifulropu»., e iFÌts»» paidii 


• lida II rtiiioiiiJ tundneiTt l'onunilk 




, d a»r..igllè diullo. . V..l,p.7r. 




2. eMBtcia. noa fd upn. 




5. ckt lulla llppt. iDcliE 1* liosui 


ciKch*. cbigti rir>.[did.ipi«»Ur>- 


ìd ni pirlò Fluì». 




5. tU. poi» «.rpgioti, qnilun- 




qu potare th'rgli iblui, o, per i|u-iilo 




JST^i-bbi., 


.i. pi gii, prr 1. d.1,nl. Tip.. Jl-'p.. 


e, tomi, impeaiti. AJlr. €Ì. Itr- 


<:b,..Dii luli« il bilio mttrBtìi. la iruit 


ri. - »«(<. bil». 




7. mqucU- enfiala labbi».iiut\\. 


' (8!"^'.n«a.iin*°ri«b''rade,'i'iÌol 


fKciigonti J'ì™. 


dtli-unirim: dui€ ti'as pioili (nlli ■ 


8. nat«kl|<>(«fo: il lupa è ■I>u- 




MadDirKim». 


llm^Jo, 




i9.2l.li,nlichi,tipas.fi«,t<pif 


41. itni». t i-I l'Inno b..l,.[o 


lU H'intirraEMiiIiildi cbi >^oti,ai> 


iMipiii, • "-l" }"««> Ji pe™™, e gf 












u«air4dri.s:x,.vod,iu.Dio. 


(>1 tnimiìUo ■ l« trctaaUa dim» 




i. » » .-hIì] . parcbè i VmÀ «t„li 


fWt CWS*™» ""x^ «■ C<«™ìw; 


ci ..,««« (irip-M ««H 


*:ii.X;.a™'.-"--"R" 




di Eidl.1 la onda cba fanjan. d.t Man 


. bir«, 1(1 «. Altmù pronduBo fiacca in 


laiiie, r quella dia luuo dal Tirru», 


l_ .^ 


M 



Che si franga con quella in cui s'intoppa; 

Cosi coDvien che qui la gente riddi. 
Qai vid' io genie più che altrove lrop|ia, 

E d' una parte e d' altra, con grand' urli 

Voltando pesi per foraa di poppa. 
Pcrcolevansi incontro, e po^ìa por IÌ 

Si rivolges ciascun, voltando a retro. 

Gridando: Perchè tieni? e perché burli? 
Cosi tomavan per lo cerchio tetro, 

Da ogni mano all' opposito punto. 

Gridando sempre in loro ontoso metro. 
Poi 9Ì volgea ciascun, quand'era giunto. 

Per lo suo mezzo cerchio, all' altra giostra. 

Ed io ch'avea lo cor quasi compunto, 
Dissi: Maestro mìo, or mi dimostra 

Che gente è questa, e se tutti Tur cherci 

Questi chercuti alla sinlslra nostra. 
Ild egli a me: Tulli quanti fur guerci 

Si della mente in la vita primaia, 

Che con misura nullo spendio ferci. 
Assai la voce lor chiaro 1' abbaia. 

Quando vengono a' doo punti de! cerchio. 

Ove colpa contraria lì dispaia. 



24. riddi, giri ■ tondi 
\ì. ita» \, ridda. 

25. (nw, n.,;<.ro„ 
27. ToIIokIo, «oii.„t. 


j, come 


.—ptr fona di poppi 
28..po«ÌopBrK...[ 


ìlS; 



30 P«xU(Ì«iÌ?«ii'> diroDoiprii- 
fi(fci tff\ «nri : pmM burli? nwi e'' 
■1 (ri *■ prodighi ; ani ftrdit rstnli, p<r 
th» |eth TH T Si rìniiroTErliui ■ licroda 

krf è dil pmTHiilt furiar, che lAle 

(ucr Ht«ralt.larf dil nts: quindi |>cr 

Htemioog tnalocfHon. (itltar e<a. 

S3. 0a ogni mano da Dgni pitta. 



:-39. ckerxi, rliirìci: clitTaUi, 
la cberìi:*. Vadati (inle (bari- 



40-41 . fur gusrcf Al drlla mml*. 



f^ti, aan ei («■tro [• 

Iroppu parmncQla, o 

43 laUai», lo 

,ln »)Ia parala in|ior 

àot pniSélitM te. 

Iflidoli m parli eoulra 



Qiifr.li fur cherci, che non han niperchio 

Pìlaso al capo, e papi e cardinali, 

In cui n.^a avarizia il suo soperchio. 
Ed io: Maestro, Ira qae^ù coUli 

Dovre' io ben riconoscere alcnni, Z>^ 

Che furo immondi di coletti mali. 
Ed egli B me: Vano pensiero aduni: 

La sconoscente vita, che ì h sozzi. 

Ad ogni conoscenza or li lia bnini. 
In eterno verranno agli due cozzi; &^ 

Queslì risurgeranno del sepulcro 

Col pugno chiuso, e questi co' crin mozzi. 
Mal dara e mal tener lo mondo pulcro 

Ila tolto loro, e posti a questa zulTa: 

Qual ella sia, parole non ci appnk.TO. tJ 

Or puoi, ligliuol, veder la corta bnlTa 

De' ben, che son commessi alla Furlana, 

Per che l' umana genie si rabbuffa. 
Che tutto l'oro, eh' è sotto la luna, 

E che già Tu, di queste anime stanche ti 

Non poterebbe farne posar una. 
Maeistro, di'.'! lui, or mi di anche^ 

Questa Fortuna, di che tu mi tocche. 

Che è, che i ben del mondo ha si tra LrancheT 
E quegli a me: creature .'^ciocche, IO 

Quanta ignoranza é quella che v'offende! 

40. Qiutti fwr cAfrd (c. Cs- bidur Ir ielle, penhé kccbiu pHUHi 
■Inuci : Qn»" A' Bnn liin coprnhio «uiIihcdU pniuiM t luì ckf t <^ 
pilMfl, cM cupdli «1 cai», tir chcró punì» dello innlrg. Il Cai. FnUui 

Ib. «aa fi no topmìiiB, tfus' S«-1>U Ifoj dar* > aui (owr, ÒA 



\ 



i fndifhi. Il mjim tkiun 
•virili!, E DiMDru Smil* Jia< 
l^r«»bd>tt((ilniar(I< 



CU funlr ne* ti mmltro. "» 

(•( (vrla^uf/a, bmetoIliB, bm* 

CB Per chi te-, per cui |li atuM 
i «CMpiflliiM t ingona ■ tufta. 
65. E ci* già fu. poicliè il Uspa 
■UrallD usIlD «ll'oM 



tlimi mmp rmUóiiiliiUnarUalrmat- d<^li hbiiiìiI. 

fmmmrt^mifani/ltal lainmntii 6i. di che te.: ii che mi hi mmt. 

•Ì|BÌIlnuU|>r<>Jig(tiU.pfnhtluic.>- 60. ck f itm dtl mondo «.; li 

tae^M*t*f« UUa tuwli, (Dmi par «ngi qnala lini* cni Ira le mani, in >iib ba- 

■idic(,DB«*Ìafflli. — (/utili iìttmit- ha i beai ili quaU lUDda. 




GAma senato. 

Or TO*clie tii mia sentenza ne tmbocche. 

Colui, lo coi saver tnUo trascende, 
Fece lì deli, e die lor chi conduce, 
Si che ogni parte ad ogni parte splende, 

Distribnendo ogoaimente la loco: 
Sìrmiemente agii splendor mondani 
Ordinò general ministra e duce. 

Che permutasse a tempo li ben vani, 

Di gente in gente e d* uno in altro sangue, 
Oltre la difension de* senni nmani: 

Perché nna gente impera, ed altra langva, 
Segaendo lo giodicio di costei, 
Che è occulto, come in erba l' angne. 

Vostro saver non ha contrasto a lei: 
Ella pro%'vede, giodica, e persegue 
Suo regno, come il loro gli altri Dei. 

Lp sue permutazion non hanno triegue: 
Necessità la la esser veloce; 
Si sparso vien chi vicenda consegue. 

Qoest*é colei, eh' é tanto posta in croce 



54 



75 



80 



85 



90 



, cioè, faglio 



imboccati. 



73 v'i 
teUvfalaaM 
rS( ta riarva lo aio 
Umdtà 

f^» rÌMooiiiiiii Mia dottrino cIm 
w|«c, i p o it n ao mmto di Virgilio 
fcrw 3 dÌBeepolo. — La Nidob. Or 
m' €kt t^tti mim i§mtem%m knboetke. 
74 ddm mémn, dù li oondoc«,doè 



75 SidUofmifmrU{àt^éMti)mi 
§§m fari0\éd\m iem)9fUmU: m naa- 
U cW ÓBaesaodcfli oMaCari coioati vol> 
■ la mero a óoaciMO degli 



7t 



sa. ^wtmémmUf imtfitt, d'ana 



il. OUn U àiftmiitìn de' ttmmi 
» lo difcae cIm) r «aaoo 
• lai Ovvero, aeosa cIm 
FuwaoaoBSO poaaa farvi diFraa. 

91. Fw«Ml por lo ckc : oodo av- 
«ÌM cfco — odi miirm : ooaì aeglio dello 
Cu;m , r mkrMj leggoooil cod. Aotold. 
f il icolo Vir. 



$3. Segm mi o hgiudieio, tecoado 
il giudizio. 

ai. Che è: l'Aldina eAnf è, aegofU 
dalla Cnisca. Ma è do aTTortiro che 
apeaao gli anticbi non facevano elkione 
nei noonaillabi, e eh§ è, por ea. , lo pro- 
nunziavano distinto in doe «illobo, aenia 
biaogno d' interponri il d. Noto cib per- 
chè altre Tolte aTrerrk di trovare dei 
Tersi in Dante, che aembreranno mon- 
chi a dii non li legga con «peata vrror* 
tonza. 

83. ntm ha eontrasto, non poè con- 
trastare. 

86-S7 . penegtu, dopo arer prorre» 
duto e giudicato, nw r^ne: eoegviset 
rio che è del ano regno, ciò th» code 
nella ina ginrisdiziooo. 

87. gli altri Dei, cioè le altro re- 
telligenze celesti 

8'J-90. yeeeitità ee. Neeeaaith di 
diUribnire Toole che aia Teiere: o, è di 
tua natura V euer velncO| non mm fer> 
me io un punto : per tol ragione, «I, ti 
mondo avvi spetoo chi rieoTe miilaMaafii 
di stato 

91. poeta in eroee. Intendi: ztìI- 
lane{;giata e beate mmiato. 



I 



Pur da color, che le dovrian dar lode. 
Dandole Liajimo a torto e mala voce. 

Ha ella s'è beata, e ciò non ode: 
Con l'aitre prime creature lieta 
Volve sua spera, e beata si gode. 

Or discendiamo omai a maggior pièla. 
Già ogni stella cade, cbe saliva 
Quando mi mossi, e '1 troppo star si vie 

Noi ricidemmn il cerchio all' altra riva 
Sovra ona fonte, che bolle, e nversa 
Per OD fossato cbe da lei diriva. 

L' acqua era buia molto più che persa: 
E noi in compagnia dell' onde bige 
Entrammo giù per una via diversa. 

Una palude fa, e' ba nome Siige, 

Cfnesto tristo niscel, quand' è disceso 
Appiè dello maligne piagge grige. 

Ed io, eh' a rimirar mi stava inteso, 



92. pur, ■OHI, ffd eolffr, ttn lede- — dungn* ceca git i2 ere, panhò era 

tn'an dar lodt, « proHUcru i|iiiiilii l' Caumoiio. Ori U little eadomi: >Lsu- 

pravi idanitnU dli governa, e tfcaa queliiD piualo il mendiiRo, a«ian«- 

anche qnùnlu [u loro benigni. iinallF, ed ecco lllre 6 ort, ebe, tf- 



■ Ile prima 13, tu tS. 

94. l'i. ti 111. 400. Noiricidruniio le.! lUraiaf 

95. prima cniIlilrB, gli Angeli. Hminoi1nrcliiainlini>a1l'>llnma:Biii 

96. Volsi nu ipara. dei tltn, r'atammQ la «Irtila dreolirc per tm- 
e rata. Onvcmcnl*, iiual'* il penalFro lar l'allraripa chetccBda nai fuvnaae- 
d«t PocU: dia an'angtlica mania diia- gviola. 

naia Portana at(piÌKe aconi|>ìc quag' 101. 5««ra Bua fonia ao .:«•*, !■ 

fpi rio (ha altre an^lictie inlrllii;eiuD Inogo duv'i una rnuli, eia... nenia ic..- 

ua aaeolu in cui I' aalrolpgia ginili- oaicana luUa quella acqua infamali, l* ' 

domma. 0||p nenun la [h(i|nnla Far- 105. fuegini ira tuia te: f a u i t » 

t«a, a* con Ule appclluìnnc non a' In- langoii, rìOcllLti la luca molto m«n di i 
leodian la gcculli Jiipmiiionidrlla di- qsel dia (ircbbl UUo no' aeqaa di color i 

*atB>"«- ' 103. il»n-(a,Biniwfnìleill*altr* 1 

gidiiondl'allro. , 

100. Sliye, i dil gr. innrat, dM -i, 

gal dir* wlio, Iriatou, • min M- \, 

Illa la B»U dilli noiii. Dall' apor In ra lOS. JppU dtHtwiaUgittpUigt. i^ 

dal Pnanu a qoalo nunlo icin pauaU in fou>lo alla piaguil, illa ript •laM'L^ 

la .~ _ Si coniinciì cui DiUino : più per cni i diiniK. 

— Lofiomoitii'aiul^ira; 1D9. iiilMa, inlcnto. i 



CAUTO nsmuo* 



83 



116 



Ito 



in 





Tidi genti fongose in quel pantano, no 

Ignudo tatto o con sembianto offéso. 
Questi si percoleany non por con mano. 

Ha oon la testa e col petto e co* piedi, 

Troncand o si coi deoU a brano a brano. 
Lo boon Maestro disse: Figtio, or vedi 

L'anime di color coi vinse r ira: 

Ed ancbe vo'cbe tn per certo credi, 
€be sotto r acqua ha gente che sospira, 

E fiume polhilar qnest* acqua al sommo. 

Come rocchio ti dice n* che staggirà. 
Fini nel limo dicon: Tristi ftraimo 

Nèiraer dolce che del Sol s'allegra» 

Portando dentro accidioso fommo: 
Or ci attristiam ndla belletta negra. 

Qnest* Inno si gorgoglian ndla strozza, 

Cile dir noi posson con parola integra. 
Cosi girammo della lorda pozza 

Grand' arco, tra la ripa secca e*l mezzo, 

Con gli occhi volti a chi del fango ingozza: 
Venimmo appiè d* una torre al dassezzo. 

■piri faimo torger* l'aeraa b L:>IIe. 

420. «T dU, doTtecM, otomm. 

422. NtWùerdoUtthtéaMira' 

ìe^a. DttjpvUfli, evi l' demo ■orrìio 

ddU oatsra noli potè mti tortaare noi 

tmpo ptlto l'aaima trisU. La lei. dei 

tiMr eecoHo; coai «rt Sol, cba è dal Cod. Stoard, mi è aem- 

fP Iracondi a gli Aed- braU pi& alafaaU a poetica dalla Coni. 

dal Sol. 

424. Mlalta, fango, dapaailo cka 
fa raeqvB torbida. 

425. 9Ì gorgoglimi «e..* atadaM 
dalla ttroitOy cioè dalla cuna dalla 
gola piena dell' acqoa della paloda, f 
tto inno, le dette parole, a aleoia • < 
8«oa coofno, ovale è meno che ai 
cargarinaBdeai. Md Gad. 8t«ard. 
legga: 

QomPìob* kr gwftcVa orik riliMH. 

428. GranJTmrto «e.r graa parte 
del c««Uo della lorda possa^ dalla 
pooaaglMra : t 'laitsso (coQ' talntti|, 
cioè il terreao fradicio, oaiia il paaCaaa. 

430. al dbufofo, faabBMAt. •!• 
l'altiaM. 



130 



411. 9 feto, dee cracdato. 
412 «ow^vr, aaa aolo.Al.i|oeate. 
4ia. Cko tolto rmegmm oc. Sotta 
meéCmofÈM aaoo paniti gli Acódiciai. 
CeHe aapra pace gli ani accanto agli al- 
ta giAvari a i Frafigin, qae|(li percenti 

la; cod era 
Iracondi a |li Acd- 
a cai. éom a i aaicr a £ peeraton agnal- 
tra tara coatmr). i/ira è nn im- 
alla fendette ; Taa- 
è aaa trìrieaia ddla aMute, aaa 
deVaaiiM, percoi l'nenM 
leataalbene; 
e tmamm aeicM aoa aa aè perdoaere 
■, A laego ad cao petto a 
e a nn vaao rancoradM 
h eaanBHa. Oacaf Acddia cbe il DaaM- 
■■I iiiaiiiUHarfaai IrlfffMa oggv 
•Hi, a S. Tenauea afc i ama raparalia- 
mm SHMia al antaartalic» (cka fona 
' ■■ ftraaalla ottléwoo ^NRmo), è 
afirtin fi diaboSca jaiaaan. 
Hk *■ laaga, vi è. 
44f. jr/!HMia^l«rarir.:aa>aa. 




in 
ai 



I 



CANTO en-Ave. 



Io dico Beguitando, ch'assai prima 

Cbe noi ruBsimo al pie dell'alta torre, 
Gli occhi nostri n'andar suso olia cima, 

Per due fiammelle che i vedemmo porre, 
E un' allra da lungi render cenno 
Tanto, che appena ìi polea l' occhio lorre. 

Ed io rivolto al mar di tallo il senno 
Dissi: Questo che dico? e che rispondo 
Queir altro focof e chi son quei che '1 fenni 

Ed egli a me: Su per le sucide onde 
Già scorgere puoi quello che s' aspetta. 
Se il fummo del pantan noi ti nasconde. 

Corda non pinse mai da se saetta, 

Cbe Bi corresse via per l'aere snella, 
Com' io vidi una nave picciolelta 

Venir per P acqua verso noi in quella, 
Sotto 11 governo d' un sol galeoto, 
Che gridava: Or se'gianta, anima fellal 

Plegiàs, Flegiàs, tu gridi a vuoto, 



Tanta t4 coauiunU con da Imtgi ié 
II. ijuilL dui' aijttlla, ^allixfaa 



;illo, <T. galeplot gmltalla (bamnwla) 

r av- dltetaoh FgailmaU gti intichi, con» 

arca, i^isceaUIIgg*, fiamanfiamnul. Baco 

inars « Bacco, ectnl'sllri. 

luini 19. FStffit. ChIhì, pK-nwbn- 

n. Haliti ci» qacl lune tho aD|iaiisca ili' InFonio, Condnci li anime • Dilt, 

per l«H» diilaoia ù piccolo al Potla, comriricondoccainaniiMredaale. FI»- 



5. £i»-|ilIr*M.^ 
■MU d» da loùlano 
■Iln due. Porrlit Igllc 

|i»diUd.clll bu. 

due Ioni: ani alla n> 
«.r^lra all'Iuta™,, 
diavoU alai»» ìi> tra 


puxiieiui'aiiiBia che, 
1; loVe di qa. mena < 
•a>iì»qBdladilia>u 
ednMMndIaDDalli 
et» ha ìnln. Or. »d 
pcnbi jHin dar rinvili < 



CAUTO OTTATO. 55 

Dine la mìo Signore, a qnesU Tolta: so 

Piò non ci avrai, se non pasBando il loto. 

Quale colui cbe grande inganno ascolta 
Che gli sia fatto, e poi se ne rammarca. 
Tal si fe Fiegiàs nell' ira accolta. 

Lo Duca vaio discese nella barca, 25 

E poi mi fBce entrare appi-esso Ini, 
E sol, qnand* i* fìii dentro, pan'e carca. 

Tosto che '1 Doca ed io nei legno fui. 
Secando se ne va l' antica prora 
Dell' acqoa più che non suol con altrui. so 

Mentre noi oorrevam la morta gora, 
Dinanri mi si fece un pien di fiingo, 
E disse: Chi ae^ tu die vieni anzi ora? 

Ed io a hii: S* i' vagno, non rìnlango; 

Ma ta chi ae*, che si sei &tto brutto? 35 

Bispoae: Vedi che son un che piango. 

Ed io a Ini: Con piangere e con lutto, 
Spirilo maledetto, ti rimsni, 
Ch' io li conosco, ancor sie lordo lutto. 

AUora stese al legno ambe le mani: 40 

Per che '1 Maestro accorto lo sospinse. 
Dicendo: Via costà con gli altri canL 

Lo collo poi con le braccia mi cinse, 

Baciommi il volto, e disse: Alma sdegnosa. 
Benedetta colei che in te s' incinse. 45 

Quei fu al mondo persona orgogliosa; 
Bontà non è che sua memoria fregi: 
Cosi è r ombra sua qui furiosa. 

fti é 4d fwW freeo f^tya», !• Danta d«1 no nobile tdegn». Si aoli la 
■via. iialinzJoBo efao ^«i n fa tra irm e ttU- 



21. Me «MI W mnwt «e..* bob d gno; la prima è panita^ porckè feaeral- 
*>ni il teo filerà, m bob pai tempo menta è mio d'ooimo uBpoéente; il te- 
a paaaare. eoodo è lodato, perchè Baace perlopiù 




24. mìT 4ns mtòttM, BelP ir« cIm da odio coBtro U tizio, o d* 

deDa tìHb coBcnlcata. 
per lo pendei 45. db«Mlea'<«elBM, ^rimaae 

iaeiBla in to: oneato modo è ioffìeto 
sa. mm miind, eolio oo^ro. ìb ydF eapreanono acrittwalo, mmUmr 

M. fBf«^ le alafBaalo pelode. dirmmdmM nWmmi, noè temt if ir à. E 




^, awinda aa- malo Blenni e*aTTÌsano di aniefar l' In 
del tempe. per le eeelilnriaBe del 4< o del per» che 

M. niBiimiBjii. Mseeooperri- dtrcUero tott' altro eeBao ^la fraae. 




47. B9nié et..* 
' «4i^ aaeer eho Ib dtu kaoBa, o Betasna hnoBo fBalilà^CréfiBy 
44 . J/bm adeywofB ee. Virgilio loda onora la soa BMmoria. 



^^^^^^^■(^^^^^^^1 




1 


■ 






■ 


U6 DELL' 11 


<FERKO 






Quanti Sì lenf^on or lassù gran regi, 






Clie qni staranno come porci in braco. 




M 


Di fé lasciando orr 


ibili dispregi! 






Ed io: Haeslro, mollo 


sarei vago 






Di vederlo altuffare 


in questa broda, 






Prima che noi uscb 


ìsimo del lago. 






Ed egli a me: Avanti che la proda 




a 


Ti si lasci veder, tu sarai sazio: 






Di Ul disio converr 


À che tu goda. 






Dopo ciò poco, vidi quello strazio 






Far di costui alle fangose genli. 






Che Dio ancor ne lodo e no ringrazio. 




éO 


Tutti gridavano: A Filippo Argenti. 






Lo Gurenlino spìrito bizzarro 






In se medesmo si volgea co" denti. 






Quivi '1 lasciammo, chi 


■ più non ne narro: 






Ha negli orecchi m 


li percosse nn duolo. 




cs 


Perch" io avanti inlento 1* occhio sbarro. 






Lo bnon Maestro disse 


; Ornai, figliuolo, 






5' appressa la città 


e' ha nome Dite, 






Co' gravi ciltadin,. 


col grande stuolo. 






Ed io: Maestro, già le 


sue meschite 




70 


U entro corto n«lla valle cerno 






^0. QHanlI li tcngoii «. (}b„1. 


62, Miwr™, ire». 


, tUn^w 






GS. Iniimrdameri 


««1,1. « 


i-den. 




U, li mordevi per riLbl 






tilt l'ir*. rìpr«tTol< In tiKtr. i f.t.li 


B4. <U. pirli «.l 






Mi r. • nfl .op.rJ.ri. .i s-1i .p«i.l. 


65. <Iu«lo. «n d'aloe 


«wlamc 






60. itorro. ipilinci 








69. grani, griii di 


«Ip... 


■ ncUi 


SO. Ì« brt,o. «l p.»U«». 


dij«n..-Ilih. P.Pood 




SS. mlluffart. int. rtMÌ«., aitr 


d:«ered«aiu. 


i.rf.to i, .riM- ' 


metti aravi cilladMùt 

ri.r.lli.'ine»,itnQol.i 


ogidteMii E 


58 &D|»C<«po», p«.Jop<.[it. 


prima toIU in 


— fwtlB •!»>«>, ur* •Ir»!», rome 


Dil<:b«iBn>ii»o>l<>ro 


llaona. 


lieil- 


■ptMsl'b. «a.Md*i Ialini. 


(■d«>,»B> primi ibititi 


<ri dall'In 


(ono 




iki pir loro h l>Ua:c 


l'iUgi" 


Ilo di 


■ «dioMB ■ niipp. Arg.Bli. . C«lui 


fr«f^ percht mollili ù 


dlODIlì. 




Il dalli Bobil* liiDigli* dii Cieeiuli- 


7fl. miuhiU. n.o«b 


«.lorri 


!coii 






ill^la. 


opli. 




T<. nella talU. Qoou till 


li il 




l«lo«rei.,o,ehi««od« 


.opralo, 




J*'n<>ic».lli.LlIl<»<Bliid^liAJÌ- 


ripiidodcl ouialo, D'*Hp*F*tBda IohÌ 


a man, onda or inda (or 
ella D chiami di Difi dil 






n«ri «ri di pirl. nntririi ili' AligUic- 


.Ì«ar dall'In- 


ri, « BU di («t ■»■ hito Sin >FI»- 




,d«- 


•oiast ■! rìchiuig di lu. '^'^ 

h. 


rimaDta T>da- 




1 


J 



CANTO OTTATO. 

TenDiglle, come se di Iboco uscite 

Fossero. Ed ei mi disse: Il foco eterno, 
Ch* entro le sfiRK», le dimostra rosse. 
Come tn Tedi in questo basso inferno. 

Noi por giognemmo dentro ali* alte fosse, 
Cbe vallan quella terra sconsolata: 
Le mura mi parea che ferro fosse.- 

Non senza prima fer grande aggirata, 

Venimmo in parte, dove il noochier, forte, 
Uscite, ci gridò, qui è 1* entrata. 

Io vidi più di mille in snile porte 
Dal del piovuti, che stizzosamente 
Dicean: chi è costai, che senza morte 

Va per lo r^no della morta gente? 
E il savio mio Maestro feoB segno 
Di voler lor parlar segretamente. 

Allor chioserò nn poco il gran disdegno, 
E disser: Vien tu solo, e quei sen vada, 
Che si ardito entrò per questo regno: 

Sol si ritorni per la folle strada: 
Provi, se sa; che tu qui rimarrai. 
Che scorto V hai per sì buia contrada. 

Pensa, Lettor, s* i' mi disconfortai 
Nel suon delle parole maledette; 
Ch* i' non credetti ritornarci mai. 

O caro Duca mio, che più di sette 
Volte m' hai sicurtà fenduta, e tratto 
D* alto periglio che incontra mi stette, 

Non mi lasciar, diss* io, cosi disfatto; 
E se r andar più oltre e* è negato, 
Ritroviam V orme nostre insieme ratto. 



S7 



7& 



so 



S5 



90 



95 



100 



Ti. 

t 



c4i 



kiftrm9. DittiogM 3 
ia alto • !■ btMo o pro- 
». UjtwIUuim ceoiiiMM da ^«aala 
fi MI», • va ìm a Lacifaro, aal 
faaitii paacafi di para 



SS. chUuero, raflraaaroiio. 
IH. la foiU tindm, noè lafCrailf 
che follemante ba prcaa. 

92. Provi, prati di tomara india- 



tro, M aa 



se. Ch' e, Mipardacaiè io. — 
«o» eradafli Hi&nutrH wai; mb 
eradetti di rHomar pi* n ^aaito 
mooda. 



•MI . fNÌt.!!c<flrrMd,rarlcMMla. 
~ OiloW pioMM, aiaè AmB SS. IT elfo perl^l^ di |radU pe- 

• dMfafi,ahapiovvaraMlPui- riaolo. 

400. cMi éUf0Ìl9, ttà marrite a 

di Barira. 402. rcllo, tostaoMnta. 



t4 



E quel Signor, che li m'avea menalo. 
Mi disse; Non lemer, rhe il noslro passo 
Non ci puù torre alcun: da tal s'è dato. 

Ha qui to' allendi; e lo spìrito lasso 
Conforta e ciba di speran7a buona, 
Ch' l' non ti lascerò nel mondo basso. 

Cosi sen va, e quivi m' abbandona 

Lo dolco padre, ed io rimango in forse: 
Cile il no o il si nel capo mi tenzona. 

Udir non poie' quello di' a lor porse: 
Ma ei non slette \i con essi guarì, 
Che ciascun dentro a pruova si ricorse. 

Chiuser le porle que' nostri avversari 

Nel petto al mio Signor, che fuor rimase, 
E rivolsesi a me con passi rari. 

Gli occhi alla terra, e lo ciglia avea rase 
D'ogni baldania, edieea ne' sospiri: 
Chi m' ha negale )e dolenti caseT 

Ed a me disse: Tu, perch'io m' adiri. 
Non sbigottir, eh' io vincerò la pruova, 
Qual eh' alla dìfension dentro s' aggiri. 

Questa lor iracoiania non è nuova, 
Che già r usaro a men segreta porta. 
La qoal senza serrarne ancor si trota. 

Sovr'essa vedeslù la scritta morta: 
E già di qua da lei discende l'erta. 
Passando per li cerchi senza scorta. 

Tal, che per lui ne fia la terra aperta. 



uul diro da I 



II' Interi 



che t io 



pua(<|DÌ l'Ili Crìais ■DitiDdo ti Lìnib» 



I 



117. rmri, itati. 

i\»-H9. It ciglia 

n\ D-egiU laldaiaa. 



■r.r. 



123. (ThoI Malia diftluim m 



ugrita porta, doiilli 



127. valuCA, inlnli ta la lerilta, 

inoKoro. Vedila (ICanlD ài, Tene I 

{2S. Bglitt.: • gik di )« dilli 
JHU pntU «fuda UU io Bidra dito, 
rlM bruci iprìrè la porte dalU dUk,— 
l'aria: arM rìipella ■ VirfiDs^ waM 
pFt colai cha tcdìk. Chi ^Doti pMU 
•adi il CtBto Kg- Il Ball ti T. 85. 



h^ 



CAUTO BTOMO. 




frmm étl Umettn, Dmmta te tmtu^ 

0gU té» rM ifw mm tk tm rtspoitm « tf coma r 

éM» Fmrét nUTMtt» d$Um tsnm. Ctmt o U ion mrtk 

I0 tprm Uvm te porU <f cita CM- 

gli tfi nm i gU «rttiei. 



Qoel color che viltà di fhor mi pinse, 
Yeggendo'l Duca mio tornare in volta, 
Più tosto dentro il suo nuovo ristringe. 

Attento si fermò com' nom che ascolta; 
Che l' occhio noi potea menare a lunga 
Per raer nero e per la nebbia folta. 

Por a noi converrà vincer la ponga. 
Cominciò ei: se non^. tal ne s* offerse. 
Oh qoanto tarda a me eh' altri qoì giunga ! 

Io vidi ben si com' ei ricoperse 

Lo cominciar con V altro che poi venne. 
Che for parole alle prime diverse. 

Ma nondimen paora il suo dir dienne, 
Perch* io traeva la parola tronca 
Forse a peggior sentenzia eh* ei con tenne. 



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15 



' QiÈtl eohr ee. lotcndì: qael eo- 

**^<Mt, ma wfimae tw v«lto, «Modo 
^^ knum •»• mm v«lta Vh^ìio, fo 
'^ff'm cW, tntmém cm» Virgiiio cooo- 
1"t* éà ^mìI* il nio tcaraggiaoicoto, 
FfnrttritlrinfCfM, ritiruM iodea- 
''•i yiti color Mioro, iotolito^veootogli 
*( KM mI doloro o orfU à àt f rao «vato 
f» P ■p p oi uiu ot dei diavoli. Imooi- 
«I a pdkrt di Duite feee più pre»to 
"'•fHit a terBoiti il toIId di Vii^Iìa. 

2. §m eofifl, in dietro. 

7. Pmt m m»i eoumerrà «f . Nao 



otmoaa, ■01 



opvotmo 
I. A i m ya 



raaairara. /" m i gg aU per 
. , , dagli antichi il gn alcvna 
Hlla n paapoaavo a difaaira ii^;e aoco 



a. tt flML... Para 
laa w Im abkaadoDatodu ai 
^■Hlo «Hcw; ovvero, aa aaa mi maoca 
ai ai fo affario in aioto in caso di qoalf- 



diro: ao tromem 



che forte oppoiizione. Ma tal sospetto è 
aobito troncato da miglior ragioDc, a Vir- 
gilio lasciando non finita la proposizione 
incominciata , cootinoa alla vrecodente 
Pur a noi conterrà vincer le punga. 
soggioogeodo tal ne t'offerte; cioè, 1) 
grande . s^ potente è il peraonaggio rbo 
ci fu offerto in aiuto, li momentaneo o 
qvasi involoatarìo dubbio di Virailio è 
aataralisaimo nel ritardo che il oro- 
■laaso soccorso facet a, a cbe già ?eJem- 
0M> aonwuiato alla fina del Canto pre- 
cadente. 

a. Lo cowUneiar» cioè il te non , 
parole naome, cbc davan sospetto a Dan- 
to, ricoperte eoffaUro, cMèrioopeno 
calle parole tal ne i^ offerte, cba ao«o 
parole diversa dalla prime, cioè pardo 
«conforto. 

44-45. Ferdi'iotrae—impmrotm 
: tirava ^alla ratMana («t 
) Forte a ptggior t§mten*U; 
a «n seoao farsa pegmora , ék' ei noli 
ImMi cb' egli nun ebbe in mento. 



co dell' iHFEnno 

. In questo fondo della trista conca 

Discende mai alcnn del primo grado, 
> Che sol per pena ha la speranza cionca? 

Questa question Tee' io. E quei: Di rado 

Incontra, mi risposo, che di nui m 

Faccia il cammino alcun per quale io vado. 

Ver ó eh' altra fiala quaggiù ftii 

Congiuralo da quella Brilon cruda, 
Che richiamava l' ombre a' corpi sui. 

Di poco era di me la carne nuda, a 

Ch'ella mi fece entrar dentro a quel muro, 
Per trarne un spirto del ccrclùo di Giuda. 

Queir è il più basso loco e i! più oscuro, 
E il pili lontan dal cìel che tulio gira: 
Ben so il cammin: però li fa eecuro. so 

Questa palude, che il gran puizo spira. 
Cinge d' intorno la cillà dolente, 
XJ' non potemo entrare omai fenz' ira. 

Ed altro disse, ma non 1' ho a mente; 

Perocché l' occhio m' avea tulio trailo 5i 

VAr l'alia lorre alla cima rovente, 

0\o in un punto furon dritte ratto 
Tre furie ìnrernal di sangue linle. 
Che membra femminili avieno ed atto; 

n. iM primo !rra<fa,DEiirtkìo,daè PomptoT Si immiguii dio rjnala mf 

lt\ LiniltD. >npri<TÌ>ene ■ Virgilio, tiit t Dllluil- 

18. cionca, tronit. iDFiita ponibile, achs In a» della ine 

H, piT quale, laciulo l'irlicolo, etHlria|;er l'aaini* di ipel IubomPoMi 

iflvMe a pil quale, come pur leggono di fttfta miocalo ai nvi ; e ceaì allori 

tlcODÌ. luUn i^irà piioo. 

SS. CaniriuralDK.iKdngiDratadi 23. Di poco era di mcec.: in <ia 

ErilDSO; ansia i luru qarlli nina di ' ' 
mi parla Liu*dd al Irb. 6. Eli» ia dì 
Tcuatlia, e di lei (> vatie Solo l'ompeD 

par inlanden il Dne dalle goerrn 111 ' Sa/dnlci'ot ae.: dal àolodelto pri- 

ana padre • Caire. Alcuni han credalo no mnbila, dia eepliene o maina io 

JuinnuacroD<imii,pcrciocFlii al tempo gire ludi gli allridrli. 

ella billaglia Fanatica Virgilio noo era 53. anu'ira. PaicU ì bncoi swdì 

Egli hidcUopac'anii,Botloil huooAu- SS. Feroethi Focdtio tt.i paroo- 

(piilg, ni polti per ci!nir(;uenfa qiiolla che l'oethlo, cioè Dna aeaaanow! naia 
Érilon eroda rgleni allora dì luì nei per gli orchi, a^ea rìrolla latta la mia 



!l ecrehÌDce..- dilla fliadcc- 



CANTO NOICO. 

E con idre verdissime eran cinte: 

Serpentelli e ceraste avean per crine, 
Onde le fiere tempie erano avvinte. 

E qaeiy che ben conobbe le meschine 
Delia regina dell'eterno pianto, 
Guarda, mi disse, le feroci Brine. 

Questa è Megera dal sinistro canto: 

Quella, che piange dal destro, è Aletto: 
Tesifone è nel mezzo: e tacque a tanto. 

Coir unghie si fèndea ciascuna il petto; 
Batleansi a pahne, e gridavan si alto, 
Ch* i' mi strinsi al Poeta per sospetto. 

Tenga Medusa, si il farem di smalto 
(Gridavan tutte riguardando in giuso): 
Mal non voigiammo in Teseo 1* assalto. 

Yolgiti indietro, e tien lo viso chiuso; 

Che se il Gorgon si mostra, e tu *1 vedessi, 
Nulla sarebbe del tornar mai suso. 

Cosi disse il Maestro; ed egli stessi 

Mi volse, e non si tenne alle mie mani, 
Che con le sue ancor non mi chiudessi. 

voi, ch'avete gì* intelletti sani. 
Mirate la dottrina che s'asconde 



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41> U etTMié tooo «na tped« di 



43. fw^ Vìrfìlio. — meiekitt», ter- 

44. J M h r i g fa a et.: di ProMrpioa. 

45. Erkn, Erìoni, o 1« Forì« ul- 

4S. • tecfvw m Umlo, • tacque a 
^■It pa r ala, o, éò detto, si tacque. 
M. BftJmt, colle palme delle mani. 
M. ptr tttptUo, eioè per tema. 
91. HU fmrtm, coti lo faremo. 
^. J|«| non fttngimmmo te. : dal- 
Twtlkm9tm§imn: male facemmo a non 
t m Taaeo Vmtiulio dato a ano- 
«Me rvdita prova ck'ei fece 
di valer rapir* Proecrpioa, iiccome la 
" ÌB Pihtoo, che deouno a 

a ~ 




U Gtfmon, il capo di Medosa, 
rava la |cote; pereto dice iien 
la ntaò tkkuo, aoè gli oecbà chiosi. 
S7. JffUim te. : cioè impossibilo sa- 
la tersati al moodo. È modo 



dittico : vi si deo supplire tperansa o 
poiiibÙità. 

58. iUsii e flieffo, come eUi ed ef- 
ìo, dioevao gli antichi. 

59. noi» si tenne ee. : non si stette 
eonteoto alle mio mani. Bella dimostra-* 
none d' amore 1 e orando inaegnamonto. 
cho r amico non dero solo aiatano dr 
conrigli, ma anco di fatti. 

SO. no» mi ehiudesii, noo mi co- 
prisse gli occhi. 

64 . O toij eWmeU te. Voi, ossggi 
« non volgari lettori, mirate ee. 

62. la 4ottTinn eke t'ateonde. Tale 
arvertimeolo di guardare al senso alle- 
gorìco nascosto sotto la lettera, non dee 
limitarsi solamente a questo luoso, ma 
estendersi anche ad altri molti «be tro- 
Tsnsi nel Poema, dove altissimi concetti 
e morali « politici sono adombrati in 
poetiche Bnxiooi. Vero è che qncata anno 
talvolta di difCdle o dubbia miegaiio- 
ne, « dopo lungo meditare si rimano 
sempre ncU' incartena. Ma qai non è 



Sollo il velame degli versi strani. 

V. già venia su per le lorbid' onde 

Un Tracasso d'un suon pien di spavento, 
Per cai tremavano ambedue le sponde; 

N'in allrimenli htUi die d' un vento 
Impeluow per gli avversi ardori. 
Che Ber la selva, e sema alcun rallmlo 

Li rami fcbianta, abbutte e porta fori, 
Dinanzi polvero:^ va sujierbo, 
E fa fuggir le fiere e li pastori. 

Gii occhi mi sciolse, e dii^e- Or drìna il nerbo 
Del viso ì:u per qoella %hiuma antica, 
l'cr iridi ove quel fammo è più acerbo. 

Come le rane innanzi alla nimica 

Biscia per l'acqua si dil^oan tutte, 
Fin che alla terra cia-^cuna s'abbica; 

Vìd* io più di miUe anime distrutte 

Fii^'gir coRi dinanzi ad un, che al passo 
Tassava Slige eolle piante asciulle. 



ìa iMl»Ti tìtr p«r ■■ fmrti aan l'iB ti- 
foificils il riumnii. Midt tnnu pia ip» 
dilnenu K^iU i Jetilti dj pan «ilì- 
• ria: ad t qvnta il minvtrt pri erudolfl 
dall'in di Kn D(i penaloH l'i in qnc. 
•la tiU (ha iidl'alln II ralla poi di 
MfdnH, eba *?«■ pMfiut d' ìnpidrara 
Il |iMaj a csbIiu cui V>t||iliii liuo cbitt-l 



taporlA/'nrf.'inlciidi. tauri dalla 

•ctiiaBUti • il-baltali. il TaM ÌaiÌU 
i(<inlutBi«<inHCuila]U)l,«l.'ll,Mla 



un per ioipnlin a [>*aU la 
,.l.,™. \l.VyU.,l,b. 
«il r.itg jar ^rund» armi ha- 
oranaa, la taModia Ae- 



K- (Inni. mi<lirÌMÌ, a looti 
valnre ìaldlìganii, per il Kt 
liadinadii ' - 



Uni irecooo porta i,toH.», ni* 

•rJr>ni luiD il mal (<ula. 

73-74 itntTtoDtlti»,ifmim 
ruloru*. .MM r «echio JQ tatto la an 
■ni,— iit^rT putita KlHMmmmtlia, 

' l's 'r'Udi. fa di là, la fMlla 



TU iiilniUt. ìdIcIbì dillhll, 

I upariata. orrdu» ^l^'l• Scrittara à doUa ip ■• 

U. par i<l aMtrrf antoW: par luoanall'aaipta^UA) OatM^ofraff (r 

ra oppoalo tttaa frn irallti d* aria (■ fnrm. 

5tT ealaca rartbiu. E doId rhr ana SU al Mtia. ini. al piiD*a il «al 

«II* Mf>«i del imi», i diH^ailJiria t il piwa Jdli pallida, ( dina Dania 

41 olanca Ball' alBigsIera. iiain l'atea tulli bana nuula. 



Dal volto rimovea queir aer grasso, 
Menando la i^inistra innanzi Bpesso; 
E sol di quell'angoscia parea lasso. 

Ben m'accorsi ch'egli era del ciel messo, 
E volsìmì al Maestro: e quel Te segno, 
Ch' io stessi cbeto, ed inchinassi ad esso. 

Ahi quanto mi parca pien di disdegno 1 
Giunse alla porta, e con una Tergtietla 
L'aperse, cliè non v'ebbe alcun rilegno. 

cacciati del eie!, genie dispetla, 
Cominciò egli hi su l'orribil soglia, 



liiConroli- tirrore > lo prMcali in t-rai pì& di 

lori dìrsH cba quata moie óileielBi npngnilur«i)idltl,cliediAngr[olic4lo. 

. , _, ._.._■.__,. ___._.___ „ ■■»di«.M*n.cb..ntbfgliAB. 



85 dttcul 
m dìrsH cba i 
OS À»|(1<>, id mn^o» di qnaliba w B>'n^ 
lice cbt io tT(d* «rmiriD. Mi iltiiDI- gali ai 
■ ■■ ■ - - ■ IJB.'inihitoite- 

m il ftnmigg.„ 
""'■■'"'li gli 



Sa(a1i nel Furgitorìfi, dati 
iniUi Perii gi'iKwtriria, ma 
bfllf<n,lila«, il ondo del p*i 
Blindi ■>« nrtbhe ilaU roga 



'i-SIi'," 



adii Latini del 

ntoll, rippreuntara colla larga in ma- 
DD « aigailiun ap^ iiiId il Isn aticit 
dim<<»aegrrieaU9ii.quaBli,poì(UW 
dìui» ib* naati ùim lìi Enra dico 
priiiiicr*n»>iUfli'idDg'aniiiiadelL>a- 

ni*1ii«ntraaelaHip(riorillia1ap(ilcBU 
che* pur dflln almo gridoe FODdiiioo* 



timmfalMUivlT^m Ediopporlun* 
tVcfM di VirgUlD B il toDdBlOR'dal 
di DbbI*. CBstsWchl iJ «OMIIB < 

fila U Mdo «Hi MI*; aia ae pab, 
fHl(kadi(l(altklBipit|iiÌ 



Ml'ABfaloaalPariaK 
fba aamutri i^at^lo ntn' ìdichid, iwii 
tale graa fitLv, prrcU è nuIa sBclm per 
Il Skk Carle eia ()> Angrli pcrad^na 

qaalitb dri niuitlfricbtdfbksiiD aJm- 
frt,* ì iDOflk-, l« pensar ce. E lagio- 



dil tùia poi w cam* aa pan*nag{ 

TC, nso Ti i pie rtginna di endrrlnBai 
dieCMCn, aSaladiaa. IIjmrM'kiiIìi 

inda, del nen aìpdaueriDliaatrBaricAiHacfflBpflri 
l'appariiiaiia gflo.t*alapi6akeacrfder1ab>«*ia» 



pitdl (n rft* la trrrtSitaritpfraic It 





Ond' està ollracotanza in v 

Perché rìcaleilnilo a quella voglia, 

A cui Don puole il fin mai essor mozio, 
E che più volle v'ha cresciuta doglia? 

Che giova nelle fata dar di coiio? 
Cerbero vostro, so ben vi ricorda. 
Ne porta ancor pelalo il mcnlo e il gozzo. 

Poi si rivolse per la strada lorda, 

E non fé molto a noi: ma fé sembiante 
D'aomo, cui altra cura stringa e morda, 

Che quella dì colui che gli é davanle. 
E noi movemmo i piedi in vèr la lorra. 
Sicuri appresso le parole sanie. 
Dentro v'entrammo senza alcuna guerra; 
Ed io, ch'avea di riguardar disio 
La condizioD che tal fortezza serra, 
' Com' io fui dentro, l' occhio intorno invio; 
E veggio ad ogni man grande campagna 
Piena di duolo e di tormento rio. 

Si come ad Arli, ove'l Itodano stagna, 
Si come a Pola presso del Quarnaro, 
Che Italia chiude e i suoi termini bagna, 

Fanno i sepolcri tutto il loco varo; 
Cosi facevan quivi d'ogni parte. 
Salvo che'l modo v'era più amaro; 

Che tra gli ai'elli fiamme erano sparle. 
Per le quali eran si del tutto accesi, 

ijdìJd i dliTsti id ipro li 



97, tMlltfaM dardi tono, do» 

d^Di!.™"" " °°''*° ' *"* 
W. pdala ti menta te. CHt gli ii 

iman quiDiio Tsile opponi ili' coirai 
<VK.ct6Sc in latiirmTalsU dal File-, tb 
l'crM, •n«TllDlo per li gali ■ inuk 
Olla, la Iruciobun fuordellt porla. 



i. 



in. in vtr la lirra, tiooianola 
tiltk di DJlB. 

105. appiYiiD II parai» ta*lt: 
dopo udii* le porolB del misa cilnlf. 
— la quello IbtìiIo poUnle, cbo esa- 



lici gli ivrililx rìaporla nrenie. 
4Ug. La MmJiiiDn, il goMra dìpec- 



I 11. Jr/1. dltk della Promou, »e 
il Hodino furni un lego. 

US. Pola. ciUà dell'blnl. — 
fiumara, golfo eha bijpia l'ialrit. 
utiima parie d'Ililia , eia dividi dill* 



?••}"' " ,'■ 



CANTO NONO. 

Che ferro più non cbiede venin' arie. 

Tntli gli tor coperchi eran sospesi, 
E faor n'DScivan si duri amenti, 
Che ben parean di miseri e d' offesi. 

Ed io: Maestro, quai son quelle genti. 

Che f«ppel1ile dentro da quetl' arclie i 

Si fan sentir eoo gli sospir dolenti? 

Ed egli a me; Qui son gli eresiarche 
Co' lor seguaci d' ogni sella, e molto 
Più che non credi, son le tombe cardie. 

Simile qui con simile è sepolto, i 

E i monimenti son più, e men caldi. 
E poi eh' alla man destra si fu Tolto, 

Passammo Ira i martiri e gli alti spahii. 

{£0 Chtfrmpiinmel,irdtti. cbe tiìb principi » tapi d'treii 

nM'arto: ii aneu, (he dÌbdi irto di 150. binile fUi co» limili. 0| 

fabbro a ài r<xiJilarD firbicdfi rhs aJ« lomb* c«iIi«Do no diverto ^uerc 

più gema il Itm da liioram. Hllarì, pircib ogni limila i lepoilm 

IST. tnnarthe. 1 o»iri iDliclii in» trmilB, 

traccino il ^lutile in « dai dodì ma- 15à. Irai nutrtiri » gK aìU tp 

andini Irnuuali in ■ al lìnjfnlirf , imi- di, àtA Ira tv tombe accese a la iddi 

Ertfitftia è parola ijma coiDpoata , latoi, per le iDDra ; la parie pri tulle 



CANTO DECIMO. 



Ora sen va per uno stretto calle 
Tra '1 muro della terra e li martiri 
Lo mio Maestro, ed io dopo le spalle. 

virtù somma, che per gli empi giri 
Mi volvi, cominciai, com'a te piace. 
Parlami, e soddisfammi a' miei desiri. 

La gente, che per li sepolcri giace. 



Pota'bbesi veder? g 
Tutti i coperchi, e i 

1. a Marlfrf. dai le loDihe, dì tui 
I («na 133 drl Cinlo pretedcDle. 

«4, O rirfb loniiui te. i a illa- 
■oUapealF • nirtuwiViroiliii cLe 
■i ani altotao pei tcrchj iDfcrDali k- 



levati 
issun guardia face. 

C, wxIilii/Dmmi a' miei itttrii'X. 
orDii eltiirici, elle pgt inpplini ccd^fl 
odiita me riguardo ai miei daidu), ■'' 
lei miei daiderj. 

S. Inali, ttevali, abili. 

S. fatf. Fa : dall' iDtiq. (ann. 



Ed egli a me: Tutti saran gemili, 
Quando di Jos^iITù qui tomeranoo 
Coi corpi che lassù banno lasdulL 

Suo cimitero da questa parie hanno 
Con Epicuro tuUi i suoi regnaci, 
Che r anima col corpo moria Tanno. 

Però alla dimanda che mi faci 

Quinc' entro soddisfallo sarai lu-sio, 
E al disio ancor che lo mi taci. 

Ed k>: Buon Duca, non legno nascosto 
A te mio cor, se non per dicer poco; 
E tu m' hai non pur PO a ciò disposto. 

O Tosco, che per la cillà del fòco 
Vivo ten vai cosi parlando onesto. 
Piacciati di ristare in questo loco. 

La tua loquela ti fa manireslo 
Di quella nobii patria natio, 
Alla qual forse fui troppo molesto. 

Subitamente questo suono uscio 

D'una dell'arche: però m'accostai, 
Temendo, un poco più al Duca mio. 

Ed ei mi dipse: Volgili: che fai? 
Tedi là Farinata che s'È dritto: 
Dalla cintola in su tutto il vedrai. 

lo avea già il mio viso nel suo GlIOL 
£d ei s'ergea col |)etlo e colla fronte, 
Com' avesse lo Inferno in gran dispitto: 



rio» i tar. 



*p«l- 



d- iniino, ( «1» dei Ghibillmi 
■e. A Moni' Api-iii pnno il finn» *lki> 
<tii(n-e in niu UDgaiosu btlOfli* \fM. 
1 260) l'cwNllii indlD, crinlnto Iti» 
' ' ' "' (ibiMiitCnii, 




CAMIO DECmO. 

E le animoie mut del Duca e proole 
Mi pÌB98r tra le aepell ur e a ini. 
Dicendo: La parole t«e éieu conte. 

Tosto di' al pie della eoa tomba lui, 

Gaardoomi on poco, e poi quasi adegnoso 
Mi dimandò: Chi ftir li noaggior tuiT. 

lOy eh* era d* obedir disideroao, 

NoQ gliel oelai, ma tutto gliel' apeni: 
Ond* ei levò le ciglia na poco in eoe»; 

Poi disse: Fieramente furo ayrersi 
A me e a* miei primi e a mia parte. 
Sì che per duo fiate gii dispersi 

S* ei fnr caodaii, ei tornar d*ogni parie. 
Risposi lui, e r una e 1* altra fiata; 
Ma i Tostrì non appreser ben quell'arte. 

Allor surse alla vista sooperdiiata 

Un'ombra lungo questa infino al mento: 
Grado che s' era inginocchion levata. 

Dintorno mi guardò, come talento 
Avesse di veder s' altri era meco; 
Ma poi cbe il aospicar fu tntto spento, 



67 



40 



46 



60 



Utmnit. I 



44. %mUB§iUtmp9ni: ffiniMif*. 
«* U MM, U aia •tirp«, C«ll«, aw. , ia- 

DGaa.P«f lu filai ipara». 

45. iMé 1^ d^ii« fa mm: è r alla 
i> ck mUsMa alla «aoMcia ^ aaklM 



1 4S.fMé l^d^ 
i>ck riafciwi al 






- » 



(^csl'aTfarfciaaa- 
pìè kaUa riCsrfta a éÌM«, 
ibalfMfc>yarta ri M a /Wf 
M Ma aM altarara la lei. mi 
aHB Mie alara. 
47. ^fliM yriaii csaè a 

fmtU^ alla parla fU- 



'-iai aa- 



4a.fM'A»itel0«f.UpriaMT«lla 1 



II 



Tffjkm ai 30 ottabra daH'aaiia preM- 
Mla. Dopa la MMwla eaeàafa, ritai^ 
saroaaia Piraaze aal 4266 per la teoa- 
filla a la aMiia M rt Maarradi. Ma a 
qvaila Meoa«lo rilanM FarraaCa aao ri 
tfw^, eMen^ «Mirto aal 42S4. 

51 . Jf a 4 vatfri hor tppnttr am 
^naiTar te, eiaè di lorvare «opo caedati. 
—Nel 500 Dania ara MOipraGadKb, al- 
mesa apparente aicala : para ani ntpao* 
da «on «oa caria ironia al CmbeHiao. 

52. twr$§miU 9itlm: nari a fani 
rena r e. < M i ania^a jcupai'CiMAHi fM9 
ai wanlo, fnar 4al copaii'l ii o latta la 
leala. Qnrtl' ombra è Caralcanle Caral- 
canli, padra di Gnido, a OnaHa par 



i Gia- 
cili ad naór 
UaftbWaio 
laaMnSila di 



m^hmm — -^ 

UfàftHà noi i2ee 

4ft, §i ftir—r #afii4 ^nrte, cioè 
'^ iMfn ava ai araao riaooarali. 
Sali MI ■Ili ed 4a, • finali lor- 
»M rmmm» noi fMaaia 4»i m 
diU ai GfciWUini a 




SS. IwMOfWMfa, aeeanlatqnail 
ciaè all'ombra di FariaaU. 

S5. laianla, roffia. 

57. Jfn poiete iiiMplMr /te Mfe 
§ p md o : ma poiché gK fanne mano l'opt- 
nioae ebe egli aveva di vedara la par- 
Mna dcaiderala. Qnì ioè f i m r è praa 
nel flifniScalo di a fte n dara , can nna 
•paria d'iocarlcBai o eaenandana dV 
ai 



Piangendo disse: Se per questo cieco 
Carcere vai per altezza d' tagegno, 
Mio figlio ov' è? perchè non è leco» 

Ed io lui: Da me stesso non vegno: 
Colui, che attende là, per qui mi mena, 
Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. 

Le sue parole e il modo della p^na 
M'avevan di costui già leito il nome: 
Però fu la rispobla cosi piena. 

Di Rubilo drizzalo gridò: Come 

Dicesti egli ebbe? non viv' egli ancorai 
Non fiere gli occhi suoi lo dolce lomef 
-Quando s'accorse d'alcuna dimora 
Cb'io faceva dinanzi alla risposta, 
Supin ricadde, e più non parve Cliora. 



t 



Ma quell' altra magnai 


lìmo, a cui posta 


60. perckè Kimtictof qundo 






aTran cnulo per oocita difTcroot #•■ 


cu', bu»; .mùl «.T.I.. 


plniona di Uiniani ci imani o mwa.. 


63. FOTM «H Guido voitn «..- 


Quindi la ra|;Ì0De d'aver potuto D«ri> 


<iuii« fu p«U liti» . filo»!» d> mollo 




lalon. Nonètinli inlcndtre come llin- 


l'irBilin, ODO mi come pm^ta, • wdh. 


t. potEiu («.ptUirl» oemico o ipreeif 


>D«>o coni. dniUlo drllo llloM>6a M.- 


loreaviriìlìo. Da porti ...uHiImu- 




•.Imo dn poiti! Smbbt tlulo il Ot.l- 


.laailor» della diti» orìR'»' dtll'iape- 




arll^toV^am^i Hù'patlk^^ MlinJ 










r.5 già ledo il noma. Qui il tari" 


Iijgm Ila nel lenio di ipiegart. ti- 


i1 tdgm auccalo, ad illri iii>;ii>i ■ 


chiarare. Se ai tmiue sua loioM^u 


f.rb.lB». Il.ioooa.«lo«»i,p<r 




ci* («l* V psUBM wpaom ih* odiuia 
Vir|ili«i <£é >Dch. no^ 4»i*Bia di icrW 


dei doa Cod. Aoiald. a Bxtolin,, ct.c 


porlano iato» gl'ile Un ti «w*. 


»«.«ll.i«».r.lmju...ppur««.di. 






bcH mtealila. 


■ I M. Si t daUo incb., ci» l).olc poi* 
ttìmn il Ctiaiunli anlii irci luna p,r 


G9. nonffrtslio'ehii^olLiMtr 

ttm-f 11 liuaa ici ff.>r» «w |iatr 


Donaio- mi iralBla luiiUr niM ad un 


(dall'antico (termi, ooo letiaea pid |!< 


pBBU irlco, ■ imiUiuoi» del gran L»- 


o»hi taoiT eioè. jll oechi n» •»• >»■ 

dono uiiutia Jrfla ln« dal (ionwT (*- 


Ua*, a coi (une uiv volle le dimoio IV 


i-i.«>«>a.«t.'.»«ia »..«>....>« ap- 


■w dicafan (li anlidii par linuk noM 


ff panlopiadell'ilui. ɻo ^u,! clia 


0110» per umore «. 




I) draansi allii rbpotla. ■Ttnl' 


(i>,a>a* era Hai» Danlr Cueal 1300, 


di ruMoJare 


f*<» Mia >».... a dal aoa »>.l»- 


13-7*. • e«( polla, a cai nthÌMU, 


■Wita. B Bolla llc.I( cb-Hl. B«D eOB- 




«BW«MtI'Ìdal(lcll'Ìiiil>c<o.a3l»B[;i.U 









S5 



90 



CAUTO PECIHO. ÌG9 

Restato m' era^ non mntò aspetto, 

Né mosse collo, nò piegò saa costa. 7S 

E se» conlìnnando al primo detto, 

EgU han qneir arte, disse, male appresa, 
Ciò mi tormenta più che questo letto. 

Ma non cinquanta volte Oa raccesa 

La faccia della donna che qui regge, so 

Che ta saprai quanto queir arte pesa. 

E se tu mai nel dolce mondo regge, 
Dimmi, perché quel popolo é si empio 
Incontro a' miei in ciascuna sua 1^^? 

Ond'io a lui: Lo strazio e '1 grande scempio, 
Che fece PArbia colorata in rosso, 
Tale orazion fii for nel nostro tempio. 

Poi eh* ebbe sospirando il capo scosso, 
A ciò non fu* io sol, disse, né certo 
Senza cagion sarei con gli altri mosso: 

-Ma fu' io sol, colà, dove sofferto 

Fu per ciascuno di tor via Fiorenza, 

1^. mmUmm^ndù «i primo itito, ch« ti ficeTtno ai Gbibellioi, veoivano 
~ ~ il àmt m m coaiaciato dita* tempre «ceettoiti gli Obcrti: tmpio tU 
m» 54 . qoi ptr em^a. 
7S. fvcfto Ulte, il aapolcro aeoeao. 87. ttdeomioii : (ali propoate, ttli 
79. Jfo «•» eimfu&mtm volte ec. l richieste. Nel nostro tempio: prima cho 
" plcarlvai «fi die qvi ti parla ai edifirasae il pnbblieo palagio, i Fioroii- 
■a*a^eee all'aprile del 1304, tini aolcTan tenere le loro adooaoxe in 
Il Biaaeki, tra'^ali Dante, diapo- qualche chìeaa. Aoeo il aenato romano, 
ikcaaepcrillerorilorooinFiren- qoando ooo poteTi nella Carie, ai ra- 
••■•••veiMienci nodi,e,eo- lyanaTa in an tempio o per pie aieoresza, 
», ai aeparò dalla fazione. (Vedi u affinchè la reiifpooe e la erednta pre- 
dar., G» XVII, f . ai eeeeif.) — Il eolpo sento del nume lo faeeeaero pia modera- 
fa pai lenfaln nel taglio, e andò fallito, to, e gli rieordataero la ginstiriae laret- 
tS.dWIfl^MMM ne.: della Lana, che titudine nelle deliberasioni. Pm far tot 
il mameitt Frean pina regna io Inferno, orasio» adunque Tele {mtMedere la 
$Ì . f wte f«ieir«rle^a. Quanto rostra éitpertiono. Orazione è usato 
^^ ^''^eiln impresa e piena di cure eoo- i rooie. . per farlo consonare non tempio, 
ed nrere i mexzi di rignadagnare Ma vedi che oraiionel lo abandeg(*ia- 
riiwrd«ta;qaanto diUcile trovare mento e Peaterminio dei proprj fratelli. 
»,lede,diacmioae nella parte ee. Si narra anche de alcani, ehe a tanta 
^ «• Inaiai et. Intendi: COSI cmpiefkgiunneaae quello seelerato furor 
I ricwadarti, ritornare tra'ri vi. di parti, che dava ntialPaltare del Dio del 
B ar è particella depreeatÌTa : il regge, perdono a'osauc preferire popolarmenf a 
far te roggim, è dell'antiquato r^ere qnoala preghiera: «il dooMMi Obertan 
ara ioveee di riedere, dì cai ai eradicare et dieperdero dignerii. 
mmgm aadbe ael Giamboni : Reg^ 89-90 né eerto ee. : aè certamente 
4m prima reeé In Occidente le sarei owafo. mi sarei moaao, eoa gli al- 
nii/fmieéi S Stefano; noè tornando, tri, ae non ne aveari avuti forti motivi. 
S3. mt r tk é gmei popolo è H em- 02. Coa'i il Cod. Antaid. — La Com ■ : 
fta «. la lalia la reomaiaoi a grane Fapereiaienndilorrt vtaFiorenza. 






DELL rmtLMj 

Coltri cbe la dipese a viso apcrlo. 

Deh, se riposi mai vostra semenza, 
Prega' io lui, solvetemi qnel nodo, 
Cbe qui ha inviluppala mia senteoia. 

E" par che voi lei^iaie, ?e ben odo, 
Dinanzi quel die "1 tempo seco addace, 
E De! preeeole tenete altro modo. 

Noi v^iam, come quei e' ha mala luce. 
Le co»e, dimise, clte ne son lontano: 
Cotanlo ancor no splende il sommo Duce: 

Quando tf appressano, o son, lutto è vano 
Nos^tro inlcUelto; e, s'aiiri noi ci apporta, 
Nulla sapem di vostro stato umano. 

Però comprender puoi, che tolta morta 
Pia nostra conoscenza da quel punto, 
Clw del fiilaro 6a chiusa la porla. 

AUor, corno di mia colpa componto. 

Dissi: Or direl« dunque a quel caduto, 
Che'l 800 nato è co' vivi ancor congiunto. 

E a' io fui dianzi alla risposta muto, 
Fate ì saper che'l fei, percU pensava 
Già nelPerror che m'avete soluto. 

E già'l Maestro mio mi richiamava: 
Perch' io pregai lo spirito più avaccio. 
Che mi dicesse chi con Ini si slava, 

Dissemi: Qui con più di mille giaccio: 
Qua entro é lo secondo Federico, 

ìfh,itripoitte.-Ìtb,itt\ibit Ma ci tni pii Itmfa n 



1 

I 



Ite Cht 



Cht qwf ha 'urUuppata 



■jgimU... Dìnaiui': prr. 
xl tÀi '( Itmjm Itto Qddu- 



UD. £■. 






t'ha nula luce, che è pmbiii. 
tu». Colonia aiKor lu iplnulr «. .' 
A (Milslva* mciin IJJioti fijrt'ii. 
tiSS. Q—ado f apprauna Us> 

108. Chi M /wtora- M.: iwbJb 



l<5 raki.filoilgi.Vi>«Ctiit>V, 
lonoTB. 

IH. luir rmr te.; taatm» ul 
duhbio ti» mi .xrU iciollo, »t US* 
TUi BM Hppialr If row BrtH*IÌ. 

1 1 e. piò ataaio. pia t-rfleàUsB- 

1)9 lu leeMda Ftitritt'. Mia 
I Htjli tlahciKl>a[n. t* 



finii" 



KiblBllW 



E'I Cardinal?, e degli altri mi Uccio. 

Indi Nascose: ed io in ver l' antico 
Poeta volsi i pa^si, ripensando 
A quel parlar che mi parea nimico. 

Egli si mosse; e poi cosi andando, 
Mi disse: Perchè sei lu si smarriloT 
B io li soddi5<fbci al suo dimando. 

La menta tua conservi quel cbe udito 

Hai centra te, mi comandò quel Saggio, 
E ora attendi qui: e drizzò 'I dito. 

Quando sarai dinaniM al dolce raggio 
Di quella, il cui bell'occhio tuUo vede. 
Da lei saprai di tua vita il viario. 

Appresso volse a man sinistra il piede: 

Lasciamolo il moro, e gimmo in ver lo me 
Per un seolier che ad una valle Gede, 

Ctie 'ufin lassù facea spiacer suo lezzo. 



Bn», Idi* a 



lire ili Betirìce, iddili il Isogu cd«(t 
I»' clli bi Ht icd*. 

iiZ Da Itt.ttrAtOnUtpfrrBit 



:■ dlCierJajpiiJ** 



'amplerà di lfi,ìcHÌ deìli tu*TÌU aT- 
rcnirp. Mt ava y*h Lifnmto di fliwir 
«i li grimaiili». Vipjiho npen 



4 ». £ 'I Cardiaatt : OUtviaiu 
(li DkaUini, itila il Cariinali pei 
(illiaa, bolo tDino» io pirla gtii 
lua , Am diwi ; %t ■ain* è , in I 
rttìla pt'CUbclliai. Pircib (isti 

vÙf—lBto%iafkatt\. BiRsatiiincht ItinU il Piraili», «die itriblM » 
i CÉrfadi BCBU in iiauit tundiliiu ipiefirgli ogni dubbia Intanw illi 
-j — y— l — ■i--^i-f'-i-nt'-''Fi- iiU tuia», a» ioiparU 
imito the aaa |li «trrapw eam' egli di taditiiture ella tUtn i 
Old*** £ OHtilUT ; and' eiii alienò di o ■'doidaridi Ini, fart eb 
Id • dal IH partilo. diiFaceia? G datrl uap 

I2i. J flirl parlar ; voii inpra ai lai, aiaoms da prima ngi 
■•ni 19 e Kg. DM, quiUbtliati il numi 

I2t. Il toddU{eci re. È ta lUati Taglili per cuinDaicarglielii. 



129 Baraaltmdiqui 







CSC 



el drùiò 1 dito 



fltdt Ida /Min, ferirà), i 

130. Imo. pniiB; (pi 

ditpioMrbailCwl.CauD 

iL-dulu dal .h. P. ronla. 



'.SS, 

M 



I 



CASTO DECmOPRUIO. 



H r*« An. e 






In SU reslremìlà d'un' alta ripa, 

Che Tacevan gran pietre rotte in eerchio, 
Tenimmo aopra più crudele stipa: 

E quivi per l' orribile soperchio 

Del puzzo, che il profondo abisso gilla. 
Ci raccostammo dietro ad un coperchio 

D' un grande avello, ov' io vidi una scrìtta 
Che diceva: Anastasio papa guardo, 
Lo guai trasse Fotin della via dritta. 

Lo nostro scender convìen esser tardo, 
Si che s' ausi prima un poco il senso 
Al tristo (iato: e poi non Ga riguardo, 

Così'l Maestro; ed io: Alcun compenso, 
Dissi Ini, trova, che 'I tempo non passi 
Perdnlo: ed egli: Vedi che a ciò penso. 

Figliuol mio, dentro da cotesti sassi, 

1-3. In tu Feilremlli te. IntEndi: fo lerillo t ct*Jii(o do ter 



vbIb dell' crviko Al 



I 



ti. — Che faenan gran pitirt a,. 
cioè Sunoalt ài gnoii picln te. Il 
Cod. 2 delta LiiiHniiini licj;.: Clu 
(anta H fran fMrt ralle un tir- 
cACa. 

i. teferMa. ttft»ti. 

0. Ci rociDsInimiio. d ripiriinnio. 
Qui il r* (itipDiilo gì icibo aecoilart 

ripililHin d' Ridai, mt piuUnla ani 




■ foi «um Ila rignaria, • 



8. ^>uitat<o papa iruardo, doè, inJir (nnchi 

me.— togual,cDÌ,tcco- IO, dentro da eolrili talli, *! di 

LilcDdcdÌA<ll9tiiÌDlI,di'lnuilc icllo di caini! iDlltmi, 



CAlfTO DECIMOPRIMO. 



73 



Cominciò poi a dir, son tre cerchietti 
I>i grado inf grado, come quei che laasL 

Tatti soo pien di spirti maledetti : 
Ma perchè poi ti basti por la vista, 
Intendi come e perchè son costretti. 

D'ogni malizia ch'odio in cielo acquista, 
Ingiuria è il fine, ed ogni fin cotale 
con forza o con frode altrui contrista. 

Ma perdiè frode è dell' uom proprio male, 
Più spiace a Dio ; e però stan di sulto 
Gli frodolenti, e più dolor gli assale. 

Di violenti il primo cerchio è tutto ; 
Ma perchè si fa forza a tre persone, 
In tre gironi è distinto e costrutto. 

A Dio, a sé, al prossimo si puone 

Far forza; dico in loro ed in lor cose, 
Com' udirai .con aperta ragione. 

Morte per forza e feruta dogliose 

Nel prossimo si danno, e nel suo avere 
Buine, ìncendj e collette dannose ; 

Onde omicide e ciascun che mal fiere, 
Guastatori e predon, tutti tormenta 
Lo giron primo per diverse schiere. 

Puote uomo avere in sé man violenta 
E ne' suoi beni : e però nel secondo 
Giron convien che senza prò si penta 



20 



25 



30 



35 



40 



17-1 a. etrékieUi, ooq niccoli in 
lè Htm, ma tali ri(piinio ai passati , 
—M fffltfo In grmdo, cioè rìatringcn- 

U hmtti pur ta «ùUt, li batti 

il T«dnli. . 

11. totlfeiU, n riporti a tpirti, « 
tilt ^m iocarrcrati, o paniti. 

K. Jf« perehè f)rnd§ ce. L'ostr 
Mia lana è propno di tutti gli anima- 
fi; Fabaaara dell' intrl letto per fare in* 
tana aitnri è proprio tolamenta del- 

2t. auffa. ioCta: dal Ialino ««òfM. 

ti. il prim» crrrfcio, il primo de* 

Ira arrelnctti. — è tulio, ini. pieno di 

; o eonticaa i «ioleati. 

m tre pertous, a Ira aorta di 



SI. flf pu/me, » pQÒ. 



34 Jforfa per forza. loleadi : ti 
ma la forxa nel prosfimo dandogli morta 
o fai-ita: gli ai fa forca aal s«a vterm 
colle rame ce. 

56. eolhtte immote; forti taglia 
imposta da principi o da aBanadierì. 
Tacita Della Germaoia dica dei Batafi, 
eh' erao tenati dai Bnmaoi extmpti 
tmirikue et collatioiubos. Ho prefa- 
rilo pertanto questa la. all'altra ai lol- 
fette, cba è idea pi& baiaa a di minora 
importama. 

57. omMi», è il piar, antif . di 
omitida. — mal, gravamento. 

58. Gu/oilotùri, qna'che fanno 
mina ad incendi, ^-pnàam, ^a' cIm 
fanno preda della rooa altrni. 

40. in iè, contro sé, «ccidendaai. 
41 E ne' tuoi beni, scialacqnaa- 
<)aB. 



Qualunque priva sé doÌ vostro mondo, 
Bisrama e Tonde la sua fai'ullado, 
E piange là dov' esser dee giocondo. 

Puossi Tar forza nella Deìlade, 

Col ror negando e beslemmiando quella, 
E spregiando natura e sua bontade: 

E peri) lo minor giron suggella 

Del segno suo e Sodoma e Caorsa 
B chi, spregiando Dio, col cor Tavella. 

La Trode, ond'ogni coscienza é morsa, 
Può r uomo usare in colui die sì Gda, 
E in quello che fidanza non Imborsa. 

Que>to modo di retro par che uccida 
Pur lo vinco! d'amor che fa natura: 
Onde nel cerchio secondo s' annida 

Ipocrisia, lusinghe e chi aOallura, 
Falsili, ladroneccio e simonia, 
Rullian, baratti, e simile lordura. 



43 . Qualutif IH ce. : d 

44. BUctata rigntrdi 
Multc^iu inipuCHnodite ■ 



unno molti UDraj. Da » di 
n Filif pD l'Addi» B tìIoti di 
di Coarijiu •» diinuls 



«) ftri tutgariltr CaoreiM iH- 
51. ff eU, iprttiaadt tt. E chi 






■rIU 






I 



47. Cai evT ntgandate. Ntyt Dio 

ran, (U derihtriUraiale sIItibiì* ì 
«■« diiini itlrìbali; « qoeili Idi Itili» 
tatn ttélra Dio dirtldaral*. CU poi 
Umaan ti MnU Ntlura »■■■ l'iurinie 



Din indirsi 



..,iip<,.« 



'"- T^«i 



II. Séprtfiando ludira « 

tdijiiirnvdci contrs le leggi ailm 

43-90. tuggtUa IM it^n 

mrait, cbinJa io i J. — raurm 



r. la frùd4 M. : inlwdi : Il •»- 
■ Ai ogni friBdoLaalD, cb« iwUm 
n di qiiHla nao pi cbt d'illn 4 
inetiiiluImcDle. Oitvto: U tm- 




CAirro DICIMOPRIMO. 

Per Taltro modo qaeiraiDor ^obblii 
Che h Datore, e qael eh' è poi aggiunto, 
Di che la fede spenai si aia: 

Onde nel cerchio minare, ov'è 1 ponto 
Deir Unireno, in so che Dite siede, 
Qualonqoe trade in eterno è censonto. 

E io: Maestro, assai duaro procede 
La toa regione, e aasai ben distingue' 
Qoeslo baratro e il popol che possMe. 

Ma dimmi: quei della palude pìngue 

Che mena il vento e che balte la pioemia, 
E che s' ineontran con si aspre lingue, 

Perchè doo dentro della città roggia 
Son ci poniti, aa Dio gli ha in iraT 
E se non gli ha, perché seno a tal lòggia? 

Ed egli a me: Perchè tanto delhi^ 

Disse, lo 'ngegno tuo da quel eh* ei socie? 
Ower la mente tua altrove mira? 

Non ti rimembra di quelle parole, 
Con le quai la tua Etica pertralta 
Le tre disposizion, che il Ciel non vuole, 

incontinenza, malizia, e la matta 



75 



65 



7a 



76 



80 



^"^ •'«•! , pw la ragione cbe a!lri- 

■■* SaJ a'armaipafnrrrbU rogli ti- 

^a^rtaatiti attraiti tporriiia, fai- 

?*••£■■ Dani» , rHpnnim in , non 

Mia ^^tm» BMadiiiitlk : e non ha ^gli 

"r ^«i mffiitni. — bcrmtli, 
n B«li spiefa harmttieri. 



t 



U-4$, ftr féliro w»od9, cioè per 
land» M froda cha è contro colai 



• Ma , «•■ lalo ai offeode «fMl- 
km la Natora wolc tra 




Mi^ «■ni, Ba «imI €*« èpoitÈg- 
fmi, età il TÌacolo di pamtado « 
i waM, oada $i erim, oaaca, aoa 




tra gli «oanni. 

CM3. Upmmlo IhWUnireno, il 

dali tarra. — im iu ch€ Dite 

jWib ■! ^wlo ka aM aeggio LnH/Hia. 

> p«Bto centro dciraoÌTar- 

fl aialena Tolemaico, di che 



Ci. trmdé, tradiaca. 

Il Lm iam rmfion», il lia ragio- 

M. tk§^$iitde, che tiene in aè. 



CotH! Cod. BartoIÌD. ad altri taati, me- 
glia, wù para, che la eom. th$'l ptf- 

70-72. ptei Hetim palud* pingme, 
a laogoaa, aoao gì' iracondi e gli acci* 
diaai. — Ch§ m§nm ii vado, • iManrioai ■ 
— tk§bmtt9lapiogfia,'tff»ìon.Sdte 
t^intomlr&nte.jì pradiglii a gli avari. 
Qaaati peccati ai cooiprendeno eolla il 
OflOM generale d'incontiDeiiia. 

75. r0f9'«, roaaa per lo foea. 

75. «ono « ffli /bgfto» cioè a al fatta 
oMBiera tormeatati. 

75. ielirm, devia , caaa del aegno 
contro il eoo aolito. 

75 Cnai leggo col Botf, eel Beriri- 
gi, aìl Cod. Conia. 5, piotteatoehè eolia 
comoae : Or«ar !• oiaile dove mii nte 
mirm ? che qoel dove «llrdM wà rie- 
ace dnretto. 

80. !• tua Etica, V Etica di Aristo- 
tile a U cara.— parfraUfl» tratta dbte- 
samenle. 

81. ineoniinanta^wwHsUtt.ìytcf 
Ariatolile cbe tra cote ano da foggirai 
qaanla ai coitoari : InconiinenUmmt ti- 



liestialiladeT e come iocontinenxa 

Men Dio ofTeode e mcn biasiciio accatta? 

Se 1» riguardi beo questa sentenza, 
E rechili alla mente chi son qaelli, 
Che su di fuor so^tengon penitenza, 

Tu vedrai ben perchè da questi rdli 
Sien dipanili, e perchè men crucciala 
La divina gìoalixia gli martelli. 

Sul che sani ogni vista (orbata. 
Tu mi conlenti si quando tu »)lvi, 
Cbe, non men che saver, dnhliiar m' asg 

Ancora an poco indietro lì rivolvi, 

Diss'io, là dove di, che usura offende 
La divina bontade, e il groppo evolvi. 

Filosofia, rai disse, a chi la intende. 



■^ titia, 1 f»rilattm. Il natlro Poel 

IxriitliU. l» nilnii' tla od mi niu 95. Vedi Mpn il tru n. 

éià\»rtp<Mr; li triUalili e l* malùia 9B.i a jnip|M iwlnf. nJlapjoB 

tlHH ndnLla «d atHLo, qii*ii^ rnoinn QoJa, fnA il dubbip idogli. 

tolto wrds (d wpiì *au Usili ririoailo 97. rUatofia ic: I* fi\eut; M 

nrainill, « (bbiodan indiai tolto in diae\lrgitia,iu((|ni in pìnd'anlMit* 

iRiura •Itila G>r«. L'in- maRÀtais divino; caia ilairidattaBa 

K«au delle enae a di Dia, > dal wa ofenrr. ShouIb 1 

lìm., flava aatmla llalunid, 1' (FM fniB» é odl'iulalMla 

■Ir* natura. Sina a l'inti^lltita dull'inra». — lahiafcdi ■ 

Dite •oiiu i p4wirli J' tneantlnmia : al cftt la (nlflufa. Iffnpina alenai: a tki 

ili Ib t punita II matitia < la frullali- t' alUiult, óui ■ clii ri pmaU itt^iD- 

Id. Iccsi i<ria*|H'CMoixapani> tolte il oc, a chi U nnlita. 

rnlo dall' lafFnia, lino * Lnritcro. tOO. * da lu' orli, ilallt (ih iIj- 

84, tcvtta. atqBlili. bilile Iffini, Uia aBa cobi* Viti» di 

87. ludi f^ 



a fola parte, 

rorso prende 

so' arto; 



Nola non pure in u 

Come natura Io s' 
Dal divino intelletto e da si 

E se tu ben la tua Fìsica note. 

Tu troverai, iwn dopo molle carte, 
Cbe l'arte vostra quella, quanto puote, 

Segue, come il maestro fa 'I distante, 

ddbbj tonn njpoiiA dell 



Il pogRiun 



i 






Ja poca ttm i' 



litli di l)ii«. 



taluialvi.am 
i. Ciìi, am mn et* 






liidcri la FÌMc> di Ari) 



«HUbcn 



Si cbe voslr' arte h Dio quasi è nipote. 

Da qaeslQ due, se tu li rechi a meale 
Lo Genesi dal priucipio, conviene 
Prender sua vita, ed avanzar la genie. 

E perché l' usurìere altra via tiene, ' 
Per Eè natura, e per la sua seguace 
Dispregia , poiché io altra pon la spene. 

Ma seguimi oramai, che il gir mi piace; 
Che i Pesci guizzan su per l' oriizonta, 
E il Carro tutto sovra 'i Coro giace; 

E il balzo via là oltre si dismonta. 



412. fl 



Chil Patite. IPmcÌ.i 

t.>m»D..iliignodtil 



_kdaDig,r>rl. d.11. n>lDra. r- - 

mA ita, ■ Dodo di miiiigluDi*, cba Aautii.1 
tParlcft Dig .|iini oìpuii. tl3. 

lOe. £a «Ulti i(m (natura sdir- la Uri Ir ti 

J, i* lo ridiianil alli tua inrnla U »odi«MlÌ,> 

■■■nU eh leccali lal piincipis dalli ora prima del ulà, , 

K'^te, a VcnanlagEl od Ictnoi «Mai- il nrÌBrioiii Jill' aarori. — oriiiMla, 

E|fi. Lapimliilptla Ggimi a tni oai tì GlianliefiilEiiuinitianipfMaaacbtiDa 

V^hda, Hoa: Pmuil Onu Aomnin noli* lori, che ch^w MÌ*UDi> nclail- 

m^Ptrtéiu <èI optrariltir : e: Ine»- vaiocola in *, ediMiinn, f.t., Alata, 



409. >Ilni aia line, lifn. 
riaall* Nltara, .liiprrnlio 
>••»»* <!«» dell' .,>e. 

tia. !>»■«« ooluroec. 


, M. 

doVa'io"* 

lolpw 


Laailemtma. Tml. 
(14 Eli Cari 

,io di prin...er., Il 
l'Ona QHSGiore, u 


ro ce. QuaoJs a«r- 
iPoci, oell'Hiuipo- 
t Cam di BmI*, 
«de tulio n qorlla 


«CM, a Mila laa lìcHa a 
ltr«ia,dÌ«ilp<,ou.. 


parte di firln dnnd 
dai Lalioi Courui. 
tideMi t Hrtlenlrii 

Hi-EoTalio. 
oHn. lontano di qi; 


e (pira Cero, delti. 
*«DU) cht i tn oe- 
.na, . thitmMi dai 


4Ìt.peM in altro pm 
NMn«lmd«r<rrollirar. 


ftr:: 


.faltarìpa.— citU 
>i-«dS™o,<.,rf 






^ 


Tal, cb' ogni vista ne sarebbe schiva. 




Qual t quella niina, che nel fianco 


^1 


Di qua da Trento l'Adire percosse 


^5 


per Iremoto o per sostegno manco, 




Che da cima del monle 


onde si mosse. 




Al piano, è si lo roccia diseoscofa. 




Ch'alcuna via darebbe a chi sa rosee; 




Colai di quel burraio e 


■a ksceaa; 


IO 


E in m la punla della rotta lacca 




L' infamia di Crei! e 


ra di:4csa. 




Che fu conrella nella fal=a vacca: 




E quando vide noi, 


•^ stesso morsa 




Si come quei, cui 1- 


ira dentro fiacca. 


» 


Lo Savio mio in ver lu 


gridò: Forse 




Tu credi che qui sì 


■1 dura d'Alene, 


.^ 


Che su uel mondo la morie ti porse? 


IH 


PartiU, bestia, chèque 


ti non viene 


^1 


Ammae^rato dalla tua sorella, 




Ha vasffl per veder le vostre pene. 


9 


Qoal è quel loro che si 


slaccia in quella 




C'ha cicevulo già ' 


colpo morule, 


■^ 


8 Tal. ék-egni rtita oc lulcodi: 


l'ori» ddtKnp* che >« 


TariallUlwH- 


12 L- infamia it enti, tM il a^ 




«ala. 


t.tulfiancait .- dH G.WO dal G»- 
ni> IdiM, U> cui pcrrouc 1<icll< mìu. 


13 Chi fu «ne*» 




«oro fu E^DIrlI» di u 
PfsiF», don» dil n d 


lo™, d i«l. 


t. » per .<..l«si« iM»™. • ptr 


Orta.Mni-, 




1"' fkio" in OHI -w 


d.la,..- — 


i.érilaroiciaiÙCBUnii.iÌM 


ci« il P»cu din 1. f.lM »ad. Qwb. 


fn,,<M>ìrc.U.,t«.ias.<>.br.d.lIc.i» 




dÌH,.«M4«l. 




'nula, ai (lumadiu 




9. Ch-tleuna Ha danbh, k.: A, 


dunque <|uinlu * pnpotllo à metl* •«»- 




t'J.dÌH««lo"rip.Vi 


1. cerchio in* 


.[. di p^rt «udire .1 b.uo II 


iddìi puoiL ■ lini ami I 


i bmlalì. 


riii«ai6 ci di« fIw h' irtt rww »a 


i3 /Larta.fÌattttlr*M 


'Z^Z'",ZXTi'^"T't\ 


l«. i«S«lgiii> 


^ìt:.^. 


i.]*M (oUopula, pnwDli ■Non ■« 


Altn». 


dulth* rà, iKMhó dinidi*, •llm.m 


30 dalla luaonl 


D.cÌ«èdaAriaii- 


\\ r«*»e iMdHii». Vedi il t. 20. 


t.a, la doalcinTaKÌ t 


r<H. ilnodadi 


IO. Corralo, bal»- 


■cridcn il Mia^Uor» 


1 1. buie».t«Bt aoUmmoiICVH, 


3l.«aul.flt.= il 


riankaeè>f» 




di lingua. 




^ l*,ilU»lir«NÌii>d«lt.np<ick>lidr- 


S2. «.^Ihbq 


tlfn. ii^tl 




^'"k!. II &d, C«l. 1 


CliaritmlB 


1 J 


l« «Ipg «orOla. 


^ 



CA5TO OECIMOSECONDO. 



1% 



n 



so 



u 



40 



Che gir DOQ sa, ma qoa e là saltella; 
Vi<r k) lo Mìnotaoro fiu* cotale. 

E quegli accorto gridò: Corri al varco; 

Mentre eh* è in fdria» è buon che to ti cale. 
Così prendemmo via giù per lo scarco 

Di quelle pietre, che spésso movieasi 

Sotto i miei piedi per lo nuovo carco, 
lo già pensando; e qoei disse: Tu pensi 

Forse a questa rovina, eh* è guardata 

Da qoell* ira bestiai ch*io ora spensi. 
Or vo*che sappi, che V altra fiata 

Ch' i* discesi quaggiù nel basso iaferaoi 

Questa roccia non era ancor cascata. 
Ma certo, poco pria, se ben disoemo. 

Che venisse Colui, che la gran preda 

Levò a Dite del cerchio superno. 
Da tutte parti 1* alta valle feda 

Tremò si, ch* io pensai che 1* Universo 

Sentisse amor, per lo quale é chi creda 
Più volte il mondo in caos converso: 

E in quel punto questa vecchia roccia 

Qui ed altrove tal fece riverso. 
Ma ficca gli occhi a valle; che s* approccia 

ftoeralo dalla ditrordia dagli demaoli ; 
a all' incontro, rbe per la ooncordia lo. 
ro. oa«a per V «nini dalle partieaUa «• 
nuli alla aàmili, ai dMaelveiaa m atea : 
perciò Virgilio ^m diea di anr peaaato 
eàe l' Vniveno $tmU»f «mot, cioè cba 
tornassero in concordia gli eUoMSli.— 
è dU erede. È forme dei Latini cbe 
soesso amano aeira al praa. relativo 
il modo sabinotivo invece dell'indica- 
Uvo : Etl qui ergimi. Se par ne* m 
TBol dire cke ai è dato a mate verbo, 
eomnnemrnte della eeeoada, la aani u 
guiooe di enei della prima , cerne de- 
gli entiebi ai trova fallo di molti eltrì. 

44. £ i» f«el jMmfo. QeeatopaBlo 
fo la morie del Redentore, masdo ei 
accasa la terra, e speceare«i le rapi. 

45. Qui te. Cos'i legga la Cratca , 
meglio rbe le altre edìzioM, ebe beone : 
Qui, ed altrove piit, fece Hrerio; eieè 
si ro9€iHè. 



46 



A. fm-toimU, fare il somigliaale. 

38. fMglt,\irgilio. — tUtarco, al 
Fi*i dmari eenipeto del Minotaare. 

M. già far lo itmrco, già per ^aello 
*f*im,iaHBaaBe di pietre,^ raioando 
'■Mre apane daUa dma del monte 
fiMdpiaaa. 

Si. par la MM>ae «aree, per lo pece 
'■a aaneoa vive ad esse insolito. 

sa. Aa f«a(r <ra ÒMliai, ciaè dal- 
Tin dsl HiaaUara. 

14. «ha ralira itala. Vedi il Cen- 
Iia.veraa22 

Il . «i la» dlfctraa^ a* io aoa k' in- 



eioè 



SSJf. Ckt veniiu Colmi §e 
tbtaaiaM Geaè Crìato, c*e la 
pnU ac.« dm le aaimr del etrekio •»- 
^•^ eiaè dal liaibe, tolae a Dita. 
tao iiatitti è lobo de ^«el verso 
IdPiaae VosUU: a TuUi^uofrmdmm 
Tmtari. a 

IO /Wa. 



46. 



fit€ti oli occhi a volle #c. * ab* 
4l-4'2. cà'lo ptmoi eli» rVnittr- , ba^M gli occbi, gnarda leggìi, fieiebè 
Msr.Empedocle opinò cbe il aMadolbaaa ** lyproccta» si epprmsa ee. 



La riviera del sangue, in la qaal bolle 
Qual die per viotenxa in allrui neccia. 

O cieca cupidigia, o ira folle, 

Che ai ci sproni nella vita corla, 
E nell'elema poi sì mal e' immolle! 

r vidi un" ampia fossa in arco lorla , (•) 
Come quella che tutto il piano abbraccia, 
Secondo ch'avea detto la mia scorta: 

E tra'l pie della ripa ed essa, in traccia 
Correan Centauri armati di saette, 
Come solean nel mondo andare a caccia. 

Vedendoci ealar, ciascun ristette, 
E della schiera tre si dipartirò 
Con archi ed asticcìuole prima elette: 

E l'un gridò da lungi: A qual martiro 
Venite voi, che scendete la coìtat 
Dilcl costinci; se non, l'arco tiro. 

Lo mio Uaestro disse: La risposta 
Parem noi a ChiroD costà di presso: 
Mal fu la voglio tua sempre si tosta. 

Poi mi tentò, e disse: Quegli è Nesso, 
Cbe morì per la bella Deianira, 
E fé di se la vendetta egli stesso. 

E quel di mezzo, cbe al petto si mira, 



iini[na Hthi ptr* iì aiippliiii 



I 

« 

I 



63. DilrleoiUnci 



ri!;"? 



qa» pi 
micia ■ 



Irida, io vbiera , o ■ GU. 
tp'wgi in circo, intrndtiulu 

■M, mcdhJp cb* ri din •nlle 
59. CorrtoB Cnlauri. I 



67. mi ttnli, ni luteo mI |o«ita s 
colli Dianu p.'r limii ttlmlo.— QMgK 
i filila te. NsiD Udii di npin [Mi- 
nili ; mi Errole mirili) di l« tn) oillt 
Irmis lIuliT od unguc dell' Un 3 n- 



7i." 



diedi ' 



puiri gli Klpolnt 
SO. atlirn'iwlr, di 






CANTO DECIMOSECONDO. S| 

È il gran Cbirone, il qaal nudri Achille: 

Queir altro è Polo, che fb si pieD d'ira. 
Dinlomo al fosso vanno a mille a mille, 

Saettando qiial' anima si svelle 

Del sangne più, che sua colpa sortille. 75 

Noi ci appressammo a quelle fiere snelle: 

Chiron prese uno strale, e con la cocca 

F^ce la barba indietro alle mascelle. 
Quando s'ebbe scoperta la gran bocca, 

Disse ai compagni: Siete voi accorti, so 

Che quel di retro move ciò eh* e* tocca? 
Cosi non soglion foro i pie de* morti. 

E 'I mio buon Duca, che già gli era al petto. 

Ove le duo nature son consorti, 
Rispose: Ben è vivo, e si soletto t5 

Mostrargli mi convien la valle buia: 

Necessità '1 e' induce, e non diletto. 
Tal si parti da cantare alleluia. 

Che mi commise quest* ufiicio nuovo; 

Non è ladron, né io anima fqia. 90 

Ma per quella virtù, per cui io muovo 

Li passi miei per si selvaggia strada. 

Danne un de* tuoi, a cui noi siamo a pruovo. 
Che ne dimostri là ove si guada, 

E che porti costui in su la groppa, 95 

Che non è spirto che per F aer vada. 
Chiron si volse in sulla destra poppa, 

E disse a Nesso: Toma, e si li guida, 



^ F§h, tltra Cotaaro, de* pie 

*>«•<• imU scile ndMà ìmpnM, 

-« «raparti. *^' 

71-75. mjétmdma te. : ^aalan^e 

*** fifri M Minia aangiia piò dì 

^'•cha pttacUa la legga poata ai ?i«^ 

wiiMMlo la fnxiHh aelta colpa lo- 

t^mrWk, la die \m aarte, le deatia^. 

77. Ib cmm, l'aatreaniU oppoata 

•h peata, cMirfce Ceca iadiclra i pcU 

^ UrW eh* caprnrano la bocea. 

94. Ov« U éwQ mmtwrt et. : ore ai 
«•minfv la natara, la fuma, dell' no- 
^ i fàalla dd cavallo. 

n. JVcMaattd 'lir'iaJMM. Nenaaiti 
«' beo. e Bemaità di aoa aalata. La 
A-l Siratiià'i eoudmee. 

b4 rcMnirodi Bealricc.— a<^cr- 



fi fc. ; cioè n parA dal Peradiao ora 
caalava «ileliiia, cioè loda a Dio. 

SO. nuovo, Doo piò adite. 

90. Nonèìadrtm, quaigià aaadalo 
a veder ^oai pane raspetlioo, uè io cfa« 
gli aoo guida, tono dannato per lai delitp 
lo.— /ìifa, fora, foncé, ladra. Altri apic- 
f^ao nera, ria, il ^aal «(piificaU ai può 
bene ottenere cttcndendo il arìmitivo. 

93. «a da' luoi, uno da' taoi Cen- 
tauri. — acaiaoi HoaioapmoM.cai 
noi aeguitiaoio d' apnreaao. À pryioto 
è fatto dalle voci Ialine ad ff^p: 

97. fal/a 4e$trap(ipjm, sulla d»> 
•Ira maronctla, aul destro lato. 

98. Tomo, doè torna iadietro..*-a 
fi li fuidaj a fuidali nel Biodo che baa 
detto. 

6 



82 



dell' UfFEaifO 

E fa cansar, s' altra schiera vMntoppe. 

Noi ci movemmo colla scorta Gda 

Lungo la proda del bollor vermiglio, 
Ove i l)0Ìliti facean alte strida. 

r vidi gente sotto infino al ciglio: 

E *i gran Centauro disse: E*son tiranni, 
Che dier nel sangue e nell* aver di piglio. 

Quivi si piangon li spietati danni: 
Quivi è Alessandro, e Dionisio fero, 
Che fé Cicilia aver dolorosi anni: 

E quella fronte e* ha *i pel cosi nero, 
È Azzolino; e quell* altro, eh* è biondo, 
È Obizzo da Esti, il qual per vero 

Fu spento dal figliastro su nel mondo. 
Allor mi volsi al Poeta; e quei disse: 
Questi ti sia or primo, ed io secondo. 

Poco più oltre il Centauro s* affisse 
Sovra una genie che *nfino alla gola 



iiv 



iO^ 



i\0 



Wh 



99. B fa cantar, e fa dncostire: 
t' altra tehìera, intendi schiara di Geo- 
taari: v'intoppa^ v'ineontra. Altri legge 
t' intoppa y e allora va spiegati*: a'im- 
liatto in voi. 

\0A. E 'Igran Centauro, Nesso. 

lue. ii piangon vale srmpl. pian- 

Sono: il ti è plcon. , quando non piacesse 
argli il senso del tihi lat., e spiegarlo 
per ti, Ira ti. — gli sputati danni, 
iot. recati altrui: ff^telalt, crudeli. 

4U7. Quivi i Alettandro. È diffi- 
cile a determinare di quale Alessandro 
iatenda dire, se del Magno o dei Fereu. 
Del primo suo note la iwina di Tebe, 
la strage dei prigiikoierì persiani, T as- 
sasaioio di Meuandru e d Kfektiune, la 
morto del suo conUikcepulo Cillistcne , 
ddl' amico Gito ee., per cbe Lucano 
lo cbiaoiò felix prmdo. Del secondo 
sappiamo l'infame uustume di seppellir 
\ivi gli oomini, di vestirli di pelli feri- 
ne, f farli divorare ai cani ec. Cosicché 
tanto r un cbe l'altro sta benissimo io 
qBCsIo loogo. — Dionitio ftro, doo 
parimente soao i Dionisii di Sicilia, am- 
bodae immaniasinii tiranni. 

108. Che f9 Cicilia ce.; ebo fece 
soffrire langbi affanni alla Sicilia. 

410. À*%*iino^ o Eneliiio da Uoma- 
00, vicario imperiale nella Marca Trivi- 



giana, e linooo cmdclissimo di Padova. 
Fa acciso od ì2j9. 

Uì. Obizzo dm Etti, marcbcaedi 
Ferrara e dilla Marca di Ancona, aona 
crudele che fn soffocalo da un ano figlino- 
lo, cui il Piieta dà il n«>me di figlimttro 
anziché di figliuolo^ per cagione del pai^ 
riddio. Il eh. Litta crede nna favola 
questo parricidio per la ragione cbe noa 
trova nella storia aucsto /lgl<Mfro;Ba 
prendendo la parola nel senso metafo- 
rico di figlio tnaturato, come diccsi 
tnadrigna una madre disamorata, la 
diflicoltà aporìice. Il ftgtimgiro è Af- 
te \lll. Del resto, fu Ubino li gMifa 
accanito \ fé lega con Carlo di Aaìnè, t 
eouperò alla rovina di Manfredi e di CbT' 
radino, ulliiiii stistrgni del partito impe- 
riale. Mori nel I2SI5. — por 9tr9: di- 
mostra questa espreaaioaa, Ao il fatto 
si voleva pn- skuni metterà in dubbia. 
i U. CHiesli ee. Ciò è detto da Vir- 
|ìlio io conarijnema d' amarli rivolto a 
ui Drfote per domandargli aloma aaaa, 
come a snu niaesim ; volendo avvertirlo 
cbe prima sna guida perqnel tempo ara 
il Cenlaoio, e cbe a lui ara da badare. 
Vba chi pensa cbe onesto verso si- 
gnifichi smipliccinente I' ordine dHl'an- 
(laie. acauli a tutti il Ceiitaaro, Danto 
in meno, a dopo lui Virgilio. 



r: 



CANTO DBCIHOSCOOIfDO. 

Pìarea chetlì quel bulicame osciase. 

Mostrocci od' ombra dairon canto aola. 
Dicendo: Cotni fease in grembo a Dio 
Lo cor cbe 'n sol Tamigi ancor ai cola. 

Poi vidi gente cbe di fuor del rio 

Tenean la testa ed ancor tutto '1 caaao: 
£ dì costoro assai riconobb' io. 

Cosi a più a più si Iacea basso 

Quel sangue si, cbe copna por li piedi: 
E quivi fu del fòsso il nostro passo. 

Siccome tu da questa parte vedi 
Lo bulicame che sempre si scema , 
Disse il Centauro, voglio cbe tu credi, 

Che da qoest' altra a più a più giù prema 
Lo fondo suo, infin ch'ei si raggiunge 
Ove la tirannia convien cbe gema. 

La divina giostixia di qua punge 
Queir Auila cbe fu fU^lo in terra, 
E Pirro, e Sesto; ed in etemo munge 



<»3 



Ito 



itt 



130 



fU 



M7 «fw/»iilÌMM, cine dicaci 
H^UBmU. Buittnu è ut ica- 
(«Vie^'ama bollcate. 

<(l. tfail'Mi emmto fola, per la 
«^H«« Mipielè del aMatto. 

ar C»lmm. GaidocMU di Moo- 
<|«it, dt ia Viterbo im gremko a Dio, 
<*• ad Mcr* tcapto, a re! Bomeulo in 
<■ n alufa Partia lanta, «cciac il ni- 
ptlc é Arrig» lU ra d'Inikiltarra, cbia- 
■Hi fv caaa Arrigo, in vendetta di Si- 
B>it fi Haalarta a«o padre, A9 per 
dAto ara alalo giastiòato in Londra. Il 
te» mmè sd mo. Po Gnido ■•- 
■• di ■olla valore a grande aniro e 
-Htwta ii di Cario d* Angiò. — /«le, 
^fmden, a^narriò. 

I2S. Lo tor m. II c«or del morto 
nU netto dcalronna coppa a Londra, 
tollaealo aopra nnt colonna a capo del 
' * * ^ "ove mneor ti eolm, 
CoUrtt colon 



pMla del Taaigi, ove 
óit ■ «rio, ai aMrt. ( 
<ingiitnlic b i, totM 



I »- 



a^eyiurttfpt- 
— iMiW e omeidmro ce. 
IB. cotto, It ptrlo del corpo 

eolie catte. 
Ili. opvà m pifc, acapre pia, a 
IO a aato. 
I2S fur H fkH, aolaaenle i 



4 26 . E f«<9< /b del /«Mfo te . Inten- 
di : a onivl pagaammo ti foaso. 

429. ékoìmertdU èmodoiubiunt.; 
egnalmente cbe In trtdt. 

430-131. ofià a pia $f^ premo 
ijofomdo tmo: sanipra più t'aiTondi; 
vada MOipre piò crcMcn do la ma prò* 
fondila. QortCa ler., cbe è della £ro- 
act a di varj Codici, è nigliure certa- 
Bentt della romonc p«è e piii gfè 
prmtm, e eorri»pvodo al ▼. 424. — 
in/liieb'ef H roqqiungt tt. Si neon- 
gìnoge, circola roM'Ote tggirandeai, al 
Inofo dove abbiani vedati bollirà Alca* 
ttadro, Dioniiio e gli altri tiranni. 

431. i4lf{/a re degli Doni, cooqni- 
atatore famoso nel qninto tecolo, a coi 
le devaataànni a le rtine di molte pro- 
rinde fecero il nome di flogetlo di Dio. 

4 55- 1 36 . Pirro, qtri re d' Epiro che 
ebbr guerra coi Romani, cbe dicono es- 
aere stato di talora mollo crtdelè, a 
vaaaatore del ano popolo. ^ Sotto: in- 



tende dal figlia di femptt il grande , 

1 p*dra ai dM t rt- 
bare pei mari di Sicilia. Vedi Ltctno 



cbe dopo la morte del padra ai 



lib. VI. —in ilemt tiiiiif t, apreme eter- 
namente te lacrime, alle quali apre la 
via par meuo di qtel bollore. Il C<"I. 
AnUld. quel hoUor. 



I 



l JIELL INFEBNO J 

Le lacrime, che col bollor disserra H 

A Rinicr da Cornetu, a Rinìer Pazzo, ^ 

Che fecero alle strade UdU guerra. 

Poi si rivolse, e rtpassossi il guazzo. 

K7. Aininr ia Corutlo. ìtiraot lìuBla. — RMtr Passo, Fiunnlin 

umo nella ipìign minlliiDs di H»- drili nobU an di' Pi&l, ch« rami 

I. Il Brpcili, nel tuo Diiionarìs e«- laalndidel Vildunombudackiai 

irlicdo Comefa dilla Ftggiwila K9. Patii rttoUt.tripattutl' 

Ila Ville del Siiio, du il prncnls guati». Ciò dellD, U Cenilo» Km 

Ita del Potli, B dite ihe quoto Ili- vaiti in diolru, « ripaUMn, rìp»i, 

uri [a il pidrediCgucciono dilli Fig- judsni, cine larìiiciidovcu piidiii 



CASTO DECIinOTJGRZe. 



Non era ancor di là Nesso arrivalo, 

Quando noi ci meltcmmo per un bosco, 
Che da nessun sentiero era segnato. 

Non (rondi verdi, mii di color fosco. 

Non rami scbielti, ma nodosi e involti, 
Non pomi v' eran, ma slecchi con tosco. 

Non han si a^pri slerpi né si folli 

Quelle fìere selvagge, che in odio hanno 
Tra Cecina e Cornelo ì luoghi colli. 

Quivi le brulle Arpie lor nido fanno, 
Che cacciar delle Slrofade i Troiani 
Con tristo annunzio di fnluro danno. 

Ale hanno lille, e colli e cigi umani. 

Pie con artigli, e pennuto il gran venire: 

Fanno lamenti in su gli alberi sli-ani. n 

E 'I buon Haeslro. Prima che più enlre, 

5. KtùlN, IHci 1 dirllli. «(rìlt*. Ini di aie dilli Cslena mIIc 

0. ilccchi con bue», ipìiie idanott. Sirofiili, iaulidal Uin Jodìo, pndbH 

9. TVoCkìhsh. TrailGuiMCo- ii Troiioi cbiirnbbDnifw (iaMiUT»- 

I «U dllk di Csrniio ti innldinu nlelinienu. Vedi Virgilio, Kk.Ub. Ili, 

i, > (Dg;siia i luD{[lii («IlitiU ed 45, ifrMi': Unto pnb ritarini ti 

Tti- lunoiti cbv igli albvri. 

iO.U brulle Arfietc.Uufìf 000 i%. Prima du pii ntlri, <ioi fii- 



I 





CAFtO DECIMOTB&ZO. 85 

Sappi die n^nel secondo girone^f*) 

Mi cominciò a dire, e sarai, mentre 
Che tn terrai nelT orribil sabbione. 

Però rigoarda bene, e si vedrai so 

Cose cbe lorrìen fede al mio sermone. 
Io sentìa d'ogni parte tragger gnai, 

E non vedea persona cbe 1 fu^eese; 

Fercb' io tolto smarrito m'arrestai, 
r credo cb'ei credette cb'io credeasey l'S 

Cbe tante vod asdsser tra qoe'brooehi 

Da gente che per noi si nascondesse. 
Però, disse il Maestro, se tn tronchi 

(]^lche fraschetta d' nna d'este piante. 

Li peosier c^ hai si fiuran totti monchi 30 

Allor porsi la mano un poco avante, 

E colsi vn ramoscel da un gran pnmo: 
I E '1 tronco soo pridò: Perchè mi schiante? 
Da che fttlo fo poi di sangue bruno. 

Ricominciò a gridar: Perchè mi scerpi? 35 

Non hai tn spirto di piotate alcuno? 
Uomini fummo; ed or som fitti sterpi; 

Ben dovrebb' esser la tua man più pia. 

Se state fossìm* anime di serpi. 
Come d' un stizzo verde, eh' arso sia 40 

▼«ieiite la parolt Btrmtu» ad iadicare 
divioa Bn$tai. 

22. tr0§ger gmai, mandar Uneii- 
tati gridi. 

27. jMT noi, cioè per timor* di Boi. 

80. ii fttrm^ tmùi moneM: retta- 
raoao milli : cioè, rimarrai pitaamaata 
dìsiagaaaalo della tna apioioaa. Da ao- 
ttro peaaieroj aaa apiniooa, raifa aioa- 
ca, «aando ? iena il fati* a ameatirla. 

55. mi t^imtU: mi rompi, aii 
aaMmbrì. 

55. miaeerpi, mi f{a«ti, mi dUaami. 

57. §à or ffm faM sUrpi. Graa 
aapieaia ai lèiada ia qncala invaaiioatal 
L' ooaM» akbandoaato dalla grafia diriaa 
a Tenato in diaperatioaa ha gik perduto 
la vita raxionala per cai ara boom: ^atla 
^«iodi la vita taoaibila acddaadeai, o 
pio aaii reato cbo aa troooo atorila od 
orrido, aido a patto atorao alla iaCar- 
aali arpie. 

40. Coaif iTini elisxo «e.: fi at 
lolUatcode «eeailf. 



T maaii giroBO del aattimo ecr- 
àm. VMlami aclla propria viu. 

4Mf . awalre oe. : cioè per tatto 
laH ita yo. — . Càa Ni temi, cka to 
'aafliowai perT c aira «cll'orriK/ soè- 
*^; ^aaii dica : VarrìbiI aabbiooo 
«kMjoacfco ta ao'giaato ael giroao 

M- • ai ooira^ o boa ligaardaado 



21 . da forrim /Ma al alio aerilo- 

lai. eaaa cboM to lo direaai, ooa le 

'■**<: o, «Im Barrato toglie r e b be r o 

I al mio pariaro. La nidob.Cooa 

^é&rwm M9ti mio atraioiia, con 

^iPialaBdarebb* accoaaato qoel cbe 

Vbpb aal m defl' Al. Barra di Poli- 

mm. is laa. dB Graaca da me legnita, 

àèa ai B la Bwafiaray percbè Dante, da 

gcacralo di Viifilio, 

potato iatondero oaal coaa 

da lai dotto aoll' £BtMa ai 

iafbba aroAbilo o pmata ia «foel 

OhrecM bob mi par troppo eoo- 



p 


^□i 


^^^^ 




_J 




tu, DELL- r 


^ 




Dall' un de' capi ,Vhe dall' altro geme. ^H 




B eigolB per vento cbe va vis; ^H 




Cosi di quella scheggia 


nsch-a insieme ^H 




Parole e ran^e: ond' io la<tciai la cima ^H 




Cadere, e «leni con 


ne r nom che teme. IRpl 




S'egli avesse potuto creder prima, 




Rispose 11 savio mi 


io, anima le^a, 




Ciò e' ha vedulo, pur colla mia rima. 




Non averebbe in te la 


man distesa: 




Ma la cosa incredibile mi fece » 




Indurlo ad ovra, et 


l' a me slesso pesa. 




Ma dilli chi tu fu^li, si 


che, in vece 




IValcDna ammenda 


, ina fama rinfreschi ^^^ 




Nel mondo su, dovi 


9 lontar gli lece. ^H 




B '1 tronco: Si col dolce dir m' ade»'hi, ^^H 




Ch'k non pOBso lacere; e voi non gravi ^^^| 




Perch" io un poco a 


ragionar m' inveschi. ^^H 




r aou colui, che tenni i 


ambo le chiavi ^^^| 




Dal cor di Federic. ^^ 


e che le volsi ^H 




Serrando e disserrando si soavi, ^JC| 




Cbe dal segreto suo quasi ogni nom totó: 




4S dÌqwUa,ehe3sia.M<Jif«l 


Sì. n'aducM, m'illalli. 




trBiKDilipiinii. — uicira.tililno in- 


ViO. t voi ntm srati. • bob r'io- 




nea dui |,l«r II mio Vi., b, «cfo». 






< il Cod Pnilim HKfnt. 


, S7. pnrt'M « Tmfimm-wfU 




*1- mima l'i», o .nhni otttn. 


rtithi. l'in m' inp«|Ka, •• anlm • 




41 HH- «Ho mia rima. Tonisri 


ngÌMian,iUir>li> dilla ow1«« pn- 




itr* <*!<! ti v§am. ppnbt par !■ rima 






56- ri«eoM«e. Qnaalì t Pier 




di VJrtjilìo, naatc >m> a>» ridalo U 






«« Hmla, m aolo wKla. Onda tn- 








tilt pule •iill'animo di Ini nA ci» .olle 




MI, osai: S'igll mmr poliUfl errdrr 






Malli 1 onde F^Jerieo lo tee iaMD>, 




per II aia puiici narraiidHl eie che 






orthavadMta col taiw. n«a a.nbb.n. 


ni «uh) la cKinTi -. M. aaMta-. Jalla 




B « a«»n . jua) eh. ha r.rcnnl.<. 
di TolM^g ttì tu MVEn., il miait 
rMtuBp» dai lii^lU («ctlì d* Enea 


ini e dal bob nilor*. 










mi Iddi* et" fra iqH.llo ; e quali Ma- 






ria, it^ il r.IU a.tFDuto, do.» per 






l' MiliieTi «n tona .Ila meatr di D.°. 






t>. JiÙH t dal 1^. ài.9,.*^, ili. HH- 


61. Ck, dal -gnu, tm tt. €»■ 




«r«,,,ri„.i,,«t!*«dip«.i.,. 


Tieìl.acrii»diS>jiBocha;.rÌb«n>n 




pMM, «MBnalo il OMO» dall' eaacB- 


• .iHi. aulboa dHiniit ad*», at «b- 




limapM II cou seiniiia. 

». (n Uff* ifalniH ainmni(fa ; 


. anrau .dima» ilio, ubi aai ìb- 






1 


!■ cimprntD dal male falla. 


lib. IV. 




CANIO nKmoxnzo. 87 

F«U portai al glorioso «fitio» 

Tanto cfa*k> ne perdei le vene e i poid. 
La meretrioa» che osai dall'ospiiio 

Di Canne non lorse gli occhi patti» «a 

Morte comuiey e delle corti vizio. 
Infiammò ooatra me gli animi tatti, 

E gT infiammali infiammar sì AagiislD, 

Che i lieti onor tomaro in tristi lotti. 
L'animo mio, per disdegnoso gosto» 70 

Credendo col morir fuggir dÌBd^;no, 

Ingiusto fece me centra me giostOé 
Fer Je nuove radici d' osto legno 

Vi givo che giammai non ruppi kd» 

Al nuo aìgnor, che fa d* onor si degno. 75 

E se di voi aicnn nel mondo riede, 

ConfMti la memoria mia, che giace 

Ancor del colpo che invìdia te diede. 
Un poco alteee, e poi: Da eh* ei si tace, 

Disse il hxita a me, non perder l'ora; so 

Ma parla e chiedi a Ini se più ti piace. 
Ond' io a lui: Dimandai tu ancora 

Di quei che credi che a me soddis&ccia ; 



mort« Bd moDdo. — risto délU eorU, 
nnM in oaelle pia A» altrove eterdU 
r loTÌdia 1* orcbi* aflligno, e BMia le 
arti WM |KrtlaMadM. QiMlclie tetto ha 
MmrU • conni— dtik eorti vizio. 

SS. Àuguilo, cioè Federìeo II. 

70. for dÌ$dofm»$o gutto, a eCefo 
dd fMMle adcfoo, ^ diadegno; 0, £- 
Tesalo «degMiaa di latto. 

74 . fuggir disdegno, iottranni allo 
•prejpo altnii, alla YÌlaperoaa CaBa di 
traditore ; o aoehe a ^Uo atato mio 
diadrgooeo. 

72. ingiuttoet. Iiilc«£; Mciden- 
doni per aoverchio adeguo, fai iagìasto 
▼eno di bm die era iaaeoeiile. 

75. Por lo nmooo rmdioi «i. Vi 
giare per qaeala mia aoTolla eaiatansa. 

7S. d^omor ti iapo^ ialcadi a ri- 
j^rdo del valore rìvile e nCltra, cke 
fa grandifaiiBo ia lai ; cke ^laala u ra* 
sto aoi TakUaaM Tadala Ira gli api- 
card. 

so. «onMrdfr Tara, il t««f|o> • 
r occadoae che ti ai offre. Con i Gred 
re' »J», 



C itacae eipolii, vai ^aaato te 
^ ^ pài c a che la (raalade portala 
'fuàeemà dd aao a mi aa a fa eafioaa 



cagioaa 
^ à riavagliaMe ceatra l' odio dd 
ChA, ihe fa prima cagioBe ddla aaa 
Mrla. AI^ ad. kaaao lo «omio e i 
Hi( dee a rìpaea par la vagTiale aotti 
• litila. Ma a aM aoo piace ^aell'aaio- 
» Cdae ileo oeak difUnai aoMio e pol- 
iC cada Wproliriu aeae e 90IH, niodo 
dha vdU «alo dd Poeta. 



14-Si. la ^rsla awrrfricerrcdono 
■i ■gdStali la earte rooiaaa, aeai- 
F u igaaaaafiaadaawali ddrimpedale 
HiBa: erapaoggiaao dia faaaa, ^al 
•ii à floMa, che Pier ddle Vigno ca- 
de»' landio e dcn^odio di 
acherati ageati, onde 
I {dkoo OMÌ) per latte le 
ia aeapctto di Iraditora al 
I Pedarko 11. Ma io ane- 
la g aaar d i per ViwHàia, 
vpBHa MaffSaaoaMMOi pcrclMcagiooe 
•a |i «oaùai d facdaa auaeri acaai- 
Ivedmeala, a aache perchè ddl' iai^- 
<a dd IKarob ealr« U miaarìa e la 



Ch'io non potrei: lanta pietà m' afxara. 

Perii ricominciò: Se l'uom tj faccia 
Liberamente ciò cbe 'I luo dir prega, 
Spirilo incarcerato, ancor lì piaccia 

Di dirne rome l' anima si )^;a 

In quesli nocchi ; e dinne, se lu puoi, 
S' alcuna mai da lai membra si spiega. 

Allor soQiò Io tronco forte, e poi 

Si converti quel vento in cotal voce: 
Brevemente sarà risposto a voi. 

Quando sì parte l' anima feroce 

Dal corpo ond' ella stessa s' è disvetla, 
Hinos la manda alla settima foce. 

Cade in la selva, e non le é parte scelUtt 
Ma là dove fortuna la balestra, 
Quivi germoglia come gran di spetta; 

Surge in vermena ed in pianta silvestra: 
Le Arpie, pascendo poi delle sue foglio. 
Fanno dolore, ed al (ìolor finestra. 

Come l'altre, verrem per nostre spoglie. 
Ma non però ch'alcuna sen rivesta: 
Che non è giusto ater ciò ch'uom si toglie. 

Qui le strascineremo, e per la mesta 
Selva saranno i ooslri corpi appesi. 
Ciascuno al prun dell' ombra sua molesta. 

Noi eravamo ancora al tronco attesi. 
Credendo ch'altro ne volesse dire; 
Quando noi fummo d' un rumor sorpresi, 

Simiiemente a colui, che venire 

Sente il porco e la caccia alla sua posta, 



SS. St fimm ec. 
frtnlli Bt\ monda li 



39, tffit 



, .11 !,iji. 



Libcramenli, corlnFin 



■Cd» ortttolo di CDDlnria piuinne. 
ge.mMh{,ill>tri°««hlBÌ,n<,d«1. 


i62. al dolor fintilra, àaiTtVìm 


«lit acoDB pgi le <«^ dolMOM f U 


M. tlipirta. li dUe{»|I1<, » tm.- 


pi-nlo. 


pOKt. 


103. r;DmcI'aIln>nìn»«l<ti4c1 


9i. Mhr lefflt. rn»aU»B furfn 




n^S'drpr.p^''BlÌI!'"° ' """' ' 


iOS.alpnm te.: ti pmno «>'> 


rlachluu l'o<»ftra ivo, « l'iaini lua, 


01.*cnt/ip,rlé,ttUa.a«ùìfi 


dia • lui In molata. ti« «li™. 


•tabi li lo ilcun luogo. 


113 UFona..1onBhiiU:bMMÌa. 


9B. Ì«vt foriuM la ba'tiira, dsvt 




acuollparll. 


^it«,d<4 il lune» ur'rjli i ipp«rt«». 



CAUTO DECIMOTEBZO. 

Ch* ode le bestie e le fratehe stormire. 

Ed ecco duo dalla sinistra costa, 
Nodi e graflBati faggendo si forte, 
Che della selva rompiéno ogni rosta. [*) 

Qoel dinanzi: Ora accorri, accorri, morte. 
E r altro a coi pareva tardar troppo. 
Gridava: Lane, si non foro accorte 

Le gambe toe alle giostre dei Toppo. 
E poiché forse gli follia la lena. 
Di sé e d' nn cespuglio fece un grc^;^. 

Diretro a loro era la selva inena 
Di nere cagne bramose e correnti. 
Come veltri ch* ascissa di catena. 

In quel che s* appiattò miser li denti, 
E quel dilaceraro a brano a brano, 
Poi sen portar quelle membra dolenti. 

Presemi allor la mia Scorta per mano, 
E menommi al cespuglio che pìangea 
Per le rotture sanguinenti, invano. 

O Jacopo, dicea, da Sant'Andrea, 
Che t* é giovato di me foro schermo? 



89 



115 



120 



i36 



130 



i\i. itormire, è appooto Io ttre- 
fii* fredotto dal Borcrai della fraicba 
*akiwU. per feoto o per altro. 

U%. mmllm Hnitlra cotta: la paria 
■Mra ad abteaia dì Dante sta leinpra 
^ mUtmt maggior reità a più infeuce 
* ■W^ole roodixione. 



Il" 



Hi. fMta, oppoaixiooa di rami. 

I*) Vielenti io roioa de*propr) beni. 

^IS. Qaeati che ehiama la morta in 

M Mceono è il Sanate Laoo di parta 

{■Hi, lama che cooaamò tatto il «no 

<w ma brigata godereccia. Eisendoii 

^■nla eaatm alla aconStU che gli Are- 

tt BtI 42S0 dettero ai Saneti praaao 

hfiife dd Toppo oel eootado d Araf- 

*« MBirt poCea aalTinà faggendo, ai 

fk d ii pg ra tameote tra i nemici , non 

*4mdopf« vivere in povertà. Io qnella 

■iwaritèaB bdfiwimo teoso, perrbè 

■■Ira càa gli aere Lbe atata piò oppur- 

^Hckt la prima vulta. — E noto cUe 

AdblrmDoaciegliaTarì aegaitaipcato 

Hf . m emipmrevù tertftfr troppo, 
• mi pareva eaaer tardo nel correre, e 
(W correva mca dell' altro. 



421. MihgiottrodH Toppo, aia- 
ma diottro per modo barlerola la niffa 
in coi i Senesi furono memi in foga : e 

Sesto achano che par fuor di Inogo, ò 
"SO opportano a notare il carattere 
baffooeaco di qnesto scialacquatore, che 
piò aotto aapremo eaaere no tale Jacopo 
Padovano, a' una famiglia nobile, detta 
dalla Cappella di Sant'Andrea. Si rac- 
conta di lui che, tra le altre atravagan- 
le, fece nn giorno bmetara ana sua villa 
par aver lo spettacolo d' nn bel faoco. 

A 22. glifaliia la lena, gli mancava, 
iat. a Jacopo, la forza a pia oorrera. 

423. feet «n groppo ee. : fece un 
■odo ; cioè si raccolse, si strìnse a un 
cespuglio , per nascondersi alle cagne 
cba lo inaegnivano. La eagm$ . aeeoodo 
Piero di Dante, Ignrano i ereditorì, che 
fanno più misera la vita del diasìpatore 
ridotto a povertà. 

433. O Jacopo, dieoa. QuaiCi che 
eoa) parla è uno spirito incarcerato nel 
cmpaglio in cai ai è appiattato Jacopo, 
a eoa è alalo ai mal^eoucio dalla oagoa. 

4 54 . dime fare schermo, farti scher- 
BM di ma, ripararli col mio cespuglio. 



I 



tìb 

Ite, ^^H 

r Questo ^"^ 



Che colpa bo io della tua vita mf 
Quando 'I Maestro fti sovr' esso fermo, 

Disso: Chi fasti, che per tante pnnto 

S<^ col sangue doloroso sermo? 
E quegli a noi: O aoìme, che giunte 

Siete a veder lo strazio disonesto, 

C'ha te mie Trondi si da me disgiunte, 
B accoglietele al pie dsl tristo cesto 

r fui della città che nel Batista 

Cangiò 'I primo padrone: ond'ei per questo 
Sempre con 1' arte sna la farà trista. iii 

E sa non fosse che in sai passo d'Arno 

Segi eel langìU, diiikIÌ (uon panaiw, mi Ione Tslili n de< Goti fu 

Mdtomtkì — irnnD,!!!!!!!. qacgli th» mulloli gouli ntlli pian 

che rbbe ■ •Hlaien contra ■ gnwnb 

ddnnnto. Hiiaria I ìirnaie- £ Giulinina. H>««a<laFoiniiDa ofi- 

B Innai tlw AUiU fosu lUIn 

• D!(e,i'>UÌM*>l Pi»U. EJ 
> iht iiirl» in delle ■dIm>i> 
li U-n tlH|1J>li> il un» di 
p(r U (oli per ittnggirf li perèill, Tolil* in iquelloiii Alliil. A Poppi. p« 
■icnda riiiiipili le ine ricclmie. Alln a., nel CgHatinD (i t su pìeln doTi 
Taalc cbe eie un LaUi. drgli AeIi, the lc|[rHÌ che le man di ^U tam ti- 
■'ÌDpi«t rimiliiwnU in eia mi, dopo nn dblnilled* Aitili. 
■*<i*i|ti>iDla illi poiirlt io cui l'eri II Rgaelli, ■tgaitindo Bedranols 

periae celpi ridniiD, il rimDmt d'uni di Imola, i d'opinione At b ìMh 



ilÌM capag'io. 



r/<llM.VÌtoliidiaeh> 



Log. ■ 



- dWla etiti eht 

mi dir* dì Pireo», •llegoi- 

miet- biito nel SaUtlo 



•ratj dell* 




CANTO OBCIMOTBRXO. 9^ 

Rimane iDCor di lai alcuna vista; 
Quei cittadin, che poi la rìfoDdarno 

Som '1 oener che d'Attila rimase, 

ÀTiebber &tto lavorare indarno. iso 

Io fei ffihetto a me delle mie case. 



4M. fiMp; iti fmcfM f<M, «rilcnoM^Miltor la eomone gimb- 

Ini: fMl 4irt, feci fama OMMIa ktito. Nd Cod. Caai. è «na postilla a 

tali Mia BÌa caH : ■'ònpiccai in nia qoart* loofo dia dica : GiubHtwm nt 

miUhBBea f i Ml ièdal taateVir. fitmdam twrrUPmitiU uHhomimti 
WCAaFkrM, • M IfaM. 87. A1- 



€Mmm BECiH09ijAnr#. 




éU fkmm. Fi mm àmmwH I maUmu mìh* Dfo, mm- 

mm Ai» «é rfMMW C^mM. tmmdrmm nMi, 

Itéi tmMB étfU mUriJlmti l^fmué» é0$$rlm Flrti, 



Poiché la caritè del natio loco 

Mi strinse, raunai le fronde sparte, 

E rende' le a colui eh* era già fioco. 
Iodi venimmo al fine, ove si parte 

Lo secondo giron dal tprzo, e dove 5 

Si vede di giustizia orribil'arie. (*) 
A ben manifestar le cose nuove, 

Dico che arrivammo ad una landa, 

Che dal suo letto ogni pianta rimuove. 
La dolorosa selva le è ghirlanda io 

Intorno, come il fosso tristo ad essa: 

Quivi fermammo i piedi a randa a randa. 
Lo spazzo era un' arena arida e spessa, 

Non d* altra foggia fatta che colei. 

Che fu dappiedi di Caton soppressa. i6 

i-l. Hidd Im emità ae. : poìchft 'IO. I.a dolorosa lelofl ee. La dolo- 

r^Hra dalla P^^na. cW io aveva co- roaa lelva cireoaHa b landa, come il 

mm mm ^Mltoapinlo. — mi «Inma, trìtio foaio dal aaogM òrroDda la aalva 

ii fa fana ac. stana. 

B. K fWi^lB; a la rvndd. 42. a rwmda a randa, doè, raante 

a. 41 fteMste orritir arU, ipa- raMote l'arena : in iu V estrema parte 

■■gHiar* ddla dÌTÌna fio- ddla selva a sai prìndpio della rena, 

a, 43. Ìjotj»as%Of il snulodi essa landa. 

(*) Tan» giraae dal settino ccrdiio: U . r*e euUi oc. : che queir arma 

iaali I sali a Die , la aalnra e V arte, della Libìa^ la qaale fk fopprea la, noè 

a. tamém oe. : pianura senza alcun calcata, dai {hciIì di Catone quando vi 

, iacolta . passò coli' esercì lo di Pompeo. Lue. 1,9. 



vendelta di Dio, quanto tu dei ^^M 

Esser temuta da ciascnn che hg^ ^^| 

Ciò che fu manifesto agli ocelli mìei! 
D' Diiime nude vidi molte gregge, 

Cile piangean fatte assai miseramente; w 

E parea posta )ar diversa legge. 
SupiD giaceva in terra alcuna gente; 

Alcuna sì sedea tutta raccolta, 

Ed altra andava conlinuamente. 
Quella che giva intorno era più molta, jg 

E quella men, che giaceva al tormento, JtÈ 

Ma più al duolo avea la lìngua sciolta. ^^M 

Sovra lutto 't eabbìon d' un cader lento ^H 

Pioveon di Tuoro dilatate falde, ^^^ 

Come di neve iu alpe senza vento. n 

Quali Alessandro in quelle parti calde 

D' India vide sovra lo suo stuolo 

Fiamme cadere infine a terra salde; 
Perch' ei provvide a scalpitar lo suolo 

Con le foe schiere, percìorchè 'I vapore Si 

Me' si slingueva mentre ch'era solo: 
Tale scendeva 1' eternale ardore. 

Onde r arena a' acccndea, com' esca 

Sotto il focile, a doppiar lo dolore. 
Senza riposo mai era la tresca 40 

Delle misere mani, or quindi or quinci 

Iscolendo da sé l' arsura fresca. 

21. S parta rulla lar re. Edilla St.QtiBliÀltitaHiraee.DìtiàAt 

HMua loUDpiMt • ligip iliveiM par Ì« AlauoHrDirìdfl in India nilFrc ftlil* di 

X). £i>tHiigiacR<a:iupiii.aiT>rb,, dule « lern boi li utingaFiina, «ebt 
(iaeni tmpimimiiai ; idi jiuò nncLi l< facn» leatpUart, ànt pmngn 

iB i Iroouraenli dille pirots ■uiiiina eru laporc miglio li «jicgiiet» mtnir» 

pia lib«rlt ci» niiii è concnH il prg- ch« era (olg,ci<ié dod accrcniilo dilla 

unta. — QnalR tbafiiccinimifiniiono Ginuni! appresa il Ittrano; il dwa'iai- 

i «iolaBli wolm Din; luà ftie tegpono paJJvi wo ijuellt optrinDii»; onda il 

Mani lÌDlcnU coDlra l'irla: e quii ebe iuolo oon iicndn tempo d'inloeirn, 

quii loilD in iDiegiitr numero it^Vi 

2T atàunto, clni ai liDirnti. . _ . 

SO. Cemt di ntv* in a(/<c ttnm ntDanHxii qoi oa aprmiii malif 



I. Perché, perii iiDil COM. 



t li Iraiparli. 



«ra fr» 



CANTO racmOQOAJlTO. 9^ 

Io oominciai: Ifaeetro, ttt che ylad 
Tutls le ocee^ foor che i Diaum duri, 
Che all'enCrtr deUa porta incontro ueeinci, 45 

Chi è quel grande che non par che cori 
L' ìnoendiOy e giace dispettoso e torto 
Si che la pioggia non par che *ì martori? 

E qaA aiedesaiOy che si foe accorto 

Ch* io dimandava il mio Duca di hii, so 

Gridò: Qnal f fui vivo, tal son morto. 

Se Giove auinchi il suo fabbro, da coi 
Crocciato prese la folgore acnta, 
Onde l'ultimo di* percosso fai; 

flf egli stanchi gli altri a mata a mata S5 

In MongibeQo alla facina negra. 
Gridando: Boon Vulcano, aiuta aiuta: 

Sì com' ei foce alla pugna di Flagra, 
E me saetti di tutta sua forza. 
Non ne potrebbe aver vendetta allegra. 60 

Allora il Duca mio parlò di forza 

Tanto, ch'io non l'avea si forte udito: 
O Capaneo, in ciò che non s' ammorza 

foe da tutti qvctti, ptrchò •« d« ita di- 

3»cttoM t torto, Doa facoodo nauooo 
I q«ti BaoriaMoti Mtarali a ehi fante 
dolora, appunto coaaa ao il hioco noo 
lo brvoaaae, ooo lo màrlurioiu. 

ì^. il tuo fabbro, Volcaoo. 

53. Cmeetalo.dtliamiabaatammio. 

M. l'ultimo ir dalla aia fita. 

sa. « muto a un i ta , a vioanda. lo- 
taadi : aa agli tiaBchi «• dopo V altro i 
cklopi, daodo loro la mota. 

Ì%. ii»jroiKftM(o,o»«ll'EtsaioSi« 
alia, dovo i pooti fioaoro aaaar la focioa 
di Voltano, eba eoi aaoi cidopi labbri* 
cara i fnlmini a Giora. 

SS. olio fugnm di PUgrm, alla bit- 
tafflia da' (pganli contro Gio? a in Flagra, 
▼alla ddla Taaaaglia. 

SO. Nomuopotr$k^»vor9€mdelia 
ollogro, non potrebba avar l' allograno 
di Tedarmi a? vilito o aopnffallo dal ano 
flagallo. 

61 . di fànm, aioè, eoa gronda Tee- 
aaania a gagtiardia. 

65-iìa. O Cn^ofMO. Capnnao h nno 
dai fatto ro cba otiiser, aaaodiarono, To> 
bf^ a nomo anporbo a apraaalor degli 



va VM*, ^ anoro. ara piomto ao- 
F^'hra. — ìuoitmmo^ meotro aeoto- 
1M.— FfMe» hn anaaao U aanao dal 



41. tm aftoWhd «e. BalF elogio ao 
b Miey aUa ditina doleana dai car^ 



ik movaro agni ani- 
laan fin à'^um cmdel demonio: pia 
Mh H b fifcriaai aUa mMMi rofioM 
pairiiilii fai VirgiKo. 

4. Vedi a Conto VUI, ferao4l5 
•H^ ■irfairfètroocitnra di utdmoj 
kniÌML rafolam ma antiq. del perf. 
41. Mt^tli§m a torto te. QncaU è 
l^piiabo^oeaia;aben fn delto 
■■ lanla è il pUlor do* poeti , il poeta 
an Mmn« 

4S. afto'l awiiiit (da marturiart 
pt Mrlarfarf|,ebe lo wtmrtorii. Qne- 
iklm^eboè di moUi pregevoli Codd. 
• ddaodb. di leai della Nidob., è 
diprafarirfli. a parer mio, alla eooMue 
dr'IflMlMri, porcbèaopra noo ai parla 
^ aninM rananliate, mofumta, dalla 
ffa uia di fooco, ma ai di tali cbo ti di- 
Mano corno p a ma no, iteotendo da tè 
Itmrm frtteo. Ora Capaneo ti dìatio- 



94 



mix' IMFeANO 

La lua superbia, se' ta più punito: 

Nullo martirio, fuor che la tua rabbia, 
Sarebbe al tuo furor dolor compito. 

Poi si rivolse a me eoo miglior labbia, 
Dicendo: Quel fu 1* un de* sette regi 
Cb'assiser Tebe; ed ebbe, e par ch'egli abbia 

Dio in disdegno, e poco par che '1 pregi: 
Ma, com* io dissi lui, li suoi dispetti 
Sono al suo petto assai debiti firegi. 

Or mi vien dietro, e guarda che non metti 
Ancor li piedi nell'arena arsiccia; 
Ma sempre al bosco li ritieni stretti. 

Tacendo divenimmo là 've spiccia 

Fuor della selva un picciol fìumicello, 
Lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 

Quale del Bulicame esce il ruscello, 
Che parton poi tra lor le peccatrici. 
Tal per l* arena giù sen giva quello. 

Lo fondo suo ed ambo le pendici 

Fatt'eran pietra, e i margini da lalo; 
Perch* io m' accorsi che 'l passo era liei. 

Tra tutto V altro eh' io t' ho dimostralo, 
Posciachè noi entrammo per la porta. 
Lo cui sogliare a nessuno é negato, 



75 



su 



tf 



Dei. ^ i» ciò che ntm t' ammortm te.: 
Qni è •eceonata ana gran Tei ila Uulo- 
fica • cbt nelP inferna la pena sari 
unmeJeainiata col peerala; ««aia il pec- 
cato formerè il auppliiiu dal pece«t»ra 
«•tfolor compito, auppl-gi» adei|aaln 

07. «m migiior labhio, àmé fu pii 
■Ila aappllo • ei>a pia mili parole. 

70. Dio in dìMogno, Dima diapre* 
fi*. Anche StAtio lo ebianiò §mperùm 
contemtor el aqui. 

72. àohiti fregi: eoai par ironia. 
CoaTcoianli eaatiglii. 

70. diwenimmOt è dal devtmire, 
lat., eba apcaao fala il tara pi ice venire. 
— f^ieete, «gorga, nea eoa impalo. 

79-80. doi BìÈÌieuwMtc. Buiiramc 
cbianiavati on lagiicttu d'acqna bulleo- 
U , sitaalo a dae miglia da Vitf>rbi : 
uciva da aavo an rn»««llo. I'aci|aa del 
^oita U pMcatHei, la mareirici, poi, 
aoA a Qoa certa duUnta d«lia aorgrn. 
itf quiodo era già raffreddato al^ao* 



to, n partivano fra lor», in «auto ém 
ciaacnna di eaaa volgerà nlla ptfrii 
atanza «fnella pornnoo d*ae^ CM li 
abbisugnaaaa. Se la lenona fOtemtrtH^ 



che è pure di luici leali ch'io aUin ft- 
duli, è la vera,bisiigno anppom cfcn in 



vicinania del Bulicane f 
lempi della caaa abitato da tali ,'«■■■1 
che forse trovavano il loro conto in qnw 
sog^iurnri perla fr<*qarnudi ^aiMgn. 

82-85. 7epf«<lir«ac.:cioèlatMÌM 
pendvaii, inclinale: FaW eroM pt§Ì9% 
cioè, ki erano impietrite. E eie tra n^ 
volo alla natura di i^ael finaicdU •■•• 
guif>nu rbe renileva pietra i'artnn. Ann 
pi-eiMo ni>i vedoui oei fiumi cho hanBi 
virtù pietriKraDte. ^—iwuofitd, ì émB 
delle »p onde. 

%\ ermiiei, ti. pmhèl'nnieolMfn 
ove non fnaae P arena art ieein, iaffoe»' 
ta. Vedi V. 71. 

87 . Ij* mi «o^Jiorf, la cni mfjjlUf 
li porta dell' Inlcrao. 



i 



l 



Cosa noD Tu da^ì laoi occhi scorta 
Notabile, com' è 'I presente rio, 
Che ìopra sé tulle Gammelle ammorta. 

Queste parole Tur dui Duca mìo: 

Perché 1 pregai, che mi largisse il poslo. 
Di cui largìLo m'aveva il disio. 

In mezio 'I mar siede un paese guasto, 
Diss' egli allora, che s' af^etla Creta, 
Sotto 'I cui rego fn già '1 mondo casto. 

Uoa moatagna V è, che già fu lieta 

D'acqoe e di fronde, che si chiama Ida; 
Ora è diserta come cosa vieta. 

Rea la scelse già per cuna &Ja 

Del suo figliuolo, e, per colarlo meglio. 
Quando piangea, vi facea far le grida. 

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio 




^ 



DELL INFUNO 

Gbe tien volte le spaHie in ver Damiata, 

E Roma guarda si come suo speglio. los 

La sua testa è di fin* oro formata, 

£ puro argento son le braccia e 1 petto, 

Poi è di rame infino alla forcata: 
Da indi in giuso è tutto ferro eletto. 

Salvo che 'l destro piede è terra cotta, iiO 

£ sta in su quel, più che 'n su V altro, eretto. 
Ciascuna parte, fuor che V oro, è rotta 

D* una fessura che lagrime goccia. 

Le quali accolte foran quella grotta. 
Lor corso in questa valle si diroccia: «f$ 

Fanno Achotmte, Stige e Flegetonla; 

Poi sen van giù per questa stretta doccia 
iDfm là ove più non si dismonta: 

Fanno Cocilo; e qual sia quello stagno, 

Tu '1 vederai; però qui non si conta. i20 

Ed io a lui: Se '1 presente rìgagno 

Si deriva cosi dal nostro mondo. 

Perché ci appar pur a questo vivagno? 



tha , exi$tent$ ntonmnhia perfecUty 
mundum umditi^te fuiue oiiieliun, Uh 
tii eonttat. Mooirch., Ub. I. N«l w 
nnito dei tempi difenta aen kaono, 
Nfbbene maoUcDe sempre na qaakhe 
■plendore e elcane ? irtù, come è signi- 
lictto dall'argento e dal rame, metalli 
pmr (li qualche valore. Ma ogni splen- 
dore, ogni gloris sparisee alla forcata j 
ore si fa tutto ferro ; a aveste aeceana 
alla divisione di esso imparo, morto 
Teodosio; dopo il qoal tempo comia- 
ciarooo le invaùoni barbarìcne, e qaei 
secoli veramenta di ferro a di calamità 
Dtitìsaimì per l' btorie. Viene SnaU 
mente l'impero al colmo dell'avvili- 
mento quando al ferro agi^nnge la 
creta; quando cioè diviene un mbto 
di tirannide a di democrazia , a che 
Questa prevale. La erela ha seco 
r idea della viltà e della debolena , e 
ben rappresenta il tumnlluoeo governo 
della plebe. Ora tutte queste allerario- 
ni dalla perfetta monarchia, significata 
ndla testa d'oro, sono seguitata da mi- 
seria di popoli, da mali costami a da 
delitti; a queste soao le lacrima che 
a^^organo dalle diverse rotture dcUa sta- 



tua, a eolaiio aell'Iafemo. (pia rt i caa- 
cetti, a parer mìo, paCrebbara firani 
dalla presenta allegoria, noa laola f«^ 
chi VI si accoaMdaao diacralaaHala , 
qaanto e molto pia perchè si kaaaa ii 
graa parte confermati da Dania ataia 
a nel corso del Poema a Dal libra diUa 
Monarchia, dova apartams ala il 



che l' impero romano, fondata aan ik 
ciliari argomenti del divwo faTUia, è 3 
solo impero legittimo, a tolta fl ^aala 
pnesa l'omanità esser virtaosa a «mali; 



che quello disfatto o m en omalo, tattsè 
disordine ; che ogni altro foreraa lem* 
porale è un' usurpazioDe a an CaaHls fi 
discordia civile e di delitti. 

4 15. fi diroccta, scenda di raeda 
in roccia, di rupe in rupe. 

447. doccio, canale. 

448. /n/hi Idee.: infino al fendo 
dell' Inferno, ossia al centro dalla ler^ 
ra, dova non ti dUmonim pie, cioè pie 
non si scende, ma si comincia a aaliia. 

449. CoeUo, è vaca greca eka si- 
gnifica pianto. 

421 . rigagno, pieeol rivo. 
423. Perchè ci a/nf^ puree.: pn^ 
che ci apparìsea, ci si fa Tederà iola- 



CARIO INKDiOQOAETO. 

• 

Ed agfi t me: To sai che il luogo é tondo, 
E tolto che ta sii venoto molto 
Por a sinistra già calaDdo al fondo» 

Moa seT ancor per tatto il cerchio volto; 
Perebè, se cosa n' apparisce nuova, 
Non dee addar maraviglia al tao volto. 

Ed io ancor: Maestro, ove si trova 
Flegelonte e Lete, che ddl' an taci, 
E r altro di che si & d* està piova? 

In totle toe qnestion certo mi piaci, 
Rispose; ma il boiler dell* acqna rossa 
Dovea ben solver l' una che ta faci. 

Lece vedrai, ma iaor di qaesta fossa. 
Là ove vanno l' anime a lavarsi, 
Quando la colpa pentata è rimossa. 

Voi disse: Omai è tempo da scostarsi 
Dal bosco: fa che diretro a me vegne: 
Li margini firn via, che non son arsi, 

E sopra loro ogni vapor si spegne. 



97 



if5 



ìjO 



136 



140 



« fe af i ip, cioè io q«e- 
I rÌM, • BOB altro? «f 
1 Mogo doto ero n 
if odio ikmo U toUi- 
m tro firoBi. raltiiBo è 
I iSiMii • Forlo dot Tatto ri- 
PBM, • fMhè ho rìfoardo al oooSoo 
Uh wàn ad ^«alo ti tro? a. 

IH. fbi^ c*f <l iMfo ifondooe. 
i hao ialoo^oro la riopo»ta cho fa Vir- 
aoirAloa 




loooOy ai €00' 
Daoto »aia|ioato 
..^i-jli. Dal fìaitorli por- 
porta « riaafiao, dimo- 
ia aìfiMlra,^aodo 
ti lOTBioa dalla nooa parta 
», allora afre girato 
a tondo. Ood'è cho ooo polofa 
d'oro iocootrato il Flcfo- 
do qoal lato flMneo 
oeora tatto trascorao. 
W. JVa»o^«M«r porftilto il 
hai por aocho ool tao 
oaaolto i oorchio. 
119. Mtm dm mddìtr m^nviglia 
of lo» oolii^ BOB doro attaniarto o 




154. thè delVvm ioH. Intoodi di 
loto. Leto tigniSca o6fto, cha non p«ò 
oaaar Ball' loferoo, dota la aeoioria dai 
paoeati conuDoaai, a dallo grano aboaa- 
to, aarà noo doi maggiori aapplizj dai 
daoaatì. 

434. BM a hoOor ae. : il bollor del- 
l' aequa roasa dovera farti accorto cho 
eaaa ft il Sumo Flogetooto. Qaeato^ pa- 
rola tiene dal ferbo greco tpliytè, 
che aignifica ontort . Da qoeftto luogo 

Sarrahoo che Danto noo mancaaaa 
' ona qualche cogniiiooo deUa greeo 
lin^joa. 

437. Là 099 «e. .* Ih oro to aoimo 
porgaoti, prima di salire al cielo, ai la- 
rano, qoaodo la colpa di cho foron 
pooito è HmoMO, «oè, tolto m da 

45S. fWBlBia, portàdfMto dcH'antiq. 
p a Bte r a , Koototo por pcmtoon. 

442. E fOpTB toro oc. Maatra 
l'capanefixa die ooo eaadela tra le Ib- 
mide oealasiooi ti ettiona: eeal il Poeto 
immigioè aTraoiro di qoalto vaaipo 
pioTmti, al tnccore !• denaa calìgine eoa 
dal holleoto SwbìccIIo ti elora. 



1 ,. ^ 


W CA31TO DECUnOQVIÌV'rO. !^H 












Ora een porta l' un de' dori margini, 


E LI fummo del ruscel di sopra adu^gia 


Si, die da) fuoro salica V acqua e gli argini. 


Quale i Fiamminghi ira Guzzanie e Bruggia, 


Temendo '1 Gotto che in ver lor s' avi-en!a, i 


Fanno (o schermo, perchè '1 mar sì foggia, 


E quale i Padovan lungo la Brema, 


Per difunder lor ville e lor caslelli, 


Anzi che Chiarentana il calda senta; 


A tale imagio eran fatti quelli, IO 


Tuttoché né si alti né si grossi. 


Qaal che si fosse, lo mastro fellL ^^^ 


Già eravam dalla selvs rimossi ^^H 


Tanto, eh' io non avrei vi<^to dov' era, _ ^^^| 


Percb' io indietro rivolto mi fossi, '^^H 


Quando incontrammo d' anime una sibiera, t^^^f 


Che venia lungo l'argine, e ciascuna ^^^H 


Ci riguardava, come euoI da sera ^^^H 


Guardar l' un l' altro solto nuova lana; 


E si ver noi aguzzai an le ciglia, » 


Como vecchio partor fa nella cruna. 


J. Or» cmpurla te. E™ chi udì o» dbeli nionUg» diaivuUM,d4 






ì. Mnpraailvagia. rise II «mbr. ix.i d. cui i rìcaurl>,ìld<ih> twM (*■ 




•pcfHl'Gunt. l..mUrìu di Fido» che >^ Mnn». 


4.G>iu<i«te:cpi«i>)i(erridlFi.ii- U pirud.ll. Alpi dgve ■>«« liBi«f 
Jrit Bruggia, lirueu, odIkIc olii. I^.icbe iP.doimì chiimino CiUOr» 


ptrìeuiM di Fiixdn. («w. ,oaoi m-oH i.\ Trenti». 




dd Dare.- i-otefniB, » sliudi, vii'O (..rs li t«e- Cbbay» <,u«lì » foat, • 




G. Forno lu ithiTmiK [UM i ri- U. dcvirtL. lalcmli: ItKJ.i. 


pari le dìgliii. penhi il iD.» ilij )3. Pm*'Ìo. tcbbui i», pr 




fnnù hitliermn, n ^ubU i Pad.,- qiHiido U luni aon .plcmli- U >i«llt)tl 


MHf « , a taU imagiH, «. eh. .vvic«( .ppualo qo.ndD i sa»». 


9. J>:f cht Cl.iarc»l(iM te.: prì- ci» IrimoDl* poco dxpo il •d(. 



CAlfTO DICmOQUUffTO. 

Co^ adocchiato da cotal ianugUa, 
Fai conosciiUo da un, che mi prese 
Per k) lembo, e gridò: Qoal maraviglia? 

Ed io, quando '1 suo braccio a me distro, 
Ficcai gli occhi per lo cotto aspetto 
Sì, die 'i viso abbruciato non difese.^ 

La conoscenza sua al mio intelletto;. 
E chinando la mia alla soa faccia, 
Risposi: Siete voi qui, ser Brunetto? (*) 

E quegli: figliuol mio, non li dispiaccia, 
Se Brunetto Latini un poco ieco 
Ritoma indietro, e lascia andar la traccia. 

Io dissi lui: Quanto posso ven |M*eco; 
E se volete che con voi m' assaggia. 
Farò], se piace a costui, che vo seco. 

figliuol, disse, qual di questa greggia 
S' arresta punto, giace poi cent* anni 
Senza arrostarsi quando *1 fuoco il foggia. 

Però va oltre: i* ti verrò a' panni, 
E poi rigiugnerò la mia masnada. 
Che va piangendo i suoi eterni danni. 

Io non osava scender della strada 

Per andar par di lui: ma *1 capo chino 
Tenea, com* uoro che riverente vada. 

£i cominciò: Qual fortuna o destino 
Anzi r uitimo di quaggiù ti mena? 



S» 



25 



SO 



U 



40 



45 



22. dm eoimi [mmiglia, da cotale 
"Ìmr, fcrcW ^«ali peccntorì top di- 
^' ia laiiÉt Maaiiadc, cmbc ai dirà piò 



2M4. wd ftrtu Ptr lo Utnbo te. 
I«pHt pai laniko dalla vaate, percliA 
bawito ara «è Della rana , e Danto 
«rapMddroacdlo. 

27. «0» difnt, DM imped'i, dod 
lér al ■■• ÌDtflIctto, alla mia nuoto, 
AaatorlD ncoaoacara. 

SI. JBnmrlto Latini fa ^n filo- 
ai» a ■Bfatro aonoi* io rrttorìca, a a 
y daw Firaata U aao primo dirocza- 
F« di parte gv^lfa^ e maastro di 
D«po la roUa di Mootoperli 
■■la a Parigi, dora arrisca ia 
frwr'*«« il avo Tesoro. Era oato verso 
i iZM^ mori ìa Firenze nel 1291, 



dora era tornato, quando i Guelfi i> 
guadagnarono lo Slato. 

33. la Irorrto, cioè la comitiva d#- 
gli altri che andaTano in fiU. 

51. preco, secondo il Ut prioor, 
che poi ai fece prego. 

53. m'atteggia, m'aaaida. 

5C. ehi vo teco, perciooclift laiM ia 
aoa compagnia. 

39. arrostarti, arentoUrsi. — <i 
ftggia, lo ferisca. Feggia è il praaante 
indicativo di feggiare. 

40. ti terrò a'patmi. Ci verrò ap- 
presao. Vedi la noto ai veni 23«24, 
da cui vedrai la ragiona di qnaato par- 
lare. 

41. la mia wuuuada, la coapa- 
(jnia di geoto colla quale io vado. Oggi 
questo termior ba cattivo suono, 
non fu coai nei principj della lingóa. 



E chi è questi clie mostra '1 cammino f 

Lassù di sopra in la vita serena, 

Rispos'ìo lui, mi smarrì' in una valle. 
Avanti che l' eia mia Tosso piena. 

Par ier mattina le volsi le spalle: 

Questi m'apparve, tomand'io in quella; 
K riducemi a ca per questo calle. 

Ed egli a me: Se tu segui [uà stella, 
Non puoi Tallire a glorioso poito, 
Se ben m' accorsi nella vita beila. 

E s' io non Tossi si per tempo morto, 
Veggendo il cielo a le cosi benigin», 
Dato t' avrei all' opera conforto. 

Ma queir ingrato popolo maligno, 
Che discese di Fiesole ab antico, 
E tiene ancor del monte e del macigno. 

Ti si fare, per tuo ben far, nimico. 
Ed è ragion; che tra li lazxi sorbi 
Si disconvien frutlnre il dolce Geo. 



BaH«.TiidiC.I,T. ^^. 



M. OtUll lì I 
IinwIcdiBeil 
C.XXKt-,«[r 



z;:^zi:l^Lf. 




\2'MìW.PMrg., 


cltU, < il IDO rìcUto». VtdiC 




lu «il, nel pie 


del ParadiK). 




55 SetUMfittlMiKtls.» 



Mllanu picnoai, cine ili* «m pcrEc- 56. JVon fiuirìfidtlnte.:Biiafi 

■ioH, chili bat lì 33, qainilu fi tìU iDInnre di giunjjcrai ]<1orìoH finc^i 



IbflHiIlHdlnli CkrUli. dtll>utrol.'(;ii ^nJiriirìi. Iritia au I. 

S2. Pur itr ntollina. ulaniGDtB lice omnijia per I* (uluri glurìt tàrn 

ieri, IH primi <liicrìaiHlIini,IicDtri tiGca ■ le Henna •lei tua alunna. 

(«Malte, par olirà il monlc. Gì. «a «luir librato popolo f 

tS. lentandio in furila, tilli- Il p<v«lii RnrtnUnu ebbe «rìgìu i 

(li ipmligin™ l'olleB»- riBofe, anlrci fili» piwli »pri uo ed: 

di eaid, ci>- 63. £ IJrM atteur ed. : s aaatin 






CANTO DECJMOQUnrTO. |0f 

Yeoehia hnOi nel mondo li chiama Orbi: 

Gente avara, invidiosa e superba: 

Da' lor costami fo che ta ti ibrbi. 
La tua fortona tanto onor ti serba, 70 

Che r nna parte e r altra avranno fame 

Di te: ma lungi fia dal becco l'erba. 
Faccian le bestie Fiesolane strame 

Di lor medesme, e non tocchin la {«anta, 

S* alcuna sorge ancor nel lor letame, 7& 

In cui riviva la sementa santa 

Di quei Roman, che vi rimaser, quando 

Fu fiitto il nido di malizia tanta. 
Se fòsse pieno tutto '1 mio dimando, 



A* egli non Mrdkbe stato né ^elP un 
mHHo né SéP tltro: profesìa dia gii è 
fetta attcba daCaedagoida nel IVI! dal 
Per. La aeeoiida, cka f^ i Biancki cha 
i Nari di Fireaia arrebbaro od giano 
pmUo fame di lui. doè raTrabbar de- 
aideralOy o moari oalla saa gloria, ov^ 
Taro sei bitogoo fanCito della sua ntth 
■oadnta tapieioa a probità. 

72. «M Imagi /Ui dai becco terha. 
Ma non tare todisfatto il loro doaidario. 

78. Paeeian le bestie ee. I Fiorai» 
tini d'orìgine fieaolana, rasa dora e be- 
stiale, /iseeioiio ttrameditorwtedetme, 
si gorernino tra loro a dal loro, e non 
ioeehin la pianUi, ooo s'aeeostuo alla 
geotiti pianta di sene romano^aioè nao 
abbian menta di eomone eoi Fiorantiai 
di orìgine romana^ seppnra ea. SIfmme 
ebiamast l'erba pia Tile, di dia si fa 
dbo e letto alle bastie. 

77. ehevirimoseTt int. ad abitare. 

78. il nido, doè Fironxe, ediSeata, 
coma n diee, da nna colonia di Room- 
ni, ed aeeresdota poi dd Fiesolani. 
VediMadiiafdli^toriclib.n.— Dante 
d gloria? a di discendere da nna ffsmiglia 
romana di anticbisdma orìpise, a crada- 
fadparentadd Fraogipau. 

79. Se foste pieno tutto ee. Sa si 
fosse adenwito ogni mio roto : sa foad 
stato esanditoin ogni mia pregniara, voi 
sareste tnttora tito. Questa dicbiara- 
ziooe d'arargli pregato più Innga rìta, 
selenita a qod eba gli lia detto sopra 
scr Brunetto d Terso 4 8 ; ff io fliofi fotei 
fi per tempo morto ee. 



fema nel mmtdo li 

orbi. Dne eagiooi d addaoooo 

ip ia n n a m a dato ab antico d 

r bachi dica dia sa la ao- 

spando di dna enea offerta 

dai Piaaai, tho Toleraao rìcom- 

dà CTcr guardato Pisa mentre 

alla conq ui s t a ddla Balearì, 

• dna parta bellissima di bronzo, o duo 
rdsmaa di porfida guasta dal fnoco, o 
slBlr pcrdb aoperta di scarlatto, i brari 
Fiarsulini d icsls a r e auasf ultima. Al- 
tari Semme, a oao pie faodamento, eha 
a aauM di oiecki Taaisaa loro, quando 

araao preadara aUa ludngba di 
i^eUmdeà Tolila), aba atlaoaa 
, ^udt cbe non a? ea 
■è aall'armi né con un lungo 
di aascra riaafuto in Firensa , 
the pai a tmditara riempa di stragi a 
ék rwmm. Queat'apiniaoa è tenuta dd 
% iOanB, dd Malaspini, da scr GioTanni 
FiBiss^ias, a da oenreouto da Imola. 
Il vaiaai, tra gli altrì, d esprime cosi: 
« l firn t ntiui md avradnti , e però fnro- 
m a» auuipra ia proverbio diiamali dO' 
m ikit afadaHaro die sua falsa ludngbe 

• (£Allila)evuDapraaùadoni:apersou- 
a ffi la parla, a aussoolo nella atta, s 

€8. Celila onmrm ee.: consuona eoi 
«<ff*o74 dd Canto VI, Superbia, imei- 
Ma ed moa rii i a eono Le trefamUe ee. 

•f. f(/M<|oforba, da /orftere), 
ti f ar b ia c a, cioè ti purgbi. 

70. La barn forhma. Due cosa qui 
•i a ccwnan o : la prima, che la sua for- 
tuaa aTrebbe disposto le cose ia modo 



n sareste ancora 
a natura posto in bando: 

Che in la raenle m'è fitla, ed or m'accora, 
La cara e buona imagine paterna 
Di voi, quando nel mondo ad ora ad ora 

M'insegnavate come l'aom s'elema: 

E quant' io l' abbo in grado, mentr' io viio 
Convien che nella mia lingua ^ì scerna- 
Ciò che narrate di mio coreo scrivo, 
E serbolo a chiosar con altro lesto 
A donna che 'I saprA, s' a lei arrivo. 

Tanto ìogl'io che vi »ia manireslo, 
Pur che mia coscienza non mi garra, 
Ch'alia fortuna, come vuol, son presto. 

Non è nuova agli orecchi miei tal' arra: 
Però giri forluna la sua rota 
Come le piace, e il villan la sua marra. 

Lo mio Maestro allora in sulla gota 

Destra si volse indietro, e riguardommi; 
Poi disse; Bene ascolta chi la nota. 

Né per tanto di men parlando vommi 
Con ser Brunetto, e dimando chi sono 



mpa-r 



pjLi n 



I 



•■nalHnrc li morie, ptrllmlsal i titr- 




.>«t dell! ipdilt Jl bninello. 


dì jarrin. ijriJtM, rimoroimr». 


M, «uanl'in faiboln gra<4a- ipin- 




U. •■ D. >il flr.lo. t>.II' Mi. Otn-I tVf 


npiiT». Qui inlBB.Ii prolldoM (bt 


U.dÌm{o<i,tio.àoi,i>ntn,\iJ<A- 


,o.,.Joè.mc,p^di'™i™™«. 
p.rr., no. ri»rti, uo p<E» M m.1. 


fn n(i. — lenVo, lo fD|iriiDo scili 




mia monla. 


r^W.glrifMmm,la«KnU.*ÌI 


B9. SurholB a rhlaiartt.: e ìeivr- 


c-lln « Q<.«W malo pnnoiUilc li- 

goilirt : r.<TÌi l'uomo dttriDlan* wl 




.;i>i>i«|p,c^ colli prodiiìw^ Miami 


ci» di»epuft:il«oi>dì« pn-n. !•- 


^•r»ia*U V«liCiii.lo^,tcrioTOi-Mg. 


TDrì l> (crr>, iliiinTiiileo-ÌDdB.lriw., 


30. aAmiathtiltapririM.ibt 


e poi iKmci qnri th* Ilio iBolt, 


. "f* cUnan, tpiegira: e reo! 
•Iit* il Bfilri». 


90. Smt aMoJM >*•' te noi: !■■ 


UM- .l,ln>«.l. .«oli. col» .:k. bc* 




Mi, > broo ixipriiH Bollo »•■ «leok 


tofTiteh* «HiuipiiU, che ìoinnii prih 


I.Kl.lon.*J«MTJ. 


100. M per lanlo tt! ni fw a 


— PuTcU mia a$tltnta xn» mi gir. 




ro. ponUò lg m' ibbi. leoipre il r«IÌ- 


»u Hf BtuneUo. 




térìy 



CASTO DEeiMO(JUi:VTO. 

Che 'I tempo saria corto a tanro suono. 

In foniiDB eappi, die tolti far rìierci, 
E letterali grandi e di gTPo Tania, 
D'un medesmo peccate al mondo lerci. 

Priscian sen va con quella turba grama, 
E Francesco d'Accorsi anco, e Tedeni, 
S'Bve.«si avvio di lai tigna brama, 

Colui polsi che dal Servo de' Servi 

Fu Irasmulalo d'Arno in BacchigHonc, 
Ove Iasci6 li mal prolesi cervi. 

Di più diro!; ma il venire e il sermone 

Più lungo esser non pnù, perù ch'io veggi 
Là surger nuovo fummo dal sabbione. 

■ tanfi, ninna, • «ti lai 



■go li III fa»a>«rlBÌii J>1 1381. Ndl'ir. 

elùtÌail*lC(piUJaGu*D(ii»lriiTUDin 

}. ttutuUIfur diertifc. CKerri mutiOo iti «wmiìhi Sklvinl rh* is bo 

Itun linm puri* cberid, pirle liHlf- iidnle1,ln ni ii ln|>«||iii ili prarin clu! 

nli fisM. Il Muti, non cfag [Nwdilo al ibio the 

tOB. fi'ttH meditmo patata, ai»- Dutt (li «pf me , rn (oii pralitn dì 

M pMMU pil qaale fa ini l> eUlì i. nmlli pielì ; (he li idi Irnlxinne dnt 

SsJmm. — Itrriiioni, imbrilUli. tacr**vieiiiili ptreajrionedfllg Iinv- 

m. JVitdaM, gniDinalica del ir- ni ; ■ che noa è credibile qncl die w- 



• 'ìvr<aQtoìio,ttnrgtih\f^jp inBnl'" qRadda ai vi rlie moi.» 
j '--HaBI.Pij Hjliod.'I tenpe dnpn II ne Iridi 



., the il 



EDI, dote nurlDeHlorPii Itgllad.'t teinpg <lnpn le ne IriduioDe.egli mt- 

■ illiniutore di RigioD Òiìlr, nulo Firenu e lenprllirl» in deepTole ma- 
nti *<ll*ffig di BoBnuotii, poche ini|{li> nonitnlo nella chini di San Gregorìn, 
dblul* da nrenie, e murln nel l?2M. non pnlendiui penaare che ai ficiia ri- 
Hetti roamlatori, CDflt.nidendD noni e (ornar moria chi ai è [allo •llontanir 
eoe. hinaodiloal paJrcil bruUoviiio tìid per lergi^a.llaiFbbedBiia lode- 
dei KrIìo. iole lo iL'lo del doUo Camnleo di pnr- 

III. S'avritl avuto di lai tigna garadilli hmlla marchia il ineoraBo- 

tranu.' k ta aTeui dnidFTtlo tmi^ renlJDo.nenoitanladcTo conreaMracka 

Mere penane ai laide « apsrehs. ìmoÌ arn'menli.aa ei poaeon mdlfra in 

113. Sfflet, In pglCTi, Bvmll prlu- dubbia di qnaldia drcntuia alTemialB 

It.— roIii{,Ìnlende J'AnaroideMraf, dai eorarnlalorì , non ••I|;odo ann(DlÌi« 

incoro di r>rrnie, ehe dd Srrro de* il MlnUenn alimalodi Dante eootem- 

Strri, òeè dal papa, tn IrutalBlD d.i pannoneeoneilladinodd THwvin; ipn- 

" IrAnH, ■ Virtna , Ira il anale, per naBlo po<nae eaarrs 

il Batrhijlioi - - ■ - 



de l'ing». 



laat e 



^rb*fa**pamH»lòlllttie<idì>tMiD naliira, <e non ruenc tilln lieoro la 

drlCaT.TolBnit»dc'!lloai,tàBTolr> pubblica lama; fawjtBerobba itìnarlo 

di cai era nolo il brullo tiiia, lo trai' a 1* pabbliei Imn in ijneala eoaa diffl- 

uit a Titcna : aoiirinwiaehi Nicto- dlmcDle i memlice. 



dell' ihferao 

Gente vien con la quale esser non deggio: 
Sieti raccomandato il mio Tesoro, 
Nel quale io vìvo ancora; e più non cbe^o. 

Poi si rivolge, e pane di coloro 

Che corrono a Verona il drappo verde 
Per la campagna; e parve di costoro 

Quegli che vince e non colui cbe perde. 

Il mia Taaroma libro IdIì- — Pirrl Mniia chr Danto abbia 
ttaine it eaUlio uffido al no m 
nel If mpa eh» gli Drol( 
iritilacfinp. Ha il riO 
a FoUa dalla •crìtà* 



lolita II Tmro. E naala «u tftat 
rtMoalientatlulofDbila dg'iBol trinpi. 



altri .1» 



uinpigna di 



L At Dasta ì 
non nle (M 

li Hloa dagli ilorlcì ie\ lanpo,'la •»- 
Blnmaleiu dal Latini, pera» potaba 



c.tnrro dectoiosesto. 



I 



Già era in loco ove s'ndia il rimbombo 
Dell'acqua che cadea neli'allro giro. 
Simile a quel che l'amie fanno rombo; 

Quando Ire ombre ini^ieme m partirò, 
Correndo , d' una torma che passava 
Sotto la pioggia dell' aspro martiro. 

Vonian ver noi; e ciascuna gridava: 
Sostati tu cbe all'abito ne sembri 
Essere alcnn di nostra terra prava. 

Aimè, che piaghe vidi ne' lor membri 
Recenti e vecchie dalle fiamme incese I 

5, amlf. la Fiutila, are iimoma R. eU'eiili) natm&ri 

Itapi: ^i figurala menta per la api ilei- dlila dnii igticbi FiarmtiB 
n. — rombo, diesi il idom eba (inna Tari pel liieeo ed il cappan 

■a. C«tr liMilttqutlromiotlttfim- ailaiiti. Diala (olita pon 

t. Quanio In owibn K.: quando bande cbe ihindirioH il h 



1 (pinti ebaptuartuo 



CANTO DECIMOSBSTO. 



405 



ib 



20 



t n 



Ancor men daol, por eh' io me ne rimembri. 
AUe lor grida il mio Dottor s' attese, 

Yolae il viso ver me, e: Ora aspetta. 

Disse; a costor si vuole esser cortese: 
E se non fosse il fuoco che saetta 

La natora del Inogo, i' dicerei, 

Che meglio stesse a te, che a lor, la fretta. 
Ricominciar, come noi ristemmo, ei 

L'antico verso; e quando a noi far ginnti, 

Fenno ona mota di sé tatti e trei. 
Qoal SQolen i campion far nodi ed unti. 

Avvisando lor presa e lor vantaggio. 

Prima che sien tra lor battati e ponti; 
Cosi, rotando, ciascona il visaggio 

Drizzava a me, sì che in contrario il collo 

Faceva a' pie contìnoo viaggio. 
Deh, se miseria d' osto loco soUo 

Rende in dispetto noi e nostri preghi. 

Cominciò l' ano, e 1 tinto aspetto e brollo; 
La filma nostra il tuo animo pieghi 

• quel twm, nnchè c r ed eMW O iTcr Tintaggio 
ntlla prm. — SmtUn è prcMoto da 



96 





A caiM cfwralcoto 
tetta la frate ti iinega 
é db« piagba raeasti • ? «^ 
lar aMnbri par la fiamma 
dalla fiarnoM aeetie, 
tm piofaaiiol • 
41. fmrdi'40, aolo chaio. 
4S. ff'tfflcMy cioè pana Faraechio: 
(era, ii fami. 
li-I 8. £« «OH /iMif il /^ «e. E 
*< ma t* im p ili mi 3 faoca cm piova aol 
^«l» baf», dirai dte «Mglio flatta « lo 
<• ^dte il «siffr loro iMMlro, eJba 
^miàt mmin m «Moalror lo. Per 
^oia dtima pa i a b ai eampraada dke 
1*di ifce famtaao iaeaoiro a Dante 

raggaardaroU. 
It^ d^ «iJìmo. 
H. l'mniao oorao. cioè lamento. 



2M4.(^mI Molanae-* coma fooUo- 
■•fam i camMaaiJ loltatorì.midi ad oa- 



Faltro 

**• veila||io,ptÌBa d' attaceani a par- 
«i>«B, me aa. — Onaati tali, a latta- 
*wi«p«fili, prima di Tamre airattaeeo 
^' i g n ai a na alqsanto Fano attorno 
dd aUra. aaiMro onrdamlMi par ofni 



30 



è 

f oltre, ehe u antico alla tetra ? oae plo- 
rala dava regolarmente jnolaao eolr ac- 
canto aolla prima. S4tm hathM a jpmmU 
è detto ioTcce ddF altra forma pia co- 
mane f< èalloiio a fingano. Alcnm 
tetti hanno tolltiie o toUamo; ma di- 
teorda hnittameota quatto paatato dal 
preaeote tien battuti, e il paragona ci 
perde di madtè a di chiarana. 

25. roloiMio, girando in cerebio. 

26. ti cAf iiteoiiirario ae. Etteado 
Dante fermo tall'argina, ed emiroloiiifo 
tetto di lai nalF arena, per poterlo tc- 
der tempre in vito eran cnttrctti a man- 
dare il collo in tento eeatrario ai piedi . 

28. Dthf i$ ae. Ceak piA chiara-' 
mente «n bnon num ero da Codd. La 
com. E, IO te., di cui la caatmziooe 
tarebbe: B Vvmo eowdmeiò: S$ mUe- 
rtetf'atlo loco follo, a H Unlo ocel- 
lo ae. — 9olto, è Foppotto di iwro: 
qui ? ale mal fermo, cedeTola : tata tuoi 
otterela rena. 

29. Bemdt 1» d d p al lo ^ rtadatpre- 
gereli. 

80. hroUot brullo, nudo: qui figura* 
tamente tta per acarticato o impiagato. 



A dime chi (u se', rhe i vivi pirrti 
Così sicuro per lo Inferno Treghl. 

Quegli, !" ormo di cui pestar mi vedi, 
TnUo che nudo e dipelato vada. 
Fu di grado ma^or che In non credi. 

Nepote fu della buona Gualdrada: 

GuidopueiTB ebbe nome, ed in sua vita 
Fece col senno assai e con la spada. 

L'altro ch'appresso me 1' arena Irila, 
È Tegghinio Aldobrandi, la cui vom 
Nel mondo su dovrebbe esser gradila. 

E io, che posto son con loro in croce, 
Iacopo RuElicncci fai: e certo 
La fiera moglie più ch'altro mi nuoce. 

S' io fuse'i sialo dal fuoco coverto, 
Gitlato mi sarei tra lor di<iOlto; 
E credo che 'I Dottor 1' a\ria sofferto: 

Ma perch' io mi sarei bruciato e collo, 
Vinse paura la mia buona voglia, 
Che di loro abbracciar mi faeea ghiotto. 

Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia 
La vostra coodizion dentro mi fisse 



1 



«ut, ck. tir» FUBminf^ lo Inforno. 


mondo 


ss dipttab,, .rnrtir.ta. 


45. fwibi firn eon loro in «nn: 






do» Berli .Ir'HtrigHiii, B.>hjl> iorm- 




Um. Si iHritb É Guido il tmhio, 1. 


À*. Iaa>fe Bvllturrt la n rim 


™ oripiio «t« d' noi r.<DÌgUi pnof 


(d ODorilo (.tilior li..r«nlÌBO ohe dll- 


nict puuuio lulii ooii (hlooo 1, M 


i'orrsl-" * rìlroiio delia wM, h 


inrl nilrìiDon» iittae la «lirpi ir' 


ipiclo il bmllo *itÌo di rh« qd •> T» 


Coati GoiJi «BDorì iti CwntiDo, « di 


^oai.Prrrift di» chi lo Bria BHj^ 


DwllcmMlg io V.l J'Aroo. Tri gli 


p>D eh'illm gli no»». — ParechcnoM 


litri BgU di Soildndi to IO Riig{>pri , 




J.»i,«&riJoe«r,.,«W«o.rr«l. 


' a«u lo .%1i, m daHT.7«<M 


■oldolo. A, tilt a..[U pirlr orili villo- 


thoniiiiri»» 


■rìi diCarlo Kprl M»nfrrdi ■ Bcnntnlo 
■»ilJK.GiridoÌIVeccl.ìo mori»] 1213 


4C dal liieea r<irtTU>. rinnlit * 
.ieuro M I«™ 


40. raniu IHIa: ctamiu al- 


47. diioIlD, cioi Mls lo np* Bel 


•uiolirmt. 


..btiooo. 


-II. TttfUmio Mdobvaadi: -no 


SI . ni /-ami ghiolls. ali hcni in- 


ddii UmM» AdiMri. Fa pro-lr fp!- 
low: Maoitlib F>reiin ■ non tir' T «^ 




iì. flBn diiprtto: ràpoado lit- 


wttt cnlro i Stoni : mi ooo ondo i 
rimo rolli «1 Eun» 4.11.. IVciiò m>ì i 


M-Sl Lo eiwrrB («uJ.-.fff» «.; Il 


ihIk» .imo .Pilro iDSK^à. — Ul^i 


doU. . 1.1 rxf .««. óti il ni »«; 1. 


(■fin li dliiHiglla.' mnlio Imkm lUri 


(«i («01*, (inuiif di iiiggio fonvi-l'*- 


• d.l^.r>i d.l ifno «liiro. E m*to il 



Cagno OBCUIOSESTO. 



Wé 



Tanto, dw tardi tutta sidispoglia, 
Toalo che questo ndo Signor mi disse ^ 

Parole, per le qnali io mi pensai, 

Che, qua! toì siete, tal gente venisse. 
Di vostra terra sobo; e sempre mai 

L' ovra di rei e gli onorati nomi 

Con aflnion ritrassi ed asooltaì. oo 

Lascio lo fisle, e vo pei dolci pomi 

Promessi a me per lo verace Doca; 

Ma fino al centro pria convien eh' io tomi. 
Se lungamente P anmia conduca 

Le membra tue, rispose quegli allora, 86 

E se la fiuna tua àopo te loca. 
Cortesia e valor, di, se dimora 

Nella nostra citta si ooiae suole, 

se del tutto se n*é gito ftKna? 
Che GugiiebDO Borsiere, il qual si duole 70 

Con noi per poco, e va Ù coi compagni, 

Assai ne crucia colle sue parole. 
La gente nuova, e i subiti guadagni, 

tomi per rìgurdo al inogo dirupato 
per COI dotava fecndera. 

e4-65. $9 kmg tmmi t V amiwM 
eonàHOL La nti m è r g iit$: aioè^ eoai to 
TÌta iniiffameiiie, a così dai»o di la rasti 
lateammorìatra'mi. 

67. Cartnia evéior. Corletia di- 
aati l' oaaato e TÌrtuaao oparara; vmiore 
è la nataral geniilena dall' aDÌmo cha 
■raora a atar eorittia. 

6S. Nella nogtra città, ioBrania. 

70-7 1 . Guglielmo Bonier*, fa no 
aaTaliara raloroao, ffeatila e piacafola in 
eolie (di Ini ti paria nel Dacamerona , 
nella Giornata I, Noralla 8). — il qual 
ti duole Con noi per poco :nAfitf\e con 
•ai da poeo tempo in qaaj eioè è di 
paeo venato air Infemo , ai ehe ha po- 
talo darci fresche nvoTe di Firenaa. 

72. Ne crucia^ ci affligge. La eom. 
«a emefia, che pura ala per crucia. 

73. La gente nuora, la graia fe- 
nnta di poco ad abitare Firenze. — i 
tuHti guadagni, le rìrchacza in hr^ 
▼issinio tempo arenmnlate nelle tarbo- 
lanaa dvili. L'caparìeua dimoftra cha 
il plebeo e il ? illano levati al potere per 

^ latt' altro che grandezza d'animo e no 

C5rics^c«da,cioi,ac«Bda.Èdatto faro aiarito, a i Tanati da poTorik tn- 



pMiiihofaM fatavo^ coma akra 

'«le iidmaa, a mealio dimoatrara la 

m , Jia n affarma ca* 

m alla, a ai tadeaia. 

SI. Prnnk, per le ptmti «e. Yadi 

■a tna 44 a aegg. 

17. Che, fiwf co< tiete ee.: chaTo- 

dcgna di Mollo onore, 



». l'OTTW éi «0<, cioè, la opera 




il. Cm^ m§niam ritraiti: con af- 
tfla^ tm %tmfmìm4*emmo narrd , rap- 
ai. Ditaa attrora : io non 
„ éi éuUi mieno. ^ ed 
\, e eom eemtào metto la aacol> 
alaiaalln. 
U.UmUoloJéo ae.Goè: laKto 
haofhi d* Inferno per an- 
«■Maaani da Virgilio; 
Me dalla selva bmta, 
«Borta.VadiilC.I. 
^ fééOci' pmni. Alluda al mblico 
— '7a ^aMi bcMftri effetti, cha à- 
a fcaHs dal dnra viaggio 

Dmem, aaorta ftda, ehe 





I 



Orgoglio e dismisura han generata, 
Fiorenza, in le, si che tu già ten piagni. 

Cosi gridai colia faccia levata. 

E i Ire che ciò inteser per risposta, 
Gnatar l' un i' altro, com' al ver si guata. 

Se r altre volte si poco ti costa, 
Bisposer lutti, il aoddisfare altrui, 
Felice le, che sì parli a tua posta- 
Pero se campi d'esti luoghi bui, 
E torni a riveder le belle stelle. 
Quando ti gioverà dicere: Io ruì; 

Fa che di noi alla geole favelle: 
Indi rupper la ruota, ed a fuggirsi 
Ale setnbiaron le !or pmbe snelle. 

Un artwien noa saria potuta) dirsi 
Tosto cosi, com'ei furo spariti: 
Per che al ìlaestro pan'e di parlirù. 

Io lo seguiva, e poco eravam ìli. 

Che 'I suon dell' acqua n' era si vicino. 
Che per parlar saremmo appena uditi. 

Como quel fiume, e' ha proprio cammino 

luMmcale io rìahtm per irti ladra i 

i Ingì ■ l'araicDliino iiniiin M\i lor 
■lari di cui tua «»rti. iodi —i— ; 
0<iDloSVIdi'll>aradùa. 

74. Orjosliii t diimiiur. 
«ipposziaiiB ■ «H-Juda f taf<»r I 
Varsoglio Duce ili midi 



TS. aai'al vtr li gtmtit. Ciai Fi- 
cendo tri laro eoi lùo .jos'irpì J' an- 
provaiioDC cbo >i «eIiihhi lire qDindD 




I, ha proprio et 
ircht tulli eli alln di i|D«lta fntt n 
iMHis il P,7^, t li ckiaiM AtimicUU 




CANTO DECIMOSESTO. 

Prima da monte Teso in ver levante 
Dalla sinistra costa d'Apennino, 

Che si chiama Acqnacheta suso, avante 
Che si divalli giù nel basso letto, 
E a Ferii di quel nome è vacante, 

Rimbomba là sovra San Benedetto 
DalTalpe, per cadere ad nna scesa, 
Ove dovrìa per mille esser ricetto; 

Cosi, giù d*iina ripa discoscesa. 

Trovammo risonar qnell* acqua tinta, 
Si che in poc* ora avria l' orecchia offesa. 

lo avea una corda intomo cinta, 
E con essa pensai alcuna volta 
Prender la lonza alla pelle dipinta. 

Poscia che V ebbi tutta da me sciolta, 
Si come '1 Duca m' avea comandato. 



409 
96 



400 



iO& 



ilo 



9t a f«el miM i 94Kante^ cioè 
f^rÀ9 fl MiM ^Aequéehttmy t prende 

IM . per cMfere ««f mM tecM : per 
«■Jbft, ca me a d e, predpiUodo in luogo 
mi hmm. Q a t i ti ferti tone dichienti 
eUb iiiiiiiin etciM del luogo eh' io 
riifv M Umomarì» dd RepcUi. La 
laii di Smm Beaedetto ia tipe è «tot- 
te fldb mèiemà della OMOtagna preaao 
1 laasi ««« il lerrcate Acqaadieta dopo 
^ 1^ fra rìaide balxe di ma- 
n prcapita, e Ik ti cos- 
aci del Rio-dettro e di 
che tetto natela indole e 
tatti ìnticme il Monto- 
al a ie at e t ero. e preato 
dell' Ae^aeelicU e del 
è 9 HUafiio di Sao Bene- 
' aifaerui an tempo i d»> 
I Ceaciaao, e i Coati 
■kke il debbio te la 

• 9 vfliaffia aia n laogo che il 
iMidbetefiaalae aùlle. La lei. eoai. 
Aivllt ika ia aegatte, faToriaee la Ba- 
fkf é mi ù auaauiiibbe cbe ^ei 

■eauMi ai aedeteao in pochi le 
9k§ aef e rtu davate terrire e 

• a aie iaroa etpitarilk. L' altra 
chaèdell'(Ntim>edelBoe. 

'"é»^ ff'adalta aMglieal Ttllaggio, ove 
'ea ^ i Coati eTcatere in animo dì 
ab i t a re graa ^aaatitè di loro 




▼attalli. dopo che l'aTetter rendalo ce- 
ptce ; il qntl ditegno non ebbe effetto. 
406. /o aera tma eorda te. Più 
▼otte nelle Sacra Scrittora tre? aii utata 
qaetta etprestione tllegorìct del ciii- 
§tr*ii lembi; la miele tignifica in ge- 
nerale le preparazione del cnore alle 
opere della legge divina. In qnaltiasi 
ceto pertanto la eorda einla timboleg- 
già il combattimento d'nna qualche 
virtù contro il vizio a lei oppotto ; o se 
vaoi, la vigilanza e il predominio ddlo 
tpirito libero e retto tali' appetito di- 
turdintto. Concchè il determinare che 
tignifidii la corda con che Dante volcii 
prender la lonza, dipende dal tignifieato 
che ti vuol dare a qnetta Um%a. Se è 
la lussuria , la eorda tari la mortifi- 
cazione dei tenti, la continenza: ae Vin- 
tidiOy diventcrh la magnanimità, la 
cariti. Se la lonza figurar vi^ia Firenze 
invidioea e mal contigliata, la corda per 
ridarla al bene tare la pradenza , if 
tenne ec. Ora ae Geriooe rappreaeata 
la frode, la eorda gettata per attirarlo 
e farlo nenrire alla ragione {e VirgiHo) 
potrà tignìficare la giuttizia e la mt- 
gnanimità unite alla vigilanza , dinanzi 
alle quali la vii frode retta dìtarmata u 
confata. Ripeto però ancor nna volta ^ 
che qneete allegorie tono difficili a in- 
terpretarti; e comunque tpirgate la- 
tcian tempre del dubbio. 



I 



« 



Porgila a lui aggroppala e ravvolta. 
Ond' ci si volse io ver lo deiìlro lato, 

E alquanto di luDgi dalla iipooda 

Le gitlò giìiso in queir allo burraio. 
E pur convìen che novità risponda, 

Dicea fra me medesmo, al duovo cenno 

Che 'I Maestro con l'occhio si seconda. 
Ahi quanto cauli gli uomini esser denna 

Presso a color, che non vepgon pur l'opra, 

Ma per entro i peasier miran col senno I 
Eì diree a me: TojUj verrà di sopra 

Cìb ch'io 3tU?nda: e che il tuo |)ensier sogna 

Tosto convien eh' al tuo viso si scopra. 
Sempre a quel ver e' ha faccia di menzo^a 

Do' r uom chiuder le labbra qnanl' ei puote, 

Però che sema colpa fa vergogna; 
Ma qui tarer noi [wsso; e per le note 

Di questa Commedia, lettor, li ^ìuro. 

S'ella non sien di lunga ^lia vote, 
di' io vidi per queli" acr grosso e scuro iS' 

Venir notando una [ii;ura in suso, 

Meravigliosa ad ogni cor sicuro; 
Si rome tóma colui che va giuso 

Talora a Eolier incora, eh' agtTappB 

tu. SrmfTtt^udttT cc.DHb 

(i3, il tatù ittvirtodalra lato. \tn] porche la varìM th« fai tarai ili 

È ^DNla il nniincMu A* fi chi vnal* bugia piiFtì irrgnnni d ii*mtM«, !•■ 

■elEliara esìli Julnnn ifailibecotpg. ccndolu i|ipirir« L<i|Ìirdo turni» m 

114. htrralA, rspc, laaga di ftt- «il)w.(Jualadwi1Pi>rli Mm^fàttr 

eipÌDa, ieié illi OHM iacrtdiliiic dw è fmrttlf 

tlS-ll?. E purtantirn n..- cp- un, bm HprRila rgli iht noa t ■» 

(lar (iHinaH cfa* li* per iiTtnin ilcn- rarigllnn la liaiin» poclka u ]iràl 

ÌomIÌIo nana, tini, il gillir già ilelU <37't2S. ptrltttslt. ]>«- U pil* 

cordi. — Chi 'l Utiirit ean Vocehio U,fet}t rimi.— Cammiitla tmoie 
>4 leeonda: ■ cai Virgilio lira dietra l'MFrniii nrm, 

419. eli* •«■ rtf fo» par l'opra: d^ «»■ riir ■lUingaus ianfiiaail* il»- 

tbt «isai. 152 «nvctiilfma, aaratwBW» 

IH^H. I tkt a Mo pfMiirto- liilia. InlinJi girili mrniijiii (W 

^■A.Ecit cIh illaopwHiargti-lcqiuii pus din >|>ii«ilnitd igni ««rtlMn^ 

pMMfiiB, na^inwlumuiM, «nvicug «ni id ogni iniitia (iroiD ti tapi 

cb* ai aunllatli «r m ai Iva tUa, li lide. 
tnn «clii. 433.tfaM;il(iiadf de' 



scoglio od altro che nel mare è chiuso 
Che 'd sa si stende, e da pie si ratlrappa. 

<36. OW'o iw n ilmft et. : che [srinr nirli, vmi Della i 



CJUSTO DECSnOSETTUHO. 



I 



Ecco la fiera con la coda aguzza, 

Che passa i monli, e rompe mura ed an 
Ecco colei che tutto '1 moodo appuzza. 

Si cominciò lo mio Duca a parlarmi. 
Ed accennoUe che venisse a proda, 
Vicino al fin de' passeggiali marmi; 

E quella sozza ìmagine di froda, 

Seo \e(ine, ed arrivò la tesla e 'I buslii: 
Ha in su la riva non rras» la roda. 

La faccia fua era faccia d' nom gìuìloi 
Tanto benigna avea di fuor ia pelle; 
E d' un serpente lutto 1' altro TusU). 

Dog branche avea pilose infin l'ascelle: 

* . gtn la fira «. Id ipnli b<1- lo : • cni nnlti rriiid, luti 

Juan ilnini rbp il Foci) psui arcrf 3. opftata, (nmarb* ncorrunpa. 

•rato in sinti Cirìn di Vduii oipal- B. aproifa et,.- àai ill'alnmill 

m» dia iBgi mÌBiiIrì, taioa HuKiilfo JrlU iihiiiiI* di nunoa, nt fttttffni- 

rtuuHÌ, o Cagliclna di N<>s*rcl3, M roBO U.nti t Vìrgilie. 

«ul dIIìbiii diit nini) Conpigni qnnlf T. BijMlla leiza Inmgine K.,ti<it 

ruair; . M.<i<l» CirU di Vaiò» ■ Ti- Gcrione, ihub^lo ddli (rode. 

■ mn M. CoBlidiM Friixin» duri- 8. anitù la Itila, con duM» rìn 

• n* in ■ppircut pirtue banm) • IO, La fatela ma it.Lttnitt»^ 

t M|M. • Am* Hivprrì rhe iiac- mincn Mll'ta>pinrtiBdKÌi |IM/'aNte 
■UriluiaDi Ji «n'idu gnin-Ble ■ un il'iwn ffimM), onlifM pei i nnì ta> 
trito urliniUr*, » ■ i>« ìhJh.Juo, im- cimi («tu (I /tutod'ailnM trn«M^, 
flBcsInilii it dvHHn, f i)!»! itniiian- tiliia fmiiinnilc il meditilo «Mps (m 

(fceo fu rnda ofwtti^- 

15. />ait (irmi'Ae ii«a|>f(Mf, lio- 

cimo (irrtrtpice: (•/!» (■-■■■'■ "-" 




4 



113 DELL TNFEItHO 

Lo dosso e 'I petto ed ambedue le coste 
Dipinte avea dì nodi e di rotelle. 

Con più color sommesse e soprapposle 

Non fer mai in drappo Tartari né Torcili, 
Né fur taì tele per Aragne imposte. 

Come tal volta stanno a riva i burchi. 

Che parie sono in acqua e parte in terra; 
E come là tra li Tedeschi lurchi 

Lo bevero s' assetta a far sua guerra; 
Cosi la Sera pessima si stava 
Su r orlo che, di pietra, il sabbion serra. 

Nel vano tutta sua coda guizzava. 
Torcendo in su la venenosa forca 
Che a guisa di scorpion la punta armava. 

Lo Duca disse; Or convien che si torca 
La nostra via un poco ìnlìoo a quella 
Bestia mah'agia che colà si corca. 

Però scendemmo alla destra mammella, 
E dieci passi Temmo in sullo stremo 
Per ben cessar !a rena e la G ammolla: 

E quando noi a lei venuti semo, 

Poco più oltre veggio in su la rena 

Ai. arnhidut h toilt, l'oacc l' ti- 22. Lùbmra.aculara.- 

t loto. a /iifntajtiejTO, óoìh pn 

a. (U Modi: di HiitnppiniBili di li aràm ni pesci tUado calli 

ibÌj • di lini, — a rolrltt, due dì 1'K^n>. Dieni iba li codi 

odi- 1 nodi li^ìEcana le ttUt parvlo jiuimiJe renda olcou r«ci|iit 

m A» i tnadolsoli intilupBiDO ed poi cormoo innudioionia i 
.Eiiui>Millnu;glì Kuai >I|;qìI1»>.o 2i. Sui orlo ic.taV: 

ilili di «jirite le trlile oiicce loca. 28. Or comien iht ti h 

•' - - iroppol(«. Que- conviene cbe lerci loi» un pi 



I 

li 

I 



ir.ppi 1 .irj ce 



g del !>•< 
ririlcv ' 



polla. Frt'TarOri < fri' Torcili >i ti>- 
tyliosa leuern bellinmi dnppi. Qneeli 

Dcrì di trode. 

iS. ptT Jragnt impoile, eìoìiiifui 
tul leliw a> Ar.gne, celebre UuOtice 
di Lidie, cbe tu di Fell.dt etsgieU in 
"IP"- . . 

ii. tra li TiitifU: tnngo il Dina- 
■- - hmH gulo» < b»DÌ, del 111 



S2. <n ni/Ia dreno, tuUa ntruiiitJ 



5$. ttgsio in ( 



CAUTO DECmOSBTTIMO. 



443 



Genie seder propinqua al luogo scemo. 

Qaivi 1 Maestro: Acciocché latta piena 
Ec^mìenza d*esto giron porti. 
Mi diase, or va, e vedi la lor mena. 

Li tooi ragionamenti sien là cprtì. 
Mentre che torni parlerò con questa, 
Che ne conceda i soci omeri fòrti. 

Cosi ancor so per la strema testa 
Dì qnel settimo cerchio, tatto solo 
Andai, ove sedea la gente mesta. 

Per gli occhi (bori scopinava lor duolo: 
Di qua, di là sooeorrien con le mani, 
Quando a' vapori, e quando al caldo suolo. 

Non allrìmenti fon di state i cani, 

Or col ceflb, or col pie, quando son morsi 
da pulci da mosche o da tafani. 

Poi che nel viso a certi gli occhi porsi» 
Ne* quali il doloroso ftioco casca, 
Non ne conobbi alcun; ma io m* accorsi 

Che dal collo a ciascun pendea una tasca, 
Ch* avea certo colore e certo segno, 
E quindi par che il loro occhio si pasca. 

E com* io riguardando tra lor vegno, (*) 
In una borsa gialla vidi azzurro, 
Che di lione avea foocia e contegno. 

Poi procedendo di mio sguardo il curro, 
Yidine un* altra più che sangue rossa 



40 



49 



bO 



65 



60 



* ** fMB è Bip«to, ■• neioì •! «otio 
^ h i Wli , pcnk • <|mI1ì ti «eeo- 
*■• Mli Mlara M km Mccata. 

***At uà&n vicina al tuo delln io- 
'"■1 Uci, cio4 mU'vIo mI 9paU i 
f^ttm^aXUn iitccn. 
9$- Imhr wtgmm^ k camBrioM, Io 

^ ^1. AMI fMfte, cioè, collo W- 



41 mmmttim oc: ci presti k no 
ifalk, oado aosuti m ^ocUt 
^■■o i r iioi tt ii ■cir ■lire ccrdiio. 
, 41. mmctr m ptr lo str§mm U$lm, 
*■• ■■' allMM fcrto di ^ncl MrriiÌB 
^ «Mar. ftr «oitroro di ovtro pk 
^i tAw k diro porti di c«o ecrchio. 

4S. for duolo, cioè kr piisU. — 



«oecorricn, coccorrortoo. Qui il ? erbe 
§oeeomr§ è prcto noi toacodi correr 
Motto per fur rìptro. 

48. o'vopori, cioè aflo oadeotì fiam- 
melk.— •< caldo titolo: allt rcot io- 
fbcota. 

52. poni, drìnai. 

56. otrto colon e corto cegmo. B 
l'arme col proprio colore dclk (aiuiglia 
di aaacoBo. 

57. ti patcm, cioè, prenda diletto, 
per inaordifia del doiuìro, in airaro 
onolle horae. 

(-) Oeoraj. 

59. oidi assmrro co.: vidi «■ liooo 
di colore aaorro. QneaU è l'armo da' 
Giaafigliaiii di Firenio. 

61 . di mio tguordo U curro, aioè 
k Morraro dclF occlùo mio. 



Mostrare un' oca bianca più che bvrro. 

£d un, cbe d' ona scrofa azzurra e grosFS 
Segnato avea lo suo sacclieito bianco. 
Mi disse: Che ìa\ tu io questa fòssa? 

Or le uè va: e |>eTcbè ga'vivo anco. 
Sappi fbtt 'I raio vitin Vitaliano 
Sederi qui dal mio sinistro &idco. 

Con quesli Fiurentin son Padovano: 
Spesse Hate m' iDlronan gli orecchi, 
Gridiuido- Vegna il cavaliur soprano, 

Clie recberé la luKca coi Ire becchi: 

Quindi slor^c la bocca, e dì Cuor tr)s« 
La lingua, come l>ue che 'I na^o teccbi. 

Ed io, temendo noi più alar crucuasse 
Lui ci» di poco star in' avea ainmaiiito, 
Toma'mi indietro dall'anime lasse. 

T^o^'ai lu Duca mio eli' era salito 
Già sulla groppa de! fiero animale, 
E disse a me: Or sie forte ed ardito. 

Ornai si scende per si fatte scale: 

Itlonta dinanzi, cb' io vocilo e&ser metio, 
Si cbe la coda non possa far male. 



k 



Bibite laniiglii 
fTMM, |r*TÌil*. 

87. t ptreKi H'cfao amm te. : t o» pni 

«MUra il «landa riick'» miro, «. 71. (/uitt^t ilunt fa tmc» tt. 

M- fi HtevMn *itatiani>: Viu- Qnal'allii ■ci»»» fMuu> i «ariagli an 

lino iti l)>Dl£. fiAatmn, ^toic nto- J>ipma d.iira i »lu> iIh tiM Mito 

10. Cim «Mli Fvnvnliii im Pt- nlidu: unir m fin», £at. 1, « hip: 

TI- Sftrm ftatt «'lulrmwH gli ««'■-*-•.•—««■""»•—' •!"*•.■*- 

Wftnki: nM i ru>nin«< I* JinnMi ptr T6 . Irmrwin wl (non il) pfAtMrft. 

aMMt'* pi* (Cmmu in l^ìnnM (tir i* 7S Tonia'miiitdirtrtléM—ilmi. 

riden. E ■ dir. <1 .fra, *><'*«||> i»tla (kkladMiv ^k uib.-, tcsbì rft •!■ 

««■I"»! yull» ma a i—w iHihi>ii I 13. «glJa eaer mmvt.! dai, 

tfc* l« tttMt flwhm duHw flniudii. nnl'A twn in imi» fn le c 11 «adi 

72. il nralifr wvrww; ■sali t MI* baln. 



'^^^ìh 



CARIO DKIIfOSBTTIMO. |45 

Quale colsi, eh' ò si presso al rìprazzo 86 

Delia quartima, e' ha già V onghie anorte, 

E triema lotto pur guardando il rezzo; 
Tal dìvenn* io alle parole porte; 

Ma vergogna mi fér le sue minacce, 

Gbe innand a buon signor fii flerro forte. 90 

Io m* assettai in su quelle spallacce: 

Si volli dir, ma la voce non venne 

Com* io credeUi: Fa che tu m* abbracce. 
Ma esso eh* altra volta mi sovvenne 

Ad altro, forte, tosto eh* io montai, 95 

Con le braccia m* avvinse e mi aosleane: 
E disse: Gerion, moviti ornai: 

Le ruote larghe, e \o areoder sia poeo: 

Pensa la nuova soma che tu haL 
Come la navicella esce di beo ioo 

In dietro in dietro; ai quindi si tolse; 

E poi eh* al lutto si senti a giuoco, 
Là *v* era il petto, la coda rivolse, 

E quella tesa, come anguilla, mosse, 

E con le branche i*aere a sé raccolse. i05 



15. ripre%zo, o rihreuo, àteeù 
ftà triMita • kctlimmtA dì drati rbe 
fnitm r«CHM <Mli leUrc <^arto. 
M.«»1b dito» «4. ^wwto vcrto ■ l«fg« 
•■: Omaiétt^lui c'kmH frmm il Hr 
p9mm. Ls via In. apft«f^Mla a buoni 
W, tra di ahri ilI^Dr«mx. 2 eilrod. 
PralUai, M il malafSfM di Bt>o pnMea- 
MiflHl t^hm m À\ì/e «f>rai di iri^ailo. 

17. pmr gmardunito U rn%o, lo- 
kaiala ■ guardar t'oMibra. K difaiti 
• Al fcs la ^artMM , ■U«rrli« a' ••- 
WMi a mammt» d«lla rraiiMioo drlla 
■Iva, la aala «iala dt>ll* noibra aa«le 
(iaaiar ramfrircio ppr l'a^ 
dai Irrddi» ebr ala pfr as- 
E aaa tal tvm^uttmr rapfire- 
tà «aliala lo aUia dì Dante 
ili fiali dal faMo rW r»nvriM vagii 
ha. f«na • mrwtis Ikal lai. mito 
li lf«a «ai kaaai iraifi mnreiim o mmn' 
à» «ai fai il «Miro 0rrsxm a a^ 
I» aavar ^i »rnlM«4li ira 





raabraataaaana/rZ 

d«l«Mto. 

aa. faralr parii^ parab ÀtU. Por- 



§tr§ ha ancora il siipiificato del r. dir$. 

so. Ma vergogna «e. Qni Dante 
taalc fara iaUadere cba da Virailio io 
^•al pania era riaaprnvarata dal prato 
timora, e che di ciò ebbe qoella varaa- 
gaa che anni render forte il aarro in- 
naazi a fraaro e valoroao aignora. 

VI SÌ9iMi dir «e. laCeadi; ndli 
dire aiai (• du tu «ri mkbrami; bm 
la voce nella paara non feona ìntan, 
oanic io credHli che ? emaaa. 

95. Ad mkro: ad «lira hÌMifiia o 
pericolo. La \n. ad aUo, aagaila dal 
Caata e aptrfjata • a pia alto Inogo, 
óoe nelle cerrhie •aperiorì a mi oara 
che porti nn nunlo di dira Inllo Inori 
dell' nao. — fmrle ae. Gnolr. a int. : Tor- 
tcmeiiie mi avvinM colla hmeeia « ai 
aoatenne. 

MI. Le mote imr§h§4e.: i nrì aiaoo 
larghi. — ioseen er ttn pncv, la diaecta 
aia oMiqaa e Inila, a loTQn tpìraia. 

102. $i amfl a gimotm. TkmA dba 
r nerollo è a gioi«o qnando è in kwgo 
ai aperto che et p«to vcdgeni #raw|aa 
Tvole. e lihi-rammle apatiara. 

405. r «eri • $è racaniat . i|aaiCa 



n accorgo. 



^ 

I 



Maggior paura non credo che fosse, 
Quando Fetonte ablundoDÒ li TreDÌ, 
Perché 'i ciel, come pare ancor, si cosse: 

Né qoand' Icaro misero le reni 

Seni) spenoar per la scaldata cera, 
Gridando il padre a lui: Mala via tieni; 

Che Al la mìa, quando vidi ch'i' era 
Nell'aer d'ogni parie, e vidi spenta 
Ogni veduta, fuor che della Qera. 

Ella sen va notando lenta lenU; 
Ruota dììicende, ma non me 
Se non ch'ai viso, e di sotto n 

r sentia già dalla man destra il gorgo 
Far sotto noi un orribile stroscio, 
Percliè con ^li occhi in giù )a lesta sporgo. 

Alior fu' io più timido allo scoscio: 

Peroccb' io vidi fuochi, e s«nlii pisnlì; 
Otid' io tremando tutto mi raccoscio. 

E vidi poi, che noi vedea davauli, 

Lo scendere e '1 girar, per lì gran mali 
Che s' appre^isavan da diverbi canti. 

Come'l Talron eh' è stalo assai soli' ali, 
Che, senia veder logoro o uccello, 

i l'nioai di cbi annU. Bi ddlg »l do, ■ il nbnlnr dalli dubti 
CantoXVIi rriùr nolaiulo iuta fiftira hriHt il ti», Cit two •*aaa i 

m. U cM, ««U pan «. È »■ 

ttmia I* Dululogii che Li li* Itilrs ip- 
pwÌH« in dtlo ijuiiidD il cirro dvl le- 
l<, mal (oidato di Fcliwl*, cmh. àai 
UM onaUi pirli di <uu ciclo. 

Ili il padre, Ucddo La tatnli i 
«gal sola, chi urdiba IniiBiìa narrarli 
a a, ItU-n di D.uU. 

4 <2. riia fu la Mia. ani H qnalla 



qiii pai prcndgru ftt la 

luuw sLa già cidna. 
-DicÌD, Hrapilii (baia l'av 



lacand* dall' alla «r In ip'in laii' 
arìij Don vada aleana ciiai inuii 

b.aili nana a ouiw a mano m 



ridi poi tt. E m'a a tawi 

lemrfiwa cli'la tacau, pw 
li al naardu olio, a al nd* 
gran nuli, ciM da'!» 



iinr p<H dfl girare. parcbA i|Daati mali 
i23, togero diccn il rìcbiuw dal 



CANTO DEC1MOSETTIMO. 



417 



Fa dire al llailcoiùere: Oimè ta cali: 
Discende lasso, onde si muove snello ìjù 

Per cento mote, e da Inngi si pone 

Dal suo maestro disdegnoso e fello: 
Cosi ne pose al fondo Gerione 

A piede a pie della stagliata rocca, 

E, discarcate le nostre persone, 13S 

Si dileguò, come da corda cocca. 

^^ ^ riè «a Mtmnento fatto di peone tool jMiiire facendo cesto nrarolte. 

452. Dal n» nuustrot dal fako- 
niere die lo biuiiiìmIiA. — jèUo, tristo, 
di Bai talento. 

454. À fieie a pU, raeeote rasen* 
te. — della tlagliala rocca, della tco- 
aceaa rocca, dee ddla roTÌna o balco. 

456. eoflie da corda cocca. Cioè , 
eoo quelle cderità che dalla corda 
caco la cocca. Qui è presa la cocca ^ 
"die è V eitramtà ddla frecda che n 
adatta dia corda, per le frecrìa stesM. 



* Boda dì u' tlo« col girar del qaale il 
fc l f wi tn lod ndneiaareJtaao falco. 
^MBecetfcr logoro o meecUo, aenta 
l ytto i t ^ taur ri c h i a m a t o, né d'ofer 

fS^Fa dire ai fakonterc. Sot- 
tiMndi : rime a èosto, tonloeM a /al- 
«Mrr dolmle gli dice: chìmh tu cali 
■npivda! 

430. Di tctndc lacto ce. : diacen- 
^ lineo a fod loo^ donde sodio 



CélBBTO DECODHOn'AVO. 



Militiìlt, > $cm^mrtiH ti ékH gmm /k$H «fcwfaH < immtmnùl, tm 
# pmmitm mmm ipteU él fimuMgMti. St rmgiomM tm futMo Cmmf dMt fHmt éut 
rmmm étUtt ^mmti somm pmmM m colpi di imffU per mmm dt^étmami i raj^Uai; m0U*til' 
I M I» j«riw ftf mémtmtori g U fmm mà m Uuimikien, 

Luogo è in inferno, detto Malcbolge, 

Tatto di pietra di color ferrigno. 

Come la cerchia che d* intorno il volge. 
Nel dritto mezzo del campo maligno 

Vaneggia nn pozzo assai largo e profondo, 6 

Di cui suo loco dicerò 1* ordigno. 
Quei cinghio che rimane adunque é tondo 



l' JUcéof^Op perde composta, si* 

1 UUadifirlra di color fcrrU 
^- La c«B. TitUo di pietra tdico- 



4. M drillo sesso, nd ^osto 



od 



%ii» ■ qwalo fkm ripiano d'anime 



i- faaag$ia ini ^ozso, è carato , 
i. tm mea, ■ode lei. Aa o^niralo 



a tue Imogo. Cos) i nostri antichi dice- 
Tano lutto ciò, iovece di con tulio ciò. 
Anche i Franeni osano aoa ùmile dissi 
qnaodo dicono queiqué wtrt invece di 
en quelquc pari. Alcnu Codd. henne 
suo luogo diccré, ma non tanto bene, 
a parer mio. 

7 C^' cinghio che rimarne adun- 
que ce. Coslruisrir adunque quel cfn- 
gh4o, ^dla fascia di terra, c^ ri- 
inane tra il poixo e il piede della 
ripa, è tonde. 



Tra '1 poi?.o e 'I pie dell' alla ripa dora, 
Ed ha dUtinlo in dicci valli il fondo. 

Quale, dove per guardia delle mura 
Più e pii rofl^ì cingon li rasldli. 
La parie dov'ei «od rende G^ura; 

Tale imagine quivi farean quelli. 
E come a lai torlezis dai 1^ sogli 
Alla ripa di Taor mn ponlicellii 

Cosi da imo della roTÌa scogli 

Hoviéo, che recidean gli argini e i Tossi 
Infimi al pozzo, c-tie i lronr»e rarrogli. 

In questo luogo, dalla schiena sco^i 
Di Gerion, Irovammoci; e il Poela 
Tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. 

AHa TR»o destra vidi nuova pièla; 
Nno\'i tormenti B nuovi Trustatori, 
Di rbe la prima bolgia era replela. 

Nel fondo «^no ignudi ì peccatori: 



Dal n 






I 



Di ià con noi, i 

9. rfiilmla, trooifirUla. lo idouiii, 
«atrv di (p«ia orraixlD «iin|M, 
r oltiTO cerchio, v tnre un impio nnoo 
dll imU ■ •■»» tihrpaim di mi» 



•fiBU £ tiKèap[ielliU M}ia,^BUÌ 

dcn <li tniidnlrnU L4 ^lft,il colar 
(«TttBa, la prurpHlr bk^l^, rhpprqirn- 
l>a*1a durMia it<l cni<r> a !■ rap* arti 
a (ratidi>lEnli,ah( p«n/WiadiMM S<M- 
■MMfwVHWil (A |>»[il ;«■>).— taUi, 
Jal lai, valium, ign luoghi chìuii da 

Ut-iì.Qutlt, dm^ ptrgUKrdÌMK. 
, CaiIr-QaaljIgHrariRdi.uaalct'tipirUa 
' A* f rcacnU U4 d»u jhìi i pjfi taui 

n)fHl1a parla, ^od Italia di larrww 

al Hiaa B. 

M^ic ìUIlt porta •!■ lai 

Mtiieaém (Kiuii dw ■■■■• óa» 

. la ripa ailuBi dalli r»ulai«sat i»\- 

r Pimo Sella pMrMa balia proccJcano al- 



l'enian veri* 


1 -1 volto. 


1 pas.«i magi 


;iorÌ: 




nuli lugiioai 


™ii, 


<h( allratcna^ 


,„o eli arE-mi . 


iifnai 


, Ì«.mo .1 ™,. 


Mib-alt rbe gli 
■Iji cha partoo 


d'una 
>i dalli 


™t4' 


t!l. thti. d 
afro' rarrn». 


-£ 


-riiwogH. gli 








it vixi. 

21. rtplrl; 


di UH 


"0 e"". »« 


ripio 


■a, lit. 


26. 0.11 in» 
ini il Iella drl 


la prii 


IMtr.S'iaai- 








CANTO mtCmOTTAVO. 



149 



V) 



35 



40 



46 





P^éd 




Come i RooMn, jm reserdto moìto^ 

V anne del Gkibbileo, so per b ponte 

HaoBo a paflear la gente modo tolto; 
Che dair nn lata toni hanno la fronte 

Vene *l eastetlo, e vanno a Sani» Pietro, 

Dair altra sponde vanno verso 1 monte. 
Di qua, di li, so per b saasa tetro 

Vidi dunon cornati con gran forze. 

Che li batlean cmdelroente di retro. (^) 
Ahi come faoéo lor levar le bene 

Alle prime percossel e già nesswio 

Le aaeonde aspettava né le terza 
Mentr* io andava, gli occhi miei in uno 

Faro scontrati; ed io si tosto dissi: 

Già di veder costai non son digiono. 
Perciò a figorarlo i piedi afl^: 

E *1 dolce Doca meco si ristette, 

E assenti eh' alquanto indietro gissi. 
E quel frustato celar si credette 

Bassando '1 viso, ma poco gli valse: 

Ch* io dissi: Tu che 1* occhio a terra getto. 
Se le fiizion che porti non son talea, 

Yenediro se* tu Caccianimiro; 

Ma che ti mena a sì pungenti salseT 

i tadattori p« ancato faggira I Coil aacba il Laadi- 
B*. Beo? eouto da Imola iatcrprata htr» 
tm, calcagna. Ma il Lami iotaoda per 
larsa vctctcha ; conccbè , lacooda lui , 
far Itnmr U bètf «goifiNclMrabba ^ara 
tttteirar la pelte. Io starei cogli antichi. 
40-4 1 . Mft fino Furo scotUroii, do4 
B aconlra:ono in uno da' peccatori. 

42. Già di vedette.: non tada co» 
alai ara la prima volta: o, panai aTcrl» 
▼cdata iltra volta. 

43. a figurarlo, parrìcoaaaearìo.— 
I piedi affiisi, fermai i piedi. Altri lag 
ga«o • gli occhi affUti; ma l'atpranion^ 
the aagna, awco «t ritlette, a il testo in 
Daaai, favoriscono la laz. nostra. Il v. 44 
COBI si le(;ga od codice Fnillaiii: B 'I 
dolce duca tuio ti H ritlelU. 

48. Tu che F occhio ee.: ta dia ab- 
batai coai sabilaroantc gU ocaU a larra. 

49. Se le feuio» ec.: sa la fattoza 
che porli, cioè cba bai, mom iomo faìf 
i§, noa ingannano. 

54. ciba li mem^ qval fdla ti ba 



fio 



FotoreUo moUo, cioè par 

■ hJIa ^a^ ^^^^^^^^ > 

H. l'flMMdilG<»èèas0.nd 4300. 
--«ifir la^MKa, di Casta! Saot' Ao- 



loUa, hanno 
^BaNfazio Vili 
il Mia di Castd San- 
par I» Mago caa odo sparli- 
■a «Mate ordina, eba dall'ana 

Jiodli da 
traqndli 
I, rivolli «arsa 'I wumU, 
Giardaoa, cba ai veda 
al aiattlavato 



ma 
in- 



SI. as pmr Im Msaa Islro^ ao per 
■ Uda fama* dk caUr ferrigna. 

n >i il' di aalara cba aadoa- 
~*lvaaMa Mr aè o per altrai. 

ST. lemmr Ir èana. lavar le gamba. 
1: aU natta li larevaaa frcUola- 



DELt INFEENO 

Ed egli s me: Mal yolenlier lo dico; 
Ma sforzami la tua chiara favella, 
Cbo mi fa sovvenir del mondo antico. 

r fui colui, che Id Ghii^la bella 

Condnssì a far la voglia del Marchese, 
Come che suoni le sconcia novella. 

E non pnr io qui piango Bolognese: 
kmì lì' è qnMto luogo lanUt pieno. 
Che tonte lingue non aon ora appreM 

A dicer sipa tra Sarena e 'I Beno: 
E se di ciò vuoi fede o testimonio. 
Recali a mente il nostro avaro <«no- 

Cosi parlando il percosse un demonio 
Della stia scuriada, e di^e: Vìa, 
Boffian, qui non son femmine da conio. 

Io mi ragi;iun5Ì con la scorta mìa: 
Poscia con pochi passi divenimmo. 
Dove nno scoglio della ripa usria. 

A==ai leggieramente quel salimmo, 

E volti a destra sopra la sua sch^gia, 



1 

I 



FoodoUQo li puni/mli lalH? Va\acga 


Fu qnati Obino II, a ini il lologoB. 


horì dtlli porti di S. Himiate in Bo- 




DBÌ «mia li p~niy.iiD »a billìlura < 


«.lap.r»qli».Mr.,,in....gr™. 
par averm Jnan. 


eoo penio i malhttoii, era chiamai.! It 


57, Catwrt*»ti™lee.Coni.EoM 
d Darri la Utni- 1 eundalou Brialfai 


S»tU.«Sela. Dant«, parlind» q»l ad 


<i«m-ii Dolonia, chiama con [...ma 




Dolo li Bolognai mt\ Idi^bo H'Intema, 


lutf da di«.rai il fatto dalU fibiigla. 




6U-ii| CisIsnKlJiipHee.tJHBaa 


pniiili.CM-. e)i̫Hiu> BtnvaniHu da liBiJi 


1.M1 laol. i B..I<>En«i tba offlì mw». a 


^1 BiKTaccio. 

SS.lntHcUara/Waira Ltefalara 


parlano .llordialello,lD Bologna,»^ 


favilla che nll ricorda il mondo inl'.co, 
t in gnwiala la firrlli itilira, e in sai^ 


aioio. — Him aoH ora inipnte^ BOB aa» 

■<. dira.noD aono asntfalte ■ dÌr«lffB. 


tholtro la araiimr drllr lol», por «ì 






ta di quel di.Mto.— lni5M«da-J JA- 


Italiana «pralicn di Rulocna. 1, a anali 


lu : *4«> aae.li dna Cani ln'«aaU «iada 


(«• p«r II d(.l«ia dp|l« patrie mtmo- 


Boloi^ia eoa une dd tao larHiatia. S 


rìa naoTBoa In ipiriln ad «ergli mmo- 


atifria che l'i Poeta do.o «..n ada- 


piiNabi. Voglio notare rh, aoc' oRgl io 
molli laoiU diconai Mt modo Ìr.«>eo 


coi F.onDtÌDÌ contro Arrigo hI 434t . 


CS. temiuàa. atrbcia dì o«Ì>, 


. i R«Ui di ,...l.n,,.a<.rl.. Ora n«i 


.laflila. 


e().;tnn«ÌHd<i«»>b>.ciaÌdaforTÌ 


foprà menala rDlbanagEiondo. 


•ara per raoetia pon iionla nom* anrht il 








se. del Marehm. Il Marrliru pn- 


TI. .B*.jgia, inl.l'a.pro(D.^ll^ 




Eliatodopao dello «.glio/ 



Da quelle cerchie eterne ci partimmo. 

Quando noi fumino là, dov' ei vveggis 
Di sotto, [tN dar passo agli Elèrzali, 
Lo Duca disse: Àlieadi, e Ta che feggia 

Lo viso in te di questi altri mainali, 
A' quali ancor non vedesti la (accia, 
Perocché son con noi insieme aniiali. 

Dal vecchio ponte goardavam la traccia. 
Che venie verso noi dall'altra lianda, 
£ che la forza RÌinìlmenta scaccia. 

Il buon Maestro, senza mia dimanda, 

Mi disse: Guarda quel grande che viene, 
E per dolor non par lagrima spanda: 

Quanto aspetto reale ancor rilienel 

Quelli é Jason, che per cuore e por senno 
Li Colchì del montoii privali Tene. 

Egli passò per l' isola di Lenno, 
Pbi che le ardile femmine spieiate 
Tutti li maschi loro a morte dienno. 

Ivi con segni e con parole ornate 
Isilìle ingannò, la giovinetta, 
Che prima l' altre avea tutte ingannale. 

Lasciolla qnivi gravida e soletta: 



^■hnlaww. S pirtimiiD dil ciniiiiln 
ciiv«Ìjv«cb«fiiiBillDrB*vpo(i tiUo,|ier 
• ndu* io lioH retti di pnnle in pdnlB 

73. dov' ft vaneggia, cioc dure la 
vtffio ImtLo É |wi di fHHiÉd Ittcì^ pavi- 
r<>atl*dliÌHrlo(uat>iiD£]ìt(i!n ' 

TS-T4. JlUtuH. »{f« - 
ettfeofia {di faggini.» 

nritili ia naia di «nirrli di taec'i. 
' " rd ndon 



li.-' fa 



«U-anèio If'wtutitpih 






79. la (roi^la: dot la Iraeóa dal- 

ui : traeHa iinl itìr fila, uhiera. 

St . £ por dolor. E per aniiits unii 
oWe, nm> ;ti •■ Tede oden d« tf , 
rio». 11 che dimialn li feru dd U ' 
,i .nlm»o»a vini» d« nuli; onde «I L 
m. i»Uo n'è I-uIéU In mieitk «A I 
he.pn.r«rh...nel,e«.hi«W.Ì« 1 
enndiài mytifalf dolor di LwuMt . 

K6. Jamn. Giuwie. dMnpì il itila 
'ora ni Celdii, papgll dell' Aù-V 

87. fhii. neh. 

»3- Uarililf fHBmtniipittaU.Lt ] 
duna, di I.Diiua »ti|^M Ji VdMr* M. i 



03. Jn/ileln^on 



fati* I* pritai doitrinn (he * !■ fere; ipoHrU, e pneia l'abl 
pit «otto, «Inns 127, •wndnl'illra. 93. Cht prima te 

n. nriitU tua raa m> te. P>- ■•«> prìoii ingannala I* oaààia I 

ncAè «NMdo aodali Gnuia per li me- mite di Lcduo, iilfando il p«dr« 

liaim direiwna <■!"■ noi, non abbiiino 'l'oanle, che dia niHoge nel tempii 

fvMl* TtJtrii ìb lacci«. B(RD, e l'ainU a fuggire. 



in 



DELL* IUFERNO 

Tal colpa a tal martirio Ini condanna; 
Ed anche di Medea si fa vendetta. 

Con lui sen va chi da tal parte inganna : 
E questo basti della prima vallo 
Sapere, e di color rhùe in aè assenna. 

Già eravam là 've lo stretto ralle 

Con l* argine secondo s* inrrodcchia, 
E £& dì quello ad un altr'arro spalle. 

Quindi sentimmo gente che si nicchia 
Neil' altra bolgia, e che c^l mur^ sbuffa, 
E sé medesma con le palme picchia. 

Le ripe eran grommate d' una muffo 
Per l'alito di giù che vi si appasta. 
Che con gli occhi e col naso facea zufb. 

Lo fondo é cupo sì, che non ci basta 

L' occhio a veder senza montare al dosso 
Dell'arco, ove lo scoglio più sovrasta. 

Quivi venimmo, e quindi giù nel fosso (*) 
Vidi gente attuffata in uno sterro, 
Che dagli unum privati parea mosso. 

E mentre eh* io laggiù con l' occhio cerco. 
Vidi un col capo si di merda lordo, 
Che non [«rea s* era laico o cherco. 

Quei mi sgridò: Perché se' tu m ingordo 
Di riguardar più me che gli altri brutti? 
E io a lui: Perché, se ben ricordo, 

Già l'ho veduto coi ca|)clli asciutti, 



f rio 



fO^ 



i;o 



Ili 



i20 



96. Ed Mek$ di Medea te. E li 
Mnitce pare d'ater Mdutto Medea, la 
figlia d'Oela re dtf'Colrhi, ch'egli dopo 
aver fatta gravida abbaodonò. 

97. Con lui, cine «m tiianone. — 
cMdtkUU parte i$^anna, éoè chi in- 
ganna con faUe pn imene di none. 

98. talU, h'>l;;ia. 

99. che in tè aitamna. Àttannare 
Tale iirìngerc colle lanne. (Jui per me- 
tafora cbioderc in aó , a Goe di iormen- 
Itrt. 

400-462. la 're lo stretto eaUe, ove 
rangn&to paaaaggio dc'coacateniiti pmili 
«' iBcrociacol •emodn ninm, e di quello 
fa jpaUi^ àoè appugjpo, ad un altro arco 
aha valica anii' argine tento. 

405. ii nicekia, li rammarica aoa 
mcsaamentc. Kicckiare dicesi propria 



mento dei gemili rbe nasda la 
nelle doglie del patio. 

406. yrommaU, ineroatalc, fem 
dì nna gruma. 

407 Per r alito di già A0 ti ti 
appaMla. Per reiala>i«me deaaa che rie» 
dal fondo, e che ai «tlarra, maai paala, 
alle ripe o mura laterali dnla bòlgia. 

40K. Che eim gli oerki et.: 
tristo CMlfire uffendrra inùeme il 
e gli orchi, come e proprio di lai 
d'eealarinni. 

i*) Ailnlatnri 

444. dagli uman prirati, cioè èm 
ceaaì che tono nel nnatro mcHid*. -^f^ 
rea Mnato, pam a ealal» I mg gi k. 

4 17. Htm parea, non apparì^-a par 
la bruttura che lo ricopi-ia ae avrà <W 
rica o no. 




DELL «inteso 

E qirinci sien le nostre visto saiie. 

■im li nsiln vtilt mw. qDinla tianno veduto 
Cioè ; qIì «chi omtrì (i<D» mj di Hhrlne loogn. 

CASTO DECUnOHOlirO. 



Simon mago, o miseri seguaci. 
Che lo cose di Dio, che di lioaUle 
Deon esMre Epose, e voi rapaci 

Per oro e per argento adulleratc: 

Or convien che |)er voi »uodì la Iromba, 
Perocché nella lena bolgia siale. 

Già eravamo, alla seguente tomba 

Montati, dello scoglio in quella parte. 
Ch'appunto sovra mezw'l fosso piomba. 

somma Sapienza, quanta è i' arie 

Che mostri in cielo, in terra e nel mal moudivi 
E quanto giu!?io tua virtù comparleJ 

Io vidi per le roste e |»r !o Tondo 
Piena la pietra livida di fori 

t . O Simon mago. Coatiii attfr^t 



I 




».r» dri pr-(i, .Ila « . .. 
me nrlrnuno Gas M Canta I u 
mipat della Iniia, ■llrihoiiw li pf«- 
ciBalccBg»D< d(j d*iadra<ni é' Ititi*. 




1 bumIs J* Mi fM> ddfahatdraMielkr* at 



CINTO DECUdONOXO, lSfi 

D' ua largo tutti, e ciascuno era loQdo. ts 

Non mi parén meco ampi né maggiori, 

Cbe quei che son nel mio bel San Giovanni 
Patti per loogo de'ball«zzatorì; 

L' un degli quali, ancor non i moli' anni, 

Rupp' io par nn cbe dentro v' annegai a : n 

E questo sia saggel cb' ogni uomo sganni. 

Fuor della bocca a ciascun sojierchiava 

D'un peccalor li piedi, e delle gambe / 

Id&do al grosso, e l' altro dentro stava. 

Le piante erano a talli accese intrambei &( 

Per che si Torte gulzzavan le giunte, 
Cbe spezialo averian ritorte e strambe. 

rwi largo hilti, di «u* hb- Ì fori tcdiili «■ preti btlleaìvì Jenlr», 



ts. Fata ptr luogo te. Ntl (eopia diiilnca, clic 

iì Ua GiniaBui >o F.reuie lulornci la comr biilisli- 

bili penili i ardi baltimlorì WnHra eh< io Jicr. 

eh* àAia Itffrni: Falli p4r luoghi luorgi», 

à< ballcuatof^, d»è, Hr Hrtir di bti- finii ftn 

1iiltriicUilIr>o«iti,ilÌCN)(ui, ■ --'' 



ilo*Ìaiuggtl»e.: * 



•"lOÉ. t* pari ma 






eoa-: Falli per luogo 



IDE. SuggrUa mie ^ 
unii irgml. dd pi 
£2. /"uor dtlla toce 

tDprrchiafii, i: 



Hw fiauptr Awga orcpar) tll id« 
d'iM MU a («iinn. .la cuiiien'ni in 
cu* h^Tja; « a tuco !■ Dirula Adf'ix- 
. Iteri» dnùCca 
d<ir« B f* U ktUl 



•w« /UH MT (NUgM di talltttalarj 
ii|Uiiarr(hCc« iftett* : fatti per lueglii 
iiliMfMrfa tallanor*. Snoiiilo, ptr- 
d.» lilcnodo «III pia parlo degli inlì- 

IcuM iBBuaBitmiiKK di.1 lioll»iaiv 

■»£( iDlIar* i bamliiiii Balta gian >a- 
«a, • W» OKt* dalla caira del popolo 



U Jn/Inn 

polpa, — «1-. 

n'ij aVirX'n 



ro dmlro tlavo, a"!» 

Ila dal corpo. 0- ■ 



rsffl 



: (li «Uri nù della eiioa.Otlrccbc, 



20. U giunU, i Mlli da' pi.. 
|iiM(a liuuLlicana prfaao «li nliddC 
ma parla della ginita, ai rilna ansW 
lai boreaola dal Pula, do.adnctiM. 



i><ii.*.uiMirn» 

ì, Itgamì talli di allttU ' 



I 



I1Q DELL 

Qual snoie il fiammeggiar delle cose unte 
Muoversi pur so per l'estrema bucna; 
I^l era li da'ralcagni alle punto. 

Chi è colui, Maertro, che si craccia, 

Guiziando più che gli altri suoi coiDwrii, 
Diss'ìo, e rui più rosea Tismina succia? 

Ed ^i a me: Se tu vuoi ch'io ti porti 
Laggiù per quella ripa che più giace, 
Da luì saprai di 9è e de' suoi torli. 

Ed io: Tanto m'è bel, quanto a le piace: 
Tu se' sigDore, e sai eh' io non mi parto 
Dal tao volere, e gai quel fhe si tace. 

Allor venimmo in su Pargine quarto; tf 

Volammo, e discendemmo a mano stanca 
Laggiù nel Tondo foracchialo e arto. 

E 'I buon Maestro anror dalla sua anca 
Non mi dipose, sin mi giunse al rollo 
Di quei 'he s\ pingeva con la lanra. tf 

qual che se', che '1 di su ticn dì sotto, 

m.pm-.taUmrnie. — ptrftitrt- 41. rotjenwiil IniM*: Mp«* 

M. Ai' cnlroftif «: etili, di'ciit- 42 arlo.ttrttla.tirneapfmtMftr- 

ugalGiMalIr p«M<i<lel1(<l)ia,ii»li|wr dii poca ■ pitia liirìi vano i miritìbn. 
Miti U miDK 4>'|iirdi inlii ■D'ìniA. 43 (tolto taa anm «. L'aia i 

E3. Guiiiands. rtiit igiUiiilu i piis l' Mn ibi >la Ira il Banca « la taaci», 

Ji. — nntiarN. rrl dilli tiiua colpa a IdUihIì; non ni (Irpust dal fiaaea, aal 



SS. luaria: fa* itintl clic l« Sin- ^Hmfal 



gtaKual rotto, n 



rraecF del oitpD cliF iiiTra<«, prima 4S. Arri pinsna em la rbM. 

laurini, ni lo ilnHiI». Ncll'lnlrrno ri»* ipin[;»»a pJU dainta «I, «■'!> 

h dhMlninita nnb atfoilu luaga, It dMIn. r> in ^atl oiiKla nngalva. TWfi 

Bimnia H limila i aiurinra. i leali htane ti pìayrca etUtamm, 

S5 riu piit ft*H. che pìft fto'h «ba ì cirtnAirnlalnri ipirgaoa: éma^ 

..._. . . ■|i„p,ibolsiil'.r- gniiM diilof .Booillagamta-Uiarf 

■I cMi'm M aF- Inrni'one id n»ii <lli« clic Da»fMM 

ag^flarii pia itmn r pid Jifrailrni in aiiilch( mnlD, hrU la 

ilg(ti.IiiKi«l«i<laTrna Ina polrl nai^anl ili'ibliia ■■ *l Mia 




l 



I 



f 



CAUTO DECiaOROIfO. 

Aoina trisUy come pai commasBa» 
ComÌDcia' io a dir, se pooi, & motto. 

Io stava come 1 frate che oonfeaaa 

Lo perfido asaasaÌDy che poi di*é itto, 
Richiama lai, per che la morte OMsa. 

Ed ei gridò: Se'tn già costi ritto, 
Se' tu già costi ritto, BonifatioT 
Di parecchi anni mi menti lo scritto. 

Se* tu si tosto di queir aver sazio, 

Per lo qnal non temesti torre a inganno 
La bella Donna, e di poi fame strasiof 

Tal mi fec' io, qnai aon color che stanno, 
Per non intender ciò ch*è lor risposto, 
Quasi scornati, e risponder non aamo. 

AKor Virgilio disse; Dilli tosto, 

Non son colui, non son colui che credi: 
Ed io risposi come a me fu imposto. 

Per che lo spirto totti storse i piedi: 
Poi sospirando, e con voce di pianto. 
Hi disse: Dunque che a me richiedi? 

Se di saper chi io sia ti cai cotanto, 
Che tu ahbi però la ripa scorsa, 
Sappi ch'io fui vestito del gran manto: 

E veramente fui figliuol dell'orsa, 
Cupido si per avanzar gli orsalti. 



m 



65 



60 



S5 



70 



47. 



pìtatala, 



4Ì. i» $ia9m te. Fra i trmMì md- 
riq MPoCkkia, 9fn «pMtio. Si ficw 
«M fl ■albltorc in bu hmn i 
■ fii ai Mod« cb« li a» od prop 
pMM !• «ili : fiU«rMÌ potcia ealro di 
■ p«M !■ lem per mCTo- 
la spcMo V ttsattiao coti Site 
' il liM ru p rc : ■llon i caraeCd 
dal gcttwa U terra ipér dte, 
¥iaM«te, die* U Poate, fa 
daè riterdal , • il frate 

B. Atf «< §Héè m. CnimÀm pafa 
»bIUm«MÌCte,cha«oiw<l>aate) 
iiarfa a'apfmu alla kaea, aia papa 
^111, gli dica: ^1» riè 00. 
BmHfmimf 
U. I» aerato. Qaailofferilte mo 4 
<h Wilaaa ■■li«aj|eaia M (utera, di 




cW il Poete fiaf|a dateti i daaiiati. In 
firlA di ^amta NierolòMpera cbc Bom- 
faiio dutea venire all' Inferno nel 4 SOS. 
Ora credendolo ivi pinato ael 4500, ne 
fa le meraviglie, e dice die il «■« terit' 
Co, lo tpirìto di profezia in mi laggafa 
l'a%vemre, lo iagannò di pii amii. 

S6. tenna « fayaiiiio. Biip iu i eia 
al creduto BomfaiiA le aiale arti a gì' ìb- 
ganoi «tati (rofi alBMao fa daCta) per 
giaogere al papato: aebbeoa è mttà 
vcràiniU che bmIU dei peeeoti, di 
cIm fa aeratato, aieao iovantioaa, • 
aliga* adone dd taoi parliceterì nai^d 
e delU rakkia gfaibelliaa. 

»7. U beila thmnm. Saate CUaaa. 

C7.Hr«lcolanitoec.:li praowteate, 
dw te abbi ptré, per ^«aatef •com la 
ripa rhe è tra l'alln argiae e^actto foade. 

70. fmi /If liaol drlTaria. Ifieea- 
I» III fa di rara Oraini. 

71. Cupido d re. : d oimlia d&aa» 



BELL' 

Che sa 1' avere, e qai me misi in borsa. 

Di »)tto al capo mìo son gli allrì IraUi 
Che precedetter me simoiic{;giando, 
Per la fessura della pietra piatii. 

Laggiù cascherò io ellresi, quando 

Verrà colui eh' io credea che la fossi, 
Allor cb'io/eci il subilo dimando. 

Ma più é 'I tempo già che i pie mi cossi, 
£ ch'io son stala cosi sottosopra, 
Cb' ei non starà pisDlato e coi pie ro&si- 

Cbé dopo luì verrà di più laìd' opra 

Dì ver poneote un pastor senza legge. 
Tal che convien che lui e me ricopra. 

Nuovo lasoD sarà, di cui si legge 



Ne'Uaccal>eÌ:eco 


n' a quel fu molle 


atKtn U rìedma a li paliua degli 


dillo coni.= Ck-ti nxi «(ardflwlill 


Onim. 




72. CJM tu rwmi M.: <H<> n nd 




moDdo »;•> in barn l'ottro, il <lei»ro, 


S2. dipi* Joid'opra: di pit liid. 


< i]u> in igonla baci ha mcHo li ptr^ 


operira; irpnurt par i[u«r opra ludo 


HDi mii. 


DOQ imcadi 11 IDI elaiooa cndil* ..- 


75-75- Di ,«no ». Cmlmiori > In- 


moDllrM.nitndDfgliiUloaialUlo f" 


tmdi : Di Milo «1 capa mio. (rolli, ti- 


■niDtggi dd ra (non». Si poti d» 


rili (iù, tuo flIL ■llri p.pl ci.. f«cro 


DiDla pirli eoa nollo oiwn di O- 
ncDla V il) ■(•■ HI opiiloli d pciu« 


imo«>i ixqlili 0..^, pigili, ii.K«ii, 


tlnllo (oro dalli pìilri. 


tSIO: don,™ quali •!!«)«] dom 


77,«i[ui, BouÌIhLuVIII. 


KriTcn pinluiaruieiilc, quiado dot d 


7».ÀUl>rell•iof^ci,t.:àot^^a,aio 




io iìm: u-lti «ut «odi rillo, Bani- 


83. fliorrp-nmn oc. buUi; 


fé^t 


dilli GuJiscaum , eh.' « ■! pasMlt di 


7V.Jfap<àd'll»>pew.M<tpm 


Itomi. — lai>:o lesi*: "nn (•wK, • 


il «UH di ohe io «u qui «rilDiapri 




■ bnainii ì p<«Ii , eht aon uri il 


i.i;erirx. 


Icmi» d» à ilirii a-mUuo Vili ; ». 


SS. /oiM. Ia«D fa r«tl« MMM 


(il, Bonirui» ii>i4 qui mm«t ttn.f« di 


uurdole por fitora di AoIÌom, n di 


ijngl (be is « HW ilXu «i> ; puiebìi «rrì 




Brolo ia HO luogo i;l<i>ne<iU V, come 
aort* uà taso, totlrì» d. 30 luoi il 


S6-S7- cono «ud /il Molloe. lo- 




wp^iiia dai piodj ixtuuii, bas^odeii 


•orà iodolgoo» Filippo il Bdlo i* di 


li luiaai di bixUi ori IMO; a In il 


Pronai o pipi CleoKole. Im«a, In 


DitU di Buairuio Vili < <|aelli di Qc- 


r,l,ra™d,Bo,li,.p,>glii.il l^pUd. 






■i. Da*fi», ijuiodo DuWuniotflac- 

*tl »n. i»i> «Kod» .gli prol«l«, tic 




il n Filippo, ■ cui da>*>i la nu «l«- 

ii<mo. Inferi liKilapoatiBnIt MAtì- 


SI, Cd' fi iia«'il«-d fttnloijo . 


gn.i,t e», diano grindt drlU Cbkn • 
d'Udii^ aoa in>pcdi, p«r lo Bono, 
qunta polaii, lo ipogfiHiwIO • l> 






CANTO DECIMONONO. 

Suo re, cosi fia a Ini chi Francia regge. 

Io non 80 sT mi fai qoi troppo folle, 
Ch'io por risposi lui a que.sto metro: 
Deh or mi di, quanto tesoro volle 

Nostro Signore in prima da San Pietro, 
Che ponesse le chiavi in sua balia? 
Certo non chiese se non: Viemmi dietro. 

Né Pier né gli altri chiesero a Mdttia 
Oro argento, quando fu sortito 
Nel luogo cfie perde 1* anima ria. 

Però ti sta, che tu se' l)en punito; 
E guarda ben la mal tolta moneta , 
Ch' esser ti fece centra Carlo ardito. 

E se non fosse eh' ancor lo mi vieta 
La reverenza delle somme chiavi. 
Che tu tenesti nella vita lieta, 

r userei parole ancor più gravi: 

Che la vostra avarizia iJ mondo attrista. 
Calcando i buoni e sollevando i pravi. 

Di voi, Pastorr s'accorse il Vangelista, 
Quando colei, che siede sovra V acque, 
Puttaneggiar co' regi a lui fu vista: 

Quella che con le sette teste nacque, 
E dalle diece coma ebbe argomento, 
Fin che virtute al suo marito piacque. 



4t9 



iOi 



10» 



■Irage ém Templirì ; « trad) poi Arrigo 
^•VM Cfli iloMo fatto eleggere impe- 
nlorc ; peccato forse d'ogni altro il più 
fraado agli oeehi del Pneta, che tante 
sperame area potte in qael principe. 

88. troppe folle, perchè la mia pre- 
ékm noa era per pruGttar nulla. 

89. • fuiito metro, di questo te< 



9ì.{nprimm...ehe, oYanti... che. 

W^96. fMoiitfo /W tortilo ee.: 
fundo dalla sorte fa Oicsso nel posto 
perdalo dal reo Ginda. 

8i. p t ori a òen, custodisci con eaa- 
tela : 4 detto con sarcasmo. — la mal 
follia presa con tao vitupero e danno. 

99. Ck'wor H feet ce. Ciò è detto 
saeoado la Toee che a qnci tempi corse, 
Aa Gita £ Procida desse denaro a 
^■cslo papa per ateme aiato nella con- 
Mara cne ai ordiva contro i Francesi ia 
rilcraM • ia tutta la Sidlia, della «{aala 



era allora signora Carlo I d'Angià. 

4 00- 1 01 . La rtrereasa delle som' 
me ^iavi: si noti il rispetto che Dante 
professa al papa coma sommo sacerdote 
e Tirano di Cristo. — aneor^ ane'ora, 
sckhen tu sii morto. 

400-1 4 4 . Dttoi^ fMUtor «e. Di Tot, 
del vostro sacrilego abuso, o romani pa- 
stori, s'accorse T Evangelista Giovanni, 
qaaado nella sua ostasi vide la Donna 
clie siede suir acque prostituita ai re 
della terra. — Sebbene oell' Apocalisse 
si dichiari in parte questa visione^ dieeiH 
dosi che la donna è una gran città ; le 
oc^ae su mi siede, i popoli da lei domi- 
nati ; le ffCle Ifs le, sette monti sa' quaK 
è fondata; e le dieci coma, died re, per 
che eredrsi generalmente ioilieata Roma 
pagana sotto gl'imperatori ] aunostaate, 
sreondo la espricriosa interpretazione 
del Poeta , colei che tiede tu taeqne 
4 la stessa ètila Donna, di cai ha deUo 




Fallo v' ai eie Dio d' oro e d' argento: 
E die ullro é da voi all' idolalre. 
Se non i-li'egli uno, e voi n'orstB ceiilo? 

Abi, Coslanlin, di quanto mal Tu matTf, 
Non la Ina con^ersion, ma qucUa doto 
Che da le pn.-se il primo ricco pytre! 

E menlre io gli cantava culai nule, 
ira cosrienia che 'i inurdes«e, 
Porle spingala con ambo le {liole. 

Io credo ben eh' al mìo Duca jiiaie<ee. 
Con S( conlcnta labbia sempre aliene 
Lo auon de le parole (ore espre^ae. 

Però con ambo le briitcia mi prese, 
E poi I he tulio .su mi s' ebbe al pdto, 
Rimoolò per la vi3 onde discesei 

Né si stancò d' avermi a 



I 



tltuiiU il> AwJbtio. b 

lidi cb* d,ii;n>l. td .IV 
nidi d'i populi (!■ (iqn-) 
ind«|niinriil« iti ta- «nti 
■hi la prMl1lBÌui«fli (■ h 
tMll drll* Mrri ptr r*i>l 
fcwl Mnifanlii ^wlli wk 



,f 



n poi dire rkt i 



di qudll iJonti dii Pigini 

4IS-II6. JìtI, Ceitmltn et. àbi, 
Cc<l«ii(ind,«i»n<ft fMiuor di mttr fu, 
»>■ 1'<»riil.Uo aaanno, mt U d>u- 
liitnt (vupp-ntU l'iHtipi di f>4iite| ih* li 
FttlUiaiMfwSlhiMni * ■■ ■ 




CAinX) 'DECIIIONO>0. 4 3 1 

Si mi portò scmra '1 colmo dell* arco, 

Che dal quarto al qninl' argine è* tragetto. 
Qain soavemente «pose il carco iòo 

Some, per lo scoglio sconcio ed erto, 

Che sarebbe alle cajpre duro varco. 
Indi on altro vallon mi fti 8Co\'erto. 



42t. Si mi porla, doè, Sndiè n'cb- ie,aM«e a terra, ioaTemeote il soave pc 

bt aortato. QbtsU ItaiaiM è dd tato so, la mia paraana a hd st cara. — per 

Tiruni, ed è la pia aeaipUca. U God. lo teogiio at.; qveate parola rendono 

Cam. ka 51 wu portò. La Nìdob. e rarj ragioae del parche lo portasse fin leasù, 



Cèèò. Sì BMii; falche altro Sin aieii. a non lo poiàsae appena risalito snll'ar- 
129. irmgetto, paaaaggb. f***f * qoaat'ara'ta acabrosità a rìpi- 

130-432. Qmkri a o m tm enlo oc. In dena di qudlo acaglio, ra cai a fatica 



^ laofo, cioè sul colma dal poiUa,#po- . aarcbbaro moatatc le eapre. 



CAUTO WKMTVSMBMO. 




èoigim, di tèa M rmficms te fMJf* whCmwm miU». mmtltmt fiugr tmpo$tort eh* 
rmnt étmimMuim. Bmmm «m< U wìm » U toUo strwwulf sulla mU, 0mda J«w milrttti 
IV mirtmAtm, mm p^nmlm métn émvmut m sé. Simo miMùmtt ém rirgUia mU'Àlmm->0 
firn /«MM im qmtWmru fmttae*, tm'fuMi U Tthmttm Manto, par ani aàéa origiMa Mam- 



Di nuova pena mi convien far versi, 
E dar ma'cria al ventesimo canto 
Della prima ranzon, rirò de' sommersi. 

lo era già di-po.-to tuffo quanto 

A risguardar nello scoperto fondo, 6 

Che«i bagnava d' angoscior-o pianto: 

E vidi gente j.er lo ^ alien fondo ^*) 
Venir, tacendo e lagrimando, al passo 
Che Eanno le letane in questo mondo. 

Come '1 viso mi sre e in lor più bas<Of fO 

Ifirabilmeiite ap|>an'e es.er travolto 

Arila priaM cMUon ce., drlla mente appallate leimnf, o lilama, voce 
, cbe narra di ndora che greca rbe vale supplirotioni. 
' , aprafusdati unì bara- IO. Cotme l viso (gli «echi) mi tette 

im lor pie boHn. Stando l>attle io huigo 




4. 3» «ra già éitmoeto «e. lo m'era elevalA, e lenro«lo sempre ali-orrlii fi» 
|ii faal» emm Ciitla 1 aUentiaaa. in «|uella gtrulr, la quale ori s a t l apefcto 



V moUo tutotrio fomào, aloè nel vell'ooc veòi^a alla sna tulU, è OMni- 
iwéa che a ma alaule md sooina del- ff^io < be gli cru buegira di abb a marii a 



rm«» m maalfava avvpane. lanan rra mano a roano eoe «|aeiia avricmavasi a 
oapo a detto landò, c4a aoa li palava lui ; ooda la frase e^airak a dire : 
da q«el pvnta. quando essi farvoopii prema, pie aetto 



r\ ladofvim. a ma 

à-0 mipmseote.: cioè con ^r\ feo- 1 1 . Uirmltilmenlo, io mudo da ca- 

tot» cha laMo le pr u ai s aiioi, — lica» fiaoar mare vigl. a. 



«8 D ^^ 

Ciascun dal mento al principio del rssso: ^^H 
Che dalle reni era tornato il volto, ^^H 

E indieiro venir gli convenia, 

Perché 'I veder dinanzi era lor tolto. n 

Fors« per Torza già di parlasia ' 

Si travolse cosi alrun del tulio, 

Ma io noi vidi, né credo the sia. 
Se Dio li lasci, Icllor, prender fruito 

Dì tua lezione, or pensa per te sles°o, 10 

Com' io («tea tener Io vì^-o asciutto, -^^H 

Quando la nosira imagine da presso |^^| 

Vidi si torta, chu 'I pianto degli occhi ^^^H 

Le natiche bag&ava per lo Tes^o. ^^^| 

Certo io piangea, poggialo ad un do' rocclii ^^^ 

Dal duro scoglio, si che la mia Scorta 

Mi disse: Ancor se' tu degli altri scìotchit 
(Joi vive la pielà quando è ben moria. 

Chi è piii sreleraio di colui 

Ch' al giudicio divin passion porla? Ut 

Drizza la te^ta, drizza, e vedi a cui 

S'aperse, agli occhi de'Tcban, la Icrra, 

Perche gridavan tolti; Do\e rui, 
AnGarao? perchè lasci la guerra? 

12. al principio del calta, fin II pirli i pnne in Juo temi divini. Di 
dori cDinincia iJ lurHa. rdigiDiM la primi vulu, Ji tomp4t- 

13. lontam. •ollila. — ilaUerni, Whm liircundi. Fenimlf aio<l(>ii4H:> 
idra. ailPtr>cl>fD,CMluIT:/'n-i»ap«r^ 

1. alt, n dii* riUrìn a CiiuctM pirtà ti/fieMoIa, òoè.pir Boa nu- 

•IM m» 12. urtillirv%H.a«ùfecrndcl*.EaT» 

40. parlaifa, piralitla, miltUia to: • Or ti farrbbitapiclimtnpie.' 

eh* ÌPipfdÌK«, o (loraa Icninnlira. 30. al j{iulkio dimin patti»mpft- 

taso. Se Diotf' 0",elcUoct,lii la. Parlar pattioiu ta:.i He* lafrirr 

DwlilaKÌ|ireBdettniUudÌliulai»is, ntW animo. Uude auiil acOM t: cbi 

Bai dal l«Bcn qatila ente, (imu te. vìi Fwniodi tnluì cIie iralt Jàpiac— 

U [ruUD da ricalarli è la ncrnaainn* doi ipucUj di (Kp, dil Irtnar* JelU na 

chi il rBlHHi HDD io aa ihs llin, g che gouliiìt, bu i rei? La Nidob., il God. 

ckinil(|U* ordì o di acradcra ilcuDlia- Cari., « qualcha litro haana fWMfe" 



dalla parta dai la r« 






I 



S2. fa ««Ira imagiiu. cioè l'unaii 
gva in auclk oaAi». 

3S. ai/«n<ti'rBKik<.>d aM dv'maa 

37. ttioeehi ro»" ckììma calai 
k(, peando nxDla ai tali «[talli, so 

28. Q<ti tira U pielà K. Qui 



52. ojliinftt 4a' Ttian, tagfesii 

l'rlxai, a a<i(lB gli ec.hi dai TAtai. 

SJ-55. Anfinnto. Sa» da' arila ra 



ra d. qualL ciltii ,ai aaacoaa in Inua «ala 
»iiinia alla «uplia ioa, la qiiata Bau 
(cuna il wi,r. ' 1 - i'.-- -- .. 

lagiiai (■ 



ilaì- della uana 
Io, mini «no al- 



CANTO TERTESIIfO. 

E non resiò dì minare a valle 

Fioo a Minòs, che cìaschedooo afferra. 

Mira, e* ha fotto petto delle spalle: 
Perchè volle veder troppo davante, 
Dirietro goarda, e h ritroso calle. 

Vedi Tiresia, che mntò sembiante, 
Quando di maschio femmina divenne, 
Cangiandosi le membra tutte quante; 

E prima poi ribatter le convenne 
Li doo serpenti avvolti colla verga, 
Che riavesse le maschili penne. 

Aronta è quei eh* al ventre gli s* atterga, 
Che nei monti di Lnni, dove ronca 
Lo Carrarese che di sotto alberga. 

Ebbe tra bianchi marmi la spelonca 

Per sua dimora; onde a guardar le stelle 
E 'I mar non gli era la veduta tronca. 

E quella che ricopre le mammelle, 

Che Ui non vedi, con le trecce sciolte, 
E ha di là ogni pilosa pelle, 

Manto fu, che cercò per terre moke; 



433 



40 



45 



50 



65 



^^ftn$-4nè9 talli i Teb«ni gridavano : 

^nif (|wf« r«ini, Anfiarao? mi dal 

li<«*niif. — • vafir, cioè, al fmido. 

M Mffrrrm, abbranca; in ^oanU 

^MMan paèaMlrara al rao |indixin| 

• il «pplffin da Ini dvcretalo. 

Si. fm rUroM cmÌU. cammina a 
(Urna*, ili dirrzii»o« CAiiIrarìt al Ttso. 

4# Tirttim, «Itm induTJno natiTo 
'TiAc. Cnfttai pcfCMat eoo nna verga 
4taaryi, • divenne femmina : dopo arilo 
il», nlrnmli i medcaioù tcrpi, li ri- 
faaaaM, • lornè mMcbie. 

43 le, « Tirctia all»ra femmina. 

44. «rvofli. avviticchiati. 

41. Che, dipende dal prime dal 
Hn»4S- — <c wtmtrhili penm§, U mem- 
^, 3 amio di mancliio. 

H Àrmmtm è quei te. Quest'Aron- 
Kn Arnnlo, è «n fomoao indovino te* 
Mino, di cai fa meuinM Lucano nella 



47. Ch9 «et mofUi di Luni ee. C^ 
straisci : cb*ebbeper s«a dimora la tpa» 
lonca tra biancbi marmi ne* monti di 
Luni. dove lo Carrareae. che di aotto ■ 

2ne1li alberga, ronco, coltiva la terra. — 
wmif città distrutta, era situata preaao 
la foce della Magra. Ronear§ propria- 
mente è purgare i campi dalle erbe no* 
cive, ma oui sta noi senso generale di 
coltivare la terra. Carrara è sotto ai 
monti di Luni. 

51 . non gti era la veduta tronca, 
cioè : dair alto luogo ove abitava non gK 
era impedito di vedere le stelle ed il 
mare per le sue speculazioni divinatorie. 

52. E quella ee. Avendo eoatei !■ 
nuca rivolta dalla parte derpetto, le §•• 
chiome scendevano a eopnr le mam- 
melle. 

ZA.dilàee.: dalla parte del corpo 
or*h il petto. — ogni piloio prlle, tutto 
le parti peloso: e ciè a eagioae dello 
stravolgimento. 

55. Jfoiilu, indovina lehana figlinola 
Lik. I. diTuesia, la <|uale, mortole il padre, 

^ri veafre f fi a' atterga: accosta il cerea, vagò, per molti paesi per luggire 
^{v al vcatre di Tireaia . la tirannia di Creonte, e dal numcT\h%> 



F 



monir TWm* et mi9 mIojCì 



mmm*mLmmm 
Lib. 



434 



DELL llfTERNO 

Poi^ia si pose là dove narqu* io: 
Ondean poco mi piace che m'ascolto. 

Posciaché il padre suo di vita ascio, 
E venne sen'a la città dì Baco, 
Questa gran tempo per Io mondo gìo. 

Suso in Italia bella giare nn laco 
Appiè dell* a'pe, che serra Lamagna 
Sovra Tiralli, ed ha nome Denaro. 

Per mille fonti, credo, e più, si bagna. 
Tra Garda e Val Camonica, Pennino 
Dell* acqua che nel detto lago stagna. 

Luogo è nel mezzo là dove '1 Trentino 
Pastore, e quel di Brescia, e 'i Veronese 
Segnar potria, se fesse quel cammino. 

Siede Peschiera, bello e forte arnese 

Da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, 
Ove la riva intomo più discese. 

Ivi convien che tutto quanto caschi 

Ciò che in grembo a Benaco star non può, 
E fassi fiume giù pei verdi paschi. 

Tosto che r acqua a correr mette co. 
Non più Benaco, ma Mincio si chiama 



IO 



6?» 



70 



7b 



rino comprona partorì Ocno. il qaale 
fnodò una città clie dal nome ai aaa ma- 
(Ira nominò Manluva. 

bO. E tenne ierva la eittà di Bm- 
cn. E venne in potvr di Creonte la città 
di Tf^be sacra a Bdcco. intorno a Baco 
p(*r Bacco vc<li al C. Mll, v. 17 in nota. 

(J3. Tiralli^ ora il Tirolu. — fie- 
naeo : qiicslu Ugo »p,f^ì dicrai di Garda. 

6 'i-G6 Per millr fonti re. Int. : Il 
l'<-nnino [alpe* pceiìa'). cioè quel tratto 
d'alpi pennine che e tiatìanla e \al- 
ramonica , ai bdjvnu ikt mille fonti , e 
I redo anche più, ilcll' acquN che poi |*iù 
■comleiido va a staijrurr nel di'tlo lago. 
VA eccola connc-aione di tutto il disi-or- 
so: È iieir Italia (au napello ali Iiirei no) 
un Ingo chi* \ké nome Briiaco, il quale ai 
Zinnia in (jran patte delle molle i»catii- 
i i,';ini del l'anni no, raccolte e condotta 
ad easo lago principalmente dal fiume 
Sjrca, che tìcn ano corao tra V«| Ca- 
monica e Garda. 

C7-G9 Luogo è nel mezzo ee. Int.: 
nel mi'uo della lunghe/za del lago è mn 
lungo ore poHono iegnare, benedirà, 



cioè ove hanno ginrbdiziooe i ?aeoTÌ £ 
Trento, di Brescia e di Verona. Il paolo 
comune ove i tre veacovi |ioaaoai hrwrf 
re, dirono alcuni che è la dove la acqu 
di'l lìuiiie 'liftnal}^ sboccano od lago. 
La sinistra di qiicato fiume è dioroai S 
Tronto, la destra di Breacia, a il lof» 
è tutto nella dioresi di Vcnnu. Altri 
notano a Un luot;hi ; né io aooo io gra^ 
di deiidrre la conlntversia. Gumon^Oi 
sia, il poeta ha voluto descrivere il laiO 
nella sua luii|;hcz/a dall' Alpe al Hìoat 
in CUI sbofi-a, e accennare per qofOo 
\ ia le prmcipali ciua trameno alle ^oali 
ei giace 

70-72 Siede Petehiera ee. Ordioa 
e intendi : Ore ia riva intorno pie iV* 
jrme,ci< è, e divenuta più bassa, aia- ft, è 
situati, l'csi-hiera.bi-lla e fiirte ròcca da 
far fnintc ai BreswiHUi etl ai Bergam a schi. 

73. iri cimtien ec. In aael loefa, 
l'acqua cbe aovrabbuoda nel lago e dw 
non può eaacre in eaao conteoDla, o'aMO 
e diventa un fiume chtamatu il M'raeia. 

76. wittte co, molte capo, eomio- 
cia a coirere Irabrccandu dal Iago. 



CAtnO TBIflBSIHO. 

FiM t Gorerno» dorè cade in Fo. . 

Kon moio ha cono^ che trova una lama^ 
Nella qoal si disttende e la 'mpalada» 
E suol dì stata lakva esssr granuL 

Quindi peasando ia verefine-cnida 
Vide terra nei mezio del pantano» 
Sema roltarave d'abitami nuda. 

li, per foggìra-ogni consarno oprano. 
Ristette eoi snoi servi a fiir eoa aiti, 
E viasOy.e vi lasciò, suo eorpo vano. 

Gli nomini poi, che 'inlorno erano spartì, 
S* accolsero a qnel luogo,. eh* era forte 
Per lO'pantan cb' avea da. tatto parti: 

Fer la città sovra qneir ossa morte;. 
E per coW, che il luogo prima elesse^ 
ManUna 1* appellar sena- altra sorte. 

Già far le genti sua dentro più spesse. 
Prima che la roattiadi Casalodi 
Da Finamente mganno ricei'esse. 

Però t* a»«nno che, se tn mai odi 
Ori[;inar la mia terra altrimenti. 
La verità nella menxogna frodi. 
Ed io: Maestro, i tuoi ragionamenti 



435: 



so 



86 



90 



05 



100 



t Gnrmto, castello oggi ddto 

T9. ItmÈm, fc M i ■ ■■ ■, cavità ii tcrr^ 
"NowMcCcafwi. 

M. Il 'wifmiuéa, o* fa m pacala. 

91 frmmm, mal aaaa. 

0. la verflac eruàm La tteaaa 
IbM». cfciaaala trmdm i^r lo conliaao 
^muffmt ài c«<lavrri , tcairaarc aoi- 
«é, evacara aaiac é^V ioIrrM , cba 
>iaMni£caiaa valeva per sapere 




MV mrU, cioè sae arti nitfi 



17. aiM corfe vwia, saa corpo 
luti* Mr aohna, nt*è nii»rto. 

W anmr mltrm mrle E£flra«e Ir 
«kà. ^lai aao gli anairhi trarre le torti 
f*«Hva «nelle il aaait^ «««ara prc»- 
^'lai^aafilii aagaria • 4«llc laUrriara 
^Orkòie acciaa Bei sacrific], a ^ «ola 
^fca(reft•aaallr« 

3.* la mmUim ài CfaUM, MmUim 
^ wa a i 1 111 1 1 jMssia; hm qvi è 
**^*'>iapià Biite di fciocc/tfsia, a 



balordaggine. — Di Casaiodi, cioè, di 
quri dm Cataiitdit che è castello nel 
BrraeioBo, da cui avea preso il cngooma 
la famiglia che sigaoreg(;iava allora io 
llnolMa II fatto a cui allade è questo: 
riiiaaMMSte de' Buonacroaai da Maatava 
persuase naliiiosaineDte al eonte AU 
bcrtw Casalodi, signore di quella citte, 
che doveste lilegtre ne' castelli virioi 
alenai gentil uoaùni, i quali all' ambi» 
sione di fato Piuamnnte nettevaoo ini- 
peilimento. La qaslcosa mandata ad ef> 
leltii, Pinamonte col fasore del po|K>lo 
tolse la signoria al coota Alberto, e 
patte de' nobili oertse, paria sbandi; 
per lo che molto venne a sceOMrsi la 
pop<4arione della citte. 

97 . t assenna, ti avvei la. 

98. Orij^taar ce. : cioè, asaagnara 
diversa origine alla mia terra ; o, nar- 
rarne diversamente l'origine. 

9*J. La verità te. G»tr.: Milla, 
nrcsona, menzogna frodi la veriléf 
cioè, faccia toito al vero; che è qaanto 
dira : Boa sia da te creduta. 



436 



oell^iuferno 



Mi son si certi, e prondon si mia Me^ 
Che gii altri mi sarian carboni spenti. 

Ma dimmi della gente cbe procede, 
Se tu no vedi alcun degno di nota; 
Che solo a ciò la mia mente ri6ede. 

Allor mi disse: Quel, ohe dalla gota 
Porge la barba in sulle spalle brune, 
Fu, quando Grecia fu di maschi vota 

Si, che ap|)cna rimaser per le cune, 
Augure, e diede il punto con Calcanla 
In Aulide a 'agliar la prima fune. 

Euripilo ebbe nome, e cosi 'i canta 
L* alta mia Tragedia in alcun loco; 
Ben lo sai tu, che la sai tutta quanta. 

Queir altro che ne* fianchi é cosi poco, 
Michele S(;otto fu, che veramente 
Delle magiche frode seppe il giuoco. 

Vedi Guido Bonafti, vedi Asdento, 

Che avere inteso al cuoio ed allo spago 
Ora vorrebbe, ma tardi si pente. 

Vedi le triste che lasciaron i* ago, 

La s{)ola e *i fuso, e fecersi indovine; 



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101. prendon «i mia fede, oLbli- 
fnno così la mia crrdenia. 

402. Che gli altri ec : che ì Jucorsì 
altmi in coalrarìu sarelibero por me 
icn7a luce, come sodo i forboni spealì \ 
cìdc nulla potrebbero kuU' animo mio. 

-105. che procede t che va passando. 

^Oj. riftede. Mira col pensiero. 
Espreuiooc metaf . , ma che b<>n dipinge 
il lavoro della mente neW attenzione. 

407. Porge, è nel lenio del Ialino 
porrigity atende; cbe è quanto: ■ cni 
dalla gola scende la barba tulle spalle, 
a cannone del travol(pinvnto. 

108-110. Fu... Augure. Fu indo- 
ìrinn ni tempo che la (irocia /W si di 
mmchi rota (Ironcamento di votata)^ 
cine talmente spo^linta di maschi (per- 
cìocrliè andaroii tulli alla (guerra di 
1 mia), eke appena rimaser per le cu- 
ne: che appena vi rimaieio i bambini 
in culla. — e diede il punto: ci<ic. se- 
gnò il niiuiiento favorevole ■ sciogliere 
U fare alla nave e far vela. 

412-113. Tragedia, così chiama 
1 Eneide, pei che è Kritla in veiYO eroi- 



co. D'Eoripilo sì fa mconone nel lib. II, 
T. 444. 

415. che ne' fianchi è cosi pce$. 
Spiegano alcuni : che è così amiln», av- 
vero che ha l'abito sì attillato, perchè 
f*li Scoizesi, gì' Inglesi, i Flammii^U ai 
Francesi usavano a quel tempo brevi a 
stretti vestinifoti. lu credo cbe Dania, 
piutttvto che lu foggia dcH'abitodel ■•> 
go Michele Scotto, abiiia Toluto acc ca 
narc la sua persona singolarmente ma» 
gra e sottile, di cui è probabile dnraaas 
la fama nel pnpulu anche ai suoi tempi. 

440. Michele Scolto. Fu iodonna 
ai tempi di Federico II imperatore. 

417. il giuoeo, V arte azzardoaa a 
Tana. 

418. Guido Bonatti, indonno for- 
livese, fu autore d' un trattato d' a<Ur^ 
logia, e visse nel Xlil secolo. — Aidem 
te, ciabaltinti di Tarma, altro indovino, 
ben noto ai tempi di Dante. 

419. inteso, applicato, volto il pto» 
siero. La Nidnh. oilefo. 

421. vedi le triste, le adanrate fem- 
mine. 



437 



CAinO TBNTBSIIIO. 

Feoer malìe con erbe e con imago. 
Ma Vienne ornai, che già tiene '1 confine 

D* ambedue gli emisperì, e tocca l' onda i25 

Sotto Sibilla Caino e le spine. 
E già ieraotte fa la luna tonda: 

Ben ten dee ricordar, che non ti nocque 

Alcuna volta per la selva fènda. 
Si mi parlava, ed andavamo introcque. iZQ 

425. CM «rè« «e. Le maglM nell* plenilamo. Alla Bne èé Canto XI tc- 
hnnKt, • iataBtcwM, facevaM «ao demmo aecanDauraaroradel giorno ap- 
(nrakre Maa di aatnlli d* arbc • dlu- * premo. Dieendod ora che la Lona (panta 
■ifiaìdi «ra. al eonftne occidentale dell' emitfero di 

424-127. Mnw il een/lae §e. Goatr. Boom era per tafTani neir oceano al di 
€iÌM t li jftNc, cioè la Lnna (fecondo Ik di Siviflia| ed emeodo qnealo il te- 
li vdfvccpuiiooe die ■ella Lana, per- condo tramonto dopo il ano pieno, il 
<^ W ne auecbie sembrano delincare pnnto con ciò indicato è un' ora circa di 
fm m Tolto amano, alia Caino con Sole del aecondo giorno dopo il pleni- 
^ f"^ ^* ^■B'jf licna il confine lanio, emendo noto ^e il ritorno della 

lana al meridiano è ritardato ogni giorno 
di 48 minuti e 46 secondi. 

428. ehè non ti noeque: cioè, che 
tj gìoTÒ rischiarandoti la iria . Corrispon- 
derebbe al noatro modo familiare : Non 
li fece male. 

429. Alcuna tolta, di tratto' in 
tratto. — la §$lta fonda^ profonda, 
folla, in cai s' era smarrito. 

430. ifllrocfue: voce fiorentina an- 
tiq., dal lat. iakr ko€, Tale frat- 
UuUo. 



4 mMae gli £misferì, e torca Fonda 
•••mi sotto Siviglia di Spagna. In 
1M« Uogo è indicata V ora che cor- 
"*< per r Italia, e ap4*cialmcnte ncl- 
fainsatc di Roma. Ei a F Eqainotio 
f frmiTcra col Sole in Ariete e la Lona 
a LiWa. Qaci4a iamibile ora ai dna 
f*rti era st«ta tonda , piena , la notte 
àt Onit erro prr la selva, e allora si 
lineai Irsnontare del sole. Il viaggio 
pv rialerao c(«nincii tramunlato il 
^cbcèfaaatodire 24 ore dupo il 



CJkXTO TEMTESmOPRIHIO. 

« ttUirt émun Im fttt i èarmititri, fmtUi tkt f«mr trmS^f à*% 

, • c*r wmmétroim It frmtU « fTMlvfVMi Imlpottm éti Stfmoet tffrum 

Jl^tfCM pmttumimrmtmtt si mgtomm im fmssto CmmH. FmMm mttorm» 

di mmtimt, atrtmufUMud» §matmm^us t'mrrt»eh$ me m$tir fmor étUm f^ 

I» 4Smslv ^m ^mMtOtirm tutekett; eomt t^irgtltm ti tMptutt émi àUwM ekt gti 

) em Imm f^^ t t cbmc, ■•« pattmd» i Poitt eomtimmmn il ts mm u mo p0r to «e*- 

rmrm tmltm mM« èotg**, t€ùfUti ém éuei éiavott, prtmt/mm Im 9ia 

FmMn tmaftim, ekt il mmggior dimwolc mmitttmdm 




Cosi di ponte in ponte, altro parlando 
Che la mia Commedia cantar non cura, 
Venimmo, e tene\'amo *1 colmo, quando 

Ristemmo per veder T altra fessura 

Di Malebolge, e gli altri pianti vani; 5 

M a fonie im ponte.,, rraim- tomo 'l eolmo, tà araTamo sai panlo 
^" F— ■■ u i o Jal peate della qaarta più alto dell' arco «jitinio. 
''- r< t^acllo della paiola. — e tene- 4. fessura, qui sta per foita. 



138 



DELL' IlfFERIfO 



E vidìla mirabilinente oscora. 

Quale neir Arzanà de' ¥ìniziani 
Bólle r inverno la tenace pece 
A rìmpalmar li legni lor non sani, 

Che navicar non ponno, e *n quella vece 
Chi fa soo legno nuovo, e chi ristoppa 
Le coste a quel che più viaggi fece; 

Chi ribatte da proda, e chi da poppa; 
Altri fa remi, ed altri volge sarte; 
Chi terzomolo ed artimon rinloppa. 

Tal, non per fuoco, ma {)er divin'arte 
BoUia laggiù^ una pegola spossa, 
Che inviscava la ri()a d* ogni f)arte. 

r vedea lei, ma non vedeva in essa 
Ma che le bolle che U boiler levava, 
E gonfiar tulta, e riseder compressa. 

Mentr* io laggiù fidamente mirava , 

Lo Duca mio dicendo: Guarda, guarda 
Mi trasse a sé del loco dov* io stava. 

Allor mi volsi come l' uom cui tarda 
Di veder quel che gli convien fuggire, 
E cui paura subita sgagliarda, 

Che per veder non indu.^ia M f)artire: 
E vidi dietro a noi un dìa\ol nero 
Correndo su |K?r lo s<*oglio venire. 

Ahi quanto egli era neirasfietto fiero! 
E quanto mi paiea neirutto acerbo, 



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30 



7. neU'Arxanà. Ali'oni cre<1ono che 
Arsene, fatto dalla parnla vfiir7Ìana 
nrzeni p«r argini, sia lo ttcsAi* ihr ar- 
ginato, e tìgnibrbi oii liiogu rintoil-ar- 
gini destinalo alla fabbnraiionf delle 
navi. Pensano altri, e credo con nii|;lior 
r«|poQe, che la parola Artenà^ e vene- 
zi.ìnamente Arzand, derivi dal latino 
Ari, ed equivalga alpHltra più citmune 
e meglio inU-sa ili darfena. 

9 a rimpaimar, di'slinata ■ rim- 
peciare le navi malronre 

(0 'n quella rect, cioè, invece di 
navigare, o prolillandodi i|uel tempo in 
cui non li può navigare. 

14. volge sarte, attortiglia le eor- 
de f doè la canapo di che ai fanno le 
corde. 

\y tenerw)loee.: il teneraolo è 



la minor vela d«'l1a nave : I' artimaM è 
la maggiore: — rintuppa, mette lopft, 
rappezza. 

1 Videa Ifi, cioè vedm lo poct. 

20-21 Jlnr^eee.:senoncb«{Vefi 
Canto IV, V. 2(i) S<'or;;eTa solannile 
le bolle che il bollwre interno levirt 
sulla ftU|iet-ficie del piceo lago , e wedm 
Il pore Inlla giMifiare, e olio Koppìar 
delle bolle rìiiv%allarsi. 

23 Guarda, guardati. 

2r>. CUI tarda, a cui par miiraaoi, 
o, che desidera ardentemente. 

27 igagtiarda, toglie la gaglìor- 
dia, il coraggio. 

28. Che per veder ee. Il quale wb» 
L«*ne guardi, non indugia però nnntoa 
partire. È espresso il fare di coi teme 
assalto, che guarda e fugge. 



I 



CASTO VENTESIMO PRIMO. 

Con l'ale aperte, e sovra i pi^ leggiero! 

L'omero suo, ch'era aceto e sujjerbo, 
Carcera no percator con ambo T anche, 
Ed ei lenea de' pie ghermilo il nerbo. 

Del Do^ilro ponte disse; a Malebranche, 
Eco] mi dej^li anzian di Santa Zita; (■) 
Heltetel solla, eh' io lornu per anche 

A qnella terra che n'è ben tbroitu; 

Ogni uom v'é barattìer, fuor che Bunlaro: 
Del no, per li denar, vi sì fa ila. 

Ljggiìi 'I buttò, e per lo scoglio duro 
Si volse, e mai non fu martino scìollo 
Con lanla fretta a seguitar lo furo. 

Quei s'attuflo, e lornò sa convolto; 

Ma ì demon, che del [lonte avean covcrchio, 
Gridar: Qui non ha luc^o il santo volto; 

S L'omtTo Ma te. Cmlr. 
t*. famiTO dtl' dcmimio 



ek' tra aralu i nptrbo. il qua! xmira 


tnro ta il pcuin» Aà liarillicrì lurih*- 


m «ppuDiUu < lite. L. T«. i.p.rte 


d.draai poi la •■■ pam atl I3N. 
42 Oli ». pn-fa-dnar. vili /b 


tu.l.<,.in,Urn»,cb<.l.at.]..n.ìl 




ri» ..1. ti. [K»nd«i *,1u<.qua cba ■ 




»o aab> It tBKf. mal liirrtlif il fi- 


LiKU prr d»un ai far*., ita dal u, 
<i monli la nidi tada di alitila Hale 




nr»nu p» d<>...n ad.llaL(ill.l», 


37 Drt mnitm ponlf. h il»» cbe 


.J «llPran le HHllura re 


ial «nfro pimlt. Il di«nli>cli< ira dic 


« Ca{ni<i'l»all««c.li>ln'1i:il 


ira •> iIbc l-o-h. • ihr icnioa n pv lo 


d.moiiii' builii lanini il pHcitore, ■ w 


s'^.Sié-i'ixJr 


.«Ur p«i indirlr.. «. 

43 r<-l<inta/Wltaai>irttUarM^ 




E ra.i K.»11<> canr 1,. r.v Unii rrrltl,i 


cbi.iM<Ì parOrolinntDlt i diateli n- 


o .* fu c>Hi Trlnvad inarBuir* (a/'nnyi 


•Icali S ^nl* Mpa. ptr i intB di ori 


il ladro, inani- t.i il di.%..l..a.l tnaatU 




a prriKU'ni in L>i«*yn(tln>bariUinii, 


FotnU* il 1FIM )c|g«n> tneo ili>.na- 


46 e*«. fi«*ilp«fa(«r«. — «», 


■BfiUc , cnHccfai le parslc (M witni 


nillo, ci.ni|.ir||(l<> JD irr<> cDlUachinw 

ili III r r"lr,i|.»pni'irifJ' '0 gi"- ^ 


ponto tovrro M di»»l«i t .'i..l.'aJ>. 


rrWw ùUat'iTMcKi.iet^iielnottro 


JT «!• id^m:-, K M. i dnntril 


pruto te., fi«., niu dal "«To 1.1.1.1. 


» qixli L'ra «jiimfiw l'I ponti. (iolQ 


3« dfyii Qntlan di Sanli Zila: 


m,..V..............„ilj«,nli.. 3 

48 Qii.-«iikB6waii*e.(HiÌMl 




i<\ìtàtlt di Uirci, che bi prnna aro- 




loirìn Sani. Z<i* 


^..ril» «brrn» dri dia.oli Hi» il hOÈ 


n Ranltiari 


3lMe et' ÌB tona prr atithi u. 


(h.ar riguard* l'altcggitmulg nr! qndjir 


r«.nd.:i<>lt.m..i»,^r.!,a'.ll,a.»ll. 


.„1i r^..™,,. . Balla «II. pr«l.-, 




Qui si nuoU allrimenli che nel Sercliio; 
Però, se tu non vuoi de' noslri graffi, 
Non far sovra la pegola sovenrhio. 

Poi l'addenlar con più di cento raIS, 
Disscr. Co^c1Io convìen che qui balli, 
Si che, se puoi, nascosamenie accafG- 

Non altrimenti i cuochi a" lor vas^li 
Fanno allulTare in meKKO la caldaia 
La carne cogli uncin, perchè non galli. 

Lo buon Mae.'lnj: Acciocché non si paia 
Che tu ci sii, mi disse, giù t'acquatta 
Dopo uno scheggio, eh' alcun schermo t' aia; 

E per nulla offension eh' a me sia fatta. 
Non temer tu, eh' i' ho le cose conte. 
Perché altra volta fui a lai baraUa. 

Poscia passò di la dal co del ponte, 
£ com'ei giunse io sulla ripa sesta, 
Slcslìer gli fu d' aver sicura fronte. 

Con quel furore e con quella tempe-^la 
Ch'escono i cani udilosM al poverello, 
Che di subilo chiede ove s' arresta, 

U^iron quei di sotto il ponticello, 
E volser conira lui lutti i roncigli: 
Ma ei grillò: Nessun di voi sia folk). 

Innnnii che l'uncin vostro mi pigli, 

Traggasi avanti I' un di voi che m' oda. 



E poi di ronciglia 

40, Sirdtlo, GunM eha piiw omo 
■ool d4l1e muri ì] Lurci. 

90 iclunontiuiidi'iuiilrigralfi, 



i consigli. 
Gn, Dopa uno leiffs*^, J 
njlie. ch'alena irVnnO t 



62. mntf , cognili. 



HI . jVoii far «wereMo M , Iti . 

52. Poi raJdnb/Polchri'iiltl ri") t^ntrMto ^i JkkoIì, rìrki 
l«r« iilAialala ec Le lucì piil, dnpo. cHi: quelli ià tardtlitrl i gai 
apprtUo, tUDBo tgiCHn p»r ' " 

4.p«M«e. — rafjll.-il "tB» 



immli actagl. 



et. dai to, dil capa. 
ce. J'acir linra /Vwnl^ l'i 
oniiin, d'cHCrc impprlfnita. 
GtP. Clu di KltUii cititdt «*■ f 



Si. «usili, qlli t mI ti 

nia ril iMorMnaU. 

ST- non stili, non teiigi 



iu>dt'tiiiì,(li>iiiii ch'«tau Vma 
»netB domtnJi iru' iltn l'«t » ««« 

72 ^H«, ioinBO, .nulli. 

73. II «maiali, u dcttrmìdi. 



CAKTO TENTESIMOPRIMO. 4it 

Tatti grìdaron: Yada Malacoda; 

Per che un si mosse, e gli altri stetter fermi; 

E venne a lai dicendo: Che ti approda? 
Credi tn, Malacoda, qui vedermi 

Esser venuto, disse '1 mio Maestro, 80 

Secnro già da tutti i vostn schermi, 
Senza voler divino e fato destrot. 

Lasciami andar, che nel ciel# è vobito 

eh' io mostri altrui questo cammin silvestre. 
Allor gli fo r orgoglio si caduto, 86 

Che si lasciò cascar V uncino ai piedi, 

E disse agli altri; Omai non sia feruto. 
E 1 Duca mio a me: tu, che siedi 

Tra gli scheggion del ponte quatto quatto, 

Sicoramente omai a me ti ri^i. 90 

P^ ch'io mi mossi, ed a lui venni ratto; 

E i diavoli si fecer tutti avanti, 
ì Sì eh' io temetti non tenesser patto. 

! E cosi vid* io già temer gli fanti 

Ch' uscivan patteggiati di Caprona, 95 

▼figgendo sé tra nemici cotanti. 
Io m' accostai con tutta la persona 

Lungo *l mio Duca, e non torceva gli occhi 

Dalla sembianza lor, ch*era non buona. 
Ei chinaran gli raflì, e, Vuoi eh' io M tocchi loo 

(Diceva l'un con T altro) in sul groppone? 

E rìspondean: Si, fa che gliele accocchi. 

71. Ch§ UffTodaf cht ti fa egli di Tosrana Io aTcan loro tolto Balla 

^•MBa ? dka tboì 7 ot vero, miai ca|{io- gvcrra che essi facevano contro Rita co- 

li iapyraaia a pacato l^ofo ? La Crii- ma capo dai Gbibi'lliiii. Ma aweodo |>oi 

m taceva CAc9licf>pro(/a7 Eio ul ttalo aaie«IÌNio con forta caercito dai 

laa ^«raWr parola le dirrbba il diavolo Pisani guidati d«l conte Gaìdo da Mon- 

fea ai «rir aodara a Virgilio, inteo<lan- teleltro nel 1 200, i Lue* beai rba ri arano 

ia: a cba gli |*iova qaeat" abbiiccanea» a guardia, axlrclli prim-ipalmeota dalla 

li?ad ogM Bado IMO la acanparà. a maocaoia d'acqua, ai arrenderono salvo 

BCaato aqpM la Crocea. le parsone. Fan»no perciò fatti uscirà 

SI ■ «rAarusi, propriamente vale tf{- a rimandati ai confini ; ma mentre pat- 

f^fll; aa ^m per ntroMune è usato a aavano tra le fili* dei nemici, si comìn* 



■I aiicare mféoawomi^ imntiimtjuti, ciò da queati a gridkre mppiccm appic 

^mrésmào a quelli che ebbe da altri co, per lo che ifuet poveri Lucchesi eb- 

foC Bel sa* viag^o. bere la più gran paura del mondo. Diinta 

tS. tfasfr». aecoode, favorevole. ai trovò a questo fatto. — putteggiati , 

SS. aMi Imeaaar 9«llo» bob «Mer* faUo patto di sicurtà, 
^■■ro la lede data. OS. Lungo, presso, rasente. 

94 M.ffen#lrM'<of{d#eCaproaa \02. gliele aecoeeki, glielo aitar- 

h|iirastclU dei Pimbì in nva d' 4r chi, cioè il raflio: aceoceart si|*niGca 

M-lLaccbca collegati eogli altri GucIS propnamcutc aggiukliire la coida dcV- 



1i2 



DELL LXTERPrO 



Ma quel demonio che tenca sermone 
Col Duca mio, si volse tutto pr('^to 
E disse: Posa, po:^, Scarmiglione. 

Poi disse a noi: Più oltre andar per qac:»to 
Scoglio non si potrà, perorcliè giace 
Tutto spezzato al fondo Parco sesto: 

E se r andare avanti pur vi piace, 
Andate9tne su [ler questa grotta; 
Presso è un altro scoglio che via foce. 

ler, più oltre cinqu'ore che que Totta, 
Mille dugento con sessanta sei 
Anni com[)ìér, che qui la via fa rotta. 

Io mando \erso là di que>ti miei 

A rii^ardar s* alcun se ne sciorina: 
Gite con lor, eh* e* non saranno rei. 

Tratti avanti, Atichino e Catoabrina, 
Cominciò egli a dire, e tu, Cagnazzo: 



l'arco alla cocca. (rItWf ìnvarìabitmente 
per tutti i generi e aumerì, invcoa di 
ylieln^ gliela, glirli. 

IOr>. Pina, flH l>iiono. 

108. Tutto ipezzato al fondo te. 
Il tesili punte giace tutto rvttv nella bol- 
gia uve cadilo. 

I IO. grotta (|ai va inteso per ar-- 
gine. 

IH. Pretto è «n tUiro trnglio te. 
Nel Canto Wlll apparirà eMiero kpez- 
zati tutti i plinti interheeaiiti i|iit*Hti< doI- 
gia Qat^sta iluimne è uhm biif*ia ili Mala- 
coda Ei|uesti diaboli della più bH|*iarda 
razra stan ni««lto benf tra i liai-attteri. 

1 12. /«r, più iiltre nnqu ort ee. 
Ceco qai indìeati» ihiaraiiieiili' 1' Bniiu. 
il giuron e l' wra rfirreiite i|UMiidit i |*«H*ti 
si trovavano in ijui-hta i|niiita bulgia. 
Pmneltii eli«* Oeuu Hristu fu urciau nel 
pleniluniu dopo 1* rt|uinii/iii di pruiiHte- 
ra. ehe lecoiidu l'ii|iiiiione di \arj Pa- 
dna\« enne allora il 2r»diiii.ir7ii,|;iiirni» 
in mi fu r«ineepitii ; I /// mim kul. 
aprilit (dice S. Ag«ihtinM, |ik \\ lìe 
Trin ) eimreptuM rrrditur ifuo rt pap- 
ina; ma gli annivn-sarj della di lui 
morte si nuupiitaiio nuii dal giurno del 
mete in eui prupriHiiiente avvenne, ma 
dal stiprailili-lto plenilunio, «lie «uid va- 
riare ogni aiiiKi Ora dieeiid» il diavulo 
che Del preenleule g ornO| rfae era slato 



il plenilunio, ti erano compiti 126 an *■ 
da cbf quella via fa rolla, e «olenaJ' 
cos'i arcenuare il Iraun-tu avvenuto al*' 
morie del Redentore, e chiaro rke ^' 
ai 1206 anni si ag;,niin,7ann I 31 rbe V« 
Iradi/iunr ci dire esser trasroraidai/'l^' 
eamazwne di lui alla morie , ai b' 
il ir>00 nel pjeniluniu di mano, ae^ 
bene in quell anno questi* eadesafe il S 
aprile, giuinii di dimniiira, e la OhicM 
celebrasse la paH*|na la iloinmicn doptf- 

gnaulo pui alPnra, ell'e preriamwO' 
le la i|uaiia ura del |pi>nio dupa il jpk- 
niluniii (le IO circa del iiiatliiM mmft 
aninnyiii), a eni ag|pnM|teiidoria^aarff. 
SI ha Tura nona (Ir tn* pi<iiieri4.|, étn 
la ipiale (ìesu llmto muri, rd avvtmr 
il treiuulii: il quale più partictilanMal' 
si ferehenlii^ tirila M-gueiite bolgia dsft 
s««no puniti gl'ipcicnti. ii^rrhè per U 
loro in\idia fu uenso il nglino! m iNa 

115. di qurtti miei, cioè Ji qwfti 
diaviili a me M>|*gelli. 

M(>. tene srinrina. Sciiirimmrt 4* 
gnifiea proprianienir «piegare uiraria 
alcuna ^itbt. Qui , u^ato intransìCi\a- 
menttf. o a mudo riOcMiivo, tignifir» 
utrir funri all'aria; vale daiMse. v 
alcuiiii, per priHurarai snllievu lUl Ih'I- 
lore, si iiimtra fuori della pegola. 

1 17 rei, noe molesti • voi. 

1 18 tratti y traiti, \ieni. 



CANTO ▼BNTBSIMOPRIMO. 143 

E Barbarìcda -giudi ia^lfidna. tso 

Libioocco vegna oltre, eDragbìgnazzo, 

Cirìatto sanirato, e GrafTiacane, 

E Farlarello» e Robiceete pazzo. 
Cercate intomo le bollenti pane; 

Costor sien «alvi insino ali* altro acfaeggiOy 125 

Che tutto intero va siopra le tane. 
Ornò! Macìstro, che è quei cheio veggio? 

■Di»* io: dehl senza scorta andiamd soli, 

Se ta sa* ir, eh* io per me non la cbeggio. 
Se tu se' si accorto come «noli, 130 

Non vedi to ch*ei dìgrignan li denti, 

E colle cigliarne minaccian dadi? 
Ed egli a me: Non vo'che la 'paventi: 

Lasciali digrignar pare a lor senno, 

Ch*ei fiinno ciò per li lessi dolenti. i35 

Per 1* argine sinistro volta dienno; 

Ma prima avea ciascun la lingua stretta 

Co* denti verso lor duca per cenno; 
Ed egli avea del cai Tatto trombetta. 

120. la deeinm, i òìmà deBooj q«i fnif<. Così rbpMida Virgilio per ((iiio- 
OMriiMti. lare la jMara di Dante. La Ics. lessi è 

121. pant. Coti chiama quella b«l- da'm^kiHri Cotlià, ani ci pare più prò- 
leota pece per CMere mcoa^ ; pane, in- prietà che nell'altra per li leti dolenti, 
f«ee ii pmth, tolto V i. Vedi Canto IV, ehe esprìme un'idea tatù generìea e iu- 
f. 127. certa ; mentri* Uegi ri presenta la vera 

I2S^IS6. huino mlPaitro eekeg- natura del snnpii/io Del resto, quando 

f<0 m., eiaè, iasina all' altra catena di nel Canti» Xll abbiamo accettato senza 

Mali, la qMle attraverM totta intera difficoltà Ove i btMili faeean clfetfri- 

Ufcw lf ttol— e). Ma anche qui Mala- da, è una svenevole delicatezza torcere 

wméa è bàfiard* ; aè si può perciò ere- il muso qui alla medesima immagÌDe dei 

4ar aiacera la s«a raecomantlazifma. — letti. 



Si «eli rea qaanta pri«rirtè eoo ehìa- 137 Jfa prima ee. I denooj aTTi- 

«alc IMM, cioè eoH/i di /fere, le bolge tendo che Virgilio a\etae dato quella 

ava ai puoiace la matta betlialitate ! risposta non per far coraggio a Dante, 

VadE il Caato XI. ma perchè bonariamente coa\ ercdcs- 

188. Se tn ta' ir ee. Intendi : ae tu, se , strioMoo le lingue condenti verso 

eama altra volta mi dicesti, sai il cain- Barbarìma , per fargli cenno con qoe- 

■ioa. Vedi Canto IX. — ekeggio , at' atto bcffurdo e proprio della can»- 

cUada. glia, quanto egli fosse semplice, e come 

152. eollf viglia, noè eoa lo sgaar- presto presto gHel avrt- bber fatto vederi'. 

^ bieco: ovvero facendnei tra loro co- 159. arra del eui fatto trtmhetta. 

i arcU dei cenni maligni. Suono «eraoicnte degno d*accompi«gnare 

199. ei fèrnno riè per li letti do- la marcia di squadri si fulU ! 



CAISTO TKMTESOIOSECOin»». 



r vidi già ravalier mover campo, 

E cominciare stormo, e far lor mostra, 
B lalvo'la partir per loro scampo: 

Corriitor vidi per la terra vosira, 
Aretini, e vidi gir |,'ualdane, 
Ferir torneamenli, e correr giostra. 

Quando con trombe e quando con campane 
Con tamburi e con cenni di castella, 
E eoa co^ nostrali e con islrane: 

Né già con si diversa ceunamella 
Cavalier vidi mover, né pedoni; 
Né nave a segno di terra o di stella. 

Noi andavam con li dìetii dimonì: 

Ahi Sera compagnia! ma nella chiesa 
Cd' santi, ed in taverna cu' ghiottoni. 

Pure alla pegole era la mia inle^. 



1. 


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Antini. Noi 


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I* potili in un cuicllo di Ufo», 4 >1 



lorbì ediipi'ltuoll 




ri; m.i^ 


«HMOuflB è aw 


IloHill-ir- 


■ G4IO. 




ti aiegwidii 




EDO a l..r. dx' .i 


.l..t., 1. 


eha >ì niulri in cìet 


xl Iwrcno 


U ma mila ci 


,.pi,ri.r. 


eh. .M,».n», ci» V 








Hpn,i,:n..ll'1nfr™ 




CANTO ▼ElfTESUICMBCONDO. 4IS 

Fer veder della bolgia ogni contegno, 
E della gente eh' entro v* era incesa. 

Come i delfini y quando fiinno segno 

Ai marinar con 1* arco della schiena, ii 

Che 8* argomentin di campar lor legno; 

Talor così ad alleggiar la pena 

Mostrava aknn dei peccatori il dosso, 
E nascondeva in men che non balena. 

E come all' orlo dell' acqua d' nn fosso » 

Stan K ranocchi por col muso fuori, 
Si che celano i piedi e l' altro grosso; 

Sì stavan d' ogni parte i peccatori: 
Ma come s' appressava Barbariccia, 
Cosi si ritraean sotto i boL'orì. 30 

Io vidi, ed anche il cuor mi s' aocaprìccia. 
Uno aspettar cosi, oom' egli incontra 
Ch' nna rana rimane, e l' altra spiccia. 

E Graflfiacan, che gli era più di centra, 

Gli arroncigliò le impegolate chiome, » 

E trasf^el sa, che mi parve una lontra. 

Io sapea già di tutti quanti il nome. 
Sì li notai, quando furon eletti, 
E poi che si chiamare, attesi come. 

Rubicante, fa che tu li metti 40 

Gii unghioni addosso sì che tu lo scuoi: 
Gridavan tutti insieme i maledetti. 

17. flwii fiii i , ^Mfitk. condiiioM. riamarti foor Mia peca aU^appratsani 

It. immm, acccaa, «nMÌata. Qai lia'iiiavoli, coma agli avviaaa talfolta 

■ièiiaA»prrio«MgliaMa<l*alTalto, cba Tedrti una raoa rìmanar faar dal 

•Maia fi ètUiim, hm avrà diciaiBo: paolaiK», innitra per qoalcha eagiooe n 

kwtitni eaH* aai|U kalieata. ti tatrano le altra. — ipieeia, aalU tonai. 

21. t^mf^tnimUm, ù ÌB|ffiiìao, Spieeimn diceai proprìamanla della 

'ift. — ài tmmpmr: di saivara tfaggire daMiqaorì per le apertara dal 

Mia IrfliMala , della qoala fato dia li rootieiie. Qai par nataf. è 

• daltai Mllaada aopra wato a •igoiScare il ratto faggir dalla 



m 




34. E mmuomde^m, btendi 9U9 55. Gii mrroneigUò, gli aggrappa 

aeir uncino. 

pmr €9Ì ■«•• A>pi^f f"«n ^^ M. lomlrm, k m» aoioMla ^«adr«p» 

QMrta tiaHiitadiaa a da anlibio, di a«4or qaati aaro. 

di MM evideva, a di 5a-59. Si li notai m: parcM a li 

parafila. solai linleédi i diavoli alani a la igara 

27. fmUrù§Tmm, l'altra tara graa- d'ognan di loro) onaodo faroaa alaUi^ 

a, cioè la parta pia gì naia dal corpo, a poiché faroa chianiati, Mai oiaata al 

90. CmI. laato. -•«olla i MImrU coom, cioa al ooom eoa eoa ciatcano ■ 

U arca bollcala. chianava. 

3£-35. t'M t^tUMT fc. Vidi «sa 41. uuoi, Korlicki . 



446 



Ed io: Maestro mìo, fh, s» tu puoi. 
Che ta sappi obi è Io sciagurato 
Venuto a man degli arfermrì sooi. 

Lo Duca mio gli e' accostò allato, 

Domandollo ond' ei fowe, e quei rispose: 
r fui del Regno di Na varrà nato. 

Mia madre a seno d* un signor mi pose, 
Cbè m* avea generato d' un ribaldo 
Distru^gitur di sé e di sue cose. 

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo: 
Quivi mi misi a far baratteria, 
Di che rendo ragione in questo caldo. 

E Ciriatto, a cui di bocca uscia 

D* ogni parie una sauna come a porco. 
Gli fé sentir come 1' una Mlrocia» 

Tra male gatte era venuto il Forco; 

Ma Barbariccia il chiuse con le braccia, 
E disse: Stale *n là, menlr* io lo Woroo. 

Ed al Maestro mio volse la faccia: 
Dimandai, disse, ancor, se più óìm 
Sa{)er da luì, firima eh' altri *1 di faccia. 

Lo Duca: Dunque or di degli altri rii: 
Conosci tu alcun che sia Latino 
Sotto la pece? E quegli: Io mi partii 



4& 



50 



63 



M 



e» 



45. Venuto a ma», fcooto «lU na- 
ni, in potrre. 

48. Ifui te. QM«ti è Giaropolo, 
•Tvero Gampoln, oatA ili geotil duoaa 
nel Brgno tli Na^arra. 

50. TM. iin|irn>crliè ella m' avaa 
arvlo cT «n ribaldo, da un trijita a, ca^ 
tiro nomo, rhe avrà iM'fiij lagurato la 
Tita e le tnalanpe ■««. 

52. Poi fm famiglia (varj tetti /k. 
■lff/to|. GnnuMilo, inwi*n«itt railuln in 
povertà per gli srialari|uiiin«'ntì di Bae 
padre, fu da sua niMdre piMU» a aervire in 
coite di'lrbuhlo rodi Na^arra E questi 
l'ebaldo \ I cuolc di Seiaiiifiagiia e «M'oa- 
du re di Navarra. Fa iiUidio prinfiiM, 
ehiana m guerra ed io pace, protei tor 
degl'ingegni e enlliir non liprege^iile del- 
la poesia e della moaica. .Mimi in Trapani 
nel 1 270, nrntre turnava da 'I nnisi eidla 
oasa del aantu «•«* iiasrent L«mIo« icu IX. 

53. a far baratteria A traflirara, 
abiuandu del favara del mio ùgaure, 



grazia ed impi^fai, fradendoffi al M- 
gliore 4>rr^reiite. 

58 Tra male (Ira crailclì)f«flf0l. 
Mod» pniverbiala cba «ifuìfica eaatf c^ 
lai vipnuti» iu mano di gesta, da evi Mi 

riitea rioe%ere che alrano. il Cadiei 
al. 3I7U legge Trm wtah arme*».— 
iorto^ per ford» 

GO. mentr' iu lo'nforeù. llaiiCf«,fi» 
chi, io Ui tengo praaa tra la aie bracai, 
tra' miei artigli : il che per aimilitadHM 
ba il<>tto inforcare, equivalendo ^ocUa 
braiirhe a un rure«ioa. INceat medaà- 
niaiii<>iite inforcare tm cavallo^ ap» 
punì» perrhe cilindrai tra la dne «aacc, 
che fiirmann una forra. 

63 7 die farcia, lo faccia in brani. 

di. or di drgiiaUHrii, Of òìmm 
i nomi dagli altri rei. 

ttS. IjoHinn, sta peritaKano, e Diali 
lo BM alti evolte in questo acnao; ceai 
nel Vomito . // noftift««tmo noffri llh 
lino Guido MlvnIeftUrano. 



CAHTO ▼ERVmilOSBGOlfDO. i 

Poco è da an, che flb dì là viciao: 
Cosi foai^ io ancor con hii coverto, 
Cbè io non temerei ongiiia, né ancino. 

£ Libicocco: Troppo avem scflérlOy 

Disse; e presegK *1 braccio col mnciglio, 
Si eh» , stracciando, ne portò an lacerto. 

Drai|JM|{Ìliiiiii anche i volle dar di piglio 
Gi& dalle gambe; onde il decorio loro 
Si voIbb intomo intomo con mal piglio. 

Quaod* dli un poco rappaciati foro, 
A Ini «^ ancor mirava sna ferita, 
Dima|4l|jS IHica mio senza dimoro: 

Chi ta«i^d|^ìfÉ cui mala partita 
DMliì^ftÉÌBBli per venire a proda? 
Ed elfiepose: Po irato Gomita, 

Quel di (Sollora, vasai d' ofrai froda, 

Ch*ebbe i nimici di suo donno in mano, 
E fé lor sì, che ciascun se ne loda: 

Denar si tolse, e lascici li di piano, 

Si com* ei dice: e negli altri ufici anche 



447 



70 



75 



SO 



So 



f7.tkt IkMU vieimà. Ittleoii : 



ML éotaio, doè tolto U p«M. 
7a. m§trU, atfctUto. 
72. lonrto, la parte ad braecM dal 
) ; na Tal* aoflM in ge- 
di cai— ^afaia* 




n. I «tHi; a lai toIU. QmIì lei. 
*fmallinii terti, •mmut pw l arifcila 

fMi M>f MWMarto alle naiWM* 

74. énuiim, il decriona, il capa 
4db i^rìiM, cbe é Barkariccia. 

75. mmmrnl fi§li^ con nal viao, 
«■ ■■■■eaiea» agiiard*. 

7iu nnpf c ii itf fmr9, ac^vetoli !«• 



7A. éiwmm tmmm ditmra, ài 
^ aalirki : • %m\ a>fwfira iuéìtgis. 

7a-a0. Chi fu eolui {\rài i veni 
m • 9J) ém emi mmtm frtìim Di 
fét «r. UàamA : da rui dici eba li par» 
Éai fcr !■• Mala veatara, • ia imI 
^Mto. — fl pwrfs, aU'erle dalle ito. 
(•• Mietile. 

SI . frmU Gmmlm. Era «n frale di 



lo. EMendo eoatai raTorilo 
da Mine da' Viseooti di Piia,«f«er« di 
Gallerà ta Sardegna, aboaè delia graiia 
di lai, Irafficaode ad far karatleria di 
digeilà e officj, e faceodo altre frodi, 
b Serdegaa era a qael leaipo da'Piaa- 
ai, ed era di^'iee ia ^aettro fpadieatara, 
cioè Cagliari , Logodoro , Gallara e Al» 
borea. 

SS. di imo donno, dd sa» lignore. 
Il trale ebbe ia mio potere i aeBÙà di 
Nino, e per poco deaero li laaciè ia 1^ 
berte, ti rbc di lai ti ledaroao. 

S5-S6. e lm$eioUi di piana, Si ea» 
ai' et dire. He piano è locoxioae dd 
betfo latiao opposta all'altra de fr^ 
^nnaii, e osta dal diverto nNtdo di 
leoere i giadisj e di tbrìgar le canea. 
Qai vale : acaxa tdennilb di proccaae, 
alla buona. — 51 com' ei die§ aigatSea : 
eooM rarronto da tè OMdetiina. Alenai 
pcntaao rbe qudla p i epeai f ieae iaei» 
dente ei eoai' ei dice , appelli tprdaU 
aaente alle frate di pimno atala da frate 
Gitmita ael raecoolare qaetto aaa rìla» 
tciu di prigioni ; la oaal lucazioae di c ane 
eti^err kUta del dialctlo eardo, ed otarn 
•ac'oggi. 



Daratlier fu non picciol, ma fovrano. 

U^a con esso donno Michel Zanche 
Di Logodoro; e a dir di Sardigna 
Le lingue lor noD si sentono slanci», 

Omè! veduta l'altro che digrigna: 
r direi sonile: ma io lemo eh' elio 
Non 8* apparecchi a grattarmi la tigna. 

E '1 gran proposto volto a Furfurelio, 
Che stralunava gli occhi por ferire. 
Disse: Falli 'n costà, malvagio uceeJlo. 

Se voi volete vedere o udire, 

Itìceminciò lo epauralo appresso, 
Toschi Lombardi, io ne Tarò venire, 

Ma slien le male hranche un poco in cesso. 
Si che non leman delle tor vendette ì 
Ed io, seggendo in questo loco stesso. 

Ter un ch'io son ne farò venir sette, 
Quimdo surolcrù, com' è nostr' uso 



f 



• 



W Jowono ìd rriilii inprcmn 


nnn >i >(tli»D> rnii di p»Ur< delle ror 


88:i/B,taB«™.-dDn«.,,.d™, 


drlli SirdcRni t Ione ■ oinprdelli bi- 








IÌT* siadkili»; il che Aon, d.c mi- 


l< itsria di Sardcgni.chu Adcluli fi|>lii 
di HlrìlM 111 ut"'^ d, l,.e«duro. <■ 


Ieri! d. nirnire an kub. 

92. f'dfrtCmcHi, dirci «llnoMi 


nuU la prìiH niue «yu iiwhIv BiI- 

dsU iiKiwrD di GiUnri, dr.ni onilcbs 


o,ife.ilc<(iidin. 


83 sr-l(.™.- !■ «ig™. -od. 


■AB* di •rdt.viDU •p<«> Eoi» RrIìo 01. 


Kiirrile i plrtw, per dift gragUrml 






Undogli ìd d»U> il Gìud.cal. di U-gi- 


rirria api d< 111 d«ii>i. — prapoUa, 


doro, (ha on li prnvindi |,ÌD «Ini 


dalli tmrUl. frr«poii(uj. 










■un» àlituiUi >nd< dil •«.• •Ilio il 


nb) il MMX dì tolfo di pmwm, rf 




iie«rolo par l> pamit di Barbuitaa; 


dil »dn n di S.rdf|iiii , cK-fi • 




GId.IicjiIì di L.in'.<l.,r<i > di Gnilin, < li 


■ ini il rnm« arnM. 


riunì» lino .1 I3]<), rp,.,. in »ì fu. 


400. •Mo/f InndU, aane, inmi'I 




ddlo, i di..ali almi arn.aii dàW M 




riibili «Miai. - Ili**. ... f» Mlt», Ili» 




» in rP«.», in diafane, dia»*).. 


Din in IHMH di lui, llm'Iui i|h«i« 


101. Mia torvaikrfrilf.- della IM. 


Bitn« Unu mia» di «» E»>». dilli 





Vhìì C. XXXIIl. 



l 



-lOS. Owwl» iM/^lcri e 



Di l^re allor rhe fuori alcun si mette. 

CagnazEo a cotal motto levò 'I muso, 
Crollando 'I capo, e disse: Odi (naHzia 
Ch'egli ha pensalo per giltarsi gioso. 

Otid'ei cb'svea lacciuoli a graa divizia, 
R̻po=e: Malizioso son io troppo, 
Qaando prornro a' miei maggior tristizia. 

Alichia non si tenne, e dì rìnloppo 
Agli altri, àme a lui: Se tu ti cali, 
r non ti verrò dietro di galoppo, 

Ml) batterò iiovra la pece 1' ali: 

Lascisi 'I collo, e sia la ripa scudo, 
A veder se lu sol più dì noi vali. 

lu, che leggi, udirai nuovo ludo. 

Ciascun dall'altra co^ta gli occhi volse; 
Quel prima, eh' a ciò fore era più crudo. 

Lo Navarrese ben suo tempo colse. 

Fermò le piante a terra, e in un pimio 





450 DELL IlfFEBEVO 

Saltò, e dal proposto lor §i sciolso. 

Dì che ciascun di coi pò fu compunto, 
Ma qoei più, che cagion fu del difetto; 
Però si mosse, e gridò : Tu se* giunto. 

Ma poco vtLÌse: che Tale al sospetto 

Non poterò avanzar: quegli andò sotto, 
E quei drizzò, volando, suso il petto: 

Non altrimenti V anitra di botto, 

Quando *1 folcon s' appressa , giù ^ attufTa , 
Ed ei ritorna su crucciato e rotto. 

Irato Calcabrina della buflà. 

Volando, dietro gli tenne, invaghito 
Che quei campesse, per aver la -zuffa. 

E come*! barattier fu disparito, 

Cosi volse gii artigli al suo compagno, 
E fu con lui sovra *1 fosso ghermito. 

Ma r altro fu bene spariier grifu«;no 
Ad artigliar ben lui, ed ambedue 
Cadder nel mezzo del bollente stagno. 

Lo caldo sghermitor subito fue: 



tes 



150 



135 



140 



123. dal proposto te. Spiegano ■!• 
cani: «i icto<«e,8Ì libri ò, Jal pit>po»itfl. 
dal JisegDO, che i diavoli avrao tatto di 
•cnoiarlo, appena fosse stata sudisfatta la 
corìnaità de' Poeti. Altri dicono, che il 
proposto da coi il Na% arrese si srìolse, 
è Barbarìccia gran propnato , capo, dei 
died diavoli , il ouale lo tenea sempre 
inforcato. Io preferiscu la prima , per- 
cbi è da supponi che B411 barircia si 
foife già ritirato con tutti gli altri dia- 
voli dietro la ripa. Vedi il v. 113. 

124. (fìrfi//>o, di boitojnimantinen- 
le. — fu compunto, riiuast* ctmtristi.lo. 

123. J/a^uei, cioè Alirhino. — che 
eagion fudel difetto, il«-l FmIIo ; cii>è,(be 
persnasc di lasciar Ciampnlo in liberti. 

127. J/a poco ratte, cioè poco (>li 
valse. — rhè l'ale alsonpettn er., che le 
ali non poterono fare Alichinu più \rloce 
di quello che il ionprtto, la piiuia, fa- 
eeaae veloee Ciampolo. La Nidub., ■ 
qaalche Cod. hanno poco % vnlge. 

429 B quei drizzò ce. Alichtno, il 

anale discendendo vrrso la pt*ee aveva 
petto rivolto air ingiù , lo dri/zò oa , 
rivolamlo al luogo donde si era 
130. di boUù, di subito. 



432. Ed ti, il Caloona.-^mllo. per 
U alaiichexza. 

435. Irato Cmieabrimu ee.: Calca- 
brina irato eMUroAlickiao éelUi èufm, 
della burla ec. 

4 .1 i- 1 55 . im9m§kito, noè , d ka id ar a 
so, ovveni, lii'li», coatenU», Ckoqmai,€kc 
Ciam|Milo. campane, acampaoan, noosi 
lasciale raggtugnere, per aver tm zuffa, 
per a\er egli motivo di amifUni caa 
AItchino. 

I5<>. E mme, e qaanJo. 

1 57 . Cittì, tnolo. — al 890 eoMjM- 
gno, siipra, o contro Atidiino. 

I5H. E f^ con M.... $k érm ittf a 
si atlMci-ò l'Oli Itti. 

4 5U . hntc, cioè veraneala. ^ tp^/^ 
rier grifagno, sparvien» adile sba la a 
pretiare ; e qni meuforie. par valaraM 
ed ani ito. 

1 tu. Ad artigliar Mi M. «M a 
prender l' altro, Calecòrt'iM, aa|ii ai^ 
tigli. 

142. Lo caldo tgktrmiiar «a.-^ 3 
caldo della pere fu sfhemitora, ciaè 
fa cagione r«e qaelli si igkaraMaara, 
•i 8cÌ4iglieMerv. Sghermira è il aa^ 
Crarìo di jfhermira. 



) VLIlieuMCIfiBCONDO. 



rlla però di lavarai era niente. 
Si svieno invbcate l'ale ^ue. 
Barbarìccia eoo gli altri suoi dolente 
Quattro ne fé volar dall'altra costa 
Con l«lti i raffi, od assai prestamoule 
DI qua di là discesero efit polita: 
Porser gli nnchii verso ^l'i^iporàli, 
Ch'eran gii cotti dentro dalla crosta: 
E noi iBKiammo lor cosi 'mpacciatì. 

N3 Ma pTi di letaniK.: mi p*mi>«ìeI{.b<Ìi> ptr kct 



tpptTlim» di CSI (tlerrEn i 



VAIVTO VCMTESnun^BJH». 



Tacili, soli, senza compagnia, 

ÌT andavam 1' un dioanzi e l' altro dopo, 



Comi 



i frati r 



a in ^a la fatola d' bopo 
Lo mio [len^ier per la presente ris«, 
Dov'ei [larlò della rana e del topo 
Chi più non si pare^^ia ma e ii^sa, 

Che l'nn roll'allro fa, se ben s'accappia 
Prracipio e fine con la mente (i^sa. 

^ it . tatUl..toU it. D;»»cbe *ntL inni^r* ■■■ l»p«. M km** ni i. 

'u» dopo rat- 



;o>i(«<i frali aa nilibiunJXM nlla ■»» di l« 
«ndar l'ana di.ara Hanlt din <,iini* htali dil 

■< y ravarv, ^B^w Hupn tHaHuaaa U "" '--- -l^- ' - 

raaavftuBaut*, raaa nhr itrond^viiH.— 

■..li. t'Bao .litiw dill'allr». frntiè l'ai» 

fmaa.-qaal'ainiaBWtiDni.-cMim.dto 




wlli J^IlwJ. .Sttf! 




\'u.U !*iK-tm if furo tlirwn. ^. Priwipinrftu 



I5S DELL* niFERNO 

E come l' un pensier deir altro scoppia, io 

Cosi nacque di quello un altro poi, 

Che la prima paura mi fé doppia. 
Io pensava così: Questi per noi 

Sono scherniti, e con danno e con beflk 

Si fatta, ch'assai credo che lor nói. n 

Se Tira sovra M mal voler s'aggoelTa, 

Ei ne verranno dietro più crudeli , 

Che cane a quella levre cb* ^li aocefla. 
Già mi sentia tutto arricciar li peli 

Della paura, e stava indietro intento, so 

Quand* io dissi: Maestro, se non celi 
Te e me tostamente, i' ho pavento 

Di Malebranche: noi gli avem già dietro: 

Io gì* imagi no si, che già gli sento. 
E quei: S* io fossi d* impiombato vetro, tt 

L' imagine di fuor tua non trarrei 

Più tosto a me, che quella d'entro impetro. 
Pur mo venieno i tuoi pensier tra* miei 

Con simil atto e con simile faccia. 

Si che d* entrambi un sol consiglio lei.. ao 

S* egli è che si la destra costa giaccia. 

Che noi possiam nell* altra bolgia scendere, 

Noi fuggirem l' imaginata caccia. 

s'<ireoppfa,ii ennrronta,il prioripineit 25. S*{o fOMii te. Se io fo«i «M 

fino dei dae avvenimmo •opmddctti. •pMcbio , non rìcevorci I' iamiafiM 

Primieramente la rana macchinò contro oelie lue corporali seBbiaoie |Nè preate 

il topo, come Culcabrina contro Aliclii- di quello ch'io riceva queUm dT^niff 



■0 j in fine capitRrono male il topo e la ci<»« quella dciraoimo tao. — im p t ir t ^ 

rana per il nibbio, come i demnnj per attraggo e atarapuin me qvtsi u pielrt. 

la pece io che rettamao preti. ^- Pur mo te. Pur ora m e^ 

40. teoppia, «buccia, vien fonri. nobbi che i tuoi pemicrì eruBoin latit 

43. per noi, da noi. Altri spiegano : •■mili ai miei ; però deliberai di Ura èà 

p9r eagion noitrn ; per avere tapettato che tn consigli. Io conaagaana del dal* 

che fosse appagata la nnslrs coriotìU. to di sopra, i peosierì di Dania laa i l l 

-15 mài; rechi noia, dispiaccia. no alla mente di Virgilio; a pattili pr^ 

46. •'0^9u«/fa,«'aggiangr;a^9He/fa- tentijche avevano faccia a attMgiiitnIi 

rtè8ggiagnereÌìloafiloperfarm4ta»sa. di paura, enmbioaadoai parlallaaeall 

18. eh* egli aeceffa, ch'egli afferra coi peosierì di lai steaia (di Y ir| iKa | , 

col ceffo, col muso Intendssi : per es- •> risolverono tutti ioaìaosa in ■■• m^ 

ser Terso di ooi, giunti che ci abbiano, dcsima driiberarioDa. 

più eradeli nello straiio, che un cana 51. S'egli é ae. Sa atnaM aha k 

evlla lepre che giè tieae col ceffo. ?**. destra costa sia ioclinata eooM all'aUra 

Irebbe anche spiegarsi: piò feroci che ^^fS^^ •■ che ooi ^l■Biii■lHl^i^l^ ffà 

eane alla lepre contro coi dritta il ceffo, nella sesta, ae. 

20. DtlU paura, dalla paura, per , ^- l'imeiginuU etueU^ fisii aa^ 

aagioae della paura. — e sfava indietro ^* ^* immaginiamo a ' ' 

imiento, e badafo dietro a me. ««o pv darci i demooì. 



CANTO TENTESmOTEAZO. 453 

Già DOD compio di tal consiglio rendere. 

Ch'io gli vidi venir con 1* ali te^d, » 

Non molto lungi, per volerne prendere. 
Lo Duca mio di sobito mi prese, 

Come la madre ch'ai roroore è desta, 

E vede presso a sé le fiamme accese. 
Che prende il'figlio e iìigge, e non sf arresta, 40 

Ayendo più di Ini che di sé cura. 

Tanto che solo una camicia vesta. 
E giù dal collo della ripa dura 

Snpìn si diede alla pendente roccia , 

Che r un dei lati ali* altra bolgia tura. 45 

Non corse mai si tosto iMX]ua per doccia 

A volger ruota di mulin terragno, 

Quand' dia più verso le pale approccia; 
Come 1 Maestro mio per quel vivagno, 

Portandosene me sovra 'l suo petto, iio 

Come' suo figlio, e non come compagno. 
Appena furo i pie suoi giunti al letto 

Del fondo giù, ch'ei giunsero sol colle 

Sovresso noi : ma non gli era sospetto; 
Che r alta providenzia che lor volle ò5 

Porre ministri della fossa quinta, 

Poder di partirs* indi a tutti tolle. 
Laggiù trovammo una gente dipinta, (*) 



M. CiénoBCOiiipioit.fCMA, non 48. «pproeeic, ti africÌBa. Quando 

aveva mtmr ioiir di «aHIcra, dì pal^ l'aera n awiriaa alle pala ddla mola, 

«rai , ^MBta mm c»MÌffio. ka pii Talocilè. 

4*-4l a««ii t'mrmlm cv. Caslr. a 40. vioagn» : il TÌTayiio è V attre- 

ial.: Kaa ■ tratticoe ocppar tonto dia miU della Ida: ^«i per •inùiitadiDa li 

n taaia alaaao «na raaicia. corando chiama con lai noma la ripa, dia è Torio 

fi* del iflio alio dH ano podora. della bolgia. 

4S. émt€9ÌU, ddU «ma. S2-55. al Ulto iM fimd», al 

44-4S. Smfim H dieét «e.; ai A- piano del fondo, ei<>è della feau. ^ 

Walanè cnlb p e i aon a volta all' ineè, sul tolU, Mila aommiti ddla ripa. 

•Ifncóalaado collo reni por la pf*- 54. Sowruto noi , Mpro noi , ani 

4mafinn,la^nalo Inrn, ckinda oIm^ natiro capo. ^ numon flt ara «ofiial- 

nt onda' tali dair altra bot^. la, ma non v'ara da temere.— fM 

4S. Jnciein, canale per cai ico rrano i ^nì awarbio, od equivale a wi: aa 



«••aline che vanno e mnover molo. aono altri aMmpj ancka in Dania 

47. —li» iarraa n o, molino fabbri» almo. 
«bai tarrtno, a difrrrema di ondU 57. Podar éip^rUnTUdi ae. To- 

à» m Ihmo nelle navi eopra Somi, ove glie loro il polara dì aUrepamart i lcr> 

r^fai nan ba daecia per cni cada d'alm mini di qnella fama. 
«Un ad nriar nella pale, o ali ddU H Ipocriti. 

***, ma va callo ctoaM movimcnin So. ^ijrinln: dico il^pfoln, parebè 

^U ialatU la lar^Moadd SnaM. gPipocrìU col bd edera della virtn ri- 



} 



154 



DELL* lffFEIl50 



IO 



65 



70 



75 



Che gh« intorno asmi ron lenti passi 

Piaogeado, e nel sembiante stanra e vinta. 
Egli avean cappe con cappocri bami 

Dinanzi agli occhi, fette della taglia 

Che per ti monaci in Cologna hmì. 
Di ter dorate son, al eh' egli abbaglia; 

Ma dentro lotte piombo, e gravi tanto, 

Che Federico le nettea di paglia. 
in etemo faticoso manto t 

Noi ci volgemmo ancor pure a man manca 

Con loro insieme, intenti al tristo pianto: 
Ma per lo peso qnella gente stanca 

Venia si pian, che noi eravam nuovi 

Di compagnia ad ogni muover d' anca. 
Perch* io al Duca mio: Fa che tn trovi 

Alcon, eh* al fotte e al nome si conosca, 

E gii occhi si andando intomo muovi. 
Ed ira che intese la parola tosca. 

Diretro a noi gridò: Tenete i piedi, 

Voi, che correte sì per Tanra fosca: 
Forse eh' avrai da me qoel che tn chiedi. 

Onde '1 Deca si volse, e disse: A^<petta, 

E poi secondo il suo passo procedi. 
Ristetti, e vidi duo mostrar gran fretta 

coprono i bralti loro iriij. Ipòcrita è dal 69. firn /oro inaiewte, nello OMnle- 

greco, e vale iimulaiort, matehera. sima dirrrinne ciie andavan cmì. 

sa. aumi con iemii patii. Cosir.: 71-72. eravam nmmi Di cM^pa- 

eoo poni «Mrf, molti* , l«oli. — giva gmia. Per la leiiterza di quegli ipocrìli. 

intorno^ iul per la foiM eireolare. noi . ad ogni m u nre r d'aneu» cioè M 

60. «laura perii giovo po8o:vtiila, ogni pasto, ci vedemmo o loto powMC 
por l'aagoicia dell'aniuo. 

6-1. Egli, eglino. 

62-63. faltedella tagtiam. fatloflì 
^el taglio, • foggia , che foni, ai fo , 
il aoo dai monaci di(U»luiiia, cillk d'Alo- 
magna sul Reno ) cbe piirtavaiiv cappa, 
a guanto dieesi , mcdtu ampie e mcie. 

61. fi ek'ògli abbaglia. E un co- 



«0 



nnove. 

74. ai fallo, per qnalchn edAre 
aziono. 

75. ft andando, cooUaaaiido toA 
il cammino. 

76. la parola toiea, U nudo Jd 
parlare, la parlata. 

77. Tenete i piedi: non correlo 
itrvtto di seoao, dwvendiw i|ue»to verbo tanto; ovvero arretlate, fermaU 3 
riferire al color d'oro implicito nello pasto. 

aniooodentì parole : Di fuor doralo 78. l'of. che correte et. A coloro 

ton. che ranno ti lenti, pare che l' andanr 

66. do Federico oc.: cko quello de*dnc p«ieti sia on correre. 
cW Fc«Urioo II aaeilovo ial*ineoliioli di 79. Forse eh* avrai ce. Qnoito è 

loM maestà, lebbene Ci t e rà onrn' caso netto porticolarmente a Dante cbo ovcva 
di piombo, tarebbero parato di paglia eapresto il desiderio di coooocer q^nal- 
in pormooo di qneOe Unlu pia paaanti ciino. 
cbo iodosaaviBo gì' ipocriti. 82-85. mof frvr gran fretta DcU 



i 



CAVITO IBVIiaiBOrERZO. 

DriPanÙM, «il mo, d'eaer meco; 

Ma tardavali *1 carro e la via stretta. 
Quando ftir graati» as^ai con rocchio iùeco 

Mi rionrarofi aama fin- parola : 

Poi si volsero in oÀ, edlcaan seco: 
Costui par vivo. ali* allo doUe gola: 

E ^ ai soB iBoriiy per ^al privilegio 

Vanno sooverti della giravo stola? 
Poi dissenni: Tosco, cb* al collegio 

DegT ipocriti tristi se' vomito, 

Dir chi la se* non avere in disfiregia 
Ed io a loro: F fui nato e oresciulo 

Soffra 1 bel aone d'Amo alla gran vil!a, 

E son col corpo cb* io bo aempre a^nto. 
Ma voi chi sieto, a «ai tanto dii4ilia, 

Qoaat'io veggio, dolor giù per lo gnance; 

E che pena è in voi che si sbvilla? 
E r un risposo a me: Le cappe ranco 

Son ^ piombo si grosse , che li pesi 

Fan così cigolar le lor bilance. 
Frati Godenti fummo, e Bolognesi, , 

Io Catalano, e costui Loderingo 



465 



85 



90 



9b 



10O 



|tt 



r«Bte«, €mÌTÌM&, Mgnifiea: ftlmv m^ 
ili «edv • «agli atti la hnmm intonia di 

r Boa poleaB tadiifaga, ian 
ial grava mm. 

mtMm tmm f t rràh ètea ec. 




i»«é, òaè ii fiabara 



l'allm 



■alaialU «ala cha 



fal^ fliaèa 
Vmmm fa r 



^1 



éJim frara é M m, 4alla capfa 
S fimmhm. La siala era una Vftte laag» 
mmat^pk prtwa i teatini t iGrrd. 



flfr. iiflUla; aada a itila. 

OS. éBUr: -^ai m ftwmÌ9 il Mara- 
étà piaaia; la aaaaa par Vaf- 
laUo. 

SO. dba ai éfmrilla, cba à fa rtitn 
aatealo. Si m«ì la Mlaoa A^arta pa- 
rola. La aapfa afulgoraala pareva d'or» 
a pnoM «iOa e •■ aagaa # eaawta, 
adf «a pÌM»ko daotra e «o aappliiia, 
eaaM la iiwai a la parala di fatati tpa* 
erili parvaro ■• Unipa w o m da nrtòf 
ed erano figlie di con iumnm. 

lUO. raiMa, calar d'arancia, àok 
dorate. 

1 01-402. cèe /f |>eW ae. Gba illara 



SI . éimtimì : caci la ^•dob. o ^aal- peto fa e««k rtg(4arr (||fenNTe| le bilaaca 
cW Cod La Baffivr parte dai leali pare rba dehboa parlarlo (le aima di am 
ka éiattr ««, ^m c a rabW della dciaa iaaaritil. 



p mrU aai dicaa Imi aa.. ta- 
li aaU Cad. Caal. 

alb dal di 




pa ari ti|. 

108. Frmli G9émU. Frali di «■ 

ardina cavallereMo ietitaila per uaifcM 

leracoalra fi' loladeli'a i ^iaialnri dalla 

gÌMliiia. Il kla anno -era di frati di 

S. Marta, ma faroao dal pia d a aopraa» 

Hai. Hm» nnni«ti(»oileati,p>rrlièciaiaMaBBCfita 

Aimr mollo a^ata e marMa. 

104. io CuttUmmo ae. 



456 



DELL*11«FERN0 

Nomati, e da tua terra inneme presi, 

Come suol esser tolto un uom solingo 
Per conservar sua pace; e fummo tali, 
Cb* ancor si pare intorno dal Gardingo. 

Io cominciai: frati, i vostri mali 

Ma più non dissi; che agli occhi mi corse 
Un, crocifisso in terra con tre pali. 

Quando mi vide, tutto si distorse, 
Soffiando nella barba co' sospiri. 
E '1 frate Catalan, eh* a ciò ^ accorse. 

Mi disse: Quel confitto, che ta miri. 
Consigliò i Farisei, che con venia 
Porre an uom per lo popolo a' martiri. 

Attraversato e nudo è per la via. 

Come tu vedi, ed é mestier eh' e* senta 
Qualunque passa rom' e! pesa pria: 

E a tal modo il suocero si stenta 

In questa fossa, e gli altri del concilio, 
Che fu per li Giudei mala sementa. 

Allor vid' io maravigliar Virgilio 
Sopra cohii ch'era disteso in croce 



fOS 



no 



ii& 



420 



fS3 



Catalano dei Malavolti, « Loderìnso, e 
secondo altri, Roderìco degli Andalo.Bo- 
lojfnesi; il primo di parte guelfa, r al- 
tro ghibellino, eletti podestà di Firema 
nel 4266. 

405-406. da tua terra imieme 
prui. Come tuoi euer tolto te. Fam- 
ulo «letti dalla dttk di Firenia noi dae 
all'uffizio di conservatori di paea, o di 
potetti, eom'è coatome che allo stCMO 
fine t'elegga nn nomo solingo, «n «omo 
straniero, aolitario, e tenza aleno rap* 
porto nella citth. 

407-408. e ^«mnio tali re. Quando 
qnettì buoni frati ebbero in mano il go- 
verno della città, n raanir«tò la loro 
ipoeritia, poiché corrotti dai Guelfi tur^ 
bareno la pace , cacriando « pers^i- 
tando i Ghibellini ed ardendo le case 
loro, « aegnatamente quelle degli Uberti 
«ho erano nel Ganlingo; del qnal no- 
mo ti ebiamaTt una contrada pretto Pa- 
lano Veecbio, dove i alila la Dogana 
fino ai ooatri giorai. — «irar H fmn, 
ancora apparisce par le ruiae. 

409. froti, ivoitH maii... i aaa 
rcticcnn. SappliKasi san km wurUmii. 



440. agli occhi mi eone^ éoè ad 
Tenne vedato. 

444. I^ croeiflMto: «na cha «i 
ivi rrocifiiso. 

4 16. CoMiglià i Fmriiei «. Qaa- 
sti è Caifaaso, che dM« od 8ÌMdMa: 
• expedit «I mnui mor i a i mrkmmfn 
populo, • matdwraado call'aaair éà 
bm pubblico il suo odio coaCro Geti 
Cristo: e a buon diritto ha tra ri'ip»* 
criti ffuello stesso sapplisia di ahan ai- 
gione all' innocente oppresao. 

448. Jllraaertalo, eoa' egli fll- 
trarersò aa tempo i pasti dd Uam 
di Dio. 

421 . il suocero, il sscardaCa Abm, 
suocero di Caifasso. — «1 itetUm, palÌMi| 
è tormentato. 

425. Che fu per UGimieiee: cba 
fruttò ai Giudei la distnuione della laro 
cittì, il disfacimento della laro aaiiwii 
a la dispersione per il moada. 

424. vid' io mmrmtigHmr Ff^fW». 
Virgilio mostre aiaravialia fona pir 
^adla inaolila diversità £ sapaliiiai et 
cai BOB polfira conoscere la ci^wBa,clM 
il iatracdava coH' istoria dd Cristo. 



GAMO V£f«Tfi»IMOTBAZ0. 4^~< 

Tanto vilmente nell* eterno esilio. 

Poscia drizzò al frate cotal voce: 
Non YÌ dispiaccia, se vi lece, dirci 
S*alla man destra giace alcuna foce, 

Onde noi ambedue possiamo uscirci iao 

Sena costrìnger degli angeli nerì. 
Che vegnan d'esto fondo a dipartirci. 

Rispose adunqpe: Più cbe tu non speri 

S*appressa'un sasso, clie dalla gran cerchia 

Si muove, e varca ^tntti i vallon feri, i3i 

Salvo eh' a questo è rotto, e noi coperchia: 
Moutar potrete 8tf per la ruina, 
Che giace in costa, e nel fondo sopMrckia. 

Lo Duca stette un poco a testa china; 

Poi disse: Mal contava la bisogna 140 

Cotul che i peccator di là uncina. 

E 1 frate: I* udi' già dire a Bologna 
Del diavol viq assai , tra* quali udi* 
Ch'egli é bugiardo, e padre di menzogna. 

Appresso, il Duca a gran passi sen gì, i45 

Turbato un poco d' ira nei sembiante: 
Ond'io dagf incarcati mi parti' 

Dietro alle poste delle care piante. 

Tmnto Tilmeni€:eoa Unto ••• per csn Mlire. — « nel fondo ioper^ 

, p«fCÌoccbè tatti lo calpe- Ma, • rìioTi, t'alia dal foodo. 

440. Mal conlava ee., cioè mala- 

429 /W«: ^ è presa qvrtta parola Beota c'insegnava il cammino, dìeen- 

■laiNÌcneBla per aignificara «par- doci: pnao è un altro teoglio ehe via 

Mi • 9mna, fato. — la hitoyna, la rota Ja farcanda 

4M. éagti angoli neri: aottint. al- 441 . uncina, piglia coir oocioo. 

■H 4 42. r udi* già dire a Bologna. Al 

W.S'mpi^reetaun iotioec.^aoì lamento di \irgilio d'estere stato in- 

^ ■• allr* di quegli scogli die rici- gaonato dal diav»lo risponde il frate, 

4mt|^ argrai ed i fessi purlrAdosi dalla die altro non sì dovea aspettare da Ivi^ 

y fan ha, cioè dalia circonrereua cbe, come insc^svasi nella Teologia 

4d titibia ottavo, oasia dalla ripa ; io- scolsstira ali* Università di Bologna , è 

*ns a cIm sedi sopra, Canto XVIII, bugiardo e padre dì falsiti. 
**ss II. 446. turbalo d^ ira : per l'inganno 

|3<. Saioù tk'a gueelo ec. Salso ricesoto. 
<^ H laao è rotto sopra questo vallone 4 47 . dagt incaretUi, cioè da coloro 

^^■riyacfili). e per consegaenza non cbe erano carìcbi delle cappe di piombo. 

««SI ceparcbia al Tallone medesimo. Qnalrhe testo : dagl' ineajtpali. 

4S7. U mina, il monte dei rei» 448. Dietro alle patte ee. Dieliv 

1^. le orme segnate dal mio caro maestro. 

4lt. Che giate in coste ; poìcfcè Alcnne edixi<«i hanno ptite, cioè ▼«- 

^ bUa peode in modo dia si pnè stigia. 



/ 




158 BBLL'UfnUUNO 



CAivTO w KMTiairantijjtt». 

D€$cri9t rÀtitkUri U $m i JMil», «Mi lutami F'ariM^ « «i*« Ji «^wmm 

/M0. Cm rnmtftf étjjkottà « /«tiM mÀK I PomM /bar é^m Hlgim, rifrmàam 9im§arU amg^ 
0'm'iomo suilm èoigtm sttttmm, im Mi mMIh» <fw iwttiil ««f* 1 tmUfà é'^maU ém fmtUi tratti 
»* imetmdumo, # a ima»ù a mmma nmtWi 
é*i tmdn saeriiegkt, wm'fuaU Dma$$\ 

In quella parte del giovinetto lÉno, 

Che 1 Sole i crin gotto PAqnario lèmpra, 
£ già le notti al uÈbodV^ vann): 

Quando la brina in solla terra ÉaaempnL 

L' imagine éR^saa sdralt 'bianca, 5 

Ma^|ioco dura alla' sua penna tempra; 

Lo villanello, a cui la roba manca. 
Si leva e gaarda« è vede la camptgpa 
Biancheggiar tolta, ond'ei si batte l'anca; 

Ritorna a casa, e qua e là si lagna, iO 

Come M tapin che non sa cbe ai fiuch; 
Poi piede, e ta spera ma ringavagna, 

Vcggendo 'I mondo aver cangiala laccift 
In poro d'ora, e, prende suo vimailrp^ 
£ fuor le pecorelle a pascer caccia: 10 

Cosi mi fece sbigottir lo Mastro, 



I In qmellm frU del gio9inttte 0. ti bmlle Tmm, mt MoMl 

flniM (cnaiiiriaiiiio l'enne dal |M^inin dendo cbe tia neiiitto : l' anca i r 

di fMinaio trconiU !«• atiU rfinannl, io che è tra M liane» e la coaew. 

€■! il Sitle fa >i<tiorAi|Narì« pie ippidi ^ <2. la tpermmMm Haf«ra|av; 

aiqoabta i toni raggi, i suoi crin. Il Vh^** '* ii|>erania; ù riaoieu. _ 

tempo (|«j accenaelo è circe le nclft di eirurifjiae di <|ueaU loniiieae t^Im de 

fvbbreio. dice che derivi da gavagna, Toce roai^ 

5. B già le notti ee. E f ik le Ium- goimla cUe vale cesttltu, emneitro. Onde 
gbe Bftlti dell'inverno vanm» fredala ingaragnan «ne ci^e, >er eiallerte 
neete dioiinuendo, per divenire «(«bìì nei eantitro; e ineUftirice «cole W^f«* 
el ginrmi nelle duiaU. Questo averne vognun cki!«t:bcaeie, per riprtméÉfU^ 
per I' aveeiarai del «ole verao le linea riguadùgnmrlo . AUn diee che de Gè» 
'equatoriale. vaiitM del lei. barbero, che veieve lo»» 

4-5. asiempra€€.i ritree, rieepia, »iU», glamiula, si fece il verb«f«»«- 

V imaftine drlU neve. filare e gavigmare^ die Mgnìficò pret^ 

6. Ma poco éura alU tua penna der per te garigne, «aeie per il celle: 
tempra, l'uicbé il Pi>eta ci pieRcniò la il ^ual verbo «i uiiò p«»i anche gcoenl- 
brina nell'etio di ritrarre e ricopiare mente per preniiere, a/ferrare <|Qel»iea 
le neve, be Vidnin ciMilinaare le pera»- coee; omle respres*Ì4iue ringavagnar 
oificeiione io tutta le prepnelà, den. la eperunza, non «uol dir ellro che r^ 
dtfle eneo l'iittunient«i Cf-n ebe ai riet». prendere le tperenie cbe ere fuggile. 

Eia, la penna ; alU qnair dire rlif p«H-n 46 Coti mi fece ee. Le cnin|»era- 

atta /a fempra, la tmiperalnia. pei- lionc che haute f^ di le «tesso sbi|;Httìlo 

che stru(*({eniiiiti prr«tn, non può durar d*^l tuiba.iientu di Virgilio, e piti ri- 

luogeoieote e ricopiar le neve. eoufuiuto del vedergli reseei-cnela la 



cAirro ▼EimsmoQUABTo. 

Qnand* ior gK rìdi si tnrbar 1» fronte, 
£ coti toElo al mal gimise lo 'mpiastro:. 

Che eome noi Teirimmo al guasto ponte, 
Lo Duca a me si volse con quel piglio 
Dolce, cb" io vidi in prima a pie d^ monte. 

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio 
Eletto seco, riguardando prima 
Ben la mina, e diedemi di piglio. 

E còme quei che adopera ed islima, 

Che sempre par che innanzi si provreggia; 
Cosi, levemio me so ver la cima 

D' un itmchione, avvisava un* altra scheggia, 
Dicendo: Sopra quella pol^f aggrappa; 
Ma tenta pria se è tal eh' ella ti reg^a. 

Non era via da vestito di cappa. 

Che noi appena, ei lieve, ed io sospinto, 
Potevam su montar di chiappa in chiappa. 

E se non fosse, che da quel precinto. 
Più che dall'altro, era la costa corta. 
Non so di lui, ma io sarei ben vinto. 

Ma perchè Matebolge in ver la porta 
Del bassissimo pozzo tutta pende, 



f69 



20 



26 



30 



Zò 



""■^i A* ■• fMlirc «l'ofai coM tprw- 
'■'■li. chi mr l r » pem wcir favrì • 
^■Hr UtH frcggia Tvdc tatU la mn» 
f^ Uhm , fMTcliè il raitrro m di» 
foiiaa m •mr'era.ttmlU dai ra^rgi 
*hri !■ bina ch'egli credeva neve. 
!■■• tona «jt'mic* aspetto, ed egb 
|f>Mdaaaìa«; ^iic»la comparaxiooe, 
"An, «aa paè «aar uè piò leggiadra 
^ fm aaetirameata Tcilita. — lo Ila- 

Il- Mal l0f lo fé. ; eoo «goal pra- 
am «ha al villaacllo , givua a me il 
Minto, Vimpimiiro. 

U. • ^ M OTonlf . date gli ti (eoa 
■MMv la prnaa vnlta. Vedi Ganla 1. 

21-24. Le krmeeia ajitrtt... e «Na- 
te « fifMa. Hi lulae di pcao eoo 
mW la kraraa. — éop9 mlntn eomt^ 
fliaar. N«4a il pregi em * delle coaa: 
*Mna la raiaa, ai eaaaiglia seco slaao 
M Bada S aalirc per rMa eoo qael 
^aa H coHa f elegge I caegaifcc» 

ti. K emme pigi te. E rome fa coloi 
^ ^Mle, Bieolrc culle maoi opera ona 



COM, cogli oecW ae affisa «a' alCn re. 

26. rW flmprv par dki m.: lai- 
OMnleriir pare ehi ei teaipre proTTrg- 
ga alle cose rhe verran di«pa. 

M. ftmeAioae, rocrhia grande, 
groaia peno di pietra tporgenta — 
arHtova. afB^saTa, osacrvafa. 

50. ti rtggia, U rrg'va. 

51 . Non erm via re. Qaella aoa era 
via par la qvale poti-ase andara ehi arcasa 
avotit indinao vetta larga r talare, e mol- 
to meno la plumbea stola dagl'ipocriti. 

52 i'ipinlo, da Virgilio 

53. 4i chiappa in chiappa: diiap' 
|Nl vale ro^acommla a potersi chiappare. 
Qni intendi, dì pietra in pietra, che po- 
teasi cktapf are, prendere culle maoi. 

51 da quel precinto, da qaall'ar- 
gioe eingrnte la fnssa. 

56 «orci ben vinto. (Soè: la aia 
torve ben sarrbbrro siale vinte da qael- 
l'altetra, e non avrei potati salire. Si 
noti farei ctafo invece di earei italo 
vinto; sertind» la forma lai. «iclui 
ettem^ cnme il fotte di sopra, nel v»- 
lure dei fkittet latino, foue italo. 



Lo silo di ciascuna valls porla, 

Che l' una costa surge e l' ultra Bceode: 
Koi pur veniniino alfine in su lo punta 
Onde l' ultima pietra si scosreniJe. 

La lena m'era dclpolmon si munta 

Quando fui su, tb' io non polca più oltre, 
Anzi mi assisi uella prima giunta. 

Ornai convien che Lu cosi li spoltre, 

Disse '1 Maestro, che, seg^iendo in piuma. 
In rama non si vien, né sotto coltre: 

Sanza la qual chi £ua lita consuma. 
Colai vestigio in terra di sé lascia, 
Qual fumo in aere od in acrgua la schioma. 

E però leva su, vinci 1' ambascia 

Con l'animo che vince ogni battaglia, 
Se col suo gra\'e corpo non s'accascia. 

Più lunga scala convien che si saglia: 



I 



I 



39. £at>l*M., Il •Irotliiri didi- 


Iodi o li Dolleiu d« poleoU uM- 


mi» lille, porla, do^, t « titu i di 




W D.It.r., .!« «. 




40. CAd'una rolla Mrf< te. Tedi 


ullo collr* non c»l *»!»» t,itn. m> 


llCinloXill, T. SSiDimU. 






•bbiiu. putto ÌD prìndpio- C .Ikrt ' 


luU dlUtolU «. - Ih IH la pula: 


tODlulamenlc leto il conecUo, cbe mtr- 


wllMB»>.i>ili<l.ll>.rg1d..i.,,ro. 




»2. Onàt 1' «[»»» ficiTt •( Ica- 




tCMd». At cui ■■ Hlliai pirtn del u- 


mu^'de* Hp'c»'é delti ^v'irti, nt |"» 


dnlapwila li dÌ>licDi,Dipnrgii inIuDrì. 

43. fi MURI*. ■) CHIUlt. 




■lo , chi 11 piioli rallrt «(oilclu m- 


Vi. Hftla piima giimla. >l pnm« 


prrla dt Mia. nlln l'uajito M b dìo 


pmt«, ri.. H. f«i eol.«tì. 

ie.duluteA lUpullrt. linci la pU 


!u«Jw Ari«lo, S... ni ! 




|nd>iSf>«aiTcll»a.il.p»-uli pro*e. 




40. Sanw la flual. ciò* ««« l> 


Coti-. Clit non ti c(?n( l'n fama leg- 


quii Um». 


f«^ in ph«., ni .l.«do'i«lh. c«l- 


S3 rinMiVHilalIagKa, Tip» geni 


fr*. L'Ini, btiiactn^e. - Il ck. SLr«. 


wlacolo. 


■Ili inlcninuti : > irgMudo in pìun» , 


51 Si wI imo gr<i« eor|K> «. $> 








ni» Iniicae col tu» luiLuiili 1 |ri>( 


««bmU din: lUndo io «io «m a 


SS. Kù Wwja Itala te. loleadi; 


pit»qii»tinii»l(H«brÌU<te1 ionie, 


nim bull di ewro pauilo In iti >pi- 


Bà U |»mti torUi» t le «Ilo di.liiuiugi 
tn fll ii<«dni . (ptreccb» del faaldic- 




aaelli d'I Pnraali<rìv per ulin al l'i- 


■hiDB fl ononxno le gnndi Jignill). 


[(duo. H«ril«.cnl<>; DM buM KM- ll- 


Ut ia, pvftundn che non temprr i dmU 
«wrìfiaeledl(i>il&HguÉl.i.a.l ..lun 






• d].I.Ii«,.clM>.rt»ol>dec.to[. 


i«cù„i.l«eiu.i. "^ 



CANTO TElfTBSIMOQUAElO. 

Non basta da costoro esser partito: 
Se tu m* intendi, or fa si che ti vaglia. 

Levarmi alior, mostrandomi fornito 
Meglio di lena eh' i' non mi sentia; 
E dissi: Va, eh' i* son forte ed ardito. 

Su per lo scoglio prendemmo la via, 
Ch'era ronchioso, stretto e malagevole, 
Ed erto più assai che quel di pria. 

Parlando andava per non parer fievole; 
Onde una voce uscio dall' altro fosso, 
A parole formar disconvenevole. 

Non so che disse, ancor che sovra '1 dosso 
Fossi dell' arco già che varca quivi; 
Ma chi parlava ad ira parca mosso. 

r era volto in giù; ma gli occhi vivi 
Non polean ire al fondo per 1* oscuro: 
Perch' io: Maestro, fa che tu arrivi 

Dall' altro cinghio, e dismontiam Io muro; 
Che com' i' odo quinci, e non intendo, 
Cosi giù veggio, e niente aflBguro. 

Altra risposta, disse, non ti rendo, 
Se non Io far: che la dimanda onesta 
Si dee seguir con l' opera tacendo. 

Noi discendemmo il ponto dalla testa, 
Ove s' aggiunge coli' ottava ripa, 
E poi mi fu la bolgia manifesta: 



161 



«0 



65 



70 



75 



SO 



57 . Hvagliat ti sìa stimolo e conforto. 

58. Leea'mi, mi levai. 

60. forte ed ardilo: il primo ri- 
guarda fnattoato il corpo , T altro l'ani- 
nao j e vale franco, eoraggioto. 

62. ronehioio, bprn«iccoluto, aspro, 
cfaa non ha superficie piana, ma rilevala 
io molte parti. Qualche testo roeehioio, 

64-65. Parlando andava: iocam- 
inìaaTa e parlavaper mostrar forza ; per- 
loebè fai nHito dalla seguente bolgia. 



Ta che non tì distingncTa gli ometti. 

73. Dall' altro einghiOtC\okt\\*9Ì' 
tro cerchio o argine ond'ècinta FottaYa 
bolgia, e che è più basso. 

74. Che com' t'odo ec. Che come io 
odo di qui le Toci de' tormentati, e non 
le distinguo si ch'io possa inlendeme 
il significato; ovvero, come io odo il 
suono, e non intendo le parole; cosi ec. 

75. a/figurot discemo. 
77. Se non lo far. Se non operande 



66. diicofwenewile, mal atta a par- come tu mi richiedi. 



lare. Era uno ta ira, eome dice sotto ; e 
ii^'ira,aa è veemente, la voce esce inar- 
tiedata, e simile pinttusto ad un ruggito 
70-74. gli occhi vivi Non pò- 
team «e. Quel che avviva gli occhi è la 
laee proportionata. Dice dunque cho 
per la aearsezza di eesa non poteano 
1 aaoi fianger nel fondo t>trt, cioè 



79. dalla tetta, dalla estremità. 

84 . £ poi mi fu la bolgia manif^ 
tta. Si avverta che i due Poeti non di» 
scendono in questa bolgia, la quale tutta 
rìbrntica di serpenti , ma rimangoue a 
rìguarHare sotto il capo del ponte m uno 
sporgimentodel muro, su cui discendono 
per mezzo d'alcune pietre prominenti che 



oeNa lare piena attività; onde avveni- ferraono chiamate ftomi nelG. &XVI. 

li 




I 



L 



E vìdivi eotro terribile stipa 

Di ser[)enti, e di si diversa mena, 

Che la [Demoria il sangue anror mi scipa. 
Più non si vanti Libia con ma rena; a 

Che, se chalidri, iaculi e farce 

Produce, e ceneri con anfèsitiena; ^^M 

Né Unte pesLilenzie uè si ree ^^| 

Mostrò giammai con tutta 1' Eliopìa, ^^H 

Né eoa ciò che di sopra il mar rosso ee. ^^H 

Tra questa cruda e Irisli^ima copia ^^H 

Correvan genli nude e spaventale, (*] ^^H 

Senta sperar pertugio o elilropia. ^H| 

Con serpi le man dietro avcan legate: 

Quelle ficcavan per le ren la coda s^ 

E '1 capo, ed eran dinanzi aggroppale. 
Ed ecco ad mi, eli' era da nostra proda, 

S' avventó on serpente, che 'I lrafi*<o 

Là dove il collo alle spalle s' annoda. 
Né si tosto mai, né I si scri-i'e, loo 

Com' ei b' accese e arse, e cener tutto 

Convenne che cascando divenisse: 

g3.ilips,mn1l>lu<1intinimunlii>lB. Di qnrttv urie sn«i'* di if cpiDlì ledi, 

R3. iiuna. ip»>e, <ii»i!;u » tu,.,, ì n.lunliili. 

8t. rhelamrMurtsK lat. 1 (he 88 W^t Moto pntllniic , iotondi : 

Il rìcordin» Ditrarn mi iHpa. mi gat- ifnnlf « i|diiI' enno in (gnclte bulgia. 

ita, ni alleri il itngug per lo ipe- — Pftilmtie tift ifiB ptMfiri. itit- 

VMla. OMÌ, ammali. 

U.UtixUunivnideiOrfnlulla VJ J'£IÌDpia, din pratiodi d>l- 

■mIIi Hrte del auDdo .h* ■ R-iioeni l'Afnc 

pMiii eUiBurH» Afrin Gli tlwi Ha- Mh SicontU K.:iHf ìnìmàtn 

«hI fow (Tti.*.. ddl'Ar. HM Af gira mer rw*. — M. MVHa di i. Smir |li 

dfM*n<«JfirE)iitv,schvDi;a>raei(D iMìelii, eomr H-M. «ih. oérln*mr. 
dMrlediB>nliia Ri quntii Libie di'Ku- DI npia. liitrndi, ili Miproii- — 

BMÌ ant f*rit il ì'utu triilùnnia lie ani |g >l«w trnu die 

U. CU. ■* w- Abbiimn prrririta il In. Irltrtima. 
fMrialBiaadqiwlU dille N«lnb. ti~ l'I Udrl. 

gnitaddLMnbiriliediICMe.rhrni, DJ. Simia iptrar ptrluflo m. 

ehélidri.iaeuli' faritl'nnlutef.an- Smu ■ pere r |.»rl agio, [«n.de nacra- 

cri an Itffit*!'» pecibe ultiF el non Jcniii, a rlilmpi* prr (eru ìarieìbìl*. 

■ina* •inUai , • mei w cimnellr lutla qgnU : ti creilce eh» le pietre «hiMW t a 

taniai eapieaU Uni bii.ina lerienli elilruuie ««hh lirU d> raoda* iani- 

di fMU Iwi» Ito» Bolle E-liui.» bile A, le piirle.i Hldiv». VxIhì mJ 

I duU'uhiibi Fwreatii I><wB>ri>iia U Imose ■••elli di Cdm- 

I L ^h «h. • •« wi diw>, tha * U Mr» doli. Ciar. Vili. 
■li.l'wt ù'^Hi " ^ iwtir» predM, dilb fwU 

MHi<h lidaeillitipe, BtaaùwniMt^^^— 



E pti che fa a terra ai distratto, 
La oener » raccolse per sé stessa, 
E w qpMl medesaw ritornò di butto: 

Coà per li gran savi ai confessa, 
Che la Fenice nraore e poi rinasce, 
(^nodo al cinqiiecentesinio anno appressa. 

Erba né biada in sna vita non pasce. 
Ma sol d* incenso lagrime e d*aniomo; 
E nardo e mirra son i' ultime fesoe. 

E qnal è quei che cade, e non sa corno. 
Per fona di demon eh' a terra il tira, 
d* altra oppiiazìon che lega l' uomo. 

Quando si leva, che intorno si mira, 
Tntto saiarrìlo dalla gnande angoscia 
Ch' egH ha soflnia» e guardando sospira; 

Tale era il paocator levato poscia. 
giustizia di Dio quant* é severa, 
Che cotai colpi per vendetta croscia ! 

Lo Duca il dimandò poi chi egli era: 
Perch'ei rispose: Y piovvi dì Toscana, 
Poco tempo è, in questa gola fera. 

Vita bestiai mi piacque, e non umana, 
Si come a mul eh' i* fui : son Vanni Pucci 
Bestia, e Pistoia mi fu degna tana. 

E io al Duca: Dilli che non muccì. 



«63 



101 



ilo 



ii5 



iW 



125 



Hi. 4m ^mei mudetmo «e., n rìfeM 
fé madtmmo gpirito di prina. — di 

m. mm r mtUmm f^Mm, um Vnì- 
^■i», mtà quaU poi, Meondo U 
Inìì- ■—■ ■ abbniciaU Nota la ir«- 
i«É «i ^csto traslato eba il Pla«4a ha 
Nto ètbm aamifliatira ch« , almeno 

Et aarti etteU» , bao tra loro la 
tea «■• a'avvolgnoo fi' iafanti , a 
>^«^ aoaeUi preparano ai loro 



lai. fecero gli anticbi aoma^ eba poi di- 
Tcane eom». 

H3. per fona di dmmm: eona 
avveniva degli oaaiiai stramaasati a terra 
dai deroonj, aeeondo ohe narraà sei 
Vanito. 

Uà. o d'tdtra opfiiazian: t in 
forca di oatnrale preeItnioDe , o altara- 
tione del Snido amren, per coi l'aona 
riman legato , qnaai fuori di vita, eoma 
fi vede negli epilellici. 



-•Qb ana daMe ^Utitme fmtee i pra- 
«lori di cba ai cirmn<la la Feaiea 




Dal r»4o, tutta qooila 

ìniuta dal IV libra 

/M d'Ovidio, aebbeiia 

Pooipooin , Ta- 

, Clandiano ad altri, 

im9Ì cha aopra 



Dal 



420. erottia, rìoè 
gii cun violenza. 

hZi.Sieotmammteh'ffmi.y^mà 
Fncci fu baalaedo di aaiaar Faonn 
de'LaMah nubile pistoiea*; p a i e ie è<|«i 
nominalo «i«lo. 

42a. mi fm dtgnm imm, mxom 
nido , aeoondo bii, d'oamÌBÌ BefaiMB a 
beatiaK. 

427. du non mueci. Il varbo «m»> 
eterv, ebe rale ordiiiariuBtaU Vtf «rt , 



dell' llfFEBItO 

E dimanda qual colpa quaggiù 'I pìnse; 

eh' io '1 vidi nom già di sangue e di cormcci. 
E il pencalor, che intese, non s' infinse, 

Ma drizzò verso me l' animo e 'I vollo, 

E di Irista vergogna si dipinse; 
Poi disse: Più mi dnol che tu m'hai collo 

Nella miseria, dove tu mi vedi. 

Che quand' i' fui dell' altra vita tolto. 
r non posso negar qoei che tu chiedi: 

In più son messo Ionio, pereh' io fui l 

Ladro alla sagrestia de' belli arredi; j 

E Talsamcntc già fu apposto attrai. 

Ma perchè di tal visla tn non godi. 

Se mai sarai di fuor de' luoghi bui, 
Apri gli orecchi al mio annunzio, e odi. 

Pistoia in pria di Neri si dimaBra, 

Poi Firenze rinnova genti e n 



Mudtrt. ka qui il ngnificalo di leap- 


arredi. Da no doenraanto «mteinpora- 




nao paliblicilo dal prolanor Ciampi ti 
1. tl>a Vanni Fatn dalia Dulca, Vanni 




<|Uf eqniiile a ditti the non ci tcappi, 


dalla H'inaa. a Vasai Mironna, pi.loia- 


iHt mot, Intoni. 


)i , (i unirono per nibara il leiara di 


IS8. £ .(.'manda ; qu.lel,« !«(» : B 


San I«^po; rha laalarcna di falli il 




|[ran furlu, ma che nnn iu«nm lare 


130- tv io -I (idi uon j« di M». 


pianinxnle. rubili da qniltha mmore 


}<M «, la loa lo co>«H»>a ptt \éÌ,„, 


ibe inlctcm ; aha la «iuliiii taro tm- 




«tar divorai conia K»MI> del dalitU, • 


cno» tale, da e»er puoito io allro iao- 


fa. — Col moalrariì ignara drlMcrilreo 


Fu pmna perderne il capo; a ditlul- 
mcnta prato Vaanì della HomM, M>- 


alMItta dal Fucc, riene Dania a i><i- 




fe.^ la Terill M fatto . i »oi «B. 


430. «Mt-infiMt. dQDdhuiniiili, 


plici.CIAiKannc aal I29S. LKipedii 


QUO «culli qacl rhc di lui ti chiolaia. 


di 8 Iacopo di Pialla dora aì cuModi- 


t^2. di trisl- ttrgogna. Vi una 


»iBo ì pr«i«; arredi , ara abianiila il 




Tetarn ; partii è qni doli» lo tagrmlta 


(allo, a qaatla i Mi. e unta: Ta uba 


diMIi arrrdi. 


lui'allra eh. nuca da diipiacare a da 


44S-44S. dì KiH al dimagra; « 


•IJR) i'oKn •«^xrlg, ( qaNli * M- 


apopala, « rauU dall) parta D«a. La 
/iTlaiona di PhIo» in Hiancbi a Nari «<r- 


IWidailririi. 


433. Clu fiia^id'i" fui «. Inlndi ; 


Tanna oal 1500: « nel IIOI i Ku- 


(ha quand» .1 h. n oii .trailo. Ìl db|^a- 


ahi p«l»i.u dl'ainta da. BiancU Sa- 


■fra del Farci duo luleTa naiceni da 




limora d'inftnit . pnidocch* aranti tn 


■mili, rilnipaliti ia Fir*nia, ed aoeaM*- 
l'ii. alla parla nera, flcerv <i dx ipnla 


nolo al Bando il toa del.Ua a la «a 


pani i n* rIÌ dotna di do»r« la qaallo 


prevalw alla h'anra, e •cBob il potar* 


llIlB rallrgrara an no ocmira di parte, 
aliami» alimi alla n> P.ata.a. anal 
m Dania, cha pai ,a .p Urrà PirraWa 


canihii nella rrpnliMiFi modi di n- 


vemo t saiemanli ; Poi Ftrmf rim- 


nova gnu > modi, illor. i Neri Ha. 


■iMlH rKronl.L. 


ranlini drlibtrarono di morer la armi 


i BS. tarfro (.Ha JajrriMa da' hlll 


conlro Piiioii dominili dalla parla 



C^NTO VENTESIMOQUARTO. 



165 



Tra£:ee Marte vai)or di vai di Maqra, Ub 

W è di torbidi nuvoli involuto, 

E con tempesta impetoosa ed agra 
Sopra Campo Picen fia combattuto: 

Ond' ei repente spezzerà la nebbia, 

Si eh* ogni Bianco ne sarà feruto: i50 

E detto r ho, perchè doler ten debbia. 

himt», t per ■•fjpMT ncarem d col- le storie pistoiesi ■vvenoe nel 4302, 

kfu mt o cea Lacca, eletto capitano del- segnilo la resa di Seravalla, la dedizìona 

F i ^ yra ia MarorUollalaspina, marchese di Pistoia, e la rovina in generale di 

di Gievafalle in Lonigiana ; il quale parte bianca. Questo è l' avvenimento 

rcaaa a por 1' assedio a Sera- che sotto alle|;oria vaticina a Dania il 

itdlo inifMirtante de' Pistoiesi, ladro Pucci. — TraggtMwrUwtpor^e. 

ìy Tcdnta il pwieolo che gli minao- Marte, il Dio della gnerra , trae, moo- 

~ ìaaai e insieme quanta più gente ve, di Val di Magra (la Luni^ana sn- 

• , t andarono incontro ai ne- periore cosi detta dal fiume Magra cbt 

Ma il Malaspioa, sentito V avvici- la traversa ) un vapor fnlmineo cinto di 

^oi Bianchi, «acì loro addoaso con torbidi nuvoli (il Malaspioa circondato 

m iaspato , e gli sconfisse iiw dai Neri , che sono come ona nuvola 

nel piano ikm è tra Seravalla pr^na di burrasca). Questo vapore ne- 

' li , che è campagna Pascià* duIoso sarà combattuto acremente in 

kcnte IHfeeiuf, e die il Campo Piceno :ond' egli rompendo dalla 

Cmmpo Piceno t cioè Pi^ sue nuvole, menerà tal mina, che ninno 

Alla qnal battaglia , che secondo dei Bianchi n'andrà senza danno. 









CANTO ir^XTESmOQÌJWSTO. 

il PmU m ritmmrdan mtiU ttttìmm holfis, mtdt Cmto Ctmtmum tk» tOftrU 

éittrB mi ttttmmiator Ftautt Fmeti, mffotmmd» tkuui^t te lui «i samttrm. Bi^ 

iUrnstn Ftarmtmi A$ Jutm tmdri éM puUtm» dtimn, él uti dt' 



Al fine delle sue parole il ladro 

Le mani alzò con ambedue le Gche, 
Gridando: Togli, Dio, che a te le squadro. 

Da indi in qua mi fur le serpi amiche, 

Pcrch* una gli s* avvolse allora al collo, 6 

Come dicesse: Y non vo' che più diche: 

Ed un* altra alle braccia, e rilcgolio 

«Isò ac. Atto sconcio tìchi, che anco su una torre della ròcca 
i ia dispregio alimi, mei- di Carmignano, caitello del territorio 

pistoiese, si vedeaoo due braccia di mar- 
mo che lacean le fiche a Firenze. Vedi 
Qio. Villani, lih. fi. 

4. mi fwr h tarpi tmi€h§, VoUi 
bene alle serpi, poiché fecero eonleflAa 
Dd rasto qaest' atto dispai- in me ti desiderio di veder pooito Pan* 
^ t JBpii limata doveva nella gara pio bestemmiatore. 
* |Mi «MVf aaito ostte ag^i an^ 6. diche^ dica. 



Ma i ilio gnaso fra l' indice e U 



I. • le li afHciro, a te le indiris- 
■|i b fa. PropriaoMnle iquadrmr§ 
^ «mìm teff , addirUsar$ 9oUé 




Mia.' nwcBRo 

Ribadendo sé slessB sì din 

Che non pelea con esse dare un crollo. 

Ati Pistoia, PL<:Loia! che non stami 
D'incenerarli, si clie piìi non duri. 
Poi clie in mal (m- lo ^eme tuo avanzi? 

Per tutti i cercbi dell' Inferno oscuri 
Spirto non vidi in Dio tanto gaperbo , 
Non quel che cadde a Tebe giù de' muri. 

Ei si Tuggi, che non porlo più verbo: 
Ed io vidi un Centauro pien di rabbia 
Venir gridando: Ov'é, ov'è !' acerbo? 

Maremma non cred' io che tante n' abbia, 
Qnante bisce egli avea su per la groppa, 
Inlìn dove comincia nostra labbia. 

Sopra le spalle, dietro dalla coppa, 

Con r ole aperte gli giacwa un draco, 
E quello affoca qnaluoque s' intoppa. 

Lo mio Maestro disse: Quegli è Caco, 
Che soUo il sasso di monte Aventino 
Di sangue Tocq spesse volle Iseo. 

Non va co' srioi fralei per u 
Per lo furar frodolenle eh' e 



8. RaaJmdu Bitadirtn 



I 

L 



Ddl'uie, poKÌaclii ntr quc 
trtpilUM IMO DhiaJg. 

io. thè «oli Monst. cbe ami bU- 
biBid, percht dmi dclilMii. 

ti. (Cfnmvrarlf «., il'ibbniBir- 
ti, il elw pii Bm lii. 

43. Poi Chi la mal forw.. pntSè 
inferi o«l nula operarci Inni anUmll, 
eoi i KÌitli fmimi ili Cilillni, rifug- 
iili MJl'igra piiUitH. Suppoaa fiuta, 
■ biw eniUrui nal ti.lga li lusi l«ni- 
|ii,cki pan Mrli iIfì Piiluimiaìsceiidn- 
uroduHltirilidiCatiliiii.cKcralliiD lo 
> laro dlHgnrt eviilrn li pilrìi, 



Un 



ti n'i r«a*r(«: < 

lì F«ti'. 



tnitaio . 



1 . Ifiimiiiiu: i In i>^ p( InlM del- 
la Tmub*, hI quale inna buu ia pia 

ptr lo groppa, m p<r la 

'21. nailra tatbia, unirà fonila 

£2. diXrodaSa coppa. odia OBCa. 

H . E f nell'I B/Toca H. E quel 
(oatTuvciiabbrgnaiiualniiqBaita- 
pa. <'inn>Bln. con cno Cenlaiiro. 

SS Quegli i C«a. Quota taoHiao 
■ ^'Virsilù 



ma e iada*a Giarp r« dall* filinre 
pan«H,<|ìèJaqiH4tapr*rlpiuU.V«li 
aC*iiteXIV,tcn.4eaa.£. 

le. cht luiB parli pie ttrie, eht 
«M dìoi pili pò rota. 



(rfT.p< di 



nù fari : per la qnale nprtaniMOul* 
lo ha errdiilD d'Ila rana dai CanlnrL 

28 ftM CD to-iuà fratti n. Km 
>a ÉB «iiuuagn>a df|;li aHri CmMdì cha 
alaniH nal crrrliiD de'itulentì , ptrcbt 
■gli BtAla Cruda nal rubare, mi II tom. 

3D, Tir lo forar k. Caca r«bt ìt 
Taccile che Ercnle faiceTa pt 
la Ataiiliao. » irwBJdt rt 




CA?(TO TKRTESIIlOQnmTO. 467 

' Del grande annotto, eh* egli Mìe a rìcino: so 

Onde cessar le sue opere biece 

Sotto la mazza d' Ercole, che forse 
Gliene die cento, e non senti le dìece. 

Mentre che si parlava, ed ei trascorse: 

E tre spiriti venncr sotto noi, .36 

De* qnai né io né '1 Dora mio ^ accorse, 

Se non quando gridar: Chi siete voi? 
Perché nostra novella sì ristette, 
E intendemmo pure ad essi poi. 

r non gli conoscea, ma ei segnette, 40 

Come suol seguitar per alcnn caso. 
Che r nn nomare all' altro convenette, 

Dicendo: Cianla dove fia rimase? 

Perrh* io, acciocché 'I Duca stesse attento, 

Mi posi '1 dito sa dal mento al naso. 46 

Se tu sei or, lettore, a creder lento 
Ciò eh* io dirò, non sarà maraviglia. 
Che io, che 'I vidi, appena il mi consento. 

'««cafliiiujìarc «innclietrofino aMasaa dannati traMadrì non per farti prìrati 

'Htrt , acciocché Ercole non potesse • vili , ma perchè posti nei primi cari- 

*'*He e discoprire il furto; ma le ehi della Repuhblice ne distrassero a 

'*erW mogghiaodo mero Tana la fro- loro prò le rendite, e s'arricchirono a 

*'^n'astato, che sotto la clsva d^Er- danno poLblico. Vedete che bricconi 1 

c*i« cadde morto. Vedi la descrizione Queste cose, grazie a Dio, non si sentono 

èàUtu'm Tito Livio, lìb. I, e. Vili ; 

• il Virgilio stCMo, Eneid.y Uh. Vili, 

Hn« 413 e seg. 

Sf. • tirino^ in TÌcinanza. 
SI. 6tere,m<>taf., cioè torte, inique. 
(|nelle parole che oggi si 
esriasivamentc in eh€ o gke 



Mv«MÌ mche in et o gè per l'affi- 
■iti dei 4«es«oni: cosi direvasi, per es., 



' e/f fire in lango di piaghe e fltiehe. 
S3 CHene die eento ee. \ uol dire, 
étwtkXtne Ercule nel suo furore dcase 
• Ctc» ccBlo pertoase, c(«tai non scoti 
U deÓBa, poiché era gii morto ai primi 



S4. ti perfora. 



Virfiilio. — «idH; 

passò oltre. Ved 
b «■ a valore di eceo, o oppmifo. 

b. K : 5|uiadi, • allora. — <re jpi- 
HK. Oblili seno Agnèl Bmnellcschi 
^^■ÌcvÌm U dice Àgtutio: vedi la 
«H M^, Bmoo defili Ahati e Pve- 
òs Sciancato de' Caligai , tre cittadini 
'HPMfdcvoli di Fireiue; i qoali aon 



a' nostri giorni. — wtto noi, cioè sotto 
l'argine »ul quale eravamo noi. 

38 Perchè nostra novella, per lo 
che il racconto del caso di Caco si ar- 
restò, Ci>«SÒ. 

39. K intendemmo fmre et., e 
d'allora badammo pure , solamente, a 
costoro. 

4 1 . teguilar, arrenire. 

42 Che V un ee. Intendi : che al- 
l' uno di-'oancosti sotto il ponte, conce- 
nette, convenne, fu bisogno di Bonina- 
re V altro. 

43. Cianfa. Vuoisi che costui fioiae 
della fanit(;lia dei Donati di Firenze. — 
ditte fia rimato ? Coti dicoce, perdio 
Ganfa era sperito trasformandosi in 
serpente, rome si ved rè io segoilo. 

43. Ui poti ec. : ouenlo è il argno 
che si fa per chieder silentio. 

48. appena il mi CMwenlo, tppcne 
io il credo a me slesae ; ovvero , epoe- 
oa posso convenire con me medeumo, cho 



il 



I posso COI 

fatto da 



me tedoto na vtto. Ok ér- 



468 DELL nmRMO 

Com' i' tenea levate in lor le cifi;lia, ^ 

E un serpente con sei pie si lancia 
Dinanzi all'uno, e tutto a lui s'appiglia. 

Co' pie di mezzo gli avvinse la pancia, 
E con gii anterior le braccia prese; 
Poi gli addentò e 1* una e l'altra guancia: 

Gli diretani alle cosce distose, 
E miseli la coda tr' ambedue, 
E dietro per le ren su la ritese. 

EUera abbarbicata mai non fue 
Ad alber si, come l' orribil fiera 
Per l' altrui membra avviticchiò le sue: 

Poi s' appiccar, come di calda cera 
Fossero stati, e mischiar lor colore; 
Né l'un né l'altro già parea quel ch'era: 

Come procede innanzi dall' ardore 
Per lo papiro suso un color bruno. 
Che non è nero ancora, e il bianco muore. 

Gli altri duo riguardavano, e ciascuno 
Gridava: me, Agnél, come ti mutil 
Vedi che già non se' né duo né uno. 

Già eran li duo capi un divenuti, 

Quando n' apparver duo figure miste 
In una faccia, ov* cran duo perduti. 

Persi le braccia duo di quattro liste; 

Le cosce colle gambe, il ventre e il casso 
Divenner membra che non fur mai viste. 



70 



75 



gnifica che il tenso coatrastava in lui 
eoU' intelletto, che non potenclo conce- 
pire ane com si nuova, iacIÌDa>a a cre- 
der fallace la \ista. 

49. Com'i^UneOt mentrMo tenca. 

50. E un serpente^ ecco che an 
aerpente.QnefttVra il Irahrunnato Cianfa. 

51 . all'uno, cioè ad AgnèI Brunel- 
leschi. 

55. Gli diretani, cioè i piedi didie- 
tro. 

W.tr'ambedue, tra le due cosce. 

ti. s'appiccar, t'attaccarono, s'in- 
corporarono. 

63. Kirunnèl'àUro, cioè colore. 

€4-66. Come procede ec. Non altrì- 
aanti au per lo papiro, o carta, cui siasi 
cppiccato il fuoco, Tedesi andare ionao- 
u alla fiamma | on color brano , che 



non è per auche nero, e il color h i tia n 
di mano in mano alterarsi e memi.—* 
Il papiro è un arbusto egiziano, di dM 
gli antichi preparavan la carta. 

C8. O me: lo stesso che 
Agnèl: dall' accento qui necesaaiM £ 
questa parola parrebbe che noa Um$ h 
popolare alterazione di AngelOf ma n il 
troncamento di Agnello, 

72. duo perduti, ilue insiema 
fasi, l'uoiiiu ed il serpente. 

75. Ferti le braccia ec. 
ed intendi : Le braccia, di qaattr* Grti 
che eran prima, si fecero, diventaroat, 
due sole Iute. Lista significa wi Inif»* 
stretto peno di checchessia: ma qui vi^ 
ne trasferita (|aeb(a voce a sifoifiearo li 
due braccia dell'uomo e i d«e piadi aa 
lartorì del serpente. 






CAUTO TBRTBSIMOQUINTO. 

Ogni prunaio aspetto ivi era casso: 
Dna e oesson V imagine perversa 
Parea, e tal sen già con lento passo. 

Come '1 ramarro, sotto la gran fersa 
De' di* canicular, cangiando siepe, 
Folgore pare, se la via attmversa: 

Cosi parea, venendo verso l' epe 

Degli altri due, un serpentello acceso, 
Livido e nero come gran di pepe. 

E quella parte, donde prima è preso 
Nostro alimento, air un di lor trafisse; 
Poi cadde giuso innanzi lui disteso. 

Lo trafitto U mirò, ma nulla disse: 
Anzi compiè fermati sbadigliava, 
Pur come sonno o febbre T assalisse. 

Egli il serpente, e quei lui riguardava: 
L* un per la piaga, e V altro per la bocca 
Fumavan lorle, e il fumo s' incontrava. 

Taccia Lucano ornai, là dove tocca 
Del misero Sabcllo e di Nassidio, 
E attenda a udir quel eh* or si scocca. 

Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio: 



469 



so 



S5 



90 



95 






'^ ffmi frimaio otpcUo ee.: ogni 

•ipHto dell' ODO « étiV litro 

^' ow tt rt o, perduto. 

T7. pertersa, perrertìta , confoM. 

71. • tei, « in tal forma qaal'io 

'WdamiU. 

'9 mmmrOptptnedì locertola. — 
^frm ftrtm: fenm par derÌTato dal 
Im. fmm^ « vaio hoUore, ardore. Al- 
<M k aaaloodooo eoo ferzo, lat. fé- 
fili; aa io pcaao col Gberardini che ia 
flipatroso aia dall'altro diverio. 

M. Ù^ éTeamieular, no'gioroi che 
iSdbèaalU cottollaziooo della cani- 
•k cioè mI aolliooo. — e4tngiando 
■ift «. : aa per pasaare ad altra tìepe 
%!!■■ la via , aeoilira una folgora 

Q. r«p0, la panca. 

S. M aerpmUUo. Qneat' à il tra- 
AoMla Fraocaaro Guercio Cavalcauti, 
»i ■ ékk all'«ltÌ0o Terao del Caato. 
^tmm. latcadi mccuo d^ira. 

tt. f fMpll* p«rff «e., cioè il bcl- 
■*. par cai il falò naare alimento nel 



86. all'un di lor, intendi a Baoao 
degli Abati. 

8d-90. thadigliaoa. Pur come 
ionmo o febbre l'astaliue. Il mono de- 
gli aspidi e di certi altri rettili produce 
u realtà il acono, a cui poi tnccede la 
morte. — eo' pie fermali , fermo aa i 
piedi. 

93. il fumo t'ineoiUrava^ percioc- 
ché dall'uno passava neiraltro scambie- 
volmente, ed operaTaii cosi il muta- 
mento delle natura. In questo fumo 
adunque s' accoglie V intima sostenta 
dell'individuo. 

95. Del misero Sabello ee. Costoro 
forooo soldati di Catone, i quali paaaao- 
do par la Libia furono punti da serpi 
valanose. A Sabello per la puntura si 
diatruaM il corpo, che in breve diventò 
cenere : a Nassidio si gonfiò in modo, cba 
la eoraua scoppiò. Vedi Lue., lib. 9. 

96. ii ieoeeoy cioè si lancu dall'ar* 
eo; ani par metaf. vale ti wumifuto, 

VJ. Taccia te. Ovidio nel 5^ delle 
Mtetamorf. narra come Cadmo figlio del 
re di Fenicia Agenore , e (oiidt\ioc% & 



I 



DELL IKFGiUrO 

Che se qadlo io serpente, e quella in (oole 
Converte poeiamlo, io non l' invidio: 

Cbè duo salare mai a fronte a fronte 
Non (raamulò, si eh' ambedue le forme 
A cambiar lor materie foaser pronte. 

Insieme si risposero a lai norme, 

Glie il serpente la coda in forca fesse, 
E il feruto ristrìnse insieme l' orme. 

Le gambe con le cosce seco stes^ 

S' spfHCCsr si, clie in poco la giuolara 
Non hcea segno alcnn che si paresse. 

Toglioa la coda fes.*^ la Ggura, 
Che si perdeva là, e la ^ua pelle 
Si farea molle, e quella di là duro. 

r vidi entrar le braccia per l'ascelle, 
E i duo piò della Gera eh' eran corti. 
Tanto 8lluni;ar quanio accorciavan quelle. 

Poscia li pie ditetro ia'iieme aitarti, 

DivenlaroD Io membro che 1' uom cela, 
E il misero del suo u' avea duo porti. 

ungiiln in HTpcBlt ; a Ini !>• ì Ldini dinira ttiUgla orr 



kidw><Mlttr>«. P<r- 



I cW Ovidio 
la Xt ira A, 



quella dia t 
Umatarìa, 



Mli nmapBur» gli usi a|li >Jtn «u 



4DI.I-MU, ditlaai 

•t*aadfvrniar«)iirdi 

tu. £ 1 l^riut. I 



lalminl. 


' In lorg. che i 


poco d'ora la 


Ii«aia 




ar.(l«rnt.ra) 




i... »ì i»l<» 
ani» din, al». 


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livaanaraur.- 


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la Usura l«i'.(a dr' [ 










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L, p,iu .il. 


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dura, n 


ualla àAVa«B 


5erpai.lL. 








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Ib ucall. 




riandai par H- 


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m dol Wltla. 


113 


dk' (TOH corti. InlnJi ì pia 


J.^a.li, 




li animili toa». 




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corti dMnVdi 


HI. 


■»dla, cM la dt«U ima» 


dall' OHI,.. 






tipilM.-ipia 


dIddMItfWt.. 


ut! 


S U -iui-. . 


M tm --«» 



■nuia itrt tatilu atto purli t 
; i pMll. Coé Dduliro, DI 



CàmO TENTESIMOQOINTO. 

Mentre che *1 fomo 1* uno e 1* idtro vela 
Di color nuovo, e genera il pel suso 
Per r una parte, e dall* altra il dipela, 

V un si levò, e 1* altro cadde giuso. 
Non torcendo però le lucerne empie. 
Sotto le qoai ciascun cambiava musa 

Quel eh* era dritto il trasse in ver le tempie, 
E di troppa materia che in là venne. 
Uscir gli orecchi delle gote scempie: 

Ciò che non corse in dietro, e ai ritemie. 
Di quel soverchio ié naso alla foccia, 
E le labbra ingrossò quanto convenne. 

Qoel che giaceva, il muso innanzi caccia, 
E gli orecchi ritira per la lesta. 
Come face le corna la Inmaccia: 



il\ 



430 



126 



130 



■vtic|iBW i wp ftt ti— 3rret«iie. Te- 

^ '• fÈt%t» BMlamorlofi la pcrpctaa 

)*nfiiMliiua dell« norw , cone to- 

fn U ^10 il Po«t« : il srrpf , o lu- 

<*1iliMj fa BBciubro tirile delle gambe 

nati; e Fsome fa gambe aerpertìoe 

UaeiCBe bipartito ; e co^) nel resto. 

III. Memtrt che 'l f^tno te. Meo- 

te^H foiBO èk il Culaie del aerpe 

iI'hw, c quello delFoomo al serpe; 

«■i avrpeste genera il pelo umano, 

aalrt b loflia all' nomo cbe diventa 

arpe fa. 

Ut. Uptl «tao. Il pelo per la su- 



iU. £'••, il serpente rbe si can- 
ai il MBao. — V mitro cadde giuto. 
L'mmB à alene p<*r terra nella ma 

421-123. U lue*rM empie. Sotto 
bfaai ee. Generalmfnle per qucRla 
ihanw •* intendono sifnifirati gli oci-bi 
iBli 4c4l' nonio che deli' animale, per 
kwà gaardatura reeiprnca si mutarono 
Fa» acir altro. Ma il R*'«^tti dice 
ée MB ia fona del guardo si operava 
li inafinniariiinf , ma si per le due fn- 
■■i carretti cbe a vicenda dall' uno 
•iF altra penetravano. Lucerne empia 
), ascondo lui. sono dettr per 
la piaga delP uno e la bocca 
aada il fumo asalava: la 

Ci ImmÌw non caiaarono. ancba dopo 
Fan ti Irvi a V altro cadde, di rima 
l' ana all' altra, a d' ineofr> 



trarli le dna caalaaoni, aotto rattiviUi 
d^le qnali aiaacmio ^dna cambiava il 
ano musa, o la ana fMicia primitiva. Può 
darsi, dirò io, cfaa la mutua trasfor» 
mazione si operasse per T azione riunita 
del guardo e del fumo, a che il Poeta col 
nome di Iveeme empiè abbia voluto ai- 
gnificare del pari a gli ocebi a la aor- 
gente fumosa dalP uno a dall'altra. Vadi 
Uv. 9leaeg. 

124. Quel ck'€ra drilio, cioè que- 
gli cbe era divenuto nomo. — il tratte 
ia ver le tempie, ritirò il mnao aar- 
pentino verso le Impia, aceorciandalo 
aaeondo l'umana forma. 

423. E di troppa laateria ee. In- 
tendi : E del ao^erchio della materia on- 
d'era composto il muso serpentino, e 
che venne verso le tempie, si formarono 
le orecchie. 

120. gli orecchi delle goie tcem- 
pie, dalle goie cbe prima erao Ksee, 
da cui cioè non sporgeaoo gK oraocbi. 
Altri, tra' quali il C4«ta, leggono: le 
orecchie delie gote teempie ; e spiegano 
le orecchie teparmte, tporgenti dalle 
gote, come uHko le nmane, a diflaraata 
di quelle dei serpenti. 

427. Ciò che non corte ee. Onella 
parte drl muso serpentina cbe naa e»> 
irò nella teaU, reato fnofi a fanaara il 
naso della farcia naana. 

430. Qìftel ehegiaeeBOt aioè Paona 
€^ va trasformandaai in serpente. 

432. face, fa.~ fciNMtcWK V 




E la lingua, ch'aveva unita e presta 

Priina a parlar, si fende, e la forcuta 

Nflir altro si richiude, e il Fama resta. 13^ 

L'anima ch'era fiera divenula, 

Si fugge sufblHndo per la valle, 

E l'altro dielro a lui parlando spula. 
Poscia fli volse le novelle spalle, 

E disse all'altro: 1' vo' che Booso corra, f«» 

Com' ho fati' io, carpon per questa calle. 
Cosi vidio la sellima lavotra 

Mutare e irasmutaro; e qui mi scusi 

La novilA, se Bor la penna aborra. 
Ed avvegnaché gli occhi miei confusi <-*> 

Fossero alquanto, e l' animo smagato. 

Non poter quel ruggirsi tanto chiusi, 
eh' io non scorgessi ben Puccio Sciaocalo: 

Ed era quei che sol de' tre compagni. 

Che venuer prima, non era mutalo: *B*> 

L'altro era quel che tu, GaviUe, piagni. 

IS3. 1 la fortula AdCoItmee. («erti IritlpuBto uri btrticalui £ l*r 
gUKrpcDle.'~nrùJ»'Hdi, ■ iti bollii più eh* DCll'illn, p(r <* 
— Tttla.trtn: mftaioUiaci»- l'uiime g«iirji* h* inFtitrta ^iul<*' 
••ulu il IDI) nuapitaendi. rit«He. JIt<'rra * da ahorran, it0* 

— i.-j ._ •! L_.,__ jo„„ ji aberrart. tcdubitU V* ^ 

0, rami) in ilirt Bir«l« à iti* v>MÌ*' 

jii •■«•■■ 



AÓ^rpartand/npufa-fii 




rie. UXIriiqH 



>lDnB*- uni fiorito Altri hi ipiefalv, aUfP 
LIPuil* rari per ntlUr torra, lupafaM- 
ÌDlH)iKl«iaiiÌ iti lulln *IM ad iMIt. 
■nenie llb. BdaimgiMrU, v<|t»iIlDaf*i. 

li pDM ita, magalo, •hiueid dall* •>• 

ncuro- alUiiU, ilopi'lalii'. 

117. lapin ckiuii, linls uam* 

1M. Salirò «e.: àot mW d> 
vino tono* di «>rp«t« tert Bmm té 
bellicn. Qmtdi i mmt FnnoMetar 
eia CeialuBli GonicitiM, wriw il ■• 
(nra A Vii d'Imo delta Giirill*. Htf 
piagni, poitU ftl TewlelUddUBBW 



CANTO TEIfTESIMOQUINTO. 



173 



W Cmleaati tmnmù meem nolU dei rAliffbierì, oè ertdo che da tutte 1« 

noi «liitiQti. — Qi«slo ranto delle tra- aDtiche e moderne letterature doìm pro- 

(Imurinoi è eoo dei piA solenoi mo- darsi aoa descriàone di ak Wu eri- 

natala della maraTigUoaa fantasia del- densa. 



CANTO TEivn»inasE9T#. 



ftr ffi i^tr ttml massi, «ft* ia^fmrtmù s€^m m semsétn, rUalimm I Potd sm lo seogUo; ptr 

^fmmsmà» M i» t gimmgme sàTMumm Mgim, BUm ^Imsds é'buuumsrmàUt Jtnuumsllt, 

rma MTstttm éUtùUs, « 9tmsmm él ssst dtiuéa In ss mm psceators. Qmuts il supplitlù éi M 
riva'* rsUmi émmmm «oa mstmti s fmdMsmH tmuigti, Mmwmsmti dtmtn m ummjlammta fortitU W^ 
»iéi I CUsm, Imdtrittm Fìrrilia, psr eomfim$$r» mtPJImmmm, Ui pmrUm m qiustuMm»^ t me hm 
'«Mt éMs smm infsUta iMVif asJow. 

Godi, Fiorenza, poi che se* si grande, 
Che per mare e per terra baili i' ali, 
E per lo Inferno il tuo nome si spande. 

Tra lì ladron trovai cinque colali 

Tuoi cittadini, onde mi vien vergogna, 5 

E ta in grande onranza non ne sali. 

Ma se presso al matti n del ver sì sogna, 
Ta sentirai di qua da picciol tempo 
Di quel che Prato, non eh' altri, t' agogna. 

E se già fo<«se, non saria per tempo. 10 

Cosi foss'ei, da che pure esser deei 

I.Cediaf. È ^oesUno' ironia piena none. Tra questi danni si possono an- 
'ttarma e di dispetto noverare la ruina del ponto alla Car- 

2. Cht per wuire e per terra batti raia , F incendio di 4700 rase, e le fo- 
cali*: cka vai famosa per mare e per ruci discordie tra i Bianchi e iNen,eoae 
km. tutto avvenuto qualche tompo dopo l' im- 

S. t per io Inferno il tuo nome magtnata visione, 
ii epmée. Perciocché in qnasi tntti i )(-9. di qua da pieciol tempo^ fra 

flinAf S eaan s'incontrano de' tuoi àt- poco tompo — ^t quei, sottint. aintua 
'"'' eota^ o t' avvenimento di quel ee. 

40. non taria per tempo. Non sa* 
rebbe presto abbastonza , mentendolo 
ta da gran tompo. 

4t. Coti fott'ei ee. Intendi: es- 
sendo fatole che quatti mali drlla mia 
, e si perversi li sof- patria accadsno, fossero pur eglino ao- 

caduti gih ; perciocché, se ri tordano, io 
ne avrò afiaono tanto piò grave, qnante 
pin sarò presso alla vecchiezza, a mi te 
disavvrnlurc sono assai pia temenlal^ifi 
ed angosciose. Questo spieganoon où 
par di tutte la pin conforme al cnot*- 
sto, e che rilevi un piò giasto eoneetto; 



i- 



4-4. diafsie eoiali Tuoi eiUadiml: 
tqm nnaainati nel canto precedcnto. 
'-aàdir «< vien vergogna^ E tu ee. : i 
fHft sa laa vergogna a me perchè fio- 
iwiao cas'aaBi, non fan troppo onore 
• k^li gcscn 

7. Ma if prtffo ai mattin ee. Ma 
^■■••dolB io, che di qnestu tuo p^ 
^tm e morate djs«>rdine sentirai in 
danni , danni che li 
nrdeoicnente non che i 
teMii, te terre stesse del tue domi- 
^; li te WM profezia pin vera e piò 
*n%dail sogno che si fa soIPsurora. 
^ ^ A(tts seeeodo nn' antica snpersti- 



pemucchè in generale è vensatmo che 
la giovrntn ha in se pio valide armi che 
la vecchiezza contro le ittntwm ^mi^W 



Che più mi graverà , com' più m' iMeSo[ 

Noi ci parlimmo, e su per le scalee. 

Che q' avean Èlle i borni a scender prìu, 
Rimoniò il Duca mio, e Irasse mee. 

E proseguendo la solinga via 

Tra le scheggio e tra'rocchi dello scoglio, 
to pie senza la man non si spedia. 

Aliar mi dolsi, e ora mi ridoglìo. 

Quando drillo la menle a ciò eh' io vidi; 
E [NÙ lo 'ugegno affreno eh' io duo soglio, 

Perché non corra, che virtù noi guidi; 
Si che se stella buona, o miglior cosa 
U' ha dato il, ben, ch'io slesso noi m'invidi. 

Quante il villao, ch'ai poggio si riposa, 
Nel tempo che colui, che 'I mondo schiara. 
La faccia saa a noi tien meno ascosa, 

Come la mosca cede alta zanzara, 
Vede lucciole giti per la vallea, 
Forse colà dove vendemmia ed am; 

Di tante llamme lulU ri^ilcndea 

I , dinw ddli 




Bi.SÌn^Jij^.l«^| P«|. ^ J! 



)!., mi tu d.1** 
« nutm* invidi, aw 



toni, •pifinif 
print imi la ili •■ 



ttadt dinnntn, tolge II riuln ( Bui*, ^» 
•la aurals rìfliviiia* 1 auMrita )1 
Po<^ ilala rHordtniadi qurltWnA 
Doll'alla» tKitgia.ahtora'.ppar^olit 

deiriiiiriids ( d(i ti[itt, ck* fvn ka 



Ina, aaJar riil ncilt Iona dal lailri, 
Vadl Gaal* UlV, icn» 70 a h^b. 
^». U pie mia la man non ri 



Jalsra • apatrito in •«Ikoia 
il. Spthta •ntffito » 



CANTO TENTESBIOSESTO. 

L'ollav» Mgìa, si com'io m'aooorsi, 
Tosto che fot là Ve H fondo purea. 

E qoal colai che si vengiò con gli orsi, 
Vide il carro d' Sita al dipartir», 
Quando i cavalli al cielo erti tevorsi; 

Che noi potea si con gii occhi seguire, 
Che radesse altro che la fiamma sola, 
Si come narolelta, in si salire: 

Tal si movea ciascuna per la gola 

Del fosso, che nessuna mostra il furto, 
E ogni fiamma un peccatore invola. (*) 

io stava sovra *1 ponte a veder surto. 

Si che s^io non avessi un ronchion preso, 
Caduto sarei giù senza esser urto. 

E il Duca, che mi vide tanto atteso, 
Disse: Dentro da* fuochi son gli spirti: 
Ciascun si fascia di quel eh* egli è inceso. 

Maestro mio, risposi, per udirti 

Son io più certo: ma già m*era avviso 
Che COSI fQ<vse, e già voleva dirti: 
Chi è in quel fuoco, che vien si diviso 



17^ 



36 



40 



H 



60 



tt. Ià'99 a fètido pmrta. Ih dorè 
^tf^Tr% , àvmi n ti «^«vm il foodo. 
ai. k fmai colui ce. In quella 

niM fàm odm «e. ^a««ti è il profeU 
... '— '« ■»>■■ o ttMto b«rref|r]fiiit« 
wm» larM di pctoUtiti fannulii , li 
e al «M» m«li-«lirf uarimn* 
narrhia due o si rbe 
di que' mmrhinHti »br^ 
. — fi «engiA si teniiirò 
SS. Wiétii emm» ce. \'uW il earr« 
, «««il* il pntfMa p«rtaU> •• 
ifc»>«4 uii è L t«n-ra. 
sa. ffrorai, è «in<f»p^ di ìfpvroH, 
I già di lcv«roiin. co«h' nitri eretl«. 
S7. Che noi poleo oc.: rhe r«irchio 
I p«i>v« firn v««lrr0 né Elia . uè il 
I, aé i ewaUi . ma «ednra tal*- 
r ìm s|ilcod«ire ari fiiiico. 
#, Tmi oc. la c«t'>l \\%\-% \ il tei 
dal ^ai del verso S4 I ù «Irtta 
r«%8oo per X as<-rtur« del 
oaaraaa cliinileTu ia 
Miaa eioatraTt il 
ftlaatTa il pacca- 

n Caoaiflicrì fraadolend. 




45-44. twrìo^ Sioe.: ritto ta^ piedi 
(bob pia carponi), a coti dal ponte 
aporgeadooii cvUa paraoDa falla bolgia, 
eM tfc. 

45-4a. «rio, ariato. — allcfo, at- 
tento. 

47. Dentro dtf fi^otki, deatra ai 
fuochi , alle fiamme. 

48 <f« quei eh' fgK è liicefo, di qnd 
fuoeo dal qiialf é acceso. 

49 per udirti et. : doè Parerà a^ 
to le tor p nile fa che io sia più certo. 

50 m' era ooriao, m'era aecerto, 
o m'era miniafrinato. E il partie. tronco 
del \erbo arvisarft V'ha cki orenda 
avtrùo p«r luNite, in ««-bmi di opnrione. 

51 e gùk wUra dirti E già «CaTa 
per di*maii«iarti (•|a«4 rhe segve). 

52 Chi è in qnei fmoeo ae. Chi è 
ÌB qnel fu«ie«* che viime di«bo nella taa 
cim4 , IO quella gniM cbe aarvrTa la 
fiamm « d^l rogo di Elende e dn Poli- 
nice T Kaccoota Slatio cba, aBBcado stali 

5>*sti IO «n roedesiiMO rafo i cadaveri 
ri dur fralrlii nemici, la fiamma bi- 
Sa leiidfNi) d e«le «e(pt>» c«-iae l'ocKo loro 
arasae anoma dopa la morta 



476 



DELL* IlfFERlfO 



Dì sopra , che par sorger della pira, 
Ov* Eteòcle col fìratel fo misot 

Risposemi: Là entro si martira 
Ulisse e Diomede, e così insieme 
Alla vendetta corron com'all' ira: 

E dentro dalla lor fiamma si geme 
L* aguato del cavai , che fé la porta 
Ond* uscì de' Romani il gentil seme. 

Piangevisi entro l'arte, perchè morta 
Deidamìa ancor si duol d' Achille, 
E del Palladio pena vi si porta. 

S' eì posson dentro da quelle faville 

Parlar, diss'io. Maestro, assai ten priego, 
E riprìego che 'I priego vaglia mille, 

Che non mi farci dell' attender nìego, 
Finché la fiamma cornuta qua vegna: 
Vedi che del disio ver lei mi piego. 

Ed egli a me: La tua preghiera è degna 
Di molla lode, ed io però l' accetto; 
Ma fa che la tua lingua si sostegna. 



6S 



6.1 



6S 



70 



54. miso, messo. 

56-b7. L'Uste e Diomede. Quosti 
doe famosi Greci adii ali contro i Troiani 
ordirono insieme molte frodi a danno 
duMoro nemici. — Alla vendetta cor- 
ron ee.: come corsero insieme a sfo- 
f;are la loro ira, cosi ora corron per la 
fossa dentro una medesima fiamma • 
|iatìme la divina vendetta. 

58. E dentro dalla lor ee. E nella 
loro fiamma, dai medesimi Diomede e 
Ulisse, si piange l'in{;anno pel quale i 
'JVoiani furono indotti a ricevere entro 
lo mera il gran cavallo di le(|no, dal 
cui ventre uscirono i guerrieri che Troia 
distrussero. 

51). L' aguato del earai, ehe fé la 
porta. L'insìdia del cavallo, per cui, 
Troia aperta, i Greci v'entrarono, ed 
Enea coi eompafjni ne usci , condotto 
dai fati io Italia per fondarvi un im- 
pero eterno, ed eaaer seme d' un popolo 
magnanimo e glonoso. Quanto eoocetto 
in quanto poche parole t 

<H . Piangeriti entro ee. E in quella 
lìamma piangeti pur da loro U frode 

Ser cui Deidamia anche morta ai duole 
'Achille ^ perche per essi fu da Ini, eoe 



ilto in oui'lla corte, mandelavi delt 

Ire leti per sottrarlo al fai* dhe 

V attendeva a Trma ; ma scoperto per b 



sposo, alibandonata, e pei • Polh 

posposta. Era Deidamie 6glia dì ' 

mede re di Sciro. Di lei iddi 

AeJiille mentre veatito da do3Da 

occul 

madre leti per 

scoperto | 
arti di Ulisse e Diomede, lo eai 
alla guerra , e il fato fu pieno. Dì q[ut 
remore nacqne Pirro. 

63. E del Palladio ee.: e yì ■ ra> 
il fio dell'aver rapito ai Troiaoi Peft- 
gie di Pallade Minerva. Era fa 
Troia sarebbe stata sicura dai 
sin tanto che quel simulacro fa 
custodito entro le sue mura. 

65. astai ten priego ee. 
quanto desiderio e quanta iostaosa e^o^ 
coglie in questo modo iogeono e ÌUM> 
liare. 

66. raglia mille, cioè wmfia per 
mille priet^i. 

6j . Che non mi faeei ee., cbe um 
mi nieglii di aspettare finche li fiiBBa 
bipartita ec. 

69. del disio, pel gran deaiderio. 

72. ti tottegna, n estenga dal pM^ 
lare. 



CAirrO TBlVTÉllllOSESTO. 



<T7 



Lascia parlare a me, ch*i'ho concetto 
Ciò che la vaoi; eh* e* sarebbero schivi, 
Perch* e* far Greci, forse del tuo detto. 

Poiché la fiamma fu venuta qoivi, 
Ove parve al mio Duca tempo e loco, 
In questa forma Ini parlare andivi: 

O voi, che siete duo dentro da an fuoco, 
S* i* meritai di voi mentre eh* io vissi, 
S* i* meritai di voi assai o poco^ 

Qoando nel mondo gli alti versi scrìssi, 
Non vi movete; ma i* un di voi dica 
Dove per lai perduto a morir gissi. 

Lo maggior corno della fiamma antica 
Cominciò a crollarsi mormorando. 
Pur come quella cui vento affatica. 

Indi la cima qua e là menando, 
Come fosse la lingua che parlasse , 
Gittò voce di fuori, e disse : Quando 

Mi diparti' da Circe , che sottrasse 



76 



SO 



SS 



90 



73. he eometUo, Iw comprato , ho 
Toa«lo «dU aia »mU. 

74-75. €k' tf tsnhktro iehM M 
!■» é t U§. Perchè adrfocrcbhcro forte il 
km parian: 4'calrar Icco io parola. 
La ragaa èi éé vica faori dal caotcato 
wmèmmÈ». P aata aaa area rapporto 
aiaaaa aaa fat a ti Eroi, par potorai ax* 

loro ana ^BModa. 

ara Grata. fA ahbitai Tedato piò 

■la paiaa Badi tpiriti l'affetto 

• U %mmo Jeiraotica favella 

farfi parlerà. Cook , per dtare 

~ 4ct UaU, Vesedieo Cae- 

Hrtarrageie df41e tot eoipe: 

iUr h éieo (rìtpoaile). Ma 

Im fuc tkimrm fateiU, Che 

ir dH 9èando mntieo. Né 

palava ia eooipeato di eie vaatarti 

Bcratàato fama eoo alca- 

■ tara aoai a alla loro aa- 

, uà iaipegaarli coti per gratiia- 




■ 

d 



ad fai di rartati di rìtpoeta. Ila 
• polca hea farlo Virfilio; e lo fa. 
7a. mmdi9i: è la primitive lenni- 

ahe •• laltr di piaata dal lai. 
te. T^mtritmi ài vai: vale 
aa ia aicriCai vnetra frana. 
a2. fli miHvtrti, iataodi r Ew^, 
ia f ani araici • di alila allo a t«- 



blime : la chiamò altrove alta tragedia. 

84 . Dove ptr lui perduto a morir 
§ii$i. Dova da lai perduto ti andò a 
morire ; cioè , dove amarrìtoai aodè a 
inira. 

85. £4» vMigoior come. Finoa Ao 
la cìnta maggiore della Samroa bicorne 
aie qaclle m ctii ti nasconde Oliata, 
Bomo piò famoao di Diomede.— /lam- 
wta antica. Coti la chiama, perchè 
molto tempo era corto da che Oliate ara 
morto. 

87. eoioé quella. Inleodi /Camaii. 
— affatica^ ■R>^- 

88. Indi la cima ee. Qaindi dima- 
nandu la cima citme te fono le lingua 
ttetta ddio tpirìto che perìatae, ce. Ed 
è appunto la lingua rhe di dentro co- 
manira alla fiamma oad moto, conta 
fadrcmo al principio drl Canto teg. 

04-02. Circe. Famota maga, hai* 
Ktaima dflia pertoiia, le quale mntava 
i tuoi amanti ia bestie. Alcuni Gred 
amiri di Ulitte furono ceti tratformali : 
per la quel cote egli vmnto a Id la ea- 
ttrinte con minacce a render la forata 
primitiva a' tuoi compagni; ma praaa 
egli tlcAto d'amore, c«io ceto Id ti rì> 
nate nn anno. •— gottratee Me, cioè 
m teaoa naacaalo. 



il 



Me più d' un aimo là presso s Gacto, 
Prima che si Enea la nominas^^ 

t\k dolcezza di Bgliu, né la pìéta 

Del vcrdiio padre, né il debito amor?, 
Lo qnal duvea Piioclope far liela. 

Vincer poterò denlro a me l'ardure 

r.h' l'ebbi a divenir del Diundo esperto, 
E degli vìzj umani e del valore: 

Ma misi me per l' allo mare aperlo 

Sol con un legno e con quella compagna 
Pieciola, dalla qual non fai deserto. 

L'un Ilio e l'allro \ìdi inein la S|«(:na, 
Fin nel Murrocco, e i' isola de' Sunli, 
E le allre che quel mare inloroo ba^a. 

lo «'compagni eravam vecchi e lardi, 
Quando venimmo a quella Toce stretU, 
Ov' Ercole segnò li fuoi riguardi, 

Accìorcbè l'uom più oltre non si metta: 
Dalla man destra mi lasciai SHiìtia, 
Dall' altra già m' avca lasciala SetU. 

frati, dissi, die per cento milia 
Perieli eiele gionli all'occidente. 



: 

I 



* 



92. M prtsifi a Carla, ct<>t prtw di l*±. • Si>i<l*i 

Gul**C(po J'Au.u GotlMdiktil ìlBÌ,l>l>. Mli, «.W. 
nooKJiEBH.elis m •ILn)r •«Blinn t03 driirl», ■bt>u>.Wito. 

■tu anlrlu u »ni.ntU Caùla. IHS (' hk Ut* ( l' aU» Snn 

tt-96 Uè dùitaia di li^io tè. il Ui4.lw>wa tWIi I'um< l'allr* &- 

Jr.i>.ii i.ì pJu y\\.Z,t«"«^ì' r'P- j-infi. Hii*Sp<ii-*.<<' '*'•- 

frìtta it\it ifipiilUuwu i hbU dUli i06. travili tKtki t iarélM fa- 
ài alluri CMiii •!> t^m runuuiia mth» hBf 
•5. 0ti ttoMa p»lr^ Ai Liurfi. |ii«ii.l^ >l Mi<l>i«rr.«».— (-{ al. 



tao. miti wtt tur ralla «Mn ui liitt>natliMHMii Iiokvnfd'biàl*, 

■pirla. jUnn. d MnliUn*»., pi. . „•>« il miA 4W(a in *[<M, ■ 8 

■pcrta, f<ò ipUHM. |»Enlinini* .lei swiiK Ctlpt in Eiin>p«. Nat* il Cai* 

min IsDiD, |ifr nii ••rcblii «Lmiia ika in It-war» ckiamud Mig^^réi 

utiur* laruKnilu in CiaiU. i Mm-Bi aka diiiJaMi > laiu, ■ i fd 

fui. lompaiima « ilMai gananl- « li cnlnn» (ha AtandaBa U lk^ 
ataU ft fwtiHiHii, UJlatr \- i, if. HO SMIU Eiiielw, 

em ia rt * ia ■^llr parala ta«>» gli III Sitla OgRi t •laU* ObK Ak 

UltfU . a » iitmmi u u».» Hrtko- Jall'Alou •■ la aimta di «ìliiltina. 
lèra<Mtkai> .fiialU „) XIV wala III '» frali, ■ IraMlli : mM* ■( 

at M(U rwH«a toLliiam. alia ar Jia, crinainila. 
•jni or K Ujii'sE'»! clu menu |»>tn 113 olVtrtWiUt. <Ìat«lli^^H 



CIKTO VEimpUMMesTO. 179 

A poesia Uoto picciola vigilia 
De'voslri Bensì, ch'i del rìroanenle, jts 

Kob vogliate w^r l'esperienia, 

Diratro al Sol, del monilo eenu gente. 
Considerate la vostra aeaoenza: 

Falli non toste a viver come bruti, 

Na per seguir viriate e conosoenia. iio 

Li miei compagni léc'io si acuti. 

Con qnesta oraijon picciola, al cammino. 

Ch'appena poscia gli avr« rìlenoU. 
E, vetta ooMn poppa nel mallioo, 
■ De' remi EMemnm ale al fólte volo, ^ 4» 

Sempre acquislaodo del lato mancino. *" 
Tolte le sleDe già dell' altro polo 

Tedea la notte, ali nostra Unto basso, 

Che non sorgeva Ator del marin snolo. 
pinque volte racceso, e tante casso, 130 

Lo hme era di sotto dalla lun*,^ 
Jtf. hn tliontrati eravara neiralto paSM, 
~~ji^^ Quando n' ^|iji;irve ona montagna bruna 

■Éb mèinUìt M DDiir. FiiiiFmo. Krv |> In Emo rigattia illi UT«| al 

Ili^lT.^fwMarir C.>i.iMÌ«i: MI*»!*, allttcMiigliii* lunii. 
■MBf liate « fartta |..Vc...li cffilia 426. M Ut» mandM, cM iM» 

^^r^tn urna tt ^«ni. ,.<K i liu i U pèrle U fiAt Mlatlio. 
^,i„«.>i>i»l1 :... .1,. ..„., whìb- 12lt. wriM la maU4, riai, i« *» 

p- r--: . fKIra* Jmdirollt, •BiJlt BntM.— (tia» 

> nr. dil itr* InU tu» «. Vii4 dire eh il 

■s4a litiu fitm di rtliquo ttl\ mjar palu WIInlIriaBilt irDiII id «Mn fi 
rupii fnu« ^fi iiiiitfo fmifl dfl>f« il «nltv dr1l'ariit»alc di ^Jli fuK* 
|icfan di ttdrrt e di rnotirrrr I «ni- ^ deirOr«*ii« di« il uii^lorf lì bwt- 
■faiw lin«tr( THla d'ibililnn'l, cbt ~ ti il eh* npnin rhe iiu pHHla 
nnaWnMi illnn.— itinlnotSol. riqniUn «I ■••«•*•« t«u il pala 

Hi* da annlr ib m.lrrU. tSU Ciifw collr k. Caifit «II* 

Ita la «oKra tnMia, (iet li ri «ri liuuìi plrnilaaiii tcin.|iia Titta 

tfàlk dcU'BB*g*T«lr>Dalan. il aeiilaDle. — Musi nanrila. 

1M prr *r»a>r rinate ( eMa> 131. Lo laaw ... « Mila rfaUa 

«nM.prr (UrKlrrdll'iniairtadtlli lau. BivnJn la Ibbi ■nnipaitir 

TÌ>U. a Mia c—aawM dilla oh, aa- cwa * aiuiitinata ■ a^l'tnitlfm 



M *ma ari™» pariort a arti' inlrriBra , aanndaAl d 

131. Ac'fe II •mi. eiat, ia U Sola li aa.rda a d) It ■ di «*. lU 

M »T^Ba ai a nlali i aliai caoipafai >m p«... >tdrrl. (fcr ^Hada Jfal* 

114. iiJ«altÌM. JTafKMila^ 133 iif«r alla pMM, mCI* ili* 

ama aaaiteu, •aJ^d«lto''di ^ iTft^K» Jrllr Caùao* d'Emd*, afe* 

pa. fai il l-.>ala chiù. l'aH* KBa. (M 

tu. Dt'rrmit lamdi : nari» arda* r panflHH. 
■a i rasi nlaaamala, aana K ali I» »3'I34. wu 



480 



dell' UIFBKIfO 



Per la distanza, e parvemi alta tanto, 

Quanto veduta non ne aveva alcnna. i» 

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; 

Che dalla nuova terra un tortx) nacque, 

E percosse del legno il primo canto. 
Tre volte il fé girar con tutte l' acque. 

Alla quarta le\ar la poppa in suso, 140 

E la prora ire in giù, com' altrui piacque, 
Infin che *1 mar fu sopra noi richiuso. 

eenda delle fertieoM onde del mere. 

440. Ailm qmmrim letmr te. Sap- 
plìeci il ff del vcrao aolec^enle. 

AAA eom'altrtU piaòiue, cioè, eo- 
■0 ■ Dio pieeqee. Pere dko qveeto 
parola aiaiio none da ■■ eeiio scnti- 
■mbIo di dolore del bob arare egli , 
meoirt riiee, coneeciolo e veaereto il 
Tcro IKo, il cbì Bone bob eoa perciò 
proferire io qBeeto iBOg*. Che l'Ita- 
ceaee p a r i ne aavigaBdo par l'Ocoano, 
lo dinaro PUbìo e SuIìbo. 



Per Im disUnaa, Una moBtagoa che 
per la gran distaoia à apparÌTe acvra. 
FofM Tuolei oui accenoarc la monlagna 
dd Porgatom, che Dante inunagina 
neir emisfero e noi oppoeto, e di cbì 
parlerà in fine di questa Cantica. 

436. tornò in pUnto: si sottin- 
tende la nostra ailegmxa. Vedi qnel 
che notsmmo si Canto XXIII, verso lU. 

458. il primo tornio, la parta anto- 
riore, la prora della navB» 

439. con tutu l'oegat, àoi a so- 



CJkXTO VEHTESHHOSElTan. 




jtrtm/lMito rltacms» ti tmm mccMMy 
m rUtmni «adi* per pMm, <•«•• ck« éi^fii mmmM éi Mamtmtmm. Pn m ét Dmmi» m 
éiifmtm mtVuttkuètm ééthi ipùuu, pngm st^fan U mmm éitmL È H mmt§ GmUm dm 
die marrm ctmf» tim dmmmmto ftr «a fndmUmf» é sttUtimat tmsigU» 
tufaaio mi. 

• 

Già era dritta in su la fiamma e quota 
Per non dir più, e già da noi sdn già 
Con la licenzia del dolce Poeta; 

Quando un* altra, che dietro a lei venia. 

Ne Tcce volf;er gli occhi alla sua cima, 1 

Per un confuso suon che fuor n* uscìa. 

Come *l bue Cicilian, che mugghiò prima 
Col pianto di colui (e ciò fu dritto) 

4-2. drtfla in tn, e quela: cioè, non fece dono a Felerìde tiranao di Sieilia, 

direndugli che ae alcnoo gindiaBla b 
flKM-te vi fusee poeto eotro, Br-^aÌBdì 
fatto fuoco sotto , I* BOBio nahÌBiB 
avrebbe uicsao maggiti siiBiiglÌBBti B 
tinelli del bue. Il larenno foco l'oapari- 
mento sopra l' iniquo artrSee, b il lem 
di rame mugi^hìò col pioiilB^ cioè c^B 
grilla dello slesso Perillo. — * • cid /kl 
drillo, e ciò fu ben ginato. 



. — • — — — -.- — r - <, ^..-w, ...._ 

piasi sgttavs né mormorava. — Per non 
dir più : perciocché lo spirilo avea ce*- 
salo di parlare; e dal parlare appunto 
naaeeve Pagitaiinne della fiamma. 

8. Con la lieemia te.: con la li- 
cena di Virgilio, che prima lo aveva 
invitato a dire. 

7-8. Comt'l Ò«M ec. Penilo artefice 
•tenieae eoatmì un toro di rame, e ne 



CANTO TERTESIMOSETTIIIO. 4^1 

Che Payea femperato con sua lima, 
Slogghiava con la voce dell* afflitto, io 

Si elle, con tutto eh* e* fosse di rame, 

Pare el pareva dal dolor trafitto; 
Così, per non aver via, né forame 

Dal principio nel fooco, in soo linguaggio 

Si convertivan le parole grame. '^ a 

Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio 

Sa per la ponta, dandole quel guizzo 

Che dato avea la lingua in lor passaggio. 
Udimmo dire: tn, a cui io drizzo 
• La voce, e che parlavi mo lombardo, so 

Dicendo: Issa ten va, più non t* aizzo : 
Perch* io sia giunto forse alquanto tardo. 

Non t* incresca ristare a parlar meco: 

Tedi che non incresce a me, e ardo. 
Se to pur mo in questo mondo cieco r5 

Caduto se* di quella dolce terra 

Latina, onde mia colf» tutta reco; 
Dimmi se i Romagnuoli han pace, o guerra; 

Ch* r fui de' monti là intra Urbino 



4S. CmI ftr mom «mt «e. Itleo- 

«Mi ff ^OfWlf ffWNf (cioè U Mrol« 
■dia Gammal bod 



CiiumJì d9 pràia adU fianmia fora* 
aa • «M mmàe aacirBe, ai «mvertHrano 
4m mtm I f a y pia y gio, cioè ari liogaaggio 
ed ff ai M , aaaia od ■onnorio eoa la la 

44. Httl wrimHpio vaia lo ataMO 
cfct àa p t imipio o ini pHuri^. La 
Ja lf Bl i parola a4flai|«e b«hi aveao aal 
fffiarifia via aè foraaie nella fiamaaa. 
far aaa aaaera aIaU aarora divita «lai 
ialo ed farlaola. La In. <la ani pr»> 
wdta è Mia Nidob., dei Gdd. Pai. •, 
«7, • d'allri Irati, ed * più chiara dal- 
r ahfa émi^rimHpin dgl fmoeo, thè par 
«anaUa a dira la atraao. 

le. calla hr aiaffio, praaa Q kra 
aa^MBaala aa par la feamaia. 

17. rf—d a fi fiiel ftHsia, daada 
«■M fatala alla parla taperiora daHa 
ydla vikraiianc alivaa ch'alia 
dalla Kfifaa la lor Ma- 
i,adl'aaeirddU 




20. dke pmU^i wM UmUrdo. 



Fona la roea ium, ora, (formata par al- 
lÌMÌ, come mi para aiasi detto aocÌM al- 
troTc, dalla lucodona latina {p$m Jbora) 
ara a ^uel trmpo piò apcdalmaola dd 
dialetto lombardo. Se pure aoo ai vad 
qni prender la parola lMn^•ftla 0^1 
lato teoso d' ttelioiio, coma aaoad a]i- 
ticamenta. 

21 . non Vaitxo, aoa ti aedCo, aoa 
ti tlimdo. Ovvero, aoa U atostica dar- 
▼aalaggio con grati aeeaoti porcile piò 
dica. 

21. 9 ardo, appara brado io ^la* 
ata fiamma. 

25. ptir aio, par ora, ora di p^ 
eo. <— > circo, buio. 

26-27 Ccrra £afla«, par farm 
Ifaliaiui, dHU doUt per affHto di pa- 
trio. — onrfe mia eoipm ec., dalla qaala 
io veanì «loagipù cdle mie aqlpa: eoo 
che acretioa d' emere aa italiana, a aftr 
vìmoIa e peccato ia Italia , a lana pie 
ch'altro per amore d'Italia. 

29. Ch' <><. pmlièio fd. itTftmh 
U$e.,éoèét Mooic Feltra, crttè padt 
anpra un monte tra Urbino a la aorgaola 
del Tercrc. In questi daa versi fiadir 



48» 



dell' UfFEAlfO 

E 1 giogo di che Tever si disserra. 

Io era ìngioso ancora allento e chino, 
Quando *1 mio Duca mi tentò di costa, 
Dicendo: Parla to, questi é Latino. 

Ed io eh* avea già pronta la risposta. 
Senza indugio a parlare incominciai: 
anima, che se* laggiù nascosta, 

Romagna taa non è, e non fa mai, 

Senza guerra né* cuor de* suoi tiranni; 
Ma palese nessuna or ven lasciai. 

Ravenna sta, com*è stata molt*anni: 
L* aquila da Polenta la si co%'a» 
Sì che Cervia ricopre co' suoi vanni. 

La terra che fe già la lunga prova, 
E di Franceschi sanguinoso mucchio, 
Sotto le branche verdi si ritrova. 

E *1 Mastin vecchio, e 1 nuovo da Yermcchio, 
Che fecer di Montagna il mal governo, 



30 



35 



40 



45 



iìca la soa carìoaiU dì Mper n«oT« 
de' Romagaaolì, eitendo alato Roma- 
gQOolo ancor egU. 

51. ingimo^ Terto la foaaa. 

32. mi Untò di eotlm. Mi toccò dal 
fOMÌto legfcrnienir nai Gaoco. 

33. qu€MU è lofino. cioè Italiano, 
a cai puoi parlare, esKcndo dtlla tua oa- 
nona. Ciè appella per oppmiziooa a 

Sari rha fa detto al vrrao 73 e aeg. 
ci Canto prcccdanto in propoaito dei 
Greci. 

37. Romagna lua non é, a non fu 
mai €€. Sempre nel cnure dei roma- 
gnooli tiranaì è diicurdìa e mal taleato; 
ma guerra aperta qod rra id Knmagna 
^nando icaai quaggin. — Il Guata leggeva 
ne non fu nuii, ed annoiava * • ne aenta 
accento Tale e; alla nual vocale tal* 
volta per far coot4>nio rurecchio p«inii 
innaiui la », come fece il Petrarca : te 
gli occhi tuoi ti fnr dotti ne cari. • 
— Ma in tal ca«i il ne altro non aa- 
rabba cha la congiun/iona dei ProTcn- 
ttU nf , cha vale la noatra e. 

41. L'aguiU da Polenta Prvnda 
l'aquila, an&a da*Puleulani, in Inogo 
dilla Eamiglia toro cha aigiioreggìava 
Bnvcona a Cervia. In aoaito tempo 
l'era aignora Guido, amico al nostro 
PoeCa. — Alcnni teati portano là ffeo- 



ta; ma l'Idea dall' aqnìla polenCana 
cha ai cova aotto lo ^acioaa ali Raven- 
na, mi par pii o^na di aigniScato • 
più poetica. 

43. La tarra m. Porik. QHado 3 
eonle Guido da Mmilelaltro ara 
di quella citU, Martino IV 
Irò Ini un eacrcito compoalo ia pma 
parte di Kranccai. La àtlè aaalH 
lungo asaedìo, cha oni i dotto Set, 
proKaj finché par le arti dolio 




conte Guido fu fatto aangnii 
dei Franerai. Ciò avvenne nel i! 

43 Sotto U èrameké taréi^ emè 
aotto il dtiininio degli DrdclaB, dbe 
avevano per arma «n letmcios venie, 
dal meno in tn d* oro, e dal maum m 

R'n con tre lìato verdi e Ire d'eroL 
'era allora signore Sinibaldo. 

4G. S 'i MoMtin vecchia m.: laM 
Malalesto padre e figliuido, mgaeii A 
Rimino: ani chiamanai oMUlMI, enai, 
cioè cmdeli tiranni. Sono detti 4a TAn- 
ruechio^ perchè qnrato cnttalU h è^ 
gli Ariraìncai dimato al pr ie ae de'llal^ 
IcaU, che da qoeUo pei a'iiham il I»* 
Iole. 

47. Monlagma: ■ohifii 
lieie rimineae falto 
rìre dai MaUicata, come cape de*fihl^ 
bellini in quelle 



CANTO TOmsIMOSETTIIIO. 

li, dove sogHon, fon de* denti nochk>. 

Le città di Leraone e di Saelerno 
Coodoce il lioDcel dal nido bianeò, 
Cbe mota porte dalla state al verno: 

E qoella a ciii il Sano bagna il fianco, 
Coli con' ella aie tra 1 piano e *1 monte. 
Tra Ciraonia ai vive e stato franco. 

Ora chi ae* ti prego che ne conte: 

Non esser doro più eh* altri sia state, 
Se 1 nome too nel mondo legna fronte. 

Poscia che *i Aioco alqoanto ebbe ragghiato 
Al modo SQO, Tagota ponte mosse 
Di qoa, di Ui, e poi die cotal fiato: 

S* io credessi che mia risposta fosse 
A persona che mai tornasse al mondo, 
Qoista fiamma stana senza più scosse: 

Ma perciocché giammai di qoesto fiNido 
Non tornò vivo alcon, s^i*odo il vero, 
Senza tema d* infamia li rispondo. 

r Ali Qom d* arme, e poi fu' cordigliero, 



483 



60 



66 



60 



66 



4S. /te É^émtt MMdbto, lai 

I, CMt Wf Mi! I loro f^jpou* — 




. CtmiuitUHomeeL HdMnlo 

IfloaetlU tm- 



II, b ab Tmm è «■ 
b ém» città. — miào ^m fifoiCai il 




Ckt wmim fmrU m.: cbc CmìI- 
la wpf ■ UflM del 



Sl-Si ff fMfa «e. lBln£ Gacu 

SaaM Savi* : ■ ^■•lU g«in 

i« Ira il piaiM e il «laait, 

fra la liraaaii* « la bWU. 

■aaiaii b IfàfrM. mm s'è 

Sa 2al CaaCa 1. Mrcaè per cata 

a'abva a « aabliU : il 

f ia af^NfOf ca# araipi 

abpraitraacIPi 

^riè^h 4all*arti^. 
«par aacbrv. 




■ 55. cht ne eonU» che ci 
cIm ci dica rhi la ae*. 

5Ì. |»té cA'alIri f<a «fato. lat : aa- 
gii apirìti pfgeedaa tu aiaa i a i aUr rag at i. 

57 . 5« 'f aoaia «aa m. : aaa'i il ooma 
taa faccia Iroata, aaatraalo aU' oblio ; 
cioè, eoai poasa il tao aoaM darara laa- 
gaaMato aal aioado. 

58-59. ra^yMalo Ài wod« mo, 
cioè fatto il tolito romora dM fa b Saai- 
aia afilala «bl voalo. B braa «{aetto 
mgghimn è orodotlo imi frta w lo dello 
apirìlo alla laBaata rìaordaaia d'aver 
macchiato il glorioaa aao ooom aaa 
aa' opera iadegna . 

so d<*colal/lalo,iBaadèeatalfa- 
ea, eaai parlò. 

SI . ciba mia rÌ9pó§tm (éU9 ae.: che 
b napondeasi a peraona che Coaae per 
rilamare al oioado. 

parate /l a a i ai a «e. Qaeato 
Boa darebbe pia crolb; doè, 
b ni tarerei. 

SS. Scasa Immi «Tln/kaiia. per- 
chè ^ue»la itoB TÌaiia che da delitti a 
braMara pel ad. 

S7 caMffffirfra.daède'frati Fraa- 
caKaaij che d dagaaa di corda. 



Credendomi, si cinlo, hre ammenda: 
E cerio il rreder mio veniva intero; 

Se non To.-ise il gran Prete, a coi mal prenda. 
Che mi rimise nelle prime colpe; 
E come, e quare voglio che m' intenda. 

Mentre eh' io Forma Fui d' ossa e di polpe. 
Che la madre mi die, Topore mie 
Non furon leonine, ma di volpe. 

Gli accorgimenti e le coperte vìe 
lo seppi tulle: e si menai lor arie. 
Ch'ai line della terra il suono uscie. 

Quando mi vidi giunto in quella parie 
Di mia eia, dove ciascun dovrebbe 
Calar le vele e raccoglier le sarte; 

Ciò che pria mi piarei-a. allor m' increbbe, 
E penlulo e conresso mi rendei, 
Ahi miser lassol e giovata sarebbe. 

Lo Principe de* nuovi Farisei 



liB. CTfdendnml, il e 



63. Bttrla ilcrtdrr*e., < 



■MitaiB* hTcm- 



<M» ■Uri wm 


pi «gli MBÙ, 


J>i -U 


grò» Prttt. .0 


ai Ai„ d. p.,. 


llloBif.. 


àe. — aemnu 


Xpr™**'., 




■ddwooiiniBK 


.!.: 




11. Chi mi 


rìmUttt.:ct 


>« mi fece 


di»DUH IHIfIR 






72. f«r<, 


l.tÌBÌ.mo, per fuot 


«flOM- 






79. M«urr 






DiKMc lame, << 


'pporr: nenli 


r.d.. io 


(•nÌDi| Mono. 


.1,in.m«,le 


««■eie 


fdp. (c. Ponm 


. i ut,l„ qai 




Ill«&w. 






75, ff«. r. 


>nm l«H>l>u 






cndrl*. mi . 


i'ululur 


nti'gn., ooQ d 


■ torte e E«ii 


ro», mi 



Bj. mi rendei I 



J, ,u.„a» I 
obMI.. . 



BipiilirA •*(•(■■ 



7«.Ck'<|Antfr..-clialil>m>dill« 
' )l. C«far fe rrl« te..- dot, l>- 



i«rc.tnl«>de<ttBaak 
<utiFafÌKÌ.iÌùma 
rcliliddU Corta Ri> 
miglieBU dà PariMi 



GAino TKlfTESIlfOSETTlllO. | 

Avendo guerra presso a Laterano 
(E non con Saracin, né con Giudei; 

Cbé ciascoo ano nemico era Cristiano, 
E neseono era stato a vincer Acri, 
Né mercatante in terra di Soldano), 

Né sonflno nficio , né ordini sacri 

Guardò in sé, né in me quel capestro 
Che solea far li suoi cinti più macri: 

Ma come Costantin chiese Silvestro 
Dentro Siratti a guarir della lebbre; 
Cosi mi chiese questi per maestro 

A guarir della sua supertùi febbre: 
Domandommi consiglio, ed io tacetti. 
Perchè le sue parole parver ebbre. 

E poi mi disse: Tuo cor non sospetti: 
Finor t' assolvo, e tu m* insegna fiire 
Si come Penestrino in terra getti. 

Lo ciel poas' io serrare e disserrare, 
Come tu sai; però son duo le chiavi, 
Che il mio antecessor non ebbe care. 



185 



90 



«5 



100 



i05 




•e.: iTMiclo 
eoi ColoQDcti, i 
• Sta GioTanai 



i 



9 mttmmo m. : • ocmno d«ì 
■, ràsrfiU U fc«i« erifii*- 
M, OTB Mate ad «iHignart Acri io com- 
ftfài ^Saraeni; « Bca«aBo aTCTt 
racila ai Sararaai aMilenaii, par iTÌdità 
41 faalagaa, vattavaflio e praTrigiooi. 
Va la aaa g aai i a era eoi Meli, coi figli 
Mai. Vadi ^aaala bratta, qatnt'aaipia I 
9I<«91. Jfè aoaiaio ufieio ae..* aè 



^ alla propria difoitii poa- 

ìértàt^mè agli ardtn 



lini Mcn, oè a fMal 
al cordooa, all'abito di 
Sm Pfaaeaaca, dd aoala io ara Tcatilo. 
n. U tmm Hmtt t€,: cioè i frati, Ì 
^adi A Mal aardaaa n dafooo. — 
pie WÈum, par la coaCiaaa oiortifiea- 
b«aa dalla caraa a aar l' ewrcixio della 
«irta, di cai ^mtììù a sìoibolo. 

Mm aa w i C9$imUÌM ee..* eoaM 
San Silveetra papa (il 
eaiCa aalla cavaraa did 
I firaUi, a Saratta, fr fogiira la 
■8ia«a rfac bccvaei ai Crialiaai) 
ilatb* dalla lebbra il gaanMc, awl ac. 




Onesto paragona par il dagolara aaii- 
tratto delle idee eoa induca, rieiea aaa 
satira aeutiaima. Del rarta, lebbra a 
Uèbr§ diesar gli antichi al aiagolare, 
coese portm e porte, 9emm a vena. Mia 
a «sfe sa.; onde al pldr. le porti, la 
aeii< ee., eòm'oggi dicesi «atlaa vefie, 
«eaieiUa e tewtento ed altri. 

96. wutettro, in antico era siaam- 
no di «e<iteo. 

97. deUm tua mporbm fèkèro, deb 
dalPodio roiirtale rbe egli portava ti €»> 
lonnrsi, g«'nersto ds superbia. — Ffè* 
bri eoa dhienule da Ssnt'Ambrogio la 
sregolate passioni : ftbrit nottrm tupor- 
bia r/f . febrit noitra tuKwrim e§l, oc. 

99. ebbre, cioè, da briaco ; da «amo 
faor di ragione. 

\ù\. Finor, fin d'ora. 

402. PenaslWiM. la terra di Presa* 
ale, og^ dilaniala PoUttrimm, Papa 
Bonilasio aveva InagaaMnta aawdiala 
invano ^aeaU fartcna ; par lo cba M 
dispose ad averla per inganno. 

405. ChoUmio omìommr. Papa 
Cdestiao, che non ebbe aara qadla balla 
cbiavi , avendo rinnniiata la teda 
filicele. 



486 dell' iRTEBlfO 

Allor mi pinser gli argomenti gravi 
Là Ve '1 tacer mi fti avviso il peggio, 
E diali: Padre, da che ta mi lavi 

Di quel peccato, ove mo cader deggio, 
Lunga promessa con 1* attender corto 
Ti farà trìonfer nell* alto seggio. 

Francesco venne poi, com* io fu* morto, 
-Per me; ma un de' neri Cherubini 
Gli disse: Noi portar; non mi fiir torto. 

Venir se ne dee giù tra* mìei meschini , 
Percliè diede il consiglio frodolento, 
Dal. quale in qua stato gli sono a' crini: 

Ch* assòlver non si può, chi non si pente; 
Né pentere e volere insieme poossi. 
Per la oontraddizìon che noi consente. 

me dolente 1 come mi riscossi, 
Quando mi prese, dicendomi: Forse 
Tu non pensavi ch* io loico fossi ! 

A Minos mi portò: e quegli attorse 
Otto volte la coda al dosso duro; 
E, poiché per gran rabbia la si morse, 

Disse: Questi é de* roi del fuoco foro: 



110 



f» 



110 



m 



(06. gii mrgomu m ti jrmti: gli ir- 
fomeoti «atDre«-«li ; oob ìb tè medai* 
mi, BM ìb ^Bantorbè ««niviBB 4«Ua 
bocca del tomlBo pontrfiee. 

107. 14 'M 7 tioetr m. lotcnai: 
mi pimer, n' iadanero, ■ pariarr. 
dappoiché il lacar» bm fk «trrifo, mi 
parìre, che foese il p«'K(nor iMirUlo, • 
per la diaabhìdieata al capo della Chi»* 
•a, « per il pericolo a cai io poteva «•- 
aere «poeto. 

440. Mjmnga prowuum, proBMtler 
molto. — co» i'aUèmder corto, cob 
mantener poco o ooila la parola data. 

4H. trionfar, òoè, de'Coloano- 
ii. Poiché il conte Goido già fattoai 
de* Frati Minori ebbe conaigliato Boni- 
faiio di prometterò aaaai e di OMole- 
■ar poco . il papa Gnae di euer mooM 
a pietà de'ColoBoeai, • fece loro aapcra 
che, ae omiliati ai foaaaro, avrebbe mt* 
donato loro. Voaoti a Ibi lacnpo anB- 
Iro cardJBaU. amiloMnlo chianModod 
paecatori • domandeodo perdoBO, fa* 
rooo coaforlati di ogni buona iperaBia, 
ma COB questo cba deaaero Prenetla ia 



e1 papa ; 3 jaala, ^aicU lUbe 
I, feccia diiure a nediBcaraBd 
Cita del Papa. 

etico VCMW>«* JnPr 



Baao del 
ottenota, 
piano, Bi>ffliaandola 

412-113. fi 
«la. San Francesco vana* 
dermi. 

115. Bwtebfnl, servi. 

i\7.DalqmmUinqmm,imfm^^ 
camiglio d4tu, sino ad ora. — alali fK 
sono •' crini, cioè 1* ho aampra taails 
pe' capelli, Tho ovato in nio potare. 

449. peniert t volerà: panini èà 
peccalo e volerlo. 

424. comemlrisrocal. GM, dal* 
rìnpnoo in coi s'era riposala di f Bs lh 
blsa aasolBfioae del papa. Altri «ode 
no si(*niBrata ouella arooaa asatafialf 
che produce nelle membra ■■• aabili 
paura. 

423. Tm non p9n»&ti oe. T^ sai < 
saresti mai aspettate ch'io faari ih basi 
logico, a sapetei far si balla 

427. M fmoeù /toro.- M 
che farà, che nasconda agli aaaki 
gli spirili che tormcala. vedi 9 
prec., versi 41-42. 



CANTO YKIfTESIIIOSETTIMO. 



4 SI 



Percb' io là dove vedi son perduto, 

E A vestito andando mi rancuro. 
Quand'egli ebbe il suo dir cesi compiuto, 13C 

La fiamma dolorando ri partìo^ 

Torcendo e dibattendo il corno agate. 
Noi passamm* oltre ed io e il Doca mio 

Su per k) scoglio infine in su 1* altr* arco 

Che copre M ^so, in che si paga il fio i'>5 

A quei che acommettendo acqnistan carco. 

tato mai peiwlrar* u mistero di corte 



4 29 . Vfflito, cioè, il raTToho in que- 
lla BafliBM. — Mt rmciiro.soflro, poso; 
•MOTO où rammarieo. ATTortirè i noTO- 
Bi a Boo crederò istoria H colloquio che 
m qveato Canto ai legge tra il conte Ooi- 
do e popò Bonifano. Vm naa mera in- 
▼OHMMO dai neBici di qnal ponteico, 
b ^■>b piarqna al Poeta aegniCaro o 
fO M M— o n to abbellirò, tema troppo 
cara» dal Toriannile; ooneioiaiaèliè oè 
papa Boaifano foico tale da a?ar biao- 
mm di qMÌ anggerinenti dal conte 4hn> 
do; né il conte Guido rou aemplico da 
cw i l o ia Talida l'aatoluiione d'un pe^ 
màm da larù, né tampoco lecito il tra- 
fir F parate o la coaciema per limora 
od naMfVo. E ioaimcotc, quando tutto 
db tea «fvaaalo, neanao avrabbo po> 



di tanto obbrobrio por l' una jwrte e prr 
l'altra. Laonde il llnraton scnste su 
tal proposito : • Probroti huiut faci' 
norù norralitmi fldem adjungere n». 
«IO probut «elil. qmod faeiii confinx^ 
fimi BonifaeH mwmli. • 

153. posMumn' oUr§, andammo 
ataoti. 

435-136. fi pmgm ii fUt À quti 
cbo ncemmeflMulo re. Si db la de- 
bita pons a quei che jconwicl/eiufo , 
disunendo, cioè, gli animi congiunti 
per vincolo di netnra o di anùeifia o 
simile, «e^iittlatft «orco, ai fan debi- 
tori alia divina giuslizis; ovvero, ag- 
gravan d' uà gran aarico la loro co> 
scienza. 



CJlIVTO TEmrESIMOTTAVO. 




M étfwnm mi ant U U i^mmt»» étUm momm ^atgim, éom 
éi f H i gw M émrummi mHI' umtamm fmmmgtui. S»mm «i«i 

>r«. I» fturi», «MM mrmmm me umru « M rumtémi 
m «fftM/CM/v. St rmgmmm et Mqi pénmmmggt tkt /a 



pmmm i ammbtMfH di 



rm mgtme m tuumoié di' 



Chi porìa mai pur con parole sciolte . 

Dicer del sangue e delle piaghe appieno, 

Ch' i* ora vidi, per narrar più volle? 
Ogni lingua per certo verria meno 

Per lo nostro sermone e per la mente, 6 

5. Per lo no$tro termnmM : spie- 
gano alcuni : per ca(;ione dell' idioma 
nostro volgare, non sufficiente, povero. 
Io però intemlerfi più largamente: 
Per la natura stessa dell' amano lin> 
gnaggio, che, pin o meno, resta sem- 
pre addietro all'intelletto. E consuona 
cnn quel che Dante stesso scrisse nella 



I. Cbl porla mot jmr ee., chi po> 
trabba mai anche con parole BdolUt cioè 
sciolte da metro , ancne in pmsa, in cui 
il paaaiaru ■ spande tanto più libero ec. 
i. Ch'i'orm vidi. Giungendo sulla 
Boaa bolgia. — f€r narrar pia 9oUe, 
aacbo rÌMeoadoai più wlte a raccontar 
la coaa fm viepiù awtterla in loca. 



e hanno a tanlo comprender poco Sono. 
Se s' adunasse ancor tatla la gente. 

Che già in su la fortunata terra 

Di PngAia Tu del suo sangue dolente 
Per lì Romani, e per la lunga guerra 

Che dell' anella Te si alte spoglie, 

Come Livio scrive, che non erra; 
Con quella che fenlio dì colpi doglie. 

Per coDlraslare a Roberto Guiscardo; 

E l'altra, il cui ossame ancor s'accoglie -9 

A Cepersn, ii dove Tu bugiardo 

Ciascun Pugliese, e là da Taglìacozzo 

Ove senz' arme vin=« il vecchio Alarda; 
E qual forato suo membro, e qua! mozEO 

Il Sìc^ì* t il Pegli*, ddle quUmni 
Alofin impcnloR di CniUDIianf nli m 
lilla (ignorc. Gii ■nane uJ tUTI 

t S E r cUra «e E md i{D<trilin 
gfnlt tti« perì n»1li piiinfl btUft^tit in 
Munrrcdi re di rngiii e Sicilia mCuii 



r tHletlefliim fAdemiu, quilnu i 
d mttaiit duiHil . • — ( per la ih 

6, poco imo. pou upuilh : la li 



9-12 /u dd iUfl fonrfur dnhnit 
Per II RoMMl. cia« >1 dnlH dille tue 
ferite, a del ito iingoc >n>na dai Ro- 
miD> nrlle urie (^rrre che (ersn In 
loro. Vtdi I. Siorìi B'>n»Qi. — per la 

Belli i,Bile la t.ll* ilrigx de'Uomaai 

d*l1e din dei uVil^'rìV'tao'bJle o't 
iHAndè ■ ClrtJi^ne pur ■egna di vìILoHa 
ir> nocgi* • oi™o , "eroBie eonU Li- 
vie. • rui dil Poed ri ik qnl lode di 

18. re* furila : riot, »({ diliHHM- 



iFuruae {[li «Ericoltori spin* pe'ciB- 
pi , «, •rcondo il ntlonH lan, qattfc 
unno che >aiia di Crnliiai , i» rueil 
gano e npnngono io itoelefaa u» ani' 
(ero. — U don fu iHgiaria te.fMtt 
deve «etti de',„i«,p,li V.fi^ A, 
■.e>n gigrelo fede * Uintredì, VA- 
l,ii>dnD.r»>e , e li delterv . tM». 
IT. ia Tagllaetiise, pnae n|K» 



«d.» 


Wlandere 


»re< 


1. 


RenleUnol- 


tìl«IÌH d.'S.r» 




■e 


Hoberlo Gvi- 


wu4* 


lnl.ll« 


« H 




rd» duu di 


Notaiadif, eoe 




*' 





I. Dee Mni'anne ei 



Dipese del Ir«la re Miatredi. — Jj 
<b.- «lirdn di Velieri »t.lÌM ti 

UKnintiElikrfCoHo, 



dvuD iirìDiinicn,rbe di«t>nUa«l« ad <^ 
eeulo era e inieu ■ far boi^H. brft, 
hcubiId il eowglie diinglì ttt» e«lh 

CerradiRo: e perete ani d «lice A* 

llerdn viue «ii'irn.e. Pb ad IKt. 

«9-21. j; fiiol forato te. 8*, i* 



CAIVTO TEFrTESIMOTTAYO. 489 

Moflfaraflse, d'aggnag^r sarebbe nalla so 

n modo della nona bolgia sozzo. 
Già veggia, per mezzoi perdere o lalla, 

Com* io vidi DQ, così non si pertugia. 

Rotto dal mento insìn dove si trulla. 
Tra le gambe pendevan le minugia; 25 

La corata parevate *1 tristo sacco 

Cbe merda fo di quel cbe si trangugia. 
Mentre cbe tutto in lui veder m* attacco , 

Goardommi, e con le man s* aperse il petto, 

Dicendo: Or vedi come io mi dilacco: 9 

Vedi come storpiato é Maometto. 

Dinanzi a me sen va piangendo Ali 

Feaao nel volto dal mento al ciuSetto: 
E tutti gli altri, cbe tu vedi qui, 

Seminator di scandalo e di scisma 35 

Fot vivi, e però son fessi cosi. (*) 
Un diavolo é qua dietro cbe n' accisma 







fial«, • ■Mfriwi chi m mo 
trafonto , chi moaoigmrtbbé 

# ifViMf liart, Mrebbe oalla 
■M» d'c|MflMrc; mod n p<^ 

re eoa ciò rappreMUtar» 
•chifaaa ad ambila dalla 

C4à «ffia ee. CattinÌKi: 

•aa ai partapa ««yyte (bwtla) 

eoili*) Mtuii/ (la parta 

la dioaiui dalla bolle) 

|b parla di awA (ood<i dia «la 

• dilhdd mrnnW), cmHevidi 




n#« 9wUo (spaccato) dai wu%l 9 M- 
4aw ai Irà/la. 4 



r»ia 




la, ciaè Sno dova 
^ara chiaaa ocll'iotcatioo. 
£a mrmtm pmrttu, ti vadea la 
. — - fritto, lorda, felenta. 
ém Imi 9«éir m'mUaeeo, ni af- 
li aadi. EapretHoae torta, vara , 
Slacula, coaciaMÌarliè 
«a cba l'adcuonc dalla 
alP ahi rt la cha fi coolnupla. 
. Macca. DUmrtmn %alr aprirà, 
la lacdM, Ir coiea ; ^oi figara- 
' ; perriè iateudi : vaA 
m^. ,jaM aoao liilla aparto 
■al vcalra. 
l'arff CMW atorptoto re., cioè 
r ègaaito aalla ONiubra Maometto. 
Xaaawtto parto di to Bcdcsimo. 




Qoacl' impoatora nae<pia alla Mecca nel 
5tì0, mori a Medina nel 653. Rimana 
di lai 00 famoco libro detto il Koraoo, 
cha eoaliena la eoa Ic^ a la soa reli- 
gione. 

52. J/i, genero ad apoetolo di Mao- 
flwlto, portò dopo la morta di lai molli 
cembiameoti o«l borano, ad è oggi ve- 
•erato coma capa di ona ealto di Mao- 
BctUni. 

55 icandmio, sto qoi per disewdto 
o scompiglio. ~ tciima è dal greco, • 
vale srìiitura, dieaidio, aM par lo piò ia 
cosa di religione. 

(*) Seminatori di scandato, di sci- 
sma e d'ereftie. 

56. far viti, cioè fnrooo maitra 
TÌsaero. Aironi Codici : far tmiii. •— > 
Ognun vede cbe chi diviM gli animi dia 
creo fatti per essere uniti, chi ruppe to 
aailk rdi.'itiM, o la civile eoneordia, 
■Mi ita bene d'esMr diviso e mtto nella 
itetse sue membra. Questa diviaioDa 
pare a malilanento jproceda qoi aao 
molto regitls e giuilino. 

37. cccicaM. Dicono alraai dM «e- 
cùiaara e latto da scùiaa a cha vato 
fendere, t<|u«n-iare. Ma in pacato caso 
parrebbe elie si dovesse leggere asci- 
fina; e roti di falli l«gc* il Cod. Caet. 
Ma occÙMara derida dal pro^eomU 



Si crudetmenle. al taglio della spada 
RimetieDdo ciascaa di questa ritma., 

Quando avem volta la dolente =<trad3i 
Perocché le ferite son richiuse 
Prima eh' altri dinanzi li rivada. 

Illa tu (Ili ^' che in su lo acoglio muse, 
Forac per indugiar d' ire alla pena. 
Ciré giudirala in »u (e lue accaso? 

Kè morie il giunge ancor, né col]a il meda. 
Rispose il mio Maestro, a turcnentatlo; 
Ma, per dar lui <aperienza piena, 

A me, che morto son, convieo menarlo 
Pur lo Jukrno quaggiù dì giro ia gira: 
E qnesto è ver cosi com' io li paria- 
Più fur di cento che, quando I' udirò, 
S'arreslaron nel tassa a riKuardarini, 
Per maraviglia obliando il martiri]. 

Or di a Fra Dolcin dunque che s' armi, 
Tu che for^ vedrai il sole in breve, 
S'egli non vool qui tosto seguitarmi. 

Si di vivanda, che strclta di neve 
Non rechi la vittoria al Noareiie, 
Cb' altrimenli arqui^lar non Miril Iwo. 



i 

u 

É 



SK-Si. ai lo^ù érlU $p»da Hi- ii Fra IMtl<t K-mla wHìm. 8 

diaoBUB Punì ^um* |i*n4li piKtiHH nib*»li>pwin>k>iriB|Mi,tBitian4iM* 
dilli grra pjtiii, jan f* ^j«^{, un hmuiIì iW Nan«TH. tpf1»al» S 









CATETO T£HT£S1II0VTAV0. 4f4 

Vokhè rim {mó per girsene sospese, 

Maomello mi disse està parola; 

Indi a partirsi in terra lo distesa 
Un altro che forata avea la gola 

E tronco il naso infin sotto le ciglia, 65 

E non avea ma che an* orecchia sola, 
Restato a riguardar per maraviglia 

Con gli altri, innanzi agli altri apri la canna, 

Ch*era di fuor d'ogni parte vermiglia; 
E disse: tu, cui colpa non condanna, 70 

E cui già vidi su in terra latina, 

Se troppa simiglianza non m* inganna. 
Rimembriti di Pier da Medicina, 

Se mai tomi a veder lo dolce piano, 

Che da Verrello a Marcabò dichina. 75 

E fa saper a* duo miglior di Fano, 

A Riessa Guido ed anche ad Angioleno, 

Che, se T antiveder qui non ò vano, 
Gii tati saran fuor di lor vasello, 

E maz7.erati prosso alla Cattolica, so 

Fer tradimento d* un tiranno fello. 
Tra r isola di Cipri e di Maiolica 

Cioè M Fra Dolcino avoM Cagnaso , oooratìaiìnii fH^NMMoi dì 
4k «ivari, «na aarrbL* lieva Fan*, i aoali «U Malalntiiio, aMllartlo 
■•vartaa 1' avcroe U tiranno di Kimim», lii«iiiffati a «mira a 

parìammlo cim lai alia Cillidica, tarri 
fwtr Adrìaliro Ira Riniini e Faaaro , n 
p«iaero in viaggio prr mar* \ « qaaado 
lurtHMi giunti {ireMKi la Catlnlira , dai 
cimdiitkiri della na^a, acruiido che il ti- 
ranno avea ordinato, forano aoBtgali 
nd mare. 

70. vasetto, vaareflo, aiTt. 

80 maztn'ati, afTofjati io nnrt. 
Mazzera diciin!ii quelle pietre chi rf 
■Udcran» alla Inniiara f)i «oi il varl^ 
MOSMTore, gettare alenilo IO Baaracoo 
Boa pietra al citilo 

82 Tra r iaf>l« éi Cipri èe Gpro, 
ionia drl Mniliiirranco la piò orienlaU. 
Maiotiem . Mamnea , la maggiore dello 
l»ii|r Balfan. che «onn le pia orcidco» 
tali del Mi'dilrrraneo. Perriò intendi: 
da una iMri'Uiila all' altra dc^Uediter» 
raneu. Nelluiiii mm vide mai cooimei- 
tere falli» m grande ne da rnmli oè do 
gente mrgotira, rine greca, che acmpiV 
tuoi coi»i'ggi«r« pel Ueditcrrtnco. 



O. fii^«p«rflrrie^.Qnfndi,at. 
ftoo A faggini, pi4ie a lerm il piede sik 
i|awMrca«pi«r«ilpa*aa incuoiiiieialo. 

ea ■• cào , pia rlie , «e ano cha. 

iS. mmmM%i agii mttri, pnm« d»> 
fi ollrì.— Apri tmemnmm ee.. «oè la 
|oU che aro di fuori ioMO- 



Tl. fa tarmo teMna. in Iiolio. 

n. Fior ém Mfdieimm Lo.. doHo 
lMiodiS*4«ìno, pnala uel territnnodi 
U^^a. 3 ^aolc a«nima discordia fra 
A mmmim drllo ano teira, e tra Guido 
diF^ealo e Malale^tion da Kiiiiim. 

T4. lo émirt pimnn, eii« U pianoro 
é Lanhardio, cW dal dialrHtu di Ver^ 
oA noi tratt* At doecrnto e pia miglia 
«Mw. m obbaaao, buon ITarcoAd. 
ortHI* aggi dtfUvlIo prwaii lo uianoo 
oao d Pb BOrtlc lor«. 

7t m' éma migttor éi Fano : mr». 
Mr Gwdo del CoMcru, ed Augivlellu do 



492 



DELL* IlfFERTCO 



Non vide mai si gran fallo Nettano, 
Non da Pirati, non da gente Argolica. 

Quel traditor che vede pur con V uno, 
E tien la terra , che tal è qui meco 
Vorrebbe di vedere esser digiano, 

Farà venirli a parlamento seco; 
Poi fora si, eh* al vento di Focara 
Non fora lor mestier voto nò prece. 

Ed io a lai: Dimostrami e dichiara» 
Se vaoi eh* io porti su di te novella, 
Chi è colai dalla veduta amara. 

Allor pose la roano alla mascella 

D* un suo compagno, e la bocca gli aperse 
Gridando: Questi è desso, e non fovella: 

Questi, scacciato, il dubitar sommerse 
In Cesare, affermando che il fornito 
Sempre con danno 1* attender wfiferso. 

quanto mi pareva sbigottito, 

Con la lingua tagliata nella strozza, 
Curio, eh* a dicer fìi così ardito l 

Ed un eh* avea i* una e i' altra man mozza, 
Levando i moncherin per 1* aura fosca, 



so 



95 



iOO 



85. Qwèì iradilor ee , cioè Halate- 
ttÌDo, cha vadetulaoieote eoo un occhio, 
cioè cbe è deco d' un occhio. 

86. la terra, cioè Itimino, éha, U 
quale terra . tal è qui lateo, tale , ano 
spirito, che è qui meco, vorrebbe ec. 
il che TI è taciuto per elisM. Il nome di 
qaeato tale ai dicliiara in appreaao. 

88. Farà venirli. Gì' inviterà ■ to- 
DÌr con eiao luì a parlamento, come è 
narrato nella nota al verso 70. 

89. Poi farà si. Poi farà a) che 
eaai noo avranno più bisogno, come 
hanno gli altri naviganti, di far preghiore 
a foti a Dio , acciò che gli scampi dai 
tento di Focara , cioè quand» surUa il 
Tento dì Focara. G>n que^la forma di 
dire il Poeta ha voluto signilìi-are che 
Ualatestino li farebbe soninici gere nel 
mare. Focara è munte della Cattolica , 
dal qtMle svfGaou venti borrasooai. 

90. ptfeo, prego. 

93.^ Chi è a»lui dalla veduta ama^ 
rm: chi è colui drl quale dìveati che 
Terrebbe eaaer digiuno di veder Kimini. 
O , pia lattei almenie : a cui fa amaro • 



cagion di gnai PaTar TadaCo qwUa torà. 

96. a nonfaioeUm, a non poè hTal- 
lara : aark detto in appraaae il panhè. 

97. ieaeeialo, canla àa Roaa. — 
U duMar $ omw iaru ca.. daè affinar 
in Cesare il dubiUra.la narpl— ittnJa 

3 naie egli era aa ubbadiaaa al Sanala 
eponando il coniando, o ramala 3 la- 
bicone portaaaa le armi contra la film 
par mantenersi nel poterà. 

98. affermando eh$ U /bratta ar.» 
cioè, affermando che cdni A» ha lolla 
in pronto , cui nnlla manca a 
a fine nn' impresa , aempra chfca< 
dal ritardarla. E tradotto il tana 
di Lucauo : a ToUe morof, matmiittm' 
per diffmre paralit. • Hian., Eh. I, 
V. 281. 

102. Curio. Curiona^ cha, 
Lucano, diede il mal consiglio a < 
e che qui in pena del ano dclilla ha la 
lingua tagliata. —db'a dicer te. Caalrai- 






che fa ardito a dicar coak a 
404 . { moacheriii , k 

quali è stata rcdsa la 

aria. 



dalle 



CANTO TENTESIMOTTAYa 193 

ti 

Si di 1 sangue facea la feccia sozza, los 

Gridò: Ricordera*ti anche dei Bfosca, 

Che dissi, lasso I Capo ha cosa fatta: 

Che fìi il mal seme della gente tosca. 
Ed io V* aggiunsi: E morte di tua schiatta; 

Perch* egli accnmalando dnol con duolo, no 

Sen gio come persona trista e matta. 
Ma io rimasi a rigoardar lo stuolo, 

E vidi cosa eh' io avrei paura, 

Sanza più prova, di contarla solo; 
Se non che conscienzia m' assicura, ii5 

La buona compagnia che Tuom francheggia, 

Sotto r osbergo del sentirsi pura. 
r vidi certo, ed ancor par eh* io *i veggia, 

Un busto senza capo andar, si come 

Andavan gli altri della trista greggia. i20 

E il capo tronco tenea per le chiome 

Pesol con mano a guisa di lanterna, 

E quei mirava noi, e dicea: mei 
Di sé àceva a sé stesso lucerna, 



Si db# 'I MMMM «e., comeebè 

dbt 4ti Boonarini grondara, 

lafaeda. 

. Duo della famìglia de- 

allrì Taffliooo , di 

il ^oala aiutito 

BooodalmooCe 

ì par Teadicara l' onora 

•fliae da cmo Booodel- 

fl mala avendo promano di 

■■■ UMÌnlla di ^ella famifflia, 

ba di ana donna della 




èli Pana t i, tfeeè nna Sgliuola 

falla acceaa la prima f a- 

rdBa in Piranse. la quale 

in Goelfi e GJiibellini. 

nel 4215. 

117. Ctf %A tma fattm : aoaa fatta 

laaifn, cbè, porla a na eiilo. Qnanda 

Il «an ina falla , pai ai accomodano. 

K iMrtn pfwariw ai valse D Moaea 

dagli Amideii propo- 

il Bnvodeli 




^K 



nrSv 



lifflia, e 
del BnondeJflMmti 
detta città e ron eeaa 
cfca &i 1/ wuii «esie 



HO. duol con duolo ^ doè il dolora 
delle p^ ne dell' inferno e quello che a 
lui cagionava il ricordarli che per quella 
discordie erasi estinta la sua stirpe. 

m. wuMa, fuor di sé. 

•f (3. aoret paura ee. : cioè temerci 
di essere tenuto bugiardo narrandola 
«oto, cioè iOfua Uttiwumi. o altra 
prove cbe faressero fede al mio detto. 

4 4 5. 5e non cbe la coscicnxa («nella 
buona compagnia che, fotfo fothergo 
d$l ttntini pura , doè affidata nella 
propria innocente, rende l'uomo fran- 
co) mi assicura. Bella sentenza, nobil- 
mente espressa, e d'ogni parte vwa^ 
che una buona cosdenia è più forte di- 
fesa air nomo nelle contradiziooi e nella 
avversità, die argomento qualunane, a 
per lei sola è sempre impavido in faccia 
pur della morte ; mentre l' uomo falsa 
e reo si sente minore di tutti, ed ha se- 
guace eterna la vile paura. 

122. Peiol, doè, pendolo, sospeso. 

423. Orna» oimè. 

424. Di tè faceta te. : degli occhi 
del suo capo , che egli portava in ma> 
no , valevasi come di lucerna e guida ai 
passi del proprio tronco* 

i5 



49i dell' iin'EBSo 

Ed eraa dao in uno, ed uno in doe: 
Com' esser può, Quei sa che sì governa. 

Quando diritto appiè de) ponte Tue, 
Lerò il braccio alto con tutta la tosta 
Per appres^rne le parole sue. 

Che fero; Or vedi la pena molesta 

To che, spirando, vai reggendo i moKi: 
Vedi s' alcuna è grande come questa. 

E perchè la di me novella porti, 

Sappi eh' i' son Bertram dal Bornio, quelli 
Cb' al Re Giovane diedi i mai conforti. 

Io feci 'I padre e 'I Gglio in sèi ribelli: 
Achitòfel non fé più d'Absalone 

t2S. EdnMndMK. Inlcndi 
■TUO dai pirli d'Doino,upi> ab 






lo iddio, 






<2T. ttiriirn appi) ^tp«il*, 

pit del poDlc, lolto noi ippuulg. 

139. /■«- apprtiiartw K., 

■ ppreiiA ìt tmti perrhi iroitftprn i 

pii di noùa la fuatt eh* di qc 



oofI ctie (ulti uperULo 4Ì ««Pi toBpi. 
inchE nel MonUien onltco li n»- 
•ella Xltuuaincitmat- • Ltgtni della 
banlt dal re (ioiiiw n«ng|iaBde col 
padre percontiglÌDdi BerlRBedal Bor- 
nio ae. • Ed OD oltimo Codio della M- 
HnB Comaudia, dia i Dtil* Bibrwttca 
Ealane , perla a 




d«. canta di Gnitnna i M Poi 
okt'ridachejli accorgiiamlidi 
~ m datui lunga alli 
inaU ■ Imni «ioti 
L'inlaliH liixana fa eolio dalli 
■biondella rìta, e Bcrlrano li 
io na naalnaima elegia. 

(SS. Ck-ol Ae Ciovtnu . 



- i mal tùmbrlt. i 
, i eatliii oMMtaB. Af 
chi il Cini» XIXIU, I. Ifl, m^fm- 
rieri. — Allrì Cod. nul eoafvrft. 

tSS. tÌMH. •)» lal» antntf. 
■emiri Cuti Pcirarea dÌM di mni 



-■fai 



liad pnaaiiclit mila, lo prgrimoa il- IST. Arltilcfil lum /h pi* 

Inlri latlerali^ il RaioDoard, il Pareoli dircnamcnie da me opnA, in I 



D^le II 



CANTO TEirrESIMOTTATO. 

Edi David co* malvagi pnngelli. 
Perch'io partii cosi giunte persone, 

Partito porto il mìo cerebro, lasso! 

Dal soo principio, eh* è *n questo troncone. 
Cosi tf osserva in me lo contrappasso. 



406 



i40 



•rfd , teaiaaodo in loro Bnnidin o 
g tiio . Lctteroloiootopoi : • Io feci dot 
fodro « ed f(liodMoeflùci,ooino AeU* 
lofdeolleMO pcrfi<ioMtigttìoai,oo'fluil- 

• AomIooso. 

439. fmrHi, imà.^fkmi$, eos- 



44a. a «lo oiroèro, 3 aie etrrel- 
lo, eoo tetto il copo. 

444 . IMMioprMSpid: intonai dal 
cko Doole cbiomo principio dal 
lo toario allora «ai» 



▼oraalmenta a^wto dd gran maettro 
Arìatotilo. fl qvalo dica aaaere nel cuora 
il principio dalla vita , e l' officina do- 
gli apinti ritali, do'^ali ri forma in 
gran parte il eanrello. 

442. lo cowfrappMfo, rioè la legga 
dol tagKooo, la qvalo per eattigo fa tof- 
friro al driinonanto lo aleaao mala che 
agii £boo ad altri ; eonlroppoaco, equi- 
Yalo a oonlrasMiififra, la quale ap- 
ponto nel Vangelo è promeasa a tatti : 
a im 91U1 monaiira moliti fkteritii, ro> 
wmiitlmr 9oHè. ■• 



CAin# TiaramDioifoifo. 




• te fMir i'mmmtmm l Pofti, mw pmuUI f ftUaiwi, Si trmOa Im 

fdUmnm i mHaKt «m Jìiktmiat < OmM giaiHwt ptr tarrm ttumUkH, 

Fmrim Dumta mk OHJfttit^m é^jùnt», « hwiiiwii fé 



La molta gente e le diverse piaghe 
Avean le loci mie si inebriate. 
Che dello stare a piangere eran vaghe. 

Ma Virgilio mi disse: Che pur guato? 
Perchè la vista tua par si soffolge 
Laggiù tra I* ombre triste smozzicate? 

Tu non hai fatto si ali* altre bolge: 
Pensa, se to annoverar le credi. 
Che miglia ventiduo la vaile volge; 

E già la Iona è sotto i nostri piedi: 

%, %ÈtkriéUj incappato, cioè , di do- 
Ibmm «bbovo, di lacruna, accnmolatesi 

liooo. Anche Catello 
owllof , Wncfaè U a'intoo- 

cbo di lacrimo. 
»^«torf a fimtgtn oc., era- 
( d* «no rfogo di pianto . Aif 
ko le ««e dolceno, triato 
looonobbo. 
4. rat pmr gmmUf che cota ancor 
1? 



10 



5. ii ioffolge. Questo Torbo riano 
dal latino tuffuleire; perde intondi : ri 
poaa, ri appunta. 

6. «moxstcato, mutilato, tooociato. 

8. annoverar U trtdi, le ombra. 

9. volgi, gira, ha rcntidue miglia 
di circonfereoza. 

40. B y^'d U Imm oc. è noto che 
no'nleniloniì la Iona sto anirorinonto 
al lar della aera , e nello Zenit a moa- 
laootto, e che per cooseguenta ri trot% 



DELL ^^■peR^o 



Se tu avessi, rìspos' io appresso, 

Alleso alla cagion perch' io guardava. 
Forse m'avresti ancor Io star dimesso. 

Parie sen già, ed io retro gli andava. 
Lo Duca, già Tacendo la risposta, 
E soggi Dgnondo. Dentro a quella cava, 

Dov'io teneva gli occhi si a posta, 

Credo che nn spirto del mio sangue pianj:: 
La colpa che laggiù cotanto costa. 

Allor disse '1 Maestro; Non si franga 

Lo tuo pensier da qui 'nnanzi sovr' elio: 
Attendi ad altro, ed ei \i si rimanga; 

Cir io vidi lui a pie del ponticello 

Mostrarti, e minacciar forte col dito, 
E udì' 'I Dominar Geri del Bello. 



I 



■InmindìiiUHipeiilatMlItiilir.diai IH. tata, boa, taau. 

<|unta dire lollo i D«l[i pwdi. Ha co- 19. Miapotla, àtitiéftmM,m 

nit dll plnitnDÌo, tha h li nnlK clis (Biutll. 

il Poeti fi rilroTi par la Klfi,iÌDii al SO. unipÌrloJrtmliitamgii*,atr 

pania qui accenniU, è cana un ^lor- ipirita mio canHAEDiiKa. 

DD, pillala (ri la lei'i a il mDnla , a 21 . ^ ealpa te., ewè la *•)•• t 

impiriiila I Mrearrer l' lofema dilla è liD(rÌD pnliLU. 

parli lina alta noni bolgia; tModo 2:1-23. «on it franga Uila»f^ 

Dola, percU l'ibbiimii iiverlilD litro- (icr te. Spiagana «IcaBÌ i naBi'iB|ii.U- 

TS, eli* la Inni dopo il ido pieno ri- liiei il loo peoiiara ■ rigaird*«iW. 

tarda ogni ciomo più di Lrc ifuirli d'ori lo perà ttm di opinione che ùpaKiéi^ 

* lenire il iDorìdimo, a illrettanla por mM Hlomì il liw pnulere ■ W. E 

sa Menila che nrl cnn preionli II Ibdo qainta ilw dipingo il fa 

■n al Nadir, ulta i piedi dai Pueti, nicole, rka <|Uhi an ranr 

VB'ora drea dopo nenogiomo, proto lull'obictto, donda poi ti ri 



la. the Ih ii(m cadi. di 

^i In non ied>. Più leali ci 

14. 



IS.m'avrttliaitar tolta 

lUn, il fon^minni qui 



• «li» eli a' 

di Iure , ronrandevino il rijtaUm «1 
rifrmf". di ■*• "">'• «IM»» f» 
]. Da moda limila ■ 



Tiri ampi. l)° l'oda limila ■ qMiU 

r ibbiini •edita ai Canto XI, (. 4M 

ire Chi lolo Btlilamia MiM* ainCM. 

«o 2G. MoiIraTli, cioè noatniliitb 

Dco allri tpirili ,t'ftiti»cattrfitTUcft4iU. 

Hotendolo urne ti l' Barn* idirafo <4« 

iM7. Parte len già it . CetlnUò Dinieòa allnii. 

•d inloadi: lo ll»a. Vinplii., parla, 27 E udr 'I, t l'adii. — G*n' fi 

blanla, ten aita , ed io (li indtia dip- Elgflio di Ballo «lo d' Alighiero biute 

tra f*MBdogli II liipMU. di Diulo. Ha Diala diati aden i» M 



ì 



CASTO TEATESIMOHOnO. 

Tq eri allor sì del (ulto impedito 

Sovra colui che gfi Lenoe Altaforle, 
Che nou guardasti in ìà, si fu partilo. 

Duca mio, la violenta morte 

Cbe non gli é vendicata ancor, diss' io. 
Per alcun l'he dell' onta sia consone, 

Fece lui disdegnoso; onde sen gÌo 
Senza parlarmi, si com' io slimo; 
Ed iu ciò ro' ha el fallo a sé più pio. 

Cosi parlammo ingino al laogo primo 
Che dello stx^lio l' altra valle mostra , 
Se più lume vi fosse, tulio od imo. 

Quando noi fummo in su I' ultima chioslra 
Di Halebolge, si che i suoi conversi 
Potean parere alla veduta nostra. 



■llraBglioil'&lifiUi 





Lamenti saellaron me diversi 

Glie di pietà ferrati avean gli strali: 
Ond' io gli orecchi colle man copersi. 

Qual dolor fora, se degli spedali 

Di Valdichiana Ira 'I luglio e 'I «eltembre, 
E di Maremma e di Sardigna i mali 

Fossero in una (ossa talli insembre; 
Tal era quivi, e lai pti7.io n' usciva, 
Qnal svolo uscir delle marcile membre. 

Noi discendemmo in eo 1' ultima riva 

Del lungo scoglio, pur da man sinistra, 
E allor fu ia mia vista più viva 

Giù ver lo fondo, dove la ministra 
Dell' allo Sire, infallibii giustizia. 
Punisce i falsalor clie qui regùtlra. (*) 

Non credo eli' a veder maggior trislizia 
Fosse in Egina il popol tulio infermo, 
Quando fu 1' aer si plen di malizia, 

Cbe gli animali, ìnlìno al picciol vermo, 
CascBTOn lutti, e poi le genli antiche, 



tS, Lamtnliiattlitrtmtc 



bolgi-. — pvr da wi 



•llrclliDli itn]! di (ernU 

4e. Ouat dolor fora. 

il llmenlii; ofpnrc, ijailr 



T".',; 



t Mh. ^ 



bolipnaa l'IUtli 
lìii •rtBa I* iute 



pxM In Più « 

in*. — SardigAo: 
. In qnnli iBogbi, 



s. — cht fili rrfUIra. i 
■of» il fui ti mumlB pm 
'BoUiaKUrn anali tal 



u più ngi 



33. rmllimarira. 
V irgi», dtl ntAia éì «thhtìgt.' 

SI. Dillitageieoslia. Diluiti.— 
luRfo, ftnbi lnr«MBl* tali* Is dicci 



ini rìpi. rt, fu pBiilMu ik ftnit ftrVIalm» 



n, fu pKiilvau ■! 
nrddl'l,.!. cb( 



k,»«*ii^ 



CANTO TZHTESOiOirOlfO. |9a 

Secondo che i. poeti hanno, per fermo. 
Si rìstorar di seme di formiche; 

Ch* era a veder per quella oscura yalle s& 

Langoir ^i spirti per diverse biche. 
Qoal sovra '1 ventre, e qaaì sovra le spalle 

L' un dell* altro giacca, e qoal carpone 

Si trasmutava per lo tristo calle. 
Passo passo andavam senza sermone, 70 

Goardando ed ascoltando gli ammalati, 

Che non potén levar le lor persone. 
r vidi doo sedere a sé poggiati. 

Come a scaldar s' appoggia tegghia a (egghia, 

Dal capo a* pie di schianze maculati: 76 

E non vidi gianmiai menare stregghia 

Da ragazzo aspettato dal signorso. 

Nò da colui che mal volentier vegghia; 
Come ciascun menava spesso il morso 

Dell* unghie sovra sé per la gran rabbia so 

Del pizzicor, che non ha più soccorso. 
E si traevan giù 1* unghie la scabbia. 

Come coltel di scardova le scaglie, 

d* altro pesce che più larghe 1* abbia. 



M. Si rUtorm- «., «oè, ti nor*. 
4i mi Um i di formidM. B b- 
ftb tkm GMf • n prìcgbi d' Emo (ratfor- 
mmm k formickt di Egioa in aomioi : 
dt éè f«H« il MOM di Mirmìdoni ai 
Mpifi S ^mII'ìmU. Uùpiin^ ia graeo 
•MiblMwica. 

9$. Ch'wtéUr. lai. : di qoello 
im «B M., • camipoDdc « fma§gioT 
trtttaim, 9»È» ? trai a«pra 

M. Bieké: bica vale aiieclilo di •»- 
fidiyo;aperaa t a ini < Mui Bawc cl uo 



i7. Qmtl »o9n 't 9§iUr$ «e. Gli 
ééUmkA^At aoUraao adoparara Balla 
Iva taM arti il aeroirio ad altra ma» 
lam ma aaai paea aoCa, arano aofgaUi a 
dUrana ^ a aagnataaiaiila alla 
Fiafa ù Poda cba ancha ia 
laa paatti aen peaa aìjiiigliaali 
• «aaHa cka t bbar a tivaado par cagio' 



Si Iraaawtaaa, caaibiaTa 
-aarpoM , perchè aaa avaa 

• • • t* 

I IB pwdl. 

7^74. a ȏ poggiati te.: appof- 



ftlMfi. 

Wndia 



giad fianco a fiaaeo, arrero achiaaa eoa* 
tra aehicaa, aoiaa praaao al fuoco ti voi- 
Udo aao contro Fakro, perchè ai aoatea- 
gano, dna piaUi, o teglie, a fina di 
riacaldarli. 

75. tehUoKU, croate. 

77. dal tignorao, dal aigner aaa.— 
ra^oixo, del lai. barbaro rggattmip ita 
qai aervo o moczo di etalla. 

78. Né da eoUi. Né vidi mai 
ghiere ceTalli con lenta prestesa 
colai che dendera d'andeni a 
mire. 

79-80. a morto Dtfftmgkit, cioè 
il graffiare dell' anobio , che , a aomi- 

{[lienu di denti, ucereveno le cerai 
oro. 

SI . eh* naa ha pf& ioeeorto, che 
non he meggiorey o altro rimedia dia 
aaener ranghie. 

82. £ «i Croraa» glè Fftmghie «e. 
Coatmiaci : B V unghie ti iraooem già 
ia teabbia (le croate). 

83. Cotne eolUl «e.: come il ealtella 
trae le aquame del peaca chiaauto acar- 
dova. 



m che collo dita ti dìsmaglìe, 

Cominciò 'I Duca mio ad un di loro, 
E che fai d'esse talvolta tanaglie, 

Dimmi 3* alcun Latino è Ira cosloro 

Che son quinc' entro, se l'unghia ti basii 
Eternai mente a cotesto lavoro. 

Latin eem noi, che In vedi si guasti 

Qui ambodue, rispose l'un piangendo: 
Ma tn chi se', che di noi dimandasti? 

£ '1 Duca disse: l'son nn che discendo 
Con questo vivo giù di balzo io balio, 
E di mostrar l' Inferno a lui intendo. 

Allor si ruppe lo comun rincalzo; 
E tremando ciascuna a me si volse 
Con Dllri che l'udiron di rimbalzo. 

Lo buon Maestro a me tulio s'accolse, 
Dicendo : Di a lor ciò che tu vuoli. 
Ed io incominciai, poscia ch'ei volse: 

Se la vostra memoria non s' imboli 
Nel primo mondo dall' umane menti, 
Ma 3' ella viva sotto molli soli, 

Ditemi chi voi siete e di che ^nti: 
La vostra sconcia e fastidiosa pena 



SS. I[ diimagUe, li diimigli. Di- 
ITuagliart ttle rompari > ipiccor» le 
iui|>Fie I'ddo iltlj'allro. Qui, pur linii- 
liladin*, [(iidcrli aroa, (lauirii<i ià 
brtnì coll'dnjjhii. La pollg i toBàJo- pei 

S7. iht (ai ietti lanaglie. ■ l< 

Strm|[udB li «rag tri 11 pollica «l'in- 
JJM, ■ lInppBiida. l'ii 

n. Ulima. lltìitBv. 

89. tt J'iMjrAta H. Il H Illa ifm .ne 
^nlo il cAt inprocitiio o it cari. ( ti 
tpiBgl: Bui ti liàsli ctrrniiDvDIa i'aii- 
flbii a polirli (nllm. Noliiì il hIs ••! 
US IMipo t U coDieaitiua di iiuala 
latarii. E « «iiiideri poi tulli intii- 

polnlo pmendre ifilì owbi DMlri ìt 



iiHiggiini l' an. 



o uulirelLiincnlr, pcraefr 



tOI. Fwli È 11 «n . 
IU3. Si. QuaU partki 



qoiptrglioj 



ilngn dilla meoli nniana a 
mando, tiot ntll* Urrà dai ii 

ÌGÌ. tutto motti toti^^r a 
iOi.iKntiipanfHli, Dua 

1DD. tyuid- JrriiD.Uiiv 



CIMO VEHTE5IM0N0.VO. 

Rispose l'nn, mi fé mettere al fuoco; 
Ha quel perch' io mori' qui noti mi mena. 

Ver è eh' io dissi a lui, parlando a giuoco; 
r mi saprei levar per 1" aere a volo: 
E quei eh' avea vaghe/ia e senno poco, 

Volle eh' io gli mostrassi l'arte, e solo 
Perch'i' noi feci Dedalo, mi fece 
Ardere a tal che 1' avea per figliuolo. 

Ma Dell' ultima bolgia delle cliece 

He per alchimia che nel mondo osai. 
Dannò Minos, a cui fallir non lece. 

Ed io dissi al Poeta: Or fu giammai 
Genie si vana come la Sauese? 
Certo non la Francesca si d'assai- 

Oode l'altro lebbroso che m'intese, 

Rispose al detto mio ; Tranicnc Stricca, 
Che Beppe far le temperate spese; 

E Niccolò, che la costuma ricca 



I 



fini toM DD certo Grìnolin» Mhhmi- 


inciHii l'art, artb. al denstailla fceal- 




Un..|il....prD.I. a», di cambiar, i» 


lolin, prDPDiH d'iuugotrl) a un S^- 
nc«cU<inal> Alòtro. », •«ondo Mr\ 


oro i nHIilli. 


4!l> aati ftllirncn Itti. I«l.r,ì 


«.ti, ilicrto; U , «le d. privagli .K. 




dMU, • .g»t .«uri»! dì «ocre ìa- 


ganaa, eoaie il TOCOIO tba ìngintU- 


G»B<(o, la arcuò al tacnodi SloDo 


mcote mi lece irJero. 




122 al «.»<>. di.'! poco uno». 




423, Cerio m» la Francata ri 


Kofo fu knoalo tÌio. Qaaìt mMù 


d'almi. Non i >i Tina dì erin laogi, ■ 


» lidia a « «oBtrarie al divino ipirìto 


Rren pene, la nllioii IraocMj cioè 
oioIlB la Binca per agnhinnra alla To- 


Jd Tu|tU , Kn» , i TtTD , laa bruUa 




nili dei Sinni. 




124. l'aJlro letftniii): Cepacebia, 




ilchiini<ta ■ laliilor di mttilli. 


r»l. t »dda lanaliinio, ni D dia de- 




bito ■ Mdelloriaielode'aiioìiBiaiilri. 




<H. «a fwitc. Ini.: ma la u- 


Icouneieiciolicqiiatnri. V.jn.inGoo 


aici''"-"-""™"""' 


126. I( (enperale: per ironia: 1* 
tceeuiie, fmodile. 


414. cubila, molli euHotlto. 


127, B Niccoli Dicono che eotluì 


IO. farUper eeulleou inleuJo- 


fot» de'Soltmbcni o dt-Bomipori dì 


tui la magia. 


Sieo.,ach..i.>ndi.«dÌd.raDBo.i 


iit.notfiti DeilalD. cioè noi tKÌ 


t dflicili cipri elle tIkoJ*. Dm ipc- 
cie di «rrotlu, dot* •u'i pimcii giroliiii 


Toltra eomt DtJ>lo,chr ptr t«t!P" <<•■ 


UberioU dj Crdi urna d'ali le brac- 




cia a leToir in allo. 




417. iht ra«a pn- |t!il[i»(a. Il 


ll'uHn») ricca. Si hiuno <trj looalli 


itM<Ho Ai Siena li leu»! Allora conio 


di Folgore da 8. Cmigocno diretti a 


...figlinolo. 




I<g. ahhiMia [dal gr. x-,:^i<i,fn- 


b,i(.l. ..=«.. 



DELL ISFEBNO 

Del garofano prima discoperse 
Nell'orto, dove tal seme s'appicca; 

B tranne la brigala, in che disperse 

Caccia d'Ascian la vigna e la gran fronda, 
E l' Abbagliato il suo senno proferse. 

Ma perchè sappi chi si ti seconda 

CoDlra i Sanesi, aguzza ver me l' occhio 
Si che la faccia mia ben li risponda: 

Si vedrai eh' i' fon l' ombra di Capocchio, 
Che fal^ì li metalli con alchimia; 
E ten dee ricordar, se ben t'adoccliio, 

Com' i' fui di natura buona scimia. 






là ii Sirai, imt <|uel- 



r abbaglialo ina M 



\tiiaU. 



lakaltitattofliaU 



133. turili Hemda CU là ki 



loiieirì^ e ditFanfro po'rri. 



d-Jinsn te. fa 

mmiiiiiello 



IS3. tflt li riipotiAa. I 
f pondi il dfiiJcrìo cb* liii 
■»nDÌ. Onu , mpandi li tq< 



gnaula fntida,iÌBÌ,iiit: 

cbe ••«• di Tifnxidl b 

no, cutdls iB riacl diSteni. — 

òafUala, ali» pmuc uihu. . 

penHoo A» ÀUigliato lii iggiu 



Biul« Icgguaa E 



ro OHilnffallan. 



CAHTO THKNTKSmO. 



Nel tempo che Giunone era crucciala 
Per Semelè conlra 'i sangue (ebano, 

1-2. fiiwvnif rra truerìala Ptr in odia dalli gclow (^nnaM, <W mm- 

rllolli|ii*l«(Miiw.Si'iiirlo nibilc di li - - 



ieri Chw, «perdi 



Ulai 



^ 



CANTO TJUSlfTBSaiO. t03 

CcNBe mostrò già una ed altra fiata, 
Atamante divenne tanto insaso, 

Che vagendo la moglie co* duo ^li s 

Andar cercata da ciascuna mano. 
Gridò: Tendiam le reti, si eh* io pigU 

La lionessa e i lioncini al raroo: 

E poi distese i dispietati artigli. 
Prendendo 1* mi eh* avea nome Learco, ìq 

E rotolk), e percosselo ad un sasso; 

E quella s'annegò con l'altro incaroo. 
E quando la fortuna volse in basso 

L'altezza de* Troian che tutto ardiva, 

Si che insieme col regno il re fu casso; n 

Ecuba trista misera e cattiva, 

Poscia che vide Polisena morta, 

E del suo Polidoro in su la riva 
Del mar si fu la dolorosa accorta. 

Forsennata latrò si come cane; so 

Tanto il dolor le fé la mente torta. 
Ma né di Tebe furie né Troiane 

Si vider mai in alcun tanto crude, 

Non punger bestie, non che membra umane, 
Quant* io vidi due ombre smorte e nude, (*) u 

Che mordendo correvan di quel modo, 



I. CMMmoiIrd «e., eoin« pia folto 
làim 



ì. R« di Teb«, ek« Gìa- 
MH fan diwuUr forìoto di goÌM, ch« 
éttmtnmàmi cf li ma Ioo sia moglie , 
PcrtMlt io collo Loarco • Il elicerla tuoi 
ffiaUlli, lo erode ano liooetM, o fol- 
I frid^ : T^mdUm U reti u. 
t. &rU§U, le Booi violeote. 
11. MNft F mitro teeareo, eoa Ale- 

i , càe •? ero ia collo. 
44. cfto ivilo «rdico» doè che ar- 
ém di fan ornai ooaa anco icolleraU , 
OHtfa^aeiladirajtiro Elooa a Meoelao 
momanU «rodi Sporta. 

IS. /Il omtiù, tu ottJnlo • dialratto. 

II. Bemkm, Moglie di riianM», dopo 

foMÌdio di Troia fa loUa prìgiooieracoD 

■H aw Sfiiaoli dùamata Polioaena , 

il* i Croci avioarooo aa la tomba 

fàfàSU por pUearoe Toaibra. Ecoba 

prigioniera Teno la 

■ icootrò fu i lidi della Tracia 



Bel eadavoro del aao fidiaolo Polidoro, 
càe ora itolo niorto da PolinBeatoro; 
ood' ella per gran didoro aiiso altiiaiaio 
grida. Intorno alla morto e trasforma» 
zione di Ecnba in cagna, vedasi Ovidio, 
JfdM».. Ub. XIII, Terso la metà. 

2\. le fola «lento torta, lo travolso 
la mento. 

22-25. JfaaidireAeae.Manonfnr 
mai veduto forìe né ia Tebe né in Troia 
andar si cnideli oootro alcaao, né sì 
acerbamente ttranar bestie aon che 
membra aaiane (nomini), ^anto enideli 
e furiose, vidi due ombre ec. <^nno sa 
che in Tebe e in Troia le Fune ehber 
molto che fare. La Nidob. e le odia, a^ 
gnaà leggono: Qtutmt'io vidi fo duo 
ombro , che bisogaerebbo spiegare : 
quanto cradeli fidi U Fano imper» 
Tersero in due ombre, ee. La prima Us. 
però porge aaa fraaa pii farne. 

(*) Cobtraffattorì delle altrai 

SODO. 



Che il porco quando del porci! si schiude. 

L'nna giunse a Capocchio, ed io sai nodo 
Del collo l'assannò, si che, tirando. 
Grattar gli Fece '1 ventre al Tondo sodo. 

E l'Aretin, che rimase tremando, 

Mi disae: Qnel rollello è Gianni Schicchi, 
E va rabbioso altrui cosi conciando. 

Oh, diss' io lui , se l' altro non li (ìcclii 
Li denti addosso, non li sia fatica 
A dir chi é, pria che di qui si spicchi. 

Ed egli a ine : Queir è l'anima antica 
Di Mirra scelerala, che divenne 
Al padre, fuor del drillo amore, amica. 

Questa a peccar con esso cosi venne. 
Falsificando sé In altrui forma; 
Come l'altro, che in là sen va, sostenne. 

Ver guadagnar la donna della torma, 
Falsilicare in sé Buoso Donati, 
Testando, e dando al teslamenlo norma. 

E poi che i duo rabbiosi fur passali, 
Sovra i quali io avea l'occhio tenuto. 



ir .li /«. 



Httamorf. Il Gero Ghibellina lide jxn 

Kccuue la pimle.... Bac IFIomlia) 
jlfjrrrJia i«Im(«(I uipiaiit Cinjrra 
palTJiampltauttxailiiuiut. Cpiit. ti 
Arrigo. 

40. Quitta a peccar ft.: cMln 



cbe leaj;i dd comico, non >Im nur a 
nyiglia, itloo li oihira icrtmeole i 
tifica del Poco». — il /ondo (odo, d 
il duro terreno di quella bolgi*. 

51. rireliH, GrinoJìno. 

52. fallMo. E ooint the ai dò 
(«li lutili, cbe eredoDii errar ditpeni me « tm inganno. 

ptrl'irìi, e in>|iiielir< le ibituioni de- 42. Come l'oUro. do* ìl aapnd- 

[li uomini} fui pari lì cbiiml iw detloGitnai£cU>«hi. Dicoao efaaenlw 
'aninu irreqoieli e nolcoU di Ciani limiiHa dal lilla il ladoiir* di B»» 
StkiteM, che dieuao «lere italo de' Donali, ed entralo io laogo dì <|BrJta. 
Cavilcaoli di Fireou , ihi1i»imo ocl « Gnu»! Uuota moribondo, delti in le- 
enalnttire le fienane. itameulo In tulli icijoll a ltBI>|;|ie di 

33. eDd CDOcfaiidD , detls ironin- Simuoc Doniti nipote del muto, pai- 
mCBle, Tale: mi ttiapanda. & modo loita primi con eoo niiwt* ùi pnn* 



limile all' accitma del Canio SXVIll , 


del buono ullic.0 una limola onlla. 


TIMO 57. 


r onore dflli maiidri di lino», e ebu- 






rallro. l'altro lollrtto. 


B9. /Wr del drillo amore, oonlro 


VcrTion,iB«lo»Mroi.ÌM.— loll*»- 




«nlM, ininle. Della hul pauiooe di 


" ' *i!'dal!^ll''ùlì^<!^'li>'l^^l 


Km pel aupadreCinin ledui il pi» 


cioè, outcvudo le forme legali ftnhi 


t» r»»H>M ia Ondio, Ub. S dell* 


ttmtc lilidiM. 



CANTO TREinrEsma 

Rholsilo a guardar gli altri malnati (*) 

I*YÌdi QD fetto a guisa di liuto, 

Pur ch'egli avesse avuta 1* anguinaia 
Tronca dal lato che l' uomo ha forcuto. 

La grave idropisia che si dispaia 

Le membra con P umor che mal converte , 
Chel viso non risponde alla ventraia, 

Faceva lui tener le labbra aperte. 
Come r etico fa, che per la sete 
L*un verso *l mento e V altro in su riverte. 

voi, che senza alcuna pena siete 

(E non so io perchè) nel mondo gramo, 
Dias'egli a noi, guardate e attendete 

Alla miseria del maestro Adamo : 
k> ebbi vivo assai di quel eh* i* volli, 
E ora, lasso 1 un goccici d* acqua bramo. 

Li ruscelletti, che de* verdi colli 

Del Casentin discendon giuso in Amo, 
Facendo i lor canali freddi e molli. 

Sempre mi stanno innanzi, e non indamo; 
Che r imagine lor via più m* asciuga, 
Che *l male ond* io nel volto mi discarno. 

La rigida giustizia che mi fruga. 

Traggo cagion del luogo ov' io peccai. 



M5 



60 



55 



CO 



65 



70 



(1 fùàSf^Um òeìU monete. 

41. fidi «e. Int.: TÌdi ano dio. tvea- 
4 il Villo od il collo tearni, oa atsai 
IM» par idrofwio il Tootro , iTrobbo 
^ilitHiUoata Jiooeirittnunento di 
<*dt fkc Aiwini bnto, se il no eorpo 
^ ilrio inmto preaso V inforcaUira 
^«H». n finte ìnTatti ha la cam 
■Mra Miti ntta in OHido dm t' aaaomi- 
|ha ano fraaM pancia. 

M. hur ek'tgli, solo cbe egli. 

SI al éUfmim, coa'i ditproporaoDa 
li mmkn , i ng r aai and ono alóuM , od 
Ara dHHfrandoM. 

Si. «MI fmmor «e., a cagione del- 
V^Mwa aln in eatti?a ieotema eoavoio. 
Manali gnaate « eorrompe gli naiori. 

ML Cht'f 9i$o «e., cbe il volto non 
^ Mite pr onac ri ona col ventre. 

n. r«m Pnao de' lalM. — ri- 
«HH.firelte. 

grùwto, mondo dal do- 



64. mae$$ro Adamo, Breadano, 
die per rìchieate dei conti di Romena , 
die è nn castello ani colli del Coaen- 
tino , falsificò la monete . e per ancate 
delitto fa preso ed abbmoato nd 4280. 

62. io fòM vi90 te. lot. : ebbi, 
mentre TÌasi, abbondantcmento di tutte 
le coae cbe bramai. 

67. e no» {filanto: percbè queste 
TiTt immaginaiione m' è date a mag- 
gior snpplixio , come dice di sotte. 

69. %l mali, V idropisia: ontfe, per 
cu : mi dittamo , perdo U carne , o 
mi aaaottìglio nd TÌao. 

70. mi fruga, mi castip, ormo 
uA ricerea severa , mi perseguo. 

74-72. Tragg$ eaalontc. Ini. : dA 
frcacbi e molli canati od Casentino, o? e 



io falsai la monete, prenda cagiono 
ondo maitar ffà I» fìiga^ cioè ondo 
fami eaalara pia fraoncnli i seapiri. te- 
nendomi aempre quelli presenti aU'im* 
maginazione. 



A meller più gli miei sospiri in fuga. 

Ivi è Romena, là dov' io falsai 
La lega PDggellata del Balista, 
Percfa' io '1 corpo suso arso lasciai. 

Ma s' io vedessi qui 1' anima trista 

Di Guido, d'Alessandro, o di lor frale, 
Per Ponte branda non darei la vista. 

Dentro e' è 1' una già, se l'arrabbiate 
Ombre che vanno intorno dìcon vero: 
Ha che mi vai, e' ho le membra legale? 

S'io Tossi por di tanto ancor leggiero. 

Ch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia. 
Io sarei mosso già per lo sentiero, 

Cercando luì tra questa genie sconcia. 
Con tulio ch'ella vol^e undici miglia, 
E men d'un meizo di traverso non ci ha. 

Io son per lor tra sì falla famiglia: 
Ei m'indussero a ballerò i (ìorini, 
Cb'avevan Ire carati di mondiglia. 

Ed io a Ini: chi son li duo tapini, 

Che Itaman come man bagnata il verno, 



l 



74. La liga tuoncllafa et., cir>l il 


UH di n.Ì,Br>, BOB di PM, *J cqniTilt 


Atri» d' oro, eh» a<c.i d. boi rum 


.»npoII.«. 




B.| . lo larti mtiK. mi uroì mMo. 


l»r. dì gigli., d.l ^,..1 fi... .„. lir,. 






pB«i,.0.t. Boll. DHD.br. ; D od ««i., 


atUlliel- — KltgtllnU. impr>nltll. 


Uir.». 


IT. C»(A.. Jl».afldr<.. »Pli di 


SD. Con (uttoelk »bbep«.— «tb 


Bmuaa. — dJJarfralr, del loro fn- 


volgi, eoi la tallii, rio è lappINi dal 


lello, A, ditano « chìimtHe Arbi- 


gnln del pirltiile. 




87.Bimir«nmaio«.,tIo*oira 


78. Per Foni» Branda. Il piscerò 


d'pn n»^D mieli» di lirnhu». 


di leiler loftoro qui mirCDi pili» non 


Si Ira H fatta famislia. in .pa- 


MOg.™ idh qscllo rii polirmi diaeLire 


•"r°"d.nnnl. 




SO. coTBlt. Canto i !■ toiIìbhI. 


ri IBII] hinoo cndals cKs iini w «xenni 


titamt pine doll'onói, < adopnti 


■ Fonte BrtDdi di Sieda; n» il a-«t- 




licrl inlesdg ccrliracnte di gn' lilra 


5'«ro.-m«,tì,lfa. t.1. foodai <» 


Ponti BtiDdi cb'trt deiilro il caildin 


<|BÌ «goilici la porte M rame n- 


a Banpai, a l< coi ÌiDai.,iig., comò 


nilTo biuo «rullo mt^oltU aD'oro. 


Ji»M»li>.i«.,.l. »a.pr.iUon 


F.DO al lól 1 troriiDio cko Dante «api- 


•r pnniiro di l«i iJi* ardo di uu. 


loTi di ImiflOBle preoa t «nti di Bo- 


T9. rma. l'onìmi di beo d«i »d1I 


D,™. tì™.,lr.>l.«l«»..dB»,Be 


di Ro>»aa. 




,*I-J4>I«. Inailo d.l1ir>oBn,. 


qfloll fpnca. 


dtlli idropiBB. 


B2. CA« ^iiBian rrnnt man M Lo 


B2. Ugglm. .gii-, .p^dilo. 


iTipomnFnln dell'aciiaa cbi BTTiene 


Ki.«i.'«.ela,qBllp»,ip.r,B*a 


p» il «loia della mano <b* lo lui ba- 



GlIfTO T&ElfTBSmO. 

CKteando stretti a' tuoi destri confini? 

Qni li troTaiy e poi volta non dierno, 

Rispose, qnando piovvi in questo greppo, 
E non credo che dieno in sempiterno. 

L' una ò la felsa che accusò Ginseppo; (*) 
L'altro ò il felso Sinon greco da Troia: 
Vet febbre acuta gittan tanto leppo. 

E Tnn di lor che si recò a noia 
Forse d'esser nomato si oscuro, 
Col pugno gii percosse l' epa croia : 

Quella sonò, come fosse nn tamburo: 
E iBastro Adamo gli percosse il volto 
Col braccio soo, che non parve men duro, 

Dicendo a Ini: Ancor che mi sia tolto 

Lo muover per le membra che son gravi , 
Ho io 1 braccio a tal meslier disciolto. 

Ond' ei rispose : Quando tn andavi 
Al fuoco, non Tavei tn cosi presto; 
Ma si e più l'avei quando coniavi. 

E r idropico: Tti di ver di questo; 
Ma tu non fosti si ver testimonio. 



167 



100 



iOft 



iiO 



icfl'arM intoriM molto freddi, 

CMBc «a forno-, il thè neirettoto 

I. — Il faonrt dà dae ni- 

Mri «• cflilto ddU {thhf , COMO dkt 

irtloalT.M. 

•I toc Itto do- 

it. (M M irotai, • po< «e. Co- 
• iiiiaili cot'i: Qoi li troni 




fHBiA* fHVtileaddn ia qartto greppo, 
6 f« t «Jr allora) Tolta aoo dìoroo (noa 
di fwl lao|o\. — Qf*Ppo 
rÌM , agliare di fowo. 
Aduno chiama qad 
•gli giacerà Terameoto 
Mie Mia ripa, o perchè il latto della 
halpa, p aaiaa d i Torao il eaotro del 
aar«éa,yraaaBtevaappaiilo l'idaa dHoi 

M. éim m , cioè neao dot dar volta. 
Wf. te /iilt« «a. La oagiarda ■(► 

t*) Falaiicatari dd parlare, o ha- 
giar« • calaaaiatori. 

ft. Simon ffaco: colai che iagaooè 



Priamo a la iadaaaa a rieerere dentro 
lo mare di Troia il caTallo di legno. — dm 
TVoia, 000 indica ^ T origine della 
perMma di Soono , ma aolamente della 
laa rìoomanaa : va aatóateao il partidp. 
nosMio : con che ti Tiene a dire che non 
aTCTa altra celebrità che il tradimento 
fatto a Troia ; della «pai eoaa Todroam 
che Sioooe ti offende. 

99. leppo , forno ponoleota. 

401. fi ofciMno, il oacaramenta , il 
diaonorerolroente. 

402. Fepa, la paacia. — «rote, rata 
teta, irrigidita eowu cuoia. Dal lat. 
eorimm i ProTenaali fecero eroi, doada 
il Dottro croio. 

405. eh» fum pmr9§ mai dwro: il 
^al braccio non parrà man darò dd 
pogno di Sinooo. 

408. a tal mntiir, a tal oopo. 

440. ÀI fiÈoeo, al topplino dd foo- 
eo: «OM VmH te.: neo areri il braccio 
coi'i pretto, coaì spedita, paidiè ara 
itretto fra i tacd. 

444. Jte Hat., ma cod^ ma btaa> 
•amente e più lo areri tpedito qaaado 
batteri la moneta. 



SOS dell' iNTEBrio 

Là 've del ver fosti a Troia rìchiesio. 

S' io dissi falso, e tu falsasti il conio ui 

Disse Sinone, e son qui per un fallo, 
E tu per più che alrun allro dimonio. 

Ricoidili, spergiuro, del cavallo, 

Bispose quei ch'aveva enfiala l'epa; 

E gioti reo, che lutto 'I mondo ssllo- lìO 

A le sìa rea la sete onde lì crepa, 

Disse 'I Greco, la lìngua, e l'acqua marcia 
Che 'I venire innanii agli occhi gì l'assiepa. 

Allora il monetier: Cosi si squarcia 

La bocca tua per dir mal come suole; US 

Che s' 1' ho sete, ed umor mi rinfarcia. 

Tu hai l'arstira, e i! capo che lì duole; 
E per leccar lo specchio di Narcisao, 
Noo vorresti a invitar molte parole. 

Ad ascollarli er' io del tutto fisso, UO 

Quando 'I Maestro rai disse: Or pur mira, 
Che per poco è che leco non mi risso. 

Quand' io 'I senti' a me parlar con ira, 

Totsìmì verso lui con tal vergogna, ^m 

eh' ancor per la memoria mi si gira. jÉH 

E quale è quei che suo dannaggio sogna, ^^^| 

Che sognando desidera sognare, ^^^ 

Si che quel eh' è, come non fossa, agogna; 

Tal mi fec' io, non polendo parlare, 

l\i. Li'tedtlt:trie.,\ìiimcVr\»- Ini.: perla •opnJdclli (ebbn mU. 
nmlirlchinedlffiinirsiirgliciniTcrìli IS8 E ptr Itctar e 

I i]all fide i Greci iTcaeru ctnlrnlla il • li ijicHlila ildl'ic:i|ni 

gr>neii»llor)ileEiin,« p< '' '* ' '■" - --= '- 



lailn il monda per quella cbi 
:rH» Virgilio. 

423-123. < ratqua marcia ti 



, 136. daimagaio. danna. 

ÌM. cu, p«nÌDccbe. — «i n'n- 438. 51 che quit Me t.: AAt 

fartin, mi rìnnpie «d inerowi. doidiri ■rdonlovecir eb* qncU* ikt 

427. rarivra-raidor TeLfile per jiur tingno, lii tc-(^, qBM cka ttbt- 

c*i tini. — »it etpQ tht H óuolt- (iiimoBla dsb Iimm U|«. 




CAirro TREi<rTEsnio. 

Che disiaTa scosanni, e scusava 
Me tuttavia, e noi mi credea fere. 

lIagG[ior difetto men vergogna lava, 
Disse 1 Maestro, che '1 tuo non é stato; 
Però d*ogni tristizia ti disgrava : 

E fe ragion eh' i* ti sia sempre allato , 
Se più awien che fortuna t' accoglia, 
Dove sien genti in siroigliante piato; 

Che voler ciò udire è bassa voglia . 



«09 



140 



i45 



140-144 . € «CMOM Me «e. Si 
■m frr la il«Ma sm coafwiaM. 
442. Mmgfiar diftUo «e. Cwirn. 

wà : mtn TcrfOfM Uva iBaggi«r diftlte 
cbt mam è sialo il loo. 

444. ^ofiii Irtifisfe «8. lai.: lavali 
étSr mmmo ogni trìttcna, li racMOiola. 

445. E fa ragion at. Cotlr. a mi.: 



a M altra valla arvinia the Ibrtana fae- 
totfiim (li accotli, li faccia capitare) ovo 
Iona fcntl m timiglimUe piato (litigio) , 
fa r^i^iofi (fa conio) cha io ti sia tempra 
•litio. 

448. è baita 9ogHa, è gotto inde- 
gno d' una menta alavala a à' nn mia ta- 
guaet. Memorabila iaaegnamcnto ! 




CAliTD TREIiTESIlIOPBlllIO. 

■If M!fv» fr%fé»m» I PIma' w%no U mtUrm éM'ttUnm MrtkU, do»* m- 
mi tt «al* mi ava». TariM /lana* mtlm ap»mdm éi m$9 tUam» i Giganti, 
é patuma sunmm. Omù éi vntti, ntkiem da réffiiio, togUtt, trm Ir 
« Ugttrmtmtt li pmm $m fuUim» rifiam àtU'lmf^rw^ 

Una medesma lingua pria mi morse, 
Si che mi tinse Tuna e 1* altra guancia, 
E poi la medicina mi rìporse. 

Cosi odo io, che soleva la lancia 

D'Achille e del suo padre esser cacone i 

Prima di trista e poi di buona mancia. 

Noi demmo '1 dosso al misero vallone. 
Su per la ripa che '1 cinge dintorno. 
Attraversando senza alcun sermone. 

Quivi. era men che notte e men che giorno, fo 

4«S. Cas w m dtima fìngiM, cioè 
^mBs a Virgilio. — fffia mi mon%^ ini. 
^M n^BBvavaro. ^^ a r^^ ^^ iRaMciHii 
■i ifaarw , a dafo mi rkoafortò. 

4^ CmI crfe <0 attera raceaolala 
4igb «lìcK fatti.— te landa ir JcMI. 
le ac Namna i poeti che la lancia 
4'Adh9a, cka prima Cu di Pelao mm 



ptdaa, eraaM wta di tanara la farìla 



«. rrium U èH$ia ae. Ini. letta- 
: di aaltiffa, a poi di bnaa ra- 



gtlo : a me taf. di ferita a di rim^Uo. 

7. demp» 'I do$90 «e., volgemma 
le tpallc al mitcro vtUoae, cioè d par* 
timmu della decima bolgia. 

a-9. Su per ta ripa,... Jlirarer- 
•aiuio. Ctmmintndo tttraTarto la ripa 
che cingeva quella bolgia , ad avvian- 
doci al ccolrti deir ottavo cerchio , attia 
al putto, taiiM aicim jermona, teuta 
far parola. 

i 0. Quiti era wten ehenaiU ee.: to' 
r^be ttatocowa il crepotcolo dalUiM^. 



14 



«te 



«BLL ' aHEmo 



Si che *1 viso m* aadwra inurazi poco: 
Ma io senti* sonare im alto oorno» 

Tanto eh* avrebbe ogni toon fatto fioco. 
Che, cootra sé la sua via aegaitando, 
Dirizzò gli occhi miei tutti id un loco. 

Dopo la dolorosa rotta ^ quando 
Carlo Magno pardtò la santa gista» 
Non sonò si terribilmente OrlaDidoL 

Poco portai in là volta la lesta. 

Che mi par\'e veder molte alte torri; 
Ond' io : Maestro, dì, che terra è questa? 

Ed egli a me: Però che tu trascorri 
Per le tenebre troppo dalla Itingf, 
Avvien che poi nel maginare aborri. 

Tu vedrai ben, se ta là ti congiungi, 
Quanto il senso af inganna di lontano: 
Però alquanto più te stesso pungi. 

Poi caramente mi prese per mano, 

£ disse: Pria che noi siam più avanti^ 
Acciocché *1 fatto men ti paia strano, 

Sappi che non son torri, ma giganti, 
E son nel pozzo intomo dalla ripa 
Dair umbilico in ginso tutti quanti. 

Come, quando la nebbia si dissipa, 
Lo sguardo a poco a poco raffigura 
Ciò che cela *i vapor che i* aere stipa; 



15 



•0 



30 



35 




44. t7 vtfo, U ▼isU. 

42. alto tomo, corno £ alto, di 
forto ouooo. 

43. Tanto eh'arrebbe ec. Tanto 
alio, che an tunoo al paraf^n di qurllo 
9Teh\it pareo /{oco , di laiigaida voce. 

\ A. Che, conlratè §e. Cuotniiaci: 

^^ ^ii occhi miei teguUando, argui- 

^'^t.^^ /a sua via (cioè la via che faceva 

tuooo per veoire agli oreochi di 

'^1^ C9ntra ià, io dircxìoae contraria, 

_ tffoh^{em» occhi mici) totalawote al 

Qgo dtmtle qaol aaooo venivi. 

46. doioro$a volta, h-roiiM^^oa- 
.alla , «lovo per trodimeato di Geno 

^^ooo tructa«li treoU «ila oooiìdì ivi 
igft'tat* ^ Carlo Magna. 

47. I« tm^ta f«i(a, cioè le f«n(o 

40tpretap qaalla àoè di cacciar* i Mori 

^la Spaym. 

i8. Aon«o«4«l«f.NwraT«rpnio 



che il suono del corno d* Orlando in 
quella occasione fa adito da Carlo !^a- 
gDO alla distanza di otto miglia. 
40. volta. Alta altre ediziooi. 

23. dalla lungi, da langi. 

24. maytnare: troocamenlod^tm- 
maystiare. — aborrit erri. Da abor^ 
rare, per aberrare, andar langi dal 
vero, ingannarsi. Vedi C. X\V, v. IH. 

25. te tu là ti congiìtmgi, te ti ao» 
«osti là colla p^rttma. 

26. ihMnto a tento ee. b^mdi dal 
senso della viste. 

27 . te tteteo pumgi, cioè slfaaola te 
•tesso, sffretta il pnsao per vadar pra* 
sto da vicino le cose che di qui mal di- 
secrni. 

28. earaméisle, con dimasIrtfioQa 
d' affitto. 

56. '/ vapor che VatratUpm è la 
«sMtet ohe isfitti non è altro cIm «•- 



CA5TO TJUUITESIMOPRIMO. Ili 

Cosi, forando l' aura grossa e scora, 

Più e più appressando in ver la sponda, 

Fuggéini errore, e giugnémi paura. 
Pcrooché come in su la cerchia tonda ^o 

Monìereggiun di torri si corona; 

Cosi la proda, che '1 ^ozzo circonda, 
Torreggiavan di mezza la persona 

Gli orribili giganti, cui minaccia 

Giove dai cielo ancora, quando tuona. 46 

Ed io scorgeva già d* alcun la faccia, 

Le spalle e il petto, e del ventre gran parte, 

E per le coste giù ambo le braccia. 
Natura cerio, quando lasciò l'arte 

Di sì fatti animali, assai fe bene, io 

Per tor colali esecutori a Marte. 
E s* ella d* elefanti e di balene 

Non si pente, chi guarda sottilmente, 

Più giusta e più discreta la ne tiene; 
Che dove T argomento della mente 65 

S* sggiugno al mal volere ed alla possa, 

Nes^un riparo vi può far la gente. 
La laccia sua mi parea lun^a e grosita. 

Come la pina dì San Pietro a Roma; 

E a sua pro(Xjrzion eran Taltr' ossa. 60 

Sì che la ripa , eh* era perizoma 



fm Mfwo itipaio, coodcaMlo, dal 
17. ftrmndo: peortraodo, trapw- 



II. Fmggémi. . . . giugnémi, «tanno 
fv/hyyjrmi e giu^jnUmi. rxoe mi fuif- 

R ai fiagoia idairaiilii|. ytuynirrl. 
Jnrv d' averle crrduie timi %i «iilc- 
|Mta, • •■b«Btra\a in iiiirlla ««Te la 
■■ridì^«nia(M4rì. — IUUmI Sluanl.: 
rwfgimmi errore, e fresrr ami paura. 
6#. «MM m ni (a rrrehia Umiia^ 
^■B wH* roliriiiir mura rlir l'arrer- 
». Maal^egipfKif , r»«lello ile' Sa- 
ilónl» ioturno di torri che gli fan 



11. Coti ia proda tt. G>fttniÌMÌ: 
b di •rrìbili gigafiti rui (iiove ec tor- 
nai ts di Otarna la perifina la prodj 
Ai òffiiad» il pu0«i ; *w^\% fai eao tur^ 
■i U ipiMida CbO la luvtà drtla loro 
Ai(«nwaa. 



A%.EpfrUto»UgikamboUhrae 
eia: f«l ambo le braccia legato, cime ti 
fedrh in «eguilo, giù lango lo cotte. 

50. animali^ mootri bealiali. 
53. Aon ti pnUa, c«otÌDU a pr*> 

darre. 

51. lane tirna, do la tieoa, m la 
giudica. — disrrela, giadiiioia. 

55 l'argomento della ntanta. Àr- 
gomrnUt k>f>iiìlira geoeraimeote mnxo, 
{RiIruMrnlo, per uperaro cbotcheaaia. 
L'argomento dtUa menla, è la a«a 
forra iiitel lettiga e il rafioeioio. 

5U la pina di Sampietro La gran 
pina di bninru che una «otta era poala to- 
pra la mule Adriana in KiUBa, a cho oggi 
è Di-Ila arala dell' Apiide di BraoMote. 

CO. E a tua pruportUntt a a prò* 
pon lOne della farcia. 

01. peri^iiM, «oca greca, cba pro- 
priamente V 4 le « entimeolo cbo da ' la ci*- 
tura dikceode alle gioovcfa'a* 



Dal meizo ii 



I, ne mostrava ben tsnlo 



Di sopra, che di giugnere alla irtiìoma 

Tre Frison s'averian dato mal vanto; 
Perocrh'io ne vedea Ironia gran palmi 
Dal luogo in giù, dov' uom s' affibbia il manto. 

Balel mai acnèch zabi almi. 

Cominciò a gridar la fiera bocca. 
Coi non si convenìen più dolci f^almì. 

G 'i Daca mio ver Ini: Anima sciorra, 
Tienti col corno, e con quel H disfoga , 
a allra passion li tocca. 

Cercali al collo o irover ' ' 

Clio '1 [ien legata, o anima confusa, 
E vedi lui che 'I gran pelto ti doga. 

Poi disse a me: Egli slesso s'a 

Questi è NembroLlo, per lo cai mal colo 

I, dind» (II* 1 

uppinniMlu ilrll's, éilnH. 
W.Mlmi. doètanaali. 
71. Timit 




77. pM- lo ni noi tttt.Ta^- 



CANTO TRElfTESIlfOPRIMO. 



213 



Par UD linguaggio nel mondo non s'osa. 

Lasciamlo stare, e non parliamo a voto: 

Ghò cosi é a Ini ciascnn linguaggio, so 

Come il suo ad altrui, eh' a nullo è noto. 

Facemmo adunque più lungo viaggio 
Volti a sinistra; ed al trar d' un balestro 
Trovammo l' altro assai più fiero e maggio. 

A cinger luì, qual che fosse il maestro, 85 

Non so io dir, ma ei tenea succinto 
Dinanzi l'altro e dietro il braccio destro, 

D' una catona che '1 teneva avvinto 

Dal collo in giù , si che 'n su lo scoperto 

Si ravvolgeva infine al giro quinto. 90 

Questo superbo voli' essere sporto 

Di sua potenza centra 1 sommo Giove , 
Disse il mio Duca, end* egli ha cotal morto. 

Fialte ha nome; e fece le gran prove. 

Quando i giganti fer paura ai Dei : 95 

Le braccia eh' ei menò, giammai non muove. 

Ed io a lui: S'esser puote, i' vorrei 
Che dello smisurato Briareo 

sciando fotte 1« ttrtne intcrpreUxìoni viaggio te. Anelammo pia lungi vol- 



cbe fi ton date ■ onesta parola, dirò 
che eofo è uneope di eototo, cioè cogi- 
tato, che, aceondo l'nao degli antichi di 
frendera dcnna rotta il participio per 
«oatastÌTo, Tale quanto eogHamenio o 
pcoaìcro. Potrebbe aocho derivarsi dal 
prorensale cui, idea, pensiero. — E il 
tnal eoto di Nembrot tu quello di al- 
zart aaa torre fino al ciclo per non 
arare a temere i flngelli di Dio. 

78. Pwr tm lingitaggio ee. Non sì 
«sa jmre, solamento, un linguaggio, 
coma ai nsara ne' primi tempi del mon- 
do, ma dirersi linguaggi. Eral Urrà 
tabu uniui; e poi per la matta impresa 
di costai, ibi eonfusum ett labium wii- 
Tinm terrm. Geo. 

80. Che coii ee. Int.: poicliè egli 
noo comprende il fardlare d'altrì.come 
ocaaan altro comprende quello di lui. 

84. anidlo è Wito. Dice l'abate 
Lanci che quelle roci a incito é noto 
debbooe intenderai a nullo di noi dna, 
a Virgilio a a Dante. Io restendarei an- 
che a fotti qnelU che han creduto d'ia* 
tendarlo. 

82. Foemaio adunqìu pi# Iumqo 



geodo a sinistra. 

83. ed a/ trar d'un baUttro, e a 
un tiro di balestra. 

84 . TrotamtM V altro ee. Trortra- 
mo l'altro gigante molto più fiero a 
maggiore. 

83. A cinger ItU ee. Coatr. : non so 
dire qual fosse il maestro a cinger lui \ 
qual si fosse l'artefice che lo legò. 

86. iuccinto, sotto cinto, cioè, cinto 
sotto la catena. 

87. Dinanzi Valtro. Int. il sinistro. 

89. 'n tu lo teoperto, cioè, su 

3 nella parte del suo corpo che restava 
iscoperta fuori del pono. 

90. Si rattotgeva ee., si rol^a 
fino a cinque giri , o con cinque gin in- 
torno a quel corpo. 

94. toU'ettere sperto ee., rolle 
fare esperimento del suo potere contro 
il sommo Giore. 

93. ho eotal merlo, ha la pena me» 
rìtata, C"** niiplU 'l' Misere strcttamcnto 
Itsato. 

94- )8. i'iaUe, Briareo, due gi- 
aanti , che pia degli altri si mostrarono 
torti e audaci nella pugna contro Giova. 



ft4 bELL* INFERNO 

Esperienza avesser gli occhi miei. 

Ond'ei rispose: Ta vedrai Anteo: 

Presso 'di qui, che parla, ed é dìsciolto, 
Che ne porrà nel fondo d* ogni reo. 

Quel che tu vnoi veder, più là è molto, 
Ed é legato e fatto come questo, 
Salvo che più feroce par nel volto. 

Non fu tremoto già tanto rubesto, 
Che scotespe una torre così forte, 
Come Fialte a scoterei fu presta 

AUor temetti più che mai la morte; 
E non v' era mestier più che la dotta, 
S* i' non avessi viste le ritorte. 

Noi procedemmo più avanti allotta, 

£ venimmo ad Anteo, che ben cinqu' alle, 
Senza la testa, uscia fuor della grotta. 

tu, che nella fortunata valle, 
Che fece Scipion di gloria roda. 
Quando Annibal co* suoi diede le spalle. 

Recasti già mille lion por preda; 
E che se fossi stato ali* alta guerra 
De* tuoi fratelli, ancor par eh* e* si creda, 

Ch* avrebber vìnto i figli della terra; 



100 



10& 



Ito 



ììb 



iSO 



iOf . « dùcioUQ: perchè noo loUi 
contro GioTe. 

i 02. nel fondo d'ogni reo, cioè 
d'ogni reìthf nel fondo dell'iufemo. 

105. Quel che Cu tuoi reder, cioA 
Biiareo. Dante forse si mostra curioso 
ili Tcder questo gigante per ateme letti 
la grandiosa descrìyinne del suo Mae- 
sti o nel X dell' Eneide. 

405. pmr, si mostra, apparisca. 

100. rubetto, im|H'tuo8o. 

440. B non t'era mef/ier «e. 
A\ rcbbe bastato U stila jiaora {iadollm) 
a farmi morire, senza oisogno d'altro 
pi r pai te del gigante, sa io non l' sTeasà 
visto legato. 

\ 13. mlle: mUa è nome di una mi- 
sura d' Inghilterra , eha eorrispooda a 
due braccia fiorentine. 

144. SonMm U Uilm, cioè sema 
computare in questa misura la testa. — 
fuor della groUm, fuor del pono. 

M5. mtUa (érlunntm c«4lf. U- 
ctao Suge che il luogo ofe SdpioM 
vìhì Annibale sia alalo un tanfo il r«* 



^o d'Anteo. Dico forlmmmlm, pcrehè 
in essa terra, in Africa, la forlnna ■» 
strò suo mitere , o perchè teatro di fpi^ 
tunose vicende. In lai senno ai vidt 
natalo questo vocabolo al C XXVlll, 
v8. 

4 16 di gloria teda, pn«hè al- 
l'aver disfatti» Annibale a Zama, Seì- 
piiNie ebbe gloria, e ne credile l'alsao 
nome d'Affricano. — rnin, ondo. 

447. éiedo le àpalle, ù toIoì ìb 
uga. 

4 19. alta guerra, perchè lerrìbi^ 
mente grande e di grandi. 

420. anror par ch'egei crtàm m. 
Pare aurbe che si creda oer alcuni oc. 
(^lucftla idea , e la precooeotc dei pi^ 
dati leoni, sembrano tratte da Locnao: 
a Ferunt eimlat raptoe kmkmMm k»' 
N^s. • E ■ • Calo prppreil Qw&d SM 
PkUgr^i» Antaum nutulii «rvif. ■ 
Il sujierbo fa prc^o alla lodo; o par- 
óè \irgilio è largo di qnelU aw ' ' 



per disporlo ad essergli compi n c onlo. 
42i.t/ly/ide</olCfTa, gli 



CAIKTO TEElVTEiilHOPRIMO. 



SI 5 



Mettine giuso (e non ten venga schifo) 

Dove CocHo la freddura serra. 
Non ci far ire a Thno, né a Tifo: 

Questi può dar di quel ohe 'qai si Inrama: ab 

Però li china, ^ non torcer lo grifo. 
Ancor ti yuò nel mondo render finna; 

Ch'ei vive, e lunga vita ancora aspetta. 

Se innanzi tempo grazia a sé noi chiama. 
Così disse il Maestro; e qnegli in fretta i30 

Le man distese, e prese il Doca mio, 

Ond* Ercole sentì già grande stretta. 
Virgilio, quando prender si sentio, 

Disse a me: Fatti 'n qua, si eh' io ti prenda : 

Poi fece si, che un fascio «r'egli ed io. <I36 

Qoal pare a rigoardar la Carisenda 

Sotto il chinato, quando un nuvol vada 

So>r' essa si, ch'ella in contrario penda; 
Tal pan-e Anteo a me che stava a bada 



l»N Inldli figanti . che , come «lieon* 
le lavele, hnmm Salinoli della Terra. 

122. MtUin§ fUiio «e. Celaci già 
d fndb le mtm le oc iocresca e nea 
iadifBwel, ere il frwMo strtnge , ag- 
gkarcia, u faine Cicito ; e non ci fare 
aaiara a richieder di qaesto favore oè 
Jmm me Tito (Tileo), od altro gigaale. 

m QmggH può dar ee. OiAm» 
tuec ai aaealrano dctidrrnsi i dannati : 
d'aver aolitia dflle cote del numdu; e 
d* eaer richiaBiati alla memoria drgli 
•oanaì. Volti cummeoteiurì ban ere- 
ttalo che ni drbha intenderti della pri- 
ma enea, m cai M dice cbe Dante p«>lea 
a«d«farlo : e eie per la ragiuae che del- 
r altra ai ^rla dopo- Auear ti jmò 
uri mmi^ rendrr fama. I» t«ino d'opi- 
uwoe che la cona che aaMilalainente ai 
Ce aperve ad Aoleo per meno di l>ante 
aie U fama apprcmo il mondo; e che 
il «trae aopra riportato, ooo aia che 
«iella I 





Ila. U frif; il > 

/•, diccei di chi ••perhameale e 

■rate diapregia 

I2a. ff luiiga rito et..* ed aapetta 

di nt art «aceri laogo tramo , poiché 

è • Mene il carae degli anni aam. 

429. 5f fMMMti fra^ et. Se Dia 



per eaa grazia a aè noi ehianui dalla 
vita mortale poco dcdderahile rispetto 
all'eterna. La morte, quando n vive 
ia aaa Inala eocicià, dove V nooio od^ 
sto ha eempre la poggio , è aaa vera 
grana di Dio. 

131-152 JLe aum disten te. Co> 
stmisci: distese le maoi, dalle anali 
Ercole seoli grande stretta, quando fotte 
con lui. 

135. Poi fece fi «e. Poi fece in 
modo che foeeimo da Anteo abbracciati 
ambidue qoaii in un fascio. 

136. laHicnda. oGsrisenda, torre 
in Bologna, ciisi chiamata dal nome di 
chi le fece iniialiare, e rlie ogjp è detta 
la tiirre mnzaa KMa è multo pendente, 
e perciò pnò sembrare a chi ftta sotto il 
soo rfttMiloI il san pendio), guardando 
in ali«» qnanilu pama alcuna nube in di- 
refuioe contraria alla saa iaclioaaioae. 
che non la nube , ma la torre stessa ai 
m«<va e derhmi : similmente par^e qai • 
Dente ohe Anteo si chweaae. Cioè, par- 
vegli che il gigante, che gih si chmava 
per posarli, steaee per cadérgli addoaao, 
non altrimeali ehìa nel deaorillo caaa 
aembra a taluaa che aia per cadere la 
Carisenda. 

139. atee* a 6a^«e., badava, alava 
attento a vederlo chinara. 



246 



DELL 19fF£RNO 



Dì vederlo chinare, e fo tal* ora 

Ch' i* avrei voluto ir per altra strada. 
Ma lievemente al fondo, che divora 

Lucifero con Giuda, ci posò; 

Né si chinato li fece dimora, 
E rom* albero in nave si le\'ò. 



140 



440. e fu taParm ee.i e fn no dkk 
mento, che ec. : ò modo uiUtiMimo. 

442-443. che ditora ec.: che eem 
in bè e stra/ÌM Kucilcro con (ìinda, e eoo 
lai tutti i traditori .Cili<i<leirioferno poe- 
son chiamar»! in certo mudo i dannati. 
Con aimil metafora ditte al Canto XV III, 
▼. 99: Equetto bctii della prima valle 
Sapere e di color che in tè assarra. 

4 A A. Ni ti chinato ee. Né ponto si 
trattenne egli co«i chinato ; ma ti alzò, 
•i tifcce diritto sulitamentc, e parve co- 



445 

me «n* antenna di nate. — C^me i gi- 
ganti «botarono bestialmente della fona 
e dell' intelletto per levarti contro il 
loro Dio da cni l'una e \* altro a%'can ri- 
cevuto , coti il Poeta ha con molta con- 
venienza meato qnetti ribelli e traditori 
di Dio a guardia del pozzo ove eoa pa- 
niti coloro che tradirono i vincoli pia 
tanti delP amanita. 

445. Ecom'alhero in nave tiletò. 
Èqaetto nn di qnei verti che dimottraoo 
il poeta pittore: e quetti vineoM i tccoJi. 



CAIVTO TltElVTESIlflOSECMmDO. 




L'mnm dtt nono «erdUo um pmuimttUù di àttrUiimo glumuf forma f imito tlmgm^ma Cmitt^ 
0, tomt il t^m éi MatthU::*, p*mda 9trm U ttmtn. È éùttiUa in qtttunt tpmrtumfH wnc— Wd, 
«A« « twmum» datte divene taumttami dei dmmmmti, 9 i» «Memi* di eui è pmmMià mmm a^ttu di 
tradimento, ouim di quella frode pm d'ogni ohm Stanale eko n msa im aotof» tmi im i ti t Mem «■ 
UKfo diritto mtlm mottrm fodo. Net primto, dt$ dm Cauto uteumi* del f rateilo st f><«i« Caiaa, momm 
i trmditon dei proprio smmgmet mei oee o m d o, eàe si dice AntfOiin dal irommm Amleomen. the i 
fiialeke manto ètonco oemdè Trotm m» G'oei, stmmao i traditori detta patn,i, o del proprio 
mot tenoi, tàe dml traditore del giam Pomtpeo g'tHhiola Tw!«iiira, 1 traditori degli aama : w 
Jtaalaieate, amatalo GiiMl(«ca dal tnsfe Giuda, quei the traili oto i I019 èeaejmttori e sigmmri. 

la quatto Cmmtm si pmrfm di oarf traditori della Calma e d'alenai mlin drirjmtrmmim, ^m m 
Dante tomo mmmiifettmt» imenire trmoerem Im gktmtaa mttoiamdo*i al «eatro. 

S* io avessi le rime e aspre e chiocce, 
Come si converrebbe al tristo buro, 
Sovra '1 quel pontan tutto I* altre rocce, 

r premerei di mio conretto il suro 

Più pienamente; ma perch* io non 1* abbo, h 

Non senza tema a direr mi condnro. 

Che non è impreca da pigliare a gabbo, 



4. S'io affetti. Int. : te dalP italica 
lingua mi fotterodate.— azpre. da «co- 
fere, non altrimenti che frutte acerbe o 
di cattivo sapore. — ehiceee di r«nro e 
cupo «anno da metter paura. Vorrebbe 
dunque il l'oeU nn lingvaggìo forte a nn 
tempo e imitativo, perchè la tna deacrì- 
zione foate piena, e tpiratte anebo etA 
tuono quel terribilo cba deotra egli 
tentc. 

2. al tritio 6«e9, al trìtio peczo, 
• fondo infornale. 



5. forra 'l qwil pontan, tu cni 1*0^ 
poggiano, grafitano «icoume tal loro 
centro, {e rocce ^ cu*è le ripe de*cercbj 
iufemaii, o i balzi infeniali. 

4 . V premerci di mìo coneeito ii tu- 
co «e. fio esprimerci, io ritrarrei OMglio 
il mio concetto. 

5. non l'abbo, non lo ho. Dall' ■■• 
tiq. «6frere o ffòerp. 

7. dm pigtiaro m gabbo, da prcB- 
derti por gTUo<<o, per itchem ; na è «^ 
aa tena t di grave difCcoltà. 



CANTO TRBNTESnCOSECONDO. 

Descriver fondo a taUo Toniverso, 

Né da lingua cbe chiaiiii mamma e babbo. 

Ma quelle Doddo aiutino il mio verso, 
Ch' aintaro ÀnAone a chiuder Tebe, 
Si che dal faUo il dir non sia diverso. 

Oh sovra tutte mal creata plebe. 

Che stai nel loco, onde parlare è duro, 
Me' foste state qui pecore o zebel 

Come noi fummo giù nel pozzo acuro (*) 
Sotto i pie del gigante, assai più bassi , 
Ed io mirava ancora all'alto muro, 

Dicere udi'mi: Guarda, come pasri; 
Fa si, che tu non calchi con le piante 
Le teste de* fratei miseri lassL (*) 

Fercb' io mi volsi, e vidimi davante 
E sotto i piedi un lago, che per gielo 



tn 



iO 



i5 



20 



S. Duarinwr fémào 9€., J c iui r — 
] Imi», àoè il centro di qvetU sfera 
Gè è ietto, corno alCroro no- 
r, ■■conio il •ittrma tolemaico, 
f . Kèém fJMiMi che diiami flurai- 
•M • èsMo: Bè tale che po»a efTet- 
tHfaeaa «aa Uogua barolma. E cosi 
jtnmmtU poloa éu» il Tol^are italiano 
« fso' tiBfi; P"iB* che Dante lo er^ 
anso • i|«aUa iraodcna e nobiltà che 
«iéiaflaoMlsoo poema . Jfamma e teMo 
%mm f od pocrìli, ou poste a far contra- 
ilo eoUa fravitb dell'argomento, e a fi«- 
ififimrc f|«Él cbe sopra ha detto il Poeta. 
4e. ila guelfe Donne (le Mose così 
^anauie perchè si|rnore e dominatrici 
4efii ■■ani affetti). Nel forte impegno 
oppo rfn aams nt i ÌAYOca le Muse , cfao 
non asaadierangli d' aiuto. 
4 1 . Cfc'csHtoro An/Umete. È favola 
al snooo della lira facesse 
I stasi del monte Gtcrooe, a 
che gasili par loro medesimi si nnissero 
U ava di Tebe. I 



ofMn lo ss, oeao gli nomini selToggi e 
ami , aansaefitti e condotti alla tita 



per U Cam della parola, t par 
racmoMU atti imitili. 

n. Si tk§ émi (mUo t9 , akcfaoln 
■i» MraU aicmo pan al aabielto. 

è9: • plabt, a torba d'anima sofra 
laalIraalMaaM aall'iafcrM, dì- 
• I 



44. Che ttal nei loeoj nel aie detto 
fondo dell'Inferno, o eentro dell' nni- 
Torso; ofiflle parUàre è ^mtù; di cni è 
roalsgevole parlare cooTonientemente. 
Questa apostrofe ci intoona la dnraoon- 
dirionc e sopra d' ogni altra spaTontosa 
di <|aeste anima . a descriver la qntla 
mancano meni alla lingna. 

45. He*, meglio. — %ebe, eapre. 

J) Primo spartimenCo. 
7. Solfo ipiè ee.: in quel svolo 
pie bssso di quello sul quale il gigante 
tsneira i piedi. 

48. at/'a/lo nHim,cibè, all'alto nm- 
ro del profondo pozi o, ove erano stati da 
Anteo deposti. E il volfforn a rimirare un 
passo pericoloso da eui siamo usciti feli- 
eemente, è cosa ben naturale. 

49. Guarda, come patti. Le parola 
sono dirette solamente a Dante, o per- 
chè l' ombra che parìa si è seeorta eha 
^i solo ha corpo ; o perchè, vadeadolo 
intaso a tutt'altro, temeva cne pestaaaa 
o lai o suo fratello, eh'erangli i pie vi* 
etai. Sono queati i due fratelli Alberti, 
come vedremo. 

n Traditori de'proprj parenti. 

22. Perch'io, ner lo eba io. 

23. ìM iago, eheper gitio, an la|o 
cha per esser aelalo ae. Il lunga abito 
del Vizio rande finalmento il eaora darò, 
tre4<lo e insensibile affatto anche ai pia 
saitti affetti di sangue, di patria, d'ami* 
ciria, di ricoooacanaa. Gd jk i\ucÀa V ^ 



218 



DBLL' INFEKlfO 



Avea di vetro e non d' «equa sembiante. 
Non fece al corso sno si grosso velo sa 

Di verno la Danoia in Aasterìcch, 

Né 1 Tanai là sotto M freddo cielo, 
Com'era qaivi: che, se Tabemicch 

Y'ì fosse su caduto, o Pietra pana, 

Non avria pur dall' orlo fatto cricch. so 

E come a gracidar si sta la rana 

Col muso fuor delP acqua, quando sogna 

Di spigolar sovente la villana; 
Livide insin là dove appar vergogna 

Eran l'ombre dolenti nella ghiaccia, 3> 

Mettendo i denti in nota di cicogna. 
Ognuna in giù tenea volta la faccia: 

Da bocca il freddo, e dagli occhi *l cor tristo 



timo grado ed il profondo deirimqvìtt. 
Son dim(|Qe bea paniti nel ghiieeio t 
nel centro delle terra i treditiiri dei pa- 
renti , della patria , defB amici, dei ne 
aclaltorì. 

25. JVen fue «e.: dee, non fece mai 
alle toe aripie ti groesa coperta o trih 
•la di ghiaccio. 

2G la Dmtoia, il Dannbia. — te 
Au*tBrieeht noè in Anairìa. 

27 . Tanni la lana, o da il Don , 
gran fiume che negli antichi lenipi di- 
tideva l'Enrona dall' Asia. — iotlo 'I 
freddo cielo, tnt. : sotto il clima fred- 
disaimo della Muscovia. 

28. Tottmiech , monte dtiadmo 
della Schiavonia. 

29. Pietrapana, Petra Àpvuh 
na, altro monte aitiaaimo nella Garf^ 
gonna 

30. jmr dall' Orio ^ nemmea dal- 
l' orlo, dove il ghiardo è più salitile, e 
prima che altrove si itacra. Il Lnmbai^ 
die dopo di Ini altri lrgg«ioo (hterichi; 
Tamhernirhii rricAì.Qui si è tenuta la 
liiione antica, come quella in eoi la pa- 
rola erieeh , con più oidenia esprime 
il suono che fa il ghiaccio qnaiidu si 
spena. Ecco presso a poco una dì quel- 
le rime aspre e chiocce che il Poeta de- 
siderava. 

32-53. q^amàotognaet. Qui il Poe- 
ta vnul significare la stagione e l'ora : cioè 
il pi indpio della state, qnamlolaTillaMi 
fpigela ; e l'ora della notte, quando 



Tillana sogna sovente di spigolare. Ge- 
neralmenle d sogna la notte quel eh* 
d ha mollo occupati nel giamo. 

34 . Lixide nut» ìédtma^c. Il Cesta 
spiegava questo lungo coaì : • Le ambra 
dolenti. le quali stavanocolla testa fuori 
del ghiaccio trasparente^ d vede^ana 
esser livide sino all'angumaia, imtim là 
dote appar rergogna. ■ Io perà 
che la (rase {asili là dorè mppmr 
pagna si;;nifichi sem' altro «ino 
/accia, cbè nell' altra parte iataaa M 
(Imts la rergogna, ww quanto io mi 
•appia, non appare. La limitariims pei 
Itno alla faccia riguarda non giè la li- 
vidura, ma r immersione di qoella 
anime nel ghiaccio, l'alche io cigliai 
SCO e spiego rosi: • Inttc livida dd 
freddo, Tornire dolenti 



vano, fitte nel ghiaccio dno a aa 
parie i)o\e si mi>slra vergitgna. a t 
molli fiiieiTa. piutlostochè il p r ap t'i a ?» 
(sbiilo faccia, ha usato Dante «mìIb 
piTifraM, pnrrhe cosi veniva aana aé 
aicenaare il line dt'ila di\iaa giaatida 
Ui'l lasciar funn del gliiardo tatla la t^ 
sia a qnvi traditurt. IM (rflti, 
esili viTg4igna , tcUiTon basso il 
isf uggire quanta poaaono all' 
ae.-tcenza. 



56. MeUemào i demH 
fare ai denti quel aaono cha aaal farà 
la dcitgna quando batte la 
riore drl becco coli' inleriora. 

58-5'J . Da bocca ce. GisIrvHÌ m i» 



CANTO TBKIfTESIHOtKOIVDO 

Tra lor testimonianza ai pn>caoria. 

Qoand' io ebbi d* intorno alquanto visto, 
ToMnii a*{nediy e vidi dne ai stretti. 
Che '1 pel del tapo wmao insieme misto. 

Ditemi voi, che si i t r iiy le i petti, 

Diss'io, ohi «ettt. E qoei piegaro i eoDI; 
E poi ch'ebber li visi a me eretti, 

Gli occhi lor, ch'eran pria por dentro molli, 
Goorìar sd per le labbra, e 1 §bìo strìnse 
Le lagrime tra essi, e rìserrolli' 

Legno con 'legno spranga mai non cinse 
Forte cosi; ond* ei, come doo becchi, 
Cozzaro insieme: tant' ira li vinse. 

Ed on, eh' avea perduti ambo gli orecchi 
Per la freddura, pur col viso in giue 
Disse: Perchè cotanto in noi ti specchi? 

Se vuoi saper chi son cotesti due. 
La valle, onde Bisenzio si dicbina, 
Del padre loro Alberto e di lor fue. 

D* un corpo uscirò: e tolta la Caina 
Potrai cercare, e non troverai ombra 



»» 



40 



46 



60- 



bb 



h 
i 



: in ^wHa frale frr^o n ff- 

itaiiMMMBza, o fa fede di «è p«r 

, cwè roa lo •batter de' denti ; o 

, • l'iolenio di'Iore , m p«- 

rfH •cebi fMiS di pianto. 
p t9 § mr m i rulU, li piegarooo 
■taawnd.«i V mn daU'al- 



mofff , aniifli aolo 
, •, pr<>fni di laerime 
47. M ftrUImbbrn, par che debba 
~ migii orli dtÙ€ jmlpebre, 
MffcW ttàtm il graa freddo duo avrcb- 
Wr» potalo le lacrime aver teinpo di 
■fcdwiilt labbra della b.«a Vero 
è eW alna Codd. baimo 9M per fe liié> 
èra. «•■ dM ccflo a' iodirberebbero le 
ddb b>«co^ na oal eiioeetto 
é pie forile , w pt- 
M, t pia fona. 

4S ^n€$M, tra eaai oerbi. L'adii 
4 li dol 1948 ba trm Me. cbe 

da BOI Mfoita. 
I Corvo 




, por laarro na* 



55. pmr 9ol Vito te ghie, cootìnaaii- 
do a trfMTf il copo baeso. 

54. m noi ti»péeehi, cioè ti affilai 
in noi. Ma se ttava eoi viso baaao, coinè 
potea tedere m Dante lo guardava! Il 
gelo Ini te §li f«*ee da fpi'cdiio. 

56. ìm ralle , onde BUentio iidt' 
ehimmj è formata de' contrafforti che 
nella dirninne da lett. ad o«ttro •condo- 
no dairApprniiiai» di Monte-Piano e di 
\ernif», le quali bram-lie proluogaodo» 
si , a dt-stm |ier Moote Giavello fino t 
Mnnteliiirlo.a uniiitra per Munte Coc- 
coli e la (laUana , prendimu in marzo la 
pianura e la «Ila di Prato; e por ^oo- 
•tu trailo «ppiintit corre il Biseiutio. 

57. Alberto: Albirto degli Alberti, 
nobile fit»reiiUtt». — di lor /«e, cioc fa 
pf laaeaaione d' Albei to e di luru Suo e«ai 
Aleeaandro e NapoleiHic , c(iali di Man- 
gooa , che mortu il padre loro ai diero» 
no a liraBnefigiaro le terrò iotumo , a 
finalmenlo tenuti tra loro in diseordia 
per caipmie drll'ereilili palerai , V aao 
ammalerò l'altioa tradi<iiealo. 

58 . H'uH rorpo uteiro : nacquero dà 
ana Ktca»a madia. 



2S0 



DELL' INFERNO 



Degna più d'esser fitta in gelatìna: eo 

Non quelli a cui fu rotto il petto e 1* ombra 

Con esso nn colpo, per la man d*Artù: 

Non Focaccia: non questi che m* ingombra 
Col capo sì, eh' i'non veggio oltre più, 

E fu nomato Saasol Mascheroni: 6i 

Se Tosco se*, ben sa' omai chi fu. 
E perchè non ini métti in più sermoni, 

Sappi eh' i' fui il Camicìon de' Pazzi, 

Ed aspetto Carlin che mi scagioni. 
Poscia vid' io mille visi cagnazzi {*) 70 

Fatti per fireddo: onde mi vien ribrezzo, 

E verrà sempre, de' gelati guazzi. 
E mentre eh* andavamo in ver lo mezzo, 

co. in gelatina. Goti oomÌM per too nipote, per rinioere erede l'arri- 
'* '* '^ *' * '" M ; oude a loi fa U(*Iieta le letta in Fi- 



ischeiTo il (jelato Cocito dove eoD fitte 
le anime, rauomigliandolo a oaella vi- 
▼anda ■ tutti nota che dai cuocni li pre- 
para con brodo glutinoso congelato. Ta- 
Iodì, a cui pare ioopportano lo tcheno 
ìd materia cotanto scria, dicono die 
gelalina sta qui nel sem|ilice senso di 
gelo. Il discorso di costoro tornerebbe, 
se fosse Dante oucgli die qui parla , 
ma egli è il traditore Camicioo deTax- 
ai ; e a lui, loquare e petulante come si 
mostra , non disconviene questa idea fa- 
ceta e burlevole. 

64 . Non quelli ee. Mordrec , il ana- 
le essendosi posto in aguato per ncddcre 
il proprio podre Artù re della Gran Bre- 
tagna, fu da lui veduto, e poscia tra- 
passato con una lancia a modo, che (se- 
condo che narrasi ndle stone cavallere- 
sche) per mozio la ferita passò nn raggio 
di sole COSI manifcslamciite , che Girllct 
lo vide. Perciò il Porta dice : a cui fu 
rotto il petto 9 t'ombra, doè fu rotta 
dal solar raggio quell'ombra che il pet^ 
to faceva sopra il snolo. 

63. Focaccia. Focaccia de* Cancel- 
lieri , nobile p'istoicse, il quale mozzò nna 
mano ad un suo cugino ed uccise un sno 
zio: le quali crndelti dictlern prindpio 
alle fazioni de' Bianchi e dc'Nen. — udii 
^eiti ee. Intrudi : non questi che col 
capo mi sta dinanzi, si che m'impedisca 
il vedere più oltre. 

65. Sattol JUatcktroni^ liom- 
Itno, nccisorc di nn suo zio. L'Ano* 
Qimo nota : s Questi, essendo tnlorr d'nn 



renio.» 

66. ben (Ui iaper dU /k. il testo 
VÌT. e il Coà. Fior. 

67. E perchè ee, : e perchè ta non 
abbi occasione di farmi parlare più di 
quello che io vorrei. 

68 Cam icion deT Paxzi. Mcsaer AI- 
berto Camicioue de' Pazzi dì Valdamo, 
il qnale a tradimento occiaa mcascr 
Ubertino t^no parente. Vaij testi : Stppi 
cfc'i'zono. 

69. CarHii.Mcsser Carlino ae*Pai^ 
zi , di pai te bianca , diede per dcDarì , a 
tradimento, il cartello di Piano di Trevi- 
gne in mnno de' Neri di Firenze, per coi 
molti furon morti o presi par dei ■>> 
gliorì usciti di Firenze. Vedi Gio. Villa- 
ni, lib. Vili, 33. — the mi s eag U mi, cba 
mi scusi , che mi scolpi ; porcM avendo 
egli delitti tanto più g'''^^' ^ ■»■*( i ■■ 
confronto di lui apparirò ^naai i 
eente. 

70. visi cagnazzi t visi Inld 
nazzi e morelli pel fi-eddo. 

{') Passaggio all'Antenora. 

71. rtòresso, orrore, apai i nl o . 
Propriamente nòrezxo è il nriridepre 
cursore ddla fi-bbra. 

72. de' gelati gumxxi, degli gtosn 
gelati , perchè tal vikta vii lirhiMiin 
alla memoria l'idea orrÌMlo di foegi 
sriagnrati. 

75. in ter lo wtetw or. lateaf vo^ 
80 il centro della terra , al ^nlo tallo 
le coae gravi tendono p« loro ntori. 



CANTO TAENTESIMOSECONDO. 



ni 



k* 



Al quale ogni gravezza si rauna, 
Ed io tremava nell'eterno rezzo; 

Se voler fti, o destino, o fortuna. 

Non so; ma passeggiando tra le teste, 
Forte percossi il pie nel viso ad una. 

Piangendo mi sgridò: Perchè mi peste? 
Se ta non vieni a crescer la vendetta 
Di Moiit* Aperti, perché mi moleste? 

Ed io: Maestro mio, or qui m' aspetta. 
Si eh* i' esca d' un dubbio per costui: 
Poi mi forai, quantunque vorrai, fretta. 

Lo Duca stette; ed io dissi a colui 
Che bestemmiava duramente ancora: 
Qual se' tu che cosi rampogni altrui? 

Or tu dìi se*, che vai per TAntenora 
Pércotendo, rispose, altrui le gote 
Si, che se fossi vivo, troppo fora? 

Vivo soD io, e caro esser ti puote. 
Fu mia risposta, sé domandi fama, 
Ch' io metta '1 nome tuo tra 1* altre note. 

Ed ^li a me: Del contrario ho io brama: 
Levati quinci e non mi dar più lagna; 
Che mal sai lusingar per questa lama. 

Allor Io presi per la cuticagna, 
. E dissi: £' converrà che tu ti nomi, 
che capei qui su non ti rimagna. 

T%,9tirÉUrmo rwuo, io^nel luogo 
I «^n. • il 9ìn è' ogni altro 
4bl npgio • àéi eaUif del sole. 
7C.J^MSr/bM. OCmm abp» 
S Dm, etcMfiira Mt; • nero cato. 
li; peeta. Cotlui che qui p«r- 
Jfgti Abati , 6ureatiao , di 
fer tradinieoto del quale 
reno Moatap^rti quai- 
adi Caoto 1 , nula al 



75 



so 



S5 



90 



95 



19 





• cruiear U vendeiim EH 
; at lo ooo nem ad ao> 
3 «attigo aba aicntai pai 
kntm • MooUperti , qaati 
^•alU cW qui MMteiifa. 
O Sicàrat^ae. Sicà'ioaMa 
£ wm ètàkmikm tm è tesato lotanM la 
dii aai f i fuado egli ka m v m 



S4. f IMMlaMIflIt, q«8Dt0. 



90- A, efta M foni Woo, ce. Bocca 
M pensa che Dante sia un'ombra; a ma« 
raTÌglÌMÌ della fona con che egli fa par- 
coka«> dui piatii di Ini. 

93. Irm l'altre noU, fra la altre cosa 
da me o-'Uite quaggiù par fama niaoM»- 
rìa nel mondo de' tifi. 

95. lagna^ afflixione, Bolcstia. Pro- 
priameolr aio che dà cagione a lagnarsi. 

96. «ini snt luiingar te. : osi mù 
noi vaoef o piuttosto mtalaeeorte e poeù 
desile lusinghe , peraoccbè quelli eh* 
giaecivno in questo fonda non cercano 
faina, ami desiderano di non easera n^ 
minati. — per qwetta Immm, m quaatn 
cavità , in qaesU valle. 

97. per la euti€agnm te. • cioè pai 
capelli della culic«giM, aba è la parto 
concava e deretana dal capo. Stando agli 
a capo ripiegato, era quella la parta cmè 
più cumoda prcaaata^asi a Denta. 



-SI) dell' niFEBXO 

Or.d* egli a me: Perché la mi dischiomi. 
Né ti dirò chi io sia, né mo^trerolli, 
Se mille fiate ia sol capo mi tomi. 

Io avea già i capelli in mano avvolti, 
E tratti glien avea più d*ana ciocca, 
Latrando lui con gli occhi in giù raccolti: 

Quando un altro gridò: Che hai ta. Bocca? 
Non li basta sonar con le mascelle, 
Se tu non latri? qual diavol ti tocca ? 

Ornai, diss* io, non vo'che tu favelle, 
Malvagio traditor, eh' alla tua onta 
Io |K)rterò di te vere novelle. 

Va via, rispose, e ciò che tu vuoi, conta; 
Bla non tacer, se tu di qua entr^eschi, 
Di quel rh'ebbe or cosi la lingua pronta. 

£i pian<;e qui l'argento de* Franceiichi: 
l'vidi, potrai dir, quel da Duera 
Là do\e i peccatori stanno freschi. 

So fossi dimandato altri chi v* era. 
Tu hai da lato quel di Beccheria, 
Di CUI segò Fiorenza la gorgiera. 



100 



10» 



fio 



115 



i^ 



100. Perchè tu mi ditekiomi, per 
disrh ioni inni «bc tu faccialo, quantun- 
que lu mi riilura raU«i. 

lui ni mostre rulti : uè ti mo- 
strerò rbi iu mi sia, aIzMudo verso t£ lo 
fsccia. 

I02. Se milU fiate ee.^ cine ^ se mille 
Tolte tu mi |N*rcula sul rapo. Diiiite por- 
coaae co piedi ci»iui rlir tavella. \vdi il 
verso 78, al qualf il «eisw prt-tenle li ri- 
feriirr. » Uima»9, vale prupr. cader 
giù roii tuli* L Iwi/a drl |Miiprio prao. 

iti5. cuyli occhi in giù raeeuUi, 
cogli «irrlii ftriuprr banM. 

Il>7 iomar con le masreUe, rinè 
liallete ìo*h'ìiii> pel rr<>dtlti le iiia!«crlie. 

luti eks piii fattile , il leato \iv. 
« U VhI 2. 

H 4 . />! quel ek^ebbe or ee. , dì co- 
lui rlir teste fu ai pruoi» a UMoiEtikiarti 
il imi» ni tuie. 

1(5. tei piange «e. Quegli di em 
porlo liuera, e Uuiiw» da iKuH-a Cremo- 
B«ae . li quale , per deiiHru (inerliigli dil 
conte Guidii di MMifurlv «Hidiitltire del- 
l' eaercit» di Kraiuno, non gU enntese il 
pauu nella Tullia, coui' era obbligato di 




fare , riacndo sloto posto dai GhiboUiBÌ 
e da MjDircdi nei luoghi Tcno ParoM 
■I punto per «Mtore • Carlo d'Aagi*. 
Qua .che storico nega questa corrvàoBC 
di lluiiso , na l' affermano il Malcapiai 
e il Villani. 

117. U àat€ i peeeaioH 
fmchi. E immIo par quesèo 
tbe min tu diiuiice iu buoaa a 
tura , cbe sropei lo , quasi a 
c«d|ia , svela altri rei suoi pari, 6 fa i 
bcir umore mottei;(paiKÌu. 

1 19. furi cit HfcrAerfa.QMilifoai 
Pavia ed abate di \alluuU»roaa , al fa9è§ 
fa tagliata la te»ta, per eaa 
certo tialtato cbe fgli fa 
Gufili in favore de' Ghibellini in Pii 
la, Ole fu mandalo legalo per papa Alea- 
Sandro |\: il quale poi adagaato par 
quiitta Bn<Lce e srauualosa aaioaa da 
Fioreiiiioi , uilerdinse la lor» cillh. Fa 
detto am be rbe il Ih-celicria saa fant 
reo dell' opponlogli dcliUo. 

120. lagorgierm e aa aoUaralla di 
bisso u d'altra tela linea Bolla Saa. Qv 
è prosa liguratamcutc t aigaificara fa 
gola. 



126 



130 



CAKTO TftZirrESlMOfiECONDa ttS 

Gianni del Soldaoier credo che sia 
Piò là con GumUmb e Tribtld^o, 
Ch' apri Faenza quando si dormia. 

Nói eravam partiti già da ello^ 

Ch' i* vidi duo ghiacciati in una baca, 
Si che r on capo all' altro era cappello: 

E come '1 pan per fame si manduca , 
Cosi 1 sovran li denti all' altro pose 
Là *ve '1 cert'el s' aggiunge colla niKa. 

Non altrimenti Tideo si rose 

Le tempie a Menalippo per disdegno, 
Che quei faceva 1 teschio e V altre cose. 

to che mostri per si bestiai segno 
Odio sovra colui che tu ti mangi. 
Dimmi 1 perchè, disa' io, per tal convegno. tS5 

Che se tu a ragion di lui ti piangi, 

Sappìendo chi \-oi siete, e la sua pecca, 
Nei mondo suso ancor k> te ne cangi, 

Se quella con eh' io pario non si secca. 

121 . GiMni del SoUanUr. Gio. 
«Mai S«Uaaien , di parte ghibellina. 
^^àmÈém i Gliìkclltni tèrre il goveroo <li 
■H»t*GMl€,« li tradì, •'•roiMlè ad 
«■ì 6«rlf , 6 feeesi privripe del iMovo g(K 
Pi watai dicel'ApoMiiao . • GiaiK 
SaUaMri di Firenct, cuendo 
di f a— a a, e— raiatoriodi Tri- 
de Zaabraai della della lerrt , 
I «Ha lara parie gbibellioa aili B»> 
raeaia. • >ar] CMiiai 

itt P«* là. pia prvMo aleMitr».— 

Qatiti è qael Geno traditnre 

— ), di e« lanlA diee l'Ari»- 





iM» , • ]pr| ai IradioMnlii furono tagliati 
• MHi àà ■ori ìb BoociteaUe tocal»- 



10. 




H dormU, di aitta 



CV r Hit, qaaado io fidi. 
»• §m mmm èaes. La baca io che tlana» 
•Mali da* apirili è la cavile cirrdare 
«Ila afartÌMeata eÌM divide l'AnteBera 
latlora, d^lla Tolmnea che laK 



■adialaMeale ama. poiché l'aoo di 
«■InA la patria, Valire l'aMciiia. 



B dunque aon confinanti, e in loro^ 
Cocfsaa le dna rlaasì. 

123. er* cappello ^ cioè aUvagli 
•opra qaaai come cappella. 

427. ft mamfoca, laC.a nnagia. 

428 'I Maraa. «ulai che aUva col 
capo ttipra l'altra daanato. 

430- 1 34 . IVdfo, figliuido d'EoM) re 
di Calidunio, e M4fnaJiftp»Trbaoo,eaaa» 
hattereao inMcioe prewe Tebe • reato 
reno aaib<>due mnrtalmrolr feriti. 1v 
doo, aii|»ravvivr«do al mio aeaueo. C» 
eeai reraro la testa di lai, e per r a abi a 
lati rmae. 

435. per tal ranaefno, par tal ea» 
Teoiiooe, a tal pottow 

150. ti pimugi. ti lagai, ti daoli. 

437. «^««apeera, ilaoopaeeala 
feribdi te. 

458. ancor io U ma emm§i: aa* 
rli'io aa nel OModo li rieai p s nai ; ti 
reada il cambio della Isa curtoM in 
r Jap w dermi ; e eie eoi far pabblieha la 
lae ragioai . e i Uirli di lai. 

438. 5e qmfUa ar. . sa la aia 0»^ 
gaa Dt n ai areca, cioè, ae io aaa di» 
vaefo aiata par 



«14 



dell'inferno 



CAIVTO IVEMTESIIIOTKIUMI. 



Dtff CMiif UìoUm» 9d€ VMigkUri mOPjatftm U ntteomo dtOm 
fMlMfi mtllm TolvmM, • dm fimm Alberigo éifUo^MH gU h m mt tivm ff 
tm iifUta gtuMtixim prwttd* «Mlm cài trmàum emHim tktmlmt é*mfféè. 



La bocca sollevò dal fiero pasto 
Quel peccator, forbendola a* capelli 
Del capo eh* egli avea di retro guasto. 

Poi cominciò : Tu vuoi eh' io rinnovelli 
Disperato dolor che '1 cor mi preme. 
Già por pensando, pria eh* i* ne favelli. 

Ma se le mie parole esser den seme, 

Che frutti infamia al traditor eh* i' rodo, 
Parlare e lagrimar vedrai insieme. 

r non 80 chi tu sie, né per che modo 
Venuto se* quaggiù; ma Fiorentino 
Mi sembri veramente quand* i* t* odo. 

Tu dèi saper eh* i* fui '1 Conte Ugolino, 
E questi l'Arcivescovo Ruggieri: 
Or ti dirò perch' io son tal vicino. 



trmiks /««. Psum 



10 



ih 



2-5- forbendola, ocUaDdola aicth 

Sili. — Del capo, di cui diste alla 
e éc\ Canto precédeale. 
6. Già pur pentando, tolo col re- 
carmelo ora davanti al pensiero. 

9. Parlare e lagrimar ttdrai in- 
fieme. È lo stesso cuncelto che fu 
espreseo da Francesca da himini ia 
tfwA %erto : ■ forò come eoiut cJbe 
piange • dice. • Ma si ossenri il gran 
Maestro che non scambia mai tono, a 
sa adattar l'armonia alla natura dc^^ 
affetti e delle cose che rappresenta. 

42. quand' V i' odo: accenna aldi- 
scono indiriizatogli nella line del Canto 

Sreced. ; dai modi del i|uale e anche 
alla prooaniia lo distinse per Fioreo- 
Cino. Anche FarinatOf nel C. X, v. 23, 
La Ina loquela li fa tnanifetlo ee. 

43. Ugolino dei GIterardcschi conta 
dì Donorstico. nubile pisano e guelfo, 
d'accordo coU'arciteM-oTo Kugtiieri d«> 
gU Ubaldioi cacciò da Pisa Nino di 
Gallura, nato d' una sua iglia^ che te 
■e era fatto sagnoro. e sì posa lu luogo 
ai lui. Ma in seguito l'arcivekcof o, per io- 
ti^ e per odio di parte, e più che altro 
par Tcndicara un nipota alatogli ucciso 



dal Conte, con l'aiuto de-Oulaodi. dt^ 
UDondi e de' Lanfraocbi, alsaU fa cr»> 
ce, con molto popolo furibondu, al 
^uale aTfa fatto crederà, a sctitudn ai- 
cani era taro, eh' egli atcsaa par daawa 
rcndute alcune ctftclla ai Fiarsotioi • 
Lucchesi, Tenne alla case del Gaota, a 
Ltto prigioniero lui, due aaoi figUaaU, 
Gadda e Uguccione, a i auoi Ira aipaHy 
Dgolino detto il Brigata, Arrigo ad Ab» 
aclwuccio, li fece rinchiudere nalla twra 
dei Gualandi alle setta tic, dora, dopa 
aìcan tempo sottratto loro u «ba, faraa 
lusdsli erudel manta morir di fame, D 
signor Carlo Troya reca molla rag iea i a 
proTsri- clic in guasto orribile falla Hflv 
dveacof o ttuggen non cbba mila aalna 
che DmiiIi' f>li dà, ma che è da aacay^ 
Dame massimamente il coala Gwdo da 
Mootefrltro lurlle cui mani era allora 
il reg;;imento di V'tu. — II Cadica 
Vatic. 5449 ha; cft* C fwi Caede U§^ 
limo. 

45. perch'io fon «e.: parche io auM» 
ora caci molesto vicino di costai, cena 
tu vedi. La ragiona di «peata ficÌBaBia 
è stata accennata nella aola al T. 425 
dal Canto precedenle. 



CAIVTO TBENTESIHOTERZO. 

Che per reflétto de* goo'mai pensieri, 
Fidandomi di lui, io fossi preso 
E poscia morto, dir non é mestieri. 

Però, quel che non puoi avere inteso, 
CioÀ come la morte mia fu cruda. 
Udirai, e saprai se m' ha offeso. 

Breve pertugio dentro dalla muda, 
La qual per me ha '1 titol della fome, 
E in che conviene ancor eh* altri si diiuda, 

M* avea mostrato per lo suo forame 

Più lune già, quand' i* feci *l mal sonno, 
Che del futuro mi squarciò il velame. 



SS5 



25 



46. ftT réffèUù 4»' $w^ mai pen- 
fieri: i wmi • mótf peotiari ertno !« in- 
>tifaii<Hii della t«a f<ioii«, 6 il dend«- 
n« ddla vcodetU. 

47. Fidamdomiaiui.'MàrtV'tn- 
cavto odi' aaiicuia che qael prete die- 
ffinalatore eVt dÌMoatrate, né piò peo- 
•ava ali* iogiana ; aia chi la fa, la acme 
■«Ila rcaa ; e chi la ricevei nel marmo. 

48. Itr «M é siecKeH, perchè tut- 
te a mmd^ le te. 

49. mei eh§ non puoi tmer§ <iile- 
m, p ai el le arreasto nel aegreto della 



22. Breve ptrUigiOt pìccola Sne- 
^ln.'—éemtrodmUmmuda:òkmmu- 
dm fmi chiwo ève Ici^onn gli nccelli 
e wmdmn, cioè • amter le pcDoe. Ed 
era «aa ^Mato aeoie chiamata la torre 
£ cai ■ Mrla,jperrbè vi si teiM'ìrano a 
wtmémrwU fme della Bepubblice ; fiu- 
eàè per 9 fallo chetai ti narra aeqaiatò 
i aaaM di larre delia fame, 

14. mem jg m,... eh'aUri $i chiuda. 
Gè era bea ladUed arvenire nel dfile 
e ael farore delle faiiooi, di 
N la darete. 
Pie Utme già : etoe^ erao paa- 
aaÉ me •cei delle mie prigieoia : e ee- 
eaMa dia aarra Gio. Villani, dall* ago- 
ala al sano dal «SSS. Alcani Codd. e 
iaveee pia imme; ma hi- 
arer hca p4«o lame per 
Imooa, che è coolra- 





ite del roaleato, o?e 
U Cuotc re de»to immamMi 
la éimamt; per U che è ehieru, che 
laaade il Coole faceva il mal toono, e 
*ra focUe il hnOlo eegoo, era TaltiaM 



parie della ootte , oè perciò poteva pri- 
ma di esso aver veduto più lume per 
lo spiraglio della torre. 1 sosteoitorì 
della leaooe pia lume a' appoggieao a 
certi frammenti di Storia Pisana d' un 
contemporaneo pubblicali dal Murato- 
ri, dai quali si rileva che il Conte coi 
figli stette rinchiuso dapprima in altro 
carcere , da cui non fu trasforito nella 
torre dei Gualandi die eli' arrivo del 
eonte Guido de Montefeltro, quando fa 
decretata la, sua morte per feme. In 
questa adunque non potea aver veduto 
più (iMie, non etsendovi rimasto die 
quanto tempo durò al digiuno. Ma a 
ciò potrebbe rispondersi che Dante, gia- 
dizioso trasceglitore delle dreoetaote 
nelle sue deeeriiiom . non ha stfanato 
d'alcun interesse il rilevare queala frat- 
laaione , ed he imroeginato che «a da 
principio fosse il Conio rinchinso B^a 
muda dei Gualandi ; e che la verità ffo- 
rica non è stala da lui in questo toatitt- 
tielmente alterata , perchè ala aempra 
fermo che il Conte fu detenuto in aaa 
oscura carcere, e che dopo lungo tempo 
fu prìveto degli alimenti. Kitengasi edon- 
que Biruramente la lea. pM Isaia, ari 
abbia l' altra per un de' soliti errifli o 
aaecenterie de copisti. 

27 . Che dei futuro ee., doè, eha ai 
rirelò il futuro, faveto •ego* è iauM- 
ginalu dal Poeta con grandiaeima arte, 
perche |ier eseo s'enticipe riofelidlh del 
C«»nle per l'apprenaione ddle inmiaeiiti 
sue sventure, contro la quali non aTreh- 
be potuto accitgliere alcuna speraota: 
tanta fede a' avea nd fogni dd mai- 
tino. 



\h 



DELL INFEtlNO 

Quesii parei'a a me maeslro e donno, 
CscciantJo il lupo e i lupicroj al monte, 
Per che i Pisan veder Lurca non ponno. 

Con eagne magre, studiose e come, 

Gualandi con Sismondi e con Lsiifranclii 
S' aves messi dinanil dalla fronle. 

In picciol corso mi pareano stanchi 

Lo padre e i figli, e con l'agule scane 
Mi parea lor veder Tender li fiancbi. 

Quando fui desio innanzi la dimane. 

Pianger semi' fra '1 sonno i miei figlinoli, 
Ch'eran con meco, e dimandar del pane. 

Ben (le'crudel, se In già non ti duoli, 

Pensando ciò che 'I mio cor s'annunziava; 
E se non piangi , di che [uanger suoli? 

Già eran desti, e I' ora trapassava 
Che 'I cibo ne soleva essere addollo, 



P'I io sentii chiavar 1' u 

U. <^« ec. Caini che istDilo ni 
fttm che (oiae tipa (marllrv) ■ «- 
IBOH (AnMo) di ani lui Ih Ai gaia. 

23. CoMimdD. in lUa ili aanrt 
Il tttpo <m bàpieini. Sippnnc cIh <la1 
■ofMr* à tdii (ninwli •ilHniLi ddibi 
Hfuilan (ulimmlu di (iiih. Il Conia 
«n luilln, U iDibe piun* (bibilliDC ; 
fModi il f rio» è Ggunlo irl lupg ; b 
Écsond*, ptr rantripp'sln. nrlltngn*. 

39-10. al moNlt.SinCialiini'i/Vr 
(H per «i , MK-ndo Mia In Pua e 



n dubitava: 
di sono 

I . Àllrì mM ItlifwneBta 
inda ciò chi al mia * 

i. Cté rMH dHlf. Si M 



tT timTiKlo dubhiDd» ìIm 




CANTO TABIfTESIMOTEfiZO. 

AD* orribile torre; ond* io guardai 

Nel viao a* miei figlinoi senza hr motto. 

Io 1108 piaogeva: si dentro impietrai: 
Piangevan elli: ed Anselmucdo mio 
Diase: Ta guardi al, padre: che hai? 

Però non lagrimai, né rispos' io 

Tatto quel giorno, né la notle appresso, 
la6n che 1* altro Sol nel mondo oado. 

Come un poco di raggio ai fa measo 
Nel doloroso carcere, ed io scòrsi 
Per quattro visi il mio aspetto atesso; 

Ambo le mani per dolor mi morsi. 

E quei, pelando eh' io *1 fessi per toglie 
va manicar, di subito levorsi, 

E diaser: Padre, assai ci fia men doglia. 
Se ta mangi di noi : io ne vestisti 
Quesie misero carni, e ta le spoglia. 

Queta'mi atlor per non farli più tristi: 
Quel di* e Talbro stemmo tutti muti: 
Ahi dura terra, perchè non t* apristi? 

Pueciathé fummo al quarto df venuti, 
Gaddo mi ai gittò disteso a' piedi, 
Diee&do: Padre mio, che non m' aiuti? 

Quivi mori: e come tu me vedi, 
Vid* io cascar li tre ad uno ad uno 
Tra 1 quinto di* e *1 aesto: ond* io mi diedi 
i eieoo a brancolar sovra ciascuno, 
E due di' li chiamai poi eh* e' fur morii: 
Poscia, più che'l dolor, potè il digiuno. 



tn 



60 



66 



60 



70 



76 



11^ Ji«0S p<aiife«« te. Io Mo pò* 
InifiHfm, fcrcioccliè il d^Ure ni 
U • nato t aodk di 



IS-J7. ti i0 àeérti Pwr.^mmiiro 
Mm~ U i«p«Ui ttàer M ^««tlfo vol- 



6 k iiMM mm i«MfÌM , • dalli lor 
■cnUila oùa «e. 



41 . Màimtrt Pmdnu. A •• laTita 

#4. Qmtta^wni,'m MÌetat. 

ribaiBa. 

ìTomIcW CU: Edàm: Ptdn, 
ftuàè mm mentir 



70. Qwnimunri. lolMdi atl la«|o 
ove cadde. — tu vedi è dm Cod. di 
Savcaaa publdicati dal Fcrrantt, • 
fi è ptà cofaM cka oalla ctHUM wd 
tedi. 

73. Già cieco ae. Par HMMaan 
d* alinieoto c«Modo a lai vaaaU aaaa 
eoo toUe le fona d«t tciui aoco la vitta, 
•i dirda a braocolara , cMiè a aarear te* 
•tando colle mani iolaraa fte li 4m^ 
hn di quella torta. 

74. Bdmedriiekigmaiee,Efn 
daa di'dopo cba larooa OMrti i—finail 
• ahiaiiiarli ( 



oa a 



pabo 
lore. 



di aoMM* patara* a a tfafo di d^ 



7». Pafcia, pi^ càci dolor ,«t Vriu 




Quand' ebbe detto ciò, con gli oec'hì torU 
Riprese il teschio misero co' denti, 
Cile Turo Rii' osso, come d' un can, (orli. 

Alii Pisa, viloperio delle genti 

Del bel paese là dove il «I suona; 
Poiché ì vicini a [e punir san lenti, 

Aluvasi la Capraia e la Gorgona, 

E racciaii siepe ad Arno in su la foce, 
SI eh' egli annieghi io te ogni persona. 

g pU et» il dolon I aoslFa- ri degli doidìiiì ; n» dare 
!»ildÌEÌDiioiBDÌrmi. EcMt ••--•-• ..-■.---•.- 



nel digiuna pi 
jponui' — Che 



i1F»MiaLhi<ti>lDli)rtr 

ani dfiidirìo dell* fila Iriantamlo 
palmo dnlorB, lo ipiiig«i«o a man- 
r du mnrli Bgli , do» la rr»ilo , non 
iDjMr liiDTBTtiiniglianacbaiia uo- 

ai apifaDlo.pDlMH 
:»ri»craJa,q<ii 

.UlmldrcHliTijudi 



ni;na|!li>ni*, aJdis pie*, • 



urna Ri uni*, ai 
ti» { Hi i diri 






^adcl il quella d'IUlU. Uh 
ad«0(|ueduMÌl«ÌnioBa,*i»i 
bio r lulia. Il Coati ■ ilcn 
BIOBÌ di qurili pirtiulll U, ci 



a> più lil 
ebbi il G 



Ili prtCD comprati, diierrebbi il Conia 
l' (lira padro da qatl cba te 



I. nuBi pìA inaonìa 
;< d'I'ilii. HanaUi 
ini (le il liulitvnir 



Inimo, ambe arr il >m 
,a Dtl Canio H dui Pt 



min 93, laddore to lou; t «ri Caa- 
lo XXV il irno IO, Sr la tndiOa ikr- 
na gli diifir^o,,.. laddove lu *j*. Dtl 




CANTO TREIfTESIMOTERZO. S29 

Cbè 06 il Conte Ugolino aveva voce 95 

D'aver tradita te delle castella, 

Non dovei to i figlinoi porre a tal croce. 
Innocenti facea l'età novella , 

Novella Tebe, Ugaccione e il Brigata, 

E gli altri dno che il canto snso appella. 90 

Noi passamm' oltre, la 've la gelata (*) 

Rovidainente nn* altra gente fascia, 

Non volta in giù, ma tutta riversata. 
Lo pianto stesso li pianger non lascia. 

Et duol, che truova in su gli occhi rìntoppo, 95 

Si volve in entro a far crescer l' anibascia: 
Che le lacrime prime fanno groppo, 

E, al come visiere di cristallo, 

RiempioD sotto *1 ciglio tutto il coppo. 
Ed awegna che, si come d' un callo, 100 

Per la freddura ciascun sentimento 

Cessato avesse del mio viso stallo. 
Già mi parea sentire alquanto vento; 




«Off, trera ftmt. Non 
ecria • provtlo il tradì- 




It. fflé fioretta. 11 tig. Carlo Troya 
i Mpoti del Coote non erano 
iC ita matella , poiché cia- 
i caai ara ammngtialo j ma che 
i fiot Um gfi ha finti giovanetti per mo- 
ver fiè «■qpacmona. Ciò Mrh Teriaai- 
mm f mm io voglio avvertire per iatm- 
namtità paivnni, che Vadoltseenza, che 
vnfe MarcarìaBento di vita, e che è detta 
alIrÌMeali «fé mottUat fecondo i prìn- 
àfi M DhI* nel Convito (parte IV, 
CM. IM) ai estende lino ai 25 anni. 

•f . ir^Vffla Tebe. De a Pisa il no- 
ae di —ava Tebe, perocché Tebe ebbe 
di éuk cmdclbMma per molti 
fatti dc'snoiritttdini. — Vgu^ 
t • O Brig^tm : il primo era figlinolo 
dfl Oate, Feltro nipote. 

M. B§ttmliriAiO€€. Anaelranccio 
e Godio lafro Bomisati. — appella. 



fi. U §etmim, il gelo, la gbioeda. 

n Pamangio alla Tolomeo. 

ti. JlvoZZoflieiife, dorameato. 

fS. JViHi «olio in gié ee. : noo «alla 
(amo voHo ia gitf eome stavano qjtéXk 
daflo Casa t dclfAntenora | ma nvcr- 



sata topina per maggior loro peoa| non 
potfodofti occultare. 

95-06. B 'l dttol ee. : la lagnma^ U 
doloroso umore, die trova sugli occhi in- 
toppo (impedimento) d' altre lagrime 
gelate. — ti volte in entro, cioè ri- 
torna iadietro accrescendo 1' ambascia 
air afflitto che non poé sfugarla col 
pianto. 

97. Che le lacrime , onesto tema- 
rio è la spiegazione del preced. — 
fanno groppo, fanno no<ln, si agghiac^ 
ciano, ed impedisrono alF altre lagrima 
r uscita. 

98. tUiere di erUtallo. ìUiire 
chiamano i Francesi l'aportnia dell'el- 
mo, per cui resta libero il vedere : qui 
donane visiere offre l'idea di dna cti- 
stalli incastrali nei fori dcirelmo. 

99. il coppo f cos'i chiama la c«TÌth 
ddr occhio. 

400-103. Ed tttvegna ee. Coatni- 
zione : ed axtegna che , sibbcne , Per 
la freddura (pel gran freddo) eiaeeun 
tentimrnlo Cessalo avesse..., <lal/o . 
cioè abbandonato avcaae stanxa, tolto si 
foase dal mio volto, ti conte d^un 
eallo^ siccome ogni sentimento ai toglie 
dalle parti incallite del nostro corpo ì 
aoD ostante giti mi parct ce. 



130 DELL iNFEBIfO 

Perch' io: Maestro mk), questo chi muove 7 

Non è quaggìnso ogni vapore spento? i05 

Ond' egli a me : Avaccio sarai dove 
Di ciò ti farà V occhio la risposta, 
Yeggendo la cagion che *1 fiato piove. 

Ed un de* tristi della fredda crosta 

Gridò a noi: O anime crudeli iio 

Tanto, che data v'é 1* ultima poeta. 

Levatemi dal viso i duri veli. 

Si eh* io 8fi)ghi il dolor che 'l cor m' impr^na , 
Un poco, pria che'l pianto si raggeli. 

Perch' io a lui : Se vuoi eh' io ti sowegna, 115 

Dimmi chi se'; e s* io non ti disbrigo, 
Al fondo della ghiaccia ir mi convegna. 

Rispose adunque: l' son Frate Alberigo, 
Io son quel dalle frutte del mal orto. 
Che qui riprendo dattero per figo. i20 

Oh, dissi lui, or se* tu ancor morto? 



105. Non è quaggiuso ifgni vapore 
ipento f La cagione «lei vento è il ca- 
lore del sole , onde aooo tollevali i va- 
pori. Perciò la domaDda : mone tpento 
ogni vapore f cqaivaie a qneat' altra : 
000 è questo luogo privo dell' attività 
del sole ? e se è privo di qiest' atti%itè, 
oad' è che «pira il veoto f 

106. Àr orcio ^ prestaaaeola. 

408. che'l fiato piote ^ cioè, che 
produce, manda, questo vento. 

IH. l'uUima p ila, la piò profoo- 
da stanza dell' Inferno. 

4 i 2. dal Vito, dagli occhi. — { duri 
veli: COSI chiama il ghiaccio. 

H3. m'impregna, mi empie, mi 
fa gonfio. 

114. Un poco, va rt-ferìto a f foghi 
del verso innanii. — pria che 'l pian- 
to et., qoaoto starà a gelare il ouovo 
piaoto. 

1 16. «'io non ti disbrigo ee. Finta 
imprecazione che Dante Ti a sé medesi- 
mo. Int.: se io non ti ili«>brigo, cioè se 
non ti traggo 1* impaccio del gelo in- 
tomo a^li occhi , che io possa andare ti 
fondo di questa ghiaccia. Lo spirito che 
ascolta può credere che Dante imprechi 
t aè steÌMa la pena di coloro che sono 
sella ghiaccia : ma Dante reramenta ii^ 
tenda dell'andare alla ghiacdt ia ^el 



modo che aveva visitati gli altri Inoghi 
d'Inferno. Onda qui. a pnaia viain, ri> 
correrebbe il detto della Q( '" 



Chi ha ■ far c«ia T 
No* Toul «iMr 



HS. Alberigo. È (|anli AOcrift 
de* Manfredi , signori di Faesa. eia 
feceai de' frati gaudenti. EsaeeJa m. di- 
icordia con alcuni suoi conaorli . • W^ 
mando di levarli dal mondo, laBa £ 
volersi riconciliare con loro, a licooviéè 
magnificamente. Al recarsi ddlo fratta, 
secondo che egli aveva ordiooto, mA- 
rollo alcuni sic.rj che ucciaaro Malti da 
c«nvUti. • Alberigo Vi nna iodiaaBrdM 
con Manfredo e col di lui figlio Albcf^ 
gheUo...Gli convitò al CasteTdiCMtlt: 
gli sirarj uccbero lutti e dna : o fii Òè 
nel 4285.- Tonduzzi, Star. diPé 

\Ì9. lo ton ee. Allndo al 
delle frutte, che fu segno dall' < 
sione de' suoi consorti. 

«20 Che qui riprendo cEcflffO 
per figo. È questa no' espreHioao nio- 
verbiale che «i|*nifica : ever ricomkialt 
con osora del mal fatto : riavcra il oaolt 
per uno. — figo per fico di a a a r o g^ t» 
tithi, come anUgo per ««lieo» ptth 
genia uer piaeenia ec. , < 
pia dolcezza il e oel g 

121 or f e* tu ec.: or to' la 



CANTO TltEirr£$IMOTEaZO. 

Bd egH a me : Come il mio corpo alea 
Nel mondo so, nalla seienzia porto. 

Colai vaniaggio ba quesla^Tolomea, 
Che spesse volte l' anima ci cade 
Innanzi cb'Alropès rooasa'le dea. 

E perchè tn più volenlier mi rade 
Le invetriate lagrime dal volto. 
Sappi die tosto che T anima trade. 

Come fec' io, il corpo suo l' è tolto 

Da an dimenio, che poscia il gofrerna- 
Mentre che *l tempo eoo tntto aia volto. 

Ella mina in sì fella cisterna; 
E forse pare ancor lo corpo suso 
Dell'ombra che di qna dietro mi verna. 

Tn M dèi saper, se tu vien por mo ginso: 
Egli è Ser Branca d' Oria, e son più anni 
Poscia passati eh* ei fn sì racchiuso. 

r credo, diss'io lai, che tu ipMnganni; 
Che Branca d' Oria non mori unquanche, 



S3I 



126 



i30 



i36 



140 



<mt ^Mtti altri? Il Poeta ft maravi* 
fimdm^n^t» donaiMla, pokbè tapera 
ckt frate Alberigo era ancora fra i vivi. 
1 22-123 Com4 U mio corpo, coma 
flia il «•• cm-pe nel inuade. io n«n por- 
lo, omo W, frwnsM. o<4izia alrnna. -^ 
i$m do tUro per f tore, rome dea So 
aafY pe^ w&ro. 

IZ4 Tatal tomlaggio ho questa 
: qiiesla l'nlnnMui ha sopra 
git alln errdjj d Inferno qnnli* privi- 
di«tincinne, rite ea. E detto 
••• eerta irt>aia amara 11 Owta 
U paraJa rantaggio nel >«>»• 
di ioproppiu, ed aacloda 



I2&->I26. Che tpette volte oc. Int.: 
rW ipijaa Faoima rade qoagpià innanii 
cW Airopoa, wm «Ielle li e Parrba , 
WÈOOtu io eoo , le dia r urlo colla reò- 
ai«M dello stallia della nta. — Dicctt 
^Tpo7i9^9 perrliè iwm ptflest oerii. 

Ì27 mi rode, mi rada. 

I2f trofìe, tradisra 

iae-4r>l HenrpotuoVèMioDo 
fom éieommio InfefjnoM inventione f per 
rm m vengono a dichiarare demoni in 
torme amena i liadiltm drdi amia. E 
ti \ asgelo par anco nota che inìroioU 
Soiamo$ in Judom. 



182. Mentre eho, doè,Coo a che: 
— il tempo suOf il tempo cb« dovati 
star eonginnto all'aniint: — Imito sin 
9oUo, sia compiuto. 

433. eisterno, pano. 

434-435. R forte ee. Int.: e forse 
(dica fttree . poicha ooo araodo aciensa 
del proprio corpo , né anche V ht di 
quello d'altri ) pare.... «imo, cioè ti fa 
veliere su nel mondo il corpo di quel- 
V anima , che éi qvM dietro «H ter» 
no, che di qua dietro a me sta oal 
verno , nel ghiaccio. 

136. pur mo giuto, par era, ia 
quokto m mento , qu8gi;in 

437 Branca d'Oria, genovese, 
che urrise a tradimento Michele Zau- 
che «no suocero , per torgli il giudicato 
di l.of(o«loro in Sardegna. Questo Mi- 
chele Zanrhe fa posto dal Poeta , come 
vedemmo , nella holgia da' barattieri. 
Vedi Canto X\ll. 

438 ch'ei/tfflroecAfsifo.chaPaiik 
ma sua fu rac« hmsa in qnaata TalooiS. 

440 haii mori im^iiaiieàf, non 
ro"rì mai branca d' Oria era vivo nrl 
1300. e Dante tinga qai che I' anima di 
lui ffKse neir Inferno disgiunta dal cor- 
po suo fiosseduto da nn demonio, il 
qu le maog a>a , beve\a e vestiva ^aoc 



tn 



dell' INFEBrrO 

E mangia e bee e dorme e veste panni. 

Nel fosso SQy diss*ei, di Malebranche, 
Là dove bolle la tenace pece, 
Non era giunto ancora Michel Zanche, 

Che qnesti lasciò un diavolo in sua vece 
Nel corpo suo, e d*un suo prossimano. 
Che '1 tradimento insieme con lui fece. 

Ma distendi oramai in qua la mano: 

Aprimi gli occhi: ed io non gliele apersi, 
E cortesia fu lui esser villano. 

Ahi Genovesi, uomini diversi 

D^ogni costume, e pien d*ogni magagna. 
Perchè non siete voi del mondo spersi? 

Che col peggiore spirto di Romagna 
Trovai un tal di voi, che per su' opra 
In anima in Cocito già si bagna, 

Ed in corpo par vivo ancor di sopra. 



14Ó 



i:o 



ibi- 



wiy mostrando d'essere lo stesso Branct 
d'Orìa. — unquanehe, uoqua ancora. 

^141. B mangia e bee ee. Nota eo- 
me in qaestu verso si citano tatti qV in- 
dia] d'una Tita aniraale, nessuno della 
Tera vita dell'uomo. 

A 45. Che questi ec. Branca d'Oria. 

446. e d'un mo prof jt mano, e di 
un ano conjpunto. Dicono ch'ei fosse un 
soo nipote, che l'aiutò a commettere 
V omicidio. 

430. B corUiia ee. E questa mia 

scompiacenza e manciinza di parola fu 

una giustizia , anzi nna geniileua , se 

si guardi quel peggio che meritava un 

uomo SI scelvralo. Egli è secoudo quel 

dettato : 

Bende gia«la il lra<1ìnunito 
Chi (rtilitca il tra<iitur. 

'1 5 1 - 1 52 . diversi ty ogni costume. 
Vuol dire diversi in tutti i costumi dal- 
l'altre genti ; strani dunque , « singo- 
lari nella vita e nelle usanze. Se si leg- 
gessa uomini ditersi disgiunto dalie 
parole d'ogni eoslumet facendone due 

gnalificaziooi , uomini diversi verrt'b- 
e a dire uomini di strana natura, 
diiumani; così chiamò Cerbero /lem 



diversa: • D'ogni costume sigoifi. 
chfielibe, senta carattere, pieghevoli 
ad ogni costoroe buono o reo secando 
l'utile, cbe san bb« il itoìvrponoi «lei 
Greci. -Tp/en d' ogni magagna, pieni 
di tolti i perrati, guasti internaoieiite e 
corrotti. E antica la mala fama dei Li. 
guri. rane Ligur.... neguidgmmm pm- 
trias tentasti lubrieus artes. E: Band 
Ligurum extremus dum fallerà fkim 
sinebanl. Virg , Aan. XI. 

454. eoi peggiore spirto te,, dnè 
con fritte Alberigo faentino. 

455 per su* opra, in pana di m 
opera infitme. 

4h7. Ed in corpo par tino; per» 

ctorcb^ un demonio fa in Genove le mn 
veci. Narrasi che Dante recal««i e Ge- 
nova vi ebbe nna fattiva aecnglienfa ntr 
opera spenalmenta di Branct d'Onn, 
che gli airzò contro quanti eran nemm 
dei prinripj ch'ei professava; •nd'cfC 
lo serve qui da par ano, e non cen- 
tento a Ini solo , si sf<«ga anche eenir* 
tutta la nazinna.— Il Bosselti cre^eckn 
Branca d'Oria, favorevole da prima ed 
Alligo quandoentrò in GenovanellSII, 
si ooiase poi KgroUmeote eei GmU. 



233 



Tktti 



gif, érnié*. 



CAmra vkkmtesuioqijarto. 



Im t UMtla «Mbm Mite Ctudéem t tradttoH. Jppatiihne di Lucif*n, 
éémr i th mt . Jpfnri mi folto pth dH corpo di imi, wmnmmo i Pmiì il ctmtro t$m- 
U wmn mrt o iT m nueetto, M^fono m rhedtn U sMlt netf mitro mmUfero. 



VexQìa Regis prodeunt Infèrni 
Terso di noi: però dinanzi mira, 
IHsse *1 Maestro mio, se to *l discerni. 

Come, quando nna grossa nebbia spira, 

O qnando 1* emisperio nostro annotta, 6 

Ftf da lungi nn mnlin cbe'l vento gira; 

Veder mi parve nn tal dificio allotta : 
Poi per lo vento mi ristrinsi retro 
Al Duca mio; cbè non v*era altra grotta. 

Già era (e con panra il metto in metro) io 

Là, do\'e r ombre tutte eran coperte, (*) 
E trasparén come festuca in vetro. 

Altre sono a giacere; altre stanno erte, 
Quella col capo, e quella colle piante; 
Altra, com* arco, il volto a' piedi inverte. io 

Qnando noi fummo fatti tanto avante. 
Ch'ai mio Maestro piacque di mostrarmi 
La creatura eh' ebbe il bel sembiante, 

digno o maeehina eottruila ingegno- 
iamenU. Cosi si legge nel Giamboni : «7 
raecontamento dei feìTamenti e dei <)i- 
ficj della legione. 

8. Poi per io ve»(o.* quindi per ri- 
pararmi dal vento. 

9. altra grotta, altro laogo ài- 
feto. 

{*) Quarto spartimento. Traditori 
da' loro bcoefalturì e signori. 

42. E tratparin ee.: cioè. • tra- 
sparì va no, come trasparisca oel corpo 
del Tetro nn fuscellinodi paglia o di coaa 
aimile che vi sia racchiuso. 

45>44. Altre tono: eoa) la Nidob.; 
la com., Altre stanno. — erte, ritte. 
— Quella col capo: ini.: ita erta eoi 
capo, cioè , col capo all'ioaù : e quella 
sta erta eolle piante; colla gtmbe al- 
l' ìnaà , capovolta.^ 

45. inverte, rivolta. 

4%. La ereaiwra ee. Lodfero , cfaa 
l.éifkia, adifiiio. Difieioedifieeh prìma della tua ribdiiooa tra bcUia- 
mrnta, «aaroi |li antichi a denotare or- aiuo. 



I. rexiOa ee. / veitUli del re 
d'Inferma eeeono reno noi , cioè inco- 
aÌBcsaa« a moaCrartì a noi. Questi ves- 
tali aaoo la grandi ale sveotolanli di 
Locilv». Va tre prìma parole tono il 
piùctps* d'ao inno con che la Santa 
Chiem caalta la Croce, trionfale insegna 
di 0. Criale , e strumento di nostra sa- 
lale. La «se Dante non a profanai ione, 
■e per richienarna ad un confronto tra 
i imaéaeèj Cristo e Lucifero, quegli 
aaiee 4egn «omini e principio di vita, 
«•eali pfimo di tutti i traditori, e autore 
r egai «oatro aula. 

\.§aim'l diteemi, te ta diacemi, 
ae !■ eeerai Lucifere. 

4«#. Comse (uoiaciloapcr del v. 6), 
«■ale 4« lastevo apparisce ai nostri oe- 
ns «B wH» dbe, cui , <l «mio gira, 
«ieè,«B — linn a vcttte. — epira, a'alnj 
per V eialaiione dei vapon 




I 



Dinanzi mi si tolse, e fé ristarmi, 
£cco Dite, dicendo, ed ecco il loco 
Ove convion che di fortezza t' armi. 

Com' io divenni ailor gelalo e fioco, 

Noi dimandar, lettor, eh' i' non lo scrivo, 
Però eh' ogni parlar sarebbe poco. 

Io non niorii, e non rimasi vivo: 

Pensa oramai per (e, s' hai fior d' ingegno. 
Qua! io divenni, d' uno e d' altro privo. 

Lo 'mperador del doloroso regno 

Da mezzo '1 petto uscia fuor della ghiaccia; 
E più con un gigante io mi convegno. 

Che i giganli non fan con le sue braccia: 
Vedi oggimai quant' esser dee quei tulto 
Cb' a COSI fulta parie sì confaccia. 

S' ei fu ai bel com' egli è ora bruito, 
E conira 'I suo Faltore alzò le ciglia, 
Ben dee da luì procederà ogni latlo. 

quanto pane a me gran meravìglia, 
(Jttando vidi tre facce alla sua testai 
L' una dinanzi, e quella era verniìgliai 

Dell'aure duo, elio s'aggiugnÈno a questa 
Sovresao'l meizi ' 



li. Dinami mi li toJM , rloi Vl>^ 


SB. offiti ImUa, -gai iHiH c« p» 


gUio, dwira cui li eri Dui* ripuUa ■ 


(ni ti piange. 


Mt;«ddT.»lo. 


58 irf /■«fcaKamalMU. Cr*d*- 


IO. mu. Con qoala nome, cbe U 


ri rhr Ir Ir* [.<» di di»n« olM^ 


riTal< dinoo > Fliilone , (M>n» Iwitc- 




iy la un morii «. Iiubu quelli 


l< ir. p.ri. JM, T,rr. .]l«i «.foil', 






■ lui cA( tiri* lianort («Ih «fm 


ricBc pw "ni lorlt e lobai pimi. 
2i far i-i^n«,, i«.Qlo d^ iog.- 


d'otù» VmiiL(lidi.ului™(«nf.U 


sunlc gli Eurupn : Ir* t»ii>dù • |Ì|III 

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mal* di Ini proccd». 


^l.^2.4(w^Mw■(««««•.8«ln». 



CANTO TBEKXESIMOQUARTO. 235 

E 8i gingnéno al luogo della cresta. 
La destra mi parea tra bianca e gialla; 

La sinistra a veder era tal, quali 

Yengon dì là, onde*! Nilo s'avvalla. 45 

Sotto ciascuna uscivan duo gi^and' ali, 

Quanto si conveniva a tanto acoello: 

Vele di mar non vid' io mai ootalL 
Non avean penne, ma di vipistrello 

Era lor modo; e quelle svolazzava, 00 

Si che tre venti si movién da ella 
Quindi Cocito tutto s'aggelava: 

Con sei occhi piangeva, e per tre menti 

Gocciava il pianto e sanguinosa bava^ 
Da ogni bocca dirompea co* denti 55 

Un peccatore a guisa di maciulla. 

Si che tre ne facea così dolenti. 
A quel dioanii il nordere era nulla 

Verso *1 graffiar, che talvolta la schiena 

Rimanea della pelle tutta brulla. 60 

Queir anima lassù che ha maggior pena,* 

Disse '1 Maestro, è Giuda Scariotto, 

Che il capo ha dentro, e fuor le gambe noena. 
Degli altri duo e* hanno il capo di sotto, 

Quei che pende dal nero ceffo è Bruto : 65 

Vedi come si storce, e non fa motto: 



i3iffmmio4éWnn% • dell'altra tpalla 
NffrvaM tetanlneote le altre doe fac- 
<t, (W, MOM ia «n ponto coniona , 
•iJbvHM t rnmirti tot vertice del capo 
«v'é la craaU. Dk la crcaU a Locifero 
la aaperbia , di mi quella 
il eriitat tol/ervoe' La- 



agilm. 



49 #f Id. ùndici NUo ^awaU 
4«H' EtioDia , ora dai monti 
«•da il Nilo nella tottupaata 
frile. 

9#. ifio wrtf, in tenae tmtit.. 

wm, diWttcva. Il Cod. Fior, a il 

^•f ìb •« lùmeUfa. 

M . SI db« Ira mmM. Qneati Ttoli 

lana aaa ai»fcolo da'tro ? ia j generatori 

del tradiMwto a d'ogni altro mala, Su- 

\, tmmidim a Jmmritia. 

5S. wuuimlU: è anello alrnaaMlp 

et dna legni, nno da'qnnK 

a» cnMUcitèneirtltro,eii 



osa per dimnapera il lino e la canapa a 
nionilarla dalla materia legnoaa. 

S8. J quel dinanzi, a quello cba 
era nella b«cra della faccia cba atava 
daTsnti, il mordere erm nulla, nnllt 
erano i murai a paragone delia graf> 
fiatora cba gli oavano gli artigli di 
Locifrro. 

60. brulla, nuda, spogliata. 

62 Giuda Seariolto tradì Tetenio 
sacerdote Gi>sn Cristo suo benefattore • 
maestro: Bntlo e Canio ncciaero pm> 
ditiiriameoie il nforroalure a rettoredel 
romano impero, Cesare. Edrceocbit- 
ro ancbe per questa ioTentiona il pia 
Tolte esposto principio politico di Datt« 
te: il papa e l'imperatore. il primo nella 
sua qoaVilè di vicario di Criste , P al- 
tro rome moderatore del ovile goTemO| 
sono oovcssarj alla apintoate e tempo- 
rate felici (k dell* Italia a del mondo: 
cbiQOijuc per laoto ■ questi ai oppone o 



f 36 DELL* iXFERPfO 

E r altro è Cassio, che par si membruto. 
Ma la Dolte risurge; e oramai 
È da partir, che tutto avem veduto. 

Com'a Ini piacque, il collo gli avvinghiai; 
Ed ei prese di tempo e loco poste: 
E, quando Tale furo aperte assai, 

Appigliò sé alle vellute coste: 

Di vello in vello giù discese poscia 
Tra 'l folto pelo e le gelate croste. 

Quando noi fummo là dove la coscia 

Si volge appunto in sul grosso dell* anche. 
Lo Duca con fatica e con angoscia 

Volse la testa ov* egli avea le zanche, 

Ed aggrappossi al pel com* uom che sale, 
Si che in Inferno i* credea tornar anche. 



70 



Si) 



ft forza, è nemico pobblico , è un tradi- 
tore di tutte le umtne e divine leggi. 

67. membruto, cioè multo compiei- 
so nelle membra. Tulliosrrive nella tem 
Catilio.: ne€L. C«iSni adipem perfime- 
icendum. Dante forse fu tratto in errore 
da questo luogo di CÀcerone, atti ibtiendo 
la qnalitk di L. Cassio a Cajo Cassio. 
Questa osservszione è di monHÌ|Tnor Mai. 
De rep. Cie., C. 2, Gap. 20, p. 8$. 

68. jlfa la noilt ritwrge. bntiarono 
noirinreroo che lo giorno se n^andava, 
ed era la seconda sera del plenilunio: 
(punti al centro, rUurge la noUe; dun- 
que è questa la terza sera del detto ple- 
nilunio di marzo, che nel 4300 essendo 
avTenuto , come già si disse, la sera del 
2 aprile, la notte che qui si accenna è 
la sera del 4 (allora lunedi santo). Si 
osservi che Dante essendo sceso neirin- 
femo dall'emisfero d'Italia, ha s«*gna- 
to le ore secondo il meridiano di Roma 
sua capitale: ma girato l'Infernudi cer- 
cbio in cerchio sempre a sinistra . giun- 
ti verso il centro dove i meridiani si ta- 
gliano, si trovò sotto r emisfero di Ge- 
rusalemme, la quale è a sinistra o 
levante dì Roma ; il perché volle qui ac- 
eennar l'ora corrente di questo emisfe- 
ro, per poi confrontarla con quella del- 
l'emisfero opposto, dove colloca in mezio 
alla acque la montagna del Purgatorio. 

74. poste, opportunità. 

75. Tra l folto pelo e le gelateerO' 
ite : tra i pelosi fianchi di Lucifero, • il 



groiao ghiaccìodel Oocito medeaimojdcn- 
Iro al quale profoudavosi Lucifero. — 
Avvertano i giovanetti die Virgilio scen- 
de gin lungo il corpo di Lucifero cooii* 
ti scenderebbe per un albero, o un moro 
perpendiddare che presentasse degli «im- 
picchi , mandando innanzi lo gambi* ; 
aennoochè giunto eoi piedi oiratUcca- 
tura della coacia , dove Dante ha inbaa- 
pnato il centro dalla terra , rivoltaodo- 
ai con molla destrezza, porla il capo do%e 
aveva i piedi , perchè non ai tnlU più 
di acendere . ma di aaliro. 

76. là dove la coscia ee. : cioè ap- 
punto dove la coscia di Lucifero si p>oca 
sporgendo in fnvri dai Gancbi. Coatnu- 
sci * quando noi fummo iu sul groMB 
deir anche (dei fianchi), U dwvo appuBlo 
la coscia si avvolge , ec. 

7$^19. con falicaeconangoteim... . 
Volte la testa ec. , cioè si capovobt eoo 
fatica per essere nel punto della to*- 
ra , ove la forza centripeta caacodo nel 
tuo massimo grado, i corpi trovano WM 
roaistenza gruiidissima a sta?conciM. 

SO. com' uom che saie ee. Salirà 
perchè avea passato il centro ddlla tn^ 
ra , dopo il quale non più ai può 
dere, ma bisogna di neceaaità o 



re o salirà. Dante però auppoocva die 
per uscirò dell'Inferno dòA'eù 



opposto , ai doveiwe andar aeoipra 
déodo ; ma come vide Virgilio ekm Vfi' 

Itliaodoai ao sa al polo di LadlBro m^ 
iTa|Doa riflettendfo troppo a ^ael capo- 



CANTO TREKTESIMOQUAATO. 

A nienti ben, che per colali scale, 

Disse 'i Maestro ansando com* uom lasso, 
Conviensi dipartir da tanto male. 

Poi osci fuor per lo foro d* un sasso, 
E pose me in su 1* orlo a sedere: 
Appresso porse a me V accorto passo. 

V levai gli occhi, e credetti vedere 
Lucifero com* io V avea lasciato, 
E vidi li le gambe in su tenere: 

£ s* io divenni allora travagliato, 

La gente grossa il pensi, che non vede 
Qual era *T punto eh* io avea passato. 

Le\ati su, disse*! Maestro, in piede: 

La via è lunga, e il cammino é maWagio, 
E già il Sole a mezza terza riede. 



«37 



85 



9a 



95 



Toljrrn che area fatto , credè cba lo 
riroofiaccMa per la ria dHI' loferno 
■s'altra volta . i» infermo i'credea lor- 
mar mmehe. 

82 Àtiùnti ben, cioè a! mio rollo. 

85. 9«r io foro d'un iosto: altra- 
Tcno il foro di qacato tcfiglin i ferico che 
foraa man il nucleo drlla Terra, • che 
•*c8leaa««aaoio la Giadecca, stava La- 
nCero, colla parte tuperiore oeil' emi- 
sfero koreale , eoQ* mferìore nell* au- 
strale. 

87. Àppreito poru a me ce. Dna 
«pief jàooi trovo date a qauato laogo. 
L' asa è : a Oniadi caotameote motae . 
' 3 paaM verso di me ; cioè , mi 
acroeto tolt' orlo Juv' io sede- 
s V altra , dando alla voce ap- 
presso il senso di appreuochè^ dO' 
porhi^ viesaa fard sapere che Virgilio 
mi ss e a arder Dante sopra auel sauo 
tfojpo dkg gli ebbe porto, fatto fare, 
fneifmem'to pano per il corpo di La- 
niero, lo per^ considerando , riguardo 
afa prÌMa, A» Virgilio uscito del foro 
•'ti tatmo ova snae Dante a sedere, non 
r^fcva caMrss dilangato da loi , e la 
Taaifh cW, aodia rìb sopposto, avreb- 
ie ^odroggìanlo di oceorfodato al ano 
pnao; Cy ^oaolo alla aecoada, parao- 
faam . ao ooa ridìcolo, soperfluo del 
t4tlo Si solare ciie qoamlo lo pose a so- 
Wt ave* |iè litio il passafilo , mea- 
rc di ^rsfo e Boo d^iltro si è psilato 
( "i veni prrcrdenti ; sono d* opioiuoe 



Ta. 



dia il verbo porgere na qui osato ael 
senao di mofCrore. fkr vedere. E di- 
fatti, dopo cba Virgilio lo ebbe chia- 
mato a considerare l' accorto poffo 
lungo il corpo smi»arato di Lucifero , 
Dante alia ^li occhi, a conoace on in- 
ganno in CUI era. 

8S-89. eredeUi tedere Lucife- 
ro ee. Perchè, coma sopra si è det- 
to, avea creduto dì ritornar par V In- 
ferno. 

00. B tidili le gambe ee. I «in 
piedi di Lmifero sopravansavano v aa- 
saì la sapcrficie dal aasso. 

91. Iravoj^lùsto, coofoso. 

02. La gente groita. La pa a is n a 
idiote^ e ignare delle leggi che gevar- 
nano il mondo. 

0«. E già il Sole ee. Il giorno è 
diviso in quattro parti uguali: torUy 
sesta, nona e vespro. Mena tersa è l'o^ 
tava parte del giorno. Avendo dotto Vifw 
giliu pur dianzi nell' altro emiafero, alM 
risoigcva la notte, è naturale eoo in 
nae»iu «lira dnpu alcuno oro che èaeorM 
I utiava parte del giorno \ poiché mentia 
all'uno cinisfero il sole si aaacoodavay 
veniva a mostrarsi oeir altro. So il aola 
tranii'Otava quando il Poeta s'oppi» 
glia\a a Lucifero per % arcare il eanlim 
ttrresti'e, nell'altro emisfero dovoa so^ 
gare; ma fatto il passalo, aworfa 
che è giè mva* tersa , cioè an' ora a 
nievzo «li Mtle : dunque un'ora e meno 
ha duralo quel posssggio. 



938 DELL* llfFERNO 

Non era camminata dì palagio 

Là Veravam, ma naturai burella 
Ch* avea mal suolo, e di lume disagio. 

Prima ch*io dell'abisso mi divella, 400 

Maestro mio, diss* io quando fu* dritto^ 
A trermi d* erro un poco mi fevella. 

Ov*é la ghiaeciaf e questi com*é fitto 
Sì sottosopra? e rome in si poc* ora 
Da sera a mane ha fatto il Sol tragitto? iOó 

Ed egli a me: Tu imma.^ini ancora 

D*BS8er di là dal centro, ov* io m* appresi 
Al pel del vermo reo che *I mondo fora. 

Dì là fosti cotanto, quant* io scesi: 

Quando mi volsi, tu passasti il punto ito 

Al qual ai traggon d'ogni parte i pesi: 

E se' or sotto l' emisperio giunto 

Ch' è contrapposto a quel che la gran secca 
Covercbia, e sotto M cui colmo consunto 

Fu rUom che nacque e visse senza pecca: fi5 



Soi trag(Ho?Qut»U JnmanJt fa fìant* 
non perchè T«dt il tote, come gofla- 
nentt qualche eumrntatort oftti, ■• 
per aTerffli «letto Virgilio: E $ié U 
Soie m Mfsza lena riedg, die bm 
iapra combinare con quel che «vra 



07. Non era camminala et. Lk « v» 
eravamo noi, non era via piana ed egi* 
volo come ne' pataffi. Camminata , di 
cavasi enticame ate la gran eala nri pa 
Issi, Della qnale si paiapgr*iava e si {•«• 
cavano altri esercii] La Tanca daratH 

dai poeti per dipartirai dall' Inferno, r inteso poc' avanti : Ma la 

la dìfRcoUk deUa via per tornare a rive- iurge. 

darle stelle, posaonosignirieare gli sforri 4(17. m'a p p r t i i, tùA il Bafi: k 

grandisKÌmt a il coraggi» che ai richiedi»- eom., mi preii. mi attaccai, 

so p4»r lasciare il visi» e i>p«Tar la viitii. 408. ranno reo. Lucifero :— eftt*/ 

•8. burella, ai disse ana caviti sol- mon'to fora, darai la lam na a tra è 

terranea senza luce, derivalo il termine forata , oucata al centro, 

da 6«ro che gli antichi dissero per buio, -i 09 . cotaMlo, tanto tempo, 

carne paro per paio, ed altri. K turo 411 Ai guai H traggom at. ìtàteaiì 

ahiamasi in alcun laogo, secondo che ceniro di*lla gravitaiioiia. 

mi vien dettop qael foro per coi si 442-145 ÌT ac* or aof Co rimile* 

•aende nelle miniere. Si chiamò anche rtoec. Esci giunto sotto Pcnìalaro calo» 

kmrella la prigione; e ano' i>gQi in Firen- ate op|Nisto a qnello noatro, ehm a pàtà 

laè «na via cosi delta • ressi* il Palazzo dì volta copre lagno» jceeot^ torro),o 

dagli Otto, dove apponlo erano le carceri, sotto il più a1t«t punto del ajoalo aM> 

09 éiiagio, scarsità; e qui piollu- sfero, o grand* trctt celealo, fa oeciao il 

sto difetto, mancanza. Crisio. Immagina il Poeta eka fiaron- 

400. éeiV abiiio mi diveiia, mi lemme aia no«ta nel punto Mote M- 

■lacchi, mi diparta da qneslo fopdo. l'emiffero boreale il ado, aocosdo k 

4#l . gnando fktt dritto, perchè fin idea di quei tempi, abitato; a ehm Poaà> 

aliare ara rimaato a aedere a« Porle sfero opposto, V australe,aio latto maa g , 

del aaaao. Cranoa il ponto oolìpodo o OofOHkah 

402 arro, arrara. me, sacvia'alzalaoHMtafatdolPirp- 
lOS. Da iera a mane Ao fatti il torio. 



CAlfrO TRBfrrBSIMOQUARTO. 

Tu ^i f "piedi ki m pieciola spera 
Che Filtra feccia fa delta Giudecca. 

Qal è da wniy^qmindo di là é sera: 
E questi che ne fe scala col pelo, 
Fitto é ancora» si come prim* era. 

Da questa parla cadde già dal cielo; 
E la terra die pria di qua si sporse, 
Per paura di lui le del mar velo, 

E Tenne all' emisperio nostro; e forse 
Per fuggir lui lasciò qui il luogo voto 
Quella che appar di qua, e su ricorse. 

Luogo é laggiù da Belzebù rimoto 
Tanto, quanto la tomba si distende. 
Che non per vista, ma per suono è noto 

D' un ruscellelto che quivi discende 

Per la buca d* un sasso eh* egli ha roso 
Col corso eh* egli avvolge, e poco pende. 

Lo Duca ed io per quel cammino ascoso 
Entrammo a ritornar nel chiaro mondo: 
E senza cura aver d* alcun riposo 



«39 



iiX> 



US 



i30 



135 



144-4 17. Tuhmi • piedi te. U pie- 
db «pcn o sfera m mi Dante teneva ì 




, «ra il aaato sferico , di cai sopra 
•lU oola S5;il «inai sasso dalla 
•MMta faadato di ghiaaiio far- 
li «arto spartimeDto dd uono 
, Ma aolo q«i iJ Poeta ebiama 



44t. é^flMU. è da mattina 
4S4 . Dm fuMta perle cadde gik te. 
Piafe DiaaU eoa nna purteottiM fanta- 
■•, cW Lacsfcr* cadcaae eolla testa ri- 
waa dm ^••11* eaisfero si (|nale or ai 
Jtfiaa^ • ••■ tasta «eemrn/a , che spriv 
laaJè %m al cestro della Terra , che la 
Tarn. prÌMa spor g entes» nell' emisfero 
p. iaipmuita a (|uella vista, rieo- 
m apa n a dall' emisfero op|>osto, 
graa parta d^ maro che «juasto 
ia priaa tatalaMala copnva , corsa ad 
mìwàm ^vella ; a che il tratto intemo 
di Tanni per cai afii pasaè, prea** par 
mm di aererà , ncorac ia sa , a U'ca 
••ala ■atBfaa che s'eleva salle ae^aa 
adT— Mfers aastrala 

%TyJÌ^.^9rf^fWM9e Coatr. 
f ialiBdi: Fcnc qadU terra (la moo- 
Jagan dal Pargatorio) chr si vede nat- 
f caHafara al ^aala aodiamo, par fa^ 



gire il contatto di Locifero , UuHò qui 
il luogo 9oto...., 9 jtt riàtnot ai lan- 
dò fuori con grand' impeto da questa 
pritfonde aedi , e soria in an monte. — 
Se dunque la montagna del Purgatorio 
è osata dalle viscere della Terra av- 
strale, la caverna in cui ora i Poeti ti 
trovano deve essere ben vasta. Del resta, 
nulla di piò (jraodioso di questa imma- 
gine delia Terra che fogge di qui di Ih 
come persona smarrita per lo spavento. 

127-128 Lwigo è laggiù ee. Qui 
è Dante rhc parla dal nostro emisfero: 
Laggiù , egli dire , è una cavità che 
taoto «i estende oltre Lucifero, quanto 
è alta U tomba, àoè la caviti dell'In- 
ferno \ rhe ben può dirsi la tomha di 
Satana e di qnd che son morti eterna- 
mente a Dio. 

I2'.i-I32 CKa non per ritto re. 
Int.: che per essere oscurissimo non fi 
fa noto agli occhi , ma agli orecchi pel 
suono di nn ruscelletto che guM, in 
quel luogo , disrenda per il foro d' un 
sasso che od lunghi secoli ha roao ed 
perenne corso, ch'egli enwilge, ch'egli 
mena tortuoso, e poco pendo, ed è 

t«>ro inclinato (onde chi va lungh' case 
a non diflidl salila) — Forse <^c%\» 



S40 DELL* INFERNO — CANTO TRENTESIMOQUAHTO. 

Salimmo su, ei primo ed io secondo, 
Tanto eh* io vidi delle cose belle, 
Che porta il Ciel, per un pertugio tondo: 

£ quindi uscimmo a riveder le stelle. 



ruscello ci tuoI tignificare , che qnanto 
di reo è espiato nel Pargatorìo ta a de- 
putitarsi nel regoo del peccato. 

io7-\o%. Tanto eh$ te. Costr.: 



tanJto die per «m pertugio tondo, in 
cima alla earema, Ì0 9idi parte delle 
cote belle, che U deh porta in giro nel 
tao moTÌmeoto. 



FINE deli/ INFERNO. 



PURGATORIO. 



\ò 



DEL PURGATORIO 



CAUTO WMMMMlB* 



dTmm 
rmdia étl mm» 

ekt frm Iwv 



U Pmtt «MM ^p w mt£Uo étttm t9U$rrwmm tatenm $t mmi 
«M* puristimm é spUmtUmu et faitmmtiuùm tt$tttt é mm teaoMniM 
ItaMMM^ p^tm m gmmnUm é4t iMfv, taatat FlrgUto ém imi, étf 
fmat €àt fmr éomm mirjtmmm ftnU fotmst «OMtefio m vltUmn 



n menu dd Pwplarìo Mcigmito dalP aeqat dell'altra Enwfflfo figura u 
> tronco in cima , nUoroo al «|imI6 t'aTvoigooo nudici ripiani circolari, com* 
^ ri il nolo dell' itola. I primi quattro cofttitoitcono V Aniipwrgalorio, doTo 
••■ tratleooto , finché siano amoieaM alla espiazione , «inattro sorte di anima i»> 
g^ifinti. Gli altri sette formano il Purgatorio, e in aascnno di eiiì ai porgi 
«M de* sette peccati capitali. Sulla cima, in pianura, è la sempre Tenie ed 
imfuissims selva del Paradiso terrestre. I Poeti salgono di cerchio in curalo 
per ecrte scale , che tanto meno divengon lor faticoee quanto pia i' tTamao* 
la - — 



s. ot«r 

n rig u t e i ie 

iacf«e«e tei 




Per correr miglior acqua alza le vele 

Ornai la navicella del mìo ingegno, 

Che lascia dietro a sé mar si crudele: 
E canterò di quel secondo regno, 

Ove r umano spirito si purga, fi 

E di salire al ciei diventa degno. 
Ma qui la morta poesia risurga, 

sante Muse, poiché vostro sono, 

E qui Calliopea alquanto surga, 

Ffr iorrtr fmigUor otqua : al* nitè travagliaU dare nrenderc per |i»> 

nere alla libertà e alla pace. QimìI^ k 
la conversione dal visio alla TÌrtà , la 
mortikcazione d«lle prave inclioaiiuaiy 
e U scMigliamenlo dell' uomo veoehio , 
tantorbè più nnn viva che la vita dalla 
ragione e della gtnstizia. 

7. lo tnorta ftotwia: morta, parche 
cantò della oiurU |rnU ; poeaia Imhia 
a eoovenirnte ai tristi luoghi d'iaferaa. 
— ri$wrgo , si faerta al<|uaBto liala; é 
Teata dei colorì della vita. 

8. «oslro fona, cioè deveio a rai, 
o eooa vf«ira, dacché tatto alla 



che significa : per trattare ma- 
rno dolnroaa, meno spavenlevola 
qwlla dell' InferM). V Infermo k 
il canto deU'ira, il Pwrgmiorio le 
deU'aaore e della sprransa. Alla 

le lodi iì Dia, 
e al r ae c epri c c io una soave aMliaroaia. 
I. mmr ai ermdoU. Cioè U gih da- 



ifkiio §ipur§M. 

•al senso proprio è 3 

lÌBie che URciroa del eotw 

Dio purgano le reliqma 

finché dfveniin drgne di aa- 

al ciela. nel senso allrgnnco il Pufw 

figura la m che la aanra 



9. Coiliopto, o Calliapa^ Muaa rha 
praiieda ai versi eroici egruTi. CmU4of$ 



con quel Goono, 
e seutiro 

Lo colpo (ai, che disperar perdono- 
Dolce color d'orientai zafTiro, 

Che s' accoglieva net sereno aspetlu 
Dell'eer puro infino al primo giro, 
Agli occhi miei ricominciti diletlo, 

Tosto eh' io nsci' Rior dell' aura morlS: 
Che m' avea contristalo gli occhi e il (lello- 
Lo bel pianeta ohe ad amar conforta. 
Faceva tutto rider l' oriente. 
Velando i pesci '•h' erano in sna scorta, 
lo mi volsi a man destra, e posi mente 
All'altro polo, e vidi guallro stelle 



I 



•ÌfDÌ(ÌH a beliawa. Nr[ 
lieiiilcri tuiet aipri t ckiocet. Tulla ti 
iDDgu IBS. — gnaulo (uiya. ■'(Ini 
uipoi»;iiHfDnel'aprauun(at9lwlllO 



KMiXrdinC 



ll'IxK 



'ù fiutato dilla I 



49. Lo bel pianeta te. LtticìU il 
21. Velando ipiict. Ini. eoi «un 



lerani pHiiii ili luì, • t prec«<l(rii 

"* 23. lo mt (Bili a nan dtitra 

.ni» nel «.«Kn vmakn, d» ulf il- 



aidw, • (■»«, • Mrrvn ni CHUipii 

«Ut prMBUlllMI ilflKiriilU. 

<IS. Dtki teiar te. Un tiulo tulan 



Mrl* ìleant Urn iMll'iUra Buiùtn 
di niiniloH» vnloni. tclu4ÌM(h« 

ma ildlr Ar io toniw di inicc lì 1»- 
d.iiiu iwlta <'Mi*llni>H» Uì (OBUan, 
chiiniiU la Croe* Jtl Sud, cka WK 
lm„a> (liwrilUi nel cKnlii)* éi lUv 
' cbc itU» 'muaitrtl 




CANTO PRIMO. 

Non viste mai fuor eh' alla prima gente. 

Goder pareva il ciel di lor fiammelle. 
settentrional vedovo sito. 
Poiché privato se' di mirar qnellel 

Com' io dal loro sguardo fui partilo, 
Un poco me volgendo all' altro polo, 
Là onde il Carro già era sparito; 

Vidi presso di me un veglio solo, 
Degno di tanta reverenza in vista, 
Che più non dee a padre alcun figliuolo. 

Lunga la barba e di pei bianco mista 
Portava, a' suoi capegli simigliante, 
De' quai cadeva al petto doppia lista. 

Li raggi delle quattro luci sante 
Fr^iavan si la sua faccia di lume, 
Ch' io '1 vedea come '1 Sol fosse davante. 

Chi siete voi, che centra '1 cieco fiume 
Fuggilo avete la prigione eterna? 
Diss'ei, movendo quell'oneste piume: 

Chi v' ha guidati? o chi vi fu lucerna, 
Uscendo fuor della profonda notte 



245 



25 



30 



35 



40 



'naMgÌBaxiucie del Poeta , che le finse 

próu per dare an maggiore abbellì- 

aMirto a qsel delo totio il quale , ne- 

ernie che ep.li poeticamente immaginò , 

^0f«a irÌTerc felice l' amanita se si fosse 

innocente j e poi ner farlo 

lo ielle anattre rirtù cardinali che 

il principale onore della 

••(■r*, cM veramente ornavano 

i'aosM Ssdiè inoAceote duro nel luogo 

der* Dm I' avca posto , e che nella sua 

dìeecMlcoa divennero sempre piò dif- 

fai e rar*. Il eootesto, mi pare, favo- 

haee ««eata optaione. 

%i. vitto., -«//a, per vis/e dalla, alla 
bt — friwM gmUi sono ehiamaii Adamo 
ed Cm, p r efap j tori del genere umano. 
Si. ffito, regione. — ttdow»^ pove> 
re, Miaera. privo d'no gran bene, per- 
diè •■■ raUegrato dal raggio di quelle 
stolle. 
SS. Cam'io dal toro tgumrdo /Wt 
Teatorliè io mi fai distaccalo 
4d rigaardarie. 

80. U Carro. Chiamasi Carro TOr- 
>,ceatelUiioaa viciaa al polo 
Dica cha era sparila^ perchè dt) 



luogo dove era noi potea vedere, re- 
stando quello sotto rorinonte. 

51. fofo, tutto solo o solitario. 

52. in mtta. all'aspetto. 

57 . delle quattro luci, cioè i raggi 
delle quattro stelle sopra nominate che 
lo ferivano in farcia. Ciò eonvien molto 
bene col significato rhe abbiam dato al- 
le quattro stelle nella nota al verso 25, 
giacché niuno dei Gentili splendè di 
quelle virtù più di Catone. 

59 eome'lSol fouedanmntéTÓoèj 
lo vedeva sì risplendente, come se avesei 
avuto davanti il sole. 

40. coiiira 7 cieco fiume^ cioè eon- 
tro il coiYo del tenebroso fiume. Intendi 
il ruscello sotterraneo^contro il corao del 
quale risalirono i Poeti a riveder le stella. 

42. queU'onette piume: cioè, quel- 
la venerabile baiba. Piuma per birèm 
è traslato d'indole latina. Imparata 
tum eum veniel piuma iuperhim, disse 
Orazio : e anche oiiaf te è usato qui nel 
senso latino di degna d'onore. 

43. chi ci fu lucerna: cioè, chi vi 
fu guida, e chi vi fa luma ad igaiÀT% ^ 
iaoghi teoebroti d' Interno ì 



DEL PURGATORIO 

Cile sempre nera fe la valle infernaT 

Soo le leggi d' abisso cosi rolle? 

è mulalo in Ciel nuovo consiglia, 
Che dannali veoile alle mie grotieT 

Lo Daca mio allor mi die di pìglio, 
E con parate e con mani e con cernii 
Reverenti mi Te le gambe e il ciglio. 

Poscia ri.ipose luì: Da me non venni: 
Donna scese dal CìeI, per li cui preghi 
Della mia compagnia costui sovvenni. 

Ma do eh' è (uo voler che più ai spieghi 
Di nostra rondizion com'ella ò vera, 
Esser non puote il mio che a te si nieghi 

Questi non vide mai l'oltim» sera. 
Ma per la saa follia le fu si presso, 
Clw molUi poro tempo a volger era. 

Sì come i' dissi, fui mandalo ad asso 
Per Ini campare, e non e' era allra via 
Che questa per la qoale io mi son messo. 

MoslralB ho lui tutta la gente ria; 
E ora iniendo mostrar quegli spirti 
Che purgan sé sotto la tua balia. 

Com'io l'ho tratto, saria luogo a dirti: 
Dell'alio scende viriti che m'aiuta 
Con ducerlo 

Or li piaccia gradi 



<l 



edcr 



IctnlB, ami 






u LtUat gli («lem «eir( di lul- 
50. E tim parn)< m. Dipinge qat- 






I. Jlircimtf aùftn.ìti U 



'"VJi 



60 CIttmBllopiieoltmpait.IaL: 

!•, Xllndf al HHi iniirriBeiila f*r la 
ifIxH WilMlCiiiInl JeH'lM/kiiia. 



CANTO PBIMO. 



«47 



Libertà v« eercando» ch*è «i cara. 

Come sa chi per iei vita rifilila. 
Tu 'i sai, cbe non ti hi per lei amara 

In UUca la morte, ove lasciasti 

La veste eh* al gran di* sarà si chiara. 76 

Non son gli editti etemi per noi guasti, * 

Che ^jnesti vìva, e Minos me non legii; 

Ma flOB del cerchio ove son gU occhi casti 
Di Marzia tua, che in vista ancor ti prega, 

F operi ddla legge • alla eootempla- 
fioM dal tara, tapaodo che aaaato piò 
faaita aarpo aaii alata noitiato nella 
Tita praaanta, tanto pia diverrà bello a 
gtorioaa oeHa fatnra: 5eiiitiuiUir in 
ignoMiUtUt twrg4t hi gloria. Il primo 
Catone è tipo del kiano a forte attedi- 
ne, il Mcondo del perfetto crìatiano ; 
ambedoa Toglioiio la lilftrti , ambedae 
la iMtria : ma il primo è tatto 



71. Libertà 9m eeruatdo. Dna 
di libeHà aia aafaaado DiB» 
^1 d|t i« dìckiarafè ealle ava parola 
■^^cnme. Ei diee nel Cm^milo : a Li- 
^ è il eono l%ero della Tolontk 
«^ tMnira la legga: il lil«ra arbi- 
tra è il fik^To gindÌM Mia raloa- 
*^| • 3 gi«i£iio è libera , aa ^ pel 
fi** move r appetito, a nnllamente 
M ^ill' appetito prareaata. • — Poi 
•^MoMTtkia: • L'amaM g««ara. 
<ÌMe mamimameiUe è libera, i|oand'è 
Mtt* il monarca ; • eoo quel rbe legne. 
^mI deoene Dante eoi ano poema pro- 
«trere tale aUto di eeae in Italia , cbe 
nmi dornaoue la tirannido, cbe tpcsio 
■mappe l'aaMme e il pannerò dei riUa- 
iat, a M libero ad ognnoo l' operare 
la yirti. Iwtptro e «trfè nel ai- 
di D«BCa ai danna la aNoa team- 
UeTalmenle. 

n. fte'la«<ac.Qnirir|niafama. 
gala cbe il veccèio a e«i mdirinava 
li parala, ara Catene Ctieenae, cbe non 
wtiaapiniiiian alla territà di Berna 
aa ne Ceee tiranno. 
n. Lm «atfr ae. : il carpo Ina cbe 
nel di del gindisio nm- 




aentro fi' inmgnemanti 
ba peata in qneato Inago 
taancide. ilacaatoranan 
ebe CmUme non è qni cbe 
■M ignra dell* anima fatta libera par 

del eorpo, 
Platone cbiamb la aalaanià 
U etani doaiea, amatore 
ilare ealdìabna daUn eirile 
ilmenie la «ila per 
dal tirenno. Il Ce- 
latta anaforico JonM ed amiiettla in aè 
alena» la carne, ncr non aenrire ai cor- 
rotti eppetilà di lei, ed caaer libera al- 




patna ; nm u pnmo 
nel tempo e anlla terra, il aecondo guar- 
da neU'etemitb ed al cielo. Egregia- 
mente adunque è poeto qoesto Catone 
allegorico a maestro ed esempio delle 
anime cbe vogliono liberarsi dai tristi 
effetti della natura corrotta per divenir 
deane di Dio. Dirò poi cbe aa il monta 
del Pnrgaloria ai riguarda da on Iato 
eanM S^ra del politico riardinamenlo 
deir amenità e meao all'aeqaiato della 
aivila libartè, ma l to a nropoaito ai pane 
F IHieenee a maeatra di quegli nomini 
ebe vi ai avviano , sieeeme qnegK cbe 
BMetrò in tutta la ana vita eome a' ami 
Tarameato la patria , e conto non poma 
eseere libertà dorè non è virtù. B a 
questo riguardo non è poi per niente 
assurdo qnel ebe ^ afferma dal Poeta , 
ebe il corpo di Catone apparire lumi- 
neaa nel gran giorno ; cfaè quel giusto 
giudice, cbe rendere a lutti il suo, se 
non dsrk sii' eroe lelino la glorificano- 
ne degli eletti, non lescerè sena onore 
qurlle eminaoti sua virtà cittedine, cbe 
laato debbon canfamlara i codardi a 
falsi aristieni. 

77. ChiqmMèÌ9Ìio$: pareecbè né 
ceatui è ancor morto, né io aaao airiii- 
femo, coadanneto e e as tr el to dalla san- 
tansa di Minee. 

79. ékt imnUtm m^eor a pr§gtt, la 
quale pera cbe ancora ti preghi eome 
•aa Tolta ae. Mania era mogue di Ca 



^V ^^^^^^^H 


34S DEL POH 




^ 


ganlo petto, che 


per tua la legni: 


^ 


Per lo suo amore adunque a noi ti piega. 




Lasciane andar per li luoi selle regni: 




Grazie riporterò di 


te a lei. 




Se d' esser mentovato laggiù degni. 




Marzia piarque lanlo i 


4gii occhi miei. 


?«■ 


Mentre eh' V fui di là, dìss' egli allora, 


jCM 


Che quante grazie 


volle da me, fei. 


■1 


Or cbe di là dal mal Gume dimora. 


V 


Più mover non mi 


puù per quella legge 


TI 


Che fatta fu qiiand' 


io me n' usci' fuora. 


BO 


Ma se donna del Ciel ti muove e regge. 




Come to di, non e' 


è mcstier lusinga: 




Bastili ben, che per lei mi richegge. 


. -M 


Va dunque, e fa che l 


u costui ricinga 


. lì' un giunco schietto, o che gli lavi'l \ì» 




Si che ogni sucidnme quindi stinga: 


^^H| 


Che non si converria 1 


i" occhio sorpriso 




D' alcuna nebbia andar davanti al primo 




Ministro, eh' è di quei di Paradiso. 




Questa isoletta intorno ad imo ad imo, 


l.:0 


lon*. il qu.1. Il cM id OilDuIn per- 


ilo — fluond'ioman'tuc 


i' f^ra. In- 






mcglia, del 


Mani* torut l CilBne « lo prrgA i tu- 






T, S'JB e >rm. — AniF CaHmt i Ignri 
dall'anima affriacil. dilli oilcrli, »• 


91. luiiUfO, bliodima 


Bla.praghic 






03 Tie\egst, nùàtj^ 




84. rfring-, cinga. 






U&. W un fiuvn ichiiUo. dì na 


r.dÌiMhailC™rtW, lral.lV, 28. 


ElKn<^opulita,tcn>aCugl>a. 


Qgrato ghin- 




ai.are ioudu 


80. Ornila fHlloi in molilo thi 
•lliiTBi) di Ulta la Ditaratl ■ aitili 


diliiKFriltadiliialUi. lai 


ocrcdapiol- 


InlotimbolDdiquallannii 


Mi«pit3hf- 


«rift 


«olnia d' ixlm» «Ile laci 


1 ddll raiio- 


^ aS. pi.rHh»ti.ll< ntnl. pir li 


oa Idi Dia. chat oppaiu 


■11* lapar- 


^B lallo giri Da' <i<ialì »IIo la Ina lulorìU 


(urd D ilU «aparba otti. 


lanoDS aallc 


^H (ipnrganol* anima. 


aioli. ot^ui«.i.D«.i>i.£ 


: Holo poi tlia 


H 80. rfiM, »n. prìoixila. 


l' Mmilti i la ba, Jdl' adÌEÙ> trl- 


atìano. 




^ BR dal Mal fumé, nrhrrmh. 


H. ^(ndl, di l>, dal 1 


rflO— l'.-B- 


8ft-(H) Par iwlla teffjf Che falla 


sa, tati .ia. 




f». Qn«i' » la lena di non aeiiUr 


«. jDr;irÌ.n,iofpKi« 


; Italo 'gtuB- 


pia iKatU di «ma • di uopa, o d'ai- 






1 In. tn» larrina. Catnn», iuinn aIlF|;0' 


%r datanti allumo 


'«. A»CB.>< 


^ fi«mM<.. dopo 1. jr,n laparaziooa 


.ir.i,E^lo cha •adrano ali 


'iairoHo dal 




PBr|,.lorio, 




^B noHa pi<r JVon.-...- n>. rgli^Da» in- 


m. aUmatdtmo, 


mlpiiibu» 


^B tendi Bt noia cha Jl erro a U «Ai- 


lm«- 




L 




_^| 



CANTO PRIMO. 



249 



Laggiù, colà dove la batte Tonda, 

Porta de* giunchi sovra M molle limo. 
Nali' altra pianta che facesse fronda, 

indurasse, vi pnote aver vita. 

Però eh* alle percosse non seconda. ìqò 

Poscia non sia di qua vostra reddita; 

Lo Sol vi mostrerà, che surge omai, 

Prender il monte a più lieve salita. 
Cosi sparì; ed io su mi levai 

Senza parlare, e tutto mi ritrassi HO 

Al Duca mio, e gli occhi a lui drizzai. 
Ei cominciò: Figliuol, segui i miei passi: 

Yolgianci indietro, che di qua dichina 

Questa pianura a* suoi termini bassi. 
L' alba vinceva l' óra mattutina, il6 

Che fuggia innanzi, si che di lontano 

Conobbi il tremolar della marina. 
Noi andavam per lo solingo piano 

Com* uom che toma alla smarrita strada. 

Che infino ad essa li par ire invano. i20 

Quando noi fummo dove la rugiada 

Pugna col Sole, e per essere in parie 

Ove adorezza, poco si dirada; 
Ambo le mani in su l'erbetta sparte 

1(13. €k9 faceU9 fronda : le foglie de , o ti ra dolcemente ibbaMando. 
^iiakoio di TuiiU e qualche Tolta 445. L'albavineeval'òrtunattuti' 



40S. aUe pereottt non teeonda, 
""* Nde aotTcnente tenta nunpeni , 
'"■•bO fianco. 
^H. rtddita, ritorno. 
407. LoSolvimottrerà te.: il to- 
*'" li ■ et tr e r à, tì inaegnerk il luogo 
^^pM^cr* dotete tul monte talita pia 
'■''t. Cm «netto gli aTverte che dero- 
"^pnra il monte trcondo che lo gira 
'l i4i da lerante a ponente. 

4M. tu M< ktai. Fin allora era tta- 
^itaÌMeckio. 

4447ì»9MoedU«iii<rfr<sz«i,^«a- 
* «ikmt dirgli : eccomi qai ; io aon 
M» mìU t«e iNraoda. 

4i8-4i4.Kolgiaii0ÌMr«ol9Ìmic«, 

màmU Vm ia «per miglior prononna. 

Cai étmà ptUmmei, Mdrwid ee. In 

mlien aalca farai qvealo ramhiamcato 

aaihe tata l'afSiao dà prooom*. <— 

ékkinm ti^tuoi termini é!wtt; ditcca- 



fui. óra tta per aura, che tignifica ven- 
lieelio, e anche ornerà, come le tocì da 
lei formate di orezzo, o reiso. Lo Stroc- 
chi nolo che in Romagna la Toce óra 
usali anch' oggi per ombra. E cosi leg- 
gendo e interpretando ti ha nn belliJs' 
timo concetto: l'ombra maltotioa , o 
dell'ultima parte della notte, che fugge 
daranti all'alba ohe TÌttorìosa l'inral- 
sa ; dove in parte è imitato Virgilio in 
quel Terso : H'tmenUmqus Aurora 
poh dimorerai umbram. La lez. ora , 
lai. kora, dk poco aentOf e doro. 

447. // iremolar della marinet. E 
imitalo anche qui il TÌrgiliano eplendei 
iremulo tub lumine poniui» 

422. Pugna eolSole^ reabla al ca- 
lor del tole. 

423. Ove adore%ta, dote è reno, 
ombra, alla «|iial« ti teale tptrare più 
Creaco il Tenticello. 

424. tparie, dittoM. 



DEL prHG*TOItlO 

Soavemente il mio Maestro pose; 
Ond' io che hii accorto di su' arte, 

Porsi ver tei ie goance legrlmose: 
Quivi mi tece lullo discoperto 
Quel color che l' Inferno mi nascoi 

Venimmo poi in sol lito diserto. 

Che mai non vide navicar sue acque 
Uom, che di ritornar sìa poscia e^iterlo. 

Quivi mi cinse, si'come altrui piacque: 
maraviglia! che qna! egli scelse 
L'umile pianta, coiai ai rinacque 

Subitamente là onde la ^'elsc. 



Uliu 



417. Din {«{rimuK, Iihm pi 



eh* il Podi finge tarn per- 
ungiitdA alti *ci(n« ddl'iltni 



<S2 Oom. cJm iff r 



CANTO »>EC-OXDO. 



Già era il Solo all'orizzonto giunto, 

Lo coi meridian cerchio coverrhia 
Jerusalem col suo più alto puiilo: 

\-S Gidrrail Solt te. Si nppuni lartstonU il fui aurl-Han «rrdWa M- 
ibiDoniladgiiiblii* il ino arisonle, vn-rMs CcnualmnM nf I tuo p4è «tlii 

U.ita>l^in»li>[Vii,riir*qMHulre Ccru»lrii.m«. On iitmia il l>««i, 
' ' iD pia din pualD. Qut- rbt il fol* tinmiinilo >r* pnnlo «l- 
il mfriJiam, pinete l'anaaau wiikanl* il C in illl— t 

no M luogo dM e*r«r«Aia. ciò* «pn, maBli|Da dd Pir|ii«ri«), liwH ai ti- 
Axndn n|>n> nu su anonoU iole ttl [ri ' ' 
'■ 'o, tiMni(«lo,d«dir« dt 





CAUTO SECONDO 

E la notte che opposita a lui cerchia, 
Uscia di Gange fuor colie bilance, 
Che ie caggioB di man quando soverchia ; 

Sì che le bianche e le vermiglie guance, 
Là dove io era, delia beila Aurora, 
Per troppa etate divenivan rance. 

Noi eravam lunghesso '1 mare ancora, 
Come gente che pensa suo camimino, 
Che va col core, e col corpo dimora: 

Ed ecco qual, su '1 presso del mattino. 
Per li grossi vapor Marte rosseggia 
Giù nel ponente sopra 'I suol marino; 



S5« 



io 



ib 



4. ckt oppoiitm «.. che ditmetral- 
■■te 9ff0èU al mIc cMfc V tmmUrìo 
■te OH è Gcnualemmc. Qm rtrehim 
■CMfir«|ir«tiUonio la trrra. La uoUa, 
cvni è penooifirata, non è cha l'oai- 
In Mli tara opporta al sole ; ed è 
(Wt cba te il sole sorgeva di Ik , la 
MltipaDlave di <jaa. 

I Oteim di Gmnge fmor te. Soppo- 
MjMMida la f eagrafia de' tempi tuoi 
(^eé Sonerò Bacoae, Ofm» «k^im, 
^. 4), rae roriuoiite di GrrtKalemnM 
M la aeridiaDo dell' Indie Orieotali, 
Vpiirale per lo fMMaGaogc, che atiirre 
■ «s. — co/la bUamcB, col srgna della 
ttra. Canado il «ole , accoade cba il 
Nrti ka «a liato , giunto all'ortnonie 
AfiaraaalMBflM ad acgno dell' artr te, 
cW 4 aegnu della libra foaM 
»paBlo ma cs«o ariete, e pro- 
ra il Bf ridiaao inlerteca il 
, e cbe quindi da eaao 
> li ■Ile a a rg fa ia dal ti«itge oella 
■lipoda ai MMiote drl l'urgaliv 
ria baoa ato a rrttilieare le o(>im«iat del 
fatte aaMi pia etaile cognitioai cbe «ira 
a kaoBO io falln di grtigralia, e iierrbé 
•paso eie fmk fare da ae, e parrLè alla 
MrfKgaaaa del leali* Milo importa ri>no> 
Mr» Mal che il Pwta cnnleTa , naa 
fari «fcr oggi Meglio m aa. 

f . fmmmdu §mt€f^im , eieé qaando 
■ b pie laoga del gi«rrao. La imiIIc tie- 
■I Wm» il aeo Wnebroao enuafrno il 
•vgi» Mia libra |fer lo apatio drl tem- 
po dba è émi Ml tt ia i e iemale al aolntiKÌo 
flitfta, cioè incba le «otti vanno •ceor- 
< ; • imane priva del detto aegna 
(4tltaiil¥ii aMiva faa alP iema- 




le, cioè par loUo quel tempo cba le notti 
K allungano. 

7. U HauehB § le vermiglie guan- 
ce ee. Qui ti vogliono aignitirare i tra 
diversi colori cbe app^iiono io ciclo pri- 
ma del naacera del sole : cioè il bianco 
dell'ora matlatioa, il vermiglio dell' ao- 
rara, il rancio cba precede di poco il 
soie. Legijiadra immagine, di allribaira 
air aurora nei diversi suoi tempi i co- 
lori propr) delle varie età degli nnmioi. 

42. coi core, col desiderio. 

43. tu'l presio del wmUino, sul- 
r appressare del mattino. L' svverbio 
presso è qui vasto culla |M-eposiiiona , 
rome se fosse aa noma. Si potrebbe an- 
cbe dire un modo dittico ds supplirsi 
ccisi : §ult ttra che è pretto mi tempo 
dot matttno. Del resto didsoM simil- 
mente «//' ineirea^ nel mentre ac 

14. Marie roteeggia. <jucaio pa- 
nata roiMggia piò o meno secondo la 
magfpure o minore spessena dei vapori 
che liicirrooilano. Ora, l'appresserai del 
mattino, romiensaaduai in quel tempo 
per la (n'acuì a i vapori, e il trovarsi §ul 
snolo wtarino ia ponente , dove i va- 
pori SI levano in più abboodansa, e non 
•uno imbiancati dall'alba, come lo sa- 
rebbero in oii«fnte, sono circostante dia 
ci*ntrib«i«rono a fai lo pia roaat'ggiare. 

45. dm ntl ponente: due volle gli 
astri appaiun» tul snolo marino: d le- 
vare, e al traiiioiilare. Qui ■ vnd ncH 
tara il pantw io cui l'asli-o prrdpiia nrl- 
l' oroam* occidentale mentre in orienta 
ata per sergere il sola. Invece della com. 
Giik nei ponente, per ìetùanmmwmEk AvV 
di. P. Punu, U Cad. CuAi»a!l. \>. VS 




I 



953 DEL FUBGATOmo 

Cotal m'apparve, s'io ancor lo veggiB, 
Va lume per lo mar venir si ratio, 
Che 'l mover suo nessun volar pareggia; 

Da! qual com" io un poco ebbi ritrailo 
L'occhio per dimandar lo Duca mio, 
BividiI più lucente e maggior TaUo. 

Poi d' ogni luto ad esso m' appario 
Dn non sapea che bianco, e di sotto 
A poco a poco un altro a lui n' uscio. 

Lo mio Maestro ancor non fece motto 

mentre che i primi bianchi apparscr ali. 
Allor che ben conobbe il galeotto, 

Gridò: Fa, fa che le ginocchia cali; 
Ecco l'Angel di Dio: piega le mani: 
Omai vedrai di si Tatti uiìcialì. 

Vedi che sdegna gli argomenti umani, 
Si che remo non vaol, né altro veto 
Che l'ale sue, tra liti si lontani. 

Vedi come l'ha dritte verso 'I cielo, 
Trattando !' acre con l' eterne penne. 
Che non si mutan come mortai pelo. 

Poi come più ,e più verso noi venne 

b> Qitl Htl fonrntt: ail t boom lo. 
pcrcht (hi i tul lidn oMidcDUla, co 

<Et Ttdora Rli uiri >ul luol marìnii, eh 
uoU'wa doJ tramniila m f<,nnu; tà < 

bl«r« etn pirasuni ili emc rilibili ■ noi 

a colar* Ira' ipali e pei quali lorìia. 

te. Colai n' appone. Ini. : tao. 

autor la teggta. Ini. : euri pcnw ii 
veJarla aorara an'ullra lolii. CiA ini 
jiorbrabbE l'aecrt denli eliUi. 

30. pN> dimandar re. : luta pa 
rlunaDilara i Virgilin tba tmaa ^ue 

ai . Kieidil pii lucenti se. .■ per 



c.a rat 


allrs bian». L'altro hiancg, 


fa a! 


"la.lS^àeH'al'iH"-"" 


'26 


Jfnnra che. aia aha. — ap- 


pariff 


al>.B.p<«aell.».rial<a«. 


ddioa 
della n 


diF. Vitbmedi^^luUapnna 


400T. 




daqnei 


Ca mi •iaii UK wnaa ebbro e 




«Ila. I^IU gli altri Codd. t 


z:~. 


nperin- ToK. 


t( gaUatto, ciò» il aHcUa»: 


ilD»l 


ralor. della ^alaa o nan. 


SS 


tati, oitln a larr). 


S9 


piVSfl f,m^ni.cb.ld.di 


ri,p.l. 




SO 


u/rei-i«.ci<«iuio»UidÌI>io. 


61 




B2 


velo. <>^la. 


53 


Ira liii ri tonimi. q«af tu 



aioi adtaira e a ainiilra d' nta luaa , 
ap)iirìvuio in Igalaaania, ar>M la hi- 

dttliatc «li dì Hn ingoio, Jalla coi Tao- 



niilero, da ijiirlla dalle iliarM. 
5-1. drilli: tliile, elstiM. 
SS. IVal/aiiitn, agilawlii, nii 



•mj^ 



CAltfTO SECONDO. 

L*iiooel divino, più chiaro appariva; 

Perchè Y occhio da presso noi sostenne, 
Ma chinail gioso; e quei sen venne a riva 

Con un vasello sneiletto e leggiero, 

Tanto che i' acqua nulla ne inghiottiva. 
Da poppa stava il celestial nocchiero, 

Tal, che parea beato per iscripto; 

E più di cento spirti entro sediero. 
In exitu Israel de JSgypto 

Cantavan tutti insieme ad una voce, 

Con quanto di quel salmo è poscia scripto. 
Poi fece il segno lor di santa croce; 

Ond* ei si gittar tutti in sulla piaggia, 

Ed ei sen gì, come venne, veloce. 
La turba che rimase lì, selvaggia 

Parea del loco, rimirando intorno, 

Come colui che nuove cose assaggia. 
Da tutte parti saettava il giorno 

Lo Sol, ch'avea colle saette conte 



S53 



40 



45 



60 



53 



^ L'wttl divino: coti chìamt 
' ««Ho ilato. 

39. Perekè , per la ovai eoaa. 
. ^0- eàMMtl ee. : il caiati, cioè ab- 
^Pacdiio. 

^^.TMeito, naTÌcella. 

. ^. T*i, ch4 pareo, apparirà, per 

^P^, ■unifest.. mente , 6eaio; qoaai 

«■tene: • fli ai le(rgera scritta in froote 

**'^*~ ; • o, appariva nel ano 

acritta la beatitadinc. — 

: farim beaio pur de- 

'B'iMl; àwm à m por ai trae un aualche 

**■*. •— iteripto è sccundo 1' antica 

*H^., cW per lo pie aerbara alla pa- 

'^ iiaai doMcod originali. 

4$. §t ii § r §: dicooo a lami che f#- 
"^ Ila mi per aedieiio, mutata la 
* ■* r per la rioM. Ma io ^o cbe qne- 
j^ «•«• mm Me caaer altro che il perf. 
^ttitrw, 8Mero, frappovtiivi no i per 
*^HMe liawfie ài pronunzia, e*«iM 
■••■e apeMo £ Eae gli antichi che 
^■■ra k&Uiero, ptréiero; e noi tal» 
J*i Hitra o éiero re. C «edtero ha 
^il NcU, rigaai «laudo raaooe'gik 
"^o^j par aaMre oaai i|aeaii apirìli 
riiliallarÌTa,alaraa altaUai par gel' 



H. Qaeata salma è bea adattato a 



coloro che escono dalle miserie della 
Tita, o a chi dal peccato rborge alla 
ffrazia , che di ciò appunto è simbolo 
r uscita del popolo d'uraello dall' Egit- 
to. Difutii anlicamenle nuesto salmo si 
cantava dolio Chiesa nel trasportare il 
corpo del defunto alla chiesa. E Dante 
stesso licI Camrtto,)ipie{;andoil principio 
del salmo In exitu Israel, dice : • ipi' 
rittm^menle s'intende che nell'uscita 
dell'anima dal peccato essa si è fatta 
santa e libera in sua potestate. » 

!»2-55. selvaggia Parca del loco. 
Parea piena di quello stupore che mo- 
stra l'uomo s<'lva(Tgio che viene in luo- 
ghi da lui non mai veduti. aemplice* 
mente: nova, peregrina. 

54. assaggia, ascolta, o Tede; traa- 
lato dal gu»tu agli altri sensi. 

55. Uà tutte parti, vaol dira die 
era chiaro per tutto. 

56. Lo Sol, cV ovea ee. U capri- 
corno è discosto dall' ariete, ov' era il 
sole, 90 gradi, o un quarto di sfera. 
Adunque, se il capricorno era passato 
di là dal meridiano, tanto doveva il sole 
essersi le\uto fuori dell* nHente. Krano 
insi»mma circa due ore di sole. Vedi nel 
Canto 1\ la nota al vera. 7. — colle 
saette. Essendo , secondo le favolo , 



^v ^B 


^^^^^H 


^^^^^^^^^^^^^H 


JS( OeL rUEGATORlO ^H 


Di mezzo '1 ciel caccialo il capricorno, ^^| 


Quando la nova genie 


alzo la frorile ^^H 


Ver noi, diiendo a 


noi; Se voi sapele, ^^ 


Ho^traLene la vìa d 


i eire al monte. en 


E Virgilio rispo.^: Voi credete 


Forse che siamo aperti d' eslo loco, 


Ma noi som peregrin, come <oi sele. 


Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, 


Per allra \ ia, che fu si aspra e farle, « 


Che lo salire ornai 


ne parrà gioco. 


L' anime che si fur di 


me accorte, | 


Per lo spirar, che i ^^^ 


era annir vivo, ^^U 


Maravigliando dìventaro amorU; ^^| 


E corno a measflggier, ^^^ 


che porla olivo, ^^H 


Trajrge la genie per udir novelle, ^^B 


E di calcar nessun 


si mostra scbivo; ^^H 


Cod al viso mio 3' allìsar quelle ^^M 


Anime rorlunate rutle quante, ^^H 


Quasi obbliando d' 


ire a farsi belle. ^^M 


Io vidi una di lor trarrcsi avante ^^H 


Per abbracciarmi e 


'on M grande aiTctlo, ^^^H 


' Che mosse me a far lo somigliante, ^' 


ombre vane, fuor che nell' aspello 1 


Tre volle dieiro a 1 


ei le mani avvinsi, so 


E tante mi tornai ( 


'on esse al petto- 


Di maraviglia, credo. 


mi dipinsi; 






il Piwtl frtait intn d» nggi d<'l- 


aliiu bDU *i Imin di DaaU. 


1' VP* 1* M.1W dell- iUn>. Lucida kla 


71. 7V,sw,, «T«r.. 


WM, AiiM Lmrnbo i -Un r.iBÌ.— 


72. E di «['«.. ditu-rtlo.fi 


(OiM, elii»r., ■ i™«, priKchr. ci|wrle 


il(l«Jr<.ril OhJ- foegitli.— ri wMlra 


B(l eofllnv il khih. AiifIh' Uiaiiodi» 








*2. iperli, prdln. <-i>iHW->nli, cIm 


!<>»••' l»»*, con» OKiroa <MI* H>o 




dilli». 




79. <»*tr( HM *■>«• (b. 


«pirli 'bM ioar: a pM •i*r>, m> !■ 


ddh iTrlf •Un di wiiRdla ti liM di* 


l«i..iii the «. i.r.Ì«r.«T. .ui pu eh* 


l-al«n>.*a.k....i. ^•l^l<•r(^>•l du- 


«•Jri ni-gl» nd fnniisls. 




eS. /'•r aflracu: ^Ì*t*...<. l'il- 


■1 P..*l. lu. no» l> J.4* , li aw» 


Arto, uibri t Irrnbila; «u •liiini 




•■eh* 1. «1.. Hi CiiiUi 1 d*ll'tiir*nig. 


Uli rht > frinì. 


06 fiùa. <i*o tfmt- 


SO dMraa/rninundaBWHl: 


«8. P«- lo .p«W. P« il «KB. 




■«i«d,li.H* 


82. IH maratù/lia. creta, m. &t- 


1. 





CAUTO ìboqndo. 

Percbò Fombn sorrìse e si ritrassi» 
Ed io, seguendo lei, olire mi piisi. 

Soavemente disse, eh' io posasse: 
Allor conobbi chi era, e pregai 
Che per peHanai qa poco s^anesUsse. 

Risposemi: Cosi com* io è aiaai 

Nel mortai corpo, cosi t* amo sciolta; 
Però m* arresto: ma ta perchè vai? 

Casella mio* per tornare altra voUa 
Laddove io son, fo io questo viaggio, 
Diss* io; ma a te come tant* ore è tolta? 

Ed egli a me: Neasiui m' è fatto oUraggio, 



255 



S5 



90 



^U meraviglia. — wti dipinti. Poeti- 
^ * ver* «prewioiie , pirrcbè 1* amano 
^1*, tranne quel dcgl^ipocrìtii ai aliA- 
h 'die interna afTacioai. 
t4. pùui, aptnai. 

fó. Soatemente , con dolca moclo. 
""^poMMe, Cfaeaaai dall' inotila afor- 
'*'ubracciaila. Fa questa la primili- 
Tl tcraùnationa di toAlo l' impàrf . dal 
^- che ai feea dal piò che perf . lati- 
no , ieltooa la coua. fioali ; ai clie da 
< f ii r aa , per ea., ai fece Ì9 ammst§ ce. 
19. JVcf mortmi turpe: cioè qaaod'io 
*8 aaita al corpo. — coai l'omo «cto(- 
kf eaai t'aoao ora cba aon dn eaao diviaa. 
91-92. Cateilm. Erceileote moaieo 
iarcalMo, dai canto del quale traaira 
iMiiao duetto il Poeta amictsaioio di 
ha, a dM por di amica aaprva. — 
fer Icrmmrt aiira voltm Laiéovt <a 
tmu iolaodi : io fé qaeato viaggio per 
ÌBMraro • beo Tivere, e poter tornare 
«roiirs 90Um ao qaeato loogu ove ora 
aaao, caoè in Pnrgatorio. Alcuni apio- 

rto : por lomare altra volta od nion- 
Ik Mv« io aooo ancora io prima fi- 
Ik Ma qn aat o concetto è miaero e vano. 



là riafvMorrkbe troppo a propoaito alta 
fatta da Caaella, dia lia 




a Dania gik coooactnto tah 
tm vivn: fMarrkè «««\ cioè, perchè fai 
li qpmin mggiof Oltre<-hè t caprcaai»> 
m milrm no/In didùara ahbastaoia che 
il rìtarao non paè riguardare il pnnM 
nrcbó egli non ae n'era mai ao- 
'> d'altra parta, pie d'ana rotta, 
•— naiammta al r. 16 di qaeato niedn> 



Tale ad caaara degli aUUi. Quanto alla 
diffieoitè eha poirchW farai contro la 
mia a p iega ri o ne , par la parda taddatt, 
la qnal para aignilìcara no luogo lon- 
tano egnaimcote da chi parla e da chi 
aacolta , qoesia cada quando ai aa , co- 
me altrove accaonu, dm il laddo9t tro- 
vaai naato de antichi aerittori , e da Dante 
medaaimo in altri laogbi , per il aem- 
plica <fo«e. Vedi |]i^,C.XX\llI,r. 80. 
93. mn « le eomt UxmVora è tolta? 
Per qoal ragiono ti è atato ritardato di 
laotoil p ma aggio al Pnvgatorìo ? — Qoe- 
ata doiiiamla ci fa oiinoacere dia Caaella 
ara morto ém molto lanapo ^nande giui- 
ae al Pnrgaloho E In nanaatn S Ini al 
Poeta c'inaagna, che qnei che nanoma 
rieonciliali ean Dio, per pnaaaen tà Pnr- 
galoriu onn vengono alla foaa dd Tara- 
re ; ma che V Angdo iaalìnotn n tr» 
aportarli anila «oa ne^iorlla , pavnde 
primi qndb che vnolo , ed altri nella 
ano gwalieia laacia ad altro tempo ; ohe 
a lai era «lato negalo pin vdla il pn» 
aaggio ; ma che noalmeole noi tampa 
del Giobbi leo avemio T Angdo fatto g^ 
tia a rfainnqne ne lo richicao, avon rae> 
adto lui poro meolra ai atavo deaiaon- 
meotegnardaod» il mare. Nono tou r ra r à 
eh* io avverta che lotto eie è on 1 »ian 
liono noetica fuor dello r r a don t a entto- 
lira, che n«*n ritarda 




Canto, caprime Dante il deaiderìo 
i» mtaroar in PnrgatoriOj il che eqai- 



dei morti il luogo 
la Sonono è Idia dolio miiolag ia ,4a ani 
ai anirot-tleche le anime aiano pan ni 
no Irattenola anilo Slige prima S 
tragittale alf altra ripa, verao em tai^ 
dono drsioaameote la mani . Vedi Bn* , VI| 
y. 5l3aarg. 



256 



DEL PUEGATORIO 

Se quei, che leva e quando e coi gli piace. 
Più volte m* ha negato esto passaggio; 

Che di giusto voler lo suo si face. 
Veramente da tre mesi egli ha tolto 
Chi ha voluto entrar con tutta pace. 

Ond* io che er* ora alla marina volto. 
Dove r acqua di Tevere s' insala, 
Benignamente fui da lui ricolto. 

A quella foce ha egli or dritta Tala; 
Perocché sempre quivi si raccoglie, 
Qual verso d* Acheronte non si cala. 

Ed io: Se nuova legge non ti toglie 
Memoria o uso all' amoroso canto. 
Che mi solea quotar tutte mie voglie. 

Di ciò ti piaccia consolare alquanto 
L' anima mia, che, con la sua persona 
Tenendo qui, è affannata tanto. 

Amor che nella mente mi ragiona, 
Cominciò egli allor si dolcemente. 
Che la dolcezza ancor dentro mi suona. 

Lo mio Maestro, ed io, e quella gente 
Ch'eran con lui, parevan si contenti, 
Com* a nessun toccasse altro la mente. 



M 



100 



10Ó 



110 



iU 



97. Che di giusto voler lo iuo ti 
face. Percioochè ^Angelo fa suo volerò 
tld giosto voler di Dio. 

98. da tre meti. Il Gìabbileo avca 
■Tuto eominciaoiento ■ Natale, primo 
giorno dell'anno neirantico stile roma- 
no, sebbene la bolla di Bonirazio Vili, 
che formalmente e solennemente I' an- 
nunzia od istituisce in perpetuo, sia del 
22 febbraio del 4300; che antico era il 
costarne dei popoli di concorrere al se- 
polcro dei Santi Apostoli ogni ceotesi- 
m' anno. E i tre meei tono appunto Io 
s^ìo che corre tra il Natale e il ple- 
nilunio di marzo, epoca, che aopra ab- 
biamo stabilita, dui viugfjio di Dante. 

99. con tutta pace» paciCcamente, 
senza opposizione. Va riferita al verbo 
ha tolto. 

401. M'insala, lat. intrat talum, 
«ntra in mare, e si fa salsa. 

405. Qual verso d'Acheronte ee.: 
chiunque non va all'inferno. Fingendo 
Dante l'imbareopar il Purgatorio alla 
foce dd Tevere, dunoatra la sua ortodot- 



sa credenza che non si dh salate tmorì del 
grembo dulia Romana Chiesa. — 9er$J 
d'Acheronte è lo stesso che verso Ache- 
ronte; o verso la riviera d'Aeharonie. 

408. che mi solca quctar ee. (il m 
è pleonastico) che solea mettere in cal- 
ma le mie passioni , acauietare l' ai- 
tato spirito Chi non sa la maravìglioaa 
potenza della musica ? 

410. che con la sua oersomm cr. : 
che essendo venuto qui col peso del no 
corpo, ce. 

442. i4mor ec. È il principio d^ona 
canzone di Danto bellissima e tutta Elo- 
sofica, che lrova« pur nel Conrtlo da 
lui dichiarata, e che pare fosse alata giù 
da Casella messa in musica. L*araore di 
che nella canxoncsi parla è tutto intel- 
lettuale e divino; e però conTcaiente a 
questo luogo. 

4 17. Cam' a nessun loecaua «I- 
tro u. Int.: come se nesann' altra co- 
sa, tranne il dolce canto di Caaella, oe- 
cupasse la mente, foaac nel peaeìero de- 
gli ascoltanti. 



CANTO SECONDO. 



tlSH 



Noi eravam ioUi fissi ed attenti 

Alle sue noie, ed ecco il veglio onesto, 
Gridando: Che é ciò, spiriti lenti? ise 

Qaal negligenza, quale stare è questo? 
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio, 
Ch' esser non lascia a voi Dio manifesto. 

Come quando, cogliendo biada o loglio. 

Gli* colombi adunati alla pastora, -12S 

Qneti, senza mostrar l'osato orgoglio, 

Se cosa appare ond'elli abbian paura, 
Subitamente lasciano star l' esca, 
PMt:hè assaliti son da maggior cura; 

Così vid' io quella masnada fresca ^30 

Lasciar il canto, e fuggir ver la costa, 
Cora' oom cbe va, né sa dove riesca: 

Né la nostra partita fo men tosta. 

121. fiuiff «tome. Alenai Codd. orgoglio, eoglUndo, mentre «olgono. 



qumi rittmre, 

122. mi wumU^noè^ ti Porgitori*. 
— « ofogiiarxi lo icoglio, ■ spoglittrTÌ 
!• teom, CMè a OMadanri della Misura 
V^cccati, ^fmr§^nì.SeogUo nel signif . 
ài ■ÉPflHBeato o seona , è vece aiUica. 
I2i. Cowu quando ee, Coatr. 
gU colimbi adunoH alla 
^pt*li, $enxa motlrar l'usalo 




biada o loglio, te te. — Futalo argo- 
glia, intendi quel brio, quella petto: ola 
altareoa che d'ordinario mostrano ai 
fatti animali. 

430. quella matuada fretta , cioè 
qaella compagnia di fresco giunta ia 
anel luogo. — matnadat non avoTa aii- 
ticamento il senso odioso cbe oggi ha. 

433. (osto, spedita, pronta. 



CAUTO TERZO. 




ìJUlm rirgUim, s'imemmmimm cm «mp mrf II memi». Gimmti appiè 

■Il wiilM/o Wmw «Ma «ria t€tndm U ripa, mé pmm mm tekitm 

9itm0 mtts ttr «ofM. JpprttsmtUi tkétdomo md t*M, gii ttmfié» éi m^ 

«f MOgm U mmtte: « wttmirt p»r I .m 099UQ é ^wM iMnim» iméimm, urna di fMf. 

iftttm mthJUieitn ptr Hmmfnéé r$ et StetUm: M fiMl* mmrrm m Imi Im mm mioru, 

a mm» appf» ài fMSfa hpm §naa tnumuUi f m< tkt mm^ 

di SmUmCàitm, 

Avvegnaché la snbitana ftiga 

Diitpergesse color per la campagna, 
Rivolti al monte, ove ragion ne fraga; 

^•àeaegnaikitaiukitattafuga ee, ragiana eterna, o, se ruoi, la stessa rih 
"■^tas la rcpenlioa a veluce fuga di- gioM nostra, la coscienaa del doterà a 
Y^Vm di qaa cb là questi spinti del giusto, ne ^mga, ci punga, et sUmo- 
f*j*SHipafiM, tatti rivolti al muo- la. Vedremo al Cauto XXI, ?. 64, cbe la 
**• la SOM mm^ mi 4m«ìbmi ila Virai- anime libere ouiai dagl'inganni dei sensi 

a delle passioni sentooa an imperiosa 
bisogno di pagare alla giusiisia etema 
per meno di raartir) il dcb%\oW«^«Oaft 

n 



. . r; — — - — - -.^.uaai da Virgi- 

""ìmò ma gli accostai maggiormente. 

' •( moiilt, eoe ragion me fruga: al 

*•■*• ^*lla purgazione, al quale la 



I 
I 



lo mi rìslriii'^ì alla iìila compagna : 
E come sarc' io Mnia lui corsoi 
Chi m' avria Iraliu su per la montaen-dV 

Ei mi parea da ^ «lesso rimorwi 
di^nila'ia roivienza e nella. 
Come l' é picciol fallo amaro morso I 

Quando I) pieìl) suoi lasciar la frcltu. 
Che l'oncslade ad o^-nj alU) dUmiiga, 
La meWti mia, che prima ora ristretta, 

Lo inU'Dio laUitrfd, si rome vaga, 

E dititli il viso mio inronlro al po^^, 
Cile inverso il cicl più atto et didla^ 

Lo Sol, I'Ih! dietro riamme^iava roggio, 
Molto m- era dinniizi, al'la lìgura 
Cli'uieva iti me de' suoi roggi l'appoggit 

lu mi \olsi da lato (.*on paars 



I 



I alla/tdiie 



(Ita J^jygli* dlmun 
di|i<iidnilnlwnt<, cii 
di Cimi» du ■ Inr I 



, IS'JJel \XM irì l^r.. 'tt il 

t/'»ii<la. 

ijifiol «..-il riBji» Mviìe.tbt 



■•Ir ^niiJi. t pm allui 



2^r;.■Tr^ 



càKlIl. I( npriMi.w Ji Cjtl^iH, la 
l<lei MI' «■.«>.. Ih» •■■!.«• 

13 la JnlMlu nlUrgA AlUrffl 

{■ni IiHm — timtir H^a. »mr bi>- 



' fi* ifniulv (> <piii pfBaki Ji'l 



'""»l*"l' 
r.i..d.l*.l|M 

1.1 Pfura, e 




CANTO TEBZO. 

D* essere abbandonato, quando i* vidi 
Solo dinanzi a me la terra oscura: 

E '1 mio Conforto: Perchè pur diffidi, 
A dir mi oominciò tulio rìvoUo; 
Non credi tu me lece, e eh' io ti guidi? 

Tespero é già colè, doV è sepolto 

Lo corpo, dentro al quale io fooev' ómbra 
Napoli l'ha, e da Brandizio è tolto. 

Ora, se innanzi a me nulla s'adombra. 
Non li maravigliar più che de' cieli, 
Che i' uno ali* altro raggio non ingombra. 

A sofferir tormenti e caldi e gioii 
Simiii corpi la Virtù dispone, 
Che rome fa non vuol eh' a noi si sveli. 

Mallo è chi spera che nostra ragione 
Posrta trascorrer la infinita via. 
Che tiene una sustanzia in tre persone. 

Stale contenti, umana gente, al quia; 



259 



SO 



25 



:>0 



P"»^ io fidi tu tnr* oscura toh 
HMoiir) liinami a me, io mi tolsi 
^ ^ tou pauru ec , leuinitlu d' r^ 
^ Mtflo abbaaJfimUi 4a Virgiliv, di 
• •oo trdevi» Tombia 

22. £ l mio Conforto : cos'i chiama 
•«ili». -~ pw , auct^ra 

S. Iiiffo rtro/ffi. ri« olimi a me eoa 
Ito qaal «li rbi «'i.ffende d*al- 



ìa. I cipero é già colà. Se nel Par- 
li avlc era levatn da p ù dì due 
•«, d*allr«IUatt* d»«eira esser t. aiiion- 
kt» • Grr«»al«maic , pani» anlipiidu ; 
ta Ìb lulia, tanto oe< idcntale riguardo 
• G««MÌcaiwe, BiHM-a^a onora al tia- 
■•'do; pcrebé ponendo Danti- la ritta 
Il Uumm a 45 g: adi all'itcrideiite di Gè- 
rwilfiiK , la difrrirn/a tra le due 
dtLi «lanc ad esktri* di tre ore. 

27 Dm Brandivi» è lei/o. D.i Drìo- 
fiii, 4vf e awri ^ ii u'ii», fu tult» il corpo 
m».td ora é in ^a|M•li 

2U fik tht de'rieti, più di <|uel che 
lati Bara^tfli de* celi. 

Sé Che l'imo all'mllro raggio ntm 
imaiWikrm.CtMT e mi ehe l'ua»,V nu 
ir i|nali, non <iiyom6r«, a«*o im|HMlì- 
ar». raggio, i r«gf*i luniiai«i, all'iillio 
chìo «vM-iidv tulli |triTrff inii'n't 'Ij- 



31. A sofferir m. Questn discorso 
di Virgilio è diretto a pre\eoireuii'(ibie- 
EÌoiie che il discepoKt avrebbe potuto 
fargli, conie mai corpi cbe non fanno 
onbra ed intangibili possano esser ca- 
paci di tormenti n.ateriali. Vi risponde 
ejiegianienle > ir|;il:o, e vi rispose pri- 
ma S. Ago tino i-vn due parole . mtrit 
trd reri* m'ulix. 

52 la Virlià , ronnipolenu di Dio. 

3>> rof.:a Iratrorrer et. Stolto 
è rolui die |>cnHii di potere eoi sao finito 
intelletto noestignr !«• vie deirimineoao, 
couipreuflere cioè i modi che tiene Bit» 
1' operare on Dio, uno nella snatauza , 
e trino nelli> |iei-sone, rbe è qnantu di- 
re, inroni|ifriM bile nelU sna r»>eiica. 

37 Siale onlenti .. ai ipiia. Se- 
coodu Ai-ihtiii:le 1 1 diiiimitrazinne è di 
due so: te ; luna ediila pT**ptfr gwod, 
ed è (|utindo ilimostrahi a priori, cine, 
quando |;li f ff. Iti si detlueono dalle cn- 
gioni : 1.1. Il a e tirila quia e « potterio- 
ri, e<l e i|Uiindo la cagioni diiuosli ansi 
dagli «•ffrtli Ini dunque' slate eonlen ti, 
o aioniiii, al quia, noe a qneile dimo- 
slra/ioiii rhr ki pouono ricalare deg'i 
rffrtli , pei liliali li %iriii' in f*«j;ni/iooe 
Jr!lr ra;;i«>m Miro, e non pr(Siim«>tr d'in- 
ti-nili'r«' più in la di quello elle i fatti \i 
mo-iti ani» j che ciiA:a le enw wi^nm^ «N\« 



Ch( fé potuto averle veder luKo, 
Mestìer non era pariorir Jlaria; -^j 

E disLar vedeste senza frutto 

Tal, rhe sarebbe lor disio quotalo, 
eh' eternalmenle è dato lor per lutto.' 

Io dico d' Aristotile e di Plato, 

E di molti altri. E qui chinò la fronte; 
E più non disse, e rimase turbato. 

Noi dìveaimmo intanto appiè del monte: 
Quivi trovammo la roccia si erta, 
Che indarno vi sarien le gambe pronte. 

Tra Lerici e Turbia, la più diserta, 
La più rotta mina è una scala. 
Verso di quella, agevole ed aperta. 

Or chi Ra da qual man la costa cala. 

Disse 'I Maestro mio fermando il passo, 
Si che posM salir chi va senr'alaf 

E mentre che, tenendo il viso basso. 
Esaminava del cammin la mente. 
Ed io mirava suso intorno al sasso, 

Qa man sinistra m' appari una gente 
D' anime, che moricno i pie ver noi, 
" ' ■ n lente. 



■•^i^^ 




CANTO TERZO. S6t 

Leva, dissi al Maestro» gli occhi tuoi: 

Ecco di qua chi ne darà consiglio. 

Se ta da te medesmo aver noi puoi. 
Gaardommi allora, e con libero piglio 

Rispose: Andiamo in li, ch*ei vengon piano; 65 

E tu ferma la speme, dolce figlio. 
Ancora era quel popol di lontano, 

r dico dopo i nostri mille passi. 

Quanto un buon gittator trarria con mano; 
Quando si strinser tutti a* duri massi 7o 

Dell* alta ripa, e stetter fermi e stretti. 

Come a guardar, chi va dubbiando, stassi. 
O ben finiti, o fià spiriti eletU, 

Virgilio incominciò, per quella pace 

Ch* io credo che per voi lutti s^ aspetti, 7S 

Ditene dove la montagna giace, 

Si che possibil sia i' andare in suso; 

Che *1 perder tempo a chi più sa più spiace. 
Come le pecorelle escon del chiuso 

Ad una, a due, a tre, e 1* altre stanno so 

Timidette atterrando l' occhio e *1 muso, 
E ciò che fa la prima, e l'altre fanno. 

Addossandosi a lei s* ella s' arresta, 

Semplici e quete, e lo 'mperchè non sanno: 
Si vid*io mover, a venir, la toila ss 



''•4 Cmaulommi. Il Cod. Est . dice : 
^^tHé al torà. E par Irtione pii gia- 
«'•, pcrrlbè iafalli Dante l'avrà lovilalo 
*_ leardar la srlii^re cImp % eniva vene 
•<i lira. — (911 iii,fro pigiio, con volto 
^nara, eensa dnbUena. 

CS. ek'H vnigon spiano; onde 
kiffo lcnp«ai perderebbe ad aipel> 

CO. fnmm Im tptme, coorerma la 



C7»60. Anctiraermquei pt*pol ee. 
r«èrU \irfilioebbe detto Anéimmo in 
té, «r., i dac poeti e* ovviarono e fecero 
■•«ll<> pnaai tH' incirta vene le anime 
t*-^ I f toi irt a aoeevMo ; perete dice 
«be «Mlle, dono t naillo paaai giè falli 
4o ini cdnVirplio^ erano lontane Qménto 

giiialer trmrrim , lancorebbo 

tww MMinioCm. 
'7«-7l. fl'AiH mani DelT alim 
Tif, •c'' Bporgeati aeofli del monto. 



72. Come a guardar ee. La dubi- 
tante di <|oeat' animo naacera dal vcdoro 
quei doe cbe «ndavano in aenao contro- 
rio a loro , o M allontanavano doli' in- 
gresso del Purgatorio. 

75. O ben finiti: o ben morti! • 
molti io grazia di Dio! 

7C. dove ta montagnm gimc$, devo 
piò dccliina o è men erta. 

78. Ckè 't perder temjpo ee. Qnan- 
t'uno è più avanti nella rogniiiono dello 
coM, tanto pi» apprcna il tempo, cbo 
trova senipre breve in confronto di ciò 
cbe gli rimane a imparare e fare per il 
ano prrffrionamenlo. 

79-84. Come le pecoreMe. CU non 
tonte la leggiadrìa di qneala timilitadi- 
ne, benché tratta da coaa si aoiile t cik 
mniief Tamtum, follo la penna di Dan- 
te, ds medio snwiUs «ecedi'l Aontrlil 

85. Si vid'iomower. CooCr. a iat.: 
Tal yid' io allora moverti per venir ven* 



tot DEL PDKGATOEtO 

Di quella mandria fortonala allotta, 
Pudica in fiiccia, e nelP andare onesta. 

Come color dinanzi vider roda 

La luce in terra dal mio destro canto, 

Si che l'ombra era da me alla grotta, 90 

Ristarò, e trasser aè indietro alquanto; 
E tulli gli altri che venieno appresw). 
Non sappiendo il perchè, fero altrettanto. 

Senza vostra dimanda io vi confesso, 

Che questi è corpo aman che voi %'edete, 9» 

Per che il lume del sole in terra è fesso. 

Non vi maravigliate; ma credete. 

Che, non senza virtù che dal del vegna. 
Cerca di soverchiar questa parete. 

Cosi 1 Maestro. E quella gente degna, foo 

Tornale, disse, intrate innanzi dunque, 
Co* dossi delle man facendo insegna. 

Ed un di loro incominciò: Chiunque 
Tu se\ COSI andando volgi il viso, 
Fon mente, se di là mi vedesti unque. 10& 

Io mi volsi ver lui, e guardail fiso:- 

Biondo era e bello, e di gentile aspetto; 
Ma r un de* cigli un colpo avea divisa 

Quand* i* mi fui umilmente disdetto 

D* averlo visto mai, ei disse: Or vedi: HO 

K n.ostrommi una piaga a sommo il petto. 

noi U prime inime Ai qorlla ({r^f^gia (of^ < 02 Co'dasii drUe «mh ce. C**!*- 

tiinata : — inia • ^roiife rhiamim^i vitci cl«ll< mani farrotle fiuegiM. due 

negli carrcitì e nelle coiupagiiie le fil« s^Rikn crnuc si aoul fare ad tlcttoe, p«r 

dd^aiiti. aerennurgii che %eiifa alla noatra volta. 

Vi. tutor dimmi, (|oei eh' erano 104 cotiaii<.'«iido,acgiiìUiid»p«rt 

avanti a|]li «llri. ad amUre rome raf-ciamo. 

8'J-!)0. dml mio dnlro tanto tt. 105. Po» ment§ re. La battagliaci 
Vaol •gnifirare rb' rgli avt'va il «ole a Donf\enlo, inraiMarfrediaiorkyanwtt- 
inanoinaiira,* adnttra la filila «limpul.i ne ael 26fi-blirai«il2U6,eDanteiiacq*t 
del m«Hite, che ap; elU grotta, siao alla nel aiiig;;io del 1265. Nonpnlaa da»qM 



nuale ti eiitendr\a la «na ombra. avercoooacint* Manfredi. Ma caatwntl 

94 Semxa roitra dimonén Snnpa- ano alupere , e nel deaiderio di parlar* 

ntle di Virfjilio all' anime maravigliata, con cbi putea p«»rtar nel moadeavavedì 
96. Per rhe, per lo che. 



99. di Boterehimr ^ur$tù p4urrte, 
di aarmonlarc qneala r<i»ta rbe e (|aasi 
■0 ainra, tanto o aeogliiM e ritta. 409. ■fJ'Mlrfi'irfrffo ■iaa1iliiHÌMÌ 



lui, non guarda coai per miaata l*alk 
eha pelea a«er Danu; ad i eie ka« M- 
larale. — ae di /é, cioè,aa nal m^mim. 



101 . Tomefe, inii'ndi iadirCra. — OMOHide invece del coiwinaeMifiifal». 
iafrefe j«r«nsi * modo elitiico, che Ut. maommoU «elio. Bel li 



vale: entrata ia seatra connpagnia e an- p:è alle del pelle, e dote il pelle 
date ioDanti. 






CAKTO T&RIO. 

Poi di9w sorridendo: Tsoo Manfredi, 
Nipote di Goi4ansa imperadrìce: 
Ond* io ti prego che quando tu riedi, 

Yadi a mia bella figlia, genitrice 
Deir onor di Cicilia e d* Aragona, 
E dichi a lei il ver, a* altro si dice. 

Poscia eh* i* ebbi rotta Ja perwmi 
Di due ponte mortali, io mi rendei 
Piangendo a Quei che volentier, perdona. 

Orribil furon li peccati miei; 

Ma la bontà infinita ha sì gran braccia. 
Che prende ciò che ai rivolve a lei. 

Se *1 i^a^rtor di Cosenza, eh* alla caccia 



263 



1(5 



120 



^'2. ÌSmmfrtdì Fa ftfliiiilo mIv- 
"'"R FHrrieo II. 

113 CflffAii:«, Gglraolt di Rnii- 
V^ re di fUrilia e mt*^\w d'Arriso fi 

'«•II. 

HS-416 mU Mia figlia. CmU\ 

'^iiNBrCmUnifeninr U Bnnna,r fu 

■*8'i« di PiHro re d'Aragona, <(ai*llo 

**' «rnipò If f^nlia dfpo il fnninto 

^«rr» nei 1282. — gmitriet Det- 

^•aw di rieili; cioè madre di Fe<le. 

'W' r di larc»pA ^ il primo dei qaali fa 

'v 'C Sirilia e l' altro d'\ragonaf am> 

Ma« eoor^di i|a*** reami. Cmi rhio- 

Mao j pie degli eapn<ilorì. \la il rfa. 

■if Carlo Trilla nel «no Veiirp aite- 

t&rin ài àmnte naserra non eaaera 

Mm poaaibiir rhr il P»eta Tideur biaiii- 

■ire ì irateili d'Ailonso nel Canli> \|I 

di ^«eala f.antira, dicendo |V<>di ivi, 

r. 1 19) rW DÌnn di loro ponedea del 

ffvlafijio miiliore il^l padre, qnandogli 

■m ai par* avanti nella medratma ran- 

tira Ifriati Quindi il giu<lirìnao enlieo 

m rondare a tlabdire prr giu^tisnima 

e — ■^f rt fa. rhe (|iie«ta lode e al «olo 

|i««i«Hlo Alfi»a«o, il quale col padrt 

guerraegiè mntro Carlo d*An(<iò per la 

dif^a drlla Sirilia Coti nota il Coala J 

■a •{ue»ta «piegarione appagherebbe di 

pie «e aH'epara rbe \lanlrrili qit parla 

•mi Caaae già OKirto da nove anni il pri» 

■■»;enito di PiHm Ili , AIIoimo L'Arri- 

vpbrnr penaa cbe mm aia nmtradisinat 

Ira W l«di cbe ni danno ^m a lampo a 

Fc«leiW«f « i biaaimi cbe dì Uro ai Iff- 

gooa Bel YII di queata medcaima Cai^ 



lira, e nd XIX del Par.j poiché chi li 
loda ^i è il biro avo Maonrodi, al cai 
oatarale affetto ai oandooa il eonaiilo* 
rarli dal idto miirliora, a chi li biaaiiu 
altrove è gindiea imparaiale a acvaro di 
HAtM la loro eoodolU. Miaero dileaa I 
Alrao altro penaa , rbe' Manfredi parli 
qoi ironieoniente : na dov* è in tuHo il 
contrulo un argno che ne farcia acro: ti 
di queata ironÌH T Dopu tolte «foeate opi- 
nioni, erto la mia. t^Hiando Manfredi 
cliiama la »na fi|>lia genilriee deitonar 
di CiWfio ff d'Armgnnu, non intenda 
già di enromiarr gì' individui nati di 
lei, dei quali punto non <i nrmpa. ina 
rutile i^allare t'anore étl tamgyr iin 
periale, di rhe per lei^ uuilaai in ma 
triimmio col re Pietro III, ai ooliilita' 
vano i due troni dì Sicilia e d'Aragoni* . 
E rio ai troverà ben d'arrordo rm pri^ 
eipj di h^ntr, eKNllatnre eootioon del- 
l' rmper.i|Hre e dell' im|iero. 

H7. f'ffifro ft dire: perrioctbè a 
gìiidif are arriMid*! le appariMite e l'opi- 
nìi'Ue de'pin. si «arrbke iii>l(o dannato. 

I ì'.ì l'i i/ue punte, di due fei ita. 

121 Orrihil furon §e. Aveva ro- 
itui menato vita diiwolula, e fu drtto 
che pei ainhirifine di ri>f*no nmdi^c«- ti 
proprio padre Feilnìro 11 ed il fi mI>-IIo 
Corroilu Ma iiuniti fatti, te cono «.tati 
un tempo rrednli, non ton pei è tanto 
certi . rhe O'tn ne ne p<>«M dubitare. 

424 ilpatf0rdiCn$emsm.Ér L^ar> 
riveaeovo dt (^oaenra fu inviali* da pupa 
Clemente IV al re Carlo per moverlo 
roniro Manfrrdi L' arrivranivo legalo 
del papa dava la carrìa a Manfredi io 



Di mo fu messo per Clemente, allora 
Avcf^e in Dio ben letta questa. laccia, 

L'ossa del corpo mio sarìeno anidra 
In co' del ponte preitso a ficnevcolo, 
Sotto la guardia della grave mora. 

Or le bagna la pioggia e move il vento 
Dì fuor dal Reitno, quasi lungo il Yvrde, 
Ove le trasmuta a lume spento. 

Per lor maladkion si non si perde. 

Che non po?«a tornar l' eterno amore. 
Mentre ctie la speranza ha lìor del verde. 

Ver è che quale in contumacia muore 

Di Santa Chiesa, ancor che aIGn si [}enla, 
da questa ri|hi in fuoro 



Star li conv. 

flil»iJoj1i«ntTaipapot-;la antl 

ilcncaS*!» Milapiniihiiroi li cute che 
vemisn» li potere di CiirLofl'lii||iòilo|io 






(l|li (wa pirlc >I pipi. B aulm ra 


dgiiniie the enii [une leKitla Kupprla 


CsrvltH... dtprimiliU tabaruM tvo- 


eiapred. ««ai.M. runelo-pirll» 


r«. parU«p«. /«.«l p.(r™ p* 




lni«, «1 d* na \E«ATIOyB palw 




ipM prtrgtàiM. Ju«, ..roftrBrio» 


43 1 . Di /«wr dal r«iio, fuori dà 
uinini del llriae & Nupnìi, panhé.:»). 
tiacniveii terre de le Oiirte al ii *o- 
le. elle uocapgue noirlv furiti trm di 


mmoi K... CUmenli Irstuml'Ifl. 


126. Jtai4 in Dio bm Ull» attt- 


tta farei: N»u ù .ccnat qui .Ic.ini 






ere ScriUare, vm* ■ cemcDlilr.ri pro- 


Wdi ««>>« iiidiirreti e ta eoa retibU 


•ifie: HM li vaol nuterf avi gcnrriila 


»ge<u le ..na«ie! 




delie eh* MUe le dinne SiriIlHreenii- 


cioè le Ih» puute «nu «Mtanii di 


«ulaMM* il V»|cl. full..» iD Uki et 


■uni i ee puro no» ti ittoum i|tii il rile 


di eopre delle pulllie . .Itile •eiidel- 




le 1 ■pirìlD.dJetH i proli |Hii ebe|ll .Uri 










devere 1 «n, • eoa cai eepuvoUÌ f» 
B'drvKiu ì rhi^riei .< lungo dcdiMM. 


\^^V«,Ma del c<.f^ m.-o tr. 


SecMdi cheetm il V.ll.ei.iioe •eil.i .1 


Va U KiHuuiii.» loru lci.4 d.-'p.pi,« 








fé, f«M wppllil» in lu-B" iicn., n. 


HDD ù pavé rinupi'r.ra Elicili io eeea i 


a P>» dei poale di Beneveak., o«e .opre 


fior di tper.Dte, tli. vi ò tempre, n»- 



|iUal* «M pJFin, onde .i tace wie 
iraodc Ber. di euei. Di ancet» luni« 
furSM di pw diHpprllile le dtlta «m 
di ùvcil» 




CANTO TERZO. 

Per ogni tempo, eh* egli è stato, trenta/ 
In sua presunzion, se tal decreto 
Più corto per buon prìeghi non diventa. 

Vedi oramai se tu mi puoi &r lieto, 
Rivelando alia mia buona Gostansa 
Come m* hai visto, ed anco esto divieto; 

Che qui per quei di là molto a* avanza. 

r9 4i tonpo Irfnia Tolte ina[npor« H 
parilo ad qule tìim prcMQliHMaiiieiito 
»e«iiUma>ia ili SanU CkicM. Coatr. 
^rr itp^i iempo ih'tgUè iiaio in tua 
frtpuniane, trgnta t«nipi. 

MI. per bmom prie§hi, per pre- 
i^'-ft eOicaci, per f «elle de* titì alla 
(wit. 



S65 



140 



iÀS 



444. 9tlo diyido, cioè la proibì- 
rione éì entrare n Pnrgatorioy te dod 
pMi a fa jl tempo itabilUa agli tcomii» 
Dicati, come aopra è detto. 

445. Che fai per f«et di M ee.» 
imperocché qiri per le preghiere di 
quelli che lofto sei moado, molto ti 
guadagna. 



I 



CAliTO 91JJLRTa. 

là 4oM llm mU H stit, «lUraM* f P:H ptr ftrU fé mmgmstm 9aU«, m 
' «rf primi» hmlM». M éeémO, Sfi*§m U Ka* Umutr» mlfslmmmo tm ctgkmt 4H 
' !<■■• tf«r «*. Fmtmf pm MofM ptnmm mmni «If '«R»fw éi m «wsm, « meeottmOH m 
^««'». nm mi rdUtldvi U pif/u BHitfms, im cui àattmét dk« là mm U mima di e 

Quando per dilettanze owcr per doglie, 
Che alcuna virtù nostra comprenda, 
L* anima bene ad essa ai raccoglie, 

Par eh* a nulla potenzia più intenda: 

E questo è contra quello crror, che crede 
Che un'anima sovr* altra in noi s'accenda. 

E però quando s* ode cosa o vede, 
Che tenga forte a sé 1* anima volta, 
Vasscne il tem[X), e 1* uom non se n* avvede: 

M. QmmA ee. Coalr. : Qminéo 

^n<M9 fi fmetoglie bttu md alcuna 

*v«ÉMifr« ftr dH9Umn%€ •rrero per 

^»9Uf, eke, c«i, le qoali, egèa tirtii 

c^«pr«Mfa,|Mrf dbe ee.;che tooI dire : 

fialide l'aaima soiitra , per piarr«oli o 

p«r dilag<aa impmutHii hrfvule per 

■od» di qaakvaa ddle Mie rirlét o , 

di cm ^MoiM delle eoe polense uà 

aaina ai rarmglie bene, ai 

eaa petenaa «ide le viene 

• dala r e, pare allora che 

li Pawrcine d'egai altra laa 

ffacaM. 9m miwtk • polnaa dell' aa». 

■a a* iila»daa0 feacralmeole le facoltà 



ftr tm «pera. Ora qaeato latta cendeda 
caair* f arrart di calare ehe penaano 



r nell' nomo tre anime ; perchè •• 
àè fusae vero , potrebbe accadere Am 
mentre vaa di queato anime è inteu 
alle Uaprcaaioni ehe le vengono da an 
aenao, àn'altia attendeaae interameoti» 
e umiiltincaiiipnte e ceaa o ad opera- 
fioni del tult* straniere a qodle oaJ'è 
oecap.iti l'altra anima. 

é. ehe Mn'aiit ma «ovr'aflrcee. Dice 
«m'anima $<wr' altra, perchè quei tali 
filuaoS pongmifl «na di queat' anime nel 
fegatosa vegetativa; an^altra nel caora, 
la aeMiti«e ; la tene nel cervello, Ilo- 
tal letti va. •—«'aectiufa: bella HMtafara, 
per caà l' aniau vien c eas id era ta saea> 
ma vaa iamma vivifieaala. 

9. Vas$ene il tempo re. Li MaiaMi 



ti^Ù DEL rURGATORIO 

Ch* altra potenzia è qaelìa de V asrolta, fO 

E altra é quella rhe ha V aTiima intera: 
Qoefita è quasi legala, e quella è sciolta. 

Di ciò ebb* io e<)perienzia vera, 

Udendo quello spirto, ed ammirando; 

Che ben cinquanta gradi salito era t> 

Lo Sole, ed io non m* era accorto, quando 
Venimmo dove queir anime ad una 
Gridare a noi: Qui è vostro dimando. 

Bfaggiore aperta molte volte impruna, 

Con una forcatella di sue spine, t< 

L*uom della villa quando Tnva imbruna, 

Che non era la calla, onde saline 
Lo Duca mio od io appresso soli, 
Come da noi la schiera si partine. 

Tassi in Sanleo, e didcendesi in Noli: 23 

della «lurala nasce dalla socc<*«None nel i4-i(t.UdeHdoqueUnipirto,tdaBh 

iHMtro inte'lello della serie delle ilivenie mirmnth. PiHrhè V9mmirnndo iodica 

idee, e dalla perceiiooe dei me rhe si U fona éAV allraiinae deU «ll« tmt 

ricoDoace idenliro io quella soeniiaiMie, ■dite e la irapitrUnf a lor», o ia aacl- 

dalla quale roi'^arìaino la ronlinuaiitme V atteniione appunto e emmirar"" 

della nostra esistfoxa. Ma quando Pani- dell' udire sta la rajpooe dell' inu 

ma si Gasa intensamente sopra una e<K rato correr del tempo, oni»co intii 

^«, non pensando alle idee cor fra taulo citme il Vel'nlello e il Landino, le roa 

8nrc4>don^i In lei, lascia fn^ire ioav- «dm^o ed a munnmf/o, e •p:ego* aiea- 

vcitita una parte della durala, e non Ire stetti ad udire pieno di raaraiiglia 

esiste per lei rhe nn solo punto. quello spirilo . Chi, pemerhè il s«de dit 

10-12 C/^'a/lrapr»(ms:arc.Perrhè pneo avanti rh* io lo incontraiai era a 
dltra polenra è quella rhe ascolta ovede poro più di trenta |p^di, lo vidi aet^ 

quella ikiLi civia che ha tirato a sé l'ani- quanta, rhe mi parve un momento. Egli 

ma, ed altra è quella che V anima ha avea dunque paiwato in quel colloquio 

intera, cioè non occupala. Qimla non più d* un ora, ed erano già tre ora e 

en^ondo in quel momento altiva , non un terzo di sole II Cn«ta ron;«innjjeiid# 

opeiMUilo, è come li*|;Mta, mentre quella diversamente le parole, inlendi-ra iar^ 

spie(;a la sua Titraa libera neh' eserrixio. ce: «mmtraiwlo rhe ti sole era at.; 

Cos'i m-l caso di Dante, la «uà anima certo con meo felice senteoia, a pia 

era tutta raccolta nelT esen-i/io della storto perioilo 
viitù uditiva al parlare di Maurreili, e 17 o/i una. ad u lavora, onilai 



intanto riniane\ano inetti le altre pò- 18 Qui i tnttro dimando, 

li*nxe. come la riflfuira. Va mi-mora- qui è la calila di rhe voi ri dinandarte. 

lira er. , onde m-n s'arror(teva del ìedi Canto III, verso 76. 
Ii'nipo che passava, non si ricnrduva più 19 aperta, apertura. — faipmiaa, 

(i«'l luogo dov'era, di quel chi> era da (a- serra co' pruni 

re ce In somma il vi-n» si è, rhe l'anima 22 la ratta, è pmpriameole Papar* 

è una, le sue pi»lenze o virtù sono più, tura rbe ai fa nelle siepi, che dicevi per 

e dir quando e^aa con alruna di qneiila lo più enfiala. ^ <fi<me, pmrtìm§, aaoa 

potenze ed organi relativi attende far- «afie. parlie. interpi«la la «, c«inie««- 

teoieiite ad alcuna ci«a, le altre p«ilania ne, i faae, per 9ae» ttm$: eooinai, pmr' 

a gli Mliri oi^noi diversi rioungooo (ì, tafi, ta, ita. 1 

saoaa operare. 25. Vani fu 5mfao ««. Vw4 dirai 



I CANTO QOARTa |67 

I Montasi sa Bismantova in cacunac 

I Con 0860 i pie; ma qai convien eh* aom voli : 

I Dico eoo 1* ali snelle e con le piarne 

Del gran disio, diretro a quel condDUo, 
Che speranza mi dava, e iacea lume. 30 

Noi sale\'am per entro il sasso rotto, 
E d* ogni lato ne stringea io stremo, 
I E piedi e man voleva il sool di sotto. 

Quando noi fummo in so T orlo supremo 

Dell'alta ripa, alla acoperta piaggia, 36 

Maestro mio, diss' io, che via feremo? 
Ed egli a me: Nessun tuo passo raggia; 
Pur SDSO al monte dietro a me acquista, 
Fin che o* appaia alcuna scorta saggia. 
Lo sommo er*allo che vincea la visla, 40 

<W— Ili liflgfci S Jlirik a fatSet w ic- bero, ma loretva eoi fi locliì le prode. 

«N^lli avrà vadali, ma ch'egli erta n. B piedi t wtan ec. E il calla 

Hill fffco di ««elio cba salir à»wm , tra ti arto, cbe a salirà d era d' uopo 

bitocn erto ed aa|>asto ; e eha par non V adoperare le mani , non clia i piedi , 

^pMi ■luii, biaognava avema il desio cioè andar carpone. 

<"'lfi w avrà, a il conforto di qaella 3^1. Per arto tw/nremo, di sopra. 

^ •< irta.— ÀMfao, cillbs««n Boato davcsi intenderà la riraunrerenza dei 

*d bacalo d' Urbino — Sitli, città a piano parallelo a quel della basa, che 

f^f^ tn Finale a Savona nd Ganova- sarrlibe l'orlo mforiore odi sotto Cbia- 

Mi^Mita in baaso Inogo. ma poi alta ripa V imbaHamcDlo della 

31 McnloMÌ 9€. , cioè montasi sn- montai;Da vhe s' eleva nn buim tratto per- 

^ Ifcsmantova : — im emrwmà , fino pemlicolarraenle sul piano , quasi nn 

■HFalla «d aspra soa cima. È Disman- gran muro, e in capo al quale i Poeti 

Ims aa' altissims montagna nel tarrìt^ son giunti por nn' ioca^atnrs nel masso 

àsdi Irggio in l^imbardìa. alquanto inclinala. 

t! C9» €Mió ipiè: col sola ■tais 35. alla »eoperta pioggia, cioè allo 
VBMdi « scoperto donio del monte. Dunque la 
29 aamdoUù, alcnoi prendon la pa- via per cui OMiulavano era cosi ad< len- 
irla wméalla per nome, nel significalo Irò nel moiitr , iba non vedwauu la 
i aaM^oflisrf o scorta, lo lo prendo pi*gfp» esterna 

fn •• parlaripio, ed interpreto: Gin- 3C. rhe ria faremo? prendenmo s 

ficnc cha ma nomo voli, com' io vola- destra o a «iniftira? o, dove andremo? 
ri, dal desio eanéotta dietro a colni 37 Senun tuo pauo caglia . nuf 

cbr mi laoaa sparar la cima, ed era guida dar pssso m dietro, sll'ingin bsd^ 

si miei paesi. l«a purgaziitne delle pa^ di non ladirtreggiara, rbe nel cammino 

j. la coavcraiaao, e diflìcila, ma aoa dalla virtù un i-smo indietro per \i|:è 



* impossibila a cbi voglia eoo faraiaiia, d*animo e un fiillii enorme a una rovina. 

ad abbia Taialo dalla grazia. SS Pur imo al nunU.. arqui- 

31 . pm mUra il sana raiio, pel tla, mugu^dagoa pur sempre insù \er»o 

finiul* scavalo nel sasso — saJavaai, la rima — aequi»targ usasi aorb' oggi 



MI' aali^ §mUre par mlin in alcun luogo della T««cana in smsu 

Im itrama, doe V asIrsasilA, la di talire 



§pamàm 4è naair lacavala caoticfa. Cib 3SI «ag^ia. cioè, cbe sappia guidarci. 

vad Sra cba ara ansi strallo il pa»- 40. Lonimwtoee. lui. : la sommila 

IW di quel monte ara alla si , cba U vista 




V. la co?la superba più assai, 

Che da mezio quadranle a centro lisla. 

lo era lasso, quando cominciai- 
dolce padre, volgiti e rimira 
Com' io rimango eoi, se non ristai. 

O lìj^tìuol, disse, ìnsin quivi ti tira, 
Additundoini un balzo poco in eae, 
die da quel lato il poggio tutto gira. 

Si mi spronaron le parole sue. 

Ch'i' mi srorxaì, carpando appresso Ini, 
Tanto che il cinghio sotto i pie mi fue 

A seder ci ponpmmo i^i ambedut 
Volli a levante, ond'eravam salili, 
Che suole a ri^iardar {povare altrui. 

Gli oechi prima drizzai a' bassi liti; 
Poscia gli alzai al Sole, ed ammirava 
Che da sinistra n' eravam ferili. 

Ben s'avvide ìl Poeta, clw io stava 
Stupido tutto al corro doila luce, 
0\e Uà noi ed Aquilone inlrava. 

Ond' egli a me; Se Castore e PollaM 

Fossero in compagnia di quello speccliio, 



no. E lulln il T. 86 : U poygi- mie Più 
duutitmiipenim gli atchi miti. 

ilnila i ma ulruraiBlu («(intla di die 



di BM tìid niiibil*, delU il lrt|pii 

3 Dalli. Allori tbt qunli liili tini 
ci aa(ilri>nM trgn un «iji^ei i 

1* tetta tn éiUil più TVptria, 
pia cria, Clw éamnzn iue-''-- 



KgiuiliitaqadbdnifCliE caoMUcUa 

M. CU (WihM.^iMròaeA» il n- 

Incart, brpiicnr, ( colni cki prU 
if é|Ula. r ftri Knpn li « nli* cm 

IHl-3?.>"!imaW 



c.Iat.!*d«n 
f nuprnaili mvrtvigtia in vtJar«,«>nil> 






«•(tffln 



r1i« l'io 
s Ji *B 






««.Skill" 



laai di ^a dal (rv|iìrd ile! 

, mie ai mlf (lrtr« ■ il..^' 

00. Ore Ira uni ftl j 



lo ekt accada ntll' «tuilMÌa a» 



D apprtno lui, u 
r il CHij*io «e,, (noi 



paalp appailo ^ditrt 

lont, — Obi, pgii 

04. Ca$tar*t 



CANTO QUARTO. 269 

Che sa e giù del suo lame condace, 

Ta vedresti il Zodìaco rabecchio 

Ancora all' Orse più stretto rotare, 65 

Se non ascisso ftior del cammin vecchio. 

Come dò sia, se '1 vaoi poter pensare, 
Dentro raccolto imagina Sion 
Con qaesto monte in sa la terra stare 

Si, eh' ambedae hanno un solo orizzòn, 70 

B diversi emisperi; onde la strada, 
Che mal non seppe carreggiar Fetòn, 

Vedrai com' a costai convien che vada 
Dall' un, quando a colui dall'altro fianco, 
Se r intelletto tuo ben chiaro bada. 75 

Certo, Maestro mio, diss' io, unqnanco 
Non vid' io chiaro si, com' io discerno, 

«o1«, perdocchè quello astro pia che al- cogliendo in un solo pensiero ?« dia 

tra crcalara riflette ila sé la 'noe del mente, pensa che il montt* Sion (sul 

sspTDio Fattore ; e ciò è 8fco»do le dot* qsale sta Gerusalemme) relativamente 

tnoe dì Dante espraise nel suo Conv(' a qaesto monte dol Parlatorio è sopra 

9Ìo. Vedi Tivtt.ul, Gap. 44. la terra sìlusto in maniera, che ambe- 

68. Ck»§n§gik del ino lume rtm^ due i monti hanno uno stesso orìazonte 

émee, A$ porta il suo lune a vicenda a differenti emisferi , cioè V uno ha le 

ndr emiaferio superiore e nell' iiiferio- sue radici diametralmente opposte a 

rt ^ OTTero che illomina i pianeti e sopra quelle dell* altro. — orixzàn , Felòn , 

• tutto dite. son formali secondo il nominalÌTo gre- 

<t 6>. D§9§dr€MlS ce. La coatf Ila- co, e sì posson considerai-e corno tron- 

riaiii deigaroÌM è più vicina airorso che cementi di Orùsone . Pelone; meor- 

fadlai defi'arìete; perciò se il Siile fosso tre Ortssonfe, Fetonte, son formati 

■latoin gemini ioTCce ili essere, come egli sui rasi obli i|ui. Ci»s'i dicesi rimofeone 

ora, !• vieto, si sarebbe veilnlo il sole, e Timoteonte , Carene e Coron- 

« il pasto Mio todiaeo ntbecfhin (ri»s- U, ee. 

aoeg->aDto pà roggi solari, so^ rubene, 74*74. onde fa strada ee. Onde ve- 

cooBO dioo Virgilio), rotare piò vicino, drei come la htrada, che mai, cioè mal per 

più «frcflo, all'orse, a meno che il detto lui, o per »iia Kvenlura , Pelon non seppe 

oolo ooB nadase fuor del cammin vee- carreggiare o scorrer col carro (questo 

ékàOp doè fuor dell' ccliilii-a. Se stando è la linea dell' eclittica) , eimvicue che 

il aolo eolio Zodiaco al ponto et|uinu*iale vada dair un fianco a eottui (a qucato 

comporÌTO o Dante cosi vicino all' orse, monte del Purgatorio), quando va dal- 

aoasa dobbio se fosse stato in gemini V altro fianco a colui (al 



gemini V altro fianco a colui (al monte Sion). 

il tropico di cancro, avrebbe ve- Coi («f, ctilui, lui, si trovano e da Danto 

doto lo Zodiaco rotore infucato più medesimo allro\ e, e da altri acrittorì 

prcaM ai settentriooe, essendosi o quel del tiei-enio, riferiti pur anco a coao. 
tempo ocoatato dall' ef|uatore per quaai 76. unquaneo, unqo' ancora, mai 

24 gr. vano di osso polo : quindi al l'ur- sin' ora. 

golorio aarebbesi mostrsto il «ole nello 77-78. A'onrid'fo ee. Cnstniisdre 

2odtoeo di tanto piegoto verso il setteo- intendi : non vidi mai si chiaro là dove il 

Crìooo, qoanto o Gerusalemmo ai vede mio in|;rgno parca manco (cioè uoo in 

dbbaaaato verso meixod'i quondo trovasi teai mai si bene cosa i he pris mi paresso 

olla fioe del SHgittario. superiore alia mia capucità), com' oro 

et(-70.I>eiilro raeeuUo ee. lot.s rao- diteci no, che il mez/o icichio ce. 



170 



DEL PORGATOBIO 



Là dcn-e mio in<!;egfio parea manro, 

Che *1 mezzo «erchio del moto soiierno, 
Che si chiama Equatore in alcun* arte^ 
E che sempre riman tra *l Sole e il verno , 

Per la ragion che di, quinci si parte 
Verso scttentrion, quanto gii Ebrei 
Vedevan lui verso la calda parte. 

Ma so a te pia(«, volentier sa|irei 

Quanto avemo ad andar, chf il poggio sà^.Q 
Più die salir non po^^on gli occhi miei. 

Ed ej;li a me* Que-ta muiitai^ne è tale, 

Che sempre al cominciar di sotto è gra^e, 
E quiinto uum |)iO va su, e roen fa male. 

Però quand* ella li | Mirra soave 

Tanto, che*l suo andar ti sia leggiero, 
Come a se<-onda giù 1* andar per nave; 

Allor sarai al fin d' estu sentiero; 
Quivi di riposar l' affanno asftetla: 
Più non ris|»ondu, e questo so per vero. 

E, com*e|;li ebbe sua i>arola detta, 
Una voce di presso sonò: Forse 
Che di sedere in prima avrai distretta. 



SO 



» 



90 



79 ti iKezzo cfrrkio, ciuè il crr- 
cliio che i>tf ili mnzo ai liopici. — dei 
molo tupemo, del |iia alt» cielo gi- 
rtntr. 

80. inaimn'arlt. in astroniHnia. 

81 . tra 7 5tiff e il rtmn (juamlo 
il 8olr xta «lalla parlr lirl tr<>piit> «lei 
capriconio è vrrnn in «jat-lta ilH caii- 
C o, e (juando vta ilalla pai ti- drl ti-o> 
picii drl canrri* t irrnn in i|uflla dH 
rapnromo; ptrció I ««pinliTr eftt*inprr 
Ira il sole e il >rrDo, tiapiie il di del- 
1'ef|iiiiiofie. 

K2-84 quinci ii parte ec iiilpndi; 
tanfo si kiMm quinri. •!•• f|iii*st«i tiii<nlr 
Ti'reo «etti-Dtrioni'. quatttn yli Ehrei, 
rrdi'^an lui jartito. iliM-i»stti. ilal turo 
ni«*ntc Sion trrto la rahln par le, rute 
dal lato di in «^mp, ionio \hvr rrdn«- 
no, inlviidriidu drl ti iìi|mi ih cui a%r«ou 



finta ilrlla Dirtna Comtmààim. Chiv» 
Irasr però. |Mitirbbe in ^«alcho Boóo 
•«Hilmere aneli*' la l«i. quamdm — IW 
la raginn rke «fi Uaotr si o 
cbe nel Pui|;«li>riu dove il aolo lu 
aariaiiienir iHi«trar«i nio aa inf ip- 
ptn»!*' a «(nello ebe timo imIIo triTC 
abitala. i|naii«lo ba brn intraa cbo 3 
HHHitr di SitNi e il PuripaUiiW 
OD cfHiiunr i ri/#«Mile e ti vtraa 

UU E i/«(iN I* mtm più r« Mi- Il 
•eOM» iiioriilf n'e limilo tarilo agl'v- 
eipiriiti la «la dflla virtù e fatieoka, ■> 
a misura rbr un» vi ai avaafi, ai fj 
piana. I* liiiiMT piM r«il diìrraiee aofia- 
i-i>rf e UH bisti|Mio «Irli* amnia L'Anlald 
B qtmftl» piti ra rn,€ men fa 

V& QuifM di ripvMmr et I 
pm|M«ili %aiiii« bpiiili air ofiolle 
crrM-ptilr ani ore - il aido arraatam aal 



là il loro reipifi, pniiiN drlla fatai di- ea ni iniuu della perfrtinue Vii darei» 

sperftione La Ir/unir qummlo da me dietro, e on de'»r(;ni d'coaar pffrf«lla 

leQuita e drl Kuli e drl l.^odino; e fu nella «irta • il dilrlto rba aellS f»> 

gi^ additala ciiinr Diifjliiirr della co- rarla si aente. ~ Qairi. ia ^«al !■» 

niufir qtiandn dal ili I' Punta nelle go, o, alliira 

tue Tilt '/'r roxmnyiri/.rAe per l'i nielli* 99 in pr iwm : ÌBto«dli • prima rbc 



CANTO QUARTO. 

AI sQon di lei ciascun di noi si torse, 
E vedemmo a mancina un gran petrone, 
Del qaal né io, ned ei prima s'accora. 

Là ci traemmo; ed ivi eran persone (*) 
Che si alavano alP ombra dietro a! sts?o, 
Come I* Qoro per negghienxa a star si pone. 

Ed an di lor che mi sembrava laseo, 
Sede\'a ed abbracciava le ginocchia, 
Tenendo *1 viso giù tra esse basso. 

O dolce Signor mio, diss* io, adocchia 
Colui che mostra sé più negligente, 
Che se pigrizia fosse sua sirocchia. 

Allor sì volse a noi, e pose mente, 
Movendo il \\ìSO pur so per la coscia, 
E di5se: Va su tu, che se* valente. 

Conobbi allor chi era; e queir angoscia, 
Che m*avacciava un poro anror la lena, 
Non m* impedì d'andare a lui: e pomicia 

Che a lui ftii «punto alzò la testa appena. 
Direndo: Hai ben veduto, come il Sole 
Ddir omero ì-iinistro il carro mena? 

Gli atti suoi pigri , e le corte parole 
Rfosson le labbra mie un po'O a riro; 
Poi l'ominriui. Bc'larqua, a me non duolo 

Di te omui ma dimmi, |>errliè assi.^o 
Qiiiritta se'Y attendi tu isf'orta, 



«71 



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110 



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:ìó 



^ ■■ $HtmvAm Ugfpero V •■dare io tu . 

IM. m uìmmctna, ■ inaou manca, 
«ùbira 

n Qui sUnoo CI 'loro rlie per abi- 
(>*i« wdulcnra iiiilii|*i4ri«n la lar* eoa* 
*<ntaa« al fip dflU %ila 

ioS mtggkiemx», |ii|;riila. 

114 CArcr 1^19 risia /Tuicr «e. Cer- 
\ dM la puMtuia, i niiivimriili e il 
■h4a M parlate «li aunlo «pinlu tiinu 
■ili. cW •• pi];rìxia ■•«ii' pristina, non 
Ansile ne fari*bb« alliiuMOli. — ti* 
furkia. »< rrfla 

143 M"^€mdo il rùo te.: mo- 
'nda I'kvIìi--, Cloe «corrmilu snla- 
't^la c«llv »giiarilu tu per le coare, 
-•<lf Biio prenderai la fatica Ji le«ar 
j5 lal^-ala 

144 eA« fc'ra/mfr, t-hc %n biavo, 
«ì^c hai buoaa Irua; w««ìto, rbc punì. 



IIS.1I6 • qwM' •ngnKim, Càe 
m' atarciara ee K la falica liurat a ìm*I 
iiiiiiiUrr, i-lir mi farv%a tatlora celfn- 
eil aff-iiiiii'^o il mpiro. 

11 'J- 12(1 Hai ben redulu, «e Gò e 
dello prr iuimIu irriMirio : e<l e da na- 
trr«a:e che la drritii>nr ai Btrliirqaa è 
aecHodo i|iirl cbr Minlr par la più ar- 
Vfnirr; rWcbì ba perfctlammlr rbiara 
la cii(*nMir d'una rtiM diaprez/a e irtide 
anelli chi* rrrtano oclia niarav ijlia 
Qui-kl'at%crlriiira e di l>«nle niedrtimo 
Del secondo didla Httnarckia in piio- 
cipio 

12.% -124 ttelatqua fu un ecrel- 
Icnte f^bbiiratiire dì i-ctre e di mUfÌ 
ikiruiuenli iiinsirali, ma o nio pi(;r:H«i. 
DIO — « me non dìtole Di U ornai, 
piiirhi* li « |;.;ii in luiii>o di <>«ltu/iiiiii* 

12'* Qmìilta, e awi'ibin di luo- 
gti, e «jle qui 




172 DEL POBGATOBIO 

O por lo modo osato f bai riprìso? 

Ed ei: Frate, 1* andare in sa che porta? 
Che non mi lascerebbe ire a' martiri 
L' angd di Dio che siede Ìb so la porta. 

Prima convien che tanto il de! m* aggiri 
IN ftior da easa, quanto fece in vita, 
Perch*» indugiai al fin li buon sospiri; 

Se oradone in prima non n*aita, 

Che svga sa di cor clie in grazia viva: 
L' altra die vai, che in ciel non è ndita? 

£ già 1 Poeta innanxi mi saliva, 

E dicea: Vienne ornai, vedi eh* è tocco 
Merìdian dal Sole, ed alla riva 

Copre la notte già col pie Marrocco. 



IV) 



ì'ii 



126. lo «0i« umU, aoi l'uata 

lai pì(rrisia. 

427. cheportm? cke ■ip^rtaT cba 
giova? 

4 50-t 31 . e*« tanto <l dcf vi'iyyi- 
ri. Il tempo è aiiwala dal valgar dei 
deli : ecco dwi(|«e il sewe IcUcnla dì 
qaekto puao: conviene chn il ciclo 
m'mggiri, mi giri intono, fnor della 
porta del PBr|alorìo, gwnwto fèet, 

S tanto mi giri intorno in \ila ; onia, 
e farcia tanti giri intomo • mo, in 
questo luogo, qnanti no foce dnranto In 
mia vita mortale. 

434. Ch» tmrgm iu, che ardevi • 
Dio da un'anima io alalo di graiia; 
chi i peocatori non potaoi ■orìtaro ni 
per ti ni per altri. 



457-158. 9§di €h'i tocco M^ri- 
dtan: cioè, vedi che ^ni è mc/^i»- 
giomo. 

4B8-I59. od Mm riva Coprt la 
noiU ot. So il Min tocca il meridiano 
della montagna del Purgatorio, potia 
noi mono dell' emìsrcro anstralc, deve 
oaMr mena nolto a Gerusalemme, pnnlo 
aniipodo, il principio della notte a Ma- 
rocco, dio « annoilo ani cooSne c^yh 
dentalo drl noalro emisfero, che rione 
ad cfBor l'orientde per il Purgatorio , e 
P aurora diil lato opposto, dui al G^n- 
ft. — té ottm rjr«, ini. al cctufiDe. 
— Copro eoi pU le, significa: cnnincìa 
• moTero il p. imo paaso venendo ad 
oacnraro l'emisfero io cni éiaio, aMotrc 
U solo a'avuBa ad iUnaùnmv l'oppoate. 



CANVB 91JI1ITO. 



PnMéméB f RiMfftr A Mmw rimemarm»m ài umm mHHtmd'at éi zittii t I fMtf. «9*r» 
•M «/i «w» namrm mw «m ptr i&nmn mtl pnmt m&mém, fii ai mlf^amm iatmmm ^atmt 
• rwtniarti mt tén mmginmii. Irmaemrmt^m tési fmn kt àon eurma amtmm, im malti és 
wMamim, ai ptmtuwmm a paréamMfmm mt a»f» mmici. Jmcùf éat Ctuaaim, Bmmtamu é* 
ma$aftttn alm Piaém Summ MvrMw pmnietUrwaaiaa «f Fmu ti mtaàa datt* Im 



Io era già da queir ombre partito, 
E seguitava Torme del mio Duca, 
Quando diretro a me, drizzando il dito» 

Una gridò: Ve*, che non par che loca 

4. Fi^, dU non par oe.» vedi cbo aotlo, eioi nella più l>assa parto. Danio 
Bob pare che il raffgio dal sole risplcn- ere in basso loco rispetto • Virgilio che 
Ja d sinistro lato odia poraona ckt i di gli andava inuand salendo n ombIo. 



CAKTO QUINTO. 

Lo raggio da sinistra a quel di solto, 
E come vivo par che si conduca. 

Gli occhi rivolsi al suon di questo motto, 
E vidile guardar per maraviglia 
Por me, pur me, e il lume eh* era rotto. 

Terchè 1* animo tuo tanto s'impiglia, 
Disse *i Maestro, che l'andare allenti? 
Che ti fa ciò che quivi si pispiglia? 

Vien dietro a me, e lascia dir le genti; 
Sta, come torre, fermo, che non crolla 
Giammai la cima per soffiar di venti. 

Che sempre Fuomo, in cui pensier rampolla 
Sovra pensier, da sé dilunga il segno, 
Perchè la foga V un dell* altro insella. 

Che potev' io ridir, se non: I* vegno? 
Dissiio, alquanto del color consperso 
Che fa r uom di perdon talvolta degno. 

E intanto per la costa da traverso 

Yenivan genti innanzi a noi un poco, 
Cantando Miserere a verso a verso. 

Quando s* accorser eh* io non dava loco. 
Per lo mio corpo, al trapassar de* raggi, 
Mutar lo canto in un lungo e reco, 

E^due di loro in forma di messaggi 
Corsero incontr'a noi, e dimandarne: 
Di vostra condizion iatene saggi. 



1^73 



iO 



15 



20 



30 



S. ém rimiitra, pendio aDdaTano 
cai lalt a ^Uitra. Sa fermaliti e ▼cito il 

mi tmtii lUi, Tedavaoo il tole la- 
atla loro «niatra, alzatisi a rì- 
mtnétmà» il canuBÌiio sa per il moata 
a chiaro cka dovoaoo aTarlo a daatra, 
a F aailira a' «aislra. 

€. Beommvimo ee. lol^odi : a para 
cka «ava a qoel modo cbe eogliooo ao- 
Uh% cka kaaoa corpo matariale , dia aaoo 
mi. 

9. Fvr Mf , jNir m», cioè solo, folo 
■a. — cfc' ara rollo, cha ara rotto 
daH* oailira dal corpo mia. 

4f. t^impi/flim^ a'iaipacaia. 

42. f< pifplglte, ai mormora; è 
laraiao imitativo, cba rappraaaala •■ 
partara filo a aatlo vaca. 

4i. rm iyo f fi ^ cioè sorga, fartto- 
|1«a. 

17. 4m tè iOmngm U taglio, vaia a 



dira, s'allootana dal fina, dal propotito 
a cai nùraTt. 

48. P9rehè la foga ae. Perchè l' uà 
peotiero foprevvenieota intoilat am* 
mollitoe, rcDrime, la foga, T impeto, 
del primo. La mente divisa in più pan- 
•ieri è meo forte ad agoaoo, 

20. del color $e., cioè tinto dd 
rossore che Tiene da vergogna. 

21 . di perdon talvolta ae. : dico 
lolcollc, e perchè vergogna non sem- 
pre nasce de nohii cagiona, e perchè non 
in tutti può fare hoooa scosa al fallo, 
ma sola nei giorani e negl' inesperti. 

23. Ecco ({nei negligenti che sorpre- 
si da morta violenta si rivolsero a Uio. 

27. In im O lungo: iatericiiooo 
di meraTÌglia. — roeo, p*rel^, io «m 
forte pertnrhaiiooa d'animo si altera 
p«r snco la voce. 

30. $aggi, consapevoli. 



E'I mio Hae-^lro: Voi potete andiirne, 

E rilrarro a color che vi mandoro, 

Che il cori di cosmi è vera carne. 
Se per veder la riia ombra riplaro, 

Com'io avviso, assai è lor risposto: 

Faccianli onore, ed esser puù lor caro. 
Vapori accesi non lid'io ai loslo 

Di prima nolle mai fender sereno, 

Né, Sol calando, nuvole d' agosto. 
Che color non lornaascr suso in meno, 

E ginnti là, con gli altri a noi dier vo'tn. 

Come schiera che corre sema Treno. 
Questa gente che preme a noi, è molta, 

E vengontl a pregar, disse '1 Po^'la; 

Però pur va, e in andando ascolta- 
anima, che vai per esser lieta 

Con quelle membra, con te quai nasce-li, 

Venian gridando, un poco il passo qnetd. 
Guarda, se alcun di noi unque vedesti, 

Sì che di luì di là novelle porti; 

Deh perchè vai? deh perche non l'arresti 
Noi fummo t;ià tulti per forza morti, 

E peccaiori iniìno all' ultim" ora; 

Quivi lume del ciel ne fece accorti 
Si che, pentendo e perdonando, fuora 

Di vita uscimmo a Dìo pacificali, 

il. e rilrirre, t rpKrltn., rìfc- 
nt(, •, «HI» par diciiioo, rappri- 

54, fn-vitftrw., a tagìnn d 

HrCmnarDiis. Cos'i il Coi). Paegul 
(Iw ibc I* com Tataro. 

3Ì Cam- io ùVtitB.ci^itt' io t 



« 



mrno «pnia di Irmpo. «nc'*KÌ,pH 



40 iuta. Inlfi 



nal n...odo d^ rirt, , htk •> rb. ■ pn. 


JimoBo nuo ti «.ffeninre. • (««Ila 


Ioni w hcriano prrQfaien ■ Dia. 




ST-S9. Yapcri Kfni *e. Int.: ia 


18. «p«o «;««■. *wl*.fcr 




mali DI) piw. 

M Psirt, inqurlptintodinHii 
— lymt dtl tilt ni frrt wnrff, 1 


r\at'nfm che iiL Talta khw ckianiiti 


•Idia ndnG randere PaiMm. dal ris- 


ii-, Bt al cairn dai isla io ganUn «ui 


fintit divin* CI te rawf dare. 




K-ST. a Dh patìReali m. : nior 


A* quelli fititi n« (vaa.aer la io 


«li in gruia .li Die, il qidt sn M a» 



CAUTO QUHfTO. 

Che del disio di sé veder n' tecora. 

Edio: Fercbé ne' vostri visi guati, 
Non riconosco alcun; ma s' a voi piace 
Cosa ch'io possa, spiriti ben nati, 

Voi dile, ed io farò per quella pace, 
Che, dietro a* piedi di si fatta guida, 
Di mondo in mondo cercar mi si foce. 

Ed UBO incominciò: Ciascun si fida 
Del beneOcìo tuo sema giurarlo, 
Pur che '1 Toler nonpossa non ridda. 

Ond*», che solo, innanzi agli altri, parto, 
TI prego, se mai vedi quei paese 
Che siede tra Romagna e quel di Carlo, 

Che tu mi sie de* tuoi prieghi cortese 
fai Pano si, che ben per me s* adori. 
Perch'io poesa purgar le gravi offese. 

Quindi Ivi' io, ma li profóndi fori, 

Ond' usci '1 sangue, in sul qual io sedea, 
Fatti mi (tire in grembo agli AnIeBori, 



175 



60 



66 



70 



7S 




d crada, col gran desiderio cba 
•kkìamo dì Ted«rio. 

58. Perchè, per quoto. — gmaH, 
gmordì otteoUmeote. 

Sl-«3.«r io fiarò. od io loro tatto, 
W9 U gi«ro por qaollo poco cIm mi m fa 
ro £ flMMO in Boodo. Qooota 
cho DooCo cena, r abbiamo dotto 
voMo, •rim iefo m— > o è la paco 
Mi'aoimo elio oca pai alerai orafa 
paryarla dal Dooeoto o dai «ìq : 
è lo poco pobblico por il «ivilo 
cbo dove OMoro ol> 
Àé «itorao dofli 
aUa firtÌBoa INo. 

S4. Eé ««• oe. Qooati è 
ad fami! citlodioo di Faoo, cbo Uo 
▲ooVUl d'Edo Sfilo d'Obino II fo 
mMo «oaidooa w Oriaco, vula dal Po- 
dÉoaao, mostro andava poleslè a Mila- 
M. n OM odio coslro iaoiipo dd 



lano. Atto Vili auirì tal prindpio 
dd^SOS. 

66. Pmr eh$ 1 voler uonpoita ee. 
loteodi: porche impotenia ooo renda 
▼aM la taa praferto di far eooo obo d 
piacda. — La aonfotia o HBp«lam« 
cbo aadodcaio o oooollomo il baco To- 
kio doirAlicbìerì,po«oa naaeoro da Dio 
aoo penDetteote ; o di qoorto farao to- 
rnea qaell' anima. 

67. On^lo^ot. nCod. Aotold.: Ed 
io, eke aolo. 

68-69 .^iirlpMio ac.Qod paaaa 



tra Romafoa a il Rcfoo di Napoli 
fovrrMto da Corlo 11, ciaè il kMfo dova 
è Fano. È yarto paaaa la Marco d'An- 



di toi d' 



ddFoppoaifiooo oba o n t rt i 
■le di Bolofao looomtoi^ 



disvilo 



mttkf^ dm olr— i molli «iidoncoi cbo, 
•oa e— taato « tatti, Imrio andar ea»- 



7i. ben per ma f'«iarl,doè oaa 
fervora ai ori, d prcfbi p or mo .— » éo», 
in alato di frarin. 

73. Qmmii, daè d'ivi, di fsd 
paeao. 

74. te «Mi omI to aodon. lotoBdl : 
noi anale w, obo ora aono apirito nd 

avewaado.AUndadropHm 



Ira yi el to. Por vondi 
laco da' and dea ri ami 




Mnflan ¥i 




lo 
te tm Vo. 
da 
andavo potc att a Hi- 



fno ; od ora to did- 



di o o l o rn cbo 
laana acda nel 
Irwod'Empadorto. 

75. tu srantào ^t§9Ì Atdnori* nd 
territorio de' Padovani. Àmienmri por 



DEL FOBGATOBTO 

Là dov'io più sicuro esser credea: 

Quel da Esti il fb Tar, che m' avea in ira 
Assai più là che drillo non volea. 

Ma 9' io Tossi fuggilo inver la Mira, 
Quanti' i' ftii sovraggiunlo ad Oriaco, 
Ancor sarei di là dove si spira. 

Corsi al palode, e le cannucce e il braco 
H" impigliar si, cb' io caddi, e li vid' io 
Delle mìe vene farsi in lerra iaco. 

Poi disse un allro: Deh, se quel disio 
Si compia che li traggc all' allo monle, 
Con buona pieble aiuta il mio. 

lo fui di Moniefeltro, i'son Buonconte: 
Giovanna, altri non ha di me cura; 
Perch' io vo tra coslor con bassa irontc. 

Ed io a luì: Qaal forza, o qual ventura 
Ti traviò si fiior di Campaldino, 
Che non sì seppe mai tua sepoltura? 

Oh, rispos' egli, appiè del Casenlino 

Traversa un' acqua e' ha nome l'Archìano, 
Che sopra 1' Ermo nnsce in Apcnnino. 

Là "ve 1 vocabol suo diventa vano 





SS. BuBmcont6lu6i\\ttQ\-i<^U-'lr 


il n»1> hndii PidD>i. 


Guido di Uunlflcilra. Su moglie Mt 


Ti. « [1 far. f™ Tir* V «nldJio. 


nome G.oonp*. %!! combine ìn Cui. 


T8. iuai più li tt-, d« olir, i 


pildino coalro i GaelG ■ ii la mocU, 


Krmini deli, pn.titii, ■■ di lì di 


Oli 11 ino udiiere iud Iu «■ lr«nlo, 
f il TiHonIn rb< gli mrlte m bota il 


quel che «vfui inrrìtalB. 


79. ^ta folli Malto (MW la 




JfiTV. L. Min i un Iihir» uIIo rìte 


Bliin». b.^1 r»lii qsHlo tilU d'tnM 


d'ui> r.Bil( thi^ «ce dill. Br. DM. rug- 




gMido jxr li, non iirrtl.* inconliilD 


Amini, « i Girli di FirMBe, ■tmuim 


qnrl pinliDO clic lo liDDislìò t lo tra 


■ rI> Il di nurtitv del 12)1» • Cote- 


pr<ul* dei .irirj d.I narvhw. 


noiiHo P.1 pi.n» di Cimpildioo in Ci- 




KntiDO. Gli Aclixi «CD «miiiditi di 


Qoiudo mi ridi iddwo incelici. 




ti. datttlipin'.ànèJp^rtì'rìn. 


citlk,.d.d^.o<.cont.. lGu.lG,.',«H 


B3. Certi elpaM» IntFo.lh »■ 


>rtf« iì hggir or» Il W.n, uni «. 


reil» 1* liltorìa , iTcìDo ■ capo Amerigo 
di ««boni; aderì »d tai^lri'iotdtU 




St.DtfUmUÌÀt: iol.d.lna- 


. e.»llo if -Ciro Alighieri- L. Rapab- 


ffatch-iiciidtlleniietfne. 




SS. IM, H qud dina. Il n doq 


«DI rhia» in Oliar dì Saa Baniabi ■ li- 




89. esUrf. Idi.: d.^B>« itnttì 
ptrenli • alici. 


d<»<>ddl.p.K'..»...cidHI..t«.SI. 


87. fan 6Mnd pMaIr, eoi con 


96. erma, l'eremo di Canaldoli. 


ftvt di pieU (ii.ii.n.. 


97. U'cerc.. Ikdoieperdeilna- 





CAUTO <JUUfTO> 

Arriva* lo lòrato nella gola. 

Fuggendo a jpMo^ e sanguinando il piano. 

Qoivi perdei la vista, e la parola 
Nel nome di Maria fini, e quivi 
Caddi, e rimase la mia carne sola. 

r dirò 1 vero, e tu *1 ridi tra i vivi: 

L'Aogel di Dio mi prese, e quel d'Inferno 
Gridava: tn dal ciel, perchè mi privi? 

Tn te ne porti di costoi r eterno 
Per ima lagrimeita che '1 mi toglie; 
Ma io hrò dell* altro altro governo. 

Ben sai come neir aer si raccoglie 

Qoeir amido vapor che in acqna riede, 
Tosto che sale dove '1 freddo il coglie. 

Ginnse quel mal voler, che par mal chiede. 
Con r intelletto, e mosse il fame e il vento 
Per la virtù, che soa natnra diede. 

Indi la valle, come il di* fu spento. 
Da Pratomagno al gran giogo coperse 
Di nebbia, e il ciel di sopra fece intento 

Si, che *1 pregno aere in acqua si converse: 
La pioggia cadde, ed a* fossati venne 



lonini. Cliiaiiiè qnel diavolo il 
tanto intelletto a smUafara In 
ToloDtè aviila solo à\ Janni, 
interprati nal wtai voUr cito fmt 
tMd§ coir {«toJlalto (die 



m 



100 



iO& 



no 



116 



aoAAniMno, 
oaa «nona MT Amo. 

lee. f In ^nrato ot., a il mio paiw 
iavnfrt aal SS. Nona ai Maria. 

4M. aofn, abbandonato dairanina. 

4M.0 f«f I trtmfnno, cioè TAnfolo 
MFUfirno, il Danooio. 

405. O l«dM dai, at. Intonai :o 
in do'aalaali, o venato aal dalo, par^ 
cM ai orni daO' anima ai eoatoi? 

4ii. fatomo, aiaè la parto atorna, 

4et! dfir«*ro, aaU' altra parto, 
ed nano. — fonamo, trattamanlo. 

4eé. In ^n*to tomario è acacritto 
a andò onda ai larma la pioggia. 

4ie. tk§ im n o fu n rSd§ , Am 



mala 



la parole), credono iodiaato 
^ il qaala volendo per ano i 
il mala, aempro lo atoaia nal ano 
inlellalto; o giwmȤ apiagano 



latara 
▼aito 



■iinii 



144. io9§'lfr9Uoat9§lÌ9,é9k 
■•Da fradda ragiona dall' aam. 

442. Cimut fmtt mnl nofar, aa. 
Intendi: U già detto Aneal d'Infamo 
finatf . aacaaaiè, alTinteliaito ^nal ano 
mal volerà gm mamfcato, €h$ jNir mnl 
tMtÌ9, dio calo carta di nnacara agli 



1 4 3-11 4 .a motM il /Vmm ae.Cealr.: 
a pir tm 9itià dto mm «alwin iUié, 
moaaa ae.; aioè : a par la potenm dM 
l'angdica aoa natnra gli aiaao, maaan 
U omiaa ▼aporaàom a U Tanto par an- 
aaitefo no temporale. 

415. Indi In ««dte.Caatr.t HH, 
€oméU di/ki pen ta , cnparMilMè- 
Hn tm Mite ém FroU m ag m mm al 
pinmi fiogOm 

44i. " 
fiaa U Vaiaamo aal 
pm» giog: emè fino alTAi 

417. Intenlo, aenao ai 
il cmlnm eotUrmsU a'Omtio, 
Voktmtm notte ai Virgilio. 



dbdU 



Di lei ciò elle la Iciru non Miffcr^: 
E come a' ri^i grandi si convenne. 

Ver lo nume rcal Unto veloce 

Si ruinò, die unita la ritenne. 
Lo corpo mio gplaEo in m la foce 

Trovò l'Ardiian rabeslo; e quo) so?pin°« 

Nell'Amo, e sciolse al mio pollo la croci', 
Ch'io Tei di me quando il dolor mi vinse: 

Vollommi per le ripe « per lo fondo; 

Poi di sua preda mi coperse e cinse. 
Deh, qaando lu «arai tornalo al mondo, 

E rijio^U) della lunga via, 

Seguitò il terzo spirito al secondo. 
Ricordili di me, che son la Pia: 

Siena mi te, dl^^rcccmi Blaremma: 

Salai colui che innanellata pria, 
DJ-ip0j:ato m'aves con la sua gemma. 



121 S cerni ■'riti grandi « 



■UH chr < 



E quana» q lieti' «c<|Ui li fu eoneina- 


15S-ISe.Sa(nefiMcfeMii.i«l- 




lult pria K. : Caalr. e Ini. : colui lo la 


1 nini con Hnl'imptto «no LI mi lis- 




«> d'Ang, eh> et. 


ehi pnma avaa atnlti r andlB d' aa ak 




1r.>, cioè, ma gU laJ.ri.-La Pia b^U 


par la piogpa. 




tie.itiolu<iImi«FMatù.:tàiìu 


>hoi : a rinaala ladaia di lai era al.U 


h «lie braccia, dalle quali, mocuda, b 


■pMala da nn Nailn a PagueUo Pao- 


arca Calla crm upra il pcUo. 


BHctiiocbi tisnnr i,ì Caakd ddU Fie- 


127. U datar. Int. deiDÌapHeall, 


li i. l'er quale aatuie, ih'is riraia 


parcaiaUHrieane.U». 


gnor HepcU], lu^tui tara la 1m컫 


139. di IM predo, ,ioi di (erre 


■ d'allrspredalou cinipi ucliuopa*. 


dei C«l. PiigQiali dinmam rt' nt^ 


»a«io- 




iS*.St«mmih M. IclniJi; Siam 


pure dal C.»la,e chcDcll'inaiemadrlla 


BÙ di^. l natili, a in H.i-«nii» (ui di- 


ri.ae.prB..a.i ««■..-. Saio-cala. 




lla e» u EÌon» d' eital. alla Goeilra, 


diloitiuagemmaloanall.. t ^ell. 


In da Dii famiBlioRlieniiiU per le gamba 


[rcddo e atralO vano. — C«t aaeala 


a getUla capai»lla anlla alrada par or- 


ni.^0 di dira aal>> «iM t.. il Paela d 


dipc del marita e!» l'alibe ii toapalla 


dà aa ceona dri nipa wgralaeoB rht 


fadailem.— Il giixwe par eui U fia 


lo irellcLDlo lUicilD roaJuw il niirul- 



li- 11 



■ taBabivai; ìaìqaitk de' f» 



rì9 



ejkmrm srarrai. 




rirgWm. fft§» amgmmnàm 



,0im fmM'orm utramm 



QoMMb'si pwto il giuoco della sara^ 
. Colui elle pente si riman doioDia 

Eipeteodo ie volte, e tristo impara: 
Con r altro se le va totta la gente: 

Qaal va dinanzi, e qiial dlretro il prende, 

E qnal da Iato gli si reca a mente. 
£i ttoa 8* arresta, e questo e quello intende; 

A evi porge la man» più non fa pressa; 

E cosi dalla calca si difende. 
Tal era io in quella turba spessa, 

Volgendo a loro e qua e là la fiaccia, 

E promettendo mi seiogliea da casa. 
Quivi era V Aretin, che dalle braccia 

Fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte; 

E r altro che annegò correndo in caccia. 
Quivi pregava con te mani sporte 



fO 



io 



9 ^am^jjL ■ni «gli altri. 

S-a. Si' rimw m doUnU, rnntM m1 
laof» M |ì«0M ripetendo U tolU, le 
ififianwiti dei dadi, cioè ri* 
■ •|etUii^afarn«oTÌ tiri. — 



4. Qmtméio tifmrU te. ? ^anda i no, par vaodicara il (iralal isa, faoM a 
(giooao «Im n fa can Roqia, ora H. Bciùncaaa ara adilara Ji 

Bota, e a lui cha ladara io trilNioala Cai* 

to« iacoDtro, l'ocdaa , e, trooca^ajU la 

latta, aoo aiaa ti parli dalla datla aittè. 

Quasto Ghino dopo aiaara stato liiflfa- 

aiaste il larrorc dalle Uaranma Sanasi, 

a dalla ttcaaa Corta di Roma a on ri- 

; a impara, ciò cka aa- balli Radieofani, ckc fece as aido di 

■Mflia aapar priou , a yoI- ladi-ooi.fi riconciliò con BonifanoVIll, 

i mmfSm. ehe gli donò una gran priorìa, a di qndla 

4. &» r«lfre, col Tincitara . la I«ca cavalìera. 

4 5. £ r«/fro th» omm§ò cormu/a 
focaeeia. L'Anonima nata a qnoita Ina- 
ia : • Qoeati fu aa giovane ek'ebba namr 
Gfvdo de'Tarlati d'Arana, U ^aala alta 
«Btfli • avi il riscìlara porge la mano, teaafitla di Bibiaaa f« molla paraagailalo 
££fii ^aaldm eoaa dalla Ma viaaila, a agiato da quelli di Boodiaa. AilaiM 

li^fa«do, a qnaUi panapwtaadaio, lag- 
già nai fiame Amo,a qmri anB«|è.» Sa- 
«....i^, 9 1*^9 amando viraria del j>o- caado qaaaUatarìa leparala «arvviitfoài 
4ailà m8iaBa, ima morirà Taeaa, 6t- acacia defoaa apiagani f o mwrf a —»> 
laUodi filma di Taeea d' Arinalmifa , «tato, o «alla aaccia aba ai darà , 



f M H raas • wmkU, la prega a 
dilm. 
7 Bi, noè il rindtora. 
%• Àt¥Ì p m r§9 la m«ii m. Intendi : 
• am U riscilora porge la mano, 
~ qnakba eoaa dalla laa viaaila, 
pii. 
18. rjreHa. QMrti è M. 



W IWiaa da Tarrita aa» nipote, 
rabata alla strada. Gbi* 



aleni, a il Costa Ira fBaati, api^ 
I ffiTiiMla «al imt tm CMiàa; 




DEL FDKGATOltlO 

Federigo Nmelìo, e quel da Pisa 

Che Te parer lo buon Marzocco forte. 
Vi<li Coni' Orso, e 1' anima divisa 

Dal corpo suo per asilo e per ìnveggia, jC= 

Come dicca, non per colpa commisa; 
Pier dalla Broccia dico: e qui provveggia, 

Menlr'è di qua, la donna dì Brabanle, 

Si che però non sia dì peggior greggia- 
Come libero Tiii da tutte quante ti 

Quelle ombre the pregar pur ch'altri preghi, 

Si che s' avacci il lor divenir sante. 
Io cominciai: E" par che tu mi nieghì, 

Beta. Miri! di Briliiale, tHonJt mo- 
glì( di Filippa, prcM in odia ipinls mi 
Diilro probibilmentB per l' amare eh' ti 
partiva al Egli eha U n ireti atnli pel 
precideaM iHlrìnanìo eoa Inlwlh 
d' Aragona. Mi qiul fate il dcliiio ap- 
pi4loBli BOB ai aa con «lima. CI Ui- 
chcltl dica th« t^i •«■>>& 1* regiiu 



IO CofDpai;nk, ioia narra 
,,li«™™:.P.,..,..,l 

jiroili'iH, mi pfrlo (.iiuTthiii de' nemici 

S. Fediriga fioviUo. Fu Bglii 



— * gutl da PUa .- Pari 

HiiEi>aidaI>ÌH.C«lsi[ii 









Il acflli ScD- 





cale per li gola nel 12;il. 


l'et*.|B'wM Cglio, ed (»n& il parco- 


SO. iwtgtia, iniidli, d.l proreo- 




in doppio s. 


■oilcuaichxpiDmwli viriàcrUliaua 




•il» al panladi indire a baciare la mano 




dell' «icidi. rialrodi DiDiedi» che 


.loia, Il eh. per .noi r.lli . p« anr 


V .icMorc dì Farinala la M. Becdo da 


cr»piriloall> rovina di qacll'ÌiiM(«ato 


tlaprena. 


non »n polli io ^e;|ia ptggiort, ùi 


19. ConfOriB. llcuni cndooo eo- 




aloi della tamiclia dr;U Alberli, a elio 


23. ■ui^ldffM.-ìd.lloRla- 




^iiiDenle al lonso d.l'eta il Paela Kn- 


il rtjlio» Sflinolo del eenlt Nipotean. 






21 pn-d, perUl Mio. 


Alberta di H..|«>i .onna.-r»..M 


26. che prejiaf par. lo (joalì pre- 


JIUMtc! raoinia di Pier della llrw> 


fireno the altri (cioè ali nomini abo 


(ia, diTiia, lepinla dal prnpria eorpo 


«oovi.il P"ci.i,H.DÌQ.-p»r,.n. 


t" natia a per iotidia Pierre de la 
bnu» ara diIo in Tnrrni d' uni «cura 


ch'e.0, «mele altre. 


ST.Sl.bai'aoaen'.ùch.a'alTrcia 


("Dilllia. Ph eUrorga del ra San Luìp, 


il loro purgar» d. ogoi raliqui. di pee- 


« aolio niippa m l'Ardilo {iuua a 


ette. 


«noia ptlenu, che lolle il face» per il 


28-30. JPparrfce !• «iiitojA* «.: 


eoa eeoaiilio, QBiadi Pioiidii eorligia- 


*' pan ebt lo, o Virgilio , Ine* che ri- 



CANTO SBSTa 

loce mia, espresso in alcun te^to, 
Che decreto del Cielo orazion pieghi ; 

E questo genti pregan pur di questo. \ 
Sarebbe dnnqne loro speme vana? 
non m* è il detto tuo ben manifèsto? 

Ed egli a me: La mia scrittura è piana, 
E la speranza di costor non fella, 
Se ben si guarda con la mente sana; 

Cbè cima di giudicio non s* avvalla, 

Perchè ftioco d' amor compia in un punto 
Ciò che dee Foddis&r chi qui s* astalla: 

E là dovMo fermai cotesto punto. 

Non si ammendava, per pregar, difetto, 
Perchè il prego da Dio era disgiunto. 

Teramènte a cosi alto sospetto 

Non ti fermar, se quella noi ti dice, 
Che lume fia tra '1 vero e 1* intelletto. 

Non so se intendi: io dico di Beatrice: 
Tu la vedrai di sopra, in su la vetta 
Di questo monte, ridente e felice. 

Ed io: Buon Duca, andiamo a maggior fretta; 
Che già non m* affatico come dianzi; 



tSI 



30 



3S 



40 



60 



•foi mio dubbio, mi nicgbi 



ì, «pragMOMoto, in alcon tetto 
(Mi Vàf VI MVBneide) , ebe pregando 
m ritgbi, ii caofi, il Toler'del aalo. De- 
9um (mia Dmum pecU tptrtan pro- 



M . fT^gtm pw di quetto, pregan 
aie ■•■ aalaata cba ti pieghi il decreto 
A Dio ; o, prcgaa aolo di questo. 

K. O mom m'iU deUo (mo «e. Op- 
par •«• bo ben inteso il too detto. 

M. è pUmm, cioè, 4 chiara. 

SS. non fmUs, noa erra, bob è epo- 

iTckè «ine M giudieSo non f'm- 
wmttm. lat.: cbe l'aito gindicio divino 






Boo rìnetto del tao ri- 



man «• ; ovtwo. osila è tolto alla già- 
M filKo. 

ss. PmtààfiÈOtù d^mmor «e..* perw 

I la ctritè dot ginsti di qaetto non- 

, db pragaao per le anime pnrganti, 

b •■ p«ato de che eate deroao 

• fai Mio tempo — PorcM. .. . 

, 80 coamia, o, ccnpiendo. 

. f* mimlULt Ba ttallo, ttaoia* 




CMMSfab 



40. Elàec.f doè adi' InlerBO, doro 
io introdacera la ^illa a parlari a Pn- 
liunro («odi il verto latino recato fvi 
topra alla nota 28). — f vmmi tolmto 
pùmto, doè affermai, preanadai ^bo* 
tta maadma : cbt bob è do tperaro eko 
prego abbia efficacia oc. 

44 . Nomi wmmendav ee.: la prt- 
gbiera bob aveva virtà di aaoBdart lo 
anime dai P^^^t perchè colai cbo pia- 
gava era iiiigianto da Dio.— per fr§' 
gmr, per vie di pregare, por praabicri. 

43. rframoBle è od toaao ed €#> 
m» lat , e vde aia. — a cael allo oa- 
ipeUo ee., a tk profoada, a si eoUilo da* 
MtaiioBe BOB ti acqaetaro dd tatto. 

49. CJblaaM/lae*. Modettomeola 
Virgilio, umbdoddU ragioao a dotta 
aataralo ftlotota, rimaada per alflatla 
qaettìoao l' doBBu a Beotrìea, cbo rap* 
preieoto la adeasa £vÌBa , la te o l a g ia | 
al laaie della ^ale TaaMBa ragìoaa d> 
trova «ad vari cbo iavaaa 
corcber«bbo.0ad'4 

B€mtrie9, la rìvdadoaey è il faaolo cba 
tta di meno tra l'nmaBo wtdietto o 



W 



DEL rune*! OR IO 

E vedi ornai che il poggio l'ombra gella. 
Noi andercm eoa questo giorno innanzi, 

Bispose, quanta più poiremo omai; 

Ma il fallo é d'altra Torma che non stanzi. 
Prima che sii lassù, tornar vedrai 

Colui che già si copre della costa, 

Si che i suoi raggi lu romper non fai. 
Ma vedi là un' anima, rbe a posta 

Sola soletta verso noi riguarda: 

Quella ne insegnerà la via più (osta. 
Venimmo a lei: anima lombarda, 

Come ti slavi aliera e disdegnosa , 

E nel mover degli ocelli onesta e larda! 
Uila non ci diceva alcuna cosa; 

Ma lasciavane gir, solo guardando 

A giiifi di Icou quando si posa. 
Pur Virgilio si trasse a lei, prei^ando 

Che ne mostrasse la miglior salila; 

E quella non risposo al suo dimando; 
Ma di ooslro paese o della ^ila 

C'inchiese. E il dolco Duca incominciava; 

Maniova.... E 1' ombra, lulta in sé romita, 
Surse ver lui del luogo ove pria stava, 

Dicendo: Mantovano, i'son Sordello 







0» Hita l'oDilitl dove Doi liims. 1 


\\n« dclli TÌU- 


fMli HlillBO il moDU ddlt p.U c.ric.1- 


00. p(Sto,(«. piùl»l.,pièiF^ 




diu. 


Dulc, ibiiro t cbt il BDPle do.c.i B'I- 


61 aRinia iMthinIg «. fe -mt- 


urt l'tnJin otl h«t« «le wi «luiiii- 


tì, un. scUnuì-M dd l'o«U, ■ «. 
Iri' .iti lomn aflia «lunorU il (nti 




54. cb non .(ai«(, tb. a-n pf Hi: 




JlltMUinrt, Ai propr. tilc dtlenoi- 


E«k..piril..ch."r.«»U»ta«ìdÌM 






iMrt, gMicart. Tile i lo dalorrt 




3*i UUoi. 


qui * (hi .pT«ia « Whifl »■ WU 


seai-i, dotitw!.. 




il. la nmiptTiun fili SMultaf,- 
"°^. • pollo. BuMifnl.- KkU otl- 


G7. Pur, uo «[«Di* ^Balli m* 


TO.fdrffiiRd. 4«l«niUt> 1. 


l'/«/«^C.IXIX,..lO:£P«-Jol* 




mtatltiKdii lì a foUa lllH lornU 


72 JfmrMd. .,Q«i il •««•*■»- 


iu !>(■•>• *«> •Icuoì C«td. ch4 pftta 


■p«<i. Voleii din : Uiniai* mi fa pa- 


in tutte di tkt pDUla; di noa Irepi* 


ini . IBI r. ÌMmM« dall' «.bn. — 




liUla Ih $i nmilK. à^ At d* prioia 


t*«li:(d«<>d>..«<.p.!im.nù,io 




TI. Sordilh, daTownlI d. Uà- 



CAHTO SBSTO. 



tll3 



Della tua terra. B 1* un V alliu abbneciava. 

Ahi serva Italia, di dolore ostalo» 

Nave senza noecbiero in gran tempesta, 

"^ Non donna di Provincie^ na boedeUol 

Quell'anima gentil fa cosi presta, 

Sol per k) dolce suon della soa terra. 
Di fere al cittadin sue quivi tela; 

Ed era in te non stanno senza guerra 
Li vivi tool, e Tim l'aUro si rode 
Di qnei che nn muro ed una fossa serra. 

Cerca, misera, intorno dalie prode 

Le tue marine, e poi ti guarda in seno 
S* alcuna parte in te di pace gode^ 

Che vai, perchè ti racGonctaase il freno 
Giastiniano, se la sella è votaT 
Sena* esso fora la vergogna meno. 

Ahi gente, che dovresti esser divota, 
E lasciar seder Cesar nella sella. 
Se bene intendi ciò che Dio ti nota! 



76 



80 



86 



90 



tm, b «eetlUato «r«f«Ur« àtli XIII 
Mob, • BeovMiito da Imola lo chia- 
■itacha •90^%Ui€ÌpmdentmiUt§t 
mriaHi. • San calabrì gli amati di lai 
la aoralla d* Eizaliao da 



re. Ahi tmr^m ÌUAim. Q^me è ana 
dal Poata, «Im al Tederà 
MaaloYanà acooffliani aaa tala 
i TiaauU r oo dair altro 
», noD p«è freoara il dolora 
t Pira, paMando lo alato d' Italia a quei 

aaiak dàaordÌMta a dinto, a i cit- 
odiaiitiai EaroaaoMDta , a aongia- 
nA aallt laafau nùoa. È qvasto «no 
dkPpià ipla«d»di tratti dalla Divina 




TI. ìftmitnum «oacMcro ae. Ghia' 

PlCalia oavaaciaa oocehiero, poi- 

i ■•■ ara gofarsala dall' imparatora, 

iim wèM tirasBÌ tribolata, a 

anaraavolU. 
7a. Nmm dommm, boo «fBora.- 
èmrédio, QMata parala è ^i aaala nel 
)€M i LatimchiamaTaao 

pièaaaai cka ilaaaipuea 



isloroo alle rÌTa. L'Italia è cireaadaia 
d' ogni parte dal mare, aaWo che a aat- 
laolrìooe dove aorfOBa U Alpi. Q«aida 
daaqaa, fool dire, i p«pou cho aIaD 
loofo i doa narì^ e poi quelli che aao 
fra terra, # poi U guiaréa im tm». 

SS. ChM 9al,9e. Batfigva l'Italia a 
ueavallo. L'impcrator Giaatiniaaa, li- 
Uvata nel leato aocoU l'Italia dai voli 
per OBora di Beliaano a poi di Naaala, 
▼i oraiaè on naoro fovama . la die •■ 
•adica di leggi cIm intilolè dal aia bo- 
■M, a iperaTa di rialsarla all'antica 
gloria. Ma raocoociato il frano a onaato 
caTallo (int. riordinate le leggi), aebbana 
■elti ateaer la mano par tenerlo , non 
fnaMi onpredachalainiaraaiaaarif- 




ae. 4ofee fM«y dofee noina. 
•a-ae. inlomo dmU$ prod§, doè 



90. 5eiif'eM0^ aansa 

91-93. iMfaalab ae. Aki ninla di 
Chieaa, €k$ dùwntU «taar tfennln, 
ohe dorreali attender aalo alle aaaa di 
religiena, e leeciara il Mvema dei po- 
Mli a Ccaan , Se ftaM talaMK aie da 
INa U ««In, aa hai intaaa il pr a c atta di 
Crialo nelle Serittnan: miiin Citerà 
quei ch'i di Cnmn: U mia r ag nn mam 
l ài fatti» wmdai mimm «ha wMUm 
par CriUa, H wmtùUt a éimi aam- 
InwtCaN* ae« 



DEL FU AG A TORIO 

Guarda com'esta fiera è falla fella. 

Per noD esser corrella dagli sproni, sa 

Poi che pone?li mano alla predella. 
Alberto Tedesco, che abbandoni 

Costei eh' è fatta indomita e selvaggia, 

E dovre.ili inforcar li suoi arcioni, 
Giusto giudicio dalle stelle cangia IK 

Sovra '1 tuo sangue, e sìa nuovo ed aperto, 

Tal che il tuo sucrassor temenza n'aggìa: 
Che avete tu e il tuo padre solTerlo, 

Per cupidigia di costà distretli, 

Che il giardin dell' imperio sia diserto. i05 

Vieni a veder Monlecchi o Cappellelli, 

Monaldi e Fllippeschi, uom senza cura. 

Color già tristi, e coslor con sospetti. 
Vien, crndel, vieni, e vedi la pressura 

berla dil HO BÌ|Mili Gioiinni d'Jtnilni 
nel 1 308 l^l> rKU» di uiiilcra ijli nuli 

ngioDe cov imn «corrnit <»|[ii «proni nhilrttlLiiì: qainJJ forte la id^giio drl 

di (ipKi «VDJcilart, di OD iuigiiraiDra Poeu. 

Mpinli. 102, il tuo (VMtMor, noi 'Ddi- 

SS. Poi tht paatili mano atlapT*- tir* Anìga VII, di cni per ao IcfDfo 

Alla. Prtdtil» D hridtlla. * iveììa iperìHim-dio alle «M d'iul'i. 






' Villini, lih. VII, 4 



nnlaoga: .plgtial 
frne. i regnare 
Ori duaqua si rqi 
ngonua id iid a 



olla, a av>]l() DoD 



I 



4 J. il giardin Mf «perla, iim 
<iiia,aii'>EÌ«>a, l'iMlia. 
t06. MtmUtthi 4 CapptlhUi: m- 

L r.iii'K<i<GhilH>lliaed;Va»«. 



pctHiia por qnalo a 

iBsdMimi, ut ìuata 



gerle, Il 



<n. Alberiti Ttdllto. Aibtrtg 
d'Aoslril figliuolo dtll'imporitora lli- 
dolla d' Hebìburgo , il prìiBo delle tua 
i' Aailrìa, la della all' impara mI. pei dea 
CMBotaig a 1299; Dà mii lolle pu. Jiicordi 

100. Giulio t(wlÌcÌo,r,«i, ti 
MOtiga. P» che «ncnai, a moda di 
biit, tlU OUKtg lieleaU elie ebba 



ai Filinpsihi mi icapàua ili r>- 
De. Il Boti iolaDde: catara Eràti 
liceodi nella loro 
io: oBfUi Bel laro allita anara 
in gli ani degli allri. la prtff 
[""""a. 



CANTO SESTOt 



tèU 



W tuoi gentili, e cura Vnr mi^agne, 4io 

E vedrai SantaGor com'è sicura. 
Vieni a veder la tua Roma che piagne, 

Vedova, sola, e di' e notte chiama: 

Cesare mio, perchè non m* accompagne? 
Vieni a veder la gente quanto s'ama; iis 

E se nulla di noi pietà ti muove, 

A vergognar ti vien della tua fama. 
E se licito m'è, o sommo Giove, 

Che fosti in terra per noi crucifisso, 

Son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? 420 

è preparazion, che neir abisso 

Del tuo consiglio lai per alcun bene. 

In tutto dall' accorger nostro scisso ? 
Che le terre d' Italia tutte piene 

Son di tiranni, ed un Marcel diventa isi 

Ogni villan che parteggiando viene. 
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta 

Di questa digression che non ti tocca, 

Mercè del popol tuo che si argomenta. 

M firfcMtarì od tio partilo, daMnoi ratora dall' anÌTano, del padre d'agii 



fìuatizìa, wmt&r j/iilri». 

12 Mas. O d frtpmmiam te.: • 
eoo qaciti mali cba ai fai aofTrira proM'* 
ta odia prufondiU da'looi ooMigti akaB 
beiM im IfOlo scino, Mparalo,- loalaa* 
dal Doatro inlendere? 

4%. tm MareH. Farooo a Rana 
di aoesto oome aomini aagnalalianaM, 
fra I quali eolaì cba aapognè Sira c i a , 
V altro che ti oppoaa alla Uramuda di 
0. Ccaara. itm-cMlu$qm toquMX. L«- 
cano. lib. I, ▼. 513. 

426. OgnitnOanu. Ogni aoao dì 
413. Vedati, perchè abbandonala contado cba prenda parla Balla faiioni 

lava lo coma contro rantorìlà ' 



emrm ìor MogngiM^ l^rcndili 
dai lora mali ; informati, CMO- 
idli laro piagha, i loro bisogni. 

444. A rcdrcf SmHtmfior, Santa- 
im è ^M contea nella Maremma la- 
aaa. Era Indo imperiale ; ma allora 
perla n e g lig e ni a dell' imperalore a il 
Imla f al ern o di qnei Conti, |Neno di 
• di nibane. — com'è ticwro. 



., aome ci ai vive bene. Il 
Cad. Slurd. ba noma ti cmrm, cioè m^ 
■^è gatanMU. 



I, cbe aei per la direi ione 
affla Uomo mania. »- tote, daseiia 
d'ama aiata. — cMéma, grida, dal 

145. fieni •«fdarae., di cba odio 

ai aditna Ira laro gl'Italiani. 
l4ft-4aOM«effofli'd:queifaipm- 
to è diritta a acaeare la troppo ardita 
Som U fliuK oc. — • fommo 
Cima. Caak cbiama Gcaù Crialo. Vero è 
chi li i i ra l a è profana per eaMr del 
cakm MalaUica , om il Poeta fileeofo 
Baasdali ba miralo alt' idea vara cbe 
fi ala aaCta, dall'ente creatore e moda* 



le, prcaome di dettar cenno agli altri, 
e Tool reggere a tignoreggiara. Gib è 
detto contro te gomte nmooo. 

428. afte non fi foce*, è detta iraal- 
eamente perrbè rirenxe^ all' ap p aata, 
rìgnardava pia rb' altra città. 

429. fliefcdp in grafia.— ti Affi» 
Il bea ragiona , ai bea aravfada 
Domigli, nella eoa daBb a ra ri a 

Ed è delta irameamenla. Altri laa» 



gono «'«rgomenln, doè, oi «iute, f'iì^ 
gogna, percbè tali diaordini 
in le. 



tB& DEL PDRGITOIIIO 

Molti bau gìostìzia in cor, ma lardi srocrn, ix 

Per non venir seniu consiglio all'arco; 
Ma il popol luo r ha in sommo della bocra- 

Molti rJfiman lo romnne inrarco; 
Ma il pO[>ol ino sollecito rLeputide 
Sema chiamare, e grida: I' mi sobbarco. iS6 

Or ti fa liela, che in hai t>en onde: 
Tu ricca , tu con pare , tu con senno, 
S' io dico ter , l' eOétlo noi nascondo. 

Alene e Lacedemona, che fenno 

L'antiche leggi, e furon si civili, tiO 

Fecero al vi^er bene nn picciol cenno 

Verso di te, che fai lanln sottili 

Pro\-vrdl menti, cb'a meixo novembre 
Non giugne quel che tu d' ottobre fili. 

Quante volte del tempo che rimembre, >*6 

Legge, monela, e uRci, e costume 
Hai lu rootalo, e rinnovato membre! 

130-132. Moia hmt gimtàia in 136. Or lì fa (tela « Pnirgai 

rorfe.llnUi probi cMTieÌlUilÌiiiei|iiÌe l'ironli: cM lu lui ttn ntdc, eia*, 

•llroT* inlndo» it giinlo e ragllHW il eba lu bai l»ii ri|;iiiu Ji tillrgrarlì. 
fìniln; mi primi di dirtriittiin, pH- lóT. Tu vieta M. Etto i tri flm- 

prnatt, o islla toma pabblka, per li- riccho», li p*», !• «picim- Pran- 
■wn d'HTir* B piiuiB brer, • Urdi nn li prìnit , «pnllulto , rigricullun 

il papui Ino, D Fiirnn, non hi biu^oo tione «.; li ttm gli ilndj oBmti i 

BÌiMtiia*a^uiliiD«ir urBonicnla i kn la MO. /Unm (I dt'If. (bberoii m 

fi'wMtt» lulU lotAni: ti drlibeniio- «llenti ordini di gotrmo. 

ni, pnaBiuit dnrili cb'^li dì« di 141. Pietro ■! Dnrr »fiw ee Fc- 

gÌBiliiioi rno K lii rcMRioiM puti- erra «n pimi futa allo drilli drll* 

" "* ' " mora di tili , Vino di 1(, io pingnoi di 

™.-|rl- lo«. 

U3. ttUili. notili il utt di iiiHiti 

iifiilralan. d' ing»n"oi^ , « ài p«o durcK.li 

• .ironMIa- Ì1J-N4 cK'»mnioiiottmtrrtc 

iif- QoiiI PuclBliwitl'iniaia.fprr gfudF 

iti) diiJrgnn pri^ro«pc in tprrli rìvprVTr' 

■■D- ri. — /Ili, ordini. 
Ul iti. M limpa tSt rimtmtrt, àoi 

F«jv boIId IpBf io dfl IflOpD , dvl i^atlt bij 



CAIVTO SESTO. 



W7 



E se ben ti ricorda, e vedi lame. 

Vedrai te somigliante a quella inferma, 
Che non può trovar posa in su le piume. 

Ma con dar volta sao dolore scherma. 



160 



148. ««....Midlì /UHM, M hai chiaro liatiniia comparazione, e d'una per- 

3 luM dalPmlelletlo , M ragioni. fetta convenienza I — ieherma, npa> 

454. con dar «o/te» col Toltard ra; doè c«rca difeoderri dal sao do. 

ar dalF una parta or dall' altra. Bel- lora. 



CAunro semaio. 



iVp* l9 OH» mteùgUmat mt mmtitHÈdlif, 9àt S^rdtUo «m smm gnut Sùrprmm eké fuggii # 
nrfili», Itttaméi lui ma Imago tUrmm. Riekiutm fmindi éml «awmw PmHm d'mUum imdixioptr 
taUn pm tptéUm mi Pmrgémhm, gU jé «//kv « gmiàmt mm ttatné» Helmo M tnumomtù d«t gim mo, 
U tmdmm i« mmm wmUtmm tmiwmtm mèi otoM» p0r im pmuar U mmttt, Stmmno Im f ud luogo mme- 
t iu imm «Mi pfimapt tao tmWotetipmH dti mumémmi bttrmmdimtmH n$tr*mromo mWmltimo il ptn. 
év M Dio, rmi$ mimi mo mééUm Smréttim, 

Posciadié r accoglienze oneste e liete 

Faro iterate tre e quattro volte, 

Sordel si trasse, e disse: Voi chi siete? 
Prima eh* a questo monte fòsser volte 

L* anime degne di salire a Dio, 6 

Fur r ossa mie per Ottiivian sepolta 
r son Virgilio; e per nuli' altro rio 

Lo ciel perdei, che per non aver fò: 

Cosi rispo-e allora il Dura mio. 
Qual é colui che cosa innanzi a sé :0 

Subita vede, ond'ei si maraviglia, 

Che crede e no, direndo; eli* è, non è; 
Tal parxe quegli, e poi chinò le ciglia, 

È umilmente ritornò ver lui, 

E abbracciollo ove *1 minor s'appiglia. f6 

I. VteogUenxe. Allude agK ab- 
kractiaiiieflAi di >irgiIio e di Surdello, 
di rht al rerm 75 del canto pree. 

S fi frofxe, cioè, s' arretri. 

4^5. J^rima eh' a quetio monU §e. 
Prìna dw la anime degli eletti ireni»- 
aaro a viiriBeani in queeto Inof»; o, 
prioiaeiic «focato montr divrniaae la ria 
par andar al cielo ; il che Dante avppoea 
arv«n«to dopo la morte di Gcaà CnaCo, 
aaodochi prima il delo non foaae aperto 
ti mortah , • la pnrgaiiooa ai facaaaa 
altroTo. 

6. per Ottatian tejwlU: par cura 



di Ottaviano , che , a «vanto difi , U 
fece traspoitore da Bnndiai a Napoli 
'7. riOt reità. 

t. per fum«rvr fé, per non arar 
creduto eovivrnMUleOTeiila in Dio a «a* 
Tentare Riparatore. • 

14. riiomò ver M, parche, e» 
m'ha detto, ae n'ara diaeoatoto dopc 
gli amichevoli empiemi. 

15. ove 'I minor fappiùHm^ cioè ai 
piedi, o ai ginfKthi. Al Canto Xll,y 180, 
radeai Stazio che Già 9i ekhienm etd «è- 
kraecimrHpicéi Mmio DoUor. Pren- 
iearegenvM, uwipUeii genma,tnyìtmo 



^^F ^HI^^H^^H 


988 DEL PURCtrOBIO 


eloria de' Latin, disse, per cui 


Mostrò ciò che potea la lingua noslra: 


pregio eterno dol loco ond' io Taì, 


Qual merito o qual grazia mi lì mostra? 


S' io son d' udir le lue parole degno, M 


Dimmi se vien d' Inferno, e dì qual chiostra. 


Per tulli i cerchi del dolente regno, 


Rispose lui, son io 


di qua venuto: 


Virtù del eiel mi mosse, e con lei vegno. 


Non per far, ma per n 


on fare, ho perduto li 


Di veder l'alto Sol che tu disiri, 


E che fu lardi da i 


1)0 conosciuto. 


' Luogo è laggiii non tristo da martiri. 


Ma di tetidbre solo, 


, ove j lamenti 


Non suonan come | 


;uai, ma son sospiri. W 


Quivi sto io co' parvoli 


i innocenti, 


Da' denti morsi della morte, avante 


Che fosser dall' um 


ana colpa esenti. 


Quivi sto io con quei clie le Ire sante 


Virtù non si vestirò, e senza vìzio 3& 


Conobber 1' altre, e seguir tulle quante. 


Ma )« tu sai puoi, alcuno indizio 


Dà noi, perchè venir possiam più tosto 


io Viriplio, in TdcU» t ■<a •Un. Si >>i>li 


rrliRiane d..l t(k> Dio , < MODde «urlìi 






26.' fallo Sei. Iddi». 




27. the fa tarili ia mt amoteiu- 


neri il idiiiibo Pndt. 


(0, noè ><>lo dopo morte. 


il eléchr pena Ut (fiif iw ueilra. 


ag. da «arlirf, prr «gione di 


H Intendi 1. t.liu., cb. ««.no [. p.r- 




^^ lire pia tneit t toa piò ■rtnt.i tbe 
H \ \rpL. L M,„, H,!,a. perrht ti». 
H nuJoRti «litbi ll,li,BÌ..{i;«i gì.. 


3!l. Ila di tn*bn »b «e. Vwp 


ìie prri. ».« gli .Itn aamini TÌitH» 


o groHli , >U in 1i'.so illuuiMt*. Vedi 




iicioi..i\ drirm/fr». 


IIIM <l« r*piiUr>i Unnifra. MU !■- 


53 JellHWUM lelpt, dot dil 


liu llngu, più cht nri munii ir\ 






II. l.ilo il g.'.m un..n«. Om,u in 


Adam prcciKMTUiil. — fittiti, dai pai^ 


) M »F>lo .fa. l. p„lt 


(ic. del .cbu l.lino aim-. libmli, 


purgali n.rl'ii^H d<l bmoimo. 
5*-3S. cht U Ut »*!( 1 tri* *c. 


^B Ib**' F""' <l>^ÌrEÌii>rr1iS«rd<iL|a. 


^H V.Oimmitttimd-hfenurc, 


Ini le<rr<irliil«log)cfae, r»l*,^«- 


^V cM: 4lm»ii.>ln>i ^'Inr^n... xliin- 


nnii ccorìli. — ■(nuam'iip.tHri 


^H mi il •Mi »iTt>H> ■• ncinto di n»< In- 
1 lenstiNd IcgiforfivHtrMiwIra. 


d-.,.-! «„.. '^ 


». raUn.milelenrtàdMioM 


25 Aon pn- far « , ni. n»n uit 


KOHid., 1. l<-,.|jf Biiiinl* e II ctnl*. 




S8. fW n«i, di « poi. 



CAirrO SETTIMO. 

Là doire il Pai^torio ha dritto inizio. 

Rispose: Lnogo certo non e' è posto : 
Lìcito m'è andar soso ed intorno: 
Per quanto ir posso, a guida mi t* accosto. 

Ma vedi già come dichina il giorno, 
E andar sn di notte non si pnote; 
Però è bnon pensar di bel soggiorno. 

Anime sono a destra qaa remote: 
Se 1 mi consenti, menèrotti ad esse, 
E non senza diletto ti fien note. 

Com*é ciò? tà risposto: chi volesse 
Salir di notte, fora egli impedito 
D'allrai? ower saria che non potesse? 

E il baon Sordello in terra fregò 'I dito ^ 
Dicendo: Vedi, sola questa riga ^ 

.Non varcheresti dopo *1 Sol partito: 

Non però che altra cosa desse briga, 
Che la nottarna tenebra, ad ir suso : 
Quella col non poter la voglia intriga. 

Ben si poria con lei tornare in giuso, 
E passeggiar la costa intorno erranflo. 
Mentre che l' orizzonte il di* tien chiuso. 

Allora il mio Signor, quasi ammirando: 
Menane, disse, dunque là 've dici 



M9 



40 



4& 



60 



66 



•0 



99. iriilo imixio, Tcro prìnrìpto, 
b, «re comincta Terameotc. Ciò dìee 
perchè finora ti erano trattanti dora 
lUa U aniau non andia ammeaaa hi 
Fargatorìa. 

40. mam t^è poiio, non c'èaMa- 
Seala. 

42. Ptr fiMmlo ir peno, fin dota 
■it pai «a^o inoltrarmi. — a guidate., 
doè, per gnida, come gnida m'aeeoiB- 
pagno a te. 

45. Ptrò è bwm tt. : però è kena 
pcnaara ann bel hwfoper paaaarri la 
uoUa. 

47. SéI mi contenti, te. Abbiamo 
accHa ^eala leiione del Cod. AntaM. 
con» pie ekfanta della lagnenla dia 
danna ahra adinoni: St mi eon»tt^ 
ti, rii wurrò od ttm, 

A^.fn ritpotlo, aoltint daVìrgilia. 

SI. orver feria te. atier i ebba 
cb'ei non ne averne in aè il poterà? — 
Convinti dalle ragioni dell' editore ro> 



mano, abbiamo preferita ^aaela ■«..«- 
ne alla comune , cbo è la segnenta : • 
non tarria che non potette; la gitala 
Teniva ioterpreUta , o non toUrù , 
no» tatirtbie, per non poterò ? Da «•- 
ter faceti in antico tatrt, a qvindi anr^ 
re, il che avvenne anche in altri Ttrbi. 
54. dopo'l Sol pmrtito: A aola è 
«mbolo della grazia di Critto , la qnaln 
maorando , non pnd l'aomo far an | 
nel cammino deUa cristiana parfc 
Puè ancbe significar la ragioaa ilh 
nata dalle scienze per cai aolo pnè e 
aegairsf il miglioramento della toeiatk. 

57 . Qnetlm eoi non poter ee^ QnaUa 
tenebra eoW impolenaa di cai è eagiaM 
rende tanza efletto la faglia cba eia» 
tenna arrebbe di aalira. 

58. eon lei, cioè eaUa taBcbra aoC- 
tnma. 

•0. Jfemfff éke Fmigionie ee. In- 
tendi : mentre il tola tla aotto V 
fante. 



\^ 



I 



290 DEL PUBAATORIO 

Ch'aver ai ptò diletto dimoranda 

Poco allnngiti e' eravaoi di liei, 

Qoand* io m* accorai che M monte era scemo, 
K goiaa che i valloni sceman quici. 

Colà, disse qoeil' ombra, n' anderemo 
Dove la costa foce di sé grembo, 
E quivi '1 noovo giorno altenderemo. 

Tra erto e piano era un sentiero sghembo. 
Che ne condusse in fianco della lacca. 
Là dove più eh' a mezzo muore il lembo. 

Oro ed argento fino e cocco e biacca, 
Indico legno lucido e aereno, 
Fresco smeraldo in l'ora che si fiacca. 

Dall' erba e dalli fior dentro a quel seno 



63 



70 



S4 diHH, di n. 

65. era tcemo, era iBctTato. 

66. A guitaehtifttMtmiee. Come 
le Talli neir «iiiinfenu da nei tbftalo toi^ 
mano incavamento. 

68. face di iè grembo, fonna ia tè 
ttesia una cavità, un 8«*ao od monte: 
t'ilitfrna. Qutrala cavità , come ai Vfdrà 
in apprnao , e rircoadala anteriurmeirte 
da un Irnibo , da no orlo rilevato. Vedi 
la n»ta 72 

70-7 1 Tra erto § piano ee. Il CnaU 
spiega : tra V cria costa e le strada pie- 
na j per la quale caniminav.inio , era un 
sentiero <il»li<|uu , lortnueu, mi eentiero 
tghemèo , rbe d cunduwi* alla N|iMida 
della lacca, due drlla camita supniddtiU. 
Ma Ira erto e piano putrflibe enni ai- 
gnifirare porle rrl». p«irfe ptono, qaali 
so({lìiino fsarr le vir a travrrstt i m<Niti. E 
qoesl» mi pare il verno vero. — in /kliH 
eo delia laerm, all'uno de' lati di i|Bflla 
cavita riicdiare; ad una delle cklrcmità 
deirwrio rhe le rircunda rsifiiiH mente. 

72. IA dove più ek' a messo ee. , 
cioè, là d<ive il Iruibu chi* cii i-oudv quella 
Iacea mmore , vnhi manco , e i ilevatu la 
m(>tà aif ni» che negli altri |Miiiti di eaao, 
di guiu che nel dello lat» la diocesa 
ebo cunduce a qwd «eoo e diddeaima. 
Ma per intender bene la fi|pira di que- 
sto lutigli, immaginiaiiHi che il miuIo del 
girmie in eni liovanai i PtHfti, a vm eer- 
to luogo e per una piccola estepiinaa 
a'arvnlli, e fonm una cavila, il eoi fondo 
dcriim paaau passo al mtHile , a a'intar* 
ni alquanti» nel fianco della soprastaato 



pandica. Gò iauMghiato, eoraprend^- 
raoM dia dal lato medio oppoalo al mon- 
te la ptceula valle è aeopèrta e aenza ri- 
paro aleoBo, ma dai lati di fianco TÌeoa 
ad evere eome dna spomle o argini, i 
q«ali hao la loro maggiore allena dove 
81 «uiscono cid mimte, e di mano in 
mano diminaemlo andranno a perdersi 
nella parte anteriore della valla dov' è 
l'apertura, a d'onde eomincia il andò 
ad avvallare. Oi a si fissi l' attcnxione sa 
qnd de' due lati della valla , nel qaala 
aoao ì Poeti: il pante intermedio Ira 
l'origine di queirargioe o apooda, a 
rastremila di esso, sarà quello ove P al- 
latta dd lombo amore a awssa, cio4 
toamUee per wtetà. Se da qaeslo aaa- 
losi pniceda verso il prindpio delrar- 
Talloiiiento, e sin dove la spoada Boa 
ba che riiTa tre paMÌ di «Itefla, saraaw 
al lutiffi» indicato dal Pt>eta , dooo p^ 
A' a tmnut muore ii iembo. 

75 «74 coeeo: ««cola d'aa fratiea 
oade gli antichi tiravano aa bd 
^biacra, iiialeria d'un colora 
aimo. die si ottiene eoa ano 
ne diiuiica. — /a4ico Ugno «e. .- faaalo 
è forse l'ebiino. 

75 Fretro «maraido. lat. : ame- 
raldo dflla uià fre»ca e pia recealo sa- 
aarlicir — ta l'ora eh* §i fio€tm, cioè 
m quel pantu die ai distacca peata da 
peno lu c«ital paniti la sua »aperfiria è 
pie liacia e di pie hi'l verde. Il God. Po^ 
giali U.:ge allóra dba fi fimrem, 

7a. doniro et qwel wemo, ia qaella 
valleiu. 



CANTO SBTTUIO. 

Posti, cmnin sana di color TinlOy 
Come dal suo maggiore è vinto il meno. 

Non avea par natura ivi dipìnto, 
Ma di soavità di mille odori 
Vi foceva un incognito indistinlo. 

Sah^ Bfffma in rat verde e in su' fiori 
Quindi seder cantando anime vidi, 
Che per la v^lle non parean di fuorL 

Prima che *1 poro sole ornai s'annidi. 
Cominciò *ì Mantovan che ci avea volti, 
Tra color non vogliate eh* io vi guidi. 

Da questo halxo meglio gli atti e i volti 
Conofrerete voi di tutti quanti, 
Che nella lama giù tra essi accolti. 

Colui che più siecl*alto, ed ha sembianti 
D* aver negletto ciò che far dovea , 
£ che non muove bocca agli altrui canti, 

Ridolfo im()erador fa, che polea 

Sanar le piaghe e* hanno Italia morta. 
Sì che tardi per altri si ricrea. 



%9\ 



so 



86 



90 



95 



7T. citffim. Int. di qneIR oggetti 
£ il M crfarv èi sopra rammentali. 

7f . «OM «re* fmr natura ae. Na- 
tan BMi ■ era contentata di solamente 
di |w n g i i ayiel terreno di oo' infinita ira- 
rfetbdÌMMnjBn d4*lla««ia«e fragrama 
di aiDr «dcrt vi airea creato un rumpo- 
•!•,«■ aiat», «mtii(M«ffnlo, incognito, 
pcrdiè Balli avea di timile con qneln 
dcNn MaCra terra. 

aa Qmtméi, dal Inogn ore cogli al- 
tri tf« vcnntau — 6alrr Rt^na r nna di- 
Tota aatilana in lode ilrlU SS Vergine 
At InCtnaM canta dopo il divino nfficto. 
Oneat* mmm appartcng«>no pare alla 
qanrii ciane di negligmii: tdlamenla 
kanao aa Inogo distinto in rigvardo del 
loro grado prìncipeiiro. 

84. Or per fa ralle te.: cèe per 
M g i aaa dclfa cavili della valle mm ri 
pofaaaa tadare dal Inogo. fuori di ana 
valle, dal qaale noi erav«m venali al 
fianco della lacca. Vedi il verso 74 

a5-87 l*HBia che 'I poro $ole te. 
InlenA : il Mànlnvami {SiirJcllo) ehe e{ 
•reavAlM. guidali eoll,c«tminrtò a dira: 
aoa iiagliaM eW ia vi gnidi tra rnlnro 
prima Ac qael poeo di ginrnn che rì- 
Bana, fieiaca. lliaa«o/H a cagioaa del 



cammino tortaoao, a che qna a 11 ttì' 
geaai, pel <|nale gli avea guidati. 

90 TAen^l/a lama ce. Suttinteodi: 
meglio che min ctinosrereale se faale «^ 
coHi fra rasi già nella lama, cioè nella 
ralle ; pi>irhè ivi qndlc anime die pri- 
me ti ofTiireU»<>ro agli occhi rnstrì, 
T* imprdirclibero di vedere le altra cha 
stan dietro. 

91 ■ ekt pie tlctTallo. Coma impe- 
ratore. ^ ed ha iemhiamti Cuti la 
Kid. meglio a paierniiochrlacom.e/<(i. 

93 rke non muore 6ocra, cioè che 
non canta Safre Aeytiic, coma gli altri 
fanno 

94 . Midoifè, di Habsborgo, il padre 
ddr imperatore Atbrrto d'Austria ; del 
qnal Ri«lulfo dice il \ iflant, lib. VII, 54, 
che se avesse voluto passare in Italia, 
sema contrasto n'era aignora. Bidolfo 
mon nel IS'.tO. 

96 51 cAe farrfl te.; t\ die il 
•occorso die altri volesse recare ali Ita- 
lia sarfbbr tardo. 0\«cro: ti cba tar- 
di, fuor di tempo, essendo ella ornai 
aorta dt* Ile sue piaghe, altri tentare di 
ricrrarla,di gnanria. E nsato, coaie al- 
trove, per pia rvidrnza il pretante ti ri- 
crea por il fatare ti rierttrd. E fttrta 



DEL FDBCMOniO 1 

L'altro, cbe nella vista lui conforta, ' 

Resse la terra dove l' arqua d3»«, 
Cbe Molla in Albia, ed Albia in mar ne porla: 

OUachèro ebbe nome, e nelle fasce 

Fu meglio assai che Vincislao suo 6g1io 
Barbuto, cui lussuria ed ozio pasce. 

E qnel Nasello, che stretto a consiglio 
Par con colui e' ha si benigno aspetto, 
Mori fuggendo e diiìlìorando il giglio: 

Guardale là, come si batte il petto. 

L' altro vedete e' ha fallo alla gnaocia 
Delle sua palma, sospirando, letto. 

Padre e suonerò son dei mal di Francia: 
Sanno la vita sna viziala e lorda, 
E quindi viene il duo) cbe si li lancia. 

Quel che par si roerabrulo, e che s' accorda 






Allro 



di Ani^di barbi MUcI 



iiiba 



I 






«»™'*"Ili.«lia a- . • 

■an II soglia, «111 aa ne la, * tOBtkiH 
a^Kltar* Gnclti rwl folilliili (an gin 11 
Vnipa IM I* riparti, nidaira putini, 
>oa lolla; Arrigo micia, bob pi>l«. 

9'. tht Ulti» villa Imi cim/'Drìa.- 
alwni<alradÌeoi.I<»UrlD. 

)8-«l. Reiu la Urrà h.. cìdì li 

llulUD'Hul<1»i,riu 



JiNiivaiT«,>)>llt>ilCi 



l-ri|D 01 



«■«(uggirBiPam- 
cUiando far --■-"- 



Francia, cbe bi per ilraina il mUo. 

106 comt ti tali* il pillo, li M- 
gioMdi ,iù tidillil «no 110. 

107-IOS l.allra, cioè it Mpr*Ì- 
dotlo Arrida III re t< Nifim. — la 
falla alla oianeia ce .- mpiniida il 
r.llo .ppuiTBi- di "■• dell, «w pitM 
alla dDincii' Quoto à alla di cbi t 



L 



^Otl-^a'ì.e luat faia. Inlandl 
bhI'' iperboli, dii dmgliitiiìMofii 

■ao ii|[io V^yio'd' 



nlli 



t'hiama Filipmi il Srllo, ed * «fro- 
lli . li latHia, gli IrapiMa, |U b- 
4I2-M9. (^ e** farti wtm. 



CAUTO SETTIMO* 



tn 




CanlaDdo con colai dal maschio naso, 

D*ogni valor portò cinta la corda. 
E se re dopo Ini fosse rimaso iU 

Lo giovinetto che retro a Ini siede. 

Bene andava il valor di vaso in vaso; 
Che non si pnote dir dell* altre redo. 

Jacomo e Federigo hanno i reami: 

Del retaggio miglior nessnn possiede. m 

Rade volte risarge per li rami 

L* omana probitate: e qnesto vnole 

Quei che la dà, perchè da lai si chiami 
Anco al Nasuto vanno mie parole 

(Non men eh* all' altro, Pier, che con Ini canta), m 

Onde Paglia e Proenza già si doole. 
Tant* è del seroe sno minor la pianta, '^ 

4\9. Jmeomo m. Intendi: Jocomm 
e Fcdtrìgo. scinoli di PiaCro III, h^wam 
ì rMmì •olamcDto, il primo l'Aragona, 
l' altro la Sieilia, ma naaiva di loro poa* 
ùada reradiU misliora, cioè la Tir là 
patema. Il Bnti ha: ma*l rttmg^Ì9 
wtiglior. 

42M25. Rad» aollé ritwrg§ «e. 
Rada yolte 1* umana probità dal tronco 
•ale nei rami, doè rada Tolte dagli ati 
paaM ai nipoti ; e mietto Tnola Dio, 
perchè da mi ti ektawU^ a Ini ai do> 
mandi, che è fonte d'ogni TÌrtè, a da 
cni ado ?iana all'anima la vara nohil- 
tk, U Tara grand<va, non dai nateli, « 
né dai tnperhi titoli. 

424. a<JV(u«fo, detto disopra, cioè 
a CarloI re di Sicilia. — iiti§ parole. In* 
tendi : intomo ai figli degeneranti. 

125. ck§ eom M, cioè, con 
Carlo nasuto. 

126. Onde Puglia: cioè, per 

Ha a Pm 



Pietre III. che In £ 
membra: in coronato 
p.— 1.^1 4276 : ebbe in moglie 
figlia di Manfredi, ed oecnpò 
éofa i faBMai Teapri. Sa ne è 
mtka altrota. — che Raccorda 
ìtmda, che canto te Sahe Regina 
•aW dal maachio naso, doè con 
Orla tradì SiaiUa. Credcai per alami, 
», aaaottdo che è più o meno 
, ai poasa argomentare la 
• minore fona firila. 
144. Vagni valor te. La corda 
dilli ai lombi . come notammo altroTo, 
è mabole adla Sacre Carte di alcuna 
fisti prolmaate , e per lungo oso fatte 
fwd sntare. Onde qui si tuoI dira che 
aiW, Pietro HI, andò cinto d'ogni 
■amara di Talora , ebbe ogni virlà. 
444.£tf gtoHnetto. l'ielro 111 ebbe 

Cifra figlinoli : AlfonsOf Jacopo, F^ 
go e Pietro. Crede il Coste die il 
gieTUMlto aecennat» sia Pietro, che non 
aneeaaM in aK-nno dei reami patemi : io 
p ai òion d'aTvisocbe yoglia dire d'Alu»a> 
ao, il primogenito, che n«l 1285 soceea- 
aa al padre nel regno d'Aragona, e mork 
seau figli nel 12u4 nella fresca ctè di 
29 anni. L'eapreasioae fot$9 rimato fa- 
voriaee, a parer mio, queste spiegan«»na« 

4 17. di ra<o in voto. Int. metefo» 
rie., di padre in figliuolo, di re in re. 

448. Cito non ti pnote dir te. Il 
che non si può dire cmere aTtanoto d^ 
gli altri ercni. 



giona del qnal Cartel. Pugli. «. .w.,^^ 
la si dolgono del mal governo che na 
fanno i dlie«*ndcnti di lui. Int. Carlo II. 
427-129. Tante del teme ee.Tauto 
la piemia, il generato, Carlo II, è mi- 
nore del generante, Carlo I, quanto Co- 
stenu tt Tante anc'oggi (poiché nel 1 50# 
ara sempre viva) di marito, pia che aoa 
aa na Tanteno Bcatrìca a Margharite; 
doè, tento peggiore è Carlo II di Car» 
to I, quanto di costui fu migliore Pia» 
tra III. Insomma t* è tento dÌTarìo ta 
bonU tra Carlo il e Carlo I, quanto «a 



t94 



DEL PmUSAIOftlO 



Qatnto, piò che Beatrice e Margherita, 

Grostaaza di manto ancor si vanta. 
Vedete il re della aemplioe vita m 

Seder là solo, Arrigo d' Inghilterra; 

Questi ila ne* rami soci migliore necita. 
Quel che più basso tra costor s' atterra, 

Goardando in suso, è Goglielmo marchese, 

Per cui e Alessandria e la soa guerra m 

Fa pianger Monferrato a il Canavese. 

n'era tra qnctl' oIUom • Pietro IP Ara- bsooe ra, il ^ale feee gran coee. Qne- 



fona. Pietro d'Anneoa ebbe in niof lie 
Coftanxa Bglia di Manfredi; e Carlo I 
d'Aogiò fa marito da prima di Bealriee 
Sglia del conte Reinnndo di Provenia. 
e poi di Margherita Sglia dMInde dncn di 
Borgogna, rorae il Poela ba nominato 
eoa) queeU dna prinripi per le loro con- 
torti, volendo moetrarli ancbe dal lato 
deUe Tirtà deoMalicbe e delle fentiUna 
dell' enÌDo, di cai le aMgli aoao per 
l'erdiaario migliiiri giodia. Molti eo- 
Bentatori. tra* qnali il Ceaia , crcduno 
ebe Beeinee e Margberiui licno le dne 
Sglie del eonte di Pioverne meritate, 
la prima, come a' è dettola Carlo d* An- 
«ò, r altre e Sen Luigi fratello di Ini. 
Ma eam' entra qai San Luigi ? Altri la 
anppeaero le mugli de' due Aragunen 
Jacopo e Federiga ; me eltrecbe ai fa- 
rebbe ripetera al Poeta nn eooceUo gik 
eannzieto di «opra, aappiamo dall' iit<^ 
ria cbe mtiglie a Jecopi» fu Bianra, e a 
Tederigo Eleonora , nglie ambodne di 
Carlo II. 

\Z\. Irrigo. Arrigo III d'Inghil- 
terra, figlinolo di Giovanni, fn tfmulica 
■omo e di buona Cede, a padre d'GJnai^ 
do I , cbe , ticcome dice il Vdlam , fa 



af Arrigo fn poeo alto alle cose dt* I go- 
verno, tanto cne il tuo regno fn turbale 
da tumulti e da aedìiioni, e nel 1258 
i baroni , ebe aveano alla tetta il conte 
dfi Leiocater, gli ai ribellarono, ed ri ne 
reato vinte e fatto prigione, finché il 
figlio Io liberò e gli reatitni il trono. — > 
Sed9r ié toi». Dice aolo per eianificAra 
dM i ra di semplici eoetamà e li bnou 
fede tono eeaei rari. Gfaccr Ié 9ot§ 
legge il Cod Poggiali. 

i32. ka... migliore «arite. Intea 
di: è più Mire di Pietra e di Carlo I 
nei enoi rami, cioè nella ana pref i^ ; 
porohè Odnerdo tno figlio fa gran prin- 
àpe, ed aggiunie all' Inglnllem il pti^ 
cipato di Gallea. 

453. Quel ek§ pie batm «e. Gi- 
glielmo , miircbeae di Monferrato, per 
Don ewrra di aengne reale è ^ poeto 
più bantu ileyli altri. Costai fn niaae da 

Snelli di Alessandria delle Peglia, e lia- 
binso in una gabbia, dove mon ik d^ 
lorc nel 42u2. Sego) onindi ana goerra 
crndclr ira gli Alessandrini ed i figlinoli 
del niarcliese, ot^lla ijnele cbber la p^ 
gio quei del Muuferrato e del Caaavese 
ékie suatcaevan la eaaaa dm lem aigoori. 



CJkXVO OTTAirO* 



riM* !■ strm, « émt ^«««fi sttmémm 4mt Ci0f m fuarMm éettm vadt Arf màUtm ttrft 

mHU imstétmlm. Ntllm ^usié tmoUrwim fr« ittmkrt • Tarn, natmatee rjhgàitn Ihmét^f'i- 

tt et Pisa, mm «Mi M trmmtma ai^ummm fmftmmmmém B»t'^ m fwwi» ttmifo tt »«ft, • ffM Jl^ 

M rfi avMaia* rpMNi, • «at sttm mmttm rf«U* «ft I» fmtmitm. Dstm «è. mmift m Dm0r Cm/^ 

Miimi^'ud^iad*mé»mmu99 4«àamifmmfmUà niyrft il IW«« Mo ■• MTammim rfl 

mC« 



Era già T ora che Tolge il disio 
Ai naviganti e intenerisce il core, 

1-6 Era già Form te. Coelr.: Era già fora che volge il ditio e imiem^ 



CAlfTO OTTAVO. 



295 



IO 



15 



Lo dr e' blu deuo a* dolci tmid addio; 
E che io novo peregrìn d* amore 

Punge, ae ode squilla di lontano, 

Che paia il giorno pianger che si muore: 
Qnand' io incominciai a render vano 

L* adire, ed a mirare mia deir alme 

Snrta, che i' ascoltar cbicdea con mano. 
Ella gianfo e levò ambo le palme. 

Ficcando gli occhi verso l' oriente, 

Come dicesse a Dio: D* altro non calme. 
Te lueii anie si divotamente 

Le osci di bocca, e con si dolci note, 

Che lece me a me oscir di monte. 
E r altre poi dolcemente e divote 

Seguitar lei por tutto l' inno intero, 

Avendo gli occhi alle superne ruote. 

lentN», cMÌccbè rtità quello per me an 
MDMivano. 

9. Suria, «laUii ia piedi. Qnrlle 
aiiiaie, rtmie è drtto, MdnaiM in sul 
vci d« e ìd MI i fiorì. — chgVmMeoUmree., 
che rolla meno Cereve eeono alle altre 
accittrcbv i' ■«ciilU«eere. 

tO. Sllm gi%tm»t^ éìt do) iaeieflw; 
• Uro, rd allò le mani : è l'aUefgia- 
laente di clii prrf»a. 

1 1 «erw /' f»Heftli. Gli •■liehi cri- 
eliaai, orando la nuile, volgevaoo la bc- 
eta 



4t nuore mi ntniganli. Lo <H (ta 
faci gìanifi) eh^hmn dello euLlin adnM 
maM,eeh» p umgeémmereilmnrop0- 
fw§nmm,m edw ec. llepMMrrdi>lla luee, 
i dorano én latto il rrratii fa ai che le 
imai|ÌBÌ drilc eaae piò rare rìtiinmio 
^ìfemme •ll'amnio. l'errìò dirr il Pnela 
Af ««fseirora (1* ultima di>l iptirim) 
Af lalaBcrnce il rvure ai dh vigenti , 
dartaadvTi il drtidrrio dr|;li amiri a 
wm kaa detto addio ^elto kiraao di ; e 
cW panffi d' amore il nmHIo viaa- 
èmtUtj nné fti fa arutire un m4*lanco- 
■■•• Jaridtna «lei laonati runijiniiti ed 
aaìcì, «V ode da Innfp il ««uno di al- 
ana cmipaoa. La rampane a r«i si 
eval aeminare , è <|ueila * hr invita aU 
rjw Mmrim della «ira. e rlie vera- 
■MSCe adita in qnaUlir «iistiin/a i|uando 
•fin eaaa ti lare, e l'ofiilira s'a«aii/a, 
pare cW pianj^ il gi«»rno die finisce, 
••de ai aolilano «iaiulantr s'ereri^are 
la BiettiEia, e il dnidcno lidla tara pa- 
tria ■ Cile Mie^ ita, rhe incanto di pitraia I 
C q«i ti ncAi come l'AlijbHni Don Milo 
lìipilla ffrligiea am ente i dnmmi fMla 
S. Cfc ia w , HM anca le pie erede me e le 
di«i4e u nae i nanfa, da cai a tempo ta 
trar partito per ìulareaMre il c«ere dei 
•«•« leggilon. 

7-a mrmdrrtmmVmàirw.CMk^ 
t Doa adir pia eoaa air una ; o qaaado il 
■io «dito non fo pio efleCtn da •■•ao 
alcano, a cagiuae del tn|iraTTeflulo ti- 



poi 



a i|iiella parte doade nasre il ade, 
•'he (■•cieiilera\ano il aole orteate 
eoRie nimlitilo di <ì*iii Criato, hatoratore 
della natura aniana rorroltadal peccalo. 

12 wm emltmét noa calmi, noa mi 
raro d' altro che di pacato biìmIìco 
orirmte, 

13 Te lurii mnU, è V inno che si 
eanta ibllat^ieM nell'ultima parte del- 
ruflinn«li«imi, che direM rumpieta. 

17 />er ImIIo/' inno intera. La pr^ 
ghiera rontenula nella aeconda alrofa 
dfirinoo fio Olio eoBvrnivaai earto a 
•luelle anime libere timai dalla earm- 
Dfiue della materia ; ma lo faUM etia 
per ^lei rhe «iino ancora in vito.aap^ 
riatmenle pei grandi, che viveooo, co- 
ni' eoii un it'nipo, tra gli agi e le daliiie, 
tiioo più e«p«>»ti agl( aMalli dello ipirito 
di losMiria Ma %rdi Milto la noia 19. 

18. cfieiafNnie mole, alle roiauli 
flfere rrlcvtt, al rii'Io. 



Agniza qni, letlor, ben gli occhi al vero, 
Cile il velo è ora ben tanto sottile, 
Certo, che 'I trapassar dentro è leggicj 

Pvidi quello esercito gentile 
Tacilo poscia riguardar in eue, 
Qoasj aspettando pallido ed amile: 

E vidi uscir dell' alto, e scender giu6 
Due angeli con duo spade aETorate, 
Tronche e privale delle punte sue- 

Verdi, come foglielle pur mo nate, 
Erano in te^te, che da verdi penna 
e iraÉn dietro e ventilale. 



L'un poco sovr a noi a star st venne, 
E l' altro scese nell' opposta sponda, 
SI che la gente io mezzo si contenne 

Ben disccmeva in lor la testa bionda; 
Ha nelle facce l'occhio si smarria, 



eDifioU dclli vuiiHiB (he urna p<r D4r 
rirli ; pircioccUilMDwnuiriliili ou 
(icilmrtilc li put psiulrtr*. Ui dil 



I 



TcnkurB ■ ilihutuls dijli uultì dd- 
l'inlcroili urpeoU, cb'igii ftrttim 

Ilio IcEgc il CoiTacL 

37. pHralf dttU fwib (m D>m 
priY.!» .d.ll..piiule .ne, P.r .igo.fir«. 
ella li gmUitu ilimiii, ilijli quili •sdii 
■ìitiliBlo iiueilt eplilt, HDD t mù dii- 





Derno dice, che nella dae >ped» .pan- 


qai topn sp»U. Straudo lo» hl»- 


leu degli engeli »bo Gfarali i rìmtdj 




utlilt. ebe Hiui ODI t>iI> dqIId ■roU 


UDO ■olaintDla foEire. <■«> tpooge- 


> peDetnU* * hcilg pMMr olirà Hon 
tntrlJrla, • ipp<ll>rii o«t kidjiIki ko- 


re. E ti tugano »ll' ocaiiona, aiutale 




w iMI> IvIUra. Me qnnu u cbiimie- 


Anteli. 


nkb* « Tolet Ironie il ptl ■•li' uo». 


28-29. Ttréi tt. Tmlì tm* in 


B ohe UH Ji sia nelDrelt clioanErlira 


vt$U, dica «m h(l modo portin, iaien 
di dira: Tardi a>e*aiio la teili. Ttllt 


il Idton cb* «Ilo le dt»n.i.^. <he w- 


p* iti diiflio one dotIr.n. o o» .roso 


(>1»r. por «,,1. ~ tome fottiMp^r 






fat Btntttv fetilniiHile, twnds l'it 
legarnneiuiieiint >l »»» propr»! E 


U inda, come cieuuD ea, a dabolo 


«Mio UTOmuo biU'e irmele uii 
nlaiieiw illa «h Jiiio», il pcricDli:*! 




reuu e ennlurler doelle aoiiBa. 




2U-3D. cto <b verdi pni Pfr- 


«ni. Aé prìKipi, »ll. p.Je-B^tila, 
qMl <ha «'dcurìia di loro i>,:lla •«[■ 
MU drl Piipse Iorio. 


etnitt C«i™i«tieinlcndi;C*« IrWx 


dulro pcrniit < cmlilola da «rJt 


ptnKt. oio*. (ba Iraexui di'ira bal- 


M pie«ia»p*i;«iuloM.,tÌ(^«pi-t- 


«ule a agiUK per l'aria dati* loro 


lud.. umiltDenlc gli aaucli dil cÌoU cha 


tcrdi ale. 



CANTO OTTÀTO. 

Come Tirtù eh* a troppo si confonda. 

Ambo TOgnon del grembo di Maria, 
Disse Sordello, a guardia della valle. 
Per lo serpente che verrà via via. 

Ond' io che non sapeva per qoal calle. 
Mi volsi intomo, e stretto m' accostai 
Tutto gelato alle fidate spalle. 

E Sordello anche: Ora avvalliamo ornai 
Tra le grandi ombre, e parleremo ad esse: 
Grazioso fia lor vedervi assai. 

Solo tre passi credo eh* io scendesse, 
E fui di sotto, e vidi un che mirava 
Pur me, come conoscer mi volesse. 

Tempo era già che l' aer s' annerava. 
Ma non si, che tra gli occhi suoi e' miei 
Non dichiarasse ciò che pria serrava. 

Ter me si lisce, ed io ver lui mi fei: 
Giudice Nin gentil, quanto mi piacque. 
Quando ti vidi non esser tra' rei ! 

Nullo bel salutar tra noi si tacque: 
Poi dimandò: Quanl'è che tu venisti 
Appiè del monte per le lontane acque? 



897 



40 



46 



50 



65 



1$. Com» vir(* «e. • Omnti «e»- 
tmtuptrmuUa cofrumpil «e»- 

• 4ÌM knsMUXt. Ona troppo viva 
■■ troppo forte odore, no toooo 

gagliardo ce., offendono il ro- 

• organo, e ne confoodooo la 
, vitiva, olfattoria, acustica ae. 

87. M grembo di Maria, cioè da 
fati laago del ciclo, ove siede Maria. 
WÈtfira di poritè. — Vedi il tuolnugo nel 



.. Canto XXII. 

sé. Ptr lo ierpenlé, per cagiona 
M acrpenta. 0D4e iropeoirgli di far 
inaile anime. La valletta 



ita di o4loroai Cori umbuleggia pro- 
baUtnaatef com'bo «ccennato, la tem- 
perai dgnoria; il terpé, le inaidìe e i pò. 
ricoli d'ogni maniera che la circondano, 
•ad* apeiao impallidistono i aavì prin- 

2* qnaado pii lo fluito volgo gì' lovi- 
. — 9ia via, cioè subito subito, in- 
coatanenta. 

40. perfual eaUi.Sottiataoiì: do- 
Tcaar venire. 

43 c/la /Uklc apoi/^. alle tpidla di 
Tirgilio, nel quale io confidava. 



43. E SordtUo ancho: cioè, a Sor- 
dello di nuovo parlando diaaa. — ao- 
vaUiamo^ cioè, scendiamo nella valle. 

45. Gfaxioto fia hr «e. Grato as- 
sai fia loro il vedervi ; puiebè ali uomini 
illustri ffodooo di vedere a ai udirà i 
poeti, dai quali possono ottener fama 
nel mondo. 

48. Pur ma, solo me. 

49-51 . Vaer t'annerava ee. ini. : 
l'aera si oscurava, ma non tanto cIm 
non mi dichiarattet facesse chisro, 
lasciasse vedere cto che pria serrava, 
eie cbe prima teneva chiuso, impediva , 
doé lo scambievole riceooadmento. 

55. Giudice Nin. Nino, della casa 
Visconti di Pisa, sladica nel giudicalo 
di Gallura in Saniegna, capo di paria 
guelfa, nipote del conte (wolino della 
Gberardesca. Fu egli nel 1288 cacciato 
di Pisa, e mori in seguito guerreggian- 
do contro i Pisani. Dante lo avaa cono- 
sdoto air assedio del caatallo di Caprona 
Bal42UO. 

57. per le loalana aciiae: per si 
lungo traii9 d' acque , cioè dalla foca 



^98 ABL POEGATORIO 

Ohi dissi luì, per entro i luoghi tristi 
Venni stamane, e sono in prima vita. 
Ancor che 1* altra si andando acquisti. 

B come fo la mìa risposta udita, 

Sordello ed egli indietro si raccolse, 
Come ^nte di subito smarrita. 

L* uno a Virgilio, e l* altro ad un si ro\^ 
Che sedea li, gridando. Su, Currado, 
Tieni a veder che Dio per grazia volse. 

Poi volto a me: Per quel singnlar grado, 
Che tu dèi a colui, che sì nasconde 
Lo suo primo perchè, che non gli è guudo, 

Quando sarai di là dalle larghe onde. 
Di a Giovanna mia, che per me chiami 
Là dove agi* innocenti si risponde. 

Non credo che la sua madre più m'ami. 
Poscia che trasmutò le bianche bende, 
Le quai convien che misera ancor bramì. 

Per lei assai dì lieve si comprende, 

del Tevere Coo al monte del Pvgtlorì». 
Vedi Canto II, T. 100 e erg. 

58. Oh ! disti lui, per •miro i fiw- 
ghi tristi §e. Non ptr l'tHide ch« to 
credi, ma IraTenanau 1* Infero** giiinii 

Jni stamane. Voh! è on'esclamaiìoue 
i maraviglia peoatodo al cammiao da 
Ini fatto. 

59. in primM vila, nella vita mor- 
iala. 

CO. Ancor che Valtra^ ancor cbe 
l'altra vita immortale, ti andando, fa- 
cendo questo ^iaRgio, aeqnitti, mi pro- 
cacci, in \irlà delle cuav rhe imparo. 

62. Sordello ed egli §e. Sordrllo 
non s'era per aocbe accolto che Daota 
ara vivo. 

66. Vieni a reder te. Vieni a t^ 
dere che cusa Iddio {ler sua grazia vol- 
le, citte che an nomo veoiaae vivo fra 
l'ombre de' morti. 

67. grado, riconosrenra. 
6'J Lo tìio priwM perchè, cioè la 

tna prima cagione, o ragione di opera- 
ra. — che non gli i guado te Inten- 
di : ti che nun vi è rondo di guadare, di 
penetrare sino a qnel perthè, — gli 
vale ri. 

70. di là dalle largho onit, di là 
dal va»t(> mare che ciroiniUi il uivota del 



66 



70 



76 



no\ cioè nel BMwdo, aell'* 
tfarfo abitato dagli nomiiii. 

74. GioKomnm, figlinola di Nino del 
Viscouti di Pi»a e moglie di Riccardo da 
Camino, Trivigiano. — cKeporwttthim' 
mi, che per me preghi. 

72 Là éote ogrimuiotinH te. In- 
tendi : U su nel cieiOf ove è aacultata la 
voce degrmnticcnti. Benvonaloda Inii !a 
alla paiola innocenti chioaa : poiché ri 'a 
era fanciulla e vergine. Forse fa data in 
moglie a Hicrardu dopo il 4300 a dnpo 
'la morte di*l padre suo. 

73 la sua madre: Beatrìco Sfar» 
chesolta, moglie di Nino e ptiacia di Ga- 
leaziu Vibcunti di Milano, il matrlino- 
oio di Bi'utrice col Viacooti avveuna 
nel 1300 Bcatiice aveva allora S2aooi, 
e Galeazzo soli 23. 

74. Solevano la vedove cnifer>i il 
capo di bianche bende in segno di cor- 
roi'cio. InU'udi dunque: trtammìò lo 
bianche bentie in altre di gaio colore ; 
passò dallo stato veilovile ao altre nor/e. 

75 Le quai cònvion che miurtL 
ancor brami, per non trovarsi troppo 
J>ene col nuovo marito. 

76-78 Per lei oMMoi di lieve te In 
qneslo ternario morde cou bel nui!i> 'a 
leggerezia a incottanxa delle donne, m 



CAirro onrA"TO. 

QmdId In llBimiiiiia feeco d* amor dura, 
Se r occhio o il tatto spesso nel raci-ende. 

Non le farà si beila sepoltura 

La Tìpera che il Meiane^e accampa, 
Com* avria fatto il gallo di Gallwa. 

Cosi dicea» segnato della stampa 
Nel soo aspetto di quel dritto zelo, 
Che misarata mente in core avvampa. 

Gli occhi miei ghiotti andavan pure ai cio\o. 
Por là dove le stelle son più tarde, 
Si come ruota più presso allo stela 

E il Duca mio : Figliiiol, che lassù gnardeV 
Ed io a lai: A quelle Ire fecelle , 
Di che il polo di qua tutto quanto arda 

Ed egli a me: Le quattro chiare stelle 
Che vederi staman, son di là basse, 
E queste son salite ov*eran quelle. 

Com' ei parlava, e Sordello a sé *1 tra<ise 
Dicendo: Vedi li *l nostro avversano; 
E drizzò *1 dito, perché m là guatasse. 

Da quella parte, onde non ha riparo 
La picciola vallea, era una biscia, 



iqQ 



80 



ti 



■Ìp9 !• fii 3 prwraie • il ncmm pr»- 
irit ■! pmmCo « al lontano 



Lfl riperm rke il Mrlmum me- 
ì. La vipera che il \ ÌKcuati mrtte 
mI MOipo ^1 MIO fudii E iMilii die sa 
i HBolcrì ai aciilpierc l'arme della fa- 
■iglu a cai apparlcooe il lepiilto Or 
b vipera ral aepnlcro «li Heatrire alle- 
ritaaJo il avo ptico am«tre «lU nieinnria 
M piiaa marilo, a la ooo tinppa coo- 
aanita, aarebbe alata men bello orna* 
■colo cbe il gallo , rh' avrebbe rantalo 
!■ aaa voHorìla miMlestia e fi-deltà. II 
àm ì tnte marito ti «ppflU alla Icnba , 
ftrAè aolo ooalche tempo ilopo la loro 
■•rie ai lìoJica il ìraro de' potenti, a ai 

ai tf golfo, ttemiM dì Nino do* 
éki di Gmllura. 

91 irgnato deUm ttmmpm, improBO 
■d folto dell 'impronta ce. 

aS. di quei dWflo telo ««.: di qael 
gìsalo Belo rbe avv«in|>a, aia eoa ni- 
fva, rome asola ia culai rho parla 
moaao da ragiona o da virtù , aao da 
ira o odio. 



85. ghÌ4>tH, cioè aridi. 

ae Pur là, aolaoMaU là. —dora 
la atelU ee., ami vano il polo aatar- 
lieo, ove t'Hpporenlo nviduaiooo dri! ; 
alella, faccndiai per iapaiio pia mi: • 
di qoelln IO eha ai firano la alalie f <- 
ÒBo aireoaainro, è a»aai loota. 

a? . si €»m9 mola, ce.: sicromc 1^ 
parti della ruota rhe sono piò pnai»o 
mll» cfcto. eM»e all'aac, d peraa. 

89. quetU Ira fmeeUe. (^cOc sua a 
U alfe dell' Endaoo, della Nave « 4. 1 
Paarc d' oro. Alteforicanteotc po<4«iaii 
^arste tro atdic sigailìrare le Ire «ittti 
teolugKbo, cbc si mtatraa la aera, par- 
cba fucata è pia atta al raccogliiiK iito 
a alla conlemplaciooa. L'altra «{a^Uro 
riguardano la vita operatÌTa, e pere si 
vadooo al asalliao. 

87 Da qitM» pmri» anda ■»• ha 
ripara: laieodi la parie oppiala al 
■onte, oasia la parla a a l ari o rc d^lla 
vallette Vedi la Btite 72 dd Caato pra* 
cedrate. Allegor. . il teotelora ci aiaa!a 
taospra dal lato o<«tro pie daboK. , a 
doada siaBi oicao dilieai 



300 



DBL PURGATORIO 



Fono qnal diede ad Eva il cibo amaro. 

Tra r erba e i fior venia la mala striscia, 
Volgendo ad or ad or la testa, e il dòsso 
Leccando come bestia che si liscia. ^ 

Io noi vidi, e però dicer noi posso. 
Come mosser gli astor celestiali. 
Ma vidi bene e 1* ano e T altro mosso. 

Sentendo fender l' aere alle verdi ali, 

Foggio 1 serpente, e gli Angeli dier volta 
Soso alle poste rivelando iguali. 

L' ombra che s' era al giodice raccolta. 
Quando chiamò, per tutto queir assalto 
Punto non fo da me guardare sciolta. 

Se la lucerna che ti mena in alto 
Trovi nel tuo arbitrio tanta cera, 
Qoant' è mestiere infino al sommo smalto. 

Cominciò ella, se novella vera 
Di Valdimagra, e di parte vicina 
Sai, dilla a me, che già grande là era. 

Chiamato fui Currado Malaspina : 

99. Forst qual, fon« tal*, qval* degli •ngeli alla bncM^ianjBi leve 



10^ 



10S 



ilo 



iti 



fa quella ec. 

400. la mala ikitcia ee., la langa 
• trista biscia striadaota. 

401. Volgendo «e. Il ?nio ai Tasta 
aenpra di forma e di atti lastng^iieri 
par innmiani oel cuora. 

405. h noi vidi «e. Intendi : Non 
fidi coma gli angeli si moaaero , pcrdiè 
io era intento alla biscia , e sì inatanta- 
nco fo il loro lararsi; ma li fidi già 
maaai e volanti. 

404. gli attor te. L'aatora è ne- 
cello di rapina, e dà p«r la caccia alla 
aerpi. Qni chiama i due angrii con que- 
ato nome ^ per significare la rapidiik a 
la forxa cun che disceudef ano a fngan 
la nemica biscia. 

405. Jfn vidi bene oc. Con questo 
Terso esprìme mirabilmente la TMocità 
da' due angeli. 

iùS.alU po$t€, ai luoghi otu prima 
arano postali. — if/utUi, eguali, a pari. 

109. l'omòra, cioè V ombra di Cur- 
rado, la quale era stretta a Nino Gin- 
4àM enando ei la chiamò dicendola: 
SUp Cnrrmim, vieni a vtéer «e. 



gli oochi da doaao. I Codd. Yat. 5190 a 
Antald. leggono con migliora aroMmia : 
Fnnto non fk da megnmrdariXMtMim. 

412. Se la lucerna «e., cioè, at 3 
luoM, la diTina grana illnminanta. 

415. foiiUi cera, ttntt coopan- 
dona del tuo libero arbitrio: mma In 
cera è alimento del luma, caak la fe- 
dele corrìspondenia dell' ooom 
aoe e aocresce la grazia. 

114. ai totMoo tmaUo, al 
ddo. Lo rhiuma imal$o, perchè ^pa- 
rìaee ai nostri occhi come un bello aButo 
aaurro. Ma foi-se si potrebbe anco inten- 
dere della ama del monte sa s al t a t a d'en* 
be a di fiorì, come si vedrà a aao laogo. 

115. «a noce/la «era. Com mI- 
rioffnio, COSI nel Purgatorio imma- 
gina Dante che le anime non abbiano 
alcuna n<itizia delle cuae che nd mondo 
avvengono di presente; e ciò per afcr 
frequente occukione di dir qnd tka aenta 
de' suoi contaniporaod. 

410. Valdimagra, distretta ddla 
Lunigiana. 

4ì7.ehegià grande là era: t&oh, 



410-111. per lullo qneltaiiaUo dm già ìa qnol luogo io era potente. 
Punto re.: qaaalo darò qudl' avalla 118. CAiaaialo /M Currado Ma 



CAUTO OTTAVa 



304 



Non «m r antico , ma di Ini 

A* miei portai 1* amor che qni raffina. 

! disti lui, per li vostri paesi 

Giammai non fui; ma dove si dimora 
Per tutta Europa , ch*ei non sien palesi? 

La fama che la vostra casa onora, 
Grida i signori» e grida la contrada, 
Si che ne sa chi non vi fu ancora. 

Ed io vi giuro, fl^ io di sopra vada, 
Che vostra gente onrata non si sfiregia 
Del pregio della borsa e della spada. 

Uso e natura si la privilegia. 

Che, perchè il capo reo k> mondo torca, 
Sola va dritta , e il mal cammin dispregia. 

Ed egli : Or V&, che il Sol non si ricorca 
Sette volte nel letto che il Montone 



420 



iU 



430 



Di in ObtaiMM MalMpini tì* 
Tcilt Bel Xn secolo nascoTt ma Corrt* 
èmy A9 aUmaì •Corici disUoipiooo «ci 
M«e éì Aniieo, morto nel 4230. Qm> 
flfi cU« avattro 6gli : Moroollo, nar* 
cWm ék Malano; Manfredi, marchcia 
£ CpTigallo } Federigo, marcbat* dB 
filifrailea. a Alberico. Da Moniallo 
di Molauo, morto nel 4285, 
Fraoccachino, presso il naala fi 
«aoii* Dante nel 4506: e in Molano, 
M vaecUo Castello, si mostra ancora 
■a nato di torre cbe cbiamasi la larrt 
éi MkuUt, a lì pratao nna casa rba eoli- 
aarva aampra il noma di lui. Da Man- 
froéi maraiese di Giovagallo nama 
Mandlo H, quello cbe nel XXIV dal- 
V infèrno è detto il Vmpor di Val di 
Jfafm. Da Federigo di Villafranca aa^ 
qmm Corrado e Obìzzino. Questo Cor- 
rado, cIm morì nel 4294 , a fa padre di 
qoella Spina di coi narra il Boceaeeio 
in osa soa novella, è Terìsimilmanta il 
personaggio col quale parla ora il aa» 
atra Poeta. D* Obmino poi nacqaera aa 
tètra Moroello a on Curradina, cba 
soM> qaai gioTani Malaspini per coi 
Dania aadA ambascia torà al Vaacafa di 
Looi. 

4^. the qui raMna, cioè, H mjl- 
nm, ti raddiri%%a. Vale a dira, cba dai nt 
lerrcoi oggetti si rÌTolga a Dio cba sala 
i èa amara ; o , se raoi pia aaapliea- 
menta, ti purifica della cama a dal 



aaagaa , a dÌTanta tatto apiritnala a dì- 
fioo. 

422. Giammai non fki. Intaodi: 
prima del 4500. 

425. eh'H non tien palati? cioè, 
dia essi non sisno cbiarì a famosi ? 

425. Grida , celebra. — i tignori, 
i marcben. — laeoiUrada,U Lonigiaoa. 

427. t^io di topra vada, coaì ma 
riesca di salire in cima di qaesto moala 
par andare al cielo. 

428>429. non H ifregim Dal fré- 
gio dtlla torta ae. Non ba ponto aar- 
doto o noa si spoglia dall' aatiaa lada 
di liberalità a di guerriero Talora. 

450. Uto§ nminra, cioè, la ' 
coasuetudina, i baoai costami 
in quella casa, a ona aeaalleata 
aisiooa di natura. 

. 454 . perchè il capo rto ae. laC: 
qaaatanqna il capo reo, cioè il papaBo- 
nifaiio Vili, torca il mondo dal camaùaa 
diritto, dalla TÌrtò, co'saai tristi aaaai» 
pj,ac. 

455. USol te. Intendi : il aaU aaa 
fi rieorea, cioè non ti ri uo t tà tr à , ntm 
tomerk aetu Tolta nel aegoo dall' aria> 
ta; cba è qnaato dira, aoa paasanMaa 
sella anni, eba aa. 

454-^55. mlkUad^a MantO' 
^ 00.: il letta ebc il Moatooa r i c apr a , 
è qaal tratto di cielo cnmprasa Ira'aMi 
piedi, ora s'imnMgiaa cba il sala 
al principia dall' aaoo a ricoricami 



3tS 



DBL PVBGATOIK) 



Con tatti e quattro i pie eopre ed inforca, i» 

Che ooleata oorteee opinione 

Ti fia chiaittn in mezzo della tosta 

Con maggior cbiovi che d' altroi sermone ; 

Se corso di gindìcio non s' arresta. 

436. Che eotetU ef<rfeté «0^ Ae- farti d^odi,c{oAeoB pia etrti arcomea- 
^jtmna ale benriicciBeclMl>aBtc.dtvrt li. —db* é^ rnUmi strmon», che dai 
ricefere a ricevè dai MalaipiDi, Yadi raaeoqti alimi ; ebe è quanto dira : na 
la ooia al t. 448. proverai au la tteiao la vi'HU. 

437. Ti fia ehiavaim, iochiodrta, 439. 5e eor«o di g«tid<r<o ce.: doè, 
cioè iniprena, pcnMM. aa Boa ai arreata o aon ai muta il corao 

458. Con mag§iar càtwfpcaa pie dcfli «vanii gik atabilili ia cielo. 



VAwwm inolia. 



Suirmmrùrm ii Putta wimto étM» atmmtkr%%m «'i 
«wm: éopo IM puilt iwfhmÈm ai irwmm fa ^mm 

««wffWMalo, Ifl éiMàmér, «rf ^Urama amàadm im 



éé ha In aagma umm aùtitnota »r- 
*^ i rtmaa n m «af ama rtrgHia, dm 
alta parta, aa* amét rmtmér am A^^ 
•ma W taOa framtt, a éM$agU aiaaaa 



La concubina di Titone antico 

Già s* imbiancava al balzo d* oriente, 
Fuor delle braccia del sno dolce amico: 

Di gemme la sua fronte era lucente. 
Posate in fi>;ura del freddo animale. 
Che con la coda percuote la gente: 



4 . U cmirwMM di TiUme è l' Aa- 
rara. — Il Owta , seguemlo la apnai- 
vioac di varj aBticki eiinifataluri. credè 
qui deacritta l'aarora lonara maalrao- 
tcai ad ar^no delUi Scorpimia aU'aria- 
zaiilc del Har|^tnn* rirra la tre ora 
dalla Dotta, qnarla del pIcnilMnio. llPe-, 
razxini, e do|io lui il rli P. Punta, paa> 
Mroao dir Ihinla abbia parìal« drfl' au- 
rora del maltioo cbr apunlava cui a^ 
gHo dai Pesò aull' ortntHite «r Italia 
odia qoale scriveva, quao«U nel Purga» 
lurìo, in cui si trovala, era vinna a 
eaMMÌrsi k Ima »ra della notte Ma 
eoMiJarala nel cootealo m Pana ebc 
l'altra apii*ganone, ano na resta la 
meale d' ■• sagace letturv pienamenta 
appagata ; nod'io , laa< lalair da parla , 
aiiraeao I' «atea clw rredu vera, iiMa- 



aaci iaaaaei non ka< mmiIim dall' insigna 



oaalnNiMMiPk^if 
dal gitala, dopo aver q«t, colla aanrla' 



l 



di ini, diabiaralo il teaCo a parte a pan> ««•<« 



Uf riferirò anrba par d iato aa la parab 
ia ine del Canio. 

' 2 (^tdf'Imèteneatw.'kiaKarfBO- 
itra nel SUI» principio Paaran. ^- •! 
èarfxo «f'ortanfa: inti>ndi nel paato M- 
l'onrnte, sairorinonte io cai trova» 
vaai all«ira il P<«eta io eoaipogaia di 
nei nobili apinti di cai aopra ba pai^ 
ato. 

8. del tuo doler «miro: cioè di IV 
tooe 8tiMr4»,o\«en* di <U*f.ilA,clie,ÌBVa^ 
ebiatu l'itone, V Aurora si feca annca • 
traase in cielo ai sooi piaceri. 

4. IM gernnu, di t»te1le. 

5>6. #*ofle in /f^raae..-f|araalin 
p#aee, animale a !ian|>nr freddo, a cfca 
pr m4e col la riMla . a% endi» in casa la aaa 
maggior fona Quando il sole e in Ariate 
vedevi io oriente sai far ddraarora la 
coatellarione dei Pesci Ancbe aetl* fa/, 
ai* annunna Taonira ed modeaiiaa a^ 
gao : Cht i peteiguiznmn tu p0r T^fH- 



CAltTO ROSO. 

E la notte de^pMS^ con dw saia^ 
Fatta avea duo nek looo or* eFavamo, 
E il terzo già ebiaava in ginso l' ale; 

Quand* iu che meco avea di quel d* Adamo, 
Tinto dal sonno» in en l'erba inchinai 
Là Ve già tatti a cinque sedevamo. 

Keir ora che comincia i tristi lai 
La rondinella preaso alla mattina, 
Forse a memoria de* suoi primi guai, 

E che la mente nontra pellegrina 

Più dalla carne, e man da* peosier presa, 
Alle sue vision quasi è divina; 

lo sogno mi parea veder sospesa 

Un* aquila nel eie! con penne d* oro. 
Con Tale aperte, ed a catare intesa: 

Ed esser mi parea là dove fòro 



30a 



iC 



ib 



20 



7. E U motte ^potH, mm cM 
wmh, «e. Altro tegno a far chiaro mag- 
giatBMato ch« oMiMMTa meno d' un'ara 
al levar del aoU Dell'oriziunto dove i 
F-c6 ai trovavano. 1 paaai cud cai ael- 
l^afàaeti* di prìaiatera la ootte aala 
al ■aridiann, aoan la Ubra^ oppueCa al- 
PàntU ia coi età il aole, io ie»rpitm§ 
§ 1 tmfiilario. Ora dirrndu il P«»eCa 
cfca émm di furati paaai oraa gii (atti, a 
cfcail teeso chinava giù l'ali, s'inleoda 
ahe la tiara e lo «rorpÙMie avraa 
già il OMridiaoo del Porgat«irio 
id# ia onidriile, e che «ul ^«er^ 
ttava allora il sagUtario \i\ terso 
dalla aoil<>) già voltato pia della 
ia accideate. 1» tale atalo della 
calaata, p<«ti doe i tre laiiieati a^ 
ail'aecideate del mrndiaat» «otto cai 
iaa d'eaafre il Piifta, voi vedrala 
alPanaate di eeao i PeMi foon deH'ona» 
aaata, iaihiaocati dalla laco del aula ia 
ariate che vico loro dietro Al Caato II 
ha detta che il sole av«« eacetala éi 
■Mwa U eiiio, ci«*e oltre il meridiano, 
ll«apHeania,e là ahhtaa aotatodi'»' 
raa ama ora di aola. 

Da qael che a' è detto fla ^ai a^ia- 
BMf^o cono a falt4» ala. Il C»> 
vieae dietro al Sagittaria: aa 
yiide y Sogittano ha paaaotM ialaa^ 
il ■cridiaao, tfiaaia I Aneta, ia 
ata il aola, ^uaado il Caprie«*nM avrà 



tarh tatto foorì delforìssonte in orìaate, 
a avrein due ore di sole. 

S. mi loco oo'ormommo, doà ael- 
l'aeiaaoote del Fai-gatorio,dì cai Sa dal 

{trinci pio del Canto a'è fatto a daaenvart 
a eoadiritine attronomica. 

1 <f< qwei d'Adamo, il corpo frala. 

1 2. fiillt e ctn^ttf, cioè Daata, Vir- 
gilio, SonMIo, Niao e Currado. 

13. NolVof §e., p«icu priaa dal 
lavar del »t4e. 

1 5 a niem«»ria de'nmi primi gu&t. 
Alladr nIIn n«*t« favola di Pmgna. 

16-17 peUrgHna Piti dailm cor 
ne, noe, qunti divma dai a^nai, i qaali 
eaaendo •«•piti inhi le recano le imprct- 
aitNii degli <»bi«*tli. e ooo le danno ae> 
caaiiioo di pcotare alle coae eaterae^ai^ 
che ella rimane, per cosi dire, tutta eaiK 
centi ata in ae tteaM. A';giangaai che ia 
qaaH'ora e anche naturalmente pia li- 
bera, mem* a|»gr8vata dalla aialcna, par 
la fatiaai difreolioae. 

IK AUetuevieiomee.ÈéiwImm, 
iadaviaa, alle aae vìmooì, cioè preveda 
il faturo dalle mtr ateaae viaiooi. Era fra 
le eaperatmoM degli aatichi, eaaa ab* 
hiam aolatw aorho altrova, che i aogai 
aal far M giamo, f wa a ara ^paii rivtla 
new del faturo. 

ia.20 aoapaaa Oa'afaOsfiafcM, 
librala m aria aa l'ala eoa. 

21. 14 dame ee., aal moala Ida, aat 



anch'caao fatto il aao paaaaggio, l' Ariala Gaanuade fa rapita a parUta m «aia 



304 



DEL PniOATOBH) 

Abbandonati i snoì da Ganimede, 
Quando fu ratto al sommo concisloro. 

Fra me pensava: forse questa fiede 
Pur qui per uso, e forse d* altro loco 
Disdegna di portarne suso in piede. 

Poi mi parea che, più rotala un poco, 
Terribil come folgor discendesse, 
E me rapùise suso infino al foco. 

Ivi pare\'a eh' ella ed io ardesse, 
E si r incendio immaginato cosse, 
Che convenne che il sonno si rompesse. 

Non aìtrìmenle Achille si riscosse, 

Gii occhi svegliati rivolgendo in giro, 
E non sapendo là dove si fosse. 

Quando la madre da Chirone a Schiro 
Trafugò lui dormendo in le sue braccia. 
Là onde poi gli Greci il dipartirò ; 



ss 



30 



35 



da GioTe trasfomito in aaoilt. — Nel 
ratto di Ganimeda timbolri^giò la aa- 
pìenia degli antichi qael rapimento con 
che il primo Vero innalza talvolta gli 
animi nostri alla conlcmnlaiione di sé. 
E anche il nostro Poeta vaìcndmi di qne- 
ate fidare Rapieoteroente interpretate, a 
adattandole pia apccialmcote ai anoi 
lini, vaol dim<.>strare i maraviglioti ef- 
fetti della eelette graxia in colai, che 
diataccato dalla materia, anela al primo 
Vero. L'aquila aimbologgia Lucia, aenza 
la qoale non è possibile all'anima isoU 
levarsi a Dio: il sunno. l'aAtraziona 
da'seosi ; l'ardore nella sfera del faoro, 
l'amore onde l'anima neeeasoriameota 
s'infi<imma verso il sommo Vero, che è 

fmre il sommo suo bene, una volta che 
o ha conoaciuto. Il monte è ùmbolo 
della contemplazione, e dell'elevazione 
dell'anima al disopra di'lle cosa terre- 
ne. Cristo medesimo sceglieva un monte 
per rivelar la sua yloria, un moute per 
insegnare la più aublime dottrina, aa 
monte per far \a sua ascenaiuDe al cielo. 
Anche gli antichi poaero la presenza di 
Giova ao un monte, au l'Ida. Quest'Ida, 
nel concetto del l*i*eta,è U Santa Ghieaa 
di Criato, di cai è acritu* die è fomdata 
iuìla cimn da» wumli, ed eMoUata m 
UUU i eolU, a dove nnirameale Id- 
òu U copia di aè alla anima ; a daa- 



d« nnicamente ne traaporte al cielo. 

24. al iommo ameiitcro, al aoa- 
nin conaesso dei numi. 

25. fiede. Fiedere reìt ferire ; na 
qni dal Poeta è usato metaforicamente 
nel senso di piomlm, •* Mwente • far 
preda. 

26-27. Pw qui per uto. Solo an 
questo monte , donde altra fella ebbe 
uso di rapire al cielo la gente.~t fona 
d'altro loco ec.: e forse da altro tee* 
disdegna di portare in alte ed pie, 
colPartiglio, w sue prede. 

28 . rfce , pt'A rotala «w pòco: die. 
fatte votando nuche più rote, porlH pim 
giri. Il Cod. Caft. legge ehg relesfs. 

50. tn^no al foco, cioè, fino alh 
afera del fuoco, rbe . secondo V antiai 
opinione, era sopra il delo ddl'arìa, 
ed immediatamente sotto qnelio ddia 
luna, col quale finge il Poeta ebe eeo- 
fini la cima del monte del Pnrgatiirio. 

52-53 . e H l'inrendio immmginata^ 
aognato, foue, nn fece ser.tire il suo ar> 
dorè, Che ee. Gian pittore ddla natnrn! 

57. da Chinme ee. Arb.lle dalla 
cnatodiadi (Ibirone, aotto Pedncmieae 
dd qnule era alato poeto. In lrafo.';nto 
e portato mentre dormiva dalla modft 
Tati ndl'isola di Sciro; donde UliaM* 
Diomede lo trasaero per eeadnrie aUl 
gnerra di Troia. 



CAUTO Noif a 

Che mi scoss* io, si come dalla feccia 
Mi (figgi '1 sonno, e diventai smorto, 
Come fa l' nom che spaventato agghiaccia. 

Da lato m'era solo il mio Conforto, 
E il Sole er'alto già più di dae ore, 
E il viso m* era alla marina torto. 

Non aver tema, disse il mio Signore: 

Fatti sicnr, che noi siamo a buon ponto : 
Non stringer aia rallarga ogni vigore. 

Tn se* omai al Purgatorio ginnto: 

Tedi là M balzo che il chiude d'intorno; 
Tedi r entrata là 've par disgiunto. 

Dianzi, nell' alba che precede al giorno. 
Quando l' anima tua dentro dormia 
Sopra li fiori, onde laggiù è adomo. 

Venne una donna, e disse: F son Lucia; 
Lasciatemi pigliar costui che dorme, 
Sì r agevolerò per la sua via. 

Sordel rimase, e 1' altre gentil forme: 
Ella ti tolse, e come il di' fu chiaro, 
Sen venne sufo, ed io per le sue orme. 

Qui ti posò: e pria mi dimostrare 

Gii occhi suoi belli quell'entrata aperta; 
Poi ella e il sonno ad una se n' andaro. 

A guisa d' uom che in dubbio si raccerta, 
E che muti in confòrto sua paura. 
Poi che la verità gli è discoverta. 



305 
40 



45 



bO 



SS 



€(l 



^ 



40. Che mi teot^ io. Queite parole 
si rìforlaBo al verso 54. JVo» mitri- 
mgnU ÀtkiUe ti riteoste..., eJba mi 
MOff* io. — fi eom$ , toatochè, apiNioa. 
— émilm faccia, perchè ivi piò che al- 
trora ai mostra il sonno. 

48. ehe tpatentato agghiaeeia, a 
tm ai gda il sannae per lo spavento. 

45. si mio Conforto^ Virgilio. 

45. {| Vito m' era atla marina tor- 
te : il trovar» volto al mare, faceva sì 
1-ba ■Clio egli potease rìcoooac«ra il 
l««go «T'ara, non vadeado cba ciaUtd 



48. iVòfi f f rtfigar re. Goè, la 
re, e ti coofurta di baoaa aperama. 
51dla paura il cuore ai ristringe, rios- 
piccditee, e nella sperania si rallarga. 

31. ìà 'te par disgiunto, evo 



esso balso par diviso èa un'apertura. 
55. dentro, dentro il tao earpo. 

54. è adomo: aotUoteodi il ema h . 

55. iMcia. È la stessa nomioata acl 
Canto II deirinf., simbolo dalla Grazia 
illominante. 

57. Sif eoiik, %\ adeptrando. 

58. t'Ulre gentil forma, le altro 
anime. Fo r m a eorporie fé ehianaata 
Fanime per sentenza da' teologi sai < 
ailio di Vienna in Francia. 

64. mi dimottraro, mi 
fono. 

65. eUa e U eanno. Lacit, a il 
sanno die t'aveva fin allora ocanpato. 
"Od una, ad nn tempo staaM. 

64. db* te duMo ce., dw ddlo 
stato in^aieta dd dabbio paan alla eer- 
tazza. 



306 



DEL PURGATORIO 



Mi cambia' io: e come senza cura 
Yidemi il Duca mio, sa per lo balzo 
SS mosse, ed io diretro in ver l* altura. 

Lettor, tu vedi ben com* io innalzo 
La mia materia, e però con più arte 
Non ti maravigliar s* io la rincalzo. 

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte. 
Che là^ do\'e pareami in prima un rotto, 
Pur com* un Ebsso cbe muro diparte. 

Vidi ana porta, e (re gradi di sotto. 
Per gire ad essa, di color diversi. 
Ed mi portìer che ancor non iacea metto. 

E come l'occhio più e più v' apersi, 
Yidii seder sopra *1 grado soprano, 
Tal nella faccia, eh' io non lo soffersi: 

Ed ona spada nuda aveva in mano 
Che rifle(i6\a i raggi sì ver noi, 
Ch' io dirizzava spesso il viso invano. 

Ditel costinci: che voete voi? 

Cominciò egli a dire: ov' é la scorta? 
Guardate che 'l venir su non vi nói. 

Donna del Ciel, di queste co e accorta , 
Rispose il mio Haestro » lui, pur dianzi 
Ne disse: Andate là, qui\ i è la (.orta. 

Ed ella i passi vo>tri in bene avanzi, 
Ricominciò il cortese portinaio: 
Yenite dunque a' nostri gradi innanzi 

Là ne venimmo ; e lo scaglion primaio 



70 



75 



90 



86 



90 



07. Musa cHra, mom Tìiini'e- 
tadfaM ch« era eavMtt dal mio imhU 
taM. 

7U7a. • ptrò etm più mrU «e. Nm 
li aMTavigliare, se io cerco di sMlaoere 
€00 piò arto, cnn piò Inai bom ttile, 
la materia tublime di che favello. Que- 
llo hMakameoto di tlilo « è già veduto 
•allo deaerisioae del misterieeo eogoo : 
a lo vedremo pare in appraaio ofm 
falla cha la maif*ria lo aaiga. 

74. rotto, rottara. 

75. femo, llnaara. 

io. aa p r w i tf , di sopra, pie aUa. 

81-82. Fai mtUm fmeeim m.. aioè 
Irimaale lamiooao aalle Caecia . eba io 
MB Ir» iofèni, cioè naa potai latra 
gH oeahi in lai. 



84. ith' io dirivutu: mt 
aaeHe parte il o^jo, U vieta, |^ oaey.— 
MMMmo. perehr ne restava abbagliato. 

85. eottinei, di eaoli, dal loofo ore 
liete. 

86. o«'4 faMortofdaè: uv'èrao- 
gelo cbe so«>| eaMi« taartt alla asìme 
che veagttno qui 7 

87. fMm mn^'; MBfiataafioBa 
di dii«^>to, o Don vi ooeeia. 

88. di queste eoio «Marte, cioè, 
caoaa(>evole delle leggi di qBealo laogo. 

9 1 t* pani «Offri in bono mtmigi, 
vi aiatj a preaefiiira lalioaiMala il vo- 
stra eammioo. 

85. m' nostri grmdi immm»xi, avin- 
talavi a questi nostri gradini. 

94.IiiMV#mmm9ae.UGod.Cact 



CANTO NONO. 

Bianco marmo era sì piiiito e tenK>, 

Ch* io mi specchiava in esso quale i' paio. 

Era il secondo, tinto più che perso, 
D*iina petrina niTÌda ed arsiccit, 
Crepata per lo lungo e per traverso. 

Lo terzo che di sopra s' ammassiccia, 
Porfido mi perea si fiammeggiante, 
Come sangue che fbor di vena spioda. 

Sopra questo teneva ambo le piante 

L*Angel di Dio, sedendo in su la soglia, 
Che mi sembrava pietra di diamante. 

Per li tre gradi su di buona voglia 

Mi trasse il Duca mio, dicendo: Chiedi 
Umilemente che *1 serrame scioglìa. 

Divoto mi gittai a* santi piedi: 

Misericordia chiesi, e ch'ei m* aprisse; 
Ma pria nel petto tre fiate mi diedi. 

Sette P nella fronte mi descrisse 

Col punton della spada, e: Fa che lavi, 
Quando se* dentro, queste piaghe, disse. 



307 

96 



iOU 



i06 



liO 



là ci trwmmo allo temglion 
». La p«>rt« tiniboleiygia h «• 
ll« coofcasione ; ^i ««11111 di 
< colore, le diiposHnom nwowarie 
per C4tntrgiiir« la grana 
gì«alì€c8xinne. Lo sralino bianco 
I la itncerità eoo rhe «ieviioii aco- 
•I «arerdote le colpe : lu tralino 
timt9fikekeperxo,r'uìè piùcapnd«4co- 
lar Ba iw ,a d'mnm pietm arsictia.rptr 
l# Ìmm§0 € per trmern crepata, ai- 
yàflaa b cootririoDi' del more, per mi 
fìaaa a apenarti I» sna antira durnza, 
a 3 latto e ramarituitint* dell'anima 
■ala neordama di Din o(Te«o eoi pec- 
aala. Il tento finalmente, rbr para di no 
fiammeggiantf e aanipiigso, il» 
V amore di Di», che runir fiamma 
aacaaderai nel pemtenlo. aeodo 
che m ragiitne di qni'ilo ai rimHtano i 
pa n at i . dimitaa iunt et peeraim ami- 
te, fiiofi<aiM dilexit mtUium. 

96. ^mai$ f paio, quale io appa- 



M. Vwnm petrina, è* ona pietra. 

Ito f* amanmttieeia ^ è aoprap- 
paala , ovraro, ala o aorge qmai mai- 
§a, a tutta d'oo maaso, su gli altri due. 



404-105. in tu la taf ita, Cha mi 
tembiara ee Ciò indirà il fwndaManto 
inenociiaa«* dalla Giicaa alabilila aalla 
ferma pietia. 

406. dt ha/orna ragiui: rifariicila a 
Dante. 

408. efce 'I frrawia acao^lte; aìoè, 
cba ap a la terralura. 

1 IO. MUerieordia «MaH, §ai'9i 
m'apritte Om il Cd. Fior., il Bar- 
tiilin., ei Pai 2 e 67. più rhiaraaacate 
che la roiniiKe : Miteritordiachieti the 
m'apriate IM rrstoaoa qui acoennati 
quegli alti di umiltà e di rontriciooa eha 
il peoitrntr «niprtme oel Cmnfi t t ar . 

4 12 Sette P. Sodo sei aetla Pai- 
gnificate le marrliie , o le aiolo ioali* 
nacMini , rhe i aetl** pceroii capitali haa 
laaeiato a« ll'an ma di Dante, o dai aaii> 
▼eftil» mattano in geoerole, aoeba dopo 
la «aeromentale aafM»i«noiie. o cIm dao- 
bnoo «a^ar lavate od aoa ad una par la 
trmporal neoilenaa, ooho lo opara aati* 
afattone dal aaceo aaiaiatra ianpoale par 
ciaamn per r a to. 

415-144. Fa ékatami or.: ciaè, 
adepera in guiaa cka aiaoa da la lavate 
queste piaghe. 



Cenere O terra che secca si cavi, 
D'un color fora co] sdo vestimento, 
E di $ollo da quel trasse duo chiavi. 

L'una era d'oro, e l'altra era d'argento; 
Pria con la bianca, e poscia cod la gialla 
Fero alla porta si t^ti' io fui contenta 

Quandunque 1' una d' esle chiavi falla. 
Che non si volga drilla per la toppo, 
Diss'egli a noi, non s'apre questa Lalla. 

Più cara è l' uno ; ma l' slira vuol troppa 
D'arte e d' ingegno avanti che disserri, 
Perch'eli' è quella che il nodo dìsgroppu. 

Da Pier le teogoi e disseml, eh' io erri 
Ami ad aprir, eh' a tenerla serrata, 
Pur che la genie a' piedi mi s' alierri. 

Poi pinse r uscio alla porta sacrala, 
Dicendo: Inlrale; ma fac^^iovi accorti 
Che di fuor torna clii indietro si guata. 



I 



I 



IIG D'antolnr forali.: àoi, ni- 


nieatemrBtc , e<l t'if molli irle cJ 


cchile del mctuiiBn cUro et» il «in 


■(ti. leni. Chf lii qDBii chiite, lo 


intimcntB. la nueilo colan, dia pure 
i qDiil delti lUSt con coi il ucenlDlc 








c-rp«d- ™lp™ dilva «; EJ •••' 


i rniflci» )■ iiu Brilli « 1. n>»li>» 
..bJ^Ì pn» il .do oi.>re ili* lìiU dei 




nMfiont. per cui d.ll'ibiU iinrdilc 
li di-urri il cuore d 1 p««ibinli pra- 


rati delti iDÌB», per rai « aaittt ci 


pcccitora iJ implunr culle liciine la 


lliiiaiUi,»dr>pdiie>l<'i»l<w>M,*(li 


-wdofM. (( piaiu/Ue; minUIH alU- 




rii, atpmrgiie tm cinere. 


Dorili cbiif e è ben pia diKi^ a tsI- 


42U. Ftet alla porla fc. InWndi: 


«nii the l'illri, pen:bi «p prWc- 


Ite» ilU porlo qiidllo che io Joidirt- 




ti;BÌo*, l'epriM. 


Jel«.»ni»nin., «porB-'lIn»» 




(ha D»» t'icaniiii w i ■'bri; yt/Hn 


d». — t-MB d-iut <M»( *e.: !■ 


un CBore Mc<^ dì cir.U e pioodi Dia. 


chim d'iniMto, ttatii» tBlli Hti bdo- 




.ibri uliehì,rig>i<ie. 1, «itnu ^.1 ^ 


optr* OBfl che t i-ia tcibro, di «ddi- 

tuurcli .ifitel proiUKc. 


ttMO», anelli d'un li •» iiil.,rìlk. 


IH. Cìu no» liclfa driUa: o 


l2T-t2U. e d!«rmi.eK'ÌOtTTÌ tr 




ella io oriì onii'. |itull.<il<',Bcl fir iruui 
*l pecrtl^B, wfl'B«lTcrlo, cb.a Ir- 


•irii idcuir b dkcmiaii* par diriati e 


il pnilnl. > Dcdicu le .M pii(i«, « 


darla KrrilD nei tacci d«l pecetta, par- 


diiporto. — lappi. Hrrilan. 




l50,/'oip.'iMa»e.QBilclieBÌÌÙone 


133. »;ì.. p.»,. porli. 


hi alla parlf .«croio .- . il &«]. Vili- 
riaa 5<3<J, atta varia Itmla. 


<3|.|2» PÌU'araèfi,M:tiad\:, 


d'ora ii|B>li(iBlc l'iuioriU diviBi >li 


132. Cll«Ji/i.tfrlorM«e.lBM.«n 



CANTO NONO. 



309 



E quando for ne' cardini distorti 
Gli spigoli di quella regge sacra, 
Glie di metallo son sonanti e forti, 

Non raggio si, né si mostrò si aera 
Tarpeia, come tolto le fa il buono 
Metello, por che poi rimase macra. 

Io mi rivolsi attento al primo tuono, 
E, Te Deum laudamwì, mi parea 
Udir in voce mista al dolce suono. 

Tale imagine appunto mi rendea 

Ciò ch'i* udì va, qual prender si suole 
Quando a cantar con organi si stea: 

Ch'or si or no s* intendon le parole. 



i35 



440 



U5 



m Tolft eoo qulcbe afTetto alle 
^ abbajodonate. Il med** 
6 G. Crìato dioendo, cha cbi 
la au nano all^Mnlro e ai Tolla 
è atto al r^oo dei eieli. 
488. iWr «a'eonfffM distorH, ae.: 
«aMlo ar arrolicro, o giraron sai ear- 

484. GU tpigolt di quella regge, 
Jliff Tale porla; e gli ipigoli ioqo 
certi pntooi di metallo che nelle graodi 
aa rta laogoo laogo di bandelle. Dice il 
LtmdSmo: • Le gran porte non si eolle> 
gas* m gaasbcri con le bandelle ; na 
m aMB^io di bandelle hanno certi pon- 
laai ; ad ia luogo di gan;;beri hanno un 
coocavo ia che entran questi pontoni, 
ed à aa ^elli si bilica la poita in for- 
aa cba ai apre e serra > 

4S4. Non ruggio si ee. Allude ai 
veni eai ^ali Locano descrive lo stri- 
dora daOe porte e il rimbombare efae 

fero la rape Tarpeia allora che G. Ce- le parole cbe io adiva, onala si soole 
Mro apogliò con violenza l'erario, re- prender, cioè ricerere, dall' adito imh 
p^^aate in vano Metello tribuno. — atro, quando ec. 
JVms raggio fi : suppl . : fecero ul rooio- 444.* cantar con organi : dora 

r«,dbeaoo raggio si ec — «4a«aio«frò si canti al suon dell'organo: ~^ elea, 
$ì merm, ni fece sentire si upro suono, stia, dairantiq. itera. 



487. eoaia ioUo ì§ fu U ènoiio §e. 
Come fo riniosao da lai Metello, eba la 
difeodava perebè Caaara ooo aotraaae 
aal taaoro pubblico. Oa graa teaoro 
chiudfva la porta Tarpeia, ma ano ìa- 
finitamente pi& grande na aarra la porta 
ebe l'Angelo diaehioda ora a Dania; e 
la atessa sua groasana a asateria diaio- 
slra maggiormente il pregio di db eba 
dentro di sé racchiude. 

138. rintase maera: cioèy vuota, 
o molto sc4'ma del denaro dieeonteneva. 

4 39. al primo tuono, al primo fra- 
gore della porto che si apriva. Al pri- 
mo romor dfella porto le anime parganti 
intonan l'inno di grazia a Dio per l'ani- 
ma aiunto a salute. 

444. Udir in voce ec. Forse vuol 
dire : udire Te Deum in parole unito a 
melodia. 

4 42. Tale imagine §c. Intoodi : tole 
impressione facevano nel mio orecabia 



Api 



IX. 



VWtÌI-«L 



La concubina di Telone antico 
Già g' imbiancava al bnt%o d'oriente, 
Fuor delle braccia del tuo dolce amico: 

La concubina ec. In qacsti varai gnalara col meno dcHe apparaaie del 
c\licntemeDte il Poeto ha Tolato se- cielo il momeoto io cai egli, che oara 



340 



DEL PURGATORIO 



di quel d'Adamo» cioè, il coi corpo «rt 
frale e non instancabile come anello 
de'sum compagni, cadde tìuIo dal son- 
no, e s'addormentò. Questo momento 
era quello io cai dt*sta8Ì V aarora, die 
Djotc chiama concubina di Titono, por» 
die essendo Det^ e non atendo avnto 



F accorgimento d'impdraro da Gioifo 
pd ano spoao tM* inunortalità ém c^ 
[erti ancne V etema giovineuo , non 
s'era congiunta seco Ini in nofto fwo 
e legittime ; talché Titono dÌToone mm- 
firn, oaaio decrepito, per età. Indi aof^ 
ginnfo: 



Di gemme la ma fronte era ìueenie, 
roste in figura del freddo animale^ 
Che con la coda percuote la genie : 



Con questa terzina si dcscrÌTe che 
nella patte in cui terminava Palbdre 
seorgevasi un sruppo di stelle laceotì 
che Ugurayano la coatcllaiione d'un ani- 
male freddo che percuote colla coda ; e 
nello stesso momento la volta celeste, 
nel luogo oo'erarame, doè, suH'orìz- 
lonte iu cui si trovava il Poeta, era in 
tale stato, che due dei passi con che la 
motte sale «ran gii fatti o trascorsi, ed fi 
terzo ckinmra in giuso tornio, rioè stava 
per discfnilere. — La difliculti di con- 
aliare tntte queste drcnstanre diede orì- 
gine a diverse interpretazioni. I più an- 
tichi espositori supponendo che il freddo 
animale che con la coda percuote la 
gente fo5se lo scorpi«ne, e truvando che 
la coatellaxione dello scorpione uella 
notte dal 7 all'8 aprili- del 1300, nella 
quale l'autore pone la sua bcena, era 



lungi dal precedere il nascer del sole 



ma die precedeva anzi di poco quei 
della luna, che sorgeva sul 1 orizzonte 
drca alle tre ore di notte, interpreta- 
rono che l'aurora a che Dante allude 
fosse Tsurora lunare, e che i tre passi 
fossero le tre ore notturne decorse. Md 
oltreché questa interpreta/ione fa creare 
• Dante (li kiia pnipria testa una nuo\j 
mitulugia. ha il gra\e inconveniente di 
farlo di)rmire prr rirra undici ore, per- 
chè in uno dei \ersi seguenti dice apei > 
temente, che nuamlo si risvegliò, il sole 
era alto più di due ore. Per interpr«^ 
tare i passi futti dalla notte altri coiiien- 
tatari più recenti ricoisero alle quattro 
vigilie nelle quiili gli antichi dividevano 
la notte, esuppitsero che il terrò passo 
fosse la terza «igilia, per cui non pote- 
van mancare chi* ilueo tre ore allospnn- 
tar dii giorno. Ma Dante disse che la 
motte de' passi, con che sale. Fatti 
area duo, E il lers-i già chinava in 
giuso l'ale, dandoci cosi ad intendere 



che i pasti con che Mie erano pi n di duo. 
Or se 1 passi notassero le viffihe, la notto 
non starebbe ascendendo ohe nd primi 
due pasd, mentre cogli altri andrdiho 
diacentlendo. 

Io non mi arresterò a dtare dtm 
interpretazioni escogitate da altri per 
porre in accordo il senso delle divorae 
tran, colle quali il Poeta deacrìve il mo- 
mento io cui cadde sopito dal aoone. Il 
poco die ho detto, lo diasi solo eoo l'ani- 
mo di far concepire su che versa l'ar- 
gomento, ed io che conslitano le ano dif- 
ficolUi. Passerò quindi senza piò ad 
esporre quale sis a parer mio la ngniS- 
cazione dei versi di Dante . — La divi- 
sione del cielo in dodici parti è antica. 
Il zodiaco fu diviso in dotiid eustdlonc^ 
ni: gli Bslrologi dd basd tempi divide 
vano r euiisferio che sta sa Portzaonte e 
quello che giace al disotto c&aacnnoinS 
parli per iiie/zo di 6 circoli masaimi che 
a' intcì secavano sotto angoli ^nali od 
punti cardinali opposti di settentrione e 
di nu'zzodi. Le dodiri lunule ugnali, io 
che la volta cele>te veniva cos'i divisa, 
si chiiimavano nel lin<;uaggioasirolo<nco 
case; e queste si contavano numeni-a- 
mente pai tendo dalla parte orientale 
dell' uriz/onte, divcendriido per l'emi- 
sfero sottoposto, e rimontando poscia 
d^lla parte ocndentale, ritornando poi 
inCue per reniisfiTo mi periore ali 'orien- 
te. In questo iikhIh If case contenevano 
le costella/ioni, che duninte la rìvolo- 
zinne dinrn:i venixiino in ordine soccet- 
aivna spuntare Kiiir orizzonte del lungo. 
La primi c^ua, quella che conteneva la 
co>tella/ione che »lava per surgere nel 
momento d»*lla UHScila del Lanihioo. o 
del principio dell' avvenimento di coi si 
voleri trar l' au ;urio, era chiamata l*a- 
scendente o l'oroscopo: qnest'era la 
più potente, ed era detta casa di rito, 



CAlfTO VCftfO, 



3H 



k Mcwi^i delle rierhe%%t, la tena dei 

fatatili, U quarta de' parenti, la qainU 

é^ft§H, U sesta delta ioluU, U miIìbm 

èà wimrimotdo, l'ottava della morte, 

h Basa dalla rtiigiona, la decina dalle 

HfwtÈà, Pandràma degfì «miei, la èu^ 

ItiMMi dei ntwdei. Secondo che questo 

caie erano in quel momeoto occupato 

èm cralrUaciooi propixie o contrarie, da 

rtclle beaevule o maligne, V infanto era 

Ivtauio o sfortunata par rispetto alto 

éam d'oggetti posti sotto il doraiaia 

Wle rispeltiTa case. Questi particolari 

W saraiBeoto citati a sudisfaxione di 

carìasità: oaello soladta c'importo di 

ihhiivr è la dÌYÌsioaa delta fotta erla- 

i pasti, dbe l'astrologia atafa 

e l'astrologia durata ancora 

il km ai tempi di Dante, e bene spesso 

iffi medesimo sa na mostra istrutto. 

da poeto, figarateri ora di trovarvi 
ieoatemplara la \oltac« lette sulla sera 
dal? all' S aprile del 1300, nell'istante 
apprfmtf io cui il sole è tramontato dal 
paoitf occidentale dell' urizzuoto, a U 

E la notte de'pami, eon che naie. 
Fatti area aun nel loro ov'eranamo, 
E il lena già chinaiHi in giuso l'ale; ec. 

È chiaro che la frase con che tale 
J-naca 7m pr^etita indeterminato, refe- 
nkia 4ito prima metà del periodo n«>t- 
taroo, a n«»a un pri-srnti* d«*finito; al- 
trinrali il dire die il trizo pn^so, con 
che tmit^ efernara ingiutn t' air, impli- 
cherehhc aontraddizi' ne Dumine la 
Bulle era £ tanto atanz.ita, chr il terxo 
passo eoa cui sale, t'alia la nntelhirione 
«lei tagidaria, chinaT.i glitso le ali, cioè, 
aveva ctimifieiato a piHsare al m<'iidia- 
sa, e stava per difendere alla parte 
uppofta ia occidontr: Ir c«ist>lla/i«»ni 
uè ìm srurpione e della libra, come più 
avanzate, aveano fatto i lurn pass^iggi 



notte viene spuntando dal luogo orian- 
tale diametralmento opposto. La coatoU 
laàaoa dall'ariete tramonta col sola : 
quella della libra sorge colla notte. Si 
ÌBmiagÌBt in altra la volto eelasto , che 
c'è davanti, e che s'appogaia sali* orò- 
tonto, divisa dai suoi arcali marnimi in 
sei parti o lunule eguali : il meridiano 
aark nel mexxo : tre lunula o casa sa- 
ranno all'oriente dal medesimo, e tra 
casa storanno al ano accidento. Di mano 
in mano cha la rotaaaaoe diurna della 
sfera calcato andrà procadendo, la notte 
diametralmente opposto al aoia andrà 
salendo : dopo la coataUaxiooa della li- 
bra, montorà aall'oriaante quella dallo 
scorpione, dopo queUa dello scorpione 
quella del sagitterio: aoco io questo tre 
coatellazioni che sono ascese l'ona dopo 
Poltra, {pausi eatt the ta notte tale. A 
questo punto la notte è gunto al suo 
colmo nai meridiano j asaa domina tutto 
r emisfero che gta sull' orizzonte del 
haogu. Oi a il Poota a determinare l' ora 
ohe vuole asprimara dira : 



«: mrridiann anti-normrnle ; e perciò 
•l;<e- d!fi patti, ron rhe tale, fatti atea 
«uà net loro nr' traiamo ; rioe, per ri- 
i;>ett« air oririoiite in rtii li(>vavasi il 
V*-eHe_ e in i-oi ri figuriamo d' esser noi 
La ccftt^llariniie di- Ilo scorpione stori 
',aiadi diMeiidfndndiilld p: ima casa per 
! saMffe al'a sernoda. e quella della 1.- 
4/ 'a dalla seci'itda per passare alla trrza 



casa all'oecidento del meridiano In tol 
posizione della sfrra, alla libra non man- 
clieri pio che discendi-re per l'ultima 
cav per arrivare ali* orìrzunte ; e quindi 
allacostellarione dell' anrte, diametral- 
mente opposta, in cui si trova il sole, 
non niaiiiucra che di montare per l'a- 
scendente, o l'oroscopo, per apparira 
luir orizzonte 

Volgvtr ora il T(>stro ignanlo all'o- 
riente, e lo vedrete già imbiannto dalto 
luce d«'l sole rhe s'appressa, e scorge- 
rete immerse io questa bianra luca le 
stelle dflla rt»^tf|tazione del pesce, che 
neir online d*>i si'|;qi prerode quel del- 
l' ariet** 

G>nqn< »te considerarioni, alle qaaii 
siaoH» stali in parte condotti por una via 
piana, e dirotta da nozioni aitronomì- 
che, panni a«er posto in piena Inra il 
concotto del Poeta ; e quindi ose offrirvi 
l'iolerpielazione a cui siamo giunti, 
ci'me la più veridica e porsoaiiva. 

Dil Pn.f. Mossom. 



CAXWO DEcmo. 



Poi fummo dentro al soglio della porta 
Che il malo amor dell' anime disusa. 
Perchè fa parer dritta la via torta. 

Sonando la senti' esser richiusa: 

E s'io avessi gli occhi volti ad essa, 
Qaal fora stala al fallo degna scusaf 

Noi salivam per una pietra fessa, 

Che si moveva d'una e d'altra parie, 
Si come l' onda che fugge e s' appressa. 

Qui si con\ iene usare un poco d' arte. 
Cominciò '1 Duca mio, in accostarsi 
Or quinci or quindi al lato che si parte. 

E ciò fece li nostri passi scarsi 

Tanto, che pria lo scemo della tona 



ì. PM, poiehi. — «j(ÌB. »|lii- 


43. olialo (IK il pari*, al lata A.- 


r.,»gi;.. "^ ^ 


dk folta. Dwn» ì\ n»ds di eatuni- 


2. Cfc. a malo anu/r te., ibc U 




■ulo dell* •ninii, rende poco (t«|a<iD- 


vli.lKiIu diillr due ijiandtacrp^Hli, f 
die aiid*i>no t tinìttns cMi'Dada: 


au dinua; pcrriocihe i più l*KÌU- 


eoi, clic di miBr) in lauia nht il i ìnl- 


«Mi YÌBe«r. d.1l'>ai~rt d.ll. co.. 






a («to, 1. t»«d. di. ,.»n W i.- 

»nlra,ttJ{(ni dall'altro UlocU» 


«U'iab'n 


A. Smondo la Muli' M-' tM, ù 




■ mi tanni dal tootr ebe ali* Ita, di» 


13. £ eli fin a. E cìi fu caiìWKi 


, d <r. cbima. 


cba i o»ir. putì (iinMi d latrii , «Mr- 


L 6. OwiJ^ratjQfd.qxilsarebbitì 


,J. p.r la «...1. eh. « .^rìo 


klltl Kua, diHW l'tvii» dalodii dal- 




Ì'url> di ■>« TolLirnii, e la F.ilt nii- 




MeJiTV.dÌM<>rd<3l .l33delCintu 


LditricolU d« primi pan di iwiitaiiu. 




7.JW«»<ipfelrflrHla.polroU<., 


pgrU delli Lidi clie rìmaM MonnU .- 


».èh»ri»otetatt.Ul.mM«.. 


(U*lt prilli* . l«(ar PoriiwiW.— 
L< $tr«m, dtilatuna. il Vii. 511» «^ 


A§ indna e leniva ; atàa, iiHireKa s 


altra ejmo.ii, EUmduaucato II ouiolv 


riMlnn iTitnidji ara Jdl'on* »u«da, 


Oiorno dal pii.niliin.o , dorea la lun;; 


•r* Ul-illra , ««..d,. qae.K. tWula 


K(r dal »1b. Pi« che d» nrt di mU' 


[ It-tl. in aefoittTii (ir qmn- 




l-llii dan<|M,lraiin.au.lpo»dilUI.- 
P'.o1h « ir.it>iiner«4l'aa|i<lo,<l rai» 


E»oadt, tri lU' «tira , HCondn eha ad- 


C«rk'HMr.d.U..U. 


■odi Mi Im- imi difAciI riMHtM. 



CAKTO DECIMO. 

Rigiunse al letto suo per ricorcar-^i , 

Che noi fossimo fuor di quella cruna. 
Ma quando fummo liberi ed aperti 
So dove '1 monte indietro si rauna, 

Io stancato, ed ambedue incerti 

Di nostra via, ristemmo su in un piano 
Solingo più che strade per diserti. 

Dalla sua sponda, ove confina il vano, 
Appiè dell'alta ripa, che pur sale, 
Misurrebbe in tre volte un corpo umano: 

E quanto 1* occhio mio potea trar d' ale 
Or dal sinistro ed or dal destro fianco, 
Questa cornice mi parea cotale. 

Lassù non eran mossi i pie nostri anco, 
Quand' io conobbi quella ripa intorno. 
Che dritto di salita aveva manco. 

Esser di marmo candido e adorno 
D* intagli sì, che non pur Policleto, 
Ma la natura gii averebbe scorno. 

L* angel che venne in terra col decreto 
Della molt'anni lagrimata pace, 



31^; 



i:- 



20 



25 



30 



36 



4$. entma: eoA chiama la feodilara 
4à maHa via , aogasU come la cnma 

47. Hitri ed aperti, cioè, fuori 
Mb BfWetta angntta via. 

49»$iramnafSt ritira, ai ristrìD(;e, 
«B piaoo air intomo, che fa 
girone del Purgatorio. 
4i^20. imurti Di noitra via : se 
li ^iKiere a destra o a sinistra. 
L Daila tua sponda, ec La lar> 
4cl ripiano^ o della roroìoe,dal- 
F «rWeaterno al piò della ripa che pur 
9^, Aa continua a sorgere, era la mi- 
man d» tre nomini. 

%4, Miemrrebbe, dall' aoliq. aiwii- 
nr, iioode poi mitwrre ; V ivtessa ra- 
banno forre, porre, indurre ee. 
%&. trar d'ale: vale quanto volare; 
^ «ffoiSca il trascorrere dello sguardo. 
87. eomiee, cioè, quella strada che, 
a sodo di cornice , cingeva, coronava, 
la ripa lotiopoata. — mi parea eotaU, 
Tale a dire, aè pii nò meno larga. 

18. Lastù wm eran wtoati ae,: 
BOB avevamo ancori dato un pasto per 
^•fUa itrada. 



29-50. quella ripa... Che drillo 
di talila ee. La ripa , che avea mtm- 
co, a cui mancava, drillo di salita, pe- 
rocche non vi si vedea né wala, né aper- 
tura, con che ai dk alla gente drillo, fa- 
coltà, di salire, o di passare, è il tratto 
del monte clie a'alsa perpendicolarmeo- 
te tra 1 primo a il secondo ripiano, e 
che Sancheggia la strada su cui aano i 
Poeti. Benvenuto da Imola, alla parole 
drilltt di talila aveta manco, nota: 
directionem adteentut non habebal; 
che varrebbe dire : noi» atea dtrexione 
o avviamento per salire. 

52. Polieielo. Fu celebre scnltora 
di Siciooe, città del Peloponneso. 

55. gli averebbe f corno, parda- 
rcbhe al paragonasi vedrebbe vinta.— 
gli, vi, in quel luogo. La Nidob. fi. 
Questi alti esempj che seguono d'asiltà 
sono una bella lesione alle anima cba ia 
qncato luogo purgano l'antica awarbla. 

54. L'mngel $e. L'angelo GabrìaUe, 
che recando Pannunzio a Maria, ncriò 
la pace al mondo, a fn eagiana aia la 
porte del cielo, da gran lampa chiusa 
per lo peccato, ti aprìsaero. 



^^I^^^l 


3,( DEL PDR 


^B 


Ch'aperse il Ciel dal sno luogo divieto, '""^H^B 


DìnaDxi 3 noi pareva s 


1 verace ^H 


Quivi intaglialo in 


un atto wsve, ^| 


Clie non sembiava 


ìmagine che tace. .^ 


Giuralo rÌ sarta ch'ei < 


Jiee=s'^fB,- -«1 




eh' ad aprir 1' alto 


amor vol£« la chiave 




Eree Aneilìa Dei, si 


1 propnamente, 


Come figura tn een 


j si SDggella. ti 


Non tener pure ad on 


laogo la mcnie, 


Di^se il dolce Waeslra, che m'avea 


ria quella perle, onde il core ha la eente : 


Per ch'io mi volsi col ■ 


l'i»), e vedea 


Diretro da Haris, | 


per quella costa , M 


Onde m'era colui che mi movea, ^H 


Un'altra Ì<:torÌB nella roccia importa: ^^| 


Per ch'io vareai Vi 


rollio, e fe'mi prendo. ^H 


Acciocché foiise a^l 


i ocelli miei dispo^le. ^H 


Era intagliato li nel marmo xUtsso U 


Lo carro e i baci traendo 1' arca santa. 


Per che si teme uffirio non commesso. 






(ul... p.nl.td,^.»«^.«.l.<..p.. 


d..p.l..p.ll'<iil«.-f»rfi-i'<iff- 






.u, J..,u>IUl.ri.»in,i.l..«>l». 




ao^.wlui ckrnj ■»<«>, ÓM»Ì-U» 


JI. (t<ttllm.t,i*li,TÌ> 


sa iaipaiM. vntU iipn, d>è n- 


*2 CT' ad aprir K.: elii m«H 


U..L.. 




SS carrai Virtilit: a.D. pirt»;. 


(«i»» mmtn; cl.t »> la prin» pt» 

ttU ■««Il IHtJuIu >l >l*l> ■ MIM, «he 


sltln. r«.» «Il> J>.lr> d^ l». — f 
.11. «.4«.l. .U». f«.i ./^W p» 


rit« tN° ^ «1. -.«..i 

ti Si mtf tn alio «e U >» 


ia l.i. •UoBs>.,u,.|.u. eh* ^w<l* galli 


•.ni>l.nM«» i pi*. V MÌl«»t>l«- 






!nl..««..rp.n«.io«r,'U,«« 


"*m" Ji.^«llr b'.W.1.. fr>rri.- 


•HtS'"*" 




4n punoJwiuogo, mU-«I. 


o.nr *»tut* 


', "n.°^ putta parli t . J*ll( »■ 


M t* (arra ti. Qual. •niln'. 




^H airtr«. 




^L n «lMlif(nl*(Ki.rìii»,tÌriÌ|li 


V.I — (nÉr»J« , tr.c<>ti , . 1« .»• d< 


^H d<nBÌ(ii<>rl«.nntMI*e..i>i.<KÌi>Hi|. 


» Pa-tflf.lIrUM. ilU'Ual 


^B rf«fHi<«M.-nÌI..»l.«..,ri..Unr^ 


!»!>'<»«» »»>t< .1.1 k.il. Ou. w1l> 
.{U.b Ui» lu puai p«r «ler «gli auM ili 


^H lu;gwMI-»Ma»il.uJH,.ni.^.. 


^H Ml-$l DktlntamriaSMai, 


lucili. I'Aki nel punlD dia itMi p*t 


Hh^^^^^^^^^^ 





CAUTO DBlMa 345 

Dinanzi parea gente ; e tutta quanta, 

Partita in sette cori, a duo miei sensi 

Facea dicer 1* m No, V altro Si canta. 60 

Similemente al forno degl* incensi, 

Che V* era immaginalo, e gli occhi • il naso 

Ed al si ed al no discordi fensL 
Lì precedeva al benedetto vaso, 

Trescando alzato, 1* ornile Salmista, 66 

E piò e roen clie re era in qnel caso. 
Di contra effigiata, ad nna vista 

D* nn gran palazzo, Nicol ammirava. 

Sì come donna dispettosa e trista. 
Io mossi i pie del loco dov* io slava, 70 

Per avvisar da presso mi* altra storia 

Che diretro a Micòl mi biancheggiava. 
Quivi era storiata Talta gloria 

Del roman prince, io cui gran vakMre 

Mosse Gregorio alla soa gran vittoria: 76 



adtn, D tnso è : ndl'oecanon* di qutl 
(iHfiiUigi «U« mn terribile ««TÌto p«r* 
c^ MS» Oli «eorparc nffieio che DÌ4» 
Me fli b« afSdato. Forse Tvole accen* 
Hn elle ^ietioxiooe e al ritpelte raei* 
pece Mie due potestà. 

58 lNiiaiixì|>areft genie. Vedeeti 
ÌHeori el Cerro UHs mnllitedine di gente. 
iO-aO. PmrtiUi m tette eori.Ermni 
*9mDmtid$epUmchori. lieg. 2,rap.6. 
• rf iie miei tenti: e due tifi miri sensi: 
ideeteaei cbe possono essere inetti da 
•Da aatfltitodioe cbe canta sono la vieta 
e P adite. Ora si tdoI dire cbe quei cori 
9nm9Ù bene acoipiti, e si mostravano 
M \§rì • vivi aeiratto del cantare, 
cbe ■MCteaDo in cuntradizione due 
iroai; perebè Pvdito diceva non eoi»- 
lena: la vista diceva li, eantano. 
Fmeem éieer Fun, invece di /aree di- 
cere mii' un, c«>Bie il più regi>lare aoda- 
■cotf» avrebbe volato. 11 Bi«f;ioli per 
eaalFadire alla Kidob. e al Lombardi 
ba volato leggere mi duf miei temi; 
mm aon eredo ci abbia rafpone. 

62-43 e fii ecrbi eil nato Gli ani 
iVTrbber ginrato cbe quello era vera- 
■eate iai-enao: Feltro contraddiceva 
aaa eenlendo odure. — (enti, si Icao, 
cioè ai fercro, legitt. perfetto dall' anUq. 
fert per fare. 



S4 al 6etiedef (orato, all' Arca santa. 

as. TVeaeande, cioè, demanda ; dal 
prareoi. tretemr, onde U nome tullori 
vivo del villcieceiu (rafeone. — odalo, 
■Ito da terra, ncIPatto del saito. 

SO. B pivi e aw» dke re David era 
io qaell'atlo piò cbe re, per eaaer tatto 
taaorto in Dio e moeso da t 



cbe re. per l' umiltà cbe ia esao appan- 



Dio; e 

«-. .«. |.^. . ^ ^^ .. esao ap^..- 

f a, Balla ritenendo della regal maeatb : 
jpiit ekt re agli occbi della fede ; aiifi 
che re agli occbi del mondo. La vera 
religione e il secolo non convennero 
mai nell'idea della grandetta. 

67 ad una tùia, a una sedata, t 
nn balcone. 

6X. ificol, figlia di Saol e autglie 
di Da^id 

69. coma donna ditpettota e IH- 
tta, cioè, ia aria di duuua adirata, co- 
me qaella cui dispiaceva ramilU,ebe, 
trearamlo, mostra%a il marito suo. 

71 Prr arvitar, per mirare. 

74-73. prinre^ per principe, è fatta 
sul nom. Utjno prinetpt^ com'altrota 
dtMte ferm», Scipio oe. — la cui gram 
ralitrv M/otte Crtgorio «e.: la cai aooh 
ma virta (di Traiano) e le opera «fregia 
e magnanime (cbe a'iateadono sotto il 
nome di ralorr, prese la cagione per 
l'effetto) moMcre S. Gregorio olla gran 



Io dico di Traiano imperadore: 
Ed una vedovella gli era al fretio, 
Dì lagrime atteggiata e dì dolore. 

DiolorDO a lai parea calcata e pieno 
Dì cavalieri, e l'aquile dell'oro 
Sovresso in vista ai vento si movieno. 

La miserella infra tutti costoro 

Parea dicer: Signor, famnii vendetta 

Del mio fìgliuol eh' è morto, ond' jo m' accori 

~d egli a lei rispondere: Oni "aspetta 

Tanto eh' io tornì. Ed ella: Signor mio, 
Come persona in cui dolor s" affretta, 
B tu non torni? Ed eì: CIiì Ga dov'io, 
La ti farà. Ed ella: L'altrui bene 
A te che lìa, se 'I tuo metti in obbliot 
I Ond' egli. Or ti conforta, cbò conviene 

Ch'io solva il mìo dovere, anzi cb'io muoia 
Giustizia vuole, e pietà mi ritiene. 

Colui, che mai non vide cosa nuova. 



ijHr|t1iel.bsde1d< 



HnlvD. S. Taminlta d'A< 
nriiilmlulil>eni>gnr,c 

ipkgirìt ÌD Ma» OtlolHO 






! Tilc il itmplica («ira , 
. GnniiMaiiiiiB « Ua^ 



' Ijlin. 



.»rf«ol.. 

Ed una cntoMlla te. Cut m 
ili* ijuale rr 






H f«r bcóprtrt l' Boiìciil* -. tff t- 
■era il ina praprìo IcIìudId. L'affina 
«Hi VadarÉ, Amaa^aili^a >e le pii- 

«lU M fa («Btcnla. — f ii rra ai JVc- 



SU-9U. LalhTii ttiuiUclit fitte. 
i i|ual lode , di (juil pra uri a la il 
esc the alici oprrerk hnoJoaù (ia- 






80, al' Sfalle deffar 
neil<(dÌEliaalib«iu lilrtanMpi.QiiBlii 
IB.* MCod. ADldd.. t par li oirgliotei 
aUT«rtaH«lalRi>aiiidBMMiia|KrÌB- 
•apa avvila di •ciIhIo «ri ( d' arfrala 
impanala ia dalla t>l*. Vvgagllt ntl- 
rara (natia «nipa d'oro), l'alln rdi- 
aeni,dia l'miOflKreliU aquile arCgiilo 
in d.*pfi d'ora. 

•I ■ in n'Ha tt, r«rci , t itictU, 



eia tlli Idi li 

riiHiBt la t. , 

dolora. U<|uila ni «fon 



di quote Egurt liiìtilnnit 



CAUTO DECIMO. 

Produsee esto visibile parlare 

Novello a noi, perchè qui non si tmova. 

Mentr* io mi dilettava di guardare 
Le immagini di tante omilitadi, 
E per lo Fabro loro a veder care; 

Ecco di qua, ma fanno i passi radi, 
Mormorava il Poeta, molte genti : 
Onesti ne invleranno agli alti gradi. 

Gli occhi miei eh* a mirar erano intenti, 
Per veder novitadi, onde son vaghi. 
Volgendosi ver Ini non foron lenti. 

Non vo* però, lettor, che tu ti smaghi 
Di buon proponimento, per udire 
Come Dio vuol che il debito si paghi. 

Non attender la forma del martire: 

Pensa la succession; pensa che, a peggio. 
Oltre la gran sentenzia non può ire. 

r cominciai : Maestro, quel eh* io veggio 
Muovere a noi, non mi sembran persone, 
E non so che: si nel veder vaneggio. 

Ed egli a me: La grave condizione 



347 

95 



iOO 



i06 



HO 



il5 



fmimA , o b cai n Tedca espr«to il 
fiHtrt »• fio qui •* è descrilto. — AÌ0- 
•rib m noi, boo iimì Trduto tra doì , 

liato ooo può la nottra lealtara. 

. di tmmle wnililadi : di UdIì 

L Mper lo Fabro loro $e. E the 
oilrali Wlain rhe oTevano , erano an- 
dm <Ht| ieaiderabili , a vedere , per 
firmiti Ai U aveva fatte, DiottcMO. 

4$$. di qua. Il Costa intese cbe 
epailt mSm» veniitcro dalla detira di 
virgifi* • dii Dante mentre stavano gaar- 
iaméo k scultore : ma se rifletteremo 
cW Daato fioo dai verso !»3 è possalo 
iflo Jostro di Virgilio, e che ora por 
fvdcr Voaimo è coslrello a volUrsi verso 
di lai, ooncloderrmo che questo anime 
vcagMM dUlla sinistra dei Poeti e non 
do dmUm. Vedi ancbo il Canto sof., 
v.49. 

401. JfunNorora il Voetm, cioè, 
Virgilio sommessamente diceva. 

4 OS. tugli miti gradi, ai cerchj sn- 
periori dd Purgatorio, o anche allo so- 
lilo éel cerchio superiore. 

405. ter lui, cioè, dal Iato di Vir- 



E 'Ho. Il Boti leggo tor hr, cioè ?tno 
geoli : cbo pur Touiano dalla parto 
ov' era Virgilio , cbo s* è detto ossero 
da sinistra. 

406-408. Non oo'però, UUor,§e^ 
non voglio, o lettore, che per udirò lo 
grave enndiiinne di coloro che pur si ooo- 
vertirooo, iu ti nnaghi, tu li seiorrìsco, 
tu li rimuova spaventalo dal hmom prò» 
ponimentn di tornare a Dio. 

4 09. iVofi aUendtr te. Non por moo- 
to alla fonna, alla natura, ai oooslo 
peoo dei Purgatorio, ma a quello l^ 
ad esso boccederè, cioè, alla beatilodiae 
del Paradiso. 

410. pensa ehe, a peggio, ce.: al 
pefigio che possa accadere, questo pone 
non potranno durare olirò quel lampo 
che Dio pronuocterh lo gran sooteoio ; 
cioè, Doo più io Ih del giudiào ooif ar- 
salo. 

444. E fio» to cfco: nèsoprol diro 
cbo cosa mi sembrino; o a che rassooK 
jfjiare quegli ogflelti che mi apporiscoao 
da lootaou. — A nel ttder vaneggia : 
COSI è vano, impotente, il mio vodore, 
o tanto incerta è la mia vista. 



348 



DM. PUEGATOmo 

Di lor tormento a terra gli rannicchia 
Sly che i miei occhi pria n' ebber tenziooe. 

Ma guarda fiso là , e disviticchia 

Col viso qnel che vien sotto a qnei sassi : 

Già scorger pool còme ciasctm si picchia. (^) 120 

superbi Cristian mi<«ri las^d, 

Che, della vista della mente infermi , 
Fidanza avete ne* ritrosi passi; 

Non v'accorgete voi, che noi siam vermi 

Nati a formar V angelica forfoda, itb 

Che vola alta giustizia senza schermi? 

Di che l'animo vostro in alto gallaT 
Voi siete qoasi entomata in difetto, 
Si come verme, in cui formazion fella. 

Come, per sostentar solaio tetto, i30 



H6. gii roimleeAM, gli rìpicgt. 

447. eh$ i wUei occhi , ehi ucIm i 
mia occhi, tanto pia p«rfelti ó^lnm, 
— pria n'ebber lemlinw, B'ebber coa- 
trasto prima di te\ cioè doveros eon- 
(•odere, «roriarsi prima di coooMor la 
TCrìU della cosa. Tentione è lo itflito 
che tenxofu oggi uMto, ma è più le- 
coodo la aua origina. 

418. diivUieehia : mHaforia a w ei ita 
per dittingui. E qnesta parola raprìne 
molto bene lo iforzo necessario agli oe- 
dn par i«vilapp«r« l'oggetto da ciò che 
lo ingombra, aodericoBoacerlo nellt 



1*) Si porgali peecatodellaflaperbia. 
20. eome cia$emn ai pleeMa: ooMo 
che peeo ciaaciin Ma premuto, aehiaccit- 
lo. Qacato modo dì Mip|iltXKi heam eon- 
fiaoe a chi portò tnopp'alta la tetta. 
Alcuni Cod. hanno ti nleehia, rece outa 
••eo nel XMII òrW'Inf.t 1* qoaleeigni- 
ficherebbe, t'affanna, o gt^mtc, tetto 
quel peao. 

4Zl. tatti, facchi, drboli. 

422. Che, delia vitta «e.: cioè, che 
«Beando àachi della meiite , l't pentata 
di camminar innanzi, dì aiMlafa a bnoo 
fine , a i paiM vostri invece tono ral f o 
gradi, aooo e«>ntro ogni b«on fine. 

425. a formar rmmgHiem fiarfmi' 



fa : la nMaaria a il oianCe detl' nomo eoo- 
aiderato nella tna mortai condioooa 
flnila terra , dove non è veramente die 
nn wrme; e b nobiU tna dettìnazione, 
qnando, depoeta la corporea tcorxa, t^ 
tlirk Tale dell'immortaliti. Dal primo 
rìttmo t'argomenta la ttoltezza ddla 
anperbia ; Hai trc«»ndo, la neccaaità di 
drcondar di virtù qndlo apirito eba ap<^ 
gKo delle toperba vanite terrene , a ao> 
eompagnato tolo dalle opera tna , àm 
freaentarti a colui che giadieharà le 
giottizie. 

426. Che rota alia gMiaia. Int. : 
a Dio, o al giudixio di Dio. — tenta 
teharmi. Mi piacerebbe qveslo aggiunto 
riferito a giutlixia; c e ried iè ffotllsin 
tem%a sehermi ti|^ifirherabbe g hu t iE ÌM 
contro mi non vi ha rijmro né éSfettL, 
Biferito airnn^mo, vorràbbe dire:a«li 
d' ogni difeta , e tegoita aoln dalle aa» 



ti. — enCometo : ndla erecn orìgine 
ha ree 2vro/i«, neutro plnr. Ma ilPea 



te, cioè, a divenire aeaiantn angelica, 
tpirite immortala, di cui prcaao gK an-"* 
ticki era atmbole la farfalla. Quatta M- 
liitima eemparaiiune diiwiatra dve ee> 



427. in alfe golia, in alle gallar 
1^, M leva in ■nprrbia. 

428. anlfmiefe In difbiio: sedo 
aeolattieo che vale: aiete i uaetti dilalli- 

Pecla 
V ha foggiato *n i nomi greco-latini ms- 
trì ddla terza deci, in hm, oeotepmmm, 
dogwM ee. 

429. Si eonie «enne «a. Qacslo 
tarae è una dicniaraziona ani praaancii» 
te, e vnol dire: voi dete ea«e il laiBU 
aopra ricordate, la cai fermanooe è 



CAUTO OBCiaio. 

Per aemola talvolta una figura 

Sì vede giunger le ginocchia al petto, 

La qoal fti dei non ver vera rancora 
Nascere a chi ia vede ; cosi fotti 
Yid' io cotor, quando posi ben cura. 

Ver è che più e meno eran contratti, 
Secondo ch'avean più e meno addosso; 
E qual più pazienza avea negii atti, 

Piangendo parea direr: Più non posso. 



34» 



13& 



■•nchTol», finché ooo fhingt »é 
farfalla, ch« è il tenna di tua parf^ 
nona. 

131 . Per mmuola, iavace dì nen- 
sola: uuntoia, chiaoMà dagli archi- 
tetti qoal aottryiM dia ragga aoaa eba 
•porga fuor dal maro. — «un /If «m. 
cioè una figura amana. 

133-434. La quot fa dal non 



goa laerime Tora. Qnmdi la potenxa àm 
poeti e degit artisti. 

433. cwra, intasdi, di bao raTfi* 
tarli. 

436. eoniratH, raeeordaii, ripie- 
gati. 

437. Satondo eh' antan ptii $ mena 
addotto. Suiunt. di peto. 

438 ^uol pifk patienta. Voci di- 



vtr «e. La qaafa, emnerchf sìa liata, a ra, che tdibmie fua n er più e meon grari 

fiata la soa raneiÈra, cioè l' affanno eba i peai, tatti parò o' eran ti fattamanta 

I, fa nascerà varo affanno in chi la oppressati, rhr anche chi mostravssi pi& 

È noto eba . per la natura della paziente e mrnu degli altri gravato, pa« 

ooatra Bente , da unta sciagura si trag- rea dir piangendo : non ne patto piii. 



CAunro iM:€iiiioraiiiio. 





mtùmg ém ■«• di ^m*U» jtnvM wtJmmti • Pottt m dtstm ftr Im ^< 
■Ma4^«M Un» Omòtff df cmA </i Smui^flfum, td è t'Mtgànit 

àa rmgtona dtitm 9'imttm dritti mtumdmmm fmma, • mUm»s mm fU 
tàt 4lm tm purgmMU0 t' mmium smp^ròiM. 

Padre nostro, che ne* cicli stai, 

Non circonì^rilto, ma per più amore 
Ch* a' primi effetti di lassù tu bai. 

Laudato sia il tuo nome e il tuo valore 

Da o<;ni creatura, coro* è degno I 

Di render grazie al tuo dolce vapore. 

Padre nr.tiro re È qui una 4. if Ino ««lotv, la Im vkià, U 

traduzioor spi«>Cata del Paier taa onnipotenta. 

r. — I^on eireonscrillo et., non 6 al tuo doUa aapora. Ma Mei 

terminato, essendo che rintinito non ha amanaciom detta taa inanità boolà. Per 

teraiini ; ms perchè ivi Tsmur tuo mag- vapora, preso ^aneralneota , a* iatco- 

gparmante si diffonde verso i primi af^ duoo tolte le dinii«trazioiù della gaa 

fatti della tua creazione , cioè versa i aloria si nelle ofton della croaziaoa che 

esali f gli angeli ; per lo che splendiina dalla grafia, onde S. ObioN eMte : ^n*- 

•■co di maggur luca, che è la dimostra- liat mgiwmt H^ proplar-mmgnatH gUh 

àooa della gloria di Dio. Vedi Par., riam imam. Il Conte leggeva cwi la Ni- 

Cafite I . dob. e qualche altra stampa: ai Iva aUo 



4-5. 



Vegna ver noi la pace dal tuo regno, 

Chò noi ad e^a non polem da noi, 

S' ella non vien, con latto nostro ingegno. 
Come del sno voler gli angeli tuoi 

Fan sacrificio a te, cantando Osanna , 

Cosi facciano gli uomini de" suoi. 
Dà oggi a noi la cotidiana manna. 

Senta la qual per questo aspro diserto 

A retro va clii più di gir s'affanna. 
E come noi lo mal eh' avem sofferlo 

Perdoniamo a ciascuno, e tu perdona 

Benigno, e non guardare al nostro merto. 
Nostra virtù che di leggier s' adona. 

Non spcrmenlar con l' antico aworsaro, 

Ma libera da lui, che si la sprona. 
Quest' ultima preghiera. Signor caro, 

Già non si fa per noi, ct;é non bisogna, 

Ma per color che djpiro a noi re^laro. 
Co^ n^te» noi buona tamagna 

Queir onìbre orando, andavan sotto il pondo, j 

Simile a qnel che talvolta si sogna, 
Disparmenle angosciate tutte a tondo, 

i •nnnlK»: • all'alUi Im it- 23. clii non Minjna, ptrdii a> 

I udii SjirriSrriKtra lihic pìè r.|iiDi di (iwirr. 
ir«(niil(iJ)>(«l<»a>Mli'ai ai ek' di'clri* ■ ■»< <e.. OKÌ, ri 

^ nei ad MIO n PrreÌ«nM, toliora in tii>, ««mimiin Jntraa ■> 

TÌH)« • noi per Ina brnignr. prr r»|i(nBnp.ti ntll'aHniU. 



12. dU-tuni. e 

13. la alidi» 
ipctidìinn , g«l f« 






pprnll|[l.rÌ"HÌbl.oniÌii|i([m; «^ Il m fc» 

filMUn CnttMln-lprìi d'OiUbA 
• lìam/^nmi tobài et* «■ Vi 



19 f'sifiwa. tnla ibbiilDli 
Ufgìtr. fMlIntiila. 

M. .Vwt •p(fmM(«r m. , nno i 
rinonlir*, nini ocllfra ■ rliniala 

3l.'*iillaipr»ifl.»iit>nl'*> 

pll Unti oioJi la apinnt al malli. 

33. Qattf mlllma pTtfhlrra: i 



a. nntH' 

a fVFl 'hr InlvnlU iJ ni|rna. pioyn- 
dort —Itiipgrmnlttc .tliis'ùi'him»- 



CAirrO DECIMOPRIMO. 

E lasse su per la prima cornice. 
Purgando le caligini del mondo. 

Se di là sempre ben per noi si dice, 
Di qua cLe dire e far per lor si pnote 
Da quei, e* hanno ai voler bnona radice? 

Ben si dee loro aitar lavar le note, 

Che portar quinci, si che mondi e lievi 
Possano uscite alle stellate rote. 

Deh 1 se giustizia e pietà vi disgrevi 
Tosto, si che possiate mover 1* ala, 
Che secondo il disio vostro vi levi, 

Mostrate da qual mano in ver la scala 
Si va più corto; e se e' é più d* un varco. 
Quel ne insegnate che men erto cala; 

Che questi che vien meco, per 1* incarco 
Della carne d* Adamo , onde si veste, 
Al montar su, contra sua voglia, è parco. 

Le lor parole, che renderò a queste. 
Che dette avea colui cu' io seguiva, 
Non fur da cui venisser manifeste; 

Ma fu detto : A man destra per la riva 
Con noi venite, e troverete il passo 
Possibile a salir persona viva. 

E s* io non fossi impedito dal sasso, 



39(1 



30 



3S 



40 



45 



M 



•ppratMNie che ognuno forse ha provato 
^ùlcha Tolta sognando , quando d vor^ 
rcoBiMO aiutare in no gran pericolo, e 
••• ii può. Fona a tutti non piacerà 
^««ito paragone di un male vero e reale 
a u angnato j ma comunque sia , io lo 
Muto molto rspressiro. 

29. la prima cornice^ doè, il primo 
cerchio. 

31 . 5a di là tempre ben per mot ti 
àiee: sa nel Purgatorio sempre da qo«l* 
l'afiime si prega a vantiiggio noatro. 

8S. Da quei, € hamno al teler §e,: 
óak y ià quelli che hanno la voloiilà 
Iraotta , accompagnata a diretta dalla 
grasia di Dio , che è la radie§ kmama 
da cu aola può sorgere efficace oraiio- 
tf'f perctoodie da quelli che della gra- 
fia «Ovina sono privi, non hanno la ani- 
me purganti che sparare. 

SI. Ben li dee loro aitar te,: haa 
si devo» dai vivi aiutare quella tfliaM a 
lavai e la noCe, la ouc^hie del peccato, 



eolle quali vennero dal mondo al Pur- 
gatorio. — nola^ vale segno , imprea- 
sione rhe resta d' alcuna coaa. 

55. gutnci, di qui, da questo mondo. 

56. rote, aono chiamati i deli Aa 
girano. 

57. Deh! te giuttizia et. La parti- 
cella te è deprecativa, ed ha il seoao me- 
desimo di còti. — viditgre9iy vi sgravi 
del peao che vi opprime. — fimttizia 
e pietà. Int. la giustisìa di IHo aodi- 
afatta per la pietà da' hoooi a fedeli vi- 
venti. 

59. 9i levi, vt ald al Paradiao. 

40. da qual mano, da fual parta; 
aa da deatra o da sioìstra. 

45. pareo, lento, tardo. 

48 iVoii/Wrd«esi<ae..*Ma«fida 
da chi TeoÌ8sero;oàsipoCeaparilaaJa 
eoa em «tavan quella aninM. 

51. PmeibiU ataliree.. àok^ tala 
da potervi salirà aa vivo, «hi ha iaea il 
corpo. 

SI 



312 DEL POEGJlTOElO 

Che la cervice mia superba doma» 
Onde portar convieromi il viso basso, 

Cotesti che ancor vive, e non si noma, 1^ 

Gnardere' io, per veder s* io '1 conosco, 
E per farlo pietoso a questa soma. 

r fui Latino, e nato d* an gran Tosco: 
Guglielmo Aldobrandeschi (b mio padre: 
Non so se '1 nome suo giammai fu vosco. io 

L' antico sangue e P opere leggiadre 
De* miei maggior mi fer si arrogante, 
Che non pensando alla comune madre. 

Ogni uomo ebbi in dispetto tanto avante, 

Cb*io ne mori', come i Senesi sanno, H 

E sallo in Campagnatico ogni (ante. 

Io sono Omberto: e non pure a me danno 
Superbia fé, che tulli i miei consorti 
Ha ella tratti seco nel malanno. 

E qui convien che questo peso porti 10 

Per lei, tanto eh* a Dìo si soddisfaccia. 
Poi eh* io noi fei tra* vivi, qui tra* morti. 

Ascoltando, chinai in giù la faccia; 
Ed un di lor (non questi che parlava) 
Si torse ^'otlo *1 peso che lo impaccia: 74 

E videmi e conobliemi, e chiamava, 
Tenendo gli occhi con fatica fisi 

55. e mtm ti ntma. SiUtinl. </• 1$; 66. ogni /ante, ogni parlmU, m/à 

ottia, Ji cai la n«Mi Imi «L-iUi il dihmc. aennnm. f^iimiU viire denva à»\ f > • 

57 E per farlo yietuti» ce. : • per Ut. fari, |>jirlar« ; ed è eMitrarà dB Ia- 

■OTcrlo a cmu|iaMi«Hif di ia« t-k« peno fante^ che diceti del baiiibta* eba 



leUo qacntn p<*»«iit«' «Nssn. •ctiii'lii' la lingua; ma qui è saaCa fa 

58. Latino ee. Sta i|hì per itaitano. a significare uomo dot fi^ OOmmU 9 



Coatyi è (ImbiTto, iJft|iu«lH di 4ÌM|{liel- laigari. 

■a AldobrandeM^i de' nulli di Santa- V8 i miei contorti, ^alU Ma 

iara, famiglia piHenie nella Marenima Mia «cbialta. 

ii Si wia. Fa mctìmi dai Samin ibe Milia- 69. ne/ ima /mmo, nella «Saavwitara. 

Tana la sna Mprrliia. m CampagoatMM, 73. ehinoi in giià lo foeria. li Buh 

laofo della dflla >t)<i-riiiina. gioii e il Giata crrtlonu cba llanta cbi- 

66. giammai fu vttBcn, fu giammai aaaae la la«xia |irr bmiaa craawa par- 

Wito tra v«M, n nei %aaln li»t*|{hi. laodontu chi alava tanto pìi kaaaO di 

910. alla eomtmmo madre. Int. allaa^ lui; aia a me |»ar pin beli» il avpparra 

■■ne origine, per la i|UMle «gni numo ai cke egli ahbaaaanae la fmotc par la aoB- 

dm ri aa— i m 1 1 «gtiale ali altn» «amo, a fnaiunr drl Henlirsi pur agli nmoran dei 



— 1 afri biia^oprrnubUta «» per nacbaa» pacratn rbe là u puniva ti durai 

tt, cba aoiinc«ar eanMie.be, e dal aaaa. Vedi anche al CauU» Xlll, t. 136. 
il. in àiapoUit, in diapragiak. 75. ohe to impaeeia: ciaè, ah« b 

•5. eomoiSemoH omm». U Bali: nsparciava. Uaa il praarnto pawhè M 

C miei Samoti il tonmo. In figura ancara in ^ nallo aCaln. 



CANTO DECIMOPaiMO. 

A me che tetto chin con loro andava. 
0, disti Ivi, non se to* Oderìsl, 

L*onor d*Agiibbio, e l'oiior di quell'arte to 

Cbe alhamaittre è chiamata in Parisi? 
Frate, diss' egli, più ridoo le carte 

Che peaneUeggia Fr^ico Bolognese: 

L* onore è tatto or suo, e mio in parte. 
Ben non sare* io stato sì cortese 81 

Mentre eh' io vissi, per lo gran disio 

Dell' ecceUenza, ove mio core intese. 
Di lai superbia qui si paga il fio: 

Ed ancor non sarei qni, se non fosse 

Che, possendo peccar, mi volsi a Dk). 90 

vanagloria delie ornane posse, 

Com' poco verde in solla cima dora, 

Se non è giunta dalP etati grosael 
Credette Cimaboe nella pintura 

Tener lo rampo, ed ora ha Giotto il grido, 9k 

Si die la fama dì coivi o<;cura. 
Cosi ha tolto r uno all' altro Guido 

7». OdkHai, OJemi Ji^kptkhìo ^i 90 poMnde fteemr, eio*, mtmi% 

G«IAié|,«ili«^l dotato Ài DriMfio, fa «a io anenra in vita, ove ai pad aomprtift- 

«carfWalB ■òw iatr a dell» grafia A Cm é&n tm fotfoto. 
mmUm Dcr^nnr morii» fmm ariiM «M f 1-92. O XMMm§Urim Àdh wmtm 

IBoe. Fa adopralo in aomo da Booifa- fmm. O oiinera e «aoa i.loria della b- 

ém\ Iti a wkimmt bWi inaM>m« i-on G««ll«. oultè, delhr Urte, dell' amaoo io gn —. 

a^ai . di ^«eff arfe dm aHaoit. a dalle a(*ere per ea»* prudatta ! — Cwm 

WÈK9 «e.r «--ot, il m oiaia eoo ■ey u ralli poro fnré» re. Qo a iia» p««o «lnw-ofr* 

m aorta protra e in uiwir i a, tka ia PO- 49 tmllm tima, ai oMoiieoa vira, t^ 

ffì^ di e eai wniuminer. geta (raa» ulori- ), ae ooii é aouiaggiagÉa 

aS-V3 péà ridim le emrUr. L^ffffia- da lampi oerrM, Inolaai dalia artialiiB 

dba»el«lora,rwll4i)iiaieilP-fta«apriaM • letteraria p^r f eaiwa ; aa lataaÌBlkiB 

il Abtl» cW lerataw» le oiipi a lo r a di ai«M«'* o«in ct««linaa uà mner rana a 

Froae* B«l«goaaee< Ila %arietè oanDi»* lanctalla! Ivd e ano «erila dì fatto, eh» 

■io doP o u hri, o eolle allre bt Ile ^ual là a «NHira dia le MW arti ai arooMM 

del'a enoip««f toof e drl «liargno. j w ol lort* ptrfatiiiat m ai u , b alorii dai 

«•Arffàoi, dipio ff » avi penarllo. poaMti artiali n «a atalÌBaagda , a akì 

%k L'mmaww or. : egli ora è laoaCo vira d«ip«i fa dimroliawra obi hi arasti, 

•d ■■■d i i «laggMir pilUire aW •• «Mi — Del reali»^ lo aietaf«ra è tallo dolFa^ 

m, od OMr rioMoe 1' «o«ra di avanfi kero . U cai vita «• n aat a n aaa è mMf 



kero, Il 
aperta la via a ben tlipingera. cola doli* rimo «aedo , • lo aorta dal 



aM7. Ara nmm tmn'io ttato al aaccorii di 

B li»Botii il* alalo vf«r«do ai 13. Sa non 4 ftéiUtt. So 

b riodgr g l i ^oeala iBotilalB avlo, aaga i U ta. Qiialebe tarto 5f «NI è 

I, par il d> lidi ini rW iirl aNfroafar /uta, aiutala ; ad è baooa 
profeto a«ea dairrrreffnia«. cMio, AW Vi ttaarl»! 



il p t— o il pf«ei4rbret«4|aetl*arta. ba t t i a la ebo wata l api r iatf a padraa 
Eé mwtaiT ae. : eiwo, o o noo rt' oa a dal aaoyo: yi rale aaif»t U pi t aH. 



aarei io l'argatono^oM odflarcno. 97 T Mw 9ltmtiro Guide. G«id» 



324 DEL PUBGATORIO 

La gloria della lingua ; e forse è nato 

Chi r ano e V altro caccerà di nido. 
Non è il mondan nimore altro che nn fiato lOO 

Di vento, eh* or vien quinci ed or vien quindi, 

E muta nome, perchè muta Iato. 
Che fama avrai tu più, se vecchia scindi 

Da te la carne, che se fossi morto 

Innanzi che lasciassi il pappo e il dindi, ics 

Pria che passin mill' anni? eh* è più corto 

Spazio all' eterno, che un mover di ciglia 

Ai cerchio che più tardi in cielo è torto. 
Colui, che dei cammin si poco piglia 

Dinanzi a me, Toscana sonò tutta, iio 

E ora appena in Siena sen pispiglia, 
Ond* era sire, quando fu distrutta 

La rabbia fiorentina, che superba 

Fu a quel tempo, si com'era è putta. 



Caralcanti, filosofo e porta fiorratino , 
oscurò la fama di Guìao Gaiiiieelli ho- 
logacse, che poetò prima di lui. Il Goi- 
nicdli morì nel 4276, e il Cavalcanli 
nel 4501. 

98-99. della lingua. S'intenda del- 
la lingoa nobile italica , di coi non poò 
nefi'arsi che la maMÌma parte è in boeea 
del popolo toscano. — e forse è nm!o ee. 
Pare che debba inlcnaorai di Dante 
medrtimo, che avrebbe oscurato nella 
lingna e nello stile i due Gnidi. Ma ▼». 
glio arrertire che potrebbe anche ri- 
apanniarglisi questo poco niudesto Tan- 
to, specialmente essendo a carico d'an 
fuo amicissimo; e intrudere in generale 
della incostania della fams, per cai dii 
A grande oggi può direoir nullo doma- 
ni. Vero è che non si nega ai poeti tu- 
fiierv tvperhiam qwtiitam fneritit. 
Unto più quando l'«l«>gio è posto in 
bocca ad altri , e con tanta delicatena 
come Otti ti vede. 

102. E mula nome. Come il vento 
cambia nome secondo la parte da eui 
•pira; eosì la fama passa da ano in nn 
altro, • or di questo ai celebra il noma 
or di quello. 

403-408. Ckéfetmam. Qnal nag^ 
é» fama avrai se sHndi (aepari) da te 
fl eorpo già Terrbio, cbe ae foaai moiin 
Vtmbinojquandoehiamari pappo il pane 



e dindi i denari T cioè : che fama avrai 
maggiore, se muori vecchione foa« morto 
fanciullo, dopo un corso di anni minoro 
di mille, dopo circa noveeento anni, spo* 
fio di tempo riguardo all'oternitè pia 
corto, che non è un battere di cigUa ri- 
apetto al moto del cerchio edeato cbo 
più lootuai gira? Il rìdo che gira me • 
tardo è quel delie fisse, che, accondoTiK 
lomeo, compie il suo giro in t r e nt i n i 
mila anni. La fama dunque, ai eoodndo 

5er questo ragionamento, è incarta , o, 
opo tutto, raramente durevole ; ondo 
Tanto: qnem illum temim tupérbim 
esse, ut oitemitatem «ominif ipo 
prcBSumatf E s'ancha dopo nillo anni 
la tua nominania renga niooo, dPtl* 
lora egli è coma aa tn fooii Borto im 
culla. 

409'i\O.Colui,éh$dd t e m m i mee, 
Int.. dalla fama di colui tke % A lento 
posao cammina dinanzi a te, woè tnttn 
Toacana. Cuatr.: loscamm kMsi urne 
colui ee. 

442. Ond' era sire, ddlo qnd 
dtlà ora signore. — quat^ fk disarmi^ 
te 90., qMudo io Montaporti rimoaaro 
aoonfilti dai Sencw gli arrabbiati Ro- 
rentini. 

448-444. dk» superhm ao.» oU • 
qnd tompo fn altera, eooao oggi è vilf al 
pari di Meretrice. 





^^1 


■! 


m 


CAKTO DECIMO PRIMO - 










Che viene e va, e quei la discolora. 


'"■ 




Per cui ell'cscH della terra acerba. 


^^1 




Ed io a lui: Lo tuo ver dir m' incuora 


^^1 




Buona umilia, e gran tumor m' appianii 


^H 




Ma chi è quei dì cui tu parlavi ora? 


«t^l 




Quegli é, rispose. Provenzon Salvani; 






Ed è qui, perché fu presuntuoso 


^^H 




A recar Siena tutta alle sue mani. 






Ito è cosi, e va senza riposo. 






Poi che mon: colai monela rende 


m 


. 


A soddisfar, chi è di là tropp o'o 






Ed io: Se quello spirito eh alteiidu. 






Pria che si penta, l'orlo della Mia, 






Laggiù dimora, e qua-eu non ascende. 






Se buona orazion lui nun aita. 


130 




Prima che pas*i lu-mpo quanto vu.se. 






Come fu la venuta a lui largilji? 


^ 




Quando vivea più glorioso, di.s.se. 


m 




Liberamente nel campo dì Siena, 


.^M 




Ogni vergogna deposta, s' affis-'e : 


1»=^ 


1 


E li, per Irar l' amico suo di pena, 


1 




.«•lato 


Un fimi 


1 i ■inil« il lul.iM d.ll'irba Iruppu (rdilD, dii hi HoppooHI 






«■; e il Icirpu ckt mi au luiHrbia, cnlnl monda rttids, pa|i 


UmiiMt 


n»eimHii.i la diilnigi;e, in L<t liu, olii unpIiriD porU pc 


r Mdia- 




i(h( lliDtF<li-«>liinl'ciba fin (111 rl'ivio* giuiiiiii. 




ib.u'cr. 


t itrit, aetrla, (tn ncir 427-132 Si qiitllo tpMlo 


K.1M.: 


dJlU* If rri. 


H Ir min» the itiii lUnu 1 »ntli 


li I-orto 


tl8. n 


' inctton et; ni urllc nel dilla ciui. rIÌ uHifl» ni<>iii«iU < 


iella li- 








l(y. gran (umor, li lopertii, 1* buon. .,r«ioù. dno fei.uu, a» 


a «Ira 


"-x; 


•alt dFl imo iniina. qniHti pnni cb> hi duhIb b 


al*m|H> 


•rWR»»! StU«7,i. Fu Sa- tallir « qu.Ili> do imcn (V. 


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niml* in i 


r.«>«™ di p>rl( ghibrlliu , lo IV pMTf.. "■ 130 > Mg.) ; . 


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P«lM«d. 




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lini .II' Ari 


lit , ma pow'ia dn Giinbcr- Uni, t nua iiHD.le innirt «u 


■à dalla 


i.M>, •!». 


■io Ai Urlo I rt di Pu|[l» • >i» mori» Unii inni iMali a. 


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pani guKir*. fu MnnliUn o liS pii gtoriou , odiai 


»• "«- .^ 


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I2('>'J pcHH Calle a Valdel- |ior f|i<"^ ; i" t^i" '■» "* •> l»>*nk ^^ 


u, ■ li UI 








Fa porUla a ««Ira pur lg«u 13S. (' «fflu*. <i pianli tirw> lA^H 


"1°^.^^" 


Aé.A 






.opr. d^ .« 


Ioli» .1 go.eni» di Siaai , ■ 136-137- f>n- Irar l'aiRini 


n. Par 1 


fjK« l.r. 


,0„0. 1,bcr.(B<l'l»icUl>l»ddl<p«DI 


icb«M- 


(2S-I26. Fot ckt,it«:U.— colai .lowa, «ffri.i, «11. prigione i 


in cui lo 



tM OBL PORaATORIO 

Che sostenoa nella prìgìon di Carlo, 

Si oondoMe a tremar per ogni vena. 
Più non dirò, e acaro so che parlo; 

Ma poco tempo andrà che i tuoi vieini iio 

Faranno si, che tu potrai chiosarlo. 
Quest* opera gli tolse quei conlini. 

teserà Carlo I rt dii Paflta, H quali 441. Faroimo ai «e. Int.: facda»- 

o'eaigera in ràeatt» dieci mila fiarioi dati a fjM«uil«iU provare tatti i diiafi 

4'oro, ai eonduase a diiedrra la linnaina dfUa doloroaa povei tà« e qaanto aia darò 

tatto angoadoao e trnnente. Il l'oatill. a amaro il chiedere, faranoo ai che po- 

Caet. ci dà qaeata ntOina intorno al- trai intrnd«>re e inlerpretara la perifraai 

Panico di Proveniano. Qiti dwm mrmt dal framofif per ogni vena, a a* alla 

dominui Senarum, quidam mmi€u$ m beo apfinipriaU alla coaa che ha 

tuutdielut Vigna reperii se md eat^ iolaan d'eaprìnicra. 

flirtum Curradtni. unde erat in etr* 442 (/ue$t'operagliloUeee.Oée- 

eer$ Caroli ipse el malli alti, rìm rìHB«»nile alla domiinda che Dante 

\òS. a tremar per ognivena.ìkfola fK ha ffaUa (\edi vano 127-152), a di- 

ado, che avea prunaio quanto coati ad ce: Queata opera genaeuaa gli tolse qaai 

an' anima gentile il picchiar per eoe- eoofini, o lo liberò da quei ooofini, fra 

coreo air a Unii piirta, e fiineaeriveoda cai rìmangitno la anioM di cnloro the 

■e aentiva tuttora il brivido, polea crear bawno indagiat» a pratirai. QueaU con- 



questa forma ad esprimere il mtndi ini aono iatnro* al oMala del Pargm- 
esra. torio aotto alla porta guardata dall'ÀD- 

440. i tuoi vicini, i taoi citt«IÌBÌ. gala. 



CAIVTO DECOroSECOIVIHI. 



I mMiat » OétHM, • emttimmmmtU il mmmm «• ^w J» pmm étl emèm, wtéa Dtmt» 

sta pmwimeHtm moti» fmmmu mtm^ é» pumiu $m^réim. Po» mmmm mttmim m Pmttà m 
tàt gk gmtds alto «Mto ptr «au « «Mf# mI mcmi#« fynmm», td tm *mmc$Um «al èmtitr étW 
da P émllm ff9mt0 dtirjhgkmni md'u «• »mpm/mul0 • Uggmm tà» ptrf 



Di pari, come buoi che vanno a giogo, 
IV andava io con quell* anima cerca, 
Fin che '1 sofferse il dolce pedagogo. 

Ha quando disse: Lascia Ini, e varca. 

Che qui è buon con la vela e co* remi, k 

Quantunque può ciascun, pinger sua barca; 

Dritto SI, com* andar vuoisi, rife*mi 

Con la persona, awegna che i pensieri 

4. Di pari, a paro a para; a S-6 ^1 è buon ee,: qw è b en abi 

•oppia, • con paaai uguali. — mme ciaacnno ai ado{>eri, ^««iiliiiifwa^ 

♦yy >ba 9amna ee., eioè , éalla laata to pia paè a ramminara. 
cbÌM, anosa i buoi ^a vama aatl» •! 7. Drillo ee. Mi rinai tm colli 



aio|a:aglÌDarl«paaocbaava«a aepra aaoa iu quel mado cbe ai aiiola 
iMpalla, ad •• por M 



^^^ - . pw palar efm W ftaa oara, a, aba ai costìcm «IP «aa» di 

Mwa^ rogianara. caanioara. 



*• *•**•* P*»» ■■«■1. t-f. ofettgna eke ( pentkri ee.t 



CA2VTO DECIMOSECONOO. 



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Mi limaDessero e chinati e scemi. 
Io ni* era mosso, e seguia volentieri 

Del mio Maestro i passi, ed ambedue 

Gié mostravam com*eravam leggieri; 
Quando mi disse: Volgi gli occhi in gioe : 

Buon ti sarà, per alleggiar la via, 

Veder lo letto delle piante tue. 
Come, perché di lor memoria sia, 

Sovr* a* sepolti le tombe terragne 

Portan segnato quel eh* elli eran pria; 
Onde 11 molte volte si ripiagne 

Per la pantura della rimembranza, 

Che solo a* pii di delle calcagno : 
Si vid* io II, ma di miglior sembianza, 

Secondo r artificio, figurato, 

Quanto per via di fuor dal monte avanza. 
Vedea colui che fu nobii creato 

Più d* altra creatura, giù dal cielo 

Folgoreggiando scendere, da un lato. 
Vedeva Briareo , fitto dal telo 

Celestial, giacer dall* altra parte, 

EBtierì ni rimaneMem non cioè , tutto qael piano che foma tira» 
pie «hi, soperbì, nttomt erano dianzi, da,t|»orgrnflo fuori della falda del mm^ 
■M kaaai, amiliati ^ per V effcttit de* ve- te. — Secondo V arliflcin, teoondo il 
aapplìci elle in Purgatone ha la mafpniero, unt» nin perfetto, del difino 

arti'iiri* Si noti rne gli ecempj d'umiltà 
erano M*i«l|iili aulla rì|ta , e qveali di 
fain«iM superbia ««tnn delineati ani p^ 
Timriito . a liiiiKMtrare che gli amila ta- 
ranno alla line esaltati, e i aoperbi d*> 
prcMi e ciil|H^Uiti. 

23 eht fu nnbil creato. Qvaili è 
Loci fero, che fu il piò nobile fra tatti 
gli spinti creati da Dio. 

27 Folgoreggiando^ qvaei folgort' 
per la Iure rbe diffondeva all' intorno. 

28 Briareo. Gmioi, secondo le fa> 
Tolc, fu uno de' giganti figlinoli deUa 
Terra che mossero guerra agli Dei, f 

Siac<|oero fuliiunati a vinti nella valla 
i Flegra- Gtlla promiscuità degli aeaA> 
dafanti rìavegliata per le opere aepol- pj aarri e profani volle il Poeta far at* 
crali alimob i pii fedeli a pregar per^ noaeere i mali effetti della aaperUt ia 
lar*. Dice aelo a'pti, perdio i omni- o^oi tempo, e i documenti eoe la m- 
dani gnardano , leggono Ione, e tanna piente degli aoticbi à laactè pnr Mi 
iaonnci. miti a fame canti contro il vino Ima- 

22-24. 51 tWio il <c. Coà vidi ato Kammenliamod ancocba il Poema 
Sa II , ma eoo piò legp,iedita oroMi» di l'elaa sopra il doppio foodamenlo 4all8 
figure , /tgurato, quatUo pfr ria «e., nttarile filosofia, e della rivelazione. 



44. mUeggiar, allevi >re. 

45. lo iefio delle piante: intendeai 
3 asolo ove le piante camiuinando ai po> 



47. ferrarne, scavate aul terreno. 

48- fognato, arolpii» o con lettere 
a con emblemi. — quel ek' rtli eran 
•Ha. cioè, il nome, la pri«apia, le qua* 
Ltà lóro. — quali elli eran pria, legge 
3 O^iec Poggiali. 

21. Ch» toio a' pii ee. Questa ma> 
talora è t<»lta dall' immagine di colui 
tho cavalca, il «{naie dà delle celca- 
gaa al cavallo, cioè, lo sprona. In- 



328 DEL PUEGJlTORIO 

Grave alla terra per lo mortai gelo. 

Amedea Tirobreo, vedea Pallade e Marte , 
Armati ancora, intorno al padre loro. 
Mirar le membra de* Giganti sparte. 

Vedea Nembrotle appiè del gran lavoro , 
Quasi smarrito, e riguardar le genti 
Che in Sennaar con lui superbi foro. 

Niobe, con che occhi dolenti 

Vedeva io te segnata in su la strada 
Tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! 

O Saul, come in su la propria spada 
Quivi parevi morto in Gelboé, 
Che poi non senti pioggia né rugiada ! 

folle Aragne, si vedea io te, 

Già mezza aragna , trista in su gli stracci 
Deir opera che mal per te si fé! 

Koboam, già non par che minacci 
Quivi il tuo segno; ma pien di spavento 



la 



35 



40 



45 



50. Grave atta terra ee. I corpi 
morti rìmangoDO abbandonati eoo tolto 
le membra loro sopra la terra, e poro 
che gravitìao aovHeua più che i viti. 
Però iateodi : Tederà la imiaurata molo 
del morto gigaoto opprimere col tao 
peto la terra. 

31. Timbreo. Apollo fo chiamato 
Timbreo da no tempio che i Dardaai 

5 li odlficarooo in Timbra città della 
'roade. 

34-35. Nembrotle Colui rhe fi eoa- 
iifrliò follemente di cdiiicare la torre di 
Babilonia. — del gran lavoi o^dellagrao 
torre. — emarritOt confuso, stordito. 

56. in Sennaar ee. Nelle pianoro 
di Sennaar, ove ediGcavasi la predetta 
torre. 

37-58. Niobe, moglie d'Anfiooe re 
di Tebe , insuperbita di sua fecondità , 
teodo madre di sette figli e sette Gglie , 
oaò sprejparLalona come minore di lei, 
e ritrarre il popolo tcbano dal suo culto; 

Gr lo che i figli della Dea , Apollo e 
aoa,le Decisero a furia di saette tutta 
«MOta la prole, cagione di sua soper- 
Ka. — te^iMfa. delineata. — Gli ocdii 
éeUnii, sono quelli di Niobo ta'qaali 
«ra tasta eaproMioo di doloro 

41-42. Cha poi ae. David nel da- 
tara dalla morta di Sa«| maladì il monta 



Gelboè; per la qoale malodiziona apn 
cadde più aopra quello né pioggia aè 
mgiada. — Quivi, ivi. 

43. ti vedea io le. Intendi: ooa 
pari evidenza che il precedeota fatto. 

44. Gid mezza aroy mi: oon era an- 
cora compita la traaformasione, a tanto 
restava della donna da poterne vcderail 
dolore. — Àraen», o Aragne, celelMV 
tessitrice, giunse a tanta sa|NBrbia dal 
ino valore, che sGdò Mioonra a ^i fa- 
cesse più eccellente lavoro. Fn dalla 
Dea vinta, e suhsno medesimo drappa 
atracciatole in faccia, intugli ttraiei, 
convertita in raf«no. 

45. che mal per te ti fé: che fn la- 
forata per tuo danno, in tna naPora. 

46. Roboam. Fu figlinolo di Salo- 
mone , e re superbo. Il popolo di Sidkem 
pregollo perchè volesse dimianira lo gra- 
Toue imposte dal padre ano, ad agli ti- 
rannescamente : Io le ac crea oarfc : aio 
padre vi battè con verghe, ed io tì bat- 
terò con bastoni impiombati. Parqncata 
crodele superbia , di dodid tribè ékm 
erano eoo esso lui, nodiei gli ai ribal- 
larono, oBoboam pieno di aoapattoai 
foggi in no carro a Gernsalamma pri- 
ma che il popolo a furia lo caeeiaaat. 

47. il Imo tegno ee, Intaodi: la taa 
indta figura. 



CANTO DEGIMOSECONDO. 

Nel'pirta on carro prima ch'altri il cacci. 

Mostrava ancor lo duro pavimento 
Come Almeone a sua madre fé caro 
Parer lo sventurato adornamento. 

Mostrava come i figli si gittaro 

Sovra Sennacberib dentro dal tempio, 
E come morto lui quivi lasciaro. 

Mostrava la ruina e il crudo scempio 
Cbe fe Tamiri, qbando disse a Ciro: 
Sangue sitisti, ed io di sangue tempio. 

Mostrava come in rotta si fuggirò 

Gli Assiri, poi che fu morto Oloferne, 
Ed anche le reliquie del martiro. 

Vedeva Troia in cenere e in caverne: 
IlMji^come te basso e vile 
Mostrìlfìi il segno che li si discerne ! 

Qiial di pènnel fu maestro e di stile, 
Che ritraesse 1* ombre e gli atti, eh' ivi 
Farien mirar ogni ingegno sottile? 

Morti li morti, e i vivi parean vivi : 
Non vide me' di me chi vide il vero. 



3«9 



60 



bò 



60 



65 



4f. io émro poHmento, doè, U 

tÒM «fi dura materia, istoriata. 

9#. J/fMOM. Fu figliuolo di Aniìa- 

e 4i Enfile : acriae la propria ma- 
irm par Taodlicare Aafiarao suo padre 
Àm Iti tradito per la superba vanite di 
H di 00 gioiello offerlule da Po- 
^ freno del tratlimcnto. Vedi la 
ai Caoto XX dell' tnfemo, ▼. 54. 

52-S4.Jf(Mf ramo ee Sennacberib, rol* 
aBpiibinìiiio de{{li Assiri, meotre oravo 
o'piodi di «0 idolo, fu morto dai proprj 
aaMÌfflwolì.clie poi ti dettero alia foga. 

SS'M. la ruina^ la sconfitta dato 
^ Toairi ragioa degli Sciti a Ciro, su* 
tiroooo da' Persi. — il erudo 
ì. Taflurì eomandi cbe dot bu- 
eto età Morto Ciro foaae reciso la to- 
aCo , o Eottoei recare oo vaso pieno di 
aoof^o onaooy io qoello lo mioMrso 
JicHida: aoaati del aaogue, di cbe avo- 
ali oolo ooCaoto* 

S7.«<IMt, fatto dal lat. tiUrt, 
Ofw aota ; bramare avidamente. 

M. Bd mmtkt 1$ rtliquU ce.: od o»- 
^o lo f roodo strage cbe fa fatta degli As- 
airì.— -If ff/tguie del marliro, le tracco 



del macello di loro fatto iella foga. 

61. in cmttme, in case informi e 
roioate. 

62-63. IliAn. Dione era la ròcco di 
Troia. — eom* te batto e vile oc.: co- 
me la effigie tua , ti àegno, ti meotrofo 
acaduto dalla superba tua alteno. 

64. fliie, stromento da diaognaro, 
o da incidere. 

65. l'ombre, le figore; nel qool 
Benso Tedesi usato ancbe nel verao 7 
del Cauto scg. — gli alti, gli atteggia- 
roenli, Pespressiooo loro. Questa lei. è 
della Nidob. e di varj Codici, e mi pare 
migliore dell'altra l'ombre e i tratti. 

66. Farien mirar et. Coai l'Ao- 
tald. e altri Cod. Indurrebbero, doè, o 
maraviglia ogni ingegno che eopoco 
foaae odia soa acutena dì coooacero o 
di appressare le bellesxe di ooella dU> 
fiale imilasiooe. Ovvero : farebbero Mft> 
rovigliare il piò sottile ingegno, ooi 
che on groaaolano nomo e nuovo « taU 
cooe. La com.: Mirar fariena um I»- 
gegno toltile. 

68-69. Non Me et. lot.: /RmU 
chinato giti \g;u)j fincbè andai cbiaato^ 



330 VBL PUBGATORK) 

QatntMo calcai fin che chinato gjvi. 

Or superbite, e via col viso altiero, 

Figliuoli d* Eva, e non chinate il toHo, 
Si che veggiate il vostro mal aentiero. 

Più era già per noi del monte volto, 

E del cammin del Sole assai più $ff9b, 
Che non stimava I* animo non scioltd: 

Quando colui che sempre innanzi atteso 
Andava, cominciò: ttrizza la testa; 
Non è più lempo da gir si sospeso. 

Vedi colà un Angel che s^apprcsta 
Per venir verso noi: vedi che toma 
Dal servigio del di' 1* ancella sesta. 

Di riverenza gli atti e il viso adoma , 
Si che i diletti lo inviarci in Jiee: 
Pensa che questo di' mai non raggiorna. 

Io era ben del suo ammonir uso, 

Pur di non perder tempo, si che in quella 
Materia non potei parlarmi chiuso. 

A noi venia la creatura bella 

Bianco vestita , e nella faccia quale 
Par tremolando mattutina stella. 
Le braccia aperse, e indi aperse l'ale: 



70 



n 



IO 



tt 



noo vide mrglio di me i casi (dei qaaK 
calcai col piedr le imroagini ) dii ad easi 
fi rìtmvè prearnte Ma se llunte maravi- 
glia PabiliU d«4rartikta oelivnigiare 
cou tanta venta e vivesra 4|itcate iato> 
rie , OMi n8ravi|rliaino neno noi la fe- 
liciti del Pitela nel de»rnv«^ qoeate 



76. mUen, attento a de «U mm- 
Tettila oferart. 

7a Aon i piò Umpo «. Il 
piò n«»n conviene che «ineali 
•uapi^dnno la celerità del 

81 I anertìu tetta, l'ora 
dici Mtn le ore del giorno cbt n(m 



Ìg«re,che veramente s|iirpno e parlano 'Reamente %**fa chiamate ano «ariello: ft 
nei snot versi , come I» pi4reliDere hi 
marmo per opera del più grande aciil- 
lore. 

70. € 9ia eoi rtto aUierm, cioè , e 
fia petttn-Dti e a tesili levata. 

t\. e non ehinaàt ee. Chi vuole im- 

5 arare nmiltà, guardi ft|»ea«o la terra, 
ove le saperhe grandette devono aa* 
^re a finire. 

75-75. Pie era già ee.: avevamo 
già, COBI andando, girata più parte della 
ice che arconda il moiile , e apeaa 
i tempo di ^nello che ai peaaavt 
•nÌBo ooalro non «rsollo, cioè, tatto 
{■tento e applicalo a cuoaidoraro onailf 
Vo<£ U noia al vera» ì del 



F. 



Canto IV. 



dnni|iie la sesia ora avoo eonipilo 3 WEB 
nfiìcio, era iiienodi. 

83 Si che i dileUi, il «U « M 
aia in piacere, in grado. 

81 ntm raggiomm, MB ri rii^ 
eende , mm lnrna a splender*. 

85-87 lo era hen ee. Ceatr. • iat.: 
io era ben uso drl «no e umm o mi r t ; baa 
pratico di «|acsio suo nvviao, parckè 
piò volte n|ietuto, di non pcroava i 
tempo; cosicrhe non potoo portmai 
d^iiMO, oscuro, io ouelln materia. 

89. Hionco nettita, vaatila di Uaa- 
eo. Qui r a|^. bianeo è 
aMate a modo di avveriHa. 

90 par, ai moalm.— I 
MÌalillando. — mattmtinu, tal aattlaa. 



CAlfVO DEcniosecoifDo. 

Disse : Venite; qui «m preeeo i yrtdl, 
Ed agevolementa ornai si sale. 

A questo invilo veogon molto radi: 
gente amena, per volar fv nata. 
Perché a poco vento così cadi 7 

Menooci ove la roccia era tagliata : 
Quivi mi batteo l' ale per la fronte ; 
Poi mi promise sicura T andata. 

Come, a man destra, per salire al monte. 
Dove siede la Chiesia che soggioga 
La ben guidata sopra Rabaconte, 

Si rompe del montar t* ardita fòga, 
Per le scalee che si fero ad etade 
Ch*era sicuro il quaderno e la doga; 

Cosi s* allenta la ripa che cade 
Quivi ben ratta da li* altro girone : 
Ma quinci e quindi V alta pietra rade. 

Noi volgendo ivi le nostre persone, 



334 



95 



iOO 



106 



94. À pusU HimUo, a qaMto mio 
iariU». Mfoila a dir rAngrl», ««io po- 
dii gli aomÌBÌ dia cormpttnilano , par- 
ade daa pia ratta aHa auggmtimii del- 
l' appatjto the allr tme biuHic lapirazio- 
■. La lax. com. À quesUt annumio, 

05. per volar «« mata, oata par to* 
lari al cido. 

te. « paeo venia. Ini.: TÌnla da ao 
fefài gloria OBonilaiia. che ni»o é cba 
■a Taolo , e dalla altra untaue vaoiU, 
~ alarrat 

lee CMna, a man deaira, «e. 1a- 
BM per lalire • inam* destra 
tal amata la cai la di unta dt S Minialo 
t^iaaaho aopra la alla di Firritao,5< 
^aà BMMlera) Tardila f«iga dd 
!, aaaia, a allrnla T iiii|ietaail 
il troppo ripiilo raderà del 
Bflolo , Per U traiee, per l'aiuto della 
tmàa a cordonala, roM ec. 

Idi toygiof a, lieo «otto, dnaiiaa. 

leS. Aaèaroale IN>nte «opra TAr- 
BO, dManiato t*tn da Minger Kubo m ala 
di Maadalla ailaoMa, die lo (ree Cab- 
Wicaro eiaeodo polcalè di Fireaaa ad 
4137 0.;gi clnaaiaai aiU Craiéa. — 
Im èem fmidmta. chiama 
Fìroaao, par BMirdora il 
gerarao. 

104-403. chi i{ fero ad elade H.: 



dia forooo fatta al taoipo antico, qnaodo 
Firooae era acmplira, né coooaee?a io- 
gaooo. Ch'era ticuro il quaderno $ 
la doga : » aceeooa a due frodi solanni 
aonuoeaaa ai lonipi di Dania. Da 'tal 
M. Nicctda Arciaiu.ili nd 1299, d'ae- 
e«*rdo con un tal M. Baldo d'Agngliooa, 
alterò il quaderno. Hi libro pubblico, 
atorrondiHie ana carta doiula ai potea 
aver la pmva di una sua ingiustitia. E 
S. Durante de' Qiiaranionlesi. don- 
aiare e caniarlingo alla Canara oel 8al0| 
Irasae aoa ditga ddl« staio por far MW 
profitto di tallo il sale o denaro , cbt 
vendfndo avanzava. Sei XVI del Poir.p 
volando Dante nominara i diicaadaeU 
di quelito ladro nobile, gli cbiaoM fVfl 
the arroMsam per lo Hata. 

406. Cod t'alleala #.s daè,oad 
par via di gradi la c«Mla dd laoato, cba 
aaaai ripida srende dall'altro giroat dà 
iopra , ai f a meno faticosa a salirà. 

408 Ma qnineé e q ui n di, etJ ma 
dall'aaa odairaltra baoda l'alia pio» 
tra raéi, raseau. toeea Tua Saaeaa' 
r altro di eolai db% ala ftr fwflc 
ilraito via. 

409. JVo4 oalfiiidb oc.; làmàm mJk 
fo l gaadad ool fiaaeo daalro e^ iafeii»> 
nvamo t fsdl* apertura i maao dni- 
ttri. 



332 DEL PUA6AT0EIO 

Beati pauperes spiritu, voci 
Cantaron si, che noi diria sermone. 

Ahi quanto son diverse qnelle foci 
Dalle infernali 1 che quivi per canti 
S'entra, e laggiù per lamenti feroci. 

Già montavam su per li scaglion santi, il 

Ed esser mi parea troppo più lieve. 
Che per io pian non mi parea davanti : 

Ond* io: Maestro, di, qua! cosa greve 
Levata s* é da me, che nulla quasi 
Per me fatica andando si riceve ? 120 

Rispose : Quando i P, che son rimasi 
Ancor nei volto tuo presso che stinti. 
Saranno, come i*iin, del tutto rasi, 

Fien li tuoi pie dal buon voler si vinti, 

Che non pur non fatica sentiranno, m 

Ma 6a diletto loro esser su pinti. 

Allor fec* io come color che vanno 
Con cosa in capo non da lor saputa. 
Se non che i cenni altrui snspicar fonno; 

Perché la mano ad accertar s* aiuta, i30 

E cerca e trova, e queir ufficio adempie 
Che non si può fornir per la veduta: 

E con le dita della destra scempie 
Trovai pur sei le lettere, elio incise 
Quel dalle chiavi a me sopra le tempie: i2i 

A che guardando il mio Duca sorrise. 

440. Beati p^uperei ee. Vanetto tutto, itaoi piedi verraoDO piiUi{tfmtì^ 

eoo ch« quello anime laudano rumiltà, dalla volontà non aolo senza iiu fatict, 

rirtù contraria al peccato della su- ma con tuo diletto. — tu pimU: M- 

perbia. spinti l'Antald. 



444. Cmntaron ti, ee. Int.: canta- 429. < etnni altrui ae.: i 

rooo con tanta toavilà , che con parola della geoto verso di lui, lo fauo »> 

■onsi potrebbe dire. spettare d'aver qualche cosa a d de w o. 

442. /oHJr'aperture, aditi. 450. Perehi , per la qui cosa. 

447. per lo pian, per la cornice di 431 . e quell'ufficio mewnpia, a fi 

sotto, sebben piana. col tatto quel che ce. 

421-426. Quando i P. Quando i 453. icempie, separata. allar|ato 

P impressi dell'Angelo nells tua fronte sai modo più atto a trovara la eoaa aba 



(simbolo, come s'è detto, delle reliquia ai corra. 

iti peecati pentiti) , ora rimasti quasi 434. pur tei, sci solaoMBla. 

eallati al togliera del pecrato della 435. Quel dalle ekimi^ ì'àa§Ù0f 



ai^ptrbia, radice ed alimento di tntti cba teneva le due chiavi. 

~*i altri, saranno^ come quel primo 436. Jdka,al qnalattodiefrctrat 

saparbia) , araneeUati del costar colle dita i F restali svila froate. 



s 



333 



CANTO DEcmroTERao. 



i^ «alM s4tomd», étm «m fimmgmtù i Pùett, $i pmrgm U peeemt» déWtavUU. Shi» fluite 
•"w 9tnUt tf*M Mf eUitio, 0d *MK« f fi «tcki emelu é'um fU di ftrf. Di trmtm te trmtt» «•- 
^^»p9rM Mvvfti* dta* mei mot$0 4m SfiùiH tU$tt, dtt witurdam m§run 



/imtariiitéi 



«MM • smitt. Si mmti/Mt0 aU'JlitèùH Im SamtM St^im, 



Noi eravamo al sommo della scala, 

Che secondamente sj rìsega 

Lo monte che, salendo, altrui dismala: 
Ivi cosi una cornice lega 

Dintorno il poggio, come la primaia, 

So non che V arco suo più tosto piega. 
Ombra non gli é, né segno che si paia; 

Par si la ripa, e par si la via schietta. 

Coi livido color della petraia. 
Se qai per dimandar gente s* aspetta, 

Ragionava il Poeta, io temo forse 

Che troppo avrà d* indugio nostra eletta. 
Poi fisamente al Sole gli occhi porse; 

Fece del destro lato al mover centro, 

£ la sinistra parte di sé torse. 



iO 



15 



S. ittondamtmté, per U Mcornla 
vetta. — 9Ì ri9ega, ti ristringe, si ritira 
il d«ntro, lasciando intorno a tè on li- 
fitmù. 

8. dté, ialendo, olirmi di$mcla: 
H fUkU oMotre è salito, dUmala, porga 
M Baio de* perrali colui rbe vi sale. 
Sti e m d o inreca d\ talendolo. V'ha chi 
cr0d« che possa esaere an'iniitaiìone del 
fcinodio latino, osalo <|ualrhe volta io 
sflMo paanro. come tidendo, habendo, 
per àmm vidttw, habetur, 

4-5. toti una eomiet lega Din- 
tir MI ii poggio. Chiama cornice, come 
l'è detto altroTe, quel ripiano che rir- 
c — d a, ioga, il monte a guisa d'nn snel- 
le, coti... ennie la priwutia, la prioM. 

9. pia loefo piega, piega pie pre- 
ale, per aver minor circonferenie del- 
r olirò cerrliio che gli sta sotto. 

7. Ombra «e» f li è, te.: hri, gH, 
ama è owkbra, immagine, o tegii#, mi- 
taro, Hm si mostri. 

•-•. PétH te. Cosi pere, dee. di 
qocl colore, la scbicfla ripa \nhieHa 
percbè noo tì eoo figure), e cosi pare 



la achietta via, come il lirido color della 
pietra. Il color livido della ripa e della 
via hen conviene all' invidia punita io 
questo girone. — Col, è detto olla pro- 
venzale per com'el o eom'il: da eom'el 
si è fatto com'ii; qnindi per pia fad- 
lità di pronnnria si è camniata Vm io 
n e fatto eon'l; e finalmente ooi. Se 
n'hanno altri esempj in Dante medeei- 
Do e in altri scrittori anttehi. 

40-42. Se qui por diwtandar m.: 
«e ani ai as|>etta persone per dooMii- 
darfe se sia da prendere il destro eolie 
o il sinistro, io temo forte che troppo 
tarderemo ad elejgere la strada, e is f 
ta, acelte. 

14. Fece dei doitro iato oe, l 
Poeti son fermi al aommo della aeolo : 
Virgilio incerto del cammioo da pres- 
dere si volge al sole, che prcp e MM 
goida. Essendo passale OMoedi, il 
•ole e alla sua destra: daqodleoorCe 
dooqne ai volge il Poeta, e per volgisrsi 
lieo fenno il destro piede, di cbe 
fa centro, e move in giro come oo 
paaao il pie Sinistro. 



334 



DEL PORGATORIO 



dolce lume, a cui fidanza V entro 
Per lo nuovo cammin, tu ne condnci, 
•Diree, cene omdur ai vuol qoìnc' entro: 

To scaldi il mondo, tu sovr'esso loci: 
S* altra cagione in contrario non pronta , 
Ener dea sempre li tuoi raggi duci 

Qoanto di qua per on mip:liaio si conta. 
Tanto di là eravam noi già iti, 
Con poco tempo, per la voglia pronta. 

E verso noi volar fnron sentiti. 
Non però visti, spiriti , parlando 
Alla mensa d* amor cortesi inviti. 

La prima voce che passò volando, 
Vinum non habeni, altamente disse, 
C dietro a noi V andò reiterando. 

E prima che del tutto non s* udisse 

Per allungarsi, un* altra: Psono Oreste: 
Passò gridando, ed anche non s* affisse. 



20 



u 



30 



16. dotce htme m. Il wU. ■ c^ 
il Poeta fa si brlla nreghiera, poi anv* 
qai caser figura drlriroperalAre ro«i«- 
no, sotto la coi guida a«<li8ntn, come ti 
diate fin dal I Canto di-H'Iii/., poè 
V «ouiot faoMglift, ttkimào cIm pMiai 
Dttote, «Iter virUMta • ttlie« mi ^««U 



la. fHinr'Milro, per ealr* ■ ^pM- 

tt» llMfO. 

20. S' mltrm emgiont «e. lolcndi : 
purbò altra eag ione nun aforii a farà 
il eoaftrario, i ta<M raggi debbono etat i t 
•aaipre guida al viatHlNula. bd t quanto 
dira : il viamlanla debb« ^ non è Cor» 
iato a faro altrinM*nti) cammioafo^ann- 
pra d tuo lame, o non di notlo. ■ pr vm 
te, inealta, fa furia. 

22. migliaio, Miglio, cka è no ai- 
|Ìi«odipo<M. 

24 . per /« voglia, a ctgìoa dalli 
foglia pronta, eke ci (ace«a allattiro il 




23-27. pmrUmdo..,. eorlml In- 
. lutràdi ; ontfarendo in%ili olla 
d'aninre, di oarità e d'ofni al- 
tra «uiÉ eootrarÌN all'iavidia; cioè, io- 
vilaado ad enipi«f« d'aaiora, di «an- 
ta aa. L* invidia, cho ^ai ai piuan, aaMt 
^ auacanaa di carità o da agowaM» 
20. ftiiuiiiiioi»à«6««f. OManraft 



n «b. Biondi a «pMtlo laogo, cb« Dante 
diitingue ^ai Ire gradi di carità : Dare 
tnecorso a coloro die ne tono privi (di 
ehe porse un beli* esempio Maria alle 
none di Cena, iiaaado accortati della 
maaeama dal vino, a deaidartada rì- 
apamiar aucUa vrrfofna al pad r— di 
caaa, ai voIm al figlio dicendo: vìmhi 
non hattent^: Porro té a perirala an- 
che della nMirtc per la talToan allrw : 
raMoOrwtlt IVireretribaiionadlil 
par malo : Àmmte dm c«M amia < 

51. E primm dka rfel 
f* mdiu9, pnna «he qad 
gaail«MÌ «la imù, affatto avai 

32 r timo Ortcte. QaetU 
tono di Pilade, il qnalo, attendi 
coadanntto a aMrte Orlala non 
tciulo da Ì!!gi»t«i, gn«lò : T SMW ( 
Vedi Oc., IH mmifitim. Ban a*inlaade 
però, cbt» quiete voci n«n «anfana né 
dalla Vrrgiiifl. ne da Pilada,cbanon ann 
aartoin quel lu<*go; ma aono oHrallanti 
latti citati dagli Angeli a riaardaaa a 
auell'aaiiue vseaipi contrari alla iari. 
dia che eaar là purgano. E gli aMBM 
l ala n ni di fraterno anMira tkm amba u 
paganeaimo ci offre, 
confiMiMMe «lei maligni 

S3. «il mmeke non t'i^fUm, • p«r 

Bla non ai toflcraiè. 




OàmrO BECIMOTBIZO. 

0, disagio. Padre, che voci sob queste? 
E com' io dimandai, ecco la terza 
Dicendo: Amate da coi male aveste. 

Lo booo Maestro: Questo cinghio sferza 
La colpe dellt invidia, e pM sono 
Tratte da «!»%> corde Mia forza. (*) 

Lo fren vuot esanrVòI contrariò suono; 
Credo che l'adirai, per mio avviso, 
Prima che giunghi al passo del perdono. 

Ma ficca gli oochi per Taer ben fi.-o, 
E vedrai gitfte innanzi a noi sedersi, - 
E ciascun è lungo la grotta assiso. 

Allora più che prioM gli occhi apersi; 

Guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti 
Al color della pietra non diversi. 

E poi che fummo un poco più avanti, 
Udì' gridar: Maria, óra per noi: 
Gridar Michele, e Pietro, e tolti i Santi. 

KoD credo che per terra vada ancoi 
Uomo si duro, che non foì^fe punto 
Per compassion di quel eh' i* \ idi poi: 

Che quando fui si presso dì lor giunto. 
Che gli atti loro a me venivan cerli, 
Per gli Oftbi fui di grave dolor muntor 

Di vii cilicio mi parean coperti, 



I3& 



3» 



40 



46^ 



M> 



6^ 



Si. M ttmtio, app*!» io 



se. JmmUm, Parol«4elVM9d«: 

gl'iBioiid vwtri. 
17. 9f9r%m% fwlifa, « *rr»gi]t. 
M-3e. • pef mnm TrmiU §t. E 
fmé h 9 9 wé t éMm fer%m, •««•, flt w» 
Iti S dw « CMii|i«Hi« U fer«4i, i 
iMè, • gli «MBiitiii eoi i|aali ti 
y iw t i pcmUmb « s'inàtaiio • 
rselWac, t^mnlrmiU, rmvati, 
OMiIrari* al litrv %iii*, JaU 
I, ciaé, « aalU earttk. Pwé k 
trmiU ém tnvnt pi*ir«4W 
•ptegarM: 






2 Si purga il pMMto «fella 
. !• /«mi r««f «fMT «e. Il fi 
• kiwi parrattMMrr gÌ'ta<riilÌMai, a^ 

ffiimm ancrt 4^ emmirmrtm MMna.aiaè, 

4ì awaifi lerrtliili 4'inT^ 




è'ttm paniti. — Vnolusw, ^ 
tmré. 

42. «I patto del pmriom», ckè, • 
pie «MU «cala che ami «aannJo Ulta 
aMnafula al lento, o«e sta l'AagaU d» 
penlima e cancella e«4al pereata. 

45. l«nyo la grotim, laago toripa 
del girone. 

48. JlrolarM..* lividi aanabpia. 
Ira drl monta. 

51 Gridar BlirheU. AaeaMa I» 
LiUnie de' Saitli. rhe ad alla Toai ra- 
cita%anM da furile aoNua. 

53 ckft per Urrm vmd^mtt 
lateodi ; che viva «f^t aooio M 
— Anrmi: dal baaa» latiaafcMK 
i Fni%eMaali frrar» a affc ay a mtetd. 

56 reMtro* carli, mi m vOtix 
ehian e diaiinti. 

57 nergUteki^iii 
lar munti!, r«|u««ale a dira: 
dal gra^edidonripiiwiata la lagi mt. 

SS. eUieio, ««ala aspra a paagvflla. 



336 



DEL PURGATORIO 



E r un soflRsria l' altro con la spalla, 

E tutti dalla ripa eran sofferti. 
Così li ciechi, a cai la roba falla, 
, Stanno a^ perdoni a chieder 4or bisogna, 

E r ano 4ÌP6apo sopra l' altro avvalla. 
Perché in aitnii pietà tosto si pogna. 

Non por per lo sonar delle parole. 

Ma per la vista che non meno agogna. 
E come agli orbi non approda ir Sole, 

Cosi ali ombre, dov' io parlav' ora, 
* Loco del ciel di sé largir non vuole; 
Che a tutte un 61 di ferro.il ciglio fora, 

E enee si, com* a sparvier selvaggio 

Si fa, però che qneto non dimora. 
A me pareva andando fare oltraggio. 

Vedendo altrui, non essendo veduto: 

Perch* io mi volsi al mio Consiglio saggio. 
Ben sapev'ei, che volea dir lo moto; 

E però non attese mia dimanda; 

Ma disse: Parla, e sii breve ed arguto. 
Virgilio mi venia da quella banda 

Della cornice, ondo cader si puote. 



65 



70 



75 



SO 



59. io/feria, re{7geTa, sottonera. 
60 S tutti dalla ripa ee Intendi : 

« tutti erano sostenuti dalla ripa, doè, 
tt appoggiavano alla ripa. 

6 1 . (1 cui /a roba faUa, a cai manca 
la roba per fitere. 

62. a' perdoni^ presso le chiese, 
oVèil perdono, l'indulgenza, e perciò 
concorso di gonte. 

63. avvalla, abbassa. 
04. Perchè, a^Gnch^. 

65. Pfon pur per lo tonar, non 
•olo pel chiedere rfl«mosina con parole 
di lamento. 

66. Ma per la vitla ee.: cioè, ma 
per r aspetto, per l'aria espressiva del 
volto e^ non meno agogna, che non 
domanda meno ang«isciosamente , di 
^ello che domandino le parole. 

67. non approda, non arrtra, non 
||inge a farsi vedere. 

68. do9'io, del laogo nel «pule: 
•fvero, avanti alle anali. Il Cod. Caet. 
Mtkaic, 

60. Luta dH eiti di tè largir 
MOfl tuole: doè, il ade non vnola es- 



ser loro liberale di sé, mostrarsi loro. 
70. ti ciglio. Intendi le palpebre. 
Non si pntfs immaginare pia saettate 
supplizio agl'invidiosi, cbe di encir ^e- 
gli occhi che mai non poteron vedere il 
bene dei fratelli , e die se n' attrìstarono 
come di lorn sventura. 

74. eom'atparvieroe. Era costu- 
me de'cacriatori di cndre gli occbi agli 
sparvieri di fresco presi, pv ^è age> 
Tolmente addomesticai li. 

75. al mio Contiglio, ■ Virgilio, 
ebe gli era guida e consiglio. 

76. ch« volea dir lo wutlo, cbe 
cosa avevo io in animo di chiedergli, 
sebbene mi stessi muto; perdiè pene- 
trando egli il pensiert»! non c'eri con 
Ini bisogno di pande. 

78 f i« òrere ed mrgmio, dei, jporln 
•on brevità e con acutezza, conio m con- 
viene fare co' archi, i quali Imhm lo 
mento mono diatratu di coloro cko for 
gli occhi ricevono l' ìmpreaMono do'< 
Sestanti oggetti. ^^ 

79-80. mt 9enia da quoUa 

da ee. SUra <*"nq«»« «• • «•«•^^ 



CANTO DECIMOTEBZO. 



337 



Perchè da nulla sponda s* inghirlanda: 
Dair altra parte m' eran le devote 

Ombre, che per l' orrìbile costura 

Premevan si, che bagnavan le gote. 
Yolsimi a loro, ed: gente sicura, 86 

Incominciai, di veder l'alto lume 

Che il disio vostro solo ha in soa cura, 
Se tosto grazia risolva le schiume 

Di vostra coscienza, si che chiaro 

Per es^ scenda della mente il fiume, 90 

Ditemi (che mi fia grazioso e caro) 

S' anima è qui tra voi, che sia latina; 

E forse a lei sarà buon, s' io 1* apparo. 
frate mio, ciascuna é cittadina 

D' una vera città ; ma tu vuoi dire, n 

Che vivesse in Italia peregrina. 
Questo mi parve per risposta udire 

Più innanzi alquanto, che là dov' io stava; 

Ond' io mi feci ancor più là sentire. 
Tra 1* altre vidi un* ombra che aspettava iOO 

In vista; e se volesse alcun dir come. 

Lo mento, a guisa d*orbo, in su levava. 
Spirto, diss* io, che per salir ti dome, 

93. S forte te,: • forte Ugiof ara 
se io impererò • roooeoerle, per le ori- 
rioni che ti faranno e ano prò qaaodo 
io rechei 6 nel mondo novelle di lei. 

95. D'una vera città. Le città 
9§ra, ferme, slabilef dntineU de ùta 
alle anime, è il Paradiao. Sa f^ctfM, 
terre si disiingaonodiversenesìoniedt- 
tedinent e ; ma le anime giuste sciolt* 
del eorpo divengono tatto eittadiat 
d'ana medesima patrie. 

96. Che vivesié in ItaUa f$rt' 
grina. La vita presente è nn pellegrì- 
naffgio, il cui termine è il tzwmi «Me 
fta4«fn«if kie manminnti^itaiem, nd 
futuram inquirimus. 

400-102. che aspettava Inviata: 
cioè, cbo deve sej^no, o roostreva eepel- 
tere che io dicessi elcaoe coee. — e te 
votene ee., e se elcano mi Toleaee do- 
mandare come quell'emme oioetraiaa 
d' espcttere, risponderei : leveado il 
mento in sa, corno soglioo fare i cit- 
eU. 

403. per talir: cioè, si cielo.— fs 



94. §' inghirtandat si cinge. 

88. V orribile cottura, le spavett- 
ICTob cadtare. 

S4. Premevan ti, ec: sappi, le la- 
erima: npiogeveno con tento forte le 1*- 
eriase, cfce le sfoneveno ed ascir fuori 
èJàa escile palpebre a bagner le gote. 

85. eieaira, certe. 

86-87. t'aito lume. Iddio. —C&e 
si iMa vostro solo ka in sua cura, 
cbe è il solo fine de*voetrì de>iderj. 

88-eO. Se tosto gratta risolta le 
tehhane. Cosi Is divina graxia purifichi 
le Toelra ceedenxa, vi lavi ogni macchie 
àeì ^ecceto, si che per essa, •opt' eese 

noBse, scenda chiaro il fiume della 

Ile. Per fiume della mente, il Porte 
le loco intellettuale, de cui sono 
iUaetrmle le enime digli detti nelle io- 
tairie»* di Din. E queste divine Inee 
Mie BMOte, prfmio elle anime d« 
Sesti, «Bcbe nelle aeicre carie più d' ooa 
Telia è eignificete aottu V allegoria d'aa 
largo Some che inonde. 

92. latina, it^liene. 



VL 



Se In se' quegli che mi rispondesti, 
Fammìli conio o per luogo o per nome. 

i' Tu! Senese, rispo^, a con questi 
Altri rimondo qui la vita ria, 
Lagrimandt) a Colui, che sé ne presti 

Savia non fui, awegoa che Sapia 

Foisi cliiainalii, e fui d^li altrui danni 
Più lieta assai, ohe di venlura mia. 

E perché tu non credi cb' io l' inganni , 
Odi se fui, com' io ti dico, folle. 
Già di.'Kendendu l'arco de' miei anni. 

Erano i ciliadin miei presso a Colle 
In catDjio giunti < o' loro avversari. 
Ed io pregava Dio di quel eh' à volle. 

Rutti fur quivi, e volli negli amari 
Passi dì fug^i, e vergendo la caccia. 
Letizia presi ad ogni altra dis|)arì: 

Tanto eh' io lei ai in ^u i' ardita fiicda, 
Gridando a Dio. Ornai più noti li temo: 
Come te il merlo pei- poca bonaccia. 



107. ripumdjt, riparai». 



109. Sepia Fu 






I 



i 



urna n41i ia luUsglu Jai Kum 
n fai. €>-*. L •!« ni^l.* <li 
di PismoStMu; PhUn. J. (d, 
itUiitil Salii* it' l'tiixiiunl. > i 



n, ili furi tV « toUt, oti, (k* 

u cb* I &.nM ■ (l> «lih GiShUìiu 

lU d. Pr..vn>HiH> SaliHÌ ■ dui 
C<iirf. \<.»lla, l»(r>t««diì Fh- 

IscoT 



I F>H«t<U 



120 ad DI 



Sumìbi, Balli* fi, 
•tntlcmi* C**li|>l> 
Cwt>|li>«t>lti> ai II 



,..gl« 



123 Crmt fi il «urlv m 



■■■od. Do, ai iti poter pia I 



CANTO OEClMOTEaiO. 



a39 



f35 



«:o 



ns 



Pace volli con Dio in «1 lo stranio 

Della mia vita; ed ancor non sarebbe 

Lo mìo dover per penitenza scemo. 
Se ciò non fòsse, eh* a memoria m* ebbe 

Pier Pettinagno in sne sante orazioni, 

A coi di me per caritate increbbe. 
Ma tn chi se*, che nostre condizioni 

Vai dimandando, e porti gli occhi sciolti. 

Si come io credo, e spirando ragioni? 
Gli occhi, diss' io, mi Beno ancor qai tolti; 

Va picciol tempo, che poca é 1* offissa 

Fatta per esser con invìdia voItL 
Troppa è più la paura , ond* è sospesa 

L' anima mia, del tormento di sotto. 

Che già lo incarco di laggiù mi pesa. 
Ed ella a me: Chi t* ha dunque condotto 

Quassù tra noi, se giù ritornar credi? 

Ed io: Costui ch*é meco, e non fa molto: 
E vivo sono; e però mi richiedi. 

Spirito eletto, se tu vuoi eh* io muova 

Di là per (e ancor li mortai piedi. 
Oh questa è ad udir si cosa nuova, 

Rispose, che gran segno è che Dio t* ami; 

tni4a in gmoaio, per poca bonac' rAntìpargatorìOf m non l' v. 

CM» trtàtado finito il verno • «onta !• avanzare le oraxioni di quel buon ro- 

priaMvera, dine al padrone cne te lo mito fiorentino, o aaneee, cooi'allrì fo- 

tTcve nddomealicnto: iktm dn», fié «os gì 



UO 



US» 



villa 



a muro; a volò ria. È chiaro che il (e- 
«flr im tm la (meeim a il griémn m 
IKa rìgaardaoo aolameote Sepia ; e eba 
ti coofnMilo tra il merlo e lei non corre 
cka m rifnardo alla preauatuoea arr** 
canza, e al folle iofjanno. M«>lli teati 
Mono conia fm il wurim: e eoa ciò ai 
noterebbe in generale il fare di pacali 
•ccelli cbe aptieoa aendmo in gennaio 
iotiepidir Tana, ai i allegrano, a dn- 
fvettano a teaU levata, come aa li>taa 
mnta le primavera, lo però preferiaco 
la prima letiooe. L'eJit. di Ravenna 
dal IS48 porta come /a il fmer§9, ma 
in non saprei dire an qnale antontà ai 
•ppaggi qochta variante. 

425-126. MM Mre^òe U mio do- 
ver ce. Vnol dire cbe ella non aarabba 



431. aetolfl, doò, non endti 
gli nerbi di eoeioro che pnrgana U pae> 
calo dell'invidia. 

452. fptrando ragioni, ragiaohM- 
•esdo tutlnra in vita 

1 33- 4 35. G/t occhi te. Int : qvando 
io aerò m4>rto, pHierò per poco laapo 
gli occhi chiusi in qneat» baUo; paiano 
poca ò rolTeia che no fatta a INo, ful- 
gendoli invidioaanienle a<»pra gli aonnni. 

156-158. TrapfMee. Goò, tanta 
panca mi prende dd lormento onde qni 
aotto ai puotsconci i anperbi , cbe già mi 

re di aeotirmi addano qne' gran pcd 
laggin. — La tmparUa è gaserai- 
mente il % ino delle alte manti j ViimU 
dia dei vili e dappoco. 

145-144. M l«i mot ae.:aa te f«ai 
rba ammeaaa nel Pncfato- cbe io di M. nel mondo de'vivi, ?nia 
rio, mk avrebbe nnlla acoutato dd ano a'tnoi congianlà per eccitarli a fregare 
debilo, ma tnttora a* aggirerebbe nal- per te. 



310 DCL rakoAnmio ^^H 


Però col prego Ino Ulor mì giova. ^^M 


E chiaggolì per quel che [u piii brami, ^H| 


H Se mai calcili 1d terra dì Toscana, 


^k Ch' a' miei propìnqui la ben mì rinfaraì. lio 


^M Tu gli vedrai tra quel!. 


a cento vana 


^K Che <:perB in Talumone, e perderaglì 


^M Più di speranza, ch 


l'a trovar la Diana: 


^t Ma più vi perderanno 


gli ammìragli- 


■ 4M. mi Tinfami. mi rende .ppr«- 




W «g l'ini» eongiunli !■ I.y«i> fimi , » 


pMlaqoeei'aciiui Diana fuea trotau. 




parcbi nella china di S. NieeolA . uno 


t«n«. 


dei pomi più eleltU della «1(1 di Sie- 


HM.lrarwIIagenhp.ifui. Anche 




nel XSIX dell' In/wTio tu >l,l.o: Or/-« 


nmfondlii,e ricco d'asoBa, che aoc'oc- 


,ì™-.« Cr~fe rt«.»- ™« la ■-«..? 


V « ch..n.a p«» fiìalu. 






cbetpen, per eiere ■eauulati. per com- 
pr* n pO'U eeiilelle^lìTolainoiie, Ai 


na.ale, e direllori d« lavori «1 p«to 




Ti perderanno qn.ld-e.« più cb.il 


«ù eui Tenni • t»ni P"*"'" *"' ""■'■ 
— t fMTderoglt l'iA ài fjHrania : ma 


ranno incile la •ila. Il Pi-liU. dal Ci>d. 




CiH.'ni'la a onnUi tonfo Oaini OMHi 


«{),ewé, tari ìmpreia pia rli.perala,.!- 




(tao l'aria mirldiale di ^oel l..«fte, df 


lennin habnl wiUm. al cum aBOI 


a «nwor l« Oiana, una poli, d'aeqaa 


t6(. pnjHer moJaM aero» . »I pluri. 


dia i Scacri credevano t"i>e><>i(n le (oro 


mum. mn-iimlkr. La eomune leiiaaa 


olili, e per Irotir l> qix'r .i r»rronl. 






CANTO DEC in09D ARTO. 


C'-iiiH r-fi«rt.K ~ii u,K r—'diKH 






^„ p^. a«„ r.i„ -'j,-, , „. ,v".» 










•A»* alo» »««<«•'. IU-. <a>>'ewM 




Chi è roslui che il nostro monte cerehia. 


Prima che morie yl 


i abbia dato il volo, ^^_ 


Ed apre gli occhi a 


sua voglia e coperchiar ^^H 


Non Bo chi sia; ma so 


eh' ei non è solo; ^^H 


Dimandai in che pio gli l'uvMcìnì, "^^H 


B dglcemeoie, si ci 


Ile parli, accolo. ^^ 


Cosi duo spirli, l'uno . 


all'altro chini, 


1.«nMa,|>r>i.iton<e. 


analoaceaire o .i«o,r.. wc«|lim, 


2. Prima tkt m^t. prima che la 




narta, fe1«|l.ei.il« V aiKu.e J.l corno .li 


MWiO. 


Ibi , abbiala dato di uvur Tolere .u' loo. 


T. Cnil duo iptrli L'una 4 mra- 


jVi el«ni. 


^rCnidii del Diradi Drrliaara, l'al- 


e. attuto, iniprrtlhe, dell'aiiU- 


U« me»e( Iliaieri da' Calboli di Ferh 



CANTO DEGIMOQUARTO. 344 

Ragionavan di me ivi a man dritta; 

Poi fer il visi, per dirmi, supini; 
E disse r uno: anima, che Otta IO 

Nei corpo ancora in ver lo del ten vai, 

Per carità ne consola, e ne ditta, 
Onde vieni, e chi se*; chò tu ne fai 

Tanto maravigliar della tua grazia. 

Quanto vuol cosa, che non fu più mai. a 

Ed io: Per mezza Toscana si spazia 

Un fiumicei che nasce in Falterona, 

E cento miglia di corso noi sazia. 
Di sovr* esso rech* io questa persona; 

Dirvi chi sia, saria parlare indarno; 20 

Che M nome mio ancor molto non suona. 
Se ben lo intendimento tuo accarno 

Con lo intelletto, allora mi rispose 

Quei che prima dicea, tu parli d* Amo. 
E r altro disse a lui: Perchè nascose 3( 

Questi il vocabol di quella rivera. 

Pur com* uom fa delle orribili cose? 
E r ombra che di ciò dimandata era, 

Si sdebitò cosi: Non so, ma degno 

Ben è che'l nome di tal valle pera; 30 

Che dal principio suo (dov* è si pregno 

9. Pai fer li tisi ec. Poi leTtrooo trare addentro nella eams: qoi, »•- 

il Tollo. Qoetto è Dttarale alto ch« fan- urortc, aeeamare eoU'inUtUHo ral* 

no gli orbi «[«andò vogliono parlar* al- comprendere perfeUamenU. 

trm. 29. Si tdebilò, pagò il debito eb» 

40- fitta t qui Tal qnanto chiosi. aveva di rispondere. 

\2. me ditta, cioè, ne dì. Anche il 50. valle. Int. tolta la eavitè aellt 

Petrarca nrllaCani. XII della Torto pri* quale l'Arno scorre. 

ma osa dittare in sinnificato di dire. 31-36. CM dal principio HUf «e. 

Colui che del mio mal meco ragiona, Costr. e int. : perciocdiè dal prìocipioMa 

Mi lascia in dubbio; fi confuso ditta. (d'Arno), che è là dove l' alpestre monto 

44. della tua gratta, della grafia ond'ètroncoPeloro.ètì pregno d'aequ. 

che Dio ti concede di venir vivo al Por- che in pochi altri fooghi è pi& ; dal 

gatorio. principio sno, io dico, So là doffo m 

46. si spaxia, va patseggìando , rende a ristorare il mare di qoal dwdB 
•corre : è il lat. tpatiari. loi asriaga , cioè alia io vaporo, il ciò* 

47. un fiumicei ec. L'Amo, elio lo; per ragion della qoale evaporario m 
nasco io ona montagna deirAppennino hanno i6omi le acqoe; KtrMi ft /^««e* 
aitaato presso i contini della Romagna , — L' alpestre monte, ond^ è tronco Po- 
e detta Falterona. loro, è TAppeonino, che so non fono U 

49. Disow^esso, daQn1oogo,o Stretto si congiungerebbe eoo Peloro,flli'è 

«la ona città poeta sulle sue rì^e. Dato on promontorio della Sicilia. Lo dieojNn^ 

altrove : l' fui nato e cresciuto Sopra gno in quel ponto, cioè gravido d'aeqvo, 

il bel fiume d'Amo alla gran villa, perchè ne sgoroano due Comi, PAmo da 

22. aeeamo. Aeeamare ^sìepona^ ona parto, e il Tertfo dall'altra. 



342 DBL rURGATORlO 

L' alpestro monte, ond* è tronco Peloro, 
Che in pochi luoghi passa oltra quel segno] 

Infin là, Ve si rende per ristoro 

Bi qoel che il ciel della marina asciuga, 
Ond* hanno i fiumi ciò che va con loro, 

Virtù cosi per nimica si fuga 

Da tutti, come biscia, o per sventura 
Del loco, per mal uso che li fruga; 

Ond* hanno si mutata lor natura 4 > 

Gli abitator della misera valle, 
Che par che Circe gli avesse in pastura. 

Tra brutti porci, più degni dì galle. 
Che d'altro cibo Catto in uman U30, 
Dirizza prima il suo povero calle. 43 

Botoli trova poi, venendo giuso. 

Ringhiosi più che non chiede lor possa, 
Ed a lor disdegnosa torce il muso. 

Tassi caggendo, e quanto ella più ingrossa. 

Tanto più trova di can farsi lupi bo 

La maledetta e sventurata fossa. 

Discesa poi per più pelaghi cupi. 
Trova le volpi sì piene dì froda, 
Che non temono ingegno che le occupi. 

57. ii fuga, ti caecit, le si fa goer^ 48 Ed a lor ditdegnotm §e. Int. 

n come a nemica. f« riHera , die giunta a quattro ■i|||^ 

58-39. o per iveniura te. : o per circa da Areno torce a pooefila. Il iW 

sventurata situazione del luogo che si la con ardita personìCcaxione imniafiaa 

malanente disponga gli animi al mio, che Arno volti il muso agli Aretini ftat 

o per cattivò alito che li spinga a maU dispregio della luro arrogante asendiiai- 

•perare. tè. Il Buti legge diidegnamio, 

42 CAe por eWC<rt«ee. Circe fis, 49. f'astt: se oe va^ etgftmiOt 

seeeodo la favola, una maga cKe trasm». scendendo , fcnrrendo all'ingià. Il T»> 

tara gli aoounì in brvtie. Te quali si pa> relli crede debba leggersi 9m H. 
staravano, nelP isola da lei abiuta, • 50-5l.lu/}f«onoi Fiorentini fuef^ 

d'erba o m ghiande, iat dnnane come la quel par»l« significa /«pi. de* quali è 

se dicessa : essi vivono a modo di bestie, propria l'avidità, la rapacità ee. — 

45-45 Tra brutti porci re. Per li foua, fiume , per dispregio, 
bratti porci intende onei del Casentino, 55. votpi sono i Insani, allora le- 

e massime i conti Guidi. Il P«*still. Can. nati per malifioei e frodolenti. 
nota a questo lungo, che i Guidi nomi' 51 ingegno «noie il Monti che stia 

nab unt ur eomitet de Porciano, qui.., qui per ordtyno. e spiega : che bob te- 

jnerffo pot$unl vocari porci — D^ mono di rsecr (irese da nessuno ordigno, 

firn prima il tuo povero callo, co- — che le occupi, rbe le 80|ierì,le vinca, 

Brincia il sao corso povero d'acqae: oppure, che le giunga sprovvedute, che 

r Ano. le sopraffaccia : non temono in somau , 

4t. Boioli. Botoli sono cani piecoli, come suol dirsi , trappois che le pifit: 

tHÌ a ringhiosi : sotto questa iaimagiBe ingegno» significa qualunque argome»» 

ai parla qui degli ArHini. to della mente. 



CANTO DicuioqiaAmTo. 

Né lamio di dir, pereh' altri m'odm: 
B booo atre oosUii s* ancor s' ammenta 
Di ciò che vero spirto mi disnoda. 

Io veggio too nipote» che diventa 
Caodalor di qoaTliipi in snila riva 
Del fiero finme, e tntti gli sgomenta: 

Vende- la' carne loro, essendo viva, 
Poscia gli aocide come antica Mva: 
Molti di vita!, e sé di pregio priva. 

Sangnìnoflo esce della trista selva; 
Lasciala tal, che di qui a mill' anni 
Netto stato primaio non si rinselva^ 

Come air ammnzio de^ fìitari danni 
Si torba il viso di coltri che ascolta. 
Da qui che parte il periglio lo aaaanni; 

Cosi vid* io r altr* anima, che volta 
Stava ad udir, turbarsi e fiirsi trista. 
Poi eh' ebbe la parola a sé raccolta. 

Lo dir dell' una e dell' altra la vista 
Mi fé voglioso di saper lor nomi, 
E dimanda ne fei con prieghi mista. 

Perchè lo spirto, che di pria parlòmi, 



34a 



65 



60 



66 



70 



76 



92 eoim aniiem hd9m. lot. 
N vecide veediia bcttìa da mteelW. 

63. miti di vita, é tè ài pr§gÌ9 
pHé«; • m*lti toglit u TÌla, • ■ ti !■ 
bwMM faint. 

64. dellm fritto 99k>a, cioè, di Pi. 
rem» , eittk telvaggia • pian di tratt» 



}a.mim$etrédidir ÈGmdodd 
baca cW pr of wi e • fMrlare col mio vi* 
àm lÌBcri éJCMÌhoW.—pmreh'tdlH 
m*9dm, ^««itanqae iotit Mroltatnda 
fMrfi èmÈ (da Virgilio e da Itaotal. 

M4nr. E èiioii imré eottwd, cioè, 
tari Imoso, povere a cosini . Mitilo allra 

Talto aMiiaw todulu lodata la preposi- tia. — Irt'fto. pnò qui ligniacarai 

rinaa avaati i prooooii di perooaa. — > dotumtm, seimguraim. 
^mmmr t^mmmetdm, te tornato di Ih 65. UtMeiaia tof, cioi, il diradata 

caalÌB«arft ad arerò a mente oael cba di eittadioi, e abbattala, 
ara Yeraaa ifirito di profetta ni risola. 66 Ifflio ttalo primaio te,: oal- 

Bt. km «foole. M . Fulcteri de' Gal- l' aolico ano Oorido italo aaa tana, aaa 

boG, aipola «n Rmierìf nel 1302 aa> ti ripopola come prima, 
icaìin podealfc di Firenae, fu iadoiio per W Dm ^mal ekt p^fit^ da qaahn» 

deaara da «ad di parie Nera a pari a oao parte ; qoal che aia» la parto oada 

ivtarc i Biaaebi di qaella citte. il perirolo IoadJeoti, gli mga coatrat 

59. C acri alor di que' Impi, cioè a attocebi lai atoaao, o peraoao cba p» 

dei Fiaraaliai cUanalì aopra eoi ao i a aaparteonno. Laecio la allra ifirgai la 

£ lapi. ai cboai deano di qaealovarao, pa r i ad a 

66. IM /laro fiwmé, deH'imo, abi- mi aaeota la pia aempKca o la aola Tcrt. 
Uto da aoniai fieri e beetiali. -^MH 70. rollr^aaiaNi, doè, maHar Bi- 

§H tgowenU, tparge Ira loro la c ea t a r mari. 
aaaioBt a lo apavento. 7S «600 fa parala m $è rueoUé: 

61 . Vtndé ta emrn§ Uro : P«fvbè, abbo tirato quel dÌKoraa aaUa Baala, 

perdaearojcaaie 8*6 detto, diede molli a niellatovi sopra. 
de'Biaocbi ia nano dai loro nemid. 76. parlòmi ^ ioTeca £ parkmmA^ 



PEL 

Bieominciò; Tu vuoi eh' io mi dedtira 

Nel fere a te ciò che lu far non vuo'inii 
Ma dacrbè Dio in le vuol che Iraloca 

Tunta sua grazia, non li ^arò scarso: 9*^ 

Però sappi eli' io ^a Ouìdo del Duca. 
Fu il sangue mio d' invidia si riareo. 

Che se veduto avessi uom farsi lieto, 

Vi^lo m' avresti di livore spareo- 
Dl mia semenza colai paglia micio. 83 

gente umana, perchè poni il core 

Là VE meslier di consorto divielof 
Questi éRinier: questi è'I piv^ìo e l'onore 

Dello casa da Calbolt, ove nullo 

Tallo s' è rcda poi del suo vnlore. t9 

E non pur lo suo sanile è fatto brullo 

Tra 'I Po e il monto, e la marina e il Reno, 

Del ben richiesto al vero ed al trastullo; 
Che dentro a queliti termini è ripieno 

! COR alitino ilcBiu vstli gli «nif pntpr» diniDaliiiM l'illni «1*- 

lidtduea, ietti! ft, miiil*. delti uplxiii^niulrcliitrii il TtdrclwMla 

OH (i tari icario, non li ur4 nrll» poMeuicm» dei Irta ipirilHli la 

riipaiin. pnn «mr ijnicla , (xHhl io qulli bm 

!* imidio fi riaria. Si noli l« li nnu» n* ti di einbr* il h 



E. Belli me- 



S.Mf. 



81 
^•i 

«■li ibmi deH'iaioiir n<"iavi 

rit ftf dJM il Ftwln : Po-clitfi . f 
BIMBI, daùderi anHanainciilr qE 
«««, per (odert drtis anali i una 
dMOo rffwiuorW. <■!»' eacluiM 
•MtHgavT I b(BÌ tirnnin D.m aol 
B« M Mita ^a puaacneri ad un I 
p*, • n HI euo aTtgUn l'intidi; 
^H dM un li hannn . ■ .orrcLI 

■ncli i a H il ftW CMBralMO 

ecoNpl*, toma la rana liiiorar 
artiJ!u,l.,..i..J,.'p,i,r,p.„„, 
eba la Irltla naluii dill'aDimi rigni 



Strillura: Qtàa itmtnttcril ho- •«■» e>d in<lir-D<iitl( 'olooitogli hk- 

, ime mtUt. ili diirlli. Il rrrn 1 1 nkirilo clwaogB* 

96SI,piTcUpaniÌlei>ntt Ibrai rinii'llalia. a ragsiuoE" 'I l**'* n 

•i poaannc |u<l«r< io ciimaoc cDgli tosi la wiiita prr L-ai ai [ifrlectoiM il 

lo è il linw ritkUila al c«ro. Irina 
riekialiral tratluUa, lono lo arti io- 

Untn MolribBiiriiBa ■ buoni coataml 

cbiina trmilmllo. ci«* lallinad^ll'iat 

gal BOB ora la «>la lamitlla Ja'Colbolt 
di» ••«■< prrJulo il prcco d'uà ralla 
pcoHri, • ugni giBiilaiu d> eoala- 
mi , nia ebc IBIIs il pane cn iabirba- 

W. Tra ■ÌPatil monlr. <c. D^ 

M. dnfrnogti'iCf («mlut.-illuB 



CANTO DECIBIOQUARTO. 345 

Di venetiosi' sterpi, sì che tardi . 93 

Por coltiTare ornai verrebber meno. 
Ov' è il buon Lizio, ed Arrigo Manardi, 

Pier Traversare, e Guido di Carpigna? 

Romagnuoli tornati in bastai-di 1 
Quando in Bolo^a un Fabbro si ralligna? iOO 

Quando in Faenza un Bernardin di Fosco, 

Verga gentil di picciola gramigna? 
Non ti maravigliar, s' io piango, Tosco, 

Quando rimembro con Guido da Prata 

Ugolin d* Azzo che vivette nosco; i06 

Federigo Tignoso e sua brigata, 

La casa Traversara, e gli Anastagi, 

95. Di venenoii iterpi , di mtlva* ffna , raifgentilirooo per opere egregie , 
IP coetami. raliignirono ; e che oè pur v'era spe- 

96. Ptr eoHivarM ee. Per qvehi- raoiadÌTederliineppreeso. Quando im 
voglia tura di lejpalatori o di filoeofi , Bologna un Fabbro iirallignaf QaMtk- 
troppo tar£ ormai ai gìangerebbe a mv- do aark mai che in Bolonna ralligoi un 
tarli. — ornai: il MS. ddla Cora, ha: Fabbro? ec. Si noti, dopo lutto, che 
o ami. questi due pcraonaggi , quando Guido 

97. M. Liiio da Valbona, cavaliere parlava, erao già morti. 

asaai dabbene e costumato. — Arrigo 404. Guido ee. Fu valoroao e lib»> 

Mamardi, aecondo alcuni, nacque in raleaifpiore di Prata, luogo tra Raven- 

Faeiiaa, aecoado altri, in Bertinoro: fa na e Faenta. 

atomo pnideote, magnanimo e liberale. 405. Ugolin d^ Atto. Coatui fa de- 

9%. Pitr Traconaro, fu aignore d» gli Cbaldini, famiglia toacana. — noieo. 

Bavcnoa virtuoso e magnifico , il quale Alcune cdiz. leggono voteo. U Loob. 

dicooo che marit^ffse una sua uglìuola a oaaerva che Guido del Dura , ia boeea di 

Slcfaao ra d' Ungheria. — Guido di cui aono peate queste parole, non avralH 

Cat'figma, fa oobilisaimooomodi Non- be avuto motivo di commemorare tra 

tefdtre, e aopra ogni altro liberalia- ì Romagnuoli illostrì Ogolin d'Ano, 

uomo tciacano, ae egli non foaaa via» 



99. O Romagnuoli (ornali ee. : o auto in Romagna con eaao Guido : perciò 

Hoaiagnuoli imbastarditi, degenerati I il detto chiosatore legge «ofeo. Eeea 

Il Coela, il Biagioli ed altri , pensano la nota dell'Anonimo a questo loop: 

cW dal Torao 99 al 402 la frase aia pò- • Ugolin d'Auo fu di Faenxa , e Gnido 

■ìtÌTa , e che Guido del Duca che qai da Prata fu d' uno caatelln detto Prata, 

porla opponga all' ignavia e alla corrn- del contado tra Faenza e Forlì, li qaali 

Boae dei oobili Romagnuoli, il preaeote di bafiso luogo nati ai traaaero a tanta 

nagcntilìrsi di due oscuri dttadioi. Ma orrevolmadi vivere, che, abbandonati i 

ciA cootradirebbe a quel che ha detto luoghi di loro nativitade , eooveiMroBO 

•opra lo stesso Guido, che Romagna era continuo con li predeili nobili. • 
tatù imbastardita, e che non v'era più 406. Federigo Tignoeo. NoAilt • 

traccia dell'antico valore. All'oppoaloii coatumato Rimincac, ma che ? isao par 

laodo interrogativo che abbiam preferi- lo più in Brcttinoro. — e tua brigata : 

Co mantiene il diacorso nel primo teno- intende uno scelto drappello d' aoiici 

re , e dimostra che più non vedevaoai degni di quel signore. 
allora quei belli eaempii di un Fabbro^ 407. La casa Tratermra ee. Nubi- 

Jdf un Domenico Fabbri de' Larobertaaii liaaima famìglia di Ravenna. — GK AmO' 

li Bologna) e d'un Bernardin di Foaco, slagi furono parimaola di RaTeooa , od 

«bc nati del volgo , di pieeiola grmni' ebbero parantela eoo qoai da Polaata. 



l PDBGÀTOIIO 



(E runa genie e l'allra è diretatal) 

Le donne e i ravalier, gli afTannì e gli agi. 
Che ne 'ovoglìava amore e cortesia, 
{.i dove i cuor son filiti si iUBlvagi. 

Btcllinoro, che non fuggi via. 
Poiché gita se n' è la tua famiglia, 
H molta gente per non esser rìaf 

Ben fa Bagnacaval, che non rilìgliB, 
E mal fa Castrocaro, e peggio Conto, 
Cbe di fii;liar tai comi più a* impiglia. 

Ben farnnno i P^gan, da che il Demonio 

Lor sen gira: ma non però cbe poro 

"a d'essi wstimomo. 



rChi far lo possa li 
Ha va via, Tosco, ornai, eh' or mi diletta 
Troppo di pianger più clie di parlare, 
Si m' ba nostra rcgion la mente streitd. 
Noi sapevam che quell' anime care 
Ci sentivano andar: perii tacendo 

408. E l'uno... I VMrati.i t'ui» di «mliiiiHre li •nnouM* 
t l'dln iìtcruàtroM t dirtUla, dir*- mlltnii. loim.grH p«iKi 



1 



Ugolin de' Fani 

e tuo, da che piii non s'aspcHa 



{ben «nJiikdt'iD» «lei «', 1* "tlg . 




IM UdMHUW lol IMiforpiinlo 


, p.droni. 


,..»d<.ci»«.br.l. .i>iii«.<l«».i 






riBw, Il «ut d'ini^g 1 GgliDoli di H>i- 


I.l-b.i,H«,(.,Mp.«,in™-.™.i, 


n«dDPiK»ì,<,»i.d*,«d.^>«l.i,.l p.. 


«'tn nra d> i. olrlci» •dilibn->l>ià. 




KO Cì,4 n» -««f'wca «. D.i 




unii »tltu« td .Ri ,m.,n < «rMi* 


4IS aig «» |»r« K. N. gogdi- 


nitlMoK *.^;. D.Eli ■»<» («■!»«■ 


n«o 1. i™.. C». d,1 pgdr, 1^ ù 


M „t,l,.H . d.ll. d».,... 


f h' ngg «gt.! ig.. btn* il »«■■ Ig», 


*n. U Jm^ «M, A.m.fn.. 


Qu-Mo eoM rnds ttgvilg il hnpe tti* 






ROHIB*, pWHK di Cdo. 


di Gu-lu d(l l>g« <:«>* prgtni.. 


42l-12S.tr0gl>gdr'f«lDli,ra>^ 


itìU Umm Cmi.. 


mo g»b.l« . .i,iiu» d. Flou: ■« A- 


i\».p,rwmnjeTTÌa.ftti,<n 


W »«<««.,( ptrci* die. il ^.Mg ihg 




KOB Hr* cbi pon »n mila «Mm smb- 
r*r> 1> glg>>> drlli t.Biiglig dì tu. 


pi illrai. 


415 flg0MMMl,D'>bìl((er»dtl- 


430 MiIrgrtyfn.-UogUnpM. 


li Bamig» In Bixniii • Lur». — 


d.i...g.>cui*r>d.ll. Vtrjr^td h.g. 


thi uni rifflia. ti<« , cbe Bug ripto- 


dgg* mUì «iBon , ^■■<i Igronv i (onti 




di tai nv (unrniii ■»• (mi. — Cg- 




«47. ^«*p«rN-.>ip~d.M|> 


iM-Ot. dMtlttmmUric: 



I 



C4NTO DBRIMOQOABTO. 



HI 



410 



136 



140 



FaoovMi noi del cammìn confidare. 
Poi fàmmo fatti soli procedendo. 

Folgore parve, qnando f aer fende. 

Voce che giunse di centra, dicendo: 
Anciderammi qualunque m* apprende; 

E ftiggìo, come toon che ai diJogna, 

Se subito la nuvola scoscende. 
Come da lei 1* udir nostro ebbe tregua. 

Ed ecco r altra con à gran fracasso. 

Che somigliò tonar che tosto segua: 
Io sono Aglauro che divenni sasso. 

E allor per istringermi al Poeta, 

Indietro feci e non innanzi il passo. 
Già era V aura d' ogni parte quota, 

Ed ei mi disse: Quel fu il duro camo, 

Che'dovria 1* nom tener dentro a sua mela. 
Ma voi prendete l'esca» si che l'amo 

Dell' antico av\'ersarìo a sé vi tira; 

E però poco vai freno o richiamo. 
Chiamavi il cielo, e intorno vi si gira, 

Mostrandovi le sue bellezze eterne, 

liiruM è* ornai pari* «ra lo fcalpimaata la, parche era amata da Memrio : paté 

4^ Matri piaiU , a perciò dal tacere di ostaruU agli amori del oame . a per 

fBaDe aSmm eorleti argomentavamo di ^[MaCa eolpa fa da lui eoorertita m taaao. 

iaa «Hard BBcaai per cattÌTa strada, che 441. Indietro feci ae.r per ripa* 

alar* ea aa aireobero arvertiti. rtrn , come altre ToÀle , dietro la spalla 

ISO. Poi , jNMciachè. del Maestro, di coi egli carnmiaara al 

131-132. roi^ort /MfTCfc.Costr.: ainntro fianco. 

fteg, «aa voce , che y tmiae di eonira, 4 43-4 44 . Quei fk il duro camo $e., 

daè, cW ci Tcaoe di faccia, dicendo : Aw» Int. : aai>l, cioè , lo sparenlcTole aoooo- 

eidtrmmmi qualunque mi apprende; di mlle parole, fn il doro, il forta fra» 

ueMqore quando ec. no \xùfio^ gr., lai. A-amaai), di cai li 

455. Àneidirammi, ncciderammi. parlai innanzi (Vedi Canto pree., ▼.4<ll, 



14fr 



la jparola dette da Caino dopo che a dia dovrebbe contenere ì'aoma aell 

par ÌBn£a chbe nmso Abele. Qaesta gìostitìa. Donde queste vod procedano, 

fad fiaardaao alle anime del Par(pito- a il loro fina, si aocconè a qad nadcai* 

ria i faaaaCi affetti del peccato ddl'ia* mo luogo. 



fi£a. — m^ apprende, mi riconosce, a 

ad Irava, au scaopre. La Scrittura: 

QiMifi qeÀ teataief me, oeeidei me. 

433. fcaf canile, squarcia. 

43S-4S7. CoaM da lei l'udir ee. 

il aoetra udito ccs«4 di ncerera 

da qaella voce : doè, c«iaM 

fa "rawata il aaona di quella Toca, 



4It. Jf tavro. Coatd , accoado la 



445. Jfa voi prendete Teeea. Ma 
▼d correte dietro con tutta l'anima ai 
beai terreni che il diavolo vi getta avaali 
per perderri : e questi sono la cagioaa 
ddla vostra invidia, a di lotta la Toatra 
iniquilè. 

447 E però poco ra/ frano a ri- 
dkiamo Freno è il terrore ddla Afiaa 
ariaaeca a degli cacmpj; riekiam» i, 
come dice sotto, la maraviglieaa data 



lavala, fa figlinola di Erctteo re di Ala* dd firmamento , eoa che Ilia a' iafUa 
M, ao fhVe inridìa ad Erse aaa aorai- coalinao a staccard da questo faogo. 



ti culigi H'iin cbc lede ì 



CAKTO DECimOVVINTO. 



Qaanlo tra 1' oitimar dell'ora lerza, 
E il principio del di' par della spera, 
Che sernpre a giii=a di fanciullo scherza, 

Tania pareva già in ver la sera 

Essere al Sol del suo corso rìmaso: 
Vespero le, e qai mezza nolte era. 

B i raggi ne Tcrian per mezzo il naso, 
Percliè per noi girato era si il monle. 
Che già drilli andavamo in ver l'occaso; 

Quand' io <¥nli' e me gravar la fronte 
Allo splendore assai più che dì prima, 
E slupor m' cran le cose non conte: 

l-B.^OBNln Ira IWlinuirK. Quid- tlìna tSgnili 



iuta; il che inai din cIm bmii- 
ra ore *lli Bn* itel gioron. — 
ariKa. Uiu pni che la ipcri a 
•enpra, a faina di faniiullD, 

i_, par aiuiiificira cba mai |iNon- 

iDdo che i nwtaint 



nilaiira,*» 



lo d«l Purgatoci n ara 

'.(I MupD che (ir 

•ri. doi in llali 



1 ■II'sMiJaala, dia duna 

di 3 ora. 

nsoil tum, prtcnunea- 

è per mai «e. Dlaaa il Poe- 
11, vrnr>l«,dia aTaada 
■ facd* ti i»Dla del Pur. 
>r>c cha ilMla ntaoulc gli 
I dii'Iro , a tìA 1 amala 
■lata Ira l'oriem. a ìt deb 
Dode apf ara nanireals dw 
moa * ^Delio aragli di av- 
ara tarau ponenla. PaUa 

il P«(la ■ell'orB del n- 



.,«a , 
diqoa 



la aaaira. Vaapra al l'urgalurìo 
k, M ara patMla dopa il mtttvÀt 
1 ■ Oaraulamn», dianatralnaa 



Io KiunUilae 
perairan ioli 
ceanik l'aadi 



della Trmledai idngi lolarì. 

g. driilianilmania, aKcIaranKi pn 
Jirilla Unaa. 

<0. ttnlf a ma avarar ea. , imlii 
gli cicehi ■((■licalt ilellD iplendan di 
«n'illra luta tlm ii aculunae « quatta 
del ible. IHrh in apprane theluca '»■ 



CATITO DECIMOQUINTO. 349 

Ond' io levai le mani in ver la cima 

Delle mie ciglia, e fecimi il solecchio. 

Che del soverchio visibile lima. 15 

Come quando dall' acqna dallo specchio 

Salta lo raggio all' opposifa parte, 

"^ Salendo su per lo modo parecchio 

A quel che scende, e tanto si diparte . 

Dal cader della pietra in igual tratta, so 

Sì come mostra esperienza ed arte; 
Cosi mi parve da luce rifratta * 

Ivi dinanzi a me esser percosse ; 

Perchè a fuggir la mia vista fu ratta. 
Che è quel, dolce Padre, a che non posso 25 

Schermar lo viso tanto che mi vaglia, 

Diss^ io, e pare in vKr nOi esser mosso? 
Non il maravigliar se ancor t'abbaglia 

La fiimiglia del^ielo, a me rispose: 

MeasQ è, che viene ad invitar eh' oom saglia. 30 
Tosto sarà eh' a veder queste cose 

Non ti fìa grave, ma fleti diletto. 

Quanto natura a sentir ti dispose. 

■lapiva 4i questo aerrescimenU^ di l«c« catollrica , che è appunto quella parto 

•bbagliaotc, di eoi noo conoscea la ca- deiraUì^a che tratta dei raggi della Iseo 

gMMW. refralli dagli apecrfaì. 

44^^5.feeimÌilioleerhto,6oè,ttti 22-23. Coti mi pmr99 te. Coaì nù 

riparo delle maoi alla luce; il quale alto parte di ctscre perc(«su da luco che ivi 

ftetf, diariouiare, tempera la aovorckii era ri fratta [rifralta ato qui per ti* 

loco, il $a9erchio titibiUt che nuoce fleua), rihatluta diuand a me. Quello 

•Ho nato. Vedi quel die notai al ▼. 56 ero luce che l'Angolo ricorevo do Dio o 

ed Conio V 1 11 : Come otri m rk'a troppo riflotlt^va «lo «è 
tieamfomém. Il focab»!o toleechio è ai- 24. Perchè a fuggir tm mia vi- 



ino di paratole , di ombrello. Qui alo fu raita. Hcriocbè i miei occhi fu. 

è «alo por airoilitudine. ron presti a suUrarai i quello aploii- 

44-20. Comefuaiu/oec. Int.: come doro. 

^•OMdo dairacqua o dallo specchio il 25-26. a ek$ non pauo Sthet' 

roggio riflewo rimbulza io nutao parte* mar ee.: innanzi a coi non poaao faro 

cMo, io mndo pari, a quello con cui adierm» Innto che mi giovi? 

^iaceoilo, cioè, formando ran^nlo di ri- 50. Mi f sto, MeMaggero, Angolo, 

foaaioao uguale a quella d^inridcnia, — eh* wm taglia, che si salga. 

H éiparU {tuo raggio rìflesaii), ai al- 51. Toalo tarò ek'a otdarte.: cioè, 

lootana, Daf cader della pieira (cioè quando barai purgato dai peccati, of- 

dalla lìnea perpendicolare ali orixaon- verrà re. 

tolo dcpreiaa fi a il raggio riOesso e V in- 52-53 . ma fieli dilelto ee.: ma li tt- 

ódoote) tanto quanto dalla detta lioea, rk, o rit-cwrai, tanto diktto, quanto per 

ém iguai tratta, (per uguale spatio) ai al- natura sarai disptisto a riceverne. Quanto 

loBlaao il raggio incidente; cooi ec. Lo più l'uomo si puiilica nello spirito, too- 

p ew p e n difolare ai chiame da Alberto to più forte diviene alla contemplaiìooo 

Mogao il cader della pietra. del vero, aorgente dei più puri o do' più 

2i. arte. Quest'arte o scieoto è la grandi piaceri. 



350 DBL purgàtobio 

Poi giunti Annmo ali* Angel benedetto, 
CoB lieta voce disse: Intrate quinci, 
Ad un anileo vie meo -che gli altri eretto. 

Noi montavamo^ già partiti linci, 
E^BeaH ndtericordes, foe 
Cantato retro, e: Godi ta che vinci. ^ 

Lo mio Maestro ed io solr ambedue 

Suso andavamo, ed io pensava, andando, 
Prode acquistar nelle parole sue; 

E dirizzarmi a^lui si dimandando: 
Che volle dir io spirto di Romagna, 
E divieto e conserto menzionando? 

Percb* egli a me: Di sua maggior magagna 
Conosce il danno; e però non s'ammiri 
Se ne riprende, perchè roen sen piagna. 

Perchè s* appuntano i vostri desirl. 
Dove per compagnia parte si scema. 
Invidia muove il màfetaoo a* sospiri 

Ma se r amor della spera suprema 
Torcesse in suso il desiderio vostro. 
Non vi sarebbe al petto quella tema; 

Perchè quanto si dice più li nostro, 



nO 



45 



50 



SI. Poi, poifM. 

85. JjiIratefMsiiei, eotnle è» qai , 
ov'è aM tcala leaipre meo rìfida otlU 



37. iimei, i\ U. 

3S BeaUtc. Parola dì Omì Criita 
(Vedi S. BAatlco, rapo 5| , che mi ai 
«•Dtaao dall'Angalo mtr lodare ramo- 
ra del proaaimo, virtn eootraria «U'ia- 
vidia. 

59. e: Godi tu che vinci E fo p«r 
cantato; Gwdi te ek§ rinH. Cmo le 
qvali parole ai iaviu ad nulliire nella 
speranza di nn elenio giMlinienlo tkà 
•Tré saptttoTineere l'amin proprio, e 
liguardare il prosaÌDio cume sé ste»ao. 

42. prpdé, prò, gtilità. — prode 
acquistar ee.. ricavar vautaggio,i»lniir- 
mi ) faceiiilolu psriare 

44 . lo spirto di RomuLoma, Gvido 
daiDnca. 

45. B divieto e cotuorio. Sai» i 
▼arsi se e seg. del Canio preerd. 

4e. Di $ua mtaggior wuifagmm, di 
naggior vino, cbe (• V iu%idia. 
47. e perà non s'ammiri, man ù 



ammiri da voi , bob si prendi Btrtri- 
glia da voi. 

48 Sa ne r ip rem i é, oc. Sa ma 
rimprovera il mondo di ea iida; • gcate 
«niaiia , penlM* pani il eaora là ovn è 
atralieri di«iHo dì ronanrtot —- pertkè 
men am pimgna, a feiocciiè poi in Par- 
gaUiio si abi ia per voi a pàaagcr ■«•• 
per qn«^U r<il|»a. 

49-51 Perchèi'appmdmmoaaAak.i 
l'invidio muote ti mimteen (il OMntiei) 
a's«ia|>iri, ci<>e, vi affanna, po rc i l e if- 
stri d«^iiYrr| si appuntano, ai dirMoao, 
e si f<'rniaiio, in «nella aorta dU nani, 
de' qua II srrmsfi il godimento ^aasdo 
altri nf part«H-ipano. 

52 dr/(a spera si^reiiw, del daioy 
dM è kfilr df'bfaii. 

53 Tttrrtssé, rivolgesaa. 

54 fitm ri $artbke al peUa a*, s 
cioè, il timore rhe altri partili ipaaiir» 
dei neni die deaiderato, moa vi pw ng t 
rabbr il eore. 

55-57 Perekè qumnlo ae. Impar- 
docrhe uuantu maggiora è il nnmaan di 
colora ette /i (io delu) partedpano di aa 



CANTO OECTMOQUIRTO. 

Tanto poflBiede più di ben ciascuno, 
E più di caritate arde in quel cbioetro. 

Io son d* esser conlento più digiuno, 
DisB* io, che se mi fòsse prìa taointo, 
E più di dubbio nella mente aduno. 

Com' esser poote che an ben distfibnto 
I più posseditor fÌEKxia più ricchi 
Di sé, che se da pochi è poasedotot 

Ed egli a me: Perocché tn rificchi 
La mente ^nre alle cose terrene. 
Di vera luce tenebre dispicchi. 

Qaello infinito ed ineffabii bene 
Che lassù é, cosi corre ad amore, 
Come a Incido corpo raggio viene. 

Tanto si dà, quanto trova d* ardore: 
Sì che quantunque carità si stende, 
Cresce sovr* essa 1* etemo valore. 

E quanta gente più lassù s^ intende, 



354 



60 



66 



70 



bcQC cb« per Mser di talli poè d» ogou- 
no cbiamarai noilro. Unto pia ciascuno 
n9 poaùcde in paiiicolarv, e piò «e. 
L'nnina dei braCi Baiando, aecondocht 
pii aotlo dina Dania, tanti apacdii in cai 
si rìfleila la lura eterna, ne legnila rha 
qnanlti pia creacono in numero, tanto 
aafginra ai fa il lama noI ccleate aof- 
Maroo, a pia chiara la viaione baalilicn 
dì óoackcdann. Qnalcba edii. legga Ckè 
p§r fWWiH» ella fona tornareìiba an> 
cbaoMflin. 

9S-€0. lo fon d'§sier eanlntUt ne. 
!• sta adaaao più diginiM» d'aaaer ronten- 
toy cioè, pie Inalami dall' ea»er pago, di 
imd ék'w aerei sa non l' avocai fatto 
Jk«an domanda; a ia magf^inr dubbio 
wmm ora kiTilappato. — mi fo$$$ , lar* 
■ÌBaB<*aa anlira, per mi fotti. 

ei-eS. ditìrUmto, diviM. •/ ^ 
po$i9dÌÌm' m.: faccia piò ricchi di aà , 
•• tonchi fià • ciaaeano, aa ai divida tra 
malli ptvaeaaorì, di ^nel cIm aa faaaa 
diilribuito tra pochi. 

M-C5. H/lcrfc{.lomi fmrt.aempra, 
tattavia, rat penaieru alle ci«e della ter- 
ra da cai oon aai atarcar la menta. 

66. IH ver* /«re re Dalla mia 
ptrnlt, ehn aoa laro di Tarila, rfia* 
fUtki Utubn, ti ai genera «onfn- 
td erro: a, perchè non aai 



nlavarti al diaopra della materìt. 

67.75 Quello l'm/biilo m. ld<fio, 
bene ìnGnito ed ineftabila, cofi eorn ad 
mwtttrtt coaì corre ad invaalira la aoima 
inoaioorate de' brali , «ama il raggio 
del «ole i Ituidi corpi, ^wgli cioè CM 
riflettilo la luce , e le bea a propornoM 
dalla carità che arde in aaM ; ai dw Fa* 
lama tirtu beatrice , f aCerno aiiil»r« , 
creare tectindw rho è maggiora H detti 
calile: lapida qaanla genia piàlMfè 
tl'imifwh, dita, an nell'Empireo «i CO- 
noace per maina rifleaaiooa d* ■■• !■ 
altro del lume di Dio che gì' iafiila 
(mulMC te lnfefli<;tl,tptegii Benra un ti^y 
'—'41 pie «' è do bòne mmoro (riaè| 

o più vi e della della TÌrtà b«a> 



Unt« 

talli 



liKcante), e pio ai ama. • l'Miort 
dall' una all' eltr' anima beata ai ri- 
flette , come dall' mio apeerbio nll'tl- 
tro la Iure. E p«T ^eata atmilitadi- 
ne degli •pei-rhi dÌTÌcne evidootOi dba 

Ìiianli più «nno gli «piriti in coi ai ri- 
ellr la «irln beatrice . tanto mmiort 
e più inteiiM invite cinarono. V«|| ao» 
(he «nel rlie s' a detto di anpra alla no- 
ta 53 Mi fl d re che falche lealn, mi 
che io niHi hn vetluto , ha Icftiian !•- 
tende, rhr e bnona variante; a aigoì- 
Grhrrebbr è inlr$a IH DÌO , inimi$ 
nella «firtna ritiont. 



35!K DEL PUBGATOniO 

Più V* è da bene amare, e più vi 8* ama, 

E come specchio 1* uno air altro rende. 7» 

E se la mia ragion non ti disfama, 

Vedrai Beatrice, ed ella pienamente 

Ti torre questa e ciascun' altra brama. 
Procaccia pur, che tosto sieno spente. 

Come sort già le due, le cinque piaghe, 80 

Che si richiudon per esser dolente. 
Com'io vole\'a dicer; Tu m'appaghe: 

Vidimi giunto in su V altro girone, (*) 

Si che tacer ini fer le luci vaghe. 
Ivi mi parve in una vi.-ione S5 

Estatica di subito esser tratto, 

E vedere in un tempio più persone: 
Ed una donna ia su V entrar, con alto 

Dolce di madre, dicer: Figliuol mio. 

Perchè hai tu co^ verso noi fatto? 9<j 

Ecco, dolenti lo tuo' padre ed io 

Ti cercavamo. E come qui si tacque, 

Ciò che pareva prima dispario. 
Indi m* apparve un' altra con quelle acque 

Giù ynìr le gote, che M dolor distilla, 95 

Quando per gran dispetto in altiui nacque; 
E dir: Se tu se' sire della villa, 

76. non H dièfama, doo li sodili- modi diverai ha Mpaio pratentarci quc- 

ifa.Ritpoiide alla ineUfora òe\ digiuno ala htorie di virUiMÌ e di viiioai fatti, 

osata da Danta al verao 58. 88-00. Eduna donna- Questa àMa- 

79. tpente, tolte dalla taa fronte. ria Vergine, cbe avendo smarrito il san 

80. lo cinque piaghe. Le cini|ao divin fijjliuolo, rilrovstulo dopo tre d'i 

P'igba rha riuiaoguoo delle sette che nel tempio, come si li'gx' in S. Luca, 

iUigelo ti aveva segnate nella fronte gli disse , senza impazienza , anzi eoa 

eolla punta dello spaila. Stioo le cini|ae tutto dolreszo: Fili, quid feeisti no- 

moccnie dei peccali che rimanevonO| bii iie? re. 

tolta vio la superbia e l' invidia. 92-03. E come ea. E coma, dette 

84. Cke ti richiudon €C.: che si queste piirole, ki larq or, spari lo visione, 
naanono eul duleiscne, cioè, mediooto 94-00. un' altra ce., cioè, un'ol- 
la contrizione e la penitenza. tra di>nna. Qut^ta è la moglie di Fisi- 

82. Com\ mentre. — dicer, dira, strato tiranno di Alene, lo <|nola do- 

-» m' ajìpaghe , m' appaghi. mandò vcnilrlla contro quel giovinetto, 

n Terzo girone. che , acceso d' amore verso la figliuola 



^ 



I-i. /e luci vaghe, gli occhi miei, di lei, puhblicaniente buciollo. — con 
quo e lo voganti per desiderio dì vede- quelle aeque ee. Int. : con quella la- 
re altre cuse. griine che spreme dagli ««chi il duloiv 

87. in un tempio. Nel tempio di ^iMimio nacque, quHnd'éciigioiiato|wr 

Gamsalemnie. Qui il Pneta vede alcu- yran di*pello, per gran disdegno in ai- 

ni esempi dello «irtù contraria al pec- Imi, contro altrui ; in una p.inila, l'ira, 

cato dell' ira. Nota quanta fecondità sii ha taUuIta il significatu di eontrm. 
d' ingegno nelF Alighieri, che con Unti 97-99. aire <le//avi7<o, re; signore 



CANTO DBcmoQuimo. 35$ 

M cai nome ne' Dei fti tanta lite, 

E onde ogni scienzia disfovilla, 
Vendica te di qaeye braccia ardite 400 

Che abbracciar nostra figlia» o Pisistrato. 

E il signor mi parea benigno e. mite 
Risponder lei con viso temperato: 

Che farem noi a chi mal ne disira, 

Se quei che ci ama è per noi condannato? iOi 
Poi vidi genti accese in fìiuoco d' ira. 

Con pietre nn giovinetto ancider, forte 

Gridando a sé por: Martire, martire: 
E tai vedea diinarsi per la morte, 

Che r aggravava già» in ver la terra, ilo 

Ma degli occhi ikcea sempre al ciel porte; 
Orando air alto Sire in tanta guerra. 

Che perdonasse a' soci persecutori, 

Con qoell'aq[)etto che pietà disserra. 
Quando l' anima mia tornò di fhori il6 

Alle cose, che son fuor di lei vere, 

Io riconobbi i miei non £bi1sì errori. 
Lo Duca mio, che mi potea ved^e 

Far si com* uom che dal sonno si slega, 

Disse: Che hai, che non ti puoi tenere; iso 

Ma se* venato più che mezza lega 

Ma ffia ai AteM, per éar aoM «1- ri apra «Ila picU.— Con fMafTa^pca», 



la ^aala fa gran lita tra NetUmo a Mi- ■ nfnrkea ad gnmdo 
■arra. vm ie ogiiiieimuiaéiB f mf W^ 4 4 5»4 4 7 . Q umi o F tmim m wdm aa.» 

p tli èBiaMa le icitnia ricaTeronogran» L'««BoclMMfoa erada la rinooiMMaa- 

ara appranaiooi di aoaa faraaaala ari- 



diaioM laaa dai 00011111 eha la aMtiTa- aara appranaiooi 

^ a di Ik qoetta laea li dilfoia ad alaoti ; a del proprio ingàmio a'aaaarpa 



illoauoara il mondo. aolo qoaodo naregliato poò parafasara 

'tC^.Ai^ofMtarMfrìspoBdaraalai. lo ioinia|ini tognata (eoa rcataao oaHa 

a P ai 



407-408. im gÌ€9Ìn$tto. QiMtli h OMOioria) eoo V appnattOBa ririen 

S. Silano, dia mori lapidato. — me^ cIm egli par mano ù^ aanri noa pie !•- 

der, oeeidara. — forU Gridtmdo m ii, |^ti dal toBoo Ila dcpii a b iat t i praaia- 

rioè, foHenrate gridando Fon aU'id- ti. Fatta qoeata eaondaraiiaM, iolas* 

tra: Dagli, degli, Jliorlira, wunrHrm, darai: qiaodo l'aaima aria (eU sai 

409. B lui Videa ehinm-H «e. È eoooo ara latta daotrodi a* rietralte) 

bella tradaiione del pasao dagli Atti famd éi fmri, cioè toro» aatto 3 ' 

Apoat. ora ri deKrìfa la lapidarioM di irittaro draeari a riaarara l'iaipraHJ 

focato Santo diacono: potUii mUm daOa aaaa di foori, la fodi Taraa 

gemiHu te. Vedi al eap. 5. aooo. loriaaoobU chala cosa Tadola .— 

441. Jfa (fagli oecA</Wfaf«Rqnni logm, arrori; om «oii /Mf<^ rioè mb 

«I €iel porU. Intendi : ma tonerà eaaa- fantaitid, oao ckiaMra^ bm tìmmimA 

pre gli occhi aperti e rivolti al aialo. a caaa tara , a dri faUi, cba la alaria 

4 12. iW o/la Siri, a Dio. — in racaaota. 
tanta guerra, io ri erodela martirio. 490. Cba Ikmi, €k» uom Hpmottmt' 

4ÌA. che pietà d%iitrrm,Aaìm^ re :eioè, dia oaniipvoi raggerà io piadL 

tb 




334 



DEL rUBCATOBiO 



Velando gli occhi, e con le gambe avvolte ^H 

A gni^a di cui vino o sonno [uega? ^^ 

dolce Padre mìo, se ta m'ascolle, 
■ r li dirò, diaa' lo, ciò che mi apparve iM 

Quando le gambe mi furon si lulte. 
Ed eì : Se lu avessi cenLo larve 

Sovra la taccia, oon mi sarlon cbiii^ 

Le tue cogiUizion quantunque pane. 
Ciò che vedenti fu, perchè oon scuse ix> 

D' aprir lo cQore all' acque dalla pace, 

Che dall' eterno fonie son diffuso. 
Kon dimandai, Che bai? per quel che (ace 

Chi guarda pur con l'occhio che non \ede, 

Quando disaniniato 11 corpo giace; i3i 

Ma dimandai per darli Forza al piede: 

Cosi [rugar convieosi ì pigri, leali 

Ad usar lor vigilia quando riede. 
N'oi andavam per lo vesjiero allenii 

Oltre, qnanto poièn gli occhi allungarsi, I40 

Cooira i raggi serolioi e lucenti : 

m. Velando gt> DCcM, tckndn t* 133.156. JV«di>Piiiidal,CbakuT 

pupille f sili pilpchn, Mautilii flipnhi «. DaoM iinlilK pulBIa <loaiind*r« ■ 

—arnU gamb€iHm,lle,àot,to»itim- i)«>iand»ti la m- sn t>ani> 120) liu- 
ti th> Id iDiliDdo l'incrociHiaa, niiai giani dal mia MiUr MrpmiiBda ■ n- 
^0(11* digli ■briicbi > dei HHiDaliDli. cilliale p<r li >ii I Oad igTl la >Tnrte 

126. ti lolla, li iapcJila od Ioni cha uun |li diiuiidl, ekakatf pacaci 

ntEii*, «1 « lulitdb. Disliig cha iDul dounndirlo Chi sHar- 

127-119. St Ih ocrui etnia Ur- dapurcm tacckia te., doè, chi pu- 

etnie mattktrt, par inipnìirc clii ti li cba wa pn* icdcr l'uiliriH dell'aoBn, 
l<g|iiHÌB Uttn qarJ cIk li opHidcB- > il i|ail oFibia DDQ h* pii foni din- 
In di la, la tur coffilatùmi^ la tua iu- dira ^amadu 4ai corpi» è partila 1* loi- 
laraa itlitiaDi no» ni MTÙn cAlw*. m*; nwilniia accbiOiiBnì dir ?lttilia, 
BUnala j fuonliinfM |«rr> , 
IBIeU pwala. 

■'" •V.ptTi 



•ntiiHali di pardaas, di dh* a di «- 
rìik, dtc a mnigliiBii diai'aciiai rbc 
IpCfaa il faaoi «liegaoBa il Lullori 
dall' ira: piràordié la bai • la Icgya e 

m! Ckt dati' ifarao fml* a : 



Dio dij.« 
le li dìOapdi 




CANTO MCIMOQVUnO. 3ft5 

Ed ecco a poeo a poco vm fbnio ferd 

Verso di noi, come la notte, oscuro, 

Né da qneUo era loco da causarsi: 
Questo ne tolse gli occhi e Taer poro. * «45 

145. n§, d, ioU9gU§edd, Mipt> mì oltr« U firtt, aoel* U retpiro fa 



CAUTO WKìCMMMSBn^. 



ttti unm Ctr M * tm — mipm fimm • Pomt rf*— wtmpAtà» ^k»fmm épmrgm rim,Um 

liptrtki U Pmm mtl émtèi» ém»d0 tm t m tw im iMi ptmtU, m éM fiamtH • éti tediati 
l»S9MÈtllÌfmit»§mw»mmptt^9mtt»mamé9ra 



Buio d" inferno, e di noUe privata 

D'ogni pianeta sotto pover cielo, 

Qoant* esser può di nuvol tenebrata, 
Non fece al viso mio si grosso veto, 

Come qoel Aimo cb* ivi et coperse, 6 

Né a sentir di cosi aspro pelo; 
Che l'occhio stare aperto non sofferse: 

Onde la Scorta mia saputa e fida 

Mi 8^ accostò, e 1* omero m' offerse. 
Si come deoo va dietro a soa guida K) 

Per non smarrirai, e per non dar di cozzo 

In con che 1 molesti, o forse ancida; 
ir andava io per P aere amaro e sozzo, 

Ascoltando il mio Duca che diceva 

Pur: Guarda, che da me tu non sie mozzo. tf 



I. Jfeii9 rin/WiM, buio Mal b nè1ttgwaa,«UMlvap«Tin4«%MÌ 
trovai adi' inferoo. M. 



2. ml$»fm§r cM», m Xtf^àvf 4-6. if •» te «1 Hip wthm, €^ 

d ^%ài% Meo, tearto, ciclo; Jovo daedo draiid • nttoii : bob feaa al ■■• dw, 



è rariBMrta CmI il Betti. E ^otfeH ai e mm occM, vdod fraaao, aè «pio 
par dM daBiidiore tpirgafioiM di ^w^ d aapro « Midlrf^ • coma la Mak d 
la «ka aa aa dà «oaoacawalo :• aalto taa lir a |al iiaai ) , aaa» yd laaia aa. 



«Ma patirà di firllt, mi^ apMa m — aqrrafMia, par aafaitar PaUifaria 
traila M eM»wnm fn ^ ^mf éi ald» dd telo, AiaaM io p a i t a calia a wi a | 



It. Capraidooa i^ tatto vaaa •fMa* frati di ^ad fcuaa. 
da aafra è dalla aaftt arinifa Irafflil 7. OU f aadMo aa. # par «ka , far 

a<aa«la;Matraaa alla B«na priva di la yak aaarU iaip r iidiai, f mah 

laaaa dialallapar bltioa?ali,laaa> noa fojfarta. aoa |»alè, tiara apartaw 
fiaafi la aaraaatanaa di aaa p f a f aada S. a a j ia K aaria, aaearta. 

vaDaaàiaaa tra aMatf, doadaaaaada- 13. fofia, Walla dal kam^, ^ 

la d vada, la aa acoaMord r aaaarilè aaiara, nolaala, ad aera par aaaa a r^ 
t P arrara. Ma aa de 



prai [ ia lt i rt i a aaara aiaiapar adiaia ' 14-15. dka diraaa ^r, cha 
Hfido , darà la laca è aliladwiala oMateanaadafa diaaado.— daaM< 



^^F'^^^l 




■ 


3-,6 DEI. PUR. 




5,»Tonio 


m 


Io scDlia voci, ciascuna pareva 


^ 


Predar per paco e 


per misericordia 




L'Acne) di Dio, clie lo peccala Icto. 




Pure Agnia Dn eran 


le loro esordia: 




Una parola in tolti era ed an moda. 


ìi> 


Si che parca Ira esse ogni concordia. 




Quei sono spirti, Maestro, eli' i' odo? 




Diss- io. Ed egli a 


me: Tu vero apprendi. 




E d'iracondia vao 


solvendo il nodo. 




Or la clii se' clic '1 no- 


;tro fumo fendi, 


Si 


E dì noi porli pur 


, come se lue 




Partissi oncor io tempo por calendi? 




Cosi per una voce detto fue. 




Onde il Maestro m 


io disse: Rispondi, 




E dimanda se quii 


icj si va sue. 


30 


Ed io: creatura, eh 


e li mondi. 




Per tornar Isella a 


colui che li fece. 




Maraviglia udirai i 


» mi secondi. 




lo ti seguiterò quanto 


mi lece. 




Rispose; e se veder Turno non lascia, 


u 


L' udir ci terrà giunti in quella voce. 


^^■U 


Allora incominciai: Con quella fascia. 


^H 


Che la morte dissolve, men vo suso. 


^M 


E venni qui [«r la infernale ambascia; 


VI 


wn ti. m«.D, »>> li d1»di, di- 


di. Solerao» gli aolictii dindera 


Ul,^^ 


eii»» Ji nu- 
li. Ina, loelie. 


pa io Ire epaiì, o lenaiu, che 


li tllijl- 


Insane calUji o t.l<«h, oe» e i,li. 


m. Pur* Aynut UH. Tnlli f«uiii- 




t dello 


cilTtnn II liirs pi (ghiera roD le iiainla 


>l(r<i Wlel^Nola che io qliealo 


■dodJc. 


di Btnil CVÀtu Agnm Dei, chopn.te- 


1. dur.U«ditiJ.;s».»».l 


Mll'el- 


rituB io leiupa . lono usuili- AantUo 


Ire. aDt'iel.T>ilIt. 




M Dia i tbiinai» Gnu Cr.ito per la 


SO M quinci N.: ae di qa 






.Ita e,», ael «.e»).. 




l' ir.. Q—O parola .r.=o il prii.cipi. 


SS. MMftetmli.Mnii 




Mia Fr«glÙB>, la ^u.\.- poi Gn,.. nelle 


pnaan. 




>lln parai ra»liin,,<Iaiianù6ifr'<i rem. 
a. (^'WMi «pirli, «s.tlutel- ti» 


51. quanto mi Ita, mia 






'mT', 


rfl.rtaBUr«,«up.pinl,T 


■iodi gliele eenb^e, dead* D. 


2*. E d-iracoudiatc. Ini.: lan 


leello l B«ire. 




rarpnio il pe«.lo .lell'ir., cb., cerne 


SS-SG.eKMdarn.Ewilri 




u I1.HI.. li lega .'.. eU« Tolu •»» pe^ 






MM ti I>ii> della pace. 






15. ck< '1 naiiro fumo fmti. ci-t. 


oJ-SS. Con iMlla fàitiM. 


Mio. 




*f.: (Hi 


tii il rum» in tl.t ow .lame. 


eerp..k<ili».lc,;.l.l'.nÌD.., 


< the 1. 


M.27, e«w .. Iw l-arliui «. 


.on.di».l... 




Come ae lu fuui «neon nel luunJo rie' 


S9. pir la ioknaieai-tbBitia. t(- 


^ (in, «te il Innfo ai Diniri fxr fUn- 


J 


■ 



CANTO DECIMOSESTO. 357 

E se Dio m' ha m saa grazia ridunao 40 

Tanto, cb' e' vuol eh' io vegga la sna corte 

Ver modo tolto fuor del modern' oso. 
Non mi celar chi fosti anzi la morte, 

Ma dilmi, e dimmi s'io vo bene al varco; 

E tue parole fien le nostre scorte. 4& 

Lombardo fui, e fbi chiamato Marco: 

Del mondo seppi, e quel valore amai 

Al quale ha or ciascun disteso l' arco: 
Per montar su dirittamente vai. 

Cosi rispose; e soggiunse: Io ti prego 60 

Che per me pregbi, quando su sarai. 
Ed io a lui: Per fede mi ti lego 

Di fer ciò che mi chiedi; ma io scoppio 

Dentro da un dubbio, s' i' non me ne spiego- 
Prima era scempio, ed ora è felto doppio 66 

Nella sentenzia tua, che mi h certo 



40. ridUuso, rieerato, raceolto. È 
bellMnao mede , porche porU tero 
V ìéf d' VB amoroM eastooimeolo in 
«■M grana. 

41. fittr ieiwtoiem'nto: pafdi4 
da Emi • da S. Paolo in poi noo tf ara 
pie a£Co caso fiinila d' uà tìto. Vadi 
inférmo, Canto II. 

48. «fisi Im mòrte, prina cka in 



44. mi ftmrco, al paaao, alla aaltlaal- 
fl^ altra earehio. 

A$: Umbmrdo fmi, «e. Aiarai di- 
COBO cho 4M8to Marco fu un Tancnano 
aoaco di banta, a abiamato il Lombar- 
do par MI I H molto in craaia ai Sifoori 
dalla Lamkardia ; dia fu di gran valo- 
re, nralico delle corti, ma faàla all'ira. 
Ma torta LowUardo fu il casatodt fio- 
tto Marco, dicendo il Boccaccio dM oo- 
•tui fìt di Ce' Lombardi do Vimt§ia ^ 
wooto di Corte e Bovio. Alcuni altii 
penaano dtet/tmbordo aia quinnanimo 
À'itoUemo, parche a Parigi, dova molto 
quatto Marco uaè, chiamaTami gcaaral- 
aanto ijomhordi tolti gl'Italiani. 

47. IW wundo eeppi. M' ialaai , 
fai pratico dai nogotj del mondo. 

4t. km or eimeemm dieteoo «a.; ài- 
iUto 6 eontrario di liip. 




tinto , ditmdormo a amili ; a oòmò 
iotcadi : al qnal talora ciaaenno la di" 



eteto, h^ceasato di tondera, f«reo, 
di volgera la traccia ; cha è quanto di- 
ra: òaaenno ha abbandonato, poato in 
non cala quel valora, cioè I oaeato • 
rirtuoao operara. Il Boti : B futi vm- 
loreutmi. 

54 . ffiMmdo fw Mra<, cioè, m1 Pk» 
radilo al quale t' iofii. 

52. Per fede, per promaaaa. 

55«54. mm io eeoppio «a. Int.! mn 
io ho neir animo un dubbio tola cha noi 
poaao pia eontenera e no aeoppio. -— 
éeMro , internamento. — da ma dmè' 
bio, per un dubbio: il dm 
origine o cagione Oca) dioati 
mento teoppimr «folto teie, 
biteec. — fTno» me ne tpie§Of^ho 
non me no tciolgp, o libera. 

55-57. Primo erm icefmpio, ?ef io 
parole di Guido del Duca intorbo alln 
corrutiona della aodetè, eotrè nai Piata 
nn dubbio intorno alla cagiona 4» orn- 
ato diaordina. Seotondo ora Marao tam- 
bardo lameotara la coca m ad a a i ma , 
dica aha è /Uto doppio il ano dnhbi», 
cioè, pranda maggior fona a gli dt 
maniera anaiatè , per la aoa panlt, lo 
quali lo fan pia certo d'aaaa oarnmiano 
aodala, di ne ha udito dira Ik la ^1 
cerddo, ad altrora da Guido ; alla fiala 
eertana a* accoppiava, andava ofto, il 
dubbio tuo intorno al f crcbò 



Qui «I allrove, quello ov' io l'accoppio. ^H 

I^ mondo è ben così mito diserto " 

D' ogni vìrlule, come la mi suone, 

E di malizia gravido e coverto; «i> 

Kb prego che m' additi la cagione. 

Si ch'io la ve^ga, e eh' io la mostri altrui; 

riiè nel cielo nog, ed un quaggiù la poDc. 
Allo sospir, die duolo strinse in bui. 

Mise fuor prima, e poi cominciò: Frate, ci 

Lo mondo è cieco, e In vicn ben da lui. 
Voi che vivete ogni cagion recate 

Pur SOM} al cielo, si come se tulio 

SIoNea'e seco di necessitate. 
Se cosi fosso, in voi fora distrailo 70 

Libero arbitrio, e non fora giustizia, 

Per ben, leliiia, e per male, aver lulto- 
Lo cielo i vostri movimenti inizia; 

Non dico lutti; ma, posto eh' io l' dica, 

Lame v' è dato a bene ed a malizia, '& 

E lìbero voler cbe, se litica 

Nelle prime batlHglia col ciel dura, 

51. rflin-la, iimbIìhIb, 4ùeai Imiti, n*,pafla du io't iicà. 

M. irrsl^do ■ cattrta. Ini.: non ngiDi», il lumg, ondo il b*at 



Xllllt 



a ntlUp 



., I* 



■1 di h-H- 


lanlv tot lilla , àoi, w li npoMM W- 


63- CU Hi (viu in», n. Ptoc- 


(ra..nu t mi>lt Gn di'priai lUu- 


thè UIbih him ci» qinu cijioiK 


thi «Ile prxc l<nJ«» n|F>M U 




pLncb , <■■ ucBÌle riU M rip-U wo> 


atlPiaflou itììi ■■olir . pfl climi , « 


pr« ii(l«n. Cd UlU {.dilli, iMlm 


Ulwii>cl»Ù.HMn(r>«ri. 


H' <ii <■». «>■> »gii* ■ «iriì>u. U * 


|g(* 


^» .k. i <i.ì^.pp(ti>i d«Mi iài 


M. ( (ovini ««K..-d.>è,|q mi 




«Miri km, per !• lu téli , ài t<~ 


id.4trìn. di U..I. nei r»i»>la. (ke «fui 


wtdilùraUDdu- 


•7.roi.lkf.irf(,,™».i«ntì«l 


drlu i BiUdIs di SM ptnpri. iitt>,l« 




■■■1* fa nawi .BOI ditccnd* nelle nu 
Ji wtl. . •«'«■d. ì* ■«>, > Buon, 


68-1» MtMH iHlloKnxtH ,no 




qnei primi InpCiti • «l.l't* ÌDclia.- 


Biomli twar» D»»irì .[(«Ita'd, M. 


TI-T2. t nim far* giulitim t.: « 


Mmpx [m..rt . diHcer. 4l l>tiM- Qi» 


nkbt WKBila (,».(i»., rt. .ir i>p«r> 


■In .ignitr. !.« cM» 1 RWln «<»<- 


nrBtJ infila: IfaH ilio tutti, pcnM 


bw» H|«iUw pr«g»> . .llrgrH», « 




_ W-n. torirtiw. bL^ilcid- 


ttSM^ di priii .biU, di «lliti MMB- 


Pi «., dd qotl, pw. p.& Lrinsl» chi 




CAIRO 1>IGIIIOSniO. 



869 



Fai Tinee tatto^ se beo si Mtrict. 
A maggior knai «d a miglior naCora 

Liberi goggiaoilB, e <^la cria so 

La mento m rd, cbel cid non ba in sua cura. 
Però, se il monde prasento diaria, 

In voi é la cagione, in ?oi ai 

Bd k>to ne nrò or inora spia. 
Esce di mano a Ini, die la vagheggia^ S6 

Prima die sia, a gnisa di fandnlte, 

Cbe piangendo e ridendo pargoleggia, 
L' anima sempKoetta, che sa nnite. 

Salvo che, mossa da liM ftiUore, 

Tolentìer toma a ciò che la trastnlla. so 

Di piociol bene in pria sento sapore; 

Quivi sT inganna, e dietro ad esso corre, 

fio guida o fren mb torce il eoo amore. 
Onde convenne legge psr firen porre; 



7f . À wmgfUr ftf%u «e.: rfaè, • 



^^••^ • • flMINI 0f*Ml 99 '• 9 1 

i« Vii !■ awte . h foal* ■•■ ■o g f J Mt 
•IF ìbìmm 4«gfi Miri, • M ai moTi- 
■MBli Mlt oMterìa. Dict iltra«« fl 
P — ii Ab la hMtk ^tìm tpirt Mua 
FanM Mtlni, prìaapio di Ni 




r dal brillo I 
9pim, W9ne9 émdi€9i9r9 , 
Quatto tennoa di fpii 
par 9 aaa aealiaaa agfirani tiVUrria 
tiV fcarfaR . è divaoato agfioiai al 
krvMa aaaa «a aaataaBÌiMra ^ai pie M 
la ardioarìe TÌMBoa daUa 



Mnara.MMa 

HBWSa* 



SH^ee. Caca ài «Nma 9e. Caalr.: 

fasfva cfca momc da lieto fmUon 
fama vaImMfH a etd dka fa fraa lui- 
te;, «aet di «MMo a ìn<, d^ te •» 
anaayas jioaia cMa aiSt a ^inaa ai 
( i a na te lte , d^ pten^anda a rid m da 
f a rf a l iff te Intoadi: L'aaim tetta 
acaiffica, aha Milla aa , faichè aolo ap- 
p raad a pai taaai (•enaaaebè pa iU aitai 
4m Kfto fattora, dal footo ttetM dalla 
Mina a dalla Walitadhia, éUm teme 
vaIrnMeH, alla fa Hteroa Talaaliari al 
piacerà , oppara H voJ^a per ava Mh 



tera vana tatto cte aha la diletta), ^p^ 
•l' aninia, io dieo , atee aempfiaa a mn 
dalla BMoi del eraateva, eM la iifh>s 

r* I p rwe ato Ball'atoraa idea prtea wm 
Irarh dal aalla,.ad èaaaavMpw^ 
gaietta aba ar piasM or rìda 9tm ifana 
fiacada, aaaanda la paniatta aka aate 
laMoaa. 

W^ • W ^^CCWV ^VNv ^vt SVI MHI 

dai aanao, dai Wai tomai, jdaaali te 
eoafronto da' celasti, a aMMharafi »- 
amia 9mpor9, aaate diletta, a appetite. 

SS. QéM f 'liiaaaaa. lat.: aradi^ 
da trarar la feliotà ad beai a aaHa 
aadiefaaiooi di aaai to tonra. 

se. Sa faida o fnm aaa teraa 
Sa aaa baaaa warta a adacanaa 
naa kaaa il saa amara, a aaa valto atoi 
iaiiiinito, aa a eto ato laaaa aaa W ii> 
Taiga al vara eoiaMa. 

S4-Se. Oadaaoaaeaaaac. Buia di 
ali aaayei ioeUaali a aemr dietoa al 
Saaa falaa, aaaveaaa aaidarii raiaa 9 
Mae aal f raaa della la«p , a aa» 
avara aa ra o aa reggitore , «la 
JMte aera ailtadf ateif» 



te t0rT9, é9k^ dialiagaaMa, a agU aUrì 
addito«a ddla Ten a bea erdlaata aa- 
cietb alsaa la pérto priatipak , dal te 
gtartifia. Danto ad CSaarOa fatiapi 
daa dttà , spella dd tea ttean^ a r al- 
Ira dd vtefr «tateapte. 



Convenne rege aver, che discernesse 
Della vera citlade almen la torre. 

Le leggi Eon, ma clii pon mano ad esse? 
Nullo: però che'l pastor che precede 
Ruminar puù. ma non La l'ungliie fesse. 

Pt'rdiè la gente, che sua (luida vede 

Pure a quel ben ferire end' ella è ghiotta, 
Di quel sì pasce, e più oltre non chiede. 

Ben puoi veder che la mala condoUa 
È la cagion che il mondo ha Tatto reo, 
E non natura che in voi sia forrolla. 

Soleva Roma, che il buon mondo feo. 

Duo Soli aver, che l'una e l'altra strada 
Face» vedere, e del mondo e di Deo. 

L' 00 r altro ha spento; ed è giunta la spada 
Col pasturale; e 1' udo e 1' allro insieme 



Per vìva fona mal 


convien che vada; 


6T. thi pò» marni BdtiK? Chi [t 


dnlo cha dì qanU lì parla più aaUo. 
400-101. Ptrth>Ìaa»nUtc.?it- 


«<.pi«,, AiU«..,y.To ehiU t. 


«^■reT 


cLà la gante, cba vada il paMrt.contr.. 


99. Rumiifar p«ò. ma non ha 


Lualnra dai propH-u. miniatalo, p«- 


CMgU. f«u. 1J4- ..". proibito 


ferir» . f n.1 t^t K-. cioi carrara »>- 




I.DMnL« dicira oi brfli laoiporali aa. 




!(»- la Mb romfelO. la n.U 


rianimf la ia* q»liU del niMiMrt 




*i'm,trVw>shÌi, ftua-iVtdivé^oDt 


106 l(o«o,(fc««»wnm<MiA./w. 


di* in qiDtlo umiDd» Dia joìtyt li- 


H~nia tact buono il mondo iu qaanlu 


miSe*» At il «IO Dopolo doiea rie» 


cbt principaluionla da tal li diffua par 


»ni iù Sfondati ci1>a di udì doUri- 


t,l.al-|o.;::n.l.lucd.lCi.li.na,i.^. 


01, iota» nel nmiiiert; ed winpis 


407.i>aaSDlJ.IIpapa,ci>è,«l'ia- 


di l»<>«(aptruH.m, Ggurola «ll'tm- 


peratora , dia quui dna wU IwBinsi 


Skia futa. Or. DauK tool din ebo il 


«■•no «corta al popolo, «no par b lii 


Pipi. 1*1 p<u(in- cStpraidii, chi » io- 


di Dio, l'altro par il baunaca lampe- 
tale. Vadi al G>Dlo 11 dcH7V- <"•- •! 


nioii liuan* eaidi al popolo di Crl- 


d.lltÌH. ruon-or paó; cu ì mai 


(. (26. Mi pon crad.,no i giotaoi par 








lemporalo dai pipi ; alla ioa molto piA 


t'unfhii friu. lommiaiirrtiVTuB- 


anlrcbe, ut quola larta lu mai qu<d 


nunlo : Neuooo owcrta pii |g liijgi ui- 


Dba i Poali . cbi poro ia prau pootOM 


Mnli « ««ili , cbe pure >i<li»a e hhh. 




■ nm Bi>l>, peirb* mliii (ha licda 


109-1(0. ftwrallrofca .««lo, 

l'n.o1alilpap.)l.a.rcaia l'aura. 


mastra in brada a in cui tulli li iftc- 


MtBO, piadict .t, laacina .llimt' 


l'impariture, iDlrando iu tuofo di lui. 


m«U, ™,.>u t™.. ma (li .aampi 


— fi i ffiMla la spada Col pati»- 


•oa tulli aonlrari a i|iielle requie ch'egli 


rait: cioè, I. pnialt ci.ilo «.Iti .pici- 


d.lU) t>«1•k«r».vMa/rMa,c..n■ 


luilt. 


n>a• mala. Quagli elia nauunu <U 


HI. Prrctro /una u.: nacMaf 


li Totlia «ai acHnaira alla caofuiia- 
()« ddla dna pol«ll, eoo hanno «- 




confiuo povera g laJa mali. 



CAUTO DECIMOSESTO. 



361 



Peroochè, gionti, Fiin l'altro non teme. 
Se non mi crédi, pon mente alla ^iga, 
Ch'ogni erba si conosce per lo seme. 

In sul paese ch'Adige e Po riga 
Solea valore e cortesia trovarsi 
Prima che Federigo avesse briga: 

Or può sicuramente indi passarsi 

Per qualunque lasdasse, per vergogna 
Di ragionar co' buoni, o d' appressarsi. 

Ben v'en tre vecchi ancora, in cui rampogna 
L' antica età la nuova, e par lor tardo 
Che Dio a miglior vita li ripogna: 

Currado da Palazzo, e il buon Gherardo, 
£ Guido da Castel, che me' si noma 
Francescamente il semplice Lombardo. 

Di oggimai che la Chiesa di Roma, 



W 



ISO 



Ub 



442. Perouàè, gkmti, «e. P«ro^ 
, Boo può V «M ta- 
ra. fliMr, eooM do- 
vrabU. franata dall'altra. 

44»-444.^» «Muto aito jplgo, fé..* 
paaì aaata alla n>ifa,se t«<n eoooaeera 
u yalitl dalPerba : cha è qnanto dira : 
at tmì a>i Mt i i ■ caa la cagiona par la 
■■ a l t il aando dìtvia è la confnsioaa 
dcOa im potcìtè , gnarda ai pcwiim 
mèmnà caatnmi, fratto dal disordinato 
ff«g|ÌBaalo aitila, a coootci dal mi af- 
fada k Baia cagiona. (Sablima docn- 
Hla! La prabitè nasca dai buoni 
li ; i bnoBi ordini dalla sapiens a a 



Ula rsimona: daoaoa mal pranda a 
obi kaapMMa a la ntigiona disprasn.) 
44S. in ini pm$i§ te. Intandi la 



Marea Trifigìana , la Laoibardia a k 




44e-447. SoUm vaiare te. Erano 
i i rastnmi nalla dette proTÌncia pr»> 
aa cba Paderìcall imperatora aTeeéa lii- 
pa calk Cbiasa ; prima cioè cba atcssara 
MfisBiineismento lo controtarsia lira il 
s nca r daa i c a Pinparo. E non t'Iia dnb- 
bio cka k gara cb'abbe la corta raaaaa 
a aal qnarto Arrigo o col Barbaressa a 
eoa Fadarieo II , furono accompagnala 
da tilnperetoli accessi per l'nna parta 
• par Feltra , a cba par cesa priaaiaal- 
I s'iaCradnssa e s'slimootA la mti- 
a Podio tra i popoli italiani. 
4 1 S-H 20. Or pud f •Vm-MMiili, M. 



Caetr.: Or pud iiewrmmemU ptt&rei 
itM per (de) ^ a lmmqw lofcioffa (di 
paeeero) per vergogna di mgionare 
eoi htoni o a appreetarti toro; po- 
roccbè non te ne incontrerà , di qrnali 
buoni , sk facilmanto. La kccia aerana 
a sicara dall'uomo onesto è sa m p ra 
ina rampogna al maltsgio; pardo nan 
pnè questi amarna P incontra. D taeto 
vit. a PAmbr. 498 bannolKmyioiMr 
eo' buoni, d' nppretemrti. L'uaa • 
P altra è buona lesiona. 

421 . v'en, ti sono. Par far la km 
tace plur. s'sggiunge un no alk 
nog. Dunque da # si ba * 
msnte eno. 

4 22-4 23. e j»ar lor tordo ee.: a para 
lora cbe Iddio tardi trappo a togiierfi 
dalP iniquo e dieordinato auodo per 
riporli nella pace del dolo. 

424. Cnrmdo dm Polaao, fu ga»> 
tiluomo di Breccia. ^CAorM^ fu di 
Tratigì , e per la tirtA sua sspra— e 
■yoato ii bnono, 

425. Guido dm CmIoI, poeto di 
Reggio di Lombardia delk nobil fami. 
diada'BoberU.cbepor testiaMnknai di 
Bantenuto da Imala ricatè malto eme» 
ratamaato Danto in sua casa , meaira 
errata eauk per la tarla dtià kmbarda. 

428. Ff ncsif menk , al moèm 
francaea di cbiamar* L omb mi r é i tutti 
gP Iteliani. — iowipliee, schietto , sia» 



Per confondere ìd sé doo reggimenti, 

Cade nel tango, e sé bruita e la soma. 
Marco mio, diss'io, bene argomenti; 

Ed or discerno, perchè dal r«(aggìo 

Li fijli di Levi furono esenti: 
Ha qual Gherardo è quel cbe tu per saggio 

Di cli'é rimaso della gente spenta, 

In rimprovcrio del secol ivIvaggioT 
luo parlar in' inganna, o e' mi tenta. 

Rispose B me; clié, parlandomi Tosco, 

Par che del buon Gherardo nulla senta. 
Per altro soprannome io noi conosco, 

S' i' noi logliessi da sua figlia Gaia. 

Dio sia con voi, cbè più non vegno vosco. 
Vedi l'albùr che per lo fumo raia, 

Già bianrheggiare, e me convien partirmi, 

L'Angelo è ivi, prima di' egli paia. 
Cosi (ornò, e più dod volle udirmi. 



1. l'ai 



> l'iltrs 



il». Uiam 

181^52. Ed or d|-(»nw K. Ed 
onoiiiiipniidci ntr qxil riglon. «clau 
[iMlilribódl L«i |l'nrdÌHl>.lliu 
B UMnlaUk) dal tiiiartisicnla della 
lem di CtsaiB dialrìtallt di t)li> alli 



eh* l( rilU dal* ai Lctìiì 
nnlf ad kaMlamliiin , i 
liàtndiàm. — funnii tu 



.d p.. 



ilGht 


ora al 


ban padrt. Il ulirìc» 
dna d. Uarto, ftr èu- 


?liaB 




>l DdO 


it delia 


li|,l....a™B.r.pp„.„ 

CllllBD«,dirb<UD«>'« 


dai tri 


.tio^ali , 


parlalo/ GhrraHo da axia» h «.In 






liaae TÌrta, d» per la 


dùul. 


•icoadi 


i.a...,b.llia.j»6(li* 




a Gala, 


d.'lU qaakdi» Vk-y 




<rlie >(l 






1' dilHI 





I3T. M, pwlmdmi Taira, rtw 
ands la Taacana , «me dal liii|-Da|:gia 
iprtriKt, nai noilnif d'ignorare un 
BMia per T««fau natinimo. 

140. da ma fi^lit Cala (}iihIu 



Hi ptT 


lofMieriA 


i-na-' 


» il lum. 




-pr,™ 


, AtiK 


rima cbt 


(fli 


aiappa 


ri«a.— 










CtA tornò. 


ciot,cnld>tl>. 


' iadietiN 






iadieW». 


1 ckc^i 


din 


i^codd, 


.dipa. 


iiichied-, 




1, mi pai 


».jl.or. 


iCorip. 


irU; 


p»r(b» 


brat». 


p'ìb';^;';' 


Ma. 

E1 


T,f,ù 


rtaddl. 
<f.iMà| 



€JJnP# WnSCMMOtkEXTMmO. 



Ot€iH t PmH fiiàH éti mm/mm^h f JUfkkH 



•ir mplftm Bn* 



grimiiHnm «Ma 






Attmm Fìrj^th, ptr «m ptritr 



Ricorditi y lettor» ae mai nell'alpe 

Ti colse neblùa, per la quel vedessi 

NoD aUrimeiiti che per pelle talpe; 
Come, qoando i vapori umidi e spessi 

▲ diradar oominciansi, la spera 

Dd Sol debilemeDte entra per essi; 
£ fia la toa immagine leggiera 

In gingnere a vedery com' io rividi 

Le Sole in pria, che già nel corcare era. 
81» pareggiando i miei co* passi fidi 

Dal mio Maestro, osci* faor di tal nnbe, 

A* raggi morti già ne' bassi lidi. 
O immaginativa, dbe ne mbe 

Tal volta sì di fuor, ch'oom non sT accorge, 

Perchè d* intomo SDonm mille tube, 
Chi mnove te, se il senso non ti porge? 

44. MieméiH^ Mtor, «e. C«lr. • émtlùjm^mù aè mA wwm maUm èOU 
_ ... k^p«l«t«T«dMniioiialtrì- T«no ^««1 bvìo il FMte rìetvt. 



IO 



ib 




M iMps •ttiwww di nMih 

frffietla ck« ka dinon agli «ccb , li- 

tmétfA mtm k ipirt dtl toh lq««odo 

• • » •• " • • » •• 

I laptn mmm • tft«i «ooiiiicmao t *- 

ladani) éMmtmiU ttÀn per li ditti 

Ttpwi.^ t^ • Imipm, d «Df. , 

' • vmté, iebkrm • M- 



7-e. M0mÌm$iÈmimwui§inei«ffU' 
m fl». B ^iMii %m ÌBiaMgiM , • rap- 
frmmàaòm» aiU taa raoBont dall'o»' 
«nate fMMM««, Mrè Mtrn t f^9i^ 
f% par fNn^ara • witn, a éprarti, 



ai aiai mIm il raffia dal aDla, eka fii 
ara Ib ili traawoia, aaaada aiitaaia 
afe praaa a ' * - - • * - 



40. Sì, eoak, a aotal I 
42. À'rmffi m»rU m. Vaal 
n Paala cIm fueì tmorì del laaM 
i ra|gi dal aoIocIm |ià aecoMavaa aaM» 
l'annaota, araaa fiè tpaDli alla ladW 
dd MoaCe, a sola UlttaHaara la allaft. 
Pii cha il fola ta aatta , a pie wmo 
ia allo i aaoi raffi. 

49-45. Oimmm§kmlhm, a paia— 
imaMfiaalifa, a fanlaaa — mt mia 
IW «alla j4 «N ^ar, ae. * ai ff«y, «aril 
ri l'aaÌMo oaaCra all'alScia da'aaaS, 
cka«aa aae ai aaaarft di faal alM aaa> 
cada hari di tè , ^nd' aaiW fK ali»> 



cU,atkWaa. 

46. CMaMaatff, ft <f< 
CU è cka ti la aparara, «ka ti lai 

falla oMm eiat r ait a t rakiatto cba ta coatempU, aaaada i 

d'aaa f^eiactia di ^aaUa * taaa bob ti pa rf aaa di iaan laraai 
paè arara idea eha ipprii- i aiprf iaaa ? 



roan di aaal 
afii, l a af a a Ji. d%Mar dora 



STuovelì lume, cbe nel cicl s' inrorma , 
Per sé, o per voler che giù !o scorge. 

Dell' empiezza ili lei, che mulo rorina 
Nel!" uccel che a cantar più si diletta, 
Nell'immagine mia apparve l'orma: 

E qui fu la mia menle si ristretta 
Dentro da sé, che dì fuor non venia 
Cosa che fosse allor da lei recella. 

Poi piovve dentro ali" alta fantasia 
Un crocifisso dispoltoso e liero 
Nella sua vieta, e colai si moria. 

Inlorno ad esso era il grande Assuero, 
E.sler sua sposa e il giusto Mardocheo, 
Che fu al dire e al far cosi intero. 

E come questa immagine rompeo 

Sé per sé stessa, a gul.~a d' una bulla 
Cui manca 1' acqua sotlo qual si feo; 

Surse in mia visione una fanciulla, 
Piangendo forte, e diceva: regina. 



IT. clu mi tiel l'iaforma, tU< 


mi* r«U>;t olla. 6^, Uni* la alu, 




dieueeel. dai .enei adalla lerriHi.»... 


the i ronoilo in ade, t >|aaU luna 


S6. Oh CToàfiaa. on aan>« pMl« 






Ktndenilo iliU* iltre crlali, a per oo- 


tuet» re dì Pi^reit, dd qaala afl- m 


JfT di Dio die lo icorgt. Io invi», quiB- 






ruedninre IraT» che de lui ara eUla 


■•«ai prurfliel». 

ti-M. Deltfmpkiia. Jrfl>ni|.io- 
lk,i«lri.diPriiEDe,c)iefuni.>Rli<diTe- 




37. t alai »..- a Ulc, lul* io !• 


ttdevB, ei iDorÌTa, ndla «a tarocia, 


fM « wrriU di Filone!*. Qanle dD> 


do*, a di.^»,. 


FtouBÌBa, per Tindicini dell' ingiù rìi 


50. Che fa al dire e ai far toA 


rinwoti d« T«eo , toeuro ia p«ii un 


Inlaro, cbp rinuerdu al dira a al brc , 


SdinglB dì lui dilanialo Ili, ■ Ji cui 


dot pd delii a nei talli, fa Mal |i<i- 


l^a en medre , e c-tlo glieli) die- 


ito, cmi iwrfello. 


Jen in dbn. Senudo U più d«' PmIÌ 




Propie fa eonierliu in mndins, Filo- 


Ma M. E lotlD chs qunta immiiiaa ti 


IMlt io r«i|pinal>. DnnM tl«i. con 


™l";p^u"un'l°b*l'.^an™r.^,E; 


rnit, MD ULiiiio e Slr.hoi», d» 1. 




.ni^Di 11 yd» d'acflua, nllg la aula ai 


Bi paugoos or*, Ktsoili) il enliM, «|. 


(.^t . - .Ielle iiuela fi Ìa6,ò, Sune ac 


M.ni mtmn « Urror. . . t«a. i^- 


,i'ir.«odi:; 


di,» de prìnui ktll- imiKagint mU 




apparve torma, poi Piotai dimiro 




alla fai-Uuia. ore Surii- In wtla ci- 


M>tnÌM.;i>Ìn.rr.i.ir 


n'uM. Qi>ei>lericdirt.adinudì1 


S2. ti rMrrltM . ù chiù» e >»■ 


S4 •iM/-<HiCHilli>-<ì«»la*U>iaia 


Mila 1* U. 


DgIluoIb dd r* Leti» a di Anela. 


2*. rrfflK. ri««ul.. 


ZS-W. rri/ma. PertU eir 


JS. Poi piotv «e., di»«e adii 


ira «r. Ù regina luedcc mia, pertlii, 




CAKTO DECIMOSETTIMO. 



aeft 



Perebé per ira hai voluto esser nulla? 

Aucisa t' hai per doq perder Lavina; 

Or m* hai perduta: i' sono essa che lutto, 
Madre, alla tua, pria eh* all' altrui mina 

Come si frange il sonno, ove di butto 40 

Nuova luce percuote il viso chiuso, 
Che fratto guizza pria che muoia tutto; 

Cosi r immaginar mio cadde giuso. 

Tosto che un lume il volto mi percosse, 

Maggiore assai, che quello eh' è in nostr' uso. is 

r mi volgea per vedere ov' io fosse, 
Quand' una voce disse: Qui si monta: 
Che da ogni altro intento mi rimosse; 

E fece la mia voglia tanto pronta 

Di riguardar chi era che parlava, m 

Che mai non posa, se non si ra£fìronta. 

Ma come al Sol, che nostra vista grava^ 
E per soverchio sua figura vela. 
Cosi la mia virtù quivi mancava. 

Questi è divino spirito, che ne la K 

eombttla eolia Tigilit , ni ptr di molU 
Taghtcìt. 

43. eadd9 giiuo, TeoM oieoa, 
ini. 

44. Toito ck$ un Imim» così l'Ani. 
Ed. R.: U com. il lumt. 

45. €h$ quello ee., cIm ^aUo oIm 
per tolito ferwce gli ocdù noeCrì, o, • 
coi •iaiBo usi. 

48. Ch9 da ogni al|ro Infenfo «cs 
la ^al Toee da o^i altra attessioBe , 
da oni altro pensiero mi rin ao a n . 

54 . Ck9 mtti non potm, «e. Nola 
qui in generale il carattere d'alia foglia 
intensa. C il concetto del lerMiìo i 
il aegoente: Fece la mia TOglia luto 
pronta, tanto solleeita e impoiiento, dì 
Tederò chi oi^ quegli che parlava, cka 
quando la Toglie è a tal aogno, mm 
pota wmi, non s'acquieta . M «Mi fi 
raffronta, aa non tiene a Ironfa colla 
ceca o persona bramata. 

52-51 . Jfa come «ISol «e. Coalr. • 
hit.: Ma la mia TÌHè, o facoltà fiiifa , 



for lo sdegno preso , bai Toluto ctffr 
«•«Ila» distruggerti, darti morte ? Amata 
ai mtàm por aver creduto che Turno , 
cai era slata promcasa in moglie Lotì- 
■it^ isoso alato ucdao da Enea, che 
J ea id era Ta lo nesso della medesima tci^ 



57. Jneita thai, ti sei uccisa, ptr 
nam perder JLorintf, non potendo td- 
lerara cbo andasse moglie el profugo 



58. Or m'hai perduta: in altro 
■mdo e irreporabilmente, uccidendoti. 
— c^ Ivlfo , che pian(;o amaramente 
aiRa roTÌna, alla morte tua, prima rbe • 
«•eOa diTurBo(che puro avranno poco 
lofo quelU d* Amata. Vedi l' jkn., 
Ift. XU). 

40. ove di butto, quando di botto, 



44. <l Wao eMuto, gli occhi dùosi. 

42. Cho fratto guisxa tc^ il mal 
s o — a, rotto cbo sia, non muore snoito 
del latto , non dà subito luogo a aaa 
par ff a tla vigilia; ma riasana di lai 
qaaldM cose, e a'adopra per r ic oa a 
perai.— gasare» che è propriaoMOla 
qaeDa aeoleni che fé il pesce per ah»- 
tarsi al moto , traslato qui al sonno cbo 



meocava univi, come nuiBca, viea 
la nostra vista in faccia al aole, cbenaUa 

ivela 



opprime, e per aovercbio 

la sua figara, cioè, ■ fa laviaibiio par 

troppa luce. 




Via d" andar su re (Irina senra prego, 

E col suo lume sé mcdesmo cela. 

Si fa coD noi, rome l' nom a fa sego; 

Che quale af^pctta prego, e 1' uopo vede, 
Malignamente già si metle al nego. 

Ora accordiaiDo a taulo invilo il picde^ 
Procacciam di salir pria che s' abbui , 
Che poi non si porla, se il df non rìede. 

Cosi disse il mio Dura: ed io con lai 
Volgemmo i nostri passi ad una scala: 
E toslo ch'io al primo grado Tai, 

Senli'mi presso quasi un muover d'ala, 
E \enlarmi nel volto, e dir: Beati 
Pacifici, cbe son senz' ira mala. 

Già eran ^pra noi tanio levali 

Gii ultimi raggi che la notte fegat, 
Che le stelle apparivan da più lati. 

virtù mia, perchè si li dileguet 
Fra me slesso dicea, che mi sentiva 
La po»^ delle gamhe po^la in Ir^iie. 

Noi eravam dove piii non saliva 
La scaia su, ed eravamo adissi, 
Par come nave ch'alia piaggia arriva. 

Ed io attesi un poco s' io uili-^ì 
Alcuna cosa nel nuo\o girone; 
Poi mi rivolsi al mio Maestro, e dissi: 



t 



a prrgo. 



e. Elgli iiinpcci 70, CM n-an lopra mai te 



ll'itfinrU 



caini cbfl Fuopivede^ chi 



I ilici» Il DHU dw pil «da 

Ilo 73 6 tirti mi* «., a ^i bxL 

QicsU imuiilrB» otti' t tnrfnm il 

4i P..CU, ertcIlD Jilli noUe, •■« Soi^ 



T(i-7H. Jn(p(*HiiialKa, •lUp- 



ea-CS, cmldnnf. (■rmi icbId.— 
Btalt M B4alt pvifiri. ^wAÌ^-n fitii 
Bri lotabunlur. S, JtaUiu. — mala. 



CAIfTO MCmOtBTTIIIO* 

T>o1oe odo Padre, di, quale oflhiBÌQBe 
Si pvrga qui ael giro, dare seno? H 
Se i pie si stanno, non stea tuo sermoBe. 

Ed egli a me: L*amor del bene, eeeino 
Di svo do^er, quiritta si ristora, 
Qui si ribatte il mai tardato remo. 

Ma perchè più aperto inlandi ancora, 
Tolgi la mente a ne, e prenderai 
Akmi buon ihitlo di nostra dimora. 

Nò Creator, né creatora mai. 

Cominciò ei, Igliiiol, in senni amore, 
O natnrale o d* animo; e tn 1 sai. 

Lo naturai Ai sempre senza errore; 

Ma Taltro poote errar per malo obbietto, 
O per troppo, o per poco di Tìgore. 

Mentre ch*egK è ne* primi ben diletto^ 
E ne^ secondi sfc s Ibs bo misnm. 
Esser non po6 cagkm di mal diletto; 

Ma quando al mal si torce, o con più cura, 
O con men cbe non dee, corre nel bene, 
Centra il Fattore adovra soa ftvttnra. 



367 



u 



IO 



M 



100 



MIMMÌlta« 



as-ae. «mm» dì tmémtr, cM, 
èà Mito iH^rw*. L0tU- 

.FMtrMktM «««•« 

ck« iev'ciM», eoe iMf Mo. 
aa. fàkrtUm H ritiofu, ra «mìì» 
t€ Twt9mf ti fntoffs, mi Bmi* 



9t.Qmi»iribmit§9§. btewli:MÌ 
« fmiam 3 Card* nw m t o n , ci«>è, ••lai 
cht fti twéo ncll* optr« « m rìtìk . Li 
▼ili è Hi ■«•: 3 porto ò il mb al 

fi -et. if9 Crwlorf». Ufo è I 
Dtm§ tmUn «ti. n rtfiownMoto cke 

MpW è fin* A WtlÌHÌflM dottrìiM !■•> 

eS-Oa. O maimrmU • ^mtàmm m, 
Soa» àm atto ^— oro; H — f uro l i ♦ 
r«iÌMli^cioè 4*niiB0. n Mlaralo^oka 
è ^hBo mI futo oppgfiwo i W« a^ 
flOMij alla oooCra coaatnraaioBo , aoa 
erra oiai. Qoallo d* animo, oiiia ai ra> 



gioBO, eha dipeodo dal liboro Tolart, 
p«è orrort m tro bmmIì: qModo li di- 
rìgo d OMdo cIm n iBotlri aolto aparìa 
di koM; qoaado tra p awa il OMd* èri 
fenroro con che debbooai amare lo aaaa 
eraeto; «aando awMa dal farraav d»> 
bito proponioml«airta A divani ok» 
biota, oano aarobbo ai pavairti^ a^ 
aoM, al pi iiai i i, alla palna, a 
Dio. 

f7-0a. Mentn wk'M è at.» 



oaaato aoMr d' animo è folto W pfimi 
beni, cioè a Dìo o alta firlà, a ala 



nt'MeoMli, nai torrcai, ri ■■ii..yw, 
nas oooadto t tomuM dri oowpaMvato, # 
procado aoaoado ■ oroMo, aa* 

SO. Btitr non ^mà m^ aaa 
da catolo amoro io g w n a rri ìim aai 
rana dilcttaaiana oolM\oto. 



iae-IOl.oeaitjPÌ*ciir«t f.T%k 
troppo noi boni dcHa torra ; o poaa Mila 
vtrli in Dio, cba aono i prioù beai. 

lei. Coaira fl Ft it § r § ca. A li ata, 
in tal caoo, Im /ialfara, ra<«M,araaÌara 
di Dio , opera eeaira Dio aaa laClaia, 
parche a'alloatoM dall'ordÌMo ' " 



Quinci comprender puoi, ch'esser conviene 



Amor sementa in v 



Ed'o 



i' ogni viriate, 



li operazioD clie merla pene. 



ÀiRor del suo suggello volger viso. 
Dall'odio proprio son le cose lule: 

E perchè intender non si può diviso, 

Né per sé slanle, alcuno esser dal primo, 
Da quello odiare ogni affetto é decìso. 

Rosta, se, dividendo, bene slìmo, 

Ctie il mal cbe s' ama é dei prossimo, ed esso 
Amor nasce in (re modi in voslro limo. 

È ehi, per esser suo vicin soppresso, 

Spera eccellenza, e sol per qucslo brama 
Ch' el sia di sua grandezza in basso messo. 

È chi podere, grazia, onore, e fama 
Teme di perder perch' altri sormonii, 
Onde s'attrista si, cbe il contraro amai 

Ed è chi per ingiuria par eh' adonti 
Si, che si fa della vendetta ghiotto; 
E tal convien, che il mele altrui impronli. 

Questo Lriforme amor quaggiù disotto 



« 



KH-105. Jmoritmenla il. Amori 




pri»ci,ioni,rt.„d'.emvir.ù,™n. 


4U. iiiMtlroIiiKO. ndl. t«iri 






.Ubo. 


d,l naf* allrvi d'.«>l vdio. 


i OHM 08. Or ptrchi mai non può 
K. Cotlr. < int. : ori ftnU ébb» «m 


) 15-116. S f««. E cIÙ .«« io- 






Hill» M •»« nbb»ll», ó<é, ièW Dli- 


l-ellilo 1 Icrri . «Icllo. 


liU di <|iloll't«trt in cui rUJtde, iv- 


ne. prrct'oJlrì ttnKMlt. ciot, 


lia» chi iBÌU \„ DMe •HlctUil* d'uBO- 


ptr lo iDniliarti d' •Icuno m po1«e, 


rs MOo Mt. dcnre, dall'oaù) proprio. 




■«•]>(»Hni>«l;ir. H miiaiwt. 

ioa-i H.B ptTcKt mMndrr et.: • 


i20- il «iiitTùro ama, mmi r.l- 


(nii d.^pr«.i.D.. 




121-122. chi pir iHfiwrim par 


iliDla p<r lè ( divi» dall'iDL. pniQo , 


c&'*d«il> .■ chi f iBgi"™ ri«T«« pw 


dilli pr1n.>c^ÌH.e,d. Dio, .v.ic.a 


.:h. .'.«.D.I. irir..-(M-(to, .*id.- 






anht, loDliUB, diirodiin II dell. 


423. £ Idi . xoKu. — Mm-«*I<, 
■timps («riDÌ n<lt. «. niDla it du» 




titt, ilio nato uun d* lai Imllo. 


ili ehi l'ottfM. Il Cotia iplcgi qutl- 


Ui-ilS. JI«W.«.iirfB«''»-— ". 


Vimpnmli scr thlrggia, etichi, S>- 






•HHBi oroecd» con rtllo gÌDdliÌB, M 


IW.tnY»™..* Ir. wrl..-»ii*«. 


Diadi lolla. u'LiUi «xUopMli, ti», 


cb( MHDBo dnidcn nuli attitnii 


.lgl»ip>rbl,d(|l'>ntid'igii« dagl'in- 



CANTO DECIMOSETTIMO. 

Si piange; or vo' che tu dell* altro intende. 
Che corre al ben con ordine corrotto. 

Ciascun confusamente un bene apprende, 
Nel qual si quieti T animo, e desira: 
Perchè di giugner lui ciascun contende. 

Se lento amore in lui veder vi tira, 
a lui acquistar, questa cornice, 
Dopo giusto penter, ve ne martira. 

Altro ben è che non fa 1* uom felice; 
Non è felicità, non é la buona 
Essenzia, d*ogni ben frutto e radice. 

L' amor, eh* ad esso troppo s* abbandona, 
Di sovr* a noi si piange per tre cerchi; 
Ma come tripartito si ragiona, 

Tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi. 



M9 



i25 



W 



136 



4tS, éeiV altro, adPtItra tmore. 
•^ÌMUnd$, ta ititeoda. 

426. €am oréin$ eorrotto^ tuMnclo 
poco i MÌoii beni , troppo i tecondì , 
CMM m è dichitrato sopra nella nota 
al Ttno 400. 

427. Ci&teìm eanf%uament€ 9c. 
Parla dal primo bene, dì cai Boezio 
dica : Aaie, »l diximua, diverto trO' 
miio t o mam kir adipitei. Ett enim 
WÈem ii èmt komimtm veri boni naluro- 
Mter éuortm ewpidiUu. — eonfuset' 
■Mala, Boa disUatam«nte , o con cer- 
tana di cofainone. 

42t. odoiirm, • Io desidera (qne- 
itoWae). 

429. PareM . per Io che. — di giih 
fmr M, di giungere a possedere qnel 
beaa caafasamente appreso, si sforza. 

4S6-482 Sé lento amore ee. Se Ta- 
■ari yaatf a è pigro a volgersi a quel be- 
ai a aii ae^ aistar'o ; ort ero : se amore tì 
tira laalA a conoscerlo, o, conosciutolo, 
ad epar ar a per acquistarlo, questo gi- 
risi (ia di qaesta negligeoza abbiate 
■fate il dabita pentimento in rila) re 
ai db H gaatigo. Qui danqae è punita 
Paccidia. 



433-435. Miro he% è ec.: tì è on 
altro bene che non fa l'uomo felioa, ad 
esso non ò, come è Dio, il sommo bene. 
— non è la buona JKiiensùi, d'ogni 
ben frutto § radice, cioè, la bontè pri- 
ma a snslanziale, premio ad origina 
d'ogni altro bene, k quest'altro bona 
comprende le cosa materiali, buone in sé 
stesse, ma inabili a quietare l'anima 
nostra, e sorgente di nostra rorina . sa 
con cristiana moderazione non si asino. 

459-437. L'amor eh' ad etio ee. 
L'amore che ad esso bene, doò al 
bene diverso dal bene sommo, si ab- 
baoilona troppo, è punito ne'tre eer- 
chj superiori, ove piangono coloro che 
troppo amarono lo ricchezze, i cibi e la 
bevande, e i carnali diletti. 

458-139 Jfa re me «e.: ma come aia 
ragionata questa triplice partizione ce.; 
ossia, come dice il Costa : • Ma taccio la 
ragioni per le quali coloro che troppo 
si abbandonarono al detto amora aieno 
ripartiti in tre cerchi, acciocché tu par 
te slesso ti farcia ad investigarle. • — 
Nell'avanzi niella gola, nella lussuria, 
sì comprenJunu tutti i motivi di questo 
amore eccessivo. 



1^ 



BBL FOmGAXOMO 



€Ainr# ]mcDi#iTAW«. 



JUcMmM émirjlmmmt, tfmtm rirgaU Im malmm étW 
fmthmt « il <<*«'• mrMrt» étmmmrw $ «mi «(Kp«Cili. Qmiméi 
9iem torrtmdo alla $mUm ém Paett, « dm» mtmmmai mah «Un 



fmrU 

pmrfmmti Vmcmékm 

et 9trtù €omtrmnm «f 



pttH torrtmdo alla «alM ém PmU, « ém» w—rt m§h aUn neor ém m» utmfit «* •«tu cwuna/iH «f 
iBfV pteeato. VA^aiU éi Sm Ztmm ammmmtim tristi gami per Jtktm é, Uà ScmUi ,* « étttrm tmi ém 
mdmt ttUMO mtcmiU utmfl dti mmti «fftni étKm m méi m. fM» rfafo^ Dmtm r mtétrwmutm. 



Posto avea fine al suo ragionamento 
L* alto Dottore, ed attento gnanlava 
Nella mia vista a' io parea contento. 

Ed iOy cni nuova sete ancor Inigava, 
Di foor taceva, e dentro dicea: Forse 
Lo troppo dimandar, eh* io fo, gli grava. 

Ma quel padre verace, che a* accorra 
Del timido voler che non s'apriva, 
Parlando, di parlare ardir mi porse. 

Ond' io: Maestro, il mio veder s'avviva 
Si nel tuo lume, eh* io discemo chiaro 
Quanto la tua ra.^ion porti, o descriva: 

Però ti prego, dolce Padre caro, 

Che mi dimostri amore, a cui riduci 
Ogni buono operare e il suo centrare. 

Drizza, disse, ver me T acute luci 
Dello intelletto, e ficti manifesto 
L*error de' ciechi che si fanno duci. 

L* animo, eh* è creato ad amar presto, 
Ad ogni cosa é mobile che piace. 
Tosto che dal piacere in allo è desto. 



IO 



tf 



10 



2. alto Dotiort, profondo nel suo 
upor«. 

5. Nella mia vista, negli occhi 
ibmì. Gli occhi esprimono \ÌTamento gli 
•litui dell' animo. — vista aignificn an- 
Aaa$patto. 

4. muova sete, nnova braaia. — 
/Higova, •timolaTa. 

0. gU grata, è a Ini molekto. 

8. non t'aprirà, non si appalcaaTi. 

9. Parlando, di parlare ee. Par- 
lindo epli a me, Tolgvndiiroi nna pa- 
rtU. mi porse ardire di parlare a Ini. 

40 il mio teder, il mio inlellello, 
h aùn ragiono. 

4f . IMI tuo lume, nella Ina dol- 



mento. — porti, o deseritm, 
o dichiari. 

ì 4. Che mi dimostri amara. CU 
m'in»qfni che cosa é qneiramnrOy ti 
qnale riduci ogni buono t malo mitim 
re, siccome dianzi dicesti. Vedi Ài CtAlt 
prec., Tersi 10U405. 

47. /lefi. ti Ga, ti sari. 

48. L'errar de' eieeU, ài «m- 
gl'ignoianti, cioè, che Togliono farà 
guida agli altri , e che inacgnant tgti 
amore essere laudabil cosa. 

49. presto, culla dispoaiàont , • 
disposto. 

20. è mobile, n mnoTOi o, è prtstt 
a muoversi. 



21 . Tosto eKe ee. Il Costa sm 



4%. La liMi ragion^ il ìaa ragiona- s tthito che dal piacere è atiool 



mt|t: 
utto • 



CANTO DEClMOTTAVa 



a7i 



Tostra apprensiva da esser verace 

Tragga intenzione, e dentro a voi la spiega, 

Si che r animo ad essa volger face. 
E se, rivolto, in ver di lei si piega, tò 

Quel piegare ò amor, quello è natora, 

Che per piacer di nuovo in voi si lega. 
Poi come il fuoco movesi in altura. 

Per la sua forma, eh* è nata a salire 

Là dove più in sua materia dura; 30 

Cosi 1* animo preso entra iu disire. 

Che è moto spiritale, e mai non posa 

Fin che la cosa amata il fa gioire. 
Or ti poote apparer quant* è nascosa 

La verilade alia gente ch'avvera 36 

Ciascuno amore in sé laudabil cosa ; 
Perocché forse appar la sua roatera 



Mfi 



oo: 



Tcair* ad aìenn atto.* Io ioteDderei: 
éoatoebè è desto dal piacerà in mito, 
«ieè praaeote, o che agisce sa lui. Ma 
■M rimetto ai safj. 

22-23. Vostra apprensiva, la to- 
atra facullà di apprtrodeie, o iateilettira, 
iragg§ inteuxùme da esser verace: 
óoè, ritrae imm. gine dMtf obietto reale 
/iilemxsoiit rliiaiiiano i filo» 
le immagini o •imililudini delle 
. Gode il Varchi dice iieirErcula- 
melim virtù fantastira si riser' 
te iwsmagini o similitudini delle 
, le quali i filosi»^ ckusman ora 
fpesie. ora ìwvmìììm.— dentro a mai 
III spifega. Intendi: la niflie a%aott al- 
l'anima, e la s\iluppa, tantoché lichia- 
OU ratteoiiooe di li*i. 

2S. B sa, rivolto, in ver di lei ti 
piif ; e se r animo che si è rivoli» « 
^•ella immagine, si piega «arso di lei, 
tatt* in lei s'abbandona, ec. 

26-27 . qurllo i natura, ee Qvello 
«nere e natura, la qual natura lega 
tèdi oaovo io «oi io %iriu «lei piaceie. 
n prime legame che ranuuo ha c»l!a 
oaiara, è l' essere d»»p4»i4u ad amare: 
•1 ae e oóde e quando in alto %iene aa 
amare, e la oaiura di nuM%o ra tale 
aiiim«» SI uiiiM« — Sieet»me 



atte eoo 



«|li ka detto nel Cenln prfee«lrnte cIm 
I amiiio è lcgat«i di naturale aoMire al 
aaoMBo bene e alla prof»na enMsrrta- 
tieae,percie dice ora che un altro Icf «■ 



wtiemio naturale delFabimo è V obietto 
piacente. C però Che per piacer di 
nuovo in voi si lega si potrebbe anco 
spie];ar«: mivellauieute , di nmovo, li 
forma, naM-e in voi, io virtù del piacere. 

28 in altura, in alto. 

29. Prr la sna forma, ee. Crede- 
vano j'Ii aulicbi che il fuoco foeae natu- 
ralmente nato a «alire , pefxwo^è n«a 
sepevaoo che l'eria pe^aaae, e cIm cs- 
Bendo speciliranieote pia grave della 
fiamma , la spingesse olf in a«. La 
forma i-oiigiunla alla materia prima co* 
sIìiuìm» . serfuJo le scuole , le diYcne 
natole dei airpi «peciali. 

50. Là dove te.: cioè, aotto il cna- 
cavn «lei nel» della luna. La rotan •&• 
tjcliilà cie«li-\a che in caao foeae la aftra 
eeOM'rvalnce del fuoco. 

31 . preso, preso dal pìnccrt di ti- 
cane «osa. 

32 Che i moto tpiritvk: n fm\ 
desire non e un molo materiale , coma 
quello del fuori» che sele, ma nn asola 
spiriluale. e«Hi ebe Tanimo quasi ai trae 
alla c«iM aiiiaU , e oon ei p«a lachè 
non ha il |M>«H^limento di quella. 

5^56 cA'orrera ecdMarfema, 
amore r«M*re M*nipi e cuaa lodevvia. 

57-5!) ptrorrhi forse et.: m^pa 
rocche fot>e la uialena d'aaMre,aiaa,ta 
naturai diftpo»iy ione ad antare,eaenpre 
buwiia . Mia non e buono «gni aoMire cW 
da qaella procede , cuaaa nao è boooa 



37t DEL PT7EGATORIO 

Sempr' esser buona; ma non ciascan segno 
È buono, ancor che buona sia la cera. 

Le tue parole e il mio seguace ingegno, 
Risposi lui, m'hanno amor discoverto; 
Ma ciò m' ha fatto di dubbiar più pregno : 

Che s' amore è di fuori a noi offerto, 
E 1' anima non va con altro piede, 
Se dritto o torto va, non é suo merto. 

Ed egli a me: Quanto ragion qui vede 
Dir ti possMo; da indi in là t'aspetta 
Pure a Beatrice, eh' è opra di fede. 

Ogni forma sustanzial, cl^ setta 
È da materia, ed è con lei unita, 
Specifica virtude ha in sé colletta, 

La qual senza operar non é sentita, 
Né si dimostra ma che per effetto, 
Come per verdi fronde in pianta vita. 

Però, là onde vegna lo intelletto 



40 



45 



60 



65 



ogni figura che t' imprime nella cera, 
qaantanqoe la cera sia buona. Per ma- 
tera, o wuUeria, d'amore, intende, al 
modo delle scuole , la materia deter- 
mimattiht oaaia amore in genere; e di 
questo dice, che forse è sempre buono ; 
ma non è sempre buona la forma de- 
Ifmitnanto, ossia amore in specie. 

40. il mio seguace ingegno, cioè yU 
mente mia che atteolameote ha segui- 
tato il tuo dire. 

42. m'ha fatto di dubbiar piik 
pregno : cioè, mi ha empiuta la monte 
di maggiori dubbj. 

43. s' amore ec: io l'amore nasce 
in noi per effetto delle ctise piacenti che 
SODO fuor di noi ; e se l' animo s'induce 
•IP atto aolamenle moaso da questa ca- 
gione | non ha merito alcuno nel bene 
o nel male operato. 

46-48 . Quanto ragion ec.: io ti pos- 
to dichiarare quel taulo che la ragione 
umana può dì&ceriicre inturno a questa 
materia: rispetto a quello che la ra- 
giona non può, t che per fede è da cre- 
oeru, aspetta cne Beatrice lo ti dichiari. 
(Di qui si può conoscere anche più chia- 
rttMate cnt Beatrice è aimbolo della 
ttolncia.ji 

49. 0§ni forma 9uttanM,iai, cioè, 
•gai aottania apirituale, ogni anima.-— 



Forma sostanziale era modo di dire 
delle scuole. 

50. ed é con lei unita, l'anima no- 
stra ha unitine con la materia, col cai^ 
pò, ma non identità : perciò dica dia è 
setta, cioè distinta, da material ad è 
unita colla materia. 

54 . Specifica virtude hainsi eoi- 
letta , cioè, contiene una rirtà che le è 
speciale, partic«>lare. Questa epedaU 
Vtrtò è, come dice Dante stesso nel Comr 
v«o, Vapfidittt d' animo naturale. 

52-5 ) . La qual senza operar ee.: 
la qual virtù sperilica, essendo una sem- 
plice dìsp«>6Ìzione virtuale, non può co- 
noscersi né diniostraiVi se non per l'ef- 
fetto attuale, come la vita in uua pianta 
si manifeslu per le verdi fronde. — osa 
che, fuorché, dal iirovenz. mai fve, 
come altro volte •bbiauio notato. 

55-56. Però, là onde vegna «e. Pe- 
rò uomo non sa onde a noi venga lù in- 
telletio, rintvIliiTcnza dei primi aaaiomi. 
Diceil Gusla che il Gmdillac ha dimoatra- 
to il primo, che questa intelligenza ha 
origine dai sensi e dall'esperienza: ma 
oggi ai tiene per molti che gli aaaioaii 
sieno Teritè pure e primitive, cioè prò- 
poaizioni evidenti per sé stesse. Ma so 
ciò vedano i Glueon , che umi tOAO del 
mio proposito tali questioni. 



CANTO DECniOTTAVO. 

Delle prime notizie» uomo Don sape, 
E de* primi appetibili l' affetto, 

Che sono in voi, si come studio in ape 
Di far lo mèle; e questa prima voglia 
Merto di lode o di biasmo non cape. 

Or, perché a questa ogni altra si raccoglia, 
Innata v*è la virtù che consiglia, 
E dell* assenso de* tener la soglia. 

Quest* è il principio là onde si piglia 
Cagion di meritare in voi, secondo 
Che buoni e rei amori accoglie e viglia. 

Color che ragionando andare al fondo, 
S*accorser d*e3ta innata libertate; 
Però moralità lasciare al mondo. 

Onde pognam che di necessitale 



373 



60 



•5 



10 



57-58. Bde'orimi appetibili te. E 
l'tiDor* ài qaelU rote che prìmtcri- 
iDMto l'oomo appetite* j le quali tooe 
ìd Doif come è nelrtp« lo tiùdio, l'io- 
dioaxiooe, a fabbricare il mèle. 1 f»ri- 
M< apptiiltUi aooo, per cs., la propria 
eonacrTuioDe , il piacere , la felicità. 

59>e0. f q%àeita prima taglia ec,: 
e qMfli primi appetiti , e naturali teo- 
<l«ose, non aon rapaci per aè atctsi né 
dà lode, né di biaumo. 

€1-63. Or perchè a quota ee. Il 
CfOatt spiega coti r'* Ora afiiiicbè colli 
dctU inclinazione, o voglia, ogni altra 
voglia ti accompa(»ni, \i è data fino dal 
Toftro naccimento tnrtù (la ragione), 
che cooaigtia, e cbe dee tener la ioglim 
dell' ataontire , cioè, che deve ttaie in 
f^ardia,,accioccbè n^n arcontentiata in- 
debitamente. • Il BiRgìoli poi, dietro il 
Daniello e il Vmlurì, costruisce e iutar> 
prcCa in quest'altro modo: « Ora, è in 
voi innata la virtù che consiglia, cioè la 
ragione, affinchè ogni altra voglia si 
raccoglia a questa vii tu, e questa dee 
tenere la chiamo dell'assenso. • Se deTO 
dire il mio parere, né l'una né l'altra 
di quatte iutcrpretozioni mi appaga: 
cbè della prima non so che sento si ri- 
«avi : la seconda suppone troppa tortnra 
delrordine n.iturale nelle parole del 
lesto, lo credo che dando al perM 
il tento , cbe dì frequente ha , di ptr 
guanto o atrtgnacké, sia piano ogni 
co^a. £d ceco qui: Ora, avvegnaché, 



sebbene, a questa prtma voglia, cioè 
primitiva. i%$tintiva, ti raecogliano 
intorno, si riportino, tutta le altre voglia 
e appetiti speciali , che possono aitar 
buoni e rei, è innata, naturaia,in vm la 
virin che consiglia la aeelta, doè la ra- 
gione, la quale dee custodire la porla dal- 
l' attento, aprendola ai buoni deiidariy 
cbiodendola ai pravi Oppure,8etivnola, 
ti ritenga il perchè come cantala, aqni* 
valente a poicM, e ti abbia il rocoogUm 
' non eome eong , ma rome india, nraa. di 
raeeogliarB per raeeogliere, il qnala 
tcarobio di coniug. ti oaaerva ti ajpaiw 
negli antichi Nclron modo o nall'illfo 
ti avi è un aento f{lo4tn di quelli vani. 

64-66. Queit'è il principio ce. 
Questa facollè di seguire e di rinlnnara 
liberamente l'appetito {sub U 9rU i|p- 
petHu» tuus) è il principio, là OfMÌ0, 
da cui si parte la cagiona del vaaira 
meritare, secondo che questo libara va- 
lere accoglie i baoni amorì, a tigliép 
tepira, riffelta, i rei. 

67 Color eh* ragionando amimf 
al fondo: i filoMifi che penetrarono ai- 
denirti la naturi delle eote. 

69 moralità, morili dottrina, ìa- 
tegnaineoti e regole intomo li eoetniM| 



le quali sarebbero alata vana 
principio c«'i t» della liberlè dal Talari. 
70-72 Onde fw^noni.* onda auffM- 



•to rhe ogni ip|»etito lorgeiaa, 81 
vt>«ae, in voi per fona di neeaaailb. Vii 
liete tempra in potere di contenerla. 



874 



DEL nniGATORIO 

Surga ogni amor che dentro a voi ^ accende, 
Di ritenerlo è in voi la potef^tale. 

La nobile virtù Beatrice intende 

Per lo libero arbitrio, e però guarda 

Che r abbi a mente, s' a parlar ten prende. 

La Iona, quasi a meiza notte tarda, 
Facea le stelle a noi parer più rade, 
Fatta com'on secchione che tot t'arda; 

E correa contra 1 del, per quelle strade 

Che il Sole infiamma allor che quel da Roma 
Tra* Sardi e* Corsi il vede quando cade; 

E queir ombra gentil, per cui si noma 
Pietola più che villa Mantovana, 
Del mio carcar diposto avea la soma. 

Perch* io, che la ragione aperta e piana 
Sovra le mie questioni avea ricolta, 
Stava oom* uom che sonnolento vana. 

Ma questa sonnoleiiza mi fu tolta 



s» 



7S-74. U «oMb 9irtà. BcetrÌM 
mI momt di moèih9ÌHk li- 
arUlrio. 

74-77. Ut Iwmm, tr.; cioè, la Imi 
cà« tardò a levarei ^oan a nana oittta, 
parcbè qvaat'era ta arata arra dal pla- 
■Imho ; a gik piò d' aoa volta abbiamo 
■otaio dia la lana dopo il ano piano ri- 
tarda agni aara di qoaai no' ora il ana 
Itfani. Si cIm dnqoa giorni dono il 
plemlnnio naU'oqniiiofio, ella ti aitava 
^•MÌ CBH|aa ore dono il tramtfnlo dd 
•ola, càa Tnol dire arca no'ora prima 
di niiiia notte. Sennoocbe e da avrcr- 
lira abe Dante è noli' craitfero antar- 
tien, dova qaando tramonta il 
mI nostro: 




li 



la Iona 



ffuméo ^ tramonta. Coei a 
MHM feniì« ad aaaere arca un'ora 
prima di metzo gionio ; a in Italia^ 8a> 
U «stama go<>gr di Dante , arra 
di aola.—Fneas le «le/la « mai 
pmrer piii rmde, pardM oaenranda ani 
■M Biaifior lame le pia mionia, non 
ri ?adcana cbe qnelle di maggior gra»> 
fin qna e più là. 
7t. Fatta 9om' «m «eecMoN «e. 
■e an seoefai«»ne, perchè la luna 
aalaata moatrava una delle ana 
parli r aleadt a Tahra aeama, coma nt 
di rana cbe ba il fonda a 



gniaa di «n aniafcrin , a ba 
paiia anperiore.^-dke fvlto m 
arroventato. — Varj taati banao FtMa 
eom'ffn irheggùm ek§ tmttn mrém: a 
per venti l' ardere converrebbe ae ^ ia 
allo eeheggitme; ma per carta anan- 
glianza culla Cgnra deUa lana tam 
meglio il geeehitme. 

79-81 entra 'Icid. contra l^appa- 
rente corso dd ricln , da ponente vctm 
levante. — per quetù ttrade, aoè, per 
lo todiaco, vera» il fine dd legno da M a 
Bcorpitme, nel quale ai trova il aole al- 
lora rhr ^viel da l^oma , eioa, gli abi- 
tttun di R<Mna lo veggono tramoaina 
io quella parie del dclo cba è Irt U 
Corsìra e la Sanlegna. 

1(3. Pietola Pircolo loogn dagfi 
antichi chiamato Andei , ore naeqat 
Virgilio. — §i noma pie che tilìaMta^ 
toeana, è più famosa che la dlU di 
liaotova. 

84 . Del mio earemr, del carica die 
lo gli a>e«a imp(«to di soddisfare alla 
mie interrogaiioni. — dipvtUt tfaes li 
ioma, erasi «gravato col sodisCanai. 

86. «re« rirolta, aveva cooipreai, 
riposta nella menta. 

87 eana (da raiuiraì, l ancggì a , 
vaga incerto di pensiero in pcssiero. 
Vedi sotto terso 143. 



CAKTO DECIMOTTATO. 375 

Siibilanìente da gente, che dopo 

Le nostre spalle a noi era già volta. 90 

E qaale Ismeno già rìde ed Asopo 

Lungo di sé dì notte fona e calca , 

Por che i Teban di Bacco aresser uopo; 
Tale per quel giron suo passo falca, 

Per quel ch'io vidi, di color, venendo, 95 

Cui buon volere e giunto amor cavalca. 
Tosto fur sovra noi, perchè correndo 

Si movea tolta quella torba magna; 

E duo dinanzi gridavan piangendo: 
Maria corse con fretta alla montagna; 100 

E Cesare, per sug^ugare Ilerda, 

Punse Marsilia, e poi eorse in Ispagna. 
Ratto, ratto, che il tempo non si perda 

Per poco amor, gridavan gli altri appresso ; 

Che studio di ben fer grazia rinverda. 106 

gente, in cui fervore acuto adesso 

Ricompie forse negligenza e indugio 

Da voi per tepidezza in ben far messo^ 
Questi che vive (e certo io non vi bugio) 

«MVM il («pagn«.0T«, iop^rati Afrtni*, 
Petreio ed un fi^liauio di Pompeo, soc- 
giflfrè la alta di ll«rda (oggi della Lan- 
d») . Non potaa il Puela tra i prvfenaaaa- 
fj addaroa «no pie iotignedi proolaita 
e initaiicabilitfc nelle nioadaiie f a r cid>« 
Anche Nnttro Signore per inaagMi* i» 
prudenia spiritoale ai saoi f«gaaei| aJ* 
dotte in esrmpio Tarle fina d'oo todr» 
f aHorp per fWni degli iibìcì d»po la airat- 
tn che il padrooe gli avea già ' 
Tedi 8. Lara, eap. XVI. 

403 Hallo, ratto, ek$ §9, 
preitn, che aeciiicckè 9t. 

404. Per paco amor, fot 
datia, per accidia. 

4eS Ckeitwàio oa.tAaìa 
Paiii(»re,di far del kene, allidi peaii 
riwoarda {k» riaiooréirffi, rinvar 
Caccia rivivere, ia noi lo grana divÌMI. 

406. atuUt, ioteoao, ardeote. 

40t metto ti rireruco a i néa% i a. 

4ev. non ai àsgfo. ae« vi dito b«- 
già. Bagiaro è fnrara, faro «• amarne 
S*è detto ^indi Aufts oao pOT*^, 
dÌ8Cf*rao, che è rooto della cott «bo 
qocllo si afferma. 



89-90 dopo, dietro. -— a noi i 
0ià aoila, era incamminata veraodi noi. 

•4. lfOMiioe<fJ«opoee. Fiumi della 
Beotia, lango i <|aali gran toi ba di grate, 
porforn propino Boero, nome fotelare 
dìTvko a della Beotia tutta, correva eoa 
facoilo ic ei aa iovorando il nome di tari. 

92. tauif ài té, longo le loro ri- 
aa, ^ fairia^ foriuao diacorrìmeolo. 

94 -f6 TaU ptr quel giron oc. Co* 
air. • int.: Tal furia e ealca, par f«ol 
eh'ia oidi, di color (di accnlioai), cmi 
èmam aaiàra § gimtto amor cavalca 
^apr«M|, /We«, venm^ooilannatra voi- 
Ut tflopoaao por 4|oel girone Falcare ii 
p o ta a, ««dare come il eevallo che Irel- 
ttodo dea er i vo eolle gambe doventi ooa 
falce. Paragona Dante qnelle anioM • 
Usti cavalli an aovalca o aprooa il f<»- 
ata ama^a. 

400 Maria ae. Intendi: Maria Ver- 
gi»o eorao a viaitare S. Eliaabctla eoo 
aoBma oeleritl per luoghi montaeai. 

404-409 B Cctare te. E Ceaart 
eoo tHVHBa eelerita part.toai da BoiM 
andò a Maraiglìa, e, qorlla cinta d'aaoo* 
dio (qoaalo è il ai ^o onde la p«Me), 



376 



DEL PUBGÀTORIO 

Vuole andar su, purché il Sol ne riluca; 
Però ne dite ond' è presso il pertugio. 

Parole fbron queste del mio Duca: 
Ed un di quegli spirti disse: Vieni 
Diretr'a noi, che troverai la buca. 

Noi Siam di voglia a moverci sì pieni, 
Che ristar non potem; però perdona, 
Se villania nostra giustizia tieni. 

r fui Abate in San Zeno a Verona, 
Sotto lo imperio del buon Barbarossa , 
Di cui dolente ancor Melan ragiona. 

E tale ha già T un pie dentro la fossa, 
Che tosto piangerà quel monistero, 
E tristo Ga d* avervi avuta possa; 

Perchè suo figlio, mal del corpo intero, 
E della mente peggio, e che mal nacque, 
Ha posto in luogo .di suo pastor vero. 

Io non so se più disse, o s' ei si tacque, 
Tant* era già di là da noi trascorso ; 
Ma questo inlesi, e ritener mi piacque. 

E quei, che m'era ad ogni uopo soccorso, 
Disse : Volgiti in qua, vedine due 
Air accidia venir dando di morso. 



ilO 



ili 



i30 



440. purché il Sol ne riluca. Co- 
me il sole torni ad illumioarci. 

444. ond'è, da qual parte. — il 

rrlugio, la fenditura del monte, ot'ò 
leale per salire. 
444. to buca, Papertara per eoi 
ai fate. 

447. Se villania nottra giuttl- 
%ia Heni: se quello che faonarao ae- 
eondo il dover nostro, tu lo reputi 



4iS. r fui Abate, Dicono che que- 
sti tt chiaroosse Don Alberto , e fosse 
uomo costumato, ma, come dice il Lan- 
cilo, molto rimesso. Il Pelli però ci fa 
aapere che un Alberto fu abate della 
badia di S. Zeno io Verona ai tempi di 
Federigo II, e non del Barbaroaaa, 
■'tempi del quale trotasi abate un 
Gherardo, 

449. Barbaroeta. Federico I, cosi 
clùtmato. Avrei voluto prender quel- 
l'aggiiinto di buono, nel aenso che tal- 
Tolta ha preaao i Latini , di prode, di 
téhroto; mt Tedato chi perla, ni 



par più veriaimilo che aia detto ptf 
ironia. 

420. dolente ancor ec.: doleate 
ancora per i mali che Federieo le recò, 
venrlicandosi della resisteota che quei 
bravi cittadini gli oppoeero. 

\2\. E tale ha già tun pie ec. In- 
tendi Alberto della Scala signore di Ve- 
rona , già vci^chio e preaso a morte. 
Uori nel 4301. 

424. Perchè iuo tiglio oc, Perahè 
ha posto in luogo del vero abate dì 
8. 2eno un suo ligliuolo mal intoro del 
corpo, cioè sltirpio e gobbo dd corpo, 
e più storto ancora dell' animo, e oa> 
stardo. Questa violenta intmtiooe av- 
venne nel 1292, quando Alberto eia 
capitano del popolo, e P intnuo abate 
si chiamava Giuseppe. 

425. che mal nacque, nato illegii- 
timanicnte. 

432. All' accidia venir ee,: Tenir 
dando di morso all'accidia, cioè, mop> 
deodo o trafiggendo con eaempj a pro- 
posito la ignava pusiooe dell' toctdit. 



CANTO DECIMOTTAYO. 377 

Diretro a tatti dicean: Prima (Vie 

Morta la gente, a cui il mar s* aperse. 

Che vedesse Giordan le redo sue. i35 

E quella, che l'affanno non sofferse 
Fino alla fine col figliuol d' Anchise, 
Sé stessa a vita senza gloria offerse. 

Poi quando fur da noi tanto divise 

Queir ombre, che veder più non potersi, '140 

Nuovo pensier dentro da me si mise, 

Del qual più altri nacquero e diversi: 
E tanto d* uno in altro vaneggiai, 
Che gli occhi per vaghezza ricopersi, 

E il pensamento in sogno trasmutai. i45 

433-434. Prima fue Morta te. La io Sicilia eoo Aeerte. Vedi Virgilio nel 

^tolc ebrea, a coi il filar Bono s' apar- V dell' Bneid$. 
•e al paaaa^fio, fa tatta per la saa co- 144. Cktglioediipervagheisaee. 

dardia e deieiione d'animo sterminata, ehe per taghexxa. cioè, per qaeato vi- 

prima die la Palestina, coi il Giordano gare di pensiero in pensiero, non li^ 

irriga, Tedease i snoi eredi, cioè gli sandosi più la mente in alcuno, i miai 

Ebrei alesai, destinati da Dio poaaeaaori oeehi^ mancando a poco a poco V attÌTi- 

di qoella terra. tè deli' anima, si coinaero. 

456. £ fvelta. ehe l'affanno non ÀÀH. Sii pentamenio ineognoee. 

Boferte, Intende di quei Troiani con- filaraTigliaaadeacriiiooadeloomesìpaa- 

dotli da Enea, che attediati dalle fati- si ordinariamente dalla vigilia al i 

cba del riaggio si rimasero aenxa gloria e dal pensare al sognare 1 



CAlVrO DECIHOIVOIVO. 

Si étteriM ta imùttHosm mùiomt tàt po€o primtm dtlt'tttm s'offrt lUe ÀUghkH tkt 

i Putti sul fiMNiio giroM, </oM te «NMM iiattudo « U Vito rivoU» Ma Urna pimtgmn U 
ééWJmmrUki. S'avviitgomo m Jdrimmo F di Cm*a FUteki, tk$ mUt domumdt ééVM^ 
tkUrt ritfondé. 

Neir ora che non può il calor diurno 

Intepidar più il freddo della luna, 

Vinto da Terra o talor da Saturno; 
Quando ì geomanti lor maggior fortuna 

4 -3. NeH'ora ee. Int. : nell' ultima V orinonte. È nolo del reato che il mag- 

«ra dolla notte, quando il calore lasciata gior freddo non si prora a menanolla. 

dal sole in terra e nel!' atmiitfera, tinto ma un'ora circa prima del levar dei 

dalla naturale frif^idezza della Terra a di aula. 

Saturno, non ha più forza d' intepidmr^ 4. Quando % geomanii. l geomtaCi 

d'intiepidire, •/ freddo della l«HM,cioè, (dal gr. yix terra, e /Mcvrif indoiinol. 

della notte. Era opinione degli antichi auperstiiioai indovini , preaumerano di 

astrologi che Saturno trovandoai nel- leggera il futuro nella figura da' corpi 

l'emisiciio notturno apportasse gran calcali e nelle puniaggiatura che alla 

freddo. Dice talor da Satwno, perchè cieca facevano nell'arena eolla punta 

non sempre questo pianeta trovati sul- di sna verga. Sa la diapoaisioaa dai 



3fZ8 ^^^^ POEGATOftia 

Veg^no io orienle^ iananzì i^* albt, 
Snrgar per via cha poco te sta bmoa; 

Mi venne ia sogno tua femmina balba. 

Con gli occhi guerci» e sovra i pie distorta , 
Goa to man moodie, e di colore scialba. 

Io la mirava ; e^ come il Sol conforta 

Le fredde membra cbe la notte aggrava^ 
Coaìi lo 4g«ardo mie le iacea scerta 

La lingua, e poscia tolta la drìxiava 
In poco d' ora, a lo saurrito volto, 
Com' afldor vooU om le colorava. 

Poi eh' ella avea ii parlar cosi disdolta. 
Cominciava a caotar si, che con peoa 
Da lei avrei mio intento rivoUo. 

Io son, cantava, io son dolce sirena. 

Che i marinari in mezzo al mar dismago; 
Tanto son di piacere a sentir piena. 



40 



i$ 



fO 



paali legaati loaiìgKam q<— H i èdh 
stelle ehe compongsao il Sue del Mfso 
<Ì6ll' AqMrio e il prtnrm o dei Peiri, la 
dùaflia^eao il aegwo di4le ■e ggi er for- 
teae. Il Poeta, per ttgoilKare <?•• aiMiTa 
forma Tura che precede il giome,diee : 
Era l'ora che i geomanti veggono in 
cielo la lur maggior fortuna, cioè, che 
apparivano sopra INirizzunte l'Aquario 
tutto, e parte dei Peaci inmediataoMiila 
precedenti l'Ariete ; che e ({uanto dire : 
ert TÌcmo il naacere del sole ^ poiehè 
il Poeta facera il ano TÌaggto, eoa' è 
detto più Tolte, mi-ntre il sole era in 
Ariete. 

6. Surger per via ehe poco le ita 
bruma t alzarsi suU'oriizoiite da quella 
parte del cielo che per poeo rtmaB* 
oacara ad eesa fortuna, pmcké i raggi 
del sole che nasce di là la rischiarano. 

7. balbo, balbuziente. 

a. teimlbat ibiaBcala, di eolore co- 
BM di OMirto. 

40. §, Còma U Sol eonfortm: a h 
qoella guisa che il sole ravviva eoi aue 
attor» M membra ■■tirisEit» dal freddo 
dtlb MUa, eoai il mie agnardo ec. la 
mmàa UmLué bnrtt. Tee eUeea, e 
dw àmen WUa a sedoeenla aelt» il 
mmréè ééV «um, è aigmfieato il f^ba 
kw, la falicìlà ab* ai npooe «alle mw 
I, MI pitcari della g*to a di Va* 



die «ilia éarpi ia aè alai», 
l'apprensione, e il corrotta ■oalregia» 
disio fa deaiderabyi aMto. Vedi aotta 
ti vera» 58. 

42. eeorta, agile a ap td it a, di btiU 
bofiente che era. 

43. tutta la drixxetva, le drìnaTa 
la persona , che dianzi era aoTra i pie 
distorta. 

4 4 . • io aaiarrtlo rof to, doè, adal. 
bOf bianco, quel di chi è preao da smar- 
naieati»ada peare. 

45. Com'afiwr uu9Ì:tmk^ to ffaeea 
di qnd mlore che tanto interesaa P aoio- 
re. Color d'amore, è certo col«»r del> 
cato che pende al pallido. Nella l'ifa 
Nuova: • Avvenne che questa donna 
ai facea d' aa coler pallido , come 
d' aoMire. s 

48. intentn, attenzione. 

49. fireaa. Le Sireae, aecoado i 
poeti, aoto abitatnei Ari mare: bellia- 
aiaM femmine dal meno in sa , a ad 
reato mnetruoai peaci, con false lana- 
gbe alleltaoo i marinari, gli addurwaa 
tato, a pà gli uccidono. 

20. dfwiago, dbrio , fo asdr Ad 
vera catamine. 

21 . Taalo eoa di piacere te. Coalr. : 
l«Mlo aaa jMtna dà ptorerr. tanta atea 
p i aaavola, a emlir, a anilinai , t d» 
mi 



CUfTO DECIMONOrrO. 



379 



Io ¥ilii UliflBe del sqo cammin vtgo 

Al canto mio; e qatl roeco s* ausa 

Rado seo parte, si tatto i' appago. 
Ancor non era soa bocca richiasa, n 

Quando una donna apparve santa e presta 

Lunghesso ne per for colei confusa. 
Virgiiiò, TirgiHo, chi é questa? 

Fieramente dicea : ed ei veniva, 

Con gli occhi fitti pure in quella onesta. SO 

L' altra prendeva, e dinanzi 1* aprfra 

Fendendo i drappi, e mostravami il ventre: 

Quel mi svegliò col puzzo che n' usciva, 
r volsi gli occhi; e il buon Virgilio: Almen tre 

Yod f ho messe, dicea : sorgi e vieni, 35 

Troviam la porta per la qoal tu entro. 
Su mi levai, e tatti eran già pieni 

Detratto di'i giron del sacro monte, 

E andavam col Sol nuovo alle reni. 
Seguendo lui , portava la mia fronte 40 

Lanilino , pensano che ^t Virgilio che 
preo<leTa raltra; e fone torna mef^o 
COSI Ve<ti sotto la nota al ▼. SO, e ri- 
cordati l'idea rappresentata da Vii^lio. 

32 Fendendo i drappi ee., Btrao> 
ciaodole ndl' indignazione le vesti iUa 
loee della verità . al subentrare della 
rajjioae svanisce il prest gio dei seov, 
e il vino comparisce nella soa vera de- 
furmità. 

31-55. fvoM flioeeki. Int. ren» 
Virgilio, com'è nstnrale ch*ei fiaceaii 
dopo svegliato. — Jlmen tre Voci «e., 
cioè, slmeno per tre volte ti ho chia- 
mato. 11 testo Burtulin. porta noa ¥•• 
riante assai notabile di questo ternarie, 
leggendorisi cosi : lo volsi §tt aedi 
ed hwon «Mesfro, e mentre Vociò eomt 
dieetee: eurgi e vieni; TVovioi tm 
portm per la qua! Cu entros Smmih^ 
vai, ee. 

86. Altre edts. V aperto, fmr io 
guai, cioè l'apertnra. 

37. ermi §ià pioni te.: i protà dal 
aacro mtmte erano illnminata dd aelt 
giè alto. 

89. oHe rmlrpreaegiiivaoo il viaf* 
gio da levante a ponente; e perciò è 
chiaro che il sole P averaoe dietro U 
spalle. 



23. !• tolH UUiSO te. Uliase. se- 
i peoAj per D<»n essere sedotto 
éoà cMle Mie sirene, si fece torare 
c«« cera le orerchie, e legare all' albero 
Arila mano: donane, o qui il Pofta fa 
periva la sirena da mentognera, o per 
le aireaa intendendo la v< luttè, allnde. 
cmne Seo il Lombardi, alle Insinglie di 
Giret,^lle qnaK Ulisse fu vinto e t*> 
mite per pia d'un anno oeiramoroao 
Uccie. — «Bimnlii vago, navigaxione 
errante qna e là . viag'tio senta ceiie 
twia e. — La Ics voUi, che è del 
B^, del Viv., de' 4 C«d PaUv., e 
d' aluì , aà è piaduts pie della eom. 
trmaot sagaWa da piò d'nno. 

23. s'a ma , st addomestica. 

28. «ma dotuia. Forse questa doHia 
e la aanta Verità amira agli nomini , e 
•caiea di falsità e di lusinga Pnè an- 
eli' asacr la grasia ìlInBunante, la solita 
LflKÌa. 

27. ÌAÈmghetto, appresso, vicìae. 

28-29. O Virgilio oe. Son parole 
Mia SanU Donna. — fieramente, eoa 
ferie risentimento. — ed ei, VirgiKe. 

88 fmre , sempre, sema pnale r^ 
moverii ; o anche, solamente. 

81. JL'affra er.: la donna o n e st a 
prenfleva V altra. Alcuni , fra' quali il 



380 



DEL PURGàTOBIO 

Come colui che l* ha di pensier carca, 
Che fa di sé on mezzo arco di ponte; 

Quand* io udi': Venite, qui si varca: 
Parlare in modo soave e benigno, 
Qiial non si sente in questa mortai marca. 

Con r ale aperte che parean di cigno, 
Volseci in su colui che si parlonne, 
Tra i duo pareti del duro macigno. 

Mosse le penne poi e ventilonne. 
Qui lugerU affermando esser beati, 
Ch* avran dì consolar V anime donne. 

Che hai^ che pure in ver la terra guati? 
La Guida mia incominciò a dirmi, 
Poco ambedue dall* Angel sormontati. 

Ed io: Con tanta suspizion fa irmi 
Novella vision ch*a sé mi piega. 
Si ch* io non posso dal pensar partirmi. 

Vedesti, disse, queir antica strega. 
Che sola sovra noi omai si piagne? 
Vedesti come V uom da lei si slega ? 



45 



60 



bi 



60 



42. Che fa di iè ee., cioè, che va 
colla persona alquanto curvata. 

45. in questa mortai marea, in 
questa regione de' mortali: marea per 
regione è usato da molti anticlii. 

46-48 Con l'ale aperte... Voi- 
ieei in tu ee. Aprendo le ali e drizzan- 
dole dov' era la scala, colui che si par- 
lonne, l'Angelo, volteei in tu, ci av- 
viò so , Ira i duo pareli, tra le duo 
sponde del duro sasso. 

40. e ventilonne, e d fece vento. 
Con questo ventilare dell'Angelo vien 
cancellato nella fronte del Poeta il 
quarto P, cioè il peccato dell'accidia. 

50. Qui lugent ec. Arfoiinando es- 
iire beali coloro che non si stanno ne- 
ghittosi negli a[p, e indifferenti per le 
cose dell'anima; ma s'aifatirano conti- 
nui per l'eterna salute . e piangono le 
miserie proprie, e la cecità d'un mondo 
pazzo che ride. 

51. di consolar l'anime donne 
che on giorno avranno le anime loro gioco delia quale ne' gironi ehe 
donne, domine, padrone, pusaedilrici, sopra il nostro capo, e ai qnali ora an- 
di eontolar, di consolazinoe. È tradotta dreroo, piangono gli avari , i goloii , i 
la amtenza di Cristo ; Bea« ^ui /u^enl; lussarìoai, i quali purgano appanto il 
fuoniam ipti eonsvlafmnlur. folto bene da loro amato e tefuito. 

ì>2. che pure ec: che contiou a CO. come l'uom da lei ti ileget. So 



guardare in terra, mentre le Duove 
se che si preparano ti dovrebbero far 
fretta. 

54. Poco ambedue oc. SottiatMi- 
di : e.<tendo. Cioè, saliti poco al di 
pra dell'Angelo. 

55 Con tanta tutpixion , così 
spettoso e sospeso. Il Cod. Pogg. «o- 
tp&uion. 

56. Novella, di fresco avuta. — ms 
piega, mi trae a sé. 

57. dal pensar partirmi, cioè, ri- 
trarmì dal pensare ad essa visione. 

58. Vedesti... quell antica flfv- 
ga ec- Arceima alla hi ulta donna ve- 
duta da lui poc' anzi in sogno, <• che è 
figura , come qui dice , dei tre paecati 
capitali di che resta a parlare, avarìzia 

fola e lussuria. Virgilio prova qni ai- 
Alunno quel che già più volte gii ha 
detto, eh' eì vede tutto ciò che si pina 
nella mente di lui. 

50. Che tota tovra noi ee. Par ca- 



CANTO DECl&IONOrrO. 

Bastiti, e batti a terra le calcagno, 
Gli occhi rivolgi al logoro, che gira 
Lo rege eterno con le rote magne. 

Qnale il falcon che prima a' pie si mira, 
Indi si volge al grido, e si protende, 
Per lo disio del pasto che là il tira; 

Tal mi fec' io, e tal, qaanto si fende 
I^ roccia per dar via a chi va suso. 
N'andai infìn dove il cerchiar si prende. 

Com' io nel qointo giro Ini dischiuso, (*) 
Vidi gente per esso che piangea, 
Giacendo a terra tutta volta in gìuso. 

AdhasU pavimento anima mea, 
Sentia dir lor con si alti sospiri. 
Che la parola appena s' intendea. 

eletti di Dio, gli cui sofTriri 

E giustizia e speranza fan men dori , 
Drizzate noi verso gli alti satiri. 

Se voi venite dal giacer sicuri. 



381 



65 



75 



wtm ■kf*, M M ]ib«rt , come ti i TÌsto, 
per l»ilMÌo della Mpienza e per la gra- 
na, cIm fliana trelano la turpitadiua e 
ì daaai. 

ei. Bttia te. T\ basti aver cii 
Tcdulo, a penta ora ad affrettare il paa- 
to, f kalki a Urrà le rairagne, 

€2-e3. CU occhi ritolgi ee. Ri- 
v«lgi gli occhi air iovito che Dio ti fa 
■Malraodoli le bclK-zze delle caletti tfa- 
rt dM iotomo egli ti gira. Il logoro è 
^«d rìchiaiiio fvUo di penne a m«>do di 
■■' ala, cao che il fiilcooiere tuule ri- 
chiaotara il falcime. Dio , come altrove 
M dieta, collo tpeltacolu sorprendente 
dei deli richiama continuo m allo la 
M ent e e il caer oottro dalla basta a tor- 
Ma terra. 

54 Quale il falcon ee. Quatta ti- 
aHitudine cvrritponde alia metafurìca 
parala logoro «tata ne' precedenti ver- 
ai. Il mirarti ai piedi prima di proten- 
étni è atto oaturale del falco. 

65. ei grido. Sultinteodi del falco- 
■iere.— ft protende, ti tporge , o ti la 
•vasti. 

67-6S. e lai, e co^^ fatto.coti diritto, 
a pronto. — quanUo ti fende, per tutto 
«•elio tpaiio , che é tra le due tponda 
étW incavato aoole. 



69. in/in dove il eerchiar ti pren- 
de, cioè, fin dove si coraincia il moto lo 
carchio: all' opp(«to di quello cha fa- 
ceto taiendo, cb' era per linea ratta : 
il che vaol dire tino alla eomiea , al 
ripiano. 

70. fui ditehiuto, fai all'aperto, 
parche talcodo era stalo serrato tra la 
sponde del matso. 

f ) Quinto girone. 

73. A Ihmtit ee., v. del talmo 418. 
Con quetle perule confcaeano quella ani* 
me l' adesione che ebbero alla coaa far* 
rene, alle rircliezz<>. 

76 to/Jrin.... taliH. GÌ' iofiniU 
de' verbi, urcmrMovi l'articolo, furono 
dagli antichi ridotti a numi , non solo 
per il ting. rha t* usa tuttora, nu ancha 
per il plur. 

77. E giuslisia e tperan%a. Int.: 
i cui eoffriri (patimenti) riitcooo ma- 
no aspri a supportare nel coosidenra 
che lete e la giustixia delle vostra paaa 
ed il premio che io cielo atpettato. 

78. gli alti taliri, la alta scala. 

79. Se voi teniU ce. Son la parola 
che risptinde uno spiritai alle paròla di 
Virgilio. Sa voi qni venite limrri dalia 
pena cha qui ti toffre, cioè dallo altra 
volti in gin ce. 



ut 



XBL PUEGATOftlO 



E vo!ete trorar la via più tosto, 
Le vostre de^re sìen sempre di lorL 

Cosi pregò il Poeta, e si risposto 

Poco dinanzi a noi ne fn ; per eh* lo 
Nel parlare avvisai I* altro nascosto; 

E volsi gli occhi allora al Signor mio: 
Ond* etii m' a^eenti ooo lieto cenno 
Ciò che chiedea la vista del disio. 

Poi eh* io potei di me fare a mio senno, 
Trassimi sopra quella creatura. 
Le coi piirole pria notar mi fenno, 

Dicendo: Spirto, in coi pianger matura 

Quel, sanza il quale a Dio tornar non poossi, 
Sosia an poco per me toa maggior cara. 

Chi fosti, e perché vòlti avete i dossi 
Al su, mi di , e se vuoi eh* io t* impetri 
Cosa di là ond' io vivendo mossi. 

Ed egli a me: Perchè i nostri diretri 



90 



^ 



8t . Le vottre dutre ee. Vaol dire : 
teaetovi tempre ■ destra: il che facendo 
avreblKro aTuto srmpre a dntra l'eRler- 
Do del montr. — di furi, per ài fòri, 
scambialo, come spesso, l'o in ss. 

a4 . Nei portare avtisai l'mitrm no» 
itOSto, Ecco come spirgs quettto l«o^ 
il Costa : • i'tUtro noicotto : cioè, Tal- 
tro pi-nsiero n•^enstu, non i^presao eoo 
parole. Colui che risponde a Virgilio 
nostra e> Ile sue pan>le di sapore che 
t due Poeti non erano per purgare ivi 
il peccato dell' avarizia , ma dà ladizio 
di credere (e questo è il pensiero na- 
tcosto) che Dante fosse uno spirite 
•ciolte dal corjio. • Ma oueata spiega- 
fìone, che è pur di tutti i coineNiatorì, 
è vuota di eoni'ettn , p«*rchè eei tamente 
h> api ito rfc«' giaceva, eviiie s«ipra ai 
dice, tutto volto a terra, e aderente al 
ptvim«*nto, uon poteva vedere la nuova 
cesa d' un viro in quel luogo, e far c»> 
nw gli altri le sue mariui^lie : dovea 
crMere n^tuialmente che tutti qoelN 
cbe per di le pmsMvano fonerò aniine. 
E sa nostre di eapere che essi «tio 
TWtavano in quel cerchio a purgar l'a- 
Tiriria, gitel'avea già detto Viigiiio rul 
dk^andarlo della atrada per pruaefui- 
ro il TÌaggio. Il eolo Torelli, eb*io a»|H 
pia, ha ben iotcM. Eoao il aenao éà 



yerto: nel parlare, o mentre sentiva 
parlare, mevitmi, poai ■enle allVIIra 
enea che mi era uaseaela, cioè al p«^ 
IftBle, che atando b i n e asta io bmi pa> 
teva vedere, ma che scoperti aagw- 
tendo il snono della vnea. U vaaao 9# 
eem prova queata spiegaànoa. 

85. B volti gli eedri miiarm. Cmà 
leggo col Cod. Caet. e il Fat. 54€. La 
com. p<»rta K Vf»W gli otdù m§H 
al iigntìr mio; kc. cb'ie laaci* 
tieri echi la vuole. — CenqnesU* 
ta Dante pregava Virgilio cbe gii 
dease di and.ire a parlare n qneU'nnii 

87. Im vitlm del éiei; ì 
desiderio che ai faoevann vi 
Yulto mio. 

90 U emi pmroU «e. Vi 
pra quella creatura , cui mi foan B^ 
tare il suono del parlare ; n, cbe in W^ 
tai mentre parlava. 

94 -ftt. m CSM piémgtr m.,ìmmk 
il pianto opera , compiace y a Mn pn^ 
gazinne ee . 

93. 5ofl/a. affrena , fiui wmggiùr 
cura, la cura di pi.ingerc le tnc 
per soddisfate alla giustizia divina. 

95 Jim. atrio sn. 

96. J<M,nelaHMidndni 
moni, mi partii. 

97. dirtlri, dnni, 



CAUTO BBClMOMHrO. 3g3 

Rivolga il cielo.a aè, aaprai: ma {Mima, 
Scias guod ego fin raceessor Pani. 

Intra Siestrì e Cbnrinerì a* adima loo 

Una Gumana bella, e del s«a nenie 
Lo titol del mio sangue ia soa «ima. 

Un n\e?e e poco pie prova' io come 

Pesa il gran maolo a chi dal fongo il guarda, 
Che piuma «enribran tutte l' altre some. I05 

La mia conversioDe,otmèl fa larda: 
Ma, (ome &uo fui Roman Pastore, 
Cosi aoopersi la vita bugiarda. 

Vidi che lì non si quetava il core, 

Né più salir potiesi in quella vita; i io 

Perchè di que^ in me s' acce^ìo amore. 

Fino a quel punto misera e partita 
Da Dio anima fui, del torto a> ara: 
Or, come vedi, qui ne son punita. 

Quel di' avarizia fa, qui si dichiara 115 

In (urgazion dell* anime converse, 
£ nulla pena il monte ha più amara. 

98. Ritolga il cielo a sé, Toglia 405. dk« piuma te. SoUiot.: che 
•1 ddo ricolti ■ sé. pesa ti, rlie re. 

99. Sciat te,: ci«è, Mppi eh« io 4U8. iavita bmfiarda, inganoatii- 
foi avccmure di Tictro. Qanti è Otto- e« nelle •ui* pri>nietM, inquanluebè la 
kono dlc'PirMhi conti di Lavagna, poo- felirìU che fa sparare nel pmaeilimeato 
tifice ttÀ mome di Adriano V , morto dei beni lerrem n«n naoUeno. E de 
•el 1279, ^araota ^orui dopo la wmè dice perrhè né aocbc io q«el pollo » dì 
dcsiooo. che aia|*|p<»re non ètulla terra, ai soo 

490*401. Sioitri r Chiaveri. Due trovò conientw il suo rooro. 
tarr» M GciM»«es«to nella nviera di le- 140 poliefi. <t polie.voea anliipia- 

TSBla. ^ 9 ' a éi wt a . 8'av\alla , «rorre al ta, ai potrò. PnUmi il Cod. Puo gi a ti . 
baaoo.^0M fimmano, il rianir Lava- 44 4 Porche ee., per la qval etat 

fM oéel omo mmu Lo titol oe. : %' aeeeae in me 1* aaioro di qaarta fila 

a il lititlo della mia famiglia (i kit- apintuole ed Hema. 
■Mta dei tornii di Lorogita forae dai 442 parlata, diviaa. 

fiMiad cibo e4la ebbe lnng«i qurl fio- 445-416 {fmel ok'otmritim fam. 

■e) fm orna tima . o /f «uà cima, co- GK effetti dei l'avariata nella noola a Bel 

wo lofgo Beavcnoio, dti tmo noi a ; coora de^i oomini «mnio didiiarati o ai- 

doè, aee u od» ebe «pifgano tolti, preode gnilirati tu /mrga»ùm, cioo, mA aodo 

mm p r imei pio, ano angine, dal none con che si pargaiMti|oi le animo «ommt* 

di ^ Mi l o iusM : ovvero, come io indi- fa.ei«>é,chr da t\uvt viaio si coavartiraM. 

•arei a apirgaro : e del iuo notmo il Alcuni preiMlfm» il eowooraa ia aaaao di 

molo dot wUo imngue fan» wm^tor molto in giù : ma non bona, eba, ehw afcè 

CWifo. ama gloria. qiMota idea %rrrrbbe ripetala loata^pii 

4tlt-4«M t7 gran mowlo, n moolo aotlo. le «lae parole pmirgatiam o MR- 

Mpale. — tome Peto, quanta eoOa di torto Marebbrro V sua adl'akri. 
talira a ehi dal fango il guarda , a 417 piit amara , p or tto edkè tra 

ibi vuol a4«lrorrlo nrlla »aa dignità, a laro nrgalo fio aoeo il veder* il dolO| 

I aerVarlo paro dalle brattare della terra. Terao cai ai sealouo taoto ìnKamaala. 



P^*^^^^^^! 


381 


lEL PUB 


.„o.,o 


^ 




E vo'ete trovar la 


via più tosto. 


■ 




Le vostre delire sien sempre di fgri. 






Così preaò il Poela, e 


sì risposto 


^^H 




PoL-o dinanzi a noi 


nefn; perch'io 


^^H 




Nel parlare avvilii 


r altro nascosto; 


^^H 




E volsi gli occhi ullora 


b1 Signor mìo: 


^^^È 




Ond'elli m'a*«nii 


con lieto renna 






Ciò che chiedea la 


vista del disio. 


^^^M 




Poi cf io polei di me 


rare a mio senno, 


^^^M 




TraBsimi sopra quella crearura, 


^^H 




Le cui piirole pria 


notar mi tenoo, 


90 


f 


Dicendo: Spirlo. in cu 


■i pianger malora 




Quel, .'iaaza il quale a Dio tornar non puos^i, 




Sosia on poco |«r 


me tua maggior cori 


1. 1 




Chi fo^^ij, e perchè vòlti avete i dossi 


^J 




Al EU, midi, e se 


vnoi eh' io t' impetri 


■ 




Cosa di lù ond' io vivendo inosai. 


^n 




Ed egli a me; Perchè : 


i nostri direlri 




81, U 


\VBilridetlTtfc.\an\ ilire: 


«™,: Diri p.rl..B, 


menlrt wnliit 


IcacMvi HI 


Bpr><<l»'ri>!Ìlcb<[i»i>do 


pnrlor.. .[.ìh.*, ^ 


RiMiU nllUl» 




nulo «pmpM * dnlta l'mlor- 




B, riniti par- 


Md.lm«ii 


Lh-. — iK/'bH, p«dJ/Bri. 




"•■""-" P* 


•«n>U.io, 




II... .e.ler>, aio At ■ 


iFOpcm Hni- 


84 . UH piwlBT» «p&ai' r.U« m- 


Und..i1 tHno dtlU>n«. Il •«ai. M 


ttothi. Eo 


:„ «im. tpn-g. ,,i„l., lu^B» 




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rolIrDMKOrta.-doe.l'.l- 


Vi. E volri Ilìaca 


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Irgl-.. ciJCd.Cnfl. >i 


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dì che riijHnda ■ Vi.|^lia 


<»»..p»rl.SWn(„H. 


«*i«^«*l 


H ntolr. .1 




altJ^nrurb.-tM-eV 


i.l«^>rin» 


V idotrxni 


Don crino per |.iirg.re in 


beri»ét,l,f«.At.—€m 




■ i1p«»U< 


l«ll'Hi'>ili,i»rti -kIrìo 


In UnM, p«.R.v. Virjil» d» rU M*» 


JicT«l*re 


|t 4«»t> * il ftatxtf: 0»- 


d«.'di<i«l..r>>n>rl.r' 


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ST lt,rula4tl4ÌÉU. > Hf* dd 


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.. 1. Z'^r, 


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K qarl cnThm ■ pargnr l'i- 


^.'.d'i.™" .lirsiu,! 


ni. dlTIM. 


™ *.ri>», gnd'.t« pi d,iu. Vi, rii» ™i 


W J<H..II'.D.. 




jMii><l.ri» ddl. UriclN p*r jimtaui- 


06. M U. liti ««Ida d* .ÌT«IL— 


r> il n»r 


o. lindo Tar.llLrb'i.t.,^ 






p»,i>.K, 


n inloo. £«M il «gun did 


tì7'.KH"'jw.l, 


•cbHIM. 



CAUTO BBClMOIKnrO. 383 

Rivolga U cieloa aè, aaprai: ma iRima, 

Scias quod tffo fin tuceessor J^$$rL 
Intra Sies^tri e Chhrv^ri a' adlma 100 

Una fiumana bella, e del s«a nenie 

Lo titol del mio sangve ùl saa <:iffla. 
Un mese e poco pin prova' io come 

Pesa il gran manto a chi dal fongo il guarda, 

Che piunna «ennbran tutte l' altre some. f05 

La mia conversione, oimèl fa larda: 

Ma, (ome fdUo fui Roman Pastore, 

Co8i aoopersi la vita bugiarda. 
Vidi che lì non n quelava il core, 

Né più salir potiesi in quella vita; i io 

Perchè di questa in me s' accese amore. 
Fino a quel punto misera e partita 

Da Dio anima fui, del tutto avara: 

Or, come vedi, qui ne son punita. 
Quel eh' avarizia fa, qui si dichiara 115 

In I urgazicn dell' anime converse, 

£ fìuila pena il monte ha più amara. 

98. Ritolga il cielo a sé, Tooflia 405. che piuma «e. SotUot.: che 
il delo ri\nlti • sé. pesa rt, rlie re. 

99. Sciai ce.: ei«è, Mppi che io 4U8. imtUa hwgiarda, inganottii- 
fn saccrsftt>re di Piotr». Qarati è OUo- e« oeJle suf proinetM , inquanluchè la 
kooo de'Fieschi muti Hi Lavagna, pno- feliriU rbe fa lorrare nel pmaedimeoto 
Icfica col nome di Adriano V , mwto dei l»f oi lerreiM n«o «aoUefia. E &h 
oel I27(, «|«araDta giurili dopo la ava dice perrhè né aocbc ia quel paalo, di 
«Icziooe. che «af»|if*<>rc nun è sulla tarra, ai aoo 

4a0«4ei. SitMtri r Chiaveri. Doa trovò con lento il suo mora, 
tarra del Gen«»vesi«to nella nv»era di le* 140 policft. ti po(ie,voea aiitì<|aa- 

vaola. — t'adima. s'avvalla fSeorra al ta, ai potea. i*»tfa$i il Cod. Pnagiali. 
baaao. — C7iui /Itnnana, il lianie Lava- 441 Perché ee., per la q«M aaat 

goa. — e dei iuo mime Lo titol ae. .* a* accese in me T anora di qMgla nla 

a il titolo della mia famiglia («liia- spiriluale ed eterna, 
nata dei conti di Laragna forse dai 442 partita, diviaa. 

poaaeasi che ella ebbe Inngii qurl fi«- 445-116 ijael ek'aMoritim fa§e. 

me) fa tma dmm , o fr tua c i ma, co- GK effetti deiraverkia nella «Mnla e Bel 

me \èfp,e BeiiTennio, del nm m ewt a ; em*re degli aomini tMNie dicbiarali a ai- 

cioè, seetmdo che spiegano lutti, preade gnifirati tn /»siry«aton, cioèf wd OMido 

avo principio, saa origine, dal none eon che si pnrgaiM*i|M le anima «oMWf- 

di queato fiunta : orveru, come io ìhcI'h aa. cit«,che da qui'l viaio si coavartiraao. 

•arci a spiegare : a del fuo noma ti Atcum premiMno il eiinvoraa m aaaaa di 

Idolo del mio tangue (a eoo mm§§ior «olla t« gin ; ma nun bona, che, «Itradiè 

tante, tna gloria. qvcaia idea verrrbbe ripetala laalaqai 

4oa-IU4. il gran manin, n manto sotto, le due parale pmrgoiiam a m»- 

( capale. — tome Peto, quanto casta di «arsa »tareb4M>ro I' «uà aell'akri. 
allea a cki dal fango il guarda, a 417 p<è amara, pe r c i aeaiié tra 

(hi vuul sifstrnrrlo nrlla saa dtgnitè, a laro ■«•gal» fin anco il vcdera il cialO| 

«erbario poro dalle brattare della terra, ietto coi si seatooo tanto roKaoioMla. 





1 ^^^^^^^^H 


■ 






F 


Si come l' occhio nostro non s" sderEo 
In allo, Hitso alle cose lerrene, 
Cosi eÌQSlìzia qui a [erra il merse. 

Come avarizia spense a ciascun bene 
Lo noslro amore, onde operar perdési, 
Cosi giustizia qui slrcili ne liene 

Ne' piedi e nelle man ledali a presi; 


1 


■ 


E qaanto Qa piacer del giusto Sire, 


iti 


■ 


Tanto staremo immobili e dii'Iesi. 




m 


lo m' era ÌDgìnorchialo, e volea dire ; 






Ha com' io cominciai, ed ei s' accorso, 






Solo a,scoltaDdo, del mio riverire: 




* 


Qual cagion, disse, in giù cosi li torse? 
Ed io a lui: Per vostra dignitate 
Mia coscienza dritta mi rimorse. 

Drizza le gambe, e levati so, frate, 
Rbpose; non errar, conservo sono 
Teca e con gli altri ad una potesUte. 

Se mai quel santo evangelico suono. 
Che dice Ne(fvt nubent, inlendesti, 
Ben puoi veder percU' io rosi ragiono- 

Valtene ornai; non vo' che più l'arresti, 
Che la tua stanza mio pianger disagia. 
Col qual maturo ciò che tu dicesti. 


f 

140 


H8-I 


lig.naitt-a^wJnallo.i.on Jim»lri «»r dcliil» d' 


sgai Crùliu» 


*ÌrìT.'1», 


iiDD»islevè>1<ic<lo. lìilp«.[. UT»crir< ari »a.<iio 


poDMfica il Ti- 


iiaitrg, 


ire. — fila. iMtnl. ttando. oirio .liGnùCrnta, 




m. 






423. 


OHdt npiTarsTdèii Perde, le ur-Jc dell'Anela * G 


iunooì utll'i- 




ridcr. .d«.r- 




■ fi'Sr 


tì «Mn mcriliTi*, c<'iue non ^ralrum Iiunin. — ad 


unafwiMMto. 


■ F»I> «HT 


dll fiiulo Sin, dì Dia. 137. Ni<rHi milwnl 




■ 


.fimi* di G(» 


■ t». 


7DHVa.-|vinacch>al0.D.i>- Crlibi •! Sid ducei p<rr Ir 


•rli d>l|-ii>|U>- 


■ UBolr. 


i»a qn«l'*ll0 qninla r.Huc ]• no io cui Erio» cl.« m.'ll' 
cha igli icvi il uuimo p<.a- lera niirìiiKinj. Qui Adi 


.L.n» vii* Im- 




r»au nule «MI 


■ t^<«. 


irOpD dulia Chini. sw piroli [it cMiiprt' 


Ddi>c> (In tili 


V 


Sala ucùUwmda , nlo per o»naD muri.., ann a. 


1 più d. «IS- 
di«,>»pì. 


■ «Jir« l> . 


HI «u», e nun per ■•dar n». dtr.ni ewix Ctuo della 


— >M«for»(r<r>. del win .Ur rìre- gli *" du'iiu qudli re 


.«.u»; iiirip 


r«>l*.L'i 


inin>i»*r«>ruc1i«DinUi'ora idagni lulU ni»lrt dì» 






dilunlirpiùaroHllparolD. h lulli iMiHKrvi (d ani 


pulaUI* 1 Mii 


130. 




,uaìctitff«T. 


_ 133. 


wi riiwiTH- U.wi.dn th. .d W, Anixna i IHo. 




^ iivi^^t 




.. — dita^. 






L 


(tu, liei, uà tl»rU M [.Iti, i-ll . Coi «uot noli 


ttvtHeU Im 



CAlfTO DECIBIOIfONO. 38S 

Nepote ho io di là e* ha nome Alagia, 
Buona da sé, parche la nostra casa 
Non faccia lei per esemplo malvagia; 

E questa so!a m' è di là rimasa. 14à 

^^^mU: coropÌMo la pnr^aiìoM, eoma 445. B quetia iola m'è di là ri- 
^ «iìccsti poc'anii. Vedi il Tersoci. nuua. E questo sola degli altri miei 
_ 4A2. Alagia , della famiglia dei conaaDgeioeiè rìmaato io vita.Conqoe- 
f^v^ti Fieschi dì Genova , fn moglie di ito ricordo il papa mostra desiderio che 
"<>roelIo Ualaspioa march, di GioTa- Alaoia aia mossa a pregare per lui, et- 
S^lo. figlio di Manfredi. ieodo ella tale da poter far salire a Dio 
443. bmona da ii . huoBa in tè prece Ch9 tytrga tu di cor che in grtk- 
iaa« per propria iadMe. Jiim «toa. 



CMNTO mSSnEMMMO, 



LtteltU Pmpm Aeriamo, « mmHimtmdé ftr fmtl eenkio U «mmmtm c, odomo mH^amlmm rbww 

mtemiU mtàiU •am^ et wirtm 9mtrmU aWAwmritim. A M Damtt s'opprttta, • rieàiutaU 

«>A< tim • ptnàii §alm MmM ^mii fmM, n'od$ «sttr Ugo Captf, • mimi JUrm iiiwHtiwa mM 9ifJ • 

•««(te imi^Èiii étUm «m «iMMifmM. Fa' to «W^TO '«"' ^"" éamtmda, • gii cita gU ttmapj cA» 

C« matm A H ripHtm» a tvrar étH atoH. S* ma» d tmomt», « «'«fui dm itM* furU um coatte» 

nféBmUaaMOf oadt miUTAUthitH ài ét$u mmpamgnf é*tidtH» di tamoutr la tatioaa di umla 

Centra miglior voler, voler mal pogna; 
Onde centra il piacer mio, per piacerli, 
Trassi dell' acqua non sazia la spugna. 

Mossimi, e il Duca mio si mosse per li 

Luoghi spediti pur lungo la roccia, i 

Come si va per muro stretto a* merli; 

Che la gente che fonde a goccia a goccia . 

Per gli occhi il mal che tutto il mondo occupa. 
Deli* altra parte in fuor troppo s* approccia. 

4 . Coiiira miglior nolerec. In Dante ghi (un^o la roccia, Inngo il dono del 
erano a contrasto due voleri , o due dcei- monte, i soli tpoditi, cioè, non eecnpali 
deij : Fano di trattenersi ancora un pcH dalle anime distese al suolo. 

co a Mrlar con papa Adriano : raltro,di 6. Copte ti va te. : come chi cam- 

rtKdire alF intimazione da lui riceruU mina sn la mnra di ooa fortena ai tiene 

d' aaderaene , perchè gli facea perdere stretto ai merli per non cadere dal Uie 

un tempo preiioao. Ma come questo te- che è acnxa riparo. — tiretto, lo prea- 

lere era il migliore e il piò discreto , derei qui per arverbio nel aeoso ai rm- 

trìeiiA sa V altro, seblx'ne innocente, tenie. 

di fodiafare la propria curiosità. Quindi TS.Cki lagente ee.: pMc^ lageoto 

le sentenza, rbe on volere mal ai metto che piangendo f.mde fnon insieaae celle 

e contrastare, non deve coczare, contro lacnme Ù wml che tallo il mondo oe- 

OD volere migliore. eH^ , cioè , V avarizia. 

5. Tratti dell'acquate. Parlare tf. Dalf altm parte in faorea.: 
allegorico che vale : nariii colla brama troppo si avvicina alla parto esterna del 
di sepere non soddisfatta , di Ih , onde monte che è senza riparo, onde non re- 
io poteva saper tutto. itova a noi spaiio da camminar libera- 

4-5. per li Ituujhi spediti, pei ke- mento da quella. 



V, 



o 



^r 386 

^P Maledetta sie lu, antica lupa, 
^B Che più cbe iiille l'altre he.'^tie ha! preda, 

^1 Per la Uia Tame sema une capai 

^M del, nel mi girar par che si creda 
^M Le condiiiijD dì qua^iù trasmutare, 

^1 Qoando vorrà per cui qne^ta dlscedaf 

^B Noi andavam co' passi lenti e scarsi , 
^M Ed io alterilo all'ombre ch'i'Eenfia 

^M PieJasameDte pianger e lagnarsi: 

^^ E per i-entvra adi': Dolce M«ria: 
^^ Dinanzi a noi t^hiamiir ro") noi pianto, 

^^t Come fa. donna che in pnrtorìr sia; 

^B E seguitar : povera To^ti tanto, 
^H Quanto 'veder si pnò-pcr'qBairiOspizìo, 

^M 0\e sponesti il tuo portato fante. 

^H S^aen temente interi: buon Fabrizio, 
^H Con povertà volesti anzi vìrtute, 

^1 Che gran ricchezza posseder con viaio. 

^H Quelle paro'e m' eran si piaciute, 
^H eh' i' mi trassi oltre per aver contezza 

^F Di quello spirto, onde parean venute. 

Esso parlava anror della lar^'hezza 
Che fbre Niccolao alle pulcelte, 

IO. antica lupa Lupainllrtapnlli che questi li {naa. Vedi PHCf., 
qui l' itirini, perclit >I> tMim «muli la XXXtll. 

inviil'n del it)H.4*. Ho IT. ird la, wllial. fra. 




CANTO VBinrESIMO. 



387 



35 



40 



Per condurre ad onor lor giovinezza. 
O aDÌma, che tanio ben faveile. 

Dimmi chi fosti, dissi, e perché sola 

Tu queste degne lode rinnovelle? 
Non fia senza mercé la tua parola, 

S* i' ritorno a compier k) cammio corto 

Dì quella vita eh* al termine vola. 
Ed egli; V ti dirò, non per conforto 

eh* io attenda di là, ma perché tanta 

Grazia in te luce prima che sia morto, 
rfui radice della mala pianta. 

Che la terra cristiana tutta aduggia 

Si, che buon frutto rado se ne schianta. 
Ma se Doagio, Guanto, Lilla e Bruggia 

Potesser, tosto ne saria vendetta; 

Ed io la cheggio a lai che tutto giuggia. 
Chiamato fui di fé Ugo Ciapetta: 

Di me son nati i Filippi e i Luigi, 

Per cui novellamente é Francia retta. 
Figliuol fili d*an beccaio di Parigi. 

di Miri dotò tre fanciulle che per fran die, (H:iU|iditf parla per fona a parte 
povertà erano in pericolo di menare con false tns>n(;be da Filippo il Belle 
dàaMcsU vita. — ktrgheua, Urgo oeiraqoo 4299. Doagio dieetì oggi 
dono. 

aS. degne lode, lodcToli CMmpj. 
— rinncvelU, riprli. 

59. Di quella tita, della tiU moiw 
iìtìa^ che fugge com' umbra, e di eoi ho 
|ià cotto la metà. 



Douai, Guanto GmoA, Bruggia Bro|ca. 
47. Potetser, toifo ee liU.: te eo- 
tali città aveuero forte toffieienli, -^^ 
Rf Maria tendetla, te ne vedieLbo la 
vendetta. Queste parole di Ciapetta no* 
ttranu denidfrìo di>lla aconritia o oae- 
40. mom per conforto ee. JioaptT' ciata de' Franei>«i dalla Fiandra, che 
dkè io aperi. ravvivando tu la momorìa avvenne nel 4302, cioè, duo coni dopo 
di ma ne mei discendei.ti, che essi sieoo l' iramaginaria venuta di D^iDte al l*aiw 
per far pieglurre in mìo prò; chà dì gatiirio, a prima che egli tcriveaao U 
tott' altro che di morti s' occupan etti. Poema. — n$ fariam vendetta legga 
44-42. fonia Gratta, quale qoclla il Damrl!o 



di venir vivo nel re{;nu de' morti. 

45. radice, princìpio. — «ietta mala 
^anta, della mala famìglia de' Capeti 
re di Francia. Costui che parla è Ugo 
IlagDo doca di Francia e conte di Pan- 

S', padre di Dgo Gapctta primo da' re 
ipetingi. 
44. fa f^rra crvfìana tutta adug* 
già: doè, porta noci'vole umhia, reca 
gravisaimo Documento alla terra cri- 



45. u ut tckianta, se ne coglie. 
46 Doafto. Cuaiif/>,f e. Queste toao 
alcune delle prinii|>ali citte della Fiali* 



48 r^e^^fopercJbfnfo, dtll'antiq. 
cluirre o ckeggere. — . a lui che tutta 
giuggia, cii»e, a Dìo. che tutto giudica. 
Ciyggiare èittti* dal proveniale/ii(/ar, 
eonvrilila in g U lettera J 

52 Figtimtl fui d'un beccaio e$. 
Per et>nvturrrsi qu.iuto sia f^lsa l' lOl- 
potazionoddla per taluno al sottro Poe- 
ta, ch'egli «bbia altiibnitn (|Deste vile 
(•ligine ai Cnj'i-ti a ttf^go dell'odio tpo 
ctiutiii Filippo il 6«'llo e Carlo di Va- 
lois. si li'gga quel che lascia arnlto sa 
tal Oiiiteiia I». \ìIìmhi, storico caHdidit* 
»imiif nel lib. 1\ , al cap. 5 delle tao 



388 DEL PURGATORIO 

Quando li regi antichi venner meno 
Tutti, fuor eh' un renduto in panni bigi, 

Trova'mi stretto nelle mani il freno S§ 

Del governo del regno, e tanta possa 
Di nuovo acquisto, e si d'amici pieno, 

Ch' alla corona vedova promossa 
La testa di mio figlio fu, dal quale 
Cominciar di costor le sacrate ossa. eo 

Mentre che la gran dote Provenzale 
Al sangue mio non tolse la vergogna, 
Poco valea, ma pur non facea male. 

Morìe Fiorentine, e dì Ti apptrìrk cbe rona a sao figlio Ugo Capeto. La soe- 

qvella proveoienia dì Ugo il grande, eeaeioae poi dei re fiaoceaidopo Carlo 

aebbene dimostrata oggi favuluea, era il Semplice è questa: Baool, o Radnlfn, 

creduta a quel tempo dai più. Ed è ere- Lodovico d'oltremare, Lotario e Carlo, 

dibile che questo errore nasrene dal- Lodovico. Y, Ugo Capeto, coronato 

1* avere avolo la Casa d' Ugii il privile- nel 9S7. 

sìo di provvedere la città di Parigi delle 56-S7. taniapona Dimuavo mequi- 

oettte da macello, o. come suol dirai , sto: tanta potenza per posetw novi- 

il grand' appaltn drlle carni. mente acquisitati. — e ai d'ami t pieno: 

SS. Il regi antichi^ intende la di- cioè , e mi irotai sì pieno d' amici, di 

naatia de' Carolingi. partigiani. 

54. fuor eh' un renduto in panni 58. alla corona vedova ec* cioè, 

higi. La storia non dice ug|;i <P alcuno vacante per la morte di Lodovico V, 

dei Carolingi che al tomp.- dì Ugo Ma- oltìmo re de'Carlovingi. — di WDÌo fr 

gno fosse rónduto in panni diyi, cioè, y/io, di Ugo Ciapetta. 

socondo la comune 8|iip|]azione , fosse 60 te taerate otta ec. La atirpc 

divenuto monaco. Può ei»»i're che così reale. Pn mie figuratamente le o«a per 

si credesse volgarmente al ti>mpo di Dan- le persone ; e le dice locrofe percuè i 

le, nato l'equivoco, com'è probabile, re aono Mcraii perla santa ontiono. 

dalla fuga e reclusione del re Carlo il 61 -G3 Jfmlre c^ la yrvn^ole «e. 

Semplice nel rantello di l'croiine, ove Finché I' accrrsciinmto della potenzt 

EM mori. Ma potrebbe anche essere cbe per la dote provenzale non fece la aia 
ante colla frase renduto in paimi bigi stirpe aodacf e sfrontata, Poco vaUm, 
non aveue per nienti* voluto acn-niiare cioè, non atea gran virtù, ovvero, era 
a professione miinastica, ma per pciim» scarso il suo potere, ma almeno noo 
è/^i Mellificata I' umiliazione e la mise- noccva ad alcnii^t, si conteneva nel do- 
na a cui fu ridotto Carlo il Semplico, vere. La dote che qui si accenna 8<Nio 
tome per somigliante metafora si no- le ricchezze e gii sluti, prima, del conte 
bina M porpora a denotare lo spien- di Tolosa , che andarono alla Franrìa 
dora della foituna e 1' impero* e que- per il matrimonio della sua figlia con 
sta supposizione, che nirlierebbe meglio Alfonso fratello di S. Luigi 112*28); poi 
d'arrunlo il Poeta colla storia, e mollo quelli di lUimondo ISerlingWrì conte 
favurita dalla variante redutto^ invece di Provenza, lasciati da lui per teata- 
di renduto, che è di due Cod«l. Mare., mento all' uJtitna di'llc sue figlie. Bea- 
del Trivig a del Baitolin. Mj comoo- trice, sposala nel I24a a Carlo d'Angiò 
qoe ciò sia, il fatto sta cbe durante il altro fratello di S. Luigi. ChianMii 
regno di questo Carlo , morto nel 920, grande quit.tJ dote noo tanto per q«el 
Ugo Magno gettò i fondamenti di qnclla die era m se htena, quanto perchè fu 
grandezza, che 31 anno dopo la sua alla rata di Francia meno t grtndì 
morte, avvenuta nel V56, fruttò la co- acquisti o nsurpaziuoi. 



CANTO VENTESflIO. 



389 



Li cominciò con forza e con menzogna 

La sua rapina; e poscia, per ammenda, 65 

Ponti e Normandia prese, e Guaspogna. 

Carlo venne in Italia, e per ammenda, 
Vittima fé di Cnrradino; e poi 
Bipinse al ciel Tommaso, per ammenda. 

Tempo vcgg* io non molto dopo ancoi 70 

Che traggo un altro Carlo fuor di Francia, 
Per far conoscer meglio e sé e i suoi. 

Scnz* arme n* esce, e solo con la lancia 
Con la qual giostrò Giuda; e quella ponta 
Si , eh* a Fiorenza la scoppiar la pancia. 75 

Quindi non terra, ma peccato ed onta 

64. Li comineiò con fona ee.: yenoe in Italia • t* impadronì del re- 

SDo di Sicilia a di Paglia , discaccian- 
one Mtufredi , cha , morto Currado , 
•e n'era fatto signora. — ViUima fé: 
cioè, Mcrificò alla propria ambixiona a 
■icnreiza, dandogli morta, Curradiso 
figlinolo di Currado a legittimo «rada 
di qnellt corona. 

09. Ripinte te. Rispinia. rieaceiò 



In Propensa medetiraa comiociò parta 
con TÌolensa parta con frode a spiegare 
la Msa insssiabile cnpìdigis a rapacità, 
facendo tristo governo dei Prureniali , 
cba pretto sentirono la difTerama cha 
era tra il bnon conta di Tolosa Bm- 
nondo a il fiero Carlo d'Angiò. Questa 
connetto è torcalo anche al Canto VI del 



Par. V, 130 Olii spiega li per da ^«mI S. Tommaso al cielo (a Dìo), d'onda 
Uwupo, non avverte al poteia per nm- tutte le anime provengono. Fn detto cba 
mmda, che suppone una rapina speciale Carlo per opera di un suo medico fi 



fià accennata avanti. È diriìrile del resto aTrelenara onesto santo filosofo per ti- 

acfordara tutto ciò che qni dice il Poeta mora di averlo contrario ai suoi desiderj 

«00 P istoria ogf*i conosciuta deirefran- nel concilio di Lione; ma anco qnasto 

ccù. La Normandia, per es., fu congni- fatto non è ben certo , par quanto ne 



sta tadaFilippoAngnsto molti anni avanti 
la 4ot» Pru9€n%ale. Forse vuole inten- 
dersi che fu ripresa novameiite agi' In- 
gìcn che Pavean riguadagnala. E ciò por 
sia; mi ad ogni modo se qualche discra* 

Sinu pia qua o piò là s'incontri, non 
ee far maraviglia, quundo riflettasi 
alla gran difficoltà che s'avea in quei 
tanpi dì rintracciare il voro delle cose 
OTrenute in età e in lunghi remoti dallo 
«crittora. Chi leggendo la Ditina Com' 
mudia non fa ragione dei tempi e degli 
atndj , chi confonde il XIX secolo col 
XIV, o s'aggirerò disperato in un labe* 
liuto, o storcerò mirtrramente la oito- 
nle significaxione delle parole. 

05. ptr ammenda Cio(, per fera 
Ammendi di nna colpa , ne commise 
un'altra. E qnrsto ripete più folte per 
dara mngfvior fonte all'ironia. 

66. Fonti, Pvnlhim in Piccardia. 

€7-08. Carlo. Carlo duca di Angiò 



potesse esser corsa voce a f uel tempn. 

70. non molto dopo ancoi, non 
lontano da quest'oggi. 

74-72. «m altro Carlo. Carlo da 
Valots, venuto in Italia nel tSOI .—Per 
far amotcer §e. InUrndi : per far me- 
glio conoM-ere la sui malvagia natura 
a quella dei suoi. 

73-74. Senz'arme ee.: senza eser- 
cito esce di Frsncia, e solo srmato dalla 
lancia con cui giostrò Giuda,cioè,iI tra- 
dimento. Carlo venne in Italia con eoli 
500 cavalieri e con multo cortegno di 
baroni e di conti. Fn inviato da Dooì- 
fasio Vili i Pi reme come paciero : sotto 
aelore di liordìnare la citta, ingannò i 
Pifventìni e gli afflisse con ogni maniira 
di estorsioni e di crudellò. — pontm,9§' 
grafa, spinge. 

75. Al icoppiar la panno, Totaa- 
4ala di densri e dei migliori cittadini. 

70-78. Qnindi ee.: da questa lut 




Guadagnn'à, per se lanlo \>ìù grave, 

Quanto più lieve sìtdÌI danna conta. 
L'allro^che gié usci preso di nave, 

Veggio vender sua figlia, e patteggiarne, 

Come fan li corcar dell' allre schiave. 
avamia, che puoi (□ più Tarne, 

Poi e' liai il sBi^ue mio a le si tratto. 

Che non sì cara della propri 
Perchè men paia il mal ruturu e il fallo. 

Veggio in Alagna enirar lo fiordaliso, 

E nel Vicario suo Cripto esser callo. 
Vegplolo un' allra volla es?er deriw; 

Veggio rinno^ ellar 1" aceto e il fole, 

E Ira noo^ ì ladro 
_ il nomo Pitale si ci'udele, 

Che ciò noi saii>, mii, senza deorelo. 




Jlllflta (in rifiatili, (iUl 
|;nr di llnaii | |),iuindu U iiurfui 
(ul fordotito (ri'l giàl>«, amt di t>>>ii 
cì«l, j f.i (rigi..™ iTiittrìo Ji CtiUa. 
Bniiiliiiii \lllTu lUiDneiMiluwl 1303, 
per ur.Upi di niin- il Bdlx n ii 



I •fir. .<1 <. 
7 !■•"« mm f of« «e. E .(- , 

ndcoll fai«ijgf « ufUu «lu lì-w D(rlntiib.>|4i <i>pE)i«ti>Mj.("«u, 



CAIVTO rtRTESIMO. 39 1 

Porta nel'tempìo le cupide vele. 
Signor rnìOi qtiando sarò io lieto 

A \eder la vendetta, che nascosa 9ò 

Fa dolce Tira tua nel tao i<egreto! 
Ciò dì* r dicpa dì qnell' unica sposa 

Dello Spirito Santo, e che ti fbce 

Verso me volger per* alcuna chiosa, 
Tanlf è disposto a tutte nostre p^ece, ioo 

Quanto il di* dura; ma ..quando s'annotta, 

Contrarìo suon prendemo in quella vece. 
Noi ripetiam Figmalion allotla, 

Cui traditore e ladro e patrìcida 

Fece la voglia sua deir oro ghiotta ; 105 

E la miseria dell' avaro Mfdà, 

Che segui alla sua dhnanda ingorda, 

Per- la qual sempre coovien che si rìda. 
Del fòlle Acam ciascun poi si ricorda, 

Come Turò le spoglie, si che V ira ilo 

Di Josuè qui par che ancor lo morda. 
Indi accusiam col manto Safira: 

mI 4807, nel poDlìGcato dì GtrnenteV. ordIiniU per cornane pcegfcièrt e medi» 

E fserto, e non eltio, è il tempi» \u faiNHw ananto énm il giorno — pr»e§ 

cw ilcffvdclced avtrore PorlmUatr il plai-ile è sccoodo la Icnniiiai. lai. 

pUt^th. jM^VM», a co» nei prineipj dalla fingna 

f5-M. tmfBtnéenm, et.: tioè, la a' andare ■traCtaroeDte dwt/v. Goal lét- 

fnJetta, dir Dascnaa ma crrta na'teM tura il pernio, fo «oea, le gnUé, le 

aMrdi ginditj addolcisce l' ha im nelle erocf. er. Qualche Qod. pere bt MUla 

•mw cà« ncvTÌ dai peccatori. Iddio notira prece. 

■aa anniari isbita chi INiltragigia, per* 108. Rigwutiiam amnastè a trftdi> 

cfaè è oiann, e il tao sdegno è tempra- mento per scie di riccbene Sidieo a«o 

todalte fiala d'una Tradetia che naa sio e oiarilo di Didonc sna propria ao- 

poè fagginrii. Ma qncstr cspmeioni che rella . 

acBtooo defl'vea umano, si Togliona in- 106 K la mUeria ieirataro Ifff- 

Icrpretare discretamente. dei Si sa the costui chiese grafia agli 

fi. CU eh' f tficaa ee. Daslr ha Dei che tutto che loccaaaa si camblaaac 



chiesto ad Dga due cose. Pi imamnlt in oro. Fu esandito : e in meoo all'aro 
qaal feaae la eonditione di lui : pascià lo stolto ti moriva ni fame. 



perchè foaae egli aolo a lodare ({li eaen- 109 Aram t)nmo giudeo, che, ea- 

pj di poTcrtè e di liberalità Òli la aa* scmlon, contro il ronieodamrnto dilKo, 
da prime 



pera da primo che ivi simili eaemm ri approprìaiii parte della preda fatta ndla 

lodaranvaolamente il giomo, e clic la citte di Gcnrn, fu lapidato per ordine 

notte ri predicavano inveev i gastighi di fTio^oè ihri fotte Àeam ameorm ti 

della cnpidigia. — di qaeiTuniem epa- ricorda, il Vat. 5199. E.R- 
MI «e.^di Mina Vcrgina. Vedi enpra III lo «orerò, lo rìmprofcri a la 

verao 21 «aag. punisca 

99. per Amma ehioM, per avana 4 f 3 eoi «larfto Safhrm : Anania e 

qualche apiegazione. Safira, aegnari degli Anoaloli , vollero 

400. TùmV è ditpoflo ee. Qnri tali ritemrri in aerhi parte del preso di ma 

f»empj di poterti e di aslioena tono loro campo venduto, a far credere a 



39S DEL POAGATOEIO 

Lodiamo i calci eh* ebbe Eliodoro ; 

Ed in infamia tutto il monte gira 
Polineslor che ancise Polidoro. il» 

Ultimamente ci si grida: Crasso, 

Dicci, ché'l sai, di che sapore è l'oro. 
Talor parliam l' un alto, e i' altro basso, 

Secondo V affezion eh' a dir ci sprona. 

Ora a maggiore, ed ora a minor passo. 120 

Però al ben che il di* ci si ragiona. 

Dianzi non er' io sol; ma qui da presso 

Non alzava la voce altra persona. 
Noi eravam partili già da esso, 

E brigavam di soverchiar la strada m 

Tanto, quanto al poder n'era permesso; 
Quand* io senti', come cosa che cada. 

Tremar lo monte : onde mi prese un gielo, 

Qual prender suol colui eh' a morte vada. 
Certo non si scotea si forte Delo' i30 

Pria che Latona in lei facesse il nido 

A parturir li due occhi del cielo. 
Poi cominciò da tutte parti un grido 

Tal, che '1 Maestro in ver di me si fco, 



L FicCro cKe queflo ch« gli offriTioo ne spìeearon la testt, e la porlanmo il 
otta F iotera aomma. L'Apostolo o« li loro re, che le versò in boccn deipara 
^àò , e dennnxiò loro istantaneo il liqneralto, dicendo : D* oro aTetti Mta^ 



S. 

fotaa 

•gridò 

gaitigo della menxogoa e della aTarìiia. oro bevi. 

Vedi gli Alti Àp., cap. V. 1 18. Talor parliam. Qni Ufol«- 

4l3>445. £/ÙM(oro fa mandato da ice di uMldisriire al Pi>eUciret la at* 

Seleaco re di Siiia in GeniMl«-mme per conda domanda. — l'um allo, ini. ia 

«inrpare i tesori del lenpio. Pose pieda alto suono. Talor parla Citmo ailo, il 

entro la sacra soglia; ma tosto gli ap- Vatie. 3199. E. R. 
parre un nomo armalo sopra no cavallo, 420. Ora a maggior «e., era cm 

che, Ini percnU*ndo coi calci , lo co- maggiore, ora con minor forta. 
strìnse a fuggire shigotlito e colle maoi 421 . al ben che il di' te.: ai baam 

vote. — Ed in infamia ee. Intendi: e esemp] di pu\erlii e di liberalità, dei 

in tutto qnel cerchio del monte si ram- quali ani si fa menzione il giorno, 
menta l' infamia «li Polinnesti>re. Co- 423. ftWj^acan.ci solleci